REPORTAGE DALLA TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente www.30giorni.it MENSILE SPED. ABB. POST. 45% D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/04 N.46) ART.1, COMMA 1 DCB - ROMA. In caso di mancato recapito rinviare a Ufficio Poste Roma Romanina per la restituzione al mittente previo addebito. ISSN 0390-4539 nella Chiesa e nel mondo Diretto da Giulio Andreotti BAGLIORI DI FEDE AL DI LÀ DELL’OCEANO IN ALLEGATO Lettura spirituale per l’estate ANNO XXIX N.6 - 2011 - € 5 Intervista con il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington Un articolo di Miguel Díaz, ambasciatore Usa presso la Santa Sede, sui cattolici afroamericani N. 6 ANNO 2011 Sommario anno XXIX In copertina: in alto, il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington; in basso, cattolici afroamericani in preghiera EDITORIALE La cosa più importante sono le notizie dall’estero Prossimità e misericordia. I vescovi del Celam raccontano la “Missione continentale” delle Chiese latinoamericane COPERTINA STATI UNITI Il ritorno alla semplicità della fede cattolica intervista con il cardinale Donald Wuerl — di G. Cubeddu Redazione Alessandra Francioni - [email protected] Davide Malacaria - [email protected] Paolo Mattei - [email protected] Massimo Quattrucci - [email protected] Gianni Valente - [email protected] Grafica Marco Pigliapoco - [email protected] Vincenzo Scicolone - [email protected] Marco Viola - [email protected] Ricerca iconografica Paolo Galosi - [email protected] Collaboratori Pierluca Azzaro, Françoise-Marie Babinet, Pina Baglioni, Marie-Ange Beaugrand, Maurizio Benzi, Lorenzo Bianchi, Lorenzo Biondi, Massimo Borghesi, Lucio Brunelli, Rodolfo Caporale, Lorenzo Cappelletti, Gianni Cardinale, Stefania Falasca, Giuseppe Frangi, Silvia Kritzenberger, Walter Montini, Jane Nogara, Stefano M. Paci, Felix Palacios, Tommaso Ricci, Giovanni Ricciardi Hanno inoltre collaborato a questo numero: Miguel H. Díaz, Jamie T. Phelps Segreteria [email protected] Ufficio legale Davide Ramazzotti - [email protected] 3OGIORNI nella Chiesa e nel mondo è una pubblicazione mensile registrata presso il Tribunale di Roma in data 11/11/93, n. 501. La testata beneficia di contributi statali diretti di cui legge 7 agosto 1990, n. 250 46 — di Jamie T. Phelps We e nosotros nel mosaico degli States pag. 56 Direttore Giulio Andreotti Vicedirettori Roberto Rotondo - [email protected] Giovanni Cubeddu - [email protected] 40 Storia di una fedeltà non comune 3OGIORNI nella Chiesa e nel mondo DIREZIONE E REDAZIONE Via Vincenzo Manzini, 45 00173 Roma - Italia Tel. +39 06 72.64.041 Fax +39 06 72.63.33.95 Internet:www.30giorni.it E-mail: [email protected] 4 — di Giulio Andreotti America Latina Società editrice Trenta Giorni soc. coop. a r. l. Sede legale: Via Vincenzo Manzini, 45 00173 Roma Consiglio di amministrazione Giampaolo Frezza (presidente) Massimo Quattrucci (vice presidente) Giovanni Cubeddu, Paolo Mattei, Roberto Rotondo, Michele Sancioni, Gianni Valente Direttore responsabile Roberto Rotondo Stampa Arti Grafiche La Moderna Via di Tor Cervara, 171 - Roma Distribuzione in libreria Messaggero distribuzione srl Padova tel. 0498930922 Milano tel. 027490679 Roma tel. 0666166173 UFFICIO ABBONAMENTI E DIFFUSIONE Via V. Manzini, 45 00173 Roma Tel. +39 06 72.64.041 Fax +39 06 72.63.33.95 E-mail: [email protected] Dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 18,00 e-mail: [email protected] Abbonamenti Italia € 45; Europa € 60; Africa e Brasile € 25; resto del mondo € 70. Una copia € 5; una copia con libro € 6. Arretrati il doppio del prezzo di copertina Versamenti C/C postale n. 13974043 intestato a: Cooperativa Trenta Giorni Via V. 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Valente 58 STORIA La sorridente umiltà di Josef Beran 70 — di R. Rotondo ANNIVERSARI «Una gratitudine che cresce di anno in anno» intervista con Georg Ratzinger — di R. Rotondo e S. Kritzenberger 78 NOVA ET VETERA Introduzione 82 — di P. Mattei Lebreton teologo credente Un idealismo imprudente — di L. Cappelletti — di L. Cappelletti 86 88 LIBRI Il movimento armato CREDITI FOTOGRAFICI: Reuters/Contrasto: Copertina; pp.25,59,61; Andrew Stern/Redux/Contrasto: Copertina; Osservatore Romano: pp.4,5,80; Bbc Video-2008: pp.8,9,10,13,16,18,19,20,23,24; Getty Images: pp.26-27,41,43,62; Lorenzo Biondi: pp.27,28,29,30,31,32,33,34,35,36,37,38; Romano Siciliani: pp.30,66,68,86-87; Rafael Crisostomo/Catholic Standard: pp.40,43,44; Associated Press/LaPresse: pp.41,42,54,59,60,61,63,66,74,75; Piotr Spalek/Catholic Press Photo/CNS Photo: p.42; Magnum/Contrasto: pp.46-47,54,54-55,55,67; Archivio Mill Hill Missionaries: p.48; Archivio The Sisters of the Blessed Sacrament: p.49; Archivio Oblate Sisters of Providence: p.50; Luke Sharrett/Redux/Contrasto: p.52; Paolo Galosi: p.53: Afp/Getty Images: pp.56,62,62-63; Gianni Valente: pp.56-57; Celam: p.58; Lalo De Almeida/Contrasto: p.60-61; Ufficio stampa Pontificia Università della Santa Croce: p.70; Immagini tratte dalla mostra dedicata alla figura del cardinale Josef Beran: pp.71,72,73; Keystone/Getty Images: p.72; Time Life Pictures/Getty Images: p.73; Stefan Matzke/Sampics/Corbis: p.78; Corbis: p.80; Tonino Conti: p.94; Dino Fracchia: p.95; Uliano Lucas: p.95; Romano Gentile: p.96; Vittorio La Verde: p.96; Ugo Mulas: p.97. 29 — di D. Malacaria 94 RUBRICHE LETTERE DAI MONASTERI LETTERE DALLE MISSIONI LETTERE DAI SEMINARI POSTA DEL DIRETTORE 30GIORNI IN BREVE 30GIORNI N.6 - 2011 8 16 21 22 66 3 Editoriale Centocinquantesimo anniversario dell’Osservatore Romano La cosa più importante sono le notizie dall’estero di Giulio Andreotti Mi vorrei unire ai tanti che hanno festeggiato L’Osservatore Romano che, il 1° luglio 2011, ha compiuto i suoi centocinquant’anni. Lo faccio da decano dei lettori del quotidiano della Santa Sede perché, come ho raccontato in altre occasioni, cominciai a comprarlo nell’anno giubilare 1933, nell’edicola vicino casa, quella di via di Campo Marzio. Avevo 14 anni e i soldi che mia mamma mi dava per la merenda li usavo per comprare L’Osservatore, che allora costava venti centesimi. La molla iniziale fu il fatto che comprarlo dava un tono quasi “nobiliare” ed elitario. All’edicola di via di Campo Marzio, infatti, vedevo sempre un signore molto elegante con la bombetta che lo acquistava, e per darmi un certo tono anch’io iniziai a farlo. A casa non si leggevano i quotidiani, e i compagni di scuola che compravano il Corriere dello Sport mi prendevano anche un po’ in giro per queI distributori dell’Osservatore Romano La cosa più importante sono le notizie dall’estero, perché nel conformismo che c’è in giro avere una fonte che riporta le cose con una certa obiettività è un privilegio che non bisogna lasciarsi scappare. È interessante anche la selezione, l’ordine e il modo con cui vengono proposte le notizie dall’estero 4 30GIORNI N.6 - 2011 davanti alla tipografia in una foto del 1936 sta mia quotidiana lettura, anche se, alla fine della giornata, io avevo attinto a due fonti (il mio Osservatore e il loro Corriere) mentre loro a una sola. Ero un ragazzino e tante cose non le capivo: come quando una volta il parroco, vedendomi con L’Osservatore, mi disse: «Bene, così lei può sapere tutti i giorni chi è stato ricevuto dal Santo Padre». A quel tempo della cosa non m’importava granché, visto che non riceveva me, ma più tardi ebbi modo di vedere come si potessero dare notizie anche attraverso l’elenco delle udienze. Come quando, nel settembre del 1948, fu inviato da Pio XII il laicissimo ambasciatore a Washington Alberto Tarchiani per spiegare al Papa perché per l’Italia fosse un bene aderire al Patto atlantico, fatto su cui c’era qualche titubanza in Vati- cano: il giorno dopo L’Osservatore non riportò la notizia dell’udienza nel solito elenco in prima pagina, ma una breve nota informava della presenza a Roma dell’ambasciatore Tarchiani. Cosa che, assieme a un servizio del giorno dopo sui disordini in corso nella zona rossa di Berlino presente nelle pagine interne, diede a De Gasperi e a me la sensazione che l’udienza c’era stata ed era andata bene. Tornando al ventennio, è di grande importanza ricordare che L’Osservatore era l’unico strumento Sopra, Guido Gonella nella redazione dell’Osservatore Romano; a destra, il prospetto sul quale Gonella annotava i giorni di pubblicazione della rubrica Acta diurna, da lui curata sul quotidiano vaticano che ci dava notizie su quanto accadeva in Italia e nel mondo. Erano anni, infatti, in cui era proibito parlare di cose italiane che non fossero i comunicati del Ministero della Cultura popolare del regime, e comprare L’Osservatore era in un certo senso un rischio, ma qualificava anche un po’ le persone, cosa quasi incomprensibile oggi che siamo tutti eguali nel nostro conformismo e allo stesso tempo siamo tutti differenti nel nostro individualismo. Allora il giornale era boicottato e c’erano i picchettaggi all’edicola da parte dei fascisti; qualcuno subì violenze per acquistarlo, come lo storico Claudio Pavone. Nonostante questo, L’Osservatore era talmente richiesto da superare la tiratura di duecentomila copie al giorno. Soprattutto gli Acta diurna di Guido Gonella, che a quel tempo era all’Osservatore come redattore di politica estera, erano richiestissimi e letti con attenzione, perché erano una importantissima finestra aperta sul mondo. Gonella, attraverso la sua rubrica, faceva filtrare notizie di Paesi stranieri che la vigilata stampa italiana ignorava o presentava in maniera oltraggiosa. Gli Acta diurna furono un prezioso strumento di informazione internazionale che avvicinò tra l’altro al mondo della Chiesa anche molti uomini lontani. Ma tutto L’Osservatore ebbe un ruolo notevole che oggi è importante ricordare: come quando fece conoscere i messaggi di solidarietà che papa Pio XII aveva inviato ai capi di stato di Belgio, Olanda e Lussemburgo invasi dall’esercito di Hitler. Allora, per noi giovani, anche varcare la soglia della redazione dell’Osservatore era un onore e un titolo nobiliare. A volte Gonella mi riceveva abusivamente contravvenendo al regolamento del direttore, il conte Giuseppe Dalla Torre, che non voleva visite in redazione. Non pensavo di essere notato, ma lessi molti anni dopo un’intervista nella quale l’ex direttore dell’Osservatore raccontava, anche un po’ divertito, che ogni volta che entrava nell’ufficio di Gonella ed io mi eclissavo dietro la porta, poi lui chiedeva al suo redattore: «Ma chi è quel tipo?». Una curiosità legata al conte Giuseppe Dalla Torre: una volta gli scrissi che era bizzarro introdurre ogni discorso del Papa con la premessa: «Così come l’abbiamo raccolto dalle sue auguste labbra», con l’indicazione tra parentesi delle fonti delle citazioni, compresi i riferimenti del Migne. Mi rispose: «Perché non lo dice lei al Santo Padre?». E il discorso fini lì. A fasi cicliche si discute sull’ufficialità o sull’ufficiosità dell’Osservatore. Una volta l’ufficialità era ferrea. Oggi forse no, ma non vuol dire che è cambiato il giornale, perché un giornale riflette una situazione: è che sono cambiati i tempi e quello che finiva in prima pagina ieri, oggi finisce in ultima e viceversa. Credo che anche per le posizioni da assumere, la via di mezzo sia sempre la migliore: essere prudenti, non pretendere di dire sempre l’ultima parola, ma essere sempre convinti di fermarsi alla penultima. Co- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 5 Editoriale Il foglio da dieci francobolli commemorativi emesso a giugno 2011 dalle Poste Vaticane in occasione del centocinquantesimo anniversario della fondazione dell’Osservatore Romano, che iniziò le pubblicazioni il 1° luglio 1861 munque la tradizione ha il suo valore, e ancora oggi appoggiare una tesi o una citazione all’Osservatore dà un’autorevolezza che altrimenti non esisterebbe. Oggi come allora: Palmiro Togliatti motivò il voto favorevole ai Patti lateranensi nell’Assemblea costituente citando “i segnali” dell’Osservatore e invitando Pietro Nenni a non sottovalutarli. Ma se dovessi dire qual è stata la più sorprendente “bacchettata” data dall’Osservatore che io ricordi, sceglierei quella al cardinale Ottaviani quando a livello governativo e istituzionale si ebbe un crescente sviluppo di relazioni tra l’Italia e il governo sovietico. Vi Conservo per la sua perdurante attualità un passo di Vittorio Bachelet, che L’Osservatore pubblicò nella rubrica dei pensieri spirituali: «I tempi intorno a noi non sono facili: le difficoltà politiche, le incertezze, le contraddizioni ci ammoniscono che sarà un cammino non privo di rischi, che richiederà tutto il nostro senso di responsabilità, soprattutto tutta la nostra semplice fede, tutta la nostra vivace speranza, tutta la nostra più vera carità» 6 30GIORNI N.6 - 2011 furono in campo ecclesiastico diffusi malumori a cui diede voce il cardinale Ottaviani (per il resto una stupenda figura di sacerdote romano). All’indomani, L’Osservatore scrisse in poche lapidarie parole che il cardinale Ottaviani «esprimeva sue idee personali». Oggi ci sembrano momenti di ordinaria amministrazione, ma, per il tempo a cui ci riferiamo, erano svolte epocali. Essere di un parere leggermente diverso voleva dire far corso per proprio conto. Ma oggi che ruolo potrebbe avere L’Osservatore Romano in mezzo a tanti media? La cosa più importante sono le notizie dall’estero, perché nel conformismo che c’è in giro avere una fonte che riporta le cose con una certa obiettività è un privilegio che non bisogna lasciarsi scappare. È interessante anche la selezione, l’ordine e il modo con cui vengono proposte le notizie dall’estero. Perché anche questo è un giudizio – una valutazione – anche se implicito, che rivela come la si pensa. Per il resto, non essendo del ramo, lascio il giudizio sulla cronaca vaticana e sugli articoli teologici agli ecclesiastici. Però vorrei concludere questo mio messaggio di auguri all’Osservatore con un passo di Vittorio Bachelet, che alcuni anni fa L’Osservatore pubblicò nella rubrica dei pensieri spirituali e che conservo sempre tra le mie carte per la sua perdurante attualità: «I tempi intorno a noi non sono facili: le difficoltà politiche, le incertezze, le contraddizioni ci ammoniscono che sarà un cammino non privo di rischi, che richiederà tutto il nostro senso di responsabilità, soprattutto tutta la nostra semplice fede, tutta la nostra vivace speranza, tutta la nostra più vera carità». q Magagnato Alessandro Responsabile della lievitazione e panificazione Qualcuno ci chiama pasticceri. Qualcuno ci confonde tra i carcerati. Qualcuno ci premia. Ma noi, assieme ai detenuti della Casa di Reclusione di Padova, abbiamo un unico obiettivo: che tutti possano riconoscere la bontà dei nostri panettoni. Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri DOMENICANE DEL MONASTERO BENEDETTINI DEL MONASTERO SÃO BENTO SAINTE CATHERINE DA BAHIA Langeac, Francia Salvador da Bahia, Bahia, Brasile Apprezzo 30Jours per gli articoli e le foto Quem reza se salva per i bambini della prima comunione Langeac, 16 marzo 2011 Salvador da Bahia, 29 marzo 2011 Signor senatore, mi è capitato di avere fra le mani la rivista 30Jours e l’apprezzo molto: non solo gli articoli, molto interessanti e molto profondi, ma anche le foto, che riproducono opere d’arte tanto belle del vostro inesauribile patrimonio artistico italiano! Per questo mi permetto di scrivere per chiederle di avere la bontà di inviarmi il n. 12 del 2010 (e anche qualche numero degli anni precedenti, se è possibile). Nel ringraziarla profondamente fin d’ora, le auguro una santa Quaresima e una gioiosa festa di Pasqua. Mi chiamo frate Anselmo, osb, e sono monaco dell’arciabbazia di São Bento da Bahia, in Brasile. Siamo abbonati alla rivista 30Dias e la leggiamo sempre perché contiene testi preziosi che sono di arricchimento personale per ogni frate della comunità monastica. Nel monastero svolgo un lavoro per la catechesi alla prima comunione con cinquantacinque bambini e scrivo questa lettera per chiedere, se possibile, l’invio di alcune copie del libro Quem reza se salva che sarà un supporto eccellente nell’incontro e nell’esperienza personale di ciascuno di loro con Gesù. Vi ringrazio fin d’ora per l’attenzione. In Cristo, suor Chantal Marie de Jésus padre Anselmo, osb Immagini dalla Cina Le immagini che illustrano queste pagine sono tratte dal documentario Wild China prodotto dalla Bbc nel 2008 8 30GIORNI N.6 - 2011 Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri FIGLIE DI MARIA IMMACOLATA CONVENTO DEI CAPPUCCINI Roma Modica, Ragusa Ricordando lei e i suoi collaboratori nella preghiera 94 anni, vissuti come cappuccino, missionario, sacerdote, vescovo Roma, 14 maggio 2011 Modica, 19 maggio 2011 Stimato senatore Giulio Andreotti, le scriviamo per manifestarle la nostra viva gratitudine per la pregiata rivista 30Giorni da lei diretta, che continuiamo a ricevere con molto profitto spirituale e culturale. Esprimiamo il nostro sentito ringraziamento ricordando lei e i suoi collaboratori nella preghiera, perché possiate avere la luce e la forza necessarie per portare avanti il vostro prezioso servizio in difesa della verità. La Vergine santissima, Sede della Sapienza e Madre della Chiesa, benedica e intensifichi il grande bene che state facendo in questo particolare momento storico. Grazie di cuore e auguri vivissimi in Gesù risorto. Per le suore Figlie di Maria Immacolata, Caro direttore, dopo cinquantatré anni di missione, trentadue dei quali come vescovo, sono ritornato in patria e sto ricevendo la vostra rivista 30Giorni nella Chiesa e nel mondo. Accompagno il vostro lavoro, autenticamente evangelico, leggo e rileggo la rivista, ringraziandovi di riceverla e ammirando la vostra autentica vita missionaria. Mi trovo nel convento dei Cappuccini di Modica, dove accarezzo la mia vecchiaia dopo una lunga vita di 94 anni, vissuti come cappuccino, missionario, sacerdote, vescovo. Ringrazio la redazione di 30Giorni, suor Anna Rosa Turco, superiora generale monsignor Giorgio Scarso, vescovo emerito, cappuccino CLARISSE CAPPUCCINE SACRAMENTARIE DEL MONASTERO SAN JOSÉ Durango, Durango, Messico Nostro Signore benedica il suo lavoro e la ricompensi con il centuplo Durango, 19 maggio 2011 Stimato signor direttore, ci rivolgiamo a lei per ringraziarla dell’invio della rivista 30Días. La sua lettura ci è stata molto utile e chiediamo al Signore che lei possa continuare a fare il bene della Chiesa per la gloria di Dio e l’estensione del suo Regno. Siamo clarisse cappuccine sacramentarie del monastero San José, a Durango, in Messico. La terremo sempre presente nella nostra preghiera e terremo presente tutta l’équipe della redazione. Nostro Signore benedica il suo lavoro e la ricompensi con il centuplo. Molte grazie. Speriamo di continuare a ricevere la sua rivista. Fraternamente, le suore clarisse cappuccine sacramentarie 30GIORNI N.6 - 2011 9 Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri DOMENICANE CONTEMPLATIVE DEL MONASTERO MADRE DE DIOS Manatí, Puerto Rico La meditazione sulla santa Pasqua ci ha fatto del bene Manatí, 25 maggio 2011 Stimato signor Giulio Andreotti, è un piacere scriverle per esprimerle il nostro ringraziamento per la sua fedeltà nell’inviarci la rivista 30Días. La ringraziamo perché la lettura della rivista, così interessante, ci è di grande utilità. In questi giorni di Pasqua di Risurrezione, in allegato alla rivista, ci ha inviato un opuscolo con una meditazione sulla Santa Pasqua, «El Hijo non puede hacer nada por su cuenta» (Jn 5, 19) di don Giacomo Tantardini. Ci ha affascinato per la 10 30GIORNI N.6 - 2011 profondità delle idee e per il modo in cui sono espresse. È stato il tema di una riflessione bella e profonda nelle nostre riunioni comunitarie e volevo dirglielo, perché sappia il bene che questi scritti spirituali fanno a tutti noi che li riceviamo grazie alla sua bontà. Andate avanti con l’aiuto di Dio e contate sulla nostra preghiera affinché possiate continuare a diffondere quanto può aiutare spiritualmente tante persone. Ogni giorno portiamo davanti al Signore lei, signor Giulio, i suoi familiari e i collaboratori perché vi benedica abbondantemente. La ringrazio a nome di tutta questa comunità di domenicane contemplative. suor María del Amor, op Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri CLARISSE DEL MONASTERO EUCHARISTIC LORD MONASTERO OUR LADY OF ROSARY Tuguegarao City, Filippine Manila, Filippine Un “viaggio” attraverso il mondo Who prays is saved per il catechismo ai bambini Tuguegarao City, 23 maggio 2011 Manila, 27 maggio 2011 Caro direttore Andreotti, possa Dio donarle pace e ogni benedizione! Il nostro “viaggio” con lei e i nostri fratelli e sorelle attraverso il mondo rappresenta la nostra sempre crescente esperienza di gratitudine per il dono della fede e della nostra vocazione contemplativa. Grazie per averci permesso di toccare il volto dei nostri fratelli di diverse generazioni e culture attraverso le toccanti parole e le fotografie dei vostri articoli. È per noi una grande gioia elevare preghiere per le preoccupazioni della Madre Chiesa e di tutta l’umanità che lei porta alla nostra coscienza attraverso gli articoli di 30Giorni. Per il dono che rappresenta per noi ogni numero della sua rivista, le offriamo il dono del nostro cuore, aperto e costantemente in attesa di Dio. Saremo felici di pregare per ogni intenzione sua e dei suoi collaboratori e per la pubblicazione. Dio la benedica! suor Mary Charlemaine A. Asunción, osc, madre badessa CARMELITANE DEL MONASTERO CRISTO RE Pace! Riceviamo da diversi anni la vostra rivista che incide molto sul nostro cammino spirituale relativamente agli affanni del mondo, che la vostra rivista ci presenta. Siamo domenicane di vita contemplativa di Manila e il nostro monastero è stato fondato nel 1979. Come parte del nostro apostolato, i nostri laici domenicani insegnano da tempo il catechismo ai bambini: sarebbe perciò possibile ricevere almeno cinquanta copie del libro Who prays is saved? Sappiamo che forse chiediamo troppo, poiché vorremmo riceverle gratuitamente, ma consideratelo un aiuto alla nostra comunità, cari amici e benefattori. Distribuiremo il libro anche tra i nostri laici domenicani perché ne traggano ispirazione. La nostra sentita gratitudine per il vostro costante sostegno a noi contemplative. Siate certi delle nostre incessanti preghiere per il vostro apostolato. Devotissimamente vostra, San Francisco, California, Stati Uniti suor María Dominica bibliotecaria Dalla California San Francisco, 23 maggio 2011 DOMENICANE DEL MONASTERO DEL SANTÍSIMO ROSARIO Pace in Cristo! Gentile senatore Andreotti, potremmo chiederle una copia di 30Giorni in spagnolo? Abbiamo molte consorelle in Paesi di lingua spagnola. Non finiremo mai di esprimere la nostra ammirazione per la sua rivista e per i tanti anni da lei dedicati alla sua realizzazione. Uniti nella preghiera nel nostro Signore Risorto, madre Rosa Maria del Carmelo, ocd Caranqui, Ecuador Dal nostro chiostro domenicano vi accompagniamo con la nostra preghiera Caranqui, 28 maggio 2011 Signor direttore, riceva il nostro affettuoso e filiale saluto con le preghiere della comunità delle religiose del monastero del Santísimo Rosario di Caranqui. ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 11 Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri Le scrivo per ringraziarla di cuore per la rivista, utile e interessante, che ci invia regolarmente. Fa bene leggerla e conoscere la realtà della Chiesa e del mondo di oggi; è uno strumento di evangelizzazione e di missione per tutti coloro che la ricevono. Nella nostra comunità la rivista viene accolta molto bene e per questo le scrivo: per ringraziarla e complimentarmi per la sua preziosa missione che, attraverso di essa, sta diventando uno strumento efficace per la nuova evangelizzazione. Noi, dal nostro chiostro domenicano, vi accompagniamo con la nostra preghiera, affinché continui ad andare avanti. La salutiamo chiedendole di estendere il nostro saluto a tutta l’équipe della rivista 30Días. Dio vi benedica tutti. Fraternamente, suor María Natividad Espín, op, priora, e comunità CLARISSE CAPPUCCINE CONTEMPLATIVE DEL MONASTERO DI MACAPÁ Macapá, Amapá, Brasile Grazie per la bellissima meditazione sulla santa Pasqua Macapá, 29 maggio 2011 A sua eccellenza Andreotti il nostro ossequio e il desiderio di pace e bene! Siamo suore clarisse cappuccine contemplative. Il nostro monastero sorge in una zona rurale, a dodici chilometri da Macapá, capitale dello Stato di Amapá, in Brasile. Vorremmo ringraziare non solo per la rivista, che ai pregi estetici unisce interessantissime notizie e allo stile intelligente le profonde ispirazioni della fede, ma anche per la bellissima meditazione di don Giacomo Tantardini. Inviamo davvero un grande, fervoroso “grazie”! le suore clarisse cappuccine 12 30GIORNI N.6 - 2011 MONASTERO EWIGE ANBETUNG Innsbruck, Austria Da un monastero del Tirolo ai piedi delle Alpi Innsbruck, 29 maggio 2011 Stimatissimo signor Andreotti, da molto tempo desideravo scriverle per ringraziarla, a nome mio e di tutte le mie consorelle della comunità, per la tanto apprezzata rivista che ci invia regolarmente da molti anni. So che anche molti dei nostri monasteri dell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento godono del privilegio di riceverla gratuitamente, per cui posso soltanto dirle: Dio la ricompensi e, come diciamo qui, «Vergelt’s Gott!». Sono una suora adoratrice cilena, anche se appartengo a questo monastero del Tirolo, ai piedi delle Alpi, in questa bella città. La sua rivista ci istruisce e informa su temi scelti con cura, che ampliano il nostro orizzonte di preghiera per la Chiesa e per il mondo e che, a noi religiose di clausura, non sempre sono accessibili. Ci piace molto leggere gli interessanti articoli sulla Chiesa universale e contemplare le belle immagini delle icone e dei dipinti antichi riprodotte su questa rivista benedetta. Quanta gioia nel venire a sapere di quella bambina romana, innamorata di Gesù Eucaristia, Antonietta Meo, che recitava una preghiera molto simile a quella che recitiamo noi suore, ogni volta che suona la campana per il cambio del turno di adorazione. Ora è la mia omonima spirituale! Tre anni fa è stata beatificata a Roma madre María Maddalena dell’Incarnazione, fondatrice del nostro Ordine. Non avendo potuto assistere personalmente alla cerimonia, guardando il video qualche mese dopo, ho riconosciuto una persona di mia conoscenza: lei! O sbaglio? Comunque, sono stata così felice che abbia partecipato alla cerimonia di beatificazione. Lei è una persona importante per le nostre comunità. Stimato signore, mi scusi se le chiedo ancora una cosa: potrebbe inviarci un’altra copia della rivista in spagnolo? È la mia lingua materna e ci sono dei testi di teologia o altri che vorrei capire meglio. Inoltre, Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri potrei condividere la rivista con dei sacerdoti latinoamericani che fanno il dottorato a Innsbruck, presso l’Università dei Gesuiti. Io, la mia superiora, le mie dieci consorelle austriache e la nostra postulante tedesca preghiamo per lei e per tutta la sua équipe. Dio conceda al benefattore universale della vita contemplativa molta salute e ancora molti anni di vita. Con attenzione, suor María Antonieta de la Cruz Victoriosa, ap tempo. Vogliamo farle giungere la nostra gratitudine per tutto il bene che fa, tenendoci informate sull’attualità della Chiesa e su ciò che accade attorno ad essa. È uno strumento molto valido e molto utile, ci avvicina di più alla Chiesa e ai nostri fratelli nel mondo. Il Buon Dio benedica lei e i suoi collaboratori per il lavoro che portate avanti, per la vostra grande generosità e bontà, con abbondanti grazie e benedizioni. Conti sulle nostre preghiere e che nostra Madre la Vergine del Carmelo la custodisca nel suo Cuore immacolato. Grate e unite nella preghiera del carmelo, madre Ana del Niño Jesús, priora, e comunità CARMELITANE SCALZE DEL MONASTERO DEL CARMEN Lima, Perù DOMENICANE DEL ROSARIO PERPETUO Da un carmelo di Lima DEL MONASTERO PIUS XII Fatima, Portogallo Lima, 3 giugno 2011 Who prays is saved per i pellegrini di Fatima Caro signor Giulio Andreotti, da questo carmelo di Lima, in Perù, le inviamo i nostri più affettuosi e fraterni saluti e vogliamo ringraziarla infinitamente per l’abbonamento gratuito alla rivista 30Días en la Iglesia y en el mundo che con tanta generosità ci invia, sempre puntualmente, già da molto Fatima, 6 giugno 2011 Gentile redazione, grazie per l’invio regolarissimo di 30Days. Ve ne siamo grate. ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 13 Lettere dai monasteri Poiché qui, a Fatima, è stagione di pellegrinaggi, potremmo chiedervi cinquanta copie di Who prays is saved? Andrebbero ad aggiungersi al piccolo apostolato che facciamo qui con pubblicazioni su Fatima, opuscoli e libretti. Sappiamo quanto sia importante rimarcare il valore delle preghiere semplici, quelle che ci sono state insegnate da bambini. Se cinquanta copie dovessero risultare troppo costose per voi, vi preghiamo di farcelo sapere e provvederemo a integrare con la somma necessaria. Nel ringraziarvi, sinceramente vostra, suor Mary Lawler SUORE DELLA VISITAZIONE DI SAN FRANCESCO DI SALES Philadelphia, Pennsylvania, Usa Una novena al Sacro Cuore per 30Giorni Philadelphia, 24 giugno 2011 Caro signor Andreotti, è da un po’ di tempo che volevamo ringraziarla per l’invio gratuito della sua bella e stimolante rivista 30Giorni. Possa Dio benedire e ricompensare abbondantemente lei e tutti i suoi collaboratori per questo prezioso dono spirituale. Siamo particolarmente grate per l’eccellente articolo di Giovanni Ricciardi «Do not fear anything...» sul Sacro Cuore e santa Margherita Maria con le illustrazioni originali del monastero della Visitazione. In questo momento stiamo facendo una novena di messe in onore del Sacro Cuore e in essa ricorderemo tutti voi di 30Giorni, chiedendo al Sacro Cuore di porre su di voi le sue più grandi benedizioni. Dio sia lodato, madre Antoinette Marie Walker, vhm 14 30GIORNI N.6 - 2011 CAPPUCCINE DEL MONASTERO NOTKERSEGG San Gallo, Svizzera Cinquanta copie di Chi prega si salva in tedesco San Gallo, 16 giugno 2011 Egregi signori, usiamo un tono altisonante come si conviene per contattare l’eccellente 30Giorni. Vogliate ancora una volta accettare il nostro sentito «Dio vi benedica!» per la bellissima rivista 30Giorni che, come comunità contemplativa, mese dopo mese ci è dato di ricevere e che, quale specchio della Chiesa universale, è sempre molto ben accolta e letta dalla “a” alla “z”. Ora però siamo qui ancora una volta a contattarvi per una “questione di affari” e vorremmo formalmente ordinarvi cinquanta copie del libretto di preghiere fondamentali in tedesco. Lo offriremo a chi verrà a trovarci per la nostra divina liturgia. Grazie molte! Insieme a un rispettosissimo saluto particolare per il signor senatore Giulio Andreotti, saluto anche voi, egregi signori della redazione, suor M. Gertrud Harder CARMELITANE DEL MONASTERO DI COGNAC Cognac, Francia «Le Fils ne peut rien faire de lui-même» Cognac, 4 luglio 2011 Signor Giulio Andreotti, la ringraziamo vivamente per l’invio regolare e gratuito della rivista 30Giorni. La apprezziamo molto. Saremmo molto felici di ricevere sei copie di «Le Fils ne peut rien faire de Lui-même», la meditazione di Pasqua di don Giacomo Tantardini. Naturalmente la risarciremo delle spese di spedizione. In grande unione nella preghiera, con tutta la nostra riconoscenza. suor Marie-Odile, economa Vivere sicuri non è solo un desiderio. È un diritto. Noi di Finmeccanica crediamo che vivere liberi da ogni pericolo sia un diritto di tutti. Ecco perché 75.000 persone del nostro Gruppo lavorano ogni giorno in tutto il mondo per realizzare i migliori sistemi di sicurezza. Grazie ad una filosofia improntata a partnership durature e un’incessante ricerca nell’alta tecnologia, progettiamo e costruiamo aerei, elicotteri e sistemi integrati capaci di proteggere le reti di trasporto, le infrastrutture, i confini nazionali terrestri e marini e la vita di tutti i giorni. Che tu sia un pilota o un passeggero, un militare o un civile, la tua sicurezza è il nostro obiettivo. Perché oggi un mondo più sicuro è possibile. Towards a Safer World Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni Apprezzo molto la vostra rivista 30Giorni che è un vincolo di unione con la Chiesa universale e con il mondo. Spero, e ringrazio fin d’ora, che continuiate a inviarcela. Molto grato, Luís Gonzaga Ferreira da Silva, vescovo emerito di Lichinga MISSIONARI SALESIANI Ron Phibun, Thailandia Dalla Thailandia Ron Phibun, 2 maggio 2011 MISSIONARI SAVERIANI Vila Ulongue, Mozambico 30Giorni è un vincolo di unione con la Chiesa universale e con il mondo Vila Ulongue, 25 marzo 2011 Senatore Giulio Andreotti, saluti fraterni. La ringraziamo di tutto cuore per la rivista 30Giorni che abbiamo ricevuto regolarmente e con grande gioia. Sono il vescovo emerito di Lichinga. Sono stato per trent’anni pastore di quella diocesi, nel nord del Mozambico. Quando ho raggiunto i limiti di età, ho chiesto di ritornare nella missione di São Francisco Xavier, nel distretto di Angónia, dove ero già stato per otto anni. Qui continuo il lavoro di missionario, con i gesuiti fondatori di questa missione: visito le comunità e le assisto nella crescita cristiana, aiuto nella formazione degli animatori delle comunità, do assistenza spirituale alle suore missionarie di tre parrocchie, seguo gli ammalati, in particolare i lebbrosi, e mi occupo dei giovani, specialmente degli studenti. 16 30GIORNI N.6 - 2011 Stimatissimo onorevole Andreotti, alla vigilia di Pasqua, con lieta sorpresa ho ricevuto la sua rivista 30Giorni con l’augurio di buona Pasqua. Quasi pensavo che non sarebbe più arrivata. Devo ammettere che sono uno di quei fortunati che riceve gratuitamente il suo giornale da vari anni (certamente dal 2000 o 2001). L’ho sempre letto tutto e poi lo spedivo a un altro missionario a cento chilometri dalla mia residenza. Ho scritto solo due volte per ringraziarla (forse poche) e questa volta è per confermare che sono ancora qui a Ron Phibun (da ben ventotto anni) e per dire che il n. 3 - 2011 di 30Giorni è veramente interessante. Direi necessario. Grazie anche per alcuni libri che ho ricevuto nel corso degli anni: gli scritti di Paolo VI su sant’Agostino, Chi prega si salva (in italiano e in cinese), il bel libro di Mazzolari Anch’io voglio bene al papa... Quando parlo con amici preti thailandesi mi accorgo subito di quanto a loro manchi tanta letteratura cristiana e teologica che noi europei continuiamo ad assorbire come storia e memoria di tanti fatti di fede, base per una mentalità di Chiesa universale. Grazie. Le auguro buona salute e sempre Pasqua nel cuore... e tante benedizioni. don Renzo Rossignolo Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni MISSIONARI GESUITI Kannur, Kerala, India Molti useranno Who prays is saved e pregheranno e saranno salvi Kannur, 10 maggio 2011 Kannur, 20 maggio 2011 Carissimo senatore Andreotti, la ringrazio di cuore per l’invio di preziosi libretti in inglese Who prays is saved. Molti useranno questo libretto e pregheranno e saranno salvi. E lei ne riceverà il grande premio in cielo, perché, come insegna sant’Agostino, a chi salva un’anima è assicurata la salvezza della propria. Le assicuro che, insieme ai miei numerosi neofiti, preghiamo per il suo grande apostolato missionario. Con grande affetto e preghiere vicendevoli, resto suo sempre affezionatissimo co-missionario, Egregio signor direttore, la ringrazio di cuore per il secondo invio di libretti in inglese Who prays is saved. Ora vorrei chiederle se ha in inglese la Supplica alla Madonna di Pompei, come si trova nel suo libretto Chi prega si salva in lingua italiana. Vorrei farne una copia nella lingua locale malayalam per i miei numerosi neofiti. La ringrazio di cuore e le assicuro le mie preghiere per il suo meraviglioso apostolato missionario. Con grande affetto, sempre in unione di preghiera, resto suo affezionatissimo co-missionario, padre L. M. Zucol, sj padre L. M. Zucol, sj 30GIORNI N.6 - 2011 17 Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni MISSIONARIE CAPPUCCINE Fianarantsoa, Madagascar e per la redazione. Domandiamo la vostra preghiera. In unione a Gesù e sempre riconoscente, vostra sorella in Cristo, Questa meravigliosa e preziosa rivista arriva fino ai confini del mondo suor Maria Amata Fianarantsoa, 13 maggio 2011 PARROCCHIA SAINT ÉTIENNE DʼADJOHOUN Caro senatore Giulio Andreotti, riceva un caro, fraterno saluto dalla lontana missione del Madagascar e l’espressione della nostra gratitudine per la vostra grande generosità nell’averci inviato i preziosi libretti Chi prega si salva, sia in francese sia in italiano, e altro materiale, già nelle mani delle nostre giovani che formiamo e nelle mani di quanti vengono a pregare nella nostra cappellina. Grazie di cuore. Che il Signore la ricompensi per la sua grande generosità e per il suo amore verso di noi e verso la preghiera. Un grazie sentito va anche a tutti i suoi collaboratori: senza di loro questa meravigliosa e preziosa rivista non potrebbe essere conosciuta e apprezzata da nessuno, ma grazie a loro arriva fino ai confini del mondo e la Parola di Dio e la vita della Chiesa e del mondo giungono nelle mani di tanti. Le assicuriamo la nostra quotidiana preghiera per lei 18 30GIORNI N.6 - 2011 Porto-Novo, Benin Qui prie sauve son âme per i catecumeni Porto-Novo, 18 maggio 2011 Amici di 30Jours, chiedo rispettosamente la benevolenza di inviarmi alcune copie del vostro libro Qui prie sauve son âme per aiutare i catecumeni e gli altri fedeli nel cammino della preghiera. In effetti, come sacerdote, seguo i catecumeni e mi dedico a essi con tutto il cuore. Vogliate ricevere l’espressione dei miei ringraziamenti anticipati e dei miei sentimenti fraterni in Cristo. padre Gislain Prudencio A. Falade Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni PARROCCHIA NOTRE-DAME DE LOURDES DI DANGBO Dangbo, Benin Qui prie sauve son âme stupendo e utile Dangbo, 25 maggio 2011 Caro signore, sono Léonora Agomma, sacerdote. Ho avuto la gioia di scoprire a casa di un amico il libretto Qui prie sauve son âme. L’ho trovato stupendo e veramente molto utile per ogni cristiano. Vorrei sapere come fare per averlo, dato che ho intenzione di proporlo ai miei catecumeni, che quest’anno sono 190. Grazie. don Léonora Agomma Dangbo, 6 giugno 2011 Caro signore, ho ricevuto i libretti Qui prie sauve son âme e vorrei esprimere, con questa, non solo la mia gratitudine ma anche quella dei miei catecumeni e fedeli, ai quali ho distribuito tutti i libretti domenica scorsa, alla fine della messa serale. È stata, per loro, una soddisfazione immensa e quelli che non lo hanno avuto continuano a chiedermelo. Tutto è grazia. Dio vi benedica per il gran bene che avete fatto a questi ragazzi. Vi ringrazio infinitamente. Se è possibile, mi piacerebbe conoscere meglio 30Jours. don Léonora Agomma MISSIONARI DEL SACRO CUORE São Gabriel da Cachoeira, Amazonas, Brasile Quattrocento copie di Quem reza se salva per la popolazione dellʼAmazzonia São Gabriel da Cachoeira, 3 giugno 2011 Stimato signor Giulio Andreotti, la saluto! Caro direttore della rivista 30Dias, la ringrazio profondamente per il ricco lavoro che rende alla Chiesa e mi congratulo cordialmente come fratello minore in Cristo. Mi prendo la libertà di presentarmi. Sono padre Reuberson Ferreira. Appartengo alla congregazione dei Missionari del Sacro Cuore. Sono sacerdote da un anno e mezzo e lavoro all’interno dell’Amazzonia nell’immensa diocesi di São Gabriel da Cachoeira, all’estremo nord del Brasile. Dall’aprile dello scorso anno mi è stata assegnata una parrocchia in questa zona. Si tratta di un lavoro necessario, ma comunque estremamente difficile. Lavoriamo principalmente con le popolazioni indigene (oltre ventitré etnie). Qui c’è una storia di oltre cento anni di lavoro missionario e di evangelizzazione portato avanti dai salesiani con la collaborazione della nostra Congregazione. Stando in questa regione e vedendone la realtà, ho potuto percepire che, sotto molti aspetti, il popolo ha una profonda fede e una pratica costante del cattolicesimo, soprattutto le generazioni più mature. Ma sono preoccupato: i più giovani hanno una scarsa formazione religiosa e non conoscono più nemmeno le preghiere principali del cristianesimo. Leggendo la rivista 30Dias, che il vescovo diocesano Edson Damian mi passa dopo averla letta, ho potuto apprezzarne la ricchezza delle pagine che ci fanno conoscere il mondo della Chiesa; e ho potuto conoscere il meraviglioso piccolo libro Quem reza se salva. Credo sia un sussidio eccezionale per la meditazione e la recita delle preghiere principali del cristianesimo. Guardando nella biblioteca della diocesi, ne ho trovato una copia e devo dire che questo ha confermato quanto pensavo. Disposto ad acquistarne una notevole quantità (circa quattrocento copie), ho deciso di fare un calcolo della spesa ma mi sono scoraggiato. Infatti, la nostra parrocchia non è in condizioni di pagare una somma così elevata. Per questo ho deciso di chiederle questo materiale. Mi impegno, se è necessario, a contribui- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 19 Lettere dalle missioni re al pagamento delle spese di invio. Questo è ciò che desidero, per poter servire meglio questa popolazione indigena dell’Amazzonia. Mi congedo fraternamente e rimango in attesa di una sua risposta (che mi auguro positiva). Con affetto, padre Reuberson Ferreira, msc DIOCESI DI IGLESIAS Nuxis, Carbonia-Iglesias 30Giorni dal Kenya alla Sardegna Nuxis, 19 giugno 2011 Cari amici, fino all’anno scorso sono stato missionario in Kenya (per sedici anni), assieme a un altro padre, a Camp Garba, nel vicariato apostolico di Isiolo. Abbiamo ri20 30GIORNI N.6 - 2011 cevuto regolarmente la rivista 30Giorni in inglese, la lingua ufficiale del Kenya, e siamo stati molto felici di leggerla ed essere informati delle notizie sulla Chiesa cattolica attraverso questo importantissimo mezzo di informazione. Ora sono di nuovo a casa, perché il vescovo della nostra diocesi di Iglesias ci ha richiamati, a causa della nostra età: io ho 82 anni e il mio confratello 76. Adesso la missione è affidata ai Missionari della Consolata di Nairobi che stanno svolgendo un ottimo lavoro. Ricordo e rimpiango la lettura di 30Giorni, che è stata anche molto utile per imparare l’inglese, e vorrei continuare a ricevere la vostra rivista. Ma, come ero povero nella missione in Kenya, sono povero anche adesso: do aiuto in una grande parrocchia a Carbonia, dove i soldi sono pochi. Se il direttore e voi poteste aiutarmi, potrei celebrare delle messe secondo le vostre intenzioni. Dio benedica tutti voi, le vostre famiglie e il vostro lavoro. padre Giulio Ballocco Lettere dai seminari SEMINARIO GOOD SHEPHERD Sydney, Australia La meditazione sulla santa Pasqua e 30Giorni per i seminaristi australiani Sydney, 28 maggio 2011 Gentile redazione di 30Days, il mese scorso ho ricevuto con immenso piacere una copia della vostra rivista e ora ne è arrivata un’altra! Ve ne sono molto grato. La rivista si presenta molto bene, e anche i suoi contenuti irradiano la bellezza della verità. Sono stato particolarmente colpito dalla meditazione sulla Santa Pasqua intitolata «The Son cannot do anything on his own». È possibile acquistarne cinquanta copie, in inglese, per i nostri seminaristi qui, a Sydney? In che modo posso pagarle? Fatemi inoltre sapere se continuerete a inviarmi la copia mensile di 30Days. Sarei felice di sottoscrivere personalmente un abbonamento, ma forse da voi è previsto l’invio gratuito ai seminari. Sono certo che molti dei nostri seminaristi si abbonerebbero, una volta sacerdoti. Vostro in Cristo, padre Anthony Percy, rettore SEMINARIO ARCIDIOCESANO SANTO CURATO DʼARS DI SEMINARIO SÃO CAMILO MERCEDES–LUJÁN Iomerê, Santa Catarina, Brasile Mercedes, Argentina Grazie dal Brasile 30Giorni in Argentina Iomerê, 9 maggio 2011 Mercedes, 30 marzo 2011 Mi chiamo Juan Cruz Horn e sono un seminarista dell’arcidiocesi di Mercedes–Luján, in Argentina. Sarei interessato ad abbonarmi alla rivista, della quale sono un assiduo lettore, ma il prezzo dell’abbonamento non è alla mia portata. Di fatto, per averla, devo trovare dei numeri in regalo. Vorrei sapere se esiste la possibilità di beneficiare di uno sconto o qualcosa del genere. Ringrazio fin d’ora per l’attenzione a questa richiesta. In Gesù e Maria, Stimati signori, riceviamo regolarmente la vostra eccellente rivista. Grazie mille. L’ultimo numero è arrivato con il libretto-meditazione sulla Santa Pasqua. Meraviglioso. Cogliamo l’occasione per rinnovare i nostri più vivi ringraziamenti e chiedere sempre le vostre buone preghiere per la nostra provincia. Con la più alta stima. Juan Cruz Horn padre Carlos Alberto Pigatto 30GIORNI N.6 - 2011 21 La posta del direttore ARCIDIOCESI DI OLINDA E RECIFE Recife, Pernambuco, Brasile Grazie per i supplementi di ricco contenuto spirituale e teologico Recife, 31 maggio 2011 Illustre signor direttore, nel salutarla, desideriamo ringraziare per il regolare e puntuale invio della rivista 30Dias alla quale dedica i suoi sforzi come direttore, facendone un’eccellente pubblicazione, punto di riferimento per tutti coloro che hanno il piacere di riceverla, spesso accompagnata da supplementi di ricco contenuto spirituale e teologico, come la meditazione sulla Santa Pasqua di don Giacomo Tantardini. La nostra gratitudine e il nostro apprezzamento vanno anche a tutti coloro che generosamente fanno sì che molti possano riceverla gratuitamente. È un segno di comunione e di stima per noi che riceviamo da Dio la missione di pastori della Chiesa del Signore. Onde evitare disguidi, invio il nuovo indirizzo della nostra Curia metropolitana. Rispettosamente, monsignor Antônio Fernando Saburido, osb, arcivescovo metropolita di Olinda e Recife La presente è per ringraziare calorosamente per tutti i numeri ricevuti e per incoraggiarla a continuare questa opera di educazione dell’intelligenza e della fede nella Chiesa. COMPAGNIA DEI SACERDOTI DI SAN SULPIZIO DI MONTRÉAL Montréal, Québec, Canada 30Giorni: opera di educazione dellʼintelligenza e della fede Jacques D’Arcy, pss, superiore provinciale Montréal, 10 maggio 2011 Carissimo signor Andreotti, già da qualche anno ricevo la sua splendida rivista 30Giorni. Mi meraviglio sempre sia della qualità delle informazioni sia della bellissima veste grafica che ci offre la rivista da lei diretta. Lei ci tiene al corrente dei principali avvenimenti della Chiesa universale con i vari articoli sulla spiritualità, sull’arte cristiana, sulla liturgia e con gli articoli di Nova et Vetera. Non posso che felicitarmi e offrirle il mio incoraggiamento perché continui a pubblicare questa rivista che, senza alcun dubbio, produce grandi frutti spirituali nella Chiesa. 22 30GIORNI N.6 - 2011 AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA DEL CONGO Parigi, Francia Richiesta di Qui prie sauve son âme Parigi, 18 maggio 2011 Signor direttore, sono una lettrice appassionata di 30Giorni. Mi congratulo per tutto il lavoro che fate per tenerci al corrente delle notizie riguardanti la Chiesa e il mondo. Le prego di avere la gentilezza di inviarmi quattro copie in francese del libretto Qui prie sauve son âme. La ringrazio dal profondo del cuore, e la saluto cordialmente. Christine Mavoungou DIOCESI DI ASTI Asti “Buona stampa” per lʼospedale di Asti Asti, 17 giugno 2011 Buongiorno, sono un sacerdote della diocesi di Asti, da circa dieci anni cappellano presso l’ospedale della mia città. Ho deciso di scrivere spinto dal desiderio di mettere a disposizione dei circa cinquecento malati dell’ospedale e dei loro familiari un po’ di “buona stampa”. Grazie a Dio la cappella dell’ospedale è in una posizione di passaggio ed è molto frequentata. Da qualche tempo ho messo un espositore dove chi entra può trovare (gratuitamente) riviste e immaginette. L’afflusso di gente è tale che le riviste spariscono in fretta (per finire nelle camere dei malati) e l’espositore resta spesso vuoto. Il budget della cappella non mi permette di fare abbonamenti e per questo ho pensato di chiedere la vostra collaborazione. Qualunque rivista, anche numeri vecchi, è gradita e forse questa opera di bene può diventare anche un modo per far conoscere le vostre pubblicazioni a un pubblico quanto mai vario e in una condizione esistenziale che lo rende molto disponibile al messaggio cristiano. Resto in attesa di una risposta da parte vostra e vi auguro ogni bene nel Signore, don Claudio Sganga Asti, 22 giugno 2011 Ho ricevuto ieri il materiale in omaggio. Grazie ancora per la generosità e la velocità! don Claudio Sganga 30GIORNI N.6 - 2011 23 La posta del direttore RIVISTA LEAVES DEI MARIANNHILL FATHERS italiano, e quindi è chiaro che chi traduce per l’edizione inglese fa un lavoro eccellente! Dearborn, Michigan, Usa padre Thomas Heier, cmm, direttore responsabile Chi traduce per lʼedizione inglese fa un lavoro eccellente PONTIFICIA UNIVERSITÀ CATTOLICA ARGENTINA Dearborn, 22 giugno 2011 “SANTA MARÍA DE LOS BUENOS AIRES” Buenos Aires, Argentina Caro direttore, desidero complimentarmi con lei per i tre articoli a commento della seconda parte del libro di papa Benedetto Jesus of Nazareth, sul numero 3 del 2011 della sua rivista. Gli articoli sono: A look at the Jesus of the Gospels and a hearing of His words, del cardinale Georges Cottier, op; Faithful to the declaration “Nostra aetate”, di Riccardo Di Segni; e The dividing line runs between trust and skepticism, di Rainer Riesner. Rispettivamente da un cattolico, un ebreo e un protestante, gli articoli danno tre prospettive bilanciate ma diverse del pensiero del nostro Papa; e ognuno di loro afferma ciò che lui dice. Non ho trovato nessun’altra rivista da questa parte dell’oceano Atlantico con le stesse analisi bilanciate su questo libro. Mantenete questo eccellente giornalismo. Leggo da più di un anno l’edizione inglese della sua rivista, e devo dire che l’inglese è eccellente. Presumo che la maggior parte degli articoli siano in 30Giorni, Chi prega si salva e il Credo del popolo di Dio in Argentina Buenos Aires, 9 giugno 2011 Stimato signore, sono un sacerdote del clero diocesano e cappellano dell’Università Cattolica Argentina. Le scrivo per chiederle un abbonamento gratuito alla sua prestigiosa rivista, nell’edizione in lingua spagnola. Sarebbe di grande utilità per la formazione di molte persone che incontro nel mio lavoro pastorale, in particolare coppie sposate e giovani. Il motivo della mia richiesta è che non potrei assolutamente pagare un abbonamento. Le chiedo anche alcune copie del libretto Chi prega si salva e del Credo del popolo di Dio di Paolo VI. Chiedendo a Dio che questa mia richiesta possa essere esaudita, la saluto con cordiale stima nel Signore. don Omar Horacio Lorente La copertina del libretto Chi prega si salva in lingua cinese DIOCESI CATTOLICA DI SHANGHAI Shanghai, Repubblica Popolare Cinese Chi prega si salva diffuso in tutta la Cina Shanghai, 15 luglio 2011 Caro Gianni Valente, calorosi saluti da Shanghai! Mi dispiace scriverti una lettera così in ritardo circa la stampa del libro Chi prega si salva in lingua cinese. Eravamo d’accordo, come da vostro suggerimento, che voi avreste sponsorizzato l’intero costo della pubblicazione e distribuzione del libro. A dire il vero, a maggio 2010, abbiamo stampato ventimila copie del libro distribuendole in tutta la Cina. Ogni libro costa 5 yuan (55 centesimi di euro). Abbiamo deciso di stamparne altre ventimila copie. Ma abbiamo bisogno dei soldi che ci avete promesso. Cordiali saluti, Roma, 22 luglio 2011 Caro don Anthony Chen, anche a nome del direttore di 30Giorni, il senatore Giulio Andreotti, le confermiamo che siamo molto contenti di poter contribuire alla stampa e alla diffusione del piccolo libro di preghiere Chi prega si salva in lingua cinese. Lunedì 25 luglio invieremo il nostro contributo (l’operazione bancaria richiederà qualche giorno) quale segno di gratitudine e di comunione. Per la redazione di 30Giorni, don Anthony Chen direttore del Centro di ricerca Guangqi e della tipografia della diocesi di Shanghai Roberto Rotondo direttore responsabile 30GIORNI N.6 - 2011 25 R eportage La moschea di Ortaköy e il ponte sul Bosforo a Istanbul di Lorenzo Biondi na piccola folla se ne sta in attesa davanti alla parete di roccia. È il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo. Siamo poco al di fuori dell’abitato di Antiochia: incastonata nella montagna c’è una facciata di pietre, poi una grotta. Secondo la tradizione i primi cristiani si trovavano qui per pregare di nascosto a causa della persecuzione. Tra di loro gli apo- U 26 30GIORNI N.6 - 2011 stoli Paolo, Barnaba e Pietro, che per primi portarono qui l’annuncio di Gesù. Oggi la “grotta di San Pietro” è stata trasformata in museo, con tanto di ingresso a pagamento. Due guardiani trattengono un centinaio di fedeli che vorrebbe entrare a pregare il santo. L’attesa però non si prolunga per molto. Squilla il telefono: dagli uffici del governatore della provin- cia danno l’ordine di lasciar libero l’ingresso. Arriva anche il vescovo, monsignor Ruggero Franceschini. I due guardiani si fanno da parte, la grotta si riempie di pellegrini. La messa può cominciare. È una scena comune in molte parti della Turchia. Negli ultimi anni le autorità dello Stato hanno iniziato a gestire alcuni edifici di culto abbandonati. Li hanno sottratti al Un modello per il nuovo Medio Oriente Nell’ultimo decennio, in Turchia, le minoranze, anche cristiane, hanno trovato nuovi spazi di libertà. E il partito al potere, l’Akp, ha dimostrato che islam e democrazia non sono inconciliabili. Un esempio per la Primavera araba degrado e, benché durante l’anno si debba pagare un biglietto per visitarli, in occasioni particolari questi “luoghi santi” sono restituiti alla devozione dei fedeli. È una novità, magari piccola, ma è il segno di un cambiamento. Per decenni nella Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk l’esistenza delle minoranze religiose è stata negata. Oggi, pur tra resistenze e contraddizioni, per la piccola comunità cristiana in terra di Turchia si è aperta una stagione nuova e promettente. TURCHIA I segni di un cambiamento L’eredità del passato si sente. Nella capitale Ankara, dominata dai ministeri, è impossibile trovare un edificio con sopra una croce. Le chiese ci sono, ma sono ospitate all’interno delle ambasciate. Su suolo extraterritoriale e nascoste alla vista. Anche di moschee in realtà se ne vedono poche, magari antiche e schiacciate tra i palazzi moderni. Se la libertà dei cristiani in Turchia conosce dei limiti, non è semplicemente per il contrasto tra religioni diverse. Ce lo spiega padre Dositheos, un sacerdote ortodosso del Patriarcato ecumenico di Istanbul: «Cristiani, ebrei e musulmani hanno sempre convissuto in questa terra. Sanno cosa vuol dire la convivenza pacifica. Nei primi decenni della Repubblica turca (fondata nel 1923) il nazionalismo è stato la politica dominante del Paese, ma ha indossato una maschera: l’islam. In realtà dietro quella parola si celava l’idea della nazione turca. In quell’epoca le minoranze hanno perso i loro diritti davanti allo statalismo kemalista. È solo negli ultimi dieci anni che si è iniziato a parlare di libertà religiosa: una novità assoluta». Si procede lentamente, un passo per volta. Lo vediamo a Tarso, città natale di san Paolo, dove arriviamo il 26 giugno, la domenica precedente la festa dei santi Pie- ¬ Monsignor Ruggero Franceschini celebra la messa nella Grotta di San Pietro ad Antiochia 30GIORNI N.6 - 2011 27 R eportage tro e Paolo. La comunità locale ha ricevuto l’autorizzazione a celebrare la messa nella chiesa dedicata all’Apostolo delle genti. Costruito dai crociati nel XII secolo, con l’avvento della Repubblica l’edificio era stato trasformato in un magazzino. Solo da pochi anni, grazie all’insistenza dei padri cappuccini e alla sponda del governo, il monumento è stato pulito e riaperto. Sopra, la facciata della nuova chiesa siro-cattolica di Alessandretta, nella provincia meridionale di Hatay; qui accanto, l’imponente mausoleo di Atatürk ad Ankara Anche in questo caso come museo. Mancano poche ore alla celebrazione: le tre suore “Figlie della Chiesa” che vivono in città hanno appena avuto il permesso di entrare a sistemare la chiesa. Il tempo per i preparativi è poco, si fa tutto un po’ di corsa. E c’è ancora meno tempo al termine della messa per far sparire sedie e paramenti: i fedeli lasciano il posto in fretta ai turisti che pagano il biglietto. Nella “laica” Repubblica di Turchia è lo Stato a controllare che l’attività religiosa non esca dai limiti fissati dalla Costituzione e dalla legge. Le Chiese non hanno riconoscimento legale. Ma da qualche anno a questa parte la situazione delle minoranze religiose è migliorata sensibilmente. Il governo del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) si è mostrato attento alle loro richieste. Non sempre le promesse sono state mantenute, ma la nuova classe dirigente turca ha manifestato una disponibilità al dialogo sconosciuta in passato. E il dialogo in alcuni casi ha dato frutti concretissimi. Il presidente della Fondazione siro-cattolica di Istanbul, Zeki Basatemir, ci racconta di quando andò a protestare perché una vecchia chiesa siriana di Alessandretta – Iskenderun per i turchi – era da anni adibita a cinema a luci rosse. Restituire l’edificio alla sua vecchia funzione era ormai impossibile, ma dopo averlo espropriato il governo lo ha fatto demolire e nel 2010 ha costruito a proprie spese una nuova chiesa. La facciata, fedele al tradizionale stile di queste regioni, racconta di una sensibilità nuova ai problemi dei cristiani. La collaborazione nasce spesso nei rapporti tra persone, ma sta raggiungendo anche il livello delle istituzioni. A settembre prossimo, ad esempio, il municipio di Istanbul pubblicherà insieme alla Santa Sede un volume sulla presenza cristiana nella città nel XVII secolo. Per la prima volta il simbolo di una istituzione turca verrà stampato insieme a quello della Chiesa cattolica. Purtroppo, proprio negli anni in cui le relazioni tra il governo di Ankara e i cristiani sembrano mutare, la piccola Chiesa di Turchia è stata colpita da tragedie come l’assassinio di don Andrea Santoro e di monsignor Luigi Padovese. Per far chiarezza su quegli omicidi ci vorrà ancora del tempo, ma intanto il ¬ TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente Intervista con Bekir Karliga «Cercare la democrazia senza polarizzazioni ideologiche» L’islam si presenta come ultimo anello di una lunga tradizione profetica. Le altre religioni sono parte del suo patrimonio e devono essere difese Il premier turco Erdogan tra i colleghi Evo Morales e Luiz Inácio Lula, in un incontro dell’Alleanza delle civiltà nel 2010 C’ è uno stretto legame tra lʼislamismo moderato dellʼAkp e il dialogo tra religioni. Ne parliamo col professor Bekir Karliga, consigliere del primo ministro Erdogan. Il professore è anche presidente del comitato nazionale turco dellʼAlleanza delle civiltà, un organismo delle Nazioni Unite nato nel 2003 per iniziativa di Erdogan e del premier spagnolo Zapatero. Comʼè cambiato lʼislam politico in Turchia? BEKIR KARLIGA: I fattori religiosi radicati nella memoria collettiva e nella vita quotidiana della società turca – messi da parte alla nascita della Repubblica – sono riemersi dopo la Seconda guerra mondiale, con lʼintroduzione di un sistema democratico e pluralista. I partiti fondati da Necmettin Erbakan e lʼAkp sono due esempi della stessa linea politica. Ma la diversità dellʼAkp è che cerca di implementare i valori democratici senza populismo, senza chiudersi in schematismi ideologici e ricollegandosi alla storia del Paese e alla realtà geopolitica. In politica estera, lʼAkp mira a un nuovo ordine economico e politico in linea coi principi di giustizia universale, equità e solidarietà, in accordo con la comunità internazionale, senza ridursi a satellite di altri Paesi e tenendosi alla larga da polarizzazioni ideologiche pregiudiziali. È unʼipotesi politica valida anche al di fuori della Turchia? I dieci anni di governo dellʼAkp hanno prodotto un cambiamento irresistibile nel Paese e nel mondo. Alla base degli emozionanti eventi che il Medio Oriente sta conoscendo cʼè lʼaspirazione dellʼislam a incontrare la democrazia. Il modello è la Turchia, sotto la guida del premier Erdogan. La religione islamica contempla lʼidea del dialogo tra religioni? Lʼislam si presenta come ultimo anello di una lunga tradizione profetica. Le altre religioni sono parte del suo patrimonio e devono essere difese, anche al di là del dialogo con esse. Il profeta Abramo ha poi una posizione di rilievo: le tre religioni che venerano lʼunico Dio sono rappresentanti di una fede comune. Negli Stati islamici la religione, le tradizioni e i costumi di ebrei e cristiani non devono essere ostacolati. Grazie a questo approccio milioni di persone che appartenevano a oltre venti confessioni religiose ed etnie vissero insieme per secoli nei territori ottomani. Da questo punto di vista lʼesperienza della Turchia può essere importante per la giovane Unione europea, che ha invece una storia di convivenza più breve. Qual è lo stato dei rapporti tra Turchia e Europa? La Turchia ha cercato, in sincerità e buona fede, di stabilire relazioni con lʼUnione europea. Sfortunatamente la Turchia è stata tenuta alla porta, creando scontento nella nostra opinione pubblica. La nazione turca si è stabilita in Europa dal XIV secolo. Nel 1959 fu firmato lʼaccordo di collaborazione tra Turchia e Comunità europea. Oggi lʼUnione si è dimenticata di quella storia. Negli ultimi anni i rapporti tra Oriente e Occidente sono stati letti nellʼottica dello scontro. LʼAlleanza delle civiltà è unʼesperienza controcorrente… È stata una ventata dʼaria fresca per unʼumanità che voleva uscire dal vortice dello “scontro di civiltà”. Ventuno istituzioni internazionali e 106 Stati sono entrati nel gruppo. In Turchia cʼè un comitato nazionale da me coordinato che studia il dialogo tra culture, religioni e civiltà nel Paese. A Istanbul è stato creato un “Istituto dellʼAlleanza delle civiltà”, in cui studenti di diverse nazionalità potranno ottenere una formazione di alto livello, per diffondere una cultura di pace e tolleranza nel Paese e nel mondo. L.B. 30GIORNI N.6 - 2011 29 R eportage potere politico ha voluto dimostrare la sua vicinanza agli amici delle vittime. Monsignor Franceschini, arcivescovo di Smirne e amministratore pro tempore del vicariato apostolico dell’Anatolia, ci racconta di come il ministro della Giustizia Sadullah Ergin sia accorso a Iskenderun per il funerale del vescovo ucciso. «Mi chiese se volevamo qualcosa da loro», ricorda monsignor Franceschini. «Gli risposi che volevamo solo sapere la verità, nient’altro». A poco più di un anno di distanza si sta per aprire il processo contro l’assassino del prelato e gli eventuali mandanti. In molti ci testimoniano la sollecitudine delle autorità nel volere che la giustizia faccia rapidamente il proprio corso. Laddove, in altri tempi, ci si sarebbe aspettata indifferenza se non aperta ostilità. Il falso mito dell’islamizzazione «La minoranza cristiana in Turchia nutre la speranza che nel corso del terzo mandato del partito di gover- Tradizione e modernità convivono sulle sponde del Bosforo. Nella foto, i quartieri finanziari di Istanbul fanno da contorno a una moschea, nella parte asiatica della città no le questioni pendenti, necessarie per i diritti della minoranza, possano finalmente raggiungere il traguardo auspicato». A parlare è monsignor Antonio Lucibello, nunzio apostolico presso la Repubblica di Turchia. «Esistono già dei segni eloquenti che vanno in questa direzione». Il risultato delle elezioni del 12 giugno scorso verrà ricordato come uno spartiacque della storia turca. L’Akp di Recep Tayyip Erdogan ha conquistato il 50 per cento dei voti, un risultato senza precedenti. A farsi un giro per le periferie di Istanbul si capisce uno dei motivi di questo trionfo. I di- Intervista con Louis Pelâtre «Quest’aria nuova che si respira in Turchia» Il vicario apostolico di Istanbul racconta la vita delle comunità cristiane in un Paese che cambia «È per via della “laicità” turca, non dellʼislam, che la Chiesa non può esistere ufficialmente». Sua eccellenza monsignor Louis Pelâtre, vicario apostolico di Istanbul, ci descrive la situazione della comunità cristiana in Turchia vista dalla metropoli sul Bosforo. Come stanno cambiando le condizioni di vita dei cristiani di Turchia? LOUIS PELÂTRE: Un cambiamento evidente. Da un lato perché la comunità cattolica ha cambiato “faccia”: è arrivato un gran numero di immigrati dalle Filippine, dai paesi dellʼAfrica, mentre il numero dei “levantini” va diminuendo. Vanno via da qui, alla volta della Francia e di altri Paesi europei. Chi parte si aspetta di avere vita più facile in un Paese “cristiano”… Che poi, oggi, quale Paese può dirsi cristiano? Quando arrivai 30 30GIORNI N.6 - 2011 in Turchia quarantʼanni fa si respirava aria di xenofobia. Oggi per le minoranze alcuni problemi rimangono, ma altrove è diverso? Se in Francia un immigrato che si chiama Mohammed cerca lavoro, ha le stesse possibilità degli altri di trovarlo? In Occidente – specie dopo la morte di monsignor Padovese – si è sentito parlare di una cristianità “assediata” in Turchia. È vero? È stata una tragedia, ma non penso che si sia trattato di un fatto dovuto al diffondersi di un sentimento anticristiano. Si parla di un movimento sotterraneo nello Stato turco, che agirebbe contro lʼattuale governo e che è emerso con lʼaffare Ergenekon. Ma a oggi è davvero difficile capire le cause di quellʼassassinio. Cʼè chi sostiene che la Turchia sia oggi un Paese meno “laico” e quindi meno sicuro per i cristiani… TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente stretti finanziari scintillano di grattacieli di recente costruzione. Nei nuovi quartieri popolari si ammucchiano i palazzoni, in mezzo a un mare di gru e cantieri. L’economia gira, la classe media si dilata e accresce il proprio benessere. Il portafoglio però non può bastare a spiegare il successo del partito. «L’Akp è diventato la voce della gente musulmana dimenticata dal processo di modernizzazione della Turchia». Ce lo spiega Rober Koptas, giovane direttore del setti- manale in lingua armena di Istanbul, Agos. Per decenni la Turchia “laica” ha guardato alla religione come a una zavorra. Modernità – si diceva – corrisponde a secolarizzazione. Un messaggio che i turchi di fede musulmana hanno spesso faticato ad accogliere. «Oggi quella parte della società è entrata a sua volta in un processo di modernizzazione», prosegue Koptas. «L’Akp vuole dimostrare che anche i musulmani possono essere dei veri democratici». Non è la prima volta che un partito di ispirazione islamica arriva al potere. Era successo da ultimo nel 1996, quando alla guida del governo era andato Necmettin Erbakan. Nel suo Partito del Benessere erano in molti a sostenere l’introduzione della legge islamica, la sharia, e Mustafa Kemal Atatürk ritratto in preghiera con altri ufficiali dell’esercito. Immagini come questa si trovano in molte sedi dell’Akp Non sono dʼaccordo. Sono francese e conosco il lato “duro” della laicità: nella mia Bretagna era vietato costruire scuole cattoliche. E rammento che la laicità di Atatürk prese spunto da quella francese: la religione venne fortemente osteggiata, anche quella musulmana. Venne assorbito solo il suo aspetto identitario, culturale. Erdogan è tuttʼaltro che un fanatico, è un politico intelligente: ha capito che bisogna rivolgersi al popolo per quello che è, non per come lo si immagina. Per quanto riguarda i cristiani, è per via della “laicità” turca – non dellʼislam – che la Chiesa cattolica non può esistere ufficialmente nel Paese. Non mi pare che il problema per i cristiani venga dal fatto che alle ragazze è consentito di portare il velo allʼuniversità… Si aspetta passi in avanti sul riconoscimento ufficiale della Chiesa? Allo stato attuale è impossibile che lo Stato riconosca la Chiesa: è contro la Costituzione, che non riconosce nessuna religione, neppure lʼislam. Pare che ora il premier Erdogan voglia cambiare le cose. Lui stesso ha sofferto di questa situazione, quando era sindaco di Istanbul: finì in carcere per «attacco alla laicità», avendo citato un poeta che definiva i minareti «le nostre baionette». Tanti guai per una citazione: un poʼ come il Papa a Ratisbona… Prima di quel fatto Erdogan e io ci eravamo incontrati diverse volte, e poi dalla prigione inviò qualche biglietto anche a me, come a tutte le personalità pubbliche della città. Ci sono molti che ancora oggi osteggiano il cambiamento che lui auspica; ma è stata la il premier stesso aveva stretti contatti con alcune confraternite “sufi” (cioè di mistici musulmani) note per il loro sostegno all’islamizzazione dello Stato. A meno di un anno dalla nascita di quel governo, i militari intervennero pesantemente nel gioco politico. Nel giugno del 1997 Erbakan fu costretto alle dimissioni. La Corte costituzionale mise poi fuorilegge il suo partito. Fu allora che un gruppo di politici della “nuova generazione”, tra cui Erdogan e Abdullah Gül, intuì la necessità di una frattura col passato. Come le Dc europee L’ispirazione islamica rimane, ma cambia segno. Cresce ad esempio l’influenza delle associazioni per il dialogo che si ispirano al filosofo Fethullah Gülen. Cemal Usak – vicepresidente della Fondazione dei giornalisti e degli scrittori, creata dallo stesso Gülen – racconta: «Fino a fine degli anni Novanta la maggior parte dei politici musulmani credeva che il proprio dovere ¬ democrazia a portarci alla situazione attuale e il risultato del voto va rispettato. La Turchia può rappresentare un “modello” di convivenza tra islam e democrazia? Si parla di “modello turco” e già questo è interessante. Si può non essere dʼaccordo con tutto quello che Atatürk ha fatto, ma la laicità della Turchia ha avuto unʼinfluenza straordinaria in Medio Oriente. Oggi la Turchia sembra aver trovato un nuovo equilibrio, ma il passaggio al di là di quella laicità “dura” non è ancora finito. L.B. Offertorio nella chiesa di Sant'Antonio di Padova, a Istanbul 30GIORNI N.6 - 2011 31 R eportage fosse quello di istituire uno Stato islamico. Intorno al 2000 iniziarono a capire che la forma di Stato non si può imporre, ma dipende dal consenso degli elettori. Erdogan fu in grado di vincere solo quando comprese che serviva una versione di islam politico adatta ai bisogni della Turchia». Alper Dede, politologo dell’Università Zirve di Gaziantep, ricostruisce per noi i primi anni del partito di Erdogan. Sono dinami- proviene da partiti conservatori di matrice laica». A differenza dei suoi predecessori, Erdogan cerca una sintesi tra la Turchia laica e quella religiosa. Nelle sedi dell’Akp campeggia l’immagine di Mustafa Kemal Atatürk. Spesso però si sceglie la foto che lo ritrae assorto in preghiera coi suoi compagni, le palme rivolte al cielo. A simboleggiare che le due Turchie sono tutt’altro che incompatibili. lamento, nelle università, ed è molto “sano” che lo voglia». L’idea dell’islamizzazione della società, numeri alla mano, non regge. In uno studio promosso dal pensatoio Tesev – un’istituzione finanziata in massima parte dall’Open Society Institute di George Soros – si mostrava che dal 1999 a oggi il numero delle donne che portano il velo è diminuito. Non il contrario, come la stampa europea spesso riporta. Contemporaneamente una mag- Fedeli in preghiera nella grande moschea di Solimano a Istanbul Una bambina musulmana nel quartiere di Fatih a Istanbul «Gli occidentali che guardano all’Akp», ci dice Rober Koptas del settimanale Agos, «vedono dei musulmani e hanno paura. Io, da armeno, non ho paura dell’Akp. È ridicolo sostenere che l’Akp voglia introdurre la sharia. Sono semplicemente musulmani, musulmani praticanti, come la gran parte della popolazione di questo Paese. Quella parte del Paese vuole essere presente in Parlamento, nelle università, ed è molto “sano” che lo voglia» che che ricordano l’origine delle Democrazie cristiane europee: «Alla nascita dell’Akp, nel 2001 confluiscono nel partito personalità di diversa provenienza. Il vertice del partito si sente vicino alle odierne Dc. Sono politici per lo più di centrodestra, ma non solo. Molti arrivano dalla tradizione islamista di Erbakan, altri sono decisamente più moderati. Qualcuno 32 30GIORNI N.6 - 2011 «Gli occidentali che guardano all’Akp», ci dice ancora Rober Koptas, «vedono dei musulmani e hanno paura. Io, da armeno, non ho paura dell’Akp. È ridicolo sostenere che l’Akp voglia introdurre la sharia. Sono semplicemente musulmani, musulmani praticanti, come la gran parte della popolazione di questo Paese. Quella parte del Paese vuole essere presente in Par- gioranza di turchi pensa che l’attitudine generale della società nei confronti della religione sia cambiata, e sia cambiata per il meglio. Il conflitto tra le due metà della Turchia – secolare e religiosa – certamente non si è esaurito. La tensione è tornata a salire nel 2007, quando Abdullah Gül venne eletto presidente della Repubblica. Per qualche tempo sembrò che una TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente componente dell’esercito fosse pronta a rientrare pesantemente sulla scena politica. Fu l’anno degli omicidi di Hrant Dink, giornalista armeno allora direttore di Agos, e di don Andrea Santoro. In altri tempi la tensione tra laicisti e islamici avrebbe condotto i militari a intervenire per ristabilire l’ordine. Ma il colpo di Stato non ci fu. Era il segno che il clima stava cambiando – nel Paese come anche al suo esterno. Il “modello turco” Nel 2002 era difficile immaginare che l’Akp potesse imprimere una svolta così significativa alla politica turca. In elezioni sorprendenti, nessuno dei partiti di governo fu in grado di superare la soglia di sbarramento del 10 per cento e di entrare in Parlamento. Ci riuscirono appunto solo il partito di Erdogan (Akp) e i kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp). Gli isla- mici moderati si trovarono, con il 35% dei voti, a controllare i due terzi del Parlamento. «L’Akp era un partito nuovo», commenta ancora il professor Dede, «con esperienza solo nelle amministrazioni locali». Erdogan, il suo leader, non si era neppure potuto candidare: quattro anni prima un tribunale lo aveva bandito «a vita» dalla politica per «incitamento all’odio religioso». In un comizio aveva citato una poesia turca di inizio Novecento: «Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati». Fu eletto solo nel 2003, dopo una modifica alla legge da parte del Parlamento. In queste condizioni non erano molti a scommettere sulla durata dell’esperimento-Akp. «Nei primi anni di quel governo», ci racconta ancora Dede, «parlai con molti Il lungomare di Alessandretta. È comune in Turchia vedere donne vestite “all’occidentale” che camminano accanto a donne velate esponenti egiziani della Fratellanza musulmana che erano scettici rispetto a quanto avveniva in Turchia. La svolta nella credibilità del partito è arrivata con l’inizio del processo Ergenekon», e cioè ancora una volta nel 2007, quando emerse che alcuni ufficiali dell’esercito pianificavano un colpo di Stato e finirono alla sbarra per questo. È allora che «l’Akp ha dimostrato di poter avere la meglio sulla vecchia burocrazia secolarista». Oggi molti giovani politici della Fratellanza vengono in Turchia per imparare dall’Akp. Di “modello turco” si discute quasi ogni giorno sui giornali turchi e dell’area mediorientale. Certo, i modelli politici sono difficili da esportare. Lo ricorda Cemal Usak, a partire dalla vicenda stessa del suo Paese: «Negli anni Settanta c’erano gruppi di intellettuali turchi che cercavano di importare versioni “arabe” dell’islam. L’unico esito fu di produrre radicalismo». Lo stesso può valere a ruoli invertiti: «Democrazia e diritti umani sono valori universali che valgono in ogni Paese, ma ogni Paese deve adattare quei valori al proprio contesto». Anche Rober Koptas ci mette in guardia rispetto alle semplificazioni: «Quando si parla di modello turco, bisogna capire cosa si intende. Il modello è la democrazia, non la Turchia in quanto tale. Se il modello fosse la Turchia come è stata fino ad oggi – una democrazia “protetta” dalle armi dell’esercito – allora no, grazie. Ma quello che succede ora nel Paese sta dimostrando qualcosa a chi diceva: “islam e democrazia sono incompatibili”». Oggi il Medio Oriente guarda alla Turchia con interesse. In gran parte è merito del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, riconfermato al suo posto dopo le elezioni. La politica dello «zero problemi coi vicini» ha creato intorno al Paese un clima favorevole alla collaborazione. Non solo in campo politico: le esportazioni turche nei Paesi limitrofi aumentano a ritmo forsennato. L’afflusso di turisti è in crescita costante. Ankara esporta cultura, oltre che merci. Questo soft power, “potere leggero”, non è rimasto inosservato in Europa. E tra gli europeisti più ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 33 R eportage La chiesa di San Giorgio, all’interno del Patriarcato ecumenico di Istanbul smaliziati, sono in molti a proporre di non perdere l’occasione storica di avvicinare Oriente e Occidente. Dopo il voto di giugno Erdogan ha voluto mostrare di essere ancora interessato al dialogo con l’Unione europea, istituendo un Ministero apposito sotto la guida di Egemen Bagis. Ma il negoziato è fermo. I suoi capitoli più delicati sono stati bloccati. Invece di fare pressione su temi importanti – come la tutela dei diritti delle minoranze – Bruxelles si è chiusa in un no che sulle rive del Bosforo appare ideologico. Riforme e compromessi Perché, quanto a tutela delle minoranze religiose, c’è ancora molto su cui lavorare. La Costituzione attualmente in vigore afferma che la libertà religiosa può essere esercitata solo finché non viola il principio della laicità dello Stato. La legge turca non riconosce l’esistenza delle Chiese cristiane. Emre Öktem, professore di Diritto internazionale all’Università Galatasaray, a Istanbul, ci aiuta con un esempio: «Il patriarcato ortodosso di Istanbul non gode di personalità giuridica. Tecnicamente il patriarca stesso è un semplice impiegato che lavora per la fondazione che gestisce la chiesa di San Giorgio». Le “fondazioni” sono le sole istituzioni religiose ammesse dalla legge. Ma fino a tempi recenti la loro esistenza è stata sottoposta a pesanti restrizioni. «Una legge del 1936 vietava l’acquisto di proprietà o il diritto di eredità per le fondazioni religiose», continua il professore. Se un fedele donava una proprietà alla Chiesa, la donazione era nulla. «Nel 2002», prosegue Öktem, «una modifica alla legge sulle fondazioni venne inserita nei pacchetti di armonizzazione creati nel contesto del riavvicinamento tra la Turchia e l’Unione europea. È la prima legge che consente gli acquisti di proprietà da parte delle fondazioni. Dal 2008 poi una nuova legge consente anche la restituzione delle proprietà espropriate in passato da parte dello Stato». Le strette di mano del premier Erdogan ai leader religiosi del Paese non sono stati gesti puramente simbolici. Padre Dositheos, al Patriarcato ecumenico di Istanbul, ci racconta l’incontro tra il capo del governo e sua santità Bartolomeo I. Era il 15 agosto del 2009. Uno dei problemi che più assillavano la comunità ortodossa in quel momento era la questione della cittadinanza dei vescovi. «Per la legge turca è necessario che tutti i vescovi che lavorano in Turchia per il patriarcato siano cittadini turchi. Solo un piccolo numero dei vescovi ortodossi lo era. In quell’occasione Erdogan promise di dare loro il diritto di cittadinanza, per lavorare qui e in prospettiva anche venire eletti patriarchi». Mantenendo quella promessa il premier ha aiutato il Sinodo ortodosso a sopravvivere. La benevolenza del potere verso le minoranze si è manifestata spesso in “favori” di questo genere. Più volte però sentiamo dire che i favori – per quanto ben accetti – non possono bastare. È necessario anche che alcuni diritti vengono formalizzati. L’avvocatessa Kezban Hatemi, che da anni si occupa dei problemi delle minoranze, ci parla dell’ipotesi che Ankara firmi dei concordati con le varie Chiese cristiane, sul modello degli Stati europei e della Germania in particolare. È una proposta molto avanzata, lontana dalla situazione concreta. «Per la legge turca è necessario che tutti i vescovi che lavorano nel Paese siano cittadini turchi. Erdogan ha concesso la cittadinanza a molti vescovi ortodossi, aiutando così il Sinodo a sopravvivere» 34 30GIORNI N.6 - 2011 TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente Ankara, mausoleo di Atatürk: un bambino gioca a imitare i soldati di guardia. Il ruolo dell’esercito nel Paese è cambiato radicalmente negli ultimi anni Per qualche tempo ancora potrebbe essere necessario accontentarsi dei favori. Anche altre questioni delicatissime rimangono insolute. Come quella del seminario ortodosso sull’isola di Heybeliada, nel mar di Marmara. La Costituzione turca impone che ogni insegnamento religioso sia sottoposto al controllo dello Stato. In questa situazione, è impossibile per le Chiese cristiane seguire i giovani con la vocazione al sacerdozio. Commenta ancora padre Dositheos: «Sua Santità e il Sinodo sono convinti che davvero il premier Erdogan voglia trovare una soluzione al problema. Ma lo Stato – ad Ankara – pone resistenza. Aspettiamo l’anno prossimo, con la nuova Costituzione». Sono tante le aspettative che si coagulano intorno alla promessa fatta dall’Akp di una riforma costituzionale. Ma nonostante l’enorme successo elettorale, il partito di governo non dispone della maggioranza necessaria a cambiare la Costituzione in modo unilaterale – cioè senza collaborare con altre forze politiche e senza chiedere il parere del popolo attraverso il referendum. La nuova Carta non potrà che essere frutto del compromesso tra forze diverse, e in primo luogo tra l’esecutivo e i candidati indipendenti eletti con l’appoggio del partito della minoranza curda. Tra di loro c’è anche Erol Dora, il primo cristiano a entrare in Parlamento in oltre cinquant’anni. Appartenente alla minoranza siriaca, da avvocato Dora ha assistito spesso le comunità cristiane. Lui però ci tiene a ricordare di essere stato eletto con i voti di «musulmani e cristiani». Una rappresentanza non “settaria” ma volta a dar voce a tutte le minoranze del Paese nel processo di riscrittura della Costituzione. «La tolleranza non basta. Però…» Le strette di mano, l’elezione di un cristiano, il linguaggio politico che si modifica. Torniamo ancora alle parole di Rober Koptas di Agos: «Fino a oggi nel “discorso pubblico” turco gli armeni e i cristiani sono stati considerati dei nemici, ma quel discorso sta cambiando». La questione delle minoranze viene ancora affrontata in termini di “tolleranza”, è vero. «Per me», prosegue Koptas, «la tolleranza non è l’ideale, il punto d’arrivo. Fino a oggi, però, i nazionalisti vedono greci, armeni, ebrei come pericoli per la nazione, a confronto, la tolleranza è un bene». Discutiamo anche del genocidio degli armeni del 1915. Per ¬ Le rovine dell’antica Basilica della Madonna di Efeso, la prima chiesa del mondo dedicata alla Vergine Maria. Al suo interno, nel 431, si tenne il Concilio che proclamò Maria “Madre di Dio” R eportage decenni nelle scuole turche si è insegnato ai bambini che quegli eventi non sono mai accaduti; l’opinione pubblica non può cambiare idea da un giorno all’altro. Ma «se la Turchia diventa una democrazia compiuta, se diventa possibile parlare apertamente di questi problemi, a quel punto un governo sarà in grado di riconoscere il massacro degli armeni». Il cambiamento di mentalità è già in atto e sembrano essersene accorti anche dalle parti del Chp, principale forza d’opposizione. L’attuale leader, Kemal Kiliçdaroglu, sta insistendo sulla necessità di prestare orecchio al problema della minoranza curda e di rivolgersi anche alla Turchia più religiosa. Ma le resistenze all’interno del suo stesso partito sono forti e non è chiaro se Kiliçdaroglu riuscirà a connotare il partito in modo meno nazionalista e più vicino ai partiti socialdemocratici europei. Ma che si facciano discorsi del genere è già un segnale significativo. Così, il ruolo dell’esercito nella vita politica turca sta cambiando. Bleda Kurtdarcan, dell’Università Galatasaray, è un esperto di faccende militari. Oggi i ricercatori come lui possono accedere ai bilanci dell’esercito, studiarne le strutture. Anni fa sarebbe stato impensabile. Il caso Ergenekon però è ancora aperto. Secondo la procura che ha indagato su questa struttura segre- Donne musulmane escono dal santuario della Casa di Maria, a Efeso Due giovani accendono un cero a sant’Antonio di Padova nella chiesa di Istanbul dedicata al santo 36 30GIORNI N.6 - 2011 ta, nel 2007 un gruppo di ufficiali dell’esercito pianificò alcuni omicidi eccellenti per fomentare la paura che la Turchia si stesse trasformando in uno Stato islamico. Tra questi, quello del giornalista armeno Hrant Dink, di don Andrea Santoro e di tre cristiani evangelici. Secondo alcuni osservatori – tra cui i reporter del settimanale Agos – anche l’omicidio di monsignor Luigi Padovese andrebbe ricollegato a quella trama. E nelle ultime settimane, dalle carte del processo, è emerso che i golpisti puntavano a uccidere anche il patriarca ecumenico Bartolomeo I. Il complotto fallì. L’intervento dei soldati, che nei piani dei golpisti avrebbero dovuto intervenire per “ristabilire l’ordine”, non trovò TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente Ad Antiochia padre Domenico Bertogli ci racconta che le donazioni effettuate all’ufficio della Caritas locale arrivano in parte da benefattori musulmani. La Caritas aiuta i bisognosi a prescindere dalla loro fede. I musulmani lo sanno, e mostrano la loro riconoscenza con gesti concreti il sostegno necessario, né in Turchia né all’estero. E le comunità cristiane, vittime di quell’aggressione, continuano a sperare di poter vivere in pace nella terra santa di Turchia. Una presenza discreta A pensare alle tragedie degli ultimi anni, ci si aspetterebbe che i cristiani vivano ormai segregati. La realtà è più complessa. Il 13 giugno è la festa di sant’Antonio di Padova. Visitiamo la chiesa di Istanbul dedicata al santo; la facciata neogotica affaccia su Istiklal Caddesi, una delle strade dello shopping, del turismo, della vita notturna. Anche nella chiesa c’è un viavai continuo; e solo alcuni dei passanti che entrano sono cristiani. Si guardano intorno con curiosità, osservano le statue dei santi, chiedono informazioni. Qualcuno accende un cero, si ferma a pregare. Tra di loro ci sono anche musulmani, donne col velo in testa. A sant’Antonio chiedono piccole grazie: far pace dopo una lite, la serenità in famiglia. La santità di Antonio è riconosciuta da tutti, a prescindere dalle divisioni confessionali. I n Tu r c h i a c o n v i v o n o d u e realtà opposte. Da un lato, gli episodi di teppismo ai danni dei religiosi. È difficile cancellare decenni di propaganda nazionalista contro i “missionari” cristiani – accusati di essere l’avanguardia dei colonizzatori occidentali. Dall’altro, i rapporti di amicizia nati dalla frequentazione tra cristiani e musulmani. Le suore di Ivrea che gestiscono la scuola italiana di Smirne ci descrivono la stima che la gente del posto ha nei loro confronti: molti dei loro studenti non sono cristiani. Ad Antiochia padre Domenico Bertogli ci racconta che le donazioni effettuate al piccolissimo ufficio della Caritas locale arrivano in parte da benefattori musulmani. La circostanza non deve sorprendere: la Caritas aiuta i bisognosi a prescindere dalla loro fede. I musulmani lo sanno, e mostrano la loro riconoscenza con gesti concreti. Negli ultimi tempi però l’organizzazione sta attraversando un momento difficile: nel passato, grazie alla copertura del Vaticano, la Caritas figurava come istituzione legata a un Paese straniero, mentre oggi l’associazione è soggetta alla legge turca sulle fondazioni religiose. In quanto tale non è autorizzata a detenere delle proprietà ed è quindi costretta a intestarle alle persone fisiche che lavorano per lei. Ad esempio, a monsignor Padovese, prima della sua tragica morte; allo stato attuale però i beni intestati al vescovo sono stati congelati dallo Stato, che si rifiuta di restituirli alla Caritas. Un problema che non si sarebbe verificato se fosse intervenuta una tutela “internazionale”. Sono poveri mezzi quelli della Caritas di Turchia, ma a volte basta poco per dare una testimoIl miracolo delle nozze nianza di fede. «Se si guardi Cana nei mosaici da ai numeri», ci dice il della chiesa di San nunzio, monsignor AntoSalvatore in Chora, nio Lucibello, «la nostra a Istanbul presenza in Turchia è minima: siamo come una ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 37 R eportage La campana della chiesa dei Santi Pietro e Paolo, ad Antiochia, e, sullo sfondo, un minareto Monsignor Ruggero Franceschini tra alcuni sacerdoti «Quando arrivi qui capisci che non si tratta di fare o dire qualcosa in particolare. Basta stare qui, in questa terra santa dove hanno vissuto gli apostoli, e affidarsi al Signore» piccola parrocchia di un paesino occidentale. Eppure la nostra testimonianza discreta porta frutto, c’è stima e seguito». Se si dovesse “misurare” lo stato di salute della Chiesa locale contando le teste, lo scenario sarebbe triste. E invece a vedere la gente di qui la felicità che scaturisce dalla fede è un fatto evidente. «Non c’è bisogno di una presenza chiassosa», continua monsignor Lucibello, «a suon di tamburi battenti. Invece è fondamentale una testimonianza di vita, che non si impone con lo spettacolo». Una suora, partita dall’Italia ai tempi della morte di Padovese, ci confessa le sue preoccupazioni all’arrivo in Turchia. «Senza poter indossare gli abiti da religiosa, senza poter insegnare religione a scuola, pensavo: ma cosa ci vado a fare lì! Io che in Italia ero abituata ad andare a tutte le manifestazioni… Quando arrivi qui capisci che non si tratta di fare o dire qual38 30GIORNI N.6 - 2011 cosa in particolare. Basta stare qui, in questa terra santa dove hanno vissuto gli apostoli, e affidarsi al Signore». L’esperienza della Chiesa di Turchia è tutta qui. È l’aria di casa che si respira in mezzo ai bambini nel cortile di padre Domenico, ad Antiochia. Oppure a Tarso, quando i religiosi pranzano insieme alla gente arrivata dai paesi vicini per festeggiare san Paolo. Padre Roberto, ottantacinque anni di cui più di sessanta qui in Turchia, allunga una banconota a una famiglia che non può pagarsi il viaggio per tornare a casa. Le suore del posto, durante il pasto, indicano a monsignor Franceschini una coppia di sposi o un bambino, lo aggiornano sui matrimoni e le nascite. Ci si potrebbe chiedere: con così pochi cristiani, i preti in Turchia cos’hanno da fare? Il lavoro a dire il vero non manca mai, tra i bisogni della gente del posto e l’acco- glienza dei pellegrini. Ma «non si tratta di fare qualcosa». Basta stare qui, custodire questa terra santa. Santa perché ci nacque Paolo, ci vissero Barnaba e Pietro. San Giovanni è sepolto a Efeso, sotto le rovine di una basilica affacciata sul mare. La Madonna, che secondo la tradizione seguì Giovanni in questi luoghi, qui si “addormentò” e fu assunta in cielo. I padri cappuccini amano ricordare il consiglio di san Francesco ai frati che partivano alla volta dell’Asia Minore. Ci sono due modi di fare missione: «Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani». La testimonianza discreta. «L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio». Attenti alle cose del mondo, capaci di seguire e raccogliere quanto di buono accade intorno a loro. q COPERTINA Il ritorno alla semplicità della fede cattolica di Giovanni Cubeddu ncontriamo il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington, il 29 giugno presso il centro pastorale della diocesi. I Eminenza, lei è il vescovo della diocesi di una capitale così importante, che è ancora la “capitale del mondo”. Leggendo le sue lettere pastorali si resta colpiti dal fatto che lei si rivolge sempre alle persone che si sono allontanate. Sembra essere questa la sua principale sollecitudine. DONALD WUERL: È ciò di cui consiste la nuova evangelizzazione, ed è il motivo per cui nell’arcidiocesi di Washington abbiamo fatto della nuova evangelizzazione il nostro obiettivo. È la lente attraverso cui vogliamo vedere tutto quello che facciamo, invitando la gente a tornare alla fede e invitando i giovani a iniziare a stimare, capire e vivere la nostra fede cattolica. La ragione per cui ho scritto la lettera pastorale sulla nuova evangelizzazione lo scorso anno Disciples of the Lord: sharing the vision (Discepoli del Signore: la condivisione di una visione) è stata precisamente l’esistenza di una generazione di cattolici che sono battezzati ma non sono praticanti. Si tratta in massima parte di cattolici che hanno ricevuto una catechesi assai misera durante gli anni Settanta e Ottanta, e in parte anche Novanta. Abbiamo vissuto negli Stati Uniti un periodo in cui non c’era una chiara attenzione a ciò che veniva insegnato e ai testi catechistici e teologici che venivano forniti per l’istruzione dei nostri giovani. Il risultato è che, unitamente all’influenza della rivoluzione culturale 40 30GIORNI N.6 - 2011 degli anni Sessanta e Settanta, molti cattolici hanno semplicemente smesso di venire in chiesa. Si considerano cattolici ma non partecipano alla vita della Chiesa. Quando papa Giovanni Paolo II cominciò a parlare così insistentemente del bisogno di una nuova evangelizzazione, e noi iniziammo a comprendere quanto fosse importante invitare la gente a tornare, e quando poi papa Benedetto XVI istituì il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, in questa arcidiocesi decidemmo che l’evangelizzazione sarebbe stata il cuore di tut- anni consecutivi. Abbiamo semplicemente fatto in modo che nella comunità chiunque – cattolico, non cattolico, chiunque – sapesse che il sacramento della confessione è una cosa che i cattolici fanno e che in ognuna delle nostre chiese, ogni mercoledì di Quaresima, dalle 6.30 alle 8.00 di sera, c’è un prete in attesa di ascoltare le confessioni e di dire “ben tornato!”. Così abbiamo reclamizzato sulla metropolitana, alla radio, sugli autobus e con i cartelloni pubblicitari questo invito a tornare a casa. Ora, in altre diocesi del Paese e in Canada hanno ripreso quest’iniziativa. L’arcivescovo Donald Wuerl in visita alla scuola Sant’Agostino, nel febbraio 2010. La scuola, fondata nel 1858, è la più antica di Washington per bambini afroamericani ti i nostri tentativi. Vogliamo assicurarci che coloro che si sono allontanati siano chiamati a ritornare. Un esempio è questo invito al sacramento della confessione che abbiamo chiamato “The light is on for you” [La luce è accesa per te, ndr]. Nel tentativo di riproporre il sacramento della riconciliazione abbiamo offerto la possibilità di accostarsi al sacramento della confessione in tutte le parrocchie dell’arcidiocesi durante la Quaresima, per cinque Lei è molto immediato e concreto nelle sue catechesi. Nella sua lettera pastorale God’s mercy and loving presence (La misericordia di Dio e la presenza amorosa) ha suggerito ai sacerdoti, ai religiosi e ai laici dell’arcidiocesi di continuare con le confessioni e ha anche consigliato al popolo di partecipare insieme all’adorazione eucaristica, seguendo l’esempio di sant’Alfonso Ma- STATI UNITI. Intervista con il cardinale Donald Wuerl Il Credo degli apostoli, il sacramento della confessione, l’adorazione dell’Eucaristia, l’invito ai lontani a ritornare alla Chiesa. Conversazione con l’arcivescovo di Washington cardinale Donald Wuerl Il cardinale Wuerl nella Basilica del Santuario nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington ria de’ Liguori, che lei cita nei suoi scritti. È stato come se lei dicesse: «I sacramenti sono la risposta». Assolutamente sì, e quando noi vescovi degli Stati Uniti ci siamo riuniti qualche anno fa, abbiamo detto che occorreva fissare delle priorità per la Chiesa del nostro Paese. E davvero, la prima delle priorità, su cui tutti noi ci siamo trovati d’accordo, è evangelizzare e fare catechesi sui sacramenti, riportare la gente ai sacramenti. È una cosa di tale buon senso... Gesù, il Verbo incarnato, quando si preparava a tornare al Padre nella gloria, stabilì una Chiesa che gli assomigliasse, che fosse spirituale e visibile, che avesse lo Spirito Santo benché fosse fatta di esseri umani. Il Concilio Vaticano II parla della Chiesa come del grande sacramento. Gesù ha istituito i sacramenti così che a Lui fosse possibile toccarci, e noi potessimo toccarlo. Tra tutti questi grandi momenti di incontro, al vertice c’è l’Eucaristia. Gesù ha detto: «Fate questo in memoria di me». E noi abbiamo capito che ogni volta che l’avessimo fatto, Lui sarebbe stato con noi. Credo che i nostri giovani si rendano conto che questo non soltanto è semplice, ma è vero. Ciò che oggi chiediamo di fare ai nostri giovani è dare la risposta che Pietro diede quando Gesù domandò ai discepoli: «Voi chi dite che io sia?». Questa è la domanda che rivolgiamo ai nostri ragazzi: «Voi chi dite che sia Gesù?». Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Stiamo aiutando i nostri giovani a fare la medesima professione di fede – a dire a Gesù Cristo «tu sei il Figlio di Dio, io credo in te». E ci accorgia- ¬ Biografia N ato a Pittsburgh, in Pennsylvania, 71 anni fa, Donald William Wuerl viene ordinato sacerdote nel 1966, dopo aver studiato, tra lʼaltro, al Pontifical North American College, il seminario americano di Roma. È nominato vescovo nel gennaio 1986 da papa Giovanni Paolo II. Dopo due anni a Seattle, viene trasferito nella sua città natale. Nel 2006 Benedetto XVI lo sceglie per lʼarcidiocesi di Washington. Nel 2008 lʼarcivescovo Wuerl ospita papa Benedetto durante il suo viaggio apostolico negli Stati Uniti, e nel concistoro del novembre 2010 viene creato cardinale. Nel maggio scorso ha preso possesso della Basilica di cui è titolare a Roma, San Pietro in Vincoli. Benedetto XVI impone la berretta cardinalizia a Donald Wuerl in occasione del Concistoro del 22 novembre 2010 nella Basilica di San Pietro in Vaticano 30GIORNI N.6 - 2011 41 COPERTINA mo che i nostri giovani rispondono. Non è complicato. Quando Gesù parlava non era difficile da capire. A mio giudizio succede che la risposta di fede finisce per essere ricoperta da parametri che sono mondani. Per questo i nostri giovani oggi ci stanno chiedendo: «Parlateci di Gesù, parlateci del suo Vangelo». Nella sua lettera pastorale del 2007, God’s Mercy and the Sacrament of Penance (La misericordia di Dio e il sacramento della penitenza), lei ricorda che la «nuova creazio- cia in tutto questo. Ognuno di noi è un cittadino del Regno. E il Regno viene proprio ora, ogni volta che un credente, uno che segue Cristo, agisce nella benevolenza, nell’amore, nella verità e nella giustizia. Tutte le azioni che rendono visibile la presenza di Cristo in noi sono ciò che fa esistere il Regno. Una volta un uomo che si era presentato come ateo mi chiese: «Che cosa porta nel mondo gente come voi?», intendendo con «gente come voi» la Chiesa. Gli risposi: «A che cosa sarebbe assomigliato il mondo se nei ra degli anziani e dei malati, che vengono incontro a chi è bisognoso, provando a fare tutte le cose che Gesù ha detto. I cattolici anche negli Usa vivono nel mezzo di forze che spesso si oppongono. Da un lato, come ricordano i vescovi statunitensi nel documento In support of Catechetical Ministry (In aiuto del ministero del catechismo) «viviamo in una società sempre più secolarizzata e materialistica», dall’altro lato, ci sono le minoran- A sinistra, il cardinale Wuerl in preghiera davanti alle catene di san Pietro, custodite nella Basilica romana di San Pietro in Vincoli, in occasione della presa di possesso, domenica 8 maggio 2011; sopra, il cardinale con due suore, al suo arrivo per la messa di Pasqua nella Basilica del Santuario nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington, il 24 aprile 2011 ne» è semplicemente un uomo che è redento. San Paolo ci dice che la battaglia dentro di noi è tra l’uomo vecchio che vuole resistere ancora e l’uomo nuovo, la nuova creazione che si manifesta, l’uomo in grazia, l’uomo che viene redento nella grazia. Non è forse proprio quel che Gesù è venuto a fare? Risanare tutto ciò che era rotto. La nuova creazione, la creazione di grazia, è il Regno – la presenza di Dio, della pace, dell’amore, della giustizia, della compassione, della guarigione. La nuova creazione comincia per ciascuno di noi nel battesimo. Ciascuno diventa nel battesimo creatura della nuova creazione. Solo che la vecchia creazione sta ancora combattendo per tenerci in pugno e la nuova creazione cerca di fare brec42 30GIORNI N.6 - 2011 secoli passati, nei millenni trascorsi, non ci fossero stati insegnati i dieci comandamenti? Se non ci fosse stato detto che siamo tenuti a trattarci l’un l’altro con dignità, se non ci fosse stato detto che siamo chiamati all’amore reciproco e alla cura dell’ultimo dei nostri fratelli? Come crede sarebbe stato il mondo?». E lui replicò, e va a suo onore: «Sarebbe stato un macello». Questi sono tutti segni del Regno che fa breccia nel mondo. Una delle gioie dell’essere vescovo è che devi muoverti in tutta la diocesi. Nelle parrocchie di questa Chiesa locale vedo gente che vive la propria fede e prova a seguire Cristo crescendo i propri figli, provando ad aiutare i propri figli a seguire la via di Cristo. Si vedono persone che si prendono cu- ze ispaniche, di colore e asiatiche che sono portatrici di un approccio differente... Tra le cose che noi riconosciamo e che papa Benedetto XVI ci ha ricordato venendo qui tre anni fa nel 2008 penso ci siano le tre barriere alla proclamazione del Vangelo negli Stati Uniti che sono il secolarismo, il materialismo e l’individualismo. Tutto ciò è sempre più evidente nella nostra cultura. Molto di quanto ci viene proposto come cultura americana è generato dalle industrie dell’intrattenimento e dell’informazione. Una volta che si va fra la gente, nelle parrocchie, nel mondo dove le persone lavorano, c’è davvero ancora molto dei valori cristiani di base. Raramente ne sentiamo parlare nei media. Quei valori vengono censurati. Qualunque cosa STATI UNITI. Intervista con il cardinale Donald Wuerl A sinistra, l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl al termine di un incontro di preghiera alla Old Saint Mary’s Catholic Church; a destra, al Verizon Center per celebrare la messa con ventimila giovani in occasione dell’annuale raduno per la vita, nel gennaio 2010 abbia a che vedere con la religione, la fede, la spiritualità della gente viene censurata e siamo tentati di credere che quanto vediamo in tv o sentiamo alla radio o leggiamo sui giornali sia tutto. Non lo è. Ma d’altro canto, come lei suggeriva, abbiamo oggi tutti questi migranti che arrivano. In questa arcidiocesi celebriamo la messa in venti lingue diverse ogni fine settimana… venti! È una benedizione questo riflesso della Chiesa universale, in questa capitale degli Stati Uniti. Gli immigrati portano con sé la ricchezza della fede. Molti tra loro portano con sé un senso della comunità e della famiglia che è così drammaticamente necessario nei nostri Stati Uniti secolarizzati. Stiamo assistendo all’introduzione di ciò che viene definito il “matrimonio omosessuale”, come se il matrimonio non fosse già la realtà verificabile di un uomo e di una donna che si uniscono, promettendo di vivere insieme, di generare e allevare figli. Gli immigrati portano con sé un senso di comunità e di comunione ecclesiale. La loro esperienza della fede è un’esperienza che include la Chiesa e di conseguenza la dottrina cristiana, la tradizione apostolica e i vescovi come successori degli apostoli. Ciò si distacca dall’eredità protestante radicata negli Stati Uniti secondo cui «Gesù è il mio salvatore, e non ho bisogno di nient’altro». La Chiesa cattolica ha sempre detto invece che «Gesù ha istituito una famiglia, una famiglia di fede». Parte del compito che abbiamo di fronte, a seguito dell’afflusso degli immigrati, è la neces- sità di sostenere i valori tradizionali della famiglia e della comunità. Nel documento prima citato i vescovi statunitensi sottolineano che i valori democratici sono una cosa, mentre un’altra cosa è la fede cattolica. Tenendo presente questa chiara distinzione, come si rapporta ai poteri civili? Penso che ci siano un paio di cose da tenere a mente. La prima: questa è una società democratica e pluralistica. La seconda: che come vescovo della Chiesa cattolica ho un messaggio da portare a questa società democratica e pluralistica. Alla cerimonia della presa di possesso della diocesi, cinque anni fa, dissi nell’omelia che parte della responsabilità della Chiesa nella capitale della nostra nazione, in questa “capitale del mondo”, è di annunciare il Vangelo in mezzo a tutte le altre voci. Non condanniamo le altre voci ma ci aspettiamo di avere la libertà di far udire la nostra voce. La mia esperienza a Washington è che se tu sei preparato al dialogo, a discutere e ad ascoltare, allora talvolta hai la possibilità di portare il Vangelo all’interno della discussione. È molto importante per la Chiesa essere presente. Deve essere presente negli sforzi in corso che caratterizzano l’ambiente politico, sociale e culturale. Dobbiamo solo essere fedeli a noi stessi. Dobbiamo essere fedeli al Vangelo, chiari nel dire ciò che è e ciò che non è, cos’è giusto e cos’è sbagliato. Un esempio di ciò è la voce dell’arcidiocesi nel movimento per la vita, motivo per cui siamo così fieri di avere ogni anno un raduno di giovani e la messa per la vita. L’anno scorso c’erano trentacinquemila ragazzi, ventimila alla messa nel Verizon Center, diecimila al D.C. Armory e altri cinquemila nelle chiese di tutta l’arcidiocesi. Attraverso le voci di tutti questi giovani, la Chiesa diceva semplicemente, nel mondo politico in cui viviamo, che la vita umana è un dono di Dio. Nel suo Paese i dibattiti sulla riforma sanitaria non sono terminati. La Chiesa cattolica non può appoggiare chi favorisce l’aborto, ma questo è ben differente dall’opporsi a una legge che garantisce un’assistenza sociale e sanitaria a persone che non avrebbero mai potuto permettersela. Talvolta sembra che la Chiesa cattolica negli Usa si sia solo impegnata nella battaglia pro life (per la vita), in una battaglia contro il governo. Questo è il modo in cui viene talvolta dipinta la Chiesa cattolica, come fosse interessata soltanto al tentativo di abolire l’aborto. A parte il governo, negli Stati Uniti il maggiore fornitore di cure è la Chiesa cattolica. Siamo in tutti i livelli dell’assistenza sanitaria, dell’amministrazione del servizio sociale, della cura dei senza dimora, dando sostentamento ai poveri tramite le banche del cibo e le dispense parrocchiali. Siamo anche, sempre dopo il governo, il maggior ente dedito all’istruzione, particolarmente dei poveri e dei bisognosi. La Chiesa ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 43 COPERTINA cattolica è impegnata in tutto ciò che è legato al comando che Gesù ci ha dato di nutrire gli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi e visitare gli ammalati e i carcerati. Lo stiamo facendo. Ma non veniamo mai raffigurati in questo modo, non otteniamo alcun riconoscimento. Nel 2007 i vescovi americani hanno pubblicato un documento chiamato Faithful citizenship (Cittadinanza fedele), che è una guida per i cattolici che entrano nel processo elettorale. Credo che quel testo contenga un insegnamento molto solido. E ha goduto dell’unanime consenso dei vescovi su cui poggia la Chiesa. E c’era Paolo, che perseguitava la Chiesa, e con la grazia di Dio egli divenne il canale per rivelare che la Chiesa e Gesù sono una cosa sola. Quando Saulo chiese: «Chi sei tu?», la voce gli rispose: «Io sono Gesù che tu perseguiti». La Chiesa e Cristo sono una cosa sola. Paolo fu il tramite di quella rivelazione. Stamattina, celebrando la messa, ho detto che non si possono celebrare i santi Pietro e Paolo senza riconoscere che abbiamo un legame con Roma. Quando ho avuto il grande privilegio di prendere possesso della chiesa titolare di San Pietro in Vincoli a Roma, ho ri- dirà che quelli erano i giorni in cui l’intero rinnovamento della Chiesa stava cominciando. In uno dei suoi articoli recentemente ha scritto: «Non tanto tempo fa, finita la messa di Pasqua, un uomo s’avvicinò chiedendomi se veramente avessi inteso affermare quello che aveva ascoltato nell’omelia: “Lei ha detto che Gesù risuscitò nel suo corpo, non unicamente nel suo messaggio”». Egli è risorto. In certe scuole la gente può aver ricevuto l’insegnamento che la risurrezione era più che altro un modo di dire, e che Egli era A sinistra, il cardinale Wuerl con i padri francescani del Franciscan monastery of the Holy Land a Washington; a destra, un giovane disabile riceve la benedizione dall’arcivescovo al termine della “messa bianca” nella Cattedrale di San Matteo apostolo a Washington nell’ottobre 2010. Persone con esigenze particolari, insieme a familiari e amici, partecipano a questa messa che prende il nome dal colore della veste battesimale statunitensi. Faithful citizenship dice ai cattolici e a chiunque lo legga che c’è un ampio raggio di temi, e che occorre considerarli tutti. Gesù ci chiede di aver cura della donna quando partorisce il suo bambino, ma poi di assistere entrambi, come pure di accudire gli anziani e chi necessita di assistenza. Tutte queste cose sono parte del grande quadro di riferimento del servizio della giustizia sociale cattolica. Oggi è la festa dei santi Pietro e Paolo. Stamani, alla messa mattutina nel Franciscan monastery of the Holy Land qui a Washington, ho ascoltato il sacerdote dire nell’omelia che il Signore ha tratto due grandi santi da due personalità improbabili: un pescatore e un persecutore. È il modo in cui lavora il Signore. Chi avrebbe pensato… che la roccia su cui Cristo avrebbe costruito la sua Chiesa sarebbe stata un rozzo e impetuoso pescatore... Eppure con la grazia di Dio egli divenne la roccia 44 30GIORNI N.6 - 2011 cordato alle persone presenti che tutti abbiamo un legame speciale, ogni cattolico ha un legame con Pietro. L’abbiamo perché egli è la pietra di paragone della nostra fede. Oggi vive, oggi porta il nome di Benedetto ed è Pietro a cui ci rivolgiamo quando vogliamo sapere che cosa oggi ci dice Gesù. Come arcivescovo di Washington qual è la sua esperienza più cara? Per me, oggi, il tratto più gioioso della Chiesa è accorgersi che siamo nel bel mezzo di una nuova evangelizzazione. Assomigliamo alla Chiesa dell’inizio, che esce fuori e dice alla gente per la prima volta chi è Gesù. Egli è risorto, è con noi. Oggi tanta gente sta ascoltando questo per la prima volta. Credono di averlo sentito e di saperlo già, ma in realtà lo stanno ascoltando forse per la prima volta. L’emozione è che oggi la Chiesa si apre a un futuro totalmente nuovo, ed è motivo per essere contenti. Tra cinquant’anni la gente guarderà indietro e magari risorto nel senso della sua capacità di influire. Noi diciamo: «No, no! È risorto nel Suo corpo». Una volta all’università uno dei miei studenti mi disse: «Lei afferma che Gesù è risuscitato dai morti». «Sì, perché è quanto la Chiesa c’insegna», risposi. E lui: «Bene, ma lei intende proprio nel suo corpo e…». «Sì, questo è ciò in cui consiste la risurrezione», dissi. Lui non sapeva che la Chiesa crede questo. Ora lo sa. Sono contento di raccontare ai giovani chi è veramente Gesù. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è il Credo degli apostoli. Quando sono a Roma risiedo sempre al Pontificio Collegio Nordamericano, perché è stato il mio seminario ed è lì che ancora oggi vanno i seminaristi di Washington. Ogni volta che ci vado porto tutti i seminaristi di Washington alla Basilica di San Pietro. Diciamo la messa alle 7 di mattina, poi risaliamo dalla cripta e ci mettiamo davanti all’altare della confessione per recitare tutti insieme il Credo degli apostoli. E dico a loro: «È proprio il posto giusto, questo». q L a Q.S.A. Srl e l’ ITALSERVIZI Srl sono società di servizi alle aziende per la sicurezza e la salute dei lavoratori, promosse da un gruppo di medici specialisti in medicina del lavoro, che progettano e realizzano sistemi di gestione aziendale di sicurezza sul lavoro comprendenti la sorveglianza sanitaria, le indagini ambientali per i rischi da sostanze chimiche, fisiche e biologiche e tutti gli obblighi previsti dal D. Lgs. 81/2008. Q.S.A. e ITALSERVIZI forniscono la loro consulenza ad oltre 200 aziende distribuite in tutto il territorio nazionale attraverso unità mobili di Medicina del Lavoro dotate di tutte le apparecchiature strumentali necessarie e sono supportate nelle loro attività da docenti delle Università “La Sapienza”, “Tor Vergata”, “Cattolica” di Roma e dell’Università di Pisa. 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Da bambina, non lo dimentico, quando confessavo la mia fede davanti ad altri cattolici, capitava che mi rispondessero: «Beh, però tu dovresti essere protestante...». Esisteva, infatti, una certa consuetudine per cui un nero che s’avvicinasse a una parrocchia cattolica veniva “inoltrato” alla comu- I nità protestante, ed era un tempo nel quale si forniva un’interpretazione rigida dell’extra Ecclesiam nulla salus. Insomma, pativamo una doppia marginalizzazione. Naturalmente, come black catholic, se ti trovi a vivere in una comunità cattolica strutturata, ad esempio irlandese, finisci per festeggiare il giorno di San Patrizio, per imparare i balli degli irlandesi e assorbirne tutta la cultura. Così è successo anche a me, che via via ho assorbito un po’ di cattolicesimo dagli italiani – per la festa della Tavola di san Giuseppe –, dai polacchi, dai tedeschi, e così via… e tutto ciò semplicemente andando a scuola. Minoranza “non irrilevante” È stato solo a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso che abbiamo iniziato a voler cambiare l’impressione negativa che gli altri avevano di noi. Abbiamo pensato che, in quanto comunità, avremmo dovuto darci un nome, e sentirci in pace con il colore della noSopra, un momento della tradizionale benedizione del fiume Mississippi; a sinistra, Jamie T. Phelps, op, è il direttore dell’Institute for Black Catholic Studies della Xavier University of Louisiana. L’Università fu fondata agli inizi del Novecento da santa Katharine Drexel e dalle suore del Santissimo Sacramento 46 30GIORNI N.6 - 2011 stra pelle, anzi esserne fieri. E poi abbiamo anche riscoperto che le nostre radici erano salde nel cristianesimo dei primi secoli nell’Africa del nord. Dovevamo recuperare questa storia. In questo sforzo i numeri ci hanno aiutato. I cattolici d’origine africana nel mondo sono oggi 270 milioni, cioè circa un quinto dei cattolici di tutto il globo. E 3 milioni di cattolici afroamericani di rito cattolico romano vivono negli Stati Uniti. C’è chi considera noi black catholics “statisticamente” irrilevanti, sebbene in alcuni Stati federali siamo una tradizione giunta alla terza o quarta generazione, come a New Orleans, a Baltimora o a Chicago. 3 milioni, su un totale di circa I CATTOLICI AFROAMERICANI 60 milioni di cattolici negli Stati Uniti, rappresentano però esattamente lo stesso numero di fedeli che si trovano in Irlanda! Ci sono oggi nel Paese circa milletrecento luoghi di culto cattolici che ospitano prevalentemente gente di colore o che sono comunque riferimenti di parrocchie etnicamente miste, mentre è sconosciuto il numero di quanti di noi ricevono i sacramenti nelle parrocchie prevalentemente “bianche”. Sono afroamericani 250 sacerdoti cattolici, 380 diaconi permanenti, 300 religiose, e non esiste una contabilità certa riguardo ai fratelli laici e a chi fa volontariato nella Chiesa. E non saprei dire con esattezza quanti di noi della “diaspora africana” – preti, diaconi, religiosi e religiose o laici africani continentali, afrocaraibici o afrolatini – oggi svolgano un ministero nella Chiesa. In cosa credono i black catholics In che cosa credono i cattolici americani di colore? Credono in ciò in cui crede la Chiesa cattolica romana, magari con sottolineature o accenti caratteristici, come accade in ogni particolare comunità di fedeli. In ter mini di pie pratiche, i black catholics sono fedeli alla preghiera quotidiana. Quando ci si imbatte in una comunità afroamericana si scopre che essa è davvero ospitale, riconosce e ama l’uma- nità delle persone, perché è la stessa umanità che ebbe Gesù, e nulla deve separarci da questa santità “feriale”. Noi accogliamo chiunque: ci ricordiamo bene dell’America del XIX secolo, quando le chiese per i bianchi erano separate da quelle per i neri – in linea con la cultura del tempo e con le norme di legge – e, sebbene le messe fossero celebrate per tutti secondo il rito latino, le assemblee dei fedeli erano composte su base etnica. Documenti conciliari come la Gaudium et spes sono in profonda consonanza con la sensibilità dei black catholics. Il bisogno della Chiesa di andare verso il mondo è qualcosa che ci apparteneva anche prima del Concilio: da sempre noi invitiamo gli altri a far parte della Chiesa. I miei amici protestanti, ad esempio, m’invitano continuamente a partecipare alle loro funzioni religiose, e qualche volta accetto. Da bambina sentivo la pressione di vivere in un quartiere “ecumenico”, in cui c’erano due chiese protestanti – una presbiteriana a est e l’altra battista a ovest – e due cattoliche – una a nord e l’altra a sud. Mi toccava camminare più a lungo dei miei coetanei per andare alla messa, e ciò mi richiedeva una certa fatica. Anche perché, per giunta, non capivo bene come mai vedevo certi cattolici comportarsi in maniera molto poco cristiana e certi protestanti essere invece “molto” cristiani, e non afferravo l’interpretazione dominante dell’extra Ecclesiam nulla salus. Grazie a Dio tante cose sono cambiate da allora. Un altro testo basilare per noi black catholics è La giustizia nel mondo, emanato dal Sinodo mondiale dei vescovi del 1971. Il mio cuore ha cantato quando vi lessi che «l’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci appaiono chiaramente come dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione del genere umano e la liberazione da ogni stato di cose oppressivo». Crescendo come persone di colore, abbiamo appreso che cosa volesse dire marginalizzazione e che cosa fosse la disistima. Anche se ciò non ci ha definiti, eravamo consapevoli di quanto poco ci considerassero ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 47 COPERTINA i gruppi culturalmente dominanti. E quando la Chiesa ci insegna di nuovo che la giustizia è un elemento centrale del Vangelo, ci conforta sapere che non è vera Chiesa quella che non cerca la giustizia. Evangelizzazione e giustizia sociale sono le nostre dimensioni quando siamo Chiesa in missione. La vita c’interessa, e come tutti i fedeli cattolici siamo davvero contrari all’aborto, lo siamo in maniera attiva. Perché negli Stati a basso reddito, e non perché siano pigri: è semplicemente la posizione loro assegnata negli Stati Uniti. È facile per noi obbedire a tale precetto, perché spesso il povero è nostro fratello, nostra sorella, nostra zia o l’uomo in fondo alla strada. Noi non siamo persone che fanno abitualmente valere le proprie parentele: se tu vivi nel quartiere, per me sei un fratello o una sorella; quando una famiglia programma un picnic, già sa che verranno tutti i Padre Herbert Vaughan, fondatore della Società Missionaria di San Giuseppe di Mill Hill, seduto al centro della foto, con alcuni padri missionari e collaboratori. In prima fila, con il rosario in mano, sono riconoscibili due afroamericani, Baltimora, 1870 Uniti la realtà è che il maggior numero di aborti colpisce i bimbi afroamericani. Vorrei anche fare un accenno a proposito dell’omosessualità. La comunità nera non ha mai marginalizzato gli omosessuali: la Chiesa ci ha insegnato che la pratica dell’omossessualità è un peccato, e pur avendolo imparato sin da bambini, non abbiamo mai perso di vista l’umanità. I ragazzi omosessuali che facevano parte del nostro ambito erano benvenuti, si partecipava tutti con sincerità alla vita della comunità, da omosessuali così come da eterosessuali. E credo che la dottrina della Chiesa indichi esattamente questo. La Chiesa c’insegna che dobbiamo avere cura dei poveri. La maggioranza dei neri americani è gente 48 30GIORNI N.6 - 2011 bambini del vicinato. Ecco, siamo facilmente una famiglia allargata… Ed è naturale che tra gli insegnamenti della dottrina sociale quello della dignità delle persone abbia risonanza nel nostro animo. Le radici e la conversione “uno a uno” Arriviamo ora alle radici. La nostra storia comincia in Africa, col fiorire del cristianesimo nel III e IV secolo. Nel Nord Africa la comunità cristiana era culturalmente romana e mediterranea, ma anche berbera e nera. E sono “nostri” i Padri come Origene, Agostino, Cirillo d’Alessandria, le sante martiri Perpetua e Felicita, sant’Antonio d’Egitto, san Mosè il Monaco del deserto, i santi papi africani Vittore, Melchiade e Gelasio: li reclamiamo con grande orgoglio, li sentiamo parte di noi. Come sentiamo nostra la storia della Chiesa in Egitto o in Etiopia. Noi ricordiamo pure il Congo del XVI secolo, sotto il re Alfonso, che invitò i missionari portoghesi a diffondere il cristianesimo. Essi però furono in qualche modo contigui al commercio degli schiavi, e questo è il lato amaro della vicenda, in cui il male s’affiancò al bene. Sappiamo però che, anche se ci hanno stimati meno di quanto valevamo, ci hanno dato la fede. In realtà, poiché siamo stati lungamente schiavi, si possono ritrovare sparsi un po’ dovunque cattolici romani d’origine africana. Lo furono, per esempio, Benedetto il Moro in Italia, e san Martino di Porres in Perù. Probabilmente molti di questa “diaspora” non si riconoscerebbero nella definizione di black catholics, e comincerebbe tra noi una discussione – come capita ad esempio con gli afrocaraibici – sui limiti del concetto e sulla sua inclusività. Perché se a un africano continentale io mi dichiarassi afroamericana metterei l’accento sulle nostre differenze, mentre se mi definissi semplicemente “nera” punterei sulla nostra comune indiscutibile origine africana, e “nero” diventerebbe così una bella parola di benvenuto… Secondo la storia dei black catholics redatta dal benedettino Cyprian Davis, il primo cattolico afroamericano è stato Esteban, uno schiavo battezzato in Spagna che arrivò negli Stati Uniti nel 1536 assieme ad alcuni esploratori di lingua spagnola. Tra il XVI e il XIX secolo i battesimi nella Chiesa cattolica degli schiavi africani condotti nelle colonie venivano amministrati con l’assenso dei padroni. Coloro che fuggivano dagli insediamenti inglesi in Carolina e in Georgia erano invitati dagli spagnoli a trovare la libertà in Florida, dove veniva loro offerta la possibilità di accettare il cattolicesimo romano. Una delle mete degli africani era la città di Saint Augustine, in Florida appunto, dove, tra il XVIII e il XIX secolo essi, secondo le testimonianze di documenti ufficiali, vivevano come schiavi, liberti o soldati. Prima della Guerra civile americana furono numerose le ragioni che impedirono un’ampia attività I CATTOLICI AFROAMERICANI missionaria a favore dei neri, liberi o schiavi, affinché fossero evangelizzati e battezzati. Noi siamo stati convertiti “uno ad uno”. Non per gruppi o come comunità: noi non abbiamo avuto alcuna applicazione del cuius regio eius religio. L’aggravante era, semmai, che negli Stati Uniti essere cattolici destava culturale del ministero”. Un residuo ancora visibile di questo fenomeno è la presenza agli angoli di certe piazze delle città americane di quattro differenti chiese cattoliche, una per etnia. Così, da un certo punto di vista, l’emergere successivo di una comunità specifica di black catholics è stata coerente con lo schema. La schiavitù e “le congregazioni di colore” Ma si deve ammettere che la relazione del cattolicesimo con chi era di colore è stata un po’… complessa. Dal XVI al XIX secolo, vescovi, clero e laicato cattolici hanno interpretato la schiavitù come “un’istituzione socioeconomica legale”. Nel periodo coloniale precedente alla Guerra civile americana la Chiesa non combatteva la schiavitù, come ho già detto, ma chiedeva che fosse resa più umana. Fu solo nel 1839 che papa Gregorio XVI, riferendosi al Brasile, condannò l’«indegno commercio con il divieto legale in proposito. Il vescovo di Charleston, in South Carolina, John England, e il vescovo di Saint Louis, Peter Kenrick, eressero scuole specificamente dedicate ai bambini di colore e aiutarono la nascita delle congregazioni religiose delle Sorelle Oblate della Provvidenza, a Baltimora, erette nel 1829 e riconosciute ufficialmente nel 1831, e, qualche anno dopo, delle Sorelle della Sacra Famiglia. Ma che cosa significa esattamente “congregazione di religiosi di colore”? Sia le leggi allora vigenti sia la prassi facevano sì che quando uomini e donne di colore si candidavano alla vita sacerdotale o religiosa semplicemente non venissero accettati. Non v’era una norma nell’ordinamento canonico che li respingesse, ma la pratica era che si manipolasse la situazione per tenerli fuori, rimediando qualche motivazione che suonasse legittima: magari perché erano figli di un matrimonio non canonico, o perché non Sopra, santa Katharine Drexel, fondatrice delle Suore del Santissimo Sacramento, in visita a una scuola a Beaumont, in Texas, nel 1917; a destra, con due frati francescani tra i Navajo a Lukachukai, in Arizona, nel 1927 immediatamente sospetti. La “fondazione” dello Stato – uso intenzionalmente le virgolette perché l’America era già abitata dai nativi – fu opera degli wasp, e i cattolici che migravano in America erano malvisti e considerati emissari del Papa con il mandato di soffocare l’autonomia conquistata rispetto all’Europa. Per non irritare ulteriormente i bianchi anglosassoni protestanti, che erano anche gestori della tratta dei neri, la Chiesa cattolica fu riluttante nel denunciare la schiavitù, al fine di non compromettere la propria reputazione con l’assumere una posizione antitetica all’ordine costituito. Il cattolicesimo, arrivando negli Stati Uniti con le varie etnie degli immigrati, ha attecchito grazie a irlandesi, tedeschi, polacchi, lituani e così via. Ogni etnia portava con sé i propri sacerdoti e rispettava il modello già stabilito di “segregazione quale i Negri vengono ridotti in schiavitù». Il dibattito del XIX secolo si focalizzò sulla dimensione morale della tratta degli schiavi e il risultato fu che alcuni rimasero neutrali, altri abolizionisti, altri ancora antiabolizionisti, mentre qualcuno auspicò un’abolizione graduale. Ciononostante esistevano qua e là vescovi e sacerdoti che continuavano, anche se in modo talvolta necessariamente sporadico, a battezzare gli schiavi e a dare loro la vita sacramentale e l’istruzione religiosa. Prima della Guerra civile fu favorita dall’episcopato la fondazione di due “congregazioni di religiose di colore” per dare istruzione agli schiavi e ai liberti, aggirando il vi era certezza che fossero stati per tutta la vita cattolici. Gli ostacoli che in altri casi venivano normalmente rimossi erano invece assolutizzati per chi era di discendenza africana. Il frutto di ciò furono appunto le “congregazioni separate”. Di fatto, però, le Sorelle Oblate della Provvidenza accolsero e istruirono anche bambini non neri, figli di europei. Dopo la Guerra civile Dopo la Guerra civile e nel momento della ricostruzione dello Stato federale, una nuova attenzione verso gli ex schiavi emerse nel secondo (1866) e nel terzo (1884) Concilio plenario di Baltimora, e nel Concilio Vaticano I (1870). I dibattiti che vi ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 49 COPERTINA si tennero resero gli Stati Uniti con- del Santissimo Sacramento – fon- reggiato dai continui disordini razsapevoli dei propri obblighi, mentre data da Katharine Drexel, cano- ziali e aveva assistito al linciaggio un piccolo numero di sacerdoti dio- nizzata undici anni fa – la cui mis- senza processo di 75 neri. Quando cesani e di religiose lavorava già tra i sione era ed è promuovere par- un sistema malato e razzista non acneri emancipati. Le principali con- rocchie e scuole per i neri e i nativi cetta cambiamenti le eruzioni di viogregazioni dedite al ministero tra i americani. Anche l’ateneo dove lenza sono purtroppo da mettere neri vennero erette dopo il Vaticano oggi io insegno, la Xavier Univer- nel conto. Wyatt cercò invece soluI, e comunque anche sacerdoti, reli- sity, in Louisiana, fu fondata da zioni costruttive e con la sua Federazione tentò di aiutare la Chiesa. giose e laici “bianchi” dettero santa Katharine. manforte. Tra queste nuove congreQuando negli anni Sessanta del gazioni si distinsero i padri Giosefiti La nostra iniziativa laicale XX secolo ci siamo trovati nella ne– Josephite Fathers, una diretta di- Esiste un’iniziativa laicale dei black cessità di rispondere ai cambiascendenza dei Missionari inglesi di catholics, e merita di essere men- menti in corso nella Chiesa e a quelMill Hill – grazie all’iniziativa di John zionata in chiusura. Essa è comin- li introdotti dai movimenti per i diSlattery. John era un giovane d’ori- ciata prima che nei documenti ec- ritti civili, abbiamo ripescato progine irlandese nato a New York, che clesiastici il termine “ministero lai- prio la tradizione dei Congressi e divenne sacerdote in Gran Breta- cale” diventasse una specie di tor- l’abbiamo mantenuta nei decenni gna nella Società Missionaria di San mentone, come di certo è oggi ne- successivi. L’eredità del XIX secolo Giuseppe di Mill Hill per poi tornare gli States. Chi diede vita a un’inizia- è rivissuta nel XX, sino alla creazioin America e fondare i padri Giosefi- tiva laicale fu Daniel Rudd, che sco- ne dell’Ufficio nazionale dei cattoliti, che ebbero il compito ci di colore, il National specifico – oggetto di un Office for Black Cathovoto religioso – del minilics, nel 1970. Nel mestero tra la gente di colodesimo alveo c’è il re. Padre Slattery era Catholic Interracial convinto, e lo si legge nel Council, che affianca suo carteggio, che se bianchi e neri in progetti avesse accettato nel suo comuni. Nell’epoca della istituto oltre a sacerdoti di lotta per i diritti civili vencolore anche preti di dine creato pure il Natioscendenza europea questi nal Black Catholic ultimi avrebbero finito per Clergy Caucus, cioè una gravitare di preferenza infraternità di sacerdoti torno agli ambiti a loro afroamericani con la culturalmente affini, tramissione dell’aiuto viscurando la gente di colocendevole e all’intero re. Ecco il perché del “vo- Una suora delle Oblate della Provvidenza con un bambino clero. Come aiutarci e to negro” dei padri Giose- presso il Mount Providence Child Development Center aiutare gli altri è un’ansia fiti. Ancora oggi essi lavo- di Baltimora, nello Stato del Maryland che ci ha sempre accomrano quasi esclusivamenpagnato, e anche l’Istitute con gli afroamericani. La loro prì e conobbe le organizzazioni to per gli studi sui cattolici di colore, scuola “Sant’Agostino” a New Or- cattoliche in Europa e ne importò il l’Institute for Black Catholics Stuleans esiste ancora oggi e ha una modello negli Usa nel XIX secolo, dies della Xavier University, ha storia gloriosa. dando vita, a partire dal 1889, ai questa passione originale. All’inizio Nacquero poi la Società del Ver- Congressi dei cattolici di colore, i è stato frequentato da chi, bianco o bo Divino, i Padri del Santo Spirito National Black Catholic Con- nero, volesse avvicinarsi alla storia e gli Edmonditi. I Padri del Santo gresses. In vita ne indisse cinque, dei black catholics; oggi è invece Spirito aprirono una scuola per ra- dove vescovi, sacerdoti e laici di co- una destinazione ricercata per lo gazzi a Rockcastle, in Virginia, chia- lore – ho in archivio le foto di quegli più dai soli afroamericani. Vorrei mata l’“Accademia militare incontri e di donne, sinceramente, suggerire a chiunque arrivi negli Sant’Emma”; la Società del Verbo non se ne vedono molte… – prova- Stati Uniti a motivo del proprio laDivino eresse il seminario minore vano a disegnare una piattaforma voro sacerdotale o religioso di visi“Sant’Agostino” nel Mississippi. comune, anche per avere più voce tarlo. È un centro missionario, nato Delle numerose congregazioni nel generale ministero ecclesiale. per permettere proprio a chi non è maschili e femminili fondate per Era naturale che Rudd si trovasse a di colore di venirci incontro più fal’esclusiva missione verso i neri, lavorare fianco a fianco con padre cilmente, e toccare con mano che molte comunque, a parte quelle Slattery, come infatti avvenne. cosa la comunità nera ha dato e dà appena citate, finirono presto per All’inizio del Novecento Thomas alla nostra Chiesa. rivolgersi a tutti, incuranti del co- Wyatt Turner fondò un gruppo delore della pelle. nominato Federazione dei cattolici (Testo raccolto Fedele al mandato iniziale re- di colore, Federated Colored da Giovanni Cubeddu stò la congregazione delle Suore Catholics. Egli era davvero amae rivisto dall’autore) 50 30GIORNI N.6 - 2011 COPERTINA We e nosotros nel mosaico degli States di Miguel H. Díaz ultimo U. S. Census [censimento della popolazione statunitense, ndr] ci dice che negli Stati Uniti abbiamo 195,8 milioni di bianchi, 37,7 milioni di neri, 50,5 milioni di ispanici e 14,5 milioni di asiatici. Ma se poniamo agli ispanici una domanda circa la loro identità, L’ 52 30GIORNI N.6 - 2011 alcuni risponderanno di sentirsi anche blacks, neri, stabilendo così evidentemente un legame con la comunità nera americana. Anche prima di essere un diplomatico accreditato presso la Santa Sede mi ero domandato come i cattolici afroamericani contribuissero al tentativo di costrui- re ponti di comprensione e collaborazione, tentativo che oggi rappresenta l’impegno principale della mia missione a Roma. E avevo dovuto ammettere che molto dobbiamo imparare dal modo in cui essi guardano al mondo, alle persone e all’incontro tra la religione e la società. I CATTOLICI AFROAMERICANI L’ascesa delle minoranze ispaniche e afroamericane rende sempre più concreto l’”e pluribus unum” e aiuta gli Stati Uniti a capire meglio il mondo. Interviene Miguel H. Díaz, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede A sinistra, il presidente Barack Obama al termine di un comizio sulla riforma sanitaria a College Park, nello Stato del Maryland, nel settembre 2009; sotto, l’annuale Queens Hispanic Parade per le strade di New York lità come Martin Luther King jr – e infine le leggi sui diritti civili. Il presidente Obama è l’erede di questa lunga strada. Siamo di fronte a uomini che hanno lottato perché, contestualmente alla loro umanità e dignità, anche la loro blackness – l’essere neri – fosse accolta. Quella dei cattolici di colore è stata la storia di una fedeltà non comune: hanno avuto i loro profeti, hanno avuto grande pazienza e costanza, e soprattutto hanno creduto che alla fine il bene avrebbe trionfato sul male. Ed è evidente, soprattutto nei loro canti spirituals, che per affermare la loro umanità al cospetto di chi li definiva meno che umani essi hanno tratto ispirazione da tutto un mondo di tradizioni religiose di culture diverse. Chi oggi soffre o cerca la propria libertà può perciò con fa- Miguel H. Díaz, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede La storia degli afroamericani, e dei cattolici neri in particolare, è segnata dalla sofferenza, dalle violenze subite – giunte anche a linciaggi senza processo –, e attraversa il periodo coloniale, la schiavitù, la Guerra civile, l’emancipazione, i movimenti per i diritti civili – che hanno prodotto persona- cilità guardare all’esempio degli afroamericani e dei black catholics, cioè a una storia di fedeltà e speranza. Dal punto di vista dell’antropologia i cattolici afroamericani, similmente agli ispanici, possiedono una tradizione essenzialmente comunitaria, hanno una conce- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 53 COPERTINA Il compositore inglese Sotto, Martin Luther King jr, il quarto da destra nella foto, John Henry Newton durante una marcia per l’uguaglianza razziale e il diritto (1725-1807) di voto, a Selma, nello Stato dell’Alabama, nel 1965 Il filosofo statunitense Josiah Royce (1855-1916) zione relazionale della persona nella propria comunità. Comunità concepita a sua volta come “beloved community”, secondo la definizione del filosofo Josiah Royce (1855-1916), espressione poi resa popolare da Martin Luther King Jr. È, cioè, l’idea, fondata sull’esperienza, che alla tua famiglia appartiene chi ti vive attorno, chi prega con te a messa e l’uomo del palazzo accanto. È una interdipendenza che nel mondo odierno ha un grande valore, perché dà alle differenze tra persone un peso positivo. Chi s’è sentito per così tanto tempo percepito e non accettato in quanto “altro”, questo lo capisce bene. Gli afroamericani possono oggi testimoniare e insegnarci la bellezza dell’interdipendenza, dell’ospitalità e della regola aurea dell’amore per il prossimo. Qualche anno fa riportai in un saggio gli esiti di un dibattito tra intellettuali neri e ispanici sulla comprensione che ciascuno dei due gruppi aveva a proposito dell’essere “altro”. Ne emergeva tutto il valore della comunità, e perciò l’accento non andava messo sull’io ma sulla persona come parte del noi. Questo in spagnolo lo esprimiamo dicendo “nosotros”, una parola potente, che equivale all’inglese we, ma che letteralmente porta il significato di “comunità che ricomprende gli altri”, accogliendo le differenze. Non sono solo due parole nei dizionari degli afroamericani e degli ispanoamericani, ma hanno conse54 30GIORNI N.6 - 2011 guenze concrete e spiegano tutta l’attenzione che queste comunità hanno per la giustizia sociale. Martin Luther King jr diceva di “avere un sogno per una società migliore”, e ciò concretamente significava assistenza sociosanitaria per tutti, un sistema di istruzione accessibile, iniziative per affrontare povertà e mancanza di una casa. Questo è, in altri termini, il tema dell’inclusione, che è globale e che proprio da queste comunità può trarre idee e soluzioni giuste e verificate dall’esperienza. Non sorprende allora che un candidato afroamericano alla presidenza sia poi diventato presidente degli Stati Uniti, avendo puntato per la sua campagna sul modello centrale dello yes we can, che ci dice che Barack Obama con il reverendo Luis Cortés jr, presidente di Esperanza, associazione evangelica di comunità ispaniche statunitensi, al National Hispanic Prayer Breakfast and Conference, Washington, il 12 maggio 2011 I CATTOLICI AFROAMERICANI possiamo raggiungere maggiori risultati se stiamo assieme, e non uno contro l’altro, a partire dal quartiere, fino al livello delle relazioni internazionali. Quando negli Stati Uniti ci dilunghiamo in dibattiti sulla secolarizzazione e c’è chi afferma che non c’è posto nella società per i portatori di idee religiose, la comunità afroamericana ha già pronta la risposta. Anche senza scomodare ancora Martin Luther King jr, possiamo ripetere che niente della storia di questa comunità può essere raccontato e spiegato senza un riferimento alla fede. A cominciare dai canti gospel che aspiravano alla liberazione rare la santità dei comportamenti nei dettagli della vita quotidiana. E credo che ciò abbia un valore, perché ricorda anche ai diplomatici e ai politici che tante volte la religione può essere utilizzata erroneamente – e ancora lo sarà, perché ciò è nella storia di questo mondo – ma allo stesso momento essa rimane una forza che costruisce il bene comune. Infine, forse qualcuno può avere timore che negli Stati Uniti queste minoranze, i latinos o i neri, diventino rilevanti, e che la cultura che definiamo wasp possa rigettare la novità, con esiti in futuro drammatici. Continuo a ritenere invece che le fondamenta degli ingredienti sono importanti per dare sapore: questo è, appunto, “e pluribus unum”. Ciò influenzerà positivamente anche la nostra politica estera, perché gli Stati Uniti – diventando sempre più il microcosmo del nostro pianeta –, grazie anche alle loro dinamiche interne, potranno comprendere meglio quelle globali. Ogni comunità che è entrata negli States è venuta per farne parte, non è sbarcata in una landa deserta. E ora ci aiuta dando il suo originale contributo. Ad esempio, una maggiore presenza di latinos negli Usa porta con sé anche una storia e una cultura ispanica densa di relazioni con il mondo ebraico e Sopra, un rabbino guida la preghiera dello Shabbat con i bambini in una sinagoga di New York; a sinistra, afroamericani per le strade di Harlem, a New York, assistono alla diretta televisiva dedicata alla cerimonia di insediamento al Campidoglio di Barack Obama, 44º presidente degli Stati Uniti d’America, il 20 gennaio 2009 dalla schiavitù – inclusa la stessa Amazing Grace [Grazia meravigliosa, il canto del compositore John Newton, composto alla fine del XVIII secolo e divenuto anche un inno antischiavista, ndr] – sino a tutta la produzione culturale che ha radici nella fede e che tanto ha contribuito alla costruzione dell’immaginario collettivo degli americani. La comunità afroamericana non separa il secolare dal sacro, essa trova il modo di affer- Stati Uniti resteranno solide, perché noi siamo “e pluribus unum”. Non è la prima volta che sperimentiamo fermenti demografici e che comunità intere fanno il loro ingresso negli States. Credo che a tale proposito l’immagine del mosaico – o se volete della paella… – sia più pertinente di quella del melting pot. Perché nel mosaico vengono preservate tutte le tessere che compongono il volto finale, e nella paella tutti gli islamico, preziosa nei momenti in cui l’incontro con il mondo mediterraneo diventa una priorità. Ed è evidente quanto aiuto anche la comunità nera americana abbia dato e possa dare al Paese in termini strategici. Ma è lo sguardo alla loro fedeltà non comune che sempre ci porteremo dentro. (Testo raccolto da Giovanni Cubeddu e rivisto dall’autore) 30GIORNI N.6 - 2011 55 R eportage Prossimità e misericordia I vescovi partecipanti all’ultima Assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano raccontano la “Missione continentale” delle loro Chiese. Non progetti di egemonia culturale, ma una “conversione pastorale” per facilitare la fede del popolo. E andare incontro a tutti. Tra processi di secolarizzazione e tentazioni di neoclericalismo di Gianni Valente l sabato mattina alla stazione di Constitución, quartiere niente affatto “bene” di Buenos Aires, tutto appare in movimento, come sempre: gli autobus, i taxi, chi entra e chi esce dal terminal, donne con la spesa, poliziotti, venditori ambulanti coi loro carretti. I ragazzi della parrocchia di Santa Elisa e quelli della Virgen de Caacupé hanno piazzato la loro tenda gialla proprio ai margini di quel vortice perpetuo di moto umano, di fianco al monumento eretto all’ispiratore della Costituzione argentina, il massone Juan Bautista Alberdi. La chiamano Carpa misionera, Tenda missionaria della Chiesa cattolica. Hanno portato anche una statua della Virgen de Luján, la Madonna venerata nel santuario nazionale. Lì intorno hanno disposto qualche tavolino I 56 30GIORNI N.6 - 2011 AMERICA LATINA qui», c’è scritto su uno striscione appeso a un albero. E sotto c’è un tavolino dove due ragazzi prendono nota delle richieste di nuovi battesimi. Anche di quelle di chi si avvicina per istintiva, semplice curiosità. Da ieri sera, da quando è iniziata la misión, proprio davanti alla “Carpa católica” si sono celebrati tredici battesimi di ragazzi e adulti, che erano già stati preparati dai catechisti laici con cui poi proseguiranno la catechesi postbattesimale. A un certo punto, inatteso e senza preavviso, arriva pure padre Bergoglio. L’arcivescovo della metropoli saluta uno a uno i ragazzi e le ragazze, e abbraccia don Facundo, che subito rovescia la sua voce tonante dentro il megafono: «Adelante, avvicinatevi tutti alla Carpa misionera, fra qualche minuto celebriamo la messa». Si ferma anche un ubriacone. Alle undici di mattina è già un po’ brillo. Si avvicina a Bergoglio. Lo squadra quasi perplesso: «Io ti ho già visto da qualche parte…», gli mormora. E aggiunge: «Ma tu sei cattolico? E allora la messa dilla tu!». Glielo chiede anche don Facundo, che gli porta i paramenti per la celebrazione. Poi, davanti al piccolo gruppo di ragazzi, vecchietti, mamme coi bambini e passanti rimasti lì per caso, il cardinale gesuita fa un’omelia da poche parole. «ChieSopra, alcuni pellegrini con la statua di Nostra Signora di Aparecida nella grande spianata della Basilica di Aparecida in Brasile Nella pagina accanto e a destra, due foto della Carpa misionera in Plaza de la Constitucíon a Buenos Aires durante la messa celebrata La cappella Santa María Madre dal cardinale Jorge del Pueblo nel quartiere Bajo Flores Mario Bergoglio di Buenos Aires con le statuette di Gesù Bambino e di san Expedito, il santo delle cause urgenti. E poi qualcuno di loro inizia a girare per tutta l’area della stazione, distribuendo a chi passa e a chi sta fermo un santino con l’immagine di Gesù e una preghiera. In tanti si avvicinano, chiedono una benedi- zione, lasciano nelle cassette sui tavolini piccoli messaggi chiedendo per sé e per gli altri la salute e il lavoro, preghiere e messe per i cari defunti, l’allegria e il riposo dagli affanni. Davanti a padre Flavio si è formata la fila dei tanti che si confessano. «Bautismos aquí, battesimi diamo a Gesù tutto quello di cui abbiamo bisogno. Chiediamolo al Padre in nome di Lui, chiediamolo a Lui perché lo chieda la Padre. Come i poveri che chiedevano tutto a Lui, quando passava per le strade e loro gli andavano intorno. Gesù ci tiene molto a stare con noi altri, ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 57 R eportage con tutti noi altri, con tutti quelli che passano per la strada. È una cosa che interessa prima di tutto a Lui. Se ci fosse stato su tutta la terra un solo uomo o una sola donna, avrebbe offerto la sua vita ugualmente, per quel solo uomo o quella sola donna». Per questo, pensa Bergoglio – e anche Facundo, don Flavio e tutti i preti di Buenos Aires che ogni tanto vanno a fare battesimi e confessioni nelle stazioni, nelle piazze, perfino sotto l’obelisco di Plaza de la Repú- blica, sull’immensa Avenida 9 de Julio –, la cosa più importante è facilitare, non fare selezioni, non porre ostacoli a questo desiderio di Gesù. Abbracciando ogni accenno di attesa che zampilla gratuitamente nelle circostanze fortuite e sfuggenti che offre il tempo presente. Fare come fece l’apostolo Filippo, con l’eunuco cui aveva annunciato la Buona Novella lungo il cammino. «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?», gli aveva chiesto l’eunuco mentre La foto di gruppo della XXXIII Assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) che si è svolta a Montevideo dal 15 al 20 maggio 2011 passavano vicino a un torrente. «Allora Filippo lo battezzò. Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo, e l’eunuco non lo vide più e proseguì tutto allegro il suo cammino» (At 8, 36-39). Aumenta il senso di precarietà, ma aumentano anche le possibilità di incontro «Nel Vangelo», ripeteva il cardinale Aloísio Lorscheider, «gli incontri più belli di Dio con l’umanità avvengono sulla strada. Secoli di storia di cristianesimo vissuto non ci dicono altro». In questo tempo, tutta l’America Latina sembra come un’immensa stazione in cui tutto si muove e niente sta fermo al proprio posto. Dove processi economici e socioculturali imponenti cambiano e a volte stravolgono il vissuto dei singoli e delle moltitudini. Mentre la messa e i battesimi amministrati nella stazione di Constitución sono una immagine concreta – tra le tante possibili – di quella Missione continentale che le Chiese latinoamericane, in tale contesto in rapido mutamento, si sono date come consegna nel 2007 Intervista con Carlos Aguiar Retes, nuovo presidente del Celam Solo l’umiltà rende liberi dai ricatti C arlos Aguiar Retes, 61 anni, arcivescovo di Tlalnepantla (Messico) è stato designato presidente del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) lo scorso 19 maggio, a Montevideo, in occasione della trentatreesima assemblea ordinaria dellʼorganismo rappresentativo degli episcopati di tutta lʼAmerica Latina. I vescovi e gli altri delegati di tutte le Chiese latinoamericane gli hanno affidato a larghissima maggioranza lʼincarico, per un mandato di quattro anni. Laureato in Teologia biblica alla Pontificia Università Gregoriana e già professore di Sacra Scrittura alla Pontificia Università del Messico, Aguiar è al suo secondo mandato come presidente della Conferenza episcopale messicana. Per sensibilità personale e motivi anagrafici rappresenta bene lʼarea di vescovi che dopo le contrapposizioni e le radicalizzazioni ideologiche intraecclesiali dei decenni passati avverte con più sollecitudine lʼurgenza della «conversione pastorale» prefigurata dal documento dellʼAssemblea del Celam di Aparecida (2007) come orizzonte presente dellʼopera apostolica di tutte le Chiese latinoamericane. 58 30GIORNI N.6 - 2011 AMERICA LATINA Sopra a sinistra, un gruppo di bambine peruviane il giorno della loro Prima Comunione nella chiesa di Las Mercedes di Lima; a destra, la mensa per i poveri nel convento de los Descalzos dove i francescani offrono una minestra chiamata Porciúncula, Lima, Perù ad Aparecida, nell’ultima Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano. A quattro anni di distanza, i vescovi e gli altri convocati alla XXXIII Assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano, svoltasi a Montevideo dal 15 al 20 dello scorso maggio, hanno verifica- to insieme il cammino compiuto. Si sono interrogati e confrontati di nuovo con le intuizioni e lo sguardo sul Continente espressi alla conferenza di Aparecida. Nelle parole e nei giudizi di alcuni di loro, raccolti da 30Giorni in occasione di quell’incontro, il discernimento condiviso dei rap- Eccellenza, lei diventa presidente del Celam negli anni in cui tutte le Chiese latinoamericane sono chiamate alla “Missione continentale”. Di cosa si tratta? È solo una nuova formula per indicare il “solito” appello alla mobilitazione? CARLOS AGUIAR RETES: La Missione continentale non è nata dal nulla, come un progetto a tavolino. Già prima dellʼAssemblea generale del Celam ad Aparecida cʼera stata lʼesperienza di tante diocesi che avevano iniziato a porsi in una simile disposizione pastorale. Ad Aparecida queste esperienze convergenti si sono ritrovate e riconosciute, e lʼintero episcopato latinoamericano ha scelto di camminare sulla via che esse suggerivano. Quali elementi favoriscono questa nuova condivisa unità dʼintenti? La constatazione che stiamo passando a un nuovo contesto sociale. È un processo che si avverte soprattutto nelle grandi aree urbane, che continuano ad allargarsi. In questo senso, la missione proposta ad Aparecida è stata preparata anche dalla riflessione sulle megalopoli. La migrazione dalla campagna alle città è una costante della vita dellʼAmerica Latina. Ma adesso questi fenomeni segnano il passaggio da un tempo in cui i valori cristiani erano accettati da tutti a una situazione in cui i modelli cambiano e si va formando una società pluriculturale. E questo cosa comporta, dal punto di vista pastorale? presentanti dell’episcopato si presenta come un cammino aperto e in corso d’opera. Dove – come sempre accade – le intuizioni più cariche di speranza evangelica fioriscono e si sprigionano nell’ordito quotidiano dei pastori più coinvolti nel vissuto concreto del popolo di Dio. ¬ Non possiamo pensare che il nostro compito prioritario sia quello di stare tutto il tempo sulla soglia a verificare se le persone possiedono o meno i requisiti amministrativi per far parte della Chiesa. Questo è il tempo di un annuncio dellʼessenziale del cristianesimo, a tutti. Alle persone così come sono, nella condizione concreta in cui vivono adesso, con le aspettative che hanno adesso. Nellʼarea del Messico dove mi trovo, ci sono dodici diocesi dove vive gente che va e viene ogni giorno, per le sue necessità vitali. Ecco, occorre farsi carico di tutte le nuove condizioni della convivenza. Ad esempio per facilitare lʼaccesso ai sacramenti, così che i requisiti richiesti dalla parrocchia non diventino un motivo per perdere ogni contatto con la Chiesa. Nei decenni passati, la cosiddetta Nuova Evangelizzazione puntava molto sui gruppi e i movimenti organizzati. Adesso, la vicenda dei Legionari di Cristo quali riflessioni suggerisce? Che serve una attitudine di umiltà, quella che Benedetto XVI ci va mostrando di continuo. Riconoscere che la fragilità umana comporta necessariamente la possibilità reale di cadute, del peccato. Non serve presentarci davanti alla società pretendendo che la Chiesa sia una specie di istituzione umana perfetta, in cui tutto funziona. Questo, certo, è un buon intento. Ma sappiamo anche che tra noi le fragilità e le miserie umane comportano situazioni lamentabili di scanda- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 59 R eportage A sinistra, fedeli brasiliani presso il Santuario di Nostra Signora di Aparecida; sopra, una foto aerea della favela di Paraisópolis, nei pressi di San Paolo del Brasile Un primo dato aiuta a mettere da parte equivoci spesso fomentati dalle propagande clericali e anticlericali: i vescovi pastoralmente più sensibili hanno sempre più chiaro che la missione continentale non è una strategia o un programma. Né un appello a nuove militanze per ri- conquistare posizioni perdute. «La missione continentale delineata ad Aparecida», spiega con parole semplici quanto decise Ricardo Ezzati Andrello, arcivescovo di Santiago del Cile, «non è e non può essere intesa come un progetto di riconquista delle porzioni di potere sociolo- lo e controtestimonianza. E lʼattitudine di umiltà suggerita da Benedetto XVI nasce dalla fiducia che la grazia di Dio opera, e può cambiare le cose. Solo così non si è ostaggio delle espressioni mediatiche che si sforzano di denigrare lʼistituzione ecclesiastica. Molti continuano a guardare alle Chiese latinoamericane con gli occhiali degli anni Sessanta e Settanta. Continuano a denunciare come insidia più grave la riduzione del messaggio cristiano a ideologia politica. Le cose stanno davvero così? Ormai da anni lo sforzo di costruire e imporre una “mappatura” ideologica dei membri della Chiesa appare inutile e superato, ammesso che essa sia mai stata una chiave interpretativa adeguata per conoscere davvero i volti e le esperienze delle Chiese dellʼAmerica Latina. Aparecida ha guardato la Chiesa così come è ora, e quello che lo Spirito Santo le ispira adesso. Io credo che proprio quel documento sia un segno evidente di come quelle letture ideologiche siano del tutto decadute. Nella comunione della Chiesa possono vivere anche sensibilità diverse e diversi approcci nel mettere a fuoco le cose. Spesso i media e anche le agenzie di stampa cattoliche descrivono gli uomini di Chiesa come i rappresentanti di una forza “antagonista” rispetto a governi e gruppi politici che stanno prevalendo in America Latina. Immagine plausibile? Rispetto alle vicende storiche dellʼAmerica Latina va crescendo la persuasione che la Chiesa ha da essere 60 30GIORNI N.6 - 2011 gico che la Chiesa sta perdendo in America Latina». Anche perché, come sottolinea Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Bogotá, «la Chiesa in quanto tale non interessa, non importa. È solo uno strumento. Il Concilio Vaticano II ripete che la Chiesa è sacramento, e un sacra- molto libera rispetto ai governi. Rispettosa dellʼautorità costituita, attenta a favorire tutte le collaborazioni possibili, ma allo stesso tempo libera di dire la sua su come deve essere la società. Purtroppo, quello schematismo ideologico di cui parlavo prima, e che è del tutto inappropriato per guardare alla Chiesa, non appare totalmente superato in alcuni Paesi. Alcuni ancora considerano fondamentale il discorso ideologico per orientare il proprio governo e le sue politiche, e orientare anche le masse. Ma accanto agli esempi di chi continua la rigida impostazione ideologica di vecchio stampo, ci sono altri, più pragmatici, che pensano alle politiche sociali come strumenti per risolvere i problemi. E nella sua nazione, qual è il problema che segna di più questo tempo? In Messico un problema grave è lʼimpatto generale operato dai traffici di droga e denaro illegale. Problemi che non si possono risolvere se manca una vera collaborazione internazionale. In particolare, quella degli Stati Uniti. Loro dovrebbero tenere una posizione molto più rigida per impedire il passaggio delle armi in Messico. Il Messico non produce armi, non cʼè una sola fabbrica di armi e di armamenti militari. Come è possibile che si trovino con tanta facilità le armi dallʼaltra parte della frontiera? Questo è di certo conseguenza di una prassi criminale. G.V. AMERICA LATINA esempio con quell’ottanta per cento di brasiliani che nel cattolico Brasile vivono la loro vita lontano dalle pratiche ordinarie della Chiesa». Il documento di Aparecida ha preso atto che anche in America Latina sono in corso processi di secolarizzazione e la fede che per cinque secoli ha animato la Chiesa e la vita del continente non si trasmette più di generazione in generazione con la stessa facilità di prima. Il testo ha invitato le Chiese latinoamericane a liberarsi di tutte le «struttu- del Signore» (Conclusione, n. 5). E ogni passo nuovo «può avvenire solo se valorizziamo positivamente quello che lo Spirito ha già seminato» (n. 262). A partire da quella fede che pur in tutte le dimenticanze, le fragilità e le possibili dissipazioni, continua a mostrarsi nelle devozioni più semplici del popolo, con l’inermità di un bambino salvato dalle acque. Segno gratuito e sorprendente dell’affezione verso Gesù e sua Madre ancora viva nei cuori di gran parte dei latinoamericani. Sopra a sinistra, nei pressi della chiesa di San Cayetano a Buenos Aires, alcuni fedeli ricevono la benedizione in occasione della festa del santo patrono del lavoro e del pane; a destra, distribuzione del pasto in una mensa di quartiere a Buenos Aires mento in sé stesso non ha senso se non come segno e strumento. Questo è la Chiesa. Esiste solo per servire gli uomini indicando loro il volto di Cristo». Così, anche in America Latina sembrano aver fatto il loro tempo i discorsi di chi negli anni Ottanta e Novanta puntava tutto sulla formula quasi magica della «evangelizzazione della cultura», da appaltare a élites militanti per riacquisire alla Chiesa un presidio culturalmente influente sulla scena pubblica. La missione continentale, ripete il brasiliano Geraldo Lyrio Rocha, arcivescovo di Mariana, «non è una mobilitazione, o una lista di cose nuove da fare e di momenti da organizzare, ma un certo spirito che dovrebbe dare l’impronta a ogni espressione e articolazione della vita della Chiesa. In momenti di passaggio e di grandi cambiamenti come quelli che stiamo attraversando, aumentano le preoccupazioni e il senso di precarietà, ma anche le possibilità d’incontro. Ad re caduche che non favoriscono più la trasmissione della fede» (n. 365), a non crogiolarsi nei compiacimenti retorici sul «Continente della speranza» e a «non dar niente per scontato e acquisito» (n. 549). Lo stesso documento ha anche tolto pretesti ai professionisti del lamento e della recriminazione, augurando – con una citazione della Evangelii nuntiandi di Paolo VI – che «il mondo del nostro tempo» possa «ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia di Cristo» (n. 552). Pur nella mole di riflessioni, indicazioni e suggerimenti, la missione continentale non è stata delineata come il termine di una prestazione degli operatori pastorali, il frutto di chi pretende di costruire col suo sforzo la Chiesa, magari partendo da zero. Perché «la cosa più importante nella Chiesa rimane sempre l’azione santa Da un’idea di Chiesa come regolatrice della fede a una Chiesa facilitatrice della fede Al numero 264, lo stesso documento descrive la pietà popolare come una perdurante e grandiosa «confessione del Dio vivente che agisce nella storia». Un dato di realtà davanti al quale la compagine ecclesiale ha il mandato minimale di non complicare ciò che è semplice. «Si tratta di passare da una idea di Chiesa come regolatrice della fede a una Chiesa facilitatrice della fede», dice con una frase un po’ a effetto ma efficace Eduardo Horacio García, vescovo ausiliare di Buenos Aires incaricato della pastorale per l’arcidiocesi porteña. È forse tutta qui la conversione pastorale che il documento di Aparecida delinea come frutto della gratitudine e compito proprio delle Chiese latinoamericane per il tempo presente. Nelle riflessioni di molti vescovi, la parola più ricorrente non a caso è cercanía, prossi- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 61 R eportage mità. Tratto distintivo di una Chiesa che si offra a tutti come «una madre che esce all’incontro, una casa accogliente» (n. 370). Così, i vescovi di questa stagione ecclesiale riallacciano i fili di continuità anche con le generazioni dei loro predecessori. In particolare, con quella generazione di pastori che dopo il Concilio Vaticano II aveva fatto anche del Celam uno strumento efficace per testimoniare la quotidiana condivisione da parte delle Chiese locali dei destini e delle vite reali dei popoli del Continente. «Al di là di tutto», fa notare il venezuelano Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida, «anche in questa fase di grandi cambiamenti la prossimità ai desideri e alle sofferenze degli uomini rimane un tratto distintivo delle Chiese latinoamericane, e le persone lo riconoscono. Anche davanti al crescere della violenza e dei fenomeni di degrado sociale, pagati sempre dai più deboli, tutti sanno di trovare nella Chiesa una realtà in sintonia reale coi loro desideri di pace, di vita tranquilla, di sicurezza, e un aiuto concreto nelle difficoltà e nelle sofferenze». Gli fa eco il frate cappuccino Andrés Stanovnik, arcivescovo di Corrientes: «In generale, e lasciando da parte i singoli casi, se c’è una realtà umana che nei nostri Paesi tiene i piedi in mezzo alla vita quotidiana, questa realtà è proprio la Chiesa. Le nostre Chiese non sono costituite solo dagli incontri dei vescovi, come quello di Aparecida. Quegli stessi vescovi camminano ogni giorno con il loro popolo. I preti non vivo- Da sinistra, il presidente uruguaiano José Mujica, il presidente argentino Cristina Fernández de Kirchner, l’allora presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e il presidente del Paraguay Fernando Lugo, durante la “foto di famiglia” del Mercosur in occasione del vertice tenutosi a Foz de Iguaçu in Brasile, il 17 dicembre 2010 no rinchiusi nelle parrocchie. Stanno tutto il giorno con la gente, nella strada, nelle mense dei poveri, nelle scuole rurali, in tutte le infinite opere sociali e caritative dove incontrano davvero la fatica di molti per andare avanti. Solo dentro la concretezza delle circostanze della vita quotidiana si può condividere la fede e l’allegria per la presenza viva di Cristo. Altrimenti, qualsiasi cammino comunitario alla lunga chiude l’orizzonte e si trasforma in una segregazione con pretesti religiosi». Un certo clericalismo di ritorno: il vecchio profilo del prete “principe” Secondo alcuni vescovi, il boicottaggio più insidioso della prospettiva “della prossimità” suggerita dalla Conferenza di Aparecida non viene dal relativismo o dalla secolarizzazione, o dai pregiudizi di gruppi ostili alla Chiesa. «Le resistenze maggiori», fa notare il francescano peruviano Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di Trujillo, «coincidono con un certo clericalismo di ritorno. Anche per questo la conversione pastorale delineata ad Aparecida riguarda innanzitutto preti e vescovi. Ma anche alcuni gruppi e movimenti organizzati, che a volte si muovono come consorterie in cerca di prestigio e di potere nella Chiesa». In alcune situazioni, sembra riaffiorare il vecchio profilo dell’ecclesiastico “principe”, rappresentante di una casta privilegiata, funzionario di un potere religioso, che tratta anche i sacramenti come cose proprie per affermare la propria supremazia sui fedeli laici. Magari rinfacciando al popolo le sue fragilità e le sue ferite, mortificando le aperture e le attese di coloro che non sarebbero in regola coi “prerequisiti” di preparazione dottrinale e di condizione morale imposti dal montante neorigorismo clericale. Uno di quegli stili e strutture che il documento di Aparecida definisce «caduchi», e che non favoriscono ma ostacolano il trasmettersi della fede. «È inevitabi- A sinistra, cattolici venezuelani durante la processione della Domenica delle Palme a Maracaibo A destra, la tradizionale processione della Domenica delle Palme a Cali, nel dipartimento di Valle del Cauca, in Colombia 62 30GIORNI N.6 - 2011 AMERICA LATINA le», nota l’arcivescovo Stanovnik, «che quando si pensa di costruire, di “fare” la Chiesa come progetto e conquista propria, si finisce con le autocelebrazioni». Aggiunge l’arcivescovo Porras: «Simili pretese segnano la storia del cattolicesimo latinoamericano da sempre. Basta leggere i documenti pubblicati dal Vaticano in occasione del V centenario della scoperta dell’America. Allora c’era chi per rigidezza disciplinare pretendeva che i sacerdoti o i religiosi fossero figli legittimi, cresciuti in famiglie regolari, in grado di fornire una dote. E già allora, tra il XVI e il XVIII secolo, da Roma arrivavano centinaia e centinaia di dispense, per aggirare queste pretese rigoristiche». Una Chiesa contropotere? Il Celam, fin dai tempi in cui a guidarlo e ispirarlo erano spiriti liberi come il vescovo cileno Manuel Larraín e dom Hélder Câmara, ha sempre rispecchiato il sentire prevalente degli episcopati latinoamericani davanti alle mutevoli geografie sociali e politiche dell’area. Quell’intreccio di popoli e nazioni che proprio dom Hélder definiva «il continente cristiano del Terzo Mondo», quando chiamava i suoi confratelli a combattere la miseria «che distrugge l’immagine di Dio che è in ogni uomo». Adesso, in quei Paesi si consolida nel tempo e si accresce con nuovi arrivi la schiera variamente assortita di governi di sinistra, con leader diversi per provenienza e impostazione – ex guerriglieri, ex militari, nazionalpopulisti, pragmaticoriformisti – chiamati comunque a gestire una congiuntura economica in espansione, processi reali d’integrazione politica, squilibri crescenti e programmi sociali compensativi che impattano le condizioni di vita di milioni di persone. Un’effervescenza continentale nella cui rappresentazione mediatica gli uomini di Chiesa vengono ordinariamente relegati nella parte fissa degli accigliati censori. Emissari di una corporazione sempre in lotta con leader politici e governi e inchiodata sull’agenda dei temi eticamente sensibili: difesa della vita, della famiglia, della libertà educativa. Sta di fatto che tra i vescovi convocati a Montevideo durante l’ultima assemblea del Celam, nessuno è parso intenzionato ad accreditare e magari rilanciare il profilo ipermediatizzato della Chiesa come blocco “belligerante” in alternativa ai poteri mondani. Per tutti, i tratti distintivi connaturali all’azione ecclesiale sono quelli del fervore apostolico e della mansuetudine. «L’immagine di una Chiesa come forza antagonista», spiega l’arcivescovo venezuelano Porras, «è quella che fa comodo a governi e regimi populisti che cadono spesso nella divinizzazione del proprio potere. Allora la Chiesa, proprio per la sua immanenza al popolo e per lo sguardo libero da messianismi con cui valuta i problemi sociali, viene presentata come una corporazione in cerca di privile- gi». Secondo l’arcivescovo cileno Ricardo Ezzati, «nel linguaggio politico c’è chi a volte vuole far passare l’idea che la struttura ecclesiastica sia un fattore di arretratezza che imbriglia la società e le coscienze, e denuncia il suo presunto tentativo di recuperare un monopolio sociale e culturale perduto. A mio avviso, occorre evitare di dare conferme a questo stereotipo. E rendere evidente che la Chiesa non cerca nessun potere, nessuna egemonia. Vuole solo far conoscere alla nostra gente un messaggio di liberazione buono per tutti». Anche il cardinale Julio Terrazas Sandoval, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, definisce una caricatura di comodo quella che riduce la Chiesa a un contropotere: «In Bolivia, negli ultimi anni, la Chiesa è stata in attesa silenziosa che avvenissero i cambiamenti tanto desiderati dal popolo. Abbiamo iniziato a parlare solo quando abbiamo sentito discorsi che invitavano a eliminare il “Dio dei cristiani” e sostenevano la divisione tra due Chiese, quella dei ricchi e quella dei poveri». Conclude il colombiano Rubén Salazar Gómez: «È una deformazione imposta dai media quella che enfatizza solo gli interventi degli ecclesiastici sui temi di morale sessuale. E la Chiesa deve fare il possibile per sottrarsi al meccanismo di chi la dipinge come una corporazione politica antagonista. Mostrando a tutti, con umiltà, che non cerca niente per sé stessa». q Fedeli con l’immagine di papa Giovanni Paolo II nel corso di una messa all’aperto il giorno della sua beatificazione a Città del Guatemala 30GIORNI N.6 - 2011 63 Spicchi Spicchi Spicch 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3 IL PRESIDENTE PERES, IL DIRETTORE DI 30GIORNI E LA PACE IN TERRA SANTA «I leader italiani li ho conosciuti tutti. Uno che mi ha colpito, però, è stato Andreotti. La prima volta era ministro della Difesa, come me. Molti anni fa. E già m’impressionava la sua saggezza. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopravvivere a tanti governi. Mi rispose: “Guardi, basta non considerare i ministri come amici. Per stare con gli amici, si va in vacanza: stare al governo è un’altra faccenda”. Mi è sempre piaciuta questa sua saggezza». Così il presidente dello Stato d’Israele Shimon Peres sul Corriere della Sera del 2 giugno. Nell’intervista, anche un’osservazione sulla pace tra Israele e palestinesi: «Penso che si debba aprire un negoziato diretto e condurlo con discrezione. Perché bisogna sempre distinguere fra posizioni d’apertura e mosse dietro le quinte [...]. La strada giusta è aprire i negoziati pubblicamente e poi condurli con discrezione, per raggiungere un vero accordo». Sacro Collegio La morte di Sterzinsky e Swiatek Il 30 giugno è morto dopo una lunga malattia il cardinale Georg Maximilian Sterzinsky, 75 anni, arcivescovo emerito di Berlino. Il 2 luglio è stato nominato il successore: monsignor Rainer Maria Woelki, 55 anni, dal 2003 ausiliare di Colonia. Il 21 luglio è poi scomparso il cardinale bielorusso Kazimierz Swiatek, 96 anni, arcivescovo emerito di Minsk. Con il suo decesso il Collegio cardinalizio scende a 196 porporati, di cui 114 elettori. Il 24 giugno monsignor Giovanni Tani, 64 anni, dal 2003 rettore del Pontificio seminario romano maggiore, è stato nominato arcivescovo di Urbino–Urbania–Sant’Angelo in Vado. Il 28 giugno il cardinale Angelo Scola, 70 anni a novembre, dal 2002 patriarca di Venezia, è stato nominato arcivescovo di Milano. Il 2 luglio sono state accettate le dimissioni di monsignor Luciano Bux, che ha compiuto 75 anni il Italia Nuovi vescovi in Sabina, Urbino, Milano. Dimissioni a Oppido Mamertina Il 10 giugno monsignor Ernesto Mandara, 58 anni, dal 2004 ausiliare di Roma, è stato nominato vescovo di Sabina-Poggio Mirteto. 66 Angelo Scola 30GIORNI N.6 - 2011 Shimon Peres 29 giugno, da vescovo di Oppido Mamertina–Palmi. Chiesa/1 Dal popolo cristiano al «cattolicesimo militante» Il 7 luglio, sulla Repubblica, Michele Smargiassi sintetizza il contenuto di uno studio sul cattolicesimo in Italia, Geografia dell’Italia cattolica, curato da Roberto Cartocci, docente di Scienze politiche a Bologna. Secondo lo studio, «negli ultimi anni è avvenuto, silenziosamente, un terremoto nei costumi religiosi nazionali. Un travaso di coscienze, una decantazione, un’elettrolisi che hanno spezzato in due il Paese: al Nord la secolarizzazione, al Sud la devozione». Si tratta di un lento processo «che erode però soltanto quello che i sociologi chiamano “cattolicesimo di maggioranza”, quella massa di italiani pari grosso modo al cinquanta per cento della popolazione che si limita a rispettare i precetti più generali, a far capolino in chiesa a Natale e a Pasqua. Resiste, invece, almeno da un ventennio, attorno al trenta per cento, il “cattolicesimo di minoranza” di chi va a messa tutte le domeniche, al cui interno si rafforza addirittura, ed è un’eredità della spinta di Wojtyla, un dieci per cento di “cattolicesimo militante” fatto di animatori di parrocchia e di membri attivi dei movimenti ecclesiali». Chiesa/2 Lo smarrimento della fede tradizionale Sulla Repubblica del 7 luglio Giancarlo Zizola commenta lo studio di Roberto Cartocci, Geografia dell’Italia cattolica, spiegando che «sulle macerie del cattolicesimo» serpeggia ovunque «un modello di religione da “atei devoti” che continua imperterrita a integrare Dio come hi Spicchi Spicchi Spicchi 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI chiave di volta del sistema borghese, del tutto funzionale agli interessi dei poteri dominanti. La stessa fede in Dio finisce per essere ridotta, in questo contesto culturale, a distintivo identitario, un modo per rivestire gli interessi col manto religioso». E prosegue: «È precisamen- te questo sviluppo contraddittorio che viene chiamato in causa dal collasso delle strutture della cristianità stabilita, che pure continua imperterrita ad autocelebrarsi sul ciglio del burrone. La Chiesa che affiora da questi grafici è una grande e gloriosa istituzione fortemente stanca e assopita sulla propria potenza burocratica». E continua, con la citazione di uno scritto del gesuita padre Bartolomeo Sorge, secondo il quale l’attuale crisi della cristianità rappresenta «un segnale della fine del “regime di cristianità”: la sovrapposizione tra fede e politica, tro- no e altare, spada e crocifisso, aveva caratterizzato i secoli “costantiniani”, ma ora essa “appare definitivamente superata”, sia sul piano storico (a seguito dei processi di secolarizzazione) sia su quello teologico (per il Concilio Vaticano II)». L’articolo si conclude così: «Del resto ¬ MEDIO ORIENTE Abraham Yehoshua e la proclamazione dello Stato palestinese «La campagna condotta da Israele contro l’iniziativa palestinese per ottenere il riconoscimento di un proprio Stato all’Assemblea delle Nazioni Unite il prossimo settembre è a mio parere politicamente e moralmente scorretta e connessa alla questione del riconoscimento inter nazionale dei confini del 1967». Così Abraham Yehoshua, sulla Stampa del 13 luglio. L’articolo, dopo una digressione storica sulla risoluzione dell’Onu del 1947, che ha sancito la nascita di due Stati, «uno ebraico – Israele –, e uno arabo – la Palestina», e sulle successive guerre arabo-israeliane, continua spiegando come: «il riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 sancirà dunque la decisione presa dalle Nazioni Bambini palestinesi guardano passare una manifestazione di ebrei ortodossi Unite nel novembre 1947 riguardo nella città vecchia di Gerusalemme alla partizione della regione, sosteisraeliani in enclave all’interno dello Stato palestinese nuta a suo tempo da Israele e alla base della sua legittisarebbero una costante provocazione che rinfocolerebmità internazionale. Se quindi il governo di Gerusalembe odio e dissenso». L’articolo si conclude così: «L’evenme è sincero nel voler riconoscere uno Stato palestinetualità di una folla di civili palestinesi, tra cui donne e se – come ha ripetutamente dichiarato – perché si opbambini, che si riversano nelle strade di villaggi e città pone tanto alla prevista risoluzione di settembre? Penso per manifestare in maniera non violenta (come avviene che l’unica ragione sia il riferimento ai confini del ultimamente in vari Paesi arabi) contro avamposti e in1967». Chiara allusione, l’ultima, alle tesi di alcuni polisediamenti israeliani in Cisgiordania dopo la decisione tici israeliani che hanno denunciato l’impossibilità di didell’Onu a settembre mi inquieta molto. L’Anp saprebfendere tali confini. Secondo Yehoshua, però, un’oculabe tenere a bada tali manifestazioni? E cosa farebbe ta presenza militare, israeliana e internazionale, sarebIsraele? Invierebbe l’esercito per reprimerle con la forbe sufficiente a stornare dallo Stato israeliano eventuali za? E gli estremisti israeliani come reagirebbero a quelle pericoli. Tali presidi militari, secondo lo scrittore, «non proteste dinanzi alle loro case? Un simile scenario potrà intaccherebbero l’identità nazionale palestinese (così essere evitato se il governo di Israele sosterrà a settemcome le basi militari straniere in Europa e in altre regiobre la risoluzione delle Nazioni Unite e avvierà subito ni durante la Guerra Fredda). Una presenza militare è negoziati diretti su tutte le questioni controverse, come sostanzialmente temporanea e un domani, mutate le lo ha esortato a fare il presidente degli Stati Uniti». circostanze, sarà possibile rimuoverla. Viceversa i civili 30GIORNI N.6 - 2011 67 Spicchi Spicchi Spicch 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3 lo stesso Ratzinger non aveva dubbi, in un’intervista del 1997, a suggerire di abbandonare l’idea di Chiesa nazionale di massa: “Davanti a noi è probabile che ci sia un’epoca diversa”, diceva, “in cui il cristianesimo verrà a trovarsi nella situazione del seme di senape, un gruppo di piccole dimensioni, apparentemente ininfluenti, che tuttavia vivono intensamente contro il male e portano nel mondo il bene”». Titolo dell’articolo: Benvenuti nel Paese che ha smarrito la fede “tradizionale”. Curia/1 Cambiano vertici Apsa Il 7 luglio sono state accettate le dimissioni da presidente dell’Apsa del cardinale Attilio Nicora, 74 anni, dal 19 gennaio 2011 presidente dell’Autorità di informazione finanziaria. Gli subentra l’arcivescovo Domenico Calcagno, 68 anni, dal 2007 se- Attilio Nicora gretario del dicastero. Nuovo segretario è monsignor Luigi Mistò, 59 anni, ordinato sacerdote nel 1976 per l’arcidiocesi di Milano. Galindo, 48 anni, del clero dell’Opus Dei, è stato nominato sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, dove era finora capo ufficio. Il 14 luglio monsignor Jean-Marie Mate Musivi Mupendawatu, 56 anni, originario della Repubblica Democratica del Congo, è stato nominato segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori sanitari, dove era sottosegretario dal luglio 2009. In quest’ultimo incarico gli subentra il camilliano italiano padre Augusto Chendi, 53 anni, finora officiale della Congregazione per la Dottrina della fede. Diplomazia/1 Nomine ai Laici e agli Operatori sanitari Nuovi nunzi in Ungheria, presso l’Asean, in Cile, Bielorussia e Uzbekistan Il 18 giugno il monsignore spagnolo Miguel Delgado Il 6 giugno l’arcivescovo Alberto Bottari de Castello, Curia/2 CONVEGNI ECUMENICI DI BOSE La Parola di Dio nella vita spirituale Dal 7 al 10 settembre 2011 il monastero di Bose (Magnano, provincia di Biella) ospiterà il XIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, organizzato con il patrocinio del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli e del Patriarcato di Mosca. Quest’anno il simposio è dedicato alla Parola di Dio nella vita spirituale. Tra i relatori, oltre al priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, figurano i vescovi ortodossi Chrysostomos di Messenia e Elpi- 68 30GIORNI N.6 - 2011 69 anni, dal 2005 nunzio in Giappone, è stato nominato rappresentante pontificio in Ungheria. Il 18 giugno è stato nominato il primo nunzio apostolico presso l’Asean (Associazione delle nazioni del SudEst asiatico). Si tratta dell’arcivescovo Leopoldo Girelli, 58 anni, dallo scorso gennaio nunzio apostolico a Singapore e Timor Est, delegato apostolico in Malaysia (con la quale il 18 luglio, dopo l’udienza del premier dal Papa, è stato annunciato l’allaccio di pieni rapporti diplomatici) e in Brunei e rappresentante pontificio non residente per il Viet Nam. Il 15 luglio l’arcivescovo Ivo Scapolo, 58 anni, dal 2008 rappresentante pontificio in Ruanda, è stato nominato nunzio in Cile. Sempre il 15 luglio l’arcivescovo Claudio Gugerotti, 55 anni, dal 2001 nunzio in Geor gia, Ar menia e Azerbaigian, è stato nominato rappresentante pontificio in Bielorussia. Il 22 luglio l’arcivescovo Ivan Jurkovic, 59 anni, dallo scorso febbraio nunzio in Russia, è stato nominato nunzio anche in Uzbekistan. Diplomazia/2 Nuovi ambasciatori non residenti Il monastero di Bose dophoros di Proussa. Per informazioni e iscrizioni: tel. +39 015.679.185; fax +39 015.679.294; e-mail: [email protected] Il 9 giugno Benedetto XVI ha ricevuto in udienza sei nuovi ambasciatori presso la Santa Sede che non risiederanno stabilmente a Roma. Si tratta dei rappresentanti di Moldova (Stefan Gorda), Guinea Equatoriale (Narciso Ntugu Abeso Oyana), Belize (Henry Llewellyn Lawrence), Siria (Hussan Edin Aala), Ghana (Geneviève Delali Tsegah) e Nuova Zelanda (Geor ge Robert Furness Troup). q S toria La sorridente umiltà di Josef Beran La vita del piccolo prete cecoslovacco diventato arcivescovo di Praga. La semplicità e l’amore per la sua terra. Gli anni passati nei lager nazisti e quelli della persecuzione da parte del regime comunista. L’esilio a Roma. L’affetto e la stima che avevano per lui Giovanni XXIII e Paolo VI di Roberto Rotondo a prima cosa che colpiva di Josef Beran era la sua sorridente serenità. Una serenità e una mitezza che non furono tolte al piccolo prete cecoslovacco, divenuto arcivescovo di Praga e primate di Boemia, dai cinque anni passati nei lager nazisti, né dalla persecuzione comunista che lo segregò e lo isolò per 14 anni, né dall’esilio a Roma, dove morì nel 1969 senza aver mai potuto far ritorno in patria. Infatti, rileggendo oggi le tante memorie di coloro che lo conobbero, tutti evidenziano che la cosa che stupiva di più era «il suo volto aperto, sereno, sorridente, una di quelle espressioni che non si possono dimenticare», per usare le parole di don Roberto L Angeli, un sacerdote italiano che sopravvisse al campo di concentramento nazista di Dachau grazie all’aiuto di monsignor Beran. E anche Paolo VI, che nutriva una grande considerazione e amicizia per Beran, in una lettera in latino che gli inviò per il suo ottantesimo compleanno, lo ringrazia «per la sua invicta fortitudo, la sua strenua fidelitas, insieme al suo carattere sempre mite pur in mezzo a tante prove, con una sempre amabilis sermonis comitas», come ha ricordato il cardinale decano Angelo Sodano il 16 maggio scorso, all’inaugurazione della mostra dedicata alla figura del cardinale Josef Beran, orga- L’inaugurazione della mostra dedicata al cardinale Josef Beran presso la Pontificia Università della Santa Croce, il 16 maggio 2011. Nella foto, da sinistra, sono riconoscibili il cardinale Giovanni Coppa, il rettore Luis Romera, e i cardinali Miloslav Vlk e Angelo Sodano 70 30GIORNI N.6 - 2011 nizzata nella Pontificia Università della Santa Croce dall’ambasciata della Repubblica Ceca presso la Santa Sede. Il cardinale Sodano, che nel 1968, insieme al cardinale Agostino Casaroli, consegnò a Beran quella lettera autografa di Paolo VI, ha anche ricordato come «alcuni di noi della Segreteria di Stato cercavamo di farci raccontare qualcosa del suo passato, della prigionia a Dachau e dei lunghi anni di domicilio coatto nella sua stessa terra. Ma con mirabile serenità egli si schermiva e diceva che ormai tutto offriva al Signore, per la libertà e la pace della sua cara nazione». La mostra è anche l’occasione per ripercorrere la vicenda umana di Josef Beran, una delle personalità più importanti della Chiesa e della storia moderna ceca, morto nel maggio di quarantadue anni fa e per il quale nel 1998 è stata aperta la causa di beatificazione. Tra Plzen e Roma Josef Beran era nato a Plzen il 29 dicembre del 1888. L’ambiente familiare gli aveva donato una profonda fede cristiana e sentimenti patriottici. Contribuì alla formazione del suo carattere anche la posizione sociale dei genitori, poiché il padre, con il suo stipendio di maestro di quella cittadina di provincia dell’Austria-Ungheria, riusciva a stento a sostenere una famiglia di sette membri. Un’esperienza che formò il carattere di Josef, la sua modestia, la sua semplicità e la sua JOSEF BERAN. Testimone di speranza Una foto della famiglia Beran Josef Beran nella sua stanza da studente A sinistra, il cardinale Beran con Paolo VI Il 29 maggio 1945 Josef Beran tornò a Praga, distrutta dalla guerra. Il 4 novembre 1946 Pio XII lo nominò arcivescovo di Praga, e quindi primate della Chiesa cecoslovacca. L’8 dicembre 1946 fu consacrato nella Cattedrale di Praga dall’arcivescovo Saverio Ritter sensibilità sociale. Entrato nel seminario di Plzen, dopo gli esami di maturità viene mandato dal vescovo a Roma per studiare alla Pontificia Università Urbaniana. Il 10 giugno del 1911 riceve l’ordinazione sacerdotale nella Basilica di San Giovanni in Laterano e, ottenuto il dottorato in Teologia, torna nella sua città natale, dove svolge il suo lavoro pa- storale e di insegnante. Nel 1932 viene nominato rettore del seminario arcivescovile di Praga e professore dell’Università Carolina. Con l’avvento al potere di Hitler in Germania nel 1933, però, la situazione politica e sociale nell’Europa centrale si complica. Anche a Praga iniziano disordini causati dalle rivalità etniche tra cechi e su- deti di lingua tedesca, che si ripercuotono anche sul seminario arcivescovile. E dopo il Patto di Monaco del 1938, con l’annessione da parte della Germania di vasti territori della Cecoslovacchia e l’instaurazione del protettorato di Boemia e Moravia, la situazione inizia a precipitare. La Gestapo comincia a occuparsi intensamente del ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 71 S toria rettore Beran: non era certo passata inosservata la sua attività precedente all’annessione delle zone di confine cecoslovacche, né la sua resistenza all’ideologia nazista. La sua popolarità, il rispetto di cui godeva tra i fedeli erano sufficienti perché fosse ripetutamente chiamato a presentarsi a interrogatori e perché fosse minacciato d’incarcerazione. Minacce che si realizza- Gli anni a Dachau A Dachau erano rinchiusi 2.720 ecclesiastici di 134 diocesi e 24 nazioni dei territori occupati, giudicati pericolosi. Nel certificato del carcere relativo a Josef Beran, come motivazione della sua prigionia era ricordato il «pericolo che mantenga i contatti con gruppi sciovinistici e nemici del Reich». Fu relegato nel blocco degli eccle- Chiesa, ma anche un martire, perseguitato da Satana e dai suoi seguaci». Don Paolo Liggeri, anche lui reduce da Dachau, in un bell’articolo sull’Osservatore Romano del luglio 1992, ricorda: «Fu in quella specie di bolgia infernale che conobbi un uomo soavissimo e ricolmo di inalterata e sorridente serenità, il cecoslovacco Giuseppe Be- A sinistra, il gruppo degli insegnanti della Facoltà di Teologia cattolica dell’Università Carolina di Praga nel semestre 1936-1937; a destra, una foto di gruppo di sacerdoti cecoslovacchi dopo la liberazione dal lager di Dachau nel 1945 rono nel 1942, dopo il riuscito attentato dei paracadutisti cecoslovacchi contro il rappresentante del protettorato del Reich in Boemia e Moravia, Reinhard Heydrich, SSObergruppenführer e General der Polizei, alla morte del quale si verificarono arresti di massa della popolazione ceca. Agli inizi di giugno del 1942, Beran fece diffondere la voce che avrebbe celebrato una messa per gli ufficiali cecoslovacchi prigionieri dei tedeschi e che l’avrebbe fatto in lingua ceca, disobbedendo così alle direttive dei nazisti. Ma il 6 giugno la Gestapo lo arrestò perché «sovversivo e pericoloso». Ne conseguì una perquisizione domiciliare, un brutale interrogatorio nella sede praghese della Gestapo e l’incarcerazione nella prigione di Pankrác. Venne poi mandato a spaccare pietre nella terribile Fortezza di Terezín e da lì fu portato, il 4 settembre del 1942, nel campo di concentramento di Dachau, dove resterà fino alla liberazione da parte degli alleati nell’aprile del 1945. 72 30GIORNI N.6 - 2011 siastici cechi, il numero 28, e ricevette il più importante segno di riconoscimento per tutto il soggiorno nel campo: il numero di matricola 35.844. Monsignor Beran trascorse a Dachau quasi tre anni. In base ai ricordi dei compagni di prigionia, tra migliaia di sacerdoti imprigionati di varie nazionalità eccelleva per la sua purezza e gentilezza. Malgrado la totale penuria, regalava disinteressatamente ciò che poteva, non disperava né si la- La mattina del 15 marzo 1939 i reparti mentava. Molti ecclesiasti- della Wehrmacht entrano a Praga ci già allora nel lager videro in Beran il futuro arcivescovo di ran […]. Come poteva quel sacerPraga, come scrisse in seguito il dote che era già anziano della desacerdote austriaco Johann Lenz: portazione rimanere soave in quel «Rimane indimenticabile la sua tragico mondo di orrori fisici e moamorevole modestia, l’alta intelli- rali? Era forse un individuo incogenza e il suo atteggiamento so- sciente, insensibile, apatico? Bavranazionale. Le sue posizioni, da stava notare un certo lampeggiare ogni punto di vista, sacerdotale e di intelligenza nei suoi occhi miti e sociale, lo avevano predestinato fieri ad un tempo, per comprendenon solo a essere una guida della re che la sua quasi incredibile sere- JOSEF BERAN. Testimone di speranza nità proveniva da un suo mondo interiore, da una fede inalterabile […]. La sua umiltà silenziosa e la sua eccezionale forza d’animo ne fecero un punto di irradiazione e di fiducia. Molte crisi di disperazione furono vinte dal suo sguardo penetrante e dalla sua vigorosa stretta di mano». Liggeri, nel suo articolo riporta anche la testimonianza di altri sacerdoti italiani, come quella di don Angelo Dalmasso di Cuneo che ricordò di aver ammirato «un deportato, piccolo di statura, non più giovane, che dopo il ridottissimo pasto serale si inginocchiava sul nudo pavimento della baracca 26, quella dei sacerdoti, trasformata in cappella, a recitare il breviario devotamente raccolto come nella società civile, tanto da essere insignito della Croce di guerra dal presidente della Repubblica Cecoslovacca. Solo alcuni sacerdoti si oppongono, rimproverandogli il suo fraternizzare con i comunisti conosciuti nel campo di concentramento e i suoi rapporti con i mi- Josef Beran, arcivescovo di Praga, tori della vita sociale, annullata la libertà di religione. Beran e l’episcopato tentarono di aprire delle trattative con lo Stato per garantire alla Chiesa il mero mantenimento delle condizioni essenziali per la sua sopravvivenza basate sul precedente modus vivendi. Ma non s’arrivò ad alcun accordo. Beran protestò pubblicamente per le misure incostituzionali che il governo aveva preso: la sua lettera episcopale Non tacere, arcivescovo! Non puoi tacere!, contro la deriva totalitaria, pubblicata come editoriale in due quotidiani il 25 febbraio del 1948, divenne famosa, ma fu scavalcata dagli eventi: Beran, da tempo considerato un elemento pericoloso dal regime, venne arreSotto, il palazzo arcivescovile di Praga, in una foto del 1947 che fu occupato dalla polizia nel giugno 1949. Da allora per l’arcivescovo Beran inizia un periodo di segregazione che finirà dopo quattordici anni A sinistra, le Squadre d’azione comunista sfilano per le vie di Praga nel marzo del 1948, per contribuire all’assunzione del controllo del Paese da parte dei sovietici se fosse stato in una basilica». Il 29 aprile del 1945, pochi giorni prima della fine della guerra in Europa, il campo di Dachau viene liberato dalle truppe americane e anche Beran può tornare in patria, a Praga, dove è nominato professore ordinario di Teologia pastorale nella Facoltà Teologica dell’Università Carolina. Un anno dopo, Pio XII lo sceglie come nuovo arcivescovo di Praga e come primate della Chiesa cattolica cecoslovacca. La consacrazione avviene nella Cattedrale di Praga l’8 dicembre del 1946. Quella di Beran è una nomina accolta positivamente dal clero e dai fedeli per l’alto credito che ha non solo nella Chiesa ma anche nistri delle altre confessioni. Un’accusa dai caratteri tragicomici, considerando le tribolazioni che Beran avrebbe subito dal regime comunista negli anni a venire. La lunga segregazione Una volta che il comunismo prese il potere in Cecoslovacchia nel 1948, la politica del governo andò repentinamente verso drastiche riduzioni delle libertà dei cittadini e della democrazia. Gli elementi dissidenti furono eliminati in tutti i settori della società, e anche la Chiesa fu colpita: requisite le sue proprietà e le scuole dei religiosi, chiusi i giornali cattolici, sciolta l’Azione cattolica, cancellata la presenza dei sacerdoti negli ospedali e in tutti i set- stato il 16 giugno del 1949. Tenuto prigioniero nel suo palazzo, eluse la sorveglianza e raggiunse la chiesa di Sarakov. Qui, di fronte a una folla di fedeli commossi cercò di spiegare la situazione: «Può darsi che da qui a poco alla radio sentirete dire di me ogni sorta di calunnie. Forse vi diranno che ho confessato delitti innominabili. Spero che avrete fiducia in me. Io dichiaro qui solennemente, davanti a Dio e alla nazione, che mai concluderò un accordo che intacchi i diritti della Chiesa». Dopo poco la polizia irruppe nella chiesa arrestando Beran e l’abate di Sarakov che l’aveva lasciato parlare. Per due anni Beran fu trattenuto agli arresti domiciliari, poi venne trasferito nel ca- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 73 S toria stello di Rozelov e in altre residenze fuori dalla diocesi di Praga. Fu privato di tutte le sue libertà personali e dei suoi diritti di vescovo. Ai cattolici venne ordinato di dimenticarlo mentre a lui fu negato ogni contatto con l’esterno. Tanto che una lettera di Giovanni XXIII inviata a Beran nel maggio del 1961, in occasione del cinquantesimo anno della sua ordinazione sacerdotale, venne rispedita al mittente con la dicitura: «Senza recapito». La lettera di Giovanni XXIII fu comunque pubblicata dall’Osservatore Romano. Scrive il Papa: «Ti deve sostenere la consapevolezza di aver agito bene. Non la colpa, ma solo la virtù ti ha prostrato; né sterile e senza frutto sarà l’inoperoso silenzio a cui ti hanno costretto, l’ingiustizia che soffri, la pena immeritata d’internamento si attenua un po’, ma lui non può riprendere il suo ufficio. Nel 1965 gli viene accordato il permesso di partecipare al Concilio Vaticano II ma a condizione di non rientrare mai più nel suo Paese. Beran tenta di resistere ma alla fine è costretto a cedere e per il bene della Chiesa cecoslovacca accetta l’esilio a Roma. Il regime, mantenendo il più completo segreto sulla sua partenza, consente soltanto ai suoi parenti più stretti di salutarlo brevemente. L’esilio a Roma Paolo VI lo crea cardinale nel concistoro del 22 febbraio del 1965, e Beran partecipa all’ultima sessione del Concilio Vaticano II dove tiene un intervento sulla libertà di coscienza. L’arrivo a Roma di Beran visto che, come emerge dalle ricerche di padre Robert Graham, nel 1965 viene ordinato sacerdote nel Pontificio Collegio Boemo Frantisek Kuncik, che in realtà è un agente della Stb – i servizi segreti cecoslovacchi – con il compito di controllare Josef Beran. I suoi interventi pubblici restano una rarità, come testimonia un articolo della Nazione del 30 agosto 1965, ripescato dal senatore Andreotti nel suo archivio personale, nel quale viene sintetizzata una conferenza stampa tenuta da Beran ad Assisi, in cui il primate di Cecoslovacchia parla della sua vita e della situazione della Chiesa nel suo Paese: «Sono stato cinque anni nel lager nazista di Dachau, ho subito nella carne e nello spirito le più selvagge punizioni, sofferto la Beran con un gruppo di sacerdoti presso il Pontificio Collegio Nepomuceno, a Roma, poco dopo il suo arrivo in aereo nella capitale il 19 febbraio 1965 Beran ricevuto nella Congregazione per le Chiese orientali in Vaticano che ti è inflitta. Il grano di frumento che si disfà sotterra, produrrà la spiga e darà un’aurea messe». Nonostante la lunga prigionia il regime cecoslovacco non intentò nessun processo contro Beran: era un eroe della resistenza antinazista e il suo nome era celebre in patria e all’estero. Inoltre, forse giovò anche il fatto che Antonín Novotny, presidente della Cecoslovacchia nel periodo 1957-1968, era stato anch’egli internato come Beran nei campi di concentramento nazisti. Il 4 ottobre del 1963, dopo una lunga trattativa con il Vaticano, il governo concede una cosiddetta grazia a Beran e il duro regime 74 30GIORNI N.6 - 2011 fu evidenziato da tutti i mass media del mondo che non facevano parte del blocco comunista, ma lui non si rese disponibile a diventare un simbolo dell’anticomunismo, anzi, a causa della sua riservatezza i mezzi di informazione lo definirono «il cardinale dalla bocca chiusa». Intraprende però una serie di viaggi tra i connazionali in Europa e oltreoceano, invitando alla concordia e al perdono delle ingiustizie. Parla dalla Radio Vaticana ai fedeli che si trovano oltre la cortina di ferro e promuove la pubblicazione di libri e riviste per i cattolici cechi. Il regime non smette però di tenerlo sotto controllo neanche a Roma, tortura e la fame, le percosse e la segregazione. Ma forse più sottile e mortificante per me cattolico è stata la persecuzione comunista, anche se non ha avuto i drammatici aspetti di quella tedesca: una condanna alla mortificazione dell’anima, l’isolamento, la menzogna, il tradimento, la delazione, la cappa di intransigenza gettata sopra ogni slancio umano, il carcere, la clandestinità di ogni iniziativa religiosa, la progressiva paralisi dell’attività della Chiesa». Nelle parole del cardinale colpisce anche come la vita della Chiesa dipenda dai cambiamenti del potere mondano, seppure lontani. L’azio- JOSEF BERAN. Testimone di speranza ne di repressione del regime cecoslovacco, tra i più isolati e meno dialoganti del blocco comunista, si attenuava spesso in seguito a cambiamenti che avvenivano fuori dai propri confini. Spiega Beran: «Molta impressione ha suscitato a suo tempo la richiesta di grano fatta dalla Russia agli Stati Uniti. I comunisti non credevano alle loro orecchie. L’iniziativa sovietica servì a far comprendere quanto meschino fosse l’isolamento del Paese. Tuttavia la sostanza è rimasta». «Abbiamo tutti un gran bisogno di preghiera» Racconta ancora Beran nella sua conferenza stampa ad Assisi riportata dalla Nazione: «Abbiamo tutti un gran bisogno di preghiera: quando ero nella prigione di Pra- che Beran tiene in mano «un libro di preghiere coperto di marocchino rosso»: il cardinale boemo non se ne separava mai perché era il breviario che Giovanni XXIII gli aveva fatto recapitare l’8 dicembre 1962, giorno dell’Immacolata: «Mi fu consegnato attraverso le autorità del Ministero degli Interni dopo molti giorni. “Puoi leggerlo”, mi disse un funzionario». Ma quel giorno l’arcivescovo di Praga Beran capì anche, dal colore rosso della copertina del breviario, che papa Roncalli l’aveva fatto cardinale in pectore. L’articolo della Nazione si conclude con queste parole che spiegano com’era fatto Beran: «L’anziano presule si è alzato, ha preso sopra un tavolo il vassoio dei pasticcini e ha servito lui stesso, con molta umiltà sorri- ghiera. Morì il 17 maggio del 1969 e Paolo VI, informato dell’aggravarsi delle sue condizioni, accorse al capezzale. Ha spiegato il cardinale Sodano nel suo intervento all’Università della Santa Croce: «Durante il suo funerale nella Basilica Vaticana, Paolo VI parlò di lui come di una grande figura di martire per la fede, come di un benemerito Pastore per la libertà della sua patria». Ma la devozione di Paolo VI per Beran è ben descritta anche da don Paolo Liggeri, che conclude così il suo articolo sull’Osservatore dedicato al servo di Dio Josef Beran: «L’avevo rivisto per l’ultima volta durante una speciale udienza in Vaticano, mentre Paolo VI, visibilmente commosso, parlava a una moltitudine di sacerdoti di diverse nazio- Papa Paolo VI abbraccia il cardinale Beran, arcivescovo di Praga, durante il Concistoro pubblico nella Basilica di San Pietro, il 22 febbraio 1965 Beran, primo a destra nella foto, durante i lavori del Concilio ecumenico Vaticano II ga, un giorno fu messo nella mia stessa cella un sottufficiale. Era condannato a morte e doveva essere giustiziato quel giorno. Mi sono avvicinato e gli ho detto: “Vorrei aiutarti a morire bene”. “Ma io non sono cattolico”, mi disse lui. Feci tutto il possibile per prepararlo a una buona morte e alla fine, egli, pieno di consolazione mi disse: “Adesso non ho più paura. Se mi sarà possibile griderò nel mio ultimo momento: Viva la patria”. La sera, verso le sette, abbiamo udito i colpi dei fucili. Tutti abbiamo pregato per la sua anima benché io solo fossi un sacerdote». Durante la conferenza tutti notano dendo, il modesto rinfresco preparato per i giornalisti. Poi è disceso nel teatro della Cittadella accolto da un applauso che pareva non dovesse finire più». Ma per Beran, che era arrivato a Roma con una logora veste talare e con gli scarponi da montanaro, e che affrontava la pena struggente dell’esilio con serenità, sopravvenne come ultimo e inaspettato avversario il tumore che distrusse la sua esistenza. Nonostante questo, finché gli fu possibile, tutte le mattine si fece portare nella cappella del Collegio Nepomuceno, dove risiedeva, per celebrare la messa e passare lunghe ore in pre- nalità, reduci dai campi di concentramento nazisti. A fianco del Papa c’era lui con il suo volto sereno e sorridente, ma come imbarazzato a presentarsi a tanti suoi compagni di sofferenza ammantato di porpora cardinalizia. […] Ma non lo avvicinai, perché alla fine Beran era rimasto come assediato da tanti sacerdoti che lo avevano conosciuto e ammirato quando era vestito di stracci a Dachau. Mi accontentai di contemplarlo, come in una specie di trasfigurazione; e con dolcissima contemplazione pensai che in questo strano – e a volte orribile – mondo fioriscono ancora i santi». q 30GIORNI N.6 - 2011 75 rscadv.it - a.d. bruno monaco E l’esistenza l’esisstenza a dive diventa nta MAIN PARTNERS PARTNERS INSTITUTIONAL P ARTNERS PARTNERS una im immensa mmennsa ce certezza ert rtezza a RIMINI FIERA 21·27 AGOSTO 2011 INGRESSO LIBERO · WWW.MEETINGRIMINI.ORG OFFICIAL PARTNERS PARTNERS A nniversari «Una gratitudine che cresce di anno in anno» Intervista con monsignor Georg Ratzinger, che sessant’anni fa fu ordinato sacerdote insieme a suo fratello Joseph di Roberto Rotondo e Silvia Kritzenberger l giorno più importante della mia vita»: così Joseph Ratzinger ha sempre definito il giorno della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 29 giugno 1951. E, come tutti sanno, quel giorno insieme a lui, nella Cattedrale di Frisinga in Baviera, venne ordinato sacerdote anche suo fratello Georg. Così, in occasione del sessantesimo anno di sacerdozio del Papa, abbiamo chiesto a monsignor Georg Ratzinger, testimone d’eccezione, di tornare con i ricordi a quel mattino d’estate del 1951. Partendo dal giubileo appena passato. «I La famiglia Ratzinger dopo la prima messa dei due fratelli l’8 luglio 1951 78 30GIORNI N. 6 - 2011 BENEDETTO XVI. I sessant’anni di sacerdozio Monsignor Ratzinger, cosa le rimane nel cuore di queste giornate di festeggiamenti per il sessantesimo di sacerdozio? GEORG RATZINGER: Non vi nascondo che inizialmente volevo festeggiare solo privatamente, senza partecipare a cerimonie solenni, perché non ho ancora riacquistato tutte le forze dopo l’operazione al ginocchio e le cerimonie, invece, richiedono una certa freschezza mentale e fisica. Ma sono contento che le cose siano andate diversamente, perché ci sono stati momenti molto toccanti, come la bellissima celebrazione organizzata nella Cattedrale di Frisinga dall’Istituto Benedetto XVI, che cura la pubblicazione dell’opera omnia del Santo Padre. La Cattedrale di Frisinga è il luogo dove un’atmosfera solenne. Infine, il terzo appuntamento è stato la messa a San Pietro a Roma: è stato commovente pensare che il nostro giubileo si inseriva nella solennità del ricordo dei santi Pietro e Paolo, così importanti per Roma e per la Chiesa universale. Per suo fratello sarà stata una gioia averla a fianco in questi giorni… Quando ci vediamo è sempre una grande gioia. In tutta la nostra vita ci siamo sempre ritrovati e naturalmente non vogliamo rinunciarci adesso nella vecchiaia, in cui sperimentiamo in modo particolare questo sentimento di appartenere l’uno all’altro. Lei cosa pensò in quel 29 giugno del 1951? Il Papa, nel ricordare il giorno dell’ordina- l’ordinazione sacerdotale conferisce all’uomo una nuova qualità di vita e lo fa diventare un “incaricato” di Cristo, che deve portare il mistero e la parola di Gesù Cristo al mondo. Negli anni ho avuto modo di comprendere quanto fossero vere le parole del Vangelo di Giovanni che il cardinale Faulhaber ci rivolse: perché l’ordinazione sacerdotale comporta una particolare amicizia con Cristo in quanto conferisce un mandato particolare. E dona la sorpresa e la consapevolezza di vedere come il Signore “mette lo zampino”, per così dire, nella nostra vita umana. E in famiglia come fu vissuto quel giorno? Fu un’esperienza di gioia unica. Nella nostra vita familiare, che fino a quel momento era stata la Il 29 giugno 1951, nella Cattedrale di Frisinga, il cardinale Faulhaber ordina sacerdoti I fratelli Ratzinger all’uscita più di quaranta seminaristi, tra i quali Georg e Joseph Ratzinger della Cattedrale di Frisinga il giorno della loro ordinazione sacerdotale io e mio fratello siamo stati ordinati sacerdoti e si respirava un’atmosfera per me davvero familiare. La mattina c’è stata la recita delle lodi e poi, dopo gli indirizzi di saluto e alcuni interventi, c’è stato il pranzo con gli alti prelati, alcuni cardinali, i vescovi ausiliari e, naturalmente, gli amici di vecchia data. Un secondo momento importante è stata la messa nella mia collegiata di San Giovanni Battista: la chiesa era piena di gente e c’era zione, ha detto: «Non vi chiamo più servi ma amici. A sessant’anni dal giorno della mia ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande arcivescovo, il cardinale Faulhaber, rivolse a noi sacerdoti novelli il giorno dell’ordinazione»… Pensai che era una svolta nella mia vita, come in quella di ogni uomo che diventa sacerdote, perché vita di una normale famiglia, c’era stato un evento che a quel tempo era considerato un dono: il sacerdozio, qualcosa che rimanda all’eternità, a una sfera diversa. Avevo tre anni più di mio fratello ma fu bello vivere assieme l’ordinazione e la prima messa, anche se era solo conseguenza della guerra che aveva sconvolto i progetti di ognuno di noi. In quegli anni nel seminario di Frisinga, infatti, le diffe- ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 79 A nniversari renze di età degli aspiranti sacerdoti erano grandi. Negli anni del seminario quali furono le persone che maggiormente influirono sulla vostra maturazione di sacerdoti e di cristiani? Una figura chiave al “Domberg” di Frisinga fu il nostro rettore Michael Höck, che era reduce da cinque anni trascorsi nel campo di concentramento a Dachau. Il suo cammino era stato quello di un prete pio, devoto e impegnato. Aveva qualcosa di paterno, buono, comprensivo, e fu considerato più un padre che un superiore. Ciò che gli stava a cuore era aiutare ciascuno di noi a trovare, in quei tempi difficili, la strada che conduce a una meta buona. Il Papa, durante il pranzo con lei e i cardinali, tornando col pensiero al 1951, ha sottolineato che allora il mondo era totalmente diverso da oggi e la Germania era materialmente e moralmente da ricostruire. Vi sembrava di partecipare a questa ricostruzione anche diventando sacerdoti? Siamo tutti condizionati dall’epoca in cui viviamo, condividiamo con gli uomini della nostra epoca le difficoltà, le preoccupazioni del nostro tempo, ma anche le gioie. In questo senso abbiamo contribuito anche noi a quest’opera di rinnovamento. Ma è anche vero che non è stato un processo univoco, perché, man mano che l’economia La Cattedrale di Frisinga in Baviera 80 30GIORNI N.6 - 2011 Il pranzo offerto a Benedetto XVI dal Collegio cardinalizio in occasione del sessantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale, Sala Ducale, 1° luglio 2011 cresceva, e con essa anche la ricchezza e il benessere, è stata introdotta anche una certa decadenza morale e, senza che noi potessimo immaginarlo, altri elementi negativi hanno accompagnato il processo di ricostruzione. Già dagli anni del seminario sapevate che avreste preso strade diverse. Lei la musica, suo fratello l’insegnamento teologico… Sì, il buon Dio ci ha fatto percorrere strade diverse. Avevo sempre chiesto al Signore, se possibile, di poter lavorare nella musica sacra, di poter cantare le lodi a Lui attraverso la musica. E se guardo adesso alla mia vita, devo dire che ha esaudito le mie preghiere in modo davvero stupendo. Mi ha permesso di lavorare nel coro della Cattedrale di San Pietro a Ratisbona, i Regensburger Domspatzen, che apprezzo molto e che ha delle qualità, forse uniche nel mondo cattolico. Come giudica la situazione attuale della musica sacra nella Chiesa? La situazione varia da luogo a luogo e da Paese a Paese. Per quanto riguarda la mia esperienza, posso dire che la Cattedrale di Ratisbona ha una lunga tradizione nella particolare cura del canto gregoriano e della polifonia vocale classica, che è stata ben conservata dopo il Concilio, ma che è, in qualche modo, andata anche avanti. La musica ha sempre avuto una sua importanza basilare per la vita religiosa perché la parola parlata raggiunge solo la ratio mentre la musica coinvolge tutto l’uomo nelle lodi a Dio. E anche se le modalità possono variare, la musica sacra avrà sempre una grande importanza. Dobbiamo assicurarci che la musica venga curata in modo da poter raggiungere pienamente l’effetto che le è proprio: quello di condurre gli uomini a Dio. Un’ultima domanda: ricordando quel 29 giugno di sessant’anni fa, quanto è rimasto in suo fratello di quel giovane prete di 24 anni? Molto, perché è rimasta la gratitudine di aver ricevuto la grazia di essere prete. Che è la mia stessa gratitudine e spero sempre che resti in me quella gioia che avevamo quel giorno, la gratitudine per aver ricevuto questa chiamata. Anzi, spero che questa gratitudine cresca di anno in anno. q Un commento alla frase di don Luigi Giussani Introduzione di Paolo Mattei L a frase di don Luigi Giussani a Giovanni Paolo II agli inizi degli anni Novanta: «No, Santità. Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana» ha destato interesse, anche al di là dell’ambito dei nostri lettori. Il quotidiano Avvenire ne ha dato notizia in un piccolo articolo che riassume con precisione le parole e le intenzioni di don Giussani. Lo riportiamo integralmente: «Sull’ultimo numero di 30Giorni c’è una frase di don Luigi Giussani: “Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana”; così diceva a Giovanni Paolo II agli inizi degli anni Novanta. Scrive Lorenzo Cappelletti, introducendo la ripubblicazione di un articolo di Massimo Borghesi del 2003 (Il patto con il Serpente): “A distanza di ormai un ventennio ci si può rendere conto di quanto sia stata anticipatrice quella svolta di don Giussani. Svolta che può essere documentata anche nell’intervista, rilasciata nell’aprile del 1992, in cui don Giussani parla della persecuzione nei confronti di quelli “che si muovono nella semplicità della Tradizione”. Alla domanda dell’intervistatore: “Una persecuzione vera?”, don Giussani risponde: “È così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi a uno che si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale. Anzi, c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a mala pena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi a cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione”» 1. Don Giussani, in quegli anni, non solo ha evidenziato il rapporto tra lo gnosticismo e la persecuzione nei confronti di coloro «che si muovono nella semplicità della Tradizione», ma ha chiarito anche la modalità attraverso cui lo gnosticismo diventa pericolo per la fede cristiana. 1 82 Don Luigi Giussani: «Il pericolo oggi è lo gnosticismo», in Avvenire, 14 luglio 2011, p. 27. 30GIORNI N.6 - 2011 Nova vetera et LLA TRADIZIONE In allegato I CANTI DE Georg Wilhelm Friedrich Hegel In uno stupendo intervento durante gli esercizi spirituali di universitari di Comunione e liberao l mond zione, il 12 dicembre 1998, così nella Chiesa e ne Andreotti Diretto da Giulio diceva: «La storia è fatta di alternanze drammatiche: i punti obiettanti sembrano dilatarsi più di quelli del passato. Il loro prevalere è statisticamente l’osservazione più amara e drammatica che un cristiano autentico possa fare proprio sulla situazione della Chiesa. Oggi il fatto che Cristo esista – chi sia, dove sia, quale strada per andare a Lui – Così don Luigi Giussani non è vissuto che da pochissia Giovanni Paolo II mi, quasi un resto d’Israele, e nta agli inizi degli anni Nova anche questi spesso infiltrati o bloccati dall’influsso della mentalità comune»2. Lo gnosticismo è il pericolo per la fede non, di per sé, in € quanto cultura mondana. Questo non implica che il cristiano non possa giudicare la cultura del mondo, evidenziandone criticamente, potremmo dire laicamente, istanze positive, limiti ed errori (cfr. 1Ts 5, 21). Da questo punto di vista proprio la frase di Giussani: «Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana» potrebbe suggerire un’ipotesi di lettura della cultura mondana moderna, l’ipotesi cioè che la cultura del mondo moderno non sia caratterizzata, contrariamente alla definizione consueta che se ne dà, dalla ¬ Johann Wolfgang von Goeth e Carl Gustav Jung «Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana» 2 353/2003 ABB. POST. 45% D.L. . rni.it LE SPED. MENSI A 1 DCB www.30Gio 03 - ROMA ART.1, D.L. 353/20 45% COMM 4 N.46) ina POST. Roman L. 27/02/0 ABB. IN SPED. . (CONV - ROMA MENSI.LE a Ufficio 1 DCBRoma APoste o rinviare ART.1, COMM to recapit 4 N.46) caso .diINmanca L. 27/02/0 In to.Poste Roma Romanina (CONV previo addebi a Ufficio mittent oerinviare ionetoalrecapit restituz la per manca di In caso addebito. 0390-4539 ione al mittente previo ISSN per la restituz ISSN 0390-4539 /5 - 2011 ANNO XXIX N.4 5 L. Giussani, Cristo è parte presente del reale, in 30Giorni, n. 12, dicembre 1998, p. 49. 30GIORNI N.6 - 2011 83 In allegato ONE A TRADIZI I CANTI DELL Jung Un commento alla frase di don Luigi Giussani i Giussani Così don Luig Paolo II a Giovanni li anni Novanta agli inizi deg von Goethe Carl Gustav ticismo, «Non l’agnos ismo tic ma lo gnos è il pericolo a» cristian per la fede laicizzazione radicale del cristianesimo, ma da una ricomprensione della novità cristiana dentro le categorie già note dello gnosticismo. Questa ipotesi ha avuto in Augusto Del Noce il suo sistematico estensore3. Ma a parte questa intelligente e interessante ipotesi di lettura del moderno, lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana in quanto «spesso s’infiltra e blocca», per usare le parole così chiare di Giussani, il piccolo gregge, «quasi un resto d’Israele», che è la Chiesa. Non Hegel, Goethe e Jung, per citare tre grandi maestri dello gnosticismo moderno, le cui immagini illustrano la copertina dell’ultimo numero di 30Giorni, sono di per sé un pericolo, ma chi nella Chiesa, in maniera più o meno occulta («occulto e orrendo veleno» è l’espressione che sant’Agostino usava per l’eresia pelagiana4), «spesso s’infiltra e blocca», e quindi snatura, la semplicità della Tradizione. Anche la tragedia della strage di Oslo del 22 luglio può indicare come lo snaturamento della fede dell’Antica e della Nuova Alleanza possa tracimare nell’odio più disumano e più diabolico. Infatti, se invece di affidare unicamente a Dio nella preghiera il rivelarsi del Suo mistero (e Apocalisse vuol dire rivelazione), l’uomo lo vuole costruire e anticipare da sé, rinnova la presunzione diabolica di essere come Dio (cfr. Gen 3, 4-5). Alcuni lettori hanno chiesto che fosse loro chiarito in maniera più semplice possibile cosa sia lo gnosticismo. A noi sembra che le brevi parole del discepolo prediletto, nella sua seconda Lettera, dicano con insuperata semplicità cosa si intende per gnosticismo ovvero per gnosi (anzi, meglio dire per falsa gnosi, perché anche la fede in Gesù Cristo è conoscenza, destata dall’attrattiva della Sua grazia). Scrive san Giovanni: «Chi va oltre e non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio» (2Gv 9). Il pericolo dello gnosticismo per la fede cristiana si esprime nel tentativo di andare oltre la dottrina di Cristo, oltre la fede degli apostoli. Potremmo anche dire che lo gnostico non rimane nell’umanità di Gesù, quell’umanità che secondo l’apostolo Paolo racchiude in sovrabbondante pienezza «tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2, 3). Qui Paolo per indicare la “conoscenza” usa proprio il termine greco “gnosi”. Per aiutare una maggiore comprensione delle parole di don Giussani riproponiamo, accompagnato da un breve profilo biografico, l’articolo di padre Jules Lebreton su Origene (185-254), teologo della Chiesa d’Alessandria. Scrive Lebreton che la teologia di Origene è «un idealismo che crede di avvicinarsi a Dio perdendo di vista l’umanità di Cristo». Johann Wolfgang Georg Wilhelm Friedrich Hegel mondo a e nel nella Chies o Andreotti da Giuli Diret to 353/2003 45% D.L. 1 DCB - ROMA. ABB. POST. 353/2003 COMMA SPED. orni.it Roma Romanina ART.1, 45% D.L. MENSILE POST. www.30Gi 1 DCB - ROMA. a Ufficio Poste ABB.N.46) 27/02/04 Romanina IN L. rinviare COMMA SPED. (CONV. recapito Poste Roma N.46) ART.1, addebito. MENSILEmancato previo a Ufficio caso diIN L. 27/02/04 In mittenterinviare alrecapito (CONV. la restituzione di mancato previo addebito. per In caso 0390-4539 al mittente ISSN per la restituzione ISSN 0390-4539 3 4 84 N.4/5 ANNO XXIX - €5 - 2011 A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, Bologna 1964, in particolare pp. 27 e 192. Agostino, Contra Iulianum opus imperfectum II, 146: «Occultum et horrendum virus haeresis vestrae». 30GIORNI N.6 - 2011 Nova vetera et Predicazione dell’Anticristo, Luca Signorelli, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Attorno all’Anticristo che ascolta i suggerimenti del demonio e opera prodigi si trovano radunate molte persone, uomini e donne, poveri e ricchi, giovani e vecchi, gente qualunque e personalità illustri, laici ed ecclesiastici che conversano tra loro Alcune tesi di Origene sono state condannate dal magistero della Chiesa. Questo non implica che la sua teologia non possa e non debba essere valorizzata in tutto quello che propone di positivo e di utile per la comprensione della dottrina cristiana. Ci sono care le parole di sant’Agostino: «La regola assolutamente autentica e inviolabile della verità mostra che va disapprovato e corretto in ciascuno quel che c’è di falso e vizioso, mentre va riconosciuto e accettato quel che c’è di vero e di retto»5. Buona lettura. 5 Agostino, De unico baptismo contra Petilianum, 9, 16. 30GIORNI N.6 - 2011 85 In allegato ONE A TRADIZI I CANTI DELL Jung Un commento alla frase di don Luigi Giussani i Giussani Così don Luig Paolo II a Giovanni li anni Novanta agli inizi deg von Goethe Carl Gustav ticismo, «Non l’agnos ismo tic ma lo gnos è il pericolo a» cristian per la fede Johann Wolfgang Georg Wilhelm Friedrich Hegel mondo a e nel nella Chies o Andreotti da Giuli Diret to 353/2003 45% D.L. 1 DCB - ROMA. ABB. POST. 353/2003 COMMA SPED. orni.it Roma Romanina ART.1, 45% D.L. MENSILE POST. www.30Gi 1 DCB - ROMA. a Ufficio Poste ABB.N.46) 27/02/04 Romanina IN L. rinviare COMMA SPED. (CONV. recapito Poste Roma N.46) ART.1, addebito. MENSILEmancato previo a Ufficio caso diIN L. 27/02/04 In mittenterinviare alrecapito (CONV. la restituzione di mancato previo addebito. per In caso 0390-4539 al mittente ISSN per la restituzione ISSN 0390-4539 N.4/5 ANNO XXIX - €5 - 2011 LEBRETON teologo credente Francese, gesuita, pubblicò scritti fondamentali sui primi secoli della Chiesa. Tanti grandi nomi gli sono debitori. Eppure nei più recenti dizionari teologici non c’è traccia di lui. Perché amava la fede della tradizione prima e più dei dibattiti dei dotti. Un suo profilo di Lorenzo Cappelletti l recentissimo Dizionario dei teologi non lo nomina. Un suo profilo non si trova neppure fra i centodieci ritratti proposti nel Lessico dei teologi del secolo XX, ultimo volume della famosissima opera dogmatica (vanta von Balthasar e Rahner fra gli eminenti collaboratori) Mysterium salutis. Eppure debitori del padre Jules Lebreton si sono riconosciuti un po’ tutti i cosiddetti grandi, da Chenu a Danielou, da Leclercq a Lyonnet, da Bouyer a Marrou, tanto che Emile Blanchet, rettore dell’Institut catholique de Paris, dando notizia della sua morte, avvenuta nel luglio 1956, scriveva che in realtà «non si saprà mai quale sia stata la profondità e l’estensione dell’influsso del padre Lebreton». Nato a Tours nel 1873, Jules Lebreton era entrato diciassettenne nella Compagnia di Gesù e dopo aver brillantemente conseguito i gradi accademici non si era potu- I 86 30GIORNI N.6 - 2011 to sottrarre agli incarichi di docenza. Nel 1907, in piena crisi modernista, proprio a lui veniva affidata la responsabilità della cattedra di Storia delle origini cristiane, creata ex novo presso l’Institut catholique de Paris per curare il delicatissimo settore storico-teologico degli studi sulla Chiesa primitiva. Padre de la Potterie ricorda di averlo incontrato a Parigi molti anni dopo e Lebreton gli confidò che quando c’era arrivato lui, nei primi anni del Novecento, «un vent glacé soufflait sur Paris». Sarebbe stato in grado quel giovane professore di reggere al vento gelido del modernismo? Colleghi non sempre ben intenzionati si sdegnavano: «Bisogna che i vostri superiori siano pazzi per consentirvi di accettare un posto del genere». «Non ho brigato per ottenere questo posto», rispondeva Lebreton. «Mi ci chiamano. Ci vengo». In umiltà Questo atteggiamento di sovrana e umile indifferenza lo accompagnerà sempre. «La sua spiritualità austera era del tutto in contrasto con ogni ricerca di avventura e di evasione. Il padre non esprimeva desideri», scrive René d’Ouince nel ricordo che gli dedicò su Études del 1956. In effetti, anche dal punto di vista scientifico, il padre Lebreton spese la maggior parte della sua vita in opere che costano fatica e non portano gloria, almeno quella che si guadagna fra gli uomini marcando la propria pretesa originalità. Dio sa che cosa costa essere professore sempre disponibile per quasi un quarantennio, sintetizzare correttamente in due volumi la storia della Chiesa fino a Costantino per la grande opera diretta da Fliche e Martin, nonché essere sempre all’opera come scrittore per riviste come Études e Recherches de science Nova vetera et Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994 Padre Jules Lebreton. Nacque a Tours nel 1873, morì a Parigi nel 1956 religieuse (che aveva fondato nel 1910 col padre De Grandmaison e di cui dopo la morte di costui assunse anche la direzione); ma soprattutto recensire, per il Bulletin d’histoire di quest’ultima rivista, fino alla fine degli anni Quaranta, innumerevoli lavori altrui. Per mezzo secolo, le opere di una certa importanza di tutti gli esegeti neotestamentari, dei patrologi e degli storici del dogma sono passate al vaglio attento delle sue analisi critiche. Così misurate che per rintracciare un suo rilievo lo si deve leggere fra le righe. Annata trentaquattresima di Recherches de science religieuse, presentazione di Surnaturel del padre De Lubac: «Ogni cristiano sa che Dio propone come fine ultimo per la sua vita la visione beatifica, per la quale eternamente egli si unirà al suo Creatore e Salvatore; egli sa che questa visione gli è promessa e gli sarà accordata per una pura grazia di Dio; ma può domandarsi se questo fine sia stato proposto all’umanità dal momento della creazione del primo uomo o soltanto dopo la caduta, in previsione dei meriti del Redentore; in questa seconda ipotesi ci si deve rappresentare Adamo, prima del suo peccato, come orientato da Dio a una beatitudine naturale, meritata per una vita pia e giusta, quale le forze della natura potevano assicurare? Se questa ipotesi di una natura pura orientata verso un fine naturale deve essere scartata...». Come dire: quello che i cristiani devono credere lo sanno, le ipotesi sono ipotesi e non è detto che quella di natura pura vada scartata... Il padre Lebreton lasciò incompiuta l’unica opera che gli avrebbe potuto dare gloria. L’histoire du dogme de la Trinité des origines au Concile de Nicée non arrivò a Nicea, si fermò a sant’Ireneo. Ma forse non fu un caso. La fede di Lebreton era un po’ quella di Ireneo. Come Ireneo, il padre Lebreton – scrive ancora René d’Ouince – «si contentava di regola di esporre con fermezza la dottrina tradizionale della Chiesa». Secondo quella medesima regula fidei che era stata di Ireneo e che fa sua nella prefazione all’Histoire du dogme: «La catena viva della nostra tradizione ci unisce ancor più strettamente e più sicuramente al passato che non i commentari degli esegeti e le dissertazioni degli storici». Il vecchio servitore La diffidenza verso le speculazioni della gnosi cristiana di Clemente d’Alessandria e di Origene ritorna in alcuni suoi articoli degli anni Venti (che tradotti in italiano sono diventati un libretto edito nel ’72 da Jaca Book col titolo Il disaccordo tra fede popolare e teologia dotta nella Chiesa del terzo secolo, di cui riportiamo ampi brani nelle pagine seguenti). Secondo Origene i semplici credenti sono come dei lattanti, legati a conoscenze elementari: «Non conoscono che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocefisso, pensando che il Logos fatto carne è tutto il Logos; essi conoscono solo Cristo secondo la carne: ed è la folla di quelli che sono detti credenti». Ebbene padre Lebreton è voluto vivere e morire come loro. Reso di nuovo come un bambino negli ultimi anni della sua vita da una grave malattia, aveva confidato a una suora anziana e malata come lui: «Lo comprendete come me, madre mia. Quel che il Signore vuole trovare nei suoi vecchi servitori è la confidenza in Lui. Un bambino non ha paura di rientrare nella casa paterna. Di mese in mese le forze diminuiscono. Questo pomeriggio andrò dal medico per delle punture mensili che m’aiutano a vivere, a pensare, a ricordarmi le cose. Quando non mi faranno più effetto lascerò perdere tutto questo e vivrò nella casa paterna come un bambino docile e fiducioso, ripetendo la parola: “Scio cui credidi. So in chi ho riposto la mia fiducia”. Non si tirerà indietro». q 30GIORNI N.6 - 2011 87 In allegato ONE A TRADIZI I CANTI DELL Jung Un commento alla frase di don Luigi Giussani i Giussani Così don Luig Paolo II a Giovanni li anni Novanta agli inizi deg von Goethe Carl Gustav ticismo, «Non l’agnos ismo tic ma lo gnos è il pericolo a» cristian per la fede Johann Wolfgang Georg Wilhelm Friedrich Hegel mondo a e nel nella Chies o Andreotti da Giuli Diret to 353/2003 45% D.L. 1 DCB - ROMA. ABB. POST. 353/2003 COMMA SPED. orni.it Roma Romanina ART.1, 45% D.L. MENSILE POST. www.30Gi 1 DCB - ROMA. a Ufficio Poste ABB.N.46) 27/02/04 Romanina IN L. rinviare COMMA SPED. (CONV. recapito Poste Roma N.46) ART.1, addebito. MENSILEmancato previo a Ufficio caso diIN L. 27/02/04 In mittenterinviare alrecapito (CONV. la restituzione di mancato previo addebito. per In caso 0390-4539 al mittente ISSN per la restituzione ISSN 0390-4539 N.4/5 ANNO XXIX - €5 - 2011 Un idealismo imprudente In questa e nelle pagine seguenti alcune immagini del ciclo di affreschi conservati all’interno del monastero di clausura delle Agostiniane dei Santi Quattro Coronati, a Roma. Qui sopra, la rappresentazione dell’arte Gramatica Jules Lebreton scrisse negli anni Venti due articoli su Origene. La teologia del maestro di Alessandria è «un idealismo che crede di avvicinarsi a Dio perdendo di vista l’umanità di Cristo» 88 30GIORNI N.6 - 2011 Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994 Nova vetera et di Lorenzo Cappelletti ul numero 12 del 1922 di Recherches de science religieuse (rivista che aveva fondato nel 1910 insieme a padre De Grandmaison), il padre Jules Lebreton pubblicava un articolo dal titolo Les degrés de la connaissance religieuse d’après Origène. Sul medesimo tema, negli anni 1923 e 1924, la Revue d’histoire ecclésiastique ospitava un lungo articolo (diviso in due parti), sempre del padre Lebreton, dal titolo Le désaccord de la foi populaire e de la théologie savante dans l’Eglise chrétienne du III siècle. Con questo titolo, Il disaccordo tra fede popolare e teologia dotta nella Chiesa del terzo secolo, nel 1972, la Jaca Book pubblicava in traduzione italiana entrambi gli articoli di Lebreton, facendone un agile libretto che usciva nella collana Strumenti per un lavoro teologico (riportando – sia detto solo in vista di un’eventuale ristampa – in modo sbagliato le date del secondo articolo). Nonostante siano passati più di vent’anni, dunque, da questa edizione e più di settant’anni dalla pubblicazione degli originali, la lucidità con cui Lebreton legge l’origenismo, mettendone in rilievo la distanza dal depositum fidei, risulta insuperabile; lezione attualissima, inoltre, perché l’origenismo nel frattempo non è certo svanito. Ci discostiamo talvolta dalla traduzione (peraltro fedele) che la Jaca Book aveva affidato a Riccardo Mazzarol. I numeri delle pagine che indichiamo fra parentesi si riferiscono al testo italiano edito da Jaca Book. S 1. Dalla filosofia all’eresia «Per i semplici fedeli, come una volta per san Clemente di Roma, il mistero della Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, è la fede e la speranza degli eletti; essi vedono tutto nella prospettiva della salvezza e, al centro, la croce di Cristo, la sua morte redentrice, la sua risurrezione, pegno della loro. Essi possono dire, come rimprovera loro Origene, che non conoscono che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso. I dotti vedono nello stesso mistero la soluzione di tutti gli enigmi del mondo: come un Dio infinitamente perfetto ha potuto creare? È con il suo Verbo. Come questo Dio invisibile si è fatto conoscere? Ancora una volta con il suo Verbo. Creazione con il Verbo, rivelazione con il Verbo: sono senza dubbio delle dottrine autenticamente cristiane; ma negli scrittori anteriori esse sono considerate soprattutto nelle loro relazioni con il dogma della salvezza: se Dio ha creato il mondo è per la sua Chiesa, è per i suoi santi; queste considerazioni sono qui [presso gli alessandrini] meno evidenti, ciò che è in primo piano è il problema filosofico che preoccupava tutti i pensatori. [...] Attirati sul terreno dei filosofi, i teologi cristiani subiscono la loro influenza: la generazione del Verbo di Dio è descritta da loro in funzione del problema cosmologico: per creare il mondo, Dio, che dall’eternità ha in sé il suo Verbo, lo proferisce all’esterno» (pp. 42-43). 2. L’umanità di Gesù Cristo Dunque quella carne che il Figlio ha preso da Maria e che è stata da lei partorita non è messa in rilievo come il luogo della salvezza, ma è funzionale alla risoluzione di un problema filosofico. «“Poiché siamo spinti”, dice Origene, “da una virtù celeste e più che celeste ad adorare unicamente il nostro Creatore, trascuriamo l’insegnamento degli inizi di Cristo, cioè l’insegnamento elementare, ed eleviamoci alla perfezione, perché la sapienza che è manifestata ai perfetti sia manifestata anche a noi” (cfr. Periarchon 4,1,7). Questa virtù “celeste” è quella che ci permette di oltrepassare l’insegnamento elementare, per raggiungere le realtà intellegibili, il mondo “celeste”» (pp. 97-98). Lebreton si affretta a notare: «Senza dubbio si tratta d’una concezione assai falsa e pericolosa dell’incarnazione del ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 89 Un commento alla frase di don Luigi Giussani San Pietro sulle spalle della personificazione della virtù della carità, sotto i piedi della quale sta il vizio dell’odio rappresentato da Nerone 90 30GIORNI N.6 - 2011 Figlio di Dio e del suo abbassamento; ma questo errore è intrinseco all’origenismo, un idealismo imprudente che crede d’avvicinarsi a Dio perdendo di vista l’umanità di Cristo» (89). Attenzione! In Origene il cristianesimo spirituale non esclude quello corporale, il cristianesimo segreto non esclude quello manifesto, il Vangelo eterno non esclude il Vangelo così come è inteso dai semplici cristiani. Addirittura scrive Lebreton che per Origene «la fede semplice, che ha per oggetto centrale Gesù Cristo crocifisso, è senza dubbio una conoscenza salutare, ma è una conoscenza elementare, come il latte dei bambini; la misericordia di Dio la propone, in mancanza di meglio, a coloro che sono troppo deboli per potersi elevare più in alto a “conoscere Dio nella sapienza di Dio”. Così non ci sorprenda di vedere Origene (cfr. Contra Celsum 3, 79) difendere questa fede dei semplici sostenendo che essa non è la migliore in assoluto, ma la migliore possibile vista l’infermità di coloro ai quali essa deve essere proposta» (p. 73). Ma proprio questa motivazione, portata a difesa della fede dei semplici, la vanifica. Lebreton riporta quel che scrive Origene nel Commento a Giovanni: «Scrive Origene: “Il vangelo che i semplici credono di capire contiene l’ombra dei misteri del Cristo. Ma il vangelo eterno, di cui parla Giovanni, e che chiameremo propriamente vangelo spirituale, presenta chiaramente, a coloro che capiscono tutto ciò che riguarda il Figlio di Dio, sia i misteri che i suoi discorsi fanno intravvedere, sia le realtà di cui le sue azioni erano i simboli. [...] Pietro e Paolo, che dapprima erano manifestamente ebrei e circoncisi, hanno ricevuto poi da Gesù la grazia di esserlo in segreto. Erano visibilmente ebrei per la salvezza della massa; non solo lo confessavano con le loro parole ma lo manifestavano con gli atti. Lo stesso si deve dire del loro cristianesimo. E, come Paolo non può soccorrere gli Ebrei secondo la carne, se, quando la ragione lo richiede, non circoncide Timoteo, e se, quando è il momento, non si taglia i capelli e non fa l’offerta, in una parola se non si fa ebreo con gli Ebrei per guadagnare gli Ebrei, così colui che Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994 Nova vetera et si dedica alla salvezza di molti [Origene parla di sé medesimo] non può soccorrere efficacemente con il cristianesimo segreto coloro che sono ancora legati agli elementi del cristianesimo manifesto, renderli migliori e farli pervenire a ciò che è più perfetto e più elevato. Perciò bisogna che il cristianesimo sia spirituale e corporale; e quando bisogna annunciare il Vangelo corporale, e dire in mezzo a quelli che sono carnali che non si conosce altro che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso, lo si deve fare. Ma quando li si trova perfezionati dallo Spirito, portanti frutto in Lui e innamorati della sapienza celeste, bisogna comunicare loro il discorso che si eleva dall’incarnazione fino a ciò che era presso Dio”» (pp. 77-78). 3. La tradizione segreta La tradizione unica della Chiesa, di cui parla Ireneo e che è affidata innanzitutto alla custodia del vescovo di Roma, si scinde inevitabilmente, a seguire Origene, in una duplice tradizione. «Da un lato la Chiesa visibile, che mostra, come in Ireneo o Tertulliano, la successione episcopale che la lega attraverso gli apostoli a Cristo; dall’altro un’élite, conosciuta solo da Dio, nascosta agli occhi degli uomini, che si richiama anch’essa a una tradizione apostolica, confidenziale però, segreta e trasmessa clandestinamente» (p. 94). Se si va a fondo non solo si scopre che le tradizioni diventano due, una exoterica (pubblica, cioè cattolica), l’altra, quella che conta, esoterica (segreta, cioè gnostica), ma anche che non trasmettono lo stesso depositum. Né quanto all’oggetto: «L’insegnamento riservato ai semplici è quello morale; la rivelazione dei misteri, particolarmente della Trinità, è il segreto dei perfetti. [...] I due insegnamenti, l’uno proposto alla massa l’altro riservato ai perfetti, si distinguono per il loro oggetto: per gli uni l’ingiunzione dei precetti morali, per gli altri la rivelazione dei segreti divini. [...] Origene spesso oppone la conoscenza dell’umanità di Cristo a quella della sua divinità: ai carnali ¬ San Paolo sulle spalle della personificazione della virtù della concordia, sotto i piedi della quale sta il vizio della discordia rappresentato probabilmente da Ario 30GIORNI N.6 - 2011 91 In allegato ONE A TRADIZI I CANTI DELL ticismo, «Non l’agnos ismo tic ma lo gnos è il pericolo a» cristian per la fede Un commento alla frase di don Luigi Giussani i Giussani Così don Luig Paolo II a Giovanni li anni Novanta agli inizi deg von Goethe Carl Gustav Jung Georg Wilhelm Friedrich Hegel mondo a e nel nella Chies o Andreotti da Giuli Diret to Johann Wolfgang non si può predicare che Gesù Cristo crocifisso, ma a coloro che sono innamorati della sapienza celeste sarà rivelato il Verbo che è presso Dio. [...] In primo piano mette coloro “che partecipano al Logos che era in principio, che era presso Dio, il Logos Dio”; poi coloro “che conoscono solo Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso, pensando che il Logos fatto carne è tutto il Logos; essi conoscono solo il Cristo secondo la carne: ed è la massa di quelli che sono detti credenti”» (pp. 79-80). Né quanto al metodo. Le verità, diverse quanto all’oggetto, lo sono anche riguardo al metodo di conoscenza: «Gli uni credono, gli altri conoscono; i primi si rifanno a un’autorità superiore garantita dai miracoli e la loro fede è fragile; i secondi contemplano le verità religiose alle quali aderiscono e la loro adesione è stabile» (p. 81). Anzi, si può persino giungere a dire che nella tradizione pubblica non viene trasmessa nessuna verità, ma solo pie menzogne: «Ma le verità elementari che s’insegnano al popolo dei semplici sono almeno sempre delle verità in senso stretto? Origene assai spesso lo afferma e per questo verso si oppone agli gnostici, ma troviamo anche qualche pagina inquietante in cui l’insegnamento elementare appare come una menzogna salutare: Dio inganna l’anima per formarla» (p. 95). Insomma, nel rapporto subordinato di verità elementari a verità più alte, le prime finiscono per risultare delle fole. Nelle omelie sul profeta Geremia, Origene paragona l’agire di Dio all’educazione che i grandi danno ai bambini. Secondo Origene: «Li inganniamo con degli spauracchi che dapprima sono necessari, ma di cui in seguito essi riconoscono la vanità» (p. 99). 353/2003 45% D.L. 1 DCB - ROMA. ABB. POST. 353/2003 COMMA SPED. orni.it Roma Romanina ART.1, 45% D.L. MENSILE POST. www.30Gi 1 DCB - ROMA. a Ufficio Poste ABB.N.46) 27/02/04 Romanina IN L. rinviare COMMA SPED. (CONV. recapito Poste Roma N.46) ART.1, addebito. MENSILEmancato previo a Ufficio caso diIN L. 27/02/04 In mittenterinviare alrecapito (CONV. la restituzione di mancato previo addebito. per In caso 0390-4539 al mittente ISSN per la restituzione ISSN 0390-4539 N.4/5 ANNO XXIX - €5 - 2011 4. Roma custode della fede Lebreton mette bene in luce come Roma abbia fin dall’inizio resistito a questo inquinamento della fede. Delinea la contrapposizione di Ippolito a Zefirino e poi a Callisto (dalla quale sorse all’inizio del terzo secolo il primo scisma nella 92 30GIORNI N.6 - 2011 Sede romana) come contrapposizione di una fede dotta a una fede semplice. Lebreton ricorda come nei Philosophoumena Ippolito metta in bocca ai suoi nemici espressioni che nelle sue intenzioni dovrebbero risultare squalificanti: «Zefirino ripete: “Io non conosco che un Dio Gesù Cristo, e, al di fuori di lui, nessun Dio generato che ha sofferto”; e altre volte: «Non è il Padre che è morto, ma il Figlio”. Questi passi sono confermati dall’insieme del trattato: Ippolito è un teologo, fiero della sua scienza, grande lettore di filosofi greci, che denuncia come padri di tutte le eresie [anche questa inflessibile condanna dell’eresia a partire non dalla semplicità della tradizione ecclesiale, ma dalla cultura – ci sia permesso notarlo – è assai istruttiva: sarà la medesima in Origene e in tanti altri che devieranno dalla fede]. Ci presenta i suoi avversari: Zefirino, uno spirito limitato, Callisto, un intrigante, i loro seguaci, delle intelligenze volgari e degli animi sordidi» (p. 9). Ora, a questa contrapposizione scismatica contro i legittimi vescovi di Roma non fu estraneo Origene. Origene arrivò a Roma, infatti, proprio all’epoca in cui era vescovo Zefirino (199-217) e aderì, sembra, allo scisma di Ippolito. Fu probabilmente per questo che qualche anno dopo, nel 230, quando Origene sarà deposto dal suo vescovo di Alessandria d’Egitto, a Roma papa Ponziano riunirà prontamente un sinodo per approvare quella decisione, condannando anch’egli Origene. Cosa che non fecero tanti altri vescovi di Arabia, Palestina, Cappadocia. Passa qualche anno e nei confronti di un discepolo di Origene, Dionigi, divenuto vescovo nel 247 sulla sede alessandrina, l’allora vescovo di Roma (anch’egli di nome Dionigi) interviene denunciandone le tesi pericolose. Scrive Lebreton: «Di fronte a queste tesi la posizione presa da Dionigi di Roma e il suo concilio è la posizione tradizionale della Chiesa di Roma. [...] Qui, come negli altri documenti romani, quel che si trova è l’espressione autentica della fede: nessuna speculazione teologica, nessuna sottigliezza Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994 San Lorenzo sulle spalle della personificazione della virtù della liberalità, sotto i piedi della quale sta il vizio dell’avarizia rappresentato da Giuda Nova vetera et dialettica, poca erudizione scritturistica, ma la dichiarazione categorica della fede professata dalla Chiesa. Dionigi di Roma anche personalmente era uomo di grande valore: Dionigi d’Alessandria ne rende testimonianza e anche san Basilio ne fa un grande elogio, ma qui non è né l’erudito né il teologo che parla, è il Papa. Egli non si compiace della sua parte nelle speculazioni teologiche e si preoccupa poco di quelle degli altri. Si è notato che la sua argomentazione non tien conto delle sottili distinzioni alessandrine sulle tre persone o sul doppio stato del Logos. Egli non si preoccupa che delle conclusioni più evidenti, sia che siano state formulate dagli stessi autori di queste dottrine, sia che gli sembrino nascere spontaneamente; e poiché queste conclusioni sono un pericolo per la fede le respinge, e respinge anche la teologia che le ha portate. La lettera di Dionigi d’Alessandria, malgrado le sue imprudenze e la sua goffaggine, era sicuramente ben lontana dall’insegnamento di Ario; ma la lettera di Dionigi di Roma ha già l’accento di Nicea: stessa preoccupazione dell’unità divina, stessa fermezza sovrana e categorica nella definizione della fede. Questa barriera insuperabile, contro la quale si frantumerà sessant’anni più tardi l’eresia, è quella che ferma da allora una teologia avventurosa. I frammenti di Dionigi d’Alessandria, l’abbiamo già notato, hanno un carattere ben differente dalla lettera di Dionigi di Roma: non si trova in lui un giudice della fede, ma un esegeta, e soprattutto un metafisico innamorato delle sue belle speculazioni. Egli se ne compiace ancora in questa Apologia destinata interamente a mettere in luce la sua ortodossia, e di cui conosciamo la maggior parte dei frammenti per la scelta rispettosa e accurata fatta da sant’Atanasio. Se, malgrado la sollecitudine dello stesso scrittore e del suo difensore, il suo pensiero ci appare molto meno fermo ed esatto di quello del vescovo di Roma, concluderemo che la sua speculazione era per lui una guida meno sicura di quello che era la fede comune per Dionigi di Roma» (pp. 35-36). q ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 93 L ibri Il movimento armato di Davide Malacaria D i libri sull’eversione ne sono usciti così tanti che è difficile approcciare una nuova pubblicazione senza essere attraversati dal timore del già letto. Il libro Per una storia del terrorismo italiano è, invece, sotto questo profilo, una felice sorpresa. Il volume di Angelo Ventura, con prefazione di Carlo Fumian, ambedue professori di Storia contemporanea presso l’Università di Padova (il primo ora emerito), s’addentra, infatti, in territori nuovi, accompagnando l’esposizione con una mole di documenti notevole. L’analisi di Ventura si sofferma sui diversi movimenti protagonisti degli anni di piombo. Quelli di massa, come Potere operaio – che, nell’agosto del 1973, attraverso un processo di «metamorfo- 94 30GIORNI N.6 - 2011 si», diventa Autonomia operaia – e Lotta continua, più «ambiguo e oscillante» rispetto alla scelta militarista. E poi le organizzazioni più prettamente terroristiche quali Prima linea, «principale braccio armato di Autonomia», e le Brigate rosse, che assumono un’importanza di primo piano nel terrorismo italiano quando, dopo l’arresto di Curcio e Franceschini (1974), si costituisce la Direzione strategica, «nella quale entrano anche esponenti delle “forze irregolari”, che non vivono cioè nella clandestinità, presumibilmente provenienti dal filone di Autonomia». Queste organizzazioni terroristiche hanno «una consistenza che non consente di confonderle con le infinite sigle di copertura usate per depistare gli inquirenti e Angelo Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Donzelli, Roma 2010, 182 pp., euro 26,00 per generare l’immagine artificiosa d’una presunta proliferazione spontanea di gruppi armati». In altri studi si distingue tra i movimenti di contestazione di Anni Settanta: movimenti giovanili di contestazione di massa e bande armate caratterizzano una stagione violenta. Per Angelo Ventura, al di là delle contraddizioni e delle conflittualità, si tratterebbe di un unico soggetto politico: il partito della lotta armata determina in due distinti livelli, secondo la “logica della separazione” che implica anche momenti di contraddizione: l’“organizzazione di massa” e il “partito d’attacco”. Da una parte l’“organizzazione di massa”, organismo politico-militare definito anche “base rossa”, che pratica tutte le forme di violenza legate alle azioni di massa: appropriazioni, autoriduzioni, piccoli sabotaggi, pestaggi, cortei “duri”, lanci di molotov, ecc. Dall’altra il “partito d’attacco”, definito anche da Toni Negri, certo non casualmente in uno scritto del 1974, “brigate rosse dell’attacco operaio e proletario”, al quale spetta “un’azione d’attacco, che talora può e deve essere di terrore rosso”». Il rapporto tra i due livelli di quest’unico massa e quelli della lotta armata, nei quali le istanze rivoluzionarie sono vissute con modalità diverse, anche in aperta contraddizione. Per Ventura, invece, tra i movimenti di massa e le bande armate vi sono convergenze profonde, tanto da poter parlare di un unico «partito della lotta armata». Un partito particolare, fluido, con antagonismi e dialettiche interne anche esasperate, costituito da due distinti livelli: un livello di massa, condotto da un’élite «d’intellettuali borghesi che intendono forzare le masse sulla via della rivoluzione», e uno più ristretto, che ne rappresenta l’ala militare. Spiega Ventura: «Come quella di ogni movimento, e specie dei gruppi estremistici fortemente ideologizzati, la sua storia è intessuta di lotte di frazione, politiche e di potere, di contrasti ideologici e di rivalità personali, di scissioni e aggregazioni, ma tutti ruotanti attorno a un asse centrale politico-organiz- Milano, 14 maggio 1977, autonomi in via De Amicis Bologna, settembre 1970, Toni Negri, il secondo da sinistra e, seduto accanto a lui, Alberto Magnaghi; dietro il quale, in piedi, sta Oreste Scalzone, durante il convegno organizzativo di Potere operaio zativo e nell’ambito di una comune strategia complessiva. Ma l’elemento assolutamente originale è costituito dal principio strategico fondamentale su cui è piantato il processo del partito della lotta armata, che consiste nell’articolazione dialettica tra i diversi livelli. Ridotta al suo essenziale schema binario, l’articolazione dialettica si partito è strategico: «Da una parte l’“illegalità di massa” serve a radicare nelle masse la pratica e la “coscienza” della lotta armata, e ha al tempo stesso funzione di fiancheggiamento e di vivaio per il reclutamento e l’iniziazione dei giovani da avviare per gradi sulla strada senza ritorno del terrorismo e della clandestinità. È ¬ 30GIORNI N.6 - 2011 95 L ibri quindi importante comprendere come l’illegalità di massa, la violenza organizzata nelle scuole, nelle università, nei quartieri e nelle fabbriche è parte integrante, funzione primaria e vitale del partito armato, non spontanea violenza sociale [...]. D’altra parte il compito del terrorismo maggiore è di trainare il movimento, aprirgli nuovi spazi colpendo gli avversari e paralizzandoli col terrore, elevare il livello dello scontro per coinvolgere gradualmente le masse nella lotta armata. Senza l’“illegalità di massa” il terrorismo sarebbe insensato, senza terrorismo l’“illegalità di massa” non potrebbe diffondersi e radicarsi». Un partito fluido, che vive e opera attraverso un processo dialettico tra diversi piani, «ai quali corrispondono diversi gradi di “maturità” e d’iniziazione», all’interno di una «contraddizione programmata, promossa e gestita con lucido cinismo dal gruppo dirigente, operante, per così dire, al grado supremo dell’iniziazione». Spesso nella retorica degli anni di piombo si è cercato di accreditare l’idea della violenza eversiva come diretta a rovesciare un regime conservatore, se non autoritario, una sorta cioè di riedizione della lotta di liberazione contro il regime fascista. Tesi che Ventura confuta: «L’antifascismo ha ben poco a che vedere con la lotta armata, anche se il cosiddetto “anti96 30GIORNI N.6 - 2011 Roma, marzo 1968, scontri a Valle Giulia Roma, 17 febbraio 1977, autonomi davanti al cancello dell’Università La Sapienza dopo la cacciata di Luciano Lama fascismo militante” poté essere usato da questi gruppi come strumento di mobilitazione e di reclutamento». E ancora: «La teoria del terrorismo come risposta intesa a dare dinamismo a una situazione bloccata […] può forse applicarsi ad altri Paesi, ma non all’Italia. Qui infatti il terrorismo è nato con le “trame nere” per bloccare il tentativo riformatore del centro-sinistra, volto ad allargare le basi della democrazia e gli spazi di libertà […] ed è proseguito poi nella fase del terrorismo “rosso” col fine dichiarato di contrastare il crescente potere dei sindacati e il “compromesso storico”: tendenze, comunque vogliamo giudicarle, volte bensì a consolidare il sistema politico e sociale italiano, ma non senza modificarlo profondamente». Il volume si sofferma anche sull’ideologia del partito della lotta armata, snaturamento nichilista del marxismo: il rifiuto di ogni via riformista, di ogni mediazione politica e partitica s’accompagna a un’ideologia per cui il cambiamento passa per la distruzione delle forme in cui è strutturato lo Stato e la società. Il bersaglio di questa «lotta continua», o «guerra civile permanente», non è più la borghesia o il capitalismo, ma lo Stato in quanto tale. Allo stesso tempo, la lotta non è più funzionale all’instaurazione del «socialismo, sprezzantemente rifiutato come “capitalismo di Stato”, anzi, for ma estrema e più raffinata del dominio del capitale. È il capitalismo stesso che va distrutto. Toni Negri giunge a prevedere che la distruzione rivoluzionaria dello Stato dovrà rivolgersi anche contro “scienza, tecnica, macchinario, tutto l’armamentario del lavoro morto, le fabbriche esistenti”». Così da arrivare a preconizzare una «stravagante utopia del “rifiuto del lavoro”», per affermare che «“si può vivere senza lavorare, che ci si può definitivamente liberare dalla schiavitù del lavoro”». Tale concezione, secondo Ventura, è dovuta anche alla modalità di ricezione dell’ideologia marxista in Italia, che, dopo il periodo fascista, si ripropone «attraverso la mediazione idealistica crociana e gentiliana, che ne esaltava le implicite valenze ideologizzanti, condotte poi alle estreme conseguenze dagli entusiasmi del ’68». Un’ideologia irrazionale, dove la teoria giunge a identificarsi con la prassi, e dove «la forza e la violenza trovano unicamente in sé stesse la propria giustificazione». Così Ventura: «Autonomia operaia è anche ed essenzialmente questo: volontà di potenza illimitata, autonomia della prassi fondante la violenza, logica della guerra che non riconosce altra regola che la distruzione del nemico». Idee, umori di fondo, di cui, secondo l’autore, «da sempre si nutrono la cultura reazionaria e il radicalismo di destra». Tanto che Ventura parla di una convergenza oggettiva, anche negli obiettivi, con il radicalismo di destra, dal momento che anche questo lotta per la «disintegrazione del sistema». Così che Pino Rauti, leader di Ordine nuovo, arriva a ipotizzare «una strategia di lotta comune con l’estrema sinistra per “l’eversione del sistema”». In altra parte, il volume s’addentra nel «labirinto delle connessioni», nel tentativo di analizzare il fenomeno eversivo nella sua «dimensione internazionale, che si manifesta sia nella prospettiva internazionalistica dei movimenti eversivi e nei collegamenti tra organizzazioni di diversi Paesi, sia nell’uso del terrorismo da parte degli Stati, come strumento di politica estera». A tale proposito, Ventura osserva che «il terrorismo strategico contemporaneo è un fenomeno internazionale, che ha origine negli ultimi anni Sessanta, con impressionante sincronia, in molti Paesi dell’antico e del nuovo continente». È nelle cose, quindi, che le varie formazioni terroristiche intessessero rapporti reciproci, sia a livello strategico che culturale. Diverso, e più controverso, il rapporto tra il partito della lotta armata e i servizi segreti, italiani ed esteri, sul quale Ventura si sof- ferma in parte del volume. Certo è singolare il coinvolgimento di funzionari dell’intelligence Usa nell’avventura giornalistica del quotidiano Lotta continua (organo dell’omonimo movimento) e in quella editoriale della Tipografia 15 giugno (nata, si legge sul frontespizio del primo libro stampato, come «strumento per tutte le organizzazioni popolari e i gruppi della sinistra che trovano una reale difficoltà a produrre giornali, riviste, opuscoli, libri, manifesti»). Ma è lo stesso Ventura a spiegare come in questo «labirinto delle connessioni» ci s’addentri più per deduzioni che attraverso la via documentale. Cosa che vale anche per le convergenze parallele tra eversione, di destra e di sinistra, e i «poteri occulti», in particolare la loggia P2 di Licio Gelli, cresciuto sotto l’ala protettrice del «vescovo della Chiesa gnostica» gran maestro Giordano Gamberini. Libro interessante e di certa attualità, che contribuisce a rischiarare un fenomeno complesso e magmatico come quello dei movimenti giovanili degli anni Settanta, che hanno mosso tante coscienze, e hanno interessato anche parte del mondo cattolico. E a gettare luce sull’eversione armata, il cui sinistro simbolo, la stella a cinque punte, presenta nefaste similitudini con il pentacolo usato nei riti satanici. q Sopra, Roma, 1978, Aldo Moro prigioniero delle Brigate rosse Milano, 16 dicembre 1969, funerali delle vittime di piazza Fontana nel Duomo di Milano Aggiungi un posto a tavola Dal nuovo centro di cottura all’interno dell’“Istituto di Rebibbia Nuovo Complesso” la Men at Work produce e consegna pasti a comunità, aziende, enti locali, istituti religiosi, scuole, nel territorio del Comune e della Provincia di Roma. La Men at Work è una cooperativa sociale senza fine di lucro che, dal 1998, attiva processi di reinserimento di persone svantaggiate e, dal 2003, forma professionalmente le persone detenute nel carcere di Rebibbia di Roma, creando nuovi posti di lavoro nel settore della ristorazione. Le persone che vi operano sono tutte formate con corsi specifici nel campo della ristorazione collettiva e garantiscono al consumatore un prodotto salubre, sicuro e certificato ISO 9001. Se devi aggiungere un posto a tavola, aggiungilo con una ragione in più. Buon appetito. A tutti! Per informazioni e preventivi tel. 0677208095 oppure e-mail: [email protected] Se vuoi sostenere il lavoro della Men at Work , puoi anche scegliere di destinargli il tuo 5 per mille. Sulla tua dichiarazione dei redditi, firma nella casella delle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale e indica il codice fiscale 05647761005. Il tuo 5 per mille andrà ai progetti di reinserimento al lavoro realizzati dalla Men at Work. P.zza San Giovanni in Laterano 44 00184 Roma m o s t r e Le mostre del Meeting nella tua città Per informazioni e prenotazioni: Tel. 0541 - 728565 Fax o541 - 765206 [email protected] www.meetingmostre.com Per la realizzazione delle mostre 2010 si ringrazia I canti gregoriani più semplici che i fedeli sono invitati a imparare e cantare secondo l’intenzione della costituzione del Concilio Vaticano II sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium È possibile scaricare gratuitamente sia il CD che il LIBRETTO sul nostro sito internet www.30giorni.it nell’area download Si possono inoltre richiedere altre copie del cd e del libretto, al prezzo di 2 euro più spese di spedizione, telefonando al numero verde gratuito oppure scrivendo a: 30GIORNI, via Vincenzo Manzini, 45 - 00173 Roma o all’indirizzo e-mail: [email protected] Cd e libretto sono disponibili anche in lingua francese, inglese, portoghese, spagnola e tedesca con le stesse modalità