Ottobre missionario Anno XXXV n° 9 15 Settembre 2012 Nelle nostre parrocchie, nei gruppi, nelle associazioni e nei movimenti stanno per riprendere tutte le attività ordinarie. Tra pochi giorni, inoltre, inizierà il tradizionale ottobre missionario, tempo propizio per riscoprire la nostra vocazione missionaria. Con don Amedeo Cristino, direttore della Fondazione Cum, abbiamo approfondito gli aspetti relativi alla missione nella Chiesa e al ruolo del Centro Missionario Diocesano. Pubblichiamo, infine, una lettera di Suor M. Chiara Luce, brindisina delle Missionarie della Carità di Madre Teresa, che ci scrive dalla lontana Armenia. € 1,00 Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi E-mail: [email protected] tel. 340.2684464 | fax 0831.524296 Spedizione in A.P. - art. 2 - c.20 - L.662/96 In caso di mancato recapito inviare al CDM di Brindisi per la restituzione al mittente previo pagamento Resi editoriale La capacità di sognare insieme Vita diocesana Effathà. Pubblicato il secondo quaderno sinodale A pagina Angelo Sconosciuto H a fatto bene, crediamo a tutti, il Convegno ecclesiale diocesano, che abbiamo celebrato poche settimane addietro a San Giovanni Rotondo e del quale proponiamo ampi riscontri. Le diverse risonanze registrate dicono la partecipazione attiva, la voglia di mettersi in gioco, di «scendere tutti dai gradini» dei quali si è parlato, a proposito non solo dei diversi impegni ecclesiali, ma anche del proprio essere cristiani. Quelle riflessioni dicono l’accoglimento della sfida a declinare quella «grammatica della relazione che abbiamo perso», ci ha ricordato in un intervento flash, mons. Satriano. Egli ha posto per tutti un interrogativo molto serio: «Non ci può essere fede, se non c’è adesione libera. Mi chiedo: siamo uomini e donne educati all’incontro, a gestire bene la nostra libertà?». Già, l’incontro. L’incontro con Cristo che passa attraverso i mille volti che ogni giorni sono in contatto con noi, «noi che facciamo fatica a dialogare - ha osservato il vicario -, a incontrarci, a relazionarci anche all’interno delle singole parrocchie, che spesso non sono spazi di fiducia, dove sentirsi accolti, ascoltati, accompagnati». È chiaro, crediamo a tutti, che questo modo di pensare e di agire ha una valenza esteriore altrettanto seria ed impegnativa di quella che potremmo considerare «interiore» eppure - così è emerso nelle riflessioni del Convegno - «c’è una sfida per ciascuno di noi, ma non ci sono ricette operative; c’è la sfida a decodificare la capacità di incontrare le persone che bussano alle nostre comunità». E bussano forse in modo nuovo, nel senso che ora il bussare e il recepire il tocco non sono più in sintonia e non c’è forse intento di farlo da parte di chi dovrebbe ascoltare. Nel suo intervento mons. Satriano ha ricordato a tutti: «Kahlil Gibran diceva: “Chi sogna camminando, muove la storia”. Sento che non basta sognare, dobbiamo sognare insieme». E quando l’orizzonte è noto - e deve essere noto al cristiano - forse è doveroso recuperare il senso del cammino proprio dei discepoli di Emmaus che, accanto al viandante, dopo avergli chiesto, fecero silenzio per capire la Parola e farsi illuminare il cammino. 5 Primo Piano a pagina 3 Vita di Chiesa Sport Il mesagnese Carlo Molfetta medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra Verso l’apertura dell’Anno della Fede A pagina 9 A pagina 22 n popolo sacerdotale U profetico e regale Nella foto di Salvatore Licchello i delegati al XIII Convegno Ecclesiale Diocesano (San Giovanni Rotondo, 28-30 agosto 2012) ricordi I suoi soggiorni di lavoro presso “La Nostra Famiglia” nei mesi estivi del 1984 e 1985 I silenzi attenti e pensosi del cardinal Martini in Ostuni Q uando ho appreso la notizia della morte del card. Carlo M. Martini, ho rivisto con gli occhi del cuore alcune ore trascorse con Lui. Un comune Amico, da tempo nelle mani di Dio, don Luigi Serenthà mi ha procurato questa gioia. Avevo conosciuto negli anni ‘70 don Luigi a La Nostra Famiglia. È nata una bella amicizia che si è rafforzata ad ogni incontro che abbiamo vissuto insieme. Dopo i primi anni di ministero nella diocesi di Milano, il Cardinale ha scelto don Luigi come Rettore Maggiore dei seminari milanesi e, senza avergli dato altri appariscenti incarichi in Curia, gli ha chiesto di dargli una mano nella stesura delle famose Lettere pastorali. Nel 1984 e nel 1985 il Cardinale e don Luigi sono venuti in incognito ad Ostuni nella casa de La Nostra Famiglia a S. Sabina e lì alternavano ore di distensione a ore di lavoro per la stesura delle Lettere pastorali. Don Luigi, in maniera discreta, avvertiva l’arcivescovo mons. Todisco della presenza del Cardinale e almeno una sera lo invitava a cena. Per l’amicizia che ci legava e per accompagnare l’arcivescovo, a quelle cene sono stato invitato anch’io. Al primo di questi appuntamenti non potevo giungere in orario perché avevo un incontro in diocesi. Don Luigi mi disse di raggiungerli al ritorno. Quando mi sono seduto a tavola, il Cardinale mi ha chiesto con garbo cosa avessi fatto e in che cosa consistesse il raccordo pastorale in diocesi. Nel rispondere, con stupore mi sono accorto che il Cardinale mi ascoltava come se volesse imparare qualcosa da quanto facevamo e da come l’arcivescovo mons. Todisco aveva organizzato il servizio dei vicari episcopali in diocesi. Questo atteggiamento di grande umiltà mi colpì e mi mise in grande imbarazzo. Quella stessa sera, durante la cena, la conversazione toccò molti aspetti della vita ecclesiale e sociale. Don Luigi teneva banco con la sua brillantezza e vivacità. L’arcivescovo mons. Todisco interveniva con la abituale discrezione e prudenza. Il Cardinale ascoltava in silenzio pensoso. Quando prendeva la parola con poche battute andava sempre al cuore dei problemi sollevati ed emergeva con una naturalezza disarmante tutto il suo radicamento nella Parola di Dio, la profonda conoscenza degli aspetti meno noti della cultura contemporanea e la sua incisiva capacità di discernimento. Prima di concludere la serata, il Cardinale chiese all’arcivescovo se riusciva ad avere del tempo per sè da dedicare alla preghiera, allo studio S. Sabina, settembre 1985. Il card. Martini con don Luigi Serenthà e all’aggiornamento. Mons. Todisco rispose che aveva scelto per sé il lunedì, ma aggiunse che non sempre riusciva a ritagliarsi quegli spazi per imprevisti e urgenze. Il Cardinale non fece raccomandazioni paternalistiche, ma semplicemente confidò, da fratello a fratello, che egli, per la qualità del suo servizio ministeriale, una volta la settimana si allontanava al mattino presto e rientrava a tarda sera senza dire in quale luogo si ritirava. Preferibilmente, aggiunse, sceglieva i monasteri di clausura. Il cardinale Martini è venuto in Ostuni quei due anni perché nel 1986 don Luigi Serenthà è morto dopo breve e dolorosa malattia. Nel 1985 il Cardinale ha concluso la sua permanenza, celebrando la S. Messa nell’atrio della sede de La Nostra Famiglia in Ostuni. Alla fine della messa mi ha commosso la semplicità, quasi da bambino, con cui egli si intratteneva con i piccoli ospiti, lasciandosi avvicinare e avendo un sorriso e una parola per tutti. Ricordo questi particolari per unire il mio semplice grazie a quello di quanti in questi giorni hanno lodato il Signore: la presenza di questi grandi Uomini che incrociano le strade degli altri Uomini rimane il segno evidente che Dio continua ad amare con tenacia l’Umanità e la Chiesa. Mons. Angelo Ciccarese 15 settembre 2012 3 Primo Piano ottobre missionario Nostra intervista a don Amedeo Cristino, direttore Fondazione Cum Offrire al mondo la testimonianza della propria fede T ra pochi giorni sarà ottobre e in parrocchia, nei gruppi, nelle associazioni e nei movimenti riprenderanno tutte le attività ordinarie. Ma inizierà anche il tradizionale ottobre missionario, un tempo di grazia che deve stimolare la comunità cristiana e i singoli credenti ad un profondo rinnovamento interiore, oltre che alla riscoperta della propria vocazione battesimale e missionaria. Come ogni anno, anche la nostra Chiesa diocesana, e l’equipe del Centro missionario in particolare, si prepara a vivere e ad animare questo tempo. Per comprendere più a fondo quale ruolo è chiamato a svolgere il Centro Missionario Diocesano, organismo che a partire da quest’anno pastorale sarà guidato da don Giuseppe Satriano, abbiamo intervistato don Amedeo Cristino, Direttore della Fondazione Cum, strumento voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana per promuovere e curare la formazione dei missionari italiani che partono per la Missione nel mondo o che rientrano in Italia dalla missione e per formare alla missione in territorio italiano il personale apostolico proveniente da altre Chiese. Don Amedeo, qual è il compito del Centro Missionario Diocesano? «Il nuovo regolamento per i Centri Missionari Diocesani, da poco approvato dalla Conferenza Episcopale Italiana, nel definire la natura e le finalità dei CMD afferma che è “lo strumento principale di cui il Vescovo, primo responsabile della vita missionaria della Chiesa particolare, si serve per promuovere, dirigere e coordinare l’attività missionaria”. Qualche anno fa, individuare i compiti del CMD sarebbe stato relativamente semplice: animare la comunità diocesana perché sostenga le missioni che la Chiesa ha nel mondo e suscitare con percorsi formativi nuove vocazioni missionarie. Oggi la risposta è più complessa. La missione si è fatta, per usare il titolo di una recente pubblicazione, “extralarge”. Essa è cambiata nei suoi soggetti, nei destinatari, nella sua localizzazione geografica. Si sono modificati quindi anche i compiti dei Centri Missionari Diocesani. Direi, allora, che il loro impegno principale è aiutare la chiesa locale a collocare la sua azione pastorale nell’orizzonte più ampio della missione universale che il Risorto ha affidato ai discepoli. Essi devono accompagnare le comunità ad individuare, sul proprio territorio, i luoghi che richiedono una presenza missionaria, spazi di primo annuncio e di nuo- sul proprio cammino e fermandosi a raccogliere “belle notizie” lungo la via. Ciò detto, oggi mi sembra importante riaffermare l’esigenza di porre con forza il segno anche geografico dell’andare fisico verso i popoli. Nulla interpella di più le nostre comunità e le aiuta a riflettere sulla dimensione missionaria della vita cristiana quanto il vedere un loro figlio o figlia che si alza nell’assemblea per ricevere dalle mani del vescovo il crocifisso con il mandato di essere missionario in mezzo alle genti a nome e per conto di quella chiesa locale. Il crescere delle esigenze della missione all’interno delle nostre comunità e dei nostri territori non deve impoverire la Una scuola nella missione di Marsabit e, nel riquadro, don Amedeo Cristino missione della chiesa nel mondo. Una volta inviavamo tanti missionari perché aveva evangelizzazione. Al Centro Missionario Diocesano vamo tanto personale apostolico, paradossalmente oggi spetta, inoltre, la promozione della cooperazione con le siamo chiamati ad inviarne ancora perché ne abbiamo altre Chiese del mondo. Deve mantenere i rapporti tra la troppo poco. La missione, infatti, riguarda la sovrabboncomunità locale e i missionari da essa inviati, sostenen- danza della fede e non gli esuberi di personale». doli durante la permanenza all’estero e valorizzandone Nell’Ottobre missionario sono più frequenti i gesti conl’esperienza al rientro, ma anche l’accompagnamento del creti di carità da parte dei fedeli. Ma l’attenzione mispersonale apostolico proveniente da altre Chiese, sempre sionaria non significa solo questo e non dovrebbe limipiù numeroso nelle nostre chiese italiane». tarsi ad un breve periodo dell’anno…. Cosa significa animare in senso missionario una comu«Leggo addirittura un rischio nel limitarsi a chiedere alle nità? nostre comunità il sostegno economico e della carità alla «Aiutarla a comprendere che essa è per sua natura mis- missione. Il rischio è quello del mettersi a posto la cosciensionaria. La missione è il senso della Chiesa, il motivo za attraverso l’obolo più o meno importante della Giornata stesso della sua esistenza. Non si tratta di un compito, di Missionaria Mondiale. Se abbiamo capito che la missione è una funzione, ma dell’essere stesso della comunità volu- la natura stessa della chiesa, solo se cresciamo quotidianata dal Signore. Significa aiutare i singoli cristiani a “com- mente in essa saremo sempre più chiesa. Ogni respiro, ogni prendersi” come missionari in virtù del battesimo rice- atto ecclesiale deve essere impregnato di missione. La chiesa vuto. Significa mantenere vivo nella comunità il senso è in stato di missione sempre: sia che celebri, che eserciti la della cattolicità, aiutandola a “prendere il largo” per una carità, sia che ammaestri la vita e da questa si lasci ammaepesca abbondante e miracolosa, secondo l’invito del Ma- strare». estro. Significa liberarla dalla tentazione dell’autocompiacimento, dell’autoreferenzialità, del ripiegamento su Cosa deve scaturire da questo speciale Anno della Fede sé stessa». dal punto di vista dell’impegno missionario? «La consapevolezza che la missione è figlia della fede nel SiPer dirsi davvero missionari è indispensabile partire gnore Gesù. Più cresce la nostra fede più la missione si fa esiverso terre lontane, o la missionarietà è anche altro? genza, bisogno profondo, urgenza in noi. “Ho creduto perciò «Non è la “geografia” che ci rende missionari, ma la no- ho parlato”, dice San Paolo. La debolezza della tensione misstra “storia” personale e comunitaria di relazione con sionaria in una comunità è la spia accesa ad indicare che i Gesù. Essere missionari significa offrire al mondo, senza suoi serbatoi non hanno più il carburante della fede». arroganza, la testimonianza della propria fede nel Cristo, l’Inviato, il Missionario del Padre. Significa andare Giovanni Morelli incontro agli altri, senza violenza, seminando Vangelo la lettera La brindisina suor Chiara Luce ci scrive dall’Armenia Dio scrive sempre dritto sulle righe storte C arissimo don Giuseppe, e carissimi amici del Gruppo Missionario BrindisiOstuni, possa la Vera Gioia di Gesù Cristo Risorto riempire i vostri cuori in questo momento, ridonarvi Speranza dove l’avete persa e darvi la Forza, la Carica e la Determinazione di esseri testimoni del suo Amore ovunque vi troviate! Sono felice di avere la possibilità di condividere con voi qualcosa sui miracoli d’Amore che Dio compie ogni giorno nella vita di ognuno di noi, dei bambini e dei poveri che serviamo. Qui in Armenia noi, Missionarie della Carità, abbiamo 2 case, una nel villaggio sulle montagne che si chiama Spitak, e un’altra nella capitale Yerevan. Abbiamo la casa a Spitak da più di 20 anni. Madre Teresa è venuta qui quando c’è stato un grande terremoto, che ha causato tanti morti, ma (siccome Dio “scrive sempre dritto sulle righe storte”) ha anche portato tante nuove grazie a cambiamenti. Quando le suore sono arrivate c’era ancora il comunismo, ma grazie a Dio sono state accettate. Per molti anni agli armeni era stato proibito di praticare la fede cristiana, per questo la presenza delle suore era un ostacolo per molti, ma anche una sorgente di speranza per altri. Le suore hanno contribuito con gli aiuti umanitari che provenivano da diverse parti del mondo. Per molti anni hanno vissuto senza luce e senza acqua (veniva solo di notte per un paio d’ore). Sono stati anni difficili ma pieni di Gioia nel condividere la sorte dei più poveri e sperimentare la gioia dell’aiuto reciproco e dell’incoraggiamento. Si può essere poveri e tristi o poveri e felici, è una scelta del cuore in comunione con Lui. Le suore aiutavano le famiglie povere e hanno cominciato a prendersi cura di bambini orfani gravemente ammalati, visto che gli orfanotrofi erano troppo pieni e i bambini disabili ne soffriva- no di più. La nostra casa qui a Yerevan è aperta da 5 anni. È stata una necessità visto che a Spitak ora ci sono 15 ragazzi disabili e le suore hanno continuato a prendere bambini orfani gravemente ammalati (che altrimenti venivano lasciati in ospedale per mancanza di posto in altri orfanotrofi). Ma essendo bambini morenti hanno bisogno spesso di essere portati in ospedale che si trova a Yerevan, a quasi 2 ore da Spitak. Ora abbiamo 22 bambini dai 3 mesi ai 9 anni. Sedici bambini sono andati in cielo, dieci sono stati adottati in questi anni. Io sono arrivata qui il 15 Dicembre 2007 e dopo una settimana un bambino di pochi mesi è andato in cielo: mi sono sentita così triste e a mani vuote non avendo nessuna possibilità di salvare la vita di quel bambino. Sono andata in cappella ai piedi del Santissimo chiedendo il perché di tanta sofferenza, ho aperto la Bibbia cercando una risposta e “ mi sono capitate” (niente è per caso) le parole del libro della Sapienza dove spiega il valore della sofferenza. Questo è stato il primo di tanti eventi dove ho sperimentato la presenza di Dio, il valore di ogni vita umana, la sua comprensione ed il suo sostegno, e la sua condivisione dei nostri dolori e delle nostre gioie. A ragione delle sofferenze di queste piccole grandi vite abbiamo aperto questa casa, e ora siamo venute a conoscenza di tanta gente povera che vive qui a Yerevan e cerchiamo di aiutare facendo tutto quello che possiamo lasciando il resto a Dio, come Madre Teresa ci dice spesso. Il Signore ci ha donato il privilegio di servirlo e amarlo nei più poveri ed abbandonati e questo potete farlo anche voi cominciando a vederlo innanzitutto nei vostri cuori, anche nelle vostre miserie, poi nelle vostre famiglie e in ogni luogo vi troviate. Lui ci parla costantemente, ma la Sua voce è gentile e sottile perché ci ama e ci vuole liberi, per questo c’è bisogno di fare silenzio per ascol- tarlo e capire dove ci guida. Questo è un cammino che dura tutta la vita, ma è un Avventura d’ Amore che vale la pena di essere vissuta. Madre Teresa ci dice sempre che prima dobbiamo riempirci di Dio se vogliamo donarlo. Anche noi incontriamo questa realtà nei nostri cuori. A volte doniamo solo il nostro affetto che finirà presto se non è unito al suo. Carissimi amici, vorrei scrivervi di più ma il tempo è veramente limitato. Dio volendo ci incontreremo. Nel frattempo vi prometto di pregare per ognuno di voi e vi auguro di vivere la vostra vita nella pienezza della gioia e dell’ amore. La vita è difficile, ma bella, anzi meravigliosa e dobbiamo viverla pienamente! Ascoltate Colui che ve l’ha donata e troverete la vera pace e la vera gioia. Una volta che lo avete incontrato sarà impossibile non desiderare donarlo ad altri, il cuore vi traboccherà! Non abbiate paura dei vostri limiti e delle vostre debolezze, queste sono le cose che Lui ama di più e le usa per la sua gloria. Pregate per noi, anche noi siamo solo deboli strumenti nelle mani della potente forza del suo Amore. Amatevi, perdonatevi e pregate gli uni per gli altri. Uniti ogni giorno nell’Eucarestia attraverso Nostra Madre. Con affetto e preghiera Dio vi benedica. Sr. M. Chiara Luce M.C 4 Vita Diocesana brindisi Dal 31 agosto al 3 settembre Teodoro e Lorenzo testimoni della fede 15 settembre 2012 ostuni Dal 24 al 27 agosto Oronzo, grande pastore L uci, tradizioni, fede e folklore. Anche quest’anno non sono mancati gli ingredienti per la festa più attesa ed importante di Ostuni, quella in onore del santo protettore Oronzo. I festeggiamenti si sono aperti nella serata del 24 agosto con la liturgia penitenziale per i cavalieri e tutti i devoti ed ahnno vissuto il culmine con la solenne concelebrazione eucaristica, domenica 26, nella Basilica Concattedrale, presieduta dal Vicario Generale Mons. Giuseppe Satriano. L’Arcivescovo, impossibilitato a partecipare per una indisposizione fisica, ha fatto giungere, comunque, il suo messaggio alla città ed ha assicurato la sua preghiera. Alla presenza delle autorità cittadine e di numerosi fedeli, Mons. Giuseppe Satriano ha esortato tutti a «vivere la festa, che non è solo un fatto ludico e gioioso affidato alle capacità organizzative di un comitato o al frastuono vertiginoso di luci, rumori e suoni, ma è, e deve essere, spazio creativo in cui trovi ospitalità la centralità dell’uomo con le sue tradizioni, con il suo desiderio di cielo, con la sua capacità di costruire relazioni, comunità». I n un magico connubio di fede e tradizione, si sono svolti anche quest’anno, dal 31 agosto al 3 settembre, i solenni festeggiamenti in onore dei Santi Patroni di Brindisi, San Teodoro D’Amasea e San Lorenzo da Brindisi. Consueta e grande attesa, nella serata di sabato, per la processione a mare (dal Castello Alfonsino al porto interno) delle statue dei Santi, seguita da un corteo di numerose imbarcazioni. Un appuntamento al quale migliaia di brindisini non rinunciano, quasi a voler rievocare l’arrivo delle spoglie di San Teodoro, giunte nel 1210 su una barca dove erano state deposte dai marinai di una nave inseguita da una flotta turca. A seguire, la consegna, da parte del Primo Cittadino, delle chiavi della città ai Santi Patroni e il discorso che Mimmo Consales ha pronunciato alla cittadinanza per la prima volta nelle vesti di Sindaco. «Questo è un momento particolarmente significativo per tutti noi – ha affermato Consales- per l’importanza delle feste patronali e quindi per l’amore che i brindisini riversano nei confronti di San Teodoro e San Lorenzo». Un sentito ringraziamento, il Sindaco lo ha rivolto a Mons. Talucci, «ad un uomo che ha contribuito a risvegliare la nostra comunità, a rialzarsi ogni qualvolta è stata colpita al cuore da drammi e avvenimenti particolarmente gravi. Grazie all’Arcivescovo come capo della Chiesa brindisina e grazie a Rocco Talucci come uomo, per la sua umanità e per quel sorriso capace di assorbire le ansie e i problemi di qualsiasi suo interlocutore. In tutti questi anni la sua non è stata una missione semplice: catapultato in una città in cui la linea di demarcazione tra legalità e illegalità era così invisibile da risultare a volte addirittura inesistente». Nel grande processo di crescita sociale il Sindaco ha riconosciuto ed apprezzato il ruolo svolto dalla nostra Chiesa diocesana, in particolare per la visita di Benedetto XVI in città. Non è mancato, inoltre, nelle parole del Primo Cittadino, anche un saluto e un pensiero agli immigrati, alle famiglie disagiate, ai ragazzi del reggimento San Marco, a Melissa, alla sua famiglia e alle ragazze colpite da quel terribile attentato lo scorso 19 maggio. Grande incoraggiamento, nel discorso del Sindaco Consales, alla città di Brindisi «una città lontana dalle illegalità del passato e capace di trasformarsi in un esempio di caparbietà e di determinazione attraverso cui invertire la rotta della crisi per trasformarla in sviluppo», ha precisato. Ed ha concluso «possiamo farcela, tutti insieme, grazie ad una comunità che oggi si è riunita intorno ai suoi santi patroni, a cui consegniamo le chiavi della città perché ci assistano e ci proteggano nel nostro lavoro, e che saprà farlo anche in altre occasioni, con un po’ meno di diffidenza e con la consapevolezza che ci sono tutti i presupposti per voltare pagina e per ridare una speranza ai nostri giovani». Ricco di contenuti, oltre che di spunti di riflessione per tutti, il messaggio dell’Arcivescovo incentra- to sulla figura dei Santi Patroni che «testimoni della fede, rendono grande onore alla nostra città e dignità cristiana alla nostra Chiesa diocesana. San Teodoro- ha detto Mons. Talucci - ci apre ai confini della chiesa universale e al Mediterraneo, San Lorenzo ci invita a radicarci nella sapiente dottrina cristiana e in una cittadinanza sentita e carica di amore. Attraverso queste vie, umane e cristiane, vogliamo custodire e servire la nostra città, il territorio e soprattutto quanti vivono in esso». Un invito, quello di Padre Arcivescovo, a vivere la bella festa patronale come sintesi dei nostri vissuti cittadini ed ecclesiali, guardando con rinnovata speranza al futuro che ci attende. Anche nelle sue parole, tanta vicinanza è stata espressa alla famiglia della giovane Melissa, alle altre vittime e ai giovani tutti. Con la stessa fiducia si è rivolto anche alla nuova Amministrazione comunale auspicando gli auguri di un buon lavoro «per governare la città con la sensibilità e la testimonianza dei santi e con la concretezza e la solidarietà degli uomini che sentono nella coscienza il grido dei poveri, dei disoccupati e dei detenuti, le ansie e le speranze dei giovani, le preoccupazioni sociali ed educative delle famiglie». Ma il pensiero di Padre Arcivescovo ha raggiunto anche i nostri soldati in Afghanistan, le popolazioni colpite dal terremoto in Emilia, l’Anno della Fede, la città intera, che esorta ad amare, aspirando ad una santità di vita. «La festa esterna – ha continuato Mons. Talucci - pur bella e divertente, passa e non cambia, la festa dello spirito apre la mente alla certezza della felicità e della beatitudine. I santi, uomini come noi, nella luce della fede, hanno saputo seguire e imitare Gesù Cristo». E con grande fiducia ha concluso il suo messaggio affidando alla comunità parole di grande speranza: «Siate tutti costruttori della vostra vita e della vostra felicità. Non siamo destinati al nulla – ha concluso- siamo nati per la pienezza della vita e della gioia. La gioia è lo scopo della vita e Dio la prepara per ognuno di noi. Sia questo il senso della Festa patronale». Poi, in una miriade di colori e bagliori, è seguito il suggestivo spettacolo di fuochi d’artificio nella splendida cornice del porto…e a seguire ancora festa lungo tutti i corsi del centro con la processione delle effigie dei Santi verso la Basilica Cattedrale, alla quale hanno partecipato, oltre al clero e alle autorità, anche il sindaco di Corfù, Ioannis Treplekis in visita istituzionale e la comunità ellenica di Brindisi. Grande partecipazione di fedeli anche al Solenne Pontificale nella Basilica Cattedrale, nella mattinata di domenica, presieduto dall’Arcivescovo. I festeggiamenti si sono conclusi, poi, lunedì 3 settembre con la S. Messa, sempre in Cattedrale, in onore di San Lorenzo, presieduta dal Vicario Generale Mons. Giuseppe Satriano seguita dalla processione con il simulacro del Santo e le reliquie che dalla Basilica ha raggiunto il Santuario S. Maria degli Angeli. Daniela Negro Centrale, nella sua omelia, la figura di Oronzo, «un uomo grande, pastore dedicato al suo gregge, sentinella vigilante del suo popolo, che ha fatto della sua esistenza una testimonianza affidabile e credibile, sapendo contestare con la vita alcuni costumi diffusi al suo tempo, ma, purtroppo, anche molto attuali. Costumi che intaccavano ed intaccano la bellezza della propria adesione a Cristo e alla Sua proposta di vita nuova, quali: l’idolatria, il compromesso, la capacità di relativizzare la forza della verità». E sull’esempio di Sant’Oronzo, ha invitato tutti a «recuperare quei valori identificativi del nostro cammino di fede per riattestare, con coraggio profetico, stili di vita, possibili e credenti, che hanno edificato, negli anni e nei secoli, la nostra comunità cittadina ed ecclesiale. In un mondo sempre più affascinato dal successo facile, dal consenso immediato, dal delirio del potere economico – ha aggiunto Mons. SatrianoOronzo ha saputo interpretare la propria esistenza a partire dal Vangelo, in una coerenza grande tra fede e vita, tra parola ascoltata e vissuta». Un invito quello lanciato dal Vicario a «ricreare spazi di fiducia e di credibilità, luoghi di ascolto e di dialogo dove imparare a fare proprie le ragioni dell’altro, ambiti di vita dove esercitare la condivisione non del superfluo ma dell’essenziale». E l’Anno della Fede sarà l’occasione per realizzare tutto questo come ha ricordato l’Arcivescovo nel suo messaggio alla città. «Sarà un invito – ha concluso il Vicario Generale - per essere pietre vive, ovvero uomini e donne capaci di edificare percorsi di luce e di speranza per l’umanità intera». In serata si è svolta la tradizionale Cavalcata, con cavalli e cavalieri adornati che scortano la statua argentea del Protettore portato in processione per le vide della città. La devozione al Santo è legata ad una mortale epidemia che colpì il Salento e da cui Ostuni fu risparmiata, a detta dei devoti, proprio per l’ intercessione di Sant’Oronzo. Una grande festa, insomma, «una festa del cuore – come si legge nel messaggio dell’Arcivescovo - se è capace di orientare la nostra vita e le nostre scelte verso una storia nuova, oltre lo svago, le luci esterne e i festeggiamenti civili». Da. Ne. 5 Vita Diocesana 15 settembre 2012 PASTORALE Il quaderno post-sinodale “L’iniziazione Cristiana per la vita nuova dei Credenti e della Chiesa” Ora “Effathà” è nelle nostre mani A conclusione del Convegno di San Giovanni Rotondo dello scorso agosto è stato consegnato alle comunità parrocchiali, religiose, ai movimenti e alle associazioni il quaderno post-sinodale “L’Iniziazione Cristiana per la Vita nuova dei Credenti e della Chiesa”, che accompagnerà il cammino della “nuova evangelizzazione” nella nostra diocesi. La sua stesura è stata preceduta da un lungo e impegnativo lavoro di studio, confronto, revisione in modalità “sinodale”, ossia facendo dell’incontro e del dialogo una opzione di fondo perché tutti potessimo ritrovarci nelle motivazioni e nelle finalità del rinnovamento della Iniziazione cristiana. Ora “Effathà” è nelle nostre mani! Cosa ne faremo dipenderà dalle scelte che ogni comunità, ogni Consiglio pastorale ne farà, perché non resti un testo tra altri testi. Certamente resterà deluso chi, in questo documento, si aspettava di trovare “ricette” per rispondere efficacemente alle nuove esigenze della trasmissione della fede. “Effathà” è uno strumento attorno al quale si possono e si devono incontrare sacerdoti, catechisti, educatori, operatori della liturgia e della carità e quanti si sentono a diversi livelli impegnati nel delicato compito di accompagnare ragazzi e adulti a vivere con maggiore consapevolezza la vocazione alla vita cristiana. Sarà necessario a tal fine conoscerlo, studiarlo, trovare insieme modalità concrete di attuazione degli obiettivi proposti nelle diverse tappe del progetto, nel rispetto dei soggetti coinvolti, delle comunità, della cultura e delle particolarità di ogni territorio. Saranno importanti le scelte che si opereranno a livello vicariale o interparrocchiale. Il documento non è esaustivo. Sfogliandolo, ci si rende subito conto che ha posto particolare attenzione alla iniziazione cristiana dei ragazzi dai 7 ai 14 anni e all’accompagna- mento dei loro genitori e padrini per riscoprire la bellezza del dono della fede, vissuto nell’esperienza quotidiana. La sfida sarà quella del lasciarsi coinvolgere a livello di comunità e di superare la tentazione dell’isolamento e dell’essere “navigatori solitari”. “Effathà!”. “Apriti!”. E’ l’esortazione forte rivolta a tutti a lasciarsi prendere dalla novità del Vangelo, a partire dalle parole di Gesù nel Cenacolo: “Come ho fatto io”. La copertina del testo, che riporta la stessa icona del Sinodo, sembra un invito all’essere insieme per continuare a servirci gli uni gli altri, sicuri della presenza di Gesù risorto che conforta la fede e l’impegno di ciascuno. Rosa Morelli luoghi dell’accoglienza Intervista col Direttore Antonio Petraroli Vacanze, ovvero tranquillità coltivando le relazioni L’ estate, si sa, è tempo di vacanze e di svago, ma è anche il tempo in cui si organizzano campi scuola, ritiri, esercizi spirituali, giornate all’insegna della fraternità e del riposo. La nostra diocesi, attraverso le sue strutture di accoglienza, anche quest’anno ha offerto ospitalità a gruppi, singoli e famiglie che hanno deciso di trascorrere le proprie giornate di riposo all’insegna della tranquillità, della riflessione e della possibilità di ritagliarsi tempo per la preghiera e per coltivare le relazioni familiari e sociali. Con Antonio Petraroli, Direttore delle strutture diocesane di accoglienza, abbiamo tracciato un bilancio della stagione appena trascorsa. Parliamo di numeri: ci fornisci qualche dato relativo alle presenze e alla tipologia dei gruppi ospitati? «Possiamo definire soddisfacente il bilancio della stagione estiva 2012. Di fronte alla crisi che stiamo attraversando, le nostre attività sono a dir poco stabili. Infatti, siamo riusciti ad avere quasi 12.000 presenze a fronte delle 11.500 dello scorso anno. Dalla lettura dei dati in nostri possesso notiamo che la maggior parte degli ospiti provengono dal nord Italia (56%), la maggior parte dei quali dalla provincia di Milano. Passando all’analisi della tipologia degli ospiti registriamo con il 39% i gruppi parrocchiali (45% nell’estate 2011), con il 31% le comunità che svolgono attività socio – educative (14% nell’estate 2011), con il 20% le famiglie singole (6% nell’estate 2011), con l’8% l’Azione Cattolica (33% nell’estate 2011) e con il 2% altri gruppi religiosi (2% nell’estate 2011). Inoltre, è interessante notare come, rispetto al passato, gli ospiti gradiscono maggiormente il nostro servizio di trattamento in pensione completa (79%) rispetto a quello in autogestione (21%). Forse l’unica vera nota dolente di questa stagione estiva è il non aver avuto alcuna presenza di gruppi provenienti dalla nostra Diocesi». Vogliamo ricordare quali sono le strutture di accoglienza della Diocesi? «L’Arcidiocesi di Brindisi – Ostuni è proprietaria di diverse strutture di accoglienza. Con la collaborazione di laici e religiosi vengono gestite: Casa del Sole Ostello della Gioventù situata all’interno della meravigliosa selva di Fasano. L’ostello dispone di 21 stanze con servizi in camera per complessivi 90 posti letto; Centro di Spiritualità Madonna della Nova ai margini del borgo antico di Ostuni. Il centro dispone di 32 stanze con servizi per un totale di 70 posti letto; Villa Sant’Oronzo Centro di Accoglienza, ex sede estiva del Seminario Vescovile, adiacente al Santuario di Sant’Oronzo sui colli della città di Ostuni. La struttura è composta da 50 posti letto distribuiti in 9 camere; Oasi di Belvedere Casa per Ferie, situata a pochi passi da Carovigno, accanto all’omonimo Santuario. La casa dispone di 30 posti letto in 7 stanze tutte con servizi». Quali sono le finalità delle nostre strutture? «Il progetto “Luoghi dell’Accoglienza” nasce nella nostra diocesi nel 2007, per volontà dell’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci, nell’ambito del Progetto Policoro. La principa- anche l’inverno perchè i nostri principali ospiti sono le parrocchie, le associazione ed i gruppi religiosi che organizzano ritiri, esercizi spirituali e soggiorni di preghiera. Se chiudessimo nella stagione invernale i nostri gruppi non avrebbero luoghi adatti e necessari per svolgere le proprie attività. Siamo convinti, infatti, che certe iniziative sono un’occasione per guardare lontano, per ampliare i propri orizzonti, per arricchire di contenuti il proprio agire attraverso spazi di confronto e preghiera». le finalità è quella di creare nuove possibilità di lavoro nel territorio diocesano. Ad oggi nelle nostre case lavorano 18 persone, diversi con contratti stagionali, altri a tempo pieno. Altra finalità, che con il tempo stiamo pian piano perseguendo, è la rivalutazione degli immobili attraverso attività di ristrutturazione, manutenzione ordinaria, sistemazione del verde, nonché con l’acquisto di beni e servizi utili e necessari per la corretta gestione delle case». È cambiato il modo di fare le vacanze da parte delle persone? È solo una questione legata al denaro, oppure le famiglie scelgono le nostre strutture per lo stile di accoglienza che riservate? «Oggi il modo di far vacanza è cambiato molto. Se da una parte, data la crisi che viviamo, le famiglie ed i gruppi hanno meno possibilità di permettersi le vacanze (le famiglie diminuiscono le proprie giornate, mentre i gruppi diminuiscono le presenze nelle iniziative), dall’altra c’è l’esigenza di una nuova forma di accoglienza, attenta all’identità e alle relazioni sociali. Noi negli anni abbiamo visto sempre crescere il numero delle presenze degli ospiti e questo forse vuole indicarci che il nostro modo di accogliere piace alla gente. Nella nostra accoglienza il denaro è solo un fattore economico utile per gestire al meglio le case, ma ciò che ci contraddistingue è lo stile di accoglienza: la disponibilità del personale, la serenità dei luoghi ed i sapori della nostra cucina tipica. Un nuovo modo di fare turismo religioso che fa crescere chi lo pratica e chi lo accoglie perchè aiuta ad incontrarsi, scoprire, conoscere, rispettare i modi di vita della gente in ambienti diversi». Le nostre case sono aperte anche l’inverno per incontri, ritiri e campi? «Nonostante le difficoltà economiche del periodo invernale (l’elevato costo del gasolio per il riscaldamento ed il calo delle presenze dei gruppi) le nostre case sono aperte Facciamo un invito alle parrocchie, ai gruppi e alle associazioni della diocesi, ma non solo, a venire nelle nostre case…. «Abbiamo notato un trend negativo nelle presenze dei gruppi appartenenti alla nostra diocesi. Di anno in anno la percentuale è andata via via diminuendo fino ad azzerarsi nelle stagione estiva appena conclusa. Dal 22% del 2010, siamo passati al 9% del 2011, fino al arrivare allo 0% nel 2012 L’invito che possiamo fare alle nostre parrocchie, associazioni, comunità, cammini neo-catecumenali è di venire a visitare i nostri luoghi di accoglienza affinché possano rendersi conto che non c’è bisogno di ricercare altrove case dove organizzare campi – scuola e soggiorni spirituali. Ci rendiamo disponibili ad organizzare, in base alle loro esigenze, qualsiasi iniziativa che possa rendere omaggio agli sforzi che la nostra diocesi sta affrontando nella realizzazione di questo progetto». Giovanni Morelli Pubblicazione periodica Reg. Tribunale Brindisi n. 259 del 6/6/1978 Proprietario-Editore Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Direzione: Piazza Duomo, 12 - Brindisi Tel. 340/2684464 - Fax 0831/524296 [email protected] Questo periodico è membro della Federazione Italiana Settimanali Cattolici Direttore Responsabile: Angelo Sconosciuto Coordinatore di Redazione: Giovanni Morelli Hanno collaborato: Daniela Negro, Cecilia Farina e Salvatore Licchello Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 15 del 12 settembre 2012 Spedizione in abbonamento postale (art. 2 - comma 20 - legge 662/96) Abbonamento annuale: € 15,00 sul conto corrente postale n. 2784160 intestato a: ASSOCIAZIONE CULTURALE FERMENTO Piazza Duomo, 12 - 72100 Brindisi Responsabile del trattamento dei dati personali: Angelo Sconosciuto Stampa Martano Editrice s.r.l. Viale delle Magnolie, 23 - Z.I. BARI - Tel. 080/5383820 6 Vita Diocesana 15 settembre 2012 ostuni Concluse le celebrazioni per l’anno giubilare del Santuario mariano Il Santuario della Madonna della Grata ha compiuto 100 anni «L’ anima mia magnifica il Signore…». Al canto di lode della Vergine si è unito tutto il popolo di Ostuni, in occasione della festa annuale del Santuario della Madonna della Grata, celebratasi lo scorso mese di agosto per ringraziare insieme il Signore per i cento anni dalla consacrazione della nuova Chiesa, dedicata alla Consolatrice degli afflitti. Sorta nella prima metà del XVIII secolo, in seguito alla guarigione istantanea di un uomo affetto da lancinanti dolori alla schiena (detta “grata”, in dialetto ostunese) - avvenuta dopo aver invocato la Madonna con il Bambino Gesù ritratta in una nicchia ricavata nel muro di recinzione di un orto -, la primitiva cappella divenne ben presto inadeguata per accogliere il continuo pellegrinaggio di fedeli e di devoti, che si accostavano all’immagine della Vergine per implorare grazie. Insufficienti risultarono anche gli ampliamenti fatti all’inizio dell’ ‘800 – con l’aggiunta di due ali trasversali, che conferirono all’edificio la canonica tipologia a croce latina -, tanto che nel 1884 si decise di costruire un nuovo tempio più ampio in onore della Madre di Dio, su progetto, secondo una inveterata tradizione orale, dell’architetto Gaetano Jurleo. Tale desiderio si realizzò grazie al dono di un terreno adiacente la vecchia cappella, da parte di Eligio Tanzarella, e alle offerte dei cittadini ostunesi. Per terminare i lavori fu decisivo il contributo offerto dalla facoltosa famiglia di Leonardo Tanzarella, parente del concessionario del suolo: fu così voltata la cupola, furono eretti gli altari interni e messo in opera il pavimento. L’affresco della Vergine, staccato dall’antica cappella, fu ricomposto nel muro del presbiterio, dove si contempla ancora oggi. Finalmente, il 18 agosto 1912 la chiesa poté essere solennemente consacrata dall’arcivescovo mons. Tommaso Valeri. Ulteriori abbellimenti del tempio sacro – proclamato “santuario cittadino” dall’arcivescovo mons. Settimio Todisco, nel 1984 - sono stati effettuati negli ultimi decenni del XX secolo. Degni di nota sono il pulpito, le porte bronzee e le vetrate policrome, dovute all’intervento di don Pasquale Virgilio, che ne fu rettore per oltre trent’anni. Dal 1999 la cura pastorale del Santuario è stata affidata ai Servi del Cuore Immacolato di Maria. Quanto appena scritto è una sintesi della storia “umana” del Santuario, certamente ispirata e alimentata dalla Grazia. Ma più importante è quella storia che solo Dio vede – e qui sicuramente lo spazio non basterebbe per narrarla tutta -, ossia quella scritta nel cuore e nell’esistenza di tanti uomini e donne che nel corso dei tre secoli di vita di questo sacro luogo hanno incontrato la mano provvidente e misericordiosa di Dio: dei tanti che hanno ritrovato la fede “perduta” o “affievolita”, che hanno riacquistato la pace nei loro cuori, o che hanno sperimentato aiuti e grazie anche materiali, come attestavano i numerosissimi ex-voto custoditi nel Santuario. La venerazione degli ostunesi per la Madonna della Grata La celebrazione presieduta dal Card. Monterisi L’atto di affidamento alla Vergine non è mai diminuita e l’ardore degli avi continua a manifestarsi nei loro discendenti. Il grande afflusso di fedeli alla festa annuale, che si celebra la prima domenica del mese di Agosto, preceduta da una solenne novena e seguita da una settimana di ringraziamento al Signore e alla sua augustissima Madre, testimonia la grande devozione che li lega alla Vergine Maria, via privilegiata per una più fedele sequela di Cristo. All’evento di grazia del Centenario ci si è preparati con un particolare “anno mariano”, aperto la prima domenica di Agosto del 2011 dal nostro arcivescovo, mons. Rocco Talucci, un anno arricchito anche dal dono dell’indulgenza plenaria, concesso ai pii visitatori del Santuario dal Santo Padre Benedetto XVI. Per l’occasione è stato anche stampato l’opuscolo Il Santuario della Madonna della Grata. Storia – Arte – Devozione, realizzato dalla prof.ssa Enza Aurisicchio, docente di Storia dell’arte presso il liceo classico di Ostuni, nonché responsabile dell’Archivio Capitolare e collaboratrice del mensile Lo Scudo, ed un nuovo libretto di preghiere del Santuario, da tempo auspicato dai devoti, in cui sono state rielaborate in un italiano più corrente le antiche preghiere alla Madonna della Grata. Quest’anno la Novena è stata animata da diversi sacerdoti di Ostuni, che hanno offerto le loro riflessioni alla luce della lettera enciclica Redemptoris Mater, del beato Giovanni Paolo II. La partenza della processione Nella tarda mattinata di domenica 5 Agosto, giorno della festa titolare, un piccolo gruppo di fedeli, insieme con i portatori, ha accompagnato la Sacra Effigie della Madonna della Grata nella Basilica Concattedrale. Ivi, nel pomeriggio, il cardinale Francesco Monterisi - arciprete della Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura -, giunto per l’occasione, ha presieduto la solenne concelebrazione eucaristica. Ad accoglierlo le autorità civili e militari. Al termine della santa Messa è seguita la processione con la Statua della Vergine che, scortata dai carabinieri in alta uniforme, dopo aver percorso via Cattedrale, ha proseguito per il consueto itinerario fino al Santuario. Due lunghe schiere di fedeli hanno accompagnato la Madonna nel suo procedere lungo le vie di Ostuni, alla luce tremolante e variopinta della candele, recitando devotamente il Santo Rosario animato dalle suore Serve del Cuore Immacolato di Maria. Erano presenti anche rappresentanti di tutte le confraternite e dei vari gruppi ecclesiali cittadini. Al termine della Processione, dopo l’esortazione dell’Arcivescovo e i ringraziamenti del Rettore, il cardinale Monterisi ha pronunciato l’atto di affidamento della Città alla Madonna. L’anno centenario si è concluso sabato 18 Agosto, con la celebrazione eucaristica pomeridiana, presieduta da mons. Giuseppe Satriano, Vicario Generale della Diocesi, presso il Santuario della Grata. p. Alessandro Ricciardi, icms PELLEGRINAGGIO UNITALSI La testimonianza del gruppo di Ostuni Anche noi ai piedi della grotta di Lourdes D al 2 all’8 settembre si è svolto il Pellegrinaggio diocesano a Lourdes, organizzato dalle sottosezioni dell’U.N.I.T.A.L.S.I. di Brindisi, Monopoli e Conversano che ha visto la partecipazione di circa 800 persone tra ammalati, volontari e pellegrini. L’U.N.I.T.A.L.S.I. (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali) è nota a tutti come l’associazione dei “Treni Bianchi”, l’associazione dei grandi pellegrinaggi che unisce sotto un’unica speranza gente di ogni età, anziani, giovani, bambini e intere famiglie. I volontari dedicano il proprio tempo per gli altri, specialmente per chi ne ha più bisogno. Il pellegrinaggio è per questo esperienza fondamentale per vivere l’Associazione come servizio attraverso cui incontrare Dio. È grazie all’aiuto di tanta gente generosa che da qualche anno possiamo anche realizzare numerose iniziative di grande significato spirituale e sociale - come le case famiglia per le persone disabili e sole - di accoglienza per le famiglie dei bambini che arrivano nei grandi centri ospedalieri, i progetti di intervento a favore degli anziani soli. Perché questa è la nostra missione: mettersi al servizio del prossimo e condividerne la felicità. Il “Tema” di quest’anno, offertoci dal Santuario di Lourdes è “Pregare il Rosario con Bernadette”, mettere la Preghiera del Rosario nella luce di Bernadette, quella luce che avvolgeva la Madre di Dio durante le appari- zioni e che è la luce che Dio ci dona per mettere i nostri passi nei passi del figlio. Diverse le testimonianze dei pellegrini e dei volontari, emozionante il racconto di un pellegrino che vive il momento del Rosario come un momento di confidenza tra un figlio e la propria mamma, una confessione con la Madonna, dove il silenzio della sua abitazione fa da richiamo alla sua esigenza di incontrarla. Un'altra testimonianza forte è stata quella di un volontario che ha raccontato: “andare a Lourdes mi riempie sempre di gioia, sono alla mia settima esperienza, e nonostante la stanchezza che nel corso dei giorni si accumula, ogni volta non vedo l’oradi recarmi presso la stazione di Ostuni per riprendere quel treno che accompagna noi tutti verso la Grotta di Lourdes. Auguro per tanto a tutti i giovani di poter fare questa esperienza e arricchirsi dei tanti doni che vengono elargiti presso la grotta”. Nicoletta Natola Nomine dell’Arcivescovo INCARICHI DIOCESANI SATRIANO Mons. Giuseppe, Direttore Ufficio Missionario LUPERTO don Alessandro, Assistente Azione Cattolica Ragazzi TARDIO don Salvatore, Assistente Giovani Azione Cattolica ALTRI INCARICHI DE BENEDICTIS don Francesco, Collaboratore Parr. S. Francesco in Brindisi MERICO don Antonio, ad experimentum in Diocesi 7 Associazioni & Movimenti 15 settembre 2012 ordo virginum Cronache e commenti dagli incontri regionale e nazionale Donne scelte da Dio per vivere la sua totale appartenenza E state: tempo di vacanza; tempo per tuffarsi nel caos assordante di locali e riviere all’ultima moda; tempo del “dolce far niente”; tempo per dedicarsi ad attività trascurate durante l’anno; tempo per scoprire luoghi nuovi; tempo per immergersi nel silenzio di un eremo per ascoltare la voce di Dio. Per noi consacrate dell’Ordo virginum della Regione Puglia, il tempo delle vacanze è preparato ed atteso per tutto l’anno come kairòs, tempo di grazia per ritemprare spirito, anima e corpo. Assecondando un desiderio comune, ormai consolidato da alcuni anni, di vivere insieme gli esercizi spirituali alternandoci nelle varie diocesi come segno di reciproca accoglienza, dal 13 al 18 luglio il Centro di spiritualità Madonna della Nova di Ostuni ha ospitato, appunto, gli esercizi spirituali per l’Ordo virginum della Regione Puglia, guidati dal Vicario generale della diocesi mons. Giuseppe Satriano. Nel corso del tempo stiamo sperimentando che ritrovarsi almeno una volta l’anno per pregare insieme, per ascoltarci nelle nostre difficoltà spirituali che e per condividere la gioia delle cose belle che il Signore non cessa di donare, ci sta aiutando a crescere nell’autentica comunione di sorelle oltre che nell’esperienza personale di fede. Questo cammino è stato accompagnato nella preghiera dalle comunità monastiche della città, cui va la nostra gratitudine per la comunione con la diocesi che questo gesto significa e realizza. Le meditazioni con il metodo della lectio divina ci hanno raccontato la sequela di Gesù nel Vangelo di Luca. Brani scelti ci hanno portato a riaccoglierci nella fragilità del nostro essere donne, contemplando il valore della verginità nell’economia di Dio: verginità come vuoto assoluto in grado di contenere l’Assoluto, dunque stato del cuore prima ancora che condizione fisica, capace di generare senza lasciarsi sopraffare dalla logica del possesso. Verginità è avere un cuore libero e liberante, che riconosce l’altro come dono di Dio di cui prendersi cura e da custodire. La libertà del cuore esige: fede e povertà per fissare lo sguardo in Gesù sorgente di ogni pienezza; capacità di non confidare in se stessi, nell’efficacia dei mezzi umani pur a volte necessari nell’annuncio del Vangelo; il relativizzare tutto ciò che si frappone tra noi e Dio per parlare con la nostra vita del rapporto personale che ci ha cambiato l’esistenza. In questo cammino di liberazione, fondamentale è la dimensione della fraternità, che vuol dire L’ accogliere l’altro nella sua similarità, diversità e complementarietà rispetto a me e quindi abbandonare la rivalità, che si manifesta in innumerevoli modi, recuperando lo sguardo di Dio su di me e sull’altro. Ma come vivere la dimensione della fraternità se non si passa attraverso la preghiera? Pregare è: vivere la solitudine con Dio che ci permette di entrare in comunione con i fratelli; permettere alla Parola di essere criterio di verità sulla nostra vita, tanto da poter rinnegare se stessi; rinunciare alla proprie ambizioni umane fino a sedersi a tavola con Gesù e con lui offrire la vita. Tutto ciò trova il suo significato più profondo nel mistero della croce, che ciascuna di noi ha potuto contemplare nella propria vita durante l’adorazione della croce vissuta sullo sfondo di una giornata penitenziale. La collatio in piccoli gruppi ci ha permesso di vivere la comunione con le sorelle di cammino, valorizzando la dimensione dell’ascolto dell’altro nella consapevolezza che Dio parla anche attraverso gli altri. Un grazie particolare a don Giuseppe per averci aiutato a mantenere il silenzio orante, per aver testimoniato con il suo modo di essere e di fare il senso del servizio, per averci aiutato ad amare la Chiesa con le sue fragilità e con i suoi slanci generosi, con le sue mancate testimonianze e con i martiri nascosti e quotidiani che la rendono Sposa amata da Cristo. Maria Grazia Zecca Incontro nazionale dell’Ordo virginum delle diocesi italiane ha affrontato il tema “Ordo virginum: annuncio di carità”, completando così il percorso formativo sui tria munera iniziato a Loreto nel 2010, con l’attenzione alla dimensione profetica, proseguito a Bergamo lo scorso anno, con l’approfondimento circa la dimensione sacerdotale, e conclusosi a Mazara del Vallo, nei giorni 25-29 agosto, con la riflessione sulla dimensione regale nella vita della vergine consacrata. Nel passaggio dalla sequela alla testimonianza, la vergine vive la sua regalità anzitutto in ciò che è chiamata ad essere per vocazione: donna scelta da Dio, per vivere la sua appartenenza totale a Lui nella verginità in mezzo alla gente, nei luoghi più svariati, nelle situazioni più diverse. Hanno partecipato all’incontro circa 130 donne, provenienti anche da Malta e dalla Germania. La splendida terra siciliana, dai molteplici colori, ha fatto da sfondo all’incontro di donne diverse, ma accomunate dalla volontà di crescere nella vocazione attraverso le relazioni, il confronto, il dialogo, l’approfondimento laboratoriale, la conoscenza di realtà nuove, che dicono la ricchezza della Chiesa e del mondo. Bella, in tal senso, la testimonianza sull’interculturalità offerta da Papas Jani Pecoraro, parroco della cattedrale di Piana degli Albanesi, nel suo servizio alla Caritas diocesana e dalle suore francescane di Maria, nella accoglienza verso i giovani tunisini. I relatori siciliani hanno dato ampio spazio alla riflessione del munus regalis, inquadrandolo nella prospettiva liturgica, biblica e morale, offrendo spunti di riflessione originali e rimarcando le verità di fede già assodate ma non scontate. La radice battesimale riporta all’origine vocazionale, essendone la fonte primaria. Dalla comprensione esistenziale del primo sacramento si sviluppa la testimonianza di vita cristiana, attraverso la molteplicità delle vocazioni, tutte necessarie perché complementari. La consacrata nell’Ordo virginum rappresenta “l’espressione profetica della purezza”, così come il vescovo di Monreale, mons. Salvato- re Di Cristina, ha evidenziato nella sua omelia nella cattedrale di Mazara. Tale segno profetico diventa “risposta ai bisogni di oggi”: è mons. Paolo Romeo ad aver posto l’accento sulla laicità della vergine consacrata, che vive ogni situazione umana senza alcuna barriera, affrontando ciò che la vita le pone dinanzi senza una congregazione alle spalle, senza un abito specifico, senza una regola comune con le altre, senza l’obbligo della vita fraterna comunitaria. La vergine vive ed opera nella Chiesa particolare e locale, adotta uno stile di vita consono alla scelta di Cristo come suo unico sposo, coltiva personalmente una regola di vita, e tutto questo nel mondo, dove ciascuno è fratello da amare e da custodire. Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara ha parlato delle vergini consacrate come “ancelle” che si chinano sulle ferite umane, sull’esempio del buon samaritano della parabola evangelica. Dunque donne libere, ma di una libertà che attesta una responsabilità personale ancora più forte, che presuppone una maturità umana e spirituale in continua crescita. Nell’esercizio di tale libertà è in gioco una vocazione, quella verginale, pienamente ecclesiale, perché custodita e coltivata dalla Chiesa particolare nella persona del Vescovo, nell’esercizio della sua paternità e pienamente secolare, perché inserita nei contesti di vita comuni a tutti gli uomini. Attingendo al pensiero di sant’Agostino, mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, ha parlato della verginità come “libero atto di amore”, custodita dalla carità e “splendida espressione della Chiesa”. È stato edificante conoscere le diverse realtà diocesane di Ordo virginum nel loro essere “annuncio di carità”: le consacrate di quattro diocesi italiane si sono raccontate in una tavola rotonda, ad attestare la singolarità e l’originalità, nella modalità di espressione, di questa forma di consacrazione. Storie diverse, originate da una risposta personale di fede, ma che in Dio trovano l’unico e il primo fondamento: in questo sta la bellezza della Chiesa e, in essa, dell’Ordo virginum. Anna Rita Lamendola RETINOPERA SaLENTO L’esperienza di un giovane con il progetto “Europeando” In Turchia per costruire insieme un futuro migliore L a Turchia è la classica “terra di mezzo”,un Paese ambiguo dove occidente e oriente si fondono dando vita ad un paesaggio culturale totalmente intrigante che da la giusta voglia, ad un normale turista, di avventurarsi nella sua cultura e scoprire la sua strana ambiguità. Non siamo normali turisti, ma ragazzi armati di voglia ed entusiasmo pronti ad intraprendere un progetto importante per il futuro della nostra cara Europa che ormai vediamo come una terra calpestata dalla crisi e dalla triste apatia giovanile verso le culture, i popoli e le tradizioni i quali possono dare indubbiamente un grosso contributo allo sviluppo e alla crescita sotto tutti i punti di vista . Questo progetto chiaramente ha un nome: “Beginning from the youth towards achieving sustenaible future”. Io ho interpretato tutto in chiave del tutto personale, questo slogan che letteralmente significa “Cominciando dalle nuove generazioni per il futuro della sostenibilità’” è il titolo di un progetto che nasconde in se una definizione importante sotto tanti punti di vista. Oltre al progetto sull’eco-sostenibilità che è stato davvero interessante, ho preferito guardare le cose dall’alto, all’interno dello slogan ci sono due parole chiave che hanno un importanza enorme nello squallido presente in cui viviamo ovvero futuro e nuove generazioni, queste due parole a loro volta sono state imbevute in un altro contesto che è il viaggio, una parola metamorfica che assume diverse trasformazioni di significato a seconda del posto in cui la collochiamo e che ci fornisce determinate risposte. In questo caso è stata collocata in un contesto di collaborazione tra giovani più o meno della stessa età che si sono espressi nelle loro forme più belle e che tutti insieme, nonostante le differenti culture e le diverse lingue hanno avuto la capacità di ritrovarsi e intendersi attraverso il coraggio collettivo di raggiungere un obiettivo. Sostanzialmente questo è stato il significato del progetto che ovviamente non deve essere un punto di arrivo,un viaggio al quale si deve dare una conclusione, deve essere invece una parabola che deve costruire e insegnare qualcosa nel tempo, una specie di fonte dalla quale tutti i giovani possono attingere e insieme creare qualcosa di concreto, creare una coscienza giovanile che deve avere indiscutibilmente come predicato il verbo “credere” e “fare” e tramite l’innocenza dei nostri valori possa dare al nostro futuro un altra opportunità. Giuseppe Quaranta 8 Parrocchie & Associazioni mesagneIl campo estivo dei giovani di S.Pio Rispondere all’amore con amore si può C on questo motto, noi educatori e giovanissimi, abbiamo preparato e iniziato l’avventura del Campo Scuola estivo, vissuta ad Assisi dal 6 all’11 agosto 2012 sui passi del grande Santo Francesco d’Assisi. Da subito, noi educatori ci siamo posti un interrogativo e un obiettivo da proporre alla riflessione e alla meditazione di tutti. L’obiettivo che ci siamo posti era ed è: fare gruppo! L’interrogativo, invece, era: si può rispondere all’Amore? Abbiamo cercato di rispondere a questo interrogativo visitando i vari luoghi francescani, ma soprattutto aiutati da suore e frati che hanno spezzato per noi la Parola di Dio con canti, preghiere e balli. Siamo partiti da Mesagne in 56 persone, 42 giovanissimi, guidati dagli educatori: Walter Vinci, Sara Villani, Riccardo Rota, Carmen Licciulli, Alfredo Carrone, Lucia Licciulli, Federica Caramia, Jennifer Chiriacò, Enrica Marra, dal parroco don Alessandro D’Agostino, dal Vicario Foraneo don Pietro De Punzio e 2 cuoche, siamo ritornati a casa in un’unica famiglia, tutti con l’obiettivo di continuare a fare gruppo nel nostro paese, nella nostra comunità parrocchiale. Il nostro stare in terra d’Umbria ci ha visti pellegrini ad Assisi, Rivo Torto, Spello, S. Maria degli Angeli, 15 settembre 2012 mater dominiChiusura del centro estivo Amicizia è camminare fianco a fianco L Santa Chiara, San Damiano, Perugia, Eremo delle carceri ed ospiti presso una struttura privata a Bettona. La nostra giornata-tipo si apriva con la preghiera del mattino, colazione e partenza per il luogo da visitare, dove ci attendeva una suora o un frate per la riflessione sul tema da noi proposto, seguiva l’attività di gruppo ed il pranzo. Nel pomeriggio si ripartiva alla volta di un altro luogo, si ritornava per cena per poi vivere momenti di gioco, canti e balli fino a tarda serata. Ecco la nostra giornata… una giornata ricca…una giornata dove si palpitava l’amore dello stare insieme. Un momento fondamentale e importante che ha caratterizzato il nostro campo è stata la Liturgia Penitenziale, vissuta a Santa Maria degli Angeli, presieduta dal nostro parroco e guidata dalla “grande” Suor Barbara (suora missionaria francescana). A seguire le confessioni individuali, momento intenso per tutti, la consegna del Tau ed il passaggio dalla Porziuncola dove abbiamo sperimentato l’Amore più grande di Dio verso i propri figli. Quella del campo, è stata un esperienza straordinaria per noi educatori, per i ragazzi che ci hanno dimostrato, che ancora oggi, nonostante viviamo in una società in cui prevale la teoria “dell’usa e getta” noi giovani avvertiamo il bisogno di fari, di testimoni i quali ci parlino e ci trasmettano con la loro vita l’Amore per Dio, per la Chiesa, per i Fratelli. Possiamo definire, ancora oggi, i giovani cuore palpitante della Chiesa del 2012… giovani capaci d’Amare con la A maiuscola. Ora quanto abbiamo riflettuto diventa vissuto quotidiano, diventa ferialità… Amore quotidiano! A tutti… Buon Cammino, tenendo sempre in mente che ancora oggi si può rispondere all’Amore con amore! Walter Vinci a “Casa della Quiete” a Mormanno (Cs), piccolo centro nella Calabria immerso nel cuore del Pollino, ha ospitato per due giorni, il 2 e 3 Settembre scorsi, il gruppo di giovanissimi animatori del Centro estivo parrocchiale Mater Domini di Mesagne. A conclusione dell’esaltante esperienza estiva, conclusasi il 13 Luglio, e, soprattutto, per dare idealmente inizio al nuovo anno pastorale, l’equipe, composta dal parroco, don Giuseppe Pendinelli, da alcuni educatori, da animatori appartenenti al gruppo giovani e, soprattutto, da giovanissimi animatori “in erba”, si è nuovamente riunita per trascorrere e condividere due giornate di un campo scuola “sui generis”, data la brevità di durata e l’eterogeneità delle età dei partecipanti. Un’oasi di tranquillità immersa nel verde ha accolto il variegato gruppo, nel quale risaltavano gli entusiasmi dei più giovani, tutti appartenenti al gruppo della “Mistagogia”, gruppo nel quale i ragazzi completano il loro percorso di iniziazione cristiana attraverso attività di catechesi ma, soprattutto, rendendo un servizio, da essi stessi scelto, alla comunità. Tema del campo è stato: “Amicizia è … camminare fianco a fianco”, un invito a riflettere sull’amicizia, dimensione vissuta spesso superficialmente, sia dai più giovani che dai più adulti. A dare l’incipit ai lavori, e a farne da sfondo per tutta la durata dell’esperienza, il brano evangelico di Giovanni, capitolo 15: 12-16: “questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli atri come io ho amato voi” : è questa meravigliosa eredità che Gesù ci lascia, infatti, la sostanza di una vera amicizia, il cui principio fondamentale è l’amore. L’ascolto meditato di brani musicali sull’amicizia ha favorito ulteriormente la riflessione e, soprattutto il confronto, tra i ragazzi che, superate le naturali reticenze e timidezze iniziali,sono riusciti ad aprirsi, ad accogliersi vicendevolmente in un’esperienza nuova ai più. Lavori e riflessioni hanno condotto al punto cardine dell’esperienza: se l’amicizia vera, a livello umano, è rara e preziosa, quanti sono coloro che hanno davvero fatto esperienza di uno stretto rapporto con la Persona di Gesù tanto da definirsi Suoi amici? La questione posta, la cui immensità e profondità può non ancora raggiungere la generazione più giovane,è stata però affrontata dai ragazzi con la semplicità che li contraddistingue: tracciando un ideale identikit di ciò che l’amicizia è e di ciò che l’amicizia non è, è naturalmente scaturito il loro personale rapporto col “Gesù – amico”, rapporto che, come per tutti gli altri amici, va coltivato, nutrito anche attraverso difficoltà e tortuosità. E, se l’amicizia vera non giudica, non indaga ma “apre le braccia e dice: qui c’è un cuore dove puoi riposare” (M. von Meyensburg), le stesse braccia diventano le ali dei “Compagni di volo” della preghiera di don Tonino Bello, recitata coralmente, a conclusione dei lavori,come impegno per la prosecuzione del cammino in comune:”vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come Te”. Ermanna Salamanna azione cattolicaNell’Oasi Tabor di Nardò il campo diocesano unitario L’invito del Maestro: “Date voi stessi da mangiare” “D ate voi stessi da mangiare!” è il titolo che ha guidato l’esperienza del Campo diocesano unitario dell’Azione Cattolica, tenutosi presso l’Oasi Tabor di Cenate di Nardò dal 23 al 26 agosto scorso. L’espressione è tratta dal brano evangelico di Luca (9, 10-17) sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci, che quest’anno farà da sfondo alla proposta formativa dell’associazione per l’anno 2012/13. Nell’anno in cui la Chiesa festeggia il cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’Azione Cattolica si propone come interprete fedele di quel concilio ecumenico, basando la propria proposta formativa sulla fiducia nella Chiesa, sulla corresponsabilità e sull’attenzione al territorio. Il campo unitario, cui hanno partecipato gli educatori del Settore Giovani e dell’ACR, gli animatori del Settore Adulti e i membri dei Consigli parrocchiali, ha visto l’intervento di importanti soci dell’Associazione a livello diocesano e nazionale, che hanno aiutato ad approfondire e meditare i temi al centro della proposta formativa. Paolo Reineri, consigliere nazionale e membro dell’Ufficio centrale ACR, ha approfondito il tema della domanda di vita (che quest’anno è “Ti prendi cura di me?”) del cammino per i più piccoli: «Far emergere la domanda di vita è una parte fondamentale dell’educazione – ha detto Reineri – i nostri ragazzi sono piccoli, ma cercando la loro domanda di vita noi riteniamo che pensino in grande». «I ragazzi chiedono di incontrare dei testimoni che possano dire loro la verità su Gesù Cristo e far dono di sé – ha aggiunto – perché prendersi cura non è avere, fare, potere; prendersi cura è esserci, donarsi senza congetture o metodi». Nella lectio divina sull’icona biblica dell’anno don Piero Tundo, Assistente unitario, ha analizzato l’invito di Gesù ai discepoli «Date voi stessi da mangiare»: «Gesù ci invia ancora ad aiutare le folle nella logica dell’economia del dono – ha detto – tuttavia non si sottrae ad accompagnare gli apostoli». La proposta formativa alla luce del Concilio è stata, invece, al centro della relazione di Maria Graziano, Vicepresidente nazionale per il Settore Adulti: «Il Vaticano II è incentrato sulla dimensione pastorale e punta a rendere simpatica la Chiesa al mondo», ha sottolineato la Graziano, che ha spiegato la differenza tra collaborazione, che è «l’aiutare qualcuno nella fase esecutiva», e corresponsabilità, «il pensare insieme a un progetto comune». «Esempio concreto di corresponsabilità è il Consiglio pastorale – ha aggiunto –, il laico corresponsabile è colui che porta nella comunità il suo modo di vivere la Parola». Il prof. Fortunato Sconosciuto, già Presidente dell’associazione di Brindisi, si è invece soffermato sulle conseguenze che il Vaticano II ha portato nella Chiesa diocesana: «Negli anni ’60 la nostra Diocesi puntò sul riavvicinamento alla Parola con corsi nelle parrocchie, un rinnovamento liturgico e lo studio del Concilio come momento di formazione – ha affermato Sconosciuto –; successivamente, negli anni ’70, la Diocesi affrontò il problema dell’ateismo chiamando a raccolta molti laici – ha continuato – e nei decenni scorsi ebbe un ruolo pastorale anche nelle elezioni amministrative di quegli anni». Ma la riflessione è stata arricchita anche dal confronto reciproco tra i partecipanti che ha avuto modo di esprimersi nei tanti laboratori di studio e programmazione, che hanno intensamente caratterizzato la vita del Campo diocesano. Con la gioia nel cuore e la Parola fissa nella mente educatori, animatori e consiglieri di AC si apprestano dunque a vivere il nuovo anno associativo nelle rispettive comunità parrocchiali, tenendo sempre presente l’invito di Gesù a essere solleciti nei riguardi dei bisogni dell’uomo con il pane della Parola di Dio. Gianmarco Rizzo 9 Vita di Chiesa 15 settembre 2012 anno della fede Manca meno di un mese all’inizio del “percorso” indicato da Benedetto XVI Uscire dal deserto e dirigersi verso il luogo della vita A meno di un mese dal suo inizio (11 ottobre), conviene soffermarsi un poco sulle speranze legate all’Anno della fede. Perché Benedetto XVI ha voluto che in tutto il mondo la Chiesa s’impegnasse in questo cammino? A motivo del significato e dell’importanza della fede; essa significa, fondamentalmente, incontro con Cristo. E a questo incontro il Successore di Pietro dedica tutte le sue energie: Egli infatti ha il compito di condurre a Cristo tutte le genti. Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato ha invitato pastori e fedeli a mettersi in cammino per uscire dal deserto e dirigersi “verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” (omelia per l’inizio del ministero petrino del vescovo di Roma). C’è un deserto da lasciare, quello in cui la fede soffre. Non si tratta del deserto biblico, quello dove Dio parla al cuore, ma di un luogo di morte, dove non cresce nulla. Si è nel deserto quando i cristiani si danno “maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune” (Porta fidei 2). Si è nel deserto, ancora, quando i cristiani pensano che avere fede sia un fatto privato e individuale, quando manca la responsabilità della testimonianza, ad esempio, su temi oggi eticamente importanti. Ancora, quando non si ricercano le ragioni per cui si crede (cfr Porta fidei 10). Si è nel deserto quando la mentalità contemporanea “riduce l’ambito delle certezze razionali a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche” (Porta fidei 12): sarebbe vero solo quello che le scienze possono sperimentare. Ancora, si è nel deserto quando dalla fede non si passa alla testimonianza della carità e della speranza (cfr Porta fidei 14-15). Un tale deserto condanna a morte la fede autentica. Come poter rimanere tranquilli, quando in alcune parti del mondo la fede sembra scomparire? Urge mettersi in cammino, coinvolgendo tutti coloro che, in diversi modi e con tempi propri, sono alla ricerca del senso ultimo dell’esistenza e del mondo. Un modo potrebbe es- sere quello di pensare la fede per loro. Sia ben chiaro: non si tratta di compiere alcun adattamento delle verità, specialmente di quelle più scomode. Invece, si potrebbe prendere in seria considerazione i motivi per cui le ideologie del secolo scorso e gli stili di vita odierni abbiano creato e continuino a creare vuoti. Quante promesse di libertà hanno, invece, reso l’uomo ancora più schiavo! Quante promesse di benessere che hanno creato vuoti interiori! Sembra, infatti, che le teorie del Novecento abbiano lasciato il campo alle pratiche contemporanee; come a dire: se non si è riusciti a soddisfare l’intelligenza con idee rivoluzionarie, ci si concentra ora a soddisfare l’uomo con beni materiali, sempre maggiori. Ma neanche la sazietà di questi - in realtà a disposizione di pochi - conduce l’uomo alla felicità. Ora, vi sono persone che hanno provato tutto questo e si sentono insoddisfatte, perché, solo per grazia, è rimasta in loro una chiamata a qualcosa di più grande. Persone che non frequentano le chiese, che non riconoscono in sé il dono esplicito della fede, ma che con fatica sono alla ricerca di una risposta e di una verità degna di sé. “Questa ricerca - afferma il Papa - è un autentico preambolo alla fede, perché muove le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio” (Porta fidei 10). È un uscire dal deserto per cercare la vita. L’Anno della fede è un invito a fare qualcosa per questi cercatori di Dio, anche se inconsapevoli. Evidentemente non si possono percorrere le strade consuete della catechesi ordinaria, non si può pensare di averli settimanalmente in parrocchia: questa sarebbe, piuttosto, la meta. Occorre interrogarsi su dove vivano, su come lavorino, sugli ambienti che frequentino per incoraggiare coloro che hanno già il dono della fede ad incontrarli. E poi? Bisogna saper aspettare che le domande di senso affiorino, grazie anche alla buona testimonianza dei credenti. In questo senso, l’anonimato è colpevole. Occorre aver fiducia che la ragione dell’uomo, se non è asservita ai beni materiali, lavora e spinge a cercare ciò che vale per davvero e rimane per sempre. La grazia di Dio sostiene meeting di rimimi Un’esperienza Tensione continua verso l’«oltre» L a questione del rapporto con l’infinito è questione antropologica, cioè che definisce l’uomo in quanto tale, individuando la natura umana come tensione continua verso un “oltre”. La frase che ha dato il titolo al 33° Meeting per l’amicizia tra i popoli, è tratta dal primo capitolo de Il senso religioso di don Giussani: «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito». Benedetto XVI nella lettera di saluto ai partecipanti al Meeting, ha reso chiaro ed esplicita la tensione di questo rapporto tra l’uomo e l’infinito: “Il tema scelto quest’anno - «La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» - risulta particolarmente significativo in vista dell’ormai imminente inizio dell’«Anno della fede»…Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo.... L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della no- stra umanità.” Proprio tale natura, essendo comune a tutti gli uomini, consente l’esperienza dell’incontro tra persone di fede e cultura diverse, come anche quest’anno il Meeting ha documentato dal 19 al 25 agosto: 98 incontri con 271 relatori, 9 mostre, 21 spettacoli, 800 mila presenze da 40 paesi diversi, oltre 4000 volontari (750 durante il pre meeting, e circa 3400 durante il Meeting, tra cui anche alcuni musulmani). Per comprendere realmente il Meeting occorre parteciparvi, farne esperienza: il Meeting è un vero e proprio luogo di educazione, perché ciò che educa è incontrare un’esperienza vissuta e guardarla in opera. Chi partecipa al Meeting non può non notare la differenza tra il Meeting “vissuto” e quello “mediatico” che viene raccontato dai giornali che, indipendentemente dalla loro colorazione, tendono a ridurre il Meeting a “politica”. Quest’anno mi hanno stupito, per esempio, le critiche di Famiglia Cristiana al “lungo applauso” che Monti ha ricevuto al Meeting: mi sono sembrate “irreali” e del tutto fuori luogo. Per il prossimo anno, considerata la piena “emergenza educativa” in cui ci troviamo, e quindi l’urgenza di ridare un’identità chiara alla persona, all’io, il titolo della XXXIV edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si terrà dal 18 al 24 agosto 2013, sarà: “Emergenza uomo”. Donato Caiulo questo intenso lavorio e lentamente conduce a uscire dal deserto. È questa una situazione nella quale non si deve confidare eccessivamente sulle strutture, altre volte necessarie, ma rendersi collaboratori della grazia che silenziosamente opera. Solo Dio attira a Sé la ragione, ma anche il cuore di coloro che Lo cercano. La pastorale dei lontani chiede credenti convinti, testimoni della speranza che è in loro e dediti alla preghiera, così da collaborare silenziosamente, ma efficacemente all’opera di Dio. Pregare affinché quell’esigenza di ciò che vale e resta per sempre, esigenza posta indelebilmente da Dio nell’intimo di ciascuno, risuoni con forza così da “mettersi in cammino - dice il Papa - per trovare Colui che non cercheremmo se non ci fosse già venuto incontro”. In questo senso i frutti certamente verranno, anche oltre dove si è seminato, perché il campo di Dio è il mondo intero. Marco Doldi fede e vita pubblica Parla il presidente del Meic Chiamati alla responsabilità “L a storia: opera di Dio e responsabilità dell’uomo” è il tema attorno a cui si è sviluppata, a Camaldoli, la tradizionale Settimana teologica del Movimento ecclesiale d’impegno culturale. «La Settimana teologica di Camaldoli è da sempre spazio di dialogo e confronto» spiega, in un’intervista al Sir, il presidente nazionale del Meic, Carlo Cirotto, «e in occasione dei 50 anni dall’apertura del Concilio abbiamo scelto d’interrogarci sul ruolo che gioca la nostra fede nella vita individuale e sociale, in particolare per quanto riguarda la rappresentanza politica, i criteri di distribuzione delle risorse pubbliche, i problemi del mondo del lavoro e quelli della famiglia». Che ruolo possono svolgere gli intellettuali cattolici in un tempo di crisi economica, incertezza e disorientamento come il nostro? «Possono dedicarsi alla lettura dei segni dei tempi, mostrare la loro peculiarità di cristiani che si pongono con lo spirito del Concilio di fronte agli eventi concreti del nostro tempo. A livello individuale c’è già chi s’impegna sui vari fronti: il passato presidente del Meic, Renato Balduzzi, ora è ministro della Salute e ci sono, tra i nostri partecipanti, moltissimi amministratori pubblici». campi dell’esperienza umana. In tre concetti, l’eredità è racchiusa nella Chiesa come popolo di Dio, nella lettura dei segni dei tempi dal punto di vista culturale, e nel rifiuto dei profeti di sventura». Con quali prospettive il Concilio ci consente di guardare al futuro? «Con la prospettiva dell’ottimismo di chi sa che nella storia accanto al male c’è pure il bene. Anche in forma di seme che, una volta identificato, va coltivato». Ora più che mai ci sarebbe bisogno di un pensiero alto. Ma sembra, a volte, che la voce degli intellettuali sia un po’ flebile. «Forse manca un raccordo tra le varie famiglie ecclesiali. Ogni tanto gli intellettuali parlano, che poi non vengano ascoltati è un’altra questione». “I cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione alla politica ed essere d’esempio” (Gs 67) nell’amministrazione del bene comune. Quale via per i cattolici chiamati all’impegno politico? «Questo è un problema scottante e attuale. Ritengo che, piuttosto che ricompattare un partito, sia meglio essere come il sale nella minestra, così possiamo condire tanti tipi di minestre diverse. Ma penso che manchi la presa di coscienza, libera e individuale e con le caratteristiche della migliore umanità. Che dev’essere precedente rispetto a qualunque scelta politica». I temi che avete trattato prendono spunto dalla “Gaudium et spes”, costituzione pastorale dove i padri conciliari posero l’attenzione della Chiesa sulla necessità di aprire un proficuo confronto con la cultura e con il mondo. “Cittadini dell’una e dell’altra città” (Gs 43): quali sono, cinquant’anni dopo, le eredità che ci ha lasciato il Concilio? «In parte è un’eredità già superata. Ad esempio, per quanto riguarda la famiglia, dal momento che i problemi che abbiamo oggi sono esplosi dopo il Concilio. Che in questo caso può suggerire lo spirito, ma niente di più. Per il resto va recepito come indirizzo fondamentale, paradigma di comportamento ecclesiale. Dobbiamo sforzarci di leggere i tempi in tutti i “Con il lavoro l’uomo rende servizio ai fratelli, pratica la carità e collabora al completarsi della divina creazione” (Gs 67). Come rispondere alla sfida del lavoro in un momento tanto difficile come quello odierno? «Non c’è una ricetta semplice e unica. Le possibili ricette sono settoriali e molteplici, serve un occhio panoramico. ‘Lavorare meno e lavorare tutti’ potrebbe essere uno slogan, ma non si sa di preciso come attualizzarlo. Serve maggiore giustizia nel lavoro, non solo nel senso della retribuzione ma nel trattamento della gente che lavora, e maggiore onestà anche da parte del lavoratore». Lorena Leonardi 10 Giovani Talenti 15 settembre 2012 l’intervista Incontro con Francesco Zecca, giovane attore originario di Leverano «Attraverso un personaggio ho sempre imparato anche qualcosa di me» C onosciamo, in questo numero, un altro giovane talento del nostro territorio, l’attore Francesco Zecca originario di Leverano. Appassionato di recitazione sin da piccolo, si diploma, nel 2001, presso il Centro Internazionale “La Cometa” di Roma con diversi stage e seminari che arricchiscono la sua formazione. Tra teatro, cinema e tv, l’attore salentino ha interpretato tantissimi ruoli lavorando al fianco di importanti nomi quali Lucrezia Lante della Rovere, Emma Dante, Daniela Poggi, Fabiana Iacozzili. In particolare ha recitato in “Ris 4”, “La vita che corre”, e al cinema in “Un altro pianeta” per la regia di Stefano Tummolini, presentato alla 65ª Mostra del Cinema di Venezia senza contare le numerosissime opere teatrali come “Hamlet circus”, “La muta di portici”, “Malamore”, “Riccardo III”, “Le tre sorelle”, “Romeo e Giulietta”. Un lavoro, il suo, che definisce meraviglioso e che gli consente di vivere fino in fondo, come ci racconta in questa intervista. Francesco, quando nasce il tuo interesse per la recitazione? «È difficile stabilire quando è nato questo mio interesse che chiamerei subito passione perché è di questo che si tratta: ormai sento che è una cosa che è sempre stata mia... non riesco proprio a ricostruire…. Ricordo che da bambino mi divertivo moltissimo a osservare e a imitare le zie e gli zii che venivano a casa... E poi ho incominciato a imitare la mia insegnante di lettere. Non si trattava proprio di un imitazione, ma mi divertivo a esasperare delle caratteristiche che potevano diventare divertenti… Mi ricordo che con i miei compagni delle superiori per carnevale avevamo preparato una sorta di spettacolo messo in piedi in poche ore che raccontava proprio la lezione d’italiano, la spiegazione dei promessi sposi, più precisamente dell’apertura, e lì la scuola decise di regalarmi una coppa come migliore interpretazione... Credo che in quel momento decisi che quella cosa lì, quella specie di euforia che sentivo dentro, potesse diventare la mia vita....» Quale ruolo da te interpretato hai sentito più vicino alla tua personalità? Quale altro ti piacerebbe interpretare? «Ogni personaggio che ho interpretato mi ha sempre regalo un po’ di sé… Ho sempre imparato attraverso un personaggio anche qualcosa di me. È questo che adoro del mio mestiere, il fatto che attraverso la storia di un personaggio scopri una parte di te stesso... Perché spesso arrivi a conoscere il personaggio più di te stesso... Quello è lì di fronte a te, lo puoi vedere, puoi capire dove andrà a finire, vedi la sua storia… E così pia piano vivi la sua vita... Comunque Amleto mi ha regalato tanto. Vorrei tanto interpretare... non riesco a decidere, mi sembra di fare uno sgarbo: i personaggi sono molto molto suscettibili». Quale esperienza ti ha maggiormente gratificato finora? «Sicuramente lavorare con Emma Dante mi ha insegnato molto. Emma è una donna straordinaria, è una vera artista… Ma anche lavorare con Fabiana Iacozzili, giovane regista da uno sguardo atroce e poetico nello stesso tempo... E poi dirigere Lucrezia Lante della Rovere in Malamore e poi e poi e poi... Il fatto è che tutte le esperienze mi hanno lasciato qualcosa e tutte, quando le vivi, sono la storia d’amore più bella che hai mai vissuto… Sento molta gratitudine per tutte le persone con cui ho collaborato... sono fortunato». Quanto influisce nella vita privata il mestiere di attore? «Non credo di saper rispondere a questa domanda. Io sono quello che sono...L’unica cosa: faccio un mestiere pubblico, per questo c’è una grossa responsabilità. È una questione etica». Teatro, cinema, televisione…ti sei cimentato in diversi campi..dove si colloca meglio Francesco Zecca? «Francesco Zecca si colloca bene ovunque. Il teatro rimane il mio grande amore, anche se il cinema è l’amante desiderato». Pregi e difetti nel mondo della recitazione… «Il mio è un mestiere meraviglioso. Lavori con te stesso. Quello che tu sei diventa il tuo strumento. Con questo strumento puoi suonare sinfonie meravigliose. Un attore deve prima di tutto lavorare sul proprio corpo, affinché esso diventi aperto, affidabile e coerente in tutte le sue reazioni; poi sviluppare le sue emozioni, sviluppare in sé la capacità di percepire, apprezzare ed esprimere tutte le emozioni, dalle più basse alle più elevate. Facendone esperienza. Un attore deve sviluppare la sua conoscenza e, in seguito, la sua capacità di comprensione, fino al punto in cui la sua mente entra in gioco nella maniera più vigile, per apprezzare il valore di ciò che sta facendo... Per me è un po’ come vivere questa vita fino in fondo, senza perdere mai niente... Il rischio di questo mestiere è che proprio perché ogni giorno lavori con te, per te, in te, il rischio grosso diventa il narcisismo... macchia atroce che fa svanire tutta la poesia di questo mestiere». Il giovane attore Francesco Zecca Quali sono i tuoi progetti per il futuro? «Sto preparando la regia di “Come tu mi vuoi” di Pirandello che debutterà la prossima stagione sempre con Lucrezia Lante della Rovere come protagonista... E poi nel mio paese, a Leverano, con il gruppo de “Il teatro delle rane” stiamo preparando un Gabbiano, liberamente tratto da “Il Gabbiano” di Checov, chiaramente… Con Michele Fiore che mi starà accanto per riscrivere una storia ispirata a quella di Checov... Sempre con la mia regia… Ci inventiamo giorno dopo giorno. Sempre pronti. Questo è il mio grande progetto». Daniela Negro e l a i c e p S o n a s e c o i D o n g e v n o C I XII La tavola rotonda che ha aperto i lavori del XIII Convegno Ecclesiale Diocesano © S.Licchello la tavola rotonda Un confronto franco Popolo, Comunità, Parrocchia Occorre leggere i cambiamenti A nche quest’anno il Convegno diocesano si è aperto con un confronto a più voci. Infatti, subito dopo l’introduzione da parte dell’Arcivescovo e la lectio divina proposta da don Alberto Diviggiano, si è tenuta una interessante tavola rotonda, condotta da Giovanni Morelli, alla quale hanno offerto il loro prezioso contributo, fr. Daniele Moretto, religioso, responsabile della Fraternità Monastica di Bose in Ostuni; don Peppino Apruzzi, sacerdote diocesano, parroco della comunità san Vito martire in Brindisi; Maria Tondo, insegnante e accompagnatrice vocazionale, impegnata in diversi compiti pastorali, sia a livello locale, in Salice Salentino, che diocesano; Danilo Di Leo, responsabile diocesano della Pastorale giovanile e Franco Colizzi, psichiatra-psicoterapeuta, già presidente nazionale AIFO. I l confronto si è aperto con l’intervento di fr Daniele Moretto, il quale ha spiegato cosa significa essere popolo, essere parrocchia, essere comunità. «Nella storia dei patriarchi e delle loro famiglie, narrate nella Sacra Scrittura – ha detto il monaco di Bose - vi è sempre un passaggio dalle relazioni parentali che costituiscono la famiglia, a relazioni più allargate. Un popolo è un insieme di persone in relazione tra di loro, relazioni che non devono essere confuse con quelle familiari. Molte volte, infatti, ci approcciamo all’idea di popolo con dei parametri di tipo familiare. Il popolo, invece, è un insieme di legami che non deve essere né troppo piccolo né troppo localizzato, qualcosa che chiede una strutturazione e un ordine, a volte da costruire, perché i legami non scaturiscono automaticamente come in una logica familiare. In un popolo c’è una gerarchia che è a servizio, quindi, privilegiando la dimensione carismatica (essere in grado di fare qualcosa), la dimensione ministeriale (esercizio del potere) e la dimensione dell’autorevolezza». Successivamente, parlando di “parrocchia popolo di Dio”, fr Moretto ha spiegato che si tratta di un popolo che vive una relazione di appartenenza, di specificità, di identità. Un popolo che non è semplicemente un insieme di individui che è riuscito a strutturarsi, ma che è anche un mistero, un segno, una manifestazione di qualcosa d’altro, che trova la sua identità fuori di sé, non nelle sue stesse relazioni, ma nelle relazioni con il Signore. Ciò è fondamentale in una dinamica parrocchiale, perchè ci mette in una prospettiva che supera la comunità, che la orienta. Per mantenere la propria identità, la comunità popolo di Dio deve lasciarsi condizionare, non può semplicemente vivere delle sue relazioni». Successivamente ha elencato le tre caratteristiche del popolo di Dio «Il popolo di Dio sperimenta una logica di elezione, cioè una chiamata, una elezione in vista di una benedizione, in vista di qualcosa di positivo. Il popolo di Dio è caratterizzato da una alleanza celebrata: non c’è semplicemente una scelta di Dio che viene subita passivamente, il popolo è un interlocutore di Dio. Infine, il popolo è oggetto di una promessa: è Dio che porterà a compimento le cose. Infine, una precisazione: «Parrocchia, letteralmente, significa “estraneità”, intesa come itinerario, come cambiamento, estraneità rispetto al luogo, alla cultura e al territorio. L’errore che si deve evitare, infatti, è quello di identificarsi totalmente con il territorio, con la cultura, con la geografia». S ubito dopo è intervenuta Maria Tondo, la quale, sollecitata dal moderatore, ha affrontato il tema della comunità che spesso, distratta dalle numerose attività da portare avanti, trascura la dimensione spirituale. Richiamando le parole di Giovanni alla comunità di Efeso, la Tondo ha richiamato il compito fondamentale dei cristiani, soprattutto in questo tempo di grazia che sarà l’Anno della Fede: la comunità dei credenti deve ritornare al suo primo amore rappresentato dalla relazione con il Signore. «La parrocchia – ha sottolineato Maria Tondo - deve comunicare agli uomini e alle donne l’esperienza di un grande amore ricevuto in dono da Dio, amore da vivere e gustare, piuttosto affannarsi in servizi, attività, e strategie pastorali. Quando siamo impegnati nelle cose da fare, corriamo il rischio di mettere al centro noi e la Chiesa, mentre al centro ci deve essere Gesù Cristo». Ed ha continuato: «Osservando diverse realtà, mi sono resa conto che la Chiesa sta vivendo un momento di transizione: da un lato vuole abbandonare certe forme tradizionali di azione pastorale, dall’altra sta cercando modi nuovi di rispondere alle domande del mondo». Tutto ciò alimentato dal «desiderio di riscoprire il primato dell’azione di Dio, nell’ascolto della Parola e nella celebrazione, della Liturgia, in particolare nella Eucaristia, origine e fine dell’essere e dell’agire della Chiesa». E, infine, una sottolineatura: «Credo che ci sia una parte di comunità invisibile e sotterranea, che anima in modo nascosto la vita dell’intera comunità di Chiesa visibile. Penso alla dimensione spirituale, continua a pagina 14 relazione caputo Ha provocato risonanze Nella sponsalità battesimale l’origine del nostro essere Chiesa P arole ed immagini, perché ciascun concetto resti impresso nella mente e crei risonanze. La relazione della prof. Annalisa Caputo sul tema del Convegno è stata articolata, ha scavato in profondità, ha posto interrogativi. La relatrice ha diviso l’intervento in 4 punti. È partita, nell’analizzare la Parrocchia, dal concetto di popolo “laòs” in greco, per osservare come «la nostra condizione umana è quella di avere un mondo in comune». «Un’attenta lettura della nostra condizione umana – ha proseguito - ci ricorda che il nostro è sempre un mondo comune, e che quindi non esistono “i” popoli al plurale, ma esiste “il” popolo: un unico popolo: che è la famiglia umana»: un unico corpo, cioè. E questo ci fa scoprire come, al di là delle apparenze, davvero “I care”, che «non è tanto un obbligo morale, ma una necessità ontologica. Non posso non preoccuparmi dell’altro – ha aggiunto -, perché l’altro è anche me». Essere popolo/laos, significa riconoscere e vivere la fratellanza dell’appartenenza all’unica famiglia umana: unica e insieme plurale, in cui tutti siamo importanti. «È il valore dell’essere “persone”: uniche e irripetibili, e però insieme inevitabilmente legate a tutte le altre…». Da “laos” deriva anche il termine laikos: laico. «Dal punto di vista antropologico, prima che teologico, “laico” è sinonimo di “uomo”», ha osservato dunque la relatrice proponendo il laico come «uomo della relazione (non degli assolutismi); l’uomo del rispetto dell’opinione altrui; è chi non si chiude nella proprie certezze, ma sa camminare con l’altro». Ecco perché – ha aggiunto - «in questa direzione abbiamo ancora molto da lavorare come Chiesa e come Parrocchie». Del resto, «la Chiesa non solo è per il mondo, nel mondo, ma è mondo. La chiesa non solo è per gli uomini e tra gli uomini, ma è gli uomini». Ed a questo punto è stato agevole notare come « tutti – in quanto uomini – siamo “laici”; tutta la Chiesa – come ha sottolineato con chiarezza già Paolo VI – è “laica”». Tutto ciò determina «il desiderio di una vita felice, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste». Quindi ha scandito: «Felicità è, etica è (I) cura innanzitutto di se stessi. E, poi, etica è (II) …cura di chi ci sta accanto. Infine: etica è (III) cura delle istituzioni». Insomma, «un uomo, una donna del presente, che non rinuncia a scrivere l’utopia della speranza», un «laico perché evidentemente traccia l’orizzonte di un ethos che può accomunare chiunque: a prescindere dalle fedi, o, meglio, dentro qualunque fede». E, passando al tema del popolo sacerdotale, profetico e regale, la relatrice ha osservato come sia «nel battesimo – immergendoci nel sacerdozio di Cristo, partecipando, prendendo parte al suo ufficio sacerdotale – che riceviamo il dono del sacerdozio». Da qui, a ben osservare, si determina il nostro «vivere la speranza, essere profeti», chiamati «a credere che domani può essere migliore di oggi», altrimenti non saremmo mai capaci di «vivere la giustizia, vivere la regalità», perché «senza dignità e giustizia non c’è felicità». Ma, come vuole il tema, Parrocchia a servizio del Vangelo. In che modo? La relatrice ha proposto: «Dalla Parola al silenzio: la testimonianza della vita». Ci diciamo che la testimonianza è tutto e questo «significa innanzitutto umiltà», perché «l’orizzonte comune è già perso, nel nome del “di più”. Il Cristianesimo non ci insegna a pensare un “altro” orizzonte, ma – questo “stesso” orizzonte – ci invita ad amarlo». Insomma, «Il servizio del Vangelo, il servizio della Parola, forse, oggi più che mai, va fatto innanzitutto senza parole», consumando il nostro tempo con l’altro, rispondendo, «come una ragazza che mostra il suo primo anello, nascosto per pudore: è la mia fede», cioè: «Nuzialità». Da ciò capiamo – utilizzando la metafora dell’arcobaleno – della Trinità-arcobaleno, che determina l’iride vocazionale, come le vocazioni nella Chiesa sono sempre legate tra loro e come siano “tra accenti diversi di un’unica melodia il sacerdozio ministeriale, la profezia escatologica, la laicalità secolare”. «Ma, all’interno di queste grandi possibilità di vita, resta il fatto che ognuno di noi è diverso dall’altro; restano le vocazioni particolari di ciascuno di noi – ha osservato -. Eppure, non dobbiamo nascondercelo, tutti noi abbiamo un modello vocazione in testa, da cui difficilmente riusciamo a liberarci. Che cosa significa, questo? Che l’appartenenza alla Chiesa è singolare e dunque sarebbe meglio che ognuno si limitasse a seguire la sua singolare vocazione, a mettere la propria singola pietra al proprio singolo posto, senza preoccuparsi di modelli e ideali? Ovviamente no – ha risposto Caputo -. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di stare insieme, di vivere il ‘con’…, di lasciare incontrare le nostre singole responsabilità… per farle diventare co-responsabilità; di lasciar incontrare le nostre singole vocazioni per farle diventare Chiesa». E proponendo la metafora del ponte, con Paolo VI, Caputo ha ricordato che «I laici sono gli uomini del ponte» e se la Chiesa è mosaico di persone, è ponte ed è anche sposa. Di più: «La Chiesa, anche nella sua dimensione parrocchiale, come sponsa verbi. Ma qual è la radice sacramentale di questa sponsalità?», si è chiesto Caputo ed ha affermato: « Non il Matrimonio o l’Ordine sacro, ma il Battesimo. Nel battesimo non solo diventiamo popolo di Dio, ma credo che possiamo dire, in una logica più mistica che dogmatica, nel battesimo diventiamo ‘sposi’. Ogni anima è – misteriosamente – Sponsa verbi». E da qui ciascuno dovrebbe ricominciare nel proprio impegno. Speciale 12 15 settembre 2012 15 settembre 2012 Speciale 13 anno pastorale 2012/2013 Al centro di spiritualità “San Pio” di San Giovanni Rotondo, duecento delegati hanno partecipato al XIII Convegno Ecclesiale diocesano La Parrocchia, popolo sacerdotale, profetico, regale a servizio del Vangelo Voci dal convegno... Le conclusioni dell’Arcivescovo C Ho respirato aria di famiglia C hiamato a vivere il convegno, è stato come accettare di andare a San Giovanni Rotondo per vedere dove San Pio ha vissuto con Gesù, e come la Chiesa diocesana desidera vivere oggi. Nei gruppi ci siamo scambiati le esperienze e le proposte, ma anche la bellezza della condivisione con tanti fratelli che offrono il loro servizio nelle parrocchie. Abbiamo compreso l’importanza del consiglio pastorale, che tutto insieme deve interagire nelle azioni comunitarie, piuttosto che l’azione solitaria di un gruppo o di una singola persona che decide o vuole fare tutto. I vari momenti si sono alternati in un crescendo di bellezza, tra racconto di esperienze e professionalità, momenti che ci hanno riempito il cuore per la passione trasmessa dai partecipanti alla ta- vola rotonda, da chi ha proposto la lectio divina e la lezione-testimonianza della professoressa Caputo. Il Convegno mi ha aiutato a scoprire che ognuno di noi, se attinge alla vita di Gesù, possiede i mezzi per aiutare il prossimo, nella Chiesa, in famiglia e nella società e continua ad essere un uomo di speranza per gli altri che aspettano le risposte alla loro vita in ricerca. Al convegno ho respirato un aria di famiglia, come a casa, una Diocesi che si avvicina al fratello che si scopre laico e nello stesso tempo sacerdote, che vede i problemi e che si vuole mettere accanto per servire, facendosi compagno di viaggio, sicuro di non sprecare il suo tempo, ma di aver colto una opportunità di crescita. Pino Greco Parr. San Domenico San Vito dei Nor.nni Abbiamo compreso il nostro essere Chiesa L’ esperienza vissuta al Convegno Diocesano è stata per me molto forte, ricca di contenuti, sia nella dimensione spirituale che culturale. La lectio divina, “Come pietre vive”, preparata da don Alberto Diviggiano, verteva sulla I Lettera di Pietro. Ci ha sollecitati alla riscoperta della fede e del nostro essere popolo di Dio, sacerdotale, profetico, regale che deve aderire a Cristo e annunciarlo con la certezza che Egli cammina con noi per le vie del mondo. È stato interessante acquistare consapevolezza del nostro sacerdozio comune, della nostra appartenenza a Dio, del nostro costituire chiesa, ma una chiesa di pietre “umane”, un popolo che deve essere segno tra i popoli. Durante la tavola rotonda sono emerse alcune problematiche di cui la nostra Chiesa diocesana si farà carico per costruire il regno di Dio secondo il Suo progetto, con l’aiuto dello Spirito Santo. Infine, la relazione della professoressa Annalisa Caputo, carica di contenuti significativi e di spunti di riflessione. Le sue parole ci accompagneranno nelle nostre attività pastorali. Ci hanno fatto comprendere il nostro essere chiesa in tutte le dimensioni gustando la gioia dell’appartenenza: l’essenza che fa brillare lo splendore policromo è una sola – ci ha detto – quella riflessa dal raggio del sole, ma il colore dell’arcobaleno ha molti aspetti. Questo a significare che dobbiamo vivere in comunione, ma con diversi carismi e vocazioni, rivedendoci gli uni negli altri, i laici nei sacerdoti e religiosi, i sacerdoti e religiosi nei laici per scoprire nella reciprocità la propria vocazione battesimale. L’occhio non vede se stesso, si diceva nella relazione, ma ha bisogno che gli altri lo guardino, per conoscere il proprio colore. L’augurio è che le nostre comunità si arricchiscano di specchi e di colori affinché possiamo davvero essere il popolo eletto da Dio. Lucia Macchitella Resp. Movimento Vedovile © S.Licchello Dobbiamo tornare a guardare Gesù Cristo I giorni del convegno sono stati giorni di preghiera, di riflessione, di lavoro, giorni vissuti intensamente in cui si toccava con mano l’impegno di tutti i partecipanti. Vi sono stati gli stimoli giusti, e anche l’ordine con cui si sono ben sviluppati i diversi momenti, ha favorito e suscitato la voglia di fare bene. Fare bene per un cammino della nostra Diocesi sempre in crescita, fare bene per una vita parrocchiale corresponsabile dove tutti devono far sentire, attraverso la testimonianza e la vita, la presenza di Cristo. Noi, popolo di Dio, dobbiamo tornare a guardare Gesù Cristo, è stato detto, Lui è il centro della Chiesa e noi dobbiamo imparare in modo concreto e consapevole ad essere suoi operai. Viviamo questo 3° anno post-sinodale e il convegno appena celebrato alla luce dell’Anno della Fede dove ognuno avrà la opportunità di fare l’esperienza di persona nuova per l’evangelizzazione, persona nuova di fede. Fondamentale è stata la presenza discreta e umile del nostro Vescovo che come padre riunisce i suoi figli intorno alla Parola del Signore, come Pastore rimane accanto ad ognuno e tutti si sentono accompagnati in questo itinerario cristiano. Gerardo Montinaro Parr. Ave Maris Stella - Brindisi Un’occasione unica di crescita e di maturazione I I convegno è una tappa fondamentale nella mia vita di operatrice pastorale, uno speciale appuntamento che accolgo con enorme piacere ogniqualvolta mi viene chiesto. Trovo che tutto sia speciale, a partire dal luogo in si svolge. Tutto inizia col mettersi in viaggio ed anche questo è un aspetto fondamentale perché da l’idea di staccare dalla quotidianità, di mettersi in "ritiro" per discutere al meglio i temi proposti. Il convegno non è un libro già scritto, qualcosa di già fatto, già visto, ma è ogni volta un libro con tante pagine bianche da scrivere insieme al nostro Padre Arcivescovo e a tutti gli amici della Diocesi. Nella mia storia personale è stato anche un'occasione di crescita e maturazione negli anni. Mi ha permesso di uscire un po' fuori da quella timidezza e quel carattere troppo introverso che nei laboratori mi portava persino ad aver imbarazzo a prendere la parola. Il convegno è un insieme di cose: è l'abbraccio amorevole di Mons. Talucci che da buon padre ci accoglie e ci indirizza ai lavori; è il rassicurante sorriso di Don Angelo Ciccarese che al levar del sole, tutte le mattine, ci da il buongiorno sulla porta della cappella e ci aspetta per recitare le lodi; è il melodioso don Antonio Valentino che anima le liturgie; sono tutti coloro che collaborano alla realizzazione dell'evento e poi...siamo tutti noi convegnisti, laici e non. Il lavoro nei laboratori, secondo me, è fondamentale perché facilita il dialogo e permette il confronto non solo sul tema proposto, ma anche sulle diverse realtà che animano le nostre comunità parrocchiali, facendoci buttare l'occhio oltre "la staccionata del nostro giardino" e così farci rendere conto di quanto l'altro sia importante nel percorso di crescita personale. Giusi Stridi Chiesa madre San Pancrazio Salentino Cristo è presente nella nostra vita Q uella del convegno è stata per me un’ esperienza nuova che ho vissuto intensamente e attivamente come religiosa che già da quasi mezzo secolo è alla sequela di Cristo. Di esperienze, come si può immaginare, ne ho fatte tante e ringrazio Dio perché mi dona ancora la possibilità di condividere con gli altri la mia lunga esperienza e di dare il mio contributo nel difficile cammino che la Chiesa sta compiendo nella quotidianità di un tempo storico così complesso. Continuamente Cristo si fa presente nella vita di ognuno di noi facendoci sperimentare la sua attenzione verso ogni uomo parte essenziale della Chiesa. L’esperienza con Gesù è un fatto unico che ci nobilita, ci eleva e ci fa commensali. Essere presenti con la consapevolezza di espressione comunitaria educante capace di generare e nello stesso tempo rigenerarsi in Cristo. È incontro personale e decisivo di camminare alla Sua sequela. Lo Spirito ci invita, con insistenza, a far parte del sogno di Dio per ciascuno rispondendo alle nuove esigenze di fede nell’autenticità dell’incontro compiendo il comando del Signore: “venite a me”… solo così ci scopriremo popolo sacerdotale, profetico, regale… a servizio del vangelo. Sr. Angela Pia Suore Antoniane - Mesagne Un Convegno per rimotivarsi nella fede A lle soglie dell’“Anno della fede”, voluto da Benedetto XVI, la nostra Chiesa di BrindisiOstuni si è ritrovata per il Convegno diocesano annuale, il terzo dopo la conclusione del Sinodo, con l’intento di approfondire i due ambiti sul laicato e sulla vita consacrata, che sono stati oggetto di riflessione sinodale. Il Convegno di quest’anno ha centrato l’attenzione su tutto il Popolo di Dio, che nel suo dono-impegno sacerdotale, profetico e regale è chiamato a diffondere nelle diverse declinazioni della vita quotidiana il “buon profumo di Cristo”. Per me è stata l’occasione di ripensare al nostro modo di essere cristiani nel mondo e nella Chiesa, a livello personale e comunitario. Autenticità, semplicità, umiltà, dialogo, incontro… parole, che dicono tanto dell’esperienza cristiana, sono riecheggiate nelle relazioni e nei lavori di gruppo a San Giovanni Rotondo. In maniera provocatoria mi sono chiesta cosa ne facciamo. Mi indignano alcuni modi di avvicinare le persone, anche da parte di chi ti aspetti dia un segnale forte di testimonianza autentica – alcune parole, certi atteggiamenti di sfiducia, di scetticismo, di indifferenza, la voglia di avere sempre una voce sopra gli altri… non parlano di Gesù. Mi commuove, invece, e mi ispira fiducia e speranza la vita di tante persone che, nella semplicità e tanto spesso senza rumore, sanno farti respirare “aria buona di Vangelo”. Voglio ringraziare il Signore per l’esperienza vissuta… Voglio ringraziare il nostro Arcivescovo che con tenacia ha creduto nella validità di queste giornate di Convegno, metafora del vivere insieme nell’ascolto della Parola e nella fraternità che dovrebbe caratterizzare l’esperienza delle nostre parrocchie e delle nostre comunità… Voglio ringraziare tutte le persone con le quali mi sono sentita e continuo a sentirmi in cammino, nella fiducia che, se lo vogliamo, Gesù potrà affascinare ancora gli uomini e le donne di oggi attraverso la nostra vita. Rosa Morelli Associazione “La Missione” - Ostuni Abbiamo sperimentato la gioia dello stare insieme N el convegno diocesano abbiamo sperimentato, come Chiesa, la gioia dello stare insieme, del sentirci parte di un piccolo gruppo per un forte desiderio di comunicare, di essere compresi e di condividere esperienze belle che fanno di noi persone amate da Dio. Coloro che sono battezzati entrano a far parte del popolo di Dio, di una grande famiglia della quale Dio è il Padre. È ovvio che essendo una famiglia, i vincoli che legano gli appartenenti sono quelli della comunione, dell’amore, della carità. Tutto questo è positivo, e consente a noi laici di scegliere e di crescere in futuro. Siamo popolo di Dio, stabilito dal Padre, che chiama tutti gli uomini alla salvezza operata dal Figlio Gesù. All’interno del Popolo di Dio, i laici sono chiamati a svolgere il loro servizio a favore e in nome della Chiesa. La missione salvifica della Chiesa non grava solo sui pastori ed i religiosi, ma anche i laici sono coinvolti in questo compito. Noi laici siamo chiamati a dare testimonianza senza mai avere la pretesa di essere migliori degli altri; è il Signore che convince gli uomini, non noi. Siamo chiamati a gustare la bontà di Dio che salva e a trasmetterla agli altri; siamo pietre vive di una costruzione nuova che è Cristo. Siamo chiamati ad essere popolo di Dio, uomini creati da Dio, cioè appartenenti a Lui, siamo un popolo scelto, consacrato, sacerdotale e regale. Nel convegno c’è stata una spiritualità di comunione; nei laboratori abbiamo sperimentato il senso di appartenenza alla comunità, stili di relazione improntati al senso di responsabilità e al rispetto delle regole. C’è stato un decisivo impegno a livello di Chiesa: quello della comunione (koinonìa) che incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell’amore che, sgorgando dal cuore dell’eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo Spirito che Gesù ci dona , per fare di tutti noi « un cuore solo e un’anima sola ». È realizzando questa comunione di amore che la Chiesa si manifesta come « sacramento », ossia «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano››. Francesco Greco Parr. Sacro Cuore - Brindisi oncludendo il convegno, l’Arcivescovo ha espresso parole di ringraziamento verso tutti coloro che hanno contribuito per la buona riuscita. È il terzo anno post-sinodale per la nostra comunità diocesana, in concomitanza con l’Anno della Fede, «una grande opportunità, una grande provvidenza perché, se per la nostra identità siamo chiamati ad essere uomini di fede, uomini di Dio, membri del popolo di Dio, l’Anno della Fede – ha sottolineato Mons. Talucci - ci porta a rivestire questa luce che ci illumina nonostante i nostri limiti». Analizzando i tre aspetti che caratterizzano il popolo di Dio, quello sacerdotale, profetico e regale, Padre Arcivescovo ha affermato che «la Chiesa è formata da coloro che scoprono di essere popolo di Dio. Lui è il Sacerdote, il Re, il Profeta, la verità. Noi diventiamo popolo di Dio nel Battesimo, diventiamo un tutt’uno con Gesù Cristo e ci apriamo alla natura sacerdotale, all’amore, alla vita da cui nasce la fede; entriamo nella natura profetica che, nella Parola rivelatrice, ci da speranza e ci apre alla verità, alla dimensione liturgica». Ed ha anche aggiunto che «intorno a Gesù, Re dell’universo e della storia, noi ci apriamo alla giustizia, alla carità, alla testimonianza. La regalità è il servizio della carità che non è distinta dalla giustizia. Ed è la carità il vero dominio del mondo». Un invito a sentire la gioia, quello lanciato da Mons. Talucci e a farla sentire agli altri, discutendo, ma volendosi bene e testimoniando l’amore. «Pur condividendo tanti altri valori – ha detto ancora - l’esperienza dell’amore è nello specifico del popolo di Dio». Accennando ai contenuti emersi nei laboratori, l’Arcivescovo ha richiamato alla corresponsabilità che deve essere recuperata e che rappresenta molto più della semplice cooperazione. «Siamo popolo profetico intorno a questa Parola che ci avvince e ci affascina, che è risposta agli interrogativi dell’uomo di sempre. Questa Parola che, se conosciuta, dovrebbe essere linfa per tutti, evangelizzata e ricevuta nella luce del Vangelo». Un lavoro intenso ha caratterizzato la tre giorni di convegno, una grande esperienza di Chiesa, così come l’ha definita Mons. Talucci. «Sentite la fatica, ma anche la gioia e la soddisfazione per questa esperienza– ha detto rivolgendosi ai presenti – un convengo ci fa popolo di Dio, ci arricchisce di ideali, ci fa attingere a tante fonti». E, con un augurio particolare in vista dell’Anno della Fede, ha concluso: «Curiamo a livello personale la nostra identità di vero popolo di Dio e inoltriamoci nell’Anno della Fede perché sia veramente, per tutti, un anno di luce e di grande speranza”. A proposito dell’Anno della Fede, l’Arcivescovo ha annunciato di aver scritto una Lettera per invitare ogni cristiano a riflettere sul significato di questo Anno Santo ed ha anticipato che sabato 13 ottobre, nella Basilica Cattedrale, ci sarà l’inaugurazione diocesana con una solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Daniela Negro Un’ascesi dell’ascolto A l convegno si è respirato un clima di fiducia e un desiderio di rinnovamento e di rilancio. Il tema stesso “ La Parrocchia...” ha acquistato più concretezza, un “senso di incarnazione”. «Direi che è stata un’ascesi dell’ascolto. Ascoltandoci siamo giunti a conclusioni che non sono frutto dell’illuminazione di qualcuno, bensì frutto del contributo di fede e di vita di ciascuno. E questa è la luce che viene dall’esperienza di dibattito in gruppo, dove non c’è qualcuno che ha ragione e qualcun altro che ha torto. C’è stata, invece, vera condivisione, mettendo insieme le diverse esperienze. Abbiamo respirato un vero senso di comunione. E questa è una concretizzazione dell’immagine battesimale, in cui l’essere figli diventa segno e strumento di fraternità. Ci siamo incontrati quasi da estranei, ma lo spirito di figli “adottivi” ci ha fatti riconoscere come fratelli e ci siamo salutati come se fossimo stati nello stesso gruppo da sempre. Questo convegno è stata un’esperienza positiva. Dal punto di vista personale di relazione, una grande ricchezza e disponibilità al dialogo e al confronto. Inoltre questi eventi sono sempre occasione di crescita e di ricarica, da condividere poi nella comunità. Il dibattito è stato sicuramente positivo, i componenti del gruppo si sono subito messi in gioco col proprio vissuto, dando il loro contributo; si è creato un bel clima di ascolto reciproco, di collaborazione. Sacerdoti, consacrati e laici , uniti negli intenti, seppur con le diverse ministerialità; anche i problemi che sono emersi sono stati affrontati con serenità, con il desiderio comune di trovare delle proposte. Oserei dire che ci si sentiva parte attiva, viva di una Chiesa che ha voglia di camminare. Giovanni Marangi Parr. SS. Resurrezione - Brindisi Speciale 14 15 settembre 2012 la tavola rotonda Un confronto franco ed efficace Popolo, Comunità, Parrocchia. Occorre leggere i cambiamenti segue da pagina 11 per sua stessa natura invisibile, che non è solo quella codificata dalla teologia. È la fede non misurabile che appartiene alla esperienza contemplativa di tanti uomini e donne non conosciuti, non consapevoli loro stessi della bellezza della fede che vivono ogni giorno nella adesione alla volontà di Dio nei fatti della vita e nell’amore agli altri. Al di là dell’evidenza religiosa ufficiale e oltre l’appartenenza a gruppi e organismi ecclesiali. La loro è una fede non raccontata, una “fede nuda”, nella forma scarna, perciò più bella e più vera perché sofferta e gloriosa nel corpo e nell’anima, come il Signore Gesù crocifisso risorto di cui portano i segni». N el suo primo intervento, don Peppino Apruzzi ha delineato i cambiamenti più evidenti che hanno riguardato la parrocchia negli ultimi anni. «Nei due decenni che mi riguardano il cambiamento è stato lento e non sempre graduale» - ha esordito don Apruzzi, il quale ha proseguito: «Là dove il coraggio, l’armonia, l’intesa sono stati dirompenti, lo Spirito ha compiuto meraviglie». Poi il riferimento alle classiche tre funzioni della Chiesa: la parola annunciata, celebrata, testimoniata e il riferimento alle tre funzioni (vitalità della fede, autenticità nella liturgia, impegno a servizio del mondo) delle quali la comunità parrocchiale è soggetto responsabile. A proposito di vitalità della fede, don Peppino ha evidenziato come «Ciascuno si rende subito conto di come nelle nostre comunità siano presenti, prevalentemente, adulti e bambini (questi ultimi più presenti alla catechesi che alla messa domenicale)» e risulti invece assente la fascia giovanile, la cosiddetta «generazione perduta, quella prima e dopo i trentenni e i quarantenni». «I luoghi e le esperienze dove si può parlare di cammino di fede, sono le associazioni e i movimenti, cioè una piccola parte dell’intera comunità. Tra le tante motivazioni che hanno determinato questa situazione, ne richiamo una: negli anni andati, quando tutto era cristiano, dal contesto familiare a quello sociale e culturale, la fede veniva trasmessa di padre in figlio».Oggi, invece, «la catechesi», per esempio «non deve dare per scontata la fede, perché essa non rientra più nella logica ereditaria, ma deve proporre un cammino di maturazione legato alla scelta di vita e all’impegno di appartenenza». «Emerge il bisogno di una spiritualità pastorale che significa che l’evangelizzazione comincia in noi, tramite le sollecitazioni che ci vengono dal Vangelo (Lectio divina…) e i comportamenti che mettiamo in atto». A proposito di autenticità nella liturgia, don Apruzzi ha riconosciuto che «le nostre liturgie, con l’impegno dei presbiteri e dei laici», siano diventate «più coinvolgenti e più vivaci», evidenziando però diversi rischi: la monopolizzazione di un servizio «con l’esclusione ora dell’assemblea, ora dei nuovi arrivati»; la non conoscenza del «significato dei gesti e dei simboli»; la non introduzione graduale dei bambini. Poi la stoccata finale: «Nei mutamenti che servono per rendere più credibili e vivaci le celebrazioni stonano gli scheletri riesumati dagli armadi». Infine, il riferimento al servizio che la comunità deve rendere al mondo: «C’è una società in affanno, famiglie che sentono sul collo il fiato grosso della crisi; un ambiente inquinato come sono inquinati gli interessi di parte; ci sono compromessi che ci tolgono la libertà; generazioni perdute. Tutto ciò ci interessa perché è in gioco la vita dell’uomo, la qualità delle relazioni, l’uso corretto dell’ambiente». L’ intervento di Danilo Di Leo, è servito a lanciare provocazioni e interrogativi a proposito del rapporto tra i giovani e la parrocchia. «Quest’ultima – ha affermato il rappresentante della Pastorale giovanile - dovrebbe essere un luogo aggregativo e di ritrovo che insegni a costruire relazioni autentiche. E poi, forse, dovremmo cominciare a scoprire che il giovane non è solo qualcuno da educare e far crescere… ma può essere anche una persona da cui imparare e capire che passo dare alla Chiesa oggi».Con alcune proposte: «Nella nostra diocesi ci sono parrocchie che hanno una grande tradizione sportiva, parrocchie con oratori super attrezzati, altre “specializzate” in attività teatrali, altre ancora dotate di strumentazioni musicali, altre che organizzando incontri settimanali con la Parola di Dio. Alcuni dei giovani scelgono ancora di frequentare le parrocchie per ritrovarsi e passare del tempo con gli amici. Perché non unire le forze ed instaurare una rete di forte intesa per offrire ai giovani proposte complete?» Poi la provocazione: «Quando i giovani vengono in parrocchia è come se giocassero in trasferta, mentre noi giochiamo in casa. Noi ci sentiamo forti e protetti, mentre i giovani si sentono bloccati perché in un ambiente a loro estraneo. Secondo Danilo, la comunità deve aiutare il giovane a crescere e a maturare scelte vocazionali. Per dirla con un pensiero di Mons. Sigalini «“Se avete qualcosa da dire che mi possa aiutare ad orientarmi, a capire chi sono e cosa voglio diventare, a trovare-costruire me stesso, allora bene. Ma per favore non ditemi quello che devo fare”» I l primo giro di interventi si è concluso con le riflessioni del dottor Franco Colizzi, il quale è stato sollecitato a raccontare quale stile di vita cristiana ha notato nelle parrocchie italiane, visitate nell’ambito del suo impegno AIFO. Il relatore ha aperto il suo intervento con la constatazione che «la parrocchia, come ogni organizzazione, non sfugge alle dinamiche potenti del nostro tempo, in cui prevalgono i rapporti labili, liquidi e i legami fragili», seguita dalla convinzione che «la parrocchia uno dei presidi più importanti della comunità e sono sinceramente preoccupato dell’affievolirsi del suo ruolo. Essa offre ovunque numerosi servizi ed è attraversata da diverse, e spesso bellissime, attività, a volte aperte all’esterno». Poi la critica: «Ciò che non ho sempre avvertito è la meravigliosa spinta inclusiva del Vangelo. Mi è parso a volte di scorgere una difficoltà a rapportarsi decisamente, con radicale apertura evangelica, a temi sensibili che riguardano la dignità e la libertà delle persone: c’è un alone di separazione o di paternalismo, più o meno ampio e marcato, attorno a condizioni come quelle dei conviventi, dei separati, degli omosessuali (il 10% della popolazione), dei malati di mente, dei tossicodipendenti, delle persone con disabilità (circa il 15% della popolazione), dei detenuti, dei migranti, dei non credenti». «Ho trovate alcune parrocchie più inclusive rispetto ad altre perché più spirituali, maggiormente orientate alla missionarietà, alla proiezione nei diversi ambiti della comunità in cui si creano gli esclusi, gli ultimi, al sostegno di gruppi e di azioni nate anche fuori di esse. Mi piacerebbero delle parrocchie che, come ha fatto Gesù, narrino il Vangelo nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle occasioni della vita quotidiana, nei singoli incontri e non soltanto nei riti preordinati, nelle processioni e nelle tradizioni. Credo molto nella pedagogia vivente dell’incontro» Infine, il sogno e l’auspicio: «Le parrocchie dovrebbero sviluppare il coraggio, che a volte è davvero flebile, di aprirsi e di allearsi con tutti coloro i quali credono nei valori della persona». A l termine del primo giro di riflessioni, ha ripreso la parola don Peppino Apruzzi il quale, sollecitato a descrivere le modalità con cui si esprime la dimensione profetica di una comunità parrocchiale, ha esordito affermando che «essa (la dimensione profetica) si esprime con la consapevolezza del proprio compito che consiste nel dovere di comunicare al mondo l’esperienza di fede, in obbedienza al mandato del Signore». Una profezia che, a parere di don Apruzzi, «per essere vera, oggi, deve riconoscere e affrontare i limiti al suo interno e le novità all’esterno. All’interno, deve fare i conti con la debolezza della vita di fede della stessa comunità (ignoranza delle Scritture e non intelligenza della fede) e con il disimpegno o l’inadeguatezza nella trasmissione della propria fede alle nuove generazioni. All’esterno si assiste la riduzione del riconoscimento di autorevolezza del Magistero; la privatizzazione dell’appartenenza alla Chiesa; la diminuzione della pratica religiosa». Nonostante tutto, però, bisogna andare oltre, perché «la profezia sta nella disponibilità della comunità a lasciarsi scuotere dallo Spirito. Il “nuovo”, come affermava Giovanni Paolo II, sta nell’ardore, nei metodi, nelle espressioni. Significa che una comunità non esegue, ma interpreta il Magistero, i segni legati ai comportamenti della gente come anche le Linee di lavoro annuali proposte dall’Arcivescovo. Il valore che diamo all’urgenza di riappropriarci della fede, passa attraverso scelte pastorali impegnative nel territorio, tra la gente, ad esempio le CEB (Comunità ecclesiali di Base). Significa che queste, sperimentate in più vicarie con le missioni popolari del 2000, fatte oggetto di attenzione nel Sinodo diocesano, non hanno avuto un seguito. La ragione sta nel non considerare quel ‘nuovo’ dell’evangelizzazione e quindi nella debolezza e nel disimpegno». «Un simbolo profetico permanente – ha spiegato don Apruzzi - è l’attenzione agli ultimi che si esprime non solo con la denunzia, ma con l’accoglienza, con l’integrazione, con la convivialità nella diversità. “Casa Betania” nasce dal grembo di una comunità che si è lasciata fecondare dalla Parola di Dio, diventando così simbolo di una interpretazione dei bisogni. Gesù è il profeta che chiama tutti ad essere profeti. Il profeta esiste a beneficio di terzi, non è una faccenda privata tra lui e Dio. La sua credibilità sta nella testimonianza della propria vita dentro il contesto sociale in cui vive». È seguito il secondo intervento di Maria Tondo, chiamata a riflettere circa il rapporto tra la vita ordinaria della comunità parrocchiale e le tante associazioni, movimenti, e carismi. «Nella parrocchia i ministeri devono manifestare la bellezza del mistero dell’amore di Dio che in Gesù sceglie l’umanità e devono qualificarsi come strumenti per la comunione ecclesiale. Perciò, gruppi, associazioni, movimenti e organismi, devono offrire un servizio alla comunione con la reciproca collaborazione, evitando l’autoreferenzialità. La parrocchia, di fronte alla complessità del tempo presente, non può chiudersi in se stessa “coltivando rapporti ravvicinati e rassicuranti”, ma deve aprirsi e camminare insieme con gli altri. Noi, laici cristiani, dobbiamo far tutto nostro il programma della laicità: siamo immersi nella storia, come lo è stato Gesù di Nazareth, perché dalla storia emergono gli appelli e le sfide, e nel cuore dei suoi travagli e conflitti possiamo vivere il dono di comunione fino in fondo. Il mondo ci chiede di uscire da un certo individualismo religioso che tocca anche noi e i nostri gruppi, per capire meglio la dimensione sociale, pubblica della fede. A volte, gli interessi di parte, di campanile, di gruppo offuscano la comunicazione dell’amore e la verità del Vangelo. Eppure, Dio continua a scegliere di esser presente nel mondo attraverso noi, in noi e per noi». Infine, sollecitata su “quale contributo può offrire la Parrocchia per orientare in senso cristiano la vita del territorio”, Maria Tondo ha offerto la sua ricetta «offrire segni di amore e di speranza che trasformano il vissuto individuale e il tessuto socioculturale condividendo beni e risorse, anche economiche. Da compagni di viaggio per le strade della storia, vogliamo contribuire con gli altri ad un diversa comprensione della vita, perchè i rapporti interpersonali e sociali, civili e politici siano vissuti in chiave di rispetto, di solidarietà e di amore per una società a misura d’uomo». H a fatto seguito il secondo intervento di Danilo Di Leo il quale ha spiegato come la Parrocchia possa continuare ad essere luogo abitato dai giovani, pur in un tempo in cui i luoghi più frequentati dai ragazzi sono quelli virtuali. Danilo ha ricordato come anche il papa inviti i cristiani ad abitare il web. E lancia alcuni interrogativi «Noi come lo usiamo? Ci limitiamo a pubblicare un’immaginetta al giorno, oppure ci confondiamo con la massa condividendo links e foto inutili. È questo il modo di abitare un luogo?” Infine, l’appello alla comunità: il bisogno di una Chiesa che va tra la gente; di testimoni coerenti ed appassionati, veri e credibili; capacità di ascolto e dialogo: i giovani hanno bisogno di tracce da seguire, non di obblighi da assolvere, chiedono di essere valorizzati e di diventare protagonisti e non di essere strumentalizzati per colmare i ruoli pastorali». N el suo secondo intervento, Franco Colizzi, si è soffermato sulle sfide che attendono la Parrocchia che si pone in dialogo con i cosiddetti dialogo con i cosiddetti “lontani” e i “non credenti”. La con stazione è forte: «Ci sono credenti irrigiditi in formule vuote e in atteggiamenti privi di amore verso il prossimo, e vi sono non credenti aperti, alla ricerca della verità, capaci di farsi prossimo. E se i lontani dalla parrocchia o dalla Chiesa non fossero poi sempre così lontani dal messaggio evangelico? E se i non credenti non fossero poi così increduli, ma custodissero una pudica, ma non per questo debole, spiritualità? Come si fa a saperlo? Frequentando luoghi disparati del mondo e incontrando persone impegnate di fedi diverse, dai missionari cristiani ai buddhisti ai volontari musulmani fino agli induisti e ai giovani cooperanti sincretici o non credenti, mi sento di affermare che occorre non solo il dialogo, ma l’apertura costante al reciproco ascolto profondo e la disponibilità vera al rischio dell’incontro» Si può collaborare su tutto ciò che riguarda la persona umana, sui suoi bisogni concreti ma anche su quelli simbolici e sul grande bisogno di far emergere la spiritualità di ognuno, il sentimento di appartenenza ad un potere più grande». L’ ultimo ad intervenire è stato fr. Daniele Moretto, il quale ha confutato la tradizionale affermazione di “parrocchia fontana del villaggio”, spiegando che «la Parrocchia non è mai stata il punto di riferimento ultimo, perché quest’ultimo è sempre stato rappresentato dalla Diocesi. La Parrocchia è una scelta storica, quindi soggetta ad una evoluzione». Infine, la provocazione «Bisogna domandarsi se il villaggio esiste ancora, e non piuttosto situazioni nuove, è diversa l’utenza e il tipo di domanda. Le stesse rotazioni o i cambiamenti dei parroci, indicano che non è la parrocchia il punto di riferimento ultimo. Nella storia della nostre Chiese diocesane troviamo, invece, una serie di ambiti che non sono alternativi e concorrenziali alla parrocchia, (gli ambienti monastici, la ministerialità dei religiosi, le mense, gli oratori, i luoghi di confessione, l’istituto teologico, le confraternite, i movimenti), ambiti che già danno una risposta di non esclusività e con cui la Parrocchia deve imparare a dialogare sempre di più». D agli interventi dei relatori è scaturita una significativa condivisione assembleare, arricchita da diversi interventi e puntualizzazioni da parte dei convegnisti. gio.mor. Speciale 15 settembre 2012 Voci dal convegno... La Chiesa che sogniamo Il primato di Dio e l’urgenza di diffondere la sua Parola O gni invito è un’opportunità, un’occasione in più per apprendere e approfondire, per crescere e migliorarsi, considerando la pochezza umana di fronte all’Immensità Divina. Ogni incontro è un verificare, riflettere, discutere e mettersi in discussione per evidenziare i propri limiti da colmare o i difetti da smussare, per imparare a relazionarsi, ad accettare, ad ascoltare e per acquisire la capacità di accompagnare e di guidare. Con questo convincimento ho partecipato al Convegno Diocesano. Ho ascoltato attentamente la Parola presentata, ho vissuto intensamente le Celebrazioni Eucaristiche, ho cercato di far mio quanto proposto e quanto sottolineato nelle relazioni, nei dibattiti e nelle discussioni. A Lui un grande grazie! Quali i messaggi ricevuti? Indiscutibile e indiscusso il Primato di Dio, urgente la diffusione della Sua Parola, necessario il servizio corresponsabile del Popolo tutto, dai presbiteri ai diaconi, dai consacrati ai laici, per il rinnovamento e la costruzione della Sua Chiesa. È vero che queste sollecitazioni vengono sottolineate ripetutamente, ma… “repetita iuvant”. Ho rafforzato la certezza che per di- venire sempre più popolo profetico, regale, sacerdotale, a cui il Battesimo ci abilita, occorrerà - lasciarsi penetrare e illuminare dalla Parola per accrescere la fede e conoscere il senso della vita, - nutrirsi di Gesù Eucaristia che inebria, rafforza ognuno e trasforma il popolo in comunità. La gioia di appartenere a Lui e alla sua Chiesa, la speranza che possano adempiersi le promesse solo per Sua Grazia, devono essere raccontate da ogni battezzato ma soprattutto da ogni operatore, a quanti ancora non hanno vissuto un’esperienza con Gesù. Cosa vuol essere l’Iniziazione Cristiana se non diventare uomini nuovi, anzi, uomini veri? Il Progetto Effathà, proprio in riferimento all’Iniziazione Cristiana, ci indica percorsi diversi o nuovi ma punta sempre all’essenziale: conoscenza piena di Gesù per poterLo imitare, e non devozionismo vuoto e, spesso, fuorviante. E, lungo il percorso, per Sua Grazia, ognuno si scoprirà fratello in ricerca, nessuno si ergerà a maestro, ciascuno si sentirà bisognoso dell’altro, tutti insieme, tappa dopo tappa, gioiosamente, punteranno, supportandosi vicendevolmente, al raggiungimento dell’Oltre. Un cammino che dura una vita, dove ciascuno deve essere pronto a scoprire il bene posseduto dagli altri ritenuti lontani, a constatare le difficoltà che si vivono se emarginati, la sofferenza provata da chi non è accolto o compreso adeguatamente, la solitudine di chi non ha incontrato il missionario che gli parli dell’unico, vero Amico. Un cammino dove ciascuno e tutti contribuiscono a costruire la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, e che, come Maria, mamma attenta e premurosa, sa prontamente accogliere, asciugare le lacrime, lenire i dolori, infondere coraggio e ridonare pace e speranza. Lucia Mangia Chiesa madre - Leverano La gioia di essere chiesa T re giornate intense, un’occasione di crescita e di ricarica, da condividere poi nella comunità. Questo è stato per me, in sintesi, il Convegno diocesano. Sono tornata felice per aver vissuto un’esperienza senza dubbio positiva. Ho visto sacerdoti e laici, uniti negli intenti, seppur con le diverse ministerialità, accomunati dalla stessa passione e dallo stesso desiderio, che si sono subito messi in gioco col proprio vissuto. Il bel clima di ascolto reciproco, di collaborazione ha permesso la comprensione, l’approfondimento e il dibattito che ne è scaturito, pur evidenziando, a volte, limiti e povertà, è stato affrontato con serenità, nella consapevolezza, che ogni proposta costruttiva può portare al miglioramento, se non alla soluzione delle problematiche. Oserei dire che ci si sentiva parte attiva, viva di una Chiesa che ha voglia di camminare. La relazione della prof.ssa Caputo, ha evidenziato quanto sia importante nella Chiesa la responsabilità di ciascuno nella corresponsabilità di tutti. “Pietre vive, tutte diverse, tutte importanti per formare il volto radioso della Chiesa.” Il Signore chiama tutti, distribuendo diversi doni per i diversi compiti. Chiama al sacerdozio e alla vita consacrata e chiama al matrimonio e all’impegno come laici nella chiesa e nella società. Importante è che “la ricchezza dei doni trovi piena accoglienza in noi, cristiani della gioia, uniti tra noi, saldi nella fede, radicati in Cristo, mediante la Parola e l’Eucaristia e, al tempo stesso, aperti, missionari”. Parole forti, quelle del nostro Padre Arcivescovo, destinate sicuramente a non cadere nel vuoto. Il convegno mi consegna un’immagine di comunità che mi piace condividere: una bella valle che, irrigata dall’acqua della Sorgente (Eucaristia, Parola, Sacramenti, vita di fede), diventi sempre più fertile (nella comunione, nella formazione, nella creatività delle iniziative pastorali), sempre pronta (ascolto, dialogo) ad accogliere e condividere tutto ciò che di positivo, ma anche di negativo, può giungere da monti e colline (ambiente socio-politico, culturale, ecc.) per costituire insieme quell’unico habitat naturale dove tutti si trovano a proprio agio, dove ci sia la gioia di vivere e camminare come popolo sacerdotale, profetico e regale, nella ricerca dell’Amore grande, nella riscoperta di quel senso di appartenenza più grande, che ci permette di riconoscere sul volto di ognuno dei fratelli un tratto della umanità e della divinità del Signore che vogliamo servire (lectio divina di don Alberto Diviggiano). Coralba Rosato Chiesa madre - Salice S.no Sentirsi a casa C 15 he la chiesa sia una santa cattolica ed apostolica lo crediamo, tuttavia ci sono momenti in cui la chiesa stessa ha bisogno di unirsi in uno stesso luogo e in uno stesso periodo per tracciare i binari nei quali indirizzare il cammino pastorale delle molteplici comunità. La prima sensazione di smarrimento (è stata per me la prima partecipazione) non ha impedito l’avvento di una emozione a tutti nota e sempre nuova: l’emozione di sentirsi a casa. Quante volte, al catechismo, abbiamo sentito parlare di una chiesa fatta di mattoni che in realtà sono persone! E, magari, abbiamo riflettuto sul senso della famiglia cristiana, multietnica, multiculturale, ricca delle proprie diversità, comprensiva di molteplici comunità, eppure sempre unica ed unita. Ed effettivamente sapevo benissimo di non trovarmi nella mia parrocchia, nella mia comunità specifica, ma era come se lo fosse. Davanti ai miei occhi avveniva la dimostrazione del “teorema” della “Chiesa Una- molteplice”. Ed io ero lì, come tutti, dallo specifico al diocesano. L’indirizzo è sempre lo stesso e cita: Chiesa, corpo mistico di Cristo. Non so spiegare il perché dell’aria familiare che respiravo e mi piace rimandare tutto all’azione dello Spirito. Come anche ritengo provvidenziali per il nostro tempo le riflessioni svolte insieme e nei laboratori. T orno da S. Giovanni Rotondo, dove si è svolto il XIII Convegno Ecclesiale Diocesano, con la convinzione che fermarsi per qualche giorno a riflettere sull’identità della parrocchia come popolo di Dio non significa semplicemente concedersi una pausa per riposarsi dalla stanchezza delle urgenze e dei ritmi quotidiani, ma piuttosto vivere un’esperienza di Chiesa, nella quale la comunità dei credenti prende coscienza della misura in cui si attua la propria adesione a Cristo e dei modi in cui si compie l’opera di evangelizzazione, «fuori della quale non c’è azione di Chiesa e neppure Chiesa». Le virgolette riportano il pensiero di Enzo Bianchi che costituisce, programmaticamente, uno dei passaggi fondamentali della elegante lectio divina curata, per il Convegno, da don Alberto Diviggiano. Scrivo “programmaticamente” poiché ritengo che il Convegno sia il luogo nel quale i partecipanti compiono una lettura, attenta e a più voci, della realtà, animati, senza ingenui e falsi ottimismi, dalla speranza di poter tradurre ogni sforzo di analisi in un possibile piano pastorale saggio e prudente, che si inscrive necessariamente nel dinamismo ecclesiale della carità, modellato sull’esempio di Cristo, esegeta di Isaia nella sinagoga di Nazareth, e profondamente motivato dal bisogno di corrispondere all’amore di Dio che ha chiamato il suo popolo dalle tenebre alla sua ammirabile luce e lo ha inondato della sua misericordia per donargli in pienezza la dignità e la libertà dei figli di Dio. Amo pensare ad una Chiesa che si raduna in Convegno per esprimere se stessa con la gioia di chi ha ricevuto doni preziosi da spendere nella prossimità, nell’attenzione ai bisogni, alle inquietudini e alle angosce dell’uomo di questo nostro tempo; e qui credo sia doveroso, ma anche naturale, richiamare un pensiero del cardinale Carlo Maria Martini che in questi giorni ha compiuto il suo ministero terreno portando al Padre i frutti di una appassionata e intelligente missione. Alcuni anni fa il cardinale scriveva: «Quando la Chiesa dell’amore attua in pieno la sua identità di comunità raccolta dal bel Pastore nella carità divina, si offre come icona vivente della Trinità e annuncia al mondo la bellezza che salva… È questa la Chiesa che vorremmo essere, aprendoci allo splendore che irradia dall’alto, affinché esso – dimorando nelle nostre comunità – attiri il “pellegrinaggio dei popoli”, secondo la stupenda visione che i profeti hanno della salvezza finale». Tutto l’impegno profuso nelle attività del Convegno, nella lectio divina, negli interventi della Tavola Rotonda, nella ‘colta’ relazione della prof. Annalisa Caputo, nelle conversazioni dei laboratori, mi sembra egregiamente portato a sintesi in questo pensiero del cardinal Martini; la Chiesa che vorremmo essere è la cifra del nostro orizzonte di attesa e di speranza che si può costruire mediante lo studio, la ricerca, con lo sguardo acuto sul mondo a cui apparteniamo. Laura Tafuro Parrocchia Santi Marco e Caterina - Cellino S. Marco Le mie impressioni sono state subito positive. Ad iniziare dalla tavola rotonda. Ho seguito tutti gli interventi con grande attenzione e ne sono rimasto affascinato. Condivido le posizioni che chiedono una maggiore autenticità dei cristiani, io per primo sperimento, da educatore e da operatore pastorale, quanto sia fondamentale il passaggio dalla carità annunciata alla carità vissuta. Ogni giorno, nel mio quotidiano, verifico la coerenza a ciò di cui voglio farmi portatore, il Vangelo. E porto con me una immagine molto bella, che la Prof.ssa Annalisa Caputo ha voluto regalarci, quella della Chiesa come “mosaico”. Personalmente, mi ha aiutato a comprendere la diversità che tante volte possiamo riscontrare nelle nostre comunità, dalle quali spesso possono scaturire delle divisioni, ignari della necessità della diversità che caratterizza la bellezza del mosaico completo con ogni suo particolare tassello. Anche il pezzo più insignificante, anche quello più opaco rende gloria al disegno tutto, che poi, con una nota romantica, raffigura il volto di Gesù. Ed è opera divina, di ineffabile bellezza! Se entrassimo in questa ottica diminuirebbero le liti inutili e le incomprensioni evitabili. Se capissimo quanto è importante ognuno di noi nel progetto finale, nella totalità dell’opera divina, di quel mosaico immenso e stupendo che è la Chiesa, ci penseremmo una decina di volte prima di giudicare i nostri fratelli. Oltre le mie considerazioni personali rivolgo un sentito grazie all’arcivescovo che crede tanto nel convegno diocesano. Ed anche al mio parroco, che ha dato l’opportunità ad un semplicissimo ragazzo di 20 anni, che vive con entusiasmo il suo servizio in parrocchia, di poter partecipare all’appuntamento con la famiglia diocesana tutta unita! Sono tornato talmente carico da questa esperienza che non vedo l’ora di poterla condividere con la mia comunità, per portare a tutti quel messaggio di una Chiesa che cammina affianco agli uomini, perché è Dio che cammina affianco a noi. Egli attraverso noi si fa presente nel mondo. Il grazie più grande va a Gesù che ci ha donato una casa, la Sua, la nostra! Marco Prete Parr. Immacolata Concezione San Vito dei Normanni 16 PaginAperta 15 settembre 2012 riflessioni Provocazioni a margine del caso Vati-leaks Chiesa, perdono e annuncio della fede «C ome Chiesa dobbiamo chiedere perdono a tutti», suggeriva qualche tempo fa l’Arcivescovo emerito di Milano, il cardinal Carlo Maria Martini, morto a Gallarate il 31 agosto scorso. Penso, in tutta franchezza, che, anche stavolta, il celebre prelato abbia colto nel segno! Davanti al polverone sollevato, in questi ultimi giorni, dal caso Vati-leaks, cioè dalle cosiddette fughe di notizie dovute alla pubblicazione, complici o no uno o più presunti corvi, di carte segrete transitate ed abusivamente sottratte dalla scrivania del papa1 - gesto nel quale alcuni ravvisano trame nascoste di congiure di palazzo ordite all’interno delle sacre mura vaticane e volte a screditare, agli occhi del pontefice, qualche illustre porporato i cui atteggiamenti sono apparsi ad alcuno evidentemente fin troppo disinvolti ed invadenti -, la Chiesa, a mio avviso, ha il dovere del perdono senza se e senza ma, del perdono preventivo, di quel perdono, in altri termini, che altro non è se non una forma di disarmo unilaterale, il solo in grado di preservare integra la sua indole profetica, impedendole di venire risucchiata nel vortice di faccende mondane che nulla hanno a che vedere con l’annuncio liberante dell’evangelo di Gesù Cristo e che rischiano di innescare, nell’animo di molti fedeli, anche in quelli maggiormente ben disposti, il sospetto (non troppo infondato, in verità!) che, dietro il paravento delle finalità religiose, essa persegua, in realtà, interessi di vario genere che alla lunga la intorbidano e la inquinano gettando su di essa l’ombra sinistra del discredito, se non proprio il velo pietoso del disgusto. Perdono preventivo, dunque, da parte della Chiesa. Che non è un modo sottilmente strategico, in nome di una non chiara neutralità, di mettere le mani avanti per cavarsi d’impaccio o per paura di perdere prestigio o, per così dire, peso politico davanti a chi comanda rischiando così di non vedere sufficientemente riconosciuti o tutelati i propri diritti o, direbbe qualcuno, i propri privilegi che non devono minimamente essere messi in discussione. Che non vuol dire neppure lasciar calpestare la propria dignità senza opporre resistenza, tanto più che l’invito evangelico a porgere l’altra guancia (cf Mt 5, 39), a intenderlo correttamente, non è un invito alla diserzione, alla viltà, men che meno alla accettazione rassegnata nei confronti di chi ti offende. Significa, invece, deprivare l’oppressore del suo potere di umiliare, indurre l’avversario a riflettere mediante gesti che egli non s’aspetta, convincerlo che il male che fa deturpa prima di tutto se stesso e la sua propria umanità, prima ancora che ferire l’altro verso cui è rivolto. Perdonare, allora, non è sinonimo di dimenticare, ma è il modo umanizzante ed evangelico di opporsi al malvagio non vendicativamente, per spezzare, solo in questo modo, l’assurda spirale della violenza2. Le accuse Assodato ciò, che la Chiesa debba rispondere alle accuse, è fuori discussione. Ma a volte, a me pare, la risposta che essa mette in campo è omogenea a quella di un qualsiasi partito politico o gruppo di pressione o associazione di varia estrazione che si trincerano a tutela esclusiva dei propri vantaggi. Di fronte a situazioni delicate in cui si imbatte e che minano alla radice la sua credibilità, ci si aspetterebbe da essa una reazione più profondamente evangelica che non quella specie di difensivismo d’ufficio ad oltranza che si alimenta sempre ai medesimi luoghi comuni di stampo apologetico. Espressioni come Il papa non si lascia per niente intimorire o la colpa è tutta di una certa stampa che ha montato il caso ad arte non rendono un buon servizio alla Chiesa perché spostano il problema, dando l’impressione che essa - almeno quella che emerge dalle dichiarazioni ufficiali – sia più preoccupata di salvaguardare se stessa difendendosi da quelli di fuori che sono sempre in malafede, piuttosto che approfittare dell’occasione per ripensare criticamente il proprio ruolo e il proprio compito in un mondo in continua evoluzione che vorrebbe vedere adottare dalla Chiesa uno stile più penitenziale come fatto normale, ben lungi da quelle richieste pubbliche di perdono formulate dagli ultimi pontefici le quali, benché indiscutibilmente sincere, sono apparse, tuttavia, sporadiche, isolate, quando non anche non pienamente condivise, anzi guardate con evidente imbarazzo perfino da alcuni dei membri stessi degli apparati curiali che le trovavano un evidente segnale di debolezza, un grave indizio di cedimento strutturale di certezze dogmatiche che la Chiesa non può permettersi. È vero che, per dirla con il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, «la Chiesa non è una realtà che decolla dal mondo verso cieli mitici e mistici. È una realtà che è impiantata nel terreno. E, qualche volta, il terreno è anche fango, e impolvera le vesti». Quando però questo accade - sempre più spesso, ahimè! -, cioè quando le sacre vesti3 della Chiesa s’inzaccherano del fango degli scandali, essa non può scrollarsi la polvere di dosso con fare indifferente, con aria di superiorità, col cipiglio altero di chi ha subito un’aggressione ingiustificata. Non può neppure cavarsela, anche qui, con argomentazioni genericamente retoriche, al limite della supponenza, come quelle che in questi casi si sentono in giro, del tipo Non saranno certo la carte segrete a far crollare la Chiesa o La Chiesa è un’incudine che ha spezzato tutti i martelli. Né, per sdrammatizzare, può utilizzare gli stessi toni ironici del cardinal Ettore Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, il quale, rivolto a Napoleone intenzionato a distruggere la Chiesa, ebbe a dichiarare: «Maestà, in tanti secoli non ci sono riusciti nemmeno i preti». L’annuncio Che deve fare, allora, la Chiesa? Ancora una volta, essa deve chiedere perdono a tutti e l’unico modo davvero convincente per farlo è quello di tornare, costruttivamente, all’unica cosa che le sta veramente a cuore: l’annuncio del vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo. Essa esiste per questo. Diversamente, diventa un’altra cosa: un’istituzione meramente filantropica, un’agenzia di servizi religiosi, peggio, un comitato di speculatori senza scrupoli e di affaristi in carriera sponsorizzati perfino da qualche movimento ecclesiale che propone, per la Chiesa, un modello di cattolicesimo nel segno dell’egemonia e dell’integrismo religioso, modello volto alla conquista spregiudicata di sempre nuovi spazi civili da cristianizzare e alla demonizzazione sistematica degli avversari4. Certo, l’annuncio della parola di Gesù, specialmente nell’Europa secolarizzata, è oggi un’operazione tutt’altro che semplice; appare ai più, anzi, perfino inutile, data la perdita di consistenza teoretica della questione-Dio, che non costituisce più caso serio per la civiltà contemporanea. Illuminanti, a tal proposito, le parole di Walter Kasper: «Ognuno di noi ha già incontrato uomini, a cui sembra mancare ogni antenna, quando parliamo di Dio. È forse una delle più gravi prove del credente nell’attuale situazione, soprattutto per coloro che sono preposti all’annuncio della fede, il fatto che ci sia un numero crescente di uomini, che anche senza fede in Dio si sentono uomini completi e felici. Ad essi non manca apparentemente nulla, che la fede possa dar loro. Nelle forme almeno e nelle formule, nelle quali la fede si articola secondo la Chiesa, essa non trova più rispondenza con i loro problemi ed esperienze. Ma anche gli stessi credenti stanno in misura crescente sotto l’impressione di una spaccatura tra fede ed esperienza»5. E però la Chiesa non può esimersi dall’annuncio dei paradossi evangelici proprio ad una società apparentemente indifferente e in un contesto culturale dimensionato sui parametri dell’efficientismo e dell’edonismo imperante, sapendo che il seme della Parola, che essa ha il dovere di gettare nel terreno, cresce spontaneamente (cf Mc 4, 26-29), al di là dei meriti e delle capacità di chi annuncia - anche se non senza la sua intelligenza e la sua responsabilità - e soprattutto senza supporti o tutele di alcun genere. Di questo la Chiesa deve chiedere perdono più di ogni altra cosa: del fatto, cioè, di non aver sempre creduto alla forza propulsiva intrinseca nei dinamismi stessi del seme della Parola, di avere talvolta dubitato che il seme potesse crescere da sé automaticamente e, per paura che non crescesse, soprattutto in tempi rapidi, di averne voluto forzare la maturazione. È accaduto così che, sgomenta per il ritardo del dispiegarsi del Regno nella storia umana e per l’apparente inconsistenza della nuda fede nelle congiunture in cui si veniva a trovare, la Chiesa si è spesso affidata – lo dico senza alcun intento polemico – ai regimi concordatari e alle fredde diplomazie delle curie, alle politiche cosiddette cristiane e ai dispositivi teocratici di un annuncio integrato nelle prospettive di conquista, all’ossessiva invasività dei segni del potere piuttosto che alla inerme dirompenza del potere dei segni, il solo in grado di preservare la fede dalle sue degenerazioni ideologiche per lasciarla in eredità, genuinamente intatta, alle generazioni future: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). La nuda fede Riproporre al mondo d’oggi la nudità della fede non significa certamente squalificare le mediazioni della ragione umana di natura filosofica o giuridica o politica di cui la Chiesa, anzi, non può fare a meno per non stemperare l’annuncio della fede stessa in vuoto moralismo di tipo consolatorio, indifferente ai processi del divenire storico. Significa che, per crescere, la fede basta a se stessa, è il piccolo granello di senapa che sposta le montagne (cf Mt 17, 20), senza bisogno di propaganda trionfalistica, di aridi conteggi e di raduni oceanici. Come anche essa nasce e si alimenta unicamente all’ascolto della Parola, senza bisogno di venire condita dal desiderio morboso, da parte di alcuni, di vedere, di toccare, di gratificare il proprio fanatico gusto di miracoli e di apparizioni mariane. Non vorrei essere dissacratorio, ma non posso fare a meno di osservare che, per essere Maria di Nazareth la vergine del silenzio - nei vangeli interviene solo q u a tt r o volte – è verosimilmente improbabile, almeno in molti casi, che invece stia parlando un po’ troppo! Ma, su questo, mi rimetto al giudizio ufficiale della Chiesa, quando giudicherà opportuno intervenire. Bene, la Chiesa ha la missione di purificare costantemente la fede dei credenti, sia disincagliandola dalle secche di un sacralismo fuorviante e dal pericolo di venire inquinata da fenomeni pseudomistici di dubbia provenienza, sia affrancandola dalle ipoteche ideologiche che ne contaminano la purezza e ne strumentalizzano i fini. E lo può fare solo se essa si riconosce lievito pronto a disciogliersi nella massa, senza bisogno di ricorrere agli strumenti del potere in nome della fede. E, tuttavia, occorre evitare i giudizi affrettati e le analisi semplificatorie sull’operato della Chiesa, casta meretrix, santa e peccatrice, cioè, avere pietà di lei e sperare che, per quanto possibile, non faccia più ombra, con la propria invadente autoreferenzialità che viola talvolta abusivamente anche i sacrari più riposti delle coscienze umane, all’affermazione della luminosa regalità del mistero di Cristo. Per dirla con le parole di padre Ernesto Balducci, «Molti vedono i mali della Chiesa (e chissà che anch’io non abbia peccato tante volte in questo senso) e sono un po’ troppo aspri, non hanno pietà di una sposa infedele e adultera e sono, come i farisei, con le pietre in mano. Dobbiamo avere pietà di una Chiesa che tanto più scopre il Signore tanto più si vergogna. Noi dobbiamo sperare che la vergogna cresca, che ci faccia arrossire, che faccia cadere i paludamenti, i palazzi e gli addobbi. Noi nel mondo come Chiesa non siamo il servus patiens senza bellezza né decoro, anzi abbiamo utilizzato le parole della regalità del Cristo per trarne giustificazione alla nostra regalità terrena»6. Gli scandali che avvengono nella Chiesa sono paradossalmente, anche se dolorosamente, provvidenziali, a patto che non ci rendano così rassegnatamente persuasi della loro tragica inevitabilità, da non essere più in grado di sorvegliarci sulle nostre colpevoli spudoratezze. don Cosimo Posi Cf G. Nuzzi, Sua santità. Le carte segrete di Benedetto XVI, Chiarelettere, Milano 2012. 2 Cf W. Wink, Rigenerare i poteri. Discernimento e resistenza in un mondo di dominio, EMI, Bologna 2003, 299-304. 3 Citato in «la Repubblica» del 31 maggio 2012. 4 Cf Giorgio Morlin, CL: un modello cattolico di egemonia?, in «Settimana» 47, 2012, n. 23, 2. 5 W. Kasper, Introduzione alla fede, Queriniana, Brescia 200311, 32. 6 E. Balducci, I servi inutili. Meditazioni sul ministero sacerdotale, Cittadella, Assisi (PG) 1970, 105. 1 Fermento torna a Ottobre La redazione ricorda che è possibile inviare articoli, foto, lettere e riflessioni entro e non oltre l’8 ottobre. Il tutto può essere spedito all’indirizzo di posta elettronica: [email protected], oppure tramite fax al numero: 0831/524296 o, in alternativa, in busta chiusa indirizzata a: Redazione Fermento, Piazza Duomo, 12 - Brindisi. 15 settembre 2012 dormitorio 1 Lettera aperta del direttore caritas emerito Caro sindaco, aggiungi un posto a tavola... Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta indirizzata al Sindaco della città di Brindisi, da parte di Bruno Mitrugno, in merito alla vicenda degli immigrati ospitati presso il dormitorio di Via provinciale San Vito. C arissimo Sindaco Mimmo Consales, Con riferimento agli ultimi pronunciamenti apparsi sulla stampa locale in ordine al dormitorio per immigrati, consentimi alcune riflessioni: - Il dormitorio non è, né lo si può far diventare un problema di ordine pubblico, questa logica, permettimi dirti, è stata utilizzata e perseguita da qualche infelice amministratore in altre città con esiti disastrosi. - Nel capannone di via San Vito, da dieci anni non è mai stato consumato alcun reato, altro che prostituzione! Chiunque ami le persone abbattendo ogni pregiudizio, in quel centro ci può entrare ci può mettere il piede, la faccia e donare se stesso, come fanno Adele, Tommasina, Francesco e tanti altri, perché sempre prevalga il senso di umanità che un po’ tutti stiamo smarrendo. - Le forze dell’ordine nella nostra città devono essere impiegate nella prevenzione e repressione di reati, non per colmare assenze istituzionali, in tanti anni ripeto nessun reato all’interno del dormitorio, qualche pattuglia come tu auspichi, bisognerebbe inviarla invece presso qualche sede di Istituzioni, la sì che in questi anni di reati ne sono stati consumati; non scomodiamo le forze di polizia che nella nostra città si impegnano con sacrificio nella lotta alla criminalità pur nella ristrettezza di mezzi ed energie. - Un problema che è di ordine sociale si affronta con interventi sociali. - Siamo sicuri che non sia giusta e lodevole attenzione solo del Sindaco di questa città, e che le forze politiche che lo sostengono vogliano occuparsi veramente dell’accoglienza immigrati? Così come pure nella lotta alle vecchie e nuove povertà? Da parte di queste forze politiche su queste tematiche un angosciante silenzio, lasciando il solo Sindaco a esprimersi, del resto impegnarsi per i poveri, mettere in atto politiche di lotta all’emarginazione non paga elettoralmente, i voti di tanta gente (tanti, perché i poveri sono dav- 17 PaginAperta vero tanti a Brindisi) al momento opportuno si comprano facilmente con una promessa, un piatto di lenticchie, il pagamento di qualche utenza domestica. - Caro Sindaco, non scomodiamo la Regione Puglia, quando lo abbiamo fatto qualche anno fa e quando questa ha dato risposte concrete alle istanze e progetti dell’allora Presidente Errico, si è vista ritornare indietro, materialmente (un delitto!) novecentomila euro di finanziamento concesso per la realizzazione di un centro di accoglienza per immigrati nella ex caserma dei vigili del Fuoco, per farne invece la sede della Santa Teresa Spa, società partecipata dell’Amministrazione Provinciale. - È volontà politica o no! - Carissimo Sindaco, riunisci subito attorno a una mensa (c’è troppo abuso di tavoli) gli esperti, quelli veri, i testimoni che in questi decenni hanno contribuito a fare il volto bello della nostra città a costo zero, valorizza chi ha contribuito insieme a tanti, a fregiare Brindisi del titolo di città accogliente, persino il santo Padre ce lo ha riconfermato nella sua visita nel 2008. - Invita alla stessa mensa i leader dei partiti e movimenti della città, i tecnici del bilancio comunale, per insieme individuare strade percorribili perché le volontà, se ci sono, si traducano in gesti concreti. - Aggiungi un posto a tavola per un rappresentante degli immigrati per coinvolgerli nelle problematiche che interessano la loro vita. - Ti prego ancora, lascia fuori dalla mensa le forze dell’ordine, non distogliamoli neanche per un pranzo dal loro gravoso compito e lascia anche fuori i tanti avvoltoi che soffiando sulla drammatizzazione del dormitorio, gli “esperti di uomini, e gestione di fondi pubblici” pronti ad offrire pacchetti di intervento “chiavi in mano” con poche centinaia di migliaia di euro mensili che “risolvono” il loro problema. - Per il dormitorio così come per altre realtà sociali, coinvolgi le forze sane e belle e cerchiamo insieme di dimostrare che per i servizi sociali, come per altri settori, altre strade sono percorribili nella nostra Brindisi. Ti saluto cordialmente Bruno Mitrugno dormitorio 2 Scrivono gli ospiti Chiediamo solidarietà Pubblichiamo la lettera aperta che gli ospiti del dormitorio di Via Provinciale San Vito hanno scritto alla comunità cittadina di Brindisi. C arissimi cittadini di Brindisi, siamo i ragazzi della comunità di Via Provinciale San Vito e scriviamo questa lettera perché sentiamo la necessità di dire qualcosa su quanto si è scritto sui giornali in questi giorni. Grazie ai corsi di lingua italiana, frequentati presso la Caritas, siamo in grado di leggere i giornali e capire quello che scrivete. Vogliamo sottolineare la nostra rabbia e la nostra delusione. Avete detto che viviamo come delle bestie, che siamo portatori di malattie, che la gente ha paura di noi, che importuniamo le donne, che rubiamo e che siamo vagabondi. Tutto questo non è vero. Infatti, in tutti questi anni, da quando viviamo al dormitorio, con tutte le difficoltà, nessuno è mai intervenuto. Noi siamo bravi, educati e rispettosi, ma abbiamo bisogno di aiuto. La struttura dove viviamo è tutta rovinata, non abbiamo l’acqua calda, la luce, le porte non si chiudono e la pulizia è non è l’ideale, i bagni non sono sufficienti. Ma nonostante tutto, viviamo in armonia anche se siamo di 23 Paesi diversi. Ci aiutano a stare bene tanti volontari della Caritas e del Servizio Civile del quartiere e di tutta la città. Tanta brava gente che ci vuole bene e che ci aiuta a superare le difficoltà e che ci conforta con una parola di solidarietà. Loro non ci considerano soltanto oggetti o numeri, ma persone che hanno bisogno di sostegno morale. Noi ringraziamo i cittadini di Brindisi per quanto hanno fatto fino ad ora e fanno ancora. Facciamo un appello a chi può risolvere i nostri problemi e ripetiamo che stare qui non è un piacere per noi, ma non abbiamo altre alternative. Chiediamo solo un po’ di solidarietà e di rispetto per l’affermazione dei diritti umani che appartengono a tutti voi, come a noi. Grazie anche ai cittadini per averci aperto le porte e averci dato tutta questa accoglienza nella loro città. Infine, preghiamo Dio che vi ricompensi per quello che avete fatto per noi. I cittadini chiedono una nuova politica economica e sociale S i apre una nuova stagione di vertenzialità a tutti i livelli, che dovrà ottenere risposte concrete per i pensionati italiani e le loro famiglie; occorre ribadire senza tentennamenti la posizione dei sindacati in materia di dialogo sociale, senza celare il netto dissenso da alcune dichiarazioni del Premier Monti, fatte nel recente passato. Infatti, secondo alcuni, la concertazione è la madre dei mali contro cui oggi lottiamo e per i quali i giovani non trovano lavoro, per noi è invece uno strumento indispensabile. Non esiste alternativa al confronto e al dialogo con le forze sociali in nessun paese a democrazia matura e ad economia avanzata. I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza un ampio consenso sociale. È apprezzabile, invece, in tal senso, l’ultimo orientamento espresso da Monti, circa la volontà del Governo di incontrare le parti sociali. Chiediamo, però, che questo importante orientamento si traduca in comportamenti coerenti da parte dello stesso Governo. Il metodo del riformismo partecipato è il solo in grado di garantire crescita attraverso provvedimenti efficaci, equi e duraturi. Ebbene, piaccia o no, questo metodo si chiama concertazione! Intanto, il sindacato prosegue nella mobilitazione e, se dovesse servire, occuperemo i consigli comunali e ci siederemo davanti a Palazzo Chigi. Le tre manifestazioni organizzate da FNP-CISL, SPI-CGIL e UILP-UIL, a Milano, Roma e Bari, hanno segnato l’inizio di questa nuova fase: i sindacati dei pensionati chiedono al Governo, al Parlamento, alle istituzioni locali e alle forze politiche interventi concreti e urgenti a sostegno dei redditi dei pensionati, una nuova politica fiscale che riduca la tassazione sui redditi da pensione e da lavoro e faccia pagare chi ha di più e chi non ha mai pagato, e il rilancio di un welfare pubblico in grado di rispondere alle esigenze degli anziani, con particolare attenzione alle persone non autosufficienti. I pensionati chiedono una riduzione dei prezzi dei beni e dei servizi, delle tariffe e delle troppe tasse che pesano sulle pensioni, Imu compresa, la definizione di un piano nazionale sulla non autosufficienza, che sia in grado di garantire i servizi socio-assistenziali per gli anziani più fragili ed esposti, e tutte le misure necessarie a garantire quell’equità nella distribuzione dei sacrifici che è stata finora soltanto annunciata e non ancora messa in atto. Quella sul fisco è la prima battaglia che dovremo portare avanti, per aiutare le migliaia di pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Non è più possibile tollerare il continuo sperpero di soldi pubblici, che viene puntualmente colmato da tasse che colpiscono anziani e lavoratori. È arrivato il momento di mettere in atto un’efficace lotta all’evasione fiscale, che vada a recuperare risorse che devono necessariamente essere ridistribuite tra coloro, come pensionati e lavoratori dipendenti, sui quali è ricaduto il peso maggiore di questa crisi. Per assicurare una vita dignitosa ai soggetti più fragili, che permetta loro di avere un welfare realmente efficiente, è indispensabile che comincino a pagare davvero tutti. È giunta l’ora che i sacrifici siano equamente distribuiti perché non è possibile che a pagare siano sempre e solo le fasce più deboli del paese, ovvero i pensionati, i lavoratori e i giovani, mentre c’è ancora chi non ha mai pagato. La crisi non può essere la giustificazione per operare tagli ai servizi sanitari, socio-sanitari e assistenziali e per ridurre l’accesso alla sanità e all’assistenza pubblica. I sindacati dei pensionati chiedono che venga improntata una seria operazione di spending review, che non tagli i servizi per i cittadini, ma colpisca davvero, a tutti i livelli, gli sprechi e le inefficienze, razionalizzi la spesa ed elimini i costi impropri derivanti anche dall’ingerenza della politica. Nessuna politica di rilancio dell’Italia, a nostro avviso, sarà possibile se si ignora la condizione degli anziani, che costituiscono il 20% della popolazione. Se si continuerà in modo ottuso a ridurre il potere d’acquisto delle pensioni, a tagliare il welfare, a tartassare i pensionati con una pressione fiscale ormai insostenibile, i consumi degli anziani si ridurranno ulteriormente e sarà sempre più difficile per l’Italia uscire dalla recessione e dalla crisi. Gli anziani inoltre non potranno più svolgere quel ruolo sociale fondamentale di aiuto anche economico alle famiglie dei loro figli e nipoti, che hanno sempre svolto e che oggi è ancora più importante, perché molti figli e nipoti sono disoccupati. La mobilitazione dei sindacati dei pensionati non si fermerà fino a quando non si otterrà l’apertura di tavoli ai vari livelli istituzionali e si registrerà una inversione di tendenza nelle politiche. Vogliamo delle risposte e se non le avremo non staremo di certo fermi a guardare. Vitantonio Taddeo Segretario generale Fnp Cisl Brindisi 18 di Giovenco iovenco, prete spagnolo di nobilissima origine, compose quattro libri traducendo i quattro Vangeli in versi esametrici quasi alla lettera, nonché alcuni testi nel medesimo metro riguardanti l’ordine dei sacramenti. Fiorì sotto il regno di Costantino”. Così si legge nel De Viris illustribus di Girolamo su Gaio Vettio Aquilino Giovenco, ai quali già i contemporanei ricono s cono “un tratto audace di novità… inaugurando una via diversa di comporre”. “La grande novità sta nella forma che queste nar r a z ioni assumono”, osserva ora Francesca Galli, che de “I Libri dei Vangeli” ha curato introduzione, traduzione e note per l’edizione, inserita nella “Collana di testi patristici” di Città nuova (pp. 288, Euro 30), fondata dal compianto Antonio Quacquarelli ed ora giunta al volume 222 sotto la direzione di Claudio Moreschini. Proprio quel giudizio di san Girolamo ha fatto sì che Giovenco fosse considerato il “capostipite della poesia cristiana: l’interesse per l’autore - sostiene la curatrice - durò per tutta l’epoca medievale e il suo poema ebbe ampia diffusione in molti campi della cultura”. E Giovenco, del resto, con questi 3211 esametri suddivisi in quattro libri, preceduti da un breve proemio, ripercorre “fedelmente la vita di Gesù narrata nei Vangeli, e si pone il dichiarato obiettivo di creare una nuova poetica cristiana, la cui validità si basa sulla superiore sacralità dell’argomento e sull’autenticità dell’ispirazione, utilizzando come modelli di riferimento l’Eneide virgiliana. Ne scaturisce – osserva la Galli – un’audace e difficile fusione tra il testo evangelico e l’epica virgiliana: l’ambiziosa scommessa di Giovenco si traduce in uno scritto liminale, sospeso tra i due mondi della letteratura classica e quella cristiana, che cerca di far convivere l’interpretazione cristiana dell’epica classica con quella epica delle Bibbia”. Narrare in uno stile nobile e degno la vita del Figlio di Dio non è solo lo scopo dei Libri dei Vangeli – avverte ancora la curatrice -, ma la matrice generativa stessa del gesto poetico. La rappresentazione di questa realtà è l’obiettivo fondamentale e la ragione d’essere della sua scrittura, rispetto a cui tutto il resto passa in secondo piano. È singolare, dunque, leggere questo autore a tanti secoli di distanza. È lettura utile per comprendere come possa alimentarsi la nostra fede e, in vista delle celebrazioni costantiniane, questi versi ci danno un ulteriore elemento di conoscenza di una realtà socio-culturale, nella quale si determinò una svolta decisiva per il prosieguo della fede cristiana. (a. scon.) Padre della Chiesa, padre della città di Bianchi-Ciotti-Olivero T re testimoni per un uomo di chiesa, del quale si celebrano nel generale obiettivo delle riflessioni sul 50° del Concilio Vaticano II e sui suoi frutti nella Chiesa cattolica - i 25 anni dalla scomparsa ed i 40 della lettera pastorale “Camminare insieme”. Le Edizione Dehoniane, infatti, propongono “Michele Pellegrino” (pp. 94, Euro 8), “un agile libretto per fare memoria di un pastore straordinario” e pubblicano così le riflessioni di tre voci, testimoni diretti dell’azione pastorale e sociale di questo «padre in dialogo» nella Torino degli anni Sessante e Settanta, che fu «laboratorio del nuovo». Con una prefazione di Franco Garelli, che del card. Pellegrino - “vescovo che ha dato alta forma al vivere cristiano” - evidenzia il suo essere “un cristiano dal forte rigore ascetico e spirituale, che dedicava largo spazio alla preghiera e alla meditazione, viveva in modo povero ed essenziale, rifuggiva dai privilegi e dalle ...”, ecco i “ritratti veritieri” di Enzo Bianchi, don Luigi Ciotti, Ernesto Olivero. Il primo (Padre Michele Pellegrino), introduce nelle dimensione umana e culturale del cardinale, che mai smise di essere quel grande professore di letteratura cristiana antica, capace di tornare spesso alla freschezza delle fonti. Don Luigi Ciotti, invece, nelle sue pagine (Pellegrino, un vescovo ‘prossimo’ alla sua città) delinea la figura del vescovo attento e partecipe dei problemi di Torino, città non solo operaia, ma per molti versi paradigma, assieme ad altre, di una società in cui individualismi ed egoismo procurano emarginazioni e profonde ferite nell’anima. “C’è la sua firma sul muro di una delle prime comunità del gruppo Abele”, si apprende, dove in quella sigla personale c’è non il semplice avallo, ma la corresponsabilità della comunità di Chiesa in un cammino, E se dunque Bianchi delinea il cammino del cardinale tra martiri e profeti e Ciotti evidenzia come il porporato fosse “con noi sulla strada”, ecco che, infine, Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, propone “l’uomo della preghiera e della sofferenza” (‘Il Padre’, un uomo di Dio), che non fu mai fuori dalla mischia ed è gesto di riconoscenza a quell’impegno l’aver dedicato a lui l’Arsenale della Pace e della Speranza. Insomma, il card. Pellegrino grande pastore e grande “agricoltore”, su un terreno di semina oltremodo disomogeneo e roccioso quale è quello della nostra società contemporanea. Egli non solo seppe seminare, ma lì dove il terreno era fertile, seppe coltivare i germogli, tanto che i frutti sono la testimonianza di quella semina. (a. scon.) 15 settembre 2012 IL LIBRO “G I Libri dei Vangeli IL LIBRO il libro Libri “I Intercultura Report sul futuro di Anna Granata ntercultura. Report sul futuro” curato da Anna Granata e pubblicato da Città Nuova (pp.211, Euro 18), parte dal presupposto che all’unità umana corrisponde una sorprendente, seppur complessa,diversità di culture. Questa pluralità spesso spaventa, ma quando le differenze favoriscono l’incontro, il confronto, fino al rag giungimento del giusto equilibrio, lo scenario cambia, presentandoci rappor ti sempre più interculturali. Anna Granata, psicologa e dottore di ricerca in Pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano, definisce, nel suo brano introduttivo al saggio, lo scopo di questo lavoro: contribuire a diffondere l’idea che la pluralità è diventata la norma nella società odierna, mentre l’omogeneità rischia di annullare le differenze ed emarginare le voci fuori dal coro. Sulla scia di quanto approfondito da Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, nel suo libro sull’identità umana, secondo cui coloro che vedono le diversità delle culture minimizzano l’unità umana mentre coloro che vedono l’unità umana tendono a considerare come secondaria la diversità delle culture, Anna Granata parla di una vera e propria “rivoluzione pluralista”. Non si può parlare di intercultura senza considerare il valore della diversità di contesti culturali ben distinti, ma al contempo non si può parlare di intercultura senza considerare come sfondo la comune esperienza umana. Se l’incontro tra persone diverse richiama sia un’idea di unità (condivisione di un contesto, di una prospettiva, di un codice comunicativo), che un’idea di diversità (diversa origine, diversi valori di riferimento), l’approccio interculturale diventa l’ago della bilancia tra entrambe le dimensioni: il suo scopo non è approfondire le singole culture al loro interno, piuttosto riflettere ed analizzare ciò che accade tra culture che appaiono sfumate e variegate. Al “pluralismo culturale”, infatti, viene spesso attribuita la responsabilità di un senso di incertezza,di instabilità, di disagio scaturiti dal moltiplicarsi di idee, di stili di vita, di appartenenze. La “rivoluzione pluralista”, invece, considera l’individuo come soggetto attivo nel proprio ambito culturale, in grado di mutarlo, rinnovarlo ed aggiornarlo affinché sopravviva nel tempo. I diversi saggi contenuti nel libro riflettono proprio sull’interazione tra le culture, considerandole in continuo divenire, proponendo interessanti spunti pedagogici e ravvisando nella pluralità e nelle relazioni autentiche un terreno fertile per la crescita e lo sviluppo della persona. Ermanna Salamanna 19 Cultura & Comunicazione 15 settembre 2012 festival del cinema Quel filo rosso che coglie nelle pellicole religione, fede e spiritualità “Pietà” di Kim Ki-duk vince il Leone d’oro a Venezia “P ietà” di Kim Ki-duk ha vinto il Leone d’oro alla 69ª Mostra del cinema di Venezia. La Giuria internazionale ha deciso poi di assegnare il Leone d’argento per la migliore regia a “The Master” di Paul Thomas Anderson, il Premio speciale della giuria a “Paradies: Glaube” di Ulrich Seidl, la Coppa Volpi per il miglior attore a Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix nel film “The Master” di Anderson, la Coppa Volpi per la migliore attrice a Hadas Yaron nel film “Lemale Et Ha’Chalal” di Rama Bursthein. Fabrizio Falco, nel film “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio e nel film “È stato il figlio” di Daniele Ciprì, ha ottenuto il “Premio Marcello Mastroianni”, assegnato ogni anno all’attore o all’attrice emergente. Delusione, dunque, per il cinema italiano che è rimasto fuori dai premi principali. C’è un filo rosso che collega le pellicole proiettate al Festival. Questo filo comune riguarda il tema della religione, della fede, del rapporto con la spiritualità. Un segnale interessante che pellicole che provengono da tutto il mondo siano attraversate da questa tematica e si sforzino di sviscerarla, ognuno a proprio modo e con il proprio stile. Anche se, spesso, queste pellicole da Festival af- frontano una materia così delicata e importante con prese di posizione ideologiche ben precise e il più delle volte critiche. In concorso si sono visti “The Master” di Paul T. Anderson e “Paradise: Faith” di Ulrich Seidl che, con linguaggi differenti, hanno però affrontato lo stesso soggetto: quando la fede diventa fanatismo. Il primo film è americano, girato nel formato panoramico 70 millimetri, con grandi movimenti di macchina e grandi attori, e racconta il legame che nasce tra un reduce nell’America anni 50 e un brillante predicatore che fonda una sua personale setta, devota a un suo personale culto. Storia che si dice sia ispirata a Rob Hubburd, l’inventore di Dyanetics, la “Bibbia” della moderna Scientology. Il secondo film è austriaco, girato con la macchina da presa che spesso è fissa nelle sue inquadrature e con attori sconosciuti, e racconta la devozione che sfocia nel fanatismo di una donna che vuole convertire tutti alla parola di Cristo. Un film che ha suscitato polemiche per alcune inutili scene, volutamente provocatorie. Le due pellicole, dunque, se pur distanti come stile cinematografico, sono accomunate da uno stesso sentimento: quello del tv e minori L’alibi delle lobby Famiglie lasciate sole «I l parental control è l’alibi perfetto per le forze politiche e per le grandi lobby dell’industria culturale per scaricare sulle spalle delle famiglie tutte le responsabilità sull’accesso dei minori a trasmissioni nocive anche in pieno giorno o in prima serata. Addio principio di responsabilità da parte di chi legifera, di chi produce e di chi trasmette. È questo il dato culturale di fondo che deve preoccupare: questo lavarsi le mani, come Ponzio Pilato, dinanzi alle preoccupazioni di esporre i minori a contenuti inadatti. È la vittoria del ‘vietato vietare’ che noi tutti speravamo avesse lasciato il campo ad atteggiamenti e scelte di consapevole corresponsabilità». È il commento di Domenico Delle Foglie, presidente del Copercom (Coordinamento delle associazioni per la comunicazione al quale aderiscono 29 sigle nazionali), alle nuove norme sulla televisione e i minori pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Tra le novità introdotte, una norma del decreto potrebbe consentire di trasmettere programmi preclusi ai minori La scheda Il decreto legislativo del Governo (Atto n. 454) è stato sottoposto a parere parlamentare recante disposizioni correttive e integrative al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44, di attuazione della direttiva 2007/65/ CE sui servizi di media audiovisivi. Il decreto modifica il “Testo unico” dei servizi di media audiovisivi e radiofonici e introduce nuove norme riguardanti la tutela dei minori nelle trasmissioni televisive. Tra le novità introdotte, il divieto assoluto delle trasmissioni che possono nuocere gravemente allo sviluppo fisico, psichico in orario diurno purché con “qualsiasi accorgimento tecnico”, ovvero grazie all’impiego del parental control. Secondo Delle Foglie, «lasciare sole le famiglie in questo lavoro educativo è davvero miope, perché non considera le difficoltà dei genitori nel dover letteralmente tampinare i propri figli, spesso soli dinanzi alla tv. Inoltre presume una preparazione specifica delle famiglie che dovrebbero ogni santo giorno informarsi sui programmi previsti, neanche avessero a disposizione un tutor alla Aldo Grasso. Certo, questa fuga in avanti, con la deresponsabilizzazione di produttori ed emittenti (interessati solo ai lucrosi passaggi televisivi) imporrà alle associazioni familiari di fare da sé per offrire ai genitori un sostegno, soprattutto in questa fase difficilissima». Come alternativa, chiosa Delle Foglie, non resterebbe che «la resa incondizionata delle famiglie ai peggiori contenuti mediatici offerti a tutte le ore del giorno, alla faccia della tanto sbandierata corresponsabilità educativa delle diverse agenzie». o morale dei minori finora ammesse in orario notturno (ore 23–7) e l’obbligo del bollino rosso sullo schermo per l’intera durata del programma; i film pornografici o violenti, inoltre, non potranno essere messi in onda neppure di notte ma soltanto nei canali a pagamento della pay-tv. Una norma del decreto, tuttavia, potrebbe aprire alla trasmissione di programmi ad oggi preclusi ai minori in orario diurno purché con “qualsiasi accorgimento tecnico”, ovvero grazie all’impiego del parental control che permetterebbe di evitare l’esposizione dei minori a contenuti considerati inadatti. voler denunciare il rischio del fanatismo religioso e della manipolazione cui può portare seguire determinati credo. Non interessa il perché della ricerca da parte delle persone di una fede che possa dare senso alle proprie vite, bensì si denuncia il “marcio” che possono portare con sé. Una presa di posizione ideologica ben precisa e fortemente critica, dunque. Presa di posizione anche nel film di Marco Bellocchio “La bella addormentata”, che racconta il recente caso legato a Eluana Englaro e tutto il dibattito sull’eutanasia. Un altro autore che parla nel suo film di fede o più che altro di spiritualità è Terrence Malick, che dopo “The Tree of Life” continua la sua dissertazione filosofica in immagini sul senso della vita, sull’esistenza dopo la morte, sul miracolo della natura e dell’amore. “To the wonder” continua sulla strada della precedente pellicola del regista americano e adotta sempre uno stile visivo e poetico e nient’affatto narrativo; come il precedente film ha il potere di spaccare il pubblico: c’è chi lo ha apprezzato e lo considera già un capolavoro, chi invece lo ha rifiutato e pensa sia un insieme eterogeneo e sconnesso di temi non ben esposti. Un film comunque che fa riflettere e, a differenza degli altri di Kim Ki-duk vincitore del Leone d’Oro cui si è parlato, non considera la spiritualità come un qualcosa di negativo, subito pronta a trasformarsi in fanatismo, bensì la considera il senso della nostra esistenza. Certo, anche in Malick questa spiritualità si veste un po’ di animismo New Age, ma è comunque il segno di una ricerca sincera e soprattutto non ideologicamente condizionata. tecnologia La guerra dei brevetti Apple contro Samsung S i chiude a favore di Apple quello che si preannuncia essere solo il primo round di una lunga guerra per la supremazia nel mercato degli smartphone e tablet: la corte californiana di San Jose ha condannato Samsung per la violazione di sei brevetti, imponendole un risarcimento record di 1,05 miliardi di dollari. Scontato il ricorso di appello da parte della multinazionale coreana, preoccupata delle ripercussioni della sentenza su reputazione e strategie. La vicenda legale vede confrontarsi due tra le più importanti aziende dell’ICT mondiale. Apple, fondata nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak a Cupertino (nella Silicon Valley), vanta successi commerciali globali come iPhone e iPad e risultati economici senza rivali: un fatturato mondiale nel 2011 che sfiora i 110 miliardi di dollari ed il record di società con maggiore capitalizzazione di mercato di sempre (toccando i 622,72 miliardi di dollari, nel corso della seduta di Wall Street del 20 agosto scorso, ha superato il record di 618,9 miliardi fissato nel 1999 da Microsoft). La storia di Samsung inizia da più lontano, l’azienda viene fondata nel 1938 e da allora il gruppo si è molto differenziato (i mercati di interesse vanno dall’industria chimica all’industrie meccaniche e pesanti, passando per i servizi finanziari, fino ad approdare all’elettronica di consumo), con fatturato doppio 220,1 miliardi di dollari rispetto alla sua rivale. Il processo è entrato è iniziato nel luglio scorso, quando da Cupertino hanno ufficializzato le accuse: Samsung avrebbe copiato i suoi dispositivi (nel design e nella user-experience), violando 7 brevetti e per questo Apple ha chiesto al tribunale californiano una condanna a 2,5 miliardi di dollari come risarcimento. La tesi difensiva della coreana è semplice: secondo Samsung non vi sarebbe stata alcuna violazione perché Apple avrebbe preso spunto per le proprie soluzioni da idee già in circolazione; per dimostrare che l’idea di un tablet dalla forma simile ad iPad non fosse nuova i legali avevano anche chiesto, ottenendo un rifiuto, di ammettere come prova spezzoni del film “2001: Odissea nello spazio”. Prima delle arringhe finali il giudice Lucy Koh aveva anche tentato la via dell’accordo extragiudiziale, ma la riunione fiume tra Tim Cook e Kwon Oh Hyun (ben 11 ore!) aveva ottenuto solo una fumata nera come risultato. Sebbene con un risarcimento ridimensionato, Apple ha portato a casa una vittoria schiacciante. Respinte le tesi difensive e le contro-accuse di Samsung, la giuria ha ritenuto i coreani colpevoli di violazioni di brevetti software e di soluzioni di design. Secondo la sentenza, sono ben tre le funzioni copiate (la “bounce-back”, il “pinch and zoom” e il “tap to zoom”), a cui si aggiungono le linee di design dell’iPhone e dell’iPad. Ma la conclusione della vicenda è ancora lontana: Apple ha chiesto al tribunale un’ingiunzione per bloccare i prodotti rivali; mentre Samsung ha risposto chiendo al giudice Koh di ribaltare le conclusioni dei giurati e nel frattempo prepara l’appello da presentare alla corte federale sul copyright, la US Court of Appeals for the Federal Circuit. Lo scontro non si fermerà agli USA: in un caso molto simile si è già pronunciata la Corte Federale di Seul pochi giorni prima della sentenza statunitense (decretando un “pareggio”) e si aspettano a settimane i verdetti di altri processi aperti in Germania ed Australia Antonio Rita 20 in Breve brindisi Sono giunte al termine le indagini del Pubblico Ministero Giuseppe De Nozza relative alla dispersione di polveri di carbone intorno al nastro trasportatore e al carbonile scoperto della Centrale Enel di Cerano. Le indagini si sono concluse con ben 15 rinvii a giudizio nei confronti di importanti dirigenti Enel. Sempre nel dispositivo del magistrato si apprende che sono 38 le parti offese. Oltre agli agricoltori, ci sono il Comune e la Provincia di Brindisi.La prima udienza è prevista per il 12 dicembre 2012. mesagne Giovedì 2 agosto Didier Pellissier, direttore del Laboratorio Sant’Anselmo per il pluralismo ed il dialogo interreligioso, ha guidato una delegazione della Valle d’Aosta a Mesagne (Brindisi) per incontrare il primo cittadino, Franco Scoditti, nell’ambito del progetto “Stare insieme per la Legalità”. sportello antiracket Apre a Brindisi uno sportello antiracket-usura. La sede temporanea dello sportello è in un locale presso Palazzo Guerrieri, in attesa della ristrutturazione di un immobile confiscato alla criminalità. Alla presentazione dell’iniziativa ha preso parte Maria Antonietta Gualtieri, presidente della Federazione Antiracket Antimafia Puglia ostuni Il sindaco di Ostuni, Domenico Tanzarella, ha firmato una ordinanza con la quale vieta, a partire dal 1° dicembre, i cortei funebri dalla casa del defunto alla chiesa parrocchiale. L’ordinanza - si legge in un comunicato dell’Amministrazione comunale - è stata redatta recependo una richiesta dei sacerdoti della vicaria. centro sar Dopo 33 anni l’84° Centro CSAR di Brindisi si trasferisce a Gioia del Colle. Dal 10 settembre, infatti, gli uomini del soccorso aereo hanno lasciato Brindisi. Dal 10 settembre. Era il 31 ottobre del 1979 quando il carrello dell’hh3f “Onda 2” - nome in codice del velivolo in dotazione all’allora 84° Gruppo SAR di Grottaglie - toccava la pista 14/32 della base aerea di Brindisi sede, dal 1966, del 32° Stormo CBR. Attualità & Territorio 15 settembre 2012 ilvAUna comunità al centro di una battaglia senza vinti e vincitori Taranto, una città stordita Q uartiere Tamburi, Taranto. Le temperature estive superano i trenta gradi ma i bambini restano in casa, con le finestre chiuse. Non possono giocare nei giardinetti vicini, in attesa di tornare a scuola. Lo ha scritto il sindaco in un’ordinanza. Il rischio è la contaminazione con sostanze altamente tossiche. È dal quotidiano, dalle piccole cose della vita, che poi tanto piccole non sono, che bisogna partire per comprendere la situazione del capoluogo jonico. Taranto diventa un caso nazionale il 26 luglio scorso. È il giorno in cui il Giudice per le indagini preliminari (Gip), Patrizia Todisco, firma due ordinanze: il sequestro dell’area a caldo (area parchi, cokeria, area agglomerato, altiforni, acciaierie e area gestione rottami ferrosi) dell’Ilva, il siderurgico più grande d’Europa, e gli arresti domiciliari per otto dirigenti della fabbrica, tra cui Emilio Riva (presidente fino a maggio 2010) e il figlio Nicola (presidente fino ai primi di luglio 2012), gli unici ancora ai domiciliari dopo la sentenza del riesame, insieme al direttore dello stabilimento Capogrosso. La Procura jonica dispone il provvedimento per i reati di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose dell’impianto. Taranto si trova così al centro di una battaglia senza vincitori né vinti, stordita tra la volontà di difendere il diritto alla salute, gravemente compromesso dalle emissioni incontrollate di diossina, policlorobifenili, Pm10, benzoapirene e metalli pesanti, provenienti dal polo industriale, e quella del diritto al lavoro, con l’Ilva che produce il 40% dell’acciaio del Paese e dà il pane a dodicimila operai. Nei giorni scorsi in Senato si è discusso del caso Ilva, per cui si è varato un decreto legge che prevede aiuti per 336 milioni di euro. L’intenzione non è quella di chiudere lo stabilimento perché, ha spiegato il ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera, «lo spegnimento dell’area a caldo dell’Ilva complessivamente determinerebbe un impatto negativo di oltre 8 miliardi annui imputabile per circa 6 mld alla crescita delle importazioni, per 1,2 al sostegno al reddito e ai minori introiti pubblici e per circa 500 milioni in termini di minore capacità di spesa per la città». Intanto, entro il 30 settembre, all’Ilva verrà rilasciata la nuova Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, che dovrà contenere parametri più restrittivi sulla base delle prescrizioni elaborate nelle 554 pagine dell’ordinanza del Gip Todisco. E mentre dal colosso dell’acciaio fanno sapere che provvederanno a innaffiare di continuo i parchi minerali, montagne di ferro e carbone stipate a ridosso del quartiere Tamburi, il procuratore capo, Franco Sebastio, ricorda che non essendoci uno scolo convogliato delle acque reflue, un rimedio del genere sarebbe ulteriormente dannoso per la falda acquife- ra. La copertura però costa, e anche molto, e si tratta di una spesa che dovrà assumersi in toto l’azienda come ha implicitamente sottolineato il ministro per l’Ambiente, Corrado Clini. «Per il risanamento dell’area di Taranto - ha riferito alla Camera - non c’è un euro per l’Ilva, ma solo per interventi di bonifiche ambientali per le aree di Tamburi, Statte, Mar Grande, Mar Piccolo e altri interventi destinati alle aree portuali che nulla hanno a che vedere con lo stabilimento». Intanto tra i due Mari emerge anche altro: un sistema di potere esercitato dal siderurgico nei confronti della politica, delle istituzioni, del mondo dell’informazione. La Guardia di Finanza, nell’ambito di un’indagine sulla gestione di rifiuti e discariche, ha scoperto il reato di presunta corruzione a carico dell’uomo delle pubbliche relazioni dell’Ilva (recentemente rimosso), immortalato dalle telecamere di una stazione di servizio mentre consegna a un perito, incaricato dalla Procura di Taranto di svolgere verifiche sulla situazione ambientale dello stabilimento, una busta che da intercettazioni telefoniche sembra contenesse diecimila euro. Da questo filone è partita un’ulteriore indagine con 13 indagati, i cui nomi non sono ancora stati rivelati, ma che sta scuotendo i Palazzi della politica locale. Insomma l’estate è finita ma le temperature in riva allo Jonio restano molto calde. Marina Luzzi premio ilaria alpi Tra i vincitori la giornalista brindisina Lucia Portolano Giornalismo d’inchiesta senza frontiere C’ è una cosa che chi ha voluto per sempre mettere a tacere Ilaria Alpi, quel tragico 20 marzo 1994, non è riuscito a sopprimere. È la voce dei tanti giornalisti che oggi continuano a indagare sugli scandali e le ingiustizie che l’inviata Rai sarebbe stata a un passo dal rivelare se il suo microfono e la telecamera del suo operatore Miran Hrovatin non fossero state spente per sempre quel giorno, a Mogadiscio. Il Premio Ilaria Alpi, anche quest’anno ha dato risalto all’impegno e al coraggio dei tanti cronisti che nel fare informazione, non si accontentano di raccontare la superficie dei fatti. L’inchiesta che non muore e che non si ferma nemmeno di fronte alla censura, è stata dunque la vera protagonista di questa 18ª edizione dell’evento organizzato dall’associazione Ilaria Alpi, accanto a temi d’attualità come le mafie, le stragi ancora irrisolte della storia italiana, la crisi economica e il conflitto in Siria. A rappresentarla sul palco riccionese, i vincitori del concorso e alcune delle migliori firme del panorama italiano e internazionale. L’inchiesta che non muore. Uno degli ospiti di spicco è stato Paul Moreira, documentarista francese arrivato a Riccione per presentare il reportage “Toxic Somalia”. I vincitori. I traffici illeciti, il sovraffollamento delle carceri, gli ultimi criminali nazisti, l’Ilva di Taranto e la camorra sono i principali temi trattati dalle inchieste premiate quest’anno. Sui rifiuti tossici che partono dall’Italia per arrivare in Cina, dove vengono lavorati e riutilizzati nella fabbricazione di giocattoli poi venduti in tutto il mondo, verte “Spazzatour” di Emilio Casalini (Report), miglior reportage breve. Il premio al miglior servizio da tg va a Giulio De Gennaro del Tg5, che in “Caccia ai nazisti” ha intervistato Werner Bruss, responsabile dell’eccidio di sant’Anna di Stazzema. Sulle condizioni dei penitenziari italiani indagano altri due servizi vincitori: “Fratelli e sorelle” di Barbara Cupisti (Rai 3), miglior reportage lungo, e il racconto su San Vittore di Alessandro Hielscher (Tg2), premio Miran Hrovatin riservato ai tele-cineoperatori. Gli altri vincitori sono Emiliano Bos e Paul Nicol della RTV Svizzera con “Mare aperto”, storia d’immigrazione e disperazione di un gommone alla deriva; Lucia Porto- Lucia Portolano (a destra nella foto) lano della salentina Telerama (tv locali) con “Mesagne e la Scu”, sulle tracce della Sacra Corona Unita; per le Web Tv Attilio Bolzoni di Repubblica.it e Claudio Papaianni e Andrea Postiglione (Espresso) con due lavori sulle infiltrazioni della malavita; Massimiliano Cocozza (inediti) con un’inchiesta sull’eroica lotta delle persone affette dalle malattie neoplastiche. Il Premio della critica è andato a Alessandro Sortino e Lorenzo De Giorgi di Piazza Pulita con “Schiavi del lavoro”; il premio Unicredit per la libertà di stampa alle siriane Hanadi Zahlout e Yara Bader; il premio alla carriera a Nuccio Fava. Alessandra Leardini 15 settembre 2012 21 Attualità & Territorio Neil Armstrong Scomparso il 25 agosto il primo uomo che nel 1969 mise piede sulla Luna Papa Paolo VI seguì lo sbarco nel “Mare della Tranquillità” H a destato impressione in tutto il mondo la notizia della morte di Neil Armstrong, il primo uomo a sbarcare sulla Luna. Aveva da poco compiuto 82 anni, essendo nato a Wapakoneta, nell’Ohio, il 5 agosto 1930. È morto il 25 agosto scorso per complicazioni post-operatorie dopo un intervento al cuore cui si era sottoposto all’inizio del mese. Uomo di profonde convinzioni religiose, Armstrong era laureato in ingegneria, aveva combattuto in Corea e poi si era impiegato come collaudatore di aerei militari. Alle 22, 17 minuti e 40 secondi di domenica 20 luglio 1969 (ora italiana) il modulo lunare Lem “Aquila” con a bordo Neil Armstrong ed Edwin Aldrin atterrava sulla Luna, nella zona chiamata Mare della Tranquillità. Il terzo astronauta, Michael Collins, era rimasto in orbita lunare sul modulo di comando “Columbia”. Era la fase più delicata della missione Apollo 11, iniziata quattro giorni prima. Alle 4 e 57 minuti di lunedì 21 luglio (ora italiana) Armstrong, discesa con prudenza la scaletta del Lem, mise finalmente piede sul suolo lunare pronunciando la celebre frase: “È un piccolo passo per un uomo, ma un passo gigantesco per l’umanità”. Poi la passeggiata lunare dei due astronauti, che lasciarono sulla Luna una targa commemorativa: “Qui uomini del pianeta Terra per la prima volta posarono il piede sulla Luna. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità. Luglio 1969, Anno Domini”. L’impresa lunare fu un evento televisivo seguito in diretta da circa 600 milioni di spettatori in tutto il mondo. Tra essi anche il Papa. Paolo VI si era recato verso le 22 di domenica 20 luglio alla Specola di Castel Gandolfo dove aveva osservato la Luna attraverso il telescopio e ascoltato alcune informazioni scientifiche dall’allora direttore dell’osservatorio astronomico vaticano, padre O’ Connell. Poi aveva seguito davanti al televisore le fasi dell’atterraggio con il sostituto della segreteria di Stato mons. Benelli. Pochi minuti dopo l’approdo del Lem inviava ai protagonisti questo messaggio: “Qui parla a voi astronauti, dalla sua specola di Castel Gandolfo, vicino a Roma, il Papa Paolo VI. Onore, saluto e benedizione a voi, conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni! Portate ad essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre. Noi siamo a voi vicini con i nostri voti e le nostre preghiere. Vi saluta con tutta la Chiesa cattolica il Papa Paolo VI”. Non fu l’unico intervento del Pontefice per la storica impresa. La domenica precedente aveva invitato tutti i fedeli a pregare per gli astronauti dell’Apollo 11 e domenica 20 luglio all’Angelus, sempre da Castel Gandolfo, aveva auspicato che la conquista della spa- zio significasse anche un vero progresso per l’umanità afflitta da guerre (tra le altre, allora, nel Vietnam) e dalla fame, sostenendo la necessità di non dimenticare, “nell’ebbrezza di questo giorno fatidico”, il bisogno e il dovere che “l’uomo ha di dominare sé stesso”. Paolo VI avrebbe poi ricevuto in udienza Armstrong e i suoi due colleghi in visita a Roma (città natale, tra l’altro, di Collins), giovedì 16 ottobre 1969. “Con la più grande gioia nel cuore diamo il benvenuto a voi, che superando le barriere dello spazio, avete messo piede su un altro mondo del Creato”, così salutò Paolo VI i tre astronauti, accompagnati dalle consorti e da funzionari della Nasa. E aggiunse: “L’uomo ha la tendenza naturale ad esplorare l’incognito, a cono- scere il mistero; ma l’uomo ha anche timore dell’incognito. Il vostro coraggio ha superato questo timore e, con la vostra intrepida avventura, l’uomo ha compiuto un altro passo verso una maggiore conoscenza dell’universo: con le sue parole, signor Armstrong: un passo gigante per l’umanità”. Gli astronauti regalarono al Papa la riproduzione della targa lasciata sulla Luna e il microfilm con i messaggi dello stesso Santo Padre e dei Capi di Stato, ugualmente lasciati sul suolo lunare. Dopo l’udienza, Armstrong, Aldrin e Collins tennero una conferenza nell’aula del Sinodo dei Vescovi, la cui assemblea straordinaria si svolgeva in quei giorni. legge 40 Perplessità sulla sentenza della Corte europea Necessario fare chiarezza I l divieto imposto a una coppia portatrice di una malattia genetica di ricorrere alla diagnosi preimpianto nel quadro della fecondazione in vitro sarebbe contrario al rispetto della vita privata e familiare: questo il contenuto di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che il 28 agosto si è pronunciata sul caso “Costa e Pavan contro Italia”. La sentenza, che ritiene “incoerente” la legge italiana sulla fecondazione assistita, ha sollevato molteplici reazioni e commenti perplessi. Si auspica un ricorso nei confronti dell’organismo di Strasburgo. Cosa dice la Corte. Un collegio di sette giudici, presieduto dal belga François Tulkens, si è espresso su un caso sollevato dai coniugi italiani Rosetta Costa e Walter Pavan, che, portatori sani di fibrosi cistica, vorrebbero avere un figlio affidandosi alla fecondazione artificiale: effettuando una analisi preimpianto, Costa e Pavan vorrebbero selezionare gli embrioni per evitare la nascita di un figlio affetto da questa malattia genetica. Tale pratica non è però consentita dalla legislazione italiana (legge n. 40), che vieta la selezione degli embrioni e comunque la limita alle coppie dichiarate sterili (non è il caso dei coniugi ricorrenti). I giudici di Strasburgo hanno dunque “rilevato l’incoerenza del sistema legislativo italiano” in quanto “da una parte priva i ricorrenti alla diagnosi genetica preimpianto” mentre permette di accedere alla interruzione di gravidanza per motivi terapeutici. Nella sentenza si riscontra però una distorta interpretazione della legge sull’interruzione di gravidanza (n. 194). Secondo i giudici, lo Stato italiano dovrà versare alla coppia 15mila euro per danno morale e 2.500 per rimborso spese processuali. La sentenza non è però definitiva: è possibile ricorrere entro 3 mesi, per portare il caso davanti alla Grande Chambre di Strasburgo. “Fare subito ricorso”. «È una sentenza superficiale»: Carlo Casini, presidente del Movimento per la vita italiano ed eurodeputato, definisce così il pronunciamento della Corte dei diritti dell’uomo. Casini dichiara che il MpV aveva inviato alla Corte una memoria scritta: «Nonostante questo, la sentenza non ha nemmeno preso in considerazione le nostre argomentazioni». Casini sottolinea che «si rilevano inoltre una errata interpretazione della legge 194» sull’interruzione della gravidanza «e un mancato esame della grande differenza fra diagnosi prenatale e diagnosi preimpianto, quest’ultima a carattere selettivo ed eugenetico». Per il presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, la Corte «si è accorta che tra la legge 40 sulla fecondazione artificiale e la legge 194 sull’interruzione di gravidanza c’è ‘una incongruenza’. È la scoperta dell’acqua calda». Casini sostiene che la legge italiana sull’aborto «si preoccupa soltanto della donna», mentre la seconda, più recente, «punta a tutelare tutti i soggetti coinvolti nelle procedure di procreazione assistita, quindi i genitori e il bambino». «Tuttavia neppure la legge 194, almeno a parole, consente l’aborto eugenetico perché l’interruzione volontaria di gravidanza è permessa in presenza di un pericolo serio e grave per la madre e la diagnosi prenatale è funzionale anche a un intervento risanatore sul bambino malato. Viceversa la diagnosi genetica programma l’uccisione di molti figli-embrioni per trovare quelli sani». «In ogni caso - conclude Casini - la decisione» dei giudici di Strasburgo «prova quanto sia importante l’iniziativa europea “Uno di noi” che sta mobilitando i cittadini dei 27 Paesi Ue per raccogliere milioni e milioni di firme con l‘obiettivo di chiedere alle istituzioni comunitarie un deciso riconoscimento del bambino titolare di diritti fin dal concepimento». Sulla vicenda si registra anche l’intervento di Paola Baldassarre, vice sindaco di Brindisi, nonchè regionale dei Rapporti con il Mondo Cattolico dell’Udc. A parere della Baldassarre «se la tutela della vita nella sua accezione più alta corrisponde, stando al deciso della Corte Europea, ad una violazione della libertà nella vita privata di una coppia, è chiaro che ci sia un difetto probabilmente nella nostra concezione di essere umano e della sua libertà». Per l’esponente politico brindisino si tratta di una sentenza «evidentemente pericolosa che apre un varco su un settore che dovrebbe rimanere vergine il più possibile dalle manipolazioni dell’uomo moderno». Neil Armstrong al momento dello sbarco sulla Luna 22 Sport 15 settembre 2012 olimpiadi Incontro con il campione mesagnese Carlo Molfetta La medaglia un riscatto per la mia terra I l suo nome è ormai diventato una leggenda. Carlo Molfetta ha conquistato l’oro olimpico a Londra nella disciplina del taekwondo; è stato il primo italiano a vincere una medaglia in questo sport. Carlo è nato a Mesagne 28 anni fa, terra forse un po’ “scomoda” per chi identifica questa cittadina con la mafia. Per chi viene da zone etichettate negativamente, forse è più difficile uscire dalla massa. Carlo ha dimostrato che Mesagne è altro. La sua è stata definita un’impresa. Ha gareggiato nel Gruppo Sportivo dei Carabinieri, nella categoria +80kg. In finale ha sconfitto l’avversario del Gabon, Anthony Obame; un match davvero lungo, combattuto fino all’ultimo sulla parità, affidando il verdetto finale alla decisione dei giudici. Abbiamo intervistato il neo campione. Come è iniziata la passione per quest’attività? Qual è stato il tuo percorso sportivo? «Ho iniziato per gioco a 4 anni; mia mamma diceva di allevare una scimmietta per quanto ero vivace. Papà mi portò con sé dal maestro Baglivo, dove lui si allenava essendo cintura nera di taekwondo; ero troppo piccolo, per cui inizialmente giocavo solamente; più tardi ho iniziato ad imitare i grandi. Piacendomi la cosa, ho iniziato a farlo seriamente ed i risultati sono cominciati ad arrivare quando ho vinto il titolo italiano “Speranze” a 13 anni. L’anno dopo sono diventato junior vincendo ancora il titolo italiano, così anche per l’anno successivo. A 16 anni è arrivato il primo oro nei mondiali junior, era il 2000; nel 2001 ho vinto l’argento nella categoria senior, nel 2002 la World Cup e nel 2003 le Universiadi. Nel 2004 mi sono qualificato per le Olimpiadi di Atene ma sono uscito al primo incontro e da lì è cominciato anche il mio “calvario”: mi si sono rotti i legamenti crociati, ho subi- to un intervento e uno stop di sei mesi. Ma non è finita qui, perché ho avuto la rotula fuori asse con la necessità di un altro intervento, poi mi sono rotto il menisco e, mentre stavo riprendendo durante un mondiale, si sono rotti i legamenti dell’altro ginocchio: un altro stop che non mi ha consentito di partecipare alle qualificazioni per Pechino. Pian piano ho recuperato, ricominciando la mia scalata: nel 2009 ho conquistato l’argento nel campionato mondiale e nel 2010 ho vinto il campionato europeo, nel 2011 ho conquistato il bronzo ai mondiali e nel 2012, oltre che qualificarmi per Londra, ho vinto anche il bronzo agli europei». Da cosa deriva il soprannome “Lupo”? «Hanno cominciato a chiamarmi così due mie amiche della nazionale perché, come il lupo di cappuccetto rosso, ero cattivissimo sul tatami, pur essendo un bravo ragazzo quando invece non ero in gara». Il Taekwondo è uno sport che forse tra i giovani è ancora poco praticato, rispetto agli altri… «Sì, il taekwondo è una vera e propria disciplina, essendo sport minore il sacrificio richiesto per raggiungere livelli alti non è ripagato abbastanza». Con che spirito sei arrivato alle Olimpiadi di Londra? Cosa significa aver portato all’Italia la prima medaglia in questa disciplina? «Lo spirito non è stato dei migliori, ma volevo farcela per riscattare Atene, anche se dovevo fare i conti con atleti più alti e pesanti di me in quanto la mia categoria in campo olimpico non è prevista (-87) per cui sono stato accorpato nella massima dove non c’è limite di peso. paralimpiadi Tra le medaglie anche quella dell’ostunese Annalisa Minetti Uno straordinario messaggio T anta gioia e commozione durante la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi di Londra 2012. Un successo planetario, oltre ogni più rosea previsione. Gare mozzafiato, risultati straordinari, record mondiali che sono crollati in tutti gli sport. Gli atleti portatori di disabilità hanno raccolto vincenti il simbolico scettro delle Olimpiadi degli atleti normodotati. Ci ha pensato il solito Oscar Pistorius a fare da anello di congiunzione tra le due manifestazioni. Il suo trionfo a braccia aperte nella finale dei 400 metri piani per atleti mono e biamputati sotto il ginocchio (tecnicamente T44 e T43 nella classificazione ufficiale) è la definitiva saldatura tra i due movimenti olimpico e paralimpico, chiude il cerchio delle gare corse venti giorni prima coi suoi colleghi bipedi. Alla sua corsa nello stadio Olimpico di Londra si accoderanno in tanti. Certo resta il problema di come armonizzare le effettive differenze laddove ci sono sport che possono essere praticati solo con la carrozzina (come il basket o il rugby in carrozzina), e alcune malattie non concedono agli atleti con disabilità di competere con i normodotati. Ma i vari Pistorius sanciranno l’oggettiva inutilità della differenziazione tra gli atleti a causa della loro condizione: si dovrà per forza giungere ad avere una unica manifestazione che veda uniti gli atleti di tutto il mondo a prescindere dalla loro situazione. Forse non a Rio 2016, il prossimo appuntamento Olimpico e Paralimpico, ma perché non ai Giochi del 2020 che verranno assegnati prossimamente? Anche organizzativamente la cosa non dovrebbe portare gravi problemi se è vero che tra le due manifestazioni londinesi sono volati via 28 giorni di gare. Ovvero gli impianti e la città di Londra sono stati tenuti festosamente sotto scacco per un mese. Una organizzazione precisa e, di certo, una capacità di selezione a monte potrebbero permettere la contemporanea partecipazione di tutti gli atleti con i loro sport, con le loro abilità. Ecco, dovendo scegliere una parola che sintetizzi le Paralimpiadi 2012 è “abilità” che raggiunge l’apice. Perché questi 11 giorni londinesi di fine estate hanno avuto come protagonisti atleti che hanno fatto tesoro della loro situazione disabile per esaltare le abilità personali. Trovare dal male la forza positiva per esaltare ciò che il proprio corpo e la propria mente permettono è una manifestazione dell’ingegno e dello spirito umano. Tutti coloro che hanno corso, nuotato, tirato le bocce con la testa, giocato a calcio con il pallone sonoro e a pallavolo seduta non hanno praticato uno sport di ripiego per poveri esseri sfortunati e da compatire, non erano animali del circo addestrati, come malevolmente alcuni maestri di pensiero hanno tentato di insinuare: ma bensì hanno dato il massimo nel loro sport per il quale sono necessarie precise abilità sportive fatte di tecnica e di forza, di acume tattico e di fiducia nel proprio allenatore o nella propria guida in determinati casi. Parlare di abilità semplifica di molto le cose per giungere a rendere il seme dell’unità sportiva olimpica e paralimpica sempre più produttivo: un campione è tale se eccelle nel suo sport, se dimostra di essere un grande uomo che dalla sconfitta trae insegnamento per ripartire e ritornare alla vittoria. Non è altro che un caso il fatto che gli atleti italiani abbiano conquistato 28 medaglie sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi londinesi. Ma deve far riflettere. Per esempio cominciando a eliminare da parte degli organismi sportivi italiani la odiosa sperequazione dei premi ai vincitori, visto che quelli paralimpici prendono circa la metà dei “normali”. Perché ci può essere una sconfitta della vita, può essere una malattia che condiziona. Ma cosa ha di diverso Cecilia Cammellini, la straordinaria campionessa di nuoto italiana che torna a casa dalle Paralimpiadi di Londra con 2 medaglie d’oro con record mondiale e due di bronzo, da Michael Phelps, lo straordinario nuotatore statunitense recordman olimpico per medaglie vinte? A parte che Cecilia è cieca dalla nascita ed ogni tanto sbanda in corsia, niente altro. Si possono fare tanti nomi: Alex Zanardi, Oscar de Pellegrin, Martina Caironi, Annalisa Minetti, Federico Morlacchi, eroi dello sport, del loro sport, campioni a tutto tondo, perché un atleta può essere il più forte di tutti ma è campione solo quando lo è nella vita, nel rispetto per gli altri oltre che nella gloria della sua vittoria. Massimo Lavena Portare la prima medaglia d’oro per il taekwondo rende ancora più bella la mia vittoria e penso sia stata anche un riscatto anche per la mia terra Mesagne». A proposito di Mesagne, hai dedicato la medaglia a Melissa Bassi; come hai vissuto quell’evento dell’attentato alla scuola? «Il 19 maggio, giorno dell’attentato, ero in Corea per ultimare la preparazione olimpica; avevo notizie frammentarie tramite mia madre e facebook, ma l’ho vissuta come se fossi stato qui». Quali sono i progetti per il futuro, dal punto di vista professionale e personale? «Dopo il giusto riposo per recuperare fisicamente, i miei progetti sono quelli di riprendere le mie gare e fare bene; non mi pongo mete, dopo Atene non faccio troppi conti, l’importante è metterci il cuore e il sacrificio. Personalmente, invece, conto di sposarmi nel 2014 con Serena, che mi sta vicino da un anno». Graziana Ingrosso calcio Al via la nuova stagione Sport pulito cercasi R educi da una bella Olimpiade e persino da un Europeo calcistico al di là di ogni più rosea previsione (al di là della rovinosa finale), si ritorna alle vicende pallonare della Serie A sperando d'incappare in una stagione disintossicante. Come sarebbe bello se, almeno per qualche domenica, il calcio tornasse indietro di 50 anni, evitando veleni e trabocchetti e facendoci solo godere di una festa di 90 minuti… Quello che spaventa però è sempre il contorno: al di là di ciò che accade sul rettangolo di gioco e delle relative manfrine (il gol di Muntari è il padre più recente di tutti i piagnistei), a renderci impossibili certe domeniche sono gli atteggiamenti dei protagonisti o di certi media, prima, durante e dopo l'evento. La inseguiamo ancora con un briciolo di speranza questa stagione alla camomilla, sognando un fair-play esteso e un terzo tempo sincero tra i calciatori, piccoli antidoti in grado di cancellare gli incubi estivi delle partite truccate, dei processi sportivi e penali, degli incassi e abbonamenti in caduta libera, dello strapotere delle tv e degli sponsor. Forse ci salveranno i ragazzini, quei campioni in erba che una volta erano il carburante del nostro campionato e che tanti anni fa furono sfrattati dalla tracotante ondata della legione straniera. Ora che il piatto piange, che la crisi non arretra, occorre fare di necessità virtù, dando spazio ai var i Destro, El Shaarawy, Insigne, Fabbrini, chiamati anche a irrorare di nuova linfa la Nazionale di Prandelli. Si torna all'antica quindi: Rivera non esordì a 15 anni? E Mazzola, Antognoni, Paolo Maldini e Buffon non facevano già mirabilie prima dei 18? Poi c'è il discorso del monte-ingaggi. Continuare con la solita deriva milionaria sarebbe stato suicida per i nostri club e qualcuno ha capito: Milan e Inter hanno tagliato a piene mani, Fiorentina e Napoli sono attentissimi a non sforare il tetto degli stipendi, forse solo la Juventus ha investito un po’ di più e ha iniziato il campionato sparata camminando sulle macerie di Parma e Udinese. Soprattutto, però, ha dalla sua un’arma che nessuna società di A può oggi vantare: lo stadio di proprietà e, da qui, introiti molto superiori soprattutto nei prossimi anni, con tanti altri club, a cominciare dall’Inter che ha stretto un’alleanza con partner cinesi, che stanno pensando a traslocare, progettando un impianto tutto loro L.G. 23 Le rubriche 15 settembre 2012 Ottobre 1992 Depositum Fidei e il catechismo ottobre 1912-2012 Brindisi e i problemi di sempre U na vignetta particolarmente eloquente, talvolta reca la didascalia: “Senza parole”. E “Senza parole aggiunte”, cioè di commento, riferiamo quanto accadeva a Brindisi esattamente cent’anni addietro. Le leggiamo, e riferiamo, da “La Città di Brindisi”, dividendole per argomento e riservandoci una conclusione. Amministrazione comunale (6 Ottobre 1912): “Non si può nascondere che il nostro Comune attraversa un periodo abbastanza critico, date le condizioni poco floride in cui versa il suo bilancio; però, un simile stato di cose, anziché avvilire, deve spronare il buon amministratore ad usare tutto quanto è in lui, per superare con onore quegli ostacoli e quelle gravi difficoltà che può incontrare lungo vie scabrose e difficili. Il minimo scoraggiamento in quest’ora in cui il paese ha più bisogno dell’opera di buoni dirigenti, sarebbe oltremodo peccaminoso, poiché ne aggraverebbe maggiormente la posizione; e noi siamo fiduciosi che nessuno dei componenti l’attuale Amministrazione, vorrà gravarsi la coscienza di tanta responsabilità! Animo dunque: non si trascuri alcun mezzo per raggiungere la meta; e così soltanto la cittadinanza, e per essa il corpo elettorale, non avrà a pentirsi d’aver mandato a palazzo Schirmouth persone inadatte a reggere le sorti del paese”. Emigrazione (13 Ottobre 1912): “L’Ufficio del lavoro ha testè pubblicato un’esatta statistica sulla emigrazione che attualmente avviene nelle nostra provincia. Dalla medesima risulta quanto appresso: Nel 1911 sono emigrate 1235 persone per l’Europa ed altri paesi del bacino del Mediterraneo, nonché 1569 per le regioni transoceaniche, con un totale di 2804 emigranti che rappresenta la metà di quelli dell’anno 1910. Servizi pubblici – Posta (13 Ottobre 1912): “Non mancano mai reclami sul funzionamento di questo importantissimo servizio che dà molto a desiderare, sia nel disbrigo delle sua delicate mansioni, e sia per la continua mancanza di francobolli che vi si riscontra. Tutto però non deve attribuirsi a negligenza degli impiegati; i quali, anzi, raddoppiano la loro energia, cercando di accontentare il pubblico come meglio possono. Le colpe maggiori sono del Governo, perché non intende aumentarne il numero; mentre d’altro canto è costretta pagare ai medesimi continui straordinari, di cui non si può fare a meno date le grandi esigenze del servizio. (…) Ci auguriamo intanto che tali seri inconvenienti saranno una buona volta eliminati; e ciò nell’interesse d’un pubblico rispettabile quanto N quello di altre città più fortunate, perché tenute in conto maggiore da chi non dovrebbe usare due pesi e due misure!”. Furti (13 Ottobre 1912). “Furto nella casa colonica… di 75 lire in biglietti di Stato; (…) ignota ma esperta mano apriva, indisturbata, l’uscio ed involava da un tiretto circa lire 2000 (…), altri espertissimi ignori, penetrati in casa sua, rubavano la rispettabile somma di lire 4000, frutto dell’ultima raccolta vinaria. La cittadinanza è molto allarmata per il continuo avverarsi di tanti furti e con tanta audacia commessi; e ciò che più la impressiona è il fatto, che ancora l’autorità competente non è riuscita a trovare il bandolo di questa intrigata matassa!”. Teatro (6 Ottobre 1912). “Nulla si dice ancora di ufficiale quest’anno, circa l’apertura del nostro teatro: sembra però che siano in incubazione diversi progetti, per effettuare una stagione lirica di non poca importanza. Vogliamo intanto sperare che veramente si farà vivo per l’occasione qualche comitato di persone volenterose, non facendo così mancare, alla cittadinanza brindisina, un po’ di buona musica, atta a ravvivarne l’affiacchito spirito, per la mancanza assoluta di qualsiasi attrattiva!”. Sono parole di 100 anni addietro, il cronista dell’epoca abusa in punti esclamativi, ma che dire di lui se non considerarlo, forse, voce di uno che grida nel deserto? I problemi, a vedere, sembrano gli stessi, aggravati da cent’anni di distanza, da una vita quotidiana profondamente diversa da quella del 1912. Chissà cosa dicevano i nostri avi, leggendo le cronache del 1812. Forse, allora come ora, concludevano: “Nulla di nuovo sotto il sole”. Purtroppo. (a.scon.) el 30° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’11 ottobre 1992, con la costituzione apostolica Fidei Depositum, Giovanni Paolo II consegnava ai christifideles il Catechismo della Chiesa Cattolica, «presentandolo come “testo di riferimento” per una catechesi rinnovata alle vive sorgenti delle fede», avrebbe ribadito, Joseph Ratzinger introducendone il Compendio nella domenica delle Palme del 2005. A 50 anni dall’apertura del Concilio ed a 20 da quella costituzione apostolica possiamo avvertire meglio tutta la portata profetica di quelle parole scritte in forma solenne dal Santo Padre. «Custodire il deposito della fede è la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa e che essa compie in ogni tempo», esordì il Pontefice e ricordando intenzioni e finalità del Concilio ribadì come ad esso «il Papa Giovanni XXIII aveva assegnato come compito principale di meglio custodire e presentare il prezioso deposito della dottrina cristiana, per renderlo più accessibile ai fedeli di Cristo e a tutti gli uomini di buona volontà» e come per prima cosa il Concilio avesse dovuto «innanzitutto impegnarsi a mostrare serenamente la forza e la bellezza della dottrina della fede». Il Concilio, dunque, la consapevolezza di « incessantemente rifarsi a questa sorgente» ha portato nuove evidenze – ricordò Papa Wojtyla – , tanto è vero che a conclusione del sinodo dei vescovi del 1985 che celebrava i 20 anni della conclusione del Concilio, «moltissimi hanno espresso il desiderio che venga composto un catechismo o compendio di tutta la dottrina cattolica per quanto riguarda sia la fede che la morale, perché sia quasi un punto di riferimento per i catechismi o compendi che vengono preparati nelle diverse regioni. La presentazione della dottrina deve essere biblica e liturgica. Deve trattarsi di una sana dottrina, adatta alla vita attuale dei cristiani». Come si arrivò al testo? Giovanni Paolo II spiegò come esso, «frutto di una larghissima collaborazione», sia stato «elaborato in sei anni di intenso lavoro condotto in uno spirito di attenta apertura e con un appassionato ardore» e come la Commissione ed il Comitato ad essa affiancato abbiano lavorato considerando «le osservazioni di numerosi teologi, esegeti e catecheti e soprattutto dei Vescovi del mondo intero, al fine di migliorare il testo», tanto è vero che il Papa sentì di scrivere che «questo Catechismo è il frutto di una collaborazione di tutto l’Episcopato della Chiesa Cattolica, il quale ha accolto con generosità il mio invi- to ad assumere la propria parte di responsabilità in un’iniziativa che riguarda da vicino la vita ecclesiale. Tale risposta suscita in me un profondo sentimento di gioia, perché il concorso di tante voci esprime veramente quella che si può chiamare la “sinfonia” della fede». Per invitare tutti i fedeli a farlo subito proprio, già nella Costituzione apostolica, Giovanni Paolo II ne delineava i contenuti. «Il Catechismo comprenderà quindi cose nuove e cose antiche, poiché la fede è sempre la stessa e insieme è sorgente di luci sempre nuove», diceva il Papa evidenziando le quattro parti: «il Credo; la sacra Liturgia, con i sacramenti in primo piano; l’agire cristiano, esposto a partire dai comandamenti; ed infine la preghiera cristiana. Ma, nel medesimo tempo – avvertiva -, il contenuto è spesso espresso in un modo “nuovo”, per rispondere agli interrogativi della nostra epoca». E dopo aver spiegato le quattro parti «legate le une alle altre», lasciò comprendere come ciascuno aveva già fra le mani, prima ancora del volume, la bussola per orientarsi ed a tutti – circa il valore dottrinale – il Papa chiedeva «di accogliere questo Catechismo in spirito di comunione e di usarlo assiduamente nel compiere la loro missione di annunziare la fede e di chiamare alla vita evangelica». Non solo: «Viene pure offerto a tutti i fedeli che desiderano approfondire la conoscenza delle ricchezze inesauribili della salvezza» e «ad ogni uomo che ci domandi ragione della speranza che è in noi e che voglia conoscere ciò che la Chiesa Cattolica crede». E quella bussola, avvertendo tutto il peso di ciò che è la nuova evangelizzazione e proprio all’apertura dell’Anno della fede, ci è davvero necessaria. (a.scon.) Santi giovani per giovani santi 2 a cura di Mons. Rocco Talucci La storia e la vita santa di: Antonietta Meo, Carla Ronci, Maria Marchetta, Maria Orsola Bussone, Maria Letizia Galeazzi, Mirella Solidoro, Lorena D’Alessandro, Santa Scorese, Antonella Moro, Chiara Badano, Teresa Lapenna, Antonio Legrottaglie, Lorenzo Sanna, Tiziana Semerano, Matteo Farina, Carlo Acutis La prenotazione dei libretti (costo 1 euro cadauno) può essere effettuata presso: Curia Arcivescovile di Brindisi, Piazza Duomo 12, Tel. 0831/523053 Libreria Paoline di Brindisi, V.le Commenda 182/184 ,Tel. 0831/430509 Redazione “Fermento” a Brindisi, Piazza Duomo 12, Tel. 340/2684464 Anno della Fede Solenne inaugurazione diocesana dell’Anno della Fede in comunione con il Santo Padre Benedetto XVI Concelebrazione eucaristica presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Fernando Filoni Prefetto della congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli Sabato 13 ottobre 2012 Basilica Cattedrale ore 18 La celebrazione avrà significato di pellegrinaggio info su: www.diocesibrindisiostuni.it