117.
118.
115. Fondo di Firmalampen,
FORTIS, Museo Archeologico
Vernarecci di Fossombrone.
116. Lucerna a canale integra
acroma, dal recinto sepolcrale
di Calmazzo. Fossombrone,
Museo Vernarecci.
117. Parte superiore di
lucerna a canale con
rappresentazione di divinità al
centro del disco. II secolo d.C.,
Fano, Museo Civico.
118. Lucerna “cristiana”
di tarda età imperiale con
motivo a spina di pesce
sulla spalla e monogramma
costantiniano nel disco. Fano,
Museo Civico.
conosciute come lucerne “a canale”. Il colore
è prevalentemente rosso-arancio. Le maggiori
officine erano situate in area padana, da cui
sarebbero provenute le numerosissime lucerne
Fortis e, generalmente, dal territorio norditalico.
In età più tarda sono relativamente diffuse le
lucerne africane che presentano argilla rossoarancio, corpi più allungati e decorazioni
a rilievo sulla spalla. Con l’epoca cristiana
compaiono sui dischi anche i simboli della
nuova religione come croce, pavone o chrismon.
121.
119. Lucerna a volute
proveniente dagli scavi della
domus romana di Tifernum
Mataurense. Conservata
al Museo Archeologico
di Sant’Angelo in Vado
rappresenta sul disco un
amorino in volo.
120.
119.
120/121.Tra le settantotto
lucerne fittili possedute ed
esposte dal Museo Civico di
Fano quelle riportate dalle
immagini sono le più singolari
per le caratteristiche che
presentano rispetto a quante
si vedono più abitualmente
nei musei del territorio.
La prima lucerna di tipo
ellenistico ha corpo
tondeggiante e beccuccio
arrotondato in punta.
Rappresenta un mascherone
in rilievo con il naso
rincagnato, la bocca
ampia e gli occhi grandi.
La datazione è riferita al
periodo repubblicano, II-I
a.C.. La seconda immagine
fa riferimento sempre ad
una lucerna repubblicana,
delfiniforme, tutta decorata a
globetti.
Terrecotte edili, tegole e antefisse
L’utilizzo del mattone cotto è abbastanza tardo,
solo in età romano imperiale si diffonderà e
darà vita ad una fiorente
manifattura. I laterizi
cotti erano fabbricati
con argilla
impastata
con acqua
e spesso
con sabbia,
paglia o
pozzolana
fine.
L’ impasto
era messo
in forme di
legno e una
volta essiccato
veniva cotto.
I mattoni avevano misure
standard ed erano utilizzati modularmente,
messi in opera interi o divisi in elementi più
piccoli. Vitruvio ci fornisce delle interessanti
notizie sull’uso dei prodotti da costruzione
del suo tempo. I materiali da costruzione, in
particolar modo mattoni e tegole, portano
spesso sulla superficie i bolli che forniscono
indicazioni di vario tipo, datazioni, riferimenti
94/95
122.
122. Elemento architettonico
con raffigurazione
antropomorfa. Museo di
Macerata Feltria.
123. Lastra fittile con
raffigurazione in rilievo di
carro con Vittoria alata. Si
trova al Museo Archeologico
di San Lorenzo in Campo.
123.
agli imprenditori privati che li producevano.
Si conoscono bolli rettangolari, semicircolari,
circolari, lunati. Sulle superfici dei laterizi sono
stati trovati anche dei segni impressi con le dita
prima della cottura; sono di tipo circolare,
a forma di gamma, curvilinei.
Forse indicavano dei conteggi o
sigle utilizzati durante le fasi
di formatura o essiccazione,
prima della cottura. Insieme
ai mattoni erano prodotte
anche le antefisse, elementi
architettonici decorati,
posti sui tetti, sulla testata
delle travi degli stessi o ad
occlusione dei canali terminali
delle tegole negli edifici. Vi
erano raffigurati motivi a
palmette, teste di gorgone o
motivi antropomorfi.
Sempre in ceramica si
realizzavano elementi di
cornici, fregi, gocciolatoi e tutto
quanto serviva alla realizzazione
architettonica degli edifici, comprese colonne
e pavimentazioni. Nella provincia di Pesaro
e Urbino sono conservati diversi elementi di
questo genere in vari musei. Interessanti sono
i reperti al Museo Vernarecci di Fossombrone
e abbastanza numerosi e di vario tipo quelli di
Macerata Feltria.
96/97
124.
124/125. Le antefisse erano
elementi di terminazione e
ornamento posti sui tetti degli
edifici. Venivano collocate lungo la
linea di gronda dove chiudevano il
vuoto del coppo ricurvo.
Al Museo di Fossombrone se
ne conservano due, la prima
raffigurante una testa di Gorgone,
l’altra con decorazione a palmetta.
125.
Breve guida all’arte
e alla conoscenza
della ceramica
3
126.
Materiali, lavorazione
e produzione
La trasformazione della plastica argilla in
resistente terracotta è un processo chimico
irreversibile di trasformazione mediante il
calore. L’ argilla è costituita da una terra a
base di silicato di alluminio e ossidi di ferro
che le danno, in base alla quantità, un colore
che va dal grigio al rossiccio. Le componenti
dell’argilla, oltre a quelle già citate, sono anche
componenti calcee, colloidi e sgrassanti che ne
rendono diversi i tipi di argilla. Quest’ultima
ha la qualità di assorbire acqua e quindi
di diventare malleabile al tatto, facilmente
plasmabile. L’arte della ceramica risale a
diecimila anni fa, essa veniva lavorata a mano,
seccata inizialmente al sole e, col passare del
tempo, cotta in forni rudimentali. A partire
dal 3000 a.C. fu introdotto l’uso del tornio,
uno strumento che permette l’utilizzo di un
supporto girevole su cui modellare l’argilla che
veniva azionato a mano e successivamente a
pedale. Così i modelli assumevano una forma
perfettamente simmetrica, ottimizzando
100/101
127.
128.
129.
L’arte della lavorazione
dell’argilla ancora oggi è
oggetto di diversi laboratori
di didattica che si tengono
nel territorio della provincia
di Pesaro e Urbino. Nella
foto alle pagine precedenti
un momento di attività
nel laboratorio a Fratte
Rosa. Come si può vedere,
si utilizzano le tecniche in
uso anche in età antica.
(La fotografia è stata
gentilmente concessa dalla
dott. Francesca Serrallegri
della Coop. Comedia Fano).
130.
La ceramica lavorata a mano
poteva essere liscia, lucida o
decorata con rappresentazioni
dipinte o con decorazioni
ottenute manipolando,
graffiando, incidendo,
stampigliando le
superfici ancora
fresche. I vasi così
acquistavano
bellezza non solo
per la forma,
ma per i
decori
che
131.
riportavano.
126/127/128. Tipi di
lavorazione dell’argilla; i
disegni rappresentano la
tecnica a cercine, quella al
tornio e lo stampo a matrice
(i disegni sono tratti da
Cesari, Quondam, Bertea, La
ceramica in archeologia, GAR
dispense).
129/130. Alcuni esempi di
anse, i manici che erano
attaccati ai vasi per
permetterne il sollevamento
e l’utilizzo. Molti sono
i ritrovamenti di anse
frammentarie durante gli
scavi archeologici. Macerata
Feltria, Museo Civico.
131. Frammento di brocca
a bocca larga in ceramica
comune con anse laterali
a nastro con costolatura
centrale. Da notare la
decorazione a mascheroni
a rilievo. Si tratta di due
figure, una simmetrica
all’altra rispetto alle
anse che rappresentano
verosimilmente una maschera
teatrale: un giovane dalla
folta capigliatura. Le figure
sono state applicate a
stampo sulla superficie del
vaso e quindi cotte. Museo di
Macerata Feltria.
velocità e perfezione di esecuzione. In seguito
si usarono anche gli stampi che permettevano
la realizzazione di più copie uguali dalla stessa
forma originaria.
Diverse sono le fasi di lavorazione: subito
dopo l’estrazione l’argilla veniva fatta riposare
all’aperto per far andare in putrefazione
i materiali organici che la componevano;
quindi veniva sottoposta ad un processo di
depurazione che si otteneva o setacciando
la materia prima o utilizzando un sistema di
vasche di decantazione collegate sotto la spinta
di un getto d’acqua. Il movimento dell’acqua
trascinava l’argilla di vasca in vasca depositando
le particelle più grosse e pesanti che rendono
meno pura la terracotta. Un altro metodo
di depurazione era quello di porre l’argilla
in una vasca d’acqua ferma in modo che le
parti più leggere salissero a galla e quelle più
pesanti rimanessero sul fondo. Con l’argilla più
“leggera” si univano le anse e i manici ai corpi
dei vasi e si creavano alcune decorazioni.
La fase di depurazione permetteva di ottenere
una ceramica chiara, molto raffinata ma anche
più delicata, soprattutto in cottura, mentre
la ceramica ad impasto, per la presenza di
sgrassanti e parti più pesanti, tollerava meglio la
cottura senza deformarsi o rompersi ma con un
risultato più rozzo e grossolano.
Una volta pronta l’argilla veniva foggiata
a mano con l’aggiunta di acqua che ne
102/103
aumentava la plasticità. Il modo più semplice
per modellare l’impasto ceramico è quello
detto “a colombina”, si realizzava cioè un
cordolo di argilla e poi lo si avvolgeva su se
stesso a spirale, “a cercine”, fino ad ottenere
la forma desiderata. L’introduzione del tornio
invece migliorò la produzione, soprattutto il
tornio cosiddetto “veloce”, provvisto cioè di un
meccanismo a pedale che lo faceva girare più
velocemente.
Le forme, una volta ottenute, venivano
terminate con l’aggiunta di anse o decorazioni
plastiche, appendici o stampi uniti con la
barbotine (un’argilla più liquida e pura) prima
della cottura. Venivano anche rifiniti: potevano
essere steccati, ossia resi molto levigati e lucidi
per mezzo di stecche d’osso o di legno oppure
strofinati con un panno, sempre per ottenerne
la lucidatura.
Il vaso modellato quindi era posto ad
asciugarsi negli essiccatoi perché perdesse
la parte di acqua e si evitassero spaccature
e crepe della superficie; questi erano
ambienti asciutti e ventilati, per l’età
romana si conoscono anche ambienti ad
ipocausto, cioè riscaldati.
Una volta avvenuto l’essiccamento,
prima di passare alla cottura,
il vaso andava ancora rifinito
immergendolo in un composto
liquido di argilla diluita e acqua:
In queste immagini sono
riportate due tipologie di
forni per la cottura della
ceramica. I forni, pur nella
loro semplicità, sono in realtà
sistemi complessi che danno
risultati differenti secondo
la temperatura che riescono
a raggiungere, secondo la
quantità d’aria presente nella
camera di combustione e
cottura e anche secondo la
presenza di aperture o meno.
Nel corso della storia ci fu
un’evoluzione: i forni più
antichi venivano ricavati in
fosse poi coperte con arbusti
e legna; nell’epoca romana,
tramite una grata, avevano
ben divisa la parte dove si
bruciava la legna da quella
di cottura; in epoca ancora
più tarda per le produzioni
“industriali” i forni in laterizio
avevano grandi dimensioni
132.
133.
134.
ed erano a più camere.
132. Il disegno rappresenta
un tipico esempio di forno
protostorico.
133. Riproduzione grafica
di forno a fiamme nude di
epoca romana. (i disegni sono
tratti da Cesari, Quondam,
Bertea, La ceramica in
archeologia, GAR dispense).
134. Complesso di fornaci
databili tra tardo Medioevo e
Rinascimento conservate in
casa Carli, nel centro storico
di Piobbico. Sono visitabili
e indicano la presenza di un
“quartiere industriale” situato
sotto al Castello Brancaleoni
(da Cassano, Itinerari di
Archeologia, p. 76).
la patina, che così ricopriva il corpo del vaso
in cottura, poteva assumere vari colori, rosso
se in forno c’era atmosfera ossidante, nero con
atmosfera riducente. Il tipo di rivestimento
ottenuto si chiama ingobbio. I vasi potevano
anche essere dipinti, utilizzando pigmenti che
in forno assumevano determinati colori. Sempre
prima della cottura, con una cordicella o una
rotella dentata ma anche con le dita o stampini
a matrice si ottenevano motivi decorativi.
L’incisione invece si applicava di solito a vaso
finito utilizzando uno stilo o un punteruolo.
La fase conclusiva della manifattura ceramica
è la cottura che avveniva in appositi forni, di
dimensioni più o meno grandi in dipendenza
dai contesti di produzione (produzioni
industriali, locali, domestiche). Inizialmente
i forni da vasi erano scavati nel suolo con
una forma circolare. All’interno si mettevano
paglia, carbone, legna e vasi che poi venivano
ricoperti con una calotta di argilla provvista
di aperture che permettevano l’accensione,
l’areazione e una lenta cottura. Successivamente
tra il materiale da combustione e il vasellame
veniva inserita una griglia di argilla che così
rimaneva separata dal fuoco vivo. I forni
usati in età romana erano essenzialmente
del tipo a tiraggio verticale; si conoscono
anche forni orizzontali, a doppio corridoio,
a pianta circolare o quadrangolare, usati per la
cottura di mattoni, anfore e doli. La cottura
104/105
nel forno è definita
“a gran fuoco” se
avviene ad alta
temperatura,
mentre sotto
gli ottocento
gradi è detta “a
piccolo fuoco”.
Compresa la fase
del raffreddamento,
indispensabile per evitare la formazione di
crepe e spaccature, i vari oggetti rimangono
nel forno per circa dodici ore: in questo modo
si ottengono i cosiddetti “biscotti”, per alcune
lavorazioni pezzi ancora grezzi da decorare, che
vengono poi immersi in ossido di ferro e altri
minerali prima di venire dipinti a mano e cotti
nuovamente.
Nella realizzazione della ceramica greca
di tipo attico si avevano addirittura tre
momenti di cottura: nel primo passaggio, il
135.
136.
137.
135/136. Gli anelli di
terracotta erano dei
distanziatori da fornace,
servivano in pratica a
distanziare i prodotti
all’interno dei forni, mentre
il frammento di terracotta
era una matrice con testina
femminile ossia uno stampo
“in negativo” per permettere
di realizzare raffigurazioni
in rilievo sulla superficie dei
vasi. Entrambi gli oggetti
sono conservati al Museo
Corsi di Cantiano, provengono
rispettivamente da fornace
da Contessa e da Pole di
Acqualagna e risalgono ad
epoca romana.
137/138. Qui e nella
pagina successiva: scarti di
lavorazione, pile di coppette
a pareti sottili, conservati al
Museo Archeologico di San
Lorenzo in Campo.
138.
vasellame era cotto in un forno con il camino
aperto: il ferro contenuto nell’argilla, si
combinava con l’ossigeno e diventava ossido
di ferro (rosso). Tutta la superficie del vaso
diventava così rossa. Il camino era poi chiuso
e l’atmosfera presente all’interno del forno
diventava ricca di ossido di carbonio che
riduceva l’ossigeno nell’argilla: l’intera superficie
diventava così nera. Nell’ultima parte del
procedimento, il camino era di nuovo aperto,
e l’atmosfera diventava di nuovo ricca di
ossigeno. Alcune parti dell’argilla diventavano
rosse, ma quelle dipinte restavano nere, perché
la pittura rendeva difficile il processo chimico
di ossidazione. Esperimenti fatti rivelano
che l’esatto procedimento, controllo della
temperatura e tempi di apertura/chiusura del
camino, erano sufficienti a produrre i due colori.
I luoghi di produzione delle ceramiche antiche
sono ancora oggi allo studio degli archeologi.
La presenza di una fornace prevedeva l’esistenza
di forni, vasche, fossati, edifici circolari,
essiccatoi, discariche per l’eliminazione dei
prodotti mal riusciti ma soprattutto la vicinanza
con i luoghi di estrazione e approvvigionamento
dell’argilla. In concomitanza con queste
strutture sono stati ritrovati anche gli strumenti
di lavoro come ad esempio i distanziatori. Si
tratta di dischi fittili, opportunamente montati
con tubi fittili che fornivano le combinazioni
per l’alloggiamento e la sistemazione degli
oggetti nel forno, in modo da non toccarsi
fra loro. Sono stati ritrovati anche stampi per
le decorazioni a matrice. Tutta la produzione
laterizia e anche di vasellame fine da mensa
veniva da officine specializzate che potevano
trovarsi in contesti urbani (vicino alle città
ma comunque di solito fuori dalle mura)
o extraurbani, collegati ai centri tramite
trasporti, mercati o appositi negozi. I vasai,
quelli più famosi, erano soliti spostarsi per
le varie officine, mentre non era raro che la
fornace fosse in una proprietà fondiaria, in
contesto rurale, in cui padrone della villa e
artigiano non necessariamente erano la stessa
persona e gestivano l’attività dell’officina
secondo determinati accordi. Non era raro però
neanche che la fornace fosse parte integrante
dell’economia della villa.
classificare la ceramica: per tipologia, che
distingue i vasi a decorazione dipinta dai vasi a
decorazione impressa, e quello per forme, che
suddivide il vasellame in recipienti, vasi che
si portano alla bocca e vasi non destinati alla
mensa.
L’analisi della ceramica antica da parte degli
Quest’ultimo criterio è utile a chiarire le idee
studiosi e soprattutto degli archeologi ha
sulle forme e sulla funzione dei prodotti in
assunto una valenza fondamentale da quando
terracotta del mondo antico. Con l’aiuto delle
si è passati da una archeologia fortemente
immagini che ci permettono di distinguere le
intesa come storia dell’arte antica alla
considerazione primaria di tutte le risultanze del parti di cui si compone generalmente un vaso
passato. Cercare di classificare l’ enorme numero (orlo, bocca, pancia, corpo, ansa, piede ecc.)
di oggetti, forme e funzioni è stata ed è ancora di seguito vengono presentate le forme più
comuni, indicandole con il nome derivato dal
oggi impresa molto ardua. A nomi come
greco ma anche, dove viene utilizzato, con
Lamboglia, Carandini, Morel, Hayes, Dressel,
quello latino.
solo per farne alcuni, si deve la realizzazione
di una sistematicità nella ricerca sulla ceramica
orloantica che, per studio tipologico, cronologico,
-ansa
economico, tecnologico e sociologico, tanto ci
collodice sulla ricostruzione della storia della gente
comune, del mondo antico e della cronologia
spallarelativa. Per riconoscere un “tipo” ceramico è
indispensabile selezionarne gli attributi e vedere,
paretecaso per caso, come e quando si associano. Tra
gli attributi fondamentali di un vaso vi sono la
forma, le parti, le dimensioni, le proporzioni,
il colore, l’assetto strutturale, la decorazione,
le caratteristiche tecniche e primarie derivate
139.
dall’uso.
fondoGeneralizzando un po’ possiamo tuttavia
-piede
seguire due metodi che ci permettono di
La classificazione ceramica antica
per tipologia di oggetti
108/109
140.
ansa
olio
stoppino
fondo
disco
nervature
foro per
l’accensione
ansa
becco
foro per
l’aereazione
spalla
foro per
l’immissione
dell’olio
141.
Per studiare un reperto
ceramico antico occorrono
una serie di conoscenze dal
recupero del pezzo sullo
scavo, alla pulitura, alla
catalogazione, disegno e
classificazione, al restauro
ed eventualmente alla
pubblicazione. Tutte queste
operazioni vanno eseguite
facendo ovviamente
riferimento ai numerosi
contributi degli studiosi in
materia. Fondamentale è la
conoscenza dei nomi delle
parti di cui si compone un
vaso, delle forme che si
conoscono relative all’oggetto
di studio, del colore e del tipo
di argilla utilizzato e delle
dimensioni dell’oggetto.
139. Tavola con i nomi
delle parti di un vaso ( da
Cesari, Quondam, Bertea, La
ceramica in archeologia, GAR
dispense).
140/141. Le parti che
costituiscono una lucerna
(da La ceramica e i materiali
di età romana, a cura di V.
Gandolfi, p. 321) e un reperto
da Fossombrone.
Recipienti per contenere, versare,
attingere e cuocere
142.
Secondo la loro funzione distinguiamo:
Cratere, grande vaso usato
per miscelare acqua e vino nei
banchetti; presenta una larga
bocca e un corpo espanso ed è
munito di anse per il trasporto.
Idria, vaso in genere destinato
a contenere l’acqua. Ha forma
ovoide, piede basso e collo
stretto. Poteva presentare tre
anse: due orizzontali sul corpo e
una verticale tra spalla e bordo.
Stámnos, vaso a due anse, di
sagoma panciuta, molto capace,
adatto a contenere grosse
quantità di generi alimentari.
Pelíke e Askos, si rifanno all’otre,
sono forme destinate a contenere
acqua o vino, la prima è una
varietà di anfora con corpo
110/111
143.
144.
Le forme ceramiche che fungevano
da contenitori erano utilizzate
in casa ma anche negli esercizi
commerciali e servivano per il
trasporto e la conservazione
di derrate alimentari o liquidi.
Questi contenitori di fattura più
o meno pregiata per la maggior
parte erano fabbricati sul posto,
ma spesso erano oggetto di
commercio anche in luoghi
lontani. La ceramica attica ad
esempio proveniva direttamente
dalla Grecia, anche se sembra che
vi fossero officine specializzate
nell’imitazione di questi vasi vicino
ai grandi empori di Ancona e
Numana.
142. Askos piceno da San
Costanzo. Fano, Museo Civico.
143. Olla, ceramica ad impasto.
Museo Antiquarium di Acqualagna.
144. Alcune brocche in ceramica
comune conservate al Museo
Civico di Fano.
rigonfio verso la base, non distinto
dal largo collo; il secondo è un
vaso di modeste dimensioni, dal
corpo schiacciato, collo impostato
fuori centro obliquamente cui si
attacca un’ansa arcuata. Sembra
che alcuni modelli potessero
essere anche immersi nell’ acqua
fresca per la loro capacità di
galleggiare permettendo così di
rinfrescare il vino.
Oinochóe, Olpe, Urceus e Lagaena
sono tutte brocche per l’acqua o
il vino, destinate a versare liquidi.
Hanno una bocca circolare o
trilobata, con beccuccio, ventre
espanso, superiormente o in
basso, ansa verticale tra spalla
e bordo. La lagaena è invece più
simile a una bottiglia con o senza
anse, dall’imboccatura stretta,
semplice o trilobata, collo stretto,
pareti sferiche o cubiche.
112/113
In cucina la presenza di terracotta
era di importanza fondamentale,
le ceramiche non dovevano avere
finalità estetiche ma pratiche e
riuscire a tollerare la vicinanza
con il fuoco. Le pentole da fuoco
si presentano in rozza terracotta,
ricca di sgrassanti e inclusi che
la rendevano resistente alla
fiamma. Alcune volte il loro
interno era verniciato con una
velatura rossastra che conferiva
una proprietà antiaderente e
migliorava la cottura.
Lebéte o Déinos, serviva per
bollire l’acqua, questi vasi hanno
profondi bacini e larga bocca, non
sempre presentano anse.
Olla, vaso comune di grosse
dimensioni generalmente privo
di piede, con o senza manici e
munito di coperchio. Serviva a
contenere olio, vino, farina, semi,
legumi, noci, uva e frutta ma
soprattutto veniva utilizzato per
cuocere.
Patella, tegame senza piede,
basso e largo, con pareti svasate
o rientranti che poteva essere
messo sulla brace o dentro il
forno ed essere poi portato
in tavola. Serviva per cuocere
carne, pesce, verdure, pasticci
ma anche pane e focacce.
su cui i ghiri si
muovevano.
I coperchi
nell’antichità erano di
terracotta anche se spesso
per questa funzione venivano
utilizzati i piatti rovesciati.
Mortaio in terracotta
grossolana, era per lo più
circolare ma anche di forma
troncoconica, largo e profondo;
munito di beccuccio per versare,
serviva a triturare, sminuzzare e
schiacciare gli alimenti.
Glirari, caratteristici vasi, di
grandi dimensioni che venivano
usati per l’allevamento dei
ghiri, di cui i romani andavano
ghiotti. I vasi circolari o di forma
troncoconica presentano sulla
superficie dei fori, che servivano
per il passaggio dell’aria nel
contenitore che era chiuso
alla bocca da un coperchio, e gli
attacchi per il passaggio di un
listello che costituiva l’elemento
145.
146.
145. Un mortaio, ampia
ciotola in cui venivano
“pestate” erbe, semi e
alimenti da tritare. L’oggetto
si trova al Museo Vernarecci
di Fossombrone.
146. In diversi scavi effettuati
nei siti archeologici della
provincia di Pesaro e
Urbino sono stati rinvenuti
frammenti ceramici forati.
Questo tipo di reperti poteva
appartenere o a colini o a
glirari, contenitori appositi
per l’allevamento dei ghiri,
animaletti di cui i romani
erano ghiotti. L’immagine
presentata fa riferimento ad
un frammento conservato a
Sant’Angelo in Vado.
I contenitori per eccellenza dell’
antichità sono senza dubbio i
dolia e le anfore. Queste ultime
sono state classificate da vari
studiosi, in particolar modo
Dressel e Nino Lamboglia.
Le forme maggiormente presenti
nella provincia di Pesaro e Urbino
si riferiscono ad anfore greco
italiche, alle Dressel 2, 4 e 6, alla
Lamboglia 2, alla Dressel 29.
A
B
Anfora greco-italica, (dis. A)
viene così chiamata un’anfora
vinaria diffusa tra III e II secolo
a.C., caratterizzata da un corpo
a trottola, spalla carenata, orlo
a fascia triangolare e puntale
cilindrico arrotondato alla
base. La definizione indica che
questo tipo di contenitore era
una creazione greca d’occidente,
adottata poi dalla produzione
romano-italica.
C
F
D
114/115
E
Dressel 2-4, (dis. B e C) sono vasi
tutti caratterizzati da corpo ad
ogiva, collo cilindrico, orlo ad
anello, spalla carenata e anse a
doppio bastoncello. Contenevano
varie qualità di vino.
Lamboglia 2, (dis. D) contenitore di rapido smercio per evitarne la
da vino, caratteristico dell’ultima deperibilità.
Hanno fondo piatto.
parte dell’età repubblicana e
del periodo augusteo, presenta
corpo da ovoidale a piriforme,
collo troncoconico, orlo a fascia,
spalla carenata, anse a sezione
ovale e puntale troncoconico di
modesta lunghezza. Gli impasti
variano dal rosa, al nocciola, al
giallo. E’ una forma di produzione
medioadriatica.
Dressel 6, (dis. E) questo vaso
sostituisce il tipo Lamboglia 2
dalla seconda metà del I secolo;
il corpo è prevalentemente
piriforme, il labbro più alto
e rettilineo con orlo a fascia,
sparisce la carenatura della
spalla, presenta un lungo collo
affiancato da anse a sezione
ovoidale. Il puntale è allungato e
pieno.
Dressel 29, (dis. F) si tratta di
una piccola anfora con orlo a
collarino, anse a nastro con
nervature, collo cilindrico e corpo
ovoide che serviva a trasportare
via terra vino che aveva esigenze
147. Anfora di tipo greco-romano.
È caratteristica per le anse bifide
ad angolo retto. Fano, Museo
Civico.
147.
148.
149.
148. Anfora di forma Dressel
6. Museo Civico di Fano.
149. Anfora di forma Dressel
6 al Museo Vernarecci di
Fossombrone. Da notare le
diverse colorazioni dell’argilla,
che può passare dall’arancio
scuro, al rosa carico o
chiaro, al nocciola.
150. Forma Dressel
29, anfora vinaria,
panciuta senza puntale,
a fondo piatto.
Museo Vernarecci,
Fossombrone.
150.
116/117
Recipienti per bere e mangiare
Sono forme di modeste
dimensioni adatte ad essere
manipolate e portate alla bocca.
Kántharos, tazza dal corpo fondo
su alto piede, con due anse a
nastro, verticali, sopravanzanti
sopra il bordo. Serviva per bere
vino e per le libagioni.
Kyathos, vaso solitamente
di forma ed uso simile al
Kàntharos, ma con una sola
ansa sopraelevata. Era usato per
attingere e bere vino.
Kylix, vaso con corpo a calotta,
orlo più o meno distinto, base
diversificata. Presenta due anse
a bastoncello e di solito possiede
alto piede. Serviva per bere e per
libare.
Skyphos, vaso usato per bere,
ha il corpo tronco conico, orlo
solitamente indistinto, base
118/119
poco diversificata, due ansette a
bastoncello orizzontale.
Rhyton, vaso foggiato a forma di
corno. Doveva essere usato per
bere e libare ma probabilmente
aveva scopo decorativo. Nella
parte inferiore si presenta spesso
lavorato a teste di animali e più
raramente umane.
Calice, vaso con bocca larga e
rotonda, senza anse, solitamente
fornito di piede. Serviva per bere
e per libare.
Ciotola, vaso piuttosto basso,
con base poco diversificata,
orlo più o meno distinto,
corpo solitamente a calotta e
senza anse. Doveva contenere
elementi solidi e liquidi per l’uso
quotidiano.
Phyale o Patera, scodella dalla
forma bassissima, senza orlo
distinto dal corpo e senza anse.
Aveva al centro un òmphalos,
un rigonfiamento rialzato che
permetteva nel lato opposto
cavo di afferrarla. Era usata
particolarmente durante i
sacrifici.
151.
Piatto, ha forma aperta, bassa
e allargata, senza manici e
con base poco diversificata,
che, come l’omonimo moderno,
serviva a contenere i cibi del
pasto.
Poculo, il termine indica il
bicchiere, il vaso potorio, da
tenere in mano per bere. Ha
corpo leggermente globulare,
labbro espanso, base piatta,
privo di anse.
151. Coppetta con resti alimentari da
Colombara. Museo di Acqualagna.
152. Piatto con semi dalla villa rustica
di Colombara, a Pole di Acqualagna. La
fattoria subì un incendio che la distrusse.
A testimonianza di ciò anche i resti di
semi e legumi bruciati. Acqualagna,
Museo Antiquario.
152.
Contenitori per la casa
e per l’estetica
Alábastron, piccolo vaso che
serviva per contenere oli,
profumi, essenze in genere di
cosmesi femminile. Il corpo è
più o meno allungato e il collo
indistinto. Il labbro è a tesa.
Presenta a volte una piccola
ansa tra collo e labbro o due
piccole prese verticali sul corpo;
la base è sempre rotonda. Questi
oggetti si possono trovare di
vari materiali, albastro, vetro,
metallo.
Aryballos, recipiente a largo
corpo, di piccole dimensioni, dal
collo stretto e dal labbro a tesa.
E’ fornito generalmente di una
piccola ansa tra labbro e collo.
Serviva per contenere unguenti
od oli che poi a piccole gocce
erano versati e spalmati sulla
pelle.
120/121
Guttus, vaso usato dagli antichi
per profumi e oli, e anche per
l’acqua da versare sulle mani
dei commensali. Aveva un collo
lungo e stretto, era di argilla o
metallo. Oggi, per convenzione,
si dà tale nome a un piccolo
vaso a corpo discoidale, chiuso
e con il becco lungo, con piccola
ansa ad anello. Il disco superiore
del corpo ha generalmente
decorazione a rilievo.
Kothon, predecessore della
lucerna, è una grossa coppa
con margini ripiegati all’interno
contenente olio e stoppino per
far luce.
Lekáne, coppa profonda con
coperchio per unguenti.
Lékythos, recipiente di oli
e profumi per forma simile
all’oinochóe ma di dimensioni più
modeste, ha corpo abbastanza
longilineo solitamente su piede,
ansa verticale tra spalla e labbro
e bocca abbastanza piccola. Era
usata in casa, nel bagno, ma
soprattutto si trova spesso in
contesti sepolcrali.
Pisside, scatola fornita di
coperchio destinato a contenere
oggetti di piccole dimensioni
ed anche cosmetici e articoli di
bellezza.
Dobbiamo ricordare che in
terracotta erano anche pitali e
bacini che servivano per lavarsi
ed assolvere alle funzioni
corporali.
153.
Situla, sorta di secchiello
a forma di tronco di cono
allungato in alto, provvisto
di una o due maniglie mobili.
Serviva per contenere oggetti
di cosmesi ed è più frequente
trovarla realizzata in metallo.
Thymatérion o incensiere,
recipiente solitamente di forma
aperta, su piede più o meno
alto, in cui si facevano bruciare
incensi e profumi.
Vasi plastici, forme ceramiche,
anche riconducibili a quelle d’uso
quotidiano, che però per la loro
caratteristica di artigianato
artistico, ricchi di elementi
decorativi, erano usati con
funzione puramente estetica e
d’arredo.
153. Un frammento
di aryballos in terra
sigillata. Proviene
dal recinto sepolcrale
di Calmazzo di
Fossombrone. É
conservato al Museo
Vernarecci. Da notare
il corpo globoso, il
breve collo e la bocca
con orlo estroflesso.
Possedeva due anse tra
l’orlo e la spalla che
sono andate perdute.
Caratteristica la vernice
rossa. I secolo d.C..
154.
122/123
155.
156.
I contenitori utilizzati
per la cosmetica, atti
a contenere essenze,
balsami, oli profumati e
quanto era necessario
alla toletta femminile o
maschile, erano realizzati
in bronzo, in vetro ma
anche in terracotta.
Questa tipologia di
vasetti in miniatura
comprende forme dai
nomi particolari come
alábastron, aryballos,
pisside e lékythos. Vi
erano anche le phyalai,
piccoli oggetti dal corpo
lungo e affusolato, da cui
abbiamo fatto derivare
l’italiano “fiala”. Questo
tipo di piccolo vasellame
si trova utilizzato anche
nei corredi funerari.
Forme miniaturistiche
servivano come ninnoli,
giocattoli per le bambine.
154. Tymaterion,
conservato al Museo di
Casteldelci.
155. Esemplari di
recipienti per cosmetica
in ceramica comune.
Fano, Museo Civico,
sezione archeologica.
156. Alcuni vasetti
miniaturistici protostorici
al Museo di Acqualagna.
La ceramica antica
nei musei
della provincia
Indicazioni
essenziali per
la visita ai musei
della Provincia
di Pesaro e Urbino
Acqualagna
Museo Archeologico
Antiquarium “Pitinum
Mergens”
Corso Roma, n. 47,
tel. 0721.79671, 796737
internet: www.comune.
acqualagna.ps.it
Cagli
Museo Civico Archeologico
Via Leopardi,
tel. 0721.780731, 709310
Cantiano
Museo Geoterritoriale
e Museo Archeologico
e della via Flaminia
“G. C. Corsi”
Via IV Novembre,
tel. 0721.788321
internet:
www.museo-cantiano.it
Casteldelci
Casa-Museo di Casteldelci
Via Roma n.16,
tel. 0541.915423
Fano
Museo Civico Archeologico
Piazza XX Settembre,
tel. 0721.828362
126/127
Fossombrone
Museo Civico “A. Vernarecci”
Palazzo Ducale Corte Alta,
Via del Verziere,
tel. 0721.714645
Macerata Feltria
Museo Civico Archeologico
e Paleontologico
Via Abstemio n. 2,
tel. 0722.73231
Mercatello sul Metauro
Collezione Amantini
Sede Comunale,
Piazza Garibaldi n. 5,
tel. 0722.89114
Novilara (Pesaro)
Centro di Documentazione
Archeologica
Via delle Scuole nuove n. 18,
tel. 0721.286114
Pennabilli
Museo diocesano
“A. Bergamaschi”
tel. 0541.928415,
fax 0541.916277
Pergola
Museo dei Bronzi dorati
e della Città di Pergola
Largo San Giacomo n. 2,
tel. 0721.734090,
fax. 0721.735616
internet:
www.bronzidorati.com
Pesaro
Museo e Biblioteca Oliveriani
Via Mazza n. 97,
tel. 0721.33344,
fax. 0721.370365
Piobbico
Museo Brancaleoni
Castello Brancaleoni
tel. 0722.985418, 986225
San Costanzo
Sala Archeologica
Piazza Perticari,
tel. 0721.951211,
fax 0721.950056
San Lorenzo in Campo
Museo Archeologico
del territorio di Suasa,
Via Mazzini n. 2,
tel. 0721.776516
Sant’Angelo in Vado
Museo Civico
di Sant’Angelo in Vado
Ex convento di
Santa Maria extra muros,
tel. 0722.88455
Urbania
Museo Civico
Corso Vittorio Emanuele II n. 23,
tel. 0722.317175
Urbino
Museo Archeologico Lapidario
Piazza Rinascimento,
tel. 0722.322625,
fax. 0722.377483
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Ceramica e archeometria, lo stato degli studi, a cura di Gloria
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Introduzione allo studio della ceramica in archeologia, AA.VV.,
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Gandolfi, Bordighera 2005.
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Museo archeologico nazionale delle Marche, Ancona, Palazzo
Ferretti, primavera 1982.
La media vallata del Metauro nell’antichità, a cura di Mario
Luni, Urbino 1993.
La via Flaminia nell’ager Gallicus, a cura di Mario Luni, Urbino
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Rimini 2001.
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marchigiani, 1, 1978.
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Vidale M., Ceramica e archeologia, Roma 2007.
Ringraziamenti
Nel concludere questo lavoro mi corre l’obbligo di ringraziare
quanti ne hanno sostenuto concretamente la realizzazione.
In primo luogo il Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino,
Sen. Palmiro Ucchielli, l’Assessore ai Beni Storici, Artistici,
Archeologici, Prof. Paolo Sorcinelli, la Soprintendenza per i
Beni Archeologici delle Marche che ha consentito la ripresa
fotografica dei reperti ceramici nei rispettivi ambiti museali
autorizzandone la pubblicazione e infine il Geom. Vittorio
Giraldi.
Ringrazio anche: l’Associazione Volontari Vernarecci, Gabriele
Baldelli, Fiorenzo Bei, Antonio Brancati, Marcello Ciamaglia,
Alessandro Crivelli, Francesco Fragomeno, Adriano Gamberini,
Giancarlo Gori, Natalia Grilli, Marco Marcucci, Maurizia
Paglioncini, Domenico Petrolati, Dante Piermattei, Raffaella
Pozzi, Giuseppe Rossi, Michele Rossi, Francesca Serrallegri,
Felice Smacchia, Claudia Tombari, Dino Zacchilli, e tutti coloro
non espressamente citati che mi hanno riservato cortese
disponibilità e fattiva collaborazione.
Barbara Piermattei
Referenze fotografiche
Adriano Gamberini
nn. 2, 13, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26, 28, 29, 30, 36, 37, 40, 43, 44,
46, 48, 49, 55, 56, 57, 58, 60, 61, 64, 65, 72, 77, 78, 84, 85, 86,
87, 88, 89, 90, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 97, 98, 99, 100, 101, 103,
104, 105, 111, 114, 117, 118, 119, 120, 121, 122, 123, 124, 125,
131, 136, 137, 138, 143, 145, 146, 150, 152, 153, 154, 156, 157.
Barbara Piermattei
tutte le altre immagini se non diversamente citate.
Provincia di Pesaro e Urbino
Presidente
Palmiro Ucchielli
Assessorato Beni Storici, Artistici, Archeologici
Progetto Centoborghi
Assessore
Paolo Sorcinelli
Direttore Generale
Roberto Rondina
Responsabile
Dino Zacchilli
Collaboratori
Marta Costantini
Tiziana Menchetti
Claudia Tombari
Frine Mili
Grapho5 Litografia
Finito di stampare nel mese di novembre 2008
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