ANNO VII | NUMERO 25 | GENNAIO | GIUGNO 2008 2|3|4 5 L’agente segreto Mursia, Conrad, Fasce Intervista Sciaccaluga Sola me ne vo... Ritorna la Melato Stabile in tournée 6|7 8|9 10 11 12 Polvere alla polvere Giuliana Manganelli Intervista Parenti Ecume Grandi Parole Ebrei e Arabi Hellzapoppin Foyer della Corte Incontri, letture, conferenze Rassegna Teatro Contemporaneo Programma Compagnie ospiti Da gennaio a maggio 23 spettacoli Il 2 0 0 8 de l l o S t a bi l e si i n au g u ra c on l a p rod u z i on e di du e n ovit à per la sc en a it a lia n a STORIE DI BOMBE E DI AMICIZIA L’ultima parte del 2007 appena concluso ha portato al Teatro Stabile di Genova nuove occasioni di soddisfazione per il lavoro compiuto: un numero molto alto di presenze, segno che nelle nostre sale il pubblico trova occasioni di divertimento e di arricchimento culturale, il grande successo in Italia e all’estero di La famiglia dell’antiquario, con Pagni protagonista; la collocazione di Svet, da parte di un importante giornale italiano, fra i 3 spettacoli più belli del 2007. Il 2008, che si è aperto con Il castello di Kafka, con il quale grazie alla regia di Massimo Mesciulam, è stato ancora una volta evidenziato il lavoro di formazione dei nostri giovani attori, prosegue ora con due nuove proposte: la “prima” italiana (e potremmo quasi dire europea) di L’agente segreto di Conrad e Polvere alla polvere dell’inglese Farquhar. L’agente segreto, allestito a Londra nel 1922 e poi “dimenticato”, è un’ importante novità per i nostri palcoscenici e una nuova tappa nel percorso che ci vede da qualche anno alla ricerca di testi di grandi autori poco o mai rappresentati. Ed è quanto facciamo anche, in una forma diversa, con la annuale rassegna di Dram ma turgia contemporanea. L’agente segreto è un testo a cui pensavamo da tempo, che ha visto ora maturare le ragioni più profonde della sua messa in scena: queste ragioni sono sia la fortissima, incredibile attualità delle situazioni politiche, di cronaca, dei personaggi, dei loro pensieri e sentimenti che l’opera contiene; sia la disponibilità che abbiamo, nel portarlo in scena, di una Compagnia Stabile di attori fra i 20 e i 40 anni, costruita con attenzione in queste ultime dieci stagioni e che non fa certo rimpiangere la grande Compagnia Stabile che fece la storia del nostro teatro negli anni ’70. Carlo Repetti (continua a pag.10) A L L A C O R T E “ L’ A G E N T E S E G R E T O ” D I J O S E P H C O N R A D U n a s c e n a d i L’ a g e n t e s e g r e t o c o n A l i c e A r c u r i e N i c o l a P a n n e l l i ( f o t o d i M a r c e l l o N o r b e r t h ) LA MELATO TORNA A GENOVA Mariangela Melato torna (dal 12 al 17 febbraio) alla Corte con Sola me ne vo..., il fortunato «One Lady Show» giunto al suo secondo anno di applaudita tournée. Nello spettacolo messo in scena da Giampiero Solari, la Melato racconta storie, recita monologhi intensi e brillanti, canta e balla affiancata da sei ballerini, testimonia con ironia ed emozione il suo modo particolare e personale di porsi in teatro e nella vita. EBREI E ARABI: LE GRANDI PAROLE Lunedì 11 febbraio (ore 20.30) prende il via al Teatro della Corte il nuovo ciclo di Grandi Parole, intitolato quest’anno Ebrei e arabi: incroci paralleli e dedicato al dialogo tra la cultura ebraica e la cultura araba. Si tratta di cinque se rate te matiche in cui testi provenienti dalla millenaria tra dizione culturale dei due popoli s’intrecciano per par lare di Uomo e Donna (11/2, relatori Ele na Loewenthal e Nacéra Benali), Eso do ed Egira (18/2, relatori Moni Ovadia e Younis Tawfik), Angeli e Demoni (25/2, relatori Piero Capelli e Ida Zilio-Grandi), Guerra e Pace (10/3, relatori Gad Lerner e Franco Cardini), L’Identità e l’Altro (18/3, re latore Mas simo Cac ciari). Nato dalla convinzione che la cultura è capace di dialogare anche là dove i conflitti stori ci sono più aspri, il ci clo prevede ogni sera la presenza di due attori di pri mo piano del teatro italiano, i quali daranno voce a una ricca antologia di testi, scelti con la collaborazione di Piero Ca p e l l i e d i I d a Z i l i o - G r a n d i . L’agente segreto di Joseph Conrad, in scena alla Corte dal 15 gennaio al 3 febbraio, è una novità per l’Italia, con la quale lo Stabile di Genova prosegue nella ricerca che lo ha già portato alla scoperta di testi poco noti di celebri autori, ultimo dei quali lo Svet di Tolstoj. Questa volta si tratta della riduzione teatrale dell’omonimo romanzo del 1907 che lo stesso Conrad pubblicò in duplice versione nel 1921 in quattro atti e nel 1923 in tre atti, come fu rappresentato per la prima volta a Londra nel novembre 1922. Messo in scena da Marco Sciaccaluga, lo spettacolo si avvale dell’interpretazione di un affiatato gruppo di attori trenta/quarantenni, formatisi tutti allo Stabile: Orietta Notari, Gianluca Gobbi, Aleksandar Cvjetkovic, Alberto Giusta, Fe- derico Vanni, Nicola Pannelli, Marco Avogadro, sino ad arrivare ai più giovani Alice Arcuri, Fabrizio Careddu, Fiorenza Pieri e Vito Saccinto, che completano un cast nel quale figura anche Marco Sciaccaluga. Le scene e i costumi sono firmati da Valeria Manari, le musiche da Andrea Nicolini e le luci da Sandro Sussi. Fondamentalmente fedele alla trama del romanzo, L’agente segreto teatrale chiama in causa, in un clima “hitchcockiano”, fatti e personaggi ispirati ad un fatto di cronaca, nel quale Conrad fa convergere influenze di Dostoevskij e di Oscar Wilde, lasciando che i modelli espressivi del melodramma famigliare s’intreccino con quelli del thriller poliziesco e con le suggestioni spettacolari del grand-guignol. Rassegna di Teatro “POLVERE ALLA POLVERE” AL DUSE Contemporaneo Nel maggio-giugno 2008, il Teatro Stabile di Genova organizza, nell’ambito del progetto del Ministero per i Beni Culturali realizzato con il contributo della Regione Liguria, la seconda «Rassegna di drammaturgia contemporanea», che si propone come un rafforzamento e un’estensione dei cicli di “mises en espace” con cui nelle stagioni precedenti si sono sperimentati trentasette nuovi testi, numerosi dei quali sono poi diventati dei veri e propri spettacoli di produzione. Sul palcoscenico della Piccola Corte (con repliche previste anche in altre località liguri e a Milano) saranno proposti cinque nuovi testi provenienti da Francia (Daewoo di François Bon), Germania (Tre stelle sopra il baldacchino di Michael Zochow), Inghilterra (Mojo di Jez Butterworth), Italia (Ingannati di Nicola Pannelli) e Svezia (Time of Darkness di Henning Markell). L’iniziativa è organizzata in collaborazione con Alliance Française, Goethe Institut, British Council, Università di Genova e Museo-Biblioteca del l’At to re. Antonio Zavatteri e Aldo Ottobrino in una scena di Polvere alla polvere (foto P. Lanna) Con Polvere alla polvere, in scena al Teatro Duse dal 25 marzo al 6 aprile, lo Stabile di Genova porta ancora una volta in cartellone un testo di drammaturgia contemporanea sperimentato nelle stagioni precedenti in forma di “mise en espace”. Scritto dall’inglese Robert Farquhar e messo in scena da Flavio Parenti, giovane regista e attore formatosi alla Scuola di Recitazione genovese, Polvere alla polvere (in originale Dust to Dust) è interpretato da Aldo Ottobrino, Alessia Giuliani e Antonio Zavatteri, in uno spazio scenico completamente nudo e definito solo dalle luci di Sandro Sussi. Sotteso da un sottile humour, lo spettacolo intreccia in modo sempre più stringente i monologhi dei tre protagonisti, per raccontare la storia di un’amicizia che nasce da un evento luttuoso. La notizia della morte di Mick arriva all’improvviso alla ex-moglie, Holly, e ai suoi due amici Harry e Kev. Grande bevitore e protagonista di una vita alquanto disordinata, Mick è caduto dalle scale e ora le tre persone che meglio lo conoscevano s’incontrano nel solito pub per organizzare un funerale degno della sua memoria. Inizia così un lungo viaggio finalizzato a restituire le ceneri di Mick alla loro origine naturale: un viaggio che diventa soprattutto coinvolgente percorso teatrale lungo il quale si rivela molto della vita di quei personaggi chiusi in un universo esistenziale emarginato, da cui traspare però una forte umanità. 2 l L’agente segreto Tutti i miei pensieri e le mie energie vitali sono In fin dei conti anche questo dipende dagli attori! Ho scoperto che la mia vera vocazione è fare Un appello al pubblico è come un appello concentrati su questo dramma che ogni giorno di Tutto dipende dagli attori. È per questo il critico teatrale. Lo so! Avevo anticipato agli dei dell’Olimpo, i cui umori più mi sembra un’impresa davvero grande e difficile. che il palcoscenico mi ha sempre fatto paura. tutto quello che hanno pubblicato sui giornali. sono capricciosi e incerti i gusti. CONRAD 7/11/1919 CONRAD 22/11/1919 CONRAD 7/11/1922 CONRAD 23/11/1922 Dalla cronaca alla scena C o n r a d r i v i s i t a Nella sua nota d’autore Conrad indica come fonti di ispirazione per L’agente segreto una conversazione con un amico di cui non fa il nome e la lettura di un libro di memorie di un alto funzionario di polizia. Dice anche come nella conversazione con l’amico si fosse parlato in particolare dell’attentato all’Osservatorio astronomico di Greenwich che aveva scosso l’opinione pubblica dodici anni prima, e ricorda l’autore del libro con l’inciso: «Credo si chiamasse Anderson». Per dichiarazione esplicita dell’interessato (anche se è noto che le sue testimonianze sono spesso tutt’altro che attendibili) sappiamo che l’amico cui accenna Conrad è Ford Madox Ford. Costui era in diretto contatto con il mondo p e r i l degli anarchici, essendo, tra l’altro, cugino di tre giovanissimi «contestatori» e cioè le sorelle Olive e Helen Rossetti e il loro fratello Arthur, appartenenti a una famiglia di origine italiana. E fu certamente Ford che fornì a Conrad il materiale e le documentazioni sostanziali per lo studio dell’ambiente e dei personaggi di quel mondo. Helen Rossetti, che Conrad ebbe modo di conoscere personalmente, servì addirittura come modello per la figura della protagonista femminile del racconto The Informer (II delatore) che, insieme con An Anarchist (Un anarchico), trae la sua origine dallo stesso materiale. Quanto al libro cui accenna Conrad è noto che si tratta di un volume di memorie di Sir Marco Avogadro, Vito Saccinto, Gianluca Gobbi e Nicola Pannelli Robert Anderson, vice sovrintendente di polizia e capo del «Criminal Investigation Department» (la «Sezione Delitti Speciali» del romanzo) dalla fine del 1888. Ma poiché questo volume fu pubblicato a Londra nel maggio del 1906, cioè quando Conrad aveva già iniziato la stesura del romanzo, è da pensare che esso sia valso solo come traccia per approfondire il carattere e l’atmosfera dei personaggi che saranno «dal- la parte della legge». In effetti Conrad si servì, secondo il suo usuale metodo compositivo, di tutta una serie di fonti che vanno dalle cronache dei quotidiani d’informazione alla stampa anarchica, ai libri di personaggi che avevano avuto a che fare con i movimenti rivoluzionari dell’epoca, etc. Dalla ricerca organica di queste fonti è emersa recentemente una cospicua messe di dati e di particolari molto utili ai fini del- t e a t r o u n m i s t e r i o s o Alice Arcuri e Gianluca Gobbi in una scena dello spettacolo l’individuazione di fatti e personaggi del romanzo. Qui di seguito accenneremo agli elementi di maggiore interesse. Anzi tutto è risaputo che l’episodio principale su cui si basa il romanzo, e cioè l’attentato dinamitardo di Greenwich, è un avvenimento reale. Il 15 febbraio del 1894 un guardiano del parco di Greenwich udì il fragore di un’esplosione nelle immediate vicinanze del famoso Osservatorio. Accorso sul posto trovò il corpo dilaniato di un giovane in fin di vita. Dalle indagini successivamente effettuate risultò che il giovane si chiamava Martial Bourdin ed era cognato di un noto anarchico, H.P. Samuels. L’unica spiegazione plausibile che venne data del caso fu quella di un fallito attentato anarchico all’Osservatorio. Per il gran pubblico l’avvenimento rimase oscuro; ma la stampa anarchica cercò di spiegare il fatto come una macchinazione della polizia, architettata per gettare discredito sull’attività degli anarchici in Inghilterra. Tre anni dopo il direttore del gior- nale Anarchist, David Nicoll, pubblicò un opuscolo intitolato The Greenwich Mistery dove esponeva questa tesi accusando Samuels di essere una spia e di avere indotto il cognato a portare a Greenwich la bomba, d’accordo con la polizia che avrebbe dovuto procedere all’arresto di Bourdin. Peraltro la figura di Verloc oltre che da Samuels trae alcune caratteristiche da un altro agente segreto che, venuto pure alla ribalta in occasione dell’attentato di Greenwich, fu smascherato dallo stesso David Nicoll sul suo giornale. Si tratta di un certo Auguste Coulon, di padre francese e madre irlandese, che nascondeva la sua vera attività gestendo una modesta gioielleria. Ma per la costruzione del suo mondo di anarchici Conrad si servì con geniale intuizione anche di vicende relative ad altri movimenti rivoluzionari della sua epoca. Del resto è stato giustamente affermato che L’agente segreto più che un romanzo sull’anarchia politica è un romanzo sull’a- a t t e n t a t o a narchia sociale. E in particolare furono persone e fatti del movimento indipendentista irlandese dei feniani a fornirgli ampio materiale per il suo romanzo. Così, ad esempio, l’episodio che fu causa della severa condanna dell’«apostolo» Michaelis ha un preciso riscontro nella storia dei rivoluzionari irlandesi. Nel settembre del 1867, a Manchester, nel tentativo di liberare due capi del movimento mentre venivano trasportati in un furgone della polizia, una guardia che si rifiutava di consegnare le chiavi del cellulare venne deliberatamente uccisa da uno degli assalitori. La morte del poliziotto, che come nel romanzo - aveva moglie e tre figli, causò un’enorme reazione nell’opinione pubblica. Per questo delitto, nel novembre dello stesso anno, venivano condannati a morte quattro esponenti del movimento, di cui uno all’ultimo minuto ebbe commutata la pena nel carcere a vita, così come nel romanzo accade a Michaelis. Il quale Michaelis, però, trae origine soprattutto dalla figura di un altro feniano, Michael Davitt, condannato nel 1870 per detenzione d’armi a quindici anni e rilasciato in libertà vigilata dopo sette anni di carcere. Anche Davitt scrisse poi un libro di memorie sulle passate esperienze e si dimostrò un uomo di carattere mite e sensibile. Il particolare invece della sgraziata obesità di Michaelis sembra derivare dall’analogo malanno che colpì l’anarchico russo Bakunin dopo il lungo periodo trascorso in prigione. Quanto agli altri anarchici del romanzo, Karl Yundt sembra avere la sua matrice in parte nello stesso Bakunin ma soprattutto nel tedesco Johann Most, un anarchico molto noto a quei tempi per le sue idee estremiste che gli valsero la definizione di «nemico della razza umana». Anche il «Pro- G r e e n w i c h fessore» fa pensare ad una fonte precisa e cioè al terrorista feniano Luke Dillon, soprannominato «Dynamite Dillon», che nessuno, si dice, si azzardava ad arrestare perché portava addosso della dinamite con l’intenzione di distruggere chiunque avesse tentato di catturarlo. E in effetti, pur essendo implicato in alcuni dei più famosi attentati di fine ‘800, non fu mai arrestato. Poiché però queste notizie risultano - almeno finora - pubblicate solo in un libro del 1937, è da pensare che Conrad possa averle apprese oralmente. Anche i tre personaggi «dalla parte della legge» sono stati perfettamente identificati. Il Sir Ethelred del romanzo è proprio, anche fisicamente, quel Sir William Harcourt citato da Conrad nella sua nota d’autore e che fu segretario di stato nel gabinetto liberale di Gladstone dal 1880 al 1885 e Cancelliere dello Scacchiere, sempre con Gladstone dal 1892 al 1894, anno dell’attentato all’Osservatorio di Greenwich. Per la figura del vicesovrintendente di polizia Conrad invece si servì non solo di quell’Anderson citato nella stessa nota, ma anche – e più – delle caratteristiche di Sir Howard Vincent che aveva ricoperto la stessa carica dal 1878 al 1884. Ed infine l’ispettore capo Heat è l’ispettore Melville che nella realtà si occupò dell’affare di Greenwich. Ugo Mursia da Romanzi occidentali di Conrad Federico Vanni e Fabrizio Careddu Lettere di Conrad sulla genesi e la messa in scena di «L’agentesegreto»: Caro [Richard] Curle, (...) Ti annuncio anche (e forse è meglio che questo resti fra di noi) che sto pensando seriamente alla drammatizzazione di alcuni miei lavori, a partire forse dall’Agente segreto. Non ne parlo in giro. Del progetto sono a conoscenza solo un paio di amici intimi di qui e un uomo di teatro che si chiama Frank Vernon che trovo estremamente intelligente e sensibile. Al momento è solo un progetto. Non sono ancora riuscito a mettermi al lavoro; ma domani ci trasferiamo nella nuova casa e allora proverò a svilupparlo, diciamo per un mese o un mese e mezzo, e se non ne 25.5.1919 cavo niente lascerò perdere. gennaio | giugno 2008 a J. B. Pinker (...) Te l’ho detto che giovedì ho finito il terzo atto? Non dirò che mi sento al settimo cielo per il progresso, ma ne sono abbastanza soddisfatto. Non incomincerò il quarto atto se non dopo esserci sistemati a Liverpool. Al momento non me la sento 22.11.1919 proprio di metterci mano. a John Galsworthy (...) Sarai scioccato di sapere che ho appena finito la drammatizzazione di L’agente segreto. (Ora è saltato fuori l’assassino). È assolutamente raccapricciante. Se mai andrà in scena il pubblico non potrà linciare l’autore perché non ho intenzione di essere presente, ma probabilmente cerche- ranno di appiccare il fuoco al teatro prima di 28.3.1920 tornarsene a casa. Gentile signore [Bruno Winawer] (...) L’agente segreto sta vagando per il mondo da quindici mesi ormai. Norman McKinnel (doveva essere il protagonista dello spettacolo. ndr) di recente ha pagato cinquanta sterline per detenere l’esclusiva per altri sei mesi. Ma ho la sensazione che non 20.9.1921 se ne farà nulla. Mio caro Eric [Pinker] (...) Il mio timore è che questo dramma possa rimanere irrappresentato, la qualcosa, dal punto di vista morale, per me sarebbe un 30.6.1922 vero disastro. a Eric Pinker (...) Sono felicissimo di sapere che l’affare si è concluso e che il mio dramma andrà in scena. Con mia sorpresa scopro in me un enorme interesse per questa messinscena e aspetto con impazienza crescente che Benrimo (regista dello spettacolo. ndr) mi chiami per vedere il risultato del lavoro preliminare che lui ha fatto fin qui. 12.10.1922 Carissimo Dick [Richard Curle] (...) Ieri ho visto solo il primo atto. Hanno recitato essendo perfettamente in parte. È una partenza davvero promettente. Mrs. Lewes (interprete della signora Verloc. ndr) andrà benissimo. Il ragazzo che fa Stevie (Freddie Peisley. ndr) è eccellente. La cosa che mi ha fatto più piacere è stata l’atmosfera di fiducia nel dramma e l’evidente preoccupazione di dare il meglio di sé per la 19.10.1922 sua riuscita. Caro signor [J. Harry] Benrimo (...) Ho esaudito la sua richiesta al meglio, tagliando tutto ciò che mi sembrava superfluo, ma credo che tutto quello che ho lasciato non vada toccato. Un lavoro teatrale, naturalmente, deve essere innanzitutto e soprattutto un lavoro teatrale; ma queste scene contengono anche un’esposizione scenica della dottrina anarchica, e dal punto di vista della polizia. E questo riveste un certo valore che non deve essere sminuito da tagli troppo sommari. Mi auguro che lei sia davvero con- vinto che ho accolto le sue richieste con 21.10.1922 spirito di collaborazione. a G.Jean-Aubry (...) Sono molto depresso. Quella gente non sarà mai in grado di capire il dramma – e nemmeno lo sapranno passabil27.10.1922 mente a memoria. Carissimi Ada e Jack [Galsworthy] Ora che tutto è finito il mio umore si è trasformato in qualcosa che si potrebbe definire gioiosa serenità, un poco incrinata dagli ingiusti pregiudizi che avevo sugli attori che si sono trovati sulle spalle un bel numero di personaggi, certamente non di routine, solo venti giorni L’agente segreto l 3 CONVERSAZIONE CON MARCO SCIACCALUGA R E G I S TA D E L L O S P E T TA C O L O I N S C E N A A L L A CORTE CONRAD E IL TEATRO Perché e con quali prospettive tirare fuori dal cassetto questo testo che, a distanza di più di ottant’anni dalla sua prima e unica rappresentazione londinese, sembrava ormai dimenticato? Come è stato possibile? Eppure, è accaduto così, anche se al Teatro Stabile di Genova questo testo era da alcuni anni tra i titoli che aspettavano il momento giusto per essere rappresentati. Ci voleva forse la tragedia del terrorismo contemporaneo per riconoscere l’attualità dei temi politici affrontati da Conrad. Ma che dire dell’inquietante morbosità delittuosa che nasce dal triangolo rappresentato da Ossipon e dai coniugi Verloc? E la straordinaria sintesi di tutte le ideologie dittatoriali del Novecento contenuta nelle parole del Professore? E, ancora, che cosa ha impedito di riconoscere la straordinaria invenzione di Conrad di affidare a un diverso, al minorato Stevie, il grande interrogativo riguardante la presenza del male nel mondo? È quanto meno sorprendente che un testo teatrale contenente battute, personaggi e situazioni così forti e geniali sia stato espulso per un così lungo tempo dall’orizzonte della coscienza collettiva. Facciamo un passo indietro per chiederci perché Conrad, all’età di sessantacinque anni e al culmine della sua notorietà di romanziere, abbia voluto confrontarsi con il teatro, sperimentare un linguaggio essenzialmente nuovo per lui. Conrad affronta il teatro da artista e non alla ricerca di un facile successo. Quale sia stato il travaglio di gestazione di questo dramma lo testimoniano molto bene le sue lettere. Ma Conrad è figlio del suo tempo e in qualche modo avverte anche lui la prigione del perbenismo drammaturgico dominante nell’Inghilterra degli anni Venti. È bizzarro dirlo a proposito di un’opera ideata nel paese di Shakespeare, il quale aveva insegnato a tutto il mondo moderno la più assoluta libertà Marco Sciaccaluga, Orietta Notari e Fiorenza Pieri in una scena dello spettacolo drammaturgica, ma Conrad sceglie di lavorare sulla riduzione teatrale di L’agente segreto probabilmente perché ritiene che tra tutte le sue opere sia quella che contiene gli elementi narrativi più idonei a essere tradotti in un teatro convenzionale, a cominciare da una certa unità di luogo, di tempo e d’azione. Ti sembra che questa scelta di rispettare le convenzioni teatrali del tempo abbia condizionato in qualche modo gli esiti drammaturgici dell’opera? Nel leggere L’agente segreto, si sente che Conrad è indotto sovente a imprigionare nelle regole imposte dal teatro a lui contemporaneo la sua libertà espressiva. Ma, allo stesso tempo, si avverte anche che la cosa gli va stretta. È bello notare nell’Agente segreto come Conrad possa essere contemporaneamente intimidito e infastidito dalla tradizione. E come allora lotti per allargare sempre di più la propria prigione. Mi sembra che in questa sua lotta ci sia anche una bella rappresentazione della condizione artistica che è sempre insieme anarchica ricerca espressiva e consapevolezza che la tradizione ha le sue ragioni. Qual è il rapporto tra il romanzo e l’opera teatrale? Se si fa eccezione del finale, i fatti raccontati e i personaggi restano fondamentalmente gli stessi, ma nel passaggio da un linguaggio all’altro qualcosa inesorabilmente cambia. A volte sembra che Conrad abbia paura che quanto da lui scritto nel romanzo non sia comprensibile o possa risultare troppo audace sulla scena. E allora gli accade di comprimere in modo formale la grande forza visionaria che pur traspare da ogni pagina del romanzo e dai suoi splendidi dialoghi. C’è molto teatro nel romanzo di Conrad, in cui il travaglio interiore dei personaggi non è mai rappresentato solo attraverso l’introspezione psicologica, ma si apre sempre ad uno sguardo dall’esterno sui comportamenti. Come a teatro, appunto. Sei intervenuto sul testo? Vi ho lavorato soprattutto con l’intento di dare a Conrad quel che è di Conrad. Non credo si possa parlare di adattamento, ma caso mai di riposizionamento, di rimessa a fuoco di alcune cose che nel passaggio dal romanzo alla pièce teatrale avevano perso un po’ di nitidezza. Si è trattato di un lavoro minuzioso e complesso, fatto soprattutto di confronti e di piccoli aggiustamenti finalizzati al recupero di quell’istinto narrativo che Conrad evidentemente vuole esercitare anche in teatro. In generale, con L’agente segreto ho svolto un lavoro di interpretazione non dissimile da quello che si fa normalmente con qualsiasi testo teatrale: solo che questa volta potevo avere il sostegno di un consigliere segreto rappresentato dal romanzo. E ne ho fatto sovente tesoro. Come sono nate le vostre scelte scenografiche? Abbiamo cercato soprattutto di rispondere in modo molto concreto alle domande posteci dal testo. Nel romanzo come nella commedia, si sente con forza l’oppressione della grande metropoli dove nessuno ha mai la sensazione di essere al centro del mondo, si percepisce come un atomo esistenziale all’interno di un’infinita moltitudine. Dopodiché, Conrad non riesce a immaginare per i suoi personaggi che luoghi convenzionali, spazi scenici credibili, ma anche incapaci di valenze metaforiche e di contenere compiutamente le parole del testo. Per questo, con Valeria Manari abbiamo infine deciso di conservare delle sue indicazioni solo il negozio, mentre per il resto ci siamo fatti ispirare dai sottotitoli che Conrad diede alla prima versione in quattro atti del dramma. È nata così dalla fantasia di Valeria quella grande parapettata che, simile a una scatola cinese, si apre ora nello spazio della “vita privata” (il negozio con il retrobottega), ora in quello del “mondo di sotto” (il vicolo in cui s’incontrano i due anarchici e la morgue dove i due poliziotti vanno a vedere i resti del cadavere di Stevie) e ora nel “mondo di sopra” (il salotto di Lady Mabel che diventa la terrazza di un esclusivo tennis club in cui l’aristocrazia londinese intrattiene i suoi rapporti); sino a ritornare al punto di partenza per “l’esito” nel negozio. Fatta eccezione del “mondo di sopra”, ampio e pieno di luci, si tratta di luoghi quasi sempre notturni e costantemente claustrofobici, in cui gli attori sono costretti a esercitare la loro energia fisica in spazi molto ristretti, con risultati che spero concorrano ad approfondire la dimensione simbolica e non descrittiva dell’assunto narrativo conradiano. a cura di Aldo Viganò (estratto dalla conversazione pubblicata nel volume che accompagna lo spettacolo) epistolario di una passione delusa Joseph Conrad prima del debutto. Adesso, come un uomo toccato dalla grazia, penso a loro con grande tenerezza, quasi con affetto. Venerdì pomeriggio ho apportato tagli considerevoli, pagine intere, mezze pagine oltre a frasi qui e là (la cosa più strana è che io ho insistito che si facessero questi tagli solo in seguito a veementi proteste! La mentalità dei teatranti è piuttosto curiosa!); e ieri sera ho scritto l’ultima lettera a Benrimo con un messaggio agli interpreti, che spero loro 7.11.1922 vorranno considerare sincero. Gentile signore [Philippe Neel] (...) Il mio dramma è stato un fiasco. La stampa lo ha condannato a morte. Con tutto il rispetto e la considerazione possibi- li, ma nondimeno è stato un verdetto di pollice verso all’antica romana. 8.11.1922 Caro signor [J. Harry] Benrimo Grazie per la sua lettera. Sono profondamente grato ai miei interpreti per l’affetto che dimostrano a un autore che non è riuscito a dare loro il successo che il loro onesto lavoro, la loro lealtà e la dedizione alla loro arte avrebbero meritato. Quanto alla sua persona, signor Benrimo, una cordiale stretta di mano è ben poca ricompensa per avere creduto nel mio dramma, per l’energia profusa generosamente, l’intelligenza, la maestria artistica e l’impegno personale che lei ha messo a disposizione per fare dello spettacolo un 9.11.1922 successo. Carissimo Edward [Garnett] (...) La sua lettera mi è di grande conforto. Naturalmente un insuccesso è sgradevole, ma questo in particolare non mi ha turbato molto. Se si conosce il vocabolario di un centinaio di saccenti pappagalli si sa già quel che gracchieranno appena si apre la porta della gabbia. Un “teatrante”, un regista, mi ha assicurato che ogni battuta da me scritta era perfettamente “recitabile”. Mi ha anche detto che secondo lui il cast era fuori ruolo per il dramma. Tutto questo ormai non ha più importanza. Immagino che queste cose le abbiano dette a tutti i drammaturghi ogni volta 17.11.1922 che non hanno successo. «Il dramma di gran lunga migliore che io abbia visto da molto tempo» Mio caro Eric [Pinker], sono in completo disaccordo con il verdetto generale sull’Agente segreto. Credo che il primo atto e le prime due scene del secondo atto siano grandiosi. Secondo me la terza scena del secondo atto è al confronto debole, e l’autore qui non è stato ben servito dagli interpreti. Il terzo atto non è all’altezza del primo atto, ma è molto buono, se si eccettua il fatto che l’ultima scena è davvero troppo lunga. La scena tra marito e moglie prima che lei lo uccida è semplicemente magnifica. Il dramma è estremamente interessante sia dal punto di vista drammatico sia in tutti i risvolti psicologici. Ti prende completamente. E se ti prende completamente significa che la costruzione deve essere sostanzialmente buona. Qui e là, soprattutto nell’ultimo atto, penso che la costruzione sia un poco goffa, ma l’occasionale goffaggine è cosa di poco conto. Tutta la carta stampata ha detto un sacco di stupidaggini sulla costruzione. Certamente questo dramma è di gran lunga il migliore che io abbia visto da moltissimo tempo. È davvero notevole. Dovranno passare almeno vent’anni prima che un’opera teatrale del genere possa sperare di avere successo a Londra. Londra si nutre di spazzatura, e per di più spazzatura disonesta. Sono convinto che sul continente questa cosa dovrebbe riscuotere un successo clamoroso. Artisticamente è un dramma che disturba perché mostra, e in un modo che solo l’arte di grande qualità sa fare, la somma fatuità, futilità, infantilismo e falsità delle pur rispettabili commedie inglesi, anche di buon livello, di cui si discute con serietà in questa città. Cordiali saluti Arnold Bennett gennaio | giugno 2008 4 l L’agente segreto I N « L’ A G E N T E SEGRETO» RIVIVONO LA STORIA E LE CONTRADDIZIONI DELLA SOCIETÀ INGLESE DEL PRIMO NOVECENTO Belle époque, poliziotti, anarchici e bombe « I l c u l t o d e l l a d o p p i e z z a e d e l s e g r e t o i n u n ’a t m o s f e r a , a m b i g u a e i n q u i e t a n t e , d ’i n g a n n i e t r a d i m e n t i » Prima di trasformarsi, nel 1921, in una pièce teatrale, L’agente segreto, ambientato a Londra a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, fu pubblicato come romanzo, dapprima a puntate sulla rivista newyorkese “Ridgway Militant Weekly”, tra il 1906 e il 1907, e poi in volume nello stesso 1907. La vicenda in esso narrata, le sue fonti di ispirazione originaria (un misterioso attentato all’osservatorio di Greenwich del 1894) e la data di pubblicazione lo collocano dunque per intero entro quella che si è soliti definire Belle époque: il trentennio, scintillante di gioia di vivere ed entusiasmo per le novità, che precedette lo scoppio della Grande guerra. Chiuso nelle sue cupe atmosfere suburbane, L’agente segreto intrattiene invero un rapporto apparentemente contraddittorio con gli splendori di un’età che nella memoria collettiva si rispecchia nelle Grandi Esposizioni fin de siècle illuminate a giorno. Ma proprio questa tensione ne fa un prezioso grimaldello, un cono d’ombra (“la penombra dell’ispirazione originaria” la definirà lo stesso autore in una lettera a un amico a un anno dalla comparsa della pièce teatrale) capace di rischiarare, per contrasto, gli angoli nascosti e meno nobili, i tratti oscuri e a lungo trascurati, ma a Conrad straordinariamente presenti, della tarda epoca vittoriana e della breve stagione edoardiana. A non più di qualche miglio dai templi istituzionali di Downing Street o dell’ambasciata russa londinese, il negozietto dell’agente provocatore Verloc è il retrobottega maleodorante dei grandi imperi e dei loro servizi segreti. È anche il laboratorio nel quale paiono cristallizzarsi realtà e fantasmi della “minaccia anarchica” che pervade l’epoca. (...) Nonostante i tentativi programmatici compiuti dall’autore di distinguere i funzionari britannici dagli apparati dell’autocrazia zarista («L’Inghilterra è una palla al gennaio | giugno 2008 piede con il suo sentimentale garantismo per le libertà dell’individuo... va rimessa in riga», fa dire Conrad all’alto diplomatico russo Vladimir), il quadro dell’establishment della sicurezza nazionale britannica delineato da Conrad è disilluso e amarissimo. Lo dominano il cinismo e il culto della doppiezza e del segreto, in un’atmosfera, ambigua e inquietante, di inganni e tradimenti che non paiono conoscere limiti o eccezioni. E che suonano tanto più gravi perché si muovono nell’ombra di quello che viceversa all’epoca è venerato, soprattutto nel mondo anglosassone (ma si pensi anche alla battaglia di Zo la nel quasi coevo caso Dreyfus), come il nuovo emer- gente sovrano: l’opinione pubblica. Nella pièce la invoca il vicesovrintendente inglese, nel corso di uno scambio serrato con Vladimir, la mente dell’attentato («perché non fate saltare l’Osservatorio di Greenwich?»), attentato che ha l’obiettivo di scatenare un’onda emotiva («l’attentato dovrà apparire particolarmente gratuito, scioccante e insensato, deve avere tutta l’assurdità rivoltante di una bestemmia») capace di indurre una legislazione repressiva che faccia del suolo britannico terra bruciata per gli espatriati radicali russi. «La ricchezza e la precisione delle prove convincerà il tribunale. E l’opinione pubblica», tuona il vicesovrintenA l e k s a n d a r Cv j e t k o v i c e N i c o l a P a n n e l l i cesovrintendente in vena di confidenze con Lady Mabel, Heat deve la fama che lo ha portato agli onori delle cronache. Onori che promettono di dischiudersi, però, e su una scala infinitamente più grande, non appena sia scoppiato lo scandalo che coinvolge Vladimir, allo stesso vicesovrintendente. E sempre grazie all’“agente segreto”. Per incontrare Verloc e sincerarsi dello stato delle cose aggirando le reticenze di Heat, il vicesovrintendente non ha Gianluca Gobbi e Alberto Giusta dente contro un imbarazzato Vladimir, minacciando di rendere pubblico il delittuoso disegno zarista. Ma il percorso che ha condotto all’acquisizione delle prove agitate dal dirigente governativo inglese contro il segretario d’ambasciata russo è invero tutt’altro che specchiato. Nasconde “il lavoro sporco” del quale l’ispettore Heat, capo del Dipartimento Antiterrorismo e sottoposto del vicesovrintendente, si lamenta, a sua volta, con quest’ultimo («Vede, Signore, siamo noi che facciamo il lavoro sporco»). È un lavoro in cui campeggia l’ambiguo rapporto di Heat con Verloc, l’“oscura spia di Ambasciata” alla quale, annota con sussiegosa malignità il vi- Fa b r i z i o C a r e d d u , F i o r e n z a P i e r i e O r i e t t a N o t a r i esitato, d’altronde, a travestirsi anch’egli, come una spia qualunque, con “una giacca logora e un vecchio cappellaccio di feltro” per un “abboccamento nella saletta di un piccolo pub molto buio”. Né Heat, in questo carosello di continui attentati alla credulità reciproca, riesce a trattenere un momento finale di verità che getta un’ombra pesante sui suoi superiori, la loro presunta rispettabilità, le promesse da loro fatte a Verloc. Mentre il sipario sta per calare su una scena nella quale la violenza costantemente evocata dal Professore anarchico ha già colpito l’innocente cognato di Verloc e sta per investire anche quest’ultimo, Heat dice, rivolto al doppiogiochista: «Io sono stato fregato, mi hanno scaricato dal caso. Le parlo in via del tutto privata, da privato cittadino Heat. Non si fidi». A questo punto crolla esplicitamente la barriera che Heat ha provato a costruire a più riprese tra sé e la squinternata cellula anarcoide ruotante attorno alla botteguccia di Verloc, “quella manica di idioti” che “non sanno neanche cosa significa giocare pulito”. Ed emerge una tragica dinamica di specularità e ibridazione, opportunamente sottolineata da “una certa somiglianza fisica” che avvicina Heat e Verloc (“entrambi massicci, indossano abiti dello stesso taglio, soprabito blu scuro e bombetta”), fra gli apparati di polizia e l’oggetto delle loro attenzioni: “prigionieri allo stesso modo”, come ha osservato un critico, “della contraddittoria realtà sociale della città” (…). Ferdinando Fasce (estratto dal saggio pubblicato nel volume, edito da Il Melangolo, che accompagna lo spettacolo) Sola me ne vo... l 5 Sola me ne vo per la città Insomma, sono qua... Vedi com’è... scherzando, Mi vedeva uscire tutta anormale e diceva: Noi attori siamo fatti passo tra la folla che non sa ricordando, raccontando, inventando, “Ma non vedi che blocchi il traffico” . della stessa materia dei sogni che non vede iI mio dolore ogni volta che faccio uno spettacolo, E io, orgogliosa: “Lo so, mamma, e la nostra vita è breve cercando te sognando te che più non ho. io mi accorgo che sono fatta di teatro. ma ... io così invento me stessa!”. come l’attimo di un sonno. Il ritorno di Mariangela A grande richiesta «Sola me ne vo...» al Teatro della Corte dal 12 al 17 febbraio Quasi duecento giorni di rappresentazioni. Da Lugano ad Agrigento, con teatri sempre esauriti. In due stagioni di vita, Sola me ne vo... ha raccolto gli applausi di un pubblico ovunque entusiasta e gli elogi di una critica che si è inchinata di fronte alla bravura, alla generosità interpretativa e alla simpatia contagiosa della sua interprete protagonista. Sola me ne vo... è l’«One Lady Show» di Mariangela Melato, la quale ogni sera recita, canta e balla. Racconta con garbo della sua famiglia e dei suoi amici Fo e Gaber. Parla della sua Milano e dei suoi maestri Ronconi e Strehler. Si svela con complice ironia a una platea che la premia con le sue risate e il calore di un’attenzione destinata a sciogliersi infine nella standing ovation. Sempre. Puntualmente. Sera dopo sera. Da parte di tutti gli spettatori. Da quelli della “sua” città natale, Milano a quelli della solo ap- parentemente lontana Sicilia. «Si esce dalla sala conquistati dal carisma e dal fascino di una delle più grandi attrici contemporanee», ha annotato Irene Liconte su “Il Giornale”. «La più grande trasformista del teatro italiano – ha puntualizzato Silvana Zanovello su “Il Secolo XIX” - dimostra che per cambiare pelle ormai le basta il tempo di una battuta. Quelli che per Fregoli erano i vestiti e i trucchi, per lei sono “semplicemente” la mutevolezza del volto e le vibrazioni di una voce che, da sempre nelle battute e ora anche nel canto, libera l’anima». E Franco Quadri su “La Repubblica” ha aggiunto: «Ma è con i tuffi nel privato, ai tempi in cui la “brava tusa” milanese debuttava con Dario Fo e Franca Rame sotto gli occhi del padre trotziska o in cui si inscatolava in una pelliccia di finto astrakan fissato nel cartone inventato per lei dalla mammetta sarta per aiutarla a imporsi nei salotti del giro romano, che Mariangela raggiunge un tetto al tempo ironico e commovente, ci restituisce con intelligenza un’epoca e ci avvicina anche al vibrare di una sua umanità che va oltre le artificialità di un personaggio, catturandoci emozionalmente». «C’è un po’ della sua storia in questo Sola me ne vo...: uno zibaldone venato di autobiografia per portare sui palcoscenici d’Italia - dove Mariangela Melato ha trionfato come regina, come popolana, come vecchia di trecento anni che sembra giovanissima, come una bambina - la sua solitudine per la vita degli uomini che l’hanno delusa o che l’hanno amata male», ha scritto su “L’Unità” Maria Grazia Gregori: «Poi lei se ne va fra gli applausi e si ha una gran voglia di accompagnarla idealmente con un fiore, naturalmente rosso». E proprio l’emozione per essere stati testimoni di un evento, ca- ratterizzato dalla grande versatilità di un’attrice disposta a mettere completamente in gioco se stessa - come donna e come artista - è il tema centrale di quasi tutti gli interventi della critica nazionale. Sergio Colomba sulle pagine del “Quotidiano Nazionale”: «Stavolta Mariangela Melato recita se stessa, si presenta da sé: dà un calcio al mondo e decide di cantarci sopra. Dopo tante eroine, è proprio lei adesso a mettersi sotto i fari. Sola quasi per esigenza, svariando in leggerezza. Facendo evaporare con il sorriso o magari nel fiatone di un ironico numero di danza, la sostanza ingombrante della primadonna». Carlo Maria Pensa su “La Famiglia Cristiana”: «Fra tre enormi specchi, accompagnata da sei ballerini, un pianista o dalle immagini di una grande orchestra, la Melato si racconta, fingendo da attrice di mostrarsi donna, e rivelando con ironia certe fu- I l m a n i f e s to e u n a s ce n a co ra l e d i S o l a m e n e v o. . . ( f o to To m m a s o Le Pe ra ) tilità della vita d’oggi» Eliana Quattrini su “Il Corriere Mercantile”: «Mariangela Melato suscita ammirazione e colpisce, incuriosisce come grande protagonista di Sola me ne vo… che rimane un momento importante per conoscere un’artista più da vicino e applaudire i suoi indiscutibili talenti». Paolo Lingua su “Il Lavoro-La Repubblica”: «Lo show di Mariangela Melato rappresenta un intelligente capovolgimento psicologico per presentare in maniera inedita una delle protagoniste più intelligenti e versatili del nostro cinema e del nostro teatro nelle inusitate vesti di cantante, di ballerina e di fantasista». Sino alla coinvolta partecipa- zione emotiva di Masolino d’Amico, critico di “La Stampa”, il quale, dopo di aver lodato l’energia quale requisito essenziale dell’attrice ideale, conclude: «Mariangela balla ammirevolmente, e in mezzo a sei boys canta, con personalità e passione, una canzone nuova e alcune antiche: e irradia calore e simpatia per 100 minuti filati». O all’amicale adesione allo spettacolo di Maurizio Porro, critico del “Corriere della Sera”, che ha visto in Sola me ne vo… l’autobiografica testimonianza di un «teatro come rifugio fantastico, forza motrice di un’intera vita», nel quale Mariangela Melato si muove con «grande bravura e incalcolabile simpatia». Lo Stabile in tournée Concluso con grande esito il viaggio nel centro e nord Italia di Mandragola e avvalorata la sua vocazione internazionale con il successo di La famiglia dell’antiquario al Matadero di Madrid, il Teatro Stabile di Genova continua anche nel 2008 a far conoscere a un pubblico sempre più vasto l’alto livello qualitativo e culturale della propria produzione spettacolare con le tournées di tre spettacoli che direttamente o indirettamente portano la sua firma. Mariangela Melato prosegue con la Ballandi Entertainment la sua personalissima esperienza di “One Lady Show” portando Sola me ne vo... non solo nella “sua” Genova (Teatro della Corte dal 12 al 17 febbraio), ma anche sui palcoscenici di Venezia (Teatro Malibran dal 16 al 20 gennaio), Verona (Tea- tro Nuovo 22 e 23 gennaio), Savona (Teatro Chiabrera dal 25 al 27 gennaio), Lugano (Palacongressi 29 e 30 gennaio), Pavia (Teatro Fraschini dall’1 al 3 febbraio), Alba (Teatro Sociale 19 e 20 febbraio), Bergamo (Teatro Creberg 22 e 23 febbraio), Bologna (Europauditorium 29 febbraio e 1 marzo), Milano (Teatro Smeraldo dal 4 al 9 marzo), Civitavecchia (Teatro Traiano 11 e 12 marzo). Intanto, Eros Pagni, con Virgilio Zernitz, Anita Bartolucci, Gaia Aprea e molti altri, diretti da Lluís Pasqual, completano a Verona (dal 15 al 20 gennaio) e Palermo (dal 23 gennaio al 3 febbraio) la tournée di La famiglia dell’antiquario, che avrà un’appendice dal 9 al 13 marzo al Festival teatrale di Bogotà. A partire da febbraio, infine, prende il via anche la tournée di Svet - La luce splende nelle tenebre di Lev Tolstoj. Lo spettacolo - diretto da Marco Sciaccaluga e interpretato nel ruolo di protagonista da Vittorio Franceschi, con una compagnia di attori comprendenti tra gli altri Alice Arcuri, Fiammetta Bellone, Gianluca Gobbi, Orietta Notari e Federico Vanni - debutterà a Savona (Teatro Chiabrera dal 15 all’17 febbraio), per essere poi a Bologna (Arena del Sole dal 20 al 24 febbraio), Milano (Teatro Strehler dal 26 febbraio al 2 marzo), Prato (Teatro Metastasio dal 4 al 9 marzo), Torino (Teatro Grande Valdocco dal’ 11 al 16 marzo), Roma (Teatro Vittoria dal 25 marzo al 6 aprile), Lugano (Teatro Cittadella 8 e 9 aprile), Bergamo (Teatro Donizetti dall’11 al 20 aprile), Napoli (Teatro Mercadante dal 22 al 27 aprile). gennaio | giugno 2008 6 l Polvere alla polvere Ok. Era il cuore della notte. Continuava a dire di voler andare a vivere lassù. Ho saputo che Mick era morto da un certo Darren. E ci facciamo strada lungo dei gradini. Io dormivo. Come uno tende a fare. In un cottage che avremmo costruito con le nostre È uno che frequenta il pub, nient’altro. Un po’ una trappola da lasciarci le penne. E il telefono squilla. mani, a quanto pare lui si esaltava. Non posso proprio dire di conoscerlo. Ma ce la caviamo. HENRY HOLLY KEV HENRY LUNGO VIAGGIO VERSO LA LU Dal pub inglese alle spiagge della Scozia con le ceneri di un amico, tre giovani alla sc Robert Farquhar, nato nel Buckinghamshire nel 1960, da vent’anni ha scelto di vivere a Liverpool dove fino a qualche tempo fa ha fatto l’insegnante e il conferenziere prima di dedicarsi alla scrittura per il teatro e per la televisione. È una specie di vulcano sorridente: scrive, dirige spettacoli, fonda compagnie teatrali. Siccome è anche diabolicamente bravo nella costruzione di dialoghi e situazioni, anche tragiche ma con risvolti esilaranti, è diventato il drammaturgo più popolare e divertente del Nord Ovest britannico. Ha incominciato a comporre testi per una sua compagnia teatrale chiamata Peccadillo per la quale ha scritto quasi tutte le sue commedie debuttando all’Unity Theatre, un piccolo teatro di Liverpool, per poi passare ai palcoscenici più prestigiosi della città. Nel 2004 ha iniziato una collaborazione con due attori esponenti di teatro fisico con cui ha fondato una nuova compagnia chiamata Big Wow. Per loro ha curato e diretto l’esilarante Insomnobabble che è stato accolto trionfalmente al Fringe Festival di Edimburgo nel settembre 2006 e rappresentato a Londra nel novembre successivo. Anche Polvere alla polvere (Dust to Dust), che ha raggiunto la notorietà internazionale insieme a Kissing Sid James, è stato lo spettacolo rivelazione del Fringe nel 2002 dove ha conquistato pubblico e critica per la straordinaria miscela di umorismo e sensibilità introspettiva e proprio da Edimburgo è incominciato il successo internazionale di Farquhar. Della Liverpool dei Beatles, la quinta città per dimensioni del Regno Unito, Farquhar ha assorbito profondamente lingua, modi di dire e immaginario. Il senso di emarginazione e solitudine dei personaggi di Dust to Dust è indotto da un contesto metropolitano confuso, anonimo e distratto, poco solidale nella sostanza, che detta stili di vita e ritmi com- gennaio | giugno 2008 pletamente diversi. Insieme a Holly, Henry e Kev qui è protagonista una città grigia, fredda, quasi sempre sotto una pioggia battente. Il sogno di evasione e felicità per i cittadini di Farquhar è legato all’immagine di una Scozia romantica e selvaggia, una regione un po’ mitica oltre il confine dell’Inghilterra, la “Bonnie Scotland” dei grandi spazi aperti che si gettano nell’Atlantico. I dati biografici, geografici e ambientali quindi fanno la differenza nell’impostazione del tono e dell’atmosfera generale della commedia di Farquhar, tuttavia l’impianto drammaturgico e la sostanza presentano molte affinità con il migliore teatro anglosassone contemporaneo, a cominciare dalla scelta strutturale dei monologhi incrociati. In Dust to Dust ci sono tre personaggi non più giovanissimi che parlano rivolgendosi al pubblico dentro uno spazio vuoto seguendo un flusso di coscienza inarrestabile. Similmente una parte significativa dell’azione si svolge in un pub, anche qui la birra scorre a fiumi e infine, come nella Chiusa, i protagonisti, facendo i conti con le ombre e con il vuoto inaspettato lasciato in loro dall’amico morto, rivelano a se stessi per primi, in momenti di tragica presa di coscienza, Antonio Zavatteri (sopra) e Aldo Ottobrino (sotto) in due scene di Polvere alla polvere la loro solitudine e i loro fallimenti. Anche loro, un trio di “misfits” ai margini della società, inavvertitamente e quasi contro le loro volontà, riannodano, in una circostanza drammatica, ma trattata con umorismo, i fili di un’amicizia rimasta sottotraccia, ritrovando la solidarietà, perfino l’affetto e la forza per continuare a vivere. Dust to Dust è stato definito una “ghost story” e un “road movie” insieme, in realtà è una sorta di veglia funebre come il Finnegan’s Wake, un compianto molto alcolico e anche molto comico e toccante, in cui si aprono, improvvise e poetiche zone di malinconia e di tenerezza, in cui i ricordi, le occasioni perdute e l’acuta percezione del tempo che passa e della morte sono comunicati senza sentimentalismi. Nella commedia, in fin dei conti, non succede quasi niente, tutto è già avvenuto e i protagonisti non possono che raccontare. La notizia della morte di Mick Finnegan arriva all’improvviso alla sua ex moglie Holly e ai suoi due amici Henry e Kev anche se, conoscendolo, non è del tutto inattesa. Mick, bevitore compulsivo e velleitario musicista di rock, è caduto dalle scale probabilmente ubriaco, ha sbattuto la testa ed è morto. Solo la sera prima era a sbronzarsi insieme agli amici al pub. Adesso i tre che lo conoscevano meglio si ritrovano nel solito locale, il Bull’s Head, per organizzare un funerale degno della sua memoria. Da questo punto incomincia una sequenza straordinaria che dimostra tutta la maestria e l’originalità di Farquhar il quale concepisce e riesce brillantemente a portare fino in fondo una costruzione drammatica blindata, una sorta di poema per tre voci, tutto giocato su monologhi incrociati punteggiati da frasi lasciate in sospeso e da non “sequitur” in cui i tre, non scambiandosi neanche una battuta e usando il passato della narrazione, eseguono una partitura verbale ed emotiva dal ritmo strepitoso. Sembra di ascoltare una “jam session” jazzistica, dove ognuno emerge con il suo assolo, un monologo isolato, per rien- trare subito dopo nell’ensemble in cui suonano tutti gli strumenti insieme, e in cui, pur non rivolgendosi mai uno all’altro, riescono a “dialogare” in terza persona con effetti anche comici vertiginosi. La scena del pub sembra anche realizzata con la tecnica del montaggio incalzante di un film d’azione, western in questo caso, con campi e controcampi, stacchi e fermo immagine pur essendo fatta solo di parole. Il gruppo di amici sta rendendo omaggio al morto con abbondanti bevute che risvegliano ricordi camerateschi e creano un’atmosfera di allegria che fa imbestialire Holly. È appena arrivata al Bull’s Head per organizzare il funerale e la cremazione di Mick, ed è mol to sbronza perché ha scoperto che il dolore per la morte di quel bastardo che era l’ex marito è insopportabile. Sotto gli occhi di Kev, Henry e Holly ingaggiano una furibonda scazzottata emotiva che rende conto dei loro rapporti tesi anche prima della morte di Mick. Lei accusa Henry di avere rovinato Mick con il vizio dell’alcol e di essere quindi il responsabile della sua morte. Tra porte che sbattono come Polvere alla polvere l 7 Non riuscivo a capire bene come fare all’inizio. E io ricordo di aver pensato. C o n v e r s a z i o n e Non è una cosa che capita tutti i giorni. Porco diavolo. C’è un piccolo meccanismo. E poi... Sono distrutto. HOLLY KEV MONOLOGHI E LEGGEREZZA UCE DEL NORD operta della vita in un saloon, inseguimenti e placcaggi per strada sotto la pioggia e ritorni dentro il pub si srotola una pellicola mozzafiato le cui “didascalie” Farquhar, abilmente, affida a Kev, un personaggio bellissimo, giocato in minore. È uno quasi trasparente, “non ha carisma”, dice Henry che fa il duro e l’uomo di mondo, ma invece è un nevrotico fragile come un bambino. Kev, un poco defilato dal ring e dalle loro vite, è l’unico quasi “regolare”, ha un lavoro, una madre con l’Alzheimer, forse non si sbronza come gli altri, è l’amico sempre presente anche se nessuno sembra ricordarsi neanche del suo nome, ma proprio questa anonimità consente a Farquhar di fare di lui lo spettatore/ regista, il testimone e l’angelo custode. E di un angelo quei due hanno davvero bisogno. Al culmine della crisi alcolica entrambi, e separatamente, hanno un incontro ravvicinato con lo specchio, e quello che l’alcol ha fatto di loro gli fa orrore. È il momento tragico della verità che superano con l’aiuto del servizievole, ordinato, pignolo ma solido Kev che compare con dei sacchi della spazzatura. A loro resta ora il compito di rimettere ordine nell’appartamento di Mick, un buco in una vecchia casa vittoriana, buia, sporca e piena di ombre in cui Henry è convinto di avere visto Mick, vivo. La spedizione per le pulizie e per salvare qualche ricordo del defunto si trasforma in un viaggio a ritroso nel tempo che aiuta loro e il pubblico a rimettere insieme i pezzi della vita del defunto, di cui tutti sentono ancora la presenza, e della loro. Si avventurano in una sorta di rito di purificazione e di pacificazione celebrato tra bollette scadute, cicche e bicchieri sporchi, i dischi di Cat Stevens, gli Stones, i libri, i ritagli di giornale, la chitarra, una vecchia foto di Holly e Mick quando il loro amore non era ancora stato disintegrato dall’alcol ed Che cosa racconta Polvere alla polvere? Facendo lo spettacolo, molto meglio che nel leggere il testo, mi è sembrato di capire che Farquhar racconti la rielaborazione di un lutto da parte di tre personaggi e che, di conseguenza, dica allo spettatore come sia possibile rinascere attraverso la morte. Qui ci sono tre persone che frequentano lo stesso pub senza conoscersi, le quali vengono messe in contatto tra di loro dalla necessità di organizzare il funerale di un comune amico. A loro, come allo spettatore, ci vorrà un po’ di tempo per capire che quel funerale non è un punto d’arrivo, ma solo l’inizio di un viaggio metaforico alla ricerca della leggerezza, di un nuovo senso della vita: pertanto, verso la rinascita. Si tratta, quindi, di un viaggio iniziatico? Dust to Dust finisce con la nascita di tre nuovi esseri umani, i quali, attraverso la morte dell’amico, sono stati capaci di andare oltre i loro problemi, si sono legati d’amicizia tra di loro e sono ora pronti a una nuova vita. erano andati in viaggio di nozze in motocicletta su al nord, in Scozia dove Mick, avrebbe forse voluto vivere. Il finale della commedia, il “road movie” di cui si è parlato, inizia dopo un funerale, alquanto sgangherato e imbarazzantemente comico ed è un altro regalo, una specie di miracolo, di Kev. Carica sulla sua vecchia Austin Holly, Henry e l’urna con le ceneri di Mick che al suo pub proprio non ce le vogliono tenere, e punta verso la Scozia. È un lungo, bellissimo viaggio fino alla fine della notte affidato a un monologo, un assolo di Kev che continua a guidare fino alle prime luci dell’alba mentre gli altri si sono addormentati, e scandisce le tappe di una cavalcata epica attraverso luoghi sempre più lontani dalle città, tra laghi e montagne. E lassù, dove finisce la Gran Bretagna e inizia l’oceano, i tre amici ritrovati, uno accanto all’altro, spargono nel vento e nel mare le ceneri di Mick e gli dicono addio con un pianissimo che Farquhar organizza con un dominio totale di ritmi, parole e sentimenti, intrecciando congedi limpidi e cristallini come haiku sotto un cielo veloce che alterna sole e nuvole e ora staglia ora cancella le loro ombre. Giuliana Manganelli (estratto dalla conversazione pubblicata nel volume edito da Il Melangolo) Mai come in questo caso credo sia legittimo dire che è la forma a creare il contenuto. Ciò è valido tanto per il testo, quanto per la regia. La scrittura essenzialmente poetica di Dust to Dust non ammette mezze misure. Drammaturgicamente, si tratta di tre monologhi narrativi, perché i personaggi non si parlano mai; ma, scegliendo di intrecciare questi monologhi, Farquhar costringe il regista e gli attori ad affrontare il tema dell’azione teatrale. Si tratta di una scrittura molto interessante, perché la narrazione viene più volte spezzata, in modo che si esce continuamente dalla soggettività dei personaggi per metterla in rapporto con in punto di vista dell’autore. E questo che cosa comporta sul piano della regia? Ho scelto di fare in modo che, mentre la memoria soggettiva del personaggio racconta ciò che è passato, l’azione sia interamente nel presente. Con l’aiuto fondamentale delle luci di Sandro Sussi e con la com- c o n F l a v i o P a r e n t i il testo richiede. È stata una scelta radicale fatta in pieno accordo con gli attori: in scena ci sono solo i loro corpi, la loro voce, i suoni e la luce. Flavio Parenti plicità degli attori, ho pertanto costruito uno spettacolo in cui la narrazione incessantemente si fonde con il movimento, continuo e mai ripetitivo, in modo che lo spettatore sia indotto a concentrare l’attenzione non solo sulla storia e sui concetti che i personaggi esprimono a parole, ma anche sui movimenti che questi compiono nello spazio. Il risultato è stato che gli attori, mentre raccontano, compiono anche l’atto metaforico di ciò che nel racconto succede. Il continuo intrecciarsi dell’epica con il dramma ti ha spinto a fare scelte particolari nella direzione degli attori? In un teatro quale quello proposto da Farquhar, l’attore non può accontentarsi di essere solo interprete, ma, trovandosi di continuo nella condizione di dover estetizzare i propri gesti, deve fare i conti anche con l’obbligo di creare sempre qualcosa di nuovo e personale, solo attraverso la specificità del proprio corpo. Perché in scena non c’è mai alcun oggetto? In uno spazio così elastico e cangiante quale quello che deve permettere il passaggio continuo dalla narrazione all’azione, non ci può assolutamente essere nulla sul palcoscenico. Se non altro perché l’uso da parte degli attori di qualsiasi cosa concreta, con la sua inevitabile permanenza in scena, rallenterebbe o impedirebbe di spezzare lo spazio attraverso quelle continue variazioni che A proposito della luce, quale è stato il criterio delle vostre scelte? Mi serviva una tecnica che permettesse di stilizzare spazi sempre diversi con una velocità superiore anche a quella del cinema. Insieme con Sandro Sussi, abbiamo quindi pensato di disegnare lo spazio con la luce, individuando nelle virtù riflettenti del pvc bianco il materiale più idoneo a concretizzare questo tipo di discorso teatrale. È dentro a questa luce capace di disegnare spazi sempre nuovi che i tre attori - vestiti da funerale, molto eleganti ma senza scarpe (piccolo omaggio al teatro di Pina Bausch) - danno voce alle parole poetiche di Farquhar, mettendole in rapporto con gesti estetizzanti che hanno inevitabilmente e consapevolmente qualcosa a che fare con il teatro danza. È stato un bel lavoro, molto emozionante nel suo farsi e credo interessante nei risultati. Una messa in scena nella quale hanno assunto grande importanza anche le scelte audio: una pioggia scrosciante, il vento, le macchine che passano e ovviamente la musica. Con la stratificazione di tante tecniche abbiamo così creato spazi sonori (le parole e i rumori), spazi visivi (la luce), sovrapposizioni emotive (la musica): il tutto mentre i personaggi interagiscono tra di loro e con lo spettatore tramite la gestualità stilizzata dei corpi. Quale emozione ti piacerebbe si portasse a casa lo spettatore? Quella che infine appartiene ai personaggi dello spettacolo: cioè, sentirsi liberato da un lutto, da qualsiasi perdita esso sia stato provocato (una persona cara, un sentimento di fiducia, una possibilità esistenziale, ecc.). In questo senso, credo veramente - e del resto ne ho avuto testimonianza con la “mise en espace” di due anni fa - che Dust to Dust sia un testo molto catartico, capace di sollevare lo spettatore da un peso; permettendogli, quindi, di uscire da teatro più felice e più libero. a cura di Aldo Viganò gennaio | giugno 2008 8 l Ecume Allo Stabile di Genova incontro delle Scuole di Recitazione del Mediterraneo. Bilancio e aspettative Giovani attori a confronto: saranno famosi? Da quest’anno l’incontro delle Scuole di Teatro dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo diventerà un appuntamento annuale fisso del mese di dicembre. È una delle decisioni prese a Genova, durante la “6ème Rencontre des Ecoles d’Art Dramatique de la Méditerranée”, organizzata dal Teatro Stabile di Genova dal 3 all’8 dicembre 2007, su richiesta dell’Ecume (Echanges Culturels en Méditerranée). «Abbiamo verificato che il mese di dicembre è quello più libero per tutte le scuole e, quindi, abbiamo deciso di fare di questo incontro un appuntamento annuale fisso, anche per agevolare la richiesta del visto d’espatrio per chi vive in Paesi dove questo è necessario» spiega Anna Laura Messeri, direttrice della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile, che è stata un po’ la “padrona di casa” durante l’ultima edizione dell’incontro, al quale hanno partecipato, oltre alla Scuola dello Stabile genovese, quella dell’“Alessandra Galante Garrone” di Bologna e poi i rappresentanti di scuole di recitazione di Spagna, Francia, Libano, Albania, Marocco e Turchia (quest’ultima solo con la direttrice). «Il bilancio è molto positivo - commenta Messeri - c’è stata una adesione entusiasta ai lavori da parte di tutti, insegnanti e allievi, e gli ateliers, in particolare, sono stati seguiti con molto interesse. Nelle discussioni - racconta - abbiamo affrontato questioni organizzative e didattiche e poi ogni scuola ha portato un piccolo saggio, uno gennaio | giugno 2008 spettacolo che è stato rappresentato al Duse. E in quell’occasione abbiamo potuto valutare la serietà di tutti i lavori proposti. Il tema era La rottura e noi abbiamo partecipato con lo spettacolo Ivona, principessa di Borgogna di Witold Gombrowicz. Gli spagnoli, per esempio, hanno presentato una pantomima sul vampirismo, i francesi un testo di Sarah Kane, mentre il Marocco ha partecipato con uno spettacolo sulla tradizione dei racconti popolari. Abbiamo pensato che sarebbe interessante che ogni Paese presentasse uno spettacolo che ha a che fare con la propria tradizione culturale e, quindi, abbiamo deciso che questo sarà il tema della prossima edizione, che si svolgerà a Damasco nel dicembre 2008». L’aspetto più qualificante di questi incontri, infatti, è proprio lo scambio fra chi viene da mondi e culture diverse. «Per certi versi ci si rende conto che tutti abbiamo problemi comuni per quanto riguarda i finanziamenti, l’organizzazione e anche il destino dei ragazzi che si diplomano nelle nostre scuole - spiega Messeri - Confrontarsi con esperienze diverse, comunque, può essere fruttuoso nel tempo. A volte, per esempio, si possono trovare spunti nuovi per gli esercizi. Nella didattica le variazioni sono fatte di sfumature negli esercizi di base su voce e corpo, quando poi si tocca la recitazione interagiscono altre esigenze ed esperienze e, quindi, le differenze possono diventare più marcate». a.c. ENTUSIASMO DEGLI ALLIEVI GENOVESI. UNA PASSIONE COMUNE. SCOPERTE DI AFFINITÀ E DIFFERENZE S coprire differenze e affinità dietro la passione, il lavoro, i sogni e le ansie comuni, e condividere il piacere di divertirsi insieme, scambiandosi emozioni ed esperienze che si sono incrociate a Genova da sponde opposte del Mediterraneo. Sono state questo, e forse molto altro ancora, per gli studenti della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova le giornate decisamente particolari vissute durante l’incontro fra le Scuole di Teatro di Paesi del Mediterraneo che si è svolto nella nostra città all’inizio dello scorso mese di dicembre. Sei giorni intensi, dedicati al teatro e alla riflessione sul teatro ma anche al piacere e alla novità di confrontarsi, sopra e lontano dal palcoscenico, con altri giovani che, in realtà spesso culturalmente molto lontane dalla nostra, condividono quotidianamente, a distanza, le fatiche e le speranze di chi sogna di diventare attore. Un’esperienza entusiasmante e stimolante, che ha coinvolto tutti i ragazzi della Scuola di Genova, grazie al privilegio di essere studenti della scuola che nel 2007 ha ospitato l’incontro promosso ogni anno dall’Ecume, del quale abbiamo parlato con alcuni studenti del primo anno, tutti entusiasti di quanto hanno visto e vissuto. «Per me la cosa più interessante è stata quella di osservare i diversi approcci al teatro» spiega Ivano. «Il nostro lavoro si basa principalmente sulla recitazione, mentre abbiamo visto che in altre scuole, per esempio, danno più importanza al corpo, alla fisicità». «A me hanno colpito molto lo spettacolo dei marocchini, quello degli spagnoli, che hanno portato qui da noi una pantomima, e quello degli albanesi» racconta Antonietta. «Gli albanesi hanno messo in scena un testo molto impegnato di un drammaturgo contemporaneo, recitato nella loro lingua». Un testo che ha addirittura commosso Irene, entusiasta della possibilità di sperimentare anche in prima persona negli ateliers, oltre che di vedere negli spettacoli, modi diversi di fare teatro. «È singolare che la scuola di teatro che ho sentito più lontana da me, da noi, sia stata l’unica altra scuola italiana che ha partecipato all’incontro» osserva Dario, mentre Manuel racconta di aver trovato le maggiori affinità, anche dal punto di vista umano, con i ragazzi spagnoli. Nella diversità delle proposte sceniche e delle tecniche utilizzate per imparare e insegnare a far teatro, c’è chi ha scoperto soprattutto un linguaggio comune, teatrale e assoluto, che fa da “sottofondo” a qualunque spettacolo, e chi, invece, ha colto soprattutto le diversità nel modo di proporsi sulla scena da parte di ciascuna scuola. «Per quanto ci fossero scuole diverse e, quindi, diverse proposte sceniche, io ho sentito soprattutto l’universalità del teatro, di un linguaggio che è comprensibile anche se si recita in lingue diverse» spiega Fabrizio. Ma se ad accomunare tutti i ragazzi che, per tanti giorni, si sono divisi fra conferenze, ateliers e spettacoli, c’era la passione per il teatro e la scelta di provare a farne anche un mestiere, diverse sono le aspettative e le motivazioni con cui ci si avvicina a questo mondo, a seconda del Paese in cui si vive e delle opportunità che si hanno di decidere come costruire la propria vita. «In tutto il Marocco c’è una sola scuola di recitazione – osserva Sara – è evidente che chi, in quel Paese, decide di studiare per fare l’attore, deve avere una motivazione molto seria, probabilmente più di quelle che possiamo avere noi, perché con una sola scuola è necessariamente più difficile poter studiare. E questo fa sì che si abbia anche una maggiore determinazione». Ed è ancora l’esperienza dei ragazzi marocchini a offrire uno spunto di riflessione su quello che può essere il ruolo “sociale” dell’attore: «Lo spettacolo proposto dagli studenti del Marocco riprendeva la tradizione dei racconti popolari del loro Paese e, quindi, c’era un impegno nella difesa della propria tradizione culturale» osservano alcuni ragazzi. Quanto alle aspettative per il futuro, nessuno si fa illusioni, su nessuna delle sponde del Mediterraneo, visto che tutti sono consapevoli delle difficoltà e delle incertezze con cui dovranno fare i conti una volta usciti dalle scuole. Ma che possono anche rendere più stimolante la sfida. Le Grandi Parole l 9 EBREI E ARABI: INCROCI PARALLELI A L L A C O RT E , C I N Q U E S E R AT E D I D I A L O G O C U LT U R A L E T R A D U E P O P O L I D I V I S I La scelta di concentrare l’attenzione LUNEDÌ 11 FEBBRAIO LUNEDÌ 18 FEBBRAIO LUNEDÌ 25 FEBBRAIO LUNEDÌ 10 MARZO della tredicesima edizione del ciclo ORE 20.30 ORE 20.30 ORE 20.30 ORE 20.30 dedicato alle Grandi Parole dell’Umanità sul patrimonio letterario, Uomo e Donna Esodo ed Egira Angeli e Demoni Guerra e Pace spirituale e filosofico di due tradizioni culturali, quella ebraica e quella araba, con Laura Marinoni e Eros Pagni con Vittorio Franceschi e Moni Ovadia con Paola Gassman e Ugo Pagliai con Anna Bonaiuto e Ugo Maria Morosi che la Storia ha portato - soprattutto introducono introducono introducono introducono nell’ultimo secolo - a vivere in un Elena Loewenthal. Nata a Torino nel 1960. Salomone “Moni” Ovadia. Attore, cantante Piero Capelli. Ha studiato filologia classica ed Gad Lerner. Nato a Beirut nel 1954 è memdrammatico stato di divisione e di Lavora da anni sui testi della tradizione ebrai- e compositore di origine ebraica, è nato a ebraica alla Normale di Pisa e nelle Univer- bro della comunità ebraica. Giornalista e conflitto, è nata da un’intuizione di ca e traduce letteratura d’Israele, attività che Filippopoli, in Bulgaria, nel 1946, ma si tra- sità di Pisa, Torino e Vienna. Insegna lingua e conduttore televisivo, ha scritto nel corso deCarlo Repetti, ideatore dell’iniziativa e le sono valse un premio speciale da parte del sferisce quasi subito a Milano. La sua è una letteratura ebraica all’Università Ca’ Foscari di gli anni per “Lotta continua”, “Il Lavoro”, “Raoggi direttore del Teatro Stabile di Ministero dei Beni Culturali. Collabora rego- famiglia di ascendenza ebraica sefardita, ma Venezia e si occupa di storia dei testi e delle dio Popolare”, “Il Manifesto”, “L’Espresso”, “La Genova, e concorre a portare in primo larmente con “La Stampa”. Con Giulio Busi, ha di fatto impiantata da molti anni in ambien- idee nell’ebraismo antico e medievale. Ha Stampa”, “Corriere della Sera”, “La Repubpiano la funzione sociale e civile di pubblicato Mistica ebraica. Per Adelphi, sta te di cultura yiddish e mitteleuropea. Questa pubblicato tra l’altro La letteratura rabbinica blica”. Per Rai Tre e per Rai Uno firma numequesto ormai tradizionale appuntacurando l’edizione italiana in sette volumi di circostanza influenzerà profondamente tutta dall’epoca di Gesù alla chiusura del Talmud rosi programmi da lui stesso condotti. Nel mento del lunedì sera sul palcoscenico Le leggende degli ebrei di Louis Ginzberg, di la sua opera di uomo e di artista, dedito (1996) e curato le edizioni italiane del 2000, è nominato direttore del TG1, ma si del Teatro della Corte. Ancora una cui sono già usciti i primi quattro. Con I botto- costantemente al recupero e alla rielabora- Dizionario della Bibbia (2003) e della Storia dimette dopo soli tre mesi. Nel 2001, passa a volta con la speranza, e la convinzioni del signor Montefiore e altre storie ebraiche zione del patrimonio artistico, letterario, reli- della lingua ebraica (2007). È membro del LA7, dove attualmente conduce il programma ne, che far risuonare in un teatro le ha vinto il Premio Andersen nel 1997. Nel gioso e musicale degli ebrei dell’Europa comitato scientifico di Biblia (associazione di approfondimento L’infedele. È autore di alte testimonianze degli intrecci esi2003 ha pubblicato le Fiabe ebraiche e il suo orientale. Laureato in scienze politiche al- laica di cultura biblica), del comitato diretti- alcuni libri, tra cui Operai (1988) e Crociate. Il stenti non solo tra due storie millenaprimo romanzo Lo strappo dell’anima, con il l’Università Statale di Milano, inizia la sua vo dell’Associazione Italiana per lo Studio del millennio dell’odio (2000). Nel 2001, firma con rie, ma anche tra le più vitali tensioni quale ha vinto il premio Grinzane Cavour. Ha carriera di cantante e musicista sotto la guida Giudaismo e della redazione italiana di Franco Cardini Martiri e assassini. Tu sei un del mondo contemporaneo, può rapscritto anche L’ebraismo spiegato ai miei figli e di Roberto Leydi, nel gruppo Almanacco Henoch (rivista internazionale di studi su bastardo (2005), pamphlet polemico sul mepresentare un originale contributo al Lettere agli amici non ebrei. Popolare. Nel 1990 fonda la TheaterOrchestra. giudaismo e cristianesimo). ticciato sociale e culturale dell’epoca odierna. dialogo e alla reciproca comprensione Nacéra Benali. Giornalista algerina. Vive a Younis Tawfik. È nato nel 1958 in Iraq, a Ida Zilio-Grandi. È docente di letteratura e Franco Cardini. Laureato in lettere presso tra i popoli e tra gli esseri umani. Roma ed è corrispondente in Italia del quoti- Mossul (l’antica Ninive, mitica città dei tori cultura araba a Genova e di diritto delle co- l’Università di Firenze nel 1966, dalla fine «Noi che crediamo nel dialogo e nella diano “El Watan”. Ha pubblicato nel 2005 alati), e dal 1979 vive in esilio in Italia. Lau- munità islamiche a Venezia. Nel 2004 ha in- degli anni Ottanta torna nella sua città come pace siamo accusati di essere pazzi e Scontro di inciviltà. Italiani e musulmani. reato in lettere e filosofia all’Università di segnato all’École Pratique de Hautes Études insegnante universitario, dedicando i suoi illusi» ha scritto con non rassegnata Equivoci e pregiudizi. Nel suo libro la Benali, Torino, è giornalista e scrittore. Insegna lingua (Sorbona). Si occupa in particolare di tradi- studi soprattutto ai rapporti storici e attuali amarezza David Grossman a proposito che da dieci anni vive a Roma perché minac- e letteratura araba all’Università di Genova. zione religiosa arabo-musulmana e di esege- tra il mondo cristiano e quello arabo-islamidei rapporti tra israeliani e palestinesi, ciata di morte dagli integralisti islamici a Collabora con “La Stampa”, “La Repubblica”, “Il si coranica, anche in riferimento ai rapporti co. Dal 1971 è autore di numerosi libri. Tra sottintendendo però la consapevolezcausa di un suo reportage sul terrorismo Mattino” e con alcuni giornali mediorientali. tra l’Islam e gli altri monoteismi. Tra le sue quelli degli ultimi anni, si possono citare za che non è sempre stato così. Che c’è algerino, indaga sui luoghi comuni che con- Dirige la collana “Abadir Culture dell’Africa e principali pubblicazioni: Il Corano e il male L’invenzione dell’Occidente (2004), La globastato, cioè, un tempo in cui Ebrei e dizionano negativamente il rapporto Italia- del Medio Oriente” della casa editrice Ananke. (2002); Una corrispondenza islamo-cristiana lizzazione. Tra nuovo ordine e caos (2005), La Arabi dialogavano in Oriente come in Islam, sottolineando come lo scontro di È presidente del Centro Culturale italo-arabo sull’origine divina dell’Islam (testo arabo a fatica della libertà. Saggi degli anni difficili Occidente, che in Persia come in Sicilia civiltà sia unicamente il risultato dell’igno- Dar al-Hikma. Partecipa regolarmente a cura di S. Khalil Samir, 2004) e la cura di Ibn (2006), Il signore della paura (2007), Le cento o in Spagna le loro culture si influenranza e della diffidenza reciproca, di un clima numerose trasmissioni televisive. È autore di Sîrîn, Il Libro del sogno veritiero (1992), Qâdî novelle contro la morte. Giovanni Boccaccio e zavano vicendevolmente, scambiandi deterioramento delle relazioni umane e romanzi e saggi, tra i quali La Straniera ‘Iyâd, I miracoli del Profeta (1995), Ahmad al- la rifondazione cavalleresca del mondo dosi conoscenze e valorizzando le del continuo crescere dei pregiudizi reciproci: (2001), La pietra nera (2001), Nelle mani la Tîfâshî, Il Libro delle pietre preziose (1999). Ha (2007), La tradizione templare. Miti Segreti comuni radici, invece che esasperare le alimentati da paure interiori ingiustificate, luna (2001), As-Salamu alaikum - Corso di diretto la versione italiana del Dizionario del Misteri (2007). Presiede l’associazione differenze come è avvenuto soprattutche rendono sempre più urgente il dialogo. arabo moderno (2004), Profugo (2006). Corano di M. A. Amir-Moezzi (2007). “Identità europea”. to negli ultimi decenni, nel corso dei quali, comunque, gli uomini di cultura, gli intellettuali e gli scienziati, non I l c i c l o d i l e t t u r e è s t a t o r e a l i z z a t o c o n i l c o n t r i b u t o d i hanno mai cessato di perseguire il sogno del dialogo tra diversi, evitando con tenacia di cedere alla tentazione di equiparare quel sogno a una illusione. Grazie al coordinamento di Aldo ViVENTICINQUE ANNI ganò e alla consulenza di due esperti di cultura e di letteratura ebraica e I lunedì sera dedicati alla musulmana - i professori Piero Capelli Grandi Parole hanno avuto e Ida Zilio-Grandi - il Teatro Stabile di la loro prima fase allo Stabile Genova ha voluto dar voce a questo di Genova nella stagione 1983 sogno. E lo fa a modo suo: affidando / 1984, quando venne propoad alcuni attori tra i più celebri della sta la lettura integrale dei 34 scena italiana un apparato antologico canti dell’Inferno dantesco. di testi scelti, in modo trasversale nel Lo straordinario successo deltempo e nello spazio, dal patrimonio l’iniziativa, portò nelle stagioclassico e contemporaneo delle cultuni seguenti a continuare con il re ebraica e araba; organizzando quePurgatorio e con il Paradiso. ste testimonianze poetiche, letterarie La formula era sempre la stese storiche secondo temi e in un intrecsa: l’introduzione di un relatocio di assonanze/dissonanze; e affire e la lettura di attori di pridando il tutto all’introduzione qualifimo piano della scena italiana. cata e qualificante di due conduttori Vennero poi le serate dedicate per sera: uno di competenza ebraica e a Eugenio Montale. Nel 1996, l’altro araba. Nasce così il programma prese il via la rassegna dedicadi cinque lunedì sera condotti rispettita esplicitamente alle Grandi vamente da Elena Loewenthal e Parole dell’Umanità, propoNacéra Benali (Uomo e Donna: storia ste secondo una sempre nuodi un rapporto difficile tra amore e va titolazione tematica. I cicli amicizia, sopraffazione e violenza, così organizzati sono stati diversità e ribellione), da Moni invitati più volte dall’ETI a esOvadia e Younis Tawfik (Esodo ed sere replicati al Teatro QuiEgira: l’esperienza della diaspora e rino di Roma. Questi i temi afdell’esilio comune ai due popoli), da frontati nelle ultime stagioni. Piero Capelli e Ida Zilio-Grandi (An1996: Le parole e i giorni; geli e Demoni: incroci e differenze 1997: Le parole e l’eternità; nella rappresentazione del Bene e del 1998: L’identità del NoveMale), da Gad Lerner e Franco Cardini cento; 1999: Pro & Contro; (Guerra e Pace: dai testi sacri alla 2000: Lo Stato e il Cittadino; drammatica realtà contemporanea) e, 2001: Voci del Mediterraneo; infine, da Massimo Cacciari che par2002: Le ragioni del Mito; lerà di L’Identità e l’Altro: ovvero 2003: L’idea di Euro pa; come gli arabi e gli ebrei vedono se 2004: Viaggio e viaggiatori; stessi e tendono a rappresentarsi reci2005: La rivoluzione franprocamente. Al Teatro della Corte l’incese; 2006: Incroci nel Mito; gresso è libero sino a esaurimento 2007: L’Orlando furioso. dei posti. A richiesta, saranno rilaInterpreti delle serate delle sciati attestati di frequenza agli inseGrandi Parole sono stati nel gnanti e agli studenti. DALLA STORIA M A RT E D Ì 1 8 M A R Z O ORE 17.30 L’Identità e l’Altro con Massimo Venturiello e da definire introduce Massimo Cacciari. Protagonista della vita culturale e politica italiana degli ultimi decenni, è attualmente sindaco di Venezia, la città dove è nato nel 1944. È autore di importanti libri su problemi e autori della storia della Filosofia e collabora stabilmente con numerosi giornali italiani e stranieri. Nel 2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è Preside fino al 2005. Al centro della sua riflessione filosofica si colloca la crisi della razionalità moderna, la quale si è rivelata incapace di cogliere il senso ultimo del reale, abbandonando la ricerca dei fondamenti del conoscere. Tra i suoi ultimi libri: Icone della legge (1985), Dell’inizio (1990), Della cosa ultima (2004). I lunedì dello Stabile corso degli anni Elsa Albani, DI G R A N D I PA R O L E Giorgio Albertazzi, Eugenio Allegri, Omero Antonutti, Gianpiero Bianchi, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Franco Carli, Tino Carraro, Sergio Castellitto, Orazio Costa Giovangigli, Maddalena Crippa, Riccardo Cucciolla, Massimo Dapporto, Renato De Carmine, Ferruccio De Ceresa, Massimo De Francovich, Massimo De Rossi, Giancarlo Dettori, Sergio Fantoni, Antonio Fattorini, Mario Feliciani, Stefania Felicioli, Gabriele Ferzetti, Arnoldo Foà, Massimo Foschi, Vittorio Franceschi, Paola Gassman, Vittorio Gassman, Nando Gazzolo, Massimo Ghini, Andrea Giordana, Paolo Giuranna, Franco Graziosi, Monica Guerritore, Roberto Herlitzka, Gabriele Lavia, Giulia Lazzarini, Giuliana Lojodice, Paola Mannoni, Laura Marinoni, Glauco Mauri, Margaret Mazzantini, Magda Mercatali, Valeria Moriconi, Lucilla Morlacchi, Ugo Maria Morosi, Orietta Notari, Franca Nuti, Umberto Orsini, Ugo Pagliai, Eros Pagni, Giuseppe Pambieri, Gianna Piaz, Paolo Poli, Massimo Popolizio, Elisabetta Pozzi, Anna Proclemer, Claudio Puglisi, Mariano Rigillo, Sergio Romano, Anna Teresa Rossini, Gian carlo Sbra gia, Mar co Sciaccaluga, Tullio Solenghi, Roberto Sturno, Aroldo Tieri, Marzia Ubaldi, Massimo Venturiello, Pamela Villoresi. gennaio | giugno 2008 10 l ROMOLO ROSSI E CECHOV «Le tre sorelle», paradigma della depressione è il titolo della conferenza di Romolo Rossi, organizzata venerdì 1 febbraio (ore 17.30) nel foyer della Corte, in occasione della presenza sul palcoscenico del Teatro dello spettacolo cechoviano diretto da Massimo Castri. La conferenza sarà in trodotta da Eugenio Pallestrini, presidente dello Stabile genovese. Ai primi di marzo, è in programma un incontro simile, sempre con Romolo Rossi, intorno allo spettacolo Enrico IV di Pirandello. (continua da pagina 1) Un ultimo pensiero. Se la messa in scena di L’agente segreto e delle sue terribili storie e la quasi contemporanea proposta nei nostri prossimi lunedì delle “Grandi parole” che hanno costruito la cultura ebraica e quella araba, riusciranno a sottolineare da una parte la stupida debolezza della violenza e dall’altra la forza rivoluzionaria del dialogo, allora potremo dire di avere proposto al nostro pubblico momenti di teatro davvero “necessario”. Carlo Repetti H E L L Z A P O P P I N I n c o n t r i , c o n fe r e n ze, l e t t u r e e p r e s e n t a z i o n i d i l i b r i n e l foye r d e l l a C o r t e Una ‘Piazza’ aperta alla cultura Programma Mercoledì 23 gennaio – ore 17 Intorno a «L’agente segreto» di Joseph Conrad intervengono Silvana Rocca, Giuseppe Sertoli e Marco Sciaccaluga introduce Marco Salotti in collaborazione con la SSIS dell’Università di Genova Giovedì 31 gennaio – ore 17 “Teatro in Riviera” “Le commedie” (1905) di Giuseppe Baffico (1852 - 1927) introduzione di Roberto Trovato letture degli allievi della Scuola di Recitazione in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro Giovedì 7 febbraio – ore 17 “Teatro in Riviera” “Gli Allighieri” (1909) di Marino Moretti (1885-1979) introduzione di Franco Contorbia letture degli allievi della Scuola di Recitazione in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro Incontri Teatro - Università, intorno agli spettacoli di produzione dello Stabile. Un ciclo di conferenze con letture, organizzato in collaborazione con l’Associazione Mario Novaro, in occasione del 25° anno dalla nascita della rivista “Riviera”. Il proseguimento delle conversazioni con il fascino di alcune pagine letterarie, raccolte intorno al tema del viaggio dalla Associazione “Incantevole aprile”. La presentazione di un libro sulla carriera di Marlon Brando, tra cinema e teatro. E una fitta rete di interviste, conversazioni e incontri, promossi dall’Associazione per il Teatro Stabile di Genova. Anche il 2008 si apre nel foyer della Corte con una fitta rete di appuntamenti a ingresso libero, secondo una formula scenografica che il pubbli- co dello Stabile ha dimostrato particolarmente di gradire: una grande quinta nera - all’occorrenza arricchita da uno schermo - a delimitare il luogo riservato ai protagonisti degli incontri e un centinaio di sedie disposte frontalmente e poi velocemente fatte sparire dalle maestranze dello Stabile, in tempo per lasciar spazio all’affluire del pubblico per lo spettacolo serale. È in questo ambiente scenografico che Marco Salotti, in collaborazione con la SSIS (Scuola Superiore di Istruzione Secondaria) dell’Università di Genova, condurrà gli incontri intorno a L’agente segreto di Conrad e a Polvere alla polvere di Farquhar; che Roberto Trovato, Franco Contorbia, Francesco De Nicola, Pino Boero, Marco Vimercati e Barbara Novellini parle- ranno degli autori teatrali e della grafica in Liguria, avvalendosi come supporto delle letture degli allievi della Scuola di Recitazione dello Stabile, preparati dalla direttrice Anna Laura Messeri; che gli insegnati di “Incantevole aprile” guideranno il pubblico alla conoscenza della poesia di Rilke o di Emily Dickinson; che Umberto Basevi, per conto degli Amici dello Stabile, intesserà le sue garbate conversazioni con Alessandro Gassman, Stefano Accorsi e Gabriele Lavia. Nato nel 2000 con l’intento di far vivere il foyer del Teatro della Corte anche nelle ore pomeridiane, quando in sala non c’è spettacolo, il progetto denominato «Hellzapoppin» ha visto crescere stagione dopo stagione la partecipazione del pubblico, degli artisti e delle associazioni culturali coinvolte, conquistando l’attenzione di molte migliaia di persone, che affollano ogni volta gli incontri, i quali nel corso anche di questo ultimo squarcio di stagione potranno ulteriormente incrementarsi, secondo l’idea che «Hellzapoppin» è uno spazio aperto alle sollecitazioni artistiche e culturali di Genova e della Liguria, disposto ad accogliere i suggerimenti culturali delle più qualificate associazioni cittadine e a favorire le iniziative autogestite dai giovani artisti che avvertono l’esigenza di appro fondire il discorso sul teatro e sull’arte. palcoscenico e foyer Ministero Beni e Attività Culturali Giovedì 14 febbraio – ore 17 “Teatro in Riviera” “Don Chisciotte” (1916) di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919) introduzione di Francesco De Nicola letture degli allievi della Scuola di Recitazione in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro Venerdì 15 febbraio – ore 17 “Per poi tornare” letture del ritorno: le poesie di R. M. Rilke a cura dell’Associazione Culturale “L’incantevole aprile” Giovedì 21 febbraio – ore 17 “Teatro in Riviera” “Antico canto d’amore” (1915) di Adelchi (1875-1947) e Pier Angelo Baratono (1880-1927) introduzione di Pino Boero letture degli allievi della Scuola di Recitazione in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro Venerdì 22 febbraio – ore 17.30 “Conversazioni con i protagonisti” Incontro con Alessandro Gassman a cura di Umberto Basevi in collaborazione con gli Amici del Teatro Mercoledì 27 febbraio – ore 17 “Tra teatro e cinema” Presentazione del libro edito da Le Mani “Marlon Brando” di Sergio Arecco con l’Autore interviene Piero Pruzzo Giovedì 28 febbraio – ore 17 “Teatro in Riviera” “Tra simbolismo e liberty”, l’opera grafica di Giorgio Kienerk (1869-1948) introduzione di Marco Vimercati letture degli allievi della Scuola di Recitazione in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro Mercoledì 5 marzo – ore 17 Incontro con Leo Gullotta in collaborazione con la COOP Liguria Giovedì 6 marzo – ore 17 “Teatro in Riviera” “Le immagini del sogno”, il contributo creativo di Plinio Nomellini (1866-1943) introduzione di Barbara Nomellini letture degli allievi della Scuola di Recitazione in collaborazione con la Fondazione Mario Novaro Mercoledì 26 marzo – ore 17 Intorno a «Polvere alla polvere» di Robert Farquhar intervengono Silvana Rocca, Giuliana Manganelli e gli interpreti dello spettacolo introduce Marco Salotti in collaborazione con la SSIS dell’Università di Genova soci fondatori COMUNE DI GENOVA PROVINCIA DI GENOVA REGIONE LIGURIA sostenitore con il contributo di numero 25 • gennaio | giugno 2008 Edizioni Teatro Stabile di Genova piazza Borgo Pila, 42 • 16129 Genova www. teatrostabilegenova.it Presidente Prof. Eugenio Pallestrini Direzione Carlo Repetti e Marco Sciaccaluga Direttore responsabile Aldo Viganò Collaborazione Annamaria Coluccia Segretaria di redazione Monica Speziotto Autorizzazione del Tribunale di Genova n° 34 del 17/11/2000 Progetto grafico: art: Bruna Arena, Genova (31507) Stampa: Scuola Tipografica Sorriso Francescano s.r.l., Ge gennaio | giugno 2008 Mercoledì 9 aprile – ore 17.30 “Conversazioni con i protagonisti” Incontro con Stefano Accorsi a cura di Umberto Basevi in collaborazione con gli Amici del Teatro Mercoledì 16 aprile – ore 17.30 “Conversazioni con i protagonisti” Incontro con Gabriele Lavia a cura di Umberto Basevi in collaborazione con gli Amici del Teatro Venerdì 18 aprile – ore 17 “Un ricordo d’ametista” La musica della nostalgia: le poesie di Emily Dickinson a cura dell’Associazione Culturale “L’incantevole aprile” INGRESSO LIBERO l 11 Rassegna di drammaturgia contemporanea A maggio / giugno in cartellone alla Piccola Corte, con repliche a La Spezia, Sanremo e Milano Lo Stabile genovese mette in scena il giovane teatro internazionale Nata nell’ambito di un progetto del Mi nistero per i Beni Culturali realiz zato con il contributo della Re gio ne Li guria, la 2 a Rassegna di dram ma tur gia contemporanea ribadisce il tradizionale in teresse dello Stabile di Genova per la nuova drammaturgia e rafforza l’esperienza delle do dici stagioni di mises en espace na te da un’idea di Carlo Repetti, con cui si sono spe rimentati, dal 1996 al 2007, trentasette nuovi te sti, alcuni dei quali (La bella regina di Lee nane, Der Tot ma cher, Mojo Mi cky bo, Galois, Eden, Holy Day, Polvere alla polvere) sono poi di ven tati dei veri e propri spettacoli. ITALIA FRANCIA Dodici anni di novità dal mondo PICCOLA CORTE da mercoledì 14 a sabato 17 maggio (ore 20.30) PICCOLA CORTE da martedì 20 a sabato 24 maggio (ore 20.30) PICCOLA CORTE da martedì 27 a sabato 31 maggio (ore 20.30) Ingannati Daewoo Tre stelle Time of darkness sopra il baldacchino Mojo in collaborazione con le Associazioni Culturali straniere operanti in Liguria di e con Nicola Pannelli regia di Nicola Pannelli di François Bon regia di Fiammetta Bellone di Michael Zochow regia di Alberto Giusta di Henning Mankell regia da definire di Jez Butterworth regia di Massimo Mesciulam 1996 Weisman e Pellerossa di George Tabori (D) - Crepuscolo sulle Alpi di Peter Turrini (A) - Tatuaggio di Dea Loher (D) - Il Signor Paul di Tankred Dorst (D). 1997 La bella regina di Leenane di Martin McDonagh (Irlanda) - Soliman di Ludwig Fels (D) - Le conspose di Fatima Gallaire (F). 1998 Top Dogs di Urs Widmer (CH) - L’inverno sotto il tavolo di Roland Topor (F) La principessa Ranocchio di Kerstin Specht (D). 1999 Nella pianura normanna c’è un grande libro di Alessandro Spanghero (I) - Qui si vive ancora di Véronique Olmi (F) Faccia di fuoco di Marius von Mayenburg (D). 2000 Bintou di Koffi Kwahulé (F) - Der Totmacher di Romuald Karmakar e Michael Farin (D) - Dublin Carol di Conor McPherson (IRL). 2001 Death Valley Junction di Albert Ostermaier (D) - Pit-Bull di Lionel Spycher (F) - Bartleby, lo scrivano di Tonino Bozzi (I). 2002 Mojo Mickybo di Owen McCafferty (GB) - Galois di Luca Viganò (I) - La notte araba di Roland Schimmelpfennig (D). 2003 Una stazione di servizio di Gildas Bourdet (F) - Coltelli nelle galline di David Harrower (GB) - Uccelli assetati di Kristo Sagor (D). 2004 Strade/Corridoi di Sonia Arienta (I) La riga nei capelli di William Holden di José Sanchis Sinisterra (E) Eden di Eugene O’Brien (IRL). 2005 La Chunga di Mario Vargas Llosa (PERÙ) - La donna e il colonnello di Emmanuel Dongala (CONGO) - Holy Day di Andrew Bovell (AUSTRALIA). 2006 Di eroi, di spie e altri fantasmi di Carlo Orlando e Nicola Pannelli (I) - Polvere alla polvere di Robert Farquhar (GB) - Un posto luminoso chiamato giorno di Tony Kushner (USA). 2007 Rum di Carlo Besozzi e Flavio Parenti (I) - Qualcuno arriverà di Jon Fosse (N) - Terrorismo dei fratelli Presnjakov (RUSSIA). Ingannati è liberamente tratto dal romanzo Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani, che lo scrisse nel 1961. Con stile secco e preciso, vi si racconta la storia di tre emigranti clandestini che scelgono di farsi chiudere dentro a un’autocisterna con la speranza di poter raggiungere il Kuwait, ma finiscono col morirvi soffocati. Il regista egiziano Tawfiq Saleh ha tratto dal libro di Kanafani un omonimo film d’ampio respiro narrativo, mentre Nicola Pannelli punta soprattutto sulla forza evocativa della parola teatrale, portando avanti il discorso etico-politico del teatro di narrazione, già valorizzato attraverso l’esperienza dell’associazione “Narramondo” da lui stesso fondata. Scrittore, poeta, giornalista, pittore e militante a tempo pieno per la causa palestinese Ghassan Kanafani è nato ad Acri nel 1936, quando la Palestina era sotto il mandato britannico. Nel 1948, con la nascita di Israele, la sua famiglia va esule in Libano. Kanafani risiede poi a Damasco e nel Kuwait. Nel 1960, viene chiamato a Beirut dove dirige la parte letteraria della rivista del Movimento Nazionalista Arabo. Brillante giornalista, diventa nel 1969 il direttore dell’organo ufficiale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. L’8 luglio 1972, a Beirut, un ordigno esplosivo fa saltare in aria la macchina in cui si trovano Ghassan Kanafani e una sua nipote. L’attentato è attribuito ai servizi segreti israeliani. Un testo brechtiano che nasce da un’inchiesta su un fatto realmente accaduto nel gennaio 2003, in Lorena. A causa dell’annunciata chiusura della fabbrica coreana Daewoo, i dipendenti entrano in sciopero. Accadono episodi di violenza e quattro operaie sequestrano il loro capo. Nascono così dodici brevi sequenze, alcune drammatiche e altre satiriche, alcune costruite con linguaggio epico-narrativo e altre dialogate tenendo presente anche Le supplici di Eschilo. Una tragedia contemporanea, scritta sulla base delle testimonianze delle vere protagoniste dei fatti. «Il Un padre e la figlia, immigrati clandestini, sono nascosti in un anonimo appartamento alla periferia di una grande città europea, nell’attesa di sconosciuti che dovrebbero portare loro dei falsi documenti e una nuova identità. Rintanato in casa, il padre trascorre le sue giornate consumato dalla paura. Non solo la paura di essere scoperto, ma anche quella di un futuro incerto, del disfacimento della propria identità in una cultura straniera, che lo rifiuta. Lo sradicamento mette in discussione i ruoli facendo sbilanciare gli equilibri familiari. E si tratta di una lotta che non prevede vincitori e vinti. Potrebbe essere semplicemente una storia di quotidiano amore e dolore clandestino nella fortezza Europa, ma il linguaggio asciutto, duro, specchio tagliente di una realtà sofferta, preserva il testo dal naturalismo. Il dramma sociale è qui intrinsecamente legato a quello famigliare e il testo si propone soprattutto come un implacabile conflitto a due in un contesto globalizzato. Un thriller sociale e generazionale. Un «Immaginatevi Quentin Tarantino in coppia con Harold Pinter giovane che scrivono una commediathriller ambientata nel sottobosco di Soho nel 1958, e avrete un’idea di che cosa è questo testo di Jez Butterworth» scrisse il critico del “Sunday Times” in occasione del L a r a s s e g n a d i d r a m m a t u r g i a linguaggio teatrale che mi piace», sottolinea François Bon, «è quello che ho ricevuto dai Greci e da Paul Claudel. Io scrivo con la letteratura, non faccio dei collage verbali. Parlare del popolo non significa dover essere populista». Nato in Vandea nel 1953, François Bon vive a Tours. Inizia l’attività di scrittore nel corso dei numerosi viaggi all’estero (Bombay, Mosca, Praga, ecc.) fatti per conto della fabbrica di macchine saldatrici nella quale è impiegato. Romanziere, saggista e drammaturgo, è autore di numerosi testi teatrali, tra i quali Temps machine (1992), C’était toute une vie (1995), Mécanique (2001), Quatre avec le mort (2002), Quoi faire de son chien mort (2004). Daewoo viene proposto nella Rassegna grazie alla collaborazione del Progetto “Face à face” per la diffusione della drammaturgia francese in Italia. c o n t e m p o r a n e a SVEZIA GERMANIA è La memoria dei campi di concentramento nazista e la tragica attualità del terrorismo arabo. Mescolando questi ingredienti storici e drammaturgici, Michael Zochow (1954-1992) sortisce un testo in cui s’immagina un’impossibile sintesi sentimentale tra passato e presente. Il personaggio centrale della commedia scritta nel 1991 è la buona anima tedesca Berta, la cameriera che ha aiutato a fuggire dai nazisti i suoi padroni di una volta, i coniugi ebrei Grünfeld, i quali ora tornano dall’America in Germania e la invitano ad assistere alla “prima” della loro opera preferita: Tristano e Isotta. Nella zona si aggirano anche due terroristi arabi, Hassan e suo padre, ai quali la polizia sta dando la caccia. Credendo di riconoscere in Hassan il suo amato Fritz, che lei non seppe salvare dai lager nazisti, Berta sprofonda sempre di più nei propri ricordi, e in questo viaggio nel tempo la seguono ben presto anche gli altri personaggi, dando origine a un complesso intreccio di suggestioni ideologiche ed emotive, che si dipanano nella commedia tra il tragico e il grottesco. Tre stelle sopra il baldacchino mescola le ombre della storia passata con le paure della cronaca contemporanea e lascia che i suoi personaggi imbocchino la via dell’utopia, riconoscendo all’amore una funzione salvifica e la magica virtù di conciliare gli opposti. s t a t a r e a l i z z a t a c o n INGHILTERRA PICCOLA CORTE da martedì 3 a sabato 7 giugno (ore 20.30) PICCOLA CORTE da martedì 10 a sabato 14 giugno (ore 20.30) testo teatrale costruito con grande competenza drammaturgica da un autore svedese, Henning Mankell (Stoccolma, 1948), che vive nel Mozambico, dove dirige un teatro ed è diventato celebre in tutto il mondo soprattutto per la sua attività di giallista: i suoi romanzi dedicati alle avventure del commissario Kurt Wallander sono pubblicati anche in Italia da Marsilio e dalla Mondadori. i l c o n t r i b u t o debutto sul palcoscenico londinese del Royal Court del venticinquenne autore di Mojo. La scena è un night club di Dean Street e c’è un guaio in giro: il cantante Silver Johnny, tipico prodotto per teenagers, è scomparso e il suo manager Ezra, proprietario del night, riappare fatto a pezzi e diviso in due bidoni della spazzatura. La violenza esplode, con gli scagnozzi di Ezra che si uniscono per un attacco in forza a Sam Ross, un boss della malavita che ama mescolare affari e spargimenti di sangue. Rappresentato per la prima volta nel 1995 e subito vincitore dei più prestigiosi riconoscimenti inglesi per la drammaturgia, Mojo è stato portato sul grande schermo dal suo stesso autore nel 1997. Nato a Londra nel 1969, Butterworth si è allontanato dal teatro dopo Mojo per occuparsi soprattutto di cinema, sia come regista che come sceneggiatore (sta per uscire il suo Headhunters prodotto da Nicole Kidman), ma è ritornato sul palcoscenico del Royal Court con due sue nuove commedie, sia nel 2002 (The Night Heron), sia nel 2006 (The Winterling). d i gennaio | giugno 2008 12 l spettacoli ospiti dal 16 gennaio al 10 maggio 2008 Riccardo III Tartufo di William Shakespeare Duse, 16/20 gennaio regia di Jurij Ferrini di Molière Corte, 26 febbraio/2 marzo regia di Carlo Cecchi Prodotta dal Progetto U.R.T. nel decimo anno della sua attività, la tragedia storica di Shakespeare porta sulla scena uno dei momenti più drammatici della Guerra delle Due Rose (1455-1485). Ferrini fa del suo Riccardo di York, pur sempre seduto su una sedia a rotelle, un uomo seducente, che «non teme di autocommiserarsi per ottenere i suoi scopi, mente spudoratamente e ride di chi gli crede, disprezza persino chi lo sostiene»: un disabile moderno che anche «quando ormai è a terra, incapace di muoversi a causa della sua deformità, combatte la sua ultima battaglia contro l’impotenza e il suo corpo diviene prigione della sua anima». sognano di fuggire per tornare a Mosca: fascino di una vita diversa, di un possibile definitivo cambiamento. Ma tutto è destinato a finire, perché infine il reggimento di stanza nel paese parte, e alle tre donne rimane solo una disperata rassegnazione. Anche il sogno di tornare a Mosca sfuma nell’accettazione del quotidiano. Capolavoro del teatro di tutti i tempi, messo in scena da Castri con una compagnia di giovani. Il pergolato dei tigli Conor McPherson Duse, 6/10 febbraio - Fuori abbonamento regia di Pier Luigi Pasino, Vito Saccinto, Marco Taddei Interpretato e diretto da tre attori formatisi alla Scuola di Recitazione dello Stabile di Genova e ora messisi in proprio, un testo dell’irlandese La guerra dei Roses di Warren Adler Corte, 11/16 marzo regia di Ugo Chiti Capolavoro di Molière (1622-1673), testo comico irripetibile del repertorio teatrale di tutti i tempi, classico capace di parlare a ogni generazione d’interpreti e di spettatori, la storia del falso devoto, raccolto sui gradini della chiesa da un ricco borghese in cerca di espiazione e di un lavacro di coscienza, trova nella regia di Carlo Cecchi una nuova e originalissima interpretazione, che affonda le sue radici nella traduzione di Cesare Garboli. Con Valerio Binasco, Licia Maglietta e Angelica Ippolito. ShakespeaRe di Napoli di Ruggero Cappuccio Duse, 27 febbraio/2 marzo regia di Ruggero Cappuccio Aldo Moro Una tragedia italiana di Corrado Augias e Vladimiro Polchi Duse, 22 / 27 gennaio regia di Giorgio Ferrara Un collage di materiali (documenti, lettere e immagini) atto a ricostruire, attraverso la prigionia di Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse, uno dei momenti più tragici della storia d’Italia. Alle 9,15 del 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, la Fiat 130 guidata dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e con a bordo l’onorevole Aldo Moro viene bloccata da un commando di terroristi e crivellata di colpi. L’azione di fuoco dura due minuti. Cinque uomini della scorta vengono uccisi, il presidente della Dc sequestrato. La vicenda umana e politica del rapimento Moro si consumò in 55 giorni. Roma ore 11 di Elio Petri Duse, 29 gennaio/3 febbraio regia di Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres McPherson, già noto al pubblico del Duse per Dublin Carol e La chiusa. Due fratelli e un giovane professore universitario di filosofia. Tre monologhi incrociati per raccontare, attraverso tre generazioni, la violenza, i desideri, la sofferenza e le passioni dell’uomo colto nella sua universalità. Il re muore di Eugène Ionesco Duse, 13/24 febbraio regia di Pietro Carriglio di Luigi Pirandello Corte, 4/9 marzo regia di Fabio Grossi La parola ai giurati di Reginald Rose Corte, 19/24 febbraio regia di Alessandro Gassman Da un fatto di cronaca del 1951 e sulle testimonianze che su di esso il giovanissimo Elio Petri raccolse per l’omonimo film di Giuseppe De Santis. A Roma, decine di donne e ragazze accorrono in via Savoia 31 per rispondere a un annuncio per un lavoro di dattilografa. Si affollano sulla scala del vecchio edificio, che crolla. Conseguenza: una morta e settantasette ferite, per un quotidiano dramma della disoccupazione e della condizione femminile. Interpretato e diretto da quattro attrici raccolte sotto lo pseudonimo collettivo Mitipretese. Migliore spettacolo d’innovazione agli Olimpici del Teatro 2007. Tre sorelle di Anton Cechov Corte, 5/10 febbraio regia di Massimo Castri Definita “dramma della rinuncia”, la commedia di Checov racconta la solitudine e lo scontento nella provincia russa, da cui tre sorelle gennaio | giugno 2008 Chi era W.H., l’amico “dai profondi occhi sognanti”, al quale Shakespeare ha dedicato la raccolta dei suoi centocinquantaquattro sonetti? Ruggero Cappuccio abbraccia l’ipotesi che si tratti di Willie Hughes, l’attore fanciullo del teatro scespiriano, primo indimenticabile interprete dei personaggi di Viola, Desdemona, Rosalinda e Giulietta. Da qui, la poetica reinvenzione della realtà in una misteriosa notte di carnevale e nel castello del viceré di Napoli. Con Lello Arena e Claudio Di Palma. Un thriller giudiziario ambientato a New York nel 1950, scritto per la televisione e reso celebre dal cinema. Una giuria popolare composta da dodici persone deve decidere del destino di un ragazzo ispano-americano accusato di parricidio. Basta il dubbio di uno solo per rimettere tutto in discussione. Alessandro Gassman sceglie di debuttare nella regia teatrale con una commedia sapientemente scritta per gli attori e bisognosa di un’interpretazione molto concreta, come ben testimoniarono a suo tempo i film di Sidney Lumet (con Henry Fonda) e di William Friedkin (con Jack Lemmon). di Rainer Werner Fassbinder Corte, 1/6 aprile regia di Antonio Latella Travolgente commedia nera, che smonta con lucida perfidia tutti i luoghi comuni sul matrimonio, trascinando la storia di una coppia in un crescendo parossistico. Amore, odio, follia, morte. Barbara e Jonathan come prototipi della eterna lotta tra la donna e l’uomo. L’amore che diventa guerra, il senso del possesso sfida, l’orgoglio strategia di attacco. Ripicche, scherzi atroci, rivalse, cattiverie gratuite: un conflitto senza pudore, né quartiere. Con Giancarlo Zanetti e Laura Lattuada nei ruoli che sullo schermo furono di Michael Douglas e Kathleen Turner. di Sofocle Duse, 12/16 marzo regia di Nicola Pannelli «La più perfetta opera d’arte concepita dallo spirito umano» mette in scena lo scontro tra le leggi divine, sante e inviolabili, e le leggi civili, utili e politicamente opportune. Scontro che diventa anche quello tra l’individuo e la società, tra il sentimento e l’intelletto. Da una parte c’è Antigone, e dall’altra Creonte, sovrano inflessibile e potente. In mezzo, il cadavere di Polinice, fratello di Antigone, morto come nemico di Tebe, cui il re vuole negare la sepoltura per la quale invece la pietosa ragazza è disposta anche a infrangere la legge e morire. Chi ha ragione? Lo scavalcamontagne Leo Gullotta torna al teatro di prosa con una delle commedie di Pirandello tra le più rappresentate e meglio accolte dal pubblico. L’apparenza è quella della pochade, da cui però emerge l’intima drammaticità di una satira graffiante delle ipocrisie e del perbenismo borghese, satira che la rende attuale ancora oggi. Il professor Paolino (“l’uomo”), insegnante onesto e rispettabile, ama la “virtuosa” signora Perella, moglie trascurata di un capitano di mare (“la bestia”). Il triangolo si complica quando “la virtù” scopre di essere in attesa di un figlio. Giovedì 5 marzo, ore 17, nel foyer della Corte, incontro con Leo Gullotta promosso da Coop Liguria, partner delle repliche genovesi dello spettacolo. Enrico IV di Luigi Pirandello Duse, 5/9 marzo regia di Andrea Battistini Tra essere ed apparire l’assunto è tipicamente pirandelliano. L’argomento è alto e attraversato da una sottile ironia: un giovane gentiluomo cade da cavallo e resta fissato dall’incidente nel personaggio dell’imperatore di Canossa, i cui panni indossava per una sfilata in costume. Dodici anni dopo, con tutto lo sgomento per la gioventù perduta, egli riac- Stefano Massini ribadisce qui la sua vocazione a un teatro“alto”, caratterizzato da una forte tensione etica, affrontando un episodio della vita di VanGogh. Rinchiuso nel manicomio di Saint -Paul-de-Manson in Provenza, il pittore olandese vi vive prigioniero delle proprie ossessioni, impedito anche a dipingere, artista ridotto a uno stato di totale frustrazione dalla pratica persecutoria con cui in quel luogo viene osteggiata ogni forma individuale di diversità. Le lacrime amare di Petra Von Kant Antigone L’uomo, la bestia e la virtù Tradotta da Edoardo Sanguineti, una pièce ironica e sarcastica definita dal suo autore un «apprendistato della morte». La storia evoca la parabola metafisica del sovrano di un regno in rovina, la cui agonia è circondata dall’egoismo degli altri e la cui morte coincide con la fine stessa del mondo, o se si preferisce del teatro. Messo in scena per lo Stabile di Palermo, con Nello Mascia protagonista. Nominations agli Olimpici del Teatro del 2007 per il migliore spettacolo e per la migliore regia. quista la ragione e deve confrontarsi con parenti e amici che gli hanno creato intorno un pietoso velo di menzogne. Soprattutto, deve fare i conti con se stesso, con la pazzia che si rivela essere insieme una condanna e una liberazione. Con Maurizio Donadoni. Camillo Milli Duse, 18/20 marzo - Fuori abbonamento regia di Camillo Milli Attore molto caro al pubblico italiano e in particolare allo Stabile di Genova (nella sua lunga carriera ha attraversato il teatro d’intrattenimento e quello degli Stabili, ha lavorato con Dario Fo e con alcuni dei maggiori registi italiani, ha fatto la televisione di Bernabei e ha raggiunto successo popolare in quella degli sceneggiati), Camillo Milli s’identifica con lo “scavalcamontagne” (come erano chiamati nella prima metà del Novecento gli attori che giravano da un paese all’altro) e racconta il “viaggio nella memoria di un guitto”. L’odore assordante del bianco di Stefano Massini Corte, 27/30 marzo regia di Stefano Massini Noto al pubblico genovese per l’intenso Processo a Dio, visto la scorsa stagione al Duse, Definito “la Morte a Venezia secondo Fassbinder”, un testo declinato al femminile, perché ebbe occasione di dire il suo autore - «credo di poter esprimere meglio quello che sento quando uso un personaggio femminile come centro». «Per raccontarci la donna, Fassbinder sente la necessità di chiuderla nella sua casa - spiega il regista Latella - quasi come se isolandola riuscisse a evidenziarne tutti i suoi lati, compreso il virus che l’ha contagiata». Con la Marinoni nel ruolo della protagonista. Inquietante viaggio nella coscienza di un uomo complesso e problematico, incapace di affrontare il mondo e di trovarvi un proprio posto, un ruolo. Gabriele Lavia torna all’amato Dostoevskij e racconta la condizione di un uomo solo, escluso dal consorzio umano e ripiegato su se stesso. La solitudine è la sua malattia ed essa porta con sé l’indifferenza, l’astio, il livore, l’odio nei confronti di tutti gli altri. Sono questi sentimenti che fanno del “sottosuolo” il vero inferno sulla terra, inferno alle cui pene i dannati si sottomettono come per una oscena fatalità. Con Lavia regista e interprete. La scelta del mazziere di Patrick Marber Duse, 15/20 aprile regia di Marco Ghelardi Humour perfido e tagliente, ritmo incalzante, personaggi spinti fino all’estremo in una situazione senza scampo. L’inglese Marber non lascia vie d’uscita ai suoi personaggi costretti intorno a un panno verde, in cerca di un senso alla propria esistenza che vada oltre le carte da gioco. Il poker diventa un bisturi che espone nude le anime dei personaggi: nelle loro illusioni, nei loro fallimenti, nei loro compromessi. Con sei attori provenienti dalla Scuola di Recitazione di Genova. Un banale incidente di Roberto Lerici Duse, 21/24 aprile regia di Massimo De Rossi Il dubbio di John Patrick Shanley Corte, 8/13 aprile regia di Sergio Castellitto Premio Pulitzer 2005, la commedia affronta lo scottante argomento della pedofilia ecclesiastica. Brooklyn, 1964. L’assassinio di John Kennedy ha ferito il senso di sicurezza della nazione e il Concilio Vaticano II ha ridefinito i rapporti fra clero e fedeli. L’anziana direttrice di una scuola parrocchiale, Suor Aloysia, stenta ad adeguarsi alle novità. Inevitabile lo scontro con la giovane Suora James e, soprattutto, con Padre Flynn, carismatico prete in stile conciliare, che viene accusato di rapporti illeciti con uno studente di colore. Con Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi. I diavologhi Roland Dubillard Duse, 9/13 aprile - Fuori abbonamento regia di Andrea Nicolini e Rosario Lisma Sulla scena Uno e Due: personaggi buffi e strampalati che la fantasia di Dubillard fa dibattere nei loro piccoli e mediocri conflitti quotidiani. In una dimensione assurda, senza tempo e senza luogo, litigano e si riappacificano, si contraddicono e si fanno complici come una vecchia coppia logora. Cercano il successo con un atto sensazionale. Cercano di esistere e non ci riescono. Anarchici borghesi, Uno e Due si accaniscono a sfasciare i luoghi comuni e le buone maniere della convivenza civile dell’uomo contemporaneo. Traduzione: V.Franceschi. L’Attore si scusa: è successo “un banale incidente”. Lo spettacolo non potrà avere luogo. Ma la rappresentazione continua. Questa volta nel suo camerino. Magia del teatro. Inizia così un viaggio all’interno dell’immaginario, in un gioco pirotecnico acceso dal protagonista, che evoca personaggi presi in prestito dalla storia, dalla letteratura, dal mito o dal mondo del teatro. Diretto e interpretato da De Rossi. Gli stranieri portano fortuna a cura di Marco Aime e Carla Peirolero Corte, 22/24 aprile - Fuori abbonamento Tre giornate di spettacolo con attori, musicisti e danzatori di varie provenienze etniche. Un’anticipazione dei temi del X Festival Suq, sul filo dell’omonimo libro di Marco Aime e Lawa Toku che narra di come l’arrivo di uno straniero in una tribù porti fortuna a tutti. La diversità come terreno fertile e fecondo per l’incontro, le contaminazioni e gli scambi originali. Un laboratorio teatrale e musicale che nel pomeriggio si distende nel foyer della Corte con la voglia di incontrare il pubblico, di chiacchierare su temi di attualità, di gustare bevande dai sapori esotici. Acoustic Night 8 con Beppe Gambetta Corte, 8/10 maggio Memorie dal sottosuolo da Fëdor Dostoevskij Corte, 15/20 aprile regia di Gabriele Lavia Beppe Gambetta chiama sul palcoscenico della Corte artisti che interagiscono, mettendo “in atto” non solo la varietà degli strumenti, ma anche la poliedricità delle loro doti artistiche. Con lui, Jim Hurst, Kentucky, più volte votato “chitarrista acustico dell’anno”; la contrabbassista Missy Raines, nata a Cumberland nel Maryland; e Bruce Molsky, continuatore della musica “old time” americana nelle sue radici più profonde.