Anno XXXV
RS
N. 90 - Maggio 2001
RICERCHE STORICHE
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Rivista quadrimestrale di Istoreco
(Istituto per la storia della resistenza e
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_ _ DI REGGIO EMILIA _ _
PIETRO MANODoRI
Con il contributo della Fondazione Pietro Manodori
Il tempo che ci trascina, trascina anche, benché in modo diverso, società e
civiltà la cui realtà ci travalica perché la durata della loro vita è molto più lunga
della nostra e gli stadi, le tappe verso la decrepitezza non sono mai gli stessi,
per loro e per noi. Il nostro tempo, quello della nostra esperienza, della nostra
vita, il tempo che riporta le stagioni e fa fiorire le rose, che segna il trascorrere della nostra vita, scandisce anche l'esistenza delle diverse strutture sociali,
ma secondo tutto un altro ritmo. Eppure, per quanto lente siano ad invecchiare, anche queste cambiano e finiscono per morire.
Fernand Braudel
Indice
Ricerche
Girogio Bocca/ari, I militanti socialisti reggiani nel dopoguerra (1945-1960).
Caratteristiche ideologiche e orientamento politico tra autonomia e ausiliarità
7
Silvia Arduini, Don Luigi Bocconi: dalla Democrazia cristiana di inizio secolo
al fascismo
25
Antonino Intelisano, Fare storia attraverso la giustizia?
45
Memorie
Franco Valli, La Cooperativa e la città
53
Didattica
Cesare Graziali, Il curricolo verticale di storia: un'altra battaglia
63
Annie Tobaty, Memoria e Liceo
69
Note e Rassegne
Sabine Rose/er, Perché esporre «Partigiani» a Berlino e Postdam
75
Recensioni
81
u
u
I militanti socialisti reggiani
nel dopoguerra (1945-1960)
Caratteristiche ideologiche e
orientamento politico tra autonomia
ed ausil iarietà
GIORGIO BOCCOLARI
Per svolgere con completezza uno studio sulle caratteristiche dei socialisti reggiani nell'immediato dopoguerra, sarebbe indispensabile impostare un 'operazione a vasto raggio
sulla memoria e procedere alla valutazione di un numero non esiguo di testimonianze orali.
L'operazione, non impossibile, anche se i decessi cominciano a essere purtroppo numerosi,
incontra oggi, tuttavia, anche altri intoppi: da un lato le obiettive difficoltà di approccio e,
soprattutto, di approfondimento, dei comportamenti politici individuali e collettivi, con exmilitanti1 che sono reduci da una sconfitta storica, dall'altro, una calo generalizzato di interesse da parte degli studiosi e della storiografia su queste tematiche a partire dalla fine
degli anni Ottanta. In parte tutto questo è riferibile alle vicende di «tangentopoli», in parte
è riconducibile alla crisi apparentemente irreversibile delle ideologie della Sinistra (socialista e soprattutto comunista) acuitasi a partire dalla «caduta del muro di Berlino». Detti
limiti mi costringono a delineare soltanto alcune brevi osservazioni basate su una modesta
e molto parziale indagine di tipo biografico sui militanti del movimento socialista dell'immediato dopoguerra, iniziata nel 1994 ed interrotta poco tempo dopo. Essa si fondava sulle
risposte a una serie di questionari inviati a ex dirigenti socialisti per dare vita a una sorta
di dizionario biografico del movimento socialista reggiano del primo dopoguerra. Il presente scritto è indispensabile premessa alle suddette biografie.
Il Psiup sotto tutela: i «socialfusionisti»
Non pochi studiosi di scienza politica a cominciare da Giorgio GallF, sono concordi nel
ritenere che la ricostituzione del Partito socialista attraverso la fusione del Mup (Movimento
di unità proletaria) di Lelio Basso, con l'Upi (Unione proletaria italiana) e col vecchio Psi
7
riunificato nell'esilio francese (luglio 1930), si sia verificata sulla base di una profonda sottovalutazione della consistenza organizzativa del Pci e del nuovo «clima» politico che la
presenza dei comunisti nell'ambito della Sinistra italiana, comportava. Nella complessa e
difficile operazione politica che portò alla ricostituzione del «grande sconfitto» - il Partito
socialista pre-fascista - uno degli snodi fondamentali, oltre alla valutazione della coerenza
tenuta dai singoli compagni nel Ventennio, fu proprio il tema (per certi versi correlato al
primo) dei rapporti coi comunisti. Fu su quest'ultimo aspetto, più di ogni altra divisione
d'ordine ideologico o politico, che si concentrarono gli scontri all'interno del Partito socialista. Tanto che la stessa storia del Psi negli anni cruciali dalla Liberazione alla scissione di
palazzo Barberini, è fortemente segnata dai contrasti derivanti dalla diversa valutazione che
le sue correnti davano ai rapporti col Pci. I.:errore del rinato Partito socialista fu soprattutto
quello di non aver mai saputo elaborare una strategia che non fosse in rapporto alla politica
comunista e che non andasse oltre lo sterile binomio Unità/Autonomia. Sul piano della elaborazione teorica, soprattutto nel periodo dell'esilio, vennero definendosi, nel variegato e
diasporico campo socialista, diverse ma altrettanto autorevoli concezioni. Apporti teorici
fervidissimi che in parte rispecchiavano il desiderio di superare la sindrome della sconfitta
cocentemente patita all'inizio degli anni Venti e che si presentavano in modo qualitativamente difforme rispetto alla linea oggettivamente subalterna al comunismo a guida moscovita che prevarrà successivamente. Con Caffi3 Gorni\ Faravelli5 e altri, si prefigurarono
indirizzi teorici e valori politico-culturali che tendevano a innovare la tradizione ideologica
socialista.
Purtroppo, come spesso accade, per passare dal campo degli studi e delle affermazioni di
principio a un'applicazione pratica, quelle posizioni avrebbero richiesto forse altre condizioni e una maturità politica all'epoca assolutamente latitante. Non vanno infatti sottovalutate le tragiche vicende che si stavano vivendo (l'Italia fascista, la Germania nazista, la
Spagna franchista, ecc.), condizioni che impedirono di fatto che quegl'interessanti fermenti
potessero essere mai presi seriamente in considerazione 6 • Il dibattito teorico nel campo
socialista, nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione, sarà, così, quasi esclusivamente incentrato sulle modalità con cui doveva essere impostata l'alleanza col Pci:
fusione, patto di unità d'azione, patto di consultazione, ecc. Problema giusto, importante,
ma che non avrebbe dovuto diventare prevalente, o peggio, totalizzante, come fu, se non ci
fossero state ragioni interne e soprattutto internazionali a renderlo centrale ed ineludibile.
Accadde perciò che, alla fine della guerra - nel 1945 - all'interno del Partito socialista
l'eventualità della fusione col Pci ebbe un posto di rilievo. I.:ipotesi «fusionista» e/o la
necessità anche successiva di non perdere mai di vista - come vedremo - la stella polare
dell'alleanza col partito togliattiano, sarà uno dei tratti caratteristici dei quadri socialisti del
primo dopoguerra, anche di quelli che pure criticarono la politica del Fronte popolare.
La possibilità concreta di una fusione tra il Partito comunista e il Psiup fu anche oggetto
di attenta valutazione nel corso del V congresso del Pci (29 dicembre 1945). In quella sede,
Luigi Longo dedicò un dettagliato rapporto all'ipotesi di una fusione dei due partiti
classistF.
Analogo dibattito, si sviluppò in casa socialista. Si veda, al riguardo, per Reggio Emilia,
la mozione fusionista promossa dal rubierese Dante Ognibene, al congresso provinciale
svolto in preparazione di quello nazionale di Firenze del 19468• I.:ipotesi fusionista provocherà anche a Reggio divaricazioni e polemiche e i rapporti con i comunisti peseranno
come un macigno sull'andamento delle relazioni fra le componenti interne del partito nenniano. Proprio nell'Emilia «rossa», infatti, i rapporti fra i due partiti saranno particolarmen-
8
te intensi e - in quegli anni decisivi - in qualche caso destabilizzanti. In questa terra, nella
quale il Pci, fin dal periodo clandestino, non senza discussioni e polemiche da parte dei
dirigenti nazionali, molto spesso mutuò o comunque attinse dal riformismo socialista metodi e obiettivi politici9, non sarà inconsueta la partecipazione dei militanti comunisti alle
prime riunioni del più «aperto» e «democratico» Psiup. 80biettivo, nemmeno tanto nascosto, era quello di controllarne le deliberazioni e, attraverso la pressione psicologica indotta
da una sempre vigile presenza, di condizionarne gli indirizzi politici. Esempi di questo
genere sono riscontrabili un po' ovunque - dall'episodio clamoroso di Bibbiano a quello di
Cavriago in provincia di Reggio. Per Bibbiano si veda il testo di una «circolare» inviata dal
Segretario del Psiup reggiano Alberto Simonini (futuro ministro socialdemocratico), a tutte
le sezioni della provincia, nella quale, fissando la data del congresso provinciale per i giorni
29 e 30 dicembre 1946, si invitavano le medesime sezioni a prendere provvedimenti affinché le discussioni sulle mozioni congressuali non fossero, come a Bibbiano, influenzate
dall'atteggiamento dei comunisti presenti. «Invitiamo le sezioni - scriveva Simonini - a
provvedere quindi perché simili episodi non abbiano più a ripetersi, ed avvertiamo che proporremo al congresso di invalidare le deleghe dei rappresentanti delle sezioni che risultassero influenzate» IO. I non dissimili episodi cavriaghesi - presenza condizionante di comunisti
alle riunioni socialiste - sono ricordati nella biografia di Arturo Piccinini, un militante a
tutto tondo che da segretario della sezione locale, diverrà dirigente sindacale a livello nazionale, nonché, successivamente, segretario della Federazione provinciale. Ma situazioni analoghe, nel generalizzato silenzio-consenso, si verificavano un poco ovunque. Il partito di
Togliatti poteva così avvalersi dei filo-comunisti presenti nel Psi(up) per predeterminarne
l'evoluzione politica. La conferma veniva dallo stesso Lelio Basso. In una conversazione
con lo storico Antonio Gambino egli sostenne: «Che vi fossero dei comunisti più o meno
mascherati all'interno del Psiup non l'ho mai ignorato». Infatti, continuava Basso, nell'importante svolta che si determinò col «congresso straordinario del 1947, non mi sento in
buona fede, di poter escludere che al nostro successo», quello delle correnti di sinistra,
«abbiano anche contribuito i gruppi para-comunisti esistenti nel partito»ll. Ai filo-comunisti
generici si deve poi aggiungere il fenomeno dei militanti con doppia tessera (socialista e
comunista), di cui si ha notizia precisa (ma certamente non unica) in relazione alla federazione socialista bolognese l2 : veri o presunti che fossero gli episodi famosi di Verenin
Grazia l3 , di Trebbi e Mancinelli, è certo che taluni comunisti nell'immediato dopoguerra si
orientarono spontaneamente o vennero invitati dai loro dirigenti a restare nel Psi (specie se
già ne avevano fatto parte in età pre-fascista), per trainare questo partito a rimorchio della
politica comunista. E questo sia per una questione di indirizzo politico nel caso di insurrezione armata (nella concezione di Pietro Secchia), sia per più generali motivi di egemonia
politica (in quella di Palmiro Togliatti). Anche nell'opera di costituzione dei Comitati di
liberazione nazionale, specie nei piccoli comuni, accadeva talvolta che elementi legati al Pci
venissero scelti o si proponessero - incuneando si nei vistosi vuoti dell' organizzazione
socialista - come rappresentanti del Partito socialista.
Si trattava di comportamenti derivati da una consuetudine che - com'è noto - aveva una
precisa spiegazione. Negli anni Trenta e Quaranta (ma anche dopo) il Pci aveva esteso nelle
campagne emiliane la propria influenza partendo anche e soprattutto dai preesistenti nuclei
socialisti. Questi ultimi, in seguito alla disgregazione, a opera del fascismo, della vecchia
rete organizzativa del Psi, avevano iniziato ad allacciare contatti con l'organizzazione clandestina comunista, una formazione politica che, pur ricordando quella socialista, era composta da militanti giovani e coraggiosi i quali avevano il vantaggio di non aver patito, come
9
il vecchio Psi, la disonorevole sconfitta del 1921-22 14. Così, pur restando fedeli all'ideologia socialista e nel secondo dopoguerra al rinato Psi(up), molti aderenti al vecchio Partito
socialista pre-fascista invitavano i propri figli a iscriversi al Pci 15 . Soprattutto nel Reggiano
le scelte dei militanti della Sinistra e in particolare quelle dei socialisti rivelavano il clima
magmatico e sostanzialmente unitario che il fascismo e la guerra avevano fortemente favorito. Infatti, dopo la caduta del regime e la conclusione del conflitto che aveva conosciuto la
stagione patriottica della lotta di liberazione, l'ipotesi fusionista venne in molti casi ad
assumere il carattere di una vera e propria unità organizzativa. Socialisti e comunisti formarono Giunte miste permanenti in sede locale, sezioni di partito miste (o comunque condizionate, soprattutto nel caso del Psi, com'è già stato rilevato, dalla presenza alle riunioni
degli agit-prop comunisti) e diedero vita a giornali comuni 16 . A questo proposito, in riferimento alla provincia di Reggio Emilia, si ha notizia di un numero unico «Unità Avanti!»
che la Giunta d'intesa tra il Pci e il Psiup di Reggio Emilia (3 maggio 1945) volle si pubblicasse nella montagna reggiana 17 •
La fugace stagione <<fusionista»
La fusione era un problema complesso del quale, alla fine della guerra, nel generale
clima di entusiasmo unitario, pochi avevano piena consapevolezza. Esso presentava al contrario risvolti politici, ideologici ed organizzativi non indifferenti.
Nella prima assise del partito dopo la Liberazione - Consiglio nazionale socialista del
luglio '45 - quando la questione della fusione organica di Psiup e Pci si pone quasi naturalmente all'ordine del giorno sulle ali dell'entusiasmo generato dall'insurrezione popolare,
Rodolfo Morandi, pur pronunciandosi con la grande maggioranza dei delegati per un'unificazione a tempi ravvicinati dei due partiti operai, fu, con Sandro Pertini, fra coloro che
affrontarono il problema con maggiore consapevolezza: «Non si tratta - egli precisava - di
fondere i due partiti, ma di dar vita a un partito nuovo che risolva gli antagonismi dei due
attuali partiti. Né si tratta di integrazione: il problema del partito nuovo è un problema di
struttura, di garanzia della sua indipendenza, della sua democrazia»18. Come sostiene il suo
biografo più attento, Aldo Agosti, più tardi, realisticamente, Morandi giustificherà il proprio «fusionismo» con l'esigenza che già allora si era posta di non affermare l'individualità
del Psiup «in funzione anticomunista e antisovietica». In realtà egli vedeva, continua
Agosti, l'unità organica tra i due partiti nei termini di un rinnovamento generale delle strutture del movimento operaio, come il prodotto delle nuove esperienze popolari scaturite
dalla lotta di resistenza, il cui maturarsi avrebbe condotto al sistema dei consigli. Non appena questa prospettiva - per il risorgere del Partito socialista con molte delle sue tare tradizionali, per l'orientamento che aveva assunto la politica comunista e per la rapida liquidazione dei Cln come organismi di base - si dimostrerà oggettivamente irrealizzabile,
Morandi rinuncerà all'obiettivo del partito unico anche soltanto come artificio tattico.
A dire il vero, del resto, i comunisti non premevano affatto per la fusione, ma, almeno nel
1945-46 brandivano questo slogan che aveva una grande presa emotiva sull'elettorato di
sinistra, in funzione puramente strumentale, come elemento polemico verso la corrente
autonomista e soprattutto per garantirsi da un'eventuale confluenza fra Psiup e Dc ai propri
danni. In realtà, la vera strategia del Pci era la politica delle alleanze fra i grandi partiti di
massa per realizzare come primo obiettivo la cosiddetta democrazia progressiva. È evidente, in quest' ottica che nella suddetta prospettiva strategica al Partito comunista convenisse
di più poter contare sul Psiup come alleato esterno che non come incomoda componente
interna. Ma nella base - come s'è detto - specie in Emilia, l'unità di socialisti e comunisti
lO
rappresentava un valore politico sommo, capace addirittura di ricomporre fratture generazionali e persino familiari. Un'immagine simbolica di questa volontà unitaria, che scaturiva
direttamente dalla vittoria conseguita dalle forze democratiche e soprattutto da quelle di
sinistra, Pci in primis, contro il nazismo ed il fascismo, ci è fornita emblematicamente, a
Reggio Emilia, dalla prima celebrazione del IO Maggio che si svolse subito dopo la
Liberazione (1945). Davanti allo schieramento di forze partigiane (Sap e Gap), alle organizzazioni dei partiti della Sinistra (e democratici) che affollavano all' inverosimile Piazza della
Vittoria - una grandiosa, spontanea festa di popolo, «non più precettato», scriveva il quotidiano «Reggio Democratica», come accadeva durante le oceaniche adunate del periodo precedente 19 -la figlia del «martire» comunista Paolo Davoli, il partigiano Sertorio, presentava
agli astanti, che l'acclamavano vivamente, una vecchia bandiera socialista che recava la
scritta «Avanti!», nascosta da suo padre per vent'anni, sulla quale era stato ricamato il simbolo del Pci in una specie di ideale compenetrazione tra le due grandi identità politico-ideologiche della Sinistra reggiana, quasi a volerne testimoniare la continuità20 .
Lo stesso Palmiro Togliatti, alcune settimane più tardi, nel corso di un saluto rivolto ai
lavoratori reggiani, durante una breve visita alle federazioni di alcuni capoluoghi emiliani,
dal balcone della sede del Pci di via Cairoli, affermava, tra l'altro, che «socialisti e comunisti ora marciano uniti e dovranno fondersi in un solo grande partito»21. Ed anche Sandro
Pertini, ai primi di giugno, ancora una volta a Reggio Emilia in un comizio, auspicava l'avvento «di un unico grande partito che raccoglierà le masse del lavoro non come semplice
somma di forze ma quale risultante di una fattiva unione di mezzi, di uomini, di idee che
affratellerà operai, intellettuali e contadini ... »22. Diverso il concetto di «partito unico» esposto su «Reggio Democratica» del 17 luglio 1945 dal direttore del quotidiano, l'avvocato
comunista Giannino Degani. Con un ragionamento che traeva origine dalla risoluzione della
Direzione del Pci pubblicata nei giorni precedenti, egli partiva dalla «parola d'ordine dell'unità» che aveva guidato la lotta politica del Pci fino ad allora e proprio sulla base di questo
assunto, «il partito - secondo Degani - si accinge(va) ad iniziare la ricostruzione chiedendo
l'unità di tutto il popolo italiano». A questo popolo straziato dalla miseria e dalla guerra, il
Pci apriva le sue porte «alla sola condizione che chi entra sia un lavoratore che intende
avviarsi alla democrazia progressiva... ». In altre parole Degani additava all'unità dei lavoratori (e di conseguenza dei partiti della Sinistra), ma in realtà quest'unità, che nel concreto si
riduceva alla prospettiva della fusione organica tra i due partiti del lavoro, sarebbe stata possibile soltanto se i socialisti accettavano le condizioni del Pci23 •
Più generici e fumosi gli interventi al V Congresso provinciale del Pci da parte del sindaco Cesare Campioli che definiva la creazione del «Partito unico della classe operaia» come
obiettivo primario del Pci e quello del membro della Direzione Silvati, che sottolineava la
necessità per il suo partito di perseguire una politica di alleanze, nel cui quadro si inseriva
in primo piano «l'alleanza col Partito socialista per raggiungere al più presto possibile la
fusione organica fra i due Partiti, per formare un unico Partito, il Partito dei lavoratori»24.
Dunque l'unità che ricercava il Pci aveva accentuazioni e sfumature diverse a seconda
delle circostanze. I.:unità col Psi non era però considerato l'obiettivo primario del partito.
Questa più tiepida disponibilità del Pci all 'unità organica coi socialisti, si incontrava di fatto
con la propensione, che si faceva strada all'interno della stessa maggioranza «fusionista»
uscita dal Consiglio nazionale del Psi(up), a fare del Partito socialista il cardine di una
mediazione permanente fra i due partiti di massa (Pci e Dc), il fattore - come si espresse
più tardi Morandi facendo sua questa posizione - di una «elasticizzazione» del sistema poli-
Il
tico italiano. Quest'ultimo, infatti, costituiva sempre più un'anomalia per il mondo occidentale (Usa in testa), e il timore di una messa fuori legge del Pci a causa di un presunto
apparato militare comunista (ch' era in realtà assai meno spaventevole di quanto non venisse
dipinto dai servizi segreti americani nel clima sempre più irrigidito della «guerra fredda»),
consigliava alla Direzione comunista prudenza e mosse politiche meditate 25 .
Così già nell'ottobre del '45 il Comitato centrale del Psiup sostituiva alla prospettiva
della costituzione di un «partito unico della classe lavoratrice» - che in luglio era stata
demandata al prossimo congresso - una proposta di ampia unità «di tutte le forze politiche
dei lavoratori, comprese quelle delle masse cattoliche»26.
Dopo l'attentato a Togliatti
Con le elezioni politiche del 18 aprile '48 che determinarono la sconfitta del Fronte
democratico popolare e, conseguentemente, la vittoria della Dc e delle destre, e, pochi mesi
dopo l'attentato a Palmiro Togliatti (14 luglio '48), la situazione politica italiana sembrava
volgere verso una fase che si rivelerà «involutiv(a) anche per il sistema di alleanze dell'intera area socialista nella quale, non solo da parte dei socialdemocratici di Saragat, ma anche
da qualche corrente del Psi, venivano le prime avvisaglie di quell'orientamento "autonomistico" non ancora condiviso da Nenni e fermamente contrastato da Rodolfo Morandi», che
Sandro Pertini, tra i più convinti fautori dell'unità a sinistra, stigmatizzò duramente.
Rivolgendosi innanzi tutto ai compagni del Partito socialista nel corso di un comizio a
Roma il 15 luglio '48, si «scagliò contro quei socialisti che in seno al Psi stavano conducendo un'indecorosa campagna contro il patto d'unità d'azione col Pci»27 ed esclamò:
«Questi falsi socialisti sappiano che il Psi non si staccherà mai dal suo naturale alleato, perché rimanendo a fianco dei comunisti, sa di rimanere in verità a fianco della classe
operaia»28.
E aggiunse: «Coloro che vorrebbero metter il Pci fuori legge sappiano che, se oggi sono
tornati sulla scena politica italiana, lo debbono proprio ai comunisti, che sono stati i principali autori del secondo risorgimento italiano»29.
L'insofferenza degli «autonomisti»
Se dalla maggioranza della Direzione nazionale socialista si ammonivano i più tiepidi al
perseguimento dell'unità, v'era comunque chi si appoggiava alle reazioni di parte della
base del partito per le continue «invasioni di campo» dei comunisti al fine di sottolineare
quello che a molti iscritti (e non a loro soltanto) appariva un errore politico di dimensioni
vaste e potenzialmente distruttrici. L'ibrida convivenza e la sostanziale limitazione della
sovranità politica dei socialisti in rapporto alla massiccia presenza comunista negli organismi di massa, in quelli istituzionali e nella vita di base dei militanti delle sezioni, era in
netto contrasto con il desiderio di molti dirigenti che pensavano di riproporre una rinnovata
ed autonoma presenza socialista nel Paese, finalmente emancipata dalla sconfitta patita
all'inizio degli anni Venti. Questa situazione, che era in gran parte determinata dalle incertezze ideologiche del Psiup e dal relativo impaccio nell'ambito dei riferimenti internazionali, non poteva durare a lungo. Fu la sconfitta elettorale alle amministrative del novembre
1946, a innescare la miccia. Essa lasciò una traccia indelebile in quei militanti socialisti di
orientamento moderato e «gradualista» che maggiormente sentivano il patriottismo di partito e la pervasività della presenza dell'alleato-avversario comunista. Al di là della collaborazione con l'altro partito proletario, a queste correnti del Psiup premeva l'autonomia politica
(dal Pci e dall'Urss). Sicché ai loro occhi tale sconfitta si rivelò per quel che era: un insuc-
12
cesso maturato prima di tutto nell'ambito della competizione a sinistra, nel senso che il Pci
sopravanzò per la prima volta quasi ovunque il Psiup laddove i due partiti si erano presentati divisi; un insuccesso che in nuce mostrava già i segni di un lento ma inesorabile declino.
All'orizzonte, i militanti legati alle tradizioni riformiste del Socialismo delle origini, intravedevano ormai chiaramente la fine dell'egemonia socialista sul movimento operaio italiano e dunque, la necessità di una profonda modificazione della strategia politica del Psiup,
che a loro avviso avrebbe dovuto esplicitare anche politiche di contenuto democratico, di
fatto tendenzialmente legate a una concezione liberale del socialismo e/o socialdemocratiche. Il rovescio elettorale, insomma, fece emergere nelle correnti autonomiste la sensazione
di trovarsi politicamente in un vicolo cieco. Tutto questo accelerò decisamente la divaricazione che condusse, poi, nel breve volgere delle settimane successive, alla scissione socialdemocratica. Il neonato Psli (poi Psdi), sebbene partorito in un clima di contrapposizione al
mondo comunista interno e internazionale era tuttavia composto da militanti aperti e da spiriti liberi: Esso però venne successivamente e molto rapidamente sospinto a destra sia dalla
repentinità con cui la scissione si produsse, sia dal contestuale irrigidimento dei rapporti fra
Est ed Ovest, preludio alla cosiddetta «guerra fredda». Il che impedirà alla nuova formazione politica di costituire quell'organismo proletario «nuovo», di critica e dialettica all'interno dello schieramento della sinistra, che sarebbe stato indispensabile per impedire i ritardi
politici e l'immobilismo internazionale del Pci e, all'epoca, del Psi. Invece la scissione
complicò ogni cosa, sia per chi aderì al Psdi (la cui svolta a destra oltre che dalle sopraccitate divisioni internazionali, fu determinata anche dalla convergente propaganda di Pci e
Psi), sia per chi restò nel Psi, costretto a un innaturale «schiacciamento» sulle posizioni
comuniste30 • In realtà tra i gruppi che diedero vita al Psli, la corrente di «Iniziativa socialista», libertaria e trotskysteggiante, non si poteva certo considerare di destra. Al contrario il
linguaggio anti-capitalista era tanto e forse più virulento di quello anti-stalinista. Ne facevano parte uomini come Dagnino e Maitan, Giuliano Vassalli e Italo Pietra, Aldo Valcarenghi
e Leo Solari, Lucio Libertini e altri. La scissione, pertanto, non darà luogo, almeno in una
prima fase, a un'accolita di «venduti». Tant'è che nel congresso costitutivo del Psli, a palazzo Barberini, un ritratto di Lenin campeggiava dietro al tavolo della presidenza, accanto a
quello di Turati. D'altronde non potevano certo dirsi estranei al corpo storico del socialismo
italiano i figli di personaggi come Prampolini, Zibordi, Matteotti, cioè i discendenti di
molti dei «Maestri del Socialismo» pre-fascista i quali, aderendo al Psli intendevano ricollegarsi alle scelte «unitarie», politicamente superate ma assai vive nella memoria, compiute
dai medesimi (se anziani) o dai loro padri nel 1922 quando sorse, scindendosi dall'allora
Psi massimalistico di Giacinto Menotti Serrati, il «riformistico» Psu (Partito socialista unitario). Il Psli riproponeva infatti anche nella durissima contrapposizione con i comunisti e
nell'aspra polemica col Psi, l'identica diatriba che si era sviluppata nel periodo cruciale
dell'avvento del fascismo, tra i socialisti «gradualisti» ed il Pcd'I, un partito che per affermare la propria visione del mondo, la propria ideologia e la propria politica, aveva acuito
enormemente la lotta contro il riformism0 31 • Il rovescio della medaglia della scissione
socialdemocratica sarà la costituzione del Fronte popolare e la sua successiva, forse inevitabile, sconfitta.
Gli «unitari» e la politica morandiana
Dopo quel devastante fallimento, Rodolfo Morandi, vice-segretario nazionale del Psi (già
presidente del Clnai), partendo dalla Conferenza nazionale di organizzazione che si svolse a
Roma nel novembre del 1950, cercò di razionalizzare e di dare un significato politico di
13
portata strategica alla politica unitaria con i comunisti. L'idea di Morandi, che probabilmente avvertiva anche con preoccupazione la situazione creata dalla «guerra fredda» e le rigidità dottrinarie del Pci di quegli anni, era quella di assimilare sempre più il Psi, sia sul
piano teorico che su quello politico-organizzativo, al Partito comunista. L'obiettivo dell'influente vice segretario socialista, che intendeva situare il suo partito nel solco di una coerente politica di classe, non era però soltanto teso a rafforzare la fiducia del Pci nei socialisti, in presenza di una polemica ideologica mai del tutto sopita, ed a smorzarne i toni critici.
Morandi riteneva che questa strada avrebbe anche permesso di condizionare in qualche
modo il Partito comunista e di inserire nella sua linea politica quegli elementi dialettici tesi
a superare il suo relativo appiattimento sulle posizioni dettate dal Kominform. Tuttavia, fin
dalla ricostituzione del Psi, Morandi pensava a un progetto politico e strategico più ampio
che postulasse una rivoluzione antifascista profondamente innovatrice, da realizzarsi nella
ritrovata unità delle masse lavoratrici e col contributo determinante di un movimento socialista finalmente affrancato dalla tradizione pre-fascista, in grado di reggere il confronto
politico col PCP 2• Saranno queste le ragioni (anche se non le uniche) per le quali Morandi
tenderà a fare del Psi un organismo politicamente parallelo (ausiliario) al Pci, creando i Nas
(Nuclei aziendali socialisti), i Nuclei di strada e di caseggiato, «militarizzando» le organizzazioni giovanili (l'Assi-Associazioni socialiste sportive italiane, gli Stormi dei Falchi
rossi, ecc}3. Faranno parte di questo disegno, oltre alla politica unitaria, l'organizzazione
capillare e, al congresso giovanile di Modena (aprile 1950), l'accettazione delleninismo
quale base teorica del socialismo. Dopo Modena il Psi sarà dunque, seppure per una breve
fase politica, leninista34 .
Ma già dopo la sconfitta del Fronte popolare le soluzioni di Morandi in relazione alla
crisi del partito, si concentreranno nell'organizzazione capillare del medesimo - una vigorosa revisione organizzativa dei quadri e della base - che venne considerata una delle misure più efficaci per combattere quelle tendenze frazionistiche e anti-unitarie che avevano
condotto alla devastante scissione del 1947 e che si erano puntualmente ripresentate, seppure in tono minore, dopo la sconfitta alle elezioni del 18 aprile 1948. Morandi, insomma,
intendeva forgiare con nuovi quadri militanti, un partito «sostanzialmente» nuovo. In effetti, la situazione del Psi dopo la scissione del '47 e la sconfitta del Fronte era quasi drammatica: scarsissima rappresentanza parlamentare, una Federazione giovanile che era stata
abbandonata dalla maggioranza dei suoi aderenti, lo sgretolamento delle strutture provinciali in molte regioni, specie al Sud, una grande sfiducia fra gli elettori ed i militanti socialisti in relazione ai presunti errori della politica frontista, una pressante crisi finanziaria che
minacciava anche la sopravvivenza delle due redazioni di Roma e di Milano dell' «Avanti!»,
la non ancora debellata concorrenza del partito saragattiano.
La creazione dei cosiddetti «quadri» morandiani, si inscriveva pertanto in una strategia
della Direzione del partito volta a ricreare le basi per la sopravvivenza del Psi in uno dei
momenti più difficili della sua storia.
Così, come ci ricorda Maurizio Degl'Innocenti nella sua Storia del PSP\ il gruppo dirigente aiutò le federazioni a ricostituirsi, sia con sostegni finanziari, sia con l'invio di funzionari-dirigenti oppure con il distacco di elementi capaci e fidati dalle federazioni emiliane. Da queste ultime e, segnatamente, dalla Federazione di Reggio Emilia, grazie anche
all'appoggio del movimento cooperativo, erano già maturate esperienze di questo genere.
Intanto i rapporti tra i due partiti della sinistra, anche a Reggio Emilia, seppure per il
Partito socialista fossero da ascrivere alla generale ottica di subordinazione/emulazione,
erano strettissimi. Ma se, all'interno del Psi, la migrazione politica verso il partito di
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Togliatti veniva vista in molti casi con relativa benevolenza, essendo il Pci intangibile per i
socialisti, accadeva al contrario che, se un militante comunista avesse voluto iscriversi al
Psi, si sarebbero immediatamente messe in moto vigorose prese di posizioni dei socialisti in
difesa del partito «fratello». Il 26 febbraio del '51 nel corso di una riunione del Comitato
esecutivo della Federazione socialista reggiana - sia pure nella drammatica temperie della
lotta delle Officine Reggiane e dell'esacerbata polemica innescatasi all'interno del Pei dopo
lo scoppio del «caso Magnani» -la richiesta di iscrizione di comunisti al Psi veniva stigmatizzata da Arturo Piccinini il quale affermava che i dirigenti del Partito comunista non si
dovevano mai accettare e che, più in generale, si dovesse attentamente vigilare per evitare
che l'ingresso anche di semplici militanti non preludesse a «un'opera di disgregazione del
Pci»36. Sulla stessa linea, nella medesima seduta, si esprimevano anche Gino Prandi, Ivano
Curti, Gino Castagnoli.
Il revisionismo socialista
L'influenza del Pci sul Partito socialista e la subordinazione ideologica e politica di quest'ultimo, scemò gradatamente a partire dal febbraio 1956, dopo il rapporto sui crimini di
Stalin presentato da Nikita Kruscioff al XX congresso del Pcus, e qualche mese più tardi
(ottobre-novembre) dopo l'invasione da parte delle truppe sovietiche, dell'Ungheria in
rivolta. Sarà però soprattutto la scissione dei cosiddetti «carristi» nel gennaio 1964 che diedero vita al Psiup, a segnare un punto di svolta fondamentale nel processo di autonomizzazione del Psi. I «carristi», come si ricorderà erano quella parte dei socialisti di sinistra
intransigentemente legata al Pci ed all'Urss, che non approvarono la svolta nenniana del
Centro-sinistra. Questa parte del Psi era tanto legata al mondo comunista da considerare
perfettamente legale l'intervento russo in Ungheria e, proprio per questo, capace di captarne
i Jinanziamenti. Sul piano interno il Psiup, al di là delle posizioni dei singoli militanti, veniva utilizzato dal Pci in funzione apertamente antisocialista, per contrastare l'azione riformatrice che il Psi stava portando avanti, al governo del Paese, tra difficoltà e contraddizioni
evidenti. Non va, infatti, dimenticata la trasmigrazione di una certa «doroteizzazione»
all' interno dell' apparato dirigente socialista.
Nel periodo successivo, il «revisionismo» ideologic0 37 condusse il Partito socialista a
prendere sempre più le distanze dall 'Urss, anche se, al contrario di quanto sostenuto da
Bettino Craxi a più riprese 38, non è vero in assoluto che il filo-comunismo e un atteggiamento di benevolenza verso il mito della rivoluzione russa, fosse completamente debellato e
se ne fossero perse le tracce dopo la scissione «psiuppina». In realtà - escludendo i più
tenaci «autonomisti» nenniani o alcuni di coloro che erano entrati con l'unificazione PsiPsdi (1966) ed erano rimasti con Nenni dopo l'esperienza fallimentare del partito della
«bicicletta»39 dopo la successiva scissione (1969) - nonostante i feroci dissidi fra Pci e Psi,
una certa prossimità con «pezzi» dell'ideologia comunista o più propriamente col suo
«mito», continuò a essere presente nel partito «nenniano» e addirittura in quello «craxiano», anche se essa non incideva più nelle scelte politiche generali. «La Giustizia», organo
della Federazione socialista reggiana (1990-94), addirittura ospitava nel maggio 1992, in
piena deregulation rispetto ai canoni del partito tradizionale, un saggio di impostazione
chiaramente marxiana (Marx: le sue analisi servono ancora)40. La stessa frequentazione
delle sezioni socialiste reggiane e bolognesi dall'inizio degli anni Settanta offriva la testimonianza vitale e palpabile di un «sentire» ideologicamente legato, seppur criticamente, al
mondo comunista. Emblematico è, al riguardo, l'episodio del quadro di Giuseppe Stalin
plaudente tra due ali di folla, esposto nella sezione socialista di Rubiera (Reggio Emilia) fili
verso il 1990, mentre era già da tempo abolito nelle sedi del Pci41 •
15
Le caratteristiche dei militanti socialisti
Per comprendere meglio la complessità e la particolarità dei caratteri del militante socialista nel dopoguerra occorre fare una breve considerazione storica. Il movimento socialista,
negli anni cruciali 1943-45, si ricostituì tra grandi difficoltà, lacerato da innumerevoli contrasti. La loro principale origine derivava dalla debolezza dell'insediamento sociale del partito nelle regioni del Centro-Sud, soprattutto nel Meridione, e, in conseguenza della sconfitta patita a opera del fascismo all'inizio degli anni Venti, dalla latitanza del medesimo al
Nord, laddove nel passato era stato più forte ed organizzato. Con la caduta del regime, dunque, il partito si riorganizzò in modo spontaneo, assumendo connotati diversi e spesso contraddittori a seconda del «prevalere di questa o quella delle tanti componenti o anche singole personalità» che in esso, talvolta caoticamente, confluivan042 .
Accadeva così che, nella convulsa drammaticità di quegli anni - come annotava Mario G.
Rossi nel '96 (recensione al volume di Simone Neri Serneri sui socialisti italiani tra il 1943
ed il '45) - alle parole d'ordine massimaliste ed a volte rigidamente rivoluzionarie di talune
realtà, facessero da contrappunto, contraddittoriamente ed anche diffusamente, posizioni
«attesiste» le quali, pur riallacciandosi al vecchio socialismo «unitario» riformista, di fatto
si accodavano alla linea di condotta dei partiti moderati.
A esclusione di Bologna (nel capoluogo regionale i socialisti si mostrarono più organizzati e decisi a intervenire, armi in pugno, contro i nazifascisti), anche in Emilia e segnatamente a Reggio «dove la continuità col passato e(ra) rappresentata dal prevalere della tradizione
riformista», il Psi(up) registrava gravi ritardi nel processo di riorganizzazione interna e
grande difficoltà ad affrontare con modalità adeguate, la nuova situazione determinata dalla
caduta del fascismo e dalla presenza dell'occupazione nazifascista in larga parte del territorio nazionale.
Le ben note prese di posizione dei primi membri socialisti del Cln reggiano (Lari e
Simonini)43, che esprimevano passività ed immobilismo di fronte ai «compiti nuovi» posti
dalla necessità di battersi contro il fascismo, non potevano che riflettersi in una «crescente
adesione dei militanti socialisti al Pci». Il Partito comunista, pertanto, a Reggio come altrove «in breve tempo avrebbe ereditato quadri e strutture del riformismo emiliano, facendone
una delle componenti più importanti della propria area di influenza»44.
Sarà proprio il riemergere di posizioni che si erano già rivelate perdenti negli anni Venti e
che si rifacevano al vecchio socialismo pre-fascista, riformista o massimalista che fosse, a
dimostrarsi politicamente inadeguate.
Il partito si ritroverà impreparato all'appuntamento del 25 aprile 1945, disgregato tra emigrazione, Centro Interno e nuovi gruppi rivoluzionari e/o radicalmente democratici, espressione poliedrica di un rinnovamento della tradizione socialista, talora ispirata a elaborazioni
teoriche maturate nel periodo fascista i cui principali esponenti erano tuttavia in gran parte
estranei al vecchio partito ed alla sua organizzazione (Caffi, Gorni, ecc.). Di qui la disomogeneità delle caratteristiche di fondo dei militanti socialisti
Per concludere queste note, vorrei sottolineare come anche dalle testimonianze di vari
militanti, non sembra sia mai esistito un fenotipo di «quadro» socialista univoco, universalmente conosciuto con caratteristiche facilmente individuabili e precise. Non v'è dubbio che
vi fossero alcuni presupposti teorici e/o pratico-politici che facevano da collante generico: il
laicismo in particolare, l'insofferenza o, talora, anche soltanto la non perfetta adesione alle
ideologie o discipline ferree, specie se estranee al contesto locale o se maturate altrove
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(leggi Urss): una colpa ritenuta gravissima dai comunisti. Erano probabilmente questi gli
elementi, con accentuazioni varie da zona a zona, da militante a militante, che costituivano
il trait d'union per posizioni politiche anche talmente distanti che talvolta, nel Psi, il senso
di alterità tra maggioranza e minoranza era fortissimo.
Si ricordano, nella memoria degli intervistati ai quali mi sono rivolto con i questionari nel
1993, almeno tre «tipi» di socialisti del primo dopoguerra:
a) i fusionisti alla Dante Ognibene, firmatario, come già s'è detto, di una mozione fusionista presentata con scarso successo al congresso provinciale reggiano in preparazione del
congresso nazionale di Firenze del 1946;
b) gli unitari, militanti della sinistra socialista, che ebbero anche, in quegli anni di ferventi
propositi e di grandi entusiasmi «ricostruttivi», posizioni diverse all'interno del partito, a
seconda delle posizioni dei diversi leaders interni, ma ai quali non venne mai meno l'idea
che i due partiti della sinistra potevano anche marciare divisi, ma dovevano comunque sempre colpire insieme il comune nemico di classe;
c) v'erano poi gli a-comunisti (per i quali il Partito socialista era l'unico vero partito della
sinistra italiana e che spesso sottovalutavano, come si sottolineava all'inizio, la forza e il
radicamento sociale del Partito comunista).
Non è dunque emersa una tipizzazione univoca, né si intravedevano, nel quindicennio
preso in esame, quegli elementi di critica radicale e persino di «estraneità» al marxismo ed
all'ideologia comunista che si ritroveranno nel partito «craxiano». Ma occorre tenere presente che - specie tra la fine della guerra e la seconda metà degli anni Cinquanta - la base
sociale del Pci e del Psi era pressoché identica. Una maggiore quota di ceto medio nella
base elettorale e militante del Psi comincerà a manifestarsi attorno ai primi anni Sessanta.
Anni di grandi tensioni ideali per la trasformazione della società italiana, ancora pervasa
dall' autoritarismo indotto dal Ventennio fascista, anni ancora lontanissimi, sia sul piano
politico che su quello dei valori ideologici, dalla stagione craxiana dei cosiddetti «nani e
ballerine». Non va comunque dimenticato, per ritornare all'epoca «morandiana», che come ricordava Tolloy al XXX congresso del Psi (Milano, 1953) - il 30 per cento dei circa
seicento funzionari fossero «quadri interni del partito ed il 70% ... quadri esterni, sindacali
e di altre organizzazioni di massa»45. Questa situazione faceva sì che, appunto, il 70 per
cento di quadri (cioè più di quattrocento) lavorasse quotidianamente all'interno degli organismi a direzione comunista e a presenza socialista, cioè in una condizione di salda unità di
classe o, quando il dato veniva valutato dagli autonomisti, legato a «doppio filo al Pci, che
ne trasse considerevoli vantaggi, operando per assimilazione organica in cambio della fusione fallita a livello di partito nel '44-'45»46.
APPENDICE
a) L'utilizzazione dei «quadri»
Una delle caratteristiche peculiari dei quadri politici socialisti emiliani (ma anche del Pci)
tra la seconda metà degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta fu l'uso spregiudicato dei «quadri» più attivi ed il loro trasferimento verso quelle realtà politico-territoriali o quegli organismi (federazioni, organismi collaterali, sindacato, ecc.) che dimostravano carenze preoccupanti. Numerosi furono i socialisti reggiani che si adeguarono alle direttive del partito ed «emigrarono»: da Arturo Piccinini a Dante Bernoldi e Oddone Giovanetti
da Luciano Borciani a Erasmo Boiardi, da Gino Luppi a Marte Ferrari, da Venerio Cattani a
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Gino Prandi, a Piero D'Attorre, ecc. È perciò illuminante - sia per le implicazioni relative
anche alla rete organizzativa nazionale del Psi sia per comprenderne i riflessi reggiani esaminare la «politica dei quadri» in epoca morandiana e, segnatamente, l'attenta valutazione che ne fece il periodico «I.:Attivista».
In un articolo pubblicato su questo «Bollettino di direttive ed esperienze del Psi
centrale»47 nel marzo del 1953, Enrico Porro, responsabile della Sezione centrale organizzazione e quadri del Psi, lamentava «sempre più resistenze da parte delle federazioni ogni
qual volta si prospetta loro la necessità del distacco di un quadro dirigente», anche quando
si trattava di «distacchi temporanei». In genere le federazioni che avevano perduto dei quadri perché richiesti dalla Direzione e destinati ad altri incarichi «si sono trovate "costrette"
a esperimentare nuovi compagni - e ciò quasi sempre con risultati positivi - affidando a
essi il posto di responsabilità rimasto vacante»48.
In relazione alla richiesta di quadri per «la lotta elettorale amministrativa del '51 e '52»,
lo stesso Porro rilevava che l'apporto «della regione emiliana» era stato fondamentale
rispetto alla Toscana (che aveva quasi analoghe potenzialità, secondo Porro) ed alle altre
regioni italiane49 •
Nella classifica delle federazioni socialiste che avevano permanentemente ceduto quadri
al partito o a organizzazioni di massa fuori provincia, dopo quella di Forlì con nove veniva
subito Reggio Emilia con otto compagni, seguita da Bologna con sei, Torino e Modena con
cinque, Ferrara, Roma e Napoli con quattro. Mentre tra le federazioni che avevano messo a
disposizione il maggior numero di quadri per la campagna elettorale del 1951-' 52 si trovavano in testa Reggio Emilia e Bologna con nove compagni seguite da Modena con otto,
Ferrara e Roma con sette, Firenze, Napoli e Torino con cinque, Carrara e Viterbo con quattro 50 •
b) Indagine organizzativa sul Psi reggiano (fine anni Quaranta-primi anni
Cinquanta)
Importanti informazioni sulla situazione della Federazione socialista reggiana si ricavano
dal rapporto dell'ono Giusto Tolloy, segretario regionale del Psi emiliano, dell'ottobre 1952.
Dal Rapporto risultava che la Federazione socialista reggiana godeva di ottima salute.
Specie se la si confrontava con le altre federazioni del Comitato regionale emiliano del partito che, curiosamente, per motivi organizzativi e probabilmente per la debolezza del Psi nel
Veneto, coordinava anche l'attigua provincia di Rovig0 51 • Il Comitato regionale emiliano si
era costituito a seguito del congresso nazionale socialista di Bologna (1951). Esso si componeva dei reggiani Ivano Curti, Ermes Ognibene, Gino Prandi oltre a Gino Luppi e
Venerio Cattani ormai emigrati a Piacenza e Ferrara. Segretario era Giusto Tolloy. Gino
Prandi era responsabile della Commissione «Amici dell' Avanti!», Venerio Cattani della
Commissione stampa e propaganda. Dall'analisi degli apparati federali risultava che a
Reggio Emilia si era passati dai sei funzionari del 1949 ai venti del 1952: solo Bologna con
ventiquattro funzionari la superava, anche se partiva dai dodici del 1949 e si avvaleva di un
territorio e di una popolazione molto più grandi. Nella costituzione di Commissioni di lavoro Reggio era tra le più forti. Passava da cinque del 1949 a dieci nel 1952. Ancora una volta
Bologna la superava, eppure di pochissimo perché da sette era andata a undici. Rispetto alle
sezioni ed i Nas, i dati relativi sono più modesti perché in questi casi entrano in gioco fattori demografici e geografici. Tuttavia da centoquarantotto sezioni del 1949 il Psi reggiano
nell'ottobre 1952 ne conta centottanta (superato nell'ordine da quello bolognese e forlivese). Molto modesto al contrario (e qui il dato è sia relativo che assoluto) il numero dei Nas
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di fabbrica, sei (all'ultimo posto in regione) ed agricoli, nessuno. Tuttavia, anche a Bologna,
Forlì, Piacenza e Rovigo, non c'era traccia di Nas agricoli che, come ebbe a dire Tolloy «nel
1952 erano ancora largamente sperimentali». Pertanto, il dato lievemente negativo nel settore Nas (- 0,98 per cento) - una situazione che successivamente troverà ulteriori conferme
nostra provincia - non era per nulla allarmante. Sul piano sindacale la situazione era complessivamente buona. Se nel 1950 un solo socialista era membro della segreteria della Ccdl
nel 1952 erano due. Ma i dirigenti sindacali provinciali dal 1950 al '52 erano passati da
dodici a venti sette e nessuno in regione superava il Psi reggiano. I segretari e «con-segretari» della CdI erano quarantaquattro nel 1950 ed altrettanti nel 1952. I membri del Consiglio
direttivo provinciale della CdI erano settanta nel 1950 e novanta nel 1952. Gli attivisti sindacali negli stessi anni erano passati da venticinque a sessanta più quarantanove collettori
sindacali nel 1952. I membri delle Commissioni interne erano passati da dieci (nel 1950) a
venti nel 1952 e i Capi-lega nello stesso periodo da dieci a quindici; mentre sedici compagni nel biennio considerato avevano frequentato corsi sindacali. In campo sindacale
Modena spesso batteva tutte le altre province. Sul piano dell' organizzazione capillare e,
segnatamente, in merito all'attività della Commissione «Amici dell'Avanti!» guidata da
Gino Prandi, Reggio non era al primo posto assoluto per i ricordati problemi demografici e
geografici (non si poteva certo paragonare Reggio Emilia con Bologna, né le rispettive province), tuttavia aveva una posizione di eccellenza nel contesto regionale. La vendita giornaliera era infatti passata dalle 1555 copie del 1950 alle 2297 del maggio 1952 ed alle 2395
del giugno 1952, superata solo da Bologna. Anche nel numero degli abbonamenti sottoscritti al quotidiano del partito, sempre nel biennio considerato, da duecentottantaquattro
era passata a trececentocinquantadue (Bologna e, di poco, Modena sopravanzavano i compagni di Reggio Emilia). Per quanto riguarda la presenza femminile e giovanile nel partito
non era invece fortissima; essa veniva considerata percentualmente rispetto al totale degli
iscritti nel triennio 1950, 1951 e 1952, sicché le donne passavano dal 16 per cento (1950) al
18 per cento (1951), al 19 per cento (1952) mentre i giovani restavano stabili a16 per cento
nel trienni0 52 •
1. Cfr. Il libro rosso del socialismo: speranze, ideali, libertà [di] Dario Renzi [et al.]; con la collaborazione di
Antonella Salvo ... [et al.], Prospettiva edizioni, Roma 1998, p. 88. Vedi anche: G. Boccolari, La questione
socialista. Bilancio critico e storiografico di una sconfitta. Annotazioni per un dibattito, in «CAlmanacco»,
Reggio Emilia, a. Xv, nn. 26-27, dico 1995-giu. 1996, pp.l69-191.
2. Si veda in particolare: G. Galli, Il difficile governo. Un 'analisi del sistema partitico italiano, Il Mulino,
Bologna 1972 e F. Taddei, Il socialismo italiano del dopoguerra: correnti ideologiche e scelte politiche (19431947), Franco Angeli, Milano 1984.
3. Cfr. Andrea Caffi: un socialista libertario. Atti del convegno di Bologna, 7 novembre 1993, a cura di
Giampiero Landi, Indroduzione di Gino Bianco [Scritti di:] G. Armani ... [et al.], Bfs, Pisa 1996.
4. Cfr. il modernissimo: O. Gorni, Socialismo federalista, Tipografia Cooperativa, Zurigo s.d. (Scritti di politica,
economia e cultura, l). In testa al frontespizio: «Liberare e federare». Quest'opuscolo era stato «costruito» da
Ignazio Silone, raccogliendo una serie di articoli dello stesso Gorni usciti tra il gennaio 1938 ed il febbraio 1939
sotto il titolo generale: Punti fondamentali per l'azione socialista, in «Problemi della rivoluzione italiana». Cfr.
Andrea Caffi: un socialista libertario, cit., p. 72n).
5. Cfr. F. Andreucci-T. Detti, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943, vol. 2: Cee-I,
Editori Riuniti, Roma 1976, ad vocem.
6. Lo storico socialista Stefano Merli, poco prima di morire, pubblicava sulla «Rivista storica dell'anarchismo»,
un saggio su Andrea Caffi e la tradizione proudhoniana nel socialismo italiano, che chiariva la portata del
19
famoso intervento di Craxi apparso su «C Espresso» del 27 agosto 1978, indicando nel superamento dello Stato
accentratore, nel rapporto non burocratico tra partito e masse, nella democrazia diretta e consiliare, cioè in tutti
quei postulati teorici che la tradizione politica marxista-Ieninista ha, o volontariamente ignorati o di proposito
relegati nella pattumiera delle degenerazioni socialdemocratiche. Cfr. S. Merli, Andrea CaJji e la tradizione
proudhoniana nel socialismo italiano, in «Rivista storica dell'anarchismo», n. I, gen.-giu. 1994, pp. 97-125. Su
Caffi si veda inoltre A. Castelli, Andrea CaJji, in Le periferie della memoria. Profili di testimoni di pace [di]:
Luciano Masolini ... [et al.], Torino, Annpia; Verona, Movimento non violento, 1999, pp. 21-34. Per quanto
riguarda gli aspetti più generali del socialismo di ispirazione democratico-risorgimentale nel nostro Paese, si
veda: G. Angelini, L'altro socialismo. L'eredità democratico-risorgimentale da Bignami a Rosselli, Franco
Angeli/Storia, Milano 1999.
.
7. Cfr. A. Agosti, Palmiro Togliatti, Utet, Torino 1995, p. 315.
8. Cfr. G. Boccolari, Dante Ognibene. Le memorie di un «socialfusionista», in «CAlmanacco», a. VIII, n. 19,
dico 1991, pp.l03-114.
9. Cfr. D. Gagliani, I problemi della costruzione del Partito comunista di massa. Centro dirigente e organizzazione reggiana: il 1932, in «Ricerche Storiche», a. XVI, n. 46, lug. 1982, pp. 49-87.
IO. Cfr. «La Giustizia», Reggio Emilia, 22 dicembre 1946.
Il. Cfr. A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Laterza, Bari 1975, p. 279.
12. Cfr. N.S. Onofri, Dalfrontismo al riformismo. La lotta autonomista nel Psi di Bologna (1947-1959),
Edizioni La Squilla, Bologna 1993, pp. 19-31; 56-57.
13. Verenin Grazia, nato a Rimini il2 giugno 1898, frequentò le scuole tecniche. In gioventù fu anarco-sindacalista e fece parte della segreteria milanese dell'Usi. Nel primo dopoguerra (1919) divenne attivo organizzatore
del movimento cooperativo agricolo in Romagna, poi direttore del Consorzio delle cooperative agricole e di
consumo del Rirninese. Durante il Ventennio non abbandona i collegamenti con gli antifascisti. Nell'aprile del
1942 contribuisce alla ricostituzione del Partito socialista assieme a Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivoglio (o
Bentivogli?), organizzando scioperi e agitazioni tra i braccianti e i salariati agricoli nella bassa bolognese. Dopo
1'8 settembre 1943 organizza le prime formazioni partigiane romagnole ed è vice commissario del Comando
regionale Volontari della Libertà nel Comando unico militare dell'Emilia-Romagna. Fa in seguito parte del
Movimento «Fronte della Libertà». Sarà anche Segretario del Comitato regionale del Cln. Eletto deputato alla
Costituente e successivamente rieletto, ha avuto anche incarichi di rilievo nella organizzazione del Psi. Infatti,
tra l'altro, al primo Congresso regionale socialista che si tenne a Bologna il 15 luglio 1945, la Federazione
regionale designava quali rappresentanti della Consulta nazionale del Psiup, assieme al reggiano Gino Prandi,
Grazia Verenin (Cfr. «La Giustizia», 22 luglio 1945). Per una seria biografia di V Grazia cfr.: A. Albertazzi, L.
Arbizzani, N.S. Onofri, Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese (1919-1945).
Dizionario biografico, vol. III (D-L), Comune-Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1986, ad vocem, pp.
439-440. Sul nome di Grazia ci sono tuttavia alcune ombre. Si dice (N.S. Onofri ed altri) che nel secondo dopoguerra avesse la doppia tessera quella del Pci e quella del Psi. C'è poi un altro avvocato Grazia di cui parla M.
Mafai in un suo libro, che potrebbe creare equivoci nonostante l'evidente differenza tra le due biografie, poiché
in effetti vi sono numerose affinità tra i due personaggi (ambedue ricostruttori del Psi nel bolognese). Nel periodo della Resistenza l'avv. Grazia, di cui scrive la Mafai, è socialista bolognese «di antica fede» ed è vedovo con
tre figlie: Jordis, Fedra e Poliana. Assieme ad esse si mette all'opera per riorganizzare il partito in città. Le
ragazze pubblicano un giornaletto clandestino, ciclostilato e diretto alle donne, animato da spirito risorgimentale
e da ideali vagamente emancipazionisti). (Cfr. M. Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda
guerra mondiale, Mondadori, Milano 1987, p. 203). Una biografia verosimile ma un poco romanzata.
14. Cfr. D. Gagliani, I problemi della costruzione del Partito comunista di massa. Centro dirigente e organizzazione reggiana, cit.
15. Cfr. Ibidem, p. 52 e sgg. Ricordo a questo proposito le note relative a questo importante fenomeno già rilevate dallo scrivente nel 1981, nella recensione al volume di Mauro Del Bue [Il Partito socialista a Reggio
Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Marsilio, Venezia 1981] pubblicata in
«Ricerche Storiche», Rivista di storia della Resistenza reggiana, a. XV; nn. 44-45, dico 1981, pp. 108-110.
16. Cfr. A. Landolfi, Storia del Psi. Cento anni di socialismo in Italia da Filippo Turati a Bettino Craxi,
SugarCo, Milano 1990, pp. 197-198.
17. Cfr. M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Marsilio, Venezia 1981, pp.88-89.
18. Cfr. A. Agosti, Rodolfo Morandi, il pensiero e l'azione politica, Laterza, Bari 1971, p. 436.
19. Cfr. I comizi del l° Maggio. Le masse lavoratrici e il popolo acclamano i patrioti e i liberatori alleati, in
«Reggio Democratica», 3 maggio 1945.
20
20. Ibidem.
21 Cfr. Il saluto di Palmiro Togliatti ai compagni del Comunismo reggiano, in «Reggio Democratica», 19 maggio 1945.
22. Cfr. Il Partito Socialista nell'ora presente. La chiara parola dell'avv. Sandra Pertini al Teatro Ariosto, in
«Reggio Democratica», 5 giugno 1945.
23. Cfr. G. Degani, Il Partito unico, in «Reggio Democratica», 17 luglio 1945.
24. Cfr. Il V Congresso Provinciale del Partito Comunista Italiano, in «Reggio Democratica», 13 ottobre 1945.
25. Cfr. S. Sechi, L'esercito rosso. Il Dipartimento di Stato e l'apparato militare del Pci, in «Nuova Storia
Contemporanea», a. IV, n. 3, mag.-giu. 2000, pp. 53-55. Tuttavia qualcosa di vero c'era e la prossimità fra il Pci
e l'ala sinistra del Psi di questo primo dopoguerra non può che confermare la presenza di taluni fidatissimi elementi socialisti nell'apparato para-militare comunista anche se presumibilmente a livello periferico (ivi, p. 60,
65). Se nel cosiddetto «esercito rosso» v'erano Centri d'addestramento in Emilia (ivi, p. 75), sembra altrettanto
certo che a esso intervenissero alcuni di quegli elementi di «raccordo» fra Pci e Psi che militavano in quest'ultimo partito. Dopo la Liberazione, oltre al fenomeno della mancata (o solo parziale) consegna e dell'occultamento delle armi, ed a quello del mantenimento di una direzione para-militare clandestina, il Pci (ma anche il Psi) di
fronte ai durissimi contrasti conseguenti alla cacciata delle sinistre dal Governo (1947), era normale prassi
«rivoluzionaria» (o pseudo-tale) l'organizzazione di «veglie antifasciste» e/o «presidi antifascisti» spesso armati, in particolare nei momenti critici per la democrazia e per l'esistenza stessa dell'opposizione di Sinistra. In
queste operazioni congiunte e sovente spontanee, si cementava a livello di base l'unità d'intenti fra i due partiti.
Ancora nel 1973, all'epoca del golpe cileno di Pinochet ai danni del presidente socialista Salvador Allende,
alcuni militanti e dirigenti del Psi (tra questi l'ex partigiano Vittorio Parenti) passarono la notte fuori casa assieme a dirigenti e militanti comunisti (testimonianze di vari).
26. Cfr. A. Agosti, Rodolfo Morandi, cit., p.438.
27. Cfr. Acs, b. 46, f. 2033/69 relazione di S. Polito, questore di Roma, Roma, 15 luglio 1948.
28. Ibidem.
29. Ibidem, cit. in G.C. Marino, Guerra fredda e conflitto sociale in Italia, 1947-1953; S. Sciascia editore,
Caltanissetta-Roma 1991, pp. 32-33.
30. Cfr. G. Galli, Il difficile governo. Un 'analisi del sistema politico italiano, Il Mulino, Bologna 1972,
pp. 52-58.
31. Si veda la polemica con le cosiddette «guardie bianche» di Reggio Emilia nell'articolo: Traditori sociali. Le
guardie bianche di Reggio Emilia, in «I;Ordine Nuovo», settimanale, 28 agosto 1920. Si veda inoltre, per completezza, il volume antologico degli interventi di Gramsci sulla stampa periodica (A. Gramsci, Per la verità.
Scritti 1913-1926, a cura di Renzo Martinelli, Editori Riuniti, Roma 1974) soprattutto negli anni tra il 1919 ed il
'26, nel quale emerge il poderoso sforzo di indirizzare le masse proletarie socialiste verso il nuovo partito.
32. Cfr. A. Agosti, L'originalità del suo itinerario socialista, in Rodolfo Morandi. Pensiero e impegno politico
del dirigente socialista a 40 anni dalla scomparsa. [Scritti di M. Sellitti, Carlo Gubbini, A. Agosti ... et al.]. In
testa al front.: Senato della Repubblica, Gruppo Laburista Socialista Progressi sta, [Roma], Senato della
Repubblica, [1995?], p.15.
33. Sui Falchi rossi è fondamentale il saggio di C. Stacco li Castracane, L'Associazione Falchi Rossi Italiani, in
«I;Almanacco», a. XVII, un. 29-30, dico I 997-febb. 1998, pp. 31-70 e quello di M. Fincardi, Pionieri e Falchi
Rossi. Associazionismo infantile comunitario e modelli educativi «sovietici!! in una provincia emiliana, in
«I;Almanacco», a. XVI, n. 28, apro 1997, pp. 103-127; sull'Associazione dei Falchi Rossi a Reggio Emilia si
veda inoltre: G. Boccolari, I Falchi Rossi a Reggio Emilia. Il movimento giovanile socialista e le origini
dell'A.FR.I. nelle pagine de «Il Socialista Reggiano!! (1949-1950), in «I;Almanacco», a. XVII, nn. 29-30, dico
1997- febb. 1998, pp. 181-233 e G. Boccolari, Baden Powell socialista. Cronache dell'AFRI reggiana (19501955), idem a. XVII, n. 31, dico 1998, pp. 93-149. Sull'associazionismo socialista di impronta morandiana si
veda la parte conclusiva del mio saggio G. Boccolari, Il ciclismo socialista. Con un 'appendice sull'organizzazione scoutistica e sportiva nel Psi morandiano, in «I; Almanacco», a. XIII, nn. 23-24, 1994.
34. Cfr. R. Morandi, Le ragioni e gli obiettivi della nostra politica unitaria. Discorso ai giovani, IV Convegno
nazionale giovanile socialista, Modena, 13-16 aprile 1950. Roma, a cura di «Gioventù socialista», s.d. [ma
1950], pp. 14, ora in R. Morandi, La politica unitaria, Einaudi, Torino 1975, pp. 54-66: «Ideologicamente,
senza riserva alcuna - affermava Morandi nell'assise giovanile modenese - noi assumiamo illeninismo come
interpretazione e sviluppo del marxismo».
35. Cfr. M. Degl'Innocenti, Storia del Psi, vol. III: Dal dopoguerra ad oggi, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 127.
36. Apsi, Reggio Emilia, Comitato Esecutivo, Registro dei Verbali, 26 febb. 1951.
37. Cfr. Il revisionismo socialista. Antologia di testi 1955-1962, a cura di Giampiero Mughini, Prefazione di
21
Federico Coen. Scritti di Agazzi, Basso, Cafagna ... [et al.], Nuova Serie dei Quaderni di Mondoperaio, Roma
1975. Suppl. al n. 6, Giugno 1975 di «Mondoperaio», rivista mensile del Psi. In questo volume è riportato antologicamente tutto il dibattito socialista dall'«unità all'autonomia». In quanto alla pubblicistica coeva si veda
invece tra gli altri: P. Nenni, Le prospettive del Socialismo dopo la destalinizzazione, 2a ed., Einaudi, Torino
1962; vi furono inoltre, tra le opere uscite sulla spinta del cambiamento, prese di posizione anche meno propense alla nenniana politique d'abord e più problematicamente legate alle reali prospettive del socialismo «poststaliniano». Per questo si veda F. Papi, Rapporto socialista (La Sinistra italiana tra alternativa al neocapitalismo e rischio dell'integrazione), Lacaita, Manduria (Bari) 1963.
38. Lo ha ribadito lo stesso Craxi nel programma televisivo «Dossier Hammamet» a cura di Carmine Fotia, in
onda domenica 17 ottobre 1999 su Telemontecarlo.
39. Veniva spregiativamente definito in que~to modo dagli avversari, particolarmente dalla base comunista e
socialproletaria, il Psi-Psdi unificati, i cui due simboli appaiati, essendo racchiusi, come tutti i simboli, da un
cerchio, davano l'idea delle due ruote di una bicicletta.
40. Cfr. P.L. Profumieri, Marx: le sue analisi servono ancora, in «La Giustizia», n. 4, maggio 1992, p. 5.
4l. Cfr. tra le varie testimonianze orali cfr. il mio: G. Boccolari, Dante Ognibene. Le memorie di un «socialfusionista», cit., p. 106.
42. Cfr. M.G. Rossi, I socialisti nell'Italia del 1943- '45, in «Storia Contemporanea», n. 205, dico 1996, p. 776.
43. Poi sostituiti dai più dinamici e politicamente attenti Gino Prandi ed Ivano Curti.
44. Cfr. M.G. Rossi, I socialisti nell'Italia del 1943- '45, cit., p. 777.
45. Cfr. P. Amato, Il Psi trafrontismo e autonomia (1948-1954), Pref. di Gaetano Arfè, Lerici, Cosenza 1978, p.
192.
46. Ibidem.
47. «I:Attivista» (Bollettino di direttive ed esperienze del Psi centrale).
48. Cfr. E. Porro, Per un impiego nazionale dei quadri del Partito, in «I: Attivista» (Direttive ed esperienze),
a. II, n. 3, mar. 1953, p.14.
49. Ibidem.
50. Ibidem, pp.14-15.
5l. Una spiegazione è forse individuabile nel vo1umetto di S. Baruchello, All'avanguardia del Socialismo.
Perché è sorta nel Polesine la Federazione Socialista Autonoma «Giacomo Matteotti», Società Editrice
Risorgimento Socialista, Tipografia Coppitelli, Roma [1952].
52. Cfr. G. Tolloy, Esperienze e sviluppo del Partito in Emilia. Rapporto tenuto dal compagno ono Giusto Tolloy
al Comitato Regionale Emiliano, Ottobre 1952. A cura della Commissione Stampa e Propaganda della
Federazione prov.le bolognese Psi, Ed. La Squilla, Bologna 1952 «I Quaderni de La Squilla, 2».
22
Alcuni soci fondatori della Cooperativa. La foto fu scattata in piazza della Libertà [oggi piazza Martiri del 7
luglio, ndr] a Reggio Emilia in occasione di un'intervista fatta da Italo Pietra per «Illustrazione italiana» (si veda
il n. 6, giugno 1955).
Da sinistra: A. Pastorini, E. Salvarani, A. Rossi, O. Piacentini, A Ligabue, S. Gasparini, F. Valli. Sono assenti E.
Barbieri e A. Porta.
I soci della Coopertiva nel 1982. La foto fu scatta al Centro direzionale di San Pellegrino a Reggio Emilia in
corso di ultimazione.
Da sinistra: F. Valli, A. Ligabue, N. Ferrari, O. Piacentini, A. Barchi, P. Volto lini, A. Rossi, G. Lupatelli,
E. Grasselli. M. Biagini. E. Guareschi. F. Lavecchia, D. Bonezzi, U. Baldini, R. Bevivino.
Don Luigi Bocconi:
dalla Democrazia cristiana
di inizio secolo al fascismo
SILVIA ARDUINI
Qualche tempo fa venni ad avere per le mani un vecchio diario che un sacerdote reggiano
aveva compilato durante gli anni precedenti la prima guerra mondiale e continuato fin dopo
la fine della stessa!. Il sacerdote in questione era don Luigi Bocconi, allora parroco di
Coviolo, tuttora ricordato nella Diocesi di Reggio per le sue qualità di studioso e per i contributi dati alla storia 10cale2• Il diario voleva essere una raccolta, esposta in ordine cronologico, di tutto quanto sarebbe successo nella sua parrocchia.
Fin qui non ci sarebbe niente di particolare, se non fosse per il fatto che don Luigi
Bocconi, il tranquillo parroco di Coviolo, pochi anni prima era rimasto implicato nella
vicenda dei modernisti che lo aveva visto tra i protagonisti della travagliata stagione della
«Plebe», il periodico radicale-cristiano uscito a Reggio Emilia tra il settembre 1904 e il
dicembre 1907, approssimativamente a scadenza quindicinale. Il giornale, che è già stato
oggetto di studi ormai datati, era redatto da un gruppo di giovani estremisti democratico-cristiani, inclusi diversi sacerdoti e persino alcuni socialisti, intenzionati a riportare la fede cristiana nelle masse popolari in gran parte socialiste3• In questo periodo di inizio secolo il
movimento Plebeo rappresentò probabilmente il momento di massima convergenza fra cattolicesimo e socialismo. Nel 1907 la «Plebe» concluse la sua avventura per l'incapacità di
riuscire a fare una politica attiva al di fuori di un utopistico socialismo cristiano è per l'indifferenza con cui i socialisti la accolsero, rifiutando ogni collaborazione.
In questo contributo mi ripropongo di tracciare la storia di don Bocconi, un personaggio
che, dopo aver condiviso l'esperienza del periodico, a causa di impicci con le autorità ecclesiastiche fu costretto a rientrare in fretta nei ranghi tradizionali del clero per poi essere relegato nella parrocchia di Coviolo.
Sono qui di seguito elencate le fonti manoscritte di cui mi sono servita e le abbreviazioni ad esse corrispondenti:
ASRE -Archivio di Stato di Reggio Emilia
ASmRE - Archivio Seminario di Reggio E.
ACVRE - Archivio Curia Vescovile di Reggio E.
AMPCorr - Archivio Memorie Patrie, Biblioteca Municipale di Correggio (RE)
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La militanza nei fasci d.c.
Don Luigi Bocconi nasce a Reggio Emilia il7 aprile 1871.
Dopo aver prestato il servizio militare a Parma, inizia gli studi nel Seminario di Reggio
Emilia\ prima come alunno esterno poi, non appena viene accettata la sua richiesta di diminuzione di retta, come intern05• Il 27 maggio 1899 viene ordinato nella cattedrale di Reggio
Emilia6•
Dopo essere stato cappellano della parrocchia del SS. Salvatore in Santa Teresa (19001904), e dopo aver prestato servizio in S. Pietro, il-20 maggio 1909 entra nella parrocchia di
Coviolo, dove rimane fino al novembre del '33, prima di ritirarsi definitivamente a Reggio
Emilia; muore il 26 ottobre 1944. Del suo periodo di studi in Seminario ci rimane pochissimo: solo qualche pagina di appunti sul tema dell'importanza dello studio per il progresso
dell'umanità (tema che viene affrontato più volte anche all'interno della «Plebe»), nella
quale è messo in evidenza il ruolo centrale dell'istruzione ai fini del miglioramento della
vita civile e sociale e come fattore differenziale tra civiltà e barbarie.
I primi anni del secolo sono molto fecondi per la crescita e lo sviluppo del movimento
democratico cristiano, che anche a Reggio Emilia trova il suo gruppo di sostenitori.
Un fascio democratico cristiano si costituisce nella città subito dopo l'ondata degli entusiasmi suscitati da una certa lettura dell'enciclica Graves de Communi.
Le vicende del fascio sono ricostruibili attraverso le pagine del «Domani D'Italia», il settimanale democratico-cristiano che esce a Roma agli inizi del secolo e al quale i d.c. reggiani sono legati attraverso corrispondenze regolari 8•
Tra i giovani del fascio chi si dà particolarmente da fare per diffonderne le idee è don
Domenico Benevelli, il leader del movimento, che sappiamo essere legato da rapporti diretti
di corrispondenza con Romolo Murri 9•
La febbrile attività del fascio, in questo primo anno, finisce per creare problemi con il
Comitato Diocesano che, nel rivendicare l'esclusività in materia di assistenza alla classe
lavoratrice cattolica, non nasconde la sua ostilità al movimento lO •
I.; apice del contrasto si ha in occasione delle elezioni annninistrative del 13 luglio 1902
che, conclusesi con una netta vittoria dei socialisti di Camillo Prampolini sulla lista cattolica
di don Angelo Mercati ll , determinano una serie di botta e risposta tra il Comitato
Diocesano, che parla attraverso il giornale «I.;Azione cattolica», e il fascio, che puntualmente replica sul «Domani».
I giovani d.c. denunciano il metodo di propaganda tenuto dal comitato elettorale cattolico,
costituitosi troppo in fretta e colpevole di aver agito senza ìnterpellare l'elettorato cattolico
e senza adeguata organizzazione l2 •
In mezzo a tali fermenti si trova a operare anche don Luigi Bocconi che a quel tempo
ricopriva la carica di Segretario del Fascio d.c. di Reggio 13 •
Una chiara testimonianza di quali fossero le idee del sacerdote ci è offerta dal testo di una
conferenza che egli tenne ai soci del fascio di Reggio Emilia la sera del 28 maggio 1902 14 .
Nel testo viene esplicitamente condannato il primo grande errore dei tempi moderni, cioè
la rivoluzione francese, vista come diretto antecedente delliberalismo borghese e colpevole
prima di tutto di avere distrutto le corporazioni di arti e mestieri «mercé delle quali l'operaio era qualcosa in mezzo alla società .... I.; egoismo più ributtante sottentrò a quelle sagge
istituzioni e l'operaio cadde vittima del capitalismo»15.
La presa di posizione del Bocconi contro la matrice borghese della rivoluzione è però
determinata da un consueto atteggiamento paternalistico verso le classi più deboli; dal
momento che emerge chiaramente una visione dall'alto, siamo ancora lontani dal punto di
26
vista proletario della presa di coscienza dei problemi di tale classe. Tutto ciò è riscontrabile
nel vagheggiamento delle corporazioni di arti e mestieri, atteggiamento che tornerà a riemergere molti decenni più tardi quando il sacerdote arriverà ad accettare lo stato corporativo fascista.
Nel testo si legge che la risposta a tale opera deleteria e distruttrice del capitalismo può
solo venire dalla Chiesa, l'unica capace di opporre una barriera «all'opera deleteria dell'orrore e dell'egoismo», tale barriera è l'azione democratica cristiana che impedisce che «l'operaio venga abbandonato a se stesso».
Il testo continua precisando lo scopo principale della conferenza, cioè individuare i due
maggiori avversari della democrazia: liberalismo e socialismo.
Consueta e ancora inquadrata in un conservatorismo cattolico intransigente (che ha in
comune con la nuova d.c. il rifiuto per il cattolicesimo liberale dal quale derivano tutte le
alleanze clerico-moderate) è la feroce critica al «moderno» liberalismo ateo, colpevole di
aver continuato la deleteria laicizzazione dello Stato ~niziata dalla rivoluzione francese, che
con spirito distruttore aveva osato annientare le «provvidenziali» corporazioni di arti e
mestieri; e colpevole anche di immoralità, per aver condotto al disgregamento della famiglia, alla corruttela dei costumi e al desiderio sfrenato dei piaceri. Illiberalismo è il principale responsabile della odierna crisi sociale, avendo ingannato il popolo con le false promesse di libertà, uguaglianza, fratellanza e avendo riportato nel mondo i principi pagani da
cui è scaturita l' «infame ipocrisia» della cavouriana formula «libera chiesa in libero stato».
Il giudizio negativo del Bocconi sugli errori imputabili al «grande nemico della democrazia» ha due antecedenti di matrice diversa: oltre al vecchio integralismo cattolico postemporalista che demonizzava il nuovo stato italiano immagine delliberalismo stesso, c'era la d.c.
murriana dei Propositi di parte cattolica e soprattutto de Il patto di Roma, dove si consumava definitivamente il divario tra Murri e Meda, cioè tra la d.c. autonomista e quella più
moderata e indulgente pronta a compromessi con lo stato liberale.
I.:ultima grande colpa delliberalismo, secondo Bocconi, è quella di avere aperto le porte
a un altro grande male della società odierna: il socialismo. Quest'ultimo «figlio legittimo
del grande colpevole» ha in comune con esso il rifiuto della Chiesa.
Il testo prosegue fornendoci un interessante parallelismo fra le due dottrine. Ambedue
credono di poter fare a meno di Dio: illiberalismo si dichiara laico, mentre il socialismo va
oltre, professandosi ateo; ambedue vogliono distruggere la famiglia: il liberalismo laicizzando il matrimonio, il socialismo proclamando il libero amore; illiberalismo ha confiscato
i beni alla Chiesa, il socialismo vuole confiscare i beni di tutti; il centralismo liberali sta ha
proclamato lo stato fonte di ogni diritto, il socialismo vuole lo stato padrone di tutto.
La conseguenza di tutto ciò non può essere che la rovina totale della società, perché
ambedue questi mali distruggono l'uomo: sacrificando il bene collettivo al bene individuale
l'uno, l'individuo alla collettività l'altro. La d.c., giusto mezzo tra l'individualismo liberale
e il collettivismo socialista, è quindi l'unica soluzione possibile.
Questo stesso testo, con le opportune modifiche, appare tre anni più tardi sulla «Plebe», e
precisamente il 22 giugno 1905 con il seguente titolo: Illiberalismo: ecco il gran nemico
della democrazia.
Rispetto all'originale ritrovato tra le carte del Bocconi l'articolo del periodico ne differisce completamente nella seconda parte, mentre nella prima si rileva un'unica, ma eloquente
sostituzione di vocabolo: prima si parlava di «guerra sleale ingaggiata contro la Chiesa» dal
liberalismo, ora si legge «guerra sleale ingaggiata contro Cristo». La sostituzione della
parola Chiesa con Cristo è importante: può significare che la «Plebe» non intende identifi-
27
carsi con la Chiesa né farsene portavoce, ma vuole solamente essere erede del messaggio
cristiano in quanto derivato da Cristo: il crimine delliberalismo, essendo tale nei confronti
di Cristo e della dottrina da lui insegnata, lo è di conseguenza nei confronti di tutti i
cristiani.
Con l'esigenza di ritrovare la vera dottrina cristiana risalendo direttamente a Cristo ci troviamo vicini a quel modernismo volto ad affermare la superiorità della cristologia sull'ecclesiologia.
Tornando al nostro articolo e confrontando il testo apparso sul giornale con il testo della
conferenza del 1902, vediamo che da un certo punto in poi l'articolo cambia: viene completamente tolta la confutazione delle dottrine socialiste.
Il perché di questo taglio è facilmente intuibile: una critica al socialismo sarebbe stata
inopportuna in un periodico antimoderato qual era la «Plebe», costantemente impegnata nel
tentativo di avvicinamento al partito di Prampolini.
Purtroppo non ci è possibile sapere se il cambiamento della seconda parte dell'articolo
fosse dovuta al Bocconi o a qualcun altro della redazione, dal momento che mancano documenti in proposito, ma non è difficile credere che in questi tre anni potesse essere intervenuta una evoluzione in senso radicale nel pensiero del sacerdote, dati i repentini cambiamenti del contesto storico culturale di quegli anni. Si spiegherebbe così la sua adesione alla
«Plebe», ma nello stesso tempo anche il milieu del giornale potrebbe aver contribuito al
mutamento.
Illiberalismo è ora colpevolizzato non più per aver distrutto le antiche corporazioni di arti
e mestieri, come lo era nel testo della conferenza del 1902, ma perché ostacola «le cooperative, le leghe, le camere di lavoro e in generale ogni associazione operaia, giacché l'organizzazione costituisce un serio pericolo per l'individualismo liberale basato sull'egoismo».
Il cambiamento di tono è palese: non si parla più di corporazioni di arti e mestieri e la
visione paternalistica che traspariva tre anni prima qui appare decisamente superata.
Prosegue l'articolo:
quale di questi 2 sistemi visti dal lato economico 16 sarà più cristiano? Illiberalismo, che in
tutte le sue varie tinte, moderati, conservatori, clericali ecc. niente ha fatto in favore della
chiesa, della democrazia, del proletariato, anzi ha fabbricato delle leggi odiose e restrittive?
Oppure il socialismo che quantunque non rappresenti perfettamente il nostro ideale pur è
tanta parte del nostro programma economico? Il socialismo con le sue organizzazioni ha
cominciato a fondare il regno dell'uguaglianza e della fratellanza, il regno di Dio, predicato
da Cristo. Che cosa dunque di più cristiano? Non troviamo forse nel socialismo la pratica di
tutto il sistema economico del Vangelo?
La risposta alla domanda retorica posta in testa a questo stra1cio dell'articolo risulta già
implicita nelle parole dal lato economico, che riprendono uno dei concetti più volte presenti
nella «Plebe»: l'alleanza è da ricercarsi soprattutto in quelle forze sociali che condividono
gli stessi interessi economici ed essendo il Cristianesimo da sempré la religione dei poveri,
non può che essere vicino a tutte le dottrine in difesa degli oppressi.
In questo scritto l'autore si ritrova su posizioni decisamente più radicali, che vanno oltre i
confini della d.c. 17 : il socialismo ci viene presentato come una dottrina già insita nel
Vangelo e che in esso trova la sua giustificazione.
Ma il socialismo presenta un vizio di origine: è nato dalla degenerazione delliberalismo,
quindi include in sé ogni sorta di errori etici e morali.
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La conclusione è quindi ovvia: la democrazia non deve essere solo sociale, ma soprattutto
cristiana.
Il periodo «Plebeo»
Al tempo della collaborazione con la «Plebe» risale probabilmente la recensione (rimasta
manoscritta) che don Bocconi fece del romanzo di don Domenico Benevelli, Frate Bianco]8,
pubblicato nel 1904 sotto lo pseudonimo di Giuseppe Italico e successivamente nel 1925 col
titolo I Precursori. Il libro, che si ambienta negli anni immediatamente successivi all'unità
d'Italia durante la guerra ideologica e politica tra cattolicesimo e liberalismo, narra la storia
di un frate domenicano al servizio delle classi subalterne che combatte per una riforma
sociale di cui dovrebbe farsi propugnatrice la Chiesa. È un predicatore scomodo che infastidisce le autorità ecclesiastiche e la società laici sta, liberale e anticlericale dell 'Italia
postunitaria.
Nel testo sono chiaramente presenti reminiscenze murriane, per esempio quando si afferma per bocca del protagonista che bisogna approfittare di tutte le libertà forniteci dallo
statuto 19 •
In linea di massima il libro si sviluppa secondo la linea del Santo del Fogazzaro per l'atmosfera di misticismo diffuso, per la presenza di una figura femminile che si dibatte tra
1'attrazione spirituale e sensuale per il protagonista e per il forte carisma del frate; viene
inoltre accusata la mentalità retrograda ecclesiastica poco incline al progressismo in campo
cattolico.
La recensione del Bocconi è piuttosto interessante in quanto definendo il testo una «apologia della d.C.» ne forza in modo eclatante l'interpretazione: nelle pagine del libro emerge
sì un certo riformismo cattolico, ma non tale da poter essere collegato alle rivendicazioni in
campo politico-sociale come vorrebbe il Bocconi, interpretando lo in senso democratico cristiano. Sembra quasi che il Bocconi abbia tratto occasione dalla recensione per esporre, in
realtà, quello che era il suo modo di pensare; così infatti scrive commentando la tesi
dell'autore:
Il rimedio onde condurre questa società sul retto sentiero delle legittime sue aspirazioni e dei
reali suoi bisogni ce lo addita la d.C. che altro non è se non l'integrale applicazione del cristianesimo a tutta la vita moderna nelle sue varie manifestazioni a tutte le sue forme di progresso. In Frate Bianco l'autore ha appunto incarnato il cuore di questa d.C.
Ma in che termini si configurava l'appartenenza di don Bocconi alla «Plebe»?
Prima di rispondere a questa domanda mi sembra utile ripercorrere brevemente la genesi
del periodico.
Il 28 luglio 1904, dopo lo scioglimento dell'Opera dei Congressi, a Reggio Emilia di
fronte alle disposizioni pontificie si ha un duplice ordine di reazioni: da una parte c'è il
movimento cattolico ufficiale, che prende alla lettera gli ordini impartiti continuando 1'opera di azione sociale all'interno delle organizzazioni cattoliche, che rimangono inquadrate
nel secondo gruppo dell'O.d.C. formalmente ancora in essere; dall'altra c'è l'ala più radicale della d.C. che, professandosi erede della d.c. murriana, festeggia la soppressione
dell'O.d.C., costituendosi in Fascio radicale cristiano (il futuro nucleo della «Plebe»), che si
propone di operare autonomamente, in linea con le decisioni prese dai radicali cristiani al
convegno di Rimini del 14 agosto 19042°.
Il primo settembre 1904 esce a Reggio Emilia il numero programma de «La Plebe», che
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si presenta anche come organo di informazione del Fascio radicale autonomo di Reggio
Emilia, sottogruppo del Fascio radicale cristiano.
La struttura del giornale riprende quella del «Domani d'Italia»: quattro fogli con ampi
spazi dedicati ai commenti dei fatti di politica. Tutti gli articolisti mantengono un rigoroso
anonimato.
I nuclei fondamentali attorno ai quali si svolgono gli argomenti trattati dal periodico sono
essenzialmente due: il socialismo cristiano e la critica all' alleanza clerico-moderata21 •
Riguardo al primo punto, la «Plebe» si dibatte tra il desiderio di attivare una proficua collaborazione con i socialisti e quello di operare in perfetta autonomia. Rifiutando naturalmente la rivoluzione e l'odio di classe e preferendo un'opera cristiana di rieducazione delle
masse, al suo esordio il giornale è in linea di massima contrario all'esito finale del socialismo marxista, cioè alla proprietà collettiva22 •
Riguardo al secondo punto, la «Plebe» si presenta come alternativa alla politica clericomoderata che si sta perseguendo da qualche anno in città e di cui le autorità diocesane si
sono fatte sostenitrici. Secondo il giornale, il partito moderato non potrà mai fare gli interessi del popolo, essendo economicamente situato al polo opposto, e laddove gli interessi
sono contrapposti non ci può essere alleanza politica. Un buon alleato per il vero democratico cristiano è invece il socialista riformista, il cui programma minimo riceve tutta la simpatia dei Plebei23 • Essi riconoscono ai socialisti il merito di aver saputo creare nei lavoratori
una coscienza di classe, anche se a causa di incomprensioni insormontabili i cattolici devono restare da soli fino a quando non si potrà avere un partito cattolico.
Ma vediamo in che termini si possa valutare l'apporto di don Bocconi alla «Plebe».
Purtroppo non è possibile risalire con esattezza alla paternità dei suoi articoli, dato che
più degli altri il sacerdote si adoperò per mantenere un rigoroso anonimato, ma esistono
quattro manoscritti non firmati, ma la cui scrittura è di sicura mano del sacerdote, rilevati
tra le carte di Pietro Ruffini, direttore della «Plebe» tra i121 maggio 1905 e il 16 dicembre
190624 •
Due di essi sono le minute di articoli apparsi sulla «Plebe», gli altri due, invece, rimasero
tra le carte di Ruffini, che probabilmente ritenne opportuno non pubblicarli.
Il primo è uno scritto intitolato Se potessero capirla, che appare sempre senza firma e
sotto il medesimo titolo sulle colonne della «Plebe» il 20 agosto 1905. Si tratta di una entusiastica difesa del giornale nei confronti dei suoi detrattori e di una velleitaria aspirazione a
farne un foglio di diffusione nazionale.
«Se potessero capirla» è frase rivolta a tutti coloro che vedono nel foglio «la bandiera
della ribellione» o addirittura «il prodromo di uno scisma più o meno lontano»; e non comprendono il vero spirito del giornale che invece «dovrebbe essere né più né meno che un
giornale di penetrazione e di propaganda popolare, e di avanguardia nella lotta delle idee».
Chi non capisce la «Plebe» è colui che vive in una realtà avulsa dalla società moderna
«nella quale non sono più i genii o le manovre diplomatiche di superuomini isolati che si
impadroniscono del popolo e della vita, ma le forze collettive, vigorose, pronte e
organiche».
L'articolo è rivolto a tutti quelli che, calati nella realtà cristiana, vogliono farsi portavoce
delle nuove forze sociali e usare la «Plebe» come strumento di conquista e di penetrazione
sociale; ma per «non adombrare certa gente già troppo ombrosa» il Bocconi si affretta a
specificare che non è intenzione della «Plebe» monopolizzare un movimento così importante come la d.c., essendo lo spazio di azione sufficiente per tutti, ma si vuole semplicemente
denunciare la carenza di strumenti atti alla propaganda sociale. Infatti tutti i giornali adibiti
30
a questo scopo sono locali, privati o «ufficiali», cioè legati ad «autorità venerande o comitati
autorevoli» (chiara l'allusione al Comitato Diocesano di Reggio e al giornale l'Azione
Cattolica, da sempre nemico della «Plebe»).
«Un giornale invece nazionale, più libero, sebbene mai anarcoide e tanto meno ribelle, più
maneggevole, di proprietà collettiva, potrà, di fianco ai più gravi ed autorevoli confratelli,
fare un gran bene: e tale vogliamo che sia la «Plebe». Dall'articolo emergono le istanze
democratiche e popolari che animano il movimento radicale cristiano e che vogliono fare del
giornale lo strumento di propaganda e penetrazione di idee avanzate. Da qui le accuse all'ala
inquadrata della d.c., che si professa democratica cristiana in modo assolutamente anacronistico, non facendosi portavoce dal basso delle reali esigenze delle masse popolari.
La necessità di un giornale nazionale e di tutti, quindi non monopolizzato, che possa
estendere la battaglia a un terreno il più vasto possibile ha come retroterra i Propositi di
parte cattolica di Murri, dove è denunciata l'insufficienza della stampa locale e periodica.
«Datemi in fine un grande giornale, un giornale vero di cultura e di propaganda d'avanguardia, un grande giornale; ... e io vi creo, in dieci anni, un grande partito cattolico
nazionale»25.
Il secondo manoscritto, intitolato Il principio della fine Mirmica piange Marchi, attento!!
Aneddoti e Conclusione, si ricollega alla critica serrata e pungente al mondo clericale che
puntualmente troviamo sul giornale, e che prende di mira non solo i più autorevoli esponenti
ecclesiastici, ma anche i cosiddetti preti mestieranti, che con il loro comportamento finiscono per legittimare l'azione deleteria dell'anticlericalismo.
earticolo di Bocconi viene pubblicato sulla «Plebe» il 5 agosto 1906 col titolo: Mirmica
in gran da fare. Aneddoti storici. Bersaglio è il famigerato «Mirmica», pseudonimo con cui
il canonico Cottafavi, presidente del Comitato Diocesan026 , firmava i suoi articoli sul foglio
diocesano «e Azione Cattolica», che secondo il Bocconi è l'organo personale di Mirmica.
Il Presidente del Comitato Diocesano viene nell'articolo definito
l'antico lustrascarpe, che sempre ha strisciato e striscia ancora sotto la sottana delle
Eccellenze.
Povero Mirmica! Nel leggere il tuo giornale dove vorresti farti credere un d.c. ci siamo sentiti
stringere il cuore non già per te ma per quella democrazia per la quale sorse in Reggio un
fascio fiorentissimo e che tu e i tuoi cagnotti con le solite arti che tanto vi distinguono voleste
strozzare sin dal suo nascere.
Cottafavi viene pesantemente accusato di essere stato il fautore dell' alleanza cleri comoderata, e di aver quindi negato di fatto la d.c. a favore delliberalismo. Ma non solo: «Due
altre enormità poi ha commesso il nostro Mirmica. La prima è il pretendere che un Mons.
Marchi (il Vescovo, n.d.r.) cooperi in modo speciale, compia un fatto nuovo, sostenga e faccia progredire l'azione cattolica diocesana. La seconda è quella di affermare che lo stesso
Mons. prediliga e tuteli con saggezza e cuore l'azione cattolica diocesana».
La cosa risulta inconcepibile, a meno che il Vescovo Marchi, conservatore per vocazione,
«sempre per virtù di MIRMICA, (non) sia di un tratto diventato un caldo apostolo della d.c.
e il sostegno più valido dell'azione cattolica di Reggio. Povera democrazia e povero cattoli.
Clsmo.».
Ricordiamo che il Vescovo Marchi agli occhi dei Plebei era sempre apparso come colui
che aveva rinnegato il movimento democratico cristiano così proficuamente incoraggiato dal
suo predecessore, il Vescovo Manicardi che, sensibile ai problemi delle masse popolari, si
,
31
era sempre mostrato benevolo nei confronti della d.c.; allo stesso modo il canonico
Cottafavi era succeduto, quale presidente del Comitato Diocesano, al canonico Francesco
Poletti, fondatore dei primi fasci d.c. 27 •
L'articolo prosegue riportando un aneddoto. «Il primo atto di Mons. Marchi quando
capitò a Reggio in favore della religione, fu quella famosa lettera indirizzata al Sindaco, ove
fra le altre galanterie c'era anche questa veramente Marchiana: la religione è un affare
privato .... Questo che fu un vero scandalo pubblico, è invece, secondo Mirmica e compagni, un sostenere e difendere la religione cattolica, apostolica, romana».
L'articolo continua con altre critiche al Vescovo:
Un bel giorno saltò il ticchio a Mons. Marchi di tenere una conferenza nella Sala Ferrari a
tutte le Associazioni Cattoliche - nessuno però ha ancora saputo preciso di quali argomenti
abbia egli voluto trattare; ... Le parole del Marchi non furono, in sostanza, che una solenne
smentita a tutto il movimento democratico cristiano voluto e comandato sino a allora dalla
Santa sede. E dire che i ribelli, secondo Mons. Marchi siamo sempre noi. Quella e disgraziatissima cicalata fu per noi la sentenza di morte della democrazia cristiana, ma secondo
Mirmica e gli altri dell'Azione Cattolica si chiama fare della buona e saggia propaganda
democratica cristiana. Nell'occasione che venne riaperto l'alunnato interno dell'istituto
Artigianelli, Monsignore non mancò all'appello e, per dare prova del suo attaccamento alla
Santa sede, ... chiuse il suo discorso gridando con quanta voce aveva: Evviva il re, evviva il
papa, ma questo lo pronunziò in modo più sommesso, forse per non guastare l'effetto magico
prodotto dall'evviva il Re e perché nessuno pensasse che avesse gridato evviva il Papa-re.
Naturalmente venne da tutti disapprovato l'atto compiuto dal nostro Vescovo, ma egli sorridendo e salutando, come sempre, se ne andò felice e contento di avere dato una prova di più
del suo attaccamento alla causa cattolica non ché del suo entusiasmo per il papa.
Il tono usato e la veemenza delle accuse nei confronti di persone autorevoli sono già di
per sé molto eloquenti. Il Canonico Cottafavi rappresenta agli occhi di Bocconi 1'involuzione del cattolicesimo, un tempo fiero delle sue rivendicazioni contro uno Stato laico fino
all'ateismo, ma ora quasi timoroso e vergognoso del suo passato antitemporalista, reso egregiamente da quell'immagine dipinta dal Bocconi del Vescovo che ha paura di essere frainteso per una eventuale invocazione al Papa-re.
Ai Plebei non sfugge una parola del Canonico Cottafavi: pochi mesi prima sulla «Plebe»
venivano riportate le parole di quest'ultimo che, in contraddizione con se stesso e con il suo
modo di agire, definiva la borghesia italiana <<una carcassa in via di dissoluzione», - ma
allora - si domanda l'articolista - perché ci si ostina alla assurdità di una alleanza clericomoderata28 ?
La «Plebe» rivendica per sé il ruolo di vera democrazia cristiana, essendo favorevole alle
organizzazioni operaie e contro la borghesia sfruttatrice.
Tra le carte di Ruffini si trovano altri due manoscritti del Bocconi rimasti inediti.
Il primo, intitolato Perché erano Plebei, non è datato ed è firmato Cola di Rienzo.
L'anonimo autore, dopo aver dichiarato di essere stato in seminario ammiratore entusiasta
del Murri, ci riassume la pastorale di un non ben identificato Vescovo abruzzese (in seguito
rimosso dall' incarico), nella quale viene esaltata 1'opera sociale di Leone XIII e definita
invece deleteria quella dell'attuale pontefice (le ragioni del perché di un simile giudizio non
ci vengono riportate). Al di là delle affermazioni, a dire il vero un po' «campate in aria», in
quanto non suffragate da adeguate spiegazioni (forse per questo motivo il pezzo non venne
pubblicato), quello che va messo in evidenza è che l'esaltazione dell'opera di Leone XIII è
32
un tema tipico anche del vecchio Bocconi29 • Il testo si conclude con l'esortazione ad astenersi dal voto alle elezioni politiche, per non impinguare i clerico-moderati.
I.:altro manoscritto, dal titolo O rinnovarsi o nascondersi, ossia el difeto xe nel manego, è
molto interessante, trattandosi di un'aspra polemica nei confronti del rettore del Seminario
di Reggio, che sappiamo, tra l'altro, essere autore di una lettera dove si accusa il Bocconi di
appartenere alla «Plebe»30. Purtroppo il manoscritto non è datato, ma non è escluso che a
quel tempo il Bocconi fosse già stato scoperto, il che spiegherebbe l'accanimento dimostrato contro il Rettore del Seminario. Ecco parte del testo:
Vi è della gente al mondo destinata proprio a vivere in mezzo alla società per sola disperazione a tormento del prossimo.
Questa malaugurata genìa s'è infiltrata un po' da pertutto; specialmente poi ha diramato e
mantiene ancora i suoi viscidi tentacoli fra il ceto ecclesiastico ove l'idea dell'essere umano,
l'idea della libertà, di quella vera e santa libertà di cui parla S. Paolo, trovasi allo stesso stessissimo livello della cultura intellettuale impartita nei Seminari.
Questi ciechi non s'accorgono ancora che il mondo cammina, che certi metodi hanno fatto il
loro tempo; in una parola, dovrebbero capire che se certe istituzioni e certi principi, assai
discutibili del resto andavano ancora discretamente un cinquant'anni fa ora però sono perfettamente inutili per non dire assolutamente dannosi al giovane clero che, educato nei
Seminari, è tenuto in alcuni di questi troppo a dislivello dell' odierna cultura degli istituti laici
ed è mantenuto affatto estraneo ad ogni movimento sociale vivendo nell'ignoranza e nel servilismo di tempi ostrogoti. A questi microcefali, cui per triste fatalità di cose è affidata ancor
oggi l'educazione del giovane clero, speranze della chiesa e della società, Chiesa e società
che vive non già nel mondo della luna o ai tempi nei quali la Berta filava, ma che vive e palpita in pieno secolo XX'"' a questi microcefali diciamo semplicemente: O rinnovarsi o
Nascondersi .... Però certi direttori di Seminari, ... godono oggi la privativa di essere superlativamente specialisti in materia d'ipocrisia e di sapere perfino così bene legalizzare e moralizzare le loro birbanterie da sembrare agli occhi dei semplici la gente più onesta e coscienziosa di questo mondo ... Quando queste cariatidi hanno tra i piedi o veggono di malocchio
qualcuno, ma non hanno del resto troppo giusto motivo per disfarsene o punirlo come desidererebbero, essi però sanno trovare il modo di farlo egualmente senza che per questo la loro
troppo delicata coscienza ne scapiti. Ma in che modo? ecco fatto: portano in campo la teoria
dell'ex informata coscientia, ... Teoria questa, come ognuno vede, assai comoda e che in
mano poi a questi fanciulloni diventa troppo spesso un'arma potentissima e micidiale.
La conclusione è che il prete della «Plebe» diventa il capro espiatorio. Ed è questo ciò che
esattamente accadde al Bocconi, costretto ad abbandonare la sua avventura nel periodico a
seguito di un richiamo ufficiale con l'imposizione di cessare ogni rapporto con il giornale.
La prova di tutto ciò ci è fornita da una lettera inviata dal rettore del Seminario Diocesano
Antonio Colli al Cardinale Raffaele Scapinelli31 , in cui emergono i nomi dei sacerdoti inquisiti e più volte richiamati alla disciplina. Tra essi figura don Luigi Bocconi. Alla luce di
questo documento è facilmente intuibile la ragione di tutto il rancore riversato dal sacerdote
su chi lo aveva accusato apertamente di essere uno dei collaboratori della «Plebe».
D'altronde le reazioni da parte della autorità ecclesiastica erano da aspettarsi, come ci
conferma la lettera.
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Monsignore carissimo,
A togliere dalla nostra coscienza ogni responsabilità e per concorrere, in quanto può dipendere da noi, a togliere la causa di gravissimi scandali che accadono, crediamo necessario farvi
esposizione di un fatto, nel quale, almeno in parte, pur voi foste chiamato a portar giudizio.
Di questa esposizione farete con chi di ragione32 quell'uso prudente che vi parrà necessario o
conveniente.
Il 21 maggio 1905 33 • cominciò qui in Reggio la pubblicazione di un periodico, sedicente
Democratico Cristiano, intitolato La Plebe che continuò e continua anche presentemente, coll'aggiunta di reietti34, a comparire quasi in ogni settimana. 8Autorità Diocesana, vedendo la
pessima piega che La Plebe aveva e il male che poteva fare al giovine clero inesperto, al
popolo e alle Associazioni Cattoliche giovanili, i quali e le quali si scandalizzavano all'esposizione di teorie che erano erronee riguardo la fede e sentivano di socialismo, scrisse ai quattro preti, che erano in voce di esserne gl'ispiratori e i collaboratori, una lettera colla quale
domandava esplicitamente se essi fossero stati gli autori degli scritti apparsi fino allora nel
giornale. I quattro preti erano: Don Domenico Benevelli, Don Rodrigo Levoni, Don Luigi
Bocconi e Don Rodolfo Magnani. Il Don Bocconi non rispose mai ... 35.
8Autorità Ecclesiastica allora diede ad una Commissione l'incarico di esaminare per bene i
quattro numeri del giornale che fino allora erano stati pubblicati, e la Commissione con suo
referto dell'8 Luglio 1905 dichiarò: l - Che il giornale La Plebe era di natura tale da non
permettere ad un prete o ad un cristiano qualsiasi la collaborazione; 2 - Che gli scrittori di
esso avevano incorso in grave colpa a stendere e a pubblicare gli articoli; 3 - Che era intollerabile il permettere a sacerdoti di continuare ad essere gli scrittori; ... (ci si sofferma sulla
risposta di Don Benevelli) 5 - Che se la cosa fosse stata deferita al S. Ufficio, certamente da
questo sarebbero stati presi i più gravi provvedimenti. Ma non o'stante il voto della
Commissione, l'Autorità Ecclesiastica nulla fece di ciò che era stato proposto e La Plebe
continuò indisturbata ad uscire collo stesso spirito, e, secondo la comune persuasione, sotto
la direzione e l'assidua collaborazione dei quattro suddetti sacerdoti.
A questo punto mons. Colli si sofferma sulla vicenda di Levoni e Benevelli, lamentando il
fatto che non vengano presi nei loro confronti adeguati provvedimenti disciplinari, sottolineando più volte la leggerezza delle autorità ecclesiastiche.
Alla fine, però, le autorità ecclesiastiche si muovono e questi sono gli esiti: don Rodrigo
Levoni, sospeso a divinis, abbandona definitivamente la Chiesa e lo stesso accade a
Rodolfo Magnani; Benevelli e Bocconi, invece, ubbidiscono.
Don Luigi Bocconi si ritira in silenzio e con la massima riservatezza, atteggiamento già
evidente nella decisione di non controbattere alle accuse rivoltegli dalle autorità (nella lettera, infatti, leggiamo: «Don Bocconi non rispose mai»). Da quel momento la vita del sacerdote diventa quella di un tranquillo parroco di campagna, come emerge dal suo diario.
Tra alti e bassi l'avventura del periodico si conclude il 31 dicembre del 1907, ma a quella
data don Luigi Bocconi probabilmente era già uscito dalla redazione. La prova della sua
ubbidienza, suffragata anche dal «non rispondere» alle accuse evitando di difendersi (come
invece avevano fatto Levoni e Benevelli), sta in una pubblicazione che appare nello stesso
anno che è tutto fuorché modernista; parlo del libro San Prospero di Aquitania e il giudizio
della Storia.
Una «patente» di ortodossia
Nel 1907 viene data alle stampe l'opera di cui Bocconi è coautore insieme al sacerdote
Basilio Borelli36 • Come risulta dal sottotitolo, Studio critico intorno alla nota questione dell'aquitanità del santo protettore di Reggio, il contenuto è teso alla dimostrazione dell'identità del Patrono di Reggio Emilia, S. Prospero, con l'illustre Prospero di Aquitania, per con-
34
futare tutti coloro che mettevano in dubbio l'identità dei due personaggi, tra cui il canonico
Saccani nella sua Crono tassi di Vescovi Reggiani.
All'apice della crisi modernista, di cui il 1907 è l'anno cruciale, un'opera volta alla difesa
delle più antiche tradizioni cattoliche e pronta a dare lustro a personaggi tanto importanti
per il culto popolare non poteva che ricevere il plauso della Santa Sede, come risulta da una
nota inviata ai due autori. «Il Santo Padre ha espresso la sua viva compiacenza per tale
opportuna pubblicazione e ne ha altamente lodato lo scopo, quale si è quello d'infervorare
nel popolo l'assopita divozione verso il Santo Protettore, difendendola dalle perniciose ed
esagerate critiche moderne»3?
Leggendo queste parole ci risulta difficile ricordare il Bocconi della «Plebe», qui ricondotto addirittura a fungere da paladino del tradizionale atteggiamento cattolico in materia di
critica storica.
Il libro su S. Prospero segna l'inizio di un dibattito tra sostenitori e detrattori della tesi
espressa nel libro.
Tutto comincia quando il sacerdote Borelli scrive una introduzione a tergo del frontespizio, dove viene asserito che ci sono persone che non sanno fare altro che spargere il dubbio
e gettare lo scetticismo sulle tradizioni per la semplice smania di apparire moderni, riferendosi al canonico Saccani, qui accusato di seguire il razionalismo incredulo d'oltralpe.
In risposta a tutto questo, verso la fine di ottobre dello stesso anno, si diffonde a Reggio
Emilia un foglietto volante, senza nome dello stampatore, contenente la traduzione di un
articolo comparso sul giornale periodico belga «Analecta Bollandiana»38, firmato A.P. (che i
traduttori provvedono a rendere per esteso: Alberto Poncelet) dove viene precisato che la
questione sull'identificazione di S. Prospero Vescovo di Reggio nel V secolo con il dotto
teologo S. Prospero d'Aquitania è «puramente storica e di importanza secondaria» e che la
suddetta tesi «non ha nulla di moderno, anzi al contrario da almeno due secoli è stata sostenuta dagli scrittori ecclesiastici più virtuosi e più eminenti». Sul libro del Bocconi viene
inoltre dato un giudizio totalmente negativo, in quanto pieno di errori e imprecisioni, carente sul fronte del metodo storico ed eccessivamente intriso di «spirito di campanile».
Tali asserzioni provocano un nuovo contrattacco, e in uno scritto successiv039 vengono
accusati gli avversari di «intorbidire gli animi» di tutti coloro che venerano il Santo Patrono,
come se la Chiesa cattolica proponesse il culto di Santi mai esistiti, e di essere «dei più esagerati modernisti; poiché se avessero letta ed accolta non collo spirito di campanile, ma con
vero spirito di Sacerdoti Cattolici, l'Enciclica del Sommo Pontefice Pio X, in data dell'8
settembre 1907, ricorderebbero che si vieta che siano agitate nei giornali o in periodici, quistioni su pie tradizioni».
Relativamente al Bocconi sorgono allora spontanee due domande: come giustificare un
cambiamento così repentino di posizione? la sua era convinzione reale o era la maschera di
un comportamento dettato dalle circostanze contingenti che il sacerdote era costretto a tenere per rimanere a tutti gli effetti nella Chiesa cattolica?
Per giungere ad una conclusione dobbiamo vedere se Bocconi era stato o no in qualche
modo un modernista e a questo punto occorre fare una distinzione tra modernismo, diciamo, «europeo» e modernismo «sociale» alla Murri.
Da quello che abbiamo dedotto dalla lettura del libro su San Prospero possiamo escludere
che don Bocconi potesse ascriversi a un modernismo europeo, come ci conferma la presa di
distanza che ebbe nei confronti dell'opera la «Rivista storico critica» del Buonaiuti, la quale
mise in evidenza come tutti i critici più competenti, dal secolo XVII a oggi, avessero sfatato
la leggenda reggiana di cui i sacerdoti Bocconi e Borelli si facevano agguerriti sostenitori, e
35
accusò i due di ignorare «la forza degli argomenti e il peso delle autorità»40.
Quindi, se per modernismo intendiamo la presa di coscienza della sfasatura esistente
nella cultura religiosa cristiana con la coeva cultura «altra», soprattutto in relazione al metodo critico storico, è chiaro che don Luigi Bocconi non è un modernista alla Loisy. Ma il
fatto che nel 1907 il Nostro si trovi su queste posizioni non significa che al tempo dei primi
anni della «Plebe» egli avesse accettato il modernismo storico-critico: un'anima tradizionalista in materia di critica storica poteva benissimo coesistere con un'altra socialmente progressista, tanto più che in Italia il modernismo si concretizzò, grazie all'opera del Murri,
soprattutto in campo politico-sociale.
Resta quindi da vedere se don Luigi Bocconi possa essere in qualche modo riconducibile
a quel «modernismo» più pratico che teorico che prese atto di quel grosso cambiamento che
era intervenuto nell'assetto sociale a seguito della seconda rivoluzione industriale e del fatto
che la Chiesa cattolica rifiutava di adeguarsi alla nuova situazione, restando arroccata su
posizioni di stampo precapitalistico pienamente anacronistiche.
Che il Bocconi avesse rilevato l'esistenza di una questione sociale è un dato di fatto,
come testimoniano la sua militanza nei fasci d.c. e nel movimento Plebeo.
A questo punto si può concludere che il libro su San Prospero sia stata la risposta che il
sacerdote ha voluto dare alla autorità ecclesiastica per procurarsi una patente di ortodossia e
per sancire in modo più convincente il suo rientro nei ranghi tradizionali del clero; tutto
porta così a pensare che il cristianesimo sociale fu dal Nostro accantonato solo per necessità
contingenti.
Tale voltafaccia, se così lo si può definire, risulta comprensibile se si leggono gli eventi
alla luce del contesto storico particolare in cui si vennero a manifestare.
La Pascendi, che esce proprio nel 1907, non lascia scelta: se si vuole rimanere nella
Chiesa è necessario ubbidire; in questo modo il cattolicesimo di inizio secolo perse le menti
più «moderne» e capaci di infondere una vera e propria scossa di rinnovament041 .
L'apostolato a Coviolo: dalla d.c. all'accettazione del fascismo
Per capire quello che successe nella vita di don Bocconi dopo la parentesi plebea è necessario consultare la fonte di notizie più preziosa, vale a dire il diario personale che il sacerdote tenne dopo che entrò in possesso della parrocchia di Coviolo (19 ottobre 1909).
In questi primi anni quello che preme al sacerdote è mettere in luce alcune novità concernenti le pratiche di culto, come ad esempio la ripresa dell' effettuazione della processione
del SS. Sacramento la terza domenica di ogni mese42 , la collocazione dell'Esercizio della
Via Crucis nelle domeniche di quaresima invece che nei giorni feriali «quando non interviene nessuno»43; il fatto di cantare un Te Deum per la conclusione della pace italo-turca, sottolineando come non sia affatto consuetudine cantare un Te Deum per motivi politici e mettendo in evidenza come il parroco sia all'avanguardia nella diocesi44 .
Da tutto ciò possiamo arguire il desiderio di novità che anima l'apostolato a Coviolo di
don Bocconi, che fa emergere la figura di un sacerdote attento a rinfocolare il culto nei suoi
parrocchiani, mettendo in risalto i risultati positivi ottenuti, come, per esempio, la somministrazione di un copioso numero di eucarestie45 .
Per il resto il diario contiene annotazioni varie riguardo alla vita della parrocchia: dalle
osservazioni meteorologiche che interessano la popolazione contadina, alle notizie generali
riguardanti la vita dei fedeli, come incidenti, morti, furti ecc.
Da alcune note sappiamo che don Bocconi legge regolarmente «L'Avvenire d'Italia» e
l' «Azione Cattolica»46.
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In mezzo a tutta questa congerie di notizie, apparentemente senza rilevanza, la politica
entra, per così dire, in modo casuale tra una annotazione e l'altra.
Un'unica nota nostalgica nei confronti della democrazia cristiana è in corrispondenza del
15 maggio 1915, anniversario della costituzione del Fascio democratico cristiano in Reggio
Emilia: «In tempi migliori era la festa della Democrazia Cristiana, ma i tempi sono mutati,
perché si son mutati gli uomini».
Una nota antiliberalista è il 2 luglio del '16, in corrispondenza del racconto della morte
del conte Ferrante Palazzi Trivelli, assistito dal Bocconi, dove leggiamo: «Mi diceva il povero Conte, e lo diceva convinto di affermare una grande verità, che illiberalismo è stato la
maledizione d'Italia. Poche parole ma assai eloquenti. Il conte Ferrante Palazzi fu un vero e
convinto Cattolico, ecco tutto».
Pesanti accuse vengono lanciate nei confronti della Massoneria, contro la quale il sacerdote prende posizione in occasione di un famoso processo che carpisce l'attenzione del
popolo reggiano per diverse settimane: l'omicidio di un certo Domenico Fomaciari avvenuto la notte del 9 agosto 1910 a opera di tale Cesare Casalotti, accusato in quanto debitore
della vittima e per il fatto che con essa aveva cenato la sera stessa dell'omicidio per regolare
i conti in sospeso. Il processo in questione occupa quasi giornalmente intere pagine dei
maggiori giornali: la liberale-moderata «Italia Centrale» si schiera a favore dell'imputato,
mentre «La Giustizia», socialista, è decisamente contro.
Quest'ultima mette in luce la carenza delle indagini preliminari e accusa l'istruttoria di
essere stata «timida lenta e imperfetta», facendo presente che il delitto non è che un pezzo
del mosaico di un quadro ben più atroce e grave, frutto di ambienti corrotti e di gente senza
scrupoli; sotto accusa è posta la commistione tra affari e politica, di cui i partiti dominanti
sono l' espressione47 •
Il Bocconi, in linea con il quotidiano socialista, non esita a prendere posizione contro
l'imputato: in occasione della chiusura del processo, il 22 giugno scrive sul diario che l'assoluzione non ha soddisfatto nessuno, mentre l' «Italia centrale» titolava a piene lettere
L'assoluzione di Casalotti, elogiando la magnifica arringa dell'onorevole Berenini, avvocato della difesa.
Nelle pagine successive del diario troviamo altri riferimenti alla vicenda: quando il padre
della vittima ripara alla sentenza di assoluzione dell'imputato, facendosi giustizia da solo, il
Bocconi commenta: «La notizia di questo fattaccio produsse nel pubblico miglior impressione che non avesse prodotto l'assoluzione del Casalotti .... Vendetta rende eguali 1'offeso e
1'0ffensom48 •
E quando il vecchio Fornaciari viene assolto a sua volta, il sacerdote considera questo
fatto inevitabile, dal momento che il secondo delitto è stata la prevedibile conseguenza dell'ingiusta assoluzione dell' imputato Casalotti49 •
In tutta la vicenda il periodico diocesano «8Azione cattolica» mantiene una posizione di
distacco: commentando la sentenza si limita a sottolineare che forse, nel dubbio, i giurati
non si sono sentiti in coscienza di condannare l'imputat050 , mentre «La Giustizia» scrive che
i veri vinti al processo sono state le autorità inquirenti, la cui imperizia e inettitudine è più
volte emersa nel corso dell'istruttoria51 •
Critica è la posizione del Bocconi nei confronti dello stato liberale e del suo rappresentante, il re. In occasione dell'attentato del 14 marzo del 1912 ne dà notizia con queste parole:
«Viene attentata la vita al cosiddetto Re D'Italia», lasciando emergere una totale mancanza
di stima nei confronti del sovrano.
Altrettanto eloquenti sono le frecciate contro l'incompetenza delle forze dell'ordine:
37
«Nella notte fra il 26 e il 27 aprile i ladri sempre più incoraggiati dalla polizia che non riesce mai a scoprirne uno, sforzato l'uscio della stalla di Simonazzi Sante di Coviolo gli portarono lontano la cavalla»52.
Da questo possiamo arguire che se nel corso del suo apostolato a Coviolo vi fu in don
Bocconi una «involuzione», questa non andò nel senso liberaI-moderato.
Sono del resto presenti anche accuse nei confronti del socialismo; in una annotazione un
rilievo antisocialista compare tra le righe: «Perdurando la siccità, per cui lo sconforto il più
desolante ha invaso i grossi cuori contadineschi mentre il bel sol dell'avvenire va sempre
più ottenebrando si, pensai di indire un Triduo ai SS. Protettori della Parrocchia»5).
Più aspro è invece l'attacco in occasione di una vicenda occorsa ad una sua parrocchiana,
accusata da una cooperativa socialista di aver venduto generi alimentari senza licenza e di
avere defraudato il dazio, accusa rivelatasi poi infondata e quindi calunniosa. CosÌ il nostro
commenta il 7 novembre del '13: «gli aguzzini suonatori della Cooperativa socialista rimasero colle pive nel sacco e ben suonati. Veri assassini».
Dal commento conseguente al fallimento di una cooperativa socialista in città, emerge
una critica del comportamento delle autorità ecclesiastiche nei confronti del socialismo:
Coviolo, unica fra tutte le ville del nostro Comune, porta ora il vanto di avere saputo togliere
senza scosse, senza disguidi, 1'onta di una Cooperativa socialista. Quando penso a quei giovincelli di Parroci che col prendere di fronte le associazioni anticlericali danno loro sempre
maggior vigore, mi dichiaro contento della tattica da me seguita, tattica condannata in alto
loco, ma efficace, cristiana e civile. Divide et impera! ecco la base di questa mia condotta
politica54 •
Netta ed esplicita è la presa di posizione nei confronti della politica interventista nella
prima guerra mondiale.
Quando il 23 maggio 1915 viene registrata l'entrata in guerra dell'Italia, il solo commento è che «pare che il motivo principale, o forse unico, sia Trento e Trieste: e se dovessimo
perdere il costo?!».
Notizie riguardanti il conflitto mondiale si inframmezzano ad altre concernenti la parrocchia, e quello che il sacerdote mette in evidenza è che la guerra voluta dalle potenze non è
la guerra dei cittadini, e lo stato d'animo che accompagna i soldati non ha niente a che
vedere con il patriottismo sbandierato dai giornali e dal governo. Quando alcuni suoi parrocchiani tornano a casa in convalescenza a seguito di ferite riportate cosÌ commenta:
«Presto dovranno tornare al fronte, ma non certo con quell'entusiasmo di cui parlano i giornali venduti all'oro inglese ed alla setta. Per fortuna che chi dirige le operazioni di guerra
ignora perfettamente la verità circa l'entusiasmo popolare per la guerra, altrimenti sarebbe
il caso di darsi alla disperazione dichiarando fallito in Italia ogni senso patriottico»5s.
Quando il 26 settembre del '15 in un paese vicino arrivano dei prigionieri austriaci il
sacerdote scrive: «Chissà come la loro condizione sarà invidiata ai nostri valorosi soldati
che si trovano al fronte».
Di fronte allo sconcerto dei soldati, la propaganda per le avanzate dell'esercito viene
definita «la solita sbandierata per le solite avanzate dei nostri»S6.
Il 28 agosto 1916 leggiamo: «I:ltalia militare, neoimperialista, ha sentito adesso il bisogno di dichiarare la guerra alla Germania .... E dire che della Germania come non abbiamo
mai fatto senza così non potremo mai fare senza. Le industrie il commercio lo sanno,
i nostri operai sfamati dalla Germania lo dicono né potranno mai dimenticarlo».
38
In un'altra nota, il 14 agosto 1917 leggiamo:
Sui fronti la stessa musica e lo stesso andare e venire senza concludere nulla. Le solite ciarle
di ministri e generali: le solite conferenze per parte sempre di quelli della cosiddetta intesa.
Nuovo invito del Papa alla Pace, anzi una nota a questo scopo è stata inviata a tutte le potenze
del mondo. Ma anche Benedetto XV dovrà poi persuadere se stesso che il fine unico della
guerra attuale è, pei signori dell'Intesa, lo schiacciamento degli imperi Centrali; e il fine
della Massoneria e del Socialismo sarà la rivoluzione sociale. Ecco a che cosa condurrà questa guerra.
Da queste ultime righe risulta come vengano accomunati in un unico fascio Liberalismo e
Socialismo, visti ambedue come la rovina d'Europa. Il Bocconi sembra qui essere tornato
sulle posizioni della conferenza ai soci del fascio d.c. del 190257 •
Con atteggiamento quasi da crociato viene rilevato almeno un fatto positivo della guerra:
la liberazione di Gerusalemme dalla vergogna della dominazione turca. Null' altro si salva e
quello che è considerato eroismo dallo Stato è per il sacerdote tutt' altra cosa:
Giunge notizia dell'impiccagione a Trento per alto tradimento, dell'Onorevole Cesare Battisti
cosÌ caro ai nostri interventisti e nazionalisti radico-social-massonici. Pare che la corda che
ha servito per quel delinquente di Oberdan abbia da servire ancora per un pezz0 58 ... Grandi
onoranze Reggio per Cesare Battisti appiccato dagli austriaci per aver combattuto contro la
propria patria. La sua lapide è stata inaugurata presso a quella di G. Garibaldi l'eroe dei due
mondi e che adesso sarà certamente diventato l'eroe dei tre mondi dal momento che è partito
per l'altro mondo ove avrà compito qualche d'una delle sue belle gesta anche là; se gli avranno lasciato il tempo e la forza di farl0 59 •
Dalla lettura del Diario risulta difficile capire quale fosse esattamente il pensiero politico
del sacerdote, per cui viene spontanea una domanda: aveva o no abbandonato le posizioni
radicali che avevano caratterizzato i suoi anni giovanili?
Iniziamo col vedere cosa rimane del vecchio Bocconi.
Senz'altro la feroce critica al Seminario. Una serie di riflessioni in proposito ci è offerta
in occasione del suo soggiorno presso il seminario di Albinea dove hanno luogo gli Esercizi
spirituali indetti per il clero, nelle quali si denuncia lo sperpero di denaro avutosi per i lavori
di ampliamento della struttura, a suo avviso completamente inutili data la penuria di seminaristi in quel luogo. Discutibile è stata per il Nostro la decisione di sopprimere il vecchio e
fiorente seminario di Marola, in montagna, a favore di questo di Albinea, sulle prime colline
e quindi più vicino alla città, ma senza seminaristi, con il risultato che a Reggio non esiste
un Seminario. La colpa è dello «spirito megalomane di qualche testa esaltata leggiera ed
inesperta». Non si è mai pensato che «le vocazioni al sacerdozio si rivelano fra i figli della
povera gente? Non si è mai pensato che pochissimi sono i giovani di città a farsi prete,
pochi quelli del piano, molti invece quelli delle nostre montagne?»60.
Continuando la descrizione viene deprecato l'arredamento dei nuovi ambienti, troppo
sontuoso, adatto più ad una bella sala piuttosto che ad un luogo liturgico.
Questa la conclusione: «Amministratori megalomani, privi di criterio e pieni solo di boria
e tracotanza; Dio ha permesso che quel lavoro ingiustamente trattenuto ai bisogni di tante
povere parrocchie e che avrebbe dovuto essere impiegato in utili istituzioni a profitto della
gioventù e delle scuole cristiane, venisse in un modo inutile e vergognoso così sperperato!
Voi avete fatto questo e il governo vi toglierà il resto».
39
Il Seminario urbano era stato uno dei preferiti bersagli polemici della «Plebe», in linea
con una certa tradizione murriana inaugurata con le famose Lettere sulla cultura del Clero.
Fino a questo punto è stato possibile chiarire le più evidenti analogie tra il Bocconi parroco di Coviolo e il Bocconi plebeo cristiano-sociale; è però indubbio che l'esilio coviolese
abbia determinato nel sacerdote un certo processo involutivo che culminerà con l'accettazione, come vedremo, del fascismo. È infatti possibile cogliere nel diario alcune avvisaglie
di un cambiamento in atto.
Uno degli atteggiamenti più ambigui del Bocconi, ambiguo soprattutto se paragonato al
suo passato Plebeo, è dato dal rapporto che ha con i contadini della parrocchia: di essi ci
vengono lasciati ritratti poco lusinghieri che lasciano intravedere una presa di distanza da
questa popolazione.
Dalle pagine del diario emerge lo stereotipo del contadino legato all'interesse materiale,
ignorante, poco incline alla spiritualità, molto superstizioso e poco intelligente. Da una
delle annotazioni emerge il ritratto sommario del contadino tipo:
Alle ore l e mezza di notte muore per tetano all'ospedale di Reggio il contadino Giuseppe
Tagliavini di quasi ventisei anni mezzadro del Beneficio Parrocchiale di Coviolo. Fu un contadino nel vero senso della parola, intelligente di agricoltura, di bestiami, lavoratore indefesso, dedito al vino, di cuore largo; ma ignorante in tutto il resto, caparbio, litigioso, superstizioso più che religioso, fedele al padrone, più fedele all'interesse 61 •
Nel diario viene più volte sottolineato il loro vizio di bere, l'avarizia, l'inclinazione al turpiloquio e alla bestiemmia facile, e persino l'inconsiderata prolificazione, ironizzando sul
fatto che i contadini prendono troppo alla lettera il comandamento «crescete e moltiplicatevi», del quale non ce ne sarebbe proprio bisogno.
Viene più volte rimproverata la noncuranza del culto religioso quando questo è in contrasto con le esigenze della campagna: se per esempio una determinata attività agricola deve
essere effettuata di domenica, i contadini non assistono alle funzioni religiose. Il sacerdote è
in questi casi costretto a transigere a malincuore, pur non condividendo le esigenze della
popolazione la cui vita è realmente legata al raccolt0 62 •
Un ritratto veramente terribile emerge dalla descrizione di un ricevimento di nozze al
quale il sacerdote è stato invitato:
Alla sera ... intervenni invitato a Cena con l'Arciprete. Volli fare un'eccezione alla regola
trattandosi di una mia contadina. Ma non è bene, anzi è male, che un Prete e specialmente un
Parroco intervenga a nozze di contadini a questi chiari di luna. È vero che Cristo santificò di
sua presenza le nozze di Cana, ma Cristo era Cristo, e gli invitati a quelle nozze avevano per
lo meno più educazione e certamente più moralità.
Che cosa volete che santifichi oggi giorno la presenza di un Sacerdote alle Nozze? Il turpiloquio, gli atti volgari ed osceni nei quali tutto si esplica l'ingegno e lo spirito contadinesco? Il
minor male in queste nozze moderne sono le sbornie le cui conseguenze né si possono dire,
né misurare. Dunque che cosa ci sta a fare un Prete! Deve approvare? Deve levarsi e protestare o andarsene indispettito? Questo è quello che dovrebbe fare nel più dei casi. Allora è
meglio starsene a casa e pro bono pacis non accettare simili inviti. Anche per questo non
farebbe male un po' di tintura tedesca, per non dire un massaggio sul groppone di questi villani ineducati e porci63 •
Dal quadro generale, e specialmente da queste ultime parole, emerge un vero e proprio
40
disprezzo per questi contadini, e l'aggettivazione usata mette in risalto la separatezza del
sacerdote dalla popolazione che pur lo mantiene.
Di don Bocconi colpisce il fatto che, pur vivendo all'interno della realtà contadina, egli
non riesca a calarsi in essa, per cui l'ipotesi più plausibile è che egli si fosse ormai spostato
su posizioni più conservatrici, ormai lontane dal suo passato Plebeo.
Un'altra testimonianza del cambiamento intervenuto ci è offerta da alcune sue prediche di
quei tempi 64 , dove in un foglio senza data si legge: «È impossibile che tutti gli uomini siano
uguali perché non tutti hanno lo stesso ingegno, c'è il debole, lo stolto, l'ubriacone ecc.»,
per cui la disuguaglianza risulta connaturata alla vita stessa e come tale si trova in società.
In un'altra predica il sacerdote domanda ai suoi parrocchiani: «Se voi vi foste trovati al
posto di Dio avreste fatto tutti gli uomini ricchi? Ebbene sappiatelo, dopo un anno avreste
visto l'umanità spartirsi nuovamente in ricchi e poveri ... Il poltrone, l'ubriacone, mangeranno tutto il loro patrimonio e diventeranno poveri».
Se però non è possibile cambiare radicalmente questo stato di cose, secondo il sacerdote
si può sempre mitigare la disparità di condizioni e rendere la vita meno gravosa per la povera gente: la soluzione sta unicamente nel seguire la legge cristiana; colpevoli sono i tempi
attuali in cui si combatte la religione. Viene deprecato il fatto che la Chiesa sia il principale
bersaglio delle culture atee e materialiste, anche di quelle che si pongono come obiettivo
principale il miglioramento delle condizioni materiali degli uomini. Sono i «falsi profeti»
che accusano la Chiesa di essere oscurantista, liberticida e madre di ignoranza.
Risulta evidente un atteggiamento addirittura reazionario, sempre più in sintonia con il
tradizionalismo cattolico. Vediamo il sacerdote, per esempio, intento a prendere le difese di
papa Gregorio VII a Canossa e accusare di cesarismo e kaiserismo i fautori delle ragioni di
Enrico IV65 , in questi tempi «fare dell'anticlericalismo è proprio lo stesso che fare del
disfattismo» .
Con la conclusione della Grande guerra di lì a poco cambieranno parecchie cose in Italia
e con l'avvento del fascismo si aprirà un periodo nuovo anche per la Chiesa: con i Patti
Lateranensi si metterà fine, almeno formalmente, a più di mezzo s~colo di incomprensioni
tra Chiesa e Stato.
A questo processo don Bocconi non rimane estraneo, e negli ultimi decenni della sua vita
lo vediamo avvicinarsi addirittura al fascismo. La testimonianza del compimento di tale
processo involutivo la ritroviamo, come sempre, tra le sue carte.
Il primo esempio ci è offerto da una copia di una lettera inviata dal sacerdote alla segreteria del sindacato ingegneri a Milano, datata 30 giugno 1928, contenente la proposta di una
idea per un' opera commemorativa sulla marcia su Roma66 ; il fine è quello di «perpetuare a
mezzo della pittura o del mosaico il ricordo delle gesta e delle opere più gloriose delle
camicie nere». L'opera andrebbe eseguita sulle stesse pareti dove ha sede il governo, affinché sia sempre «un grande incitamento a virtù cittadine e per i governanti e per i governati».
In occasione della stipulazione dei Patti Lateranensi viene redatto un articolo intitolato
Concordato e Concordati, dove l'evento viene celebrato in questi termini: «Memorabile
oltre ogni dire resterà negli annali nostri e fra gli eventi più fausti d'Italia la data Il febbraio
1929 in cui ... veniva solennemente sanzionato l'accordo tra la Santa Sede e il Governo
nazionale d'Italia».
In questi ultimi tempi don Bocconi collabora a diversi periodici, tra cui l' «Osservatore
Romano della Domenica» dove compaiono alcuni suoi articoli.
Uno dei più eloquenti appare nel 1936 per ricordare il pensiero sociale di Leone XIII67.
41
Con la Rerum Novarum il Pontefice ha dato una risposta concreta, opponendo una corrente
di viva solidarietà e di amore, ai tempi in cui proliferavano i principi del 1789 imbevuti di
marxismo, che avevano intaccato anche gli strati più profondi e «pericolosi» della popolazione. Il problema fu che allora nessuno diede all'enciclica il vero valore che le spettava e
tutti, secondo il Bocconi, la accolsero con disprezzo. Ora, però, le cose sono cambiate: «Ma
fra tanto disordine doveva pur sorgere l'ordine ci voleva il polso d'acciaio ... alla chiarissima intelligenza e penetrazione profonda e luminosa di Mussolini era stata assegnata l'alta
missione di attuare per primo le sapienti disposizioni contenute in quel documento papale».
Merito del Duce è di aver fatto rivivere le antiche corporazioni di arti e mestieri, rinnovate
con criteri adatti ai tempi, proprio come indicava l'enciclica dell'illustre Pontefice. Per questo bisognerà infondere di nuovo lo spirito cristiano nelle corporazioni sull'esempio di quelle medievali e cioè: «Ritornare alla pratica delle cristiane virtù queste rinnovate corporazioni, richiamarle all'osservanza dei doveri religiosi, quale immenso campo di apostolato si
apre dinnanzi!».
Come tutto il resto della Chiesa don Bocconi vede il fascismo come la cessazione della
lotta tra Chiesa e Stato; siamo nel momento in cui alla Chiesa è finalmente restituito un
posto rilevante e autorevole nella società. Lo Stato, almeno formalmente, ha cessato di combatterla.
Purtroppo questo evidente ottimismo era destinato a spegnersi. Don Bocconi, infatti,
muore nel 1944, dopo aver assistito ad un ennesimo inizio di guerra che senz'altro avrebbe
cancellato quella immagine idillica del fascismo e del suo fautore. Non sappiamo quale
fosse il pensiero del Sacerdote negli ultimissimi anni della sua vita, sappiamo che vide l'inizio della guerra ma non fece in tempo a vederne la fine.
1. Il diario manoscritto - Don Luigi Bocconi, Diario Coviolese dalle origini sino ai nostri giorni - mi è stato
gentilmente messo a disposizione dal prof. Corrado Carghi, al quale il sacerdote Luigi Bocconi lasciò alla morte
tutte le carte personali e la biblioteca.
2. Tutto il materiale relativo a don Bocconi si trova in ASRE, Archivio Bocconi.
3. Notizie sulla «Plebe» si trovano nei seguenti testi: F. Magri, L'azione cattolica in Italia, val. I, Milano 1953,
pp. 243-244; L. Bedeschi, Il modernismo e Romolo Murri in Emilia Romagna, U. Mignani, Bologna 1967, pp.
265-272; L. Bedeschi, Cattolici e Comunisti, Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1974, pp. 16-26; F. Manzotti, I
Plebei cattolici fra integralismo e modernismo sociale (1904-1908), in «Convivium» a. XXVI, 1958, fascicolo
IV. r; articolo fu in un secondo tempo dallo stesso autore rivisto e inserito, con i dovuti ampliamenti, nel volume
Partiti e gruppi politici dal Risorgimento al Fascismo, Le Monnier, Firenze 1973, edito nella collana dei
«Quaderni di storia» diretta da G. Spadolini; P. Teggi, Inediti sul movimento dei sacerdoti de «La Plebe», in
«Bollettino Storico Reggiano» n. 7, 1970, pp. 22-36.
4. In seminario Bocconi frequenta il corso di filosofia e il 29 Febbraio 1896, mentre attende al II anno, ottiene
allo stesso tempo la tonsura e i quattro ordini minori. Il 28 Settembre 1897, nella cappella del seminario di
Albinea, accede al suddiaconato.
5. ASmRE: Lettera di Don Luigi Bocconi al Jlèscovo Manicardi, Fl. carte Mons. Colli.
6. Il 14 Novembre 1898, mentre frequenta il terzo anno del corso di Teologia, fa domanda di ammissione all'ordine di presbiterato, domanda che per ignoti motivi non viene accolta. Sul foglio risulta la dicitura differtur,
datata Reggio E. 23 novembre 1898, senza nessuna nota o spiegazione (ACVRE). La domanda viene ripresentata il 17 aprile 1899, nella sessione successiva, e questa volta risulta accolta in data 5 maggio 1899.
7. ASRE, A. Bocconi: Lo studio è fonte di civiltà, in «Appunti di Studi del Seminarista Luigi Bocconi», 1895,
Fl. B, f.3.
8. Da una nota del «Domani d'Italia» del 15 maggio 1901 sappiamo che il fascio democratico-cristiano di
Reggio Emilia si è appena costituito, con la conseguente nomina definitiva delle cariche. Per notizie sul
42
periodico cfr. M. Guasco, Romolo Murri, tra Cultura Sociale e Il Domani d'Italia, Ed. Studium, Roma 1988.
9. Notizie biografiche su don Benevelli si trovano in L. Bedeschi, Benevelli Domenico, in Dizionario Storico del
Movimento Cattolico in Italia, voI. III/l; per i rapporti di corrispondenza tra Murri e Benevelli cfr. Lorenzo
Bedeschi, Il comizio-contradditorio del 1901 con don Romolo Murri a Reggio, in Prampolini e il socialismo
riformista, voI. IV, Atti del Convegno di Reggio Emilia ottobre 1978, pp. 286-287.
lO. «Il Domani d'Italia», 9 giugno 1901.
11. Questi i risultati riportati dal giornale «Azione Cattolica» del 19-20 luglio 1902: Mercati D. Angelo 536 voti,
Prampolini Camillo 1235.
12. Si veda in particolare «Il Domani d'Italia», 20 luglio 1902.
13. Sull'«Azione Cattolica» del 24-25 maggio 1902 è pubblicata una circolare del fascio d.C. firmata Bazzani
Livio - consigliere delegato e D. Luigi Bocconi - segretario, nella quale si richiedono offerte allo scopo di organizzare un pranzo per i poveri in onore dell'ingresso del nuovo Vescovo in diocesi (Mons. Arturo Marchi). È
inoltre reperibile il libretto personale dei soci del Fascio democristiano in ASRE, Archivio Bocconi, Fl. A, f. 3.
14. Luigi Bocconi, I nemici della democrazia, manoscritto in ASRE, A. Bocconi, Fl. B, f. 2.
15. I:ideologia di cristianità che vede nella rivoluzione francese una tappa fondamentale nella genealogia degli
errori moderni è analizzata da D. Menozzi, La Chiesa cattolica e la secolarizzazione, Einaudi, Torino 1993, pp.
16-71.
16. Il neretto è mio.
17. Ricordiamo che dal 1905 in poi «La Plebe» si stacca sempre più dalla matrice murriana per assumere tendenze più radicali:
18. L. Bocconi, Recensione e critica del romanzo Frate Bianco di G. Italico, manoscritto senza data in ASRE, A.
Bocconi, Fl. C, f. 8.
19. Per il riferimento si veda il paragrafo intitolato Le libertà statutarie dei Propositi di parte cattolica di
Romolo Murri, apparsi a puntate in «Cultura Sociale» 13 aprile, lO maggio, 15 maggio 1899.
20. Per notizie sul convegno cfr. F. Magri, L'azione cattolica, cit., pp. 236-237; R. Murri, Per un partito non confessionale, in «Cultura Sociale», 16 settembre 1904.
21. Tale schema non intende essere esaustivo, ma unicamente funzionale alla argomentazione trattata in questo
contributo.
22. Il pensiero è espresso in modo eloquente nell'articolo Ai lavoratori, «La Plebe» n. 7, 20 novembre 1904.
23. Non è un comune nemico, no!, in «La Plebe» n. 2, 15 settembre 1904.
24. I documenti si trovano inAMPCorr, Carte Ruffini.
25. Romolo Murri, Propositi di parte cattolica, cit.
26. Per notizie su Cottafavi cfr. Ugo Bellocchi (a cura di), Reggio Emilia Vicende e Protagonisti, Ed. Edison,
Bologna 1970, voI. II, p. 386. Ad esso rimando per ulteriori indicazioni bibliografiche.
27. Notizie sulle più importanti figure del clero reggiano si trovano nel volume di Carlo Lindner, Nostri Preti,
Arti Grafiche Emiliane, Reggio Emilia 1950.
28. Anonimo, Aut Aut, «La Plebe», 11 febbraio 1906.
29. Un articolo di don Bocconi intitolato Il pensiero sociale di Leone XIII compare sull' «Osservatore Romano
della Domenica» il4 ottobre 1936.
30. Vedi nota successiva.
31. ASmRE, Mons. A. Colli. al Card. R. Scapinelli, 26 febbraio 1907, in Carte Mons. Colli.
32. Le sottolineature erano nel manoscritto.
33. In realtà la pubblicazione della «La Plebe» comincia ili o settembre 1904. Dopo la sospensione, riprende le
pubblicazioni il30 aprile 1905.
34. Dal 4 gennaio 1904 al titolo del giornale è affiancata la parola «Reietta».
35. La lettera continua elencando le risposte ricevute da ciascun sacerdote richiamato all'ordine.
36. L. Bocconi-E. Borelli, S. Prospero di Aquitania e il giudizio della storia, Tip. Ravagli, Carpi 1907.
37. ASRE, A. Bocconi, Il Card. Merry del Tizi a Don Basilio Borelli, Fl. A, f.l.
38. «Analecta Bollandiana», tomo XXVI fasc. IV, 20 Ottobre 1907, p 474.
39. Modernismo eAntimodernismo in Agiografia (firmato Veritas). Tale scritto apparve lo stesso anno sul Diritto
Cattolico n. 259.
40. «Rivista Storica Critica delle Scienze teologiche», 1908 n. 3, p. 233; 1909 n. 4, pp. 318-19.
41. Tra i più famosi personaggi che lasciarono la Chiesa troviamo Salvatore Minocchi, che in un articolo comparso sull'«Avanti!» il21 gennaio 1909 ci offre un elenco di coloro che, come lui, deposero l'abito. La situazione venutasi a creare dopo la Pascendi è riassunta, dallo stesso in un articolo che ora è raccolto in Socialismo e
Religione, Roma 1911, p. 91.
43
42. Diario Coviolese, 17 Luglio 1910.
43. Ibidem, 5 marzo 1911.
44. Ibidem, 20 ottobre 1911.
45. Ibidem, 26 dicembre 1911.
46. Ibidem, 25 novembre 1913 e 27 dicembre 1914. Per notizie riguardanti «L'Avvenire d'Italia» cfr. L.
Bedeschi, Il modernismo e Romolo Murri, cit., p. 93 e sgg.; per notizie su «I:Azione cattolica» cfr. L. Trentini, I
giornali Reggiani, Poligrafici Spa, Reggio Emilia 1971.
47. «La Giustizia», 17 maggio 1912.
48. Diario Coviolese, 8 ottobre 1914.
49. Ibidem, 6 marzo 1915.
50. «L'Azione Cattolica», n. 762,28 giugno 1912.
51. «La Giustizia», 24 giugno 1912.
52. Diario Coviolese, 26-27 aprile 1916.
53. Ibidem, 15 giugno 1913; il neretto è mio.
54. Ibidem, lO ottobre 1915.
55. Ibidem, 1 settembre 1915.
56. Ibidem, 26 giugno 1916.
57. Vedi sopra, p. 3.
58. Ibidem, 191uglio 1916.
59. Ibidem 8 settembre 1916.
60. Ibidem, 51uglio 1914.
61. Ibidem, 29 maggio 1915.
62. Ibidem, 14 luglio 1912.
63. Ibidem, 1l marzo.
64. La raccolta delle prediche di don Bocconi si trova in ASRE, A. Bocconi, Raccolta di appunti di prediche e
conferenze tenute da Don L. Bocconi, Fl. B, f. 2.
65. ASRE, A. Bocconi, Gregorio VII e Enrico IV e il Signor Fregni a Canossa, manoscritto in Raccolta di articoli vari di d. Luigi Bocconi, FI.C, f. 17.
66. Idea per un 'opera commemorativa sulla Marcia su Roma. Per la collocazione vedi nota precedente.
67. Il pensiero sociale di Leone XIII, in «Osservatore Romano della Domenica», 4 ottobre 1936.
44
Fare storia attraverso la giustizia?*
ANTONINO INTELISANO
1
Le recenti vicende del processo presso l'Alta corte di Londra, a seguito della controversia
promossa da David Irving contro Deborah Lipstad - per questioni connesse con differenti
valutazioni in sede di indagine e interpretazione storiografica sullo sterminio delle comunità
ebraiche ad opera del regime nazista - hanno riproposto, in modo diretto o indiretto, un ventaglio di problemi di singolare complessità nei rapporti tra diritto e storia.
Anche a fronte della tendenza, più volte affiorata, di scrivere la storia attraverso le sentenze - che, con una felice espressione, Luigi Ferraioli ha definito, in altra sede, «storiografia
giudiziaria»! - non pare inutile qualche serena riflessione su giurisprudenza e storiografia,
rispettive metodologie e ambiti di interazione.
E noto che la tendenziale pervasività della giurisdizione, in sede civile e penale, costituisce, in generale, una caratteristica delle società complesse, in cui l'obiettiva ipertrofia delle
regole, tendenti a disciplinare i rapporti interpersonali e a governare contrapposti interessi
sezionali, trova nella giustizia come apparato momenti di inveramento, di attuazione, di
compOSIZIOne.
Nelle dinamiche di tipo contenzioso accade sempre più frequentemente che al giudice sia
demandato l'esame di questioni presupposte, conseguenti o collaterali rispetto alla specifica
domanda di giustizia.
Certo, le valutazioni giuridiche che non investono direttamente il petitum sono svolte in cidenter tantum, come recita l'accoppiata avverbiale dei manuali istituzionali di procedura,
ma ciò non toglie che le pronunce richiedano, in qualche caso, ampie ed accurate ricostruzioni, la necessità di «letture» sincroniche e diacroniche, in una unitaria configurazione tra
testo e contesto di vicende sociali di ampio respiro. Si pensi alle questioni relative alle
cosiddette eccezioni di verità sottese nelle cause per la tutela della sfera morale dei soggetti
e ai processi in cui responsabilità personali e collettive presentino problematiche di ardua
individuazione e di particolare complessità.
Anche se questo mio intervento non ha la velleità di porsi come un «discorso sul
*Relazione tenuta Z'8 maggio 2000 a Firenze durante il convegno «Memoria e democrazia: 25 aprile-8 maggio
2000. La Repubblica e l'Europa!!, organizzato dal comune di Firenze e dali 'Associazione per la storia e le
memorie della Repubblica.
45
metodo», non mi pare si possa prescindere dall'enucleare due profili di base: l'utilizzazione
in sede giuridica di sicure acquisizioni storiografiche; la valutazione, ai fini di costruzioni
ed analisi storiche, idonee a trascendere il frammentismo tipico del contenzioso legale, di
provvedimenti giudiziari quale espressione di particolare significatività rispetto a peculiari
conflitti interpersonali e di gruppo.
A fronte del carattere di «relatività» delle pronunce giudiziali, collegate alla soluzione di
specifici problemi della vita di relazione, sarebbe certamente errato enucleare una sorta di
regola di costante complementarità tra giurisprudenza e storiografia, non solo in ragione
dell' estrema varietà delle situazioni ipotizzabili, ma soprattutto per il differente approccio
metodologico dei due ambiti. Se è vero che, al pari dello storico, il giudice ha di fronte a sé
l'esigenza di ricostruire «come sono andate effettivamente le cose» - per citare il famoso
detto del Ranke - in via tendenziale, la «verità legale», con i suoi limiti procedurali connessi con il rispetto delle regole per le acquisizioni probatorie, può non coincidere con la
«verità storica», disancorata dalla «meccanica necessità del sillogismo», in cui anche l'apporto della psicologia sociale e dell'individuazione dei grandi stati d'animo collettivi consentono una comprensione più ampia dei fenomeni sociali. Si pensi, al riguardo, alle stimolanti considerazioni di Marc Bloch sull'osservazione storica e sul metodo critic02• Ma non
può, per converso, considerarsi come necessario corollario che le regole di diritto probatorio, che condizionano l'attività processuale, siano sempre indirizzate ad imporre al giudice
maggiore prudenza di quella che userebbe lo storico, che beneficia di una più ampia libertà
critica e argomentativa.
Rilevava, infatti, il Calamandrei, sulla scorta del Calogero, che se talvolta sono vietati al
giudice curiosità e ardimenti logici da cui anche lo storico prudente non rifuggirebbe, talvolta il sistema lo obbliga a congetture presuntive a cui arriverebbe soltanto uno storico
molto audace).
Volendo resistere al canto delle sirene della «storiografia giudiziaria» e dovendo, per
necessità di sintesi, tentare una conclusione sulle differenti metodologie dello storico e del
giudice, non si può qui non convenire che «le strade del giudice e dello storico, coincidenti
per un tratto, divergono poi inevitabilmente. Chi tenta di ridurre lo storico a giudice semplifica e impoverisce la conoscenza storiografica; ma chi tenta di ridurre il giudice a storico
inquina irrimediabilmente l'esercizio della giustizia»4.
Non rimane quindi che rinunciare, con senso di consapevole e motivato self-restraint, a
impostazioni di suggestiva ed ambiziosa carica programmatica, ripiegando su specifici
aspetti di interazione tra giurisprudenza e storiografia.
2
Per limitarci alle vicende concernenti la realtà italiana del Novecento, si possono «isolare» alcuni gruppi di produzioni giurisprudenziali utilizzate o utilizzabili in sede storiografica: i processi per le vicende militari della prima guerra mondiale, quelli del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, durante il regime fascista, i giudizi per i crimini di guerra
commessi nel corso del secondo conflitto.
Altri filoni di ricerca con diversificata consistenza sono costituiti dai processi per la condotta delle alte gerarchie militari dopo la proclamazione dell'armistizio dell'8 settembre del
1943 (si pensi alle vicende della mancata difesa di Roma) e quelli ai collaborazionisti con le
forze armate tedesche, suscettibili di fornire dati di particolare interesse, se valutati, come
in parte è avvenuto, con i procedimenti della cosiddetta epurazione dei soggetti coinvolti in
46
responsabilità con il regime fascista. Infine, altri capitoli più vicini alla cronaca ed all'attualità, sono connessi con lo «stragismo», il terrorismo e le collusioni tra mafia e politica, dei
quali Altri si occuperanno.
Va, in generale, segnalato che da pochi mesi è caduto uno dei tanti «lacci e lacciuoli», che
frequentemente intralciano l'attività di ricerca storica: per effetto dell'art. 8 del D. L.gvo 30
luglio 1999, n. 281 (G.u. n. 191 del 16 agosto 1999), dall'art. 21 del D.P.R. 30 settembre
1963, n. 1409, concernente i limiti alla consultabilità dei documenti conservati negli archivi
di Stato, è stato espunto il divieto di consultabilità dei documenti dei processi penali prima
del decorso di settanta anni dalla conclusione del procedimento. In pratica, oggi occorre
distinguere tra due fasi: quella precedente e quella successiva al versamento dei documenti
dagli archivi giudiziari agli archivi di Stato, che normalmente avviene dopo quarant'anni
dalla data dell'atto.
Il coordinamento tra l'indicata disposizione con l'art. 116 del codice di procedura penale
e con l'art. 43 delle disposizioni di attuazione del codice consente di affermare che per i
procedimenti diversi da quelli celebrati a porte chiuse, il divieto di pubblicazione risulta circoscritto al massimo e viene fatto cadere a mano a mano che, in relazione allo svolgersi del
processo, non ha più ragione d'essere: l'autorità giudiziaria competente può stabilire, di
volta in volta, con valutazione demandata al prudente apprezzamento del magistrato, se sussista un «interesse» alla consultazione degli atti e alla estrazione di copia di essi. E, in caso
affermativo, rilascia l'autorizzazione richiesta. La corretta interpretazione del termine «interesse» giuridicamente rilevante non può essere circoscritta all'interesse strettamente procedurale (tant'è che l'art. 43 delle disposizioni di attuazione esclude l'autorizzazione per i
soggetti processuali), ma può radicarsi in ragioni di ricerca storica o scientifica, sempre con
il rispetto del principio di carattere generale diretto a salvaguardare, prima dello scadere dei
settant'anni, dati personali concernenti lo stato di salute, la vita sessuale o i rapporti riservati di tipo familiare.
3
Per tornare, dopo questa ... «informazione di servizio», alle tematiche degli avvenimenti
storici prima indicati, si deve convenire che non si può comprendere la tragica realtà
dell 'Italia degli anni '15-18, ignorando le manifestazioni di disfattismo in trincea, la frequenza dei reati di renitenza alla leva, di mancanza alla chiamata e di diserzione, l' ampiezza dei comportamenti autolesionistici per sottrarsi al servizio alle armi, al centro dell'attività repressiva dei tribunali militari.
Se si escludono le considerazioni, improntate a valutazioni critiche di recente svolte dal
ministro della Difesa pro tempore Scognamiglio sulla relativa disattenzione nello studio
degli aspetti suddetti - anche sulla scorta di omologhe posizioni polemiche registrate in
Francia - l'unico lavoro storiografico che ha preso in esame i processi «militari» della
prima guerra mondiale rimane Plotone di esecuzione di Enzo Forcella e Alberto Monticone,
pubblicato da Laterza nel 1972 e di recente ristampato.
Le stesse considerazioni critiche di relativa disattenzione possono muoversi alla produzione giurisprudenziale del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, seppure ne siano state
studiate l'origine e la funzione. Ciò probabilmente è da collegare alla circostanza che solo
di recente l'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito ha completato la pubblicazio~
ne di tutte le decisioni emesse dall'indicato organismo.
Iniziata nel 1977, la pubblicazione si è conclusa nel febbraio del 1999 e comprende
47
diciannove volumi. In diciassette anni di attività (dal novembre del 1926 al luglio del 1943)
i procedimenti, nei confronti di uno o più coimputati furono 13.547, con 2.496 sentenze di
condanna.
r..; esame di tale imponente materiale documentario può consentire oggi di verificare come
furono, di fatto, realizzate le finalità alla base della creazione della più originale e «più
fascista delle istituzioni di regime», secondo la definizione del Ragionieri 5, e, correlativamente, di ricostruire meglio il «vissuto psicologico» e le forme di opposizione, individuali
e collettive, alla dittatura. Ma se c'è un aspetto della nostra storia al quale si attaglia, in particolare, il detto di Walter Benjamin, assunto quasi ad impegno programmatico di questo
convegno (<<Strappare nuovamente la trasmissione del passato al conformismo»), esso concerne la Resistenza come «Storia da riscrivere»6.
Recenti apporti documentali, curati dall'Ufficio storico dello Stato Maggiore
dell'Esercito sulla resistenza dei militari italiani all'estero, dopo 1'8 settembre del '43 7, consentono una riflessione più approfondita nella periodizzazione di quella tormentata fase
della nostra storia nazionale, con una possibile rivalutazione dell'apporto delle forze regolari «badogliane». Potrebbero scaturirne non solo valutazioni nuove, in aggiunta ai fondamentali contributi analitici delle ricerche di Claudio Pavone sulla natura di guerra civile, ma
anche considerazioni critiche alla nota tesi dell'8 settembre come «morte della Patria»,
sostenuta da Ernesto Galli della Loggia. In definitiva, sono convinto che anche per lo stato
dei rapporti tra giurisdizione e storiografia debba essere tenuto presente il sapiente assunto
finalistico e metodologico di Marc Bloch: «Comprendere il presente mediante il passato,
comprendere il passato mediante il presente».
Mi sia consentito di soggiungere che, pur in presenza di questa forte interazione, non si
possono giustificare gli avventurismi e i funambolismi storiografici propri di una parossistica, recente tensione revisionista, tali da rendere ... imprevedibile persino il passato.
1. «il manifesto», 23-24 febbraio 1983.
2. M. Bloch, Apologia della storia e del mestiere di storico, Torino 1998, pp. 40 e segg.
3. P. Calamandrei, Il giudice e lo storico in «Rivista di diritto processuale civile», 1939, p. 116n; G. Calogero,
La logica del giudice e il suo controllo in Cassazione, Padova 1964, p. 137.
4. C. Ginzburg, Il giudice e lo storico, Torino 1991, p. 109 e segg.
5. E. Ragionieri, La storia pubblica e sociale in Storia d'Italia, voI. Iv, Dall'Unità a oggi, Torino 1976, p. 2167.
6. La tesi è stata sostenuta, di recente, da Mario Pirani, «La Repubblica», II ottobre 1999, p. lO, nell'ambito di
una serie di articoli dedicati alle vicende dell'eroica resistenza della Divisione Acqui, massacrata dai tedeschi
dopo 1'8 settembre del '43 (Cefalonia, una strage dimenticata da tutti in «La Repubblica», 15 settembre 1999, p.
45); Quando cominciò la Resistenza, ivi, 27 settembre 199, p. 12; Su Cefalonia cadde il silenzio italiano, ivi, 27
marzo 2000. Sull'eccidio di Cefalonia si segnala per accuratezza storiografica il libro di Giorgio Roncati e
Marcello Venturi La divisione Acqui a Cefalonia, di prossima ristampa presso Mursia, con saggi di altri studiosi,
italiani e tedeschi.
7. La ricerca, pubblicata in nove volumi, con riferimento alle aree geografiche di stanza dei reparti, non è stata
curata da storici di professione. All' atto della presentazione della collana (14 ottobre 1999) è stato rilevato che
sono risultate determinanti «le fonti orali e le relazioni volontarie, che hanno permesso agli autori di penetrare le
ragioni profonde dei comportamenti di centinaia di reduci e delle loro emozioni più fuggevoli e ambigue, quelle
che, spesso, le fonti ufficiali non consentono di individuare». I:archivio, custodito presso l'Ufficio storico dello
Stato Maggiore dell 'Esercito, può essere consultato dagli studiosi.
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1951 - Reggio Emilia. Il progetto del condominio a Porta S. Pietro (il «grattacielo») fu commissionato dall'impresa Degola e Ferretti.
1954 - Isolato San Rocco, Reggio Emilia. La Borsa merci (qui e nella pagina di fronte si vedono alcuni particolari degli interni), fu conunissionata dalla Camera di commercio industria e artigianato di Reggio Emilia. Di
questo progetto trattò anche Bruno Zevi nell'articolo Una piazza coperta per il mercato di Reggio pubblicato
dall' «Espresso» nelluglio 1957.
~ ~
.....•.....•..
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..~
La cooperativa e la città *
FRANCO VALLI
La Cooperativa Architetti ed Ingegneri è il tema che mi è stato proposto e che volentieri
ho accettato perché sono consapevole che in essa Osvaldo ha manifestato tanta parte della
sua personalità, del suo impegno, dei suoi ideali.
La prima considerazione che voglio fare è sulla nascita della cooperativa, nascita certamente legata alla città.
Solo a Reggio una esperienza del genere poteva nascere e consolidarsi.
Era il 1947 e fu solo venticinque anni dopo, negli anni Settanta, che in Italia, in diversa
situazione storica, si formarono altri gruppi simili.
Bisogna considerare che, cinquanta anni fa, l'idea di ricercare sinergie nella collaborazione intellettuale, nella interprofessionalità, nelle specializzazioni era assolutamente rivoluZ1Onana.
Inoltre l'attuazione di questa idea era anche vagamente illegale. Infatti, dopo la fine della
guerra, era rimasta in vigore la legislazione che regolava gli studi professionali associati,
emanata nel 1939 per impedire ai professionisti ebrei di lavorare associandosi anonimamente con altri.
Questa legge è ancora in vigore oggi e, solo dieci anni fa, nell' aprile del 1990, il
Consiglio di Stato ne ha reso inattuale l'articolo più vergognoso.
Comunque il problema della interprofessionalità nelle società professionali non è ancora
stato risolto. Qualche passo per dare alle attività professionali un assetto legislativo più
moderno e congruo con quello vigente negli altri paesi europei era stato fatto ai tempi del
governo Pro di ma, dopo la caduta dello stesso governo, tutto è stato di nuovo accantonato.
Non erano poche quindi le difficoltà che allora ci potevamo aspettare.
Tuttavia, a Reggio, lo statuto della cooperativa e le sue successive varianti sono sempre
stati regolarmente omologati dal Tribunale che ne ha sempre vidimato tutti i bilanci annuali.
A Reggio avevamo anche altri vantaggi.
*Relazione tenuta in occasione della presentazione del volume (realizzato con il contributo della Fondazione
Manodori) Osvaldo Piacentini. Senza stancarsi mai. Scritti di un cittadino diacono, Diabasis, Reggio Emilia,
avvenuta presso la Sala del Palazzo Manodori a Reggio Emilia 1'8 aprile 2000.
Le immagini che corredano il presente fascicolo sono state scelte a integrazione della memoria di Franco Valli
in quanto documentano la presenza storica della Cooperativa Architetti nel tessuto urbano di Reggio Emilia.
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Reggio era una piccola città e, prima del periodo fascista, aveva avuto una grande tradizione di democrazia diretta e di associazionismo nel campo del lavoro.
La guerra aveva contribuito a maturare una naturale opposizione a qualsiasi vincolo antidemocratico ed a ricercare aperture culturali fuori dai confini del paese.
Le piccole dimensioni della città facilitavano i rapporti; i giovani nati nell'intervallo di un
lustro avevano molte probabilità di avere o di avere avuto un qualche rapporto per ragioni di
studio, di associazionismo, di sport.
Per meglio comprendere l'ambiente, l'humus cittadino, in cui è nata la Cooperativa architetti, aggiungerò a quanto si dice nel libro che presentiamo sulla giovinezza di Osvaldo
qualche notizia su di me e sui giovani che poi la hanno formata (i loro nomi sono riportati
nel libro di Osvaldo), sul loro ambiente e sui loro rapporti.
Per tutto il periodo del ginnasio e del liceo sono stato compagno di classe dell'amato fratello di Osvaldo, Bruno che, a volte, mi parlava di lui e della sua attività.
Eugenio Salvarani era compagno di classe di mio fratello Romolo. Athos Porta, tramite
una appassionata insegnante del tempo, aveva avuto, fin dalle elementari, occasioni di
incontro e di studio con mio fratello e con me.
Certamente Antonio Pastorini, Aldo Ligabue e Athos Porta hanno avuto rapporti di studio
con Osvaldo durante il periodo di comune frequenza delle scuole superiori.
Per Ligabue, Pastorini, Porta, provenienti da famiglie di artigiani, commercianti, agricoltori, tutte di consolidato orientamento socialista, le scelte ideologiche sono state certamente
semplici e naturali.
Osvaldo, educato in un clima familiare ostile al fascismo, era man mano maturato con
esperienze che, in momenti e circostanze diverse, lo portavano a privilegiare l'impegno
diretto a favore dell'uomo, in aiuto e a servizio di chi ne avesse più bisogno.
Sia la mia famiglia che quella di Eugenio Salvarani facevano parte della borghesia professionale della città; avevano tendenze fondamentalmente liberali, ma ben scarsa palese
opposizione verso l'illiberale regime del tempo.
D'altra parte, nella mia famiglia, vigeva un ambiente particolarmente aperto da un punto
di vista culturale. La mia libera formazione avvenne con pochi maestri, qualche amico
appassionato lettore di libri proibiti, qualche raro ed intelligente professore di liceo che, pur
con la prudenza necessaria, ci spinse a guardare la storia con occhi più critici. Voglio ricordare la professoressa Costa con cui anche Osvaldo ha avuto successivamente consuetudine
e rapporti di stima ed amicizia.
Nel 1943, a 19 anni, al compimento del mio processo formativo erano presenti in me
molta confusione, un generico senso di ribellione verso i costumi del tempo, un certo anarchismo ma nessun vero legame o contatto con le opposizioni organizzate che, poco dopo,
daranno vita alla Resistenza.
Dopo 1'8 settembre 1943, dopo una serie di vicende in molti casi simili anche se meno
drammatiche di quelle vissute da Osvaldo e ricordate nel libro, al mio ritorno dalla
Germania a fine estate del 1944, la mia situazione comporterà la ricerca di soluzioni individuali ai miei problemi, utilizzando vari espedienti (licenze, ospedali, nascondigli). Di questa scelta, di non aver saputo trovare l'occasione, l'idea, la voglia di aderire in modo diretto
ed attivo alla lotta per la libertà mi sono sempre vergognato un poco.
In un ricordo di Eugenio Salvarani, che, durante gli ultimi anni, dalle iniziali posizioni
dell' associazionismo cattolico si era avvicinato man mano al partito socialista, l' ono
Felisetti ha detto che questo era avvenuto «per una scelta laico-culturale di libertà che non
conteneva abiure, ma soltanto ricerca di spazio» e ne ricordava «la profonda convinzione
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nelle sue idee e il dubbio sistematico che lo portava alla necessità della permanente verifica
del confronto».
Ad Eugenio ero legato da un'antica amicizia, e condivido pienamente il giudizio che di
lui ha dato l' ono Felisetti anche se ritengo si debba aggiungere l'inquietudine caratteristica
di Eugenio, la necessità di coltivare sempre nuove idee, nuove sollecitazioni, il desiderio
frequente di cambiare, di affrontare nuovi problemi.
Per quanto ne so io l'idea dello studio tecnico associato, della interprofessionalità, è stata
di Eugenio. Eugenio era un fertile produttore di idee, idee che con l'analisi e la discussione
comune si arricchivano di altri significati che ognuno dei partecipanti proponeva secondo il
proprio modo di sentire.
È stato Eugenio a mettere in contatto me, studente di ingegneria arrivato a Milano nel
1946, con il gruppo reggiano degli studenti di architettura. Furono Salvarani e Ligabue a
prendere i primi contatti con il movimento cooperativo a Reggio Emilia
Le vicende e i rapporti vissuti a Milano negli anni del dopoguerra, l'appassionata influenza dell'architetto Franco Marescotti che, assieme all'ono Ivano Curti di Reggio, può considerarsi uno dei padri della Cooperativa, l'impegno di alcuni degli studenti reggiani per una
analisi sulle abitazioni e sulle condizioni sociali della città di Reggio (studio presentato al
Convegno di urbanistica alla VIII Triennale e, in parte, riportato nel libro che oggi viene
presentato), ma soprattutto la convinzione, man mano maturata, che tutte le problematiche
legate alla progettazione architettonica dovessero avere un significato etico, un obbiettivo
anche sociale, furono le occasioni, i motivi che fecero maturare in giovani con orientamenti
politici e culturali diversi l'idea, la speranza, di trovare nel lavoro comune la ragione dello
stare assieme, il motivo per contenere i naturali impulsi egoistici, la consapevolezza delle
maggiori potenzialità che il lavoro comune poteva offrire.
Come ricordava il prof. Giovanni Crocioni, durante la giornata di studio tenuta in ricordo
di Osvaldo nell'ottobre 1989, e come ancora hanno richiamato sia Crocioni che Pastorini
nella pubblicazione a ricordo di Eugenio Salvarani nel maggio 1993, sulla decisione di formare una cooperativa di tecnici ha certamente influito la città di Reggio, città dove «l'etica
del lavoro rappresentava un valore socialmente diffuso, quasi una sorte di senso comune», e
dove, nell'immediato dopoguerra era un «clima politico-sociale pieno di tensione e di interesse e un clima culturale non banale ed impegnato e presente sui grandi temi della ricostruZIOne».
Alla fine del 1949, con la laurea di Osvaldo e la mia, poteva iniziare la vera attività
professionale.
Osvaldo, all'inizio particolarmente interessato al problema della abitazione, alle caratteristiche che la stessa doveva avere come rifugio familiare e come cellula di una più ampia
unità di vicinato, tese, fin dai primi anni, ad allargare il campo della ricerca.
Di Salvarani ho già richiamata la viva intelligenza che 8~ esplicava nel lavoro di gruppo e
l'inquietudine che lo portò molto presto a ritenere inappagante il solo risultato professionale
e a ricercare nell'impegno politico attivo e nel legame con l'Università una più significativa
affermazione personale.
Pastorini, che con la passione e l'attivo interesse per le arti figurative poteva essere considerato il più artista del gruppo, era dotato di una naturale simpatia e di vivace spirito critico
sempre alleggerito da una vena di umorismo.
Di Ligabue voglio ricordare l'appassionata partecipazione, la fedeltà fino ad oggi alle
idee iniziali, la tranquilla serietà, la determinazione, la capacità di portare a fondo studi
complessi, qualità tutte che, negli anni seguenti, l'hanno portato ad assumere la responsabi-
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lità di alcune delle più note ed importanti opere della Cooperativa e ad occuparsi, per anni,
con notevole riscontro in campo nazionale, di progetti e di studi sulla edilizia scolastica e
sui procedimenti di prefabbricazione.
Silvano Gasparini, di qualche anno più giovane, legato ad Osvaldo per la comune frequentazione del gruppo di S. Teresa, aveva marcate capacità come architetto, come inventore di spazi, ed era stato da Osvaldo introdotto nel gruppo fin dagli anni della università.
Athos Porta, lasciati gli sudi di architettura per passare ad economia, mantenne per lungo
tempo, come studioso di economia, rapporti con la Cooperativa.
Durante il 1950 si univano al gruppo Antonio Rossi, pure cattolico, tecnico da tempo
esperto di cantieri e di lavori di notevole impegno e dimensioni ed Ennio Barbieri (non
Enrico, come si dice nel libro ), che nel gruppo rappresenta un caso particolare.
Studente di architettura a Firenze e non a Milano, di orientamento prettamente liberale,
gelosissimo di questa scelta di libertà che spesso riteneva messa in pericolo dalle pubbliche
prese di posizione del gruppo, ma che, condividendone i fini professionali e l'approccio
alla attività di progetto, ha dato, per anni, con grande generosità, una intensa partecipazione
al lavoro del gruppo sacrificando a questo obbiettivo la conclusione dei suoi studi.
In altra occasione ho definito i primi anni di lavoro in cooperativa come «il periodo eroico». Non è un modo di dire, è stata una realtà.
La struttura aziendale ed amministrativa era pressoché inesistente, i mezzi economici
scarsissimi, non c'erano collaboratori e dipendenti e tutto lo sforzo era affidato al volontarismo ed all'entusiasmo dei soci.
Lavoro durissimo, gomito a gomito, discussione e confronto continuo su ogni fase del
progetto, studio a gruppi di soluzioni alternative da sottoporre al giudizio collettivo, notti e
notti passate a lavorare, partecipazione a concorsi che richiedevano grandissimi sforzi di
lavoro ed impiego di risorse economiche difficilmente reperibili, lotte a volte molto dure
per fare affermare il gruppo come tale.
In cooperativa tutto avveniva praticamente senza retribuire i soci. Il lavoro era compensato ad ore in modo uguale per tutti; il compenso orario teorico era dello stesso ordine di
quello degli operai edili, ed infine, siccome i soldi disponibili erano pochissimi, il compenso veniva solo in parte pagato a chi ne aveva maggiore necessità ed allegramente accreditato per il resto in attesa di tempi migliori.
Dopo cinque anni di questo regime la Cooperativa per le opere che era riuscita a proporre
e a realizzare era nota in tutta Italia.
È della fine di questo periodo un particolare rapporto con la città: una lunga inchiesta,
certamente promossa da Osvaldo in accordo con don Altana, al villaggio Catellani.
L'inchiesta si riprometteva di conoscere ed analizzare le condizioni abitative e le conseguenze socio-economiche derivate dal trasferimento coatto di un gruppo di cittadini del
centro storico, avvenuto una quindicina di anni prima. L'inchiesta impegnò per diversi mesi
tutta la Cooperativa, si svolse in stretto contatto ed in collaborazione con gli abitanti che vi
parteciparono con grande passione ed, alla fine, riuscì ad interessare il potere politico.
I problemi interni derivanti dal contrasto fra il risultato professionale e quello economico,
la necessità di arrivare ad una organizzazione aziendale che desse maggiori garanzie di stabilità rispetto al volontarismo e soprattutto il contrastante atteggiamento nei rapporti con le
istituzioni: l'Università, la politica, l'impresa, portarono alla prima scissione del gruppo
originano.
Nel 1956 Salvarani e Pastorini uscirono dalla Cooperativa.
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Nonostante la prima dolorosa crisi, che poneva fine alla società basata sulle speranze e
sui rapporti di amicizia giovanili, l'attività in Cooperativa è continuata intensa e, attorno al
1960, l'acquisizione e il buon risultato di alcuni importanti lavori in Italia e all'estero, consentirono di raggiungere la definitiva affermazione professionale ed un sufficiente assetto
aziendale.
È del 1961 il premio Inarch per l'unità di abitazione a Nebbiara e pure nel 1961 è stato
assegnato alla Cooperativa il premio della Provincia di Reggio Emilia per le arti figurative
e per l'architettura per l'anno 1960.
Dal 1960 ad oggi l'attività della Cooperativa architetti è stata molto intensa.
Nell' ambito della progettazione edilizia l'attenzione è stata sempre rivolta essenzialmente
agli edifici di interesse pubblico (scuole, ospedali, uffici, mercati, quartieri per la residenza) sia in Italia che all' estero, agli edifici per l'industria, alla progettazione di opere infrastrutturali, alla programmazione operativa dei lavori.
In questi anni si sono alternati in cooperativa decine di nuovi soci e di collaboratori. Fra
tutti loro e per tutti voglio salutare e ringraziare Paolo Volto lini, da sempre amico carissimo,
uomo ricco di straordinaria umanità e simpatia, che nel 1960, dopo dieci anni di lavoro alle
Reggiane come ingegnere industriale, è entrato in Cooperativa e vi ha operato costantemente fino al settembre dell'anno scorso, da quando lotta con coraggio con una dura malattia.
Nei primi anni Sessanta, in campo nazionale, il nascente interesse politico-culturale per
l'attività urbanistica e, in campo locale, la nuova consapevolezza della fondamentale importanza della pianificazione urbanistica nella amministrazione della città, portarono all'interno della Cooperativa alla decisione di costituire un settore operativo che se ne occupasse
con continuità e col necessario approfondimento.
Di questo settore per quasi venticinque anni Osvaldo è stato il responsabile e l'elemento
propulsore.
Una sessantina di piani regolatori, a volte in collaborazione con altri professionisti, fra
cui quelli delle città di Reggio, Modena, Parma, Rimini; piani di sviluppo di Comunità
montane, piani comprensoriali in Emilia-Romagna, Marche, Veneto, Lombardia, Piemonte,
piani territoriali a scala regionale o nazionale, piani per la viabilità e i trasporti, progetti di
ricerca su normative, metodologie, studi ed analisi sulla popolazione e sui riflessi che le
variazioni comportavano per il territorio.
Tutto questo è stato prodotto sotto la guida appassionata di Osvaldo e va a merito del suo
ingegno e della sua attività, ma, certamente, è stato possibile perché svolto all'interno della
Cooperativa
Al proposito Crocioni, dopo aver parlato del «sistema cooperativa» ha detto giustamente:
«Aspetto essenziale della esperienza di Piacentini è la sua collocazione nella Cooperativa,
in una struttura cioè non solo capace di assicurare strumenti e apparati utili ad offrire un
prodotto, spesso collocato al di fuori dei canoni correnti delle competenze professionali tradizionali, ma anche in grado di rappresentare un piccolo vero e proprio sistema aziendale,
di cui entrano a far parte, nel gioco dei costi e ricavi, le voci proprie di una unità produttiva
complessa: la promozione, l'immagine e il marchio, un'offerta diversificata in termini di
marketing, oltre naturalmente a un quadro di attività professionali più o meno remunerative,
riportate però in equilibrio nel bilancio economico complessivo della struttura».
Anche Campos Venuti nelle conclusioni alla giornata di studio del 2 dicembre 1988 ricordava la funzione quasi di «surroga» dell'ente pubblico assunta necessariamente dalla
Cooperativa dicendo: «Alla carenza di finanziamenti Osvaldo suppliva sempre a spese della
Cooperativa che così ha impegnato il suo lavoro largamente oltre i limiti previsti dagli ordi-
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namenti e dalla stessa etica professionale. Il modo di Piacentini nella cooperativa ha fatto sÌ
che questa diventasse spesso una istituzione essa stessa, si assumesse cioè un ruolo sociale
a vantaggio della comunità».
Questo è quanto hanno detto due urbanisti, docenti universitari, che sapevano bene quanto fosse difficile riuscire a fare urbanistica applicata senza avere alle spalle una cattedra,
una organizzazione amministrativa o culturale che, per sue risorse, potesse assorbire le
naturali lunghissime procedure di consenso e di approvazione, la variabilità degli indirizzi
politici, i molti ostacoli per arrivare alla conclusione di un qualsiasi incarico.
Per venticinque anni Osvaldo oltre che il propulsore degli studi e delle ricerche, certamente sempre con l'ottica personale di rendere «un servizio», è stato anche l'intelligente
ambasciatore della Cooperativa presso decine di Amministrazioni pubbliche ad ogni livello.
I più fertili ed intensi contatti con la città ed il suo territorio sono stati, fin dai primi anni
Sessanta, i molti studi fatti per la Provincia di Reggio Emilia, e poi, in particolare, dal 1962
al 1974 lo stretto rapporto con l'Amministrazione comunale per la redazione del piano
Peep e del Prg durante lo studio, l'adozione, l'approvazione dei piani e nei primi anni della
loro attuazione.
Sempre sul rapporto fra la Cooperativa e la città voglio riportare alcune osservazioni di
due qualificati architetti.
Nel settembre del 1961, Carlo Lucci, scrivendo sull'organo ufficiale degli Ordini degli
ingegneri e architetti, in un lungo articolo sulla città di Reggio faceva notare la felice
opportunità data alla città dalla contemporanea presenza di un gruppo strutturato e forte
come la Cooperativa e di alcuni altri qualificati studi professionali. La reciproca vigile
osservazione, favorita dalle dimensioni della città, e l'influenza che potevano esercitare su
tutti gli operatori del settore fanno sÌ «che tutti si sentono spinti in funzione delle loro capacità e possibilità a seguire un generale indirizzo e si sentono in vario grado impegnati nella
responsabilità di qualificarlo».
A più di trent'anni di distanza, nell'aprile del 1994, Giorgio Trebbi, presentando su
«I..; architettura» una serie di opere recenti della Cooperativa, scrive: «Questa coerenza fra
espressività formale e mezzi disponibili per conseguirla, sapientemente (e artigianalmente)
amministrata produce qualità. Una qualità che concorreranno a diffonderla gli avvicendamenti fra soci, estendendola anche attraverso altri recapiti professionali, ad una dimensione
urbana. In tal senso Reggio Emilia è stata ed è una città laboratorio».
Negli anni dal 1975 al 1985 gli interessi di Osvaldo e della sezione urbanistica della cooperativa si erano spostati agli studi sul territorio come «risorsa finita», alla pianificazione
territoriale a scala allargata, ai piani di sviluppo, ai grandi piani di infrastrutture.
I.:ultimo progetto di questo tipo che ha dato ad Osvaldo grande soddisfazione è stato nel
1983-1984 il concorso internazionale per la ristrutturazione del nodo ferroviario bolognese
e per la costruzione della nuova stazione ferroviaria di Bologna. Al concorso internazionale
parteciparono circa ottocento tecnici raggruppati in circa centodieci gruppi, provenienti da
tutti i paesi d'Europa. Il gruppo guidato da Osvaldo, costituito da tecnici della Cooperativa
e da alcuni professionisti esterni, fu incluso fra i cinque progetti vincitori ed ammesso al
concorso di secondo grado. Poco dopo la morte di Osvaldo alcune delle idee su cui era
basato lo schema urbanistico presentato col progetto sembrava andassero in porto.
Rivolgendomi idealmente a lui, scrivevo: «Vedremo cosa succederà nei prossimi anni. Se
tutti siamo destinati a portare alla meta il nostro mattoncino, certamente quello che hai
lasciato tu è stato abbastanza grosso. È un peccato morire. Aumentano enormemente gli
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amici e le idee per cui hai lottato quasi quasi sembra vadano avanti da sole. Sarebbe bello
esserCl».
I.:emozione mi faceva essere troppo ottimista. Del concorso di secondo grado negli ultimi
quindici anni nessuno ha più parlato; l'incarico del progetto della stazione è stato dato
all'architetto spagnolo Bofil; tutto si è di nuovo arenato in lotte di interesse e di potere.
Si vede che alcuni dei mattoncini che abbiamo cercato di portare al traguardo erano di
ghiaccio e, con i tempi che corrono, si sono rapidamente dissolti.
Questo sarebbe molto dispiaciuto ad Osvaldo.
Ormai sono passati quindici anni dalla sua morte, un periodo molto lungo; tante cose
sono passate e tante sono cambiate e per uno, come me, convinto che dopo la morte non ci
sia assolutamente più nulla se non il riposo e l'oblio, alla partecipazione commossa per la
perdita di un amico, di un compagno di tanti momenti, si sostituirebbe il desiderio di razionalizzare, di capire. D'altra parte un vecchio razionalista, come mi sono sempre ritenuto, un
poco deluso da questi ultimi tempi, ha imparato ad essere sconfitto anche se continua a ritenere che queste sconfitte non siano una buona ragione per cambiare. Come Margherita
Yourcenar, nelle Memorie di Adriano fa dire al vecchio imperatore «Sono giunto a quella età
in cui la vita è, per ogni uomo, una sconfitta accettata».
Sono sempre stato convinto ed ancora lo sono che lavorare, essere in Cooperativa ha concesso a me, a Osvaldo, a quelli che vi hanno partecipato di essere più liberi, di svolgere la
professione, il mestiere che avevamo scelto, in modo più libero ed efficace. Recentemente,
in occasione della celebrazione dei cinquant' anni di laurea, ho detto che sono orgoglioso di
aver operato perché la Cooperativa potesse essere e perché ancora oggi, dopo dieci anni da
quando non ne faccio più parte, sia vitale, agisca in tutta Italia e, nei due settori in cui
attualmente è distinta (Urbanistica e Progettazione), dia lavoro ad una cinquantina di tecnici.
Sono assolutamente certo che queste osservazioni sarebbero condivise da Osvaldo.
Sconfitto quindi, ma fortunato.
Ed ora, scusandomi per aver troppo approfittato della vostra pazienza, voglio concludere.
Ho letto il nuovo libro con gli scritti di Osvaldo e dai suoi scritti ho imparato ancora
meglio a conoscerlo e capirlo. Per tanti anni sono stato suo amico, ho ammirato la sua determinazione, la capacità di essere uno stimolo, una guida per quanti con lui collaboravano, ne
ho apprezzato l'impegno sul lavoro: «Senza stancarsi mai» parole che sono state giustamente scelte come titolo del libro, in molti casi ho fatto quanto potevo per dare una mano a
quanto si proponeva di ottenere, ho sempre apprezzata la sua coerenza, la fedeltà «sponsale», come ricorda don Dossetti, all'idea di partecipazione iniziale, gli ho voluto bene e adesso, dopo tanti anni, mi piacerebbe lasciarlo riposare in pace, nel cuore di quelli che lo hanno
amato.
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1963 - Corso Garibaldi, Reggio Emilia. Il Supermercato a due piani Coop l, realizzato nel centro storico, fu
commissionato dal Consorzio cooperative di produzione e consumo.
1959 - Unità di abitazione «Nebbiara» commissionata dalla Coop. di abitazione 1na-Casa «18 giugno» di
Reggio Emilia.
ca
u
Il curricolo verticale di storia:
un'altra battaglia
CESARE GRAZIOLI
In questi anni, come sezione didattica di Istoreco, abbiamo lavorato soprattutto sulla progettazione del curricolo di storia. Eravamo partiti dalla ricognizione sui bisogni formativi
degli insegnanti!, e avvalendoci degli apporti della ricerca sia didattica che storiografica2 •
Su queste basi, e sollecitati dal decreto Berlinguer del novembre '96, avevamo elaborato un
approccio originale sul Novecentol, che recepiva e faceva interagire i più avanzati risultati
della storia-ricerca e le istanze metodo logiche e formative della storia-materia. Questo
nuovo approccio alla storia del Novecento ci ha poi indotto a ripensare radicalmente anche
quella dei secoli (e degli anni scolastici) precedenti, e perciò a lavorare sul curricolo pluriennale. Lo abbiamo fatto promovendo laboratori permanenti di progettazione didattica\
prima con un gruppo di insegnanti delle scuole superiori, poi anche con quelli delle scuole
elementari e delle medie inferiori5• La riflessione teorica e la pratica d'aula convergevano
dunque nell'indicarci come questione-chiave il nuovo curricolo verticale di storia. Non è un
caso che proprio a Reggio Emilia si svolse, nel febbraio 2000, il primo convegno nazionale
su questo tema, congiuntamente promosso da Istoreco, Insmli, Landis 6•
Un anno dopo, lo scorso febbraio, la commissione incaricata da Ministero di formulare il
nuovo curricolo verticale per l'area storico-geografico-sociale (così come per tutte le altre
aree disciplinari, in funzione del riordino dei cicli) ha reso pubblici i risultati dei suoi lavori,
relativamente alla nuova scuola di base. Potremmo limitarci a constatare con legittima soddisfazione la pressoché totale assonanza delle nostre proposte con i risultati del lavoro della
commissione, in tutti i suoi punti qualificantF:
- il superamento della ripetizione ciclica del curricolo di storia generale, e la sua collocazione su un unico arco di cinque anni comprensivo del triennio finale della scuola di
base e del biennio iniziale della scuola superiore (conclusivo dell'obbligo scolastico);
- 1'assunzione della storia mondiale come prospettiva privilegiata di approccio a questa
nuova storia generale, nel contesto della quale collocare le altre scale spaziali (europea,
nazionale, locale) di volta in volta pertinenti ai fenomeni storici esaminati;
- la forte integrazione interdisciplinare tra i curricoli delle discipline dell'area storicogeografico-sociale, per tutto il corso della scuola di base;
- la costruzione, nel quadriennio iniziale (dai sei ai nove anni), della «grammatica»
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di questi saperi, prima attraverso l'orientamento spazio-temporale, poi attraverso i «quadri di società»;
- nel triennio finale della scuola superiore (sulla quale la commissione deve ancora lavorare), l'approccio alla storia per temi e problemi, pur all'interno di grandi scansioni
temporali.
Condividiamo pienamente il progetto della commissione, che in tutti i suoi punti qualificanti recepisce i migliori risultati del dibattito e delle tante esperienze di innovazione sull'insegnamento della storia. La sua concreta attuazione, inoltre, consente di valorizzare
anche quegli aspetti innovativi (la storia locale, la storia di genere) che nella stesura attuale
non hanno forte visibilità.
Però ciò che è accaduto immediatamente dopo l'uscita di quel progetto ci preoccupa e ci
indigna, anche se non ci sorprende. Non ci sorprende perché siamo abituati al periodico
scatenarsi, sulla storia-materia, di polemiche tanto più violente quanto più pretestuose o
mal poste. Quest'ultima si è aperta quando non si erano ancora spenti gli echi della precedente, il caso-Storace sui manuali di storia8• È infatti accaduto che alcuni storici accademici, con una composizione trasversale agli orientamenti politici e culturali, si sono lanciati in
un violentissimo attacco contro il progetto di riforma elaborato dalla commissione. Sarebbe
impossibile dare conto brevemente del senso e del tenore di tale attacco, le cui note dominanti erano lo stracciarsi le vesti per la perdita: del «senso storico», che «l'abbandono della
storia cronologica» (nel triennio finale) comporterebbe; dell' «identità nazionale ed europea» che una prospettiva di «storia mondiale» indurrebbe; di autentico «valore culturale» di
in insegnamento della storia basato sulle competenze, e non solo sull'assimilazione di
contenuti.
In termini pratici, la controproposta di questi storici è... la riproposizione dell'esistente, o
meglio un suo parziale adeguamento ai nuovi ordinamenti, con due cicli quinquennali di
storia generale (dalla preistoria ai nostri giorni), dalla classe terza alla fine della scuola di
base e poi di nuovo nel quinquennio delle superiori. Tale soluzione è per alcuni aspetti addirittura peggiorativa della situazione attuale: ad esempio farebbe iniziare lo studio della storia generale a otto anni (un'età manifestamente troppo precoce per tale compito) e tra l'altro costringerebbe i quindi cenni che usciranno dalla scuola con l'assolvimento dell'obbligo
(purtroppo moltissimi, se si tiene conto anche dell'alta mortalità scolastica, tra abbandoni e
bocciature, che si registrano nel biennio) a interrompere il loro studio della storia... col
medioevo, anziché con lo studio dell'età contemporanea. Ma a questi esimi accademici
ovviamente ciò non importa affatto: quando pensano alla scuola secondaria essi hanno in
mente solo il liceo classico, l'unica che conoscono (o meglio che ricordano ... per com'era
quando la frequentavano come studenti, trenta o quaranta anni fa).
Nei loro pronunciamenti, questi esimi accademici hanno infatti dimostrato di non sapere
nulla della scuola attuale: né dei suoi problemi reali, ivi compresi i deludenti risultati in termini di cultura storica che l'odierno insegnamento tradizionale comporta (salvo poi scandalizzarsi perché le matricole universitarie non sanno chi fosse Badoglio!); né dei suoi programmi attuali (e della differenza tra programma e curricolo) e delle sue linee di indirizzo
futuro. Ad esempio, che si debba lavorare sulle competenze, sull' «imparare a imparare»,
riducendo il nozionismo, non l'ha inventato la commissione di storia, ma è un obiettivo
della scuola tutta, espresso a chiare lettere dal Documento sui nuovi saped. Per la verità,
molti di questi storici dimostrano di non avere neppure letto la proposta che attaccavano, o
comunque di fraintenderla e travisarla. Ciò che più di tutto palesano, è l'astio per il «delitto
di lesa maestà» perpetrato dalla commissione di storia, cioè per il fatto che i nuovi curricoli
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siano stati elaborati da chi si occupa professionalmente di storia-ricerca e al contempo di
didattica della storia, ovvero si «sporca le mani» con i problemi della storia insegnata: tale
prerogativa avrebbe dovuto, evidentemente, rimanere appannaggio di chi (loro stessi) non si
è mai occupato né ha alcuna voglia di occuparsi di scuola e di storia insegnata 1o •
Fortunatamente queste posizioni non riflettono gli orientamenti di tutto il mondo accademico, né la contrapposizione emersa è tra storia e didattica: lo evidenzia il fatto che al
documento di attacco al progetto di riforma, sottoscritto da trentatré accademici, se ne è
contrapposto un altro, di appoggio al progetto, sottoscritto da oltre cinquanta storici universitari (e, vale la pena ripeterlo, entrambi gli schieramenti sono del tutto «trasversali» in termini di opzioni politiche o culturali).
Ma a questo punto subentra l'aspetto preoccupante della questione, che va ben al di là del
problema specifico del curricolo di storia: l'atteggiamento dei giornali. I grandi organi di
stampa - per una volta all'unisono «La Repubblica», il «Corriere», «La Stampa» - si sono
lanciati in una campagna a senso unico, ospitando solo gli interventi critici verso il progetto
di riforma e cestinando pressoché sistematicamente i molti interventi favorevoli, inviati sia
da insegnanti che da storici. Spiace osservare che «La Repubblica» ha primeggiato in questa campagna di disinformazione, forse in coerenza con la linea del suo nuovo «superesperto» in problemi scolastici (cioè, in questo campo, dilettante allo sbaraglio), il dotto Mario
Pirani. Questa testata è arrivata al punto di pubblicare solo il documento degli storici contrari alla riforma, ignorando letteralmente quello degli storici favorevoli ll o a ospitare con
ampio risalto un attacco l2 di rara volgarità (e infondatezza) all'indirizzo del professor
Brusa, considerato «principale responsabile» del documento della commissione ministeriale, senza dare a quest'ultimo la possibilità di rispondere adeguatamente. Come spiegare
simili comportamenti da stampa di regime, anche su testate che su altri temi assumono ben
altre posizioni? Non vogliamo fare dietrologia, pensando a legami con interessi di potere
consolidati (di corporazioni accademiche, o di determinati gruppi e associazioni professionali, o altro). Ci sembra semmai che l'esigenza - sacrosanta - di combattere un'idea di cultura e di scuola «americanizzata», alla Berlusconi (la scuola delle «tre I: Internet, Inglese,
Impresa») faccia scattare, anche e soprattutto in vasti settori della cultura «progressista», un
riflesso di conservazione, o addirittura di reazione, ovvero di difesa di una cultura (storica e
non) tradizionale ed élitaria: la scuola di Gentile, per capirci.
Posizioni di questo tipo, se autorevolmente sostenute da illustri accademici (spesso
«democratici e di sinistra») e dalla grande stampa, suonano ovviamente come musica dolcissima alle orecchie di quella parte di insegnanti nella quale prevalgono la paura del nuovo
e il rifiuto di rimettersi in discussione, di aggiornarsi e di affrontare le sfide che continuamente vengono poste alla professionalità docente sia dai mutamenti delle epistemologie
disciplinari sia dalle trasformazioni antropologiche delle nuove generazioni di studenti. Va
detto che questa paura del nuovo, questo senso di disorientamento e la «voglia di tirare i
remi in barca» appaiono oggi sempre più diffusi tra gli insegnanti, improvvisamente investiti da una complessa riforma del sistema scolastico, dopo decenni di totale immobilismo.
Queste posizioni non possono essere certamente ignorate, per molti aspetti vanno comprese, ma non dovrebbero essere assecondate.
Nel momento in cui scriviamo queste note (a fine marzo) non sappiamo quale sia l'esito
di questa battaglia sul nuovo curricolo verticale di storia. Siamo convinti che l'affermazione
del progetto della commissione sarebbe un segnale forte nella direzione di una migliore
qualità dell'apprendimento della storia per le nuove generazioni. La sua eventuale sconfitta
non affosserebbe certamente i nostri sforzi per elaborare e diffondere l'innovazione in
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questo campo, né le «sensate esperienze» innovative condotte per anni da migliaia di insegnanti: però dimostrerebbe, una volta di più, quanto sia difficile in questo paese fare riforme coraggiose, serie ed efficaci.
1. C. Grazioli, Questionario per un 'indagine conoscitiva sull 'insegnamento della storia a Reggio Emilia nella
scuola secondaria superiore. Analisi e interpretazione dei risultati, in Futuro Passato. Riflessioni e strumenti per
la didattica della storia, RS Libri, Reggio Emilia 1997.
2. A. Brusa, Il nuovo curricolo di storia, in «RS», n. 81, Reggio Emilia 1997; A. Debernardi, Rilevanze storiografiche del Novecento, in «RS» n. 82, Reggio Emilia 1997: questi due articoli riproducono le conferenze dei
due autori, tenute nel novembre 1996, dalle quali prese avvio il nostro laboratorio sulla progettazione del curricolo con i docenti della scuola superiore.
3. C. Grazioli, Il Novecento, secolo scorso e nostro presente, in «RS» n. 83, Reggio Emilia 1997.
4. C. Grazioli, Una proposta di laboratorio didattico sul Novecento, in «RS» n. 84, 1998; ed anche: Un curricolo di storia per la scuola superiore, in Associazione Clio '92, Oltre la solita storia. Nuovi orizzonti curricolari,
Ed. Polaris, Faenza 2000.
5. Alcuni dei percorsi elaborati e dei materiali prodotti sono già presenti sulla sezione didattica del sito Internet
di Istoreco; la maggior parte di essi vi sarà inserita nei prossimi mesi. Della qualità delle esperienze in questione
e della loro concretezza, in termini di spendibilità in classe, è testimonianza il fatto che i prodotti di questo lavoro - e in qualche caso anche i processi, ovvero la modalità laboratoriale di formazione in servizio - li abbiamo
«esportati» in decine di interventi presso Provveditorati, reti di scuole e gruppi di tutor di storia svolti in tutta
Italia.
6. C. Grazioli, Il nostro convegno sul curricolo verticale di storia, in «RS» n. 89, aprile 2000.
7. I risultati del lavoro della commissione dell' area storico-geografico-sociale sono rintracciabili sul sito del
MPI: www.istruzione.it.allavoceforum.Chivolessevedereilresocontodelnostroconvegno.oltrechenell·articolo sopra citato, può trovarne le relazioni integrali nel sito di Istoreco: www.istoreco.re.it.
8. Sulla gravità della sortita dell' esponente di An e del Consiglio regionale del Lazio ci siamo già pubblicamente
espressi (vedi «Notiziario Anpi», n. 9 febb. 2001, pp. 11-12) e per motivi di spazio non torniamo qui sull'argomento; è però doveroso rimarcare la pericolosità di quelle posizioni, soprattutto nella prospettiva del federalismo
amministrativo e dell'autonomia scolastica. C'è infatti il rischio che, stravolgendo il senso dell'uno e dell'altra,
in alcune Regioni si pensi a una sorta di «devoluzione» sui programmi di storia, o a «quote regionali», che porterebbero a conseguenze aberranti: non vorremmo trovarci di fronte a programmi di storia «lumbard», o scritti
secondo il colore politico della Giunta regionale di turno!
9. C. Grazioli, Il documento sui saperi e la storia, in «RS» n. 86, 1999.
lO. Esempi ancora più eclatanti di questa totale sordità ai problemi didattici da parte del mondo accademico
sono gli enormi ritardi e le tenaci resistenze all'istituzione delle scuole post-1aurea di specializzazione per l'insegnamento da parte di quasi tutti gli atenei, nonché i modi quasi sempre inadeguati con cui queste vengono gestite; e ancora, l'ostilità alla riforma dell'università, che incontra ostacoli non meno forti di quella della scuola.
11. Il «Corriere della Sera», invece, dà notizia di entrambi, rispettivamente il 23 e il 27 febbraio 2001. È opportuno segnalare che sul sito dell'Insmli (www.novecento.org) è stato aperto un forum di discussione sul nuovo
curricolo, che comprende sia una documentata rassegna stampa sia una rubrica appositamente dedicata agli
interventi rifiutati dagli organi di stampa.
12. C. Frugoni, La storia del mondo è una sciocchezza, in «La Repubblica», 13 marzo 2001.
66
1959 - Unità di abitazione «Nebbiara», interno.
1960-1969 - Reggio Emilia. nstituto tecnico agrario - commissionato dall' Amministrazione provinciale di
Reggio Emilia - fu completato nel1969.
Memoria e Liceo*
ANNIE TOBATY
Mi si domanda di intervenire su questo tema. In effetti si tratta di raccontare un'avventura
piuttosto che un' esperienza, nata da incontri divenuti amicizia. Questa avventura, dapprima
vissuta, è oggi l'oggetto di una linea di condotta più articolata, meglio riflessa. Mi propongo quindi di raccontarla.
Un po' più di due anni fa l'assessore ai Giovani di Argenteuil propose di condurci a
Cavriago, sapendo che noi stavamo cercando un partner italiano per eventuali scambi linguistici. Il primo incontro è dunque quello tra due città, Argenteuil e Cavriago, incontro che
si è potuto fare grazie al lavoro di ricerca di uno storico italiano, Antonio Canovi.
Studiando i migranti italiani provenienti dall'Emilia, e particolarmente quelli di Cavriago,
non si poteva che arrivare ad Argenteuil! Grazie a questo lavoro, le due città si sono rese
conto che hanno un passato, una memoria comune. Ed ecco che, in tal modo, se ne stanno
appropriando.
Due nostri professori partono dunque per Cavriago e Reggio Emilia, nel maggio 1998.
Alla fine di giugno noi siamo contattati da una professoressa di Cavriago (Brunetta
Partisotti) che insegna a Reggio al liceo Aldo Moro: si dichiara interessata per un comune
lavoro di ricerca. Cerchiamo allora di lavorare sullo sguardo dello straniero, sino a costruire
un primo progetto di scambio e di lavoro su questo tema. In questo quadro - durante una
festa italiana, o meglio dei Reggiani, proprio ad Argenteuil- ho avuto modo di conoscere la
ricerca storica svolta da Canovi, lavoro che saprà poi aiutare i nostri studenti, in quanto
ricerca concepita per essere condivisa.
Il lavoro svolto dai nostri studenti, dai francesi come dagli italiani, resta certo modesto
ma, quanto meno, permette loro di mettere a fuoco dei concetti che possono divenire pericolosi: straniero, immigrato, extracomunitario ... È un lavoro che continua. Abbiamo ora
costruito con il liceo Aldo Moro un progetto «Comenius» nel quadro del programma comunitario Socrates, il cui tema è sempre la memoria, quella operaia. Si tratta, in effetti, di
*Preside del Lycée Romain Rolland di Argenteuil (intervento portato nel corso della presentazione del libro di
Antonio Canovi Argenteuil, creuset d'une petite Italie. Histoire et mémoire d'une immigration, organizzata dal
comune di Argenteuil ill7 ottobre 2000 presso l 'Espace Nelson Mandela, nel quadro della Giornata mondiale
per il rifiuto della miseria nel mondo - traduzione a cura di Antonio Canovi).
69
vedere cosa sia nell'Europa di oggi la memoria operaia, e di vedere come questa costituisca un'identità europea. Due altri istituti ci hanno raggiunto in questo progetto, il liceo
Walter Gropius di Dessau - città gemellata con Argenteuil - e l'istituto tecnico di Baia
Mare in Romania. Quanto agli studenti di Argenteuil, lavoreranno attorno alla grande officina aereonautica Dassault (inutile precisare che siamo tuttora assistiti da Antonio Canovi,
il quale svolge presso di noi il compito di storico esperto).
Resta da capire il perché di questa «ossessione» della memoria in un liceo.
Direi innanzitutto che non si tratta di una qualsivoglia memoria: ci interessa un lavoro
attorno ai soggetti: persone di cui si è troppo spesso detto che erano i «dimenticati» dalla
storia, mentre ora bisognerebbe dire che sono i «senza parola». Gli emigrati, gli operai.
Lavorare su di loro significa lavorare sull'anima di Argenteuil (visto che la gran parte dei
nostri studenti sono di questa città). E lavorare sugli abitanti di Argenteuil significa lavorare sulla città, su di noi. 8idea è di permettere agli studenti, e così alla loro famiglia, quella
«appropriazione collettiva del contenuto simbolico che sta nella memoria dei luoghi» di cui
si raccomanda nel rapporto del Div (Délégation interministérielle à la ville, ndr). È una
modalità che ci permette di co-elaborare una storia locale, ovvero - come ha scritto l'antropologo Luc Faraldi - si tratta di una «storia decentralizzata, uno dei luoghi di esistenza
della diversità dei punti di vista, che instaura nell'immaginazione degli uomini il senso di
un'appartenenza che alcuna struttura sociale significa ormai più direttamente». Non si tratta dunque di un lavoro folclorico, tale da esacerbare i particolarismi, bensì di un lavoro di
riflessione, di messa in prospettiva dei punti di vista (e vi è ben compreso quello europeo).
Consente di produrre una storia locale federativa, integratrice, nella quale ciascuno sente
di avere un posto. Si tratta, da parte nostra, di aiutare i nostri studenti a trovare il proprio
posto, certo particolare ma insieme solidale al posto degli altri: altri giovani, altri operai,
altri pensionati, ecc.
Ora, non va da sé che i nostri studenti, non tutti almeno, sappiano trovarsi questo posto,
in più «solidale» con quello degli altri. Qui sta il secondo interesse del nostro lavoro, che è
pedagogico ed educativo, per le ricerche di Antonio Canovi. Costruirsi un posto significa
construirsi un'identità, assieme agli altri e nel rispetto di ciò gli altri sono. Noi constatiamo
che molti tra i nostri studenti possono avere dei problemi di identità. Mi si dirà, altrimenti,
che è un buon segno quando gli adolescenti si pongono domande del tenore: «chi sono io»,
«da dove vengo», ecc. La questione, tuttavia, può prendere forme più dolorose per alcuni
tra i nostri studenti che provengono dall'immigrazione. E questo ci fa male. È bene ricordare una cosa: tra gli studenti che, ad Argenteuil, hanno lavorato l'anno scorso sulla figura
dello straniero, nessuno aveva tutti e quattro i genitori francesi. Perciò il libro di Antonio
Canovi ci è stato di grande aiuto, per abbordare la problematica identitaria, di fronte a
ragazzi o a figli di stranieri. Provo a spiegarmi. Nello schema classico in cui si pensa l'immigrazione in Francia (e questo ha a che vedere con il modello d'integrazione «alla francese»), noi opponiamo in modo binario termini che abbiamo costruito come antinomici:
paese di partenza-paese di arrivo; partenza-arrivo; passato-presente; vecchia identità-nuova
identità (quando l'identità francese è simboleggiata dalla carta d'identità, mentre l'agente
di trasformazione identitaria è soprattutto la scuola). Tra i due termini di questa coppia non
c'è niente, null'altro che un viaggio, una metamorfosi, quando non un «tradimento».
Quanto sta in mezzo viene negato, non entra nella storia. Ma come volete che, in questo
schema, si possa costruire l'identità dei discendenti? I loro genitori sono rinviati al passato,
consegnati all'altrove, a un'identità straniera. Talvolta, d'altronde, i nostri studenti ne
approfittano, pretendendo che il mancato adattamento dei genitori possa impedirci di
70
convocarli ... Mentre loro sarebbero soggetti nuovi, diversi, in quanto nel presente e di qui.
Si consuma allora una rottura propriamente destrutturante, che tocca la filiazione e la qualità dello statuto per entrambe le generazioni: dove vive il passato di questi giovani, così
dimezzati, sradicati, votati all'oblio dell'altrove? In queste condizioni, si capisce il rischio
di riflessi identitari: non si può infatti accettare di crescere nel tradimento dei propri cari e
del loro passato. Il libro di Antonio Canovi ci propone un altro modello: quello del «va e
vieni». Si insiste non sulla partenza e sull'arrivo, ma precisamente sul va-e-vieni, sull'andare e sul ritornare. Ciò che viene poi praticato anche nelle famiglie originarie del Maghreb.
La maggior parte dei miei studenti vi si recano per le vacanze, alcuni genitori in pensione vi
passano una parte dell'anno (ciò che non avviene senza porre altri problemi!). Questo
sguardo restituisce un valore storico al viaggio, ci propone l'immagine di una identità
migrante, consente di comprendere la costruzione dell'identità di chi arriva in quanto composizione e non tradimento o abbandono. Questa è Mazagran, petite Italie, ma insieme
argenteuillais come qualsiasi altro quartiere. La questione che interessa non porta più sulle
ragioni della partenza, ma sulle modalità dell'accoglienza, dell'arrivo.
L'aspetto importante non è più «perché partono», ma il «come li si accoglie». E questa è
cosa di una grande contemporaneità, che la scuola deve porsi, assieme alle altre istituzioni.
Le persone sono mobili e lo saranno sempre più: in un mondo dove tutto circola - dall'informazione ai capitali - sarebbe ben strano se solo gli uomini dovessero stare fermi al
proprio posto! Ecco perché parlo di questione a noi contemporanea. Si tratta, ancora, di una
riflessione sopra il concetto di cittadinanza aperta.
71
1965-1982 - Reggio Emilia. Un particolare dello stabilimento industriale «Max Mara» che fu commissionato
dalla Max Mara s.p.a.
Assi di scorrImento secondari
VerdepubbUco
~
ii progetto
COOPERATIVA ARCHITETTI E INGEGNERI DI REGGIO EMILIA
d~~:~'l-;~/? i
strumenti di pianificazione a scala urbana - scheda VI
1966 - Schema del Prg di Reggio Emilia in cui viene evidenziato il progetto del sistema del verde (nell'originale
colorato in verde) e della viabilità.
Perché esporre «Partigiani»
a Berlino e Potsdam *
SABINE ROSELER
«Partigiani. Contro il fascismo e l'occupazione tedesca. La Resistenza in ItaliQ);. Mostra fototematica degli Istituti storici di Modena, Parma e Reggio Emilia
Sin dal 1993, da varie località della Germania, giungono in Emilia gruppi di studiosi e appassionati per documentarsi sul fascismo e sulla Resistenza italiana. Sono persone spesso attive nei movimenti per la pace e contro il razzismo.
Questi viaggi si articolano in una serie di visite, incontri con i testimoni dell'epoca e dibattiti,
abbinati a piacevoli escursioni a piedi o in bicicletta sul territorio.
Da parte tedesca, i viaggi sono organizzati da assessorati, sindacati, scuole, istituti storici autogestiti e dalle associazioni pacifiste e antifasciste.
Gli Istituti storici emiliani hanno contraccambiato le visite nel 1995, 1997, 1998 e 1999, recandosi con diversi gruppi in alcuni luoghi importanti del nazismo e della Resistenza in Germania.
Durante una di queste visite è nata l'idea di produrre una mostra sulla Resistenza in Italia:
Sul! 'Italia, perché in Germania si è cominciato da pochissimo tempo a studiare e a pubblicare
riguardo l'occupazione tedesca ed i crimini di guerra. L'Italia, secolare paese dei desideri di viaggiatori tedeschi, è stata quasi esclusa dalla storiografia contemporanea, che per tanto tempo non ha
affrontato il periodo più buio del rapporto fra i due paesi.
Sulla Resistenza, in quanto sul mercato editoriale tedesco non esiste nessun libro e nessuna
mostra che documenti in specifico il movimento partigiano. Dare invece spazio alla scelta dell 'individuo e conoscere uomini e donne che riuscivano ad ascoltare la voce della propria coscienza in
mezzo agli ordini gridati forte fa capire che osservare la realtà ed intervenire talvolta può valere la
pena.
Nell'aprile/maggio 1999 la mostra viene esposta per la prima volta nel Centro giovani del comune di Kiel.
Altri luoghi di esposizione nel corso del 1999 e del 2000 sono stati le «Krameramtsstuben am
Michel» Amburgo, l'Università Humboldt di Berlino, l'Università di Potsdam, il «Centro Sociale
Vegesack» (Regione Brema), il Castello di Hardegsen in Provincia di Northeim/Gottinga, nel palaz-
*Traduzione delle riflessioni e delle motivazioni di Sabine Roseler (Gioventù Socialista Tedesca-«I Falchiì>) responsabile dell'organizzazione della mostra «Partigiani» a Berlino e Potsdam - a cura di Matthias Durchfeld
e Steffen Kreuseler.
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zo della Radiotelevisione Eupen (Belgio), l'Università Fu Ida, il Centro Culturale «Bahnhof
Langendreer»/zona della Ruhr e nell 'Archivio di Stato Brema.
Gli organizzatori erano Istituti storici autogestiti, Istituti per la formazione culturale, Associazioni
giovanili, Centri sociali, Amministrazioni provinciali, Università e Fondazioni.
Hanno appoggiato l'iniziativa Consolati italiani, Assessorati regionali, Comunità ebraica, Istituti
luterani per la formazione culturale, sindacati, Centri sociali, Movimento per la pace.
In tutte le occasione la mostra è stata accompaganta da un programma collaterale di supporto con
testimonianze partigiane, conferenze di studiosi degli Istituti storici, seminari tematici su argomenti
particolari (le stragi naziste; il ruolo della donna; la deportazione e il lavoro coatto), serate di letteratura contemporanea, concerti e proiezione di filmati.
Ultima tappa nel novembre 2000 è stata Brema.
(vedi: www.rosaluxemburgstiftung.de/Einzel/partigiani/index.htm).
In gennaio e febbraio 2001 «Partigiani» è stata a Erlangen
(vedi: www.partigiani.de). nei mesi successivi sarà a Kassel e Friburgo.
I.:idea di esporre la mostra «Partigiani. Contro il fascismo e l'occupazione tedesca. La Resistenza
in Italia» è nata durante un viaggio di studio che ci ha portato a Reggio Emilia nell'aprile del 1999.
Questo viaggio è stato organizzato in Germania dall'associazione Sozialistische Jugend
Deutschland-Die Falken (Gioventù socialista tedesca «I Falchi») della regione Brandenburgo e ha
coinvolto venti ragazze e ragazzi. Le tematiche centrali approfondite durante il soggiorno in Italia
sono state il fascismo italiano, l'occupazione dell'Italia da parte della Wehrmacht tedesca e la
Resistenza italiana. Con stupore i partecipanti si sono accorti di quanto poco si sa in Germania di
quel capitolo della storia italo-tedesca, e soprattutto della Resistenza italiana. I confronti intensi e, in
particolar modo, le impressioni vivaci sulla Resistenza italiana che le partigiane ed i partigiani
sopravvissuti sono riusciti a trasmetterci, hanno motivato alcuni del nostro gruppo a voler approfondire questa tematica.
Portare la mostra a Berlino, Potsdam e Brandenburgo-città, offriva da una parte la possibilità di
dare continuità al nostro lavoro riguardo ai temi sopra nominati, e dall'altra parte ci auguravamo di
coinvolgere un pubblico più ampio nella discussione sulla storia nazionalsocialista tedesca. Infatti, il
gruppo di viaggio dei «Falchi», in collaborazione con altre associazioni (Antifaschistische Aktion,
Antirassismusverein) ha portato la mostra nel dicembre 1999 a Berlino e nel gennaio 2000 a
Potsdam e Brandenburgo organizzando anche alcuni incontri pubblici in relazione alla mostra.
Per noi il progetto «Partigiani» era diventato parte integrale dei nostri impegni quotidiani nell' ambito dell'antifascismo e dell'antirazzismo, in quanto tutti gli organizzatori ritengono che lo studio del
nazionalsocialismo sia la base per le iniziative contro le forme attuali del razzismo e dell'estremismo
di destra.
La mostra stessa ci indica due punti centrali da noi accolti ed approfonditi:
a) È centrale lo studio della Resistenza italiana. Dopo più di vent'anni di fascismo, una grossa
parte della popolazione italiana era disposta ad opporsi al regime di terrore fascista e all'occupazione
tedesca. Per quanto riguarda sia la quantità sia la qualità, la Resistenza italiana era uno dei movimenti europei antifascisti più forti.
Soprattutto in Germania, dove dopo la distruzione delle organizzazioni antifasciste si è vista una
resistenza contro il nazismo solamente in casi isolati, pensiamo che sia necessario informare sulla
storia della Resistenza italiana. La lotta coraggiosa degli antifascisti e antifasciste in Italia è di esempio ed è in contrapposizione alla convinzione di tanti tedeschi appartenenti alla generazione della
guerra, che si limitano ad autoassolversi fino ad oggi con la frase «non potevamo fare niente».
Le esperienze dei resistenti italiani mettono in un'altra luce questa parte della storia. Nella
Resistenza uomini e donne in situazioni apparentemente senza via d'uscita hanno trovato la forza e
la possibilità di opporsi.
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Oggi in Europa e in Germania ci troviamo di nuovo di fronte alla triste realtà dell'avanzamento
delle ideologie e prassi fasciste e di estrema destra. Per i loro atti di violenza razzista e fascista gli
estremisti di destra conquistano regolarmente i titoli dei giornali del Land Brandenburgo e di Berlino
(in particolar modo la parte est della città). Da ormai dieci anni gli atti di violenza sono aumentati in
misura vertiginosa.
Trasmettendo le esperienze della Resistenza italiana speriamo di poter incoraggiare oggi e qui le
persone a partecipare ad una prassi antifascista. In questo senso, la realizzazione di una data della
mostra «Partigiani» a Berlino e Potsdam costituisce parte delle nostre attività educative e d'informazione.
b) Secondo noi è altrettanto importante lo studio del ruolo della Wehrmacht tedesca durante 1'occupazione dell'Italia e lo studio dei crimini compiuti da essa in Italia (e non solo lì). Durante i due
incontri da noi organizzati ci siamo confrontati con le discussioni attuali che si stanno svolgendo da
anni in Germania a proposito della mostra «Guerra di sterminio. I crimini della Wehrmacht» (realizzata dall' Institut fur Sozialforschung di Amburgo). Gli attacchi verbali e fisici contro la mostra, e qui
si incontrano tutte le forze della destra tedesca, partendo dalla condanna verbale della mostra da
parte di alcuni politici famosi (con Helmut Schmidt in capofila), fino alla manifestazione di cinquemila neo-nazisti a Monaco e l'attentato alla mostra a Saarbriicken, documentano che i crimini della
Wehrmacht e la sua partecipazione alla guerra di sterminio non fanno ancora parte dell'opinione
pubblica della società tedesca d'oggi. Poco o niente si sa del disprezzo verso qualsiasi convenzione
internazionale di guerra, dei disdicevoli massacri di civili e della Wehrmacht coinvolta nella politica
nazista della «terra bruciata».
Ancora oggi, cinquantacinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, la ricezione della
storia è dominata dalla leggenda che vuole la Wehrmacht come un esercito «normale», al contrario
della «cattiva» perché criminale SAISS. Nonostante tutte le critiche è grande merito della mostra
realizzata dall'Istituto di Amburgo il rovesciamento di questa leggenda.
Tramite l'esposizione di «Partigiani» volevamo riprendere la discussione sviluppatasi a livello
nazionale e volevamo provocare una discussione sui crimini compiuti dalla Wehrmacht durante l'occupazione dell'Italia.
«Nella presenza del passato si vede anche la condizione politica della societàit
Tentando di elaborare questo tema storico, ci troviamo in contraddizione con l'interpretazione
attuale della storia nazionalsocialista. A questo proposito la riunificazione dei due stati tedeschi
significa un'importante svolta.
La divisione della Germania, forse la più visibile conseguenza del nazionalsocialismo e della
guerra persa, è stata superata. E qualcuno vuole che finisca con la divisione finalmente anche la
discussione pubblica su una parte della storia tedesca! La rivendicazione più spaventosa: smettere
finalmente con le commemorazioni e con le insistenze sulla colpa tedesca! Senza che da parte tedesca siano stati riconosciuti i crimini compiuti nel nome del nazionalsocialismo e senza che siano stati
concessi risarcimenti proporzionali alle vittime e agli Stati invasi dalla Germania, si cerca di far
apparire sia l'elaborazione della storia sia la storia stessa come appartenenti al passato.
Tutto questo innesca una nuova valutazione pubblica sia del nazionalsocialismo sia delle sue vittime. Il luogo centrale di memoria a Berlino costituisce un caso esemplare: ai tempi della Ddr si ricordavano le vittime del fascismo, dal 1992, invece, si ricordano le «vittime della guerra e dei regimi
dittatoriali». Così si mettono le vittime del nazismo allo stesso livello dei soldati caduti in guerra
(senza differenziare meglio: non si escludono quindi i soldati delle SS) o delle vittime dello stalinismo. Questa interpretazione della storia occulta la mostruosità dei crimini compiuti dai tedeschi e
sminuisce le atrocità del fascismo, liberando così i successori della generazione dei carnefici dalla
loro responsabilità di trovare un modo adeguato di rapportarsi con la storia nazista tedesca.
Contrariamente all'opinione pubblica, che vorrebbe vedere il nazionalsocialismo come un capitolo
ormai concluso, la delicatezza e l'importanza del passato per il nostro presente appaiono piuttosto
77
chiare nelle numerose discussioni attuali: per esempio il vivace dibattito pubblico scatenato dalla
mostra «Guerra di sterminio. I crimini della Wehrmacht» oppure il penoso e caparbio mercanteggiare da parte di alcune imprese tedesche che tentano di evitare il pagamento di risarcimenti per gli exlavoratori forzati. Questi e tanti altri conflitti mostrano che una parte sostanziosa della recente storia
tedesca non è stata elaborata fino ad oggi.
Anche la mostra «Partigiani» parla di una parte della storia tedesca finora scarsamente elaborata
ma tuttavia caratterizzante il rapporto italo-tedesco. Nella Ddr sono stati pubblicati diversi libri sulla
Resistenza italiana, nella Germania federale non era possibile trovare pubblicazioni del genere fino
alla metà degli anni '90. Oggi i testi pubblicati nell'ex Germania est sono praticamente introvabili.
Ora sono disponibili solamente poche ricerche presentate dopo il 1994. Nell'opinione pubblica queste tematiche appaiono fino ad oggi raramente. Nonostante questo, tanti italiani hanno un immagine
dei «tedeschi» caratterizzata ed influenzata ancor'oggi dai ricordi del periodo dell'occupazione. Con
questa «eredità» lasciata dai «tedeschi» in tanti paesi stranieri dovremo confrontarci, altrimenti il
nazionalsocialismo e i suoi effetti non potranno mai essere considerati elaborati. Sta in questo il
nostro mandato per lo studio responsabile della storia del nazionalsocialismo.
Portando la mostra «Partigiani» dalle nostre parti abbiamo cercato di sensibilizzare le coscienze
per il significato dei processi storici nel presente, per la rispettosa commemorazione delle vittime e
contro l'estremismo di destra.
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1972-1973 - Via Dante, Reggio Emilia. Il complesso - commissionato dagli Istituti ospedalieri di Reggio
Emilia - fu realizzato in collaborazione con R. Orlandini.
1975 - Montefiorino. Restauro del piano terreno della Rocca e allestimento a Museo della Resistenza. Il progetto fu realizzato in collaborazione con G. Capucci e commissionato dal comune di Montefiorino.
Recensioni
Giorgio Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini,
Enaudi, Torino, 2001
«c antifascismo non occorreva dichiararlo: era inteso» (p. 165).
Queste parole di Lalla Romano, riferite a Felice Casorati e Lionello Venturi - uno dei «dodici» rappresentano forse la più pregnante chiave di lettura delle storie narrate dall'avvincente libro di
Giorgio Boatti, che prende il titolo dalla sommessa e nel contempo perentoria negazione di Bartleby
lo scrivano, protagonista dell'omonimo racconto di Herman Melville.
Giorgio Boatti, giornalista pavese e collaboratore del settimanale «Tt!. Tuttolibri tempo libero», ha
al suo attivo numerose pubblicazioni, a partire da un'inchiesta sull' Arma dei Carabinieri negli anni
1962-1977 (L'arma, Feltrinelli, Milano 1978), fino a giungere ai più recenti C'era una volta la guerra fredda (Baldini & Castoldi, Milano 1994), Cielo nostro (Baldini & Castoldi, Milano, 1997) - nel
quale sono narrate in chiave romanzesca le vicende del generale Giuseppe Govone ed il suo coinvolgimento nel Risorgimento italiano - e Piazza Fontana, 12 dicembre 1969. Il giorno dell'innocenza
perduta (Einaudi, Torino, 19992).
La cifra del giornalismo e della scrittura di Boatti risiede soprattutto nella narrazione di episodi di
storia civile dell'Italia contemporanea troppo spesso messi in sordina dalla pubblicistica e dalla storiografia correnti. Giorgio Boatti svolge il suo racconto intrecciando testi e documenti di diversa
natura (saggi, memorie, lettere), ricercando quel sottile trait d'union che spesso collega personaggi
ed eventi apparentemente lontani e suggerendo interpretazioni sempre originali e stimolanti.
Preferirei di no prende le mosse dal poco studiato episodio del giuramento imposto ai docenti universitari dalla legge n. 1227, pubblicata sulla «Gazzetta Ufficiale» dell'8 ottobre 1931. Il testo, voluto e dettato da Gentile, imponeva ai docenti degli istituti di istruzione superiore di giurare fedeltà «al
Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista» e di impegnarsi ad esercitare il loro ufficio «col
proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista». Naturalmente,
il rifiuto a prestare tale giuramento avrebbe comportato l'immediata perdita del posto.
Quando il regime fascista, ormai consolidato, impone il giuramento, si può dire che tutti i circa
milleduecento docenti universitari italiani, sebbene con motivazioni ed in una temperie spirituale
diversa per ciascuno di essi, sotto stanno a tale imposizione.
Giorgio Boatti ci racconta invece le storie dei dodici professori che, incuranti delle conseguenze,
rifiutarono il giuramento e spiega come, non a caso, la maggior parte di tali «no» fu pronunciata
«con innata riserva verso il "bel gesto", con signorile diffidenza verso ogni clamore» (p. 13).
Cinteresse del libro di Boatti sta anche nel suo intento di delineare, attraverso ritratti a tutto tondo,
le figure dei dodici dissenzienti e dell' ambiente nel quale vivevano ed operavano e nel ricostruire le
diverse ed inattese relazioni esistenti fra loro, determinate dalle «variabili geometriche che costituiscono un affascinante universo relazionale» (p. 100).
Boatti descrive personaggi e ambienti che, come costellazioni, si muovono secondo linee di azione
e di pensiero suggestive e diverse, convergenti e a tratti divergenti.
81
Alcuni apparentemente più isolati, come Errera, Ruffini Avondo e Martinetti. Altri legati alla
comunità ebraica italiana, come Volterra, ancora Errera e Levi Della Vida. Altri, infine, gravitanti
intorno all'ambiente culturale romano, come De Sanctis, gli stessi Levi Della Vida e Volterra,
Venturi e Buonaiuti, o a quello del prestigioso ateneo torinese, come Carrara, Ruffini e, per più brevi
periodi, De Sanctis, Venturi, Volterra, Levi Della Vida e Ruffini Avondo.
Si comincia con il cattolico Gaetano De Sanctis (1870-1957), docente di storia greca e romana a
Torino e poi a Roma. De Sanctis, che aveva dedicato il quarto volume della sua Storia dei romani «a
quei pochissimi che hanno parimenti sdegno di essere oppressi e di farsi oppressori» (p. 58), nella
lettera al ministro dell'educazione nazionale, in cui spiega le ragioni del suo diniego, afferma il valore del dettato della propria coscienza: «mi sarebbe infatti impossibile - egli scrive - prestare un giuramento che vincoli e menomi in qualsiasi modo la mia libertà interiore, la quale io credo mio dovere strettissimo di studioso e di cristiano rivendicare, di fronte alle autorità statali, piena e assoluta»
(p. 62).
Personaggio affatto diverso è Bartolo Nigrisoli (1858-1948), grande chirurgo e docente a Bologna.
Nigrisoli, di orientamento laico e vicino alle idee socialiste, aveva rifiutato nel 1924 la nomina a
senatore del Regno ed era noto per le battute umoristiche antifasciste che condivano le sue lezioni
universitarie, nonché per il motto «pagano quelli che possono» che, anche giunto all'apice della
fama, ispirava la sua professione di medico.
Vito Volterra (1860-1940), insigne docente di matematica a Pisa, a Torino ed infine a Roma è una
di quelle figure del mondo italiano della scienza che meriterebbero di essere riscoperte.
Ideatore di teorie scientifiche innovative, lasciò la sua impronta nella nascita del Politecnico di
Torino e del Consiglio nazionale delle ricerche, di cui fu il primo presidente. Ricorda Boatti che
Volterra fu anche, in occasione della discussione della cosiddetta «riforma Gentile», promotore di
una intensa quanto inutile battaglia per attribuire una pari dignità alla cultura scientifica rispetto a
quella umanistica.
Molto più defilata è la figura di Giorgio Errera (1860-1933), docente di chimica a Messina,
Palermo ed infine a Pavia, noto soprattutto per aver rifiutato nel 1923 l'incarico di rettore
dell'Università di Pavia, in quanto la nomina regia su designazione ministeriale, allora introdotta da
Gentile, era a suo avviso lesiva dei principi liberali.
Studioso della civiltà islamica era Giorgio Levi Della Vida (1886-1967), docente a Napoli, Torino
e poi Roma. Di Levi Della Vida Boatti rievoca come, dopo l'assassinio di Matteotti, fosse stato incaricato da Salvatorelli di sondare gli orientamenti dei principali esponenti antifascisti in un momento
di particolare, irripetibile debolezza del governo Mussolini. Ne riportò la sconfortata impressione del
fatalismo di Amendola, della fallace sicurezza di Treves, della netta sottovalutazione dei rischi del
fascismo da parte di Croce.
Altra figura esemplare è quella di Mario Carrara (1866-1937), allievo di Lombroso, docente di
medicina legale e medico delle carceri a Torino. La casa di Carrara e della moglie Paola, figlia di
Lombroso, fu sempre un punto di riferimento per gli antifascisti torinesi, tanto da far osservare a
Tina Pizzardo che i Carrara le offrivano «il primo, confortante esempio di gente che pur desiderando
salvare - col socialismo - l'umanità, sa amarla al dettaglio, nei suoi singoli componenti» (p. 150).
Mario Carrara, nonostante il suo impegno civile, non esita a negare il giuramento con la motivazione
che «la ricerca scientifica può dirsi spassionata e disinteressata solo nel senso che abbia per unica
passione e unico interesse il vero», per mezzo di una «"purezza" intellettuale da cui ogni elemento
pratico e contingente rimane escluso» (p. 152).
.
Lionello Venturi (1885-1961), docente di storia dell'arte a Torino e poi a Roma, consigliere culturale dell'industriale Gualino ed organizzatore di comitati internazionali antifascisti ed antirazzisti,
viene giudicato da Boatti come esempio di insigne intellettuale che sa essere pienamente inserito
nelle vicende del suo tempo, «più di tanti che seguono le strade dell'ideologico impegno» (p. 165).
Francesco Ruffini (1863-1934), docente di diritto ecclesiastico a Torino, editorialista del «Corriere
della sera», senatore ed esponente di primo piano delliberalismo italiano, fu maestro di Togliatti,
Terracini, Foa, Bobbio e tanti altri. Ruffini fu anche amico e relatore della tesi di laurea di Piero
82
Gobetti, tanto da tenere la commossa orazione funebre in occasione della morte del giovane intellettuale torinese. Da vero liberale, Ruffini era un convinto sostenitore dei diritti delle minoranze, al
punto da essere spesso identificato da interlocutori pigri e distratti con quei gruppi dei quali sosteneva i diritti, fossero questi i valdesi, gli ebrei, o, in determinate circostanze, gli stessi cattolici.
Figlio del senatore torinese fu Edoardo Ruffini Avondo (1901-1983), docente di diritto a Perugia
ed autore nel 1927 del volume Il principio maggioritario, saggio fondamentale sulla formazione
delle maggioranze e sul dissenso delle minoranze. Coerente con i suoi principi, Ruffini Avondo, che
al momento del mancato giuramento aveva trent' anni, sarà negli anni sessanta e settanta un docente
sensibile alle ragioni della contestazione studentesca e sceglierà nel 1983, insieme all'amata compagna Giorgia, di porre fine ai suoi giorni, resi difficili dall'incalzare della malattia.
Filosofo eccentrico fu Piero Martinetti (1872-1943), docente a Milano. Sensibile ai temi della non
violenza e di un animalismo ante litteram, Martinetti fu portatore di una religiosità rigorosamente al
di fuori di ogni chiesa e nota Boatti come «l'unica storia umana che conti veramente, nella sua visione del mondo, è quella del singolo, "quella personale di ciascuno"» (p. 221). Posto agli arresti per il
suo antifascismo - cosÌ come era accaduto a Mario Carrara - una volta rifiutato il giuramento,
Martinetti fu ben felice di affiggere all'ingresso della sua casa di campagna un cartello con la dicitura «Piero Martinetti, agricoltore».
Altra figura di rilievo internazionale fra i dodici fu il sacerdote Ernesto Buonaiuti (1881-1946),
docente di storia del cristianesimo a Roma. Personalità densa di sfumature ed assetata di assoluto,
esponente della corrente modernista, infaticabile scrittore ed educatore, Buonaiuti fu parimenti
avversato dalla Chiesa cattolica e dal regime fascista. Nei mesi successivi alla liberazione di Roma,
il sacerdote si prodigò per la «liberazione spirituale» dell'Italia, ma, in coerenza con il trattamento
subito negli anni precedenti, una volta riammesso all'insegnamento, gli fu prudentemente affidato un
defilato incarico extra accademico.
Ultimo dei dodici, di cui narra Giorgio Boatti, fu Fabio Luzzatto (1870-1954), avvocato, militante
repubblicano e docente di diritto agrario presso l'Istituto superiore di agricoltura di Milano.
Antifascista attivo nell'ambito del movimento Giustizia e Libertà, Luzzatto, dopo l'esilio svizzero
nel 1943, una volta rientrato in Italia si impegnò in favore dell'europeismo.
Le dodici personalità delineate da Boatti - note fino ad ora soprattutto agli specialisti ed agli studiosi delle rispettive discipline - si differenziano per numerosi aspetti: il carattere, la formazione, il
campo di attività, ma quello che emerge e le accomuna è il fatto di essere tutte pienamente partecipi
delle vicende del loro tempo e di avere dato, senza alcuna ambizione personale, una testimonianza di
rispetto della propria coscienza e degli autentici doveri dell'insegnante e dell'uomo di scienza.
Maestri nell'università e nella vita.
Giorgio Boatti rileva il significato della loro testimonianza nel panorama intellettuale italiano. Il
loro rifiuto, scrive il giornalista, «si pone sicuramente come uno scarto - individuale, irregolare,
segno di discontinuità - rispetto a quei modelli di uniformità e di irreggimentazione dell'intellettualità che cominciano a imporsi in quegli anni e che costituiscono una costante poi consueta, e non
ristretta certamente al ventennio fascista, nell' articolarsi della vita culturale del Paese» (p. 313-314).
Alla vicenda del mancato giuramento dei dodici è dedicato un altro volume, altrettanto interessante. Si tratta dell'opera dello storico tedesco Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista (La Nuova Italia, Firenze 2000). Essendo opera di uno storico di professione,
concepita ed elaborata in un lungo arco di tempo, il libro di Goetz è giustamente considerato da
Francesco Perfetti, sul domenicale de «Il Sole-24 Ore» dell' 11 febbraio 2001, come complementare
al volume di Giorgio Boatti.
I libri di Boatti e Goetz, pur dedicati ad un aspetto della nostra storia troppo a lungo ignorato, si
inseriscono in un filone di studi e memorie dedicati al ventennio fascista, che in tempi recenti ha
prodotto non pochi frutti ed un dibattito spesso acceso.
Sono apparse solo un anno fa le opere di Angelo D'Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre
(Einaudi, Torino 2000) e di Roberto Vivarelli, La fine di una stagione. Memoria 1943-1945 (Il
Mulino, Bologna 2000).
83
Le opere citate documentano, al di là delle legittime differenze di formazione ed orientamento
politico e culturale degli autori, un immutato interesse per la nostra storia recente. Questo interesse
non ha, a nostro avviso, un valore unicamente storiografico, ma si rifà anche ad una domanda di
autentica informazione e riflessione sui valori costitutivi della collettività italiana. Oggi, fare storia,
implica un riesame dei fondamenti della nostra storia civile, scevro da pregiudizi e da revisionismi,
dettati non da onestà intellettuale, ma da una miope negazione della nostra complessa eredità. Per
ricostituire un nuovo patto che concili gli italiani fra loro e con la loro storia, che è necessariamente
una sola, anche se osservata da punti di vista diversi.
In questa luce, salvaguardia dell!l memoria non significa statica difesa dei risultati raggiunti, ma
onesto, rigoroso, spregiudicato confronto fra passato e presente, per comporre un nuovo, sempre
transitorio, mosaico del nostro sapere storico. Un mosaico del quale il libro di Giorgio Boatti può
rappresentare un importante tassello.
Roberto Marcuccio
Badini G. (a cura di), Pietro Manodori, benefattore sindaco presidente, Tecnograf, Reggio
Emilia, 2000
La figura di Pietro Manodori non era certo sconosciuta alla letteratura storiografica locale ma lo
studio curato da Gino Badini si segnala sia per l'utilizzo di nuove fonti sia per essere la prima biografia organica e compiuta dedicata al fondatore della Cassa di Risparmio di Reggio Emilia. Pur
essendo la sua notorietà legata soprattutto al ruolo rivestito nella creazione dell'istituto di credito,
Pietro Manodori può essere considerato per diversi aspetti una personalità emblematica della prima
stagione postunitaria a Reggio Emilia. Nato nel 1817 ed interprete di quella composita élite socio
economica che si riconosceva nella destra liberale monarchica, il Manodori fu sindaco di Reggio
Emilia dopo il crollo del ducato estense per dodici auni, dal 1860 al 1872, nonché Presidente del
Santo Monte di Pietà e fondatore della Cassa di Risparmio. Testimone e protagonista di quella stagione, in lui si condensano alcuni tratti peculiari della classe dirigente che si pose alla guida della
città all'indomani dell'unificazione nazionale: la consapevole adesione ai principi liberali monarchici ed il vivo senso delle istituzioni coniugati con una radicata cultura comunitaria di stampo notabilare lo spinsero a diventare protagonista attivo sia in campo politico che socio-economico. Lo studio
promosso dalla Fondazione della Cassa di Risparmio ripercorre nella sua interezza la biografia di
Pietro Manodori, restituendo con equilibrio tanto le specificità delle diverse fasi della sua attività
pubblica, quanto i nessi e le permanenze che ne nutrirono il senso profondo. Il primo capitolo ricostruisce l'esperienza politico-anuninistrativa del Manodori al governo del Comune di Reggio Emilia
che lo vide mettersi in luce nel «traghettare» l'istituzione municipale dal regime estense al nuovo
stato nazionale. In effetti, nel mutato scenario politico-istituzionale Pietro Manodori si fece promotore di svariate iniziative destinate a far uscire gradualmente la città dalla depressione socio economica
ereditata dalla Restaurazione. In particolare, lo sviluppo dell'istruzione pubblica, grazie all'istituzione dell' asilo infantile e dell' annessa scuola di puerizia, costituì l'aspetto più innovativo della sua
amministrazione. Nel contempo, nonostante la sfavorevole congiuntura economica e le forti resistenze del notabilato locale, il Manodori realizzò un'importante operazione di risanamento della finanza
locale. Peraltro, al di là del patrimonio ideale, il senso profondo della biografia di Pietro Manodori
risiede nella concretezza e nel pragmatismo che ne nutrirono le scelte e l'azione pubblica, come
risulta evidente anche nel secondo capitolo dedicato al ruolo che rivestì quale presidente del Santo
Monte di Pietà. Come noto, gli incarichi in «luoghi pii» o in istituzioni dirette a fini caritative
nell' Ancien Régime costituivano tradizionalmente un aspetto essenziale della partecipazione alla
dimensione pubblica e, in particolare, rappresentavano la più compiuta manifestazione della funzione nobiliare insieme al governo cittadino di cui era inevitabile corollario. Peraltro, l'impegno di
Manodori al vertice del Monte di Pietà non si configura semplicemente come un dovere sociale deri-
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vante da un obbligo di status; sulla scorta di fondi archivistici statali e della Cassa di Risparmio (ora
Bipop Carire), l'autore infatti delinea il contributo innovativo che Pietro Manodori diede al pio istituto a partire dal 1849 - vale a dire da quando ne assunse la presidenza - fino alla sua scomparsa nel
1877. Personaggio chiave del consolidamento economico del Monte in quegli anni, nella veste di
presidente Manodori firmò il progetto di statuto del 1875 (approvato definitivamente dagli organi
ministeriali solamente parecchi anni dopo), dando prova anche di una notevole intraprendenza nel
campo amministrativo-assistenziale.
Tuttavia, concretezza e pragmatismo unitamente al forte spirito comunitario trovano la loro più
compiuta manifestazione nella fondazione della Cassa di Risparmio, sorta nel 1852 da una costola
del Monte di Pietà. In effetti, il progetto traduce concretamente la combinazione dell'aspirazione al
progresso economico dell'emergente borghesia cittadina con l'impegno filantropico dell'élite dirigente del tempo. Nel terzo capitolo pertanto l'autore segue passo dopo passo la presenza ed il ruolo
svolto da Pietro Manodori nella nascita e nello sviluppo dell'istituto di credito: le peripezie per superare le resistenze del sospettoso governo estense, le turbolenze della vigilia unitaria, la crisi del
1873-1874, l'espansione della banca ed il sostegno offerto al credito fondiario costituiscono soltanto
alcuni snodi decisivi della rigorosa narrazione curata da Gino Badini. Peraltro, il libro ha anche il
merito di ricostruire il profilo di Pietro Manodori in un efficace montaggio alternato tra ruoli pubblici e dimensione privata: una dimensione quest'ultima che emerge particolarmente nella testimonianza di Riccardo Barbieri Manodori che consente di collocare il personaggio nell'ambientazione
genealogica. In definitiva, il volume curato da Gino Badini fornisce un'interpretazione complessiva
di una personalità che, anche alla luce dell'attuale stato della ricerca, apre un importante spaccato
delle vicende reggiane negli anni della transizione dal regime estense al nuovo stato unitario.
Alberto Ferraboschi
Franco Bonilauri e Vincenza Maugeri (a cura di), Le Comunità a Modena e Carpi. Dal medioevo
all'età contemporanea, Giuntina, Firenze 1999
Il volume, diviso in due sezioni (Medievale e Moderna), raccoglie i testi di ben venti relazioni presentate al Convegno di studi recante lo stesso titolo e svoltosi tra Modena e Carpi il21 e 22 maggio
1997.
Non intendiamo qui render conto di tutte le relazioni. Ci pare più interessante cercare di trarre
qualche spunto da un'opera che ben si colloca all'interno di quel «rinascimento di studi ebraici» cui
accenna Ezio Raimondi in presentazione. E scrivendo da sponda reggiana del Secchia, viene spontaneo rilevare come la ricchezza di acquisizioni di cui il volume ci dà conto, coprendo l'intero arco
(dal XIII al XX secolo) della presenza ebraica nel Modenese, ci faccia pensare alla relativa insufficienza - corretta dal Convegno di Istoreco del 1993 relativo all'età contemporanea - di operazioni
analoghe per l'ambito reggiano. E ciò benché un reggiano, Andrea Balletti, sia stato, ma in anni lontani, il primo ad affrontare la storia plurisecolare degli ebrei tra Modena, Reggio e Ferrara. Ed il
Balletti è in questa sede più volte citato, ma non sempre come fonte da accogliere senza fiatare: ecco
un caso corretto di «revisionismo». Del resto il Balletti, che pure ha compiuto un lavoro che non è
possibile ignorare, non aveva avuto accesso a tutte le fonti emerse successivamente, né possedeva
quelle chiavi di lettura delle fonti stesse di cui sono invece egregiamente dotati molti dei relatori al
convegno modenese.
Contro ogni banale pregiudizio (ma ancora riaffiorante) circa il legame patologico «ebrei-denaro»,
viene qua ben documentato (a cominciare dal saggio di Maria Giuseppina Muzzarelli), come i primi
ebrei siano stati accolti, chiamati, a Carpi e a Modena, per esercitare il prestito a interesse. Attività
che una consolidata teologia cristiana vietava ai «Christifideles», poiché prestare ad interesse sarebbe stato come «vendere il tempo che appartiene a Dio». Del perdurare del suaccennato pregiudizio
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(che come tale era già stato ben spiegato da Carlo Cattaneo circa 180 anni or sono), si è avuto di
recente un esempio in uno scritto di Aldo Zagni (Strenna del Pio Istituto Artigianelli, 2000) quando
scrive, con riferimento appunto al prestito, «è un dato di fatto inoppugnabile che si trattava di comportamenti oltremodo odiosi». Il tutto appoggiandosi tortuosamente (quanto ingenuamente) a fonti
di terza o quarta mano; come a quelle dichiarazioni della contessa Lucrezia Gonzaga, moglie del
conte Nicolò di Brunoro Gambara di Brescia, indebitata con banchieri ebrei e ovviamente disturbata
dal doversi sdebitare.
In realtà, afferma la Muzzarelli si trattò «di una delega della società cristiana ... di una ammissione di insufficienza da parte della maggioranza». Anche se poi, come afferma Gabriele Fabbrici, trattando con la ben nota competenza di Fonti documentarie, nel grande prestito internazionale un ruolo
preminente lo ebbero i grandi banchieri cristiani, mentre gli ebrei subentrarono ai cristiani nel prestito minuto, assumendo un ruolo importante.
D'altra parte viene ben documentato come degli ebrei, già dal secolo XlV, esercitassero anche
varie altre attività, ripetutamente qualificate di «utili allo stato» da parte dei duchi d'Este (da qui la
loro sovente segnalata «benevolenza» verso i figli d'Israele): commercio di granaglie, di tessuti, di
«strazzerie». Capitale misto ebraico-cristiano sta poi all' origine di quella «industria del truciolo» a
lungo durata nel Carpigiano e assurta a dimensioni di «multinazionale» diramando i propri magazzini tra Livorno e Londra all'inizio del XIX secolo.
E tuttavia non tutti gli ebrei erano ben piazzati, economicamente, nella società modenese.
IJinnovativo contributo di Luisa Modena (Note a margine della vita delle donne ebree modenesi) ci
documenta, relativamente alla prima metà del XVIII secolo, l'esistenza di circa quattrocento indigenti sui circa milleduecento ebrei del ghetto di Modena (istituito nel 1638).
Bel saggio di womans story, quello della Modena. Ci descrive in modo persuasivo una popolazione femminile ebraica vittima (quasi marxianamente) della «doppia alienazione»: soggezione ai
maschi all'interno di una comunità a sua volta soggetta al mondo cristiano. Ma ci fa conoscere una
femminile Confraternita (o consorellanza?), fondata nel 1735 e sopravvissuta fino al 1903, per il
«sostegno agli ammalati» (Sa 'ad Holim). «Bell'esempio - afferma l'A. - di attività sociale, umanitaria, indipendente e, perché no, anche democratica».
Dal canto suo Miriam Marach, con uno studio demografico su Lugo, in Romagna, ci parla di un
«proletariato ebraico» fatto di stradaioli, stracciaioli, spazzini, saponari, tra fine secolo XIX e inizio
XX.
Ma saltando dalle connessioni tra ebrei ed economia alle persecuzioni che gli ebrei stessi subirono
ricorrentemente, soprattutto in età di Controriforma, segnaliamo le utili indicazioni di Angelo
Spaggiari. Illustrando i Fondi nell' AdS di Modena, Spaggiari descrive, tra l'altro, i molti fascicoli
processuali (195, dal 1599 al 1670) dell'Inquisizione relativi a ebrei, e rimanda a lavori che su tali
fonti sono stati compiuti da studiosi come A. Biondi e M. Luzzati.
Ad un virtuale capitolo «persecuzioni antigiudaiche» andrebbero poi ascritti, in parte, i saggi di
Mauro Perani e Andrea Zanardo. Il primo, ragionando sul <<reimpiego dei manoscritti ebraici», stabilisce una puntuale connessione con le confische di libri eseguite dall'Inquisizione post-tridentina. Le
pergamenacee «disiecta membra» venivano reimpiegate per la rilegatura di altri libri o di registri di
amministrazioni varie. La ricerca condotta nel Modenese e conclusa con la pubblicazione del
bell'Inventario e Catalogo curato da S. Campanini, oltre che dallo stesso Perani, ha condotto al ritrovamento di circa tremila franunenti, «il più grande giacimento che si conosca al mondo». Una occasione preziosa anche per accostare il tema della cultura ebraica locale, religiosa e non, tra Medioevo
e Rinascimento, ivi comprese le connessioni con le grandi aree dell'ebraismo diasporico, da quella
sefardita a quella ashkenazita. Una ricognizione, quella modenese, che potrebbe essere utilmente
avviata anche in alcuni archivi e biblioteche reggiani, dove pure sono presenti volumi rilegati con
antiche pergamene ebraiche manoscritte.
Zanardo conduce la sua ricerca sulla politica conversionistica nella seconda metà del '700, utilizzando ricche fonti di prima mano che smentiscono il revisionismo buonista filotridentino qua e là
diffuso e praticato, ancora, dallo Zagni nel già citato suo scritto. Fondamentale tra le fonti di
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Zanardo il testo, reperito nell'Archivio della curia vescovile modenese, Memorie attinenti all'Opera
pia dei Catecùmeni. Attraverso la rassegna di tutti i casi ivi documentati, alcuni riguardanti ebrei reggiani, Zanardo osserva che fu basso (nonostante l'impegno dei «convertitori»), il numero dei convertiti; e che «i motivi che spinsero quei pochi, sembrano aver poco a che fare con la fede», risultando
quasi sempre la conversione - sapendo leggere le fonti cattoliche - «espediente per mettere insieme
qualche soldo, per tacitare i creditori», o per compiere una scalata sociale. Non mancano le notizie
su rapimenti di bambini ebrei per farli cristiani.
Diversi saggi accostano anche, più o meno ampiamente, il tema della vita quotidiana all'interno
del ghetto. Lo fa, in modo ben documentato, Stefano Arieti svolgendo il tema Assistenza e strutture
sanitarie nella comunità di Modena dal XVII al XIX secolo. Sulla scorta di una relazione di
Bernardino Ramazzini del 1765 l'A. fa emergere la cattiva situazione sanitaria; situazione che perdura a lungo, se l'ebreo Carlo Levi, nel 1895, segnala il prevalere, tra gli ebrei modenesi non più giuridicamente ghettizzati, di individui di «scarsa resistenza organica»; e sollecita come rimedio matrimoni misti, «per rinsanguamento e risanamento» della popolazione ebraica modenese vittima di
secoli di reclusione e di troppi matrimoni tra consanguinei.
Originali e stimolanti le ipotesi di Euride Fregni circa le modalità della autogestione comunitaria
che sarebbe stata anche amministrativa in ragione di «imposizioni esterne», cessando di essere tale
con la emancipazione del dopo 1859. Da quel momento la Comunità ebraica sarebbe diventata soltanto «ecclesiale».
La contemporaneità nelle sue connessioni con le leggi razziali fasciste è trattata soltanto in termini
generali da Michele Sarfatti, massimo esperto in materia. Contro ogni revisionismo buonista da italiani tutti «brava gente», l'A. ci ricorda che dal 1936 alla primavera del 1943 «gli ebrei d'Italia furono sottoposti ad una persecuzione dei diritti ampia e sempre più grave, che determinò alcune conseguenze anche sulle loro vite» (si pensi, per il Reggiano, al suicidio di Carlo Segré, giugno 1939). Il
caso modenese trova spazio nella ripresa della vicenda di Villa Emma: cinquantaquattro ragazzi e
ragazze ebrei tedeschi ospitati a Nonantola e salvati dalla deportazione nazista grazie anche all'impegno particolare di Giuseppe Moreali, don Angelo Beccari e don Ottavio Pelati. Klaus Voigt ricostruisce il caso - dopo lo studio di Ilva Vaccari del 1960 - utilizzando varia documentazione nuova
ed in particolare le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti.
Assai utile la proposta metodologica di Laura Voghera Luzzatto sulla «ricostruzione storica delle
memorie familiari ebraiche e delle genealogie».
Denso, e come la solito, intrigante, il contributo di Amos Luzzatto su L'identità ebraica in Italia a
cavallo fra il XIX e il XX secolo: l'A. contrappone la nozione di «laicità», che fu propria dei Profeti
dell'antico Israele ma non dei Sacerdoti, a quella di «religiosizzazione». Ma qui l'argomento, appassionante, si farebbe troppo complicato. E superiore alle forze di chi scrive queste note, scaturite dalla
ricchezza di stimoli ricevuti scorrendo il volume. In conclusione ci limitiamo a segnalare un modello, come quello praticato a Modena, di approccio alla storia secolare dell'ebraismo diasporico che
potrebbe essere utilmente applicato in area reggiana. Il già citato Convegno di Istoreco del 1993
dovrebbe avere un seguito affrontando la storia dell'ebraismo reggiano anche per i secoli che vanno
dal XV al XVIII. Sarebbe un' occasione per ricomporre gli sparsi, ma già abbondanti e preziosi, contributi che vari Autori hanno prodotto da un ventennio a questa parte. Come reggiani abbiamo, tra
l'altro, la fortuna di avere a disposizione il ben ordinato archivio storico della locale Comunità ebraica nonché un aggiornato Catalogo dello stesso (Il ghetto ebraico nella memoria dei documenti, a
cura di Gino Badini, 1998)
Antonio Zambonelli
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Antonio Petrucci, Giuseppe GiovanelIi, Storia dell'Istituto «Mati/de di Canossa», 140 anni di
istruzione magistrale a Reggio Emilia, Camellini, Reggio Emilia 2000
La scuola popolare in Europa è cosa che comincia a prendere forma con molte difficoltà e incertezze non prima dell'Ottocento. All'inizio del secolo, letteralmente, non si insegna e non si sa insegnare. Poche persone hanno le idee chiare: Fellenberg, padre Girard, Pestalozzi, qualche ministro
absburgico. Li seguiranno da noi il lombardo Ferrante Aporti (i suoi asili non sono istituzioni prescolastiche, ma l'unica scuola accessibile per i bambini poveri che, dai quattro ai nove anni, hanno la
fortuna di frequentarla, ritardando cosÌ di qualche anno l'ingresso nel lavoro) e il toscano Raffaello
Lambruschini. Due preti non troppo amati dalle gerarchie, due cattolici liberali. Gli stati italiani non
si trovano tutti nelle stesse condizioni: alcuni stanno nella media europea, altri toccano il fondo. Può
essere significativa a questo proposito la distribuzione degli asili d'infanzia aportiani attorno al
1847: sono 59 in Lombardia, 22 nel Veneto, 2 nel Tirolo italiano, 4 nel litorale triestino, 3 nella
Svizzera italiana, 40 nel Regno Sardo, 9 nei ducati parmensi, 3 nel Regno di Napoli, 2 nel ducato di
Lucca. Zero, ovviamente, nel ducato estense, dove la reazionaria «Voce della Verità» li additava al
pubblico allarme (non a caso Pietro Manodori dovette attendere l'estinzione del ducato per avere via
libera alla sua illuminata iniziativa).
Dunque l'Italia degli Absburgo innanzi tutto, poi il Regno di Sardegna, dove aveva cominciato a
seminare Aporti (sacerdote tanto liberale da saper riconoscere i meriti delle scuole gestite dalla
comunità ebraica di Livorno!).
Sin dal 1818 il Lombardo-Veneto dispone di un regolamento che ordina con chiarezza le scuole
elementari e tecniche, rivolte sia ai maschi sia alle femmine, ovviamente in forma separata. Esso stabilisce, fra l'altro, che «in Milano una delle Scuole elementari maggiori prenda il nome di Scuola
normale come quella che serve di norma a tutte le altre scuole elementari». Nel 1859 la legge Casati,
nata in Piemonte per diventare il testo fondamentale della scuola italiano dopo l'Unità, definisce, col
nome di «Scuola Normale», la prima, anche se non esclusiva, forma di scuola specificamente adibita
alla formazione delle maestre e dei maestri elementari. Per il profilo generale questa è una storia
nota, grazie agli studi pubblicati da Dina Bertoni Jovine quasi mezzo secolo fa, aprendo il campo a
una ricca pubblicistica che culmina nelle più recenti prove di un altro maestro in questa materia,
Antonio Santoni Rugiu. Questa considerazione non toglie, anzi aggiunge valore a ricerche capaci di
focalizzare il problema su di una più circoscritta base territoriale, illustrando le peculiarità locali
senza perdere di vista il contesto nazionale. Cosa che hanno fatto egregiamente Giovanelli e
Petrucci, con evidente affetto verso !'Istituto che valorosamente rappresentano da insegnanti, ma
senza reticenze nell'illustrare l'alternarsi di luci e ombre nella lunga storia delle scuole per i maestri
e delle condizioni materiali e morali della vita magistrale.
Dalla specola reggiana, la loro analisi illumina una contraddizione di fondo della politica scolastica dell'Italia liberale: da un lato l'urgenza di disporre comunque di docenti almeno alfabetizzati, per
consentire ai comuni poveri, rurali, decentrati, di coprire in qualche modo il fabbisogno di almeno
due anni di scuola elementare. Dall'altro la necessità di garantire un livello medio di preparazione
adeguata per chi pretendeva di raggiungere la licenza e di darsi all'insegnamento. Una doccia scozzese di leggi, decreti, circolari in cui si alternano inviti alla facilitazione e ammonimenti severi da
parte di ministri di notevole statura personale, ma non aiutati da una chiara volontà dello Stato di
considerare nei fatti la scuola popolare - e la dignità degli insegnanti - una propria priorità. Basti
pensare che al tentativo del ministro Gallo (1900) di opporsi alla tendenza facilitatrice in tema di
promozioni e licenze, rimedia poco dopo (1902) il ministro Nasi attribuendo al collegio insegnanti la
facoltà di conferire promozioni e licenze senza esami! Il riflesso a Reggio di questa situazione generale è analizzato dagli Autori in modo esaustivo ed avvincente, come del resto è correttamente individuato il momento chiave dell'emancipazione e della crescita qualitativa nell'età giolittiana, che è, fra
l'altro, la fase di slancio dell'associazionismo magistrale (Unione Magistrale, laica, «N. Tommaseo»,
cattolica: le maestre ed i maestri provvedono da sé al proprio riscatto sociale ed al rinnovamento
delle propria figura professionale, al di là dei limiti della scuola stessa). Nella R. scuola «Principessa
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di Napoli» si assiste allora ad un importante cambio della guardia nel corpo insegnante, che si alimenta alla fonte di sensibilità nuove: positivismo (pedagogia scientifica), socialismo, femminismo.
Sono tratteggiate figure di grande rilievo come Clelia Fano e Alessandrina Gariboldi, la vita della
scuola viene osservata dall'interno, ma proprio per segnare la sua permeabilità, o meglio la sua reattività, alle idee dell' epoca.
Un altro tema affrontato con grande efficacia è la complessa vicenda della femminilizzazione
della professione magistrale, che comincia dalle sbilanciate iscrizioni alla Scuola normale (si pensi
al grido d'allarme del ministro Credaro, che nel 1910 denunciava l'avvenuta chiusura di elementari
maschili per mancanza di maestri, mentre ancora c'era chi insegnava senza titolo!). Anche qui luci e
ombre: da un lato l'insegnamento come risorsa per l'emancipazione femminile, dall'altro la frequenza della normale come pis aller per fanciulle senza vocazione. Per tutte queste ragioni un giusto
rilievo viene dato nel libro al convegno nazionale, tenuto si a Reggio nel 1910, sulla riforma della
Scuola normale.
Con la stessa sicurezza e col sostegno di un'attenta documentazione, gli Autori delineano lo sviluppo del rapporto scuola-società dalla Grande Guerra al primo dopoguerra, dal fascismo alla seconda guerra mondiale, alla Resistenza ed agli anni repubblicani. Impossibile seguire analiticamente il
lungo racconto. Basterà segnalare il particolare interesse delle pagine dedicate all'avvio ed all'assestamento dell'Istituto Magistrale, subentrato alla Scuola normale con la riforma Gentile, e alla toccante vicenda del preside Pardo, vittima delle leggi razziali del 1938.
Ed è proprio la ricca galleria di docenti, allievi, maestri a conferire vivacità evocativa e concretezza di riferimenti a tutta la storia. Fra questi personaggi, due ci sembrano assumere un valore emblematico al di là della stessa vicenda personale. Due donne: la preside Marani, portatrice di una concezione autoritaria della scuola già prima di diventare una delle più coerenti rappresentanti del fascismo nella scuola reggiana; la professoressa Cecchini, cattolica intrisa di autentico spirito socratico,
impegnata nell'associazionismo femminile e nella politica per dovere, ma sempre donna di scuola in
primo luogo.
Per i tempi più recenti alle carte si aggiungono le testimonianze e la memoria. Il «Matilde di
Canossa» (la contessa è la terza patrona degli studi magistrali a Reggio, dopo santa Caterina e la
principessa venuta dal Montenegro) partecipa vivacemente agli anni della contestazione, del rinnovamento sociale e didattico, dei programmi sperimentali. Una vicenda che ci tocca da vicino, eppure è
anch' essa già storia.
Ettore Borghi
Comune e ANPI di Poviglio, Gruppo Zeppelin, Poviglio, memorie della Resistenza, videocassetta
realizzata da Jeris Fochi e Antonio Zambonelli
Ai forti cambiamenti nello stile di vita, nelle fonti dell'immaginario, nelle condizioni .materiali,
che in forma sempre più accelerata hanno mutato il volto della nostra provincia durante gli anni
repubblicani, la comunità povigliese ha saputo dare una composta serie di risposte culturali e didattiche, atte a tenere unita la trama della memoria condivisa ed a facilitarne la trasmissione.
In queste operazioni la riflessione sulla memoria prende avvio da ciò che è noto, che sta sotto gli
occhi, ma non necessariamente risalta in tutta la carica dei suoi significati, non è ancora, perciò,
conosciuto. A cominciare dallo spazio, dai luoghi della vita quotidiana: vie, piazze, muri, pietre.
Ecco dunque gli inviti, per usare un'espressione ormai consueta, a «leggere il territorio» attraverso le
mappe storiche (1996 e 1998) dedicate rispettivamente a «fascismo, antifascismo e resistenza» e ai
monumenti civili (<<l'invenzione della nazione»). Frutto in entrambi i casi della collaborazione del
Comune con ISTORECO (nelle persone di Glauco Bertani e di Antonio Canovi), le mappe suggeriscono una forma di percorso turistico «altra» rispetto ai patinati richiami dell' estetismo a buon mercato, ed assumono la funzione didattica (ma non esclusivamente fruibile da parte di scolari in senso
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stretto) di richiamare l'attenzione sui segni del tempo impressi nella toponomastica, nei cippi e nelle
lapidi, nei luoghi abituali, apparentemente anonimi ma in anni trascorsi sede di eventi indimenticabili.
Ora il passaggio dal supporto cartaceo al mezzo audiovisivo sposta l'attenzione, per così dire,
dalle cose alle persone, dallo spazio al tempo, che è quello del racconto e della soggettività del ricordo, opportunamente sottolineati dagli inserti di filmati d'epoca.
Nel lavoro si sono incontrate due professionalità parimenti coltivate in curricoli ricchi di convincenti attuazioni, quella di storico di Zambonelli e quella di artista nel campo della comunicazione
visiva di Fochi. Ma senza nulla togliere all'importanza del loro ruolo di autori a tutti gli effetti, si può
senz'altro affermare che il maggior pregio dell'opera stia proprio nell'aver fatto parlare i protagonisti
di quella stagione, donne e uomini, attori e rievocatori, con l'autenticità delle loro parole e dei loro
modi; di avere, insomma, celato il testimone mettendo in luce la persona. Così, come nel caso dei
monumenti, ai più giovani povigliesi è dato modo di scoprire un lato meno manifesto della loro stessa gente, di uomini e donne insomma che vivono assieme a loro, eppure non abitano lo stesso tempo
storico e sono maturati (bello il ricorso ai loro ritratti da giovani!) attraverso altre prove.
Cintenzione pedagogica di far riflettere su un punto drammaticamente decisivo della storia contemporanea, in sé utile e giustificata, trova dunque l'attuazione meno cattedratica possibile, pur
senza cedimenti quanto alla responsabilità di delineare un quadro realistico e documentato delle
vicende, sottolineando con opportuni richiami o segnali il senso della distanza e della determinatezza
storica in cui le narrazioni si collocano.
e. b.
Carlo Pellacani, La Rinascita, vicende e protagonisti (1924-1999), Consulta, Reggio Emilia, 2000
Nel 1921, apprendiamo dall'insostituibile lavoro di ricerca di Amus Fontanesi, in provincia di
Reggio le cooperative erano 175, con 33354 soci; 72 le cooperative di lavoro - seconde soltanto a
quelle di consumo - con 10225 soci (otto poi quelle agricole, sei quelle per le case popolari).
Operavano inoltre due consorzi cooperativi. Un tessuto imponente, con cui il fascismo avrebbe dovuto venire a patti, pena il collasso economico dell'intero territorio. A sua volta, la possibilità di
sopravvivenza e di conservazione di sufficienti margini di autonomia delle cooperative si affidava
alle capacità di negoziato, alle strategie flessibili che dirigenti e soci erano in grado di mettere in
atto, e indubbiamente alla messa in sordina dell'ideologia politica, per salvaguardare l'essenziale
patrimonio etico della solidarietà, che ne faceva comunque una realtà diversa e inconfondibile.
La Cooperativa fra carrettieri «La Rinascita» di Castelnovo di Sotto, che con questo elegante volume celebra i settantacinque anni di attività, si costituisce addirittura sedici mesi dopo la Marcia su
Roma, col fascismo che ormai si avvia ad essere regime: l'albero è ancora vitale, e spuntano nuovi
polloni. Verranno però attraversati anni difficili, che l'Autore ricostruisce con occhio attento alle
schermaglie fra i cooperatori e i rappresentanti locali del partito al potere, ma anche ai conti economici, che illustra con competenza inserendoli in un più ampio contesto, sia economico generale sia
monetario. Canalisi del periodo bellico mette in luce le difficoltà che costringono la «Rinascita» ad
una lotta per la semplice sopravvivenza, come dimostra il «sostanziale azzeramento del patrimonio
della Cooperativa» verificatosi col bilancio del 1942.
La ripresa della società dopo la guerra avviene in parallelo con la ricostruzione morale, oltre che
materiale, faticosamente avviata nei primi anni della Repubblica. AI punto di partenza quello che
intraprende il rilancio di <<una cooperativa patrimonialmente inconsistente» è «un gruppo di soci
usciti rafforzati nelle loro convinzioni cooperativistiche da lunghe tribolazioni e sofferenze» (p. 70).
Gli anni della ricostruzione (1946-1960) sono quelli di un primo ricambio generazionale e soprattutto di una tempestiva scelta di adeguamento alle trasformazioni produttive generali: il passaggio
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all'autotrasporto che prima affianca, poi sostituisce completamente il traino animale. Ne consegue
una rilevante innovazione concettuale: la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Il che vuoI
dire, sotto certi aspetti, passaggio da un'aggregazione di artigiani, ciascuno padrone dei propri
attrezzi (il cavallo e il carro) ad una struttura industriale, sia pure sui generis. Un passaggio che si
traduce più avanti in scelte di espansione ed integrazione dei contenuti produttivi: il calcestruzzo, il
frantoio. Siamo a quella che l'Autore inquadra come la fase dello sviluppo (1961-1984).
Un atteggiamento di prudente riserva induce Pellacani a chiudere qui la trattazione storica vera e
propria, affidandosi per i successivi anni 1985-1999 ad una conversazione col presidente in carica,
Fabrizio Gerbella, che intitola significativamente Cooperativa e mercato.
Ma lo spaccato di storia economica, che costituisce l'ossatura centrale del volume e si correda di
accurate appendici statistico-documentarie, non esaurisce l'interesse dell'opera, che si esprime anche
attraverso pezzi di costume ed annotazioni antropologiche, frutto soprattutto della specifica e diretta
conoscenza della realtà di Castelnovo, già dimostrata dall' Autore in precedenti prove. Il libro si completa con un folto gruppo di testimonianze rese dai protagonisti di questa vicenda collettiva, che
spesso è stata condivisa da più generazioni della stessa famiglia: ulteriore condizione per rafforzare
il senso «comunitario» dell'impresa.
e. b.
Il partigiano Fenoglio - uno scrittore nella guerra civile
Testi Piero Negri, Luca Bufano, Pierfrancesco Manca
Fotografie Chico De Luigi dal set de Il partigiano Johnny di Guido Chiesa, Fandango Libri,
L.35.000
Beppe Fenoglio è entrato nella vita del regista Guido Chiesa ai tempi dell'Università durante il
corso del professor Angelo Jacomuzzi su Fenoglio e Giacomo Leopardi: «Parlando dello scrittore
che raccontava le vite dei partigiani e dei contadini, Jacomuzzi ci fece capire che i suoi punti di riferimento erano Shakespeare, Omero, la grande letteratura. Per me, che ero e forse sono ancora un provinciale, fu una rivelazione. Quando nel 1983 andai a vivere negli Stati Uniti, scrissi una sceneggiatura che si chiamava La guerra di Johnny, che univa quattro racconti di Fenoglio. Un produttore la
portò all'Istituto Luce e gli fu risposto che i partigiani non interessavano più a nessuno. Come reazione a questo rifiuto nacque la prima versione de Il caso Martello». Al suo ritorno dagli Stati Uniti,
Chiesa contattò gli agenti della famiglia Fenoglio, che gli fecero capire che era impossibile acquistare o anche solo opzionare i diritti del libro. Allora il determinato regista torinese realizzò, nel 1996,
con i Csi, lo spettacolo Un giorno di fuoco, dedicato a Beppe Fenoglio, al quale affiancò successivamente la biografia televisiva dello scrittore albese Una questione privata (1998). Tutta la lunga e travagliata genesi dell'ultimo film di Chiesa, Il partigiano Johnny, da tanto tempo pensato e sognato
con passione e determinazione, ci viene raccontata nell'intervista di Piero Negri al regista e allo sceneggiatore Antonio Leotti che chiude il bel libro Il partigiano Fenoglio edito recentemente dalla
Fandango Libri.
Nel volume fresco di stampa troviamo anche altri tre saggi intervallati da una nutrita galleria di
immagini (riprese sul set dal fotografo Chico De Luigi e in parte «rubate» dagli album di famiglia di
Fenoglio); parole e immagini cercano indagare il groviglio di vita, letteratura e storia, che è l'opera
di questo autore atipico che partecipò attivamente nella resistenza armata. Il giornalista Piero Negri,
tra i fondatori del Circolo Fenoglio '96, nel suo scritto Uno scrittore nella guerra civile ricostruisce
il percorso esistenziale dell'uomo dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, distinguendo con chiarezza quel che è vita da quel che è letteratura, nel tentativo di evitare ogni possibile confusione. Luca
Bufano, docente presso il dipartimento di lingue romanze delle Wesleyan University, nel
Connecticut, che oltre che essere il curatore della prima edizione dell'epistolario di Fenoglio ha già
pubblicato il volume Beppe Fenoglio e il racconto breve (Longo, 1999), ne Le frontiere di Valdivilla
- Beppe Fenoglio e la narrativa partigiana studia l'opera dello scrittore albese nel periodo della resi-
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stenza. Bufano indaga anche sulla difficile genesi de Il partigiano Johnny, romanzo incompiuto che
fin dalla sua apparizione - avvenuta nel 1968 - ha suscitato non poche controversie. Pierfrancesco
Manca, ricercatore presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Torino e collaboratore
dell'Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea di Alessandria, riferisce in
Beppe Fenoglio e le nuove stagioni della Storia i recenti sviluppi della ricerca storica, nella quale
Fenoglio è protagonista assoluto.
Guido Chiesa si può affermare che da sempre è «ossessionato» dalla Resistenza (si rimanda alla
filmografia riportata alla fine della recensione) fatta di uomini e di idee. Ecco quindi Il partigiano
Johnny, film importante che conserva in pieno le memorie e i volti del romanzo di Fenoglio. La
struttura della messa in scena fa proprio della frammentarietà, caratteristica dei diari personali intessuti di impressioni, dubbi, amarezze, il suo stilema principale. Il «romanzo incompiuto», il brogliaccio di Beppe Fenoglio, appare come un testo che si nega, con il suo tessuto frastagliato.
Cinquietudine del protagonista, le tensioni ideali, i dubbi e le utopie, i giorni di battaglia, i boschi, le
vie di Alba, il paesaggio-personaggio delle Langhe sono stati ripresi da Chiesa con vigore, convinzione e coraggio. In un'intervista il regista ha riferito: «Il partigiano Johnny, di questi tempi, è una
sfida e un desiderio. La sfida all'inattualità, il desiderio dell'autenticità. Resistenza, liberazione,
guerra civile. Fantasmi che si aggirano tra revisionismi, negaziosismi, qualunquismi. Eppure, non
finisce mai ... Una distinta signora, partigiana a vita, diceva: "avremmo dovuto bruciare tutti i documenti, e diventare una leggenda. Come leggenda saremmo stati magnifici". Johnny brucia tutto.
Memoria, valori, anniversari. Rimangono storie, tragedie, emozioni. Fuori dal tempo. Coerenza e
disciplina senza tempo. Piccole grandezze per il mediocre giorno che ci aspetta».
Sandra Campanini
Altri film e documentari di Guido Chiesa - che affrontano il tema della guerra e della Resistenza
in modo abbastanza insolito - disponibili in videocassetta sono:
Il caso Martello (1991), Torino in guerra: 1940-1945 (1995), 25 aprile: la memoria inquieta
(1995), Materiale resistente (1995), Nascita di una democrazia (1997), Partigiani (1997), Una questione privata - Vita di Beppe Fenoglio (1998).
Per approfondire l'opera cinematografica di Guido Chiesa: Tra emozioni e ragione - Il cinema di
Guido Chiesa, a cura di Domenico De Gaetano, Ed. Lindau.
Emilio Clementel, I prigionieri di Villa Gobio, Editoriale Sometti, Mantova 2000
Emilio Clementel fu paracadutato, insieme a un compagno, per svolgere attività spionistica ai
danni dei nazifascisti, nel luglio '44, fra le golene boscose di Cizzolo, nel Viadanese, in provincia di
Mantova. Aiutati dai partigiani del luogo, i due raggiunsero la città di Reggio Emilia per iniziare l'attività informativa in collegamento, mediante ricetrasmittente, col comando di Bari. Clementel, in
particolare, riuscì a far intervenire le squadriglie alleate per bombardare treni carichi di munizioni,
depositi di carburante, colonne nemiche dirette alla Linea Gotica. L'attività informativa svolta a
Reggio Emilia, importante crocevia dei rifornimenti militari verso l'Appennino, occupa una cospicua parte del volume. CAutore, oltre a descrivere scorci, fatti e persone, non manca di soffermarsi
sulla vita quotidiana del centro urbano emiliano fornendo un interessante quadro di una città nelle
retrovie del fronte.
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Chi è Emilio Clementel? originario di Trento, ex agente dell'Intelligence inglese, Clementel
cominciò subito dopo la guerra a scrivere le sue memorie fino a costituire un ponderoso volume
rimasto finora inedito. Soltanto un paio d'anni fa, grazie all'interessamento dell' Anpi provinciale di
Mantova, del Comune di Virgilio, della Provincia di Mantova e dell'Editoriale Sometti, il manoscritto è stato preso in considerazione per la sua integrale pubblicazione. Infatti, il volume è una preziosa
testimonianza sull'attività del Movimento di liberazione nel mantovano.
I prigionieri di Villa Gobio raccoglie i ricordi della vita militare di Clementel a partire dall'estate
'43 - anno in cui si trovava nell'Italia meridionale - fino al 22 aprile '45, giorno della sua fuga dalla
prigione tedesca di villa Gobio.
Provetto radiotelegrafista, dopo l'armistizio del settembre 1943, s'impiegò a Bari, città ormai
sotto l'occupazione alleata, in un centro radio prima civile e poi militare. Nei mesi che seguirono
fece diverse conoscenze fra cui anche quella di ex militari come lui, che già si erano messi in contatto con i servizi segreti alleati e quindi anche con la resistenza che si stava organizzando nel Nord
Italia.
In seguito a una missione segreta condotta oltrefronte, a Bologna, per conto di questi nuovi amici e
risoltasi in modo più che positivo, pensò di dare il proprio contributo alla liberazione d'Italia entrando a far parte del servizio segreto britannico che aveva sede a Bari. Dopo alcune settimane di corsi di
trasmissioni e di addestramento col paracadute venne inviato, come si ricordava all'inizio, in provincia di Mantova.
Nel novembre '44 a causa delle confessioni estorte dalla Brigata nera ad alcuni partigiani di
Cavallara (frazione di Viadana) e al suo compagno che era rimasto a Cizzolo a collaborare coi partigiani, Clementel, insieme al nuovo collaboratore che nel frattempo il comando di Bari gli aveva
inviato, fu catturato dai brigatisti neri e dai tedeschi del controspionaggio. Tradotti a villa Gobio, a
pochi chilometri da Mantova, furono sottoposti a inenarrabili sevizie perché rivelassero i codici
segreti della ricetrasmittente, i nomi dei mandanti inglesi, dei fiancheggiatori durante la permanenza
nella Bassa mantovana e nella città di Reggio Emilia.
8unico a salvarsi da quella detenzione fu Clementel, perché il giorno prima della partenza dei
tedeschi, consapevole della sicura eliminazione in quanto testimone degli orrori accaduti in quella
casa, riuscì a calarsi dalla finestra della sua cella e scappare attraverso i campi.
Raccolto prima da dei contadini e poi dai partigiani, Emilio impiegò parecchio tempo prima di
rimettersi dalle torture e dalle privazioni subite.
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1978 - Centro direzionale San Pellegrino, Reggio Emilia. Il complesso fu commissionato dal Consorzio cooperative di produzione e lavoro di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Qui sono in evidenza gli edifici a torre.
Finito di stampare
nel mese di maggio 2001
da Grafitalia - Reggio Emilia
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I militanti socialisti reggiani nel dopoguerra (1945-1960)