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Voci dal Sud
Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
w w w . s o s e d . eu
Voci dal sud
... ai quattro venti
Periodico di attualità, storia e cultura
Rassegna stampa dai mass media regionali
Anno V° - n. 2 Febbraio
2009
OMAGG IO
Euro 1,55
Mino Reitano non è più!
Non è una bella foto, ma vogliamo riproporlo preso da un servizio Rai
che in vita lo ha alquanto ignorato
Voci dal Sud
... ai quattro venti
Periodico indipendente di Attualità, Storia
e Cultura
Rassegna stampa dai mass media regionali
Reg. Tribunale di Palmi
nr. 01/05 (fasc. 183/05) del 28/4/2005-2/05/2005
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Foro competente: Palmi
S o m m a r i o Febbraio 2009
pag 5 - EDITORIALE: Mino Reitano ci ha lasciati!
pag 6 -Tutti s’accorgono ora che Mino era un grande!
Alluvione in Calabria
pag 8 - Dopo l’alluvione “la Piana” di Rosarno si lecca le ferite
pag 10 - Frana sull’autostrada A3 investe pulmino nei pressi di Cosenza : due morti
pag 11 - Non si può morire sepolti da una frana in autostrada!
pag 12 - Continuano le intempernze del tempo che rovescia millimetri su millimetri di
pioggia sulla Calabria
Agricoltura:
pag 12 - Aumentano i disagi ed inizia il tragico balletto della presa in giro della “Calamità
naturale”!
pag 13 - Le Poste Italiane lanciano la campagna informativa contro le truffe
pag 14 - Una Lega per il Meridione? A Cosenza le “prove tecniche”
Curiosità
pag 15 - Trenitalia: tecnologia, efficenza e ... sicurezza!
pag 15 - Anziana signora muore travolta ... da un cumulo di acquisti
La storia
pag 16 - Gioacchino Murat Dopo la fucilazione nel 1815 l’ex Re delle Due Sicilie fu
sepolto a Pizzo
pag 17 - Prigionieri nel campo di Ferramonti - Molti procedimenti ricostruiti in un volume
scritto da Peter Georg per i tipi di Prometeo
Il sociale
pag 18 - L’omicidio di Eluana risolverà i mali italiani?
pag 19 - Un panettone in meno un sorriso in più
pag 20 - Le aziende più antiche al mondo: sei su dieci sono italiane
pag 21 - L’auto di Obama? La«bestia» più blindata dalla storia
pag 22 - Il nuovo Capo supremo della Cia americana, è calabrese
pag 23 - Gli italiani all’estero cosa pensano di noi? dove sono?
pag 24 - L’Epifania a Kabul della ventottenne donna soldato
pag 25 - Banche & Usura - Contro le Banche parte la “Crociata” di De Masi
Confindustria è parte civile
pag 26 - L’imprenditore De Masi scrive al Presidente della Repubblica Napolitano
pag 27 - Brescia: Xenofobia e maleducazione sull’autobus
pag 28 - ROSARNO - Trovata sistemazione per gli immigrati?
L’arresto del brigante Musolino - Precisazioni su autori
pag 29 - La verità storica sull’arresto del brigante Musolino raccontata dal nipote di uno dei
due Carabinieri che lo arrestarono - Ad arrestare il brigante Musolino non fu Mattei (pa-
... continua --- >
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...sommario, segue da pagina precedente
dre), ma Feliziani e La Serra
pag 30 - Chi era il carabiniere Feliziani?
pag 32 - Il merito della cattura di Musolino, fu riconosciuto ufficialmente al Brigadiere
Mattei!
pag 33 - Il Comune di Roma intitola una strada al maresciallo Feliziani
pag 33 - “Le catenelle” con le quali Feliziani ammanettò il brigante Musolino esposte
am Museo dei Carabinieri di Roma
pag 34 - Perché Del Noce non vuole fiction in Calabria?
pag 34 - Del Noce prosegue nella sua opera contro la Calabria
pag 35 - Caterina Balivo si lamenta: la Carrà poteva dirmi grazie...
pag 35 - Giordano nominato maestro di pianoforte dal Governo del Belgio
Giustizia
pag 36 - A sorpresa depositata ieri un’altra perizia per la Morte di Federica Monteleone
pag 37 - Ancora veleni sul “sequestro Why Not” - Nel mirino l’archiviazione per Mastella
Malagiustizia
pag 38 - Uccise l’ex fidanzata sgozzandola per strada: solo 16 anni ! I genitori di lei
dicono: “L’Italia fa schifo”
pag 38 - Mentre una valanga di stupri minaccia le donne, la giustizia dice ... Lo stupratore
va subito a casa.
pag 39 - A casa dovrebbero andarci alcuni magistrati
pag 40 - Oggi le Leggi italiane sono quasi tutte sbilanciate in favore del colpevole!
pag 41 - Ci si ostina a pensare a “Caino”, ma nessuno pensa ad “Abele”?
pag 42 - Il “condom” antistupro sarà un rimedio in futuro?
pag 43 - Lo stupro come simbolo di Lucia Annunziata (La Stampa)
pag 44 - La credenza popolare sull’origine delle voglie sulla pelle di Leonella Cardarelli
Vignettopoli
pag 45 - Oltre al danno anche la beffa di Nicoletta Damiano
pag 47 - Edizioni Damiano Shopping
pag 48 - Le Edizioni Damiano anche su Second Life
pag 49 - La vetrina
Editoriale
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Mino Reitano
ci ha lasciati!
Franz Rodi-Morabito
Questo mese non scriverò l’editoriale, non toccherò
nessuno dei problemi pur importanti che ci tormentano, ma mi
limiterò a ricordare con il mio silenzio un uomo buono, molto
buono, estremamente buono, uno che era come tutti noi
vorremmo fossimo: buoni, semplici, modesti, ma grandissimi.
Quando qualcuno ci lascia tutti ci scateniamo ad elencarne i
pregi, spesso non veri, solamente inventati per la bisogna;
quando qualcuno raggiunge la Casa del Padre tutti gli
eravamo stati amici, tutti gli siamo stati a fianco.
Io invece confesso che non conoscevo Mino Reitano se non
attraverso la sua voce, i suoi films le sue apparizioni in TV, ma
non per questo il suo enorme potenziale umano non me lo
faceva sentire vicino, Amico e Fratello.
No Mino, non sporcherò il ricordo di te con sterili e
stereotipate frasi di convenienza tratte da uno dei
“coccodrilli” che in ogni redazione giacciano sui personaggi
grandi come te in attesa di essere ... lanciati.
Ti ricordo, come tutti, con immenso affetto, ti ricordo, come
tutti nella tua estrema seplicità per essendo un “grandissimo”
sia dal lato professionale
ma soprattutto dal lato umano.
Un abraccio commosso e deferente, caro Mino!
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Aveva le caratteristiche dell’artista completo: cantante,
compositore, fantasista, vero showman. Pochi lo avevano capito...
Tutti s’accorgono ora che Mino
era un grande!
Deve avere un futuro l’idea di Dino Vitola sull’evento annuale a Reggio
da dedicare a Reitano
to.lic.
Gazzetta del Sud
Reggio Calabria - Lutto cittadino a Fiumara,
una messa di suffragio a Reggio, nella chiesa di San
Giorgio al Corso celebrata da don Nuccio Santoro.
Il rimpianto per la scomparsa di Reitano è grande.
In redazione arrivano telefonate e proposte.
Il sindaco di Fiumara ha già fatto sapere che certamente gli verrà intitolata una piazza.
Giuseppe Scopelliti ha diverse idee da valutare.
Dino Vitola intende costituire un comitato di amici di Mino per realizzare a Reggio un evento annuale «che resti – dice – nelle tradizioni della
Calabria».
Condivide in pieno l’idea il dott. Totò Calabrò,
ex presidente della Provincia, il quale afferma: «Deve
nascere una cosa di livello.
Mino merita un evento importante.
La sua scomparsa mi ha procurato tanta tristezza e anche nostalgia: mi ha riportato agli
anni della nostra giovinezza, di cui Mino è stato
un simbolo».
Quante chiamate per testimoniare episodi legati a
Mino Reitano.
A “Porta a porta” mercoledì sera sono state dette
tante belle parole, ma non è mancata quella sottile
ironia che nella seconda parte della carriera di Mino
ha infastidito parecchio.
Ha parlato gente che non conosceva a fondo questo eterno ragazzo.
Positive le testimonianze di Iva Zanicchi, così come
quelle di Little Tony e Bobby Solo.
Intanto è sbagliato non inquadrare l’esatto ruolo
che Mino ha avuto nel mondo dello spettacolo: era
un cantante e un autore, quindi un cantautore che
aveva il vantaggio, rispetto ai tanti cantautori sponsorizzati dalla critica impegnata che sussurrano più
che cantare, aiutandosi con i trucchi della tecnologia, di possedere una voce solare e straordinaria.
Non ci sono dubbi che nella musica leggera italiana, a livello di voce, dopo quella di Claudio Villa c’è
la sua.
Per essere cantautori veri bisogna avere una voce
all’altezza e saper comporre canzoni.
Sulla voce sono tutti d’accordo: Reitano è il migliore.
E sulle canzoni? Uno che lascia in eredità musiche
stupende come quelle che riguardano brani del tipo
“Una ragione di più”, “Avevo un cuore”, “Una chitarra cento illusioni”, “L’uomo e la valigia”, “L’abitudine”, “Terre lontane” scritta per Mina, “Meglio una
sera piangere da soli”, “Innamorati”, “Se tu sapessi
amore mio”, “Vorrei”, “Partito per amore”, “Cuore
pellegrino”, “Gente di Fiumara” e via discorrendo,
merita di essere chiamato super cantautore.
Il grande Totò a questi critici da strapazzo avrebbe detto “ma mi faccia il piacere”!
Ma c’è di più. A “Porta a porta” non si è parlato
delle due importanti caratteristiche di Mino Reitano:
era musicista e fantasista.
Conosceva la musica, era maestro di violino e pianoforte, suonava la chitarra.
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Ma non si sa un’altra cosa di Mino.
All’inizio, quando negli anni Cinquanta era nato il
complesso dei fratelli Reitano, la cantante era
Giannina, mentre Beniamino (oggi Mino), si esibiva
sul palcoscenico, sin da bambino, facendo soprattutto il macchiettista.
Quando poi nel 1957 (e non nel 1964 come è
stato detto a “Porta a Porta”) è morta all’improvviso, uccisa da una terribile leucemia, Giannina,
Beniamino che aveva 13 anni e anche una bella voce,
ha cominciato a cantare.
E già a 15 anni, nel 1959, quando lo conobbi a
Bova Marina si esibiva come cantante e come
fantasista. Era davvero uno schianto. Con gli anni si
è affinato, è diventato un grande o meglio una leggenda della musica.
Morale della favola: il pubblico è stato più bravo
della critica che ha subito apprezzato la semplicità e
la grandezza di questo eterno ragazzo che era un
artista completo, un vero showman.
E quando Gianni Ippoliti lo ha chiamato per fare
un programma su Raitre, Mino non ha avuto alcun
problema perchè quelle cose le faceva a Reggio da
ragazzino, diventando davvero il Beniamino della
città. Purtroppo in Italia (vedi i casi di Luigi Tenco,
del grande Totò, degli stessi Franchi e Ingrassia) si
deve passare ad altra vita per far capire ai soliti noti
(non certo alle masse) che si trattava di un grande
talento.
La trasmissione “Porta a porta” dedicata a Mino
Reitano ha ottenuto un milione e 816 mila telespettatori, share 23.35.
Con questo risultato Raiuno ha vinto nettamente
la seconda serata.
Mino fa sempre audience!
A dimostrazione della sua grande popolarità, è documentato che quando si esibiva lui salivano gli ascolti.
All’ultimo Festival di Sanremo cui ha preso parte,
quello del 2002, il picco più alto dell’audience è stato quando sul palcoscenico dell’Ariston saliva Mino.
Come è stato ricordato a “Porta a porta”.
Ricordate il brano “La mia canzone”, testo di
Panella (l’ultimo paroliere di Battisti), musica di
Reitano? Eppure la giuria dei critici ha avuto il coraggio di eliminare quella bella canzone (la più ascoltata dal pubblico) nella prima serata. Ricordo che
Mino ci rimase male.
Poi nella suite dell’hotel Royal dove era ospite
chiamò il cameriere. «Champagne per tutti», disse. Sempre lo stesso, nelle vittorie e nelle sconfitte
immeritate, come si addice ai grandi.
Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
E’ morto la sera del 27 gennaio 2009,
Mino Reitano.
Il cantante, una vera e propria icona
della musica popolare italiana, si è spento
a 64 anni dopo una lunga malattia nella
sua abitazione di Agrate Brianza:
accanto a lui c’erano sua moglie Patrizia
e la figlia Giuseppina Elena.
Reitano era malato di tumore da due
anni: era stato sottoposto a un intervento
chirurgico un anno e mezzo fa e,
successivamente, nello scorso novembre.
I funerali del cantante, che lascia anche
un’altra figlia, Grazia Benedetta, si
svolgeranno giovedì alle 15 nella chiesa
di Agrate Brianza.
Di famiglia povera, nato nei pressi di
Reggio Calabria, Mino Reitano aveva da
sempre seguito il sogno di diventare
cantante, studiando per 8 anni al
Conservatorio pianoforte, violino e
tromba.
Emigrato giovanissimo in Germania, lì
ha mosso i suoi primi passi della sua
carriera musicale insieme ai suoi fratelli,
che diventarono poi, insieme alla moglie
e alla sua grande famiglia, di cui ha
amato circondarsi da quando la sua
professione l’aveva reso famoso e
benestante, uno degli elementi
caratteristici del suo personaggio e della
sua fama.
E’ stato quattro volte a Sanremo senza
mai vincerne uno, con suo grande
cruccio: la fama e l’affetto dei suoi fan
non sono mai stati compensati con veri e
propri riconoscimenti professionali.
Ma da Sanremo è partita la canzone che
l’ha reso un’icona nel mondo
dell’emigrazione italiana, quella dal
semplice titolo “Italia”.
Colpito da tumore due anni fa, Mino
Reitano ha affrontato la malattia nel
modo in cui aveva sempre vissuto:
circondato dalla famiglia nel grande
podere di Agrate Brianza comprata con i
primi soldi della sua attività, e con
incrollabile ottimismo e fede.
Il suo credo l’aveva reso famoso - e
bollato come inguaribile ingenuo nell’ambiente un po’ cinico della musica:
ma ora si è sicuramente meritato un
posto in prima fila Lassù.
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Alluvione
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Dopo l’alluvione “la Piana” di
Rosarno si lecca le ferite
Ponti crollati, strane scomparse, centrali elettriche e
telefoniche pesantemente danneggiate - Agrumeti sommersi
da mota e limo che hanno coperto le piante fino alla cima
Mariasole Dalmonte
Un alluvione in due tempi. Non si erano spenti ancora i sinstri bagliori del primo alluvione avvenuto ai
primissimi di gennaio, che una seconda ondata di pioggia ha flagellato Sicilia, Calabria Tirrenica e particolamente
la Piana di Rosarno.
Ricorderete che nella prima manches erano crollati parecchi ponti e molti altri erano stati chiusi al traffico per ragioni
prudenziali.
Interi paesi erano rimasti isolati perchè l’unica loro via di accesso era letteralmenrte sparita.
Le centraline dell’Enel andate in tilt hanno lasciato al buio, senza acqua potabile, senza luce e, quindi senza riscaldamenti numerosi paesi ed i danni provocati dal maltempo alle strutture della telecom hano isolato vastissime zone con
interruzioni delle linee telefoniche a Banche che non potevo operare per cui le giornate per gli impiegati passavano
inoperose fra la ira dei clienti che avevano bisogno di prelevare e/o versare soldi soldi, pagare effetti, effettuare bonifici.
Anche gli ospedali erano tagliati fuori dal mondo e molte stazioni dei Carabinieri erano impossibilitate a collegarsi con
i loro omologhi.
Non va dimenticata la tragedia che si è vissuta a Melicucco, dove un’auto con due persone a bordo stava per
precipitare in una voragine chreatasi per la caduta del ponte stradale. Rimase in bilico e parecchie persone si sono
immediatamente prodigate per mettere in sicurezza i malcapitati.
Ma quando tutto sembrava finito ed i soccorristori era oltre la banchina del fiume larga 4 metri e con le spalle in
cemento, improvvisamente si è aperta una voragine che ha inghiottito due persone. La più giovane è riuscita ad
aggrapparsi agli arbusti di una siepe, mentre l’altra di 55 anni è stato risucchiato dalla voragine ed il suo corpo è stato
rinvenuto nel greto del fiume dopo molte ore e frenetiche, inutili, ricerche.
La fragile economia dela zona è sconvolta e ci si chiede quanto la popolazione dovrà attendere perchè quacosa si
muova in loro favore.
Purtroppo si ha l’esempio negativo della zona di Pizzo-Bivona ove malgrado siano passati anni, ancora sentono
parole, promesse , discorsi ma niente di concreto!
Addirittura quando la seconda ondata di maltempo era in previsione il Commissario Bertolaso era partito da Roma e
venuto in Calabria per essere sul posto nel caso si fosse avverata la previsione di “piogge torrenziali ed alluvionali”.
Il ponte sul fiume
Vacale a
Melicucco crollato
durante la prima
ondata di
alluvione.
Qui che è morto il
melicucchese
Valarioti che
assieme ad altri
della cittadina
soccorrevano due
automobilisti che
stavano
precipitando dal
ponte crollato
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Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
La voragine che ha
divorato la strada
nei pressi
dell’abitato di
Rizziconi e che ha
cportato alla
chiusura
dell’importante
strada
Gli alberi di
agrumi sommersi
fino alla cima da
fango e limo
portato dal fiume
Mesima esondato
nei pressi di
Rosarno
Ecco come si
presenta la strada
ed il ponte
dell’importante
arteria San
FerdinandoNicotera
sul fiume Mesima
alle foce poco
prima di riversarsi
nel mare
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Alluvione
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Venti minuti con il fiato della morte sul collo
Frana sull’autostrada A3 investe pulmino
nei pressi di Cosenza : due morti
L’autopsia ha rivelato che Nicolino Pariano è rimasto a lungo in vita e
cosciente dopo che il pullmino è stato investito dalla frana assassina Il giallo delle barriere protettive d’acciaio Chiuso al traffico da ieri pure un tratto di 11 km tra Scilla e Villa
Arcangelo Badolati
Gazzetta del Sud
Cosenza - Gli ultimi venti minuti trascorsi
aggrappato alla vita!
Con la bocca impastata di terra bagnata, il cuore che
stentava a pulsare e l’aria fredda della notte che riempiva
i polmoni provocando fitte lancinanti.
Accanto, il volto di Danilo Orlando reso gelido dalla
morte la bocca di Francesco Caiano che pronunciava parole di conforto.
Nella mente scorrevano le immagini dei giorni consumati tra gli uomini, mentre il respiro diventava sempre più
un rantolo.
Forse solo Cesare Pavese – celebre la sua “Verrà la
morte e avrà i tuoi occhi” – sarebbe stato in grado di
raccontare il lento distacco dalla vita di Nicolino Pariano,
56 anni, di Catanzaro.
Per milleduecento secondi quest’uomo è rimasto prigioniero della frana assassina.
«Sto morendo, sto morendo» ha continuato a ripetere
fin quando il filo di voce che lo legava al mondo non s’è
spento per sempre.
Il medico legale incaricato di eseguire l’autopsia ha svelato ai PM Dario Granieri e Antonio Tridico, che Pariano
dopo il cedimento della collinetta sull’A3, è rimasto vivo e
cosciente per almeno venti minuti.
Le conclusioni del perito coincidono con il racconto reso
dopo la tragedia dall’ultimo ferito estratto dal pullmino
Peugeot: Caiano ha infatti riferito a poliziotti e giornalisti di
quel buio asfissiante e del disperato tentativo del suo compagno di viaggio di resistere fino all’arrivo dei soccorsi.
Quando i vigili del fuoco hanno riportato la luce
nell’abitacolo devastato dalla frana, il cuore del
cinquantaseienne era però ormai fermo per l’eternità.
Il procuratore Granieri stamane conferirà ufficialmente
l’incarico ai tre periti che dovranno accertare le cause della
tragedia.
I consulenti avranno il compito di verificare se vi siano
state condotte omissive da parte dell’Anas.
L’indagine scientifica muoverà, intanto, dalla verifica della
effettiva stabilità dei fascioni protettivi in acciaio ch’erano
posti all’apice del muro di contenimento che delimitava la
carreggiata dell’A3.
Punto di domanda: erano adeguatamente fissati alla struttura di cemento armato? E il sistema di fissaggio era concepito affinchè potessero contenere i cedimenti del terreno?
E, ancora: quante volte all’anno veniva testata la loro
capacità di tenuta? Per saperlo dovremo aspettare.
In questa prima fase, l’inchiesta vede indagati due dirigenti dell’Anas: Salvatore Tonti, 44 anni, dirigente dell’Ufficio speciale, e Angelo Gemelli, 40, responsabile dell’Ufficio manutenzione della Sa-Rc.
Spiega l’avv. Giuseppe Milicia, legale di Tonti: «L’informazione di garanzia al capo compartimento Anas, Salvatore Tonti, è un atto dovuto che discende dalla posizione
di rilievo del funzionario e non certo dalla raccolta e
dalla valutazione di elementi di responsabilità a suo carico. Appare – prosegue l’avv. Milicia – del tutto inappuntabile l’impostazione data all’indagine dalla Procu-
ra della Repubblica di Cosenza che, nel dare corso agli
accertamenti di rito, ha precisato che sarà necessario
verificare ed approfondire le cause dell’evento prima di
passare alla verifica di eventuali responsabilità personali.
Da parte dell’ing. Tonti non si può, quindi, che assicurare la massima collaborazione agli inquirenti , con grande serenità e nella prospettiva del pieno e pronto accertamento dei fatti.
È doveroso sottolineare, inoltre, che le vicende
giudiziarie di queste ore non stanno creando alcun disagio al lavoro, come sempre scrupoloso ed incessante, svolto per l’Anas».
L’avv. Vincenzo Adamo, difensore di Gemelli, ha invece
dichiarato: «L’avviso di garanzia che ha raggiunto il mio
assistito permetterà di accertare, spero in tempi brevi,
l’esatta dinamica di quanto accaduto e le eventuali responsabilità.
L’ingegnere Gemelli,nella qualità di capocentro del
compartimento Anas per l’A3, riuscirà anche attraverso i
propri consulenti a stabilire la legittimità del proprio
operato in sinergia con le altre strutture tecniche operanti sulla Salerno-Reggio Calabria».
Intanto, un nuovo tratto dell’autostrada Salerno-Reggio
Calabria (dopo quello compreso tra Cosenza e Falerna) è
stato chiuso al traffico per il pericolo di frana.
La chiusura riguarda il tratto di 11 chilometri tra gli svincoli di Scilla e Villa San Giovanni. È stato il Prefetto di Reggio
Calabria, Francesco Antonio Musolino, a dare disposizione al Compartimento Anas, di procedere alla chiusura precauzionale in entrambe le direzioni del tratto pericoloso.
Il provvedimento di chiusura si è reso necessario, è scritto
in una nota, «per la presenza, rilevata in zona dai tecnici
dell’Anas, di un fenomeno di innesco franoso che allo
stato necessita di ulteriori indagini ed eventuali interventi di messa in sicurezza».
La situazione è allarmante. Oggi arriverà in Calabria il
sottosegretario alla protezione civile, Guido Bertolaso.
Alluvione
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Non si può morire sepolti da una
frana in autostrada!
Queste le parole dell’Arcivescovo di Catanzaro, Mons. Ciliberti, nell’omelia
durante i funerali di Nicolino Pariano
g.l.r.
Gazzetta del Sud
Catanzaro - «Non si può morire per
una frana sull’autostrada».
L’arcivescovo di Catanzaro, Antonio Ciliberti, ha
posto seri interrogativi, ieri pomeriggio, nel corso dei
funerali del 58enne Nicolino Pariano, una delle due
vittime della frana di domenica sera sull’A3.
L’alto Prelato ha fatto una forte e decisa chiamata
a responsabilità nei confronti dei rappresentanti istituzionali: «Le cause di quest’evento sono state tante, geologiche, meteorologiche, ma queste trovano
una
concausa
profonda
nella
corresponsabilità umana.
Spesso – ha continuato l’Arcivescovo – le scelte
dell’uomo sono determinate da interessi di parte
e non rispettano l’armonia della natura che si
ribella.
Ma è indispensabile costruire cose che siano
sicure per l’uomo e fare queste previsioni al momento opportuno».
Tanti i rappresentanti delle istituzioni calabresi intervenuti alla Messa celebrata nella chiesa di Santa
Croce, primo fra tutti il presidente della Regione
Agazio Loiero, presente assieme al prefetto di
Catanzaro Sandro Calvosa, agli esponenti di tutte le
forze dell’ordine ed al sindaco Rosario Olivo.
Sotto l’altare della chiesa gremita, tanto che in molti non sono riusciti ad entrare, era stata sistemata la
bara di Nicolino, coperta da un letto di orchidee ed
anthurium su cui era deposta una sciarpa della
Juventus, a testimoniare la grande passione calcistica
del 58enne.
«È giusto gridare con forza che questa morte
non passi invano.
Tutti, nei rispettivi ruoli istituzionali devono agire in maniera consona per la sicurezza dei cittadini», ha aggiunto nella sua omelia monsignor
Ciliberti.
Un monito risuonato anche dalle parole del parroco del quartiere Pontepiccolo, dove vive la famiglia
Pariano, il quale ha chiuso la funzione dopo la commovente lettera di Antonella, nipote del 58enne deceduto: «Il distacco strazia il cuore, oggi ancor
più straziato per la perdita del tuo sorriso.
Non dovevi lasciarci così zio, non è giusto».
All’uscita della chiesa il feretro è stato salutato con
un lungo applauso.
Voci dal Sud
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Alluvione
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Continuano le intemperanze del
tempo che rovescia millimetri su
millimetri di pioggia sulla Calabria
E’ un bollettino di guerra quello che si legge
sui mass media e si vede in TV relativamente
all’alluvione che ha colpito l’intero territorio
calabrese.
I Comuni isolati dalle frane che hanno inghiottito ponti e strade di accesso non si contano più.
Le famiglie evacuate sono ormai una folla di uomini,
donne, bambini, anziani che hanno dovuto lasciare le
proprie case (che non sanno se ritroveranno più!).
Addirittura come a Fagnano Castello, in provincia di
Cosenza, il cimitero è in parte franato e le Cappelle si
sono inclinate poggiandosi una sull’altra mentre le tmbe
si sono aperte e molte casse non hanno resistito all’impatto e mostrano il loro macrabro contenuto.
Alcune abitazioni che erano proprio sotto la scarpata
del cimitero sono state fatti sgombrare d’urgenza sia per
evitare che gli abitanti potessero essere sommersi dal
muro di fango e sia perchè avrebbero potuto trovarsi i
miseri resti mortali di molti compaesani nella propria camera da letto.
Dopo l’incidente di domenica scorsa l’autostrada è
ciusa nel tratto Cosenza-Falerna e nessuno osa azzardare previsioni per la riapertura.
In conseguenza dell’episodio franoso di Cosenza,
l’Anas ha creduto bene mettersi in sicurezza per cui ha
chiuso anche il tratto dell’Autostrada A 3 fra Scilla e Villa
San Giovanni dirottando il traffico leggero sulla SS 18.
Malaguratamente anche la SS 18 ha avuto delle frane
per cui è stata chiusa anch’essa.
Oggi per andare a Reggio ed in Sicilia si deve fare il
giro dalla jonica sulla affollatissima 106 che “gode” anche del triste appellativo di “Strada della Morte” a causa
degli innumerevoli incidenti che continuano a verificarsi.
E’ prevista anche la chiusura della stazione ferroviaria
di Vibo/Pizzo per riparare i danni verificatesi, perciò la
Calabria è isolata da resto del mondo.
Se malaguratamente la linea ferroviaria dovesse interrompersi a Cannitello per la solita ricorrente frana l’intero territorio sarebbe tagliato dal mondo.
Per ora i TIR sono costretti a giri lunghissimi per cui
da Caserta a Reggio si impiegano circa 14 ore!
Oggi i Tir che debbono raggiungere la Piana debbono
lasciare la 106 a Gioiosa Jonica ed attraversare la catena
appenninica a mezzo della superstrada Jonio-Tirreno.
Ma quanto durerà questo collegamento? molte dei
tratti della superstrada sono “sotto costa” di altissime
coste montuose che potrebbero iniziare ad essere interessati da movimenti franosi da un momento all’altro.
Intanto Piove a dirotto e non accenna a diminiure di
intensità.
Agricoltura: aumentano i
disagi ed inizia il tragico
balletto della presa in giro
della “Calamità naturale”!
Franz Rodi-Morabito
E‘ tornato il sole, ma non si sa quanto durerà. La notte di
venerdì scorso è sembrato che il mondo si rivoltasse per il
fortissimo vento; un vento caldo che viene dall’Africa, e
che ... impensierisce perchè fa temere movimenti tellurici.
Con il sole si sono visti meglio gli enormi danni che il
territorio ha subito.
Le colture ed i prodotti che erano pronti per la raccolta
son andati irrimediabilmente perduti sommersi in un mare
di fango.
Agrumi, olive ed altra frutta sono ormai un pio ricordo!
Intanto gli Enti a monte dell’agricoltura sembrano vivere
su un altro pianeta, in una dimensione diversa: l’Esattoria
manda avvisi di pagamento ed Equitalia continua a minacciare ipoteche e pignoramenti, l’Inps continua a chiedere i
pagamenti “in termini” del dovuto per i contributi
previdenziali (almeno per coloro che hanno fatto regolare
richiesta per i lavoratori e che, quindi sono penalizzati rispetto a chi di contributi previdenziali non ne paga!).
L’Enel ci stacca la luce nelle case, la Telecom interrompe
l’utenza telefonica, la Regione manda avviso di procedure
per tasse possesso auto non pagate, le Assicurazioni rifiutano di assucrare gli automezzi se non ci si presenta con i
soldi in bocca impedendo di fatto la possibilità di recarsi al
lavoro.
Tutto normale, roputine solita, come niente fosse successo la vita burocratica continua imperterrita ignorando
ciò che è accaduto!
E’ una vera indecenza! una insensibilità assurda e, direi,
criminale.
La Regione ha chiesto a Roma la dichiarazione di calamità naturale, ma ammesso che dopo lunghissimi “tempi tecnici” venga riconoscita, si deve partire con una miriade di
documenti e certificati che costano somme ingenti sia per il
rilascio che per tecnici cui bisogna rivolgersi per preparare
le pratiche.
Infine, quando fra qualche anno qualcosa va a compimento ... i soldi sono stati spesi per altro e l’agricoltore non
avrà incassato nulla. Tasse contributi che sarannosospesi
(NON cancellati) intanto vanno in riscossione e ... tutto
ricomincia daccapo!
Morto il Re, viva il Re!
Voci dal Sud
13
w w w . s o s e d . eu
Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Le Poste Italiane lanciano la campagna
informativa contro le truffe
Vademecum sulla sicurezza per iniziativa di Poste Italiane negli uffici di Reggio
Calabria in via Miraglia ed a Palmi
Fornire consigli utili per prevenire le truffe, soprattutto a danno di persone anziane.
E’ questo l’obiettivo di Poste Italiane che da oggi distribuisce a tutti i cittadini negli uffici postali di Via
Miraglia, a Reggio Calabria e via Cesare Battisti, a Palmi, un opuscolo informativo, dal titolo “Pochi e
semplici consigli per essere e sentirsi sicuri”. L’iniziativa si inserisce nel contesto delle attività di Responsabilità Sociale di Poste Italiane ed è intesa ad agevolare la diffusione della
cultura della sicurezza.
La pubblicazione offre indicazioni e
consigli per prevenire i più comuni casi
di microcriminalità, con particolare attenzione alle persone anziane, purtroppo, spesso vittime preferite di malviventi.
Nell’opuscolo viene spiegato che nessun dipendente di Poste Italiane o di
altri enti o aziende di pubblica utilità ha
l’incarico di recarsi nelle abitazioni private per indurre le persone a consegnare denaro, per controllarne l’autenticità o per proporre investimenti. Coloro che esibiscono false credenziali di
Poste Italiane o di altri soggetti vanno
quindi immediatamente segnalati alle forze dell’ordine. Nel dubbio si può sempre chiamare l’ufficio postale
di riferimento. In caso di necessità da parte di Poste Italiane, il cliente viene contattato tramite avviso o
telefonata e invitato a presentarsi direttamente al proprio ufficio postale. Nella pubblicazione si danno
inoltre alcuni semplici consigli in caso di rapina in un pubblico esercizio: restare calmi, evitare eroismi,
memorizzare particolari che potrebbero essere utili per la Polizia. Consigli utili anche per chi usa internet e
vuole difendersi dai tentativi di truffa informatica e per chi utilizza gli sportelli automatici Postamat o Bancomat per prelevare denaro contante. Infine, il libretto suggerisce il comportamento da tenere qualora si
venga avvicinati da sconosciuti per strada oppure a casa.
Poste Italiane ricorda che è possibile evitare la riscossione della pensione allo sportello richiedendo
l’accredito direttamente sul conto BancoPosta o sul libretto di risparmio postale, con valuta dal primo
giorno lavorativo del mese. In questo modo il pensionato può ritirare di
volta in volta solo gli importi necessari od usare per i pagamenti le relative carte elettroniche, riducendo
l’utilizzo del contante e i rischi connessi. Scegliendo l’accredito sul conto BancoPosta inoltre Poste Italiane
offre un’assicurazione gratuita contro il furto della pensione prelevata presso gli uffici postali o gli sportelli
automatici (sia postali che bancari) fino ad un massimo di 516,46 euro.
Incontro tra diversi movimenti promosso dall’on. Donnici
Una Lega per il Meridione?
A Cosenza le “prove tecniche”
Gazzetta del Sud
Catanzaro - Una sorta di “Lega
Sud”!
Le basi per la costituzione di un
soggetto politico unitario che cerchi
di interpretare bisogni e aspirazioni
del Meridione, sono state poste a
Cosenza dove si sono incontrati i
rappresentanti di associazioni e movimenti autonomisti.
I lavori sono stati introdotti da una
relazione dell’europarlamentare
Beniamino Donnici; ha fatto seguito
un ampio ed articolato dibattito al
termine del quale tutti i presenti hanno positivamente risposto alla domanda di coesione ed unità.
«È la prima volta – ha commentato Donnici – che, superando
l’atavica tendenza all’individualismo e alla divisione, tanti movimenti
d e c i d o n o d i o p e r a re u n a s i n t e s i e l a v o r a r e a d u n a p ro s p e t t i v a u n i t a r i a
p e r c o n t r a s t a re l a t e n d e n z a n o r d c e n t r i c a d e l l a p o l i t i c a i t a l i a n a , I l S u d
ha bisogno di una nuova classe dirigente libera, onesta, determinata ad
a c c e t t a re s e n z a c o m p l e s s i d i i n f e r i o r i t à l a s f i d a d e l f e d e r a l i s m o e d e l
p ro t a g o n i s m o c u l t u r a l e , p o l i t i c o e d e c o n o m i c o » .
Hanno dato lo loro adesione i delegati di: Centri di Azione Agraria
(Puglia); Noi Meridionali; Uniti per la Puglia; Uniti per Matera; Partito del Sud; Sicilia Libera; Puglia Libera; Lega Sud Ausonia; Movimento per la Puglia; Fobndazione Eritage; Unione federalista Meridionale;
Uniti per Catsrovillari; Agorà Calabria; Uniti per la Sicilia; Noi
B o r b o n i c i ; N u o v a I t a l i a ; M o v i m e n t o p e r l a Te r r a ; C o m i t a t i p e r l a
Calabria.
Al termine dell’incontro è stato insediato il Comitato per l’Assemblea costituente che si svolgerà entro marzo.
Il Comitato è presieduto da Enzo Maiorana , presidente di Noi Meridionali.
N e f a n n o p a r t e F r a n c o i s N i c o l e t t i ; E r a s m o Ve c c h i o ; E n z o S a l a d i n o ; C a m i l l a
B u i o n a n n i ; A l f o n s o Ve n o s o ; G e r a r d o G r i p p o ; G i a c o m o S a c c o m a n n o e
Lanfranco Caladerazzo.
Il Comitato si riunirà nei prossimi giorni per definire data dell’assemblea,
regolamento congressuale e statuto.
C u r i o s i t à
Quando il raptus dell’acquisto è fatale!
Anziana signora muore travolta ...
da un cumulo di acquisti
Stockport - Di shopping si può anche morire!
La mania di comprare senza una reale necessità ma solo per il gusto di accumulare abiti, oggetti e cose
è costata la vita a una donna in Inghilterra, rimasta letteralmente sepolta dal cumulo di acquisti di una vita
intera.
Una montagna di oggetti ha infatti sepolto viva una pensionata di 77 anni, nel suo bungalow a Stockport,
nella contea metropolitana inglese della Greater Manchester.
Ci sono voluti due giorni di lavoro e due squadre di sei poliziotti per rimuovere tutta la roba e trovare il
cadavere dell’anziana Jean Cucanne.
Ogni camera della sua abitazione era piena di roba, ma non solo. Anche il garage e la sua auto, una Rover
100, «straripavano» di oggetti, la maggior parte dei quali ovviamente inutilizzati.
Secondo il Daily Mail gli agenti della polizia hanno trovato di tutto: gadget, vestiti, ombrelli, candele,
ornamenti, vasi, molti dei quali nuovi di zecca.
«Da 16 anni, comprava tutto ciò che le capitava tra le mani, per il semplice piacere di far compere e non perché le
cose le servissero realmente» ha raccontato il miglior amico della donna.
Di lei non si avevano notizie dal giorno di Santo Stefano, ma solo martedì gli amici, preoccupati, hanno segnalato la
sua scomparsa.
La donna non è mai stata sposata, anche se aveva un figlio.
«Era una donna piacevole, con una forte personalità e sempre di buon umore».
Così la ricordano amici e vicini di casa. Nel suo bungalow viveva da sola e ogni settimana andava in chiesa.
Nella sua mania era solita fere shopping nei centri commerciali di John Lewis, Marks and Spencer fino a tarda sera.
Un’ossessione, che le è costata la vita.
Nell’era dell’alta velocità
Trenitalia: tecnologia, efficenza e ...
sicurezza!
Dieci ore di ritardo da Milano a Bari, coincidenze saltate, passeggeri infuriati
Roberto Buonavoglia
Gazzetta del Sud
BARI - Che succede se un treno accumula ritardo su ritardo e si ferma anziché a Roma Termini a Roma Tiburtina?
Succede che i passeggeri s’infuriano, alcuni perdono il treno che aspettavano, altri la coincidenza per tornare a casa
dalle vacanze. È quanto è accaduto, tra gli altri, ad una famiglia barese – padre, madre e tre figli di 15, 13 e 10 anni – che
anziché sbarcare a Bari alle 21.59 di lunedì è arrivata alle 7.49 di ieri (7 gennaio), con circa dieci ore di ritardo. La famiglia,
infatti, ha trascorso un’intera notte su un Intercity che è riuscito a fare la sua buona ora di ritardo, esattamente un’ora e
14 minuti netti.
L’odissea di Vito D. e famiglia comincia nella stazione di Firenze Rifredi. La partenza del treno (il 591 Milano-Napoli) era
prevista per le 14.27. Ma il treno è in ritardo di oltre 30 minuti. Arriva e riparte subito dopo le 15. Dà ovviamente la
precedenza a una Frecciarossa, il treno ad alta velocità («dell’Altra velocità, quella per i ricchi», ironizza Vito), e marcia
dritto verso Roma Termini. All’altezza di Orvieto, però, il capotreno avvisa i passeggeri che «per problemi tecnici» il
convoglio non arriverà a Termini ma a Roma Tiburtina. Il treno ha 40 minuti di ritardo e c’è chi deve prendere la
coincidenza per altre città. E a Termini ci sono passeggeri che aspettano quel treno per raggiungere Napoli.
Il convoglio si ferma a Roma Tiburtina alle 17.55 (l’arrivo a Termini era previsto per le 17.16). I passeggeri scendono di
corsa dal treno e alcuni di essi cercano di raggiungere in tempo Termini. La famiglia di Vito D., alle 18 circa, sale “al volo”
su un regionale e arriva a Termini dopo circa 10 minuti. Troppo tardi. La “Freccia d’argento” Roma-Bari-Lecce (delle 18)
che doveva portare loro e altri a casa, è partita. Inutile ricostruire le due lunghe file per ottenere il rimborso del supplemento Eurostar (75 euro). Si riparte da Termini alle 23.58 (in orario) con l’Intercity Roma-Bari, che già a Foggia “riesce” a
totalizzare circa un’ora di ritardo. Fino a Bari la performance del treno peggiora di altri 14 minuti. Arriva a destinazione alle
7.49 anziché alle 6.35.
Intanto a fare buona compagnia a questa notizia ne giunge un’altra: Ancora un Eurostar si è spezzato in due e questa
volta mentre era in viaggio, ma per fortuna, è successo mentre viaggiava a velocità ridotta perchè in uscita da una
stazione cui si era fermato regolarmente. Poichè lo slgan di trnitalia recita che i treni italiani sono i più sicuri d’europa,
ci chiediamo se invece del bilgietto, allestero, facciano pagare il premio assicurativo sulla vita.
L a
s t o r i a
I Ris esamineranno le ossa del Re Gioacchino Murat
Dopo la fucilazione nel 1815 l’ex Re
delle Due Sicilie fu sepolto a Pizzo
Giustiziato in forza di una Legge che lui aveva emanato, le sue spoglie
mortali furono inumate nella fossa comune nella chiesa di Pizzo che lui
stesso aveva fatto costruire
Calabria Ora
PIZZO (VV) - Individuare i
resti mortali di Gioacchino Murat (generale francese, re di Napoli e maresciallo
dell’Impero con Napoleone Bonaparte)
che, dopo la fucilazione, nel 1815, fu
sepolto nella chiesa di San Giorgio per
effettuare un’analisi comparativa del Dna
con quello degli attuali discendenti diretti.
E’ quanto si propone il progetto “La
ricerca delle Ossa di Gioacchino
Murat”, promosso dal Comune di Pizzo,
in Calabria.
L’iniziativa, sostenuta dal sindaco della cittadina, Fernando Nicotra, è stata
proposta dall’associazione onlus intitolata al cognato di Napoleone e Re di Napoli.
Nicotra ha indetto per il 15 gennaio, a
Pizzo, un incontro allo scopo di effettuare
una ricognizione dei luoghi ed acquisire
le indicazioni ed i pareri di competenza.
Alla riunione sono stati invitati, tra gli
altri, il Ministero per i beni e le attività
culturali e le Soprintendenze calabresi.
Saranno gli esperti del Ris dei carabinieri di Messina ad effettuare la comparazione del Dna dei resti con quello degli attuali discendenti diretti di Murat, i quali
più volte, secondo quanto riferisce
Nicotra, hanno dichiarato la loro disponibilità a sottoporsi a tale esame.
La scena della fucilazione di Re Murat sugli spalti
del castello nella rievocazione storica delle
“Giornate Murattiane”
s t o r i a
L a
Prigionieri nel campo di Ferramonti
Molti procedimenti ricostruiti in un
volume scritto da Peter Georg
per i tipi di Prometeo
Riemergono dagli archivi della Pretura di Spezzano Albanese
i fascicoli processuali degli internati dal 1940 al 1943
Luigi Troccoli
Gazzetta del Sud
Le rievocazioni che in questi giorni stanno
avvenendo a proposito del campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia (Cosenza) ci inducono a occuparci di un particolare aspetto della vita degli internati.
Si tratta del loro rapporto con la legge penale.
Cosa avveniva quando nel campo si consumava qualche reato? Vi era, a Ferramonti, un sistema di regole codificato o l’arbitrio dei carcerieri si scaricava senza processi e
sentenze su presunti colpevoli di infrazioni?
All’interno del campo vigeva la legge penale ordinaria
italiana.
I reati che vi fossero commessi erano segnalati dal direttore del campo all’ufficio giudiziario competente per territorio che era - come ancora è - quello di Spezzano Albanese.
Era, dunque, il pretore di Spezzano Albanese il giudice
naturale al quale giungevano le denunce relative a reati
commessi all’interno del campo di concentramento di
Ferramonti.
Ci è stato facile consultare negli archivi della pretura di
Spezzano – ora ufficio del giudice di pace – i fascicoli
processuali degli anni 1940-1943, periodo di attività del
campo.
Per quegli anni il giudice titolare della pretura spezzanese
fu il magistrato Giovanni Leucadito Cortese, originario di
Lungro.
Un repertorio dei processi che vennero intentati contro
i deportati di Tarsia si ha nel libro “Ferramonti” di Peter
Georg, (Edizioni Prometeo, Castrovillari).
L’autore descrive in oltre trecento pagine la vita da lui
trascorsa nel campo calabrese e nel narrare diversi episodi
riferisce anche di alcuni processi penali celebrati a Spezzano.
Georg definisce il Leucadito Cortese “uomo ragionevole e assennato.bonario e intelligente giudice”.
Ma che genere di reati dovette giudicare il pretore di
Spezzano? Dai fascicoli processuali da me consultati, emerge un primo processo, tenutosi il 12 agosto del 1942 contro due giovani, “imputati di atti osceni, per avere compiuto atti contrari alla morale, baciandosi in pubblico”.
I due, denunciati dagli agenti del campo, erano fidanzati.
A lei era giunto l’ordine di lasciare il campo per altra
destinazione e il “bacio d’addio” venne tramutato in una
esibizione di atti osceni.
Il giudice, al termine del dibattimento e dopo avere sentito come testimoni i verbalizzanti ed altri internati, proscioglie gli imputati perché “il fatto non costituisce rato”.
In un altro processo un internato di origine croata, accusato di avere fornito false generalità, viene assolto per
intervenuta amnistia.
Un polacco subì un processo per essere stato trovato in
possesso di un sacco contenente 12 chilogrammi di farina.
Si è tattato di un processo nato dal ricorso che lo stesso
imputato aveva presentato contro un precedente decreto
penale che o aveva condannato per contrabbando a mille
lire di ammenda.
Nel corso dell’udienza il polacco non riuscì a dimostrare
la sua innocenza e il giudice confermò il decreto di condanna.
In altre tre udienze si procedeva contro ignoti, per il furto
di un portafogli, di una sciarpa e di un lenzuolo, senza che
si pervenisse all’identificazione degli autori dei reati.
Cinque internati vennero denunciati per avere aggredito, chi a calci e pugni, chi a pugni altri cointernati, provocando negli aggrediti lesioni, guarite in tutti i casi in meno
di dieci giorni.
Per mancanza di querela delle parti lese, il giudice dichiarò di non doversi procedere in tutti i casi.
Un processo riguardò l’internato Adut Vitale, imputato
del reato di evasione, per essersi allontanato dal campo di
Ferramonti.
L’esito del procedimento fu sfavorevole all’imputato che
subì la condanna alla pena di tre mesi di arresti ed al “pagamento delle spese processuali e tassa di sentenza”.
Due internati, uno polacco e l’atro tedesco, oltraggiarono una sentinella, una camicia nera, che li denunziò per
essere stato da loro offesa con gli epiteti di “vigliacco, mascalzone, miserabile”.
La fase istruttoria, prima, e l’udienza poi confermarono
che solo uno dei due - il polacco - aveva pronunciato le
parole offensive contro la camicia nera.
Il giudice emise una sentenza di condanna a sei mesi di
reclusione, al pagamento delle spese processuali e concesse il beneficio della sospensione condizionale della pena.
La tipologia di reati che il codice penale dell’epoca contemplava e che si registrò nel campo di concentramento è
tipica della condizione di quanti vengono ristretti in regime
di privazione della libertà e di precarietà esistenziale, come
si evince dalle rubriche giudiziarie: contrabbando di farina,
piccoli furti di effetti personali, aggressioni e, come è ovvio, evasioni dalla prigione.
Il giudice Cortese concluse la sua carriera come pretore a
Spezzano Albanese, dove rimase, fino alla morte, dopo essere andato in pensione.
Voci dal Sud
18
AnnoV° nr. 2 Febbraio 2009
w w w . s o s e d . eu
L’omicidio di Eluana risolverà
i mali italiani?
fromor
Ormai sembra che l’ “affaire Eluana” debba
aver asssunto valenza nazionale per risolvere i mali
che affliggono oggi l’Italia.
Non si parla d’altro; TV giornali, forums sono
dedicati solamente a lei.
Vorrei comunque fare una premessa per tentare
di trovare una risposta ai miei cruccianti interrogativi.
Qual’è la differenza fra omicidio (pena di
morte irrogata da un Giudice), eutanasia e
quanto sta subendo Eluana?
Ho tentato in tutti i modi di rispolverare principi
legali, articoli, codici, ma non ho saputo darmi risposta.
Fin quando non vi sarà una legge sul testamento
biologioco a me sembra che l’uomo non abbia disponibilità della propria vita tant’è che colui che tenta il suicidio senza riuscirci alla fine viene condannato così come l’autolesionismo.
Altra considerazione è relativa ai testimoni di
Geova (e forse anche altri credi religiosi) non accettano la trasfusione di sangue.
Ricordate il caso in cui il Giudice è dovuto intervenire per imporlo ad una coppia, mi par di ricordare di Genova, che rifiutava la trasfusione sul proprio
figlio?
Per la signora che rifiutò l’amputazione di un piede e per questo morì, invece vi furono due casi simili
ma trattati diversamente dalla Legge.
Una di queste non voleva l’intervento e fu nominato un “tutore” legale che accondiscese all’amputazione.
Comunque tutti i casi furono tendenti a salvare la vita e non a toglierla.
Quando vi fu qualche anno addietro la faccenda
di Welby era lui che dichiarò apertamente che voleva si “staccasse la spina”.
Tuttavia il medico che esaudì il suo desiderio, fu
processato (non so se dalla Magistratura comune o
dal proprio Ordine Professionale).
Il can can che si è creato sul caso Eluana comunque mi insospettisce dal momento che potrebbe essere stato strumentalizzato dalla politica.
Non credete sia possibile che si sia voluto
polarizzare l’attenzione degli italiani sul caso specifico “distraendo” da altri gravissimi problemi come:
- ordine pubblico
- stupri liberamenti fatti in mezzo alla gente che
assiste quasi impassibile nelle aiuole di un parco pubblico (Milano), alla fermata di un bus cittadino
(Roma), scesi da un treno (Roma), fra adolescenti
nelle scuole (Trento), in zone dove una coppietta si è
appartata (Guidonia), addirittura in casa (Sibari).
- questione immigrati
- razzismo
- scioperi trasporti
- scioperi scuole
- crisi economica
- crollo dei poteri d’acquisto della moneta
- perdita massiccia dei posti di lavoro
- crollo di interi sistemi economici e/o bancari
- usura delle banche
- cannibalismo fra gli Organi della Magistratura
- intere regioni che slittano franando e procurando morte
- strade, ponti e fiumi cancellati dalla carta geografica
- intere regioni sommerse dall’immondizia
e ... non aggiungo altro altrimenti ce ne sarebbe
da dire e su cui dolerci!
Non sembra legittimo il dubbio che il triste
caso Eluana possa essere divenuto il parafulmine per l’attenzione pubblica?
19
Voci dal Sud
w w w . s o s e d . eu
Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Un panettone
panettone in
in meno
meno un
un sorriso
sorriso in
in più
più
Un
A Natale aggiungi un posto a tavola ...
Patrizia Rodi Morabito
NATALE 2008
INVITO VIRTUALE
Voglio invitarti a cena e se vuoi anche a pranzo, ma non
so chi sei e dove sei, allora sai che faccio?
... rinuncio a comperare un panettone in più,
ti mando i soldi
tramite un’associazione, una parrocchia,
un gruppo
Non pensare che voglia sentirmi più buono,
non è così!
Ho il cuore grasso,
la volontà infiacchita,
le mani strapiene,
i piedi caldi,
il cervello svuotato.
Mi hanno detto che tu hai fame,
sei solo,
hai paura,hai freddo, anche oggi non mangerai.
Scusami è anche colpa mia!
N.B. - Scriveteci in Redazione all’indirizzo sotto riportato e fateci sapere come avete utilizzato l’invito virtuale
[email protected]
Voci dal Sud
20
AnnoV° nr. 2 Febbraio 2009
w w w . s o s e d . eu
Le aziende più antiche al mondo:
sei su dieci sono italiane
Anche una calabrese, la Amarelli Fabbrica de Liquirizia di Rossano Scalo (1731)
da Corsera
MILANO - C’è un campo in cui le imprese italiane eccellono nelle classifiche mondiali. E’ quello
Sono 13 però complessivamente le industrie del
made in Italy presenti nella classifica di anzianità stilata da Family Business, una rivista americana specializzata proprio in aziende familiari, dove la Pontificia Fonderia Marinelli, che dall’anno mille produce
campane, conquista il secondo posto.
LE PRIME DIECI - In testa alla classifica 2008
rimane saldamente in testa ancora una volta una realtà giapponese, che però non è più la Kongo Gumi,
società attiva nella costruzione di templi buddisti nata
nel 578, ma rea di aver ceduto alle lusinghe del mercato, visto che nel 2006 è stata acquisita dal gigante
dell’edilizia Takamatsu.
Nell’aggiornamento della graduatoria da poco pubblicata, infatti, la vetta è stata conquistata da Houshi
Onsen, l’albergo-struttura termale guidato dalla stessa famiglia dal 718, quando fu fondato, secondo la
leggenda, da un monaco buddista nel luogo indicato
dal dio del Monte Hakusan.
La genesi delle imprese nostrane presenti in classifica sarà forse dai connotati meno spirituali, ma
quanto ad antichità anche il made in Italy ha qualcosa da dire.
La Pontificia Fonderia Marinelli, nata nell’anno mille
ad Agnone (Isernia), come fonderia delle campane
del Papa, conquista il podio ex equo con la cantina
Chateau de Goulaine.
Nata, come la storica cantina francese, nell’anno
mille, la Marinelli usa ancora le antiche tecniche. Le
sue campane risuonano ormai in tutto il mondo, da
New York a Pechino, da Gerusalemme al Sud America, fino alla Corea.
I dipendenti sono solo 20 e tra loro ci sono ancora cinque membri della famiglia Marinelli, con Pasquale direttore operativo.
Per trovare un’altra impresa italiana basta scendere al quarto posto, dove si piazza la Barone
Ricasoli, storico produttore di vino e olio d’oliva nato
a Siena nel 1141, guidato da Francesco Ricasoli.
Subito dopo, al quinto posto, ecco un nome storico del vetro, la Barovier & Toso, di Murano (Vene-
zia): dopo essere stata fondata nel 1295, l’azienda è
giunta ormai alla ventesima generazione dei Barovier
che, nel 1936, si fusero con i Toso.
Scendendo lungo la classifica si incontrano poi due
aziende fiorentine.
In ottava posizione c’è la Torrini, l’impresa produttrice di gioielli fondata dal capostipite Jacopo nel
1369 e in nona la Antinori, che produce vino a partire dal 1385.
Per la decima in graduatoria ci si sposta in Veneto:
è la Camuffo di Portogruaro (Venezia), impresa
costruttrice di imbarcazioni nata nel 1438 nel porto
veneziano di Khanià a Creta.
Dalla fondazione, per mano di El Ham Muftì, ha
venduto barche tra l’altro a Maometto II, alla Repubblica di Venezia, e perfino a Napoleone.
ALTRE - Le ceramiche di Grazia Deruta, azienda attiva a Torino dal 1500, hanno conquistato, oltre al mercato degli Stati Uniti, anche la dodicesima
posizione.
L’azienda è tallonata dalla Pietro Beretta, lo storico produttore di armi di Gardone (Brescia), capace
tra l’altro di piazzare la mitica rivoltella tra le mani
della spia più famosa del mondo, James Bond.
Dopo questa pattuglia che si piazza nelle prime
posizioni, occorre scendere fino al trentunesimo posto per trovare un’altra azienda del Made in Italy.
È la Cartiera Mantovana, fondata nel 1615 dalla
famiglia Marenghi, tuttora guidata da Cristina
Marenghi e figli.
Tutte nate nel ‘700 sono le ultime italiane che affollano la classifica di Family Business: la calabrese
Amarelli Fabbrica de Liquirizia di Rossano Scalo in provincia di Cosenza (1731), la laneria Fratelli Piacenza di Pollone, in provincia di Biella (1733),
la Fonderia Daciano Colbachini di Padova (1745),
il Lanificio Conte di Schio (1757).
Voci dal Sud
21
w w w . s o s e d . eu
Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Eccezionali misure di sicurezza per il corteo del 20 gennaio
L’auto di Obama? La«bestia»
più blindata della storia
La vettura per il neopresidente è stata costruita dalla General Motors. «Resiste a
qualsiasi esplosivo»
Ennio Caretto
Corriere della Sera
(L’articolo è stato pubblicato il 7 gennaio per cui si svolge al futuro futuro)
WASHINGTON – Il servizio segreto la chiama
«la bestia» perché è praticamente una fortezza mobile, o come ha detto la TV Cnn, mostrandone la
fotografia, «un carro armato su ruote».
Il 20 gennaio prossimo, Barack Obama cavalcherà
la nuova vettura di massima sicurezza prima con
George Bush, andando dalla Casa
bianca al Campidoglio per il giuramento, poi con la moglie Michelle, facendovi ritorno.
«La
bestia»,
costruita
nascostamente dalla General Motors,
è un incrocio tra una lussuosa Cadillac
e un pick up truck, di enorme potenza,
grigia, con una fascia nera al centro. È
l’auto più rivoluzionaria dal 1909,
quando il presidente Taft abbandonò
la tradizionale carrozza a cavalli per la
nuova «carrozza a motore».
BLINDATO - A detta della General
Motors, «la bestia» è l’auto più blindata della storia, in grado di resistere a qualsiasi
esplosivo, con pareti, tetto e pavimento di acciaio, e
con vetri dello spessore di 10 – 15 centimetri, impenetrabili. Costruita su ricerche condotte nella guerra
dell’Iraq, dove gli Humvee sostennero tremendi
scoppi, sostituisce la pur poderosa Cadillac usata
da Bush nel gennaio del 2005.
Ha riferito la TV Cnn che proteggerà Obama da
ogni attentato, l’ossessione del servizio segreto.
«La bestia» pare avere suscitato la curiosità del
presidente eletto, appassionato di auto, che tuttavia
ne ha sempre posseduta una sola alla volta, contro
le tredici del suo avversario alle elezioni, il repubblicano John McCain.
SOPRANNOMI - Altre eccezionali misure di sicurezza saranno in vigore per il corteo presidenziale
il 20 prossimo: nessuno tra la folla – sono previste 2
milioni di persone - potrà portare borse, pacchi, sedie, persino bottiglie e ombrelli, e tra di loro si aggireranno migliaia di agenti e soldati della Guardia nazionale.
Il Chicago Tribune ha tradito un segreto svelando
i soprannomi dati dall’FBI a Obama e Michelle per
seguirne i movimenti: Obama è «Renegade», rinnegato, scelto per confondere eventuali malintenzionati, mentre Michelle è «Renaissance», Rinascimento.
John Kennedy fu soprannominato «Lancer» per
la sua passione per la saga medioevale di Re Artù, e
Reagan «Rawhide» (dal vecchio sceneggiato televisivo con Clint Eastwood) per la sua passione per il
west.
ESPERTO DI CUCINA - Su Obama, la CNN
ha ieri diffuso un divertente filmato del 2001 dello
show «Check please» (Il conto per favore) di una tv
di Chicago. Il presidente eletto vi figura come un
esperto di cucina, che consiglia al pubblico due noti
ristoranti cittadini, il “Dixie kitchen” specializzato in
piatti del profondo sud, e il “Bait shop” specializzato
in pesce.
Il filmato non venne mai trasmesso perché ritenuto «troppo dotto« dalla tv.
Ma da oggi al 20 gennaio lo sarà quattro volte, un
altro sintomo della «Obamania« di cui è preda gran
parte dell’America.
Voci dal Sud
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Il nuovo Capo supremo della Cia
americana, è calabrese
E’ sidernese e cugino dell’ex sindaco - In famiglia parla in dialetto calabrese
Calabria Ora
Della sua terra continua ad apprezzare le capacità della gente.
Chiede continuamente di sapere quel che succede «laggiù» a Siderno, Calabria, origine della
sua vita.
Lui, Leon Panetta, «l’italiano» della Casa Bianca ha lavorato accanto all’ex presidente Bill
Clinton.
Ed ora è stato scelto da Obama
per uno dei ruoli più difficili e delicati che si possano ricoprire in questo momento storico ai vertici dell’amministrazione americana.
Ora è il capo dei servizi segreti
più importanti del mondo.
A Siderno Leon Panetta ha tutti i
suoi più stretti parenti.
Nel 1994 il Corriere della Sera
ricorda in un articolo il cugino
Mimmo che a quel tempo fu eletto
sindaco della città.
E rilasciò anche un’intervista: «Siamo cugini di secondo grado - disse Mimmo Panetta -.
Mio nonno Domenico e il padre di Leon, Carmelo, erano fratelli.
Partirono insieme per l’America.
Mio nonno ritornò poco dopo perché aveva nostalgia della moglie; il papà di Leon,
invece, riuscì tra mille difficoltà a resistere».
Leon Panetta è definito un duro.
Uomo di estremo rigore. Questo suo carattere avrebbe spinto Bill Clinton a chiamarlo nel
suo entourage e ad affidargli, da ultimo, l’incarico di Capo di gabinetto della Casa Bianca.
I suoi contatti con i parenti e gli amici calabresi non li ha mai interrotti.
Al telefono si intrattiene con loro chiacchierando in dialetto.
Predilige dialogare con la lingua madre che parla abitualmente anche in casa con la stessa
assiduità.
Leon, repubblicano ai tempi di Nixon, è passato poi nel partito democratico.
Voci dal Sud
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Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Gli italiani all’estero cosa pensano
di noi? dove sono?
Beppe Severgnini ha incontrato i nostri connazionali in tutto il mondo,
da New York a Hong Kong
Quattro chiacchiere davanti a una pizza, sognando sempre e comunque in tricolore
Francesco Bonardelli
Gazzetta del Sud
Il mondo visto con gli occhi di un italiano da sempre in viaggio, e l’Italia vista con gli occhi dei connazionali da sempre nel mondo.
Il popolarissimo forum di Beppe Severgnini ospitato nel sito internet del “Corriere della sera” si trasforma in un racconto di vita e d’avventura, di realtà
ironicamente descritte e di sogni timidamente confessati: “Italians. Il giro del mondo in 80 pizze”
(Rizzoli, 255 pagine, 18,50 euro) sorta di diario di
ottanta e più occasioni di dialogo, negli ultimi dieci
anni e in tutti i cinque continenti, con alcuni tra gli
innumerevoli referenti dei confronti quotidiani in rete,
divenuti componenti di un pacifico esercito dall’animo e dalla divisa rigorosamente tricolore, con la loro
possente presenza di 150 e-mail giornaliere e di
160.000 contatti mensili.
E se l’incontro diretto rimane comunque preferibile
a ogni forma di messaggio – così come il tavolo
imbandito d’un ristorante risulta più gradito d’ogni
tastiera di computer – la ghiotta occasione di conoscere gli interlocutori al cospetto d’una pizza fumante in ogni angolo del pianeta non poteva che trasformarsi nel giusto complemento al successo dell’iniziativa; da fissare dunque a futura memoria, ma nella
pagina scritta del vecchio, caro e insostituibile libro.
Il libro diviene allora l’apice dell’esperienza vissuta, il punto più alto d’incontro tra i destinatari di tante, tantissime parole dette, sussurrate, pensate o taciute, nei più vari contesti di una problematica umanità oltre la soglia del nuovo millennio.
New York, Washington, San Francisco,
Philadelphia, e con esse Porto Alegre, Montevideo,
Buenos Aires, tutte le capitali europee, Kabul e
Beirut, Hong Kong, Manila, Dubai.
Dovunque italiani, gruppi di italiani che spesso nel
bene, talvolta nel male, esportano le tante virtù e i
non pochi vizi del loro Paese d’origine.
«Non mi piace classificarli come coloro che ce
l’hanno fatta, la definizione sottintende un complesso di inferiorità; di sicuro, sono venuti qui e
si sono fatti valere»: Severgnini parla di Boston,
ma l’assunto vale per ciascuno dei siti visitati.
Non certo virtuali, per una volta; ma tanto, tanto
reali.
La povertà del Sudamerica e l’apparente ricchezza dell’Occidente, il disordine delle metropoli e il
troppo ordine di Pechino olimpica, il denso fascino
di Canberra e i vuoti paesaggi d’Australia.
Chi sono, e soprattutto cosa fanno, i connazionali
che in un’alba lontana hanno chiuso la valigia e in un
solo colpo si sono lasciati alle spalle il sole e gli spaghetti, i litigi dei politici e l’ozio delle istituzioni, i problemi dell’istruzione e quelli della sanità?
Di solito appartengono alla mala genia dei geni,
visto che l’umile emigrazione è ormai un ricordo, o
un’attualità d’altri.
Hanno talento, e lo usano.
In patria, non di rado, sarebbe per loro un ostacolo; altrove è sempre un’opportunità.
Quindi eccoli, “italians” ai vertici delle multinazionali, delle organizzazioni umanitarie, delle agenzie finanziarie, delle università dai nomi altisonanti.
Potrebbero davvero lasciarseli alle spalle, il sole
con gli spaghetti e tutto il resto; e invece stanno lì,
agli orari più assurdi, per seguire Rai International.
Si sforzano di capire la loro nazione – che rimane
la loro nazione – dalla prospettiva privilegiata della
visione d’insieme, globale, lontana, disincantata della realtà.
Ma il più delle volte rimangono delusi dai ritmi troppo lenti di ogni crescita sociale, dai tempi interminabili di ogni opera pubblica, dal periodico riproporsi
di questioni ritenute superate.
Allora si può accettare anche l’oltraggio di una
pizza con i broccoli, o con il pollo in salsa agrodolce,
o con l’ananas e i cetriolini, pur di stare attorno a un
tavolo per discutere, commentare, polemizzare, criticare; insomma, pur di trascorrere insieme una serata tutta “tricolore”.
Dove ciascuno può dire non solo ciò che vuole,
ma soprattutto può dirlo su tutto ciò che vuole.
Severgnini racconta così il privilegio dell’appartenenza: volta a volta, con lo spirito dell’osservatore,
dell’esploratore, del castigatore; senza perdere mai
di vista l’identità propria e quella dei suoi interlocutori.
Italiani per definizione, all’estero per necessità, radunati festanti in una pizzeria londinese, praghese o
parigina, per finire poi a pagare il conto rigorosamente alla romana.
Oppure ospiti di una serata d’élite in casa Getty a
Miami, per notare che da quelle parti appendono
alle pareti Pissarro, Degas e Canaletto come dai noi
si appendono i calendari.
O infine visitatori entusiasti e ammirati delle vestigia di ogni storica conquista portoghese, al punto da
ammettere che il loro Vasco (de Gama) l’ha avuta sì
una vita davvero «spericolata».
Voci dal Sud
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La confessione: «La gioia più grande la sera di Natale è stata offrire
cibo a decine di bambini poveri»
L’Epifania a Kabul della ventottenne
donna soldato
Monica Cardamone è un caporal maggiore di Scalea che fa parte del contingente
di Alpini chiamato a garantire la pace e la sicurezza in Afghanistan
Arcangelo Badolati
Gazzetta del Sud
Cosenza - Le montagne afghane e il soldato senza paura. Occhi neri, capelli corvini, fisico atletico e
grinta da legionario: Monica Cardamone, 27 anni,
è un Caporal maggiore degli Alpini. E nel giorno dell’Epifania ha consumato il rancio di “Camp Invicta”
con gli altri militari del contingente italiano impegnati
nell’opera di pacificazione d’una terra aspra, violenta e povera. Insanguinata dagli scontri tribali, percorsa dal fanatismo fondamentalista islamico, costretta a subire prima gli occupanti sovietici e, poi,
l’oscurantismo dei talebani. Vivere tra le strade impolverate di Kabul, andare nei quartieri a distribuire
farina e legumi, sfidare la diffidenza d’un popolo mai
piegato agli stranieri, confrontarsi con le donne
musulmane costrette per quasi un decennio a camminare coperte dal burqua, mostrarsi pacificatori e
non conquistatori, è un’impresa quasi titanica. Eppure, ogni giorno, il caporale Cardamone di Scalea
dà buona prova di sé, offrendo alla gente governata
dall’ineffabile Hamil Karzai, prova di coraggio e generosità, doti care ai calabresi. S’è arruolata nell’esercito nel 2006 e dopo due anni ha immediatamente chiesto d’essere inviata nei teatri operativi
del mondo. E così, da novembre, è dall’altra parte
del globo dove il freddo, i disagi ed i pericoli fanno
da corollario alla quotidiana esistenza. Monica, però,
è felice. Per il contributo che sta dando insieme con
le “penne nere” della brigata Taurinense. Un contributo che ha reso diverso e certamente più significativo quest’ultimo Natale. Ieri sera l’abbiamo raggiunta telefonicamente per farci raccontare la sua esperienza. Voce squillante, umore ottimo, determinazione
da veterano, la ventottenne di Scalea ha esordito dicendoci: «Il tempo vola quaggiù perchè ogni giorno riusciamo a fare qualcosa di utile. Siamo un contingente unito e operiamo in favore della popolazione. La sera di Natale siamo usciti a distribuire
beni di prima necessità ed ho vissuto momenti di
autentica commozione abbracciando i bambini. Ho
pensato, quando tornerò a casa, di adottarne uno:
sono dolcissimi i piccoli afghani, ci vengono incontro, ci festeggiano, è un’esperienza davvero eccezionale. È bellissimo. Li porterei tutti in Italia».
Non hai mai avuto paura?
«No. Gli italiani da queste parti vengono guardati con simpatia perchè si mostrano aperti, generosi, rassicuranti. Sono visti di buon occhio».
Cosa ti manca?
«Credo il mare. Io mi definisco una stella marina
anche se, devo dire, la vita militare e il Corpo degli
Alpini mi hanno dato e insegnato tante cose».
Quante donne siete nel contingente?
«Siamo undici di varie zone della Penisola.
Viviamo dentro il nostro campo che è una piccola città e lavoriamo bene, con serenità. Siamo un bel gruppo, unito. Distribuiamo cibo,
costruiamo pozzi, allestiamo scuole, quando c’è
un problema interveniamo per risolverlo».
Quando tornerai in Italia?
«A maggio. Ma lo farò con nostalgia. Io ho
fatto il soldato per scelta. Sono cresciuta tra i
militari: mio padre e mio fratello sono carabinieri. Anzi approfitto di questa telefonata per
salutarli».
Il papà di Monica, Pio Giuseppe Cardamone è
un brigadiere in servizio nella caserma di Scalea; il
fratello, Antonio, lavora a Catania. Si
riabbracceranno tutti in primavera.
Banche ed usura
Voci dal Sud
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Contro
Contro le
le Banche
Banche
parte
parte la
la “Crociata”
“Crociata” di
di De
De Masi
Masi
Confindustria
Confindustria è
è parte
parte civile
civile
S. Alfredo Sprovieri
Calabria Ora
Si celebra oggi la prima udienza in sede
di Corte d’Appello, a Reggio Calabria, del
processo che ha visto l’imprenditore
Antonino De Masi portare alla sbarra i
vertici delle maggiori banche italiane perché accusate, con denunce che partono
del 2003, di aver applicato alle aziende del suo gruppo interessi usurari.
Una battaglia che è stata quella di un uomo contro
un sistema, quello bancario, per l’insano rapporto che
lega gli istituti di credito e il fare impresa al Sud.
Una battaglia in cui De Masi non è più solo, e a
riprova di ciò c’è il fatto che anche Confindustria
Calabria, con la decisione del presidente Umberto De
Rose, ha scelto di costituirsi parte civile nel processo
in corso.
La prima fase del dibattimento s’era conclusa con
l’assoluzione delle banche per “non aver commesso il
fatto”, formula che, in qualche modo e a dispetto di
un assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”,
presupponeva che i fatti denunciati da De Masi fossero riconosciuti dal Tribunale di Palmi.
«Elemento gravissimo», nell’analisi di Giacomo
Saccomanno, il legale esperto in materia bancaria del
foro di Palmi che seguirà anche le parti civili del processo, «che, con tutti gli altri elementi negativi del
territorio, impedisce il cambiamento e lo sviluppo
della regione».
Quindi, «un fatto prettamente giudiziario per il
reato di usura, ma, certamente, un fatto sociale
ed economico che non può oltre essere tollerato o
sopportato».
Una battaglia che allora diviene di molti, perché,
come sostenuto ancora dal legale incaricato
dall’associazione degli industriali calabresi, in un nota
a diffusione di stampa: «Vede primo attore il Gruppo De Masi, ma interessa tutti gli imprenditori e
cittadini calabresi».
Ma c’è di più; nella vicenda, che con il passare dei
mesi ha incassato anche la solidarietà nei fatti di pezzi
del mondo istituzionale, politico e sindacale, con dimostrazioni pubbliche e con la richiesta di essere ammessi come parte civile nel processo della Regione
Calabria, dei Comuni di Gioia Tauro e Rosarno e del
partito dell’Italia dei Valori, oltre che del gruppo stesso e
dei lavoratori dell’azienda, la richiesta di Confindustria
assume un valore ancora più penetrante.
Lo fa perché collega l’azione illegale delle banche
alla mancata crescita e sviluppo della regione, anche
perché coagente della mafia.
Ricorda infatti Saccomanno che «dagli ultimi studi ed indagini giudiziarie, è emerso che la criminalità organizzata cerca proprio le aziende in
crisi per poter riciclare il proprio denaro,
immettendolo in un circuito virtuoso e consentendo la ripulitura di questo».
Un «drogante» per l’economia regionale e meridionale tutta che va fermato con contrasti reali e concreti come ciò che va a prefigurasi in quello che sarà un
delicato e difficile processo che, aldilà degli esiti, segnala la inedita volontà della società civile calabrese
di difendersi e di far valere le proprie legittime aspettative di operare in un sistema “normale” dal punto
del sistema delle regole economiche e del rispetto della
legalità a tutto tondo.
Un’opportunità che si deve alla testardaggine e al
coraggio dell’imprenditore rizziconese Nino De Masi,
che con un’azienda posta all’interno del Porto di Gioia
Tauro produce e brevetta macchine per la raccolta
delle olive esportandole in tutto il mondo.
Una crociata, la sua, partita tanti anni fa con parole
come queste: «Da sempre la mia vita e quella della
mia famiglia sono state contraddistinte dalle regole e dai principi della legalità e, nonostante tutto, di mafia non siamo morti; certo abbiamo sempre convissuto con la solitudine di essere “anormali”, sia dal punto di vista imprenditoriale che
sociale, e nonostante le nostre aziende siano tra
le più avanzate dal punto di vista tecnologico siamo stati esclusi da tutti i lavori pubblici del territorio, ma questa è un’altra storia: la legalità e la
speranza meritano anche questo prezzo».
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Banche ed usura
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L’imprenditore De Masi scrive al
Presidente della
Repubblica Napolitano
E’ iniziato il 9 di gennaio scorso a Reggio Calabria
il porcesso di appello contro le Banche accusate di usura
Gazzetta del Sud
REGGIO CALABRIA - «Non voglio e non posso permettermi di morire di giustizia o di mala giustizia, chiedo solamente che venga garantita l’imparzialità».
È uno dei passi di una lettera che l’imprenditore
Nino De Masi ha scritto, tra gli altri, al presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendo
«vigilanza e attenzione» a pochi giorni dall’avvio (il
9 gennaio, a Reggio Calabria), del processo d’appello che vede imputati per il reato di usura i vertici
di alcuni dei maggiori istituti di credito italiani.
In primo grado, il Tribunale di Palmi, nel febbraio
2008, ha confermato, secondo il contenuto del ricorso presentato dalla Procura generale di Reggio
Calabria, l’esistenza del reato ai danni di De
Masi, ma ha assolto i vertici degli istituti di
credito chiamati in causa.
«Siamo a pochi giorni dall’inizio del procedimento di appello – affermava De Masi nella lettera inviata a Napolitano pochi giorni dall’inizio del
processo di appello – e visto quello che quotidianamente leggiamo sulla stampa sui tentativi
di lobby e potentati di turno di “condizionare”
la giustizia, credo che sia mio diritto chiedere e
pretendere la massima attenzione e vigilanza su
tale procedimento».
«Nel corso di otto lunghi anni di battaglie legali – sostiene l’imprenditore – ho sempre denunciato tali sopraffazioni.
Ho detto e scritto a tutti che le mie imprese
hanno resistito alla mafia ed ora rischiano di
morire a causa delle banche».
E aggiunge: «Il c.d. processo alle banche non ha
una valenza suggestiva, bensì storica e,
contestualmente, sicuramente giuridica.
Sotto il primo aspetto, non può non ricordarsi
che si tratta della prima sentenza in Italia con
cui è stata riconosciuta ufficialmente l’usura perpetrata dalle banche nei confronti di propri clien-
ti.
Certamente, quanto accertato dai giudici di
Palmi è una disfunzione gravissima che comporta un distacco pesantissimo tra il Sud ed il resto
dell’Europa, impedendo, di fatto, la possibilità
di svolgere una corretta attività economica.».
«Non voglio e non posso permettermi di morire di giustizia o di mala giustizia; chiedo solamente che venga garantita l’imparzialità vigilando affinché il procedimento possa essere condotto, in ossequio, del principio assoluto che la
legge sia uguale per tutti».
E conclude ringraziando «a nome mio, della mia
famiglia, dei miei dipendenti e di quei tanti ed
operosi calabresi che vivono una terra difficile e
martoriata».
R a z z i s m o
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Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Brescia: Xenofobia e
maleducazione sull’autobus
Lo racconta la signora Bruna Zanelli testimone oculare ed
essa stessa vittima nella sua civilissima “La leonessa”!
www.vivicentro.org
Questa lettera per esprimere lo sconcerto e affari miei”.
l’allarme che provo, come cittadina di BreAlla mia replica, con cui gli facevo notare quanto ciò che
scia, per il clima greve di intolleranza e di accade in un luogo pubblico sia affare di tutti i cittadini,
xenofobia che ogni giorno di più inquina l’aria non trovava altri argomenti che controbattere con comche si respira
menti del tutto fuori luogo
A questo punto non possiamo fare a
in questa città.
e assai poco “signorili” sul
meno di chiedere al collega di
Il fatto più recente a cui
mio aspetto fisico (ho 60
Repubblica dove fosse visto che ha
mi è toccato in sorte di asanni e non sono certo nel
ignorato l’episodio bresciano mentre si fiore della giovinezza...).
sistere si è verificato in Via
è scomodato a venire in Calabria per
S. Faustino, il giorno 14
Ulteriormente irritata, gli
fare un articolo sulle disumane
gennaio, su un autobus
ho contestato il comportacondizioni di vita degli extracomunitari
della linea 11, ma episodi di
mento da maleducato, oltre
e che ha buttato fango sui cittadini di
ostilità, di aggressività,
che da razzista, e quando
Rosarno (RC) ed anche dove fosse il
quando non di aperta digli ho chiesto il nome, disuo vice Direttore cui personalmente
scriminazione verso cittadichiarando che avrei segnami sono rivolto per chiedere
lato l’episodio a chi di doni stranieri da parte del per(inutilmente) di pubblicare una mia
vere, irridendo alla mia risonale dipendente dallettera di protesta e precisazione dei
chiesta mi ha ripetutamente
l’Azienda Brescia Trasporti
fatti con relativo invito a tornare in
urlato nelle orecchie
non sono purtroppo infreCalabria per verificare l’inesattezza
“Gaspare e Zuzzurro”, inquenti sugli autobus cittadelle notizie chiaramente mendaci
sistendo perché “regidini.
pubblicate il 13 gennaio 2009 sul
strassi bene questi nomi
Mercoledì pomeriggio,
prestigioso quotidiano La Repubblica.
nella mia mente tanto inverso le ore 14.30, mi trotelligente”, e sghignazzanvavo a bordo del mezzo
Franz Rodi-Morabito
do con l’autista del bus che
pubblico diretto verso il
Direttore editoriale Voci dal Sud
pareva molto divertito a
centro città quando un gioquesta indegna scenata.
vane cittadino di colore,
Cittadino di Rosarno
E poiché rispondevo per
seduto e assorto nell’ascolle rime, e anche il volume
to della sua musica, è stato
minacciosamente apostrofato da un signore (in seguito ri- della mia voce inevitabilmente si alzava mentre la mia protevelatosi dipendente dell’Azienda bresciana, ma non in di- sta si faceva via via più decisa, quel “signore” mi ha intimavisa e fuori servizio), che gli ha imposto di spegnere il to di stare zitta altrimenti mi avrebbe “buttata giù” dal mezzo, minaccia accompagnata da altre volgarità che ometto di
walkman perché creava disturbo.
Come a tutti è ben noto, con tale strumento di ascolto il riferire.
Ho già scritto all’Ufficio reclami di Brescia Trasporti per
suono è udibile solo attraverso gli auricolari, che il ragazzo
portava regolarmente infilati nelle orecchie, come peraltro chiedere vigilanza e impegno nell’azione di contrasto a tali
altri due giovani accanto a lui, di pelle bianca, a cui non è inaccettabili comportamenti, in nome del rispetto dovuto
alla dignità delle persone, a partire dai più deboli; ora mi
stato rivolto alcun rimprovero.
Non potendo ignorare la manifesta pretestuosità di tale rivolgo ai miei concittadini, attraverso lo spazio che spero
comportamento, sono intervenuta per chiedere spiegazio- Lei sarà così gentile da concedermi, invitandoli ad alzare la
ni su quale regolamento stesse infrangendo il giovane così testa e a reagire di fronte agli abusi e alle vessazioni che,
vigorosamente redarguito, e perché altri potessero conti- anche se non ci colpiscono personalmente, inevitabilmente contribuiscono a degradare il livello di civiltà in cui tutti
nuare a fare quanto a lui veniva vietato.
Ma quel “signore” (n.d.r. potenza degli eufemismi!), viviamo.
Sull’autobus in cui è accaduto quanto ho raccontato
dotato di un orecchio tanto fino da sentire il rumore di un
walkman a oltre quattro metri di distanza, pareva non udire nessuna altra voce, oltre alla mia, si è alzata, nessun altro
passeggero ha saputo o voluto esprimere il proprio disacla mia voce, benché mi trovassi accanto a lui.
Quando poi, per la mia insistenza, si è degnato di consi- cordo: intorno a me ho visto solo visi indifferenti e sguardi
derarmi, mi ha sprezzantemente risposto che “non erano sfuggenti che hanno ulteriormente appesantito la mia pena.
Voci dal Sud
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w w w . s o s e d . eu
Trovata sistemazione
per gli immigrati?
“Rumore” da parte della Regione che indìce riunione in cui annuncia che sarà la
Protezione Civile a gestire la tendopoli per i “migrantes” extracomunitari Tuttavia le soluzioni trovate non risolvono il problema nè per il verso logistico che
per le innumerevoli sfaccettature del grave problema - Intanto costano ingenti
somme agli italiani senza creare un utile per gli extracomunitari
Mariasole Dal Monte
Grande rumore da parte delle Istituzioni Regionali che
indicono una conferenza stampa presso il Comune di
Rosarno per comunicare urbi et orbi che la Protezione Civile ha avuto l’incarico di gestire, coadiuvata da organizzazioni di volontari, una tendopoli che dovrà ospitare gli
extracomunitari di colore togliendoli dalla condizione di
degrado in cui vivono.
Però ... la solita fretta impedisce che si siano fatti i conti
con l’oste, prima di parlare!
Infatti la tendopoli deve sorgere in terreno della zona
Industriale di cui ha disponibiltà ed egida l’ASI.
Ma questa dopo qualche giorno di pensamenti, risponde un sonoro NO!
Partono altre ricerche e si identifica il suolo di una raffineria di olio costruita dall’ex Ente Sila e poi passata di
mano in mano fra organismi regionali, ma senza che mai
sia stata inaugurata e senza che un solo litro di olio abbia
mai varcati i cancelli dello stabilimento NON ESSENDO
MAI ENTRATA IN FUNZIONE.
Da parte della nostra testata sono stati sempre avanzati
dubbi sulla regolarità legale di aiutare questi immigrati dal
momento che essendo irregolari e privi di permesso di
soggiorno sono equiarati ai latitanti.
Evidenziavamo anche il fatto che dopo gli inqualificabili
episodi teppistici delinquenziali che li hanno visti purtroppo vittime ai primi di gennaio, le forze dell’ordine presidiassero 24 ore su 24 gli insediamenti della ex cartiera.
Troviamo giusto che siano protetti da atti delinquenziali
(come troviamo giusto che un delinquente venga
sottrattatto al linciaggio, purchè però dopo venga arrestato!) per cui notavamo una certa situazione discratica da
parte delle Autorità che mentre li fa piantonare per protegerli,
dopo li continua a ritenere fuori legge, ma non mette in
essere nessun provvedimento punitivo.
Ed allora? come consideriamo adesso la nuova sistemazione? sono in attesa di cosa? di essere arrestati? di essere
rimpatriati, di essere fucilati?
Poiche essi, malgrado il colore della pelle, hanno il bruttissimo vizio di mangiare tutti i giorni ... se non possono
lavorare perchè appena uno di loro sale in una vettura per
essere condotto al lavoro da qualcuno scattano i controlli
delle forze dell’ordine che li seguono, e, giunti nelle aziende, multano pesantissimamente a suon di migliaia di Euro il
proprietario del terreno, nonchè confiscano l’azienda e denunciano l’agricoltore penalmente per il reato di immigrazione clandestina, cosa stanno a fare in questo luogo
reperito dalla regione e gestito da organizzazioni ufficiali
quale la protezione civile?
La risposte non possono che essere due: O loro andran-
no giornalmente ad ingrossare il lavoro nero, oppure non
possono che delinquere in proprio o essere facile preda di
delinquerenti che li assoldano per delinquere.
Torniamo a chiedere, quindi, che senso ha tenerli? per
quanto tempo? in attesa di cosa?
Noi ci auguriamo che nel frattempo ci si stia muovendo
per sistemare questi extracomunitari con dei permessi di
soggiorno momentanei legati a precisi periodi e a fronte di
contratti di lavoro stagionali.
Solo così la sistemazione trovata avrà un senso e non
sarà il solito guazzabuglio all’italiana.
Intanto il tempo scorre inesorabile ed anche il tanto
decantato interessmento istituzionale svanisce nel nulla.
Questi poveracci continuano a vivere nel degrado assoluto in attesa di una sistemazione logistica che, ben che
vada, è una operazione a medio/lungo termine dal momento che anche la nuova sistemazione in Contrada Spartimento
di Gioia Tauro, nei pressi dell’Inceneritore, non pò che essere di là da venire dal momento che i fabbricati (che sono
inoltre relaivamente piccoli e quindi non risolveranno che il
problema di una misera quantità di extracomunitari) sono
rimasti “affidati” all’incuria del tempo ed alle continue
ruberie da parte di ladri ed furia distruttrice di vendali per
circa 30 anni!
Avremo solamente fatta altra demagogia, altre spese,
altri buchi nell’acqua ed avremo fatto ancora finta di
esserci interessati del problema! ... e la faccia e salva
l’onore meno.
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Correzione di tiro su Mattei
Ad arrestare il brigante Musolino non fu
Mattei (padre), ma Feliziani e La Serra
fromor
Nel nostro numero del mese di Dicembre scorso, nel presentare la nuova fiction di Rai 1 “Il caso Mattei” (titolo
provvisorio) della quale è protagonista Massimo Ghini avevamo incollato un articolo tratto dalla Gazzetta del Sud con
notizie biografiche di Enrico Mattei.
Per un errore in quello
era detto che Enrico Mattei
era figlio di quel Maresciallo dei Carabinieri che assieme ad un collega aveva arrestato il bandito calabrese
nel 1911.
Abbiamo avuto il piacere di ricevere adesso una
mail da parte addirittura del
del nipote del Carabiniere
che materialmente arrestò
Musolino e, quindi, siamo
in grado di dare a Cesare ciò
che è di Cesare ristabilendo la verità storica.
Il signor Antonio
Feliziani ci racconta che ad
arrestare il famoso bandito
calabrese fu suo Nonno,
Amerigo Feliziani , originario di Baschi (Umbria) mentre era in servizio assieme
al collega Antonio La Serra
di San Ferdinando di Puglia;
ambedue in servizio presso
la Caserma degli (allora)
Reali Carabinieri di
Acqualagna e l’anno il 1901.
Il brigadiere Antonio
Mattei, padre di Enrico, era
invece il comandante la
Stazione cui appartenevano.
Fu un mero caso averlo
arrestato mentre in tutta Italia schiere nutrite di Carabinieri lo cercavano attivamente e
su lui pendeva una taglia di 50.000 lire.
Fu tale l’eco della cattura che avvenne il 9 Ottobre 1901
(e non 1911) che addirittura i due Carabinieri ricevettero la
Medaglia di Bronzo al Valore Militare, mentre il brigadiere
Mattei ebbe la promozione a Maresciallo.
Ci auguriamo di aver ristabilito una verità storica e reso
doveroso omaggio ai due Militari che ebbero la fortuna di
arrestare Musolino.
In seguito il Carabiniere Feliziani fece carriera e si congedò da Maresciallo Maggiore.
Non abbiamo invece notizie ulteriori sul suo collega La
Serra.
Antonio La Serra
Amerigo Feliziani
Antonio Mattei
copertina Domenica
del Corriere
Il brigante Musolino
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Chi era il carabiniere Feliziani?
Curriculum inviateci dal nipote sig. Antonio Feliziani
Amerigo Feliziani nacque il 2 luglio 1877 nella frazione
di Collelungo del Comune di Baschi (Terni).
Egli crebbe accarezzando sempre l’idea di arruolarsi
nell’Arma dei Carabinieri, cosa che riuscì a realizzare nel
1898.
Compiuto il corso presso la Legione Allievi di Roma, fu
promosso carabiniere e destinato alla Legione di Ancona
stazione di Sant’Agata Feltria.
Trasferito, successivamente, a quella di Acqualagna
(Pesaro) ebbe occasione di compiere una mirabile operazione di servizio che si concluse con l’arresto di Giuseppe
Musolino, considerato tra il 1895 e il 1905 il più celebre
brigante italiano.
Quest’ultimo calabrese di Santo Stefano d’Aspromonte,
era stato accusato (a suo dire ingiustamente) di un reato
di tentato omicidio, per il quale fu condannato a ventuno
anni di reclusione.
Dal carcere era evaso quando aveva solo ventisei anni.
La sua latitanza durava ormai da tre anni e sembrava
fosse un secolo.
In quel breve periodo il brigante aveva assassinato sette
persone, altre ferite, ed altre ancora minacciato di morte,
spargendo il terrore con suoi impeti vendicativi nei paesi
dell’Aspromonte.
Tre anni furono sufficienti a creare sulla sua figura una
leggenda, sia in Italia che all’estero.
Tutta una letteratura giornalistica e d’appendice proliferò attorno alle drammatiche e delittuose gesta del brigante
che per lungo tempo rese lo Stato incapace di fermarlo,
tanto che sulla sua cattura pendeva una taglia di 50mila lire,
somma, mai posta sul capo di alcuno in precedenza e di cui
tuttavia nessuno osò appropriarsi.
Lo credevano in Aspromonte. E tra le balze della Calabria
centinaia di poliziotti e carabinieri prima, l’esercito poi, gli
avevano dato inutilmente la caccia; negli stessi siti e con la
stessa tenacia con cui oggi si dà la caccia alle bande dei
sequestratori, l’arresto invece avvenne ad Acqualagna presso Urbino, sede di servizio del giovane carabiniere Feliziani
che così raccontava:
“Mi trovavo semplice milite ad Acqualagna, era il pomeriggio del 9 ottobre 1901, il brigadiere (n.d.r. Mattei)
mi comandò di perlustrare insieme con il collega Antonio
La Serra una frazione con lo scopo precipuo di rintracciare gli autori di un sanguinoso delitto che aveva aspramente amareggiato i nostri animi: l’uccisione di un carabiniere in una campagna nella provincia di Pesaro, compiuta non si sa da chi, ma attribuita a dei girovaghi.
Ad un centinaio di metri di distanza notammo un individuo che camminava in direzione di una collinetta
evidentemente per nascondersi.
Ritornai in strada ed immaginando che il misterioso
individuo avrebbe preso il sentiero campestre che fiancheggiava la strada, ci dirigemmo su questo per incontrarlo sulla direzione opposta.
Il mio compagno non poteva correre a causa di una
recente convalescenza.
Fu così che io lo lasciai indietro per tema che la preda
sfuggisse.
Scavalcata la collinetta mi trovai vis a vis con il giovane a pochi metri di distanza.
Questi cercando di mascherare il suo turbamento fingeva di volermi passare accanto, ma io gli intimai di fermarsi.
Egli si arrestò un istante perplesso e poi si dette alla
fuga, lo perdetti il lume degli occhi, sicuro di aver rintracciato un autore dell’assasinio del nostro commilitone.
Mi detti ad inseguirlo e quando gli ero già a cinque o
sei metri lo vedo cadere.
Aveva inciampato sul filo metallico di una vigna, inciampo anch’io e gli sono sopra come un bolide, lo afferro con una mano per il collo e con l’altra per il braccio
destro e con le ginocchia lo premo sull’addome con tutte
le forze dei miei ventiquattro anni centuplicate dal desiderio di vendicare il mio povero commilitone di Pesaro.
Egli si divincola e cado anch’io; ci dibattiamo tra le
zolle, ma non lascio neppure per un attimo la preda.
Riesce ad impugnare la rivoltella con la sinistra e cerca di alzarsi.
Io sdrucciolo, ma fortunatamente lo afferro per le gambe ed egli è di nuovo con me a terra.
Lo abbraccio e riesco ad afferrarlo con i denti all’orecchio destro.
Frattanto giunge l’altro milite.
In due dopo una lotta disperata, ma in cui avemmo il
sopravvento, riuscimmo a ridurlo all’impotenza.
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Allora egli divenne cortese e supplicò di non mettergli in provincia’ di Cosenza.
Seguirono poi: Roggiano, Gravina, Rocca Imperiale,
le catenelle perché era un galantuomo e che non aveva
Luzzi,
Cerisano, Carolei ed Altomonte che divennero le
nulla a che fare con la Giustizia, tentò di offrirci 250 lire
tappe
del
suo vicebrigadierato.
in cambio della sua libertà.
Sul
finire
dell’anno 1906 ricevette la promozione a BrigaNaturalmente gli vennero messe le catenelle e lo perdiere
con
comando
di stazione ad Aliano in Basilicata.
quisimmo.
Nell’agosto
del
1908
gli venne assegnato il comando di
Era in possesso di una rivoltella, di un pugnale a
stazione di Mesagne
serramanico lungo venti
(Lecce) che già allora concentimetri, di alcuni sigaArma
dei
Carabinieri
tava più di dodicimila abiri e di una ciocca di capeltanti. In questa sede per
li grigi che poi sapemmo
un’altra importante operaappartenere alla zia FilaMaresciallo Magg. Amerigo Feliziani
zione di servizio venne inste, alla quale il giovane
1877 -1953 Collelungo di Baschi - Terni
signito della Medaglia
era particolarmente affed’Argento al valor militazionato.
Medaglia di bronzo al Valor Militare
re con la seguente motivaIndossava calzoni color
Regio decreto n. 2235 - 22 dicembre 1901
zione. “Di notte, insieme
caffè, giacca scura alla
ad un suo dipendente, incacciatora e berretto; al
Medaglia d’argento al Valor Militare
contrava grave violenza
collo un fazzoletto affumiRegio decreto n. 17812 - 3 giugno 1909
per opera di alcuni malvicato per il lungo viaggio
venti quali disturbatori
in ferrovia.
Medaglia d’oro decretata ai “Prodi dell’Umbria”
della quiete pubblica, tenAveva inóltre un cappelAtto n. 52 Deputazione provinciale dell’Umbria ne, sebbene venisse ferito
lo a cencio per cambiarsi
2 marzo 1911
di coltello un contegno
d’aspetto ed un foglietto
esemplarmente calmo e
stampato con la Passione
Croce d’argento per anzianità di servizio
coraggioso senza far uso
di Gesù con la scritta: chi
Brevetto Min. Guerra n. 18978 - 8 giugno 1915
delle armi, riuscendo a
porterà sempre con se quetrarre in arresto i ribelli”.
sta devozione non morrà
Medaglia per l’apoteosi al Milite Ignoto
Nell’anno 1911 la Rapdi morte violenta ...”.
Roma 6 giugno 1937
presentanza
Provinciale
Presso le carceri di
dell’Umbria,
in coerenza
Urbino lo sconosciuto, fu
Medaglia di bronzo al merito per lungo comando
delle
»
deliberazioni
poi identificato per il banBrevetto Min. Guerra n. 7371 - 16 agosto 1939
consiliari del 13 settembre
dito Giuseppe Musolino.
1864 e 17 settembre 1901 gli
La fine della sua latitanconferì, per dimostrazione
za era considerata un evendi
onore
nonché
per
aver
compiuto
atti straordinari di milito così improbabile, che sulle prime persino il ministro
tari
virtù,
la
medaglia
d’oro
decretata
“Ai Prodi della ProGiolitti non ci volle credere e invitò ripetutamente i suoi
vincia
dell’Umbria”.
collaboratori alla massima cautela e a tenere la notizia seNel 1912 ricevuta la promozione al grado di Maresciallo,
greta fino a quando non fossero stati sicuri dell’identità del
prese
servizio alla Legione di Palermo, operando nelle profermato.
vincie
di Messina e Caltanisetta dove rimase permanenteDi quell’avvenimento, oltre ai trionfali comunicati del
mente
sino alla data di congedo.
Ministero degli Interni e ai titoli dei giornali, restò celebre la
Caltagirone,
Furnari e Resuttano divennero i suoi cofrase di rammarico del Bandito per una fine così banale del
mandi
di
Stazione
dove nei suoi servizi si distinse sempre
suo mito: “Lu filu! Maledetto chillu filu!!”
per
avvedutezza,
coraggio
e fedeltà verso la sua gloriosa
Ossia, maledetto quel filo che lo aveva fatto cadere ed
Arma.
arrestare, lui, l’imprendibile.
Per tale importante operazione i carabinieri Feliziani e
La Serra furono insigniti della medaglia di bronzo al valor
Comunicazione redazionale
militare, ammessi a frequentare il corso allievi sottufficiali
ed ottennero un premio di lire 500 ciascuno.
Antonio Mattei, il brigadiere comandante la stazione di
Purtroppo non abbiamo
Acqualagna che ordinò ai militi Feliziani e La Serra la mennessuna notizia sull’altro
zionata perlustrazione era nientemeno che il padre di Enrico Mattei, poi presidente dell’ENI il quale, in verità, vanCarabiniere La Serra di San
tava che l’arresto del Musolino fosse dovuto all’intraprenFerdinando di Puglia
denza del proprio padre.
Dalle testimonianze di cui sopra emerge ben altra verità. Se la famiglia volesse contattarci
Compiuto il corso presso la Legione di Ancona e consefornendoci ragguagli saremo
guita la promozione a vicebrigadiere, Feliziani dal 1904 al
felici di pubblicarli
1906 fu destinato alla Legione di Bari dove assunse il comando di stazione di Fuscaldo, centro di novemila abitanti
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Quando un’operazione, in qualsiasi campo, ha esiti positivi, il
merito va sempre al capo!
Il merito della cattura di Musolino, fu
riconosciuto al Brigadiere Mattei!
E’ stato anche lui un valoroso militare dell’Arma dei Carabinieri, ma in questa
occasione non ebbe nessun merito - Giolitti gli ha scritto una lettera di encomio di
cui lui andò sempre fiero - Il figlio Enrico, barando, attribuiva a lui il merito
Il Brigadiere Antonio Mattei all’epoca dei fatti terminato da un attentato.
comandava la Stazione dei Reali Carabinieri di
Enrico Mattei vantò sempre, in favore del
Acqualagna cui erano in forza i due carabinieri proprio genitore, la paternità dell’arresto del
Feliziani e La Serbrigante Musolino,
ra.
ma la cosa è smenFu lui a comantita sia dai docuEcco il testo estrapolato dal più ampio contesto
dare i due militari
menti dell’epoca
dell’ encomio solenne da parte del Comando
perchè andassero
(siamo in possesso
Generale dell’Arma dei Carabinieri per il
di servizio nel tendella fotocopia del
Brigadiere Antonio Mattei, Comandante la
tativo di rintracciaMessaggero delStazione dei Reali Carabinieri di Acqualagna
re gli assassini di
l’epoca che attri(PG) presso cui erano in forza i due Carabinieri
un altro Carabiniebuiva l’azione ai
che catturarono il brigante Musolino
re avvenuto in quei
due
militari
giorni.
Feliziani e La Ser“...
il
merito
consiste
Non ebbe, in
ra) e sia da vari auquesta operazione
torevoli testi lettenell’aver seguito
altro merito!
rari.
diligentemente le istruzioni
Ma si sa ...
Anche il nipote
quando le cose
del Maresciallo
ricevute dalla Tenenza e di
vanno bene il meFeliziani, ci ha inaver dato chiare ed abili
rito è sempre del
viato ampia docucapo e quando inmentazione storica
direttive ai dipendenti,
vece vanno male si
fra cui la motivaconcorrendo
cosi’
alla
s t a b i l i s c e
zione dell’encomio
pedissequamente
al
Brigadiere
riuscita della brillante
chi è il responsabiMattei da parte del
operazione”.
le!
Comando Dell’ArAnche questa
ma dei Carabinieri
volta fu così dal momento che ... niente di nuovo (vedi riquadro)
sotto al sole!.
Il Comune di Roma ha deliberato di intestaLo stesso Primo Ministro Giolitti scrisse una re al Maresciallo Feliziani una strada urbana di
lettera di plauso al Brigadiere Mattei che se ne cui sarà definita al più presto l’ubicazione (vedi
gloriò per tutta la vita.
a fianco) .
Chi era il Brigadiere Mattei? era il padre di
quell’Enrico Mattei che creò l’ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), che risollevò la sorte dell’
Agip Petroli, che osò porre l’Italia in condizioni paritetiche con le famose “7 Sorelle” che
imperavano (ed imperano) nel mondo dei petroli, tanto che perì in un incidente aereo nei
pressi di Milano che fu quasi sicuramente de-
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Il Comune di Roma intitola una strada al
Maresciallo Feliziani
Questa il testo della comunicazione che il Comune di Roma ha inviato alla Signora Maria Pasqua Feliziani
in data 30 Luglio 2004 - prot. SD 2004/2257 con la quale veniva comunicato alla Signora che era stata
intitolato un spazio pubblico (in attesa di definizione ed ubicazione) al brigadiere Feliziani, Medaglia d’Argento al valore militare.
In effetti il Carabiniere Feliziani che aveva catturato il brigante Musolino era alla fine della sua carriera
divenuto Maresciallo Maggiore anche se all’epoca del conferimento dela medaglia d’argento era ancora
Brigadiere dei Reali Carabinieri.
Alla Signora Maria Pasqua Feliziani
06128 Perugia
OGGETTO: Richiesta intitolazione area di pubblica circolazione al nome di “Amerigo
Feliziani: Medaglia d’Argento al V.M. (1877-1953)”.
In riferimento alia richiesta relativa all’oggetto, La informiamo che la Commissione Consultiva
di Toponomastica, nella riunione del 15.6.2004, ha espresso parere favorevole a che il toponimo
“Amerigo Feliziani: Medaglia d’Argento al V.M. (1877-1953)” venga annoverato nell’onomastica
cittadina, proponendo l’inserimento del nominativo nell’elenco delle denominazioni viarie di riserva, in attesa che si delinei un’area adeguata in un comprensorio appropriato.
Cordiali saluti
IL DIRETTORE
L’ASSESSORE
Dott.ssa V. Tognacci On.le Gianni Borgna
I Cimeli appartenuti al Maresciallo Feliziani oggi sono
presso il museo dei Carabinieri di Roma
Come fu ammanettato il brigante Musolino subito
dopo che a seguito ad una violenta colluttazione avuta
con l’allora Carabiniere Feliziani fu immobilizzato?
All’epoca si usavano “le catenelle”, vero e proprio pezzo di catena che veniva serrato ai polsi e
fermato con un lucchetto.
Le catenelle identificarono sempre lo stato di arrestato; infatti si diceva e si dice ancora “ ... gli
hanno messo le catenelle” per dire che è stato
arrestato.Questo “strumento” , antenato e precursore delle
moderne manette, appartenuto all’allora Carabiniere Feliziani, è oggi visibile presso il Museo dell’Arma dei Carabinieri in piazza Risorgimento a Roma.
Tuttala la storia dell’episodio che scosse l’opinione pubblica dell’epoca e molti oggetti relativi sia all’episodio e sia ai due valorosi Carabinieri che operarono “il miracolo” sono esposti e visibili nelle
bacheche del Museo.
Ricordiamo che all’epoca pendeva una grossa ta-
glia sulla testa di Musolino ritenuto “un pericolo pubblico”.
Veniva ricercato sia dalle forze dell’ordine e sia
da ingenti forze dell’esercito in Calabria e zone limitrofe, ma mai si sarebbe immaginato fosse addirittura in Umbria.
Va notato e ricordato che all’inizio del ‘900
l’Umbria era pressocchè come l’Australia oggi, per
lontananza e per difficoltà di raggiungimento.
Il cavallo era il padrone delle strade e chi doveva
recarsi a Napoli per lavoro era obbligato, quanto
meno da ragioni prudenziali, a fare testamento.
Inimmaginabile, perciò che il bandito Musolino
avesse raggiunto, da latitiante, quella lontanissima
regione!
Lasciamo immaginare la meraviglia quando in
Caserma fu identificato.
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Perché Del Noce non vuole
fiction in Calabria?»
Laratta “punzecchia” il direttore di RaiUno Ed ecco la risposta: «Sarà dato spazio a tutte le realtà»
Calabria Ora
COSENZA - «Basta film e libri su ‘ndrangheta, mafia e camorra, via libera a sceneggiati e documentari
sulla pa-stiera napoletana, sulle sop-pressate della Sila, sui cannoli siciliani». Lo afferma Franco Laratta,
deputato del Pd, commentando alcune dichiarazioni del direttore di Raiuno, Fabrizio del Noce.
«Dopo l’infelice uscita del grande Fabio Cannavaro, che giudica Gomorra un danno per la
Campania - prosegue Laratta, componente della Commissione parlamentare antimafia - e dopo l’uscita
del direttore di RaiUno, Del Noce, che annuncia che non si faranno più fiction in Calabria (non si
capisce bene il perché) rimane a questo punto da immaginare che del Sud ci si occuperà solo per
alcuni temi di fondamentale importanza».
«Su con i libri sulle tarantelle - conclude il parlamentare - le processioni di Santa Rita, i “vattienti”
di Nocera Terinese. Solo così del Mezzogiorno d’Italia si comincerà a parlare bene. Nel mondo».
«Non ho nulla contro la Calabria, anzi merita di essere valorizzata. In Italia ci sono venti regioni
e tutte hanno diritto di vedersi rappresentate nella fiction del servizio pubblico. Si deve tenere
conto della molteplicità e diversità». Lo ha sottolineato oggi Fabrizio Del Noce a margine della conferenza stampa della quinta edizione di Ballando con le stelle.
«La Calabria - ha continuato Del Noce - non ha da temere nulla ma bisogna ripristinare serenamente un discorso di equilibri. Sono molte le Regioni che lamentano di non essere mai state rappresentate nella fiction».
Del Noce prosegue nella sua
opera contro la Calabria
Michele Guardò
Che una fiction venga girata in luogo diverso da
dove è ambientata è cosa comune, come per il films,
e questo a causa di risparmio, ma che una fiction
ambientata in Calabria, precisamente a Tropea, a
fortunata serie di “Gente di Mare”, abbia avuto
due edizioni girate nei luoghi (o ... quasi visto che i
panorami di Scilla facevano sfondo e fondale per
viste da Tropea!) e la terza edizione venga spostata
addirittura in Toscana, pare all’Isola d’Elba, è cosa
assolutmanete assurda ed inaccettabile.
Chiaramente ambientare uno scenegiato in un luogo significa turismo, lavoro, ricarico di immagine e
Dio solo sa se in questi momenti economici bui la
Calabria abbia bisogno di ossigeno.
Da considerare inoltre che un alluvione di enorme portata ha ancora di più danneggiato luoghi ed economia per ci si sarebbe attesa solidarietà e non espoliazione!
Non sappiamo quale sia il pesniero del sig. Del Noce, ma troviamo che è un atto di pirateria che la
Calabria non merita.
Forse è una risposta all’on. Laratta che gli aveva contesttato un qualcosa o, forse, è solamente un taglio
di rapporto con Agostino Saccà, il deposto responsabile fiction che è calabrese di Taurianova (RC).
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Caterina Balivo si lamenta:
la Carrà poteva dirmi grazie...
Parla la giovane conduttrice che da ieri sera è tornata al timone del game show
“Dimmi la verità”
Gazzetta del Sud
ROMA - «Sono nata e cresciuta in Rai, ci sono
persone carine con me, altre meno. Ma ci può stare,
sono anche la più giovane»: Caterina Balivo, una
delle conduttrici di punta di Raiuno, è tornata ieri
sera in prima serata con “Dimmi la verità”, il game
show dedicato alle affinità di coppia che aveva già
condotto lo scorso anno.
Smentisce la sua presenza a Sanremo e rivela di
essersi «meravigliata» del mancato “grazie” da parte
di Raffaella Carrà per il contributo di “Festa Italiana” alla vendita dei biglietti della Lotteria Italia. «La
Carrà è una grande professionista, peccato che non
mi abbia mai invitato (a parte l’invito in platea nella
prima puntata), sebbene il mio programma fosse
abbinato alla Lotteria Italia. Grazie a noi hanno venduto quasi il doppio dei biglietti. Neanche il presidente dei Monopoli ha ringraziato. Il grazie non
andava a me, ma a “Festa Italiana” e ai suoi telespettatori, diventati clienti della Lotteria Italia».
A Sanremo non sarà al fianco di Paolo Bonolis,
qualcosa di grosso in pentola però per lei c’è di
sicuro. Ma non vuole anticipare nulla. «Sono l’unica che ha fatto tutti gli step in Rai, ho fatto la valletta, l’inviata, ho preparato il pane con Vissani, ballato e cantato sottolinea - Finalmente da 4-5 anni faccio la conduttrice, e mi fa piacere farlo a 28 anni, da sola». E infatti sarà per altre 4
puntate di nuovo sola al timone di “Dimmi la verità”, format originale di Endemol Italia e Rai: «Mi diverto perché si parla
di coppie, di amore, di quotidianità. E poi chi non vorrebbe a casa una macchina della verità?», dice riferendosi alla
macchina gestita dal professor Fernandez De Landa, il clou della puntata per scoprire se la coppia è sincera.
Giordano nominato maestro di pianoforte
dal Governo del Belgio
L’artista di Mileto (Vibo Valentia), 27 anni, è il primo calabrese ad aver suonato alla
Scala di Milano
Nicola Rombolà - Gazzetta del Sud
Dall’antica capitale della Contea normanna, Mileto, all’Oriente. È l’ultimo viaggio del giovane pianista Roberto Giordano:
“d’un monde à l’autre”, come recita il titolo del film-documentario girato da Gerard Corbiau (premio oscar e Golden Globe
per il film “Farinelli”) sulla sua vita, dopo il successo al concorso più importante e più impegnativo per giovani interpreti,
il “Reine Elisabeth”, a Bruxelles, nel 2003. Da allora un affascinate volo “da un mondo all’altro”, sulle note della grande
musica: Beethoven, Chopin, Shuman. La sua ultima tappa la Corea del Sud, ospite all’Asia Performing Arts Festival che
si è svolto dal 5 gennaio al 14, un prestigioso festival direttamente invitato dal Consiglio della Cultura del governo. Si è
esibito come solista e in compagnia di due famosi musicisti, uno coreano e un altro della Repubblica Ceca; ma anche con
l’Orchestra sinfonica di Gwangiu (seconda città coreana), interpretando alcune delle opere di Beethoven, come il
concerto numero tre per pianoforte e orchestra e il triplo concerto per pianoforte, violino, violoncello ed orchestra.
Di ritorno, ancora un po’ “disorientato”, Giordano esprime il suo entusiasmo per questa importante esperienza
artistica e culturale in Corea: <I coreani hanno una grande ammirazione per noi italiani, in particolare per l’arte e la musica.
Ci idealizzano molto – ha sottolineato - e ammirano soprattutto il nostro stile >. Organizzazione impeccabile, investimento nelle arti, con la realizzazione di vere città culturali con moderni e grandi auditorium. Il pianista traccia un quadro
interessante di questo mondo dove s’incrociano la tentazione occidentale, la Cina e il Giappone, intravisto tra le pause
dei suoi concerti, con tappe a Gwangiu e Seul, con il ricordo ancora vivo di uno straordinario tour in Cina, con una serie
di concerti, fatto nei mesi scorsi.
Ma il suo viaggio conosce altri importanti traguardi. Lo rivela con la semplicità che lo contraddistingue, consapevole
di sentirsi cittadino del mondo ma legato alle sue umili origini, dove l’arte e la cultura però fanno molta fatica a trovare il
sorriso. Giordano, nonostante la sua giovane età (27 anni), è il primo calabrese ad aver suonato il piano al teatro alla Scala
di Milano (22 ottobre 2006) in un memorabile concerto con il grande baritono Josè Van Dam; da settembre inoltre il
Governo belga lo ha nominato, per chiara fama, “Maestro di pianoforte” nella cattedra di una accademia nazionale, e il 25
prossimo la RTBF, radiotelevisione belga francofona, gli dedicherà 2 ore di trasmissione. E la Calabria? Solo gli studenti
dell’associazione “Ulixes” il 4 gennaio scorso, lo hanno insignito del “Premio Itaca”.
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Giustizia
L’atto era stato inviato, tramite fax, alla Procura un anno fa
A sorpresa depositata ieri un’altra
perizia per la Morte di
Federica Monteleone
L’attività integrativa d’indagine riguarda l’esame dei macchinari della sala
operatoria - Perchè è stata ignorata per un intero anno?
Marialucia Conistabile
Gazzetta del Sud
VIBO VALENTIA - A sorpresa spunta una terza consulenza, sulle apparecchiature elettromedicali presenti nella
sala operatoria dell’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia, dove
il 19 gennaio del 2007 Federica Monteleone fu sottoposta a
un intervento chirurgico di appendicite.
Come le due precedenti anche questa è stata redatta
dall’ing. Mario Monti – perito nominato dalla Procura di
Vibo – che l’avrebbe inviata via fax il 23 gennaio 2008, data
in cui sarebbe stata ricevuta dalla Procura. Precisamente
un anno fa. Solo che in tutto questo arco di tempo di questa perizia, a quanto pare, nessuno ne avrebbe saputo niente. Sta di fatto che la consulenza è stata depositata ieri
mattina dal pm Fabrizio Garofalo il quale ha dato disposizioni affinché l’attività integrativa d’indagine, venisse subito notificata ai dodici legali che difendono i nove imputati.
Insomma il documento compare a un anno esatto dalla
data in cui sarebbe stato inoltrato dal consulente, le cui
due precedenti perizie (una relazione preliminare e una consulenza) figurano agli atti del dibattimento aperto nei giorni
scorsi davanti al Tribunale di Vibo Valentia. Resta ora da
capire il motivo per il quale in tutto questo tempo della
perizia nessuno abbia saputo niente e perchè venga tirata
fuori proprio adesso. E le ipotesi che si possono avanzare
sono diverse, non escluso un errore materiale nel senso
che l’atto potrebbe essere stato “perso” di vista. Come
non è da escludere che qualcosa possa aver sollecitato il
deposito della consulenza che è stata così ritrovata. In ogni
caso, comunque, la questione offre il fianco a una serie di
interrogativi che contribuiscono a complicare ulteriormente un dibattimento che, già dalle fasi iniziali, ha offerto molti
elementi di scontro.
L’attività integrativa d’indagine sarà ora oggetto di un
approfondito studio da parte del collegio della difesa anche perché il suo contenuto potrebbe riservare inaspettati
colpi di scena. Lo farebbe nel caso in cui il consulente
arrivasse a conclusioni diverse rispetto alle precedenti o a
quanto finora complessivamente tratteggiato. Insomma un
caso tutto aperto che potrà avere conseguenze molto pesanti sul processo aperto sulla morte di Federica, qualora il
suo contenuto fosse ritenuto dalle parti di una certa importanza e rilevanza. In poche parole si tratterebbe di un atto,
di fatto, sottratto al contraddittorio e ciò potrebbe minare
l’iter giudiziario finora compiuto. D’altro canto il fatto che il
pm l’abbia depositata ieri e che abbia dato disposizione di
immediata notifica ai dodici penalisti, lascia supporre che
una certa rilevanza la debba avere. Comunque, giorno 6
febbraio si tornerà in aula e si potrà avere contezza degli
“effetti” che l’attività integrativa provocherà.
Complessivamente, finora, sono quattro le perizie che
riguardano la sala operatoria provvisoria dell’ospedale di
Vibo dove Federica fu operata e dove si verificò un blackout. Evento che sarebbe stato causato da una scarica elettrica che avrebbe attraversato Federica e che, a sua volta,
avrebbe determinato la sospensione dell’energia elettrica
che alimentava il sistema di monitoraggio dei parametri vitali della giovane paziente e l’autorespiratore. Ma il drammatico effetto domino non si sarebbe esaurito qui. Al passaggio della scarica sul corpo di Federica, infatti, sarebbe
da addebitare l’arresto del circolo ematico per un deficit di
pompa cardiaca. Mancato apporto di sangue ossigenato al
cervello che avrebbe determinato ipossia e, considerato il
tempo per cui si è protratta, un danno cerebrale irreversibile.
A distanza di due giorni dal drammatico intervento chirurgico – mentre Federica si trovava nel reparto di
rianimazione dell’azienda ospedaliera Annunziata di
Cosenza – a effettuare una prima verifica sull’impianto elettrico della sala operatoria viene incaricato dalla Procura di
Vibo, l’ing. Stefano D’Aco. Successivamente sarà l’ing.
Mario Monti – sempre per conto della Procura – a svolgere
la propria consulenza non sull’impianto elettrico, bensì su
tutte le apparecchiature elettromedicali che il 19 gennaio
2007 si trovavano nella sala operatoria provvisoria dello
Jazzolino. Inizialmente, il perito consegna alla Procura una
relazione preliminare di consulenza (di circa tre pagine) che
figura agli atti del processo e che, tra l’altro, è stata anche
utilizzata dal gip del Tribunale di Vibo Lucia Monaco per un
sequestro probatorio e per rigettare un’altra istanza di sequestro. Successivamente l’ing. Monti trasmette alla Procura una seconda consulenza (anch’essa agli atti del processo) nella quale giunge a complesse e tecniche conclusioni sullo stato e sull’uso dei macchinari elettromedicali.
Ma il 23 gennaio 2008 il fax della Procura riceve una terza
consulenza, sempre da parte dello stesso professionista.
Atto che si “perde” per un intero anno e che solo ieri
ricompare e viene subito depositato.
Voci dal Sud
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Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Giustizia
A Catanzaro la cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario
in un clima di grande tensione
Ancora veleni sul “sequestro Why Not”
Nel mirino l’archiviazione per Mastella
Intanto la Camera ha rinviato la discussione sulle dimissioni dell’on. Pittelli (Pdl)
Giuseppe Lo Re
Gazzetta del Sud
Catanzaro - A Catanzaro si tace, a Salerno si passa
all’attacco. Sono diametralmente opposte le reazioni
alla decisione del Csm che ha “punito” cinque magistrati protagonisti dello scontro fra Procure, consumatosi a dicembre sullo sfondo dell’inchiesta Why Not
e delle denunce dell’ex pm Luigi De Magistris.
Il capo dell’ufficio giudiziario campano, Luigi
Apicella, è la toga colpita più pesantemente.
Sospeso dall’ufficio e dalle funzioni e collocato
fuori ruolo dalla magistratura, ieri ha accettato di parlare davanti alle telecamere Rai di “Annozero”.
Ed ha ricostruito la genesi dello scontro con almeno un particolare inedito, riportato dalle agenzie di
stampa: «De Magistris ci aveva riferito di una situazione relativa all’archiviazione fatta dalla Procura
generale di Catanzaro per Mastella nell’ambito di
Why Not. Ci aveva segnalato che dagli elementi da
lui raccolti in precedenza, prima che venisse avocato
il procedimento, aveva verificato che non tutti gli
atti posti a base della richiesta di archiviazione per
Mastella erano stati trasmessi al Gip. Sulla base di
questi elementi e dell’audizione dei consulenti, di
testimoni e di altri, noi avevamo elementi per ritenere che effettivamente si dovesse verificare questo fatto. Quindi – ha concluso Apicella – l’unico modo per
verificare questa situazione direttamente era quello
di sequestrare il processo».
Benzina sul fuoco? Vedremo.
Comunque sia, è bene specificare che si tratta di
ipotesi tutte da verificare, visto che l’inchiesta aperta
dalla Procura di Salerno sulle toghe calabresi è ovviamente ancora in corso.
Intanto Apicella si è detto sconvolto dalla decisione del Csm ed ha annunciato anche le dimissioni
dall’Anm, l’associazione dei magistrati: «Si è chiusa
una pagina nera.
Ci aspettavamo ben altre tutele, ben altri interventi dall’Anm, composto da tanti fini cultori del
diritto che in questa situazione anziché cercare di
approfondire i problemi che le vicende ponevano si
sono astenuti dalla valutazione di qualsiasi intervento ed hanno semplicemente giudicato in modo
negativo la nostra operazione, forse nemmeno approfondendo i reali termini della questione».
Pronta, ieri sera, la replica dei vertici dell’Anm affidata a un comunicato stampa: «Tra i nostri doveri c’è
certamente la difesa dell’autonomia del singolo magistrato, ma senza rinunciare al fondamentale ruolo
di promuovere sul piano culturale un modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla
rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione».
Da Catanzaro, come accennato, nessuna reazione.
Il pg Enzo Jannelli e il suo sostituto Alfredo Garbati, trasferito dalle funzioni e dall’ufficio insieme ai pm
di Salerno Nuzzi e Verasani, hanno scelto la linea del
silenzio e attendono ancora la notifica del provvedimento cautelare del Csm.
Appare scontato, non appena saranno depositate
le motivazioni, il ricorso alle Sezioni unite civili della
Corte di Cassazione.
Tiene banco anche l’attesa per la cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario, prevista sabato 31
gennaio. Il cerimoniale prevede l’intervento del presidente della Corte d’Appello, Pietro Antonio Sirena, e
del pg Jannelli.
Ma quest’ultimo ci sarà? In caso di assenza, il PG
sarà sostituito automaticamente dall’avvocato Dolcino
Favi, che già nel 2007 – dopo il pensionamento di
Domenico Pudia – ha rivestito l’incarico di procuratore generale facente funzioni.
Ed è toccato proprio a lui, ironia della sorte, provvedere all’avocazione dell’inchiesta Why Not nelle fasi
più calde del “caso De Magistris”.
Proprio oggi, inoltre, il Ministero della Giustizia dovrebbe comunicare il nome del proprio rappresentante alla cerimonia: anche su questo fronte l’attesa degli addetti ai lavori, vista la situazione venutasi a creare, è palpabile.
Intanto è slittato alla Camera il dibattito sulle dimissioni del parlamentare catanzarese Giancarlo Pittelli.
Il noto avvocato penalista, ex presidente del
Catanzaro calcio, ha annunciato la decisione di lasciare
Montecitorio «in ragione della violenta e inaudita
campagna diffamatoria, altamente lesiva del mio
onore, orchestrata da un soggetto appartenente alle
istituzioni di questo Paese e dai suoi degni sodali».
Il riferimento dell’avv. Pittelli è a quanto pubblicato
da alcuni organi di stampa in relazione alle inchieste
Why Not e Poseidone.
Il dibattito, inizialmente previsto ieri pomeriggio, è
saltato a causa del protrarsi della discussione sul trattato bilaterale italo-libico.
Voci dal Sud
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AnnoV° nr. 2 Febbraio 2009
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Giustizia incomprensibile
Uccise l’ex fidanzata sgozzandola per strada:
solo 16 anni ! i genitori di lei: “L’Italia fa schifo”
Rito abbreviato per il giovane, che dovrà scontare anche 5 anni in un istituto di cura. Il pm aveva chiesto
l’ergastolo. La madre della vittima è svenuta, il padre ha gridato: “Bisogna farsi giustizia da soli”
Ansa
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Sanremo (Imperia) - È stato condannato, in primo grado, nel rito abbreviato a 16 anni e 8 mesi di reclusione: Luca
Delfino 32 anni, di Serra Riccò (Genova), che l’8 agosto del 2007 ha accoltellato ed ucciso l’ex fidanzata Antonella Multari
per strada a Sanremo.
La condanna è per il reato di omicidio volontario e premeditato e comprende anche il furto di un motociclo e un casco che Delfino ha rubato
per raggiungere e giustiziare l’ex fidanzata che non voleva più tornare
con lui.
Il gup Eduardo Bracco di Sanremo lo ha anche condannato a 5 anni da
scontare presso un istituto di cura.
Il pubblico ministero Vittore Ferraro aveva chiesto una condanna all’ergastolo con la pena accessoria dell’isolamento diurno. Nel formulare
la condanna il magistrato ha tenuto conto della premeditazione che ha
bilanciato con la seminfermità mentale.
Alla lettura della sentenza Rosa Tripodi, madre della vittima, è caduta a
terra svenuta e quando si è ripresa ha continuato a ripetere ‘’l’avete
ammazzata due volte’’.
Il padre di Maria Antonietta (n.d.r. la sventurata vittima della furia
omicida), in lacrime, ha commentato ‘’bisogna farsi giustizia da soli,
siamo in un paese dove la giustizia non esiste - ha continuato Rocco Multari - questa è una sentenza indegna” .
Secondo alcune indiscrezioni per Delfino potrebbe arrivare, nelle prossime ore, dal Tribunale di Genova, il rinvio a
giudizio per l’omicidio di un’altra sua ex fidanzata, la ballerina Luciana Biggi, uccisa anni addietro anch’essa a coltellate
in un vicolo della Città ligure.
Per tale delitto all’epoca il Delfino era stato indagato ma poi riuscì ad essere scagionato anche se con forti dubbi.
Mentre una valanga di stupri minaccia le
donne, la giustizia dice ...
Mariasole Dal Monte
Apriamo la TV, sfogliamo un giornale e sembra un bollettino di guerra quello che ci balza agli occhi! Stupri e violenze
sulle donne sono divenuti gli argomenti del giorno che ci vengono sparati in faccia e, consentitemi da donna, ci
terrorizzano.
Ma cosa succede? si sono moltiplicati gli stupri oppure i mass media hanno rivolto la loro attenzione in maniera
particolare al problema?
Dopo Roma e Guidonia, ancora denunce di violenze sessuali e presunti casi di stupri: a Brescia una ragazza rumena di
19 anni ha raccontato alla polizia di essere stata violentata da tre stranieri; a Genova una donna di 30 anni ha denunciato
di aver subito una violenza una settimana fa in pieno centro ad opera di due marocchini; a Napoli si indaga su un
presunto caso di violenza sessuale, che si sarebbe verificato in centro, ai danni di una 20enne ucraina.
In cinque hanno stuprato lei e chiuso il fidanzato nel portabagli dell’auto. Un’arancia meccanica.
Stupro a Roma nella notte di Capodanno ove un ragazzo durante una festa in piazza alla Fiera di Roma abusa di una
giovane la sera di capodanno.Una donna alle nove di sera scende dall’autobus, viene aggredita, trascinata nei campi e stuprata.- Alcune oltre che
stuprate vengono uccise.A genova, a Brescia, a Torino a Milano, in Sicilia in Calabria ... ormai il Mondo è paese e la furia di queste bestie umane
non ha più latitutini, posti rischiosi, orari preoccupanti, addirittura si viene stuprati in casa propria!
Spesso lo stupro non viene denunciato per vergogna o perchè chi riceve la denuncia lo fa con un sorrisetto di
incredulità stampato sul viso. La donna che subisce lo stupro per il “maschio latino” è una consensiente pentitasi dopo.
La famosa favoletta della sciabola che non si riesce ad infilare nella custodia.
E quando qualcuna denuncia, quando il fatto giunge in Tribunale i giudici cosa fanno? assolvono, commutano il
minimo della pena, non ritengono di punire in maniera esemplare la bestia, ma come leggete nella pagina accanto,
addirittura lo mandano a casa a godersi il calduccio della propria stanzetta e dilettarsi con la TV, magari affinando la
tecnica per il prossimo stupro, istruito dalle ricorrenti notizie di nuovi episodi.
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Anno V° nr. 2 Febbraio 2009
Giustizia incomprensibile
Lo stupratore va subito a casa.
A casa dovrebbero andarci alcuni magistrati
Sandro Bugialli - (Quotidiano.net)
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Aberrante, rivoltante, inconcepibile, disarmante, vergognosa, offensiva, inaccettabile: decidete voi, cari
lettori, quale aggettivo adottare per la decisione del Gip di Roma Marina Finiti che ha convalidato oggi
il fermo del giovane ventiduenne che la sera di Capodanno, alla Fiera di Roma, stuprò una coetanea, e
contestualmente ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare del violentatore presso il suo domicilio,
come sollecitato anche dal Pm Vincenzo Barba.
Alla base della decisione di scarcerare il giovane di Fiumicino, riportano le agenzie, la sua buona condotta giudiziaria e il contributo dato agli inquirenti dopo il suo fermo. Nel suo interrogatorio di sabato a
Regina Coeli, Davide Franceschini, questo il nome del giovane violento, ha confessato di avere agito
sotto l’effetto di alcol e droga. Le agenzie dicono anche che il giovane avrebbe pianto più volte durante
l’interrogatorio e di essersi detto dispiaciuto per quanto accaduto.
Punto. Come dire, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto. Andiamo a casa, a sentirsi qualche bel
cd, e non ci pensiamo più!
Eh no, vogliamo anche scordarci il passato? No, noi vogliamo ricordarci il presente e dire che è difficile
accettare una soluzione del genere, vogliamo dire che la mente non può che andare a quella ragazza
violentata durante quella che dovrebbe essere la notte più bella dell’anno, non può che andare a quel
tormento che l’accompagnerà per tutta la vita, al dramma dei suoi genitori che, poveretti, da quella sera,
avranno sempre davanti a sé una figlia che non è più la stessa.
Vogliamo dire che la mente va a quella donna violentata, sempre a Roma, subito dopo essere scesa alla
fermata dell’autobus, vogliamo dire che la mente va a quella ragazza violentata a Guidonia da cinque bruti
che, prima di procedere, hanno malmenato e chiuso nel portabagagli dell’automobile il suo fidanzato.
Va a quella giovane donna rumena violentata in casa a Brescia da alcuni connazionali.
Va alla povera signora Giovanna Reggiani violentata e uccisa a Roma, nell’ottobre del 2007, da un
rumeno dopo essere scesa dal treno alla stazione di Tor di Quinto.
Va alla sentenza che ha evitato l’ergastolo al suo aguzzino, al quale sono state concesse le attenuanti
perché la signora ha resistito alla violenza (una spiegazione incredibile) e lui, poverino, era
ubriaco. (n.d.r. perciò, gentili signore lasciatevi violentare o prima di resistere fate il palloncino
della prova dell’alcool allo stupratore!)
Va alla sentenza con cui è stato condannato a soli sedici anni di galera il giovane (giudicato seminfermo
di mente al momento del fatto) che ha ucciso l’ex fidanzata a Sanremo.
Va soprattutto al padre, disperato, della ragazza che ha dichiarato che aspetterà l’assassino
all’uscita dal carcere (un’attesa che pensiamo durerà pochissimi anni, visto come vanno le cose
in Italia) e farà giustizia con le sue proprie mani. (n.d.r. questa la cosa più tremenda, un padre che
attende che esca l’assassino della figlia sgozzata come un capretto nelle vie di Sanremo e che si
farà giustizia con le sue mani. Vi sentireste di condannarlo? la giustizia dei Tribunali lo condannerà come omicidio premeditato e lo farà morire in carcere, ma noi, pur assolutamente contrari alla
violenza, non ci sentiremo di condannarlo!)
La mente va a tutte queste cose. E va anche al pensiero che sì, ha ragione Berlusconi, va riformata la
giustizia.
Ma anche, aggiungiamo noi, va riformato il cervello di alcuni magistrati che ormai da tanti anni a questa
parte (basti pensare a varie sentenze contro i terroristi) sembrano avere a cuore più le sorti degli assassini
o dei colpevoli in generale che delle vittime!
Voci dal Sud
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Giustizia incomprensibile
Oggi le Leggi italiane sono quasi tutte
sbilanciate in favore del colpevole!
fromor
Si è cominciato, giustamente, con pensare e sostenere l’operaio, il contadino, il lavoratore che fino
ad una certa epoca era considerato meno di uno
zero tagliato.
Nacquero varie organizzazioni in difesa di questa
massa inerme e molti furono i Parlamentari che si
sono battuti con successo nei due rami del Parlamento fino a giungere a Leggi di protezione e giusto
riconoscimento.
Poi ... venne l’era della generalizzazione ... e ben
altre categorie videro realizzarsi campagne in loro
favore, degenerando.
Da anni ormai assitiamo ad una vera e propria
gara per correre incontro a chi deroga dalla retta
via.
Nella scuola vi fuorno i “6” politici che hanno premiato i vagabondi, per cui abbiamo assistito alle promozioni “d’ufficio”.
Il risultato è stato una marea di persone molto sommariamente preparata che si è immessa nelle attività
della vita (spesso letteralmente della vita visto che ci
sono anche molti laureati in medicina!).
Pochi erano in grado di fittarsi una casa, venne la
legge sull’equo canone, ma talmente restrittiva che
... nessuno ha pèiù trovato una casa perchè i proprietari erano terrorizzati.
La sicurezza del posto di lavoro venne garantita
(o quasi) da leggi severe e pochissimi sono stati assunti “a tempo indeterminato” perchè una volta assunto non esisteva modo di licenziarlo.
Cominciò poi la oscura epoca in cui tutti i parlamentari facevano a gara per partorire leggi che garantiscano il colpevole ignorando completamente l’offeso.
Ptovate ad esaminare le leggi vifenti e vi renderete
conto che le garanzie e le agevolazioni in favore sei
colpevoli, anche se definitivamente riconosciuti tali,
sono una miriade e sempre più pressanti e più assurdi.
Quando inveiamo contro i giudici per una qualche
sentenza che “la morale comune” o “il buon senso
comune” non riesce a digerire ci dimentichiamo che
nella maggior parte dei casi il Giudice non fa altro
che applicare la legge in vigore.
Ed allora dovremmo inveire contro chi quell’assurda legge l’ha concepita, la sostenuto, l’ha approvata.
Oggi si parla tanto della legge sulle armi e la difesa
personale.
Ma ... seguendo i vari assaggi ci convinciamo sempre più che l’approvazione o la bocciatura sono solamente una questione di affermazione di principio
per una o l’altra forza politica.
Il cittadino non ha veste , non ha una fisionomia,
non ha rilevanza giuridica.
Noi non siamo assolutamente favorevoli alle facili
armi anche per soggetti psicologicamente labili, ma
se una persona viene riconosciuto “abile ed idoneo”
alla detenziopne ed al manneggio delle armi, non lo
si può, dopo quando l’episodio avviene, ritenere tout
court ed aprioristicamente responsabile di omicidio
volontario.
La legitima dfesa presuppone che vi sia una valutazione seria e cosciente del reale pericolo che si sta
correndo, e l’”eccesso di legittima difesa” è qualcosa che da sempre il Codice ha previsto.
Ci sono ovviamente dell smagliaturre, ma invece
di studiare bene il modus riparandi, si imposta tutto
e lo si sottopone alle logiche di parte.
Una cosa è certa, oggi chi si macchia di un reato
anche gravissimo e viene riconosciuto definitivamente
colpevole non deve temere di rimanere in carcere
per gli anni irrogati dai Giudici.
Intervengono una serie di eventi, sempre a favore
del condannato, quale buona condotta, pentimento,
licenze premio, sconti di pena, condoni, indulti,
patteggiamenti che fanno ridurre la pena in maniera
drastica.
Assistiamo allora ai paradossi di omicidi commessi
con l’aggravante dell’efferatezza che vengono condannati a pochi anni di dentenzione che alla fine non
saranno nemmeno sontati per le varie ragioni
sopraesposte.
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Giustizia incomprensibile
Ci si ostina a pensar
pensaree a “Caino”, ma
nessuno pensa ad “Abele”?
fromor
Onestamente, malgrado gli sforzi, non riusciamo
adare una chiave di lettura a quanto sta succedendo
e non riusciamo a scorgere le ragioni che portano
alcuni politici a muoversi in determinate direzioni.
Non credo che le violenze sulle donne siano in
aumento, ma penso che siano piuttosto molto di più
le donne vittime che sono disponibili a denunciare il
gravissimo torto subìto.
Questo anche in conseguenza del fatto che è quasi tramontata l’immonda convinzione che se violenza c’è stata è colpa anche della donna.
Prima chi denunciava doveva affrontare anche i
sorrisetti sotto i baffi degli inquisitori ed essere violentata psicologicamente negli interrogatori ed in Tribunale con richieste assurde di particolari morbosi
che erano più figli di una morbosa sessualità malata
che da esigenze processuali.
La mia convinzione è che gli stupri avvengano sempre più alla luce del sole in pubblico, forse per differenza di cultura delle varie etnie presenti in Italia.
Ovviamente il terribile reato ha sempre ferito l’immaginario collettivo, ma alcuni casi sono divenuti
emblematici (la signora uccisa a Roma, la ragazza
violentata durante la festa di Capodanno, l’altra signora sempre di Roma alla fermata del 916 - mi
pare - e soprattutto l’episodio di Guidonia).
Qui la folla ha tentato di linciare i colpevoli (o presunti tali).
Hanno fatto ovviamente bene i Carabinieri a difendere gli stupratori sottraendoli alla folla inferocita.
Adesso però leggo da qualche parte che un Onorevole del PD (una donna!) ha deciso di andare a
visitare in carcere gli stupratori.
La domanda è: cosa dirà loro? li conforterà, li
farà piangere sulla sua spalla?
A me questa visita sembra fuor di luogo ed addirittura provocatoria perchè sfida i sentimenti comuni
degli italiani che si sono imbufaliti contro questi soggetti che si sono comportati molto peggio delle bestie.
Magari ci saranno ragioni legali e/o umanitarie in
favore di una visita ai delinquenti (rei confessi!), ma
la trovo assolutamente fuori luogo.
Ci indignamo poi quando la ragazza violentata a
Capodanno si inbufalisce nel vedere il suo stupratore
ai domiciliari dopo due giorni (la colpa è solo in parte dei magistrati, ma in primo luogo di chi ha fatto
quelle assurde leggi, quindi teoricamente anche dell’onorevole che adesso va a dare solidarietà agli
stupratori), o quando la ragazza di Guidonia dice
che si farà giustizia da sola.
Che dire poi dei gruppi che affiggono striscioni
inneggiando agli stupratori? si sentono forti perchè
sanno che avranno la solidarietà di qualche onorevole e di omologhi di pensiero?
Io penso che sia chiaramente un caso di
“apologia di reato”.Ma qui, consentitemi di chiedere a questi
parlamerntari miseracordiosi: State pensando al
“povero Caino”, al poveraccio che soffre per
la lontanza e la mancanza di una “femmina”, a
gente che in un raptus dovuto ad alcool e/o droga ha operato in stato di semincoscienza e non
si è saputa limitare e contenere.
Potreste (uso il condizionale solo come
interlocuzione dal momento che personalmente penso
che non lo potete proprio!) avere un senso di pena
cristiana nei confronti di questi animali truccati da
esseri umani, ma perchè nessuno ha pensato a
visitare le povere “Abeli”?
Non sono esseri umani anche loro violate nel
pieno diritto di essere rispettate?
Nessuno se ne cura, nessuno le considera, sono
ritenute solo una “componente necessaria a supporto del soggetto principale” che sono gli
stupratori!
Per la donna subire una violenza è una “lesione
permanente” di cui porterà le conseguenze per tutta
la vita.
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L’uso è legittima difesa
Il “condom” antistupro sarà un
rimedio in futuro?
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Il condom antistupro si chiama Rapex, il prototipo è stato lanciato sul mercato il 31 agosto del
2005, a Kleimond, in Sud Africa.
E’ quì che infatti si registra un numero abnorme
di stupri, ogni 24 secondi una donna viene violentata.
Vediamo nei dettagli quali sono le sue caratteristiche e come si usa.
Si tratta di un dispositivo di lattice, dalle dimensioni di un tampone, che si infila nel canale vaginale
come un diaframma.
Si inserisce grazie ad un tampone applicatore, e
si toglie utilizzando lo stesso applicatore.
Durante la penetrazione le microscopiche setole
dentate che lo ricoprono si conficcano nelle carni
del violentatore, provocandogli pene infernali.
Il dolore è talmente acuto e forte che la donna ha
il tempo di fuggire e chiedere aiuto, dal momento
che lo stupratore è ko per qualche tempo, e non
riesce a reagire.
Nel momento in cui avviene la penetrazione il
Rapex rimane attaccato al pene e dunque viene rimosso dalla vagina, quando lo stupratore si ritrae.
Può essere poi rimosso dal pene solo con un intervento chirurgico.
Il Rapex servirebbe così anche ad identificare il
violentatore, in caso di stupro.
Questo particolare strumento antiviolenza è stato
sviluppato da Sonnete Ehlers per far sì che le donne riescano a difendersi contro gli stupratori.
L’idea è sorta quando una vittima di stupro le ha
detto: “se soltanto avessi potuto avere dei denti
laggiù!”
Molte sono state le critiche negative al prodotto: è
stato definito un metodo medievale, ma la Ehlers ha
risposto che anche lo stupro è una rozza pratica che
esiste sin da prima del medioevo e dunque…a mali
estremi estremi rimedi.
Se gli uomini non riescono ad educarsi da soli al
contenimento dei loro rozzi istinti, allora è giusto usare
queste tecniche altrettanto spartane.
Vengono in mente le espressioni bestiali che assumono i maniaci e gli stupratori, e non posso che compiacermi all’idea della brutta sorpresa che troverebbero grazie al Rapex.
Da donna, non concepisco l’idea di violenza sessuale e so quanto possa essere umiliante trovarsi
addosso sguardi da maniaci … la sensazione è orribile e solo una donna sa cosa si prova a sentirsi spogliare con gli occhi da gente viscida e sessualmente
deviata.
Non oso immaginare cosa si può provare in caso
di violenza carnale, se solo uno sguardo basta già a
creare repulsione.
Quando si puo’ usare il Rapex? Conviene che una
donna lo usi in quelle occasioni, in cui non si sente
totalmente sicura, lunghi viaggi in treno da sola, uscite
con uomini poco affidabili, e in generale in tutte quelle
occasioni in cui si sente minacciata dal punto di vista
del sopruso sessuale (mi viene da chiedere, anche
sul posto di lavoro?).
Se vi preoccupa che l’uomo possa accorgersi
che lo indossiate, i produttori rassicurano che non è
possibile, dal momento che si posiziona dietro le labbra della vagina e che non ha sporgenze visibili nè
alcun tipo di stringa.
Non può disperdersi dentro la vagina perchè non
supera mai l’altezza della cervice, non ci sono quindi
particolari controindicazioni.
Le infezioni sono possibili, ma solo nel caso in cui
si usi lo stesso Rapex più volte, bisogna usarne ogni
volta uno nuovo, proprio come per un normale
profilattico.
Può essere indossato senza problemi per 24 ore
consecutive.
L’uso del Rapex è legale, dal momento che è uno
strumento di autodifesa, e non è nè letale nè fatale.
I costi sono di poco superiori a quelli di un normale Condom.
Ovviamente come tutti i profilattici, previene dalla
trasmissione di HIV e da gravidanze indesiderate.
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Lo stupro come simbolo
Lucia Annunziata - da La stampa
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Guardando le immagini di Guidonia,
quelle in cui arrabbiatissimi abitanti del
luogo cercano di linciare i romeni presunti responsabili della violenza e dello
stupro di una coppia di giovani fidanzati,
mi viene un dubbio: hanno vinto finalmente le donne, oppure sta vincendo
una nuova forma di barbarie?
Non tanto tempo fa, penso agli Anni
Ottanta, epoca modernissima di questo Paese, per far riconoscere lo stupro come reato, non contro la morale
ma contro la persona (in questo caso
basta citare quello del Circeo, 1975),
le donne dovettero calare in massa davanti ai tribunali, incatenarsi ai pali della
luce, improvvisare volantinaggi sotto i
più importanti media per rompere la teoria secondo la quale ogni donna era in realtà colpevole dell’abuso sessuale che aveva subito. Oggi
assistiamo invece a un’enorme reattività in difesa delle
vittime di violenza.
Lo stupro e la morte della signora Reggiani prima
e quello quasi immediatamente dopo di una giovane
africana sono stati la materia più scottante della campagna elettorale nazionale un anno fa. Le violenze
sulla coppia di Guidonia hanno portato quasi al
linciaggio, mentre per il giovane che a Capodanno
ha stuprato una ragazza durante una festa del Comune di Roma, un coro nazionale ha chiesto il massimo della pena, oltraggiati tutti dal fatto che un giudice (donna) gli avesse concesso «solo» gli arresti
domiciliari. La nazione, insomma, sembra scossa da
un’indignazione protettiva nei confronti delle donne
che si può paragonare solo a quella che negli anni ha
suscitato la pedofilia.
La sensibilità sociale si è evidentemente evoluta,
dobbiamo concludere. O no? Forse c’è un’altra domanda che andrebbe fatta alle donne nell’attuale
momento: è questo che la loro mobilitazione di anni
voleva ottenere? È questo il tipo di reazione, protezione, per cui hanno lottato? Ovviamente, è meglio
avere una difesa che il disprezzo; è meglio pensare
di avere un padre, un marito, un fratello che mena le
mani per te, e un Paese che chiede a gran voce la
tua sicurezza. Ma, parlando senza arroganza, c’è
qualcosa di ugualmente espropriante della persona
donna in questa levata di scudi.
La prima espropriazione ha a che fare con il «tipo»
di stupro che suscita proteste: si tratta inevitabilmente
di quelli commessi in ambienti pubblici. L’Istat ha
pubblicato una ricerca sulla base della quale le donne dai 16 ai 70 anni che in Italia hanno subito in
totale violenza sono 6 milioni 743; di cui un milione e
150 mila nel 2006: di queste un milione 400 mila
ragazze hanno subito violenza sessuale prima dei 16
anni. Autori della violenza? Il 69 per cento sono partner, mariti o fidanzati. Statistiche più recenti ci dicono addirittura che solo il 10 per cento degli stupri è
perpetrato da stranieri. Inutile dire che per questa
vasta zona grigia di crimine «in famiglia» non ci sono
né proteste, né denunce: possibile che nessuno mai
se ne accorga?
Ma se lo stupro fa rabbia solo quando è fatto da
«stranieri», forse entriamo in un diverso campo, in
cui diventa simbolo (fortissimo, ma pur sempre simbolo) di mancanza di sicurezza, di degrado dell’ambiente, e di una guerra per il controllo del territorio.
Insomma, lo stupro indigna quando si carica di una
battaglia più ampia di quella della difesa delle donne.
Una battaglia in cui, paradossalmente, le donne si
trovano di nuovo «oggetto», in quanto proprietà collettiva di un gruppo contro un altro. Una versione
dello scontro globale che ritorna a livello tribale. Per
chi avesse perso memoria, ricordo che anche nella
ex Jugoslavia, una guerra che è stata il massimo dello scontro tribal-identitario, lo stupro femminile è stato
usato come «sfregio» di un’etnia contro l’altra.
Come vedete, qualcosa di molto inquietante si accompagna sempre al corpo femminile. Su di esso
inevitabilmente pare calare il destino
dell’appropriazione da parte di altri. Non era certo
questo per cui hanno combattuto le donne di anni fa:
volevano innanzitutto la propria dignità come cittadini contro i quali ogni assalto è proibito dalla legge.
Ma non credo volessero nessun taglione, nessuna
vendetta. Tantomeno diventare parte di un ingranaggio così vasto, di cui alla fine si rimane comunque
ostaggi.
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La credenza popolare sull’origine delle
voglie sulla pelle
di Leonella Cardarelli
[email protected]
La credenza sull’origine delle voglie sulla pelle è tuttora
viva nella nostra società. Qualche anno fa la madre (sui
cinquant’anni) di una mia amica mi disse “Io quando ero
incinta di Doriana non mi sono mai toccata se avevo voglia
di qualcosa, ecco perché lei non ha neanche una macchia
sulla pelle”.
Come mai esiste ancora questa credenza?
Perché se tutte le credenze magiche relative alla gravidanza sono state sostituite da spiegazioni mediche e scientifiche, la formazione delle voglie (angiomi) non si può spiegare scientificamente.
Durante la gravidanza la donna subisce delle trasformazioni ormonali che la portano a sentire di più gli odori, i
desideri alimentari, a provare disgusto per alcuni alimenti.
Anche il sapore di un cibo può restare maggiormente impresso così come possono esserci dei desideri verso cibi
che prima non erano apprezzati.
La donna si trova quindi in una particolare situazione
alimentare.
Le donne, nella società contadina, preparavano il cibo
ma poi erano le ultime a mangiarlo e talvolta mangiavano
anche in piedi. Venivano educate a non accettare le pietanze che venivano loro offerte… e soprattutto venivano educate a non chiederne. Bisognava controllare anche l’espressione del volto, evitando di non manifestare il desiderio di
alimenti poiché si poteva scatenare l’invidia e il malocchio, vivendo in una società della scarsità.
Quando la donna è incinta, invece, le cose cambiano…
perché essa non solo deve manifestare i suoi desideri ma
deve anche accettare il cibo richiesto… altrimenti chi ci
rimette… è il bambino!
Cambiare questo atteggiamento tuttavia non è semplice.
E quando le donne desiderano e non chiedono…. o
desiderano e si toccano… i figli nascono macchiati (notare la potenza magica del desiderio). La macchia sulla pelle
esce sullo stesso punto in cui la donna si sarebbe toccata
mentre provava il desiderio e il colore della voglia indica
l’alimento che la donna voleva mangiare. Esiste una vera
e propria tassonomia delle voglie e il bello è che in essa vi
rientrano cibi che prima non esistevano o che sono circoscritti a precise aree geografiche. Ad esempio in Umbria
esiste la voglia di porchetta; poi abbiamo la voglia di caffellatte, oltre alle già note voglia di fragola, di caffè ecc.
Quando il figlio nasce macchiato la donna viene incolpata di aver avuto voglia, di non aver chiesto, o di essersi
toccata. La voglia però non rappresenta tanto il desiderio
di quel cibo quanto il cibo stesso. Ad esempio in un’intervista una donna umbra ha dichiarato “Mio figlio dietro il
collo ha un grappolo d’uva”… sembra cioè che quel grappolo si sia proprio materializzato dietro il collo del fanciullo.
Nella società contadina quando una donna era incinta
e non si sapeva se sarebbe nato un bambino solo o una
coppia di gemelli si offriva sempre il doppio degli alimenti:
“Prendine due, tante volte può essere una coppia…” Questa paura di non riuscire a sfamare un’eventuale coppia
veniva alimentata da storie tramandate, come ad esempio
la storia di due gemelli nati con le lingue attaccate perché
alla madre era stato dato un solo alimento e questo non
bastava a sfamare i due bambini.
Come già accennato, il desiderio ha una potenza magica molto forte.
Oltre a causare le macchie sulla pelle del bambino, il
desiderio forte, se non soddisfatto, poteva causare persi-
no l’aborto.
Va inoltre considerato che il periodo di gravidanza era
anche un periodo in cui venivano ad incrinarsi i rapporti
suocera/nuora poiché sovente la suocera accusava la nuora di “mettere la scusa delle voglie per mangiare di più”.
In questo contesto collochiamo anche la credenza sull’origine dell’orzaiolo (che è un’infezione virale che viene
all’occhio). Nella società contadina si riteneva che l’orzaiolo venisse alle persone che rifiutavano di offrire cibo a donne incinte. La cosa sorprendente è che una ricerca effettuata dalla British Medical Association sostiene che la maggior parte dei casi di orzaiolo riguardano proprio individui
che vivono con donne incinte (la causa attribuita sarebbe
lo stress psicofisico). Ciò spiega quindi che le credenze
popolari non nascono dal nulla.
Oggi, nel 2008, se la credenza sull’origine dell’orzaiolo
può far sorridere, quella sulle voglie esiste ancora perché la
medicina non è in grado di offrire un modo per prevenire gli
angiomi. Evitando di toccarsi si tenta almeno di evitare, si
palesa una forma di prevenzione che la medicina non riesce
ad offrire. La scienza non è mai onnipotente.
Fonte: Corso Antropologia dell’alimentazione, A.A. 2008/2009,
Facoltà di Lettere e Filosofia, Perugia.
profilo dell’autrice
Leonella
Cardarelli è nata a
Popoli (PE) il 5 novembre 1981 sotto
il segno dello scorpione, ascendente
acquario.
La sua vita è stata sempre costellata da molteplici interessi. Si è
diplomata all’Istituto Magistrale e si è
laureata in Culture per la Comunicazione a L’Aquila
(dopo aver frequentato anche un anno all’Accademia
di Belle Arti) dove ha seguito un percorso
personalizzato volto ad approfondire il settore antropologico. Ha presentato una tesi sull’immigrazione (in
antropologia culturale) ed una sulla cortesia (in filosofia del linguaggio).
Vegetariana ed animalista dal 2004, ha iniziato ad
occuparsi di esoterismo e spiritualità a vent’anni. Si
occupa di antropologia, multiculturalismo, spiritualità ed esoterismo, con particolare attenzione agli aspetti religiosi pagani e alla spiritualità degli Altri.
E’ autrice di vari articoli a tema pubblicati su diversi
siti internet, con alcuni dei quali collabora.
Attualmente si sta specializzando a Perugia in
Scienze Antropologiche.
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Queste pagine fanno parte del gemellaggio fra la Fromo Editore di Rosarno e le
Edizioni Damiano di Villa Verucchio (Rimini). Articoli, firme e foto appartengono alla
rivista
edita dalla Editrice Damiano
http://www.edizionidamiano.com/
Oltre al danno, anche la beffa!
di Nicoletta Damiano
Si chiama Duchenne ed è la forma più debilitante della distrofia muscolare. La Duchenne è andata a bussare alla porta
della famiglia Amanti. Ha deciso di giocare con la vita di un bimbo di nemmeno due anni, con l’aggravante di una particolare mutazione che non consente di fare una diagnosi certa. Ma Fabio non ci sta e dice: “La ricerca non può essere ostacolata
dalla carenza di risorse economiche”. (Cinzia Lacalamita)
Quando “lamentarsi” di tutto e tutti, è diventato lo
sport nazionale, forse bisogna cominciare a chiederci
“cosa possiamo fare noi, nel nostro piccolo, senza
aspettare che gli altri si muovano per noi?” Tutti
aspettiamo che gli altri facciano qualcosa, lo pretendiamo a gran voce, spesso con ragione. Critichiamo e siamo spietati, se questo o quello viene
fatto, ai nostri danni o, a danno di qualcun altro.
Ma poi, cosa facciamo oltre a questo? Bla bla bla.
Non sono interessata a scrivere un articolo, con
tutti i puntini al loro posto, affinché diventi l’ennesimo fiore all’occhiello di un biglietto da visita che
nessuno si prende la briga di approfondire e tirarmi
dietro tanti: ohhhhhh!!! di approvazione. Rimarrebbero solo “parole”: belle, confezionate a regola d’arte, ma poi… non cambierebbe mai niente, e certamente non è questo il mio “dire” le cose. Ho deciso
di fare qualcosa, senza che qualcuno me lo suggerisca, e per un anno intero, inserirò in modo permanente l’immagine di un bambino, che rappresenta
molti bambini e persone, che come lui, sono toccati
dalle chiacchiere di tutta quella gente che, si dispiace, sa tutto di tutti, sottolinea sempre nuove soluzioni per questo o quel problema, ma nel concreto non
fa mai niente, ma si aspetta tutto!
Non sono interessata a scrivere un articolo, con
tutti i puntini al loro posto, affinché diventi l’ennesimo fiore all’occhiello di un biglietto da visita che nessuno si prende la briga di approfondire e tirarmi dietro tanti: ohhhhhh!!! di approvazione. Rimarrebbero
solo “parole”: belle, confezionate a regola d’arte, ma
poi… non cambierebbe mai niente, e certamente non
è questo il mio “dire” le cose. Ho deciso di fare qualcosa, senza che qualcuno me lo suggerisca, e per un
anno intero, inserirò in modo permanente l’immagi-
ne di un bambino, che rappresenta molti bambini e
persone, che come lui, sono toccati dalle chiacchiere di tutta quella gente che, si dispiace, sa tutto di
tutti, sottolinea sempre nuove soluzioni per questo o
quel problema, ma nel concreto non fa mai niente,
ma si aspetta tutto!
Come mai ci riesce così difficile sostenere bambini come Daniele Amanti che colpiti da distrofia muscolare, hanno bisogno di pochi appassionati e sensibili personaggi per poter portare avanti il loro dolore e la loro causa per curarsi e riuscire a sostenersi
economicamente?
Perché oltre al danno, anche la beffa, offriamo a
questa persone? Non è già abbastanza essere colpiti in modo così lapidario nella salute?C’è bisogno
di far perdere “loro” anche la dignità, perché costretti a chiedere, chiedere, chiedere… quello che è
un diritto di tutti, potersi curare? Ma riusciamo a vergognarci ogni tanto per il torpore nel quale siamo
caduti? Passiamo da un telegiornale ad un programma demenziale, alla velocità della luce, in automatico. Nulla più ci tocca e ci fa riflettere. Solo un vuoto
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zapping! Guardiamo un programma televisivo che
lancia una domandina imbecille e via ad inviare sms
per aggiudicarsi la spesa di 1000 euro messa a disposizione da ...Voi. Sveglia! Nemmeno immaginate quanto vi costa rispondere a quella stupida domanda? 1 euro! Cominciamo a fare quattro conti: se
fossero anche 100.000 persone a rispondere alla
domanda, verrebbero incassati 100.000 euro, ma
sono notizie da ultima pagina per queste persone
che non sfogliano nemmeno un libro all’anno! ...ma
non per me! Continuate ad attendere con ansia che
il buco della serratura del Grande Fratello si apra,
pronti a prendervi in giro, facendovi indossare le
vesti di woyer: fare gossip, rilassa, diverte e fa staccare la spina dai veri problemi. Il problema vero
per voi che continuate a seguire queste piccole cose
che rendono grande la vostra vita, sarà sempre quello
di seguire attentamente l’aitante giovanotto, che si
aggira come uno zombi tra le stanze di una casa
troppo lussuosa, senza sapere cosa fare quando si
sveglia alle 12.00 di mattina, ma lusingato per il fatto che “voi” siete lì, ad ammirarlo.
Il vostro essere woyer, alza, sì, gli indici di gradimento, ma abbassa notevolmente quelle celluline
grigie, tanto care a Poirot! Anzi, diciamocela tutta:
le azzera.
Non tornerò a ribadire un concetto troppo spesso disatteso per incentivarvi a sostenere i tanti Daniele Amanti, che fanno parte della nostra vita: nemsolo una persona riceverà la spesa in premio del meno vi dirò di smetterla di perdere tempo dietro le
valore di 1000 €! Qualcuno si è mai chiesto a chi notizie sempre aggiornate su Kakà e la cifra sprovanno i 99.000 euro che rimangono? Se fossero
destinati alla ricerca, sarebbe già un gran bel monNuovi riferimenti di
do! Ma non è così! L’importante è farsi prendere in
Vignettopoli
giro; che sia poi, Paris, Kakà o chi vi pare, l’importante è “superficializzare” e dire: “C’ero anch’io!”
www.vignettopoli.com
“Ho partecipato!”… già, alla grande “commedia”
Il portale dell’informazione, mai banale
della vita! In contrapposizione, riusciamo a sostee un po’ speciale!
nere le cavolate espresse da una stupidotta ricca e
viziata, che colleziona vicende tutt’altro che edificanti a corollario della sua vanità d’esistere e voglia
www.edizionidamiano.com/
di far danni?
E gli psicologi sono a spasso!!! Ne abbiamo in
shoptelefonico
esubero.
I nostri autori, il nostro shopping
Solo per questa ragazza ce ne vorrebbero dieci
al seguito, insieme ai suoi body guard! Ci sorpren- positata messa a disposizione per lui da un “benemerito ... emiro” che ai soldi da un valore pari a
diamo per questo?
No, non ci sorprendiamo mai, eppure, il riferimento zero.
Sprecare denaro, è un’offesa verso la sofferenza,
dei nostri figli, ai messaggi parlati e recitati in web sui
tanti letti, di questa poveretta, sono chiari! Non ci verso coloro i quali non riescono nemmeno ad imsta dicendo, lei che è stata tanto fortunata: amici, maginare di poter riuscire a contare la cifra con cui,
pensate a Daniele Amanti che è così piccolo e se questi club giocano per un piacere espresso in “munon si finanzia la ricerca, potrebbe non riuscire a tande”.
curarsi adeguatamente …
Gliene può fregare di meno alle persone come Paris
Hilton e a chi la segue? L’importante è avere il telefonino dell’ultima generazione per parlare con tutto
il mondo… si, in Italiano??? Daniele Amanti e la sua
odissea, uguale a tante altre e sotto gli occhi di tutti,
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dal mondo di Vignettopoli
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Edizioni Damiano Villa Verucchio (RN) Italy
Edizioni Damia no Shop
ping
Shopping
No
Ed
à
vit
ia
itor
le
“Ad ogni acquirente del mio libro, darò
la possibilità gratuitamente di
chiamarmi di persona e sulla sua data di
nascita gli svelerò qualche segreto per i
prossimi mesi a venire.”
Questo è ciò che promette l’autore de Il
corpo VIBRANTE, Massimo Pagnini, l’autore di un libro sfizzioso che non vuole
insegnare nulla a nessuno, ma solo raccontare come attraverso una data di nascita sia riuscito a farsi conoscere dal pubblico fiorentino per gli innumerevoli scoop
sensitivi di cui ha omaggiato
moltissimi giornali del suo territorio, soprattutto indirizzati al mondo del calcio...il
sensitivo del Pallone?... non solo!
Il Corpo Vibrante di Massimo Pagnini
per Edizioni Damiano
La presente mail è stata inviata dall’amministratore del forum Edizioni Damiano,
quindi strettamente personale, rivolta agli
iscritti del forum per informare dei tanti
servizi che la casa editrice attiva e che le
permettono di offrire i servizi gratuiti di
astrologia, psicologia, intrattenimento e
cartomanzia finalizzati a rendere piacevole la navigazione degli iscritti.
MARILYN
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