numero 45 | 14 novembre 2012 |  2,00
Poste italiane spa - spedizione in a. p. D.L. 353/03 (conv. L. 46/04) art. 1 comma 1, NE/VR numero 45 | 14 novembre 2012
settimanale diretto da luigi amicone
PARLA FORMIGONI
L’ora della responsabilità
Le mie ragioni, la Lega, Albertini, Alfano (e il Pd)
EDITORIALI
SCRIVE SERGIO SCALPELLI
Milano ha le virtù e l’uomo giusto per
fermare il declino. Ne approfittiamo?
C
poco di moda in tempi di
rivolta antipolitica, ma efficace se pensiamo a ciò che accade in Lombardia e se
proiettiamo il “Progetto Albertini” sul futuro della politica italiana. Ciò che conterà nei prossimi mesi è se e come si riorganizzerà l’area della riforma liberale. Se e come i cosiddetti moderati riusciranno a ritrovarsi in una casa comune o, almeno, in un
patto federativo. Se il gruppo di giovani dirigenti che ambiscono a salvare, rinnovare e
rilanciare il Pdl e se ciò che si sta raccogliendo intorno alle iniziative di Fermare il declino e di Italia Futura saranno effettivamente in grado di suscitare passioni e immettere energie fresche e competenti nella vita pubblica. E conterà molto anche capire se
la Lega di Maroni proverà a rilanciare la questione settentrionale lungo l’asse federalismo-liberismo collegandosi alle componenti liberali europee invece di avvitarsi in una
orgogliosa chiusura identitaria. In genere quando una organizzazione fa appello alla
parte più scontata del proprio bagaglio di miti e simboli è alla vigilia dell’implosione.
Sarebbe un peccato, perché le ragioni del Nord sono tutte lì, belle, chiare, in evidenza
e chiedono di essere rappresentate da un progetto di governo.
Ed ecco Albertini. È diventato sindaco di Milano nel 1997, nella fase migliore del primo governo Prodi. Il modello della rinascita
ambrosiana è stato, insieme alle riforme in- Si può in Lombardia scommettere
trodotte dal governo della Regione Lombarsu un progetto di buon governo che
dia, la chiave di volta per ricostruire una credibile proposta di governo nazionale, una faccia emergere una nuova classe
delle ragioni del successo del 2001. Alberti- dirigente e rilanci le riforme in tutta
ni iniziò la propria sindacatura con una du- Italia? Basterebbe “usare” Albertini
rissima vertenza con i vigili urbani. Allora
due terzi dei ghisa milanesi svolgevano mansioni d’ufficio e solo un terzo andava per
strada. Fu uno scontro duro, lungo (18 mesi), alla fine vinto. Una piccola operazione
thatcheriana in salsa ambrosiana. Ma consentì a quel modello di governo imperniato
su efficienza, trasparenza, ferrei princìpi di legalità, nemico delle rendite corporative e
assertore della centralità dell’individuo, di affermarsi e di durare.
Oggi si dovrebbe ripartire da lì. Dovremmo cercare di incardinare un’idea di libertà che attualizzi quella esperienza di governo, che sappia immergersi nella drammaticità della crisi e, come tante volte è successo, sappia fare delle virtù civili, dell’individualismo creativo e della cultura del fare dei lombardi la leva per fermare il declino. I gruppi
dirigenti di partiti e movimenti che si muovono nella galassia liberaldemocratica dovrebbero fermarsi un momento e porsi questa domanda: possiamo in Lombardia scommettere su un progetto di modernità e di buon governo, che favorisca l’emergere di una
rinnovata classe dirigente, che raccolga disponibilità e interesse della parte più dinamica e innovativa della società? E possiamo da qui rilanciare la speranza delle riforme liberali nel paese? Se la risposta fosse positiva ci sarebbe solo da “usare” la storia, l’esperienza e la reputazione di Gabriele Albertini e mettersi in cammino. Tutti insieme. Sergio Scalpelli
C
aro direttore, mi faccia fare un ragionamento politicista,
ome ci piace questo “tutti insieme”, caro Scalpelli. Abbiamo avviato insieme questo
giornale. Adesso, ci ritroviamo insieme nell’“appello dei Cento” per Albertini. È
così. La candidatura ci sta. Gabriele Albertini è persona seria, indipendente, capace (capace anche di ironia e di autoironia). Da sindaco non volle farsi principe e non si
inventò retoriche nuoviste. Fece “l’amministratore di condominio”. Punto. Non il primo cittadino vate. Fu uno di noi che si occupava di cose molto pratiche ed essenziali per
la vita di tutti. Scuole, giardini, strade, elettricità. E così via. Aggiungiamo che la persona ci piace anche per la sua grazia, arguzia e schietta simpatia umana. Insomma, è l’uomo giusto per il Pirellone. C’è qui in Lombardia una eredità enorme da conservare e da
incrementare. Possiamo segnare una strada di pace e di ricostruzione civile per tutto
il paese. Non è per egemonia o per chissà quali programmi palingenetici che ci
muoviamo per lui. Ci muoviamo per lui, come dici tu, Sergio, per provare a incardinare insieme un’idea di libertà al servizio di tutta la vita di tutta la gente.
FOGLIETTO
Altro che bavaglio.
Per impedire l’abuso
anticostituzionale
delle intercettazioni ci
vuole la supercensura
«O
ggi l’unico momento di
visibilità del modo in cui
viene realmente esercitato il potere sono rimaste le intercettazioni; solo le macchine (le microspie)
ci consentono di ascoltare in diretta
la vera e autentica voce del potere. Le
intercettazioni sono rimaste l’ultimo
tallone di Achille di un potere che nel
tempo ha sempre più circondato di
segreto il proprio operato». Se queste
cose fossero state scritte a Pechino
sarebbero cose comprensibili a tutti.
Il fatto è che sono state scritte da
un procuratore generale (Roberto
Scarpinato) in Italia. E vengono quotidianamente applicate (come insegna
il quotidiano di Antonio Padellaro che
adesso pare diventato la fonte oltre
che la foce delle procure) nel paese
in cui l’articolo 15 della Costituzione
proclama che «la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni
altra forma di comunicazione sono
inviolabili». Non solo non sta scritto da
nessuna parte che c’è un diritto di informazione che prevale sulla Costituzione e che la funzione del magistrato
(che è un funzionario di un certo e non
poco potere) è quella di controllare gli
altri poteri e sputtanarli sui giornali.
Ma sta scritto che la funzione del
magistrato è amministrare le leggi
(Costituzione) e che l’articolo 15 può
essere sospeso «con decreto motivato
quando vi sono gravi indizi di reato e
l’intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione
delle indagini» (art. 267 Cpp). Fuori di
qui non ci vuole una “legge bavaglio”.
Ci vuole di più. Ci vuole una legge alla
spagnola che né Zapatero nè Rajoy
si sono mai sognati di abolire. Una
Ley de Enjuiciamiento Criminal, che
sancisca la generale segretezza del
fascicolo degli atti di indagine fino al
momento del dibattimento.
|
| 14 novembre 2012 |
3
SOMMARIO
COPERTINA
I diktat dei tecnici. La repressione delle voci libere. La Costituzione
logorata. L’antipolitica e gli errori dei partiti. Per il presidente della
Lombardia non sono degenerate la società e le sue autonomie, «è lo
Stato che è in crisi e va ricostruito. Pd, Lega e Pdl ne prendano atto»
8
LA SETTIMANA
Non sono d’accordo
Oscar Giannino.............................. 15
Boris Godunov
numero 45 | 14 novembre 2012 |  2,00
settimanale diretto da luigi amicone
Poste italiane spa - spedizione in a. p. d.l. 353/03 (conv. l. 46/04) art. 1 comma 1, ne/vr numero 45 | 14 novembre 2012
Renato Farina................................. 25
Le nuove lettere di
Berlicche......................................................37
Mamma Oca
Formigoni
carta dei diritti
PARLA FORMIGONI
L’ora della responsabilità
Le mie ragioni, la Lega, Albertini, Alfano (e il Pd)
8
Parla il governatore uscente
della Regione Lombardia
| 14 novembre 2012 |
9
Eleggere non è tifare. Eleggere è scegliere un partito e votarlo. Quale sarà l’offerta politica? Quale sarà il meccanismo
che traduce i voti nell’urna in seggi in
Parlamento? Io, e non perché sono entrato in politica con il maggioritario, sono
convinto che l’uninominale, ancor più se
a doppio turno, sia il meccanismo elettorale che meglio può assicurare rappresentatività e stabilità. E non capisco perché il
Pd a parole dica di preferirlo, ma subito
aggiunga che non si può fare. O meglio:
capisco e non mi piace. Ma tornando a
prima: come si forma l’offerta politica? Le
regionali in Lombardia possono essere un
segnale importante per la strutturazione
dell’offerta politica alle elezioni generali,
anche se bacino elettorale e sistema elettorale sono differenti.
A un osservatore esterno la situazione
ricorda quella del 1994: una sinistra che
si presume vincitrice e un centrodestra
nel caos.
«Dando continuità a un modello che funziona
contribuirà a chiarire la linea del centrodestra.
Una bella sfida per questa sinistra che pensa
di vincere con la solita geometria e senza idee».
Lo strano “endorsement” di Franco Debenedetti
Franco Debenedetti
(foto a destra),
dal 1994 al 2006
senatore per il Pds,
l’Ulivo e il Pd, ha
firmato la scorsa
settimana l’Appello
dei cento per la
candidatura dell’ex
sindaco di Milano
Gabriele Albertini
a governatore
della Lombardia
di Ubaldo Casotto
F
DebeneDetti, classe 1933, ha
fatto per trentacinque anni il manager e l’imprenditore, poi per dodici
anni, dal 1994 al 2006, il senatore nelle
file del centrosinistra, Pds, Ulivo, Pd. Da
sei anni è tornato a occuparsi di imprese,
scrive saggi e continua la sua attività pubblica come osservatore della politica con
interventi sul Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, il Foglio. La settimana scorsa ha
firmato un appello di sostegno alla candidatura di Gabriele Albertini per la presidenza della Regione Lombardia.
ranco
Scusi senatore, vederla schierato per un
uomo della destra come l’ex sindaco di
Milano, eurodeputato del Popolo della
libertà, sorprende. Che ci fa lei in questa
compagnia?
Io non mi sono schierato per Albertini, mi sono unito a persone che gli
chiedono di candidarsi. Vedere con preoccupazione quello che sta succedendo
Foto: AP/LaPresse
Albertini
farà bene
anche al Pd
Aldo Trento........................................ 60
Sport über alles
Fred Perri................................................. 62
Cartolina dal Paradiso
Pippo Corigliano........................ 63
Diario
Lei, si pensa, dovrebbe tifare per la sinistra.
| 14 novembre 2012 |
|
MEGLIO UN AVVERSARIO FORTE
INTERNI
A sinistra ci sono gli eredi della sinistra Dc,
i nipoti invece dei figli di Berlinguer e Vendola
al posto di Cossutta, ma lo schema è quello del
’94. Non verrà da lì quello che serve al paese
16
Post Apocalypto
«Basta g iochetti, è l’ora della responsabilità»
|
L’intervista. Le ragioni di Formigoni
Per il presidente della Lombardia è finito il tempo dei
giochetti, è l’ora della responsabilità. «Lo Stato è in crisi
verticale, va ricostruito. Pd, Lega e Pdl ne prendano atto»
Lodovico Festa............................................................................................................................................................................................................................ 8
16
INTERNI
| 14 novembre 2012 |
Annalena Valenti..................... 55
nell’area di centrodestra con lo sfascio
del Pdl non significa abbandonare il centrosinistra. Anzi: la competizione fa bene
in generale, obbliga tutti a definire identità e programmi. Come si struttura l’offerta politica è questione che attiene al
funzionamento della democrazia. Per
chiunque, a destra o a sinistra, l’abbia a
cuore, le cinquantatré persone su cento
che non sono andate a votare, le diciotto
che hanno votato Grillo, sono un campanello d’allarme.
In effetti nel ’94 fu solo a campagna
elettorale inoltrata che ci si rese conto
che Berlusconi quel caos stava riuscendo
a organizzarlo, e quel vuoto a riempirlo.
Adesso l’immagine che la sinistra vuole
dare di sé non è più quella, infausta, della “gioiosa
macchina da guerra”. Oggi
ci sono gli eredi della sinistra Dc, i nipoti al posto
dei figli di Berlinguer, Vendola al posto di Cossutta:
ma lo schema è quello collaudato, l’alleanza di tutti
i riformismi, nessun nemico a sinistra e di fronte un
nemico da demonizzare.
La destra nella confusione, la sinistra sclerotizzata. Il caos da una parte consente all’altra
di credere di poter vincere senza mettere
in discussione la vecchia geometria.
Renzi?
Vuol farmi dire che lui sarebbe la geometria non euclidea? O “les demoiselles
d’Avignon” al posto delle oleografie delle
Sacre Famiglie? Non è cambiare per cambiare, dare uno scossone alle nomenclature. È dire che quello schema, quelle parole, quelle idee non sono quelle che servono a tirar fuori il paese da dove si trova.
Si spieghi.
Il Pd ripropone la vecchia “unione
dei riformismi”, tenere insieme tutti, da
Fassina a Letta, da Vendola a Ceccanti.
E, se non bastano i numeri, a urne chiuse imbarcare anche Casini. E chi pensano
si entusiasmi per questa solita minestra?
Marina Corradi............................66
Entusiasmo è una parola grossa…
Senta, io sono vecchio abbastanza da
avere incominciato a lavorare quando
ancora c’era la spinta del famoso miracolo. Sì, entusiasmo è una parola grossa,
diciamo che c’era una prospettiva in cui
si aveva fiducia. Il confronto politico era
duro, le contrapposizioni fortissime, ma
da una parte e dall’altra c’era gente che
pensava di andare nella direzione tutto sommato giusta. Invece adesso io non
ritengo che da questa alleanza che la sinistra propone verranno le cose di cui ha
bisogno il paese, credo che lo pensino in
tanti e che quindi non susciterà le volontà che è necessario mobilitare. Soprattutto se a destra c’è il caos.
Franco Debenedetti. Albertini e il Pd
L’uomo di sinistra sostiene l’ex sindaco di Milano
Renzi quindi?
Io non so se Renzi sia la risposta, so
che non lo è Bersani. Su Renzi ho dei dubbi, su Bersani, sullo schema Bersani ho
delle certezze. E vedo serpeggiare la tentazione di sostituire l’antirenzismo all’antiberlusconismo.
Da qui ad Albertini il passo è lungo.
Ubaldo Casotto.........................................................................................................................................................................................................16
Ed è bene che lo sia: non si tratta di accorciare, ma di cambiare il passo. Nell’area del centrodestra c’era poco
meno del 50 per cento degli italiani.
Dove sono finiti? Dove andranno a finire?
Nell’astensione? A Grillo? Non è auspicabile, né a destra né a sinistra. Per evitarlo, è determinante l’organizzazione che si
darà la destra: a livello nazionale e a livello locale. Si vota prima in Lombardia, ed
è una partita molto interessante. Albertini è un europarlamentare del Pdl, è stato sindaco di Milano per il centrodestra
lasciando un buon ricordo, è un politico
ma non fa parte della gerarchia e dei suoi
giochi. La sua candidatura potrebbe servire a organizzare, in modo chiaro e limpido, l’offerta politica a destra. La Lombardia manderebbe un segnale importante
alla politica nazionale.
Quali sono gli altri motivi di questa sua
scelta?
Le ripeto, non è una scelta, non sono
io a scegliere. Io credo che anche la sini-
|
|
| 14 novembre 2012 |
17
Genitori in guerra. Ridateci i nostri bambini
Che cos’è lo Jugendamt, l’ufficio tedesco che toglie
i figli ai genitori stranieri di coppie miste............................................................. 20
RUBRICHE
L’Italia che lavora..................... 52
Per Piacere.............................................. 57
Mobilità 2000.................................. 59
Lettere al direttore................. 62
Taz&Bao..................................................... 64
26
ESTERI
FOLLIA COMUNISTA
Il grande
balzo
all’inferno
Cinquant’anni fa l’epilogo dell’allucinante piano di
Mao per l’impossibile boom cinese. Un disastro da
decine di milioni di morti che la sinistra europea
non volle vedere. Cronaca della più grande strage
mai causata da un governo contro la propria gente
i si può dimenticare di commemorare
lo sterminio di 30-40 milioni di persone, prodotto della stupidità fanatica e dell’ideologia criminale di un regime? Sì, si può. È caduto quest’anno il cinquantesimo anniversario del più grande
disastro economico e della più grande
perdita di vite umane mai causata da un
governo ai suoi stessi cittadini, ma la grande stampa italiana non se ne è accorta. Cinquant’anni fa veniva messa fine al “Grande balzo in avanti”, la campagna di modernizzazione comunista dell’economia della
Cina imposta da Mao Zedong e attuata in
un misto di entusiasmo e di paura da centinaia di milioni di cinesi.
Per trent’anni il bilancio di morte di
quell’esperienza è rimasto gelosamente
custodito negli archivi del Partito comunista. Nel 1991, nelle pagine di Cigni selvatici, il capolavoro autobiografico di Jung
Chang, scrittrice cinese emigrata in Europa, si potevano finalmente leggere brani del seguente tenore: «Incontrai un vecchio collega di mio padre, un uomo cortese e capace, poco propenso alle esagerazioni: mi raccontò con grande emozione ciò che aveva visto durante la carestia,
in una comune. Era morto il trentacinque per cento dei contadini, e tutto ciò in
una zona in cui la messe era stata buona,
anche se si era raccolto ben poco: gli uomi-
26
| 14 novembre 2012 |
LA CONTA
La contabilità dei
morti provocati
dal “Grande balzo
in avanti” imposto
alla Cina da Mao
Zedong è rimasta
semisconosciuta
per decenni. Nel
1991 ne parlò
apertamente
Jung Chang nel
suo capolavoro
autobiografico
Cigni selvatici.
Più recentemente
hanno provato
a tracciare un
bilancio della tragedia lo storico
olandese Frank
Dikötter in Mao’s
Great Famine
(che ipotizza 45
milioni di morti)
e il giornalista
Yang Jisheng in
Tombstone. The
Great Chinese
Famine 19581962 (36 milioni).
ni erano stati impegnati nella produzione
di acciaio, e la mensa comune aveva esaurito quasi tutto il rimanente. Un giorno
un contadino aveva fatto irruzione nella
stanza del funzionario e si era gettato sul
pavimento, gridando che aveva commesso
un crimine orribile e voleva essere punito.
Alla fine era venuto fuori che aveva ucciso
il figlio piccolo e lo aveva mangiato. Con
le guance rigate di lacrime, il funzionario aveva fatto arrestare il contadino, che
poi era stato fucilato per dare un monito
agli assassini di bambini». Il funzionario
era più turbato che scandalizzato perché
perfettamente al corrente della situazione disperata di milioni di contadini. «Una
stima generalmente accettata della mortalità nell’intero paese si aggira intorno ai
trenta milioni», scriveva Jung Chang.
Fame, malattie e repressione
Nel 2010 è stato pubblicato il più autorevole e documentato studio scientifico sulla vicenda, opera dello storico olandese
Frank Dikötter, Mao’s Great Famine, che
attribuisce al presidente Mao la responsabilità per la morte di ben 45 milioni di
persone, per lo più falcidiate dalla fame e
dalla malattia, ma non solo: dai due ai tre
milioni di cinesi sarebbero stati picchiati o torturati a morte, o sommariamente
sottoposti alla pena capitale, per non aver
Nei tre anni del “Grande balzo in avanti”
non si moriva solo di stenti: dai due
ai tre milioni di cinesi sarebbero stati
torturati a morte o giustiziati per non
aver raggiunto gli obiettivi di produzione
raggiunto gli obiettivi di produzione fissati, per aver dichiarato pubblicamente che
erano irraggiungibili, o per aver osato criticare la politica del governo. Quest’anno è
apparsa la traduzione in inglese della prima ricerca opera di un autore cinese: Tombstone. The Great Chinese Famine 19581962 di Yang Jisheng, giornalista in pensio-
Foto: Gettyimages; AP/LaPresse
C
ESTERI
Qui sotto, Mao Zedong durante un’ispezione
tra i campi della provincia di Henan, 1962
ne dell’agenzia di stampa Xinhua, nonché
figlio di uno dei milioni di contadini che
persero la vita per sfinimento. Per un trentennio Yang, che aveva assistito di persona
alla morte per inedia del padre nel 1959,
ha creduto alla versione ufficiale dei fatti
secondo cui siccità, alluvioni e altri disastri naturali erano stati la causa di tante
perdite umane ed economiche. Dopo i fatti di piazza Tiananmen (1989) la sua fiducia cieca nelle autorità è entrata in crisi e
si è lanciato con tutte le forze nella ricerca
della verità sugli anni della grande care-
stia. Grazie alle sue conoscenze è riuscito ad accedere a documenti riservati e a
stendere un testo di 1.200 pagine (l’edizione inglese è una “sintesi” di 629) che conferma tutte le peggiori ipotesi sull’accaduto. La sua stima finale sul numero delle
vittime è di 36 milioni. Il libro è apparso a
Hong Kong nel 2008 ma è ancora oggi vietato nel resto della Cina.
Come è potuta accadere una cosa del
genere e rimanere segreta per tanto tempo? Come ha potuto il mito del maoismo restare di moda in Europa per altri
vent’anni dopo quella catastrofe? Mao era
un genio del male. La sua
«Quando non c’è abbastanza da mangiare, la conoscenza delle debolezze
dell’animo umano (lo spirigente muore di fame. Allora è meglio lasciar to gregario, la propensione
morire metà della gente così che l’altra metà a sottomettersi a un capo,
la cedevolezza ai ricatti,
possa nutrirsi a sufficienza» (Mao Zedong)
|
|
| 14 novembre 2012 |
27
Anniversari. La strage di Mao
Cinquant’anni fa si concludeva l’allucinante piano
del grande timoniere per l’impossibile boom cinese.
Ecco come si svolse la più grande strage mai
perpetrata da un governo contro il proprio popolo
Rodolfo Casadei.................................................................................................................................................................................................... 26
30
ROSSOPORPORA
ROSSOPORPORA
Quello che
il mondo
non afferra
La secolarizzazione che avanza e divide i fedeli.
Le ambiguità delle sette che seducono i cattolici
latinoamericani. La malizia dei media che fingono
di non capire. Dopo il Sinodo, i cardinali spiegano
qual è la nuova impresa missionaria della Chiesa
24 novembre sarà un giorno
di gran festa per la Chiesa universale. Festa di colori, festa di suoni,
festa della diversità culturale nell’unità
della fede. Quel giorno Benedetto XVI creerà sei nuovi cardinali, provenienti quasi tutti da Chiese particolari di frontiera, impegnate concretamente a testimoniare sul terreno la loro fede. Perciò nel
concistoro pubblico assumerà un significato ancora più intenso del solito quel
passo, «usque ad sanguinis effusionem…
pro libertate et diffusione Sanctae Romanae Ecclesiae», che sarà pronunciato dal
Santo Padre prima dell’imposizione della berretta cardinalizia. Chi sono i sei
nuovi porporati? Lo statunitense James
Michael Harvey (1949, fin qui prefetto
della Casa pontificia, nominato arciprete di San Paolo fuori le Mura), il libanese
Béchara Raï (1940, patriarca della Chiesa maronita, grande difensore della presenza cristiana nell’area mediorientale),
l’indiano Baselios Cleemis Thottunkal
(1959, nativo del Kerala, capo della Chiesa siro-malankarese), il nigeriano John
Olorunfemi Onaiyekan (1944, arcivescovo di Abuja), il colombiano Rubén Salazar Gómez (1942, arcivescovo di Bogotá), il filippino Luis Antonio Tagle (1957,
30
abato
| 14 novembre 2012 |
arcivescovo di Manila). Con la creazione
dei sei nuovi cardinali il Collegio cardinalizio dal prossimo 24 novembre avrà
di nuovo 120 elettori, non uno di più. Se
con tale atto il Papa ha voluto evidenziare
principalmente che la Chiesa universale
è qualcosa di diverso e più entusiasmante rispetto alle note e travagliate vicende curiali di questi mesi, forse ha anche
voluto segnalare che il conseguimento
della dignità cardinalizia non dev’essere
più legato strettamente a consuetudini
che a volte sanno di carrierismo.
EVANGELIZZAZIONE. Dal 7 al 28 ottobre si è svolto il XIII Sinodo dei vescovi sul
tema della “nuova evangelizzazione per
la trasmissione della fede cristiana”. I 262
padri sinodali hanno portato la loro testimonianza e i loro suggerimenti attraverso interventi in aula (252 da parte di 237
padri), scritti (13), interventi liberi (un
centinaio), interventi nei “circoli minori”
linguistici. Papa Benedetto XVI ha parlato in cinque occasioni. 49 gli uditori (45
gli interventi, molti i laici), 45 gli esperti,
3 gli invitati speciali (tra cui il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Werner Arber), 15 i “delegati fraterni”
(anche il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e il primate della Comunione
anglicana Rowan Williams). Tra gli argo-
Qui sopra, la Messa conclusiva del
Sinodo, celebrata dal Papa il 28
ottobre scorso in San Pietro.
A sinistra, il cardinale arcivescovo
di Vienna Christoph Schönborn,
eletto dall’assemblea nel Consiglio
della segreteria generale del Sinodo
te al Papa – che ha del resto seguito personalmente buona parte degli interventi
in Aula Nervi – gli saranno utili per l’elaborazione della tradizionale esortazione
apostolica post-sinodale.
FERMENTI D’AUSTRIA. Tra gli eletti
Foto: AP/LaPresse
di Giuseppe Rusconi
S
menti emersi, oltre alla definizione, ai
modi, ai contenuti della nuova evangelizzazione, quelli della formazione degli
evangelizzatori, della famiglia, della parrocchia, del ruolo dei laici, del dialogo
ecumenico e interreligioso, della situazione (spesso precaria) dei cristiani nel mondo. Sono state elaborate 58 proposizioni finali (originariamente 326): presenta-
|
dall’assemblea nell’importante Consiglio
della segreteria generale del Sinodo (tre
per continente) c’è il cardinale Christoph
Schönborn. Incontrandolo, ci dice subito che «la situazione dell’Austria cattolica è meno grave di quanto non dicano i
massmedia». Ottimo spunto, per l’ avvio
l’intervista. Rileva l’arcivescovo di Vienna: «La stampa ha l’abitudine di eviden-
ziare un aspetto particolare di un problema, presentandolo nell’ottica di una lotta senza esclusione di colpi. Certo per i
massmedia una situazione conflittuale
è benvenuta, così che la si possa trasformare in un “caso” e riempire pagine sotto titoli a caratteri di scatola». Eminenza,
si sa che in Austria preti e laici “del dissenso” non sono pochi (dalla “Pfarrer Initiative” a “Wir sind Kirche”) e sono anche
ben organizzati. «Molti massmedia estremizzano le loro proposte e proteste, dando loro un’importanza sproporzionata
rispetto a ciò che succede». I problemi sollevati sono però reali. «Sì, sono problemi
veri. Devo dire che noi vescovi condivi|
| 14 novembre 2012 |
31
Dopo il Sinodo. La sfida della Chiesa
Al termine del raduno con il Papa, i cardinali spiegano
quali saranno i banchi di prova di domani. Dalla
secolarizzazione che divide i fedeli alle ambiguità
delle sètte che illudono i cattolici latinoamericani
Giuseppe Rusconi.............................................................................................................................................................................................. 30
38
COSE DA
OCCIDENTALI
MISURE CONTRO LA VITA
I termini
di un inganno
planetario
Si scrive salute riproduttiva femminile e tutela
della maternità. Si legge contraccezione
e ricorso più ampio possibile all’interruzione
di gravidanza. Ecco come l’Onu prova a far
passare l’aborto come diritto umano inviolabile
I
ha avuto grande risonanza la risoluzione adottata il 21
settembre 2012 dal Consiglio dei
Diritti dell’uomo presso le Nazioni Unite,
titolata “mortalità e morbilità materna
prevenibile e i diritti umani”, mediante
la quale avrebbe trovato ingresso a livello
internazionale un nuovo “diritto all’aborto”, seppure con modalità subdole.
Un diritto del genere è ovviamente fortemente contrastato a livello internazionale, specie dai paesi islamici e da
quelli tradizionalmente cattolici, oltre
che dalla Santa Sede, che presso le Nazioni Unite ha un osservatore permanente nel nunzio apostolico Silvano Maria
Tomasi. Il suo riconoscimento come
“diritto umano” è invece prepotentemente voluto da una intensa attività di lobbying, ad esempio da parte dell’International Humanist and Ethical Union (Iheu) –
di cui fa parte, per capirci, l’Uaar (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) – la cui
presidente Sonia Eggerickx ha rivendicato il contributo dato dall’organizzazione
all’odierna risoluzione.
Ma vediamo di capire di cosa si tratti esattamente e quali effetti possa produrre. Il Consiglio dei Diritti dell’uomo è un organo intergovernativo ope-
38
n questi giorni
| 14 novembre 2012 |
|
rante nell’ambito dell’Onu, ed è composto da 47 membri che hanno il compito
di promuovere e rafforzare la protezione dei diritti umani nel mondo. Del Consiglio fa parte, dal 2011, anche l’Italia,
che dunque è corresponsabile della risoluzione incriminata, allineandosi alla
scelta fatta dagli altri paesi dell’Unione
Europea. La risoluzione ha per obiettivo
la riduzione del tasso mondiale di mortalità e di morbilità delle donne, nel corso della maternità.
A dire il vero, essa non contiene un solo accenno espresso
all’aborto, ma richiama più
e più volte «la salute sessuale e riproduttiva» e «i diritti
legati alla procreazione» delle donne. In particolare, si legge nel testo, «il Consiglio accoglie con soddisfazione l’elaborazione, da parte dell’alto
commissario Onu per i diritti
umani, Navi Pillay, di una Gui- Navi Pillay, alto commissario Onu per i diritti umani
da Tecnica, diramata in luglio,
riguardante il perseguimento dell’obiet- i diritti alla salute sessuale e riproduttitivo di ridurre la mortalità e la morbili- va», affinché in ogni piano nazionale sia
tà materne, mediante un approccio fon- «realmente assicurato l’accesso univerdato sui diritti dell’uomo». Detta Guida sale» a «interventi essenziali per miglioinclude espressamente, tra le buone pra- rare la salute materna», come «servizi di
tiche conformi agli obblighi scaturen- pianificazione familiare», «gestione delle
ti dai diritti umani, quelle di «garantire gravidanze inattese, includendo l’acces-
so a servizi di aborto sicuro, dov’è legale, e cura post-aborto». L’approccio alla
salute materna basato sui diritti umani
impone precise «responsabilità agli Stati
per assicurare servizi disponibili, accessibili, accettabili e di qualità». Si sottolinea
quindi che «se le leggi sull’aborto sono
eccessivamente restrittive, le risposte da
parte dei fornitori di servizi, polizia e
altri attori possono scoraggiare chi cerca
aiuto» (in tal caso, l’aiuto sarebbe quello
da offrire alla donna che abortisce).
Foto: AP/LaPresse
di Stefano Spinelli*
cose da occidentali
tire; scelta che deve trovare, nei vari paesi, un servizio sanitario adeguato che lo
soddisfi (così il tema si lega anche a quello dell’obiezione di coscienza, che non
deve comunque arrivare a pregiudicare
l’esercizio dell’aborto).
Ciò precisato, si leggano questi passi della risoluzione adottata il 21 settembre 2012, nel corso della ventunesima sessione del consiglio Onu per i diritti umani: «È necessario rafforzare con
urgenza la volontà e l’impegno politico, la cooperazione e l’assistenza tecnica a tutti i livelli, al fine di ridurre il tasso mondiale di mortalità e di morbilità
materne evitabili, che è inaccettabile»;
«l’utilizzo di un approccio fondato sui
diritti dell’uomo può contribuire positivamente alla realizzazione dell’obiettivo, che è di fare abbassare quel tasso».
Procreazione consapevole?
In sostanza, viene affermato l’obbligo per
gli Stati di dotarsi di normative che favoriscano l’accesso delle donne che lo chiedano all’aborto. Risulta quindi chiaro
cosa intendano, le Nazioni Unite e i documenti che vi fanno riferimento, per diritto alla salute sessuale e riproduttiva: ossia
Onu. L’inganno planetario
L’escamotage con cui alle Nazioni Unite si rischia di
trasformare l’aborto in un diritto umano. E la folle
corsa della modernità a rendere infecondo l’eros
Autodeterminazione a senso unico
Di conseguenza il Consiglio «invita gli
Stati a rinnovare l’impegno politico e a
raddoppiare gli sforzi per garantire, pienamente ed efficacemente, il rispetto
degli obblighi in tema di diritti umani
(…), ivi compresi gl’impegni relativi alla
salute sessuale e riproduttiva ed ai diritti legati alla procreazione (…), in particolare gli obiettivi concernenti il miglioramento della salute materna, la promozione dell’uguaglianza dei sessi e l’autodeterminazione della donna, specialmente
prevedendo, nel budget nazionale, delle
risorse sufficienti ai sistemi di salute, fornendo l’informazione e i servizi necessari
in materia di salute sessuale e riproduttiva delle donne e delle giovani»; invita tutti i soggetti interessati (governi, organizzazioni regionali e internazionali) «a diffondere e
Ricondurre l’aborto alla categoria dei diritti
ad utilizzare la Guida Tecumani significa dare ad esso l’imprinting
nica», e l’alto commissario
internazionale, così da avere nei singoli
per i diritti umani «a elaboordinamenti locali più potere di moral suasion rare un rapporto sui modi
in cui la Guida Tecnica è
diritto a una procreazione consapevole e attuata dagli Stati e dagli altri soggetti
responsabile, mediante uso di contraccet- interessati, che sarà presentato al Consitivi e soprattutto mediante il ricorso, il glio» alle prossime sessioni.
Come si vede, l’oggetto del documenpiù esteso e facilitato possibile, all’aborto
to internazionale lega l’ipotesi di partencosiddetto sicuro.
Nessuna attenzione è dedicata, in det- za, riguardante la riduzione delle probleta nozione, all’aborto in quanto tale, che matiche di salute materna, alla necessità
– pur nell’assoluto tacere degl’illumina- che i paesi prevedano normative e strutti umanisti internazionali – continua ture idonee a consentire l’aborto, insia essere la soppressione di una nascen- nuando che i cosiddetti aborti illegali – e
te vita umana. Una grande importan- la mancanza di quelli “sicuri” – siano la
za, invece, viene assegnata all’idea di causa dei problemi alla salute materna.
In sostanza, il problema della salu“responsabilità” della procreazione, che
include anche quella di autodetermina- te materna – invece di essere individuazione della donna nello scegliere di abor- to nelle malattie legate alla gravidanza
|
| 14 novembre 2012 |
39
Stefano Spinelli, Roberto Volpi......................................................................................................................................38
Reg. del Trib. di Milano n. 332 dell’11/6/1994
settimanale di cronaca, giudizio,
libera circolazione di idee
Anno 18 – N. 45 dall’8 al 14 novembre 2012
IN COPERTINA Foto: Milestone
DIRETTORE RESPONSABILE:
LUIGI AMICONE
REDAZIONE: Emanuele Boffi, Laura Borselli,
Mariapia Bruno, Rodolfo Casadei (inviato
speciale), Benedetta Frigerio, Massimo
Giardina, Caterina Giojelli, Daniele Guarneri,
Elisabetta Longo, Pietro Piccinini, Chiara
Rizzo, Chiara Sirianni
SEGRETERIA DI REDAZIONE:
Elisabetta Iuliano
DIRETTORE EDITORIALE: Samuele Sanvito
PROGETTO GRAFICO:
Enrico Bagnoli, Francesco Camagna
UFFICIO GRAFICO:
Matteo Cattaneo (Art Director), Davide Viganò
FOTOLITO E STAMPA: Roto2000 S.p.A., Via L. da Vinci, 18/20, Casarile (MI)
DISTRIBUZIONE a cura della Press Di Srl
GESTIONE ABBONAMENTI:
Tempi, Corso Sempione 4 • 20154 Milano, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13
tel. 02/31923730, fax 02/34538074
[email protected]
EDITORE: Tempi Società Cooperativa, Corso Sempione 4, Milano
La testata fruisce dei contributi statali diretti
di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250
SEDE REDAZIONE: Corso Sempione 4, Milano,
tel. 02/31923727, fax 02/34538074, [email protected], www.tempi.it
CONCESSIONARIA PER LA PUBBLICITà:
Editoriale Tempi Duri Srl
tel. 02/3192371, fax 02/31923799
GARANZIA DI RISERVATEZZA
PER GLI ABBONATI: L’Editore garantisce
la massima riservatezza dei dati forniti dagli
abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o la cancellazione scrivendo
a: Tempi Società Cooperativa, Corso Sempione,
4 20154 Milano. Le informazioni custodite
nell’archivio elettronico di Tempi Società
Cooperativa verranno utilizzate al solo scopo
di inviare agli abbonati la testata e gli allegati,
anche pubblicitari, di interesse pubblico
(D.LEG. 196/2003 tutela dati personali).
I diktat dei tecnici. La repressione delle voci libere. La Costituzione
logorata. L’antipolitica e gli errori dei partiti. Per il presidente della
Lombardia non sono degenerate la società e le sue autonomie, «è lo
Stato che è in crisi e va ricostruito. Pd, Lega e Pdl ne prendano atto»
«Basta g io
8
| 14 novembre 2012 |
|
COPERTINA
Formigoni
g iochetti, è l’ora della responsabilità»
|
| 14 novembre 2012 |
9
I
Roberto Formigoni negli
splendidi locali del nuovo Palazzo
Lombardia che ha dotato tra l’altro
Milano della più grande piazza coperta
d’Europa: si vede nell’edificio il segno di
Ieoh Ming Pei, uno dei più grandi architetti di questi tempi. Se dalle nostre parti la stampa non fosse quello che è (e non
avesse quasi nascosto la notizia) si saprebbe anche che questo progetto fortemente voluto dalla Regione è stato premiato
dal prestigioso Council of Tall Buildings
and Urban Habitat di Chicago come il
più bel grattacielo del Vecchio Continente nel 2012.
Il presidente “uscente” mi sembra
insieme sereno e combattivo. Se non
corressi il rischio di cadere nella retori-
10
ncontro
| 14 novembre 2012 |
|
ca mi verrebbe da cogliere in lui la quiete dell’uomo che ha fatto il suo dovere.
Come si sta, usciti a stento dal tritacarne?, gli chiedo. «Fossi stato solo io nel tritacarne, sarei oggi molto più tranquillo. È
l’Italia che mi sembra ancora in una terribile difficoltà. A una verticale crisi dello Stato mi paiono corrispondere sintomi
gravi di degenerazione morale e di disgregazione della società».
caso era rimasto il principale legame tra
il cittadino e lo Stato.
Ma non se l’è meritata un po’ di sfiducia
questo sistema delle autonomie così ricco di sprechi e malefatte?
Innanzitutto una buona parte della degenerazione di certe “autonomie” è
determinata dalla crisi più generale: si
sono cambiati i sistemi elettorali ma non
si è fatta alcuna riforma sistemica della
governance degli enti locali, si sono fatte
Crisi verticale?
Sì, è finito sotto attacco anche quel diverse proposte – alcune anche di ordine
sistema di autonomie, dai comuni alle costituzionale poi approvate – di federaliprovince alle regioni, che in più di un smo ma senza alcuna razionale sistemazione dei poteri. Si fanno
tagli e soppressioni senza
«Si taglia e si sopprime senza ponderazione
riflessione e ponderazioriformatrice. La legge di stabilità ha colpito
ne riformatrice. Gli ultii comuni più virtuosi, quelli che avevano
mi provvedimenti per la
stabilità hanno colpito i
risparmiato grazie all’impegno dei cittadini»
Foto: AP/LaPresse; Flickr Roberto Formigoni ©
di Lodovico Festa
COPERTINA PRIMALINEA
VERSO LE URNE
UNA FINE LAMPO
Tempi rapidi per le dimissioni
Dopo lo strappo della Lega Nord
seguito all’arresto dell’assessore
Domenico Zambetti, accusato di
aver comprato voti dalla ’ndrangheta, la crisi di governo della
Lombardia si è risolta rapidamente. Un paio di settimane per nominare una giunta di transizione che
traghetterà la regione al voto,
varare una nuova legge elettorale
(senza il famigerato listino bloccato) e sciogliere il Consiglio.
DATE UTILI
Election day il 27 gennaio?
L’intenzione del presidente uscente
Roberto Formigoni era di andare
al voto anticipato già il 16 dicembre, ma il ministro dell’Interno
Anna Maria Cancellieri ha annunciato che «sicuramente» le elezioni
in Lombardia, Lazio e Molise
saranno accorpate in un election
day. Prima data utile: 27 gennaio.
comuni più virtuosi, quelli che avevano
risparmiato grazie all’impegno dei loro
cittadini e ora si vedono inibiti gli investimenti necessari.
Foto: AP/LaPresse; Flickr Roberto Formigoni ©
Beh, almeno sul taglio delle province
sarà da apprezzare il decisionismo del
governo.
Comprendo lo stato d’emergenza ma
sono veramente spaventato dall’approssimazione di certe scelte e dalla volontà di diminuire radicalmente gli spazi
della democrazia: decisioni che hanno
anche implicazioni costituzionali vengono frettolosamente prese in poco meditate riunioni. Per parlare di cose che
conosco, ho partecipato al dibattito sulla semplificazione di alcune province:
Lodi ad esempio voleva unificarsi con
la vicina Pavia, una volta appurato di
non poter restare autonoma. Invece in
una riunione convulsa a Palazzo Chigi,
non dico senza la necessaria riflessione
ma senza neanche una vera spiegazione, è stata accorpata a Cremona e Mantova. L’idea che l’Italia sia fatta da una
storia millenaria, con relazioni e culture cresciute nei secoli, non pare sfiorare
non solo il governo dei tecnici ma neanche la stampa che dovrebbe rappresentare l’opinione pubblica. Si è costruito un
mito dell’efficienza in sé senza storia e
cultura foriero di grandi sventure.
meglio colonizzati che sottoposti alla
“casta”.
Dalle nostre parti c’è una forte vena
mercantile, e un certo atteggiamento
iperpragmatico non ha difficoltà ad affermarsi. Quando però Ludovico il Moro
si appoggiò ai francesi contro romani
e veneziani, ne venne qualche secolo
di non brillante dominazione spagnola,
come ci racconta il Manzoni.
Senza dimenticarsi poi che uno spera
nel teresiano riformista conte Firmian e
poi si trova il maresciallo Radetzky tutto tasse e repressione. E la storia rischia
di ripetersi.
Ma lasciamo le metafore storiche e
concentriamoci sui fatti: la baraonda
mediatico-giudiziaria ha prodotto il risultato non solo di giustificare il taglio al
bilancio dei comuni virtuosi, ma anche di
mescolare regioni fallimentari con regioni (a partire da Lombardia, Veneto, EmiliaRomagna) che hanno fatto il loro dovere
e hanno modelli di comportamento più
efficienti di quelli dello Stato. Ecco perché
quel che è avvenuto e sta avvenendo non
si giustifica senza una spiegazione più
C’è già oggi chi in Lombardia sostiene
ampia. A un certo punto in vari ambiencome sia meglio la Merkel di Fiorito,
ti internazionali statuali
ed economici si è consi«In ambienti internazionali si è pensato che la
derato necessario semplinostra democrazia andasse limitata. Inevitabile? ficare la governance itaForse. Di sicuro pericoloso: l’altra faccia della
liana e si è spinto con
semplificazione dei tecnici è il successo di Grillo» decisione in questo sen|
| 14 novembre 2012 |
11
Un processo inevitabile?
Sarà forse inevitabile, sicuramente è
pericoloso: l’altra faccia della semplificazione dei tecnici è il successo crescente di Beppe Grillo. Pensare di governare
una delle prime economie del pianeta,
una società ricca e complessa come quella italiana con qualche diktat dei tecnici
più la repressione contro “i nemici” (cioè
chi crede ancora nella democrazia dal
basso) compiuta dai pm indirizzati politicamente, significa prepararsi un avvenire di disastri.
Ma il centrodestra non ha la sua fetta di
responsabilità nella determinazione di
questa situazione?
Quando cedo alla vena della nostalgia, sento fortemente la mancanza di partiti strutturati che consentivano la formazione e selezione di un ceto politico di
qualità. Poi però non manco di riflettere
sul lato storico delle nostre vicende e allora cerco spiegazioni più razionali: la Pri12
| 14 novembre 2012 |
|
ma Repubblica nasce da partiti che si formano in una grande esperienza, la Resistenza (da qui anche un certo carattere
militare di quelle formazioni), e poi grazie ad Alcide De Gasperi (ma anche a Palmiro Togliatti) definiscono una Costituzione che sarà la casa comune degli italiani finché esaurirà parte della sua funzione (determinata dai compromessi indotti
dalla Guerra fredda) nel 1992. La Seconda
Repubblica nasce sotto il segno di indagini giudiziarie e di malmessi governi tecnici, senza alcuna razionale modificazione dello Stato, con le residue forze costituenti (ex Pci e dossettiani, più i rinati
azionisti sotto l’usbergo scalfarian-debenedettiano) che non solo non volevano
cambiare lo Stato ma facevano della difesa di istituzioni logorate lo strumento per
proteggere il proprio particolare. Costoro sono i veri conservatori: il vecchio che
c’è nella società italiana si deve alla loro
azione, all’idolatria di una Costituzione
che ha 65 anni, ma viene spacciata come
la migliore del mondo, per mantenere il
loro diritto di veto su ogni cambiamento. E, sotto, la società fa fatica e muore;
ora, cercando di ammazzarne i leader, le
si vuole anche impedire di parlare. Certo, il centrodestra ha le sue gravi colpe,
ma l’atto di omissione fondamentale è di
che aveva la cultura e la forza per iniziare
o accettare il cambiamento e ha voluto a
tutti i costi conservare.
Però quando si vedono i pasticci anche
recentemente combinati da Roberto
Maroni in Lombardia, è difficile considerare solo oggettive le responsabilità
del centrodestra.
In effetti lo sbandamento della Lega
mi ha sconcertato: il giovedì 11 ottobre
sera si decide – Maroni, Angelino Alfano e
io – di fare una nuova giunta e di governare per i prossimi due anni, e 24 ore dopo
si ribalta la decisione lanciando la candidatura di un leghista per la Lombardia:
non sono mancati i trucchetti dei leghisti
in questi venti anni ma questo mi è sembrato uno dei più stravaganti e alla fine
autolesionista. Fossero stati capaci i leghisti di aspettare il 2015,
«Il vecchio che c’è nella società italiana si deve avrebbero avuto il prossimo presidente di Lomall’idolatria di una Costituzione che ha 65 anni
bardia. Chissà se il solito
ma è spacciata come la migliore al mondo, per
apparato mediatico-giudimantenere diritti di veto su ogni cambiamento» ziario che con tanta soler-
Foto: AP/LaPresse
so. Non si è badato molto a distinguere
tra il virtuoso e il vizioso: era la democrazia che andava ridimensionata! E si è trovato nell’opera dei settori politicizzati della magistratura (ben coperta da una stampa essenzialmente scandalistica o scandalistico-affaristica come la Repubblica) lo
strumento più adatto a questo scopo.
COPERTINA PRIMALINEA
Formigoni si dice
«sconcertato» dallo
«sbandamento della
Lega» in Lombardia:
«Giovedì 11 ottobre
sera si decide –
Maroni, Alfano e io
– di fare una nuova
giunta e governare
per i prossimi due
anni, 24 ore dopo
si ribalta la decisione lanciando
la candidatura di
un leghista per la
Lombardia: non
sono mancati i
trucchetti dei
leghisti in questi
anni ma questo mi
è sembrato uno dei
più autolesionisti»
nale e regionale, avrebbe esasperato i lombardi (come per esempio ha esasperato i
siciliani). Ho fatto una giunta nuova in cinque giorni, abbiamo fatto una legge elettorale in altri cinque, eliminando quella iattura del “listino” che avevo da subito osteggiato, abbiamo dato la possibilità al governo di fissare le elezioni in Lombardia già
dal 16 dicembre (anche se poi hanno scelto il 27 gennaio), tutto questo ha significato invertire una certa corrente di opinione
costruita con manipolazioni come quella
contro la mia persona e da degenerazioni
reali come quelle connesse al caso Zambetti e a diversi altri sia pur meno gravi.
Ma adesso che messaggio si manda ai
leghisti?
Mi pare che lo spazio dei giochetti
si sia esaurito, molti loro esponenti mi
cercano per non disperdere
quel tanto di buono che si
«Molti leghisti mi cercano
è fatto in questi anni. Forse
per non disperdere il buon
anche in via Bellerio si inilavoro fatto. Può riprendere zierà a capire come sia staun cammino comune,
to sbagliato sprecare l’occasione che avevo costruito
ma solo con un’adeguata
coscienza della realtà di cui per riflettere su una Macroregione del Nord che desse
fa parte l’obbligatorietà di
più efficienza e unitarietà
certe scelte. Tra queste c’è alle nostre politiche. Spazi
la candidatura Albertini»
per riprendere un cammino comune ve ne sono ma
zia ha perseguitato anche me, ci ha mes- solo a partire da un’adeguata coscienza
della realtà drammatica in cui viviamo
so lo zampino.
e di cui fa parte anche l’obbligatorietà di
In effetti in quella giornata in cui era
certe scelte. E tra queste pongo la candistato raggiunto l’accordo sulla Lomdatura Albertini.
bardia, ho visto – in parte allibito ma
Foto: AP/LaPresse
soprattutto inorridito – apparire su alcune agenzie e siti internet la notizia di
nuovi indizi sui rapporti corruttivi tra
Finmeccanica e Lega: un ulteriore segno
del modo in cui si svolge la lotta politica in Italia. Comunque la sua reazione
è stata molto dura: chi butta giù una
giunta poi non può pretendere di presiedere la prossima. E con anche un’assoluta determinazione nei tempi: nessuna
pausa per decantare le “offese”.
È bene chiarire che in me non ha agito il risentimento bensì la consapevolezza della gravità della situazione: la sfiducia dei cittadini nella politica è ampia.
Credo, come abbiamo detto, che in parte essenziale derivi dalla crisi dello Stato,
ma ciò non cambia la realtà. Certe forme
di politica (giochetti di partito, trabocchetti, manovrette) che potevano funzionare
quando la società civile dava una delega
ampia ai leghisti (ma anche a Forza Italia/
Pdl) non solo non servono più ma producono ulteriore degradazione. Lasciar marcire le cose, traccheggiare sui ricattini, giochicchiare con scambi tra quadro nazio-
Obbligatoria?
Sì, è una vera fortuna che vi sia una
personalità come la sua di sindaco amato
di Milano (leale collaboratore anche dei
leghisti nel secondo mandato), di europarlamentare del Pdl (e del Ppe), di già
stimatissimo presidente di Federmeccanica: un uomo che può riunire una società civile dove abbondano leader lombardi
del mondo delle imprese come Squinzi,
Bombassei, Sangalli e tanti altri, a diverse
anime che si richiamano al Partito popolare europeo. Il suo impegno a mobilitare in grande autonomia la società civile
non si scontra con l’esigenza di continuare (innovandola dove è necessario) la mia
esperienza amministrativa la cui bontà
è confermata dagli incarichi di assessore
che hanno accettato alcuni lombardi di
qualità, impegnati civilmente nella mia
giunta tecnica che pure ha orizzonti limitati a qualche mese.
Insomma, se prenderanno atto della realtà, i leghisti saranno perdonati.
Nessuno deve perdonare nessuno. Tutti devono prendere atto di una realtà par-
ticolarmente difficile che non consente
più certi giochetti.
Anche Alfano?
Ho il massimo rispetto per il segretario del Pdl che si è assunto un compito così difficile come traghettare il centrodestra in un quadro politico drammatico. È e sarà un lavoro immane: si tratta
di rimettere in piedi una vera dialettica
politica centrodestra verso centrosinistra
senza la quale Grillo arriverà ben oltre il
20 per cento dei voti. Di stare in Europa
(e nel Ppe) con la schiena diritta, tenendo
conto che ha ragione – pur nell’esasperazione di certi toni – Silvio Berlusconi ad
avvertire che non si può accettare l’attuale egemonismo tedesco. Si tratta con le
persone di buona volontà, innanzitutto
del Pd, di impostare anche quella riforma
e ricostruzione di uno Stato senza la quale non si va da nessuna parte. E di essere
aperti agli improvvisi sviluppi che anche
il quadro internazionale può determinare nel centrodestra (penso ad esempio
alle elezioni negli Stati Uniti e alla scelta
del nuovo capo della Cina). Un lavoraccio
per cui c’è bisogno di una guida autorevole: è indispensabile che si tengano in questo senso le primarie per la premiership
nel Pdl, e che siano partecipate e condotte con un vero confronto sui programmi.
Senza questo, il centrodestra non potrà
che sbandare.
E Formigoni dove si collocherà in queste
primarie?
Non c’è un problema Formigoni, ci
sono i problemi dei valori del centrodestra; e con alcuni amici (Quagliariello,
Sacconi, Gelmini, Gasparri) ho sottoscritto un manifesto di princìpi. Sono valori largamente condivisi ma su cui si deve
dare una vera battaglia culturale. Poi ci
sono i problemi del Nord su cui approntare precise piattaforme politiche: occorre un Pdl che si faccia esplicitamente
carico della questione settentrionale. Poi
c’è il problema di costruire un sistema
democratico di organizzazione del partito di cui le primarie sono un passo decisivo, ma solo il primo. Infine c’è la questione di una solida elaborazione culturale come base delle scelte politiche. Conto di poter condividere in maniera esplicita, chiara e pubblica queste istanze con
Alfano, e a quel punto di collaborare per
una sua leadership che risolva in positivo le più urgenti questioni attuali. Come
ho detto più volte sono e sarò comunque
in campo: per la Lombardia, per un nuovo Pdl (anche il nome andrebbe urgentemente cambiato), per un nuovo centrodestra. E mi assumerò tutte le responsabilità che saranno necessarie. n
|
| 14 novembre 2012 |
13
L’OBIETTORE
GUAI SERI IN VISTA
Fiat tra le battutacce dei nemici
e la gara impossibile coi concorrenti
di Oscar Giannino
N
Fiat, purtroppo
è sempre più difficile ragionare in maniera ordinata. Io,
NON SONO
per esempio, tendo a distinguere
D’ACCORDO
molto accuratamente i giudizi sulle prospettive strategiche e sui piani
industriali da quelli sulle tumultuose relazioni industriali tra azienda e
sindacati. Ma in vasti settori dell’opinione pubblica si è radicata l’idea
proposta dalla Fiom che l’attitudine
muscolare delle relazioni industriali
sia una finta per sviare l’attenzione
dai piani industriali che non reggono, o comunque una
forzatura che lede diritti.
Questa sovrapposizione di giudizi mi porta a una prima osservazione. Non posso fare a meno di rilevare che la
Fiat con le sue levate di capo mostra di non comprendere
che si ficca sempre più in un cul de sac. Non credo sia una
strategia pianificata. Semplicemente, Sergio Marchionne
è un non italiano (il suo vero asso nella manica, altrimenti col cavolo che Obama gli dava Chrysler: l’ha data a lui,
non alla Fiat). Di conseguenza, nei pochi secondi nei quali avrà dato l’ordine di reagire alla decisione del giudice
di reintegrare i 19 a Pomigliano, accetto scommesse ma
secondo me è prevalsa la linea “tosti come sempre”. Senza mettere in conto che a questo punto il termometro dei
sindacati che hanno messo faccia e firma sul piano Fabbrica Italia, esponendosi ai durissimi attacchi della Fiom
e vincendo sul campo, segna febbre alta. Perché quel progetto oggi non esiste più, e ce n’è un altro che appare ancor più immaginifico rispetto alla dura realtà.
È ovvio che la battuta di Carlo De Benedetti sulla decimazione alla tedesca è una freddura, e che Susanna Camusso che parla di una Fiat peggiore ambasciatrice d’Italia all’estero è smentita da Obama in persona. In linea di
principio ha ragione Fiat: non può essere un giudice a stabilire che in un impianto in cassa integrazione devono
lavorare più addetti di quel che l’azienda pianifica. Ma
reagire allontanandone altrettanti mette la Fiat in condizione di beccarsi l’allineamento con la Fiom di Cisl, Uil e
Ugl, unite nel no all’allontanamento. E sarebbe il colmo
dei colmi se ora i 19 da mandar fuori al posto dei sindacalizzati fossero scelti tra coloro che non sono iscritti a nessun sindacato: la discriminazione sarebbe non antisindaella vicenda
Freddure di Carlo De Benedetti a parte, in linea
di principio Marchionne ha ragione su Pomigliano.
Ma che te ne fai della ragione se ti fa perdere gli
unici alleati che hai sulla conduzione del lavoro?
cale ma anticostituzionale. Direbbe Marchionne: questi
sono bizantinismi italiani, nel resto del mondo se ho ragione la esercito, è a furia di non farlo che alla fine i veri
padroni delle relazioni industriali in Italia sono i sindacati e i giudici. Ma la ragione di principio te la friggi in padella, se nella realtà ti porta a perdere gli unici alleati di
una conduzione del lavoro non esasperata dal conflitto.
Seri dubbi sulla linea di attacco ai tedeschi
Seconda osservazione, per me distinta dalla prima, sul riposizionamento strategico annunciato al Corriere della
Sera. Non metto in dubbio pregiudizialmente l’idea che
Fiat lanci la sfida al settore premium europeo in cui dominano i tedeschi. Semplicemente, chiunque segua l’auto non crede alla possibilità che Maserati e Alfa Romeo
siano in condizione di farlo. Nella grande crisi dell’auto
europea, i produttori forti nel mercato premium hanno
guadagnato enormemente, in termini sia di margini sia
di posizioni. Dieci anni fa solo Mercedes era tra i primi
dieci marchi europei. Oggi tutti e tre i produttori tedeschi sono in graduatoria, e il segmento premium è passato dal 15,8 per cento del mercato europeo al 20,8. Sarebbe stato impensabile, nel 1992, che Audi vendesse più
di Fiat e Citroën. Perché è successo? Perché Audi, Bmw e
Mercedes hanno esteso la loro gamma fino a sovvertire la
vecchia idea del ristretto segmento premium. Audi dieci
anni fa proponeva 18 modelli, oggi sono 41, e vanno dalla supercar R8 ai Suv, fino alla A1 che è una familiare supercompatta. Il punto è se Marchionne abbia ragione nel
ritenere che l’esplorazione di nuove nicchie del mercato
da parte delle case premium germaniche resti capace di
remunerare investimenti che da due anni a questa parte
sono superiori ai margini che si realizzano nei segmenti in cui hanno esteso la propria presenza. In realtà in un
mercato sottoposto a fortissime costrizioni di volumi la
strategia alla lunga può essere sostenibile solo per chi, come Volkswagen, ottimizzando 11 brand diversi a livello
planetario, è capace di offrire all’occasione non solo contenimento ma anche taglio dei costi di vendita sui diversi mercati nazionali. Per i produttori più esposti alla crisi,
cioè con più sovracapacità, meno forza planetaria e debolezza nel segmento premium, come Citroën, Opel e Fiat,
la sfida nel prossimo biennio resterà impari, pensa Marchionne, se non proveranno ad alzare la sfida verso l’alto.
Diventa una gara di pura sopravvivenza, dove vince chi
i profitti veri li fa fuori dall’Europa. Sino alla settimana
scorsa, la strategia Fiat che tanto faceva arrabbiare l’Italia era aspettare che si esaurisse il ciclo tedesco di espansione verso il basso, come mostra Mercedes. Ora invece
Marchionne dice di puntare all’attacco sui tedeschi. Ho il
dovere di dire che non credo abbia i denari e i modelli. Il
sindacato lo sa benissimo, anche chi ha firmato per Progetto Italia. Ergo la Fiat si espone a nuovi guai seri. Mentre brucia cassa al ritmo di 15 milioni al giorno.
|
| 14 novembre 2012 |
15
MEGLIO UN AVVERSARIO FORTE
Albertini
farà bene
anche al Pd
«Dando continuità a un modello che funziona
contribuirà a chiarire la linea del centrodestra.
Una bella sfida per questa sinistra che pensa
di vincere con la solita geometria e senza idee».
Lo strano “endorsement” di Franco Debenedetti
16
| 14 novembre 2012 |
|
di Ubaldo Casotto
F
Debenedetti, classe 1933, ha
fatto per trentacinque anni il manager e l’imprenditore, poi per dodici
anni, dal 1994 al 2006, il senatore nelle
file del centrosinistra, Pds, Ulivo, Pd. Da
sei anni è tornato a occuparsi di imprese,
scrive saggi e continua la sua attività pubblica come osservatore della politica con
interventi sul Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, il Foglio. La settimana scorsa ha
firmato un appello di sostegno alla candidatura di Gabriele Albertini per la presidenza della Regione Lombardia.
ranco
Scusi senatore, vederla schierato per un
uomo della destra come l’ex sindaco di
Milano, eurodeputato del Popolo della
libertà, sorprende. Che ci fa lei in questa
compagnia?
Io non mi sono schierato per Albertini, mi sono unito a persone che gli
chiedono di candidarsi. Vedere con preoccupazione quello che sta succedendo
Foto: AP/LaPresse
INTERNI
A sinistra ci sono gli eredi della sinistra Dc,
i nipoti invece dei figli di Berlinguer e Vendola
al posto di Cossutta, ma lo schema è quello del
’94. Non verrà da lì quello che serve al paese
Lei, si pensa, dovrebbe tifare per la sinistra.
Eleggere non è tifare. Eleggere è scegliere un partito e votarlo. Quale sarà l’offerta politica? Quale sarà il meccanismo
che traduce i voti nell’urna in seggi in
Parlamento? Io, e non perché sono entrato in politica con il maggioritario, sono
convinto che l’uninominale, ancor più se
a doppio turno, sia il meccanismo elettorale che meglio può assicurare rappresentatività e stabilità. E non capisco perché il
Pd a parole dica di preferirlo, ma subito
aggiunga che non si può fare. O meglio:
capisco e non mi piace. Ma tornando a
prima: come si forma l’offerta politica? Le
regionali in Lombardia possono essere un
segnale importante per la strutturazione
dell’offerta politica alle elezioni generali,
anche se bacino elettorale e sistema elettorale sono differenti.
A un osservatore esterno la situazione
ricorda quella del 1994: una sinistra che
si presume vincitrice e un centrodestra
nel caos.
Foto: AP/LaPresse
Franco Debenedetti
(foto a destra),
dal 1994 al 2006
senatore per il Pds,
l’Ulivo e il Pd, ha
firmato la scorsa
settimana l’Appello
dei cento per la
candidatura dell’ex
sindaco di Milano
Gabriele Albertini
a governatore
della Lombardia
nell’area di centrodestra con lo sfascio
del Pdl non significa abbandonare il centrosinistra. Anzi: la competizione fa bene
in generale, obbliga tutti a definire identità e programmi. Come si struttura l’offerta politica è questione che attiene al
funzionamento della democrazia. Per
chiunque, a destra o a sinistra, l’abbia a
cuore, le cinquantatré persone su cento
che non sono andate a votare, le diciotto
che hanno votato Grillo, sono un campanello d’allarme.
In effetti nel ’94 fu solo a campagna
elettorale inoltrata che ci si rese conto
che Berlusconi quel caos stava riuscendo
a organizzarlo, e quel vuoto a riempirlo.
Adesso l’immagine che la sinistra vuole
dare di sé non è più quella, infausta, della “gioiosa
macchina da guerra”. Oggi
ci sono gli eredi della sinistra Dc, i nipoti al posto
dei figli di Berlinguer, Vendola al posto di Cossutta:
ma lo schema è quello collaudato, l’alleanza di tutti
i riformismi, nessun nemico a sinistra e di fronte un
nemico da demonizzare.
La destra nella confusione, la sinistra sclerotizzata. Il caos da una parte consente all’altra
di credere di poter vincere senza mettere
in discussione la vecchia geometria.
Renzi?
Vuol farmi dire che lui sarebbe la geometria non euclidea? O “les demoiselles
d’Avignon” al posto delle oleografie delle
Sacre Famiglie? Non è cambiare per cambiare, dare uno scossone alle nomenclature. È dire che quello schema, quelle parole, quelle idee non sono quelle che servono a tirar fuori il paese da dove si trova.
Si spieghi.
Il Pd ripropone la vecchia “unione
dei riformismi”, tenere insieme tutti, da
Fassina a Letta, da Vendola a Ceccanti.
E, se non bastano i numeri, a urne chiuse imbarcare anche Casini. E chi pensano
si entusiasmi per questa solita minestra?
Entusiasmo è una parola grossa…
Senta, io sono vecchio abbastanza da
avere incominciato a lavorare quando
ancora c’era la spinta del famoso miracolo. Sì, entusiasmo è una parola grossa,
diciamo che c’era una prospettiva in cui
si aveva fiducia. Il confronto politico era
duro, le contrapposizioni fortissime, ma
da una parte e dall’altra c’era gente che
pensava di andare nella direzione tutto sommato giusta. Invece adesso io non
ritengo che da questa alleanza che la sinistra propone verranno le cose di cui ha
bisogno il paese, credo che lo pensino in
tanti e che quindi non susciterà le volontà che è necessario mobilitare. Soprattutto se a destra c’è il caos.
Renzi quindi?
Io non so se Renzi sia la risposta, so
che non lo è Bersani. Su Renzi ho dei dubbi, su Bersani, sullo schema Bersani ho
delle certezze. E vedo serpeggiare la tentazione di sostituire l’antirenzismo all’antiberlusconismo.
Da qui ad Albertini il passo è lungo.
Ed è bene che lo sia: non si tratta di accorciare, ma di cambiare il passo. Nell’area del centrodestra c’era poco
meno del 50 per cento degli italiani.
Dove sono finiti? Dove andranno a finire?
Nell’astensione? A Grillo? Non è auspicabile, né a destra né a sinistra. Per evitarlo, è determinante l’organizzazione che si
darà la destra: a livello nazionale e a livello locale. Si vota prima in Lombardia, ed
è una partita molto interessante. Albertini è un europarlamentare del Pdl, è stato sindaco di Milano per il centrodestra
lasciando un buon ricordo, è un politico
ma non fa parte della gerarchia e dei suoi
giochi. La sua candidatura potrebbe servire a organizzare, in modo chiaro e limpido, l’offerta politica a destra. La Lombardia manderebbe un segnale importante
alla politica nazionale.
Quali sono gli altri motivi di questa sua
scelta?
Le ripeto, non è una scelta, non sono
io a scegliere. Io credo che anche la sini|
| 14 novembre 2012 |
17
INTERNI MEGLIO UN AVVERSARIO FORTE
stra, che in Lombardia non ha elevate
probabilità di vincere, ha interesse a che
emergano proposte nette e sfidanti. Io
credo che giovi a tutti che il centrodestra
trovi un’identità, e che così si accresca il
tasso di fiducia che circola nel paese. E tu
chiamalo, se vuoi, entusiasmo.
Scusi, ma a sentirla lei sembra preoccupato dell’ipotesi che la Lombardia abbia
un governatore di sinistra.
Sarò molto esplicito. Amministrare
la sanità è il compito più rilevante delle Regioni. La Lombardia è quella dove
la sanità funziona meglio, come servizio
erogato e come costo sopportato. Non è
certo la privatizzazione, la concorrenza
tra offerte private che vorrei io, ma è un
sistema misto in cui il servizio è erogato
anche dai privati. Bene, una sinistra che
si installa nel nuovo Pirellone cosa farebbe di tutto questo? Quanto realizzato in
Lombardia è l’esempio di un tratto di strada fatto nella direzione che tutti dovrebbero imboccare. Chi viene dopo Formigoni è uno che su questa strada vuole tornare indietro o è uno che vuole andare
avanti? La mia preoccupazione, per usare la sua espressione, è questa. Albertini è
molto probabile che voglia andare avanti.
Di sicuro è improbabile che voglia andare
indietro. A sinistra non so. Nessuno lo sa,
forse neanche loro. E quindi il mio dubbio, ne converrà, è legittimo.
Andare avanti che cosa vuol dire?
Bisogna mettere i privati in concorrenza tra loro. Arrivare ad avere le assicurazioni in concorrenza tra loro.
E gli scandali?
Al di là della formula di rito, sono scivoloni gravi, qualcuno potrebbe approfittarne per tornare indietro. Mentre invece questi fatti non inficiano la validità del sistema. Al contrario: gli scandali (Maugeri e Fondazione San Raffaele
Monte Tabor) vengono dall’area limacciosa del privato no profit, dovrebbero
essere la dimostrazione della necessità
di avere concorrenza paritaria fra pubblico e privato, ma col pubblico e il parapubblico (privato no profit) che giochino con le stesse regole del privato. Tanto
per cominciare, facendo almeno i bilanci. Albertini dovrebbe offrire garanzie di
oculata correttezza.
Il quadro del centrodestra che lei descrive sembra quello della sinistra di
anni fa, che non poteva candidare un
IL COLPO DI MANO DI ZEDDA
Quella nomina al Teatro di Cagliari
che mette Vendola contro i lavoratori
Trasparenza, competenze, partecipazione. Sono queste le parole
d’ordine che hanno portato il giovane vendoliano Massimo Zedda alla conquista del Comune di Cagliari. Era il 30 maggio 2011, e oggi, un anno e mezzo
dopo, quegli slogan sembrano parole al vento (del rinnovamento). Tra le prime
urgenze che il sindaco si è trovato ad affrontare, infatti, c’è il risanamento
delle casse della Fondazione Teatro lirico di Cagliari, svuotate da anni di mala
gestione e di cui, per legge, il sindaco è presidente. Zedda si è messo subito al
lavoro e come prima cosa ha decurtato di circa il 20 per cento gli stipendi dei
lavoratori. Poi ha licenziato il vecchio sovrintendente con annessa buonuscita
faraonica, promettendo un bando internazionale per individuare il successore.
Ma dopo mesi di attesa, il 4 giugno scorso il Cda del Teatro ha ripiegato su
una manifestazione d’interesse: solo candidati di «comprovata esperienza nel
settore dell’organizzazione musicale e della gestione di enti consimili», si legge
sul sito del Comune e del Teatro, astenersi perditempo e somari. Termine per
la consegna delle domande: 22 giugno. Ma, superata ampiamente tale data, il
Cda ha lasciato morire la procedura e il 1° ottobre ha nominato, su proposta
del sindaco, Marcella Crivellenti, che nemmeno aveva aderito alla manifestazione d’interesse. Un comportamento quanto meno singolare visto che il Cda
aveva altre due possibilità: revocare la manifestazione d’interesse o congelare
la nomina. Il “colpo di mano” non è piaciuto ai lavoratori del Teatro: secondo le
rappresentanze sindacali unitarie la Crivellenti non ha i requisiti richiesti dallo
Statuto e la nomina va revocata. Con loro si schiera anche il presidente della
Regione Ugo Cappellacci che invoca il rispetto delle regole, mentre il ministro
dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi chiede a Zedda di chiarire perché il curriculum della Crivellenti è stato ritenuto valido. Zedda è riuscito nell’impresa di
mettere d’accordo perfino il diavolo e l’acqua santa: sono contrari alla scelta azzardata del sindaco sia Confindustria sia il segretario regionale della Cgil Enzo
Costa. E se gli alleati del Pd prendono atto della nomina nonostante «non siamo
convinti del profilo prescelto per un ruolo così importante e delicato», il leader
di Sel Nichi Vendola, durante una visita in Sardegna, dichiara invece di fidarsi
delle decisioni del suo pupillo. Da parte sua, Zedda ha attaccato pesantemente
i sindacati e rilanciato: con lui e la Crivellenti, ha promesso, il Teatro di Cagliari diventerà un «contenitore aperto alle altre arti». E magari nella prossima
stagione lirica – hanno ironizzato i lavoratori con un cartellone satirico – andrà
in scena il Don Giovanotti, il Vasco Rossignol o Fidelio e le storie tese. [dg]
uomo del principale partito dello schieramento…
E scelse Prodi. Non credo che sia un
paragone che aiuti a capire. Io penso
che Albertini sia la persona giusta per la
destra in Lombardia, e Albertini non è
nell’organigramma del partito. Non dico
che il centrodestra, o se per questo il centrosinistra, debbano affidarsi a una personalità che non sia espressione di un partito. Noto solo che in Lombardia non vedo
un Alfano e che Formigoni non si può
ricandidare. Anche a livello nazionale,
dove la destra deve trovare leader credibili e programmi convincenti, non mi sem-
Quanto realizzato nella sanità lombarda
va nella direzione che tutti dovrebbero
imboccare. La sinistra cosa ne farebbe?
18
| 14 novembre 2012 |
|
bra si intravveda un papa straniero. Qualcuno pensava che potesse essere Luca di
Montezemolo, ma lui ha detto di no e la
cosa è finita lì.
Parliamo di Alfano.
Il suo problema si chiama Silvio Berlusconi. Un problema non psicologico,
non una freudiana uccisione del padre:
è il problema di trovare un’autonomia
di posizione politica. Il timore di perdere i voti in fuga può essere paralizzante. Le ultime uscite umorali del Cavaliere dovrebbero servire a fare chiarezza: i
comportamenti reattivi sono perdenti,
un uomo di governo non se li può permettere. Giova rendersi conto che, come
dice Stefano Folli, non c’è un asse ereditario nel Pdl: solo la chiarezza può evitare la fuga degli elettori. Ecco, io credo che
dalla Lombardia possa venire un segnale
che va in questa direzione. n
INTERNI L’INGIUSTIZIA DI CUI NON SI PARLA
Ridateci
i nostri
bambini
La guerra di Marinella e di tanti altri contro
lo Jugendamt, l’ufficio tedesco che toglie
i figli ai genitori stranieri di coppie miste.
E che ormai è diventato un caso internazionale.
«A Strasburgo arrivano centinaia di denunce»
20
| 14 novembre 2012 |
|
di garantire il Kindeswohl, letteralmente “bene del bambino”, che per i tedeschi
non è il bene superiore dei figli – come
previsto da tutte le convenzioni internazionali – ma è il bene del bambino secondo la comunità tedesca. In poche parole:
lo Jugendamt tende ad anteporre l’essere tedesco dei bambini al loro vero bene,
facendo in modo che nessun minore lasci
la Germania, che l’affido esclusivo non
Marinella Colombo (sotto) ha
venga mai dato al genitore straniero, e
due figli. Dopo il divorzio con il
interrompendo o rendendo difficile i suoi
marito tedesco, lo Jugendamt
contatti col figlio. Come? Ad ogni costo,
ha fatto di tutto per portarle
con qualsiasi mezzo, spesso anche con
via i figli. E ci è riuscito
misure penali. E gli esiti
possono essere devastanti.
«L’essere tedesco dei bambini viene prima
Quante vite rovinate
Così è successo a Marinella Colombo, e non è il
solo caso italiano. Ha da
poco terminato di scrivere un libro per raccontare la sua storia dove niente è come ci si aspetterebbe che fosse. Nel 2006,
quando si separa dal marito tedesco, Marinella ottiene l’affidamento dei suoi
due figli, Leonardo e Nicolò. Da subito però lo Jugendamt si insinua nella cau-
del loro bene. Il minore non deve lasciare
la Germania, e non va affidato al genitore
straniero. Come? A qualsiasi costo»
Foto: AP/LaPresse
U
n silenzioso dramma si cela nella
civilissima Europa. Nessun campo
di sterminio o uccisioni di massa,
ma quello che da molto tempo denunciano alcuni europarlamentari è altrettanto pazzesco e doloroso. Soprattutto perché si parla di violazione dei diritti dei
minori, calpestati senza nessuno scrupolo in nome del bene di uno Stato. Sono
tutte le vicende legate allo Jugendamt, ai
più sconosciute, ma solo perché la maggior parte delle volte rimangono chiuse nella disperazione di qualche casa. E
invece sono più diffuse di quanto si possa immaginare.
Lo Jugendamt è un ente statale tedesco, qualcosa di più che un ufficio di
assistenza giovanile, come invece si pensa. L’organizzazione, che svolge anche
un’encomiabile opera a difesa dei giovani sottoposti a violenza, ha la funzione
di sostegno attivo ai tribunali e di difesa degli interessi della Germania. Il codice sociale tedesco prevede per legge che
lo Jugendamt intervenga sempre quando
ci sono della cause di divorzio tra genitori che hanno figli minori, soprattutto quando a separarsi sono coppie binazionali. In tribunale, al momento della
separazione, sono presenti la mamma, il
papà e come parte in causa lo Jugendamt
(il terzo genitore). Il suo compito è quello
Il mandato d’arresto europeo
utilizzato dalla Germania nel
caso della Colombo è stato
creato dopo gli attentati dell’11
settembre per combattere
il terrorismo internazionale.
Qui lo usano contro genitori
Foto: AP/LaPresse
enormi difficoltà. L’Unione Europea, la
commissione Libertà e giustizia e anche
la commissione per le Petizioni, sono sollecitate molto frequentemente, a dimostrazione che esistono tantissime situazioni di questo tipo in tutto il continente.
In Europa ci sono 27 legislazioni nazionali diverse e solo con una stretta collaborazione si potrà riuscire a far capire allo
Jugendamt che la sua posizione non rientra nel rispetto dei diritti dell’infanzia e
del diritto alla vita familiare».
sa di separazione. Nel 2008, per non perdere il proprio lavoro, Marinella è costretta a tornare in Italia. Pur essendoci un
accordo tra lei e il marito, una mattina, a
sua insaputa, i figli vengono prelevati da
scuola dalle forze dell’ordine e riportati
a Monaco di Baviera. Marinella scoprirà
anche che sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale per sottrazione di minori, emesso già mesi prima,
mentre i bambini, però, erano in vacanza
con il marito. Oggi i bambini sono in Germania, il giudice tedesco scrive che manca loro moltissimo la mamma, ma respinge ugualmente ogni richiesta avanzata da
Marinella per non essere cancellata dalla
vita dei suoi figli. Ma le irregolarità non
si fermano qui: la sua drammatica vicenda che dura ormai da oltre 6 anni e che
l’ha fatta finire in carcere e poi agli arresti domiciliari per ben tre volte, porta alla
luce le pratiche anomale e discriminanti
dello Jugendamt nei confronti dei coniugi stranieri di coppie miste, testimoniate
dalle cause pendenti presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Come a Marinella, è accaduto ad altre
centinaia e centinaia di coppie in cui uno
dei genitore non è tedesco. Polacchi, francesi, olandesi, spagnoli, americani, inglesi, brasiliani. I casi sono davvero tantissimi. Il polacco Marcin Libicki, ex presidente del comitato per le petizioni del Parlamento europeo, da tempo denuncia lo
Jugendamt come organizzazione unica in
Europa finalizzata a difendere gli interessi della Germania contro quelli dei cittadini di ogni altro paese. E non è il solo a
farlo. Anche l’eurodeputato Nathalie Griesbeck (Alde) della commissione Libertà e
giustizia sta cercando di portare alla luce
questi casi: «Si tratta di situazioni estremamente gravi e dolorose. Ci sono tantissime coppie binazionali che incontrano
Le violazioni del Regolamento
Ci sono addirittura casi in cui il meccanismo dello Jugendamt entra in moto
anche quando una famiglia decide di
andare a vivere fuori dalla Germania. È
successo a una coppia il cui padre è francese. Lo Jugendamt ha prelevato i figli da
scuola e li ha affidati a un’altra famiglia.
È uno speciale del telegiornale di France3 a portarlo alla luce. «Sono migliaia
le famiglie vittime della politica nazionalista dello Jugendamt secondo cui un
bambino nato in Germania deve crescere lì», dice la conduttrice. «L’organizzazione è in grado di influenzare il giudice tedesco determinandone la decisione».
Nel caso riportato da France3, agenti dello Jugendamt hanno detto alle bambine
che i genitori erano pazzi, e per ordinare
alla polizia di prelevarle da scuola hanno
utilizzato un referto psichiatrico il quale sosteneva che i genitori non erano in
grado di fare crescere i figli. Per fortuna
la famiglia è riuscita a scappare all’estero
dove i medici li hanno dichiarati sani e in
grado di far crescere i loro figli.
L’articolo 11 del regolamento Bru|
| 14 novembre 2012 |
21
INTERNI L’INGIUSTIZIA DI CUI NON SI PARLA
La vicenda di Lionel Gilberti
Un altro caso è quello di Lionel Gilberti, francese, padre di famiglia, divorziato dalla moglie tedesca che vive in Germania. A 42 anni questo padre, di professione cuoco, viene arrestato e incarcerato. Il motivo è semplice: Gilberti, che non
vede i figli e non ha loro notizie da qualche anno, da 18 mesi ha smesso di pagare gli alimenti per richiamare l’attenzione mediatica sul suo caso. La Germania
ha emesso un mandato d’arresto europeo
(Mae) chiedendone l’estradizione.
Questa situazione può sembrare surreale, in ogni caso sproporzionata: il
mandato d’arresto europeo utilizzato dalla Germania in questo caso, come in quello della Colombo, è stato creato in seguito agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 per combattere il crimine
organizzato internazionale. Qui invece se
ne servono contro un padre di famiglia,
come è possibile? «È esagerato emettere
un ordine di arresto europeo per una causa familiare che si sarebbe potuta risolvere sul piano civile, cercando semplicemente di incassare gli importi dovuti»,
afferma Héléne Nicolas, avvocato francese specializzato in diritto di famiglia.
L’eurodeputata Cristiana Muscardini
(ex Ppe, oggi nel gruppo Conservatori
social riformatori) e la collega Nathalie
Griesbeck, il 30 giugno 2011 hanno interpellato la Commissione europea: «È normale, ammissibile, legittimo, l’uso del
mandato d’arresto europeo contro genitori colpevoli soltanto di amare i propri figli
sopra ogni altra cosa?». La risposta data da
22
| 14 novembre 2012 |
|
IL LIBRO CHE HA ACCESO I RIFLETTORI
«Mi hanno portato via Leonardo
e Nicolò e l’Italia non fa nulla»
Una madre colpevole di amare i propri figli sopra ogni
altra cosa. Nella storia di Marinella Colombo niente è come ci si
aspetterebbe. Una vicenda drammatica di una madre a cui hanno strappato i figli, Leonardo e Nicolò, e della sua lotta contro
la giustizia tedesca e italiana per poterli riabbracciare. Oggi, a
battaglia ancora in corso, tutto questo è diventato un libro con
un titolo che non lascia spazio a fraintendimenti: Non vi lascerò
soli. In lotta con la giustizia che mi ha tolto i figli. Marinella ha
scritto il libro chiusa in casa, agli arresti domiciliari. A lei era anche vietata ogni tipo di comunicazione con l’esterno, ma questo
non ha impedito di realizzare questo libro denuncia che riguarda
il suo caso ma anche quello di centinaia di persone che come
lei hanno divorziato da un tedesco e da quel momento hanno
avuto a che fare con lo Jugendamt, l’istituzione che in Germania
ufficialmente tutela i minori. E che più comunemente è chiamato
il terzo genitore, quello che spesso ha più poteri di quelli naturali.
Marinella era stata arrestata su disposizione del procuratore
aggiunto Pietro Forno e del pm Luca Gaglio, perché – secondo
l’accusa – si preparava a fuggire in Libano con i figli. Il tribunale
dei Minori di Milano ha deciso di rimpatriare i bambini «in base a una documentazione
falsificata, si è basato su una traduzione
falsa», ha più volte detto la Colombo.
Marinella non vede i figli da quasi due anni,
ma le irregolarità non si fermano qui: la sua
vicenda porta alla luce le pratiche anomale
e discriminanti dello Jugendamt nei confronti dei coniugi stranieri di coppie miste.
Il giudice tedesco scrive che ai bambini
manca moltissimo la mamma, ma respinge
NON VI
ogni richiesta avanzata da Marinella per
LASCERò SOLI
non essere cancellata dalla loro vita. Ma lei
M. Colombo
Rizzoli
non si è arresa e continua a lottare contro
18 euro
tutto e contro tutti. [dg]
Viviane Reding a nome della Commissione è chiara: «Gli Stati membri hanno convenuto, a livello di Consiglio, che l’autorità giudiziaria emittente il Mae debba eseguire un controllo della proporzionalità,
valutando la gravità del reato commesso,
la durata della condanna e i costi e i benefici che l’esecuzione di un mandato d’arresto comporta». Spetta quindi alla Germania valutare le circostanze particolari di ogni singolo caso. Certo che se è lo
Jugendamt a richiedere il Mae, difficilmente la Germania si opporrà.
Héléne Nicolas afferma anche che
«spesso lo Jugendamt arriva rapidamente al sospetto, non sempre legittimo, di
un rapimento che intenderebbe attuare
il genitore non tedesco. In questo modo si
può limitare il diritto di visita del genitore straniero. Se poi i sospetti sono forti lo
Jugendamt apre dei procedimenti penali
che impediscono di vedere il figlio e arri-
vano fino all’emissione del Mae». Così è
stato per Gilberti e Colombo.
«Francia e Germania hanno una visione diversa delle cose. In Francia si ritiene,
conformemente alla Convenzione internazionale dei diritti del bambino, che
l’interesse del minore sia di conservare il
legame con entrambi i genitori. In Germania, invece, si ritiene più importante per
il bambino rimanere nel luogo in cui ha
socializzato, anche se ha solo pochi anni,
in alcuni casi pochi mesi, e anche se questo significa perdere un genitore».
Chi decide sull’educazione
L’onorevole Cristiana Muscardini nel suo
ruolo di europarlamentare è molto attiva per cercare di fermare questo meccanismo perverso e contrario a una serie
di princìpi giuridici sanciti dall’Unione Europea. Il suo nome compare in tante interrogazioni scritte alla Commissio-
Foto: AP/LaPresse
xelles II bis prevede che il bambino possa essere ascoltato durante il procedimento di rimpatrio o di affidamento ad altre
famiglie se ciò non appaia inopportuno in ragione della sua età o del suo grado di maturità. Questo non accade pressoché mai, facendo supporre che il diritto tedesco non sia in accordo con quello
europeo. Invece lo è, ma nessuno ferma
lo Jugendamt. «Già varie volte le istanze giuridiche europee hanno sottolineato queste violazioni: da una parte la Corte di giustizia dell’Unione Europea con
una sentenza del luglio 2010 e dall’altra
anche la Corte europea dei diritti dell’uomo», dice ancora Nathalie Griesbeck. «Lo
Jugendamt non rispetta i regolamenti
e le convenzioni europee. L’Europa non
può intervenire con la forza, ma in ottemperanza di queste sentenze lo Jugendamt
dovrà uscire dalla sua concezione restrittiva e che oltraggia, come riconosciuto
dalla giurisprudenza, il diritto di vivere
in famiglia e il benessere dei bambini».
i loro comodi al di là di quelle che sono le
normative», continua l’onorevole Muscardini. «Lo Jugendamt ha più poteri delle
stesse famiglie, ha il diritto di intervenire
sull’educazione dei bambini anche a prescindere dall’accordo tra i genitori. Sollecita il genitore tedesco a intervenire legalmente contro quello straniero. Non arriveremo mai a fondare gli Stati Uniti d’Europa a meno che non si acconsenta ad
avere una Germania superiore agli altri
popoli. Ma è una cosa che è già successa
a metà Novecento e abbiamo visto come è
andata a finire».
A questo si aggiunge il fatto che i giudici italiani non mettono mai in dubbio
le sentenze o ordinanze tedesche, anzi,
pare che si prodighino, come nel caso di
Marinella Colombo, a collaborare di buon
grado per adempiere alle loro disposizioni. «Questo avviene anche perché le sentenze arrivano in tedesco e non vengono
tradotte in modo conforme, ma si applicano senza troppi scrupoli. È successo
per la Colombo, ma non è l’unico caso in
Italia. Il Tribunale dei Minori va urgentemente riformato, lo afferma anche il
garante dei minori, non possiamo perdere altro tempo».
Foto: AP/LaPresse
Le parlamentari
europee Nathalie
Griesbeck (a
lato) e Cristiana
Muscardini
(a destra) hanno
denunciato lo
Jugendamt e il
suo meccanismo
perverso
e contrario ad
alcuni princìpi
garantiti dall’Ue
ne europea e in petizioni popolari; ha firmato una lettera aperta al presidente della Commissione Manuel Barroso, al commissario europeo per la Giustizia Viviane
Reding; ha scritto al presidente Giorgio
Napolitano, a politici italiani, da Gianni Letta a Franco Frattini, all’ex ministro
della Giustizia Angelino Alfano e all’attuale Paola Saverino. Lo ha fatto sempre
per denunciare come i «genitori stranieri perseguiti rimangono spiazzati perché
non possono beneficiare dei principi giuridici europei del Regolamento di Bruxelles II bis, mentre ne subiscono tutte
le conseguenze negative, comprese quelle penali. Bisogna eliminare questo squilibrio giuridico e morale, che coinvolge
anche gli aspetti politici di questa situazione malsana. Se l’Unione Europea pretende di essere la patria dei diritti umani non può continuare ad accettare una
situazione simile nel settore della tutela
Conta più la tutela dell’ambiente
Come sia possibile che un paese come la
Germania che oggi in Europa ha un ruolo chiave nel destino di tanti paesi, sia
anche uno tra i primi a disattendere i
regolamenti dell’Aja è davvero difficile da
credere. «Molte cose in Germania funzionano a meraviglia. Penso alle procedure
per aprire nuove attività, al sistema fiscale. Tutte cose che bisognerebbe esportare.
Poi però ci sono sistemi come lo Jugendei minori e della genitorialità. Bisogna damt che praticano delle ingiustizie paleintervenire prima che si arrivi a una deri- si contro i minori e i genitori stranieri e
va nazionalistica insopportabile e incon- nessuno Stato ha il coraggio di affrontacepibile nell’Europa unita», dice a Tempi. re il problema e di andare contro la GerIl regolamento in questione è obbli- mania». E se nemmeno il governo del tuo
gatorio in tutti i suoi elementi e diret- paese è in grado di proteggerti allora si
tamente applicabile negli Stati membri capisce come questi genitori siano davvedal 1° marzo 2005. La Commissione sa ro abbandonati a loro stessi. «La cosa più
che lo Jugendamt non applica il regola- grave è che ci sono regolamenti e normamento ma il diritto di famiglia tedesco. tive sulla tutela dei minori, ma se non
Tuttavia, l’Unione Europea non dispone vengono rispettati non sono previste sandi competenze di controllo in tal senso. zioni. Pensi l’assurdità. Se uno Stato non
Ribadisce, però, che va prestata la massi- rispetta le leggi sullo smaltimento dei
ma attenzione all’interesse del fanciullo rifiuti, l’inquinamento, se non rispetta le
in tutte le azioni relative ai minori. «Pur- regole delle imprese, le normative di sicutroppo, però, ci sono dei paesi che fanno rezza nei luoghi di lavoro, allora fioccano
multe altissime. Cosa vuol
dire questo? Che evidente«Se uno Stato non rispetta le leggi sullo
mente la tutela dei minori
smaltimento dei rifiuti fioccano multe molto è meno importante di quesalate. Se non rispetta certi regolamenti
ste altre materie».
sulla tutela dei minori non accade nulla»
|
Daniele Guarneri
| 14 novembre 2012 |
23
IL NOSTRO UOMO
A PALAZZO
FARINA OSSERVATORE EUROPEO ALLE ELEZIONI UCRAINE
A Kiev comanda un semidittatore
grazie alla legge elettorale del Pd
di Renato Farina
H
o partecipato come osservatore del Consiglio d’Europa alle elezioni legislative
in Ucraina. Prima a Kiev e poi a Odessa. Boris Godunov, memore del battesimo della Rus’ celebrato a Kiev circa 1000 e 30 anni fa, si è immerso nelle acBORIS
GODUNOV
que materne. Qui alcuni appunti. (La politica in senso stretto, in fondo).
A Kiev i comizi finali sono a base di spettacoli con i cantanti. I militanti dei partiti arrivano inquadrati e imbandierati. È in lizza Shevchenko, per il partito (ma va?)
Forza Ucraina! Non sarà eletto.
Odessa. I primi seggi che siamo andati a controllare stavano in due carceri. Ci avevano avvertiti: faranno storie. Alle sei del mattino eravamo lì a esibire documenti e
sorrisi. Dopo molte telefonate e decine di porte e corridoi e rumore di chiavi e sibili di metal detector, entriamo in una biblioteca polverosa. Alle otto del mattino, in
tuta, ecco i prigionieri, quasi tutti giovani. In Ucraina tutti i detenuti votano, anche i condannati. In questo carcere fu ristretto Trot- Nel carcere femminile di Odessa il
skij. Il direttore ci dice che il cuore della prigione è la fabbrica di 90 per cento delle schede valide va
macchine agricole, il lavoro è di 40 ore settimanali. Il salario dipenal partito di Yanukovich. Deve aver
de dalla produttività. Se si sta sotto alla “norma”, non becchi niente. Si arriva però in media a circa 600-800 grivna al mese, tra i 55 e i promesso un’amnistia, o almeno è
75 euro. (Il salario delle guardie è di 3.000 grivna). Metà paga è trat- stata sparsa questa voce crudele
tenuta dallo Stato, il resto va su un conto bancario. Secondo seggio.
Carcere femminile. Sono ragazze, c’è una crosta di desolazione sul volto che non va
via, nessuna ride, solo silenzio. Sono 787, e di esse voteranno 783. Nel teatro, che ha
l’odore dei disinfettanti, stanno sedute in divisa blu, un foulard bianco a raccogliere
i capelli. I fiori sono finti. Tutto è tetro, poi improvvisamente, dietro l’angolo, un piccolo giardino, e fioriscono ancora le rose coltivate dalle detenute. Torniamo a sera
per lo scrutinio. Su 783 schede il 15 per cento bianche. Di quelle valide il 90 per cento va al partito del semidittatore Viktor Yanukovich, l’uomo che ha spedito in carcere Yulia Tymoshenko, con accuse a cui non crede nessuno. Dal risultato del carcere femminile capiamo chi vincerà le elezioni: lui. Nelle carceri si ha fiuto. Deve aver
promesso un’amnistia, Yanukovich, o almeno è stata sparsa questa voce crudele.
Odessa è la città sul Mar Nero dove ci fu la rivolta dei marinai della “Corrazzata Potëmkin” (e c’è la scalinata famosissima ormai irrimediabilmente fantozziana).
Odessa fu cosmopolita, genovese, ebrea, greca. I nazisti rumeni la invasero nel 1941 Viktor Yanukovich ha ottenuto
la maggioranza dei seggi con poco
e assassinarono decine di migliaia di ebrei. E sotto la cipria dei bei negozi italiani e lo più del 30 per cento dei voti
zucchero della splendida architettura liberty si sente che la terra è ferita e rimbomba ancora il grido delle madri. Nella chiesa cattolica di San Pietro due preti polacchi
celebrano Messa in inglese-francese-latino con canti bantu per la comunità di africani, indiani, filippini. Le lingue sono diverse ma si capisce che la solitudine è rotta, c’è
una febbre di vita nuova. Le studentesse arrivano dal Congo Brazzaville.
Ultimo appunto. Con l’opposizione in galera, Yanukovich è riuscito ad avere la
maggioranza dei seggi pur avendo poco più del 30 per cento. Come ha fatto? La legge elettorale prevede una parte proporzionale con liste bloccate, e il maggioritario
uninominale per collegi. Tale e quale la proposta del Pd. La stabilità è garantita, coTwitter: @RenatoFarina
me no?, un po’ meno la democrazia. |
| 14 novembre 2012 |
25
ESTERI
FOLLIA COMUNISTA
Il grande
balzo
all’inferno
Cinquant’anni fa l’epilogo dell’allucinante piano di
Mao per l’impossibile boom cinese. Un disastro da
decine di milioni di morti che la sinistra europea
non volle vedere. Cronaca della più grande strage
mai causata da un governo contro la propria gente
26
| 14 novembre 2012 |
|
ni erano stati impegnati nella produzione
di acciaio, e la mensa comune aveva esaurito quasi tutto il rimanente. Un giorno
un contadino aveva fatto irruzione nella
stanza del funzionario e si era gettato sul
pavimento, gridando che aveva commesso
un crimine orribile e voleva essere punito.
Alla fine era venuto fuori che aveva ucciso
il figlio piccolo e lo aveva mangiato. Con
le guance rigate di lacrime, il funzionario aveva fatto arrestare il contadino, che
poi era stato fucilato per dare un monito
agli assassini di bambini». Il funzionario
era più turbato che scandalizzato perché
perfettamente al corrente della situazione disperata di milioni di contadini. «Una
stima generalmente accettata della mortalità nell’intero paese si aggira intorno ai
trenta milioni», scriveva Jung Chang.
Fame, malattie e repressione
Nel 2010 è stato pubblicato il più autorevole e documentato studio scientifico sulla vicenda, opera dello storico olandese
Frank Dikötter, Mao’s Great Famine, che
attribuisce al presidente Mao la responsabilità per la morte di ben 45 milioni di
persone, per lo più falcidiate dalla fame e
dalla malattia, ma non solo: dai due ai tre
milioni di cinesi sarebbero stati picchiati o torturati a morte, o sommariamente
sottoposti alla pena capitale, per non aver
Nei tre anni del “Grande balzo in avanti”
non si moriva solo di stenti: dai due
ai tre milioni di cinesi sarebbero stati
torturati a morte o giustiziati per non
aver raggiunto gli obiettivi di produzione
raggiunto gli obiettivi di produzione fissati, per aver dichiarato pubblicamente che
erano irraggiungibili, o per aver osato criticare la politica del governo. Quest’anno è
apparsa la traduzione in inglese della prima ricerca opera di un autore cinese: Tombstone. The Great Chinese Famine 19581962 di Yang Jisheng, giornalista in pensio-
Foto: Gettyimages; AP/LaPresse
C
i si può dimenticare di commemorare
lo sterminio di 30-40 milioni di persone, prodotto della stupidità fanatica e dell’ideologia criminale di un regime? Sì, si può. È caduto quest’anno il cinquantesimo anniversario del più grande
disastro economico e della più grande
perdita di vite umane mai causata da un
governo ai suoi stessi cittadini, ma la grande stampa italiana non se ne è accorta. Cinquant’anni fa veniva messa fine al “Grande balzo in avanti”, la campagna di modernizzazione comunista dell’economia della
Cina imposta da Mao Zedong e attuata in
un misto di entusiasmo e di paura da centinaia di milioni di cinesi.
Per trent’anni il bilancio di morte di
quell’esperienza è rimasto gelosamente
custodito negli archivi del Partito comunista. Nel 1991, nelle pagine di Cigni selvatici, il capolavoro autobiografico di Jung
Chang, scrittrice cinese emigrata in Europa, si potevano finalmente leggere brani del seguente tenore: «Incontrai un vecchio collega di mio padre, un uomo cortese e capace, poco propenso alle esagerazioni: mi raccontò con grande emozione ciò che aveva visto durante la carestia,
in una comune. Era morto il trentacinque per cento dei contadini, e tutto ciò in
una zona in cui la messe era stata buona,
anche se si era raccolto ben poco: gli uomi-
Qui sotto, Mao Zedong durante un’ispezione
tra i campi della provincia di Henan, 1962
LA CONTA
Foto: Gettyimages; AP/LaPresse
La contabilità dei
morti provocati
dal “Grande balzo
in avanti” imposto
alla Cina da Mao
Zedong è rimasta
semisconosciuta
per decenni. Nel
1991 ne parlò
apertamente
Jung Chang nel
suo capolavoro
autobiografico
Cigni selvatici.
Più recentemente
hanno provato
a tracciare un
bilancio della tragedia lo storico
olandese Frank
Dikötter in Mao’s
Great Famine
(che ipotizza 45
milioni di morti)
e il giornalista
Yang Jisheng in
Tombstone. The
Great Chinese
Famine 19581962 (36 milioni).
ne dell’agenzia di stampa Xinhua, nonché
figlio di uno dei milioni di contadini che
persero la vita per sfinimento. Per un trentennio Yang, che aveva assistito di persona
alla morte per inedia del padre nel 1959,
ha creduto alla versione ufficiale dei fatti
secondo cui siccità, alluvioni e altri disastri naturali erano stati la causa di tante
perdite umane ed economiche. Dopo i fatti di piazza Tiananmen (1989) la sua fiducia cieca nelle autorità è entrata in crisi e
si è lanciato con tutte le forze nella ricerca
della verità sugli anni della grande care-
Hong Kong nel 2008 ma è ancora oggi vietato nel resto della Cina.
Come è potuta accadere una cosa del
genere e rimanere segreta per tanto tempo? Come ha potuto il mito del maoismo restare di moda in Europa per altri
vent’anni dopo quella catastrofe? Mao era
un genio del male. La sua
«Quando non c’è abbastanza da mangiare, la conoscenza delle debolezze
dell’animo umano (lo spirigente muore di fame. Allora è meglio lasciar to gregario, la propensione
morire metà della gente così che l’altra metà a sottomettersi a un capo,
la cedevolezza ai ricatti,
possa nutrirsi a sufficienza» (Mao Zedong)
stia. Grazie alle sue conoscenze è riuscito ad accedere a documenti riservati e a
stendere un testo di 1.200 pagine (l’edizione inglese è una “sintesi” di 629) che conferma tutte le peggiori ipotesi sull’accaduto. La sua stima finale sul numero delle
vittime è di 36 milioni. Il libro è apparso a
|
| 14 novembre 2012 |
27
ESTERI FOLLIA COMUNISTA
Come si organizza una tragedia
Tutto comincia alla fine del 1957, quando
Mao torna dal vertice mondiale dei partiti comunisti a Mosca (il primo dopo la
denuncia dello stalinismo) e lancia la sua
sfida all’Unione Sovietica di Kruscev per la
leadership del comunismo nel mondo. Il
leader russo aveva affermato che nel giro
di quindici anni l’Urss avrebbe superato
gli Stati Uniti sia nella produzione industriale che in quella agricola, Mao proclama che l’industria pesante e l’agricoltura
della Cina avrebbero superato quelle della Gran Bretagna nello stesso arco di tempo. A questo scopo ordina di raddoppiare
in un anno la produzione cinese di acciaio, di rivoluzionare le tecniche delle colture e dell’allevamento (sulla base delle teorie dello pseudo-scienziato sovietico Trofim Lysenko) e di riorganizzare il mondo
rurale in comuni popolari dove la proprietà privata sarebbe stata integralmente abolita: tutta la produzione andava consegnata a un’autorità centrale e
persino le cucine familia- Piante coltivate così densamente da soffocarsi
ri andavano smantellate e a vicenda, semi interrati all’assurda profondità
sostituite con mense popodi due metri, villaggi abbattuti per far posto a
lari che avrebbero provveimmense porcilaie che non funzioneranno mai
duto ai pasti dei contadini. In ogni cortile vengono costruite fornaci, alimentate da ogni bili delle comuni dichiarano alle autorità
tipo di legname, comprese porte e fine- di avere centrato e superato gli obiettivi di
stre delle case, e da ogni tipo di metallo produzione: «In molte località, quelli che
destinato alla produzione di acciaio, com- si rifiutavano di vantare grandi incremenprese padelle e utensili da cucina in fer- ti di produzione venivano percossi finché
ro e in ghisa. Cento milioni di contadini non cedevano. A Yibin, alcuni responsabisono obbligati a dedicarsi alla costruzione li di una unità di produzione furono legati
e all’alimentazione delle fornaci, trascu- e appesi con le mani dietro la schiena nelrando il lavoro dei campi. Le piante vengo- la piazza del paese, mentre i militanti li
no coltivate così densamente da soffocarsi bersagliavano di domande: “Quanto grano
l’una con l’altra e i semi interrati all’assur- siete in grado di produrre per ogni mu?”.
da profondità di due metri; villaggi sono “Quattrocento jin”. Poi dopo aver picchiaabbattuti per fare posto a immense porci- to il malcapitato ripetevano: “Quanto gralaie che non entrano nemmeno in funzio- no siete in grado di produrre per ogni
ne. In mancanza di personale specializzato mu?”. “Ottocento jin”. Ma neanche quella
dalle fornaci esce un materiale inutilizza- cifra impossibile era sufficiente. Il poveretbile, mentre la produzione agricola crolla to veniva picchiato ancora, o semplicemene milioni di persone si ritrovano senza un te lasciato appeso, finché alla fine rispontetto. Per paura di rappresaglie, i responsa- deva: “Diecimila jin”. A volte l’uomo veni28
| 14 novembre 2012 |
|
va lasciato morire perché si rifiutava di
aumentare la cifra, o semplicemente prima che riuscisse ad aumentarla abbastanza» (Cigni selvatici, pagina 284).
In breve la fantasia prende il posto della realtà, e i pochissimi che obiettano vengono eliminati: «Di tanto in tanto davanti
al nostro complesso si fermava un camion
carico di contadini con sorrisi da un orecchio all’altro, venuti a riferirci di qualche
fantastico record. Un giorno era un cetriolo prodigio, lungo quanto mezzo camion,
un’altra volta era un pomodoro che due
bambini riuscivano a trasportare a fatica. In un’altra occasione si trattava di un
maiale gigantesco che a stento si era riusciti a caricare su un camion (…). L’intera
nazione finì per parlare in un modo e comportarsi in un altro: le parole divorziarono
dalla realtà, dalla responsabilità e dai reali
pensieri della gente» (Cigni selvatici, pagina 285). Il grande successo totalitario del
maoismo sta nell’aver convinto un popolo intero a dubitare dell’evidenza: «Coloro
che non riuscivano a eguagliare i risultati
Foto: AP/LaPresse
il bisogno di approvazione) gli hanno
permesso di realizzare il capolavoro del
totalitarismo, quello che Hannah Arendt
descrive nel suo Le origini del totalitarismo: «L’efficacia della propaganda totalitaria mette in luce una delle principali
caratteristiche delle masse moderne. Esse
non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza, non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto
della loro immaginazione, che può essere
colpita da ciò che è apparentemente universale e in sé coerente».
Durante la carestia
provocata da Mao
la fantasia prese
il posto della
realtà. «Di tanto
in tanto davanti al
nostro complesso si
fermava un camion
carico di contadini
con sorrisi da un
orecchio all’altro,
venuti a riferirci di
qualche fantastico
record», racconta
Jung Chang in Cigni
selvatici. «Un giorno
era un cetriolo
prodigio, lungo
quanto mezzo
camion (…). In
un’altra occasione
si trattava di un
maiale gigantesco
che a stento si era
riusciti a caricare
su un camion»
Foto: AP/LaPresse
fantastici vantati dagli altri cominciarono
a dubitare di se stessi e a sentirsi in colpa.
Sotto una dittatura come quella di Mao,
in cui le informazioni erano tenute nascoste e manipolate o fabbricate di sana pianta, era molto difficile per la gente comune avere fiducia nella propria esperienza
e competenza (…). Era facile cominciare a
ignorare la realtà e riporre semplicemente
la propria fede in Mao» (pagina 283).
essere «opportunisti di destra», lo esonera dal suo incarico e lo pone agli arresti domiciliari, scatena in tutto il paese
la campagna contro gli «opportunisti di
destra»: a ogni provincia vengono assegnate «quote di arresti» da compiere come se
si trattasse di quote di produzione.
Seguono tre anni di fame e mortalità crescente in tutto il paese, ma Mao non
si commuove: «Quando non c’è abbastanza da mangiare, la gente muore di fame.
Allora è meglio lasciar morire metà della
gente così che l’altra metà possa nutrirsi a
sufficienza», dichiara senza vergogna. Nel
1962 finalmente viene messo in minoranza: alla Conferenza dei settemila quadri
afferma che la carestia ha cause naturali
per il 70 per cento e umane per il 30 per
cento, ma il presidente Liu Shaoqi ribatte
Maledetti «opportunisti di destra»
Le mense collettive consumano le riserve fino a quando non rimane più nulla,
il governo continua ad esportare all’estero i presunti surplus, e la carestia s’installa. All’ottavo plenum del Comitato
centrale del partito comunista a Lushan,
nel giugno 1959, il ministro della Difesa
Peng Duhai critica i risultati negativi del Grande
Dichiararono che non c’era carestia in Cina
balzo in avanti e chiede un
dopo
missioni sul posto il sinologo britannico
approccio più pragmatico
Joseph
Needham, il futuro presidente francese
all’economia: Mao accusa
François Mitterrand e il generale Montgomery
lui e i suoi sostenitori di
che è il contrario, cioè che le cause sono
umane al 70 per cento. Lui e Deng Xiaoping (allora segretario generale del partito) riescono a imporre una svolta pragmatica che, con l’abolizione delle comuni
e delle mense collettive e il ripristino dei
piccoli lotti privati, permette di tornare ad
accrescere la produzione alimentare. Mao
si vendicherà quattro anni dopo, scatenando la Rivoluzione culturale che emarginerà Deng e causerà la morte di Liu.
E Dario Fo vide «l’uomo nuovo»
Fra i successi storici della propaganda
maoista c’è quello di non aver permesso
per lungo tempo che filtrassero in Occidente gli orrori prima del Grande balzo
in avanti (1958-62) e poi della Rivoluzione culturale (1966-76). La chiave del successo, in entrambi i casi, consistette nell’invitare in Cina per visite sotto stretto controllo grandi personalità scientifiche e politiche della sinistra occidentale che, con rare
eccezioni, tornarono tutte a casa entusiaste di quello che avevano visto. Dichiararono che non c’era alcuna carestia in Cina
dopo missioni sul posto il famoso sinologo britannico Joseph Needham, il giornalista americano Felix Greene, il futuro presidente francese François Mitterrand e il
generale Montgomery. In Italia espressero
giudizi positivi sulla Rivoluzione culturale
dopo aver visitato la Cina personaggi come
Alberto Moravia, Dacia Maraini, Dario Fo,
Mario Capanna, eccetera. Moravia scrisse
che la Rivoluzione culturale gli infondeva
«sollievo» perché rappresentava un’«utopia
realizzata»; Dario Fo scrisse: «Qui da noi
l’uomo è una cosa, una merce (…). Da noi
c’è una divisione netta fra concetti come
bene, moralità e rapporti di produzione.
In Cina invece il mangiare, il bere, il vestirsi, i princìpi morali sono un tutt’uno. C’è
una concezione profonda della vita che
determina tutto quanto. C’è l’uomo nuovo
perché c’è una filosofia nuova».
Rodolfo Casadei
|
| 14 novembre 2012 |
29
ROSSOPORPORA
Quello che
il mondo
non afferra
La secolarizzazione che avanza e divide i fedeli.
Le ambiguità delle sette che seducono i cattolici
latinoamericani. La malizia dei media che fingono
di non capire. Dopo il Sinodo, i cardinali spiegano
qual è la nuova impresa missionaria della Chiesa
di Giuseppe Rusconi
S
24 novembre sarà un giorno
di gran festa per la Chiesa universale. Festa di colori, festa di suoni,
festa della diversità culturale nell’unità
della fede. Quel giorno Benedetto XVI creerà sei nuovi cardinali, provenienti quasi tutti da Chiese particolari di frontiera, impegnate concretamente a testimoniare sul terreno la loro fede. Perciò nel
concistoro pubblico assumerà un significato ancora più intenso del solito quel
passo, «usque ad sanguinis effusionem…
pro libertate et diffusione Sanctae Romanae Ecclesiae», che sarà pronunciato dal
Santo Padre prima dell’imposizione della berretta cardinalizia. Chi sono i sei
nuovi porporati? Lo statunitense James
Michael Harvey (1949, fin qui prefetto
della Casa pontificia, nominato arciprete di San Paolo fuori le Mura), il libanese
Béchara Raï (1940, patriarca della Chiesa maronita, grande difensore della presenza cristiana nell’area mediorientale),
l’indiano Baselios Cleemis Thottunkal
(1959, nativo del Kerala, capo della Chiesa siro-malankarese), il nigeriano John
Olorunfemi Onaiyekan (1944, arcivescovo di Abuja), il colombiano Rubén Salazar Gómez (1942, arcivescovo di Bogotá), il filippino Luis Antonio Tagle (1957,
30
abato
| 14 novembre 2012 |
|
arcivescovo di Manila). Con la creazione
dei sei nuovi cardinali il Collegio cardinalizio dal prossimo 24 novembre avrà
di nuovo 120 elettori, non uno di più. Se
con tale atto il Papa ha voluto evidenziare
principalmente che la Chiesa universale
è qualcosa di diverso e più entusiasmante rispetto alle note e travagliate vicende curiali di questi mesi, forse ha anche
voluto segnalare che il conseguimento
della dignità cardinalizia non dev’essere
più legato strettamente a consuetudini
che a volte sanno di carrierismo.
EVANGELIZZAZIONE. Dal 7 al 28 otto-
bre si è svolto il XIII Sinodo dei vescovi sul
tema della “nuova evangelizzazione per
la trasmissione della fede cristiana”. I 262
padri sinodali hanno portato la loro testimonianza e i loro suggerimenti attraverso interventi in aula (252 da parte di 237
padri), scritti (13), interventi liberi (un
centinaio), interventi nei “circoli minori”
linguistici. Papa Benedetto XVI ha parlato in cinque occasioni. 49 gli uditori (45
gli interventi, molti i laici), 45 gli esperti,
3 gli invitati speciali (tra cui il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Werner Arber), 15 i “delegati fraterni”
(anche il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e il primate della Comunione
anglicana Rowan Williams). Tra gli argo-
Foto: AP/LaPresse
Qui sopra, la Messa conclusiva del
Sinodo, celebrata dal Papa il 28
ottobre scorso in San Pietro.
A sinistra, il cardinale arcivescovo
di Vienna Christoph Schönborn,
eletto dall’assemblea nel Consiglio
della segreteria generale del Sinodo
menti emersi, oltre alla definizione, ai
modi, ai contenuti della nuova evangelizzazione, quelli della formazione degli
evangelizzatori, della famiglia, della parrocchia, del ruolo dei laici, del dialogo
ecumenico e interreligioso, della situazione (spesso precaria) dei cristiani nel mondo. Sono state elaborate 58 proposizioni finali (originariamente 326): presenta-
te al Papa – che ha del resto seguito personalmente buona parte degli interventi
in Aula Nervi – gli saranno utili per l’elaborazione della tradizionale esortazione
apostolica post-sinodale.
FERMENTI D’AUSTRIA. Tra gli eletti
dall’assemblea nell’importante Consiglio
della segreteria generale del Sinodo (tre
per continente) c’è il cardinale Christoph
Schönborn. Incontrandolo, ci dice subito che «la situazione dell’Austria cattolica è meno grave di quanto non dicano i
massmedia». Ottimo spunto, per l’ avvio
l’intervista. Rileva l’arcivescovo di Vienna: «La stampa ha l’abitudine di eviden-
ziare un aspetto particolare di un problema, presentandolo nell’ottica di una lotta senza esclusione di colpi. Certo per i
massmedia una situazione conflittuale
è benvenuta, così che la si possa trasformare in un “caso” e riempire pagine sotto titoli a caratteri di scatola». Eminenza,
si sa che in Austria preti e laici “del dissenso” non sono pochi (dalla “Pfarrer Initiative” a “Wir sind Kirche”) e sono anche
ben organizzati. «Molti massmedia estremizzano le loro proposte e proteste, dando loro un’importanza sproporzionata
rispetto a ciò che succede». I problemi sollevati sono però reali. «Sì, sono problemi
veri. Devo dire che noi vescovi condivi|
| 14 novembre 2012 |
31
QUELLO CHE IL MONDO NON AFFERRA ROSSOPORPORA
Foto: AP/LaPresse
Qui accanto, Benedetto XVI
ad Aparecida nel 2007.
Sotto, a sinistra, il cardinale
Odilo Pedro Scherer, arcivescovo
di San Paolo del Brasile e,
a destra, una manifestazione
pro aborto in Uruguay
diamo le loro preoccupazioni; però non
siamo d’accordo con le soluzioni indicate dai sacerdoti protestatari. Ad esempio
la diminuzione del numero dei sacerdoti
è un grande problema, che deriva anche
dalla denatalità della popolazione (escluso qualche movimento particolarmente
aperto alla vita): per noi il rimedio a tale
situazione è un nuovo slancio missionario della Chiesa intera. Questa è la nostra
proposta, che viene ignorata dai massmedia… non è interessante per loro, non prospetta lacrime e sangue, forse non riescono a capirla perché non vivono quotidianamente la vita della Chiesa». A Vienna,
la Sua diocesi, la Chiesa è già missionaria? «Da tempo, ad esempio a Vienna e a
Salisburgo, siamo impegnati in un nuovo cammino di evangelizzazione. Constatiamo che tale nuovo slancio porta dei
frutti, forse non così da prima pagina
come lo sarebbe l’abolizione del celibato obbligatorio… che però è una questione su cui è la Chiesa universale, non quella austriaca, che deve decidere». Eminenza, tra le rivendicazioni non manca quella dell’ordinazione sacerdotale delle donne. «Il beato papa Giovanni Paolo II ha
detto chiaramente che per la Chiesa l’accesso delle donne al sacerdozio è esclu-
so. Non vale la pena di discutere su questo; parliamo invece di ciò che è possibile fare». Cioè? «Ad esempio a Vienna troviamo già molte più donne in funzioni di
responsabilità ecclesiale rispetto a tante
altre diocesi. Siamo infatti convinti che
alla Chiesa le donne possano apportare
un grande plusvalore, assumendo incarichi non legati al ministero sacerdotale».
Eminenza, lei ha già incontrato personalmente rappresentanti dei preti del dissenso? Ad esempio monsignor Helmut Schüller, iniziatore della Pfarrer Initiative, si è
lamentato anche recentemente che non
sia stato fissato nessun “incontro di dialogo” con la Conferenza episcopale austriaca. «Monsignor Schüller può dire quello
che vuole. La realtà è che lui è membro
del Consiglio presbiterale dell’arcidiocesi di Vienna. Di tali proposte abbiamo
parlato ampiamente nell’ultima seduta e
anche nella penultima. Però come vescovi
abbiamo dovuto fissare dei paletti. Se ad
esempio qualcuno ha dichiarato esplici-
tamente di disobbedire alla Chiesa, come
è per i firmatari dell’Appello alla disobbedienza del giugno 2011, non potrà assumere incarichi di rilievo all’interno delle
nostre strutture».
Passiamo a un altro argomento delicato. Cento anni fa, nel 1912, l’islam veniva legalmente riconosciuto nell’Impero
austro-ungarico. Tra le iniziative in corso spicca quella del suo incaricato diocesano per il dialogo interreligioso che ha
promosso uno scambio di prediche. «Penso che questo parroco, che parla perfettamente il turco, sia molto efficiente. Prima ha invitato un imam per una predica in parrocchia, poi è stato invitato in
moschea per la predica del venerdì. Veramente un fatto positivo». Eminenza, si
tratta di un’occasione unica? «No. L’iniziativa si inserisce nel quadro di una serie
di incontri regolari tra sacerdoti e imam,
in cui si discute dei problemi, delle preoccupazioni della gente e si condivide
il lavoro pastorale grazie a uno scambio
di esperienze. C’è anche altro…». Altro?
Il sessantasettenne cardinale Schönborn
sorride compiaciuto: «Sono state create
due squadre di calcio, quella degli imam
e quella dei preti. Hanno già giocato alcune partite. E i preti hanno vinto!».
CERTEZZE SUDAMERICANE. Un altro
tra i cardinali eletti (è una conferma)
dall’assemblea nel Consiglio sinodale è
il sessantatreenne Odilo Pedro Scherer,
arcivescovo di San Paolo del Brasile. Lo
incontriamo in una pausa dei lavori del
Sinodo per aprire una parentesi sul continente con il maggior numero di cattolici.
Eminenza, la secolarizzazione legislativa
dilaga anche nell’America latina. In Uruguay, dove il 17 ottobre il Senato ha confermato il voto della Camera, è stato legalizzato l’aborto. Nel suo paese, il Brasile,
la bozza di riforma del codice penale prevede pure la stessa legalizzazione. È una
deriva questa che si può ancora bloccare
oppure sembra inarrestabile? «La tendenza è inarrestabile, nel senso che ormai
emerge dappertutto, grazie
al gran lavoro delle lobby
Scherer: «Le lobby abortiste argomentano
che ovunque cercano di far
che bisogna adeguarsi al progresso dei paesi avanzare le proprie idee,
sviluppati. Ma perché sarebbero migliori
da noi non diversamente
i paesi che adottano leggi contro la vita?»
che da voi in Europa. Che
|
| 14 novembre 2012 |
33
ROSSOPORPORA QUELLO CHE IL MONDO NON AFFERRA
poi tale tendenza riesca a imporsi subi- «Questi gruppi evangelici attirano i nostri
to nelle legislazioni nazionali è ancora da cattolici con metodi che non sono nostri,
vedere. C’è un argomento utilizzato dal- ispirati al consumismo, alla logica del
le lobby che purtroppo fa molta presa, mercato, a una religiosità che punta molquello secondo il quale bisogna adeguar- to sul soggetto con i suoi bisogni materiasi al progresso dei paesi sviluppati: non si li e le sue emozioni. Noi non possiamo
deve restare indietro! Ma perché dovreb- utilizzare tali metodi, poiché al centro
bero essere migliori, più sviluppati i paesi dell’annuncio troviamo Dio, Gesù Cristo,
che adottano leggi contro la vita, facendo il Vangelo, la persona umana». Ma al Sinostrame della dignità umana?». Alla seco- do si è parlato dell’America latina? «Guarlarizzazione legislativa si accompagnano di, il nome Aparecida è stato pronunciato
cifre nazionali che preoccupano: in Brasi- molte volte anche in questo Sinodo, perle, secondo il censimento del 2010, i catto- ché ciò che si è detto e deciso ad Aparecilici sarebbero scesi in quarant’anni dal 90 da nel 2007 si riflette sulla Chiesa intera».
al 65 per cento della popolazione. «È vero La conferenza latino-americana svoltasi
che ormai parecchi cattolici non si rico- nel celebre santuario mariano ha dunque
noscono più nella Chiesa. Abbiamo però lasciato tracce concrete? «Certo, in Braanche qualche dubbio sui risultati dell’ul- sile e in tutta l’America latina. Vediamo
timo censimento». Per quale motivo? «Il ad esempio il discorso sul rinnovamenmetodo utilizzato per le domande è stato to missionario, che è stato al centro del
poco trasparente, ambiguo. Detto questo, Sinodo: la Chiesa o è missionaria o non è
devo comunque riconoscere che le per- la Chiesa di Cristo. La Chiesa deve porre
centuali altissime del passato non corri- sempre in primo piano la testimonianza
spondevano a un’uguale pratica religiosa. di Gesù Cristo nel mondo».
Forse oggi con più onestà quelli che già
non frequentavano le chiese riconosco- INNI SACRI E GARIBALDINI. Lasciamo
no chiaramente di non essere più cattoli- per un momento l’attualità spesso dramci. È chiaro che questi dati ci preoccupa- matica e occupiamoci di una piacevole
no molto». Quali le ragioni principali del iniziativa promossa dentro le mura leocalo? «La svolta culturale in atto incen- nine. Martedì 25 settembre è stato pretrata sull’esplodere del soggettivismo, sentato un cd singolare, il primo di una
l’avanzata della secolarizzazione. Non a nuova collana frutto della collaboraziocaso il gruppo che cresce di più negli ulti- ne tra Edizioni Musei vaticani e la casa
mi anni è quello dei “non religiosi”, che discografica Carosello Records: sono 36
raggiungono ormai l’8 per
cento della popolazione».
Scherer: «I gruppi evangelici attirano i nostri
Che dire della crescita delcattolici con una religiosità che punta alle
le comunità evangeliche,
emozioni. Al centro del nostro annuncio invece
che in trent’anni sono passate dal 6 al 23 per cento?
c’è Dio, Cristo, il Vangelo, la persona umana»
34
| 14 novembre 2012 |
|
minuti di melodie famose
e care, legate in particolare al Risorgimento italiano
(c’è anche l’Inno di Garibaldi) e alla Prima Guerra mondiale ed eseguite
dalla Banda della Gendarmeria (cento professionisti diretti dal maestro Giuseppe Cimini), costituita
nel 2007 dal comandante Domenico Giani con il favore dell’allora presidente del
Governatorato cardinale Giovanni Lajolo.
Che incontriamo alla presentazione. Eminenza, è solo un caso che questo cd, inteso come un omaggio all’unità d’Italia,
venga presentato in prossimità dell’anniversario della presa di Roma da parte dei
piemontesi? «È un caso – sorride il porporato – ma spesso Cristo, che è Signore anche della storia, fa in modo che essa
contenga risvolti provvidenziali». Perché
un omaggio in musica? «La musica è connaturale al popolo italiano, che purtroppo è assai poco stimolato in questa sua
dote, già a partire dalla scuola». Continua
il presule settantasettenne: «La musica è
un formidabile elemento fondamentale
dello spirito umano. Si fa comprendere da
tutti, non solo si ascolta ma permane; grazie alle buone emozioni suscitate, come
nel nostro caso, costituisce uno stimolo
per l’unità dei cuori. Chi può dimenticare le melodie, da La leggenda del Piave a
Quel mazzolin di fiori che abbiamo imparato fin da piccoli?». Nel cd c’è molto Verdi: La Vergine degli angeli, Va’ pensiero e
altri brani… «Giusto così, poiché Verdi è la
voce più alta e più nobile del Risorgimento musicale». Eminenza, si può connotare
in qualche modo il cd come sacro? «Direi
di sì, poiché sacra è la musica e sacra è
l’Italia. Purtroppo – rileva il diplomatico
di carriera – constato che all’unità d’Italia non si dà la giusta attenzione da parte di tante forze politiche, sociali, culturali. L’unità d’Italia è sacra così come lo è la
Costituzione italiana, un documento laico, ma di una laicità indubbiamente connotata anch’essa dal sacro». n
Foto: AP/LaPresse
Il cardinale Giovanni
Lajolo da presidente del
Governatorato vaticano
nel 2007 “benedisse” la
nascita della Banda della
Gendarmeria, orchestra
di cento professionisti che
lo scorso 25 settembre
ha presentato – presente
lo stesso Lajolo – un cd
con 36 brani musicali
molti dei quali legati al
Risorgimento italiano
NEL DETTAGLIO
REALTÀ VIRTUALE E REALTÀ REALE
Li avevamo presi tutti nella Rete
ma neanche a Grillo basta il clic
M
Malacoda, ci siamo infilati in una situazione paradossale. Fatti che dovrebbero farci gioire per la loro efferatezza si rivoltano invece contro di noi
per il semplice fatto di essere fatti. Non ti perdere nel gioco di parole, torna
sempre ai basilari: la realtà ci è nemica, la materialità dell’esistenza non coincide con
il materialismo. Un uomo che dice “le cose ci sono” è avviato su una strada pericolosa, il riconoscimento di chi le fa essere: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Il nostro principale nemico non è lo spiritualista, ma il realista, perché in virtù del suo realismo è obbligato a riconoscere l’esistenza dello spirito. Secoli di materialismo non
ci sono bastati per sfuggire a questa inesorabile dinamica. Ci siamo allora inventati
la realtà virtuale. Devo ammettere, un colpo di genio. Non essere così rozzo da confonderla con la fantasia: la fantasia è un’arma potente con cui conoscere il mondo, la
realtà virtuale è una via di fuga. Il colpo ci è riuscito alla grande, complice più che le
nuove tecnologie della comunicazione la filosofia che viene loro appiccicata addosso.
Una recente indagine demoscopica inglese attesta che il 47 per cento dei ragazzi ammette di sentirsi e presentarsi molto diPossiamo convincerli a vivere nell’astrattezza verso online e di trovare più facili le relazioni virtuali rispetto a quelle reali. Si
finché non accade loro un fatto inaspettato:
incontrano in Rete e si chiamano “amiun innamoramento. Per noi diavoli ha questo
ci”. Il problema è che la Rete mostra tutdi negativo, l’innamoramento: oltre al cuore
ta la sua inadeguatezza, come la realtà,
ma fermandosi un gradino prima. Se la
trascina gli occhi, la bocca, le mani, tutto
realtà ha bisogno di “altro” per essere
affermata come tale, la rete mostra tutta la sua virtualità ed evanescenza nel disperato bisogno di realtà che afferma. Beppe Grillo non si è accontentato dei milioni di contatti sul web, che pur lo rendono ricco, è andato personalmente nelle piazze siciliane
a guardare in faccia la gente e a raccogliere in una scatola di cartone quella cosa così
materiale nel suo simbolismo che è una croce su un foglio di carta.
Ma l’aggettivo “disperato” ha riscontri più evidenti nell’impossibilità di consumare una vita online. Latina: sorprende il convivente collegato su Facebook e, colta da gelosia, lo ferisce al petto con un coltello da cucina. Rivoli: un uomo ha scoperto il suo
rivale in amore tramite Facebook e lo ha aggredito dal vivo, ferendolo a coltellate. Singolare che il cronista sottolinei “dal vivo”. Non bastava una mail, un tweet, un omicidio virtuale su Second life? Quelle coltellate, che dovrebbero farci piacere, sono invece
la condanna a morte delle nostre illusioni. Possiamo convincere un uomo o una donna a vivere nell’astrattezza, a impigliarsi in una Rete, finché non succede loro un fatto inaspettato (anzi molto aspettato ma non calcolabile): un innamoramento. L’innamoramento ha questo di negativo per noi diavoli: oltre al cuore trascina gli occhi, la
bocca, le mani, tutto. Chi uccide per amore si dice lo faccia in preda a un cieco furore,
ma l’accecamento viene dopo la visione, l’accecamento è una perversione della visione. È l’ultima arma che ci resta, ma è il sigillo sulla nostra sconfitta.
In fondo, anche il mondo virtuale non sfugge al giudizio di uno dei nostri principali nemici del secolo scorso, Thomas S. Eliot: «Sognano sistemi talmente perfetti da
rendere inutile all’uomo essere buono».
Caro nipote, ritentiamoci (nel senso della tentazione, non del tentativo).
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
io caro
|
LE NUOVE
LETTERE DI
BERLICCHE
| 14 novembre 2012 |
37
COSE DA
OCCIDENTALI
MISURE CONTRO LA VITA
I termini
di un inganno
planetario
di Stefano Spinelli*
I
ha avuto grande risonanza la risoluzione adottata il 21
settembre 2012 dal Consiglio dei
Diritti dell’uomo presso le Nazioni Unite,
titolata “mortalità e morbilità materna
prevenibile e i diritti umani”, mediante
la quale avrebbe trovato ingresso a livello
internazionale un nuovo “diritto all’aborto”, seppure con modalità subdole.
Un diritto del genere è ovviamente fortemente contrastato a livello internazionale, specie dai paesi islamici e da
quelli tradizionalmente cattolici, oltre
che dalla Santa Sede, che presso le Nazioni Unite ha un osservatore permanente nel nunzio apostolico Silvano Maria
Tomasi. Il suo riconoscimento come
“diritto umano” è invece prepotentemente voluto da una intensa attività di lobbying, ad esempio da parte dell’International Humanist and Ethical Union (Iheu) –
di cui fa parte, per capirci, l’Uaar (Unione Atei e Agnostici Razionalisti) – la cui
presidente Sonia Eggerickx ha rivendicato il contributo dato dall’organizzazione
all’odierna risoluzione.
Ma vediamo di capire di cosa si tratti esattamente e quali effetti possa produrre. Il Consiglio dei Diritti dell’uomo è un organo intergovernativo ope-
38
n questi giorni
| 14 novembre 2012 |
|
rante nell’ambito dell’Onu, ed è composto da 47 membri che hanno il compito
di promuovere e rafforzare la protezione dei diritti umani nel mondo. Del Consiglio fa parte, dal 2011, anche l’Italia,
che dunque è corresponsabile della risoluzione incriminata, allineandosi alla
scelta fatta dagli altri paesi dell’Unione
Europea. La risoluzione ha per obiettivo
la riduzione del tasso mondiale di mortalità e di morbilità delle donne, nel corso della maternità.
A dire il vero, essa non contiene un solo accenno espresso
all’aborto, ma richiama più
e più volte «la salute sessuale e riproduttiva» e «i diritti
legati alla procreazione» delle donne. In particolare, si legge nel testo, «il Consiglio accoglie con soddisfazione l’elaborazione, da parte dell’alto
commissario Onu per i diritti
umani, Navi Pillay, di una Gui- Navi Pillay, alto commissario Onu per i diritti umani
da Tecnica, diramata in luglio,
riguardante il perseguimento dell’obiet- i diritti alla salute sessuale e riproduttitivo di ridurre la mortalità e la morbili- va», affinché in ogni piano nazionale sia
tà materne, mediante un approccio fon- «realmente assicurato l’accesso univerdato sui diritti dell’uomo». Detta Guida sale» a «interventi essenziali per miglioinclude espressamente, tra le buone pra- rare la salute materna», come «servizi di
tiche conformi agli obblighi scaturen- pianificazione familiare», «gestione delle
ti dai diritti umani, quelle di «garantire gravidanze inattese, includendo l’acces-
Foto: AP/LaPresse
Si scrive salute riproduttiva femminile e tutela
della maternità. Si legge contraccezione
e ricorso più ampio possibile all’interruzione
di gravidanza. Ecco come l’Onu prova a far
passare l’aborto come diritto umano inviolabile
tire; scelta che deve trovare, nei vari paesi, un servizio sanitario adeguato che lo
soddisfi (così il tema si lega anche a quello dell’obiezione di coscienza, che non
deve comunque arrivare a pregiudicare
l’esercizio dell’aborto).
Ciò precisato, si leggano questi passi della risoluzione adottata il 21 settembre 2012, nel corso della ventunesima sessione del consiglio Onu per i diritti umani: «È necessario rafforzare con
urgenza la volontà e l’impegno politico, la cooperazione e l’assistenza tecnica a tutti i livelli, al fine di ridurre il tasso mondiale di mortalità e di morbilità
materne evitabili, che è inaccettabile»;
«l’utilizzo di un approccio fondato sui
diritti dell’uomo può contribuire positivamente alla realizzazione dell’obiettivo, che è di fare abbassare quel tasso».
Foto: AP/LaPresse
so a servizi di aborto sicuro, dov’è legale, e cura post-aborto». L’approccio alla
salute materna basato sui diritti umani
impone precise «responsabilità agli Stati
per assicurare servizi disponibili, accessibili, accettabili e di qualità». Si sottolinea
quindi che «se le leggi sull’aborto sono
eccessivamente restrittive, le risposte da
parte dei fornitori di servizi, polizia e
altri attori possono scoraggiare chi cerca
aiuto» (in tal caso, l’aiuto sarebbe quello
da offrire alla donna che abortisce).
Procreazione consapevole?
In sostanza, viene affermato l’obbligo per
gli Stati di dotarsi di normative che favoriscano l’accesso delle donne che lo chiedano all’aborto. Risulta quindi chiaro
cosa intendano, le Nazioni Unite e i documenti che vi fanno riferimento, per diritto alla salute sessuale e riproduttiva: ossia
Autodeterminazione a senso unico
Di conseguenza il Consiglio «invita gli
Stati a rinnovare l’impegno politico e a
raddoppiare gli sforzi per garantire, pienamente ed efficacemente, il rispetto
degli obblighi in tema di diritti umani
(…), ivi compresi gl’impegni relativi alla
salute sessuale e riproduttiva ed ai diritti legati alla procreazione (…), in particolare gli obiettivi concernenti il miglioramento della salute materna, la promozione dell’uguaglianza dei sessi e l’autodeterminazione della donna, specialmente
prevedendo, nel budget nazionale, delle
risorse sufficienti ai sistemi di salute, fornendo l’informazione e i servizi necessari
in materia di salute sessuale e riproduttiva delle donne e delle giovani»; invita tutti i soggetti interessati (governi, organizzazioni regionali e internazionali) «a diffondere e
Ricondurre l’aborto alla categoria dei diritti
ad utilizzare la Guida Tecumani significa dare ad esso l’imprinting
nica», e l’Alto commissario
internazionale, così da avere nei singoli
per i diritti umani «a elaboordinamenti locali più potere di moral suasion rare un rapporto sui modi
in cui la Guida Tecnica è
diritto a una procreazione consapevole e attuata dagli Stati e dagli altri soggetti
responsabile, mediante uso di contraccet- interessati, che sarà presentato al Consitivi e soprattutto mediante il ricorso, il glio» alle prossime sessioni.
Come si vede, l’oggetto del documenpiù esteso e facilitato possibile, all’aborto
to internazionale lega l’ipotesi di partencosiddetto sicuro.
Nessuna attenzione è dedicata, in det- za, riguardante la riduzione delle probleta nozione, all’aborto in quanto tale, che matiche di salute materna, alla necessità
– pur nell’assoluto tacere degl’illumina- che i paesi prevedano normative e strutti umanisti internazionali – continua ture idonee a consentire l’aborto, insia essere la soppressione di una nascen- nuando che i cosiddetti aborti illegali – e
te vita umana. Una grande importan- la mancanza di quelli “sicuri” – siano la
za, invece, viene assegnata all’idea di causa dei problemi alla salute materna.
In sostanza, il problema della salu“responsabilità” della procreazione, che
include anche quella di autodetermina- te materna – invece di essere individuazione della donna nello scegliere di abor- to nelle malattie legate alla gravidanza
|
| 14 novembre 2012 |
39
COSE DA OCCIDENTALI MISURE CONTRO LA VITA
La Santa Sede contro le lobby
della “cultura della morte”
Il nunzio
apostolico
Silvano Maria
Tomasi,
osservatore
permanente
della Santa
Sede all’Onu
«La Santa Sede non approva alcun tipo di strumento
legislativo che dia riconoscimento giuridico all’aborto. Molti
Stati all’Onu sono stati influenzati dalla prevalente “cultura della morte” che vede il valore della vita umana dalla
prospettiva della sua utilità o del suo contributo al funzionamento economico della società». Nei giorni in cui il consiglio
Onu per i Diritti umani varava una risoluzione che dietro
l’apparente nobile obiettivo di combattere la “mortalità
e morbilità materna” celava un’apertura all’inserimento
dell’aborto tra i diritti umani, il nunzio apostolico Silvano
Maria Tomasi ribadiva a tempi.it la posizione della Santa
Sede. L’arcivescovo Tomasi, che è osservatore a Ginevra dal
2003, ha detto che «a nessun tentativo volto a legalizzare
l’aborto si può accordare una “legittimità morale”» e che «ci
sono due culture a confronto: una che parte dalla natura e le
sue leggi e l’altra emersa dalla rivoluzione sessuale del Sessantotto e incentrata sulla soddisfazione dell’individuo senza
che assuma la responsabilità delle conseguenze delle scelte
che opera». «La giusta rivendicazione dei diritti della donna
– ha detto ancora l’alto prelato – entra nel dibattito culturale condizionata però da un’interpretazione che sostenga
la nuova cultura. La radice della difficoltà mi pare stia qui,
nella visione diversa della persona umana e della sua vera
dignità. Ricordo che quando partecipai alla Conferenza del
Cairo su popolazione e sviluppo nel 1994, molti governi, organismi multilaterali, compresi alcuni all’interno del sistema
delle Nazioni Unite, come anche organizzazioni non governative, hanno sistematicamente cercato di modificare il
termine “salute sessuale e riproduttiva” e hanno poi inserito
“salute e diritti sessuali e riproduttivi” in diversi documenti
delle Nazioni Unite e di organizzazioni internazionali. Ad
oggi, comunque, nessun strumento giuridico vincolante delle
Nazioni Unite ha riconosciuto tale diritto». Anche se resta
forte l’influenza della lobby che sponsorizza questi diritti e
che «gode di un buon appoggio finanziario e mediatico».
La realtà capovolta
Ma le stesse stime sono inattendibili,
come dice il nunzio apostolico Tomasi:
«Una relazione del 2010 dell’Oms dimostra che, nel corso del 2008, tre paesi che hanno permesso l’aborto “legale”, cioè, Guyana, Etiopia e Nepal, avevano un numero significativamente più elevato di Quella assunta dal consiglio dei Diritti
mortalità materna per 100
mila nati, di tre paesi, del- Onu pare essere la stessa dinamica che
le loro rispettive regioni, ha portato all’introduzione dell’aborto in
che non hanno permesso Italia, al grido di “mai più aborti illegali”
l’aborto, cioè, Cile, Mauritius e Sri Lanka». A questa palese distor- troduzione dell’aborto in Italia, al grisione della realtà si aggiungono consi- do di “mai più aborti illegali”, indipenderazioni legate genericamente ai dirit- dentemente dal fatto che ciò comporti,
ti delle donne e di scelta “responsabi- come effetto collaterale, la soppressione
le” della maternità; nonché all’esigenza del frutto del concepimento. Solo che ora
di riduzione dell’esplosione demografi- queste considerazioni vengono affermate
ca, attuata mediante la regolamentazio- a livello di diritti umani, con la forza prone delle nascite, anche di quelle non volu- pria di detto riconoscimento, capace di
te ed anche mediante il ricorso agli abor- imporsi, nel tempo e nello spazio, a tutti
ti cosiddetti terapeutici (che non curano i paesi e alle culture mondiali.
nulla, ma sopprimono una futura vita
L’utilizzo della locuzione «salute sesportatrice di handicap).
suale e riproduttiva», dunque, non serÈ una sorta di déjà-vu. Quella assunta ve ad altro che a sdoganare, nell’uso del
dal Consiglio dei Diritti Onu pare essere linguaggio internazionale e nell’operala stessa dinamica che ha portato all’in- tività concreta degli organismi interna40
| 14 novembre 2012 |
|
zionali, la pratica della contraccezione e
dell’aborto come diritti umani, alla pari
dei diritti contenuti nelle carte internazionali dei diritti, come il diritto alla
vita, alla libertà e alla sicurezza della
persona, come l’eliminazione della pena
di morte o della schiavitù, come il riconoscimento della libertà religiosa, come
il divieto a trattamenti disumani, come
il diritto di eguaglianza, quello di cittadinanza, come il diritto di fondare una
famiglia, e così via. Insomma, una contraddizione in termini.
Quali sarebbero gli effetti
Vediamo quali effetti comporta un riconoscimento internazionale del diritto
all’aborto come diritto umano. La risoluzione in oggetto attribuisce agli obiettivi
di salute sessuale e riproduttiva, nei termini visti, le classiche metodiche garan-
Foto: AP/LaPresse
(tra le quali non può certo essere ricompresa la gravidanza stessa, neppure quella non voluta, come sembrerebbe ascoltando alcune lobbies pro aborto), e nella «fragilità delle infrastrutture sanitarie,
assenza di personale preparato, ambiente
medico insano, mancanza o insufficienza di servizi e attrezzature per l’emergenza medica e chirurgica», che sono le cause
principali individuate dall’Organizzazione mondiale della sanità; invece di essere orientato a salvare la vita della madre
e del figlio – viene ricondotto, alla fine,
all’obiettivo di garantire il più possibile
l’accesso all’aborto.
Esistono stime che circolano a livello internazionale, come quelle diffuse
dalla rivista medica The Lancet, secondo
le quali circa 350 mila donne muoiono
ogni anno per complicazioni dopo il parto o per aborti in condizioni non sicure,
accomunando di fatto il parto all’aborto,
come se fossero ipotesi del tutto analoghe da trattare allo stesso modo, e rivendicandosi per entrambe l’esigenza di
un miglioramento dell’offerta sanitaria,
senza porsi soverchi problemi sul fatto
che con l’aborto non si fa nascere qualcuno, ma lo si sopprime; come se il futuro bambino non fosse – a sua volta – titolare di medesimi diritti a livello internazionale volti alla riduzione della mortalità e morbilità infantili.
Foto: AP/LaPresse
tistiche dei diritti umani, al fine di raggiungere con maggior efficacia gli scopi
individuati. La teorica dei diritti umani
rappresenta il più alto livello e la più alta
espressione del tentativo umano di perseguire il bene stesso dell’uomo, di tutelare
ciò che per lui è essenziale, al punto tale
da dover essere riconosciuto e affermato come inviolabile, anche contro i diritti vigenti e scritti dei singoli ordinamenti
particolari, presenti o futuri.
Detta teorica nasce infatti dopo gli
orrori delle due guerre mondiali (in particolare con la Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino e con le singole
carte costituzionali del Novecento), quando ci si è resi conto che i singoli ordinamenti positivi non erano di per sé garanzia di giustizia, occorrendo affermare, a
livello sovranazionale, un numero minimo di diritti fondamentali appartenenti all’uomo in quanto tale, generalmente condivisi e comunque affermati come
indispensabili per far sviluppare libertà e
giustizia; un nucleo di tutele da perseguirsi indistintamente in tutti i paesi, anche
in quelli ove i medesimi diritti umani siano in vario modo disconosciuti.
Quando si parla di diritti umani,
insomma, il riferimento è a un orizzonte
che sta oltre il mero diritto stabilito dai
singoli Stati. Il riconoscimento dei diritti umani si propone di guidare ciascun
ordinamento giuridico e il relativo diritto, così come tutti i singoli ordinamenti
particolari ed i loro diritti, verso binari
corrispondenti al contenuto di un diritto affermato come superiore, verso una
giustizia che né il diritto attuale, né quel-
della pretesa come diritto umano diventa facilmente il mezzo per far introdurre nei singoli paesi nuovi diritti calati
dall’alto che probabilmente non troverebbero riscontro diversamente.
Vi è poi un’altra, più incisiva conseguenza. Riconoscere un diritto all’aborto come diritto umano significa assolutizzarne la garanzia e la tutela. Quasi tutti gli ordinamenti dei paesi hanno ormai
depenalizzato l’aborto e ne regolamentano – chi più, chi meno – l’esercizio, in
presenza di date condizioni. In particolare, in Italia, la legge 194 è stata il frutto del tentativo (malriuscito) di bilanciare i diritti che spettano anche al nascituro con quelli inviolabili della madre.
Purtroppo, di fatto, l’esperienza concreta dimostra spesso il contrario, per l’evanescenza dei motivi di salute della donna che possono legittimarlo, ivi compresi i motivi psichici e quelli legati a mere
circostanze economiche.
Ma ciascun paese ben
può decidere di non rendeSi rovesciano i termini del problema.
re legittimo l’aborto e ha
L’aborto non è un male da evitare ed
comunque discrezionalieventualmente da consentire solo a date
tà in ordine alle condiziocondizioni, ma un bene da incentivare
ni di legittimazione, che
possono essere anche mollo futuro, né il diritto di nessun paese, to restrittive. Invece, l’affermazione di
oggi o domani, potrebbe disconoscere. Si un diritto all’aborto come diritto umano
pensi quale grado di ingiustizia compor- significherebbe qualificarlo come preteterebbe il fatto di assumere erroneamen- sa garantita che ogni singolo paese deve
te, a livello di diritti umani, diritti contro riconoscere, tanto che – se non lo facesl’uomo e il suo bene. Il massimo tentativo se – sarebbe disumano, e significherebdi giustizia per l’uomo si trasformerebbe be pretenderne la fruibilità in termini
nella più incredibile esperienza di ingiu- più ampi possibili, assicurando le struttustizia che l’uomo possa mai conoscere: re pubbliche e i servizi che ne permettasummus jus, summa iniuria.
no l’esercizio.
Non si potrebbe ritenere l’aborto
L’obiettivo di influenzare gli Stati
una pratica da evitare e da sottoporre a
Ciò accadrebbe qualora un diritto cogenti limiti di esercizio (di tempo e di
all’aborto venisse espressamente affer- situazioni), oppure prevedendo per esso
mato come diritto umano. Per il momen- varie restrizioni, perché ciò violerebbe
to, la risoluzione e la maggior parte dei l’affermato diritto umano (il documento
documenti dell’Onu non sono giuridica- internazionale approvato lo lascia intenmente vincolanti per gli Stati, a meno dere chiaramente, quando afferma che
che gli accordi non siano negoziati come «se le leggi sull’aborto sono eccessivatali per gli stati che li ratificano. Così non mente restrittive, le risposte da parte dei
è per la risoluzione, che è qualificabile fornitori di servizi, possono scoraggiare
come documento di monito o richiamo chi cerca aiuto»). Si rovesciano i termini
per gli Stati. Ma è evidente che l’assunzio- del problema. L’aborto non è un male da
ne di un tale diritto in documenti ufficia- evitare ed eventualmente da consentire
li dà il via a procedure che favoriscono e solo a date condizioni, bensì un bene da
incoraggiano progressivamente l’allinea- perseguire e da incentivare, sì da renderlo facilmente accessibile a chi lo voglia.
mento dei vari paesi.
In sostanza, ricondurre un diritto Da facoltà concessa in termini di bilanall’aborto alla categoria dei diritti umani ciamento di diritti, diventerebbe diritto
significa dare ad esso l’imprinting inter- assoluto da garantire in ogni paese. Con
nazionale, così da avere, nei singoli ordi- effetti devastanti. n
namenti locali, una più penetrante capa
*avvocato, autore di I diritti umani
cità di moral suasion. La qualificazione capovolti (Fede & Cultura)
|
| 14 novembre 2012 |
41
COSE DA OCCIDENTALI MISURE CONTRO L’AMORE
Il sesso
senza sesso
Prima l’abbiamo svuotato inseguendo la sua
vacua “liberazione”. Poi ci siamo dovuti
difendere con il lattice e con la chimica dalla
sua pericolosa banalizzazione. Così la nostra
civiltà sta neutralizzando la fecondità dell’eros
Pubblichiamo un brano tratto da Il sesso
spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente (Lindau) di
Roberto Volpi, statistico esperto di demografia e temi socio-sanitari, già autore per
il Foglio di un’inchiesta sull’argomento. Il
volume è disponibile nelle migliori librerie.
di Roberto Volpi
I
ntendiamoci, la riproduzione sessuale a
livello individuale non ha mai avuto
né mai potrà avere come obiettivo le
prospettive demografiche degli Stati, la
tenuta della popolazione e cose così. La
riproduzione sessuale è dei singoli individui e i singoli, le coppie, guardano a se
stessi e ai loro piuttosto immediati dintorni, se posso esprimermi così. Com’è
del tutto logico e naturale, del resto. (…)
Ma se l’espressione della sessualità dei
singoli, il tipo e la frequenza dei loro rapporti sessuali sono tutte cose che riguardano gli individui e solo loro l’insieme,
in una comunità, in una popolazione, di
queste espressioni, di queste tipologie e
di questi rapporti non è più una faccenda che possa riguardare solo e soltanto i
singoli individui. Anzi, non è più una faccenda che tocchi principalmente loro. Il
paradosso del momento storico che stiamo attraversando (…) è che gli Stati non
42
| 14 novembre 2012 |
|
hanno fatto altro che mettere in campo siderate. Né del resto potevano esimersi
mezzi di protezione dei rapporti sessuali, dal varare leggi che rendessero a un temsegnatamente per evitare concepimenti e po lecito e facile l’uso dei contraccettivi
nascite, che stanno dando i loro più tena- e, in presenza di certe, in verità alquanci frutti, in termini di depressione del- to vaghe, condizioni, lo stesso ricorso
la fecondità, proprio quando più sarebbe all’interruzione volontaria di gravidanza.
necessario riportarla in efficienza, ren- E tuttavia gli Stati più che soggetti sono
dendo molto più difficile riuscire in un stati interpreti di movimenti e processi
tale intento. Gli effetti demoche hanno investito le società
grafici dei mezzi contraccettivi,
occidentali in modo particolaIL SAGGIO
che poi sono quelli che più conre a partire dagli anni ’60 per
tano per le varie realtà naziol’eguaglianza femminile, per i
nali, sono stati a tal punto condiritti civili e per quelli di parsistenti che si è dovuto da più
ticolari minoranze, come i gay,
parti intervenire quasi a rotappunto, e che, anche come
ta di collo per evitare una cataconseguenza della diffusione
strofe demografica anzitempo,
del benessere e dell’istruzione,
giacché quegli effetti una volta
hanno posto espressamente il
bene avviati si trascinano quagrande tema della piena libertà
si per inerzia e le politiche per
sessuale, della più ampia e libecontrastarli sono di lunga lena IL SESSO
ra espressione della sessualità.
SPUNTATO
e di non sicuro effetto.
E il tema della libertà sessuaHo detto degli Stati, ma non R. Volpi
le non poteva a sua volta afferLindau
so se il soggetto sia davvero 16 euro
marsi se non congiuntamente
azzeccato. Certo gli Stati non
a quello di un’altrettanto piehanno fatto da spettatori nell’avanzata na protezione contraccettiva dei rapporincalzante di una tendenza culturale, di ti sessuali che evitasse il rischio di graquella moderna mentalità che ha mirato vidanze e figli non voluti. Di tutto quee mira a rendere sicuri i rapporti sessua- sto complesso intreccio di questioni si è a
li e responsabile la scelta dei figli e insie- lungo indugiato (ecco semmai la responme a scongiurare in ogni modo possibi- sabilità degli Stati, intesi come governi e
le concepimenti inaccorti e nascite inde- istituzioni) a cogliere soltanto gli aspet-
ti più nobili e positivi, senza però riuscire a scorgere a quali altre conseguenze,
meno nobili e positive, e oltretutto meno
innocue, essi potevano, a certe condizioni, portare. Di quei processi e movimenti si è raccolta la sfida sul piano della liberazione sessuale, nei termini soprattutto
della contraccezione, e della conseguente protezione prima di tutto dei rapporti
a rischio, e lì normalmente ci si è fermati, senza riuscire a ipotizzare che cosa, su
altri piani, quella liberazione sessuale per
un verso e quella protezione dei rapporti
sessuali per l’altro implicavano o potevano implicare. Stiamo ancora assistendo,
pressoché inerti, alla formidabile caduta di senso della sessualità e dei rapporti sessuali, alla banalizzazione dell’una e
degli altri, senza neppure renderci conto,
ancora, di quel che è avvenuto e sta avvenendo in tutto l’Occidente sotto questo
aspetto e della sua prorompente portata. E, anzi, opponendo a questa caduta, a
questa banalizzazione, la medicina tutta
tecnica, sapienziale e fredda, ma nient’affatto sentimentale e valoriale, della cosiddetta educazione sessuale (…).
Evitare il concepimento, ma anche
evitare le malattie che si trasmettono sessualmente. Ecco il duplice scopo dei mezzi di protezione dei rapporti sessuali ed
ecco altresì, a rimorchio, il duplice sco-
po dell’educazione sessuale: insegnare a
evitare il concepimento, insegnare a evitare le malattie collegate al sesso, proteggendosi con qualcuno dei tanti mezzi che sono oggi disponibili, a cominciare dalla pillola e dal preservativo: anzi,
meglio, accoppiando pillola e preservativo a protezione di ogni rapporto sessuale
tra maschio e femmina. Al massimo della
banalizzazione dei rapporti sessuali non
poteva non corrispondere la ricerca del
massimo della protezione. Perché non
sfugge ad alcuno, credo, che più il sesso è
banalizzato, praticato in modo estemporaneo e occasionale, e più può essere pericoloso, cosicché la protezione dei rapporti sessuali ha da essere ancora più ferrea.
a letto la sera stessa, non ha con sé, cosicché si rivestono (anche lei, per solidarietà) e corrono con l’auto al primo distributore, ma è guasto, alla prima farmacia, ma la trovano chiusa, idem per quanto riguarda il primo drugstore, cosicché
la corsa non è quel vado e torno che pensavano ma una roba che quando si conclude ha letteralmente svuotato entrambi del desiderio iniziale; tant’è che decidono di rimandare ad altra occasione. La
donna era protetta dalla pillola, sul versante riproduttivo, ma senza il preservativo dell’uomo non si sentiva evidentemente protetta sotto il profilo delle possibili
infezioni. Né si sentiva protetto l’uomo,
che infatti non prova neppure a obiettare, ma si precipita, con la donna al seguiUna scenetta ammazza-desiderio
to, alla ricerca del preservativo. AttenzioMi è capitato di vedere un film america- ne, perché di queste paure non v’è traccia
no, del quale non ricordo il titolo, in cui nella scena, non ci sono frasi che anche
un uomo e una donna sui trent’anni fini- soltanto vi alludano di sfuggita: la manscono a letto dopo aver cenato ed essere canza del preservativo spiega tutto e tutto
anche un po’ su di giri, quand’ecco che giustifica, tutto di quel che segue è assosul più bello lei domanda del preservati- lutamente implicito in questa mancanza:
vo, che lui, forse non pensando di finire semplicemente non si può fare sesso senza preservativo, anche se i
due, pur se di fresca conoAssistiamo alla caduta di senso dei rapporti
scenza, scommetterebbero
senza rendercene conto. Anzi, opponendole la l’uno sull’altra. Ma tant’è,
medicina fredda, nient’affatto sentimentale e vanno in bianco, preferiscovaloriale, della cosiddetta educazione sessuale no andare in bianco che
|
| 14 novembre 2012 |
43
MISURE CONTRO L’AMORE COSE DA OCCIDENTALI
rinunciare alla doppia protezione dei
rapporti sessuali: riproduttiva, che c’è, ed
epidemiologica, che invece non c’è.
(…) Per quel che mi preme sottolineare
la scena che ho raccontato basta e avanza,
anche se siamo in America e non in Italia,
e anche se forse in Italia i due trentenni
avrebbero dato una risposta diversa alla
mancanza del preservativo. La necessità
della protezione nei rapporti sessuali tra
uomo e donna non è, come si lascia volentieri intendere, indipendente da come
questi rapporti sono intesi, sentiti e praticati, in un determinato momento storico e in una determinata società. Non c’è
la necessità di una protezione assoluta,
sempre e comunque del cento per cento,
indipendentemente da tutto il resto: ambiente, situa- È la protezione ad avere un senso prima e più
zioni, soggetti. Anche se è
che i rapporti sessuali stessi. Se hai rapporti
questo ciò che si insegna
espressamente proprio sessuali banali ma protetti, il valore della
con l’educazione sessuale: protezione riscatta il disvalore della banalità
la protezione “über alles”.
La realtà è che il rischio riproduttivo ed in più sedi, di ridare spessore e valore al
epidemiologico connesso ai rapporti ses- sesso e ai rapporti sessuali, ma insistono
suali è tanto più alto quanto più sono a pressoché unicamente sulla necessità delrischio quei rapporti, ovvero quanto più la protezione in quanto tale, sulla necesquei rapporti sono occasionali, estempo- sità di una forte, diffusa, efficace proteranei, privi di ogni pulsione anche vaga- zione che ha finito così non soltanto per
mente sentimentale. Non c’è la necessi- acquisire un valore in sé e per sé, indità di una protezione assoluta, almeno per pendente da ogni altra considerazione,
quel che riguarda il versante epidemiolo- ma anche un senso che è andato addiritgico, se non all’interno di una banalizza- tura oltre quello del sesso e dei rapporti
zione assai spinta dei rapporti sessuali nel sessuali. È la protezione dei rapporti sesloro complesso in un dato momento stori- suali oggi ad avere un valore e un senso,
co e in una determinata società. E sicco- prima e più che non il sesso e i rapporti
me, se proprio non siamo nel pieno della sessuali in quanto tali. I rapporti sessuabanalizzazione del sesso ci siamo perico- li, anzi, sono riscattati e nobilitati dalla
losamente vicini un po’ in tutto l’Occiden- protezione contraccettiva. Se hai rapporte, ecco che l’educazione sessuale diventa ti sessuali banali ma protetti non c’è prosempre più estesa e istituzionalizzata (e blema perché il valore della protezione
non è così necessario che per esser tale si riscatta il disvalore della banalità, cosictraduca in un qualche insegnamento sco- ché la banalità dei rapporti sessuali è un
lastico pienamente riconosciuto), mentre disvalore solo e soltanto in mancanza delsui mezzi di comunicazione di massa si la protezione dei rapporti sessuali, non in
passa da una campagna di sensibilizzazio- sé, non di per sé.
ne alla contraccezione all’altra (…).
Si guardi, per capirci, ai tanti opuscoli di educazione sessuale della Sigo, la
Quegli opuscoli per le ragazzine
Società italiana di ginecologi e ostetrici
Ora, vorrei che si considerasse che questa che si rivolgono soprattutto a un pubblieducazione, queste campagne di sensibi- co femminile e di giovane, se non addilizzazione, così come gli stessi richiami rittura giovanissima, età. Basta andare
più diversificati e diffusi che al riguardo sul sito e aprirne uno a caso per rendersi
s’incontrano a ogni angolo, non partono, subito conto che tutta l’educazione concome pure dovrebbe essere, dall’esigenza siste unicamente nella protezione, non
di mettere in guardia dai rapporti sessua- c’è alcun altro centro, oggetto, aspetto
li banali, dal sesso banalizzato che inevi- problematico, nessun’altra avvertenza.
tabilmente fa lievitare il rischio di incon- Sei molto giovane? È la prima volta? A
tri pericolosi su entrambi i piani, ripro- maggior ragione devi pensare a protegduttivo ed epidemiologico, non partono gere la tua sessualità, a maggior ragiocioè dal tentativo culturale, variamen- ne i tuoi rapporti sessuali debbono essete articolato e declinato da più soggetti, re responsabili nel senso esclusivo di ben
protetti, vuoi forse giocarti la vita restando incinta (è infatti rivolto molto più alla
donna, alla ragazza, alla giovane, assai
più blandamente ai loro corrispondenti maschili che guardano questi e simili opuscoli) o prendendoti una brutta
malattia che si trasmette attraverso il
sesso? Si tratta di opuscoli nei quali, non
certo per caso, la parola amore non appare neppure per sbaglio, assente da argomentazioni ed esemplificazioni pedagogiche dominate dalla parola sesso e dalle correlate espressioni: lo scadimento
di senso del sesso viene riscattato, nella
concezione che si ricava dall’insieme di
questa pubblicistica tanto più povera dal
punto di vista culturale ed emotivo quanto più tecnica e specializzata, dalla pienezza di senso della protezione.
A chi la responsabilità
Sento già l’obiezione, che si traduce nella domanda se debbano essere ostetrici e ginecologi e più in generale medici
e personale sanitario a farsi carico di un
diverso, e più completo e difficile, orientamento dell’educazione sessuale e sentimentale degli adolescenti e dei giovani.
Non dovrebbero forse essere le famiglie, e
semmai la scuola, a fornire un’educazione di maggior spessore, umanità, densità psicologica? L’obiezione non è certo di
quelle peregrine. Il fatto è che al grande
disorientamento che percorre tutta questa problematica, e che si riversa sui giovani e gli adolescenti attraverso consigli
e ammonimenti incapaci di riempire il
vuoto di umanità, sensibilità e calore con
quel poco di biologia e fisiologia che contengono, peraltro accompagnato da un
nozionismo tecnico contraccettivo freddo
e distante che svilisce ogni slancio sentimentale e perfino sessuale, a questo grande disorientamento, dicevo, la medicina
ha aggiunto del suo. n
|
| 14 novembre 2012 |
45
CULTURA
IL TEMPO DELLA CREATIVITà
Investire
in bellezza
Dalle aste milionarie alle fiere “low cost”,
il mondo dell’arte offre sempre più alternative
a chi è in cerca di un dividendo. Economico ed
estetico. I consigli per orientarsi in un mercato
che oggi più di ieri punta sulla qualità
I
l quadro che fa il suo ingresso, la base
d’asta dichiarata come un dettaglio
che presto verrà spazzato via, il martelletto del battitore pronto a consacrare le offerte spesso avanzate da anonimi
milionari collegati via telefono. Il copione andato in scena qualche settimana fa
da Sotheby’s a Londra ricalcava quello con
cui tanti capolavori sono assegnati in passato a personaggi dal portafoglio agile e
dal gusto deciso. Lo stesso copione con cui,
nel maggio scorso, la casa d’aste ha assegnato l’Urlo di Munch (una delle quattro
versioni esistenti) per 120 milioni di dollari. Bruscolini se paragonati ai 250 milioni di dollari che la famiglia reale del Qatar
ha sborsato per una versione dei Giocatori di carte di Paul Cezanne in una transazione privata resa nota solo mesi dopo.
All’inizio del 2011 gli sceicchi polverizzarono il record di prezzo più alto mai pagato per un’opera d’arte, fino ad allora detenuto da Numero 5 di Jackson Pollock venduto per 140 milioni di dollari nel 2006.
Il 12 ottobre scorso è stata la volta di un
altro record: la cifra più alta mai pagata in
un’asta per il quadro di un artista vivente. Per 21,3 milioni di sterline (pari a 34,2
milioni di dollari) è stato infatti assegnato
a un anonimo milionario (il gossip artistico parla di un collezionista russo) il dipinto Abstraktes Bild (809-4), opera del pitto-
46
| 14 novembre 2012 |
|
re tedesco Gerhard Richter e appartenuto a Eric Clapton. Il musicista pagò quella
tela poco più di tre milioni di dollari nel
2001. Nel frattempo Richter è diventato
uno dei pittori più apprezzati dal mercato e le retrospettive dedicategli dalla Tate
Modern e dal Centre Pompidou l’hanno
reso noto anche al grande pubblico. Risul-
tato: uno dei dipinti astratti che il maestro tedesco affianca alla altrettanto florida produzione figurativa, viene pagato
una cifra enorme, grandiosa, tale da uscire dai giornali di settore e sfondare le pagine dei quotidiani generalisti, come una
meteora che arrivi a rivelare la presenza di
un mondo bizzarro, sconosciuto e apparentemente del tutto impermeabile alla crisi. C’è
ancora qualcuno che di soldi
ne ha. E parecchi, osserva l’uomo della strada. Ma davvero
basta un capolavoro venduto
per un sacco di soldi a dire che
il mercato dell’arte non sente
la crisi? Oppure ci sono confini ed equilibri che si stanno
ridisegnando in un universo
che, come è evidente, non è fatto solo di collezionisti sceicchi,
ma anche di appassionati di
medio livello o semplicemente
di risparmiatori che cominciano a pensare a nuovi modi per
investire qualche gruzzoletto?
«Di certo quello dell’arte
si è rivelato un mercato anticiclico», osserva a Tempi Claudio Borghi, economista ed editorialista del Giornale e docente di Economia degli intermediari finanziari ed Economia e mercato dell’arte presso la Cattolica di Milano.
«Nel 2008 c’è stato un accenno di calo dei
prezzi, ma si è trattato più che altro di
una pulizia del mercato. Tanti nomi che
andavano bene grazie a un’euforia generalizzata sono venuti meno ed è cominciata una selezione sulla qualità. L’ingres-
Foto: Sotheby’s; AP/LaPresse
Sopra, Abstraktes Bild (809-4) di Gerhard
Richter, battuto all’asta per 21 milioni
di sterline da Sotheby’s. A lato, l’edizione
romana di Affordable Art Fair. Nell’altra
pagina, visitatori di fronte a La Damme du
Chien, opera degli anni Venti di K. Van Dongen
so dei cosiddetti nuovi ricchi, provenienti dall’Est Europa o dai paesi arabi ha anzi
alzato ancora di più l’asticella, tanto per
gli artisti internazionali quanto per gli
italiani». Negli stessi giorni in cui si batteva il già citato Richter, infatti, l’asta di
20th Century Italian Art faceva registrare
un top price per Piero Manzoni (Achrome,
1959), acquistato per 4 milioni di sterline
da Stefan Ratibor di Gagosian.
«Quella dell’arte – spiega Giovanni
Bonelli, giovane direttore dell’omonima
galleria d’arte contemporanea con sede
a Mantova – è una galassia in cui ci sono
diversi pianeti. Ci sono fasce di collezioni
diverse, progetti culturali diversi e potenziali clienti diversi. In questo momento ci
sono certo in atto dei ridimensionamenti, ma anche delle opportunità. Quella ad
esempio per una galleria d’arte di rivedere i propri progetti, di ricalibrarli, magari
ridurre le spese a favore di un progetto più
preciso. La crisi serve a selezionare».
I pianeti diversi hanno anche pubblici
e fini diversi. Perciò non ci sono solo le aste
“stellari”, ma anche fiere o manifestazioni
che fanno dell’accessibilità economica il
proprio punto di forza. È il caso di Affordable Art Fair, la fiera di arte contemporanea
nata una decina di anni fa e ora diffusa in
17 città del mondo proprio con l’intento
di proporre arte “low cost”, con pezzi che
non superano i cinquemila euro. Limite di
spesa a parte, è l’approccio stesso a presentarsi come accessibile, nel senso di semplice, immediato. Il sito di AAF, la cui prima
edizione romana si è conclusa a fine ottobre (10 mila visitatori e circa 500 mila euro
di opere vendute), è espressamente rivolto
a chi vuole avvicinarsi al mondo dell’arte,
con tanto di istruzioni su cosa scegliere
|
| 14 novembre 2012 |
47
il tempo della creatività cultura
di acquistare e come farlo. «Manifestazioni come Affordable Art Fair – riprende Borghi – possono essere utili per selezionare i
gusti di un certo pubblico e, per i galleristi,
per capire su quali artisti puntare. Spesso
in quelle occasioni si trovano più che altro
dei complementi d’arredo. Però a volte si
trovano giovani interessanti. Io stesso ho
acquistato all’AAF di Milano un’opera molto bella di Isabella Maria Vergani, un’artista molto promettente. C’è posto per tutti».
Come scegliere?
C’è posto anche perché cresce l’interesse intorno all’arte, in special modo quella contemporanea. E questo accade, secondo il professor Borghi, perché si è verificato un cambiamento che ha rivoluzionato
il settore, allargandone ei confini e modificandone le regole. È il cambiamento tecnologico, ed è da lì che bisogna partire per
capire cosa si è mosso nel mercato dell’arte nell’ultimo decennio, come Borghi argomenta nel libro che uscirà a gennaio per
l’editore Sperling & Kupfer. «La banda larga di internet ha consentito il trasferimento di immagini di altissima qualità. Così
si è aperta a tutti la visione del mercato.
Sembra una banalità ma non lo è. Prima
era l’esperto d’arte che doveva andare nella casa d’asta, confrontare il prezzo con
quello trovato in galleria, andare alle fiere. Per sapere i costi e confrontarli doveva
andare fisicamente nei posti giusti. Adesso gran parte di questa trafila si può saltare grazie alle nuove tecnologie. Anche il
signor Rossi ormai può sapere facilmente
che un quadro di un certo tipo in asta non
è impossibile da trovare a 100 e questo gli
dà un potere contrattuale diverso quando si trova di fronte a un mercante che gli
chiede 300.». Così l’arte assume sempre di
più le caratteristiche di un investimento.
«Se di un bene posso conoscere e confrontare i prezzi – puntualizza Borghi – non
sto spendendo ma sto investendo. Oltretutto col vantaggio che stiamo parlando di un
bene reale: un quadro può conoscere oscillazioni di prezzo ma non fallisce, né si svaluta con l’inflazione».
Come scegliere allora? Le fiere, anche
le più piccole, possono essere un buon
modo per iniziare. Oppure si può affidarsi ad un art advisor, una sorta di consulente che prende per mano sia il collezionista alle prime armi o che quello più maturo aiutandolo ad orientarsi nel mercato.
«Ma prima di tutto – osserva Borghi – bisogna informarsi, studiare e poi aprire bene
gli occhi e il gusto, perché non si può scegliere se non ciò che ci conquista. Il quadro ha un dividendo estetico. Non è saggio
acquistare un’opera solo perché si pensa
Alcune opere esposte alla
Affordable Art Fair, la fiera
di arte che propone opere
sotto i cinquemila euro.
Dall’alto, Willy Rojas,
Sunny Side Up; Christina
Thwaites, Cousins; Franca
Giovanrosa, cittàltra #35;
Prat Pons, Sugar free
dopo dieci anni uno si esibisce ai matrimoni degli amici e l’altro vende dischi in tutto il mondo è legittimo porsi delle domande. E la domanda è: chi ha incontrato questo artista? Che progetti ha portato avanti?». Ed è qui che Bonelli osserva con amarezza quanto il mercato italiano sia ingessato quando si tratta di scoprire e far crescere nuovi talenti. «I musei sono pochi e
gli investimenti sull’arte contemporanea
bassissimi. In più, in un momento in cui
ci sono sempre meno soldi dalle istituzioni, i privati che fanno qualcosa non vengono valorizzati. Basti pensare che negli
Stati Uniti un’azienda che voglia donare
un’opera a un museo ha degli importanti
sgravi fiscali e da noi niente».
che salirà di prezzo. Il quadro ci farà compagnia per un bel po’ di anni». Tanto dalla parte di chi compra, quanto da quella di
chi vende il discorso della qualità ritorna
centrale. «In un momento non semplice –
rilancia Bonelli –, dove comunque la passione di un collezionista medio deve confrontarsi con ristrettezze economiche che
prima non c’erano, fiere come AAF possono essere interessanti, ma serve una selezione. Sono convinto che ci sono dei giovani che costano poco e sono di grande qualità, però se dopo un certo periodo di tempo costano ancora poco vuol dire che c’è
qualcosa che non funziona. Se ci sono due
amici che cantano, entrambi bravi, ma
Un bene di lusso o culturale?
Come accade in tanti altri campi i momenti difficili impongono chiarezza su quale idea si abbia del paese e dei suoi talenti. «Consideriamo l’arte un bene di lusso o
un bene culturale? Le accademie che ogni
anno fanno diplomare centinaia di ragazzi cosa le teniamo a fare se non siamo in
grado di proporre un mercato in cui i giovani artisti che valgono possano trovare
spazio?». Per Giovanni Bonelli la provocazione apre alla sfida da raccogliere in prima persona. Per questo il 29 novembre
aprirà una piccola succursale della propria galleria mantovana a Milano, quartiere Isola, in via Porro Lambertenghi 6,
nello spazio che fu di un tempio dell’underground come Binario Zero. Si parte
con una mostra sull’architettura radicale
degli anni Settanta quando professionisti
lungimiranti cominciavano a ragionare
sulla città sostenibile. «Ci buttiamo nella
mischia, convinti che in un momento così
si debba rischiare su progetti coraggiosi».
A proposito di nuovi progetti: a Milano
ha appena aperto Cantiere del Novecento,
nella storica sede della Banca Commerciale Italiana in piazza della Scala sono esposte 189 opere provenienti dalla collezione
di Banca Intesa San Paolo. «Sotto – osserva
Borghi – nel caveau dove un tempo c’erano
i soldi, adesso ci sono i quadri. Direi che è
una immagine significativa».
Laura Borselli
|
| 14 novembre 2012 |
49
cultura il tempo della creatività
sky lancia arte hd
A tu per tu
coi maestri
C
E poi: cosa è arte e cosa
non lo è? C’è da corrugare la fronte, scomodare letture critiche
e magari libri del liceo. Oppure si può
iniziare a guardare e a godersela, l’arte. Consumando le scarpe tra mostre e
musei oppure prendendo in mano il telecomando. Perché la risposta a quelle pur
sacrosante domande non può che venire da un’esperienza e oggi i modi perché
quell’esperienza diventi realtà in grado di
coinvolgere sono sempre nuovi. A cominciare dalla televisione. È in fondo con questi presupposti e con l’idea che l’arte possa essere proposta in maniera popolare e
fruibile che è nato Sky Arte HD, il primo
canale televisivo italiano dedicato all’arte
in tutte le sue declinazioni, visibile dal primo novembre a tutti gli abbonati Sky (che
dispongono dell’HD nel proprio abbonamento) nei canali 130 e 400.
L’esordio del nuovo canale, nei giorni in cui cade il cinquecentesimo anniversario della conclusione della Cappella Sistina, ha visto come protagonista proprio Michelangelo, interpretato da Rutger
Hauer nella docufiction Il cuore e la pietra. Quella dedicata al maestro è una delle
produzioni originali del canale, che volutamente abbracciano una varietà di campi e di pubblici. C’è spazio per l’arte contemporanea, con Potevo farlo anch’io, con
il critico Francesco Bonami e il conduttore
Alessandro Cattelan insieme in un viaggio
nelle diverse esperienze sensoriali che l’ar-
50
os’è l’arte?
| 14 novembre 2012 |
|
Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte HD
– è un grande impegno perché raccontare l’arte in televisione, in tutte le sue
sfaccettature e in maniera nuova e originale, è una grande scommessa. Ma l’Arte, nelle sue molteplici espressioni, sia
antiche che contemporanee, sia colte che
popolari, è un’esperienza che migliora la
te contemporanea suggerisce, provoca e vita e offre un serbatoio infinito di storie
stimola tra capolavori spesso incomprensi- appassionanti che siamo fieri di offrire al
bili, kitsch, folli o di una semplicità disar- nostro pubblico».
mante. C’è il teatro con attori affermati,
Sky Arte HD si avvarrà del contribuemergenti o in erba che nella produzione to di Enel, main sponsor del canale e dei
Atto Unico, hanno l’occasione di mettere suoi programmi di punta, come è accaduto per Michelangelo. Il cuore e la pietra,
in scena il monologo della loro vita.
e che parteciperà attivamente alla realizA ciascuno il suo programma
zazione di produzioni ad hoc come Corti
E ancora la fotografia dei grandi italiani, di luce e gli speciali dedicati a Enel Condai fotoreporter ai paparazzi; e poi street temporanea, il progetto di arte contemart, musica, architettura design. L’obiet- poranea promosso dall’azienda. Sky Arte
tivo è di riunire in un unico palinsesto ha stretto delle partnership con festival,
molteplici espressioni artistiche per rivol- mostre e fiere, per raccontare i principagersi tanto agli appassionati quanto ai li eventi culturali italiani, quali il Festicuriosi che potranno avvicinarsi all’arte valetteratura di Mantova, Roma Euroin un modo nuovo attraverso le grandi pa Festival e Artissima. In base a un’inproduzioni internazionali (Sky Arts, BBC, dagine di mercato, la corazzata austraChannel 4, Arte, PBS, Sundance Channel) liana stima che Sky Arte HD possa risule, appunto, quelle originali del canale. tare interessante per l’8 per cento circa
«Quello che ci prendiamo – ha spiegato della popolazione italiana (60 per cento
donne e 40 per cento uomini). 4.200.000 persone con
«Quello che ci prendiamo – ha spiegato
14 anni o più, un pubblico
Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte HD – è trasversale per età e risorse
un grande impegno perché raccontare l’arte economiche, e con alto titoin tv in maniera originale è una scommessa» lo di studio.
Sopra, a sinistra,
una scena della
docufiction
Michelangelo. Il
cuore e la pietra;
a destra, Marina
Abrahmovic; a
lato, Jim Morrison
l’italia
che lavora
Un’idea
grande
per i piccoli
Due amiche, anni di lavoro dipendente e poi
un giorno il coraggio di aprire un’attività nuova,
più adatta per tempi e contenuti alla famiglia
che cresce. Storia di Titti, Daria e uno spazio
per mamme e papà moderni. Come una volta
C
i sono certe idee che accarezzi per un
sacco di tempo, magari insieme
all’amica che condivide con te l’intuizione che anima le chiacchiere del
sabato mattina tra donne. E poi ci pensano le circostanze, o semplicemente una
vita che cambia, a incastrare i pezzi di
un puzzle sempre lasciato incompleto.
Per Daria Polledri e Titti Orlandi è andata più o meno così. Amiche, mamme e
imprenditrici. Esattamente in quest’ordine di tempo.
Per Titti una laurea in Giurisprudenza
e l’impegno costante (che va avanti ancora oggi) nell’azienda di famiglia attiva nel
settore agricolo. Per Daria la professione
di pubblicitaria dopo gli studi in Econo-
52
| 14 novembre 2012 |
|
mia e commercio. In mezzo, per entrambe, molti viaggi all’estero ma con la bussola sempre ben orientata su Milano. Nel
passato di Daria c’è stata pure una partecipazione a Donnavventura, il format
televisivo di viaggio al femminile in giro
per il mondo. Daria vi partecipò nel 2006.
Destinazione: Africa. Ma la vera avventura
l’aspettava una volta tornata a casa. Perché, dopo otto anni a testa bassa nel campo della pubblicità, arriva un bambino e
in quel momento a Daria succede quello che succede a molte donne nella stessa situazione: «Ho capito che non potevo
né volevo più mantenere i ritmi di prima.
Così ho iniziato a cercare un lavoro più
adatto a me, come tempi e come conte-
nuti». A quel punto si passano al setaccio
le passioni, le forze e soprattutto le amiche. Daria e Titti hanno in comune il fatto di avere dei bambini (oggi sono a quota due a testa) e nutrire uno spiccato interesse per l’ambiente. Milano, da diversi
anni a questa parte, è terra fertile per tutto ciò che è biologico, sostenibile, filiera
corta e “verde” in senso lato. «Però secondo noi mancava – spiega Daria a Tempi –
uno spazio in cui tutto questo mondo fosse declinato rispetto alle esigenze di bambini e genitori. E fosse fatto in maniera
divertente e bella».
Titti e Daria, infatti, non ci stanno
all’idea che rispettare l’ambiente significhi costringere i figlioli a sollazzarsi
con tristi giocattoli o scialbi vestiti organici, con un’attenzione che se mette a
posto le coscienze dei grandi mortifica il
divertimento dei piccoli. Così si impegnano a immaginare un posto in cui vendere oggetti attenti all’ambiente (dal cibo
ai giocattoli, passando per i vestiti) e contemporaneamente organizzare momenti
educativi e di gioco per genitori e bambi-
Daria Polledri (sopra),
insieme all’amica
Titti Orlandi ha fondato
l’anno scorso Parents Eco
Shop a Milano in via Molino
delle Armi, 41. Uno spazio
in cui si svolgono incontri e
corsi per bambini e genitori
e si vendono prodotti per
l’infanzia con un occhio
attento all’ambiente
ni. Perché una cosa è la moda del “verde”,
che potrà anche smorzarsi tra un po’ di
anni, un’altra cosa è l’educazione a uno
stile di vita sano.
È questa l’idea di fondo di Parents Eco
Shop, negozio e mini club milanese con
uno slogan che vale più di mille descrizioni: genitori moderni, come una volta. «Abbiamo aperto nel settembre 2011,
quando abbiamo trovato lo spazio in via
Molino delle Armi, 41». A due passi dalle colonne di San Lorenzo e dal Parco delle Basiliche, il luogo è ideale per le mamme che vogliono fare una sosta. C’è chi
si ferma incuriosito dal design accattivante delle vetrine che danno sulla strada. C’è chi viene apposta per frequentare alcuni dei corsi che anche quest’anno hanno fatto registrare il tutto esaurito. Come lo yoga in gravidanza e quello
per mamme e bambini, il massaggio neonatale, le conferenze dei professionisti su
temi legati alle problematiche infantili.
E ancora: laboratori di teatro e di cucina,
in libreria
dizionario
A scuola di bambinese, la lingua
che non si finisce mai di imparare
«Mamma vai al Batman?». «Io sono famoso». «Vorrei dei
porn corn». «Dai, vediamo Harry Potter e la pietra filosofare». La prima frase è il tentativo di mostrare che sanno
che stai andando al Bancomat. La seconda è una locuzione
per “affamato”. La terza non è una richiesta a luci rosse ma
un’improvvisa voglia di pop corn. E l’ultima una pressante
richiesta di non perdersi la prossima puntata del maghetto
più famoso del mondo. Quel che i bambini dicono solo le
mamme capiscono, almeno nei primi tempi. Sono loro, spesso, a decifrare e annotare le acrobazie linguistiche dei propri
figli per fornirne traduzione al resto della famiglia. È quello
che ha fatto Daria Polledri insieme a Francesca Del Rosso.
Da questo lavoro e dalla messa in rete di queste conoscenze
con quelle di altre mamme è nato il primo Dizionario bilingue
italiano-bambinese, bambinese-italiano (Mondadori, 190
pagine, 12,90 euro), una lettura esilarante e istruttiva, grazie
ai consigli della logopedista per capire tutto quello che c’è da
capire sulla lingua dei piccoli. Da completare con le acrobazie linguistiche dei propri piccini. Perché il bambinese è una
lingua che non si finisce mai di imparare.
[lb]
Italianobambinese
D. Polledri, F. Del Rosso
Mondadori
12,90 euro
corsi di percussioni, di riciclaggio creativo, corsi-gioco in inglese, spagnolo e cinese. Una girandola di attività che interessa
bambini da 0 a 8 anni, che qui possono
anche venire a festeggiare il compleanno,
colonizzando allegramente questo edificio settecentesco con soffitti a cassettoni
e cortiletto d’epoca.
Un’avventura che è anche una lotta
«Alla fine finisce che si lavora più di prima», osserva Daria. «Titti ha appena avuto il secondo figlio e ora abbiamo anche
una nuova compagna di viaggio, Rita
Costa». Di cose da fare ce ne sono parecchie. Dalla contabilità, di cui si occupa principalmente Titti, allo scovare le
novità commerciali più interessanti per
clienti sempre più esigenti. E poi selezionare i professionisti che animino gli
incontri e i laboratori. A poco più di
un anno di distanza dal grande salto
da lavoratrici dipendenti a imprenditrici, un bilancio è d’obbligo. «I corsi sono
tutti pieni, il riscontro dei clienti è ottimo, ma non è tutto così semplice». Tanto per Titti quanto per Daria, e ora anche
per Rita, il sostegno di mariti e compagni è fondamentale. «Sono con noi sia
negli investimenti che nello “spirito”,
perché questa avventura è anche una
lotta». L’entusiasmo della passione deve
infatti confrontarsi con una realtà in cui
le contraddizioni non mancano, anche
per chi ha oggettivamente avuto coraggio a mettersi in proprio in un momento
tanto deludente per il mercato e in cui,
sono i dati diffusi dall’Istat la settimana
scorsa, per il 2012 si prevede un ulteriore calo dei consumi (-3,2 per cento) e un
parallelo aumento della disoccupazione, che dovrebbe arrivare al 10,6 per cento nel 2012 e all’11,4 per cento nel 2013.
«Il mercato ci apprezza e diamo lavoro
a tante persone che gravitano intorno a
questo posto, eppure le tasse e gli adempimenti burocratici a volte ti fanno venire voglia di mollare tutto. Quest’ultimo
aumento dell’Iva, per esempio, è proprio
la ciliegina sulla torta che non ci voleva».
Laura Borselli
|
| 14 novembre 2012 |
53
GREEN ESTATE
CINEMA
TRATTORIA ARLATI, MILANO
Un’esperienza affascinante
Red Lights,
di Rodrigo Cortés
Thriller semplice
e ben diretto
di Tommaso Farina
M
etti una sera a cena, a sgranocchiare un risotto al salto
in una saletta alla De Chirico. E magari la possibilità
di ascoltare buona musica. Leopoldo Arlati detto Leo
IN BOCCA
si diverte un sacco a continuare il mestiere che era di suo paALL’ESPERTO
dre Mario e, prima ancora, dei nonni Luigi (Luisin) e Modesta:
mandare avanti un ristorante-trattoria di cucina tradizionale alla Bicocca, quartiere periferico di Milano, un tempo industriale e oggi residenziale. Proprio nel 1936
nacque la Trattoria Arlati: Luigi e Modesta decisero di smettere di lavorare alla vicina Pirelli, per iniziare a dar da mangiare ai loro ex colleghi risotti, ossibuchi e salame. Col tempo il quartiere cambiò, arrivò il figlio Mario che nel seminterrato aprì
una saletta in cui si faceva anche musica (tra gli ospiti, un ancor poco conosciuto
Lucio Battisti), e poi il figlio Leo e il resto della famiglia, che hanno mantenuto intatta l’impronta delle origini. Arlati oggi è un ambiente fascinoso, pieno di opere
di arte contemporanea e di delizioso “bric à brac” da osteria. Leo e il suo staff vi assisteranno cordialmente in cravatta, porgendovi una carta che non rinnega l’imprinting milanese di cucina.
Partite col grande antipasto misto, comprendente salame e coppa, qualche ricciolo del buonissimo paté di fegatini della casa, poi i nervetti e i sottaceti. Di primo,
riso al salto, oppure risotto con l’ossobuco, o ancora la zuppa d’orzo o altri piatti
“di inventiva”. Qui però si deve fare una sosta per gli imperdibili gnocchi al sugo
rosso, forse i migliori della città, morbidi come una nuvola, conditi con una salsa
“cipollosa” che ha il fascino di quella della nonna.
Continuate con gli ossibuchi (anche senza risotto); con la salsiccia in umido con
funghi chiodini; con la costoletta alla milanese. Di dolce, meringata al cioccolato,
e crema catalana. Cantina ricca di rossi di spessore, serviti anche a calice, e alcuni
imbottigliati appositamente da una buona azienda del Monferrato astigiano. Conto di 45 euro. Esperienza affascinante.
Per informazioni
Trattoria Arlati
www.trattoriaarlati.it
Via Alberto Nota, 47 – Milano
Tel. 026433327
Chiuso la domenica e sabato a pranzo
tare direttamente tra la gente una filosofia di vita “a impatto zero”. Il periodo pre-natalizio
è certamente l’occasione giusta
per visitare il mercatino “green” che sbarcherà a Milano nei
giorni 14-15-16 dicembre, presso il suggestivo sito di archeologia industriale della Fonderia
Napoleonica Eugenia, nel cuore del vecchio quartiere Isola.
A passeggio tra gli stand nella fabbrica ottocentesca sarà difficile non farsi conquistare dalle diverse proposte
eco-fashion adatte a tutte
le tasche: abiti e accessori selezionati col cri-
HUMUS IN FABULA
A MILANO
Un eco-mercatino
per grandi e piccini
Arriva Green Christmas, originale mercatino all’insegna
di uno stile di vita “naturale” a
360 gradi. Tre giorni per curiosare tra capi d’abbigliamento eco-fashion, oggetti di design
bio-ecologico e prodotti bio-cosmetici. Ma anche tante occasioni culturali, con workshop e
conferenze che intendono por-
54
| 14 novembre 2012 |
|
Due investigatori dell’occulto cercano di smascherare un santone.
Thriller paranormale interessante, almeno per certi
versi. La storia è semplice:
Sigourney Weaver e Cillian
Murphy giocano a fare Dylan Dog. Sono scettici e un
po’ rigidoni (ma la Weaver
spacca sempre e a 63 anni
suonati ha ancora carisma
da vendere). Inseguono
finti fantasmi e nonna Sigourney sembra essere tornata dalle parti del mitico
Ghostbusters. Poi entra in
scena De Niro nei panni di
HOME VIDEO
I tre marmittoni,
di Peter e Bobby Farrelly
Una dose di noia
Tre fratelli goffi e un po’ fessi cercano di salvare l’orfanotrofio in cui sono cresciuti che
sta per chiudere.
Film omaggio dedicato al terzetto protagonista delle comiche degli anni Trenta. Dirigono
i fratelli Farrelly che si impegnano a non cadere nella volgarità loro solita e a rispettare
invece il candore di quelle comiche irripetibili. Il risultato è
un film lineare, ripetitivo, candido e naif ma che purtroppo
non fa mai ridere e trasmette
una certa dose di noia.
terio della sostenibilità e per gli
standard di qualità, stile, creatività e attenzione alla filiera produttiva, con riutilizzo di materiali di recupero o valorizzazione
di tecniche artigianali. Fibre organiche, tinture vegetali, creazioni che esplorano l’anima green della moda per una scelta
più consapevole e più rispettosa nei confronti della natura. Visitando Green Christmas scoprirete che anche la cura del corpo
passa per il rispetto dell’ambiente grazie alle linee cosmetiche bio, composte da selezionati ingredienti naturali. In questo
modo capelli, viso e corpo sono
più belli, con un sentito ringraziamento da parte della natura.
Non mancheranno oggetti e piccoli complementi d’arredo domestico a zero impatto ambientale. Per completare il quadro
anche occasioni di approfondimento culturale per imparare e divertirsi sui temi del vivere
“green” a 360 gradi. I visitatori avranno inoltre la possibilità
di vedere lo spazio museale realizzato negli antichi ambienti di
lavoro della fabbrica, dove sono
conservati documenti, fotografie, strumenti e attrezzature legati all’attività fusoria. Ingresso
e visita guidata gratuiti.
STILI DI VITA
CELEBRAZIONI
un santone cieco e i fantasmi, almeno quelli del passato, sembrano esserci per
davvero. Lo spagnolo Cortés, che oltre a dirigere scrive e produce, ha una discreta mano nel thriller. Ha alle
spalle un tentativo interessante anche se irrisolto come Buried e maneggia sufficientemente bene colpi
di scena e attori. Tutti bra-
vi compreso De Niro che dimostra mestiere e bravura in
una parte piuttosto simile al
Luis Cyphre di Angel Heart
grazie a cui ci fa dimenticare
le sue inguardabili interpretazioni degli anni Duemila. visti da Simone Fortunato
SPORTELLO INPS
In collaborazione con
Tutto quello che
bisogna sapere
I requisiti previsti nel 2013 per
la pensione di vecchiaia sono 66
Il regista
Rodrigo Cortés
di Annalena Valenti
Q
uest’anno si celebra
il bicentenario della pubblicazione
della prima raccolta di
MAMMA
OCA
fiabe dei fratelli Grimm.
Che per l’occasione sono
state ripubblicate in tutto il mondo.
In versioni più modernamente accattivanti, immagini raffinate e patinate, nude look, matite che dipingono i
fatti come se non esistesse il senso delle cose: difficile pensare che siano destinate ai bambini. In lingua inglese
è uscito, nella sua terza edizione, rinnovata, soprattutto nell’immagine di
copertina, da paragonare alla versione 1988, The complete fairy tales, che
raccoglie tutte le fiabe, 279, tradotte da Jack Zipes, professore di germanistica e profondo conoscitore dei fratelli Grimm. La Donzelli ne traduce e
pubblica una selezione: La principessa
Pel di Topo e altre 41 fiabe da scoprire,
scelte tra quelle meno note. La selezione fatta, in versione illustrata a scapito delle oltre 1.000 pagine del libro di
Zipes, poco illustrato ma completo, alcune fiabe note associate ad altre tra
le più inquietanti e macabre, e le illustrazioni di F. Negrin, ne fanno un libro che pare più per i grandi, una volta veri destinatari delle fiabe. Anche
Philip Pullman traduce e riscrive cinquanta delle fiabe dei fratelli Grimm,
le sue preferite, nel libro Grimm tales
for young and old, che verrà tradotto
da Salani nel 2013.
mammaoca.wordpress.com
DOMANDA & RISPOSTA
Il calcolo della pensione
Ad agosto 2013 compirò 66 anni
con 36 anni di contributi. Quando posso andare in pensione? Esiste una tabella da consultare che
non sia complicata da analizzare?
Pasquale M.
Le raccolte dei
fratelli Grimm
invia il tuo quesito a
[email protected]
anni e 3 mesi e almeno 20 anni
di contribuzione. Lei potrà quindi
senz’altro andare in pensione dal
1° dicembre e potrà trovare conferma di questo sul sito www.
inps.it, nell’area dedicata alla
Riforma delle pensioni, in cui troverà una tabella riassuntiva dei
requisiti anno per anno, di semplicissima lettura.
Ho fatto domanda di disoccupazione dopo aver pagato contributi per 21 anni, e assisto un fratello
disabile: il patronato non ha inoltrato la domanda nei tempi prestabiliti. Dopo 68 giorni l’Inps mi
ha convocato dicendo che la do-
Sono un lavoratore del pubblico
impiego, sono nato nel gennaio
1958, lavoro ininterrottamente da
oramai 20 anni. Anche se ancora
giovane, vorrei sapere quando potrò andare in pensione e se subirò
una penalizzazione. Grazie.
Francesco L.
manda era respinta per scadenza
dei tempi. Il ricorso all’Inps è stato respinto e il patronato si nega
e non risponde. Cosa devo fare?
Cinzia T.
In caso in cui da un errore o
un’omissione di qualunque soggetto abilitato che curi gli interessi di un cittadino, derivi un
danno all’interessato, la responsabilità è di chi ha commesso
l’errore, su cui la persona danneggiata deve rivalersi. Purtroppo nel suo caso, non essendo
stata presentata nei termini previsti, la domanda di disoccupazione non può essere accolta.
Come lei stesso riconosce, è ancora molto presto per parlare di
pensione. Se le norme attuali rimarranno invariate per il prossimo futuro, lei riuscirà a ottenere
la prestazione pensionistica dopo aver raggiunto 43 anni e due
mesi di contribuzione, senza alcuna penalizzazione.
|
| 14 novembre 2012 |
55
PER PIACERE
DALLA SREGOLATEZZA ALLA CONVERSIONE
La vita spericolata di Camilla Bravi
testimone dell’amore infinito di Dio
AMICI MIEI
di Germano Di Michele
«È
MUSICA
Ecco, l’ultimo disco
di Niccolò Fabi
Ci sono dischi che scalano le
vette delle classifiche ma che
si spengono come fuochi d’artificio lanciati nel cielo di una
calda notte d’estate. Ce ne sono altri che fanno meno clamore ma il cui fascino cresce man
mano che si ascoltano: quella musica e quelle parole diventano le tue parole, l’espressione più compiuta di quello
che non si sarebbe potuto dire
in maniera migliore. Chi comprerà Ecco (Universal Music
Group), l’ultimo disco di Niccolò Fabi realizzato in tre settimane in Salento, nello studio di
Roy Paci, potrà sicuramente vivere questa esperienza. Undici tracce suonate con gli amici
(musicisti) storici, ballate stile
anni Settanta con forti influenze folk. Ma lo splendore è tutto
nelle parole del cantautore romano, capace di offrire un quadro chiaro e mai cinico dei nostri tempi e di guardare tutto
con «occhi che ancora ringraziano di essere qui». Mario Leone
Twitter: @maetroleone
TURISMO
PATRIMONIO NAZIONALE
Perché non sappiamo
vendere la nostra
storia all’estero?
Cultura e turismo. Un rapporto complesso in Italia. Chi
vende il prodotto turistico
Italia all’estero afferma
con insistenza che il nostro
paese non sa vendere il suo
patrimonio. Programmazione e
organizzazione sono le parole
chiave per il turismo culturale
il 15 maggio 1925 quando Camilla Bravi apre la finestra
e sale sul davanzale con il chiaro intento di lanciarsi
nel vuoto; rimasta in bilico dice a se stessa: “Fatti coraggio, Milla, un ultimo sforzo…”, ma a quel punto sente chiaramente “Qualcuno” che per tre volte le tocca la spalla. Si gira di scatto…
non c’è nessuno. Si butta allora sul letto implorando: “Madonnina
mia, salvami tu!”. Il mattino dopo Camilla si ritrova inginocchiata
in mezzo alla stanza, le mani giunte in preghiera. Una profonda pace abita ora il suo cuore».
Il mio destino è amore (Ancora, 240 pagine, 18 euro), l’ultimo
racconto di Ambrogio Amati, rielabora in forma narrativa i testi
originali di Camilla Bravi, l’autobiografia e il diario. È la storia di
una donna normale che percorrendo le strade del peccato raggiunge, attraverso un lungo cammino di conversione del cuore, le vette della mistica cristiana. Dopo una breve infanzia felice, Camilla
perde il padre che è ancora bambina, poi si sposa, ma il matrimonio si rivela sbagliato fin da subito: sarà la Grande Guerra a separare i coniugi. Camilla, donna appariscente e attraente, cerca fortuna
nel teatro. E da quel momento inizierà una vita fatta di vizi, droghe, amanti. Camilla conduce una vita sregolata, difficile, ma che
la soddisfa, almeno per quanto riguarda il suo lavoro di attrice: arriverà a lavorare, infatti, anche al fianco di Greta Garbo. Una soddisfazione che alla lunga si trasforma in un peso che la schiaccia e la
porta per due volte al tentato suicidio. La prima volta verrà salvata
e internata in manicomio. Ristabilitasi, a causa della sua fragilità,
ricadrà ancora una volta nella rete della “bella vita”. Fino a quel 15
maggio 1925, il giorno della sua conversione.
Camilla morirà nel 1971, dopo avere vissuto l’ultimo periodo
quasi sempre allettata ma cercando fino all’ultimo di «trasmettere un barlume di luce all’oscurità delle coscienze» poiché «Dio è l’Amore e la
misericordia infiniti. Egli non nega mai l’illimitata ricchezza del suo perdono all’anima contrita che glielo chiede».
La vicenda attualissima di Camilla Bravi «si
fa allora faro nel buio del male dicendoci che
per tutti, in ogni condizione di vita e di peccato,
c’è una Speranza».
italiano, necessarie per riuscire a “vendere” la penisola
all’estero. Quando si parla di
cultura e turismo anche i buyer
sottolineano lo schiacciante
predominio dell’Italia rispetto
alle altre mete concorrenti. L’Italia è la più ricca
destinazione al mondo sotto
diversi aspetti: dalla cultura
all’arte, dalla storia al lifestyle,
dalla cucina al folklore. Alvaro
Pisoni, presidente di Spirit of
the place (Stati Uniti), afferma
che «se un altro paese avesse
uno solo dei siti culturali che
ha l’Italia lo renderebbe l’attrazione più conosciuta al mondo;
IL LIBRO
invece spesso succede che in
Italia il patrimonio sia chiuso,
abbandonato e addirittura in
rovina. Il problema dell’Italia
dice Vince di Calogero, titolare
di Italierond reizen (Olanda)
è che paradossalmente ci
sono tantissime proposte,
troppa scelta. I numeri gli
danno ragione: 3.440 musei,
46.025 beni architettonici
vincolati, 12.375 biblioteche,
34.000 luoghi di spettacolo
e 47 siti Unesco secondo gli
ultimi dati di Federcultura.
A fronte di un gigantesco
patrimonio culturale, l’errore
è – secondo i buyer interna-
zionali – quello di continuare a
ragionare seguendo un mix tra
nanismo e localismo che crea
un insormontabile ostacolo
alla vendita. Così la promozione sui mercati più lontani
risulta debole e la commercializzazione mondiale viene
studiata male o addirittura non
viene effettuata, nonostante le
potenzialità infinite. Da parte
nostra non finiremo mai di
urlare alle piccole orecchie di
chi ci governa che se dobbiamo
crescere in economia il turismo
va considerato con maggiore
serietà e capacità. Walter Abbondanti
|
| 14 novembre 2012 |
57
DI NESTORE MOROSINI
MOBILITÀ 2000
COMPATTA SUZUKI DI 3 METRI E MEZZO
Alto, tre cilindri
per la “cittadina”
S
uzuki desiderava un’autentica cittadina. Ed ecco in listino una versione
nuova della Alto: quella con motore 1.0 Vvt, tre cilindri con doppio variatore di fase (Variable Valve Timing), per migliorare l’erogazione e i consumi. È sotto il
cofano, infatti, che troviamo la novità più
importante di questa piccola e scattante
vettura di appena 3 metri e mezzo di lunghezza. Il propulsore mantiene la potenza
e la coppia della versione precedente (68
cavalli per 90 Nm) ma, grazie al variatore,
c’è un miglioramento nella risposta ai comandi dell’acceleratore, per una maggiore facilità di guida nel traffico cittadino.
A giovarsene sono soprattutto consumi ed emissioni. Secondo quanto dichiarato dalla Suzuki, infatti, il consumo nel
ciclo urbano passa da 5,5 a 5,2 litri per
100 chilometri, mentre in quello combinato scende da 4,4 a 4,3. Le emissioni
medie di Co2 calano invece da 103 a 99
grammi/chilometro. In più, per chi lo vo-
Vista anteriore e posteriore della Suzuki Alto. Nella foto centrale
la plancia con strumentazione. Sul mercato a partire da 7.995 euro
lesse, è disponibile anche la versione con
Start&Stop con una media di 4,1 litri per
100 chilometri e 94 grammi/chilometro
di Co2. Alto 1.0 Vvt è proposta in quattro
allestimenti (L, Gl, Glx e Start&Stop), con
cambio manuale o automatico a scelta.
Otto le tinte disponibili per la carrozzeria
e nuovi dettagli per gli interni, arricchiti
da una nuova plancia, da moderni rivestimenti per i sedili e da numerosi portaoggetti. Tutte le versioni si avvalgono di diverse tecnologie per la sicurezza, tra cui 6
airbag, Abs e controllo di stabilità. Il controllo di trazione è per la sola Glx.
|
| 14 novembre 2012 |
59
UN ALTRO MONDO
è POSSIBILE
al capezzale di un diciottenne
La croce di César
gli ha restituito la
capacità di amare
di Aldo Trento
E
ro in Italia quando un pomeriggio suor
Sonia, l’angelo della Clinica San Riccardo Pampuri, mi ha telefonato e con voce piena di commozione mi ha detto che César,
un ragazzo di 18 anni, malato di cancro, era
morto. Non potevo credere alle sue parole perché i miei malati terminali di solito mi aspettano per morire. Ma come ho sperimentato più
volte nella mia vita, il Mistero agisce attraverso l’imprevisto. Per questo motivo ogni giorno, o meglio ogni istante esige dalla mia libertà
un’attenzione grande nel vivere le circostanze
che Lui stesso mette sulla mia strada. «Signore sia fatta la Tua volontà» è stata la mia unica risposta a suor Sonia prima di chiudere la
comunicazione. La stessa risposta che ha dato la mamma di César quando dopo otto mesi di ricovero suo figlio morì. Non si allontanò
mai dal letto nel quale César è cambiato, giorno dopo giorno, passando dal rifiuto della madre che vedeva come colpevole della sua malattia all’accettazione amorosa di lei.
César è nato nella città di Arroyos y Esteros,
dipartimento di Cordillera. È vissuto lì, fino ai
tredici anni, nella casa del suo patrigno, con
sua mamma e i suoi fratelli, più tardi è andato a vivere in casa di alcuni parenti a San Lorenzo. Frequentava l’ottavo grado della scuola
primaria quando decise di smettere di studiare e cercarsi un lavoro. Ha dovuto lavorare fin
da molto giovane perché la sua famiglia ha
scarse risorse economiche. Lavorava trasportando sulla schiena grandi pezzi di carne bovina. Un giorno si è accorto che incominciava a
crescere una tumefazione sulla spalla sinistra,
ha pensato che fosse a causa dell’enorme peso che caricava tutti i giorni e decise di schiacciarla pensando che sarebbe sparita, ma invece è cresciuta ancora di più, fino a raggiungere
il volume della sua stessa testa. La sua famiglia e i suoi amici organizzarono iniziative come lotterie e tornei di calcio per sostenere economicamente il trattamento di cui César aveva
bisogno. Risultò essere un cancro piuttosto aggressivo con un quadro molto serio. In una delle visite il medico che lo seguiva gli suggerì di
operarsi e gli chiese: «Preferisci morire o rimanere senza un braccio e vivere un po’ di più?».
60
| 14 novembre 2012 |
|
POST
APOCALYPTO
Leon Rupnik,
La deposizione
(particolare)
2006, Madrid,
Cattedrale di
S. Maria Reale
dell’Almudena
César rispose: «Vorrei vivere, mi tagli il braccio». Questa decisione non fu per niente facile, in molte occasioni ci diceva che non avrebbe voluto perdere il braccio, ma se questa era
la condizione per continuare a vivere accettava
l’umiliazione di rimanere senza. Ha dovuto percorrere una lunga strada per accettare questa
menomazione.
Quando entrò nella clinica voleva togliersi la vita, era stufo di tanto dolore del quale non capiva il senso. Tuttavia pian piano, grazie all’affetto che tutti gli hanno dimostrato è maturato
fino a tornare ad amare la vita, così come il
Mistero gli si stava manifestando. È stata una
strada molto lunga di conversione non soltanto per lui ma per tutti, perché una persona davanti a tanto dolore non poteva non sentirsi
provocata chiedendosi: su che cosa si fonda
la nostra consistenza? Qual è la ragione per la
quale viviamo? Quale il senso del cancro che
porta César alla morte a soli 18 anni di età?
Sono domande che la realtà nella quale vivo mi
pone continuamente, costringendomi a gridare “Tu o Cristo mio” o come diceva san Gregorio Nazianzeno: «Se non fossi tuo, Cristo mio,
mi sentirei creatura finita». La morte di César è stata per me una grande sfida. Una vol-
ta ancora ho sperimentato che l’unica cosa che
compete alla mia libertà è quella di dire sì al
Mistero che si manifesta con la sua povertà in
tutte le circostanze. Vicino a César quel giorno c’erano suor Sonia e l’architetto della Sagrada Familia di Barcellona Jordi Faulí i Oller,
venuto per verificare come concludere la nuova clinica, progetto che sta portando a termine
in compagnia dello scultore, anche lui della Sagrada Familia, Etsuro Sotoo. Suor Sonia e Jordi ci hanno lasciato una testimonianza che desidero condividere con i lettori.
[email protected]
«T
i voglio bene mamma». Sono state le ultime parole che César ha
pronunciato prima di partire verso il Paradiso. Noi che abbiamo convissuto
con lui abbiamo toccato con mano la presenza
dell’Altissimo, abbiamo visto la gloria del Signore che manifesta la Sua grazia, siamo stati
testimoni della grandezza di un miracolo che
aumenta la nostra fede e ci sommerge nella
certezza abbracciata da sant’Agostino: «Ci hai
fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1).
Il cuore di César viveva inquieto. Fin dal suo
I primi tempi della malattia César non lasciava
avvicinare sua madre. Durante gli ultimi giorni
della sua vita la perseveranza della sua mamma
ha cominciato a manifestare i suoi frutti.
Lui la chiamava in ogni momento, fino a che
un giorno l’ha sorpresa dicendole con la tenerezza
di un figlio grato: «Ti voglio bene mamma»
arrivo alla nostra Casa Divina Provvidenza, lo
abbiamo visto combattere una lotta affannosa per trovare risposte ai suoi urgenti punti interrogativi: «Perché a me? Perché il mio braccio? Perché mia mamma? Perché mio papà?».
Non è facile parlare di César, per questo motivo prima di farlo mi sono inginocchiata implorando al Signore e a César la grazia di poter
condividere quello che, guardando lui, mi ha
aiutato e mi aiuta a innamorarmi sempre più
di Cristo. Carrón ci ripete spesso: «Non aspettiamoci un miracolo ma un cammino», e sia
César sia sua mamma ci hanno testimoniato
un cammino, un cammino che se seguito con
fedeltà, essendo seri con l’inquietudine costitutiva del cuore, nel tempo offre i suoi frutti,
frutti abbondanti, semi di vita eterna per molti. César portava dentro di sé una ferita che
lo allontanava da sua madre, non la voleva vicina perché non riusciva a perdonarla. I primi
tempi non la lasciava nemmeno sedersi al suo
fianco, lei doveva passare ore fuori dalla stanza pregando, creando braccialetti, portachiavi
o aiutando a cucire vestiti per i pazienti, ma le
mandava sempre messaggi attraverso il cellulare chiedendole dov’era. Sono stati otto mesi
di lotta durante i quali César si rifiutava di ac-
cettare la realtà che gli toccava vivere, mentre sua madre stava lì, giorno e notte, soffrendo dolori morali, spirituali e fisici. Lei stava
sempre lì, assistendolo in tutte le sue necessità, aiutandolo nei compiti della scuola, partecipando alle catechesi dei parenti, la preghiera
del Rosario, la Santa Messa, le processioni e i
momenti di adorazione del Santissimo, confessandosi e imparando che Cristo è una presenza che si riconosce e si ama nei dettagli della
vita. Sua madre ha fatto un cammino verso la
fede che la aiutava a rimanere in piedi vicino
alla croce di suo figlio.
Una settimana prima di morire César mi ha
detto: «Qui io ho conosciuto Dio, prima non
sapevo molto di Lui. Grazie a Lui io sono venuto qui, per un qualche motivo mi sono ammalato ed è successo quello che mi è successo, Dio sa quello che fa». Per me è stato come
se in quel momento scorgesse con chiarezza
la risposta a tutti i suoi “perché.” I sacramenti, senza dubbio, sono stati un’arma adeguata per raggiungere questa certezza nel tramonto della sua vita. Il primo maggio, giorno
dell’anniversario della Clinica, insieme a Gabriel, di 19 anni, aveva ricevuto il sacramento della Cresima. Riceveva la comunione tutti i giorni. Spesso leggeva la Bibbia e recitava
il rosario, ma aveva anche al suo fianco una
compagnia di amici che condivideva con lui
le sue gioie e le sue tristezze. César sorrideva
e scherzava con tutti ma a volte, nella solitudine della sua stanza, lo trovavo che piangeva dicendomi che non voleva più continuare
a soffrire, che voleva guarire. Chi di noi poteva spiegare il suo dramma? Ricordo una sera
che sono salita in clinica e l’ho visto con la testa china seduto sulla sedia della portineria,
quando mi sono accorta che stava piangendo
gli ho chiesto perché e mi ha detto in un torrente di lacrime: «Non voglio morire, non voglio morire ancora, io voglio che Dio mi conceda un miracolo come ha fatto con Celeste,
io voglio vivere ancora, voglio studiare, lavorare, non voglio morire». Siamo rimasti abbracciati a lungo, in silenzio, poi l’ho invitato
a mangiare una pizza e siamo scesi in pizzeria. Ho percepito che di fronte ad un dramma
così grande che svegliava tutta la mia impotenza ed elevava il mio sguardo verso l’Infi-
nito, l’unica cosa che potevo fare era offrirgli
un’amicizia che potesse sostenere il suo grido.
Quella sera durante la cena ci confidò tutta la
sua storia, un racconto che mi ha spinta a domandarmi piena di commozione: «Chi è lui?
Chi sono io? Chi è Cristo per me?».
Alla fine, durante gli ultimi giorni della sua vita
la perseveranza della sua mamma ha cominciato a manifestare i suoi frutti, lui la chiamava
in ogni momento perché si sedesse al suo fianco, lo accarezzasse così da poter dormire, non
voleva che si allontanasse neanche per un minuto. César mi ha chiesto di fargli una foto con
lei per metterla sul suo tavolino, fino a che un
giorno l’ha sorpresa dicendole con la tenerezza di un figlio grato: «Ti voglio bene mamma».
Queste parole tanto semplici hanno la Sua potenza nel miracolo di un cammino di conversione che ha permesso a César di perdonare e di
amare fino all’eternità, e a sua madre di credere nella ricompensa dei figli di Dio che dà con
abbondanza a quelli che rimangono in Lui.
Grazie César, grazie Raquel, perché guardandoli, il mio amore a Cristo vuole essere più profondo e più reale, e il mio cuore inquieto desidera ancora una volta affermare col salmista:
«O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia
carne in terra arida, assetata, senz’acqua».
suor Sonia
César dà generosamente la mano.
I suoi occhi,
Il suo ampio viso, esprimono dolcezza,
sono dolcezza,
vogliono e donano affetto,
dal cuore,
hanno Dio.
Sono amore,
vogliono e donano amore
Respirano,
aiutano.
Sono, esistono,
per tutti,
per sempre,
Vivono!
Un nido di passeri appare stamattina alla finestrella del bagno, mangiano e volano, volano,
come lui.
Jordi
|
| 14 novembre 2012 |
61
LETTERE
AL DIRETTORE
Se lo Stato finanzia la
scuola libera fa del bene
a se stesso (Einaudi)
L’
articolo di Chiara Sirianni intitolato “Monti contestato dalle famiglie numerose: ‘Le spese per gli
animali sono detraibili, quelle per i figli no’” pubblicato su tempi.it è pieno di errori. Vi comunico che: 1) le spese per il mantenimento degli animali da compagnia NON
sono detraibili; 2) sul cibo e gli altri prodotti per animali l’aliquota Iva è al massimo, come per i beni di lusso; 3) gli animali da compagnia NON ricevono nessuna prestazione dal
Servizio sanitario nazionale e tutte le cure mediche veterinarie sono a totale pagamento; 4) una
piccola parte delle spese mediche veterinarie è detraibile, nell’ottica di un
controllo della salute pubblica; 5) noi
i gatti li castriamo, per evitare la sovrappopolazione. E non siamo specisti. Anna Mannucci via internet
Chiara ha risposto in questo modo:
Gentile Anna, come avrà notato la
frase sulle spese detraibili è virgolettata, sia nel titolo che nel testo
dell’articolo. Ragion per cui, qualora fosse interessata a intavolare
una discussione sul tema castrazione o altro, la rimando a Mario Sberna, presidente di Anfn, di cui ho riportato la posizione.
Amicone: Hai un bel coraggio a dare
filo all’animalista “non specista” per
cui cani, gatti ed esseri umani pari sono. Anche solo un cent di spese
veterinarie dovrebbe essere vietato detrarre e, anzi, per ogni animale
che hai ti tocca la “tassa Paola Bonzi”. Famo un forfait: hai un cane, un
gatto, un pappagallo? Paghi l’Im-
posta minima animale per far venire al mondo un povero cristo di cui
la povera crista immigrata sarebbe
costretta a disfarsi.
Ps. Il direttore sdoppiato non ha
nulla da aggiungere, eccetto questo: gli introiti Ima (imposta minima animale) andranno versati ai
Centri di aiuto alla vita.
2
Leggo sbalordito il virgolettato a pagina 21 del numero 43, dove Foschi
indica come beffa l’offerta dei 15
giorni di ferie in più per gli insegnanti
a fine anno scolastico: ha ragione perché quei giorni sono già di ferie! Provi
ad andare a giugno o a luglio in una
qualsiasi scuola elementare, media o
superiore (ops, primaria o secondaria o come vuole il prossimo ministro)
e veda le presenze dei docenti. Se come dicono alcuni insegnanti, le ore effettive di lavoro sono addirittura più
di 40, facciamo in modo che le stesse vengano effettuate a scuola, e non
a casa, ottenendo il doppio risultato
di evitare continui viaggi scuola-casa-scuola e creando almeno 500 mila
nuovi posti di lavoro impedendo loro
di effettuare il secondo lavoro.
Andrea Baldazzi via internet
Ha un bel coraggio a mettersi contro
un comparto di un milione di addetti. Sono bei voti. Ma effettivamente,
pur senza generalizzare (per esempio sul doppio lavoro), c’è del sano
nello sbalordimento di Baldazzi.
li pubblicati su Tempi online. Però da
quando avete – giustamente – ammodernato il sito sono andati persi tutti i
link che mi ero salvato e ora sono non
solo inutilizzabili, ma non so come o
dove recuperare i vari articoli di padre
Aldo Trento, di Marina Corradi e altri
ancora. Vi chiedo pertanto di ripristinare gli archivi di Tempi prima dell’upgrade, per lo meno per noi abbonati, se
non è possibile od opportuno per tutti.
Mario Grossi via internet
È tutto online, usi il campo di “ricerca” e troverà quel che vuole. Compreso i blog di Trento e Corradi con
l’opera omnia di entrambi.
2
Non posso tacere all’ennesima sparata (da pirla) contro Cl. Mi riferisco a
quanto evidenziato dal sito di Tempi
sull’ultima trasmissione del giornalista
Lerner. Sopportiamo l’ennesima congiura. Tra l’altro adesso sparano anche contro don Giussani. Certo dentro e fuori la Chiesa sta sui cosiddetti
la sua causa di beatificazione. Comunque mai paura, continueremo nella testimonianza, non tanto per difenderci
quanto perché per noi è essenziale alla nostra fede, speranza e carità, proponendo a chiunque la bellezza di ciò
che abbiamo incontrato e viviamo, nonostante la nostra debolezza della carne, perché pare che gli altri siano tutti
santi e non peccatori. Scusate lo sfogo.
Stefano Ferrandi via internet
2
Tutti santi, soprattutto sua santità
Gad, prossimo apostolo delle genti.
Ho sempre potuto gustare e condividere, con amici e conoscenti, i vari artico-
2
VITTORIA SULLA JUVE NONOSTANTE I TORTI ARBITRALI
Il colpaccio dell’Inter conferma
il supremo assioma pallonaro
O
Non metafore, non richiami, non paragoni, non agganci con la politica
o la società. Calcio vero. Sabato sera l’Inter ha
battuto la Juventus, con pieno merito. Chapeau. Bravo l’allenatore tatticamente: pochi hanno notato che,
sulle rimesse dal fondo, laddove parte l’azione bianconera, i tre attaccanti dell’Inter andavano in pres-
62
| 14 novembre 2012 |
ggi parlerò di calcio.
|
sing sui difensori costringendo il portiere al rinvio
lungo. Bravi i giocatori mentalmente. L’Inter ha subìto un gol in fuorigioco e la mancata espulsione di
Lichtsteiner (per la Juve sarebbe stato meglio, qui lo
dico), eppure non si è strappata i capelli, non ha cominciato a pensare, come il suo presidente, “siamo
alle solite”. Ha fatto quello che deve fare una squadra
Foto: AP/LaPresse
SPORT
ÜBER
ALLES
di Fred Perri
[email protected]
Leggo sul numero di Tempi 44 un editoriale e la rubrica di Oscar Giannino in cui si sostiene la candidatura di
Gabriele Albertini a presidente della
Regione Lombarda. Lo confondo con
un’altra persona, o Albertini, in passato, ha fatto dichiarazioni su temi come aborto, eutanasia e famiglia non
proprio in sintonia con i princìpi non
negoziabili?
Giulio Dante Guerra via internet
Lo rimetteremo in sintonìa.
2
Foto: AP/LaPresse
Ho avuto l’opportunità di recuperare la pagina delle lettere del Sole 24
Ore del 9 settembre 1975 (trentasette anni fa), in cui venne pubblicata una dettagliata lettera dell’assessore al Comune di Milano, Giuseppino
Bossi, dedicata a “Scuole statali e private”. Bossi sosteneva a spada tratta
il riconoscimento pubblico delle scuole private. Ci sono voluti altri 25 anni perché una legge dell’anno 2000
dell’allora ministro Berlinguer riconoscesse la qualifica di scuole pubbliche
non statali alle “private”, definite da
quel momento “paritarie”. Sono passati altri 12 anni, ma alle scuole paritarie lo Stato conferisce finanziamenti ridottissimi, che per giunta taglia di
anno in anno. Il rapporto è di sette miliardi di spese scolastiche risparmiate dallo Stato per il mancato servizio
di istruzione a centomila studenti delle
“paritarie”, contro finanziamenti conferiti alle stesse scuole per poche centinaia di milioni. Nella suddetta lettera l’assessore Bossi argomentava fin
da allora che «siamo l’unico paese della comunità europea che non finan-
LA LEZIONE DI UN MUSULMANO
Se sapeste cos’è la Messa
ci andreste tutti i giorni
di Pippo Corigliano
CARTOLINA
DAL
PARADISO
U
n musulmano chiede a un cristiano di spiegargli la Messa. Il cristiano gliela spiega e il musulmano dice: «Non capisco». «Certo – risponde il cristiano – sono concetti nuovi per te». «No – dice il
musulmano – ho capito bene. Quello che non capisco è che voi cristiani avete la Messa e non ci andate ogni giorno». Quest’apologo, sentito anni fa, conserva la sua attualità. Molti cristiani ignorano il significato della Messa. «Non vado a Messa perché la predica è noiosa», mi
disse una nobildonna e l’ho sentito ripetere. Ma ci vogliamo rendere
conto che la Messa è la ripetizione dell’ultima cena di Gesù, la rinnovazione del sacrificio sul Calvario, il ringraziamento per il dono di Dio
stesso che si fa nostro alimento? Un Dio della vita, un Dio che si fa uomo, un Dio che ci indica la via per la vita eterna. I bambini, dopo la
prima Comunione, si meravigliano di sentirsi come prima. Credevano che prodigiosamente sarebbero diventati buoni. Basta dir loro che
quando mangiano non si sentono cambiati, che superPippo che mangia le superarachidi e combina superguai esiste solo nei fumetti. Così
è per il cibo spirituale: occorre desiderarlo come sostegno della nostra
fragilità per trasformare con calma la poca cosa che siamo in un altro
Gesù. Ma è una crescita lenta. «Tu sì na cosa grande pe’ me» diceva Modugno, come santa Caterina che desiderava tanto l’ostia sacra che essa miracolosamente arrivò a lei. Desiderare la Comunione come i santi: ecco un’altra cosa che si può fare nell’Anno della fede.
zia le scuole “private”» (ora paritarie),
e aggiungeva che questo è ingiusto e
antidemocratico. È ingiusto, scriveva,
come affermava il presidente Einaudi
nelle Prediche inutili, perché costringe la famiglia che sceglie per l’educazione dei figli una scuola non statale,
a pagare due volte il servizio scolastico: una prima volta tramite le tasse a
cui tutti sono tenuti, una seconda con
la contribuzione dovuta alla scuola pa-
ritaria per il suo sostentamento. Ed è
anche antidemocratico perché impedisce quel pluralismo scolastico che Benedetto Croce giudicava indispensabile quando affermava: «Ho ferma e
profonda convinzione che solo la valida concorrenza della scuola privata
possa risanare e rendere robusta ed
efficace la scuola di Stato» (Idea nazionale, aprile 1920).
Bruno Mardegan Milano
con più di un’ora ancora da giocare. Ha giocato. E ha
vinto. Più che sulle moviole, sugli arbitri, sulle solite frescacce che voi e i vostri mediocri guru di riferimento continuate a ripetere, è necessario ragionare
su questo. L’Inter ha subìto due torti, eppure ha tirato dritto, come se niente fosse. Non ci fosse riuscita
sarebbe qui a piangere e a strillare. Ma ha preferito
la prima opzione e ci ha guadagnato (tre punti e una
vittoria storica). La morale, compagni e amici, è sempre la stessa: il pallone è una filosofia gnostica e alla
fine, chi se lo merita, torti o non torti, vince. Pensateci. Meditate. E forse qualcosa, nel nostro mediocre
campionato, cambierà.
|
| 14 novembre 2012 |
63
taz&bao
L’apparenza
Ingroia
Sono convinto che il mio ruolo di pubblico ministero antimafia sarebbe monco ed effimero
se si limitasse agli atti giudiziari. Di fronte a
un fenomeno sistemico come la criminalità
mafiosa che ha sempre contaminato la società e la politica, penso che sia giusto e persino
necessario svolgere un ruolo di attore sociale e
anche politico.
Antonio Ingroia procuratore aggiunto
a Palermo, pm dell’inchiesta sulla presunta
trattativa Stato-mafia, intervistato da
Giovanni Bianconi, Corriere della Sera,
5 novembre 2012
Il giudice deve essere ed apparire
imparziale nell’esercizio della
sua attività giurisdizionale.
Statuto universale del giudice
articolo 5
64
| 14 novembre 2012 |
| Foto: AP/LaPresse
GLI ULTIMI
SARANNO I PRIMI
UNA DOMENICA A MARSIGLIA
L’incontro che non ti aspetti
di Marina Corradi
M
arsiglia, 4 novembre. La rue Canabière sale dal Vieux Port e taglia il cuore della città. Ti aspetti, anche in una domenica grigia, un’atmosfera mediterranea, gaia. Ma appena fuori dall’area battuta dai turisti, nelle vie laterali, il
quartiere si fa dimesso; i negozi sono colmi di merce cinese, e, ancora in centro, qualche palazzo è abbandonato, le finestre sbarrate. Attorno a rue des Capucines sembra
di essere a Istanbul, nella calca di massaie islamiche in chador che esitano davanti ai
prezzi delle bancarelle di pesce e di frutta. Le strade sporche dei quartieri arabizzati
sembrano quasi materializzare il fantasma di un Occidente decaduto, dimentico, dove nuovi popoli e una nuova fede avanzano, e di ciò che era resta ben poco.
In questa Eurabia della Canabière i francesi la domenica passeggiano senza grande allegria. A place De Gaulle una giostra con i cavalli di legno gira in una musica di
carillon, carica di bambini biondi o neri; ma a sera, presto, spegne le luci; e la piazza
è subito vuota e buia. Restano aperti i fast food e i kebab, e ai tavolini di piccoli caffè
angusti rimangono i nordafricani – solo gli uoI vecchi in coda per ricevere Cristo
mini, immobili davanti a un bicchiere vuoto.
E, quanti poveri: francesi e arabi, ma quasi
hanno un altro sguardo: non perduto,
tutti vecchi, spesso malfermi, zoppicanti, esinon di relitto che caracolla verso
tanti agli incroci come bambini che nessuno
il nulla, ma di chi va verso ciò che
prende per mano. I francesi soprattutto colpiscono per un loro decoro: un dignitoso cappotlo attende, verso il suo destino
to d’altri tempi, un cappello fuori moda, e nelle donne, comunque, i capelli bianchi ben ravviati. Ma la povertà è stampata nelle
scarpe scalcagnate, nelle borse della spesa semivuote, e nelle facce. Uomini soli. Nessuno che in questa giornata di festa li accompagni. Dove sono, ti domandi, i figli, i nipoti? Sulla Canabière i mendicanti sono molti, clochard, e zingari. Questi vecchi invece non domandano niente: chine a terra le loro facce da rugosi, sperduti bambini.
Ma, ti ha suggerito qualcuno, «vada a vedere, la domenica mattina, a Saint Vincent de Paul, all’angolo con rue Franklin Roosevelt». Entri: le navate, nella Francia
delle chiese semivuote, sono gremite. Il sacerdote intona un canto con una bella voce; la gente lo segue, e pure canta, e il canto colma la grande chiesa. Ma è la fila di fedeli che attendono di ricevere l’ostia consacrata, fila lunghissima, interminabile, che
lascia senza fiato. Quanti. E in mezzo alle facce qui e là incroci gli occhi di qualcuno di quegli uomini di prima, canuti, con il cappotto liso,
di quelle donne curve, rimpicciolite, ossa di passero sotto a
ottant’anni di ricordi.
I vecchi in coda per ricevere Cristo hanno un altro
sguardo: non perduto, non di relitto che caracolla verso il nulla, ma di chi va verso ciò che lo attende da sempre, verso il suo destino – che è infinito, e buono. Poi,
all’uscita, la stessa folla s’accalca attorno al sacerdote:
per averne un saluto, per sentirsi, in quello sguardo, ancora figli, e amati. Nel grigio di una domenica a Marsiglia,
ciò che non ti aspetti. Può bastare un prete che ama profondamente la sua gente: una domanda antica, che credevi cancellata, ritorna sulle facce.
66
| 14 novembre 2012 |
|
DIARIO
IN COLLABORAZIONE CON
CONDIVIDERE I BISOGNI, PER
CONDIVIDERE IL SENSO DELLA VITA
www.bancoalimentare.it
Scarica

Scarica il PDF - Settimanale Tempi