inchiostro
anno settimo numero 5 estate 2007
Periodico a cura della Scuola di giornalismo diretta da Paolo Mieli nell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Spedizione in A.P. - 45% art. 2 - comma 20/b - legge 66/92 - Filiale di Napoli
Un legame
senza qualità
Ernesto Galli della Loggia*
Fu Napoli, non Catania, non
Palermo, la prima città italiana che nel 1943 incontrò davvero gli Americani: perché era
una delle capitali storiche del
Paese, capace di rappresentarlo senza il peso di una soverchiante identità regionale
(come accadeva invece per le
città siciliane), e perché in quel
momento Napoli aveva energie
e personalità intellettuali in
grado di elaborare l’incontro
con l’ex nemico dandogli un
significato generale, che valesse per tutta la nazione. Non è
un caso se le due più importanti testimonianze letterarie sull’anima popolare italiana di
allora, sulle genti della penisola sperdute tra le macerie
materiali e spirituali della
sconfitta - e cioè “La pelle”
malapartiana e “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo abbiano proprio questa città
come palcoscenico delle loro
vicende.
Come si sa, quell’incontro lontano ha avuto un seguito che
dura tuttora.
Base della VI Flotta americana, sede di comandi Usa e
Nato, residenza di personale
militare: non so se in termini
numerici, ma senz’altro in termini simbolici, Napoli è il
luogo d’Italia dove la presenza
degli Stati Uniti ha avuto un
maggiore spessore storico, ha
espresso una maggiore valenza
emblematica.
Oggi è più difficile coglierlo
perché i pericoli del terrorismo
e la prudenza politica hanno
indotto quella presenza a diradarsi, a sparpagliarsi, a farsi
più discreta. Ma per molti
versi è ancora così, mi pare.
Una rete corposa di minuti
rapporti economici, certi tenaci legami intellettuali (anche
universitari) con il mondo
anglosassone, o per fare tutt’altro esempio, il sound
moderno che fluisce da tante
radio napoletane, sono altrettanti diversi aspetti di un legame che non si è interrotto. Un
legame di cui questo numero di
“Inchiostro” ha per l’appunto
cercato di ripercorrere la storia, di annotare le fasi, di
ricordare alcuni passaggi e
personaggi significativi.
Un legame però, ci sia consentita questa annotazione polemica, di cui la classe dirigente
napoletana, specie quella politica, in realtà non ha mai
saputo che cosa fare, che cosa
farsene; perché vissuto sostanzialmente con disinteresse e
con imbarazzo.
Un legame che è stato lasciato
lì senza che a nessuno sia mai
venuto in mente di costruirci
qualcosa di più vasto e importante, di farne il momento iniziale di un qualche progetto, di
una prospettiva di sviluppo e
di vita nuova per la città. E
dunque, alla fine, come tante
cose in Italia, e in questa parte
d’Italia in specie, l’ennesima
occasione perduta.
* Editorialista Corriere della Sera
Naples
Sessant’anni
di storia Usa
Charles Poletti è il primo protagonista nella storia degli americani a
Napoli. Vice governatore dello Stato
di New York, negli anni in cui la
Grande Mela era amministrata dal
sindaco Fiorello La Guardia e dalla
potente comunità italo-americana,
viene designato nel 1943, governatore militare americano a Napoli. Da
politico che era, Poletti si trova a
vestire la divisa dell’esercito con il
grado di colonnello. Storia insolita e
contraddittoria la sua: più volte
accusato di contatti con la malavita
organizzata, ha lasciato, nonostante
la sua discussa immagine, un’impronta indelebile su Napoli negli
anni della liberazione.
[ continua alle pagg. 4 e 5 ]
Ecco cosa succede
nelle basi militari
pagina 2
“La città non ci ama”
Parla un funzionario Nato
pagina 3
Le abitazioni nascoste
e i luoghi dei soldati
pagine 6 e 7
I nostri amati nemici
Le memorie napoletane
pagina 8
A ottobre comincia il nuovo
master biennale della
Scuola di
Giornalismo
Suor Orsola
Benincasa
Direzione
Paolo Mieli - Lucio d’Alessandro
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Confetti e difetti
Si dice che avendo concluso al teatro
San Carlo il suo discorso sul ritorno della
statua restaurata della ninfa Partenope
sul frontone del teatro stesso, il
Governatore abbia atteso invano l’applauso
di rito. Qualcuno dice anche che tra gli
astanti sia circolata l’idea di cantare il
“Và pensiero” del Nabucco verdiano.
Insomma i napoletani che, a quanto pare,
hanno senso storico vorrebbero passare
dal Rinascimento al Risorgimento.
Il canto sarebbe però stato mal scelto
non solo perché sui nostri “clivi e colli”
olezza ben altro che “l’aure dolci del
suolo natal”, ma anche perché con la
nostra letteratura musicale non c’è
affatto bisogno di ricorrere a un coro un
po’ vecchiotto musicato da un padano le
cui parole furono scritte, oltretutto, dal
ferrarese Temistocle Solera. Sarebbe
bastato ricorrere alle parole del più
recente, e napoletanissimo, Renato
Carosone: “Dopo i confetti sò usciti i
difetti”. E qui i confetti li abbiamo mangiati da un bel po’…
[ Il Fratello di Abele ]
2 le aree militari
Campi sportivi, cinema e negozi. I militari di Bagnoli e Capodichino non escono volentieri dalle loro “zone riservate”
Le basi? Nuovi Fort Apache
A Bagnoli e Agnano non è più scontata la presenza di americani per
strada, nei negozi, nei locali notturni. La maggior parte di loro si è
progressivamente spostata verso
altre località alle porte di Napoli e
quelli che ancora ci sono in città
hanno adottato uno stile di vita di
più basso profilo, provano a non
apparire troppo.
Il comando Nato ad Agnano è però
ancora un punto di canalizzazione
non solo per i militari e le loro
famiglie, ma anche per tutta una
serie di lavoratori napoletani che
ogni giorno entrano ed escono dalla
sorvegliatissima base dell’area flegrea. Nella struttura militare
dell’Organizzazione nordatlantica
non ci sono solo americani, ma la
loro presenza è maggioritaria. Così,
tra Nato e Marina Usa, tra Napoli e
le altre località dove sono dislocate
basi militari e abitazioni civili, sono
circa 16 mila le persone che provengono dagli Stati Uniti. Solo all’interno della Nato, la comunità statunitense tocca le seimila presenze,
comprese le famiglie dei militari.
Eppure di questa presenza così
massiccia in città sembra non esserci traccia.
La Nato, con il suo contingente
cosmopolita, e le basi degli Stati
Uniti costituiscono dei microcosmi
all’interno dei quali brulicano
migliaia di persone che lavorano,
trascorrono il loro tempo libero,
vivono e mandano i figli a scuola,
ma che difficilmente entrano in contatto con il resto della città.
Non è stato sempre così, vuoi per
questioni meramente logistiche vuoi
per motivi inerenti la sicurezza.
Nel 1951, con la nascita del comando Afsouth (Forze alleate del Sud
Europa), la collina di Posillipo
incomincia a essere popolata da
americani. In una palazzina si svolgeva tutta la loro vita. In poco
tempo viene istituita anche una
scuola americana, in via Manzoni,
che ora non esiste più. E’ a partire
dal 1954 che la zona di Agnano
diventa il quartier generale delle
forze statunitensi e di quelle della
Nato. Questo spostamento dei centri operativi comporta uno spostamento delle abitazioni del personale
delle basi. Adesso a Posillipo sono
rimasti solo gli alti ufficiali o chi,
ormai in pensione, sceglie di rimanere a Napoli piuttosto che fare
rientro negli Stati Uniti.
Tutti gli altri si spostano tra
Bagnoli, Agnano e Pozzuoli, dove
abiteranno per decenni.
Incominciano a prendere case in
affitto a napoletani e innescano un
indotto economico, oltre che un
fenomeno culturale, non indifferente. Non sono pochi gli abitanti di
quelle zone che negli anni ’60 imparano qualche parola di inglese per
velocizzare gli affari.
Poi un evento dà il via a un cambiamento di rotta. Non si tratta di una
questione di sicurezza militare, ma
di incolumità fisica “tout court”.
Il bradisismo. Tra ottobre 1983 e
marzo 1984 si registrano eventi
sismici imprevedibili. Le scosse telluriche, di diversa intensità, sono
anche 500 al giorno e la terra si solleva quotidianamente di tre millimetri. I militari incominciano a non
sentirsi sicuri nelle loro case, hanno
paura e chiedono alla Commissione
Difesa di poter lasciare Agnano e
trovare un’altra sistemazione. La
notizia non piace ai napoletani. O
almeno a quelli che hanno interessi
in gioco.
A questo punto pare che una società, che deteneva la proprietà della
costruzione di villette e campi per
attività sportive che possano imitare lo stile di vita della madrepatria.
Alla delocalizzazione si accompagna
la decisione di costruire proprio a
Lago Patria un altro quartier generale della Nato. Il nuovo complesso
dovrebbe essere pronto entro il
2010, mentre nel 2011 dovrebbe
iniziare il trasferimento da Bagnoli.
Quasi 2100 militari e 350 civili lavoreranno e vivranno in un’area di 85
mila metri quadri, ben delimitata
da una recinzione perimetrale di
potrebbe immaginare, ma un semplice e sicuramente più europeo
campo di calcio. A utilizzarlo non ci
sono americani, che magari possono
ritrovarsi su un campo di basket o
meglio in piscina o in palestra, ma
soprattutto europei. Anche i supermercati non hanno più tra gli scaffali solamente oggetti o alimenti che
rispecchiano i gusti e le abitudini
americane. L’approvvigionamento
avviene come se si trattasse di un
semplice supermercato italiano e
non si importano beni dalla madre-
Dopo la partenza delle truppe di occupazione, tra il 1947 e il 1948, il
nuovo serbatoio di alimentazione del contrabbando fu proprio la
Nato, libera di importare dagli Usa tutti i beni possibili e immaginabili, senza alcun vincolo doganale né controlli di alcuna natura da parte
delle autorità italiane. […] Hanno i loro ospedali, le loro chiese, i loro
spacci, la loro socialità chiusa a riccio. Napoli è soltanto un lembo
d’inferno contiguo al loro paradiso: quel che conta è non sfiorarla
neppure, salvo che a bordo delle Cadillac con i finestrini sollevati.
[ Ermanno Rea, “Mistero Napoletano” ]
maggior parte degli immobili dati in
affitto ai militari, abbia chiesto
aiuto a una lobby negli Stati Uniti
per fare pressione sulla
Commissione e convincerla del fatto
che il bradisismo non costituisse un
pericolo per gli abitanti della zona.
La lobby persegue il suo obiettivo e
gli americani, volenti o nolenti,
restano nell’area dei Campi Flegrei.
Ma in quel periodo sono molti i
militari che cominciano a spostarsi
verso Lago Patria e Castelvolturno,
comuni a una ventina di chilometri
da Napoli, ma più comodi per la
tre chilometri.
Ma la presenza degli americani
nella base Nato è diminuita anche
con la crescita delle altre comunità
all’interno dell’Organizzazione
nordatlantica. L’allargamento della
Nato a 26 paesi ha, infatti, cambiato la fisionomia della popolazione
della base. Così è pian piano cambiata anche la struttura della base,
non più a misura di americano, ma
più cosmopolita. Basti pensare agli
impianti sportivi. Entrando nella
base non ci sono i campi di baseball
o di football americano che ci si
patria, perché la comunità statunitense non è considerata sufficientemente grande da giustificare l’importazione diretta di beni dagli
Stati Uniti. Una differenza con gli
esercizi commerciali nostrani però
c’è: i prezzi della merce, soprattutto elettronica, abbigliamento e
cosmetica, sono più bassi.
Dove invece arrivano i prodotti
direttamente dalla madrepatria è a
Capodichino, nel “Naval Support”,
la base militare Usa a pochi metri
dall’aeroporto civile napoletano.
Qui tutto è esentasse. Solo per gli
Alla fine tra i due popoli scatta l’amore
Le donne Usa scelgono un marito italiano
Patricia Reynolds ha 58 anni. Trent’anni fa, in vacanza con amici, visita Napoli per la
prima volta e decide di trasferirsi in pianta stabile. “Avevo la sensazione di aver ancora
molto da conoscere - ricorda Patricia - e così mi trovai un lavoretto che mi ha permesso
di campare i primi mesi”. Le scuole di italiano per stranieri non erano ancora nate. Patricia
compra una grammatica italiana e studia da autodidatta. “Per leggere in inglese andavo
alla biblioteca del Consolato - continua a raccontare -. Era un luogo aperto mentre oggi,
per questioni di sicurezza, l’accesso è possibile solo su appuntamento”. Patricia coltiva
amicizie all’interno del Consolato e le viene proposto un lavoro da redattrice per testi in
lingua inglese presso una casa editrice medico-scientifica. “Dopo qualche tempo ho conosciuto un giovane laureando che preparava la tesi in medicina con il mio capo medico”. Un
incontro che muta le sorti di Patricia: i due convolano a nozze. La Reynolds si sposta per
lavoro al Cnr e sceglie, insieme al marito, di non avere figli. “Ho visto troppe coppie miste
con bimbi bilingue divise tra la vita e la cultura in Italia o in America. Molti si sono separati. Io e mio marito viviamo felici, senza figli, ma insieme”. Nel 1991 Patricia conosce e
frequenta l’American women’s club. “Si socializza e si parla in lingua tra americane. Si dà
sostegno a chi è appena arrivata a Napoli. Gli incontri del club si tengono una volta al
mese alla Chiesa Anglicana. Si beve il tè oppure si mangiano piatti portati dalle socie”. Si
festeggia anche il “Thank’s giving day” a novembre e il “Saint Patrick’s day” a marzo,
quando si preparano esclusivamente cibi di colore verde, simbolo dell’Irlanda. Per le madri
con bimbi bilingue gli incontri si tengono una volta a settimana. “Negli ultimi quattro
anni - continua - c’è stata una nuova ondata di single e coppie americano-napoletane
con figli bilingue. L’American women’s club sta preparando un vademecum per i nuovi
arrivati, che incontrano come prima difficoltà quella di accedere ai servizi. “La vita in
America è facile. Comprare o fittare casa, avere un contratto per la luce, il telefono e
l’acqua è molto semplice. In Italia la trafila burocratica è lunghissima. E le difficoltà si
accentuano per chi non parla l’italiano”. Gli ostacoli diventano enormi poi per chi ha bisogno di cure ospedaliere. “Negli States l’assistenza è ottima. Gli ospedali sono puliti e i
degenti hanno tutto, perfino il pigiama. Qui invece le strutture sono spesso sporche”.
Napoli però ha insegnato a Patricia qualcosa che reputa fondamentale: “L’arte del vivere
il presente, il carpe diem”.
[ Patrizia Varone ]
americani però. I mille dipendenti
italiani, tra amministrativi e operai,
che lavorano all’interno della base
non hanno, infatti, diritto ad acquistare prodotti negli spacci a stelle e
strisce.
A Capodichino, probabilmente più
che a Bagnoli, la folta comunità di
militari, accompagnati dalle famiglie, quasi non mette piede fuori
dall’area recintata. E i comfort, per
non entrare in città e restare tutto
il giorno all’interno del “Naval
Support”, ci sono tutti. Cinema,
biblioteca, cineteca, palestra, piscina, campi di squash, ristoranti,
un’agenzia turistica e un luogo di
culto per le tre grandi religioni
monoteiste. La particolarità di questi luoghi è che la maggior parte
delle persone che vi lavorano sono
figli di emigranti napoletani, tornati
nella terra dei loro padri e avvantaggiati rispetto ai napoletani perché parlano inglese.
Chi parla di una Napoli senza americani non è quindi del tutto lontano dalla verità.
Ma se è vero che sono sempre di
meno è anche vero che le cose sono
cambiate molto dopo l’attentato alle
Torri Gemelle dell’11 settembre
2001. Ora gli americani sono meno
appariscenti, tendono a confondersi
e non a distinguersi come era loro
costume fino a pochi anni fa.
Non si vedono più quelle schiere di
militari che uscivano la sera in divisa o con le macchine facilmente
riconoscibili per la targa “American
Force” e i modelli d’Oltreoceano.
Alcuni americani oggi si confondono
con gli abitanti del luogo o sembrano semplici turisti, anche grazie al
“programma di orientamento culturale” da tempo utilizzato da chi va
a vivere, per un periodo mediolungo, in un paese straniero. Un
programma che inizia già in patria.
Un americano assegnato in Italia
frequenta, prima di partire, un
corso intensivo di lingua italiana.
Arrivato a Napoli gli viene assegnato un tutor che lo accompagna per
circa un mese in tutte le sue attività. In particolare nei primi 15 giorni l’“emigrante a tempo” non svolge
servizio, si occupa solo della propria sistemazione e delle pratiche
amministrative.
Il tutor, americano, trasmette tutte
le proprie esperienze, spiega il suo
rapporto con la città, il modo in cui
muoversi più facilmente, i luoghi da
visitare e quelli da evitare. Non ci
sono programmi scritti, tutto si
basa solo sull’esperienza del tutor.
Materiale informativo cartaceo
viene invece fornito dalle istituzioni
italiane. Alla fine del periodo napoletano, però, quasi sempre l’americano torna a casa senza conoscere
la lingua e sapendo poco della città.
Gli americani trascorrono gran
parte del tempo libero nelle loro cittadelle e quello che conoscono di
Napoli, spesso, si limita proprio a
quella prima visita della città fatta
al loro arrivo in Italia.
[ Diego Dionoro
Giuseppe Porcelli ]
noi e loro 3
inchiostro
estate 2007
Parla un alto funzionario Nato: “I politici locali non hanno interesse a dialogare con gli stranieri che hanno in casa”
“Ma questa città non ci ama”
“Non creda che non lo sappiamo:
per molta gente di Napoli siamo
solo gli ultimi di una lunga serie di
invasori. Pensare che questa città
sia ancora una meta ambita per gli
americani è solo una bella illusione”. Xy è fatto così, parla diretto.
Intellettuale oriundo a stelle e strisce, oggi occupa una prestigiosa
scrivania della base Nato di Napoli.
Tiene a precisare che esprime opinioni personali. Tuttavia non se la
sente di rendere nota la propria
identità.
Paura di “ritorsioni”?
“Non è questo. Le regole prevedono
che solo i responsabili dell’ufficio
stampa parlino con i giornalisti.
Anche se tutto quello che dico rappresenta solo il mio punto di vista, i
piani alti non gradirebbero. E si
potrebbe credere che al mio pensiero sia associato quello dell’intera
organizzazione”.
Non è così?
“No. Ci mancherebbe che la Nato
avesse una dimensione emotiva.
Però le assicuro che quello che dico
rappresenta il pensiero individuale
di molti inquilini delle basi”.
Ma come, il sole, il golfo, le sfogliatelle?
“Non scherziamo. La comunità
internazionale ormai ha un’idea
della città che non è quella falsata e
melensa dei nostri padri. Tanti già
da tempo vedono i gravi problemi
del territorio e cercano di fare
qualcosa per risolverli”.
Vuoi risolvere i problemi di Napoli?
“Non di Napoli, ma con Napoli.
Cerchiamo costantemente di creare
ponti tra la nostra comunità e il territorio. Organizziamo tutti gli anni
attività, corsi e pubblicazioni che
descrivono gli aspetti positivi di
questa città”.
Una cosa bella.
“Sì, finché non ti rendi conto di
vivere in un posto che ti respinge.
Napoli è stata sempre molto ostile
nei confronti della comunità internazionale. Ha sempre trattato gli
stranieri come invasori o, al più,
come persone da sfruttare. Non ha
nessuna coscienza internazionale.
Non credo l’abbia mai avuta: la
descrizione che ne faceva Mark
Twain nel suo diario di viaggio sembra la cronaca di un turista di
oggi”.
Le rammento che lei è mezzo
napoletano.
“E infatti non mi arrendo. Resto
qui. Anche quando i miei familiari,
che hanno vissuto a Napoli, mi
chiedono perché non me ne torno
da loro negli States. Ma non tutti
fanno come me. Alla Nato appena
arrivano, la prima cosa che succede
a tante persone è che vengono rapinati, scippati, insultati. Se vieni da
fuori, questa città ti si presenta
come un pianeta incomprensibile.
Perché se ti fermi davanti a un
semaforo rosso ti iniziano a suonare
e a riempirti di maleparole. Perché
se ti metti in coda a uno sportello ti
passano sfacciatamente avanti. E se
reagisci ti minacciano pure. Perché
un giorno sì e un altro pure quando
stai andando in macchina arriva
uno e ti dice: ‘Dottò, la gomma se
ne sta andando’. Allora devi tirare
dritto, se no ti prendono l’auto. Il
passo successivo è la rassegnazione.
E il rischio più grande è quello del
razzismo. La resa alla massima:
‘Adattati perchè sono fatti così’.”
Questo succede anche a molti
turisti italiani.
“Certo. E anche a me, che sembro
napoletano e quando giro per la
città non mi prendono per turista.
Attenzione: non faccio di tutta l’erba un fascio. Il problema è una
minoranza che però è capace di
pregiudicare tutto. Molti cittadini
sono cortesi nei confronti dei singoli. Altro problema è il rapporto che
l’intera città ha con la comunità
internazionale. Napoli nel suo complesso sembra impermeabile alla
nostra presenza. Irritata”.
La vostra politica isolazionistica
non aiuta certo.
“Isolazionismo? Non direi proprio.
Manteniamo rapporti costanti con
la stampa. In termini di trasparenza non credo che si possa pretendere di più da una struttura militare.
Nelle caserme italiane succede lo
stesso”.
Mani tese dal territorio?
“Mai viste. La città non è ricettiva.
Non esiste nulla, non un assessore,
non un referente che cerchi di creare condizioni di dialogo. È vero che
gli amministratori hanno mille problemi da risolvere, ma non si pongono neanche il problema di come
utilizzare questa comunità in chiave
positiva”.
Un esempio?
“Il business turistico. Molti alle basi
Nato ci arrivano con le migliori
intenzioni. Sono pronti a tornare.
Poi incontrano la città e al primo
trasferimento se ne scappano con
l’idea di non mettere più piede a
Napoli. Il passaparola completa l’opera”.
Ma di questa città non salva proprio nulla?
“La speranza, propria della regione
più giovane d’Italia. Una potenzialità straordinaria che andrebbe
sfruttata, soprattutto in politica.
Uno scenario che però non vedo
realizzabile in pochi anni. I giovani
di belle speranze da queste parti
preferiscono emigrare”.
[ Alessandro Potenza ]
Radio Days
a stelle e strisce
Una camionetta dei carabinieri davanti al Consolato Usa in piazza della Repubblica a Napoli
Ecco le spese degli Usa a Napoli:
un bilancio di 400 milioni di euro l’anno
“Si invitano i soldati a non fare commercio dei prodotti in vendita all’interno della base”.
Ascoltando la radio delle forze armate americane di stanza a Napoli ci si può imbattere in
annunci di questo tipo. Il fenomeno della vendita illegale di prodotti alimentari e non, che
vengono forniti alla base Nato direttamente dall’America, è una pratica consolidata, tanto
che il Dipartimento di Difesa statunitense, per porre un argine, fa ricorso a spot pubblicitari che a intervalli regolari sono messi in onda via radio. Ma chi sono gli acquirenti? I compratori non sono solo coloro che poi rivendono questi prodotti sul mercato clandestino, ma
anche semplici cittadini che, per risparmiare, sfruttano conoscenze all’interno della base.
Un mercato che per sua natura risulta difficile da quantificare. Ma l’indotto economico
legato alla presenza dei contingenti americani a Napoli non è solo questo. Il mercato ufficiale vanta cifre da capogiro. Secondo fonti interne alla base, le forze militari Nato e Usa
spendono complessivamente oltre 400 milioni di euro l’anno, 75 milioni dei quali spesi soltanto dalla Nato. La parte più florida di questa economia è costituita dal mercato immobiliare. Sarebbero più di 50 i milioni di euro spesi ogni anno per gli affitti. Anche la ricerca
della casa è gestita all’interno delle aree militari. La base è dotata di un’agenzia immobiliare che richiede agli affittuari un complicato meccanismo per accreditarsi. Le case da affittare vengono ispezionate da parte del loro personale tecnico che valuta la presenza di
determinati requisiti: abitazioni spaziose e confortevoli, dotate di ampio giardino, con posto
auto rigorosamente a livello della strada, lontane dal traffico e il più possibile vicine alle
zone militari. Per l’affitto di una casa i soldati spendono al mese dai 1500 ai 2500 euro. I
prodotti alimentari li acquistano tutti all’interno della base, fa eccezione l’acqua che costa
meno nei negozi napoletani. Inoltre tutti i soldati sono dotati di buoni per la benzina, che
vengono spesi nelle stazioni di servizio italiane. Per i vestiti invece non hanno grandi pretese. L’alta moda italiana non soddisfa i gusti dei militari. Infatti preferiscono indossare capi
di abbigliamento semplici e più vicini allo stile d’Oltreoceano, benché anche in questo caso
la loro radio raccomanda di indossare abiti poco riconoscibili. E neanche per lo svago si
allontano troppo dalla base. Preferiscono una pizza a Fuorigrotta e per i pic-nic all’aperto
hanno luoghi specifici: il Carney park, uno spazio situato vicino Pozzuoli, dove nei giorni di
festa con le rispettive famiglie sono soliti organizzare grigliate e il cui accesso ai non americani è consentito soltanto se autorizzati.
[ Nicola Salati - Caterina Scilipoti ]
“Napoli è una città stupenda: si
mangia bene, le donne sono bellissime, ma è difficile trovare eventi
interessanti. E poi tutta quell’immondizia per le strade, proprio un
peccato”. Jeff Reilly, direttore della
redazione campana della radio militare americana, sembra avere un’idea del capoluogo partenopeo non
molto lontana dall’oleografia tradizionale. Una Napoli fatta di pizza,
mandolino e gite fuori porta e nello
stesso tempo vista come “un posto
in cui è facile perdersi”. Forse perché, come dice Reilly, le differenze
culturali sono notevoli o proprio
perché i contatti dei militari con l’esterno della base o dei quartieri
residenziali in cui vivono con le
famiglie sono molto ridotti. “Ogni
soldato resta a Napoli in media tre
anni - aggiunge Reilly - e questo
rende ancora più difficile integrarsi
e mettere radici”. Da oltre 30 anni
la radio militare americana trasmette per i soldati Usa di stanza in
Campania e nel basso Lazio. Undici
sono i membri dello staff che, oltre
alla radio, con un’altra frequenza
dedicata alla musica, realizzano
anche servizi per la televisione militare. Talk show, partite della Nba,
notiziari della Cbs, sessioni di musica country: chi si sintonizza sulla
frequenze 106 e 107 Fm a Napoli e
provincia si ritrova improvvisamente proiettato dall’altra parte dell’oceano. Il palinsesto si basa soprattutto su trasmissioni mutuate dai
maggiori network americani, intervallate dai notiziari realizzati dalle
redazioni militari. Sui 106 Fm c’è la
“Eagle radio”, che trasmette un
mix di musica dalle popular hits
all’urban, dal rock al country.
E il sabato c’è lo show del Sergente
Trevor Pedro trasmesso da Napoli
in tutte le basi europee. Sui 107 c’è
la “Power Radio”, dedicata soprattutto all’informazione. I soldati
possono ricevere tutti gli aggiornamenti sulle competizioni sportive
nel programma cult “Sports overnight America”.
La televisione satellitare, visibile
solo mediante appositi decoder in
dotazione all’esercito, ha dieci
canali differenti. Negli studi della
base di Gricignano di Aversa, in
provincia di Caserta, vengono realizzati i programmi di interesse
locale e regionale.
Programmi di intrattenimento e di
servizio per un’audience di circa 15
mila militari e civili.
“Trasmettiamo - spiega Reilly - un
notiziario locale ogni ora, concentrandoci soprattutto sulle pratiche
burocratiche, sui suggerimenti per
il tempo libero e sulla sicurezza dei
nostri soldati”.
Nel notiziario radiofonico, così
come nel report televisivo di due
minuti che va in onda sulla rete Afn
Atlantic alle 18,30 e alle 22,30, non
c’è traccia delle faide di camorra e
dell’attualità politica campana.
A tenere banco sono partite di golf,
picnic all’aria aperta e weekend alle
terme. Oltre a informazioni di servizio e pubblicità, naturalmente.
La redazione di Gricignano fa parte
dell’Afn (American forces network). Una rete di servizio, nata
con il proposito di portare una
“ventata d’America” ai soldati
impegnati Oltreoceano e alle loro
famiglie.
[ Pasquale De Vita ]
4 le cronache
Sessant’anni di storia am
[ Segue dalla prima pagina ]
Nei mesi del ‘43, mentre gli alleati
arrivano a Napoli da Salerno, la
città, devastata da oltre 130 bombardamenti è ridotta a un cumulo
di macerie. Manca il gas, l’energia
elettrica e l’acqua corrente, più di
800mila napoletani sono senza viveri da giorni. Il porto è un cimitero
d’acciaio. In acqua giacciono centinaia di navi semiaffondate. Nel centro, vecchi e nuovi palazzi crollano
di continuo. Gli alleati contribuiscono in vario modo a rimettere in
piedi una città distrutta. I soldati
indiani, ad esempio, sono incaricati
di buttar giù con la dinamite le
strutture pericolanti, mentre si
lavora incessantemente per ricostruire il porto che in poco tempo
diventerà il più attivo d’Europa,
con una quantità di traffico superiore anche a quella di New York.
Dal porto arrivano i rifornimenti
per le truppe. L’enorme massa di
prodotti destinati all’esercito genera, però, uno scompenso nell’economia della città fino ad allora
ridotta alla fame. Oltre un terzo
delle merci alimenta il mercato
nero, il contrabbando e la ricettazione. Pur di dar da mangiare alle
loro famiglie, migliaia di donne si
prostituiscono. Il giro di denaro alimentato da queste attività illegali
circola attorno alla città di Nola,
trasformata nel grande magazzino
destinato a custodire i rifornimenti
per gli alleati.
* * *
Mentre la città scopre cosa significhi essere la retrovia di un grande
esercito in guerra, entra in scena il
secondo protagonista della storia
degli americani a Napoli: il comandante della quinta armata Mark
Clark. La sua entrata in città ha
toni epici. Il Cardinale Alessio
Una famiglia saluta l’ingresso degli Alleati in città
Ascalesi celebra una messa in suo
onore e il Rettore dell’Università,
Adolfo Omodeo, gli offre addirittura una laurea honoris causa. Clark
fa di via Caracciolo la pista di
atterraggio per il suo aereo privato.
Ne sono testimonianza i filmati conservati negli archivi di Washington.
A girarli alcuni operatori cinematografici e registi di Hollywood,
arruolati al seguito dell’esercito.
Sono le cosiddette unità Combat
Film. Della città riprendono qualsiasi cosa: l’euforia e la fame, le
devastazioni, le esplosioni delle
mine. Le troupe cinematografiche
americane riescono a dare uno
spaccato di storia incredibilmente
realistico, restituendo al mondo le
immagini di città straordinaria in
un’epoca di miseria e devastazione.
Peter Tompkins, ex agente segreto
americano, ha ricordato in un
documentario trasmesso sulla Rai,
come la condizione della Napoli di
quegli anni fosse ben più grave di
quella descritta da Malaparte nel
Lo sbarco dei “palombielli”
Sessantacinque anni, una vita trascorsa a lavorare nel
porto, Bruno Aponte è oggi il presidente dell’Associazione
Navigazione Libera del golfo di Napoli. Il suo racconto dell’incontro con gli americani parte dagli anni ’50 e ’60,
quando più forte fu l’impatto che i napoletani ebbero con i
militari Usa: “Da un lato i rapporti con la gente del posto
erano molto buoni – spiega Aponte –. I napoletani con l’arte di arrangiarsi in mille mestieri erano abili nel rendersi
utili, se non indispensabili, agli americani. D’altro canto, i
militari erano ricchi, erano attratti dalla bella vita, e avevano un impatto positivo con una città così diversa nelle abitudini e nell’aspetto dalle loro. Inoltre, in parte, sfruttavano
la nostra povertà. Gli americani potevano spendere e nel
dopoguerra Napoli era tutta da ricostruire: dopo i bombardamenti, la città era completamente distrutta e bisognava
rifare strade, palazzi, tutto”. Gli americani arrivarono, portando ricchezza ma anche caos. Spesso si ubriacavano, giocavano d’azzardo e lasciavano bottiglie dappertutto. Il rapporto tra loro e la città era quindi di scambio ma anche di
conflitto: “Ero ancora un ragazzino quando arrivarono i
primi militari. Ricordo che avevo 15 anni e aiutavo i turisti
a sbarcare nel porto. Quasi ogni giorno vedevo la squadra
navale americana che attraccava al molo Beverello. C’era
un grande fermento nel porto, si cercava di riprendersi
dagli anni bui della guerra. Noi li chiamavamo i ‘palombielli’, perché erano sempre vestiti di bianco. Gli americani che
vedevamo erano soprattutto militari. Ogni volta che sbarcavano a Napoli, c’erano gli accompagnatori locali che li
attendevano al varco della Stazione Marittima e li portavano dappertutto in cambio di pochi spiccioli”.
[ Elena Della Rocca ]
Non era colpa di Jimmy se il popolo napoletano
soffriva. Quel terribile spettacolo di dolore e di
miseria non insudiciava né i suoi occhi né il suo
cuore. Jimmy aveva la coscienza tranquilla.
Che cosa avrebbe potuto fare per tentare di alleviare le atroci sofferenze fisiche del popolo napoletano, dei popoli europei? Tutto quello che Jimmy
poteva fare era di prendere su se stesso una parte
della responsabilità morale delle loro sofferenze
non come americano, ma come cristiano.
Forse sarebbe meglio dire non soltanto come cristiano, ma anche come americano.
Ed è questa la vera ragione per la quale io amo gli
americani, sono profondamente grato agli americani, e li considero il più generoso, il più puro, il
migliore e il più disinteressato popolo della terra:
un meraviglioso popolo.
[ Curzio Malaparte, “La pelle” ]
celebre libro “La pelle”. Tompkins
nell’intervista ricorda il dilagare
della prostituzione minorile: “Un
soldato americano - racconta - con
qualche scatoletta di cibo poteva
comprare chiunque. Gli scugnizzi e
i ragazzini vendevano le sorelle”.
In questo panorama di dissoluzione
materiale e morale ha luogo, poi,
un evento catastrofico. Il 18 marzo
1944 il Vesuvio erutta. Le unità
Combat Film documentano ogni singolo istante dell’evento. Il vulcano
distrugge le città di San Sebastiano
e Cercola. Le ceneri annientano
anche uno stormo di bombardieri
americani B-25 nei pressi di
Terzigno. Ironia della sorte,
l’Osservatorio Vesuviano era stato
trasformato, nei giorni precedenti,
nella stazione meteorologica degli
alleati e allo staff della struttura
era stata concessa solo una misera
stanzetta per svolgere le ordinarie
mansioni di monitoraggio. In quegli
anni molti degli edifici napoletani e
delle strutture storiche della città
sono riadattate per le esigenze belliche: la Villa Comunale, ad esempio,
è trasformata in un enorme accampamento a cielo aperto, la scuola
Vanvitelli, al Vomero, diventa un
alloggio per le truppe di colore, il
palazzo della Upim, un mercato
militare, quello della Singer al
Rettifilo la stazione radio, nel
Palazzo delle Assicurazioni, in piazza Carità si installa la sede della
Croce Rossa. Proprio la Croce
Rossa, insieme ai militari americani, cerca di arginare una delle maggiori emergenze del momento: le
epidemie, come quella di tifo petec-
chiale. Con il Ddt, vengono irrorati
oltre 600mila partenopei. Gli americani promuovono, poi, la cosiddetta
“Giornata della pulizia” lavando le
strade di Napoli dagli ammassi di
detriti e di polvere. “Il governo
alleato - sottolinea Ermanno Corsi
nel suo libro “Napoli contemporanea” - comprende subito che Napoli
non è una città da occupare, ma da
rimettere in piedi”. Tra i problemi
da risolvere in fretta c’è anche
quello di rimettere in moto la vita
istituzionale cittadina. Nell’aprile
del 1944, il Governatore alleato
Poletti si affretta, quindi, a nominare a Palazzo San Giacomo un
uomo estraneo al fascismo: Gustavo
Ingrosso. Avvocato e professore
universitario, è lui il primo sindaco
della Napoli liberata.
* * *
Nel 1949, mentre per la città inizia
un nuovo corso democratico, gli
alleati costituiscono un’organizzazione intergovernativa allo scopo di
assicurare la pace e la sicurezza in
Europa. Si tratta della Nato.
Nel maggio del 1951 il generale
Eisenhower, in una conferenza
stampa a Parigi, annuncia la creazione in Italia di un quartier generale della Nato per tutto il Sud
Europa. La sua sede è Napoli.
Eisenhower fa anche il nome dell’uomo che ne assumerà il comando: l’ammiraglio Robert Bostwick
Carney. È il 19 giugno.
Due giorni dopo Carney arriva in
città a bordo della U.S.S. Olympus,
nave precedentemente impiegata
per la più grande operazione militare degli Stati Uniti in Antartide. La
portaerei saluta il golfo con 21 colpi
di artiglieria.
Inizia così, a Napoli, la storia del
Comando delle Forze Alleate del
Sud Europa, quello che gli americani chiamano Afsouth. Carney ha
enormi responsabilità, ma pochi
mezzi. Manca tra le tante cose una
sede per ospitare gli uffici del
comando. In un primo momento il
quartier generale viene posto a
bordo della U.S.S. Olympus, si sposterà poi in un appartamento a
Posillipo.
Solo nel 1952 viene individuata, a
Bagnoli, un’area adatta ad accogliere l’Afsouth in via permanente. È
un fondo di proprietà del Banco di
Napoli, precedentemente destinato
al Ministero per la guerra fascista,
poi passato ai tedeschi e successivamente a un’organizzazione internazionale per i rifugiati. La struttura
è in pessime condizioni e sono
necessari due anni di lavoro per
renderla nuovamente agibile. I costi
delle operazioni sono coperti per un
terzo dagli americani e per i restanti due terzi dal governo italiano.
Nel 1953, mentre i lavori per il trasferimento dell’Afsouth a Bagnoli si
avviano a conclusione, Carney è
rimosso dal comando. A inaugurare
ufficialmente la sede, il 4 aprile dell’anno successivo, ci sarà un nuovo
comandante: l’ammiraglio William
Fechteler.
* * *
Luglio 1963: John Fitzgerald
Kennedy viene in visita a Napoli.
Morirà pochi mesi dopo. In quegli
anni presso il consolato generale
degli Stati Uniti di piazza della
Repubblica lavorano circa duecento
persone, mai sono state così tante
nei tre secoli di vita del consolato.
Una folla di persone segue la sfilata
insieme al Presidente della
Repubblica Antonio Segni, alle
autorità locali e al console Homer
M. Byington jr., la cui famiglia per
tre generazioni ha rappresentato il
governo statunitense a Napoli in un
periodo che dura complessivamente
29 anni: un vero record. La guerra
nel Vietnam non è ancora cominciata e la guerra di Corea è ormai lontana. Nelle basi militari dove vivono gli americani a Napoli c’è un
clima tranquillo. L’Uso (United
Service Organization), che ha una
sede a Napoli dal 1941, organizza
assistenza e intrattenimento per le
truppe. Alcuni napoletani che avevano contatti con i militari ricordano che giocavano insieme al bingo e
compravano Coca-cola nei loro
spacci. All’epoca i militari americani non uscivano molto. Si ritrovavano in alcuni locali, sempre gli stessi,
qualcuno si ubriacava e faceva parlare di sé ma in generale non davano fastidio alla popolazione anche
perché restavano sempre tra di
loro. I testimoni ricordano ancora
che gli americani, venuti con la propria famiglia, avevano preso in
affitto alcune case nelle zone migliori della città, come Posillipo. I
napoletani che trattavano con loro
s’impegnavano non poco per farsi
capire. Si riconoscevano facilmente
anche dalle auto che, oltre a essere
modelli poco diffusi, erano targate
diversamente”.
Arrivano gli anni della contestazione studentesca. Anche Napoli viene
coinvolta. I giovani che manifestano
contro la guerra nel Vietnam, si
rivolgono a un esercito molto vicino. Il 25 aprile 1967 è ricordato per
un’importante manifestazione. In
le cronache 5
inchiostro
estate 2007
mericana sotto il Vesuvio
Il soldato americano e lo scugnizzo napoletano nel film “Paisà” di Roberto Rossellini, 1946
uno dei volantini distribuiti si parla
di Lyndon Johnson e delle sue probabili dimissioni. Il presidente americano è definito una “figura patetica, distrutta e rammollita” che fino
al giorno prima si presentava come
il grande capo, dal pugno giusto e
forte e “in realtà ha fatto tutto ciò
che i suoi padroni, i capitalisti americani, volevano che facesse: ora,
però, di fronte all’attacco vittorioso
al popolo vietnamita, di una parte
dello stesso popolo statunitense,
guidato dal Potere Negro, deve
pagare le conseguenze. Ma lui è solo
un fantoccio. I veri padroni
potranno così ripresentarsi domani
con facce diverse, - continua il
volantino - magari inneggiando al
vecchio o al nuovo Kennedy e propagandando la loro grande società”. La presenza a Napoli degli
americani è sempre stata soprattutto di carattere militare. Ma in quel
periodo cominciano a venire in
Italia dei ragazzi che intendono studiare medicina, una facoltà che
adesso come allora è molto costosa
negli Stati Uniti.
* * *
La popolarità degli americani cresce in occasione dell’epidemia di
colera che colpisce la città alla fine
dell’agosto 1973. Per contribuire
alla vaccinazione di massa, gli americani inviano agli ospedali strumenti che permettono di vaccinare
in maniera molto più rapida rispetto a quella tradizionale. Negli anni
Ottanta, con la fine della Guerra
Fredda e la campagna di riduzione
delle spese lanciata dal governo
Usa, si riduce la presenza degli
americani a Napoli. Anche l’Usis
(United States Information
Service), un’agenzia governativa
nata dopo la seconda guerra mondiale per diffondere la cultura americana in Europa, entra nella sua
fase calante. L’importante biblioteca rimane aperta ma le sue attività
diminuiscono. Dal 1963 è la
Biblioteca Nazionale a ospitarla.
A Napoli, nell’aprile 1988, un’autobomba esplode presso la sede Uso
uccidendo cinque americani.
Tra di loro c’è una donna: è la
prima vittima femminile della marina militare americana a morire in
un attacco terroristico. Gli anni
Novanta non sono meno burrascosi.
Gli americani hanno occupato l’aerea del Golfo Persico. Il clima politico è teso. Le contestazioni in piazza sono numerose e coinvolgono
anche Napoli. Pochi anni dopo, nel
1994, inizia a Gricignano la costruzione del “Naval support site”. Il
1994 è lo stesso anno in cui Napoli è
per la seconda volta visitata da un
presidente americano, Bill Clinton,
che viene in occasione del G7. La
popolazione lo accoglie calorosamente. Clinton si ferma a mangiare
in una pizzeria di via dei Tribunali
che da allora cambierà nome e si
chiamerà in suo onore “Il
Presidente”. Nel 1997, la magistratura italiana scopre che gli appalti
presso la sede Nato di Sigonella
sono gestiti da Cosa Nostra. Il
governo statunitense si dichiara
parte lesa. Napoli è coinvolta nel
caso perchè il dipartimento investigativo antimafia dichiara che
“sfruttando i rapporti con i responsabili della Marina americana e con
i funzionari degli uffici-contratto
delle basi Nato di Napoli e
Sigonella, [i funzionari] hanno
favorito l’aggiudicazione delle gare
d’appalto”. Dopo il 2001, in seguito
all’attentato alle Torri Gemelle di
New York, molte leggi cambiano.
Le macchine americane verranno
ritargate in Italia e nessuno, nemmeno gli americani, potrà più
entrare all’interno del Consolato
senza autorizzazione.
La commemorazione dell’attacco
terroristico, nel giorno del suo
primo anniversario, vede la partecipazione del sindaco Rosa Russo
Iervolino insieme al console Clyde
Bishop e al corpo dei vigili del
fuoco di Napoli. Nel 2005 c’erano
in Campania quasi diecimila americani. Al momento i militari americani sono presenti presso il
Comando dei Marines, nell’isolotto
di Nisida con la base di sommergibili. Il porto cittadino viene normalmente impiegato dalle unità militari
statunitensi. Si calcola che nella
penisola italiana, soprattutto da
Napoli e Livorno, transitino
annualmente migliaia di container
di materiale militare.
L’aeroporto di Napoli Capodichino
è sede di una base Usaf. Altri militari americani sono inoltre presenti
in Campania con antenne di telecomunicazioni al Monte Camaldoli, a
Ischia, a Licola, a Lago Patria e a
Montevergine. Oltre che a Bagnoli,
Agnano, Giugliano, Grazzanise e
Mondragone. Qui c’è un sotterraneo antiatomico, dove dovrebbero
essere spostati i comandi Usa e
Nato in caso di guerra.
[ Daniele Demarco
Caterina Morlunghi ]
Quando Carosone scoprì “l’americano”
"La canzone nacque in un quarto d'ora, di getto, una vera bomba, eravamo tutti come
impazziti - disse Carosone quando in diverse trasmissioni televisive ricostruì il suo percorso
professionale -. Capimmo subito che sarebbe stato un grandissimo successo". E infatti il successo della canzone è immediato. Sono gli anni del dopoguerra. Sono i tempi in cui i giovani
cercano di parlare inglese e di vestirsi all’americana. Tutto ciò che proviene d’oltreoceano
diventa desiderabile ai loro occhi: le canzoni, i vestiti, la lingua, il cibo. Anche a Napoli. In
Italia si diffonde il mito dell’America, delle sue canzoni, della sua “way of life”. Il direttore
della Ricordi Mariano Rapetti commissiona al cantante Carosone e al paroliere Nicola
Salerno alcuni pezzi per una gara radiofonica. Nel 1956 i due scrivono il testo di “Tu vuo’
fa’ l’americano”, evidente versione napoletana del mito degli Usa, il ritratto ironico di un
giovane che balla swing e jazz made in Italy. Il brano fa immediatamente il giro del mondo.
Nel film “La baia di Napoli” di Melville Shavelson Sofia Loren canta “Tu vuo’ fa’ l’americano” in coppia con Clarke Gable. “Tu vuo’ fa’ l’americano” rimane ancora oggi il simbolo della
parabola artistica di Carosone. L'artista partenopeo si mostra un autentico umorista della
musica popolare italiana, ma anche un anticipatore della commistione di generi musicali.
Alcuni critici musicali hanno scritto che Carosone si fosse ispirato a Renzo Arbore per la
composizione del testo, quasi a dedicargli la canzone. Il cantante foggiano aveva infatti un
debole per la musica a stelle e strisce, fin dai tempi in cui suonava a Napoli nei “South
Railway Travellers” negli anni Cinquanta, nei club frequentati da americani.
[ Marco Lombardini ]
6 i luoghi
Un viaggio per le strade
Bagnoli convive con gli americani,
ma non se ne accorge. Dalla stazione della Cumana, la base dista
poche centinaia di metri. Nella zona
immediatamente antistante si avvertono pochi rumori, poche le auto
parcheggiate ai bordi della strada.
Una strada ricoperta di cemento
che potrebbe ospitare tre, quattro
campi di calcio, eppure non si scorge l’ombra di un bimbo che gioca.
Proseguendo verso il territorio
Nato qualche sparuta presenza si
nota. Un soldato in divisa si accinge
a prendere servizio. Dice che preferisce non parlare perché è tardi e
non ha tempo per affidare dichiarazioni ai nostri taccuini.
Anche gli abitanti della città sembrano non accorgersi della presenza
degli americani. Molti militari
rimangono a Napoli per poco e
dedicano la maggior parte del loro
tempo all’addestramento.
I bar sono i luoghi dove si vedono
più di frequente. “Di solito vengono
di mattina o dopo pranzo a piccoli
gruppi”, afferma la titolare di uno
di questi esercizi nei dintorni della
struttura militare.
Nel cinema “La Perla”, a poche
centinaia di metri, non si proiettano
più i film hollywoodiani in lingua
originale. “Da un po’ di tempo spiega il proprietario del cinema non abbiamo più l’abitudine di
dare film in inglese perché la frequenza è calata e non è più conveniente continuare”.
E nel vicino “Salone” il vecchio
barbiere non vede da tempo i soldati che rasava a zero come impone la
moda dei marine. Qualcuno, ma
sono sempre di meno, continua a
Una palazzina all’interno del comprensorio di Gricignano d’Aversa
fare la spesa al supermercato.
Di solito prendono prodotti tipici
italiani come la pizza e la mozzarella, ma ricercano anche i loro marchi e le loro specialità. Solo nel
giorno del Ringraziamento, a
novembre, gli americani passano
per ordinare del tacchino come
nella loro tradizione.
Sempre più delle presenze ombra
quelle degli americani a Bagnoli.
Anche se ci sono delle eccezioni.
Herman Chanowitz oggi ha 92 anni.
Ha lavorato a lungo nella base e ha
scelto di ritornare in Italia dopo la
pensione perché ha sposato una
siciliana conosciuta dopo lo sbarco
a Salerno durante la seconda guerra mondiale. In tutto è rimasto nel
Bel Paese per quasi 25 anni.
Racconta di avere molti amici alla
Nato e di trascorrere il tempo libero andandoli a trovare spesso per
fare due chiacchiere e passeggiare.
I parchi sono circondati da filo spinato e sorvegliati da vigilanti.
L’accesso è strettamente riservato.
L’interno assomiglia a un campus
universitario, con villette a schiera,
piccole palazzine, tanto verde con
campi di basket e da baseball.
I nuovi quartieri sono sì funzionali,
ma sorgono in mezzo al deserto e
mancano della bellezza geografica
che caratterizzava i vecchi alloggi
dei militari americani a Bagnoli e
Pozzuoli.
Si organizzano frequenti gite lungo
la costiera sorrentina e nei siti
archeologici di Pozzuoli, Ercolano e
Pompei. O ancora nei luoghi di
benessere, alle terme di Ischia o di
Agnano. Tutti in pullman, come un
qualsiasi gruppo di turisti che viene
dalla Germania o dal Giappone.
Fuori l’Italia, dentro gli Stati Uniti.
Carabinieri a guardia dell’ingresso
della base, per controllare le auto
in entrata, e soldati in mimetica
all’interno.
* * *
La base Nato di Bagnoli è una città
nella città, dove italiani e americani
si integrano lavorando insieme. Lo
stesso accade tra i più piccoli.
Giovani dai 3 ai 13 anni lavano,
cucinano, riordinano. E intanto
imparano le lingue e studiano. Sono
i ragazzi della scuola montessoriana
della Nato, per lo più figli di funzionari. A Bagnoli studiano anche
ragazzi esterni, che ogni giorno
apprendono attraverso il gioco. Un
metodo innovativo, il loro, soprattutto perché inserito nella difficile
realtà scolastica napoletana. Un
mondo a parte, fatto di compiti in
aula e mai fuori dalle ore dei corsi,
di sport all’aria aperta, di lezioni
dalle otto del mattino alle cinque
del pomeriggio.
“Il nostro istituto prevede un intenso programma di inglese - spiega
Mrs. Fedele, direttrice del centro -.
Ma i ragazzi rappresentano 26
nazionalità diverse. Per questo
motivo offriamo anche programmi
di francese, tedesco, spagnolo.
L’educazione è, inoltre, bilanciata
tra un orientamento classico e uno
scientifico, per fornire tutti gli strumenti di conoscenza necessari per
la vita futura”.
All’inizio di ogni anno, alle famiglie
viene consegnato un opuscolo informativo, che illustra tutte le norme
inchiostro
Anno VII numero 5
estate 2007
Chiuso in redazione
il 18 Maggio 2007
Periodico a cura
della Scuola
di giornalismo dell’Università
degli Studi Suor Orsola Benincasa
diretta da Paolo Mieli
Direttore editoriale
Francesco M. De Sanctis
Condirettore
Lucio d’Alessandro
Direttore responsabile
Arturo Lando
Coordinamento redazionale
Alfredo d’Agnese
Carla Mannelli
Alessandra Origo
Guido Pocobelli Ragosta
Caporedattore
Diego Dionoro
Capi servizio
Ornella d’Anna
Iolanda Palumbo
Laura Pirone
Giuseppe Porcelli
In redazione
Gaetano Agrelli, Eugenio Francesco
Bonanata, Anna Clemente, Adriana
Costanzo, Elena Della Rocca,
Daniele Demarco, Renato
d’Emmanuele, Pasquale De Vita,
Nadia Fiore, Mario Leombruno,
comportamentali che genitori e studenti si impegnano a rispettare.
Tanti i divieti: gli allievi della scuola non possono indossare abiti né
troppo corti né disordinati, devono
apporre delle etichette sugli effetti
personali e possono raggiungere le
aule solo con un apposito pullmino
che transita all’interno della base.
Inoltre, sono tenuti a rispettare le
festività italiane e quelle americane.
“Certo, non è facile - dice A. P.,
mamma di una delle iscritte -.
Dobbiamo imparare a convivere
con orari e regole molto più rigide,
differenti da quelle italiane. Però
c’è il vantaggio di un’offerta formativa altamente qualificata e poi possiamo seguire davvero i nostri
figli”.
* * *
In realtà gli americani non hanno
abbandonato la provincia napoletana, si sono solo spostati. La base di
Bagnoli si sta lentamente trasferendo a Lago Patria e i soldati delle
forze armate alleate oggi abitano in
quartieri periferici del tutto autosufficienti e sorvegliati, come nelle
enclave del Villaggio Coppola, di
Varcaturo, di Lago Patria e di
Gricignano di Aversa. Una soluzione comoda: in questo modo sono
più vicini alle nuove sedi logistiche
della Nato, costruite ai confini
estremi della città. Una manna
caduta dal cielo per gli immobiliaristi che hanno immediatamente fiutato l’affare. Un’occasione per dare
libero sfogo alle loro fantasie di
cemento, potendo contare su clienti
sicuri e danarosi.
Marco Lombardini, Ornella
Mincione, Caterina Morlunghi,
Giulia Cajetana Nardone,
Alessandro Potenza, Luca Romano,
Nicola Salati, Caterina Scilipoti,
Patrizia Varone.
Spedizioni
Vincenzo Crispino
Vincenzo Esposito
tel. 081.2522278
Editore
Università degli Studi
Suor Orsola Benincasa
80135 Napoli
via Suor Orsola 10
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Redazione
80135 Napoli
via Suor Orsola 10
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Tribunale di Napoli n. 5210
del 2/5/2001
Stampa
Imago sas
di Elisabetta Prozzillo
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via del Marzano 6
Partita Iva 05499970639
Progetto gra co
Sergio Prozzillo
Impaginazione
Luca Bottigliero
i luoghi 7
inchiostro
estate 2007
dell’America nostrana
Il mitra, l’elmetto, la tuta mimetica.
Il soldato a guardia della base americana di Gricignano di Aversa, in
provincia di Caserta, sembra in
assetto da guerra, pronto per la
trincea. All’ingresso, a metà pomeriggio, però, regola il traffico delle
automobili che fanno ritorno, dopo
una giornata di lavoro trascorsa
nelle altre basi presenti in
Campania.
Entrare lì, se non sei americano o
sei sprovvisto del permesso, non è
possibile. Per ottenere l’autorizzazione, si deve fare la richiesta al
Consolato americano di Napoli.
Da lì però dicono che bisogna parlare direttamente con i responsabili
delle basi.
Ma l’attesa è lunga. Tempi che non
sono solo quelli della burocrazia,
ma anche quelli che occorrono per
verificare che chi ha inoltrato la
richiesta sia uno a posto.
Intorno a questo insediamento
urbano gli abitanti della zona sono
in grado di indicarti la strada per
accedervi ma nessuno è capace di
raccontare cosa ci sia esattamente
dentro. “Dopo il ponte girate a sinistra, poi all’incrocio proseguite
dritto”, spiega Antonio, un anziano
abitante del posto.
“Sono entrata una sola volta - racconta Maria Pia, 40 anni -. Era per
una visita guidata alla base, organizzata dalla scuola di mio figlio.
E siamo stati scortati dai soldati
durante il giro”. Non hanno visto
molto, solo le cose che è possibile
vedere anche dall’esterno.
Alla fine di una strada in discesa,
dalla quale qualcosa già si intravede, si arriva alla Us Navy. A girarci
intorno è un percorso tutto delimitato da reti di ferro che partono da
terra e si innalzano per quasi tre
metri. È tutto a vista, almeno per
quanto riguarda gli spazi aperti
destinati allo sport. Un campo di
rugby con qualche ragazzo che si
allena, uno di calcio e campi di tennis e ancora parco giochi per ragazzi. Poi prati molto curati e altri
parchi per bambini.
Gli americani, dentro, vivono in
palazzi di tre piani. Ma ci sono
anche villette a schiera, qualcuna
con la bandiera a stelle e strisce
attaccata al balcone.
Gli americani qui non sono una
novità. “Qualche volta escono per
andare a divertirsi”, racconta il
signor Raffaele.
E dove vanno? “Non lo so - risponde - forse dove si trovano i locali
simili ai loro pub”.
Non si vedono spesso in giro perché
nella base c’è tutto. Anche il cinema.
Fuori una fermata a richiesta del
pullman, due officine di riparazione
delle auto e un venditore ambulante
di tappeti. “Vengono per fare aggiustare guasti al motore o per cambiare un fanalino - dice uno dei meccanici -. Spesso gli americani noleggiano le auto per un paio di giorni”.
Ma pagano in dollari? “No - risponde -. Lo stipendio è in dollari, ma
loro li cambiano con l’euro”.
Il venditore ambulante, un marocchino che gira con il furgoncino
carico di merce nei dintorni dell’agro aversano, dice che gli americani
i tappeti li comprano, “sono simpatici, ma fuori si vedono poco”.
* * *
Alla base, i militari vivono con le
loro famiglie. I bambini e i ragazzi
frequentano la scuola interna aperta solo ai figli degli impiegati del
Dipartimento della Difesa americana, siano essi civili o soldati.
Nel palazzo non ci sono scritte che dicano chi
siamo e cosa facciamo qui, ed è difficile capire
perché mai la gente presuma che questo debba
essere il Comando della polizia segreta inglese.
Fatto sta che lo sanno, e cominciamo a essere
sommersi da un flusso ininterrotto di visitatori,
ciascuno dei quali ci offre i propri servigi come
informatore. La questione del compenso non
viene mai sollevata. I nostri visitatori sono
disposti a lavorare per noi per pura e disinteressata devozione alla causa alleata. Sono quasi
tutti liberi professionisti, e ci consegnano
biglietti da visita con stampato a belle lettere il
titolo di Avvocato, Dottore, Ingegnere o
Professore.
[ Norman Lewis, “Napoli ‘44” ]
la stessa aria di chi vive qui da sempre.
Nessuno li sente. Escono molto presto la mattina con i bambini pronti
per andare a scuola. Rientrano a
casa nel tardo pomeriggio.
Quando li vedi sono in tuta mimetica
o in pantaloncini, anche in pieno
inverno.
A Lago Patria ci dormono solo.
A chiunque domandi dove vivano
gli americani senti rispondere:
“Al parco Marenola”. All’interno
del parco, però, le famiglie americane convivono con quelle italiane.
La maggior parte vive in ville con
giardini ed è in affitto: arrivano in
Italia per esigenze di lavoro e popolano queste case per quasi tre anni.
“Sono persone tranquille, non li
sento e non li vedo. Quando capita
ci salutiamo, ma niente di più”.
Così dice Rosa, che vive accanto a
una famiglia americana.
C’è chi a Lago Patria con queste
persone ha stretto rapporti di amicizia. “Per oltre tre anni - racconta
Caterina - nel mio parco ha vissuto
una famiglia della Virginia.
Siamo diventati inseparabili. Jeff, il
capofamiglia, lavorava come medico
alla base. La moglie Lisa frequentava corsi d’italiano. Le loro due
figlie sono cresciute insieme a mia
sorella minore”. La famiglia
Caporossi, pur essendo straniera,
ha amato l’Italia e soprattutto
Napoli. Jeff adorava la cucina ita-
liana, Lisa frequentava i negozi di
abbigliamento del luogo. “Quando
sono partiti - continua - è stato un
dispiacere. Uscivamo spesso insieme.
Tante volte sono andata alle loro
feste. Quello che preferivano era
viaggiare. In tre anni hanno visitato
quasi tutta la penisola”.
Ma non tutti gli americani a Lago
Patria si integrano con la gente del
luogo. A volte si incontrano nei
supermercati o nei distributori di
benzina. Ma la loro giornata trascorre altrove: nelle basi o nei posti
di lavoro.
* * *
Al Parco Mazzola, sempre a Lago
Patria, c’è una scuola elementare
rigorosamente americana.
La “British forces school” occasionalmente apre le porte a studenti di
nazionalità diversa.
Solo per una visita guidata però.
E’ una piccola fortezza americana
nel verde del territorio.
Sono le 10, squilla la campanella, è
l’ora della ricreazione.
Dall’esterno dell’istituto si sente un
vociare di bambini. Se non presti
attenzione la British sembra essere
una scuola italiana.
Qual è la differenza? Finita la
pausa, tutti tornano o tra i banchi.
Cosa studiano? Difficile saperlo:
l’accesso è negato.
A cura di Laura Pirone, Adriana Costanzo, Iolanda Palumbo, Luca
Romano, Mario Leombruno, Eugenio Bonanata,Ornella d’Anna,
Anna Clemente.
In aula per riscoprire le radici
Una cerimonia militare all’interno della base Nato di Bagnoli
Il sistema scolastico non è come
quello italiano. “Ad agosto si tiene
un periodo di orientamento per noi
alunni - spiega Joshua, che ha il
padre americano e la mamma italiana -. Poi alla fine dello stesso mese
cominciano i corsi”. L’anno scolastico per loro si divide in due semestri: il primo inizia il 28 agosto e
termina il 25 gennaio; l’altro parte
quattro giorni dopo per finire a
metà giugno.
“Le materie che studiamo sono
molto simili a quelle che si insegnano nelle scuole italiane - continua
Joshua nel suo racconto -. La differenza è la possibilità che abbiamo
di frequentare attività extra curriculari”. Nel pomeriggio, infatti, i
ragazzi frequentano i “club”:
l’“Odissea della mente”, per insegnare ai bambini a risolvere problemi reali attraverso la creatività e la
logica; “Italian Language Club”,
dove ai più piccoli insegnano la lingua, l’arte e la cucina italiane.
“Io facevo parte del club della
musica - aggiunge il bambino -, ho
imparato a suonare la chitarra ed
ero nella banda scolastica”.
Anche per i più grandi sono previste attività extra curriculari. Tra
queste c’è l’“Environmental Club”:
un corso che forma i futuri dirigenti
ed educatori degli Stati Uniti; un
laboratorio giornalistico chiamato
la “National Honor Society”. Una
volta l’anno, inoltre, si tiene il
“Festival della Lingua straniera”
con rappresentazioni teatrali in lingua originale. E non macano i club
sportivi. Il più famoso, che arriva
in Italia attraverso la tv, è quello
delle Cheerleader.
E poi le feste: Labour day (4 settembre), Columbus day (9 ottobre),
Veterans day (10 novembre), solo
per citarne alcune. Sono giorni di
celebrazioni collettive che i ragazzi
aspettano con ansia per non andare
a scuola. Come gli studenti italiani.
* * *
A Lago Patria, frazione di
Giugliano, comune alle porte di
Napoli, gli americani non si vedono.
Eppure ci sono. Vivono nelle villette a tre piani con piscina, comprano
nei negozi di alimentari, respirano
Un’occasione per far conoscere ai figli degli emigranti la
terra e la cultura dei loro avi. È questo l’obiettivo della
“summer school” del Centro internazionale di studi italiani,
un corso per studenti americani organizzato a Napoli
dall’Università Suor Orsola Benincasa in collaborazione con
l’Anfe, l’Associazione nazionale famiglie emigrati. Aperto a
studenti di età compresa tra i 18 e i 25 anni, in possesso
di una laurea di primo livello, discendenti di italiani residenti negli Stati Uniti, il corso ha una durata di quattro
settimane. Gli insegnamenti spaziano dalla letteratura italiana alla storia dell’emigrazione, passando per lo studio
del cinema italo-americano e la partecipazione a laboratori di musica, pittura e scultura. I partecipanti, cui la
Regione Campania paga vitto e alloggio, vengono prevalentemente dagli stati di New York, New Jersey,
Connecticut e Pennsylvania, luoghi che più di altri hanno
visto nel corso della storia la presenza massiccia degli emigranti italiani. I loro genitori sono quasi tutti campani.
Pochi hanno padronanza dell’italiano, la maggior parte
parla i dialetti dei loro padri. “Questi ragazzi sono affascinati dalla cultura italiana – spiega Silvio Mastrocola, coordinatore del Centro – ma hanno una visione del Paese che
corrisponde a quella dei loro nonni”. Anche per questo
motivo i corsi della summer school cercano di fornire agli
studenti d’oltreoceano una visione quanto più “moderna”
della cultura italiana. Al di là della formazione in aula, agli
studenti “si cerca di restituire la memoria e l’identità della
cultura italiana”, spiega il direttore della scuola e preside
della facoltà di Scienze della Formazione Lucio
D’Alessandro. Le giornate degli allievi sono scandite dai
ritmi decisi dalla scuola e dall’ambasciata americana e una
squadra di tutor li segue da mattina a sera, organizzando
anche gite fuori porta. Tuttavia non sfugge un particolare.
I ragazzi vengono per conoscere la cultura e lo stile di vita
italiani, ma di sera non possono uscire da soli per bere una
birra e ascoltare un po’ di musica. Davvero è così pericoloso
lasciare che vedano con i propri occhi cosa fanno i loro
coetanei napoletani?
[ Diego Dionoro ]
inchiostro
8 le interviste
estate 2007
Raffaele La Capria racconta la fine della guerra e la liberazione della città
Bonito Oliva: dalla Pop Art alla Transavanguardia
“Per me erano nemici amati”
L’influenza dell’arte Usa
“Tutto divenne possibile: che il
povero diventasse ricco, con la
rapina o il contrabbando e che
la brutta diventasse bella e desiderabile. Fu una specie di ubriacatura. Nel bene e nel male”.
Raffaele La Capria ricorda così
gli americani a Napoli negli anni
che vanno dal ’45 al ’47.
Sono stati anni durissimi e decisivi per il futuro della città.
Con la sua testimonianza La
Raffaele La Capria
Capria getta un ponte tra il passato e il presente sfogliando
alcune pagine della sua vita.
Vi fu un vero e proprio
terremoto?
“Accadde quello che accade a
una pentola quando salta il
coperchio. La metafora rimanda
al regime fascista, ai bombardamenti… E poi arrivarono gli
americani. Nemici, amati.
Perché anche se ci bombardavano, erano attesi. E arrivarono
con farina, carne, e quel benes-
sere materiale si riversò sulla
città. Cominciarono i traffici e
non c’era più un freno. Una
sorta di Saigon mediterranea.
Perché la vecchia morale saltò”.
Solo in seguito all’impatto con
un mondo così diverso?
“Gli americani erano una specie
di modello meraviglioso che ci
veniva dal cinema e dalla letteratura. Non bisogna dimenticare, poi, che molti dei nostri emigranti avevano fatto fortuna lì.
E quindi l’America era vista
come un luogo immaginario”.
Quanti anni aveva lei,
all’epoca?
“Poco più di venti.
E l’idea di libertà che gli americani incarnavano ci galvanizzava. Ma anche il popolo fu preso
da frenesia liberatoria.
E quando gli americani trovavano una ragazza la corteggiavano.
Ed esplodevano passioni e desideri”.
Come le apparivano quelle
donne libere di ogni tabù?
“Scatenate. E le guardavo con
ironia e stupore. In particolare
le ragazze dei vicoli, all’improvviso si sentirono amate.
Impararono velocemente a ballare il boogie woogie. E si vedevano certe coppiette in giro!”.
E le ragazze borghesi si mettevano alla pari delle loro coetanee?
“Le donne della borghesia quando incontravano gli americani,
che ballavano al ritmo delle can-
zoni di Frank Sinatra, ci mettevano da parte e la battaglia era
persa in partenza. Ci sentivamo
frustrati. Noi avevamo ancora i
calzoni alla zuava e loro già ci
tradivano”.
Matrimoni misti ce ne stati
molti?
“Eccome. Incontri fatali. A
Napoli in quel periodo c’era un
proverbio divertente: ogni
vermzzull trovav à vermuzzella.
Perché tutti potevano trovare la
loro anima gemella”.
Ma per lei la contaminazione
fu solo culturale?
“La novità furono le bevande.
Ma eravamo noi a meravigliarci
del connubio spaghetti - Coca
Cola”.
C’è stata un’esperienza di vita
che è sopravvissuta al tempo?
“Fu allora che incontrai William
Weaver. Un soldato americano
volontario e un giovane intellettuale di valore che mi introdusse
nella letteratura americana.
Un’esperienza che si riversò in
“Sud”, la rivista letteraria alla
quale collaboravo con Anna
Maria Ortese, Francesco Rosi
e altri”.
Ma la sua vita futura di uomo
sarebbe stata diversa senza
l’impatto con gli americani?
“La mia sensibilità si è moltiplicata in virtù di quella situazione. Anche se quella fu un’apertura verso un altro mondo, che
non durò a lungo”.
[ Nadia Fiore ]
“L’arte americana è giunta a
Napoli grazie al lavoro combinato di alcune personalità”. A
parlare è il critico d’arte
Achille Bonito Oliva, uno degli
artefici dell’apertura di Napoli
al panorama artistico europeo e
mondiale. “All’inizio degli anni
’60 a fare da mediatori eravamo
io, Lucio Amelio, un importante
gallerista napoletano che aveva
rapporti con alcune gallerie
americane, e Pasquale Trisorio,
che dirigeva l’ufficio culturale
del consolato americano di
Napoli. Fu proprio quest’ultimo
ad avere l’idea di un ciclo di
conferenze, tenuto da me, che
doveva illustrare al pubblico
napoletano le novità dell’arte
americana”.
Perché Napoli conobbe l’arte
americana in quel periodo?
“Perché a metà degli anni ’60 lo
scambio culturale tra quel
paese e l’Europa fu molto intenso. Attraverso Lucio Amelio,
avevamo contatti con importanti galleristi newyorkesi, tra cui
Leo Castello. Un decennio più
tardi Napoli poteva ospitare
personali di artisti come Andy
Warhol, Robert Rauschenberg
e Cy Twombly, che inaugurò
questa rete di scambi”.
Come furono accolti i nuovi
artisti americani?
“Il pubblico napoletano si mostrò
aperto e curioso, ma all’inizio
solo platonicamente. Poi nacquero nuovi collezionisti e nuove gal-
lerie. L’attenzione era rivolta in
particolare alla Pop Art. Molti
artisti si organizzavano in gruppi,
come “Operativo 64” e gli altri,
specialmente gli studenti di architettura, iniziavano a guardare a
quelle esperienze”.
L’arte americana influì molto
su quella napoletana?
“Sì, decisamente. Alla fine degli
anni ’70 io stesso mi trovai di
fronte a un nuovo movimento:
la Transavanguardia. Capii che
Napoli era matura per tendenza
artistica propria e che costituiva un’alternativa. La
Transavanguardia era un’alternativa europea, mediterranea,
fondata sul colore e sulla sensibilità. Al contrario di quella
americana, non celebrava la
merce e studiava l’oggetto.
Aveva una matrice picassiana,
dove prevaleva il senso della
soggettività e la manualità.
L’avanguardia americana, a
partire da Duchamp, era statistica, oggettiva, modulare”.
Da allora le cose sono cambiate?
“Oggi grazie alle nuove gallerie
napoletane l’arte americana, e
non solo quella, è molto diffusa.
Non c’è più una divisione netta
tra i favorevoli e i contrari
all’arte statunitense, né un centro. È avvenuta una multi-culturalizzazione e, quindi, per il
pubblico e per i galleristi stessi
è inevitabile il riferimento
all’arte extraeuropea”.
[ Ornella Mincione ]
Con De Simone alle origini del nuovo sound
Andrea Geremicca ricorda la Napoli divisa tra Mosca e Washington
I figli napoletani del jazz
Quando eravamo tutti antiamericani
Roberto De Simone
Roberto De Simone aveva 11
anni quando gli Alleati arrivarono a Napoli, ma a 20 era già
famoso nei circoli per soli americani per il suo tocco al pianoforte. In quegli anni si è formato il musicista che ha conquistato i teatri di mezzo mondo con
la sua “Gatta Cenerentola”. Nei
club tra il Porto e il centro storico De Simone ha potuto lavorare alla fusione tra i suoi studi
classici e lo swing di matrice
afro-americana.
Sono state stagioni importanti
sia per la crescita del compositore che per la commistione tra
musica del Mediterraneo e cultura anglofona.
Quanto la musica napoletana è
stata influenzata dalla presenza americana?
“Nel dopoguerra arrivò in città
insieme alle polveri di latte, di
piselli e d’uovo, una novità
assoluta: il jazz. Una contami-
nazione con la musica napoletana c’è stata, ma non subito.
Negli anni ’50 divenne quasi
impossibile sottrarsi a quel linguaggio”.
Quali sono stati gli artisti che
più hanno manifestato il frutto
di questa contaminazione?
“Il frutto più fecondo del jazz è
Pino Daniele, che da un punto
di vista creativo ha saputo fondere molto bene la vivacità
musicale di diversi stili. Questo
è uno degli esempi di contaminazioni positive, mentre una
versione negativa si ha in tutte
quelle canzoni e musiche che
seguono solo la moda. Anche
Peppino Di Capri ha modificato
in parte alcuni stili napoletani
sulla scia di quelli americani.
Attualmente Marco Zurzolo è
uno dei migliori jazzisti napoletani”.
Come ha vissuto la novità
del jazz?
“Quando suonavo nei circoli
per soli americani mi richiedevano musiche di Gershwin, di
Cole Porter e di altri grandi
jazzisti. L’improvvisazione è
creatività. Il pubblico di quei
locali era solo militare, ma tra
di loro c’erano veri intenditori.
Da direttore del Conservatorio
San Pietro a Majella ho poi istituito, nel 1998, una classe di
jazz”.
[ Giulia Nardone ]
“Il rapporto tra i comunisti
napoletani e gli americani presenti in città era speculare a
quanto accadeva alle Botteghe
Oscure, alle direttive che il
comitato centrale del partito
riceveva da Mosca.
Conflittualità e rapporti di
buon vicinato erano decisi
altrove”. Andrea Geremicca,
storico esponente dell’ala
migliorista del Pci, una vita
spesa tra la federazione napoletana, Camera dei deputati e
Comune di Napoli, è chiaro nel
definire l’atteggiamento della
sinistra napoletana verso gli
americani. Una storia che inizia
nel 1943, con la liberazione
della città dopo le Quattro giornate. “Tutta la cittadinanza
saluta con gioia l’ingresso delle
truppe americane e anche noi
comunisti, che dopo pochi mesi,
come componenti del Cln, partecipiamo con esponenti di spicco come Carlo Fermariello
all’amministrazione della città”.
Fa da spartiacque la guerra
fredda?
“Sì, l’adesione alla Nato, la
Guerra fredda e la cacciata
delle sinistre dal governo De
Gasperi nel 1947. Da quel
momento Mosca ordina ai
comunisti italiani di vedere
negli americani il nemico. E’
una chiusura di carattere ideologico: siamo fedeli all’Urss e
quindi ostili agli Usa. Una posizione che ha anche caratteri di
nazionalismo, perché ritenevamo la base Usa a Napoli un
limite allo sviluppo economico
della città”.
Eppure sembra che quest’ostilità non sia mai sfociata in
contestazione aperta.
“Sono esami di coscienza che si
fanno negli anni, col senno di
poi. E’ il fenomeno della rimozione del passato. Quando il Pci
rompe con l’Urss negli anni ‘70
diviene indispensabile presentarsi con un atteggiamento più
dialogante. Ma le contestazioni
c’erano, anche evidenti, alcune
con caratteristiche di pura
goliardia. Come quella volta,
nei primi anni ‘50, quando noi
ragazzi della gioventù comunista salutammo il concerto in
Villa comunale di un’orchestra
della Marina a colpi di uova
ripiene di vernice rossa.
Ricordo lo stupore di un trombettiere di colore nel vedere la
sua divisa candida imbrattata
dall’uovo che gli avevo scagliato
addosso”.
Poi c’erano le manifestazioni
fuori il consolato.
“Iniziammo in occasione della
guerra di Corea e le intensificammo anni dopo con il
Vietnam. Manifestavamo anche
con le altre forze della sinistra
extraparlamentare, i ‘compagni
Andrea Geremicca
di strada’. Con loro su questo
tema non poteva esserci contrasto, il Pci era un partito schiettamente antiamericano”.
Ma degli Usa non vi piaceva
nulla, nemmeno gli aspetti
culturali?
“Non c’era nessuna indulgenza
verso gli scrittori e i musicisti
americani. Non riuscivamo a
scindere il popolo americano
dal suo governo, sia che il
Presidente fosse repubblicano o
democratico. Razionalmente
potevamo sapere che gli Usa
erano il baluardo della democrazia, ma vivevamo con l’Urss
un rapporto di sudditanza che
sfociava nella mitizzazione”
[ Renato d’Emmanuele ]
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numero 5 2007 - Suor Orsola Benincasa