La fede di Abramo
Meditazione di don Enzo tenuta il 26/1/92
La comunità propone certe iniziative di certo non per cadere nell’attivismo, ma per meglio
rispondere a certi appelli, a certi messaggi. Se noi ci organizziamo certamente riusciamo a fare
qualche cosa di più e qualcosa di meglio. Non tanto per fare di più soltanto; quel che conta non è il
fare molto, se il molto va a discapito del bene, della qualità. Dobbiamo curare il molto se il molto ci
porta ad essere più attenti, ad interiorizzare di più un servizio, una disponibilità più attenta, più
generosa. Per cui non è sempre vero che la quantità va a discapito della qualità, non è vero: dipende
dal modo con cui la quantità la facciamo. Ci sono persone che fanno tante cose e le fanno bene,
perché? Perché si è creata una sensibilità. Infatti l’esercizio continuo della disponibilità, della carità,
dell’altruismo, dell’amicizia, della fiducia, questo esercizio diventa poi un modo di essere, per cui
non va più a scapito della qualità, ma anzi… Un esercizio costante fa sì che il nostro stile di vita sia
più incisivo, sia più determinante. Per cui tenete conto di queste iniziative per noi, per gli amici che
voi conoscete, e poi non svalutiamo mai le cose che sembrano accessorie.
Ci sono degli accessori che sono importantissimi. Quando ci troviamo in una giornata di nebbia,
due fari antinebbia possono aiutarci ad andare avanti, e non sono la cosa più importante:
l’importante è il motore, l’importante è saper guidare, l’importante è avere la patente. In certi
momenti le cose accessorie sono invece determinanti, importanti, molto significative. Per cui anche
un foglietto con una frase di Vangelo, con un richiamo, con una puntualizzazione, può essere un
grande messaggio che può determinare delle cose impensate nella nostra vita. Può dare un
orientamento completamente diverso da quello che noi pensavamo. Per cui leggiamo e teniamo
conto anche di queste cose, teniamolo in tasca, lo leggeremo domani mentre siamo in treno, mentre
torniamo dal lavoro, mentre ci addormentiamo; oggi, intanto che siamo davanti all’Eucaristia,
mentre preghiamo, mentre la nostra fantasia tende a scoraggiarci e a portarci lontano dalla fede e da
Dio. Serviamoci di questi richiami.
Si parla di silenzio ad esempio in questo opuscolo: Leggi e prega. Del silenzio, noi sappiamo
quanto è importante il silenzio. Sul prossimo fascicoletto che arriverà, un supplemento al
Camminare nella Luce, c’è una meditazione di Enrica sul Vangelo, ma che insiste molto sul silenzio
come mezzo per parlare, per dialogare, per capire, per interiorizzare, per non essere dei superficiali,
per entrare in una certa logica, per realizzare certi progetti.
Poi il coraggio: come si fa a vivere senza il coraggio? Il coraggio con noi stessi, per prendere in
mano le redini della nostra vita, il coraggio di mettere un po’ di ordine nella nostra vita. Il coraggio
di fare un salto qualitativo, il coraggio di fare cose che non abbiamo mai fatto e che diamo per
scontato che non servono a niente: cosa serve andar lì, cosa serve l’eucaristia, cosa serve
quell’esame di coscienza, cosa serve quell’amicizia, cosa serve stare un’ora con quel povero, cosa
serve star lì ad ascoltare queste persone? Serve a niente e serve a tutto, dipende da quello che hai
dentro, da quello che ti prefiggi, dipende dalla qualità della tua fede, dipende da questo. Per cui il
coraggio è indispensabile nella nostra vita, che vuol dire darci degli scossoni, perché se non li
diamo a noi stessi non possiamo darli neanche agli altri e allora non nasce più l'umanità nuova. Il
nostro fine non è quello di sistemarci noi, di risolvere il nostro problema di vocazione, di scelta.
Risolviamo il nostro problema se lo risolvono anche gli altri, se facciamo qualcosa, per quanto ci è
possibile e nel rispetto di ognuno, se viviamo in modo tale che anche gli altri abbiano ad aprirsi a
certi vasti orizzonti. Gli orizzonti della fede non sono mai orizzonti intimistici, individualisti, che è
poi il cancro della nostra vita l’individualismo, che ci porta all’egoismo, ci porta a svalutare il fatto
oggettivo, la persona, l’altro, l’umanità. Rivalutiamo perciò l’aspetto del coraggio, nel senso di fare
delle cose che ci costano, che impegnano il nostro coraggio, che rivalutano questo coraggio. Un
coraggio naturalmente che non ha come fondamento prima di tutto, il nostro potenziale. Uno dice:
ma perché devo fare questo, se mi sento incapace? La fede. Se tu non valorizzi il rapporto, la
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certezza che Dio ti è presente, che Dio cammina con te, naturalmente non potrai essere un uomo di
fede e se non sei un uomo di fede non puoi essere nemmeno un uomo di coraggio. Il coraggio di
andare oltre, il coraggio di non fermarti davanti alle prime difficoltà, il coraggio di guardare alle
difficoltà con simpatia e come mezzo di crescita. Nasce una rottura tra me e il mio amico, tra me e
mia moglie… non devi fermarti alle apparenze. Va’ oltre quell’incomprensione tra me e il mio
superiore, tre me e il mio confratello ecc.: sono mezzi di crescita, di conoscenza, di purificazione.
Per cui per coraggio non intendiamo partire subito domani, anche questo ma non prima di tutto
questo, partire subito domani per il Mato Grosso, andare a vivere nel Nord-Est brasiliano dove la
gente muore per denutrizione con una rapidità, con una costanza paurosa, scandalosa. Il coraggio
non è solo e prima di tutto questo. Il coraggio è dire: Non ce la faccio a comunicare, non ce la
faccio a precisare questo aspetto della mia vita, non ce la faccio a puntualizzare. No, voglio farlo
perché so che da questa apertura, da questa comunicazione può nascere qualche orientamento
imprevedibile. “Ma il mio carattere è così, il mio progetto cosà, ma la mia personalità è così, ma io
sono introverso, ma io sono già orientato…” Il coraggio di metterci in discussione, l’umiltà di
metterci in discussione perché, se non faccio questo, il Signore non può entrare in campo.
Altro aspetto, questo foglietto: 'relativizza tutto e ascolta'. Come faccio ad ascoltare? L’ascolto è
l’atteggiamento di un povero, e allora quello che io ho assolutizzato, ho assolutizzato la carriera, ho
assolutizzato la fede. Una fede senza Gesù Cristo, una fede senza sacrificio, una fede senza
Vangelo, una fede senza impegno, una fede senza amore, una fede senza condivisione, io dovrò
rivederla. Per ascoltare Gesù Cristo, perché tutto deve ricondurmi a Lui: la povertà, il servizio,
l’amore, la famiglia, la comunità, la preghiera, tutto deve convergere in Lui. E per assolutizzare
Cristo e dire a lui: tu sei al primo posto, sei la mia vita; la tua vita è la mia vita, ecco noi dobbiamo
allora relativizzare anche il nostro temperamento, che abbiamo accettato passivamente. Diamo per
scontato che il nostro modo di fare, di comunicare, di rapportarci agli altri, diamo per scontato che è
quello giusto, che è quello bello, che è quello vero, che è quello autentico. No, il mio modo di fare
deve sempre essere in rapporto alla carità. Chi deve giudicare il mio comportamento, il mio
carattere, il mio essere introverso o estroverso, il mio essere attento o meno, è la carità. Non
dobbiamo mai giudicare, sentirci a posto, perché sono fatto così o perché è giusto accettare una
certo pluralismo. Certo la diversità è fonte di unità. Non ci può essere unità, che è una caratteristica
dell’amore, della nostra fede, senza la diversità, ma non una diversità che nasce dal disimpegno,
dall’accettarci passivamente come siamo. La diversità nel senso di voler diventare quello che mi
aiuta a realizzare quel progetto, quella dimensione di carità, quella dimensione di amicizia
profonda, di conoscenza profonda. Per cui non c’è nessuno che deve escludersi dal fatto di
rinnovarsi, di cambiarsi, di rimodellarsi. Se io non so rimodellare il mio carattere, la mia attitudine,
la mia comunicazione, il mio rapporto, la mia amicizia, il mio modo di sorridere, il mio modo di
sensibilizzare, come potrò permettere che la grazia, che è qualche cosa di molto misterioso, di molto
profondo, come potrà la grazia entrare nella mia vita e realizzare quello che mi sembra impossibile?
Stavamo parlando della fede ieri sera - siamo ancora alla scuola di Abramo - la volta prossima
parleremo dell’altro grande personaggio della Bibbia, cioè Mosè – ma uno potrebbe domandarsi:
perché insistere sulla fede? Tra l’altro c’è il pericolo di cadere nel fideismo... Ma materialisti come
siamo credo che questo pericolo per noi non ci sia, perché siamo imbevuti, impregnati di
materialismo. Il soprannaturale, il trascendente, che è il mondo reale, è diventato un’eccezione. E’
importante vedere anche dal punto di vista psicologico. Ci comportiamo secondo quello che
vediamo e secondo quello che sentiamo, secondo quello che ci piace e secondo i messaggi che ci
giungono, secondo gli avvenimenti, secondo la storia, che è giusto. Se però questa concretezza mi
svaluta il soprannaturale, la grazia, il mondo di Dio, il mondo della fede, allora non mi va più bene.
Il reale è reale, il concreto è concreto, è vero, è autentico se è inclusivo del soprannaturale, del
mondo di Dio, del mondo della grazia, del mondo invisibile. Per cui nelle nostre decisioni, nel
nostro modo di fare, uno può anche dire: a cosa serve la fede? A me come uomo, cosa mi serve la
fede? Cerchiamo di capire anche dal punto di vista psicologico. Non è soltanto una realtà, un dono,
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e una delle tre virtù cardinali: fede, speranza, carità, il cardine della vita cristiana; ma anche dal
punto di vista esistenziale, dal punto di vista psicologico uno che crede è una persona che si apre
agli altri, non è una persona che tende a rintanarsi in se stesso. La fede mi fa camminare, la fede mi
fa passare oltre. Io che tendo ad adagiarmi e a cercare sempre le strade più comode e più facili, la
fede invece mi rilancia verso le situazioni più impegnative, verso il fare quello che gli altri non
vogliono fare o non possono fare. Per cui è un potenziamento anche della mia umanità. L’uomo di
fede è colui che cresce anche in umanità. Non c’è la fede per amare di più il mio prossimo, per
credere di più in Dio, per aderire più totalmente a Dio, non è soltanto questa la fede, ma è un
potenziamento della mia personalità, della mia individualità. La fede mi fa aprire al sociale,
all’ecclesiale, al comunitario, se è vissuta bene. Perché svalutiamo la fede? Perché non la viviamo
bene e perciò la vediamo solo in funzione prettamente fideista e religiosa; che è il deterioramento
della fede la religiosità, il devozionismo. La fede deve portarci al Vangelo, a Cristo, agli uomini, a
Dio, al soprannaturale. Non deve incatenarci in certe forme di devozionismo, se non di bigottismo.
Questo non vuol dire che non devo incantarmi de fronte alla Madonna, che non devo sentire un
grande amore per la Madonna. Questo non vuol dire che non devo servirmi di un’immagine, se
l’immagine mi porta alla persona, s’intende. Perché non devo servirmi di un povero se questo
povero mi porta a Gesù Cristo, a Gesù Cristo umanizzato? Teniamo presente che se questa fede non
la concretizziamo, come dicevamo già ieri e scusate se mi ripeto, rischiamo di sbarazzarcene come
qualcosa di inutile. E perché dobbiamo tenere la fede se non ci serve? Ma tu sei capace di calarla
nel concreto? Questo rapporto con Dio sai calarlo nel rapporto con gli uomini, nelle determinazioni
che prendi? I rapporti che vivi, gli impegni, le responsabilità che vivi, sono impregnati di rapporto
con Dio, di amore di Dio e cioè di fede? Stiamo perciò attenti di non disgiungere mai, di non fare
mai della fede un talismano, un qualcosa a se stante nella nostra vita e fare degli esercizi di fede,
perché diversamente si atrofizza e quando si atrofizza non è più una forza. Se non faccio atti di fede,
questa virtù, questa forza tende a sclerotizzarsi e allora capisco perché non ho un programma di vita
spirituale, allora capisco perché non faccio una verifica, non puntualizzo il mio modo di pregare, il
mio modo di essere amico, il mio modo di rapportarmi con il mio prossimo. Per cui l’esercizio, non
lasciare che la fede abbia ad arrugginirsi, abbia a sclerotizzarsi, abbia ad impoverirsi, abbia a
deteriorarsi. Tutto si deteriora nella vita.
S. Giacomo diceva che: 'la fede senza le opere non serve a nulla'. E noi diciamo, cercando di
rendere questa affermazione più terra terra, più umana, più psicologica, che la fede senza
l’impegno, senza la responsabilità, senza la presa in carico di una situazione non serve a nulla. La
fede è poter dire: tu puoi contare su me. Questo svolazzare un po’ in su, un po’ in giù, questo
discriminare: “mi va bene Dio tanto in quanto, mi va bene quel ritiro, mi va bene quel libro tanto in
quanto dice delle cose che collimano col mio modo, quella preghiera, quel rapporto mi va bene
tanto in quanto quel rapporto, quell’impegno non mi scomoda più di tanto, è secondo i miei criteri,
è secondo le mie vedute personali”. Ma voi capite che non esercitiamo più la fede, qui ci serviamo
della fede, strumentalizziamo la fede. Stiamo attenti a non servirci della fede, perché vorrebbe dire
servirci di Dio, strumentalizzare Dio. Quando vedo che la fede mi dà fastidio perché la fede mi
richiama a certi valori, mi rimette in riga, allora io dimentico, ignoro, e arrivo a discriminare Dio.
Non dobbiamo discriminare nessuno né tanto meno Dio. Oppure lo accetto, il che è un gravissimo
errore, ma a certe condizioni, lo accetto per quello che mi va bene, per quel tanto che mi piace.
La fede è il Vangelo, la fede è un modo di vivere, la fede è seguire Gesù Cristo, la fede è questo
discepolato, per tutti. Ogni cristiano, ogni battezzato ha questo impegno di tendere alla santità. Le
mezze misure non servono, non sono mai servite e tanto meno oggi. O tendo alla santità, con un
programma di vita spirituale ben preciso, senza niente di enfatizzato, molto semplice, però quattro
regole, quattro impegni e da lì non devo schiodarmi. Sarà la mia croce, ma è anche la modalità per
essere credibile. Perché Cristo è credibile? Perché è in croce. La croce è un sacrificio, ma è il
sacrificio che dà credibilità a quello che dico, a quello che ho detto, a quello che farò.
Stavamo parlando di questa esigenza, che l’amore di per sé è sempre esigente. Non possiamo
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parlare con una persona che vive di trepidazione, che si è fatta carico delle esigenze, delle
sofferenze degli altri, che vuol dire sentire la dimensione dell’amore – perché farsi carico delle
esigenze, delle povertà degli altri vuol dire metterci in questa dinamica di amore - e che questo non
abbia a chiedermi qualche cosa di molto impegnativo e che certe volte sconvolge la vita. Dobbiamo
darlo per scontato. Se non ha il diritto il Signore di sconvolgere la mia vita, chi deve avere il diritto?
Ma è uno sconvolgimento molto importante. Lo diciamo sempre anche in comunità: se è necessario
far scoppiare delle bombe, bisogna farle scoppiare. Se per arrivare alla pace bisogna fare la guerra,
facciamola. Senza armi, senza ira, senza criminalizzare, senza condanne, s’intende. La guerra che
vuole il Vangelo: 'Convertitevi e credete al Vangelo', 'Sono venuto a portare il fuoco sulla terra non
la pace', dice Gesù. Per cui se c’è da sollevare un polverone facciamolo, l’importante è che serva
per arrivare alla chiarezza, alla trasparenza. Non teniamo mai delle situazioni sospese. Se io sono un
carattere volubile, un carattere insicuro, devo andare alla radice, devo darmi delle mazzate. Devo
trovare la persona che mi aiuta, perché io sono un illuso, sono un buon uomo. Ma il mondo non ha
bisogno solo del buon uomo che non faccia del male, ha bisogno di ardimento, ha bisogno di
coraggio, ha bisogno di scelte, ha bisogno di uno stile ben preciso, che si vede soprattutto dalle
piccole cose. Dal modo che ho di studiare, di leggere, di pregare, di cantare, di conversare, lì si vede
la qualità dell’uomo. Le persone le conoscete non nelle circostanze eccezionali, ma nella
quotidianità, nelle piccole cose di ogni giorno, nei piccoli gesti, nella fedeltà alle piccole cose e ai
piccoli impegni di ogni giorno. Del resto guardiamo una mamma: dov’è lo straordinario di una
mamma? E’ proprio in quell’attenzione continua, precisa, attenta. Dov’è lo straordinario di un papà,
di un educatore? Quello sguardo penetrante, quella sensibilità, quella delicatezza, quell’amabilità,
quella fermezza, nelle cose più immediate, nelle cose di ogni giorno. E’ lì che si manifesta l’amore.
L’amore non è nel fare delle cose, ma in quelle rifiniture. Lo so anch’io che quella pennellata di
scuro, di nero, di rosso non è il quadro, però senza quella pennellata la sua bellezza è compromessa,
senza quella cornice la sua interezza è compromessa. Per cui noi dobbiamo ammettere che Dio ha il
diritto di chiederci, perché ci vuol bene, quello che a noi sembra impossibile.
'Il tuo figlio, il tuo unico figlio, quello che tu ami'. Non qualcosa di accessorio, non il di più, ma gli
chiede se stesso. Perché chiedergli il proprio figlio vuol dire chiedergli se stesso. Dio non mi chiede
una giacca, non mi chiede un mese di volontariato nel Bangladesh, o nel Kenia o nell’Alto Volta;
può essere che il Signore chieda me stesso. Ad Abramo ha chiesto suo figlio, che valeva dire
chiedere la sua vita, per un grande progetto che ancora non conosceva e solo dopo gli dirà: 'Farò di
te una grande nazione'. Noi invece, molto spesso, restiamo a contrattare, a commercializzare, come
se fosse un affare da concludere con Dio: “ti do questo e non quello, ti do adesso e non dopo, ti do
così e non cosà, a queste condizioni e non a quelle altre…” A monte di questa generosità che
Abramo dimostra, di questa fiducia che Abramo dimostra con Dio, palesemente, chiaramente, senza
tergiversare, senza rimpianti, senza piagnistei, senza angoscia, che cosa c’è? C’è una conoscenza
profonda, e più si conosce, più si ama. Pur essendo di estrazione pagana, venendo da un mondo
pagano, tuttavia aveva una conoscenza autentica, vera di Dio e di conseguenza un grande amore e di
conseguenza si è fidato di Dio, anche quando questo Dio chiede ciò che sembra impossibile.
Chiedere che abbia a sacrificare mio figlio vuol dire sacrificare la mia vita, perché mio figlio è la
mia vita. E qui ci si arriva soltanto se c’è veramente una conoscenza fatta di amore e un amore fatto
di conoscenza. E cos’è che mi porta a questa conoscenza di Dio, che vuol dire una familiarità, far
sparire qualsiasi sospetto dalla mia vita nei suoi confronti, qualsiasi remora. C’è una preghiera, c’è
un essere penetrato da lui, un lasciarmi penetrare, un immergermi in lui, un cercare di impregnarmi
di lui, di Dio e da tutto quello che mi parla di Dio: la natura, i poveri, i fratelli, tutto quello che mi
parla di Dio. C’è questa fame di verità, questa fame di preghiera; questo bisogno di attenzione, di
silenzio, perché non posso conoscere Dio come voglio io, devo conoscerlo servendomi dei mezzi: il
silenzio è un mezzo, la preghiera è un mezzo, l’amicizia è un mezzo, il povero è un mezzo, il
servizio è un mezzo, la disponibilità è un mezzo, la cultura è un mezzo, lo studio è un mezzo,
l’esperienza che devo fare è un mezzo. Devo fare delle esperienze di fede. Devo precisare quali
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sono queste esperienze di fede, in quel contesto. “Ma gli altri non vengono, ma gli altri non sono
d’accordo, ma gli altri non vedono chiaro”. Non è importante questo; se gli altri non partono, parto
io, se io sono chiamato, se io intravedo, se m’accorgo, se il Signore in qualche modo mi fa capire
attraverso quella situazione, attraverso quell’avvenimento, quella sofferenza, quel dolore. In tanti
modi il Signore si rivela. Naturalmente bisogna diventare l’amico di Dio. Solo ad Abramo la Bibbia
concede questo titolo.
Voler bene a mio marito, perché è sapiente, perché ha tre lauree, perché ha una carriera assicurata,
perché sta bene di salute, perché è rispettabile, sono capaci tutti: 'Se amate coloro che vi amano, che
merito ne avete?' Devo amare l’amico, il fratello, il figlio, la moglie anche quando stanno
attraversando momenti di ripensamento, momenti di disagio interiore, momenti di crisi, momenti di
rigetto. E amarlo in modo di aiutarlo, perché se non lo amo non lo aiuto a valorizzare quella
difficoltà, quel rigetto vocazionale, esperienziale. Cosa fanno gli amici di Dio? Cosa fanno gli
amici, i veri amici? Cosa dobbiamo fare noi se ci sentiamo amici? Non certo sfuggirci, non certo
ignorarci, non certo mantenere un rapporto puramente formale: ci vogliamo bene però tu pensa ai
fatti tuoi che la mia vita me la gestisco io. Io ho la mia maturità, io ho il mio progetto, tu hai il tuo…
Non è certo questa l’amicizia secondo Dio e secondo Abramo. “Faccio quello che posso, non metto
in discussione, non verifico, non puntualizzo”. Vuol dire non avere questa dimensione di umiltà.
Un’amicizia necessariamente deve fondarsi anche sull’umiltà, sulla stima dell’altro. Questi
atteggiamenti individualisti di privatizzazione della nostra vita non favoriscono di certo la vera
amicizia. Essere l’amico di Dio, per essere l’amico degli uomini, perché il Signore non ci ama, non
ci fa suoi amici per adescarci, per ipnotizzarci, per sterilizzarci, ma per disintossicarci dal nostro
egoismo e andare verso gli altri. Essere amici di Dio per essere l’amico dell’uomo, per essere
l’amico, come diceva Charles de Foucauld, di chi non ha amici. Un'amicizia sulla quale si può
contare, si può costruire qualche cosa; un'amicizia che dà affidabilità. Non una persona che si vede
oggi non si vede domani, la pensa così poi la pensa cosà, va bene tanto in quanto gli chiedi poco, gli
chiedi quello che vuole. Se gli chiedi qualche cosa che ti chiede Dio, che è un’esigenza oggettiva…
allora quello lì si perde non viene più, si volatilizza. Ci vuole costanza: 'Chi persevererà fino alla
fine sarà salvo'. Salvo nel senso che non viene inghiottito dall’egoismo, dalla tristezza,
dall’angoscia, che è terribile perché poi si paga, perché tutti i nodi vengono al pettine e si arriva a
dire: a cosa serve la mia vita? Il grande Buonaiuti, che tra l’altro è un sacerdote, si sgozzava con un
coltello purtroppo, diceva: a cosa serve la vita? Perché? Perché per lui la filosofia era diventata un
idolo. La filosofia certo è una cosa grande, ma una filosofia, una teologia che mi porta alla vita. Ma
lì ha cominciato con piccole trasgressioni, a fare quello che voleva. Gli avevano detto: guarda che tu
non devi leggere certi libri, quando era in Seminario. E lui andava nei gabinetti a leggere certi libri.
Certe infedeltà, certe trasgressioni: era lui che giudicava. Chi guidava la sua vocazione,
praticamente non aveva nessun diritto di dire: guarda che per te, tenendo conto del tuo contesto,
tenendo conto della tua forma mentis, della tua esuberanza, delle tue tensioni, del tuo spessore
intellettuale ecc. queste letture, in questo momento sono pericolose. Lui era andato avanti, il
Buonaiuti, di nascosto, continuamente contrabbandando la fiducia che gli veniva data. Perché è un
atto di fiducia dire: guarda che questo tipo di letture, questo tipo di rapporti, questo tipo di cultura,
può in questo momento, se non ci sono delle conoscenze, delle prospettive, delle fondamenta sicure
ecc. può destabilizzare o iniziare un processo di sgretolamento. E di fatto poi le cose sono andate
tragicamente, e irreparabilmente. Poi si arriva a dire: ma a cosa serve? Ma a monte cosa c’era? A 50
anni, a 60 anni, a 30 anni sono già stanco della vita: non mi dà già più niente. C’è questa autonomia.
C’è questa falsa autonomia. La tua deve essere un’autonomia di un uomo che ha fede, di un uomo
che vive in questa società, che si commisura con gli altri, che ha un riferimento ben preciso, che
precisa il suo comportamento, che puntualizza il suo comportamento, che verifica anche le cose più
belle. Più vado in alto e più devo sentire la responsabilità. Più cresce la santità e più cresce il senso
di responsabilità e più devo sentire il bisogno di puntualizzare, di consigliarmi, di consolidare, di
scendere nel profondo dell’umiltà. Più sono investito di progetti, di grazie, di esperienze, di
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responsabilità eccezionali e più devo calarmi nel profondo dell’umiltà. Tener conto della mia
miseria, che vuol dire evidenziare la grandezza, la misericordia di Dio. L’amico di Dio, per essere
tale, che vuol dire essere amico degli uomini, sentirsi a nostro agio, amare questa vita, amare questo
mondo. E’ brutto quando sentiamo dei giovani dire che odiano il mondo. E’ vero che è un mondo di
malvagità, ma è anche il mondo della grazia, il mondo delle meraviglie. L’amico di Dio deve uscire
da un mondo di auto sufficienza. Oppure dico: dipendo da Dio, ma non dipendo da quello. Cosa c’è
di più bello di fidarsi anche di questo o di quello? Cos’è il fidarsi se non un aspetto dell’amore?
'Come posso dire di amare Dio che non vedo se non amo il fratello che vedo?' Direbbe S. Giovanni.
Come posso fidarmi di Dio che non vedo, se non mi commisuro, se non sono pronto a ricevere
quella correzione dall’amico che vedo? Come può Dio correggermi, raddrizzarmi se non mi lascio
raddrizzare da quella persona? Per cui questa autosufficienza e orgoglio, che certe volte
mascheriamo sotto il pretesto del "sono fatto così. Il mio carattere è questo, ognuno è fatto a suo
modo, il pluralismo…” Il pluralismo mi va bene, la diversità mi va bene, ma mai la diversità, il
pluralismo frutto di egoismo, di egocentrismo che mette se stesso al centro della propria vita e
discrimina gli altri, e penalizza l’amore, la carità, l’umiltà. L’umiltà che la vivo in tanti modi: nel
verificare, nel lasciarmi correggere, nell’accettare le mie sconfitte. L’umiltà che posso esercitare
quando faccio una verifica, quando mi riconcilio. Il sacramento della riconciliazione, il sacramento
del perdono, della misericordia di Dio, la confessione. In tanti modo posso esercitare questa umiltà,
perché questa è la garanzia per andare verso la verità. Se non vivo l’umiltà, la verità diventa un
sogno, una parodia. …”Ma i sacramenti, va beh son tutte cose insomma che possono esserci più o
meno, la vita sacramentale, la vita di grazia, l’eucaristia, la confessione quando mi piace, quando
trovo la persona giusta, quando ho voglia, quando mi sento ecc.” Questo sensismo, questo
egocentrismo; mi metto al di sopra della Chiesa, di Gesù Cristo. Vuol dire che sottovaluto le
mancanze, le inadempienze, le resistenze alla grazia. Perché non chiedo il perdono con il
sacramento della riconciliazione per tutte le volte che resisto alla grazia, che estrometto la carità, la
puntigliosità, la fedeltà della mia vita, la fedeltà al Maestro Gesù? Devo uscire da un mondo di
autosufficienza e di contrapposizione a Dio per entrare nella misteriosa logica di un Dio Padre. E’
sempre misteriosa; non saremmo uomini se comprendessimo tutto di Dio. Abbiamo detto tante volte
che la fede non è capire, ma fidarci di una persona, non è comprendere. Dopo comprenderemo
magari. Quando la Madonna dice: 'Si faccia di me secondo la tua parola'. (Non dovremmo mai
dimenticare la Madonna, in tutti i momenti della nostra vita non soltanto nei momenti eccezionali;
sempre dobbiamo rifarci al modo di essere della Madonna) Dopo capirà il significato di diventare
Madre di Dio, Madre degli uomini, Corredentrice.
Per lei e per Abramo sono molto vere le parole di Romano Guardini, teologo… Un italiano, che
però viveva in Germania, mi pare, è morto (qualche) anno fa: “Mi hai preceduto Signore e mi hai
aperto il cammino, ora insegnami a seguirti”. Questo è l’uomo di fede; l’uomo di fede deve arrivare
a dire: Tu mi hai preceduto, mi hai aperto la strada, mi hai fatto incontrare chi non pensavo di
incontrare, mi hai fatto fare quel cammino che non pensavo, che non avevo ipotizzato. E’ sempre il
Signore che ci precede, è sempre lui che ci viene incontro, che prende l’iniziativa, perché lui è
l’amore e l’amore è sempre creativo. Ricordatevi che quando una persona non vede, non s’accorge
di questa o di quella necessità, sta vivendo un amore sclerotizzante, un amore illusorio. Non c’è
l’amore che si adagia; l’amore è sempre attento, è sempre vigilante, precede, intuisce, e allora sì che
la vita diventa qualche cosa di bello, di grande, di piacevole e la gusti la vita, gusti quell’amicizia,
gusti quel rapporto, perché quell’amico, quella persona, in quel contesto, t’accorgi che nascono
delle premure, sanno intuire senza che tu lo dica, la tua necessità, il tuo bisogno, le tue esigenze.
Dobbiamo imparare ad amare ma nel modo giusto, perché si tratta di imparare a vivere e allora qui
non c’è più posto per l’angoscia, per i ripensamenti, per la tristezza.
'Mi hai preceduto Signore e mi hai aperto il cammino, ora insegnami a seguirti'. Certo, quando
abbiamo cominciato poi bisogna continuare. Qui è il rebus. Non ho fatto tutto quando mi sono
sposato, quando sono diventato prete, ma è dopo, è continuare con quello stesso entusiasmo, con
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quello stesso amore, con quella stessa dedizione, con quello stesso interesse, con quel senso critico.
Perché devo aspettare che siano gli altri a dirmi che sto sbagliando? Se amo veramente me stesso,
devo essere io a fare l’autocritica e devo imparare, devo chiedere: aiutami ad autocriticarmi, dammi
una mano perché possa davvero autocriticarmi, far sì che il mio esame di coscienza, la mia
meditazione diventa anche un momento di conoscenza della mie miserie, delle mie inadempienze,
dei miei limiti. Più perde quota il peccato e la miseria e più cresce l’amore, la libertà, la
disponibilità e il mondo davvero cambia. Comincia a cambiare quella famiglia, comincia a
cambiare quella comunità, comincia a cambiare quel gruppo, quella parrocchia, quella scuola,
quell’ambiente. E così si stratifica sempre di più la libertà, l’amore. Ragionare secondo Dio, che
vuol dire ragionare secondo la fede. Può sembrare un non senso, ma è nella fede che si vedono i
miracoli e si sente la gioia e la pace, la tranquillità. Una fede ardita, una fede che si arrampica, una
fede che fa delle scalate, una fede che suda, che va in alto, porta con sé poi una serenità, una pace,
una tranquillità grande. Questo superare noi stessi è preludio, è strada per arrivare ad assaporare
davvero l’amore, a gustare l’amore, a gustare l’amicizia, ma non un’amicizia dozzinale. Bisogna
però mettersi alla scuola dell’amore e allora devo trovare prima di tutto lui, Gesù, il Maestro; poi lui
mi farà trovare i maestri o quel maestro, o quella scuola, o quel gruppo, o quella comunità, o quella
famiglia dove davvero lì si vive, si sprigiona l’amore, dove c’è calore. Una luce che non emana, che
non riscalda non è amore. Allora vedremo davvero che la fede ci porta allo stupore: Ma come mai,
ma come mai queste cose, come mai questa situazione impensabile? Ma qui non c’era nulla, ma qui
c’era niente, ma qui c’era della miseria, qui c’era il peccato e invece vediamo delle cose
sbalorditive, impensate, meravigliose, straordinarie, che non si possono comprendere, non si
possono spiegare con dei ragionamenti puramente umani. Se prescindiamo dalla grazia, non
riusciamo a comprendere nulla. Ecco, tanto per dire, per farci capire di più, per rivalutare l’aspetto
della grazia, che vuol dire anche l’aspetto della vita sacramentale, per cui non è la stessa cosa il fare
la comunione o non farla, non è la stessa cosa la grazia, non è la stessa cosa far meditazione o non
far meditazione, riconciliarmi con Gesù Cristo, con i fratelli, con la Chiesa, purificarmi, essere
perdonati, chiedere il perdono umilmente nella confessione o non farla, non è l’identica cosa.
L’ascetica ha delle sue leggi, l’ascesi cristiana ha delle sue leggi ben precise, come del resto in tutti i
contesti. Se voglio diventare dottore devo seguire, se voglio diventare madre, se voglio diventare
prete devo seguire una certa linea, un certo programma di vita. Uno dei personaggi più emblematici
del nostro tempo, uno dei tanti, potrebbe essere Giacomo Fesch, dove è possibile vedere come la
grazia ha trasformato completamente. Alcuni di voi conoscono già questa figura e noi gli abbiamo
intitolato quel capannone che abbiamo fatto per i giovanissimi, questa estate quando abbiamo fatto
la Settimana del Sole. Hanno approfondito questo aspetto, certi aspetti della vita di Giacomo Fesch.
Ogni anno prendono un personaggio, l’anno scorso, nel 1991 hanno approfondito nel senso che
hanno puntualizzato certi aspetti della sua vita. Questo per dire che il Signore va al di là delle nostre
attese, delle nostre aspettative, non ci dà in proporzione a quello che ci meritiamo, ma ci dà in
proporzione alla sua misericordia, alla sua grandezza.
Una sera piovosa del febbraio del 1954, fallitagli una rapina, nella fuga, miope e con la mano nella
tasca dell’impermeabile, spara a una intimazione di fermo e per sventura uccide un agente.
Braccato, percosso, ferito, viene rinchiuso alla Santé. E’ la desolazione. Al Cappellano accorso
risponde: Non ho fede. Ma otto mesi di carcere lo portano a riflettere e a pregare. In otto mesi
cambia completamente la sua vita. Per cui il Signore sa servirsi anche del male. Siamo noi che di
fronte al male ci arrendiamo, ci adagiamo, ci scandalizziamo. E’ proprio dell’educatore tirar fuori da
quella situazione disastrata, tirar fuori qualche cosa di grande con la forza, con l’amore di Dio, con
l’aiuto della grazia. La conversione maturò nella lotta contro di sé. Ecco la fede. La fede non è
qualcosa di astratto; la fede è questa maturazione, questa conversione continua: 'Convertitevi e
credete al Vangelo'. E non fermarsi mai nemmeno di fronte al fallimento più grosso. Jaques ormai
aveva compromesso completamente la sua vita e di conseguenza la sua famiglia, perché era sposato,
aveva una bambina, la sua Veronica. La conversione maturerà nella lotta contro di sé, nutrito dalla
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lettura della Bibbia, e, quando gli è concesso, dall’Eucaristia. C’è sempre una costante nella vita dei
santi: Parola di Dio, preghiera, Eucaristia. Non mancano mai nella vita dei santi. Noi ci
accontentiamo di comunicarci ogni tanto. Ricordo con piacere gli obiettori di 10 anni fa, che
quando tornavo giù, a mezzanotte, all’una erano là ad aspettare che gli facessi la comunione.
Stanchi com’erano, perché quando si comincia la giornata alle sei e un quarto, sei e mezza del
mattino, a mezzanotte essere ancora lì ad aspettare…. E quella è fede; quella è fede. A volte invece
che a mezzanotte arrivavo all’una, all’una e mezza ed erano là: “se puoi farmi la comunione, se
puoi darmi Gesù Cristo”. Noi purtroppo siamo troppo nella bambagia, troppo ovattati: “se ho
tempo, se posso…” E diciamo: “questo qui è nato santo…” Ma santo si diventa.
Leggiamo la vita di p. Tito Brandsma, 'Un giornalista martire'. Era diventato Rettore dell’Università
di Nimega. Quando ancora studiava non lo avevano mandato fuori dall’Istituto a dare gli esami,
perché era un carattere aggressivo; aveva un caratteraccio, era stato anche bocciato per la sua
indisciplina, perché era un tipaccio. Poi la Parola di Dio, il Vangelo l’hanno cambiato. Il Signore ha
saputo tirar fuori un po’ alla volta un uomo nuovo. Però cosa c’era? Come mai riusciva a passare le
notti in preghiera, là nel lager di Buchenwald, campo di sterminio? Cosa c’era a monte di quelle
notti passate lì davanti a un pezzettino di Eucaristia? Quando tornava dai lavori forzati e doveva
camminare diritto, perché erano delle randellate, mica gli davano una pacca sulla spalla quando
camminava in qualche modo. Usavano i randelli i nazisti. Perché aveva difeso la libertà del suo
popolo olandese che era stato invaso dai nazisti, aveva scritto parole di fuoco. Lui era capo dei
giornalisti cattolici e allora l’avevano fatto fuori, messo nel campo di concentramento, dove era
stato fatto prigioniero. Di nascosto un polacco gli dava l’ostia e lui la prendeva e la nascondeva
nella cinghia… La notte la passava in adorazione, perché diceva, questa potrebbe essere l’ultimo
giorno della nostra vita… E poi la divideva in piccolissime parti e si comunicavano. In quell’inferno
terribile, disumanizzante qual era il campo di concentramento. Ma a monte di tutto questo cosa
c’era? C’era la carità. Anche quando era rettore dell’università di Nimega, vedeva questa gente…
che andava in giro a vendere il carbone o la legna e li aiutava a tirare il carretto… Erano piccoli
gesti, ma cresceva nella carità e nell’amore. I poveri si amano facendo dei gesti concreti. Perché era
giunto alla convinzione che la prerogativa più interessante non era essere il rettore dell’Università,
ma essere cristiano che serve, il cristiano che ama i poveri e si fa povero. Non soltanto amare i
poveri, ma farsi poveri. Non possiamo aiutare i poveri a riabilitarsi e a riscattarsi dalle proprie
miserie se noi non ci facciamo poveri con i poveri e non facciamo lo stesso cammino di
riabilitazione con loro. Non avvicinare i poveri per restare poveri, miserabili come loro, ma per fare
un vero cammino di liberazione, di riabilitazione, di recupero.
Soltanto se noi diamo Cristo, diamo la luce, proponiamo Gesù Cristo. L’ultima conversazione l’ha
avuta con un condannato che si è convertito grazie al suo intervento, alla sua testimonianza, al suo
modo di vivere. L’ultima notte la passa nella veglia e scrive: 'sino alla fine io possa rendere
testimonianza a Gesù'. Al Gesù Cristo, al Gesù servo e povero. 'Possa io dare la mia vita come i
martiri che muoiono per non rinnegare la loro fede'. Noi possiamo sempre rinnegare, di fronte alle
difficoltà, possiamo rinnegare la nostra fede o quel che è peggio, contrabbandarla con un modo di
vivere che non è secondo Dio, che non è secondo il Vangelo. Stiamo attenti perché possiamo
illuderci. Quella rilassatezza, quelle false sicurezze, la troppa sicurezza in noi stessi è già il sintomo
di una fede immatura. 'Sono colpevole io, Santa Vergine aiutami…'La fede è anche capire il nostro
limite, il nostro peccato: 'Sono colpevole. Con piena lucidità di spirito, sereno e gioioso andò
all’incontro che aveva appassionatamente atteso'. Attendeva questo momento e così lo esprime: 'Fra
cinque ore vedrò Gesù'. Questa era la sua preghiera. Ci è arrivato attraverso le lotte, attraverso i
sacrifici, le rinunce. Immensamente più prezioso ciò che egli stesso ha scritto della conversazione
alla fede, della guerra interiore per vincersi e delle ascesi fino a vette sempre più alte. Vincere noi
stessi, questa è la fede nella quale vogliamo e dobbiamo credere.
– Ci sarebbe da vedere ancora nel Nuovo Testamento la fede, ma vi ho già stancati. – Per cui
cerchiamo di vivere una fede che si concretizza, una fede che prende le distanze dal quietismo, dal
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disimpegno, dalle cose che vogliamo far quadrare secondo i nostri criteri puramente umani, perché
questa non è la fede del Vangelo non è la fede che ci insegna Giacomo Fesch, o meglio Gesù Cristo.
La fede che dà delle sterzate che creano delle alternative alla storia, è quella che impegna tutta la
nostra vita, cioè il nostro modo di vivere, il nostro stile di vita, la nostra qualità della vita. Allora
non ci stancheremo di vivere; più passeranno gli anni, più diventeremo vecchi e più diremo: che
meraviglia la vita, che meraviglia la fede, dove mi ha portato questa fede! Mi ha portato sui sentieri
dell’amore, della solidarietà, della verità!
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La fede di Abramo - Casa del Giovane