REPORTAGE DALLA TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente
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per la restituzione al mittente previo addebito.
ISSN 0390-4539
nella Chiesa e nel mondo
Diretto da Giulio Andreotti
BAGLIORI DI FEDE AL DI LÀ DELL’OCEANO
IN ALLEGATO Lettura spirituale per l’estate
ANNO XXIX N.6 - 2011 - € 5
Intervista con il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington
Un articolo di Miguel Díaz, ambasciatore Usa presso la Santa Sede,
sui cattolici afroamericani
N.
6
ANNO
2011
Sommario
anno XXIX
In copertina: in alto, il cardinale
Donald Wuerl, arcivescovo di Washington;
in basso, cattolici afroamericani in preghiera
EDITORIALE
La cosa più importante sono le notizie dall’estero
Prossimità
e misericordia.
I vescovi del Celam
raccontano
la “Missione
continentale”
delle Chiese
latinoamericane
COPERTINA
STATI UNITI
Il ritorno alla semplicità della fede cattolica
intervista con il cardinale Donald Wuerl — di G. Cubeddu
Redazione
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Davide Malacaria - [email protected]
Paolo Mattei - [email protected]
Massimo Quattrucci - [email protected]
Gianni Valente - [email protected]
Grafica
Marco Pigliapoco - [email protected]
Vincenzo Scicolone - [email protected]
Marco Viola - [email protected]
Ricerca iconografica
Paolo Galosi - [email protected]
Collaboratori
Pierluca Azzaro, Françoise-Marie Babinet,
Pina Baglioni, Marie-Ange Beaugrand, Maurizio Benzi,
Lorenzo Bianchi, Lorenzo Biondi, Massimo Borghesi,
Lucio Brunelli, Rodolfo Caporale, Lorenzo Cappelletti,
Gianni Cardinale, Stefania Falasca,
Giuseppe Frangi, Silvia Kritzenberger,
Walter Montini, Jane Nogara,
Stefano M. Paci, Felix Palacios,
Tommaso Ricci, Giovanni Ricciardi
Hanno inoltre collaborato a questo numero:
Miguel H. Díaz, Jamie T. Phelps
Segreteria
[email protected]
Ufficio legale
Davide Ramazzotti - [email protected]
3OGIORNI
nella Chiesa e nel mondo
è una pubblicazione mensile registrata
presso il Tribunale di Roma in data 11/11/93, n. 501.
La testata beneficia di contributi statali diretti
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46
— di Jamie T. Phelps
We e nosotros nel mosaico degli States
pag.
56
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Vicedirettori
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40
Storia di una fedeltà non comune
3OGIORNI
nella Chiesa e nel mondo
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4
— di Giulio Andreotti
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Questo numero è stato chiuso
in redazione il 23 luglio 2011
Finito di stampare nel mese di agosto 2011
52
— di Miguel H. Díaz
IN QUESTO NUMERO
REPORTAGE DALLA TURCHIA
Un modello per il nuovo Medio Oriente
26
— di L. Biondi
«Cercare la democrazia
senza polarizzazioni ideologiche»
intervista con Bekir Karliga — di L. Biondi
«Quest’aria nuova che si respira in Turchia»
intervista con Louis Pelâtre — di L. Biondi
Allegato Lettura spirituale estate 2011: Pontificia Commissione di Archeologia Sacra:
Copertina; pp.1,3,5,7,8,9,10,11,13,14,17,18-19,20,21,22,23,24.
30
AMERICA LATINA
Prossimità e misericordia
— di G. Valente
56
Solo l’umiltà rende liberi dai ricatti
intervista con Carlos Aguiar Retes — di G. Valente
58
STORIA
La sorridente umiltà di Josef Beran
70
— di R. Rotondo
ANNIVERSARI
«Una gratitudine che cresce di anno in anno»
intervista con Georg Ratzinger
— di R. Rotondo e S. Kritzenberger
78
NOVA ET VETERA
Introduzione
82
— di P. Mattei
Lebreton teologo credente
Un idealismo imprudente
— di L. Cappelletti
— di L. Cappelletti
86
88
LIBRI
Il movimento armato
CREDITI FOTOGRAFICI: Reuters/Contrasto: Copertina; pp.25,59,61; Andrew Stern/Redux/Contrasto:
Copertina; Osservatore Romano: pp.4,5,80; Bbc Video-2008: pp.8,9,10,13,16,18,19,20,23,24;
Getty Images: pp.26-27,41,43,62; Lorenzo Biondi: pp.27,28,29,30,31,32,33,34,35,36,37,38;
Romano Siciliani: pp.30,66,68,86-87; Rafael Crisostomo/Catholic Standard: pp.40,43,44;
Associated Press/LaPresse: pp.41,42,54,59,60,61,63,66,74,75; Piotr Spalek/Catholic Press Photo/CNS
Photo: p.42; Magnum/Contrasto: pp.46-47,54,54-55,55,67; Archivio Mill Hill Missionaries: p.48;
Archivio The Sisters of the Blessed Sacrament: p.49; Archivio Oblate Sisters of Providence: p.50;
Luke Sharrett/Redux/Contrasto: p.52; Paolo Galosi: p.53: Afp/Getty Images: pp.56,62,62-63;
Gianni Valente: pp.56-57; Celam: p.58; Lalo De Almeida/Contrasto: p.60-61; Ufficio stampa Pontificia
Università della Santa Croce: p.70; Immagini tratte dalla mostra dedicata alla figura del cardinale
Josef Beran: pp.71,72,73; Keystone/Getty Images: p.72; Time Life Pictures/Getty Images: p.73;
Stefan Matzke/Sampics/Corbis: p.78; Corbis: p.80; Tonino Conti: p.94; Dino Fracchia: p.95;
Uliano Lucas: p.95; Romano Gentile: p.96; Vittorio La Verde: p.96; Ugo Mulas: p.97.
29
— di D. Malacaria
94
RUBRICHE
LETTERE DAI MONASTERI
LETTERE DALLE MISSIONI
LETTERE DAI SEMINARI
POSTA DEL DIRETTORE
30GIORNI IN BREVE
30GIORNI N.6 - 2011
8
16
21
22
66
3
Editoriale
Centocinquantesimo anniversario dell’Osservatore Romano
La cosa più importante
sono le notizie dall’estero
di Giulio Andreotti
Mi vorrei unire ai tanti che hanno festeggiato L’Osservatore Romano
che, il 1° luglio 2011, ha compiuto i suoi centocinquant’anni. Lo faccio da decano dei lettori del quotidiano della Santa Sede perché, come ho raccontato
in altre occasioni, cominciai a comprarlo nell’anno
giubilare 1933, nell’edicola vicino casa, quella di via
di Campo Marzio. Avevo 14 anni e i soldi che mia
mamma mi dava per la merenda li usavo per comprare L’Osservatore, che allora costava venti centesimi. La molla iniziale fu il fatto che comprarlo dava
un tono quasi “nobiliare” ed elitario. All’edicola di
via di Campo Marzio, infatti, vedevo sempre un signore molto elegante con la bombetta che lo acquistava, e per darmi un certo tono anch’io iniziai a farlo. A casa non si leggevano i quotidiani, e i compagni di scuola che compravano il Corriere dello
Sport mi prendevano anche un po’ in giro per queI distributori dell’Osservatore Romano
La cosa più importante sono
le notizie dall’estero, perché
nel conformismo che c’è
in giro avere una fonte che
riporta le cose con una certa
obiettività è un privilegio
che non bisogna lasciarsi
scappare. È interessante anche
la selezione, l’ordine e il modo
con cui vengono proposte
le notizie dall’estero
4
30GIORNI N.6 - 2011
davanti alla tipografia in una foto del 1936
sta mia quotidiana lettura, anche se, alla fine della
giornata, io avevo attinto a due fonti (il mio Osservatore e il loro Corriere) mentre loro a una sola. Ero
un ragazzino e tante cose non le capivo: come quando una volta il parroco, vedendomi con L’Osservatore, mi disse: «Bene, così lei può sapere tutti i giorni
chi è stato ricevuto dal Santo Padre». A quel tempo
della cosa non m’importava granché, visto che non
riceveva me, ma più tardi ebbi modo di vedere come
si potessero dare notizie anche attraverso l’elenco
delle udienze. Come quando, nel settembre del
1948, fu inviato da Pio XII il laicissimo ambasciatore
a Washington Alberto Tarchiani per spiegare al Papa perché per l’Italia fosse un bene aderire al Patto
atlantico, fatto su cui c’era qualche titubanza in Vati-
cano: il giorno dopo L’Osservatore non riportò la
notizia dell’udienza nel solito elenco in prima pagina, ma una breve nota informava della presenza a
Roma dell’ambasciatore Tarchiani. Cosa che, assieme a un servizio del giorno dopo sui disordini in corso nella zona rossa di Berlino presente nelle pagine
interne, diede a De Gasperi e a me la sensazione che
l’udienza c’era stata ed era andata bene.
Tornando al ventennio, è di grande importanza
ricordare che L’Osservatore era l’unico strumento
Sopra, Guido Gonella
nella redazione
dell’Osservatore Romano;
a destra, il prospetto
sul quale Gonella annotava
i giorni di pubblicazione
della rubrica Acta diurna,
da lui curata
sul quotidiano vaticano
che ci dava notizie su quanto accadeva in Italia e nel
mondo. Erano anni, infatti, in cui era proibito parlare di cose italiane che non fossero i comunicati del
Ministero della Cultura popolare del regime, e comprare L’Osservatore era in un certo senso un rischio, ma qualificava anche un po’ le persone, cosa
quasi incomprensibile oggi che siamo tutti eguali
nel nostro conformismo e allo stesso tempo siamo
tutti differenti nel nostro individualismo.
Allora il giornale era boicottato e c’erano i picchettaggi all’edicola da parte dei fascisti; qualcuno
subì violenze per acquistarlo, come lo storico Claudio Pavone. Nonostante questo, L’Osservatore era
talmente richiesto da superare la tiratura di duecentomila copie al giorno. Soprattutto gli Acta diurna
di Guido Gonella, che a quel tempo era all’Osservatore come redattore di politica estera, erano richiestissimi e letti con attenzione, perché erano una importantissima finestra aperta sul mondo. Gonella,
attraverso la sua rubrica, faceva filtrare notizie di
Paesi stranieri che la vigilata stampa italiana ignorava o presentava in maniera oltraggiosa. Gli Acta
diurna furono un prezioso strumento di informazione internazionale che avvicinò tra l’altro al mondo
della Chiesa anche molti uomini lontani. Ma tutto
L’Osservatore ebbe un ruolo notevole che oggi è
importante ricordare: come quando fece conoscere
i messaggi di solidarietà che papa Pio XII aveva inviato ai capi di stato di Belgio, Olanda e Lussemburgo invasi dall’esercito di Hitler.
Allora, per noi giovani, anche varcare la soglia della redazione dell’Osservatore era un onore e un titolo
nobiliare. A volte Gonella mi riceveva abusivamente
contravvenendo al regolamento
del direttore, il conte Giuseppe
Dalla Torre, che non voleva visite in redazione. Non pensavo di
essere notato, ma lessi molti
anni dopo un’intervista nella
quale l’ex direttore dell’Osservatore raccontava, anche un
po’ divertito, che ogni volta
che entrava nell’ufficio di
Gonella ed io mi eclissavo
dietro la porta, poi lui chiedeva al suo redattore: «Ma
chi è quel tipo?».
Una curiosità legata al
conte Giuseppe Dalla Torre: una volta
gli scrissi che era bizzarro introdurre ogni discorso
del Papa con la premessa: «Così come l’abbiamo
raccolto dalle sue auguste labbra», con l’indicazione
tra parentesi delle fonti delle citazioni, compresi i riferimenti del Migne. Mi rispose: «Perché non lo dice
lei al Santo Padre?». E il discorso fini lì.
A fasi cicliche si discute sull’ufficialità o sull’ufficiosità dell’Osservatore. Una volta l’ufficialità era ferrea. Oggi forse no, ma non vuol dire che è cambiato
il giornale, perché un giornale riflette una situazione:
è che sono cambiati i tempi e quello che finiva in prima pagina ieri, oggi finisce in ultima e viceversa.
Credo che anche per le posizioni da assumere, la via
di mezzo sia sempre la migliore: essere prudenti, non
pretendere di dire sempre l’ultima parola, ma essere
sempre convinti di fermarsi alla penultima. Co- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
5
Editoriale
Il foglio da dieci francobolli
commemorativi emesso a giugno 2011
dalle Poste Vaticane in occasione
del centocinquantesimo anniversario
della fondazione dell’Osservatore
Romano, che iniziò le pubblicazioni
il 1° luglio 1861
munque la tradizione ha il suo valore, e ancora oggi appoggiare una tesi
o una citazione all’Osservatore dà
un’autorevolezza che altrimenti non
esisterebbe. Oggi come allora: Palmiro Togliatti motivò il voto favorevole ai
Patti lateranensi nell’Assemblea costituente citando “i segnali” dell’Osservatore e invitando Pietro Nenni a non
sottovalutarli.
Ma se dovessi dire qual è stata la più sorprendente
“bacchettata” data dall’Osservatore che io ricordi,
sceglierei quella al cardinale Ottaviani quando a livello governativo e istituzionale si ebbe un crescente sviluppo di relazioni tra l’Italia e il governo sovietico. Vi
Conservo per la sua perdurante
attualità un passo
di Vittorio Bachelet, che
L’Osservatore pubblicò nella
rubrica dei pensieri spirituali:
«I tempi intorno a noi
non sono facili: le difficoltà
politiche, le incertezze,
le contraddizioni
ci ammoniscono che sarà
un cammino non privo
di rischi, che richiederà
tutto il nostro senso
di responsabilità, soprattutto
tutta la nostra semplice fede,
tutta la nostra vivace speranza,
tutta la nostra più vera carità»
6
30GIORNI N.6 - 2011
furono in campo ecclesiastico diffusi malumori a cui
diede voce il cardinale Ottaviani (per il resto una stupenda figura di sacerdote romano). All’indomani,
L’Osservatore scrisse in poche lapidarie parole che
il cardinale Ottaviani «esprimeva sue idee personali».
Oggi ci sembrano momenti di ordinaria amministrazione, ma, per il tempo a cui ci riferiamo, erano svolte epocali. Essere di un parere leggermente diverso
voleva dire far corso per proprio conto.
Ma oggi che ruolo potrebbe avere L’Osservatore
Romano in mezzo a tanti media?
La cosa più importante sono le notizie dall’estero, perché nel conformismo che c’è in giro avere
una fonte che riporta le cose con una certa obiettività è un privilegio che non bisogna lasciarsi scappare. È interessante anche la selezione, l’ordine e il
modo con cui vengono proposte le notizie dall’estero. Perché anche questo è un giudizio – una valutazione – anche se implicito, che rivela come la si pensa. Per il resto, non essendo del ramo, lascio il giudizio sulla cronaca vaticana e sugli articoli teologici
agli ecclesiastici.
Però vorrei concludere questo mio messaggio di
auguri all’Osservatore con un passo di Vittorio Bachelet, che alcuni anni fa L’Osservatore pubblicò nella rubrica dei pensieri spirituali e che conservo sempre
tra le mie carte per la sua perdurante attualità: «I tempi
intorno a noi non sono facili: le difficoltà politiche, le
incertezze, le contraddizioni ci ammoniscono che sarà
un cammino non privo di rischi, che richiederà tutto il
nostro senso di responsabilità, soprattutto tutta la nostra semplice fede, tutta la nostra vivace speranza, tutta la nostra più vera carità».
q
Magagnato Alessandro
Responsabile della lievitazione e panificazione
Qualcuno ci chiama pasticceri.
Qualcuno ci confonde tra i carcerati.
Qualcuno ci premia.
Ma noi, assieme ai detenuti
della Casa di Reclusione di Padova,
abbiamo un unico obiettivo:
che tutti possano riconoscere
la bontà dei nostri panettoni.
Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri
DOMENICANE DEL MONASTERO
BENEDETTINI DEL MONASTERO SÃO BENTO
SAINTE CATHERINE
DA BAHIA
Langeac, Francia
Salvador da Bahia, Bahia, Brasile
Apprezzo 30Jours
per gli articoli e le foto
Quem reza se salva per i bambini
della prima comunione
Langeac, 16 marzo 2011
Salvador da Bahia, 29 marzo 2011
Signor senatore,
mi è capitato di avere fra le
mani la rivista 30Jours e
l’apprezzo molto: non solo
gli articoli, molto interessanti e molto profondi, ma
anche le foto, che riproducono opere d’arte tanto belle del vostro inesauribile patrimonio artistico italiano! Per questo mi permetto di scrivere per chiederle di avere la bontà di inviarmi il n. 12 del 2010 (e anche qualche numero degli
anni precedenti, se è possibile).
Nel ringraziarla profondamente fin d’ora, le auguro
una santa Quaresima e una gioiosa festa di Pasqua.
Mi chiamo frate Anselmo, osb, e sono monaco dell’arciabbazia di São Bento da Bahia,
in Brasile. Siamo abbonati alla rivista 30Dias
e la leggiamo sempre perché contiene testi
preziosi che sono di arricchimento personale
per ogni frate della comunità monastica.
Nel monastero svolgo un lavoro per la catechesi alla prima comunione con cinquantacinque bambini e scrivo questa lettera per chiedere, se
possibile, l’invio di alcune copie del libro Quem reza se
salva che sarà un supporto eccellente nell’incontro e
nell’esperienza personale di ciascuno di loro con Gesù.
Vi ringrazio fin d’ora per l’attenzione.
In Cristo,
suor Chantal Marie de Jésus
padre Anselmo, osb
Immagini dalla Cina
Le immagini che illustrano
queste pagine sono tratte
dal documentario Wild China
prodotto dalla Bbc nel 2008
8
30GIORNI N.6 - 2011
Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri
FIGLIE DI MARIA IMMACOLATA
CONVENTO DEI CAPPUCCINI
Roma
Modica, Ragusa
Ricordando lei e i suoi collaboratori
nella preghiera
94 anni, vissuti come cappuccino,
missionario, sacerdote, vescovo
Roma, 14 maggio 2011
Modica, 19 maggio 2011
Stimato senatore Giulio Andreotti,
le scriviamo per manifestarle la nostra viva gratitudine per la pregiata rivista 30Giorni da lei diretta, che
continuiamo a ricevere con molto profitto spirituale
e culturale.
Esprimiamo il nostro sentito ringraziamento ricordando lei e i suoi collaboratori nella preghiera,
perché possiate avere la luce e la forza necessarie
per portare avanti il vostro prezioso servizio in difesa
della verità.
La Vergine santissima, Sede della Sapienza e Madre
della Chiesa, benedica e intensifichi il grande bene che
state facendo in questo particolare momento storico.
Grazie di cuore e auguri vivissimi in Gesù risorto.
Per le suore Figlie di Maria Immacolata,
Caro direttore,
dopo cinquantatré anni di missione, trentadue dei quali
come vescovo, sono ritornato in patria e sto ricevendo
la vostra rivista 30Giorni nella Chiesa e nel mondo.
Accompagno il vostro lavoro, autenticamente evangelico, leggo e rileggo la rivista, ringraziandovi di riceverla e ammirando la vostra autentica vita missionaria. Mi
trovo nel convento dei Cappuccini di Modica, dove accarezzo la mia vecchiaia dopo una lunga vita di 94 anni, vissuti come cappuccino, missionario, sacerdote, vescovo.
Ringrazio la redazione di 30Giorni,
suor Anna Rosa Turco, superiora generale
monsignor Giorgio Scarso,
vescovo emerito, cappuccino
CLARISSE CAPPUCCINE SACRAMENTARIE
DEL MONASTERO SAN JOSÉ
Durango, Durango, Messico
Nostro Signore benedica il suo lavoro
e la ricompensi con il centuplo
Durango, 19 maggio 2011
Stimato signor direttore,
ci rivolgiamo a lei per ringraziarla dell’invio della rivista
30Días. La sua lettura ci è stata molto utile e chiediamo
al Signore che lei possa continuare a fare il bene della
Chiesa per la gloria di Dio e l’estensione del suo Regno.
Siamo clarisse cappuccine sacramentarie del monastero San José, a Durango, in Messico. La terremo
sempre presente nella nostra preghiera e terremo presente tutta l’équipe della redazione. Nostro Signore benedica il suo lavoro e la ricompensi con il centuplo.
Molte grazie. Speriamo di continuare a ricevere la
sua rivista.
Fraternamente,
le suore clarisse
cappuccine sacramentarie
30GIORNI N.6 - 2011
9
Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri
DOMENICANE CONTEMPLATIVE
DEL MONASTERO MADRE DE DIOS
Manatí, Puerto Rico
La meditazione sulla santa
Pasqua ci ha fatto del bene
Manatí, 25 maggio 2011
Stimato signor Giulio Andreotti,
è un piacere scriverle per esprimerle il nostro ringraziamento per la
sua fedeltà nell’inviarci la rivista
30Días. La ringraziamo perché la
lettura della rivista, così interessante, ci è di grande utilità.
In questi giorni di Pasqua di Risurrezione, in allegato alla rivista, ci ha inviato un opuscolo con una
meditazione sulla Santa Pasqua, «El Hijo non puede hacer nada por su cuenta» (Jn 5, 19) di don
Giacomo Tantardini. Ci ha affascinato per la
10
30GIORNI N.6 - 2011
profondità delle idee e per il modo
in cui sono espresse. È stato il tema di una riflessione bella e
profonda nelle nostre riunioni comunitarie e volevo dirglielo, perché sappia il bene che questi scritti
spirituali fanno a tutti noi che li riceviamo grazie alla sua bontà.
Andate avanti con l’aiuto di Dio
e contate sulla nostra preghiera affinché possiate continuare a
diffondere quanto può aiutare spiritualmente tante persone. Ogni
giorno portiamo davanti al Signore lei, signor Giulio, i suoi familiari
e i collaboratori perché vi benedica abbondantemente.
La ringrazio a nome di tutta questa comunità di
domenicane contemplative.
suor María del Amor, op
Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri
CLARISSE DEL MONASTERO EUCHARISTIC LORD
MONASTERO OUR LADY OF ROSARY
Tuguegarao City, Filippine
Manila, Filippine
Un “viaggio” attraverso il mondo
Who prays is saved
per il catechismo ai bambini
Tuguegarao City, 23 maggio 2011
Manila, 27 maggio 2011
Caro direttore Andreotti,
possa Dio donarle pace e ogni benedizione!
Il nostro “viaggio” con lei e i nostri fratelli e sorelle attraverso il mondo rappresenta la nostra sempre crescente esperienza di gratitudine per il dono della fede
e della nostra vocazione contemplativa.
Grazie per averci permesso di toccare il volto dei nostri fratelli di diverse generazioni e culture attraverso le
toccanti parole e le fotografie dei vostri articoli.
È per noi una grande gioia elevare preghiere per le
preoccupazioni della Madre Chiesa e di tutta l’umanità
che lei porta alla nostra coscienza attraverso gli articoli
di 30Giorni.
Per il dono che rappresenta per noi ogni numero
della sua rivista, le offriamo il dono del nostro cuore,
aperto e costantemente in attesa di Dio. Saremo felici
di pregare per ogni intenzione sua e dei suoi collaboratori e per la pubblicazione.
Dio la benedica!
suor Mary Charlemaine A. Asunción,
osc, madre badessa
CARMELITANE DEL MONASTERO CRISTO RE
Pace!
Riceviamo da diversi anni la vostra rivista che incide
molto sul nostro cammino spirituale relativamente agli
affanni del mondo, che la vostra rivista ci presenta.
Siamo domenicane di vita contemplativa di Manila e il
nostro monastero è stato fondato nel 1979. Come parte
del nostro apostolato, i nostri laici domenicani insegnano
da tempo il catechismo ai bambini: sarebbe perciò possibile ricevere almeno cinquanta copie del libro Who prays
is saved? Sappiamo che forse chiediamo troppo, poiché
vorremmo riceverle gratuitamente, ma consideratelo un
aiuto alla nostra comunità,
cari amici e benefattori.
Distribuiremo il libro anche tra i nostri laici domenicani perché ne traggano
ispirazione. La nostra sentita gratitudine per il vostro costante sostegno a
noi contemplative.
Siate certi delle nostre
incessanti preghiere per il
vostro apostolato. Devotissimamente vostra,
San Francisco, California, Stati Uniti
suor María Dominica
bibliotecaria
Dalla California
San Francisco, 23 maggio 2011
DOMENICANE DEL MONASTERO DEL SANTÍSIMO ROSARIO
Pace in Cristo!
Gentile senatore Andreotti,
potremmo chiederle una copia di 30Giorni in spagnolo? Abbiamo molte consorelle in Paesi di lingua
spagnola.
Non finiremo mai di esprimere la nostra ammirazione per la sua rivista e per i tanti anni da lei dedicati
alla sua realizzazione.
Uniti nella preghiera nel nostro Signore Risorto,
madre Rosa Maria del Carmelo, ocd
Caranqui, Ecuador
Dal nostro chiostro domenicano
vi accompagniamo con la nostra preghiera
Caranqui, 28 maggio 2011
Signor direttore,
riceva il nostro affettuoso e filiale saluto con le preghiere della comunità delle religiose del monastero del
Santísimo Rosario di Caranqui.
¬
30GIORNI N.6 - 2011
11
Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri
Le scrivo per ringraziarla di cuore per la rivista,
utile e interessante, che ci invia regolarmente. Fa bene leggerla e conoscere la realtà della Chiesa e del
mondo di oggi; è uno strumento di evangelizzazione
e di missione per tutti coloro che la ricevono.
Nella nostra comunità la rivista viene accolta molto bene e per questo le scrivo: per ringraziarla e complimentarmi per la sua preziosa missione che, attraverso di essa, sta diventando uno strumento efficace
per la nuova evangelizzazione. Noi, dal nostro chiostro domenicano, vi accompagniamo con la nostra
preghiera, affinché continui ad andare avanti.
La salutiamo chiedendole di estendere il nostro
saluto a tutta l’équipe della rivista 30Días. Dio vi benedica tutti. Fraternamente,
suor María Natividad Espín,
op, priora, e comunità
CLARISSE CAPPUCCINE CONTEMPLATIVE
DEL MONASTERO DI MACAPÁ
Macapá, Amapá, Brasile
Grazie per
la bellissima
meditazione
sulla santa Pasqua
Macapá, 29 maggio 2011
A sua eccellenza Andreotti
il nostro ossequio e il desiderio di pace e bene!
Siamo suore clarisse
cappuccine contemplative.
Il nostro monastero sorge
in una zona rurale, a dodici
chilometri da Macapá, capitale dello Stato di Amapá,
in Brasile.
Vorremmo ringraziare non solo per la rivista,
che ai pregi estetici unisce interessantissime notizie
e allo stile intelligente le profonde ispirazioni della
fede, ma anche per la bellissima meditazione di don
Giacomo Tantardini.
Inviamo davvero un grande, fervoroso “grazie”!
le suore clarisse cappuccine
12
30GIORNI N.6 - 2011
MONASTERO EWIGE ANBETUNG
Innsbruck, Austria
Da un monastero del Tirolo
ai piedi delle Alpi
Innsbruck, 29 maggio 2011
Stimatissimo signor Andreotti,
da molto tempo desideravo scriverle per ringraziarla,
a nome mio e di tutte le mie consorelle della comunità, per la tanto apprezzata rivista che ci invia regolarmente da molti anni. So che anche molti dei nostri
monasteri dell’Adorazione perpetua del Santissimo
Sacramento godono del privilegio di riceverla gratuitamente, per cui posso soltanto dirle: Dio la ricompensi e, come diciamo qui, «Vergelt’s Gott!».
Sono una suora adoratrice cilena, anche se appartengo a questo monastero del Tirolo, ai piedi delle Alpi, in questa bella città. La sua rivista ci istruisce
e informa su temi scelti con cura, che ampliano il nostro orizzonte di preghiera per la Chiesa e per il
mondo e che, a noi religiose di clausura, non sempre
sono accessibili. Ci piace molto leggere gli
interessanti articoli sulla Chiesa universale
e contemplare le belle immagini delle icone e dei dipinti antichi riprodotte su questa
rivista benedetta. Quanta gioia nel venire a
sapere di quella bambina romana, innamorata di Gesù Eucaristia, Antonietta Meo,
che recitava una preghiera molto simile a
quella che recitiamo noi suore, ogni volta
che suona la campana per il cambio del
turno di adorazione. Ora è la mia omonima spirituale!
Tre anni fa è stata beatificata a Roma
madre María Maddalena dell’Incarnazione,
fondatrice del nostro Ordine. Non avendo
potuto assistere personalmente alla cerimonia, guardando il video qualche mese
dopo, ho riconosciuto una persona di mia
conoscenza: lei! O sbaglio? Comunque, sono stata
così felice che abbia partecipato alla cerimonia di
beatificazione. Lei è una persona importante per le
nostre comunità.
Stimato signore, mi scusi se le chiedo ancora una
cosa: potrebbe inviarci un’altra copia della rivista in
spagnolo? È la mia lingua materna e ci sono dei testi
di teologia o altri che vorrei capire meglio. Inoltre,
Lettere dai monasteri Lettere dai monasteri
potrei condividere la rivista con dei sacerdoti latinoamericani che fanno il dottorato a Innsbruck, presso
l’Università dei Gesuiti.
Io, la mia superiora, le mie dieci consorelle austriache e la nostra postulante tedesca preghiamo per lei e
per tutta la sua équipe. Dio conceda al benefattore
universale della vita contemplativa molta salute e ancora molti anni di vita.
Con attenzione,
suor María Antonieta de la Cruz Victoriosa, ap
tempo. Vogliamo farle giungere la nostra gratitudine
per tutto il bene che fa, tenendoci informate sull’attualità della Chiesa e su ciò che accade attorno ad essa. È uno strumento molto valido e molto utile, ci avvicina di più alla Chiesa e ai nostri fratelli nel mondo.
Il Buon Dio benedica lei e i suoi collaboratori per il
lavoro che portate avanti, per la vostra grande generosità e bontà, con abbondanti grazie e benedizioni. Conti sulle nostre preghiere e che nostra Madre la Vergine
del Carmelo la custodisca nel suo Cuore immacolato.
Grate e unite nella preghiera del carmelo,
madre Ana del Niño Jesús, priora, e comunità
CARMELITANE SCALZE DEL MONASTERO DEL CARMEN
Lima, Perù
DOMENICANE DEL ROSARIO PERPETUO
Da un carmelo di Lima
DEL MONASTERO PIUS XII
Fatima, Portogallo
Lima, 3 giugno 2011
Who prays is saved per i pellegrini di Fatima
Caro signor Giulio Andreotti,
da questo carmelo di Lima, in Perù, le inviamo i nostri
più affettuosi e fraterni saluti e vogliamo ringraziarla
infinitamente per l’abbonamento gratuito alla rivista
30Días en la Iglesia y en el mundo che con tanta generosità ci invia, sempre puntualmente, già da molto
Fatima, 6 giugno 2011
Gentile redazione,
grazie per l’invio regolarissimo di 30Days. Ve ne siamo grate.
¬
30GIORNI N.6 - 2011
13
Lettere dai monasteri
Poiché qui, a Fatima, è stagione di pellegrinaggi,
potremmo chiedervi cinquanta copie di Who prays
is saved? Andrebbero ad aggiungersi al piccolo apostolato che facciamo qui con pubblicazioni su Fatima, opuscoli e libretti. Sappiamo quanto sia importante rimarcare il valore delle preghiere semplici,
quelle che ci sono state insegnate da bambini.
Se cinquanta copie dovessero risultare troppo
costose per voi, vi preghiamo di farcelo sapere e
provvederemo a integrare con la somma necessaria.
Nel ringraziarvi, sinceramente vostra,
suor Mary Lawler
SUORE DELLA VISITAZIONE DI SAN FRANCESCO DI SALES
Philadelphia, Pennsylvania, Usa
Una novena al Sacro Cuore
per 30Giorni
Philadelphia, 24 giugno 2011
Caro signor Andreotti,
è da un po’ di tempo che
volevamo ringraziarla
per l’invio gratuito della
sua bella e stimolante rivista 30Giorni. Possa
Dio benedire e ricompensare abbondantemente lei e tutti i suoi
collaboratori per questo
prezioso dono spirituale.
Siamo particolarmente grate per l’eccellente articolo di Giovanni Ricciardi «Do not fear
anything...» sul Sacro
Cuore e santa Margherita Maria con le illustrazioni originali del monastero
della Visitazione.
In questo momento stiamo facendo una novena
di messe in onore del Sacro Cuore e in essa ricorderemo tutti voi di 30Giorni, chiedendo al Sacro Cuore di porre su di voi le sue più grandi benedizioni.
Dio sia lodato,
madre Antoinette Marie Walker, vhm
14
30GIORNI N.6 - 2011
CAPPUCCINE DEL MONASTERO NOTKERSEGG
San Gallo, Svizzera
Cinquanta copie
di Chi prega si salva in tedesco
San Gallo, 16 giugno 2011
Egregi signori,
usiamo un tono altisonante come si conviene per contattare l’eccellente 30Giorni.
Vogliate ancora una volta accettare il nostro sentito
«Dio vi benedica!» per la bellissima rivista 30Giorni
che, come comunità contemplativa, mese dopo mese
ci è dato di ricevere e che, quale specchio della Chiesa
universale, è sempre molto ben accolta e letta dalla “a”
alla “z”.
Ora però siamo qui ancora una volta a contattarvi
per una “questione di affari” e vorremmo formalmente ordinarvi cinquanta copie del libretto di preghiere
fondamentali in tedesco. Lo offriremo a chi verrà a
trovarci per la nostra divina liturgia. Grazie molte!
Insieme a un rispettosissimo saluto particolare per
il signor senatore Giulio Andreotti, saluto anche voi, egregi signori della redazione,
suor M. Gertrud Harder
CARMELITANE DEL MONASTERO DI COGNAC
Cognac, Francia
«Le Fils ne peut rien faire de lui-même»
Cognac, 4 luglio 2011
Signor Giulio Andreotti,
la ringraziamo vivamente per l’invio regolare e
gratuito della rivista 30Giorni. La apprezziamo molto.
Saremmo molto felici di ricevere sei copie di «Le
Fils ne peut rien faire de Lui-même», la meditazione
di Pasqua di don Giacomo Tantardini.
Naturalmente la risarciremo delle spese di spedizione.
In grande unione nella preghiera, con tutta la nostra riconoscenza.
suor Marie-Odile, economa
Vivere sicuri non è solo un desiderio.
È un diritto.
Noi di Finmeccanica crediamo che vivere liberi da ogni pericolo sia un diritto
di tutti. Ecco perché 75.000 persone del nostro Gruppo lavorano ogni giorno in
tutto il mondo per realizzare i migliori sistemi di sicurezza. Grazie ad una filosofia
improntata a partnership durature e un’incessante ricerca nell’alta tecnologia,
progettiamo e costruiamo aerei, elicotteri e sistemi integrati capaci di proteggere
le reti di trasporto, le infrastrutture, i confini nazionali terrestri e marini e la vita
di tutti i giorni. Che tu sia un pilota o un passeggero, un militare o un civile, la
tua sicurezza è il nostro obiettivo. Perché oggi un mondo più sicuro è possibile.
Towards a Safer World
Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni
Apprezzo molto la vostra rivista
30Giorni che è un vincolo di unione
con la Chiesa universale e con il
mondo. Spero, e ringrazio fin d’ora,
che continuiate a inviarcela.
Molto grato,
Luís Gonzaga Ferreira da Silva,
vescovo emerito di Lichinga
MISSIONARI SALESIANI
Ron Phibun, Thailandia
Dalla Thailandia
Ron Phibun, 2 maggio 2011
MISSIONARI SAVERIANI
Vila Ulongue, Mozambico
30Giorni è un vincolo di unione
con la Chiesa universale e con il mondo
Vila Ulongue, 25 marzo 2011
Senatore Giulio Andreotti,
saluti fraterni.
La ringraziamo di tutto cuore per la rivista 30Giorni
che abbiamo ricevuto regolarmente e con grande gioia.
Sono il vescovo emerito di Lichinga. Sono stato per
trent’anni pastore di quella diocesi,
nel nord del Mozambico. Quando
ho raggiunto i limiti di età, ho chiesto di ritornare nella missione di
São Francisco Xavier, nel distretto
di Angónia, dove ero già stato per
otto anni. Qui continuo il lavoro di
missionario, con i gesuiti fondatori
di questa missione: visito le comunità e le assisto nella crescita cristiana, aiuto nella formazione degli animatori delle comunità, do assistenza spirituale alle suore missionarie
di tre parrocchie, seguo gli ammalati, in particolare i lebbrosi, e mi occupo dei giovani, specialmente degli studenti.
16
30GIORNI N.6 - 2011
Stimatissimo onorevole Andreotti,
alla vigilia di Pasqua, con lieta sorpresa ho ricevuto la
sua rivista 30Giorni con l’augurio di buona Pasqua.
Quasi pensavo che non sarebbe più arrivata. Devo ammettere che sono uno di quei fortunati che riceve gratuitamente il suo giornale da vari anni (certamente dal 2000 o
2001). L’ho sempre letto tutto e poi lo spedivo a un altro
missionario a cento chilometri dalla mia residenza.
Ho scritto solo due volte per ringraziarla (forse poche) e questa volta è per confermare che sono ancora
qui a Ron Phibun (da ben ventotto anni) e per dire che il
n. 3 - 2011 di 30Giorni è veramente interessante. Direi necessario.
Grazie anche per alcuni libri che ho ricevuto nel corso
degli anni: gli scritti di Paolo VI su
sant’Agostino, Chi prega si salva (in
italiano e in cinese), il bel libro di Mazzolari Anch’io voglio bene al papa... Quando parlo con amici preti
thailandesi mi accorgo subito di
quanto a loro manchi tanta letteratura cristiana e teologica che noi europei continuiamo ad assorbire come
storia e memoria di tanti fatti di fede,
base per una mentalità di Chiesa universale.
Grazie. Le auguro buona salute e
sempre Pasqua nel cuore... e tante
benedizioni.
don Renzo Rossignolo
Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni
MISSIONARI GESUITI
Kannur, Kerala, India
Molti useranno Who prays is saved
e pregheranno e saranno salvi
Kannur, 10 maggio 2011
Kannur, 20 maggio 2011
Carissimo senatore Andreotti,
la ringrazio di cuore per l’invio di preziosi
libretti in inglese Who prays is saved.
Molti useranno questo libretto e pregheranno e saranno salvi.
E lei ne riceverà il grande premio in cielo, perché, come insegna sant’Agostino,
a chi salva un’anima è assicurata la salvezza della propria.
Le assicuro che, insieme ai miei numerosi neofiti, preghiamo per il suo grande
apostolato missionario.
Con grande affetto e preghiere vicendevoli, resto suo sempre affezionatissimo
co-missionario,
Egregio signor direttore,
la ringrazio di cuore per il secondo invio di
libretti in inglese Who prays is saved. Ora
vorrei chiederle se ha in inglese la Supplica alla Madonna di Pompei, come si trova nel suo libretto Chi prega si salva in lingua italiana. Vorrei farne una copia nella
lingua locale malayalam per i miei numerosi neofiti.
La ringrazio di cuore e le assicuro le mie
preghiere per il suo meraviglioso apostolato missionario.
Con grande affetto, sempre in unione
di preghiera, resto suo affezionatissimo
co-missionario,
padre L. M. Zucol, sj
padre L. M. Zucol, sj
30GIORNI N.6 - 2011
17
Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni
MISSIONARIE CAPPUCCINE
Fianarantsoa, Madagascar
e per la redazione. Domandiamo la vostra preghiera.
In unione a Gesù e sempre riconoscente, vostra sorella in Cristo,
Questa meravigliosa e preziosa rivista
arriva fino ai confini del mondo
suor Maria Amata
Fianarantsoa, 13 maggio 2011
PARROCCHIA SAINT ÉTIENNE DʼADJOHOUN
Caro senatore Giulio Andreotti,
riceva un caro, fraterno saluto dalla lontana missione
del Madagascar e l’espressione della nostra gratitudine per la vostra grande generosità nell’averci inviato i
preziosi libretti Chi prega si salva, sia in francese sia in
italiano, e altro materiale, già nelle mani delle nostre
giovani che formiamo e nelle mani di quanti vengono
a pregare nella nostra cappellina.
Grazie di cuore. Che il Signore la ricompensi per la
sua grande generosità e per il suo amore verso di noi e
verso la preghiera. Un grazie sentito va anche a tutti i
suoi collaboratori: senza di loro questa meravigliosa e
preziosa rivista non potrebbe essere conosciuta e apprezzata da nessuno, ma grazie a loro arriva fino ai
confini del mondo e la Parola di Dio e la vita della
Chiesa e del mondo giungono nelle mani di tanti.
Le assicuriamo la nostra quotidiana preghiera per lei
18
30GIORNI N.6 - 2011
Porto-Novo, Benin
Qui prie sauve son âme per i catecumeni
Porto-Novo, 18 maggio 2011
Amici di 30Jours,
chiedo rispettosamente la benevolenza di inviarmi alcune copie del vostro libro Qui prie sauve son âme
per aiutare i catecumeni e gli altri fedeli nel cammino
della preghiera.
In effetti, come sacerdote, seguo i catecumeni e mi
dedico a essi con tutto il cuore.
Vogliate ricevere l’espressione dei miei ringraziamenti anticipati e dei miei sentimenti fraterni in Cristo.
padre Gislain Prudencio A. Falade
Lettere dalle missioni Lettere dalle missioni
PARROCCHIA NOTRE-DAME DE LOURDES DI DANGBO
Dangbo, Benin
Qui prie sauve son âme stupendo e utile
Dangbo, 25 maggio 2011
Caro signore,
sono Léonora Agomma, sacerdote. Ho avuto la gioia
di scoprire a casa di un amico il libretto Qui prie sauve
son âme. L’ho trovato stupendo e veramente molto
utile per ogni cristiano. Vorrei sapere come fare per
averlo, dato che ho intenzione di proporlo ai miei catecumeni, che quest’anno sono 190. Grazie.
don Léonora Agomma
Dangbo, 6 giugno 2011
Caro signore,
ho ricevuto i libretti Qui prie sauve son âme e vorrei
esprimere, con questa, non solo la mia gratitudine ma
anche quella dei miei catecumeni e fedeli, ai quali ho
distribuito tutti i libretti domenica scorsa, alla fine della
messa serale.
È stata, per loro, una soddisfazione immensa e
quelli che non lo hanno avuto continuano a chiedermelo. Tutto è grazia. Dio vi benedica per il gran bene
che avete fatto a questi ragazzi.
Vi ringrazio infinitamente.
Se è possibile, mi piacerebbe conoscere meglio
30Jours.
don Léonora Agomma
MISSIONARI DEL SACRO CUORE
São Gabriel da Cachoeira, Amazonas, Brasile
Quattrocento copie di Quem reza se salva
per la popolazione dellʼAmazzonia
São Gabriel da Cachoeira, 3 giugno 2011
Stimato signor Giulio Andreotti, la saluto!
Caro direttore della rivista 30Dias, la ringrazio
profondamente per il ricco lavoro che rende alla
Chiesa e mi congratulo cordialmente come fratello
minore in Cristo.
Mi prendo la libertà di presentarmi. Sono padre
Reuberson Ferreira. Appartengo alla congregazione
dei Missionari del Sacro Cuore. Sono sacerdote da un
anno e mezzo e lavoro all’interno dell’Amazzonia nell’immensa diocesi di São Gabriel da Cachoeira, all’estremo nord del Brasile. Dall’aprile dello scorso anno
mi è stata assegnata una parrocchia in questa zona. Si
tratta di un lavoro necessario, ma comunque estremamente difficile. Lavoriamo principalmente con le popolazioni indigene (oltre ventitré etnie). Qui c’è una
storia di oltre cento anni di lavoro missionario e di
evangelizzazione portato avanti dai salesiani con la
collaborazione della nostra Congregazione.
Stando in questa regione e vedendone la realtà, ho
potuto percepire che, sotto molti aspetti, il popolo ha
una profonda fede e una pratica costante del cattolicesimo, soprattutto le generazioni più mature. Ma sono
preoccupato: i più giovani hanno una scarsa formazione religiosa e non conoscono più nemmeno le preghiere principali del cristianesimo.
Leggendo la rivista 30Dias, che il vescovo diocesano Edson Damian mi passa dopo averla letta, ho
potuto apprezzarne la ricchezza delle pagine che ci
fanno conoscere il mondo della Chiesa; e ho potuto
conoscere il meraviglioso piccolo libro Quem reza
se salva. Credo sia un sussidio eccezionale per la
meditazione e la recita delle preghiere principali del
cristianesimo. Guardando nella biblioteca della diocesi, ne ho trovato una copia e devo dire che questo
ha confermato quanto pensavo.
Disposto ad acquistarne una notevole quantità (circa quattrocento copie), ho deciso di fare un calcolo
della spesa ma mi sono scoraggiato. Infatti, la nostra
parrocchia non è in condizioni di pagare una somma
così elevata. Per questo ho deciso di chiederle questo
materiale. Mi impegno, se è necessario, a contribui- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
19
Lettere dalle missioni
re al pagamento delle spese di invio. Questo è ciò che
desidero, per poter servire meglio questa popolazione
indigena dell’Amazzonia.
Mi congedo fraternamente e rimango in attesa di
una sua risposta (che mi auguro positiva).
Con affetto,
padre Reuberson Ferreira, msc
DIOCESI DI IGLESIAS
Nuxis, Carbonia-Iglesias
30Giorni dal Kenya alla Sardegna
Nuxis, 19 giugno 2011
Cari amici,
fino all’anno scorso sono stato missionario in Kenya
(per sedici anni), assieme a un altro padre, a Camp
Garba, nel vicariato apostolico di Isiolo. Abbiamo ri20
30GIORNI N.6 - 2011
cevuto regolarmente la rivista 30Giorni in inglese,
la lingua ufficiale del Kenya, e siamo stati molto felici
di leggerla ed essere informati delle notizie sulla
Chiesa cattolica attraverso questo importantissimo
mezzo di informazione.
Ora sono di nuovo a casa, perché il vescovo della
nostra diocesi di Iglesias ci ha richiamati, a causa della
nostra età: io ho 82 anni e il mio confratello 76. Adesso la missione è affidata ai Missionari della Consolata
di Nairobi che stanno svolgendo un ottimo lavoro.
Ricordo e rimpiango la lettura di 30Giorni, che è
stata anche molto utile per imparare l’inglese, e vorrei
continuare a ricevere la vostra rivista. Ma, come ero
povero nella missione in Kenya, sono povero anche
adesso: do aiuto in una grande parrocchia a Carbonia,
dove i soldi sono pochi.
Se il direttore e voi poteste aiutarmi, potrei celebrare delle messe secondo le vostre intenzioni. Dio benedica tutti voi, le vostre famiglie e il vostro lavoro.
padre Giulio Ballocco
Lettere dai seminari
SEMINARIO GOOD SHEPHERD
Sydney, Australia
La meditazione sulla santa Pasqua e 30Giorni
per i seminaristi australiani
Sydney, 28 maggio 2011
Gentile redazione di 30Days,
il mese scorso ho ricevuto con immenso piacere una copia della vostra rivista e ora ne è arrivata un’altra!
Ve ne sono molto grato. La rivista si presenta molto bene, e anche i suoi contenuti irradiano la bellezza della verità.
Sono stato particolarmente colpito dalla
meditazione sulla Santa Pasqua intitolata
«The Son cannot do anything on his own».
È possibile acquistarne cinquanta copie,
in inglese, per i nostri seminaristi qui, a
Sydney?
In che modo posso pagarle?
Fatemi inoltre sapere se continuerete a inviarmi la copia mensile di 30Days. Sarei felice
di sottoscrivere personalmente un abbonamento, ma forse da voi è previsto l’invio gratuito ai
seminari. Sono certo che molti dei nostri seminaristi si abbonerebbero, una volta sacerdoti.
Vostro in Cristo,
padre Anthony Percy,
rettore
SEMINARIO ARCIDIOCESANO SANTO CURATO DʼARS DI
SEMINARIO SÃO CAMILO
MERCEDES–LUJÁN
Iomerê, Santa Catarina, Brasile
Mercedes, Argentina
Grazie dal Brasile
30Giorni in Argentina
Iomerê, 9 maggio 2011
Mercedes, 30 marzo 2011
Mi chiamo Juan Cruz Horn e sono un seminarista dell’arcidiocesi di Mercedes–Luján, in Argentina. Sarei interessato ad abbonarmi alla rivista,
della quale sono un assiduo lettore, ma il prezzo
dell’abbonamento non è alla mia portata. Di fatto, per averla, devo trovare dei numeri in regalo.
Vorrei sapere se esiste la possibilità di beneficiare di
uno sconto o qualcosa del genere.
Ringrazio fin d’ora per l’attenzione a questa richiesta.
In Gesù e Maria,
Stimati signori,
riceviamo regolarmente
la vostra eccellente rivista. Grazie mille. L’ultimo numero è arrivato
con il libretto-meditazione sulla Santa Pasqua. Meraviglioso. Cogliamo l’occasione per rinnovare i nostri più vivi ringraziamenti e
chiedere sempre le vostre buone preghiere per la nostra provincia.
Con la più alta stima.
Juan Cruz Horn
padre Carlos Alberto Pigatto
30GIORNI N.6 - 2011
21
La posta del direttore
ARCIDIOCESI DI OLINDA E RECIFE
Recife, Pernambuco, Brasile
Grazie per i supplementi di ricco contenuto spirituale e teologico
Recife, 31 maggio 2011
Illustre signor direttore,
nel salutarla, desideriamo ringraziare per il regolare e puntuale invio della rivista 30Dias alla
quale dedica i suoi sforzi come direttore, facendone un’eccellente pubblicazione, punto
di riferimento per tutti coloro che hanno il piacere di riceverla, spesso accompagnata da
supplementi di ricco contenuto spirituale e
teologico, come la meditazione sulla Santa Pasqua di
don Giacomo Tantardini.
La nostra gratitudine e il nostro apprezzamento vanno anche a tutti coloro che generosamente
fanno sì che molti possano riceverla gratuitamente. È un segno di comunione e di stima per noi
che riceviamo da Dio la missione di pastori della
Chiesa del Signore.
Onde evitare disguidi, invio il nuovo indirizzo
della nostra Curia metropolitana.
Rispettosamente,
monsignor Antônio Fernando
Saburido, osb,
arcivescovo metropolita
di Olinda e Recife
La presente è per ringraziare calorosamente per tutti i numeri ricevuti e per incoraggiarla a continuare
questa opera di educazione dell’intelligenza e della fede nella Chiesa.
COMPAGNIA DEI SACERDOTI
DI SAN SULPIZIO DI MONTRÉAL
Montréal, Québec, Canada
30Giorni: opera
di educazione
dellʼintelligenza e della fede
Jacques D’Arcy, pss,
superiore provinciale
Montréal, 10 maggio 2011
Carissimo signor Andreotti,
già da qualche anno ricevo la sua splendida rivista
30Giorni. Mi meraviglio sempre sia della qualità delle
informazioni sia della bellissima veste grafica che ci offre la rivista da lei diretta.
Lei ci tiene al corrente dei principali avvenimenti
della Chiesa universale con i vari articoli sulla spiritualità, sull’arte cristiana, sulla liturgia e con gli articoli di
Nova et Vetera.
Non posso che felicitarmi e offrirle il mio incoraggiamento perché continui a pubblicare questa rivista
che, senza alcun dubbio, produce grandi frutti spirituali nella Chiesa.
22
30GIORNI N.6 - 2011
AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA DEL CONGO
Parigi, Francia
Richiesta di Qui prie sauve son âme
Parigi, 18 maggio 2011
Signor direttore,
sono una lettrice appassionata di 30Giorni. Mi congratulo per tutto il lavoro che fate per tenerci al corrente delle notizie riguardanti la Chiesa e il mondo.
Le prego di avere la gentilezza di inviarmi quattro
copie in francese del libretto Qui prie sauve son âme.
La ringrazio dal profondo del
cuore, e la saluto cordialmente.
Christine Mavoungou
DIOCESI DI ASTI
Asti
“Buona stampa”
per lʼospedale di Asti
Asti, 17 giugno 2011
Buongiorno,
sono un sacerdote della diocesi di
Asti, da circa dieci anni cappellano presso l’ospedale
della mia città. Ho deciso di scrivere spinto dal desiderio di mettere a disposizione dei circa cinquecento malati dell’ospedale e dei loro familiari un po’ di “buona
stampa”. Grazie a Dio la cappella dell’ospedale è in
una posizione di passaggio ed è molto frequentata. Da
qualche tempo ho messo un espositore dove chi entra
può trovare (gratuitamente) riviste e immaginette.
L’afflusso di gente è tale che le riviste spariscono in
fretta (per finire nelle camere dei malati) e l’espositore
resta spesso vuoto. Il budget della
cappella non mi permette di fare abbonamenti e per questo ho pensato di
chiedere la vostra collaborazione.
Qualunque rivista, anche numeri vecchi, è gradita e forse questa opera di
bene può diventare anche un modo
per far conoscere le vostre pubblicazioni a un pubblico quanto mai vario e
in una condizione esistenziale che lo
rende molto disponibile al messaggio
cristiano.
Resto in attesa di una risposta da
parte vostra e vi auguro ogni bene nel
Signore,
don Claudio Sganga
Asti, 22 giugno 2011
Ho ricevuto ieri il materiale in omaggio. Grazie ancora
per la generosità e la velocità!
don Claudio Sganga
30GIORNI N.6 - 2011
23
La posta del direttore
RIVISTA LEAVES DEI
MARIANNHILL FATHERS
italiano, e quindi è chiaro che chi traduce per
l’edizione inglese fa un lavoro eccellente!
Dearborn, Michigan, Usa
padre Thomas Heier, cmm,
direttore responsabile
Chi traduce
per lʼedizione inglese
fa un lavoro eccellente
PONTIFICIA UNIVERSITÀ CATTOLICA ARGENTINA
Dearborn, 22 giugno 2011
“SANTA MARÍA DE LOS BUENOS AIRES”
Buenos Aires, Argentina
Caro direttore,
desidero complimentarmi
con lei per i tre articoli a
commento della seconda
parte del libro di papa Benedetto Jesus of Nazareth, sul numero 3 del 2011 della sua rivista. Gli articoli sono: A look at the Jesus of
the Gospels and a hearing of His words, del cardinale Georges Cottier, op; Faithful to the declaration “Nostra aetate”, di Riccardo Di Segni; e The
dividing line runs between trust and skepticism, di
Rainer Riesner. Rispettivamente da un cattolico, un
ebreo e un protestante, gli articoli danno tre prospettive bilanciate ma diverse del pensiero del nostro Papa; e ognuno di loro afferma ciò che lui dice. Non ho
trovato nessun’altra rivista da questa parte dell’oceano Atlantico con le stesse analisi bilanciate su questo
libro. Mantenete questo eccellente giornalismo.
Leggo da più di un anno l’edizione inglese della
sua rivista, e devo dire che l’inglese è eccellente.
Presumo che la maggior parte degli articoli siano in
30Giorni, Chi prega si salva
e il Credo del popolo di Dio in Argentina
Buenos Aires, 9 giugno 2011
Stimato signore,
sono un sacerdote del clero diocesano e cappellano dell’Università Cattolica Argentina. Le scrivo per chiederle
un abbonamento gratuito alla sua prestigiosa rivista, nell’edizione in lingua spagnola. Sarebbe di grande utilità per
la formazione di molte persone che incontro nel mio lavoro pastorale, in particolare coppie sposate e giovani. Il
motivo della mia richiesta è che non potrei assolutamente pagare un abbonamento.
Le chiedo anche alcune copie del libretto Chi prega si
salva e del Credo del popolo di Dio di Paolo VI.
Chiedendo a Dio che questa mia richiesta possa essere esaudita, la saluto con cordiale stima nel Signore.
don Omar Horacio Lorente
La copertina
del libretto
Chi prega si salva
in lingua cinese
DIOCESI CATTOLICA DI SHANGHAI
Shanghai, Repubblica Popolare Cinese
Chi prega si salva diffuso in tutta la Cina
Shanghai, 15 luglio 2011
Caro Gianni Valente,
calorosi saluti da Shanghai!
Mi dispiace scriverti una lettera così in ritardo circa la stampa del libro Chi prega si salva in lingua
cinese. Eravamo d’accordo, come da vostro suggerimento, che voi avreste sponsorizzato l’intero costo della pubblicazione e distribuzione del libro. A dire il vero, a maggio 2010, abbiamo
stampato ventimila copie del libro distribuendole
in tutta la Cina. Ogni libro costa 5 yuan (55 centesimi di euro). Abbiamo deciso di stamparne altre ventimila copie. Ma abbiamo bisogno dei soldi che ci avete promesso.
Cordiali saluti,
Roma, 22 luglio 2011
Caro don Anthony Chen,
anche a nome del direttore di 30Giorni, il senatore Giulio Andreotti, le confermiamo che siamo molto contenti di poter contribuire alla
stampa e alla diffusione del piccolo libro di
preghiere Chi prega si salva in lingua cinese.
Lunedì 25 luglio invieremo il nostro contributo
(l’operazione bancaria richiederà qualche
giorno) quale segno di gratitudine e di comunione.
Per la redazione di 30Giorni,
don Anthony Chen
direttore del Centro di ricerca Guangqi
e della tipografia della diocesi di Shanghai
Roberto Rotondo
direttore responsabile
30GIORNI N.6 - 2011
25
R eportage
La moschea di Ortaköy
e il ponte sul Bosforo a Istanbul
di Lorenzo Biondi
na piccola folla se ne sta in
attesa davanti alla parete di
roccia. È il 29 giugno, festa
dei santi Pietro e Paolo. Siamo poco al di fuori dell’abitato di Antiochia: incastonata nella montagna
c’è una facciata di pietre, poi una
grotta. Secondo la tradizione i primi cristiani si trovavano qui per
pregare di nascosto a causa della
persecuzione. Tra di loro gli apo-
U
26
30GIORNI N.6 - 2011
stoli Paolo, Barnaba e Pietro, che
per primi portarono qui l’annuncio
di Gesù. Oggi la “grotta di San Pietro” è stata trasformata in museo,
con tanto di ingresso a pagamento.
Due guardiani trattengono un centinaio di fedeli che vorrebbe entrare a pregare il santo.
L’attesa però non si prolunga
per molto. Squilla il telefono: dagli
uffici del governatore della provin-
cia danno l’ordine di lasciar libero
l’ingresso. Arriva anche il vescovo,
monsignor Ruggero Franceschini.
I due guardiani si fanno da parte, la
grotta si riempie di pellegrini. La
messa può cominciare.
È una scena comune in molte
parti della Turchia. Negli ultimi anni le autorità dello Stato hanno iniziato a gestire alcuni edifici di culto
abbandonati. Li hanno sottratti al
Un modello
per il nuovo
Medio Oriente
Nell’ultimo decennio, in Turchia,
le minoranze, anche cristiane,
hanno trovato nuovi spazi di libertà.
E il partito al potere, l’Akp, ha dimostrato
che islam e democrazia non sono inconciliabili.
Un esempio per la Primavera araba
degrado e, benché durante l’anno
si debba pagare un biglietto per visitarli, in occasioni particolari questi “luoghi santi” sono restituiti alla
devozione dei fedeli. È una novità,
magari piccola, ma è il segno di un
cambiamento. Per decenni nella
Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk l’esistenza delle minoranze religiose è stata negata. Oggi, pur tra resistenze e contraddizioni, per la piccola comunità cristiana in terra di Turchia si è aperta
una stagione nuova e promettente.
TURCHIA
I segni di un cambiamento
L’eredità del passato si sente. Nella capitale Ankara, dominata dai
ministeri, è impossibile trovare un
edificio con sopra una croce. Le
chiese ci sono, ma sono ospitate
all’interno delle ambasciate. Su
suolo extraterritoriale e nascoste
alla vista. Anche di moschee in
realtà se ne vedono poche, magari
antiche e schiacciate tra i palazzi
moderni. Se la libertà dei cristiani
in Turchia conosce dei limiti, non
è semplicemente per il contrasto
tra religioni diverse.
Ce lo spiega padre Dositheos,
un sacerdote ortodosso del Patriarcato ecumenico di Istanbul:
«Cristiani, ebrei e musulmani hanno sempre convissuto in questa
terra. Sanno cosa vuol dire la convivenza pacifica. Nei primi decenni della Repubblica turca (fondata
nel 1923) il nazionalismo è stato
la politica dominante del Paese,
ma ha indossato una maschera:
l’islam. In realtà dietro quella parola si celava l’idea della nazione
turca. In quell’epoca le minoranze
hanno perso i loro diritti davanti
allo statalismo kemalista. È solo
negli ultimi dieci anni che si è iniziato a parlare di libertà religiosa:
una novità assoluta».
Si procede lentamente, un passo per volta. Lo vediamo a Tarso,
città natale di san Paolo, dove arriviamo il 26 giugno, la domenica
precedente la festa dei santi Pie- ¬
Monsignor Ruggero Franceschini
celebra la messa nella Grotta
di San Pietro ad Antiochia
30GIORNI N.6 - 2011
27
R eportage
tro e Paolo. La comunità locale ha
ricevuto l’autorizzazione a celebrare la messa nella chiesa dedicata all’Apostolo delle genti. Costruito
dai crociati nel XII secolo, con l’avvento della Repubblica l’edificio
era stato trasformato in un magazzino. Solo da pochi anni, grazie all’insistenza dei padri cappuccini e
alla sponda del governo, il monumento è stato pulito e riaperto.
Sopra, la facciata della nuova chiesa
siro-cattolica di Alessandretta,
nella provincia meridionale di Hatay;
qui accanto, l’imponente mausoleo
di Atatürk ad Ankara
Anche in questo caso come museo. Mancano poche ore alla celebrazione: le tre suore “Figlie della
Chiesa” che vivono in città hanno
appena avuto il permesso di entrare a sistemare la chiesa. Il tempo
per i preparativi è poco, si fa tutto
un po’ di corsa. E c’è ancora meno
tempo al termine della messa per
far sparire sedie e paramenti: i fedeli lasciano il posto in fretta ai turisti che pagano il biglietto.
Nella “laica” Repubblica di Turchia è lo Stato a controllare che
l’attività religiosa non esca dai limiti fissati dalla Costituzione e dalla
legge. Le Chiese non hanno riconoscimento legale. Ma da qualche
anno a questa parte la situazione
delle minoranze religiose è migliorata sensibilmente. Il governo del
Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) si è mostrato attento alle
loro richieste. Non sempre le promesse sono state mantenute, ma
la nuova classe dirigente turca ha
manifestato una disponibilità al
dialogo sconosciuta in passato. E il
dialogo in alcuni casi ha dato frutti
concretissimi.
Il presidente della Fondazione
siro-cattolica di Istanbul, Zeki Basatemir, ci racconta di quando andò a
protestare perché una vecchia
chiesa siriana di Alessandretta –
Iskenderun per i turchi – era da anni adibita a cinema a luci rosse. Restituire l’edificio alla sua vecchia
funzione era ormai impossibile, ma
dopo averlo espropriato il governo
lo ha fatto demolire e nel 2010 ha
costruito a proprie spese una nuova chiesa. La facciata, fedele al tradizionale stile di queste regioni, racconta di una sensibilità nuova ai
problemi dei cristiani.
La collaborazione nasce spesso
nei rapporti tra persone, ma sta
raggiungendo anche il livello delle
istituzioni. A settembre prossimo,
ad esempio, il municipio di Istanbul
pubblicherà insieme alla Santa Sede un volume sulla presenza cristiana nella città nel XVII secolo. Per la
prima volta il simbolo di una istituzione turca verrà stampato insieme
a quello della Chiesa cattolica.
Purtroppo, proprio negli anni in
cui le relazioni tra il governo di
Ankara e i cristiani sembrano mutare, la piccola Chiesa di Turchia è
stata colpita da tragedie come l’assassinio di don Andrea Santoro e di
monsignor Luigi Padovese. Per far
chiarezza su quegli omicidi ci vorrà
ancora del tempo, ma intanto il ¬
TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente
Intervista con Bekir Karliga
«Cercare la democrazia senza
polarizzazioni ideologiche»
L’islam si presenta come ultimo anello di una lunga
tradizione profetica. Le altre religioni sono parte
del suo patrimonio e devono essere difese
Il premier turco Erdogan tra i colleghi Evo Morales
e Luiz Inácio Lula, in un incontro dell’Alleanza delle civiltà
nel 2010
C’
è uno stretto legame tra lʼislamismo moderato dellʼAkp e il dialogo tra religioni. Ne parliamo col professor Bekir Karliga, consigliere del primo ministro Erdogan. Il professore è anche presidente del comitato
nazionale turco dellʼAlleanza delle civiltà, un organismo
delle Nazioni Unite nato nel 2003 per iniziativa di Erdogan e del premier spagnolo Zapatero.
Comʼè cambiato lʼislam politico in Turchia?
BEKIR KARLIGA: I fattori religiosi radicati nella memoria collettiva e nella vita quotidiana della società turca – messi da parte alla nascita della Repubblica – sono riemersi dopo la Seconda guerra mondiale, con lʼintroduzione di un sistema democratico e pluralista. I
partiti fondati da Necmettin Erbakan e lʼAkp sono due
esempi della stessa linea politica. Ma la diversità dellʼAkp è che cerca di implementare i valori democratici
senza populismo, senza chiudersi in schematismi
ideologici e ricollegandosi alla storia del Paese e alla
realtà geopolitica. In politica estera, lʼAkp mira a un
nuovo ordine economico e politico in linea coi principi
di giustizia universale, equità e solidarietà, in accordo
con la comunità internazionale, senza ridursi a satellite
di altri Paesi e tenendosi alla larga da polarizzazioni
ideologiche pregiudiziali.
È unʼipotesi politica valida anche al di fuori della
Turchia?
I dieci anni di governo dellʼAkp hanno prodotto un
cambiamento irresistibile nel Paese e nel mondo. Alla base degli emozionanti eventi che il Medio Oriente sta conoscendo cʼè lʼaspirazione dellʼislam a incontrare la democrazia. Il modello è la Turchia, sotto la guida del premier
Erdogan.
La religione islamica contempla lʼidea del dialogo
tra religioni?
Lʼislam si presenta come ultimo anello di una lunga
tradizione profetica. Le altre religioni sono parte del suo
patrimonio e devono essere difese, anche al di là del dialogo con esse. Il profeta Abramo ha poi una posizione di
rilievo: le tre religioni che venerano lʼunico Dio sono rappresentanti di una fede comune. Negli Stati islamici la religione, le tradizioni e i costumi di ebrei e cristiani non devono essere ostacolati. Grazie a questo approccio milioni di
persone che appartenevano a oltre venti confessioni religiose ed etnie vissero insieme per secoli nei territori ottomani. Da questo punto di vista lʼesperienza della Turchia
può essere importante per la giovane Unione europea,
che ha invece una storia di convivenza più breve.
Qual è lo stato dei rapporti tra Turchia e Europa?
La Turchia ha cercato, in sincerità e buona fede, di stabilire relazioni con lʼUnione europea. Sfortunatamente la
Turchia è stata tenuta alla porta, creando scontento nella
nostra opinione pubblica. La nazione turca si è stabilita in
Europa dal XIV secolo. Nel 1959 fu firmato lʼaccordo di
collaborazione tra Turchia e Comunità europea. Oggi lʼUnione si è dimenticata di quella storia.
Negli ultimi anni i rapporti tra Oriente e Occidente
sono stati letti nellʼottica dello scontro. LʼAlleanza
delle civiltà è unʼesperienza controcorrente…
È stata una ventata dʼaria fresca per unʼumanità che
voleva uscire dal vortice dello “scontro di civiltà”. Ventuno
istituzioni internazionali e 106 Stati sono entrati nel gruppo. In Turchia cʼè un comitato nazionale da me coordinato
che studia il dialogo tra culture, religioni e civiltà nel Paese. A Istanbul è stato creato un “Istituto dellʼAlleanza delle
civiltà”, in cui studenti di diverse nazionalità potranno ottenere una formazione di alto livello, per diffondere una cultura di pace e tolleranza nel Paese e nel mondo.
L.B.
30GIORNI N.6 - 2011
29
R eportage
potere politico ha voluto dimostrare
la sua vicinanza agli amici delle vittime. Monsignor Franceschini, arcivescovo di Smirne e amministratore pro tempore del vicariato apostolico dell’Anatolia, ci racconta di
come il ministro della Giustizia Sadullah Ergin sia accorso a Iskenderun per il funerale del vescovo ucciso. «Mi chiese se volevamo qualcosa
da loro», ricorda monsignor Franceschini. «Gli risposi che volevamo solo sapere la verità, nient’altro». A
poco più di un anno di distanza si
sta per aprire il processo contro
l’assassino del prelato e gli eventuali
mandanti. In molti ci testimoniano
la sollecitudine delle autorità nel volere che la giustizia faccia rapidamente il proprio corso. Laddove, in
altri tempi, ci si sarebbe aspettata
indifferenza se non aperta ostilità.
Il falso mito
dell’islamizzazione
«La minoranza cristiana in Turchia
nutre la speranza che nel corso del
terzo mandato del partito di gover-
Tradizione e modernità convivono
sulle sponde del Bosforo.
Nella foto, i quartieri finanziari di Istanbul
fanno da contorno a una moschea,
nella parte asiatica della città
no le questioni pendenti, necessarie per i diritti della minoranza,
possano finalmente raggiungere il
traguardo auspicato». A parlare è
monsignor Antonio Lucibello,
nunzio apostolico presso la Repubblica di Turchia. «Esistono già
dei segni eloquenti che vanno in
questa direzione».
Il risultato delle elezioni del 12
giugno scorso verrà ricordato come uno spartiacque della storia
turca. L’Akp di Recep Tayyip Erdogan ha conquistato il 50 per
cento dei voti, un risultato senza
precedenti. A farsi un giro per le
periferie di Istanbul si capisce uno
dei motivi di questo trionfo. I di-
Intervista con Louis Pelâtre
«Quest’aria nuova
che si respira in Turchia»
Il vicario apostolico di Istanbul racconta la vita
delle comunità cristiane in un Paese che cambia
«È
per via della “laicità” turca, non dellʼislam, che la
Chiesa non può esistere ufficialmente». Sua eccellenza monsignor Louis Pelâtre, vicario apostolico di
Istanbul, ci descrive la situazione della comunità cristiana in Turchia vista dalla metropoli sul Bosforo.
Come stanno cambiando le condizioni di vita
dei cristiani di Turchia?
LOUIS PELÂTRE: Un cambiamento evidente. Da
un lato perché la comunità cattolica ha cambiato “faccia”: è arrivato un gran numero di immigrati dalle Filippine, dai paesi dellʼAfrica, mentre il numero dei “levantini” va diminuendo. Vanno via da qui, alla volta della
Francia e di altri Paesi europei. Chi parte si aspetta di
avere vita più facile in un Paese “cristiano”… Che poi,
oggi, quale Paese può dirsi cristiano? Quando arrivai
30
30GIORNI N.6 - 2011
in Turchia quarantʼanni fa si respirava aria di xenofobia. Oggi per le minoranze alcuni problemi rimangono,
ma altrove è diverso? Se in Francia un immigrato che
si chiama Mohammed cerca lavoro, ha le stesse possibilità degli altri di trovarlo?
In Occidente – specie dopo la morte di monsignor Padovese – si è sentito parlare di una cristianità “assediata” in Turchia. È vero?
È stata una tragedia, ma non penso che si sia trattato di un fatto dovuto al diffondersi di un sentimento anticristiano. Si parla di un movimento sotterraneo nello
Stato turco, che agirebbe contro lʼattuale governo e
che è emerso con lʼaffare Ergenekon. Ma a oggi è davvero difficile capire le cause di quellʼassassinio.
Cʼè chi sostiene che la Turchia sia oggi un Paese
meno “laico” e quindi meno sicuro per i cristiani…
TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente
stretti finanziari scintillano di grattacieli di recente costruzione. Nei
nuovi quartieri popolari si ammucchiano i palazzoni, in mezzo a un
mare di gru e cantieri. L’economia
gira, la classe media si dilata e accresce il proprio benessere.
Il portafoglio però non può bastare a spiegare il successo del partito. «L’Akp è diventato la voce della gente musulmana dimenticata
dal processo di modernizzazione
della Turchia». Ce lo spiega Rober
Koptas, giovane direttore del setti-
manale in lingua armena di Istanbul, Agos. Per decenni la Turchia
“laica” ha guardato alla religione
come a una zavorra. Modernità – si
diceva – corrisponde a secolarizzazione. Un messaggio che i turchi di
fede musulmana hanno spesso faticato ad accogliere. «Oggi quella
parte della società è entrata a sua
volta in un processo di modernizzazione», prosegue Koptas.
«L’Akp vuole dimostrare che anche i musulmani possono essere
dei veri democratici».
Non è la prima volta che un partito di ispirazione islamica arriva al
potere. Era successo da ultimo nel
1996, quando alla guida del governo era andato Necmettin Erbakan.
Nel suo Partito del Benessere erano in molti a sostenere l’introduzione della legge islamica, la sharia, e
Mustafa Kemal Atatürk ritratto
in preghiera con altri ufficiali
dell’esercito. Immagini come questa
si trovano in molte sedi dell’Akp
Non sono dʼaccordo. Sono francese e conosco il lato
“duro” della laicità: nella mia Bretagna era vietato costruire scuole cattoliche. E rammento che la laicità di
Atatürk prese spunto da quella francese: la religione
venne fortemente osteggiata, anche quella musulmana.
Venne assorbito solo il suo aspetto identitario, culturale.
Erdogan è tuttʼaltro che un fanatico, è un politico intelligente: ha capito che bisogna rivolgersi al popolo per
quello che è, non per come lo si immagina. Per quanto
riguarda i cristiani, è per via della “laicità” turca – non
dellʼislam – che la Chiesa cattolica non può esistere ufficialmente nel Paese. Non mi pare che il problema per i
cristiani venga dal fatto che alle ragazze è consentito di
portare il velo allʼuniversità…
Si aspetta passi in avanti sul riconoscimento ufficiale della Chiesa?
Allo stato attuale è impossibile che lo Stato riconosca
la Chiesa: è contro la Costituzione, che non riconosce
nessuna religione, neppure lʼislam. Pare che ora il premier Erdogan voglia cambiare le cose. Lui stesso ha
sofferto di questa situazione, quando era sindaco di
Istanbul: finì in carcere per «attacco alla laicità», avendo
citato un poeta che definiva i minareti «le nostre baionette». Tanti guai per una citazione: un poʼ come il Papa a
Ratisbona… Prima di quel fatto Erdogan e io ci eravamo
incontrati diverse volte, e poi dalla prigione inviò qualche biglietto anche a me, come a tutte le personalità
pubbliche della città. Ci sono molti che ancora oggi
osteggiano il cambiamento che lui auspica; ma è stata la
il premier stesso aveva stretti contatti con alcune confraternite “sufi”
(cioè di mistici musulmani) note per
il loro sostegno all’islamizzazione
dello Stato. A meno di un anno dalla nascita di quel governo, i militari
intervennero pesantemente nel
gioco politico. Nel giugno del 1997
Erbakan fu costretto alle dimissioni. La Corte costituzionale mise poi
fuorilegge il suo partito. Fu allora
che un gruppo di politici della
“nuova generazione”, tra cui Erdogan e Abdullah Gül, intuì la necessità di una frattura col passato.
Come le Dc europee
L’ispirazione islamica rimane, ma
cambia segno. Cresce ad esempio
l’influenza delle associazioni per il
dialogo che si ispirano al filosofo
Fethullah Gülen. Cemal Usak – vicepresidente della Fondazione dei
giornalisti e degli scrittori, creata
dallo stesso Gülen – racconta: «Fino a fine degli anni Novanta la
maggior parte dei politici musulmani credeva che il proprio dovere ¬
democrazia a portarci alla situazione attuale e il risultato
del voto va rispettato.
La Turchia può rappresentare un “modello” di
convivenza tra islam e democrazia?
Si parla di “modello turco” e già questo è interessante. Si può non essere dʼaccordo con tutto quello che
Atatürk ha fatto, ma la laicità della Turchia ha avuto
unʼinfluenza straordinaria in Medio Oriente. Oggi la Turchia sembra aver trovato un nuovo equilibrio, ma il passaggio al di là di quella laicità “dura” non è ancora finito.
L.B.
Offertorio nella chiesa di Sant'Antonio di Padova, a Istanbul
30GIORNI N.6 - 2011
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R eportage
fosse quello di istituire uno Stato
islamico. Intorno al 2000 iniziarono a capire che la forma di Stato
non si può imporre, ma dipende
dal consenso degli elettori. Erdogan fu in grado di vincere solo
quando comprese che serviva una
versione di islam politico adatta ai
bisogni della Turchia».
Alper Dede, politologo dell’Università Zirve di Gaziantep, ricostruisce per noi i primi anni del
partito di Erdogan. Sono dinami-
proviene da partiti conservatori di
matrice laica».
A differenza dei suoi predecessori, Erdogan cerca una sintesi tra
la Turchia laica e quella religiosa.
Nelle sedi dell’Akp campeggia
l’immagine di Mustafa Kemal
Atatürk. Spesso però si sceglie la
foto che lo ritrae assorto in preghiera coi suoi compagni, le palme
rivolte al cielo. A simboleggiare
che le due Turchie sono tutt’altro
che incompatibili.
lamento, nelle università, ed è molto “sano” che lo voglia». L’idea dell’islamizzazione della società, numeri alla mano, non regge. In uno
studio promosso dal pensatoio Tesev – un’istituzione finanziata in
massima parte dall’Open Society
Institute di George Soros – si mostrava che dal 1999 a oggi il numero delle donne che portano il velo è
diminuito. Non il contrario, come la
stampa europea spesso riporta.
Contemporaneamente una mag-
Fedeli in preghiera nella grande
moschea di Solimano a Istanbul
Una bambina musulmana
nel quartiere di Fatih a Istanbul
«Gli occidentali che guardano all’Akp», ci dice Rober Koptas
del settimanale Agos, «vedono dei musulmani e hanno paura.
Io, da armeno, non ho paura dell’Akp. È ridicolo sostenere che l’Akp
voglia introdurre la sharia. Sono semplicemente musulmani, musulmani
praticanti, come la gran parte della popolazione di questo Paese.
Quella parte del Paese vuole essere presente in Parlamento,
nelle università, ed è molto “sano” che lo voglia»
che che ricordano l’origine delle
Democrazie cristiane europee:
«Alla nascita dell’Akp, nel 2001
confluiscono nel partito personalità di diversa provenienza. Il vertice del partito si sente vicino alle
odierne Dc. Sono politici per lo
più di centrodestra, ma non solo.
Molti arrivano dalla tradizione islamista di Erbakan, altri sono decisamente più moderati. Qualcuno
32
30GIORNI N.6 - 2011
«Gli occidentali che guardano all’Akp», ci dice ancora Rober Koptas, «vedono dei musulmani e hanno paura. Io, da armeno, non ho
paura dell’Akp. È ridicolo sostenere che l’Akp voglia introdurre la
sharia. Sono semplicemente musulmani, musulmani praticanti, come la gran parte della popolazione
di questo Paese. Quella parte del
Paese vuole essere presente in Par-
gioranza di turchi pensa che l’attitudine generale della società nei confronti della religione sia cambiata, e
sia cambiata per il meglio.
Il conflitto tra le due metà della
Turchia – secolare e religiosa – certamente non si è esaurito. La tensione è tornata a salire nel 2007,
quando Abdullah Gül venne eletto
presidente della Repubblica. Per
qualche tempo sembrò che una
TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente
componente dell’esercito fosse
pronta a rientrare pesantemente
sulla scena politica. Fu l’anno degli
omicidi di Hrant Dink, giornalista
armeno allora direttore di Agos, e
di don Andrea Santoro. In altri tempi la tensione tra laicisti e islamici
avrebbe condotto i militari a intervenire per ristabilire l’ordine. Ma il
colpo di Stato non ci fu. Era il segno
che il clima stava cambiando – nel
Paese come anche al suo esterno.
Il “modello turco”
Nel 2002 era difficile immaginare
che l’Akp potesse imprimere una
svolta così significativa alla politica
turca. In elezioni sorprendenti, nessuno dei partiti di governo fu in grado di superare la soglia di sbarramento del 10 per cento e di entrare
in Parlamento. Ci riuscirono appunto solo il partito di Erdogan
(Akp) e i kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp). Gli isla-
mici moderati si trovarono, con il
35% dei voti, a controllare i due terzi del Parlamento.
«L’Akp era un partito nuovo»,
commenta ancora il professor Dede, «con esperienza solo nelle amministrazioni locali». Erdogan, il
suo leader, non si era neppure potuto candidare: quattro anni prima
un tribunale lo aveva bandito «a vita» dalla politica per «incitamento
all’odio religioso». In un comizio
aveva citato una poesia turca di inizio Novecento: «Le moschee sono
le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre
baionette e i fedeli i nostri soldati».
Fu eletto solo nel 2003, dopo una
modifica alla legge da parte del
Parlamento.
In queste condizioni non erano
molti a scommettere sulla durata
dell’esperimento-Akp. «Nei primi
anni di quel governo», ci racconta
ancora Dede, «parlai con molti
Il lungomare di Alessandretta.
È comune in Turchia vedere donne
vestite “all’occidentale”
che camminano accanto a donne velate
esponenti egiziani della Fratellanza
musulmana che erano scettici rispetto a quanto avveniva in Turchia. La svolta nella credibilità del
partito è arrivata con l’inizio del
processo Ergenekon», e cioè ancora una volta nel 2007, quando
emerse che alcuni ufficiali dell’esercito pianificavano un colpo di Stato
e finirono alla sbarra per questo. È
allora che «l’Akp ha dimostrato di
poter avere la meglio sulla vecchia
burocrazia secolarista». Oggi molti
giovani politici della Fratellanza
vengono in Turchia per imparare
dall’Akp. Di “modello turco” si discute quasi ogni giorno sui giornali
turchi e dell’area mediorientale.
Certo, i modelli politici sono
difficili da esportare. Lo ricorda
Cemal Usak, a partire dalla vicenda stessa del suo Paese: «Negli anni Settanta c’erano gruppi di intellettuali turchi che cercavano di importare versioni “arabe” dell’islam. L’unico esito fu di produrre
radicalismo». Lo stesso può valere
a ruoli invertiti: «Democrazia e diritti umani sono valori universali
che valgono in ogni Paese, ma
ogni Paese deve adattare quei valori al proprio contesto».
Anche Rober Koptas ci mette in
guardia rispetto alle semplificazioni: «Quando si parla di modello turco, bisogna capire cosa si intende.
Il modello è la democrazia, non la
Turchia in quanto tale. Se il modello fosse la Turchia come è stata fino
ad oggi – una democrazia “protetta” dalle armi dell’esercito – allora
no, grazie. Ma quello che succede
ora nel Paese sta dimostrando qualcosa a chi diceva: “islam e democrazia sono incompatibili”».
Oggi il Medio Oriente guarda alla Turchia con interesse. In gran
parte è merito del ministro degli
Esteri Ahmet Davutoglu, riconfermato al suo posto dopo le elezioni.
La politica dello «zero problemi coi
vicini» ha creato intorno al Paese
un clima favorevole alla collaborazione. Non solo in campo politico:
le esportazioni turche nei Paesi limitrofi aumentano a ritmo forsennato. L’afflusso di turisti è in crescita costante. Ankara esporta cultura, oltre che merci.
Questo soft power, “potere leggero”, non è rimasto inosservato in
Europa. E tra gli europeisti più ¬
30GIORNI N.6 - 2011
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R eportage
La chiesa di San Giorgio,
all’interno del Patriarcato
ecumenico di Istanbul
smaliziati, sono in molti a proporre
di non perdere l’occasione storica
di avvicinare Oriente e Occidente.
Dopo il voto di giugno Erdogan ha
voluto mostrare di essere ancora
interessato al dialogo con l’Unione
europea, istituendo un Ministero
apposito sotto la guida di Egemen
Bagis. Ma il negoziato è fermo. I
suoi capitoli più delicati sono stati
bloccati. Invece di fare pressione su
temi importanti – come la tutela dei
diritti delle minoranze – Bruxelles si
è chiusa in un no che sulle rive del
Bosforo appare ideologico.
Riforme e compromessi
Perché, quanto a tutela delle minoranze religiose, c’è ancora molto su
cui lavorare. La Costituzione attualmente in vigore afferma che la
libertà religiosa può essere esercitata solo finché non viola il principio della laicità dello Stato. La legge turca non riconosce l’esistenza
delle Chiese cristiane. Emre Öktem, professore di Diritto internazionale all’Università Galatasaray,
a Istanbul, ci aiuta con un esempio:
«Il patriarcato ortodosso di Istanbul
non gode di personalità giuridica.
Tecnicamente il patriarca stesso è
un semplice impiegato che lavora
per la fondazione che gestisce la
chiesa di San Giorgio». Le “fondazioni” sono le sole istituzioni religiose ammesse dalla legge. Ma fino
a tempi recenti la loro esistenza è
stata sottoposta a pesanti restrizioni. «Una legge del 1936 vietava
l’acquisto di proprietà o il diritto di
eredità per le fondazioni religiose»,
continua il professore. Se un fedele
donava una proprietà alla Chiesa,
la donazione era nulla.
«Nel 2002», prosegue Öktem,
«una modifica alla legge sulle fondazioni venne inserita nei pacchetti
di armonizzazione creati nel contesto del riavvicinamento tra la Turchia e l’Unione europea. È la prima
legge che consente gli acquisti di
proprietà da parte delle fondazioni.
Dal 2008 poi una nuova legge consente anche la restituzione delle
proprietà espropriate in passato da
parte dello Stato».
Le strette di mano del premier
Erdogan ai leader religiosi del Paese
non sono stati gesti puramente simbolici. Padre Dositheos, al Patriarcato ecumenico di Istanbul, ci racconta l’incontro tra il capo del governo e sua santità Bartolomeo I.
Era il 15 agosto del 2009. Uno dei
problemi che più assillavano la comunità ortodossa in quel momento
era la questione della cittadinanza
dei vescovi. «Per la legge turca è necessario che tutti i vescovi che lavorano in Turchia per il patriarcato
siano cittadini turchi. Solo un piccolo numero dei vescovi ortodossi lo
era. In quell’occasione Erdogan
promise di dare loro il diritto di cittadinanza, per lavorare qui e in prospettiva anche venire eletti patriarchi». Mantenendo quella promessa
il premier ha aiutato il Sinodo ortodosso a sopravvivere.
La benevolenza del potere verso
le minoranze si è manifestata spesso in “favori” di questo genere. Più
volte però sentiamo dire che i favori – per quanto ben accetti – non
possono bastare. È necessario anche che alcuni diritti vengono formalizzati. L’avvocatessa Kezban
Hatemi, che da anni si occupa dei
problemi delle minoranze, ci parla
dell’ipotesi che Ankara firmi dei
concordati con le varie Chiese cristiane, sul modello degli Stati europei e della Germania in particolare.
È una proposta molto avanzata,
lontana dalla situazione concreta.
«Per la legge turca è necessario che tutti i vescovi che lavorano
nel Paese siano cittadini turchi. Erdogan ha concesso la cittadinanza
a molti vescovi ortodossi, aiutando così il Sinodo a sopravvivere»
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30GIORNI N.6 - 2011
TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente
Ankara, mausoleo di Atatürk:
un bambino gioca a imitare i soldati
di guardia. Il ruolo dell’esercito nel Paese
è cambiato radicalmente negli ultimi anni
Per qualche tempo ancora potrebbe essere necessario accontentarsi
dei favori.
Anche altre questioni delicatissime rimangono insolute. Come
quella del seminario ortodosso sull’isola di Heybeliada, nel mar di
Marmara. La Costituzione turca
impone che ogni insegnamento
religioso sia sottoposto al controllo
dello Stato. In questa situazione, è
impossibile per le Chiese cristiane
seguire i giovani con la vocazione
al sacerdozio. Commenta ancora
padre Dositheos: «Sua Santità e il
Sinodo sono convinti che davvero
il premier Erdogan voglia trovare
una soluzione al problema. Ma lo
Stato – ad Ankara – pone resistenza. Aspettiamo l’anno prossimo,
con la nuova Costituzione».
Sono tante le aspettative che si
coagulano intorno alla promessa
fatta dall’Akp di una riforma costituzionale. Ma nonostante l’enorme successo elettorale, il partito di
governo non dispone della maggioranza necessaria a cambiare la
Costituzione in modo unilaterale –
cioè senza collaborare con altre
forze politiche e senza chiedere il
parere del popolo attraverso il referendum. La nuova Carta non
potrà che essere frutto del compromesso tra forze diverse, e in
primo luogo tra l’esecutivo e i candidati indipendenti eletti con l’appoggio del partito della minoranza
curda. Tra di loro c’è anche Erol
Dora, il primo cristiano a entrare in
Parlamento in oltre cinquant’anni.
Appartenente alla minoranza siriaca, da avvocato Dora ha assistito spesso le comunità cristiane.
Lui però ci tiene a ricordare di essere stato eletto con i voti di «musulmani e cristiani». Una rappresentanza non “settaria” ma volta a
dar voce a tutte le minoranze del
Paese nel processo di riscrittura
della Costituzione.
«La tolleranza
non basta. Però…»
Le strette di mano, l’elezione di un
cristiano, il linguaggio politico che
si modifica. Torniamo ancora alle
parole di Rober Koptas di Agos:
«Fino a oggi nel “discorso pubblico” turco gli armeni e i cristiani sono stati considerati dei nemici, ma
quel discorso sta cambiando». La
questione delle minoranze viene
ancora affrontata in termini di “tolleranza”, è vero. «Per me», prosegue Koptas, «la tolleranza non è l’ideale, il punto d’arrivo. Fino a oggi, però, i nazionalisti vedono greci, armeni, ebrei come pericoli per
la nazione, a confronto, la tolleranza è un bene».
Discutiamo anche del genocidio degli armeni del 1915. Per ¬
Le rovine dell’antica Basilica
della Madonna di Efeso, la prima chiesa
del mondo dedicata alla Vergine Maria.
Al suo interno, nel 431, si tenne il Concilio
che proclamò Maria “Madre di Dio”
R eportage
decenni nelle scuole turche si è insegnato ai bambini che quegli
eventi non sono mai accaduti; l’opinione pubblica non può cambiare idea da un giorno all’altro. Ma
«se la Turchia diventa una democrazia compiuta, se diventa possibile parlare apertamente di questi
problemi, a quel punto un governo sarà in grado di riconoscere il
massacro degli armeni».
Il cambiamento di mentalità è
già in atto e sembrano essersene
accorti anche dalle parti del Chp,
principale forza d’opposizione.
L’attuale leader, Kemal Kiliçdaroglu, sta insistendo sulla necessità di
prestare orecchio al problema della minoranza curda e di rivolgersi
anche alla Turchia più religiosa.
Ma le resistenze all’interno del suo
stesso partito sono forti e non è
chiaro se Kiliçdaroglu riuscirà a
connotare il partito in modo meno
nazionalista e più vicino ai partiti
socialdemocratici europei. Ma che
si facciano discorsi del genere è già
un segnale significativo.
Così, il ruolo dell’esercito nella
vita politica turca sta cambiando.
Bleda Kurtdarcan, dell’Università
Galatasaray, è un esperto di faccende militari. Oggi i ricercatori come lui possono accedere ai bilanci
dell’esercito, studiarne le strutture.
Anni fa sarebbe stato impensabile.
Il caso Ergenekon però è ancora
aperto. Secondo la procura che ha
indagato su questa struttura segre-
Donne musulmane escono
dal santuario della Casa di Maria,
a Efeso
Due giovani accendono un cero a sant’Antonio di Padova
nella chiesa di Istanbul dedicata al santo
36
30GIORNI N.6 - 2011
ta, nel 2007 un gruppo di ufficiali
dell’esercito pianificò alcuni omicidi eccellenti per fomentare la paura
che la Turchia si stesse trasformando in uno Stato islamico. Tra questi, quello del giornalista armeno
Hrant Dink, di don Andrea Santoro
e di tre cristiani evangelici. Secondo alcuni osservatori – tra cui i reporter del settimanale Agos – anche l’omicidio di monsignor Luigi
Padovese andrebbe ricollegato a
quella trama. E nelle ultime settimane, dalle carte del processo, è
emerso che i golpisti puntavano a
uccidere anche il patriarca ecumenico Bartolomeo I.
Il complotto fallì. L’intervento
dei soldati, che nei piani dei golpisti avrebbero dovuto intervenire
per “ristabilire l’ordine”, non trovò
TURCHIA. Un modello per il nuovo Medio Oriente
Ad Antiochia padre Domenico Bertogli ci racconta che le donazioni
effettuate all’ufficio della Caritas locale arrivano in parte
da benefattori musulmani. La Caritas aiuta i bisognosi a prescindere
dalla loro fede. I musulmani lo sanno, e mostrano la loro riconoscenza
con gesti concreti
il sostegno necessario, né in Turchia né all’estero. E le comunità
cristiane, vittime di quell’aggressione, continuano a sperare di poter vivere in pace nella terra santa
di Turchia.
Una presenza discreta
A pensare alle tragedie degli ultimi
anni, ci si aspetterebbe che i cristiani
vivano ormai segregati. La realtà è
più complessa. Il 13 giugno è la festa
di sant’Antonio di Padova. Visitiamo la chiesa di Istanbul dedicata al
santo; la facciata neogotica affaccia
su Istiklal Caddesi, una delle strade
dello shopping, del turismo, della vita notturna. Anche nella chiesa c’è
un viavai continuo; e solo alcuni dei
passanti che entrano sono cristiani.
Si guardano intorno con curiosità,
osservano le statue dei santi, chiedono informazioni. Qualcuno accende
un cero, si ferma a pregare. Tra di
loro ci sono anche musulmani, donne col velo in testa. A sant’Antonio
chiedono piccole grazie: far pace
dopo una lite, la serenità in famiglia.
La santità di Antonio è riconosciuta
da tutti, a prescindere dalle divisioni
confessionali.
I n Tu r c h i a c o n v i v o n o d u e
realtà opposte. Da un lato, gli episodi di teppismo ai danni dei religiosi. È difficile cancellare decenni di propaganda nazionalista
contro i “missionari” cristiani –
accusati di essere l’avanguardia
dei colonizzatori occidentali. Dall’altro, i rapporti di amicizia nati
dalla frequentazione tra cristiani e
musulmani.
Le suore di Ivrea che gestiscono
la scuola italiana di Smirne ci descrivono la stima che la gente del
posto ha nei loro confronti: molti
dei loro studenti non sono cristiani.
Ad Antiochia padre Domenico
Bertogli ci racconta che le donazioni effettuate al piccolissimo ufficio
della Caritas locale arrivano in parte da benefattori musulmani. La
circostanza non deve sorprendere:
la Caritas aiuta i bisognosi a prescindere dalla loro fede. I musulmani lo sanno, e mostrano la loro
riconoscenza con gesti concreti.
Negli ultimi tempi però l’organizzazione sta attraversando un
momento difficile: nel passato,
grazie alla copertura del Vaticano,
la Caritas figurava come istituzione
legata a un Paese straniero, mentre oggi l’associazione è
soggetta alla legge turca
sulle fondazioni religiose.
In quanto tale non è autorizzata a detenere delle
proprietà ed è quindi costretta a intestarle alle
persone fisiche che lavorano per lei. Ad esempio,
a monsignor Padovese,
prima della sua tragica
morte; allo stato attuale
però i beni intestati al vescovo sono stati congelati
dallo Stato, che si rifiuta
di restituirli alla Caritas.
Un problema che non si
sarebbe verificato se fosse intervenuta una tutela
“internazionale”.
Sono poveri mezzi
quelli della Caritas di Turchia, ma a volte basta poco per dare una testimoIl miracolo delle nozze
nianza di fede. «Se si guardi Cana nei mosaici
da ai numeri», ci dice il
della chiesa di San
nunzio, monsignor AntoSalvatore in Chora,
nio Lucibello, «la nostra
a Istanbul
presenza in Turchia è minima: siamo come una ¬
30GIORNI N.6 - 2011
37
R eportage
La campana della chiesa dei Santi Pietro e Paolo,
ad Antiochia, e, sullo sfondo, un minareto
Monsignor Ruggero Franceschini
tra alcuni sacerdoti
«Quando arrivi qui capisci che non si tratta di fare o dire qualcosa
in particolare. Basta stare qui, in questa terra santa dove hanno vissuto
gli apostoli, e affidarsi al Signore»
piccola parrocchia di un paesino
occidentale. Eppure la nostra testimonianza discreta porta frutto, c’è
stima e seguito». Se si dovesse “misurare” lo stato di salute della Chiesa locale contando le teste, lo scenario sarebbe triste. E invece a vedere la gente di qui la felicità che
scaturisce dalla fede è un fatto evidente. «Non c’è bisogno di una presenza chiassosa», continua monsignor Lucibello, «a suon di tamburi
battenti. Invece è fondamentale una
testimonianza di vita, che non si impone con lo spettacolo».
Una suora, partita dall’Italia ai
tempi della morte di Padovese, ci
confessa le sue preoccupazioni all’arrivo in Turchia. «Senza poter
indossare gli abiti da religiosa,
senza poter insegnare religione a
scuola, pensavo: ma cosa ci vado
a fare lì! Io che in Italia ero abituata ad andare a tutte le manifestazioni… Quando arrivi qui capisci
che non si tratta di fare o dire qual38
30GIORNI N.6 - 2011
cosa in particolare. Basta stare
qui, in questa terra santa dove
hanno vissuto gli apostoli, e affidarsi al Signore».
L’esperienza della Chiesa di
Turchia è tutta qui. È l’aria di casa
che si respira in mezzo ai bambini
nel cortile di padre Domenico, ad
Antiochia. Oppure a Tarso, quando i religiosi pranzano insieme alla
gente arrivata dai paesi vicini per
festeggiare san Paolo. Padre Roberto, ottantacinque anni di cui più
di sessanta qui in Turchia, allunga
una banconota a una famiglia che
non può pagarsi il viaggio per tornare a casa. Le suore del posto, durante il pasto, indicano a monsignor Franceschini una coppia di
sposi o un bambino, lo aggiornano
sui matrimoni e le nascite.
Ci si potrebbe chiedere: con così pochi cristiani, i preti in Turchia
cos’hanno da fare? Il lavoro a dire
il vero non manca mai, tra i bisogni della gente del posto e l’acco-
glienza dei pellegrini. Ma «non si
tratta di fare qualcosa». Basta stare
qui, custodire questa terra santa.
Santa perché ci nacque Paolo, ci
vissero Barnaba e Pietro. San Giovanni è sepolto a Efeso, sotto le rovine di una basilica affacciata sul
mare. La Madonna, che secondo
la tradizione seguì Giovanni in
questi luoghi, qui si “addormentò”
e fu assunta in cielo.
I padri cappuccini amano ricordare il consiglio di san Francesco ai
frati che partivano alla volta dell’Asia Minore. Ci sono due modi di fare missione: «Un modo è che non
facciano liti né dispute, ma siano
soggetti a ogni creatura umana per
amore di Dio e confessino di essere
cristiani». La testimonianza discreta. «L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio». Attenti
alle cose del mondo, capaci di seguire e raccogliere quanto di buono
accade intorno a loro.
q
COPERTINA
Il ritorno alla semplicità
della fede cattolica
di Giovanni Cubeddu
ncontriamo il cardinale Donald
Wuerl, arcivescovo di Washington, il 29 giugno presso il centro
pastorale della diocesi.
I
Eminenza, lei è il vescovo
della diocesi di una capitale così importante, che è ancora la
“capitale del mondo”. Leggendo le sue lettere pastorali si resta colpiti dal fatto che lei si rivolge sempre alle persone che
si sono allontanate. Sembra essere questa la sua principale
sollecitudine.
DONALD WUERL: È ciò di cui
consiste la nuova evangelizzazione,
ed è il motivo per cui nell’arcidiocesi
di Washington abbiamo fatto della
nuova evangelizzazione il nostro
obiettivo. È la lente attraverso cui
vogliamo vedere tutto quello che
facciamo, invitando la gente a tornare alla fede e invitando i giovani a
iniziare a stimare, capire e vivere la
nostra fede cattolica.
La ragione per cui ho scritto la
lettera pastorale sulla nuova evangelizzazione lo scorso anno Disciples of the Lord: sharing the vision (Discepoli del Signore: la condivisione di una visione) è stata precisamente l’esistenza di una generazione di cattolici che sono battezzati ma non sono praticanti. Si tratta in massima parte di cattolici che
hanno ricevuto una catechesi assai
misera durante gli anni Settanta e
Ottanta, e in parte anche Novanta.
Abbiamo vissuto negli Stati Uniti
un periodo in cui non c’era una
chiara attenzione a ciò che veniva
insegnato e ai testi catechistici e
teologici che venivano forniti per
l’istruzione dei nostri giovani. Il risultato è che, unitamente all’influenza della rivoluzione culturale
40
30GIORNI N.6 - 2011
degli anni Sessanta e Settanta,
molti cattolici hanno semplicemente smesso di venire in chiesa. Si
considerano cattolici ma non partecipano alla vita della Chiesa.
Quando papa Giovanni Paolo II cominciò a parlare così insistentemente del bisogno di una nuova
evangelizzazione, e noi iniziammo
a comprendere quanto fosse importante invitare la gente a tornare, e quando poi papa Benedetto
XVI istituì il Pontificio Consiglio
per la Promozione della Nuova
Evangelizzazione, in questa arcidiocesi decidemmo che l’evangelizzazione sarebbe stata il cuore di tut-
anni consecutivi. Abbiamo semplicemente fatto in modo che nella
comunità chiunque – cattolico, non
cattolico, chiunque – sapesse che il
sacramento della confessione è
una cosa che i cattolici fanno e che
in ognuna delle nostre chiese, ogni
mercoledì di Quaresima, dalle 6.30
alle 8.00 di sera, c’è un prete in attesa di ascoltare le confessioni e di
dire “ben tornato!”. Così abbiamo
reclamizzato sulla metropolitana,
alla radio, sugli autobus e con i cartelloni pubblicitari questo invito a
tornare a casa. Ora, in altre diocesi
del Paese e in Canada hanno ripreso quest’iniziativa.
L’arcivescovo
Donald Wuerl
in visita alla scuola
Sant’Agostino,
nel febbraio 2010.
La scuola,
fondata nel 1858,
è la più antica
di Washington
per bambini
afroamericani
ti i nostri tentativi. Vogliamo assicurarci che coloro che si sono allontanati siano chiamati a ritornare. Un
esempio è questo invito al sacramento della confessione che abbiamo chiamato “The light is on for
you” [La luce è accesa per te, ndr].
Nel tentativo di riproporre il sacramento della riconciliazione abbiamo offerto la possibilità di accostarsi al sacramento della confessione
in tutte le parrocchie dell’arcidiocesi durante la Quaresima, per cinque
Lei è molto immediato e
concreto nelle sue catechesi.
Nella sua lettera pastorale
God’s mercy and loving presence (La misericordia di Dio e
la presenza amorosa) ha suggerito ai sacerdoti, ai religiosi
e ai laici dell’arcidiocesi di continuare con le confessioni e ha
anche consigliato al popolo di
partecipare insieme all’adorazione eucaristica, seguendo
l’esempio di sant’Alfonso Ma-
STATI UNITI. Intervista con il cardinale Donald Wuerl
Il Credo degli apostoli, il sacramento
della confessione, l’adorazione dell’Eucaristia,
l’invito ai lontani a ritornare alla Chiesa.
Conversazione con l’arcivescovo
di Washington cardinale Donald Wuerl
Il cardinale Wuerl nella Basilica
del Santuario nazionale
dell’Immacolata Concezione
a Washington
ria de’ Liguori, che lei cita nei
suoi scritti. È stato come se lei
dicesse: «I sacramenti sono la
risposta».
Assolutamente sì, e quando noi
vescovi degli Stati Uniti ci siamo riuniti qualche anno fa, abbiamo detto
che occorreva fissare delle priorità
per la Chiesa del nostro Paese. E
davvero, la prima delle priorità, su
cui tutti noi ci siamo trovati d’accordo, è evangelizzare e fare catechesi
sui sacramenti, riportare la gente ai
sacramenti. È una cosa di tale buon
senso... Gesù, il Verbo incarnato,
quando si preparava a tornare al Padre nella gloria, stabilì una Chiesa
che gli assomigliasse, che fosse spirituale e visibile, che avesse lo Spirito
Santo benché fosse fatta di esseri
umani. Il Concilio Vaticano II parla
della Chiesa come del grande sacramento. Gesù ha istituito i sacramenti
così che a Lui fosse possibile toccarci, e noi potessimo toccarlo. Tra tutti
questi grandi momenti di incontro,
al vertice c’è l’Eucaristia. Gesù ha
detto: «Fate questo in memoria di
me». E noi abbiamo capito che ogni
volta che l’avessimo fatto, Lui sarebbe stato con noi. Credo che i nostri
giovani si rendano conto che questo
non soltanto è semplice, ma è vero.
Ciò che oggi chiediamo di fare ai nostri giovani è dare la risposta che
Pietro diede quando Gesù domandò
ai discepoli: «Voi chi dite che io sia?».
Questa è la domanda che rivolgiamo
ai nostri ragazzi: «Voi chi dite che sia
Gesù?». Simon Pietro rispose: «Tu
sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Stiamo aiutando i nostri giovani a fare la medesima professione di fede –
a dire a Gesù Cristo «tu sei il Figlio di
Dio, io credo in te». E ci accorgia- ¬
Biografia
N
ato a Pittsburgh, in Pennsylvania, 71 anni fa, Donald
William Wuerl viene ordinato sacerdote nel 1966, dopo
aver studiato, tra lʼaltro, al Pontifical North American College, il seminario americano di Roma. È nominato vescovo
nel gennaio 1986 da papa Giovanni Paolo II. Dopo due anni
a Seattle, viene trasferito nella sua città natale. Nel 2006
Benedetto XVI lo sceglie per lʼarcidiocesi di Washington.
Nel 2008 lʼarcivescovo Wuerl ospita papa Benedetto durante il suo viaggio apostolico negli Stati Uniti, e nel concistoro
del novembre 2010 viene creato cardinale. Nel maggio
scorso ha preso possesso della Basilica di cui è titolare a
Roma, San Pietro in Vincoli.
Benedetto XVI impone la berretta cardinalizia a Donald Wuerl
in occasione del Concistoro del 22 novembre 2010
nella Basilica di San Pietro in Vaticano
30GIORNI N.6 - 2011
41
COPERTINA
mo che i nostri giovani rispondono.
Non è complicato. Quando Gesù
parlava non era difficile da capire. A
mio giudizio succede che la risposta
di fede finisce per essere ricoperta
da parametri che sono mondani.
Per questo i nostri giovani oggi ci
stanno chiedendo: «Parlateci di Gesù, parlateci del suo Vangelo».
Nella sua lettera pastorale
del 2007, God’s Mercy and
the Sacrament of Penance
(La misericordia di Dio e il sacramento della penitenza), lei
ricorda che la «nuova creazio-
cia in tutto questo. Ognuno di noi è
un cittadino del Regno. E il Regno
viene proprio ora, ogni volta che
un credente, uno che segue Cristo,
agisce nella benevolenza, nell’amore, nella verità e nella giustizia. Tutte le azioni che rendono visibile la
presenza di Cristo in noi sono ciò
che fa esistere il Regno. Una volta
un uomo che si era presentato come ateo mi chiese: «Che cosa porta
nel mondo gente come voi?», intendendo con «gente come voi» la
Chiesa. Gli risposi: «A che cosa sarebbe assomigliato il mondo se nei
ra degli anziani e dei malati, che
vengono incontro a chi è bisognoso, provando a fare tutte le cose
che Gesù ha detto.
I cattolici anche negli Usa
vivono nel mezzo di forze che
spesso si oppongono. Da un
lato, come ricordano i vescovi
statunitensi nel documento In
support of Catechetical Ministry (In aiuto del ministero
del catechismo) «viviamo in
una società sempre più secolarizzata e materialistica», dall’altro lato, ci sono le minoran-
A sinistra, il cardinale Wuerl in preghiera davanti alle catene di san Pietro,
custodite nella Basilica romana di San Pietro in Vincoli, in occasione della
presa di possesso, domenica 8 maggio 2011;
sopra, il cardinale con due suore, al suo arrivo per la messa di Pasqua
nella Basilica del Santuario nazionale dell’Immacolata Concezione
di Washington, il 24 aprile 2011
ne» è semplicemente un uomo
che è redento.
San Paolo ci dice che la battaglia
dentro di noi è tra l’uomo vecchio
che vuole resistere ancora e l’uomo
nuovo, la nuova creazione che si
manifesta, l’uomo in grazia, l’uomo che viene redento nella grazia.
Non è forse proprio quel che Gesù
è venuto a fare? Risanare tutto ciò
che era rotto. La nuova creazione,
la creazione di grazia, è il Regno –
la presenza di Dio, della pace, dell’amore, della giustizia, della compassione, della guarigione. La nuova creazione comincia per ciascuno di noi nel battesimo. Ciascuno
diventa nel battesimo creatura della
nuova creazione. Solo che la vecchia creazione sta ancora combattendo per tenerci in pugno e la
nuova creazione cerca di fare brec42
30GIORNI N.6 - 2011
secoli passati, nei millenni trascorsi, non ci fossero stati insegnati i
dieci comandamenti? Se non ci fosse stato detto che siamo tenuti a
trattarci l’un l’altro con dignità, se
non ci fosse stato detto che siamo
chiamati all’amore reciproco e alla
cura dell’ultimo dei nostri fratelli?
Come crede sarebbe stato il mondo?». E lui replicò, e va a suo onore:
«Sarebbe stato un macello». Questi
sono tutti segni del Regno che fa
breccia nel mondo.
Una delle gioie dell’essere vescovo è che devi muoverti in tutta
la diocesi. Nelle parrocchie di questa Chiesa locale vedo gente che
vive la propria fede e prova a seguire Cristo crescendo i propri figli, provando ad aiutare i propri figli a seguire la via di Cristo. Si vedono persone che si prendono cu-
ze ispaniche, di colore e asiatiche che sono portatrici di un
approccio differente...
Tra le cose che noi riconosciamo
e che papa Benedetto XVI ci ha ricordato venendo qui tre anni fa nel
2008 penso ci siano le tre barriere
alla proclamazione del Vangelo negli Stati Uniti che sono il secolarismo, il materialismo e l’individualismo. Tutto ciò è sempre più evidente nella nostra cultura. Molto di
quanto ci viene proposto come cultura americana è generato dalle industrie dell’intrattenimento e dell’informazione. Una volta che si va
fra la gente, nelle parrocchie, nel
mondo dove le persone lavorano,
c’è davvero ancora molto dei valori
cristiani di base. Raramente ne sentiamo parlare nei media. Quei valori
vengono censurati. Qualunque cosa
STATI UNITI. Intervista con il cardinale Donald Wuerl
A sinistra, l'arcivescovo di Washington Donald Wuerl al termine di un incontro di preghiera alla Old Saint Mary’s Catholic Church;
a destra, al Verizon Center per celebrare la messa con ventimila giovani in occasione dell’annuale raduno per la vita, nel gennaio 2010
abbia a che vedere con la religione,
la fede, la spiritualità della gente viene censurata e siamo tentati di credere che quanto vediamo in tv o sentiamo alla radio o leggiamo sui giornali sia tutto. Non lo è. Ma d’altro
canto, come lei suggeriva, abbiamo
oggi tutti questi migranti che arrivano. In questa arcidiocesi celebriamo
la messa in venti lingue diverse ogni
fine settimana… venti! È una benedizione questo riflesso della Chiesa
universale, in questa capitale degli
Stati Uniti. Gli immigrati portano
con sé la ricchezza della fede. Molti
tra loro portano con sé un senso della comunità e della famiglia che è così drammaticamente necessario nei
nostri Stati Uniti secolarizzati. Stiamo assistendo all’introduzione di ciò
che viene definito il “matrimonio
omosessuale”, come se il matrimonio non fosse già la realtà verificabile
di un uomo e di una donna che si uniscono, promettendo di vivere insieme, di generare e allevare figli. Gli
immigrati portano con sé un senso
di comunità e di comunione ecclesiale. La loro esperienza della fede è
un’esperienza che include la Chiesa
e di conseguenza la dottrina cristiana, la tradizione apostolica e i vescovi come successori degli apostoli.
Ciò si distacca dall’eredità protestante radicata negli Stati Uniti secondo
cui «Gesù è il mio salvatore, e non ho
bisogno di nient’altro». La Chiesa
cattolica ha sempre detto invece che
«Gesù ha istituito una famiglia, una
famiglia di fede». Parte del compito
che abbiamo di fronte, a seguito dell’afflusso degli immigrati, è la neces-
sità di sostenere i valori tradizionali
della famiglia e della comunità.
Nel documento prima citato i
vescovi statunitensi sottolineano che i valori democratici sono
una cosa, mentre un’altra cosa
è la fede cattolica. Tenendo
presente questa chiara distinzione, come si rapporta ai poteri civili?
Penso che ci siano un paio di cose da tenere a mente. La prima:
questa è una società democratica e
pluralistica. La seconda: che come
vescovo della Chiesa cattolica ho un
messaggio da portare a questa società democratica e pluralistica. Alla
cerimonia della presa di possesso
della diocesi, cinque anni fa, dissi
nell’omelia che parte della responsabilità della Chiesa nella capitale
della nostra nazione, in questa “capitale del mondo”, è di annunciare il
Vangelo in mezzo a tutte le altre voci. Non condanniamo le altre voci
ma ci aspettiamo di avere la libertà
di far udire la nostra voce. La mia
esperienza a Washington è che se tu
sei preparato al dialogo, a discutere
e ad ascoltare, allora talvolta hai la
possibilità di portare il Vangelo all’interno della discussione. È molto
importante per la Chiesa essere
presente. Deve essere presente negli sforzi in corso che caratterizzano
l’ambiente politico, sociale e culturale. Dobbiamo solo essere fedeli a
noi stessi. Dobbiamo essere fedeli al
Vangelo, chiari nel dire ciò che è e
ciò che non è, cos’è giusto e cos’è
sbagliato. Un esempio di ciò è la voce dell’arcidiocesi nel movimento
per la vita, motivo per cui siamo così
fieri di avere ogni anno un raduno di
giovani e la messa per la vita. L’anno scorso c’erano trentacinquemila
ragazzi, ventimila alla messa nel Verizon Center, diecimila al D.C. Armory e altri cinquemila nelle chiese
di tutta l’arcidiocesi. Attraverso le
voci di tutti questi giovani, la Chiesa
diceva semplicemente, nel mondo
politico in cui viviamo, che la vita
umana è un dono di Dio.
Nel suo Paese i dibattiti sulla
riforma sanitaria non sono terminati. La Chiesa cattolica non
può appoggiare chi favorisce
l’aborto, ma questo è ben differente dall’opporsi a una legge
che garantisce un’assistenza
sociale e sanitaria a persone
che non avrebbero mai potuto
permettersela. Talvolta sembra
che la Chiesa cattolica negli
Usa si sia solo impegnata nella
battaglia pro life (per la vita), in
una battaglia contro il governo.
Questo è il modo in cui viene talvolta dipinta la Chiesa cattolica, come fosse interessata soltanto al tentativo di abolire l’aborto. A parte il
governo, negli Stati Uniti il maggiore fornitore di cure è la Chiesa cattolica. Siamo in tutti i livelli dell’assistenza sanitaria, dell’amministrazione del servizio sociale, della cura
dei senza dimora, dando sostentamento ai poveri tramite le banche
del cibo e le dispense parrocchiali.
Siamo anche, sempre dopo il governo, il maggior ente dedito all’istruzione, particolarmente dei poveri e dei bisognosi. La Chiesa ¬
30GIORNI N.6 - 2011
43
COPERTINA
cattolica è impegnata in tutto ciò
che è legato al comando che Gesù
ci ha dato di nutrire gli affamati, dar
da bere agli assetati, vestire gli ignudi e visitare gli ammalati e i carcerati. Lo stiamo facendo. Ma non veniamo mai raffigurati in questo modo, non otteniamo alcun riconoscimento. Nel 2007 i vescovi americani hanno pubblicato un documento chiamato Faithful citizenship (Cittadinanza fedele), che è
una guida per i cattolici che entrano
nel processo elettorale. Credo che
quel testo contenga un insegnamento molto solido. E ha goduto
dell’unanime consenso dei vescovi
su cui poggia la Chiesa. E c’era Paolo, che perseguitava la Chiesa, e
con la grazia di Dio egli divenne il
canale per rivelare che la Chiesa e
Gesù sono una cosa sola. Quando
Saulo chiese: «Chi sei tu?», la voce
gli rispose: «Io sono Gesù che tu
perseguiti». La Chiesa e Cristo sono
una cosa sola. Paolo fu il tramite di
quella rivelazione. Stamattina, celebrando la messa, ho detto che non
si possono celebrare i santi Pietro e
Paolo senza riconoscere che abbiamo un legame con Roma. Quando
ho avuto il grande privilegio di prendere possesso della chiesa titolare di
San Pietro in Vincoli a Roma, ho ri-
dirà che quelli erano i giorni in cui
l’intero rinnovamento della Chiesa
stava cominciando.
In uno dei suoi articoli recentemente ha scritto: «Non
tanto tempo fa, finita la messa
di Pasqua, un uomo s’avvicinò
chiedendomi se veramente
avessi inteso affermare quello
che aveva ascoltato nell’omelia: “Lei ha detto che Gesù risuscitò nel suo corpo, non unicamente nel suo messaggio”».
Egli è risorto. In certe scuole la
gente può aver ricevuto l’insegnamento che la risurrezione era più che
altro un modo di dire, e che Egli era
A sinistra, il cardinale Wuerl
con i padri francescani del Franciscan
monastery of the Holy Land
a Washington; a destra, un giovane
disabile riceve la benedizione
dall’arcivescovo al termine
della “messa bianca” nella Cattedrale
di San Matteo apostolo a Washington
nell’ottobre 2010. Persone con esigenze
particolari, insieme a familiari
e amici, partecipano a questa messa
che prende il nome dal colore
della veste battesimale
statunitensi. Faithful citizenship
dice ai cattolici e a chiunque lo legga che c’è un ampio raggio di temi,
e che occorre considerarli tutti. Gesù ci chiede di aver cura della donna
quando partorisce il suo bambino,
ma poi di assistere entrambi, come
pure di accudire gli anziani e chi necessita di assistenza. Tutte queste
cose sono parte del grande quadro
di riferimento del servizio della giustizia sociale cattolica.
Oggi è la festa dei santi Pietro e Paolo. Stamani, alla messa mattutina nel Franciscan
monastery of the Holy Land qui
a Washington, ho ascoltato il
sacerdote dire nell’omelia che
il Signore ha tratto due grandi
santi da due personalità improbabili: un pescatore e un persecutore.
È il modo in cui lavora il Signore.
Chi avrebbe pensato… che la roccia su cui Cristo avrebbe costruito la
sua Chiesa sarebbe stata un rozzo e
impetuoso pescatore... Eppure con
la grazia di Dio egli divenne la roccia
44
30GIORNI N.6 - 2011
cordato alle persone presenti che
tutti abbiamo un legame speciale,
ogni cattolico ha un legame con
Pietro. L’abbiamo perché egli è la
pietra di paragone della nostra fede. Oggi vive, oggi porta il nome di
Benedetto ed è Pietro a cui ci rivolgiamo quando vogliamo sapere che
cosa oggi ci dice Gesù.
Come arcivescovo di Washington qual è la sua esperienza più cara?
Per me, oggi, il tratto più gioioso
della Chiesa è accorgersi che siamo
nel bel mezzo di una nuova evangelizzazione. Assomigliamo alla Chiesa dell’inizio, che esce fuori e dice alla gente per la prima volta chi è Gesù. Egli è risorto, è con noi. Oggi
tanta gente sta ascoltando questo
per la prima volta. Credono di averlo sentito e di saperlo già, ma in
realtà lo stanno ascoltando forse per
la prima volta. L’emozione è che oggi la Chiesa si apre a un futuro totalmente nuovo, ed è motivo per essere contenti. Tra cinquant’anni la
gente guarderà indietro e magari
risorto nel senso della sua capacità di
influire. Noi diciamo: «No, no! È risorto nel Suo corpo». Una volta all’università uno dei miei studenti mi disse: «Lei afferma che Gesù è risuscitato dai morti». «Sì, perché è quanto la
Chiesa c’insegna», risposi. E lui: «Bene, ma lei intende proprio nel suo
corpo e…». «Sì, questo è ciò in cui
consiste la risurrezione», dissi. Lui
non sapeva che la Chiesa crede questo. Ora lo sa. Sono contento di raccontare ai giovani chi è veramente
Gesù. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è il Credo degli apostoli.
Quando sono a Roma risiedo sempre al Pontificio Collegio Nordamericano, perché è stato il mio seminario ed è lì che ancora oggi vanno i seminaristi di Washington. Ogni volta
che ci vado porto tutti i seminaristi di
Washington alla Basilica di San Pietro. Diciamo la messa alle 7 di mattina, poi risaliamo dalla cripta e ci mettiamo davanti all’altare della confessione per recitare tutti insieme il Credo degli apostoli. E dico a loro: «È
proprio il posto giusto, questo». q
L
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COPERTINA
Storia
di una fedeltà
non comune
Note sui black catholics in una conversazione
con Jamie T. Phelps dell’Università
della Louisiana
cattolici di colore negli Stati Uniti, i black catholics, sono i protagonisti di una storia dimenticata che vede persone toccate dalla
fede conquistare pian piano un’identità anche di fronte alla storia e
alla cultura. È la storia di una fedeltà
non comune alla Chiesa, nonostante l’imposizione di una generale invisibilità rispetto sia agli altri cattolici sia ai protestanti. Gli Stati Uniti
sono un Paese wasp, bianco, anglosassone e protestante, dove vivono
più protestanti che cattolici, e noi
neri cattolici ci sentiamo messi ai
margini: anche molti correligionari
non conoscono esattamente la nostra vicenda. Da bambina, non lo dimentico, quando confessavo la mia
fede davanti ad altri cattolici, capitava che mi rispondessero: «Beh,
però tu dovresti essere protestante...». Esisteva, infatti, una certa
consuetudine per cui un nero che
s’avvicinasse a una parrocchia cattolica veniva “inoltrato” alla comu-
I
nità protestante, ed era un tempo
nel quale si forniva un’interpretazione rigida dell’extra Ecclesiam
nulla salus. Insomma, pativamo
una doppia marginalizzazione.
Naturalmente, come black
catholic, se ti trovi a vivere in una
comunità cattolica strutturata, ad
esempio irlandese, finisci per festeggiare il giorno di San Patrizio,
per imparare i balli degli irlandesi e
assorbirne tutta la cultura. Così è
successo anche a me, che via via ho
assorbito un po’ di cattolicesimo dagli italiani – per la festa della Tavola
di san Giuseppe –, dai polacchi, dai
tedeschi, e così via… e tutto ciò
semplicemente andando a scuola.
Minoranza “non irrilevante”
È stato solo a partire dagli anni
Sessanta del secolo scorso che abbiamo iniziato a voler cambiare
l’impressione negativa che gli altri
avevano di noi. Abbiamo pensato
che, in quanto comunità, avremmo dovuto darci un nome, e sentirci in pace con il colore della noSopra, un momento della tradizionale
benedizione del fiume Mississippi;
a sinistra, Jamie T. Phelps, op,
è il direttore dell’Institute for Black
Catholic Studies della Xavier University
of Louisiana. L’Università fu fondata
agli inizi del Novecento da santa
Katharine Drexel e dalle suore
del Santissimo Sacramento
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30GIORNI N.6 - 2011
stra pelle, anzi esserne fieri. E poi
abbiamo anche riscoperto che le
nostre radici erano salde nel cristianesimo dei primi secoli nell’Africa del nord. Dovevamo recuperare questa storia.
In questo sforzo i numeri ci hanno aiutato. I cattolici d’origine africana nel mondo sono oggi 270 milioni, cioè circa un quinto dei cattolici di tutto il globo. E 3 milioni di
cattolici afroamericani di rito cattolico romano vivono negli Stati Uniti. C’è chi considera noi black
catholics “statisticamente” irrilevanti, sebbene in alcuni Stati federali siamo una tradizione giunta alla
terza o quarta generazione, come a
New Orleans, a Baltimora o a Chicago. 3 milioni, su un totale di circa
I CATTOLICI AFROAMERICANI
60 milioni di cattolici negli Stati
Uniti, rappresentano però esattamente lo stesso numero di fedeli
che si trovano in Irlanda! Ci sono
oggi nel Paese circa milletrecento
luoghi di culto cattolici che ospitano prevalentemente gente di colore o che sono comunque riferimenti di parrocchie etnicamente miste,
mentre è sconosciuto il numero di
quanti di noi ricevono i sacramenti
nelle parrocchie prevalentemente
“bianche”. Sono afroamericani
250 sacerdoti cattolici, 380 diaconi permanenti, 300 religiose, e
non esiste una contabilità certa riguardo ai fratelli laici e a chi fa volontariato nella Chiesa. E non saprei dire con esattezza quanti di noi
della “diaspora africana” – preti,
diaconi, religiosi e religiose o laici
africani continentali, afrocaraibici
o afrolatini – oggi svolgano un ministero nella Chiesa.
In cosa credono
i black catholics
In che cosa credono i cattolici
americani di colore? Credono in
ciò in cui crede la Chiesa cattolica
romana, magari con sottolineature o accenti caratteristici, come
accade in ogni particolare comunità di fedeli.
In ter mini di pie pratiche, i
black catholics sono fedeli alla
preghiera quotidiana. Quando ci si
imbatte in una comunità afroamericana si scopre che essa è davvero
ospitale, riconosce e ama l’uma-
nità delle persone, perché è la stessa umanità che ebbe Gesù, e nulla
deve separarci da questa santità
“feriale”. Noi accogliamo chiunque: ci ricordiamo bene dell’America del XIX secolo, quando le chiese per i bianchi erano separate da
quelle per i neri – in linea con la
cultura del tempo e con le norme
di legge – e, sebbene le messe fossero celebrate per tutti secondo il
rito latino, le assemblee dei fedeli
erano composte su base etnica.
Documenti conciliari come la
Gaudium et spes sono in profonda
consonanza con la sensibilità dei
black catholics. Il bisogno della
Chiesa di andare verso il mondo è
qualcosa che ci apparteneva anche
prima del Concilio: da sempre noi
invitiamo gli altri a far parte della
Chiesa. I miei amici protestanti, ad
esempio, m’invitano continuamente a partecipare alle loro funzioni religiose, e qualche volta accetto. Da
bambina sentivo la pressione di vivere in un quartiere “ecumenico”,
in cui c’erano due chiese protestanti
– una presbiteriana a est e l’altra
battista a ovest – e due cattoliche –
una a nord e l’altra a sud. Mi toccava camminare più a lungo dei miei
coetanei per andare alla messa, e
ciò mi richiedeva una certa fatica.
Anche perché, per giunta, non capivo bene come mai vedevo certi
cattolici comportarsi in maniera
molto poco cristiana e certi protestanti essere invece “molto” cristiani, e non afferravo l’interpretazione
dominante dell’extra Ecclesiam
nulla salus. Grazie a Dio tante cose
sono cambiate da allora.
Un altro testo basilare per noi
black catholics è La giustizia nel
mondo, emanato dal Sinodo mondiale dei vescovi del 1971. Il mio
cuore ha cantato quando vi lessi che
«l’agire per la giustizia e il partecipare alla trasformazione del mondo ci
appaiono chiaramente come dimensione costitutiva della predicazione del Vangelo, cioè della missione della Chiesa per la redenzione
del genere umano e la liberazione
da ogni stato di cose oppressivo».
Crescendo come persone di colore,
abbiamo appreso che cosa volesse
dire marginalizzazione e che cosa
fosse la disistima. Anche se ciò non
ci ha definiti, eravamo consapevoli
di quanto poco ci considerassero ¬
30GIORNI N.6 - 2011
47
COPERTINA
i gruppi culturalmente dominanti. E
quando la Chiesa ci insegna di nuovo che la giustizia è un elemento
centrale del Vangelo, ci conforta sapere che non è vera Chiesa quella
che non cerca la giustizia. Evangelizzazione e giustizia sociale sono le
nostre dimensioni quando siamo
Chiesa in missione.
La vita c’interessa, e come tutti
i fedeli cattolici siamo davvero
contrari all’aborto, lo siamo in
maniera attiva. Perché negli Stati
a basso reddito, e non perché siano
pigri: è semplicemente la posizione
loro assegnata negli Stati Uniti. È
facile per noi obbedire a tale precetto, perché spesso il povero è nostro fratello, nostra sorella, nostra
zia o l’uomo in fondo alla strada.
Noi non siamo persone che fanno
abitualmente valere le proprie parentele: se tu vivi nel quartiere, per
me sei un fratello o una sorella;
quando una famiglia programma
un picnic, già sa che verranno tutti i
Padre Herbert Vaughan, fondatore della Società Missionaria
di San Giuseppe di Mill Hill, seduto al centro della foto, con alcuni padri missionari
e collaboratori. In prima fila, con il rosario in mano, sono riconoscibili
due afroamericani, Baltimora, 1870
Uniti la realtà è che il maggior numero di aborti colpisce i bimbi
afroamericani.
Vorrei anche fare un accenno a
proposito dell’omosessualità. La
comunità nera non ha mai marginalizzato gli omosessuali: la Chiesa
ci ha insegnato che la pratica dell’omossessualità è un peccato, e
pur avendolo imparato sin da bambini, non abbiamo mai perso di vista l’umanità. I ragazzi omosessuali
che facevano parte del nostro ambito erano benvenuti, si partecipava tutti con sincerità alla vita della
comunità, da omosessuali così come da eterosessuali. E credo che la
dottrina della Chiesa indichi esattamente questo.
La Chiesa c’insegna che dobbiamo avere cura dei poveri. La maggioranza dei neri americani è gente
48
30GIORNI N.6 - 2011
bambini del vicinato. Ecco, siamo
facilmente una famiglia allargata…
Ed è naturale che tra gli insegnamenti della dottrina sociale quello
della dignità delle persone abbia risonanza nel nostro animo.
Le radici
e la conversione “uno a uno”
Arriviamo ora alle radici. La nostra
storia comincia in Africa, col fiorire
del cristianesimo nel III e IV secolo.
Nel Nord Africa la comunità cristiana era culturalmente romana e mediterranea, ma anche berbera e nera. E sono “nostri” i Padri come
Origene, Agostino, Cirillo d’Alessandria, le sante martiri Perpetua e
Felicita, sant’Antonio d’Egitto, san
Mosè il Monaco del deserto, i santi
papi africani Vittore, Melchiade e
Gelasio: li reclamiamo con grande
orgoglio, li sentiamo parte di noi.
Come sentiamo nostra la storia della Chiesa in Egitto o in Etiopia. Noi
ricordiamo pure il Congo del XVI
secolo, sotto il re Alfonso, che invitò i missionari portoghesi a diffondere il cristianesimo. Essi però furono in qualche modo contigui al
commercio degli schiavi, e questo è
il lato amaro della vicenda, in cui il
male s’affiancò al bene. Sappiamo
però che, anche se ci hanno stimati
meno di quanto valevamo, ci hanno
dato la fede.
In realtà, poiché siamo stati lungamente schiavi, si possono ritrovare sparsi un po’ dovunque cattolici
romani d’origine africana. Lo furono, per esempio, Benedetto il Moro
in Italia, e san Martino di Porres in
Perù. Probabilmente molti di questa
“diaspora” non si riconoscerebbero
nella definizione di black catholics,
e comincerebbe tra noi una discussione – come capita ad esempio
con gli afrocaraibici – sui limiti del
concetto e sulla sua inclusività. Perché se a un africano continentale io
mi dichiarassi afroamericana metterei l’accento sulle nostre differenze, mentre se mi definissi semplicemente “nera” punterei sulla nostra
comune indiscutibile origine africana, e “nero” diventerebbe così una
bella parola di benvenuto…
Secondo la storia dei black
catholics redatta dal benedettino
Cyprian Davis, il primo cattolico
afroamericano è stato Esteban,
uno schiavo battezzato in Spagna
che arrivò negli Stati Uniti nel
1536 assieme ad alcuni esploratori
di lingua spagnola. Tra il XVI e il
XIX secolo i battesimi nella Chiesa
cattolica degli schiavi africani condotti nelle colonie venivano amministrati con l’assenso dei padroni.
Coloro che fuggivano dagli insediamenti inglesi in Carolina e in Georgia erano invitati dagli spagnoli a
trovare la libertà in Florida, dove
veniva loro offerta la possibilità di
accettare il cattolicesimo romano.
Una delle mete degli africani era la
città di Saint Augustine, in Florida
appunto, dove, tra il XVIII e il XIX
secolo essi, secondo le testimonianze di documenti ufficiali, vivevano come schiavi, liberti o soldati.
Prima della Guerra civile americana furono numerose le ragioni
che impedirono un’ampia attività
I CATTOLICI AFROAMERICANI
missionaria a favore dei neri, liberi
o schiavi, affinché fossero evangelizzati e battezzati. Noi siamo stati
convertiti “uno ad uno”. Non per
gruppi o come comunità: noi non
abbiamo avuto alcuna applicazione
del cuius regio eius religio. L’aggravante era, semmai, che negli
Stati Uniti essere cattolici destava
culturale del ministero”. Un residuo
ancora visibile di questo fenomeno
è la presenza agli angoli di certe
piazze delle città americane di quattro differenti chiese cattoliche, una
per etnia. Così, da un certo punto di
vista, l’emergere successivo di una
comunità specifica di black catholics è stata coerente con lo schema.
La schiavitù
e “le congregazioni di colore”
Ma si deve ammettere che la relazione del cattolicesimo con chi era
di colore è stata un po’… complessa. Dal XVI al XIX secolo, vescovi,
clero e laicato cattolici hanno interpretato la schiavitù come “un’istituzione socioeconomica legale”.
Nel periodo coloniale precedente
alla Guerra civile americana la
Chiesa non combatteva la schiavitù, come ho già detto, ma chiedeva che fosse resa più umana. Fu solo nel 1839 che papa Gregorio
XVI, riferendosi al Brasile, condannò l’«indegno commercio con il
divieto legale in proposito. Il vescovo di Charleston, in South Carolina, John England, e il vescovo di
Saint Louis, Peter Kenrick, eressero scuole specificamente dedicate
ai bambini di colore e aiutarono la
nascita delle congregazioni religiose delle Sorelle Oblate della Provvidenza, a Baltimora, erette nel
1829 e riconosciute ufficialmente
nel 1831, e, qualche anno dopo,
delle Sorelle della Sacra Famiglia.
Ma che cosa significa esattamente “congregazione di religiosi di
colore”? Sia le leggi allora vigenti
sia la prassi facevano sì che quando
uomini e donne di colore si candidavano alla vita sacerdotale o religiosa
semplicemente non venissero accettati. Non v’era una norma nell’ordinamento canonico che li respingesse, ma la pratica era che si
manipolasse la situazione per tenerli fuori, rimediando qualche motivazione che suonasse legittima: magari perché erano figli di un matrimonio non canonico, o perché non
Sopra, santa Katharine Drexel,
fondatrice delle Suore del Santissimo
Sacramento, in visita a una scuola a
Beaumont, in Texas, nel 1917; a destra,
con due frati francescani tra i Navajo
a Lukachukai, in Arizona, nel 1927
immediatamente sospetti. La “fondazione” dello Stato – uso intenzionalmente le virgolette perché l’America era già abitata dai nativi – fu
opera degli wasp, e i cattolici che
migravano in America erano malvisti e considerati emissari del Papa
con il mandato di soffocare l’autonomia conquistata rispetto all’Europa. Per non irritare ulteriormente i bianchi anglosassoni protestanti, che erano anche gestori della
tratta dei neri, la Chiesa cattolica fu
riluttante nel denunciare la schiavitù, al fine di non compromettere
la propria reputazione con l’assumere una posizione antitetica all’ordine costituito.
Il cattolicesimo, arrivando negli
Stati Uniti con le varie etnie degli
immigrati, ha attecchito grazie a irlandesi, tedeschi, polacchi, lituani e
così via. Ogni etnia portava con sé i
propri sacerdoti e rispettava il modello già stabilito di “segregazione
quale i Negri vengono ridotti in
schiavitù». Il dibattito del XIX secolo si focalizzò sulla dimensione morale della tratta degli schiavi e il risultato fu che alcuni rimasero neutrali, altri abolizionisti, altri ancora
antiabolizionisti, mentre qualcuno
auspicò un’abolizione graduale.
Ciononostante esistevano qua e là
vescovi e sacerdoti che continuavano, anche se in modo talvolta necessariamente sporadico, a battezzare gli schiavi e a dare loro la vita
sacramentale e l’istruzione religiosa. Prima della Guerra civile fu favorita dall’episcopato la fondazione di due “congregazioni di religiose di colore” per dare istruzione
agli schiavi e ai liberti, aggirando il
vi era certezza che fossero stati per
tutta la vita cattolici. Gli ostacoli che
in altri casi venivano normalmente
rimossi erano invece assolutizzati
per chi era di discendenza africana.
Il frutto di ciò furono appunto le
“congregazioni separate”. Di fatto,
però, le Sorelle Oblate della Provvidenza accolsero e istruirono anche
bambini non neri, figli di europei.
Dopo la Guerra civile
Dopo la Guerra civile e nel momento della ricostruzione dello Stato federale, una nuova attenzione verso
gli ex schiavi emerse nel secondo
(1866) e nel terzo (1884) Concilio
plenario di Baltimora, e nel Concilio
Vaticano I (1870). I dibattiti che vi ¬
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COPERTINA
si tennero resero gli Stati Uniti con- del Santissimo Sacramento – fon- reggiato dai continui disordini razsapevoli dei propri obblighi, mentre data da Katharine Drexel, cano- ziali e aveva assistito al linciaggio
un piccolo numero di sacerdoti dio- nizzata undici anni fa – la cui mis- senza processo di 75 neri. Quando
cesani e di religiose lavorava già tra i sione era ed è promuovere par- un sistema malato e razzista non acneri emancipati. Le principali con- rocchie e scuole per i neri e i nativi cetta cambiamenti le eruzioni di viogregazioni dedite al ministero tra i americani. Anche l’ateneo dove lenza sono purtroppo da mettere
neri vennero erette dopo il Vaticano oggi io insegno, la Xavier Univer- nel conto. Wyatt cercò invece soluI, e comunque anche sacerdoti, reli- sity, in Louisiana, fu fondata da zioni costruttive e con la sua Federazione tentò di aiutare la Chiesa.
giose e laici “bianchi” dettero santa Katharine.
manforte. Tra queste nuove congreQuando negli anni Sessanta del
gazioni si distinsero i padri Giosefiti La nostra iniziativa laicale
XX secolo ci siamo trovati nella ne– Josephite Fathers, una diretta di- Esiste un’iniziativa laicale dei black cessità di rispondere ai cambiascendenza dei Missionari inglesi di catholics, e merita di essere men- menti in corso nella Chiesa e a quelMill Hill – grazie all’iniziativa di John zionata in chiusura. Essa è comin- li introdotti dai movimenti per i diSlattery. John era un giovane d’ori- ciata prima che nei documenti ec- ritti civili, abbiamo ripescato progine irlandese nato a New York, che clesiastici il termine “ministero lai- prio la tradizione dei Congressi e
divenne sacerdote in Gran Breta- cale” diventasse una specie di tor- l’abbiamo mantenuta nei decenni
gna nella Società Missionaria di San mentone, come di certo è oggi ne- successivi. L’eredità del XIX secolo
Giuseppe di Mill Hill per poi tornare gli States. Chi diede vita a un’inizia- è rivissuta nel XX, sino alla creazioin America e fondare i padri Giosefi- tiva laicale fu Daniel Rudd, che sco- ne dell’Ufficio nazionale dei cattoliti, che ebbero il compito
ci di colore, il National
specifico – oggetto di un
Office for Black Cathovoto religioso – del minilics, nel 1970. Nel mestero tra la gente di colodesimo alveo c’è il
re. Padre Slattery era
Catholic Interracial
convinto, e lo si legge nel
Council, che affianca
suo carteggio, che se
bianchi e neri in progetti
avesse accettato nel suo
comuni. Nell’epoca della
istituto oltre a sacerdoti di
lotta per i diritti civili vencolore anche preti di dine creato pure il Natioscendenza europea questi
nal Black Catholic
ultimi avrebbero finito per
Clergy Caucus, cioè una
gravitare di preferenza infraternità di sacerdoti
torno agli ambiti a loro
afroamericani con la
culturalmente affini, tramissione dell’aiuto viscurando la gente di colocendevole e all’intero
re. Ecco il perché del “vo- Una suora delle Oblate della Provvidenza con un bambino
clero. Come aiutarci e
to negro” dei padri Giose- presso il Mount Providence Child Development Center
aiutare gli altri è un’ansia
fiti. Ancora oggi essi lavo- di Baltimora, nello Stato del Maryland
che ci ha sempre accomrano quasi esclusivamenpagnato, e anche l’Istitute con gli afroamericani. La loro prì e conobbe le organizzazioni to per gli studi sui cattolici di colore,
scuola “Sant’Agostino” a New Or- cattoliche in Europa e ne importò il l’Institute for Black Catholics Stuleans esiste ancora oggi e ha una modello negli Usa nel XIX secolo, dies della Xavier University, ha
storia gloriosa.
dando vita, a partire dal 1889, ai questa passione originale. All’inizio
Nacquero poi la Società del Ver- Congressi dei cattolici di colore, i è stato frequentato da chi, bianco o
bo Divino, i Padri del Santo Spirito National Black Catholic Con- nero, volesse avvicinarsi alla storia
e gli Edmonditi. I Padri del Santo gresses. In vita ne indisse cinque, dei black catholics; oggi è invece
Spirito aprirono una scuola per ra- dove vescovi, sacerdoti e laici di co- una destinazione ricercata per lo
gazzi a Rockcastle, in Virginia, chia- lore – ho in archivio le foto di quegli più dai soli afroamericani. Vorrei
mata l’“Accademia militare incontri e di donne, sinceramente, suggerire a chiunque arrivi negli
Sant’Emma”; la Società del Verbo non se ne vedono molte… – prova- Stati Uniti a motivo del proprio laDivino eresse il seminario minore vano a disegnare una piattaforma voro sacerdotale o religioso di visi“Sant’Agostino” nel Mississippi.
comune, anche per avere più voce tarlo. È un centro missionario, nato
Delle numerose congregazioni nel generale ministero ecclesiale. per permettere proprio a chi non è
maschili e femminili fondate per Era naturale che Rudd si trovasse a di colore di venirci incontro più fal’esclusiva missione verso i neri, lavorare fianco a fianco con padre cilmente, e toccare con mano che
molte comunque, a parte quelle Slattery, come infatti avvenne.
cosa la comunità nera ha dato e dà
appena citate, finirono presto per
All’inizio del Novecento Thomas alla nostra Chiesa.
rivolgersi a tutti, incuranti del co- Wyatt Turner fondò un gruppo delore della pelle.
nominato Federazione dei cattolici
(Testo raccolto
Fedele al mandato iniziale re- di colore, Federated Colored
da Giovanni Cubeddu
stò la congregazione delle Suore Catholics. Egli era davvero amae rivisto dall’autore)
50
30GIORNI N.6 - 2011
COPERTINA
We e nosotros
nel mosaico degli States
di Miguel H. Díaz
ultimo U. S. Census [censimento della popolazione
statunitense, ndr] ci dice
che negli Stati Uniti abbiamo
195,8 milioni di bianchi, 37,7 milioni di neri, 50,5 milioni di ispanici e 14,5 milioni di asiatici.
Ma se poniamo agli ispanici
una domanda circa la loro identità,
L’
52
30GIORNI N.6 - 2011
alcuni risponderanno di sentirsi
anche blacks, neri, stabilendo così
evidentemente un legame con la
comunità nera americana.
Anche prima di essere un diplomatico accreditato presso la
Santa Sede mi ero domandato come i cattolici afroamericani contribuissero al tentativo di costrui-
re ponti di comprensione e collaborazione, tentativo che oggi rappresenta l’impegno principale
della mia missione a Roma. E avevo dovuto ammettere che molto
dobbiamo imparare dal modo in
cui essi guardano al mondo, alle
persone e all’incontro tra la religione e la società.
I CATTOLICI AFROAMERICANI
L’ascesa delle minoranze
ispaniche e afroamericane
rende sempre più concreto
l’”e pluribus unum”
e aiuta gli Stati Uniti
a capire meglio il mondo.
Interviene Miguel H. Díaz,
ambasciatore degli Stati Uniti
presso la Santa Sede
A sinistra, il presidente Barack Obama al termine
di un comizio sulla riforma sanitaria a College Park,
nello Stato del Maryland, nel settembre 2009;
sotto, l’annuale Queens Hispanic Parade
per le strade di New York
lità come Martin Luther King jr – e
infine le leggi sui diritti civili. Il presidente Obama è l’erede di questa
lunga strada. Siamo di fronte a uomini che hanno lottato perché,
contestualmente alla loro umanità
e dignità, anche la loro blackness – l’essere neri – fosse accolta. Quella dei cattolici di colore è
stata la storia di una fedeltà non
comune: hanno avuto i loro profeti, hanno avuto grande pazienza e
costanza, e soprattutto hanno
creduto che alla fine il bene avrebbe trionfato sul male. Ed è evidente, soprattutto nei loro canti spirituals, che per affermare la loro
umanità al cospetto di chi li definiva meno che umani essi hanno
tratto ispirazione da tutto un mondo di tradizioni religiose di culture
diverse. Chi oggi soffre o cerca la
propria libertà può perciò con fa-
Miguel H. Díaz,
ambasciatore
degli Stati Uniti
presso
la Santa Sede
La storia degli afroamericani, e
dei cattolici neri in particolare, è
segnata dalla sofferenza, dalle violenze subite – giunte anche a linciaggi senza processo –, e attraversa il periodo coloniale, la schiavitù, la Guerra civile, l’emancipazione, i movimenti per i diritti civili – che hanno prodotto persona-
cilità guardare all’esempio degli
afroamericani e dei black catholics, cioè a una storia di fedeltà e
speranza.
Dal punto di vista dell’antropologia i cattolici afroamericani, similmente agli ispanici, possiedono una tradizione essenzialmente
comunitaria, hanno una conce- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
53
COPERTINA
Il compositore inglese
Sotto, Martin Luther King jr, il quarto da destra nella foto,
John Henry Newton
durante una marcia per l’uguaglianza razziale e il diritto
(1725-1807)
di voto, a Selma, nello Stato dell’Alabama, nel 1965
Il filosofo statunitense
Josiah Royce (1855-1916)
zione relazionale della persona
nella propria comunità. Comunità
concepita a sua volta come “beloved community”, secondo la definizione del filosofo Josiah Royce
(1855-1916), espressione poi resa popolare da Martin Luther
King Jr. È, cioè, l’idea, fondata
sull’esperienza, che alla tua famiglia appartiene chi ti vive attorno,
chi prega con te a messa e l’uomo
del palazzo accanto. È una interdipendenza che nel mondo odierno
ha un grande valore, perché dà alle differenze tra persone un peso
positivo. Chi s’è sentito per così
tanto tempo percepito e non accettato in quanto “altro”, questo
lo capisce bene. Gli afroamericani
possono oggi testimoniare e insegnarci la bellezza dell’interdipendenza, dell’ospitalità e della regola
aurea dell’amore per il prossimo.
Qualche anno fa riportai in un
saggio gli esiti di un dibattito tra
intellettuali neri e ispanici sulla
comprensione che ciascuno dei
due gruppi aveva a proposito dell’essere “altro”. Ne emergeva tutto il valore della comunità, e perciò l’accento non andava messo
sull’io ma sulla persona come parte del noi. Questo in spagnolo lo
esprimiamo dicendo “nosotros”,
una parola potente, che equivale
all’inglese we, ma che letteralmente porta il significato di “comunità che ricomprende gli altri”,
accogliendo le differenze. Non sono solo due parole nei dizionari
degli afroamericani e degli ispanoamericani, ma hanno conse54
30GIORNI N.6 - 2011
guenze concrete e spiegano tutta
l’attenzione che queste comunità
hanno per la giustizia sociale.
Martin Luther King jr diceva di
“avere un sogno per una società
migliore”, e ciò concretamente significava assistenza sociosanitaria
per tutti, un sistema di istruzione
accessibile, iniziative per affrontare povertà e mancanza di una casa. Questo è, in altri termini, il tema dell’inclusione, che è globale e
che proprio da queste comunità
può trarre idee e soluzioni giuste e
verificate dall’esperienza. Non
sorprende allora che un candidato
afroamericano alla presidenza sia
poi diventato presidente degli Stati Uniti, avendo puntato per la sua
campagna sul modello centrale
dello yes we can, che ci dice che
Barack Obama
con il reverendo
Luis Cortés jr, presidente
di Esperanza,
associazione evangelica
di comunità ispaniche
statunitensi,
al National Hispanic
Prayer Breakfast
and Conference,
Washington,
il 12 maggio 2011
I CATTOLICI AFROAMERICANI
possiamo raggiungere maggiori
risultati se stiamo assieme, e non
uno contro l’altro, a partire dal
quartiere, fino al livello delle relazioni internazionali.
Quando negli Stati Uniti ci dilunghiamo in dibattiti sulla secolarizzazione e c’è chi afferma che
non c’è posto nella società per i
portatori di idee religiose, la comunità afroamericana ha già
pronta la risposta. Anche senza
scomodare ancora Martin Luther
King jr, possiamo ripetere che
niente della storia di questa comunità può essere raccontato e spiegato senza un riferimento alla fede. A cominciare dai canti gospel
che aspiravano alla liberazione
rare la santità dei comportamenti
nei dettagli della vita quotidiana. E
credo che ciò abbia un valore,
perché ricorda anche ai diplomatici e ai politici che tante volte la
religione può essere utilizzata erroneamente – e ancora lo sarà,
perché ciò è nella storia di questo
mondo – ma allo stesso momento
essa rimane una forza che costruisce il bene comune.
Infine, forse qualcuno può avere timore che negli Stati Uniti queste minoranze, i latinos o i neri,
diventino rilevanti, e che la cultura
che definiamo wasp possa rigettare la novità, con esiti in futuro
drammatici. Continuo a ritenere
invece che le fondamenta degli
ingredienti sono importanti per
dare sapore: questo è, appunto,
“e pluribus unum”. Ciò influenzerà positivamente anche la nostra politica estera, perché gli Stati Uniti – diventando sempre più il
microcosmo del nostro pianeta –,
grazie anche alle loro dinamiche
interne, potranno comprendere
meglio quelle globali.
Ogni comunità che è entrata
negli States è venuta per farne
parte, non è sbarcata in una landa
deserta. E ora ci aiuta dando il suo
originale contributo. Ad esempio,
una maggiore presenza di latinos
negli Usa porta con sé anche una
storia e una cultura ispanica densa
di relazioni con il mondo ebraico e
Sopra, un rabbino guida la preghiera dello Shabbat con i bambini
in una sinagoga di New York; a sinistra, afroamericani per le strade
di Harlem, a New York, assistono alla diretta televisiva dedicata
alla cerimonia di insediamento al Campidoglio di Barack Obama,
44º presidente degli Stati Uniti d’America, il 20 gennaio 2009
dalla schiavitù – inclusa la stessa
Amazing Grace [Grazia meravigliosa, il canto del compositore
John Newton, composto alla fine
del XVIII secolo e divenuto anche
un inno antischiavista, ndr] – sino
a tutta la produzione culturale che
ha radici nella fede e che tanto ha
contribuito alla costruzione dell’immaginario collettivo degli
americani. La comunità afroamericana non separa il secolare dal
sacro, essa trova il modo di affer-
Stati Uniti resteranno solide, perché noi siamo “e pluribus
unum”. Non è la prima volta che
sperimentiamo fermenti demografici e che comunità intere fanno il loro ingresso negli States.
Credo che a tale proposito l’immagine del mosaico – o se volete
della paella… – sia più pertinente
di quella del melting pot. Perché
nel mosaico vengono preservate
tutte le tessere che compongono il
volto finale, e nella paella tutti gli
islamico, preziosa nei momenti in
cui l’incontro con il mondo mediterraneo diventa una priorità. Ed
è evidente quanto aiuto anche la
comunità nera americana abbia
dato e possa dare al Paese in termini strategici. Ma è lo sguardo alla loro fedeltà non comune che
sempre ci porteremo dentro.
(Testo raccolto
da Giovanni Cubeddu
e rivisto dall’autore)
30GIORNI N.6 - 2011
55
R eportage
Prossimità e misericordia
I vescovi partecipanti all’ultima Assemblea
del Consiglio episcopale latinoamericano raccontano
la “Missione continentale” delle loro Chiese.
Non progetti di egemonia culturale,
ma una “conversione pastorale” per facilitare la fede del popolo.
E andare incontro a tutti. Tra processi di secolarizzazione
e tentazioni di neoclericalismo
di Gianni Valente
l sabato mattina alla stazione di
Constitución, quartiere niente
affatto “bene” di Buenos Aires,
tutto appare in movimento, come
sempre: gli autobus, i taxi, chi entra
e chi esce dal terminal, donne con
la spesa, poliziotti, venditori ambulanti coi loro carretti. I ragazzi della
parrocchia di Santa Elisa e quelli
della Virgen de Caacupé hanno
piazzato la loro tenda gialla proprio
ai margini di quel vortice perpetuo
di moto umano, di fianco al monumento eretto all’ispiratore della Costituzione argentina, il massone
Juan Bautista Alberdi. La chiamano
Carpa misionera, Tenda missionaria della Chiesa cattolica. Hanno
portato anche una statua della Virgen de Luján, la Madonna venerata
nel santuario nazionale. Lì intorno
hanno disposto qualche tavolino
I
56
30GIORNI N.6 - 2011
AMERICA LATINA
qui», c’è scritto su uno striscione appeso a un albero. E sotto c’è un tavolino dove due ragazzi prendono
nota delle richieste di nuovi battesimi. Anche di quelle di chi si avvicina
per istintiva, semplice curiosità. Da
ieri sera, da quando è iniziata la misión, proprio davanti alla “Carpa
católica” si sono celebrati tredici
battesimi di ragazzi e adulti, che erano già stati preparati dai catechisti
laici con cui poi proseguiranno la
catechesi postbattesimale. A un
certo punto, inatteso e senza preavviso, arriva pure padre Bergoglio.
L’arcivescovo della metropoli saluta
uno a uno i ragazzi e le ragazze, e
abbraccia don Facundo, che subito
rovescia la sua voce tonante dentro
il megafono: «Adelante, avvicinatevi tutti alla Carpa misionera, fra
qualche minuto celebriamo la messa». Si ferma anche un ubriacone.
Alle undici di mattina è già un po’
brillo. Si avvicina a Bergoglio. Lo
squadra quasi perplesso: «Io ti ho
già visto da qualche parte…», gli
mormora. E aggiunge: «Ma tu sei
cattolico? E allora la messa dilla tu!».
Glielo chiede anche don Facundo,
che gli porta i paramenti per la celebrazione. Poi, davanti al piccolo
gruppo di ragazzi, vecchietti, mamme coi bambini e passanti rimasti lì
per caso, il cardinale gesuita fa
un’omelia da poche parole. «ChieSopra, alcuni pellegrini
con la statua di Nostra
Signora di Aparecida
nella grande spianata
della Basilica di
Aparecida in Brasile
Nella pagina accanto
e a destra, due foto
della Carpa
misionera in Plaza
de la Constitucíon a
Buenos Aires durante
la messa celebrata
La cappella Santa María Madre
dal cardinale Jorge
del Pueblo nel quartiere Bajo Flores
Mario Bergoglio
di Buenos Aires
con le statuette di Gesù Bambino e
di san Expedito, il santo delle cause
urgenti. E poi qualcuno di loro inizia
a girare per tutta l’area della stazione, distribuendo a chi passa e a chi
sta fermo un santino con l’immagine di Gesù e una preghiera. In tanti
si avvicinano, chiedono una benedi-
zione, lasciano nelle cassette sui tavolini piccoli messaggi chiedendo
per sé e per gli altri la salute e il lavoro, preghiere e messe per i cari defunti, l’allegria e il riposo dagli affanni. Davanti a padre Flavio si è formata la fila dei tanti che si confessano. «Bautismos aquí, battesimi
diamo a Gesù tutto quello di cui abbiamo bisogno. Chiediamolo al Padre in nome di Lui, chiediamolo a
Lui perché lo chieda la Padre. Come i poveri che chiedevano tutto a
Lui, quando passava per le strade e
loro gli andavano intorno. Gesù ci
tiene molto a stare con noi altri, ¬
30GIORNI N.6 - 2011
57
R eportage
con tutti noi altri, con tutti quelli
che passano per la strada. È una
cosa che interessa prima di tutto a
Lui. Se ci fosse stato su tutta la terra un solo uomo o una sola donna,
avrebbe offerto la sua vita ugualmente, per quel solo uomo o quella
sola donna».
Per questo, pensa Bergoglio – e
anche Facundo, don Flavio e tutti i
preti di Buenos Aires che ogni tanto
vanno a fare battesimi e confessioni
nelle stazioni, nelle piazze, perfino
sotto l’obelisco di Plaza de la Repú-
blica, sull’immensa Avenida 9 de
Julio –, la cosa più importante è facilitare, non fare selezioni, non porre ostacoli a questo desiderio di Gesù. Abbracciando ogni accenno di
attesa che zampilla gratuitamente
nelle circostanze fortuite e sfuggenti
che offre il tempo presente. Fare
come fece l’apostolo Filippo, con
l’eunuco cui aveva annunciato la
Buona Novella lungo il cammino.
«Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa
impedisce che io sia battezzato?»,
gli aveva chiesto l’eunuco mentre
La foto
di gruppo
della XXXIII
Assemblea
del Consiglio
episcopale
latinoamericano
(Celam)
che si è svolta
a Montevideo
dal 15 al
20 maggio 2011
passavano vicino a un torrente. «Allora Filippo lo battezzò. Quando furono usciti dall’acqua, lo Spirito del
Signore rapì Filippo, e l’eunuco
non lo vide più e proseguì tutto allegro il suo cammino» (At 8, 36-39).
Aumenta il senso
di precarietà, ma aumentano
anche le possibilità di incontro
«Nel Vangelo», ripeteva il cardinale
Aloísio Lorscheider, «gli incontri
più belli di Dio con l’umanità avvengono sulla strada. Secoli di storia di cristianesimo vissuto non ci
dicono altro».
In questo tempo, tutta l’America
Latina sembra come un’immensa
stazione in cui tutto si muove e niente sta fermo al proprio posto. Dove
processi economici e socioculturali
imponenti cambiano e a volte stravolgono il vissuto dei singoli e delle
moltitudini. Mentre la messa e i battesimi amministrati nella stazione di
Constitución sono una immagine
concreta – tra le tante possibili – di
quella Missione continentale che le
Chiese latinoamericane, in tale
contesto in rapido mutamento, si
sono date come consegna nel 2007
Intervista con Carlos Aguiar Retes, nuovo presidente del Celam
Solo l’umiltà rende liberi dai ricatti
C
arlos Aguiar Retes, 61 anni, arcivescovo di Tlalnepantla (Messico) è stato designato presidente del
Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) lo scorso
19 maggio, a Montevideo, in occasione della trentatreesima assemblea ordinaria dellʼorganismo rappresentativo degli episcopati di tutta lʼAmerica Latina. I vescovi e
gli altri delegati di tutte le Chiese latinoamericane gli
hanno affidato a larghissima maggioranza lʼincarico, per
un mandato di quattro anni.
Laureato in Teologia biblica alla Pontificia Università
Gregoriana e già professore di Sacra Scrittura alla Pontificia Università del Messico, Aguiar è al suo secondo
mandato come presidente della Conferenza episcopale
messicana. Per sensibilità personale e motivi anagrafici
rappresenta bene lʼarea di vescovi che dopo le contrapposizioni e le radicalizzazioni ideologiche intraecclesiali
dei decenni passati avverte con più sollecitudine lʼurgenza della «conversione pastorale» prefigurata dal documento dellʼAssemblea del Celam di Aparecida (2007)
come orizzonte presente dellʼopera apostolica di tutte le
Chiese latinoamericane.
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30GIORNI N.6 - 2011
AMERICA LATINA
Sopra a sinistra, un gruppo di bambine peruviane il giorno della loro Prima Comunione nella chiesa di Las Mercedes di Lima; a destra,
la mensa per i poveri nel convento de los Descalzos dove i francescani offrono una minestra chiamata Porciúncula, Lima, Perù
ad Aparecida, nell’ultima Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano.
A quattro anni di distanza, i vescovi e gli altri convocati alla
XXXIII Assemblea del Consiglio
episcopale latinoamericano, svoltasi a Montevideo dal 15 al 20 dello scorso maggio, hanno verifica-
to insieme il cammino compiuto.
Si sono interrogati e confrontati di
nuovo con le intuizioni e lo sguardo sul Continente espressi alla
conferenza di Aparecida.
Nelle parole e nei giudizi di alcuni di loro, raccolti da 30Giorni
in occasione di quell’incontro, il
discernimento condiviso dei rap-
Eccellenza, lei diventa presidente del Celam negli anni in cui tutte le Chiese latinoamericane sono
chiamate alla “Missione continentale”. Di cosa si
tratta? È solo una nuova formula per indicare il “solito” appello alla mobilitazione?
CARLOS AGUIAR RETES: La Missione continentale
non è nata dal nulla, come un progetto a tavolino. Già prima dellʼAssemblea generale del Celam ad Aparecida
cʼera stata lʼesperienza di tante diocesi che avevano iniziato a porsi in una simile disposizione pastorale. Ad Aparecida queste esperienze convergenti si sono ritrovate e
riconosciute, e lʼintero episcopato latinoamericano ha
scelto di camminare sulla via che esse suggerivano.
Quali elementi favoriscono questa nuova condivisa unità dʼintenti?
La constatazione che stiamo passando a un nuovo
contesto sociale. È un processo che si avverte soprattutto nelle grandi aree urbane, che continuano ad allargarsi. In questo senso, la missione proposta ad Aparecida è stata preparata anche dalla riflessione sulle megalopoli. La migrazione dalla campagna alle città è una
costante della vita dellʼAmerica Latina. Ma adesso
questi fenomeni segnano il passaggio da un tempo in
cui i valori cristiani erano accettati da tutti a una situazione in cui i modelli cambiano e si va formando una società pluriculturale.
E questo cosa comporta, dal punto di vista pastorale?
presentanti dell’episcopato si presenta come un cammino aperto e
in corso d’opera. Dove – come
sempre accade – le intuizioni più
cariche di speranza evangelica fioriscono e si sprigionano nell’ordito quotidiano dei pastori più coinvolti nel vissuto concreto del popolo di Dio.
¬
Non possiamo pensare che il nostro compito prioritario sia quello di stare tutto il tempo sulla soglia a
verificare se le persone possiedono o meno i requisiti
amministrativi per far parte della Chiesa. Questo è il
tempo di un annuncio dellʼessenziale del cristianesimo, a tutti. Alle persone così come sono, nella condizione concreta in cui vivono adesso, con le aspettative che hanno adesso. Nellʼarea del Messico dove mi
trovo, ci sono dodici diocesi dove vive gente che va e
viene ogni giorno, per le sue necessità vitali. Ecco,
occorre farsi carico di tutte le nuove condizioni della
convivenza. Ad esempio per facilitare lʼaccesso ai sacramenti, così che i requisiti richiesti dalla parrocchia
non diventino un motivo per perdere ogni contatto
con la Chiesa.
Nei decenni passati, la cosiddetta Nuova
Evangelizzazione puntava molto sui gruppi e i
movimenti organizzati. Adesso, la vicenda dei Legionari di Cristo quali riflessioni suggerisce?
Che serve una attitudine di umiltà, quella che Benedetto XVI ci va mostrando di continuo. Riconoscere
che la fragilità umana comporta necessariamente la
possibilità reale di cadute, del peccato. Non serve presentarci davanti alla società pretendendo che la Chiesa sia una specie di istituzione umana perfetta, in cui
tutto funziona. Questo, certo, è un buon intento. Ma
sappiamo anche che tra noi le fragilità e le miserie
umane comportano situazioni lamentabili di scanda- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
59
R eportage
A sinistra, fedeli brasiliani
presso il Santuario di Nostra Signora
di Aparecida; sopra, una foto aerea
della favela di Paraisópolis,
nei pressi di San Paolo del Brasile
Un primo dato aiuta a mettere
da parte equivoci spesso fomentati
dalle propagande clericali e anticlericali: i vescovi pastoralmente più
sensibili hanno sempre più chiaro
che la missione continentale non è
una strategia o un programma. Né
un appello a nuove militanze per ri-
conquistare posizioni perdute. «La
missione continentale delineata ad
Aparecida», spiega con parole semplici quanto decise Ricardo Ezzati
Andrello, arcivescovo di Santiago
del Cile, «non è e non può essere intesa come un progetto di riconquista delle porzioni di potere sociolo-
lo e controtestimonianza. E lʼattitudine di umiltà suggerita da Benedetto XVI nasce dalla fiducia che la grazia
di Dio opera, e può cambiare le cose. Solo così non si è
ostaggio delle espressioni mediatiche che si sforzano
di denigrare lʼistituzione ecclesiastica.
Molti continuano a guardare alle Chiese latinoamericane con gli occhiali degli anni Sessanta e Settanta. Continuano a denunciare come insidia più
grave la riduzione del messaggio cristiano a ideologia politica. Le cose stanno davvero così?
Ormai da anni lo sforzo di costruire e imporre una
“mappatura” ideologica dei membri della Chiesa appare
inutile e superato, ammesso che essa sia mai stata una
chiave interpretativa adeguata per conoscere davvero i
volti e le esperienze delle Chiese dellʼAmerica Latina.
Aparecida ha guardato la Chiesa così come è ora, e
quello che lo Spirito Santo le ispira adesso. Io credo che
proprio quel documento sia un segno evidente di come
quelle letture ideologiche siano del tutto decadute. Nella
comunione della Chiesa possono vivere anche sensibilità diverse e diversi approcci nel mettere a fuoco le cose.
Spesso i media e anche le agenzie di stampa cattoliche descrivono gli uomini di Chiesa come i rappresentanti di una forza “antagonista” rispetto a governi e gruppi politici che stanno prevalendo in
America Latina. Immagine plausibile?
Rispetto alle vicende storiche dellʼAmerica Latina va
crescendo la persuasione che la Chiesa ha da essere
60
30GIORNI N.6 - 2011
gico che la Chiesa sta perdendo in
America Latina». Anche perché,
come sottolinea Rubén Salazar
Gómez, arcivescovo di Bogotá, «la
Chiesa in quanto tale non interessa,
non importa. È solo uno strumento.
Il Concilio Vaticano II ripete che la
Chiesa è sacramento, e un sacra-
molto libera rispetto ai governi. Rispettosa dellʼautorità costituita, attenta a favorire tutte le collaborazioni
possibili, ma allo stesso tempo libera di dire la sua su
come deve essere la società. Purtroppo, quello schematismo ideologico di cui parlavo prima, e che è del
tutto inappropriato per guardare alla Chiesa, non appare totalmente superato in alcuni Paesi. Alcuni ancora considerano fondamentale il discorso ideologico per orientare il proprio governo e le sue politiche, e
orientare anche le masse. Ma accanto agli esempi di
chi continua la rigida impostazione ideologica di vecchio stampo, ci sono altri, più pragmatici, che pensano alle politiche sociali come strumenti per risolvere i
problemi.
E nella sua nazione, qual è il problema che segna di più questo tempo?
In Messico un problema grave è lʼimpatto generale
operato dai traffici di droga e denaro illegale. Problemi
che non si possono risolvere se manca una vera collaborazione internazionale. In particolare, quella degli
Stati Uniti. Loro dovrebbero tenere una posizione molto più rigida per impedire il passaggio delle armi in
Messico. Il Messico non produce armi, non cʼè una sola fabbrica di armi e di armamenti militari. Come è possibile che si trovino con tanta facilità le armi dallʼaltra
parte della frontiera? Questo è di certo conseguenza
di una prassi criminale.
G.V.
AMERICA LATINA
esempio con quell’ottanta per cento di brasiliani che nel cattolico Brasile vivono la loro vita lontano dalle
pratiche ordinarie della Chiesa».
Il documento di Aparecida ha
preso atto che anche in America
Latina sono in corso processi di secolarizzazione e la fede che per cinque secoli ha animato la Chiesa e la
vita del continente non si trasmette
più di generazione in generazione
con la stessa facilità di prima. Il testo ha invitato le Chiese latinoamericane a liberarsi di tutte le «struttu-
del Signore» (Conclusione, n. 5). E
ogni passo nuovo «può avvenire
solo se valorizziamo positivamente
quello che lo Spirito ha già seminato» (n. 262). A partire da quella fede che pur in tutte le dimenticanze,
le fragilità e le possibili dissipazioni,
continua a mostrarsi nelle devozioni più semplici del popolo, con l’inermità di un bambino salvato dalle acque. Segno gratuito e sorprendente dell’affezione verso Gesù e
sua Madre ancora viva nei cuori di
gran parte dei latinoamericani.
Sopra a sinistra, nei pressi della chiesa di San Cayetano a Buenos Aires, alcuni fedeli ricevono la benedizione in occasione
della festa del santo patrono del lavoro e del pane; a destra, distribuzione del pasto in una mensa di quartiere a Buenos Aires
mento in sé stesso non ha senso se
non come segno e strumento. Questo è la Chiesa. Esiste solo per servire gli uomini indicando loro il volto
di Cristo». Così, anche in America
Latina sembrano aver fatto il loro
tempo i discorsi di chi negli anni Ottanta e Novanta puntava tutto sulla
formula quasi magica della «evangelizzazione della cultura», da appaltare a élites militanti per riacquisire
alla Chiesa un presidio culturalmente influente sulla scena pubblica.
La missione continentale, ripete
il brasiliano Geraldo Lyrio Rocha, arcivescovo di Mariana, «non
è una mobilitazione, o una lista di
cose nuove da fare e di momenti da
organizzare, ma un certo spirito
che dovrebbe dare l’impronta a
ogni espressione e articolazione
della vita della Chiesa. In momenti
di passaggio e di grandi cambiamenti come quelli che stiamo attraversando, aumentano le preoccupazioni e il senso di precarietà, ma
anche le possibilità d’incontro. Ad
re caduche che non favoriscono
più la trasmissione della fede» (n.
365), a non crogiolarsi nei compiacimenti retorici sul «Continente
della speranza» e a «non dar niente
per scontato e acquisito» (n. 549).
Lo stesso documento ha anche tolto pretesti ai professionisti del lamento e della recriminazione, augurando – con una citazione della
Evangelii nuntiandi di Paolo VI –
che «il mondo del nostro tempo»
possa «ricevere la Buona Novella
non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma
da ministri che abbiano per primi
ricevuto in loro la gioia di Cristo»
(n. 552). Pur nella mole di riflessioni, indicazioni e suggerimenti, la
missione continentale non è stata
delineata come il termine di una
prestazione degli operatori pastorali, il frutto di chi pretende di costruire col suo sforzo la Chiesa,
magari partendo da zero. Perché
«la cosa più importante nella Chiesa rimane sempre l’azione santa
Da un’idea di Chiesa come
regolatrice della fede a una
Chiesa facilitatrice della fede
Al numero 264, lo stesso documento descrive la pietà popolare come
una perdurante e grandiosa «confessione del Dio vivente che agisce
nella storia». Un dato di realtà davanti al quale la compagine ecclesiale ha il mandato minimale di non
complicare ciò che è semplice. «Si
tratta di passare da una idea di Chiesa come regolatrice della fede a
una Chiesa facilitatrice della fede»,
dice con una frase un po’ a effetto
ma efficace Eduardo Horacio
García, vescovo ausiliare di Buenos Aires incaricato della pastorale
per l’arcidiocesi porteña.
È forse tutta qui la conversione
pastorale che il documento di Aparecida delinea come frutto della gratitudine e compito proprio delle
Chiese latinoamericane per il tempo presente. Nelle riflessioni di molti vescovi, la parola più ricorrente
non a caso è cercanía, prossi- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
61
R eportage
mità. Tratto distintivo di una Chiesa
che si offra a tutti come «una madre
che esce all’incontro, una casa accogliente» (n. 370). Così, i vescovi
di questa stagione ecclesiale riallacciano i fili di continuità anche con le
generazioni dei loro predecessori.
In particolare, con quella generazione di pastori che dopo il Concilio
Vaticano II aveva fatto anche del
Celam uno strumento efficace per
testimoniare la quotidiana condivisione da parte delle Chiese locali dei
destini e delle vite reali dei popoli
del Continente. «Al di là di tutto», fa
notare il venezuelano Baltazar
Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida, «anche in questa
fase di grandi cambiamenti la prossimità ai desideri e alle sofferenze
degli uomini rimane un tratto distintivo delle Chiese latinoamericane, e
le persone lo riconoscono. Anche
davanti al crescere della violenza e
dei fenomeni di degrado sociale,
pagati sempre dai più deboli, tutti
sanno di trovare nella Chiesa una
realtà in sintonia reale coi loro desideri di pace, di vita tranquilla, di sicurezza, e un aiuto concreto nelle
difficoltà e nelle sofferenze». Gli fa
eco il frate cappuccino Andrés
Stanovnik, arcivescovo di Corrientes: «In generale, e lasciando da
parte i singoli casi, se c’è una realtà
umana che nei nostri Paesi tiene i
piedi in mezzo alla vita quotidiana,
questa realtà è proprio la Chiesa.
Le nostre Chiese non sono costituite solo dagli incontri dei vescovi, come quello di Aparecida. Quegli stessi vescovi camminano ogni giorno
con il loro popolo. I preti non vivo-
Da sinistra, il presidente uruguaiano José Mujica, il presidente argentino Cristina
Fernández de Kirchner, l’allora presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva
e il presidente del Paraguay Fernando Lugo, durante la “foto di famiglia” del Mercosur
in occasione del vertice tenutosi a Foz de Iguaçu in Brasile, il 17 dicembre 2010
no rinchiusi nelle parrocchie. Stanno tutto il giorno con la gente, nella
strada, nelle mense dei poveri, nelle
scuole rurali, in tutte le infinite opere sociali e caritative dove incontrano davvero la fatica di molti per andare avanti. Solo dentro la concretezza delle circostanze della vita
quotidiana si può condividere la fede e l’allegria per la presenza viva di
Cristo. Altrimenti, qualsiasi cammino comunitario alla lunga chiude
l’orizzonte e si trasforma in una segregazione con pretesti religiosi».
Un certo clericalismo
di ritorno: il vecchio profilo
del prete “principe”
Secondo alcuni vescovi, il boicottaggio più insidioso della prospettiva “della prossimità” suggerita dalla
Conferenza di Aparecida non viene
dal relativismo o dalla secolarizzazione, o dai pregiudizi di gruppi
ostili alla Chiesa. «Le resistenze
maggiori», fa notare il francescano
peruviano Héctor Miguel Cabrejos Vidarte, arcivescovo di
Trujillo, «coincidono con un certo
clericalismo di ritorno. Anche per
questo la conversione pastorale delineata ad Aparecida riguarda innanzitutto preti e vescovi. Ma anche alcuni gruppi e movimenti organizzati, che a volte si muovono
come consorterie in cerca di prestigio e di potere nella Chiesa». In alcune situazioni, sembra riaffiorare il
vecchio profilo dell’ecclesiastico
“principe”, rappresentante di una
casta privilegiata, funzionario di un
potere religioso, che tratta anche i
sacramenti come cose proprie per
affermare la propria supremazia sui
fedeli laici. Magari rinfacciando al
popolo le sue fragilità e le sue ferite,
mortificando le aperture e le attese
di coloro che non sarebbero in regola coi “prerequisiti” di preparazione dottrinale e di condizione morale imposti dal montante neorigorismo clericale. Uno di quegli stili e
strutture che il documento di Aparecida definisce «caduchi», e che
non favoriscono ma ostacolano il
trasmettersi della fede. «È inevitabi-
A sinistra, cattolici
venezuelani durante
la processione della
Domenica delle Palme
a Maracaibo
A destra,
la tradizionale
processione
della Domenica delle
Palme a Cali,
nel dipartimento
di Valle del Cauca,
in Colombia
62
30GIORNI N.6 - 2011
AMERICA LATINA
le», nota l’arcivescovo Stanovnik,
«che quando si pensa di costruire,
di “fare” la Chiesa come progetto e
conquista propria, si finisce con le
autocelebrazioni». Aggiunge l’arcivescovo Porras: «Simili pretese segnano la storia del cattolicesimo latinoamericano da sempre. Basta
leggere i documenti pubblicati dal
Vaticano in occasione del V centenario della scoperta dell’America.
Allora c’era chi per rigidezza disciplinare pretendeva che i sacerdoti
o i religiosi fossero figli legittimi,
cresciuti in famiglie regolari, in grado di fornire una dote. E già allora,
tra il XVI e il XVIII secolo, da Roma
arrivavano centinaia e centinaia di
dispense, per aggirare queste pretese rigoristiche».
Una Chiesa contropotere?
Il Celam, fin dai tempi in cui a guidarlo e ispirarlo erano spiriti liberi
come il vescovo cileno Manuel
Larraín e dom Hélder Câmara, ha
sempre rispecchiato il sentire prevalente degli episcopati latinoamericani davanti alle mutevoli geografie sociali e politiche dell’area.
Quell’intreccio di popoli e nazioni
che proprio dom Hélder definiva
«il continente cristiano del Terzo
Mondo», quando chiamava i suoi
confratelli a combattere la miseria
«che distrugge l’immagine di Dio
che è in ogni uomo».
Adesso, in quei Paesi si consolida nel tempo e si accresce con nuovi arrivi la schiera variamente assortita di governi di sinistra, con leader
diversi per provenienza e impostazione – ex guerriglieri, ex militari,
nazionalpopulisti, pragmaticoriformisti – chiamati comunque a
gestire una congiuntura economica
in espansione, processi reali d’integrazione politica, squilibri crescenti
e programmi sociali compensativi
che impattano le condizioni di vita
di milioni di persone. Un’effervescenza continentale nella cui rappresentazione mediatica gli uomini
di Chiesa vengono ordinariamente
relegati nella parte fissa degli accigliati censori. Emissari di una corporazione sempre in lotta con leader politici e governi e inchiodata
sull’agenda dei temi eticamente
sensibili: difesa della vita, della famiglia, della libertà educativa.
Sta di fatto che tra i vescovi convocati a Montevideo durante l’ultima assemblea del Celam, nessuno
è parso intenzionato ad accreditare
e magari rilanciare il profilo ipermediatizzato della Chiesa come blocco
“belligerante” in alternativa ai poteri mondani. Per tutti, i tratti distintivi
connaturali all’azione ecclesiale sono quelli del fervore apostolico e
della mansuetudine. «L’immagine
di una Chiesa come forza antagonista», spiega l’arcivescovo venezuelano Porras, «è quella che fa comodo a governi e regimi populisti che
cadono spesso nella divinizzazione
del proprio potere. Allora la Chiesa, proprio per la sua immanenza al
popolo e per lo sguardo libero da
messianismi con cui valuta i problemi sociali, viene presentata come
una corporazione in cerca di privile-
gi». Secondo l’arcivescovo cileno
Ricardo Ezzati, «nel linguaggio politico c’è chi a volte vuole far passare
l’idea che la struttura ecclesiastica
sia un fattore di arretratezza che imbriglia la società e le coscienze, e
denuncia il suo presunto tentativo
di recuperare un monopolio sociale
e culturale perduto. A mio avviso,
occorre evitare di dare conferme a
questo stereotipo. E rendere evidente che la Chiesa non cerca nessun potere, nessuna egemonia.
Vuole solo far conoscere alla nostra
gente un messaggio di liberazione
buono per tutti». Anche il cardinale
Julio Terrazas Sandoval, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, definisce una caricatura di comodo
quella che riduce la Chiesa a un
contropotere: «In Bolivia, negli ultimi anni, la Chiesa è stata in attesa
silenziosa che avvenissero i cambiamenti tanto desiderati dal popolo.
Abbiamo iniziato a parlare solo
quando abbiamo sentito discorsi
che invitavano a eliminare il “Dio
dei cristiani” e sostenevano la divisione tra due Chiese, quella dei ricchi e quella dei poveri». Conclude il
colombiano Rubén Salazar Gómez:
«È una deformazione imposta dai
media quella che enfatizza solo gli
interventi degli ecclesiastici sui temi
di morale sessuale. E la Chiesa deve
fare il possibile per sottrarsi al meccanismo di chi la dipinge come una
corporazione politica antagonista.
Mostrando a tutti, con umiltà, che
non cerca niente per sé stessa». q
Fedeli con l’immagine di papa Giovanni Paolo II nel corso di una messa all’aperto
il giorno della sua beatificazione a Città del Guatemala
30GIORNI N.6 - 2011
63
Spicchi Spicchi Spicch
3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3
IL PRESIDENTE PERES,
IL DIRETTORE DI 30GIORNI
E LA PACE IN TERRA SANTA
«I leader italiani li ho conosciuti tutti. Uno che mi ha colpito,
però, è stato Andreotti. La prima volta era ministro della Difesa, come me. Molti anni fa. E già m’impressionava la sua saggezza. Un giorno gli chiesi come avesse fatto a sopravvivere a
tanti governi. Mi rispose: “Guardi, basta non considerare i ministri come amici. Per stare con gli amici, si va in vacanza: stare al governo è un’altra faccenda”. Mi è sempre piaciuta questa sua saggezza». Così il presidente dello Stato d’Israele Shimon Peres sul Corriere della Sera del 2 giugno. Nell’intervista, anche un’osservazione sulla pace tra Israele e palestinesi:
«Penso che si debba aprire un negoziato diretto e condurlo con
discrezione. Perché bisogna sempre distinguere fra posizioni
d’apertura e mosse dietro le quinte [...]. La strada giusta è aprire i negoziati pubblicamente e poi condurli con discrezione,
per raggiungere un vero accordo».
Sacro Collegio
La morte di Sterzinsky
e Swiatek
Il 30 giugno è morto dopo
una lunga malattia il cardinale Georg Maximilian Sterzinsky, 75 anni, arcivescovo
emerito di Berlino. Il 2 luglio
è stato nominato il successore: monsignor Rainer Maria
Woelki, 55 anni, dal 2003
ausiliare di Colonia.
Il 21 luglio è poi scomparso il cardinale bielorusso Kazimierz Swiatek, 96
anni, arcivescovo emerito
di Minsk. Con il suo decesso il Collegio cardinalizio
scende a 196 porporati, di
cui 114 elettori.
Il 24 giugno monsignor
Giovanni Tani, 64 anni, dal
2003 rettore del Pontificio
seminario romano maggiore,
è stato nominato arcivescovo
di Urbino–Urbania–Sant’Angelo in Vado.
Il 28 giugno il cardinale
Angelo Scola, 70 anni a novembre, dal 2002 patriarca
di Venezia, è stato nominato
arcivescovo di Milano.
Il 2 luglio sono state accettate le dimissioni di
monsignor Luciano Bux,
che ha compiuto 75 anni il
Italia
Nuovi vescovi
in Sabina, Urbino,
Milano. Dimissioni
a Oppido Mamertina
Il 10 giugno monsignor Ernesto Mandara, 58 anni, dal
2004 ausiliare di Roma, è
stato nominato vescovo di
Sabina-Poggio Mirteto.
66
Angelo Scola
30GIORNI N.6 - 2011
Shimon Peres
29 giugno, da vescovo di
Oppido Mamertina–Palmi.
Chiesa/1
Dal popolo cristiano
al «cattolicesimo
militante»
Il 7 luglio, sulla Repubblica, Michele Smargiassi sintetizza il contenuto di uno
studio sul cattolicesimo in
Italia, Geografia dell’Italia cattolica, curato da Roberto Cartocci, docente di
Scienze politiche a Bologna. Secondo lo studio,
«negli ultimi anni è avvenuto, silenziosamente, un terremoto nei costumi religiosi nazionali. Un travaso di
coscienze, una decantazione, un’elettrolisi che hanno spezzato in due il Paese: al Nord la secolarizzazione, al Sud la devozione». Si tratta di un lento
processo «che erode però
soltanto quello che i sociologi chiamano “cattolicesimo di maggioranza”, quella massa di italiani pari
grosso modo al cinquanta
per cento della popolazione che si limita a rispettare
i precetti più generali, a far
capolino in chiesa a Natale
e a Pasqua. Resiste, invece, almeno da un ventennio, attorno al trenta per
cento, il “cattolicesimo di
minoranza” di chi va a
messa tutte le domeniche,
al cui interno si rafforza addirittura, ed è un’eredità
della spinta di Wojtyla, un
dieci per cento di “cattolicesimo militante” fatto di
animatori di parrocchia e
di membri attivi dei movimenti ecclesiali».
Chiesa/2
Lo smarrimento
della fede tradizionale
Sulla Repubblica del 7 luglio
Giancarlo Zizola commenta
lo studio di Roberto Cartocci, Geografia dell’Italia cattolica, spiegando che «sulle
macerie del cattolicesimo»
serpeggia ovunque «un modello di religione da “atei devoti” che continua imperterrita a integrare Dio come
hi Spicchi Spicchi Spicchi
3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI
chiave di volta del sistema
borghese, del tutto funzionale agli interessi dei poteri dominanti. La stessa fede in
Dio finisce per essere ridotta, in questo contesto culturale, a distintivo identitario,
un modo per rivestire gli interessi col manto religioso».
E prosegue: «È precisamen-
te questo sviluppo contraddittorio che viene chiamato
in causa dal collasso delle
strutture della cristianità stabilita, che pure continua imperterrita ad autocelebrarsi
sul ciglio del burrone. La
Chiesa che affiora da questi
grafici è una grande e gloriosa istituzione fortemente
stanca e assopita sulla propria potenza burocratica». E
continua, con la citazione di
uno scritto del gesuita padre
Bartolomeo Sorge, secondo
il quale l’attuale crisi della cristianità rappresenta «un segnale della fine del “regime
di cristianità”: la sovrapposizione tra fede e politica, tro-
no e altare, spada e crocifisso, aveva caratterizzato i secoli “costantiniani”, ma ora
essa “appare definitivamente superata”, sia sul piano
storico (a seguito dei processi di secolarizzazione) sia su
quello teologico (per il Concilio Vaticano II)». L’articolo
si conclude così: «Del resto ¬
MEDIO ORIENTE
Abraham Yehoshua e la proclamazione dello Stato palestinese
«La campagna condotta da Israele
contro l’iniziativa palestinese per
ottenere il riconoscimento di un
proprio Stato all’Assemblea delle
Nazioni Unite il prossimo settembre è a mio parere politicamente e
moralmente scorretta e connessa
alla questione del riconoscimento
inter nazionale dei confini del
1967». Così Abraham Yehoshua,
sulla Stampa del 13 luglio. L’articolo, dopo una digressione storica sulla risoluzione dell’Onu del 1947,
che ha sancito la nascita di due Stati, «uno ebraico – Israele –, e uno
arabo – la Palestina», e sulle successive guerre arabo-israeliane, continua spiegando come: «il riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 sancirà dunque la decisione presa dalle Nazioni Bambini palestinesi guardano passare una manifestazione di ebrei ortodossi
Unite nel novembre 1947 riguardo nella città vecchia di Gerusalemme
alla partizione della regione, sosteisraeliani in enclave all’interno dello Stato palestinese
nuta a suo tempo da Israele e alla base della sua legittisarebbero una costante provocazione che rinfocolerebmità internazionale. Se quindi il governo di Gerusalembe odio e dissenso». L’articolo si conclude così: «L’evenme è sincero nel voler riconoscere uno Stato palestinetualità di una folla di civili palestinesi, tra cui donne e
se – come ha ripetutamente dichiarato – perché si opbambini, che si riversano nelle strade di villaggi e città
pone tanto alla prevista risoluzione di settembre? Penso
per manifestare in maniera non violenta (come avviene
che l’unica ragione sia il riferimento ai confini del
ultimamente in vari Paesi arabi) contro avamposti e in1967». Chiara allusione, l’ultima, alle tesi di alcuni polisediamenti israeliani in Cisgiordania dopo la decisione
tici israeliani che hanno denunciato l’impossibilità di didell’Onu a settembre mi inquieta molto. L’Anp saprebfendere tali confini. Secondo Yehoshua, però, un’oculabe tenere a bada tali manifestazioni? E cosa farebbe
ta presenza militare, israeliana e internazionale, sarebIsraele? Invierebbe l’esercito per reprimerle con la forbe sufficiente a stornare dallo Stato israeliano eventuali
za? E gli estremisti israeliani come reagirebbero a quelle
pericoli. Tali presidi militari, secondo lo scrittore, «non
proteste dinanzi alle loro case? Un simile scenario potrà
intaccherebbero l’identità nazionale palestinese (così
essere evitato se il governo di Israele sosterrà a settemcome le basi militari straniere in Europa e in altre regiobre la risoluzione delle Nazioni Unite e avvierà subito
ni durante la Guerra Fredda). Una presenza militare è
negoziati diretti su tutte le questioni controverse, come
sostanzialmente temporanea e un domani, mutate le
lo ha esortato a fare il presidente degli Stati Uniti».
circostanze, sarà possibile rimuoverla. Viceversa i civili
30GIORNI N.6 - 2011
67
Spicchi Spicchi Spicch
3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3OGIORNI IN BREVE 3
lo stesso Ratzinger non aveva dubbi, in un’intervista del
1997, a suggerire di abbandonare l’idea di Chiesa nazionale di massa: “Davanti a
noi è probabile che ci sia
un’epoca diversa”, diceva,
“in cui il cristianesimo verrà a
trovarsi nella situazione del
seme di senape, un gruppo
di piccole dimensioni, apparentemente ininfluenti, che
tuttavia vivono intensamente
contro il male e portano nel
mondo il bene”». Titolo dell’articolo: Benvenuti nel
Paese che ha smarrito la fede “tradizionale”.
Curia/1
Cambiano vertici Apsa
Il 7 luglio sono state accettate
le dimissioni da presidente
dell’Apsa del cardinale Attilio
Nicora, 74 anni, dal 19 gennaio 2011 presidente dell’Autorità di informazione finanziaria. Gli subentra l’arcivescovo Domenico Calcagno, 68 anni, dal 2007 se-
Attilio Nicora
gretario del dicastero. Nuovo
segretario è monsignor Luigi
Mistò, 59 anni, ordinato sacerdote nel 1976 per l’arcidiocesi di Milano.
Galindo, 48 anni, del clero
dell’Opus Dei, è stato nominato sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici,
dove era finora capo ufficio.
Il 14 luglio monsignor
Jean-Marie Mate Musivi
Mupendawatu, 56 anni,
originario della Repubblica
Democratica del Congo, è
stato nominato segretario
del Pontificio Consiglio per
gli Operatori sanitari, dove
era sottosegretario dal luglio 2009. In quest’ultimo
incarico gli subentra il camilliano italiano padre Augusto Chendi, 53 anni, finora officiale della Congregazione per la Dottrina della fede.
Diplomazia/1
Nomine ai Laici
e agli Operatori
sanitari
Nuovi nunzi
in Ungheria, presso
l’Asean, in Cile,
Bielorussia
e Uzbekistan
Il 18 giugno il monsignore
spagnolo Miguel Delgado
Il 6 giugno l’arcivescovo Alberto Bottari de Castello,
Curia/2
CONVEGNI ECUMENICI DI BOSE
La Parola di Dio nella vita spirituale
Dal 7 al 10 settembre
2011 il monastero di
Bose (Magnano, provincia di Biella) ospiterà il XIX Convegno
ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa, organizzato con
il patrocinio del Patriarcato ecumenico di
Costantinopoli e del
Patriarcato di Mosca.
Quest’anno il simposio
è dedicato alla Parola
di Dio nella vita spirituale. Tra i relatori,
oltre al priore della Comunità di Bose
Enzo Bianchi, figurano i vescovi ortodossi Chrysostomos di Messenia e Elpi-
68
30GIORNI N.6 - 2011
69 anni, dal 2005 nunzio in
Giappone, è stato nominato rappresentante pontificio in Ungheria.
Il 18 giugno è stato nominato il primo nunzio apostolico presso l’Asean (Associazione delle nazioni del SudEst asiatico). Si tratta dell’arcivescovo Leopoldo Girelli,
58 anni, dallo scorso gennaio nunzio apostolico a Singapore e Timor Est, delegato apostolico in Malaysia
(con la quale il 18 luglio, dopo l’udienza del premier dal
Papa, è stato annunciato
l’allaccio di pieni rapporti diplomatici) e in Brunei e rappresentante pontificio non
residente per il Viet Nam.
Il 15 luglio l’arcivescovo
Ivo Scapolo, 58 anni, dal
2008 rappresentante pontificio in Ruanda, è stato nominato nunzio in Cile.
Sempre il 15 luglio l’arcivescovo Claudio Gugerotti, 55 anni, dal 2001 nunzio
in Geor gia, Ar menia e
Azerbaigian, è stato nominato rappresentante pontificio in Bielorussia.
Il 22 luglio l’arcivescovo
Ivan Jurkovic, 59 anni, dallo
scorso febbraio nunzio in
Russia, è stato nominato
nunzio anche in Uzbekistan.
Diplomazia/2
Nuovi ambasciatori
non residenti
Il monastero di Bose
dophoros di Proussa. Per informazioni e
iscrizioni: tel. +39 015.679.185; fax
+39 015.679.294; e-mail: [email protected]
Il 9 giugno Benedetto XVI
ha ricevuto in udienza sei
nuovi ambasciatori presso
la Santa Sede che non risiederanno stabilmente a Roma. Si tratta dei rappresentanti di Moldova (Stefan
Gorda), Guinea Equatoriale
(Narciso Ntugu Abeso Oyana), Belize (Henry Llewellyn Lawrence), Siria (Hussan Edin Aala), Ghana (Geneviève Delali Tsegah) e
Nuova Zelanda (Geor ge
Robert Furness Troup). q
S toria
La sorridente umiltà
di Josef Beran
La vita del piccolo prete cecoslovacco diventato arcivescovo di Praga.
La semplicità e l’amore per la sua terra. Gli anni passati nei lager nazisti
e quelli della persecuzione da parte del regime comunista. L’esilio a Roma.
L’affetto e la stima che avevano per lui Giovanni XXIII e Paolo VI
di Roberto Rotondo
a prima cosa che colpiva di Josef Beran era la sua sorridente
serenità. Una serenità e una
mitezza che non furono tolte al piccolo prete cecoslovacco, divenuto
arcivescovo di Praga e primate di
Boemia, dai cinque anni passati nei
lager nazisti, né dalla persecuzione
comunista che lo segregò e lo isolò
per 14 anni, né dall’esilio a Roma,
dove morì nel 1969 senza aver mai
potuto far ritorno in patria. Infatti,
rileggendo oggi le tante memorie di
coloro che lo conobbero, tutti evidenziano che la cosa che stupiva di
più era «il suo volto aperto, sereno,
sorridente, una di quelle espressioni
che non si possono dimenticare»,
per usare le parole di don Roberto
L
Angeli, un sacerdote italiano che
sopravvisse al campo di concentramento nazista di Dachau grazie all’aiuto di monsignor Beran.
E anche Paolo VI, che nutriva
una grande considerazione e amicizia per Beran, in una lettera in
latino che gli inviò per il suo ottantesimo compleanno, lo ringrazia «per la sua invicta fortitudo,
la sua strenua fidelitas, insieme
al suo carattere sempre mite pur
in mezzo a tante prove, con una
sempre amabilis sermonis comitas», come ha ricordato il cardinale decano Angelo Sodano il 16
maggio scorso, all’inaugurazione
della mostra dedicata alla figura
del cardinale Josef Beran, orga-
L’inaugurazione della mostra dedicata al cardinale Josef Beran presso
la Pontificia Università della Santa Croce, il 16 maggio 2011. Nella foto,
da sinistra, sono riconoscibili il cardinale Giovanni Coppa, il rettore Luis Romera,
e i cardinali Miloslav Vlk e Angelo Sodano
70
30GIORNI N.6 - 2011
nizzata nella Pontificia Università
della Santa Croce dall’ambasciata
della Repubblica Ceca presso la
Santa Sede. Il cardinale Sodano,
che nel 1968, insieme al cardinale Agostino Casaroli, consegnò a
Beran quella lettera autografa di
Paolo VI, ha anche ricordato come «alcuni di noi della Segreteria
di Stato cercavamo di farci raccontare qualcosa del suo passato,
della prigionia a Dachau e dei lunghi anni di domicilio coatto nella
sua stessa terra. Ma con mirabile
serenità egli si schermiva e diceva
che ormai tutto offriva al Signore,
per la libertà e la pace della sua
cara nazione». La mostra è anche
l’occasione per ripercorrere la vicenda umana di Josef Beran, una
delle personalità più importanti
della Chiesa e della storia moderna ceca, morto nel maggio di quarantadue anni fa e per il quale nel
1998 è stata aperta la causa di
beatificazione.
Tra Plzen e Roma
Josef Beran era nato a Plzen il 29
dicembre del 1888. L’ambiente familiare gli aveva donato una
profonda fede cristiana e sentimenti patriottici. Contribuì alla formazione del suo carattere anche la posizione sociale dei genitori, poiché il
padre, con il suo stipendio di maestro di quella cittadina di provincia
dell’Austria-Ungheria, riusciva a
stento a sostenere una famiglia di
sette membri. Un’esperienza che
formò il carattere di Josef, la sua
modestia, la sua semplicità e la sua
JOSEF BERAN. Testimone di speranza
Una foto della famiglia Beran
Josef Beran nella sua stanza
da studente
A sinistra,
il cardinale
Beran con Paolo VI
Il 29 maggio 1945 Josef Beran tornò a Praga, distrutta dalla guerra.
Il 4 novembre 1946 Pio XII lo nominò arcivescovo di Praga, e quindi
primate della Chiesa cecoslovacca. L’8 dicembre 1946 fu consacrato
nella Cattedrale di Praga dall’arcivescovo Saverio Ritter
sensibilità sociale. Entrato nel seminario di Plzen, dopo gli esami di maturità viene mandato dal vescovo a
Roma per studiare alla Pontificia
Università Urbaniana. Il 10 giugno
del 1911 riceve l’ordinazione sacerdotale nella Basilica di San Giovanni in Laterano e, ottenuto il dottorato in Teologia, torna nella sua città
natale, dove svolge il suo lavoro pa-
storale e di insegnante. Nel 1932
viene nominato rettore del seminario arcivescovile di Praga e professore dell’Università Carolina.
Con l’avvento al potere di Hitler
in Germania nel 1933, però, la situazione politica e sociale nell’Europa centrale si complica. Anche a
Praga iniziano disordini causati
dalle rivalità etniche tra cechi e su-
deti di lingua tedesca, che si ripercuotono anche sul seminario arcivescovile. E dopo il Patto di Monaco del 1938, con l’annessione da
parte della Germania di vasti territori della Cecoslovacchia e l’instaurazione del protettorato di Boemia
e Moravia, la situazione inizia a
precipitare. La Gestapo comincia
a occuparsi intensamente del ¬
30GIORNI N.6 - 2011
71
S toria
rettore Beran: non era certo passata inosservata la sua attività precedente all’annessione delle zone di
confine cecoslovacche, né la sua
resistenza all’ideologia nazista. La
sua popolarità, il rispetto di cui godeva tra i fedeli erano sufficienti
perché fosse ripetutamente chiamato a presentarsi a interrogatori
e perché fosse minacciato d’incarcerazione. Minacce che si realizza-
Gli anni a Dachau
A Dachau erano rinchiusi 2.720
ecclesiastici di 134 diocesi e 24
nazioni dei territori occupati, giudicati pericolosi. Nel certificato del
carcere relativo a Josef Beran, come motivazione della sua prigionia era ricordato il «pericolo che
mantenga i contatti con gruppi
sciovinistici e nemici del Reich».
Fu relegato nel blocco degli eccle-
Chiesa, ma anche un martire, perseguitato da Satana e dai suoi seguaci».
Don Paolo Liggeri, anche lui
reduce da Dachau, in un bell’articolo sull’Osservatore Romano del
luglio 1992, ricorda: «Fu in quella
specie di bolgia infernale che conobbi un uomo soavissimo e ricolmo di inalterata e sorridente serenità, il cecoslovacco Giuseppe Be-
A sinistra, il gruppo degli insegnanti della Facoltà di Teologia cattolica dell’Università Carolina di Praga nel semestre 1936-1937;
a destra, una foto di gruppo di sacerdoti cecoslovacchi dopo la liberazione dal lager di Dachau nel 1945
rono nel 1942, dopo il riuscito attentato dei paracadutisti cecoslovacchi contro il rappresentante del
protettorato del Reich in Boemia e
Moravia, Reinhard Heydrich, SSObergruppenführer e General
der Polizei, alla morte del quale si
verificarono arresti di massa della
popolazione ceca. Agli inizi di giugno del 1942, Beran fece diffondere la voce che avrebbe celebrato
una messa per gli ufficiali cecoslovacchi prigionieri dei tedeschi e
che l’avrebbe fatto in lingua ceca,
disobbedendo così alle direttive dei
nazisti. Ma il 6 giugno la Gestapo
lo arrestò perché «sovversivo e pericoloso». Ne conseguì una perquisizione domiciliare, un brutale interrogatorio nella sede praghese
della Gestapo e l’incarcerazione
nella prigione di Pankrác. Venne
poi mandato a spaccare pietre nella terribile Fortezza di Terezín e da
lì fu portato, il 4 settembre del
1942, nel campo di concentramento di Dachau, dove resterà fino
alla liberazione da parte degli alleati nell’aprile del 1945.
72
30GIORNI N.6 - 2011
siastici cechi, il numero 28,
e ricevette il più importante segno di riconoscimento
per tutto il soggiorno nel
campo: il numero di matricola 35.844. Monsignor
Beran trascorse a Dachau
quasi tre anni. In base ai ricordi dei compagni di prigionia, tra migliaia di sacerdoti imprigionati di varie nazionalità eccelleva
per la sua purezza e gentilezza. Malgrado la totale
penuria, regalava disinteressatamente ciò che poteva, non disperava né si la- La mattina del 15 marzo 1939 i reparti
mentava. Molti ecclesiasti- della Wehrmacht entrano a Praga
ci già allora nel lager videro
in Beran il futuro arcivescovo di ran […]. Come poteva quel sacerPraga, come scrisse in seguito il dote che era già anziano della desacerdote austriaco Johann Lenz: portazione rimanere soave in quel
«Rimane indimenticabile la sua tragico mondo di orrori fisici e moamorevole modestia, l’alta intelli- rali? Era forse un individuo incogenza e il suo atteggiamento so- sciente, insensibile, apatico? Bavranazionale. Le sue posizioni, da stava notare un certo lampeggiare
ogni punto di vista, sacerdotale e di intelligenza nei suoi occhi miti e
sociale, lo avevano predestinato fieri ad un tempo, per comprendenon solo a essere una guida della re che la sua quasi incredibile sere-
JOSEF BERAN. Testimone di speranza
nità proveniva da un suo mondo
interiore, da una fede inalterabile
[…]. La sua umiltà silenziosa e la
sua eccezionale forza d’animo ne
fecero un punto di irradiazione e di
fiducia. Molte crisi di disperazione
furono vinte dal suo sguardo penetrante e dalla sua vigorosa stretta
di mano». Liggeri, nel suo articolo
riporta anche la testimonianza di
altri sacerdoti italiani, come quella
di don Angelo Dalmasso di Cuneo
che ricordò di aver ammirato «un
deportato, piccolo di statura, non
più giovane, che dopo il ridottissimo pasto serale si inginocchiava
sul nudo pavimento della baracca
26, quella dei sacerdoti, trasformata in cappella, a recitare il breviario devotamente raccolto come
nella società civile, tanto da essere
insignito della Croce di guerra dal
presidente della Repubblica Cecoslovacca. Solo alcuni sacerdoti si
oppongono, rimproverandogli il
suo fraternizzare con i comunisti
conosciuti nel campo di concentramento e i suoi rapporti con i mi-
Josef Beran, arcivescovo di Praga,
tori della vita sociale, annullata la libertà di religione. Beran e l’episcopato tentarono di aprire delle trattative con lo Stato per garantire alla Chiesa il mero mantenimento
delle condizioni essenziali per la
sua sopravvivenza basate sul precedente modus vivendi. Ma non
s’arrivò ad alcun accordo. Beran
protestò pubblicamente per le misure incostituzionali che il governo
aveva preso: la sua lettera episcopale Non tacere, arcivescovo!
Non puoi tacere!, contro la deriva
totalitaria, pubblicata come editoriale in due quotidiani il 25 febbraio
del 1948, divenne famosa, ma fu
scavalcata dagli eventi: Beran, da
tempo considerato un elemento
pericoloso dal regime, venne arreSotto, il palazzo arcivescovile di Praga,
in una foto del 1947
che fu occupato dalla polizia nel giugno 1949.
Da allora per l’arcivescovo Beran inizia
un periodo di segregazione che finirà
dopo quattordici anni
A sinistra, le Squadre
d’azione comunista
sfilano per le vie
di Praga nel marzo
del 1948, per contribuire
all’assunzione
del controllo del Paese
da parte dei sovietici
se fosse stato in una basilica».
Il 29 aprile del 1945, pochi
giorni prima della fine della guerra
in Europa, il campo di Dachau viene liberato dalle truppe americane
e anche Beran può tornare in patria, a Praga, dove è nominato
professore ordinario di Teologia
pastorale nella Facoltà Teologica
dell’Università Carolina. Un anno
dopo, Pio XII lo sceglie come nuovo arcivescovo di Praga e come
primate della Chiesa cattolica cecoslovacca. La consacrazione avviene nella Cattedrale di Praga l’8
dicembre del 1946.
Quella di Beran è una nomina
accolta positivamente dal clero e
dai fedeli per l’alto credito che ha
non solo nella Chiesa ma anche
nistri delle altre confessioni.
Un’accusa dai caratteri tragicomici, considerando le tribolazioni
che Beran avrebbe subito dal regime comunista negli anni a venire.
La lunga segregazione
Una volta che il comunismo prese
il potere in Cecoslovacchia nel
1948, la politica del governo andò
repentinamente verso drastiche riduzioni delle libertà dei cittadini e
della democrazia. Gli elementi dissidenti furono eliminati in tutti i settori della società, e anche la Chiesa
fu colpita: requisite le sue proprietà
e le scuole dei religiosi, chiusi i giornali cattolici, sciolta l’Azione cattolica, cancellata la presenza dei sacerdoti negli ospedali e in tutti i set-
stato il 16 giugno del 1949. Tenuto
prigioniero nel suo palazzo, eluse
la sorveglianza e raggiunse la chiesa di Sarakov. Qui, di fronte a una
folla di fedeli commossi cercò di
spiegare la situazione: «Può darsi
che da qui a poco alla radio sentirete dire di me ogni sorta di calunnie.
Forse vi diranno che ho confessato
delitti innominabili. Spero che
avrete fiducia in me. Io dichiaro qui
solennemente, davanti a Dio e alla
nazione, che mai concluderò un
accordo che intacchi i diritti della
Chiesa». Dopo poco la polizia irruppe nella chiesa arrestando Beran e l’abate di Sarakov che l’aveva
lasciato parlare. Per due anni Beran fu trattenuto agli arresti domiciliari, poi venne trasferito nel ca- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
73
S toria
stello di Rozelov e in altre residenze
fuori dalla diocesi di Praga. Fu privato di tutte le sue libertà personali
e dei suoi diritti di vescovo. Ai cattolici venne ordinato di dimenticarlo mentre a lui fu negato ogni contatto con l’esterno. Tanto che una
lettera di Giovanni XXIII inviata a
Beran nel maggio del 1961, in occasione del cinquantesimo anno
della sua ordinazione sacerdotale,
venne rispedita al mittente con la
dicitura: «Senza recapito». La lettera di Giovanni XXIII fu comunque
pubblicata dall’Osservatore Romano. Scrive il Papa: «Ti deve sostenere la consapevolezza di aver
agito bene. Non la colpa, ma solo
la virtù ti ha prostrato; né sterile e
senza frutto sarà l’inoperoso silenzio a cui ti hanno costretto, l’ingiustizia che soffri, la pena immeritata
d’internamento si attenua un po’,
ma lui non può riprendere il suo
ufficio. Nel 1965 gli viene accordato il permesso di partecipare al
Concilio Vaticano II ma a condizione di non rientrare mai più nel
suo Paese. Beran tenta di resistere
ma alla fine è costretto a cedere e
per il bene della Chiesa cecoslovacca accetta l’esilio a Roma. Il regime, mantenendo il più completo
segreto sulla sua partenza, consente soltanto ai suoi parenti più
stretti di salutarlo brevemente.
L’esilio a Roma
Paolo VI lo crea cardinale nel concistoro del 22 febbraio del 1965, e
Beran partecipa all’ultima sessione
del Concilio Vaticano II dove tiene
un intervento sulla libertà di coscienza. L’arrivo a Roma di Beran
visto che, come emerge dalle ricerche di padre Robert Graham, nel
1965 viene ordinato sacerdote nel
Pontificio Collegio Boemo Frantisek Kuncik, che in realtà è un agente della Stb – i servizi segreti cecoslovacchi – con il compito di controllare Josef Beran.
I suoi interventi pubblici restano una rarità, come testimonia un
articolo della Nazione del 30 agosto 1965, ripescato dal senatore
Andreotti nel suo archivio personale, nel quale viene sintetizzata
una conferenza stampa tenuta da
Beran ad Assisi, in cui il primate di
Cecoslovacchia parla della sua vita
e della situazione della Chiesa nel
suo Paese: «Sono stato cinque anni nel lager nazista di Dachau, ho
subito nella carne e nello spirito le
più selvagge punizioni, sofferto la
Beran con un gruppo
di sacerdoti presso
il Pontificio Collegio
Nepomuceno, a Roma,
poco dopo il suo arrivo
in aereo nella capitale
il 19 febbraio 1965
Beran ricevuto
nella Congregazione
per le Chiese orientali
in Vaticano
che ti è inflitta. Il grano di frumento
che si disfà sotterra, produrrà la
spiga e darà un’aurea messe». Nonostante la lunga prigionia il regime cecoslovacco non intentò nessun processo contro Beran: era un
eroe della resistenza antinazista e il
suo nome era celebre in patria e all’estero. Inoltre, forse giovò anche
il fatto che Antonín Novotny, presidente della Cecoslovacchia nel periodo 1957-1968, era stato anch’egli internato come Beran nei
campi di concentramento nazisti.
Il 4 ottobre del 1963, dopo una
lunga trattativa con il Vaticano, il
governo concede una cosiddetta
grazia a Beran e il duro regime
74
30GIORNI N.6 - 2011
fu evidenziato da tutti i mass media
del mondo che non facevano parte
del blocco comunista, ma lui non si
rese disponibile a diventare un simbolo dell’anticomunismo, anzi, a
causa della sua riservatezza i mezzi
di informazione lo definirono «il
cardinale dalla bocca chiusa».
Intraprende però una serie di
viaggi tra i connazionali in Europa e
oltreoceano, invitando alla concordia e al perdono delle ingiustizie.
Parla dalla Radio Vaticana ai fedeli
che si trovano oltre la cortina di ferro e promuove la pubblicazione di
libri e riviste per i cattolici cechi. Il
regime non smette però di tenerlo
sotto controllo neanche a Roma,
tortura e la fame, le percosse e la
segregazione. Ma forse più sottile
e mortificante per me cattolico è
stata la persecuzione comunista,
anche se non ha avuto i drammatici aspetti di quella tedesca: una
condanna alla mortificazione dell’anima, l’isolamento, la menzogna, il tradimento, la delazione, la
cappa di intransigenza gettata sopra ogni slancio umano, il carcere,
la clandestinità di ogni iniziativa
religiosa, la progressiva paralisi
dell’attività della Chiesa».
Nelle parole del cardinale colpisce anche come la vita della Chiesa
dipenda dai cambiamenti del potere
mondano, seppure lontani. L’azio-
JOSEF BERAN. Testimone di speranza
ne di repressione del regime cecoslovacco, tra i più isolati e meno dialoganti del blocco comunista, si attenuava spesso in seguito a cambiamenti che avvenivano fuori dai propri confini. Spiega Beran: «Molta
impressione ha suscitato a suo tempo la richiesta di grano fatta dalla
Russia agli Stati Uniti. I comunisti
non credevano alle loro orecchie.
L’iniziativa sovietica servì a far comprendere quanto meschino fosse l’isolamento del Paese. Tuttavia la sostanza è rimasta».
«Abbiamo tutti
un gran bisogno di preghiera»
Racconta ancora Beran nella sua
conferenza stampa ad Assisi riportata dalla Nazione: «Abbiamo tutti
un gran bisogno di preghiera:
quando ero nella prigione di Pra-
che Beran tiene in mano «un libro
di preghiere coperto di marocchino rosso»: il cardinale boemo non
se ne separava mai perché era il
breviario che Giovanni XXIII gli
aveva fatto recapitare l’8 dicembre 1962, giorno dell’Immacolata: «Mi fu consegnato attraverso le
autorità del Ministero degli Interni
dopo molti giorni. “Puoi leggerlo”, mi disse un funzionario». Ma
quel giorno l’arcivescovo di Praga
Beran capì anche, dal colore rosso
della copertina del breviario, che
papa Roncalli l’aveva fatto cardinale in pectore. L’articolo della
Nazione si conclude con queste
parole che spiegano com’era fatto
Beran: «L’anziano presule si è alzato, ha preso sopra un tavolo il
vassoio dei pasticcini e ha servito
lui stesso, con molta umiltà sorri-
ghiera. Morì il 17 maggio del
1969 e Paolo VI, informato dell’aggravarsi delle sue condizioni,
accorse al capezzale. Ha spiegato
il cardinale Sodano nel suo intervento all’Università della Santa
Croce: «Durante il suo funerale
nella Basilica Vaticana, Paolo VI
parlò di lui come di una grande figura di martire per la fede, come di
un benemerito Pastore per la libertà della sua patria». Ma la devozione di Paolo VI per Beran è ben
descritta anche da don Paolo Liggeri, che conclude così il suo articolo sull’Osservatore dedicato al
servo di Dio Josef Beran: «L’avevo
rivisto per l’ultima volta durante
una speciale udienza in Vaticano,
mentre Paolo VI, visibilmente
commosso, parlava a una moltitudine di sacerdoti di diverse nazio-
Papa Paolo VI
abbraccia
il cardinale Beran,
arcivescovo di Praga,
durante il Concistoro
pubblico nella Basilica
di San Pietro,
il 22 febbraio 1965
Beran, primo a destra
nella foto, durante
i lavori del Concilio
ecumenico Vaticano II
ga, un giorno fu messo nella mia
stessa cella un sottufficiale. Era
condannato a morte e doveva essere giustiziato quel giorno. Mi sono avvicinato e gli ho detto: “Vorrei aiutarti a morire bene”. “Ma io
non sono cattolico”, mi disse lui.
Feci tutto il possibile per prepararlo a una buona morte e alla fine,
egli, pieno di consolazione mi disse: “Adesso non ho più paura. Se
mi sarà possibile griderò nel mio
ultimo momento: Viva la patria”.
La sera, verso le sette, abbiamo
udito i colpi dei fucili. Tutti abbiamo pregato per la sua anima benché io solo fossi un sacerdote».
Durante la conferenza tutti notano
dendo, il modesto rinfresco preparato per i giornalisti. Poi è disceso
nel teatro della Cittadella accolto
da un applauso che pareva non
dovesse finire più».
Ma per Beran, che era arrivato
a Roma con una logora veste talare e con gli scarponi da montanaro, e che affrontava la pena struggente dell’esilio con serenità, sopravvenne come ultimo e inaspettato avversario il tumore che distrusse la sua esistenza. Nonostante questo, finché gli fu possibile,
tutte le mattine si fece portare nella
cappella del Collegio Nepomuceno, dove risiedeva, per celebrare la
messa e passare lunghe ore in pre-
nalità, reduci dai campi di concentramento nazisti. A fianco del Papa c’era lui con il suo volto sereno
e sorridente, ma come imbarazzato a presentarsi a tanti suoi compagni di sofferenza ammantato di
porpora cardinalizia. […] Ma non
lo avvicinai, perché alla fine Beran
era rimasto come assediato da tanti sacerdoti che lo avevano conosciuto e ammirato quando era vestito di stracci a Dachau. Mi accontentai di contemplarlo, come in
una specie di trasfigurazione; e
con dolcissima contemplazione
pensai che in questo strano – e a
volte orribile – mondo fioriscono
ancora i santi».
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30GIORNI N.6 - 2011
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A nniversari
«Una gratitudine che cresce
di anno in anno»
Intervista con
monsignor Georg Ratzinger,
che sessant’anni fa
fu ordinato sacerdote
insieme a suo fratello Joseph
di Roberto Rotondo e
Silvia Kritzenberger
l giorno più importante della
mia vita»: così Joseph Ratzinger ha sempre definito il
giorno della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 29 giugno 1951.
E, come tutti sanno, quel giorno insieme a lui, nella Cattedrale di Frisinga in Baviera, venne ordinato sacerdote anche suo fratello Georg.
Così, in occasione del sessantesimo
anno di sacerdozio del Papa, abbiamo chiesto a monsignor Georg Ratzinger, testimone d’eccezione, di
tornare con i ricordi a quel mattino
d’estate del 1951. Partendo dal giubileo appena passato.
«I
La famiglia Ratzinger dopo la prima messa dei due fratelli l’8 luglio 1951
78
30GIORNI N. 6 - 2011
BENEDETTO XVI. I sessant’anni di sacerdozio
Monsignor Ratzinger, cosa
le rimane nel cuore di queste
giornate di festeggiamenti per
il sessantesimo di sacerdozio?
GEORG RATZINGER: Non vi
nascondo che inizialmente volevo
festeggiare solo privatamente,
senza partecipare a cerimonie solenni, perché non ho ancora riacquistato tutte le forze dopo l’operazione al ginocchio e le cerimonie, invece, richiedono una certa
freschezza mentale e fisica. Ma sono contento che le cose siano andate diversamente, perché ci sono
stati momenti molto toccanti, come la bellissima celebrazione organizzata nella Cattedrale di Frisinga dall’Istituto Benedetto XVI,
che cura la pubblicazione dell’opera omnia del Santo Padre. La Cattedrale di Frisinga è il luogo dove
un’atmosfera solenne. Infine, il
terzo appuntamento è stato la
messa a San Pietro a Roma: è stato commovente pensare che il nostro giubileo si inseriva nella solennità del ricordo dei santi Pietro e
Paolo, così importanti per Roma e
per la Chiesa universale.
Per suo fratello sarà stata
una gioia averla a fianco in
questi giorni…
Quando ci vediamo è sempre
una grande gioia. In tutta la nostra vita ci siamo sempre ritrovati
e naturalmente non vogliamo rinunciarci adesso nella vecchiaia,
in cui sperimentiamo in modo
particolare questo sentimento di
appartenere l’uno all’altro.
Lei cosa pensò in quel 29
giugno del 1951? Il Papa, nel
ricordare il giorno dell’ordina-
l’ordinazione sacerdotale conferisce all’uomo una nuova qualità di
vita e lo fa diventare un “incaricato” di Cristo, che deve portare il
mistero e la parola di Gesù Cristo
al mondo. Negli anni ho avuto modo di comprendere quanto fossero
vere le parole del Vangelo di Giovanni che il cardinale Faulhaber ci
rivolse: perché l’ordinazione sacerdotale comporta una particolare
amicizia con Cristo in quanto conferisce un mandato particolare. E
dona la sorpresa e la consapevolezza di vedere come il Signore
“mette lo zampino”, per così dire,
nella nostra vita umana.
E in famiglia come fu vissuto quel giorno?
Fu un’esperienza di gioia unica. Nella nostra vita familiare, che
fino a quel momento era stata la
Il 29 giugno 1951, nella Cattedrale di Frisinga, il cardinale Faulhaber ordina sacerdoti
I fratelli Ratzinger all’uscita
più di quaranta seminaristi, tra i quali Georg e Joseph Ratzinger
della Cattedrale di Frisinga il giorno
della loro ordinazione sacerdotale
io e mio fratello siamo stati ordinati sacerdoti e si respirava un’atmosfera per me davvero familiare. La
mattina c’è stata la recita delle lodi
e poi, dopo gli indirizzi di saluto e
alcuni interventi, c’è stato il pranzo con gli alti prelati, alcuni cardinali, i vescovi ausiliari e, naturalmente, gli amici di vecchia data.
Un secondo momento importante
è stata la messa nella mia collegiata di San Giovanni Battista: la
chiesa era piena di gente e c’era
zione, ha detto: «Non vi chiamo più servi ma amici. A sessant’anni dal giorno della mia
ordinazione sacerdotale sento
ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che
il nostro grande arcivescovo, il
cardinale Faulhaber, rivolse a
noi sacerdoti novelli il giorno
dell’ordinazione»…
Pensai che era una svolta nella
mia vita, come in quella di ogni uomo che diventa sacerdote, perché
vita di una normale famiglia, c’era
stato un evento che a quel tempo
era considerato un dono: il sacerdozio, qualcosa che rimanda all’eternità, a una sfera diversa. Avevo
tre anni più di mio fratello ma fu
bello vivere assieme l’ordinazione
e la prima messa, anche se era solo conseguenza della guerra che
aveva sconvolto i progetti di ognuno di noi. In quegli anni nel seminario di Frisinga, infatti, le diffe- ¬
30GIORNI N.6 - 2011
79
A nniversari
renze di età degli aspiranti sacerdoti erano grandi.
Negli anni del seminario
quali furono le persone che
maggiormente influirono sulla
vostra maturazione di sacerdoti e di cristiani?
Una figura chiave al “Domberg”
di Frisinga fu il nostro rettore Michael Höck, che era reduce da cinque anni trascorsi nel campo di
concentramento a Dachau. Il suo
cammino era stato quello di un prete pio, devoto e impegnato. Aveva
qualcosa di paterno, buono, comprensivo, e fu considerato più un
padre che un superiore. Ciò che gli
stava a cuore era aiutare ciascuno
di noi a trovare, in quei tempi difficili, la strada che conduce a una
meta buona.
Il Papa, durante il pranzo
con lei e i cardinali, tornando
col pensiero al 1951, ha sottolineato che allora il mondo era
totalmente diverso da oggi e la
Germania era materialmente e
moralmente da ricostruire. Vi
sembrava di partecipare a
questa ricostruzione anche diventando sacerdoti?
Siamo tutti condizionati dall’epoca in cui viviamo, condividiamo
con gli uomini della nostra epoca le
difficoltà, le preoccupazioni del nostro tempo, ma anche le gioie. In
questo senso abbiamo contribuito
anche noi a quest’opera di rinnovamento. Ma è anche vero che non
è stato un processo univoco, perché, man mano che l’economia
La Cattedrale di Frisinga in Baviera
80
30GIORNI N.6 - 2011
Il pranzo offerto a Benedetto XVI dal Collegio cardinalizio in occasione
del sessantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale, Sala Ducale, 1° luglio 2011
cresceva, e con essa anche la ricchezza e il benessere, è stata introdotta anche una certa decadenza
morale e, senza che noi potessimo
immaginarlo, altri elementi negativi hanno accompagnato il processo di ricostruzione.
Già dagli anni del seminario
sapevate che avreste preso
strade diverse. Lei la musica,
suo fratello l’insegnamento
teologico…
Sì, il buon Dio ci ha fatto percorrere strade diverse. Avevo
sempre chiesto al Signore, se possibile, di poter lavorare nella musica sacra, di poter cantare le lodi a
Lui attraverso la musica. E se
guardo adesso alla mia vita, devo
dire che ha esaudito le mie preghiere in modo davvero stupendo. Mi ha permesso di lavorare
nel coro della Cattedrale di San
Pietro a Ratisbona, i Regensburger Domspatzen, che apprezzo
molto e che ha delle qualità, forse
uniche nel mondo cattolico.
Come giudica la situazione
attuale della musica sacra nella Chiesa?
La situazione varia da luogo a
luogo e da Paese a Paese. Per
quanto riguarda la mia esperienza,
posso dire che la Cattedrale di Ratisbona ha una lunga tradizione nella
particolare cura del canto gregoriano e della polifonia vocale classica,
che è stata ben conservata dopo il
Concilio, ma che è, in qualche modo, andata anche avanti. La musica ha sempre avuto una sua importanza basilare per la vita religiosa
perché la parola parlata raggiunge
solo la ratio mentre la musica coinvolge tutto l’uomo nelle lodi a Dio.
E anche se le modalità possono variare, la musica sacra avrà sempre
una grande importanza. Dobbiamo assicurarci che la musica venga
curata in modo da poter raggiungere pienamente l’effetto che le è
proprio: quello di condurre gli uomini a Dio.
Un’ultima domanda: ricordando quel 29 giugno di sessant’anni fa, quanto è rimasto
in suo fratello di quel giovane
prete di 24 anni?
Molto, perché è rimasta la gratitudine di aver ricevuto la grazia di
essere prete. Che è la mia stessa
gratitudine e spero sempre che resti in me quella gioia che avevamo
quel giorno, la gratitudine per aver
ricevuto questa chiamata. Anzi,
spero che questa gratitudine cresca
di anno in anno.
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Un commento alla frase di don Luigi Giussani
Introduzione
di Paolo Mattei
L
a frase di don Luigi Giussani a Giovanni Paolo II agli inizi degli anni Novanta: «No, Santità. Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la
fede cristiana» ha destato interesse, anche al di là dell’ambito dei nostri
lettori. Il quotidiano Avvenire ne ha dato notizia in un piccolo articolo che riassume con precisione le parole e le intenzioni di don Giussani. Lo riportiamo integralmente: «Sull’ultimo numero di 30Giorni c’è una frase di don Luigi Giussani: “Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana”;
così diceva a Giovanni Paolo II agli inizi degli anni Novanta. Scrive Lorenzo Cappelletti, introducendo la ripubblicazione di un articolo di Massimo Borghesi del
2003 (Il patto con il Serpente): “A distanza di ormai un ventennio ci si può rendere conto di quanto sia stata anticipatrice quella svolta di don Giussani. Svolta
che può essere documentata anche nell’intervista, rilasciata nell’aprile del
1992, in cui don Giussani parla della persecuzione nei confronti di quelli “che si
muovono nella semplicità della Tradizione”. Alla domanda dell’intervistatore:
“Una persecuzione vera?”, don Giussani risponde: “È così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi a uno che si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale.
Anzi, c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a mala pena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi a cattolici che si pongono per tali,
cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione”» 1.
Don Giussani, in quegli anni, non solo ha evidenziato il rapporto tra lo gnosticismo e la persecuzione nei confronti di coloro «che si muovono nella semplicità
della Tradizione», ma ha chiarito anche la modalità attraverso cui lo gnosticismo
diventa pericolo per la fede cristiana.
1
82
Don Luigi Giussani: «Il pericolo oggi è lo gnosticismo», in Avvenire, 14 luglio 2011, p. 27.
30GIORNI N.6 - 2011
Nova
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In allegato I CANTI DE
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In uno stupendo intervento durante gli esercizi spirituali di universitari di Comunione e liberao
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zione, il 12 dicembre 1998, così
nella Chiesa e ne
Andreotti
Diretto da Giulio
diceva: «La storia è fatta di alternanze drammatiche: i punti
obiettanti sembrano dilatarsi più
di quelli del passato. Il loro prevalere è statisticamente l’osservazione più amara e drammatica
che un cristiano autentico possa
fare proprio sulla situazione della Chiesa. Oggi il fatto che Cristo esista – chi sia, dove sia,
quale strada per andare a Lui –
Così don Luigi Giussani
non è vissuto che da pochissia Giovanni Paolo II
mi, quasi un resto d’Israele, e
nta
agli inizi degli anni Nova
anche questi spesso infiltrati o
bloccati dall’influsso della
mentalità comune»2.
Lo gnosticismo è il pericolo
per la fede non, di per sé, in
€
quanto cultura mondana.
Questo non implica che il cristiano non possa giudicare la
cultura del mondo, evidenziandone criticamente, potremmo dire laicamente,
istanze positive, limiti ed errori (cfr. 1Ts 5, 21). Da questo punto di vista proprio la frase di Giussani: «Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo
per la fede cristiana» potrebbe suggerire un’ipotesi di lettura della cultura
mondana moderna, l’ipotesi cioè che la cultura del mondo moderno non sia
caratterizzata, contrariamente alla definizione consueta che se ne dà, dalla ¬
Johann Wolfgang von Goeth
e
Carl Gustav Jung
«Non l’agnosticismo,
ma lo gnosticismo
è il pericolo
per la fede cristiana»
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L. Giussani, Cristo è parte presente del reale, in 30Giorni, n. 12, dicembre 1998, p. 49.
30GIORNI N.6 - 2011
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Un commento alla frase di don Luigi Giussani
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laicizzazione radicale del cristianesimo, ma da una ricomprensione della
novità cristiana dentro le categorie già note dello gnosticismo. Questa
ipotesi ha avuto in Augusto Del Noce il suo sistematico estensore3.
Ma a parte questa intelligente e interessante ipotesi di lettura del moderno, lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana in quanto «spesso s’infiltra e blocca», per usare le parole così chiare di Giussani, il piccolo gregge, «quasi un resto d’Israele», che è
la Chiesa.
Non Hegel, Goethe e Jung, per citare tre grandi maestri dello gnosticismo moderno,
le cui immagini illustrano la copertina dell’ultimo numero di 30Giorni, sono di per sé un
pericolo, ma chi nella Chiesa, in maniera più o meno occulta («occulto e orrendo veleno» è l’espressione che sant’Agostino usava per l’eresia pelagiana4), «spesso s’infiltra e
blocca», e quindi snatura, la semplicità della Tradizione.
Anche la tragedia della strage di Oslo del 22 luglio può indicare come lo snaturamento della fede dell’Antica e della Nuova Alleanza possa tracimare nell’odio più disumano
e più diabolico. Infatti, se invece di affidare unicamente a Dio nella preghiera il rivelarsi
del Suo mistero (e Apocalisse vuol dire rivelazione), l’uomo lo vuole costruire e anticipare da sé, rinnova la presunzione diabolica di essere come Dio (cfr. Gen 3, 4-5).
Alcuni lettori hanno chiesto che fosse loro chiarito in maniera più semplice possibile
cosa sia lo gnosticismo. A noi sembra che le brevi parole del discepolo prediletto, nella
sua seconda Lettera, dicano con insuperata semplicità cosa si intende per gnosticismo
ovvero per gnosi (anzi, meglio dire per falsa gnosi, perché anche la fede in Gesù Cristo è
conoscenza, destata dall’attrattiva della Sua grazia). Scrive san Giovanni: «Chi va oltre e
non rimane nella dottrina di Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio» (2Gv 9). Il pericolo dello gnosticismo per la fede cristiana si
esprime nel tentativo di andare oltre la dottrina di Cristo, oltre la fede degli apostoli.
Potremmo anche dire che lo gnostico non rimane nell’umanità di Gesù, quell’umanità
che secondo l’apostolo Paolo racchiude in sovrabbondante pienezza «tutti i tesori della
sapienza e della conoscenza» (Col 2, 3). Qui Paolo per indicare la “conoscenza” usa
proprio il termine greco “gnosi”.
Per aiutare una maggiore comprensione delle parole di don Giussani riproponiamo, accompagnato da un breve profilo biografico, l’articolo di padre Jules Lebreton
su Origene (185-254), teologo della Chiesa d’Alessandria. Scrive Lebreton che la
teologia di Origene è «un idealismo che crede di avvicinarsi a Dio perdendo di vista
l’umanità di Cristo».
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A. Del Noce, Il problema dell’ateismo, Bologna 1964, in particolare pp. 27 e 192.
Agostino, Contra Iulianum opus imperfectum II, 146: «Occultum et horrendum virus haeresis vestrae».
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Nova
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Predicazione dell’Anticristo, Luca Signorelli, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto.
Attorno all’Anticristo che ascolta i suggerimenti del demonio e opera prodigi si trovano radunate molte persone,
uomini e donne, poveri e ricchi, giovani e vecchi, gente qualunque e personalità illustri, laici ed ecclesiastici che conversano tra loro
Alcune tesi di Origene sono state condannate dal magistero della Chiesa. Questo
non implica che la sua teologia non possa e non debba essere valorizzata in tutto quello
che propone di positivo e di utile per la comprensione della dottrina cristiana. Ci sono
care le parole di sant’Agostino: «La regola assolutamente autentica e inviolabile della
verità mostra che va disapprovato e corretto in ciascuno quel che c’è di falso e vizioso,
mentre va riconosciuto e accettato quel che c’è di vero e di retto»5.
Buona lettura.
5
Agostino, De unico baptismo contra Petilianum, 9, 16.
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ANNO XXIX
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- 2011
LEBRETON
teologo credente
Francese, gesuita, pubblicò scritti fondamentali
sui primi secoli della Chiesa.
Tanti grandi nomi gli sono debitori.
Eppure nei più recenti dizionari teologici
non c’è traccia di lui. Perché amava la fede
della tradizione prima e più dei dibattiti dei dotti.
Un suo profilo
di Lorenzo Cappelletti
l recentissimo Dizionario dei
teologi non lo nomina. Un suo
profilo non si trova neppure fra
i centodieci ritratti proposti nel
Lessico dei teologi del secolo XX,
ultimo volume della famosissima
opera dogmatica (vanta von
Balthasar e Rahner fra gli eminenti
collaboratori) Mysterium salutis.
Eppure debitori del padre Jules Lebreton si sono riconosciuti un po’
tutti i cosiddetti grandi, da Chenu a
Danielou, da Leclercq a Lyonnet,
da Bouyer a Marrou, tanto che
Emile Blanchet, rettore dell’Institut
catholique de Paris, dando notizia
della sua morte, avvenuta nel luglio
1956, scriveva che in realtà «non si
saprà mai quale sia stata la profondità e l’estensione dell’influsso del
padre Lebreton».
Nato a Tours nel 1873, Jules
Lebreton era entrato diciassettenne nella Compagnia di Gesù e dopo aver brillantemente conseguito
i gradi accademici non si era potu-
I
86
30GIORNI N.6 - 2011
to sottrarre agli incarichi di docenza. Nel 1907, in piena crisi modernista, proprio a lui veniva affidata la responsabilità della cattedra di Storia delle origini cristiane,
creata ex novo presso l’Institut
catholique de Paris per curare il
delicatissimo settore storico-teologico degli studi sulla Chiesa primitiva. Padre de la Potterie ricorda di
averlo incontrato a Parigi molti
anni dopo e Lebreton gli confidò
che quando c’era arrivato lui, nei
primi anni del Novecento, «un
vent glacé soufflait sur Paris».
Sarebbe stato in grado quel
giovane professore di reggere al
vento gelido del modernismo?
Colleghi non sempre ben intenzionati si sdegnavano: «Bisogna
che i vostri superiori siano pazzi
per consentirvi di accettare un posto del genere». «Non ho brigato
per ottenere questo posto», rispondeva Lebreton. «Mi ci chiamano. Ci vengo».
In umiltà
Questo atteggiamento di sovrana
e umile indifferenza lo accompagnerà sempre. «La sua spiritualità
austera era del tutto in contrasto
con ogni ricerca di avventura e di
evasione. Il padre non esprimeva
desideri», scrive René d’Ouince
nel ricordo che gli dedicò su Études del 1956. In effetti, anche dal
punto di vista scientifico, il padre
Lebreton spese la maggior parte
della sua vita in opere che costano
fatica e non portano gloria, almeno quella che si guadagna fra gli
uomini marcando la propria pretesa originalità. Dio sa che cosa
costa essere professore sempre
disponibile per quasi un quarantennio, sintetizzare correttamente
in due volumi la storia della Chiesa
fino a Costantino per la grande
opera diretta da Fliche e Martin,
nonché essere sempre all’opera
come scrittore per riviste come
Études e Recherches de science
Nova
vetera
et
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
Padre Jules Lebreton.
Nacque a Tours
nel 1873, morì
a Parigi nel 1956
religieuse (che aveva fondato nel
1910 col padre De Grandmaison
e di cui dopo la morte di costui assunse anche la direzione); ma soprattutto recensire, per il Bulletin
d’histoire di quest’ultima rivista,
fino alla fine degli anni Quaranta,
innumerevoli lavori altrui. Per
mezzo secolo, le opere di una certa importanza di tutti gli esegeti
neotestamentari, dei patrologi e
degli storici del dogma sono passate al vaglio attento delle sue
analisi critiche. Così misurate che
per rintracciare un suo rilievo lo si
deve leggere fra le righe. Annata
trentaquattresima di Recherches
de science religieuse, presentazione di Surnaturel del padre De
Lubac: «Ogni cristiano sa che Dio
propone come fine ultimo per la
sua vita la visione beatifica, per la
quale eternamente egli si unirà al
suo Creatore e Salvatore; egli sa
che questa visione gli è promessa
e gli sarà accordata per una pura
grazia di Dio; ma può domandarsi
se questo fine sia stato proposto
all’umanità dal momento della
creazione del primo uomo o soltanto dopo la caduta, in previsione dei meriti del Redentore; in
questa seconda ipotesi ci si deve
rappresentare Adamo, prima del
suo peccato, come orientato da
Dio a una beatitudine naturale,
meritata per una vita pia e giusta,
quale le forze della natura potevano assicurare? Se questa ipotesi di
una natura pura orientata verso
un fine naturale deve essere scartata...». Come dire: quello che i
cristiani devono credere lo sanno,
le ipotesi sono ipotesi e non è detto che quella di natura pura vada
scartata...
Il padre Lebreton lasciò incompiuta l’unica opera che gli avrebbe
potuto dare gloria. L’histoire du
dogme de la Trinité des origines
au Concile de Nicée non arrivò a
Nicea, si fermò a sant’Ireneo. Ma
forse non fu un caso. La fede di Lebreton era un po’ quella di Ireneo.
Come Ireneo, il padre Lebreton –
scrive ancora René d’Ouince – «si
contentava di regola di esporre
con fermezza la dottrina tradizionale della Chiesa». Secondo quella
medesima regula fidei che era stata di Ireneo e che fa sua nella prefazione all’Histoire du dogme:
«La catena viva della nostra tradizione ci unisce ancor più strettamente e più sicuramente al passato che non i commentari degli esegeti e le dissertazioni degli storici».
Il vecchio servitore
La diffidenza verso le speculazioni
della gnosi cristiana di Clemente
d’Alessandria e di Origene ritorna
in alcuni suoi articoli degli anni
Venti (che tradotti in italiano sono
diventati un libretto edito nel ’72
da Jaca Book col titolo Il disaccordo tra fede popolare e teologia dotta nella Chiesa del terzo
secolo, di cui riportiamo ampi
brani nelle pagine seguenti). Secondo Origene i semplici credenti
sono come dei lattanti, legati a conoscenze elementari: «Non conoscono che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocefisso, pensando che il
Logos fatto carne è tutto il Logos;
essi conoscono solo Cristo secondo la carne: ed è la folla di quelli
che sono detti credenti».
Ebbene padre Lebreton è voluto vivere e morire come loro. Reso di nuovo come un bambino negli ultimi anni della sua vita da una
grave malattia, aveva confidato a
una suora anziana e malata come
lui: «Lo comprendete come me,
madre mia. Quel che il Signore
vuole trovare nei suoi vecchi servitori è la confidenza in Lui. Un
bambino non ha paura di rientrare nella casa paterna. Di mese in
mese le forze diminuiscono. Questo pomeriggio andrò dal medico
per delle punture mensili che
m’aiutano a vivere, a pensare, a
ricordarmi le cose. Quando non
mi faranno più effetto lascerò perdere tutto questo e vivrò nella casa
paterna come un bambino docile
e fiducioso, ripetendo la parola:
“Scio cui credidi. So in chi ho riposto la mia fiducia”. Non si tirerà
indietro».
q
30GIORNI N.6 - 2011
87
In allegato
ONE
A TRADIZI
I CANTI DELL
Jung
Un commento alla frase di don Luigi Giussani
i Giussani
Così don Luig
Paolo II
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li anni Novanta
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von Goethe
Carl Gustav
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«Non l’agnos ismo
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per la fede
Johann Wolfgang
Georg Wilhelm
Friedrich Hegel
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da Giuli
Diret to
353/2003
45% D.L.
1 DCB - ROMA.
ABB. POST.
353/2003
COMMA
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orni.it
Roma Romanina
ART.1,
45% D.L.
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1 DCB - ROMA.
a Ufficio Poste
ABB.N.46)
27/02/04
Romanina
IN L.
rinviare COMMA
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(CONV.
recapito
Poste Roma
N.46) ART.1, addebito.
MENSILEmancato
previo a Ufficio
caso diIN L. 27/02/04
In
mittenterinviare
alrecapito
(CONV.
la restituzione
di mancato
previo addebito.
per
In caso
0390-4539 al mittente
ISSN
per la restituzione
ISSN 0390-4539
N.4/5
ANNO XXIX
- €5
- 2011
Un idealismo
imprudente
In questa e nelle pagine seguenti alcune immagini del ciclo di affreschi conservati all’interno del monastero di clausura
delle Agostiniane dei Santi Quattro Coronati, a Roma. Qui sopra, la rappresentazione dell’arte Gramatica
Jules Lebreton scrisse negli anni Venti
due articoli su Origene.
La teologia del maestro di Alessandria
è «un idealismo che crede di avvicinarsi a Dio
perdendo di vista l’umanità di Cristo»
88
30GIORNI N.6 - 2011
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
Nova
vetera
et
di Lorenzo Cappelletti
ul numero 12 del 1922 di Recherches de
science religieuse (rivista che aveva fondato nel 1910 insieme a padre De Grandmaison), il padre Jules Lebreton pubblicava un articolo dal titolo Les degrés de la connaissance religieuse d’après Origène. Sul medesimo tema,
negli anni 1923 e 1924, la Revue d’histoire ecclésiastique ospitava un lungo articolo (diviso in
due parti), sempre del padre Lebreton, dal titolo
Le désaccord de la foi populaire e de la théologie savante dans l’Eglise chrétienne du III siècle. Con questo titolo, Il disaccordo tra fede popolare e teologia dotta nella Chiesa del terzo
secolo, nel 1972, la Jaca Book pubblicava in
traduzione italiana entrambi gli articoli di Lebreton, facendone un agile libretto che usciva nella
collana Strumenti per un lavoro teologico (riportando – sia detto solo in vista di un’eventuale ristampa – in modo sbagliato le date del secondo
articolo). Nonostante siano passati più di
vent’anni, dunque, da questa edizione e più di
settant’anni dalla pubblicazione degli originali, la
lucidità con cui Lebreton legge l’origenismo,
mettendone in rilievo la distanza dal depositum
fidei, risulta insuperabile; lezione attualissima,
inoltre, perché l’origenismo nel frattempo non è
certo svanito.
Ci discostiamo talvolta dalla traduzione (peraltro fedele) che la Jaca Book aveva affidato a
Riccardo Mazzarol. I numeri delle pagine che indichiamo fra parentesi si riferiscono al testo italiano edito da Jaca Book.
S
1. Dalla filosofia all’eresia
«Per i semplici fedeli, come una volta per san
Clemente di Roma, il mistero della Trinità, Padre Figlio e Spirito Santo, è la fede e la speranza
degli eletti; essi vedono tutto nella prospettiva
della salvezza e, al centro, la croce di Cristo, la
sua morte redentrice, la sua risurrezione, pegno
della loro. Essi possono dire, come rimprovera
loro Origene, che non conoscono che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso. I dotti vedono nello
stesso mistero la soluzione di tutti gli enigmi del
mondo: come un Dio infinitamente perfetto ha
potuto creare? È con il suo Verbo. Come questo
Dio invisibile si è fatto conoscere? Ancora una
volta con il suo Verbo. Creazione con il Verbo, rivelazione con il Verbo: sono senza dubbio delle
dottrine autenticamente cristiane; ma negli scrittori anteriori esse sono considerate soprattutto
nelle loro relazioni con il dogma della salvezza:
se Dio ha creato il mondo è per la sua Chiesa, è
per i suoi santi; queste considerazioni sono qui
[presso gli alessandrini] meno evidenti, ciò che è
in primo piano è il problema filosofico che
preoccupava tutti i pensatori. [...] Attirati sul terreno dei filosofi, i teologi cristiani subiscono la
loro influenza: la generazione del Verbo di Dio è
descritta da loro in funzione del problema cosmologico: per creare il mondo, Dio, che dall’eternità ha in sé il suo Verbo, lo proferisce all’esterno» (pp. 42-43).
2. L’umanità di Gesù Cristo
Dunque quella carne che il Figlio ha preso da
Maria e che è stata da lei partorita non è messa
in rilievo come il luogo della salvezza, ma è funzionale alla risoluzione di un problema filosofico.
«“Poiché siamo spinti”, dice Origene, “da una
virtù celeste e più che celeste ad adorare unicamente il nostro Creatore, trascuriamo l’insegnamento degli inizi di Cristo, cioè l’insegnamento
elementare, ed eleviamoci alla perfezione, perché la sapienza che è manifestata ai perfetti sia
manifestata anche a noi” (cfr. Periarchon
4,1,7). Questa virtù “celeste” è quella che ci permette di oltrepassare l’insegnamento elementare, per raggiungere le realtà intellegibili, il mondo “celeste”» (pp. 97-98). Lebreton si affretta a
notare: «Senza dubbio si tratta d’una concezione
assai falsa e pericolosa dell’incarnazione del ¬
30GIORNI N.6 - 2011
89
Un commento alla frase di don Luigi Giussani
San Pietro sulle spalle della personificazione della virtù
della carità, sotto i piedi della quale sta il vizio dell’odio
rappresentato da Nerone
90
30GIORNI N.6 - 2011
Figlio di Dio e del suo abbassamento; ma questo
errore è intrinseco all’origenismo, un idealismo
imprudente che crede d’avvicinarsi a Dio perdendo di vista l’umanità di Cristo» (89). Attenzione! In Origene il cristianesimo spirituale non
esclude quello corporale, il cristianesimo segreto
non esclude quello manifesto, il Vangelo eterno
non esclude il Vangelo così come è inteso dai
semplici cristiani. Addirittura scrive Lebreton
che per Origene «la fede semplice, che ha per
oggetto centrale Gesù Cristo crocifisso, è senza
dubbio una conoscenza salutare, ma è una conoscenza elementare, come il latte dei bambini; la
misericordia di Dio la propone, in mancanza di
meglio, a coloro che sono troppo deboli per potersi elevare più in alto a “conoscere Dio nella
sapienza di Dio”. Così non ci sorprenda di vedere Origene (cfr. Contra Celsum 3, 79) difendere
questa fede dei semplici sostenendo che essa
non è la migliore in assoluto, ma la migliore possibile vista l’infermità di coloro ai quali essa deve
essere proposta» (p. 73). Ma proprio questa motivazione, portata a difesa della fede dei semplici, la vanifica. Lebreton riporta quel che scrive
Origene nel Commento a Giovanni: «Scrive
Origene: “Il vangelo che i semplici credono di
capire contiene l’ombra dei misteri del Cristo.
Ma il vangelo eterno, di cui parla Giovanni, e
che chiameremo propriamente vangelo spirituale, presenta chiaramente, a coloro che capiscono tutto ciò che riguarda il Figlio di Dio, sia i
misteri che i suoi discorsi fanno intravvedere, sia
le realtà di cui le sue azioni erano i simboli. [...]
Pietro e Paolo, che dapprima erano manifestamente ebrei e circoncisi, hanno ricevuto poi da
Gesù la grazia di esserlo in segreto. Erano visibilmente ebrei per la salvezza della massa; non solo
lo confessavano con le loro parole ma lo manifestavano con gli atti. Lo stesso si deve dire del loro
cristianesimo. E, come Paolo non può soccorrere gli Ebrei secondo la carne, se, quando la ragione lo richiede, non circoncide Timoteo, e se,
quando è il momento, non si taglia i capelli e non
fa l’offerta, in una parola se non si fa ebreo con
gli Ebrei per guadagnare gli Ebrei, così colui che
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
Nova
vetera
et
si dedica alla salvezza di molti [Origene parla di
sé medesimo] non può soccorrere efficacemente con il cristianesimo segreto coloro che sono
ancora legati agli elementi del cristianesimo manifesto, renderli migliori e farli pervenire a ciò
che è più perfetto e più elevato. Perciò bisogna
che il cristianesimo sia spirituale e corporale; e
quando bisogna annunciare il Vangelo corporale, e dire in mezzo a quelli che sono carnali che
non si conosce altro che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso, lo si deve fare.
Ma quando li si trova perfezionati dallo Spirito, portanti frutto in Lui e innamorati della sapienza celeste, bisogna comunicare loro il discorso che si eleva dall’incarnazione fino a ciò
che era presso Dio”» (pp. 77-78).
3. La tradizione segreta
La tradizione unica della Chiesa, di cui parla Ireneo e che è affidata innanzitutto alla custodia del
vescovo di Roma, si scinde inevitabilmente, a seguire Origene, in una duplice tradizione. «Da un
lato la Chiesa visibile, che mostra, come in Ireneo o Tertulliano, la successione episcopale che
la lega attraverso gli apostoli a Cristo; dall’altro
un’élite, conosciuta solo da Dio, nascosta agli
occhi degli uomini, che si richiama anch’essa a
una tradizione apostolica, confidenziale però,
segreta e trasmessa clandestinamente» (p. 94).
Se si va a fondo non solo si scopre che le tradizioni diventano due, una exoterica (pubblica,
cioè cattolica), l’altra, quella che conta, esoterica
(segreta, cioè gnostica), ma anche che non trasmettono lo stesso depositum.
Né quanto all’oggetto: «L’insegnamento riservato ai semplici è quello morale; la rivelazione dei misteri, particolarmente della Trinità, è il
segreto dei perfetti. [...] I due insegnamenti, l’uno proposto alla massa l’altro riservato ai perfetti, si distinguono per il loro oggetto: per gli
uni l’ingiunzione dei precetti morali, per gli altri
la rivelazione dei segreti divini. [...] Origene
spesso oppone la conoscenza dell’umanità di
Cristo a quella della sua divinità: ai carnali ¬
San Paolo sulle spalle della personificazione della virtù
della concordia, sotto i piedi della quale sta il vizio
della discordia rappresentato probabilmente da Ario
30GIORNI N.6 - 2011
91
In allegato
ONE
A TRADIZI
I CANTI DELL
ticismo,
«Non l’agnos ismo
tic
ma lo gnos
è il pericolo a»
cristian
per la fede
Un commento alla frase di don Luigi Giussani
i Giussani
Così don Luig
Paolo II
a Giovanni
li anni Novanta
agli inizi deg
von Goethe
Carl Gustav
Jung
Georg Wilhelm
Friedrich Hegel
mondo
a e nel
nella Chies
o Andreotti
da Giuli
Diret to
Johann Wolfgang
non si può predicare che Gesù
Cristo crocifisso, ma a coloro
che sono innamorati della sapienza celeste sarà
rivelato il Verbo che è presso Dio. [...] In primo
piano mette coloro “che partecipano al Logos
che era in principio, che era presso Dio, il Logos Dio”; poi coloro “che conoscono solo Gesù
Cristo e Gesù Cristo crocifisso, pensando che il
Logos fatto carne è tutto il Logos; essi conoscono solo il Cristo secondo la carne: ed è la massa
di quelli che sono detti credenti”» (pp. 79-80).
Né quanto al metodo. Le verità, diverse quanto all’oggetto, lo sono anche riguardo al metodo
di conoscenza: «Gli uni credono, gli altri conoscono; i primi si rifanno a un’autorità superiore
garantita dai miracoli e la loro fede è fragile; i secondi contemplano le verità religiose alle quali
aderiscono e la loro adesione è stabile» (p. 81).
Anzi, si può persino giungere a dire che nella
tradizione pubblica non viene trasmessa nessuna verità, ma solo pie menzogne: «Ma le verità
elementari che s’insegnano al popolo dei semplici sono almeno sempre delle verità in senso
stretto? Origene assai spesso lo afferma e per
questo verso si oppone agli gnostici, ma troviamo anche qualche pagina inquietante in cui l’insegnamento elementare appare come una
menzogna salutare: Dio inganna l’anima per
formarla» (p. 95).
Insomma, nel rapporto subordinato di verità
elementari a verità più alte, le prime finiscono
per risultare delle fole. Nelle omelie sul profeta
Geremia, Origene paragona l’agire di Dio all’educazione che i grandi danno ai bambini. Secondo Origene: «Li inganniamo con degli spauracchi che dapprima sono necessari, ma di cui in seguito essi riconoscono la vanità» (p. 99).
353/2003
45% D.L.
1 DCB - ROMA.
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353/2003
COMMA
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N.4/5
ANNO XXIX
- €5
- 2011
4. Roma custode della fede
Lebreton mette bene in luce come Roma abbia
fin dall’inizio resistito a questo inquinamento
della fede. Delinea la contrapposizione di Ippolito a Zefirino e poi a Callisto (dalla quale sorse
all’inizio del terzo secolo il primo scisma nella
92
30GIORNI N.6 - 2011
Sede romana) come contrapposizione di una fede dotta a una fede semplice. Lebreton ricorda
come nei Philosophoumena Ippolito metta in
bocca ai suoi nemici espressioni che nelle sue
intenzioni dovrebbero risultare squalificanti:
«Zefirino ripete: “Io non conosco che un Dio
Gesù Cristo, e, al di fuori di lui, nessun Dio generato che ha sofferto”; e altre volte: «Non è il
Padre che è morto, ma il Figlio”. Questi passi
sono confermati dall’insieme del trattato: Ippolito è un teologo, fiero della sua scienza, grande
lettore di filosofi greci, che denuncia come padri
di tutte le eresie [anche questa inflessibile condanna dell’eresia a partire non dalla semplicità
della tradizione ecclesiale, ma dalla cultura – ci
sia permesso notarlo – è assai istruttiva: sarà la
medesima in Origene e in tanti altri che devieranno dalla fede]. Ci presenta i suoi avversari:
Zefirino, uno spirito limitato, Callisto, un intrigante, i loro seguaci, delle intelligenze volgari e
degli animi sordidi» (p. 9).
Ora, a questa contrapposizione scismatica
contro i legittimi vescovi di Roma non fu estraneo Origene. Origene arrivò a Roma, infatti,
proprio all’epoca in cui era vescovo Zefirino
(199-217) e aderì, sembra, allo scisma di Ippolito. Fu probabilmente per questo che qualche
anno dopo, nel 230, quando Origene sarà deposto dal suo vescovo di Alessandria d’Egitto, a
Roma papa Ponziano riunirà prontamente un
sinodo per approvare quella decisione, condannando anch’egli Origene. Cosa che non fecero tanti altri vescovi di Arabia, Palestina,
Cappadocia.
Passa qualche anno e nei confronti di un discepolo di Origene, Dionigi, divenuto vescovo
nel 247 sulla sede alessandrina, l’allora vescovo
di Roma (anch’egli di nome Dionigi) interviene
denunciandone le tesi pericolose. Scrive Lebreton: «Di fronte a queste tesi la posizione presa
da Dionigi di Roma e il suo concilio è la posizione tradizionale della Chiesa di Roma. [...] Qui,
come negli altri documenti romani, quel che si
trova è l’espressione autentica della fede: nessuna speculazione teologica, nessuna sottigliezza
Archivio di 30Gior ni - Maggio 1994
San Lorenzo sulle spalle della personificazione della virtù
della liberalità, sotto i piedi della quale sta il vizio dell’avarizia
rappresentato da Giuda
Nova
vetera
et
dialettica, poca erudizione scritturistica, ma la
dichiarazione categorica della fede professata
dalla Chiesa. Dionigi di Roma anche personalmente era uomo di grande valore: Dionigi d’Alessandria ne rende testimonianza e anche san
Basilio ne fa un grande elogio, ma qui non è né
l’erudito né il teologo che parla, è il Papa.
Egli non si compiace della sua parte nelle speculazioni teologiche e si preoccupa poco di
quelle degli altri. Si è notato che la sua argomentazione non tien conto delle sottili distinzioni
alessandrine sulle tre persone o sul doppio stato
del Logos. Egli non si preoccupa che delle conclusioni più evidenti, sia che siano state formulate dagli stessi autori di queste dottrine, sia che gli
sembrino nascere spontaneamente; e poiché
queste conclusioni sono un pericolo per la fede
le respinge, e respinge anche la teologia che le
ha portate.
La lettera di Dionigi d’Alessandria, malgrado
le sue imprudenze e la sua goffaggine, era sicuramente ben lontana dall’insegnamento di Ario;
ma la lettera di Dionigi di Roma ha già l’accento
di Nicea: stessa preoccupazione dell’unità divina, stessa fermezza sovrana e categorica nella
definizione della fede. Questa barriera insuperabile, contro la quale si frantumerà sessant’anni
più tardi l’eresia, è quella che ferma da allora
una teologia avventurosa. I frammenti di Dionigi d’Alessandria, l’abbiamo già notato, hanno
un carattere ben differente dalla lettera di Dionigi di Roma: non si trova in lui un giudice della fede, ma un esegeta, e soprattutto un metafisico
innamorato delle sue belle speculazioni. Egli se
ne compiace ancora in questa Apologia destinata interamente a mettere in luce la sua ortodossia, e di cui conosciamo la maggior parte dei
frammenti per la scelta rispettosa e accurata fatta da sant’Atanasio. Se, malgrado la sollecitudine dello stesso scrittore e del suo difensore, il
suo pensiero ci appare molto meno fermo ed
esatto di quello del vescovo di Roma, concluderemo che la sua speculazione era per lui una guida meno sicura di quello che era la fede comune
per Dionigi di Roma» (pp. 35-36).
q
¬
30GIORNI N.6 - 2011
93
L ibri
Il movimento armato
di Davide Malacaria
D
i libri sull’eversione ne sono
usciti così tanti che è difficile approcciare una nuova
pubblicazione senza essere attraversati dal timore del già letto. Il libro Per una storia del terrorismo
italiano è, invece, sotto questo
profilo, una felice sorpresa. Il volume di Angelo Ventura, con prefazione di Carlo Fumian, ambedue
professori di Storia contemporanea presso l’Università di Padova
(il primo ora emerito), s’addentra,
infatti, in territori nuovi, accompagnando l’esposizione con una mole di documenti notevole.
L’analisi di Ventura si sofferma
sui diversi movimenti protagonisti
degli anni di piombo. Quelli di
massa, come Potere operaio –
che, nell’agosto del 1973, attraverso un processo di «metamorfo-
94
30GIORNI N.6 - 2011
si», diventa Autonomia operaia – e
Lotta continua, più «ambiguo e
oscillante» rispetto alla scelta militarista. E poi le organizzazioni più
prettamente terroristiche quali
Prima linea, «principale braccio
armato di Autonomia», e le Brigate rosse, che assumono un’importanza di primo piano nel terrorismo italiano quando, dopo l’arresto di Curcio e Franceschini
(1974), si costituisce la Direzione
strategica, «nella quale entrano
anche esponenti delle “forze irregolari”, che non vivono cioè nella
clandestinità, presumibilmente
provenienti dal filone di Autonomia». Queste organizzazioni terroristiche hanno «una consistenza
che non consente di confonderle
con le infinite sigle di copertura
usate per depistare gli inquirenti e
Angelo Ventura, Per una storia
del terrorismo italiano, Donzelli,
Roma 2010, 182 pp., euro 26,00
per generare l’immagine artificiosa d’una presunta proliferazione
spontanea di gruppi armati».
In altri studi si distingue tra i
movimenti di contestazione di
Anni Settanta: movimenti giovanili di contestazione
di massa e bande armate caratterizzano una stagione violenta.
Per Angelo Ventura, al di là delle contraddizioni
e delle conflittualità, si tratterebbe di un unico soggetto politico:
il partito della lotta armata
determina in due distinti livelli, secondo la “logica della separazione” che implica anche momenti
di contraddizione: l’“organizzazione di massa” e il “partito d’attacco”. Da una parte l’“organizzazione di massa”, organismo politico-militare definito anche “base rossa”, che pratica tutte le forme di violenza legate alle azioni di
massa: appropriazioni, autoriduzioni, piccoli sabotaggi, pestaggi,
cortei “duri”, lanci di molotov,
ecc. Dall’altra il “partito d’attacco”, definito anche da Toni Negri,
certo non casualmente in uno
scritto del 1974, “brigate rosse
dell’attacco operaio e proletario”, al quale spetta “un’azione
d’attacco, che talora può e deve
essere di terrore rosso”». Il rapporto tra i due livelli di quest’unico
massa e quelli della lotta armata,
nei quali le istanze rivoluzionarie
sono vissute con modalità diverse,
anche in aperta contraddizione.
Per Ventura, invece, tra i movimenti di massa e le bande armate
vi sono convergenze profonde,
tanto da poter parlare di un unico
«partito della lotta armata». Un
partito particolare, fluido, con antagonismi e dialettiche interne anche esasperate, costituito da due
distinti livelli: un livello di massa,
condotto da un’élite «d’intellettuali borghesi che intendono forzare
le masse sulla via della rivoluzione», e uno più ristretto, che ne
rappresenta l’ala militare. Spiega
Ventura: «Come quella di ogni
movimento, e specie dei gruppi
estremistici fortemente ideologizzati, la sua storia è intessuta di lotte di frazione, politiche e di potere, di contrasti ideologici e di rivalità personali, di scissioni e aggregazioni, ma tutti ruotanti attorno a
un asse centrale politico-organiz-
Milano, 14 maggio 1977,
autonomi in via De Amicis
Bologna,
settembre 1970,
Toni Negri,
il secondo da sinistra e,
seduto accanto a lui,
Alberto Magnaghi;
dietro il quale, in piedi, sta
Oreste Scalzone, durante
il convegno organizzativo
di Potere operaio
zativo e nell’ambito di una comune strategia complessiva. Ma l’elemento assolutamente originale è
costituito dal principio strategico
fondamentale su cui è piantato il
processo del partito della lotta armata, che consiste nell’articolazione dialettica tra i diversi livelli.
Ridotta al suo essenziale schema
binario, l’articolazione dialettica si
partito è strategico: «Da una parte
l’“illegalità di massa” serve a radicare nelle masse la pratica e la
“coscienza” della lotta armata, e
ha al tempo stesso funzione di
fiancheggiamento e di vivaio per il
reclutamento e l’iniziazione dei
giovani da avviare per gradi sulla
strada senza ritorno del terrorismo e della clandestinità. È ¬
30GIORNI N.6 - 2011
95
L ibri
quindi importante comprendere
come l’illegalità di massa, la violenza organizzata nelle scuole,
nelle università, nei quartieri e nelle fabbriche è parte integrante,
funzione primaria e vitale del partito armato, non spontanea violenza sociale [...]. D’altra parte il
compito del terrorismo maggiore
è di trainare il movimento, aprirgli
nuovi spazi colpendo gli avversari
e paralizzandoli col terrore, elevare il livello dello scontro per coinvolgere gradualmente le masse
nella lotta armata. Senza l’“illegalità di massa” il terrorismo sarebbe
insensato, senza terrorismo l’“illegalità di massa” non potrebbe
diffondersi e radicarsi». Un partito
fluido, che vive e opera attraverso
un processo dialettico tra diversi
piani, «ai quali corrispondono diversi gradi di “maturità” e d’iniziazione», all’interno di una «contraddizione programmata, promossa
e gestita con lucido cinismo dal
gruppo dirigente, operante, per
così dire, al grado supremo dell’iniziazione».
Spesso nella retorica degli anni
di piombo si è cercato di accreditare l’idea della violenza eversiva
come diretta a rovesciare un regime conservatore, se non autoritario, una sorta cioè di riedizione
della lotta di liberazione contro il
regime fascista. Tesi che Ventura
confuta: «L’antifascismo ha ben
poco a che vedere con la lotta armata, anche se il cosiddetto “anti96
30GIORNI N.6 - 2011
Roma, marzo 1968,
scontri a Valle Giulia
Roma,
17 febbraio 1977,
autonomi
davanti al cancello
dell’Università
La Sapienza
dopo la cacciata
di Luciano Lama
fascismo militante” poté essere
usato da questi gruppi come strumento di mobilitazione e di reclutamento». E ancora: «La teoria del
terrorismo come risposta intesa a
dare dinamismo a una situazione
bloccata […] può forse applicarsi
ad altri Paesi, ma non all’Italia.
Qui infatti il terrorismo è nato con
le “trame nere” per bloccare il tentativo riformatore del centro-sinistra, volto ad allargare le basi della
democrazia e gli spazi di libertà
[…] ed è proseguito poi nella fase
del terrorismo “rosso” col fine dichiarato di contrastare il crescente
potere dei sindacati e il “compromesso storico”: tendenze, comunque vogliamo giudicarle, volte
bensì a consolidare il sistema politico e sociale italiano, ma non senza modificarlo profondamente».
Il volume si sofferma anche sull’ideologia del partito della lotta armata, snaturamento nichilista del
marxismo: il rifiuto di ogni via
riformista, di ogni mediazione politica e partitica s’accompagna a
un’ideologia per cui il cambiamento passa per la distruzione delle
forme in cui è strutturato lo Stato e
la società. Il bersaglio di questa
«lotta continua», o «guerra civile
permanente», non è più la borghesia o il capitalismo, ma lo Stato in
quanto tale. Allo stesso tempo, la
lotta non è più funzionale all’instaurazione del «socialismo, sprezzantemente rifiutato come “capitalismo di Stato”, anzi, for ma
estrema e più raffinata del dominio del capitale. È il capitalismo
stesso che va distrutto. Toni Negri
giunge a prevedere che la distruzione rivoluzionaria dello Stato dovrà rivolgersi anche contro “scienza, tecnica, macchinario, tutto
l’armamentario del lavoro morto,
le fabbriche esistenti”». Così da arrivare a preconizzare una «stravagante utopia del “rifiuto del lavoro”», per affermare che «“si può vivere senza lavorare, che ci si può
definitivamente liberare dalla
schiavitù del lavoro”». Tale concezione, secondo Ventura, è dovuta
anche alla modalità di ricezione
dell’ideologia marxista in Italia,
che, dopo il periodo fascista, si ripropone «attraverso la mediazione
idealistica crociana e gentiliana,
che ne esaltava le implicite valenze
ideologizzanti, condotte poi alle
estreme conseguenze dagli entusiasmi del ’68». Un’ideologia irrazionale, dove la teoria giunge a
identificarsi con la prassi, e dove
«la forza e la violenza trovano unicamente in sé stesse la propria giustificazione». Così Ventura: «Autonomia operaia è anche ed essenzialmente questo: volontà di potenza illimitata, autonomia della
prassi fondante la violenza, logica
della guerra che non riconosce altra regola che la distruzione del nemico». Idee, umori di fondo, di cui,
secondo l’autore, «da sempre si
nutrono la cultura reazionaria e il
radicalismo di destra». Tanto che
Ventura parla di una convergenza
oggettiva, anche negli obiettivi,
con il radicalismo di destra, dal
momento che anche questo lotta
per la «disintegrazione del sistema». Così che Pino Rauti, leader di
Ordine nuovo, arriva a ipotizzare
«una strategia di lotta comune con
l’estrema sinistra per “l’eversione
del sistema”».
In altra parte, il volume s’addentra nel «labirinto delle connessioni», nel tentativo di analizzare il
fenomeno eversivo nella sua «dimensione internazionale, che si
manifesta sia nella prospettiva internazionalistica dei movimenti
eversivi e nei collegamenti tra organizzazioni di diversi Paesi, sia
nell’uso del terrorismo da parte
degli Stati, come strumento di politica estera». A tale proposito,
Ventura osserva che «il terrorismo
strategico contemporaneo è un
fenomeno internazionale, che ha
origine negli ultimi anni Sessanta,
con impressionante sincronia, in
molti Paesi dell’antico e del nuovo
continente». È nelle cose, quindi,
che le varie formazioni terroristiche intessessero rapporti reciproci, sia a livello strategico che culturale. Diverso, e più controverso, il
rapporto tra il partito della lotta
armata e i servizi segreti, italiani
ed esteri, sul quale Ventura si sof-
ferma in parte del volume. Certo è
singolare il coinvolgimento di funzionari dell’intelligence Usa nell’avventura giornalistica del quotidiano Lotta continua (organo
dell’omonimo movimento) e in
quella editoriale della Tipografia
15 giugno (nata, si legge sul frontespizio del primo libro stampato,
come «strumento per tutte le organizzazioni popolari e i gruppi della
sinistra che trovano una reale difficoltà a produrre giornali, riviste,
opuscoli, libri, manifesti»). Ma è lo
stesso Ventura a spiegare come in
questo «labirinto delle connessioni» ci s’addentri più per deduzioni
che attraverso la via documentale.
Cosa che vale anche per le convergenze parallele tra eversione,
di destra e di sinistra, e i «poteri occulti», in particolare la loggia P2 di
Licio Gelli, cresciuto sotto l’ala
protettrice del «vescovo della
Chiesa gnostica» gran maestro
Giordano Gamberini.
Libro interessante e di certa attualità, che contribuisce a rischiarare un fenomeno complesso e
magmatico come quello dei movimenti giovanili degli anni Settanta, che hanno mosso tante coscienze, e hanno interessato anche parte del mondo cattolico. E a
gettare luce sull’eversione armata, il cui sinistro simbolo, la stella a
cinque punte, presenta nefaste similitudini con il pentacolo usato
nei riti satanici.
q
Sopra, Roma, 1978,
Aldo Moro prigioniero
delle Brigate rosse
Milano,
16 dicembre 1969,
funerali delle vittime
di piazza Fontana
nel Duomo di Milano
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