AMICI DI DON ORIONE Mensile Mensile del del Piccolo Piccolo Cottolengo Cottolengo di di Don Don Orione Orione -- Genova Genova Spedizione in a.p. art. 2, comma 20/c - legge n. 662/96 Filiale di Bergamo Anno XL - N. 4 Aprile 2001 Spedito il La provincia religiosa san benedetto, cui apparteniamo, si presenta in un opuscolo illustrato. nell’immagine le regioni gestite. “Fissa la linea di meta e continua a correre” MOTIVI filmato narrava la crisi di un giovinetto in seguito alla morte del padre campione di rugby. Tra i due c’era un affiatamento così totale che, venendo meno la figura paterna, la vita perse ogni interesse per il ragazzo che si lasciò andare alla deriva. Fortunatamente il padre dal cielo si rifece vivo riprendendo a svelargli i segreti dello sport preferito. “Fissa la linea di meta – gli dice – e continua a correre”. Le mete erano le due colonne poste ai capi del circo, intorno alle quali i carri, durante le corse, dovevano girare. Oggi la meta nel campo da rugby è la linea nel mezzo della quale è sistemata la porta. Per una marcatura che gli frutterà tre punti, il giocatore deve deporre il pallone a terra oltre quella linea. Il rugbysta che riesce ad impadronirsi del pallone, tenendolo ben stretto al petto, corre a perdifiato verso la meta; spintonato, placcato dagli avversari, steso per terra si rialza e, zigzagando, con gli occhi fissi alla meta che vuole raggiungere, sgomita e s’affanna. Mi è rimasta impressa la frase messa a titolo, perché mi sembra di facile ed immediato consumo pedagogico. Nell’ultima lettera apostolica, “Novo millennio ineunte”, il Papa si sofferma sulla contemplazione del volto di Cristo. Vedere e contemplare sono i verbi che più si rincorrono nel contesto pasquale. “Guardatemi, sono proprio io”, ripete il Signore apparendo ai discepoli, “che – continua il vangelo – gioirono nel vedere il Signore”. La scena si ripete diverse volte. Più che felice, l’intuizione del Papa è ispirata. È il volto del Figlio. Credo non ci sia soddisfazione più grande per genitori di quella di vedersi riflessi nel volto dei figli. Soddisfazione palpabile che riluce nei loro occhi. È un riflesso della sensazione che Dio prova nel vedersi nel Figlio: “In lui mi sono compiaciuto”, dirà soddisfatto nel giorno in cui il Padre ce lo presenta, durante il battesimo nel Giordano. Nel Figlio Egli vede noi e di noi continua a il AMICI PER SEMPRE I coniugi Scarpari, esempio concreto di impegno laicale per le vocazioni compiacersi. “Chi vede me vede il Padre” dice sempre Gesù e noi possiamo dire a completamento “e chi vede noi vede il Figlio” perché, stando al Vangelo, con Lui siamo una cosa sola. È un volto dolente quello di Gesù perché, per rifare all’uomo il volto del Padre, non soltanto ha dovuto assumere il volto dell’uomo, ma caricarsi persino del volto del peccato. Nel grido di Gesù in croce “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” c’è la definizione del peccato più realistica: l’abbandono di Dio, di quel Dio che da sempre ti ha amato, che sempre farebbe chissà che cosa per te: lo hai cancellato dalla tua vita. Ma pur nell’oscurità del dolore, Gesù rivolge la preghiera di perdono e risponde all’abbandono di Dio con l’abbandonare il suo spirito nelle mani del Padre. È il volto del Risorto. Non può finire tutto nel fallimento, nel pianto, nel rammarico. Una salvezza non data a tutti, una gioia contesa tra fortunati è una palese contraddizione al piano provvidenziale di Dio che, per sua natura, deve essere vasto come il suo cuore. Il calice colmo per la nuova ed eterna alleanza è versato per tutti. Il volto del Risorto è la certezza che, chi ti ha amato e ha dato se stesso per te, è lo stesso ieri, oggi e sempre. E allora: fissa la linea di meta, fissa quel volto e- conti nua a correre. G.C. H o trovato fra le diverse carte due paginette che mi hanno commosso. Fino ad ora i coniugi Scarpari li abbinavo all’erboristeria che hanno lasciato in eredità al Piccolo Cottolengo, oggetto di disparati giudizi. Mi sono sentito un verme nel leggere gli appunti di un giovane chierico che, con angoscia mortale, vedeva allontanarsi sempre più la meta del sacerdozio, ragion d’essere di tutta la sua vita. La trascrivo, proponendomi di tornare sull’argomento appena possibile. Avevo allora vent’anni... ero a Quezzi ammalato. A Genova, sulle alture di Quezzi, Don Orione aveva accettato dal signor Canepa un appezzamento vasto, ma pietroso, con brevi “fasce” di terra coltivabile, di fatto però rimasta incolta, dimora di sterpaglie, di piante selvatiche e di cespugli. C’era l’aria buona lassù, l’aria che viene dal mare e giunge sulle alture purificata. Ma, oltre l’aria, non c’era niente, o – come diceva Frate Ave Maria – “c’era tutto per chi vuol farsi santo”. Noi dovevamo farci “sani” e non solo “santi”. Don Orione ci aveva mandato INCONTRI a Quezzi con quella precisa obbedienza: di ricuperare la salute gravemente minata; perciò la nostra “santità” era la “sanità”. Non per nulla quella casa è chiamata ancor oggi: “Istituto di Nostra Signora della Salute”. Sembra un giochetto di parole, oggi; allora erano però situazioni incresciose e fatti dolorosi. Don Orione al rientro dall’America, si era trovato improvvisamente con alcuni chierici malati: studio, lavoro, nutrimento scarso e carente di vitamine ed altre cause ancora avevano favorito la diffusione e il contagio della tubercolosi. L’Italia subiva ancora le sanzioni e stava per entrare in guerra. Io ero fra i colpiti dal male. E avevo vent’anni! Sviluppato in altezza ero di una magrezza impressionante con una muscolatura inesistente. Don Orione aveva fatto di Quezzi un piccolo sanatorio per chie- rici malati, stipandone i già stretti ambienti. Ma era un sanatorio organizzato più sulle privazioni che sugli indispensabili conforti. La tisi era allora una malattia temuta perché invalidante e contagiosa. Quando le persone passavano da quelle parti, conosciuti gli scopi della casa, giravano al largo. Noi ce ne accorgevamo e nelle nostre camerette soffrivamo in silenzio. Anche i nostri discorsi ingrandivano le osservazioni fatte e le esperienze che si facevano giorno per giorno. I coniugi Scarpari non avevano paura. Puntualmente, ogni settimana, affrontavano la salita del monte o via del Palazzo e venivano a trovarci. S’intrattenevano con noi e ci portavano qualche aiuto. Parevano il papà e la mamma che vanno a trovare i loro figli ammalati. Il loro sorriso e le loro battute spiritose ci davano serenità e gioia e fugavano Domenica 29 aprile, ore 10 raduno amici a paverano Celebrerà la S. Messa e presiederà la successiva assemblea il rev.mo Don Fiorenzo MARITAN, direttore del Piccolo Cottolengo di Quarto Castagna Chi desidera fermarsi a pranzo ricordi di prenotarsi almeno tre giorni prima: tel. 0105229334. per quel giorno le amarezze e le tristezze. Ed era festa per noi, festa santificata perché rifioriva sulle nostre esistenze la speranza di guarire e di proseguire verso la meta. Ero sui vent’anni, come ho detto. Vedevo che la meta del sacerdozio mi si allontanava. L’avvenire per me coperto di nubi che nessun squarcio di azzurro riusciva a sforare. Quella cupa oscurità mi penetrava nella vita e mi rendeva pensieroso e triste. Alla domenica però mi mettevo alla finestra. Facevano così anche gli altri miei compagni. E guardavo lontano. Scrutavo se spuntavano quelle care persone o qualcuno dei nostri, di famiglia, dell’Opera. E quando le vedevo inerpicarsi, diretti alla nostra dimora, dico la verità, ne provavo conforto e gioia e subito comunicavo la notizia agli altri. L’allegria ritornava. superava il contagio stesso del male perché essa contagiava tutti noi. Oggi posso raccontare quel tempo anche scherzosamente. Allora, però, non c’erano le medicine che in seguito sarebbero state determinanti per sconfiggere quel male che ci stava distruggendo. Per noi allora c’erano soltanto iniezioni di speranza. Diventava ossessionante la domanda: “Guarirò? Potrò diventare sacerdote?”. A me i coniugi Scarpari riservavano attenzioni particolari. Vedendomi lungo ed allampanato mi portavano pastiglie di vitamine, compresse di erbe che, ricercate da loro, da loro venivano preparate. Quando ritornavano mi chiedevano puntualmente: “Le ha prese? Sta facendo la cura?”. La buona Cesarina mi preveniva e mi risparmiava di dire un sì e aggiungeva subito: “Si vede che le ha prese e che gli hanno fatto bene: ha ripreso colore”. In realtà le pastiglie riposavano indisturbate nel cassetto. Era la loro presenza che mi appagava. Io ridevo soddisfatto e quel riso mi faceva buono il sangue. Nel 1963 i coniugi Scarpari celebrarono le loro nozze d’oro e per tale data vollero attorno a sé i chierici di allora ormai guariti e giunti alla meta del sacerdozio. Fu appunto uno di loro a celebrare la messa di ringraziamento. Al vangelo disse commosse parole per tutto il bene che nel- la loro lunga esistenza avevano fatto. Interpretava così i sentimenti di tutti noi. Le figure dei coniugi Scarpari sono sempre rimaste scolpite nel mio cuore assieme a tante altre persone che mi hanno fatto del bene e che mi hanno permesso di giungere al sacerdozio. Il loro esempio di amore e di bontà verso i poveri e gli ammalati mi è di stimolo ad imitarli Una lettera che a commentarla perderebbe di fascino. COSTRUIAMO INSIEME nuova apparecchiatura di radiologia Fondo precedente Lire 150.719.000 GAGGERO Adolfo, in memoria di Mimma, Sebastiano e Nicoletta Gaggero 200.000 GAGGERO Adolfo, in memoria di Marinin, Giovanni e Giulio Repetto 200.000 GAGGERO Adolfo, in memoria di Mino Gaggero 200.000 GAGGERO Adolfo, in memoria di Caterina e Anselmo Zunino 200.000 GAGGERO Adolfo, in memoria di Guido e Giacomo Parodi 200.000 MARTINI CUPELLO Itala, in memoria dei genitori Giuseppe e Giovanna Martini 50.000 MAESTRIPIERI Maria 100.000 MORI Assunta, in memoria del marito Giacinto 40.000 BARABINO Pasquale 50.000 CAVALLO CARBONE Corinna, in memoria del marito Camillo Carbone 1.000.000 VACCARI FERRARIS Paola, in memoria dei nonni Vaccari e Ferraris 500.000 BASSINO Emanuele, in memoria della sig.a Maria Vaccari 1.000.000 CISANI Giovanni e Enrica 100.000 Totale Lire 154.559.000 cistoscopio per inDagini urologiche Fondo precedente Lire 25.095.000 M. e A., in memoria dei genitori 200.000 ROSSI Ninni, in memoria del marito Guido 50.000 PARODI Agnese Manetta, in memoria del marito Luigi 30.000 Totale Lire 25.375.000 CONOSCERCI E’ AMARCI Lorenzo Lorenzo il il Magnifico Magnifico Nel ‘56 l’Istituto di suore che ti ospitava, a Fano (PS), decise di dimetterti. Cosa successe? Erano le Suore della Sacra Famiglia di Spoleto. Normalmente tenevano solo per il ciclo delle elementari. Nel mio caso fecero una eccezione perché non avevo nessuno. Conoscevamo tutti l’istituto Gentili, sia perché vi si andava al cinema, sia perché il direttore, Don Angelo Mugnai, veniva talvolta da noi a celebrare la Messa. Fu a lui che le mie suore si rivolsero perché da loro, a 17 anni, non avrei avuto prospettive, sebbene mi rendessi utile per piccole incombenze e commissioni. Lui contattò il Piccolo Cottolengo di Genova e mi ottenne un posto come ricoverato. in gita a ceresole reale (VC) guidati da don guerrino petrelli. Chi ti accolse a Paverano? ti e considerati “uomini” sia L’economo, Don Aldo Gar- che fossero ricoverati o dipendini. In quei tempi c’erano, fra denti. gli altri, Don Giuseppe Aureli, direttore e provinciale, Don Ti utilizzarono Pietro Parola... . Fui inserito dove c’era bisogno. nel gruppo degli “uomini”, Sì, però c’era la tendenza a cioè ospiti che collaboravano dare un compito specifico. Incoi religiosi a tutte le necessità fatti dal ‘58 fui fisso con Fratel della casa che, Arnaldo Sartini all’epoca, dispoa far la pasta e suor emiliana, neva di molti più solo alla chiususuor salus e posti, essendo ra del pastificio, suor gloria... articolata in amnel ‘66, passai mi hanno dato pie corsie oggi definitivamente quel calore sparite. C’era in cucina, dove di famiglia anche qualche peraltro davo che non ho dipendente, ma già una mano, potuto conoscere. erano pochissispecie per i lami. Nel primo vori più pesanti periodo mi misero in portine- che non potevano essere fatti ria, a fare commissioni – ritiro da Fratel Ambrogio Pavesi e di mobili ed indumenti – con da Giovanni Valle, entrambi gli autisti Angelo Paraboschi e anziani. Soldini ne giravano Pietro Isola, a dare una mano al forno. La cosa più bella che ricordo è che non c’erano difmomento di svago propiziato dal sig. bruni. A sinistra ferenze. A Paverano i pochi fratel arnaldo sartini uomini presenti erano chiamae don giuseppe bancalari. molto pochi e per raggranellare quelli del cinema – l’unico lusso che ogni tanto mi concedevo – passavo le mattinate della domenica a dar le sedie nella chiesa di Corso Sardegna. So che quell’armeggiare con gli spiccioli in fondo alla chiesa era un po’ da mercato, ma a noi la mancia veniva proprio bene. Personaggi particolari? Per me su tutti Don Luigi Nicco, anche se era un carabiniere, non fosse altro per il salto di qualità che mi fece fare. Era il 1961, poco prima di andare a prestare il servizio militare. Dopo essersi consultato con Sartini mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: “Ho sentito che hai buona voglia e buono spirito. Se intendi rimanere con noi, ti passerò dipendente. Ricordati che sei il primo”. E così fu. In questa “promozione” mi seguiranno poi Mario Quagliuzzi e Franco Peretti, per citarne due del Paverano. Fra le suore Suor Cristina, che mi fece pure togliere una multa. Voleva che l’accompagnassi per la città perché prendessi dimestichezza a guidare e conoscessi i vari posti a cui spesso dovevamo ricorrere. E, naturalmente, le mie tre suore della cucina: Suor Emiliana, Suor Salus e Suor Gloria. A modo loro mi hanno dato quel calore di famiglia che non ho potuto conoscere. Dal 1997 sei in pensione. Perché continui a stare al Paverano? Perché intanto, come sai, abito qui. E poi non so governarmi, farmi da mangiare... Sono praticamente tornato alla condizione primitiva: non più dipendente ma ospite, o più chiaramente ricoverato come si diceva una volta. Ci sono, com’è naturale, delle Alcuni miei compagni sono usciti, si sono creati una famiglia, hanno altri interessi. Per me questa era e rimane la mia casa. So che hai fatto testamento per l’istituto. Questo è un colpo gobbo. Lo sai perché ti avevo chiesto un consiglio. Certo, e mi pare la cosa più ovvia, oltre che giusta. Tu dovrai pensare a tua moglie, a tuo figlio. Io non ne ho. La mia famiglia è questa. E poi credo nel bene fatto dall’Opera di Don Orione. Io sono un semplice, non vado a studiare le cose. Mi rivedo ragazzino, senza nessuno e senza niente. Don Orione mi ospita, mi fa lavorare, mi gratifica. Ecco, vorrei che potessero ancora continuare a farlo con altri nelle mie condizioni. Sarà un piccolissimo contributo, ma fatto di risparmi e di buone intenzioni. Nei miei viaggi, sia in Africa che in America latina, ciò che più mi ha commosso sono i tanti bambini in molti dei quali mi rivedevo, colore a parte. Umberto, Umberto, il il domestico domestico differenze. La prima è di non essere più nella totale indigenza, anzi di avere del superfluo col quale mi concedo qualche viaggio o faccio un po’ di bene. Penso che, chi ha dovuto penare, è più attento alle esigenze degli altri, specie se vede situazioni che in qualche modo gli ricordano il suo vissuto. La seconda, per me non meno importante, anche se mi prendete in giro, è quella di potermi finalmente alzare un po’ più tardi al mattino. 1963 - gli “uomini” del paverano quasi al completo. Secondo da sinistra il rag. Graffi. Non ho un incarico preciso; faccio quello che mi chiedono, in casa e fuori. Brontolo quando qualcosa non mi va a genio, e lo sa tutto il mondo perché si sono messi in testa che ho un timbro di voce molto alto. Ma dove ce l’hanno la testa: io parlo normale. 1963 - gita a torriglia con don luigi nicco. una delle tante nostre piccole storie. Umberto MaE letti, nato nel 1900, approda a Paverano all’età di 46 anni. È un omino dimesso, quasi timido. Si trascina dietro una grossa ernia trattenuta dal cinto; rimarrà sua compagna perché emofiliaco. Il suo compito è quello di pulire le camere, provvedere ai cambi, rifare qualche letto dei più distratti nel settore “uomini”. Un vero domestico, al Piccolo Cottolengo. Ma non ditelo in giro: si è poveri. E lui esercita questa professione nella più totale, anglosassone serietà, sebbene non sia un segreto che è originario del modenese. Certa letteratura ci ha abituato a domestici di vario tipo; il nostro ha un cuore. Ci se ne accorge quando da Camaldoli giunge in comunità un giovanissimo Maurizio (oggi a Sassello). Questi si sente un po’ poeta (e se lo incontrate vi farà sicuramente leggere qualche sua composizione) e del poeta ha senz’altro la testa fra le nuvole. Lato pratico zero. Il nostro domestico diventa automaticamente il tutore, ma che dico, il padre putativo. E gli altri a sgridarlo: “Lascia che si svegli, lascia che cresca”. E così al rammarico perché il ra- gazzo non dà segni di voler crescere si aggiungono i rimbrotti. Ma lui non fa una piega. È come se nel suo umile servizio avesse trovato una perla: è pur sempre una incombenza, ma scelta, fatta per amore. Caro Maletti, forse noi che ti stavamo attorno, allora non lo abbiamo capito. Eppure talvolta, al solo ripensarvi, ci riscalda il cuore. Maurizio è cresciuto, recita le sue poesie ai vitelli e sa badare a se stesso, malgrado la sua testa abiti sovente il cielo. Ma, sai, poeti si nasce. Figure note (prima fila da sinistra): il Prof. Domenico Isola, Don Severino Ghiglione, Don Pianizzola, Don Nicco, il rag. Graffi, ed altre meno, tutte però con una loro piccola storia. Quella di Enrichetto Sciaccaluga (sopra Don Nicco e il Rag. Graffi) si interseca con gli “Amici”. Dalla nascita del bollettino si recava a Tortona, presso la nostra tipografia, per la consegna ed il ritiro del materiale. Fu durante uno dì questi viaggi, nel ’66, che si ammalò, mancando poco dopo. Il suo nome, Enrico, divenne Enrichetto per distinguerlo dal più famoso Don Enrico, cosa abbastanza usuale in comunità, anche se l’eccesso è detenuto dai cugini sacerdoti Silvio e Pietro Parodi. Il Secondo era chiamato normalmente “Don Parodino” VOLONTARIATO CI SCRIVONO Giornata mondiale del malato Domenica 11 febbraio, anniversario della prima apparizione della Madonna a Lourdes, il Cardinale Tettamanzi ha celebrato la “Giornata mondiale del malato” in S. Lorenzo, cattedrale di Genova. Dalle parrocchie, dagli istituti, dalle case private sono affluiti numerosi gli ammalati sia deambulanti che in carrozzella. Da Paverano hanno partecipato ottanta ammalati, alcune suore e 26 volontari. Durante la S. Messa è stata impartita l’unzione degli infermi; hanno eseguito i canti il coro di don Milanesi e quello del “Monte Bianco”. L’entrata del Cardinale è stata preceduta dalla processione della statua della Madonna e dei labari di tutte le associazioni presenti. Padre Luca Bucci, direttore dell’ufficio per la pastorale della sanità, ha aperto la celebrazio- ne con un saluto, ricordando che ancora poco si fa per chi è nello stato di malattia e di emarginazione; occorre sapere che Cristo si serve nel sofferente, il quale porta la croce a nome della Chiesa. All’omelia il Cardinale, a commento delle beatitudini del Vangelo di Luca, ha ricordato che ancor oggi esse sono valide per tutti i sofferenti del mondo; ognuno è creato per la gioia ma, quando questa manca, si deve guardare al Cristo sofferente che, nel momento della passione, ha avuto la forza di dire “Padre, non la mia, ma la tua volontà”, rendendo partecipe l’umanità della sua sofferenza salvifica. Poi l’Arcivescovo ha aggiunto una frase che deve riempire di gioia e di voglia di azione chi pratica il volontariato; rivolto agli ammalati ha ricordato loro che Gesù si trova in mezzo alle loro fila nella persona dei medici, dei volontari, degli infermieri, dei familiari, degli amici. Al saluto iniziale Padre Luca aveva definito i volontari “preziosissimi”, ed io credo che da queste due affermazioni il lavoro volontario esca impreziosito e spero che quanti leggono ed hanno un po’ di tempo libero, vogliano provare ad offrirlo agendo in una qualsiasi delle associazioni presenti a Genova. La celebrazione si è conclusa con la recita della preghiera del malato intonata e guidata dall’Arcivescovo che si è ancora trattenuto in Cattedrale ad ascoltare alcuni canti del coro “Monte Bianco”. Carla Revello 11 febbraio. Alcune ospiti del paverano in cattedrale per la giornata mondiale del malato. La mia “battaglia” per i disabili RICORDI DI GENOVA uando arrivo a Genova e Qvedo da Corso Sardegna il complesso del Paverano, mi sovvengono molte cose e mi sovrastano molti ricordi. La stradella che si inerpicava da Via Ayroli conducendo al cancello di Salita Paverano 5, oltre il quale insisteva il cortile al quale si affacciava la chiesa dove nel 1940 ho visto la salma di don Orione. Oltre questa i padiglioni, molto pochi, dove svolgeva le mansioni mediche il prof. Isola e la sua équipe e suor Bennata. Ricordo il seminarista Chiti, poi morto mitragliato a Tortona mentre alla guida del motocarro Guzzi trasportava la farina a Genova; i direttori tra i quali don Sciaccaluga. Ma quello che è rimasto impresso nella mia memoria erano i ricoverati, i malati di mente, gli “ultimi fra gli ultimi”, in quel complesso edilizio dietro la chiesa di S. fede ove è sepolto Mons. Fortunato Cordiglia, l’uomo ed il santo sacerdote che durante la guerra 1940-45 mi donava il proprio pane, cioè la “razio- Così appare la copertina dell’opuscolo fotografico realizzato dalla nostra provincia religiosa sulle varie realtà che la compongono. È un contributo offerto anche ai laici, specie a quelli più vicini all’opera, per una conoscenza più approfondita ed un eventuale utilizzo di alcuni servizi, talvolta neppure conosciuti. ne” che proveniva dalla carta annonaria. Ricordi che lasciano un solco profondo di quegli anni di guerra vissuti nella paura e nel pericolo continuo, ma affrontati con la “spavalderia” della nostra giovane età. Ritornando ai “malati”, che saranno stati ritardati mentali, maniacali o portatori di turbe psichiche, erano e sono uomini e donne in grado di recepire sensazioni difficili da valutare, ma che nella loro realtà di vivere il proprio essere persona esternavano ed esternano emozioni o nostalgie nella loro solitudine, ma capaci di gioire per un semplice gesto di comprensione. La loro condizione, come la realtà odierna, è spesso dimenticata, difficile da valutare e considerare, impegnati come siamo, nei “ruoli” che ciascuno di noi recita sul palcoscenico della vita quotidiana, a volte senza significativi contenuti, ma “schiacciati” da quel rullo compressore di egoismo molto appariscente, ma poco evangelico. Uomini, quindi, che abbisognano di difesa della loro dignità umana per quanto può costituire emarginazione, dimenticanza, insensibilità e come recita la preghiera del Card. Tettamanzi “... se siamo considerati ultimi, tu (o Signore) rendici primi”. Non basta aver de-istituzionalizzato la psichiatria, come è stato fatto, per voler reinserire ed integrare i malati mentali nella società, ma nel “riciclare” questa loro condizione bisognava provvedere per tempo adeguando strutture intermedie ed alternative atte a ricevere, curare e reinserire nella società questi malati e non limitarsi ad offrire soluzioni vergognosamente precarie in quasi tutte le regioni. Ed è per questo che la nostra associazione, ed io in prima persona, assieme all’Opera don Orione, all’Opera don Guanella ed altri, abbiamo presentato nel 1998 una petizione che aspiriamo democraticamente venga esaminata e discussa onde stimolare le istituzioni a provvedere con una nuova legge ad una migliore, efficace e più concreta tutela di questi “malati”, ai loro familiari ed a garanzia della sicurezza di tutti i cittadini. Franco Previte http://space.tin.it/clubnet/streffil e-mail: [email protected] http://digilander.iol.it/cristianiperservire Basta leggere “Amici di Don Orione” per far affiorare vecchi ricordi e prospettare impegni attuali? Auguri per i suoi occhi. A PROPOSITO DI GIUSEPPE L’AFRICANO Carramba... che sorpresa! a tempo ricevo la rivista “Amici di don Orione” D che leggo con piacere. Tra gli articoli ho letto anche uno che parla di Giuseppe l’Africano, che si riferisce al dott. Giusep- pe Santero. Tra l’altro ho letto che è stato prigioniero dei tedeschi, prima ancora è stato con Armir in Russia nel reparto 82, sez. sanità.. Io sono stato cappellano militare; fatto prigioniero nel paese di Casalnoceto e rinchiuso nella caserma cavalleggeri di Voghera; da lì, dopo diversi giorni, ci portarono via, verso la Germania. Alla stazione di Trento il tenente farmacista, che era con me nello stesso scompartimento, mi diede un aiuto risolutivo a fuggire e mi rifugiai presso il convento dei frati minori di Trento. Ora volevo sapere se il suddetto Santero Giuseppe faceva parte del reparto e lo voglio ringraziare per avermi scampato dalla prigionia. CRONAC A La ricetta del villaggio: una festa tira l’altra uccede sempre così: affanno nel momento della preparazione, con angustie di compiti, ruoli e impegni vari. A volte non manca neppure un pizzico d’ansia. Poi arriva il traguardo e lì tutte le angosce, le fatiche e, perché no, le paure sfumano in un baleno di allegria, e ogni volta ci accorgiamo che l’aria di festa è la nostra ricetta migliore. Tutto ok dunque? Fino a un certo punto. Se ci possiamo permettere di buttare in campo dei programmi che più belli non si può è solo perché ci sono persone pronte a rispondere, come capacità di esecuzione e come prontezza a pagare di persona. Se togliessimo questo, toglieremmo il meglio al nostro villaggio. Si vede che don Orione non è soltanto sulla carta. È per questo che quando parliamo di feste, il primo riferimento è al nostro personale, ma subito dopo è ai nostri volontari. È ancora fresco il grande successo del nostro recente carnevale, realizzato con tutte le regole dell’allegria, per non dire baldoria. La riprova l’avremo presto. La festa di don Orione è già in cantiere. Ci aspettano giorni di fuoco; ma sarà un bel fuoco, che non brucerà niente, ma ci scalderà tanto dentro. Coraggio, amici, e avanti con don Orione. S Padre Gino Albertini D. Carlo È proprio lui, caro padre Gino di Spinetoli (AP). Gli trasmettiamo la sua gradita lettera perché possiate rivangare vecchi ricordi... (da “Il Cuore del Villaggio” marzo 2001) Castagna... di giorno in giorno (continua) Ma, cos’è questo frastuono?... Non lo sentite anche voi?... Cosa sta succedendo al Don Orione di Quarto Castagna?... Davvero non lo sapevate?!?... per tutte le trombette e le mascherine! È arrivato il Carnevale!!! Costumi, stelle filanti, cappellini e chi più ne ha più ne metta, ed ecco che all’improvviso siamo tutti mascherati, camuffati dalle cose più bizzarre. Persino il nostro direttore, don Fiorenzo (per l’occasione in versione “diavoletto 2001”), faceva la sua brava figura. Uno straordinario pomeriggio all’insegna di: musica, balli, salti, karaoke, in un cocktail di allegria e divertimento da far invidia al carnevale di Rio. Il salone bar, improvvisato tempio della festa, era gremito di 100, anzi 1000 persone (be’ non esageriamo, forse eravamo... meno di 1000). Siamo partiti dal reparto Beato Francesco armati di cappellini, parrucconi, maschere e soprattutto tamburelli e strumenti particolarmente chiassosi (giusto per attirare l’attenzione dei più distratti) e ...via verso il salone bar in un corteo di colori, musica, gioia e allegria. Dopo aver attraversato tutta la casa, eccoci giunti alla meta, ac- colti dagli ospiti che ci attendevano già animati dalla musica del complesso dei volontari che, con samba, trenini e musica da ballo, ci hanno coinvolti e contagiati dalla frenesia per tutto il pomeriggio. “Bella festa, mi sono proprio divertito!” è stato il commento di tutti quelli che hanno partecipato al carnevale. Solo una cosa difettava (ma certo non dipendeva da noi). “Sarà di sicuro una bella giornata!”, ci siamo detti con ottimismo fino all’ultimo momento e in effetti ci siamo tutti impegnati per propiziare un sole da ferragosto. Qualcuno però deve essersi distratto perché, più che ferragosto, la giornata si è pre- sentata come quelle di un bianco Natale. Pazienza! Carnevale innevato, carnevale fortunato! (Almeno credo che il proverbio si esprima così). Peccato però che il tempaccio ha impedito alle nostre amiche del Paverano di venire a divertirsi insieme con noi. Ma fortunatamente ci sarà sempre qualche prossima occasione speciale per ritrovarsi e gioire tutti insieme. E pensare che qualcuno ci aveva detto: “È troppo tardi per preparare una festa, non ce la faremo mai a fare tutto in tempo!” e invece no! Tutti noi, ospiti, animatori e volontari, abbiamo messo le gambe in spalla e via...! L’istituto si è trasformato in un grande laboratorio; da ogni parte e da molti, il genio dell’artista è saltato fuori e la fantasia ha fatto da padrona. Chi preparava i festoni, le maschere e i disegni per decorare tutta la casa, chi preparava i cravattoni e i papillon, i cappellini di cartapesta e di cartoncino; chi colorava, chi ritagliava, chi... insomma ci siamo impegnati al massi- mo per garantire ad ognuno di scegliersi la maschera che più preferiva. I cappellini da fiore, le maschere da animaletti, l’arlecchino, i cappelli da clown, ma anche molte altre hanno riscosso grande successo ed ammirazione. Certo è che i costumi più buffi erano indossati da “Ciro la guardia”: vestito da Sofia Loren; Gianni, il nostro gigante che vestiva un abito da capo indiano e l’autista, solitamente rasato sullo stile “Mastrolindo”, ma in questa occasione in tenuta da “Diego Abatantuono” primo stile. Grazie anche alla collaborazione delle bariste, che ci hanno conservato lattine e tappi di bottiglia con cui abbiamo poi costruito alcuni tipi di strumento musicale per animare la festa. Ovviamente tutto ciò che abbiamo indossato e utilizzato per la festa era di fattura artigianale! Ci si è dati da fare tutti, anche coloro che solitamente preferiscono avvolgersi nel caldo abbraccio di una poltrona; qualcuno ci ha per- sino detto: “non abbiamo mai lavorato tanto in questo istituto come nell’ultimo periodo!”. Ma poi la soddisfazione di aver costruito qualcosa di buono e di utile per tutti ha avuto il sopravvento ed ha attenuato la fatica e rinnovato la carica per andare avanti sempre meglio. “Cosa faremo da domani mattina?” mi ha chiesto la stessa persona che si preoccupava di lavorare troppo! Anche il nostro coro Primavera si è messo in moto preparando qualche allegra canzonetta da cantare insieme. I nostri musicisti e soprattutto i cantanti si sono esibiti con una voce da usignolo, ancora in maturazione, ma che prometteva benissimo. Non si pensi però che l’istituto Don Orione di Quarto Castagna, con l’arrivo delle nuove animatrici, abbia cambiato vocazione e sia diventato una specie di “fabbrica” e che in questo ultimo periodo si sia quindi dedicato a tempo pieno solo alla preparazione della festa di Carnevale. Molte altre attività sia ludiche che culturali hanno animato le giornate qui nella casa. Per esempio il club della lettura si sta dedicando da tempo alla lettura della biografia di don Orione, di leggende regionali e di favolistica; ogni settimana viene proiettato per tutti un film scelto dal nostro gruppo di esperti di cinema, si svolgono degli esercizi di canto per preparare il coro all’imminente debutto, e si passa un po’ di tempo insieme giocando a tombola, con il cruciverbone o con qualche gioco movimentato. Stiamo inoltre aspettando con ansia l’inizio del nostro corso di ballo e di ricamo. Durante la settimana inoltre sono dedicate alcune ore alla lettura e commento delle “Sacre Scritture”, e non dimentichiamoci infine del nostro gruppo di attori che sta preparando qualche episodio della vita di don Orione da presentare l’11 marzo per la festa annuale del Beato, è chissà che non sia proprio questo l’argomento del nostro prossimo appuntamento?... Ciao. tenta e premurosa. Pure le consorelle con le quali ha lavorato attestano la medesima cosa. Quelle poi che l’hanno seguita ed assistita in quest’ultimo periodo della sua esistenza ne testimoniano la bontà, la riconoscenza, l’accettazione gioiosa della volontà di Dio, poiché era sempre sorridente, anche nei momenti ultimi e cruciali della sua vita che si è conclusa a Paverano la mattina del 13/2/2001. Riposa in pace, cara sorella, e ricordati di noi presso Gesù, sposo delle anime nostre, perché possiamo un giorno ritrovarci insieme nella gloria del cielo. Mary e Chiara IN MEMORIA Suor Maria Raffaella al secolo Giuseppina Maranini nata ad Antibes (Francia) il 28/8/1920 1ª Professione: 8/12/1945 Professione Perpetua: 8/12/1956 Entrò a far parte delle Piccole Suore Missionarie della Carità in giovane età, dopo aver trascorso la fanciullezza in collegio a Sanremo, presso le suore di S. Giovanna Antida Touré, dove divenne molto esperta nel cucito ed in particolare nel ricamo. Fin dagli anni del collegio si mostrò proclive alla preghiera specialmente per i sacerdoti. Una sua compagna di collegio, Adriana Giorgi, che faceva parte delle più piccole a lei affidate, ha testimoniato che ogni giorno faceva ripetere una preghiera abbastanza lunga (data la loro età) proprio per i sacerdoti. Già malata, la voce arrochita e incrinata, raccontava: “Eravamo poverissimi. Il giorno dopo la morte di don Orione ci recammo, i miei genitori e gli altri miei cinque fratelli, per vederlo. Avevo in animo di farmi suora, ma la nostra povertà mi pareva un ostacolo insormontabile. Quella notte lo sognai così come l’avevo visto. Alzatosi mi disse: “Sta tranquilla, diventerai suora e rimarrai sempre da noi, anche se sei povera”. Dopo qualche giorno sono tornata a Villa S. Clotilde come postulante. Ricordo di aver aggiustato la sua vecchia veste...”. Nelle diverse case dove ha lavorato: Sanremo, Villaromagnano, Fumo, Villa Charitas, Villa Moffa, Camaldoli ha lasciato esempi di bontà, gene- rosità, fraterna carità, spirito di preghiera con predilezione per la SS. Eucarestia e la Mamma celeste. I sacerdoti che l’hanno conosciuta nel periodo della loro formazione la ricordano con tanta riconoscenza: era una mamma at- Rosa Barile in Carrù Suor M. Rosanna Riva Ciao Rosa, non dovevi lasciarci così presto. Il tuo sorriso, la tua amorevolezza, la tua disponibilità hanno fatto di te una persona unica. Hai sofferto col sorriso sulle labbra. Noi ti abbiamo apprezzata, amata, per la tua forza e per la tua voglia di vivere. Lasci e mi lasci un grande vuoto: penso che il Signore ti seguirà, tu che avevi una grande fede, affinché tu possa illuminare quaggiù la tua meravigliosa famiglia. Uniamo alle nostre preghiere una particolare per te che meriti veramente tanto amore. A Beppe, Barbara e Cristina il mio ed il pensiero degli Amici. A metà degli anni ’60 era fra i protagonisti del nascente gruppo “Giovani Amici” che coinvolse anche la sorella Elena e un po’ tutta la famiglia. La scelta di vivere il Vangelo della carità è diventata per lei scelta di vita. Raccomandiamo alle preghiere dei nostri lettori gli amici, i benefattori e gli assistiti mancati da poco o dei quali ricorre l’anniversario della morte: sig.a Elisa Zerollo in Arnulfo, sig. Nicola Carozzino, sig.a Anna Tamaroglio ved. Rossi, sig.a Teresa Macchi Fossati, sig.a Maria Pratolongo, mons. Erasmo Sanguineti, sig.a Maria Lombardi, sig. Mario Sandrini, sig. Gerolamo Marchese, sig.a Caterina Ivaldi in Mignone, sig. Vincenzo Chiarella, suor M. Carmela, sig. Alessandro Rivella, on. prof. Roberto Lucifredi, sig.a Vittoria Traverso, prof. Gustavo Lusena, rag. Enrico Grimaldi, gr. uff. Aldo Gardini, sig. Stefano Marengo, sig.a Francesca Colotti in Barone, suor M. Concordia, padre Filippo Corona, sig.a Gemma Masini, sig. Roberto De Marchi, sig.a Venturina Di Lanzo Marusco, sig. Pietro Capurro, don Giuseppe Fiori, dott.ssa Bojana Anghelova, sig.a Maria Fanfoni ved. Conti, sig.a Santina Ugo ved. Guano, sig.a Angiolina Maria Monteghirfo ved. Crovetto, sig.a Santina Monteghirfo, avv. Sergio Formento, don Vincenzo Allione, avv. Francesco Martelli, sig.na Teresita Gamba, sig.a Angelina Calegari, sig.a Margherita Viberti, don Filippo Beccalli, sig.a Concetta Canepa ved. Garibaldi, sig.a Alba Lombardi, sig.a Rina Pitto, sig. Enrico Ghio, n.d. Angelina Ravano ved. Ghezzi Morgalanti, suor M. Tarcisia Sciaccaluga, sig.a Maddalena Martinotti ved. Rubinelli, sig.a Giovanna Fassio ved. Santagata, sig.a Maria Bianchi ved. Rocca, dott. Giuseppe Ettore Cavallo, sig.a Valeria Ramel ved. Pattoni, don Mario Cassulo, sig.a Concetta Candida Haag, sig.a Marina Gallinaro, don Pino Confalonieri, prof. Mario Formento, comm. Emilio Peschiera, sig.a Albertina Stoppino, sig. Giacomo Ravasio, sig.a Giovanna Conti, c.te Leone Thellung di Courtelary, padre Pio Mogni, don Carlo Chiesa, sig. Stefano Benvenuto, sig. Giuseppe Pavesi, sig.a Maria Teresa Moresco ved. Carbone, sig. Carlo Domingo Adamoli, m.sa Elena Gavotti, sen. Attilio Pozzo, sig. Ettore Puppo, cav. Carlo Ivaldi, sig.a Piera Rapallo, sig.a Mar- gherita Lacovara, sig.a Carla Puglisi, sig. Amedeo Radizza, fratel Rustico Tamellini, sig. Armando Broccardi, sig.a Clotilde Passalacqua ved. Arbocò, comm. Fausto Gadolla, sig. G. Battista Pedemonte, sig. Amadio Brazzi, sig.a Elisa Parodi, sig.a Rosa Bertoletti, sig.a Assunta Tanfulla, sig. Giuseppe Ghiazza, sig. Domenico Cassinelli, sen. Attilio Odero, sig.a Ginetta Arrigo in Revelli, cav. Andrea Campi, sig. Archimede Andreani, n.d. Clotilde Boveri ved. Balestrino, sig.a Elisa Seriolo ved. Salviati, sig. Mario Scartezzini, sig. Giuseppe D’Apice, sig.a Carla Stoppino in Bigatti, sig.a Elda Bassi, sig. Renzo Petranzan, sig. Francesco Norese, sig. Luciano Montella, sig. Francesco Farinola, sig.a Maria Tagliatti Pozzi, sig.a Maria Antonietta Zannoni, sig.a Orsola Bersanetti, sig.a Angela Trevisan, sig.a Ada Grassi, sig.a Anna Maria Spanghero, sig.a Rita Boitano, sig.a Ilda Margherita Ferretto, sig.a Ada Piochi, sig.a Giuseppa Pennisi, cav. Vittorio Mugnai, sig. Giorgio Olivotto, sig.a Maria Falsini. Elisa Montagna COME AIU TARE IL PICCOLO COTTOLENGO AULE (L. 1.000.000) (concorre all’ordinaria manutenzione delle sedi del Piccolo Cottolengo) BORSA MISSIONARIA (L. 500.000) (concorre all’acquisto di materiale – protesi, carrozzelle, ecc. – per le missioni) – MARIA ASTELLI - la sig.a Adelaide Ferrari Borsa farmaceutica (L. 350.000) (concorre all’acquisto di medicinali, protesi e presidi sanitari ai nostri ospiti) – FRANCESCO MANSUETO - la figlia Teresa Mansueto – NATALINA DODERO MANSUETO - la figlia Teresa Mansueto BORSA DI STUDIO (L. 200.000) (concorre a mantenere agli studi chi si prepara alla vita religiosa) – ASSUNTA e CARLO ROSSI - la figlia Pinuccia Raffellini Rossi – GIUSEPPE GENTILE - il figlio Valerio – GIOVANNI GRABESU - la Commissione Campo U.C. Sampdoria BORSA DI PANE (L. 150.000) (integra la retta di chi non riesce ad arrivare alla quota stabilita) – LUIGI e LUISA - la sig.a Edvige Sacco – FRANCESCO MANSUETO e NATALINA DODERO MANSUETO - la figlia Teresa Mansueto – Don VALERIO ROSSI - la sig.a Teresa Mansueto LETTINI (L. 100.000) (per la biancheria e il vestiario degli ospiti) – LUIGI e ADA PIZZIRANI - la figlia Laura e la nipote Raffaella Ghiglieri – ISABELLA BUZZONI - il Convegno Maria Cristina di Savoia - Genova – VINCENZO BONGIOANNI - il Convegno Maria Cristina di Savoia - Genova – GIOVANNA RISSO - la figlia Antonia Barberis Marsani – GIOVANNI GRABESU - (2) la Commissione Campo U.C. Sampdoria – MARIO PAGANI - i sigg.i Luisa e Sergio Anserini – ALDO e AGNESE MAGGIO - la sig.a Clorinda Maggio – AZZURRA FALCIANI - il fratello Valerio – ADELE e RAOUL CARLOTTI - la sig.a Graziella Curlo Semeria BANCHI (L. 50.000) (serve per l’acquisto e il riordino delle suppellettili) – Dr. MARIO BRUSCHETTINI - il sig. Renzo Mattei – Dr. OSVALDO DALLAVALLE - la moglie Delma Nan Dallavalle, nel XIII anniversario della morte PER DONAZIONI E LASCITI Chi volesse disporre di donazioni, lasciti o espressioni di liberalità a favore dell’Istituto è pregato di farlo usando esclusivamente la seguente dicitura: «Lascio (o Dono) alla Provincia Religiosa San Benedetto di Don Orione con sede in Genova - Via Paverano 55 per l'assistenza degli anziani, ammalati, handicappati e per l'educazione e la riabilitazione dei giovani, in favore del dipendente PICCOLO COTTOLENGO DI DON ORIONE IN GENOVA». Per maggiori informazioni e/o chiarimenti rivolgersi all’Ufficio Tecnico Successioni: telefoni 010/5229343 - 010/5229313. Rivista inviata a nome dei nostri assistiti in omaggio a benefattori, simpatizzanti, amici e a quanti ne facciano richiesta. 16143 GENOVA - Via Paverano, 55 Tel. 010/5229.1 - Conto Cor. Post. N. 00201160 Autorizz. della Cancelleria del Trib. di Tortona in data 26-6-'61 - n. 42 del Reg. 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