PERIODICO CRISTIANO EVANGELICO INDIPENDENTE
INTERCONFESSIONALE GRATUITO ESPANSIONISTA PER L’APERTURA
MENTALE E SPIRITUALE A CUI TUTTI POSSONO PARTECIPARE
IL RITORNO
A cura di Renzo e Carmela Ronca della "Piccola Iniziativa Cristiana”
c.p.39 – 01019 - Vetralla (VT) - tel. 0339-2608825 – e-mail: [email protected]
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12 marzo 2000 - n. 4 - (quasi) mensile
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SOMMARIO:
Due chiacchiere del giornalaio: Ora posso riposare tranquillo
RELIGIONE:
LA VERITA’ CI PARLA DENTRO SENZA SUONO DI PAROLE
RELIGIONE E SILENZIO
IL VERO GIUBILEO
RIFLESSIONI RELIGIOSE DI VITA CONIUGALE
SALMO DI PENTIMENTO
PSICOLOGIA:
LA FAME DI CAREZZE
DEPRESSIONE: L'INCAPACITÀ DI ESSERE FELICI (prima parte)
PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ
L'INCAPACITÀ DI ELABORARE IL LUTTO (seconda parte)
POESIE: A. Achmatova e poi Flavio, Alberto B., Lucy
SpazioAperto: confronti fraterni, avvisi, trafiletti, confutazioni, posta, ecc
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Due chiacchiere dal giornalaio:
Come sapete, dall’altra parte della strada, qui di
fronte, vi è un edicola in cui acquisto “IL RITORNO”. Mentre lo metto sottobraccio scambio due
parole col giornalaio. Veramente fino ad oggi ho parlato io, e lui ha ascoltato i miei commenti fin
troppo seri e lamentosi; ma oggi mi ha confessato che ha passato anche lui un brutto periodo e ve
ne vorrei parlare. Cerchiamo di avere pazienza, con lui: sopportiamolo un pochino mentre
prendiamo il giornale… tanto, tra poco saremo a casa sul divano a leggere il resto in santa pace.
Mi diceva che finalmente può stare tranquillo, chissà perché. Sentiamo. Poi ritornerò a salutarvi.
Ora posso riposare tranquillo
“Glielo confesso, ero tanto preoccupato; guardavo la tv tutte le sere mi chiedevo con ansia: ma come mai il Vaticano
non chiede ancora perdono di qualche cosa? Se dimenticavo di vedere il telegiornale passavo una notte difficile e
appena arrivavo in edicola aspettavo il quotidiano e lo leggevo tutto d’un fiato: è stato chiesto perdono o non è ancora
stato chiesto? Non vi dico il nervoso… Come mai tanto ritardo? Eppure ormai ci eravamo abituati alle scuse televisive
che uscivano con regolarità… Non riuscivo più a concentrarmi.. l’attesa era troppo spasmodica… Pensi che sbagliavo
anche a dare il resto… poi… ecco! Finalmente! Ieri la notizia! E’ stata convocata un’affollata conferenza stampa nello
Stato Vaticano in cui si prepara il terreno per le prossime scuse tra una settimana. Ci saranno luci, riflettori, tamburi,
riprese, collegamenti in mondovisione… la statua della pietà… aspetti le dico l’ora in cui si chiederà perdono… l’ho
segnata qui da qualche parte.. Come dice? -Il pentimento è uno stato interiore tra l’uomo e Dio che va vissuto con
dignità riservatezza e silenzio, senza telecamere?- Ma che c’entra il pentimento? Io non ne capisco, so solo che sono
arrivate le scuse, finalmente e tutti siamo più tranquilli. –Ci sono fatti più importanti al mondo- lei dice? Davvero? E
cosa? Io vedo sempre la TV e in TV si parla sempre di questo perciò questo deve essere l’importante, non le pare? Scuse intorno a che cosa- dice? E che importa? So solo che ora posso riposare tranquillo per qualche mese. E non si
faccia tante domande, metta questa notizia in prima pagina, vedrà che anche i lettori del suo “Ritorno” saranno più
tranquilli.”
Ho accontentato il nostro amico giornalaio e messa la notizia in prima pagina, Ora che anche voi
sapete la notizia, siete più tranquilli? Io? Beh, a dire la verità, io invece comincio a preoccuparmi.
Pensate infatti che succederebbe se ogni chiesa che si sente in dovere di fare in continuazione il
pubblico “mea culpa” mettesse in opera un così grande bombardamento dei “media”! Non parlo
ovviamente solo della Chiesa Cattolica, anche se le riconosco un primato in queste
“videoesposizioni” (del resto ci ha sempre tenuto ai primati), ma anche alle altre chiese di tutto il
mondo. Pensate che succederebbe se queste altre chiese scoprissero anche che dietro l’apparente
umiltà del “videovangelo” si nasconde una grande crescita economica e d’immagine! Ve
l’immaginate? Farebbero a gomitate per trasmettere le loro scuse! “Aspetta devo scusarmi io, tu
l’hai già fatto ieri, ed era l’ora del massimo ascolto, adesso tocca a me non devi monopolizzare il
traffico; siamo in epoca ecumenica!” “..quanti milioni di persone hanno sentito le tue scuse? Ah, le
mie erano di più: io sono più santo di te!”. Ci sarebbero accaparramenti di spazi televisivi anche
sui telegiornali: immaginate una catastrofe mondiale come sta succedendo in Africa… ecco
migliaia di persone morte… qualche superstite vuole parlare... ma.. stop! Un’interruzione! Fermi
tutti, c’è la chiesa tal dei tali che deve chiedere scusa perché nel 1200 pronunciò quella parola con
l’accento sbagliato! Il resto può aspettare. Forse ha ragione l’amico giornalaio quando dice che
l’importante è quello che si trasmette di più e non ciò che è vero.
Amici, comunque vi ricordo l’uso del telecomando; un potere non da poco.
(Renzo Ronca)
RELIGIONE
LA VERITA’ CI PARLA DENTRO SENZA SUONO DI PAROLE
(da “Imitazione di Cristo” opera ascetica anonima- Libro III “La vita interiore” cap. II)
1. « Parla, Signore, il tuo servo ti ascolta » (1 Re III,10) « lo sono il tuo servo, dammi intelligenza
affinché io comprenda i tuoi insegnamenti» (Salmo CXVIII, 125) Fa' che il mio cuore si volga alle
tue parole, stillino su me come rugiada. I figli di Israele usavano dire a Mosè: « Tu parla a noi, e ti
ascolteremo ma non ci parli il Signore, che forse ne morremmo » (Esodo XX, 19) No, no, Signore,
non così io ti voglio pregare; ma, con il profeta Samuele, in umile desiderio preferisco dire: «Parla,
Signore, il tuo servo ti ascolta ». Non mi parli Mosè o alcun altro Profeta: Tu invece parlami, o
Signore Iddio inspiratore e illuminatore dei Profeti; perché Tu da solo, senza il loro consenso, puoi
penetrare tutto il mio spirito; essi, senza Te, non conseguiranno nulla.
2. Possono, sì, dar suono di parole, non nutrimento di spirito: elegante è il loro parlare; ma se Tu
taci non riscalda il cuore: linguaggio letterale il loro, ma Tu ne schiudi l'intelligenza; presentano
misteri, ma Tu dài la chiave per intenderli; espongono precetti, ma Tu dài modo di eseguirli;
mostrano la via, ma Tu aiuti a camminare. Essi operano soltanto sull'esteriore, ma Tu ammaestri e
illumini i cuori. Essi irrigano alla superficie, ma Tu doni la fecondità. Essi tuonano con parole, e Tu
fai intendere le cose udite.
3. Non mi parli dunque Mosè; ma Tu, mio Dio e mio Signore, Tu, eterna verità, parlami; ché non ne
debba morire e rimanere senza frutto se, ammaestrato solo esteriormente, non venissi acceso nel
mio interno. E non mi sia motivo di condanna l'aver udita la tua parola e non averla messa in
pratica; l'averla conosciuta ma non amata; creduta e non osservata.
Parla dunque, o Signore: ecco il tuo servo ti ascolta, perché « Tu hai parole di vita eterna ». Parlami
per un po' di sollievo all'anima mia, per la riforma di tutta la mia vita, a gloria, a lode, a perpetuo
onore tuo.
RELIGIONE E SILENZIO
(Trovai questo scritto in un sito internet che sarebbe doveroso citare, ma non lo segnai subito ed
ora non riesco più ritrovarlo; chiedo scusa allo scrittore; spero di rintracciarlo in seguito)
Religione è ricerca di un rapporto speciale con Dio, mediante la preghiera, la meditazione, lo studio,
la predicazione, il culto e il culto silenzioso. Talora essa produce rituali suggestivi, usati in comune
per creare un'atmosfera adatta ad elevare ed a rientrare in sé. V'è chi non potrebbe fare a meno di
tali forme di culto. Ma quando la forma prende il posto della meditazione, o la condiziona; quando
la parola dell'uomo prevale sullo spirito; quando la parola delle Sacre Scritture viene usata in modo
abusivo; quando le Scritture vengono usate contro qualcuno, per distruggere o emergere e non per
costruire - non siamo più in presenza di una religione genuina. L'uomo usando colori e suoni e
forme e movimenti ed altri doni di Dio con l'illusione di creare con le proprie forze una scala al
paradiso può, involontariamente e in buona fede, creare invece una barriera invisibile fra l'umanità e
Dio stesso. Il Culto Silenzioso è un modo per escludere in partenza il rischio che forme liturgiche
inventate dall'uomo si frappongano fra la creatura e il suo Creatore, impedendole di trovare la luce
della scintilla divina che ha in sé. Ma anche qui, il culto comunitario silenzioso non è il solo
momento in cui la ricerca della luce divina, che il ritrovato rapporto con lo Spirito di Cristo può
riaccendere, si può portare avanti. Anche fuori del culto comunitario, il silenzio può come la
preghiera, diventare un ponte fra la solitudine dell'uomo e Dio, permettendo alla prima di
trasformarsi in strumento di elevazione spirituale. Una volta creato un nuovo rapporto con lo
Spirito, è molto facile che la vita quotidiana sia del continuo trasformata in qualcosa di interessante
e positivo, come la testimonianza, l'azione di solidarietà, in modi prima impensabili, con i nemici di
ieri, con spirito ecumenico, interreligioso, interrazziale, interculturale. Dovunque, nell'atmosfera di
pace spirituale e sociale, di equilibrio e di equanimità che il culto silenzioso - comunitario o
solitario - induce, Dio, che non ha mai abbandonato alcuna delle Sue creature, fa a Suo modo
sentire la Sua voce. (Livorno 7.4.1987)
IL VERO GIUBILEO
(da un opuscolo delle Chiese Cristiane Evangeliche “Assemblee di Dio
in Italia”)
Roma nel 2000 sarà meta di pellegrinaggio per milioni di persone provenienti da tutto il mondo. La mole di
lavori pubblici volti a rendere la città in grado di accogliere un così straordinario afflusso di devoti dà l'idea
dell'importanza di tale avvenimento. Questo turbinio di preparativi, ben pubblicizzati, sta quasi facendo
passare in secondo piano le ragioni vere che hanno indotto le massime autorità cattolico-romane ad indire un
Giubileo e, soprattutto, la legittimità biblica di questa manifestazione religiosa internazionale.
IL GIUBILEO CATTOLICO ROMANO: Un’importante enciclopedia italiana descrive così il
Giubileo: “Per i cattolici, anno (detto anche anno santo) in cui gode di speciali indulgenze e
privilegi spirituali chiunque compia particolari pratiche di pietà, tra le quali il viaggio a Roma e la
visita alle quattro grandi basiliche della cristianità (San Giovanni in Laterano, San Pietro in
Vaticano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le mura)". Il primo Giubileo fu indetto nel 1300
da Bonifacio VIII, il papa inviso a Dante. La ricorrenza doveva celebrarsi ogni cento anni e serviva
"per aumentare il numero dei pellegrini che visitavano Roma". Fu Clemente VI a stabilire che, a
partire dal 1350, vi fosse un Giubileo ogni cinquant'anni, rifacendosi all'anno giubilare biblico il
quale veniva indetto, appunto, ogni mezzo secolo. Urbano VI lo istituì ogni trentatré anni e Paolo Il
ogni venticinque. Oltre a questi Giubilei ordinari, ve ne sono stati di straordinari come quello, ad
esempio, del 1933 per il diciannovesimo centenario della morte di Gesù Cristo e quello del 1966 per
la conclusione del Concilio Vaticano II.
IL GIUBILEO EBRAICO: Rivolgiamoci alla Bibbia per comprendere cosa realmente si
intendeva nell’Antico Testamento per Giubileo. Quello ebraico era costituito dall'anno dello Yobel,
cioè del suono del corno, infatti questo strumento veniva suonato per annunciare il giubileo (Lev.
25:8-55). Era quello l'anno della liberazione, l'anno della grazia. Secondo la legge mosaica ogni
settimo anno doveva essere considerato sabatico (Lev. 25:1-7), anche la terra doveva "avere il suo
tempo di riposo consacrato al Signore", in questo periodo non si seminava e non si raccoglieva.
Quanto cresceva spontaneamente era proprietà comune del povero, dello straniero e degli animali.
Questa norma non soltanto serviva a rinvigorire la terra, ma insegnava al popolo la realtà della
provvidenziale potenza e presenza di Dio, affinché fosse istruito per porre la propria, totale fiducia
in Dio. Dopo sette settimane di anni, cioè 49 anni, il cinquantesimo era proclamato "anno
giubilare", cioè l'anno della redenzione universale. Tutti i prigionieri ottenevano la libertà, gli
schiavi erano dichiarati liberi, ai debitori veniva annullato ogni debito. Ogni eredità era di nuovo
riconsegnata all'erede originario. Tutti potevano raccogliere liberamente ed utilizzare i frutti che la
terra produceva spontaneamente. Le proprietà, che erano state per qualsiasi ragione alienate durante
i quarantanove anni precedenti, dovevano ritornare al proprietario iniziale, perché Dio ricordava al
popolo che “La terra è mia e voi state da me come stranieri ed ospiti" (Lev. 25:23). Dio è il Signore
del creato e l'uomo ne è soltanto l'amministratore ed il possessore temporaneo. Alcuni studiosi
della Scrittura hanno considerato il versetto dell'Evangelo, "Date e vi sarà dato; vi sarà versata in
seno buona misura, pigiata, scossa e traboccante" (Luca 6:38) come un indizio che il ministerio
pubblico del Signore sia iniziato in un anno giubilare. Indubbiamente possiamo affermare che le
parole di Isaia 61:1,2, che Gesù lesse nella sinagoga di Nazareth, "lo Spirito del Signore è sopra di
me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunciare la liberazione ai
prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, e a proclamare l'anno
accettevole del Signore" (Luca 4:18,19) provano che il Giubileo ebraico aveva il valore tipico
della dispensazione della Grazia.
IL GIUBILEO CRISTIANO Gesù con la sua venuta non ha certo inaugurato un anno giubilare,
ma, come Lui stesso affermò nella sinagoga di Nazareth, l'anno accettevolo del Signore: un'epoca
gloriosa di Grazia. Infatti è scritto: "Io ti ho esaudito nel tempo favorevole e ti ho soccorso nel
gíomo della salvezza. Eccolo ora il tempo favorevole; eccolo ora il giorno della salvezza" (11 Cor.
6:2). il riscatto della terra è sostituito dalla redenzione dell'uomo, anch'esso fragile argilla. L’opera
di espiazione compiuta da Cristo, infatti, garantisce la liberazione dell'anima da ogni laccio e da
ogni oppressione. Il Signore dichiarò sulla croce: "Tutto è compiuto". Il valore della Sua opera non
può essere limitato a tenipi, stagioni o anni. Viviamo dunque nella dispensazione della Grazia
universale di Dio acquistata dall’opera perfetta che Cristo ha compiuto sul Calvario. Questo è il
vero anno del Giubileo, l'anno accettevole del Signore, il tempo favorevole, il giorno della salvezza.
Le limitazioni e le regole umane non possono ridurre il valore di questa illimitata opera di grazia di
Cristo. Molto più di semplici indulgenze, il Salvatore ha donato "al popolo conoscenza della
salvezza mediante il perdono dei loro peccati, grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dìo per
i quali l'Aurora dall'alto ci visiterà" Egli ha visitato l'umanità “per risplendere su quelli che
giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace” (Luca
1:77-79). Soltanto il ministerio, la morte, la risurrezione e l'ascensione di Gesù garantiscono il
perdono dei peccati, che costituivano il grande debito che avevamo con Dio e che ci aveva costretti
in schiavitù. Oggi, nel tempo della Grazia, per mezzo dell’opera di Gesù e dell'azione dello Spirito
Santo, abbiamo piena libertà: "Il peccato non vi signoreggerà più" (Rom. 6:14), “perché la legge
dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rom.
8:2). Perché "secondo il disegno eterno che egli (Dio) ha attuato mediante il nostro Signore Gesù
Cristo,... abbiamo la libertà di accostarci a Dio con piena fiducia, mediante la fede in lui"
(Ef.3:11,12). Il vero Giubileo cristiano non è un periodo limitato e occasionale, ma si protrae fino al
giorno del glorioso ritorno di Gesù Cristo per tutti coloro, che ponendo la propria fiducia nella Sua
perfetta opera redentrice, Lo accettano come Salvatore e Signore. Vi è un pellegrinaggio che dura
tutta un'esistenza e si snoda lungo le strade della vita, alla ricerca della verità e dell'appagamento
interiore. Questo viaggio per molti versi penoso, che tutti gli uomini intraprendono fin dall'età della
ragione, è fatto anche di tappe religiose. Dio però ha preparato per l'umanità qualcosa di diverso. Se
per gli antichi ebrei il segnale convenuto dell'inizio del Giubileo era il suono dei corno, oggi un
suono nuovo e forte giunge ad ogni uomo: "Cristo è morto per i nostri peccati" (1 Cor. 15:3).
Questo è l'Evangelo della grazia. Oggi come allora è sufficiente credere nell'annuncio di liberazione
e redenzione. Lo schiavo ebreo al suono del corno era già libero e nessuno avrebbe potuto
impedirlo. Crediamo alla liberazione che Cristo ha già ottenuto per noi ed istantaneamente ne
godremo i meravigliosi frutti di salvezza, pace e libertà: "Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu
e la casa tua” (Atti 16:31).
Riflessioni religiose di vita coniugale
(di Renzo e Carmela)
Come la maggior parte delle coppie che vivono insieme da molti anni anche noi abbiamo avuto
periodi difficili. Non siamo più bravi né meno bravi di altri, tuttavia il Signore ci ha aiutati molto a
superare le nostre tempeste personali e di coppia e pensiamo che qualche considerazione in merito
potrebbe essere utile. Riporto argomenti di cui ogni tanto parliamo.
1) «Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due diverranno una
sola carne».(Efes. 5:31; anche Mar 10:7 e Gen 2:24)
a) Ciò che abbiamo imparato per noi stessi, singolarmente, va applicato anche nella coppia. Quando
uno sta bene, sta bene anche l’altro; se uno sta male sta male anche l’altro; volenti o nolenti le vite
si uniscono e i destini si incrociano. Chi ci vive accanto diventa il nostro “alter ego”. Non è sempre
piacevole eppure è un grande dono. Prendiamo una persona con molti difetti, come me: io sono uno
che giudica molto se stesso; mi sono sempre trattato in maniera severa, pretendendo moltissimo,
anzi troppo. Nel momento che vivo con una moglie, vedo su di lei il frutto di quello che sono in
eccesso e in difetto. In questo caso istintivamente riverserò su di lei il mio rigore, i giudizi continui,
diverrò uno che rimprovera sempre, uno che soffoca ed inibisce ogni attività. Tratterò la mia
compagna esattamente come tratto me stesso (e forse come io stesso ero stato trattato
nell’infanzia). Inevitabilmente riverserò queste brutte cose anche sul mio prossimo. Abbiamo una
grande opportunità nel vivere insieme: il poterci correggere. “Nessuno infatti ebbe mai in odio la
sua carne, ma la nutre e la cura teneramente, come anche il Signore fa con la chiesa”(Efesini 5:29)
“La propria carne” dunque, se collegate questo versetto con quello sopra, non siamo solo noi stessi,
ma anche il marito o la moglie che vivono con noi; e per estensione lo è anche la nostra comunità,
la nostra chiesa, il prossimo… vedete dunque quanto sia importante imparare a correggersi.
b) Altro punto di riflessione è quel “lascerà suo padre e sua madre..” molti di quelli che ci
contattano vivono matrimoni in cui il legame coi genitori non finisce mai e crea inevitabilmente
grossi problemi alla famiglia. Mi diceva un avvocato che il 90 per cento dei divorzi è motivato da
interferenze dei genitori nella vita matrimoniale dei figli. Genitori che non vogliono lasciare i figli o
figli che non vogliono separarsi dai genitori. Comunque sia il fenomeno è più vasto di quello che
sembra; ed è destinato, pare, ad aumentare. L’indipendenza della coppia è importante, non ci può
essere una vera nuova famiglia senza la libertà di poter decidere (e perché no, anche sbagliare)
autonomamente.
2) “Poiché l'Eterno, il DIO d'Israele, dice che egli odia il divorzio e chi copre di violenza la sua
veste», dice l'Eterno degli eserciti. Badate dunque al vostro spirito e non comportatevi
perfidamente.” (Malachia 2:16). Toccherò solo di sfuggita questo tema che abbiamo reso una
guerra tra chiese e tra partiti, lasciando alle coscienze di ciascuno motivate dalle specifiche
esperienze di coppia la decisione in merito al divorzio; tuttavia, pure se tra i meno adatti a parlare
(io stesso sono uno divorziato e risposato), vorrei sottolineare un comportamento di coppia che va
molto di moda in questi tempi: non si lascia la moglie o il marito, sarebbe troppo complicato, si
preferisce mantenere una facciata “perbene” e vivere un amore nuovo, o più amori, in maniera
ambigua, con mille autogiustificazioni. I motivi possono essere diversi: interesse economico, sensi
di colpa religiosi, responsabilità morale verso i figli… non entro in merito. Il punto che vorrei
sottolineare è che, comunque sia, chi ci sta davanti, quell’uomo o quella donna con cui siamo
sposati o con cui comunque viviamo insieme, raffigura anche una persona che ci sta dentro.
Possiamo ignorarlo, ma è così. A volte il Signore ci mette davanti, raffigurati in un marito o in una
moglie, gli aspetti peggiori di noi stessi che non vogliamo accettare. Inutile scappare. Avere il
coraggio di affrontarli, secondo il mio modestissimo parere, è sempre un bene. In ogni caso. Si
affronterà un crisi forse, ma poi se ne uscirà con chiarezza e coerenza; qualsiasi decisione si prenda.
Il rischio? Affrontare la crisi, capire tutto e poi… tornare come prima.
3) “Quando lo spirito immondo esce da un uomo, vaga per luoghi aridi, cercando riposo; e, non
trovandone, dice: "Ritornerò nella mia casa dalla quale sono uscito". E, se quando torna, la trova
spazzata e adorna, allora va e prende con sé sette altri spiriti peggiori di lui, ed essi entrano là e vi
abitano; e l'ultima condizione di quell'uomo diviene peggiore della prima»”. (Lc 11:24-26)
E’ difficile, ci vogliono anni per trovare accordi, armonie. Quando si trova il giusto ritmo è molto
bello e ci si sente forti. Ma attenzione è una formazione giovane, on ancora provata dall’esperienza.
Questo strato leggero, può reggere alle difficoltà chiamiamole “di routine”, ma non è ancora
abbastanza resistente per grossi ostacoli. Non bisogna mai dimenticare dunque, che i cambiamenti
sono lenti, hanno bisogno di tempo per radicarsi. Non aspettiamoci troppo da noi stessi; vigiliamo
attentamente per non ricadere nelle trappole passate. Non lasciamoci più coinvolgere troppo
dall’emotività del passato. Certe ferite non si rimarginano subito ma richiedono una continua
presenza del Signore che le guarisce. Inoltre, proprio come diceva mia moglie, ricordiamo pure certi
aspetti del passato se tornano alla mente, anche aspetti dolorosi, ma senza odio; scegliendo momenti
e tempi adatti per parlarne. “E, detto questo, mostrò loro le sue mani e il costato. I discepoli
dunque, vedendo il Signore, si rallegrarono.” (Giovanni 20:20) Certe ferite siano dunque solo il
segno di riconoscimento, il ricordo che contraddistingue la vittoria e non la sconfitta: Gesù il
Risorto mostra le ferite come un vincitore, anche noi rivedremo le nostre ferite di coppia come
vincitori per i meriti di Gesù.
Salmo di pentimento Collaborazione col gruppo evangelico UZZIEL
(vedi indirizzi in
“Spazioaperto”):
O Signore elevo a te la mia voce ed il mio grido disperato. \ I peccati che gravano su me sono
talmente pesanti che non ho più le forze \ per portarli. Ho paura, tanta paura di cadere e non potermi
più rialzare. \ Sento un forte dolore dentro me che mi soffoca, distruggendomi lentamente…. \ E' il
dolore di averti lontano da me che mi fa stare così male, e la rabbia \ di non poter far nulla di fronte
a questo muro che si erge dinanzi a me. \ O Signore adesso che non riesco più a scorgere il tuo
sguardo, adesso che \ non ti sento vicino al mio cuore, proprio adesso comprendo la mia inutilità \ e
la miseria. Vedo la mia vita avvolta nelle tenebre più fitte, nei miei \ giorni non ci sarà nessun
raggio di sole che li illuminerà col suo chiarore, \ il mio cuore prima o poi si consumerà dal dolore,
tutto questo accadrà se tu non sarai con me. \ No mio Dio, non voglio vivere la mia vita nelle
tenebre più profonde, non voglio ritrovarmi col cuore distrutto dal dolore no mio Dio non voglio! \
Eppure sono così tante le volte che ti ho deluso, sono tanti i dolori che ti ho dato, sono tante le volte
che ti ho disubbidito, sono tanti ma tanti gli errori che ho fatto. \ Ora che sono nella miseria mi
rendo conto che tu sei il mio tutto: l'aria senza la quale potrei vivere, l'acqua senza la quale non
potrei dissetarmi, il pane senza il quale non potrei saziarmi…. Ti amo Gesù \ con tutta me stessa, so
di avere sbagliato, ma ti prego perdonami, cancella tutti i miei peccati e annulla i miei pensieri \ TI
PREGO NON LASCIARMI DA SOLA MIO DIO HO BISOGNO DI TE!
PSICOLOGIA
LA FAME DI CAREZZE E DI STRUTTURAZIONE DEL TEMPO
Frammento da “Nati
per vincere” di M. James e D. Jongeward – Analisi Transazionale con esercizi di Gestalt; cap.III
“Se tu mi tocchi con dolcezza e tenerezza, se tu mi guardi e mi sorridi, se qualche volta prima di parlare mi
ascolti, io crescerò, crescerò veramente” (Bradley, 9 anni)
Ognuno di noi ha bisogno di essere toccato e di essere riconosciuto dagli altri. Tutti abbiamo bisogno di fare
qualcosa del tempo che corre fra la nostra nascita e la nostra morte. Berne ha denominato "fame" queste
esigenze biologiche e psicologiche. La fame di essere toccati e riconosciuti può essere appagata con le
carezze: queste sono « qualsiasi atto che implichi il riconoscimento della presenza dell'altro ». Possono
essere date carezze in forma di reale contatto fisico o qualche forma simbolica di riconoscimento come uno
una parola, un gesto o una qualsiasi azione che significhi “so che ci sei". La fame di carezze spesso è
determinante per l'uso che una persona fa del proprio tempo. Si possono, per esempio passare minuti, ore o
una vita intera cercando carezze in molti modi, anche ricorrendo ai giochi psicologici; oppure trascorrere
minuti, ore o una vita intera cercando di evitare carezze, rinchiusi in se stessi.
DEPRESSIONE: L'INCAPACITÀ DI ESSERE FELICI.
Dott. Luigi Di Giuseppe psicologo, Psicoterapeuta - Responsabile Unità Operativa di Riabilitazione
Psicologica
Casa
di
Cura
Villa
Pini
d'Abruzzo
–
Chieti
(Prima
parte)
http://www.psicoline.it/prodotto_servizio/depressione
Se una mattina svegliandovi vi sentite a disagio, se l'idea di dare inizio alla giornata vi provoca
malessere, se la prospettiva di andare in ufficio e di affrontare la routine quotidiana vi suscita un senso
di nausea o di rifiuto, può darsi che stiate vivendo un sentimento di depressione.Ma può anche darsi
che siate all‘inizio di un episodio depressivo che potrebbe causarvi un considerevole fastidio.Il modo
empirico per stabilire in quale di delle due situazioni vi trovate può essere quello di chiedervi se vi
piacerebbe piantare tutto per andare da qualche parte, a Parigi o alle Seychelles, oppure, più
semplicemente, da qualche amico in un‘altra città.Se la vostra risposta sarà : "Magari!", con un senso
di sollievo, è probabile che il vostro sia un semplice, anche se noioso, ”Sentimento Depressivo". Ma se
la risposta fosse: È inutile o: Non me ne importa niente, tanto non cambierebbe nulla, allora è
probabile che siate all‘inizio di ”episodio di depressione".Molte persone soffrono in questo modo
giorno dopo giorno per tutta la vita, immerse in un grigiore permanente che nei casi peggiori può
trapassare nella completa oscurità. Sono imprigionate nel ”buco nero" della depressione.Chi soffre
così sa bene che c'è qualcosa in lui che non va ma non è detto che chiami questa condizione malattia.
E chi mai, in fondo, considera la semplice stanchezza, apatia, tristezza e irritazione? Malgrado tutta
l'opera di divulgazione psichiatrica le malattie fisiche continuano ad essere accettate più di quelle
psichiche. Ciò vale anche per la depressione, che presenta agli occhi della gente un'immagine molto
peggiore in confronto alle malattie somatiche.In una società dove giovinezza, forma fisica, salute ed
efficienza occupano i posti più alti nella scala dei valori, la depressione rappresenta una grossa
minaccia. Nè cambia nulla il fatto che anche persone famose e di successo come Abramo Lincon,
Winston Churchill, Ernest Hemingway, Marilyn Monroe, abbiano dovuto lottare con la depressione.
Ed è anche per questo motivo, per questa discriminazione, che molti depressi raccolgono tutte le loro
forze per cercare di mantenere all‘esterno una apparenza di normalità.Cercano disperatamente
spiegazioni plausibili del loro stato: una volta è la cattiva stagione (la pioggia in fondo deprime anche
gli altri), una volta il raffreddore, un'altra è che hanno dormito male o hanno mangiato qualcosa di
guasto, oppure hanno litigato col principale. E quando poi non sanno più a che cosa appigliarsi,
dichiarano di essere pessimisti per natura. Ma qualunque sia la scappatoia trovata, lo scopo è sempre
lo stesso: illudersi che in fondo non sia nulla.Grazie a questa capacità di autoinganno i casi non troppo
gravi di depressione risultano invisibili al mondo esterno. Nel paziente invece si svolge una lotta
ininterrotta, una lotta con se stesso per la sopravvivenza. C'è l‘insonnia o un bisogno accresciuto di
sonno, irrequietezza ed irritabilità, pensieri suicidi. Alcuni aumentano di peso, altri dimagriscono a
vista d‘occhio. Si perde la capacità di concentrazione, mentre scompare anche il desiderio sessuale. In
molti casi a tutto questo si aggiungono dolori cronici, che a volte prendono il sopravvento tanto da
occultare completamente i sintomi depressivi.Il medico di famiglia si trova di fronte a pazienti che
lamentano cefalee, disturbi digestivi, dolori gastrici o sintomi cardiaci, senza che i trattamenti consueti
diano alcun risultato (cosa che non può sorprendere dato che il problema vero rimane irrisolto).In
questi casi si parla di depressione larvata. Il 90% di questi pazienti si aspetta un aiuto dalla medicina
generale e comincia così un pellegrinaggio da un medico all'altro, che spesso si trascina per anni. Su
scala mondiale, secondo le stime dell‘Organizzazione Mondiale della Sanità, dal 3 al 5% della
popolazione è colpito da depressione cronica, per un totale di 120-200 milioni di casi. Altri studi
epidemiologici mostrano un chiaro aumento dell‘incidenza di questa malattia ma alcuni specialisti
mettono in dubbio che l'aumento osservabile dell'incidenza sia da attribuire ad una crescita effettiva
della malattia ed imputano il fenomeno anzitutto al miglioramento delle diagnosi, alla maggior
conoscenza di questi disturbi nella popolazione generale e all'introduzione, verso la metà degli anni
50, dei farmaci antidepressivi. Infatti, solo quando si dispone di cognizioni sufficienti e trattamenti
adeguati la diagnosi diventa possibile e corretta. C'è un'altra ragione che può spiegare l‘aumento dei
casi riconosciuti di depressione. È infatti opinione comune che questa sia diventata un ”pezzo forte"
nel repertorio delle malattie mentali, tanto da indurre qualcuno a parlare di malattia epocale. Per la sua
frequenza la depressione è stata chiamata anche il ”raffreddore" della psichiatria. Seppure il paragone
non rende giustizia alla gravità di questa malattia, ci sono tuttavia dei parallelismi: come dal
raffreddore anche dalla depressione nessuno può dirsi veramente al riparo. Colpisce uomini e donne,
giovani e vecchi, abitanti di nazioni industrializzate e di paesi in via di sviluppo. Vale la pena di aprire
a questo punto una veloce parentesi per chiarire concretamente CHI DIVENTA DEPRESSO
dividendo la popolazione in quattro grandi categorie: Sesso, Età, Stato civile e classe sociale. Sesso :
Non c‘è ricerca o rassegna da cui non risulti che sono sopratutto le donne a soffrire di depressione.
Come regola empirica vale questa: su tre pazienti, due sono donne. Per questo dato di fatto è stata
avanzata una grande quantità di spiegazioni ed ipotesi, fra cui spesso anche l‘idea che le donne siano
più pronte a chiedere aiuto rivolgendosi ad uno specialista. Questa tesi è contraddetta da alcuni studi
in cui non ci si è limitati a considerare i pazienti già in trattamento. Allo stesso modo è solo una
congettura che le donne siano più reattive allo stress o vivano un maggior numero di eventi come
esperienze stressanti. D‘altra parte, sottoponendo donne e uomini ad uno stress altrettanto intenso le
donne denunciano sintomi più chiari. Forse le donne ammettono i sintomi più facilmente degli uomini,
che magari minimizzano il problema o lo combattono con l‘alcol. Altre spiegazioni puntano sul
diverso regime ormonale (dopo il parto ed in menopausa le donne sono particolarmente esposte alla
depressione), sulla discriminazione sociale delle donne, sui conflitti di ruolo e sulla mancanza di
potere in una società dominata dai valori maschili. Età : Le ricerche più recenti sono unanimi nel
segnalare un aumento delle forme depressive nei giovani. In particolare la fascia di età compresa dai
18 ai 44 anni sembra essere più colpita che negli anni passati. Anche qui emergono differenze fra i
sessi : fra le donne l‘incidenza è maggiore prima dei 35 anni mentre fra gli uomini la fascia di età più
colpita è quella fra i 55 ed i 70 anni. Stato civile : Su questo punto le ricerche disponibili presentano
una graduatoria chiara ed univoca : l‘incidenza delle depressioni è minima fra gli uomini sposati,
seguiti dalle donne sposate e poi, nell‘ordine, dalle nubili o vedove, dai celibi, vedovi o separati. Il
gruppo più esposto è quello dele separate o divorziate. Classe sociale : Le depressioni insorgono più
spesso nelle classi sociali inferiori. L‘idea che la depressione sia una malattia ”di lusso" che interessa
sopratutto i gruppi socialmente privilegiati è un grande pregiudizio. Tornando al nostro discorso
precedente possiamo affermare che chiunque può, in qualunque momento, cadere in depressione. A
volte si tratta di una singola fase isolata che non si ripete più a volte invece la depressione diventa una
compagna costante. Quanto più sono numerose le persone che incorrono in stati depressivi tanto più
pressante diventa la domanda sulle cause della malattia. Ma purtroppo risposte certe ed univoche in
merito non è ancora possibile averne. Negli ultimi tempi è aumentata moltissimo la conoscenza nel
campo della neurofisiologia, anche grazie all‘enorme mole di ricerche che sono state condotte nel
frattempo e, grazie a ciò, è possibile aiutare molti più pazienti e molto più efficacemente ma, anche se
qualcuno ha creduto che questa fosse la strada maestra per arrivare ad una risposta risolutiva in tempi
brevissimi, ancora una volta non è possibile affermare che esistono risposte certe ed univoche in
merito. Il celebre psichiatra e psicoanalista francese Daniel Widlöcher afferma che ”Ogni progresso
del nostro sapere solleva sempre più domande nuove di quante risposte ci dia". Anche se le certezze
sono ancora scarse abbiamo nel frattempo una gran quantità di ricerche genetiche, biologiche e
psicologiche che offrono approcci molto promettenti. Generalizzando al massimo si può dire che
fattori genetici e ambientali collaborano in misura diversa nello sviluppo e nel decorso delle
depressioni ed inoltre dipende dalla forma di esse la preminenza di alcuni fattori piuttosto che di altri.
A seconda delle cause ipotizzate la depressione va sotto nomi diversi. Nel DSM III, il manuale
diagnostico e statistico delle malattie mentali adottato dalla Associazione degli Psichiatri americani,
entro la categoria generale delle ”turbe affettive" si distinguono gli episodi maniacali, gli episodi
depressivi (le cosiddette forme unipolari) e la malattia bipolare con fasi maniacali e depressive. Sotto
il nome di ”altre turbe affettive aspecifiche" sono rubricate la ciclotimia e la nevrosi depressiva. La
differenza tra sentimento depressivo ed episodio depressivo di cui abbiamo parlato all‘inizio,
corrisponde, in un certo senso, a quella che, nei manuali di psichiatria e di psicologia clinica, distingue
la ”depressione esogena" dalla ”depressione endogena". Le depressioni endogene sono le più gravi ed
hanno presumibilmente origine somatica mentre le depressioni psicogene, dette anche reattive o
esogene, sono condizionate dall‘ambiente, cioè scatenate sopratutto da esperienze stressanti. Quindi le
cause della depressione reattiva vanno ricercate all‘esterno, presumibilmente in un eccesso di
stimolazioni sgradevoli o in un senso di stanchezza nei confronti della pressione esercitata dagli eventi
ambientali. La soluzione, in questo caso, sarebbe nel trovare il modo di rallentare la pressione
stimolatoria o, meglio ancora, nel modificarla agendo sull‘ambiente. Si potrebbe tentare di farcela da
soli oppure sarebbe preferibile ricorrere all‘ausilio di uno psicoterapeuta esperto che sarebbe
certamente di aiuto. La depressione endogena invece, come detto prima, nasce dentro di noi e
l‘ambiente non c‘entra quasi per nulla. È per qualcosa che ci è capitato e che ha mutato il nostro modo
di sentire o di essere che l‘idea di sottrarsi alla stimolazione ambientale non è di alcun conforto: il
male è dentro e dovunque si vada lo si porta dietro. Esistono almeno due modalità per affrontare il
problema della depressione, una interpretativa, l‘altra esplicativa. La prima, quella interpretativa,
considera la depressione come un sentimento costituito da sensazioni spiacevoli associate ad
immagini. Si tratterebbe di uno stato d‘animo, di un modo di sentire che rivela l‘esistenza di un
conflitto emotivo. Non è la depressione che va curata ma il conflitto emotivo che la genera, affermano
i sostenitori di questo modo di vedere. La seconda, quella esplicativa, ne pone l‘origine in uno
squilibrio metabolico e nell‘alterazione biochimica cerebrale. Secondo questo diverso modo di
intendere sia la depressione sia le altre turbe mentali dipendono dall‘alterazione dell‘equilibrio
chimico che produrrebbe rappresentazioni mentali e costruzioni ideative anomale. Esaminiamo, anche
se rapidamente, entrambe le ipotesi,per poi cercare di concludere il nostro discorso con alcune
indicazioni terapeutiche. (continua)
PSICOLOGIA E SPIRITUALITÀ
Dott. Massimo Rinaldi Psicologo, psicoterapeuta Roma
(http://www.psicoline.it/prodotto_servizio/Psicologia_e_spiritualita)
Il rapporto tra psicologia e spiritualità è oggi molto diverso di quanto non fosse fino a cento anni fa,
quando la psicologia era una figlia, pure poco illustre, della filosofia. La psicologia come scienza
nasce quando, nella seconda metà del secolo scorso, nelle università di alcuni paesi occidentali
vennero fondati dei "laboratori di psicologia", in cui si iniziò a studiare la psicologia umana secondo i
metodi delle scienze naturali e venne abbandonato il legame con il metodo della speculazione
filosofica. Viene celebrato come data di nascita della psicologia scientifica l’anno 1879, nel quale W.
Wundt fondò il primo di questi laboratori presso l’università di Lipsia. Purtroppo, la corrente di
pensiero più orientata in senso positivistico ritenne di celebrare contemporaneamente anche un
funerale: quello del legame tra psicologia e filosofia, gettando via con ciò ogni conquista e ogni
riflessione che non fossero figlie del nuovo metodo. La spiritualità, con ciò, diveniva un vezzo, un
lusso superfluo, dannoso anzi per il rigore della ricerca scientifica. Almeno fino a quando – potrebbe
dire un positivista convinto e ironico – qualcuno non riuscirà a misurare il volume di Dio, o lo
spessore dello spirito umano. Tuttavia, anche il positivismo è una filosofia; credere di poter creare una
psicologia puramente scientifica è un atto ingenuo se non presuntuoso. Proprio perché lo spirito
umano non è assoggettabile al metodo delle scienze naturali, nello studio dell’uomo e della sua psiche
il momento della interpretazione speculativa ha una parte importantissima, e i dati delle scoperte
scientifiche non bastano a comprendere l’uomo, ma solo sue parti, sue dinamiche, suoi meccanismi
psichici. La filosofia, gettata via dalla finestra del rigore scientifico, rientra dalla porta della
interpretazione dei dati della ricerca. Per comprendere appieno l’uomo, non basta studiare le sue
emozioni, gli istinti, la memoria, la percezione, i sentimenti e così via: occorre considerare tutto ciò e
quant’altro egli esprime, l’intera gamma dei comportamenti esteriori e interiori, e solo nella sintesi
complessiva avremo finalmente dinanzi a noi la sua essenza, il suo essere reale. Ci sono funzioni
psichiche, come l’immaginazione o il pensiero creativo, che un tempo venivano chiamate attività
spirituali. Sarebbe bene continuare a chiamarle così. Ad onore della psicoanalisi e dei suoi fondatori,
nelle diverse correnti (Freud, Jung, Adler in primis), va sottolineato che essa fu sostanzialmente esente
da errori così marchiani circa la comprensione dell’essere umano. Lo zelo metodologico della
psicologia scientifica non contagiò il movimento psicoanalitico. Nonostante gli errori dovuti al suo
riduzionismo sessuale, derivante dalla eccessiva importanza attribuita da Freud all’aspetto sessuale
della vita psichica, la psicoanalisi ebbe sempre come riferimento l’essere umano nella sua realtà
interiore, sia pure interpretandola monoideisticamente nel senso della libido sessuale. Nella odierna
pratica della psicoterapia, le linee di tendenza di allora si sono confermate, e vi troviamo quindi
impostazioni diverse, in linea con le loro origini. Inoltre, nuove scuole sono nate e anch’esse si
differenziano notevolmente tra loro in ordine alla filosofia sottesa, materialista o spiritualista. Nelle
impostazioni delle scuole junghiana, frankliana e steineriana, in particolare, la dimensione spirituale
dell’essere umano viene non solo accettata, ma anche messa in risalto e considerata come il vero luogo
interiore, imprescindibile anche per lo stesso intervento psicoterapeutico. Queste tre diverse
impostazioni sono di fatto imparentate se non simili, poiché tutte rispettano la natura complessa
dell'essere umano, la profondità della sua esperienza interiore, la varietà delle sue esigenze e dei suoi
bisogni. Nessuna di esse riconduce ad una teoria riduttiva le diverse spinte pulsionali, riconoscendo
esse piuttosto una gerarchia dei bisogni, nella quale la base è formata dalle pulsioni legate alle funzioni
corporee, e la cima dai bisogni dello spirito umano. La psicologia accademica attuale continua ad
inseguire risultati di vario genere, purché scientificamente testati, ma non più a costo di negare la
realtà della psiche; infatti, in molte scuole universitarie gli orizzonti si sono ampliati e, per così dire,
umanizzati. L'evento della riunione tra le varie linee di tendenza, che si vorrebbe avvenisse in una
scienza matura, è però ancora lungi da venire, e di fatto l’ipoteca materialista derivante dal
positivismo selvaggio si contrappone ancora pesantemente al riconoscimento scientifico della
dimensione spirituale dell’essere umano. Questo appare come un pesante controsenso, poiché la
psicologia più delle altre scienze umane avrebbe potuto e dovuto essere anche una base per la
fondazione di una scienza dello spirito, capace di donare basi scientifiche alle verità affermate da
quelle concezioni filosofiche che sempre, nel corso dei secoli precedenti, avevano individuato nella
psiche umana un elemento di contatto e di passaggio tra il mondo divino e quello terreno. Ciò
nonostante, l'esistenza di correnti non materialiste all'interno del mare magnum della psicologia
contemporanea testimonia l'insopprimibilità dell'impulso spiritualista, ossia l'impossibilità di mettere a
tacere la coscienza profonda della realtà interiore dell'essere umano.
L'incapacità di elaborare il lutto come conseguenza di un inadeguato
apprendimento della gestione delle emozioni (seconda ed ultima parte)
by Dr. Paolo Roccato -Medico Psicoterapeuta Psicoanalista - read at the Conference "L'esperienza depressiva tra
sofferenza e conflittualità" held in San Maurizio Canavese (Torino) on December the 1st, 1995] [da una pagina del Centro
Torinese di Psicoanalisi <http://www.sicap.it/~merciai/ctp/ctp.htm> ]
Bene. Noi nasciamo con degli schemi innati specie-specifici (cioè legati al patrimonio genetico
della specie) che ci rendono possibili i vari modi di gestire le nostre emozioni; ma, per riuscire poi a
metterli in atto, abbiamo la necessità di un apprendimento selettivo specifico. Apprendimento che
rientra nel grande insieme di fenomeni evolutivi che potremmo chiamare "apprendimento
relazionale". Il risultato sarà che non tutti i modi di cui abbiamo gli schemi innati in dotazione
saranno da noi sviluppati, ma solo quelli che avremo potuto strutturare nello specifico
apprendimento relazionale. Tali modi risentiranno in modo decisivo delle esperienze reali che
abbiamo potuto fare nel nostro reale ambiente umano. Essi saranno, perciò, profondamente
influenzati dai portati antropologicoculturali del nostro ambiente di vita e dalle caratteristiche
personali e dalle intenzioni (consce e soprattutto inconsce) di coloro con cui ci siamo trovati
impegnati nelle relazioni fondanti di base. Vale la pena aggiungere che i modi di gestire ogni
singola emozione non sono infiniti: sono molti, ma in numero finito. E sono riconoscibili e
descrivibili. E possono, con maggiore o minore difficoltà a seconda delle esperienze passate e delle
capacità del soggetto, essere appresi anche dall'adulto. Ma tale apprendimento non può realizzarsi
se non all'interno di esperienze relazionali significative, nelle quali è più importante ciò che il
partner è e fa, che non ciò che egli dice. Tutte le emozioni, anche quelle di piacere, esigono di
essere gestite dal soggetto. Ma non sempre il compito è possibile. Vi sono esperienze di
disperazione così estreme che non sono elaborabili, quali quelle di molti sopravvissuti ai campi di
sterminio nazifascisti. Si veda, in proposito, fra i molti, il bel libro Le candele della memoria di
DINA WARDI, (WARDI DINA (1992), Nossé ha-chotàn. Dialòg im béné hadò hashenì leshohà,
trad. it di EMANUELE BEERI e TANIA GARGIULO: Le "candele della memoria". I figli dei
sopravvissuti all'Olocausto: traumi, angosce, terapia, Sansoni, Milano 1993)che,
studiando
la strutturazione della patologia mentale e i percorsi terapeutici dei figli dei sopravvissuti ai Lager,
mostra come l'impossibilità genitoriale induca nei figli un'incapacità di gestire le emozioni. Ma
come succede che impariamo a gestire le emozioni? E, soprattutto, come succede che non
impariamo? Il problema non è solo teorico, dato che sempre più spesso nella pratica clinica ci
dobbiamo occupare di persone che presentano una sorta di "analfabetismo emozionale": non sanno
riconoscere le emozioni, non sanno che farsene, vivono come emozionalmente "appiattiti" non per
repressione o inibizione emotiva, ma per mancato o incongruo apprendimento. Sono molti i modi in
cui da bambini apprendiamo a gestire le emozioni, ma quelli più importanti, quelli decisivi sono
direttamente connessi con le modalità relazionali proposteci dalle persone che di noi si occupano e
con lo spazio relazionale che si viene a definire nella concretezza delle interazioni fra loro e noi. Per
prima cosa, dunque, apprendiamo a creare un sufficiente, adeguato "spazio mentale", che possa
contenere anche l'emozione (con tutti i suoi portati, soprattutto cognitivi) che stiamo realmente
sperimentando (Mi riferisco all'esperienza reale concreta dell'emozione)nella
concretezza del singolo episodio di vita. Questo spazio mentale è funzione diretta dello spazio
relazionale che troviamo disponibile nell'episodio di vita in questione. É una specie di
"interiorizzazione" dello spazio relazionale. Il processo di "interiorizzazione" dello spazio
relazionale è uno degli elementi fra i più importanti della strutturazione del Sé. Il bambino può
riconoscere, tollerare e contenere una particolare emozione solo se trova riconoscimento, tolleranza
e contenimento della medesima emozione nelle relazioni reali attuali in cui si trova impegnato. E
così facendo, in un fittissimo gioco interazionale con l'ambiente umano reale con cui egli è in
relazione (la "madreambiente" di WINNICOTT) il bambino attivamente struttura anche la
percezione di sé come di uno che sta vivendo quell'emozione e che la sta contenendo. Ed è la
percezione di sé nell'esercizio di funzioni (soprattutto relazionali) quella che realizza ogni
strutturazione di sé. E se il bambino si trova in un ambiente umano sistematicamente e
ripetitivamente sordo o cieco rispetto a determinate emozioni, non potrà far altro che divenire a
propria volta sordo o cieco rispetto a tali emozioni. Si creeranno, così, come dei "buchi" nelle
capacità di esperire aspetti vitali della propria esistenza. L' "analfabetismo emozionale", cui prima
accennavo, ne è un tragico esempio. Potremo chiamare "livello di risonanza" nell'interazione quel
livello che è implicato in questi fenomeni. Ma esso non è l'unico. Possiamo individuare altri livelli
nell'interazione, fra i quali credo sia particolarmente importante quello che potremo chiamare
"livello di interdizione / consenso". Ed è quello che è implicato allorché il bambino si trova in un
ambiente umano che sistematicamente, ripetitivamente e rigidamente impedirà in modo attivo la
percezione, la gestione e l'integrazione delle emozioni. Parimenti, possiamo individuare un "livello
di immissione di modalità" nell'interazione: inevitabilmente, momento per momento, la madre
immetterà nell'interazione (per quel che qui interessa) le proprie modalità di gestione delle
emozioni, e il bambino sarà costretto, nell'interazione adattativa, a tenerne conto; e alla fin fine egli
non potrà fare altro che prendere quei modi, rielaborarli come può e sa, e farli propri, riuscendo solo
in parte a modificarli per renderli più adeguati alla globalità di sé. Potrà salvare solo il salvabile del
proprio vero sentire e della propria esperienza reale: del proprio "veroSé", in definitiva. Perché si
realizzino guasti così gravi e così danneggianti sulla qualità della vita è necessario che gli
atteggiamenti parentali inadeguati siano ripetitivi nel tempo in modo rigido e sistematico: è difficile
(anche se è possibile) che sia in gioco un isolato, singolo episodio traumatico. A questo punto credo
vi sia chiaro che tra le mancate elaborazioni del lutto che incontriamo nella pratica clinica ve ne
sono alcune (molte, io credo) connesse a reali incapacità per un inadeguato apprendimento della
gestione delle emozioni. Che fare, in questi casi? Una specie di "doposcuola", in cui insegnamo alla
gente come possono essere gestite le emozioni in generale e il dolore depressivo in particolare?
Certo: sarebbe un metodo abbastanza semplice e socialmente economico. Ma non funzionerebbe,
purtroppo, perché questo tipo di apprendimento può realizzarsi soltanto nell'esperienza che può
essere fatta nel vivo di una relazione intensa e rispettosa della separatezza tra i partner. In una
relazione psicoterapeutica adeguata. Nella nostra cultura, se uno soffre di un dolore fisico perché,
poniamo, si è rotto una caviglia, è ritenuto normale e ovvio che ricorra all'ortopedico e al
fisioterapista, che lo aiutino a favorire l'aggiustarsi della frattura e che lo accompagnino nella
ripresa funzionale. Ma se, invece, soffre di un dolore mentale perché gli eventi della vita gli hanno
strappato qualcosa di buono, se, cioè, patisce di un dolore depressivo, sarà purtroppo difficile che
senta ragionevole ricorrere a uno psicoterapeuta, che lo accompagni nel processo di elaborazione
del lutto. E se vi ricorrerà, lo farà solo quando gli aggiustamenti che avrà strutturato si saranno
rivelati particolarmente pesanti per le sue condizioni di vita. E questo non aiuta né lui né il suo
terapeuta. Che fare, allora? Ecco, ogni volta che ci imbattiamo in un dolore depressivo (cosa che
nella pratica clinica è frequentissima), varrà la pena che teniamo presente la necessità del paziente
di gestire il proprio dolore. Sarà importante osservare e riconoscere quali modi usa per gestirlo,
dandogli il tempo per sperimentarsi. Dargli spazio, senza mai negare il dolore (con battute, per
esempio, minimizzanti, come troppo spesso si vede fare a mo' d'incoraggiamento), ma
riconoscendolo pienamente e cogliendone (e mostrandogli) la sensatezza. E se non c'è spazio,
bisogna crearlo. Attivamente. É lo spazio relazionale, infatti, quello che verrà utilizzato dal paziente
per costruire nel mondo interno un proprio spazio mentale per il contenimento e l'elaborazione delle
emozioni. Fondamentale, dunque, è accettare, con genuina partecipazione, le espressioni del dolore
e le richieste di aiuto nel gestirlo. Spesso, già solo la nostra partecipazione paziente e consapevole,
se non è recitata, consente al paziente di percepire lo spazio adeguato che gli permette di cercare
vari, differenziati modi di gestione del proprio dolore. E la nostra accettazione del suo dolore gli
testimonia che esso può essere pienamente riconosciuto, che se ne può parlare, che c'è la possibilità
che si crei uno spazio (mentale in noi, relazionale tra noi e lui, e quindi anche mentale in lui) in cui
tale dolore può "trovare il suo posto", può essere vissuto e può rendersi accessibile all'integrazione.
E qui vale la pena ricordare ancora una volta che le prediche non servono a molto: quello che conta
è ciò che noi effettivamente siamo e il nostro reale modo di approcciare il dolore in generale, e
quello specifico dolore in particolare. Nell'apprendimento di nuove modalità di gestione del dolore
e nel consolidamento delle antiche, il paziente utilizzerà i nostri modi veri, quelli che davvero noi
conosciamo e davvero utilizziamo. Questo è uno dei motivi per cui è necessario che noi, che ci
occupiamo di altri, siamo bene analizzati. Ma é molto importante anche ciò che bisogna non fare.
Prima di tutto bisogna non confondere le cose, pensando che sia "patologico" il dolore mentale
depressivo, o che lo sia l'esigenza assolutamente vitale di elaborarlo e di gestirlo. Non è il dolore di
per sé che deve essere annullato, né, tanto meno, lo sono i tentativi di metabolizzarlo. Il paziente, al
contrario, deve essere aiutato a riconoscere il dolore per quello che è. Ma, proprio per consentire al
paziente di trovare i modi per lui più adeguati di gestire il dolore, è fondamentale non cercar di
abbreviare il suo percorso di elaborazione del lutto. Particolarmente dannose sono le istigazioni alla
maniacalità, alla negazione, cioè, del dolore attraverso la negazione dei bisogni di attaccamento e di
dipendenza, accecati dall'eccitazione e dall'attività. Sul finire, come esempio di cosa non fare, vorrei
citarvi il caso di una giovane signora, che perse in circostanze tragiche la propria bambina di undici
anni. In preda a una specie di attonito smarrimento, sull'orlo della disperazione, si rivolse a uno
specialista, che le disse: "Signora! Questo é il momento di avere coraggio. Lei è una donna
coraggiosa. Io lo so. E se Lei sarà coraggiosa, ce la farà a dimenticare. Ma se Lei sarà doppiamente
coraggiosa, se prenderà il coraggio a due mani, farà un altro figlio, e tutto andrà a posto!". E così
fece, la sventurata, esponendo se stessa e il figlio a portare per sempre i segni di un lutto mai
compiuto. Il quale figlio, inconsapevole della "missione segreta" che gli era stata affidata (essere
colui che doveva esentare la madre dall'elaborazione del lutto), una volta divenuto adulto divenne
pediatra, come a salvare retroattivamente la sorellina morta. E, forse, come ad occuparsi di sé
bambino in via mediata. Questo è un esempio di pseudoaiuto, che, a uno sguardo superficiale, ha
tutta l'apparenza del successo terapeutico, ma che, inibendo attivamente l'elaborazione del lutto,
favorisce scissioni e mortificazioni di sé, anziché integrazioni. In questo modo, una parte della
signora morì con la bambina e non poté forse più essere da lei recuperata, e una parte del figlio
forse non nacque mai. In ogni caso, entrambi (non solo la madre, ma anche il figlio) si sono trovati
costretti ad affrontare un carico emotivo eccezionalmente grande.
Se queste mie parole saranno servite a favorire una vostra maggiore attenzione verso l'assoluta
necessità che i pazienti (e le persone in generale) hanno di essere rispettati ed eventualmente aiutati
nel riconoscere e nel gestire il proprio dolore depressivo, anziché nel cercare di annullarlo, potrò
essere soddisfatto. E se poi vi sarete resi conto dell'importanza di questo per la prevenzione
primaria sia sulle persone interessate sia sui loro discendenti, potrò essere davvero contento.
POESIE
Ringraziamo il nostro giovane amico Flavio che ci segue da diverso tempo e che ora ci ha inviato
una bella poesia: IL SOLE E LA LUNA (di Flavio)
Oggi a te faccio culto o capo supremo, o Dio, / risalgo il fiume dalle acque di uno dei tuoi raggi / a
te che imbrunisci i volti pallidi e stanchi delle stagioni fredde e malate. / O sposa del sole, / volando
come un’aquila si può vedere il mondo, / il sottofondo di questo bicchiere che è ricolmo di follia, / e
della nostra vita che non hanno una direzione, un senso, una certezza su cui planare come un’aquila
nel vento. / Ruggendo come un leone si può essere fieri, / chi sa di queste nostre somatiche giornate
/ di quotidiana solitudine e paura di vivere e morire.
IL PETTIROSSO (DI Alberto Bonifazi)
Il pettirosso mi viene vicino e mi guarda. Vorrei avere una speranza. Ma nessuno si cura di me.
Anche da piccolo c’era violenza e dolore. Vorrei avere una speranza. Ed è tutto talmente lontano da
me che non so nemmeno cosa sperare. Vola via piccolo amico, non illudermi ancora.
SOLITUDINE di Lucy (http://digilander.iol.it/lucysoft/solitudine.htm)
Guardo il cielo, \ nuvole sopra di me, \ e un fulmine, timido, \ ogni tanto, ne squarcia la serenità. \
Lucciole, nel mio prato, in cerca d’amore. \ I miei pensieri, lontani, \ lucciole; in un mondo diverso.
\ La luna, crea un’oasi accanto a sé: \ allontana le minacciose nubi, formando \ un piccolo paradiso
di ritrovata felicità. \ Un profumo, passa, \ e porta con sé un mio ricordo. \ Me l’ha rubato, ora è
suo: \ io non lo voglio più. \ Una goccia, silenziosa, \ cerca un posto dove \ cadere, l’arido terreno \
la respinge, solo il mio viso l’accoglie. \ Un alito di vento, mi invita a ballare, \ se avessi due anime,
dimenticherei la tristezza \ e andrei; ma sono sola, e disperata.
STRINSI LE MANI di Anna Achmatova (http://www.clarence.com/home/molteni/poesie)
Strinsi le mani sotto il velo oscuro... / "Perché oggi sei pallida?" / Perché d'agra tristezza / l'ho
abbeverato fino ad ubriacarlo. / Come dimenticare? Uscì vacillando, / sulla bocca una smorfia di
dolore... / Corsi senza sfiorare la ringhiera, / corsi dietro di lui fino al portone. / Soffocando, gridai:
"E' stato tutto uno scherzo. Muoio se te ne vai". / Lui sorrise calmo, crudele / e mi disse: "Non
startene al vento".
Achmatova, Anna Pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bolšoj Fontan, Odessa 1888 - Mosca 1966), poetessa lirica russa. Fu,
insieme a Osip Mandel'štam, la principale esponente dell'acmeismo, che, fiorito agli inizi del Novecento in opposizione al
simbolismo, proponeva un linguaggio concreto, oggettuale, di identificazione fra cosa e parola. Il programma del movimento trovò
piena espressione nelle prime raccolte di liriche – Sera (1912), Rosario (1914) e Stormo bianco (1917) – dove l'Achmatova riuscì a
tradurre il proprio mondo intimo in immagini vive e tangibili. Sebbene nelle opere successive, come Anno domini MCMXXI (1922), i
versi si colorino di patriottismo, i critici sovietici condannarono la poesia dell'Achmatova perché troppo estetizzante e attenta al dato
personale. Il silenzio che seguì la censura durò fino al 1940, quando uscirono i versi del Salice. L'opera Requiem (1935-1940),
elegia per i prigionieri di Stalin, fu pubblicata in Unione Sovietica soltanto nel 1987. Appartiene agli ultimi anni della sua vita,
sebbene la composizione fosse iniziata nel 1942, il Poema senza eroe (1962), dagli accenti autobiografici (Enc. Encarta)
SpazioAperto
confronti fraterni, avvisi, trafiletti, confutazioni, posta, ecc
(Ricordiamo che il contenuto di ogni inserzione è sotto la diretta
responsabilità di chi lo firma)
1)
Nuovo aggiornamento del Sito: Mio Dio Salvami
Per tenere fissa l'attenzione sull'amore di Gesù. La parola di Dio di ogni giorno, musica
Sacra, la Bibbia CEI, il Catechismo della Chiesa Cattolica, Encicliche, lettere Pastorali
ed altro ancora. http://users.iol.it/dursom/
Gesù é il Signore! Alleluja! Mio Dio Salvami
2) PA.C.E. Patto Cristiano Esteso
- La “riforma” per il “risveglio”.
Noi di PATTO CRISTIANO ESTESO abbiamo considerato gli impegni programmatici del centrosinistra riguardo alle classi sociali e ne sosteniamo l'indirizzo; abbiamo valutato i programmi del
centro-destra per quel che concerne la riorganizzazione dello Stato, il federalismo, il liberalismo, il
liberismo e li condividiamo. Ma il nostro primo pensiero politico non può che essere rivolto alla
dignità dell'uomo, il quale, nei due sistemi citati, spesso corre il rischio di sparire nella dimensione
di un numero, venendo così a perdere il bene di un'immagine divina - unitamente a quello della
libertà e dell’amministrazione della proprietà (che ha legittimamente conquistato). Per PA.C.E.
portare l’interesse primario sulla dignità dell'uomo è un obbiettivo di estrema rilevanza, poiché solo
nel totale rispetto della dignità nella quale l'uomo è nato - e che un vero stato di diritto dovrebbe
conservare - si può giungere ad un reale ed armonico equilibrio relazionale sia a livello
interpersonale - tra individuo e individuo - sia a livello sociale - tra cittadino e istituzioni - idoneo a
consentire un proficuo sviluppo del sistema politico, economico e culturale della Nazione. La critica
di PA.C.E. alle attuali realtà politiche è quindi rivolta al persistente svilimento del singolo cittadino
e della dignità che riveste, considerato che spesso viene reso parte di un gruppo, di una classe, di un
insieme, nel quale perde la propria individualità e viene ridotto al significato di una entità numerica,
con la quale si fanno conti, somme, prodotti e differenze, nonché divisioni e separazioni, con
esclusivo ed evidente vantaggio di chi preferisce, per il proprio utile, gestire numeri e manipolare
cifre, anziché considerare il prossimo come fratello e cooperare con lui, con pari diritti, al
conseguimento del bene comune ed alla prosperità del nostro Paese. Speriamo e preghiamo di
ricevere collaborazione e segnalazioni di strategie e consigli idonei ad affermare i principi biblici
nella nostra società. Per servirti servendoLo: Gilberto PERRI
PA.C.E. PATTO CRISTIANO ESTESO
e-mail: [email protected] / sito web: www.peace.it
4) AVVISO DELLA “PICCOLA INIZIATIVA CRISTIANA”: ATTENZIONE!
Vi è un falso volontario della P.I.C. che usando il nostro nome e i nostri annunci persegue
scopi personali di carattere immorale. E’ stato con noi l’estate scorsa per circa un mese, ma appena
fu manifesta la sua tendenza che nulla aveva a che vedere col volontariato e con le cose del Signore
fu subito allontanato. Recentemente abbiamo scoperto due siti a nome “Piccola inziativa Cristiana”
con annunci nostri, a cui però rispondeva lui con varie e-mail, telefoni e cellulare privato facendolo
passare per “telefonino amico”. Gli è stato intimato di smettere e sembra che li abbia chiusi, dopo
un esposto ai Carabinieri. Agisce nella zona di Cosenza, a Lamezia Terme. Raccomandiamo tutti di
stare alla larga e comunichiamo che la Piccola Iniziativa Cristiana non ha sedi staccate. Se trovate
altri falsi siti comunicatecelo, ve ne saremo grati. Grazie. La redazione.
5) AVVISO UZZIEL
Carissimi Fratelli Pace. Vi mando il mio nuovo indirizzo web.Vi ricordo che all'interno del sito si
Può scaricare il programma della Bibbia freeware. nuovo sito: http://uzziel.tsx.org; altri siti:
http://utenti.tripod.it/UZZIEL/index.html; http://members.xoom.it/Uzziel/;
http://digilander.iol.it/UZZIEL/; [email protected]; [email protected];
Dio vi benedica con amore Cristiano: Settecase Antonio Via Vito La Mantia,63 - 90138 Palermo
6) AVVISO BUTINDARO
Fratello Renzo, grazia e pace a te da Dio nostro Padre e dal Signore Gesù Cristo. Desideriamo farti
sapere che abbiamo aperto un altro sito in Internet (in realtà si tratta di 3 siti collegati tra loro per un
totale di circa 130 MB di spazio occupato) in cui abbiamo messo la Sacra Bibbia (versione
Riveduta) e una Concordanza o Chiave Biblica (compilata sulla versione Riveduta). Per ciò che
concerne la Bibbia essa è stata suddivisa in libri (il libro dei Salmi però è stato a sua volta suddiviso
in parti a motivo della sua particolare lunghezza) e i links all'interno di ogni file sono sia ai
singoli capitoli che ai singoli versetti (per un totale di oltre 32.000 links). Per ciò che concerne
invece la Concordanza essa contiene quasi 393.000 occorrenze e oltre 29.100 voci (per ognuna delle
voci c'è un link). L'indirizzo di questo nuovo sito (il sito base per intenderci) è
http://butindaro.interfree.it/ e il suo nome è 'LA SACRA BIBBIA E LA CONCORDANZA ON
LINE'. Con la viva speranza che anche questo sito ti sia utile ti salutiamo nel Signore.
La grazia di Dio sia con te. Butindaro Giacinto e Illuminato
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