La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• ruolo fondamentale che la Rivoluzione ha
svolto nella nascita e nello sviluppo dei
movimenti politici e ideologici che negli
ultimi due secoli si sono scontrati sulla
scena europea e mondiale: liberalismo,
radicalismo democratico, anarchismo,
socialismo, comunismo, nazionalismo…
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• Dalla metà del XIX secolo la Rivoluzione
francese è diventata un modello da imitare
per i fautori di profonde trasformazioni
sociali e politiche...
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• per i sostenitori dei valori tradizionali e
della conservazione sociale, invece, essa ha
rappresentato la matrice esecrabile dei
movimenti politico-ideologici considerati
eversori dell'ordine costituito...
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• ...fra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento, la ricerca
delle analogie fra la Rivoluzione francese e quella
bolscevica esplosa nel 1917 in Russia ha proiettato sulla
prima le divisioni e le passioni alimentate dalla seconda,
trasformandosi non di rado in espressione di giudizi di
valore sulla legittimità e auspicabilità della rivoluzione in
sé quale strumento di trasformazione degli assetti politici,
economici, sociali e in senso lato culturali di una
collettività…
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• I contemporanei
• per I. Kant e molti suoi allievi più o meno
dichiarati come F.G. Klopstock, F. von
Schiller e G.W.F. Hegel, la Rivoluzione era
«morale nella sua essenza» perché fondata
sull'idea stessa del Diritto ...
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• I contemporanei
• l'inglese E. Burke, invece, ne condannava
senza appello l'astratto universalismo dei
principi, che non poteva generare se non
anarchia o dittatura, e la volontà di rottura
radicale con la tradizione e, in definitiva,
con la storia...
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• I contemporanei
• La tesi della Rivoluzione come frutto di un
complotto illuministico-massonico contro la
religione e la monarchia di diritto divino
trovava un fervido e prolisso sostenitore nel
gesuita abate A. Barruel (Mémoires pour
servir à l'histoire du jacobinisme, 17971799)...
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• I contemporanei
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l'invito di B. Constant e di Madame de Staël a distinguere fra la rivoluzione
"buona" del 1789-1791, fondatrice di un nuovo ordine basato sulla Legge e sul
Diritto, da quella "cattiva" segnata dal Terrore e dalla dittatura giacobina.
… Questa "teoria delle due rivoluzioni" fu implicitamente accolta dagli
storici liberali della Restaurazione: F.P. Guizot, F.A. Mignet e A. Thiers
condannarono energicamente la fase giacobina della Rivoluzione, pur
considerando quest'ultima, nel suo complesso, come il risultato positivo della
crescita socioeconomica settecentesca e del correlato sviluppo della borghesia
(le analoghe tesi del girondino A. Barnave, vittima del Terrore, furono
conosciute solo nel 1843, con la pubblicazione postuma della Introduction à la
Révolution française).
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• I contemporanei
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Mentre F. Buonarroti ne La conspiration pour l'égalité dite de Babeuf (1828)
riproponeva l'esperienza robespierrista e babuvista come modello positivo di
lotta politica per l'instaurazione di una società comunista (riprese nel 1848 da
L. Blanc e non a caso le tesi di F.N. Babeuf e Buonarroti sarebbero state
studiate e rivalutate dopo la seconda guerra mondiale da storici di ispirazione
filogiacobina o marxista come A. Galante Garrone, A. Saitta, C. Mazauric, V.
Daline)...
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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Linea reazionaria: J.De Maistre (Le serate di San Pietroburgo, 1821).
Perversione degli effetti
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Serate di San Pietroburgo (uscite nel 1821, poco dopo la morte dell’autore). Le travolgenti vicende della Rivoluzione francese paiono a
Maistre come la più evidente conferma dell’agire della Provvidenza: da un lato, esse sembrano il meritato castigo per una nobiltà e un clero
corrotti e, dall’altro lato, paiono la dimostrazione più lampante che la Provvidenza si serve degli uomini (anche dei giacobini) come strumenti
per realizzare i propri fini imperscrutabili. La convinzione di fondo che percorre l’intera riflessione di Maistre è infatti che gli uomini non
siano padroni delle proprie vicende e dei propri accadimenti: ciò pare del resto incontrovertibilmente provato dal fatto che, quando al
Rivoluzione raggiunse l’apice della tirannide, ci volle poco per rovesciarla; il XVIII secolo si è presentato come rivolta contro Dio, il quale ha
punito questo efferato delitto ritirandosi dalla storia, lasciando fare agli uomini. Proprio in virtù di ciò "il mondo andò in frantumi", dice
Maistre. L’imperdonabile errore commesso dalla filosofia moderna sta nel ritenere che tutto sia bene, mentre in realtà l’uomo è
profondamente segnato dalla colpa del peccato originale e, in forza di ciò, nel mondo, dove ogni cosa è stravolta, v’è soltanto violenza,
crudeltà, efferatezza, cosicché anche gli innocenti finiscono col pagare per i colpevoli. Nelle Serate di San Pietroburgo Maistre torna con
rinnovato interesse sul problema del male e del dolore, asserendo che il vero male – quello di natura morale – è imputabile esclusivamente
all’uomo, il quale impiega in maniera distorta la propria libertà, mentre il male fisico non è che la conseguenza di tale colpa. E’ soltanto il
sacrificio a poter espiare le colpe di cui l’umanità si è macchiata, in primis il sacrificio di Cristo, ma poi anche quello degli innocenti che si
fanno carico delle colpe e soffrono anche per i colpevoli. L’agire di Dio (che è l’unico e autentico padrone della storia) può apparire dispotico
e crudele, ma ciò dipende solamente dalle colpe degli uomini, che rivendicano per se stessi una libertà assoluta. Maistre, in perfetta sintonia
con Bonald, attacca duramente le teorie contrattualistiche e le vane pretese di creare una società nuova, tutte pretese chimeriche della
dilagante mentalità illuministica e dei rivoluzionari, che confidavano esclusivamente nella ragion umana. La conclusione cui Maistre
addiviene è che "il più grande flagello dell’universo è sempre stato in tutti i secoli ciò che chiamiamo filosofia", ovvero l’umana ragione che
agisce autonomamente e – presa da orgoglio – senza accompagnarsi alla fede, giungendo per tale via ad esiti esclusivamente distruttivi. Ne
segue, allora, che la costituzione politica non può né deve essere opera dell’uomo e assumere artificiosamente una codificazione scritta,
giacché l’uomo non può creare nulla e ciò vale non solo sul piano naturale, ma anche su quello morale e politico. La costituzione è, al
contrario, il modo di esistere che un potere superiore (cioè divino) assegna a ciascuna nazione, cosicché il potere non può essere del popolo e
l’unico modo di ricostruire la vera sovranità dipende da un potere unico e assoluto. La legge, infatti, è realmente tale se e solo se emana da
una volontà superiore, non dalla volontà di tutti o dei più. Sicché la forma naturale di governo (quella che rispecchia il volere divino) è la
monarchia, ove al potere del monarca non si possono porre limiti di alcun tipo. In antitesi con quel che credevano i rivoluzionari, il re può
essere ucciso ma non legittimamente giudicato. Conseguentemente, la monarchia ereditaria, finalizzata a perpetuare il potere unico e assoluto,
è la forma di governo avente la massima stabilità e il massimo vigore.
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<http://www.filosofico.net/demaistre.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• J. Michelet (Storia della Rivoluzione francese, 1847-1853, ed. it. 1898)
collocava al centro della scena il Popolo, romanticamente inteso come
indifferenziato portatore di istanze di giustizia e di fratellanza, la
Rivoluzione era, nelle sue origini e nei suoi sviluppi, il frutto di
un'indicibile miseria popolare, soprattutto contadina.
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• e da A. de Tocqueville (L'antico regime e la rivoluzione, 1856, ed. it.
1942):
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… essa era il risultato di un lungo processo di crescita materiale e spirituale e
di sviluppo della borghesia. Quest'ultima, vera protagonista e principale
beneficiaria della Rivoluzione, abolendo i privilegi e i particolarismi che erano
l'essenza del sistema feudale e creando un modello di stato autoritario come
quello giacobino-napoleonico, aveva completato l'azione livellatrice e di
accentramento politico avviata alcuni secoli prima dalla monarchia assoluta
contro la nobiltà feudale...
<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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A.Toqueville: (Antico regime e rivoluzione francese, 1856) critica al concetto di cesura storica. Continuità con
l’assolutismo. Il terrore e la mancanza dei corpi intermedi
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Alexis de Tocqueville ritiene che la Rivoluzione francese per certi aspetti sia stata una rivoluzione politica che si è
manifestata come una rivoluzione religiosa e che per altri si sia trattato di una rivoluzione religiosa vera e propria.
La Rivoluzione Francese è dunque una rivoluzione politica che ha operato con i modi, e in qualche cosa ha preso
l’aspetto, di una rivoluzione religiosa. Guardate attraverso quali segni particolari e caratteristici giunge a
rassomigliarvi completamente: non soltanto si diffonde lontano come quelle, ma, come esse, penetra con la
predicazione e la propaganda. Una rivoluzione politica che ispira il proselitismo ed è predicata tanto ardentemente
agli stranieri quanto appassionatamente è attuata in patria è davvero uno spettacolo nuovo. Fra tutte le cose
sconosciute che la Rivoluzione Francese ha mostrato al mondo, questa è certamente la piú nuova. Ma non fermiamoci
a ciò, tentiamo di penetrare piú addentro e scoprire se questa somiglianza negli effetti non sia prodotta da qualche
nascosta somiglianza nelle cause.
[...]
La Rivoluzione Francese ha operato, in rapporto a questo mondo, come le rivoluzioni religiose agiscono in vista
dell’altro; ha considerato il cittadino in un modo astratto, fuori di ogni particolare società; cosí le religioni
considerano l’uomo in generale, indipendentemente dal paese e dal tempo. Essa non ha cercato solo quale fosse il
diritto particolare del cittadino francese, ma quali fossero i diritti e i doveri generali degli uomini in materia politica.
Risalendo sempre cosí a quanto v’è di meno particolare, e per cosí dire di piú naturale, in fatto di istituzioni sociali e
di governo, essa ha potuto rendersi comprensibile a tutti e imitabile in cento luoghi alla volta.
E poiché sembrava tendere alla rigenerazione del genere umano, piú che alla riforma della Francia, ha acceso una
passione che fino allora neppure le piú violente rivoluzioni politiche avevano potuto provocare. Ha ispirato il
proselitismo e fatto nascere la propaganda; ha potuto prendere cosí quell’aria di rivoluzione religiosa che ha tanto
spaventato i contemporanei; o piuttosto, è divenuta essa stessa una specie di religione nuova: religione imperfetta, è
vero, senza Dio, senza culto e senza un’altra vita, ma che tuttavia, come l’islamismo, ha inondato la terra con i suoi
soldati, i suoi apostoli, i suoi martiri.
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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A.Toqueville: (Antico regime e rivoluzione francese, 1856) critica al concetto di cesura storica. Continuità con l’assolutismo. Il terrore e la
mancanza dei corpi intermedi
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Alexis de Tocqueville ritiene che il risultato che la rivoluzione volle ottenere ed effettivamente ottenne fu di “rafforzare i poteri ed i diritti
dell’autorità pubblica”, abolendo i “corpi intermedi”. Essa si è cosí inserita in un movimento plurisecolare, portandolo però a compimento in
modo brusco.
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La Rivoluzione non è stata fatta, come si è creduto, per distruggere il potere della fede religiosa; ad onta delle apparenze, è stata una
rivoluzione essenzialmente sociale e politica; e, nell’ambito di tali istituzioni, si è proposta non già di perpetuare il disordine, di renderlo in
certo modo stabile e di fare dell’anarchia un sistema, come diceva uno dei suoi principali avversari, bensí di accrescere il potere e i diritti
dell’autorità pubblica. Essa non doveva cambiare il carattere che la nostra civiltà aveva avuto fino ad allora, come altri hanno pensato, né
arrestarne i progressi, e nemmeno alterare nella sua essenza alcuna delle leggi fondamentali su cui poggiano le società umane dell’Occidente.
Quando la separiamo da quegli incidenti che ne mutarono per breve tempo la fisionomia nei diversi tempi e nei diversi paesi, per considerarla
in sé stessa, si vede chiaramente che risultato di questa Rivoluzione fu l’abolizione degli istituti politici che, durante parecchi secoli, avevano
regnato in modo esclusivo sulla maggior parte dei popoli europei e che ordinariamente si definiscono come istituti feudali, per sostituirvi un
ordine sociale e politico piú uniforme e semplice, basato sull’eguaglianza delle condizioni.
Bastava questo per provocare un’immensa rivoluzione; quelle istituzioni antiche, infatti, non soltanto erano ancora mescolate, e come
intrecciate a quasi tutte le leggi religiose e politiche d’Europa, ma avevano anche suggerito una quantità di idee, sentimenti, abitudini, costumi
che, ad esse aderivano. Fu necessaria una spaventosa convulsione per distruggere ed estrarre di colpo, dal corpo sociale, una parte a cui si
collegavano cosí tutti i suoi organi. Perciò la Rivoluzione parve piú grande che non fosse; sembrava che distruggesse tutto, perché quanto
distruggeva aveva rapporto con ogni cosa e, in certo modo, faceva corpo con tutto.
Per quanto sia stata radicale, la Rivoluzione ha tuttavia innovato meno di quanto si suppone in genere: dimostrerò in seguito che è stata molto
meno novatrice di quanto si crede. È vero invece che essa ha distrutto interamente, o è in via di distruggere (perché dura ancora), tutto quanto
nell’antica società derivava dalle istituzioni aristocratiche e feudali, tutto quanto vi si riallacciava in qualche modo tutto quanto ne portava,
fosse pure minima, l’impronta. Del vecchio mondo, ha conservato soltanto quanto a tali istituzioni era estraneo, o poteva esistere senza di
esse. Perché la Rivoluzione è stata tutt’altro che un avvenimento fortuito. Ha colto il mondo alla sprovvista, è vero; ma è il compimento di un
lungo lavorio, la conclusione improvvisa e violenta di un’opera, alla quale avevano lavorato dieci generazioni di uomini. Se non fosse
avvenuta, il vecchio edificio sociale sarebbe egualmente caduto, qui piú presto, là piú tardi; soltanto, avrebbe continuato a cadere pezzo a
pezzo, invece di sprofondare di colpo. La Rivoluzione ha compiuto bruscamente, con uno sforzo convulso e doloroso, senza transizione,
senza precauzioni né riguardi, quanto si sarebbe compiuto a poco a poco, da sé e in molto tempo. Fu questa, la sua azione.
A. de Tocqueville, L’antico regime e la rivoluzione, Bur, Milano, 1989, pagg. 57-58
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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Nel clima infuocato della Comune di Parigi (1870-1871) e delle aspre tensioni
politiche dei primi due decenni della terza repubblica veniva scritta e
pubblicata l'opera più nota e fortunata della storiografia controrivoluzionaria:
le Origini della Francia contemporanea (1875-1894, ed. it. 1986) di H. Taine.
Muovendo da una concezione profondamente pessimista della natura umana,
Taine vedeva nella Rivoluzione una pura esplosione di follia collettiva, in cui
delle minoranze attive e senza scrupoli avevano manipolato (venendone spesso
travolte, come apprendisti stregoni) folle che, in uno stato di forte tensione
emotiva, avevano trasformato anche individui "normali" in belve sanguinarie.
<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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Contro questa vera e propria criminalizzazione della Rivoluzione si mobilitò la
cultura laico-democratica della terza repubblica. I contributi più solidi e
duraturi vennero, in questo senso, da A. Aulard e da J. Jaurès. Il primo,
interessato soprattutto alla storia politica e religiosa della Rivoluzione, ne
proponeva una lettura simpatetica («Per conoscere la Rivoluzione – egli
scriveva – bisogna amarla»), ispirata al laicismo razionalista e al culto dell'idea
repubblicana edell'unità nazionale, usciti vincitori dalla crisi dell'affaire
Dreyfus. Pur condannando gli eccessi del giacobinismo e del Terrore (Danton
era stato, per Aulard, il più generoso interprete del «patriottismo
rivoluzionario»), egli non contrappose mai una rivoluzione "buona" perché
pacifica e ragionevole, quella del 1789, a un'altra "cattiva", quella giacobinosanculotta, in quanto la violenza rivoluzionaria era stata solo «la risposta alla
violenza di un passato che non voleva morire». .
<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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la Storia socialista della Rivoluzione francese di J. Jaurès Pubblicata (19011904, ed. it. 1953-1956) a fascicoli da Rouff, noto editore di romanzi popolari,
fu un'operazione storiografica e, al tempo stesso, politico-culturale di grande
respiro. Alla demonizzazione della Rivoluzione operata da Taine e all'ottica
politico-elitaria di Aulard, Jaurès contrapponeva, in un'epoca in cui grandi
masse si affacciavano organizzate sulla scena politica e sindacale, una lettura
"dal basso" attenta ai fatti economici e sociali e centrata sul protagonismo dei
ceti popolari. Per Jaurès la Rivoluzione, diretta dalla borghesia e resa possibile
dalla crescita economica settecentesca, aveva vinto grazie al sostegno popolare
e aveva liberato nuove forze produttive e sociali che nell'Ottocento avrebbero
favorito lo sviluppo del proletariato e del movimento socialista.
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• A. Mathiez, (La Rivoluzione francese, 1922-27): rivalutazione di
Robespierre e del movimento sanculotto. Limiti del movimento
giacobino nell’incomprensione della masse contadine
•
dominante diventava in Mathiez la preoccupazione di esorcizzare la leggenda nera di un
Robespierre e di una dittatura giacobina promotori solo di terrore sanguinario. La
repubblica democratica dell'anno II e la spietata intransigenza di Robespierre avevano
avuto, per Mathiez, il merito storico di salvare la Rivoluzione nel momento di più grave
pericolo, realizzando un'alleanza tra la borghesia intellettuale rappresentata dai
montagnardi e i ceti medi produttivi e popolari organizzati nel movimento sanculotto.
Dopo più di un secolo la rivoluzione bolscevica sembrava a Mathiez confermare la
validità storica di quella alleanza e ripetere, in parte rinnovandole, forme di
organizzazione e di lotta politica (dittatura rivoluzionaria di minoranze organizzate, che
si ponevano alla guida di movimenti popolari più ampi ma eterogenei; dirigismo statale
ed economia di guer ra; centralizzazione politico-amministrativa; politicizzazione di
massa dell'esercito ecc.) sperimentate durante la Rivoluzione francese. Il confronto fra
quest'ultima e la Rivoluzione d'ottobre russa tendeva, così, a trasformarsi in assunzione
di entrambe a modello di azione politica per la trasformazione rivoluzionaria della
società...
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
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• Invece in storici conservatori come P. Gaxotte (La rivoluzione
francese, 1929, ed. it. 1989) tale confronto serviva a suffragare l'antico
giudizio sulla Rivoluzione come opera del terrorismo ideologico e del
settarismo superorganizzato di minoranze intellettuali, come quelle
raccolte nelle "società di pensiero" e nei club rivoluzionari, destinati a
generare la "dittatura comunista" dei montagnardi (qualche anno prima
considerazioni analoghe aveva formulato, ma con ben diversa finezza
intellettuale, A. Cochin in Les sociétés de pensée et la démocratie,
études d'histoire revolutionnaire, opera pubblicata postuma nel 1921 e
rivalutata decenni più tardi da F. Furet).
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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Con G. Lefebvre la storiografia rivoluzionaria si apriva alla storia delle
campagne e, soprattutto, elaborava un modello interpretativo in cui si
intrecciavano strettamente economia, strutture e rapporti sociali, lotta politica,
mentalità e psicologia individuale e collettiva dei protagonisti della
Rivoluzione. Pur convinto che, per le forze che l'avevano promossa,per gli
obiettivi perseguiti e i risultati raggiunti, la Rivoluzione francese fosse
essenzialmente antifeudale e borghese, Lefebvre fu alieno da ogni
schematismo e della Rivoluzione diede un'interpretazione multicausale e
articolata. Una profonda consapevolezza dello spessore e della capacità di
resistenza delle strutture economico-sociali e mentali, soprattutto nel mondo
rurale, lo spinsero a sottolineare, nella storia della Rivoluzione, oltre agli
indiscutibili elementi di novità, anche fattori di continuità quali, per esempio,
le resistenze contadine non solo al dominio feudale, ma anche ai processi di
sviluppo capitalistico in atto in Francia già prima della Rivoluzione.
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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storici "revisionisti" come F. Furet e D. Richet o gli americani G.V. Taylor e C.
Lucas, che dagli anni Cinquanta e Sessanta contestarono la definizione della
Rivoluzione come essenzialmente antifeudale e borghese. Per questi e altri
studiosi la nobiltà e la borghesia, più che due classi antagoniste, erano le
componenti di una nuova elite del danaro e del talento, entrambe interessate al
superamento dell'antico regime. Rafforzando la piccola e media proprietà
contadina e frenando la spinta alla piena affermazione dell'economia di
mercato la Rivoluzione avrebbe non accelerato, bensì ritardato lo sviluppo del
capitalismo in Francia.
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Scarsa fortuna ha avuto, la proposta interpretativa di J. Godechot (Le
rivoluzioni, 1770-1799, 1963, ed. it. 1975) e R. Palmer (L'età delle
rivoluzioni democratiche, 1959-1964, ed. it. 1971) secondo la quale la
Rivoluzione francese sarebbe stata solo un episodio, sia pur decisivo e
fortemente originale, di una più generale «rivoluzione occidentale» di cui
quella americana sarebbe stata la prima rilevante manifestazione e che avrebbe
contribuito ad affermare istanze democratiche fondate sull'eguaglianza, anche
sociale, a fronte delle rivendicazioni aristocratiche e liberali, prevalentemente
politiche, che avevano caratterizzato la prima fase della Rivoluzione.
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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Contro questa proposta, che aveva il merito di inserire la vicenda
rivoluzionaria francese in un più ampio contesto internazionale senza cedere
alle lusinghe, non infrequenti nella storiografia francese, di primati da
rivendicare o da esorcizzare, insorsero soprattutto gli esponenti e i fautori della
storiografia giacobino-marxista. Essi erano preoccupati che tale lettura della
Rivoluzione francese ne offuscasse la specificità di «rivoluzione borghese a
sostegno popolare» che, secondo A. Soboul, per prima aveva realizzato la
transizione dal feudalesimo al capitalismo per via rivoluzionaria e non, come
sarebbe invece avvenuto nel resto dell'Europa, soprattutto centrorientale,
attraverso un compromesso politico tra la vecchia aristocrazia feudale e la
borghesia finanziaria e commerciale.
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<http://www.pbmstoria.it/dizionari/storiografia/lemmi/352.htm>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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nuovi campi di ricerca si aprono e altri, già arati in passato, vengono
scandagliati sulla base di nuove domande e ipotesi di lavoro. La storia
religiosa, per esempio, tende a privilegiare la dimensione antropologicoculturale rispetto a quella politico-istituzionale un tempo dominante (oltre ai
lavori di M. Vovelle sono importanti, per esempio, quelli di B. Plongeron,
Conscience religieuse en Révolution, 1967, e di M. Ozouf, La festa
rivoluzionaria, 1976, ed. it. 1982).
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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La storia politica utilizza nuove categorie analitiche, come quella di
sociabilità, per studiare le forme e gli strumenti del processo di acculturazione
politica di massa realizzatosi in Francia durante la Rivoluzione (M. Agulhon,
J. Boutier, P. Boutry) o si interessa alle trasformazioni del linguaggio e della
simbologia politica (R. Balibar, M. De Certeau, D. Julia, J. Revel).
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Lo studio dell'iconografia rivoluzionaria apre, poi, interessanti prospettive di
ricerca, anche al di là della storia della mentalità, mentre nuove e più raffinate
tecniche di rappresentazione grafica illustrano con evidenza ed efficacia
inedite, nei volumi dell'Atlante storico della Rivoluzione francese, pubblicati a
partire dal 1987, i processi politici, istituzionali, culturali, economici, sociali e
di organizzazione dello spazio verificatisi durante la Rivoluzione. Al di fuori e
al di là di vecchie, anche se non ancora del tutto sopite, polemiche sulla natura
e sui meriti o crimini della Rivoluzione e dei suoi protagonisti, a due secoli di
distanza dai fatti studiati la storiografia sulla Rivoluzione francese dimostra,
dunque, tutta la vitalità di un cantiere di lavoro in piena attività.
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La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
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A. Gerard, La Rivoluzione francese. Miti e interpretazioni (1789-1970),
Mursia, Milano 1972; L. Guerci, Rivoluzione francese, in N. Tranfaglia e
altri (a c. di), Il mondo contemporaneo, Storia d'Europa, vol. 2, La Nuova
Italia, Firenze 1980; M. Terni, Il mito della Rivoluzione francese, il
Saggiatore, Milano 1981; B. Buongiovanni, L. Guerci, L'albero della
rivoluzione, Einaudi, Torino 1989; M. Vovelle (a c. di), Recherches sur la
Revolution, La Découverte, Parigi 1991.
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François Furet, 62 anni, direttore del Centre recherches historiques à l'Ecole pratique des
Hautes études di Parigi, nel 1965, insieme a Denis Richet, aveva pubblicato una storia
della Rivoluzione francese destinata a segnare, una svolta nell'interpretazione dell'89. Di
fronte ad una tradizione storiografica tutta o quasi apologetica, Furet invece tenta una
revisione critica. Non spiega più gli errori della Rivoluzione come degenerazioni di
fanatici, ma spiega che negli stessi princìpi che hanno mosso il corso degli eventi
rivoluzionari erano comprese tutte le astrazioni e il dispotismo del periodo del Terrore.
In secondo luogo c'è una continuità nella storia francese che la Rivoluzione solo
scalfisce. Le tesi contenute nella sua «Storia» Furet le avrebbe svolte in maniera ancor
più esplicite in un libro scritto tredici anni più tardi: «Critica della Rivoluzione
francese» (in Italia edito da Laterza, £ 18.000). In occasione del Bicentenario, Furet ha
pubblicato numerosi altri libri. In particolare «Il Dizionario critico della Rivoluzione»,
scritto a quattro mani con Mona Ozouf (e pubblicato in Italia da Bompiani, £ 50.000) e
soprattutto «L'eredità della Rivoluzione francese», che sarà in libreria per Laterza da
febbraio da cui è stata tratta l'anticipazione pubblicata dal «Sabato» in queste pagine. Si
tratta, di un, libro molto importante corredato da una nutrita parte iconografica, che,
sotto la direzione di Furet raccoglie anche i contributi di Strada, di Geremek, di Ferry e
altri storici.
• <
http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/rivoluzione_francese/francoise_furet/articolo.php?id=2435&titolo=Furet.%20Cambi%F
2%20il%20volto%20della%20storia>, 18 settembre 2009
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
• Linea reazionaria: J.De Maistre (Le serate di San Pietroburgo, 1821).
Perversione degli effetti
• A.Toqueville: (Antico regime e rivoluzione francese, 1856) critica al
concetto di cesura storica. Continuità con l’assolutismo. Il terrore e la
mancanza dei corpi intermedi
• Interpretazione marxista:
 J.Jaures : (Storia socialista della rivoluzione francese, 1901-08)
rivoluzione borghese. Borghesia soggetto rivoluzionario
 A. Mathiez, (La Rivoluzione francese, 1922-27): Rivalutazione di
Robespierre e del movimento sanculotto. Limiti del movimento
giacobino nell’incomprensione della masse contadine
 A.Sobul: (La Rivoluzione Francese, 1968) studio del movimento
sanculotto. Aspirazione alla democrazia diretta e partecipativa. Ideale
di una società di piccoli produttori
La rivoluzione francese. Ipotesi storiografiche
La linea revisionista
• J. Godechot (Le rivoluzioni, 1770-1799, 1963) e R. Palmer
(L'età delle rivoluzioni democratiche, 1959-1964): La
rivoluzione atlantica
• A. Cobban (La società francese e la rivoluzione, 1964)
G.V. Taylor (Ricchezza non capitalistica e le origini della
rivoluzione francese, 1966): mito della rivoluzione
borghese
• F.Furet: (Critica della rivoluzione francese, 1978)
rivoluzione e cooptazione dell’élites, dérapages
rivoluzionari, caratteristiche reazionarie del movimento
sanculotto
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