ANNO VII | NUMERO 25 | GENNAIO | GIUGNO 2008
2|3|4 5
L’agente segreto
Mursia, Conrad, Fasce
Intervista Sciaccaluga
Sola me ne vo...
Ritorna la Melato
Stabile in tournée
6|7
8|9
10
11
12
Polvere alla polvere
Giuliana Manganelli
Intervista Parenti
Ecume
Grandi Parole
Ebrei e Arabi
Hellzapoppin
Foyer della Corte
Incontri, letture, conferenze
Rassegna Teatro
Contemporaneo
Programma
Compagnie ospiti
Da gennaio a maggio
23 spettacoli
Il 2 0 0 8 de l l o S t a bi l e si i n au g u ra c on l a p rod u z i on e di du e n ovit à per la sc en a it a lia n a
STORIE DI BOMBE E DI AMICIZIA
L’ultima parte del 2007 appena concluso ha portato al
Teatro Stabile di Genova
nuove occasioni di soddisfazione per il lavoro compiuto: un numero molto alto di presenze, segno che
nelle nostre sale il pubblico
trova occasioni di divertimento e di arricchimento
culturale, il grande successo in Italia e all’estero di La
famiglia dell’antiquario, con
Pagni protagonista; la collocazione di Svet, da parte
di un importante giornale
italiano, fra i 3 spettacoli
più belli del 2007. Il 2008,
che si è aperto con Il castello
di Kafka, con il quale grazie
alla regia di Massimo Mesciulam, è stato ancora una
volta evidenziato il lavoro
di formazione dei nostri
giovani attori, prosegue ora
con due nuove proposte: la
“prima” italiana (e potremmo quasi dire europea) di
L’agente segreto di Conrad e
Polvere alla polvere dell’inglese Farquhar. L’agente segreto, allestito a Londra nel
1922 e poi “dimenticato”, è
un’ importante novità per i
nostri palcoscenici e una
nuova tappa nel percorso
che ci vede da qualche anno
alla ricerca di testi di grandi autori poco o mai rappresentati. Ed è quanto facciamo anche, in una forma
diversa, con la annuale rassegna di Dram ma turgia
contemporanea. L’agente segreto è un testo a cui pensavamo da tempo, che ha visto
ora maturare le ragioni più
profonde della sua messa in
scena: queste ragioni sono
sia la fortissima, incredibile attualità delle situazioni
politiche, di cronaca, dei
personaggi, dei loro pensieri e sentimenti che l’opera
contiene; sia la disponibilità che abbiamo, nel portarlo in scena, di una Compagnia Stabile di attori fra i
20 e i 40 anni, costruita con
attenzione in queste ultime
dieci stagioni e che non fa
certo rimpiangere la grande Compagnia Stabile che
fece la storia del nostro teatro negli anni ’70.
Carlo Repetti
(continua a pag.10)
A L L A C O R T E “ L’ A G E N T E S E G R E T O ” D I J O S E P H C O N R A D
U n a s c e n a d i L’ a g e n t e s e g r e t o c o n A l i c e A r c u r i e N i c o l a P a n n e l l i ( f o t o d i M a r c e l l o N o r b e r t h )
LA MELATO TORNA A GENOVA
Mariangela Melato torna (dal
12 al 17 febbraio) alla Corte
con Sola me ne vo..., il fortunato «One Lady Show»
giunto al suo secondo anno
di applaudita tournée. Nello
spettacolo messo in scena da
Giampiero Solari, la Melato
racconta storie, recita monologhi intensi e brillanti, canta e balla affiancata da sei
ballerini, testimonia con ironia ed emozione il suo modo
particolare e personale di
porsi in teatro e nella vita.
EBREI E ARABI: LE GRANDI PAROLE
Lunedì 11 febbraio (ore 20.30)
prende il via al Teatro della Corte il
nuovo ciclo di Grandi Parole, intitolato quest’anno Ebrei e arabi: incroci paralleli e dedicato al dialogo tra la
cultura ebraica e la
cultura araba. Si
tratta di cinque se rate te matiche in
cui testi provenienti
dalla millenaria tra dizione culturale dei
due popoli s’intrecciano per par lare di
Uomo e Donna (11/2, relatori Ele na
Loewenthal e Nacéra Benali), Eso do ed Egira (18/2, relatori Moni
Ovadia e Younis Tawfik), Angeli e
Demoni (25/2, relatori Piero Capelli
e Ida Zilio-Grandi), Guerra e Pace
(10/3, relatori Gad Lerner e Franco
Cardini), L’Identità e l’Altro (18/3,
re latore Mas simo
Cac ciari). Nato dalla convinzione che
la cultura è capace
di dialogare anche
là dove i conflitti stori ci sono più aspri,
il ci clo prevede ogni
sera la presenza di
due attori di pri mo
piano del teatro
italiano, i quali daranno voce a
una ricca antologia di testi, scelti con la collaborazione di Piero
Ca p e l l i e d i I d a Z i l i o - G r a n d i .
L’agente segreto di Joseph Conrad, in scena alla Corte dal 15
gennaio al 3 febbraio, è una novità per l’Italia, con la quale lo
Stabile di Genova prosegue nella ricerca che lo ha già portato
alla scoperta di testi poco noti
di celebri autori, ultimo dei
quali lo Svet di Tolstoj. Questa
volta si tratta della riduzione
teatrale dell’omonimo romanzo del 1907 che lo stesso Conrad pubblicò in duplice versione nel 1921 in quattro atti e
nel 1923 in tre atti, come fu
rappresentato per la prima
volta a Londra nel novembre
1922. Messo in scena da Marco
Sciaccaluga, lo spettacolo si
avvale dell’interpretazione di
un affiatato gruppo di attori
trenta/quarantenni, formatisi
tutti allo Stabile: Orietta Notari,
Gianluca Gobbi, Aleksandar
Cvjetkovic, Alberto Giusta, Fe-
derico Vanni, Nicola Pannelli,
Marco Avogadro, sino ad arrivare ai più giovani Alice Arcuri, Fabrizio Careddu, Fiorenza
Pieri e Vito Saccinto, che completano un cast nel quale figura anche Marco Sciaccaluga.
Le scene e i costumi sono firmati da Valeria Manari, le musiche da Andrea Nicolini e le
luci da Sandro Sussi. Fondamentalmente fedele alla trama del romanzo, L’agente segreto teatrale chiama in causa, in un clima “hitchcockiano”, fatti e personaggi ispirati
ad un fatto di cronaca, nel
quale Conrad fa convergere
influenze di Dostoevskij e di
Oscar Wilde, lasciando che i
modelli espressivi del melodramma famigliare s’intreccino con quelli del thriller poliziesco e con le suggestioni spettacolari del grand-guignol.
Rassegna di Teatro “POLVERE ALLA POLVERE” AL DUSE
Contemporaneo
Nel maggio-giugno 2008, il
Teatro Stabile di Genova organizza, nell’ambito del progetto del Ministero per i Beni Culturali realizzato con il
contributo della Regione Liguria, la seconda «Rassegna
di drammaturgia contemporanea», che si propone come un rafforzamento e un’estensione dei cicli di “mises
en espace” con cui nelle stagioni precedenti si sono
sperimentati trentasette
nuovi testi, numerosi dei
quali sono poi diventati dei
veri e propri spettacoli di
produzione. Sul palcoscenico della Piccola Corte (con
repliche previste anche in
altre località liguri e a Milano) saranno proposti cinque
nuovi testi provenienti da
Francia (Daewoo di François Bon), Germania (Tre
stelle sopra il baldacchino
di Michael Zochow), Inghilterra (Mojo di Jez Butterworth), Italia (Ingannati di
Nicola Pannelli) e Svezia (Time of Darkness di Henning
Markell). L’iniziativa è organizzata in collaborazione
con Alliance Française, Goethe Institut, British Council,
Università di Genova e Museo-Biblioteca del l’At to re.
Antonio Zavatteri e Aldo Ottobrino in una scena di Polvere alla polvere (foto P. Lanna)
Con Polvere alla polvere, in scena al Teatro Duse dal 25 marzo al 6 aprile, lo
Stabile di Genova porta ancora una volta in cartellone un testo di drammaturgia
contemporanea sperimentato nelle stagioni precedenti in forma di “mise en
espace”. Scritto dall’inglese Robert Farquhar e messo in scena da Flavio Parenti,
giovane regista e attore formatosi alla Scuola di Recitazione genovese, Polvere
alla polvere (in originale Dust to Dust) è interpretato da Aldo Ottobrino, Alessia
Giuliani e Antonio Zavatteri, in uno spazio scenico completamente nudo e definito solo dalle luci di Sandro Sussi. Sotteso da un sottile humour, lo spettacolo
intreccia in modo sempre più stringente i monologhi dei tre protagonisti, per
raccontare la storia di un’amicizia che nasce da un evento luttuoso. La notizia
della morte di Mick arriva all’improvviso alla ex-moglie, Holly, e ai suoi due
amici Harry e Kev. Grande bevitore e protagonista di una vita alquanto disordinata, Mick è caduto dalle scale e ora le tre persone che meglio lo conoscevano
s’incontrano nel solito pub per organizzare un funerale degno della sua memoria. Inizia così un lungo viaggio finalizzato a restituire le ceneri di Mick alla loro
origine naturale: un viaggio che diventa soprattutto coinvolgente percorso teatrale lungo il quale si rivela molto della vita di quei personaggi chiusi in
un universo esistenziale emarginato, da cui traspare però una forte umanità.
2 l L’agente segreto
Tutti i miei pensieri e le mie energie vitali sono
In fin dei conti anche questo dipende dagli attori!
Ho scoperto che la mia vera vocazione è fare
Un appello al pubblico è come un appello
concentrati su questo dramma che ogni giorno di
Tutto dipende dagli attori. È per questo
il critico teatrale. Lo so! Avevo anticipato
agli dei dell’Olimpo, i cui umori
più mi sembra un’impresa davvero grande e difficile.
che il palcoscenico mi ha sempre fatto paura.
tutto quello che hanno pubblicato sui giornali.
sono capricciosi e incerti i gusti.
CONRAD 7/11/1919
CONRAD 22/11/1919
CONRAD 7/11/1922
CONRAD 23/11/1922
Dalla cronaca alla scena
C o n r a d
r i v i s i t a
Nella sua nota d’autore
Conrad indica come fonti di
ispirazione per L’agente segreto una conversazione con
un amico di cui non fa il
nome e la lettura di un libro
di memorie di un alto funzionario di polizia. Dice anche
come nella conversazione
con l’amico si fosse parlato
in particolare dell’attentato
all’Osservatorio astronomico
di Greenwich che aveva scosso l’opinione pubblica dodici
anni prima, e ricorda l’autore
del libro con l’inciso: «Credo
si chiamasse Anderson».
Per dichiarazione esplicita
dell’interessato (anche se è
noto che le sue testimonianze
sono spesso tutt’altro che attendibili) sappiamo che l’amico cui accenna Conrad è Ford
Madox Ford. Costui era in
diretto contatto con il mondo
p e r
i l
degli anarchici, essendo, tra
l’altro, cugino di tre giovanissimi «contestatori» e cioè le
sorelle Olive e Helen Rossetti
e il loro fratello Arthur, appartenenti a una famiglia di
origine italiana. E fu certamente Ford che fornì a
Conrad il materiale e le documentazioni sostanziali per
lo studio dell’ambiente e dei
personaggi di quel mondo.
Helen Rossetti, che Conrad
ebbe modo di conoscere personalmente, servì addirittura
come modello per la figura
della protagonista femminile
del racconto The Informer
(II delatore) che, insieme
con An Anarchist (Un anarchico), trae la sua origine
dallo stesso materiale.
Quanto al libro cui accenna
Conrad è noto che si tratta di
un volume di memorie di Sir
Marco Avogadro, Vito Saccinto, Gianluca Gobbi e Nicola Pannelli
Robert Anderson, vice sovrintendente di polizia e capo
del «Criminal Investigation
Department» (la «Sezione
Delitti Speciali» del romanzo)
dalla fine del 1888. Ma poiché
questo volume fu pubblicato
a Londra nel maggio del
1906, cioè quando Conrad
aveva già iniziato la stesura
del romanzo, è da pensare
che esso sia valso solo come
traccia per approfondire il
carattere e l’atmosfera dei
personaggi che saranno «dal-
la parte della legge».
In effetti Conrad si servì,
secondo il suo usuale metodo
compositivo, di tutta una
serie di fonti che vanno dalle
cronache dei quotidiani d’informazione alla stampa anarchica, ai libri di personaggi
che avevano avuto a che fare
con i movimenti rivoluzionari
dell’epoca, etc. Dalla ricerca
organica di queste fonti è
emersa recentemente una cospicua messe di dati e di particolari molto utili ai fini del-
t e a t r o
u n
m i s t e r i o s o
Alice Arcuri e Gianluca Gobbi in una scena dello spettacolo
l’individuazione di fatti e personaggi del romanzo. Qui di
seguito accenneremo agli elementi di maggiore interesse.
Anzi tutto è risaputo che l’episodio principale su cui si basa
il romanzo, e cioè l’attentato
dinamitardo di Greenwich, è
un avvenimento reale. Il 15
febbraio del 1894 un guardiano del parco di Greenwich udì
il fragore di un’esplosione
nelle immediate vicinanze del
famoso Osservatorio. Accorso
sul posto trovò il corpo dilaniato di un giovane in fin di
vita. Dalle indagini successivamente effettuate risultò
che il giovane si chiamava
Martial Bourdin ed era cognato di un noto anarchico, H.P.
Samuels. L’unica spiegazione
plausibile che venne data del
caso fu quella di un fallito
attentato anarchico all’Osservatorio. Per il gran pubblico l’avvenimento rimase oscuro; ma la stampa anarchica
cercò di spiegare il fatto come
una macchinazione della polizia, architettata per gettare
discredito sull’attività degli
anarchici in Inghilterra. Tre
anni dopo il direttore del gior-
nale Anarchist, David Nicoll,
pubblicò un opuscolo intitolato The Greenwich Mistery
dove esponeva questa tesi
accusando Samuels di essere
una spia e di avere indotto il
cognato a portare a Greenwich la bomba, d’accordo con
la polizia che avrebbe dovuto
procedere all’arresto di Bourdin. Peraltro la figura di
Verloc oltre che da Samuels
trae alcune caratteristiche da
un altro agente segreto che,
venuto pure alla ribalta in
occasione dell’attentato di
Greenwich, fu smascherato
dallo stesso David Nicoll sul
suo giornale. Si tratta di un
certo Auguste Coulon, di
padre francese e madre irlandese, che nascondeva la sua
vera attività gestendo una
modesta gioielleria.
Ma per la costruzione del suo
mondo di anarchici Conrad si
servì con geniale intuizione
anche di vicende relative ad
altri movimenti rivoluzionari
della sua epoca. Del resto è
stato giustamente affermato
che L’agente segreto più che
un romanzo sull’anarchia
politica è un romanzo sull’a-
a t t e n t a t o
a
narchia sociale. E in particolare furono persone e fatti del
movimento indipendentista
irlandese dei feniani a fornirgli ampio materiale per il suo
romanzo. Così, ad esempio,
l’episodio che fu causa della
severa condanna dell’«apostolo» Michaelis ha un preciso riscontro nella storia dei
rivoluzionari irlandesi. Nel
settembre del 1867, a Manchester, nel tentativo di liberare due capi del movimento
mentre venivano trasportati
in un furgone della polizia,
una guardia che si rifiutava di
consegnare le chiavi del cellulare venne deliberatamente
uccisa da uno degli assalitori.
La morte del poliziotto, che come nel romanzo - aveva moglie e tre figli, causò un’enorme reazione nell’opinione
pubblica. Per questo delitto,
nel novembre dello stesso anno, venivano condannati a
morte quattro esponenti del
movimento, di cui uno all’ultimo minuto ebbe commutata
la pena nel carcere a vita, così
come nel romanzo accade a
Michaelis. Il quale Michaelis,
però, trae origine soprattutto
dalla figura di un altro feniano, Michael Davitt, condannato nel 1870 per detenzione
d’armi a quindici anni e rilasciato in libertà vigilata dopo
sette anni di carcere. Anche
Davitt scrisse poi un libro di
memorie sulle passate esperienze e si dimostrò un uomo
di carattere mite e sensibile.
Il particolare invece della
sgraziata obesità di Michaelis
sembra derivare dall’analogo
malanno che colpì l’anarchico
russo Bakunin dopo il lungo
periodo trascorso in prigione.
Quanto agli altri anarchici del
romanzo, Karl Yundt sembra
avere la sua matrice in parte
nello stesso Bakunin ma soprattutto nel tedesco Johann
Most, un anarchico molto noto
a quei tempi per le sue idee
estremiste che gli valsero la
definizione di «nemico della
razza umana». Anche il «Pro-
G r e e n w i c h
fessore» fa pensare ad una
fonte precisa e cioè al terrorista feniano Luke Dillon, soprannominato «Dynamite Dillon», che nessuno, si dice, si
azzardava ad arrestare perché
portava addosso della dinamite con l’intenzione di distruggere chiunque avesse tentato
di catturarlo. E in effetti, pur
essendo implicato in alcuni dei
più famosi attentati di fine
‘800, non fu mai arrestato. Poiché però queste notizie risultano - almeno finora - pubblicate
solo in un libro del 1937, è da
pensare che Conrad possa
averle apprese oralmente.
Anche i tre personaggi «dalla
parte della legge» sono stati
perfettamente identificati. Il
Sir Ethelred del romanzo è
proprio, anche fisicamente,
quel Sir William Harcourt citato da Conrad nella sua nota
d’autore e che fu segretario
di stato nel gabinetto liberale
di Gladstone dal 1880 al 1885
e Cancelliere dello Scacchiere, sempre con Gladstone dal
1892 al 1894, anno dell’attentato all’Osservatorio di Greenwich. Per la figura del vicesovrintendente di polizia Conrad invece si servì non solo di
quell’Anderson citato nella
stessa nota, ma anche – e più
– delle caratteristiche di Sir
Howard Vincent che aveva
ricoperto la stessa carica dal
1878 al 1884. Ed infine l’ispettore capo Heat è l’ispettore Melville che nella realtà si
occupò dell’affare di Greenwich.
Ugo Mursia
da Romanzi occidentali di Conrad
Federico Vanni e Fabrizio Careddu
Lettere di Conrad sulla genesi e la messa in scena di «L’agentesegreto»:
Caro [Richard] Curle,
(...) Ti annuncio anche (e forse è meglio
che questo resti fra di noi) che sto pensando seriamente alla drammatizzazione di
alcuni miei lavori, a partire forse dall’Agente segreto. Non ne parlo in giro. Del
progetto sono a conoscenza solo un paio
di amici intimi di qui e un uomo di teatro
che si chiama Frank Vernon che trovo
estremamente intelligente e sensibile. Al
momento è solo un progetto. Non sono
ancora riuscito a mettermi al lavoro; ma
domani ci trasferiamo nella nuova casa e
allora proverò a svilupparlo, diciamo per
un mese o un mese e mezzo, e se non ne
25.5.1919
cavo niente lascerò perdere.
gennaio | giugno 2008
a J. B. Pinker
(...) Te l’ho detto che giovedì ho finito il
terzo atto? Non dirò che mi sento al settimo
cielo per il progresso, ma ne sono abbastanza soddisfatto. Non incomincerò il
quarto atto se non dopo esserci sistemati a
Liverpool. Al momento non me la sento
22.11.1919
proprio di metterci mano.
a John Galsworthy
(...) Sarai scioccato di sapere che ho appena
finito la drammatizzazione di L’agente
segreto. (Ora è saltato fuori l’assassino). È
assolutamente raccapricciante. Se mai
andrà in scena il pubblico non potrà linciare l’autore perché non ho intenzione di
essere presente, ma probabilmente cerche-
ranno di appiccare il fuoco al teatro prima di
28.3.1920
tornarsene a casa.
Gentile signore [Bruno Winawer]
(...) L’agente segreto sta vagando per il
mondo da quindici mesi ormai. Norman
McKinnel (doveva essere il protagonista dello
spettacolo. ndr) di recente ha pagato cinquanta sterline per detenere l’esclusiva per
altri sei mesi. Ma ho la sensazione che non
20.9.1921
se ne farà nulla.
Mio caro Eric [Pinker]
(...) Il mio timore è che questo dramma possa
rimanere irrappresentato, la qualcosa, dal
punto di vista morale, per me sarebbe un
30.6.1922
vero disastro.
a Eric Pinker
(...) Sono felicissimo di sapere che l’affare si
è concluso e che il mio dramma andrà in scena. Con mia sorpresa scopro in me un enorme interesse per questa messinscena e
aspetto con impazienza crescente che
Benrimo (regista dello spettacolo. ndr) mi
chiami per vedere il risultato del lavoro preliminare che lui ha fatto fin qui. 12.10.1922
Carissimo Dick [Richard Curle]
(...) Ieri ho visto solo il primo atto. Hanno
recitato essendo perfettamente in parte. È
una partenza davvero promettente. Mrs. Lewes (interprete della signora Verloc. ndr)
andrà benissimo. Il ragazzo che fa Stevie
(Freddie Peisley. ndr) è eccellente. La cosa
che mi ha fatto più piacere è stata l’atmosfera di fiducia nel dramma e l’evidente
preoccupazione di dare il meglio di sé per la
19.10.1922
sua riuscita.
Caro signor [J. Harry] Benrimo
(...) Ho esaudito la sua richiesta al meglio,
tagliando tutto ciò che mi sembrava superfluo, ma credo che tutto quello che ho lasciato non vada toccato. Un lavoro teatrale, naturalmente, deve essere innanzitutto e soprattutto un lavoro teatrale; ma queste scene
contengono anche un’esposizione scenica
della dottrina anarchica, e dal punto di vista
della polizia. E questo riveste un certo valore
che non deve essere sminuito da tagli troppo
sommari. Mi auguro che lei sia davvero con-
vinto che ho accolto le sue richieste con
21.10.1922
spirito di collaborazione.
a G.Jean-Aubry
(...) Sono molto depresso. Quella gente
non sarà mai in grado di capire il dramma – e nemmeno lo sapranno passabil27.10.1922
mente a memoria.
Carissimi Ada e Jack [Galsworthy]
Ora che tutto è finito il mio umore si è
trasformato in qualcosa che si potrebbe
definire gioiosa serenità, un poco incrinata dagli ingiusti pregiudizi che avevo
sugli attori che si sono trovati sulle spalle un bel numero di personaggi, certamente non di routine, solo venti giorni
L’agente segreto l 3
CONVERSAZIONE
CON
MARCO SCIACCALUGA
R E G I S TA D E L L O S P E T TA C O L O I N S C E N A A L L A
CORTE
CONRAD E IL TEATRO
Perché e con quali prospettive tirare fuori dal cassetto
questo testo che, a distanza
di più di ottant’anni dalla
sua prima e unica rappresentazione londinese, sembrava ormai dimenticato?
Come è stato possibile? Eppure, è accaduto così, anche
se al Teatro Stabile di Genova
questo testo era da alcuni anni
tra i titoli che aspettavano il
momento giusto per essere
rappresentati. Ci voleva forse
la tragedia del terrorismo contemporaneo per riconoscere
l’attualità dei temi politici
affrontati da Conrad. Ma che
dire dell’inquietante morbosità delittuosa che nasce dal
triangolo rappresentato da
Ossipon e dai coniugi Verloc?
E la straordinaria sintesi di
tutte le ideologie dittatoriali
del Novecento contenuta nelle
parole del Professore? E,
ancora, che cosa ha impedito
di riconoscere la straordinaria
invenzione di Conrad di affidare a un diverso, al minorato
Stevie, il grande interrogativo
riguardante la presenza del
male nel mondo? È quanto
meno sorprendente che un
testo teatrale contenente battute, personaggi e situazioni
così forti e geniali sia stato
espulso per un così lungo
tempo dall’orizzonte della
coscienza collettiva.
Facciamo un passo indietro
per chiederci perché Conrad, all’età di sessantacinque anni e al culmine della
sua notorietà di romanziere, abbia voluto confrontarsi
con il teatro, sperimentare
un linguaggio essenzialmente nuovo per lui.
Conrad affronta il teatro da
artista e non alla ricerca di un
facile successo. Quale sia stato
il travaglio di gestazione di
questo dramma lo testimoniano molto bene le sue lettere.
Ma Conrad è figlio del suo
tempo e in qualche modo
avverte anche lui la prigione
del perbenismo drammaturgico dominante nell’Inghilterra
degli anni Venti. È bizzarro
dirlo a proposito di un’opera
ideata nel paese di Shakespeare, il quale aveva insegnato a tutto il mondo moderno la più assoluta libertà
Marco Sciaccaluga, Orietta Notari e Fiorenza Pieri in una scena dello spettacolo
drammaturgica, ma Conrad
sceglie di lavorare sulla riduzione teatrale di L’agente
segreto probabilmente perché
ritiene che tra tutte le sue
opere sia quella che contiene
gli elementi narrativi più idonei a essere tradotti in un teatro convenzionale, a cominciare da una certa unità di luogo,
di tempo e d’azione.
Ti sembra che questa scelta
di rispettare le convenzioni
teatrali del tempo abbia condizionato in qualche modo
gli esiti drammaturgici dell’opera?
Nel leggere L’agente segreto,
si sente che Conrad è indotto
sovente a imprigionare nelle
regole imposte dal teatro a lui
contemporaneo la sua libertà
espressiva. Ma, allo stesso
tempo, si avverte anche che la
cosa gli va stretta. È bello
notare nell’Agente segreto
come Conrad possa essere
contemporaneamente intimidito e infastidito dalla tradizione. E come allora lotti per
allargare sempre di più la propria prigione. Mi sembra che
in questa sua lotta ci sia anche
una bella rappresentazione
della condizione artistica che
è sempre insieme anarchica
ricerca espressiva e consapevolezza che la tradizione ha le
sue ragioni.
Qual è il rapporto tra il romanzo e l’opera teatrale?
Se si fa eccezione del finale, i
fatti raccontati e i personaggi
restano fondamentalmente gli
stessi, ma nel passaggio da un
linguaggio all’altro qualcosa
inesorabilmente cambia. A
volte sembra che Conrad abbia paura che quanto da lui
scritto nel romanzo non sia
comprensibile o possa risultare troppo audace sulla scena.
E allora gli accade di comprimere in modo formale la grande forza visionaria che pur traspare da ogni pagina del
romanzo e dai suoi splendidi
dialoghi. C’è molto teatro nel
romanzo di Conrad, in cui il
travaglio interiore dei personaggi non è mai rappresentato
solo attraverso l’introspezione
psicologica, ma si apre sempre
ad uno sguardo dall’esterno sui
comportamenti. Come a teatro,
appunto.
Sei intervenuto sul testo?
Vi ho lavorato soprattutto con
l’intento di dare a Conrad quel
che è di Conrad. Non credo si
possa parlare di adattamento,
ma caso mai di riposizionamento, di rimessa a fuoco di
alcune cose che nel passaggio
dal romanzo alla pièce teatrale
avevano perso un po’ di nitidezza. Si è trattato di un lavoro minuzioso e complesso,
fatto soprattutto di confronti e
di piccoli aggiustamenti finalizzati al recupero di quell’istinto narrativo che Conrad
evidentemente vuole esercitare anche in teatro. In generale,
con L’agente segreto ho svolto un lavoro di interpretazione
non dissimile da quello che si
fa normalmente con qualsiasi
testo teatrale: solo che questa
volta potevo avere il sostegno
di un consigliere segreto rappresentato dal romanzo. E ne
ho fatto sovente tesoro.
Come sono nate le vostre
scelte scenografiche?
Abbiamo cercato soprattutto
di rispondere in modo molto
concreto alle domande posteci
dal testo. Nel romanzo come
nella commedia, si sente con
forza l’oppressione della grande metropoli dove nessuno ha
mai la sensazione di essere al
centro del mondo, si percepisce come un atomo esistenziale all’interno di un’infinita moltitudine. Dopodiché, Conrad
non riesce a immaginare per i
suoi personaggi che luoghi
convenzionali, spazi scenici
credibili, ma anche incapaci di
valenze metaforiche e di contenere compiutamente le parole del testo. Per questo, con
Valeria Manari abbiamo infine
deciso di conservare delle sue
indicazioni solo il negozio,
mentre per il resto ci siamo
fatti ispirare dai sottotitoli che
Conrad diede alla prima versione in quattro atti del dramma. È nata così dalla fantasia
di Valeria quella grande parapettata che, simile a una scatola cinese, si apre ora nello
spazio della “vita privata” (il
negozio con il retrobottega),
ora in quello del “mondo di
sotto” (il vicolo in cui s’incontrano i due anarchici e la morgue dove i due poliziotti vanno
a vedere i resti del cadavere di
Stevie) e ora nel “mondo di sopra” (il salotto di Lady Mabel
che diventa la terrazza di un
esclusivo tennis club in cui l’aristocrazia londinese intrattiene i suoi rapporti); sino a ritornare al punto di partenza per
“l’esito” nel negozio. Fatta eccezione del “mondo di sopra”,
ampio e pieno di luci, si tratta
di luoghi quasi sempre notturni e costantemente claustrofobici, in cui gli attori sono
costretti a esercitare la loro
energia fisica in spazi molto
ristretti, con risultati che spero concorrano ad approfondire la dimensione simbolica e
non descrittiva dell’assunto
narrativo conradiano.
a cura di Aldo Viganò
(estratto dalla conversazione
pubblicata nel volume che
accompagna lo spettacolo)
epistolario di una passione delusa
Joseph Conrad
prima del debutto. Adesso, come un uomo
toccato dalla grazia, penso a loro con grande tenerezza, quasi con affetto. Venerdì
pomeriggio ho apportato tagli considerevoli, pagine intere, mezze pagine oltre a frasi
qui e là (la cosa più strana è che io ho insistito che si facessero questi tagli solo in
seguito a veementi proteste! La mentalità
dei teatranti è piuttosto curiosa!); e ieri sera
ho scritto l’ultima lettera a Benrimo con un
messaggio agli interpreti, che spero loro
7.11.1922
vorranno considerare sincero.
Gentile signore [Philippe Neel]
(...) Il mio dramma è stato un fiasco. La
stampa lo ha condannato a morte. Con
tutto il rispetto e la considerazione possibi-
li, ma nondimeno è stato un verdetto di
pollice verso all’antica romana. 8.11.1922
Caro signor [J. Harry] Benrimo
Grazie per la sua lettera. Sono profondamente grato ai miei interpreti per l’affetto che
dimostrano a un autore che non è riuscito a
dare loro il successo che il loro onesto lavoro,
la loro lealtà e la dedizione alla loro arte
avrebbero meritato. Quanto alla sua persona,
signor Benrimo, una cordiale stretta di mano
è ben poca ricompensa per avere creduto nel
mio dramma, per l’energia profusa generosamente, l’intelligenza, la maestria artistica e
l’impegno personale che lei ha messo a
disposizione per fare dello spettacolo un
9.11.1922
successo.
Carissimo Edward [Garnett]
(...) La sua lettera mi è di grande conforto. Naturalmente un insuccesso è sgradevole, ma questo in particolare non mi ha
turbato molto. Se si conosce il vocabolario
di un centinaio di saccenti pappagalli si sa
già quel che gracchieranno appena si
apre la porta della gabbia. Un “teatrante”,
un regista, mi ha assicurato che ogni battuta da me scritta era perfettamente
“recitabile”. Mi ha anche detto che secondo lui il cast era fuori ruolo per il dramma.
Tutto questo ormai non ha più importanza. Immagino che queste cose le abbiano
dette a tutti i drammaturghi ogni volta
17.11.1922
che non hanno successo.
«Il dramma di gran lunga migliore
che io abbia visto da molto tempo»
Mio caro Eric [Pinker],
sono in completo disaccordo con il verdetto generale
sull’Agente segreto. Credo che il primo atto e le prime due
scene del secondo atto siano grandiosi. Secondo me la terza
scena del secondo atto è al confronto debole, e l’autore qui
non è stato ben servito dagli interpreti. Il terzo atto non è all’altezza del primo atto, ma è molto buono, se si eccettua il fatto
che l’ultima scena è davvero troppo lunga. La scena tra marito
e moglie prima che lei lo uccida è semplicemente magnifica. Il
dramma è estremamente interessante sia dal punto di vista
drammatico sia in tutti i risvolti psicologici. Ti prende completamente. E se ti prende completamente significa che la costruzione deve essere sostanzialmente buona. Qui e là, soprattutto nell’ultimo atto, penso che la costruzione sia un poco goffa,
ma l’occasionale goffaggine è cosa di poco conto. Tutta la
carta stampata ha detto un sacco di stupidaggini sulla costruzione. Certamente questo dramma è di gran lunga il migliore
che io abbia visto da moltissimo tempo. È davvero notevole.
Dovranno passare almeno vent’anni prima che un’opera teatrale del genere possa sperare di avere successo a Londra.
Londra si nutre di spazzatura, e per di più spazzatura disonesta.
Sono convinto che sul continente questa cosa dovrebbe
riscuotere un successo clamoroso. Artisticamente è un dramma che disturba perché mostra, e in un modo che solo l’arte di
grande qualità sa fare, la somma fatuità, futilità, infantilismo e
falsità delle pur rispettabili commedie inglesi, anche di buon
livello, di cui si discute con serietà in questa città.
Cordiali saluti
Arnold Bennett
gennaio | giugno 2008
4 l L’agente segreto
I N « L’ A G E N T E
SEGRETO» RIVIVONO LA STORIA E LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ INGLESE DEL PRIMO
NOVECENTO
Belle époque, poliziotti, anarchici e bombe
« I l c u l t o d e l l a d o p p i e z z a e d e l s e g r e t o i n u n ’a t m o s f e r a , a m b i g u a e i n q u i e t a n t e , d ’i n g a n n i e t r a d i m e n t i »
Prima di trasformarsi, nel
1921, in una pièce teatrale,
L’agente segreto, ambientato
a Londra a cavallo tra gli anni
Ottanta e Novanta dell’Ottocento, fu pubblicato come
romanzo, dapprima a puntate
sulla rivista newyorkese “Ridgway Militant Weekly”, tra il
1906 e il 1907, e poi in volume nello stesso 1907. La vicenda in esso narrata, le sue
fonti di ispirazione originaria
(un misterioso attentato all’osservatorio di Greenwich
del 1894) e la data di pubblicazione lo collocano dunque
per intero entro quella che si
è soliti definire Belle époque:
il trentennio, scintillante di
gioia di vivere ed entusiasmo
per le novità, che precedette
lo scoppio della Grande guerra. Chiuso nelle sue cupe atmosfere suburbane, L’agente
segreto intrattiene invero un
rapporto apparentemente
contraddittorio con gli splendori di un’età che nella memoria collettiva si rispecchia
nelle Grandi Esposizioni fin
de siècle illuminate a giorno.
Ma proprio questa tensione
ne fa un prezioso grimaldello,
un cono d’ombra (“la penombra dell’ispirazione originaria” la definirà lo stesso autore in una lettera a un amico a
un anno dalla comparsa della
pièce teatrale) capace di rischiarare, per contrasto, gli
angoli nascosti e meno nobili,
i tratti oscuri e a lungo trascurati, ma a Conrad straordinariamente presenti, della
tarda epoca vittoriana e della
breve stagione edoardiana.
A non più di qualche miglio
dai templi istituzionali di
Downing Street o dell’ambasciata russa londinese, il negozietto dell’agente provocatore Verloc è il retrobottega
maleodorante dei grandi imperi e dei loro servizi segreti.
È anche il laboratorio nel
quale paiono cristallizzarsi
realtà e fantasmi della “minaccia anarchica” che pervade l’epoca.
(...) Nonostante i tentativi
programmatici compiuti dall’autore di distinguere i funzionari britannici dagli apparati dell’autocrazia zarista
(«L’Inghilterra è una palla al
gennaio | giugno 2008
piede con il suo sentimentale
garantismo per le libertà dell’individuo... va rimessa in riga», fa dire Conrad all’alto diplomatico russo Vladimir), il
quadro dell’establishment della sicurezza nazionale britannica delineato da Conrad è disilluso e amarissimo. Lo dominano il cinismo e il culto
della doppiezza e del segreto,
in un’atmosfera, ambigua e
inquietante, di inganni e tradimenti che non paiono conoscere limiti o eccezioni. E che
suonano tanto più gravi perché si muovono nell’ombra di
quello che viceversa all’epoca
è venerato, soprattutto nel
mondo anglosassone (ma si
pensi anche alla battaglia di
Zo la nel quasi coevo caso
Dreyfus), come il nuovo emer-
gente sovrano: l’opinione pubblica. Nella pièce la invoca il
vicesovrintendente inglese,
nel corso di uno scambio serrato con Vladimir, la mente
dell’attentato («perché non
fate saltare l’Osservatorio di
Greenwich?»), attentato che
ha l’obiettivo di scatenare
un’onda emotiva («l’attentato
dovrà apparire particolarmente gratuito, scioccante e
insensato, deve avere tutta
l’assurdità rivoltante di una
bestemmia») capace di indurre una legislazione repressiva che faccia del suolo
britannico terra bruciata per
gli espatriati radicali russi.
«La ricchezza e la precisione
delle prove convincerà il tribunale. E l’opinione pubblica», tuona il vicesovrintenA l e k s a n d a r Cv j e t k o v i c e N i c o l a P a n n e l l i
cesovrintendente in vena di
confidenze con Lady Mabel,
Heat deve la fama che lo ha
portato agli onori delle cronache. Onori che promettono di
dischiudersi, però, e su una
scala infinitamente più grande, non appena sia scoppiato
lo scandalo che coinvolge
Vladimir, allo stesso vicesovrintendente. E sempre grazie all’“agente segreto”. Per
incontrare Verloc e sincerarsi
dello stato delle cose aggirando le reticenze di Heat, il
vicesovrintendente non ha
Gianluca Gobbi e Alberto Giusta
dente contro un imbarazzato
Vladimir, minacciando di rendere pubblico il delittuoso
disegno zarista. Ma il percorso che ha condotto all’acquisizione delle prove agitate dal
dirigente governativo inglese
contro il segretario d’ambasciata russo è invero tutt’altro che specchiato. Nasconde
“il lavoro sporco” del quale l’ispettore Heat, capo del Dipartimento Antiterrorismo e
sottoposto del vicesovrintendente, si lamenta, a sua volta,
con quest’ultimo («Vede, Signore, siamo noi che facciamo il lavoro sporco»). È un
lavoro in cui campeggia l’ambiguo rapporto di Heat con
Verloc, l’“oscura spia di Ambasciata” alla quale, annota
con sussiegosa malignità il vi-
Fa b r i z i o C a r e d d u , F i o r e n z a P i e r i e O r i e t t a N o t a r i
esitato, d’altronde, a travestirsi anch’egli, come una spia
qualunque, con “una giacca
logora e un vecchio cappellaccio di feltro” per un “abboccamento nella saletta di
un piccolo pub molto buio”.
Né Heat, in questo carosello
di continui attentati alla credulità reciproca, riesce a trattenere un momento finale di
verità che getta un’ombra
pesante sui suoi superiori, la
loro presunta rispettabilità, le
promesse da loro fatte a
Verloc. Mentre il sipario sta
per calare su una scena nella
quale la violenza costantemente evocata dal Professore
anarchico ha già colpito l’innocente cognato di Verloc e
sta per investire anche quest’ultimo, Heat dice, rivolto al
doppiogiochista: «Io sono
stato fregato, mi hanno scaricato dal caso. Le parlo in via
del tutto privata, da privato
cittadino Heat. Non si fidi».
A questo punto crolla esplicitamente la barriera che Heat
ha provato a costruire a più
riprese tra sé e la squinternata cellula anarcoide ruotante
attorno alla botteguccia di
Verloc, “quella manica di
idioti” che “non sanno neanche cosa significa giocare
pulito”. Ed emerge una tragica dinamica di specularità e
ibridazione, opportunamente
sottolineata da “una certa
somiglianza fisica” che avvicina Heat e Verloc (“entrambi
massicci, indossano abiti dello stesso taglio, soprabito blu
scuro e bombetta”), fra gli
apparati di polizia e l’oggetto
delle loro attenzioni: “prigionieri allo stesso modo”, come
ha osservato un critico, “della
contraddittoria realtà sociale
della città” (…).
Ferdinando Fasce
(estratto dal saggio pubblicato
nel volume, edito da
Il Melangolo, che accompagna
lo spettacolo)
Sola me ne vo... l 5
Sola me ne vo per la città
Insomma, sono qua... Vedi com’è... scherzando,
Mi vedeva uscire tutta anormale e diceva:
Noi attori siamo fatti
passo tra la folla che non sa
ricordando, raccontando, inventando,
“Ma non vedi che blocchi il traffico” .
della stessa materia dei sogni
che non vede iI mio dolore
ogni volta che faccio uno spettacolo,
E io, orgogliosa: “Lo so, mamma,
e la nostra vita è breve
cercando te sognando te che più non ho.
io mi accorgo che sono fatta di teatro.
ma ... io così invento me stessa!”.
come l’attimo di un sonno.
Il ritorno di Mariangela
A grande richiesta «Sola me ne vo...» al Teatro della Corte dal 12 al 17 febbraio
Quasi duecento giorni di rappresentazioni. Da Lugano ad
Agrigento, con teatri sempre
esauriti. In due stagioni di
vita, Sola me ne vo... ha raccolto gli applausi di un pubblico ovunque entusiasta e
gli elogi di una critica che si è
inchinata di fronte alla bravura, alla generosità interpretativa e alla simpatia contagiosa della sua interprete
protagonista. Sola me ne
vo... è l’«One Lady Show» di
Mariangela Melato, la quale
ogni sera recita, canta e balla. Racconta con garbo della
sua famiglia e dei suoi amici
Fo e Gaber. Parla della sua
Milano e dei suoi maestri
Ronconi e Strehler. Si svela
con complice ironia a una
platea che la premia con le
sue risate e il calore di un’attenzione destinata a sciogliersi infine nella standing ovation. Sempre. Puntualmente.
Sera dopo sera. Da parte di
tutti gli spettatori. Da quelli della “sua” città natale, Milano a quelli della solo ap-
parentemente lontana Sicilia.
«Si esce dalla sala conquistati dal carisma e dal fascino di
una delle più grandi attrici
contemporanee», ha annotato Irene Liconte su “Il Giornale”. «La più grande trasformista del teatro italiano – ha
puntualizzato Silvana Zanovello su “Il Secolo XIX” - dimostra che per cambiare pelle ormai le basta il tempo di
una battuta. Quelli che per
Fregoli erano i vestiti e i
trucchi, per lei sono “semplicemente” la mutevolezza del
volto e le vibrazioni di una
voce che, da sempre nelle
battute e ora anche nel canto, libera l’anima». E Franco
Quadri su “La Repubblica”
ha aggiunto: «Ma è con i tuffi
nel privato, ai tempi in cui la
“brava tusa” milanese debuttava con Dario Fo e Franca
Rame sotto gli occhi del padre trotziska o in cui si inscatolava in una pelliccia di finto
astrakan fissato nel cartone
inventato per lei dalla mammetta sarta per aiutarla a
imporsi nei salotti del giro
romano, che Mariangela raggiunge un tetto al tempo ironico e commovente, ci restituisce con intelligenza un’epoca e ci avvicina anche al
vibrare di una sua umanità
che va oltre le artificialità di
un personaggio, catturandoci emozionalmente». «C’è un
po’ della sua storia in questo
Sola me ne vo...: uno zibaldone venato di autobiografia
per portare sui palcoscenici
d’Italia - dove Mariangela
Melato ha trionfato come regina, come popolana, come
vecchia di trecento anni che
sembra giovanissima, come
una bambina - la sua solitudine per la vita degli uomini
che l’hanno delusa o che
l’hanno amata male», ha
scritto su “L’Unità” Maria
Grazia Gregori: «Poi lei se ne
va fra gli applausi e si ha una
gran voglia di accompagnarla
idealmente con un fiore, naturalmente rosso». E proprio
l’emozione per essere stati
testimoni di un evento, ca-
ratterizzato dalla grande versatilità di un’attrice disposta
a mettere completamente in
gioco se stessa - come donna e
come artista - è il tema centrale di quasi tutti gli interventi della critica nazionale.
Sergio Colomba sulle pagine
del “Quotidiano Nazionale”:
«Stavolta Mariangela Melato
recita se stessa, si presenta
da sé: dà un calcio al mondo
e decide di cantarci sopra.
Dopo tante eroine, è proprio
lei adesso a mettersi sotto i
fari. Sola quasi per esigenza,
svariando in leggerezza.
Facendo evaporare con il
sorriso o magari nel fiatone
di un ironico numero di
danza, la sostanza ingombrante della primadonna».
Carlo Maria Pensa su “La
Famiglia Cristiana”: «Fra tre
enormi specchi, accompagnata da sei ballerini, un pianista o dalle immagini di una
grande orchestra, la Melato
si racconta, fingendo da attrice di mostrarsi donna, e
rivelando con ironia certe fu-
I l m a n i f e s to e u n a s ce n a co ra l e d i S o l a m e n e v o. . . ( f o to To m m a s o Le Pe ra )
tilità della vita d’oggi» Eliana
Quattrini su “Il Corriere Mercantile”: «Mariangela Melato
suscita ammirazione e colpisce, incuriosisce come grande protagonista di Sola me
ne vo… che rimane un momento importante per conoscere un’artista più da vicino
e applaudire i suoi indiscutibili talenti». Paolo Lingua
su “Il Lavoro-La Repubblica”:
«Lo show di Mariangela
Melato rappresenta un intelligente capovolgimento psicologico per presentare in
maniera inedita una delle
protagoniste più intelligenti
e versatili del nostro cinema
e del nostro teatro nelle inusitate vesti di cantante, di
ballerina e di fantasista».
Sino alla coinvolta partecipa-
zione emotiva di Masolino
d’Amico, critico di “La Stampa”, il quale, dopo di aver lodato l’energia quale requisito
essenziale dell’attrice ideale,
conclude: «Mariangela balla
ammirevolmente, e in mezzo
a sei boys canta, con personalità e passione, una canzone nuova e alcune antiche: e
irradia calore e simpatia per
100 minuti filati». O all’amicale adesione allo spettacolo
di Maurizio Porro, critico del
“Corriere della Sera”, che ha
visto in Sola me ne vo…
l’autobiografica testimonianza di un «teatro come rifugio
fantastico, forza motrice di
un’intera vita», nel quale
Mariangela Melato si muove
con «grande bravura e incalcolabile simpatia».
Lo Stabile in tournée
Concluso con grande esito il viaggio nel
centro e nord Italia di Mandragola e
avvalorata la sua vocazione internazionale con il successo di La famiglia dell’antiquario al Matadero di Madrid, il
Teatro Stabile di Genova continua
anche nel 2008 a far conoscere a un
pubblico sempre più vasto l’alto livello
qualitativo e culturale della propria
produzione spettacolare con le tournées
di tre spettacoli che direttamente o
indirettamente portano la sua firma.
Mariangela Melato prosegue con la
Ballandi Entertainment la sua personalissima esperienza di “One Lady Show”
portando Sola me ne vo... non solo
nella “sua” Genova (Teatro della Corte
dal 12 al 17 febbraio), ma anche sui
palcoscenici di Venezia (Teatro Malibran dal 16 al 20 gennaio), Verona (Tea-
tro Nuovo 22 e 23 gennaio), Savona
(Teatro Chiabrera dal 25 al 27 gennaio),
Lugano (Palacongressi 29 e 30 gennaio), Pavia (Teatro Fraschini dall’1 al 3
febbraio), Alba (Teatro Sociale 19 e 20
febbraio), Bergamo (Teatro Creberg 22
e 23 febbraio), Bologna (Europauditorium 29 febbraio e 1 marzo), Milano (Teatro Smeraldo dal 4 al 9 marzo), Civitavecchia (Teatro Traiano 11 e 12 marzo).
Intanto, Eros Pagni, con Virgilio Zernitz,
Anita Bartolucci, Gaia Aprea e molti
altri, diretti da Lluís Pasqual, completano a Verona (dal 15 al 20 gennaio) e
Palermo (dal 23 gennaio al 3 febbraio)
la tournée di La famiglia dell’antiquario, che avrà un’appendice dal 9 al
13 marzo al Festival teatrale di Bogotà.
A partire da febbraio, infine, prende il
via anche la tournée di Svet - La luce
splende nelle tenebre di Lev Tolstoj.
Lo spettacolo - diretto da Marco
Sciaccaluga e interpretato nel ruolo di
protagonista da Vittorio Franceschi,
con una compagnia di attori comprendenti tra gli altri Alice Arcuri, Fiammetta Bellone, Gianluca Gobbi, Orietta
Notari e Federico Vanni - debutterà a
Savona (Teatro Chiabrera dal 15 all’17
febbraio), per essere poi a Bologna
(Arena del Sole dal 20 al 24 febbraio),
Milano (Teatro Strehler dal 26 febbraio
al 2 marzo), Prato (Teatro Metastasio
dal 4 al 9 marzo), Torino (Teatro
Grande Valdocco dal’ 11 al 16 marzo),
Roma (Teatro Vittoria dal 25 marzo al 6
aprile), Lugano (Teatro Cittadella 8 e 9
aprile), Bergamo (Teatro Donizetti
dall’11 al 20 aprile), Napoli (Teatro
Mercadante dal 22 al 27 aprile).
gennaio | giugno 2008
6 l Polvere alla polvere
Ok. Era il cuore della notte.
Continuava a dire di voler andare a vivere lassù.
Ho saputo che Mick era morto da un certo Darren.
E ci facciamo strada lungo dei gradini.
Io dormivo. Come uno tende a fare.
In un cottage che avremmo costruito con le nostre
È uno che frequenta il pub, nient’altro.
Un po’ una trappola da lasciarci le penne.
E il telefono squilla.
mani, a quanto pare lui si esaltava.
Non posso proprio dire di conoscerlo.
Ma ce la caviamo.
HENRY
HOLLY
KEV
HENRY
LUNGO VIAGGIO VERSO LA LU
Dal pub inglese alle spiagge della Scozia con le ceneri di un amico, tre giovani alla sc
Robert Farquhar, nato nel
Buckinghamshire nel 1960,
da vent’anni ha scelto di vivere a Liverpool dove fino a
qualche tempo fa ha fatto l’insegnante e il conferenziere
prima di dedicarsi alla scrittura per il teatro e per la televisione. È una specie di vulcano sorridente: scrive, dirige
spettacoli, fonda compagnie
teatrali. Siccome è anche diabolicamente bravo nella costruzione di dialoghi e situazioni, anche tragiche ma con
risvolti esilaranti, è diventato
il drammaturgo più popolare
e divertente del Nord Ovest
britannico. Ha incominciato a
comporre testi per una sua
compagnia teatrale chiamata
Peccadillo per la quale ha
scritto quasi tutte le sue commedie debuttando all’Unity
Theatre, un piccolo teatro di
Liverpool, per poi passare ai
palcoscenici più prestigiosi
della città. Nel 2004 ha iniziato una collaborazione con due
attori esponenti di teatro fisico con cui ha fondato una
nuova compagnia chiamata
Big Wow. Per loro ha curato e
diretto l’esilarante Insomnobabble che è stato accolto
trionfalmente al Fringe Festival di Edimburgo nel settembre 2006 e rappresentato a
Londra nel novembre successivo. Anche Polvere alla polvere (Dust to Dust), che ha
raggiunto la notorietà internazionale insieme a Kissing Sid
James, è stato lo spettacolo
rivelazione del Fringe nel
2002 dove ha conquistato
pubblico e critica per la
straordinaria miscela di umorismo e sensibilità introspettiva e proprio da Edimburgo è
incominciato il successo internazionale di Farquhar. Della
Liverpool dei Beatles, la quinta città per dimensioni del
Regno Unito, Farquhar ha
assorbito profondamente lingua, modi di dire e immaginario. Il senso di emarginazione
e solitudine dei personaggi di
Dust to Dust è indotto da un
contesto metropolitano confuso, anonimo e distratto, poco solidale nella sostanza, che
detta stili di vita e ritmi com-
gennaio | giugno 2008
pletamente diversi. Insieme a
Holly, Henry e Kev qui è protagonista una città grigia,
fredda, quasi sempre sotto
una pioggia battente.
Il sogno di evasione e felicità
per i cittadini di Farquhar è
legato all’immagine di una
Scozia romantica e selvaggia,
una regione un po’ mitica
oltre il confine dell’Inghilterra, la “Bonnie Scotland” dei
grandi spazi aperti che si gettano nell’Atlantico. I dati biografici, geografici e ambientali quindi fanno la differenza
nell’impostazione del tono e
dell’atmosfera generale della
commedia di Farquhar, tuttavia l’impianto drammaturgico
e la sostanza presentano molte affinità con il migliore teatro anglosassone contemporaneo, a cominciare dalla
scelta strutturale dei monologhi incrociati. In Dust to Dust
ci sono tre personaggi non
più giovanissimi che parlano
rivolgendosi al pubblico dentro uno spazio vuoto seguendo un flusso di coscienza
inarrestabile. Similmente una
parte significativa dell’azione
si svolge in un pub, anche qui
la birra scorre a fiumi e infine, come nella Chiusa, i protagonisti, facendo i conti con
le ombre e con il vuoto inaspettato lasciato in loro dall’amico morto, rivelano a se
stessi per primi, in momenti
di tragica presa di coscienza,
Antonio Zavatteri (sopra) e Aldo Ottobrino (sotto) in due scene di Polvere alla polvere
la loro solitudine e i loro fallimenti. Anche loro, un trio di
“misfits” ai margini della
società, inavvertitamente e
quasi contro le loro volontà,
riannodano, in una circostanza drammatica, ma trattata
con umorismo, i fili di un’amicizia rimasta sottotraccia,
ritrovando la solidarietà, perfino l’affetto e la forza per
continuare a vivere. Dust to
Dust è stato definito una
“ghost story” e un “road
movie” insieme, in realtà è
una sorta di veglia funebre
come il Finnegan’s Wake, un
compianto molto alcolico e
anche molto comico e toccante, in cui si aprono, improvvise e poetiche zone di
malinconia e di tenerezza, in
cui i ricordi, le occasioni perdute e l’acuta percezione del
tempo che passa e della
morte sono comunicati senza
sentimentalismi. Nella commedia, in fin dei conti, non
succede quasi niente, tutto è
già avvenuto e i protagonisti
non possono che raccontare.
La notizia della morte di Mick
Finnegan arriva all’improvviso alla sua ex moglie Holly e
ai suoi due amici Henry e Kev
anche se, conoscendolo, non
è del tutto inattesa. Mick,
bevitore compulsivo e velleitario musicista di rock, è
caduto dalle scale probabilmente ubriaco, ha sbattuto la
testa ed è morto. Solo la sera
prima era a sbronzarsi insieme agli amici al pub. Adesso i
tre che lo conoscevano meglio
si ritrovano nel solito locale, il
Bull’s Head, per organizzare
un funerale degno della sua
memoria. Da questo punto incomincia una sequenza straordinaria che dimostra tutta
la maestria e l’originalità di
Farquhar il quale concepisce
e riesce brillantemente a portare fino in fondo una costruzione drammatica blindata,
una sorta di poema per tre
voci, tutto giocato su monologhi incrociati punteggiati da
frasi lasciate in sospeso e da
non “sequitur” in cui i tre, non
scambiandosi neanche una
battuta e usando il passato
della narrazione, eseguono
una partitura verbale ed emotiva dal ritmo strepitoso.
Sembra di ascoltare una “jam
session” jazzistica, dove ognuno emerge con il suo assolo,
un monologo isolato, per rien-
trare subito dopo nell’ensemble in cui suonano tutti gli
strumenti insieme, e in cui,
pur non rivolgendosi mai uno
all’altro, riescono a “dialogare” in terza persona con effetti anche comici vertiginosi. La
scena del pub sembra anche
realizzata con la tecnica del
montaggio incalzante di un
film d’azione, western in questo caso, con campi e controcampi, stacchi e fermo immagine pur essendo fatta solo di
parole. Il gruppo di amici sta
rendendo omaggio al morto
con abbondanti bevute che
risvegliano ricordi camerateschi e creano un’atmosfera di
allegria che fa imbestialire
Holly. È appena arrivata al
Bull’s Head per organizzare il
funerale e la cremazione di
Mick, ed è mol to sbronza
perché ha scoperto che il dolore per la morte di quel bastardo che era l’ex marito è
insopportabile. Sotto gli occhi
di Kev, Henry e Holly ingaggiano una furibonda scazzottata emotiva che rende conto
dei loro rapporti tesi anche
prima della morte di Mick.
Lei accusa Henry di avere
rovinato Mick con il vizio dell’alcol e di essere quindi il
responsabile della sua morte.
Tra porte che sbattono come
Polvere alla polvere l 7
Non riuscivo a capire bene come fare all’inizio.
E io ricordo di aver pensato.
C o n v e r s a z i o n e
Non è una cosa che capita tutti i giorni.
Porco diavolo.
C’è un piccolo meccanismo. E poi...
Sono distrutto.
HOLLY
KEV
MONOLOGHI E LEGGEREZZA
UCE DEL NORD
operta della vita
in un saloon, inseguimenti e
placcaggi per strada sotto la
pioggia e ritorni dentro il pub
si srotola una pellicola mozzafiato le cui “didascalie” Farquhar, abilmente, affida a
Kev, un personaggio bellissimo, giocato in minore. È uno
quasi trasparente, “non ha
carisma”, dice Henry che fa il
duro e l’uomo di mondo, ma
invece è un nevrotico fragile
come un bambino. Kev, un
poco defilato dal ring e dalle
loro vite, è l’unico quasi
“regolare”, ha un lavoro, una
madre con l’Alzheimer, forse
non si sbronza come gli altri,
è l’amico sempre presente
anche se nessuno sembra
ricordarsi neanche del suo
nome, ma proprio questa
anonimità consente a Farquhar di fare di lui lo spettatore/ regista, il testimone e
l’angelo custode. E di un
angelo quei due hanno davvero bisogno. Al culmine della
crisi alcolica entrambi, e separatamente, hanno un incontro ravvicinato con lo
specchio, e quello che l’alcol
ha fatto di loro gli fa orrore. È
il momento tragico della verità che superano con l’aiuto
del servizievole, ordinato, pignolo ma solido Kev che compare con dei sacchi della
spazzatura. A loro resta ora il
compito di rimettere ordine
nell’appartamento di Mick, un
buco in una vecchia casa vittoriana, buia, sporca e piena
di ombre in cui Henry è convinto di avere visto Mick, vivo.
La spedizione per le pulizie e
per salvare qualche ricordo
del defunto si trasforma in un
viaggio a ritroso nel tempo
che aiuta loro e il pubblico a
rimettere insieme i pezzi della
vita del defunto, di cui tutti
sentono ancora la presenza, e
della loro. Si avventurano in
una sorta di rito di purificazione e di pacificazione celebrato tra bollette scadute, cicche e bicchieri sporchi, i
dischi di Cat Stevens, gli
Stones, i libri, i ritagli di giornale, la chitarra, una vecchia
foto di Holly e Mick quando il
loro amore non era ancora
stato disintegrato dall’alcol ed
Che cosa racconta Polvere alla
polvere?
Facendo lo spettacolo, molto
meglio che nel leggere il testo,
mi è sembrato di capire che
Farquhar racconti la rielaborazione di un lutto da parte di tre
personaggi e che, di conseguenza, dica allo spettatore
come sia possibile rinascere
attraverso la morte. Qui ci sono
tre persone che frequentano lo
stesso pub senza conoscersi, le
quali vengono messe in contatto tra di loro dalla necessità
di organizzare il funerale di un
comune amico. A loro, come
allo spettatore, ci vorrà un po’
di tempo per capire che quel
funerale non è un punto d’arrivo, ma solo l’inizio di un viaggio metaforico alla ricerca della
leggerezza, di un nuovo senso
della vita: pertanto, verso la
rinascita.
Si tratta, quindi, di un viaggio
iniziatico?
Dust to Dust finisce con la
nascita di tre nuovi esseri
umani, i quali, attraverso la
morte dell’amico, sono stati
capaci di andare oltre i loro
problemi, si sono legati d’amicizia tra di loro e sono ora
pronti a una nuova vita.
erano andati in viaggio di
nozze in motocicletta su al
nord, in Scozia dove Mick,
avrebbe forse voluto vivere.
Il finale della commedia, il
“road movie” di cui si è parlato, inizia dopo un funerale,
alquanto sgangherato e imbarazzantemente comico ed è
un altro regalo, una specie di
miracolo, di Kev. Carica sulla
sua vecchia Austin Holly,
Henry e l’urna con le ceneri
di Mick che al suo pub proprio non ce le vogliono tenere, e punta verso la Scozia. È
un lungo, bellissimo viaggio
fino alla fine della notte affidato a un monologo, un assolo di Kev che continua a guidare fino alle prime luci dell’alba mentre gli altri si sono
addormentati, e scandisce le
tappe di una cavalcata epica
attraverso luoghi sempre più
lontani dalle città, tra laghi e
montagne. E lassù, dove finisce la Gran Bretagna e inizia
l’oceano, i tre amici ritrovati,
uno accanto all’altro, spargono nel vento e nel mare le
ceneri di Mick e gli dicono
addio con un pianissimo che
Farquhar organizza con un
dominio totale di ritmi, parole e sentimenti, intrecciando
congedi limpidi e cristallini
come haiku sotto un cielo
veloce che alterna sole e
nuvole e ora staglia ora cancella le loro ombre.
Giuliana Manganelli
(estratto dalla conversazione
pubblicata nel volume edito
da Il Melangolo)
Mai come in questo caso credo
sia legittimo dire che è la forma
a creare il contenuto.
Ciò è valido tanto per il testo,
quanto per la regia. La scrittura
essenzialmente poetica di Dust
to Dust non ammette mezze
misure. Drammaturgicamente,
si tratta di tre monologhi narrativi, perché i personaggi non
si parlano mai; ma, scegliendo
di intrecciare questi monologhi, Farquhar costringe il regista e gli attori ad affrontare il
tema dell’azione teatrale. Si
tratta di una scrittura molto
interessante, perché la narrazione viene più volte spezzata,
in modo che si esce continuamente dalla soggettività dei
personaggi per metterla in
rapporto con in punto di vista
dell’autore.
E questo che cosa comporta sul
piano della regia?
Ho scelto di fare in modo che,
mentre la memoria soggettiva
del personaggio racconta ciò
che è passato, l’azione sia interamente nel presente. Con
l’aiuto fondamentale delle luci
di Sandro Sussi e con la com-
c o n
F l a v i o
P a r e n t i
il testo richiede. È stata una
scelta radicale fatta in pieno
accordo con gli attori: in scena
ci sono solo i loro corpi, la loro
voce, i suoni e la luce.
Flavio Parenti
plicità degli attori, ho pertanto
costruito uno spettacolo in cui
la narrazione incessantemente
si fonde con il movimento,
continuo e mai ripetitivo, in
modo che lo spettatore sia
indotto a concentrare l’attenzione non solo sulla storia e sui
concetti che i personaggi
esprimono a parole, ma anche
sui movimenti che questi compiono nello spazio. Il risultato è
stato che gli attori, mentre raccontano, compiono anche l’atto metaforico di ciò che nel
racconto succede.
Il continuo intrecciarsi dell’epica
con il dramma ti ha spinto a fare
scelte particolari nella direzione
degli attori?
In un teatro quale quello proposto da Farquhar, l’attore non
può accontentarsi di essere
solo interprete, ma, trovandosi
di continuo nella condizione di
dover estetizzare i propri gesti,
deve fare i conti anche con
l’obbligo di creare sempre
qualcosa di nuovo e personale,
solo attraverso la specificità del
proprio corpo.
Perché in scena non c’è mai
alcun oggetto?
In uno spazio così elastico e
cangiante quale quello che
deve permettere il passaggio
continuo dalla narrazione all’azione, non ci può assolutamente essere nulla sul palcoscenico. Se non altro perché l’uso da
parte degli attori di qualsiasi
cosa concreta, con la sua inevitabile permanenza in scena,
rallenterebbe o impedirebbe
di spezzare lo spazio attraverso
quelle continue variazioni che
A proposito della luce, quale è stato il criterio delle vostre scelte?
Mi serviva una tecnica che permettesse di stilizzare spazi
sempre diversi con una velocità superiore anche a quella
del cinema. Insieme con
Sandro Sussi, abbiamo quindi
pensato di disegnare lo spazio
con la luce, individuando nelle
virtù riflettenti del pvc bianco il
materiale più idoneo a concretizzare questo tipo di discorso
teatrale. È dentro a questa luce
capace di disegnare spazi sempre nuovi che i tre attori - vestiti da funerale, molto eleganti
ma senza scarpe (piccolo
omaggio al teatro di Pina
Bausch) - danno voce alle parole poetiche di Farquhar, mettendole in rapporto con gesti
estetizzanti che hanno inevitabilmente e consapevolmente
qualcosa a che fare con il teatro danza. È stato un bel lavoro,
molto emozionante nel suo
farsi e credo interessante nei
risultati. Una messa in scena
nella quale hanno assunto
grande importanza anche le
scelte audio: una pioggia scrosciante, il vento, le macchine
che passano e ovviamente la
musica. Con la stratificazione
di tante tecniche abbiamo così
creato spazi sonori (le parole e
i rumori), spazi visivi (la luce),
sovrapposizioni emotive (la
musica): il tutto mentre i personaggi interagiscono tra di loro
e con lo spettatore tramite la
gestualità stilizzata dei corpi.
Quale emozione ti piacerebbe si
portasse a casa lo spettatore?
Quella che infine appartiene ai
personaggi dello spettacolo:
cioè, sentirsi liberato da un
lutto, da qualsiasi perdita esso
sia stato provocato (una persona cara, un sentimento di fiducia, una possibilità esistenziale,
ecc.). In questo senso, credo
veramente - e del resto ne ho
avuto testimonianza con la
“mise en espace” di due anni fa
- che Dust to Dust sia un testo
molto catartico, capace di sollevare lo spettatore da un
peso; permettendogli, quindi,
di uscire da teatro più felice e
più libero.
a cura di Aldo Viganò
gennaio | giugno 2008
8 l Ecume
Allo Stabile di Genova incontro delle Scuole di Recitazione del Mediterraneo. Bilancio e aspettative
Giovani attori a confronto: saranno famosi?
Da quest’anno l’incontro delle
Scuole di Teatro dei Paesi che si
affacciano sul Mediterraneo diventerà un appuntamento annuale fisso del mese di dicembre.
È una delle decisioni prese a Genova, durante la “6ème Rencontre
des Ecoles d’Art Dramatique de
la Méditerranée”, organizzata dal
Teatro Stabile di Genova dal 3
all’8 dicembre 2007, su richiesta
dell’Ecume (Echanges Culturels
en Méditerranée). «Abbiamo verificato che il mese di dicembre è
quello più libero per tutte le
scuole e, quindi, abbiamo deciso
di fare di questo incontro un appuntamento annuale fisso, anche
per agevolare la richiesta del visto d’espatrio per chi vive in
Paesi dove questo è necessario»
spiega Anna Laura Messeri, direttrice della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile, che è
stata un po’ la “padrona di casa”
durante l’ultima edizione dell’incontro, al quale hanno partecipato, oltre alla Scuola dello
Stabile genovese, quella dell’“Alessandra Galante Garrone”
di Bologna e poi i rappresentanti
di scuole di recitazione di Spagna, Francia, Libano, Albania,
Marocco e Turchia (quest’ultima
solo con la direttrice). «Il bilancio è molto positivo - commenta
Messeri - c’è stata una adesione
entusiasta ai lavori da parte di
tutti, insegnanti e allievi, e gli
ateliers, in particolare, sono stati
seguiti con molto interesse. Nelle
discussioni - racconta - abbiamo
affrontato questioni organizzative e didattiche e poi ogni scuola
ha portato un piccolo saggio, uno
gennaio | giugno 2008
spettacolo che è stato rappresentato al Duse. E in quell’occasione abbiamo potuto valutare la
serietà di tutti i lavori proposti. Il
tema era La rottura e noi abbiamo partecipato con lo spettacolo Ivona, principessa di Borgogna di Witold Gombrowicz. Gli
spagnoli, per esempio, hanno presentato una pantomima sul vampirismo, i francesi un testo di Sarah Kane, mentre il Marocco ha
partecipato con uno spettacolo
sulla tradizione dei racconti popolari. Abbiamo pensato che sarebbe interessante che ogni Paese presentasse uno spettacolo
che ha a che fare con la propria
tradizione culturale e, quindi, abbiamo deciso che questo sarà il tema della prossima edizione, che
si svolgerà a Damasco nel dicembre 2008». L’aspetto più qualificante di questi incontri, infatti, è
proprio lo scambio fra chi viene
da mondi e culture diverse. «Per
certi versi ci si rende conto che
tutti abbiamo problemi comuni
per quanto riguarda i finanziamenti, l’organizzazione e anche il
destino dei ragazzi che si diplomano nelle nostre scuole - spiega
Messeri - Confrontarsi con esperienze diverse, comunque, può essere fruttuoso nel tempo. A volte, per esempio, si possono trovare spunti nuovi per gli esercizi.
Nella didattica le variazioni sono
fatte di sfumature negli esercizi
di base su voce e corpo, quando
poi si tocca la recitazione interagiscono altre esigenze ed esperienze e, quindi, le differenze
possono diventare più marcate».
a.c.
ENTUSIASMO DEGLI ALLIEVI GENOVESI. UNA PASSIONE COMUNE. SCOPERTE DI AFFINITÀ E DIFFERENZE
S
coprire differenze e affinità dietro
la passione, il lavoro, i sogni e le
ansie comuni, e condividere il piacere
di divertirsi insieme, scambiandosi
emozioni ed esperienze che si sono
incrociate a Genova da sponde opposte
del Mediterraneo. Sono state questo, e
forse molto altro ancora, per gli studenti della Scuola di Recitazione del
Teatro Stabile di Genova le giornate
decisamente particolari vissute durante l’incontro fra le Scuole di Teatro di
Paesi del Mediterraneo che si è svolto
nella nostra città all’inizio dello scorso
mese di dicembre. Sei giorni intensi,
dedicati al teatro e alla riflessione sul
teatro ma anche al piacere e alla novità
di confrontarsi, sopra e lontano dal palcoscenico, con altri giovani che, in
realtà spesso culturalmente molto lontane dalla nostra, condividono quotidianamente, a distanza, le fatiche e le
speranze di chi sogna di diventare attore. Un’esperienza entusiasmante e stimolante, che ha coinvolto tutti i ragazzi della Scuola di Genova, grazie al privilegio di essere studenti della scuola
che nel 2007 ha ospitato l’incontro promosso ogni anno dall’Ecume, del quale
abbiamo parlato con alcuni studenti del
primo anno, tutti entusiasti di quanto
hanno visto e vissuto.
«Per me la cosa più interessante è stata
quella di osservare i diversi approcci al
teatro» spiega Ivano. «Il nostro lavoro si
basa principalmente sulla recitazione,
mentre abbiamo visto che in altre scuole, per esempio, danno più importanza
al corpo, alla fisicità». «A me hanno colpito molto lo spettacolo dei marocchini,
quello degli spagnoli, che hanno portato
qui da noi una pantomima, e quello
degli albanesi» racconta Antonietta. «Gli
albanesi hanno messo in scena un testo
molto impegnato di un drammaturgo
contemporaneo, recitato nella loro lingua». Un testo che ha addirittura commosso Irene, entusiasta della possibilità
di sperimentare anche in prima persona
negli ateliers, oltre che di vedere negli
spettacoli, modi diversi di fare teatro. «È
singolare che la scuola di teatro che ho
sentito più lontana da me, da noi, sia
stata l’unica altra scuola italiana che ha
partecipato all’incontro» osserva Dario,
mentre Manuel racconta di aver trovato
le maggiori affinità, anche dal punto
di vista umano, con i ragazzi spagnoli.
Nella diversità delle proposte sceniche e
delle tecniche utilizzate per imparare e
insegnare a far teatro, c’è chi ha scoperto soprattutto un linguaggio comune,
teatrale e assoluto, che fa da “sottofondo” a qualunque spettacolo, e chi, invece, ha colto soprattutto le diversità nel
modo di proporsi sulla scena da parte di
ciascuna scuola. «Per quanto ci fossero
scuole diverse e, quindi, diverse proposte sceniche, io ho sentito soprattutto
l’universalità del teatro, di un linguaggio che è comprensibile anche se si recita in lingue diverse» spiega Fabrizio. Ma
se ad accomunare tutti i ragazzi che, per
tanti giorni, si sono divisi fra conferenze, ateliers e spettacoli, c’era la passione
per il teatro e la scelta di provare a farne
anche un mestiere, diverse sono le
aspettative e le motivazioni con cui ci si
avvicina a questo mondo, a seconda del
Paese in cui si vive e delle opportunità
che si hanno di decidere come costruire
la propria vita. «In tutto il Marocco c’è
una sola scuola di recitazione – osserva
Sara – è evidente che chi, in quel Paese,
decide di studiare per fare l’attore, deve
avere una motivazione molto seria, probabilmente più di quelle che possiamo
avere noi, perché con una sola scuola è
necessariamente più difficile poter studiare. E questo fa sì che si abbia anche
una maggiore determinazione».
Ed è ancora l’esperienza dei ragazzi
marocchini a offrire uno spunto di
riflessione su quello che può essere il
ruolo “sociale” dell’attore: «Lo spettacolo proposto dagli studenti del Marocco
riprendeva la tradizione dei racconti
popolari del loro Paese e, quindi, c’era
un impegno nella difesa della propria
tradizione culturale» osservano alcuni
ragazzi. Quanto alle aspettative per il
futuro, nessuno si fa illusioni, su nessuna delle sponde del Mediterraneo, visto
che tutti sono consapevoli delle difficoltà e delle incertezze con cui dovranno fare i conti una volta usciti dalle
scuole. Ma che possono anche rendere
più stimolante la sfida.
Le Grandi Parole l 9
EBREI E ARABI: INCROCI PARALLELI
A L L A C O RT E , C I N Q U E S E R AT E D I D I A L O G O C U LT U R A L E T R A D U E P O P O L I D I V I S I
La scelta di concentrare l’attenzione LUNEDÌ 11 FEBBRAIO
LUNEDÌ 18 FEBBRAIO
LUNEDÌ 25 FEBBRAIO
LUNEDÌ 10 MARZO
della tredicesima edizione del ciclo
ORE 20.30
ORE 20.30
ORE 20.30
ORE 20.30
dedicato alle Grandi Parole dell’Umanità sul patrimonio letterario, Uomo e Donna
Esodo ed Egira
Angeli e Demoni
Guerra e Pace
spirituale e filosofico di due tradizioni
culturali, quella ebraica e quella araba, con Laura Marinoni e Eros Pagni
con Vittorio Franceschi e Moni Ovadia
con Paola Gassman e Ugo Pagliai
con Anna Bonaiuto e Ugo Maria Morosi
che la Storia ha portato - soprattutto
introducono
introducono
introducono
introducono
nell’ultimo secolo - a vivere in un
Elena Loewenthal. Nata a Torino nel 1960. Salomone “Moni” Ovadia. Attore, cantante Piero Capelli. Ha studiato filologia classica ed Gad Lerner. Nato a Beirut nel 1954 è memdrammatico stato di divisione e di
Lavora da anni sui testi della tradizione ebrai- e compositore di origine ebraica, è nato a ebraica alla Normale di Pisa e nelle Univer- bro della comunità ebraica. Giornalista e
conflitto, è nata da un’intuizione di
ca e traduce letteratura d’Israele, attività che Filippopoli, in Bulgaria, nel 1946, ma si tra- sità di Pisa, Torino e Vienna. Insegna lingua e conduttore televisivo, ha scritto nel corso deCarlo Repetti, ideatore dell’iniziativa e
le sono valse un premio speciale da parte del sferisce quasi subito a Milano. La sua è una letteratura ebraica all’Università Ca’ Foscari di gli anni per “Lotta continua”, “Il Lavoro”, “Raoggi direttore del Teatro Stabile di
Ministero dei Beni Culturali. Collabora rego- famiglia di ascendenza ebraica sefardita, ma Venezia e si occupa di storia dei testi e delle dio Popolare”, “Il Manifesto”, “L’Espresso”, “La
Genova, e concorre a portare in primo
larmente con “La Stampa”. Con Giulio Busi, ha di fatto impiantata da molti anni in ambien- idee nell’ebraismo antico e medievale. Ha Stampa”, “Corriere della Sera”, “La Repubpiano la funzione sociale e civile di
pubblicato Mistica ebraica. Per Adelphi, sta te di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa pubblicato tra l’altro La letteratura rabbinica blica”. Per Rai Tre e per Rai Uno firma numequesto ormai tradizionale appuntacurando l’edizione italiana in sette volumi di circostanza influenzerà profondamente tutta dall’epoca di Gesù alla chiusura del Talmud rosi programmi da lui stesso condotti. Nel
mento del lunedì sera sul palcoscenico
Le leggende degli ebrei di Louis Ginzberg, di la sua opera di uomo e di artista, dedito (1996) e curato le edizioni italiane del 2000, è nominato direttore del TG1, ma si
del Teatro della Corte. Ancora una
cui sono già usciti i primi quattro. Con I botto- costantemente al recupero e alla rielabora- Dizionario della Bibbia (2003) e della Storia dimette dopo soli tre mesi. Nel 2001, passa a
volta con la speranza, e la convinzioni del signor Montefiore e altre storie ebraiche zione del patrimonio artistico, letterario, reli- della lingua ebraica (2007). È membro del LA7, dove attualmente conduce il programma
ne, che far risuonare in un teatro le
ha vinto il Premio Andersen nel 1997. Nel gioso e musicale degli ebrei dell’Europa comitato scientifico di Biblia (associazione di approfondimento L’infedele. È autore di
alte testimonianze degli intrecci esi2003 ha pubblicato le Fiabe ebraiche e il suo orientale. Laureato in scienze politiche al- laica di cultura biblica), del comitato diretti- alcuni libri, tra cui Operai (1988) e Crociate. Il
stenti non solo tra due storie millenaprimo romanzo Lo strappo dell’anima, con il l’Università Statale di Milano, inizia la sua vo dell’Associazione Italiana per lo Studio del millennio dell’odio (2000). Nel 2001, firma con
rie, ma anche tra le più vitali tensioni
quale ha vinto il premio Grinzane Cavour. Ha carriera di cantante e musicista sotto la guida Giudaismo e della redazione italiana di Franco Cardini Martiri e assassini. Tu sei un
del mondo contemporaneo, può rapscritto anche L’ebraismo spiegato ai miei figli e di Roberto Leydi, nel gruppo Almanacco Henoch (rivista internazionale di studi su bastardo (2005), pamphlet polemico sul mepresentare un originale contributo al
Lettere agli amici non ebrei.
Popolare. Nel 1990 fonda la TheaterOrchestra. giudaismo e cristianesimo).
ticciato sociale e culturale dell’epoca odierna.
dialogo e alla reciproca comprensione
Nacéra Benali. Giornalista algerina. Vive a Younis Tawfik. È nato nel 1958 in Iraq, a Ida Zilio-Grandi. È docente di letteratura e Franco Cardini. Laureato in lettere presso
tra i popoli e tra gli esseri umani.
Roma ed è corrispondente in Italia del quoti- Mossul (l’antica Ninive, mitica città dei tori cultura araba a Genova e di diritto delle co- l’Università di Firenze nel 1966, dalla fine
«Noi che crediamo nel dialogo e nella
diano “El Watan”. Ha pubblicato nel 2005 alati), e dal 1979 vive in esilio in Italia. Lau- munità islamiche a Venezia. Nel 2004 ha in- degli anni Ottanta torna nella sua città come
pace siamo accusati di essere pazzi e
Scontro di inciviltà. Italiani e musulmani. reato in lettere e filosofia all’Università di segnato all’École Pratique de Hautes Études insegnante universitario, dedicando i suoi
illusi» ha scritto con non rassegnata
Equivoci e pregiudizi. Nel suo libro la Benali, Torino, è giornalista e scrittore. Insegna lingua (Sorbona). Si occupa in particolare di tradi- studi soprattutto ai rapporti storici e attuali
amarezza David Grossman a proposito
che da dieci anni vive a Roma perché minac- e letteratura araba all’Università di Genova. zione religiosa arabo-musulmana e di esege- tra il mondo cristiano e quello arabo-islamidei rapporti tra israeliani e palestinesi,
ciata di morte dagli integralisti islamici a Collabora con “La Stampa”, “La Repubblica”, “Il si coranica, anche in riferimento ai rapporti co. Dal 1971 è autore di numerosi libri. Tra
sottintendendo però la consapevolezcausa di un suo reportage sul terrorismo Mattino” e con alcuni giornali mediorientali. tra l’Islam e gli altri monoteismi. Tra le sue quelli degli ultimi anni, si possono citare
za che non è sempre stato così. Che c’è
algerino, indaga sui luoghi comuni che con- Dirige la collana “Abadir Culture dell’Africa e principali pubblicazioni: Il Corano e il male L’invenzione dell’Occidente (2004), La globastato, cioè, un tempo in cui Ebrei e
dizionano negativamente il rapporto Italia- del Medio Oriente” della casa editrice Ananke. (2002); Una corrispondenza islamo-cristiana lizzazione. Tra nuovo ordine e caos (2005), La
Arabi dialogavano in Oriente come in
Islam, sottolineando come lo scontro di È presidente del Centro Culturale italo-arabo sull’origine divina dell’Islam (testo arabo a fatica della libertà. Saggi degli anni difficili
Occidente, che in Persia come in Sicilia
civiltà sia unicamente il risultato dell’igno- Dar al-Hikma. Partecipa regolarmente a cura di S. Khalil Samir, 2004) e la cura di Ibn (2006), Il signore della paura (2007), Le cento
o in Spagna le loro culture si influenranza e della diffidenza reciproca, di un clima numerose trasmissioni televisive. È autore di Sîrîn, Il Libro del sogno veritiero (1992), Qâdî novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e
zavano vicendevolmente, scambiandi deterioramento delle relazioni umane e romanzi e saggi, tra i quali La Straniera ‘Iyâd, I miracoli del Profeta (1995), Ahmad al- la rifondazione cavalleresca del mondo
dosi conoscenze e valorizzando le
del continuo crescere dei pregiudizi reciproci: (2001), La pietra nera (2001), Nelle mani la Tîfâshî, Il Libro delle pietre preziose (1999). Ha (2007), La tradizione templare. Miti Segreti
comuni radici, invece che esasperare le
alimentati da paure interiori ingiustificate, luna (2001), As-Salamu alaikum - Corso di diretto la versione italiana del Dizionario del Misteri (2007). Presiede l’associazione
differenze come è avvenuto soprattutche rendono sempre più urgente il dialogo.
arabo moderno (2004), Profugo (2006).
Corano di M. A. Amir-Moezzi (2007).
“Identità europea”.
to negli ultimi decenni, nel corso dei
quali, comunque, gli uomini di cultura, gli intellettuali e gli scienziati, non I l c i c l o d i l e t t u r e è s t a t o r e a l i z z a t o c o n i l c o n t r i b u t o d i
hanno mai cessato di perseguire il
sogno del dialogo tra diversi, evitando
con tenacia di cedere alla tentazione di
equiparare quel sogno a una illusione.
Grazie al coordinamento di Aldo ViVENTICINQUE ANNI
ganò e alla consulenza di due esperti
di cultura e di letteratura ebraica e
I lunedì sera dedicati alla
musulmana - i professori Piero Capelli
Grandi Parole hanno avuto
e Ida Zilio-Grandi - il Teatro Stabile di
la loro prima fase allo Stabile
Genova ha voluto dar voce a questo
di Genova nella stagione 1983
sogno. E lo fa a modo suo: affidando
/ 1984, quando venne propoad alcuni attori tra i più celebri della
sta la lettura integrale dei 34
scena italiana un apparato antologico
canti dell’Inferno dantesco.
di testi scelti, in modo trasversale nel
Lo straordinario successo deltempo e nello spazio, dal patrimonio
l’iniziativa, portò nelle stagioclassico e contemporaneo delle cultuni seguenti a continuare con il
re ebraica e araba; organizzando quePurgatorio e con il Paradiso.
ste testimonianze poetiche, letterarie
La formula era sempre la stese storiche secondo temi e in un intrecsa: l’introduzione di un relatocio di assonanze/dissonanze; e affire e la lettura di attori di pridando il tutto all’introduzione qualifimo piano della scena italiana.
cata e qualificante di due conduttori
Vennero poi le serate dedicate
per sera: uno di competenza ebraica e
a Eugenio Montale. Nel 1996,
l’altro araba. Nasce così il programma
prese il via la rassegna dedicadi cinque lunedì sera condotti rispettita esplicitamente alle Grandi
vamente da Elena Loewenthal e
Parole dell’Umanità, propoNacéra Benali (Uomo e Donna: storia
ste secondo una sempre nuodi un rapporto difficile tra amore e
va titolazione tematica. I cicli
amicizia, sopraffazione e violenza,
così organizzati sono stati
diversità e ribellione), da Moni
invitati più volte dall’ETI a esOvadia e Younis Tawfik (Esodo ed
sere replicati al Teatro QuiEgira: l’esperienza della diaspora e
rino di Roma. Questi i temi afdell’esilio comune ai due popoli), da
frontati nelle ultime stagioni.
Piero Capelli e Ida Zilio-Grandi (An1996: Le parole e i giorni;
geli e Demoni: incroci e differenze
1997: Le parole e l’eternità;
nella rappresentazione del Bene e del
1998: L’identità del NoveMale), da Gad Lerner e Franco Cardini
cento; 1999: Pro & Contro;
(Guerra e Pace: dai testi sacri alla
2000: Lo Stato e il Cittadino;
drammatica realtà contemporanea) e,
2001: Voci del Mediterraneo;
infine, da Massimo Cacciari che par2002: Le ragioni del Mito;
lerà di L’Identità e l’Altro: ovvero
2003: L’idea di Euro pa;
come gli arabi e gli ebrei vedono se
2004: Viaggio e viaggiatori;
stessi e tendono a rappresentarsi reci2005: La rivoluzione franprocamente. Al Teatro della Corte l’incese; 2006: Incroci nel Mito;
gresso è libero sino a esaurimento
2007: L’Orlando furioso.
dei posti. A richiesta, saranno rilaInterpreti delle serate delle
sciati attestati di frequenza agli inseGrandi Parole sono stati nel
gnanti e agli studenti.
DALLA STORIA
M A RT E D Ì 1 8 M A R Z O
ORE
17.30
L’Identità e l’Altro
con Massimo Venturiello e da definire
introduce
Massimo Cacciari. Protagonista della vita
culturale e politica italiana degli ultimi
decenni, è attualmente sindaco di Venezia, la
città dove è nato nel 1944. È autore di importanti libri su problemi e autori della storia
della Filosofia e collabora stabilmente con
numerosi giornali italiani e stranieri. Nel
2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è Preside fino al 2005. Al centro della sua riflessione filosofica si colloca la crisi della razionalità moderna, la quale si è rivelata incapace di cogliere il senso ultimo del reale,
abbandonando la ricerca dei fondamenti del
conoscere. Tra i suoi ultimi libri: Icone della
legge (1985), Dell’inizio (1990), Della cosa
ultima (2004).
I lunedì dello Stabile
corso degli anni Elsa Albani,
DI
G R A N D I PA R O L E
Giorgio Albertazzi, Eugenio Allegri, Omero Antonutti, Gianpiero Bianchi, Anna Bonaiuto,
Giulio Bosetti, Franco Carli,
Tino Carraro, Sergio Castellitto, Orazio Costa Giovangigli,
Maddalena Crippa, Riccardo
Cucciolla, Massimo Dapporto,
Renato De Carmine, Ferruccio De Ceresa, Massimo De
Francovich, Massimo De Rossi, Giancarlo Dettori, Sergio
Fantoni, Antonio Fattorini,
Mario Feliciani, Stefania Felicioli, Gabriele Ferzetti, Arnoldo Foà, Massimo Foschi,
Vittorio Franceschi, Paola
Gassman, Vittorio Gassman,
Nando Gazzolo, Massimo Ghini, Andrea Giordana, Paolo
Giuranna, Franco Graziosi,
Monica Guerritore, Roberto
Herlitzka, Gabriele Lavia, Giulia Lazzarini, Giuliana Lojodice, Paola Mannoni, Laura
Marinoni, Glauco Mauri, Margaret Mazzantini, Magda Mercatali, Valeria Moriconi, Lucilla
Morlacchi, Ugo Maria Morosi,
Orietta Notari, Franca Nuti,
Umberto Orsini, Ugo Pagliai,
Eros Pagni, Giuseppe Pambieri, Gianna Piaz, Paolo Poli, Massimo Popolizio, Elisabetta Pozzi, Anna Proclemer, Claudio
Puglisi, Mariano Rigillo, Sergio
Romano, Anna Teresa Rossini,
Gian carlo Sbra gia, Mar co
Sciaccaluga, Tullio Solenghi,
Roberto Sturno, Aroldo Tieri,
Marzia Ubaldi, Massimo Venturiello, Pamela Villoresi.
gennaio | giugno 2008
10 l
ROMOLO ROSSI
E CECHOV
«Le tre sorelle», paradigma della
depressione è il titolo della conferenza di Romolo Rossi, organizzata venerdì 1 febbraio (ore
17.30) nel foyer della Corte, in
occasione della presenza sul
palcoscenico del Teatro dello
spettacolo cechoviano diretto
da Massimo Castri. La conferenza sarà in trodotta da Eugenio
Pallestrini, presidente dello
Stabile genovese. Ai primi di
marzo, è in programma un
incontro simile, sempre con
Romolo Rossi, intorno allo spettacolo Enrico IV di Pirandello.
(continua da pagina 1)
Un ultimo pensiero. Se la
messa in scena di L’agente
segreto e delle sue terribili
storie e la quasi contemporanea proposta nei nostri
prossimi lunedì delle “Grandi parole” che hanno costruito la cultura ebraica e
quella araba, riusciranno
a sottolineare da una parte
la stupida debolezza della
violenza e dall’altra la forza rivoluzionaria del dialogo, allora potremo dire
di avere proposto al nostro
pubblico momenti di teatro
davvero “necessario”.
Carlo Repetti
H E L L Z A P O P P I N I n c o n t r i , c o n fe r e n ze, l e t t u r e e p r e s e n t a z i o n i d i l i b r i n e l foye r d e l l a C o r t e
Una ‘Piazza’ aperta alla cultura
Programma
Mercoledì 23 gennaio – ore 17
Intorno a «L’agente segreto» di Joseph Conrad
intervengono Silvana Rocca, Giuseppe Sertoli e Marco Sciaccaluga
introduce Marco Salotti
in collaborazione con la SSIS dell’Università di Genova
Giovedì 31 gennaio – ore 17
“Teatro in Riviera”
“Le commedie” (1905) di Giuseppe Baffico (1852 - 1927)
introduzione di Roberto Trovato
letture degli allievi della Scuola di Recitazione
in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro
Giovedì 7 febbraio – ore 17
“Teatro in Riviera”
“Gli Allighieri” (1909) di Marino Moretti (1885-1979)
introduzione di Franco Contorbia
letture degli allievi della Scuola di Recitazione
in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro
Incontri Teatro - Università, intorno agli spettacoli di produzione dello Stabile. Un ciclo di
conferenze con letture, organizzato in collaborazione con l’Associazione Mario Novaro, in occasione del 25° anno dalla nascita della rivista “Riviera”. Il proseguimento delle conversazioni
con il fascino di alcune pagine
letterarie, raccolte intorno al
tema del viaggio dalla Associazione “Incantevole aprile”.
La presentazione di un libro
sulla carriera di Marlon Brando,
tra cinema e teatro. E una fitta
rete di interviste, conversazioni
e incontri, promossi dall’Associazione per il Teatro Stabile di
Genova. Anche il 2008 si apre
nel foyer della Corte con una fitta rete di appuntamenti a ingresso libero, secondo una formula scenografica che il pubbli-
co dello Stabile ha dimostrato
particolarmente di gradire: una
grande quinta nera - all’occorrenza arricchita da uno schermo
- a delimitare il luogo riservato
ai protagonisti degli incontri e
un centinaio di sedie disposte
frontalmente e poi velocemente
fatte sparire dalle maestranze
dello Stabile, in tempo per lasciar spazio all’affluire del pubblico per lo spettacolo serale. È
in questo ambiente scenografico
che Marco Salotti, in collaborazione con la SSIS (Scuola Superiore di Istruzione Secondaria) dell’Università di Genova,
condurrà gli incontri intorno a
L’agente segreto di Conrad e a
Polvere alla polvere di Farquhar; che Roberto Trovato, Franco Contorbia, Francesco De Nicola, Pino Boero, Marco Vimercati e Barbara Novellini parle-
ranno degli autori teatrali e della grafica in Liguria, avvalendosi
come supporto delle letture degli allievi della Scuola di Recitazione dello Stabile, preparati dalla direttrice Anna Laura
Messeri; che gli insegnati di “Incantevole aprile” guideranno il
pubblico alla conoscenza della
poesia di Rilke o di Emily Dickinson; che Umberto Basevi,
per conto degli Amici dello Stabile, intesserà le sue garbate conversazioni con Alessandro Gassman, Stefano Accorsi e Gabriele Lavia. Nato nel 2000 con l’intento di far vivere il foyer del
Teatro della Corte anche nelle
ore pomeridiane, quando in sala
non c’è spettacolo, il progetto
denominato «Hellzapoppin» ha
visto crescere stagione dopo stagione la partecipazione del pubblico, degli artisti e delle associazioni culturali coinvolte, conquistando l’attenzione di molte
migliaia di persone, che affollano ogni volta gli incontri, i quali
nel corso anche di questo ultimo
squarcio di stagione potranno
ulteriormente incrementarsi,
secondo l’idea che «Hellzapoppin» è uno spazio aperto alle
sollecitazioni artistiche e culturali di Genova e della Liguria,
disposto ad accogliere i suggerimenti culturali delle più qualificate associazioni cittadine e a
favorire le iniziative autogestite
dai giovani artisti che avvertono
l’esigenza di appro fondire il
discorso sul teatro e sull’arte.
palcoscenico
e foyer
Ministero Beni e Attività Culturali
Giovedì 14 febbraio – ore 17
“Teatro in Riviera”
“Don Chisciotte” (1916) di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919)
introduzione di Francesco De Nicola
letture degli allievi della Scuola di Recitazione
in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro
Venerdì 15 febbraio – ore 17
“Per poi tornare”
letture del ritorno: le poesie di R. M. Rilke
a cura dell’Associazione Culturale “L’incantevole aprile”
Giovedì 21 febbraio – ore 17
“Teatro in Riviera”
“Antico canto d’amore” (1915) di Adelchi (1875-1947)
e Pier Angelo Baratono (1880-1927)
introduzione di Pino Boero
letture degli allievi della Scuola di Recitazione
in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro
Venerdì 22 febbraio – ore 17.30
“Conversazioni con i protagonisti”
Incontro con Alessandro Gassman
a cura di Umberto Basevi
in collaborazione con gli Amici del Teatro
Mercoledì 27 febbraio – ore 17
“Tra teatro e cinema”
Presentazione del libro edito da Le Mani
“Marlon Brando”
di Sergio Arecco
con l’Autore interviene Piero Pruzzo
Giovedì 28 febbraio – ore 17
“Teatro in Riviera”
“Tra simbolismo e liberty”, l’opera grafica di Giorgio Kienerk (1869-1948)
introduzione di Marco Vimercati
letture degli allievi della Scuola di Recitazione
in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro
Mercoledì 5 marzo – ore 17
Incontro con Leo Gullotta
in collaborazione con la COOP Liguria
Giovedì 6 marzo – ore 17
“Teatro in Riviera”
“Le immagini del sogno”, il contributo creativo di Plinio Nomellini (1866-1943)
introduzione di Barbara Nomellini
letture degli allievi della Scuola di Recitazione
in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro
Mercoledì 26 marzo – ore 17
Intorno a «Polvere alla polvere» di Robert Farquhar
intervengono Silvana Rocca, Giuliana Manganelli e gli interpreti dello spettacolo
introduce Marco Salotti
in collaborazione con la SSIS dell’Università di Genova
soci fondatori
COMUNE DI GENOVA
PROVINCIA DI GENOVA
REGIONE LIGURIA
sostenitore
con il contributo di
numero 25 • gennaio | giugno 2008
Edizioni Teatro Stabile di Genova
piazza Borgo Pila, 42 • 16129 Genova
www. teatrostabilegenova.it
Presidente Prof. Eugenio Pallestrini
Direzione Carlo Repetti e Marco Sciaccaluga
Direttore responsabile Aldo Viganò
Collaborazione Annamaria Coluccia
Segretaria di redazione Monica Speziotto
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 34 del 17/11/2000
Progetto grafico:
art: Bruna Arena, Genova (31507)
Stampa: Scuola Tipografica Sorriso Francescano s.r.l., Ge
gennaio | giugno 2008
Mercoledì 9 aprile – ore 17.30
“Conversazioni con i protagonisti”
Incontro con Stefano Accorsi
a cura di Umberto Basevi
in collaborazione con gli Amici del Teatro
Mercoledì 16 aprile – ore 17.30
“Conversazioni con i protagonisti”
Incontro con Gabriele Lavia
a cura di Umberto Basevi
in collaborazione con gli Amici del Teatro
Venerdì 18 aprile – ore 17
“Un ricordo d’ametista”
La musica della nostalgia: le poesie di Emily Dickinson
a cura dell’Associazione Culturale “L’incantevole aprile”
INGRESSO LIBERO
l 11
Rassegna di drammaturgia contemporanea A maggio / giugno in cartellone alla Piccola Corte, con repliche a La Spezia, Sanremo e Milano
Lo Stabile genovese mette in scena
il giovane teatro internazionale
Nata nell’ambito di un progetto del Mi nistero per i Beni Culturali realiz zato con il contributo della Re gio ne Li guria, la 2 a Rassegna di dram ma tur gia contemporanea ribadisce il tradizionale in teresse
dello Stabile di Genova per la nuova drammaturgia e rafforza l’esperienza delle do dici stagioni di mises en espace na te da un’idea di Carlo Repetti, con cui si sono spe rimentati, dal 1996 al 2007, trentasette nuovi te sti, alcuni dei quali (La bella regina di Lee nane, Der Tot ma cher, Mojo Mi cky bo, Galois, Eden, Holy Day, Polvere alla polvere) sono poi di ven tati dei veri e propri spettacoli.
ITALIA
FRANCIA
Dodici anni
di novità
dal mondo
PICCOLA CORTE
da mercoledì 14 a sabato 17 maggio
(ore 20.30)
PICCOLA CORTE
da martedì 20 a sabato 24 maggio
(ore 20.30)
PICCOLA CORTE
da martedì 27 a sabato 31 maggio
(ore 20.30)
Ingannati
Daewoo
Tre stelle
Time of darkness
sopra il baldacchino
Mojo
in collaborazione con le Associazioni Culturali
straniere operanti in Liguria
di e con Nicola Pannelli
regia di Nicola Pannelli
di François Bon
regia di Fiammetta Bellone
di Michael Zochow
regia di Alberto Giusta
di Henning Mankell
regia da definire
di Jez Butterworth
regia di Massimo Mesciulam
1996 Weisman e Pellerossa di
George Tabori (D) - Crepuscolo sulle Alpi di Peter Turrini (A) - Tatuaggio di Dea Loher (D) - Il Signor
Paul di Tankred Dorst (D). 1997 La
bella regina di Leenane di Martin
McDonagh (Irlanda) - Soliman di
Ludwig Fels (D) - Le conspose di
Fatima Gallaire (F). 1998 Top Dogs
di Urs Widmer (CH) - L’inverno
sotto il tavolo di Roland Topor (F) La principessa Ranocchio di Kerstin Specht (D). 1999 Nella pianura normanna c’è un grande libro
di Alessandro Spanghero (I) - Qui si
vive ancora di Véronique Olmi (F) Faccia di fuoco di Marius von
Mayenburg (D). 2000 Bintou di Koffi Kwahulé (F) - Der Totmacher di
Romuald Karmakar e Michael Farin (D) - Dublin Carol di Conor McPherson (IRL). 2001 Death Valley
Junction di Albert Ostermaier (D)
- Pit-Bull di Lionel Spycher (F) - Bartleby, lo scrivano di Tonino Bozzi
(I). 2002 Mojo Mickybo di Owen
McCafferty (GB) - Galois di Luca Viganò (I) - La notte araba di Roland
Schimmelpfennig (D). 2003 Una
stazione di servizio di Gildas Bourdet (F) - Coltelli nelle galline di
David Harrower (GB) - Uccelli assetati di Kristo Sagor (D). 2004 Strade/Corridoi di Sonia Arienta (I) La riga nei capelli di William Holden di José Sanchis Sinisterra (E) Eden di Eugene O’Brien (IRL). 2005
La Chunga di Mario Vargas Llosa
(PERÙ) - La donna e il colonnello di
Emmanuel Dongala (CONGO) - Holy
Day di Andrew Bovell (AUSTRALIA).
2006 Di eroi, di spie e altri fantasmi di Carlo Orlando e Nicola
Pannelli (I) - Polvere alla polvere di
Robert Farquhar (GB) - Un posto
luminoso chiamato giorno di Tony
Kushner (USA). 2007 Rum di Carlo
Besozzi e Flavio Parenti (I) - Qualcuno arriverà di Jon Fosse (N) - Terrorismo dei fratelli Presnjakov (RUSSIA).
Ingannati è liberamente tratto dal
romanzo Uomini sotto il sole di
Ghassan Kanafani, che lo scrisse nel
1961. Con stile secco e preciso, vi si
racconta la storia di tre emigranti
clandestini che scelgono di farsi
chiudere dentro a un’autocisterna
con la speranza di poter raggiungere il Kuwait, ma finiscono col
morirvi soffocati. Il regista egiziano
Tawfiq Saleh ha tratto dal libro di
Kanafani un omonimo film d’ampio respiro narrativo, mentre
Nicola Pannelli punta soprattutto
sulla forza evocativa della parola
teatrale, portando avanti il discorso etico-politico del teatro di narrazione, già valorizzato attraverso
l’esperienza dell’associazione “Narramondo” da lui stesso fondata.
Scrittore, poeta, giornalista, pittore
e militante a tempo pieno per la
causa palestinese Ghassan Kanafani è nato ad Acri nel 1936, quando la Palestina era sotto il mandato
britannico. Nel 1948, con la nascita
di Israele, la sua famiglia va esule in
Libano. Kanafani risiede poi a
Damasco e nel Kuwait. Nel 1960,
viene chiamato a Beirut dove dirige la parte letteraria della rivista
del Movimento Nazionalista Arabo.
Brillante giornalista, diventa nel
1969 il direttore dell’organo ufficiale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. L’8 luglio
1972, a Beirut, un ordigno esplosivo fa saltare in aria la macchina in
cui si trovano Ghassan Kanafani e
una sua nipote. L’attentato è attribuito ai servizi segreti israeliani.
Un testo brechtiano che nasce da
un’inchiesta su un fatto realmente
accaduto nel gennaio 2003, in Lorena. A causa dell’annunciata chiusura della fabbrica coreana Daewoo, i dipendenti entrano in sciopero. Accadono episodi di violenza
e quattro operaie sequestrano il
loro capo. Nascono così dodici brevi sequenze, alcune drammatiche
e altre satiriche, alcune costruite
con linguaggio epico-narrativo e
altre dialogate tenendo presente
anche Le supplici di Eschilo. Una
tragedia contemporanea, scritta
sulla base delle testimonianze
delle vere protagoniste dei fatti. «Il
Un padre e la figlia, immigrati clandestini, sono nascosti in un anonimo appartamento alla periferia di
una grande città europea, nell’attesa di sconosciuti che dovrebbero
portare loro dei falsi documenti e
una nuova identità. Rintanato in
casa, il padre trascorre le sue giornate consumato dalla paura. Non
solo la paura di essere scoperto,
ma anche quella di un futuro incerto, del disfacimento della propria identità in una cultura straniera, che lo rifiuta. Lo sradicamento
mette in discussione i ruoli facendo sbilanciare gli equilibri familiari.
E si tratta di una lotta che non prevede vincitori e vinti. Potrebbe
essere semplicemente una storia
di quotidiano amore e dolore clandestino nella fortezza Europa, ma il
linguaggio asciutto, duro, specchio
tagliente di una realtà sofferta, preserva il testo dal naturalismo. Il
dramma sociale è qui intrinsecamente legato a quello famigliare e
il testo si propone soprattutto come un implacabile conflitto a due
in un contesto globalizzato. Un
thriller sociale e generazionale. Un
«Immaginatevi Quentin Tarantino
in coppia con Harold Pinter giovane che scrivono una commediathriller ambientata nel sottobosco
di Soho nel 1958, e avrete un’idea
di che cosa è questo testo di Jez
Butterworth» scrisse il critico del
“Sunday Times” in occasione del
L a
r a s s e g n a
d i
d r a m m a t u r g i a
linguaggio teatrale che mi piace»,
sottolinea François Bon, «è quello
che ho ricevuto dai Greci e da Paul
Claudel. Io scrivo con la letteratura,
non faccio dei collage verbali.
Parlare del popolo non significa
dover essere populista». Nato in
Vandea nel 1953, François Bon vive
a Tours. Inizia l’attività di scrittore
nel corso dei numerosi viaggi all’estero (Bombay, Mosca, Praga, ecc.)
fatti per conto della fabbrica di
macchine saldatrici nella quale è
impiegato. Romanziere, saggista e
drammaturgo, è autore di numerosi testi teatrali, tra i quali Temps
machine (1992), C’était toute une vie
(1995), Mécanique (2001), Quatre
avec le mort (2002), Quoi faire de
son chien mort (2004). Daewoo
viene proposto nella Rassegna grazie alla collaborazione del Progetto
“Face à face” per la diffusione della
drammaturgia francese in Italia.
c o n t e m p o r a n e a
SVEZIA
GERMANIA
è
La memoria dei campi di concentramento nazista e la tragica attualità del terrorismo arabo. Mescolando questi ingredienti storici
e drammaturgici, Michael Zochow
(1954-1992) sortisce un testo in cui
s’immagina un’impossibile sintesi
sentimentale tra passato e presente. Il personaggio centrale della
commedia scritta nel 1991 è la
buona anima tedesca Berta, la
cameriera che ha aiutato a fuggire
dai nazisti i suoi padroni di una
volta, i coniugi ebrei Grünfeld, i
quali ora tornano dall’America in
Germania e la invitano ad assistere
alla “prima” della loro opera preferita: Tristano e Isotta. Nella zona si
aggirano anche due terroristi arabi,
Hassan e suo padre, ai quali la polizia sta dando la caccia. Credendo
di riconoscere in Hassan il suo
amato Fritz, che lei non seppe salvare dai lager nazisti, Berta
sprofonda sempre di più nei propri
ricordi, e in questo viaggio nel
tempo la seguono ben presto
anche gli altri personaggi, dando
origine a un complesso intreccio di
suggestioni ideologiche ed emotive, che si dipanano nella commedia tra il tragico e il grottesco. Tre
stelle sopra il baldacchino mescola
le ombre della storia passata con le
paure della cronaca contemporanea e lascia che i suoi personaggi
imbocchino la via dell’utopia, riconoscendo all’amore una funzione
salvifica e la magica virtù di conciliare gli opposti.
s t a t a
r e a l i z z a t a
c o n
INGHILTERRA
PICCOLA CORTE
da martedì 3 a sabato 7 giugno
(ore 20.30)
PICCOLA CORTE
da martedì 10 a sabato 14 giugno
(ore 20.30)
testo teatrale costruito con grande
competenza drammaturgica da un
autore svedese, Henning Mankell
(Stoccolma, 1948), che vive nel Mozambico, dove dirige un teatro ed
è diventato celebre in tutto il
mondo soprattutto per la sua attività di giallista: i suoi romanzi dedicati alle avventure del commissario
Kurt Wallander sono pubblicati
anche in Italia da Marsilio e dalla
Mondadori.
i l
c o n t r i b u t o
debutto sul palcoscenico londinese del Royal Court del venticinquenne autore di Mojo. La scena è
un night club di Dean Street e c’è
un guaio in giro: il cantante Silver
Johnny, tipico prodotto per teenagers, è scomparso e il suo manager
Ezra, proprietario del night, riappare fatto a pezzi e diviso in due
bidoni della spazzatura. La violenza esplode, con gli scagnozzi di
Ezra che si uniscono per un attacco in forza a Sam Ross, un boss
della malavita che ama mescolare
affari e spargimenti di sangue.
Rappresentato per la prima volta
nel 1995 e subito vincitore dei più
prestigiosi riconoscimenti inglesi
per la drammaturgia, Mojo è stato
portato sul grande schermo dal
suo stesso autore nel 1997. Nato a
Londra nel 1969, Butterworth si è
allontanato dal teatro dopo Mojo
per occuparsi soprattutto di cinema, sia come regista che come
sceneggiatore (sta per uscire il suo
Headhunters prodotto da Nicole
Kidman), ma è ritornato sul palcoscenico del Royal Court con due
sue nuove commedie, sia nel 2002
(The Night Heron), sia nel 2006 (The
Winterling).
d i
gennaio | giugno 2008
12 l
spettacoli ospiti
dal 16 gennaio al 10 maggio 2008
Riccardo III
Tartufo
di William Shakespeare
Duse, 16/20 gennaio
regia di Jurij Ferrini
di Molière
Corte, 26 febbraio/2 marzo
regia di Carlo Cecchi
Prodotta dal Progetto U.R.T. nel decimo anno
della sua attività, la tragedia storica di Shakespeare porta sulla scena uno dei momenti
più drammatici della Guerra delle Due Rose
(1455-1485). Ferrini fa del suo Riccardo di
York, pur sempre seduto su una sedia a rotelle, un uomo seducente, che «non teme di
autocommiserarsi per ottenere i suoi scopi,
mente spudoratamente e ride di chi gli
crede, disprezza persino chi lo sostiene»: un
disabile moderno che anche «quando ormai
è a terra, incapace di muoversi a causa della
sua deformità, combatte la sua ultima battaglia contro l’impotenza e il suo corpo diviene
prigione della sua anima».
sognano di fuggire per tornare a Mosca:
fascino di una vita diversa, di un possibile
definitivo cambiamento. Ma tutto è destinato a finire, perché infine il reggimento di
stanza nel paese parte, e alle tre donne
rimane solo una disperata rassegnazione.
Anche il sogno di tornare a Mosca sfuma
nell’accettazione del quotidiano. Capolavoro
del teatro di tutti i tempi, messo in scena da
Castri con una compagnia di giovani.
Il pergolato dei tigli
Conor McPherson
Duse, 6/10 febbraio - Fuori abbonamento
regia di Pier Luigi Pasino, Vito Saccinto,
Marco Taddei
Interpretato e diretto da tre attori formatisi alla
Scuola di Recitazione dello Stabile di Genova e
ora messisi in proprio, un testo dell’irlandese
La guerra dei Roses
di Warren Adler
Corte, 11/16 marzo
regia di Ugo Chiti
Capolavoro di Molière (1622-1673), testo
comico irripetibile del repertorio teatrale di
tutti i tempi, classico capace di parlare a ogni
generazione d’interpreti e di spettatori, la storia del falso devoto, raccolto sui gradini della
chiesa da un ricco borghese in cerca di espiazione e di un lavacro di coscienza, trova nella
regia di Carlo Cecchi una nuova e originalissima interpretazione, che affonda le sue radici
nella traduzione di Cesare Garboli. Con Valerio
Binasco, Licia Maglietta e Angelica Ippolito.
ShakespeaRe di Napoli
di Ruggero Cappuccio
Duse, 27 febbraio/2 marzo
regia di Ruggero Cappuccio
Aldo Moro
Una tragedia italiana
di Corrado Augias e Vladimiro Polchi
Duse, 22 / 27 gennaio
regia di Giorgio Ferrara
Un collage di materiali (documenti, lettere e
immagini) atto a ricostruire, attraverso la prigionia di Aldo Moro nel covo delle Brigate
Rosse, uno dei momenti più tragici della storia d’Italia. Alle 9,15 del 16 marzo 1978, in
via Fani a Roma, la Fiat 130 guidata dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e con
a bordo l’onorevole Aldo Moro viene bloccata da un commando di terroristi e crivellata
di colpi. L’azione di fuoco dura due minuti.
Cinque uomini della scorta vengono uccisi, il
presidente della Dc sequestrato. La vicenda
umana e politica del rapimento Moro si consumò in 55 giorni.
Roma ore 11
di Elio Petri
Duse, 29 gennaio/3 febbraio
regia di Manuela Mandracchia, Alvia Reale,
Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres
McPherson, già noto al pubblico del Duse
per Dublin Carol e La chiusa. Due fratelli e
un giovane professore universitario di filosofia. Tre monologhi incrociati per raccontare,
attraverso tre generazioni, la violenza, i desideri, la sofferenza e le passioni dell’uomo
colto nella sua universalità.
Il re muore
di Eugène Ionesco
Duse, 13/24 febbraio
regia di Pietro Carriglio
di Luigi Pirandello
Corte, 4/9 marzo
regia di Fabio Grossi
La parola ai giurati
di Reginald Rose
Corte, 19/24 febbraio
regia di Alessandro Gassman
Da un fatto di cronaca del 1951 e sulle testimonianze che su di esso il giovanissimo Elio
Petri raccolse per l’omonimo film di Giuseppe
De Santis. A Roma, decine di donne e ragazze accorrono in via Savoia 31 per rispondere a
un annuncio per un lavoro di dattilografa. Si
affollano sulla scala del vecchio edificio, che
crolla. Conseguenza: una morta e settantasette ferite, per un quotidiano dramma della
disoccupazione e della condizione femminile.
Interpretato e diretto da quattro attrici raccolte sotto lo pseudonimo collettivo Mitipretese.
Migliore spettacolo d’innovazione agli
Olimpici del Teatro 2007.
Tre sorelle
di Anton Cechov
Corte, 5/10 febbraio
regia di Massimo Castri
Definita “dramma della rinuncia”, la commedia di Checov racconta la solitudine e lo scontento nella provincia russa, da cui tre sorelle
gennaio | giugno 2008
Chi era W.H., l’amico “dai profondi occhi sognanti”, al quale Shakespeare ha dedicato la
raccolta dei suoi centocinquantaquattro sonetti? Ruggero Cappuccio abbraccia l’ipotesi
che si tratti di Willie Hughes, l’attore fanciullo
del teatro scespiriano, primo indimenticabile
interprete dei personaggi di Viola, Desdemona, Rosalinda e Giulietta. Da qui, la poetica
reinvenzione della realtà in una misteriosa
notte di carnevale e nel castello del viceré di
Napoli. Con Lello Arena e Claudio Di Palma.
Un thriller giudiziario ambientato a New York
nel 1950, scritto per la televisione e reso
celebre dal cinema. Una giuria popolare
composta da dodici persone deve decidere
del destino di un ragazzo ispano-americano
accusato di parricidio. Basta il dubbio di uno
solo per rimettere tutto in discussione.
Alessandro Gassman sceglie di debuttare
nella regia teatrale con una commedia
sapientemente scritta per gli attori e bisognosa di un’interpretazione molto concreta,
come ben testimoniarono a suo tempo i film
di Sidney Lumet (con Henry Fonda) e di
William Friedkin (con Jack Lemmon).
di Rainer Werner Fassbinder
Corte, 1/6 aprile
regia di Antonio Latella
Travolgente commedia nera, che smonta con
lucida perfidia tutti i luoghi comuni sul
matrimonio, trascinando la storia di una
coppia in un crescendo parossistico. Amore,
odio, follia, morte. Barbara e Jonathan come
prototipi della eterna lotta tra la donna e
l’uomo. L’amore che diventa guerra, il senso
del possesso sfida, l’orgoglio strategia di
attacco. Ripicche, scherzi atroci, rivalse, cattiverie gratuite: un conflitto senza pudore, né
quartiere. Con Giancarlo Zanetti e Laura
Lattuada nei ruoli che sullo schermo furono
di Michael Douglas e Kathleen Turner.
di Sofocle
Duse, 12/16 marzo
regia di Nicola Pannelli
«La più perfetta opera d’arte concepita dallo
spirito umano» mette in scena lo scontro tra
le leggi divine, sante e inviolabili, e le leggi
civili, utili e politicamente opportune. Scontro che diventa anche quello tra l’individuo e
la società, tra il sentimento e l’intelletto. Da
una parte c’è Antigone, e dall’altra Creonte,
sovrano inflessibile e potente. In mezzo, il cadavere di Polinice, fratello di Antigone, morto come nemico di Tebe, cui il re vuole negare la sepoltura per la quale invece la pietosa
ragazza è disposta anche a infrangere la
legge e morire. Chi ha ragione?
Lo scavalcamontagne
Leo Gullotta torna al teatro di prosa con una
delle commedie di Pirandello tra le più rappresentate e meglio accolte dal pubblico.
L’apparenza è quella della pochade, da cui
però emerge l’intima drammaticità di una
satira graffiante delle ipocrisie e del perbenismo borghese, satira che la rende attuale
ancora oggi. Il professor Paolino (“l’uomo”),
insegnante onesto e rispettabile, ama la “virtuosa” signora Perella, moglie trascurata di
un capitano di mare (“la bestia”). Il triangolo si complica quando “la virtù” scopre di
essere in attesa di un figlio.
Giovedì 5 marzo, ore 17, nel foyer della
Corte, incontro con Leo Gullotta promosso da Coop Liguria, partner delle
repliche genovesi dello spettacolo.
Enrico IV
di Luigi Pirandello
Duse, 5/9 marzo
regia di Andrea Battistini
Tra essere ed apparire l’assunto è tipicamente
pirandelliano. L’argomento è alto e attraversato da una sottile ironia: un giovane gentiluomo cade da cavallo e resta fissato dall’incidente nel personaggio dell’imperatore di
Canossa, i cui panni indossava per una sfilata
in costume. Dodici anni dopo, con tutto lo
sgomento per la gioventù perduta, egli riac-
Stefano Massini ribadisce qui la sua vocazione
a un teatro“alto”, caratterizzato da una forte tensione etica, affrontando un episodio della vita
di VanGogh. Rinchiuso nel manicomio di Saint
-Paul-de-Manson in Provenza, il pittore olandese vi vive prigioniero delle proprie ossessioni, impedito anche a dipingere, artista ridotto
a uno stato di totale frustrazione dalla pratica
persecutoria con cui in quel luogo viene
osteggiata ogni forma individuale di diversità.
Le lacrime amare
di Petra Von Kant
Antigone
L’uomo, la bestia
e la virtù
Tradotta da Edoardo Sanguineti, una pièce
ironica e sarcastica definita dal suo autore un
«apprendistato della morte». La storia evoca
la parabola metafisica del sovrano di un regno in rovina, la cui agonia è circondata dall’egoismo degli altri e la cui morte coincide con
la fine stessa del mondo, o se si preferisce del
teatro. Messo in scena per lo Stabile di Palermo, con Nello Mascia protagonista. Nominations agli Olimpici del Teatro del 2007 per il
migliore spettacolo e per la migliore regia.
quista la ragione e deve confrontarsi con
parenti e amici che gli hanno creato intorno
un pietoso velo di menzogne. Soprattutto,
deve fare i conti con se stesso, con la pazzia
che si rivela essere insieme una condanna e
una liberazione. Con Maurizio Donadoni.
Camillo Milli
Duse, 18/20 marzo - Fuori abbonamento
regia di Camillo Milli
Attore molto caro al pubblico italiano e in
particolare allo Stabile di Genova (nella sua
lunga carriera ha attraversato il teatro d’intrattenimento e quello degli Stabili, ha lavorato con Dario Fo e con alcuni dei maggiori
registi italiani, ha fatto la televisione di Bernabei e ha raggiunto successo popolare in
quella degli sceneggiati), Camillo Milli s’identifica con lo “scavalcamontagne” (come erano
chiamati nella prima metà del Novecento gli
attori che giravano da un paese all’altro) e racconta il “viaggio nella memoria di un guitto”.
L’odore assordante
del bianco
di Stefano Massini
Corte, 27/30 marzo
regia di Stefano Massini
Noto al pubblico genovese per l’intenso Processo a Dio, visto la scorsa stagione al Duse,
Definito “la Morte a Venezia secondo Fassbinder”, un testo declinato al femminile, perché ebbe occasione di dire il suo autore - «credo
di poter esprimere meglio quello che sento
quando uso un personaggio femminile come
centro». «Per raccontarci la donna, Fassbinder
sente la necessità di chiuderla nella sua casa
- spiega il regista Latella - quasi come se isolandola riuscisse a evidenziarne tutti i suoi
lati, compreso il virus che l’ha contagiata».
Con la Marinoni nel ruolo della protagonista.
Inquietante viaggio nella coscienza di un
uomo complesso e problematico, incapace di
affrontare il mondo e di trovarvi un proprio
posto, un ruolo. Gabriele Lavia torna all’amato
Dostoevskij e racconta la condizione di un
uomo solo, escluso dal consorzio umano e
ripiegato su se stesso. La solitudine è la sua
malattia ed essa porta con sé l’indifferenza, l’astio, il livore, l’odio nei confronti di tutti gli altri.
Sono questi sentimenti che fanno del “sottosuolo” il vero inferno sulla terra, inferno alle cui
pene i dannati si sottomettono come per una
oscena fatalità. Con Lavia regista e interprete.
La scelta del mazziere
di Patrick Marber
Duse, 15/20 aprile
regia di Marco Ghelardi
Humour perfido e tagliente, ritmo incalzante, personaggi spinti fino all’estremo in una
situazione senza scampo. L’inglese Marber
non lascia vie d’uscita ai suoi personaggi
costretti intorno a un panno verde, in cerca di
un senso alla propria esistenza che vada oltre
le carte da gioco. Il poker diventa un bisturi
che espone nude le anime dei personaggi:
nelle loro illusioni, nei loro fallimenti, nei
loro compromessi. Con sei attori provenienti
dalla Scuola di Recitazione di Genova.
Un banale incidente
di Roberto Lerici
Duse, 21/24 aprile
regia di Massimo De Rossi
Il dubbio
di John Patrick Shanley
Corte, 8/13 aprile
regia di Sergio Castellitto
Premio Pulitzer 2005, la commedia affronta
lo scottante argomento della pedofilia ecclesiastica. Brooklyn, 1964. L’assassinio di John
Kennedy ha ferito il senso di sicurezza della
nazione e il Concilio Vaticano II ha ridefinito i
rapporti fra clero e fedeli. L’anziana direttrice
di una scuola parrocchiale, Suor Aloysia,
stenta ad adeguarsi alle novità. Inevitabile lo
scontro con la giovane Suora James e,
soprattutto, con Padre Flynn, carismatico
prete in stile conciliare, che viene accusato di
rapporti illeciti con uno studente di colore.
Con Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi.
I diavologhi
Roland Dubillard
Duse, 9/13 aprile - Fuori abbonamento
regia di Andrea Nicolini e Rosario Lisma
Sulla scena Uno e Due: personaggi buffi e
strampalati che la fantasia di Dubillard fa dibattere nei loro piccoli e mediocri conflitti quotidiani. In una dimensione assurda, senza tempo e senza luogo, litigano e si riappacificano,
si contraddicono e si fanno complici come una
vecchia coppia logora. Cercano il successo con
un atto sensazionale. Cercano di esistere e non
ci riescono. Anarchici borghesi, Uno e Due si
accaniscono a sfasciare i luoghi comuni e le
buone maniere della convivenza civile dell’uomo contemporaneo. Traduzione: V.Franceschi.
L’Attore si scusa: è successo “un banale incidente”. Lo spettacolo non potrà avere luogo. Ma
la rappresentazione continua. Questa volta
nel suo camerino. Magia del teatro. Inizia così
un viaggio all’interno dell’immaginario, in un
gioco pirotecnico acceso dal protagonista,
che evoca personaggi presi in prestito dalla
storia, dalla letteratura, dal mito o dal mondo
del teatro. Diretto e interpretato da De Rossi.
Gli stranieri
portano fortuna
a cura di Marco Aime e Carla Peirolero
Corte, 22/24 aprile - Fuori abbonamento
Tre giornate di spettacolo con attori, musicisti e danzatori di varie provenienze etniche.
Un’anticipazione dei temi del X Festival Suq,
sul filo dell’omonimo libro di Marco Aime e
Lawa Toku che narra di come l’arrivo di uno
straniero in una tribù porti fortuna a tutti. La
diversità come terreno fertile e fecondo per
l’incontro, le contaminazioni e gli scambi originali. Un laboratorio teatrale e musicale che
nel pomeriggio si distende nel foyer della
Corte con la voglia di incontrare il pubblico,
di chiacchierare su temi di attualità, di gustare bevande dai sapori esotici.
Acoustic Night 8
con Beppe Gambetta
Corte, 8/10 maggio
Memorie dal sottosuolo
da Fëdor Dostoevskij
Corte, 15/20 aprile
regia di Gabriele Lavia
Beppe Gambetta chiama sul palcoscenico
della Corte artisti che interagiscono, mettendo “in atto” non solo la varietà degli strumenti, ma anche la poliedricità delle loro doti
artistiche. Con lui, Jim Hurst, Kentucky, più
volte votato “chitarrista acustico dell’anno”;
la contrabbassista Missy Raines, nata a
Cumberland nel Maryland; e Bruce Molsky,
continuatore della musica “old time” americana nelle sue radici più profonde.
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STORIE DI BOMBE E DI AMICIZIA