Ottobre missionario
Anno XXXV n° 9
15 Settembre 2012
Nelle nostre parrocchie, nei gruppi, nelle
associazioni e nei movimenti stanno per
riprendere tutte le attività ordinarie. Tra pochi
giorni, inoltre, inizierà il tradizionale ottobre
missionario, tempo propizio per riscoprire la
nostra vocazione missionaria. Con don Amedeo
Cristino, direttore della Fondazione Cum, abbiamo
approfondito gli aspetti relativi alla missione nella
Chiesa e al ruolo del Centro Missionario Diocesano.
Pubblichiamo, infine, una lettera di Suor M. Chiara
Luce, brindisina delle Missionarie della Carità di
Madre Teresa, che ci scrive dalla lontana Armenia.
€ 1,00
Redazione: piazza Duomo, 12 Brindisi
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editoriale
La capacità
di sognare
insieme
Vita diocesana
Effathà.
Pubblicato
il secondo
quaderno sinodale
A pagina
Angelo Sconosciuto
H
a fatto bene, crediamo a tutti, il Convegno ecclesiale diocesano, che abbiamo celebrato
poche settimane addietro a
San Giovanni Rotondo e del
quale proponiamo ampi riscontri. Le diverse risonanze
registrate dicono la partecipazione attiva, la voglia di
mettersi in gioco, di «scendere tutti dai gradini» dei quali
si è parlato, a proposito non
solo dei diversi impegni ecclesiali, ma anche del proprio
essere cristiani.
Quelle riflessioni dicono l’accoglimento della sfida a declinare quella «grammatica
della relazione che abbiamo
perso», ci ha ricordato in un
intervento flash, mons. Satriano. Egli ha posto per tutti
un interrogativo molto serio:
«Non ci può essere fede, se
non c’è adesione libera. Mi
chiedo: siamo uomini e donne educati all’incontro, a gestire bene la nostra libertà?».
Già, l’incontro. L’incontro
con Cristo che passa attraverso i mille volti che ogni giorni
sono in contatto con noi, «noi
che facciamo fatica a dialogare - ha osservato il vicario
-, a incontrarci, a relazionarci
anche all’interno delle singole parrocchie, che spesso non
sono spazi di fiducia, dove
sentirsi accolti, ascoltati, accompagnati».
È chiaro, crediamo a tutti, che
questo modo di pensare e di
agire ha una valenza esteriore
altrettanto seria ed impegnativa di quella che potremmo
considerare «interiore» eppure - così è emerso nelle riflessioni del Convegno - «c’è una
sfida per ciascuno di noi, ma
non ci sono ricette operative;
c’è la sfida a decodificare la
capacità di incontrare le persone che bussano alle nostre
comunità». E bussano forse
in modo nuovo, nel senso che
ora il bussare e il recepire il
tocco non sono più in sintonia e non c’è forse intento di
farlo da parte di chi dovrebbe
ascoltare.
Nel suo intervento mons. Satriano ha ricordato a tutti:
«Kahlil Gibran diceva: “Chi
sogna camminando, muove
la storia”. Sento che non basta
sognare, dobbiamo sognare
insieme». E quando l’orizzonte è noto - e deve essere noto
al cristiano - forse è doveroso
recuperare il senso del cammino proprio dei discepoli
di Emmaus che, accanto al
viandante, dopo avergli chiesto, fecero silenzio per capire
la Parola e farsi illuminare il
cammino.
5
Primo Piano a pagina 3
Vita di Chiesa
Sport
Il mesagnese Carlo
Molfetta medaglia
d’oro alle Olimpiadi
di Londra
Verso
l’apertura
dell’Anno
della Fede
A pagina
9
A pagina
22
n popolo sacerdotale
U
profetico e regale
Nella foto di Salvatore Licchello i delegati al XIII Convegno Ecclesiale Diocesano (San Giovanni Rotondo, 28-30 agosto 2012)
ricordi I suoi soggiorni di lavoro presso “La Nostra Famiglia” nei mesi estivi del 1984 e 1985
I silenzi attenti e pensosi del cardinal Martini in Ostuni
Q
uando ho appreso la notizia della morte del card. Carlo M. Martini, ho rivisto con gli occhi del cuore alcune ore trascorse con
Lui. Un comune Amico, da tempo nelle mani di Dio, don Luigi
Serenthà mi ha procurato questa gioia.
Avevo conosciuto negli anni ‘70 don Luigi a La Nostra Famiglia. È nata
una bella amicizia che si è rafforzata ad ogni incontro che abbiamo vissuto insieme. Dopo i primi anni di ministero nella diocesi di Milano, il
Cardinale ha scelto don Luigi come Rettore Maggiore dei seminari milanesi e, senza avergli dato altri appariscenti incarichi in Curia, gli ha
chiesto di dargli una mano nella stesura delle famose Lettere pastorali.
Nel 1984 e nel 1985 il Cardinale e don Luigi sono venuti in incognito ad
Ostuni nella casa de La Nostra Famiglia a S. Sabina e lì alternavano ore di
distensione a ore di lavoro per la stesura delle Lettere pastorali. Don Luigi, in maniera discreta, avvertiva l’arcivescovo mons. Todisco della presenza del Cardinale e almeno una sera lo invitava a cena. Per l’amicizia
che ci legava e per accompagnare l’arcivescovo, a quelle cene sono stato
invitato anch’io.
Al primo di questi appuntamenti non potevo giungere in orario perché avevo un incontro in diocesi. Don Luigi mi disse di raggiungerli al
ritorno. Quando mi sono seduto a tavola, il Cardinale mi ha chiesto con
garbo cosa avessi fatto e in che cosa consistesse il raccordo pastorale in
diocesi. Nel rispondere, con stupore mi sono accorto che il Cardinale mi
ascoltava come se volesse imparare qualcosa da quanto facevamo e da
come l’arcivescovo mons. Todisco aveva organizzato il servizio dei vicari
episcopali in diocesi. Questo atteggiamento di grande umiltà mi colpì e
mi mise in grande imbarazzo.
Quella stessa sera, durante la cena, la conversazione toccò molti aspetti della vita ecclesiale e sociale. Don Luigi teneva banco con la sua brillantezza e vivacità. L’arcivescovo mons. Todisco interveniva con la abituale discrezione e prudenza. Il Cardinale ascoltava in silenzio pensoso.
Quando prendeva la parola con poche battute andava sempre al cuore
dei problemi sollevati ed emergeva con una naturalezza disarmante tutto il suo radicamento nella Parola di Dio, la profonda conoscenza degli
aspetti meno noti della cultura contemporanea e la sua incisiva capacità
di discernimento.
Prima di concludere la serata, il Cardinale chiese all’arcivescovo se riusciva ad avere del tempo per sè da dedicare alla preghiera, allo studio
S. Sabina, settembre 1985. Il card. Martini con don Luigi Serenthà
e all’aggiornamento. Mons. Todisco rispose che aveva scelto per sé il lunedì, ma aggiunse che non sempre riusciva a ritagliarsi quegli spazi per
imprevisti e urgenze. Il Cardinale non fece raccomandazioni paternalistiche, ma semplicemente confidò, da fratello a fratello, che egli, per la
qualità del suo servizio ministeriale, una volta la settimana si allontanava al mattino presto e rientrava a tarda sera senza dire in quale luogo si
ritirava. Preferibilmente, aggiunse, sceglieva i monasteri di clausura.
Il cardinale Martini è venuto in Ostuni quei due anni perché nel 1986
don Luigi Serenthà è morto dopo breve e dolorosa malattia. Nel 1985
il Cardinale ha concluso la sua permanenza, celebrando la S. Messa
nell’atrio della sede de La Nostra Famiglia in Ostuni. Alla fine della messa mi ha commosso la semplicità, quasi da bambino, con cui egli si intratteneva con i piccoli ospiti, lasciandosi avvicinare e avendo un sorriso
e una parola per tutti.
Ricordo questi particolari per unire il mio semplice grazie a quello di
quanti in questi giorni hanno lodato il Signore: la presenza di questi
grandi Uomini che incrociano le strade degli altri Uomini rimane il segno
evidente che Dio continua ad amare con tenacia l’Umanità e la Chiesa.
Mons. Angelo Ciccarese
15 settembre 2012
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Primo Piano
ottobre missionario Nostra intervista a don Amedeo Cristino, direttore Fondazione Cum
Offrire al mondo la testimonianza della propria fede
T
ra pochi giorni sarà ottobre e in parrocchia, nei gruppi, nelle associazioni e nei movimenti riprenderanno
tutte le attività ordinarie. Ma inizierà anche
il tradizionale ottobre missionario, un tempo di grazia che deve stimolare la comunità
cristiana e i singoli credenti ad un profondo
rinnovamento interiore, oltre che alla riscoperta della propria vocazione battesimale e
missionaria. Come ogni anno, anche la nostra Chiesa diocesana, e l’equipe del Centro
missionario in particolare, si prepara a vivere
e ad animare questo tempo.
Per comprendere più a fondo quale ruolo
è chiamato a svolgere il Centro Missionario Diocesano, organismo che a partire da
quest’anno pastorale sarà guidato da don
Giuseppe Satriano, abbiamo intervistato
don Amedeo Cristino, Direttore della Fondazione Cum,
strumento voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana
per promuovere e curare la formazione dei missionari italiani che partono per la Missione nel mondo o che
rientrano in Italia dalla missione e per formare alla missione in territorio italiano il personale apostolico proveniente da altre Chiese.
Don Amedeo, qual è il compito del Centro Missionario
Diocesano?
«Il nuovo regolamento per i Centri Missionari Diocesani,
da poco approvato dalla Conferenza Episcopale Italiana,
nel definire la natura e le finalità dei CMD afferma che
è “lo strumento principale di cui il Vescovo, primo responsabile della vita missionaria della Chiesa particolare, si serve per promuovere, dirigere e coordinare l’attività missionaria”. Qualche anno fa, individuare i compiti
del CMD sarebbe stato relativamente semplice: animare
la comunità diocesana perché sostenga le missioni che
la Chiesa ha nel mondo e suscitare con percorsi formativi nuove vocazioni missionarie. Oggi la risposta è più
complessa. La missione si è fatta, per usare il titolo di
una recente pubblicazione, “extralarge”. Essa è cambiata
nei suoi soggetti, nei destinatari, nella sua localizzazione geografica. Si sono modificati quindi anche i compiti
dei Centri Missionari Diocesani. Direi, allora, che il loro
impegno principale è aiutare la chiesa locale a collocare la sua azione pastorale nell’orizzonte più ampio della
missione universale che il Risorto ha affidato ai discepoli. Essi devono accompagnare le comunità ad individuare, sul proprio territorio, i luoghi che richiedono una
presenza missionaria, spazi di primo annuncio e di nuo-
sul proprio cammino e fermandosi a raccogliere “belle notizie” lungo la via. Ciò
detto, oggi mi sembra importante riaffermare l’esigenza di porre con forza il segno
anche geografico dell’andare fisico verso
i popoli. Nulla interpella di più le nostre
comunità e le aiuta a riflettere sulla dimensione missionaria della vita cristiana
quanto il vedere un loro figlio o figlia che
si alza nell’assemblea per ricevere dalle
mani del vescovo il crocifisso con il mandato di essere missionario in mezzo alle
genti a nome e per conto di quella chiesa
locale. Il crescere delle esigenze della missione all’interno delle nostre comunità e
dei nostri territori non deve impoverire la
Una scuola nella missione di Marsabit e, nel riquadro, don Amedeo Cristino
missione della chiesa nel mondo. Una volta inviavamo tanti missionari perché aveva evangelizzazione. Al Centro Missionario Diocesano vamo tanto personale apostolico, paradossalmente oggi
spetta, inoltre, la promozione della cooperazione con le siamo chiamati ad inviarne ancora perché ne abbiamo
altre Chiese del mondo. Deve mantenere i rapporti tra la troppo poco. La missione, infatti, riguarda la sovrabboncomunità locale e i missionari da essa inviati, sostenen- danza della fede e non gli esuberi di personale».
doli durante la permanenza all’estero e valorizzandone
Nell’Ottobre missionario sono più frequenti i gesti conl’esperienza al rientro, ma anche l’accompagnamento del
creti di carità da parte dei fedeli. Ma l’attenzione mispersonale apostolico proveniente da altre Chiese, sempre
sionaria non significa solo questo e non dovrebbe limipiù numeroso nelle nostre chiese italiane».
tarsi ad un breve periodo dell’anno….
Cosa significa animare in senso missionario una comu«Leggo addirittura un rischio nel limitarsi a chiedere alle
nità?
nostre comunità il sostegno economico e della carità alla
«Aiutarla a comprendere che essa è per sua natura mis- missione. Il rischio è quello del mettersi a posto la cosciensionaria. La missione è il senso della Chiesa, il motivo za attraverso l’obolo più o meno importante della Giornata
stesso della sua esistenza. Non si tratta di un compito, di Missionaria Mondiale. Se abbiamo capito che la missione è
una funzione, ma dell’essere stesso della comunità volu- la natura stessa della chiesa, solo se cresciamo quotidianata dal Signore. Significa aiutare i singoli cristiani a “com- mente in essa saremo sempre più chiesa. Ogni respiro, ogni
prendersi” come missionari in virtù del battesimo rice- atto ecclesiale deve essere impregnato di missione. La chiesa
vuto. Significa mantenere vivo nella comunità il senso è in stato di missione sempre: sia che celebri, che eserciti la
della cattolicità, aiutandola a “prendere il largo” per una carità, sia che ammaestri la vita e da questa si lasci ammaepesca abbondante e miracolosa, secondo l’invito del Ma- strare».
estro. Significa liberarla dalla tentazione dell’autocompiacimento, dell’autoreferenzialità, del ripiegamento su
Cosa deve scaturire da questo speciale Anno della Fede
sé stessa».
dal punto di vista dell’impegno missionario?
«La consapevolezza che la missione è figlia della fede nel SiPer dirsi davvero missionari è indispensabile partire
gnore Gesù. Più cresce la nostra fede più la missione si fa esiverso terre lontane, o la missionarietà è anche altro?
genza, bisogno profondo, urgenza in noi. “Ho creduto perciò
«Non è la “geografia” che ci rende missionari, ma la no- ho parlato”, dice San Paolo. La debolezza della tensione misstra “storia” personale e comunitaria di relazione con sionaria in una comunità è la spia accesa ad indicare che i
Gesù. Essere missionari significa offrire al mondo, senza suoi serbatoi non hanno più il carburante della fede».
arroganza, la testimonianza della propria fede nel Cristo, l’Inviato, il Missionario del Padre. Significa andare
Giovanni Morelli
incontro agli altri, senza violenza, seminando Vangelo
la lettera La brindisina suor Chiara Luce ci scrive dall’Armenia
Dio scrive sempre dritto sulle righe storte
C
arissimo don Giuseppe,
e carissimi amici del Gruppo Missionario BrindisiOstuni, possa la Vera Gioia di Gesù Cristo Risorto
riempire i vostri cuori in questo momento, ridonarvi Speranza dove l’avete persa e darvi la Forza, la Carica e la Determinazione di esseri testimoni del suo Amore ovunque vi
troviate!
Sono felice di avere la possibilità di condividere con voi
qualcosa sui miracoli d’Amore che Dio compie ogni giorno
nella vita di ognuno di noi, dei bambini e dei poveri che
serviamo.
Qui in Armenia noi, Missionarie della Carità, abbiamo 2
case, una nel villaggio sulle montagne che si chiama Spitak, e un’altra nella capitale Yerevan.
Abbiamo la casa a Spitak da più di 20 anni. Madre Teresa
è venuta qui quando c’è stato un grande terremoto, che ha
causato tanti morti, ma (siccome Dio “scrive sempre dritto
sulle righe storte”) ha anche portato tante nuove grazie a
cambiamenti. Quando le suore sono arrivate c’era ancora il
comunismo, ma grazie a Dio sono state accettate. Per molti
anni agli armeni era stato proibito di praticare la fede cristiana, per questo la presenza delle suore era un ostacolo
per molti, ma anche una sorgente di speranza per altri. Le
suore hanno contribuito con gli aiuti umanitari che provenivano da diverse parti del mondo.
Per molti anni hanno vissuto senza luce e senza acqua (veniva solo di notte per un paio d’ore). Sono stati anni difficili ma pieni di Gioia nel condividere la sorte dei più poveri
e sperimentare la gioia dell’aiuto reciproco e dell’incoraggiamento. Si può essere poveri e tristi o poveri e felici, è una
scelta del cuore in comunione con Lui. Le suore aiutavano
le famiglie povere e hanno cominciato a prendersi cura di
bambini orfani gravemente ammalati, visto che gli orfanotrofi erano troppo pieni e i bambini disabili ne soffriva-
no di più.
La nostra casa qui a Yerevan è aperta da 5 anni. È stata
una necessità visto che a Spitak ora ci sono 15 ragazzi disabili e le suore hanno continuato a prendere bambini orfani
gravemente ammalati (che altrimenti venivano lasciati in
ospedale per mancanza di posto in altri orfanotrofi). Ma
essendo bambini morenti hanno bisogno spesso di essere
portati in ospedale che si trova a Yerevan, a quasi 2 ore da
Spitak. Ora abbiamo 22 bambini dai 3 mesi ai 9 anni.
Sedici bambini sono andati in cielo, dieci sono stati adottati in questi anni.
Io sono arrivata qui il 15 Dicembre 2007 e dopo una settimana un bambino di pochi mesi è andato in cielo: mi sono
sentita così triste e a mani vuote non avendo nessuna possibilità di salvare la vita di quel bambino. Sono andata in
cappella ai piedi del Santissimo chiedendo il perché di tanta sofferenza, ho aperto la Bibbia cercando una risposta e “
mi sono capitate” (niente è per caso) le parole del libro della Sapienza dove spiega il valore della sofferenza.
Questo è stato il primo di tanti eventi dove ho sperimentato la presenza di Dio, il valore di ogni vita umana, la sua
comprensione ed il suo sostegno, e la sua condivisione dei
nostri dolori e delle nostre gioie. A ragione delle sofferenze
di queste piccole grandi vite abbiamo aperto questa casa,
e ora siamo venute a conoscenza di tanta gente povera che
vive qui a Yerevan e cerchiamo di aiutare facendo tutto
quello che possiamo lasciando il resto a Dio, come Madre
Teresa ci dice spesso. Il Signore ci ha donato il privilegio di
servirlo e amarlo nei più poveri ed abbandonati e questo
potete farlo anche voi cominciando a vederlo innanzitutto
nei vostri cuori, anche nelle vostre miserie, poi nelle vostre
famiglie e in ogni luogo vi troviate. Lui ci parla costantemente, ma la Sua voce è gentile e sottile perché ci ama e ci
vuole liberi, per questo c’è bisogno di fare silenzio per ascol-
tarlo e capire dove ci guida. Questo è un cammino che dura
tutta la vita, ma è un Avventura d’ Amore che vale la pena
di essere vissuta. Madre Teresa ci dice sempre che prima
dobbiamo riempirci di Dio se vogliamo donarlo. Anche noi
incontriamo questa realtà nei nostri cuori. A volte doniamo solo il nostro affetto che finirà presto se non è unito al
suo.
Carissimi amici, vorrei scrivervi di più ma il tempo è veramente limitato. Dio volendo ci incontreremo. Nel frattempo
vi prometto di pregare per ognuno di voi e vi auguro di vivere la vostra vita nella pienezza della gioia e dell’ amore.
La vita è difficile, ma bella, anzi meravigliosa e dobbiamo
viverla pienamente!
Ascoltate Colui che ve l’ha donata e troverete la vera pace e
la vera gioia. Una volta che lo avete incontrato sarà impossibile non desiderare donarlo ad altri, il cuore vi traboccherà! Non abbiate paura dei vostri limiti e delle vostre debolezze, queste sono le cose che Lui ama di più e le usa per la
sua gloria.
Pregate per noi, anche noi siamo solo deboli strumenti nelle mani della potente forza del suo Amore.
Amatevi, perdonatevi e pregate gli uni per gli altri.
Uniti ogni giorno nell’Eucarestia attraverso Nostra Madre.
Con affetto e preghiera Dio vi benedica.
Sr. M. Chiara Luce M.C
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Vita Diocesana
brindisi Dal 31 agosto al 3 settembre
Teodoro e Lorenzo testimoni della fede
15 settembre 2012
ostuni Dal 24 al 27 agosto
Oronzo, grande pastore
L
uci, tradizioni, fede e folklore. Anche quest’anno non sono mancati
gli ingredienti per la festa più attesa ed importante di Ostuni, quella in onore del santo protettore Oronzo. I festeggiamenti si sono
aperti nella serata del 24 agosto con la liturgia penitenziale per i cavalieri
e tutti i devoti ed ahnno vissuto il culmine con la solenne concelebrazione eucaristica, domenica 26, nella Basilica Concattedrale, presieduta dal
Vicario Generale Mons. Giuseppe Satriano. L’Arcivescovo, impossibilitato a partecipare per una indisposizione fisica, ha fatto giungere, comunque, il suo messaggio alla città ed ha assicurato la sua preghiera.
Alla presenza delle autorità cittadine e di numerosi fedeli, Mons. Giuseppe Satriano ha esortato tutti a «vivere la festa, che non è solo un fatto
ludico e gioioso affidato alle capacità organizzative di un comitato o al
frastuono vertiginoso di luci, rumori e suoni, ma è, e deve essere, spazio
creativo in cui trovi ospitalità la centralità dell’uomo con le sue tradizioni, con il suo desiderio di cielo, con la sua capacità di costruire relazioni,
comunità».
I
n un magico connubio di fede e tradizione, si
sono svolti anche quest’anno, dal 31 agosto al 3
settembre, i solenni festeggiamenti in onore dei
Santi Patroni di Brindisi, San Teodoro D’Amasea e
San Lorenzo da Brindisi.
Consueta e grande attesa, nella serata di sabato, per
la processione a mare (dal Castello Alfonsino al porto interno) delle statue dei Santi, seguita da un corteo di numerose imbarcazioni. Un appuntamento al
quale migliaia di brindisini non rinunciano, quasi a
voler rievocare l’arrivo delle spoglie di San Teodoro,
giunte nel 1210 su una barca dove erano state deposte dai marinai di una nave inseguita da una flotta
turca.
A seguire, la consegna, da parte del Primo Cittadino, delle chiavi della città ai Santi Patroni e il discorso che Mimmo Consales ha pronunciato alla
cittadinanza per la prima volta nelle vesti di Sindaco.
«Questo è un momento particolarmente significativo per tutti noi – ha affermato Consales- per l’importanza delle feste patronali e quindi per l’amore
che i brindisini riversano nei confronti di San Teodoro e San Lorenzo». Un sentito ringraziamento, il
Sindaco lo ha rivolto a Mons. Talucci, «ad un uomo
che ha contribuito a risvegliare la nostra comunità,
a rialzarsi ogni qualvolta è stata colpita al cuore da
drammi e avvenimenti particolarmente gravi. Grazie
all’Arcivescovo come capo della Chiesa brindisina e
grazie a Rocco Talucci come uomo, per la sua umanità e per quel sorriso capace di assorbire le ansie e i
problemi di qualsiasi suo interlocutore. In tutti questi anni la sua non è stata una missione semplice: catapultato in una città in cui la linea di demarcazione
tra legalità e illegalità era così invisibile da risultare a
volte addirittura inesistente». Nel grande processo di
crescita sociale il Sindaco ha riconosciuto ed apprezzato il ruolo svolto dalla nostra Chiesa diocesana,
in particolare per la visita di Benedetto XVI in città.
Non è mancato, inoltre, nelle parole del Primo Cittadino, anche un saluto e un pensiero agli immigrati,
alle famiglie disagiate, ai ragazzi del reggimento San
Marco, a Melissa, alla sua famiglia e alle ragazze colpite da quel terribile attentato lo scorso 19 maggio.
Grande incoraggiamento, nel discorso del Sindaco Consales, alla città di Brindisi «una città lontana
dalle illegalità del passato e capace di trasformarsi in
un esempio di caparbietà e di determinazione attraverso cui invertire la rotta della crisi per trasformarla
in sviluppo», ha precisato. Ed ha concluso «possiamo farcela, tutti insieme, grazie ad una comunità
che oggi si è riunita intorno ai suoi santi patroni, a
cui consegniamo le chiavi della città perché ci assistano e ci proteggano nel nostro lavoro, e che saprà
farlo anche in altre occasioni, con un po’ meno di
diffidenza e con la consapevolezza che ci sono tutti i
presupposti per voltare pagina e per ridare una speranza ai nostri giovani».
Ricco di contenuti, oltre che di spunti di riflessione per tutti, il messaggio dell’Arcivescovo incentra-
to sulla figura dei Santi Patroni che «testimoni della
fede, rendono grande onore alla nostra città e dignità
cristiana alla nostra Chiesa diocesana. San Teodoro- ha detto Mons. Talucci - ci apre ai confini della
chiesa universale e al Mediterraneo, San Lorenzo ci
invita a radicarci nella sapiente dottrina cristiana e in
una cittadinanza sentita e carica di amore. Attraverso
queste vie, umane e cristiane, vogliamo custodire e
servire la nostra città, il territorio e soprattutto quanti
vivono in esso». Un invito, quello di Padre Arcivescovo, a vivere la bella festa patronale come sintesi dei
nostri vissuti cittadini ed ecclesiali, guardando con
rinnovata speranza al futuro che ci attende. Anche
nelle sue parole, tanta vicinanza è stata espressa alla
famiglia della giovane Melissa, alle altre vittime e ai
giovani tutti. Con la stessa fiducia si è rivolto anche
alla nuova Amministrazione comunale auspicando
gli auguri di un buon lavoro «per governare la città
con la sensibilità e la testimonianza dei santi e con la
concretezza e la solidarietà degli uomini che sentono
nella coscienza il grido dei poveri, dei disoccupati e
dei detenuti, le ansie e le speranze dei giovani, le preoccupazioni sociali ed educative delle famiglie». Ma
il pensiero di Padre Arcivescovo ha raggiunto anche
i nostri soldati in Afghanistan, le popolazioni colpite dal terremoto in Emilia, l’Anno della Fede, la città
intera, che esorta ad amare, aspirando ad una santità di vita. «La festa esterna – ha continuato Mons.
Talucci - pur bella e divertente, passa e non cambia,
la festa dello spirito apre la mente alla certezza della
felicità e della beatitudine. I santi, uomini come noi,
nella luce della fede, hanno saputo seguire e imitare
Gesù Cristo». E con grande fiducia ha concluso il suo
messaggio affidando alla comunità parole di grande
speranza: «Siate tutti costruttori della vostra vita e
della vostra felicità. Non siamo destinati al nulla – ha
concluso- siamo nati per la pienezza della vita e della gioia. La gioia è lo scopo della vita e Dio la prepara
per ognuno di noi. Sia questo il senso della Festa patronale».
Poi, in una miriade di colori e bagliori, è seguito il suggestivo spettacolo di fuochi d’artificio nella
splendida cornice del porto…e a seguire ancora festa
lungo tutti i corsi del centro con la processione delle effigie dei Santi verso la Basilica Cattedrale, alla
quale hanno partecipato, oltre al clero e alle autorità,
anche il sindaco di Corfù, Ioannis Treplekis in visita
istituzionale e la comunità ellenica di Brindisi.
Grande partecipazione di fedeli anche al Solenne
Pontificale nella Basilica Cattedrale, nella mattinata
di domenica, presieduto dall’Arcivescovo.
I festeggiamenti si sono conclusi, poi, lunedì 3 settembre con la S. Messa, sempre in Cattedrale, in onore di San Lorenzo, presieduta dal Vicario Generale
Mons. Giuseppe Satriano seguita dalla processione
con il simulacro del Santo e le reliquie che dalla Basilica ha raggiunto il Santuario S. Maria degli Angeli.
Daniela Negro
Centrale, nella sua omelia, la figura di Oronzo, «un uomo grande, pastore dedicato al suo gregge, sentinella vigilante del suo popolo, che ha
fatto della sua esistenza una testimonianza affidabile e credibile, sapendo contestare con la vita alcuni costumi diffusi al suo tempo, ma, purtroppo, anche molto attuali. Costumi che intaccavano ed intaccano la
bellezza della propria adesione a Cristo e alla Sua proposta di vita nuova,
quali: l’idolatria, il compromesso, la capacità di relativizzare la forza della verità». E sull’esempio di Sant’Oronzo, ha invitato tutti a «recuperare
quei valori identificativi del nostro cammino di fede per riattestare, con
coraggio profetico, stili di vita, possibili e credenti, che hanno edificato,
negli anni e nei secoli, la nostra comunità cittadina ed ecclesiale. In un
mondo sempre più affascinato dal successo facile, dal consenso immediato, dal delirio del potere economico – ha aggiunto Mons. SatrianoOronzo ha saputo interpretare la propria esistenza a partire dal Vangelo,
in una coerenza grande tra fede e vita, tra parola ascoltata e vissuta».
Un invito quello lanciato dal Vicario a «ricreare spazi di fiducia e di
credibilità, luoghi di ascolto e di dialogo dove imparare a fare proprie le
ragioni dell’altro, ambiti di vita dove esercitare la condivisione non del
superfluo ma dell’essenziale».
E l’Anno della Fede sarà l’occasione per realizzare tutto questo come
ha ricordato l’Arcivescovo nel suo messaggio alla città. «Sarà un invito –
ha concluso il Vicario Generale - per essere pietre vive, ovvero uomini
e donne capaci di edificare percorsi di luce e di speranza per l’umanità
intera».
In serata si è svolta la tradizionale Cavalcata, con cavalli e cavalieri
adornati che scortano la statua argentea del Protettore portato in processione per le vide della città. La devozione al Santo è legata ad una mortale epidemia che colpì il Salento e da cui Ostuni fu risparmiata, a detta
dei devoti, proprio per l’ intercessione di Sant’Oronzo. Una grande festa,
insomma, «una festa del cuore – come si legge nel messaggio dell’Arcivescovo - se è capace di orientare la nostra vita e le nostre scelte verso una
storia nuova, oltre lo svago, le luci esterne e i festeggiamenti civili».
Da. Ne.
5
Vita Diocesana
15 settembre 2012
PASTORALE Il quaderno post-sinodale “L’iniziazione Cristiana per la vita nuova dei Credenti e della Chiesa”
Ora “Effathà” è nelle nostre mani
A
conclusione del Convegno di San
Giovanni Rotondo dello scorso agosto è stato consegnato alle comunità parrocchiali, religiose, ai movimenti e
alle associazioni il quaderno post-sinodale
“L’Iniziazione Cristiana per la Vita nuova
dei Credenti e della Chiesa”, che accompagnerà il cammino della “nuova evangelizzazione” nella nostra diocesi.
La sua stesura è stata preceduta da un lungo e impegnativo lavoro di studio, confronto,
revisione in modalità “sinodale”, ossia facendo dell’incontro e del dialogo una opzione di
fondo perché tutti potessimo ritrovarci nelle
motivazioni e nelle finalità del rinnovamento della Iniziazione cristiana.
Ora “Effathà” è nelle nostre mani! Cosa
ne faremo dipenderà dalle scelte che ogni
comunità, ogni Consiglio pastorale ne farà,
perché non resti un testo tra altri testi.
Certamente resterà deluso chi, in questo
documento, si aspettava di trovare “ricette”
per rispondere efficacemente alle nuove esigenze della trasmissione della fede.
“Effathà” è uno strumento attorno al quale si possono e si devono incontrare sacerdoti, catechisti, educatori, operatori della
liturgia e della carità e quanti si sentono a
diversi livelli impegnati nel delicato compito di accompagnare ragazzi e adulti a vivere
con maggiore consapevolezza la vocazione
alla vita cristiana. Sarà necessario a tal fine
conoscerlo, studiarlo, trovare insieme modalità concrete di attuazione degli obiettivi
proposti nelle diverse tappe del progetto, nel
rispetto dei soggetti coinvolti, delle comunità, della cultura e delle particolarità di ogni
territorio. Saranno importanti le scelte che si
opereranno a livello vicariale o interparrocchiale.
Il documento non è esaustivo. Sfogliandolo, ci si rende subito conto che ha posto particolare attenzione alla iniziazione cristiana
dei ragazzi dai 7 ai 14 anni e all’accompagna-
mento dei loro genitori e padrini per riscoprire la bellezza del dono della fede, vissuto
nell’esperienza quotidiana.
La sfida sarà quella del lasciarsi coinvolgere
a livello di comunità e di superare la tentazione dell’isolamento e dell’essere “navigatori solitari”.
“Effathà!”. “Apriti!”. E’ l’esortazione forte
rivolta a tutti a lasciarsi prendere dalla novità del Vangelo, a partire dalle parole di Gesù
nel Cenacolo: “Come ho fatto io”.
La copertina del testo, che riporta la stessa
icona del Sinodo, sembra un invito all’essere insieme per continuare a servirci gli uni
gli altri, sicuri della presenza di Gesù risorto
che conforta la fede e l’impegno di ciascuno.
Rosa Morelli
luoghi dell’accoglienza Intervista col Direttore Antonio Petraroli
Vacanze, ovvero tranquillità coltivando le relazioni
L’
estate, si sa, è tempo di vacanze e di svago, ma è
anche il tempo in cui si organizzano campi scuola,
ritiri, esercizi spirituali, giornate all’insegna della
fraternità e del riposo.
La nostra diocesi, attraverso le sue strutture di accoglienza,
anche quest’anno ha offerto ospitalità a gruppi, singoli e
famiglie che hanno deciso di trascorrere le proprie giornate di riposo all’insegna della tranquillità, della riflessione e
della possibilità di ritagliarsi tempo per la preghiera e per
coltivare le relazioni familiari e sociali.
Con Antonio Petraroli, Direttore delle strutture diocesane
di accoglienza, abbiamo tracciato un bilancio della stagione appena trascorsa.
Parliamo di numeri: ci fornisci qualche dato relativo
alle presenze e alla tipologia dei gruppi ospitati?
«Possiamo definire soddisfacente il bilancio della stagione
estiva 2012. Di fronte alla crisi che stiamo attraversando, le
nostre attività sono a dir poco stabili. Infatti, siamo riusciti
ad avere quasi 12.000 presenze a fronte delle 11.500 dello
scorso anno. Dalla lettura dei dati in nostri possesso notiamo che la maggior parte degli ospiti provengono dal nord
Italia (56%), la maggior parte dei quali dalla provincia di
Milano.
Passando all’analisi della tipologia degli ospiti registriamo
con il 39% i gruppi parrocchiali (45% nell’estate 2011), con
il 31% le comunità che svolgono attività socio – educative
(14% nell’estate 2011), con il 20% le famiglie singole (6%
nell’estate 2011), con l’8% l’Azione Cattolica (33% nell’estate
2011) e con il 2% altri gruppi religiosi (2% nell’estate 2011).
Inoltre, è interessante notare come, rispetto al passato, gli
ospiti gradiscono maggiormente il nostro servizio di trattamento in pensione completa (79%) rispetto a quello in autogestione (21%).
Forse l’unica vera nota dolente di questa stagione estiva è il
non aver avuto alcuna presenza di gruppi provenienti dalla
nostra Diocesi».
Vogliamo ricordare quali sono le strutture di accoglienza della Diocesi?
«L’Arcidiocesi di Brindisi – Ostuni è proprietaria di diverse strutture di accoglienza. Con la collaborazione di laici e
religiosi vengono gestite: Casa del Sole Ostello della Gioventù situata all’interno della meravigliosa selva di Fasano. L’ostello dispone di 21 stanze con servizi in camera
per complessivi 90 posti letto; Centro di Spiritualità Madonna della Nova ai margini del borgo antico di Ostuni.
Il centro dispone di 32 stanze con servizi per un totale di
70 posti letto; Villa Sant’Oronzo Centro di Accoglienza, ex
sede estiva del Seminario Vescovile, adiacente al Santuario
di Sant’Oronzo sui colli della città di Ostuni. La struttura è
composta da 50 posti letto distribuiti in 9 camere; Oasi di
Belvedere Casa per Ferie, situata a pochi passi da Carovigno, accanto all’omonimo Santuario. La casa dispone di 30
posti letto in 7 stanze tutte con servizi».
Quali sono le finalità delle nostre strutture?
«Il progetto “Luoghi dell’Accoglienza” nasce nella nostra
diocesi nel 2007, per volontà dell’Arcivescovo Mons. Rocco Talucci, nell’ambito del Progetto Policoro. La principa-
anche l’inverno perchè i nostri principali ospiti sono le
parrocchie, le associazione ed i gruppi religiosi che organizzano ritiri, esercizi spirituali e soggiorni di preghiera. Se
chiudessimo nella stagione invernale i nostri gruppi non
avrebbero luoghi adatti e necessari per svolgere le proprie
attività. Siamo convinti, infatti, che certe iniziative sono
un’occasione per guardare lontano, per ampliare i propri
orizzonti, per arricchire di contenuti il proprio agire attraverso spazi di confronto e preghiera».
le finalità è quella di creare nuove possibilità di lavoro nel
territorio diocesano. Ad oggi nelle nostre case lavorano 18
persone, diversi con contratti stagionali, altri a tempo pieno. Altra finalità, che con il tempo stiamo pian piano perseguendo, è la rivalutazione degli immobili attraverso attività
di ristrutturazione, manutenzione ordinaria, sistemazione
del verde, nonché con l’acquisto di beni e servizi utili e necessari per la corretta gestione delle case».
È cambiato il modo di fare le vacanze da parte delle
persone? È solo una questione legata al denaro, oppure
le famiglie scelgono le nostre strutture per lo stile di accoglienza che riservate?
«Oggi il modo di far vacanza è cambiato molto. Se da una
parte, data la crisi che viviamo, le famiglie ed i gruppi hanno meno possibilità di permettersi le vacanze (le famiglie
diminuiscono le proprie giornate, mentre i gruppi diminuiscono le presenze nelle iniziative), dall’altra c’è l’esigenza
di una nuova forma di accoglienza, attenta all’identità e
alle relazioni sociali. Noi negli anni abbiamo visto sempre
crescere il numero delle presenze degli ospiti e questo forse
vuole indicarci che il nostro modo di accogliere piace alla
gente. Nella nostra accoglienza il denaro è solo un fattore
economico utile per gestire al meglio le case, ma ciò che ci
contraddistingue è lo stile di accoglienza: la disponibilità
del personale, la serenità dei luoghi ed i sapori della nostra
cucina tipica. Un nuovo modo di fare turismo religioso che
fa crescere chi lo pratica e chi lo accoglie perchè aiuta ad
incontrarsi, scoprire, conoscere, rispettare i modi di vita
della gente in ambienti diversi».
Le nostre case sono aperte anche l’inverno per incontri,
ritiri e campi?
«Nonostante le difficoltà economiche del periodo invernale (l’elevato costo del gasolio per il riscaldamento ed il
calo delle presenze dei gruppi) le nostre case sono aperte
Facciamo un invito alle parrocchie, ai gruppi e alle associazioni della diocesi, ma non solo, a venire nelle nostre case….
«Abbiamo notato un trend negativo nelle presenze dei
gruppi appartenenti alla nostra diocesi. Di anno in anno la
percentuale è andata via via diminuendo fino ad azzerarsi
nelle stagione estiva appena conclusa. Dal 22% del 2010,
siamo passati al 9% del 2011, fino al arrivare allo 0% nel
2012 L’invito che possiamo fare alle nostre parrocchie, associazioni, comunità, cammini neo-catecumenali è di venire a visitare i nostri luoghi di accoglienza affinché possano rendersi conto che non c’è bisogno di ricercare altrove
case dove organizzare campi – scuola e soggiorni spirituali. Ci rendiamo disponibili ad organizzare, in base alle loro
esigenze, qualsiasi iniziativa che possa rendere omaggio
agli sforzi che la nostra diocesi sta affrontando nella realizzazione di questo progetto».
Giovanni Morelli
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Hanno collaborato: Daniela Negro, Cecilia Farina e Salvatore Licchello
Questo numero è stato chiuso in redazione alle ore 15 del 12 settembre 2012
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Vita Diocesana
15 settembre 2012
ostuni Concluse le celebrazioni per l’anno giubilare del Santuario mariano
Il Santuario della Madonna della Grata ha compiuto 100 anni
«L’
anima mia magnifica il Signore…». Al canto
di lode della Vergine si è unito tutto il popolo
di Ostuni, in occasione della festa annuale del
Santuario della Madonna della Grata, celebratasi lo scorso
mese di agosto per ringraziare insieme il Signore per i cento anni dalla consacrazione della nuova Chiesa, dedicata
alla Consolatrice degli afflitti.
Sorta nella prima metà del XVIII secolo, in seguito alla
guarigione istantanea di un uomo affetto da lancinanti dolori alla schiena (detta “grata”, in dialetto ostunese) - avvenuta dopo aver invocato la Madonna con il Bambino Gesù
ritratta in una nicchia ricavata nel muro di recinzione di un
orto -, la primitiva cappella divenne ben presto inadeguata
per accogliere il continuo pellegrinaggio di fedeli e di devoti, che si accostavano all’immagine della Vergine per implorare grazie.
Insufficienti risultarono anche gli ampliamenti fatti
all’inizio dell’ ‘800 – con l’aggiunta di due ali trasversali,
che conferirono all’edificio la canonica tipologia a croce
latina -, tanto che nel 1884 si decise di costruire un nuovo
tempio più ampio in onore della Madre di Dio, su progetto, secondo una inveterata tradizione orale, dell’architetto
Gaetano Jurleo. Tale desiderio si realizzò grazie al dono di
un terreno adiacente la vecchia cappella, da parte di Eligio
Tanzarella, e alle offerte dei cittadini ostunesi. Per terminare i lavori fu decisivo il contributo offerto dalla facoltosa
famiglia di Leonardo Tanzarella, parente del concessionario del suolo: fu così voltata la cupola, furono eretti gli altari
interni e messo in opera il pavimento. L’affresco della Vergine, staccato dall’antica cappella, fu ricomposto nel muro
del presbiterio, dove si contempla ancora oggi. Finalmente,
il 18 agosto 1912 la chiesa poté essere solennemente consacrata dall’arcivescovo mons. Tommaso Valeri.
Ulteriori abbellimenti del tempio sacro – proclamato
“santuario cittadino” dall’arcivescovo mons. Settimio Todisco, nel 1984 - sono stati effettuati negli ultimi decenni del
XX secolo. Degni di nota sono il pulpito, le porte bronzee e
le vetrate policrome, dovute all’intervento di don Pasquale Virgilio, che ne fu rettore per oltre trent’anni. Dal 1999
la cura pastorale del Santuario è stata affidata ai Servi del
Cuore Immacolato di Maria.
Quanto appena scritto è una sintesi della storia “umana”
del Santuario, certamente ispirata e alimentata dalla Grazia. Ma più importante è quella storia che solo Dio vede – e
qui sicuramente lo spazio non basterebbe per narrarla tutta
-, ossia quella scritta nel cuore e nell’esistenza di tanti uomini e donne che nel corso dei tre secoli di vita di questo
sacro luogo hanno incontrato la mano provvidente e misericordiosa di Dio: dei tanti che hanno ritrovato la fede “perduta” o “affievolita”, che hanno riacquistato la pace nei loro
cuori, o che hanno sperimentato aiuti e grazie anche materiali, come attestavano i numerosissimi ex-voto custoditi
nel Santuario.
La venerazione degli ostunesi per la Madonna della Grata
La celebrazione presieduta dal Card. Monterisi
L’atto di affidamento alla Vergine
non è mai diminuita e l’ardore degli avi continua a manifestarsi nei loro discendenti. Il grande afflusso di fedeli alla
festa annuale, che si celebra la prima domenica del mese di
Agosto, preceduta da una solenne novena e seguita da una
settimana di ringraziamento al Signore e alla sua augustissima Madre, testimonia la grande devozione che li lega alla
Vergine Maria, via privilegiata per una più fedele sequela di
Cristo.
All’evento di grazia del Centenario ci si è preparati con
un particolare “anno mariano”, aperto la prima domenica
di Agosto del 2011 dal nostro arcivescovo, mons. Rocco Talucci, un anno arricchito anche dal dono dell’indulgenza
plenaria, concesso ai pii visitatori del Santuario dal Santo
Padre Benedetto XVI.
Per l’occasione è stato anche stampato l’opuscolo Il Santuario della Madonna della Grata. Storia – Arte – Devozione,
realizzato dalla prof.ssa Enza Aurisicchio, docente di Storia
dell’arte presso il liceo classico di Ostuni, nonché responsabile dell’Archivio Capitolare e collaboratrice del mensile Lo
Scudo, ed un nuovo libretto di preghiere del Santuario, da
tempo auspicato dai devoti, in cui sono state rielaborate in
un italiano più corrente le antiche preghiere alla Madonna
della Grata.
Quest’anno la Novena è stata animata da diversi sacerdoti
di Ostuni, che hanno offerto le loro riflessioni alla luce della lettera enciclica Redemptoris Mater, del beato Giovanni
Paolo II.
La partenza della processione
Nella tarda mattinata di domenica 5 Agosto, giorno della festa titolare, un piccolo gruppo di fedeli, insieme con i
portatori, ha accompagnato la Sacra Effigie della Madonna
della Grata nella Basilica Concattedrale. Ivi, nel pomeriggio, il cardinale Francesco Monterisi - arciprete della Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura -, giunto per l’occasione, ha presieduto la solenne concelebrazione eucaristica.
Ad accoglierlo le autorità civili e militari. Al termine della
santa Messa è seguita la processione con la Statua della
Vergine che, scortata dai carabinieri in alta uniforme, dopo
aver percorso via Cattedrale, ha proseguito per il consueto itinerario fino al Santuario. Due lunghe schiere di fedeli
hanno accompagnato la Madonna nel suo procedere lungo le vie di Ostuni, alla luce tremolante e variopinta della
candele, recitando devotamente il Santo Rosario animato
dalle suore Serve del Cuore Immacolato di Maria. Erano
presenti anche rappresentanti di tutte le confraternite e dei
vari gruppi ecclesiali cittadini. Al termine della Processione, dopo l’esortazione dell’Arcivescovo e i ringraziamenti
del Rettore, il cardinale Monterisi ha pronunciato l’atto di
affidamento della Città alla Madonna.
L’anno centenario si è concluso sabato 18 Agosto, con la
celebrazione eucaristica pomeridiana, presieduta da mons.
Giuseppe Satriano, Vicario Generale della Diocesi, presso il
Santuario della Grata.
p. Alessandro Ricciardi, icms
PELLEGRINAGGIO UNITALSI La testimonianza del gruppo di Ostuni
Anche noi ai piedi della grotta di Lourdes
D
al 2 all’8 settembre
si è svolto il Pellegrinaggio
diocesano a Lourdes, organizzato dalle sottosezioni
dell’U.N.I.T.A.L.S.I. di Brindisi, Monopoli e Conversano
che ha visto la partecipazione di circa 800 persone tra
ammalati, volontari e pellegrini.
L’U.N.I.T.A.L.S.I. (Unione
Nazionale Italiana Trasporto
Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali) è nota a
tutti come l’associazione dei
“Treni Bianchi”, l’associazione dei grandi pellegrinaggi che unisce sotto
un’unica speranza gente di ogni età, anziani,
giovani, bambini e intere famiglie. I volontari dedicano il proprio tempo per gli altri,
specialmente per chi ne ha più bisogno. Il
pellegrinaggio è per questo esperienza fondamentale per vivere l’Associazione come
servizio attraverso cui incontrare Dio. È grazie all’aiuto di tanta gente generosa che da
qualche anno possiamo anche realizzare numerose iniziative di grande significato spirituale e sociale - come le case famiglia per le
persone disabili e sole - di accoglienza per le
famiglie dei bambini che arrivano nei grandi
centri ospedalieri, i progetti di intervento a
favore degli anziani soli.
Perché questa è la nostra missione: mettersi al servizio del prossimo e condividerne la
felicità.
Il “Tema” di quest’anno, offertoci dal Santuario di Lourdes è “Pregare il Rosario con
Bernadette”, mettere la Preghiera del Rosario nella luce di Bernadette, quella luce che
avvolgeva la Madre di Dio durante le appari-
zioni e che è la luce che Dio
ci dona per mettere i nostri
passi nei passi del figlio.
Diverse le testimonianze
dei pellegrini e dei volontari,
emozionante il racconto di
un pellegrino che vive il momento del Rosario come un
momento di confidenza tra
un figlio e la propria mamma, una confessione con la
Madonna, dove il silenzio
della sua abitazione fa da richiamo alla sua esigenza di
incontrarla.
Un'altra testimonianza forte è stata quella di un volontario che ha raccontato: “andare a Lourdes
mi riempie sempre di gioia, sono alla mia
settima esperienza, e nonostante la stanchezza che nel corso dei giorni si accumula,
ogni volta non vedo l’oradi recarmi presso la
stazione di Ostuni per riprendere quel treno
che accompagna noi tutti verso la Grotta di
Lourdes. Auguro per tanto a tutti i giovani
di poter fare questa esperienza e arricchirsi
dei tanti doni che vengono elargiti presso la
grotta”.
Nicoletta Natola
Nomine
dell’Arcivescovo
INCARICHI DIOCESANI
SATRIANO Mons. Giuseppe,
Direttore Ufficio Missionario
LUPERTO don Alessandro,
Assistente Azione Cattolica Ragazzi
TARDIO don Salvatore,
Assistente Giovani Azione Cattolica
ALTRI INCARICHI
DE BENEDICTIS don Francesco,
Collaboratore Parr. S. Francesco in Brindisi
MERICO don Antonio,
ad experimentum in Diocesi
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Associazioni & Movimenti
15 settembre 2012
ordo virginum Cronache e commenti dagli incontri regionale e nazionale
Donne scelte da Dio per vivere la sua totale appartenenza
E
state: tempo di vacanza; tempo per
tuffarsi nel caos assordante di locali
e riviere all’ultima moda; tempo del
“dolce far niente”; tempo per dedicarsi ad
attività trascurate durante l’anno; tempo per
scoprire luoghi nuovi; tempo per immergersi
nel silenzio di un eremo per ascoltare la voce
di Dio. Per noi consacrate dell’Ordo virginum della Regione Puglia, il tempo delle vacanze è preparato ed atteso per tutto l’anno
come kairòs, tempo di grazia per ritemprare
spirito, anima e corpo. Assecondando un desiderio comune, ormai consolidato da alcuni
anni, di vivere insieme gli esercizi spirituali
alternandoci nelle varie diocesi come segno
di reciproca accoglienza, dal 13 al 18 luglio
il Centro di spiritualità Madonna della Nova
di Ostuni ha ospitato, appunto, gli esercizi
spirituali per l’Ordo virginum della Regione Puglia, guidati dal Vicario generale della
diocesi mons. Giuseppe Satriano. Nel corso
del tempo stiamo sperimentando che ritrovarsi almeno una volta l’anno per pregare
insieme, per ascoltarci nelle nostre difficoltà
spirituali che e per condividere la gioia delle
cose belle che il Signore non cessa di donare,
ci sta aiutando a crescere nell’autentica comunione di sorelle oltre che nell’esperienza
personale di fede. Questo cammino è stato
accompagnato nella preghiera dalle comunità monastiche della città, cui va la nostra
gratitudine per la comunione con la diocesi
che questo gesto significa e realizza. Le meditazioni con il metodo della lectio divina ci
hanno raccontato la sequela di Gesù nel Vangelo di Luca. Brani scelti ci hanno portato a
riaccoglierci nella fragilità del nostro essere
donne, contemplando il valore della verginità nell’economia di Dio: verginità come vuoto assoluto in grado di contenere l’Assoluto,
dunque stato del cuore prima ancora che
condizione fisica, capace di generare senza
lasciarsi sopraffare dalla logica del possesso.
Verginità è avere un cuore libero e liberante, che riconosce l’altro come dono di Dio di
cui prendersi cura e da custodire. La libertà
del cuore esige: fede e povertà per fissare lo
sguardo in Gesù sorgente di ogni pienezza;
capacità di non confidare in se stessi, nell’efficacia dei mezzi umani pur a volte necessari nell’annuncio del Vangelo; il relativizzare
tutto ciò che si frappone tra noi e Dio per
parlare con la nostra vita del rapporto personale che ci ha cambiato l’esistenza. In questo
cammino di liberazione, fondamentale è la
dimensione della fraternità, che vuol dire
L’
accogliere l’altro nella sua similarità, diversità e complementarietà rispetto a me e quindi
abbandonare la rivalità, che si manifesta in
innumerevoli modi, recuperando lo sguardo
di Dio su di me e sull’altro. Ma come vivere
la dimensione della fraternità se non si passa
attraverso la preghiera? Pregare è: vivere la
solitudine con Dio che ci permette di entrare
in comunione con i fratelli; permettere alla
Parola di essere criterio di verità sulla nostra
vita, tanto da poter rinnegare se stessi; rinunciare alla proprie ambizioni umane fino
a sedersi a tavola con Gesù e con lui offrire la
vita. Tutto ciò trova il suo significato più profondo nel mistero della croce, che ciascuna
di noi ha potuto contemplare nella propria
vita durante l’adorazione della croce vissuta
sullo sfondo di una giornata penitenziale. La
collatio in piccoli gruppi ci ha permesso di
vivere la comunione con le sorelle di cammino, valorizzando la dimensione dell’ascolto
dell’altro nella consapevolezza che Dio parla
anche attraverso gli altri. Un grazie particolare a don Giuseppe per averci aiutato a mantenere il silenzio orante, per aver testimoniato con il suo modo di essere e di fare il senso
del servizio, per averci aiutato ad amare la
Chiesa con le sue fragilità e con i suoi slanci
generosi, con le sue mancate testimonianze
e con i martiri nascosti e quotidiani che la
rendono Sposa amata da Cristo.
Maria Grazia Zecca
Incontro nazionale dell’Ordo virginum delle diocesi italiane ha affrontato il tema “Ordo virginum: annuncio di carità”, completando così il percorso
formativo sui tria munera iniziato a Loreto
nel 2010, con l’attenzione alla dimensione
profetica, proseguito a Bergamo lo scorso
anno, con l’approfondimento circa la dimensione sacerdotale, e conclusosi a Mazara del
Vallo, nei giorni 25-29 agosto, con la riflessione sulla dimensione regale nella vita della vergine consacrata. Nel passaggio dalla
sequela alla testimonianza, la vergine vive
la sua regalità anzitutto in ciò che è chiamata ad essere per vocazione: donna scelta da
Dio, per vivere la sua appartenenza totale a
Lui nella verginità in
mezzo alla gente, nei
luoghi più svariati,
nelle situazioni più
diverse. Hanno partecipato all’incontro circa 130 donne,
provenienti anche da
Malta e dalla Germania. La splendida terra siciliana, dai molteplici colori, ha fatto
da sfondo all’incontro di donne diverse, ma accomunate
dalla volontà di crescere nella vocazione
attraverso le relazioni, il confronto, il dialogo, l’approfondimento laboratoriale, la conoscenza di realtà nuove, che dicono la ricchezza della Chiesa e del mondo. Bella, in tal
senso, la testimonianza sull’interculturalità
offerta da Papas Jani Pecoraro, parroco della cattedrale di Piana degli Albanesi, nel suo
servizio alla Caritas diocesana e dalle suore
francescane di Maria, nella accoglienza verso i giovani tunisini. I relatori siciliani hanno
dato ampio spazio alla riflessione del munus
regalis, inquadrandolo nella prospettiva liturgica, biblica e morale, offrendo spunti di
riflessione originali e rimarcando le verità di
fede già assodate ma non scontate. La radice
battesimale riporta all’origine vocazionale,
essendone la fonte primaria. Dalla comprensione esistenziale del primo sacramento si
sviluppa la testimonianza di vita cristiana,
attraverso la molteplicità delle vocazioni,
tutte necessarie perché complementari. La
consacrata nell’Ordo virginum rappresenta
“l’espressione profetica della purezza”, così
come il vescovo di Monreale, mons. Salvato-
re Di Cristina, ha evidenziato nella sua omelia nella cattedrale di Mazara. Tale segno profetico diventa “risposta ai bisogni di oggi”: è
mons. Paolo Romeo ad aver posto l’accento
sulla laicità della vergine consacrata, che
vive ogni situazione umana senza alcuna
barriera, affrontando ciò che la vita le pone
dinanzi senza una congregazione alle spalle, senza un abito specifico, senza una regola comune con le altre, senza l’obbligo della
vita fraterna comunitaria. La vergine vive ed
opera nella Chiesa particolare e locale, adotta uno stile di vita consono alla scelta di Cristo come suo unico sposo, coltiva personalmente una regola di vita, e tutto questo nel
mondo, dove ciascuno è fratello da amare e
da custodire. Mons.
Domenico Mogavero, vescovo di Mazara ha parlato delle
vergini
consacrate
come “ancelle” che
si chinano sulle ferite
umane, sull’esempio
del buon samaritano
della parabola evangelica. Dunque donne libere, ma di una
libertà che attesta
una responsabilità
personale ancora più
forte, che presuppone una maturità umana e
spirituale in continua crescita. Nell’esercizio
di tale libertà è in gioco una vocazione, quella verginale, pienamente ecclesiale, perché
custodita e coltivata dalla Chiesa particolare nella persona del Vescovo, nell’esercizio
della sua paternità e pienamente secolare,
perché inserita nei contesti di vita comuni
a tutti gli uomini. Attingendo al pensiero di
sant’Agostino, mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, ha parlato della verginità come “libero atto di amore”, custodita
dalla carità e “splendida espressione della
Chiesa”. È stato edificante conoscere le diverse realtà diocesane di Ordo virginum nel loro
essere “annuncio di carità”: le consacrate di
quattro diocesi italiane si sono raccontate in
una tavola rotonda, ad attestare la singolarità e l’originalità, nella modalità di espressione, di questa forma di consacrazione. Storie
diverse, originate da una risposta personale
di fede, ma che in Dio trovano l’unico e il
primo fondamento: in questo sta la bellezza
della Chiesa e, in essa, dell’Ordo virginum.
Anna Rita Lamendola
RETINOPERA SaLENTO L’esperienza di un giovane con il progetto “Europeando”
In Turchia per costruire insieme un futuro migliore
L
a Turchia è la classica “terra di mezzo”,un Paese ambiguo dove occidente e oriente si fondono dando vita
ad un paesaggio culturale totalmente intrigante che da la
giusta voglia, ad un normale turista, di avventurarsi nella
sua cultura e scoprire la sua strana ambiguità.
Non siamo normali turisti, ma ragazzi armati di voglia ed
entusiasmo pronti ad intraprendere un progetto importante per il futuro della nostra cara Europa che ormai vediamo come una terra calpestata dalla crisi e dalla triste
apatia giovanile verso le culture, i popoli e le tradizioni i
quali possono dare indubbiamente un grosso contributo
allo sviluppo e alla crescita sotto tutti i punti di vista .
Questo progetto chiaramente ha un nome: “Beginning
from the youth towards achieving sustenaible future”.
Io ho interpretato tutto in chiave del tutto personale, questo slogan che letteralmente significa “Cominciando dalle
nuove generazioni per il futuro della sostenibilità’” è il titolo di un progetto che nasconde in se una definizione importante sotto tanti punti di vista.
Oltre al progetto sull’eco-sostenibilità che è stato davvero
interessante, ho preferito guardare le cose dall’alto, all’interno dello slogan ci sono due parole chiave che hanno un
importanza enorme nello squallido presente in cui viviamo ovvero futuro e nuove generazioni, queste due parole
a loro volta sono state imbevute in un altro contesto che è
il viaggio, una parola metamorfica che
assume diverse trasformazioni di significato a seconda del
posto in cui la collochiamo e che ci fornisce determinate
risposte.
In questo caso è stata collocata in un contesto di collaborazione tra giovani più o meno della stessa età che si
sono espressi nelle loro forme più belle e che tutti insieme,
nonostante le differenti culture e le diverse lingue hanno
avuto la capacità di ritrovarsi e intendersi attraverso il coraggio collettivo di raggiungere un obiettivo.
Sostanzialmente questo è stato il significato del progetto che ovviamente non deve essere un punto di arrivo,un
viaggio al quale si deve dare una conclusione, deve essere
invece una parabola che deve costruire e insegnare qualcosa nel tempo, una specie di fonte dalla quale tutti i giovani
possono attingere e insieme creare qualcosa di concreto,
creare una coscienza giovanile che deve avere indiscutibilmente come predicato il verbo “credere” e “fare” e tramite
l’innocenza dei nostri valori possa dare al nostro futuro un
altra opportunità.
Giuseppe Quaranta
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Parrocchie & Associazioni
mesagneIl campo estivo dei giovani di S.Pio
Rispondere all’amore
con amore si può
C
on questo motto, noi
educatori e giovanissimi, abbiamo preparato e iniziato l’avventura del
Campo Scuola estivo, vissuta
ad Assisi dal 6 all’11 agosto
2012 sui passi del grande
Santo Francesco d’Assisi.
Da subito, noi educatori ci
siamo posti un interrogativo
e un obiettivo da proporre
alla riflessione e alla meditazione di tutti.
L’obiettivo che ci siamo posti era ed è: fare gruppo!
L’interrogativo, invece, era:
si può rispondere all’Amore?
Abbiamo cercato di rispondere a questo interrogativo
visitando i vari luoghi francescani, ma soprattutto aiutati da suore e frati che hanno spezzato per noi la Parola
di Dio con canti, preghiere e
balli.
Siamo partiti da Mesagne
in 56 persone, 42 giovanissimi, guidati dagli educatori:
Walter Vinci, Sara Villani,
Riccardo Rota, Carmen Licciulli, Alfredo Carrone, Lucia
Licciulli, Federica Caramia,
Jennifer Chiriacò, Enrica
Marra, dal parroco don Alessandro D’Agostino, dal Vicario Foraneo don Pietro De
Punzio e 2 cuoche, siamo ritornati a casa in un’unica famiglia, tutti con l’obiettivo di
continuare a fare gruppo nel
nostro paese, nella nostra
comunità parrocchiale.
Il nostro stare in terra
d’Umbria ci ha visti pellegrini ad Assisi, Rivo Torto,
Spello, S. Maria degli Angeli,
15 settembre 2012
mater dominiChiusura del centro estivo
Amicizia è camminare
fianco a fianco
L
Santa Chiara, San Damiano,
Perugia, Eremo delle carceri
ed ospiti presso una struttura privata a Bettona.
La nostra giornata-tipo si
apriva con la preghiera del
mattino, colazione e partenza per il luogo da visitare,
dove ci attendeva una suora
o un frate per la riflessione
sul tema da noi proposto, seguiva l’attività di gruppo ed
il pranzo. Nel pomeriggio si
ripartiva alla volta di un altro
luogo, si ritornava per cena
per poi vivere momenti di
gioco, canti e balli fino a tarda serata.
Ecco la nostra giornata…
una giornata ricca…una
giornata dove si palpitava
l’amore dello stare insieme.
Un momento fondamentale e importante che ha caratterizzato il nostro campo
è stata la Liturgia Penitenziale, vissuta a Santa Maria
degli Angeli, presieduta dal
nostro parroco e guidata
dalla “grande” Suor Barbara
(suora missionaria francescana). A seguire le confessioni individuali, momento
intenso per tutti, la consegna
del Tau ed il passaggio dalla
Porziuncola dove abbiamo
sperimentato l’Amore più
grande di Dio verso i propri
figli.
Quella del campo, è stata
un esperienza straordinaria per noi educatori, per i
ragazzi che ci hanno dimostrato, che ancora oggi, nonostante viviamo in una società in cui prevale la teoria
“dell’usa e getta” noi giovani
avvertiamo il bisogno di fari,
di testimoni i quali ci parlino
e ci trasmettano con la loro
vita l’Amore per Dio, per la
Chiesa, per i Fratelli.
Possiamo definire, ancora
oggi, i giovani cuore palpitante della Chiesa del 2012…
giovani capaci d’Amare con
la A maiuscola.
Ora quanto abbiamo riflettuto diventa vissuto quotidiano, diventa ferialità…
Amore quotidiano!
A tutti… Buon Cammino,
tenendo sempre in mente
che ancora oggi si può rispondere all’Amore con
amore!
Walter Vinci
a “Casa della Quiete” a Mormanno
(Cs), piccolo centro nella Calabria
immerso nel cuore del Pollino, ha
ospitato per due giorni, il 2 e 3 Settembre
scorsi, il gruppo di giovanissimi animatori
del Centro estivo parrocchiale Mater Domini di Mesagne.
A conclusione dell’esaltante esperienza
estiva, conclusasi il 13 Luglio, e, soprattutto, per dare idealmente inizio al nuovo
anno pastorale, l’equipe, composta dal
parroco, don Giuseppe Pendinelli, da alcuni educatori, da animatori appartenenti
al gruppo giovani e, soprattutto, da giovanissimi animatori “in erba”, si è nuovamente riunita per trascorrere e condividere due
giornate di un campo scuola “sui generis”,
data la brevità di durata e l’eterogeneità
delle età dei partecipanti.
Un’oasi di tranquillità immersa nel verde
ha accolto il variegato gruppo, nel quale
risaltavano gli entusiasmi dei più giovani,
tutti appartenenti al gruppo della “Mistagogia”, gruppo nel quale i ragazzi completano il loro percorso di iniziazione cristiana attraverso attività di catechesi ma,
soprattutto, rendendo un servizio, da essi
stessi scelto, alla comunità.
Tema del campo è stato: “Amicizia è …
camminare fianco a fianco”, un invito a
riflettere sull’amicizia, dimensione vissuta
spesso superficialmente, sia dai più giovani che dai più adulti.
A dare l’incipit ai lavori, e a farne da sfondo per tutta la durata dell’esperienza, il
brano evangelico di Giovanni, capitolo 15:
12-16: “questo è il mio comandamento: che
vi amiate gli uni gli atri come io ho amato voi” : è questa meravigliosa eredità che
Gesù ci lascia, infatti, la sostanza di una
vera amicizia, il cui principio fondamentale è l’amore.
L’ascolto meditato di brani musicali
sull’amicizia ha favorito ulteriormente la
riflessione e, soprattutto il confronto, tra i
ragazzi che, superate le naturali reticenze
e timidezze iniziali,sono riusciti ad aprirsi,
ad accogliersi vicendevolmente in un’esperienza nuova ai più.
Lavori e riflessioni hanno condotto al
punto cardine dell’esperienza: se l’amicizia vera, a livello umano, è rara e preziosa,
quanti sono coloro che hanno davvero fatto esperienza di uno stretto rapporto con
la Persona di Gesù tanto da definirsi Suoi
amici?
La questione posta, la cui immensità e
profondità può non ancora raggiungere la
generazione più giovane,è stata però affrontata dai ragazzi con la semplicità che
li contraddistingue: tracciando un ideale
identikit di ciò che l’amicizia è e di ciò che
l’amicizia non è, è naturalmente scaturito
il loro personale rapporto col “Gesù – amico”, rapporto che, come per tutti gli altri
amici, va coltivato, nutrito anche attraverso difficoltà e tortuosità.
E, se l’amicizia vera non giudica, non
indaga ma “apre le braccia e dice: qui c’è
un cuore dove puoi riposare” (M. von Meyensburg), le stesse braccia diventano le
ali dei “Compagni di volo” della preghiera
di don Tonino Bello, recitata coralmente, a conclusione dei lavori,come impegno per la prosecuzione del cammino in
comune:”vivere è stendere l’ala, l’unica ala,
con la fiducia di chi sa di avere nel volo un
partner grande come Te”.
Ermanna Salamanna
azione cattolicaNell’Oasi Tabor di Nardò il campo diocesano unitario
L’invito del Maestro: “Date voi stessi da mangiare”
“D
ate voi stessi da mangiare!” è il titolo che ha guidato l’esperienza del Campo diocesano unitario
dell’Azione Cattolica, tenutosi presso l’Oasi Tabor di Cenate di Nardò dal 23 al 26 agosto scorso. L’espressione è tratta dal brano evangelico di Luca (9, 10-17) sulla
moltiplicazione dei pani e dei pesci, che quest’anno farà da
sfondo alla proposta formativa dell’associazione per l’anno
2012/13. Nell’anno in cui la Chiesa festeggia il cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano II, l’Azione Cattolica
si propone come interprete fedele di quel concilio ecumenico, basando la propria proposta formativa sulla fiducia nella
Chiesa, sulla corresponsabilità e sull’attenzione al territorio.
Il campo unitario, cui hanno partecipato gli educatori del
Settore Giovani e dell’ACR, gli animatori del Settore Adulti e i membri dei Consigli parrocchiali, ha visto l’intervento di importanti soci dell’Associazione a livello diocesano e
nazionale, che hanno aiutato ad approfondire e meditare i
temi al centro della proposta formativa. Paolo Reineri, consigliere nazionale e membro dell’Ufficio centrale ACR, ha
approfondito il tema della domanda di vita (che quest’anno è “Ti prendi cura di me?”) del cammino per i più piccoli:
«Far emergere la domanda di vita è una parte fondamentale dell’educazione – ha detto Reineri – i nostri ragazzi sono
piccoli, ma cercando la loro domanda di vita noi riteniamo
che pensino in grande». «I ragazzi chiedono di incontrare
dei testimoni che possano dire loro la verità su Gesù Cristo
e far dono di sé – ha aggiunto – perché prendersi cura non
è avere, fare, potere; prendersi cura è esserci, donarsi senza
congetture o metodi».
Nella lectio divina sull’icona biblica dell’anno don Piero
Tundo, Assistente unitario, ha analizzato l’invito di Gesù ai
discepoli «Date voi stessi da mangiare»: «Gesù ci invia ancora ad aiutare le folle nella logica dell’economia del dono – ha
detto – tuttavia non si sottrae ad accompagnare gli apostoli».
La proposta formativa alla luce del Concilio è stata, invece,
al centro della relazione di Maria Graziano, Vicepresidente
nazionale per il Settore Adulti: «Il Vaticano II è incentrato sulla dimensione pastorale e punta a rendere simpatica la Chiesa al mondo», ha sottolineato la Graziano, che ha spiegato la
differenza tra collaborazione, che è «l’aiutare qualcuno nella
fase esecutiva», e corresponsabilità, «il pensare insieme a un
progetto comune». «Esempio concreto di corresponsabilità è
il Consiglio pastorale – ha aggiunto –, il laico corresponsabile
è colui che porta nella comunità il suo modo di vivere la Parola».
Il prof. Fortunato Sconosciuto, già Presidente dell’associazione di Brindisi, si è invece soffermato sulle conseguenze
che il Vaticano II ha portato nella Chiesa diocesana: «Negli
anni ’60 la nostra Diocesi puntò sul riavvicinamento alla Parola con corsi nelle parrocchie, un rinnovamento liturgico
e lo studio del Concilio come momento di formazione – ha
affermato Sconosciuto –; successivamente, negli anni ’70, la
Diocesi affrontò il problema dell’ateismo chiamando a raccolta molti laici – ha continuato – e nei decenni scorsi ebbe
un ruolo pastorale anche nelle elezioni amministrative di
quegli anni».
Ma la riflessione è stata arricchita anche dal confronto reciproco tra i partecipanti che ha avuto modo di esprimersi
nei tanti laboratori di studio e programmazione, che hanno
intensamente caratterizzato la vita del Campo diocesano.
Con la gioia nel cuore e la Parola fissa nella mente educatori,
animatori e consiglieri di AC si apprestano dunque a vivere
il nuovo anno associativo nelle rispettive comunità parrocchiali, tenendo sempre presente l’invito di Gesù a essere
solleciti nei riguardi dei bisogni dell’uomo con il pane della
Parola di Dio.
Gianmarco Rizzo
9
Vita di Chiesa
15 settembre 2012
anno della fede Manca meno di un mese all’inizio del “percorso” indicato da Benedetto XVI
Uscire dal deserto e dirigersi verso il luogo della vita
A
meno di un mese dal suo inizio (11 ottobre), conviene soffermarsi un poco sulle speranze legate all’Anno della fede. Perché Benedetto XVI ha voluto che in
tutto il mondo la Chiesa s’impegnasse in questo cammino?
A motivo del significato e dell’importanza della fede; essa significa, fondamentalmente, incontro con Cristo. E a questo
incontro il Successore di Pietro dedica tutte le sue energie:
Egli infatti ha il compito di condurre a Cristo tutte le genti.
Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato ha invitato pastori e fedeli a mettersi in cammino per uscire dal deserto e
dirigersi “verso il luogo della vita, verso l’amicizia con il Figlio di Dio, verso colui che ci dona la vita, la vita in pienezza” (omelia per l’inizio del ministero petrino del vescovo di
Roma).
C’è un deserto da lasciare, quello in cui la fede soffre. Non si
tratta del deserto biblico, quello dove Dio parla al cuore, ma
di un luogo di morte, dove non cresce nulla. Si è nel deserto
quando i cristiani si danno “maggior preoccupazione per le
conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno,
continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune” (Porta fidei 2). Si è nel deserto, ancora, quando i cristiani pensano che avere fede sia un fatto
privato e individuale, quando manca la responsabilità della
testimonianza, ad esempio, su temi oggi eticamente importanti. Ancora, quando non si ricercano le ragioni per cui si
crede (cfr Porta fidei 10). Si è nel deserto quando la mentalità contemporanea “riduce l’ambito delle certezze razionali
a quello delle conquiste scientifiche e tecnologiche” (Porta
fidei 12): sarebbe vero solo quello che le scienze possono
sperimentare. Ancora, si è nel deserto quando dalla fede non
si passa alla testimonianza della carità e della speranza (cfr
Porta fidei 14-15). Un tale deserto condanna a morte la fede
autentica. Come poter rimanere tranquilli, quando in alcune
parti del mondo la fede sembra scomparire?
Urge mettersi in cammino, coinvolgendo tutti coloro che,
in diversi modi e con tempi propri, sono alla ricerca del senso ultimo dell’esistenza e del mondo. Un modo potrebbe es-
sere quello di pensare la fede per loro. Sia ben chiaro: non
si tratta di compiere alcun adattamento delle verità, specialmente di quelle più scomode. Invece, si potrebbe prendere
in seria considerazione i motivi per cui le ideologie del secolo scorso e gli stili di vita odierni abbiano creato e continuino a creare vuoti. Quante promesse di libertà hanno, invece,
reso l’uomo ancora più schiavo! Quante promesse di benessere che hanno creato vuoti interiori! Sembra, infatti, che le
teorie del Novecento abbiano lasciato il campo alle pratiche
contemporanee; come a dire: se non si è riusciti a soddisfare l’intelligenza con idee rivoluzionarie, ci si concentra ora a
soddisfare l’uomo con beni materiali, sempre maggiori. Ma
neanche la sazietà di questi - in realtà a disposizione di pochi - conduce l’uomo alla felicità.
Ora, vi sono persone che hanno provato tutto questo e si
sentono insoddisfatte, perché, solo per grazia, è rimasta in
loro una chiamata a qualcosa di più grande. Persone che
non frequentano le chiese, che non riconoscono in sé il dono
esplicito della fede, ma che con fatica sono alla ricerca di una
risposta e di una verità degna di sé. “Questa ricerca - afferma
il Papa - è un autentico preambolo alla fede, perché muove
le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio” (Porta
fidei 10). È un uscire dal deserto per cercare la vita. L’Anno
della fede è un invito a fare qualcosa per questi cercatori di
Dio, anche se inconsapevoli.
Evidentemente non si possono percorrere le strade consuete della catechesi ordinaria, non si può pensare di averli
settimanalmente in parrocchia: questa sarebbe, piuttosto, la
meta. Occorre interrogarsi su dove vivano, su come lavorino,
sugli ambienti che frequentino per incoraggiare coloro che
hanno già il dono della fede ad incontrarli. E poi? Bisogna
saper aspettare che le domande di senso affiorino, grazie anche alla buona testimonianza dei credenti. In questo senso,
l’anonimato è colpevole.
Occorre aver fiducia che la ragione dell’uomo, se non è asservita ai beni materiali, lavora e spinge a cercare ciò che vale
per davvero e rimane per sempre. La grazia di Dio sostiene
meeting di rimimi Un’esperienza
Tensione continua verso l’«oltre»
L
a questione del rapporto con
l’infinito è questione antropologica, cioè che definisce
l’uomo in quanto tale, individuando la natura umana come tensione
continua verso un “oltre”. La frase
che ha dato il titolo al 33° Meeting
per l’amicizia tra i popoli, è tratta
dal primo capitolo de Il senso religioso di don Giussani: «La natura
dell’uomo è rapporto con l’infinito».
Benedetto XVI nella lettera di
saluto ai partecipanti al Meeting,
ha reso chiaro ed esplicita la tensione di questo rapporto tra l’uomo e l’infinito: “Il tema scelto
quest’anno - «La natura dell’uomo
è rapporto con l’infinito» - risulta
particolarmente significativo in
vista dell’ormai imminente inizio
dell’«Anno della fede»…Riconoscere di essere fatti per l’infinito
significa percorrere un cammino
di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un
cammino di conversione del cuore
e della mente. Occorre sradicare
tutte le false promesse di infinito
che seducono l’uomo e lo rendono schiavo.... L’uomo è fatto per un
Dio infinito che è diventato carne,
che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo
essere divino. Scopriamo così la
dimensione più vera dell’esistenza
umana, quella a cui il Servo di Dio
Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione.
Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere
occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente
ci chiama e ci invita ad alzare lo
sguardo, a scoprire nell’adesione a
Lui la realizzazione piena della no-
stra umanità.”
Proprio tale natura, essendo comune a tutti gli uomini, consente l’esperienza dell’incontro tra
persone di fede e cultura diverse,
come anche quest’anno il Meeting
ha documentato dal 19 al 25 agosto: 98 incontri con 271 relatori,
9 mostre, 21 spettacoli, 800 mila
presenze da 40 paesi diversi, oltre
4000 volontari (750 durante il pre
meeting, e circa 3400 durante il
Meeting, tra cui anche alcuni musulmani).
Per comprendere realmente il
Meeting occorre parteciparvi, farne esperienza: il Meeting è un vero
e proprio luogo di educazione,
perché ciò che educa è incontrare
un’esperienza vissuta e guardarla
in opera. Chi partecipa al Meeting
non può non notare la differenza
tra il Meeting “vissuto” e quello
“mediatico” che viene raccontato
dai giornali che, indipendentemente dalla loro colorazione, tendono a ridurre il Meeting a “politica”.
Quest’anno mi hanno stupito,
per esempio, le critiche di Famiglia
Cristiana al “lungo applauso” che
Monti ha ricevuto al Meeting: mi
sono sembrate “irreali” e del tutto
fuori luogo.
Per il prossimo anno, considerata
la piena “emergenza educativa” in
cui ci troviamo, e quindi l’urgenza di ridare un’identità chiara alla
persona, all’io, il titolo della XXXIV
edizione del Meeting per l’amicizia
fra i popoli, che si terrà dal 18 al
24 agosto 2013, sarà: “Emergenza
uomo”.
Donato Caiulo
questo intenso lavorio e lentamente conduce a uscire dal deserto. È questa una situazione nella quale non si deve confidare eccessivamente sulle strutture, altre volte necessarie,
ma rendersi collaboratori della grazia che silenziosamente
opera. Solo Dio attira a Sé la ragione, ma anche il cuore di
coloro che Lo cercano.
La pastorale dei lontani chiede credenti convinti, testimoni
della speranza che è in loro e dediti alla preghiera, così da
collaborare silenziosamente, ma efficacemente all’opera di
Dio. Pregare affinché quell’esigenza di ciò che vale e resta
per sempre, esigenza posta indelebilmente da Dio nell’intimo di ciascuno, risuoni con forza così da “mettersi in cammino - dice il Papa - per trovare Colui che non cercheremmo
se non ci fosse già venuto incontro”.
In questo senso i frutti certamente verranno, anche oltre
dove si è seminato, perché il campo di Dio è il mondo intero.
Marco Doldi
fede e vita pubblica Parla il presidente del Meic
Chiamati alla responsabilità
“L
a storia: opera di Dio e responsabilità
dell’uomo” è il tema attorno a cui si è sviluppata, a Camaldoli, la tradizionale Settimana teologica del Movimento ecclesiale d’impegno
culturale. «La Settimana teologica di Camaldoli è
da sempre spazio di dialogo e confronto» spiega, in
un’intervista al Sir, il presidente nazionale del Meic,
Carlo Cirotto, «e in occasione dei 50 anni dall’apertura del Concilio abbiamo scelto d’interrogarci sul
ruolo che gioca la nostra fede nella vita individuale
e sociale, in particolare per quanto riguarda la rappresentanza politica, i criteri di distribuzione delle
risorse pubbliche, i problemi del mondo del lavoro e
quelli della famiglia».
Che ruolo possono svolgere gli intellettuali cattolici in un tempo di crisi economica, incertezza e
disorientamento come il nostro?
«Possono dedicarsi alla lettura dei segni dei tempi,
mostrare la loro peculiarità di cristiani che si pongono con lo spirito del Concilio di fronte agli eventi
concreti del nostro tempo. A livello individuale c’è
già chi s’impegna sui vari fronti: il passato presidente
del Meic, Renato Balduzzi, ora è ministro della Salute e ci sono, tra i nostri partecipanti, moltissimi amministratori pubblici».
campi dell’esperienza umana. In tre concetti, l’eredità è racchiusa nella Chiesa come popolo di Dio, nella
lettura dei segni dei tempi dal punto di vista culturale, e nel rifiuto dei profeti di sventura».
Con quali prospettive il Concilio ci consente di
guardare al futuro?
«Con la prospettiva dell’ottimismo di chi sa che nella
storia accanto al male c’è pure il bene. Anche in forma di seme che, una volta identificato, va coltivato».
Ora più che mai ci sarebbe bisogno di un pensiero alto. Ma sembra, a volte, che la voce degli intellettuali sia un po’ flebile.
«Forse manca un raccordo tra le varie famiglie ecclesiali. Ogni tanto gli intellettuali parlano, che poi non
vengano ascoltati è un’altra questione».
“I cristiani devono prendere coscienza della
propria speciale vocazione alla politica ed essere d’esempio” (Gs 67) nell’amministrazione del
bene comune. Quale via per i cattolici chiamati
all’impegno politico?
«Questo è un problema scottante e attuale. Ritengo
che, piuttosto che ricompattare un partito, sia meglio essere come il sale nella minestra, così possiamo
condire tanti tipi di minestre diverse. Ma penso che
manchi la presa di coscienza, libera e individuale e
con le caratteristiche della migliore umanità. Che
dev’essere precedente rispetto a qualunque scelta
politica».
I temi che avete trattato prendono spunto dalla
“Gaudium et spes”, costituzione pastorale dove i
padri conciliari posero l’attenzione della Chiesa
sulla necessità di aprire un proficuo confronto
con la cultura e con il mondo. “Cittadini dell’una
e dell’altra città” (Gs 43): quali sono, cinquant’anni dopo, le eredità che ci ha lasciato il Concilio?
«In parte è un’eredità già superata. Ad esempio, per
quanto riguarda la famiglia, dal momento che i problemi che abbiamo oggi sono esplosi dopo il Concilio. Che in questo caso può suggerire lo spirito, ma
niente di più. Per il resto va recepito come indirizzo
fondamentale, paradigma di comportamento ecclesiale. Dobbiamo sforzarci di leggere i tempi in tutti i
“Con il lavoro l’uomo rende servizio ai fratelli,
pratica la carità e collabora al completarsi della
divina creazione” (Gs 67). Come rispondere alla
sfida del lavoro in un momento tanto difficile
come quello odierno?
«Non c’è una ricetta semplice e unica. Le possibili ricette sono settoriali e molteplici, serve un occhio panoramico. ‘Lavorare meno e lavorare tutti’ potrebbe
essere uno slogan, ma non si sa di preciso come attualizzarlo. Serve maggiore giustizia nel lavoro, non
solo nel senso della retribuzione ma nel trattamento
della gente che lavora, e maggiore onestà anche da
parte del lavoratore».
Lorena Leonardi
10
Giovani Talenti
15 settembre 2012
l’intervista Incontro con Francesco Zecca, giovane attore originario di Leverano
«Attraverso un personaggio ho sempre imparato anche qualcosa di me»
C
onosciamo, in questo numero, un altro giovane talento del nostro territorio, l’attore Francesco Zecca originario di Leverano.
Appassionato di recitazione sin da piccolo,
si diploma, nel 2001, presso il Centro Internazionale “La Cometa” di Roma con diversi stage e seminari che arricchiscono la sua
formazione. Tra teatro, cinema e tv, l’attore
salentino ha interpretato tantissimi ruoli lavorando al fianco di importanti nomi quali
Lucrezia Lante della Rovere, Emma Dante,
Daniela Poggi, Fabiana Iacozzili. In particolare ha recitato in “Ris 4”, “La vita che corre”,
e al cinema in “Un altro pianeta” per la regia
di Stefano Tummolini, presentato alla 65ª
Mostra del Cinema di Venezia senza contare
le numerosissime opere teatrali come “Hamlet circus”, “La muta di portici”, “Malamore”,
“Riccardo III”, “Le tre sorelle”, “Romeo e Giulietta”.
Un lavoro, il suo, che definisce meraviglioso e che gli consente di vivere fino in fondo,
come ci racconta in questa intervista.
Francesco, quando nasce il tuo interesse
per la recitazione?
«È difficile stabilire quando è nato questo
mio interesse che chiamerei subito passione
perché è di questo che si tratta: ormai sento
che è una cosa che è sempre stata mia... non
riesco proprio a ricostruire…. Ricordo che da
bambino mi divertivo moltissimo a osservare
e a imitare le zie e gli zii che venivano a casa...
E poi ho incominciato a imitare la mia insegnante di lettere. Non si trattava proprio di
un imitazione, ma mi divertivo a esasperare
delle caratteristiche che potevano diventare
divertenti… Mi ricordo che con i miei compagni delle superiori per carnevale avevamo
preparato una sorta di spettacolo messo in
piedi in poche ore che raccontava proprio
la lezione d’italiano, la spiegazione dei promessi sposi, più precisamente dell’apertura,
e lì la scuola decise di regalarmi una coppa
come migliore interpretazione... Credo che
in quel momento decisi che quella cosa lì,
quella specie di euforia che sentivo dentro,
potesse diventare la mia vita....»
Quale ruolo da te interpretato hai sentito
più vicino alla tua personalità? Quale altro ti piacerebbe interpretare?
«Ogni personaggio che ho interpretato mi
ha sempre regalo un po’ di sé… Ho sempre
imparato attraverso un personaggio anche
qualcosa di me. È questo che adoro del mio
mestiere, il fatto che attraverso la storia di un
personaggio scopri una parte di te stesso...
Perché spesso arrivi a conoscere il personaggio più di te stesso... Quello è lì di fronte a te,
lo puoi vedere, puoi capire dove andrà a finire, vedi la sua storia… E così pia piano vivi la
sua vita... Comunque Amleto mi ha regalato
tanto. Vorrei tanto interpretare... non riesco
a decidere, mi sembra di fare uno sgarbo: i
personaggi sono molto molto suscettibili».
Quale esperienza ti ha maggiormente
gratificato finora?
«Sicuramente lavorare con Emma Dante mi
ha insegnato molto. Emma è una donna straordinaria, è una vera artista… Ma anche lavorare con Fabiana Iacozzili, giovane regista
da uno sguardo atroce e poetico nello stesso
tempo... E poi dirigere Lucrezia Lante della
Rovere in Malamore e poi e poi e poi... Il fatto è che tutte le esperienze mi hanno lasciato
qualcosa e tutte, quando le vivi, sono la storia d’amore più bella che hai mai vissuto…
Sento molta gratitudine per tutte le persone
con cui ho collaborato... sono fortunato».
Quanto influisce nella vita privata il mestiere di attore?
«Non credo di saper rispondere a questa
domanda. Io sono quello che sono...L’unica
cosa: faccio un mestiere pubblico, per questo c’è una grossa responsabilità. È una questione etica».
Teatro, cinema, televisione…ti sei cimentato in diversi campi..dove si colloca meglio Francesco Zecca?
«Francesco Zecca si colloca bene ovunque.
Il teatro rimane il mio grande amore, anche
se il cinema è l’amante desiderato».
Pregi e difetti nel mondo della recitazione…
«Il mio è un mestiere meraviglioso. Lavori
con te stesso. Quello che tu sei diventa il tuo
strumento. Con questo strumento puoi suonare sinfonie meravigliose. Un attore deve
prima di tutto lavorare sul proprio corpo,
affinché esso diventi aperto, affidabile e coerente in tutte le sue reazioni; poi sviluppare
le sue emozioni, sviluppare in sé la capacità
di percepire, apprezzare ed esprimere tutte
le emozioni, dalle più basse alle più elevate.
Facendone esperienza.
Un attore deve sviluppare la sua conoscenza
e, in seguito, la sua capacità di comprensione, fino al punto in cui la sua mente entra in
gioco nella maniera più vigile, per apprezzare il valore di ciò che sta facendo... Per me è
un po’ come vivere questa vita fino in fondo,
senza perdere mai niente...
Il rischio di questo mestiere è che proprio
perché ogni giorno lavori con te, per te, in te,
il rischio grosso diventa il narcisismo... macchia atroce che fa svanire tutta la poesia di
questo mestiere».
Il giovane attore Francesco Zecca
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
«Sto preparando la regia di “Come tu mi
vuoi” di Pirandello che debutterà la prossima stagione sempre con Lucrezia Lante della Rovere come protagonista... E poi nel mio
paese, a Leverano, con il gruppo de “Il teatro
delle rane” stiamo preparando un Gabbiano,
liberamente tratto da “Il Gabbiano” di Checov, chiaramente… Con Michele Fiore che
mi starà accanto per riscrivere una storia
ispirata a quella di Checov... Sempre con la
mia regia… Ci inventiamo giorno dopo giorno. Sempre pronti. Questo è il mio grande
progetto».
Daniela Negro
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I
XII
La tavola rotonda che ha aperto i lavori del XIII Convegno Ecclesiale Diocesano © S.Licchello
la tavola rotonda Un confronto franco
Popolo, Comunità, Parrocchia
Occorre leggere i cambiamenti
A
nche quest’anno il Convegno
diocesano si è aperto con un
confronto a più voci. Infatti, subito
dopo l’introduzione da parte dell’Arcivescovo
e la lectio divina proposta da don Alberto
Diviggiano, si è tenuta una interessante
tavola rotonda, condotta da Giovanni Morelli,
alla quale hanno offerto il loro prezioso
contributo, fr. Daniele Moretto, religioso,
responsabile della Fraternità Monastica
di Bose in Ostuni; don Peppino Apruzzi,
sacerdote diocesano, parroco della comunità
san Vito martire in Brindisi; Maria Tondo,
insegnante e accompagnatrice vocazionale,
impegnata in diversi compiti pastorali,
sia a livello locale, in Salice Salentino, che
diocesano; Danilo Di Leo, responsabile
diocesano della Pastorale giovanile e Franco
Colizzi,
psichiatra-psicoterapeuta,
già
presidente nazionale AIFO.
I
l confronto si è aperto con l’intervento di
fr Daniele Moretto, il quale ha spiegato
cosa significa essere popolo, essere
parrocchia, essere comunità.
«Nella storia dei patriarchi e delle loro
famiglie, narrate nella Sacra Scrittura – ha
detto il monaco di Bose - vi è sempre un
passaggio dalle relazioni parentali che
costituiscono la famiglia, a relazioni più
allargate. Un popolo è un insieme di persone
in relazione tra di loro, relazioni che non
devono essere confuse con quelle familiari.
Molte volte, infatti, ci approcciamo all’idea
di popolo con dei parametri di tipo familiare.
Il popolo, invece, è un insieme di legami
che non deve essere né troppo piccolo né
troppo localizzato, qualcosa che chiede
una strutturazione e un ordine, a volte da
costruire, perché i legami non scaturiscono
automaticamente come in una logica
familiare. In un popolo c’è una gerarchia
che è a servizio, quindi, privilegiando la
dimensione carismatica (essere in grado di
fare qualcosa), la dimensione ministeriale
(esercizio del potere) e la dimensione
dell’autorevolezza».
Successivamente, parlando di “parrocchia
popolo di Dio”, fr Moretto ha spiegato che si
tratta di un popolo che vive una relazione di
appartenenza, di specificità, di identità. Un
popolo che non è semplicemente un insieme
di individui che è riuscito a strutturarsi,
ma che è anche un mistero, un segno, una
manifestazione di qualcosa d’altro, che
trova la sua identità fuori di sé, non nelle
sue stesse relazioni, ma nelle relazioni
con il Signore. Ciò è fondamentale in una
dinamica parrocchiale, perchè ci mette in
una prospettiva che supera la comunità, che
la orienta. Per mantenere la propria identità,
la comunità popolo di Dio deve lasciarsi
condizionare, non può semplicemente vivere
delle sue relazioni».
Successivamente ha elencato le tre
caratteristiche del popolo di Dio «Il popolo di
Dio sperimenta una logica di elezione, cioè
una chiamata, una elezione in vista di una
benedizione, in vista di qualcosa di positivo.
Il popolo di Dio è caratterizzato da una
alleanza celebrata: non c’è semplicemente
una scelta di Dio che viene subita
passivamente, il popolo è un interlocutore
di Dio. Infine, il popolo è oggetto di una
promessa: è Dio che porterà a compimento
le cose.
Infine, una precisazione: «Parrocchia,
letteralmente, significa “estraneità”, intesa
come itinerario, come cambiamento,
estraneità rispetto al luogo, alla cultura e al
territorio. L’errore che si deve evitare, infatti,
è quello di identificarsi totalmente con il
territorio, con la cultura, con la geografia».
S
ubito dopo è intervenuta Maria Tondo,
la quale, sollecitata dal moderatore,
ha affrontato il tema della comunità
che spesso, distratta dalle numerose attività
da portare avanti, trascura la dimensione
spirituale. Richiamando le parole di
Giovanni alla comunità di Efeso, la Tondo
ha richiamato il compito fondamentale dei
cristiani, soprattutto in questo tempo di
grazia che sarà l’Anno della Fede: la comunità
dei credenti deve ritornare al suo primo
amore rappresentato dalla relazione con il
Signore. «La parrocchia – ha sottolineato
Maria Tondo - deve comunicare agli uomini
e alle donne l’esperienza di un grande amore
ricevuto in dono da Dio, amore da vivere
e gustare, piuttosto affannarsi in servizi,
attività, e strategie pastorali. Quando siamo
impegnati nelle cose da fare, corriamo il
rischio di mettere al centro noi e la Chiesa,
mentre al centro ci deve essere Gesù Cristo».
Ed ha continuato: «Osservando diverse
realtà, mi sono resa conto che la Chiesa
sta vivendo un momento di transizione:
da un lato vuole abbandonare certe forme
tradizionali di azione pastorale, dall’altra
sta cercando modi nuovi di rispondere alle
domande del mondo». Tutto ciò alimentato
dal «desiderio di riscoprire il primato
dell’azione di Dio, nell’ascolto della Parola
e nella celebrazione, della Liturgia, in
particolare nella Eucaristia, origine e fine
dell’essere e dell’agire della Chiesa».
E, infine, una sottolineatura: «Credo che
ci sia una parte di comunità invisibile e
sotterranea, che anima in modo nascosto
la vita dell’intera comunità di Chiesa
visibile. Penso alla dimensione spirituale,
continua a pagina 14
relazione caputo Ha provocato risonanze
Nella sponsalità battesimale
l’origine del nostro essere Chiesa
P
arole ed immagini, perché ciascun
concetto resti impresso nella mente e
crei risonanze. La relazione della prof.
Annalisa Caputo sul tema del Convegno è
stata articolata, ha scavato in profondità, ha
posto interrogativi. La relatrice ha diviso l’intervento in 4 punti. È partita, nell’analizzare
la Parrocchia, dal concetto di popolo “laòs”
in greco, per osservare come «la nostra condizione umana è quella di avere un mondo
in comune». «Un’attenta lettura della nostra
condizione umana – ha proseguito - ci ricorda che il nostro è sempre un mondo comune,
e che quindi non esistono “i” popoli al plurale, ma esiste “il” popolo: un unico popolo: che
è la famiglia umana»: un unico corpo, cioè. E
questo ci fa scoprire come, al di là delle apparenze, davvero “I care”, che «non è tanto un
obbligo morale, ma una necessità ontologica.
Non posso non preoccuparmi dell’altro – ha
aggiunto -, perché l’altro è anche me». Essere
popolo/laos, significa riconoscere e vivere la
fratellanza dell’appartenenza all’unica famiglia umana: unica e insieme plurale, in cui
tutti siamo importanti. «È il valore dell’essere
“persone”: uniche e irripetibili, e però insieme inevitabilmente legate a tutte le altre…».
Da “laos” deriva anche il termine laikos: laico. «Dal punto di vista antropologico, prima
che teologico, “laico” è sinonimo di “uomo”»,
ha osservato dunque la relatrice proponendo
il laico come «uomo della relazione (non degli assolutismi); l’uomo del rispetto dell’opinione altrui; è chi non si chiude nella proprie
certezze, ma sa camminare con l’altro». Ecco
perché – ha aggiunto - «in questa direzione abbiamo ancora molto da lavorare come
Chiesa e come Parrocchie».
Del resto, «la Chiesa non solo è per il mondo, nel mondo, ma è mondo. La chiesa non
solo è per gli uomini e tra gli uomini, ma è gli
uomini». Ed a questo punto è stato agevole
notare come « tutti – in quanto uomini – siamo “laici”; tutta la Chiesa – come ha sottolineato con chiarezza già Paolo VI – è “laica”».
Tutto ciò determina «il desiderio di una vita
felice, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste». Quindi ha scandito: «Felicità è,
etica è (I) cura innanzitutto di se stessi. E, poi,
etica è (II) …cura di chi ci sta accanto. Infine:
etica è (III) cura delle istituzioni».
Insomma, «un uomo, una donna del presente, che non rinuncia a scrivere l’utopia
della speranza», un «laico perché evidentemente traccia l’orizzonte di un ethos che può
accomunare chiunque: a prescindere dalle
fedi, o, meglio, dentro qualunque fede».
E, passando al tema del popolo sacerdotale, profetico e regale, la relatrice ha osservato
come sia «nel battesimo – immergendoci nel
sacerdozio di Cristo, partecipando, prendendo parte al suo ufficio sacerdotale – che riceviamo il dono del sacerdozio». Da qui, a ben
osservare, si determina il nostro «vivere la
speranza, essere profeti», chiamati «a credere
che domani può essere migliore di oggi», altrimenti non saremmo mai capaci di «vivere
la giustizia, vivere la regalità», perché «senza
dignità e giustizia non c’è felicità».
Ma, come vuole il tema, Parrocchia a servizio del Vangelo. In che modo? La relatrice ha
proposto: «Dalla Parola al silenzio: la testimonianza della vita». Ci diciamo che la testimonianza è tutto e questo «significa innanzitutto umiltà», perché «l’orizzonte comune
è già perso, nel nome del “di più”. Il Cristianesimo non ci insegna a pensare un “altro”
orizzonte, ma – questo “stesso” orizzonte – ci
invita ad amarlo». Insomma, «Il servizio del
Vangelo, il servizio della Parola, forse, oggi
più che mai, va fatto innanzitutto senza parole», consumando il nostro tempo con l’altro,
rispondendo, «come una ragazza che mostra
il suo primo anello, nascosto per pudore: è la
mia fede», cioè: «Nuzialità». Da ciò capiamo –
utilizzando la metafora dell’arcobaleno – della Trinità-arcobaleno, che determina l’iride
vocazionale, come le vocazioni nella Chiesa
sono sempre legate tra loro e come siano “tra
accenti diversi di un’unica melodia il sacerdozio ministeriale, la profezia escatologica, la
laicalità secolare”.
«Ma, all’interno di queste grandi possibilità di vita, resta il fatto che ognuno di noi è
diverso dall’altro; restano le vocazioni particolari di ciascuno di noi – ha osservato -.
Eppure, non dobbiamo nascondercelo, tutti
noi abbiamo un modello vocazione in testa,
da cui difficilmente riusciamo a liberarci.
Che cosa significa, questo? Che l’appartenenza alla Chiesa è singolare e dunque sarebbe
meglio che ognuno si limitasse a seguire la
sua singolare vocazione, a mettere la propria
singola pietra al proprio singolo posto, senza
preoccuparsi di modelli e ideali? Ovviamente
no – ha risposto Caputo -. Abbiamo bisogno
gli uni degli altri, abbiamo bisogno di stare
insieme, di vivere il ‘con’…, di lasciare incontrare le nostre singole responsabilità… per
farle diventare co-responsabilità; di lasciar
incontrare le nostre singole vocazioni per farle diventare Chiesa».
E proponendo la metafora del ponte, con
Paolo VI, Caputo ha ricordato che «I laici sono
gli uomini del ponte» e se la Chiesa è mosaico di persone, è ponte ed è anche sposa. Di
più: «La Chiesa, anche nella sua dimensione
parrocchiale, come sponsa verbi. Ma qual è la
radice sacramentale di questa sponsalità?»,
si è chiesto Caputo ed ha affermato: « Non il
Matrimonio o l’Ordine sacro, ma il Battesimo.
Nel battesimo non solo diventiamo popolo di
Dio, ma credo che possiamo dire, in una logica più mistica che dogmatica, nel battesimo
diventiamo ‘sposi’. Ogni anima è – misteriosamente – Sponsa verbi». E da qui ciascuno
dovrebbe ricominciare nel proprio impegno.
Speciale
12
15 settembre 2012
15 settembre 2012
Speciale
13
anno pastorale 2012/2013 Al centro di spiritualità “San Pio” di San Giovanni Rotondo, duecento delegati hanno partecipato al XIII Convegno Ecclesiale diocesano
La Parrocchia, popolo sacerdotale, profetico, regale a servizio del Vangelo
Voci dal convegno...
Le conclusioni dell’Arcivescovo
C
Ho respirato aria di famiglia
C
hiamato a vivere il convegno, è stato come accettare
di andare a San Giovanni
Rotondo per vedere dove San Pio
ha vissuto con Gesù, e come la
Chiesa diocesana desidera vivere
oggi.
Nei gruppi ci siamo scambiati le
esperienze e le proposte, ma anche la bellezza della condivisione
con tanti fratelli che offrono il loro
servizio nelle parrocchie. Abbiamo
compreso l’importanza del consiglio pastorale, che tutto insieme
deve interagire nelle azioni comunitarie, piuttosto che l’azione solitaria di un gruppo o di una singola
persona che decide o vuole fare
tutto.
I vari momenti si sono alternati in un crescendo di bellezza, tra
racconto di esperienze e professionalità, momenti che ci hanno
riempito il cuore per la passione
trasmessa dai partecipanti alla ta-
vola rotonda, da chi ha proposto la
lectio divina e la lezione-testimonianza della professoressa Caputo.
Il Convegno mi ha aiutato a scoprire che ognuno di noi, se attinge
alla vita di Gesù, possiede i mezzi per aiutare il prossimo, nella
Chiesa, in famiglia e nella società
e continua ad essere un uomo di
speranza per gli altri che aspettano
le risposte alla loro vita in ricerca.
Al convegno ho respirato un aria
di famiglia, come a casa, una Diocesi che si avvicina al fratello che
si scopre laico e nello stesso tempo sacerdote, che vede i problemi
e che si vuole mettere accanto per
servire, facendosi compagno di
viaggio, sicuro di non sprecare il
suo tempo, ma di aver colto una
opportunità di crescita.
Pino Greco
Parr. San Domenico
San Vito dei Nor.nni
Abbiamo compreso
il nostro essere Chiesa
L’
esperienza vissuta al Convegno Diocesano è stata per
me molto forte, ricca di contenuti, sia nella dimensione spirituale che culturale. La lectio divina,
“Come pietre vive”, preparata da don
Alberto Diviggiano, verteva sulla I
Lettera di Pietro. Ci ha sollecitati alla
riscoperta della fede e del nostro
essere popolo di Dio, sacerdotale,
profetico, regale che deve aderire a
Cristo e annunciarlo con la certezza
che Egli cammina con noi per le vie
del mondo. È stato interessante acquistare consapevolezza del nostro
sacerdozio comune, della nostra appartenenza a Dio, del nostro costituire chiesa, ma una chiesa di pietre
“umane”, un popolo che deve essere
segno tra i popoli.
Durante la tavola rotonda sono
emerse alcune problematiche di cui
la nostra Chiesa diocesana si farà
carico per costruire il regno di Dio
secondo il Suo progetto, con l’aiuto
dello Spirito Santo. Infine, la relazione della professoressa Annalisa Caputo, carica di contenuti significativi
e di spunti di riflessione. Le sue parole ci accompagneranno nelle nostre attività pastorali. Ci hanno fatto
comprendere il nostro essere chiesa
in tutte le dimensioni gustando la
gioia dell’appartenenza: l’essenza
che fa brillare lo splendore policromo è una sola – ci ha detto – quella
riflessa dal raggio del sole, ma il colore dell’arcobaleno ha molti aspetti.
Questo a significare che dobbiamo
vivere in comunione, ma con diversi carismi e vocazioni, rivedendoci
gli uni negli altri, i laici nei sacerdoti
e religiosi, i sacerdoti e religiosi nei
laici per scoprire nella reciprocità la
propria vocazione battesimale. L’occhio non vede se stesso, si diceva
nella relazione, ma ha bisogno che
gli altri lo guardino, per conoscere il
proprio colore.
L’augurio è che le nostre comunità
si arricchiscano di specchi e di colori
affinché possiamo davvero essere il
popolo eletto da Dio.
Lucia Macchitella
Resp. Movimento Vedovile
© S.Licchello
Dobbiamo tornare
a guardare Gesù Cristo
I
giorni del convegno
sono stati giorni di preghiera, di riflessione,
di lavoro, giorni vissuti intensamente in cui si toccava con mano l’impegno di
tutti i partecipanti. Vi sono
stati gli stimoli giusti, e anche l’ordine con cui si sono
ben sviluppati i diversi momenti, ha favorito e suscitato la voglia di fare bene. Fare
bene per un cammino della nostra Diocesi sempre in
crescita, fare bene per una vita parrocchiale corresponsabile dove tutti devono far sentire, attraverso la testimonianza e la vita, la presenza di Cristo. Noi, popolo di Dio,
dobbiamo tornare a guardare Gesù Cristo, è stato detto,
Lui è il centro della Chiesa e noi dobbiamo imparare in
modo concreto e consapevole ad essere suoi operai.
Viviamo questo 3° anno post-sinodale e il convegno appena celebrato alla luce dell’Anno della Fede dove ognuno avrà la opportunità di fare l’esperienza di persona
nuova per l’evangelizzazione, persona nuova di fede.
Fondamentale è stata la presenza discreta e umile del
nostro Vescovo che come padre riunisce i suoi figli intorno alla Parola del Signore, come Pastore rimane accanto
ad ognuno e tutti si sentono accompagnati in questo itinerario cristiano.
Gerardo Montinaro
Parr. Ave Maris Stella - Brindisi
Un’occasione unica di crescita e di maturazione
I
I convegno è una tappa fondamentale nella mia vita di operatrice pastorale,
uno speciale appuntamento che accolgo
con enorme piacere ogniqualvolta mi viene
chiesto.
Trovo che tutto sia speciale, a partire dal
luogo in si svolge. Tutto inizia col mettersi
in viaggio ed anche questo è un aspetto fondamentale perché da l’idea di staccare dalla
quotidianità, di mettersi in "ritiro" per discutere al meglio i temi proposti.
Il convegno non è un libro già scritto, qualcosa di già fatto, già visto, ma è ogni volta un
libro con tante pagine bianche da scrivere
insieme al nostro Padre Arcivescovo e a tutti
gli amici della Diocesi.
Nella mia storia personale è stato anche
un'occasione di crescita e maturazione negli
anni. Mi ha permesso di uscire un po' fuori
da quella timidezza e quel carattere troppo
introverso che nei laboratori mi portava persino ad aver imbarazzo a prendere la parola.
Il convegno è un insieme di cose: è l'abbraccio amorevole di Mons. Talucci che da
buon padre ci accoglie e ci indirizza ai lavori;
è il rassicurante sorriso di Don Angelo Ciccarese che al levar del sole, tutte le mattine, ci
da il buongiorno sulla porta della cappella e
ci aspetta per recitare le lodi; è il melodioso
don Antonio Valentino che anima le liturgie;
sono tutti coloro che collaborano alla realizzazione dell'evento e poi...siamo tutti noi
convegnisti, laici e non.
Il lavoro nei laboratori, secondo me, è fondamentale perché facilita il dialogo e permette il confronto non solo sul tema proposto, ma anche sulle diverse realtà che
animano le nostre comunità parrocchiali,
facendoci buttare l'occhio oltre "la staccionata del nostro giardino" e così farci rendere conto di quanto l'altro sia importante nel
percorso di crescita personale.
Giusi Stridi
Chiesa madre
San Pancrazio Salentino
Cristo è presente
nella nostra vita
Q
uella del convegno è stata per
me un’ esperienza nuova che
ho vissuto intensamente e attivamente come religiosa che già da quasi
mezzo secolo è alla sequela di Cristo.
Di esperienze, come si può immaginare, ne ho fatte tante e ringrazio Dio
perché mi dona ancora la possibilità
di condividere con gli altri la mia lunga
esperienza e di dare il mio contributo
nel difficile cammino che la Chiesa sta
compiendo nella quotidianità di un tempo storico così complesso.
Continuamente Cristo si fa presente nella vita di ognuno di noi facendoci
sperimentare la sua attenzione verso
ogni uomo parte essenziale della Chiesa.
L’esperienza con Gesù è un fatto unico
che ci nobilita, ci eleva e ci fa commensali.
Essere presenti con la consapevolezza di espressione comunitaria educante
capace di generare e nello stesso tempo
rigenerarsi in Cristo.
È incontro personale e decisivo di camminare alla Sua sequela.
Lo Spirito ci invita, con insistenza, a far
parte del sogno di Dio per ciascuno rispondendo alle nuove esigenze di fede
nell’autenticità dell’incontro compiendo
il comando del Signore: “venite a me”…
solo così ci scopriremo popolo sacerdotale, profetico, regale… a servizio del
vangelo.
Sr. Angela Pia
Suore Antoniane - Mesagne
Un Convegno per rimotivarsi nella fede
A
lle soglie dell’“Anno della fede”, voluto da
Benedetto XVI, la nostra Chiesa di BrindisiOstuni si è ritrovata per il Convegno diocesano annuale, il terzo dopo la conclusione del Sinodo,
con l’intento di approfondire i due ambiti sul laicato
e sulla vita consacrata, che sono stati oggetto di riflessione sinodale.
Il Convegno di quest’anno ha centrato l’attenzione
su tutto il Popolo di Dio, che nel suo dono-impegno
sacerdotale, profetico e regale è chiamato a diffondere nelle diverse declinazioni della vita quotidiana
il “buon profumo di Cristo”. Per me è stata l’occasione di ripensare al nostro modo di essere cristiani nel
mondo e nella Chiesa, a livello personale e comunitario.
Autenticità, semplicità, umiltà, dialogo, incontro…
parole, che dicono tanto dell’esperienza cristiana,
sono riecheggiate nelle relazioni e nei lavori di gruppo a San Giovanni Rotondo.
In maniera provocatoria mi sono chiesta cosa ne facciamo.
Mi indignano alcuni modi di avvicinare le persone,
anche da parte di chi ti aspetti dia un segnale forte
di testimonianza autentica – alcune parole, certi atteggiamenti di sfiducia, di scetticismo, di indifferenza, la voglia di avere sempre una voce sopra gli altri…
non parlano di Gesù.
Mi commuove, invece, e mi ispira fiducia e speranza
la vita di tante persone che, nella semplicità e tanto
spesso senza rumore, sanno farti respirare “aria buona di Vangelo”.
Voglio ringraziare il Signore per l’esperienza vissuta…
Voglio ringraziare il nostro Arcivescovo che con tenacia ha creduto nella validità di queste giornate di
Convegno, metafora del vivere insieme nell’ascolto
della Parola e nella fraternità che dovrebbe caratterizzare l’esperienza delle nostre parrocchie e delle
nostre comunità…
Voglio ringraziare tutte le persone con le quali mi
sono sentita e continuo a sentirmi in cammino, nella fiducia che, se lo vogliamo, Gesù potrà affascinare
ancora gli uomini e le donne di oggi attraverso la nostra vita.
Rosa Morelli
Associazione “La Missione” - Ostuni
Abbiamo sperimentato la gioia dello stare insieme
N
el convegno diocesano abbiamo sperimentato, come Chiesa, la gioia dello stare
insieme, del sentirci parte di un piccolo
gruppo per un forte desiderio di comunicare, di
essere compresi e di condividere esperienze belle
che fanno di noi persone amate da Dio.
Coloro che sono battezzati entrano a far parte del
popolo di Dio, di una grande famiglia della quale
Dio è il Padre. È ovvio che essendo una famiglia, i
vincoli che legano gli appartenenti sono quelli della comunione, dell’amore, della carità.
Tutto questo è positivo, e consente a noi laici di
scegliere e di crescere in futuro.
Siamo popolo di Dio, stabilito dal Padre, che
chiama tutti gli uomini alla salvezza operata dal
Figlio Gesù. All’interno del Popolo di Dio, i laici
sono chiamati a svolgere il loro servizio a favore e
in nome della Chiesa.
La missione salvifica della Chiesa non grava solo
sui pastori ed i religiosi, ma anche i laici sono coinvolti in questo compito. Noi laici siamo chiamati a
dare testimonianza senza mai avere la pretesa di
essere migliori degli altri; è il Signore che convince gli uomini, non noi. Siamo chiamati a gustare
la bontà di Dio che salva e a trasmetterla agli altri;
siamo pietre vive di una costruzione nuova che è
Cristo. Siamo chiamati ad essere popolo di Dio,
uomini creati da Dio, cioè appartenenti a Lui, siamo un popolo scelto, consacrato, sacerdotale e regale.
Nel convegno c’è stata una spiritualità di comunione; nei laboratori abbiamo sperimentato il senso di appartenenza alla comunità, stili di relazione
improntati al senso di responsabilità e al rispetto
delle regole. C’è stato un decisivo impegno a livello
di Chiesa: quello della comunione (koinonìa) che
incarna e manifesta l’essenza stessa del mistero
della Chiesa. La comunione è il frutto e la manifestazione di quell’amore che, sgorgando dal cuore dell’eterno Padre, si riversa in noi attraverso lo
Spirito che Gesù ci dona , per fare di tutti noi « un
cuore solo e un’anima sola ». È realizzando questa
comunione di amore che la Chiesa si manifesta
come « sacramento », ossia «segno e strumento
dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il
genere umano››.
Francesco Greco
Parr. Sacro Cuore - Brindisi
oncludendo il convegno,
l’Arcivescovo ha espresso
parole di ringraziamento
verso tutti coloro che hanno contribuito per la buona riuscita. È il
terzo anno post-sinodale per la nostra comunità diocesana, in concomitanza con l’Anno della Fede,
«una grande opportunità, una
grande provvidenza perché, se per
la nostra identità siamo chiamati
ad essere uomini di fede, uomini
di Dio, membri del popolo di Dio,
l’Anno della Fede – ha
sottolineato Mons. Talucci - ci porta a rivestire questa luce che
ci illumina nonostante i nostri limiti».
Analizzando i tre
aspetti che caratterizzano il popolo di
Dio, quello sacerdotale, profetico
e regale, Padre Arcivescovo ha affermato che «la Chiesa è formata
da coloro che scoprono di essere
popolo di Dio. Lui è il Sacerdote, il
Re, il Profeta, la verità. Noi diventiamo popolo di Dio nel Battesimo,
diventiamo un tutt’uno con Gesù
Cristo e ci apriamo alla natura sacerdotale, all’amore, alla vita da cui
nasce la fede; entriamo nella natura profetica che, nella Parola rivelatrice, ci da speranza e ci apre alla
verità, alla dimensione liturgica».
Ed ha anche aggiunto che «intorno a Gesù, Re dell’universo e della
storia, noi ci apriamo alla giustizia,
alla carità, alla testimonianza. La
regalità è il servizio della carità che
non è distinta dalla giustizia. Ed è
la carità il vero dominio del mondo». Un invito a sentire la gioia,
quello lanciato da Mons. Talucci e
a farla sentire agli altri, discutendo,
ma volendosi bene e testimoniando l’amore. «Pur condividendo
tanti altri valori – ha detto ancora
- l’esperienza dell’amore è nello
specifico del popolo di Dio».
Accennando ai contenuti emersi nei laboratori, l’Arcivescovo ha
richiamato alla corresponsabilità che deve essere recuperata e
che rappresenta molto più della
semplice cooperazione. «Siamo
popolo profetico intorno a questa
Parola che ci avvince e ci affascina, che è risposta agli interrogativi
dell’uomo di sempre. Questa Parola che, se conosciuta, dovrebbe
essere linfa per tutti, evangelizzata
e ricevuta nella luce
del Vangelo».
Un lavoro intenso
ha caratterizzato la
tre giorni di convegno, una grande
esperienza di Chiesa, così come l’ha
definita Mons. Talucci. «Sentite la fatica, ma anche
la gioia e la soddisfazione per questa esperienza– ha detto rivolgendosi ai presenti – un convengo ci fa
popolo di Dio, ci arricchisce di ideali, ci fa attingere a tante fonti».
E, con un augurio particolare in
vista dell’Anno della Fede, ha concluso: «Curiamo a livello personale
la nostra identità di vero popolo di
Dio e inoltriamoci nell’Anno della Fede perché sia veramente, per
tutti, un anno di luce e di grande
speranza”.
A proposito dell’Anno della Fede,
l’Arcivescovo ha annunciato di
aver scritto una Lettera per invitare ogni cristiano a riflettere sul
significato di questo Anno Santo
ed ha anticipato che sabato 13 ottobre, nella Basilica Cattedrale, ci
sarà l’inaugurazione diocesana
con una solenne concelebrazione
eucaristica presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione
per l’Evangelizzazione dei Popoli.
Daniela Negro
Un’ascesi dell’ascolto
A
l convegno si è respirato un clima di fiducia e un desiderio di rinnovamento e di rilancio.
Il tema stesso “ La Parrocchia...” ha acquistato più concretezza, un “senso di incarnazione”. «Direi che è stata un’ascesi dell’ascolto.
Ascoltandoci siamo giunti a conclusioni che non sono frutto dell’illuminazione di qualcuno, bensì frutto del contributo di fede e di vita di ciascuno.
E questa è la luce che viene dall’esperienza di dibattito in gruppo, dove
non c’è qualcuno che ha ragione e qualcun altro che ha torto. C’è stata,
invece, vera condivisione, mettendo insieme le diverse esperienze. Abbiamo respirato un vero senso di comunione. E questa è una concretizzazione dell’immagine battesimale, in cui l’essere figli diventa segno e
strumento di fraternità. Ci siamo incontrati quasi da estranei, ma lo spirito di figli “adottivi” ci ha fatti riconoscere come fratelli e ci siamo salutati come se fossimo stati nello stesso gruppo da sempre.
Questo convegno è stata un’esperienza positiva. Dal punto di vista personale di relazione, una grande ricchezza e disponibilità al dialogo e al
confronto. Inoltre questi eventi sono sempre occasione di crescita e di ricarica, da condividere poi nella comunità.
Il dibattito è stato sicuramente positivo, i componenti del gruppo si
sono subito messi in gioco col proprio vissuto, dando il loro contributo;
si è creato un bel clima di ascolto reciproco, di collaborazione. Sacerdoti,
consacrati e laici , uniti negli intenti, seppur con le diverse ministerialità; anche i problemi che sono emersi sono stati affrontati con serenità,
con il desiderio comune di trovare delle proposte. Oserei dire che ci si
sentiva parte attiva, viva di una Chiesa che ha voglia di camminare.
Giovanni Marangi
Parr. SS. Resurrezione - Brindisi
Speciale
14
15 settembre 2012
la tavola rotonda Un confronto franco ed efficace
Popolo, Comunità, Parrocchia. Occorre leggere i cambiamenti
segue da pagina 11
per sua stessa natura invisibile, che non è
solo quella codificata dalla teologia. È la
fede non misurabile che appartiene alla
esperienza contemplativa di tanti uomini e
donne non conosciuti, non consapevoli loro
stessi della bellezza della fede che vivono
ogni giorno nella adesione alla volontà di
Dio nei fatti della vita e nell’amore agli altri.
Al di là dell’evidenza religiosa ufficiale e
oltre l’appartenenza a gruppi e organismi
ecclesiali. La loro è una fede non raccontata,
una “fede nuda”, nella forma scarna, perciò
più bella e più vera perché sofferta e gloriosa
nel corpo e nell’anima, come il Signore Gesù
crocifisso risorto di cui portano i segni».
N
el suo primo intervento, don
Peppino Apruzzi ha delineato i
cambiamenti più evidenti che hanno
riguardato la parrocchia negli ultimi anni.
«Nei due decenni che mi riguardano il
cambiamento è stato lento e non sempre
graduale» - ha esordito don Apruzzi, il quale
ha proseguito: «Là dove il coraggio, l’armonia,
l’intesa sono stati dirompenti, lo Spirito ha
compiuto meraviglie». Poi il riferimento
alle classiche tre funzioni della Chiesa: la
parola annunciata, celebrata, testimoniata e
il riferimento alle tre funzioni (vitalità della
fede, autenticità nella liturgia, impegno a
servizio del mondo) delle quali la comunità
parrocchiale è soggetto responsabile.
A proposito di vitalità della fede, don
Peppino ha evidenziato come «Ciascuno
si rende subito conto di come nelle nostre
comunità siano presenti, prevalentemente,
adulti e bambini (questi ultimi più presenti
alla catechesi che alla messa domenicale)»
e risulti invece assente la fascia giovanile,
la cosiddetta «generazione perduta, quella
prima e dopo i trentenni e i quarantenni».
«I luoghi e le esperienze dove si può parlare
di cammino di fede, sono le associazioni e i
movimenti, cioè una piccola parte dell’intera
comunità. Tra le tante motivazioni che
hanno determinato questa situazione, ne
richiamo una: negli anni andati, quando
tutto era cristiano, dal contesto familiare
a quello sociale e culturale, la fede veniva
trasmessa di padre in figlio».Oggi, invece, «la
catechesi», per esempio «non deve dare per
scontata la fede, perché essa non rientra più
nella logica ereditaria, ma deve proporre un
cammino di maturazione legato alla scelta
di vita e all’impegno di appartenenza».
«Emerge il bisogno di una spiritualità
pastorale che significa che l’evangelizzazione
comincia in noi, tramite le sollecitazioni che
ci vengono dal Vangelo (Lectio divina…) e i
comportamenti che mettiamo in atto».
A proposito di autenticità nella liturgia,
don Apruzzi ha riconosciuto che «le nostre
liturgie, con l’impegno dei presbiteri e dei
laici», siano diventate «più coinvolgenti e
più vivaci», evidenziando però diversi rischi:
la monopolizzazione di un servizio «con
l’esclusione ora dell’assemblea, ora dei nuovi
arrivati»; la non conoscenza del «significato
dei gesti e dei simboli»; la non introduzione
graduale dei bambini. Poi la stoccata finale:
«Nei mutamenti che servono per rendere
più credibili e vivaci le celebrazioni stonano
gli scheletri riesumati dagli armadi».
Infine, il riferimento al servizio che la
comunità deve rendere al mondo: «C’è una
società in affanno, famiglie che sentono sul
collo il fiato grosso della crisi; un ambiente
inquinato come sono inquinati gli interessi
di parte; ci sono compromessi che ci tolgono
la libertà; generazioni perdute. Tutto ciò ci
interessa perché è in gioco la vita dell’uomo,
la qualità delle relazioni, l’uso corretto
dell’ambiente».
L’
intervento di Danilo Di Leo, è servito
a lanciare provocazioni e interrogativi
a proposito del rapporto tra i giovani
e la parrocchia.
«Quest’ultima
–
ha
affermato
il
rappresentante della Pastorale giovanile
- dovrebbe essere un luogo aggregativo e
di ritrovo che insegni a costruire relazioni
autentiche. E poi, forse, dovremmo
cominciare a scoprire che il giovane non è
solo qualcuno da educare e far crescere…
ma può essere anche una persona da cui
imparare e capire che passo dare alla Chiesa
oggi».Con alcune proposte: «Nella nostra
diocesi ci sono parrocchie che hanno una
grande tradizione sportiva, parrocchie con
oratori super attrezzati, altre “specializzate”
in attività teatrali, altre ancora dotate
di strumentazioni musicali, altre che
organizzando incontri settimanali con la
Parola di Dio. Alcuni dei giovani scelgono
ancora di frequentare le parrocchie per
ritrovarsi e passare del tempo con gli amici.
Perché non unire le forze ed instaurare
una rete di forte intesa per offrire ai giovani
proposte complete?»
Poi la provocazione: «Quando i giovani
vengono in parrocchia è come se giocassero
in trasferta, mentre noi giochiamo in casa.
Noi ci sentiamo forti e protetti, mentre i
giovani si sentono bloccati perché in un
ambiente a loro estraneo. Secondo Danilo, la
comunità deve aiutare il giovane a crescere
e a maturare scelte vocazionali. Per dirla
con un pensiero di Mons. Sigalini «“Se avete
qualcosa da dire che mi possa aiutare ad
orientarmi, a capire chi sono e cosa voglio
diventare, a trovare-costruire me stesso,
allora bene. Ma per favore non ditemi quello
che devo fare”»
I
l primo giro di interventi si è concluso con
le riflessioni del dottor Franco Colizzi,
il quale è stato sollecitato a raccontare
quale stile di vita cristiana ha notato nelle
parrocchie italiane, visitate nell’ambito del
suo impegno AIFO. Il relatore ha aperto il
suo intervento con la constatazione che «la
parrocchia, come ogni organizzazione, non
sfugge alle dinamiche potenti del nostro
tempo, in cui prevalgono i rapporti labili,
liquidi e i legami fragili», seguita dalla
convinzione che «la parrocchia uno dei
presidi più importanti della comunità e sono
sinceramente preoccupato dell’affievolirsi
del suo ruolo. Essa offre ovunque numerosi
servizi ed è attraversata da diverse, e
spesso bellissime, attività, a volte aperte
all’esterno».
Poi la critica: «Ciò che non ho sempre
avvertito è la meravigliosa spinta inclusiva
del Vangelo. Mi è parso a volte di scorgere
una difficoltà a rapportarsi decisamente, con
radicale apertura evangelica, a temi sensibili
che riguardano la dignità e la libertà delle
persone: c’è un alone di separazione o di
paternalismo, più o meno ampio e marcato,
attorno a condizioni come quelle dei
conviventi, dei separati, degli omosessuali (il
10% della popolazione), dei malati di mente,
dei tossicodipendenti, delle persone con
disabilità (circa il 15% della popolazione),
dei detenuti, dei migranti, dei non credenti».
«Ho trovate alcune parrocchie più inclusive
rispetto ad altre perché più spirituali,
maggiormente orientate alla missionarietà,
alla proiezione nei diversi ambiti della
comunità in cui si creano gli esclusi, gli
ultimi, al sostegno di gruppi e di azioni
nate anche fuori di esse. Mi piacerebbero
delle parrocchie che, come ha fatto Gesù,
narrino il Vangelo nelle strade, nei luoghi di
lavoro, nelle occasioni della vita quotidiana,
nei singoli incontri e non soltanto nei
riti preordinati, nelle processioni e nelle
tradizioni. Credo molto nella pedagogia
vivente dell’incontro»
Infine, il sogno e l’auspicio: «Le parrocchie
dovrebbero sviluppare il coraggio, che a
volte è davvero flebile, di aprirsi e di allearsi
con tutti coloro i quali credono nei valori
della persona».
A
l termine del primo giro di riflessioni,
ha ripreso la parola don Peppino
Apruzzi il quale, sollecitato a
descrivere le modalità con cui si esprime
la dimensione profetica di una comunità
parrocchiale, ha esordito affermando che
«essa (la dimensione profetica) si esprime
con la consapevolezza del proprio compito
che consiste nel dovere di comunicare al
mondo l’esperienza di fede, in obbedienza
al mandato del Signore». Una profezia che, a
parere di don Apruzzi,
«per essere vera, oggi, deve riconoscere e
affrontare i limiti al suo interno e le novità
all’esterno.
All’interno, deve fare i conti con la
debolezza della vita di fede della stessa
comunità (ignoranza delle Scritture e non
intelligenza della fede) e con il disimpegno
o l’inadeguatezza nella trasmissione
della propria fede alle nuove generazioni.
All’esterno si assiste la riduzione del
riconoscimento
di
autorevolezza
del
Magistero;
la
privatizzazione
dell’appartenenza
alla
Chiesa;
la
diminuzione della pratica religiosa».
Nonostante tutto, però, bisogna andare oltre,
perché «la profezia sta nella disponibilità
della comunità a lasciarsi scuotere dallo
Spirito. Il “nuovo”, come affermava Giovanni
Paolo II, sta nell’ardore, nei metodi, nelle
espressioni. Significa che una comunità non
esegue, ma interpreta il Magistero, i segni
legati ai comportamenti della gente come
anche le Linee di lavoro annuali proposte
dall’Arcivescovo.
Il valore che diamo all’urgenza di
riappropriarci della fede, passa attraverso
scelte pastorali impegnative nel territorio,
tra la gente, ad esempio le CEB (Comunità
ecclesiali di Base). Significa che queste,
sperimentate in più vicarie con le missioni
popolari del 2000, fatte oggetto di attenzione
nel Sinodo diocesano, non hanno avuto un
seguito. La ragione sta nel non considerare
quel ‘nuovo’ dell’evangelizzazione e quindi
nella debolezza e nel disimpegno».
«Un simbolo profetico permanente – ha
spiegato don Apruzzi - è l’attenzione
agli ultimi che si esprime non solo con
la denunzia, ma con l’accoglienza, con
l’integrazione, con la convivialità nella
diversità.
“Casa Betania” nasce dal grembo di una
comunità che si è lasciata fecondare dalla
Parola di Dio, diventando così simbolo di
una interpretazione dei bisogni.
Gesù è il profeta che chiama tutti ad essere
profeti. Il profeta esiste a beneficio di terzi,
non è una faccenda privata tra lui e Dio. La
sua credibilità sta nella testimonianza della
propria vita dentro il contesto sociale in cui
vive».
È
seguito il secondo intervento di
Maria Tondo, chiamata a riflettere
circa il rapporto tra la vita ordinaria
della comunità parrocchiale e le tante
associazioni, movimenti, e carismi. «Nella
parrocchia i ministeri devono manifestare la
bellezza del mistero dell’amore di Dio che in
Gesù sceglie l’umanità e devono qualificarsi
come strumenti per la comunione ecclesiale.
Perciò, gruppi, associazioni, movimenti e
organismi, devono offrire un servizio alla
comunione con la reciproca collaborazione,
evitando l’autoreferenzialità.
La parrocchia, di fronte alla complessità
del tempo presente, non può chiudersi in
se stessa “coltivando rapporti ravvicinati e
rassicuranti”, ma deve aprirsi e camminare
insieme con gli altri.
Noi, laici cristiani, dobbiamo far tutto nostro
il programma della laicità: siamo immersi
nella storia, come lo è stato Gesù di Nazareth,
perché dalla storia emergono gli appelli e le
sfide, e nel cuore dei suoi travagli e conflitti
possiamo vivere il dono di comunione fino
in fondo.
Il mondo ci chiede di uscire da un certo
individualismo religioso che tocca anche
noi e i nostri gruppi, per capire meglio la
dimensione sociale, pubblica della fede. A
volte, gli interessi di parte, di campanile,
di gruppo offuscano la comunicazione
dell’amore e la verità del Vangelo. Eppure,
Dio continua a scegliere di esser presente nel
mondo attraverso noi, in noi e per noi».
Infine, sollecitata su “quale contributo
può offrire la Parrocchia per orientare in
senso cristiano la vita del territorio”, Maria
Tondo ha offerto la sua ricetta «offrire segni
di amore e di speranza che trasformano
il vissuto individuale e il tessuto socioculturale condividendo beni e risorse, anche
economiche. Da compagni di viaggio per
le strade della storia, vogliamo contribuire
con gli altri ad un diversa comprensione
della vita, perchè i rapporti interpersonali e
sociali, civili e politici siano vissuti in chiave
di rispetto, di solidarietà e di amore per una
società a misura d’uomo».
H
a fatto seguito il secondo intervento
di Danilo Di Leo il quale ha spiegato
come la Parrocchia possa continuare
ad essere luogo abitato dai giovani, pur in
un tempo in cui i luoghi più frequentati
dai ragazzi sono quelli virtuali. Danilo ha
ricordato come anche il papa inviti i cristiani
ad abitare il web. E lancia alcuni interrogativi
«Noi come lo usiamo? Ci limitiamo a
pubblicare un’immaginetta al giorno, oppure
ci confondiamo con la massa condividendo
links e foto inutili. È questo il modo di abitare
un luogo?” Infine, l’appello alla comunità:
il bisogno di una Chiesa che va tra la gente;
di testimoni coerenti ed appassionati, veri
e credibili; capacità di ascolto e dialogo: i
giovani hanno bisogno di tracce da seguire,
non di obblighi da assolvere, chiedono di
essere valorizzati e di diventare protagonisti
e non di essere strumentalizzati per colmare
i ruoli pastorali».
N
el suo secondo intervento, Franco
Colizzi, si è soffermato sulle
sfide che attendono la Parrocchia
che si pone in dialogo con i cosiddetti
dialogo con i cosiddetti “lontani” e i “non
credenti”. La con stazione è forte: «Ci
sono credenti irrigiditi in formule vuote
e in atteggiamenti privi di amore verso il
prossimo, e vi sono non credenti aperti,
alla ricerca della verità, capaci di farsi
prossimo. E se i lontani dalla parrocchia o
dalla Chiesa non fossero poi sempre così
lontani dal messaggio evangelico? E se i non
credenti non fossero poi così increduli, ma
custodissero una pudica, ma non per questo
debole, spiritualità? Come si fa a saperlo?
Frequentando luoghi disparati del mondo
e incontrando persone impegnate di fedi
diverse, dai missionari cristiani ai buddhisti
ai volontari musulmani fino agli induisti e ai
giovani cooperanti sincretici o non credenti,
mi sento di affermare che occorre non solo il
dialogo, ma l’apertura costante al reciproco
ascolto profondo e la disponibilità vera al
rischio dell’incontro»
Si può collaborare su tutto ciò che riguarda
la persona umana, sui suoi bisogni concreti
ma anche su quelli simbolici e sul grande
bisogno di far emergere la spiritualità di
ognuno, il sentimento di appartenenza ad
un potere più grande».
L’
ultimo ad intervenire è stato
fr. Daniele Moretto, il quale
ha
confutato
la
tradizionale
affermazione di “parrocchia fontana del
villaggio”, spiegando che «la Parrocchia
non è mai stata il punto di riferimento
ultimo, perché quest’ultimo è sempre stato
rappresentato dalla Diocesi. La Parrocchia
è una scelta storica, quindi soggetta ad una
evoluzione».
Infine, la provocazione «Bisogna domandarsi
se il villaggio esiste ancora, e non piuttosto
situazioni nuove, è diversa l’utenza e il
tipo di domanda. Le stesse rotazioni o i
cambiamenti dei parroci, indicano che non è
la parrocchia il punto di riferimento ultimo.
Nella storia della nostre Chiese diocesane
troviamo, invece, una serie di ambiti che
non sono alternativi e concorrenziali alla
parrocchia, (gli ambienti monastici, la
ministerialità dei religiosi, le mense, gli
oratori, i luoghi di confessione, l’istituto
teologico, le confraternite, i movimenti),
ambiti che già danno una risposta di non
esclusività e con cui la Parrocchia deve
imparare a dialogare sempre di più».
D
agli interventi dei relatori è scaturita
una
significativa
condivisione
assembleare, arricchita da diversi
interventi e puntualizzazioni da parte dei
convegnisti.
gio.mor.
Speciale
15 settembre 2012
Voci dal convegno...
La Chiesa che sogniamo
Il primato di Dio e l’urgenza di diffondere la sua Parola
O
gni invito è un’opportunità, un’occasione in più per
apprendere e approfondire, per crescere e migliorarsi, considerando la
pochezza umana di fronte
all’Immensità Divina.
Ogni incontro è un verificare, riflettere, discutere
e mettersi in discussione
per evidenziare i propri limiti da colmare o i difetti
da smussare, per imparare
a relazionarsi, ad accettare,
ad ascoltare e per acquisire
la capacità di accompagnare e di guidare.
Con questo convincimento ho partecipato al Convegno Diocesano.
Ho ascoltato attentamente la Parola presentata, ho vissuto
intensamente le Celebrazioni Eucaristiche, ho cercato di far mio quanto
proposto e quanto sottolineato nelle
relazioni, nei dibattiti e nelle discussioni. A Lui un grande grazie!
Quali i messaggi ricevuti? Indiscutibile e indiscusso il Primato di Dio,
urgente la diffusione della Sua Parola,
necessario il servizio corresponsabile
del Popolo tutto, dai presbiteri ai diaconi, dai consacrati ai laici, per il rinnovamento e la costruzione della Sua
Chiesa.
È vero che queste sollecitazioni vengono sottolineate ripetutamente, ma…
“repetita iuvant”.
Ho rafforzato la certezza che per di-
venire sempre più popolo profetico,
regale, sacerdotale, a cui il Battesimo
ci abilita, occorrerà
- lasciarsi penetrare e illuminare dalla Parola per accrescere la fede e conoscere il senso della vita,
- nutrirsi di Gesù Eucaristia che inebria, rafforza ognuno e trasforma il
popolo in comunità.
La gioia di appartenere a Lui e alla
sua Chiesa, la speranza che possano
adempiersi le promesse solo per Sua
Grazia, devono essere raccontate da
ogni battezzato ma soprattutto da ogni
operatore, a quanti ancora non hanno
vissuto un’esperienza con Gesù.
Cosa vuol essere l’Iniziazione Cristiana se non diventare uomini nuovi,
anzi, uomini veri?
Il Progetto Effathà, proprio in riferimento all’Iniziazione Cristiana, ci indica
percorsi diversi o nuovi ma
punta sempre all’essenziale: conoscenza piena di
Gesù per poterLo imitare, e
non devozionismo vuoto e,
spesso, fuorviante.
E, lungo il percorso, per
Sua Grazia, ognuno si scoprirà fratello in ricerca,
nessuno si ergerà a maestro, ciascuno si sentirà
bisognoso dell’altro, tutti
insieme, tappa dopo tappa,
gioiosamente, punteranno,
supportandosi vicendevolmente, al raggiungimento
dell’Oltre.
Un cammino che dura
una vita, dove ciascuno deve essere
pronto a scoprire il bene posseduto
dagli altri ritenuti lontani, a constatare le difficoltà che si vivono se emarginati, la sofferenza provata da chi non
è accolto o compreso adeguatamente,
la solitudine di chi non ha incontrato
il missionario che gli parli dell’unico,
vero Amico.
Un cammino dove ciascuno e tutti
contribuiscono a costruire la Chiesa,
Corpo mistico di Cristo, e che, come
Maria, mamma attenta e premurosa,
sa prontamente accogliere, asciugare
le lacrime, lenire i dolori, infondere
coraggio e ridonare pace e speranza.
Lucia Mangia
Chiesa madre - Leverano
La gioia di essere chiesa
T
re giornate intense, un’occasione di crescita e di ricarica, da condividere poi nella comunità. Questo è
stato per me, in sintesi, il Convegno diocesano. Sono
tornata felice per aver vissuto un’esperienza senza dubbio
positiva. Ho visto sacerdoti e laici, uniti negli intenti, seppur
con le diverse ministerialità, accomunati dalla stessa passione e dallo stesso desiderio, che si sono subito messi in gioco
col proprio vissuto. Il bel clima di ascolto reciproco, di collaborazione ha permesso la comprensione, l’approfondimento
e il dibattito che ne è scaturito, pur evidenziando, a volte, limiti e povertà, è stato affrontato con serenità, nella consapevolezza, che ogni proposta costruttiva può portare al miglioramento, se non alla soluzione delle problematiche. Oserei
dire che ci si sentiva parte attiva, viva di una Chiesa che ha
voglia di camminare.
La relazione della prof.ssa Caputo, ha evidenziato quanto sia importante nella Chiesa la responsabilità di ciascuno
nella corresponsabilità di tutti. “Pietre vive, tutte diverse, tutte
importanti per formare il volto radioso della Chiesa.” Il Signore chiama tutti, distribuendo diversi doni per i diversi compiti. Chiama al sacerdozio e alla vita consacrata e chiama al
matrimonio e all’impegno come laici nella chiesa e nella società. Importante è che “la ricchezza dei doni trovi piena accoglienza in noi, cristiani della gioia, uniti tra noi, saldi nella
fede, radicati in Cristo, mediante la Parola e l’Eucaristia e, al
tempo stesso, aperti, missionari”. Parole forti, quelle del nostro Padre Arcivescovo, destinate sicuramente a non cadere
nel vuoto.
Il convegno mi consegna un’immagine di comunità che
mi piace condividere: una bella valle che, irrigata dall’acqua
della Sorgente (Eucaristia, Parola, Sacramenti, vita di fede),
diventi sempre più fertile (nella comunione, nella formazione, nella creatività delle iniziative pastorali), sempre pronta
(ascolto, dialogo) ad accogliere e condividere tutto ciò che di
positivo, ma anche di negativo, può giungere da monti e colline (ambiente socio-politico, culturale, ecc.) per costituire
insieme quell’unico habitat naturale dove tutti si trovano a
proprio agio, dove ci sia la gioia di vivere e camminare come
popolo sacerdotale, profetico e regale, nella ricerca dell’Amore grande, nella riscoperta di quel senso di appartenenza più
grande, che ci permette di riconoscere sul volto di ognuno
dei fratelli un tratto della umanità e della divinità del Signore
che vogliamo servire (lectio divina di don Alberto Diviggiano).
Coralba Rosato
Chiesa madre - Salice S.no
Sentirsi a casa
C
15
he la chiesa sia una santa cattolica ed apostolica lo crediamo, tuttavia ci sono momenti
in cui la chiesa stessa ha bisogno di
unirsi in uno stesso luogo e in uno
stesso periodo per tracciare i binari
nei quali indirizzare il cammino pastorale delle molteplici comunità. La
prima sensazione di smarrimento (è
stata per me la prima partecipazione) non ha impedito l’avvento di una
emozione a tutti nota e sempre nuova:
l’emozione di sentirsi a casa. Quante
volte, al catechismo, abbiamo sentito
parlare di una chiesa fatta di mattoni
che in realtà sono persone! E, magari, abbiamo riflettuto sul senso della
famiglia cristiana, multietnica, multiculturale, ricca delle proprie diversità,
comprensiva di molteplici comunità, eppure sempre unica ed unita. Ed
effettivamente sapevo benissimo di
non trovarmi nella mia parrocchia,
nella mia comunità specifica, ma era
come se lo fosse. Davanti ai miei occhi
avveniva la dimostrazione del “teorema” della “Chiesa Una- molteplice”.
Ed io ero lì, come tutti, dallo specifico al diocesano. L’indirizzo è sempre
lo stesso e cita: Chiesa, corpo mistico
di Cristo. Non so spiegare il perché
dell’aria familiare che respiravo e mi
piace rimandare tutto all’azione dello
Spirito. Come anche ritengo provvidenziali per il nostro tempo le riflessioni svolte insieme e nei laboratori.
T
orno da S. Giovanni Rotondo, dove si è svolto il XIII
Convegno Ecclesiale Diocesano, con la convinzione
che fermarsi per qualche giorno a riflettere sull’identità della parrocchia come popolo di Dio non significa semplicemente concedersi una pausa per riposarsi dalla stanchezza delle urgenze e dei ritmi quotidiani, ma piuttosto
vivere un’esperienza di Chiesa, nella quale la comunità dei
credenti prende coscienza della misura in cui si attua la propria adesione a Cristo e dei modi in cui si compie l’opera di
evangelizzazione, «fuori della quale non c’è azione di Chiesa e neppure Chiesa». Le virgolette riportano il pensiero di
Enzo Bianchi che costituisce, programmaticamente, uno
dei passaggi fondamentali della elegante lectio divina curata, per il Convegno, da don Alberto Diviggiano. Scrivo “programmaticamente” poiché ritengo che il Convegno sia il luogo nel quale i partecipanti compiono una lettura, attenta e a
più voci, della realtà, animati, senza ingenui e falsi ottimismi,
dalla speranza di poter tradurre ogni sforzo di analisi in un
possibile piano pastorale saggio e prudente, che si inscrive
necessariamente nel dinamismo ecclesiale della carità, modellato sull’esempio di Cristo, esegeta di Isaia nella sinagoga
di Nazareth, e profondamente motivato dal bisogno di corrispondere all’amore di Dio che ha chiamato il suo popolo dalle tenebre alla sua ammirabile luce e lo ha inondato della sua
misericordia per donargli in pienezza la dignità e la libertà
dei figli di Dio. Amo pensare ad una Chiesa che si raduna in
Convegno per esprimere se stessa con la gioia di chi ha ricevuto doni preziosi da spendere nella prossimità, nell’attenzione ai bisogni, alle inquietudini e alle angosce dell’uomo
di questo nostro tempo; e qui credo sia doveroso, ma anche
naturale, richiamare un pensiero del cardinale Carlo Maria
Martini che in questi giorni ha compiuto il suo ministero terreno portando al Padre i frutti di una appassionata e intelligente missione. Alcuni anni fa il cardinale scriveva: «Quando
la Chiesa dell’amore attua in pieno la sua identità di comunità raccolta dal bel Pastore nella carità divina, si offre come icona vivente della Trinità e annuncia al mondo
la bellezza che salva… È questa la Chiesa che vorremmo essere, aprendoci allo splendore che irradia dall’alto, affinché
esso – dimorando nelle nostre comunità – attiri il “pellegrinaggio dei popoli”, secondo la stupenda visione che i profeti
hanno della salvezza finale». Tutto l’impegno profuso nelle
attività del Convegno, nella lectio divina, negli interventi della Tavola Rotonda, nella ‘colta’ relazione della prof. Annalisa
Caputo, nelle conversazioni dei laboratori, mi sembra egregiamente portato a sintesi in questo pensiero del cardinal
Martini; la Chiesa che vorremmo essere è la cifra del nostro
orizzonte di attesa e di speranza che si può costruire mediante lo studio, la ricerca, con lo sguardo acuto sul mondo a
cui apparteniamo.
Laura Tafuro
Parrocchia Santi Marco e Caterina - Cellino S. Marco
Le mie impressioni sono state subito positive. Ad iniziare dalla tavola
rotonda. Ho seguito tutti gli interventi
con grande attenzione e ne sono rimasto affascinato. Condivido le posizioni
che chiedono una maggiore autenticità dei cristiani, io per primo sperimento, da educatore e da operatore
pastorale, quanto sia fondamentale il
passaggio dalla carità annunciata alla
carità vissuta. Ogni giorno, nel mio
quotidiano, verifico la coerenza a ciò
di cui voglio farmi portatore, il Vangelo. E porto con me una immagine
molto bella, che la Prof.ssa Annalisa
Caputo ha voluto regalarci, quella della Chiesa come “mosaico”. Personalmente, mi ha aiutato a comprendere
la diversità che tante volte possiamo
riscontrare nelle nostre comunità,
dalle quali spesso possono scaturire
delle divisioni, ignari della necessità
della diversità che caratterizza la bellezza del mosaico completo con ogni
suo particolare tassello. Anche il pezzo più insignificante, anche quello più
opaco rende gloria al disegno tutto,
che poi, con una nota romantica, raffigura il volto di Gesù. Ed è opera divina, di ineffabile bellezza!
Se entrassimo in questa ottica diminuirebbero le liti inutili e le incomprensioni evitabili. Se capissimo quanto è importante ognuno di
noi nel progetto finale, nella totalità
dell’opera divina, di quel mosaico immenso e stupendo che è la Chiesa, ci
penseremmo una decina di volte prima di giudicare i nostri fratelli.
Oltre le mie considerazioni personali
rivolgo un sentito grazie all’arcivescovo che crede tanto nel convegno diocesano. Ed anche al mio parroco, che
ha dato l’opportunità ad un semplicissimo ragazzo di 20 anni, che vive con
entusiasmo il suo servizio in parrocchia, di poter partecipare all’appuntamento con la famiglia diocesana tutta
unita! Sono tornato talmente carico
da questa esperienza che non vedo
l’ora di poterla condividere con la
mia comunità, per portare a tutti quel
messaggio di una Chiesa che cammina affianco agli uomini, perché è Dio
che cammina affianco a noi. Egli attraverso noi si fa presente nel mondo.
Il grazie più grande va a Gesù che ci
ha donato una casa, la Sua, la nostra!
Marco Prete
Parr. Immacolata Concezione
San Vito dei Normanni
16
PaginAperta
15 settembre 2012
riflessioni Provocazioni a margine del caso Vati-leaks
Chiesa, perdono e annuncio della fede
«C
ome Chiesa dobbiamo chiedere perdono a tutti», suggeriva qualche tempo fa l’Arcivescovo
emerito di Milano, il cardinal Carlo Maria Martini, morto a Gallarate il 31 agosto scorso.
Penso, in tutta franchezza, che, anche stavolta, il celebre
prelato abbia colto nel segno!
Davanti al polverone sollevato, in questi ultimi giorni, dal
caso Vati-leaks, cioè dalle cosiddette fughe di notizie dovute
alla pubblicazione, complici o no uno o più presunti corvi,
di carte segrete transitate ed abusivamente sottratte dalla
scrivania del papa1 - gesto nel quale alcuni ravvisano trame
nascoste di congiure di palazzo ordite all’interno delle sacre
mura vaticane e volte a screditare, agli occhi del pontefice,
qualche illustre porporato i cui atteggiamenti sono apparsi
ad alcuno evidentemente fin troppo disinvolti ed invadenti -, la Chiesa, a mio avviso, ha il dovere del perdono senza
se e senza ma, del perdono preventivo, di quel perdono, in
altri termini, che altro non è se non una forma di disarmo
unilaterale, il solo in grado di preservare integra la sua indole profetica, impedendole di venire risucchiata nel vortice di faccende mondane che nulla hanno a che vedere
con l’annuncio liberante dell’evangelo di Gesù Cristo e che
rischiano di innescare, nell’animo di molti fedeli, anche in
quelli maggiormente ben disposti, il sospetto (non troppo
infondato, in verità!) che, dietro il paravento delle finalità
religiose, essa persegua, in realtà, interessi di vario genere
che alla lunga la intorbidano e la inquinano gettando su di
essa l’ombra sinistra del discredito, se non proprio il velo
pietoso del disgusto.
Perdono preventivo, dunque, da parte della Chiesa. Che
non è un modo sottilmente strategico, in nome di una non
chiara neutralità, di mettere le mani avanti per cavarsi
d’impaccio o per paura di perdere prestigio o, per così dire,
peso politico davanti a chi comanda rischiando così di non
vedere sufficientemente riconosciuti o tutelati i propri diritti o, direbbe qualcuno, i propri privilegi che non devono
minimamente essere messi in discussione. Che non vuol
dire neppure lasciar calpestare la propria dignità senza opporre resistenza, tanto più che l’invito evangelico a porgere l’altra guancia (cf Mt 5, 39), a intenderlo correttamente,
non è un invito alla diserzione, alla viltà, men che meno
alla accettazione rassegnata nei confronti di chi ti offende.
Significa, invece, deprivare l’oppressore del suo potere di
umiliare, indurre l’avversario a riflettere mediante gesti che
egli non s’aspetta, convincerlo che il male che fa deturpa
prima di tutto se stesso e la sua propria umanità, prima ancora che ferire l’altro verso cui è rivolto. Perdonare, allora,
non è sinonimo di dimenticare, ma è il modo umanizzante
ed evangelico di opporsi al malvagio non vendicativamente, per spezzare, solo in questo modo, l’assurda spirale della
violenza2.
Le accuse
Assodato ciò, che la Chiesa debba rispondere alle accuse, è
fuori discussione. Ma a volte, a me pare, la risposta che essa
mette in campo è omogenea a quella di un qualsiasi partito
politico o gruppo di pressione o associazione di varia estrazione che si trincerano a tutela esclusiva dei propri vantaggi. Di fronte a situazioni delicate in cui si imbatte e che minano alla radice la sua credibilità, ci si aspetterebbe da essa
una reazione più profondamente evangelica che non quella
specie di difensivismo d’ufficio ad oltranza che si alimenta
sempre ai medesimi luoghi comuni di stampo apologetico.
Espressioni come Il papa non si lascia per niente intimorire
o la colpa è tutta di una certa stampa che ha montato il caso
ad arte non rendono un buon servizio alla Chiesa perché
spostano il problema, dando l’impressione che essa - almeno quella che emerge dalle dichiarazioni ufficiali – sia
più preoccupata di salvaguardare se stessa difendendosi
da quelli di fuori che sono sempre in malafede, piuttosto
che approfittare dell’occasione per ripensare criticamente
il proprio ruolo e il proprio compito in un mondo in continua evoluzione che vorrebbe vedere adottare dalla Chiesa uno stile più penitenziale come fatto normale, ben lungi
da quelle richieste pubbliche di perdono formulate dagli
ultimi pontefici le quali, benché indiscutibilmente sincere,
sono apparse, tuttavia, sporadiche, isolate, quando non anche non pienamente condivise, anzi guardate con evidente
imbarazzo perfino da alcuni dei membri stessi degli apparati curiali che le trovavano un evidente segnale di debolezza, un grave indizio di cedimento strutturale di certezze
dogmatiche che la Chiesa non può permettersi.
È vero che, per dirla con il cardinale Gianfranco Ravasi,
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, «la Chiesa
non è una realtà che decolla dal mondo verso cieli mitici e
mistici. È una realtà che è impiantata nel terreno. E, qualche volta, il terreno è anche fango, e impolvera le vesti».
Quando però questo accade - sempre più spesso, ahimè! -,
cioè quando le sacre vesti3 della Chiesa s’inzaccherano del
fango degli scandali, essa non può scrollarsi la polvere di
dosso con fare indifferente, con aria di superiorità, col cipiglio altero di chi ha subito un’aggressione ingiustificata.
Non può neppure cavarsela, anche qui, con argomentazioni genericamente retoriche, al limite della supponenza,
come quelle che in questi casi si sentono in giro, del tipo
Non saranno certo la carte segrete a far crollare la Chiesa o
La Chiesa è un’incudine che ha spezzato tutti i martelli. Né,
per sdrammatizzare, può utilizzare gli stessi toni ironici
del cardinal Ettore Consalvi, segretario di Stato di Pio VII,
il quale, rivolto a Napoleone intenzionato a distruggere la
Chiesa, ebbe a dichiarare: «Maestà, in tanti secoli non ci
sono riusciti nemmeno i preti».
L’annuncio
Che deve fare, allora, la Chiesa? Ancora una volta, essa
deve chiedere perdono a tutti e l’unico modo davvero
convincente per farlo è quello di tornare, costruttivamente, all’unica cosa che le sta veramente a cuore: l’annuncio
del vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo. Essa esiste per
questo. Diversamente, diventa un’altra cosa: un’istituzione
meramente filantropica, un’agenzia di servizi religiosi, peggio, un comitato di speculatori senza scrupoli e di affaristi
in carriera sponsorizzati perfino da qualche movimento ecclesiale che propone, per la Chiesa, un modello di cattolicesimo nel segno dell’egemonia e dell’integrismo religioso,
modello volto alla conquista spregiudicata di sempre nuovi
spazi civili da cristianizzare e alla demonizzazione sistematica degli avversari4.
Certo, l’annuncio della parola di Gesù, specialmente
nell’Europa secolarizzata, è oggi un’operazione tutt’altro
che semplice; appare ai più, anzi, perfino inutile, data la
perdita di consistenza teoretica della questione-Dio, che
non costituisce più caso serio per la civiltà contemporanea.
Illuminanti, a tal proposito, le parole di Walter Kasper:
«Ognuno di noi ha già incontrato uomini, a cui
sembra mancare ogni antenna, quando parliamo
di Dio. È forse una delle più gravi prove del credente nell’attuale situazione, soprattutto per coloro che
sono preposti all’annuncio della fede, il fatto che ci
sia un numero crescente di uomini, che anche senza
fede in Dio si sentono uomini completi e felici. Ad
essi non manca apparentemente nulla, che la fede
possa dar loro. Nelle forme almeno e nelle formule, nelle quali la fede si articola secondo la Chiesa,
essa non trova più rispondenza con i loro problemi
ed esperienze. Ma anche gli stessi credenti stanno in
misura crescente sotto l’impressione di una spaccatura tra fede ed esperienza»5.
E però la Chiesa non può esimersi dall’annuncio dei paradossi evangelici proprio ad una società apparentemente
indifferente e in un contesto culturale dimensionato sui
parametri dell’efficientismo e dell’edonismo imperante, sapendo che il seme della Parola, che essa ha il dovere di gettare nel terreno, cresce spontaneamente (cf Mc 4, 26-29), al
di là dei meriti e delle capacità di chi annuncia - anche se
non senza la sua intelligenza e la sua responsabilità - e soprattutto senza supporti o tutele di alcun genere. Di questo
la Chiesa deve chiedere perdono più di ogni altra cosa: del
fatto, cioè, di non aver sempre creduto alla forza propulsiva intrinseca nei dinamismi stessi del seme della Parola, di
avere talvolta dubitato che il seme potesse crescere da sé
automaticamente e, per paura che non crescesse, soprattutto in tempi rapidi, di averne voluto forzare la maturazione.
È accaduto così che, sgomenta per il ritardo del dispiegarsi del Regno nella storia umana e per l’apparente inconsistenza della nuda fede nelle congiunture in cui si veniva a
trovare, la Chiesa si è spesso affidata – lo dico senza alcun
intento polemico – ai regimi concordatari e alle fredde diplomazie delle curie, alle politiche cosiddette cristiane e
ai dispositivi teocratici di un annuncio integrato nelle prospettive di conquista, all’ossessiva invasività dei segni del
potere piuttosto che alla inerme dirompenza del potere dei
segni, il solo in grado di preservare la fede dalle sue degenerazioni ideologiche per lasciarla in eredità, genuinamente intatta, alle generazioni future: «Ma il Figlio dell’uomo,
quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).
La nuda fede
Riproporre al mondo d’oggi la nudità della fede non significa certamente squalificare le mediazioni della ragione umana di natura filosofica o giuridica o politica di cui la Chiesa,
anzi, non può fare a meno per non stemperare l’annuncio
della fede stessa in vuoto moralismo di tipo consolatorio,
indifferente ai processi del divenire storico. Significa che,
per crescere, la fede basta a se stessa, è il piccolo granello di
senapa che sposta le montagne (cf Mt 17, 20), senza bisogno
di propaganda trionfalistica, di aridi conteggi e di raduni
oceanici. Come anche essa nasce e si alimenta unicamente all’ascolto della Parola, senza bisogno di venire condita
dal desiderio morboso, da parte di alcuni, di vedere, di toccare, di gratificare il proprio fanatico gusto di miracoli e di
apparizioni mariane. Non vorrei essere dissacratorio, ma
non posso fare a meno di osservare che, per essere Maria di
Nazareth la vergine del silenzio - nei vangeli interviene solo
q u a tt r o
volte – è
verosimilmente
improbabile, almeno in molti
casi, che invece
stia parlando un po’ troppo! Ma, su questo, mi rimetto al
giudizio ufficiale della Chiesa, quando giudicherà opportuno intervenire. Bene, la Chiesa ha la missione di purificare costantemente la fede dei credenti, sia disincagliandola
dalle secche di un sacralismo fuorviante e dal pericolo di
venire inquinata da fenomeni pseudomistici di dubbia provenienza, sia affrancandola dalle ipoteche ideologiche che
ne contaminano la purezza e ne strumentalizzano i fini. E
lo può fare solo se essa si riconosce lievito pronto a disciogliersi nella massa, senza bisogno di ricorrere agli strumenti del potere in nome della fede.
E, tuttavia, occorre evitare i giudizi affrettati e le analisi
semplificatorie sull’operato della Chiesa, casta meretrix,
santa e peccatrice, cioè, avere pietà di lei e sperare che, per
quanto possibile, non faccia più ombra, con la propria invadente autoreferenzialità che viola talvolta abusivamente
anche i sacrari più riposti delle coscienze umane, all’affermazione della luminosa regalità del mistero di Cristo. Per
dirla con le parole di padre Ernesto Balducci,
«Molti vedono i mali della Chiesa (e chissà che
anch’io non abbia peccato tante volte in questo senso) e sono un po’ troppo aspri, non hanno pietà di
una sposa infedele e adultera e sono, come i farisei,
con le pietre in mano. Dobbiamo avere pietà di una
Chiesa che tanto più scopre il Signore tanto più si vergogna. Noi dobbiamo sperare che la vergogna cresca,
che ci faccia arrossire, che faccia cadere i paludamenti, i palazzi e gli addobbi. Noi nel mondo come Chiesa
non siamo il servus patiens senza bellezza né decoro,
anzi abbiamo utilizzato le parole della regalità del
Cristo per trarne giustificazione alla nostra regalità
terrena»6.
Gli scandali che avvengono nella Chiesa sono paradossalmente, anche se dolorosamente, provvidenziali, a patto che
non ci rendano così rassegnatamente persuasi della loro
tragica inevitabilità, da non essere più in grado di sorvegliarci sulle nostre colpevoli spudoratezze.
don Cosimo Posi
Cf G. Nuzzi, Sua santità. Le carte segrete di Benedetto XVI, Chiarelettere, Milano 2012.
2
Cf W. Wink, Rigenerare i poteri. Discernimento e resistenza in un
mondo di dominio, EMI, Bologna 2003, 299-304.
3
Citato in «la Repubblica» del 31 maggio 2012.
4
Cf Giorgio Morlin, CL: un modello cattolico di egemonia?, in «Settimana» 47, 2012, n. 23, 2.
5
W. Kasper, Introduzione alla fede, Queriniana, Brescia 200311, 32.
6
E. Balducci, I servi inutili. Meditazioni sul ministero sacerdotale,
Cittadella, Assisi (PG) 1970, 105.
1
Fermento torna a Ottobre
La redazione ricorda
che è possibile inviare
articoli, foto, lettere e
riflessioni entro e non
oltre l’8 ottobre.
Il tutto può essere spedito
all’indirizzo di posta
elettronica: [email protected],
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o, in alternativa, in busta chiusa indirizzata a:
Redazione Fermento, Piazza Duomo, 12 - Brindisi.
15 settembre 2012
dormitorio 1 Lettera aperta del direttore caritas emerito
Caro sindaco, aggiungi un posto a tavola...
Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta indirizzata al
Sindaco della città di Brindisi, da parte di Bruno Mitrugno, in merito alla vicenda degli
immigrati ospitati presso il dormitorio di Via provinciale San Vito.
C
arissimo
Sindaco
Mimmo Consales,
Con riferimento agli ultimi pronunciamenti apparsi sulla stampa locale
in ordine al dormitorio per
immigrati, consentimi alcune riflessioni:
- Il dormitorio non è, né lo si
può far diventare un problema di ordine pubblico, questa
logica, permettimi dirti, è stata
utilizzata e perseguita da qualche
infelice amministratore in altre città con
esiti disastrosi.
- Nel capannone di via San Vito, da dieci anni non è mai
stato consumato alcun reato, altro che prostituzione!
Chiunque ami le persone abbattendo ogni pregiudizio, in
quel centro ci può entrare ci può mettere il piede, la faccia
e donare se stesso, come fanno Adele, Tommasina, Francesco e tanti altri, perché sempre prevalga il senso di umanità che un po’ tutti stiamo smarrendo.
- Le forze dell’ordine nella nostra città devono essere impiegate nella prevenzione e repressione di reati, non per
colmare assenze istituzionali, in tanti anni ripeto nessun
reato all’interno del dormitorio, qualche pattuglia come
tu auspichi, bisognerebbe inviarla invece presso qualche
sede di Istituzioni, la sì che in questi anni di reati ne sono
stati consumati; non scomodiamo le forze di polizia che
nella nostra città si impegnano con sacrificio nella lotta
alla criminalità pur nella ristrettezza di mezzi ed energie.
- Un problema che è di ordine sociale si affronta con interventi sociali.
- Siamo sicuri che non sia giusta e lodevole attenzione solo
del Sindaco di questa città, e che le forze politiche che lo
sostengono vogliano occuparsi veramente dell’accoglienza
immigrati? Così come pure nella lotta alle vecchie e nuove
povertà? Da parte di queste forze politiche su queste tematiche un angosciante silenzio, lasciando il solo Sindaco a
esprimersi, del resto impegnarsi per i poveri, mettere in
atto politiche di lotta all’emarginazione non paga elettoralmente, i voti di tanta gente (tanti, perché i poveri sono dav-
17
PaginAperta
vero tanti a Brindisi) al momento opportuno si comprano
facilmente con una promessa, un piatto di lenticchie, il pagamento di qualche utenza
domestica.
- Caro Sindaco, non scomodiamo
la Regione Puglia, quando lo abbiamo fatto qualche anno fa e
quando questa ha dato risposte
concrete alle istanze e progetti
dell’allora Presidente Errico,
si è vista ritornare indietro,
materialmente (un delitto!)
novecentomila euro di finanziamento concesso per la
realizzazione di un centro di
accoglienza per immigrati nella
ex caserma dei vigili del Fuoco,
per farne invece la sede della Santa Teresa Spa, società partecipata
dell’Amministrazione Provinciale.
- È volontà politica o no!
- Carissimo Sindaco, riunisci subito attorno a
una mensa (c’è troppo abuso di tavoli) gli esperti, quelli
veri, i testimoni che in questi decenni hanno contribuito a
fare il volto bello della nostra città a costo zero, valorizza
chi ha contribuito insieme a tanti, a fregiare Brindisi del
titolo di città accogliente, persino il santo Padre ce lo ha riconfermato nella sua visita nel 2008.
- Invita alla stessa mensa i leader dei partiti e movimenti
della città, i tecnici del bilancio comunale, per insieme individuare strade percorribili perché le volontà, se ci sono,
si traducano in gesti concreti.
- Aggiungi un posto a tavola per un rappresentante degli
immigrati per coinvolgerli nelle problematiche che interessano la loro vita.
- Ti prego ancora, lascia fuori dalla mensa le forze dell’ordine, non distogliamoli neanche per un pranzo dal loro
gravoso compito e lascia anche fuori i tanti avvoltoi che
soffiando sulla drammatizzazione del dormitorio, gli
“esperti di uomini, e gestione di fondi pubblici” pronti ad
offrire pacchetti di intervento “chiavi in mano” con poche
centinaia di migliaia di euro mensili che “risolvono” il loro
problema.
- Per il dormitorio così come per altre realtà sociali, coinvolgi le forze sane e belle e cerchiamo insieme di dimostrare che per i servizi sociali, come per altri settori, altre
strade sono percorribili nella nostra Brindisi.
Ti saluto cordialmente
Bruno Mitrugno
dormitorio 2 Scrivono gli ospiti
Chiediamo solidarietà
Pubblichiamo la lettera aperta che gli ospiti del dormitorio di Via Provinciale San Vito hanno scritto alla comunità cittadina di Brindisi.
C
arissimi cittadini
di Brindisi, siamo i ragazzi
della comunità di Via
Provinciale San Vito
e scriviamo questa
lettera perché sentiamo la necessità
di dire qualcosa su
quanto si è scritto
sui giornali in questi
giorni. Grazie ai corsi di
lingua italiana, frequentati presso la Caritas, siamo in
grado
di leggere i giornali e capire quello che scrivete.
Vogliamo sottolineare la nostra rabbia e la nostra delusione. Avete detto che viviamo come delle bestie, che
siamo portatori di malattie, che la gente ha paura di noi,
che importuniamo le donne, che rubiamo e che siamo
vagabondi. Tutto questo non è vero.
Infatti, in tutti questi anni, da quando viviamo al dormitorio, con tutte le difficoltà, nessuno è mai intervenuto. Noi siamo bravi, educati e rispettosi, ma abbiamo
bisogno di aiuto. La struttura dove viviamo è tutta rovinata, non abbiamo l’acqua calda, la luce, le porte non si
chiudono e la pulizia è non è l’ideale, i bagni non sono
sufficienti. Ma nonostante tutto, viviamo in armonia anche se siamo di 23 Paesi diversi.
Ci aiutano a stare bene tanti volontari della Caritas e
del Servizio Civile del quartiere e di tutta la città. Tanta
brava gente che ci vuole bene e che ci aiuta a superare le
difficoltà e che ci conforta con una parola di solidarietà.
Loro non ci considerano soltanto oggetti o numeri, ma
persone che hanno bisogno di sostegno morale.
Noi ringraziamo i cittadini di Brindisi per quanto hanno fatto fino ad ora e fanno ancora. Facciamo un appello
a chi può risolvere i nostri problemi e ripetiamo che stare qui non è un piacere per noi, ma non abbiamo altre
alternative.
Chiediamo solo un po’ di solidarietà e di rispetto per
l’affermazione dei diritti umani che appartengono a tutti
voi, come a noi.
Grazie anche ai cittadini per averci aperto le porte e
averci dato tutta questa accoglienza nella loro città.
Infine, preghiamo Dio che vi ricompensi per quello che
avete fatto per noi.
I cittadini chiedono una nuova politica economica e sociale
S
i apre una nuova stagione di vertenzialità a tutti i livelli, che dovrà ottenere risposte concrete per i pensionati
italiani e le loro famiglie; occorre ribadire senza tentennamenti la posizione dei sindacati in materia di dialogo
sociale, senza celare il netto dissenso da alcune dichiarazioni del Premier Monti, fatte nel recente passato. Infatti,
secondo alcuni, la concertazione è la madre dei mali contro cui oggi lottiamo e per i quali i giovani non trovano lavoro, per noi è invece uno strumento indispensabile. Non
esiste alternativa al confronto e al dialogo con le forze sociali in nessun paese a democrazia matura e ad economia
avanzata.
I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza
un ampio consenso sociale. È apprezzabile, invece, in tal
senso, l’ultimo orientamento espresso da Monti, circa la
volontà del Governo di incontrare le parti sociali. Chiediamo, però, che questo importante orientamento si traduca
in comportamenti coerenti da parte dello stesso Governo.
Il metodo del riformismo partecipato è il solo in grado di
garantire crescita attraverso provvedimenti efficaci, equi e
duraturi. Ebbene, piaccia o no, questo metodo si chiama
concertazione! Intanto, il sindacato prosegue nella mobilitazione e, se dovesse servire, occuperemo i consigli comunali e ci siederemo davanti a Palazzo Chigi.
Le tre manifestazioni organizzate da FNP-CISL, SPI-CGIL e
UILP-UIL, a Milano, Roma e Bari, hanno segnato l’inizio di
questa nuova fase: i sindacati dei pensionati chiedono al
Governo, al Parlamento, alle istituzioni locali e alle forze
politiche interventi concreti e urgenti a sostegno dei redditi dei pensionati, una nuova politica fiscale che riduca
la tassazione sui redditi da pensione e da lavoro e faccia
pagare chi ha di più e chi non ha mai pagato, e il rilancio
di un welfare pubblico in grado di rispondere alle esigenze degli anziani, con particolare attenzione alle persone
non autosufficienti. I pensionati chiedono una riduzione
dei prezzi dei beni e dei servizi, delle tariffe e delle troppe
tasse che pesano sulle pensioni, Imu compresa, la definizione di un piano nazionale sulla non autosufficienza, che
sia in grado di garantire i servizi socio-assistenziali per gli
anziani più fragili ed esposti, e tutte le misure necessarie
a garantire quell’equità nella distribuzione dei sacrifici
che è stata finora soltanto annunciata e non ancora messa
in atto. Quella sul fisco è la prima battaglia che dovremo
portare avanti, per aiutare le migliaia di pensionati che
non riescono ad arrivare alla fine del mese.
Non è più possibile tollerare il continuo sperpero di soldi pubblici, che viene puntualmente colmato da tasse che
colpiscono anziani e lavoratori. È arrivato il momento di
mettere in atto un’efficace lotta all’evasione fiscale, che
vada a recuperare risorse che devono necessariamente essere ridistribuite tra coloro, come pensionati e lavoratori
dipendenti, sui quali è ricaduto il peso maggiore di questa
crisi. Per assicurare una vita dignitosa ai soggetti più fragili, che permetta loro di avere un welfare realmente efficiente, è indispensabile che comincino a pagare davvero
tutti. È giunta l’ora che i sacrifici siano equamente distribuiti perché non è possibile che a pagare siano sempre e
solo le fasce più deboli del paese, ovvero i pensionati, i
lavoratori e i giovani, mentre c’è ancora chi non ha mai
pagato. La crisi non può essere la giustificazione per operare tagli ai servizi sanitari, socio-sanitari e assistenziali e
per ridurre l’accesso alla sanità e all’assistenza pubblica.
I sindacati dei pensionati chiedono che venga improntata una seria operazione di spending review, che non tagli i
servizi per i cittadini, ma colpisca davvero, a tutti i livelli,
gli sprechi e le inefficienze, razionalizzi la spesa ed elimini
i costi impropri derivanti anche dall’ingerenza della politica.
Nessuna politica di rilancio dell’Italia, a nostro avviso,
sarà possibile se si ignora la condizione degli anziani, che
costituiscono il 20% della popolazione. Se si continuerà in
modo ottuso a ridurre il potere d’acquisto delle pensioni,
a tagliare il welfare, a tartassare i pensionati con una pressione fiscale ormai insostenibile, i consumi degli anziani
si ridurranno ulteriormente e sarà sempre più difficile
per l’Italia uscire dalla recessione e dalla crisi. Gli anziani
inoltre non potranno più svolgere quel ruolo sociale fondamentale di aiuto anche economico alle famiglie dei loro
figli e nipoti, che hanno sempre svolto e che oggi è ancora
più importante, perché molti figli e nipoti sono disoccupati.
La mobilitazione dei sindacati dei pensionati non si fermerà fino a quando non si otterrà l’apertura di tavoli ai
vari livelli istituzionali e si registrerà una inversione di tendenza nelle politiche. Vogliamo delle risposte e se non le
avremo non staremo di certo fermi a guardare.
Vitantonio Taddeo
Segretario generale
Fnp Cisl Brindisi
18
di Giovenco
iovenco, prete spagnolo di
nobilissima origine, compose quattro libri traducendo i quattro
Vangeli in versi esametrici quasi alla
lettera, nonché alcuni testi nel medesimo metro riguardanti l’ordine
dei sacramenti. Fiorì sotto il regno di
Costantino”.
Così si legge
nel De Viris
illustribus
di Girolamo
su Gaio Vettio Aquilino
Giovenco,
ai quali già
i contemporanei ricono s cono
“un tratto
audace di
novità…
inaugurando una via
diversa di
comporre”.
“La grande
novità sta
nella forma
che queste
nar r a z ioni
assumono”,
osserva ora
Francesca Galli, che de “I Libri dei
Vangeli” ha curato introduzione,
traduzione e note per l’edizione,
inserita nella “Collana di testi patristici” di Città nuova (pp. 288, Euro
30), fondata dal compianto Antonio
Quacquarelli ed ora giunta al volume 222 sotto la direzione di Claudio
Moreschini.
Proprio quel giudizio di san Girolamo ha fatto sì che Giovenco fosse
considerato il “capostipite della poesia cristiana: l’interesse per l’autore - sostiene la curatrice - durò per
tutta l’epoca medievale e il suo poema ebbe ampia diffusione in molti campi della cultura”. E Giovenco,
del resto, con questi 3211 esametri
suddivisi in quattro libri, preceduti
da un breve proemio, ripercorre “fedelmente la vita di Gesù narrata nei
Vangeli, e si pone il dichiarato obiettivo di creare una nuova poetica cristiana, la cui validità si basa sulla
superiore sacralità dell’argomento
e sull’autenticità dell’ispirazione,
utilizzando come modelli di riferimento l’Eneide virgiliana. Ne scaturisce – osserva la Galli – un’audace
e difficile fusione tra il testo evangelico e l’epica virgiliana: l’ambiziosa
scommessa di Giovenco si traduce
in uno scritto liminale, sospeso tra
i due mondi della letteratura classica e quella cristiana, che cerca di far
convivere l’interpretazione cristiana
dell’epica classica con quella epica
delle Bibbia”. Narrare in uno stile
nobile e degno la vita del Figlio di
Dio non è solo lo scopo dei Libri dei
Vangeli – avverte ancora la curatrice -, ma la matrice generativa stessa
del gesto poetico. La rappresentazione di questa realtà è l’obiettivo
fondamentale e la ragione d’essere
della sua scrittura, rispetto a cui tutto il resto passa in secondo piano. È
singolare, dunque, leggere questo
autore a tanti secoli di distanza. È
lettura utile per comprendere come
possa alimentarsi la nostra fede e,
in vista delle celebrazioni costantiniane, questi versi ci danno un ulteriore elemento di conoscenza di una
realtà socio-culturale, nella quale si
determinò una svolta decisiva per il
prosieguo della fede cristiana.
(a. scon.)
Padre della Chiesa,
padre della città
di Bianchi-Ciotti-Olivero
T
re testimoni per un uomo di
chiesa, del quale si celebrano nel generale obiettivo delle riflessioni sul 50° del Concilio Vaticano
II e sui suoi frutti nella Chiesa cattolica - i 25 anni dalla scomparsa ed i 40 della lettera pastorale
“Camminare insieme”. Le Edizione
Dehoniane, infatti,
propongono “Michele
Pellegrino”
(pp. 94, Euro
8), “un agile
libretto per
fare memoria di un
pastore straordinario” e
pubblicano
così le riflessioni di tre
voci, testimoni diretti
dell’azione
pastorale e
sociale
di
questo «padre in dialogo» nella
Torino degli
anni Sessante e Settanta, che fu «laboratorio del nuovo».
Con una prefazione di Franco Garelli, che del card. Pellegrino - “vescovo che ha dato alta forma al
vivere cristiano” - evidenzia il suo
essere “un cristiano dal forte rigore ascetico e spirituale, che dedicava largo spazio alla preghiera e
alla meditazione, viveva in modo
povero ed essenziale, rifuggiva
dai privilegi e dalle ...”, ecco i “ritratti veritieri” di Enzo Bianchi,
don Luigi Ciotti, Ernesto Olivero. Il
primo (Padre Michele Pellegrino),
introduce nelle dimensione umana e culturale del cardinale, che
mai smise di essere quel grande
professore di letteratura cristiana
antica, capace di tornare spesso
alla freschezza delle fonti. Don Luigi Ciotti, invece, nelle sue pagine
(Pellegrino, un vescovo ‘prossimo’
alla sua città) delinea la figura del
vescovo attento e partecipe dei
problemi di Torino, città non solo
operaia, ma per molti versi paradigma, assieme ad altre, di una
società in cui individualismi ed
egoismo procurano emarginazioni
e profonde ferite nell’anima. “C’è
la sua firma sul muro di una delle
prime comunità del gruppo Abele”,
si apprende, dove in quella sigla
personale c’è non il semplice avallo, ma la corresponsabilità della
comunità di Chiesa in un cammino, E se dunque Bianchi delinea il
cammino del cardinale tra martiri
e profeti e Ciotti evidenzia come il
porporato fosse “con noi sulla strada”, ecco che, infine, Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, propone
“l’uomo della preghiera e della
sofferenza” (‘Il Padre’, un uomo
di Dio), che non fu mai fuori dalla
mischia ed è gesto di riconoscenza a quell’impegno l’aver dedicato
a lui l’Arsenale della Pace e della
Speranza.
Insomma, il card. Pellegrino grande pastore e grande “agricoltore”,
su un terreno di semina oltremodo disomogeneo e roccioso quale
è quello della nostra società contemporanea. Egli non solo seppe
seminare, ma lì dove il terreno era
fertile, seppe coltivare i germogli,
tanto che i frutti sono la testimonianza di quella semina.
(a. scon.)
15 settembre 2012
IL LIBRO
“G
I Libri
dei Vangeli
IL LIBRO
il libro
Libri
“I
Intercultura
Report sul futuro
di Anna Granata
ntercultura. Report sul futuro”
curato da Anna Granata e pubblicato da Città Nuova (pp.211, Euro
18), parte dal presupposto che all’unità umana corrisponde una sorprendente, seppur complessa,diversità di
culture. Questa pluralità spesso spaventa, ma quando le differenze favoriscono
l’incontro,
il confronto, fino al
rag giungimento
del giusto
equilibrio,
lo scenario
cambia,
presentandoci
rappor ti
sempre
più interculturali.
Anna Granata, psicologa e
dottore di
ricerca in
Pedagogia presso
l’Università Cattolica
di Milano,
definisce, nel suo brano introduttivo
al saggio, lo scopo di questo lavoro:
contribuire a diffondere l’idea che la
pluralità è diventata la norma nella
società odierna, mentre l’omogeneità rischia di annullare le differenze
ed emarginare le voci fuori dal coro.
Sulla scia di quanto approfondito
da Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, nel suo libro sull’identità umana, secondo cui coloro che
vedono le diversità delle culture
minimizzano l’unità umana mentre
coloro che vedono l’unità umana
tendono a considerare come secondaria la diversità delle culture, Anna
Granata parla di una vera e propria
“rivoluzione pluralista”. Non si può
parlare di intercultura senza considerare il valore della diversità di
contesti culturali ben distinti, ma al
contempo non si può parlare di intercultura senza considerare come
sfondo la comune esperienza umana.
Se l’incontro tra persone diverse richiama sia un’idea di unità (condivisione di un contesto, di una prospettiva, di un codice comunicativo),
che un’idea di diversità (diversa origine, diversi valori di riferimento),
l’approccio interculturale diventa
l’ago della bilancia tra entrambe le
dimensioni: il suo scopo non è approfondire le singole culture al loro
interno, piuttosto riflettere ed analizzare ciò che accade tra culture
che appaiono sfumate e variegate.
Al “pluralismo culturale”, infatti,
viene spesso attribuita la responsabilità di un senso di incertezza,di
instabilità, di disagio scaturiti dal
moltiplicarsi di idee, di stili di vita,
di appartenenze.
La “rivoluzione pluralista”, invece,
considera l’individuo come soggetto
attivo nel proprio ambito culturale,
in grado di mutarlo, rinnovarlo ed
aggiornarlo affinché sopravviva nel
tempo.
I diversi saggi contenuti nel libro riflettono proprio sull’interazione tra
le culture, considerandole in continuo divenire, proponendo interessanti spunti pedagogici e ravvisando
nella pluralità e nelle relazioni autentiche un terreno fertile per la crescita e lo sviluppo della persona.
Ermanna Salamanna
19
Cultura & Comunicazione
15 settembre 2012
festival del cinema Quel filo rosso che coglie nelle pellicole religione, fede e spiritualità
“Pietà” di Kim Ki-duk vince il Leone d’oro a Venezia
“P
ietà” di Kim Ki-duk ha vinto il Leone d’oro alla 69ª Mostra del cinema di Venezia. La Giuria internazionale ha deciso poi di assegnare il Leone
d’argento per la migliore regia a “The Master”
di Paul Thomas Anderson, il Premio speciale
della giuria a “Paradies: Glaube” di Ulrich
Seidl, la Coppa Volpi per il miglior attore a
Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix
nel film “The Master” di Anderson, la Coppa
Volpi per la migliore attrice a Hadas Yaron
nel film “Lemale Et Ha’Chalal” di Rama Bursthein. Fabrizio Falco, nel film “Bella Addormentata” di Marco Bellocchio e nel film “È
stato il figlio” di Daniele Ciprì, ha ottenuto
il “Premio Marcello Mastroianni”, assegnato
ogni anno all’attore o all’attrice emergente.
Delusione, dunque, per il cinema italiano
che è rimasto fuori dai premi principali.
C’è un filo rosso che collega le pellicole
proiettate al Festival. Questo filo comune riguarda il tema della religione, della fede, del
rapporto con la spiritualità. Un segnale interessante che pellicole che provengono da
tutto il mondo siano attraversate da questa
tematica e si sforzino di sviscerarla, ognuno
a proprio modo e con il proprio stile. Anche
se, spesso, queste pellicole da Festival af-
frontano una materia così delicata e importante con prese di posizione ideologiche ben
precise e il più delle volte critiche.
In concorso si sono visti “The Master” di
Paul T. Anderson e “Paradise: Faith” di Ulrich Seidl che, con linguaggi differenti, hanno però affrontato lo stesso soggetto: quando la fede diventa fanatismo. Il primo film è
americano, girato nel formato panoramico
70 millimetri, con grandi movimenti di macchina e grandi attori, e racconta il legame
che nasce tra un reduce nell’America anni 50
e un brillante predicatore che fonda una sua
personale setta, devota a un suo personale culto. Storia che si dice sia ispirata a Rob
Hubburd, l’inventore di Dyanetics, la “Bibbia” della moderna Scientology.
Il secondo film è austriaco, girato con la
macchina da presa che spesso è fissa nelle
sue inquadrature e con attori sconosciuti, e
racconta la devozione che sfocia nel fanatismo di una donna che vuole convertire tutti
alla parola di Cristo. Un film che ha suscitato
polemiche per alcune inutili scene, volutamente provocatorie.
Le due pellicole, dunque, se pur distanti
come stile cinematografico, sono accomunate da uno stesso sentimento: quello del
tv e minori L’alibi delle lobby
Famiglie lasciate sole
«I
l parental control è l’alibi perfetto per le forze politiche e per le
grandi lobby dell’industria culturale per scaricare sulle spalle delle famiglie tutte le responsabilità sull’accesso
dei minori a trasmissioni nocive anche in
pieno giorno o in prima serata. Addio principio di responsabilità da parte di chi legifera, di chi produce e di chi trasmette. È
questo il dato culturale di fondo che deve
preoccupare: questo lavarsi le mani, come
Ponzio Pilato, dinanzi alle preoccupazioni
di esporre i minori a contenuti inadatti. È
la vittoria del ‘vietato vietare’ che noi tutti speravamo avesse lasciato il campo ad
atteggiamenti e scelte di consapevole corresponsabilità». È il commento di Domenico Delle Foglie, presidente del Copercom (Coordinamento delle associazioni
per la comunicazione al quale aderiscono
29 sigle nazionali), alle nuove norme sulla
televisione e i minori pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Tra le novità introdotte, una
norma del decreto potrebbe consentire di
trasmettere programmi preclusi ai minori
La scheda
Il decreto legislativo del Governo (Atto
n. 454) è stato sottoposto a parere
parlamentare recante disposizioni
correttive e integrative al decreto
legislativo 15 marzo 2010, n. 44, di
attuazione della direttiva 2007/65/
CE sui servizi di media audiovisivi.
Il decreto modifica il “Testo unico”
dei servizi di media audiovisivi e
radiofonici e introduce nuove norme
riguardanti la tutela dei minori nelle
trasmissioni televisive. Tra le novità
introdotte, il divieto assoluto delle
trasmissioni che possono nuocere
gravemente allo sviluppo fisico, psichico
in orario diurno purché con “qualsiasi accorgimento tecnico”, ovvero grazie all’impiego del parental control. Secondo Delle
Foglie, «lasciare sole le famiglie in questo
lavoro educativo è davvero miope, perché
non considera le difficoltà dei genitori
nel dover letteralmente tampinare i propri figli, spesso soli dinanzi alla tv. Inoltre
presume una preparazione specifica delle
famiglie che dovrebbero ogni santo giorno
informarsi sui programmi previsti, neanche avessero a disposizione un tutor alla
Aldo Grasso. Certo, questa fuga in avanti,
con la deresponsabilizzazione di produttori ed emittenti (interessati solo ai lucrosi
passaggi televisivi) imporrà alle associazioni familiari di fare da sé per offrire ai
genitori un sostegno, soprattutto in questa
fase difficilissima». Come alternativa, chiosa Delle Foglie, non resterebbe che «la resa
incondizionata delle famiglie ai peggiori
contenuti mediatici offerti a tutte le ore del
giorno, alla faccia della tanto sbandierata
corresponsabilità educativa delle diverse
agenzie».
o morale dei minori finora ammesse in
orario notturno (ore 23–7) e l’obbligo
del bollino rosso sullo schermo per
l’intera durata del programma; i film
pornografici o violenti, inoltre, non
potranno essere messi in onda neppure
di notte ma soltanto nei canali a
pagamento della pay-tv. Una norma
del decreto, tuttavia, potrebbe aprire
alla trasmissione di programmi ad
oggi preclusi ai minori in orario diurno
purché con “qualsiasi accorgimento
tecnico”, ovvero grazie all’impiego del
parental control che permetterebbe
di evitare l’esposizione dei minori a
contenuti considerati inadatti.
voler denunciare il rischio del fanatismo religioso e della manipolazione cui può portare
seguire determinati credo. Non interessa il
perché della ricerca da parte delle persone
di una fede che possa dare senso alle proprie
vite, bensì si denuncia il “marcio” che possono portare con sé. Una presa di posizione
ideologica ben precisa e fortemente critica,
dunque. Presa di posizione anche nel film di
Marco Bellocchio “La bella addormentata”,
che racconta il recente caso legato a Eluana
Englaro e tutto il dibattito sull’eutanasia.
Un altro autore che parla nel suo film di
fede o più che altro di spiritualità è Terrence
Malick, che dopo “The Tree of Life” continua
la sua dissertazione filosofica in immagini sul
senso della vita, sull’esistenza dopo la morte, sul miracolo della natura e dell’amore.
“To the wonder” continua sulla strada della
precedente pellicola del regista americano
e adotta sempre uno stile visivo e poetico e
nient’affatto narrativo; come il precedente
film ha il potere di spaccare il pubblico: c’è
chi lo ha apprezzato e lo considera già un
capolavoro, chi invece lo ha rifiutato e pensa sia un insieme eterogeneo e sconnesso
di temi non ben esposti. Un film comunque
che fa riflettere e, a differenza degli altri di
Kim Ki-duk vincitore del Leone d’Oro
cui si è parlato, non considera la spiritualità
come un qualcosa di negativo, subito pronta
a trasformarsi in fanatismo, bensì la considera il senso della nostra esistenza. Certo, anche in Malick questa spiritualità si veste un
po’ di animismo New Age, ma è comunque
il segno di una ricerca sincera e soprattutto
non ideologicamente condizionata.
tecnologia La guerra dei brevetti
Apple contro Samsung
S
i chiude a favore di Apple quello che
si preannuncia essere solo il primo
round di una lunga guerra per la supremazia nel mercato degli smartphone e
tablet: la corte californiana di San Jose ha
condannato Samsung per la violazione di
sei brevetti, imponendole un risarcimento
record di 1,05 miliardi di dollari. Scontato
il ricorso di appello da parte della multinazionale coreana, preoccupata delle ripercussioni della sentenza su reputazione e
strategie.
La vicenda legale vede confrontarsi due
tra le più importanti aziende dell’ICT
mondiale. Apple, fondata nel 1976 da Steve Jobs e Steve Wozniak a Cupertino (nella
Silicon Valley), vanta successi commerciali
globali come iPhone e iPad e risultati economici senza rivali: un fatturato mondiale
nel 2011 che sfiora i 110 miliardi di dollari
ed il record di società con maggiore capitalizzazione di mercato di sempre (toccando
i 622,72 miliardi di dollari, nel corso della
seduta di Wall Street del 20 agosto scorso,
ha superato il record di 618,9 miliardi fissato nel 1999 da Microsoft). La storia di
Samsung inizia da più lontano, l’azienda
viene fondata nel 1938 e da allora il gruppo
si è molto differenziato (i mercati di interesse vanno dall’industria chimica all’industrie meccaniche e pesanti, passando
per i servizi finanziari, fino ad approdare
all’elettronica di consumo), con fatturato
doppio 220,1 miliardi di dollari rispetto
alla sua rivale.
Il processo è entrato è iniziato nel luglio
scorso, quando da Cupertino hanno ufficializzato le accuse: Samsung avrebbe copiato i suoi dispositivi (nel design e nella
user-experience), violando 7 brevetti e per
questo Apple ha chiesto al tribunale californiano una condanna a 2,5 miliardi di
dollari come risarcimento. La tesi difensiva della coreana è semplice: secondo Samsung non vi sarebbe stata alcuna violazione
perché Apple avrebbe preso spunto per le
proprie soluzioni da idee già in circolazione; per dimostrare che l’idea di un tablet
dalla forma simile ad iPad non fosse nuova
i legali avevano anche chiesto, ottenendo
un rifiuto, di ammettere come prova spezzoni del film “2001: Odissea nello spazio”.
Prima delle arringhe finali il giudice Lucy
Koh aveva anche tentato la via dell’accordo
extragiudiziale, ma la riunione fiume tra
Tim Cook e Kwon Oh Hyun (ben 11 ore!)
aveva ottenuto solo una fumata nera come
risultato.
Sebbene con un risarcimento ridimensionato, Apple ha portato a casa una vittoria schiacciante. Respinte le tesi difensive
e le contro-accuse di Samsung, la giuria ha
ritenuto i coreani colpevoli di violazioni di
brevetti software e di soluzioni di design.
Secondo la sentenza, sono ben tre le funzioni copiate (la “bounce-back”, il “pinch
and zoom” e il “tap to zoom”), a cui si aggiungono le linee di design dell’iPhone e
dell’iPad. Ma la conclusione della vicenda
è ancora lontana: Apple ha chiesto al tribunale un’ingiunzione per bloccare i prodotti
rivali; mentre Samsung ha risposto chiendo al giudice Koh di ribaltare le conclusioni dei giurati e nel frattempo prepara l’appello da presentare alla corte federale sul
copyright, la US Court of Appeals for the
Federal Circuit. Lo scontro non si fermerà
agli USA: in un caso molto simile si è già
pronunciata la Corte Federale di Seul pochi giorni prima della sentenza statunitense (decretando un “pareggio”) e si aspettano a settimane i verdetti di altri processi
aperti in Germania ed Australia
Antonio Rita
20
in Breve
brindisi
Sono giunte al termine le indagini
del Pubblico Ministero Giuseppe
De Nozza relative
alla dispersione
di polveri di carbone intorno al
nastro trasportatore e al carbonile scoperto della
Centrale Enel di
Cerano.
Le indagini si sono concluse con ben 15
rinvii a giudizio nei confronti di importanti dirigenti Enel.
Sempre nel dispositivo del magistrato
si apprende che sono 38 le parti offese.
Oltre agli agricoltori, ci sono il Comune e
la Provincia di Brindisi.La prima udienza
è prevista per il 12 dicembre 2012.
mesagne
Giovedì 2 agosto
Didier Pellissier,
direttore del Laboratorio Sant’Anselmo per il pluralismo ed il dialogo
interreligioso, ha
guidato una delegazione
della
Valle d’Aosta a
Mesagne (Brindisi) per incontrare
il primo cittadino,
Franco Scoditti, nell’ambito del progetto
“Stare insieme per la Legalità”.
sportello antiracket
Apre a Brindisi uno sportello
antiracket-usura.
La sede temporanea dello sportello è in un locale
presso Palazzo
Guerrieri, in attesa della ristrutturazione di un immobile confiscato
alla criminalità.
Alla presentazione dell’iniziativa ha preso parte Maria
Antonietta Gualtieri, presidente della
Federazione Antiracket Antimafia Puglia
ostuni
Il sindaco di Ostuni, Domenico Tanzarella, ha firmato una ordinanza
con la quale vieta,
a partire dal 1°
dicembre, i cortei
funebri dalla casa
del defunto alla
chiesa
parrocchiale.
L’ordinanza - si
legge in un comunicato dell’Amministrazione comunale
- è stata redatta recependo una richiesta
dei sacerdoti della vicaria.
centro sar
Dopo 33 anni
l’84° Centro CSAR
di Brindisi si trasferisce a Gioia
del Colle. Dal 10
settembre, infatti, gli uomini del
soccorso aereo
hanno
lasciato
Brindisi. Dal 10
settembre.
Era
il 31 ottobre del
1979 quando il
carrello dell’hh3f “Onda 2” - nome in codice del velivolo in dotazione all’allora
84° Gruppo SAR di Grottaglie - toccava
la pista 14/32 della base aerea di Brindisi sede, dal 1966, del 32° Stormo CBR.
Attualità & Territorio
15 settembre 2012
ilvAUna comunità al centro di una battaglia senza vinti e vincitori
Taranto, una città stordita
Q
uartiere Tamburi, Taranto. Le temperature estive superano i trenta
gradi ma i bambini restano in casa,
con le finestre chiuse. Non possono giocare
nei giardinetti vicini, in attesa di tornare a
scuola. Lo ha scritto il sindaco in un’ordinanza. Il rischio è la contaminazione con sostanze altamente tossiche. È dal quotidiano, dalle
piccole cose della vita, che poi tanto piccole
non sono, che bisogna partire per comprendere la situazione del capoluogo jonico. Taranto diventa un caso nazionale il 26 luglio
scorso. È il giorno in cui il Giudice per le
indagini preliminari (Gip), Patrizia Todisco,
firma due ordinanze: il sequestro dell’area a
caldo (area parchi, cokeria, area agglomerato, altiforni, acciaierie e area gestione rottami ferrosi) dell’Ilva, il siderurgico più grande
d’Europa, e gli arresti domiciliari per otto
dirigenti della fabbrica, tra cui Emilio Riva
(presidente fino a maggio 2010) e il figlio Nicola (presidente fino ai primi di luglio 2012),
gli unici ancora ai domiciliari dopo la sentenza del riesame, insieme al direttore dello
stabilimento Capogrosso. La Procura jonica
dispone il provvedimento per i reati di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro,
danneggiamento aggravato di beni pubblici,
getto e sversamento di sostanze pericolose
dell’impianto.
Taranto si trova così al centro di una battaglia senza vincitori né vinti, stordita tra
la volontà di difendere il diritto alla salute,
gravemente compromesso dalle emissioni
incontrollate di diossina, policlorobifenili,
Pm10, benzoapirene e metalli pesanti, provenienti dal polo industriale, e quella del diritto al lavoro, con l’Ilva che produce il 40%
dell’acciaio del Paese e dà il pane a dodicimila operai. Nei giorni scorsi in Senato si è
discusso del caso Ilva, per cui si è varato un
decreto legge che prevede aiuti per 336 milioni di euro. L’intenzione non è quella di
chiudere lo stabilimento perché, ha spiegato
il ministro per lo Sviluppo, Corrado Passera,
«lo spegnimento dell’area a caldo dell’Ilva
complessivamente determinerebbe un impatto negativo di oltre 8 miliardi annui imputabile per circa 6 mld alla crescita delle
importazioni, per 1,2 al sostegno al reddito e
ai minori introiti pubblici e per circa 500 milioni in termini di minore capacità di spesa
per la città». Intanto, entro il 30 settembre,
all’Ilva verrà rilasciata la nuova Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale, che dovrà
contenere parametri più restrittivi sulla base
delle prescrizioni elaborate nelle 554 pagine
dell’ordinanza del Gip Todisco. E mentre dal
colosso dell’acciaio fanno sapere che provvederanno a innaffiare di continuo i parchi
minerali, montagne di ferro e carbone stipate a ridosso del quartiere Tamburi, il procuratore capo, Franco Sebastio, ricorda che
non essendoci uno scolo convogliato delle
acque reflue, un rimedio del genere sarebbe
ulteriormente dannoso per la falda acquife-
ra. La copertura però costa, e anche molto, e
si tratta di una spesa che dovrà assumersi in
toto l’azienda come ha implicitamente sottolineato il ministro per l’Ambiente, Corrado
Clini. «Per il risanamento dell’area di Taranto - ha riferito alla Camera - non c’è un euro
per l’Ilva, ma solo per interventi di bonifiche
ambientali per le aree di Tamburi, Statte,
Mar Grande, Mar Piccolo e altri interventi
destinati alle aree portuali che nulla hanno
a che vedere con lo stabilimento». Intanto
tra i due Mari emerge anche altro: un sistema di potere esercitato dal siderurgico nei
confronti della politica, delle istituzioni, del
mondo dell’informazione.
La Guardia di Finanza, nell’ambito di un’indagine sulla gestione di rifiuti e discariche,
ha scoperto il reato di presunta corruzione
a carico dell’uomo delle pubbliche relazioni
dell’Ilva (recentemente rimosso), immortalato dalle telecamere di una stazione di servizio mentre consegna a un perito, incaricato
dalla Procura di Taranto di svolgere verifiche
sulla situazione ambientale dello stabilimento, una busta che da intercettazioni telefoniche sembra contenesse diecimila euro. Da
questo filone è partita un’ulteriore indagine
con 13 indagati, i cui nomi non sono ancora
stati rivelati, ma che sta scuotendo i Palazzi
della politica locale.
Insomma l’estate è finita ma le temperature
in riva allo Jonio restano molto calde.
Marina Luzzi
premio ilaria alpi Tra i vincitori la giornalista brindisina Lucia Portolano
Giornalismo d’inchiesta senza frontiere
C’
è una cosa che chi ha voluto per
sempre mettere a tacere Ilaria
Alpi, quel tragico 20 marzo 1994,
non è riuscito a sopprimere. È la voce dei
tanti giornalisti che oggi continuano a indagare sugli scandali e le ingiustizie che
l’inviata Rai sarebbe stata a un passo dal
rivelare se il suo microfono e la telecamera del suo operatore Miran Hrovatin non
fossero state spente per sempre quel giorno, a Mogadiscio. Il Premio Ilaria Alpi, anche quest’anno ha dato risalto all’impegno
e al coraggio dei tanti cronisti che nel fare
informazione, non si accontentano di raccontare la superficie dei fatti. L’inchiesta
che non muore e che non si ferma nemmeno di fronte alla censura, è stata dunque
la vera protagonista di questa 18ª edizione
dell’evento organizzato dall’associazione
Ilaria Alpi, accanto a temi d’attualità come
le mafie, le stragi ancora irrisolte della storia italiana, la crisi economica e il conflitto
in Siria. A rappresentarla sul palco riccionese, i vincitori del concorso e alcune delle
migliori firme del panorama italiano e internazionale.
L’inchiesta che non muore. Uno degli
ospiti di spicco è stato Paul Moreira, documentarista francese arrivato a Riccione per
presentare il reportage “Toxic Somalia”.
I vincitori. I traffici illeciti, il sovraffollamento delle carceri, gli ultimi criminali
nazisti, l’Ilva di Taranto e la camorra sono
i principali temi trattati dalle inchieste premiate quest’anno. Sui rifiuti tossici che partono dall’Italia per arrivare in Cina, dove
vengono lavorati e riutilizzati nella fabbricazione di giocattoli poi venduti in tutto il
mondo, verte “Spazzatour” di Emilio Casalini (Report), miglior reportage breve. Il
premio al miglior servizio da tg va a Giulio
De Gennaro del Tg5, che in “Caccia ai nazisti” ha intervistato Werner Bruss, responsabile dell’eccidio di sant’Anna di Stazzema.
Sulle condizioni dei penitenziari italiani
indagano altri due servizi vincitori: “Fratelli
e sorelle” di Barbara Cupisti (Rai 3), miglior
reportage lungo, e il racconto su San Vittore
di Alessandro Hielscher (Tg2), premio Miran Hrovatin riservato ai tele-cineoperatori.
Gli altri vincitori sono Emiliano Bos e Paul
Nicol della RTV Svizzera con “Mare aperto”, storia d’immigrazione e disperazione
di un gommone alla deriva; Lucia Porto-
Lucia Portolano (a destra nella foto)
lano della salentina Telerama (tv locali)
con “Mesagne e la Scu”, sulle tracce della
Sacra Corona Unita; per le Web Tv Attilio
Bolzoni di Repubblica.it e Claudio Papaianni e Andrea Postiglione (Espresso) con
due lavori sulle infiltrazioni della malavita;
Massimiliano Cocozza (inediti) con un’inchiesta sull’eroica lotta delle persone affette dalle malattie neoplastiche. Il Premio
della critica è andato a Alessandro Sortino
e Lorenzo De Giorgi di Piazza Pulita con
“Schiavi del lavoro”; il premio Unicredit
per la libertà di stampa alle siriane Hanadi
Zahlout e Yara Bader; il premio alla carriera
a Nuccio Fava.
Alessandra Leardini
15 settembre 2012
21
Attualità & Territorio
Neil Armstrong Scomparso il 25 agosto il primo uomo che nel 1969 mise piede sulla Luna
Papa Paolo VI seguì lo sbarco nel “Mare della Tranquillità”
H
a destato impressione in tutto il
mondo la notizia della morte di Neil
Armstrong, il primo uomo a sbarcare sulla Luna. Aveva da poco compiuto 82
anni, essendo nato a Wapakoneta, nell’Ohio,
il 5 agosto 1930. È morto il 25 agosto scorso per complicazioni post-operatorie dopo
un intervento al cuore cui si era sottoposto
all’inizio del mese. Uomo di profonde convinzioni religiose, Armstrong era laureato in
ingegneria, aveva combattuto in Corea e poi
si era impiegato come collaudatore di aerei
militari.
Alle 22, 17 minuti e 40 secondi di domenica
20 luglio 1969 (ora italiana) il modulo lunare Lem “Aquila” con a bordo Neil Armstrong
ed Edwin Aldrin atterrava sulla Luna, nella zona chiamata Mare della Tranquillità. Il
terzo astronauta, Michael Collins, era rimasto in orbita lunare sul modulo di comando “Columbia”. Era la fase più delicata della
missione Apollo 11, iniziata quattro giorni
prima. Alle 4 e 57 minuti di lunedì 21 luglio
(ora italiana) Armstrong, discesa con prudenza la scaletta del Lem, mise finalmente
piede sul suolo lunare pronunciando la celebre frase: “È un piccolo passo per un uomo,
ma un passo gigantesco per l’umanità”. Poi
la passeggiata lunare dei due astronauti, che
lasciarono sulla Luna una targa commemorativa: “Qui uomini del pianeta Terra per la
prima volta posarono il piede sulla Luna.
Siamo venuti in pace per tutta l’umanità. Luglio 1969, Anno Domini”.
L’impresa lunare fu un evento televisivo seguito in diretta da circa 600 milioni di spettatori in tutto il mondo. Tra essi anche il Papa.
Paolo VI si era recato verso le 22 di domenica 20 luglio alla Specola di Castel Gandolfo
dove aveva osservato la Luna attraverso il
telescopio e ascoltato alcune informazioni
scientifiche dall’allora direttore dell’osservatorio astronomico vaticano, padre O’ Connell. Poi aveva seguito davanti al televisore le
fasi dell’atterraggio con il sostituto della segreteria di Stato mons. Benelli.
Pochi minuti dopo l’approdo del Lem inviava ai protagonisti questo messaggio: “Qui
parla a voi astronauti, dalla sua specola di
Castel Gandolfo, vicino a Roma, il Papa Paolo VI. Onore, saluto e benedizione a voi,
conquistatori della Luna, pallida luce delle nostre notti e dei nostri sogni! Portate ad
essa, con la vostra viva presenza, la voce dello spirito, l’inno a Dio, nostro Creatore e nostro Padre. Noi siamo a voi vicini con i nostri
voti e le nostre preghiere. Vi saluta con tutta
la Chiesa cattolica il Papa Paolo VI”.
Non fu l’unico intervento del Pontefice per
la storica impresa. La domenica precedente
aveva invitato tutti i fedeli a pregare per gli
astronauti dell’Apollo 11 e domenica 20 luglio all’Angelus, sempre da Castel Gandolfo,
aveva auspicato che la conquista della spa-
zio significasse anche un vero progresso per
l’umanità afflitta da guerre (tra le altre, allora, nel Vietnam) e dalla fame, sostenendo la
necessità di non dimenticare, “nell’ebbrezza
di questo giorno fatidico”, il bisogno e il dovere che “l’uomo ha di dominare sé stesso”.
Paolo VI avrebbe poi ricevuto in udienza Armstrong e i suoi due colleghi in visita
a Roma (città natale, tra l’altro, di Collins),
giovedì 16 ottobre 1969. “Con la più grande
gioia nel cuore diamo il benvenuto a voi,
che superando le barriere dello spazio, avete
messo piede su un altro mondo del Creato”,
così salutò Paolo VI i tre astronauti, accompagnati dalle consorti e da funzionari della
Nasa. E aggiunse: “L’uomo ha la tendenza
naturale ad esplorare l’incognito, a cono-
scere il mistero; ma l’uomo ha anche timore
dell’incognito. Il vostro coraggio ha superato
questo timore e, con la vostra intrepida avventura, l’uomo ha compiuto un altro passo
verso una maggiore conoscenza dell’universo: con le sue parole, signor Armstrong: un
passo gigante per l’umanità”. Gli astronauti regalarono al Papa la riproduzione della
targa lasciata sulla Luna e il microfilm con i
messaggi dello stesso Santo Padre e dei Capi
di Stato, ugualmente lasciati sul suolo lunare.
Dopo l’udienza, Armstrong, Aldrin e Collins
tennero una conferenza nell’aula del Sinodo
dei Vescovi, la cui assemblea straordinaria si
svolgeva in quei giorni.
legge 40 Perplessità sulla sentenza della Corte europea
Necessario fare chiarezza
I
l divieto imposto a una coppia portatrice di una malattia genetica di ricorrere
alla diagnosi preimpianto nel quadro
della fecondazione in vitro sarebbe contrario al rispetto della vita privata e familiare: questo il contenuto di una sentenza
della Corte europea dei diritti dell’uomo,
che il 28 agosto si è pronunciata sul caso
“Costa e Pavan contro Italia”. La sentenza,
che ritiene “incoerente” la legge italiana
sulla fecondazione assistita, ha sollevato
molteplici reazioni e commenti perplessi.
Si auspica un ricorso nei confronti dell’organismo di Strasburgo.
Cosa dice la Corte. Un collegio di sette giudici, presieduto dal belga François
Tulkens, si è espresso su un caso sollevato
dai coniugi italiani Rosetta Costa e Walter
Pavan, che, portatori sani di fibrosi cistica,
vorrebbero avere un figlio affidandosi alla
fecondazione artificiale: effettuando una
analisi preimpianto, Costa e Pavan vorrebbero selezionare gli embrioni per evitare la
nascita di un figlio affetto da questa malattia genetica. Tale pratica non è però consentita dalla legislazione italiana (legge n.
40), che vieta la selezione degli embrioni e
comunque la limita alle coppie dichiarate
sterili (non è il caso dei coniugi ricorrenti).
I giudici di Strasburgo hanno dunque “rilevato l’incoerenza del sistema legislativo
italiano” in quanto “da una parte priva i
ricorrenti alla diagnosi genetica preimpianto” mentre permette di accedere alla
interruzione di gravidanza per motivi terapeutici. Nella sentenza si riscontra però
una distorta interpretazione della legge
sull’interruzione di gravidanza (n. 194).
Secondo i giudici, lo Stato italiano dovrà
versare alla coppia 15mila euro per danno
morale e 2.500 per rimborso spese processuali. La sentenza non è però definitiva: è
possibile ricorrere entro 3 mesi, per portare il caso davanti alla Grande Chambre di
Strasburgo.
“Fare subito ricorso”. «È una sentenza superficiale»: Carlo Casini, presidente del
Movimento per la vita italiano ed eurodeputato, definisce così il pronunciamento
della Corte dei diritti dell’uomo. Casini
dichiara che il MpV aveva inviato alla Corte una memoria scritta: «Nonostante questo, la sentenza non ha nemmeno preso in
considerazione le nostre argomentazioni».
Casini sottolinea che «si rilevano inoltre
una errata interpretazione della legge 194»
sull’interruzione della gravidanza «e un
mancato esame della grande differenza fra
diagnosi prenatale e diagnosi preimpianto,
quest’ultima a carattere selettivo ed eugenetico». Per il presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, la Corte «si è accorta che tra la legge
40 sulla fecondazione artificiale e la legge
194 sull’interruzione di gravidanza c’è ‘una
incongruenza’. È la scoperta dell’acqua calda». Casini sostiene che la legge italiana
sull’aborto «si preoccupa soltanto della
donna», mentre la seconda, più recente,
«punta a tutelare tutti i soggetti coinvolti
nelle procedure di procreazione assistita,
quindi i genitori e il bambino». «Tuttavia
neppure la legge 194, almeno a parole,
consente l’aborto eugenetico perché l’interruzione volontaria di gravidanza è permessa in presenza di un pericolo serio e
grave per la madre e la diagnosi prenatale
è funzionale anche a un intervento risanatore sul bambino malato. Viceversa la
diagnosi genetica programma l’uccisione
di molti figli-embrioni per trovare quelli
sani». «In ogni caso - conclude Casini - la
decisione» dei giudici di Strasburgo «prova
quanto sia importante l’iniziativa europea
“Uno di noi” che sta mobilitando i cittadini dei 27 Paesi Ue per raccogliere milioni e
milioni di firme con l‘obiettivo di chiedere
alle istituzioni comunitarie un deciso riconoscimento del bambino titolare di diritti
fin dal concepimento».
Sulla vicenda si registra anche l’intervento
di Paola Baldassarre, vice sindaco di Brindisi, nonchè regionale dei Rapporti con il
Mondo Cattolico dell’Udc. A parere della
Baldassarre «se la tutela della vita nella sua
accezione più alta corrisponde, stando al
deciso della Corte Europea, ad una violazione della libertà nella vita privata di una
coppia, è chiaro che ci sia un difetto probabilmente nella nostra concezione di essere
umano e della sua libertà». Per l’esponente
politico brindisino si tratta di una sentenza «evidentemente pericolosa che apre un
varco su un settore che dovrebbe rimanere
vergine il più possibile dalle manipolazioni dell’uomo moderno».
Neil Armstrong al momento dello sbarco sulla Luna
22
Sport
15 settembre 2012
olimpiadi Incontro con il campione mesagnese Carlo Molfetta
La medaglia un riscatto per la mia terra
I
l suo nome è ormai diventato una leggenda. Carlo Molfetta ha conquistato l’oro olimpico a Londra nella disciplina del taekwondo; è stato il primo italiano a vincere
una medaglia in questo sport.
Carlo è nato a Mesagne 28 anni fa, terra forse un po’ “scomoda” per chi identifica questa cittadina con la mafia. Per chi
viene da zone etichettate negativamente, forse è più difficile
uscire dalla massa. Carlo ha dimostrato che Mesagne è altro.
La sua è stata definita un’impresa. Ha gareggiato nel Gruppo
Sportivo dei Carabinieri, nella categoria +80kg. In finale ha
sconfitto l’avversario del Gabon, Anthony Obame; un match
davvero lungo, combattuto fino all’ultimo sulla parità, affidando il verdetto finale alla decisione dei giudici.
Abbiamo intervistato il neo campione.
Come è iniziata la passione per quest’attività? Qual è stato il tuo percorso sportivo?
«Ho iniziato per gioco a 4 anni; mia mamma diceva di allevare una scimmietta per quanto ero vivace. Papà mi portò
con sé dal maestro Baglivo, dove lui si allenava essendo cintura nera di taekwondo; ero troppo piccolo, per cui inizialmente giocavo solamente; più tardi ho iniziato ad imitare i
grandi. Piacendomi la cosa, ho iniziato a farlo seriamente ed
i risultati sono cominciati ad arrivare quando ho vinto il titolo italiano “Speranze” a 13 anni. L’anno dopo sono diventato
junior vincendo ancora il titolo italiano, così anche per l’anno successivo. A 16 anni è arrivato il primo oro nei mondiali
junior, era il 2000; nel 2001 ho vinto l’argento nella categoria senior, nel 2002 la World Cup e nel 2003 le Universiadi.
Nel 2004 mi sono qualificato per le Olimpiadi di Atene ma
sono uscito al primo incontro e da lì è cominciato anche il
mio “calvario”: mi si sono rotti i legamenti crociati, ho subi-
to un intervento e uno stop di sei mesi. Ma non è finita qui,
perché ho avuto la rotula fuori asse con la necessità di un altro intervento, poi mi sono rotto il menisco e, mentre stavo
riprendendo durante un mondiale, si sono rotti i legamenti
dell’altro ginocchio: un altro stop che non mi ha consentito
di partecipare alle qualificazioni per Pechino.
Pian piano ho recuperato, ricominciando la mia scalata: nel
2009 ho conquistato l’argento nel campionato mondiale e nel
2010 ho vinto il campionato europeo, nel 2011 ho conquistato il bronzo ai mondiali e nel 2012, oltre che qualificarmi per
Londra, ho vinto anche il bronzo agli europei».
Da cosa deriva il soprannome “Lupo”?
«Hanno cominciato a chiamarmi così due mie amiche della
nazionale perché, come il lupo di cappuccetto rosso, ero cattivissimo sul tatami, pur essendo un bravo ragazzo quando
invece non ero in gara».
Il Taekwondo è uno sport che forse tra i giovani è ancora
poco praticato, rispetto agli altri…
«Sì, il taekwondo è una vera e propria disciplina, essendo
sport minore il sacrificio richiesto per raggiungere livelli alti
non è ripagato abbastanza».
Con che spirito sei arrivato alle Olimpiadi di Londra?
Cosa significa aver portato all’Italia la prima medaglia in
questa disciplina?
«Lo spirito non è stato dei migliori, ma volevo farcela per riscattare Atene, anche se dovevo fare i conti con atleti più alti
e pesanti di me in quanto la mia categoria in campo olimpico non è prevista (-87) per cui sono stato accorpato nella
massima dove non c’è limite di peso.
paralimpiadi Tra le medaglie anche quella dell’ostunese Annalisa Minetti
Uno straordinario messaggio
T
anta gioia e commozione durante la cerimonia di
chiusura delle Paralimpiadi di Londra 2012. Un
successo planetario, oltre ogni più rosea previsione. Gare mozzafiato, risultati straordinari, record mondiali che sono crollati in tutti gli sport. Gli atleti portatori di
disabilità hanno raccolto vincenti il simbolico scettro delle
Olimpiadi degli atleti normodotati. Ci ha pensato il solito
Oscar Pistorius a fare da anello di congiunzione tra le due
manifestazioni. Il suo trionfo a braccia aperte nella finale
dei 400 metri piani per atleti mono e biamputati sotto il ginocchio (tecnicamente T44 e T43 nella classificazione ufficiale) è la definitiva saldatura tra i due movimenti olimpico e paralimpico, chiude il cerchio delle gare corse venti
giorni prima coi suoi colleghi bipedi. Alla sua corsa nello
stadio Olimpico di Londra si accoderanno in tanti.
Certo resta il problema di come armonizzare le effettive
differenze laddove ci sono sport che possono essere praticati solo con la carrozzina (come il basket o il rugby in carrozzina), e alcune malattie non concedono agli atleti con
disabilità di competere con i normodotati. Ma i vari Pistorius sanciranno l’oggettiva inutilità della differenziazione
tra gli atleti a causa della loro condizione: si dovrà per forza giungere ad avere una unica manifestazione che veda
uniti gli atleti di tutto il mondo a prescindere dalla loro situazione. Forse non a Rio 2016, il prossimo appuntamento
Olimpico e Paralimpico, ma perché non ai Giochi del 2020
che verranno assegnati prossimamente?
Anche organizzativamente la cosa non dovrebbe portare
gravi problemi se è vero che tra le due manifestazioni londinesi sono volati via 28 giorni di gare. Ovvero gli impianti e la città di Londra sono stati tenuti festosamente sotto
scacco per un mese. Una organizzazione precisa e, di certo, una capacità di selezione a monte potrebbero permettere la contemporanea partecipazione di tutti gli atleti con
i loro sport, con le loro abilità.
Ecco, dovendo scegliere una parola che sintetizzi le Paralimpiadi 2012 è “abilità” che raggiunge l’apice. Perché
questi 11 giorni londinesi di fine estate hanno avuto come
protagonisti atleti che hanno fatto tesoro della loro situazione disabile per esaltare le abilità personali. Trovare dal
male la forza positiva per esaltare ciò che il proprio corpo e la propria mente permettono è una manifestazione
dell’ingegno e dello spirito umano. Tutti coloro che hanno
corso, nuotato, tirato le bocce con la testa, giocato a calcio
con il pallone sonoro e a pallavolo seduta non hanno praticato uno sport di ripiego per poveri esseri sfortunati e da
compatire, non erano animali del circo addestrati, come
malevolmente alcuni maestri di pensiero hanno tentato di
insinuare: ma bensì hanno dato il massimo nel loro sport
per il quale sono necessarie precise abilità sportive fatte di
tecnica e di forza, di acume tattico e di fiducia nel proprio
allenatore o nella propria guida in determinati casi.
Parlare di abilità semplifica di molto le cose per giungere
a rendere il seme dell’unità sportiva olimpica e paralimpica sempre più produttivo: un campione è tale se eccelle
nel suo sport, se dimostra di essere un grande uomo che
dalla sconfitta trae insegnamento per ripartire e ritornare
alla vittoria. Non è altro che un caso il fatto che gli atleti
italiani abbiano conquistato 28 medaglie sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi londinesi. Ma deve far riflettere.
Per esempio cominciando a eliminare da parte degli organismi sportivi italiani la odiosa sperequazione dei premi
ai vincitori, visto che quelli paralimpici prendono circa la
metà dei “normali”. Perché ci può essere una sconfitta della vita, può essere una malattia che condiziona. Ma cosa
ha di diverso Cecilia Cammellini, la straordinaria campionessa di nuoto italiana che torna a casa dalle Paralimpiadi
di Londra con 2 medaglie d’oro con record mondiale e due
di bronzo, da Michael Phelps, lo straordinario nuotatore
statunitense recordman olimpico per medaglie vinte? A
parte che Cecilia è cieca dalla nascita ed ogni tanto sbanda
in corsia, niente altro.
Si possono fare tanti nomi: Alex Zanardi, Oscar de Pellegrin, Martina Caironi, Annalisa Minetti, Federico Morlacchi, eroi dello sport, del loro sport, campioni a tutto tondo,
perché un atleta può essere il più forte di tutti ma è campione solo quando lo è nella vita, nel rispetto per gli altri
oltre che nella gloria della sua vittoria.
Massimo Lavena
Portare la prima medaglia d’oro per il taekwondo rende ancora più bella la mia vittoria e penso sia stata anche un riscatto anche per la mia terra Mesagne».
A proposito di Mesagne, hai dedicato la medaglia a Melissa Bassi; come hai vissuto quell’evento dell’attentato
alla scuola?
«Il 19 maggio, giorno dell’attentato, ero in Corea per ultimare
la preparazione olimpica; avevo notizie frammentarie tramite mia madre e facebook, ma l’ho vissuta come se fossi stato
qui».
Quali sono i progetti per il futuro, dal punto di vista professionale e personale?
«Dopo il giusto riposo per recuperare fisicamente, i miei progetti sono quelli di riprendere le mie gare e fare bene; non mi
pongo mete, dopo Atene non faccio troppi conti, l’importante è metterci il cuore e il sacrificio.
Personalmente, invece, conto di sposarmi nel 2014 con Serena, che mi sta vicino da un anno».
Graziana Ingrosso
calcio Al via la nuova stagione
Sport pulito cercasi
R
educi da una bella Olimpiade e persino da un Europeo calcistico al di là di ogni più rosea previsione (al
di là della rovinosa finale), si ritorna alle vicende pallonare della Serie A sperando d'incappare in una stagione
disintossicante. Come sarebbe bello se, almeno per qualche
domenica, il calcio tornasse indietro di 50 anni, evitando veleni e trabocchetti e facendoci solo godere di una festa di 90
minuti… Quello che spaventa però è sempre il contorno: al
di là di ciò che accade sul rettangolo di gioco e delle relative
manfrine (il gol di Muntari è il padre più recente di tutti i piagnistei), a renderci impossibili certe domeniche sono gli atteggiamenti dei protagonisti o di certi media, prima, durante
e dopo l'evento.
La inseguiamo ancora con un briciolo di speranza questa
stagione alla camomilla, sognando un fair-play esteso e un
terzo tempo sincero tra i calciatori, piccoli antidoti in grado
di cancellare gli incubi estivi delle partite truccate, dei processi sportivi e penali, degli incassi e abbonamenti in caduta
libera, dello strapotere delle tv e degli sponsor. Forse ci salveranno i ragazzini, quei campioni in erba che una volta erano
il carburante del nostro campionato e che tanti anni fa furono sfrattati dalla tracotante ondata della legione straniera.
Ora che il piatto piange, che la crisi non arretra, occorre fare
di necessità virtù, dando spazio ai var i Destro, El Shaarawy,
Insigne, Fabbrini, chiamati anche a irrorare di nuova linfa
la Nazionale di Prandelli. Si torna all'antica quindi: Rivera
non esordì a 15 anni? E Mazzola, Antognoni, Paolo Maldini
e Buffon non facevano già mirabilie prima dei 18? Poi c'è il
discorso del monte-ingaggi. Continuare con la solita deriva
milionaria sarebbe stato suicida per i nostri club e qualcuno
ha capito: Milan e Inter hanno tagliato a piene mani, Fiorentina e Napoli sono attentissimi a non sforare il tetto degli stipendi, forse solo la Juventus ha investito un po’ di più e ha
iniziato il campionato sparata camminando sulle macerie di
Parma e Udinese. Soprattutto, però, ha dalla sua un’arma che
nessuna società di A può oggi vantare: lo stadio di proprietà e, da qui, introiti molto superiori soprattutto nei prossimi
anni, con tanti altri club, a cominciare dall’Inter che ha stretto un’alleanza con partner cinesi, che stanno pensando a traslocare, progettando un impianto tutto loro
L.G.
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Le rubriche
15 settembre 2012
Ottobre 1992
Depositum Fidei e il catechismo
ottobre 1912-2012
Brindisi e i problemi di sempre
U
na vignetta particolarmente
eloquente, talvolta reca la didascalia: “Senza parole”. E “Senza parole aggiunte”, cioè di commento,
riferiamo quanto accadeva a Brindisi
esattamente cent’anni addietro. Le leggiamo, e riferiamo, da “La Città di Brindisi”, dividendole per argomento e riservandoci una conclusione.
Amministrazione comunale (6 Ottobre
1912): “Non si può nascondere che il nostro Comune attraversa un periodo abbastanza critico, date le condizioni poco
floride in cui versa il suo bilancio; però,
un simile stato di cose, anziché avvilire,
deve spronare il buon amministratore ad
usare tutto quanto è in lui, per superare
con onore quegli ostacoli e quelle gravi
difficoltà che può incontrare lungo vie scabrose e difficili. Il minimo scoraggiamento
in quest’ora in cui il paese ha più bisogno
dell’opera di buoni dirigenti, sarebbe oltremodo peccaminoso, poiché ne aggraverebbe maggiormente la posizione; e noi
siamo fiduciosi che nessuno dei componenti l’attuale Amministrazione, vorrà gravarsi la coscienza di tanta responsabilità!
Animo dunque: non si trascuri alcun mezzo per raggiungere la meta; e così soltanto
la cittadinanza, e per essa il corpo elettorale, non avrà a pentirsi d’aver mandato a
palazzo Schirmouth persone inadatte a
reggere le sorti del paese”.
Emigrazione (13 Ottobre 1912): “L’Ufficio
del lavoro ha testè pubblicato un’esatta statistica sulla emigrazione che attualmente
avviene nelle nostra provincia. Dalla medesima risulta quanto appresso: Nel 1911
sono emigrate 1235 persone per l’Europa
ed altri paesi del bacino del Mediterraneo,
nonché 1569 per le regioni transoceaniche,
con un totale di 2804 emigranti che rappresenta la metà di quelli dell’anno 1910.
Servizi pubblici – Posta (13 Ottobre 1912):
“Non mancano mai reclami sul funzionamento di questo importantissimo servizio
che dà molto a desiderare, sia nel disbrigo delle sua delicate mansioni, e sia per la
continua mancanza di francobolli che vi si
riscontra. Tutto però non deve attribuirsi
a negligenza degli impiegati; i quali, anzi,
raddoppiano la loro energia, cercando
di accontentare il pubblico come meglio
possono. Le colpe maggiori sono del Governo, perché non intende aumentarne il
numero; mentre d’altro canto è costretta
pagare ai medesimi continui straordinari,
di cui non si può fare a meno date le grandi esigenze del servizio. (…) Ci auguriamo
intanto che tali seri inconvenienti saranno
una buona volta eliminati; e ciò nell’interesse d’un pubblico rispettabile quanto
N
quello di altre città più fortunate, perché
tenute in conto maggiore da chi non dovrebbe usare due pesi e due misure!”.
Furti (13 Ottobre 1912). “Furto nella casa
colonica… di 75 lire in biglietti di Stato;
(…) ignota ma esperta mano apriva, indisturbata, l’uscio ed involava da un tiretto
circa lire 2000 (…), altri espertissimi ignori,
penetrati in casa sua, rubavano la rispettabile somma di lire 4000, frutto dell’ultima
raccolta vinaria. La cittadinanza è molto
allarmata per il continuo avverarsi di tanti
furti e con tanta audacia commessi; e ciò
che più la impressiona è il fatto, che ancora l’autorità competente non è riuscita
a trovare il bandolo di questa intrigata matassa!”.
Teatro (6 Ottobre 1912). “Nulla si dice
ancora di ufficiale quest’anno, circa l’apertura del nostro teatro: sembra però che
siano in incubazione diversi progetti, per
effettuare una stagione lirica di non poca
importanza. Vogliamo intanto sperare che
veramente si farà vivo per l’occasione qualche comitato di persone volenterose, non
facendo così mancare, alla cittadinanza
brindisina, un po’ di buona musica, atta a
ravvivarne l’affiacchito spirito, per la mancanza assoluta di qualsiasi attrattiva!”.
Sono parole di 100 anni addietro, il cronista dell’epoca abusa in punti esclamativi, ma che dire di lui se non considerarlo,
forse, voce di uno che grida nel deserto?
I problemi, a vedere, sembrano gli stessi,
aggravati da cent’anni di distanza, da una
vita quotidiana profondamente diversa da
quella del 1912. Chissà cosa dicevano i nostri avi, leggendo le cronache del 1812. Forse, allora come ora, concludevano: “Nulla
di nuovo sotto il sole”. Purtroppo.
(a.scon.)
el 30° anniversario dell’apertura
del Concilio Ecumenico Vaticano
II, l’11 ottobre 1992, con la costituzione apostolica Fidei Depositum, Giovanni Paolo II consegnava ai christifideles
il Catechismo della Chiesa Cattolica, «presentandolo come “testo di riferimento” per
una catechesi rinnovata alle vive sorgenti
delle fede», avrebbe ribadito, Joseph Ratzinger introducendone il Compendio nella
domenica delle Palme del 2005.
A 50 anni dall’apertura del Concilio ed a
20 da quella costituzione apostolica possiamo avvertire meglio tutta la portata
profetica di quelle parole scritte in forma
solenne dal Santo Padre. «Custodire il deposito della fede è la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa e che essa
compie in ogni tempo», esordì il Pontefice
e ricordando intenzioni e finalità del Concilio ribadì come ad esso «il Papa Giovanni
XXIII aveva assegnato come compito principale di meglio custodire e presentare il
prezioso deposito della dottrina cristiana,
per renderlo più accessibile ai fedeli di Cristo e a tutti gli uomini di buona volontà» e
come per prima cosa il Concilio avesse dovuto «innanzitutto impegnarsi a mostrare
serenamente la forza e la bellezza della
dottrina della fede».
Il Concilio, dunque, la consapevolezza di
« incessantemente rifarsi a questa sorgente» ha portato nuove evidenze – ricordò
Papa Wojtyla – , tanto è vero che a conclusione del sinodo dei vescovi del 1985 che
celebrava i 20 anni della conclusione del
Concilio, «moltissimi hanno espresso il
desiderio che venga composto un catechismo o compendio di tutta la dottrina cattolica per quanto riguarda sia la fede che la
morale, perché sia quasi un punto di riferimento per i catechismi o compendi che
vengono preparati nelle diverse regioni.
La presentazione della dottrina deve essere biblica e liturgica. Deve trattarsi di una
sana dottrina, adatta alla vita attuale dei
cristiani».
Come si arrivò al testo? Giovanni Paolo II
spiegò come esso, «frutto di una larghissima collaborazione», sia stato «elaborato in
sei anni di intenso lavoro condotto in uno
spirito di attenta apertura e con un appassionato ardore» e come la Commissione
ed il Comitato ad essa affiancato abbiano
lavorato considerando «le osservazioni di
numerosi teologi, esegeti e catecheti e soprattutto dei Vescovi del mondo intero, al
fine di migliorare il testo», tanto è vero che
il Papa sentì di scrivere che «questo Catechismo è il frutto di una collaborazione di
tutto l’Episcopato della Chiesa Cattolica, il
quale ha accolto con generosità il mio invi-
to ad assumere la propria parte di responsabilità in un’iniziativa che riguarda da vicino la vita ecclesiale. Tale risposta suscita
in me un profondo sentimento di gioia,
perché il concorso di tante voci esprime
veramente quella che si può chiamare la
“sinfonia” della fede».
Per invitare tutti i fedeli a farlo subito
proprio, già nella Costituzione apostolica,
Giovanni Paolo II ne delineava i contenuti. «Il Catechismo comprenderà quindi
cose nuove e cose antiche, poiché la fede
è sempre la stessa e insieme è sorgente di
luci sempre nuove», diceva il Papa evidenziando le quattro parti: «il Credo; la sacra
Liturgia, con i sacramenti in primo piano;
l’agire cristiano, esposto a partire dai comandamenti; ed infine la preghiera cristiana. Ma, nel medesimo tempo – avvertiva -,
il contenuto è spesso espresso in un modo
“nuovo”, per rispondere agli interrogativi
della nostra epoca». E dopo aver spiegato
le quattro parti «legate le une alle altre»,
lasciò comprendere come ciascuno aveva
già fra le mani, prima ancora del volume,
la bussola per orientarsi ed a tutti – circa
il valore dottrinale – il Papa chiedeva «di
accogliere questo Catechismo in spirito di
comunione e di usarlo assiduamente nel
compiere la loro missione di annunziare
la fede e di chiamare alla vita evangelica». Non solo: «Viene pure offerto a tutti i
fedeli che desiderano approfondire la conoscenza delle ricchezze inesauribili della
salvezza» e «ad ogni uomo che ci domandi
ragione della speranza che è in noi e che
voglia conoscere ciò che la Chiesa Cattolica crede». E quella bussola, avvertendo
tutto il peso di ciò che è la nuova evangelizzazione e proprio all’apertura dell’Anno
della fede, ci è davvero necessaria.
(a.scon.)
Santi giovani per giovani santi 2
a cura di Mons. Rocco Talucci
La storia e la vita santa di: Antonietta Meo, Carla Ronci, Maria Marchetta,
Maria Orsola Bussone, Maria Letizia Galeazzi, Mirella Solidoro,
Lorena D’Alessandro, Santa Scorese, Antonella Moro, Chiara Badano,
Teresa Lapenna, Antonio Legrottaglie, Lorenzo Sanna,
Tiziana Semerano, Matteo Farina, Carlo Acutis
La prenotazione dei libretti (costo 1 euro cadauno) può essere effettuata presso:
Curia Arcivescovile di Brindisi, Piazza Duomo 12, Tel. 0831/523053
Libreria Paoline di Brindisi, V.le Commenda 182/184 ,Tel. 0831/430509
Redazione “Fermento” a Brindisi, Piazza Duomo 12, Tel. 340/2684464
Anno della Fede
Solenne inaugurazione diocesana
dell’Anno della Fede
in comunione con il Santo Padre Benedetto XVI
Concelebrazione eucaristica presieduta da
Sua Eminenza il Cardinale
Fernando Filoni
Prefetto della congregazione
per l’Evangelizzazione dei popoli
Sabato 13 ottobre 2012
Basilica Cattedrale ore 18
La celebrazione avrà significato di pellegrinaggio
info su: www.diocesibrindisiostuni.it
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Un popolo sacerdotale profetico e regale