inchiostro anno settimo numero 5 estate 2007 Periodico a cura della Scuola di giornalismo diretta da Paolo Mieli nell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli Spedizione in A.P. - 45% art. 2 - comma 20/b - legge 66/92 - Filiale di Napoli Un legame senza qualità Ernesto Galli della Loggia* Fu Napoli, non Catania, non Palermo, la prima città italiana che nel 1943 incontrò davvero gli Americani: perché era una delle capitali storiche del Paese, capace di rappresentarlo senza il peso di una soverchiante identità regionale (come accadeva invece per le città siciliane), e perché in quel momento Napoli aveva energie e personalità intellettuali in grado di elaborare l’incontro con l’ex nemico dandogli un significato generale, che valesse per tutta la nazione. Non è un caso se le due più importanti testimonianze letterarie sull’anima popolare italiana di allora, sulle genti della penisola sperdute tra le macerie materiali e spirituali della sconfitta - e cioè “La pelle” malapartiana e “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo abbiano proprio questa città come palcoscenico delle loro vicende. Come si sa, quell’incontro lontano ha avuto un seguito che dura tuttora. Base della VI Flotta americana, sede di comandi Usa e Nato, residenza di personale militare: non so se in termini numerici, ma senz’altro in termini simbolici, Napoli è il luogo d’Italia dove la presenza degli Stati Uniti ha avuto un maggiore spessore storico, ha espresso una maggiore valenza emblematica. Oggi è più difficile coglierlo perché i pericoli del terrorismo e la prudenza politica hanno indotto quella presenza a diradarsi, a sparpagliarsi, a farsi più discreta. Ma per molti versi è ancora così, mi pare. Una rete corposa di minuti rapporti economici, certi tenaci legami intellettuali (anche universitari) con il mondo anglosassone, o per fare tutt’altro esempio, il sound moderno che fluisce da tante radio napoletane, sono altrettanti diversi aspetti di un legame che non si è interrotto. Un legame di cui questo numero di “Inchiostro” ha per l’appunto cercato di ripercorrere la storia, di annotare le fasi, di ricordare alcuni passaggi e personaggi significativi. Un legame però, ci sia consentita questa annotazione polemica, di cui la classe dirigente napoletana, specie quella politica, in realtà non ha mai saputo che cosa fare, che cosa farsene; perché vissuto sostanzialmente con disinteresse e con imbarazzo. Un legame che è stato lasciato lì senza che a nessuno sia mai venuto in mente di costruirci qualcosa di più vasto e importante, di farne il momento iniziale di un qualche progetto, di una prospettiva di sviluppo e di vita nuova per la città. E dunque, alla fine, come tante cose in Italia, e in questa parte d’Italia in specie, l’ennesima occasione perduta. * Editorialista Corriere della Sera Naples Sessant’anni di storia Usa Charles Poletti è il primo protagonista nella storia degli americani a Napoli. Vice governatore dello Stato di New York, negli anni in cui la Grande Mela era amministrata dal sindaco Fiorello La Guardia e dalla potente comunità italo-americana, viene designato nel 1943, governatore militare americano a Napoli. Da politico che era, Poletti si trova a vestire la divisa dell’esercito con il grado di colonnello. Storia insolita e contraddittoria la sua: più volte accusato di contatti con la malavita organizzata, ha lasciato, nonostante la sua discussa immagine, un’impronta indelebile su Napoli negli anni della liberazione. [ continua alle pagg. 4 e 5 ] Ecco cosa succede nelle basi militari pagina 2 “La città non ci ama” Parla un funzionario Nato pagina 3 Le abitazioni nascoste e i luoghi dei soldati pagine 6 e 7 I nostri amati nemici Le memorie napoletane pagina 8 A ottobre comincia il nuovo master biennale della Scuola di Giornalismo Suor Orsola Benincasa Direzione Paolo Mieli - Lucio d’Alessandro In convenzione con l’Ordine Nazionale dei Giornalisti Abilita all’esame di Stato per l’accesso all’Albo dei Giornalisti Professionisti Bando d’iscrizione sul sito www.unisob.na.it > dopo laurea > master Informazioni 081.2522.226/227/229/279 Giornale online www.unisob.na.it/inchiostro Confetti e difetti Si dice che avendo concluso al teatro San Carlo il suo discorso sul ritorno della statua restaurata della ninfa Partenope sul frontone del teatro stesso, il Governatore abbia atteso invano l’applauso di rito. Qualcuno dice anche che tra gli astanti sia circolata l’idea di cantare il “Và pensiero” del Nabucco verdiano. Insomma i napoletani che, a quanto pare, hanno senso storico vorrebbero passare dal Rinascimento al Risorgimento. Il canto sarebbe però stato mal scelto non solo perché sui nostri “clivi e colli” olezza ben altro che “l’aure dolci del suolo natal”, ma anche perché con la nostra letteratura musicale non c’è affatto bisogno di ricorrere a un coro un po’ vecchiotto musicato da un padano le cui parole furono scritte, oltretutto, dal ferrarese Temistocle Solera. Sarebbe bastato ricorrere alle parole del più recente, e napoletanissimo, Renato Carosone: “Dopo i confetti sò usciti i difetti”. E qui i confetti li abbiamo mangiati da un bel po’… [ Il Fratello di Abele ] 2 le aree militari Campi sportivi, cinema e negozi. I militari di Bagnoli e Capodichino non escono volentieri dalle loro “zone riservate” Le basi? Nuovi Fort Apache A Bagnoli e Agnano non è più scontata la presenza di americani per strada, nei negozi, nei locali notturni. La maggior parte di loro si è progressivamente spostata verso altre località alle porte di Napoli e quelli che ancora ci sono in città hanno adottato uno stile di vita di più basso profilo, provano a non apparire troppo. Il comando Nato ad Agnano è però ancora un punto di canalizzazione non solo per i militari e le loro famiglie, ma anche per tutta una serie di lavoratori napoletani che ogni giorno entrano ed escono dalla sorvegliatissima base dell’area flegrea. Nella struttura militare dell’Organizzazione nordatlantica non ci sono solo americani, ma la loro presenza è maggioritaria. Così, tra Nato e Marina Usa, tra Napoli e le altre località dove sono dislocate basi militari e abitazioni civili, sono circa 16 mila le persone che provengono dagli Stati Uniti. Solo all’interno della Nato, la comunità statunitense tocca le seimila presenze, comprese le famiglie dei militari. Eppure di questa presenza così massiccia in città sembra non esserci traccia. La Nato, con il suo contingente cosmopolita, e le basi degli Stati Uniti costituiscono dei microcosmi all’interno dei quali brulicano migliaia di persone che lavorano, trascorrono il loro tempo libero, vivono e mandano i figli a scuola, ma che difficilmente entrano in contatto con il resto della città. Non è stato sempre così, vuoi per questioni meramente logistiche vuoi per motivi inerenti la sicurezza. Nel 1951, con la nascita del comando Afsouth (Forze alleate del Sud Europa), la collina di Posillipo incomincia a essere popolata da americani. In una palazzina si svolgeva tutta la loro vita. In poco tempo viene istituita anche una scuola americana, in via Manzoni, che ora non esiste più. E’ a partire dal 1954 che la zona di Agnano diventa il quartier generale delle forze statunitensi e di quelle della Nato. Questo spostamento dei centri operativi comporta uno spostamento delle abitazioni del personale delle basi. Adesso a Posillipo sono rimasti solo gli alti ufficiali o chi, ormai in pensione, sceglie di rimanere a Napoli piuttosto che fare rientro negli Stati Uniti. Tutti gli altri si spostano tra Bagnoli, Agnano e Pozzuoli, dove abiteranno per decenni. Incominciano a prendere case in affitto a napoletani e innescano un indotto economico, oltre che un fenomeno culturale, non indifferente. Non sono pochi gli abitanti di quelle zone che negli anni ’60 imparano qualche parola di inglese per velocizzare gli affari. Poi un evento dà il via a un cambiamento di rotta. Non si tratta di una questione di sicurezza militare, ma di incolumità fisica “tout court”. Il bradisismo. Tra ottobre 1983 e marzo 1984 si registrano eventi sismici imprevedibili. Le scosse telluriche, di diversa intensità, sono anche 500 al giorno e la terra si solleva quotidianamente di tre millimetri. I militari incominciano a non sentirsi sicuri nelle loro case, hanno paura e chiedono alla Commissione Difesa di poter lasciare Agnano e trovare un’altra sistemazione. La notizia non piace ai napoletani. O almeno a quelli che hanno interessi in gioco. A questo punto pare che una società, che deteneva la proprietà della costruzione di villette e campi per attività sportive che possano imitare lo stile di vita della madrepatria. Alla delocalizzazione si accompagna la decisione di costruire proprio a Lago Patria un altro quartier generale della Nato. Il nuovo complesso dovrebbe essere pronto entro il 2010, mentre nel 2011 dovrebbe iniziare il trasferimento da Bagnoli. Quasi 2100 militari e 350 civili lavoreranno e vivranno in un’area di 85 mila metri quadri, ben delimitata da una recinzione perimetrale di potrebbe immaginare, ma un semplice e sicuramente più europeo campo di calcio. A utilizzarlo non ci sono americani, che magari possono ritrovarsi su un campo di basket o meglio in piscina o in palestra, ma soprattutto europei. Anche i supermercati non hanno più tra gli scaffali solamente oggetti o alimenti che rispecchiano i gusti e le abitudini americane. L’approvvigionamento avviene come se si trattasse di un semplice supermercato italiano e non si importano beni dalla madre- Dopo la partenza delle truppe di occupazione, tra il 1947 e il 1948, il nuovo serbatoio di alimentazione del contrabbando fu proprio la Nato, libera di importare dagli Usa tutti i beni possibili e immaginabili, senza alcun vincolo doganale né controlli di alcuna natura da parte delle autorità italiane. […] Hanno i loro ospedali, le loro chiese, i loro spacci, la loro socialità chiusa a riccio. Napoli è soltanto un lembo d’inferno contiguo al loro paradiso: quel che conta è non sfiorarla neppure, salvo che a bordo delle Cadillac con i finestrini sollevati. [ Ermanno Rea, “Mistero Napoletano” ] maggior parte degli immobili dati in affitto ai militari, abbia chiesto aiuto a una lobby negli Stati Uniti per fare pressione sulla Commissione e convincerla del fatto che il bradisismo non costituisse un pericolo per gli abitanti della zona. La lobby persegue il suo obiettivo e gli americani, volenti o nolenti, restano nell’area dei Campi Flegrei. Ma in quel periodo sono molti i militari che cominciano a spostarsi verso Lago Patria e Castelvolturno, comuni a una ventina di chilometri da Napoli, ma più comodi per la tre chilometri. Ma la presenza degli americani nella base Nato è diminuita anche con la crescita delle altre comunità all’interno dell’Organizzazione nordatlantica. L’allargamento della Nato a 26 paesi ha, infatti, cambiato la fisionomia della popolazione della base. Così è pian piano cambiata anche la struttura della base, non più a misura di americano, ma più cosmopolita. Basti pensare agli impianti sportivi. Entrando nella base non ci sono i campi di baseball o di football americano che ci si patria, perché la comunità statunitense non è considerata sufficientemente grande da giustificare l’importazione diretta di beni dagli Stati Uniti. Una differenza con gli esercizi commerciali nostrani però c’è: i prezzi della merce, soprattutto elettronica, abbigliamento e cosmetica, sono più bassi. Dove invece arrivano i prodotti direttamente dalla madrepatria è a Capodichino, nel “Naval Support”, la base militare Usa a pochi metri dall’aeroporto civile napoletano. Qui tutto è esentasse. Solo per gli Alla fine tra i due popoli scatta l’amore Le donne Usa scelgono un marito italiano Patricia Reynolds ha 58 anni. Trent’anni fa, in vacanza con amici, visita Napoli per la prima volta e decide di trasferirsi in pianta stabile. “Avevo la sensazione di aver ancora molto da conoscere - ricorda Patricia - e così mi trovai un lavoretto che mi ha permesso di campare i primi mesi”. Le scuole di italiano per stranieri non erano ancora nate. Patricia compra una grammatica italiana e studia da autodidatta. “Per leggere in inglese andavo alla biblioteca del Consolato - continua a raccontare -. Era un luogo aperto mentre oggi, per questioni di sicurezza, l’accesso è possibile solo su appuntamento”. Patricia coltiva amicizie all’interno del Consolato e le viene proposto un lavoro da redattrice per testi in lingua inglese presso una casa editrice medico-scientifica. “Dopo qualche tempo ho conosciuto un giovane laureando che preparava la tesi in medicina con il mio capo medico”. Un incontro che muta le sorti di Patricia: i due convolano a nozze. La Reynolds si sposta per lavoro al Cnr e sceglie, insieme al marito, di non avere figli. “Ho visto troppe coppie miste con bimbi bilingue divise tra la vita e la cultura in Italia o in America. Molti si sono separati. Io e mio marito viviamo felici, senza figli, ma insieme”. Nel 1991 Patricia conosce e frequenta l’American women’s club. “Si socializza e si parla in lingua tra americane. Si dà sostegno a chi è appena arrivata a Napoli. Gli incontri del club si tengono una volta al mese alla Chiesa Anglicana. Si beve il tè oppure si mangiano piatti portati dalle socie”. Si festeggia anche il “Thank’s giving day” a novembre e il “Saint Patrick’s day” a marzo, quando si preparano esclusivamente cibi di colore verde, simbolo dell’Irlanda. Per le madri con bimbi bilingue gli incontri si tengono una volta a settimana. “Negli ultimi quattro anni - continua - c’è stata una nuova ondata di single e coppie americano-napoletane con figli bilingue. L’American women’s club sta preparando un vademecum per i nuovi arrivati, che incontrano come prima difficoltà quella di accedere ai servizi. “La vita in America è facile. Comprare o fittare casa, avere un contratto per la luce, il telefono e l’acqua è molto semplice. In Italia la trafila burocratica è lunghissima. E le difficoltà si accentuano per chi non parla l’italiano”. Gli ostacoli diventano enormi poi per chi ha bisogno di cure ospedaliere. “Negli States l’assistenza è ottima. Gli ospedali sono puliti e i degenti hanno tutto, perfino il pigiama. Qui invece le strutture sono spesso sporche”. Napoli però ha insegnato a Patricia qualcosa che reputa fondamentale: “L’arte del vivere il presente, il carpe diem”. [ Patrizia Varone ] americani però. I mille dipendenti italiani, tra amministrativi e operai, che lavorano all’interno della base non hanno, infatti, diritto ad acquistare prodotti negli spacci a stelle e strisce. A Capodichino, probabilmente più che a Bagnoli, la folta comunità di militari, accompagnati dalle famiglie, quasi non mette piede fuori dall’area recintata. E i comfort, per non entrare in città e restare tutto il giorno all’interno del “Naval Support”, ci sono tutti. Cinema, biblioteca, cineteca, palestra, piscina, campi di squash, ristoranti, un’agenzia turistica e un luogo di culto per le tre grandi religioni monoteiste. La particolarità di questi luoghi è che la maggior parte delle persone che vi lavorano sono figli di emigranti napoletani, tornati nella terra dei loro padri e avvantaggiati rispetto ai napoletani perché parlano inglese. Chi parla di una Napoli senza americani non è quindi del tutto lontano dalla verità. Ma se è vero che sono sempre di meno è anche vero che le cose sono cambiate molto dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Ora gli americani sono meno appariscenti, tendono a confondersi e non a distinguersi come era loro costume fino a pochi anni fa. Non si vedono più quelle schiere di militari che uscivano la sera in divisa o con le macchine facilmente riconoscibili per la targa “American Force” e i modelli d’Oltreoceano. Alcuni americani oggi si confondono con gli abitanti del luogo o sembrano semplici turisti, anche grazie al “programma di orientamento culturale” da tempo utilizzato da chi va a vivere, per un periodo mediolungo, in un paese straniero. Un programma che inizia già in patria. Un americano assegnato in Italia frequenta, prima di partire, un corso intensivo di lingua italiana. Arrivato a Napoli gli viene assegnato un tutor che lo accompagna per circa un mese in tutte le sue attività. In particolare nei primi 15 giorni l’“emigrante a tempo” non svolge servizio, si occupa solo della propria sistemazione e delle pratiche amministrative. Il tutor, americano, trasmette tutte le proprie esperienze, spiega il suo rapporto con la città, il modo in cui muoversi più facilmente, i luoghi da visitare e quelli da evitare. Non ci sono programmi scritti, tutto si basa solo sull’esperienza del tutor. Materiale informativo cartaceo viene invece fornito dalle istituzioni italiane. Alla fine del periodo napoletano, però, quasi sempre l’americano torna a casa senza conoscere la lingua e sapendo poco della città. Gli americani trascorrono gran parte del tempo libero nelle loro cittadelle e quello che conoscono di Napoli, spesso, si limita proprio a quella prima visita della città fatta al loro arrivo in Italia. [ Diego Dionoro Giuseppe Porcelli ] noi e loro 3 inchiostro estate 2007 Parla un alto funzionario Nato: “I politici locali non hanno interesse a dialogare con gli stranieri che hanno in casa” “Ma questa città non ci ama” “Non creda che non lo sappiamo: per molta gente di Napoli siamo solo gli ultimi di una lunga serie di invasori. Pensare che questa città sia ancora una meta ambita per gli americani è solo una bella illusione”. Xy è fatto così, parla diretto. Intellettuale oriundo a stelle e strisce, oggi occupa una prestigiosa scrivania della base Nato di Napoli. Tiene a precisare che esprime opinioni personali. Tuttavia non se la sente di rendere nota la propria identità. Paura di “ritorsioni”? “Non è questo. Le regole prevedono che solo i responsabili dell’ufficio stampa parlino con i giornalisti. Anche se tutto quello che dico rappresenta solo il mio punto di vista, i piani alti non gradirebbero. E si potrebbe credere che al mio pensiero sia associato quello dell’intera organizzazione”. Non è così? “No. Ci mancherebbe che la Nato avesse una dimensione emotiva. Però le assicuro che quello che dico rappresenta il pensiero individuale di molti inquilini delle basi”. Ma come, il sole, il golfo, le sfogliatelle? “Non scherziamo. La comunità internazionale ormai ha un’idea della città che non è quella falsata e melensa dei nostri padri. Tanti già da tempo vedono i gravi problemi del territorio e cercano di fare qualcosa per risolverli”. Vuoi risolvere i problemi di Napoli? “Non di Napoli, ma con Napoli. Cerchiamo costantemente di creare ponti tra la nostra comunità e il territorio. Organizziamo tutti gli anni attività, corsi e pubblicazioni che descrivono gli aspetti positivi di questa città”. Una cosa bella. “Sì, finché non ti rendi conto di vivere in un posto che ti respinge. Napoli è stata sempre molto ostile nei confronti della comunità internazionale. Ha sempre trattato gli stranieri come invasori o, al più, come persone da sfruttare. Non ha nessuna coscienza internazionale. Non credo l’abbia mai avuta: la descrizione che ne faceva Mark Twain nel suo diario di viaggio sembra la cronaca di un turista di oggi”. Le rammento che lei è mezzo napoletano. “E infatti non mi arrendo. Resto qui. Anche quando i miei familiari, che hanno vissuto a Napoli, mi chiedono perché non me ne torno da loro negli States. Ma non tutti fanno come me. Alla Nato appena arrivano, la prima cosa che succede a tante persone è che vengono rapinati, scippati, insultati. Se vieni da fuori, questa città ti si presenta come un pianeta incomprensibile. Perché se ti fermi davanti a un semaforo rosso ti iniziano a suonare e a riempirti di maleparole. Perché se ti metti in coda a uno sportello ti passano sfacciatamente avanti. E se reagisci ti minacciano pure. Perché un giorno sì e un altro pure quando stai andando in macchina arriva uno e ti dice: ‘Dottò, la gomma se ne sta andando’. Allora devi tirare dritto, se no ti prendono l’auto. Il passo successivo è la rassegnazione. E il rischio più grande è quello del razzismo. La resa alla massima: ‘Adattati perchè sono fatti così’.” Questo succede anche a molti turisti italiani. “Certo. E anche a me, che sembro napoletano e quando giro per la città non mi prendono per turista. Attenzione: non faccio di tutta l’erba un fascio. Il problema è una minoranza che però è capace di pregiudicare tutto. Molti cittadini sono cortesi nei confronti dei singoli. Altro problema è il rapporto che l’intera città ha con la comunità internazionale. Napoli nel suo complesso sembra impermeabile alla nostra presenza. Irritata”. La vostra politica isolazionistica non aiuta certo. “Isolazionismo? Non direi proprio. Manteniamo rapporti costanti con la stampa. In termini di trasparenza non credo che si possa pretendere di più da una struttura militare. Nelle caserme italiane succede lo stesso”. Mani tese dal territorio? “Mai viste. La città non è ricettiva. Non esiste nulla, non un assessore, non un referente che cerchi di creare condizioni di dialogo. È vero che gli amministratori hanno mille problemi da risolvere, ma non si pongono neanche il problema di come utilizzare questa comunità in chiave positiva”. Un esempio? “Il business turistico. Molti alle basi Nato ci arrivano con le migliori intenzioni. Sono pronti a tornare. Poi incontrano la città e al primo trasferimento se ne scappano con l’idea di non mettere più piede a Napoli. Il passaparola completa l’opera”. Ma di questa città non salva proprio nulla? “La speranza, propria della regione più giovane d’Italia. Una potenzialità straordinaria che andrebbe sfruttata, soprattutto in politica. Uno scenario che però non vedo realizzabile in pochi anni. I giovani di belle speranze da queste parti preferiscono emigrare”. [ Alessandro Potenza ] Radio Days a stelle e strisce Una camionetta dei carabinieri davanti al Consolato Usa in piazza della Repubblica a Napoli Ecco le spese degli Usa a Napoli: un bilancio di 400 milioni di euro l’anno “Si invitano i soldati a non fare commercio dei prodotti in vendita all’interno della base”. Ascoltando la radio delle forze armate americane di stanza a Napoli ci si può imbattere in annunci di questo tipo. Il fenomeno della vendita illegale di prodotti alimentari e non, che vengono forniti alla base Nato direttamente dall’America, è una pratica consolidata, tanto che il Dipartimento di Difesa statunitense, per porre un argine, fa ricorso a spot pubblicitari che a intervalli regolari sono messi in onda via radio. Ma chi sono gli acquirenti? I compratori non sono solo coloro che poi rivendono questi prodotti sul mercato clandestino, ma anche semplici cittadini che, per risparmiare, sfruttano conoscenze all’interno della base. Un mercato che per sua natura risulta difficile da quantificare. Ma l’indotto economico legato alla presenza dei contingenti americani a Napoli non è solo questo. Il mercato ufficiale vanta cifre da capogiro. Secondo fonti interne alla base, le forze militari Nato e Usa spendono complessivamente oltre 400 milioni di euro l’anno, 75 milioni dei quali spesi soltanto dalla Nato. La parte più florida di questa economia è costituita dal mercato immobiliare. Sarebbero più di 50 i milioni di euro spesi ogni anno per gli affitti. Anche la ricerca della casa è gestita all’interno delle aree militari. La base è dotata di un’agenzia immobiliare che richiede agli affittuari un complicato meccanismo per accreditarsi. Le case da affittare vengono ispezionate da parte del loro personale tecnico che valuta la presenza di determinati requisiti: abitazioni spaziose e confortevoli, dotate di ampio giardino, con posto auto rigorosamente a livello della strada, lontane dal traffico e il più possibile vicine alle zone militari. Per l’affitto di una casa i soldati spendono al mese dai 1500 ai 2500 euro. I prodotti alimentari li acquistano tutti all’interno della base, fa eccezione l’acqua che costa meno nei negozi napoletani. Inoltre tutti i soldati sono dotati di buoni per la benzina, che vengono spesi nelle stazioni di servizio italiane. Per i vestiti invece non hanno grandi pretese. L’alta moda italiana non soddisfa i gusti dei militari. Infatti preferiscono indossare capi di abbigliamento semplici e più vicini allo stile d’Oltreoceano, benché anche in questo caso la loro radio raccomanda di indossare abiti poco riconoscibili. E neanche per lo svago si allontano troppo dalla base. Preferiscono una pizza a Fuorigrotta e per i pic-nic all’aperto hanno luoghi specifici: il Carney park, uno spazio situato vicino Pozzuoli, dove nei giorni di festa con le rispettive famiglie sono soliti organizzare grigliate e il cui accesso ai non americani è consentito soltanto se autorizzati. [ Nicola Salati - Caterina Scilipoti ] “Napoli è una città stupenda: si mangia bene, le donne sono bellissime, ma è difficile trovare eventi interessanti. E poi tutta quell’immondizia per le strade, proprio un peccato”. Jeff Reilly, direttore della redazione campana della radio militare americana, sembra avere un’idea del capoluogo partenopeo non molto lontana dall’oleografia tradizionale. Una Napoli fatta di pizza, mandolino e gite fuori porta e nello stesso tempo vista come “un posto in cui è facile perdersi”. Forse perché, come dice Reilly, le differenze culturali sono notevoli o proprio perché i contatti dei militari con l’esterno della base o dei quartieri residenziali in cui vivono con le famiglie sono molto ridotti. “Ogni soldato resta a Napoli in media tre anni - aggiunge Reilly - e questo rende ancora più difficile integrarsi e mettere radici”. Da oltre 30 anni la radio militare americana trasmette per i soldati Usa di stanza in Campania e nel basso Lazio. Undici sono i membri dello staff che, oltre alla radio, con un’altra frequenza dedicata alla musica, realizzano anche servizi per la televisione militare. Talk show, partite della Nba, notiziari della Cbs, sessioni di musica country: chi si sintonizza sulla frequenze 106 e 107 Fm a Napoli e provincia si ritrova improvvisamente proiettato dall’altra parte dell’oceano. Il palinsesto si basa soprattutto su trasmissioni mutuate dai maggiori network americani, intervallate dai notiziari realizzati dalle redazioni militari. Sui 106 Fm c’è la “Eagle radio”, che trasmette un mix di musica dalle popular hits all’urban, dal rock al country. E il sabato c’è lo show del Sergente Trevor Pedro trasmesso da Napoli in tutte le basi europee. Sui 107 c’è la “Power Radio”, dedicata soprattutto all’informazione. I soldati possono ricevere tutti gli aggiornamenti sulle competizioni sportive nel programma cult “Sports overnight America”. La televisione satellitare, visibile solo mediante appositi decoder in dotazione all’esercito, ha dieci canali differenti. Negli studi della base di Gricignano di Aversa, in provincia di Caserta, vengono realizzati i programmi di interesse locale e regionale. Programmi di intrattenimento e di servizio per un’audience di circa 15 mila militari e civili. “Trasmettiamo - spiega Reilly - un notiziario locale ogni ora, concentrandoci soprattutto sulle pratiche burocratiche, sui suggerimenti per il tempo libero e sulla sicurezza dei nostri soldati”. Nel notiziario radiofonico, così come nel report televisivo di due minuti che va in onda sulla rete Afn Atlantic alle 18,30 e alle 22,30, non c’è traccia delle faide di camorra e dell’attualità politica campana. A tenere banco sono partite di golf, picnic all’aria aperta e weekend alle terme. Oltre a informazioni di servizio e pubblicità, naturalmente. La redazione di Gricignano fa parte dell’Afn (American forces network). Una rete di servizio, nata con il proposito di portare una “ventata d’America” ai soldati impegnati Oltreoceano e alle loro famiglie. [ Pasquale De Vita ] 4 le cronache Sessant’anni di storia am [ Segue dalla prima pagina ] Nei mesi del ‘43, mentre gli alleati arrivano a Napoli da Salerno, la città, devastata da oltre 130 bombardamenti è ridotta a un cumulo di macerie. Manca il gas, l’energia elettrica e l’acqua corrente, più di 800mila napoletani sono senza viveri da giorni. Il porto è un cimitero d’acciaio. In acqua giacciono centinaia di navi semiaffondate. Nel centro, vecchi e nuovi palazzi crollano di continuo. Gli alleati contribuiscono in vario modo a rimettere in piedi una città distrutta. I soldati indiani, ad esempio, sono incaricati di buttar giù con la dinamite le strutture pericolanti, mentre si lavora incessantemente per ricostruire il porto che in poco tempo diventerà il più attivo d’Europa, con una quantità di traffico superiore anche a quella di New York. Dal porto arrivano i rifornimenti per le truppe. L’enorme massa di prodotti destinati all’esercito genera, però, uno scompenso nell’economia della città fino ad allora ridotta alla fame. Oltre un terzo delle merci alimenta il mercato nero, il contrabbando e la ricettazione. Pur di dar da mangiare alle loro famiglie, migliaia di donne si prostituiscono. Il giro di denaro alimentato da queste attività illegali circola attorno alla città di Nola, trasformata nel grande magazzino destinato a custodire i rifornimenti per gli alleati. * * * Mentre la città scopre cosa significhi essere la retrovia di un grande esercito in guerra, entra in scena il secondo protagonista della storia degli americani a Napoli: il comandante della quinta armata Mark Clark. La sua entrata in città ha toni epici. Il Cardinale Alessio Una famiglia saluta l’ingresso degli Alleati in città Ascalesi celebra una messa in suo onore e il Rettore dell’Università, Adolfo Omodeo, gli offre addirittura una laurea honoris causa. Clark fa di via Caracciolo la pista di atterraggio per il suo aereo privato. Ne sono testimonianza i filmati conservati negli archivi di Washington. A girarli alcuni operatori cinematografici e registi di Hollywood, arruolati al seguito dell’esercito. Sono le cosiddette unità Combat Film. Della città riprendono qualsiasi cosa: l’euforia e la fame, le devastazioni, le esplosioni delle mine. Le troupe cinematografiche americane riescono a dare uno spaccato di storia incredibilmente realistico, restituendo al mondo le immagini di città straordinaria in un’epoca di miseria e devastazione. Peter Tompkins, ex agente segreto americano, ha ricordato in un documentario trasmesso sulla Rai, come la condizione della Napoli di quegli anni fosse ben più grave di quella descritta da Malaparte nel Lo sbarco dei “palombielli” Sessantacinque anni, una vita trascorsa a lavorare nel porto, Bruno Aponte è oggi il presidente dell’Associazione Navigazione Libera del golfo di Napoli. Il suo racconto dell’incontro con gli americani parte dagli anni ’50 e ’60, quando più forte fu l’impatto che i napoletani ebbero con i militari Usa: “Da un lato i rapporti con la gente del posto erano molto buoni – spiega Aponte –. I napoletani con l’arte di arrangiarsi in mille mestieri erano abili nel rendersi utili, se non indispensabili, agli americani. D’altro canto, i militari erano ricchi, erano attratti dalla bella vita, e avevano un impatto positivo con una città così diversa nelle abitudini e nell’aspetto dalle loro. Inoltre, in parte, sfruttavano la nostra povertà. Gli americani potevano spendere e nel dopoguerra Napoli era tutta da ricostruire: dopo i bombardamenti, la città era completamente distrutta e bisognava rifare strade, palazzi, tutto”. Gli americani arrivarono, portando ricchezza ma anche caos. Spesso si ubriacavano, giocavano d’azzardo e lasciavano bottiglie dappertutto. Il rapporto tra loro e la città era quindi di scambio ma anche di conflitto: “Ero ancora un ragazzino quando arrivarono i primi militari. Ricordo che avevo 15 anni e aiutavo i turisti a sbarcare nel porto. Quasi ogni giorno vedevo la squadra navale americana che attraccava al molo Beverello. C’era un grande fermento nel porto, si cercava di riprendersi dagli anni bui della guerra. Noi li chiamavamo i ‘palombielli’, perché erano sempre vestiti di bianco. Gli americani che vedevamo erano soprattutto militari. Ogni volta che sbarcavano a Napoli, c’erano gli accompagnatori locali che li attendevano al varco della Stazione Marittima e li portavano dappertutto in cambio di pochi spiccioli”. [ Elena Della Rocca ] Non era colpa di Jimmy se il popolo napoletano soffriva. Quel terribile spettacolo di dolore e di miseria non insudiciava né i suoi occhi né il suo cuore. Jimmy aveva la coscienza tranquilla. Che cosa avrebbe potuto fare per tentare di alleviare le atroci sofferenze fisiche del popolo napoletano, dei popoli europei? Tutto quello che Jimmy poteva fare era di prendere su se stesso una parte della responsabilità morale delle loro sofferenze non come americano, ma come cristiano. Forse sarebbe meglio dire non soltanto come cristiano, ma anche come americano. Ed è questa la vera ragione per la quale io amo gli americani, sono profondamente grato agli americani, e li considero il più generoso, il più puro, il migliore e il più disinteressato popolo della terra: un meraviglioso popolo. [ Curzio Malaparte, “La pelle” ] celebre libro “La pelle”. Tompkins nell’intervista ricorda il dilagare della prostituzione minorile: “Un soldato americano - racconta - con qualche scatoletta di cibo poteva comprare chiunque. Gli scugnizzi e i ragazzini vendevano le sorelle”. In questo panorama di dissoluzione materiale e morale ha luogo, poi, un evento catastrofico. Il 18 marzo 1944 il Vesuvio erutta. Le unità Combat Film documentano ogni singolo istante dell’evento. Il vulcano distrugge le città di San Sebastiano e Cercola. Le ceneri annientano anche uno stormo di bombardieri americani B-25 nei pressi di Terzigno. Ironia della sorte, l’Osservatorio Vesuviano era stato trasformato, nei giorni precedenti, nella stazione meteorologica degli alleati e allo staff della struttura era stata concessa solo una misera stanzetta per svolgere le ordinarie mansioni di monitoraggio. In quegli anni molti degli edifici napoletani e delle strutture storiche della città sono riadattate per le esigenze belliche: la Villa Comunale, ad esempio, è trasformata in un enorme accampamento a cielo aperto, la scuola Vanvitelli, al Vomero, diventa un alloggio per le truppe di colore, il palazzo della Upim, un mercato militare, quello della Singer al Rettifilo la stazione radio, nel Palazzo delle Assicurazioni, in piazza Carità si installa la sede della Croce Rossa. Proprio la Croce Rossa, insieme ai militari americani, cerca di arginare una delle maggiori emergenze del momento: le epidemie, come quella di tifo petec- chiale. Con il Ddt, vengono irrorati oltre 600mila partenopei. Gli americani promuovono, poi, la cosiddetta “Giornata della pulizia” lavando le strade di Napoli dagli ammassi di detriti e di polvere. “Il governo alleato - sottolinea Ermanno Corsi nel suo libro “Napoli contemporanea” - comprende subito che Napoli non è una città da occupare, ma da rimettere in piedi”. Tra i problemi da risolvere in fretta c’è anche quello di rimettere in moto la vita istituzionale cittadina. Nell’aprile del 1944, il Governatore alleato Poletti si affretta, quindi, a nominare a Palazzo San Giacomo un uomo estraneo al fascismo: Gustavo Ingrosso. Avvocato e professore universitario, è lui il primo sindaco della Napoli liberata. * * * Nel 1949, mentre per la città inizia un nuovo corso democratico, gli alleati costituiscono un’organizzazione intergovernativa allo scopo di assicurare la pace e la sicurezza in Europa. Si tratta della Nato. Nel maggio del 1951 il generale Eisenhower, in una conferenza stampa a Parigi, annuncia la creazione in Italia di un quartier generale della Nato per tutto il Sud Europa. La sua sede è Napoli. Eisenhower fa anche il nome dell’uomo che ne assumerà il comando: l’ammiraglio Robert Bostwick Carney. È il 19 giugno. Due giorni dopo Carney arriva in città a bordo della U.S.S. Olympus, nave precedentemente impiegata per la più grande operazione militare degli Stati Uniti in Antartide. La portaerei saluta il golfo con 21 colpi di artiglieria. Inizia così, a Napoli, la storia del Comando delle Forze Alleate del Sud Europa, quello che gli americani chiamano Afsouth. Carney ha enormi responsabilità, ma pochi mezzi. Manca tra le tante cose una sede per ospitare gli uffici del comando. In un primo momento il quartier generale viene posto a bordo della U.S.S. Olympus, si sposterà poi in un appartamento a Posillipo. Solo nel 1952 viene individuata, a Bagnoli, un’area adatta ad accogliere l’Afsouth in via permanente. È un fondo di proprietà del Banco di Napoli, precedentemente destinato al Ministero per la guerra fascista, poi passato ai tedeschi e successivamente a un’organizzazione internazionale per i rifugiati. La struttura è in pessime condizioni e sono necessari due anni di lavoro per renderla nuovamente agibile. I costi delle operazioni sono coperti per un terzo dagli americani e per i restanti due terzi dal governo italiano. Nel 1953, mentre i lavori per il trasferimento dell’Afsouth a Bagnoli si avviano a conclusione, Carney è rimosso dal comando. A inaugurare ufficialmente la sede, il 4 aprile dell’anno successivo, ci sarà un nuovo comandante: l’ammiraglio William Fechteler. * * * Luglio 1963: John Fitzgerald Kennedy viene in visita a Napoli. Morirà pochi mesi dopo. In quegli anni presso il consolato generale degli Stati Uniti di piazza della Repubblica lavorano circa duecento persone, mai sono state così tante nei tre secoli di vita del consolato. Una folla di persone segue la sfilata insieme al Presidente della Repubblica Antonio Segni, alle autorità locali e al console Homer M. Byington jr., la cui famiglia per tre generazioni ha rappresentato il governo statunitense a Napoli in un periodo che dura complessivamente 29 anni: un vero record. La guerra nel Vietnam non è ancora cominciata e la guerra di Corea è ormai lontana. Nelle basi militari dove vivono gli americani a Napoli c’è un clima tranquillo. L’Uso (United Service Organization), che ha una sede a Napoli dal 1941, organizza assistenza e intrattenimento per le truppe. Alcuni napoletani che avevano contatti con i militari ricordano che giocavano insieme al bingo e compravano Coca-cola nei loro spacci. All’epoca i militari americani non uscivano molto. Si ritrovavano in alcuni locali, sempre gli stessi, qualcuno si ubriacava e faceva parlare di sé ma in generale non davano fastidio alla popolazione anche perché restavano sempre tra di loro. I testimoni ricordano ancora che gli americani, venuti con la propria famiglia, avevano preso in affitto alcune case nelle zone migliori della città, come Posillipo. I napoletani che trattavano con loro s’impegnavano non poco per farsi capire. Si riconoscevano facilmente anche dalle auto che, oltre a essere modelli poco diffusi, erano targate diversamente”. Arrivano gli anni della contestazione studentesca. Anche Napoli viene coinvolta. I giovani che manifestano contro la guerra nel Vietnam, si rivolgono a un esercito molto vicino. Il 25 aprile 1967 è ricordato per un’importante manifestazione. In le cronache 5 inchiostro estate 2007 mericana sotto il Vesuvio Il soldato americano e lo scugnizzo napoletano nel film “Paisà” di Roberto Rossellini, 1946 uno dei volantini distribuiti si parla di Lyndon Johnson e delle sue probabili dimissioni. Il presidente americano è definito una “figura patetica, distrutta e rammollita” che fino al giorno prima si presentava come il grande capo, dal pugno giusto e forte e “in realtà ha fatto tutto ciò che i suoi padroni, i capitalisti americani, volevano che facesse: ora, però, di fronte all’attacco vittorioso al popolo vietnamita, di una parte dello stesso popolo statunitense, guidato dal Potere Negro, deve pagare le conseguenze. Ma lui è solo un fantoccio. I veri padroni potranno così ripresentarsi domani con facce diverse, - continua il volantino - magari inneggiando al vecchio o al nuovo Kennedy e propagandando la loro grande società”. La presenza a Napoli degli americani è sempre stata soprattutto di carattere militare. Ma in quel periodo cominciano a venire in Italia dei ragazzi che intendono studiare medicina, una facoltà che adesso come allora è molto costosa negli Stati Uniti. * * * La popolarità degli americani cresce in occasione dell’epidemia di colera che colpisce la città alla fine dell’agosto 1973. Per contribuire alla vaccinazione di massa, gli americani inviano agli ospedali strumenti che permettono di vaccinare in maniera molto più rapida rispetto a quella tradizionale. Negli anni Ottanta, con la fine della Guerra Fredda e la campagna di riduzione delle spese lanciata dal governo Usa, si riduce la presenza degli americani a Napoli. Anche l’Usis (United States Information Service), un’agenzia governativa nata dopo la seconda guerra mondiale per diffondere la cultura americana in Europa, entra nella sua fase calante. L’importante biblioteca rimane aperta ma le sue attività diminuiscono. Dal 1963 è la Biblioteca Nazionale a ospitarla. A Napoli, nell’aprile 1988, un’autobomba esplode presso la sede Uso uccidendo cinque americani. Tra di loro c’è una donna: è la prima vittima femminile della marina militare americana a morire in un attacco terroristico. Gli anni Novanta non sono meno burrascosi. Gli americani hanno occupato l’aerea del Golfo Persico. Il clima politico è teso. Le contestazioni in piazza sono numerose e coinvolgono anche Napoli. Pochi anni dopo, nel 1994, inizia a Gricignano la costruzione del “Naval support site”. Il 1994 è lo stesso anno in cui Napoli è per la seconda volta visitata da un presidente americano, Bill Clinton, che viene in occasione del G7. La popolazione lo accoglie calorosamente. Clinton si ferma a mangiare in una pizzeria di via dei Tribunali che da allora cambierà nome e si chiamerà in suo onore “Il Presidente”. Nel 1997, la magistratura italiana scopre che gli appalti presso la sede Nato di Sigonella sono gestiti da Cosa Nostra. Il governo statunitense si dichiara parte lesa. Napoli è coinvolta nel caso perchè il dipartimento investigativo antimafia dichiara che “sfruttando i rapporti con i responsabili della Marina americana e con i funzionari degli uffici-contratto delle basi Nato di Napoli e Sigonella, [i funzionari] hanno favorito l’aggiudicazione delle gare d’appalto”. Dopo il 2001, in seguito all’attentato alle Torri Gemelle di New York, molte leggi cambiano. Le macchine americane verranno ritargate in Italia e nessuno, nemmeno gli americani, potrà più entrare all’interno del Consolato senza autorizzazione. La commemorazione dell’attacco terroristico, nel giorno del suo primo anniversario, vede la partecipazione del sindaco Rosa Russo Iervolino insieme al console Clyde Bishop e al corpo dei vigili del fuoco di Napoli. Nel 2005 c’erano in Campania quasi diecimila americani. Al momento i militari americani sono presenti presso il Comando dei Marines, nell’isolotto di Nisida con la base di sommergibili. Il porto cittadino viene normalmente impiegato dalle unità militari statunitensi. Si calcola che nella penisola italiana, soprattutto da Napoli e Livorno, transitino annualmente migliaia di container di materiale militare. L’aeroporto di Napoli Capodichino è sede di una base Usaf. Altri militari americani sono inoltre presenti in Campania con antenne di telecomunicazioni al Monte Camaldoli, a Ischia, a Licola, a Lago Patria e a Montevergine. Oltre che a Bagnoli, Agnano, Giugliano, Grazzanise e Mondragone. Qui c’è un sotterraneo antiatomico, dove dovrebbero essere spostati i comandi Usa e Nato in caso di guerra. [ Daniele Demarco Caterina Morlunghi ] Quando Carosone scoprì “l’americano” "La canzone nacque in un quarto d'ora, di getto, una vera bomba, eravamo tutti come impazziti - disse Carosone quando in diverse trasmissioni televisive ricostruì il suo percorso professionale -. Capimmo subito che sarebbe stato un grandissimo successo". E infatti il successo della canzone è immediato. Sono gli anni del dopoguerra. Sono i tempi in cui i giovani cercano di parlare inglese e di vestirsi all’americana. Tutto ciò che proviene d’oltreoceano diventa desiderabile ai loro occhi: le canzoni, i vestiti, la lingua, il cibo. Anche a Napoli. In Italia si diffonde il mito dell’America, delle sue canzoni, della sua “way of life”. Il direttore della Ricordi Mariano Rapetti commissiona al cantante Carosone e al paroliere Nicola Salerno alcuni pezzi per una gara radiofonica. Nel 1956 i due scrivono il testo di “Tu vuo’ fa’ l’americano”, evidente versione napoletana del mito degli Usa, il ritratto ironico di un giovane che balla swing e jazz made in Italy. Il brano fa immediatamente il giro del mondo. Nel film “La baia di Napoli” di Melville Shavelson Sofia Loren canta “Tu vuo’ fa’ l’americano” in coppia con Clarke Gable. “Tu vuo’ fa’ l’americano” rimane ancora oggi il simbolo della parabola artistica di Carosone. L'artista partenopeo si mostra un autentico umorista della musica popolare italiana, ma anche un anticipatore della commistione di generi musicali. Alcuni critici musicali hanno scritto che Carosone si fosse ispirato a Renzo Arbore per la composizione del testo, quasi a dedicargli la canzone. Il cantante foggiano aveva infatti un debole per la musica a stelle e strisce, fin dai tempi in cui suonava a Napoli nei “South Railway Travellers” negli anni Cinquanta, nei club frequentati da americani. [ Marco Lombardini ] 6 i luoghi Un viaggio per le strade Bagnoli convive con gli americani, ma non se ne accorge. Dalla stazione della Cumana, la base dista poche centinaia di metri. Nella zona immediatamente antistante si avvertono pochi rumori, poche le auto parcheggiate ai bordi della strada. Una strada ricoperta di cemento che potrebbe ospitare tre, quattro campi di calcio, eppure non si scorge l’ombra di un bimbo che gioca. Proseguendo verso il territorio Nato qualche sparuta presenza si nota. Un soldato in divisa si accinge a prendere servizio. Dice che preferisce non parlare perché è tardi e non ha tempo per affidare dichiarazioni ai nostri taccuini. Anche gli abitanti della città sembrano non accorgersi della presenza degli americani. Molti militari rimangono a Napoli per poco e dedicano la maggior parte del loro tempo all’addestramento. I bar sono i luoghi dove si vedono più di frequente. “Di solito vengono di mattina o dopo pranzo a piccoli gruppi”, afferma la titolare di uno di questi esercizi nei dintorni della struttura militare. Nel cinema “La Perla”, a poche centinaia di metri, non si proiettano più i film hollywoodiani in lingua originale. “Da un po’ di tempo spiega il proprietario del cinema non abbiamo più l’abitudine di dare film in inglese perché la frequenza è calata e non è più conveniente continuare”. E nel vicino “Salone” il vecchio barbiere non vede da tempo i soldati che rasava a zero come impone la moda dei marine. Qualcuno, ma sono sempre di meno, continua a Una palazzina all’interno del comprensorio di Gricignano d’Aversa fare la spesa al supermercato. Di solito prendono prodotti tipici italiani come la pizza e la mozzarella, ma ricercano anche i loro marchi e le loro specialità. Solo nel giorno del Ringraziamento, a novembre, gli americani passano per ordinare del tacchino come nella loro tradizione. Sempre più delle presenze ombra quelle degli americani a Bagnoli. Anche se ci sono delle eccezioni. Herman Chanowitz oggi ha 92 anni. Ha lavorato a lungo nella base e ha scelto di ritornare in Italia dopo la pensione perché ha sposato una siciliana conosciuta dopo lo sbarco a Salerno durante la seconda guerra mondiale. In tutto è rimasto nel Bel Paese per quasi 25 anni. Racconta di avere molti amici alla Nato e di trascorrere il tempo libero andandoli a trovare spesso per fare due chiacchiere e passeggiare. I parchi sono circondati da filo spinato e sorvegliati da vigilanti. L’accesso è strettamente riservato. L’interno assomiglia a un campus universitario, con villette a schiera, piccole palazzine, tanto verde con campi di basket e da baseball. I nuovi quartieri sono sì funzionali, ma sorgono in mezzo al deserto e mancano della bellezza geografica che caratterizzava i vecchi alloggi dei militari americani a Bagnoli e Pozzuoli. Si organizzano frequenti gite lungo la costiera sorrentina e nei siti archeologici di Pozzuoli, Ercolano e Pompei. O ancora nei luoghi di benessere, alle terme di Ischia o di Agnano. Tutti in pullman, come un qualsiasi gruppo di turisti che viene dalla Germania o dal Giappone. Fuori l’Italia, dentro gli Stati Uniti. Carabinieri a guardia dell’ingresso della base, per controllare le auto in entrata, e soldati in mimetica all’interno. * * * La base Nato di Bagnoli è una città nella città, dove italiani e americani si integrano lavorando insieme. Lo stesso accade tra i più piccoli. Giovani dai 3 ai 13 anni lavano, cucinano, riordinano. E intanto imparano le lingue e studiano. Sono i ragazzi della scuola montessoriana della Nato, per lo più figli di funzionari. A Bagnoli studiano anche ragazzi esterni, che ogni giorno apprendono attraverso il gioco. Un metodo innovativo, il loro, soprattutto perché inserito nella difficile realtà scolastica napoletana. Un mondo a parte, fatto di compiti in aula e mai fuori dalle ore dei corsi, di sport all’aria aperta, di lezioni dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio. “Il nostro istituto prevede un intenso programma di inglese - spiega Mrs. Fedele, direttrice del centro -. Ma i ragazzi rappresentano 26 nazionalità diverse. Per questo motivo offriamo anche programmi di francese, tedesco, spagnolo. L’educazione è, inoltre, bilanciata tra un orientamento classico e uno scientifico, per fornire tutti gli strumenti di conoscenza necessari per la vita futura”. All’inizio di ogni anno, alle famiglie viene consegnato un opuscolo informativo, che illustra tutte le norme inchiostro Anno VII numero 5 estate 2007 Chiuso in redazione il 18 Maggio 2007 Periodico a cura della Scuola di giornalismo dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa diretta da Paolo Mieli Direttore editoriale Francesco M. De Sanctis Condirettore Lucio d’Alessandro Direttore responsabile Arturo Lando Coordinamento redazionale Alfredo d’Agnese Carla Mannelli Alessandra Origo Guido Pocobelli Ragosta Caporedattore Diego Dionoro Capi servizio Ornella d’Anna Iolanda Palumbo Laura Pirone Giuseppe Porcelli In redazione Gaetano Agrelli, Eugenio Francesco Bonanata, Anna Clemente, Adriana Costanzo, Elena Della Rocca, Daniele Demarco, Renato d’Emmanuele, Pasquale De Vita, Nadia Fiore, Mario Leombruno, comportamentali che genitori e studenti si impegnano a rispettare. Tanti i divieti: gli allievi della scuola non possono indossare abiti né troppo corti né disordinati, devono apporre delle etichette sugli effetti personali e possono raggiungere le aule solo con un apposito pullmino che transita all’interno della base. Inoltre, sono tenuti a rispettare le festività italiane e quelle americane. “Certo, non è facile - dice A. P., mamma di una delle iscritte -. Dobbiamo imparare a convivere con orari e regole molto più rigide, differenti da quelle italiane. Però c’è il vantaggio di un’offerta formativa altamente qualificata e poi possiamo seguire davvero i nostri figli”. * * * In realtà gli americani non hanno abbandonato la provincia napoletana, si sono solo spostati. La base di Bagnoli si sta lentamente trasferendo a Lago Patria e i soldati delle forze armate alleate oggi abitano in quartieri periferici del tutto autosufficienti e sorvegliati, come nelle enclave del Villaggio Coppola, di Varcaturo, di Lago Patria e di Gricignano di Aversa. Una soluzione comoda: in questo modo sono più vicini alle nuove sedi logistiche della Nato, costruite ai confini estremi della città. Una manna caduta dal cielo per gli immobiliaristi che hanno immediatamente fiutato l’affare. Un’occasione per dare libero sfogo alle loro fantasie di cemento, potendo contare su clienti sicuri e danarosi. Marco Lombardini, Ornella Mincione, Caterina Morlunghi, Giulia Cajetana Nardone, Alessandro Potenza, Luca Romano, Nicola Salati, Caterina Scilipoti, Patrizia Varone. Spedizioni Vincenzo Crispino Vincenzo Esposito tel. 081.2522278 Editore Università degli Studi Suor Orsola Benincasa 80135 Napoli via Suor Orsola 10 Partita Iva 03375800632 Redazione 80135 Napoli via Suor Orsola 10 tel. 081.2522229/234/236 fax 081.2522212 Registrazione Tribunale di Napoli n. 5210 del 2/5/2001 Stampa Imago sas di Elisabetta Prozzillo Napoli 80123 via del Marzano 6 Partita Iva 05499970639 Progetto gra co Sergio Prozzillo Impaginazione Luca Bottigliero i luoghi 7 inchiostro estate 2007 dell’America nostrana Il mitra, l’elmetto, la tuta mimetica. Il soldato a guardia della base americana di Gricignano di Aversa, in provincia di Caserta, sembra in assetto da guerra, pronto per la trincea. All’ingresso, a metà pomeriggio, però, regola il traffico delle automobili che fanno ritorno, dopo una giornata di lavoro trascorsa nelle altre basi presenti in Campania. Entrare lì, se non sei americano o sei sprovvisto del permesso, non è possibile. Per ottenere l’autorizzazione, si deve fare la richiesta al Consolato americano di Napoli. Da lì però dicono che bisogna parlare direttamente con i responsabili delle basi. Ma l’attesa è lunga. Tempi che non sono solo quelli della burocrazia, ma anche quelli che occorrono per verificare che chi ha inoltrato la richiesta sia uno a posto. Intorno a questo insediamento urbano gli abitanti della zona sono in grado di indicarti la strada per accedervi ma nessuno è capace di raccontare cosa ci sia esattamente dentro. “Dopo il ponte girate a sinistra, poi all’incrocio proseguite dritto”, spiega Antonio, un anziano abitante del posto. “Sono entrata una sola volta - racconta Maria Pia, 40 anni -. Era per una visita guidata alla base, organizzata dalla scuola di mio figlio. E siamo stati scortati dai soldati durante il giro”. Non hanno visto molto, solo le cose che è possibile vedere anche dall’esterno. Alla fine di una strada in discesa, dalla quale qualcosa già si intravede, si arriva alla Us Navy. A girarci intorno è un percorso tutto delimitato da reti di ferro che partono da terra e si innalzano per quasi tre metri. È tutto a vista, almeno per quanto riguarda gli spazi aperti destinati allo sport. Un campo di rugby con qualche ragazzo che si allena, uno di calcio e campi di tennis e ancora parco giochi per ragazzi. Poi prati molto curati e altri parchi per bambini. Gli americani, dentro, vivono in palazzi di tre piani. Ma ci sono anche villette a schiera, qualcuna con la bandiera a stelle e strisce attaccata al balcone. Gli americani qui non sono una novità. “Qualche volta escono per andare a divertirsi”, racconta il signor Raffaele. E dove vanno? “Non lo so - risponde - forse dove si trovano i locali simili ai loro pub”. Non si vedono spesso in giro perché nella base c’è tutto. Anche il cinema. Fuori una fermata a richiesta del pullman, due officine di riparazione delle auto e un venditore ambulante di tappeti. “Vengono per fare aggiustare guasti al motore o per cambiare un fanalino - dice uno dei meccanici -. Spesso gli americani noleggiano le auto per un paio di giorni”. Ma pagano in dollari? “No - risponde -. Lo stipendio è in dollari, ma loro li cambiano con l’euro”. Il venditore ambulante, un marocchino che gira con il furgoncino carico di merce nei dintorni dell’agro aversano, dice che gli americani i tappeti li comprano, “sono simpatici, ma fuori si vedono poco”. * * * Alla base, i militari vivono con le loro famiglie. I bambini e i ragazzi frequentano la scuola interna aperta solo ai figli degli impiegati del Dipartimento della Difesa americana, siano essi civili o soldati. Nel palazzo non ci sono scritte che dicano chi siamo e cosa facciamo qui, ed è difficile capire perché mai la gente presuma che questo debba essere il Comando della polizia segreta inglese. Fatto sta che lo sanno, e cominciamo a essere sommersi da un flusso ininterrotto di visitatori, ciascuno dei quali ci offre i propri servigi come informatore. La questione del compenso non viene mai sollevata. I nostri visitatori sono disposti a lavorare per noi per pura e disinteressata devozione alla causa alleata. Sono quasi tutti liberi professionisti, e ci consegnano biglietti da visita con stampato a belle lettere il titolo di Avvocato, Dottore, Ingegnere o Professore. [ Norman Lewis, “Napoli ‘44” ] la stessa aria di chi vive qui da sempre. Nessuno li sente. Escono molto presto la mattina con i bambini pronti per andare a scuola. Rientrano a casa nel tardo pomeriggio. Quando li vedi sono in tuta mimetica o in pantaloncini, anche in pieno inverno. A Lago Patria ci dormono solo. A chiunque domandi dove vivano gli americani senti rispondere: “Al parco Marenola”. All’interno del parco, però, le famiglie americane convivono con quelle italiane. La maggior parte vive in ville con giardini ed è in affitto: arrivano in Italia per esigenze di lavoro e popolano queste case per quasi tre anni. “Sono persone tranquille, non li sento e non li vedo. Quando capita ci salutiamo, ma niente di più”. Così dice Rosa, che vive accanto a una famiglia americana. C’è chi a Lago Patria con queste persone ha stretto rapporti di amicizia. “Per oltre tre anni - racconta Caterina - nel mio parco ha vissuto una famiglia della Virginia. Siamo diventati inseparabili. Jeff, il capofamiglia, lavorava come medico alla base. La moglie Lisa frequentava corsi d’italiano. Le loro due figlie sono cresciute insieme a mia sorella minore”. La famiglia Caporossi, pur essendo straniera, ha amato l’Italia e soprattutto Napoli. Jeff adorava la cucina ita- liana, Lisa frequentava i negozi di abbigliamento del luogo. “Quando sono partiti - continua - è stato un dispiacere. Uscivamo spesso insieme. Tante volte sono andata alle loro feste. Quello che preferivano era viaggiare. In tre anni hanno visitato quasi tutta la penisola”. Ma non tutti gli americani a Lago Patria si integrano con la gente del luogo. A volte si incontrano nei supermercati o nei distributori di benzina. Ma la loro giornata trascorre altrove: nelle basi o nei posti di lavoro. * * * Al Parco Mazzola, sempre a Lago Patria, c’è una scuola elementare rigorosamente americana. La “British forces school” occasionalmente apre le porte a studenti di nazionalità diversa. Solo per una visita guidata però. E’ una piccola fortezza americana nel verde del territorio. Sono le 10, squilla la campanella, è l’ora della ricreazione. Dall’esterno dell’istituto si sente un vociare di bambini. Se non presti attenzione la British sembra essere una scuola italiana. Qual è la differenza? Finita la pausa, tutti tornano o tra i banchi. Cosa studiano? Difficile saperlo: l’accesso è negato. A cura di Laura Pirone, Adriana Costanzo, Iolanda Palumbo, Luca Romano, Mario Leombruno, Eugenio Bonanata,Ornella d’Anna, Anna Clemente. In aula per riscoprire le radici Una cerimonia militare all’interno della base Nato di Bagnoli Il sistema scolastico non è come quello italiano. “Ad agosto si tiene un periodo di orientamento per noi alunni - spiega Joshua, che ha il padre americano e la mamma italiana -. Poi alla fine dello stesso mese cominciano i corsi”. L’anno scolastico per loro si divide in due semestri: il primo inizia il 28 agosto e termina il 25 gennaio; l’altro parte quattro giorni dopo per finire a metà giugno. “Le materie che studiamo sono molto simili a quelle che si insegnano nelle scuole italiane - continua Joshua nel suo racconto -. La differenza è la possibilità che abbiamo di frequentare attività extra curriculari”. Nel pomeriggio, infatti, i ragazzi frequentano i “club”: l’“Odissea della mente”, per insegnare ai bambini a risolvere problemi reali attraverso la creatività e la logica; “Italian Language Club”, dove ai più piccoli insegnano la lingua, l’arte e la cucina italiane. “Io facevo parte del club della musica - aggiunge il bambino -, ho imparato a suonare la chitarra ed ero nella banda scolastica”. Anche per i più grandi sono previste attività extra curriculari. Tra queste c’è l’“Environmental Club”: un corso che forma i futuri dirigenti ed educatori degli Stati Uniti; un laboratorio giornalistico chiamato la “National Honor Society”. Una volta l’anno, inoltre, si tiene il “Festival della Lingua straniera” con rappresentazioni teatrali in lingua originale. E non macano i club sportivi. Il più famoso, che arriva in Italia attraverso la tv, è quello delle Cheerleader. E poi le feste: Labour day (4 settembre), Columbus day (9 ottobre), Veterans day (10 novembre), solo per citarne alcune. Sono giorni di celebrazioni collettive che i ragazzi aspettano con ansia per non andare a scuola. Come gli studenti italiani. * * * A Lago Patria, frazione di Giugliano, comune alle porte di Napoli, gli americani non si vedono. Eppure ci sono. Vivono nelle villette a tre piani con piscina, comprano nei negozi di alimentari, respirano Un’occasione per far conoscere ai figli degli emigranti la terra e la cultura dei loro avi. È questo l’obiettivo della “summer school” del Centro internazionale di studi italiani, un corso per studenti americani organizzato a Napoli dall’Università Suor Orsola Benincasa in collaborazione con l’Anfe, l’Associazione nazionale famiglie emigrati. Aperto a studenti di età compresa tra i 18 e i 25 anni, in possesso di una laurea di primo livello, discendenti di italiani residenti negli Stati Uniti, il corso ha una durata di quattro settimane. Gli insegnamenti spaziano dalla letteratura italiana alla storia dell’emigrazione, passando per lo studio del cinema italo-americano e la partecipazione a laboratori di musica, pittura e scultura. I partecipanti, cui la Regione Campania paga vitto e alloggio, vengono prevalentemente dagli stati di New York, New Jersey, Connecticut e Pennsylvania, luoghi che più di altri hanno visto nel corso della storia la presenza massiccia degli emigranti italiani. I loro genitori sono quasi tutti campani. Pochi hanno padronanza dell’italiano, la maggior parte parla i dialetti dei loro padri. “Questi ragazzi sono affascinati dalla cultura italiana – spiega Silvio Mastrocola, coordinatore del Centro – ma hanno una visione del Paese che corrisponde a quella dei loro nonni”. Anche per questo motivo i corsi della summer school cercano di fornire agli studenti d’oltreoceano una visione quanto più “moderna” della cultura italiana. Al di là della formazione in aula, agli studenti “si cerca di restituire la memoria e l’identità della cultura italiana”, spiega il direttore della scuola e preside della facoltà di Scienze della Formazione Lucio D’Alessandro. Le giornate degli allievi sono scandite dai ritmi decisi dalla scuola e dall’ambasciata americana e una squadra di tutor li segue da mattina a sera, organizzando anche gite fuori porta. Tuttavia non sfugge un particolare. I ragazzi vengono per conoscere la cultura e lo stile di vita italiani, ma di sera non possono uscire da soli per bere una birra e ascoltare un po’ di musica. Davvero è così pericoloso lasciare che vedano con i propri occhi cosa fanno i loro coetanei napoletani? [ Diego Dionoro ] inchiostro 8 le interviste estate 2007 Raffaele La Capria racconta la fine della guerra e la liberazione della città Bonito Oliva: dalla Pop Art alla Transavanguardia “Per me erano nemici amati” L’influenza dell’arte Usa “Tutto divenne possibile: che il povero diventasse ricco, con la rapina o il contrabbando e che la brutta diventasse bella e desiderabile. Fu una specie di ubriacatura. Nel bene e nel male”. Raffaele La Capria ricorda così gli americani a Napoli negli anni che vanno dal ’45 al ’47. Sono stati anni durissimi e decisivi per il futuro della città. Con la sua testimonianza La Raffaele La Capria Capria getta un ponte tra il passato e il presente sfogliando alcune pagine della sua vita. Vi fu un vero e proprio terremoto? “Accadde quello che accade a una pentola quando salta il coperchio. La metafora rimanda al regime fascista, ai bombardamenti… E poi arrivarono gli americani. Nemici, amati. Perché anche se ci bombardavano, erano attesi. E arrivarono con farina, carne, e quel benes- sere materiale si riversò sulla città. Cominciarono i traffici e non c’era più un freno. Una sorta di Saigon mediterranea. Perché la vecchia morale saltò”. Solo in seguito all’impatto con un mondo così diverso? “Gli americani erano una specie di modello meraviglioso che ci veniva dal cinema e dalla letteratura. Non bisogna dimenticare, poi, che molti dei nostri emigranti avevano fatto fortuna lì. E quindi l’America era vista come un luogo immaginario”. Quanti anni aveva lei, all’epoca? “Poco più di venti. E l’idea di libertà che gli americani incarnavano ci galvanizzava. Ma anche il popolo fu preso da frenesia liberatoria. E quando gli americani trovavano una ragazza la corteggiavano. Ed esplodevano passioni e desideri”. Come le apparivano quelle donne libere di ogni tabù? “Scatenate. E le guardavo con ironia e stupore. In particolare le ragazze dei vicoli, all’improvviso si sentirono amate. Impararono velocemente a ballare il boogie woogie. E si vedevano certe coppiette in giro!”. E le ragazze borghesi si mettevano alla pari delle loro coetanee? “Le donne della borghesia quando incontravano gli americani, che ballavano al ritmo delle can- zoni di Frank Sinatra, ci mettevano da parte e la battaglia era persa in partenza. Ci sentivamo frustrati. Noi avevamo ancora i calzoni alla zuava e loro già ci tradivano”. Matrimoni misti ce ne stati molti? “Eccome. Incontri fatali. A Napoli in quel periodo c’era un proverbio divertente: ogni vermzzull trovav à vermuzzella. Perché tutti potevano trovare la loro anima gemella”. Ma per lei la contaminazione fu solo culturale? “La novità furono le bevande. Ma eravamo noi a meravigliarci del connubio spaghetti - Coca Cola”. C’è stata un’esperienza di vita che è sopravvissuta al tempo? “Fu allora che incontrai William Weaver. Un soldato americano volontario e un giovane intellettuale di valore che mi introdusse nella letteratura americana. Un’esperienza che si riversò in “Sud”, la rivista letteraria alla quale collaboravo con Anna Maria Ortese, Francesco Rosi e altri”. Ma la sua vita futura di uomo sarebbe stata diversa senza l’impatto con gli americani? “La mia sensibilità si è moltiplicata in virtù di quella situazione. Anche se quella fu un’apertura verso un altro mondo, che non durò a lungo”. [ Nadia Fiore ] “L’arte americana è giunta a Napoli grazie al lavoro combinato di alcune personalità”. A parlare è il critico d’arte Achille Bonito Oliva, uno degli artefici dell’apertura di Napoli al panorama artistico europeo e mondiale. “All’inizio degli anni ’60 a fare da mediatori eravamo io, Lucio Amelio, un importante gallerista napoletano che aveva rapporti con alcune gallerie americane, e Pasquale Trisorio, che dirigeva l’ufficio culturale del consolato americano di Napoli. Fu proprio quest’ultimo ad avere l’idea di un ciclo di conferenze, tenuto da me, che doveva illustrare al pubblico napoletano le novità dell’arte americana”. Perché Napoli conobbe l’arte americana in quel periodo? “Perché a metà degli anni ’60 lo scambio culturale tra quel paese e l’Europa fu molto intenso. Attraverso Lucio Amelio, avevamo contatti con importanti galleristi newyorkesi, tra cui Leo Castello. Un decennio più tardi Napoli poteva ospitare personali di artisti come Andy Warhol, Robert Rauschenberg e Cy Twombly, che inaugurò questa rete di scambi”. Come furono accolti i nuovi artisti americani? “Il pubblico napoletano si mostrò aperto e curioso, ma all’inizio solo platonicamente. Poi nacquero nuovi collezionisti e nuove gal- lerie. L’attenzione era rivolta in particolare alla Pop Art. Molti artisti si organizzavano in gruppi, come “Operativo 64” e gli altri, specialmente gli studenti di architettura, iniziavano a guardare a quelle esperienze”. L’arte americana influì molto su quella napoletana? “Sì, decisamente. Alla fine degli anni ’70 io stesso mi trovai di fronte a un nuovo movimento: la Transavanguardia. Capii che Napoli era matura per tendenza artistica propria e che costituiva un’alternativa. La Transavanguardia era un’alternativa europea, mediterranea, fondata sul colore e sulla sensibilità. Al contrario di quella americana, non celebrava la merce e studiava l’oggetto. Aveva una matrice picassiana, dove prevaleva il senso della soggettività e la manualità. L’avanguardia americana, a partire da Duchamp, era statistica, oggettiva, modulare”. Da allora le cose sono cambiate? “Oggi grazie alle nuove gallerie napoletane l’arte americana, e non solo quella, è molto diffusa. Non c’è più una divisione netta tra i favorevoli e i contrari all’arte statunitense, né un centro. È avvenuta una multi-culturalizzazione e, quindi, per il pubblico e per i galleristi stessi è inevitabile il riferimento all’arte extraeuropea”. [ Ornella Mincione ] Con De Simone alle origini del nuovo sound Andrea Geremicca ricorda la Napoli divisa tra Mosca e Washington I figli napoletani del jazz Quando eravamo tutti antiamericani Roberto De Simone Roberto De Simone aveva 11 anni quando gli Alleati arrivarono a Napoli, ma a 20 era già famoso nei circoli per soli americani per il suo tocco al pianoforte. In quegli anni si è formato il musicista che ha conquistato i teatri di mezzo mondo con la sua “Gatta Cenerentola”. Nei club tra il Porto e il centro storico De Simone ha potuto lavorare alla fusione tra i suoi studi classici e lo swing di matrice afro-americana. Sono state stagioni importanti sia per la crescita del compositore che per la commistione tra musica del Mediterraneo e cultura anglofona. Quanto la musica napoletana è stata influenzata dalla presenza americana? “Nel dopoguerra arrivò in città insieme alle polveri di latte, di piselli e d’uovo, una novità assoluta: il jazz. Una contami- nazione con la musica napoletana c’è stata, ma non subito. Negli anni ’50 divenne quasi impossibile sottrarsi a quel linguaggio”. Quali sono stati gli artisti che più hanno manifestato il frutto di questa contaminazione? “Il frutto più fecondo del jazz è Pino Daniele, che da un punto di vista creativo ha saputo fondere molto bene la vivacità musicale di diversi stili. Questo è uno degli esempi di contaminazioni positive, mentre una versione negativa si ha in tutte quelle canzoni e musiche che seguono solo la moda. Anche Peppino Di Capri ha modificato in parte alcuni stili napoletani sulla scia di quelli americani. Attualmente Marco Zurzolo è uno dei migliori jazzisti napoletani”. Come ha vissuto la novità del jazz? “Quando suonavo nei circoli per soli americani mi richiedevano musiche di Gershwin, di Cole Porter e di altri grandi jazzisti. L’improvvisazione è creatività. Il pubblico di quei locali era solo militare, ma tra di loro c’erano veri intenditori. Da direttore del Conservatorio San Pietro a Majella ho poi istituito, nel 1998, una classe di jazz”. [ Giulia Nardone ] “Il rapporto tra i comunisti napoletani e gli americani presenti in città era speculare a quanto accadeva alle Botteghe Oscure, alle direttive che il comitato centrale del partito riceveva da Mosca. Conflittualità e rapporti di buon vicinato erano decisi altrove”. Andrea Geremicca, storico esponente dell’ala migliorista del Pci, una vita spesa tra la federazione napoletana, Camera dei deputati e Comune di Napoli, è chiaro nel definire l’atteggiamento della sinistra napoletana verso gli americani. Una storia che inizia nel 1943, con la liberazione della città dopo le Quattro giornate. “Tutta la cittadinanza saluta con gioia l’ingresso delle truppe americane e anche noi comunisti, che dopo pochi mesi, come componenti del Cln, partecipiamo con esponenti di spicco come Carlo Fermariello all’amministrazione della città”. Fa da spartiacque la guerra fredda? “Sì, l’adesione alla Nato, la Guerra fredda e la cacciata delle sinistre dal governo De Gasperi nel 1947. Da quel momento Mosca ordina ai comunisti italiani di vedere negli americani il nemico. E’ una chiusura di carattere ideologico: siamo fedeli all’Urss e quindi ostili agli Usa. Una posizione che ha anche caratteri di nazionalismo, perché ritenevamo la base Usa a Napoli un limite allo sviluppo economico della città”. Eppure sembra che quest’ostilità non sia mai sfociata in contestazione aperta. “Sono esami di coscienza che si fanno negli anni, col senno di poi. E’ il fenomeno della rimozione del passato. Quando il Pci rompe con l’Urss negli anni ‘70 diviene indispensabile presentarsi con un atteggiamento più dialogante. Ma le contestazioni c’erano, anche evidenti, alcune con caratteristiche di pura goliardia. Come quella volta, nei primi anni ‘50, quando noi ragazzi della gioventù comunista salutammo il concerto in Villa comunale di un’orchestra della Marina a colpi di uova ripiene di vernice rossa. Ricordo lo stupore di un trombettiere di colore nel vedere la sua divisa candida imbrattata dall’uovo che gli avevo scagliato addosso”. Poi c’erano le manifestazioni fuori il consolato. “Iniziammo in occasione della guerra di Corea e le intensificammo anni dopo con il Vietnam. Manifestavamo anche con le altre forze della sinistra extraparlamentare, i ‘compagni Andrea Geremicca di strada’. Con loro su questo tema non poteva esserci contrasto, il Pci era un partito schiettamente antiamericano”. Ma degli Usa non vi piaceva nulla, nemmeno gli aspetti culturali? “Non c’era nessuna indulgenza verso gli scrittori e i musicisti americani. Non riuscivamo a scindere il popolo americano dal suo governo, sia che il Presidente fosse repubblicano o democratico. Razionalmente potevamo sapere che gli Usa erano il baluardo della democrazia, ma vivevamo con l’Urss un rapporto di sudditanza che sfociava nella mitizzazione” [ Renato d’Emmanuele ]