Reggio Calabria
La Democrazia
SOSPESA
Si può sciogliere un Comune Capoluogo
di Provincia, una delle 10 Città
Metropolitane italiane, sulla base di
una relazione fallace, piena di errori,
clamorose inesattezze e violente quanto
ingiuste accuse a cittadini onesti?
A cura di:
Gruppo Parlamentare Camera dei Deputati PDL
Coordinamento Regionale Calabria
Finito di stampare nel mese di gennaio 2013
presso la Tipografia De Franco - Reggio Calabria
INDICE
Prefazione .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 1
Perché questo libro .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
3
La genesi viziata e l’epilogo .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
5
Reggio, un mistero buffo .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 10
La saga dei contigui .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 12
E il Sindaco… .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 14
S.U.A.P - Baluardo “infiltrato” .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 16
Patrimonio edilizio. Eccellenza per tutti ma non per loro .. . . . . . . . . . . . » 17
Il fantasma nel bene confiscato .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 19
I protocolli di legalità e l’ironia dei Commissari .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 21
Uomini e associazioni contigue che si ribellano .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 22
Lo “spacciatore”… incensurato .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 23
È ditta di fiducia della Prefettura ma è contigua .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 24
La vicenda Multiservizi e… la Prefettura dormiente… . . . . . . . . . . . . . . . » 25
La paradossale vicenda del Mercato di Mortara .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 26
Vietato incontrare Sottosegretari .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 28
La strategia politica e quelle assenze importanti .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 29
Ecolandia e l’incredibile gaffe dei commissari .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 30
Frequenta tossici. Si, ma per riabilitarli .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 32
Condannati da un’indiscrezione giornalistica .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 33
Lo Stato che sbaglia. Un uomo ingiustamente “marchiato” .. . . . . . . . . . » 34
Un documento del 1981 per essere contigui nel 2012 .. . . . . . . . . . . . . . . . » 35
Altro che mafia: questa è una storia di amicizia .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 37
La relazione superficiale. L’incensurato scambiato per il boss .. . . . . . » 39
Una decisione politica .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 41
Reggio da vittima a protagonista: corsi e ricorsi .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 46
Interpellanza parlamentare .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 48
bianca
prefazione
Il governo Berlusconi, di cui ho avuto l’onore di fare parte in qualità di Ministro della Giustizia, ha dato prova concreta del suo impegno contro le mafie
attraverso una serie di provvedimenti di legge che, a giudizio unanime degli
addetti ai lavori e dell’opinione pubblica, ha contribuito in maniera incisiva
alla lotta contro ogni forma di criminalità organizzata.
Basti pensare all’inasprimento delle pene per i delitti più gravi, all’abolizione del patrocinio a spese dello Stato per i mafiosi, alla nuova disciplina
sulle misure di prevenzione e alle altre norme contenute nel codice antimafia.
Proprio su iniziativa del sottoscritto, la parola “‘ndrangheta” è stata introdotta, con decreto legge, nel testo dell’art. 416 bis del codice penale e
delle altre norme in materia di misure di prevenzione; tale introduzione non
ha avuto solo una funzione lessicale, ma si è rivelata, in concreto, un provvedimento efficace nell’esercizio quotidiano della Giustizia.
In virtù di un impegno tangibile, l’attività politica del Pdl equivale segnatamente ad un contrasto incisivo e continuo alla mafia, alla ‘ndrangheta,
alla camorra ed a tutte le altre organizzazioni criminali che il nostro governo ha combattuto con decisione, severità e determinazione.
Proprio nei territori dove la forza pervasiva delle organizzazioni mafiose
è più pesante, dove la presenza della mafia a tutti i livelli è più soffocante, dove è maggiore il tasso di infiltrazione nella società e nelle istituzioni,
occorre che l’azione dello Stato sia condotta con fermezza, perseveranza e
intelligente oculatezza. Il provvedimento riguardo lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria penalizza e condanna un’intera comunità
e non rafforza la presenza dello Stato in questa parte di Paese. Il Pdl si
stringe ancora una volta attorno ai cittadini reggini con la consapevolezza
che quanto accaduto, anche in termini di proiezione mediatica, non rende
giustizia del grande processo di crescita avuto negli ultimi anni.
Uomini come Giuseppe Scopelliti, oggi Presidente della Regione Calabria
e sindaco di Reggio Calabria dal giugno 2002 all’aprile 2010, hanno guidato
questa stagione che è riuscita a dare, finalmente, una identità alla città, con
una serie di interventi pianificati e mirati, che ha consentito la realizzazione di un programma politico-amministrativo incentrato sulla valorizzazione
del patrimonio turistico - culturale, sulla costruzione di opere pubbliche e
su innumerevoli iniziative culturali, creando così le condizioni per uno sviluppo del territorio equilibrato, con significative ricadute anche in ambito
occupazionale.
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Il riconoscimento di Reggio Calabria, quale città metropolitana e la sua
designazione quale sede nazionale dell’Agenzia per i beni confiscati, entrambi voluti dal governo Berlusconi, sono stati sostenuti dall’intero Parlamento proprio per il ruolo di riferimento che la città aveva e tutt’oggi ha
nell’ambito regionale e del meridione. Una città, quindi, che attraverso un
percorso democratico sostenuto dal consenso della stragrande maggioranza
dei cittadini, ha dimostrato di essere in grado di determinare le scelte politiche e di amministrazione della cosa pubblica avendo come unico interesse
il bene comune.
Tutto questo si inscrive in quel percorso di presenza, attenzione e sostegno dello Stato nel promuovere lo sviluppo sano delle comunità e la cultura
della legalità. La finalità di questa pubblicazione risponde alla volontà e
all’esigenza di fare luce e chiarezza in merito alle vicende che hanno portato allo scioglimento dell’amministrazione comunale. Nonostante il doveroso
rispetto nei confronti delle istituzioni preposte alla decisione, è altrettanto
doveroso, in presenza di ragionevoli dubbi e provati elementi in contrasto
con questa determinazione, tenerne in considerazione i fattori di rilievo e
contribuire con ciò ad una operazione di verità.
Ho conosciuto personalmente Demetrio Arena nel maggio del 2009, nel
corso dei lavori del G8 dei Ministri della Giustizia, quando fu invitato a relazionare sulle misure di prevenzione antimafia quale amministratore giudiziario dei beni sequestrati alla criminalità organizzata. In quell’occasione,
ne ho apprezzato le qualità di tecnico esperto, ma anche appassionato della
materia. Purtroppo al sindaco e alla sua amministrazione, complice anche
una violenta campagna denigratoria a opera del Pd, non è stata concessa la
fiducia auspicata e, con il provvedimento di scioglimento, è stato loro negato
il tempo di realizzare le tante iniziative in programma finalizzate al rilancio
della città.
I cittadini, a cui sono stati sottratti il proprio sindaco e l’amministrazione
che avevano liberamente scelto, pagano il prezzo più alto. L’impegno di tutto il Pdl rimane forte affinché Reggio Calabria possa risollevarsi e tornare
alla libera vita democratica.
Angelino Alfano
PERCHé QUESTO LIBRO
Reggio in mano ai Commissari. Chi, invece, è stato chiamato a governare la
città dai reggini è a casa ad assistere, impotente, all’incedere degli eventi.
Una decisione annunciata, quella del commissariamento del Comune di
Reggio Calabria. Una scelta arrivata al culmine di una lunga ed incisiva campagna mediatica alla quale non c’è stato modo di porre un freno. La sera
in cui il ministro degli Interni, Anna Maria Cancellieri, annunciò quanto il
Consiglio dei Ministri aveva deciso, tutto sembrava perso. L’onta di uno scioglimento per contiguità mafiosa è qualcosa che tocca ed infanga tutti: amministratori e cittadini. Ma non appena ha cominciato a circolare la relazione
che ha portato il Ministro a formarsi il giudizio sulla vicenda, le stranezze
del provvedimento sono venute tutte a galla. In quelle pagine si trovano riferimenti a cittadini chiamati in causa senza aver commesso alcun reato,
altri che vengono accusati di essere pregiudicati senza mai avere subito, non
una condanna ma nemmeno un’indagine; associazioni di riabilitazione di ex
detenuti accusate di frequentare gli stessi; ditte che vengono intese come dirette espressioni mafiose e che nel contempo risultano fra le fornitrici della
Prefettura.
All’Amministrazione sciolta vengono contestate cose mai avvenute, cose
di cui si tralasciano gli sviluppi e ancora cose di cui si sono volutamente
ignorate le motivazioni.
E ancora, politici che, per motivazioni assolutamente prive di qualunque
attendibilità, non solo giuridica (infatti nessuno dei citati è stato mai fatto
oggetto di indagine, pur essendo stati controllati per anni), ma anche morale,
vengono messi alla “gogna”.
Il punto vero è che questa attività di indagine si è sviluppata in un momento storico di particolare crisi cui si è accompagnata una generica “condanna
della politica”, oggi molto diffusa fra la cittadinanza.
I fenomeni di mala politica emersi in tempi recenti e amplificati dalla stampa giustizialista hanno creato un clima di sfiducia generalizzata. E’ quindi
abbastanza facile, per il cittadino comune che non ha il tempo, o la voglia, di
soffermarsi sulle notizie e di approfondirle, subire il fascino perverso e contagioso della storia che ci raccontano.
Tutto ciò rischia di rendere accettabile e giusta una decisione che tale
non è.
Non lo è per principio, perché non si può assistere al massacro dello Stato
di diritto.
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Non lo è perché ha messo in discussione l’onore di persone che, in un contesto difficile come il nostro, hanno cercato sempre ed in ogni modo di essere
distinte e distanti da certe pratiche e certi personaggi.
Non lo è perché si è instaurato un clima di paura. E’ sufficiente avere un
lontano parente, essere stati visti in compagnia di qualcuno, anche se non si
sa chi è, avere avuto un procedimento di cui non è stata comunicata la risoluzione, per essere inseriti nell’elenco dei “contigui”.
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Se a qualcuno questo stato di cose può andare bene, certamente per noi
non è tollerabile avallare un atteggiamento che va contro i più elementari
diritti della persona, sanciti in modo indissolubile ed indifferibile nella nostra
Costituzione.
Non dire, non fare nulla, avrebbe il significato di acconsentire, di chinare
la testa, di sentirsi colpevoli di fronte a delle accuse che sono, lo ripetiamo,
infamanti ed ingiuste.
Nessuno ha sentito il dovere di chiedere, di verificare, di controllare. Ci
si è affidati ad un teorema, che doveva essere dimostrato a tutti i costi. Solo
nelle guerre si mette in conto di lasciare delle vittime sul terreno. Ma di quale
guerra si tratti, in questo caso, non si sa.
Alla ‘ndrangheta? Al malaffare? Alla cattiva Amministrazione? Probabilmente sì. Ma purtroppo per tutti noi, l’obiettivo è stato miseramente mancato.
Questo libro vuole quindi offrire alcuni spunti di riflessione sull’infondatezza del contenuto della famigerata Relazione.
Perché si vuole che chi non si accontenta delle verità costruite a tavolino,
sappia.
Perché le persone coinvolte sono oneste e per bene, di fronte alla legge e
di fronte alla loro coscienza, e non si vuole che debbano invece vergognarsi di
qualcosa che non hanno mai commesso.
Perché non si vuole che in Italia ci siano un’altra volta i processi di piazza,
i Tribunali speciali, le esecuzioni sommarie, senza difesa, senza verità.
Perché, infine, quella che una battaglia politica non si trasformi, come i
regimi comunisti ci hanno insegnato, in una continua ed assidua attività di
discredito personale verso i propri contendenti politici.
Jole Santelli
La Genesi viziata e l’epilogo
La genesi della Commissione d’accesso al Comune di Reggio Calabria non
è “naturale”. Ma forzata e sospinta. La procedura viene attivata dopo mesi
di “spifferi” mediatici, smentite di circostanza, pressioni politiche, giornalisti armati e politici disposti a tutto pur di “giocarsi” Reggio sui tavoli
romani.
L’insolita attenzione
Il 16 Novembre 2011 viene nominata al Viminale Anna Maria Cancellieri:
l’Italia sembra essere ad una svolta e si passa al Governo dei “tecnici”. Il Paese è in ebollizione, la sicurezza nazionale è in bilico, eppure per un giornalista
di grande esperienza, l’unica domanda da porre al neo Ministro nel corso
della sua conferenza stampa di insediamento è: “Ministro quando manderete
la Commissione d’accesso al comune di Reggio Calabria?”.
L’Italia, in preda alla crisi economica e sociale, non attendeva altro…
Il 25 novembre 2011, con un’interrogazione parlamentare rivolta al Ministro dell’Interno, cinque deputati del Pd, Doris Lo Moro, Rosa Villecco Calipari, Laura Garavini, Franco Laratta e Nicodemo Oliverio, chiedono l’accesso
antimafia al Comune di Reggio Calabria. I deputati assemblano alcune dichiarazioni di pentiti, notizie emerse dalla
stampa, tristi vicende che nulla hanno a che vedere con la ‘ndrangheta e presentano l’interrogazione.
Ma i deputati del Pd non sono stati i soli ad elaborare un “documento prodigio”: Angela Napoli ha bruciato le tappe e, il 22 novembre, presenta un’interrogazione parlamentare indirizzata al Presidente del Consiglio dei Ministri, e ai Ministeri dell’Interno, della Giustizia e dell’Economia per chiedere
l’istituzione di una Commissione d’accesso che possa valutare direttamente
la situazione del Comune.
L’onorevole Napoli rappresenta la città come una caotica cloaca, dove accade di tutto, riepilogando senza nessun filo logico tutte le attività investigative degli ultimi anni, chiamando in causa perfino i Servizi Segreti.
Lo stesso giorno, alle 19:02, l’agenzia Ansa batte un take particolarmente
misterioso: “Il Viminale vuole vederci chiaro sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nella società municipalizzata di Reggio Calabria Multiservizi
Spa. E’ partita quindi una richiesta di informazioni al prefetto del capoluogo
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Luigi Varratta, dopo che un’inchiesta della DDA aveva fatto emergere un presunto controllo della società da parte della cosca Tegano” (Ansa).
Il giorno dopo la circostanza viene smentita direttamente dall’allora
Prefetto di Reggio, Luigi Varratta.
Il 21 Dicembre del 2011 viene arrestato il consigliere comunale Giuseppe
Plutino. A Roma non stanno a guardare. La deputata del Pd Lo Moro annuncia
subito di voler “chiedere oggi al Ministro dell’Interno, nel corso dell’audizione
prevista presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, cos’altro deve succedere perché si proceda ad una seria verifica di quanto succede a Reggio Calabria”, mentre la deputata Napoli, del Fli, commenta:
“L’arresto odierno del consigliere comunale Giuseppe Plutino, con l’accusa di
concorso esterno in associazione mafiosa, nell’ambito dell’operazione contro
la cosca Caridi della ‘ndrangheta reggina, credo non possa più esimere il
Ministro dell’Interno dall’avviare adeguate procedure per lo scioglimento del
Consiglio comunale di Reggio Calabria per infiltrazione mafiosa”.
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Secca e determinata la risposta del Sindaco Demetrio Arena che, attraverso
una nota dichiarò: “Ripongo la massima fiducia nell’operato della magistratura reggina affinché faccia piena luce sui capi d’imputazione che hanno determinato la misura cautelare a carico del consigliere comunale Plutino. Ed auspico
che il consigliere possa chiarire, nelle sedi competenti, la sua posizione”. “In
questi primi mesi di legislatura – aggiunse Arena – Plutino, dopo aver smaltito la profonda amarezza per non essere stato designato dal partito nell’esecutivo comunale, ha svolto puntualmente il ruolo di consigliere comunale”.
“Duole – dice ancora il sindaco di Reggio – dover registrare il perpetuarsi di
azioni irresponsabili ad opera di taluni soggetti che, nonostante in passato abbiano ricoperto cariche istituzionali di grande rilievo, continuano a strumentalizzare un tema delicato come quello della giustizia, per evidenti interessi
personali legati alla carriera politica. Ciò è ancor più grave se si considera che
la comunità che ho l’onore di rappresentare è impegnata a supportare l’opera
della magistratura e delle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità organizzata. I continui sforzi per condizionare l’operato delle istituzioni da parte
degli onorevoli Napoli e Lo Moro evidenziano un tentativo di prevaricazione
delle regole e dei ruoli e un senso della Stato parolaio e strumentale”.
Solitamente, la Commissione d’Accesso viene attivata dal basso. È, cioè, il
Prefetto (rappresentante del Governo sul territorio), avvertita la necessità di
far luce su alcune amministrazioni locali, ad avviare la richiesta.
A Reggio non avviene tutto ciò.
Pare sia stato il Ministero dell’Interno a contattare telefonicamente l’allora Prefetto di Reggio, Luigi Varratta, sollecitando l’attivazione della procedura.
La longa manus si materializza
Il 19 Gennaio 2012, il prefetto di Reggio, annuncia l’imminente arrivo della
Commissione d’accesso a Palazzo San Giorgio.
Due mesi dopo, il 23 Marzo 2012, nuovo colpo a sorpresa del Ministro Cancellieri, ormai particolarmente appassionata alle vicende reggine: cambio del
Prefetto. Via Luigi Varratta che viene premiato e nominato nuovo Prefetto di
Firenze, dentro Vittorio Piscitelli, uomo vicinissimo al Senatore del Pd Luigi
De Sena, e reduce da quattro anni di esperienza nell’impegnativo territorio di
Macerata. Viene da chiedersi, però, se lo spostamento del Prefetto che aveva
attivato la procedura e che, da ultimo, avrebbe dovuto seguirla e controllarla,
e la sua sostituzione con altro alto Dirigente, che logicamente avrebbe avuto
ancor meno strumenti della stessa Commissione, fosse garanzia per una attenta lettura della relazione prodotta;
E ancora, a Commissione d’Accesso avviata, il Presidente, il dott. Valenti,
viene promosso Prefetto di Bolzano. Come si può svolgere, contemporaneamente, un atto di grande responsabilità come lo screening di una Amministrazione come quella della città di Reggio Calabria e assolvere adeguatamente
all’Ufficio di Prefetto a Bolzano?
A nostro modesto avviso le due funzioni non possono essere svolte contemporaneamente, fatta salva la legittimità delle decisioni assunte. Un piccolo dubbio però sulla volontà che l’attività della Commissione fosse condotta
scrupolosamente e con l’attenzione necessaria, e valutata poi con la doverosa
competenza, può sorgere.
Contestualmente assistiamo, a Reggio, ai cambi al vertice delle maggiori
istituzioni: il trasferimento, senza sostituzione, del Procuratore Capo della
Repubblica e la sostituzione del Questore, del Comandante dei Carabinieri, e
della Guardia di Finanza.
La città, di fatto, si ritrova completamente svuotata delle memorie storiche
più importanti, di coloro che detenevano una profonda conoscenza del territorio, dei fatti, delle persone e delle cose.
Fotografia sbiadita
Il lavoro della Commissione procede all’interno di un vortice di pressione politico-mediatico mai visto. I Commissari si presentano a palazzo San Giorgio affermando, di fronte al Sindaco Arena, che il loro compito sarà quello di effettuare
una fotografia “dei primi sei mesi di attività amministrativa e che dunque, quello che la Giunta farà da gennaio in poi non sarà tenuto in considerazione”.
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Ma non è così!
Infatti nella relazione finale i tre commissari hanno rilevato e menzionato
anche moltissimi elementi riguardanti sia alcuni anni precedenti sia l’attività
amministrativa svolta della Giunta Arena nei mesi successivi all’insediamento
della terna.
Il ruolo del COISP
A fine luglio i commissari terminano il proprio operato e consegnano al Prefetto Piscitelli il lavoro. Sul tavolo del Prefetto quel documento resta solo per
dieci giorni: in quel lasso di tempo, il Prefetto legge, analizza, cerca riscontri
(almeno così dovrebbe essere), prepara la propria relazione e convoca il
Coisp – Comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza – composto
dai rappresentanti della Procura e di tutte le Forze dell’Ordine.
Certamente il Comitato paga lo scotto del noviziato ma ciò non è sufficiente
a giustificare la presenza, nella relazione, di errori grossolani ed evidenti. Si
ha la sensazione che più che una attenta analisi, si sia trattato di una mera
presa d’atto. La proposta del Prefetto viene quindi inviata a Roma.
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Fuga di notizie
Il lavoro della Commissione d’Accesso è scandito da una campagna di stampa
sospetta: sono continui gli articoli che, in maniera diretta, descrivono le indagini compiute dai Commissari nei settori dell’Amministrazione comunale.
Da quando la relazione e la proposta del Prefetto giungono a Roma, le
notizie filtrano senza freni e senza pietà. Una relazione che dovrebbe essere riservata inizia ad uscire, pezzo dopo pezzo, sui vari (e soliti) giornali.
Giornali e giornalisti uniti “non solo dalla passione” verso la città di Reggio:
alcuni di loro hanno addirittura l’onore della nomina nel libro memoriale su
Gioacchino Genchi.
Il concentramento di giornalisti aumenta e la squadra si infoltisce fino a
raccogliere numerose firme che hanno, come comune denominatore, la possibilità di fregiarsi nella città dello Stretto del premio assegnato dalla Fondazione «Italo Falcomatà» ogni estate.
Alcuni giornali online, sono in grado di poter raccontare fin nei minimi dettagli e con dovizia di particolari i viaggi romani del Prefetto Piscitelli chiamato dal Ministro a relazionare sulla situazione reggina. Particolari mai smentiti
dal diretto interessato
Ma la cosa più grave è rappresentata dalla fuga di notizie che emerge relativamente ad alcuni Assessori, Consiglieri e dipendenti presenti nella relazione, che
prima che questa venga divulgata si ritrovano sbattuti sui giornali nazionali.
Intanto ex politici reggini, elettrizzati, continuano una campagna di “colonizzazione” dei giornali, girando le redazioni, diffondendo “notizie riservate”
su una decisione ormai già presa e cercando di pressare anche l’opinione
pubblica locale.
Emblematico di ciò l’articolo apparso su La Stampa a firma Guido Ruotolo
il giorno dello scioglimento del Comune (9 Ottobre 2012). Ruotolo di fatto
anticipa la decisione che, da lì a qualche ora sarà adottata dal Governo e ne
spiega anche il perché, inserendo ampie e delicatissime parti riportate nella
relazione, segno evidente che quel documento era nelle mani di troppe persone. Quello stesso giorno alcune testate giornalistiche erano già in città con
loro inviati, preannunciando la decisione che avrebbe in seguito adottato il
Consiglio dei Ministri.
Il 10 ottobre, esattamente il giorno dopo lo scioglimento, la relazione –
benché atto riservato – è stata pubblicata integralmente su diversi siti internet e solo pochi giorni dopo era in vendita nelle edicole.
Preventivo, contiguo e… anche un po’ continuo
La responsabile del Viminale appare confusa. Le dichiarazioni con le quali accompagna la scelta del Cdm non convincono. Il consiglio comunale di Reggio
Calabria è stato sciolto in via preventiva. Come a dire, non abbiamo riscontrato nulla nell’attività amministrativa però… però non si sa mai!
E ancora, in un clima surreale, di ilare cordialità, il Ministro Cancellieri a
precisa domanda di un cronista risponde che “lo scioglimento riguarda solo
questa Amministrazione ed avviene per contiguità con gli ambienti della criminalità organizzata”.
Salvo poi redimersi, confondersi e… modificare la sua versione.
Nel provvedimento inviato al Presidente della Repubblica la Cancellieri
parla non solo di contiguità ma anche di continuità con le precedenti Amministrazioni comunali.
Infatti il Ministro si limita ad individuare Consiglieri ed Assessori delle precedenti Amministrazioni come se ciò costituisse requisito di mafiosità.
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Reggio, un mistero buffo
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A questo punto una considerazione. Che la ‘ndrangheta sia il male peggiore
che affligge la nostra terra da moltissimo tempo è innegabile. Che la lotta ad
essa sia un impegno serio ed importante che implica scelte e strategie efficaci
e condivise è fuori di dubbio. Che si arrivi a pensare che questa lotta si possa
condurre eliminando con un provvedimento “sofferto” un Consiglio liberamente eletto, e sulla cui elezione non si è trovato nulla, probabilmente può
suscitare qualche perplessità. Non fosse altro per il clima creatosi intorno alla
Cancellieri, in relazione alla vicenda Reggio, negli ultimi mesi.
Perplessità avvalorate da tutta la gestione a livello prefettizio e ministeriale dell’affaire Reggio. Perplessità, anche, relative all’influenza che la partigianeria di certa stampa, può aver avuto nella formazione del giudizio del
Ministro che, in sede di conferenza stampa, a palazzo Chigi, riferendosi a
Reggio Calabria ha sottolineato “… voi le vicende le conoscete meglio di me,
perché io sui giornali ho letto pezzi di relazione abbondantissimi”.
Gli allievi di Cesare Lombroso1
L’atto iniziale della relazione contiene un breve excursus di carattere sociologico col quale, con uno stile più da lombrosiani ottocenteschi che da servitori
dello Stato, si bolla la comunità reggina come un insalvabile ricettacolo di
malavitosi.
Tale convincimento proviene proprio dal fatto che una parte significativa
degli amministratori del Comune, dei dipendenti del Comune, e delle società che col Comune hanno rapporti economici sono “contigue” ad ambienti
‘ndranghetisti.
Per avvalorare questa tesi si propone un lungo elenco dal quale si evince,
ad esempio, che molti di loro hanno rapporti di parentela risalenti quasi fino
ad Adamo ed Eva con personaggi “ben noti”.
Sempre per avvalorare la tesi si afferma che l’Amministrazione si sarebbe
servita in forma preferenziale di ditte intestate a prestanome di malavitosi. Ancora, altre ditte avrebbero avuto tra i soci personaggi con precedenti penali.
Cesare Lombroso: medico, antropologo e criminologo. Le sue opere si basano sul concetto del “criminale di nascita”: l’origine del comportamento criminale è insita nelle caratteristiche anatomiche del
criminale, persona anatomicamente differente dall’uomo normale.
1
Oltre a ciò la commissione esprime pareri negativi su atteggiamenti posti
in essere o non posti in essere dall’Amministrazione, che ne avrebbero testimoniato l’incapacità di procedere efficacemente sulla strada della buona e
sana gestione.
In merito a tutto ciò stanno arrivando risposte dai diretti interessati, ed
altre ancora se ne aggiungono.
Inoltre, ci sembra poco rispondente a criteri oggettivi di giustizia, coerenti
con il nostro ordinamento, che si possa procedere ad emettere una sentenza
da parte dell’organismo inquirente: in pratica, quello sul Comune di Reggio è
stata un’indagine che non ha previsto un contraddittorio con la parte in causa
e la decisione è stata presa ascoltando una sola campana
La relazione risulta essere più un atto delatorio che un’indagine, tanto
più che alcuni onesti cittadini sono stati chiamati in causa ed inseriti in un
contesto tale da indurre nella popolazione l’idea che fossero dei delinquenti
abituali.
Tale idea si è propagata a tutto il territorio nazionale. Oggi molti italiani
sono convinti che i reggini, tutti, siano come gli abitanti delle città del Far
West, pavidi e rintanati in casa aspettando solo che i banditi facciano il loro
comodo e pregando che se ne vadano presto, oppure siano essi stessi banditi.
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La saga dei contigui
A parte il caso del consigliere comunale Giuseppe Plutino, arrestato in un’operazione anti ndrangheta, non vi sono né Assessori né Consiglieri indagati nel Consiglio Comunale di Reggio Calabria sciolto per mafia. A questo punto è da chiedersi
se le eventuali colpe di uno (ricordiamoci sempre che in Italia vige il principio
della presunzione d’innocenza sino al terzo grado di giudizio) possano condizionare tutto e tutti? E’ possibile che, Plutino in carcere, per reati associativi, possa
significare che tutto il Consiglio comunale è associato alla ‘ndrangheta? A noi
pare di no! Ed anche ai Commissari il solo caso Plutino non deve essere apparso
come sufficiente per portare allo scioglimento tanto che si è provato a rendere
ancora maggiormente fosco il quadro segnalando come contigui il fratello di un
Assessore perché un pentito, nel 1994, lo tira in ballo senza che si sappia più
nulla di tale vicenda, o alcuni consiglieri comunali, contigui “perché segnalati in
auto con Alberto Sarra“ che altro non è che un politico regionale.
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C’è anche la strana storia di un consigliere comunale “segnalato” come
contiguo, Felice Nava, ma risarcito negli anni scorsi dallo Stato come vittima
della mafia, dopo essere passato al vaglio della severissima Commissione Antimafia e risarcito con una somma di centinaia di migliaia di euro, per una
serie di attentati che hanno visto purtroppo protagonista la sua ditta.
Sempre la sua ditta risulta essere parte civile nel processo Olimpia contro
numerose cosche reggine.
Tra i “contigui” che la relazione menziona e che il Ministro riprende nella
sua lettera al Presidente della Repubblica, vi è anche un consigliere comunale che, nella vita di professione è un poliziotto. Dunque, se si agisse con lo
stesso criterio, anche la Questura reggina sarebbe contigua visto che il soggetto segnalato continua ad esercitare il suo ruolo all’interno dell’ufficio della
Questura cittadina.
Tre Assessori della Giunta Arena vengono accusati di “contiguità” con la
criminalità organizzata.
Uno, Walter Curatola, perché suo fratello veniva citato nel 1994 da un pentito
in una dichiarazione spontanea. Da quel giorno ad oggi, dunque dopo 18 anni,
nulla è accaduto, non è stato mai indagato e nessuno ha più parlato di lui.
Giuseppe Martorano invece, è stato inserito nella relazione perché suo
fratello avrebbe partecipato ad un anniversario di matrimonio di un presunto
boss all’epoca comunque incensurato.
E ancora, Pasquale Morisani, è stato sbattuto più volte come un “mostro
in prima pagina”, per alcune intercettazioni ambientali che lo riprendevano
a discutere con un esponente di una cosca reggina. Vicenda per la quale
Morisani non solo non risulta essere indagato, ma ha già fornito ampie delucidazioni alla magistratura quale persona informata dei fatti, ed è stato
considerato estraneo ad ogni implicazione di tipo giudiziario senza neppure
essere iscritto nel registro degli indagati.
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e il Sindaco…
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Ma è possibile sciogliere il Consiglio comunale di una città metropolitana con
un Sindaco immacolato? Certamente NO!
Infatti, un’evidente dimostrazione di come tutta la procedura sia stata costruita per conseguire l’obiettivo dello scioglimento del Consiglio comunale
sono i riferimenti, contenuti nella relazione del Ministro, riguardanti il primo
cittadino, Demetrio Arena, eletto Sindaco al primo turno con il 56% di preferenze.
L’attacco al Sindaco viene sferrato al “foto finish”; le mani addosso al Sindaco vengono messe proprio dal Ministro nell’ultimo atto della procedura: la
sua relazione.
Il lavoro non è stato facile, c’è voluto molto impegno e fantasia.
La verità è che le spasmodiche ricerche condotte su Arena a nulla hanno
portato, e a nulla, invero, potevano portare nemmeno a livello di labili sospetti.
È stato necessario fare ricorso a mere quanto fallaci e arzigogolate congetture, del tutto destituite di fondamento; è stato necessario ricorrere ai metodi
usati dai peggiori regimi dittatoriali per distruggere gli oppositori politici.
Tutto questo perché non si poteva assumere la decisione di scioglimento
del Consiglio comunale senza infangare la persona del Sindaco.
Perché un capitolo, un paragrafo che parlasse di Arena ci doveva pur essere!
Eppure i Commissari, nonostante abbiano indagato per ben sei lunghi
mesi, non hanno trovato nulla! Si nulla! Se non il semplice riferimento ad
una prestazione professionale svolta nei confronti della Multiservizi in epoca
antecedente alla sua discesa in campo.
Eppure Arena ha svolto per 28 anni la professione di dottore commercialista, acquisendo rispetto e stima dalla parte onesta e sana della cittadinanza
che ha scelto di votarlo anche in virtù del suo specchiato iter professionale.
Ed ancora, Arena ha guidato per 8 anni l’Atam, l’azienda di trasporto
pubblico della città, che rappresenta la più grande realtà imprenditoriale della provincia, ottenendo positivi risultati guadagnandosi sul campo quella “notorietà” che l’ha fatto entrare nel cuore dei reggini, ottenendo un consenso
trasversale.
Eppure i Commissari non sono riusciti ha trovare nulla sulla persona del
Sindaco!
Ed allora ci ha pensato il Ministro!
Ed ecco che dal cilindro vengono fuori velate allusioni all’attività profes-
sionale svolta molto tempo prima della sua scelta di mettere la propria persona al servizio della città.
Ma andiamo ai fatti!
Cosa c’è di strano o di anomalo nel fatto che un commercialista, conosciuto
per le sue capacità professionali, venga scelto come consulente di una costituenda società di servizi?
Nulla, assolutamente nulla! Se poi a questo aggiungiamo che l’incarico è
stato affidato da una società totalmente estranea all’ambiente reggino (facente parte del gruppo Fiat) e che è iniziato nel 2005 e concluso nel 2009
(ben 17 mesi prima dell’elezione a Sindaco), si arriva alla logica e chiara
conclusione che le allusioni del Ministro sono solo e soltanto argomenti per
giustificare il provvedimento.
Quanto poi alla seconda serie di addebiti che la proposta del Ministro muove al sindaco Arena è evidente che la stessa costruzione lessicale si può interpretare come strumentale.
Nemmeno il lupo narrato da Fedro giunge a tanta speciosa callidità per
giustificare i propri fini!
Dunque, in base al costrutto formulato dal Ministro, Arena sarebbe “sospettabile” perché oltre 10 anni addietro era stato componente del collegio
sindacale, cioè organo di controllo super partes, di una società ascrivibile ad
un imprenditore che oggi partecipa con altra società alla Multiservizi S.p.A..
Il suddetto imprenditore aveva posto in essere, unitamente a due alti magistrati ed altri privati cittadini, un’altra società (denominata ENNEFFE) al
solo dichiarato scopo di acquistare un appartamento ai figli di un loro amico
vittima di un tracollo finanziario.
Della stessa società faceva parte anche il fratello del Capo di Gabinetto del
Sindaco.
E il Sindaco Arena in tutto questo che c’entra? Nulla, assolutamente nulla!
Le dissertazioni che da ciò il Ministro fa discendere non meritano alcuna
attenzione se non perché ci ricordano la famosa canzone di Branduardi “Alla
fiera dell’Est” (... E venne il cane che morse il gatto che si mangiò il topo ...).
Ed ecco che Arena, uomo la cui specchiata onestà ha costituito la bussola
di orientamento di una vita dedita alla professione messa al servizio della città, è stato innalzato al rango di protagonista di questa triste telenovela.
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S.U.A.P - Baluardo “infiltrato”
Uno dei più importanti addebiti mossi dalla Commissione d’accesso all’Amministrazione è che “ il Comune dopo aver aderito su impulso della Prefettura,
in data 12 Marzo 2009, alla stazione unica appaltante provinciale (SUAP)
abbia deciso, alla scadenza, e cioè il 30 Settembre 2010 di non rinnovarla”.
Per la Commissione, la SUAP costituisce un vero e proprio baluardo di
legalità, in quanto “rafforza la tenuta legale del sistema pubblico rispetto a
possibili infiltrazioni della criminalità organizzata”.
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Ma è necessario precisare alcune cose:
la convenzione con la Suap scade quindi durante la gestione del Sindaco
facente funzioni Giuseppe Raffa, che decide di non rinnovarla. Al momento
dell’insediamento di Demetrio Arena, nel Maggio 2011, gli Uffici Comunali
decidono di non sottoporre al Sindaco il rinnovo, per via di notizie già acquisite in merito a presunte irregolarità nella gestione dell’affidamento degli appalti. Infatti, ad inizio 2012, l’operazione “Ceralacca” fa emergere un sistema
di malaffare che consentiva alla ‘ndrangheta di entrare nei locali della Suap e
modificare gli importi delle offerte per l’aggiudicazione degli appalti.
Riguardo ai lavori pubblici affidati dall’Amministrazione Comunale, i Commissari hanno contestato che gli stessi sono stati aggiudicati a 31 imprese
vicine alla criminalità organizzata. Orbene, dai dati della stessa SUAP, emerge che ben 24 delle 31 imprese citate risultano affidatarie di appalti o hanno
partecipato a gare sempre espletate dalla SUAP.
E’ questo il baluardo della legalità per la gestione degli appalti pubblici?
Va ancora sottolineato che l’adesione non è obbligatoria: tuttavia si potrebbe asserire che non sia stata fatta proprio per potere agire illegalmente.
Ci si può spiegare, allora, come anche i Commissari di altri Comuni sciolti per
ndrangheta non abbiano mai ritenuto necessario aderire alla SUAP stessa?
E perché questo criterio non viene applicato per sciogliere tout court tutti
i comuni che non vi aderiscono?
Viene spontaneo domandarsi: ma Reggio è una città “speciale”, in Calabria
come in Italia?
Perché ciò che è perfettamente lecito altrove, a Reggio diventa illecito?
Patrimonio edilizio
Eccellenza per tutti ma non per loro
La relazione della Commissione, critica l’operato del settore Patrimonio Edilizio. Peccato che proprio quel settore, nei mesi di amministrazione Arena vive
momenti di straordinaria vivacità e novità.
Viene più volte menzionata “l’inattività” dell’Amministrazione comunale
nel settore del Patrimonio Edilizio. Dichiarazione forse troppo spregiudicata visto che su questo settore, l’attività avviata dalla Giunta Arena ha rappresentato un’eccellenza a livello nazionale. Sono state attivate procedure di
trasparenza e legalità: 68 comunicazioni di avvio del procedimento di decadenza, rispetto ai quali 52 assegnatari hanno integrato la documentazione
attestante la permanenza ed il possesso dei requisiti di legge; pertanto sono
state emesse le altre 16 decadenze definitive e revoca delle assegnazioni e
successivamente sono stati eseguiti 10 sgomberi, mentre gli altri erano in
corso di effettuazione.
La relazione sottolinea la non attività dell’Ente nel campo della riscossione dei canoni: la verità è invece che in soli sei mesi l’Amministrazione ha riscosso il 70% degli affitti arretrati per un importo totale di
€ 7.845.250,87.
La Commissione ha evidenziato che 73 alloggi sono stati affidati a soggetti
sui quali gravano “precedenti e/o pregiudizi di polizia per reati di natura
associativa”. Tale conclusione evidenzia una palese ignoranza della legge:
la Legge Regionale 25 novembre 1996, n. 32, che disciplina l’assegnazione
delle case popolari non individua tra i requisiti di esclusione alcuna certificazione antimafia e/o alcun certificato di carichi pendenti: quindi il non aver
riportato condanne penali non rientra tra i requisiti previsti dalla normativa.
Ne’ l’essere stato attenzionato dalle forze di polizia per reati associativi di
mafia costituisce presupposto per decadere dal diritto acquisito di possedere
un alloggio popolare. A ciò si aggiunga che l’amministrazione comunale ha
posto in essere, nel periodo di tempo in cui ha lavorato, 39 assegnazioni di
alloggi, di cui 29 temporanee ed urgenti, previsti dall’art. 31 l.r. n.32/96, e 10
assegnazioni Aterp, attingendo gli aventi diritto dalla graduatoria del 1999,
approvata da una commissione presieduta da un magistrato.
Le contestazioni a volte ridicole mosse all’Amministrazione comunale fanno il paio con i gravissimi errori personali che la Commissione compie nei
mesi di attività, trascinando in una vera e propria gogna mediatica, personaggi che con la criminalità organizzata non hanno mai avuto a che fare.
Vi è anche un aspetto sociale che i Commissari ed il Prefetto non hanno
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voluto tenere in considerazione: molte delle case assegnate sono state destinate alla comunità Rom in virtù di una delocalizzazione programmata dopo
l’abbattimento del “208”, ghetto storico al centro di Reggio: la Prefettura si è
mai chiesta se tra questi Rom ci fossero pregiudicati?
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Il fantasma nel Bene confiscato
Nella Relazione della Commissione d’Accesso particolare rilievo ed importanza assume la presunta occupazione di un bene confiscato, assegnato al
Comune di Reggio Calabria, da parte della Sig.ra Maria Consiglia Latella,
sorella del boss Saverio Latella proprietario del bene sottoposto a procedura
di confisca.
La vicenda viene considerata dai Commissari di ingiustificabile gravità,
tale da determinare “una situazione di intollerabile illegalità che mina, nelle fondamenta, l’intera azione di contrasto alla criminalità organizzata posta in essere quotidianamente dell’apparato statale” e da far emergere “un
quadro di preoccupante inattività che vede l’Ente rispondere con lentezza e
ritardi sistematici alle sollecitazioni provenienti dall’Agenzia”, nonché chiara ed incontrovertibile testimonianza dell’incapacità dell’Amministrazione in
carica, alla quale questi fatti erano ben noti.
La relazione della Commissione, in questo come in altri numerosissimi
casi, denota una preoccupante e desolante mancanza di approfondimento.
Infatti sarebbe bastato un banale sopralluogo per fare un’esatta valutazione
di tutta la vicenda e capire che, al contrario di ciò che si afferma, tutto è
frutto di un errore di fatto commesso dai Vigili Urbani, probabilmente per
una mancanza di documenti fondamentali, che attestavano come “all’interno
degli immobili indicati continuano ad abitare la sorella e la madre del prevenuto Saverio Latella”.
A seguito di questo errore, l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e
la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata
invitava il Comune di Reggio Calabria a “provvedere immediatamente allo
sgombero dell’immobile” citando, a conforto della richiesta, l’accertata occupazione dello stesso, da parte della sorella del boss, riscontrata dal Comando
di Polizia Municipale.
Orbene, è necessario evidenziare che l’immobile è stato formalmente consegnato dall’Agenzia del Demanio all’Amministrazione Comunale, in data
08.11.2007, insieme ad altri beni.
Tuttavia, è estremamente significativa la circostanza che nel verbale di
consegna venga precisato: “i fabbricati sopraindicati... ..alcuni allo stato rustico, sono liberi da persone/cose” ed ancora “sono esclusi dalla consegna gli
immobili abitati dalla sig.ra LATELLA MARIA, precisamente l’edificio in cemento armato a tre piani f.t., di tipo unifamiliare. La sig.ra Latella è interessata dalla procedura di sfratto amministrativo avviata da questo Ufficio”.
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Ciò, di per sé, sarebbe sufficiente a fugare ogni dubbio.
In ogni caso, la realtà dei fatti, comprovata da ampia documentazione a
supporto, è che il succitato bene è totalmente libero da persone/cose; di contro, l’immobile occupato dalla sorella del Latella, ubicato in prossimità del
bene assegnato all’Amministrazione Comunale, non risulta interessato da alcun provvedimento di confisca.
Nei sei mesi di permanenza nella Città di Reggio Calabria, la Commissione avrebbe potuto effettuare un semplice sopralluogo, con tutte le parti
interessate, per verificare lo situazione di fatto, anziché considerare come
assiomatiche le contestazioni dell’Agenzia, dimostrando un atteggiamento di
perentorio pregiudizio nei confronti dell’Amministrazione comunale.
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In ultimo, a chiusura di questa paradossale vicenda, corre l’obbligo di riportare la precisazione, pubblicata a pag. 27 della Gazzetta del Sud del 18
ottobre 2012, dall’avv. Antonio Delfino, nell’interesse del Latella, secondo il
quale “è assolutamente impossibile, a meno di credere ai fantasmi, che la
madre del Sig. Saverio Latella possa occupare l’immobile confiscato... per la
semplice ragione che la stessa risulta essere deceduta in dato 30.08.1944 e
cioè ben 68 anni fa. Men che mai nella villetta di via Livadi ha mai abitato né
abita la sorella dello stesso”.
I protocolli di legalità
e l’ironia dei commissari
A pagina 55 della relazione si legge: “La trascuratezza dimostrata dall’Ente
nel rispetto degli obblighi tributari, sia nella veste di soggetto impositore sia
in quella di soggetto passivo d’imposta, trova un’ulteriore declinazione con
riguardo alla mancata attuazione dell’accordo di collaborazione stipulato
con l’Agenzia delle Entrate. In forza di tale protocollo di intesa, stipulato
nell’aprile 2009 e confermato nell’agosto 2011, il Comune si è impegnato a
trasmettere all’organo accertatore segnalazioni qualificate aventi ad oggetto
fatti di verosimile evasione fiscale. Quale contropartita, l’Ente avrebbe ricevuto un ammontare pari ai tributi statali riscossi dall’attività di accertamento innescata dalla segnalazione.
Ad oggi, tuttavia, il Comune di Reggio Calabria non ha provveduto ad effettuare alcuna segnalazione qualificata all’Agenzia delle Entrate”.
Il dato riportato ufficialmente nella relazione è infondato.
Grazie all’impegno assunto dalla SATI, che ha provveduto alla formazione
dei propri collaboratori, il Comune di Reggio Calabria è riuscito non solo ad
adempiere formalmente ed attuare quanto previsto dal DL 203/2005 ma a
divenire uno dei centri di maggiore contrasto all’evasione ed elusione dell’intera nazione.
Il Comune di Reggio Calabria, infatti, ha inviato alla data del 22/10/2012
ben 406 segnalazioni qualificate su un totale di 446 complessive relative
all’intero territorio calabrese.
A mero titolo informativo e per un’ulteriore valutazione, in Emilia Romagna dal 2009 le segnalazioni totali sommano 3883. E’ evidente che, fatte salve
le debite proporzioni tra il numero degli abitanti e la scala territoriale diversa, la performance registrata nel territorio comunale di Reggio Calabria, in
relazione anche al confronto temporale, risulta di elevata importanza e significatività nella lotta all’evasione.
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Uomini e associazionI contigue
che si ribellano
Le 232 pagine di relazione fanno emergere un quadro allarmante. Quando
essa viene diffusa dalla stampa la gente s’indigna.
Persone oneste, cooperative del sociale da sempre impegnate ad aiutare i
più deboli, cittadini completamente incensurati, professionisti stimati in città
si ritrovano nella relazione e dopo anni di seria attività lavorativa si vedono
etichettati come mafiosi.
In molti non ci stanno. Fioccano le smentite, le prese di posizione. Le azioni legali contro i componenti della Commissione d’accesso e contro una relazione che, invece di restare secretata, viene data in pasto ai giornali senza
scrupolo alcuno.
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Di seguito, si riportano i casi più eclatanti di errori segnalati dai diretti
protagonisti delle vicende che attraverso la loro voce hanno voluto gridare
alla città e anche ai palazzi romani l’indignazione per un accostamento superficiale e scorretto.
Lo “spacciatore”…incensurato
Tra le anomalie più bizzarre e gli errori più grossolani, che però spiegano
forse al meglio la superficialità con cui si è proceduto alla compilazione della
relazione, vi è il caso di Paolo Campolo, dipendente del Comune di Reggio
Calabria.
“Già condannato per produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti” si legge nella Relazione. Peccato che Paolo Campolo, personaggio molto
conosciuto negli ambienti sportivi cittadini, punto di riferimento per moltissimi giovani calciatori perché apprezzato allenatore di calcio, al quale si rivolgono con fiducia le famiglie, sia completamente incensurato.
“Non è davvero possibile – scrive il legale di Campolo, avvocato Vitetta
nella sua nota diramata alla stampa – che un soggetto che sino ad oggi non è
mai stato processato nella sua vita per alcunché, si debba ritrovare a doversi difendere e giustificare da un accusa talmente infamante quanto falsa e
diffamatoria, prodotta attraverso un atto pubblico poi trasmesso on line alla
possibile lettura di milioni di persone!!!”.
Paolo Campolo è ovviamente assolutamente estraneo a tali fatti, ed a riprova di ciò ha immediatamente richiesto un certificato generale del Casellario Penale di Reggio Calabria in data 12.10.2012, che riporta la classica
dicitura “nulla”…
Chi risarcirà Paolo Campolo dalla diffamazione che ha infangato il suo
nome?
... intanto la ‘Libero Nocera’ si rivolge al Tribunale
Il capitolo cooperative contenuto nella relazione su Reggio Calabria è talmente ricco di imprecisioni che una delle segnalate, la cooperativa ‘Libero
Nocera’, ha deciso di rivolgersi al Tribunale per avere giustizia affinché la
verità venga fuori.
La relazione asserisce che l’ex consigliere comunale Plutino era socio della
cooperativa ‘Libero Nocera’. Peccato che Plutino non lo è mai stato, in quanto
semplice dipendente assunto, insieme ad altri 15 operatori, nel 1992 (ben 20
anni fa!) quando non ricopriva alcun ruolo politico!
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È ditta di fiducia della Prefettura
ma è contigua
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Tra le tante sfaccettature bizzarre, costernata di errori marchiani, vi è una
vicenda inquietante.
Una delle imprese “in odor di ‘ndrangheta”, dichiarate sospette nella relazione è un’impresa di fiducia della Prefettura, scelta direttamente dal dott.
Luigi De Sena quando svolgeva l’incarico di “Superprefetto”.
La Pan Costruzioni Pellegrino srl, infatti, viene citata tra le 31 ditte attenzionate e definite vicine alle cosche reggine.
La Pan è, però, una delle pochissime ditte locali ad essere in possesso del
NOS – nullaosta sicurezza –, una sorte di patentino che il Ministero dell’Interno riconosce a quelle ditte che garantiscono determinati criteri di sicurezza,
legalità e trasparenza negli ambiti più delicati e nei settori più strategici per
un’amministrazione pubblica. La stessa ditta risulta aver effettuato due lavori
presso gli immobili della Dia, ed ancora oggi risulta essere ampiamente la
ditta fiduciaria della Prefettura.
Tale evidente controsenso potrebbe forse esplicitare, in forma diretta,
come e quanto gli uffici della stessa Prefettura abbiano verificato gli elementi
prodotti dalla commissione d’accesso. E dimostrano anche quale sia l’attendibilità di certe affermazioni, fatte senza cercare un benché minimo riscontro
su persone, fatti e circostanze.
Delle due l’una: o la ditta Pan è contigua, allora non si capisce perché chi
l’ha introdotta in Prefettura e le ha fornito tutte le certificazioni è ancora al
suo posto, o non è contigua, e allora non si comprende perché avere rapporti
con l’Amministrazione Comunale dovrebbe essere un elemento a favore del
suo scioglimento.
Stessa sorte per la ditta Bonafede srl, storica e conosciuta impresa reggina
in possesso del NOS, affidataria di molte commesse per i palazzi che ospitano
le Forze dell’Ordine e tirata in ballo nel calderone della relazione.
La vicenda Multiservizi, i pochi
strumenti dell’Amministrazione e…
la Prefettura dormiente…
Per la società mista Multiservizi, nata sotto la giunta di centrosinistra guidata dall’ex Sindaco facente funzioni Demetrio Naccari Carlizzi, il Comune di
Reggio Calabria nel 2011 chiede alla Prefettura la certificazione antimafia
relativa al socio privato. Ciò avviene a seguito di un’operazione di polizia giudiziaria che vede coinvolto un dipendente della Multiservizi che ricopriva un
ruolo importante nell’ambito del consorzio di società (la Gst), che deteneva il
49 per cento della Multiservizi stessa.
Trascorrono però 7 mesi prima che la Prefettura voglia rispondere alla
richiesta dell’Amministrazione Arena.
In attesa del certificato, la Giunta propone al Consiglio di non proseguire
il rapporto con il privato e di individuare ogni forma utile per la chiusura di
tale rapporto.
Nel mese di luglio, la Prefettura invia la certificazione antimafia negativa:
a distanza di due ore, il Sindaco Arena convoca la sua Giunta e viene deliberata la messa in liquidazione della Multiservizi.
Eppure il Prefetto Piscitelli, nonostante i suoi uffici abbiano impiegato sette mesi per fornire la certificazione antimafia, ha dichiarato alla stampa che
“l’Amministrazione avrebbe dovuto agire con più celerità non aspettando
l’arrivo della certificazione antimafia”.
Bisogna a questo punto spiegare alcune cose. In primo luogo, nel dicembre
scorso, Arena e la Giunta si dimostrano ampiamente convinti di voler attivare l’articolo 3 del contratto stipulato con la Multiservizi (“il contratto si ritiene sciolto
in caso di accertato tentativo di infiltrazione mafiosa all’interno della società”).
Tuttavia il Segretario Generale ed il Dirigente dei servizi esternalizzati, interpellati in ordine all’esperibilità tecnico-amministrativa della procedura voluta dall’esecutivo, manifestano forti perplessità ritenendo che non ci siano le
condizioni per risolvere il contratto senza prima attendere l’arrivo del certificato rilasciato dalla Prefettura, senza il rischio di porre in essere le basi di
un possibile ed oneroso giudizio di accertamento, il cui esito poteva vedere
l’Amministrazione soccombente.
Il Prefetto Piscitelli non ha ancora spiegato – forse perché imbarazzato
dalla lentezza degli uffici della Prefettura – cosa avrebbe potuto fare un Sindaco, quali erano gli strumenti in suo possesso per decidere di abbandonare
il partner privato senza incorrere nelle pesantissime sanzioni economiche
previste dalla legge a carico di chi scioglie senza motivo un contratto.
Il Prefetto, quindi, di fatto chiedeva al Sindaco e all’Amministrazione di
sopperire alle mancanze sue e della Prefettura, e di sostituirsi agli organi
deputati dallo Stato a dirimere tali vicende.
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La paradossale vicenda
del Mercato di Mortara
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Uno degli elementi che secondo la Commissione d’accesso avrebbe dimostrato l’incapacità dell’Amministrazione di saper governare la città è il caso del
mercato di Mortara.
A fine novembre i commercianti ortofrutticoli di via Aspromonte (storica
sede del mercato cittadino) decidono di occupare il costruendo Mercato di
Mortara, opera finanziata dal Decreto Reggio. I commercianti dichiarano di
non voler più continuare a svolgere il proprio lavoro nella struttura di via
Aspromonte perché ormai esasperati dalle precarie condizioni igienico-sanitarie e strutturali del Mercato e per le promesse non mantenute, non ultime
quelle del Sindaco facente funzioni Giuseppe Raffa.
Dopo l’occupazione gli stessi commercianti si recano a Palazzo San Giorgio
per parlare con il Sindaco che fa loro presente che tale situazione non potrà
continuare e la struttura dovrà essere sgomberata in attesa dell’ultimazione.
Nella relazione si accusa il Sindaco Arena di non aver “posto in essere
iniziative utili allo sgombero del Mercato di Mortara abusivamente occupato
dagli operatori ortofrutticoli”.
Il Sindaco invece si era immediatamente attivato per collaborare e coordinarsi con le Istituzioni interessate e particolarmente con la Prefettura e
con il Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, rendendosi
promotore dell’organizzazione di incontri periodici volti a monitorare costantemente l’evolversi della vicenda.
Durante tali incontri, mai al Sindaco è stato comunicato che alcuni operatori economici, tra quelli trasferitisi nella nuova area mercatale, erano da
ritenersi contigui a sodalizi mafiosi attivi in città.
Al contempo si era operato per rendere possibile l’esecuzione dei lavori di
messa in sicurezza all’interno della struttura, fino al momento non realizzabili poiché parte dei terreni di proprietà della Comarc erano sottoposti a pignoramento immobiliare incardinato dal signor Antonino Quattrone a fronte
di un credito da esso vantato nei confronti della stessa società.
Grazie ad un accordo con i liquidatori della Comarc, l’Amministrazione è
riuscita a sbloccare una situazione di stallo che si protraeva da lungo tempo.
Contemporaneamente il Sindaco aveva ottenuto, dai tecnici incaricati, l’indicazione delle opere necessarie per la messa in sicurezza della struttura, la quantificazione delle stesse, la redazione del crono-programma degli interventi.
Tale complessa attività è stata effettuata in tempi molto ristretti, tant’è
che in data 22 maggio 2012 il Sindaco aveva persino espletato le procedure
negoziate per l’affidamento dei lavori di completamento dell’area mercatale
di Mortara di Pellaro.
Non sarebbe stato forse il caso di organizzare un’azione interforze, coordinata proprio dalla Prefettura reggina che sapeva e... non ha agito?
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Vietato incontrare Sottosegretari
Un Consigliere comunale ed un dipendente dell’Amministrazione stessa (oggi
Presidente del Consiglio provinciale) vengono indicati come “contigui” in
quanto, nel 2010, furono segnalati in compagnia del Sottosegretario regionale Alberto Sarra che, successivamente alla data dell’incontro “malandrino”,
sarebbe stato destinatario di una misura interdittiva in merito ad un’indagine
per la nomina di un primario.
Viene imputato ai consiglieri di non avere la sfera di cristallo per guardare
al futuro?
O al Sottosegretario di esistere?
O ancora, è talmente illogico pensare che persone della stessa coalizione
politica si incontrino?
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La strategia politica
e quelle assenze importanti
Dunque la relazione non risparmia nessuno, cita consiglieri che incontrano
Sottosegretari regionali, Assessori che hanno un fratello “citato” da un pentito
nel 1994, consiglieri “contigui” ma risarciti dallo Stato perché vittime della mafia. O ancora i consiglieri poliziotti e quelli accusati di avere parenti di settimo
grado vicino alle cosche della ‘ndrangheta. Non manca nessuno dunque.
Anzi no.
Secondo i commissari, non hanno meritato menzione, il capogruppo del Pd
in Consiglio Comunale, Giuseppe Falcomatà il cui cognato, Demetrio Naccari
Carlizzi è stato segnalato dalla Polizia per alcune cene con esponenti di spicco
della criminalità organizzata. E ancora lo stesso cognato è indagato per corruzione e falso in atto pubblico per aver alterato un concorso agli Ospedali
Riuniti di Reggio. In tale vicenda risulta essere indagata anche Valeria Falcomatà, moglie di Naccari Carlizzi e sorella di Giuseppe, e vincitrice di quel
concorso al reparto di Dermatologia.
Il nome di Giuseppe Falcomatà non figura tra i contigui, eppure altri suoi
colleghi, per molto meno, si ritrovano nel distruttivo “ tritacarne” della Commissione.
E non vi è traccia, nemmeno, di un altro esponente del Pd, Massimo Canale
già candidato a sindaco nel 2011.
Canale risulta essere socio (insieme con la sorella) della società Habitat.
La stessa società è socia con altre imprese che sono state più volte poste sotto
sequestro e/o confiscate per fatti di mafia, delle quali peraltro è fatta menzione nella relazione. Tale “piccolo” particolare è stato ignorato dai Commissari
che così hanno salvaguardato Canale, così come fatto con Falcomatà, forse in
vista delle prossime elezioni?
Non si può e non si deve criminalizzare nessuno, ma quello che non ci si
spiega è l’evidente strabismo che colpisce i commissari quando si tratta di
alcuni esponenti politici: se il criterio per il quale si manifesta la contiguità è
quello per cui è sufficiente semplicemente essere attenzionati dalle Forze di
Polizia, non solo in proprio ma anche per attività svolte da parenti e affini, è
palese che tali criteri non sono stati applicati uniformemente.
E questo, francamente, puzza di scelta.
Ora, la scelta di chi ascrivere nella fila dei buoni e in quella dei cattivi dovrebbe rispondere a criteri oggettivi. Criteri che qui, palesemente, mancano.
Non è a questo punto lecito chiedersi a chi convenga fare le pulci ai parenti
defunti di alcuni, mentre si sorvola su parenti ben viventi ed attivamente operanti nel tessuto politico della città di altri?
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Ecolandia e l’incredibile gaffe
dei commissari
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Ecolandia è uno splendido parco ambientale in una zona a Nord di Reggio
particolarmente difficile, quella di Arghillà. Una periferia dove lo Stato non
riesce quasi mai a far sentire la sua presenza. Ecolandia è una struttura di
grandissimo valore culturale e paesaggistico, la cui attivazione risale a più
di dieci anni fa, ma che vari motivi avevano impedito di arrivare ad una sua
completa fruizione.
Uno dei primi passi compiuti dall’Amministrazione Arena è stato proprio
quello di completare i lavori, attraverso un appalto di evidenza pubblica ed
affidare il Parco affinché fosse pienamente fruibile dalla cittadinanza.
Nella relazione della Commissione di Accesso e nelle successive comunicazioni via stampa viene indicato, come gestore e affidatario del Parco Ecolandia, il Consorzio Terre del Sole, al quale verrebbe erogato, per nove anni, un
contributo di € 135.000,00.
Il problema nasce dal fatto che, secondo i Commissari, il Consorzio è una
ditta attraverso la quale la ‘ndrangheta coprirebbe i suoi affari col Comune.
Un altro tassello al puzzle della commistione, o meglio, della contiguità, fra
‘ndrangheta e Amministrazione Comunale.
Anche questa informativa risulta palesemente errata.
Tanto per cominciare, la gestione del parco Ecolandia non è stata affidata
al Consorzio “Terre del Sole”, ma alla società consortile “Ecolandia scarl”,
riunitasi a seguito della partecipazione ad un bando di gara europeo nella ATI
con capofila il Centro Servizi “L’Acquario scarl”.
Inoltre, non solo tale società non riceve alcun contributo, ma è la stessa
società, invece, a pagare al Comune un canone pari alla cifra riportata nella
relazione (dato, questo si, corretto).
Quindi, non è il Comune a pagare Ecolandia, ma è esattamente il contrario! Svista? Errore delle fonti informative? Manipolazione artata della realtà?
Incompetenza?
Non è dato sapere. Fatto sta che, anche in questo caso, la realtà è stata distorta per corroborare una tesi che appare sempre più debole da sostenere.
E il Consorzio “Terre del Sole”, quello che è contiguo alla ‘ndrangheta?
In effetti della Ecolandia scarl fa parte, con una quota minoritaria, il Consorzio Terre del Sole.
Il Consorzio Terre del Sole è un consorzio, appunto, di imprese sociali, da
anni protagoniste per il loro impegno e attivismo sul territorio, con particolare riferimento alla gestione di beni confiscati, all’organizzazione di campi di
lavoro sulla legalità, espressione di associazioni di lotta alla ‘ndrangheta che,
tra l’altro, curano percorsi di reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati fra cui ex detenuti o ex tossicodipendenti. I soci della Società Consortile
Ecolandia, fra l’altro, risultano tutti sottoscrittori di un patto etico interno e
molti aderenti alla rete ReggioLiberaReggio e all’Associazione Libera, e sono
da sempre in prima linea, accanto alle istituzioni, per ribadire nei fatti il proprio No alla ndrangheta.
Non si contano, infine, gli atti vandalici subiti dalla stessa Società Consortile Ecolandia, sin da quando ha vinto la regolare gara pubblica europea del
Comune di Reggio Calabria: 3 incendi, 7 furti, atti vandalici ed altre evidenti
minacce, tutte denunciate alle autorità competenti con le quali ha, sin da subito, avviato dialoghi costruttivi e partecipativi per rispondere sempre con le
armi della giustizia e della legalità.
Pertanto, appresa con stupore la notizia dell’inserimento della propria
realtà nella relazione, come giustificazione allo scioglimento del Comune, vista
la forte caratterizzazione ‘ndranghetista, i responsabili del Consorzio hanno
immediatamente convocato una conferenza stampa, evidenziando l’erroneità
di quanto dichiarato a loro proposito, parlando di “errori talmente grandi
che lasciano tutti perplessi, giudizi offensivi e disonorevoli perché fondati
su alcuni grossolani errori di fatto e dall’altro su valutazioni che ignorano e
persino negano principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico”.
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Frequenta tossici.
Si, ma per riabilitarli.
Sorpresa e rabbia: sono probabilmente questi i due sentimenti che hanno
accompagnato lo stato d’animo di Andrea Vaccalluzzo una volta letta la relazione della Commissione d’Accesso agli atti del Comune di Reggio Calabria
che lo ha segnalato come soggetto “sospetto”, dalle frequentazioni pericolose
e dal passato burrascoso.
Ma la fedina penale di Andrea Vaccalluzzo, presidente della cooperativa
“Un salto nella luce”, con sede a Siderno, è “immacolata”. E le “frequentazioni pericolose”, quelle segnalate dai commissari che hanno stilato il lungo
e articolato documento, altro non sono se non gli utenti del suo Centro per
le tossicodipendenze, un centro riconosciuto e finanziato dal Ministero della
Giustizia e dall’Azienda sanitaria.
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Una storia paradossale, che ha lasciato esterrefatti Vaccalluzzo e i componenti della sua cooperativa.
“Sono responsabile di un Centro per le tossicodipendenze – ha affermato
Vaccalluzzo in quei giorni al quotidiano Calabria Ora – quindi che mi accompagnassi con dei tossicodipendenti era il minimo sindacale che mi si potesse
chiedere. In quella relazione manca qualsiasi tipo di spiegazione del perché
io andassi in giro con quei soggetti. E’ stata fatta una cosa forzata e mi auguro solo per noi, altrimenti sarebbe pesante pensare che questo è il criterio
seguito per sciogliere un Comune”.
Purtroppo è stato proprio così.
Condannati da un’indiscrezione
giornalistica
I precisissimi membri della Commissione d’accesso, dopo un’accurata quanto
approfondita indagine, hanno inserito tra le Cooperative sociali in odor di
mafia anche la Sanitel poiché la Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione è Domenica Scopelliti, moglie di Antonino Caccamo (già tratto in arresto
per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di beni).
Ed è la stessa Domenica Scopelliti che spiega l’incredibile scivolone della
Commissione “che è incorsa nell’errore di molti”. Purtroppo per la città, però,
i Commissari inviati a Reggio per verificare le possibili infiltrazioni mafiose
non sono “i molti”, ma dovrebbero essere tra i pochi, per professionalità ed
esperienza, capaci ad evitare questi strafalcioni e addentrarsi in analisi molto
più approfondite: se solo qualcuno, in loco, li avesse guidati meglio…
Tornando alla Sanitel, secondo la Scopelliti, la Commissione “si è fatta fregare” da un’indiscrezione giornalistica trasformandola così, per il sol fatto di
essere stata pubblicata, in una presunta realtà. Il tutto a seguito delle continue “sollecitazioni” provenienti da un’imprenditrice concorrente nel settore.
Riguardo la posizione di Antonino Caccamo, secondo la Scopelliti, contrariamente a quanto asserito nella relazione, “lo stesso non ha mai avuto alcun
provvedimento restrittivo né di condanna per reati di criminalità organizzata. Coinvolto erroneamente in un procedimento penale è stato assolto con
formula piena nella sentenza n. 6 del 30.07.2009. Ad oggi mio marito risulta
essere incensurato e privo di alcun obbligo nei confronti della legge. Questo
episodio doloroso per la mia famiglia viene a tutt’oggi strumentalizzato ed
utilizzato nella strategia volta a boicottare l’operato e l’immagine della mia
Cooperativa. Mi sono premurata di depositare una memoria esplicativa sia
ai Commissari e sia alla Procura della Repubblica”.
Indagato, processato, assolto: di tutto questo, la Commissione sembra essere a conoscenza solo del primo passaggio, e lo utilizza per corroborare la
tesi secondo la quale il Comune è asservito alla ndrangheta.
Ma chi si scuserà con un cittadino che è stato infangato una prima volta
(erroneamente) e al quale il suo “caso” sembrava chiuso? Chi lo risarcirà per
essere stato nuovamente criminalizzato senza alcun motivo?
Di tutto questo, probabilmente, non risponderà nessuno. L’importante è
affermare che a Reggio Calabria tutto è ndrangheta.
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Lo Stato che sbaglia
Un uomo ingiustamente “marchiato”
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Associazione mafiosa, affiliato alla cosca Iamonte di Melito Porto Salvo. E’
questo l’infamante inciso con cui, la relazione descrive Roberto Evoli, geometra da sempre stimato per professionalità e per i principi morali che ne hanno
guidato la propria attività professionale.
Novello Dottor Jekyll e Mister Hyde, Evoli alternava la sua apparente normalità all’essere un fiancheggiatore, anzi, connesso, ad una delle più potenti
e note cosche di ‘ndrangheta.
Invece Roberto Evoli è l’ennesima vittima ingiusta di una relazione che fa
acqua da tutte le parti.
“Un’accusa aberrante – sostengono in una nota divulgata nei giorni
successivi alla pubblicazione della relazione, gli avvocati di Evoli – che in
poche parole ha distrutto l’immagine di un uomo, sia all’interno del proprio
ambito familiare che sociale e lavorativo. Un libero professionista, come il
Sig. Evoli, macchiato di “segnalazione mafiosa vicino alla cosca Iamonte”,
d’improvviso vede cadere tutto ciò che in anni di fatica e duro lavoro è riuscito
a costruire. Lo stesso, dopo aver negato a viva voce qualunque affiliazione
non solo con la cosca Iamonte ma con qualunque società mafiosa e/o similare,
e dopo essersi visto costretto a recarsi presso il Casellario Giudiziale al fine
di richiedere certificato generale dal quale risulta nulla, è sprofondato in uno
stato di depressione fisica e mentale dalla quale sarà dura poterne uscire
indenni. Non è ammissibile tanta superficialità – continuano gli Avv.ti Vitetta
e Violi – nell’associare avvenimenti di tale grave portata penale ad individui
totalmente incensurati, come il Sig. Roberto Evoli, obbligato a rivolgersi
ai legali per poter tutelare i propri diritti, senza uno specifico ed accurato
controllo”. Superficialità, approssimazione, spregio della dignità delle persone: ma,
si sa, l’importante è arrivare al risultato: e il risultato è dimostrare che, al
Comune di Reggio Calabria, la ‘ndrangheta la fa da padrona, riuscendo anche
ad inserire i suoi uomini all’interno della macchina burocratica.
Un documento del 1981
per essere contigui nel 2012
Tra le cooperative sociali che operano per il Comune viene segnalata la Skinner
perché una delle socie fondatrici risulta coniugata con un noto esponente di
‘ndrangheta.
Nessuno dei Commissari, però, si è premurato di controllare cosa e quanto
fosse cambiato nella compagine sociale della Cooperativa dal 1981 (data della
costituzione della Skinner) – si avete capito bene 30 anni fa – ad oggi.
Chi ha indagato non si è premurato di controllare se la persona che nel
1981 figura tra i soci fondatori della cooperativa e moglie di un soggetto attenzionato dalla magistratura locale, sia ancora presente nella compagine
rappresentativa della cooperativa.
Esemplificative di un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni,
sono le parole della Presidente della cooperativa all’indomani della pubblicazione della relazione, definita approssimativa dalla stessa.
“Il documento elaborato dai commissari, nella parte che riguarda i servizi
sociali, è denso di inesattezze ed errate interpretazioni prodotte da soggetti che, nell’accostarsi all’importante e condivisibile lavoro da compiere, non
hanno compreso l’orientamento che ispira chi opera nel mondo della solidarietà e non hanno compiuto accertamenti esaustivi, limitandosi ad operare
un puro controllo cartaceo” scrive la direttrice della cooperativa Skinner, professoressa Doride Versace.
“Mi chiedo con sconforto: può un documento del 1981 essere utilizzato per
demonizzare una cooperativa sociale che, negli anni, è diventata al pari di altre un punto di riferimento importante del welfare locale? Possibile che chi ha
indagato non si sia posto una elementare domanda e, cioè, se la persona che
nel 1981 figura tra i soci fondatori della cooperativa e moglie di un soggetto
attenzionato dalla magistratura locale, sia ancora presente nella compagine
rappresentativa della cooperativa? Possibile che nessuno si sia chiesto: “ma
dopo 32 anni nulla è cambiato?” e, soprattutto, perché non verificare la storia
e la rispettabilità pubblica della persona mandata al pubblico ludibrio. Si sarebbe così scoperto che, al di là della parentela, la Dott.ssa Angela Tripodi è
una stimata professionista cittadina, e che, soprattutto, dal 1989 non ricopre
più ruoli rappresentativi all’interno della Cooperativa Skinner, pur risultando ancora socio fondatore, in quanto l’Atto Costitutivo della società, stipulato presso un notaio nel 1981, non può certo essere più cambiato. Lo stesso
dicasi per la sorella, Tripodi Maria Teresa, segnalata per gli stessi motivi e
che è in pensione dal 2007. Possibile che, a fronte di una simile realtà, chi
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ha indagato non si sia chiesto dove potesse essere il condizionamento subito
dalla Skinner se tutto il sistema di lavoro non esprime alcuna contiguità con
le realtà deleterie descritte nella relazione della Commissione di Accesso?
Possono bastare le sole parentele ad inquinare l’immagine di una Società
Cooperativa nella gestione della quale la Dott.ssa Angela Tripodi non è più
coinvolta da decenni, e che, invece, è distante anni luce dai fenomeni cui è
stata erroneamente accostata, come dimostrano i fatti?
Può essere inferita solo da questo, la contiguità di cui si parla tanto?”.
Tutto questo basta e avanza per far comprende la metodologia utilizzata
dalla Commissione, alla ricerca più del fantasma della ‘ndrangheta, che del
fenomeno in quanto tale.
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Altro che mafia:
questa è una storia di amicizia
Quando non si conosce bene il contesto sociale che si analizza si rischia di
rimediare brutte figure e marchiare, in maniera indelebile, personaggi altamente stimati, oltre che, ovviamente, incensurati. E’ forse questa l’unica
giustificazione plausibile per giustificare il lavoro dei commissari.
Incredibile quanto amara la vicenda della società Enneffe, che di contiguo
non ha proprio nulla ma nasce, si sviluppa e muore solo ed esclusivamente
per una ragione di amicizia e di vicinanza, ma viene citata nella Relazione
solo perché uno dei suoi soci risulta avere quote societarie nella parte privata
della Multiservizi.
Ma quella della EnneEffe è la storia di alcuni amici che, nel gennaio 2009,
si impegnano per salvare l’abitazione dell’ingegnere Gianni Scambia, (conosciutissimo in città non solo per la sua attività professionale ma anche per il
suo forte impegno in ambito sportivo), ultimo bene patrimoniale rimasto alla
famiglia dopo un doloroso fallimento. Ed ecco che un gruppo di amici, guidati
dal magistrato Giuseppe Viola, costituisce una società al fine di partecipare
all’asta fallimentare con la speranza di aggiudicarsi il detto immobile per
poterlo lasciare a disposizione dell’ing. Scambia e dei suoi due figli, spogliati
anch’essi del ben diverso e immaginato futuro. L’ipotesi divenne realtà grazie
alla sincera disponibilità manifestata dai detti amici, il cui impegno peraltro
consentì di associare altri “partecipanti” al progetto.
“Diventa superfluo precisare che – scrive Giuseppe Viola nella sua
nota di precisazione consegnata alla stampa –, dalla sua costituzione
fino ad oggi, la “ENNEFFE” non ha mai svolto alcuna attività o operazione di sorta (tanto meno di consulenza di qualsivoglia genere e in favore
di chicchessia), essendo rimasta sua unica ragion d’essere quella soltanto della nostra speranza (e dall’augurio di tutti) che i due giovani Scambia possano realizzare il risultato del completo riscatto delle quote sociali.
Tanto precisato, non sfugge dunque a nessuno la profonda distorsione che
una vicenda tanto amara e dolente, quanto limpida e nobile, ha subìto per
l’irrompere mediatico di un servizio di stampa che ha scelto di inserirla nel
contesto e nella “rete” delle equivoche contiguità e dei perversi intrecci di
interessi collusivi ed illeciti. Che fanno parte di un altro mondo, non certo di
quello delle sensibilità e della civiltà di certi valori che ancora sopravvivono. Emerge in tal contesto evidente quanto arbitraria risulti la grave affermazione, fatta a commento conclusivo dell’articolo, secondo cui “dall’analisi societaria della Enneffe, in ogni caso, emerge un singolare spaccato di
come veniva amministrato il comune di Reggio Calabria”; il tutto inserito
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nell’evidente collegamento col tema delle consulenze, “annoverate fra gli
elementi che hanno determinato lo scioglimento del Comune di Reggio”.
La documentazione relativa alla “ENNEFFE” è stata regolarmente acquisita
(o era comunque acquisibile) dalla Commissione, restando invece nella relazione totalmente ignorata”.
Ancora una segnalazione infondata, ancora il non volere leggere le carte:
ma quali impegni così gravosi hanno impedito ai Commissari di ascoltare anche i diretti interessati o leggere le loro documentazioni?
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La relazione superficiale
L’incensurato scambiato per il boss
Per i Commissari è un potente boss: ma è un caso di omonimia che, in preda
alla necessità di trovare atti contro l’amministrazione comunale, i commissari non hanno ritenuto dover verificare.
L’abbaglio dei commissari questa volta colpisce Domenico Serraino.
Secondo la relazione, Serraino risulta esponente delle ‘ndrine reggine,
oltre che essere socio fondatore della cooperativa Itaca e dell’associazione
360°.
Peccato che Domenico Serraino sia un ragazzo incensurato, classe 1977,
conosciuto ed apprezzato per la sua grande umanità e bontà d’animo e che,
da quando ha avuto l’età della ragione e si è reso conto del peso che portava
il suo cognome, del quale è ovviamente incolpevole, si è sempre preoccupato
di evidenziare la sua distanza ed estraneità a certi ambienti.
Domenico Serraino non ha nulla a che fare con le vicende giudiziarie
dell’omonimo esponente della ‘ndrangheta di cui parla la commissione, che
anche in questo caso si è lasciata prendere la mano dalla fretta e dalla necessità di trovare elementi a supporto dell’impianto accusatorio.
E lo stesso ragazzo incensurato che, in una nota, lascia sfogare tutta la sua
rabbia e la sua frustrazione per quanto avvenuto.
“Per il cognome che porto che dovrei fare?”, scrive agli organi di informazione dopo la pubblicazione della Relazione. “Dovrei lasciare la mia città
per una con meno pregiudizi? Mi si dovrebbe negare il diritto al lavoro? Non
credo proprio”.
Io mi alzo tutte le mattine alle 5.20, per iniziare a lavorare dalle 6.45 alle
18.30 circa, ogni giorno dedico tutto me stesso, con devozione, correttezza,
pazienza e fatica a dei ragazzi meno fortunati di noi, ragazzi che io e i miei
colleghi definiamo, speciali, meravigliosi, unici nella loro semplicità. Cerchiamo di dare una mano e un aiuto alle loro famiglie, occupandoci del trasporto
presso i centri di riabilitazione, le scuole, i vari centri ambulatoriali, nell’ambito del progetto ‘Trasporto cittadini diversamente abili’ del Comune di Reggio Calabria.
Si precisa inoltre che nelle cooperative in oggetto, non ricopro nessun ruolo gestionale o amministrativo, non ho mai ricevuto alcun tipo di privilegio o
vantaggio, ne’ economico, ne’ di altra natura, anzi posso affermare con sincerità di essere molto amareggiato per tutti i problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente, fatica, imposizioni, mancati pagamenti degli stipendi
(circa 8 mensilità), rimproveri e tante altre difficoltà ben note a tutti gli operatori del settore, nonché al Comune, essendo lo stesso consapevole e a volte,
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responsabile. Questo è il ’ricco’ mondo, secondo alcuni, in cui operiamo: per
questo inviterei chi ha ancora dei dubbi, a trascorrere una giornata di lavoro
con noi, per poter toccare con mano la realtà.
Per quanto riguarda il mio conto, dal punto di vista giudiziario, ho presentato quanto mi è stato richiesto (carichi pendenti, certificati penali, ecc.), con
risultati negativi e nessuna traccia compromettente”.
Domenico Serraino, operatore sociale, è una delle persone per cui l’amministrazione di Reggio Calabria è stata definita contigua alla ‘ndrangheta.
Altro giro altra vittima:
ennesimo professionista “marchiato”
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Una rabbia che cresce, un sentimento di violenta frustrazione, la necessità
di avere spiegazioni per un professionista, l’ingegnere Lauro Mamone, molto
conosciuto in città e che, come purtroppo tantissimi altri volti noti del mondo
professionale reggino, si è visto attribuire un marchio infame.
Mamone viene segnalato come contiguo perché aveva avuto conferito un
incarico da parte di una ditta che, non vi è nemmeno bisogno di rimarcarlo, aveva ottenuto la certificazione antimafia dalla Prefettura. Ma c’è di più.
Nella relazione viene riportata la circostanza secondo cui Mamone viene intercettato all’aeroporto in compagnia del soggetto ritenuto vicino ad ambienti
malavitosi, peccato che quello stesso soggetto, in quel determinato periodo,
risultava essere un libero cittadino non gravato da indagini o processi.
In quel momento, scrive Lauro Mamone nella sua appassionata risposta
divulgata alla stampa, “non spetta a un privato cittadino l’onere di svolgere
indagini per conoscere se il committente di una attività tecnica sia in quel
momento colluso o vicino ad ambienti mafiosi… (...) …In quel momento il
possesso del certificato antimafia costituiva requisito unico e sufficiente per
ritenere che quell’imprenditore non fosse mafioso. Altrimenti dovremmo mettere in dubbio la valenza stessa del certificato antimafia come documento ex
se degno di pubblica fede: quella pubblica fede che dovrebbe derivare dalla
stessa autorevolissima fonte che lo rilasci.
Una decisione politica
Dunque, dall’elenco degli errori e degli orrori riportati appare evidente che
lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria arriva come logica conseguenza di una relazione, inesatta, contraddittoria, incompleta e, pertanto,
fuorviante che ha comportato l’impianto di una semplicistica equazione: a
Reggio c’è la ‘ndrangheta, quindi il Consiglio Comunale va sciolto.
Tutto ciò non è accettabile!
Non è accettabile perché, di fatto, si è voluto procedere a tale decisione
spinti da una evidente quanto rumorosa pressione effettuata da esponenti locali e nazionali di alcuni partiti del centrosinistra, supportati da un gruppo di
giornalisti militanti, evidenziando i fatti in maniera parziale, o riproponendo,
con martellante cadenza, “notizie” che erano già state smentite.
Ogni paragrafo, ogni punto è frutto di una lettura alterata di notizie frettolosamente raffazzonate, nel tentativo di dare corpo ad un incubo che ossessiona qualcuno, non è dato sapere chi: a Reggio non è possibile fare politica in
maniera normale. Reggio non può essere annoverata fra le tante città d’Italia,
perché le difficoltà comuni a centinaia di Enti Locali, vengono ingigantite ed
esasperate, alla ossessiva ricerca di un capro espiatorio.
Quale sia lo scopo di questa vicenda non è chiaro.
Sicuramente la credibilità dello Stato ne esce a pezzi! Così come la dignità
delle persone coinvolte.
A questo punto è doveroso porsi alcune domande:
A chi giova mandare a casa una amministrazione appena eletta con un
consenso significativo?
Perché non si sono presi provvedimenti contro quella parte di apparato burocratico citata nella relazione, che oggi continua a collaborare con la
Commissione Prefettizia? Forse che i contigui interni alla Amministrazione
sono meno pericolosi dei contigui eletti?
Una cosa è certa: chi ha dovuto decidere ha voluto farlo di fretta, consentendo il prevalere di coloro che hanno agito nell’ombra violando anche diritti
costituzionalmente garantiti.
Le modalità con cui si è arrivati all’attivazione della commissione di ac-
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cesso, le pressioni e le imbarazzanti fughe di notizie verificatesi durante l’attività ispettiva e la convulsa fase che ha caratterizzato i giorni precedenti la
decisione, hanno fatto ritenere a molti che il provvedimento sia stato assunto
per ragioni politiche.
Ragioni politiche che emergono anche dalle dichiarazioni rilasciate dal segretario del Pd Bersani nella sua ultima visita in Calabria, allorquando, lo stesso, parlò di “Governo che sapeva quello che doveva fare a Reggio Calabria”.
Qualcuno ne sapeva più degli altri. Inoltre, il Ministro ha detto alcune cose
in conferenza stampa, nell’immediatezza della decisione, che ha puntualmente smentito nel decreto di scioglimento a sua firma.
Tante, troppe stranezze hanno accompagnato questa vicenda. E le vittime
sono quelli che sono stati usati per determinare il convincimento, innanzitutto dei cittadini di Reggio, di essere stati “salvati” da una malavita pervasiva,
vicina, anzi, contigua, alla Amministrazione Comunale.
Questo ha leso fortemente la dignità di persone che, al contrario, sono cittadini perfettamente onesti e degni di sedere nel consesso civile.
Il decreto di scioglimento ha invece voluto dividere la città in due: i pochi
cattivi da un lato, i molti buoni dall’altro.
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Ma sull’onore e l’onestà delle persone non è lecito agire con leggerezza.
Il discorso tenuto dal Sindaco Arena, nel corso della conferenza stampa
del 27 Ottobre scorso, esemplifica più di ogni altra parola, quanto accaduto
a Reggio:
“Lo scioglimento del Consiglio Comunale di Reggio Calabria rappresenta un evento storico, non solo per la nostra città ma anche per il nostro
Paese, destinato come è a produrre effetti dirompenti in virtù del principio
della contiguità contenuto nel provvedimento.
È notorio che la ndrangheta si connette alla società in un intrico melmoso, penetra nel mondo delle banche, del commercio, delle professioni.
Si ammanta di legalità, approfitta delle crepe della legislazione, della lentezza della burocrazia e del limite costituito da un’azione di contrasto che
agisce per compartimenti stagni.
Orbene, applicando indiscriminatamente il principio della “contiguità”, tutte le comunità interessate dal fenomeno della ‘ndrangheta, da oggi
avrebbero i loro consessi elettivi a rischio di scioglimento in quanto genericamente “contigue”.
Ma ancor più grave è il fatto che questo tipo di provvedimento colpisce
indiscriminatamente tutti, un’intera collettività che dovrà convivere con
un’etichetta che non le dà né giustizia né sicurezza.
Il provvedimento di scioglimento del Comune di Reggio colpisce una
comunità che recentemente stava manifestando una voglia di reagire nei
confronti della pervasività mafiosa, supportando l’azione incisiva, che
specie negli ultimi anni, lo Stato ha posto in essere nel contrasto alla criminalità organizzata.
Questo provvedimento colpisce soprattutto quei cittadini che, superando l’atavico atteggiamento di generico scetticismo,attraverso un semplice
agire quotidiano avevano di fatto creato le premesse per mettere in crisi
il sistema malavitoso.
È paradossale ma, proprio in un momento storico in cui la comunità
mostra di reagire contro il cancro mafioso, la si addita all’intera opinione
pubblica internazionale come città “contigua”.
Il timore quindi è che il provvedimento ingeneri un clima di sfiducia e
di paura, che avvilisce e demotiva chi riteneva di trovare uno Stato interlocutore, e se lo ritrova invece come un potere insensibile, e si rifiuta di
comprendere, che lo giudica senza cercare di supportarlo in questa sua
strada di guarigione. È come negare le medicine ad un malato che comincia a dare segnali di ripresa.
La città avrebbe certamente compreso un provvedimento che avesse
avuto anche i caratteri di una legge speciale, ma di ben più ampia portata,
tesa ad adottare drastiche iniziative per contrastare in maniera più “decisa e radicale” la malavita organizzata.
Nessuno nega che a Reggio la società,in generale, l’economia e la politica debbano fare i conti con la ‘ndrangheta.
Se il ragionamento fosse basato sul fatto che questo male, che ha origine antiche, oggi è divenuto un fenomeno nazionale così pervasivo, come
hanno dimostrato le inchieste giudiziarie, necessitasse di azioni estremamente efficaci ed articolate, si sarebbe potuto accettare anche il commissariamento del comune.
Ma sostenere che l’amministrazione da me guidata fosse nelle condizioni di non potere operare perché contigua alla ‘ndrangheta, questo non
è accettabile! E soprattutto non sono disposto ad accettare che solo la città
debba pagare un prezzo cosi grande. Sulla mia reputazione e sulla mia
correttezza saranno i miei concittadini ad esprimersi.
Di contro, lo scioglimento arriva come logica conseguenza di una relazione fallace, inesatta, contraddittoria, incompleta e, pertanto, fuorviante
che ha comportato l’impianto di una semplicistica equazione:
a Reggio c’è la ndrangheta, quindi il Consiglio Comunale va sciolto.
Tutto ciò non è accettabile!
Le modalità con cui si è arrivati all’attivazione della commissione di
accesso, le pressioni e le imbarazzanti fughe di notizie verificatesi durante
l’attività ispettiva e la convulsa fase che ha caratterizzato i giorni precedenti la decisione, hanno fatto ritenere a molti che il provvedimento sia
stato assunto per ragioni politiche.
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A detto dibattito oggi non intendo partecipare, lasciando alla politica il
compito di approfondirlo.
Altri hanno cercato di seguire ragionamenti basati su percorsi di tipo
complotti stico, tirando in ballo certi tipi di Poteri.
Neanche questa linea, francamente, mi appassiona.
A me interessa difendere una Città e l’operato di un’Amministrazione
che ha cercato concretamente, nel poco tempo che ha avuto a disposizione, di compiere passi perfettamente in linea con quanto gli stessi ispettori
definiscono “buone pratiche amministrative”.
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Io temo che un evento di questa portata rischi, come è successo purtroppo in passato, di essere subito con un atteggiamento fatalistico. Ciò
sarebbe certamente nefasto.
Sarebbe invece auspicabile che gli uomini liberi e le vere risorse intellettuali, professionali e imprenditoriali presenti nella nostra città facessero sentire con forza il loro pensiero positivo e fattivo, in modo da isolare i
moralisti di professione e gli “avvelenatori di pozzi”, che sono sempre in
agguato.
Solo così si potrà avviare una profonda riflessione e un pacato confronto su quello che è accaduto, sui dubbi di molti e sulle certezze di tanti
altri.
In passato solo pochi uomini coraggiosi hanno tentato di avviare una
riflessione – allorché venivano sciolti centinaia di piccoli comuni – sull’inadeguatezza di una legge che non ha mai risolto i veri problemi, per come
segnalato per altro anche dalla magistratura. In passato solo pochi hanno
richiamato l’attenzione sulle problematiche connesse alla legislazione antimafia relativa ai contratti pubblici e sull’efficacia dello strumento della
c.d. “interdittiva” prefettizia.
Detto questo adesso è tempo di comprendere quali scenari politici e
sociali si profilano a breve ed a medio termine, quale nesso intercorre tra
il nostro futuro, tra ciò che è avvenuto ed il quadro dei livelli più alti degli
equilibri politici e sociali.
Adesso bisognerà anche comprendere cosa succederà veramente dell’amministrazione della città, al di la della gestione ordinaria
delle emergenze quotidiane. Quindi è necessario che sia resa, al più
presto, esplicita la strategia del Governo, conoscere l’entità delle risorse destinate alla città, valutare l’approccio con cui opereranno i
commissari.
Inoltre bisogna confidare che, considerato quanto accaduto ed il trauma inferto alla città, il Governo non si sottragga alle sue responsabilità.
Intanto, ragionando in positivo, confidiamo anche che gli uomini inviati
a Reggio, fedeli servitori dello Stato, siano, anche, uomini di buon senso,
capaci ed esperti, in grado di aiutarla a superare questo delicato momento.
Reggio è una comunità che, nella stragrande maggioranza, non merita
certe connotazioni che, con troppa leggerezza, le sono state cucite addosso.
Per questi motivi è necessario che quanti hanno veramente a cuore gli
interessi della città si adoperino, ciascuno in relazione alle proprie possibilità, affinché i Commissari possano operare proficuamente.
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REGGIO DA VITTIMA A PROTAGONISTA:
CORSI E RICORSI
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Strano destino quello di Reggio Calabria: ogniqualvolta la città ha la possibilità di operare un salto di qualità ed assurgere a protagonista viene ricacciata nel baratro.
… corsi e ricorsi storici.
È successo così per la vicenda del Capoluogo, ruolo sempre ricoperto da
Reggio fino al 1970 quando, con l’istituzione delle Regioni, quello che prima
era solo un titolo diventò occasione di sviluppo socio-economico ed occupazionale.
Ed ecco che proprio in quel momento la città fu scippata del suo ruolo di
protagonista da una classe dirigente catanzarese e cosentina – che in quel
momento governava l’Italia – e, purtroppo, dalla contemporanea assenza di
una propria autorevole rappresentanza politica.
Reggio cade nel baratro, inizia un declino inarrestabile.
La città viene sopraffatta dall’indolenza e dalla noncuranza, perde la
speranza di rinascere e sprofonda nell’oblio, toccando il fondo con la guerra
di ‘ndrangheta.
Sul finire degli anni ‘90 Reggio trova in se stessa la forza di risollevarsi:
rinasce il senso di appartenenza e la voglia di riscatto e così si prepara ad
affrontare un periodo di grande fervore e sviluppo economico.
Si spoglia dalla veste di “città dolente” per assumere un ruolo di protagonista durante i dieci anni di governo Scopelliti che, grazie ad una intelligente ed incisiva azione politica svolta dal centro destra, l’ha portata a divenire
una delle 10 città metropolitane d’Italia.
Reggio riesce, inoltre, per la prima volta dopo quarant’anni di regionalismo, ad esprimere il Governatore della Calabria: una svolta storica che le ha
consentito di abbandonare la sua marginalità in ambito regionale.
Ma... di nuovo corsi e ricorsi storici.
Questi eventi, che avrebbero potuto rappresentare una svolta epocale,
vengono invece utilizzati contro la città.
Si apre un periodo caratterizzato da una forte contrapposizione politica
che assume i connotati di una vera e propria faida; riemerge quella cultura
corrosiva ed autolesionista che, come la storia dimostra, ha sempre frenato
la crescita della città.
Reggio vive una confusa fase amministrativa e politica: si materializzano
all’improvviso tutta una serie di entità che tentano di costruire un teorema
mettendo insieme responsabilità personali, tristi eventi di cronaca, oggettive tensioni finanziarie ed addirittura la crisi economica globale, al solo fine
di scardinare la fiducia nella – fino ad allora – riconosciuta capacità politicoamministrativa del centrodestra e del suo leader.
Strategia che trova ampia e decisiva sponda mediatica.
In un momento così convulso il centro destra individua quale candidato
a primo cittadino un professionista stimato e apprezzato, ma soprattutto
un uomo innamorato della propria città, che ottiene un ampio e trasversale
consenso da parte dei reggini.
Grazie all’impegno incessantemente profuso dal Sindaco Arena e dalla
sua Giunta si manifestano i primi segnali di normalizzazione e risanamento
finanziario, si affrontano le emergenze e la gravissima crisi economica che
attanaglia tutti i comuni d’Italia e, nel contempo, si pensa al futuro.
Ma di nuovo… corsi e ricorsi storici.
Viene sferrato l’attacco decisivo da parte di gruppi eterogenei che vogliono assumere il governo della città bypassando il consenso popolare. Il
conflitto si trasferisce in Parlamento, Reggio viene dipinta come una cloaca,
sinonimo di città di ‘ndrangheta.
Si affinano le strategie, si utilizzano armi improprie: si richiede la Commissione d’accesso, si ottiene il Commissariamento: uno sfregio permanente
per la città!
Reggio ripiomba nel baratro, la cittadinanza nell’indolenza e nella rassegnazione!!
Ma come se ciò non bastasse, si lotta per far dichiarare il dissesto, per
distruggere il vero obiettivo, noncuranti del danno irreparabile che subirebbe unicamente la comunità reggina.
Il resto è storia dei giorni nostri.
Le difficoltà della gestione commissariale di una città grande come Reggio emergono inesorabilmente, nonostante il massimo impegno profuso dai
tre commissari.
Ma l’opera di sciacallaggio continua: coloro che hanno determinato il
commissariamento non sono ancora contenti, vogliono far passare il messaggio che tutte le difficoltà siano ascrivibili solo a chi ha amministrato la
città negli ultimi 10 anni.
Ma i reggini stiano tranquilli, il cinismo, l’irresponsabilità e l’incapacità
di questi signori saranno anche questa volta sconfitti da chi ha sempre amato Reggio, da chi l’ha difesa nel ‘70, da chi l’ha guidata nell’ultimo decennio
facendola assurgere al rango di città metropolitana, dalla classe dirigente
che il centro destra anche in questa circostanza saprà esprimere.
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INTERPELLANZA parlamentare
al Ministro dell’Interno del 4 dicembre 2012
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell’Interno, per sapere –
premesso che:
a seguito delle elezioni amministrative del maggio 2011 è stato eletto
Sindaco del Comune di Reggio Calabria il dott. Demetrio Arena, la cui Giunta si è insediata nel successivo mese di giugno;
il 18 novembre 2011 si è conclusa un’operazione di Polizia giudiziaria
denominata “Astrea” che ha coinvolto il socio privato della Multiservizi Spa,
società mista affidataria dei servizi di manutenzione dei beni comunali;
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il 21 dicembre 2011, nel corso dell’operazione di polizia giudiziaria denominata “Alta tensione 2” è stato tratto in arresto un consigliere comunale, immediatamente sospeso e sostituito con il primo dei non eletti della lista
di appartenenza;
in conseguenza alle predette operazioni di polizia giudiziaria il Prefetto
di Reggio Calabria, dott. Luigi Varratta, con proprio decreto del 20 gennaio
2012 ha disposto l’attivazione della procedura di accesso presso il Comune
di Reggio Calabria;
il 14 luglio 2012, al termine dell’attività ispettiva, la Commissione di accesso ha depositato le proprie conclusioni, sulle cui risultanze il neo Prefetto, dott. Vittorio Piscitelli, sentito il comitato provinciale per l’ordine e la
sicurezza, ha redatto la sua relazione trasmettendola al ministero dell’interno il successivo 26 luglio;
il 9 ottobre 2012 il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta di
scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, ai sensi dell’articolo
143 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, formulata del Ministro
dell’interno;
l’amministrazione comunale ha svolto il proprio mandato solo per sei
mesi, ovvero fino all’insediamento della Commissione di accesso;
l’avvio della Commissione di accesso è intervenuto nel pieno di una continua e pressante attività del centrosinistra reggino e nazionale che attra-
verso note stampa ha avviato un’agguerrita campagna stampa contro l’amministrazione comunale;
anche tramite numerose interrogazioni presentate sulla materia è stato
sollecitato l’avvio della procedura di accesso;
durante la prima conferenza stampa del Ministro Cancellieri, tenutasi il
22 novembre 2011, un giornalista ha espressamente chiesto al Ministro se
avesse intenzione di inviare la commissione di accesso al Comune di Reggio
Calabria, e alle ore 19.02 dello stesso giorno l’Ansa dava la notizia che il
Viminale avrebbe chiesto informazioni al Prefetto su presunte infiltrazioni
mafiose nel Comune, circostanza poi smentita dall’allora prefetto di Reggio
Calabria, dott. Luigi Varratta;
durante il periodo di attività della Commissione di accesso si sono succeduti una serie di cambi al vertice delle più importanti istituzioni locali e
delle Forze dell’ordine (Procura, Polizia, Carabinieri) e, inaspettatamente,
nel mese di aprile 2012, il Prefetto di Reggio Calabria, dott. Luigi Varratta, viene sostituito dal dott. Vittorio Piscitelli, ed ancora il Presidente della
Commissione stessa, dott. Valerio Valenti, già viceprefetto di Venezia, viene
promosso Prefetto e destinato presso la sede di Bolzano, con conseguente
aumento di responsabilità e carico di lavoro;
il neo Prefetto di Reggio Calabria, dott. Vittorio Piscitelli, dopo appena
due mesi dal suo insediamento, ha dovuto formulare un delicato parere
in soli dieci giorni, un parere che – ad avviso degli interpellanti e come dimostrano gli atti – denota l’assoluta mancanza di conoscenza della realtà
cittadina. Una circostanza che, probabilmente, ha pesato sulla decisione
adottata dal Governo e ha arrecato grave danno e pregiudizio al Paese e
all’intera comunità reggina;
fin dai primi mesi di attività della Commissione di accesso sono trapelate
sulla stampa locale indiscrezioni sul lavoro della stessa e numerosi sono stati
gli articoli tendenti a condizionarne ed indirizzarne l’opera; fughe di notizie
acuitesi ulteriormente subito dopo la trasmissione al ministero dell’interno
della relazione predisposta dal Prefetto, come dimostrano i ripetuti articoli
di stampa che oltre alle indiscrezioni, in alcuni casi, pubblicano stralci integrali della relazione all’epoca ancora secretata;
lo scorso 9 ottobre, data in cui il Consiglio dei ministri ha adottato il
provvedimento di scioglimento del Comune di Reggio Calabria, alcune testate giornalistiche erano già in città con dei loro inviati, preannunciando la
decisione che avrebbe in seguito adottato il CdM;
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il 10 ottobre, esattamente il giorno dopo lo scioglimento, la relazione benché atto riservato - è stata pubblicata integralmente su diversi siti internet e solo pochi giorni dopo era messa in vendita in edicola;
dalla relazione della Commissione di accesso emergono grossolani errori, innumerevoli inesattezze e rilevanti omissioni, travisamento dei fatti e
ribaltamento delle responsabilità tra le quali:
a) casi di omonimia o notizie inesatte sull’attività di singoli professionisti
che hanno infangato la reputazione di onesti cittadini;
b) vengono tacciate di contiguità con la criminalità organizzata e si
adombrano sospetti del tutto infondati su importanti imprese cittadine che,
addirittura risultano fornitrici ed appaltatrici della Questura e della Prefettura;
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c) vengono segnalate come “infiltrate” cooperative sociali di tipo B, fornitrici dei servizi sociali al Comune, in quanto composte da soggetti con
precedenti penali, con ciò ignorando che le stesse, svolgendo attività di recupero di soggetti svantaggiati devono essere composte da ex detenuti ed ex
tossicodipendenti;
d) viene addebitata al Comune l’intempestività con cui ha proceduto allo
scioglimento della società mista Multiservizi Spa non tenendo in considerazione che la Prefettura, soltanto a seguito delle reiterate richieste del Comune, ha rilasciato l’interdittiva antimafia dopo ben sette mesi;
e) tra i consiglieri attenzionati non risultano due esponenti di punta
dell’opposizione benché nei loro confronti esistano, a parere degli interpellanti, motivi ben più gravi rispetto a quelli che vengono menzionati nella
relazione: il primo in quanto socio in imprese confiscate e riportate nella
citata relazione, il secondo in quanto imparentato con soggetti destinari di
procedimenti penali;
molti cittadini stanno proponendo azioni giudiziarie a causa degli errori
contenuti nella relazione e dell’avvenuta pubblicazione di un atto riservato;
l’ex Sindaco ha preannunciato ricorso a causa delle illegittimità riscontrate nella relazione;
per quali ragioni si sia provveduto a sostituire il Prefetto nel corso dell’accesso;
se risponde al vero, quanto riportato dalla stampa, vale a dire che il ministro interpellato sia stato sollecitato all’avvio della procedura di accesso;
se il ministro interpellato, in via di autotutela, ha intenzione di adottare
gli opportuni provvedimenti al fine di rettificare gli errori e le gravi inesattezze presenti nella relazione commissariale anche al fine di evitare azioni
di risarcimento danni dei cittadini, professionisti e imprese ingiustamente
coinvolti;
quali provvedimenti di competenza il ministro intenda adottare per accertare i responsabili della grave ed inammissibile pubblicazione di un atto
riservato;
se il Governo abbia intenzione di adottare le iniziative di competenza per
revocare il provvedimento con cui è stato disposto lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria in considerazione delle, ad avviso degli interpellanti,
macroscopiche inesattezze su cui si fonda la relazione della Commissione di
accesso.
Santelli, Dima, Galati, Golfo, Traversa
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Reggio Calabria, la democrazia sospesa