SOMMARIO 3 Mario Fancello 6 Mario Fancello 8 -----------10 Maurizio 20 Mario 21 -----------26 Mario 27 -----------29 Gianfranco 31 Gianni 35 Massimo -------------Pisati Fancello -------------Fancello -------------Pangrazio Milano Sannelli T Torniamo dentro? Note informative: Maurizio Pisati Profilo biografico di Maurizio Pisati Trascrizione dell’intervento Spidersound (a c. di M. Fancello) Sottolineature Commenti imberbi (a c. di M. Fancello) Note informative: videolaboratorio Profilo biografico: Gianfranco Pangrazio Videolab Il peso del mondo è amore (Allen Ginsberg) «Volontà di dire» 38 Carla Maccaferri Colloquio (a c. di M. Fancello) 46 ------------ -------------- Puntaspilli (a c. di M. Fancello) 49 ------------ -------------- Spazzolature (a c. di M. Fancello) 50 ------------ -------------- Farfalle metropolitane (a c. di M. Fancello) 55 ------------ -------------- Scheletri nell’armadio: Wilfred Pelletier (a c. di M. Fancello) 58 Mario Fancello Un concorso in video Cantarena Anno VI – Numero 23 Settembre 2003 Periodicità trimestrale Direzione e redazione Mario Fancello Silvana Masnata Rosangela Piccardo Mirella Tornatore Realizzazione grafica Mario Canepa Mauro Grasso Rosangela Piccardo Produzione e distribuzione in proprio Per contatti ed informazioni Scuola Media Statale V. Centurione Salita inferiore Cataldi, 5 16154 Genova Fax 010 / 6011225 Posta elettronica [email protected] In copertina: JANET CARDIFF & GEORGE BURES MILLER, The paradise institute, 2001 Courtesy Museo d’Arte Contemporanea Castello di Rivoli. In quarta di copertina: MAURIZIO PISATI, Appunti musicali, per la composizione <<RICORDA I GIOCHI>>, su un quadro di Shuhei Matsuyama Le fotografie raffiguranti l’incontro con Maurizio Pisati sono di M. Fancello. COMUNICATO: Ringraziamo per la collaborazione l’A.R.C.I. di Genova. 2 TORNIAMO DENTRO? È scorretto e pretestuoso inchiodare il pensiero di chicchessia all’inchiostro dei caratteri tipografici di un articolo giornalistico apparso in un afoso mattino d’estate in cui andava infierendo una stizzosa polemica di natura politica; sarebbe parimenti ingeneroso non riconoscere alle altrui considerazioni ricchezza di tonalità chiaroscurali, attenzione alle ragioni dell’etica e acuta sensibilità per i contesti. Ciò nondimeno mi pare che un sottilissimo gas nervino promani in modo inquietante dalle righe di quel pezzo giornalistico che si è litografato nella mia mente subito dopo la lettura. Fantasmi inconsistenti? Fobie soggettive? Forse. Ma in siffatta circostanza mi piace psicanalizzarmi pubblicamente. Per ragioni di chiarezza interpongo all’evolversi del discorso l’intero testo su cui intendo proiettare le mie irrinunciabili fisime. la MATURITÀ Sul tema “politico” tutti un passo indietro GIORGIO BERTONE Ecco. Qualcosa di nuovo e di più vistoso è successo quest’anno alla Maturità. Qualcosa che coinvolge non solo la prima prova, ma i futuri esami e la scuola nel complesso della sua preziosa baracca. Di riffa o di raffa lo hanno evidenziato molti ottimi commenti. Anzi, questo si può dire intanto: è iniziata l’éra dell’Esame di Stato come evento massmediatico puro. Più che lo svolgimento in classe della prova, l’attività didattica – ridotta a finzione e dalla commissione interna e dalla rincorsa a Internet o da temi come quello su Pirandello, talmente difficili da essere di pura facciata –, conta la grancassa del giorno dopo. Pare proprio che temi e prove siano congegnati 3 per innestare la piccola bomba con scia di polemiche immediate. Proposta: se si facesse, come si suol dire in termini similmilitari (ma nessuno fa mai, in termini similprivatistici), un “passo indietro”? Tutti, senza distinzioni. In modo bipartisanamente corretto. Interrogativo fondamentale: quando è stato fatto il periglioso passo in avanti? E da chi? Più o meno quando si è deciso l’avanti tutta per i temi contemporanei nella scuola. Dentro e fuori la maturità. C’è un problema sociale? Gli incidenti stradali? Il ministero competente e magari anche l’ACI di rincalzo gridano che occorre se ne occupi l’educazione scolastica. Così per l’educazione all’ecologia, al comportamento negli stadi, all’antidoping, all’alimentazione, alla solidarietà, alla sessualità, al corpo, ai consumi e a tutto ciò che viene in mente a chi sta “fuori” la scuola. Pian piano – e quest’anno con un salto qualitativo – l’Esame di Stato è diventato la cassa di risonanza della più scottante attualità: il totalitarismo (evviva la democrazia), i diritti fondamentali (salviamo gli uomini), le risorse idriche (risparmiamo l’acqua). Del resto la Moratti – che ci crede davvero – l’aveva annunciato poche ore prima parlando agli studenti non di scuola e di serietà degli studi ma dell’Iraq e della Convenzione Europea (perché non delle decine di migliaia di morti per fame e sete in Africa? Solo perché i TG non se ne interessano?). Ma chi ha detto che questa “contemporaneizzazione” della cultura, indotta dai massmedia – per cui sarebbe più proficuo, in sede scolastica, discutere dell’impero di Bush piuttosto che di quello di Napoleone – porti davvero dei frutti? E non a una tifoseria permanente da curva sud e curva nord? O al tema di regime, che, come ha ricordato Franco Cardini su queste colonne, rappresenta una tradizione italica, così riassumibile: Re, Patria, Duce, Ricostruzione, Resistenza, Risparmio, Albero, Solidarietà, Antitotalitarismo, Ecologismo. Con l’aggiunta, appunto, che oggi i temi di regime hanno invaso tutto il banco e perfino la cattedra, manca solo che si politicizzi il Teorema di Pitagora (che sarà di destra o di sinistra? O vale l’interpretazione revisionista?). E l’importante differenza che argomenti ecologici o giuridici come le risorse planetarie o i diritti dell’uomo sono complessi e difficili da affrontare senza strumenti e metodi scientifici specifici; strumenti che gli studenti non hanno e dunque si rifugiano in corner, per lo più nelle generalità sulla meravigliosa liquidità dell’acqua e sulla suprema umanità dell’uomo. Ebbene, non c’è dubbio che un altrettanto convinto assertore e architetto riformistico della “contemporaneizzazione” della scuola sia stato l’ex-ex-Ministro ”Berlinguer, vero pioniere e apprendista stregone in questo e altri campi. Ora che la magia ha preso la mano a tutti e l’Esame di Stato rischia di diventare un Esame di Governo, pronto a rivestire i colori della bandiera che sventola in quel momento sul Palazzo, e il Rito scolastico più importante assomiglia sempre più – nello stile urlante e nelle citazioni strampalate e pseudoscientifiche – ai talk show televisivi, mi pare che, – anche solo per quella minima decenza che ci sforziamo di mantenere e trasmettere –, valga la pena di fermare la corsa, il rush di chi la spara prima e più grossa e tornare a un progetto di istruzione (apposta non uso il termine “educazione”) e di verifiche dell’istruzione che abbia un senso “dentro” la scuola. 1 Il ragionamento del professor Giorgio Bertone mi pare incardinarsi sulle seguenti considerazioni: - 1 Nel mese di giugno 2003 ha avuto ufficialmente inizio l’era dell’Esame di Maturità come evento massmediatico puro. Da questo momento siamo esposti al rischio d’assistere alla trasformazione dell’Esame di Stato in Esame di Governo. Occorre fermare questa folle corsa e fare tutti quanti un passo indietro (proposta generica di soluzione). GIORGIO BERTONE, Sul tema politico tutti un passo indietro, in Il Secolo XIX, Genova, venerdì 20 giugno 2003, pp.1,7. 4 - L’erronea fuga in avanti è stata prodotta dalla “contemporaneizzazione” della cultura scolastica. Diversi soggetti (tra cui – in primis – l’ex-ministro Berlinguer) sono responsabili di questo nefasto orientamento. É indispensabile tornare ad un progetto d’istruzione e di verifiche che abbia un senso “dentro” la scuola (proposta specifica di soluzione). Mi mette a disagio vedermi prospettare, come miglioria, il rientro della scuola nel coro delle voci bianche e non so assistere con indifferenza allo spettacolo della “veneranda signorina” – oggetto dell’irriguardoso contendere – che, su consiglio di premurosi tutori, pone al riparo – obtorto collo – il suo “buon” nome in una buia cella monacale. Mi domando tra me e me se nel ventunesimo secolo, nell’epoca in cui i mezzi d’informazione più evoluti hanno soppiantato la scuola nel campo della formazione giovanile, possano tornare in auge i cinici riti medievali delle “onorate” famiglie. Pertanto il neonato non voluto – la contemporaneità – facendo esplodere i formalismi sociali assurge, agli occhi dei parenti, a focolaio di belligeranza mentre è – in realtà – la vittima innocente. Nella storia del pensiero la logica e la ricerca scientifica hanno provocato terremoti e tragedie, ma non per questo l’analisi razionale si è spenta né ha pensato di fare dietrofront. Se basta lo sfruttamento indebito dell’attualità da parte della corporazione dei politici perché si batta subito in ritirata, significa che gli insegnanti non sanno dare agli allievi gli strumenti adatti alla decodifica del reale né riescono a trasmettere quello spirito critico sbandierato nelle programmazioni annuali pubbliche e private dell’intero territorio nazionale. Può il sistema scolastico di rosa rosae liberarci dagli imbonitori che imperversano dappertutto? Può l’ancien régime indurre la popolazione a frequentare con assiduità biblioteche e teatri e a non sbuffare quando sente parlare di cultura? Qualora le mie visioni oniriche e la realtà mostrassero d’essere tra loro gemelle mi sembrerebbe doveroso impostare una strategia di lotta che, dotando gli alunni di validi strumenti critici, mettesse a nudo qualsiasi mistificazione. É su questo campo che deve aver luogo la sfida. Non altrove. 20 giugno 2003 5 NOTE INFORMATIVE MAURIZIO P I S A T I Con il contributo della Provincia di Genova Sabato 30 novembre 2002, nell’Aula Proiezioni della S.M.S. Centurione, il musicista Maurizio Pisati ha tenuto, dinanzi a cinque classi terze, una mini-conferenza, intitolata Spidersound, sulla portata sperimentale dei linguaggi artistici. Maurizio Pisati ripreso fotograficamente poco dopo l’inizio della lezione. Gli alunni sono quelli del primo turno. 6 Il nome di Maurizio Pisati, a testimonianza della ricerca linguistica contemporanea, ci è stato indicato, su richiesta, dal compositore Roberto Doati, 1 con il quale siamo rimasti in contatto. L’evento fa parte del progetto Interazioni 2, finanziato quasi per intero dalla Provincia di Genova. Durante questo incontro lo scrittore Massimo Sannelli ha iniziato a raccogliere le parole e le frasi che sono entrate a far parte del progetto e del libro dell’Esperienza (MASSIMO SANNELLI, L’esperienza, La Finestra, Lavìs, 2003). Il testo del colloquio è stato revisionato dal musicista stesso. Oltre all’audioregistrazione disponiamo anche di una videoripresa effettuata, per nostro conto, da alcuni studenti della scuola. Massimo Sannelli dialoga, alla fine del primo turno, con Maurizio Pisati 1 Vedere Cantarena n° 14, giugno 2001, pp. 7-23. 7 PROFILO BIOGRAFICO MAURIZIO P I S A T I Nato nel 1959 a Milano, compositore, è presente con propri lavori in festival d’Europa, Australia, USA, Giappone, America Latina. Sue composizioni sono state premiate in concorsi nazionali e internazionali, sono pubblicate da Casa Ricordi, trasmesse da emittenti radiofoniche in Italia, Germania, Svezia, Belgio, Brasile, sono incise su CD Ricordi-Fonit Cetra, Edipan, BMG e LArecords, etichetta indipendente da lui fondata nel 1997.-Opere di teatro musicale: Umbra testi di Marina Cvetaeva (Milano‘88, CRT-Echo Ensemble), Ermengarda (Zürich‘89, Stiftung BINZ39), TAXI! (Sassari‘95, Teatro Civico), STOCK ZONE-TakuHon (Milano Teatro Studio/Teatro alla Scala 1999), Il Copiafavole (Macchine fotocopiatrici e Ensemble; Teatro Regio Laboratorio, Torino 2001).-Opere con Video ed Elettronica: San Moku Sen Gan (Tokyo 1998), ZONE II Suite (Tokyo‘97, Theater Winter), Vormittagspuk (musica per il film storico di Hans Richter), ZONEd’Amore (performance musicale sul film “L’Inhumaine” di Marcel L’Herbier), La Stanza degli Indizi Terrestri (testi di Marina Cvetaeva e Leonardo da Vinci, Pesaro ‘98), 3HATSconcert (Warszawa Festival AudioArt’98).-Una selezione dagli altri lavori con Elettronica dal vivo: ZONE I (Biennale di Venezia ‘95) ZONE II (MilanoMusica‘95TeatroStudio-Teatro alla Scala), 7 (Los Angeles, New York, Roma ‘94), L’Autore a chi legge da testi di C. Goldoni, ShiKaShi (‘97), CATVLLVS (Verona, Unesco, Giornata Mondiale della Poesia 2000), SpiegelKontaktFabrik (Kunsthaus Langenberg AV, Estate2000), PURPLE H (TheJimyHendrixReflections- Reggio Emilia 2001), Yuki-Onna (Roma Japan Foundation 2001). -Altri lavori da camera: Ö (Strasbourg ‘91), HACK (Tokyo ‘96), , SaxStories (Roma 1998, Stockholm Saxophone Quartet), ZONE-Alp (Tokyo ‘98), Senti? Chitarra e Orchestra d’Archi, Camerata Roman, Göteborg ’99, TEI (Tokyo, Theater Winter 2000), Samblana (Stockholm 2000),Tamatebako (Nashville 2001). -Maurizio Pisati ha compiuto gli studi musicali al Conservatorio di Milano, diplomandosi con il massimo dei voti in Composizione con S. Sciarrino, A. Guarnieri e G. Manzoni, e in seguito anche in Chitarra svolgendo attività concertistica in Europa dal 1983 al 1989 col gruppo Laboratorio Trio. 8 Dal 1994 al 1996 ha insegnato ai Corsi di Perfezionamento di Bobbio, dal 1986 è docente di Elementi di Composizione per la Didattica al Conservatorio A. Steffani di Castelfranco Veneto. Discografia:Ab SofortFlauto e Pianoforte, Duo Zurria-Pizzo; Edipan1992FFAFlauto dolce tenore, Flauto, Arpa; Ensemble Alter Ego; RCA/ BMG Ariola1993The Running Quartet(Cl. basso, Violino, Viola, Violoncello); Ensemble Contrechamps; Ricordi/Fonit Cetra1994SSax Tenore, Nastro, Live Electronics; Sax: Federico Mondelci; RCA/BMG Ariola1995TAXI!ZONE-Radio per un Teatro da camera (ZONE: Chit.El-MIDI/M. Pisati, Fl../A. Politano, Perc./ P. Strinna, Voci/E. Callegari, R. Sanesi)-Larecords97Il CopiafavoleZONE-Inchiostro per voci, strumenti acustici ed elettronici e macchine copiatrici; LArecords 1998 Ricorda I Giochi CD “Shin-On” (Piatti/Tomomi Kasuya, Flauto/Manuel Zurria, Voce/Reiko Takashi Irino, Chit. El. MIDI Maurizio Pisati ); LArecords1999 Maurizio Pisati Via Tolmezzo 14 - 20132 Milano +30 02 2614 6017 port. 347 55 15 615 [email protected] www.larecords.it 9 TRASCRIZIONE DELL’INTERVENTO M A U R I Z I O P I S A T I “ S P I D E R S O U N D” Legenda: - MP – Maurizio Pisati - RR – Alunni di III A e di III B - R – Allievo imprecisato; la sigla indica sia lo stesso ragazzo sia altri alunni [All’inizio dell’intervento io, come sempre, invito ripetutamente gli studenti a fare silenzio perché l’artista ospitato possa iniziare a parlare]. - - MP – Sono abituato che, per fare il musicista, ci vuole silenzio; siccome un musicista è un musicista sempre, non solo quando è davanti al suo strumento, io ho sempre bisogno di silenzio, quindi avete già capito, non c’è bisogno che vada avanti, anzi aspettavo che il professore [Fancello] stesse in silenzio, era lui che continuava a parlare, non voi, vero? RR – [Alcuni ridono di gusto]. MP – Eh, diteglielo ogni tanto. RR – [Tornano a ridere, ma con più soddisfazione di prima]. MP – Se vedo uno che parla mi interrompo perché mi spiace, quindi se vedete che sto zitto è proprio perché [ride] non posso parlare. No, poi fa male veramente urlare. Avete presente le orchestre quando accordano prima del concerto, un macello incredibile; poi – quando comincia il concerto – tutti bravi, ma prima è un disastro e a volte noi a scuola viviamo in questa situazione: ognuno suona la sua musica e però non è una musica. Allora che cosa stiamo facendo in questo momento? Io vorrei invitarvi a fare il gioco di scoprire che cos’è il tempo. Quando c’è una persona che parla e altri che ascoltano, oppure alcune persone che stanno solo ascoltando uno che suona, eccetera, che cosa succede in quel momento? Passa del tempo; allora la cosa che farò principalmente in questi pochi minuti in cui staremo assieme sarà farvi delle domande, che sono forse le cose più importanti che un amico o un insegnante può fare, insomma fare delle domande, fare in modo che voi vi dobbiate sforzare 10 a trovare le risposte. Domanda: quando guardiamo un quadro, facciamo finta che sia un quadro [indica, sulla parete alle spalle, il campo luminoso creato dal videoproiettore acceso], questo è un quadro azzurro - RR – Blu, [C’è chi aggiunge dell’altro]. - MP – Sì, ecco, tutto quello che c’è dentro al blu; facciamo finta che sia un quadro, che cosa succede? Cosa succede dal punto di vista del tempo mentre guardiamo questo quadro? Sparate, dite, uno alla volta magari. - RR – Che passa. [Un allievo dà un’altra risposta da me non percepita]. - MP – È vero. Il tempo … (Scusatemi, parlate a me, solo a me; tra di voi avete un sacco di tempo per parlare, noi non ci vedremo più tra poco, quindi parlate solo a me). Il tempo passa, è vero. E come passa? Cioè, noi cosa facciamo? - R – Studiamo. - MP – Come? - R – [Ripete] Studiamo. - MP – Tu, quando guardi questo quadro … Adesso lo stai guardando? - R – Rifletto. - MP – Rifletti? E su cosa rifletti? - R – Cosa c’è dentro. - MP – Cosa c’è dentro? - R – Un chiodo, un po’ di […], una macchia nera, - RR – [Altri due ragazzi all’unisono] È una mosca! - MP – STA PARLANDO LUI! Sta parlando lui, sta parlan… - R – Poi c’è […] - MP – Sì, c’è una scritta. - R – Basta. - MP – Ecco, okay. Quindi lui ha detto (scusate, perché io non lo vedo; ecco) c’è un chiodo, c’è il blu, c’è una mosca, non so … c’è la scritta video; quindi ha guardato un po’ in alto, un po’ in basso. Allora ha guardato un po’ in alto, un po’ in basso, a sinistra, a destra; cioè ha guardato, abbiamo guardato tutti questo quadro ed è finita lì. Quando leggiamo un libro invece cosa facciamo? Cominciamo a leggere - R – Immaginiamo quello che c’è scritto - MP – Immaginiamo quello che racconta, sì, giusto. Ma per leggere cosa facciamo? Cominciamo da sinistra, di solito insomma, e andiamo ... - R – andiamo a destra - MP – verso destra, poi andiamo a capo da sinistra a destra. Quando siamo sulla riva di un fiume (facciamo finta che il fiume scorra da sinistra a destra, da lì a qui) cosa facciamo? Il fiume scorre da sinistra e la scrittura è la stessa cosa. Quando comincia il concerto dove siamo dal punto di vista di quella musica? All’inizio, e quando finisce siamo alla fine. Ecco. Invece guardando questo quadro, lui e così tutti noi non abbiamo cominciato a guardare dall’inizio o dalla fine o da metà; perché? - R – [Risponde]. - MP – Eh, perché insomma in un quadro di solito non dovrebbe esserci inizio, fine. Perché la pittura, l’immagine, non lavora nel tempo; nel senso che noi siamo liberi all’interno di un quadro di guardare, abbiamo La Gioconda davanti, guardiamo prima gli occhi o prima le mani o prima il fondo; ognuno guarda quello che vede, vede quello che guarda e viceversa insomma. Siamo liberi, e invece quando una musica comincia non “possiamo” sentire l’inizio, ne siamo obbligati, e così quando scriviamo. Ecco adesso vi faccio vedere una cosa che è nata molto prima del cinema, nel Seicento, molto lontana da noi: in Giappone, e, in base a quello che abbiamo detto adesso, provate a dirmi – secondo voi – cos’è questo. [Viene svolto un rotolo di carta su cui è raffigurata un’unica lunghissima stampa]. 11 Maurizio Pisati, in aula video, parla ai ragazzi del secondo turno. - - MP – In tutto sono circa dieci o dodici metri [ovviamente di lunghezza]. Vi ho detto leggiamo da sinistra a destra, la musica comincia dall’inizio alla fine. Siamo in Giappone, siamo nel Seicento, quindi comincia da là, quello è l’inizio, comincia da destra e va a sinistra; che cos’è questo? Vi racconto la storia, brevemente. Sono due amici: un poeta e un pittore. Loro abitavano a Kyoto, che era la capitale di quel periodo, un periodo feudale molto duro, molto formale, mentre loro erano moderni, erano rivoluzionari, erano degli artisti e volevano andare nella città di Òsaka, quella che noi chiamiamo Osàka insomma. Allora presero la barca e si misero in viaggio sul fiume, da Kyoto a Òsaka, che è qua [indica la rappresentazione della città nella stampa in visione ai ragazzi]. Cos’hanno fatto? Non potevano stare tutto il tempo lì a girarsi i pollici. Allora uno dipingeva il fiume e l’altro scriveva le sue poesie a seconda di dove erano arrivati e quindi il poeta e il pittore assieme hanno prodotto questa cosa [indica la stampa]. L’originale era alla rovescia, dove c’è il nero era bianco, dove c’è il bianco era nero; questa è una tecnica molto molto preziosa per il tempo, che si chiamava taku-hon, una tecnica di specchio praticamente, utilizzata ancora ai nostri giorni. E hanno fatto questo. Allora grazie [rivolto al ragazzo che teneva srotolata la stampa in modo che il pubblico la potesse vedere ed apprezzare]. Abbiamo detto prima: il quadro non ha tempo, la musica invece ha tempo, eccetera, … Che cosa vediamo in questa …, qual è la differenza? Che cos’è questa cosa che abbiamo visto? Voi come l’avete visto? È arrivato quel musicista da Milano e ci ha fatto vedere un …? R – Una specie di fumetto. MP – Una specie di fumetto, bravo. Oppure? R – Una stampa. MP – Oppure? R – [Ripete] Una stampa. MP – Sì, è una stampa, ma questo è più tecnico. Ecco, proviamo a dare altre R – Un libro di poesie. 12 - - - MP – [Silenzio]. R – [Ripete] Un libro di poesie. - MP – Ecco, è anche un libro di poesie; ci sono tante poesie scritte; certo da destra a sinistra e dall’alto in basso, scritte sono poesie, quindi - R – Un quadro. - MP – È anche un quadro, ha ragione lui. - R – È anche una storia. - MP – [Ribatte qualcosa non percepibile in registrazione]. - R – [Si spiega più dettagliatamente] È una storia raccontata attraverso dei disegni. - MP – Esatto, è tutto giusto praticamente. È un libro di poesie, una storia, una storia attraverso dei disegni, un fumetto, un libro di poesie, un quadro; è tutto questo e praticamente noi abbiamo nelle nostre città tante di queste situazioni, un Maurizio Pisati in compagnia della moglie. quadro di quartiere. Il cinema. Il cinema cos’è? È una storia che ha un inizio e una fine; ci sono delle parole, ci sono dei film più o meno poetici, ci sono delle immagini, c’è una musica, eccetera. Ecco, questo è stato fatto nel Mille e Seicento, quando – ovviamente – il cinema non c’era; però non è altro che un cinema differito, cioè: un cinema prima ancora che venisse inventato. Ultima cosa, ché poi dobbiamo guardare un video; secondo voi (questo è un po’ più difficile, però …) …, insomma, io sono un musicista, voi conoscete bene la musica: immagino, non avete bisogno …, quindi diciamo che siamo abituati a fare un po’ dei salti. A cosa assomiglia un libro del genere? RR – [Rispondono più persone] a un pentagramma. Un pentagramma. MP – […] addirittura. R – [Dà un’altra risposta]. MP – No no, è vero, scusa, è vero, è vero che è un pentagramma. Ma un po’ più facile di così; questo è troppo complicato; un po’ più facile. In fondo che cosa si fa su un pentagramma? R – Le note. MP – Sì, si scrive, si scrive, ecco, in fondo questo non è altro che una scrittura, è un esempio di scrittura, lasciamo perdere che è da destra a sinistra, ma è un esempio di scrittura, e allora non vi sembra singolare che ci sia il fiume e la scrittura messi assieme? Cioè: quando noi scriviamo che cosa facciamo? Facciamo esattamente quello che fa il fiume, cioè 13 - - cominciamo in un punto e andiamo avanti. Certo, noi non abbiamo cinquanta, cento, duecento, mille chilometri per andare avanti a scrivere, ma sarebbe bene, sarebbe bellissimo, perché allora sarebbe la stessa cosa. Va bene, abbiamo i fogli di carta, e – sì – abbiamo la grande immaginazione, però quello che noi facciamo è questo, cioè: è fare un fiume – no? – C’è anche una canzone Il fiume di parole, insomma, non è così? Non è banale questa cosa, e spesso voi lo sapete; lo sapete perché? Perché andate a scuola, perché avete amici, avete degli amici con cui andate d’accordo, persone con cui non andate d’accordo, ma le parole a volte valgono proprio poco, è come se fossero – si dice – scritte sull’acqua, cioè, si parla, ma – a volte – è molto meglio un gesto, un fatto reale, meglio qualche cosa; le parole scorrono e vanno. E sapete che cosa diceva Leonardo da Vinci? (Vi ho detto: stiamo riflettendo sul tempo). Leonardo da Vinci, ha cercato di spiegare il tempo parlando proprio del fiume: l’acqua dei fiumi, anzi l’acqua che tocchi dei fiumi (quindi immaginatevi uno che mette un dito nell’acqua del fiume che scorre) quindi l’acqua che tocchi dei fiumi è la prima di quella che viene e l’ultima di quella che andò, così è il tempo presente. Questo è il segreto del tempo; cioè, tu immergi un dito nel tempo, immergi un dito nella scrittura, immergi un dito nel fiume, immergi un dito nel tempo, e quale tempo tocchi? Il tempo è impossibile da toccare perché corre, quindi quello che tocchi è già il tempo che sta andando, l’acqua che tocchi è già l’acqua che sta andando, la scrittura che tu stai facendo, quella lettera a col suo ricciolino che si collega alla t dopo … Che cosa stai scrivendo? Mai niente, perché stai scrivendo l’ultima cosa di quella di prima e la prima di quella dopo e viceversa. Questo è la musica. Questo è la vita, quello che volete, la scrittura, però questo è la musica. Se noi pensiamo che la musica sia solo il ritmo che dobbiamo ballare o la melodia che possiamo fischiettare per strada o altre cose, la vediamo in maniera limitata. La musica è tutto questo, è un fiume; e, quando noi arriviamo in riva a un fiume, cosa facciamo? Non vediamo tutto il fiume, giusto? Giusto? Vediamo solo quello che il nostro occhio e l’orizzonte ci permettono di vedere: una parte del fiume. Il fiume è molto più lungo. E così è anche la musica, ne vediamo un pezzo. Allora, quello che faccio vedere adesso è la mia partecipazione al fiume, che è un fiume molto più grande. Voi sapete, in questo periodo non si è fatto altro che parlare dello Spider Man, no? R – L’Uomo Ragno. MP – L’Uomo Ragno. Allora esiste R – L’ho visto ieri sera. MP – Ecco, com’era? R – Bello. MP – Ti è piaciuto? R – L’ho visto due volte. MP – No, io non l’ho visto, il film. [Si crea un attimo d’intervallo in cui i ragazzi chiacchierano sommessamente]. Allora, certo, Spider Man è un bel film, di grandi effetti, di grande tecnologia, ed è però un prodotto (no, senza però, è un prodotto) commerciale di grande valore, di grande effetto, nel senso che c’è stato qualcuno che ha deciso che doveva vendere questo; quindi, per venderlo in tutto il mondo, bisogna fare una cosa che funzioni in tutto il mondo. [Inizia ora un breve dialogo, poco percettibile, tra Maurizio e me circa l’uso del microfono: Pisati si è stancato d’utilizzarlo e vorrebbe farne a meno]. Cosa stavo dicendo? Ho perso il filo. RR – [All’unisono] Spider Man. In tutto il mondo … MP – c’è qualcuno che ha voluto fare questa operazione, però ci sono in tutto il resto del mondo anche degli artisti che ragionano e danno la loro interpretazione dello Spider. Io ho un amico, che è un pittore, vive a Torino, che da anni, prima ancora che uscisse il film, insomma questo amico pittore da anni si occupa della sua pittura e roba del genere e dipinge questi Spider Man, questi Uomini Ragno, però non nel contesto della città americana con i grattacieli eccetera [salto una piccolissima parte del discorso poco comprensibile in 14 - - registrazione], [ma] fuori dal suo contesto, lui prende questi Uomini Ragno e li mette su uno sfondo giallo, però questo Uomo Ragno lo fa volteggiare, girare e correre e volare come fa l’ Uomo Ragno. Lui considera veramente l’Uomo Ragno come proprio una figura, un’icona si dice, un oggetto del nostro tempo, e ne dà un’interpretazione diversa, sapete che un fumetto è fatto con una certa carica, con una certa quantità di particolari, i particolari invece che lui mette sono particolari da pittore, proprio da pittore del Cinquecento, del Seicento, sono i particolari anatomici, non so: i muscoli, tutti i fasci di muscoli; anche l’espressione, non ci sono gli occhi, ci sono solo due fessure chiare. Abbiamo fatto un lavoro assieme, lui ha fatto venticinque piccole … (lui fa dei grandissimi quadri, dovreste andare a vedere i suoi quadri, lui ha una casa che è quasi un museo e quando andate a Torino dovreste andare a trovarlo [ride]. Fa dei grandissimi quadri gialli con questo Uomo Ragno). Dicevo abbiamo fatto venticinque piccoli quadri grandi ognuno come un CD, la copertina del CD. Lui ha fatto venticinque copertine di CD, io ho fatto venticinque partiture; per ogni quadro ho fatto una musica che dura due o tre minuti e l’ho messa sul retro del CD; quindi l’originale della partitura, l’originale del quadro, dentro c’era un piccolo CD con la musica dedicata a quel quadro, e abbiamo fatto una mostra su queste cose, poi l’abbiamo chiamato ZoneSpidersound. Spidersound: capite da soli cos’è, cosa vuol dire: Il suono del ragno, insomma era dedicato a lui; Zone è un’idea che io ho da alcuni anni, è un mio gruppo musicale, non solo, e che si chiama Zone perché vive nelle zone della musica e dell’arte che si tocca, insomma non solo musica, non solo pittura. Ad esempio: uno dei musicisti di Zone è un maestro di arti marziali, un amico, diciamo che è il maestro più importante che abbiamo in Italia in questa ..., si chiama Kali, è una scherma filippina che si fa con bastoni che girano molto velocemente. Anche da questi bastoni che girano nell’aria si può ricavare un suono; sapete, quando un bastone è nell’aria la taglia; infatti abbiamo registrato questi suoni; non vi dico la paura perché mi sono fatto dare un microfono da dieci milioni, l’ho messo lì e gli ho detto «Maurizio devi passare lì vicino e devi registrare il suono». Lui non sbaglia mai, non ha sbagliato neanche quella volta, ma immaginatevi la paura per questo nostro microfono. Quindi ne ho fatto una musica. In questo Spidersound c’è di tutto, c’è la mia chitarra elettrica, che io suono dal vivo, c’è la scherma filippina, ci sono le percussioni, ma non si vede niente dei musicisti, si vede solo l’Uomo Ragno. Come abbiamo realizzato il film? C’è solo uno sfondo giallo, venticinque sfondi gialli, venticinque quadri; uno di questi quadri, da uno di questi quadri si entra e si vede l’Uomo Ragno che ..., poi mi direte che cosa vi sembra, però lui è come se volesse uscire da qualcosa, come se volesse uscire dal proprio quadro, non so se a voi capita mai, siete a scuola ... RR – [Fanno subito chiasso] Sììì. MP [Alza la voce per superare il rumore prodotto dai prolungati commenti dei ragazzi] Vorreste uscire da scuola, non si sa perché, ma insomma basta uscire. Quando suona la campanella non ho mai visto un ragazzo che esce da scuola tranquillo, con calma, tutti che si fiondano fuori, così, chissà poi ... Chissà come mai. R – [Interviene ironicamente]. MP – Va bene, questo è normale. Sai cos’è? Se ti obbligassero a non andare a scuola, tu vorresti andare a scuola. RR – [Ridono]. MP – É così, siamo fatti così, siamo fatti così. Sentite, adesso vediamo il film poi mi dite cosa succede qua dentro. Lui cerca di uscire dal quadro, c’è una città sotto di lui che scorre, lui è in sovrimpressione, cioè ci sono assieme la città e lui. C’è un particolare importante, lui è a colori, il suo mondo è a colori, la città è in bianco e nero. A un certo punto trova una strada, esce, si confonde in mezzo alla gente, riesce finalmente a fare il supereroe, il suo essere supereroe è diverso da quello [...], il suo essere super è vivere in mezzo alla gente normalmente, lui cercava questo, e alla fine lo zoom torna indietro; prima ci eravamo avvicinati ai venticinque quadri, torna indietro e vediamo che ci sono i venticinque quadri, 15 ma quello in mezzo, da cui eravamo entrati, è vuoto, c’è solo il giallo: è sparito l’Uomo Ragno, per cui diciamo che lui è riuscito a trovare la via d’uscita, è riuscito, questo è un augurio, un augurio per tutti noi certo, dovremmo riuscire a trovare una strada. [Proiezione del video]. [Al termine della proiezione Maurizio riprende a dialogare con i ragazzi affrontando diverse altre tematiche presenti nel tape dell’Uomo Ragno e passa poi ad introdurre il filmato successivo: Il Copiafavole . Offriamo ai nostri lettori un breve scritto di Maurizio Pisati su questa sua opera dal momento che la registrazione non ci ha supportato a dovere]. Maurizio Pisati IL COPIAFAVOLE – ZONE Il Copiafavole si articola in nove pensieri rapidi, complessi e assieme leggeri come il meccanismo delle fotocopiatrici che mette in scena. È una riflessione sulla scrittura, sulla riproducibilità dell’immagine, sullo specchio e sul gioco di specchi sonori inventato per lo spettacolo. I Musicisti posano le mani sul vetro della fotocopiatrice, chi con l’arco, chi con un battente, un microfono. Il macchinista deforma, altera, distorce, vira i colori ed elabora i contrasti moltiplicando le copie per consegnarle al pubblico come autografi: non già il nome scritto dell’Artista ma proprio le sue mani. Poi i duetti tra le mani “reali” dei musicisti e i suoni della loro manipolazione fotografica. Anche le mani dei Ballerini di Tango iniziano la danza sul vetro della macchina per poi trascinarli al ballo vero, la Chitarra Elettrica MIDI elabora il virtuosismo degli ingranaggi, le Voci guidano la storia intrecciando canti e recitazione, la Percussione ora accenna a entrere nella macchina con la Chitarra Elettrica, ora unisce gli altri strumenti – Flauto, Chitarra, Violoncello – segnali di un parallelo respiro “classico” della storia. Con Il Copiafavole va in scena la moltitudine dei mondi che passano e si fondono nell’Arte della Scrittura – ascolto, ricordo, immaginazione – e della Copia. Da “Il Copiafavole” per fotocopiatrice e Ensemble di Maurizio Pisati. 16 L’Occhio Comoedia Song Tragoedia Favola Viagem Muto Ricordo Saluto Paesi Rimetti a posto le immagini Star Stories Rondeau DonDonTata Ku Wa Cartoline da Bahia Fueye III-Tango SixSaxJam Arielettrica Torino - Piccolo Regio Laboratorio, 2 febbraio 2001 Musica: Maurizio Pisati Interpreti: ZONE Chitarra Elettrica MIDI - Maurizio Pisati StarCopyingEnsemble - Walter Goy Voce - Ursula Joss Voce - Marco Bortoli Flauto - Birgit Nolte Chitarra - Elena Càsoli Percussione - Maurizio Ben Omar Viola - Maria Ronchini Ballerini Tango - Alessandra Rizzotti, Alejandro Angelica Con il supporto di GDD MIDA StarCopyng Milano Sennheiser DANKA SPI Comunicazione MAURIZIO PISATI, da Il Copiafavole-ZONE 17 18 Fronte del programma di sala 19 Retro del programma di sala SOTTOLINEATURE MAURIZIO PISATI 1. La cosa più importante che un amico o insegnante possa fare è forse porre delle domande in modo che ci si debba sforzare per trovare le risposte. 2. In certi momenti le parole valgono proprio poco ed è come se fossero scritte sull’acqua: scorrono e vanno via. 3. La musica e la scrittura sono, nell’utilizzo del tempo, strettamente congiunte alla vita. 4. Zone è il gruppo musicale di Maurizio Pisati e si chiama così perché vive nelle zone contigue della musica e dell’arte. Non solo musica, non solo pittura. 20 COMMENTI IMBERBI Interi o solo a frammenti presentiamo alcuni compiti di allievi di III A e di III B. III A 1. […] . Abbiamo visto fino al “concerto di una fotocopiatrice” (che ha suscitato all’inizio molta ilarità nel pubblico ma poi tutto si è risolto) e degli altri strumenti dell’orchestra che prima di suonare facevano le fotocopie delle loro mani insieme al manico del loro strumento. Comunque è stato molto bello e divertente soprattutto le battute ironiche che Pisati ha fatto. [Segue una piccola ricerca al computer su Pisati]. (Anonimo) 2. Compito di Artistica: (L’Uomo Ragno). Alcuni giorni fa è venuto, nella nostra classe, un artista invitato dal nostro professore di Ed. Artistica (P. Fancello). Il suo nome era Pisanu [corretto: Pisanti]. Egli ci ha illustrato alcuni lavori, realizzati da lui insieme a altri suoi colleghi. Uno di questi mi ha colpito in particolare. Il filmato sull’Uomo Ragno. Nella ripresa abbiamo visto l’Uomo Ragno che era prigiognero in un riquaddro giallo, dal quale voleva uscire. All’inizio, con un effetto ottico generato dalla telecamera che riprendeva al scena, a me è sembrato di entrare in questo riquadro, e al suo interno si sono viste alcune scene in cui l’Uomo Ragno faceva acrobazie e sparava ragnatele dai polsi. Poi a un certo punto, con un altro effetto ottico, la telecamera mi diede l’impressione di uscire dal riquadro e l’Uomo Ragno non c’era più al suo interno. Devo dire anche se il filmato mi ha abbastanza colpito, io di esso non ho capito molto il significato, quindi non mi sento in grado di dargli un giudizio. (Anonimo) 3. COMMENTO SULL’INCONTRO CON L’ARTISTA Poche settimane fà, a scuola è venuto un artista di nome Pisati [sotto al correttore fluido s’intravede Pisano], egli è un musicista che suona in un gruppo strumentale. Ci ha mostrato una lunga stampa cinese, la quale illustrava un fiume, che secondo me rappresentava lo scorrere della vita. Vi erano citati in ideogrammi cinesi di versi di poesie. Questo artista ci ha fatto vedere anche un video realizzato da lui in collaborazione con altri, il quale parlava dell’uomo ragno. L’uomo ragno è un super eroe dei fumetti che ha il compito di salvare chi è in difficoltà. Invece in questo video l’uomo ragno non si comportava da super eroe, ma anzi cercava di scappare dalla sua realtà. Una realtà che sembra gli sia sconosciuta. Il ruolo della musica, in questo video è determinante, in quanto aiuta a capire il senso. Devo dire che questo incontro con l’artista mi ha interessato, perché ci ha fatto porre l’attenzione su quei caratteri della musica che di solito vengono sottintesi e non espressi Elisabetta A. 4. L’incontro con questo artista mi ha alquanto colpito e interessato perché è stata un esperienza scolastica diversa dalle solite, una lezione particolare e stimolante. L’idea della fotocopiatrice è stata molto ingegnosa ed anche il video di spider-man era suggestivo e divertente. È stata una esperienza abbastanza utile e speriamo che ci serva a qualcosa. Matteo B. 5. […]. Sempre secondo me, il filmato ci insegna che, in una società sempre più globalizzata in cui la gente deve essere tutta uguale noi dobbiamo cercare di essere noi stessi e dobbiamo evitare di essere uguali a tutti gli altri. Lavinia C. 6. […]. Alla fine dell’incontro, l’artista ci fece vedere un ultimo filmato, che assomigliava molto al video di un concerto dei giorni nostri, l’unico particolare diverso era che in mezzo a molti strumenti musicali che noi 21 consideriamo normali c’era inserita una fotocopiatrice, in cui erano stati inseriti dei microfoni per il quale si aggiungevano all’opera musicale i suoni prodotti dai meccanismi di essa. La fotocopiatrice era quindi considerata come uno strumento musicale. Possiamo quindi notare che da un’opera musicale ci troviamo a parlare e riflettere di una performance. […]. Chiara C. 7. […]. Infine ha affermato che la morale di questa lezione era che anche le fotocopie riuscite male non vanno buttate via. Matteo D. B. 8. Commento sui lavori di Pisati Nella performance tenuta da Pisati, un’artista piuttosto originale e creativo (viste le sue sperimentazioni), mi ha suggestionato il fondersi del linguaggio visivo, i disegni mutuati dall’arte Orientale e la poesia che è, oltre parola, musica e suono. A mio giudizio l’artista ha fatto, come introduzione, questa fusione tra arte figurativa e parola che poi è rappresentata nel lavoro di Spider Zone (Zone è la band dell’artista) In questo video il soggetto Spider-Man, vuole uscire dal quadro in cui è imprigionato, è una metafora della creatività dell’opera che deve uscire dalla mente dell’artista. L’arte non è pura rappresentazione di cose, la fotocopiatrice riprodurrebbe meglio; l’arte è ricerca di particolarità come le copie mal riuscite che vengono buttate nella spazzatura, è dar vita agli elementi, come la musica ed il ritmo della fotocopiatrice fanno con le copie mal riuscite; questo assieme di cose è stato sperimentato dall’artista e fatto vivere a coloro a cui ha presentato l’opera Giorgio L. 9. […]. Inoltre la fotocopiatrice focopiava le mani dei musicisti, Pisanu ci ha spiegato che era come un autografo copiato invece di essere fatto con la penna è fatto con la fotocopiatrice. Alla fine Pisanu [ha poi corretto Pisanu riscrivendo sopra Pisati] ci ha spiegato che che la fotocopia non era la riproduzione perfetta dell’originale ma era solo una semplice riproduzione. […]. Alessandro V. III B 1. Commento sull’incontro con l’artista: “Maurizio Pisati” L’artista Maurizio Pisati è un musicista e per questo motivo speravo parlasse di musica invece che di pittura e poesia come ha fatto. Speravo ci facesse sentire qualche sua composizione ma invece ci ha fatto vedere un video che consisteva in una serie di quadri, con soggetto Spidermen, questo video mi è piaciuto molto + degli altri video che abbiamo visto perché è l’unico che ho capito 1 (Anonimo) 2. 1 Commento Il musicista, l’artista, con un disegno, ci voleva far capire, che guardando il quadro, si potevano notare delle scritte, cioè la poesia, il disegno, cioè il quadro ed i colori, non guardando cosa volesse farci suscitare il “disegno”. Inoltre nel video che ci ha fatto vedere, lui ha detto che quando una persona, fa un autografo, non è qualcosa che lo rappresenta,, ma è una scritta, infatti lui, nel video, usa una fotocopiatrice, dove fotocopia le mani e gli strumenti musicali di una persona, perché secondo lui è quello un’autografo, anche se in verità è una copia e non l’originale. Fa probabilmente riferimento ai video d’arte da me proposti alla classe. 22 Ci ha fatto vedere anche un video sull’uomo ragno, cosa devo dire che in verità non mi è piaciuto, xché per me non aveva significato. (Anonimo) 3. Maurizio Pisati: Commento Io penso che il video di Maurizio Pisati sia molto più interesante di Ciaycosky. Esprime, secondo il mio punto di vista di artista, una specie “di claustrofobico” che cerca di uscire in qualche modo ma invano. Una grande espressione di eroe nella città, perché appunto un grande eroe della città: Spider-man = che cerca di uscire da una specie di quadro giallo; ma che poi esce a salvare la città. (Anonimo) 4. Commento di Artistica L’artista ha spiegato ke la musica è tempo e ci ha fatto capire il vero significato delel cose. Come ad esempio ci ha fatto capire che cosa è un disegno: è un pezzo di carta con sopra dell’inchiostro. Poi ci ha fatto vedere due video, uno parlava dell’uomoragno che cercava di uscire dal suo fumetto per andare nel mondo reale per confondersi con la gente comune. Poi abbiamo visto un video dove c’era l’artista che suonava e in sottofondo rumori meccanici e digitali di una fotocopiatrice. Secondo lui la firma non è il proprio nome ma lui si firma con la sua persona, come fotocopiare le sue mani con i pezzi della sua chitarra. Alex A. 5. Commento dell’inconto con Maurizio Pisani L’incontro con Maurizio Pisani mi è sembrato un po’ noioso, forse perché credevo che, in questo incontro si parlasse più di musica, dato che Pisani è un musicista. Ho apprezzato però il filmino sull’”UOMO RAGNO”, che, vedeva il protagonista cercare di uscire dal quadro, dalla cornice in cui il suo spazio era limitato, per poter essere in contatto con la gente che vedeva passare ogni giorno. Mi è piaciuto perché, grazie alle spiegazioni e a mie considerazioni, sono riuscita a capirne quello che per me è il senso: ovvero il cercare di vedere le opere oltre alla cornice, oltre a quello che vediamo, per capirle diversamente, e il bisogno dell’arte di entrare nelle nostre vite, nella nostra realtà, e di affascinarci (interpretato come “la fuga” dell’uomo ragno dalla tela attraverso la gente della metropolitana di NEW YORK). Tatiana B. 6. Maurizio Pisati Sabato scorso è venuto a parlarci a scuola il musicista Maurizio Pisati. Secondo me ci ha parlato di molte cose interessanti, ma la cosa che mi ha colpito di più è che la musica è tempo. Riflettendoci, dopo ho capito che allora anche il disegno che ci ha fatto vedere subito è musica. Grazie a lui mi sono accorta che la musica, come tutte le altre arti, è qualcosa che non conosce limiti come appunto il tempo, e non è soltanto quella suonata con gli strumenti classici. Giada B. 7. Commento sull’incontro con l’artista. Sono d’accordo con quanto detto dall’artista, anche se per dire che la musica è tempo non avrei utilizzato lo striscione con il dipinto e le poesie, perché mi sembra incoerente confrontare delle poesie, che, se divise le une dalle altre, mantengono il loro significato, come il quadro, che può essere visto da vari punti e diviso in immagini indipendenti, con la musica, che, per quanto ne so, ha un inizio e una fine e l’armonia non è separabile, perché, a mio parere, perderebbe parte del suo significato. Il video con l’uomo-ragno l’ho interpretato come una metafora della vita: l’uomo-ragno era un eroe nel contesto della vita di tutti i giorni, ma, quando si trova in un contesto diverso, (nel giallo), diventa una persona come tutte le altre e la stessa cosa succede con tutti, perché nella nostra vita quotidiana possiamo essere un po’ come un eroe, ma, ad esempio, in un paese straniero, non siamo più nessuno. Federica C. 8. Commento di artistica. Sabato scorso è venuto un musicista che ha fatto vedere un video ed ha rappresentato un quadro cinese dove in realtà si vedevano delle scritte ed una foresta con delle montagne e delle nuvole ma in realtà lui ci vedeva della musica e spiegava che la musica rappresentava anche il tempo. All’inizio io non ci avevo capito niente ma poi una volta che ha fatto vedere il video ed ha spiegato che la musica rappresentava il tempo, io ho cominciato a 23 capire qualcosa. Il video faceva vedere: l’uomo ragno che cercava di uscire dallo schermo, io qua ho prestato più attenzione, perché il musicista spiegava che il video ha un inizio e una fine e quindi ha una durata dai titoli principali ai titoli di coda, in questo filmato si sentivano delle musiche, proprio del musicista che è venuto da noi, dall’inizio alla fine si sono sentite queste musiche, ed è qui che si prova che la musica è tempo perché per tutto il film si sono sentite queste musiche, io all’inizio non me ne ero reso conto ma ora si. Alessio L. 9. COMMENTO SULL’ARTISTA PISOTTI Io sono d’accordo su quello che ha detto l’artista, perché è vero che la musica è tempo. Lui ci ha fatto capire che il tempo non và sprecato perché esso oltre a essere musica è anche vita e quindi sprecarlo sarebbe come non vivere. Pisotti mi sorprende, come dalla più piccola cosa riesca a fare della musica. Il tempo è formato da sequenze d’immagini, suoni e parole, come in quell’antica opera d’arte cinese, che faceva vedere quello che adesso ci fa vedere la televisione. Secondo me comunque è vero che la musica è tempo, perché è formata da esso, ma il tempo non è musica, e quest’ultima è solo una piccola parte di tempo perché esso, come ho detto prima è formato da: IMMAGINI; MUSICA E PAROLE. Ivano L. 10. COMMENTO nell’incontro con il musicista, mi ha interessato molto il dipinto giapponese, perche è stata la prima volta che ho visto un disegno con una fine e un’inizio. Mi ha colpito anche il modo in cui fa e rapp. la musica non solo come un rumore dolce o ascoltabile ma come una cosa comune che non prendiamo neanche in considerazione Federico M. 11. Commento L’artista secondo me ci voleva comunicare un concetto di generalità, perché prendendo il lungo disegno, non ci ha chiesto il contenuto bensì la forma del quadro il colore, le scritte ecc, ma non cosa riguardasse, Non considerando il paesaggio e gli aspetti della natura. Nei video che abbiamo visto c’era il personaggio principale che cercava di evadere dallo schermo, quindi una fuga dal mondo reale, l’artista però associa il tempo alla musica anche se nei suoi discorsi la nomina raramente. Fa un’immagine alla musica, prendendo persone con i propri strumenti e fotocopiandone mani e pezzi di strumento, questo perché non considera la firma di un musicista importante come il nome quanto l’immagine generale di lui. Propone argomenti molto validi e pieni di significato. Chiara M. 12. 5-12-2002 Commento: Maurizio Pisati Il musicista Maurizio Pisati ci ha mostrato un video che aveva come protagonista “l’uomo Ragno”. Da questo video ho capito come alcune persone sentano il bisogno di “evadere” dalla realtà per poter esprimere se stessi e la propria natura. Nel video ”l’uomo Ragno” cerca di scappare per raggiungere il mondo reale e aiutare la gente. Secondo me è benevolo questo bisogno di scappare per poter essere se stessi senza il timore di essere giudicati, fare quello che è la propria natura. Maurizio Pisati ha spiegato come poche persone riescano a raggiungere un livello in cui esprimere se stessi. Spero vivamente di essere tra quelle poche persone che riescono a fuggire dalla realtà, perché secondo me la realtà è diventata “a senso unico”, nel senso che tutti devono fare certe cose, pensare in un certo modo, senza più essere se stessi ma diventando come una cosa “standard”, tutti uguali. In genere il video mi è piaciuto molto, perché la musica mi ha coinvolto molto, catapultandomi nello stato d’animo dell’ ”uomo Ragno”, quale disperazione e smarrimento, e mi ha dimostrato come essere se stessi secondo la propria natura sia difficile ma di basilare importanza. End. Cristina P. 24 13. COMMENTO SU MASSIMO PISOTTI Sono d’accordo su le sue dichiarazioni sulla musica, cioè che la muisca è tempo, perché per me la musica è formata da tempo, cioè che tutto il mondo è formato dal tempo perché il tempo è vita cioe che se il tempo non esistesse non ci sarebbe la musica e la vita. Riccardo R. ARTISTICA 14. Commento scritto sulla conferenza tenuta dal musicista Maurizio Pisati Secondo me è giusto quello che Pisati ha detto sulla musica:”la musica è tempo”, perché ogni nota, ogni verso ogni brano a un suo tempo. Quando ha dimostrato che la musica si può ottenere non solo con gli strumenti, ma anche con oggetti che noi vediamo o usiamo quotidianamente sono stato molto colpito perché non pensavo che la musica si potesse ottenere con oggetti diversi da strumenti. Non ho compreso molto bene il filmato visto su Spider-man, ma mi è piaciuto e compreso il video nel quale per comporre musica si usava una fotocopiatrice. Alessandro S. 15. Commento scritto sull’incontro con l’artista Maurizio Pisani L’artista Maurizio Pisani è un musicista e per questo motivo speravo che ci parlasse più di musica, che di pittura e poesia, come ha fatto. Speravo che ci facesse sentire qualche sua composizione da commentare, ma questo non è successo. Ci ha fatto vedere un video che consisteva in una serie di quadri con soggetti Spiderman, che assomigliavano a dei cartoni animati. Questo video mi è piaciuto molto più di altri video di arte che ho visto, forse perché l’artista, ne ha spiegato il significato e quindi l’ho capito 2 Silvia S. 16. Commento Il giorno 30 novembre 2002 il professore M. Fancello, ha invitato da Milano un artista, che era un musicista. Questa persona ci ha parlato di cos’è il tempo, facendoci vedere uno striscione. Francamente io pensavo ci parlasse un po’ più di musica, ma non fu così. Ci ha fatto vedere anche dei video nella quale io ho notato un accenno di futurismo, perché questo filmato mostrava un uomo-ragno in varie posizioni. Purtroppo la visita non è durata molto, ma “forse” qualcosa mi è rimasto impresso. Secondo me è sbagliato il rapporto che fa lui tra musica e arte o poesia. Giulia T. 17. Commento del giorno 1/12/2002 in cui è venuto il musicista Maurizio Pasolini Pisati Io penso che il signor Pasolini Pisati ci abbia spiegato il concetto basilare della musica che è il tempo, a me non è piaciuto molto, e non ho neanche capito bene il video dell’uomo-ragno. Io comunque non seguo particolarmente la musica che il signor Pasolini Pisati suona e quindi non posso dare un giudizio. Anche se non mi è piaciuto penso che ciò che ci ha detto sia molto valido in quanto è un modo per educare i ragazzi alla musica odierna, ecco, penso che questo sia un compito molto difficile perché comporta una grande responsabilità personale. Inoltre penso che sia molto profonda la rappresentazione che ha dato del quadro-cinema perché se non si capisce questo non si capisce il senso della musica ed il motivo per cui è venuto l’artista. Matteo V. 2 Fa probabilmente riferimento ai video d’arte da me proposti alla classe. 25 NOTE INFORMATIVE VIDEOLABORATORIO INTERAZIONI 2 Con il contributo della Provincia di Genova Nell’ambito del progetto Interazioni 2, finanziato dalla Provincia di Genova, ha avuto luogo la terza edizione del videolaboratorio, interamente rinnovata rispetto alle precedenti. Ne ha curato la realizzazione il videomaker Gianfranco Pangrazio. Le quarantun ore complessive di lezione, distribuite in sette incontri pomeridiani, sono state ripartite (20 + 20) su due gruppi di allievi costituiti di un massimo di sei alunni ciascuno. Il percorso si è articolato in cinque tappe: 1. Brevi indicazioni di base sull’uso della videocamera. 2. Ideazione di uno o più soggetti e relativa sceneggiatura. 3. Videoriprese attuate all’interno e all’esterno dell’edificio scolastico. 4. Montaggio del materiale prodotto. 5. Visione sia dei filmini ideati dai partecipanti al laboratorio sia d’altre pellicole utili al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Al termine la scuola ha rilasciato agli interessati un attestato di partecipazione al corso. Fac simile dell’attestato. 26 PROFILO BIOGRAFICO DI GIANFRANCO PANGRAZIO DATI ANAGRAFICI Gianfranco Pangrazio, nato a Genova il 14/11/1951 e ivi residente in Via di San Bernardo 32/7 sc.dx, tel. 010/2473156 cell. 3404732497, e-mail [email protected] TITOLO DI STUDIO Laurea in filosofia alla Facoltà di Lettere dell’Università di Genova, conseguita nel dicembre 1976 con il punteggio di 110/110 e lode. CORSI DI AGGIORNAMENTO E FORMAZIONE • Training su selezione e formazione del personale presso il raggruppamento ANSALDO (1978/79). • Corsi video alla “SCHOOL OF VISUAL ART” e alla “DOWNTOWN COMMUNITY TELEVISION” di New York (1982/83). Le prime esperienze professionali sono state relative all’insegnamento nella scuola pubblica e privata. Dal 1978 al 1982 ha lavorato presso il Raggruppamento Ansaldo in qualità di esperto di formazione per quadri e dirigenti aziendali. Dal 1983 lavora come video realizzatore free-lance con particolare riferimento alle attività di regia e scrittura, dopo un’intensa attività di montaggio. La prevalente tipologia di lavori da lui realizzati, sia per enti pubblici che privati, si colloca nel campo della comunicazione sociale, culturale e artistica. Ha realizzato altresì spot pubblicitari, alcuni specificamente rivolti al mondo del lavoro e della formazione, trasmessi dalla RAI a livello nazionale. 27 Ha partecipato a innumerevoli festival video italiani, fra cui il Festival del Cinema Indipendente di Bellaria e Film-maker di Milano, nonché al Festival Internazionale dei Programmi Audiovisivi (FIPA) di Biarritz con il film documentario “G-Hate: Genova luglio 2001”. Parallelamente svolge attività di formazione sui mezzi e il linguaggio della comunicazione video. È ideatore e promotore di rassegne video tematiche. Ha avuto contratti a termine con la RAI Regionale in qualità di programmista regista, realizzando opere trasmesse nel circuito nazionale e internazionale. Svolge attività di consulenza per l’ente pubblico e per l’Università di Genova (Facoltà di Scienze Politiche). Dal giugno del 2002 è presidente di un’associazione culturale – Leonardi V-Idea – che raccoglie centinaia di soci e opera nel settore dell’arte contemporanea, della comunicazione sociale e culturale con particolare riferimento al linguaggio video. Attualmente è impegnato nella costruzione d’una rete televisiva indipendente sia a livello locale che nazionale. 28 VIDEOLAB Nell’anno scolastico 2002/3 si è realizzata alla scuola media statale Centurione una piccola/grande esperienza: una dozzina di allievi è stata coinvolta in un’attività di laboratorio video (due laboratori della durata ciascuno di venti ore per sei allievi), che ha dato sorprendenti risultati qualiquantitativi. In uno spazio di tempo assai ridotto, con alcune indicazioni di base sulle tecniche di ripresa e sul linguaggio video, gli studenti sono stati in grado di realizzare quattro lavori video: un corto di fiction, un reportage creativo e due cortissimi (2 min. ca. ciascuno). Per ciò che concerne i primi due le immagini sono state girate al novantanove per cento dagli alunni mentre il montaggio è stato curato dai docenti; i due cortissimi sono stati girati e montati esclusivamente dagli allievi. Sono state raccolte inoltre immagini per almeno altri quattro lavori, che per ragioni di tempo non sono stati montati. Un tale risultato è stato possibile dal momento che gli alunni hanno assimilato con straordinaria rapidità non solo le nozioni di base necessarie alla ripresa, ma anche quelle, concettualmente più complesse relative al montaggio e al linguaggio video. In particolare gli allievi sembravano padroneggiare, fin dall’inizio e in modo quasi spontaneo, la complessa nozione di montaggio come artificio che consente di dare alle immagini continuità narrativa, sia attraverso la virtuale riproduzione del tempo “reale” di un’azione che per sottrazione ellittica. E’ possibile che le tonnellate di TV consumate dalle nuove generazioni abbiano predisposto i ragazzi ad un apprendimento “facile” nell’utilizzo della comunicazione video. Ma rimane notevole il fatto che, quanto meno a livello di meccanismi e codici intrinseci al mezzo, il loro sguardo si riveli meno passivo di quanto comunemente si creda. E in ogni caso tale “facilità” può diventare un punto di partenza privilegiato, per maturare una consapevolezza critica che sia anche di senso e significato rispetto al messaggio video, alla sua pervasività e forza di persuasione. Un’esperienza dunque di grande utilità che suggerisce ulteriori approfondimenti per imparare a decodificare e usare un linguaggio anche nei suoi aspetti più marcatamente manipolatori di senso e significato. Si tratta di sviluppare insieme alle potenzialità espressive e comunicative degli allievi anche le capacità di comprensione e di lettura di un sistema televisivo, quasi completamente 29 asservito a una ristrettissima élite di potere, che contrabbanda con straordinaria forza persuasiva il suo mondo e i suoi valori come gli unici possibili. Un’ipotesi di futuro intervento formativo potrebbe essere quella di articolare i laboratori per gradi differenti di complessità, consentendo agli alunni che lo desiderino di approfondire e gli aspetti tecnici e linguistici del mezzo video/televisivo in un arco di tempo che non necessariamente deve limitarsi al singolo anno scolastico. Gianfranco Pangrazio Locandina del convegno Scuola e Comunicazione. Nel programma dei lavori figura: “Il laboratorio video: l’esperienza della Scuola Media Centurione progetto di Gianfranco Pangrazio”. 30 IL PESO DEL MONDO È AMORE (A L L E N G I N S B E R G) Estate 1967. A Spoleto, come ogni anno, si svolge il Festival dei Due Mondi. Una kermesse intellettuale che vede riuniti i più bei nomi dell’olimpo artistico internazionale. L’evento, spettacolare e celebrato, mi interessa relativamente, perché la mia stagione dell’epoca mi vede pellegrino, povero e buddhista, in giro in autostop alla ricerca di tribù alternative. Non c’è consonanza tra il vivere un’esperienza sotterranea ed il fragore-fulgore del bel mondo a Spoleto. Nel 1967, però, c’è una novità. Tra gli altri è stato invitato al Festival il mio poeta-guru, Allen Ginsberg, la cui opera è stata il detonatore, per me e per altri, del mettersi in strada, dell’aprire cuore e cervello all’anima del mondo, condividendo, perché percepito, il verso di Allen Ginsberg: “Il peso del mondo è amore”. Fernanda Pivano che avevo conosciuto nell’inverno del 1966, su suo invito, e che frequentavo con affetto e gratitudine, mi aveva assicurato che me l’avrebbe presentato se fossi stato presente a Spoleto quando Ginsberg avesse letto le sue poesie. Non parlavo, e non parlo, inglese. Appartengo alla generazione che Allen Ginsberg, negli Stati Uniti obbligatoriamente studiava, a partire dall’allora scuola media, il francese. Ero cresciuto intellettualmente succhiando Sartre e Piaf, Gréco e 31 Brassens, Freinet e Breton… La Francia mi aveva salvato dall’asfissia culturale e mi aveva consegnato una lingua, allora stimata e diffusa. La mia famiglia era proletaria e non conoscevo il rituale dello stare a tavola. Soldi non ne avevo, vivevo da solo, cercavo di divulgare una psichedelìa fondata sullo stupore, sulla non-violenza, sull’amore per la vita. Dormivo nel sacco-a-pelo, a volte, quando ero fuori casa, su panchine o sul marciapiede. Ma tutto questo era dharma, dottrina e veicolo, apprendistato necessario per estirpare le abitudini e le visioni precostituite. Proprio per ciò avevo lasciato il partito comunista, per una rivoluzione reale e totale, che mi facesse, qui e subito, vivere l’inebriante esperienza. Il fatto che insegnassi in una scuola elementare non mi era di grave impaccio perché il lavoro con i bambini era creativo e liberatorio. Problemi ne avevo, caso mai, con l’istituzione, la quale, infatti, nell’autunno del 1967 mi allontanò dall’insegnamento e mi relegò, per cinque anni, in un ufficio! Ero un non più giovane di 29 anni, con una storia lunga e non sempre felice alle spalle. Credo che mia madre si fosse rassegnata, forse come fece la madre di Francesco in Assisi, fidando nel fatto che non avrei fatto del male, qualunque fosse stata la scelta. Con il viatico di Fernanda Pivano giunsi in autostop a Spoleto. Laggiù lo spettacolo era permanente, nelle strade, nelle piazze, nei piccoli antri. Accanto al programma ufficiale, con i grandi nomi che si vedevano riuniti per l’aperitivo, v’era un pullulare di artisti proletari, giovani, in attesa dell’occasione, sperimentalisti, assetati di vita, di dialogo ed anche di un riconoscimento che avrebbe permesso loro di continuare nell’attività. Forse era anche così durante i grandi eventi medioevali. Feci presto amicizia con giovani attori di quello che allora si chiamava ‘teatro di cantina’. Lavorai con loro e con loro vissi il breve periodo della mia sosta a Spoleto. Un giorno, verso l’ora dell’aperitivo, scorsi Fernanda e con lei Ginsberg che riconobbi subito in quanto la sua immagine era stata riprodotta su manifesti in vendita alla Feltrinelli di Milano. In quell’occasione mi resi conto di che cosa significa essere nato e cresciuto in un ambiente piuttosto che in un altro. L’avevo anche scritto: i proletari sono timidi, si sentono in colpa per i loro limiti, non elimineranno mai il padrone. Potevo essere diverso? Mi feci però coraggio e salutai Fernanda la quale mi presentò brevemente a Ginsberg definendomi un ‘giovane poeta italiano’. Poi la ruota continuò a girare sotto il sole spoletino. Tutto mi sembrava un inferno di ombre danzanti, come diceva il Buddha: illusione, vanità, inconsistenza. Assistetti, in prima fila, alla lettura di poesie da parte di Ginsberg. Debuttò con un omaggio ad Ungaretti, il quale sedeva sul palco, estatico e commosso. Ginsberg salmodiava i testi accompagnandosi con un organetto indiano. Ovviamente leggeva in inglese, anche la poesia scritta da Ungaretti, famoso per la lentezza con la quale declamava i suoi versi. Quando Ginsberg terminò il suo canto ci fu un momento di imbarazzo. Ungaretti non si attendeva che tutto fosse finito. Era là, con gli occhi ben aperti, e respirava poesia a pieni polmoni. Dopo l’omaggio, Allen lesse testi suoi che Fernanda Pivano, al suo fianco sul palco, traduceva in simultanea, a volte imbarazzata nel trovare un equivalente italiano di parole connesse ai genitali o ai rapporti sessuali. Il pubblico possedeva, però, la versione italiana ciclostilata. Fu proprio la lettura di quei testi che valse a Ginsberg una denuncia per offesa al pudore. Così Spoleto accoglieva il bardo d’una America pacifista, esaltata nella ricerca di strade fiorite per il pianeta. Forse la sera stessa incontrai nuovamente il poeta. Più che sera era notte ed Allen Ginsberg usciva dall’aver assistito ad una pièce teatrale. Lo affiancai per un tratto di strada e cercai di comunicare. Il tutto era molto buffo. Ginsberg mi rispondeva in spagnolo, francese e parole italiane. Gli chiesi che cosa pensasse della poesia di strada, quella che non trovava veicoli ufficiali, case editrici 32 prestigiose, ma veniva ciclostilata e diffusa a mano . Mi rispose, per quello che riuscii a capire, che la poesia è ovunque e viaggia con ogni mezzo. Egli stesso, mi disse, non avrebbe disdegnato di andare a finire nei cioccolatini o nei juke-box, anche se non erano all’idrogeno (una raccolta di sue poesie era apparsa in Italia con il titolo di ‘Juke-box all’idrogeno’). Nessun problema, quindi, a continuare con mezzi poveri, a meno che l’obiettivo non fosse il successo od il potere. Dopo quella notte non vidi più Ginsberg. Continuai per un breve periodo con i miei amici guitti del teatro di cantina perché in assenza di denaro c’era il problema oggettivo del mangiare e del dormire. Non era salubre, quindi, frequentare altri ambienti. Il percorso sotterraneo tale doveva restare, fuori dal carnevale multimediale. Rincontrai Ginsberg a Torino dove venne a promuovere in una libreria di tendenza, la Hellas, i suoi scritti. Ebbi il piacere di leggere un mio poemetto, andato perduto come molte altre carte di quel periodo, nell’attesa del poeta americano. Il giorno dopo, poi, nella piazza-salotto di Torino, Piazza San Carlo, lo intervistai, con il solito metodo di francese, spagnolo e gesti. Gli chiesi, allora, che fine avesse fatto Bob Dylan. Mi rispose che si era sfasciato tutto andando in moto, che si era ritirato in una fattoria e stava scrivendo canzoni d’amore. Noi eravamo ancora al Dylan delle grandi ballate. Le domande, l’incontro, servivano a creare una filiazione tra l’underground italiano e quello americano anche se Ginsberg a Milano aveva risposto ai ‘capelloni’ locali che i beats americani erano morti, che non c’era più l’avventura che noi vivevamo faticosamente in Italia. Dopo avrei scritto che l’underground italiano aveva assunto, nei suoi aspetti migliori, caratteristiche autoctone, latino-mediterranee. Allora si aveva ancora bisogno d’una sorta di conferma. Commento [us1]: Commento [us2]: Foto dell’incontro tra Gianni Milano ed Allen Ginsberg a Torino, nel 1967. 33 Da un fegato profetico e lontano Allen pareva ne sortisse pieno dell’umoralità carbo-sanguigna che pare un viaggio agl’inferi ed ai cieli, discepolo d’un Buddha curatore e nel contempo Dioniso convinto dispensatore del suo corpo astrale, toro disposto al centro del mandala, scettico amante d’un mondo d’illusione. Pellegrino del Dharma al pari d’un Hsuan Tsang in terra di Spoleto, Umbria, in Italia, una notte salendo verso il colle t’interrogai, da fragile poeta, sul rischio dello scrivere dei versi avversi al mondo, al principe ed al prete e tu mi rispondesti che il cantare è suono emesso che si perde in mare e diventa quel tutto oracolare di cui nulla si sa ma quel cantare è l’aria che ti dà forza ai polmoni, è il cibo da mangiarsi in comunioni, è il verde scarabeo della vita, parola indefinita e balbettante, un risucchio di labbra nel lattante “e quindi – mi dicesti – ignoro il come si diventi poeti e illuminati, ma se il messaggio è puro allora credo che ovunque e sempre produrrei i miei versi”. Da quella notte, nel caldo spoletino, mi ritrovai ridotto ad un catino colmo dell’acqua che il tempo vi riversa, uno Scimmiotto ignaro e solidale, sulla strada che agile attraversa i valichi dai monti alla pianura dove s’aduna il mondo di memorie, dell’attimo presente aride scorie. Gianni Milano ( da ‘Le strade dei canti e degli antichi’ , ed. Quaderni di Cantarena). Post scriptum: Abitavo nelle Valli di Lanzo quando leggemmo che Allen compiva gli anni ed era ammalato gravemente. C’era una sua foto in cui appariva ben diverso da come l’avevo visto nei lontani anni sessanta. In mancanza d’un suo indirizzo, inviammo, io e altri giovani amici del posto, le nostre fotografie con auguri, all’Università che il giornale citava. Ignoro se abbia ricevute le nostre immagini. Morì dopo un certo tempo. Mi auguro, da buddhista, che egli non vagoli da qualche parte sotto una qualche forma, ma che rimangano soltanto le sue parole, di cui non so quanti, anche negli ambienti intellettuali, sono a conoscenza. Allen fu amato, perché amava, perché era generoso e , non dimentichiamolo, veniva dalla Vecchia Europa. Non conobbe Bush junior e almeno questo gli fu risparmiato! Gianni Milano 34 «V O L O N T À D I D I R E». QUATTRO APPUNTI SU UN RICORDO Al gioco del massacro allora non ci sto Antonio Porta, Yellow 1. Mario Fancello mi chiede di ricostruire per iscritto un ricordo: l’organizzazione, nella primavera del 1995, insieme a Nicola Ferrari, di una serie di letture di poesia. Il cui titolo dantesco, «Volontà di dire», serviva a portare l’attenzione sui tentativi più che sulle qualità effettivamente realizzate. Anche la nostra proposta era un tentativo, molto giovanile (avevamo 22 e 21 anni). In origine, doveva essere un incontro con la poesia in generale, quindi capace di coinvolgere con la stessa dignità le esperienze genovesi; anche antitetiche come quelle di Enrica Salvaneschi e Edoardo Sanguineti. Chiedendo l’appoggio dell’Istituto di Letteratura italiana, ora Dipartimento, il progetto venne cambiato: Marco Berisso e Tonino Tornitore lo trasformarono in un confronto tra vecchi (antichi, secondo Leonetti) e giovani, tra poeti del Gruppo 63 e poeti del Gruppo 93. Divenne così un’opera meno dilettantistica, ma forse acquistò una valenza politica (era già il 1995) ed edipica che Nicola e io non sapevamo gestire, sia per timidezza sia per inconsapevolezza. Valenza edipica, non a caso: autori vecchi e autori giovani, e noi stessi giovanissimi a coordinarli; grande successo (e sistemazione critica e sociale: Giuliani, Pagliarani, Sanguineti padre) contro esperienze in fieri (Baldus, Altri Luoghi, Bufala Cosmica; e poi Gabriele Frasca, Giuliano Mesa, Tommaso Ottonieri, Sanguineti figlio); così il 5 maggio del 1995 l’incontro tra i due Sanguineti fu difficile da capire e da sopportare (ad esempio, Federico che legge qualcosa in cui scoppia «papà, papà…», e ci toglie la parola). Scrivendone ora, il presente storico si alterna al passato remoto, a 35 seconda del grado di partecipazione dell’oggi al passato. Eppure mi appartengono entrambi: il vivo e il morto. 2. Più tardi, Nicola mi ha confessato che non ricorda volentieri quelle settimane. Dice che la cosa migliore, e che è rimasta, è «esserci conosciuti», «averti conosciuto». Soprattutto, per noi era difficile sopportare la dose di convivialità e di complicità (l’«ambiente poetico», secondo Mesa) che l’organizzazione imponeva. Per uno di noi quei giorni coincidono con l’inizio di un «rapporto» di cui – come ha scritto anni dopo – «l’interno si nutriva» e per il quale «manca un nome». Sempre per uno di noi c’è stato l’incontro (18 maggio 1995) con Giuliano Mesa, la cui fraternità stilistica (e non solo) ha portato verso la poesia, con più concretezza di altre esperienze. Vale a dire che di un ricordo prolungato per due mesi rimangono alcuni istanti, che distruggono il resto (la barba e i capelli del Giuliano di allora, neanche quarantenne; la sua serietà e il ritmo un po’ metallico della sua lettura; la prima stretta di mano con una persona – un’anima con «il cuore buono» – che sarà scelta come punto di riferimento). Tutto il resto non c’è, al punto di non ricordare, ad esempio, quello che disse Sanguineti. Lesse qualcosa che entrò in Corollario, e certamente commentò se stesso; ma è tutto scomparso. Anni dopo, la sua profezia sembra avverata: fare dell’avanguardia un’arte da museo; a partire dallo stesso corpo del poeta esibito in pubblico, più offerto che engagé. Pensando questo, la memoria torna ad una nota di Pasolini in Empirismo eretico (1972): Sanguineti ancora nominabile, come il solo che avrebbe potuto «continuare», scomparendo gli altri. La presenza di Mesa rappresentò un modo alternativo, sia umanamente sia nel suo stile di articolazione per verba della volontà di dire. Non posso dire nulla sull’umanità di Giuliano, che ha dato tutto quello che poteva dare, e molti gli devono molto (Florinda Fusco, Marco Giovenale, ego scriptor, e in generale tutti quelli che si sono riconosciuti nel progetto di Ákusma, che è nato dopo ed esiste ancora). Nel campo dei verba, invece, la sua operazione – che era esterna al Gruppo 93 – tendeva con più evidenza ai contenuti e alla musica, ed era apparentemente privata (quindi impolitica) e sicuramente depsicologizzata («i loro scritti»). L’esperienza della scrittura moltiplicata in altri e nei ritmi era (è ancora) diversa: profondamente orale, senza fare dell’oralità una religione laica; contenutistica ma non narrativa; anarchica rispetto al canone degli stili italiani. 3. Per bilancio. Nel 1995 il gruppo 93 aveva già dimostrato che cosa poteva e che cosa non poteva fare, sia per volontà sia per le qualità dei tempi (cfr. Sanguineti, intervistato da Daniele Piccini in «Poesia», 171 [2003], pp. 7-19: «C’era la speranza che questi autori riuscissero ad elaborare qualche cosa di veramente nuovo, in modo da non replicare le esperienze già fatte e da trovare una configurazione solidale. Ma c’è stato un ripiegamento e anche una mancanza di coesione»). I due giovani, che ‘organizzavano’, dovevano ancora fare tutto. Ora Nicola compone musica; io ho imparato a scrivere attraverso Giuliano, e nello stesso 1995 e due anni dopo grazie (anche grazie) a due innamoramenti diversi, e in qualche modo intrecciati. Cioè situazioni prima esaltanti e 36 poi distruttive, nel cuore di una persona che contemporaneamente si avvicinava alla propria volontà di dire. Ora penso al fatto di amare male, che è peggiore dell’odio. Di conseguenza la prosa sta prendendo un posto molto ampio, forse a scàpito della poesia e dei suoi aspetti più cantabili e decorativi. 4. L’impressione dopo otto anni ha due aspetti: il primo è che gli antichi fossero fedeli ad un’immagine vulgata anche nel modo di proporsi (la pipa di Pagliarani, il rictus professorale – la definizione è di Asor Rosa – di Sanguineti…), il secondo è che nei giovani ci fosse, a volte, un caos di disperazione e di allegria, entrambe esibite allegoricamente e rese pubbliche, come se la morte si potesse e dovesse esorcizzare con un atto di performance. Massimo Sannelli 37 COLLOQUIO CON CARLA MACCAFERRI Lunedì 25 agosto 2003 la signora Carla Maccaferri, dell’Ufficio Relazioni Esterne, che segue il patrimonio artistico di Banca Carige, mi ha ricevuto per dialogare con lei sulla raccolta d’opere d’arte contemporanea di proprietà della Banca. Nelle righe sottostanti riportiamo traccia della conversazione. Il testo è stato sottoposto a convalida. Legenda - CM - MF - - - - Carla Maccaferri Mario Fancello CM – [...] sfogliando l’opuscolo “Le Collezioni d’Arte di Banca Carige” Lei avrà potuto verificare che le nostre raccolte sono nate partendo da un primo importante nucleo proveniente dalla Collezione Doria di via Garibaldi. Queste opere, alla fine degli anni Sessanta, hanno costituito proprio le fondamenta del “Museo Carige” che col tempo si è incrementato regolarmente sino agli anni Ottanta. MF – Come mai solo fino agli anni Ottanta? CM – Perché sino a tutti gli anni Ottanta l’allora Cassa di Risparmio riuniva in sé la duplice attività di banca e fondazione con la possibilità di destinare parte degli utili ad opere di pubblica utilità e al settore culturale, cosa che invece con la Legge Amato, mi pare nel ’91, nasce una divisione netta tra MF – Fondazione CM – la Fondazione e la Banca. Il 1° dicembre ’91 nasce, infatti, la Banca Carige SpA che opererà d’ora in avanti come entità bancaria vera e propria, mentre la Fondazione Cassa di Risparmio di Genova e Imperia inizierà una nuova vita autonoma per proseguire le tradizioni di solidarietà e di sostegno all’arte. Ma gli acquisti di opere d’arte diventano meno 38 - - frequenti, compensati tuttavia dalle opere di arte moderna che derivano dall’accorpamento alla Carige di altri due Istituti. MF – Scusi, posso interromperla? CM – Sì, dica. MF – Però queste collezioni restano di proprietà della Càrige o passano alla Fondazione? CM – Della Banca, della Banca. La Banca Carìge ha mantenuto la proprietà di tutto il patrimonio artistico che, come ha visto da questo opuscolo, 1 comprende dipinti, incisioni, monete, ceramiche; le opere di artisti contemporanei o comunque attivi nel Novecento è frutto della fusione con Carige di due istituti, come dicevo, l’Istituto di Credito Fondiario e il Mediocredito. Le collezioni si arricchiscono di tele di Emilio Scanavino, Rocco Borella, Silvia Rizzo, Gianni Bertini, Claudio Costa , Zorio … per non citare che alcuni nomi noti. MF – É da almeno – a dir poco – un decennio CM – Esatto. MF – che io li ho visti. CM – Sì sì, ma appunto quando c’è stata la fusione con la Banca Carige che ha inglobato questi istituti MF – Intorno a quali anni. CM – Eh, direi inizio anni Novanta, se non ricordo male nel febbraio del 1994, quando da pochi anni era nata la Fondazione. Quindi il patrimonio della Banca si arricchisce con queste opere di artisti contemporanei delle loro collezioni. Gli Scanavino, soprattutto, sono numerosissimi, circa una trentina … Emilio Scanavino, Alfabeto senza fine, 1978. - MF – Fra le altre, ho visto di là 2 [un’opera di] Flavio Costantini. CM – No, ecco, Flavio Costantini è un caso a parte perché agli inizi degli anni Ottanta, la Direzione aveva condiviso l’idea di realizzare biglietti di Natale “d’autore”. E la Fortuna di Flavio Costantini è stato il primo di una serie di cartoncini augurali firmati successivamente da Lele Luzzati, Rubino, Pier Canosa ecc. Ma il rapporto con Flavio Costantini continua in occasione dei centocinquant’anni della vita della Banca. Ecco allora per la rivista La Casana 1 Patrimonio artistico Banca Carige Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, Ristampa anastatica da numeri arretrati del periodico La Casana, pubblicazione di Banca Carige Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, [Senza data]. 2 Dalla porta semichiusa di un ufficio addetto alle pubbliche relazioni avevo intravisto questo quadro incorniciato. 39 - - l’artista realizza per la copertina Vico della Casana. Prima ancora avevamo commissionato a Costantini la sede di Milano in Corso Vittorio Emanuele, dietro al Duomo. MF – Ora mi sfugge il nome, ma ricordo che la Cassa di Risparmio aveva regalato anche delle statuine in ceramica di quell’artista di cui hanno allestito recentemente a Palazzo Ducale la mostra delle sue statuine. 3 Come si chiamava? Non mi ricordo più. Va beh, poi mi verrà in mente. CM – Potrebbero essere state riproduzioni della ditta Mazzotti?. Ma parlo inizio anni Ottanta, eh. MF – Potrebbe essere. CM – Si parla di vent’anni fa, ecco, non è una cosa recente. MF – Potrebbe essere. Non so se l’abbia realizzata la ditta Mazzotti, che è quella famosissima CM – di Albisola MF – di Albisola - - - 3 4 CM – E avevamo in quegli anni acquistato dalla Mazzotti delle riproduzioni di statuine degli anni Trenta fatti da… - MF – No, non erano rifacimenti. Era, ecco, Piombino. Piombino.4 - CM – Ah, Piombino. Di Piombino forse abbiamo comprato qualche multiplo, non le saprei dire; però di Piombino ... sinceramente non me lo ricordo. Mi ricordo invece di quelle riproduzioni di statuine da presepio degli anni Trenta che, nel giro di due o tre anni avevano composto – come dire? – un intero presepe. Di Piombino non me lo ricordo; comunque a Piombino c’eravamo rivolti invece per altre cose in passato, ma addirittura allora negli anni Settanta. - MF – E cioè? - CM – Avevamo pubblicato sulla Casana Gianni Bertini, Senza titolo. degli articoli dedicati al Natale e allora avevamo fotografato anche sue opere, come avevamo fotografato figurine di Mauro Malfatto, di Giulio Sommariva e di un giovane ceramista francese, che allora lavorava per una Galleria genovese. MF – Nel momento in cui avete deciso di mantenere come Banca CM – tutto il patrimonio artistico? MF – tutto il patrimonio, qual è la finalità? É sempre di lucro? CM – No. MF – É culturale? CM – Esatto, esatto. Perché? Perché ha una lunga storia questa collezione che aveva negli anni Settanta addirittura intravisto la possibilità di concentrarsi in una struttura ad hoc, quindi diventare museo aperto al pubblico. Si tratta di Palazzo Carcassi… MF – Dov’è Palazzo Carcassi? Una firma per sei, Genova, Palazzo Ducale, venerdì 22 novembre 2002 – 2 febbraio 2003. Umberto Piombino. 40 - - - CM – Qui, nei vicoli, in Via David Chiossone, è un edificio di origine cinque/secentesca che probabilmente era costituito da due corpi, un’ala dell’edificio storico sopravvissuta ai bombardamenti si trova proprio di fronte al nostro ingresso di via Chiossone . MF – Quindi non ha rinunciato alla collezione per questioni culturali. CM – Sì, esatto. Perché nonostante tutto sopravvive un rapporto ideale con la Cassa di Risparmio. La Banca presta opere d’arte per importanti mostre italiane e straniere. In settembre partiranno per Anversa una diecina di splendide opere del Seicento, destinate all’iniziativa della Soprintendenza Genova & Anversa. Un Sommet dans la peinture baroque. MF – Un’altra cosa, Zorio: una spiegazione in parte me l’ha data 5. Artisti liguri CM – Zorio non è ligure. MF – Esatto. Come mai? CM – Sono tutti artisti che facevano parte del patrimonio dell’Istituto di Credito Fondiario, che è stato – come dire? – un importante collezionista di arte contemporanea. Quindi è arrivato Zorio che ligure non è, ma insieme ai Borella, insieme agli Scanavino, insieme a Claudio Costa. Di Claudio Costa c’è una interessantissima opera-collage, La trina, attualmente in un ufficio che non ricordo. Gilberto Zorio, Canoa. - - 5 6 MF – Quindi non è possibile vederli. CM – Semplicemente è meno agevole. Mentre le opere del Seicento sono nei piani della sede, le opere di arte contemporanea sono collocate in diversi edifici, di proprietà della Banca, dove si trovano altri uffici. MF – Ecco. E gli altri non liguri di cui lei abbia memoria? CM – Che mi ricordi, che mi ricordi, direi che i più importanti sono ... C’è questo che è qui pubblicato 6 [sfoglia il libretto che ha portato con sé sulle collezioni della Cassa] MF – E di stranieri? Non avete nessuno? CM – No, di stranieri non abbiamo nessuno. In compenso dappertutto abbiamo opere d’arte [indica, sorridendo, il luogo dove stiamo conversando: la sala della biblioteca corredata di quadri ed oggetti d’arte] – anche ceramiche moderne [indica dei vasi decorati posti in cima ad una libreria], MF – di Scanavino, CM – sono multipli e provengono dal patrimonio dell’Istituto di Credito Fondiario. MF – Quindi anche lo Scanavino è stato un’eredità. CM – Sì sì. MF – Non è stato una scelta vostra. Ossia che le scelte, essendo state ereditate, non sono dipese da loro. Sull’opuscolo citato alla nota 1. 41 - - - - - CM – No MF – Peccato. CM – Un’eredità. Sì sì. MF – E come curatore della collezione c’è qualcuno? Cioè com’è che vengono scelte le opere, anche del passato? CM – All’epoca degli acquisti di tele antiche la Banca si rivolgeva sempre a storici dell’arte dell’Università di cui chiedeva la consulenza. Agli inizi, negli anni Sessanta, la famosa grande Caterina Marcenaro è stata per anni consulente. Poi c’è stato il professor Torriti, Piero Torriti, che era stato soprintendente, successivamente fu interpellata anche la professoressa Gavazza … MF – Un’altra cosa: per il futuro questo cordone ombelicale con l’arte resta? CM – Rimane, rimane. MF – Però rimane mummificato oppure ... ? CM – Non è la parola esatta. MF – Ma la situazione è quella? CM – Ancora oggi sono numerose le occasioni di testimoniare l’interesse per la cultura e per farne partecipe la cittadinanza tutta. Ad esempio dal venti al ventotto settembre ci sarà il Museo Carìge aperto al pubblico per ben nove giorni consecutivi. Quindi in occasione della giornata nazionale di Invito a Palazzo, iniziativa dell’Associazione Bancaria Italiana, Banca Carìge, visto il successo dell’anno scorso con circa millecinquecento visitatori in un giorno, inizierà l’apertura straordinaria della nostra sede. MF – Ma avete aperto questo [cioè la sede] palazzo? CM – Sì, il pubblico aveva potuto visitare il settimo piano con la collezione numismatica, il quindicesimo e il quattordicesimo con incisioni del Settecento, maioliche dei secolo XVI XIX, tele prestigiose di artisti genovesi, italiani e fiamminghi. MF – E lo ripeterete, ha detto? CM – Certo, come ho detto, dal 20 al 28 settembre prossimi, nove giorni, con due sabati e due domeniche, proprio per dare più possibilità a tutti gli appassionati di arte. Nei giorni feriali l’apertura sarà al pomeriggio, mentre al sabato e alla domenica tutto il giorno secondo gli orari che poi verranno diramati a mezzo stampa. Ricordo l’anno scorso la coda incredibile, sino alla fine di Via Cassa di Risparmio. L’interesse del pubblico genovese per le nostre collezioni è stato davvero straordinario. - MF – Vuol dire che la Città un po’ si sveglia. - CM – Sì, e poi in fondo, anche se non tutti sono clienti Carìge, la Cassa di Risparmio è stata per tanti anni un importante riferimento culturale attraverso mostre, volumi, periodici, convegni ecc. Ancora oggi abbiamo la rivista La Casana, che ospita articoli di vario interesse e anche vere e proprie “scoperte” di tesori nascosti nella nostra bella regione. Oltre ad argomenti di carattere finanziario. - MF – In questa attività editoriale qual è lo spazio del Nanni Servettaz, contemporaneo? Sempre dell’arte eh intendo, e per arte non Ricordo della Grecia. intendo solo quella visiva, ma anche musica, poesia, teatro ...; sperimentazione in poche parole. CM – Partendo dal presupposto che i nostri affezionati clienti prediligono opere di carattere “classico” – ormai consacrato dal tempo MF – convalidate CM – è vero. Tuttavia desidero ricordare le monografie dedicate a Giannetto Fieschi e a Eugenio Carmi. 42 - - - - MF – La Fondazione invece può costituire una speranza. CM – Senza dubbio. La Fondazione affronta temi e tematiche dei nostri giorni in convegni e anche attraverso la sua rivista Fondazione informa. MF – I primi numeri mi sembrava facessero molta pubblicità alla Fondazione. CM – Fondazione informa: lo dice la parola. Non si trattava affatto di pubblicità ma di “informazione” ed approfondimento circa l’impegno assunto nel settore della cultura, della ricerca, del sociale ecc. E’ proprio loro vanto aver ospitato sulla rivista firme prestigiose a livello mondiale su temi della salute, delle scelte ambientali, della globalizzazione, della poesia. La Fondazione si è distinta in questi anni come autonoma fonte di cultura nella nostra regione, organizzando convegni di carattere internazionale sulla poesia, sulla drammaturgia. Quest’anno toccherà alla musica. MF – Alla Nuova Borsa. CM – Ecco, esatto. Lei ha avuto modo di seguirli? MF – Ho seguito qualcosa di quello del teatro. Poi delle cose più interessanti è cambiato l’orario; per esempio ho perso Bob Wilson ché lo hanno anticipato al mattino anche se programmato al pomeriggio. MC – Ma torniamo alle nostre opere d’arte “moderna” … Qui [mostra una riproduzione stampata sull’opuscolo di cui abbiamo detto nella nota 1] due sculture di Servettàz, le trovo molto interessanti, mi affascinano sempre. MF – Sì, siamo nel genere di Arturo Martini. CM – Ecco, agli inizi degli anni Ottanta avevamo comprato, ma era un caso un po’ particolare, una splendida opera di Consagra, che è a Nizza. - MF – Ora di proprietà di Nizza? - CM – No, no, è stata trasferita a Nizza nella filiale della Banca. Una bellissima opera in marmi pregiati, bianco “statuario” di Carrara con inserimenti di (adesso non ricordo il nome del marmo) un rosso splendido e di un verde tipo malachite, quindi di marmi pregiatissimi, Era giusto che un artista di fama internazionale fosse esposto in una filiale “estera” - MF – E nelle altre filiali che cosa avete mandato? - CM – No, nelle filiali direi che di opere importanti non ce ne sono. Normalmente ci sono cose proprio di arredo. Comunque ci sono stati periodi particolari e per filiali erano state acquistate opere di Sirotti, artista contemporaneo di indubbio interesse. Pietro Consagra, Senza titolo, 1975. - MF – Di queste opere che avete ricevuto come assorbimento degli altri istituti 43 - - avete l’elenco? Immagino di sì. CM – Sì, questo sì. MF – È possibile averne copia? Magari da mettere sul giornalino? CM – I nomi li ho già più volte citati (Scanavino, Luzzati, Fieschi, Borella, Rizzo, Bertini, Zorio, Mondino ecc.) - MF – Più o meno, ad occhio e croce, - CM – Sono parecchi. In totale penso che facciamo presto ad arrivare a una novantina di opere, di cui molte di Scanavino. Di Scanavino abbiamo, fra tele e ceramiche, oltre trenta opere. Poi c’è subito dopo Rocco Borella, di cui abbiamo anche… - MF – Ma avete anche i Cromemi di Rocco Borella? - CM – Non solo, abbiamo anche quest’opera [presente in fotografia nel citato opuscolo] del ’46, è Claudio Costa, Trina. davvero un’opera storica del periodo figurativo. E poi Cromemi bellissimi e una tela con splendidi abbinamenti di colori MF – É più informale? CM – Esatto, davvero splendida. Dimenticavo abbiamo anche un Eugenio Carmi. Emilio Scanavino. 44 Emilio Scanavino. [Interrompiamo a questo punto la trascrizione del colloquio, che è proseguito per ancora alcuni minuti su tematiche non più strettamente connesse agli scopi dell’intervista]. Lunedì 25 agosto 2003, ore 10-11, presso Biblioteca Banca Carige, 8° piano, Via Cassa di Risparmio, 15. Rocco Borella, Anatomia. 45 PUNTASPILLI 1. […]. Quest’anno in Olanda il premio letterario più prestigioso è andato a un libro per l’infanzia, per la semplice ragione che non si fa differenza in quel Paese con la letteratura per adulti: hanno la stessa importanza. […]. MAURIZIO MAGGIANI, Italia, un Paese dei balocchi che non ama i bambini, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 31 maggio 2003, pp. 1,7. 2. Massimo Piattelli Palmarini, professore di scienze cognitive all’università dell’Arizona, in un articolo apparso sul Decimonono, risponde a delle domande postegli dal giornalista Giuliano Galletta. Stralciamo dal contesto due domande e le relative risposte. Legenda: GG = Giuliano Galletta; MPP = Massimo Piattelli Palmarini. - - GG – Professore qual è oggi il rapporto tra gli italiani e la cultura scientifica? MPP – Mi pare che ci sia una richiesta, abbastanza indefinita, di valori e di certezze provocata probabilmente dalla crisi delle ideologie, della politica. Scienza e tecnologia diventano così interlocutori plausibili a cui rivolgersi in cerca di qualche risposta. Per il resto l’Italia risente di antiche magagne. Sia a livello universitario che scolastico siamo ancora molto indietro. C’è un notevole gap tra la richiesta di cultura scientifica e il modo di soddisfarla. GG – Secondo lei la cultura italiana di base è ancora vittima di quello che si potrebbe chiamare “un pregiudizio umanistico” che sminuisce il valore di scienza e tecnologia? 46 MPP – Direi di sì, ma sempre meno. È un antico vizio italiano. Quando ero ragazzo, 1 non si pensava neanche che la scienza fosse parte della cultura. Questo dipende, probabilmente, da Croce, dalla tradizione storicistica e anche dal marxismo. L’idea è che ci sono la storia, la letteratura, e poi la scienza che in fondo viene considerata solo una supertecnologia, fatta di concetti applicativi che non fanno parte della cultura. Mi pare però una tesi del tutto superata, fortunatamente. […]. - GIULIANO GALLETTA, Tutti i segreti della mente, in Il Secolo XIX, Genova, domenica 1 giugno 2003, p. 14. 3. Luciano Cànfora, durante un’intervista a Radio3, ha affermato che C’è una colpevole dissipazione dell’intelligenza nelle scuole superiori. LUCIANO CANFORA, I luoghi della vita, Radio3, domenica 1 giugno 2003, ore 14,56. 4. In un articolo apparso sul “Decimonono”, il maestro genovese Piero Fossati rievoca la lotta combattuta dal 1969 contro l’imbecillità dei libri di testo per le elementari. […]. Se è indubitabile che l’impostazione dei libri di testo è cambiata [rispetto agli anni ’50-60], che i riferimenti sono più vicini al mondo in cui vivono i bambini, si ha l’impressione che persista una certa difficoltà a considerare l’alunno di scuola elementare capace di accogliere un discorso serio e vigoroso. Si toccano gli argomenti cosiddetti “politically correct” ma non sembra che si sia trovato il modo adatto per proporli ai piccoli lettori: domina, soprattutto nei libri di lettura del primo ciclo, il bamboleggiamento, lo svilimento del messaggio calato in un mondo artificioso, l’unico che agli autori evidentemente sembra adatto ai bambini. […]. PIERO FOSSATI, Bambini a scuola con lo “stupidario”, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 7 giugno 2003, p.13. 5. L’ultimo giorno di scuola, numerosi studenti genovesi delle superiori hanno festeggiato l’evento con lanci di uova, frutta e gavettoni in modo così intensamente partecipato da richiedere l’intervento immediato dei vigili urbani e di tre volanti della polizia. Sul fatto il Decimonono ha esibito il commento di un neuropsichiatra: in questo caso il dottor Gianni Guasto, di cui riportiamo alcune considerazioni. […]. La scuola è un contenitore, anche se troppo sfondato, di regole. Il fatto è che ai ragazzi oggi, forse, fornisce meno stimoli di un tempo. […]. Prima i ragazzi credevano di più nella scuola anche se erano più inquieti. Quelli di oggi ci credono meno e mi preoccupano quando vedo la loro attenzione per piercing, tatuaggi e le varie mode. Penso che un giorno o l’altro rischieranno di esplodere. Al. Cost., Un rituale periodico per sfogare rabbia, noia e insoddisfazione, in Il Secolo XIX, Genova, 7 giugno 2003, p. 27. 1 È nato nel 1941. 47 6. Separiamo dal loro contesto alcuni passi che interessano la nostra rubrica. L’articolo giornalistico, da cui abbiamo tratto le frasi sottostanti, disserta d’alcuni fenomeni che il commercio della droga produce sul comportamento dei giovani. […]. A molti la domanda sorgerà dal cuore. Ma perché mai i ragazzi sentono il bisogno di drogarsi? Gli operatori lo hanno capito: “Per vuoto interiore, senso di abbandono, un’angoscia che ti stringe alla gola: in una parola,per la solitudine”, spiega don Pierino gelmini, presidente della Comunità Incontro che riunisce 160 centri in Italia e 70 all’estero, per un totale di 3.000 persone ospitate. “La droga è sempre una fuga”, aggiunge Andrea Muccioli, faro per 1.800 persone del suo megacentro di Ospitaletto di Coriano, e un’eredità pesante, quella del papà Vincenzo. “Non è una malattia, ma il sintomo di un disagio profondo”. “Dietro un ragazzo che si droga ci sono motivazioni individuali e sociali”, spiega Riccardo C. Gatti, psichiatra e psicoterapeuta che si occupa di tossicodipendenze dal 1981, primario del Ser-T(Servizi Tossicodipendenti) dell’ex Ussl 41 di Milano:”peché non sta bene né con se stesso né con gli altri; perché si è accorto che la vita è fatta di attimi di felicità in mezzo a tanta disperazione; perché mira al raggiungimento di sensazioni piacevoli che non si possono ottenere in alcun altro modo. Ma questo non basterebbe a spiegare. […]. “In una società in cui “super” è belo, chi vive la normalità caratterizzata dai limiti, sente il bisogno di un aiuto, di strumenti capaci di farlo andare oltre”. Il quadro del “perché” è completato da Andrea muccioli. Che colpisce al cuore: “I nostri ragazzi crescono con il telefonino, il computer e i soldi nelle tasche, ma non c’è nessuno che li ascolta. I genitori delegano ad altri (la scuola, la tata eccetera) il compito di educare. Le case sono piene di cose e vuote di contenuti e di valori. Questo crea un baratro tra giovani e adulti. Noi incontriamo migliaia di ragazzi delle scuole e tutti ci dicono che si sentono soli, che non si percepiscono parte della società in cui vivono. In più gli abbiamo detto che se usano droghe che non comportano il buco in vena, non avranno problemi, abbiamo fatto passare l’idea che una “canna” è come un bicchiere di birra. Invece la marijuana resta la droga di ingresso.Basti dire che il 98 per cento dei ragazzi che arrivano alla cocaina hanno iniziato con uno spinello”. […]. “Bisogna dare se stessi ai nostri figli”, spiega Muccioli. “Le lezioni teoriche cadono nel vento. Ascoltare con il cuore, ecco il segreto: capire i silenzi, le pause, gli sguardi, i gesti. Avere attenzione e dedizione, passare più tempo con loro ad ascoltare i dubbi, i sogni, la fragilità, la difficoltà di comunicare e di dare un senso alle cose. Solo ascoltandolo, scoprirai se tuo figlio frequenta un’amicizia pericolosa”. “Dalle indagini sociologiche è emerso che avere persone adulte che sanno essere punti di riferimento riduce drasticamente il rischio di essere tentati dalla droga”, spiega il sociologo Riccardo Grassi. “La strategia vincente è non mettersi mai in cattedra e dire “Si fa così”. Ma dire: “Facciamo un pezzo di strada insieme”. […]. MARIO R. CONTI – MASSIMO LAGANÀ, Ragazzi, attenti: l’ecstasy vuole sballare le vostre vacanze, Oggi, Milano, n° 26, 25 giugno 2003, pp. 37-40. 7. A Santa Margherita Ligure, il maestro Riccardo Muti, direttore del Teatro alla Scala, durante la cerimonia in cui gli è stato consegnato il “Premio Fernanda Pivano”, ha colto l’occasione per rivolgere questo appello alle autorità: «La cultura nel nostro Paese – ha detto Muti – è ormai ridotta ad ancella, misera, povera e affamata, ci troviamo davanti ad un’involuzione culturale spaventosa. Eppure l’Italia non 48 solo ha una cultura musicale enorme ma ha, a differenza di tutti gli altri Paesi, un numero enorme di teatri, in tutte le città, la maggior parte dei quali restano chiusi. Per questo rivolgo un appello alle istituzioni: riapriamo tutti i nostri teatri e affidiamone la gestione ai nostri giovani. Ci sono migliaia di giovani che studiano musica che hanno un enorme entusiasmo ed enormi capacità, le istituzioni tutte, quelle statali come quelle locali, dovrebbero essere in grado di aiutarli e valorizzarli nelle loro attività». ROBERTO DI PERNA, Muti:«Diamo teatri ai nostri giovani», in Il Secolo XIX, Genova, mercoledì 30 luglio 2003, p.13. 8. Riportiamo per intero un articoletto di giornale. Milano. La droga? I giovanissimi ne fanno uso più a scuola che in discoteca. È il preoccupante risultato di un sondaggio del dipartimento salute dell’ospedale San Raffaele che ha ascoltato 2300 ragazzi dai 14 ai 19 anni, delle medie superiori di Milano. La metà degli interpellati afferma di avere già fatto uso di stupefacenti: soprattutto marijuana, ma il 14 per cento ha provato anche la cocaina. Alla domanda come mai ci si avvii verso questa esperienza, la maggior parte degli interpellati ha fatto riferimento ad uno spirito di emulazione. Sconfortante il risultato scaturito dagli altri quesiti: il 34 per cento ha ammesso di fare uso di droga all’interno della scuola, il 27 per cento in discoteca. E chi la prova non si limita alla prima esperienza di curiosità, ma continua con una frequenza di almeno nove volte al mese. Lo studio lascia capire come l’esempio del vicino sia molto pericoloso al punto che se questi ragazzi, anziché frequentare la scuola normale, seguissero lezioni individuali sarebbero meno esposti al pericolo. Il fenomeno riguarda soprattutto i maschi, ma ci sono anche le ragazze che non resistono al richiamo del proibito. Lo studio ha trattato poi l’accostamento degli stessi giovani all’alcol. Qui è emersa la sempre più dilagante simpatia per la birra (grazie anche alla diffusione di certe magliette con la scritta “chi beve birra campa cent’anni”). Almeno il 70 per cento ha manifestato preferenze verso la spumeggiante bevanda che esercita una particolare attrazione anche verso il gentil sesso. Pochi ammettono di bere vino, mentre già abbastanza consistente è il numero di coloro che non escludono qualche sorso di super alcolici. Insomma un sondaggio che fa pensare e che offrirà l’occasione per affrontare ilo problema nelle scuole. A meno che il tentativo non sia destinato al fallimento in quanto proposto come ricerca di benessere in positivo e non con la negatività del “proibito”. ANNIBALE CARENZO, I giovani usano stupefacenti più a scuola che in discoteca, in Il Secolo XIX, Genova, sabato 9 agosto 2003, p. 7. SPAZZOLATURE Ogni giorno centomila persone muoiono di fame in un mondo che potrebbe alimentare dodici miliardi di individui, il doppio degli abitanti del pianeta. Jean Ziegler 49 FARFALLE METROPOLITANE 1. Genova. Mercoledì 2 luglio 2003: su un pilastro dei portici appartenenti al palazzo di Via Cantore presso cui c’è attualmente la fermata degli autobus diretti verso il centro città ho letto questo giudizio. SONO SOLO IL CORPO RIFLESSO DELLA MIA OMBRA … 2. Genova. Venerdì 11 luglio, Vico del Fumo. Due scritte: una sulla parete laterale di un palazzo e l’altra sul muro dell’edificio di fronte. CHE TRISTEZZA I BAMBINI CHE GIOCANO ... CIÒ CHE HO E IL MIO RISPETTO E LO TERRÒ STRETTO SINO ALLA MORTE 50 3. Genova. Lunedì 25 agosto ’03, munito di macchina fotografica, ho dedicato un occasionale intervallo di tempo libero alla ripresa“dell’effimero” presente in piazza De Ferrari e nei vicoli limitrofi. Ne sono testimonianza le immagini che riporto qui sotto. Veduta d’insieme dell’ingresso al negozio Il perigeo di Via Luccoli,69 r. 51 Particolare della foto di p. 51: L’avviso di chiusura per ferie utilizza un disegno infantile di una spiaggia con palme. Striscione di protesta appeso alla facciata del Palazzo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti in Largo Pertini, 4. 52 Altra immagine dello striscione: il nero del petrolio in basso, il rosso del sangue in alto. 53 Scritta tracciata sul muro di un palazzo di Vico Spada. 54 SCHELETRI NELL’ARMADIO WILFRED P E L L E T I E R Le presenti citazioni mi paiono abbastanza indicative per evocare un modo di vivere antico ed alternativo a quello odierno. I passi riportati fanno parte d’un discorso organico, per cui (ora ancor più che in altre occasioni) questa consuetudine anatomizzante di sezionare parti ben vive d’un ragionameto è veramente riduttiva se non addirittura nefasta. Avremmo dovuto trascrivere il libro per intero, ma non avrebbe avuto senso. Invitiamo perciò i nostri lettori a rapportarsi direttamente con il testo. Se il mio pensiero corre alla mia infanzia in un villaggio indiano, ricordo che non avevo altra idea della gente che mi stava attorno se non quella che eravamo, in qualche modo, tutti uguali. La struttura di classe nella nostra comunità era orizzontale. C’era solo una classe. Nessuno era interessato ad arrivare più in su di un altro. Lo potevi vedere nei nostri giochi. Nessuno li organizzava. Non c’erano sport competitivi. Tuttavia svolgevamo moltissime attività, e funzionavano, ma non nel senso di individuare chi aveva vinto o chi aveva perso. Giocavamo a palla come tutti gli altri, ma nessuno teneva i punti ... Moltissimi erano i giochi che realizzavamo. In uno di questi dovevamo cercare di colpirci con una palla stando tra due file di giocatori. Non c’era molta differenza se eri tu a essere colpito oppure a stare nel mezzo per cercare di colpire altri. Non era facile prendere quei ragazzi! Ricordo che quando stavo in mezzo tutto ad un tratto partivano gli altri giocatori e tu potevi trovarti a soli pochi metri da loro, dovevi tirar loro la palla e non riuscivi a colpirli. In gamba veramente! Fu soltanto più tardi che cominciai a capire che quello che stavamo facendo era un gioco, simile a quel che fanno gli animali. Se osservi, ad esempio, gli orsi adulti, noti che sia il maschio che la femmina giocano sempre con i loro cuccioli. Nessuno dei giochi che facevamo aveva una struttura vera e propria o era diretto da qualcuno. Come invece è successo quando gli animatori provenienti dal mondo esterno giunsero lì e ci dissero che noi, nel nostro villaggio, avevamo un problema: non 55 eravamo organizzati. Ci avrebbero pensato loro! Ci riuscirono benissimo a darci l’organizzazione e anche la tremenda competitività che ne deriva. Nell’isola Manitoulin 1 va ancora bene, la situazione non è così brutta come in un mucchio di altri posti travolti dalla competizione. Sono contento di poter ricordare che quando ero bambino ho avuto la possibilità di vivere in comunità con altri. Nessuno di noi voleva essere il più forte e, anche se gareggiavamo, nei nostri giochi non c’era mai un vincitore. Ci poteva essere un vincente ma lo era solo per quell’occasione. Se batti qualcuno con l’arco e lanciando la freccia più lontano, significa semplicemente che quella volta hai lanciato la freccia più lontano. Tutto finisce lì. Non significa che tu sei migliore degli altri. IN QUEL PARTICOLARE MOMENTO LA TUA FRECCIA È GIUNTA PIÙ IN LÀ. Forse è dipeso dal modo in cui hai lasciato che la corda rimbalzasse. Quest’atteggiamento è molto importante per me. Per questo ne parlo e, parlandone, ci rifletto su. L. BAIRO - G. MILANO, Mi hanno allevato gli indiani, Edizioni Sonda , Casale Monferrato, 2003, pp. 24-26. Mai, per tutto il tempo che rimasi nel villaggio, ricordo che qualcuno ci abbia insegnato qualcosa. Ho visitato numerose comunità per tutto il Canada e non ho mai visto scuole nelle quali gli Indiani «insegnassero». A tutti i bambini è consentito crescere, svilupparsi, imparare. Ma nessuno ti insegnava che questo era papà, mamma, tavolo, portacenere, casa, eccetera. Imparavamo queste cose ascoltando gli adulti parlare. Acquisivamo i contenuti. Costruivamo, così, la nostra particolare relazione con l’oggetto in questione. Se osservi un bambino in attività, noterai come egli metta una sedia sottosopra, la copra con una coperta e la usi come casa. Le sue relazioni con la seggiola non sono univoche ma variate. Appena invecchiamo, però leggiamo una sola possibile relazione con la sedia: ci sbattiamo sopra il nostro sedere. Sembra che la seggiola non abbia altro scopo ed esattamente questo insegniamo ai bambini. Il posto della sedia è nell’angolo e guai a chi si prova a muoverla da lì! Questo è ciò che ricordo bene. Venivamo abituati ad avere un rapporto diversificato con la casa e con tutto quello che la circondava. In altri termini: non necessariamente i figli ereditavano il giudizio di merito che nel villaggio gli altri esprimevano nei confronti di alcune realtà in particolare, né si ordinava ai figli d’avere lo stesso atteggiamento morale dei genitori. Ancor più vero nei riguardi della religione comune che poneva al centro l’uomo. Una delle pratiche in uso nel villaggio era la non interferenza. Nessuno interferiva con noi – e questo vale tutt’oggi . Se entri in una casa indiana non ti capiterà di essere interrotto, mentre parli, dai bambini. Si avvicineranno e staranno accanto a te in silenzio, come farebbe un adulto. Se ti capita di vedere degli Indiani in qualche luogo, noterai che se ne stanno silenziosi e soltanto quando sono ben sicuri di ciò che diranno parlano. Allo stesso modo si comportano quando si trovano a discutere in gruppo. Stanno tranquilli e lasciano che la gente parli. Intervengono quando c’è da intervenire ma non interrompono mai e non interferiscono. Oggigiorno puoi trovare qualcuno che magari non pratichi questo uso ma non sono molti. La maggioranza attende il suo turno. Tutta la tradizione del sistema educativo indiano si fonda sulla osservazione e sulla percezione. È così che gli Indiani hanno da sempre appreso. Da bambini si viveva in un ambiente educativo diverso da quello dei non Indiani. Ogni nostra azione, infatti, era coerente con il nostro modo complessivo di vivere. Ogni particolare doveva essere visto nel tutto. Non si apprendevano nozioni parcellizzate. Se guardavamo qualcuno che faceva funzionare un motore, imparavamo il suo agire nella globalità. Quando si insegna a un altro il funzionamento di un motore, solo alla fine ci si preoccupa, di solito, di aggiungere un foglietto di istruzioni contro gli eventuali incidenti. Istruzioni 1 Isola canadese situata in mezzo al lago Huron. 56 aggiunte. Nel modo indiano di apprendere le informazioni sarebbero state presentate insieme al resto e tramite l’osservazione avremmo meglio imparato il tutto sapendo anche che la nostra vita sarebbe dipesa da quel motore. Op. cit., pp. 27-29. [...]. In una casa indiana, se un bambino ha la faccia sporca o il pannolino bagnato, è aiutato da chiunque, padre, madre o altri che càpitino in casa. Il bimbo non è mai respinto. Inoltre non si rinchiudono i bambini nelle culle, dove possono guardare il mondo in una sola direzione, l’alto. Il bambino di solito siede o sta ritto (magari ben avvolto) in modo da poter entrare in contatto con il mondo in tutte le direzioni. Ai bambini si dà il cibo ogni volta che hanno fame. Non si permette mai che rimangano col desiderio di qualcosa; gli si dà tutto quello che vogliono. Se un bambino vuol giocare con qualcosa, glielo si dà in mano. Nessuno si permetterebbe di mettere apposta un sonaglio lontano da lui, in modo da costringerlo a fare sforzi e a essere aggressivo per afferrarlo. Nessuno penserebbe di nutrire il bambino solo nei periodi prestabiliti. Il risultato di una simile educazione in termini di attitudini o modo di vivere è di enorme portata. La natura del bambino è fortemente influenzata nei primi 4 o 5 mesi di vita. I bambini educati a questo moodo divengono realmente non competitivi. Non hanno alcun bisogno d’esserlo. Op. cit., pp. 31-32. [...]. Se avessi voluto andare a caccia, ad esempio, e gli altri avessero saputo che non sarei mai riuscito ad attraversare il torrente perché impetuoso, non per questo m’avrebbero detto qualcosa. Mi avrebbero lasciato andare. Avrei dato loro appuntamento dove c’erano certe rocce e mi avrebbero risposto «ok», pur sapendo che non avrei mai potuto attraversare il corso d’acqua. Sarebbero stati sempre zitti. Mi avrebbero lasciato libero di sperimentare da me e io sono grato a questa gente di avermi aiutato a vivere in un mondo in cui l’apprendimento avveniva attraverso l’esperienza. Sarebbe anche potuto capitare che, invece, io riuscissi ad attraversare il torrente. Avrei scoperto, da me, qualcosa di diverso, un metodo nuovo. Penso veramente che questo modo d’apprendere sia una delle cose più importanti che gli Indiani posseggono oggi e che realmente potrebbe essere utile alla società dei nostri giorni. Si tratta infatti di una intera situazione di apprendimento che coinvolge tutta la gente e non di un insegnamento o trasmissione di nozioni. Op. cit., p. 36. 57 UN CONCORSO IN VIDEO Con il contributo della Provincia di Genova Gli ex-alunni Andrea Bozzano, Lorenzo Motta, Antonino Nicolaci, Giulio Palazzolo e Simone Pùlice, oggi studenti del primo anno delle superiori, sono stati premiati, sabato 7 dicembre 2002, dalla Media Centurione in quanto vincitori della gara scolastica Un concorso in video. La cerimonia, sponsorizzata dalla Provincia di Genova e presieduta dal Capo d’Istituto Giovanna Coriolano, ha visto la partecipazione dei genitori, dei ragazzi insigniti e degli attuali discenti delle classi IIIB e IIID. Nell’anno 2001/2002 avevano aderito alla competizione tre classi terze consegnando alcuni videoprodotti della durata non superiore ai cinque minuti. Gianfranco Pangrazio, esperto nel campo in questione, dopo aver esaminato tutti i lavori pervenuti in tempo utile, ha ritenuto degno di riconoscimento il video Siamo tutti pasticcieri, ideato e girato dai ragazzi summenzionati. Il filmino, che fa ironicamente il verso ad alcune opere di Filippo Falaguasta, alla videoarte e a certe rubriche dietetiche televisive, insegna a prepararsi da soli delle gustosissime crêpe farcite di Nutella e a mangiarsele poi avidamente senza curarsi della presenza dell’insolente occhio della videocamera. Questo, come tutti gli altri elaborati promossi dalla commissione giudicatrice, è depositato e visibile presso la Sezione giovanissimi della Galleria Leonardi V-idea in Campetto 8A/4-5. Il giudizio espresso da Gianfranco Pangrazio sul lavoro premiato è il seguente: <<Straordinaria maturità “professionale” sia per ciò che concerne la messa in scena, sia per le riprese che per il montaggio. Se poi l’intento era quello di far riflettere sulla forza subliminale del messaggio pubblicitario direi che difficilmente in un “corto” si sarebbe potuto fare di meglio. Altrimenti c’è da riflettere parecchio su noi stessi. In ogni caso i miei complimenti, partecipi nel primo caso, distaccati e professionali nel secondo>>. Quattro dei cinque allievi premiati, la Preside e il professore di Artistica. 58 SHUHEI MATSUYAMA, Shin On