R i c e r c h e S 1940-1945 DIABASIS € «La guerra aerea del 1943-45 ha colpito pesantemente il territorio reggiano, scaricando i suoi tragici effetti soprattutto sui civili inermi, oltre che sulle strutture industriali, militari e ospedaliere. La ricerca di Amos Conti e Michele Becchi racconta con immagini e documenti i bombardamenti della seconda guerra mondiale sulla città di Reggio Emilia e su molti comuni della provincia ... L’ampio corredo fotografico e documentario permette al lettore di percepire con immediatezza, quasi di rivivere in presa diretta, la drammaticità degli eventi puntualmente descritti e ricostruiti dai due ricercatori ... Il lavoro dei due ricercatori reggiani, restituendoci un quadro organico della guerra aerea nella provincia reggiana, contribuisce alla conoscenza dei fatti e ha l’ambizione di aggiungere un tassello importante nella memoria collettiva dei reggiani e non solo, rafforzando nelle persone la convinzione che solo la pace e non la guerra contribuisce al progresso civile e democratico dei popoli. Per non dimenticare». Nelle librerie RS RS Ricerche Storiche 22.000 BOMBE SU REGGIO EMILIA Bombardamenti alleati e vita (e morte) quotidiana Poste italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale - DL 353/2003 (conv. in L. 27/2/2004) art. 1 c. 1 DCB - Reggio Emilia n. 107 Aprile 2009 Amos Conti Michele Becchi RS t o r i c h e 0 ,0 13 RS RS Anno XLI RICERCHE STORICHE N. 107 aprile 2009 Direttore Ettore Borghi Rivista semestrale di Istoreco (Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Reggio Emilia) Direttore Responsabile Carlo Pellacani Vice Direttore Mirco Carrattieri Coordinatore di Redazione ed editing Glauco Bertani Comitato di Redazione: Michele Bellelli, Lorenzo Capitani, Alberto Ferraboschi, Alessandra Fontanesi, Fabrizio Montanari, Francesco Paolella, Ugo Pellini, Massimo Storchi, Antonio Zambonelli Direzione, Redazione, Amministrazione Via Dante, 11 - Reggio Emilia Telefono (0522) 437.327 FAX 442.668 http://www.istoreco.re.it e.mail: [email protected] Cod. 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Foto sfondo sezioni: Palazzo Da Mosto - Via Mari Ingresso del Rifugio antiaereo pubblico n. 28, capienza n. 324 persone, situato nel sotterraneo del Palazzo Da Mosto, posto in Via Mari - Reggio Emilia, allora sede dell’Asilo Pietro Manodori. (Fonte: Archivi fotografici della Biblioteca Panizzi - pubblicazione autorizzata). Foto IV di copertina: gennaio 1944, ore 13.36 – il carico di due bombe sganciato dall’aereo B-17 (Flying Fortress) n. 818 del 99° Gruppo Bombardieri USAAF (pilota ten. Dodge della 347ª Squadriglia) cade velocemente verso la periferia nord di Reggio. La collaborazione alla rivista è fatta solo per invito o previo accordo con la redazione. Ogni scritto pubblicato impegna politicamente e scientificamente l’esclusiva responsabilità dell’autore. I manoscritti e le fotografie non si restituiscono. Stampa GRAFITALIA – Via Raffaello, 9 Reggio Emilia Tel. 0522 511.251 Fotocomposizione ANTEPRIMA – Via Raffaello, 11/2 Reggio Emilia Tel. 0522 511.251 Editore proprietario ISTORECO Istituto per la Storia della Resistenza Registrazione presso il Tribunale di Reggio Emilia n. 220 in data 18 marzo 1967 Con il contributo della Fondazione Pietro Manodori Indice Presentazione Ricerche Ercole Camurani, Tracce reggiane di Luigi Einaudi: Arturo D’Aversa. L’economia reggiana nella Relazione della Banca d’Italia nel 1946 Documenti Relazione di Virgilio Camparada sulla situazione economica della Provincia al I congresso provinciale dei CLN, 24 luglio 1945; Situazione politica ed economica della Provincia, 3 agosto 1945; Verbale della Commissione Consultiva per gli Approvvigionamenti e Consumi. 6 agosto 1945; Banca D’Italia, succursale di Reggio Emilia, Relazione Sulla situazione economico finanziaria della provincia di Reggio Emilia per l’anno 1946. Giannetto Magnanini, 1945-1946. Reggio Emilia nel contesto della Ricostruzione. Alcune riflessioni sull’economia reggiana Romeo Guarnieri, 1945-1946. L’economia reggiana in alcuni documenti 5 7 28 59 66 Alfio Moratti, 1897. Garibaldini reggiani in Grecia. Una pagina di storia cittadina 81 Memorie Matthias Durchfeld, Annalisa Govi, Gombio 1944. «Haben dich deine Eltern so erzogen?». Due donne fermano la strage nazista Andrea Paolella, Libero Riva. Due anni nell’Agro Pontino 99 Angiolino Catellani, Giorgio Finzi. Un ebreo triestino-campagnolese nella temperie dell’ultimo conflitto mondiale Lorenzo Capitani, Vado al «Moro» 2. Perché il II Liceo scientifico si chiama così. Interviste a Gino Morlini e Adriano Vignali Didattica Maria Paola Morando, Paola Zagatti, Istoreco in Viaggio. «Trieste fascistissima» e «Lubiana italiana» giovedì 4-domenica 7 dicembre 2008 Loredana Cicciù, Piccola-grande storia della Resistenza. Un’esperienza didattica Recensioni 17 gennaio 2009. Il dovere della Memoria. Inaugurata l’installazione commemorativa delle Vittime civili reggiane della guerra 1940-45 Lella Vinsani (a cura di). Bibliografia della resistenza e dell’antifascismo a Reggio Emilia 121 129 139 145 155 165 183 184 3 Nel corso delle sue ricerche imperniate sulla figura di Luigi Einaudi, lo studioso Ercole Camurani si è imbattuto in un interessante documento che riguarda la nostra provincia. Si tratta della relazione del direttore della sede reggiana della Banca d’Italia, A. D’Aversa, in cui viene tracciato un ampio e analitico profilo della situazione economica e sociale reggiana alla fine del 1946. Concordando pienamente sull’importanza storica di quel testo, la Rivista è stata lieta di accoglierne l’offerta di pubblicazione. A ulteriore corredo Camurani ha aggiunto altri significativi documenti, peraltro non coevi, ma di qualche mese prima, e ha fatto precedere il tutto da un suo saggio interpretativo. L’occasione era troppo ghiotta per non soffermarsi con maggiore insistenza su una fonte autorevole, che mette a disposizione degli storici informazioni di grande valore per ripensare il quadro della società reggiana nell’immediato dopoguerra. Intervengono dunque sull’argomento altri due ricercatori, diversi per generazione e percorso degli studi: Giannetto Magnanini e Romeo Guarnieri. È commovente riandare col pensiero a quel momento di molte speranze e di poche, ma indiscutibili certezze: un taglio netto col passato recente, monarchico e fascista, fondazione su nuove basi, democratiche e solidaristiche, di tutta la vita nazionale, infine la convinzione di aver subito e combattuto l’ultima guerra di aggressione. E la necessità di fissare perentoriamente questi principi fondativi in una Costituzione repubblicana, che poi si manifestò fra le più avanzate, forse la più avanzata, della storia contemporanea. Ed è malinconico, o piuttosto angosciante, vedere oggi quella Costituzione sotto attacco, così come suscita sdegno l’ipocrisia di quanti, da molte parti, dichiarano intangibili i principi fondamentali e la non intenzione di intervenire su di essi, mentre si assiste giorno dopo giorno ad atti di governo e all’approvazione norme ordinarie che li ignorano e contraddicono, nei fatti avendoli già abrogati. e.b. 5 Ricerche 1946 Tracce reggiane di Luigi Einaudi: Arturo D’Aversa L’economia reggiana nella Relazione della Banca d’Italia Ercole Camurani Luigi Einaudi, governatore della Banca d’Italia, annota sul Diario di mercoledì 5 settembre 1945: «Viene D’Aversa, direttore della Banca di Reggio Emilia. Non ha visto libri di Padre Placido1, ma conferma che egli si occupava molto dei comitati di liberazione e che era ben visto in città. Non aveva veduto i suoi libri, ma anche lui dava del tu al padre»2. Arturo D’Aversa aveva percorso tutta la propria carriera in Banca d’Italia. Nato a Benevento il 18 maggio 1896, moriva il 31 gennaio 1952 a Reggio Emilia. Entrato giovanissimo in Banca d’Italia, il 21 febbraio 1921, come volontario presso la filiale di Catania, vi rimase per un anno. Dopo un breve periodo a Taranto, dal 1922 al 1934, lavorò presso altre dipendenze della Banca da Bari a Caserta, Genova, Catanzaro e Napoli, con il grado di segretario prima e capo ufficio, poi. Nel 1934, con l’incarico di reggente dell’agenzia, viene trasferito a Massaua. Promosso nel grado di capo agenzia, nel 1936 rientra in Italia per dirigere prima l’agenzia di Faenza e poi quella di Brindisi. E. Camurani, Il Presidente e il cappuccino, i rapporti tra Luigi Einaudi e Padre Placido da Pavullo, «RS-Ricerche Storiche», 105/2008, pp. 9-36. 2 L. Einaudi, Diario, 1945-1947, a cura di Paolo Soddu, Einaudi, Torino 1993, p. 520. 1 7 Nel 1939, in qualità di reggente di filiale, viene trasferito di nuovo in Africa, a Bengasi. Nel 1941, con un provvedimento di carattere eccezionale viene promosso nel grado di direttore di filiale: «in premio dell’attività da lui spiegata nell’interesse dell’Istituto durante il corso dei recenti avvenimenti militari (17 maggio 1941)». Nel dicembre dello stesso anno gli viene conferita l’onorificenza di Cavaliere nell’ordine coloniale della Stella d’Italia. Il 3 gennaio 1942, D’Aversa rientra in Italia per assumere la titolarità della filiale di Reggio Emilia, dove ha svolto la sua funzione sino al 31 gennaio 1952, data dell’improvviso decesso3. D’Aversa aveva vissuto personalmente a Reggio gli anni più drammatici della guerra, della Repubblica sociale e del dopoguerra. La scomparsa, il 31 gennaio 1952, lo aveva trovato ancora in funzione come direttore, presso la filiale locale della Banca d’Italia. Il fatto lascia supporre che fosse stimato e ben voluto dalle varie realtà politiche della città che così drammaticamente si confrontarono in quegli anni. Proprio la realtà politica dominante portava a far risaltare, forse, più grave la situazione di quanto essa fosse in realtà sul piano infrastrutturale, economico e sociale nei confronti di altri territori della regione e della fascia centro-settentrionale d’Italia, sconvolti in misura ben maggiore dal perdurare del fronte di guerra. Le premesse politiche e l’azione sindacale poi, resero certamente più arduo il cammino della ricostruzione, i cui esiti rivelarono in seguito tutte le potenzialità dell’economia provinciale. Le distruzioni della guerra, pur gravi, non resero impossibile l’opera di ricostruzione immediata; la conversione delle attività produttive dalla forzosa attitudine bellica, costituì la premessa di impensabili sviluppi. La stessa occupazione trova esiti favorevoli nell’opera di ricostruzione. L’inflazione aumenta sì il circolante e gonfia i prezzi, aumenta la forbice nel breve periodo tra salari reali e costo della vita, ma una economia basata su di una produzione largamente diffusa nel primario, decentrata e personale, conteneva in sé gli ammortizzatori per superare quelle patologie, ripeto, riscontrabili nel breve periodo. Vi concorreva la tradizione stessa di strutture associative, quali la cooperazione, che, liberate da impedimenti di cultura e di legge, avrebbero sprigionato forze latenti nella ricostruzione e nel consolidamento della futura espansione. Le Considerazioni della filiale della Banca d’Italia di Reggio Emilia sull’economia provinciale nel 1946, con cenni comparativi al 1945, sono un prezioso Le informazioni sono fornite dall’Archivio Storico della Banca d’Italia (asbi), in data 29 maggio 2007. 3 8 documento che convalida queste analisi, offrendo a conferma un supporto di dati e valutazioni. È evidente, prima di tutto, la mancanza di enfasi che informa le Considerazioni, prive di cedimenti al catastrofismo ed al vittimismo, usuali in documenti del periodo: stati d’animo con cui si sarebbero dovuti fare i conti nel decennio successivo, disturbato da una continua tensione conflittuale, politica e sindacale. Si prestano, inoltre, ad illustre tre aspetti della realtà provinciale, fra loro interrelati: la situazione del comparto agricolo, la situazione alimentare, la realtà cooperativa. Trascuriamo volutamente l’aspetto della ricostruzione industriale e la riduzione sulle officine «Reggiane» di ogni discussione in materia, sino a che non ci saranno documenti, probanti o meno, sul piano di rilancio industriale presentato dall’ingener Antonio Alessio e rifiutato dal comitato di gestione della fabbrica con la relativa defenestrazione del direttore all’indomani della Liberazione. Per chiarezza aggiungiamo solo che non sussistevano motivi «politici» per tale defenestrazione, essendo l’ingegner Antonio, figlio dell’onorevole Giulio Alessio, ministro di Grazia e Giustizia del governo Facta, che aveva stilato il decreto di stato d’assedio contro la marcia su Roma, che il re non firmò e che, per questo porsi contro il regime, visse scordato ed isolato sino alla morte, in esilio in patria, nella sua Padova, sino al dicembre 1940. Simmetrica alla tensione politica per tutta la fine degli anni Quaranta e per gli anni Cinquanta fu la tensione sindacale, strumentale perché ideologica, dettata dall’onda lunga della rivoluzione da concludere che lo stesso Togliatti fu costretto a contenere nel suo discorso di Reggio Emilia e che Giuseppe Dossetti così lucidamente comprese, analizzò e denunciò4. Paiono opportune le osservazioni che Cesare Vannutelli ebbe a formulare sul piano nazionale riferendosi al periodo5 in cui la ricostruzione dalle rovine della guerra venne dominata dalla preoccupazione di assicurare «quanto più possibile una qualsiasi occupazione alla massa dei senza lavoro», mantenendo 4 G. Dossetti, Discorso in Piazza Maggiore a Bologna il 21 maggio 1956, fasc. ff. 20 ciclostilato. Le accuse di Dossetti alla politica di Togliatti riguardano la tolleranza verso la violenza che ha rotto il patto di lealtà verso la Resistenza; la sostituzione con Scoccimarro, che esautorava il CLN centrale, in previsione del mutato atteggiamento dell’URSS verso la politica italiana; la diplomazia parallela messa in atto verso Tito e sul Trattato di pace; il tentativo di azzoppare De Gasperi con un governo Nitti favorito dal PCI e dagli ambienti economici nazionali; ora in: Giuseppe Dossetti, due anni a Palazzo d’Accursio, 1956-1958, a cura di Roberto Villa, Aliberti Editore, Reggio Emilia 2004, pp. 245-268. Cfr.: Giuseppe Dossetti: la fede e la storia, a cura di Alberto Melloni, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 415, cenni in particolare: P. Pombeni, La fine del Dossettismo politico, pp. 213-257. 5 C. Vannutelli, Occupazione e salari dal 1861 al 1961, in L’economia italiana dal 1861 al 1961, Giuffrè, Milano 1961, pp. 560-596. 9 il blocco dei licenziamenti, ostacolando così la riconversione delle aziende, soprattutto grandi dalla produzione di guerra alla produzione civile. La ricostruzione – annota Vannutelli – comunque si attuò con un ritmo così celere che a non pochi degli stessi italiani destò meraviglia. In realtà ciò fu il felice risultato di molti elementi combinati: l’aiuto offerto dall’America con il Piano ERP ai paesi europei sinistrati dalla guerra: la stabilizzazione e il risanamento monetario effettuato da Einaudi nel 1947; la forte domanda di merci di ogni genere dopo la necessaria austerità e le privazioni del periodo bellico; la graduale ripresa dei rapporti commerciali con l’estero e l’acquisizione di nuovi procedimenti tecnici ed organizzativi dai quali eravamo rimasti fino allora avulsi; la scoperta nel paese e l’utilizzo di nuove fonti di energia nel campo degli idrocarburi; lo sviluppo, infine, delle iniziative nel nuovo clima di libertà democratica. La nuova tecnica del calcolo del reddito nazionale consente di accertare che, rispetto al reddito medio procapite del 1938, il reddito del 1954 risulta aumentato di oltre il 20%. L’indice della produzione delle industrie manifatturiere aveva raggiunto nel 1949 il livello prebellico, mentre gli indici delle industrie estrattive e di quelle elettriche già lo avevano superato; nel 1954 l’indice generale registra un aumento dell’80 percento sul livello pre-bellico. Premesso che la patologia della disoccupazione al termine di una guerra totale – che ha coinvolto il retroterra civile più ancora della prima linea del fronte, come nei moderni conflitti in cui la pressione sui civili è il primo deterrente per condizionare lo sforzo militare – era facilmente prevedibile, tuttavia alle recenti si aggiungono cause di origine remota. In primo luogo – annota Vannutelli – lo scarso sviluppo industriale del paese, da imputare alla insufficiente industrializzazione realizzata attorno al 1900 ed al sostanziale arresto del suo sviluppo nel periodo fascista; in secondo luogo, l’incremento della popolazione in età di lavoro, determinato a sua volta dall’elevata natalità del precedente dopo-guerra; in terzo luogo la sempre più palese aspirazione di gran parte dei lavoratori agricoli a trasferirsi nelle altre attività economiche suscitate dall’opera di ricostruzione. L’analisi della disoccupazione in provincia tra il 1938 ed il 1948 denuncia andamenti e cause strutturali e, molto meno, congiunturali, che ben si attagliano all’analisi di Vannutelli. Sostanzialmente analoghi i dati della disoccupazione in agricoltura tra il 1938 ed il 1948, da 18.402 a 19.525, con una punta di 20.258, in pieno 1940, con la leva generale in corso ed il conseguente depauperamento di mano d’opera soprattutto nelle campagne. Non molto diversa la situazione nell’industria sulle seimila unità tra il 1938 ed il 1940, ad 8740 nel 1946, balzata a 16.157 nel 1948, in piena ricostruzione, ma all’interno di una crisi indotta dal conflitto Reggiane, le cui responsabilità vanno equamente divise tra politici – sindacalisti e proprietà senza strategia, da verificare alla luce di quanto successe in 10 altri comparti della riconversione dell’industria bellica da Torino, a Modena, a Brescia, soprattutto in Val Trompia. La sola analisi degli accordi segreti di pace, ci potrà dire se, al pari del settore ottico, anche l’industria aeronautica cadeva nello stesso niet. Del tutto incongrui i dati sulla disoccupazione nel settore commercio, che, a parte la difficile rilevazione, non paiono attendibili vista l’emergenza del settore cooperativistico nel campo. Fisiologici i dati del settore impiegatizio, col passaggio ad una economia meno burocratica, la crisi di strutture di regime, l’incompetenza territoriale di altre. Occorre ancora una volta sottolineare la necessaria differenza tra truppa smobilitata in attesa di occupazione, giovani e donne non occupati, disoccupati per cessazione di attività o perdita di lavoro, sottoccupati dei lavori stagionali sia in agricoltura che in industria, soprattutto agro-alimentare; precari coinvolti negli sfollamenti bellici o nell’inurbamento post-bellico al seguito di lavori non qualificati della ricostruzione, donne impiegate nelle lavorazioni stagionali in agricoltura. Media annuale dei disoccupati nella provincia6: Anni Agricoltura Industria 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945 1946 1947 1948 18.402 18.739 20.258 ? ? ? ? ? 13.242 15.119 19.525 5595 6.290 6.107 ? ? ? ? ? 8740 11.688 16.157 Commercio Impiegati 293 535 223 ? ? ? ? ? 752 1148 939 - - - ? ? ? ? ? 1043 1514 1412 Att. Varie Totale - - - ? ? ? ? ? 754 1644 1695 24.290 25.564 26.588 ? ? ? ? ? 24.531 31.093 39.728 Facciamo precedere le Considerazioni della Banca d’Italia da una Memoria del prefetto di Reggio Emilia, Vittorio Pellizzi, del 3 agosto 1945, sulla situazione politico-economica della provincia, la cui parte economica trascriviamo nella 2ª appendice7. La media annuale dei disoccupati della provincia in V. Ferretti, Riformisti di Lenin, la cooperazione reggiana nel secondo dopoguerra, prefazione di Luciano Casali, Tecnostampa Edizioni, Reggio Emilia 1982, pp. 255. 7 La Memoria è a Carte Pellizzi, Documenti di Prefettura, Busta 03,Fasc. 12, Istoreco, Reggio Emilia, riprodotta nella sola parte economica in allegato 2; originale in a.c.s., Roma, cit. da P. Pombeni, La fine del dossettismo politico, in: Giuseppe Dossetti: la fede e la storia , cit., 2007, p. 257. 6 11 Ci basti osservare il tono contradditorio ottimistico-pessimista, in cui si confondono le ragioni della realtà con le aspirazioni ideali. Una prima ragione è senz’altro coerente con una descrizione a tinte nere della situazione reggiana che introduce il giustificazionismo per il permanere della conflittualità politica a livello pre-insurrezionale. Una seconda ragione è propria della cultura politica del periodo in cui non si tiene distinta la teleologia, le buone intenzioni, posto che vi siano, dall’accertamento delle conseguenze: le buone intenzioni non giustificano le cattive conseguenze. È quello che in scienza politica, dopo l’accertamento della coerenza ideale agli schemi esterni ed interni di un pensiero, al calcolo dei mezzi per realizzarlo, si chiama il principio opposto. Salire troppo velocemente in sella per cadere dalla parte opposta. Premesso che «la situazione economica della provincia è discreta» in quanto basata essenzialmente sulla produzione agricola che «garantiva normalmente l’autosufficienza alimentare alla popolazione, in seguito all’annata particolarmente siccitosa ed alla ormai poliennale carenza di fertilizzanti e di macchine agricole è quest’anno assai scarsa». Il Prefetto valuta che mancheranno circa 200.000 quintali di grano; il patrimonio zootecnico è ormai ridotto «per le razzie naziste e fasciste» alla metà; ragguardevole la produzione di vino nell’esercizio scorso ma per colpa del passato regime si è creato nel settore un notevole disordine economico, a scapito degli agricoltori, favorendo la speculazione. Grave crisi nel settore industriale per i bombardamenti alle Reggiane e la quasi totalità di mancanza di materie prime, soprattutto carbone, per consentire la ripresa della produzione. Assente il commercio a causa della mancanza di trasporti. Tuttavia il settore bancario è abbastanza equilibrato ed «i depositi si vanno rapidamente impinguando nonostante8 un forte afflusso di capitale fresco che viene investito nella sottoscrizione in corso di Buoni del Tesoro (700.000.000 a tutto il 31 luglio). Si calcola che i biglietti circolanti tuttora fuori dal controllo bancario ammontino ad oltre un miliardo». L’osservazione del prefetto Pellizzi apparentemente contradditoria, indica comunque l’alto grado di liquidità presso il sistema bancario, «nonostante» la considerevole allocazione di parte di tali disponibilità in titoli del debito pubblico ed a favore del Prestito della Ricostruzione. Tali mezzi liquidi non investiti a fine 1945, ingigantiti dai nuovi flussi del 1946 in conseguenza dell’espansione inflazionistica, ma anche dell’aumento dell’economia reale, rappresentano in termni di valore assoluto una considerevole massa di capitali, ma sempre più povera in termini di valore d’acquisto. Talché D’Aversa poteva mettere in evidenza la convivenza dei due mercati paralleli; quello sempre più compresso del reddito fisso e quello espansivo dei settori basati sul reddito d’impresa, soprattutto agricola. 8 Relazione D’Aversa, cit., pp. 20-24: monete e circolazione fiduciaria. 12 Il problema di attualità, afferma Pellizzi, è il problema della mezzadria, per cui sono stati fatti tentativi di accordi ad iniziativa del Prefetto, di cui ci occuperemo in seguito. Accenna alla disoccupazione in aumento, al problema dei prezzi, in cui «il Partito Comunista svolge un’opera onesta di fiancheggiamento all’azione delle Autorità», ma mette soprattutto in risalto il divario tra prezzi dei prodotti agricoli e prezzi dei manufatti industriali, per cui un contadino «per comperare un paio di scarpe sul mercato di Milano (non trovandosene su quello locale) deve realizzare un prezzo di 4 vitelli». Infine afferma che per procedere alla ricostruzione occorre un completo disarmo morale e materiale, un ritorno effettivo all’osservanza delle leggi, al rispetto della persona e della personalità umana e una attribuzione di competenze fra Prefetto e cpln ben chiara e definita dalla legge. Quest’ultime osservazioni andavano fatte non tanto al ministero dell’Interno, ma ai colleghi del cln, ai quali tuttavia sembra alludere Pellizzi, parlando a nuora perché suocera intenda. Il prefetto Pellizzi, non poteva non tener conto, infatti, della II assemblea provinciale del cln sulla ricostruzione organizzata il 24 luglio 1945, in cui si erano espresse le linee programmatiche soprattutto di pci, pd’a e psiup, senza coinvolgimento della dc. Nella riunione del cln provinciale, il giorno prima del convegno, il 23 luglio 1945, erano stati esposti ed approvati i concetti che informeranno le relazioni del 24 luglio. Aldo Magnani (pci) svolge la relazione sulla situazione politica, Alberto Simonini (psiup) tratta della situazione alimentare e Virgilio Camparada (pd’a) della situazione economica. Magnani insiste sulla condanna della speculazione e del mercato nero e fa presente la necessità di frenare la corsa tra prezzi e salari. Simonini, dopo una battuta sulla necessità di controllare i contadini che versino tutti i prodotti all’ammasso, sottolinea la necessità di una disciplina «che va imposta valorizzando Istituti creati dal fascismo ma che debbono essere rinnovati nella loro struttura e negli uomini». Virgilio Camparada: «si estende abbastanza sul campo agricolo, ma si mantiene nelle linee generali nel campo economico e industriale. Parla della influenza che hanno la mancanza di trasporti e la scarsità dei manufatti e dei prodotti [che] invece di essere lasciate al libero commercio, siano date alla Camera di Commercio, per una equa distribuzione a chi ne ha bisogno». La relazione di Camparada è pubblicata nella 1a appendice9. Valorizzazione degli istituti creati dal fascismo ed equa distribuzione delle I Verbali del cln, «RS-Ricerche Storiche» (Reggio Emilia), 59-60/1967, pp. 96-97; gli Atti del Congresso Provinciale del C.L.N. del 24 luglio 1945, con la relazione Camparada, sono nel Fondo CLN, B.16, f.3, APS, Reggio Emilia. 9 13 risorse disponibili, ci rammentano le osservazioni di Augusto Graziani10 che ha autorevolmente osservato che la politica della ricostruzione italiana, per quanto avvenuta nel segno dell’antifascismo, va intesa al contrario come una fase storica di continuità rispetto alla politica economica del fascismo. Autarchia e dirigismo: senza volerlo, o per riflesso condizionato da culture d’Oltrealpe, sono proprio i cosiddetti partiti di massa di sinistra ad introdurre nella discontinuità nominalistica – fascismo-ciellenismo – una continuità di fatto. Dal febbraio 1944 con il governo Badoglio si entra nella sfera di influenza occidentale e la vera discontinuità si manifesta nel Sud col nuovo blocco di potere in cui le classi dominanti non si appoggiano più sulla vecchia classe dei proprietari fondiari, ma sui piccoli proprietari e sulla cosiddetta «nuova borghesia di Stato». Al Nord la politica ciellenistica sotto l’influenza dei partiti di sinistra, tesi a capitalizzare Resistenza, lotta di Liberazione, necessario autoritarismo delle forze militari alleate nella transizione dei poteri da militari a civili, confonde lo straordinario con la normalità, il dirigismo temporaneo della cultura della tessera, come premessa ad una politica dirigistica, socializzatrice, pianificata. Il verbale del comitato del 6 agosto 1945, pubblicato nella 3ª appendice, è sintomatico di questa cultura dirigistica, non accettata per la straordinarietà delle circostanze, ma come modello per l’azione futura. L’allarmismo sociale, il movimentismo sindacale costituiscono lo stato d’animo su cui si vuole ritardare la normalizzazione e favorire la scelta tra democrazia parlamentare liberale e democrazia popolare. Queste sono le premesse che detteranno le future scelte di De Gasperi ed Einaudi, i cui risultati non si faranno attendere, con la discontinuità imposta alla prassi ciellenistica11. Nel 1945 il reddito medio degli italiani non era superiore a quello di cinquant’anni prima; nel 1950 raggiunge il reddito più alto dei migliori anni prebellici e nel decennio successivo si aggancia ai Paesi con reddito più alto. Kuznets definisce lo sviluppo economico moderno come capacità di rompere la stagnazione della società agricola per una crescita dell’industrializzazione e del terziario. Il 42 percento della popolazione italiana al censimento del ’51 era agricola. Al ritardo infrastrutturale di una società povera si unisce il ritardo culturale verso l’innovazione, il cambiamento, l’ostilità verso le ragioni che portano al benessere diffuso e partecipato. A. Graziani (a cura di), L’economia italiana, dal 1945 ad oggi, Il Mulino, Bologna 1972, pp. 442, 2ª ed. 1979. 11 «Credo di poter considerare di aver avuto un merito, in quel periodo, un merito che indico espressamente. Il merito di essere stato uno dei più validi oppositori – io, uomo del cln – dello stesso cln a Liberazione avvenuta; e credo di aver adempiuto in questo ad una parte importante perché essendosi verificata alla fine del luglio 1945 la mia nomina a Segretario della DC, quasi subito fui designato a rappresentare la DC nel cln centrale. Chi si oppose a che un semplice convegno venisse a gabellare una specie di Costituente senza elezioni, fui io», da Dossetti, Discorso di Bologna, 1956, cit. 10 14 La povertà infrastrutturale, la limitata presenza industriale dagli inizi del secolo, si sono aggiunte ai disastri della guerra, ma la gravità dei danni fu molto contenuta proprio per questa povertà pregressa, che consentì una politica più aperta nella ricostruzione. A Reggio, tuttavia, la carenza infrastrutturale era meno sentita che altrove e la specializzazione industriale in un settore ad alta tecnologia, quale l’aeronautica, poneva i presupposti di una più rapida soluzione nelle emergenze ricostruttive. La crisi avvertita nel dopoguerra, ma in termini di confronto assai meno pesante di quanto non fosse in altre aree provate dalla guerra nelle infrastrutture, nella spoliazione dei territori agricoli, nel depauperamento industriale, va, a nostro avviso, largamente da addebitarsi ad un ritardo culturale che favorì la massimizzazione politica. Sono considerazioni comuni alla relazione Pellizzi, pur nella discontinuità delle luci ed ombre avvertite da parte dei protagonisti politici del cln, e di D’Aversa, molto più laico e, quindi, obiettivo. Dalla Relazione Folloni12, basata sui rapporti degli Ispettorati provinciali di agricoltura, abbiamo ricavato la tabella seguente in cui è evidente il divario tra Piacenza e Bologna in misura crescente delle situazioni provinciali: Reggio Emilia occupa il terzo posto per dimensione dei danni rilevati al settore agricolo, zootecnia compresa. Ha certamente influito per le province più colpite il perdurare per quasi due anni della guerra nelle campagne – dai contrafforti appenninici alle pianure del Polesine – vissuta marginalmente a Parma, Piacenza e Reggio, che subirono maggiormente i danni dai bombardamenti aerei sulle città rivolti ai gangli delle comunicazioni stradali, ferroviarie e fabbriche del complesso produttivo bellico. Danni provocati dalla guerra al comparto agricolo in Emilia-Romagna a valori 30 giugno 1946 1 2 3 4 5 6 7 8 – – – – – – – – Provincia Piacenza Parma Reggio Emilia Modena Ferrara Forlì Ravenna Bologna Ammontare dei danni in Lit. 420.000.000 995.000.000 1.150.000.000 3.679.000.000 9.920.000.000 21.558.000.000 22.356.000.000 29.400.000.000 12 Conferenza dei Contadini Italiani contro il Patto Atlantico, Modena, 28 marzo 1949,: Relazione prof. A. Folloni sulle Condizioni dell’agricoltura Emilia-Romagna dopo la guerra, ff.26, datt., a Carte Aurelio Ferrari, bb. 41-45, isr, Modena. 15 Il depauperamento del patrimonio zootecnico è stato calcolato mediamente sul 18-20 percento in regione con punte molto più alte in particolari situazioni di Ravenna e di Bologna, compensate da minori emergenze a Parma e Piacenza. Patrimonio al 1941 quantità in capi: 1 – Bovini 2 – Suini 3 – Ovini e caprini 4 – Equini Totale capi 1.300.000 600.000 300.000 120.000 2.320.000 In particolare i danni al comparto agricolo in provincia di Reggio sono stimati (non calcolati): Settore 1. Fabbricati rurali: danneggiati o distrutti Quantità Valore unitario Valore complessivo 2000 600.000.000 2. Opere di miglioramento fondiario 50.000.000 3. Asportazioni zootecniche: – bovini 7000 – equini 1700 – ovini e caprini 5600 – suini 2500 350.000.000 4. Asportazioni di prodotti: – frumento q.li 20.000 – fieno q.li 24.000 – vino h.ti 3.000 – paglia q.li 10.000 59.000.000 5. Macchine agricole e atterezzature 3.000.000 6. Frutti pendenti, vitigni, frutteti 50.000.000 Totale danni Lit. 1.150.000.000 16 Controversi i danni al patrimonio zootecnico13 la cui consistenza in provincia nel 1941-1945 è: 1941 <> 1945 capi asportati capi Bovini 200.000 7000 167.944 Suini 120.000 2600 64.299 1.446.600 69.000 2.070.000 Ovini e caprini 5600 53.167 53.100 58.000 116.000 Equini 1700 8850 1946 valore capi valore 4.030.600 176.000 14.080.000 309.700 9.200 708.400 5.840.000 16.974.400 Il valore dei capi asportati sul valore a prezzi 1945 = 6%; 1946 = 2,1% A fine 1946 il prezzo legale della carne bovina era di Lit. 155 al chilogrammo col prezzo in libera vendita passato da 250 di dicembre a 360 di gennaio. Sostanzialmente in tendenza i valori raccolti dall’Ispettorato provinciale dell’agricoltura14 al 30 settembre 1944, con una serie annuale maggiormente confrontabile per gli anni di guerra: Patrimonio zootecnico Data del censimento 22.06.1940 01.07.1941 20.07.1942 20.07.1943 20.07.1944* 30.09.1944 Bovini n. 192.244 204.769 187.674 169.027 142.826 Vacche da latte - 109.439 100.963 92.260 Latte vaccino** - 2.020.000 1.806.000 1.479.000 Suini n. - 157.000 55.003 56.112 51.074 31.500*** Ovini n. - - 49.059 47.438 6.438 Equini n. - - 10.587 9.981 8.704 *Tutti i censimenti hanno compreso i 45 Comuni della Provincia, mancano 12 comuni montani al censimento del 20.7.1944; **Compreso quello alimentare in q.li; ***Il rilevamento del 30.9.1944 accertava l’esistenza di soli 31.500 suini dei quali 9.000 scrofe Conferenza dei Contadini Italiani, cit., Relazione professori A. Cugnini ed O. Parisi sul «Patrimonio zootecnico», ff.2, datt.; a Carte Aurelio Ferrari, bb.41-45, ISR, Modena. 14 La relazione dell’ipa. al 30 settembre 1944 a Carte Pellizzi, Istoreco, Reggio Emilia. 13 17 Le previsioni dell’Ispettorato provinciale dell’agricoltura15 per i «principali prodotti agricoli e zootecnici» per il 1945 portavano in eccedenza il vino (450.000 quintali), il formaggio (34.000 quintali), il burro (5500 quintali), bovini da macello e suini (per 85.000 e 6000 quintali a peso vivo), a fronte di una mancanza rilevante di granoturco (200.000 quintali su 350 di consumo), di foraggio-fieno (300.000 quintali ma su di un consumo di 5.500.000 quintali con una produzione stimabile in 5.200.000). In pareggio la barbabietola destinata alla industria dello zucchero per 50.000 quintali prodotti. Per il vino la Relazione della Banca d’Italia reca: 1945 Uve vinificate q.li Vino prodotto h.l Valore in Lit. Prezzo di vendita 1.300.000 900.000 3.600.000 1200 > 1946 1.150.000 800.000 4.000.000 4500 Ad una minor produzione di circa il 10 percento, il vino acquistato ad inizio campagna a Lit. 1200 ad ettolitro a fine 1945 segna aumenti a Lit. 4500. I produttori sono cinque forti ditte industriali, che acquistano la materia prima fuori piazza – soprattutto la Gallinari – perché le 36 Cantine sociali cooperative lavorano il 60 percento delle uve prodotte e trattate in provincia. I danni di guerra lamentati nel settore si riducono al 3 percento. Per rendersi conto del peso microeconomico della azienda agraria tipo [18-20 biolche reggiane], con quattro addetti in media per nucleo famigliare, osserveremo i dati di bilancio [il conto annuale colonico] per l’annata 1945 di due fondi agricoli condotti a mezzadria a capo della Società agricola immobiliare di Reggio Emilia16. Premessa prima del Lodo De Gasperi nel 50 percento la parte mezzadrile, è facile calcolare anche l’attivo finale nel caso di conduzione in affitto, dedotti i canoni. Altrettanto detratti per intero i costi, emergerà la quota di reddito nel caso di conduzione diretta e della piccola proprietà contadina. Si osservi che nel 1927 il contratto mezzadrile regolamentava il 27 percento dei rapporti; il 56 percento dell’affittanza ed il 30,5 percento la conduzione diretta. Attorno al 1945 si può ritenere una variazione di contratti a favore della mezzadria a scapito dell’affittanza, ma in entrambi i casi è da rilevare l’intensa attività di rilevamento della proprietà contadina a prezzi mai raggiunti per ha. da parte degli stessi mezzadri ed affittuari, ampiamente ripagati dall’aumen- Le previsioni dell’ipa per il 1945 sono a Carte Pellizzi, Istoreco, Reggio Emilia. I bilanci delle aziende della Società agricola immobiliare di Reggio Emilia sono a mani dell’A. 15 16 18 to dei prodotti sottratti al regime vincolistico. È il caso di osservare che sul contratto mezzadrile, nonostante questa tendenza all’evoluzione in piccola proprietà contadina dei beni a mezzadria o affitto, è stata sin dal maggio 1945, impostata una dura e continua rivendicazione non solo «sindacale», ma politico-programmatica che ha cercato di coinvolgere in un fronte unico con i partiti di massa di sinistra il pd’a ed ambienti della stessa Democrazia cristiana; in seguito vedremo le ragioni addotte e la dinamica del contendere. I due fondi campione condotti a mezzadria importano: Annata agraria 1945 1. Fondo Caselle 2. Fondo Cà Nova Spese 30.449,45 33.773,75 Ricavi 179.360,00 151.234,00 Attivo da ripartire 148.910,55 137.460,35 La parte mezzadrile 50% prima del Lodo 53% dopo il Lodo 1. Fondo Caselle 74.455,75 78.922,59 2. Fondo Cà Nova 68.730,17 72.853,98 Mezzadri, affittuari, coltivatori diretti, anche boari, pur nella disuguaglianza degli appoderamenti e delle varie fasce altimetriche, hanno potuto affrontare con relativa sicurezza i venti della guerra e del primo dopoguerra, che sono stati devastanti per altre fasce di popolazione, non solo mancanti variamente di occupazione, ma sottoccupati, sinistrati, sloggiati, reduci, feriti, epurati. A loro, però, sovvengono, in una terra di iterazioni vicinali, parentali, categoriali, le economie di sussistenza, anche di baratto, da famiglie, istituzioni religiose, enti morali, enti economici quali la cooperazione molto più facilmente di quanto non avvenga in grandi aree metropolitane, nel vacuum sociale. Due osservazioni vanno fatte. Una prima, già accennata, sulla questione mezzadrile e sulla rilevanza attribuita all’argomento, quale battaglia di fasce protette all’ombra di fasce ben più disperate e non tutelate. Si noti l’insofferenza di Giuseppe Dossetti al riguardo e la messe di prove addotta dalla relazione della Banca d’Italia. Una seconda osservazione sulla cooperazione e sulla scarsa fortuna che ha avuto nella stessa sinistra sino alla sottovalutazione, quando ve ne sia traccia, come nell’opera, per altri versi interessante e documentata del Profumieri17. Avverte Profumieri, ma ci è difficile seguirlo, che: «si è detto che gli anni Cinquanta furono gli anni oscuri della cooperazione, per cui è difficile rintracciarne anche la consistenza numerica; in confronto è più facile ricostruire il quadro della cooperazione locale agli inizi del secolo». 17 P.L. Profumieri, Il progetto cooperativo nell’esperienza reggiana, Reggio Edizioni Cooperative, Reggio Emilia 1977, pp. 257. 19 Certamente più analitica e densa di significato la sintesi di D’Aversa. Un contributo, forse, inferiore alle attese del titolo di Silvia Canepari, dopo un dovuto ma non doveroso atto di omaggio alla cooperazione di consumo «nata e cresciuta come strumento nelle mani delle masse popolari per difendersi dallo sfruttamento capitalistico e dalle speculazioni bottegaie», ricorda il contributo di solidarietà dato dal settore ai dipendenti delle Reggiane nella drammatica fase della rovina della società. Purtroppo non lo fa sottolineando il ruolo mutualistico della cooperazione, ma come contributo alle «vittorie delle lotte operaie», che, proprio nel caso delle Reggiane mostrano quanto siano lontane le buone intenzioni, dalla cattiva pratica18. Anche a questo proposito cadono opportune le osservazioni della Banca d’Italia sullo «sfruttamento capitalistico» e sulle «speculazioni bottegaie» della cooperazione, cui si aggiunge, però, il riconoscimento del ruolo svolto nell’economia provinciale, nella ricostruzione, nella costruzione di equilibri sociali positivi. Accenneremo poco oltre alla questione mezzadrile. Ora riteniamo che si debba sottolineare il ruolo della cooperazione come agente attivo della ricostruzione, della stabilizzazione sociale di fatto, anche se non voluta politicamente dalle forze a capo del movimento, ancorché abbia significato il radicamento comunista nella provincia. Non sarebbe stato possibile farlo, se non ci fossero state le condizioni che hanno consentito la sopravvivenza dell’intera struttura cooperativa in provincia, mercè Bellelli ed una sorta di nostalgia «sentimentale» di Mussolini. Il lodo Mussolini aveva salvato la cooperazione reggiana nella sua integrità. L’accordo del 1923 a Roma presso il Quirinale tra Mussolini, Capo del governo, ed i cooperatori reggiani dà la copertura a questi ultimi verso il fascismo locale, ostile e punitivo, ma garantisce a Mussolini l’adesione del movimento cooperativo nella sua interezza al fascismo. La sovrastruttura ideologica era abbattuta, ma la sostanza rimaneva intatta. L’atto di Bellelli, guidato da spregiudicata realpolitik, salvava la complessità del movimento cooperativo, sacrificando principi, un poco di produzione e lavoro, ancor più di consumo, ma predisponeva un sicuro approdo da cui ricominciare in caso di crisi del fascismo, come infatti avvenne. Il partito comunista nella ricostruzione cannibalizzò i socialisti soprattutto nella cooperazione, incardinando sul suo sviluppo il fortunato modello – che ha durato per S. Canepari, Prerogative e caratteristiche della partecipazione nella cooperazione di consumo a Reggio dal 1945 ad oggi, Reggio Emilia, n.d., datt., ff.19. afferma la Canepari: «Di fronte alle lotte dei lavoratori delle Reggiane, le cooperative di consumo, coscienti che il loro sviluppo era strettamente legato alle vittorie delle lotte operaie, si sono impegnate in uno sforzo di assistenza, rischiando di mettere in pericolo la loro stessa sopravvivenza economica, con l’aperrtura di crediti direttemente a circa 900 famiglie di lavoratori delle Reggiane», f.7. 18 20 oltre cinquant’anni nella provincia cooperativa – della cooperazione integrale cara a Vergnanini, Ruini e Basevi, e cara al riformismo radicale e liberale erede di Luzzatti. La struttura organizzativa della Cooperazione in provincia di Reggio tra il 1927 ed il 1951 31.XII.1927 coop.-soci 1.Consumo 46-8014 2.Lavoro1 21-1412 3.Trasporti 4.Agricole3 7-4359 5.Cantine 2 6.Caseifici 215 7.Varie 5-119 8.Mutue banche 49-8700 Totali 360-25.218 Settore attività 30.04.1945 coop.-soci 12 54 14 6 33 401 8 31.12.1945 coop.-soci 101-18.546 88-10.934 34-1036 12-1583 36-4011 423-14.597 22-3.076 30.04.1947 31.12.1951 coop.-soci coop.-soci 138-37.400 113-51.103 110-7700 82-80872 53-1256 22-632 36-6066 44-6904 38-6460 35-8600 465-17.949 442-21.405 10-1024 24-59244 1 528 716-53.7835 850-77.849 762-102.655 1.Muratori; 2.Muratori; 3 Braccianti; 4 Motoristica e molini coop.; 5 I dati della Relazione della B.d’I. sono raccolti a fine ’45-inizio 1946 L’11 agosto 1923 un comunicato ufficiale della Presidenza del consiglio annunciava un colloquio dell’ex deputato socialista Bellelli, segretario della Camera del lavoro di Reggio Emilia, col capo del governo, Benito Mussolini: L’on. Bellelli – reca il comunicato – ha portato al Capo del Governo il deferente saluto dei cooperatori della sua provincia, desiderosi di contribuire col lavoro disciplinato e concorde alla ricostruzione dell’economia nazionale. L’on. Mussolini ha convocato per i primi giorni della prossima settimana un convegno a Roma che egli presiederà ed al quale interverranno le autorità politiche e sindacali fasciste del reggiano allo scopo di procedere alla sistemazione del movimento cooperartivo in quella regione. L’on. Bellelli ha ringraziato vivamente il Presidente dell’accoglienza ricevuta e gli ha espresso il desiderio che egli voglia presto onorare di una sua visita le organizzazioni lavoratrici del reggiano. Annota «La Civiltà Cattolica», che ha dato ampio spazio ai commenti sull’episodio confrontandolo con la soluzione violenta della «prassi» Molinella: «Non è a dire se tali trattative destassero le ire dei socialisti che gridavano al tradi- 21 mento; pur tuttavia l’accordo delle cooperative reggiane coi fascisti era raggiunto»19. Lo stesso on. Mussolini – informa l’«Agenzia Stefani» il 15 agosto 1923 – ha scritto di suo pugno le basi dell’accordo nei seguenti termini: 1° tutte le cooperative di consumo del reggiano si costituiscono in un organismo autonomo provinciale; 2° I dirigenti attuali della Federazione devono essere sostituiti con uomini graditi al Presidente del Consiglio; 3° I sig. Ing. Postiglione e avv. Teruzzi si recano a Reggio Emilia per definire in concreto le modalità di tale aggregazione che deve avvenire sollecitamente. I delegati delle organizzazioni economiche e politiche del fascismo reggiano, pur mantenendo la loro opposizione a taluni uomini, opposizione che lo stesso Presidente del Consiglio approva, data la natura di ordine sentimentale e politico, hanno dichiarato di accettare l’accordo contenuto nelle clausole suesposte. L’ing. Postiglione sarà a Reggio in settimana. La prima cooperativa che aderì al movimento cooperativo fascista, attuando l’accordo stipulato, fu la Cooperativa agricola di Santa Vittoria, con circa dieci milioni di capitale terriero e oltre settecento soci. Sensate e stimolanti osservazioni di Massimo Storchi dovrebbero indurre ad approfondire contraddizioni e realtà dello slancio cooperativo a metà degli anni Trenta, in un momento espansivo dell’economia provinciale, che vide Giovanni Fabbrici passare da Reggio Emilia alla guida del movimento cooperativo fascista nazionale ed a cercare un adeguamento della dirigenza fascista in provincia alle nuove prospettive dimensionali ed al peso economico della provincia20. La realtà del network cooperativo in provincia, a fine ’45-inizio ’46, è nitidamente descritto nella relazione D’Aversa: 822 cooperative con 70.679 soci, con un capitale sottoscritto di Lit. 80.892.516 e versato per Lit. 70.423.432 che non tiene conto delle immobilizzazioni in fabbricati e terreni, attrezzature ed impianti, scorte e beni mobili per alcuni miliardi. L’80 percento della produzione lattiero-casaria, il 55-60 percento della vinicola, metà delle capacità delle imprese di lavoro sono d’interessse cooperativo, con 210 spacci e 28.954 soci che coprono capillarmente tutta la provincia. Dai tre miliardi di fatturato nel 1945, il giro di affari si è decuplicato nel 1946. I componenti del nucleo famigliare in media sono quattro: su 390.000 abitanti in provincia, la popolazione coinvolta nel mercato cooperativo è di 282.716 persone (70.679 soci x 4 famigliari). Luci tante, ombre non poche: La popolazione reggiana – afferma D’Aversa – mercè tale organizzazione ha poPer il commento al Lodo Mussolini sulla Cooperazione reggiana, v. «La Civiltà Cattolica», quaderno 1757, vol. III, 25 agosto 1923, pp. 464-466. 20 M. Storchi, Gerarchia e Partito fascista a Reggio Emilia, 1939-1942, in Fascismo e anti-fascismo nella Valle Padana, clueb, Bologna 2007, pp. 365-372. 19 22 tuto ottenere il vino a tessera – 25 litri ogni persona – al prezzo di Lit. 32 il litro e il formaggio tipico grana al prezzo di Lit. 300, ma soprattutto è da rilevare che le cooperative, alle quali appartiene la quasi totalità degli agricoltori, hanno provocato il rialzo del prezzo del burro e conseguentemente dei grassi in genere, del formaggio e dei vini, perché non hanno immesso al consumo tali prodotti non solo per la sfiducia nella nostra moneta, ma altresì per ritrarne maggiori guadagni. Un cenno alla questione mezzadrile. Il contratto era stato già da fine ’800 di preferenza adottato dal mondo cattolico con l’affittanza nella conduzione del patrimonio ecclesiastico dei benefici parrocchiali, capitolari, nella gestione dei patrimoni fondiari delle opere pie ed ospedaliere. Già da tempo la sociologia cattolica più ortodossa aveva riconosciuto nel contratto mezzadrile quelle componenti di partecipazione agli utili e di cogestione aziendale nelle informazioni e nelle scelte che invano si andavano cercando e prefigurando per l’industria. Era ampiamente studiato il lavoro di Joseph Grizi sul «métoyage» in Italia e la rivista dei gesuiti «La Civiltà Cattolica» lo faceva proprio, suggerendo il contratto mezzadrile come valido strumento di riforma fondiaria e ristrutturazione della grande proprietà terriera incolta21. Nel confuso e facile sovrapporsi di rivendicazioni ancestrali, la terra ai contadini, e di disegni di socializzazione, le fabbriche agli operai, il secondo fronte vedeva contrapposti interessi di operai ed industriali, che lo stesso uso linguistico confondeva: imprenditori, dirigenti, quadri, amministratori, azionisti, da una parte, lavoratori, operai, addetti, quadri ancora, dall’altra con lo schermo di associazioni sindacali padronali ed operaie. Conflitti mediati, giocati su tempi lunghi. Nelle campagne il rapporto è diretto, sull’aia: padrone e contadino; proprietario e mezzadro; in più la sorda ostilità personale intesa come scelta politica. Nel mix di odio politico e rivendicazioni sociali che la guerra civile innesta nelle città e nelle campagne, divampa un conflitto che le lucide ragioni della libertà e della democrazia contengono, ma non ovunque. Parallelo al «triangolo rosso» con la sua «triste fortuna» pubblicistica, un esagono sconvolto ed ignoto si afferma tra collina e bassa bolognese-modenese: le stragi del conflitto agrario tra fine 1944 e fine 1945. Le punte della stella attorno a Bologna vanno da Castelfranco a Cento, Molinella e Medicina nella bassa modenesebolognese e di ritono nella collina da Marzabotto a Sasso Marconi, a Monteveglio e Savignano. Non c’è revisionismo, perché non c’è una vulgata consolidata. Solo silenzio. J. Grizi, Etude économique sur le métoyage en Italie, Unione Tipografica Editrice, Perugia 1909, pp. 186; in particolare cfr La mezzadria in Italia, «La Civiltà Cattolica» (Roma), a. 61, vol. 3, q. 1442, 16 luglio 1910, pp. 129-143. 21 23 Il 9 luglio 1945 il presidente dell’Associazione provinciale degli agricoltori di Bologna22, avvocato Giovanni Lalatta, denuncia e pubblica un primo elenco di 109 agricoltori assassinati nel corso del conflitto agrario in provincia, per estorcere la loro adesione a capitolati di lavoro, unilaterali e non concordati tra le parti. Il 19 novembre scrive ad un agricoltore associato di Cento, Odoardo Govoni, per chiedere se abbia o meno sottoscritto tale contratto in deroga ed un parente gli risponde una frase agghiacciante: «Dichiaro di aver firmato per il 1943-44 sotto continua pressione e dopo l’uccisione di mio figlio Giovanni. Per il 1944-45 non ho ancora firmato, ma continuano le pressioni». Modena non è da meno e lo denuncia nello stesso 1946 un azionista di peso, Leonida Patrignani che a Modena ha diretto il periodico del pd’a, «Lavoro e Libertà», e che denuncia «le violenze dei mezzadri, agricoltori uccisi» sull’«Unità Democratica, Organo Provinciale del Comitato di Liberazione Nazionale»23. A Reggio Emilia il conflitto, tragicamente vivo su altri piani, non realizza una propria jacquerie. Anzi le associazioni padronali e contadine, con la mediazione del prefetto Pellizzi, l’attenzione del cln, varano in autunno un accordo che sembra aprire spiragli di composizione della vicenda anche a livello nazionale prima del lodo De Gasperi. È Giuseppe Dossetti a raccontarlo: Nell’autunno del 1945 a Reggio con la firma di tutti i rappresentanti dei partiti, di tutti i membri del Comitato di Liberazione, del Prefetto, si giungeva ad un accordo del problema mezzadrile che era un esempio e che destinava quello che si sarebbe tolto ai padroni non tanto ai mezzadri che ne avrebbero anche troppo ma a vantaggio dei salariati, un accordo che veramente determinò il consenso di tutti e che lo stesso Partito Comunista formalmente firmò. Ventiquattro ore dopo si precipitò a Reggio l’on. Di Vittorio e l’accordo già formalmente firmato e pubblicato saltò in aria24. La strumentalità del conflitto venne anche denunciata a Reggio da una figura rispettata universalmente, don Prospero Simonelli, poi monsignore, autorevole membro del cln clandestino, rappresentante della dc, che richiamò l’attenzione del Prefetto con un’accorata lettera di denuncia sulle insostenibili quotidiane manifestazioni per la città25, promosse dalla Federterra. Cinquant’anni di Storia dell’Unione degli Agricoltori di Bologna, Rastignano, Rotosei, 1998, pp.189, v. in part.: M. Mazzanti, L’organizzazzione degli imprenditori agricoli come storia di individui,, pp. 119-163 ed i docc. pp. 177-183. 23 L. Patrignani, Le dannose dimostrazioni della Federterra.Violenze dei mezzadri: agricoltori uccisi, «L’Unità Democratica. Organo del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale» (Modena), a. 2, n., 6 dicembre 1946. 24 G. Dossetti, Discorso in Piazza Maggiore a Bologna il 21 maggio 1956, Bologna, fasc. ciclostilato, pp. 20. 25 Don Prospero Simonelli, lettera del 3 agosto 1945 a Vittorio Pellizzi, Prefetto di Reggio Emilia, Carte Pellizzi, Istoreco, Reggio Emilia. 22 24 In realtà, come sottolinea Guido Farina26, sulla questione mezzadrile si erano sovrapposte più rivendicazioni, dalla riforma agraria generale, al trattamento dei salariati in agricoltura, alle spese di ricostruzione che mettevano in secondo piano la ragionevolezza delle rivendicazioni intese a vedere in progressione l’equilibrio raggiunto tra capitale e lavoro alla parità sostanziale del 50 percento del reddito prodotto dal fondo. Il riconoscimento della maggior remunerazione del lavoro rispetto al capitale in agricoltura vedeva un vasto schieramento favorevole, che si frantumava di fronte alla richiesta mezzadrile di veder aumentare la propria parte al 65 percento del reddito del fondo ed al 65 percento il carico delle spese sul proprietario del terreno. Anche la richiesta di una coatta trasformazione dei contratti da mezzadrili ad affittanze, trovava opposizioni soprattutto da parte del pli e della Democrazia cristiana, favorevole ad una politica di sostegno verso la piccola proprietà coltivatrice, cresciuta largamente negli anni tra le due guerre. Luigi Einaudi e Giuseppe Medici, il Sassuolo autore del programma liberale di riforma agraria, riportavano nelle sue giuste proporzioni l’argomento, da un canto all’autonomia delle rivendicazioni sindacali la soluzione del conflitto mezzadrile, cui De Gasperi accesse col proprio Lodo, e dall’altra alla trasformazione strutturale dell’agricoltura italiana con una visione imprenditoriale dei problemi: In sostanza noi vogliamo battere in breccia il monopolio terriero dei latifondisti assenti dal processo produttivo; vogliamo realizzare una ripartizione del suolo fra i proprietari che sia più rispondente ai fini della produzione ed a quelli di una migliorata giustizia sociale, ma non vogliamo deludere l’attesa dei lavoratori agricoli e del Paese propugnando leggi che sono fuori dalla realtà storica nella quale dobbiamo operare27. 26 G. Farina, Intorno al problema della mezzadria. Constatazioni e considerazioni, «L’Unità Democratica. Organo del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale» (Modena), a. 1, n. 213, 6 dicembre 1945, p. 1. 27 Sassuolo [Giuseppe Medici], L’agricoltura e i suoi problemi, s.n.t., 1944, pp. 36 [fascicolo clandestino n. 10 del Movimento Liberale Italiano]; L. Einaudi, Arbitrato e mezzadria, «Risorgimento Liberale» (Roma), a. 3, n.186, 8 agosto 1945, p. 1; in argomento più ampiamente: L. Einaudi, Problemi della mezzadria, «Nuova Antologia» (Roma), vol. 436, n. 1741, gennaio 1946, pp. 1415. Nella seduta del Consiglio dei Ministri del 9 agosto 1945, Parri aveva richiesto notizie sulla controversia relativa al 5 percento a favore dei mezzadri nel rinnovo dei patti colonici. Il ministro Ruini aveva fatto presente che sarebbe stata decisa entro pochi giorni una forma diversa, senza chiarire in che modo diversa, per cui Manlio Brosio nella seduta successiva del 17 agosto, accennando alla proposta, non l’accetta: «nel timore che fosse snaturato il carattere del contratto di mezzadria per effetto di accordi provvisori». A Ruini, Gullo e Barbareschi è affidato il compito di studiare una soluzione del conflitto. Annota Einaudi nel Diario: «L’argomento ritorna all’ordine del giorno nella seduta del 10 ottobre con rilievi mossi, soprattutto da Brosio, a Palmiro Togliatti, Ministro Guardasigilli, per una Circolare inviata a varie Corti invitandole a non eccedere nell’istruire processi a mezzadri coinvolti nelle violente manifestazioni di protesta». Togliatti nega l’intervento, ma si dice anche: «non d’accordo sul fondamento dell’indipendenza assoluta della Magistratura», cfr. Verbali del Consiglio dei Ministri, Governo Parri, 21 giugno-10 dicembre 1945, Roma, Archivio Centrale dello Stato, 1995, vol. V, 1, pp. 243 e 300, vol. V, 2 , p. 700. 25 Conclusa la questione mezzadrile col Lodo De Gasperi, la conflittualità, però, non venne meno, aprendosi all’industria, con la pasticciata, strisciante e logorante crisi delle Reggiane28, per tutti gli anni Cinquanta. Cooperazione e sindacato operaio e contadino, cdl-cgil e Federterra, sono state le strutture portanti e parallele del radicamente comunista in provincia, ma non sempre convergenti. Alla prima è spettato traghettare di fatto – come ad altre strutture di massa artigiane, piccolo industriali, commerciali – verso il mercato la sua negazione politica. Alla lunga importano solo le conseguenze e l’azione ripetuta porta a modelli praticati, ancorché ancora non ammessi o riconosciuti. Vi è una certezza: soci di cooperative e società di persone ed azionisti di società di capitali realizzano entrambi un mercato a capitalismo diffuso. Per una non straordinaria eterogenesi dei fini, nella ricostruzione si è realizzata la stabilizzazione dell’economia di mercato e la pratica della cultura dell’intrapresa ha stoppato la declinazione negativa della politica verso il mercato ed ha contribuito a creare una economia liberale seppure in confezione «comunista». I documenti che si riportano di seguito sono stati redatti nell’arco di un anno, con diversa fruizione, con diversa sollecitazione, su fonti eterogenee: occorre tenerne conto nella lettura e nella valutazione complessiva. Il Rapporto D’Aversa è redatto per una circolazione interna, istituzionale, ed appunto per questo non ha preoccupazioni né remore d’opportunità politica nell’illustre la situazione economica della provincia. Raccoglie dati ufficiali dagli Istituti di credito, dalla Camera di commercio, dall’Ufficio italiano cambi, dall’Amministrazione postale, dalla Tesoreria e Ragioneria provinciale dello Stato, dall’Ufficio del lavoro, dalla Prefettura, anche per il Registro della cooperazione, dall’Ispettorato provinciale di agricoltura, dagli Istituti previdenziali, dagli Uffici finanziari ed è collettore di giudizi e valutazioni degli operatori privati che non sfuggono all’attenzione dei suoi sensori. Certamente i dati descrivono i grandi aggregati con la freddezza della statistica che ignora non tanto i fenomeni microeconomici, ma la sottostante realtà umana. Tuttavia, anche con questi limiti, i dati macroeconomici non deviano l’attenzione dalle Sul conflitto delle Reggiane, dalla vasta letteratura in materia, si cita lo Spreafico, l’opera più attenta e meno conformista sulla situazione dell’industria e gli scenari futuri. S. Spreafico, Un’industria, una città. Cinquant’anni alle Officine «Reggiane», Il Mulino, Bologna 1968, pp. 451. Interessa anche la relazione di M. Bellelli, Scacco matto alle «Reggiane», presentata al Convegno: 1946 e dintorni. La ricostruzione a Reggio Emilia, 1945-1951, «RS-Ricerche Storiche», 103/2007, pp. 49-61, che, con Spreafico, rivaluta, prendendolo almeno in considerazione, il memoriale del direttore generale, ingegner Antonio Alessio, Luci e ombre della rinascita. Libro bianco, Reggio Emilia, Stab. Tipo-Litografico Rossi, 1945, pp. 36, scritto il 6 luglio 1945 all’indomani della defenestrazione da parte dei tre membri interni del Comitato di Liberazione. Sulla situazione delle Reggiane dal punto di vista del Comitato di fabbrica, v. la memoria presentata al II Congresso provinciale del cln, 28 agosto 1945, nel Fondo cln, B.16, f.3, APS, Reggio Emilia. 28 26 problematiche sociali e dalle loro patologie. Per quanto umano il medico non può perdere il necessario controllo del malato, recita il nostro dialetto che il medico troppo buono uccide il malato! La Relazione nel suo complesso serve a chiarire gli altri documenti che si pubblicano con l’avviso della loro valenza politica, di essere scritti sul tamburo dell’attualità, sotto l’incalzare di una economia di guerra, esplosa nel disastro del dopoguerra. Una classe dirigente nuova, nata tra clandestinità ed attesa, si cimenta, con gli strumenti cognitivi limitati ed intuiti più che certi, a traghettare dalla servitù della tessera al libero mercato un’economia fratturata, priva di strumenti logistici e di riferimenti di mercato. Dopo tanto dirigismo una naturale riserva mentale porta a diffidare dell’irrompere del libero mercato e si assiste alla sfasatura di una politica che erompe nella nuova dimensione liberaldemocratica dei suoi istituti ed una economia che, al contrario, tende ad appiattirsi sui modelli sclerotizzati dell’emergenza bellica, dietro lo schermo di una nuova cultura che chiede libertà politica, ma ha radici nella pianificazione, nel mito del «gosplan». Tuttavia la forza prorompente dell’espansione economica si irradia, comunque, al di là delle «grida», delle caute commissioni dirigistiche, dando vita ad un secondo mercato, quello della borsa nera, patologico fin che si voglia, ma ubbidiente alle leggi di mercato che ignorano i vincoli, quando il rischio moltiplichi il profitto. La prima presa di coscienza consapevole delle problematiche della ricostruzione è tutta nella generosa relazione di Virgilio Camparada, del 23 luglio 1945 al I Convegno economico dei cln della provincia, che non si nasconde le difficoltà del momento, eppure vuole cercare strade per uscirne, seguita dal Rapporto del Prefetto della Liberazione, Vittorio Pellizzi, del 3 agosto, che pubblichiamo, ai quali si accompagna il Verbale del 6 agosto di una delle tante, ma tra le più significative, assemblee delle oltre quindici sigle che contribuiscono a dar vita alla Commissione Consultiva degli Approvvigionamenti, emblematica per cogliere il formarsi delle decisioni del tempo. 27 Documenti documento 1 Relazione di Virgilio Camparada sulla situazione economica della Provincia al I congresso provinciale dei c.l.n., 24 luglio 1945 Nel pomeriggio il Congresso ha inizio con la relazione del Rag. Camparada, rappresentante del P. d’Azione nel c.l.n. Provinciale, sulla situazione economica della Provincia: «Prima di iniziare una sia pur sommaria relazione in ordine alla situazione economica della nostra Provincia, rivolgo a nome del c.p.l.n. un fervido saluto a tutti i produttori operai, tecnici, professionisti, contadini, che nel difficile momento che attraversiamo hanno dato, danno e daranno un esempio di laboriosità e di consapevole responsabilità per superare la crisi nella quale siamo caduti dopo un ventennio di malgoverno fascista, depauperazioni ed i vuoti spaventosi creati dalla guerra. La provincia di Reggio Emilia come è noto, basa la sua principale attività economica sul settore agricolo, ma in passato, attraverso uno sforzo veramente ammirevole, era riuscita a costruire una cospicua attrezzatura industriale così che essa poteva vantare di possedere nelle “Reggiane” il maggior complesso industriale dell’Emilia. Senonché dieci minuti di bombardamenti sono bastati a polverizzare letteralmente il risultato di questa opera feconda e costruttiva compiuta nel corso di due generazioni ed a gettare nelle difficoltà della disoccupazione migliaia e migliaia di operai. La provincia ha subito così un colpo assai grave perché la produzione normale delle sue industrie si ripercuoteva in modo notevole sull’attività generale del mercato e degli scambi incrementandone il volume e determinando in conseguenza un livello economico relativamente buono. All’infuori di quella stagionale o parassitaria la disoccupazione poteva ritenersi ridotta ad un livello quasi insignificante. Ora invece nonostante il proposito di ripresa costruttiva, la volontà sorta attraverso le intese dei c.l.n. e delle Autorità competenti, si manifesta per più preoccupante il problema della mano d’opera e della disoccupazione specie in vista della allarmante situazione economica che impone sacrifici e rinunce che non sono purtroppo giunte al loro massimo sviluppo. Ciò premesso, vengo a riferire brevemente della situazione tenendo distinti i tre grandi settori dell’economia: agricolo, industriale, commerciale. SETTORE AGRICOLO Come è noto la provincia di Reggio Emilia, estesa circa 230 mila ettari, solo per 170 mila è investita a culture produttive, il resto è montagna o zona inutilizzabile. 28 Le culture provinciali sono: il frumento, la carne, i prodotti caseari e l’uva; culture sussidiarie sono la barbabietola da zucchero, il pomodoro, la canapa ecc. Purtroppo l’eccezionale siccità seguita ad un periodo di mancata concimazione fosfatica e ammoniacale ha determinato una produzione il cui livello unitario è paragonabile solamente a quello degli anni più tristi dell’agricoltura reggiana. Basti dire che il frumento trebbiato a tutto il 15.7. ammonta ad una produzione merci di q.li 13,04 per ettaro, il che rappresenta circa il 56% della produzione media degli ultimi tre anni in modo che si calcola che la produzione complessiva della provincia supererà di poco i 500 mila q.li in confronto degli 800 mila in media degli ultimi tre anni, il che comporta una insufficienza materiale per l’alimentazione pubblica e per le semine, il fabbisogno relativo complessivo essendo valutato a circa 700 mila q.li. Altrettanto dicasi per le altre culture, orzo, segale e granoturco; quest’ultimo si prevede darà una produzione inferiore al 20% della media degli ultimi tre anni con conseguenze che tutti intuiscono specialmente nel settore dell’alimentazione dei suini. Altrettanto grave, se non forse maggiormente grave, la situazione foraggiera in questo settore; la mancanza di precipitazioni e le gravi difficoltà di regolari e tempestive irrigazioni del comprensorio delle bonifiche, dovute al basso livello delle acque del Po e ad altre cause contingenti, hanno determinato una spaventosa diminuzione della produzione degli erbai permanenti e in rotazione così che accade di vedere già in questa epoca i fienili semivuoti ed il bestiame alimentato quasi esclusivamente con foraggio di primo taglio e con fogliame d’olmo. Questa scarsezza di produzione foraggiera si è ripercossa in modo allarmante sia sul patrimonio zootecnico sia sulla produzione del latte, onde se ne risentiranno conseguenze indubbie nel campo alimentare e soprattutto nel settore grassi. La produzione dell’uva, che costituisce insieme a quella dei prodotti caseari il fondamento dell’economia agricola, si è presentata quest’anno veramente imponente talché – gli agricoltori – senza badare a spese – provvidero all’irrogazione degli anticrittogamici per la difesa di questo ricchissimo prodotto; senonché anche in questo settore la siccità ha gettato a larghe mani il suo veleno intossicante in modo che è da ritenere che, se non cade al più presto una provvidenziale pioggia, anche questo prodotto subirà falcidie così da scendere ad un livello quantitativo di gran lunga inferiore a quello degli scorsi anni. Il patrimonio bovino, che costituiva uno dei maggiori vanti qualitativi della nostra agricoltura stava rapidamente puntando verso i 200 mila capi. Senonché le falcidie apportate dalla guerra, dalle requisizioni e dalle rapine dei tedeschi e delle brigate nere, nonché il grave colpo portato dalla eccezionale siccità lo vanno riducendo a proporzioni veramente pietose e cioè ad un livello inferiore a quello in cui era 40 anni fa e cioè all’inizio delle provvidenze e delle iniziative attuate per la ricostruzione del bestiame bovino e suino della provincia. Dobbiamo qui dare atto ai g.a.p. e alle s.a.p. della pianura dell’attività veramente encomiabile svolta per la tutela del nostro patrimonio bovino contro la volontà criminosa dei nazi-fascisti di procedere ad un radicale e forzato “alleggerimento” delle stalle che ha potuto essere efficacemente combattuto sia sabotando i raduni che sottraendo e mettendo in salvo un numero veramente cospicuo di bestie. Solo per questo la situazione della nostra provincia in questo settore è, in confronto a quelle delle altre province, relativamente buona. Ciò nonostante, questa diminuzione è senza dubbio il fatto più grave verificatosi nel settore agricolo perché avrà conseguenze che non potranno essere eliminate se 29 non nel corso di molti anni e sempre che intervengano provvedimenti eccezionali di difesa in modo che l’agricoltore possa essere incoraggiato a rifare le sue stalle ed a riportarle ad un elevato livello di quantità e qualità. Altrettanto dicasi, come si è accennato, della situazione suini. Mentre la media di macellazione degli ultimi anni era di 30 mila suini grassi, quella di quest’anno è di soli 6 mila suini, cioè 1/5 della produzione normale. Gli allevamenti di lattonzoli sono enormemente diminuiti ed è da prevedere anche in questo settore una crisi che però, data la prolificità del maiale, sarà più facilmente superabile. La difficile situazione dei trasporti non ha ancora permesso il regolare rifornimento dei carburanti agricoli che devono essere ritirati a Faenza. Dal 20 giugno al 15 luglio, su circa 7.000 mila q.li assegnati, ne sono giunti soltanto 3.536,50 che vennero così distribuiti: per la trebbiatura q.li 3.042 e per l’irrigazione q.li 494,50. Gli arrivi sono in confortevole ripresa in questi ultimi giorni e si confida di potere continuare regolarmente le assegnazioni per trebbiatura ed irrigazione, dando inizio a quelle per l’aratura dei terreni, che è indispensabile eseguire tempestivamente. Sarebbe una grave lacuna concludere questo sguardo panoramico al settore agricolo se non si ricordasse il movimento cooperativo nel campo caseario e vitinicolo che ha assunto nella nostra provincia una enorme importanza e che costituisce e sempre più dovrà costituire il fondamento economico della nostra agricoltura come quello che evitando la speculazione consente al produttore il conseguimento di un giusto prezzo e la immissione al consumo di prodotti genuini a prezzo equo. E’ augurabile che le cooperative latterie sociali, cantine sociali, aumentino di numero, perfezionando la loro struttura, e, senza ricorrere ad eccessivi strumenti burocratici che ne inceppino la libera attività, raccolgono intorno ad esse la parte più sana e moderna dei nostri agricoltori. SETTORE INDUSTRIALE Si può bene affermare che una ripresa efficiente dell’attività industriale della provincia potrà effettuarsi solo quando siano stati risolti i due problemi chiave: carbone e trasporti, i quali sono uno in funzione dell’altro. Al riguardo si può accennare che le Autorità Alleate hanno assegnato all’Emilia 4 mila tonn. di carbone per il mese di luglio, carbone però che per assoluta mancanza di trasporti non è giunto né si ha la notizia che sia stato sbarcato ad Ancona. L’assegnazione per il mese d’agosto pare raggiunga le 18 mila tonn. per la regione Emiliana, il che lascia supporre che alla nostra provincia possa essere assegnato un quantitativo aggiratesi sulle 2.500 tonn. E’ da sperare che se tale carbone verrà effettivamente sbarcato al porto d’Ancona, esso potrà essere agevolmente trasportato fino a Reggio in ferrovia giacché si calcola che questa funzionerà entro il 15 agosto per il tratto Ancona-Rimini-Bologna-Reggio. Se ciò sarà vero, come ci auguriamo, si può affermare che un buon passo verrebbe fatto per la ripresa industriale. Questa infatti è collegata con la produzione di cemento e di laterizi, mentre è noto che lavorando l’industria edilizia questa si ripercuote favorevolmente su una serie di altre industrie ad essa collegate. 30 Le fornaci di calce e cemento di Scandiano e Vezzano sono in attività, ma lavorano unicamente a legna onde possono produrre unicamente gesso o calce di scarsa qualità. Tali prodotti d’altra parte sono per la quasi totalità impegnati per gli Alleati che li usano per i lavori di riparazioni e ricostruzioni da esse iniziati come il ponte sul Secchia e sull’Enza. Non appena vi sarà carbone a sufficienza le due dette industrie produrranno intensamente cemento e calce e il problema edilizio sarà risolto, giacché le fornaci laterizi sono già in attività parziale usando combustibile legnoso. La richiesta di materiale laterizio è di almeno 5.000.000 di pezzi per i primi 4 mesi mentre la disponibilità attuale ammonta a circa 250 mila pezzi, che però verrà integrata non appena il lavoro sarà ripreso in pieno. Il legname da costruzione, come il ferro, sono quasi totalmente mancanti. Le assegnazioni fatte dalle Autorità Alleate cono esigue, però quanto al ferro si potrà forse utilizzare una parte di quello recuperato all’Aeroporto almeno per farne oggetti di scambio come materiale grezzo in luogo di materiale finito. La più grande industria (le “Reggiane”) ha attualmente una maestranza di circa 2.000 operai oltre 900 impiegati. Il lavoro, in mancanza di materie prime, è ridottissimo ed è rivolto più che altro al riordinamento dei macchinari e degli impianti. Ma anche qui occorrono: migliaia di tonn. di cemento, ferro e carbone. Frattanto i reparti riparazioni veicoli e costruzioni mulini e macchine agricole, stanno riprendendo sia pure lentamente una discreta attività. Si può fondatamente ritenere che entro sei mesi, se non mancherà il cemento, le “Reggiane” potranno essere ricostruite in ragione del 50%, e in conseguenza potranno riassorbire circa 4 o 5 mila operai. Ciò è di estrema importanza perché consentirà di lenire la disoccupazione che va gradualmente aumentando*. Le altre industrie (Lombardini-Slanzi-Landini-Greco-Soc. Aeronautica ecc.) pur non avendo nutrito sensibili danni dai bombardamenti sono scarsamente attive sempre a cagione della mancanza di materie prime. Anche per queste però si confida che entro l’anno si potrà avere una notevole ripresa. Altre industrie importanti, oltre quella dei trasporti esercitata dal Consorzio delle Ferrovie Reggiane che ieri ha riaperto al traffico la linea Reggio-Guastalla, e la s.a.r.s.a. che ha iniziato servizi automobilistici anche interprovinciali; non ve ne sono. Però, nel campo alimentare è da tener presente le attività che svolgono le ditte Arduini-Prati e s.a.g.i.f., strettamente legate alla attività della se.pr.al. Il panorama del settore industriale è pertanto ancora meno roseo di quello agricolo. Però, qualora gli industriali e le rappresentanze aziendali del c.l.n. Possono ottenere, con l’appoggio delle Autorità, i quantitativi minimi indispensabili di materie prime si può guardare all’avvenire con non eccessiva preoccupazione. Da dati sommari raccolti dall’Ufficio di Collocamento risulta che i lavoratori dell’In- *A questo proposito è necessario che i C.L. in unione alle Camere del Lavoro facciano comprendere ai lavoratori che anche un assorbimento maggiore di mano d’opera da parte delle nostre industrie non potrà avere l’effetto di incidere in modo sensibile sullo stato quasi generale di disoccupazione industriale e che è bene incominciare fin da ora ad avviare il maggior numero di unità lavorative verso l’agricoltura che malgrado le difficoltà esistenti può avere con buona volontà possibilità di assorbire una parte della disoccupazione industriale. 31 dustria per il Comune di Reggio E. sono circa 2184, quelli agricoli circa 500. In complesso si calcola che la disoccupazione provinciale si aggiri su un totale di 15.200 operai oltre al numero imprecisato di altri elementi che non si sono presentati al competente Ufficio di Collocamento. SETTORE COMMERCIALE Si può affermare liberamente che la nostra provincia è quasi del tutto sprovvista di prodotti manufatti da inserire nel commercio. La mancanza di trasporti e soprattutto lo squilibrio che si determina fra il realizzo dei prodotti dell’agricoltura e il costo dei manufatti industriali sono le causa fondamentali di questa quasi totale assenza di prodotti manufatti quali: tessili e generi di abbigliamento, pelli e cuoi, cinghie, saponi, vetri, biciclette, pneumatici, materiali di lubrificazione, fili di ferro, mobilio, utensili da cucina ecc. Quanto al cuoio per iniziativa della Camera di Commercio si è potuto fare uno scambio fra pelli verdi e cuoio in ragione del 60%, di modo che si potrà farne tra breve una prima distribuzione di 300 q.li in ragione di 300 gr. pro capite agli abitanti del Comune di Reggio Emilia ad un prezzo di circa L. 200 al Kg. E’ pure in corso la lavorazione di altre pelli onde fornire un uguale quantitativo di cuoio a tutti gli altri abitanti della provincia. Effettuato un inventario delle merci esistenti, sono state sbloccate diverse qualità di prodotti, cosicché una grande quantità di commercianti ha potuto aprire i propri negozi e riprendere i traffici sia pure in volume molto limitato**. E’ augurabile che un maggior senso pratico e una maggiore comprensione della nostra particolare situazione provinciale determineranno gli organi centrali competenti ad imporre l’importazione di manufatti nella nostra provincia alle zone industriali, allo stesso modo come a queste siamo tenute ad esportare generi per l’alimentazione. Occorre che tutti si rendano conto delle immense difficoltà di fronte alle quali ci troviamo: paralisi dei trasporti, mancanza assoluta di determinate materie prime, squilibrio di prezzi, lotta contro la borsa nera, imboscamento di merci e di materie, elementi tutti che si frappongono in tanti diversi modi all’opera complessa e senz’altro difficile che i nostri uomini assegnati alle cariche di responsabilità debbono affrontare. **Prima di disporre dello sblocco, si è provveduto ad assegnare alla c.p.l. ed ai vari Enti un quantitativo di tessili da distribuire ai lavoratori. E’ intenzione di questo c.p.l. attuare su larga scala, non appena sarà possibile, l’assegnazione di prodotti ai lavoratori attraverso l’organizzazione che li rappresenta. E’ pure intendimento di questo Comitato di favorire attraverso una diretta assegnazione di prodotti industriali quei produttori agricoli che conferiscono a prezzo politico i prodotti agricoli. Tutta la materia economica è sottoposta alla disciplina di un Comitato Consultivo presieduto dal Prefetto e composto da rappresentanti del c.p.l.n. e di tutte le categorie interessate che si riunisce ogni Lunedì. Questo Comitato ha inoltre istituite varie commissioni presiedute da un Vice Prefetto, che, si può dire, siedono in permanenza ed affrontano e in parte svolgono pur con gli scarsissimi mezzi a disposizione, i gravi problemi economici del momento. 32 Bisogna che questi uomini siano sorretti dalla fiducia e dalla collaborazione dei c.l. i quali soltanto possono rappresentare al popolo che non sempre può essere sensibile delle difficoltà dei problemi, l’opera complessa che si deve svolgere per coordinare il comune sforzo ricostruttivo. Qualsiasi problema politico, qualsiasi discussione ideologica, anche importantissima, dovrà passare in seconda linea di fronte ai bisogni più urgenti del popolo che prima di tutto dovrà poter mangiare, avere una casa e trovare un lavoro che permetta di nutrire la famiglia. Di fronte a questa situazione bisogna trovare il modo di uscirne. Il mezzo che abbiamo è uno solo: LAVORO. Specialmente lavoro e collaborazione di contadini, di operai, di artigiani, di tecnici. Una prova di questa collaborazione deve essere data in questo momento mediante un’assidua ed efficace propaganda per la riuscita del Prestito Nazionale dalla quale dipende in gran parte la ripresa economica italiana. E non è senza significato che io termini questa molto sommaria relazione rivolgendo a tutti voi a nome del c.p.l.n. un appello caloroso perché tutti sappiano compiere in questo momento il loro dovere di italiani sottoscrivendo in misura anche minima ma plebiscitaria al prestito nazionale, perché sottoscrivere al prestito significa concorrere ad attenuare il disagio del carovita, dovuto soprattuto alle eccezionali emissioni di carta-moneta da parte dello Stato. Prosciugando lentamente parte della carta-moneta in circolazione e mettendo il Governo, oggi consapevole delle sue responsabilità, in condizioni di non ricorrere al torchio si fa l’interesse proprio e quello del paese». documento 2 Situazione politica ed economica della Provincia, 3 agosto 1945 Regia Prefettura di Reggio Emilia, [...] La situazione economica della Provincia è discreta. Essa, come è noto, è basata sostanzialmente sulla produzione agricola e solo in parte sul settore industriale e commerciale. La produzione agricola, che garantiva normalmente l’autosufficienza alimentare alla popolazione, in seguito all’annata particolarmente siccitosa ed all’ormai poliennale carenza di fertilizzanti e di macchine agricole, è quest’anno assai scarsa: lo stesso prodotto granario sarà insufficiente alle necessità della popolazione (mancheranno circa 200.000 q.li di grano); il patrimonio zootecnico, che era floridissimo qualitativamente e quantitativamente, è ormai ridotto, anche per le depredazioni fasciste e naziste, a poco più della metà con gravi conseguenze nel campo dell’alimentazione (latte, formaggio, burro e carne); la produzione del vino è stata invece ragguardevole, nel 1944, ma la intempestività e la contraddittorietà dei provvedimenti governativi del cessato regime hanno creato un notevole disordine economico in questo settore ed il mancato realizzo di un adeguato compenso per l’agricoltore, favorendo invece la speculazione. Nel settore industriale, che si imperniava sull’attività delle o.m.i. Reggiane (oltre 10.000 operai), esiste invece grave crisi sia in seguito all’avvenuta distruzione per bombardamento degli stabilimenti delle “Reggiane”, sia per la quasi totale mancanza di materie prime che impedisce la normale attività delle altre industrie. 33 Di qui una grave crisi di disoccupazione ed uno stato di preoccupante disagio economico e sociale in vasto strato della popolazione. Il settore commerciale non ha ancora ripreso la propria attività se non in forma limitatissima, e ciò principalmente a casusa della mancanza di prodotti di scambio e soprattutto della quasi totale inesistenza dei mezzi di trasporto. Il settore bancario è abbastanza equilibrato ed i depositi si vanno rapidamente impinguando nonostante un forte afflusso di capitale fresco che viene investito nella sottoscrizione in corso di Buoni del Tesoro (700.000 circa a tutto il 31 luglio). Si calcola che i biglietti circolanti tuttora fuori del controllo bancario ammontino ad oltre un miliardo. Se sarà possibile ottenere un’assegnazione mensile di carbone non inferiore a 2000 tonnellate, si può con assoluta tranquillità affermare che il problema della disoccupazione potrebbe essere affrontato e superato, giacché sarebbe possibile avviare ad una ripresa intensa il lavoro di produzione delle fabbriche locali di leganti idraulici, di materiale laterizio e di altri prodotti industriali, che sono indispensabili per la ricostruzione e per la ripresa di ogni attività industriale e agricola. Tali lavori potrebbero assorbire, nel loro complesso correlativo, oltre 15.000 operai. Qualora ciò non si potesse verificare, è da prevedere un autunno gravemente disagiato dal punto di vista economico ed un preoccupante squilibrio sociale e politico. La questione di attualità è il problema della mezzadria, per cui sono stati fatti tentativi di accordi ad iniziativa del Prefetto. Il problema dei prezzi, per il quale il popolo dimostra una naturale particolare sensibilità, è disciplinato sino ad ora con provvidenze di carattere locale, di inziativa del Prefetto, d’accordo con la Camera del Lavoro e con le Associazioni dei produttori. In questo campo il partito Comunista svolge un’opera onesta di fiancheggiamento all’azione delle Autorità. Ma questo problema è soprattutto, per la provincia di Reggio Emilia, nello squilibrio esistente fra i prezzi dei prodotti agricoli (prezzi notoriamente politici e non economici), e i prezzi dei manufatti industriali, per cui si arriva all’assurdo che il contadino, per comperare un paio di scarpe sul mercato di Milano (nel mercato locale non se ne trovano), deve realizzare il prezzo di 4 vitelli. Anche questo squilibrio crea grave disagio, oltre che economico, anche politico ed è assolutamente indispensabile che si agisca per eliminarlo. Per procedere alla ricostruzione occorrono materie prime; ma soprattutto occorre un completo disarmo morale e materiale, un ritorno effettivo alla osservanza delle leggi, il rispetto della persona e della personalità umana e una attribuzione di competenze fra Prefetto e c.p.l.n. ben chiara e definita per legge. f.o avv. Vittorio Pellizzi, Prefetto di Reggio Emilia documento 3 Verbale della Commissione Consultiva per gli Approvvigionamenti e Consumi. 6 agosto 1945 Il giorno 6 agosto [1943] si è riunita sotto la presidenza di S.E. il Prefetto – presso 34 la locale Prefettura – la Commissione Consultiva per gli Approvvigionamenti e Consumi. Erano presenti i seguenti sigg.: Un rappresentante della Prefettura “ Sepral “ Upsea “ Camera di Commercio “ Federazione Cooperative “ Ispettorato Agrario “ Federterra “ Latterie Riunite “ Associazione Industriali “ Consorzio Agrario “ Associazione Commercianti “ Unione Agricoltori “ Comune “ Camera del Lavoro “ C.L.N. Provinciale Sono stati trattati i seguenti argomenti: 1°. Prezzo farina Nelle recenti disposizioni dell’a.m.g. è stato stabilito che il prezzo della farina deve essere di £. 1.310 = franco mulino. Nello stabilire il prezzo del pane il Comitato Approvvigionamenti e Consumi [c.a.c.] ha omesso di considerare il prezzo del trasporto dal mulino al panificio . Considerato che la Sottocommissione aveva precedentemente concordato con i macinatori un prezzo di £. 60= al q.le e che tale prezzo è stato elevato dall’a.m.g. a £. 105= il q.le, il c.a.c. decide di lasciare invariato il prezzo del pane e di far gravare le spese del trasporto in parola sui macinatori. Quindi il prezzo di £. 1.310= al q.le per la farina non si intende più franco mulino ma franco panificio. Di ciò dovrà essere data comunicazione attraverso la stampa al pubblico e ai macinatori. 2°. Macinazione e mulini artigiani I proprietari di mulini artigiani, considerato che l’a.m.g. ha stabilito in £. 105= il prezzo di macinazione per i mulini industriali mentre quello concordato dalla Provincia era di £. 60=, hanno presentato domanda per ottenere proporzionale aumento sulle £. 35= e £. 40= il q.le convenute precedentemente e valide per il territorio della Provincia di Reggio. In relazione a tale richiesta il Comitato decide di aumentare il prezzo di macinazione per i mulini artigiani a £. 40= e £. 45=. 3°. Pasta Il Comitato sentita la proposta dei tecnici relativa alla riduzione dell’abburattamento dal 91% all’83-85%, il che renderebbe necessaria la diminuzione della razione di pasta di gr. 2.000 a gr. 1.800, decide: I- di consentire che la pasta venga fabbricata con farina abburattata all’83-85%; II- che la razione di pasta alimentare venga ridotta a gr. 1.800 mensili; di conse- 35 guenza la razione complessiva di generi da minestra di gr. 2.500 verrà integrata o totalmente con riso o con gr. 200 di farina di frumentone e gr. 500 di riso. La Sepral garantisce che il fabbisogno di riso necessario per attuare il provvedimento di cui sopra è già assicurato alla popolazione. La crusa che si produrrà con la riduzione dell’abburattamento sarà messa a dispostone dell’upsea tramite Copnsorzio Agrario per l’alimentazione suina di convenzione. Il Comitato esprime il voto che nella eventuale miscela che si dovesse attuare per la panificazione sia esclusa l’immissione di farina di frumentone perché notorialemnete occorre per la cottura maggior tempo di quello che occorre per la farina di frumento, orzo, segale, riso e, di conseguenza, si ottine un pane poco digeribile. Il Comitato ritenuto che una parte del pane prodotto per il fabbisogno delle persone munite di tessere è venduto con una percentuale di sale insufficiente, che d’altra parte non è possibile approvvigionarsi del fabbisogno per fornire i panificatori della quantità necessaria, decide di trattenre dalla razione individuale fissata in gr. 300=, gr. 20= che rapprdentano un peso complessivo mensile di q.li 80 circa, quantità sufficiente per integrare l’attuale assegnazione di dsale ai panificatori e raggiungere così la percentuale dell’1% di sale. In conseguenza di ciò a decorrere dal mese di agosto la razione individuale di sale sarà ridotta a gr.280. 4°. Prezzo cottura pane E’ demandato alla sottocommissione di fissare il nuovo prezzo di cottura del pane per conto terzi, in due classi: per il capoluogo e per i comuni della provincia. 5°. Fissazione nuovi prezzi del fieno Il Comitato approva i prezzi concordati dall’apposita Commissione sul fieno acquistato dalla Provincia di Ravenna: I- fieno pressato posto su camion da Ravenna £. 740= q.le, II- […] mezzo di trasporto dell’acquirente sul magazzino del CAP di Reggio, £. 1.300= q.le, III- Fieno pressato sul magazzino del cap in provincia, £. 1.385= q.le 6°. Macellazione abusiva Reggiolo Per i 63 bovini macellati senza regolare autorizzazione dal Sindaco di Reggiolo e accantonati nei frigoriferi della Ditta Ficarelli di Casoni di Luzzara, il Comitato approva quanto proposto dal Direttore dell’upsea e cioè che tutti i capi siano regolarizzati come conferimento tramite verbale di raduno mettendo la carne in carico a Federterra. Il prezzo in più pagato dal Sindaco di Reggiolo ai propri conferenti verrà pareggiato al momento del conguaglio carne. Qualora non ci fosse maggiorazione di prezzi sulla carne il Sindaco di Reggiolo penserà direttamente a regolarizzare la partita. 7°. Prezzo legna e carbone Il Comitato preso atto della comunicazione fatta dal V.Prefetto Dr. Cocconi in ordine alle numerose riunioni e ai contatti avuti in luogo con i rappresentanti degli industriali e lavoratori della legna, dopo maturo easame e sentito il parere dell’organo competente, decide in definitivo che il prezzo del carbone vegetale caricato 36 su camion sia di £. 670=, e il prezzo della legna in schiappe misura 90x120 essenza forte alle stesse condizioni di ubicazione e carico di cui sopra, sia di £. 155= il q.le. Quanto al prezzo al consumatore, poiché non è stato ancora definito il dato di trasporto, si rinvia ogni decisione alla prossima adunanza che avrà luogo giovedì 9 corr. Il Comitato autorizza i commercianti di legna a vendere legna e carbone da gasogeno. 8°. Richiesta Vezzani Virginio e F.lli Sulla richiesta dell’avv. Monaco per conto del sig. Mezzani Virginio e F.lli relativa al provvedimento di chiusura dei due caseifici industriali e alla destinazione del latte che ad essi veniva conferito dai produttori ad uso alimentare per la popolazione di Correggio, il Comitato esprime il parere che la domanda stessa debba essere respinta sentito anche il parere del c.l.n. che ha indotto, tra l’altro, motivi politici. 9°. Nuova consegna carne a Milano il Comitato esaminata la richiesta del Commissario Interregionale dell’Alimentazzione dell’Alta Italia intesa ad ottenere una ulteriore assegnazione di q.li 1.500= di carne, decide di procedere alla consegna di ulteriori q.li 750 per arrivare al completamento della richiesta precedentemente fatta ed accordata di q.li 3.000=. Decide anche di soprassedere a ulteriori consegne al di sopra del quantitativo stabilito di comune accordo. 10°. Campagna vinicola 1945-46 La Commissione Sepral d’accordo con l’Ente distillazione studierà il problema per approvvigionare la popolazione di vino, olio e pannelli di vinaccioli. 11°. Prezzo frattaglie Il Comitato decide di pubblicare il nuovo prezzo delle frattaglie perché la popolazione ne sia edotta. 12°. Prezzo latte Il prezzo del latte industriale al caseificio viene fissato in £. 900= al q.le a decorrere dall’1.8.45, mentre quello destinato al consumo verrà pagato a tale prezzo dal giorno in cui verrà applicato il nuovo prezzo del latte alimentare. La differenza a conguaglio verrà prelevata dal fondo della zootecnia. Tenuto conto di una resa di burro dell’1,8% e di formaggio del 7% si propongono i seguenti prezzi: – burro al kg. £. 150= – formaggio al kg. £. 110= – siero per q.le latte £. 45= – ricavo lordo £. 1.085= – spese di lavorazione £. 185= – prezzo del latte al caseificio £. 900= Tenuto conto inoltre della spesa di centralizzazione del latte di £. 360= al q.le, il latte alimentare si dovrebbe vendere a £. 1.260= addebitando 3 60= al q.le al fondo zootecnia, rimarrebbe così un prezzo netto del latte alimentare di £. 1.200= il q.le. 37 13°. Trasporti Il Presidente della Camera di Commercio comunica che in una sua recente visita all’Ufficio Trasporti Regionale Alleato gli è stato riferito che a Reggio verrà avviato un distaccamento di n. 30 autocarri della portata di q.li 30 denominati Truck Pool per il trasporto in ispecial modo dei generi alimentari. Il Comitato prende atto e raccomanda alla Camera di Commercio di provvedere in merito. Reggio Emilia, 7 agosto 1945 documento 4 Banca D’Italia Succursale di Reggio Emilia Relazione Sulla situazione economico finanziaria della provincia di Reggio Emilia Per l’anno 1946 [...] NOTE DI CARATTERE GENERALE La superficie territoriale della Provincia di Reggio Emilia è di kmq. 2291 nella quasi totalità coltivata. Infatti la superficie agraria forestale raggiunge i 2146 kmq. – pari al 93,70% – e, conseguentemente, quella improduttiva è limitata a kmq. 145, oltre a 50 kmq. di territorio devastato o danneggiato dalla guerra già in via di sistemazione. La Provincia, geologicamente distinta in tre grandi zone: piana – la più vasta (kmq. 2059) – centrale collinosa e di alta montagna, è costituita da 45 Comuni, i più importanti dei quali (n. 25), sia dal punto di vista della densità della popolazione, sia da quello economico, sono ubicati nella zona di pianura e più precisamente in quella parte della provincia confinante con il Po. La popolazione, sensibilmente aumentata in questi ultimi anni, ammonta a 390.000 abitanti, nella maggior parte dediti all’agricoltura dei quali 105.863 residenti nel capoluogo. Per il carattere prevalentemente piano del terreno, sufficientemente irrigato da corsi d’acqua (il Po, il Secchia, l’Enza e il Crostolo) e da grandiosi impianti irrigui, la provincia di Reggio Emilia è eminentemente agricola e di conseguenza l’agricoltura è la base prima dell’economia e del benessere abbastanza diffuso nella popolazione reggiana. Apporto notevole all’economia reggiana è pure dato dalle industrie sussidiarie dell’agricoltura e, in seconda linea, da quelle metalmeccaniche. La provincia è dotata di adeguati mezzi di trasporto. Infatti oltre a diversi servizi automobilistici che collegano giornalmente il capoluogo con le località della Provincia, sprovviste di ferrovia e le città delle limitrofe provincie, è servita da sei linee ferroviarie secondarie che, sebbene interrotte per cause di guerra, sono già 38 da qualche tempo in efficienza. Esposti sommariamente i caratteri prevalenti di questa Provincia, da annoverarsi fra le più importanti d’Italia, converrà esaminare più dettagliatamente i vari settori dell’economia reggiana, le possibilità di sviluppo della produzione agricola e industriale, l’attività commerciale, nonché la tendenza dei prezzi, il risparmio, il credito, la disoccupazione e i lavori necessari per l’eliminazione della disoccupazione stessa ed i provvedimenti auspicati. L’AGRICOLTURA Il primato dell’agricoltura, oltre alla fertilità del suolo e al frazionamento delle proprietà terriere, è altresì dovuto alla adozione dei mezzi meccanici di coltivazione, facilitato dalla presenza nella zona di rinomate Società produttrici di trattori, di pompe e motopompe ed altri attrezzi agricoli. La fertilità del terreno è in buona parte dovuta alle opere di bonifica e di irrigazione eseguite dalla Bonificazione Parmigiana Moglia e dal Consorzio di Bonificazione Bentivoglio, consorzi che irrigano complessivamente ettari 60.000 di terreno, nei cui riguardi si dirà nel capitolo concernente i lavori di pubblica utilità per lenire la disoccupazione. Ma il merito maggiore del primato dell’agricoltura è senza dubbio dovuto al frazionamento della proprietà terriera ed infatti ha qui raggiunto limiti, sotto certi aspetti, insuperabili. «Si può dire che l’azienda tipo più diffusa sia quella che raggiunge la superficie media di sei ettari. Tale frazionamento risale ad oltre un trentennio ed in questi ultimi anni si è notevolmente accentuato perché i mezzadri e principalmente gli affittuari hanno ritratto durante la guerra – e tuttora – dei guadagni considerevoli dalla vendita dei prodotti agricoli sottratti agli ammassi ed altresì dalla vendita dei grassi e del formaggio tipico grana. Risulta infatti che specialmente negli anni 1945 e 1946 i mezzadri e gli affittavoli hanno acquistato terreno a prezzi finora mai raggiunti (£. 250/300.000 per ettaro) e se ciò li ha affrancati dalla dipendenza padronale, non ne ha tuttavia beneficiato la popolazione perché essi, contrariamente a quanto fatto nei precedenti anni, hanno gradatamente immesso al mercato prodotti in misura sempre inferiore. Essi hanno altresì contribuito al notevole aumento dei prezzi poiché non abbisognando di realizzare hanno, nei periodi critici, sottratto al consumo importanti quantitativi di prodotti agricoli e grassi in genere ed in ciò sono stati favoriti dalla ottima organizzazione cooperativistica esistente in questa Provincia e al cui riguardo si tratterà più ampiamente in altra parte della presente relazione. L’economia agricola reggiana che si basa principalmente sulle seguenti produzioni: foraggera, viticola, cerealicola e l’allevamento del bestiame, non ha risentito gran che dalla guerra, in quanto per l’avvenuta rapida liberazione di questa Provincia, è stata salvata quasi interamente l’attrezzatura produttiva e particolarmente quella agricola. Si tratta ora singolarmente la produzione agricola: La cultura foraggera si impernia sui numerosi corsi d’acqua e principalmente sull’ottimo e vasto sistema di irrigazione ed è stimolata per un sempre maggiore allevamento di bestiame da latte, prodotto questo che viene per l’80% utilizzato dall’industria casearia per la produzione del burro e del formaggio tipico grana. 39 La viticoltura apporta un contributo notevolissimo alla economia agricola, in quanto la vite è coltivata per circa la metà dell’intera superficie agraria e forestale e cioè in oltre 100.000 ettari. Si producono soprattutto uve con alta gradazione zuccherina adatte per vini pregiati lambruschi effervescenti. Fra la produzione cereagricola, il frumento costituisce la principale cultura alimentare, il granoturco, invece, per quanto la sua coltivazione sia molto diffusa nella bassa reggiana, serve in scarsa misura per l’alimentazione umana, mentre è di rilevante importanza per l’alimentazione dei suini, il cui allevamento è notevole e favorito dall’utilizzo del siero proveniente dalla lavorazione industriale del latte. Anche la produzione del riso non è trascurabile, mentre gli altri cereali, cosiddetti minori, non influiscono sulla produzione cereagricola essendo coltivati in estensioni minime. Dal seguente prospetto potrà essere rilevata l’importanza della produzione agricola e l’andamento della produzione stessa durante il biennio 1945-46, nonché i quantitativi dei prodotti annui e quelli conferiti agli ammassi obbligatori con le relative valutazioni. PRODUZIONE AGRICOLA DELLA PROVINCIA DI REGGIO EMILIA 1945 (in migliaia di £.) 1945 (in migliaia di £.) Valore Quantità Prezzo Valore Quantità Prezzo Quantità Prodotti Quantità conferita medio o di totale totale medio di conf. in q.li in q.li ammassi ribasso produzione ammassi ammasso produzione Grano 535.300 122.775 750 401.475 801.215 302.000 2.250 1.802.733 Granoturco 82.750 1.165 542 44.850 180.000 6.200 1.600 288.000 Orzo 24.000 6.185 600 14.400 41.350 7.740 2.065 85.387 Segale 1.500 65 750 1.125 1.400 97 2.250 3.150 Avena 1.850 = 2.000 3.700 1.650 = 6.000 9.900 Riso 9.126 7.805 1.800 16.427 17.500 11.630 2.800 49.000 Bietole 10.000 = 250 2.500 45.000 = 400 18.000 Pomodoro 35.000 = 500 17.500 45.000 = 800 36.000 Foraggi 4.603.000 = 900 4.143.042 4.500.000 = 1.000 4.500.000 Frutta 10.000 = 3.500 35.000 15.000 = 5.000 75.000 Uva 1.300.000 = 3.500 4.550.000 1.150.000 = 4.200 4.830.000 Latte 750.000 = 1.900 1.425.000 1.000.000 = 4.500 4.500.000 Prod. Ort. 19.180 = 3.000 57.540 29.150 = 4.000 116.600 Bozzoli 22 = = 420 119 = = 1.692 10.712.979 16.315.462 Ad illustrazione dei dati su riportati si precisa che l’aumento della produzione agricola verificatosi nel 1946 e soprattutto del frumento non è soltanto da attribuirsi al favorevole andamento stagionale, ma altresì al fatto che gli agricoltori data la politica degli ammassi, pensarono già dal 1945 di ritrarre – come hanno in effetti ritratto – un maggior utile e specialmente dal collocamento del frumento al mercato libero. Altro elemento non trascurabile è dovuto alla completa rotazione della coltivazione ultimata nel 1946. Infatti oltre ad una maggiore estensione di 40 terreno coltivato a frumento (nel 1945 ettari 40.200, nel 1946 ettari 42.200) si rileva un maggiore conferimento ai «granai del popolo», conferimento che ha superato le previsioni fatte. Anzi si può dire che la Provincia di Reggio Emilia è fra le poche che hanno conferito agli ammassi il prodotto in misura più elevata. Anche il frumentone è aumentato, ma per contro non si riscontra un analogo aumento nel conferimento all’ammasso poiché tale prodotto non è sufficiente per l’allevamento dei suini per i quali occorrerebbero non meno di 500.000 quintali per anno. La diminuzione assai sensibile nei foraggi è attribuibile alla siccità verificatasi durante l’anno 1946 e quella dell’uva è dovuta alla filossera, nonché alle brinate verificatesi in primavera. Il maggior quantitativo di latte prodotto è in relazione all’aumento verificatosi nel bestiame e soprattutto nella sostituzione delle vacche oramai vecchie con giovenche, ma tale produzione non ha finora raggiunto il limite di anteguerra ammontante in media a q.li 1.500.000, per il fatto che è tuttora sentita la mancanza dei mangimi concentrati ed anche perché gli agricoltori non si sono curati durante i 5 anni di guerra di continuare a selezionare le vacche lattifere. A conclusione di questo capitolo si aggiunge che gli agricoltori già si predispongono per una maggiore coltivazione di prodotti agricoli utilizzabili per le industrie, quali ad esempio la frutta, il pomodoro, le bietole e pensano limitare la coltivazione del frumento e di altri prodotti cereagricoli in previsione della concorrenza dell’estero. In altre parole si tende ad industrializzare l’agricoltura più di quanto non sia stato fatto fino adesso in questa Provincia che può considerarsi all’avanguardia in tale campo. PATRIMONIO ZOOTECNICO La provincia di Reggio Emilia è fra le più dense di bestiame e in special modo di bovini, ciò è dovuto alla diffusa cultura dei foraggi e alla costante cura degli agricoltori nella selezione delle razze per una sempre maggiore e migliore produzione del latte che, come si è detto sopra, viene lavorato industrialmente per l’80%. Prima della guerra si contavano circa 200.000 bovini, 120.000 suini e pure gli equini e gli ovini erano abbastanza numerosi, non senza considerare il notevole allevamento degli animali da cortile. Il patrimonio zootecnico non ha subito durante la guerra una rimarchevole riduzione, nonostante da parte dei tedeschi sia stato asportato un buon numero di capi di bestiame, in quanto gli agricoltori negli anni 1943 e 1944 avevano allevato vitelli in maggior numero di quello che non avessero fatto nei precedenti anni in previsione di vedersi requisire i grossi capi. Tale previsione fortunatamente non si è verificata per la precipitosa fuga delle truppe germaniche. Peraltro subito dopo la liberazione, a causa della persistente siccità avutasi nel secondo semestre del 1945, gli agricoltori hanno dovuto alleggerire le stalle vendendo a prezzi piuttosto bassi bovini e suini. Altro elemento sfavorevole all’incremento del patrimonio zootecnico è dovuto alla scarsezza dei mangimi concentrati e di ciò ne ha risentito principalmente l’allevamento dei suini, notevolmente diminuiti nei confronti dei capi esistenti nel 1939. 41 Dal seguente prospetto potrà rilevarsi l’importanza e il valore del patrimonio zootecnico, nonché il raffronto fra gli anni 1945 e 1946: 1945 Capi Bovini 167.944 Suini 64.293 Ovini e caprini 53.167 Equini 8.850 1946 Valore (in migliaia £.) Capi 4.030.600 176.000 1.446.600 69.000 53.100 58.000 309.700 9.200 5.8440.000 Valore (in migliaia £.) 14.080.000 2.070.000 116.000 708.400 16.974.400 Per il 1947 si prevede un ulteriore incremento del patrimonio zootecnico e segnatamente dei bovini da latte, ma purtroppo negli ultimi mesi del 1946 si sono verificati casi di mortalità per afta epizootica a causa dei quali la Prefettura ha ordinato la chiusura dei mercati e delle fiere. Per contro però si notano acquisti di mucche lattifere dalla Svizzera se pur limitati finora a qualche centinaio di capi. INDUSTRIE L’industria, come le altre diverse attività della economia reggiana, è tributaria dell’agricoltura. La più importante e caratteristica è la industria «casearia», la segue per importanza quella «enologica» e tutte le altre industrie alimentari, dalla lavorazione delle carni alle distillerie. Di notevole importanza sono pure le meccaniche, le chimiche e sono altresì da annoverare l’industria dei laterizi e del truciolo. INDUSTRIA CASEARIA Come già si è avuto modo di accennare nel capitolo relativo alla agricoltura, il latte prodotto viene per l’80% lavorato per la produzione del burro e del formaggio tipico grana. A dimostrare l’importanza principe di tale industria basterà riportare qui di seguito i dati relativi alla produzione casearia del 1946 e i miglioramenti conseguenti nei confronti del precedente anno: Anno 1945 Latte lavorato q.li 750.000 valore £.1.425.000.000 Burro prodotto q.li 15.000 valore £. 450.000.000 Formaggio grana q.li 60.000 valore £.3.900.000.000 Totale produzione casearia anno 1945 £.4.350.000.000 Anno 1946 Latte lavorato q.li 1.000.000 valore Burro prodotto q.li 17.000 valore Formaggio grana q.li 73.000 valore Totale produzione casearia 1946 42 £. 4.500.000.000 £. 680.000.000 £. 5.110.000.000 £ 5.790.000.000 Ma tale valore – determinato ai prezzi ufficiali – può considerarsi quasi raddoppiato per i quantitativi notevoli che sono stati venduti al mercato libero a prezzi altissimi. Devesi inoltre tener presente i sottoprodotti quali la caseina, il lattosio ecc. e soprattutto il siero che viene utilizzato per l’allevamento dei suini, non senza tralasciare la produzione dei formaggi cosiddetti molli e fusi, nonostante in questa Provincia non se ne produca in quantitativi notevoli come avviene in Lombardia. A tale industria si dedicano non meno di 50 aziende; fra le principali primeggiano la Cremeria Emiliana di Cavriago, la ditta Zatti, Verderi, Chiesi di S. Ilario, ma soprattutto ben 460 latterie sociali le quali lavorano l’85% circa del latte industriale. Le previsioni per l’anno 1947 sono favorevoli e si confida, anche in relazione all’aumento dei bovini e a una maggiore disponibilità di mangimi concentrati, di raggiungere i quantitativi di anteguerra che si aggiravano sui q.li 36.000 di burro e q.li 120.000 di formaggio. Strettamente connessa alla industria casearia è la «stagionatura» del formaggio grana alla quale si dedicano importantissime ditte quali la ditta Castelli, la ditta Rocca G. Battista, Azzali Medardo, nonché le stesse «Cremerie» e le Latterie sociali. INDUSTRIA ENOLOGICA L’industria enologica è un altro dei capisaldi del complesso organico della economia reggiana. Nella provincia esistono diverse aziende private e fra esse occupano il primo posto per produzione, commercio ed esportazione le ditte S.A. Fratelli Gallinari, ditta Folonari, Riccardo Fornaciari, Cavalli Luigi, Maffei Torquato, nonché 36 Cantine Sociali gestite sotto forma di cooperative. Qui di seguito si riportano i dati relativi alla produzione dei vini, fra i quali primeggiano i «lambruschi», durante l’anno 1945 e 1946. Anno 1945 Uve vinificate Vino prodotto q.li 1.300.000 hl. 900.000 valore £ 3.600.000.000 Anno 1946 Uve vinificate Vino prodotto q.li 1.150.000 hl. 800.000 valore £ 4.000.000.000 Gli industriali ed i commercianti di vino hanno ritratto notevolissimi guadagni specialmente durante l’anno 1945, in quanto hanno venduto il vino a £. 4.500 l’ettolitro che avevano acquistato all’inizio della campagna al prezzo di £. 1.200 l’ettolitro. Nel 1946 hanno pure continuato a conseguire notevoli guadagni per il sempre costante aumento di tale prodotto. Si aggiunge che molte ditte private acquistano notevoli quantitativi di uve, mosti e vini nell’Italia Centro Meridionale che, dopo la lavorazione con i vini nostrani, collocano principalmente nell’Italia settentrionale. A comprovare l’importanza della lavorazione dei vini basterà considerare che il complesso industriale «Gallinari», noto oramai in tutta Italia, acquista e lavora annualmente non meno di 800/900.000 ettolitri di vino. È bene altresì aggiungere che le cantine sociali lavorano non meno del 50-60% delle uve prodotte in questa Provincia e ciò ha indotto le più importanti aziende vinicole a svolgere la propria 43 attività nell’Italia Centro Meridionale ove, come detto sopra, acquistano importantissimi quantitativi di uve, mosti e vini. Le previsioni per il 1947 non sono buone in quanto si ritiene di avere una ulteriore diminuzione della produzione dell’uva poiché le viti sono colpite dalla filossera; ma è bene far rilevare che nel decorso anno gli agricoltori hanno effettuato nuovi impianti di viti per riportare la produzione dell’ uva a quella anteguerra e si può confidare che nei prossimi anni si raggiungerà lo scopo in quanto l’uva ha sempre rappresentato in questa Provincia uno dei capisaldi dell’economia agricola. DISTILLERIE E RAFFINERIE DI ALCOOL E FABBRICHE LIQUORI Esistono in questa provincia complessivamente n. 10 distillerie e n. 2 raffinerie la cui produzione complessiva si aggira sui seguenti quantitativi: Alcool litri ettanidri 1.593.320 valore£. 525.796.000 Olio di semi (fabbriche n. 16) id. 1.014.225 valore£. 608.535.000 Vinaccia esausta o pannello combustibile quintali 110.000 valore£. 110.000.000 1.244.331.000 Le materie prime vengono fornite dai mercati della zona emiliana ed i prodotti vengono nella maggior parte assorbiti dal mercato locale. LAVORAZIONE DELLE CARNI ED ALTRE INDUSTRIE ALIMENTARI A tale lavorazione, e segnatamente delle carni suine, si dedicano alcune aziende – non meno di una decina – le quali producono il tipico salame detto fiorentino, mortadella, zamponi, cotechini ecc. Durante il 1946 sono stati macellati nei mattatoi privati annessi a stabilimenti industriali n. 15.764 suini e n. 22.541 macellati a domicilio, complessivamente n. 38.305. Di conseguenza la produzione annua degli insaccati si può computare intorno ai 52.900 quintali di prodotti vari, nella proporzione del 55% di salumi e del 37% di grassi per un valore complessivo aggirantesi intorno a £. 3.150/milioni. Dato l’incremento verificatosi nell’allevamento dei suini, si prevede per il 1947 una maggiore produzione di grassi e di salumi. Fra le industrie alimentari è da segnalare quella della produzione della conserva di pomodoro, che in questi anni sta assumendo una discreta importanza per l’intensificarsi della coltivazione dei pomodori. A tale lavorazione si dedicano n. 8 aziende. Inoltre l’industria molitoria è abbastanza diffusa in tutta la zona per la presenza di una trentina di molini dotati di moderne istallazioni meccaniche e motrici. In questo campo però è auspicata la costruzione di qualche molino con maggior capacità onde poter procedere alla macinazione anche dei cereali prodotti nelle provincie limitrofe e ciò risolverebbe, almeno in parte, la deficienza della crusca e degli altri sfarinati indispensabili per l’allevamento dei bovini e dei suini. 44 INDUSTRIE MECCANICHE Le industrie meccaniche avevano assunto durante la guerra una importanza di primo ordine quasi da superare quella della agricoltura; per la notevole produzione e per la mano d’opera che occupavano e ciò soprattutto per merito della nota Società «Reggiane» officine Meccaniche Italiane, il cui stabilimento andò quasi completamente distrutto nel gennaio 1944 per bombardamento aereo. Tale società, appena cessate le ostilità, ha iniziato subito la ricostruzione del suo stabilimento mercè i notevoli anticipi avuti dallo Stato per danni di guerra e per crediti vantati per forniture belliche. A comprovare l’opera meravigliosa di ricostruzione della «Reggiane» si riportano qui di seguito alcuni dati: Superficie coperta prima del bombardamento mq. 190.000 Superficie coperta attuale mq. 132.000 Binari prima del bombardamento mq. 15.500 Binari attuali mq. 20.500 Grue sistemate n°. 66 Per la ricostruzione sono stati impiegati, dal settembre 1945 al 30 giugno 1946 n. 2.500 operai, nel secondo semestre del 1946 n. 1.150 operai e sono occorse £. 600 milioni. Durante la guerra la «Reggiane» occupava non meno di 15.000 fra operai e impiegati e la sua produzione era quasi totalmente orientata alla produzione di aeroplani del tipo da bombardamento e da caccia nonché di motori d’aviazione e di pezzi di ricambio. Non appena ricostruito lo stabilimento sono stati trasferiti a Reggio Emilia quasi tutti i macchinari che trovavansi sfollati in Alta Italia e fin dal maggio 1945 fu possibile riprendere l’attività allora costituita dalla fabbricazione di cucine economiche con l’utilizzo di materiale ferroso. Ma nei successivi mesi, sistemati oramai i macchinari ed ottenute le materie prime occorrenti, ha ripreso a costruire, come prima della guerra, locomotive, carri ferroviari e la riparazione di essi, nonché macchinari per laterizi, pastifici e silos. Attualmente occupa circa 5/6 mila operai e la sua produzione ha conseguito notevoli progressi in questi ultimi mesi. Si dice che abbia commissioni di locomotive e carri ferroviari per un valore aggirantesi sul miliardo di lire, ma l’intensità della produzione è ostacolata dalla crisi della energia elettrica e, in linea generale, dalla mancanza di materie prime incluso, in particolare, il carbone. Ma se la «Reggiane» è il caposaldo della industria meccanica, in questa Provincia vi sono però altre importanti ditte industriali e cioè la «Lombardini» S.A. di Reggio Emilia, la ditta Fratelli Slanzi di Novellara, la ditta Fratelli Landini di Fabbrico, le Officine Ing. G. Greco e C. di Reggio Emilia. La Lombardini e la Slanzi producono: la prima motori per la marina e motopescherecci, la seconda pompe, motopompe e macchine pressa-foraggi. La ditta Landini produce invece rinomati trattori agricoli; le Officine Ing. Greco riparazione e costruzione di locomotive Decauville. A comprovare la produzione industriale negli anni 1945 e 1946, si riportano qui di seguito alcuni dati relativi alle aziende più importanti: 45 1945 (in migliaia £.) 1946 (in migliaia £.) 51.400 59.700 268.200 379.300 249.400 411.900 146.700 808.000 Ditta Landini – Fabbrico Trattori agricoli n° 600 nel 1945 e 500 nel 1946 270.000 Pezzi di ricambio 60.000 330.000 500.000 100.000 600.000 S.A. Lombardini – Reggio Emilia Motori prodotti nel 1945-1258) Motori prodotti nel 1946-1499) 50.000 Pezzi di ricambio 6.000 56.000 265.000 20.000 285.000 «Reggiane» off. Mecc. Ital. Macchine agricole per molini pastifici ecc. Materiale rotabile ferro-tramv. Costruzioni meccaniche varie Fra le altre industrie operanti in questa Provincia è da ricordarsi la Ceramica Veggia, produttrice di mattonelle smaltate per rivestimenti, apprezzata per la sua impeccabile produzione, nonché n. 35 fornaci per la fabbricazione di mattoni pieni e forati, coppi, tegole ecc. Fra le industrie del legno primeggia la Società Mossina, con stabilimento in Guastalla, per la produzione dei compensati. Sono altresì da ricordarsi le industrie per la lavorazione dei vimini e del truciolo per la fabbricazione di trecce e cappelli, in notevole ripresa. Fra le industrie tessili sono da ricordarsi il Calzificio Emiliano di Reggio Emilia per la fabbricazione di calze, la ditta Govi di Cavriago per la tessitura della lana, del cotone e della canapa. Fra le industrie chimiche meritevole di particolare menzione è il Laboratorio Farmacologico del Dr. Recordati di Correggio per la sua importantissima produzione di specialità medicinali che prima della guerra venivano esportate in quasi tutti i paesi del mondo. Tale industria ha ripreso in pieno la propria attività ed è già nuovamente rimarchevole la sua esportazione all’estero. In Reggio Emilia esiste altresì uno stabilimento di prodotti chimici esercito dalla Società Montecatini che produce principalmente acido solforico. Si ricordano infine, a titolo di semplice notizia, le cave di pietra da costruzione, le fornaci e mulini di gesso, calce e cementi. Fra l’artigianato prevalgono la costruzione di cucine economiche, la lavorazione di attrezzi rurali e per caseifici, del sughero ed i mobili. COMMERCIO Il commercio reggiano deve il suo ragguardevole volume all’agricoltura e alle industrie da essa tributarie; le uve, i vini, i latticini, le carni insaccate, i cereali, i bovini, i suini, le pelli, gli alimentari in genere ed i laterizi sono i generi di maggiore e più 46 frequente scambio. Si può affermare che l’attività commerciale dà luogo a un movimento di affari notevolissimo che non è possibile concretizzare in cifre precise. Tuttavia sembra utile riferire che presso la Sezione di Tesoreria Provinciale durante gli anni 1945 e 1946 si sono avuti i seguenti introiti: Anno 1945 £. 93.540.000 – anno 1946 £. 232.530.000 e poiché l’aliquota di tale imposta è stata del 4% si può dedurre che si sono avuti scambi per £. 2.313.500.000 per il 1945 e £. 5.813.250.000 = per il 1946. Se si considera poi che i generi di prima necessità (alimentari) sono esenti dal pagamento della cennata imposta, si può dire che il valore degli scambi commerciali si aggiri su diverse decine di miliardi. Subito dopo la liberazione di questa Provincia sono notevolmente aumentate le vendite dei vini, del bestiame, dei salumi e del formaggio. I commercianti e soprattutto i grossisti hanno conseguito notevoli guadagni per il costante aumento dei prezzi verificatosi su tutte le merci indistintamente. Specialmente coloro che si dedicano al commercio dei generi alimentari, se pur tuttora legati da un complesso di disposizioni che ne regolano la vendita ai consumatori, hanno ritratto notevoli guadagni. A comprovare quanto sopra si riportano qui di seguito i prezzi legali e di mercato libero dei su indicati generi di prima necessità praticati all’inizio e alla fine dell’anno 1946, dati desunti dalle segnalazioni della locale Camera di Commercio. Prezzi legali Prezzi libera vendita gennaio dicembre gennaio dicembre Pane al Kg. 18 21 Pasta ” 22 26 Riso ” 30 65 Farina bianca ” 15 16 Fagioli ” - - Patate ” - 29 Cavoli e verze ” - - Uova l’uno - - Conserva di pomodoro - 140 Zucchero al Kg. 60 156 Vino comune al l. 33 32 Olio di oliva al l. + + Burro al Kg. 217 428 Lardo ” 188 - Strutto ” - - Carne bovina ” 155 + Carne suina ” - - Formaggio grana ” 170 300 Latte al l. 20 30 Carbone veg. al Kg. 10 - - Legna ardere al q.le 435 70 75 62 70 173 59 - 15 260 850 52 590 685 400 420 250 355 790 30 13 435 90 123 126 93 235 55 29 35 196 900 65 1100 1100 650 683 360 480 1050 46 15 700 47 COSTO DELLA VITA In analogia a quanto sopra esposto al capitolo del commercio, è utile esaminare l’andamento del costo della vita limitatamente alle spese alimentari occorrenti settimanalmente per una famiglia tipo di cinque persone e, a tal fine, si riportano i dati forniti dal locale Ufficio del Lavoro per il periodo dal luglio 1945 a tutto il dicembre 1946: Spesa settimanale per famiglia tipo Idem ” ” ” ” mese di luglio 1945 agosto 1945 settem. 1945 ottobre 1945 novemb. 1945 dicemb. 1945 £. 2.186 £. 2.851 £. 3.440 £. 3.865 £. 4.332 £. 3.895 1946 gennaio febbraio marzo aprile £. ” ” ” 4.282 4.088 4.257 4.199 maggio giugno luglio agosto £. ” ” ” 4.739 4.853 4.376 4.630 settembre ottobre novembre dicembre £. ” ” ” 4.584 4.916 5.529 5.714 A maggiore intelligenza si riporta [nella pagina a fianco, ndr] un prospetto per il calcolo del costo della vita per una settimana del mese di dicembre 1946, predisposto dal predetto Ufficio del Lavoro. EPORTAZIONE L’esportazione all’estero della produzione reggiana nel 1945 è stata pressocché nulla; mentre nel successivo anno si è avuto un inizio promettentissimo. Le merci esportate sono rappresentate principalmente da motori Diesel, macchinari per pastifici, vini, mattonelle smaltate, enocianina, prodotti medicinali, lavori in vimini e cappelli di paglia. Tali esportazioni sono avvenute verso i seguenti Paesi: Svizzera, Portogallo, Egitto, Palestina, Sud Africa, Stati Uniti d’America, Cuba, Columbia, Venezuela, Equador, Brasile, Argentina. Per un concetto del valore delle esportazioni si riportano qui di seguito le aperture di credito eseguite dalla locale Banca Commerciale Italiana, nonché l’ammontare del benestare all’esportazione rilasciati da detta Banca presso la quale si può dire sia accentrato quasi tutto il lavoro con l’Estero e della nostra Banca ed infine l’ammontare dei certificati di origine rilasciati dalla locale Camera di Commercio. 48 Costo vita spesa settimanale dicembre 1946 Generi Unità Quantità di misura necessaria Razionamento mercato ufficiale Quantità Spesa settimanale Mercato libero Prezzo Importo Quantità Prezzo Importo pane Kg. 12.= 8,225 21.= riso ” 2.= 0,583 74.= pasta ” 4,600 0,583 26.= fagioli ” 2.= - - Carne bovina ” 2,600 - - Formaggio grana ” 0,500 0,500 300.= pesce ” 0,500 - - olio lt. 0,300 - - vino ” 7.= 7.000 30.= patate Kg. 2,500 - - verdura ” 5.= - - frutta 2.= - - ” uova N° 10 - - latte lt. 7.= 7.= 30 zucchero Kg. 0,700 0,350 156 surrogato ” 0,150 - - strutto ” 0,200 - - salumi ” 0,280 - - burro ” 0,300 0,250 266 lardo ” 0,500 - - Conserva di pomod. ” 0,150 - - 173.= 43.= 15.= - 3,775 1,427 4,017 2.= 90.= 127.= 123.= 237.= 340.= 181.= 494.= 474.= 513.= 224.= 509.= 474.= - 2,600 377.= 980.= 980.= 150.= - - 210.= - - - - 210 55.= - - - 66.= - - 0,500 0,300 - 2,500 5.= 2.= 10 - 0,350 0,150 0,200 0,280 0,050 0,500 - 300.= 1083.= - 44.= 38.= 79.= 35.= - 860.= 70.= 683.= 713.= 1067.= 617.= - 150.= 325.= - 110.= 190.= 158.= 350.= - 301.= 11.= 137.= 200.= 53.= 308.= 150.= 150.= 325.= 210.= 110.= 190.= 158.= 350.= 210.= 356.= 11.= 137.= 200.= 119.= 308.= - 0,150 197.= 922.= 30.= 4.792.= 30.= 5.714.= APERTURE DI CREDITO Fr. Belgi 1.698.000 (clearing) Lire sterline 9.155 Escudos portoghesi 141.000 Dollari 104.275 BENESTARE ALL’ESPORTAZIONE RILESCIATI NEL 1946 Dollari 24.976,62 Franchi svizzeri 161.202,35 (compensazione privata) Lire sterline 5.738 Escludos portoghesi 260.784 Lire italiane 44.107.000 49 I certificati di origine rilasciati dalla locale Camera di Commercio durante l’anno 1946 ammontano a n° 78 per £ 53.240.000, importo calcolato, per quelli espressi in moneta estera, al cambio ufficiale maggiorato della quota di adeguamento del 125%. Per le esportazioni si prevede nel prossimo anno un incremento notevole e in special modo di macchinari, motori Diesel, vini, medicinali, lavori di vimini, qualora si semplifichino le formalità all’uopo prescritto. Per contro e a semplice titolo di notizia si fa presente che le importazioni sono limitatissime e, nel 1946, sono rappresentate dalla importazione di sughero dalla Spagna (Pesetas 86.487), di medicinali dalla Francia (fr. 55.000) e di concimi dagli Stati Uniti (dollari 31.505). EDILIZIA-LAVORI PUBBLICI RIPARAZIONI DI GUERRA Si premette che in questa città le case di abitazione non hanno subito molte distruzioni per cause di guerra, mentre non può dirsi analogamente per la zona montana ove i tedeschi hanno incendiato villaggi interi per rappresaglia contro i Partigiani che hanno occupato per oltre due anni tale zona. Notevoli anche le distruzioni di ponti, le interruzioni stradali e ferroviarie. Notevole contributo alla ripresa edilizia è stato apportato nel 1946 dall’Istituto per le Case Popolari il quale, oltre a provvedere alla riparazione di diversi palazzi di sua proprietà semidistrutti da bombardamenti aerei, ha iniziato, anzi quasi portato a termine nuove costruzioni con circa 204 alloggi incontrando una spesa complessiva di £. 155/milioni. Anche i privati sono stati solleciti nelle riparazioni e nelle nuove costruzioni. Ma un esempio particolarmente meritevole è dato dalla «Reggiane» Officine Meccaniche Italiane S.A. la quale, come si è accennato nel capitolo delle «Industrie» ha ricostruito il suo stabilimento, andato quasi completamente distrutto da eventi bellici, nel breve tempo di un anno. A comprovare i lavori eseguiti – o in corso di esecuzione – durante l’anno 1946, si riportano qui di seguito i dati forniti dal locale Corpo del Genio Civile: Categoria dei lavori Numero dei lavori Importo dei lavori Edifici pubblici governativi Edifici pubblici di Enti locali Edifici di beneficenza e di Culto Edifici privati Opere di viabilità Opere idrauliche Opere igieniche Opere di bonifica Opere varie di Enti locali 1 54 64 3499 66 21 14 68 61 700.000 169.718.310 36.724.260 306.331.250 135.168.755 57.633.355 141.668.000 173.712.303 109.788.350 3.848 1.131.444.593 50 Una particolare trattazione è necessaria per i lavori di bonifica idraulica e di irrigazione in quanto essi apportano un notevole contributo all’ulteriore incremento della produzione agricola. La Provincia di Reggio Emilia è inclusa nel comprensorio del Consorzio bonificazione Parmigiana Moglia per circa 40 ettari sul totale di 71/mila comprendenti i Comuni di Reggio, Scandiano, Rubiera, S. Martino in Rio, Cadelbosco, Bagnolo, Correggio, Rio Saliceto, Campagnola, Rolo, Novellara e Fabbrico. Le opere eseguite nel corso del 1946 in Provincia di Reggio Emilia ammontano a £. 88/milioni (movimento di terra e opere d’arte). Per il corrente anno è previsto un programma di lavori che importeranno una spesa di £. 160/milioni. Inoltre il Consorzio Bonificazione ha già presentato alle Autorità Centrali competenti un programma di massima per il completamento del suo impianto di irrigazione i cui lavori dureranno un triennio e richiederanno una spesa di £. 1.200/milioni. Attualmente il Consorzio ha in corso un complesso di provvidenze per utilizzare il porto fluviale sul Po a Boretto, porto che è già stato sperimentato per lo scarico di natanti ed è destinato (con una capacità di 500/mila tonnellate annue) a risolvere il problema dei trasporti fluviali di merci interessanti le Provincie di Modena, Reggio e Parma. A completare le opere di bonifica e di irrigazione esiste in questa Provincia un altro Consorzio analogo: la Bonifica Bentivoglio di Gualtieri; anche questo Consorzio ha eseguito nel 1946 importanti lavori per £. 40/milioni e per il prossimo anno sono preventivati lavori per £. 55/60 milioni. MANO D’OPERA-DISOCCUPAZIONE I cennati lavori hanno consentito l’impiego di un buon numero di disoccupati che nel 1946 sono andati gradatamente aumentando ed infatti al gennaio 1946 assommavano a circa 22.000 mentre al dicembre sono saliti a 34.979 cosi ripartiti: uomini agricoltura Industria commercio varie 5.814 8.273 725 1.320 16.132 donne 14.840 1.973 362 1.672 18.847 totale 20.654 10.246 1.087 2.992 34.979 Dalle cifre su esposte balza evidente l’aumento assai forte verificatosi nel decorso anno e specialmente nella categoria dell’agricoltura la cui attività lavorativa è collegata all’andamento stagionale. Giova però far rilevare che una percentuale delle donne disoccupate (50-60%), si devono considerare disoccupate occasionali, in quanto sono, per necessità famigliari, casalinghe. Esse derogano a tali mansioni per arrotondare il bilancio famigliare in occasione di determinati lavori agricoli stagionali. 51 BANCHE – CREDITO - RISPARMIO – CIRCOLAZIONE MONETARIA E FIDUCIARIA BANCHE L’attrezzatura bancaria può considerarsi proporzionata alle necessità creditizie della zona ove operano complessivamente dodici aziende di credito di cui 4 aventi la sede Centrale in altra Provincia, (delle quali due a carattere nazionale e due interprovinciali) due a carattere provinciale, sei a carattere locale. In complesso si contano n° 74 sportelli bancari, ben distribuiti ad eccezione di alcune piazze – segnatamente in zona montana- che richiedono uno sportello o l’integrazione di quelli esistenti. Fallite od assorbite nel 1932 le aziende di credito in stato deficitario o non più rispondenti alle esigenze della piazza, si può dire che sin da quell’epoca si sia risanato in questa Provincia il settore bancario che si presenta tuttora solido, ciò che non si riscontra in linea generale negli altri settori. Nel 1945 la principale caratteristica dell’andamento delle Banche è rappresentata dal forte grado di liquidità per il costante, progressivo afflusso del risparmio privato alle casse delle banche stesse e segnatamente nei mesi immediatamente successivi alla cessazione delle ostilità. Tali mezzi liquidi non furono investiti in operazioni bancarie vere e proprie, non soltanto perché le aziende commerciali, industriali ed agricole non avevano necessità di far ricorso al credito, ma anche perché data la particolare situazione politica del 1945, le banche stesse ritenevano opportuno limitare le erogazioni di credito. In altre parole si può dire che nel 1945 la funzione bancaria era ridotta alla raccolta del risparmio e al versamento delle conseguenti disponibilità in conti liberi o vincolati presso la Banca d’Italia o presso il Tesoro, anche mediante l’acquisto di Buoni Ordinari. Di conseguenza i risultati economici furono modesti, anche a motivo degli oneri determinati dalle crescenti spese e segnatamente quelle inerenti al personale. Ben diversa, invece, si presenta la situazione nel 1946 per la ripresa delle attività produttive e commerciali che hanno prodotto un sensibilissimo risveglio negli impieghi bancari divenuti gradatamente più consistenti negli ultimi mesi di detto anno. Le Banche operanti in questa zona hanno potuto soddisfare compiutamente le richieste del credito anche per il continuo crescente affluire dei depositi, afflusso che se è in parte attribuibile alla svalutazione monetaria, è altresì da attribuirsi ai notevoli guadagni conseguiti da tutte le categorie produttive e principalmente da quella agricola, come si è avuto modo di porre in rilievo nel corso di questa relazione. Qui si vuole aggiungere che in linea generale le banche sono state oculate nella erogazione del credito, ma non si può escludere, a priori, che qualche operazione abbia favorito le speculazioni e conseguentemente la sostenutezza dei prezzi di alcuni generi prettamente locali. La maggiore attività ha consentito alle banche oltre a fronteggiare i sempre crescenti costi di esercizio, di incrementare le riserve patrimoniali in rapporto all’aumento dei rischi. Nel seguente prospetto si riportano i dati più significativi, stracciati dalle situazioni dei conti al 31/12/45 e 31/12/46, delle banche operanti in questa provincia i quali rispecchiano nella loro espressione numerica chiaramente la situazione bancaria esistente nel 1945 e nel 1946: 52 DISPONIBILITA’ E VALORI ANNO 1945 ANNO 1946 (in migliaia di lire) Somme disponibili presso altri Istituti Cassa Titoli di proprietà e partecip. 445.537 166.321 1.379.442 1.991.300 IMPIEGHI Portafoglio 910.788 Portaf. Riscontato 39.659 Anticipazioni 45.827 c/c garantiti 947.337 Mutui 60.850 2.004.461 708.402 334.573 1.898.126 2.941.101 2.161.313 301.425 123.189 1.668.789 90.594 4.345.310 MASSA FIDUCIARIA ANNO 1945 ANNO 1946 (in migliaia di lire) Depositi c/c corrispondenza con clienti 3.974.878 650.338 4.625.216 7.196.986 1.099.579 8.296.565 Per poter giudicare più a fondo l’attività svolta durante l’anno 1946 dalle Banche si dirà che gli impieghi durante tale anno ammontano a £. 30/miliardi di cui £ 20.228.000.000= riguardanti l’attività di due o tre banche aventi la sede in Reggio Emilia (Agricola – Cassa di Risparmio – Mutua). A completare questa nota si riportano qui di seguito gli impieghi della nostra Banca: ANNO 1945 ANNO 1946 (in migliaia di lire) Portafoglio Anticipazioni 147.420 664.243 881.663 734.271 2.233.157 2.967.428 53 RISPARMIO I reggiani, come d’altra parte tutto il popolo italiano, sono economi e risparmiatori per eccellenza. Fatta questa premessa si riportano qui di seguito i dati relativi al risparmio degli anni 1945 e 1946: ANNO 1945 ANNO 1946 (in migliaia di lire) Depositi bancari Depositi postali 4.625.216 57.745 4.682.961 8.296.565 137.303 8.433.868 Come si rileva, i depositi nell’anno 1946 sono raddoppiati nei confronti di quelli esistenti al 31/12/45, ma a ciò dobbiamo aggiungere i Buoni del Tesoro emessi dalla Sezione di Tesoreria e i Buoni fruttiferi postali: ANNO 1945 ANNO 1946 (in migliaia di lire) Buoni Tesoro Ordinari emessi meno quelli di proprietà delle Banche 788.867 524.582 264.285 1.614.483 925.174 689.309 Buoni postali 144.151 408.436 339.945 1.029.254 Sarà utile conoscere l’andamento dell’emissione dei Buoni del Tesoro e Postali. Negli anni in esame si riscontra che l’emissione dei Buoni Ordinari nel 1945 in £. 788.867.500 è costituita per £. 520.824.500 da nuova emissione e per £. 268.043.000 da titoli scaduti nel corso dell’anno nel quale si sono avuti rimborsi per £. 344.459.000. Nel successivo anno 1946 l’emissione è rappresentata da £. 1.230.971.000 titoli nuovi e £. 383.512.500 da rinnovazioni mentre i Buoni rimborsati ammontano a £. 579.993.000. Nei Buoni postali, dalla segnalazione della locale Direzione delle Poste, si rileva che nel 1945 i rimborsi sono stati di £. 22.538.676,85 e nel 1945 di £. 68.777.054,05. Da quanto sopra se ne deduce che il risparmio ammonta al 31/12/46 a £. 9.436.122.000, con un incremento di £. 4.371.725 nei confronti del precedente anno. Giova poi ricordare che nell’ultimo prestito in questa Provincia sono stati sottoscritti da privati £. 900.000.000 di cap. nom. Prestito della Ricostruzione. Questa cifra conferma quanto si è detto all’inizio della presente relazione, cioè il diffuso benessere della popolazione reggiana, sempre esistito per la fertilità del terreno ed accentuatosi in questi ultimi anni. Vi sono però, come in tutta Italia, le classi a reddito fisso impiegatizie ed operaie che risentono assai dell’aumentato costo della vita e nonostante i recenti miglioramenti economici essi, più di prima, si trovano in condizioni economiche difficili. Ma, oltre il risparmio apparente i reggiani dispongono altresì di altri beni e soprat- 54 tutto di merci non deperibili. I contadini inoltre, hanno investito somme notevoli in acquisti di bestiame ed ogni sorta di cose conservabili, mentre limitati sono gli investimenti in preziosi oro e monete estere. Peraltro essi hanno tesaurizzato la moneta, fenomeno questo che però va gradatamente scomparendo. MONETA E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA Il volume della circolazione monetaria, per la progressiva svalutazione della lira, è andato aumentando gradatamente in questa Provincia e così altrettanto la emissione dei titoli di credito all’ordine. Non è dato poter stabilire sia pure con approssimazione a quanto ammonta attualmente la circolazione ma, grosso modo, non dovrebbe essere inferiore ai due miliardi di biglietti bancari. Comunque, per avere qualche elemento si riportano qui di seguito i biglietti di banca esitati da questa Succursale nel triennio 1944-1946: anno 1944 biglietti messi in circolazione £. 700/milioni anno 1945 biglietti messi in circolazione £. 241/milioni anno 1946 biglietti messi un circolazione £. 1.260/ milioni nonché vaglia e assegni emessi durante gli anni 1945 e 1946 dalle Banche autorizzate (Banca d’Italia, Banca Commerciale Italiana, Banca Nazionale del Lavoro e Cassa di Risparmio) operanti in questa Provincia e dalle casse postali, nonché i titoli della specie estinti nello stesso biennio, esclusi i vaglia postali non essendo stato possibile ottenere i dati relativi: (emessi) anno 1945 emessi 1946 (in migliaia di lire) Vaglia Banca d’Italia £. 444.469 Assegni emessi dai nostri corrisp. £. 1.773.242 Assegni delle altre aziende cred. £. 1.349.52 Vaglia postali ordinari £. 16.310 £. 3.583.546 (estinti) Vaglia Banca d’Italia £. 1.631.723 Assegni emessi dai nostri corrisp. £. 902.226 Assegni delle altre aziende cred. £. 1.536.666 £. 4.070.615 2.002.578 6.072.310 3.202.238 43.824 11.320.950 7.179.135 2.826.997 3.216.341 13.222.47 ORGANIZZAZIONE COOPERATIVISTICA Prima di passare alle conclusioni di questa relazione, merita una particolare trattazione il movimento cooperativistico reggiano per la sua importanza nel settore della economia reggiana. «Il movimento cooperativistico risale a diversi decenni e sorse sotto la guida del non dimenticato socialista Prampolini. 55 Le cooperative attraversarono un periodo difficile subito dopo la prima guerra mondiale ma adesso rifioriscono salde e sane sotto la guida della Federazione Provinciale della Cooperativa diretta egregiamente da persone competenti. Il movimento cooperativo si riassume nelle eloquenti cifre: N° 127 Cooperative di consumo con 210 spacci e 28.954 soci con un capitale sociale sottoscritto di £. 15.202.200 e versato in £. 12.482.930; N° 1 Ente autonomo Cooperative di Consumo – naturale grossista delle cooperative che ne raggruppa la quasi totalità – in fase di riorganizzazione anche in base ai recenti provvedimenti governativi; N°109 Cooperative di Produzione e Lavoro con 8.584 soci ed un capitale sottoscritto di £. 13.245.720 e versato 9.258.364, raggruppate in n. 1 Consorzio di Produzione e Lavoro; N° 57 Cooperative Autotrasporti e Birocciai con 1.700 soci e con un capitale di £. 2.833.630 – versato £. 2.698.105; N°451 Latterie sociali con 18.278 soci ed un capitale sottoscritto di £. 13.381.217, versato £. 13.109.060; N° 1 Consorzio Latterie Cooperative Riunite per l’ammasso del burro e la stagionatura del formaggio prodotto dalle suddette latterie; N° 36 Cantine sociali con 5825 soci e con un capitale sociale sottoscritto di £. 33.936.028, versato £. 33.428.060; N° 30 Cooperative agricole con 4.850 soci con un capitale sociale sottos. di £. 1.812.500 e versato di £. 1.409.901; N° 2 Cooperative ortofrutticole con 1.635 soci; N° 1 Cooperativa per la trasformazione dei pomodori in conserva con un centinaio di soci; N° 4 Molini cooperativi con 480 soci; N° 1 Azienda cooperativa per la macellazione e la lavorazione delle carni i cui soci sono le latterie e le cooperative di consumo; N° 1 Banca di Credito Popolare Cooperativo in via di costituzione e proveniente dalla esistente Banca Mutua Cooperativa Impiegati. Si ha così un complesso sottoscritto di n° 822 cooperative con 70.679 soci, con un capitale sociale complessivo sottoscritto di £. 80.892.516 e versato di £. 70.423.432 che, se può apparire modesto in rapporto al numero delle cooperative, si deve tener conto che i fabbricati, le attrezzature e gli impianti posseduti dalle stesse raggiungono un valore di qualche miliardo. Gli interessi economici della provincia sono rappresentati da una percentuale altissima del movimento cooperativistico. Esso infatti rappresenta l’85% di tutta la produzione lattiero – casearia, il 55%/60% della produzione dei vini e quasi la metà delle imprese di lavoro. Poiché ogni socio rappresenta una famiglia di 3-4 persone si ha che quasi i tre quarti della popolazione reggiana (soci 70.679 x 4 uguale 282.716) che raggiunge i 390/mila abitanti, fa parte della organizzazione delle cooperative il cui movimento nel 1945 ha raggiunto 3 miliardi di lire mentre nel 1946 si è duplicato. 56 Il movimento cooperativistico è tuttora in ascesa e nel prossimo anno si prevede la costrizione di un grande molino e di una grande latteria con magazzino per la stagionatura del formaggio. La popolazione reggiana mercè tale organizzazione ha potuto ottenere il vino a tessera – 25 litri ogni persona – al prezzo di £. 32 il litro e il formaggio tipico grana al prezzo di £. 300, ma sopratutto è da rilevare che le cooperative, alle quali appartiene la quasi totalità degli agricoltori, hanno provocato il rialzo dei prezzi del burro e conseguentemente dei grassi in genere, del formaggio e dei vini, perché non hanno immesso al consumo tali prodotti non solo per la sfiducia nella nostra moneta, ma altresì per ritrarne maggiori guadagni. È auspicabile che tale movimento contribuirà nel corso del 1947 ad un ribasso dei prezzi dei prodotti locali. CONCLUSIONE Dalla descrizione e dall’esame dei singoli rami della economia reggiana, si può concludere che: – l’agricoltura continua a progredire nonostante sia sentita tuttora la mancanza dei concimi; – le industrie alimentari sono anch’esse – in linea generale – in buona fase di ripresa, segnatamente quella casearia che intensifica il suo perfezionamento modernizzando gli impianti, rendendo più razionale la lavorazione del latte, mentre l’enologia risente del flagello della filossera che colpisce da qualche tempo le viti; – le industrie metalmeccaniche sono pure in buona ripresa se pur tuttora ostacolata dalla mancanza di materie prime e segnatamente del carbone e per l’insufficienza della energia elettrica; – il commercio continua ad essere attivo e ragguardevole per il volume di affari, meno attivo quello di tessuti in genere: l’esportazione allo estero promette bene e si prevede un notevole incremento se gli Organi Centrali semplificheranno le vaste e troppo complesse pratiche vigenti in materia; – il risparmio privato continua ad affluire alla casse delle Banche la cui situazione è da giudicarsi buona sotto tutti gli aspetti. La produzione agricola è in sensibile aumento ma è auspicata la abolizione delle disposizioni sul conferimento dei prodotti cerealicoli ai «granai del popolo» e la risoluzione della nota vertenza tra proprietari e mezzadri; per l’incremento della produzione lattiero-casearia è pure auspicata l’abolizione delle norme restrittive vigenti per la vendita al consumo dei relativi prodotti; anche perché con l’aumento verificatosi nel prezzo delle carni bovine gli agricoltori potrebbero orientare l’allevamento del bestiame per la produzione carnea e da ciò ne deriverebbe un danno alla tipica industria casearia. Per la migliore e maggiore produzione delle industrie metalmeccaniche è auspicata l’abolizione delle disposizioni concernenti il mantenimento al lavoro degli operai in soprannumero, nonché la revisione dei diversi e svariati contributi dovuti dalle industrie per i propri operai, dato che i contributi stessi incidono sensibilmente sulle paghe, nonché la abolizione delle attuali disposizioni sull’assegnazione delle materie prime. 57 Nel campo del credito i risparmiatori richiedono un maggior tasso d’interesse sulle somme depositate presso le Banche e la definizione della questione della nostra moneta, il che porrebbe la remora all’investimento delle disponibilità liquide nei «beni rifugio». 58 1945-1946 Reggio Emilia nel contesto della Ricostruzione Alcune riflessioni sull’economia reggiana Giannetto Magnanini A distanza di oltre sessant’anni, siamo giunti a conoscenza, grazie a Ercole Camurani, delle Considerazioni sull’economia reggiana negli anni 1945-1946 di Arturo D’Aversa, direttore della filiale della Banca d’Italia della Provincia di Reggio Emilia, funzione che ha assolto dal 1941 sino all’inizio del 1952, cioè per undici anni. Non abbiamo però altre relazioni annuali degli anni precedenti e seguenti al 1945-1946. Le Considerazioni sull’economia del 1945-1946 sono interessanti poiché vi troviamo analisi ben diverse rispetto a quelle che fecero le forze politiche e le associazioni sindacali delle varie categorie sociali. Camurani, partendo dalla Relazione annuale, ha scritto un saggio che abbraccia il decennio seguente. Egli considera che le forze politiche e sociali giudicassero la situazione più grave di quanto non fosse per cui rallentarono e resero arduo il processo di inizio della ricostruzione e dell’accumulazione della ricchezza e del benessere. Ad esempio, la relazione D’Aversa presentava dati sull’agricoltura che documentavano nel settore un benessere diffuso; confermato dal lavoro delle categorie dei mezzadri e dei fittavoli che aveva portato a livelli molto alti il valore dei terreni; dall’elevata quantità di prodotti conferita agli ammassi e dalla forte consistenza numerica del patrimonio zootecnico. Elevatissimi erano, inoltre, i profitti industriali e commerciali; buona era la produzione di vini, di bestiame e di formaggi. Il giudizio della Banca d’Italia era positivo: aumentavano i ri- 59 sparmi e i depositi bancari. Alto fu il contributo per il «Prestito Ricostruzione». La relazione D’Aversa dà anche un giudizio positivo sull’industria. In particolare, sulle Reggiane dove si era proceduto ad un rapido lavoro di sgombero delle macerie, ad un recupero consistente di macchinario e alla riassunzione di duemilaquattrocento operai. Infine si davano giudizi lusinghieri sul movimento cooperativo. Nonostante le positive valutazioni, in quei mesi ci fu un movimento con proteste di decine di migliaia di lavoratori che sulle piazze chiedevano di fermare l’inflazione, di bloccare i prezzi, di avviare la ricostruzione e la richiesta nelle campagne di superare vecchi rapporti di lavoro. È opportuno pertanto avere presente come la situazione reggiana si collegava al contesto nazionale. Il quadro delineato dalle Considerazioni era parziale, poiché non si poteva fare un inventario con le cifre estrapolando l’economia reggiana dalla realtà complessiva del Paese che era veramente catastrofica. L’individuazione dei danni non era semplice se si ha presente che tutta la Penisola fu sconvolta dalla guerra, da sud a nord. Si valutò la distruzione in un terzo del patrimonio nazionale e la flessione produttiva in un 50-60 percento. L’Italia era spezzata in tre grandi tronconi: Nord, Centro, Sud in cui i rapporti economici non erano uniformi: circolavano due tipi di moneta, i prezzi erano fuori da ogni controllo e molto diversi; i rapporti commerciali erano in piena anarchia, la speculazione dominava e spesso lo scambio avveniva, anche a Reggio, non con la moneta ma attraverso uno scambio diretto di beni d’uso. I collegamenti erano ostacolati dalla distruzione della rete ferroviaria, dell’impraticabilità della rete stradale e dalla carenza dei mezzi di trasporto. I problemi economici di quel periodo non possono essere visti separati dal quadro politico e dall’evolversi degli eventi politici. Dalla primavera del 1944 nell’Italia centromeridionale era in carica il governo Bonomi, fortemente limitato nella sua efficacia operativa dagli alleati. Un anno dopo, a guerra conclusa, si costituì, ricordiamo, il primo governo del cln nazionale operante su tutto il territorio nazionale. I partiti, i sindacati e le categorie economiche sociali non avevano conoscenza delle reali condizioni del Paese e non vi era chiarezza sulla politica economica. Quali, dunque, erano gli orizzonti su cui operare? Terminate le ostilità, occorreva affrontare i danni più rilevanti e drammatici causati dal conflitto mondiale: le devastazioni di molte fabbriche del Nord, il problema della fame, degli alimenti, della rovina del patrimonio abitativo e del rientro delle centinaia di migliaia di soldati che chiedevano di lavorare. Da dove partire? Ricostruzione si diceva, ma che cosa ricostruire e, soprattutto, quale ricostruzione? Il problema determinò subito la formazione di due fronti: uno che disegnava una ricostruzione in continuità con l’Italia prebellica, cioè nel rispetto del precedente meccanismo economico, l’altro una ricostruzione che portasse un’innovazione dei rapporti sociali. 60 Nei primi sei mesi post Liberazione, quelli del governo Parri, vi fu un continuo aumento dell’inflazione e dei prezzi che impose la necessità di un confronto d’idee per determinare che politica di sviluppo economico intraprendere. Il primo grande problema da affrontare, per incidere sulla situazione, fu sulla scelta del cambio della moneta. Una proposta fu avanzata dal ministro delle Finanze, il liberale Soleri, un’altra dal ministro comunista Scoccimarro. I due progetti, sostanzialmente non divergevano. Ma Soleri morì e fu sostituito da Corbino, la cui opposizione al progetto portò alla crisi di governo. Intorno al progetto, ripresentato anche con il primo governo De Gasperi, avvennero cose strane e gravissime: interferenze tecniche, prima, e sottrazione, alla Zecca di Stato, delle matrici per i nuovi biglietti della lira, poi. Un aperto sabotaggio che modificò un progetto che poteva favorire e fare piazza pulita degli scandalosi profitti avvenuti nel regime fascista e delle speculazioni che avvenivano sul mercato nero. Già nelle prime settimane dopo la Liberazione vi fu un imponente movimento di protesta contro il continuo aumento dei prezzi; si susseguirono iniziative e richieste per recuperare fondi da destinare la ripresa economica. Il cln provinciale, con il consenso di tutti i partiti, propose un’imposta progressiva per recuperare fondi allo scopo di iniziare lavori pubblici, ma il Comando alleato pose il veto. Su ciò che avvenne nella provincia di Reggio a partire dall’inizio del 1946 sino al maggio del 1947 il nuovo governo De Gasperi, (che giunse all’esclusione dei comunisti e dei socialisti) si possono fare opportune osservazioni pur nel quadro di una politica economica condivisa e nella prospettiva di ciò che poi avvenne di rilevante negli anni seguenti. In primo luogo nel campo dei lavoratori dell’industria. Ritenere che la vertenza delle Reggiane sia stata condotta con l’obbiettivo dell’attesa del momento che avrebbe portato a un regime socialista non corrisponde alla realtà. Non prevalse, cioè, un’impostazione ideologica. Nemmeno valida è la tesi secondo cui le responsabilità della conclusione della vertenza andrebbero ripartite equamente tra i partiti politici, i sindacati e la proprietà, per la mancanza di prospettive di un piano strategico per il grande complesso industriale. La questione che si pose fu quella della ricostruzione a partire dalla difesa dell’occupazione. Al primo convegno economico del pci (23 agosto 1945), Togliatti diede indicazioni generali di quella che doveva essere la politica del pci. Disse che non vi erano le condizioni per una trasformazione della società ma che occorreva porre con forza il problema della nazionalizzazione dell’energia elettrica e delle riforme fondiarie nelle campagne. In concreto, affermò che il compito principale degli operai era quello di elevare la produttività delle aziende e di lottare per l’occupazione difendendo il posto di lavoro. Ed è esattamente ciò che avvenne alle Reggiane. Non fu una semplice ricostruzione dei capannoni e il recupero delle macchine, ma si agì per elevare la 61 produttività e per consentire di immettere nella produzione coloro che erano inattivi. Una linea sancita dal primo accordo firmato dalla cgil e dalla Confindustria nel settembre del 1945. Creare condizioni per aumentare il lavoro assicurando il posto a tutti, un concetto imposto dalla legge che vietava i licenziamenti. Ripetiamo, così si mossero gli operai delle Reggiane per incrementare la produzione e allargare l’occupazione. Purtroppo, i tentativi di correggere gli investimenti industriali furono ostacolati. In quel contesto va anche considerata l’azione per costituire i Consigli di gestione, che si formarono alle Reggiane e alla Landini di Fabbrico, come pure in oltre cinquecento fabbriche in Italia. Il loro scopo era di favorire la partecipazione degli operai e dei tecnici ai problemi della produzione e della conduzione aziendale. Fu un’idea importante e innovativa che trovò l’appoggio, ancora sul finire del 1950, dei partiti del cln. Altro punto importante, nel 1945, fu la questione mezzadrile. Vogliamo ricordare l’intervento del Prefetto e di alcuni partiti del cln che non seppero cogliere le novità che avrebbero potuto avviare una nuova politica economica nelle campagne. Infatti, nel novembre del 1945, vi fu il tentativo di comporre quella vertenza con soluzioni che possiamo definire «arretrate», mentre i mezzadri, al contrario, proponevano oltre alla chiusura dei «conti colonici» il superamento dei rapporti medioevali fra conduzione e proprietà. Anche qui si possono trovare spiegazioni per la grande influenza che ebbe il pci tra il ceto medio delle campagne. Spiegazioni che Togliatti, in un noto discorso fatto al Teatro Municipale, diede illustrando quali erano i rapporti sociali nelle campagne e quali gli aiuti che bisognava dare a mezzadri, fittavoli e piccoli proprietari, il ceto medio delle campagne. La vicenda delle Reggiane non può essere giudicata come una questione di semplice ricostruzione dei danni causati dalla guerra e di ostinata difesa degli operai in loco. Le Reggiane entrano nel tema dell’industria di Stato, dell’iri, della politica fascista di un’economia volta alla preparazione della guerra. Questa azienda godeva di investimenti statali sulla base di forniture pubbliche prima nel campo ferroviario, poi nella produzione per l’aviazione militare senza porsi il problema dei costi e della loro riduzione: non c’era un problema di concorrenza! La riconversione si poneva in termini nuovi sia per gli obiettivi strategici (quale produzione) sia per reggere alla concorrenza. Ricostruire le Reggiane per farne una cosa diversa. Un valore significativo veniva ad assumere il Consiglio di gestione. Problemi diversi vennero dibattuti, ma il «Piano Alessi», ad esempio, fu bocciato non solo per dei contrasti tra i tecnici della direzione, ma perché cozzava contro il veto delle potenze vincitrici che proibivano la produzione dei mezzi di trasporto aereo commerciale per l’Italia: Paese vinto. L’estate del 1945 vide a Reggio un’eccezionale partecipazione di decine di migliaia di lavoratori che s’impegnarono per la Ricostruzione, non solo perché riprendesse il lavoro alle Reggiane, ma anche perché, nelle campagne, fossero 62 chiusi i «conti colonici», perché vi fosse una migliore ridistribuzione del prodotto ma soprattutto perché avvenissero dei mutamenti radicali nei rapporti sociali. Vi furono pure forti e a volte esasperate manifestazioni per bloccare i prezzi e le speculazioni favorite dall’inflazione. Il calmieramento dei prezzi, nonostante i solenni impegni, non dava i risultati sperati. Da qui l’avvio di una politica deflazionistica che, attraverso il contenimento della spesa pubblica, intendeva innescare un processo tendente al pareggio del bilancio dello Stato. Una riflessione sulla situazione in Italia del dopoguerra sarebbe sicuramente opportuna tenendo presente le seguenti condizioni: che le forze armate alleate rimasero in Italia nel dopoguerra, che effettuarono delle requisizioni e che l’amg emise le «amlire» e che i danni procurati dalle truppe alleate furono coperti soltanto per un terzo dagli aiuti fea e unrra (United nations relief and rehabilitation administration). Il problema, perciò, non era semplice. Era sufficiente ricostruire per ritornare agli assetti precedenti del meccanismo economico o si doveva rinnovare e innovare tutta la struttura economica? Come accumulare le risorse, cioè attraverso quali leve intervenire per determinare il prelievo sui redditi e con quale meccanismo ridisegnare il sistema fiscale. Un buon segnale fu con l’invito alla partecipazione al «Prestito nazionale per la Ricostruzione» promosso dal governo. La richiesta del Prestito si chiuse nel gennaio del 1947 e fornì al governo la somma di 231 miliardi di lire. Alla metà del 1947 s’interruppe la politica economica della coalizione del cln e iniziò la «linea» di Luigi Einaudi, nel primo governo centrista di De Gasperi (1947). Il governo destinò l’entrata del prestito nazionale ad altri fini rispetto quelli per i quali erano stati richiesti. Mancò una nuova politica tributaria. L’idea dell’imposta progressiva, oggetto di dibattito tra le forze politiche nel primo dopoguerra, non ebbe sbocco. Quindi, la politica deflazionistica del governo non risolse la questione del deficit pubblico ma ritardò lo sviluppo economico. La linea deflattiva di Einaudi prese avvio tra la fine del 1947 e l’inizio del 1948 e fu proseguita con la «linea» di Giuseppe Pella, ministro delle Finanze e poi del Tesoro, che determinò, nel triennio 1947-1950, la stagnazione. Gli aiuti unrra avevano lo scopo di un intervento immediato nei confronti dei danni materiali prodotti dalla guerra, grazie alla disponibilità di generi alimentari e di materie prime fondamentali (carbone). La conferenza di Parigi del 1947 discusse degli aiuti americani all’Europa. Il Piano Marshall si attivò per quattro anni, dal luglio 1948 al giugno 1952, ma si concluse praticamente agli inizi del 1950. All’Italia furono assegnati 467 milioni di dollari – dati sopratutto all’inizio e fino al giugno 1950 – suddivisi in generi di consumo (cereali 40 percento e cotone 24 percento) e solo per l’1 percento in macchinari, una percentuale che salì poi al 32 percento nel luglio del 1950. Il Piano verteva essenzialmente sull’esportazione delle eccedenze di pro- 63 dotti agricoli (cereali e cotone). Seguirono, poi, contributi sottoforma di macchinari che permisero la riduzione dei costi industriali. Gli aiuti erano gratuiti. Lo Stato cedeva gli aiuti ai privati sulla base di programmi e concedendo pagamenti dilazionati che formavano il «Fondo Lire», un fondo pubblico destinato agli investimenti da parte dello Stato. Il governo, tuttavia, con la «linea Pella» utilizzò quei fondi per stabilizzare il bilancio dello Stato. In sostanza non si pose il problema di una ricostruzione che portasse a trasformazioni strutturali dell’economia e permise l’indebitamento, accentuando il distacco dell’Italia rispetto gli altri paesi Europei. Nel triennio 1948-1950 gli investimenti per abitante furono di 130 dollari in Inghilterra, di 111 dollari per la Francia e soltanto di 58 dollari per l’Italia. La politica della «Linea Pella», del pareggio di Bilancio, portò, quindi, al ristagno produttivo. La relazione del direttore della Banca d’Italia riferentesi all’economia reggiana del 1945-1946 induce ad approfondimenti su come si avvertivano e si affrontavano le linee di politica economica. Ciò che si è voluto rilevare è il collegamento al quadro nel contesto generale. L’approccio a quel documento non può essere isolato. Non si può non tener conto di come si mossero le forze politiche e sindacali; occorre riflettere sui programmi, sui contrasti, sulle direttive e sui risultati dei governi da quello di Bonomi, del 1944, al governo Parri e infine ai governi De Gasperi, sino al 1953. I partiti operai e i sindacati non solo si opponevano a quelle scelte, ma indicavano alternative alla politica dei governi tanto di Parri quanto a quelli guidati da De Gasperi. Vanno riviste le valutazioni di Pesenti, di Lombardi, di La Malfa di Di Vittorio e dei dirigenti dei due grandi partiti operai (socialista e comunista). Penso in particolare vada riflettuto sul valore che ebbe il piano del lavoro presentato da Di Vittorio al Congresso della cgil nell’ottobre del 1949. Il Piano seppe unificare le piccole e le grandi lotte dei lavoratori del sud e del nord Italia. Non più soltanto, seppur tanto importanti, le piccole lotte locali che si conducevano e che venivano definite di «rinascita», ma anche le lotte contro gli aumenti dei prezzi, contro l’inflazione e poi le battaglie contro la riforma fondiaria e agraria nel Sud crearono un movimento generale che scosse rapporti medioevali ancora esistenti nelle campagne. Con i Consigli di gestione si poneva il ruolo dei lavoratori nel determinare rapporti più avanzati anche nell’industria. Da quelle contestazioni e dalle lotte dei braccianti, dei mezzadri, delle forze associative e cooperative, degli strati del ceto medio e della orgogliosa lotta degli operai delle Reggiane venne una spinta che portò al boom economico, alla partecipazione dei vari strati e a sbocchi innovativi della società. 64 Fonti bibliografiche S. Conti, R. Lungarella, F. Piro, L’economia emiliana nel dopoguerra, Marsilio Editori, Venezia 1979 I. Bonomi, F. Parri, Programmi dei governi, 1°-2°-3° governo A. De Gasperi C. Daneo, La politica economica della ricostruzione 1945-1949, Einaudi, Torino 1975 Di Gioia, L’intervento dei lavoratori nella gestione delle aziende, «Quaderni di Notizie economiche», Firenze 1952 G. Di Vittorio, Relazione al Congresso nazionale cgil, Genova 4-9 ottobre 1949 R. Grieco, Lotte per la terra, Ed. Cultura sociale, Editori Riuniti, Roma 1953; Id., Problemi di politica agraria, Ed. Cultura sociale, Roma 1950 I lavoratori e il progresso tecnico, Atti del convegno tenuto all’Istituto Gramsci sul tema Le trasformazioni tecniche e organizzative e le modificazioni del rapporto di lavoro nelle fabbriche italiane, Roma 29-30 giugno 1 luglio 1956, Editori Riuniti, Roma 1956 M. Lasagni, Gli anni del pane e della terra, Tecnostampa, Reggio Emilia 1982 L’economia italiana. Espansione e crisi attraverso le statistiche (1945-1974), a cura della Sezione centrale scuola di Partito del pci B. Manzocchi, Lineamenti di politica economica in Italia (1945-1959), Ed. Rinascita 1960 Restaurazione capitalista e piano di lavoro (lotta di classe alle Reggiane 1949-1951), Ed. Sindacale Italiana, Milano 1977 E. Rossi, I padroni del vapore, Laterza, Bari 1955 E. Sereni, Vecchio e nuovo nelle campagne italiane, Editori Riuniti, Roma 1956 S. Spreafico, Un’industria, una città. Cinquant’anni alle Officine Reggiane, Il Mulino, Bologna 1968 Tendenze del capitalismo italiano, Atti del convegno di Roma. 23-25 marzo 1962, a cura dell’Istituto Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1962 P. Togliatti, Intervento al 1° Convegno economico del pci (23-8-1945) Un anno di E.R.P. in Italia. Rapporto sull’Italia dell’amministrazione del Piano Marshall, Edizioni La realtà economica, giugno 1949 Verbali riunioni del cln di Reggio Emilia 65 1945-1946 L’economia reggiana in alcuni documenti Romeo Guarnieri I documenti pubblicati in questo numero di «rs» (la relazione svolta il 24 luglio 1945 da Virgilio Camparada sulla situazione economica della provincia al 1° congresso provinciale dei cln, la nota di Vittorio Pellizzi sulla situazione politica ed economica della provincia, datata 3 agosto 1945, e la relazione sulla situazione economico finanziaria della provincia di Reggio Emilia per l’anno 1946 di Arturo D’Aversa, direttore della succursale di Reggio Emilia della Banca d’Italia) descrivono una situazione vicina nel tempo, ma caratterizzata da elementi per molti aspetti non omogenei. I documenti di Camparada e Pellizzi, dell’estate 1945, sottolineano soprattutto la difficoltà determinata dalle conseguenze dalla guerra terminata da poco più di due mesi: danni alla rete dei trasporti, danni all’apparato industriale (soprattutto alle Officine Reggiane), diminuita produzione agricola, difficoltà nel rifornimento di materie prime, disoccupazione diffusa. Prevalgono i temi dell’emergenza, i provvedimenti per far fronte alle conseguenze della guerra e creare le condizioni per il ripristino della vita economica e sociale, facendo fronte alle difficoltà diffuse tra gran parte delle popolazione. La relazione di D’Aversa analizza l’economia della provincia reggiana del 1946, con riferimenti al ’45, in una situazione in cui l’opera di ricostruzione rispetto ai danni di guerra è stata in buona parte compiuta e l’emergenza dell’estate dell’anno precedente superata. Anche le prospettive legate agli assetti politici generali e locali si sono meglio definite: le elezioni per l’Assemblea costituente e il referendum istituzionale del 2 giugno ’46, come le elezioni amministrative svoltesi dalla primavera dello stesso anno, hanno messo in evidenza il primato della dc a livello nazionale, in una situazione di conviven- 66 za sempre più difficoltosa nel governo nazionale tra le forze di centro e di sinistra. A livello locale si è delineata invece l’egemonia politica dei partiti di sinistra, con un netto primato del partito comunista (45,5 percento dei suffragi in provincia nel voto per la Costituente), un partito socialista che conserva comunque la rappresentanza di un quarto dell’elettorato (il 25,30 percento), una presenza significativa della dc, che è secondo partito con il 26,50 percento. I tre partiti raccolgono assieme oltre il 97 percento dei consensi. Al referendum istituzionale, i suffragi per la repubblica sono 179.374, per la monarchia 44.782. Arturo D’Aversa, i dati e il punto di vista La Relazione di D’Aversa presenta lo stato dell’economia reggiana accompagnando numeri e dati con considerazioni e giudizi che permettono di cogliere le posizioni dell’autore sui problemi del momento e di prospettiva. Il tono è ottimistico, la situazione economica di una provincia che è «da annoverarsi fra le più importanti d’Italia» è valutata positivamente già nelle Note di carattere generale, in cui si afferma che «la provincia di Reggio Emilia è eminentemente agricola e di conseguenza l’agricoltura è la base prima dell’economia e del benessere abbastanza diffuso nella popolazione reggiana. Apporto notevole all’economia reggiana è pure dato dalle industrie sussidiarie dell’agricoltura e, in seconda linea, da quelle metalmeccaniche». Segue l’esame dei vari settori, anzitutto l’agricoltura, il cui primato «oltre alla fertilità del suolo e al frazionamento delle proprietà terriere, è altresì dovuto alla adozione di mezzi meccanici di coltivazione, facilitato dalla presenza nella zona di rinomate società produttrici di trattori, di pompe e motopompe ed altri attrezzi agricoli». Sul «primato» dell’agricoltura l’Autore mette in rilievo come il «merito maggiore ... è senza dubbio dovuto al frazionamento della proprietà terriera ed infatti ha qui raggiunto limiti, sotto certi aspetti, insuperabili». Tale frazionamento si è accentuato negli ultimi anni per l’acquisto di terra da parte di mezzadri e principalmente affittuari per i guadagni derivati dalla «vendita di prodotti agricoli sottratti agli ammassi e altresì dalla vendita dei grassi e del formaggio tipico grana». Secondo D’Aversa, negli anni ’45 e ’46 questa disponibilità economica ha portato quelle categorie ad acquistare terra ad alti prezzi, affrancandosi dalla «dipendenza padronale» ma, per questa minor necessità di realizzare, immettendo progressivamente prodotti in misura minore sul mercato e contribuendo in misura notevole all’aumento dei prezzi, in questo anche favoriti «dall’ottima organizzazione cooperativistica». Tale giudizio sulla responsabilità dei ceti contadini conduttori nella situazione di pesante inflazione (documentata nella Relazione stessa) propone una 67 prima osservazione, poiché esso appare quantomeno parziale, in quanto quella stessa responsabilità dovrebbe quantomeno essere allargata agli altri ceti sociali che potevano controllare i prodotti agricoli, cioè i proprietari, specie i maggiori, non condizionati dalla produzione per l’autoconsumo ancora largamente presente nell’economia della famiglia contadina. Lo stesso D’Aversa ammette poi, nella parte della Relazione relativa allo stato del credito e delle banche, che almeno parte delle notevoli disponibilità finanziarie presenti nelle banche possano essere state utilizzate a fini speculativi («in linea generale le banche sono state oculate nella erogazione del credito, ma non si può escludere, a priori, che qualche operazione abbia favorito le speculazioni e conseguentemente la sostenutezza dei prezzi di alcuni generi alimentari»). Analizzando poi i dati delle produzioni agricole, per tutti i prodotti si ha un aumento della produzione e dei valori. L’Autore attribuisce questo aumento, oltre all’andamento stagionale favorevole, specie per il frumento, al calcolo fatto dagli agricoltori sul maggior prezzo del prodotto da collocare sul mercato libero, stante la politica degli ammassi. Peraltro si rileva anche che il conferimento ai «granai del popolo» ha superato le previsioni. Interessante anche l’annotazione sull’orientamento degli agricoltori ad aumentare la produzioni utilizzabili per le industrie (frutta, pomodoro, …), pensando alla limitazione delle colture cerealicole «in previsione della concorrenza dall’estero». L’autore rileva quindi una tendenza «ad industrializzare l’agricoltura più di quanto non sia stato fatto fino adesso in questa Provincia che può considerarsi all’avanguardia in tale campo». Per il patrimonio zootecnico i dati mostrano un incremento, che si prevede anche per il 1947, mentre per l’industria casearia, che l’autore considera la più importante della provincia, oltre all’incremento nei due anni considerati, per il ’47 «si confida … di raggiungere i quantitativi di anteguerra». L’industria enologica, «un altro dei capisaldi del complesso organico della economia reggiana», regista una diminuzione della produzione nel 1946 rispetto all’anno precedente, ma nonostante questo si ha un aumento del valore (quattro miliardi nel 1946 rispetto a tre miliardi e seicento milioni), e «Gli industriali ed i commercianti di vino hanno ritratto notevolissimi guadagni specialmente durante l’anno 1945, in quanto hanno venduto il vino a lire 4500 l’ettolitro che avevano acquistato all’inizio della campagna al prezzo di lire 1200 l’ettolitro. Nel 1946 hanno pure continuato a perseguire notevoli guadagni per il sempre costante aumento di tale prodotto». Anche per il settore industriale il processo di ricostruzione è presentato come ampiamente realizzato, a partire dalla «nota Società Reggiane», il cui stabilimento è stato ricostruito, che «Attualmente occupa 5/6 mila operai e la sua produzione ha conseguito notevoli progressi in questi ultimi mesi». Le prospettive dell’azienda appaiono positive, l’unico ostacolo allo sviluppo della produzione è di carattere esterno (energia elettrica, materie prime). Anche per le altre importanti ditte industriali (Lombardini SA, Fratelli Slanzi, 68 Fratelli Landini, Officine Greco…) i dati riportati riferiscono di un aumento sia delle produzioni che dei valori. Il commercio, che «deve il suo ragguardevole volume all’agricoltura e alle industrie ad essa tributarie … dà luogo a un movimento di affari notevolissimo che non è possibile concretizzare in cifre precise», mentre «I commercianti e soprattutto i grossisti hanno conseguito notevoli guadagni per il costante aumento dei prezzi verificatosi su tutte le merci indistintamente». Anche il commercio estero è presentato in una prospettiva positiva: per le esportazioni nel 1946 «si è avuto un inizio promettentissimo … e si prevede nel prossimo anno un incremento notevole e in special modo di macchinari, motori Diesel, vini, medicinali, lavori di vimini», mentre «le importazioni sono limitatissime». Per quanto riguarda l’edilizia, i lavori pubblici e la riparazione dei danni di guerra, l’autore cita, «a comprovare i lavori eseguiti – o in corso di esecuzione – durante l’anno 1946», i dati forniti dal Genio civile (3848 interventi per oltre 1 miliardo e 131 mila lire), citando in particolare il «notevole contributo» dell’Istituto per le case popolari e la ricostruzione dello stabilimento delle Reggiane. Vengono inoltre ricordati i lavori eseguiti dai consorzi di bonifica (128 milioni nel 1946), e gli investimenti previsti. Nel capitolo Mano d’opera-disoccupazione, il D’Aversa non può fare a meno di annotare che se i «cennati lavori hanno consentito l’impiego di un buon numero di disoccupati», questi nel 1946 sono passati da ventiduemila di gennaio a oltre trentamila di dicembre, anche se la pesantezza del dato è attenuata da una considerazione sull’alta percentuale (50-60 percento) di donne «disoccupate occasionali« in quanto in realtà casalinghe («esse derogano a tali mansioni per arrotondare il bilancio famigliare in occasione di determinati lavori agricoli stagionali»). Anche in questo caso la considerazione di D’Aversa è discutibile o quantomeno parziale, non tenendo conto che la condizione di casalinga non è dovuta tanto ad una scelta quanto ad una necessità, in una situazione di difficoltà di lavoro diffusa tra i ceti operai industriali e agricoli, e di sovrabbondanza di lavoro disponibile anche tra i contadini conduttori dei poderi piccoli e medi. L’«arrotondamento» legato a lavori stagionali, che nel caso ad esempio di uno dei più diffusi, la stagione della monda (lavoro che con un eufemismo si può definire pesante e disagiato, ma nondimeno molto ambito in quegli anni), è per molte famiglie un’integrazione indispensabile ad un tenore di vita falcidiato anche dai livelli di inflazione. Risalta poi la differenza tra prezzi «legali», cioè amministrati e di mercato libero; per il 1946, si va da un aumento per chilogrammo di pane da 18 lire (gennaio) a 21 lire (dicembre) del prezzo amministrato, e da 70 a 90 per il prezzo libero, per la pasta da 22 a 26 (amministrato) e da 75 a 123 (libero), per il burro da 217 a 428 (amministrato) e da 685 a 1100 (libero), per il latte, al litro, da 20 a 30 (amministrato) da 30 a 46 (libero). 69 La discrepanza tra prezzi amministrati e liberi appare in modo evidente nel prospetto del costo della vita tra luglio 1945 e dicembre 1946, presentato nella relazione in base ai dati dell’Ufficio del lavoro. Per una famiglia tipo di cinque persone la spesa settimanale necessaria al luglio ’45 è di lire 2186, mentre al dicembre ’46 è salita a 5714. Al dicembre ’46, il valore delle quantità e dei generi previsti a prezzi ufficiali per la famiglia tipo, è di lire 922, mentre per raggiungere le quantità ritenute necessarie settimanalmente (ad esempio i dodici chilogrammi di pane a fronte degli 8,225 forniti sul mercato controllato) e i generi non compresi dal razionamento (esempio 2,600 chilogrammi di carne bovina, 2,500 chilogrammi di patate, dieci uova…) al prezzo libero, abbiamo un valore di 4792 lire. A fronte di tali dati, è utile tener conto che il salario operaio, considerando l’orario mensile pieno di 44-45 ore settimanali, non supera le 10.000 lire1. Passando poi ad esaminare l’ambito bancario e monetario (Banche – credito – circolazione monetaria e fiduciaria), l’Autore afferma che il 1945 è stato caratterizzato, per le banche, «dal forte grado di liquidità per il contante, progressivo afflusso del risparmio privato alle casse delle banche stesse e segnatamente nei mesi immediatamente successivi alla cessazione delle ostilità». Tali disponibilità però non sono state tradotte in un aumento del credito, non solo perché le aziende, afferma D’Aversa, non ne avevano necessità, «ma anche perché data la particolare situazione politica del 1945, le banche stesse ritenevano opportuno limitare le erogazioni di credito». Si può ipotizzare che le ragioni delle banche nel limitare le erogazioni di credito fossero conseguenti a quelle che consideravano incertezze relative agli assetti politici e agli indirizzi della ricostruzione. Siamo nel periodo in cui ancora spira il «vento del Nord» che aveva portato in giugno alla costituzione del governo Parri. Dalla prudenza testimoniata dal D’Aversa deriva comunque una reticenza delle banche a concedere crediti per le opere di ricostruzione nel momento del maggior bisogno. La situazione muta nel ’46, quando si rileva, in relazione alla ripresa delle attività produttive e commerciali, «un sensibilissimo risveglio degli impieghi bancari». L’entità del risparmio, che viene definita in 9 miliardi 426 milioni di lire, fa di nuovo dire all’Autore del diffuso benessere della popolazione reggiana, anche se deve ammettere le difficoltà «delle classi a reddito fisso impiegatizie e operaie che risentono assai dell’aumentato costo della vita e nonostante i recenti miglioramenti economici essi, più di prima, si trovano in condizioni economiche difficili». L’ultimo degli aspetti presi in considerazione, «per la sua importanza nel 1 Il salario netto mensile dell’agosto 1946 di un operaio di seconda categoria delle Reggiane è di L. 8948, cfr. R. Valli, Salari e carovita, in Reggio democratica, 7 settembre 1946. 70 settore dell’economia reggiana», è il movimento cooperativo, di cui sono presentati i dati nelle articolazioni settoriali, nel patrimonio, nell’incidenza sulle produzioni e nel movimento economico, che «nel 1945 ha raggiunto 3 miliardi di lire mentre nel 1946 si è duplicato». I soci sono oltre settantamila e, considerando un socio per famiglia, D’Aversa afferma che i tre quarti della popolazione reggiana fanno parte dell’organizzazione cooperativa. Il movimento è poi considerato in crescita, avendo anche in previsione la costruzione di un grande molino e di una grande latteria con stagionatura. D’Aversa riconosce il merito alla cooperazione di aver permesso alla popolazione reggiana di ottenere il vino e il formaggio tipico a prezzi migliori, per la produzione sottoposta a controllo quindi per le quote razionate (a dicembre ’46, il prezzo legale del vino è 32 lire per litro, contro le 65 della libera vendita, mentre per il formaggio grana i valori sono rispettivamente di 300 contro 1050 lire al kg), ma attribuisce alle cooperative anche la responsabilità di aver provocato l’aumento dei prezzi di burro, grassi in genere, vino e formaggio, «perché non hanno immesso al consumo tali prodotti non solo per la sfiducia nella nostra moneta, ma altresì per ritrarne maggiori guadagni». Nella Conclusione del documento, D’Aversa ricorda che l’agricoltura continua a progredire nonostante mancanza concimi, l’industria alimentare è «in buona fase di ripresa», specie quella casearia che intensifica la modernizzazione degli impianti. Le industrie metalmeccaniche «sono pure in buona ripresa», anche se ostacolate da mancanza di materie prime e per l’insufficienza di energia elettrica. Il commercio «è attivo e ragguardevole per il volume di affari», l’esportazione «promette bene», mentre «il risparmio privato continua ad affluire alla casse delle Banche la cui situazione è da giudicarsi buona sotto tutti gli aspetti». Passando alle indicazioni sulle cose da fare, D’Aversa auspica, anche se la produzione agricola è «in sensibile aumento», l’abolizione delle disposizioni sul conferimento dei prodotti cerealicoli ai granai del popolo e «la soluzione della nota vertenza tra proprietari e mezzadri»; per la produzione lattierocasearia è auspicata l’abolizione delle norme restrittive vigenti per la vendita al consumo dei prodotti. Per una «migliore e maggior produzione» delle industrie metalmeccaniche «è auspicata l’abolizione delle disposizioni concernenti il mantenimento al lavoro degli operai in soprannumero, nonché la revisione dei diversi e svariati contributi dovuti dalle industrie per i propri operai, dato che i contributi stessi incidono sensibilmente sulle paghe». Si chiede poi anche l’abolizione delle disposizioni sulle materie prime. Per il credito, «i risparmiatori richiedono un maggior tasso d’interesse sulle somme depositate presso le banche e la definizione della questione della nostra moneta, il che porrebbe la remora all’investimento delle disponibilità nei beni rifugio». La presentazione dell’economia reggiana del direttore della Banca d’Italia 71 si incentra quindi su dati e valutazioni economiche, affronta di necessità temi sociali come quelli del lavoro, della disoccupazione e del carovita, rispetto ai quali il punto di vista viene espresso in modo abbastanza chiaro, e non ci sono riferimenti al versante politico di quegli anni, che comunque compare attraverso le misure proposte, ed anche per ciò che non viene citato. Quello che non c’è nella relazione Non c’è alcun riferimento al ruolo del sindacato, che in quegli anni rappresenta ampiamente i lavoratori dei settori agricoli ed industriali. Nei due anni del dopoguerra la Camera del Lavoro raggiunge un numero molto elevato di aderenti: alla data del primo congresso della cgil ancora unitaria, nell’aprile ’47, gli iscritti sono oltre 91 mila. Il sindacato organizza la gran parte dei lavoratori dipendenti delle campagne come dei settori industriali, ma anche dei ceti contadini conduttori, specie dei mezzadri2. La cooperazione conosce uno sviluppo rapido e diffuso, superando i dati dell’altro dopoguerra, quando aveva raggiunto maggior sviluppo nella sua storia, il cui ricordo si affaccia anche nelle parole di D’Aversa («Il movimento cooperativistico risale a diversi decenni e sorse sotto la guida del non dimenticato socialista Prampolini»). Sindacato e cooperazione sono fortemente impegnati sul tema della ricostruzione, il problema del lavoro è prioritario, per i dati drammatici dell’occupazione e del caro vita; il grande prestigio delle ricostituite organizzazioni del movimento operaio affida loro anche la responsabilità di dare risposte alle concrete condizioni di vita dei ceti popolari che rappresentano. Nell’impegno nell’opera di ricostruzione, come nell’aumento della produzione peraltro si manifesta anche, quell’ideologia del «produttivismo» che caratterizza i partiti della sinistra: pur nelle differenze tra comunisti e socialisti, il ruolo dirigente che spetta ai lavoratori nella costruzione di una nuova società si manifesta anche attraverso la capacità di realizzare uno sviluppo delle forze produttive, che dimostra la loro superiorità rispetto alla borghesia3. Tra dicembre ’45 e gennaio ’46 si hanno gli accordi interconfederali tra cgil e Confindustria che permettono la reintroduzione del cottimo (accanto all’introduzione del primo sistema di scala mobile) e uno sblocco parziale Vedi R. Guarnieri, La rifondazione della Camera del Lavoro reggiana nella memoria dei protagonisti, in AA.VV. Un territorio e la grande storia del ’900, vol. I, ediesse, Roma 2002, pp. 292 e 308. 3 Vedi A. Canovi, Il mattone della concordia. Dopoguerra a Reggio Emilia. Le case e la città. L’amministrazione e la politica, Tecnograf Reggio Emilia 1990; R. Guarnieri, La politica comunista dopo la liberazione: nel governo locale, nell’economia e verso i ceti medi, in «RS-Ricerche storiche» 100/2005. 2 72 dei licenziamenti. Nel 1946 nelle maggiori aziende industriali della provincia cominciano ad essere introdotti i premi di produzione, come alternativa al cottimo individuale e come risposta ai problemi di sviluppo produttivo. Essi consistono in parti del salario da distribuire tra tutti i lavoratori in corrispondenza di aumenti dei volumi produttivi. I dirigenti sindacali ricordano i risultati produttivi ottenuti come dimostrazione dell’apporto dei Consigli di gestione e delle Commissioni interne alla gestione delle aziende, quindi come dimostrazione di quella capacità di essere «classe dirigente» che affermavano anche sul piano politico4. Anche nel settore agricolo l’azione sindacale collega l’obiettivo del lavoro agli investimenti in migliorie fondiarie, in opere di bonifica, all’introduzione di colture che prevedano un maggior impiego di giornate di lavoro, come quelle di prodotti destinati al mercato e alla trasformazione industriale (pomodoro, frutta…). Il tema su cui anche nel Reggiano si riscontra un conflitto sociale acuto è quello del rinnovo del patto mezzadrile, citato sia nella relazione di D’Aversa che nella nota di Pellizzi. In tale vertenza comunque lo scontro non è legato alla produzione e alla produttività, che rimane interesse comune delle parti in conflitto, quanto al problema della direzione dell’azienda, alla aspirazione dei contadini, legata anche alla larga partecipazione alla lotta di Liberazione, ad ottenere un patto che emancipasse dalla subordinazione secolare (attraverso la codeterrminazione delle scelte colturali, la chiusura dei conti, l’eliminazione delle appendici e delle prestazioni obbligatorie…), a fronte di una controparte, i proprietari terrieri riuniti nella ricostituita Associazione degli agricoltori, che se si mostra disponibile a investire in migliorie e a concessioni straordinarie (premi per gli anni di guerra), è particolarmente rigida nel respingere ogni accordo che possa anche indirettamente mettere in discussione il «principio di proprietà». Anche il movimento cooperativo, di cui è citata la consistenza economica e l’ampia diffusione, non viene ricordato per il ruolo avuto nel ripristino delle condizioni essenziali della vita civile e dell’attività economica, con la ricostruzione delle infrastrutture, dei ponti e delle strade, delle linee ferroviarie, degli impianti industriali, degli edifici danneggiati, delle opere di bonifica, in uno stato di scarsità e incertezza dei finanziamenti. In una situazione in cui 4 Napoleone Azzolini, segretario della fiom, afferma a proposito degli effetti della introduzione dei premi di produzione: «In tutti i casi posso assicurare che sono stati ottenuti ottimi risultati contrariamente a certe insinuazioni di parte … operai impiegati e tecnici, legati nella stessa misura alla produzione con il valido apporto dei Consigli di gestione e delle Commissioni interne hanno saputo crearsi una atmosfera di tale operosità e di collaborazione che alle Officine Landini la produzione è addirittura raddoppiata: seguono altre officine con aumenti di produzione che fanno veramente onore ai metalmeccanici della nostra provincia», «La Verità», 19 ottobre 1947. 73 il problema della disoccupazione e del caro vita rappresenta la priorità sul piano delle emergenze sociali, il movimento cooperativo ha una funzione di organizzazione delle forze di lavoro, operando per cercare e creare occasioni di lavoro e di distribuire in modo il più possibile equo il lavoro possibile, coinvolgendo in questo buona parte della popolazione in età lavorativa5. La cooperazione, per come è citata nella relazione, è vista piuttosto come interprete di un ruolo di tutela corporativa degli interessi di ceti proprietari che, controllando quote importanti di alcuni prodotti, sono quasi un impaccio al libero funzionamento del mercato. I risultati della rapida ricostruzione, che pone le basi per il successivo sviluppo economico – i cui i segni sono ampiamente indicati nella relazione – sono pertanto anche il frutto della convergenza di forze collocate su versanti ideologici e politici diversi. Ma la dimensione del ruolo delle forze politiche e sociali non entra direttamente nella valutazione del direttore della Banca d’Italia. I soli provvedimenti che D’Aversa indica, nelle conclusioni, per proseguire nella crescita economica ormai avviata consistono nella eliminazione completa di quanto ancora resta delle misure di tutela del lavoro e dall’aumento del costo della vita: è auspicata la abolizione delle disposizioni sul conferimento dei prodotti cerealicoli ai “granai del popolo” … per l’incremento della produzione lattiero-casearia … l’abolizione delle norme restrittive vigenti per la vendita al consumo … l’abolizione delle disposizioni concernenti il mantenimento al lavoro degli operai in soprannumero … la revisione dei diversi e svariati contributi dovuti dalle industrie per i propri operai, dato che i contributi stessi incidono sensibilmente sulle paghe. Queste considerazioni non hanno il senso di rilevare una scarsa sensibilità sociale nel direttore della Banca d’Italia, quanto l’assunzione da parte sua di una prospettiva rispetto alle modalità e ai fini dello sviluppo, di cui con il superamento delle conseguenze della guerra si sono poste le basi. Secondo tale prospettiva lo sviluppo è affidato alla dinamica del mercato liberata dalle ingerenze della politica, ed agli attori «forti» in esso operanti, comprese le cooperative, che nel perseguire il proprio interesse creano ricchezza e con questo le condizioni per dare risposte alle emergenze sociali. 5 «A soli due anni dalla fine della guerra il 90% del latte e il 60% dell’uva prodotti in provincia venivano trasformati da latterie e cantine cooperative; più di un terzo della imprese commerciali e di lavoro era costituito da aziende cooperative; oltre la metà degli uomini capaci di attività lavorativa erano iscritti nei vari settori del movimento che complessivamente contava 850 cooperative con 77.810 soci», V. Ferretti, Riformisti di Lenin. La cooperazione reggiana nel secondo dopoguerra, Tecnostampa, Reggio Emilia 1982, p. 65. 74 Un altro punto di vista: Vittorio Pellizzi, il prefetto del cln Può essere interessante mettere a confronto le posizioni di D’Aversa e quelle di un altro testimone/protagonista della fase della ricostruzione, Vittorio Pellizzi, il prefetto nominato dal cln provinciale in carica da fine aprile ’45 al febbraio 1946. Pellizzi ricorda la sua esperienza nel suo Trenta mesi6, pubblicato nel 1954 ma steso, secondo quanto annota l’autore, su appunti risalenti in molte parti al periodo di poco successivo alla cessazione della sua funzione pubblica. Pellizzi ha un ruolo attivo nella politica reggiana del periodo e, attraverso l’esercizio della sua carica istituzionale, opera attivamente nella ricostruzione, avendo come primo obiettivo quello delle condizioni di vita della popolazione e del lavoro7. Rispetto alle prospettive di rinnovamento sociale, delle quali pure è attivo promotore nella fase della sua azione pubblica, Pellizzi non è sospettabile di essere partecipe delle suggestioni collettivistiche attribuibili alle forze della sinistra comunista e socialista tanto forti nel Reggiano. È anzi cauto nell’affrontare anche temi di forte impatto sociale come la vertenza mezzadrile, per la quale cerca soluzioni che non modifichino la natura giuridica del patto8. Il suo è però un atteggiamento di intervento attivo che, senza mettere in discussione l’assetto sociale e i rapporti proprietari, guarda ai gravi problemi della vita quotidiana di buona parte della popolazione reggiana e cerca di mettere in atto iniziative che coinvolgano i ceti più abbienti (di cui conosce le disponibilità economiche, confermate anche da D’Aversa) in un impegno più consistente nel sostegno all’opera di ricostruzione. Pellizzi si riconosce nel partito d’Azione, che rappresenta nel Comitato provinciale di liberazione nazionale durante la Resistenza, e nel suo programma di «socialismo liberale». Egli rimpiange e sente la mancanza, dopo la crisi del partito e l’uscita di Parri e La Malfa, «di una forza viva organizzata che rappresenti un’esigenza di rinnovamento morale, politico, sociale ed economico della struttura del Paese, esigenza diffusa e sentita che il Partito d’Azione poteva e doveva rappresentare con una funzione stimolatrice ed equilibratrice fra le forze del centro e quelle di sinistra»9. V. Pellizzi, Trenta mesi, Poligrafica reggiana, Reggio Emilia 1954. «la mia maggiore attenzione era rivolta al settore alimentazione e a quello [del] lavoro», ivi, p. 4. 8 «Feci diverse riunioni … nelle quali io mi sforzavo di far presente come esistessero delle difficoltà di carattere giuridico per far luogo ad un sostanziale mutamento dei rapporti mezzadrili e come bisognasse limitare il nostro intervento unicamente a problemi di natura contingente … salvo lasciar decidere o dalla Costituzione o dalle leggi che dopo di essa darebbero state emanate in materia le formule definitive per una radicale sistemazione del problema», ivi, p. 95. 9 Ivi, p. 137. 6 7 75 Nella sua opera di prefetto mette in atto iniziative intese ad indirizzare le risorse possibili, e quelle reperibili attraverso iniziative nuove, per far fronte alle emergenze del momento: la ricostruzione, la carenza di lavoro. Sollecita le banche a fornire finanziamenti «agli Enti pubblici ed agli Organismi economici più importanti della provincia affinché potessero sostenere le ingenti spese necessarie a far luogo ai primi lavori pubblici diretti alla ricostruzione ed al contemporaneo assorbimento delle numerosa manodopera disoccupata»10. Traendo fondi dalla gestione della sepra11 (l’Ente che svolge un ruolo di controllo degli approvvigionamenti e della distribuzione delle derrate, istituito nel 1939 per gestire il regime vincolativo introdotto nel settore alimentare) anche stabilendo un contributo a carico dei produttori di vino di duecento lire al quintale, propone di istituire un organismo autonomo (l’Ente lavori assistenza pubblica) che, una volta realizzato, finanzi interventi di edilizia popolare e lavori pubblici, fornisce garanzia ai Consorzi di bonifica per prestiti bancari, eroga contributi per l’assistenza invernale, la costruzione della Casa per le cucine popolari, per gli asili infantili. Nel giugno ’45 lavora all’idea del lancio di un prestito obbligazionario di quattrocento milioni da parte del Comune di Reggio, per avviare «opere utili», dare lavoro12. Nella difficile estate del 1945 Pellizzi affronta anche i problemi del credito e qui incontra il direttore della Banca d’Italia. Sulla situazione delle banche e del credito, da lui definito «settore delicatissimo», è interessante riprendere le sue considerazioni: Da un lato l’aumento vertiginoso dei prezzi seguito alla Liberazione e la diffusione della moneta Alleata (le famose amlire) avevano determinato la possibilità ai detentori dei beni di estinguere tutte le loro obbligazioni debitorie a buon mercato rendendo più liquida la situazione degli Istituti di credito. Dall’altro, il blocco dei depositi, ordinato dall’AMG, la lentezza da parte dell’Istituto di emissione ad adeguarsi alle necessità del momento, il congelamento di ingenti somme erogate da alcuni Istituti locali per assolvere compiti dello Stato (ammasso del grano, ammasso del bestiame, ecc.), la enorme richiesta di credito da parte degli imprenditori e soprattutto il diffuso senso del provvisorio che scoraggiava i più seri e stimolava gli avventurieri: tutto ciò determinava situazioni di una certa gravità che erano oggetto della mia più viva attenzione13. Ivi, p. 62. Ivi, p. 83-85. 12 «In quel momento, con le condizioni di spirito in cui si trovavano i beati possidentes la, per allora, ingentissima somma si sarebbe probabilmente potuta raccogliere e il Comune avrebbe potuto risolvere gran parte dei suoi problemi più urgenti e mettere in cantiere una serie di opere utili alla cittadinanza e tali da tener lontano per qualche tempo lo spettro della disoccupazione», ivi, p. 79. 13 Ivi, p. 61. 10 11 76 Pellizzi agisce presso le banche locali per ottenere che siano forniti agli enti pubblici ed economici finanziamenti finalizzati a sostenere le spese per avviare i lavori pubblici necessari alla ricostruzione e per assorbire i disoccupati. In tale opera, mentre ricorda l’utilità delle indicazioni dei direttori della Banca agricola commerciale e del Banco S. Geminiano e S. Prospero, avverte una collaborazione «poco calorosa» da parte del direttore della Banca d’Italia, «Dovuta non solo alla tradizionale cautela di quell’Istituto, ma credo anche alla scarsa comprensione dei problemi dell’ora da parte di quel dirigente, poco sensibile alle esigenze determinate dall’eccezionalità del momento»14. Pellizzi ricorda anche il suo impegno nel sostegno al prestito nazionale lanciato dal governo nell’agosto 1945, che per lui assume una grande importanza nella fase della ricostruzione, quando al governo è Ferruccio Parri («io compresi che dal successo di questa sarebbero dipese l’intensità e la rapidità della ricostruzione nazionale e perciò presi a cuore vivamente il problema»)15. Egli va oltre la «circolare di stile burocratico» che invita i prefetti a coadiuvare gli organi competenti «al lancio della grande operazione», e ricorda l’impegno del cpln, le riunioni di operatori economici, i comizi, gli appelli a tutti i risparmiatori, le conferenze «per spiegare il contenuto politico, l’opportunità e la convenienza dell’operazione». Il successo della sottoscrizione per Pellizzi «diede la riprova dell’alto senso di civismo che alberga nella popolazione reggiana, in tutti gli strati sociali, perché essa fu larga non solo per la somma sottoscritta (oltre un miliardo, con valori attuali – 1950, circa quindici miliardi) ma per la quantità enorme dei sottoscrittori che testimoniò la partecipazione popolare all’operazione». Durante il periodo di sottoscrizione il prefetto invita il direttore della Banca d’Italia a fornire i risultati della giornata, ma ricorda la riluttanza di questo, in nome del «segreto d’ufficio». Riluttanza poi superata «un po’ perché capì e un po’ perché usai qualche maniera piuttosto energica, ogni sera egli si recava da me col bollettino … di guerra, ch’io esaminavo con ogni cura per poter intervenire, se necessario – come intervenni – nei settori che si fossero mostrati meno sensibili alle esigenze del momento»16. Pellizzi poi in occasione di una conferenza promossa dal Circolo di cultura «Fratelli Rosselli», il 3 novembre 1945 presso il Teatro Municipale, sulla questione di Trieste, pronuncia un discorso in cui, oltre al tema indicato, fa alcune valutazioni sulla situazione locale. Su Trieste difende l’italianità della città, mette in evidenza le responsabilità del fascismo e avanza proposte per una soluzione pacifica della controversia. Non manca poi di polemizzare con «gli immemori» che hanno già dimenticato il fascismo e le sue violenze, che Ivi, p. 62. Ivi, p. 63. 16 Ivi, p. 64. 14 15 77 criticano i partiti e le autorità, «che gridano allo scandalo perché si è imposto una modestissima maggiorazione al prezzo del vino per costituire un fondo per lavori pubblici e assistenza», che «accusano i pubblici poteri di debolezza e equilibrismo, ben sapendo che oggi è necessario, per amministrare la pubblica cosa, tener conto di tutte le tendenze e di tutte le volontà; sono coloro che, attraverso quest’opera di demolizione e di subdola mormorazione, vorrebbero separare le forze della democrazia, lanciarle le une contro le altre e dal conflitto far risorgere uomini e cose definitivamente sepolti»17. Si tratta di una trasparente critica a quegli ambienti cittadini che si opponevano, anche se non esplicitamente nel clima dell’estate 1945, a quella prospettiva di rinnovamento sociale collegata al processo di ricostruzione ancora ben viva e rappresentata, per uomini come Pellizzi, dal governo Parri. D’altra parte tale atteggiamento presente tra la borghesia reggiana si ritrova nel capitolo in cui Pellizzi raccoglie i suoi ricordi sui partiti del cln, quando afferma come «una parte dell’opinione pubblica si orientò verso la dc come a quello, fra i quattro partiti del cln, che sembrava potesse dare maggiori garanzie di custode dell’ordine e della conservazione sociale», dando anche luogo a situazioni singolari come quella che ricorda a proposito di una conferenza di Giuseppe Dossetti «nel salone della società del Casino, tenuta in una sera caldissima di luglio di fronte a un pubblico enorme». Dossetti espose tesi con le quali «diede un duro colpo al moderatume enunciando principi radicalmente rivoluzionari in campo politico e in campo sociale, riscuotendo grandissimi applausi dai buoni borghesi che non capirono proprio nulla. Qualcuno capì e si allontanò inorridito»18. Gli strani errori del dottor D’Aversa Nella relazione del direttore della Banca d’Italia si trovano poi due imprecisioni/errori, espressi in modo del tutto incidentale, sulla storia reggiana di qualche decennio e di qualche anno prima. Il primo «errore» riguarda il movimento cooperativo, a proposito del quale D’Aversa afferma: «le cooperative attraversarono un periodo difficile subito dopo la prima guerra mondiale ma adesso rifioriscono salde e sane sotto la guida della Federazione provinciale della cooperativa diretta egregiamente da persone competenti». In verità subito dopo la prima guerra mondiale le cooperative facenti capo al movimento socialista raggiunsero il massimo grado dello sviluppo, nella 17 18 Ivi, pp. 112-113. Ivi, p. 127-128. 78 loro storia fino a quel momento, in tutti i settori nei quali operavano19. Le difficoltà furono causate a partire dal 1921 dall’attacco diretto e violento operato dallo squadrismo fascista, che ne determinò un ridimensionamento e la sottomissione al controllo politico del partito/regime. Nel documento di D’Aversa è cancellato il «biennio rosso»; è una strana cancellazione/manipolazione della memoria, che si può presumere derivata dagli ambienti dai quali D’Aversa ricavò le sue conoscenze sull’ambiente in venne ad operare come funzionario di alto rango. Più sorprendente l’affermazione che compare del tutto incidentalmente nella parte della relazione dedicata ai danni di guerra nei paesi della montagna: «la zona montana ove i tedeschi hanno incendiato villaggi interi per rappresaglia contro i Partigiani che hanno occupato per oltre due anni tale zona». È questo l’unico riferimento che compare nella relazione alla Resistenza e lotta partigiana. Esse sono accostate alla rappresaglia tedesca, e sono in certo modo enfatizzate, estendendole nel tempo al doppio della loro effettiva durata, poiché le azioni partigiane intese ad acquisire un controllo del territorio si verificano, nella montagna reggiana, a partire dalla primavera del 194420. Si tratta di un errore strano, data la vicinanza temporale alla stesura della relazione e la «freschezza» di eventi collocati nello stesso spazio geograficoamministrativo. Anche le inesattezze e gli errori possono contribuire a comprendere un «punto di vista«: parlando di economia possono emergere (anche se non espressi esplicitamente) i criteri del giudizio politico e sociale sulle vicende del passato, e sulle attese per il futuro. 19 Vedi M. Bonaccioli, A. Ragazzi, Resistenza Cooperazione Previdenza nella provincia di Reggio Emilia, Reggio Emilia 1925, pp. 88 e segg. 20 Cfr. M. Storchi (a cura di), 20 mesi per la libertà, La guerra di liberazione dal Cusna al Po, Edizioni Bertani&C., Cavriago 2005, pp. 90 e segg. 79 1897 Garibaldini reggiani in Grecia Una pagina di storia cittadina Alfio Moratti* Dal quotidiano «L’Italia Centrale»1 del 24 aprile 1897: «Per la Grecia. Ieri mattina partirono dalla stazione di Reggio Emilia alla volta di Rimini per unirsi al Corpo dei filoelleni del Colonnello Bertet …»2. Le campagne per l’indipendenza della Grecia dal dominio dell’impero ottomano, con un interesse particolare per il congiungimento alle madre patria dell’isola di Creta3, hanno sempre suscitato in Italia, durante tutto l’Ottocento, * Ha collaborato alla ricerca Amos Conti. 1 Giornale quotidiano, di tendenza liberale, inizia le pubblicazioni a Reggio Emilia il 2 novembre 1864, pubblicazioni che terminano il 31 dicembre 1912 con il numero 320 dell’anno L. Come si legge nel numero 1 dell’anno I il titolo è giustificato in quanto: «esce a Reggio, che è come dire quasi nel cuore della media Italia». 2 Il tenente colonnello Enrico Bertet (in talune fonti anche Berteth) di origine savoiarda nasce nel 1826; figura di spicco del socialismo aronese, vecchio combattente garibaldino, è il propugnatore di una particolare visione della «nazione armata» che doveva avere il suo fulcro in una «rete di palestre marziali», che organizza e dirige. Nel marzo del 1897 parte da Brindisi per la Grecia alla guida di un contingente di volontari del suo indirizzo politico. In dissidio con Ricciotti Garibaldi, poiché ogni contingente rivendica per il proprio credo politico la legittimità dell’intervento fino al punto di disputarsi la vera appartenenza della tradizionale camicia rossa, non riveste nell’esperienza greca una particolare rilevanza militare. Secondo quanto scrive Eva Checchinato a pagina 242 del suo libro «Camicie Rosse», edito dalle edizioni Laterza, riportando una corrispondenza dell’inviato dell’«Avanti», Giuseppe Ciancabilla: «Camicia rossa e pantaloni verde-cupo vuol dire legione Ricciotti-Garibaldi; camicia rossa e pantaloni bigio-azzurrini significa Legione Bertet. In questa sfumatura di tinte c’è un abisso sconfinato». Bertet muore ad Arona nel 1899. 3 Nel 1897 l’isola di Creta, abitata in prevalenza da etnie di origine greca, è ancora sotto il dominio della Sublime Porta: è stata infatti conquistata quasi interamente dai turchi in lotta con Venezia nel 1681. Nel corso dei secoli tutta l’isola è spesso sconvolta da movimenti nazionalistici. Nella guerra greco-turca del 1897, i greci sono sconfitti in Tessaglia, ma l’intervento delle grandi potenze assicura ugualmente l’autonomia di Creta, anche se ancora sotto la sovranità turca. L’isola viene annessa definitivamente alla Grecia soltanto con il trattato di Londra del 13 maggio 1913, che conclude le guerre balcaniche. 81 Mappa dell’area di Domokos. una larga solidarietà: da Santorre di Santarosa4, che combatte e muore a Sfacteria l’8 maggio del 1825, alle spedizioni dei volontari garibaldini nel 1867, nel 1897 ed ancora nel 1912. Nel 1867, al termine della Terza guerra d’indipendenza, una legione di vo- Santorre Annibale De Rossi di Pomarolo, conte di Santarosa (Savigliano, Cuneo, 1783 - Sfacteria 1825). Patriota e uomo politico. Dopo aver fatto parte della burocrazia napoleonica, dopo la Restaurazione entra nell’esercito piemontese e, a seguito delle sfortunate vicende dei moti liberali del 1821, che lo portano alla carica di Ministro della Guerra con Carlo Alberto, deve riparare in esilio in Francia, poi in Inghilterra. Cade infine combattendo a fianco dei Greci insorti contro l’occupazione turca. 4 82 lontari italiani forte di più di duemila uomini è guidata dal colonnello Luciano Mereu a combattere per l’indipendenza di Creta contro i turchi di Mustafà Pascià, mentre nel maggio del 1897, è Ricciotti Garibaldi5 che, a Domokos6, sconfigge una forte armata nemica, salvando dal disastro, almeno per il momento, l’esercito greco; nel dicembre del 1912 è ancora Ricciotti che porta alla vittoria i garibaldini nella battaglia di Drisko, presso Janina7. I volontari reggiani sono presenti in tutti questi episodi: nella primavera del 1867, secondo quanto racconta Pomelli, il garibaldino Gaetano Davoli «accorse in Grecia per andare in soccorso della insurrezione cretese, ma questa durò poco perché soffocata dalla diplomazia europea»8, mentre il dottor Aldo Spallicci dell’Ambulanza garibaldina9, ricorda che a Drisko nell’ultima campagna del 1912, nella Croce Rossa garibaldina è presente come infermiere volontario, un «valoroso e modestissimo» Aldo Almansi di Reggio Emilia, studente all’università di Pisa10. Secondo «L’Italia Centrale» dell’11 febbraio 1912, l’Almansi è consigliere eletto della sezione reggiana della Trento-Trieste, presieduta dal ragioniere Gino Bedeschi11. Ma la più vasta partecipazione ideale e la più generosa disponibilità dei volontari reggiani è quella che si esprime nella campagna del 1897 e che culmina nella presenza di alcuni di essi a Domokos il 17 maggio. Attraverso la semplice cronaca dei giornali cittadini del tempo è possibile ricostruire gli episodi della battaglia ideale di questi nostri concittadini, una vicenda che si sviluppa rapidamente, nell’arco di circa quattro mesi: sono talvolta dei personaggi destinati a ricoprire anche dei ruoli di notevole importanza nella politica nazionale. A Creta, all’inizio del 1897, sono ricominciati i moti per l’indipendenza dell’isola dall’impero turco. In tutta l’Italia nascono i «Comitati Pro Candia»12, espressione di un’opinione pubblica che si riconosce in molteplici movimenti ideali e partitici, con una vasta mobilitazione per appoggiarne gli ideali di libertà; un indirizzo che invece non è condiviso dal governo di Roma che, in linea con le principali potenze europee, invita alla prudenza. Figlio secondogenito di Giuseppe Garibaldi e Anita. Domokos è un piccolo villaggio della Tessaglia, a 620 m. sul livello del mare. Dista pochi km dalla storica località di Farsalia, teatro della battaglia fra Cesare e Pompeo nel 48 a.c. 7 A. Spallicci, La Spedizione Garibaldina in Grecia (Le giornate di Drisko), Cooperativa Tipografica Forlivese, Forlì 1913. 8 G. Pomelli, Gaetano Davoli in «Garibaldi e i Garibaldini», anno I, n.4, Reggio Emilia 1911. 9 Cfr. Spallicci, La Spedizione Garibaldina in Grecia..., cit, p. 55. 10 Ivi, pp. 38, 54, 55. 11 L’Associazione Trento-Trieste viene fondata nel 1903 con un programma chiaramente irredentista: la sezione reggiana nasce nel maggio del 1909. (Cfr. in A. Ferraboschi, Piccola Patria, Grande guerra, clueb, Bologna 2008, p. 39). 12 La città di Candia, l’antica Hiràclion, è una delle principali città dell’isola di Creta, spesso identificata con l’isola stessa. 5 6 83 In questa fase della crociata di solidarietà, ancora non armata, prevalgono ovviamente nel paese le iniziative dei gruppi operaistici, socialisti e repubblicani, secondo i quali: «gli interessi del proletariato combaciano perfettamente con i suoi sentimenti»13. Sono anche presenti, e attivi in tutta Italia, alcuni movimenti di estrazione borghese: i liberal-conservatori appoggiano infatti la campagna interventistica, coerenti con l’ideale risorgimentale del secolo. Molto presto peraltro questa iniziale unanimità di sentimenti si frantumerà, con conseguenze molto negative sull’arruolamento e la partecipazione attiva dei volontari e con la formazione di due distinte principali legioni: la filoellenica e la garibaldina. In questa atmosfera, il 17 febbraio 1897, l’Associazione monarchica fra gli studenti milanesi invita il governo ad agire per sostenere la liberazione di Candia14, mentre il colonnello socialista Enrico Bertet, un veterano di antiche battaglie, «un vecchio grosso e barbuto vestito da garibaldino», come lo descrive un corrispondente del «Corriere della Sera», «si candida alla guida di volontari italiani del suo orientamento politico, recandosi a Brindisi pronto per la partenza». Per i gruppi più radicali, si costituisce il 26 marzo su due plotoni la Legione italiana di Amilcare Cipriani15 che è rientrato dal suo esilio in Francia, mentre soltanto il 21 aprile parte da Brindisi, Ricciotti Garibaldi che raccoglie attorno a se il consenso della migliore e della prevalente parte dei volontari che si ispirano alla vecchia tradizione garibaldina. La situazione in città Nei primi mesi dell’anno 1897, anche a Reggio Emilia si manifesta per l’indipendenza di Candia dai turchi nel nome di una generica adesione patriottica agli ideali risorgimentali di libertà dei popoli. Il 17 febbraio gli aderenti al circolo monarchico «Vittorio Emanuele», guidati dall’onorevole liberale Gualerzi16, E. Checchinato, Camicie Rosse. I Garibaldini dall’unità alla grande guerra, Laterza, Bari 2007, p. 235. Inoltre: articolo Rettorica sul quotidiano, «Avanti», edizione del 18 febbraio 1897. 14 «L’Italia Centrale», 17 febbraio 1897. 15 Amilcare Cipriani, (Anzio 1844-Parigi 1918). Politico socialista e deputato in varie legislazioni alla Camera Italiana, combatte nelle lotte nazionali (San Martino 1859, Aspromonte 1862, Trentino 1866) e spesso nelle insurrezioni proletarie: è a Digione con Garibaldi contro i prussiani e partecipa alla successiva difesa della Comune di Parigi, dove viene condannato a morte dal restaurato governo legittimo di Thiers. A Domokos viene ferito: nello stesso combattimento cade il deputato forlivese Antonio Fratti. I suoi rapporti con la città di Reggio Emilia sono sporadici: nel 1884 i socialisti reggiani lo candidano alle elezioni politiche in opposizione al liberale Ulderico Levi, mentre, dopo che ha ottenuto la grazia da Umberto I, nel 1889 viene invitato a parlare a Reggio, Politeama Ariosto, sul tema della pace. Ad Amilcare Cipriani è dedicata una via cittadina. 16 Francesco Gualerzi, deputato liberale, presidente del circolo monarchico «Vittorio Emanuele» di Reggio Emilia, muore durante la Grande Guerra il 7 agosto del 1915. 13 84 applaudono all’iniziativa degli studenti milanesi e si impegnano a raccogliere firme di sostegno17. Nel frattempo il quotidiano locale, «L’Italia Centrale», pubblica la notizia: «della costituzione di un Comitato di giovani per promuovere una manifestazione nei limiti della legalità in favore degli insorti di Candia». Il comitato esprime un primo manifesto di intonazione chiaramente risorgimentale: «la nostra città nella quale è fortissimo il sentimento nazionale non può restare insensibile al grido di dolore che viene dal popolo di Candia … La questione d’Oriente richiede ormai una soluzione … Tutti di ogni partito dobbiamo essere fermi in questo concetto e adoprarci come ci detta la voce del cuore: Pro Candia. Un comitato di giovani si è provvisoriamente costituito per questo scopo….»18. Questo manifesto viene vietato con decreto prefettizio19. Gli eventi frattanto mostrano una rapida accelerazione: il 21 febbraio si costituisce infatti ufficialmente il Comitato studenti Pro Candia, diretto da Meuccio Ruini20, Telemaco Dall’Ara21 e Enrico Gorini, che si propone una complessa serie di manifestazioni: una conferenza di Ruini nella sala del Comizio agrario, la pubblicazione e la diffusione di un numero unico, in sostituzione del precedente manifesto vietato, intitolato Pro Candia, a beneficio delle vittime dell’insurrezione candiotta, un’Accademia di beneficenza, ossia uno spettacolo che serva a raccogliere fondi da svolgersi nel salone superiore del Politeama Ariosto. Al Comitato pro Candia aderiscono più di cento studenti, mentre il 28 febbraio ne viene completata la costituzione definitiva con i seguenti membri: Giovanni Baiocchi, Francesco Cherubini, Antonio Chiesi, Telemaco Dall’Ara, Cesare Festa, Enrico Gorini, Egidio Incerti, Augusto Jona, Umberto Morini e Meuccio Ruini, tutti di estrazione borghese. Il Comitato degli studenti conferma nell’incarico di: «eseguire le proprie deliberazioni i signori Dall’Ara Telemaco, Gorini Enrico, Ruini Meuccio», con lo scopo chiaramente espresso di «promuovere un’agitazione legale per tener viva nel popolo la coscienza della santità e giustizia della causa cretese e raccogliere aiuti materiali per le vittime «L’Italia Centrale», 17 febbraio 1897. «L’Italia Centrale», 19 febbraio 1897. 19 «L’Italia Centrale», 20 febbraio 1897. «Iniziativa PRO CANDIA. L’Accademia di lunedì sera:… Nel numero di ieri abbiamo pubblicato il manifesto, che un Comitato di giovani, costituitosi per sostenere la causa di Candia, aveva deciso di pubblicare e divulgare fra i cittadini di Reggio. Ma non poterono dar corso a questa iniziativa per divieto prefettizio». 20 Meuccio Ruini (Reggio Emilia 1877- Roma 1970). Uomo politico fra i più influenti del nostro tempo; fra l’altro membro dell’Assemblea Costituente Repubblicana, Presidente del Senato della repubblica, più volte Ministro. Nominato senatore a vita dal presidente della repubblica Segni il 2 marzo 1963. 21 Telemaco Dall’Ara (Reggio Emilia 1876-1914). Poeta, direttore responsabile, nel gennaio del 1898, del giornale monarchico democratico di Reggio Emilia «Il Grido Liberale». Dal 20 gennaio al 22 maggio 1898 vengono pubblicati diciotto numeri (Gli uffici del giornale erano in Via Emilia S. Stefano n. 31). 17 18 85 Il manifesto Pro Candia del 22 febbraio 1897 86 della insurrezione». La sede è stabilita in Via Toschi 22, all’angolo con Via Navona, nel mezzanino22. Non si parla ancora di arruolamento di volontari, mentre le iniziative promosse sembrano riscuotere un significativo successo; in particolare, in un clima significativamente borghese e provinciale, ha una ottima riuscita l’Accademia, attesa: «da una vivissima aspettativa nella cittadinanza…», mentre «fino dalle ore 20 un pubblico distintissimo gremiva il vasto salone, elegantemente adornato con trofei di bandiere … Sull’alto del piccolo palco per la musica spiccava la bandiera greca, a liste azzurre…». L’Accademia del 27 febbraio procura un introito di 355,70 lire; detratte le spese di 141 lire e 75 centesimi, si invia al ministro greco la somma di 213 lire e 95 centesimi. Il ministro greco a Roma, Coundouriotis, invia un telegramma di ringraziamento a Dall’Ara per la solidarietà, mentre il 9 marzo è ancora Telemaco Dall’Ara che, al Politeama parla a favore di Candia con la conferenza a titolo I Turchi; l’oratore ottiene un vivissimo successo di pubblico. Ancora l’11 marzo il Comitato organizza, con una vasta partecipazione, una passeggiata benefica Pro Candia con l’impiego di carrozze offerte dai concittadini Siliprandi; una manifestazione che comporta l’importante utile in offerte di 624 lire e quaranta centesimi23. In questa fase, in tutta la provincia reggiana, le adesioni al movimento si moltiplicano; il primo è lo stesso onorevole Francesco Gualerzi, candidato al Parlamento per i liberali, espressione della società moderata, che, in data 26 febbraio, invia un telegramma di solidarietà, anche a nome del Circolo monarchico «Vittorio Emanuele». Si associano rapidamente le società patriottiche e di mutuo soccorso: il 1° marzo la Società reale reduci patrie battaglie di Novellara manda un saluto alla eroica Grecia «che ha accolto il lamento dei fratelli di Candia e augura fortune per il trionfo civiltà …»; il 2 marzo l’avvocato N. Casanova esprime con un telegramma la solidarietà della Società dei reduci di Guastalla; il 10 marzo, a firma Fantuzzi, aderisce e invia offerte la Società Garibaldi reduci patrie battaglie. Il 14 è la volta della Unione Insegnanti primari e il 19 marzo, a firma di Silvio Ricordati, si allinea la Società Operaia di Correggio. Intanto il Comitato degli studenti Pro Candia invita il Parlamento, che ha iniziato la discussione del problema orientale, ad appoggiare l’indipendenza di Candia e comunica, per la prima volta, che sono giunte molte richieste di volontari che vogliono partire per combattere, nonostante che il giorno 15 il Ministro dell’interno abbia confermato, con una circolare ai prefetti, di impedire assolutamente la partenza in massa di volontari. Arrivano le prime offerte: sono 25 lire e 17 centesimi, mentre tale Cremona Casoli offre due oggettini d’oro. 22 23 «L’Italia Centrale», 28 febbraio 1897. «L’Italia Centrale», 24-28 febbraio 1897. 87 Il vento della politica sta cambiando: moderati e socialisti Mentre continuano le adesioni, qualcosa in città sta però mutando: siamo infatti in periodo preelettorale e cominciano da parte dei moderati, i primi distinguo. Nel numero uno in data 12 marzo 1897 del periodico «La Battaglia Elettorale», che viene pubblicato a Reggio in soli quattro numeri, a firma A.Z., si discute del programma elettorale e si legge: «ora se è generoso desiderare che le aspirazioni greche abbiano un lieto fine, sarebbe stato un delitto spingere ad una guerra disastrosa l’Italia che ancora sanguina e piange della sconfitta toccata, or compie un anno, in Africa». Da parte sua il dottor Francesco Gualerzi, che è candidato per i moderati, nel numero due dello stesso periodico, si esprime per: «politica estera dignitosa e prudente aiuto alla causa della Grecia fin dove l’interesse della patria lo consente»24. Da parte socialista, mentre sempre si riconferma la costante volontà di appoggiare l’indipendenza dei popoli e l’onorevole Berenini manda la sua invocazione a Candia, esistono delle vivaci perplessità riguardo alla partecipazione dei socialisti ad una eventuale lotta armata. Sulla «Giustizia», organo regionale dei socialisti emiliani, ancora nel numero del 18 aprile, sono ben esplicite le parole riportate dal discorso dell’onorevole Bissolati, che mentre si pronuncia comunque pro Candia, sottolinea anche l’assoluta tendenza dei socialisti alla pace. Egli infatti afferma: Sì, ripeto noi socialisti la pace la vogliamo davvero. E dicendo questo non alludo soltanto alle finalità che voi potreste chiamare utopistiche del nostro partito, vale a dire l’abolizione della guerra e delle frontiere … ma alludo alla situazione dell’oggi e alle necessità dell’ora che volge. Intenti alla organizzazione del proletariato, noi dobbiamo ben ricordare che una guerra riuscirebbe a una terribile cavata di sangue, e del miglior sangue della classe lavoratrice; sappiamo che una guerra romperebbe le intese e arresterebbe forse per lungo tempo il suo sviluppo; … darebbe occasione al sorgere delle dittature militari, ottimo arnese per distruggere in un’ora, in un momento, quel che il proletariato con fatiche e sacrifici è venuto faticosamente conquistando25. Questa stessa tiepida approvazione alla lotta armata è espressa dall’onorevole Prampolini26. In queste stesse settimane e nel contesto del Comitato degli studenti pro Candia, un gruppo di socialisti e radicali reggiani, riuniti «La Battaglia Elettorale», nn. 1-2, marzo 1897. Reggio Emilia, Tipografia Stefano Calderini e Figlio. 25 I socialisti e la Grecia, «La Giustizia», 18 aprile 1897. 26 Camillo Prampolini (1859-1930). 24 88 nel Circolo «Friedrich Engels»27 sta organizzando un drappello di volontari per raggiungere la colonna Bertet; Prampolini, in linea con le direttive del partito, come ricorda Pietro Zanazzi un tipografo socialista che fa parte del gruppo «ci ammoniva essere la guerra greco-turca una delle solite guerre nazionalistiche; la gioventù socialista, egli ci andava dicendo, doveva riservarci per ben altre lotte»28. L’onorevole socialista, che deve onorare le iniziative del partito a livello nazionale, è evidentemente in qualche difficoltà: assente alla discussione alla Camera dei Deputati sulla questione orientale, ne deve giustificare la mancata presenza: «in polemica con altri, Prampolini dice che lui alla Camera non c’era a votare pro Candia, perché era ammalato e non poteva uscire neanche da casa, ma è favorevole all’annessione di Candia alla Grecia»29. La spedizione armata: i reggiani partono Ma gli eventi precipitano e non è più il tempo delle parole: i volontari partono, o almeno tentano di partire. Infatti «L’Italia Centrale» del 24 aprile 1897 annuncia: «La partenza. PER LA GRECIA. Ieri mattina partirono dalla stazione di Reggio Emilia alla volta di Rimini per unirsi al Corpo dei filoelleni del Colonnello Bertet, Carboni Alessandro, Cavalli Giovanni, Catelani rag. Ettore, Cocchi Primo, Ficarelli Michele, Menozzi Prospero, Pasini Giovanni, Pisa Giuseppe, Seidenari rag. Ettore, Venturi Dante, Zanazzi Pietro, Zanichelli Tullio». E nello stesso giorno: «i volontari guastallesi Benaglia Oreste, Fornasari Guerrino, Nicolai Albino, Verani Adrasto». Il comunicato quindi prosegue: Il Comitato locale per Candia che trasmetteva le domande dei volontari reggiani, che ad essi si indirizzavano, ai comandi delle varie spedizioni a cui i volontari stessi chiedevano di arruolarsi, aiutò di quei sussidi di denari che gli fu dato raccogliere il gruppo che intendeva partecipare alla spedizione Bertet, la sola fin qui organizzata. Tuttavia parecchi volontari già iscritti al corpo Bertet, non poterono per mancanza di fondi recarsi al luogo di imbarco. Ieri sera da Rimini è pervenuta la notizia al Comitato di un telegramma che riferisce come l’autorità impedisca la partenza dell’intero corpo dei volontari. Partono per Rimini per unirsi alla colonna dei Filoelleni di Bertet. Continua la sottoscrizione30. 27 28 29 30 31 Filosofo e uomo politico tedesco (1820-1895). P. Zanazzi: «Reggio Democratica», 12 marzo 1946. «La Giustizia», 14 aprile 1897. «L’Italia Centrale», 24 aprile 1897. Zanazzi, cit. 89 Pietro Zanazzi, un giovane tipografo socialista, antico protagonista di questa vicenda, la ricorda così cinquant’anni dopo in un articolo su «Reggio Democratica», dove chiarisce anche in modo esplicito il sentimento che animava i volontari: ora tengo particolarmente a far rilevare il motivo che ci faceva entusiasti di una impresa, che, al postutto non era poi di carattere sociale, come noi invece avremmo dovuto logicamente desiderare. Ad attirarci ed affascinarci, era soprattutto il mito che per noi si impersonava nel grande comunardo Amilcare Cipriani, nel battaglione del quale noi avremmo fatto il possibile per arruolarci. Ci nutrivamo di una infinità di illusioni, giovanili speranze: una rapida vittoria sui turchi, per esempio non era neppure posta in dubbio, ed al ritorno, immancabile sbarco nell’Italia meridionale. Alcune migliaia di garibaldini, allora, reduci dai trionfi ellenici, guidati dall’Eroe pronti a tutto osare sarebbero certamente riusciti alla realizzazione della repubblica italiana, poiché non nutrivamo la minima incertezza che la rivoluzione sarebbe scoppiata al primo apparire del Cipriani nelle Puglie31. Vedremo che le cose andranno molto diversamente; ma intanto i volontari sono partiti e sono riusciti ad ottenere anche il saluto di Camillo Prampolini. Infatti come conferma Zanazzi « vista però la nostra irremovibile decisione, egli ci fu costantemente vicino, e all’alba del giorno della partenza, non mancò il recarci il suo cordiale e commosso saluto fino sul treno. E il giorno 23 aprile 1897, capo gruppo Ettore Catelani, partimmo alla volta di Rimini …»32. Sono tredici giovani, ai quali si uniranno poi altri quattro volontari provenienti da Guastalla, espressione di ceti operai e piccolo borghesi: due studenti Catelani e Seidenari, un attore drammatico, il Michele Ficarelli, quattro tipografi e litografi, un impiegato, il Venturi, fabbri, calzolai, operai. I moderati si sono sganciati: fra i partenti, infatti, non compare nessun elemento degli aderenti al Comitato studenti pro Candia, e presto dopo l’infelice fine della spedizione, Telemaco dall’Ara, uno dei responsabili del Comitato stesso, si chiama fuori e invia al periodico «L’Italia Centrale» la seguente comunicazione: «Siccome una parte della cittadinanza, non so se a ragione, commenta poco benevolmente il favore accordato dal Comitato Pro Candia ai volontari socialisti per la Grecia, così io, non entrando affatto in apprezzamenti sulla azione del comitato, declino ogni responsabilità dichiarando che già da un mese circa ho rassegnato le mie dimissioni dal comitato filoellenico …»33. 32 33 34 90 Ibidem. «L’Italia Centrale», 27 aprile 1897. Ibidem. La delusione per un mancato imbarco Intanto la spedizione è miseramente è fallita. L’articolo su «L’Italia Centrale» del 27 aprile, che annuncia il rientro a Reggio del drappello dei volontari, come vedremo, collima nei particolari essenziali con i ricordi di Zanazzi. Scrive infatti l’articolista del quotidiano: Ieri mattina tornavano da Rimini i volontari reggiani che si erano uniti alla spedizione Bertet. Il gruppo di quei giovani che con tanto entusiasmo erano accorsi per aiutare la generosa Grecia, abbandonando molti famiglia, impieghi, vita comoda e sicura, si mostrò nelle lunghe dolorose ore d’incertezza, prima dello sperato imbarco, pieno di coraggio e di animazione. Arrivarono a Rimini alle 16 e mezza. Ricevuti da Silvio Brunelli, luogotenente del colonnello Bertet, si unirono in un luogo di ritrovo determinato mentre tutti gli altri gruppi delle altre città si raccoglievano ai loro posti. Alle 21 venne l’ordine di partire alla spicciolata verso la spiaggia di Riccione. Erano oltre 500 giovani entusiasti, specialmente dell’Emilia, che nello scendere della notte, marciavano in silenzio dispersi per il lunghissimo litorale. I reggiani erano i primi nella marcia faticosa. A Riccione trovarono la burrasca: si tentò tuttavia di lanciare in mare una lancia, su cui, con alcuni pescatori, salirono soli due volontari reggiani. La lancia fu capovolta da un colpo di mare, e i pescatori e volontari dovettero tornare nuotando alla riva. Dormirono coricati sulla sabbia, con una borea terribile che li agghiacciava, ma coll’ardente speranza di poter imbarcarsi. All’alba durando sempre il mare cattivo, il bastimento si era allontanato, e i volontari dovettero, con lo strazio nel cuore, non scoraggiati, ripartire per Rimini. Tentarono ancora, durante tutta la giornata, di imbarcarsi, su qualche trabiccolo, su qualche lancia, decisi a tutto affrontare, destando la viva ammirazione e la simpatia di tutti i compagni di spedizione che li vedevano sempre al primo posto. Non c’era più la nave: il mare era cattivissimo ancora: si tentò di annolare [sic] un vaporetto ad Ancona per i volontari di Reggio, Guastalla e Pavia. Ma ogni tentativo fu vano: e i volontari furono costretti a rimpatriare. Così la generosa impresa …34. Il racconto di Zanazzi aggiunge soltanto qualche importante precisazione: il nome del veliero l’«Albania», che inviato dal governo greco, doveva trasportare i volontari al Pireo, la notizia che il volontario caduto in mare e salvato a stento è il compagno Pasini, ma soprattutto la precisazione che all’alba è comparso un nutrito drappello di carabinieri, che viene dapprima disarmato, ma ai quali poco dopo è necessario arrendersi per l’arrivo di un reparto di fanteria: un intervento richiesto dalla Ambasciata turca stessa; infine il definitivo rientro a Reggio, dopo un «paterno» sermoncino del questore. Ritornati a casa il 26 aprile i volontari fanno pubblicare sull’«Italia Centrale», un manifesto a titolo Causa e motivi della fallita spedizione Berteth, la protesta dei volontari reggiani», dove raccontano i fatti, rivendicano il loro ideale e denunciano le 35 «La Giustizia», 25 aprile 1897, «PRO GRECIA e … PRO PLEBE: … Amedeo Morandotti, par- 91 precise responsabilità degli organizzatori. Nel frattempo, nell’articolo Pro Grecia e … pro plebe del 25 aprile, «La Giustizia» nel confermare la notizia del rientro del gruppo dei giovani socialisti, mentre protesta contro «questa violenza dei regi politicanti italiani» e si sdegna per «l’arbitrio e la viltà del governo», dichiara anche: confessiamo che la mancata partenza dei nostri volontari non ci ha punto addolorati. Tutt’altro. Noi non l’abbiamo né incoraggiata, né desiderata. Comprendiamo che è giusta la causa per la quale essi volevano combattere, apprezziamo e lodiamo la nobiltà dei loro sentimenti, ma pensiamo anche che la maggior parte di quei 500 giovani della legione Bertet sono nostri compagni: e che se giusta è la causa dei greci, non meno giusta è la lotta che devesi sostenere qui, in Italia, e dovunque il Proletariato si agita e lavora per la propria emancipazione35. L’articolo conclude che attualmente è inutile sognare la lotta gloriosa, «il morir rapido, la battaglia», ma meglio limitarsi a più prosaici ma essenziali doveri di un socialista, come intervenire alle adunanze, fare propaganda e almeno leggere i giornali del partito. Sul campo di battaglia Frattanto, superando tutte le difficoltà otto volontari riescono comunque, imbarcandosi in un altro porto, a raggiungere «l’agognata meta» e a combattere a Domokos, dove la battaglia ha almeno raggiunto il risultato di bloccare l’avanzata turca36, anche se temporaneamente: sono Ettore Catelani37, Dante lando dello scioglimento della compagnia Cipriani, ha giustamente osservato che i volontari, in generale, partono pensando alla fucilata contro il nemico. Al “morir rapido”, alla battaglia insomma – che è pericolosa, ma breve e bella di forti emozioni – e non già alla guerra, cioè alle lunghe marce, alle notti perdute, al freddo, alla pioggia, ai digiuni, alle opprimenti necessità della disciplina, in breve al “mestiere duro, faticoso, disagevolissimo”. Orbene così pure è la lotta che si sostiene qui. Molti, troppi sono disposti a combattere la battaglia di un giorno – e la combattono infatti con le schede, come la combatterebbero, crediamo, sulle barricate – e non si adattano invece alle necessità della guerra: trascurano i loro doveri di socialisti, non intervengono alle adunanze, non si iscrivono nei nostri Circoli, non fanno propaganda, non si curano neppure di leggere i giornali di partito». 36 «Camicia Rossa» Firenze, anno XVI, n. 1, febbraio-aprile 1897: «Il culmine della campagna fu la battaglia di Domokos, in Tessaglia il 17 maggio 1897. Di fronte alla ritirata delle truppe greche incalzate da oltre ventimila turchi, Ricciotti Garibaldi fece avanzare i suoi che riuscirono ad arrestare con assalti alla baionetta la fanteria turca. I garibaldini si coprirono di gloria lasciando sul terreno 22 morti, fra i quali spicca la figura di Antonio Fratti, deputato repubblicano di Forlì. L’armistizio concluso dalla Grecia dopo la battaglia di Domokos, troncò l’attività dei volontari che ancora una volta avevano salvato l’onore del Paese che erano accorsi a difendere». 37 Ettore Catelani, studente di ragioneria, socialista. Volontario in Grecia alla battaglia di Domokos. Rientrato in patria, eletto consigliere comunale, diviene per un decennio amministratore della «Giustizia». Muore a Milano nell’ottobre del 1913. La foto è tratta dagli «Albi della memoria» di Istoreco. 38 Dante Venturi (1875-1932), impiegato, combatte a Domokos il 17 maggio 1897. Gli anni di 92 Domokos, panorama attuale Venturi38, il giovane Giuseppe Mura, figlio del delegato di ps, Alfeo Spaggiari, e i guastallesi Oreste Benaglia, Guerrino Fornasari, Albino Nicolai, Adrasto Verani39. Già dagli inizi di maggio l’iniziativa italiana si sta esaurendo; l’8 maggio, quindi ancora prima del mitico combattimento di Domokos, Ricciotti telefona al fratello Menotti che è inutile arruolare altri volontari, perché in Grecia non vi sono né armi, né vettovagliamento. Continuare la guerra è impossibile: Domokos comunque sarà la vera, prima e unica battaglia dei garibaldini. Il 26 maggio rimpatria Bertet, il 4 giugno Ricciotti arriva a Roma e fra il 5 giugno e il 6 giugno rimpatriano anche i volontari reggiani, reduci dalla battaglia. nascita e morte sono stati desunti dagli atti dello Stato civile del Comune di Reggio Emilia. La foto è tratta dagli «Albi della memoria» di Istoreco. 39 Nell’edizione del 4 gennaio 1912, il quotidiano «L’Italia Centrale» riporta la notizia della morte in combattimento a Derna, il 26 dicembre 1911, del tenente del 62° Rgt. fanteria Alfredo Secreti, che era stato fra i volontari garibaldini a Domokos. Il giovane ufficiale era nato a Roma il 30 novembre 1879, ma era divenuto cittadino reggiano sposando Dina Bertozzi, figlia di Laura Chierici; a Reggio abitava in Casa Terzi nel quartiere di Porta Castello. 40 «L’Italia Centrale», 5 giugno 1897. 93 Il manifesto dei volontari non imbarcati 94 «L’Italia Centrale» del 5 giugno, con il titolo di Reduci dalla Grecia, infatti annuncia: Ieri sera col treno delle 20.19 è arrivato a Reggio il rag. Ettore Catelani, nostro concittadino che faceva parte della eroica legione comandata da Ricciotti Garibaldi e con essa partecipò alla battaglia di Domokos. Al generoso giovane, accorso con entusiasmo fin dalle prime fasi della guerra a combattere per la civiltà contro la barbaria turca, abbandonando la famiglia e le occupazioni, vengono felicitazioni sincere per il suo ritorno e il saluti della cittadinanza. Entro oggi arriveranno gli altri due ardimentosi giovani della nostra città che riuscirono anch’essi ad accorrere in Grecia e combattere fra le file di Ricciotti, Venturi e Mura40. Infine, il 6 luglio, lo stesso foglio comunica: Ieri mattina con la corsa delle 7 è arrivato a Reggio, reduce dalla Grecia, il giovane Giuseppe Mura, figlio del delegato di P.S. che risiede nella nostra città. Il Mura fu insignito del grado di sergente per merito di guerra dal generale Ricciotti Garibaldi, per essersi distinto nella battaglia di Domokos. Egli è alquanto sofferente per i disagi della guerra e la scarsità del mantenimento. Ieri sera poi, con la corsa delle 20.19 è arrivato anche il giovane Venturi, reduce egli pure da Domokos: ai due giovani pure, che tennero alto il nome italiano in quella nobile lotta, inviamo le nostre felicitazioni41. Uno strascico di polemiche concluderà la vicenda dei volontari reggiani alla guerra greco-turca: sulla Giustizia infatti compare un articolo che, mentre ne conferma il rientro e plaude al loro coraggio, commenta con una sottile perfidia: Ettore Catelani Ai compagni Benaglia, Catelani, Fornasari, Nicolai, Venturi, Verani di ritorno dalla Grecia dove combatterono a Domokos nella legione Ricciotti, affettuosi saluti. Torna anche il giovane Mura … Non per ira di parte, ma la verità dell’informazione 41 42 «L’Italia Centrale», 6 giugno 1897. La Giustizia», 6 giugno 1897. Manifesto 26 aprile 1897: «Causa e motivi della fallita spedizione 95 notiamo che per il patriottismo dei nostri moderati è nato soltanto un Comitato Pro Candia, che in sostanza si è limitato a dire “armiamoci e partite”. Il Partito Socialista Italiano invece benché in linea di massa contrario alla spedizione, a Reggio e fuori Reggio ha dato il maggior numero di volontari42. Delusione e disillusione Alla delusione dei volontari che a Rimini mancano l’imbarco per Grecia, si aggiungerà la disillusione dei partecipanti alla spedizione ellenica che, fiduciosi di suscitare moti pro repubblica al loro vittorioso rientro in patria, vedranno questa loro agognata meta svanire ed allontanarsi verso tempi indefiniti. Occorrerà mezzo secolo perché l’ideale repubblicano si realizzi in Italia, un periodo costellato da campagne coloniali, da immani e tragiche guerre e da un lungo periodo di dittatura. L’evento suscita in Italia un forte e diffuso interesse. Perfino Dante Venturi (1875-1932) le stampe popolari dell’epoca ne approfittano pubblicandone una colorita immagine, con il titolo di Garibaldini a Domokos: fra i garibaldini in combattimento sono raffigurati Ricciotti Garibaldi a cavallo, Cipriani in abito scuro e il deputato forlivese Fratti in camicia rossa, ferito a morte. Trattasi di una litografia colorata, 35x50, edita da E. Grixoni, Roma 1898. Berteth. La protesta dei volontari reggiani» (relativamente al mancato imbarco di Rimini). 96 Memorie Gombio 1944 «Haben dich deine Eltern so erzogen?»* Due donne fermano la strage nazista Matthias Durchfeld Annalisa Govi Il 1944 è l’anno delle stragi naziste e fasciste in Italia. Cervarolo, Civitella, La Bettola, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto disegnano un cerchio di nomi noti. Già sentiti, vicini. Centinaia di storie quotidiane stravolte, di vite distrutte. Non dalla guerra: non solo. Sono massacri impensabili, di persone che non c’entrano niente con la guerra. Sono stragi fuori dalla logica militare, sono crudeli, selvagge. Nazisti e fascisti governano con il terrore. Poco prima della Pasqua del ’44 il cerchio della violenza nazista stringe la presa anche intorno a Gombio, a Casa Ferrari, fra Ciano e Casina. È l’inizio di aprile. Due settimane prima, 24 uomini sono stati ammazzati su quello stesso Appennino, a Cervarolo1. Il sospetto che fossero legati ai partigiani è il pretesto per atti di odio spietato da parte dei soldati. Ma per Gombio il coraggio di due donne trasforma il triste destino in sal- *«È così che ti hanno insegnato l’educazione?». Fonti iconografiche: 2, 8, 9 famiglia Tea Schlamp; 1, 7 famiglia Luigi Muzzini; foto 11 e 12 Ugo Guidetti; 10, 13, 14 Istoreco. 1 All’inizio di marzo 2009 la Procura militare di Verona ha rinviato a giudizio sette ufficiali e sottufficiali tedeschi accusati per la strage di Cervarolo appartenenti alla Divisione «Hermann Göring». 99 Ida Roser, anni Quaranta Augusta Ludäscher, anni Trenta vezza. Non fu strage. Per questo, ironia della sorte, gli eventi di Gombio restano sconosciuti, dimenticati dai libri di storia. A noi invece sembra che, le signore Ida e Augusta disarmate di fronte alla violenza e alla prepotenza dei soldati, debbano essere ricordate. Per quel coraggio che ha sfidato la guerra. «Haben dich deine Eltern so erzogen?» (È così che ti hanno insegnato l’educazione?) Elio Fracassi era a Gombio il 3 aprile 1944. Era il lunedì successivo alla domenica delle Palme. «Avevo 15 anni. Sono arrivati i tedeschi. Prima hanno preso quattro preti. Poi mio padre. Dopo è arrivata un’altra fila di tedeschi. Hanno cominciato ad andare in casa. Io ero seduto sui gradini lì fuori e passavano i tedeschi: avevano tutti i salumi, prosciutti, quella roba lì. Passavano con la baionetta. Buttavano tutto in terra e portavano via tutto … m’ha prelevato a me e io mi son fatto anche tirare un po’ perché m’ha preso e io non capivo un bel niente e poi mi ha portato dietro la casa giù nel sagrato come gli altri. C’erano i quattro preti e mio padre, poi c’era uno che non mi ricordo più come si chiama. C’erano quattro preti perché erano le Quarant’ore2. La festa religiosa. Suonavano le 2 Nella liturgia cattolica, l’adorazione del Sacramento che rimane esposto ai fedeli, in determinate ricorrenze, per la durata di quaranta ore consecutive. L’inizio e la fine dei turni di presenza dei fedeli per l’adorazione vengono scanditi dal cosiddetto suono «a bottini» delle campane, per il quale piccoli colpi ritmati sostituiscono il lento e più tradizionale suono «a distesa». 100 campane, ma i tedeschi dicevano che era un richiamo dei partigiani. Siamo stati ancora lì dal muro. Là c’erano i tedeschi con la mitraglia puntata e ci hanno fatto partire tutti in fila e via: avanti! E siamo arrivati qua [nel piazzale di Gombio, NdR]. C’era Scarenzi, Vittorio, Gaetano… altri cinque o sei. I tedeschi eran là con la mitraglia là sopra e più avanti c’erano un altro gruppo che quelli lì non parlavano micca. Saran stati italiani. E dopo hanno poi trovato la nonna di Ciso: l’Augusta. Era tedesca, lei. E... è successo il patatrac! È successo che stava facendo la frittata e loro sono andati dentro: boom! Lei stava nella cucina. C’era il piatto della frittata sul tavolo e il soldato tedesco s’era messo a mangiare e lei ha detto in tedesco: “Veh, lazaroun, al to paeis t’han imparato a te l’educazione così?” Al dis che il tedesco ci aveva ancora un pezzettino di frittata lì e c’è caduto per terra. Sarà stata circa l’una. A Casa Ferrari avevano già cominciato a bruciare. Lei ha parlato tanto tempo. In mezzo c’erano sempre l’Augusta e l’Ida [un’altra tedesca abitante a Gombio, NdR]. Mentre loro decidevano, noi siamo stati fermi, zitti. Dicevamo: “Mah! Qua cosa faranno? Cosa non faranno?” Non si sapeva niente. Fermi però. Dopo ci hanno poi liberato. Andate a casa!»3. Chi erano queste due signore tedesche? Perché erano in Italia? Come si viveva a Gombio prima e durante la guerra e cosa ricordano di quei giorni gli abitanti di oggi? Nell’agosto del 2008 siamo andati a Gombio e abbiamo chiesto di poter ascoltare il racconto da capo. Luigi Muzzini, Ciso Piazzi, Achille Albertini, Elio Fracassi, Ugo Guidetti e Vincenzo Albertini sono stati con noi tutto il giorno. Alcuni di loro sono venuti appositamente da Milano. Ciò che segue è il risultato di alcune letture, ma soprattutto della passione di queste persone per la propria storia. Migrazioni, contesti e identità Augusta Ludäscher nasce a Mannheim il primo ottobre 1881 da genitori tedeschi. Augusta è una donna forte, tutta d’un pezzo; a diciassette anni lascia la sua città. Si sposa in seguito a Berlino con un italiano immigrato: Narciso Piazzi di Gombio. Il giovane Piazzi era andato in Germania per cercare lavoro. A Berlino nasce la figlia Dora, chiamata anche Maria. Nel 1907 la famiglia si Testimonianza di Elio Fracassi D’ora in poi T. E.F. Tutte le interviste sono a cura di Matthias Durchfeld e Annalisa Govi, Gombio (RE), agosto 2008. Sono conservate presso il fondo videointerviste dell’archivio Istoreco. 3 101 Comune di Mannheim: stato di famiglia Piazzi – Ludäscher trasferisce a Mannheim dove nasce Giovanni. Augusta, insieme ai figli, sarà in seguito coinvolta negli spostamenti del marito per e dall’Italia. Ciso Piazzi, il nipote di Augusta e Narciso, oggi ride narrando le vicende scolastiche del padre, costretto ad interrompere e riprendere continuamente la prima elementare per motivi di trasferimento residenziale. «Ha fatto cinque volte la prima elementare mio padre!» racconta Ciso spiegando le difficoltà dovute allo spaesamento, alla lingua straniera ed alle continue interruzioni dell’esperienza scolastica. Augusta si trova quindi a vivere a Gombio. Si adatta a cambiare lingua, prima con il dialetto poi con l’italiano. Il nipote ricorda anche l’ostinazione della nonna però nell’insegnargli il tedesco. «Avevo cominciato a contare fino a dieci». Forse l’aspetto più arduo della vita in Italia per Augusta era la differenza culturale. «Mia nonna aveva fatto otto anni di scuola. Infatti, quando era qua ci rimaneva male perché diceva: “Io praticamente sono qua insieme a un mucchio di somari!”». Anche Ciso ci racconta dell’alta percentuale di analfabetismo a Gombio in quell’epoca4. Ida Roser è l’altra tedesca che in quello stesso periodo si trova a vivere a Gombio. Era nata il 20 ottobre 1885 ad Angelroda, 350 chilometri a sud di Berlino. Si era poi trasferita presso la capitale, nel quartiere di Schöneberg. Aveva sposato anche lei un uomo italiano, sempre di Gombio: Narciso Scarenzi (su alcuni documenti «Arciso»). Il matrimonio era stato celebrato in Germania nel maggio del 1905, testimoni altri due emigranti italiani. I coniugi gestivano una trattoria, un alberghetto. Luigi Muzzini, nipote di Ida, ci parla di un grammofono e due bellissimi quadri appesi alle pareti del ristorante. Li conserva ancora. Anche i suoi nonni, ci dice, rientrano in Italia prima dell’inizio della guerra del ’15-18. Tornano a vivere a Gombio forse proprio a causa della nuova inimicizia tra i due paesi. Tornano da Berlino «a fare la miseria, a fare i contadini con il minimo per la sopravvivenza»5. Possiamo solo vagamente immaginare le sensazioni che avranno provato le due signore tedesche arrivando a Gombio. Il signor Muzzini si ricorda di Gombio a quei tempi: «Durante la seconda guerra mondiale non c’era l’elettricità, l’acqua si prendeva da un pozzo che era giù a case Scarenzi e di fianco c’era un altro spazio dove si abbeveravano le mucche. Nel bosco c’era una fossa con quattro tavole di legno e quello era il bagno. Quando era pieno si riempiva di terra e se ne faceva un altro... Non c’erano 4 5 Ciso Piazzi. D’ora in poi T. C.P. Luigi Muzzini, testimonianza. D’ora in poi T.L.M. 103 strade asfaltate fino a Ciano d’Enza. Se si doveva trasportare della merce si usavano le mucche o l’asino o il mulo con le gerle. Il compenso poteva essere un uovo. E le famiglie mandavano i figli per il mondo. È quello che succede adesso quando arrivano le badanti. Quando noi screditiamo la gente che viene da altre parti, dovremmo ricordare meglio il nostro passato…»6. «Lei parlava molto della Germania» racconta Luigi Muzzini. «Dal punto di vista culturale e generale, la Germania aveva qualcosa in più per lei. A Gombio a quell’epoca si faceva la terza elementare. Lei mi raccontava che ad esempio, per essere protestante, per abbracciare la religione, bisognava aver completato almeno il secondo ciclo di istruzione e conoscere perfettamente la Bibbia. Lei ne leggeva quattro pagine tutti i giorni. Faceva discussioni con il parroco ed Comune di Berlin – Schöneberg: atto di matrimonio tra Ida Roser e Narciso Scarenzi 6 T. L. M. 104 era combattiva, gli teneva testa per preparazione». Luigi Muzzini racconta anche di una Gombio solidale però, racconta della prima cooperativa: «Nel 1932-33 per cercare di dare una risposta alla miseria di tutti si organizza un caseificio dove ognuno porta il proprio latte perchè vada a beneficio di tutti… Era un pensiero socialista. Non a tutti piaceva» dice Muzzini. Quando si faceva il frumento i contadini avevano diritto a due quintali a testa e gli altri venivano requisiti dai fascisti. Tutte queste azioni creavano sempre più ostilità verso la classe dirigente, ma anche solidarietà tra la gente povera. Luigi Muzzini definisce Gombio come «un paese fuori dalle ideologie ma con una condizione economica e sociale che portava a favorire i partigiani. Avevano già questo sentimento di unirsi per sopravvivere» racconta sorridendo. «Il marito della Ida era uno dei primi socialisti» Ugo Guidetti è nato il 2 agosto 1935 in una borgata del Mulino Zannoni di Gombio. Mentre racconta, i suoi occhi sembrano mettere a fuoco le immagini di un tempo: «Ho fatto solo le scuole elementari del paese di Gombio, rimediate in qualche stanza perché allora era così. Ho iniziato nel ’41, stavo facendo la terza: con la guerra si è fermata la scuola, nel dopoguerra hanno messo la quarta e la quinta. Nel periodo del 3 aprile dopo le vacanze di Pasqua la maestra non è più venuta … Il marito di una di queste tedesche, la Ida, era uno dei primi socialisti, che era andato in Germania e considerato una persona con una volontà politica, però è morto nel periodo della guerra»7. «La emme con le gambette e il saluto romano a scuola» Il signor Achille Albertini è nato nel ’19 ed è di Soraggio. Ha fatto le elementari a Gombio ed a Montecastagneto. Ricorda tutto: il percorso a piedi per andare a scuola, i pantaloni corti, i pochi quaderni e matite. Le frasi del duce sul libro: «“Tutti i nodi saranno tagliati dalla nostra spada lucente!”» ... E poi «la firma di Mussolini con la emme con le gambette. Quando entravano facevano fare il saluto romano», racconta. Ricorda il nipote della sua maestra «andato in Russia e mai ritornato. Era 7 Ugo Guidetti, testimonianza. D’ora in poi T. U.G. 105 Gombio anni Trenta, Ida Roser a sinistra con Narciso Scadenzi a destra in divisa... con la baionetta qua... L’avevano mal consigliato!» dice Achille con indulgenza. Nel pomeriggio dopo la scuola si andava a pascolare le pecore già da bambini. Dopo la quinta, il signor Achille ha cominciato a lavorare a tempo pieno nei campi. «Le due tedesche… questi due signori erano andati in Germania a lavorare e poi si erano sposati là: una moglie era cattolica, l’altra credo che fosse protestante. L’Augusta era cattolica perché veniva alla messa là alla chiesa là in fondo. Era di Mannheim. L’Ida era di Berlino. Parlavano italiano e anche dialetto»8. 8 Achille Albertini, testimonianza. D’ora in poi T. A.A. 106 «Una sola parola: Kommen! (Venite!)» Tea Schlamp è nipote della sorella di Augusta. Vive tuttora a Mannheim dove siamo andati per parlare con lei. Ci versa un ottimo Burgunder ospitandoci a casa sua come fossimo stati membri della stessa famiglia. «Finché c’è del vino, non si sprecano i soldi per l’acqua», dice. Prima di arrivare da lei siamo passati dall’archivio comunale dove, nelle vicinanze, a pochi metri l’una dall’altra, convivono una grande moschea, la sinagoga, una chiesa protestante ed una chiesa cattolica. È difficile non mettere insieme elementi del passato e del presente. Ci sembra di buon auspicio anche il venire a conoscenza di un pezzo di storia della città secondo la quale l’arciduca Federico IV già nel 1607 a Mannheim aveva voluto pubblicare i privilegi comunali in quattro lingue per attirare la migrazione da tutta Europa. Le migrazioni, la ricerca di lavoro, le difficoltà e le nostalgie del migrante, la capacità di convivere pacificamente ed anzi in modo solidale sono argomenti che riaffiorano continuamente durante questa piccola ricerca. Facciamo vedere alla signora una vecchia cartolina in tedesco spedita da Mannheim a Gombio. Ce l’ha data Ciso Piazzi. Abbiamo tradotto il testo senza chiarire bene circostanze e destinatari. Ora lei invece, vi riconosce la calligrafia della madre. Nel ’36 Tea era andata per la prima volta a Gombio con la nonna Emma, sorella di Augusta. Riconosce il nomignolo che usava la madre per chiamarla: «Moggel», scritto sulla cartolina. I suoi genitori erano rimasti a Mannheim e lei era andata a Gombio per le vacanze estive. Ricorda un convento dove avevano dormito a Milano durante quel lungo viaggio: lei, la nonna ed il cugino Hans che era con loro. Racconta di un tratto in treno verso Reggio Emilia ed un ultimo spostamento ferroviario verso Ciano. Da lì avevano preso un taxi per Gombio. La strada era poco più di un sentiero e la nonna diceva: «Bambini pregate, pregate!» Arrivati a destinazione Emma era rimasta sconcertata nel constatare le condizioni di vita della sorella Augusta: senza assistenza medica, senza acqua, senza elettricità. Tuttavia Tea ricorda quel periodo come particolarmente spensierato. Si festeggiava il fidanzamento di Giovanni, figlio di Augusta, con Caterina e la casa era sempre piena di gente. A Tea piaceva: lei aveva otto anni! Ricorda poi negli anni successivi le cartoline spedite in Germania da Giovanni. Sopra c’era scritta sempre una sola parola: Kommen! (Venite!)9. 9 Tea Schlamp, intervista curata e tradotta da Matthias Durchfeld, Mannheim, novembre 2008. 107 Gombio estate 1938, mucche e ragazzi Gombio estate 1938, Tea Schlamp da ragazza con Caterina Magnavacchi, nuora di Augusta. Emigranti: la ruota delle andate e dei ritorni Sulle migrazioni degli italiani del nord tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 non è stato scritto molto. È difficile considerare i migranti come una categoria unica. Soprattutto in Emilia Romagna esistono differenze notevoli nella vita di chi emigra alla fine del secolo scorso. Il tipo di lavoro, l’attaccamento al luogo di provenienza, i ritmi della pendolarità, la capacità e la volontà di adattamento a condizioni più o meno disagiate e la creazione di reti solidaristiche o familiari cambiano completamente a seconda, ad esempio, delle zone di provenienza. I modi e i tempi si diversificano da ovest ad est dell’Emilia Romagna, ma ancor più a seconda del fatto che l’emigrante sia di pianura o di montagna. Francesco Coletti scrive già nel 1911 che: «La gente di montagna è povera ma è anche parca. Se non interviene qualche fatto a turbarle l’equilibrio, subisce con una certa passività la durezza del lavoro e della vita»10. In genere gli emigrati montanari sembrano dimostrare minor vocazione alla protesta e rimangono legati tra loro per via della parentela più che per coalizioni di stampo politico. Spesso dimostrano capacità di adattamento alle condizioni peggiori. Dalmazia Notari individua anche una differenza politica tra chi emigra e chi resta. «Il Reggiano, in particolare, potrebbe essere assunto come esemplare di due mondi sociali e di due diversi e contemporanei modi di rispondere al disagio delle classi rurali nella agricoltura italiana: quella del proletario bracciantile che lotta e quello semi proletario dei contadini che emigra … Sta di fatto che sul giornale di Prampolini i problemi dell’emigrazione trovano pochissimo spazio»11. Quello che appare come dato uniforme è che la maggior parte degli italiani del centro nord migra verso paesi europei. Il flusso transoceanico è invece più frequente nella popolazione del sud Italia. Si parla di sei milioni di italiani emigrati verso Francia, Germania, Svizzera ed Austria tra il 1870 ed il 191412. Dal 1890 una componente significativa di italiani emigra in Germania. Tra questi c’erano anche Narciso Piazzi e Narciso Scarenzi. Molti emigranti erano occupati nell’edilizia o nell’industria carbosiderurgica, mentre altri lavoravano nel settore tessile13. 10 Cfr. F. Coletti, Storia della emigrazione italiana, in Cinquant’anni di storia italiana, volume III, Hoepli, Milano 1911, p. 206. 11 Cfr. D. Notari, Donne da bosco e da riviera. Un secolo di emigrazione femminile dell’alto Appennino reggiano (1860-1960), Parco del Gigante, Felina 1998, pp.65-88. 12 Cfr. D. Gabaccia Italian History e gli italiani nel mondo, University of North Carolina, 1998, p. 74. Journal of Mordern Italian Studies. 13 Cfr. K.J. Bade, L’Europa in movimento. Le migrazioni dal 700 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 95. 109 Due fenomeni sembrano ostacolare la progressiva sedentarizzazione nel nuovo paese: il primo riguarda una sorta di lealtà verso la patria (o il casolare) da parte dell’emigrato; il secondo riguarda la politica di integrazione del paese ospitante. In Germania c’è un forte movimento per la sindacalizzazione dei lavoratori migranti in quegli anni. È del 1910 la manifestazione a Dortmund per chiedere parità di salario per i lavoratori italiani. Il sindacato edile pubblica i propri bollettini in italiano, gli stessi sindacalisti organizzano viaggi in Italia per educare alla «prevenzione del crumiraggio»14. Nonostante ciò non si può dire che esista una reale politica di accoglienza da parte del Governo tedesco. I lavoratori rimangono precari e non viene loro riconosciuto un effettivo diritto di cittadinanza. Non viene loro riconosciuto il diritto alla stabilità. L’etichetta con cui li si descrive e che rimane loro addosso anche negli anni successivi è «Wanderarbeiter» (lavoratori viaggianti, itineranti). Enrico Pugliese15 opera, in quest’ottica, un’interessante distinzione tra il termine emigrati ed emigranti. Nel primo caso si tratta di persone che vanno a vivere in un altro paese e vi si stabiliscono. Nel secondo caso si tratta invece di persone che si spostano continuamente. Al fenomeno delle partenze corrisponde un fenomeno equivalente e continuo di ritorni. Secondo Sonja Haug questo modello «rotatorio»16 ha rappresentato nel tempo uno dei principi cardine della politica migratoria tedesca ed ha trovato negli italiani un atteggiamento particolarmente confacente. In questa prospettiva, probabilmente, le andate ed i ritorni in Italia che Ciso Piazzi racconta attraverso il divertente aneddoto del padre ripetente, non sono da imputare unicamente a motivi di origine individuale ed occasionale, ma rimangono inseriti in un contesto orientato a favorire una instabilità di base. Con la prima guerra mondiale arriva una massiccia ondata di rientri. La contrapposizione tra Italia e Germania è certamente uno delle ragioni oggettive di tale cambiamento. Il ritorno a Gombio delle due famiglie Piazzi e Scarenzi poco prima di questa guerra rappresenta la rottura tra i due paesi. Lo stesso Ciso Piazzi ipotizza un’antipatia dei tedeschi nei confronti degli italiani, dopo che era stata ripensata l’alleanza con la Germania. Adolf Wennemann17 scrive di un clima molto pesante verso gli emigranti a causa della non-entrata in guerra dell’Italia nell’agosto 1914. Sono documentati numerosi casi di datori di lavoro tedeschi che non pagano più i lavoratori italiani. Questi operai sono praticamente alla fame. In altre occasioni, lavoratori con un forte «spirito patriottico» si rifiutano di lavorare a fianco degli italiani «traditori». Sembra solo una questione di temCfr. Gabaccia, Italian History e gli italiani nel mondo, University of North Carolina, 1998, pp. 81-88. Journal of Mordern Italian Studies. 15 Cfr. E. Pugliese Storia dell’emigrazione italiana, Donzelli editore, Roma 2002, pp.121-132. 16 Cfr. S. Haug, Emigrazione italiana in Germania, rivista trimestrale, Roma 2001, p. 236. 17 Cfr. A. Wennemann, Arbeit im Norden, IMIS Schriften, Osnabrück 1997. 14 110 po perché dalle offese e dalle minacce si passi alle aggressioni. Ambasciata e consolati organizzano il rientro in Italia con molti ritardi: non ci sono abbastanza treni a disposizione e la Svizzera ha chiuso le frontiere. Infine, un tratto interessante della migrazione successiva alla prima guerra mondiale è la diffusa contrarietà al nascente fascismo18. Questo sentimento diviene abbastanza costante nei lavoratori costretti a partire e che non trovano tutele sul lavoro nel proprio paese. Augusta Ludäscher e Narciso Piazzi partono in questi anni per il loro ultimo tentativo di migrazione verso la Germania. Dopo soli otto mesi faranno ritorno a Gombio. Ribelli, gente comune, Luftwaffe e fascisti italiani: la primavera del ’44 a Gombio «Il 15 marzo compariva in Val d’Enza una formazione di 18 uomini comandata da William (Villa Massimiliano). Stante la pericolosa situazione della montagna questo gruppo non svolse attività di guerriglia in quel periodo per non essere segnalato e disperso … Alla fine di marzo nella stessa zona giunse dalla pianura un secondo gruppo di partigiani guidato da Brenno che doveva unirsi agli altri secondo quanto convenuto. Per le difficoltà incontrate questo gruppo era ridotto a una decina di uomini … I fascisti avevano notizie piuttosto vaghe di quanto stava accadendo in quella parte dell’Appennino come appare dallo strano contenuto di un fonogramma inviato al Comando Generale della GNR il 30 di marzo … [Nonostante] le notizie vaghe e fantastiche i fascisti conducono il 3 aprile un grosso rastrellamento assieme alla solita banda di criminali tedeschi della divisione Goering. E anche questa volta chi ci andò di mezzo fu la popolazione “responsabile favoreggiamento ribelli”. Benchè il rastrellamento non avesse portato alla scoperta di elementi partigiani, i rastrellatori provocarono a Gombio 4 morti e un ferito tra la popolazione, arrestarono numerose persone e saccheggiarono alcune case. Arrestarono altresì a Castelnuovo Monti il dottor Marconi accusato di aver dato assistenza a prigionieri alleati»19. In una nota Franzini precisa: «Vi furono 4 morti a Gombio, 1 presso Villaberza e 1 straniero a Belleo20. Tra gli uccisi figurano gli agricoltori Mario Ferrari e Nello Morroni. Da fonte fascista si hanno le notizie contenute nei seguenti fonogrammi inviati dal col. Onofaro ai Comandi superiori della G.N.R.: Cfr. M. Fincardi, Il lavoro mobile in Emilia Romagna, asei, novembre 2006. Cfr: G. Franzini, Storia della resistenza reggiana, edito a cura dell’anpi di Reggio Emilia, III Edizione, pp. 107 e 108. 20 Si tratta nel primo caso di Ettore Ferrari e nel secondo di un americano, sembra di nome John Gull. Achille Albertini racconta che si nascondeva insieme ad un inglese di nome «Jim» ed ad un russo di nome «Nikolaj». Sono in atto da parte di Istoreco ricerche per stabilire con sicurezza l’identità delle persone, forse fuggiaschi del luogo di internamento di Montechiarugolo. 18 19 111 Fonogramma numero 1375/B5. Ore 13.20 del 5 apile 1944. 3 corrente dietro notizie avute nostri informatori presenza banda 300 armati effettuano operazioni rastrellamento in zona Monchio-Gombio-Belleo-Soraggio et territorio Comuni Castelnuovo Monti, Casina et Ciano D’Enza con intervento nostre compagnie O.P. e giovanile et 160 tedeschi punto Rastrellamento abet avuto esito negativo riguardo banda segnalata punto Catturati dal reparto tedesco territorio Comune Casina un americano et uno sloveno evasi settembre scorso campi concentramento punto In seguito notizie avute suddetto sloveno sulla assistenza fornita anche ad altri stranieri dal dottor Marconi da Castelnuovo Monti nostro reparto abet proceduto arresto detto professionista punto». Alle 13.35 segue il fonogramma 1405 «azione rastrellamento nota zona reparto germanico divisione Goering abet effettuato azione rappresaglia asportando at popolazione frazione Gombio generi alimentari, biancheria et denaro liquido aggirante lire 40.000 punto sono state rinvenute zona suddetta 4 salme appartenenti elementi popolazione locale». «Che poi non si capiva quali erano quelli tedeschi e quali quelli italiani» «Poi la famiglia torna a Gombio in occasione della prima guerra mondiale» racconta Muzzini. «Ida ha dovuto lasciare la Germania in fretta e in furia. Qui avevano il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Al massimo due mucche, tre mucche c’erano! La Ida non aveva contatti con la famiglia tedesca. Erano un po’ sparsi per il mondo. Narciso è morto nel Quaranta di tumore. È rimasta mia nonna e mia mamma. La nonna parlava il tedesco. Io non l’ho mai voluto imparare forse perché c’era questa atmosfera… Quando c’erano questi rastrellamenti qualche volta hanno preso anche mia mamma per farsi indicare le strade dove loro volevano andare…i soldati tedeschi. Che poi non si capiva quali erano quelli tedeschi e quali quelli italiani e raus raus lo dicevano tutti. Noi non sapevamo distinguere l’accento. Mia nonna qualche volta ha affrontato in lingua tedesca qualcuno e quello ha schivato. Mi ricordo un suo intervento giù a Felina o più giù a Leguigno che c’era un distaccamento di tedeschi e era intervenuta per liberare qualcuno, un parente. Mi prese con sé. Andammo in questo edificio piuttosto grande. Si parlava esclusivamente il tedesco. Lei si fece ricevere, lei parlò… ma quella persona fu trasferita ugualmente in Germania… Il 3 aprile noi eravamo stati radunati nell’aia ma senza mitragliatrice. Di persone uomini non ce n’erano. C’era mio zio piuttosto anziano e io piuttosto piccolo per cui non fummo trasferiti ma dovevamo rimanere [a case Scadenzi, N.d.R]. Non ci hanno trasferiti o portati via. Poi sono entrati in casa e l’hanno messa a soqquadro…»21. 21 T. L.M. 112 «Secondo me erano mal informati» Il signor Albertini ricorda che il fratello nato mesi dopo è stato chiamato Gianni «perché era morto l’americano, John Gull. Era dell‘Ohio, mi sembra. L’hanno ammazzato di fronte a Beleo in una casa solitaria nei boschi il giorno prima del rastrellamento di aprile». E continua: «Mio padre era a seminare l’erba medica in mezzo al frumento, io ero con lui ad aiutarlo. Mia madre, dall’alto, sull’argine, ci dice: “Ci sono i Tedeschi, dovete venire a casa!” Allora mio padre, che non era proprio esperto di queste cose, ma un po’ ne capiva, ha detto: “Mah!… A casa? È meglio che stiamo qua!” … Venivano giù nel fango con le jeeps, veicoli da guerra. Ogni tanto si piantavano nel fango; il comandante di dietro gli urlava di proseguire, di non fermarsi. A noi non hanno detto niente. Mio padre mi aveva detto: “Non ti fermare, non guardarli!”Così continuavamo a fare il nostro lavoro. Sono passati e sono andati giù a Casa Ferrari. Verso le undici, mezzogiorno, si è visto del fumo: stavano bruciando, avevano incendiato le case. Li hanno portati sul monte insieme a bottiglie di vino e salumi, mentre noi abbiamo continuato a fare il nostro lavoro. Hanno portato su i Ferrari, Morrone … e un altro Ferrari, Allievo… lui ha preso due pallottole nel braccio, ma è riuscito ad uscirne. Dopo ha raccontato che lassù li avevano messi tutti a pancia in giù, stesi a pancia in giù sul Monte Battuta, e guai se alzavano la testa. Erano tre fratelli Ferrari, Morrone e Albertini che però non gli hanno fatto niente. Poi gli hanno detto: “Alzatevi e andate”. Come hanno fatto per muoversi, due li hanno uccisi subito, Ettore Ferrari è morto alla chiesa di Villaberza alla notte. Quello che poi è successo, a Gombio si è saputo il giorno dopo. Non c’era il telefono come adesso… Pensavano, qua, di trovare i ribelli. Secondo me erano male informati». Il signor Achille sottolinea anche un altro gesto: «Ricordo che dopo le due tedesche sono andate sul monte, sono passate a piedi, perché quelli uccisi sul monte sono stati lì due giorni, ci saranno voluti degli ordini per spostarli, per seppellirli»22. «Un ragazzo che veniva dalla Francia» «Quel giorno lì è stato buttato all’aria tutto il paese, sono entrati nelle case con violenza requisendo roba, soldi, portavano via quello che gli interessava, con l’intenzione di bruciare tutto. Ho visto quella pattuglia lì perché ero in una zona distaccata del paese: il 22 T. A.A. 113 particolare è che mi sono fermato lì dove c’era il mio amico, uno di questi ragazzi, scappato lì nel bosco per cercare di raggiungere altre zone. Si è fermato nella stalla di quel mio amico e i fascisti erano lì fuori. Lui, un ragazzo che veniva dalla Francia, si è salvato lì dentro. I fascisti erano fuori però lui faceva finta di accudire il bestiame e non l’hanno preso»23. «La parola che aveva sempre in bocca lei anche in italiano era lazzarone!» «Io avevo cinque anni quando mia nonna è morta pertanto mi ricordo appena appena qualcosina. Chi poteva, venivano a prendere mia nonna e questi se la trovavano in mezzo ai piedi e la maggior parte delle volte non erano veri tedeschi. Erano fascisti che parlavano a malapena qualche parola di tedesco e questa qua in mezzo ai piedi ci rompeva le scatole. Una volta hanno colto l’occasione per metterla dentro. Dopo l’hanno riportata a casa e poi è successo quel fatto qua quando hanno fatto il rastrellamento. Nel ’44 il nonno era appena morto, c’era l’Augusta, la Maria e Giovanni con Caterina che era sua moglie. Era già nato Wilhelm, mio fratello. Si chiamava Piazzi Pietro. Lì è arrivato in casa un tedesco che mia madre aveva appena sfornato il pane. Aveva sfornato il pane e aveva fatto la frittata. C’era la frittata e il pane fresco sul tavolo. Cioè, fresco… caldo! E questo qua è saltato a prendere la frittata e s’è messo a mangiarla. Mia nonna ha chiesto subito… cioè… la parola che aveva sempre in bocca lei anche in Italiano era lazzarone. Penso che la stessa parola abbia usato in tedesco: “Veh, lazaroun … t’hanno insegnato così l’educazione al tuo paese?”. Questo poi mi è stato riferito dopo che aveva detto quelle parole lì. Per aver sentito dire sempre, perché io non c’ero. E questo qua è rimasto lì a bocca aperta. Non sapeva più cosa fare. Scioccato. È venuto fuori, ha chiamato il comandante, che è venuto dentro a chiacchierare. Il comandante lì, per pura fortuna, era dello stesso paese, dello stesso dialetto di mia nonna e chiacchierando è venuto fuori che andava da una zia di mia nonna a comprare i libri che aveva una libreria a Mannheim. E lì visto che tante cose combaciavano si sono calmate un po’ le acque. Poi hanno mandato a chiamare la Ida Scarenzi per farsi confermare quello che aveva raccontato mia nonna che non c’erano partigiani, che era un paese tranquillo ecc... Lei ha confermato le stesse cose, loro hanno chiamato il comando e sono riusciti a sbloccare la situazione e a fermare tutto. A Casa Ferrari avevano già ammazzato un po’ di gente e bruciato le cascine. Qua doveva essere raso al suolo tutto il paese. Messo a ferro e fuoco tutto il paese. Quando si sono calmate tutte le acque, hanno lasciato andare tutta quanta la gente e chiuso e buonanotte»24. 23 24 T. U.G. T. C.P. 114 «Dopo la guerra non si è parlato abbastanza di questo» Vincenzo Brenno Albertini è del 1920: «In aprile 1944 ero a casa. Il mio compito era di accompagnare i partigiani da un paese all’altro. C’erano quei ragazzi del 1924 e 1925, che erano nei boschi, la milizia ci sparava ... e dopo due li ho nascosti in una concimaia un Rodolfi Domenico e un Bertino Margini con del letame un po’ asciutto ... Poi sono arrivati i tedeschi e mi hanno portato qui al casello con tutti quelli del paese ... venendo qua i tedeschi sono passati che avevano quell’inglese, legato, era un po’ di tempo che girava qua, era un ufficiale inglese, e un capitano americano. Andavano a Casa Ferrari, a I Boschi, ci dormivano anche ... Mi hanno chiesto se li conoscevo ... ma io li ho visti la domenica che venivano in paese a farsi la barba, ma io non avevo contatto... Mi hanno portato alla Colombaia... hanno detto solo “aspettare ordini! cinque minuten kaputt”... c’erano tutti quelli del paese basso. C’erano i preti ... Gli altri qua al casello. Il mitragliatore lì, con un nastro che non finiva più. Ce n’era per tutti, è andata bene. Hanno mica sparato, è andata bene. Il paese era pulito, non hanno trovato armi, né partigiani, niente. Con le tedesche eravamo amici, ci conoscevamo. Specialmente l’Augusta era quella che parlava più in italiano, è quella che ha fatto più pressione. Si sentiva là che discutevano, ma non si capiva poi niente, cosa dicevano, parlavano in tedesco...sono stati brutti momenti ... Dopo la guerra non si è parlato molto di questo fatto, non si è dato l’importanza che si doveva dare»25. «I protestanti si mettevano in un angolo separato [del cimitero]» «Nel ’56 mia nonna è morta. Lei era protestante. Da Parma è venuto un pastore protestante. I protestanti si mettevano in un angolo diverso, separato e il pastore l’ha detto. La dignità del cattolico era quella di essere messo in posizione centrale , mentre da una parte si mettevano i protestanti, i bambini non battezzati, ecc…»26. «Poi sono andato a baciarla» «Ah… il funerale dell’Augusta è stato fatto qua. In quella stanza lì. È morta il 3 dicembre del 50. Io avevo cinque anni. Mi ricordo le ultime ore. A mala pena, ma me le ricordo. Poi sono andato a baciarla, ma il funerale è stato fatto qua. E poi giù al cimitero. Dopo, quel cimitero giù è stato spostato al cimitero nuovo e sono state messe lì tutte e due. Sono ancora lì adesso…»27. 25 26 27 Vincenzo Albertini, Testimonianza. T. L.M. T. C.P. 115 Gombio non dimentica Gombio settembre 2007, la lapide «Per l’americano non esiste una lapide perché non avevamo niente in mano» «Le tedesche le conoscevo perché passavo di lì quando andavo a scuola, i nipoti erano quasi della mia età e andavamo a scuola insieme, erano considerate famiglie normali… Io ero presidente del consiglio di frazione di Gombio, nel comune di Castelnuovo Monti. Erano stati costituiti questi consigli di frazione: c’era un altro insegnante, Pignedoli, nel consiglio di frazione di Villaberza. Mi disse che avrebbe ricordato volentieri questi caduti delle rappresaglie di Casa Ferrari perchè uccisi a Casa Ferrari che è una frazione di Gombio, ma sepolti nel cimitero di Villaberza. Qui a Gombio qualcuno ha proposto di ricordare queste tedesche che hanno cercato di fermare la rappresaglia. Allora si è cominciato a fare questi cippi per ricordare i caduti del paese. Io ho proposto di mettere una lapide a ricordo e nel frattempo ci sono anche queste 116 Gombio, 6 maggio 1979, Ugo Guidetti ed altri durante l’inaugurazione della lapide due tedesche che la gente vuole ricordare per il loro intervento. L’abbiamo fatto insieme nel 1979. Abbiamo fatto una commemorazione ufficiale: c’era la banda, le famiglie, il paese. Non sono usciti articoli sui giornali ma ho le foto che ha fatto Silvano. Una croce poi è su un monte che si chiama Monte Battuta, dopo Soraggio, lì dove hanno ucciso. Per l’americano non esiste una lapide, perchè non avevamo niente in mano, documenti, ecc.28». Nuovamente Nel settembre 2007, per l’iniziativa «Sentieri partigiani» siamo andati a Gombio. Eravamo circa settanta persone in buona parte tedesche. Abbiamo incontrato i due nipoti di Ida e Augusta, Ciso Piazzi e Luigi Muzzini, ed altri abitanti del paese. Alla fine di una bella mattina di sole e di testimonianze ci hanno invitato al loro circolo a mangiare. Il nipote di Augusta aveva preparato una frittata. Stessa casa, stesso forno. Come se la signora Augusta l’avesse cucinata di nuovo. Una frittata di benvenuto, questa volta, per altri tedeschi. Avevano deciso di salutarci con questo gesto di memoria forte. Non hanno avuto alcun bisogno di complesse discussioni sull’identità. Questa è la memoria familiare, la memoria del paese, sono le radici di Gombio. Ed è anche l’immagine di un presente che vuole testimoniare, esserci, prendere posizione. Ida e Augusta hanno fatto una cosa grande. Incombeva una seconda Cervarolo. Il nemico da sfidare erano maschi, militari, nazisti. Eppure le due signore hanno protestato, nonostante la loro povertà materiale, con la loro ricchezza umana. Le generazioni che le hanno succedute hanno mantenuto la promessa dei legami forti e dato a noi una grande lezione di Storia. 118 Gombio settembre 2007, incontro dei Sentieri partigiani con Ciso Piazzi e Luigi Muzzini Gombio agosto 2008, Ugo Guidetti, Luigi Muzzini e Ciso Piazzi durante le interviste Libero Riva Due anni nell’Agro Pontino Andrea Paolella Libero Riva è nato nel 1920 a Reggio Emilia. Ha lavorato come ragioniere nella Cooperativa muratori a Campoleone, nell’Agro Pontino. Dopo la guerra ha continuato a lavorare per la Cooperativa, impegnata nella ricostruzione della città. Lo abbiamo incontrato nella sua casa reggiana. L’intervista è stata realizzata a Reggio Emilia nel dicembre 2008. 121 Che studi ha fatto prima della guerra? Io sono computista commerciale. Ho fatto cinque anni alle Commerciali, la scuola che è oggi la Filippo Re. Abitavo all’ex Arduini, dove c’è oggi la Coop Nordest. Hanno buttato giù l’Arduini, ci è venuta la federazione agricola, la più grossa dell’Emilia, dove facevano salami, prosciutti ed era cantina sociale. Dopo hanno buttato giù anche la cantina sociale. Il direttore era il professor Vittorangeli. Mio papà era il custode, faceva anche il magazziniere d’inverno e il cantiniere d’estate. Sopra c’erano dodici o tredici stanze adibite ad uffici. Quando mi sono sposato, sono andato ad abitare in viale IV novembre 6. Perché è andato a lavorare nell’Agro Pontino? Nel ’37 ero diventato computista commerciale. Un sabato mattina, il presidente Rinaldi della cooperativa muratori «Il tricolore», mi viene a svegliare e mi butta giù dal letto. Mi ha detto che avevo avuto delle informazioni su di me. Poi ho capito che informazioni: a Reggio Emilia eravamo dodici ragazzi che si allenavano con un olimpionico, il maresciallo Gianestri, dei bersaglieri. Parallele e cavallo con maniglie. Dovevo andare alle Olimpiadi, ma la Società delle Nazioni, dopo l’invasione dell’Etiopia non ci voleva. Ero andato a fare le juvenilie a Roma ed eravamo obbligatoriamente tutti fascisti. Rinaldi sapeva che facevo questo sport. Io dovevo sostituire Boni, defunto a causa della malaria perniciosa di San Maurizio, che era claudicante. Siamo partiti il giorno dopo. Mio padre mi aveva detto: «Se proprio devi andare vai». Dovevo lavorare. Com’è stato il suo arrivo? Ci eravamo trovati col presidente in stazione. Da Reggio Emilia eravamo arrivati a Roma e da Roma avevamo preso un altro treno fino a Campoleone. Da lì cominciava l’Agro Pontino. Scesi dal treno, c’erano ad aspettarci cinque o sei biciclette della cooperativa. Dopo un po’ di strada Rinaldi ci aveva detto di smontare perché c’erano sabbie mobili e dovevamo continuare a piedi. Mi diceva: «Adesso non ti spaventare». Calpestavamo la terra e si alzavano migliaia di insetti. Quella terra aveva un humus eccezionale per seminare il grano. Quella era tutta pianura, un terreno che non stava fermo, paludoso com’era. Siamo arrivati alla Reggia di Turno. C’era un caseggiato, ma noi dormivamo in baracche perché il caseggiato era inagibile: c’erano bisce, topi, vipere, insetti insomma non ci si poteva stare. Era l’unico caseggiato per chilometri, in una terra dove non c’era niente. Eravamo vicini ad Anzio e a Nettuno dove ci sarebbe stato poi lo sbarco degli americani e in quelle terre si diceva che avevano seppellito Matteotti: pensavano che non lo avrebbero più ritrovato. Da dove provenivano i lavoratori che erano con lei? A Reggia di Turno c’erano solo lavoratori di Reggio Emilia, di quattro cooperative: la mia, una di Boretto, una di Santa Vittoria e una di Gattatico. Non c’è più oggi una cooperativa efficiente tecnicamente come quella di Gattatico. 122 Il suo presidente, lo si vedeva sempre in piazza a Reggio con un commercialista alla sinistra e un ingegnere alla destra. La nostra cooperativa a Reggia di Turno aveva un capomastro muratore, io impiegato contabile, un capo ferraiolo, un capo carpentiere, un capo manovale, un calcinarolo e una cuciniera perché il mangiare in quel deserto lo dovevi fare tu, mica te lo portavano. Un medico passava tutti i giorni e diventò anche mio amico. Noi stavamo in un accampamento, dormivamo in tende senza divisorie. I manovali scendevano dai Colli romani. Il nostro era un ambiente malsano, terribile. Su cento operai almeno la metà andavano cambiati ogni settimana perché si ammalavano di malaria perniciosa: andavano poi a soffrire a casa loro. Io stesso andavo all’ufficio di collocamento. In accampamenti vicini c’erano cooperative venete e ferraresi, ma i muratori erano sempre del posto. Proprio del posto no, perché lì non c’era niente. C’incontravamo in una carrozza la sera, che era un vagone ferroviario dismesso. Lì c’era un gobbo che vendeva vino, pane e salame. Mangiavamo lì, cantavamo. La notte ci giravamo nel letto perché eravamo pieni di pulci che davano fastidio come le mosche. Lei si è ammalato di malaria? Ogni lettino aveva la sua zanzariera. Io poi devo ringraziare il dottore di cui ero diventato amico che mi aveva detto: «Se non ti vuoi ammalare devi fumare sempre, devi essere sempre con la sigaretta in bocca e devi girare con l’aglio nei pantaloni». Per la malaria distribuivano il chinino che fa male all’udito. Ne avevamo le tasche piene. Uscivo dall’accampamento che ero in condizioni penose ma avevo comunque una ragazza a Campoleone che si chiamava Luigina. Mi veniva a prendere a cavallo e insieme andavamo in paese. La domenica andavamo a mangiare in una trattoria e lei era la figlia del proprietario. Al campo avevamo dei tacchini perché si moltiplicavano in fretta. Ne ho mangiati talmente tanti che facevo glu glu glu [ride]. Stavano sugli alberi e sui tetti delle baracche. Che cosa avete costruito laggiù? Noi avevamo costruito dodici case coloniche, un ponte, una strada e un acquedotto. Costruivamo per l’Opera nazionale combattenti. Allora c’era il malcostume. La casa si faceva a contratto o a misura. Il capomastro allora sapeva tutte le arti, era in grado di costruire una casa tutta lui da solo. Il geometra M., che era controllore da Roma, per chiudere un occhio sul nostro lavoro, si è fatto costruire una casa sui Colli romani. Subito avevamo costruito la casa, poi il ponte, non grande ma robusto. Mussolini aveva prima bonificato l’area costruendo il canale Mussolini che raccoglie le acque dagli affluenti e una rete di canali molto alti in partenza e via via più piccoli fino ad arrivare al canale. Che amici ricorda? Il più caro è senza dubbio Erio Bonacini di Roncocesi, detto «Al Naigher». 123 L’Agro Pontino confinava anche con terre buone e non paludose. Tutto su questo terra ha una fine. Ci siamo anche divertiti assieme. Ricordo una volta che ci eravamo incamminati per la campagna ed avevamo percorso una decina di chilometri. Con noi avevamo una stàggia che è un pezzo di legno per misurare la terra. Avevamo visto una casa colonica. Io ero andato vicino alla casa colonica mettendo giù la stàggia. Il mio amico da lontano mi faceva segni con la mano. Io mi avvicinavo alla casa sempre di più. Esce il contadino preoccupato che vuol sapere cosa succede. Io gli dico: «Di qui passerà l’autostrada, il percorso dipende da noi. Potremmo anche fare una curva un po’ più larga...». Ci aveva creduto e per salvare la casa ci avevo offerto un pranzo tanto abbondante che non ho mangiato per tre giorni. Con me c’era anche Lodesani, uno di quei lavoratori che stavano sempre a torso nudo. Lui con una mazzetta lavorava il travetto che si trova sotto il tetto, ci voleva molta forza per farlo. Una volta eravamo andati insieme a Campoleone. I giovani del paese mi volevano picchiare perché ero fidanzato con la Luigina. Lodesani ha fatto salire sulla sedia tre bambini e li teneva sollevati con un braccio. Guardando i giovani li sfidava con l’altra mano e diceva: «Se volete ce n’è anche per voi». Dopo poco non si vedeva più nessuno. Il vostro lavoro era controllato dal regime? Tutte le settimane il duce passava in aereo per vedere come andavano le cose. Il dottor M. diceva che dovevamo mettere le persiane verdi alle finestre, perché il verde dal cielo si vedeva bene, anche se la casa non era nemmeno costruita per la metà. Il dottor commercialista Goffredo Galli era venuto da Reggio Emilia (che diventò poi direttore delle Reggiane), era venuto a controllare i miei conti. Dopo sei ore che era all’accampamento si era gonfiato nelle gambe e nelle braccia e gli avevo detto che quello non era posto per lui. Era dovuto venire un carretto da un paese vicino per portarlo all’ospedale. Per me era una persona eccezionale, veramente intelligentissima. Com’era la vita nella campagna attorno al vostro caseggiato? Nelle campagne c’erano tante mucche al pascolo, allo stato brado. Il conte Caffarelli veniva con un camion e le faceva salire per portarle al macello. Ero diventato amico di un ragazzo con tante pecore, lui era molto giovane e dormiva in un rifugio di emergenza. Lui viveva vicino ad un ruscello e una volta a settimana lavava le sue pecore: le prendeva per il vello e le buttava dentro l’acqua e da sole raggiungevano la riva pulite. Era un ragazzo intelligente, leggeva molti libri e sapeva tutta la Divina Commedia a memoria. L’ha insegnata anche a me [e mi dice un canto a mia scelta: quello di Farinata degli Uberti, NdR]. A volte io passavo il sabato e la domenica a Roma. Era una città più bella di adesso. Ho assistito ad un discorso del duce in piazza Venezia ma non ricordo cosa avesse detto. Mi ricordo che gesticolava. 124 Quando ha lasciato Campoleone? Nel ’38. Mi ero fatto sostituire e sono diventato segretario in cooperativa a Reggio Emilia. Io avevo preso la residenza a Roma e sotto la leva mi veniva chiesto dove volessi andare. Mentre tutti i romani chiedevano di andare in caserme vicino a Roma io avevo chiesto Reggio Emilia e alla leva un sergente mi aveva detto: «Meno male che qualcuno vuole andare lontano!». Ero riuscito a tornare a casa. Com’è stata la sua esperienza militare? Ero stato assegnato al terzo reggimento artiglieria che poi era diventato l’ottavo raggruppamento artiglieria. Ero stato mandato poi a Bagnoli, nel ’41. Un giorno siamo partiti da Bagnoli alla volta di Ischia a bordo di un MAS, una piccola imbarcazione che portava due o tre persone. Avevamo messo un cannone sul Monte Pomeo e andavamo a controllarlo. Durante il tragitto è saltato fuori uno Spitfire inglese, il quale dopo averci passato, era tornato indietro e ci aveva mitragliato. Ero stato colpito da una scheggia di proiettile alla spalla. Il «maiale», un mas modificato, era un piccolo sommergibile che poteva andare fino a sei metri di profondità. Una missione aveva portato due marinai fino ad Alessandra d’Egitto. Avevano piazzato bombe sotto delle navi inglesi. Erano stati catturati ma avevano rifiutato di dire dove si trovavano gli ordigni. Per il coraggio erano stati decorati. Dei sommozzatori inglesi li avevano poi trovati. Dovevo andare in Libia a combattere. Siccome ero all’ufficio comando ho ricevuto una telefonata criptata ma avevo capito che nei giorni successivi, il mio reggimento sarebbe dovuto partire. Io non sapevo nuotare e avevo paura a traversare tutto quel mare. Mi ricordavo Ginestri che ci diceva: «Andate piano a fare gli esercizi che vi scende l’ernia!». Io allora sono andato in bagno e ho fatto esercizi allo sfinimento, una ginnastica violenta da farmi male. La mattina sono andato dal medico militare. Aveva accertato l’ernia e mi aveva mandato in osservazione in uno dei tanti ospedali di Napoli. Il mio raggruppamento era partito senza di me. In ospedale non c’erano letti liberi perché occupati dai feriti che venivano dalla Libia. Noi dormivamo all’aperto, sotto gli alberi. Ero rimasto tre mesi e mezzo là dentro. Una mattina esce in cortile il colonnello medico dell’ospedale ed urla: «Dov’è il sergente? Deve scrivere a macchina!». Io mi ero avvicinato: «Se vuole scrivo io!». Il colonnello mi aveva rimandato a posto. Il giorno dopo esce di nuovo e chiede: «Chi è quello che ieri voleva scrivere a macchina?». Alzai la mano e cominciai a lavorare per lui come dattilografo. Dall’ospedale non si poteva uscire inoltre Napoli durante la guerra era terribile, era pericolosissima, come tutte le città di guerra. Suo figlio doveva scrivere la tesi di laurea. Viveva in una villa bellissima sul mare. Ero stato mandato là ad aiutarlo. Dormivo in un sottoscala ma stavo da papa. Un giorno il colonnello mi chiede: «Lei perché è qui?». Gli avevo detto della mia ernia inguinale. Lui mi risponde: «Lei da domani entra nel corpo sedentario». Voleva dire che non avrei combattuto. Ero tornato a Reggio Emilia. Stavo alla caserma di fronte ai Giardini pubblici. 125 Che cosa ricorda dell’8 settembre? I tedeschi avevano circondato la caserma Zucchi. Non avevano sparato e noi avevamo calato le braghe subito. Io ero scappato. Avevo scavalcato un muro ed ero finito dietro il Teatro Ariosto. Ero andato in Corso Cairoli. Ero entrato in un piccolo vicolo di fronte la caserma dei carabinieri. Avevo bussato al portone a sinistra, dopo la volta. Mi avevano nascosto. Lui era imbianchino. La mattina mi aveva vestito da suo lavorante. Giravo con i pennelli, il secchio e tutto sporco di vernice. Ero tornato a casa evitando tutti i punti critici. Come ha passato la guerra? Io ero stato nascosto a Buco del Signore, poi a Codemondo e a Villa Canali. L’ultima casa era di Gino Bondavalli, il famoso pugile. Io ero il suo angolo. Io lo spugnavo. Eravamo fidanzati con due sorelle. Lui era stato campione europeo ed italiano sia dei pesi piuma che welter e nessuno lo sa. Io avevo una fidanzata a Villa Ospizio che è morta sotto un bombardamento nel ’44. Si chiamava Derna. Io ero in licenza. Mi ero tolto la divisa ed ero andato al rifugio sotto all’ex-Arduini. La notte prima gli americani avevano illuminato Reggio con i bengala. Là c’erano centinaia di persone. Tutti i cadaveri erano stati messi sotto il porticato del cimitero monumentale in attesa del riconoscimento. A me è toccato di riconoscere proprio Derna ed è stato straziante. Che cosa ricorda della Liberazione? Ricordo gli americani che giravano per la circonvallazione. Buttavano carta igienica, che per noi era una novità. A questo posso ricordare un aneddoto divertente: un mio collega per quella particolare incombenza utilizzava la carta carbone e una volta sua moglie era venuta in ufficio e mi aveva chiesto: «Perché trovo sempre la scritta “distinti saluti” sulle mutande di mio marito?». Mi aveva fatto impressione vedere i soldati di colore a Reggio. Da loro abbiamo imparato a ballare il boogie woogie. Venivano alle nostre feste a Villa Ospizio, San Pellegrino e se c’era un americano nero tutte le ragazze volevano ballare con lui. Ricordo anche quando scesero i partigiani. Io uscii di casa quando non si sentì più sparare. Frequentavo Cavriago perché mio padre aveva un podere. Avevo anche una ragazza di Codemondo. C’era un fotografo con quest’insegna: «Foto dove non si capisce niente lire 1, Foto dove si capisce solo se sei uomo o donna lire 2, Foto che si capisce tutto lire 3». C’era anche un barbiere donna, frequentatissimo perché tagliava i capelli appoggiando i seni al collo. E dopo la guerra? Ho lavorato alla Cooperativa muratori. Ho costruito la stazione di Reggio e il nuovo ospedale. Mi ricordo che hanno abbattuto le scuole ed hanno costruito le Poste nuove. Sono arrivato ad essere vicepresidente della Cooperativa. La stazione era completamente distrutta, l’abbiamo ricostruita quasi uguale. 126 Abbiamo costruito anche il palazzo di fronte alla stazione sulla sinistra. Era chiamato il palazzo Galloni e lì c’era anche una cantina. Ora è abitato da cinesi. La palazzina sulla destra, così come i condomini su viale IV novembre li ha costruiti Melli. La mia Cooperativa ha costruito anche l’ospedale Gallinari [Santa Maria Nuova, NdR]. Durante i lavori sono morti quattro operai: uno è caduto nella tromba dell’ascensore. Dove c’è oggi l’ospedale, prima c’erano campi e passava un fiumiciattolo sottoterra. Abbiamo costruito anche le Poste centrali dietro la Banca d’Italia. Prima c’era un convento, dove avevo studiato io. Nel ’52 e nel ’53 la Cooperativa era in fase di liquidazione. Il ragionier Fornaciari Lidio ha fatto un quadro di recupero cercando di limitare i costi. Noi andavamo a casa con gli acconti. Alla fine dei due anni l’azienda ha recuperato e ci hanno rimborsato gli stipendi non pagati. Il dottor Maramotti sapendo della bravura del ragionier Fornaciari l’ha fatto direttore della Max Mara. Il ragioniere era davvero eccezionale. Di lavori ne abbiamo fatti tanti. Poi io sono diventato segretario e vicepresidente dell’Unieco. Pensa che da giovane ho conosciuto persino D’Annunzio. Eravamo al lago di Garda a fare allenamento di bicicletta. Alla sera non sapevamo dove dormire. Andavamo in paese e lì c’era una stazione dei carabinieri. Io dicevo a un militare: «Avete le celle tutte vuote, fateci dormire lì non sappiamo dove andare!». E il militare ci diceva: «Per dormire lì mi dovete dire qualcosa di offensivo». Io l’offendevo e ci faceva dormire nella cella. A pranzo mangiavamo su un prato dietro al Vittoriale e una volta, mentre eravamo lì è passato D’Annunzio. Ci ha chiesto: «Di dove siete?», «Di Reggio Emilia», «Vi do la mano» e poi è andato via. Insieme a me c’era Dilisano Traiano, veneto ma abitante a Reggio Emilia, morto sopra un caccia delle Reggiane al largo della Sicilia. L’altro era il fratello di Romolo Valli, l’attore. 127 Giorgio Finzi Un ebreo triestino-campagnolese nella temperie dell’ultimo conflitto mondiale Angiolino Catellani* Una testimonianza orale In un suo libro sull’antifascismo e sulla lotta resistenziale a Campagnola Emilia, edito nel 1984, Antonio Zambonelli riporta la testimonianza orale della maestra Maria Teresa Ferrari a proposito delle vicende che, durante la seconda guerra mondiale, coinvolsero l’ebreo triestino Giorgio Finzi, profugo in terra reggiana, e la sua famiglia1. La medesima testimonianza viene successivamente riproposta dall’Autore, nel 1988-89, in un suo fondamentale studio monografico sull’ebraismo nella nostra provincia tra il 1938 e il 19452. Giorgio Finzi – ricorda la signora Ferrari – giunse a Campagnola Emilia per occuparsi, quale contabile, di una cantina che suo suocero aveva ivi ac- *Angiolino Catellani (Reggio Emilia, 1953), laureato in lettere moderne a Bologna, è docente di italiano e storia all’Istituto Superiore «B. Russell» di Guastalla (RE); da un decennio collabora con Istoreco nell’organizzazione dei Viaggi della Memoria e della didattica della Shoah per i giovani. 1 A. Zambonelli, Antifascismo e Resistenza in un paese della Bassa: Campagnola Emilia (19191945), Comune e anpi, Campagnola 1984, p. 78. 2 A. Zambonelli, Ebrei reggiani tra leggi razziali e shoah.1938-1945, «RS-Ricerche Storiche» n. 61/1988 e nn. 62-63/1989 e, poi, riedito in versione integrale, con aggiunte e correzioni minime, Id., nn. 91-92/2001. 129 quistato. Si trattava della cantina Praudi, di proprietà dello zio materno della maestra. In verità – precisa la narrazione della Ferrari – il Finzi aveva abbandonato Trieste per sfuggire alle persecuzioni antisemite, assumendo le mentite spoglie di Stelio Marchi. Alla giovane Maria Teresa, all’epoca, nel 1944, studentessa diciassettenne, egli aveva affidato in custodia i suoi veri documenti d’identità, che ella conservava «ben nascosti». Presso la famiglia Ferrari, inoltre, il Finzi trovava abituale ospitalità, condividendone spesso il desco con un greco, un certo Demetrios, confinato in paese e già prigioniero di guerra nel campo di Fossoli, e con un milite tedesco del presidio locale, tale Kurt, di orientamento antinazista. Sovente, dopo cena, i tre ascoltavano insieme le notizie di Radio Londra. Il Finzi, sposato e padre di un figlio, si incontrava con i propri congiunti in treno, fingendosi loro casuale compagno di viaggio. Oltre che alla signorina Ferrari, le sue autentiche generalità erano note alla signora Maria Sinigaglia, ebrea battezzata dalla nascita e moglie del medico dottor Antonio Magnanini. Fin qui quanto riferito negli scritti di Zambonelli, ma tali informazioni possono oggi essere avvalorate ed integrate sulla scorta di una nuova documentazione, di indubbio significato storico ed umano. Riscontri documentari Al termine degli anni Novanta, dopo un silenzio di più di mezzo secolo, l’ormai anziana maestra Ferrari ha infatti cercato un contatto telefonico, dall’esito positivo, con i Finzi di Trieste. Lasciato in segreteria un messaggio augurale per il novello 1999, ella è stata richiamata non da Giorgio, purtroppo già deceduto nel 1984, ma dal figlio Furio. Da qui, la ripresa di un legame personale carico di memorie e di commozione, tramite l’avvio di una breve ma estremamente interessante corrispondenza epistolare3. Al riguardo, in una prima lettera del 31 gennaio 1999, così Furio Finzi rievoca il passato: Gentile e cara signora Ferrari … ricordo come oggi Campagnola, dove ho frequentato la scuola elementare, e dove, in quegli anni tremendi, noi abbiamo avuto la Il carteggio consultato include scritti epistolari di Furio Finzi, datati 31 gennaio 1999, 6 aprile 1999, 16 maggio 1999, 24 dicembre 2001, e una bozza dattiloscritta di risposta, senza data, di Maria Teresa Ferrari alla prima lettera ricevuta. 3 130 fortuna di aver trovato tante persone buone come Lei, che ci hanno accolto e che ci hanno protetto nonostante i rischi che molti sapevano di correre. In quel periodo non si contano gli episodi di ospitalità e di umanità, e quindi, accanto alle nefandezze del momento, rimane il ricordo di dovere riconoscenza, stima ed affetto a tutti gli amici di Campagnola, dei quali mio papà “Stelio” – Giorgio spesso parlava. La mamma è mancata nel 1978, papà se n’è andato nel 1984: nella loro vita i lunghi mesi di Campagnola erano assolutamente centrali … Vengono i brividi se si pensa cosa era successo in quegli anni a causa della religione, come se gli uomini fossero diversi gli uni dagli altri solo a causa della religione che professano. Tutti scuotono la testa quando racconto che nella mia famiglia convivono felicemente tre religioni: la mamma era cattolica, il papà ebreo e mia moglie è protestante. Qui a Trieste la cosa non è poi cosi strana come potrebbe apparire a prima vista, perché qui sono confluite tante genti diverse, che si sono amalgamate in un’unica comunità pur mantenendo ciascuna i suoi usi e la sua individualità. I cimiteri, che sono il luogo della verità, qui a Trieste sono l’uno accanto all’altro, come un segno di reciproca tolleranza e buona volontà. La lettera, ricca di altre profonde riflessioni e, soprattutto, di intime confidenze personali e familiari che vanno lasciate al segreto dell’animo, desta sicuramente attenzione sul piano storico in quanto conferma come nel popolo reggiano, e nella fattispecie campagnolese, la Resistenza al nazifascismo si sostanziò anche di generoso altruismo verso i perseguitati «fratelli ebrei»4. Essa, nello specifico contenuto, attesta poi sentimenti di gratitudine che già lo stesso Giorgio Finzi, agli inizi degli anni Settanta, aveva inteso palesare alla famiglia Ferrari in genere. Avendo, infatti, saputo, da un comune amico, della recente scomparsa di Angiolino Ferrari, padre di Maria Teresa, il dottor Finzi, il 18 dicembre 1972, da Trieste, rivolgeva per lettera al fratello maggiore della maestra, Guglielmo, il seguente cordoglio: Caro signor Ferrari, Lei probabilmente non sa chi io sia: sono quel tale che, sotto le mentite spoglie di uno Stelio Marchi, trovò durante l’ultima parte della passata guerra rifugio a Campagnola e frequentò, accolto quasi come un figlio, la Sua casa paterna. La mia riconoscenza per la Sua buona mamma [Zoraide Praudi Ferrari, deceduta nel 1970, NdR] e per il Suo papà, Angelo [Angiolino, NdR] di fatto oltre 4 Zambonelli, Antifascismo e Resistenza in un paese della Bassa…, cit., l’A. ricorda, al riguardo, a pag. 77, come, nell’autunno avanzato del 1943, alcuni ebrei venissero accompagnati di nascosto a Milano, da Campagnola, da Ennio Griminelli. Nel capoluogo lombardo, il Griminelli, fondatore del partito comunista campagnolese, antifascista perseguitato e, poi, secondo sindaco del paese dopo la Liberazione, li affidava a compaesani ivi residenti, Frangiotto Terzi ed Ester Bruschi, affinché ne organizzassero la fuga in Svizzera con la complicità di contrabbandieri. Pure Frangiotto Terzi, già pilota d’aerei nella prima guerra mondiale, pagò la sua opposizione al regime fascista. Ad esempio, nel 1926, nella circostanza della visita del duce a Reggio, fu arrestato e trasferito per circa due giorni, con lo stesso Griminelli ed altri, nelle carceri di Correggio (testimonianza orale rilasciata ad A. Zambonelli). 131 che di nome, sarà imperitura. Essi mi permisero di superare quanto più serenamente possibile, un periodo della mia vita particolarmente difficile. Ora ho saputo … che anche il Suo papà è morto … Desidero dire a Lei ed alle Sue sorelle (di una sola purtroppo ricordo il nome: la Teresa) che partecipo vivamente al Vostro dolore…5. Ma tornando alla corrispondenza epistolare tra la maestra e Furio Finzi, protrattasi fino alla conclusione del 2001, vale la pena soffermarsi su due testi a stampa trasmessi in dono a Maria Teresa Ferrari, in allegato a lettere e cartoline di auguri per le festività natalizie o pasquali. Il primo è un opuscolo di ventun pagine contenente due brevi scritti di Giorgio Finzi: Una lettera e Ricordi di sci6. La lettera in questione è stata vergata dal dottor Finzi a Campagnola Emilia, il 27 aprile 1945 e ripercorre cronologicamente l’ancora vivo dramma di un ebreo braccato, a rischio di finire nel cono d’ombra della Shoah. Rivolgendosi al carissimo zio Guido, nell’entusiasmo della raggiunta libertà («è appena un paio di giorni che siamo, finalmente!, liberi…»), il Finzi avverte anzitutto l’esigenza di rassicurarlo sulle buone condizioni sue e di altri famigliari: «stiamo tutti bene, noi e papà e mamma e Clara ed i suoi. Ho pure ottime notizie di zia Emmy e zio Ferruccio». Indi, egli entra subito in medias res, richiamando gli eventi e le fasi di una vita divenuta, dopo l’armistizio reso noto l’8 settembre 1943, tanto avventurosa quanto precaria. Veniamo così a sapere che, alla fine di quel fatidico settembre, il Finzi attuò «un infruttuoso tentativo di riparare in Svizzera». Infruttuoso poiché – egli annota – «La Svizzera in quel periodo non accoglieva nessuno, per nessun motivo»7. Di conseguenza, dovette rifugiarsi con moglie e figlio, insieme a «carissimi amici milanesi nelle nostre identiche condizioni – i Romanin», in Valsesia, dove lo raggiunsero, pochi mesi dopo, anche il padre e la madre. Il suo ricordo della Valsesia è quello di un «periodo sereno»: «Montagna, sole, sci, compagnia. Nemmeno ombra di nazi-fascisti, pochi partigiani». Pare di ritrovarvi, in poche frasi, le impressioni, le sensazioni e le illusorie Lettera autografa di Giorgio Finzi a Guglielmo Ferrari. Giorgio Finzi (1910-1984), Una lettera. Ricordi di sci, opuscolo a stampa, s. d. 7 Con l’8 settembre 1943, come noto, si avviò la persecuzione delle vite degli ebrei, molti dei quali cercarono la salvezza con la fuga in Svizzera. In proposito, M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Einaudi, Torino 2007, p. 253, in cui l’A. riferisce che circa seimila israeliti perseguitati, di cui quasi un terzo stranieri, riuscirono a rifugiarvisi. Ma non meno di trecento vennero respinti e furono costretti al rientro in Italia. Per il passaggio clandestino in Svizzera, occorreva pagare cifre da tremila a oltre diecimila lire a persona, somme decisamente troppo elevate per famiglie povere o divenute tali a seguito delle vessazioni persecutorie messe in atto dal fascismo fin dal 1938. 5 6 132 speranze di quel Corrado, autobiografico protagonista del romanzo di Cesare Pavese La casa in collina, che nelle Langhe dell’infanzia cerca di fuggire gli orrori del conflitto bellico. Ma nessuno può rimanere fuori dalla guerra, come constata Corrado-Pavese, ed anche per gli ebrei Finzi, «naturalmente tutti con documenti falsi», pure in Valsesia, nel febbraio 1944, «cominciarono i guai»: «Rastrellamenti, scontri con partigiani, sospetti che … fosse trapelato qualcosa sulla nostra sistemazione». Così, nel mese di marzo, mentre i Romanin riuscivano a raggiungere la Svizzera, Giorgio Finzi tornò in Friuli con la consorte Rina e il figlioletto Furio [nato nel 1936, NdR]. In Valsesia rimasero i suoi genitori, «non sembrando che la situazione fosse per loro minimamente pericolosa», ma anch’essi, a distanza di alcuni mesi, per motivi a lui sconosciuti, «ritennero opportuno di fare fagotto e dopo qualche peripezia trovarono una buona sistemazione nei pressi di Como». In Friuli, invero, la famiglia Finzi aveva già fatto «una puntata» in precedenza, «fra la Svizzera e la Valsesia», tuttavia – precisa la lettera – «c’era allora un tal movimento di tedeschi che, non ritenendoci sicuri, vi ci fermammo otto giorni appena»8. Questa volta, invece, Giorgio Finzi, alloggiato in una villa del suocero, vi restò con i suoi cari per tre o quattro mesi. In proposito, egli scrive: «era già meglio, seppur non bene del tutto. Lì, infatti, essendo ben conosciuti, eravamo col nostro vero nome, ed io uscivo appena, e raramente, dal parco». Ben presto, però, si ripresentarono gravi i timori, le angosce e i pericoli: «Poscia venne anche lì la precettazione per il lavoro, e costituzione della guardia civica e tante altre belle cose. Io non mi sentivo più sicuro». A causa di tutto ciò, e sembrandogli che «gli alleati, in Italia almeno, avrebbero continuato la corsa che li aveva portati fino a Firenze», prese la decisione di avvicinarsi al fronte, dirigendosi a Campagnola Emilia. La scelta di recarsi nel piccolo paese della Bassa reggiana il Finzi la attribuisce proprio, confermando la posteriore testimonianza della maestra Ferrari, alla «fortunata combinazione che mio suocero aveva qui un piccolo stabilimento per la produzione del vino». Subito dopo l’armistizio del governo Badoglio con gli alleati anglo-americani, Trieste fu inserita dai tedeschi nella Zona di operazione litorale adriatico, insieme ai territori di Udine, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana. Qui i tedeschi assunsero direttamente sia il comando militare sia le responsabilità civili e affidarono immediatamente il compito di spietate operazioni antiebraiche ad Odilo Globocnik, a capo della sezione di polizia specializzata IVB4 e di un altro gruppo antisemita denominato Azione R. A Trieste, gli arresti di ebrei cominciarono il 9 ottobre 1943. Il primo convoglio triestino per Auschwitz, con almeno 160 ebrei catturati in città e a Gorizia, partì il 7 dicembre 1943. Si veda, al riguardo, Sarfatti, Gli ebrei…, cit., pp. 254, 256 e 263. 8 133 Ed ecco la narrazione del soggiorno a Campagnola del Finzi, da datarsi, in base ai riferimenti temporali della lettera, a partire dalla primavera avanzata o dall’estate del 1944. Giorgio Finzi, con registro tra l’avventuroso e, a tratti, l’ironico, riferisce, in primo luogo, del suo «concreto-seppur fittizio» lavoro. Provvisto di un documento che gli attribuiva ufficialmente il compito di «incaricato dal Comando tedesco per la esportazione del vino in Germania e per l’approvvigionamento della popolazione civile», e che invitava tutti i comandi tedeschi ad aiutarlo in tale mansione, egli si permise addirittura di comportarsi, in talune occasioni, da «gradasso». In merito, annota, ad esempio: «Così in più di una città, di passaggio, mi feci dare una stanza dai tedeschi, e così due volte riuscii a dare mie notizie a Trieste valendomi del telefono militare germanico, ed ottenendo, in piena guerra, la comunicazione in pochi minuti». Per mesi, inoltre, svolse l’ufficio di interprete presso i reparti militari tedeschi dislocati nel paese e, usufruendo di un permesso di circolazione durante le ore di coprifuoco, asserisce che non temeva «né Brigate Nere né altri diavoli». L’essere poi in contatto con i partigiani locali, per i quali effettuò anche qualche «piccolo incarico», lo rassicurava ulteriormente, rendendolo, a suo dire, quasi «tabù», ovvero protetto ed intoccabile. Al punto da superare «brillantemente due rastrellamenti dei briganti neri, che causarono qui più d’una innocente vittima»9. A Campagnola, infine, instaurò rapporti di conoscenza e di amicizia con persone che lo aiutarono «a passare il tempo» e che lo colmarono di attenzioni. In particolare, egli fa riferimento a «pochissimi che io avevo onorato delle mie confidenze». Come leggere simile affermazione? Non sembra arbitrario ricondurla a coloro ai quali, in un empito di stima e di fiducia, egli aveva svelato il proprio «status» di ebreo, tra cui, ovviamente, la giovane Maria Teresa Ferrari. Ma la solitudine e la lontananza dai suoi gli pesavano e lo angosciavano, pertanto, a metà gennaio 1945, si diede da fare per portare a Campagnola anche la moglie e il figlio, approfittando di un viaggio a Venezia in camioncino di un amico. Si trattò di un viaggio disagevole ed avventuroso, «su un furgoncino Topolino», caratterizzato da molte emozioni e da un duplice passaggio del Po. Ma tutto andò bene. Il riferimento, molto probabilmente, rimanda ad azioni di rappresaglia fascista che, a metà aprile 1945, portarono a feroci rastrellamenti nella Bassa pianura e all’uccisione di partigiani e civili. A Campagnola, il giorno 15, una rappresaglia di militi repubblichini provocò l’arresto di circa trenta persone e l’uccisione di Carlino Salati, Pierino Bellesia e Giovanni Piron. 9 134 Risultando celibe all’anagrafe, Giorgio Finzi-Stelio Marchi dovette tuttavia fingere di sposare la moglie, «asseritamene vedova d’un cugino e con un figlio di questi!!! Roba da romanzo». A Campagnola, ricostituita la famiglia, il Finzi si sistemò «alla … campagnola»: «in una stanza ed una cucina ricavata da un pezzo di corridoio». Il piccolo centro agricolo gli appariva comunque «il paese di Bengodi», se raffrontato a Milano o a Trieste: «qui si trova letteralmente di tutto ed a prezzi relativamente “onesti’ (rispetto alla città) … burro ed altri grassi 350-400, carne 100 lire, uova 8-10, patate 6 ecc. Il pane delle tessere è bianco. Farina ne abbiamo avuta distribuita recentemente anche dai partigiani»10. L’ultimo ricordo dell’avventura campagnolese egli lo riserva poi – ed è più che comprensibile – al momento dell’agognata liberazione: «Ed ora è passata anche la guerra. Una sfilata ininterrotta d’una notte ed un giorno completi dei tedeschi in rotta – dovevate vederli: in carrette, calessini, biciclette, persino a piedi! – ed al mattino seguente gli americani in piazza. Cosa volete di più? Nemmeno una bomba e solo un po’ di fifa per un mitragliamento di una colonna ad un mezzo km. da qui. Più ci penso e meno finisco di ringraziare Iddio»11. La più immediata speranza, invece, è rivolta ad un pronto ritorno a casa, tanto desiderato quanto connesso a dubbi e dilemmi: «Chissà come la troverò! L’ho salvata per miracolo (volevamo portarvi tutto, compresi i mobili!) con una finta vendita di tutto ad un mio amico, di cui però da circa otto mesi non so più nulla». Nell’opuscolo, al testo della lettera fa seguito la riproduzione fotostatica delle … varie identità del Finzi. Una sua prima carta d’identità fasulla, rilasciata dal Comune di Monza il 27 aprile 1942, anno XX, lo individua quale Mambretti Ugo, nato a Monza il 19 giugno 1913 ed ivi residente, celibe e di professione cappellaio. Un successivo certificato provvisorio in sostituzione della carta d’identità, stilato dal Comune di Campagnola Emilia in data 4 gennaio 1945, anno XXIII, lo riconosce invece per Stelio Marchi, nato a Roma il 21 giugno 1905, residente a Cervignano del Friuli, celibe ed impiegato di professione. Solo dopo la Liberazione, finalmente, egli potrà riappropriarsi dei propri ed autentici dati anagrafici, come attestato anche dalla carta d’identità n. 1785 del Comune di Campagnola Emilia, emessa il 29 aprile 1945. Relativamente all’approvvigionamento della popolazione, l’azione più clamorosa avvenne, a Campagnola, durante la notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, quando gruppi di partigiani locali e di Novellara, Rio Saliceto e Canolo assalirono l’ammasso, sito nel teatro, e distribuirono ai cittadini 1400 quintali di grano. Il Finzi, forse, cita proprio questo episodio. 11 A Campagnola, i primi mezzi motorizzati statunitensi giunsero la mattina del 23 aprile 1945, verso le ore sette. 10 135 Eccoli: Finzi Giorgio, nato a Trieste il 9 marzo 1910, coniugato, dottore in Scienze economiche, sfollato a Campagnola Emilia e residente a Monza. In relazione ai cambiamenti d’identità, va sottolineato che questi, per il Finzi come per altri ebrei in clandestinità, rappresentarono effettivamente un basilare fattore di sopravvivenza e che, alla fine del 1943, la scoperta dei veri dati anagrafici poteva persino comportare, per gli israeliti, un’immediata sentenza di morte. Il 30 novembre 1943, con l’«ordine di polizia» n. 5, Guido Buffarini Guidi, ministro degli Interni della Repubblica di Salò, dichiarò, infatti, tutti gli ebrei presenti nella penisola «stranieri e nemici», aprendo la strada alla loro cattura, al loro internamento e alla loro consegna ai tedeschi per la deportazione, volta alla «soluzione finale». Sempre a corredo della lettera vengono quindi riprodotti i documenti tedeschi in essa citati dal Finzi. Il primo, che sotto il testo in lingua tedesca riporta la traduzione italiana, così recita: Si dichiara che il Sig. Stelio Marchi, nato il 21.6.1905, verrà impiegato temporaneamente come interprete presso questo Comando tedesco. Questa dichiarazione è valida se sarà presentata unita alla tessera Nr. 0014 dal 4 gennaio 1945 fino al 31 gennaio 1945. N.B. Inoltre il Sig. Marchi, secondo la dichiarazione “Der Oberst Kommissar in der Operationzone Adriatisches Kustenland” [Zona di operazione del litorale adriatico, NdR] in data 5.6.’44 è incaricato per l’acquisto di vini per l’esportazione in Germania e per l’approvoigionamento [sic] della popolazione. «La validità della dichiarazione, datata 6 gennaio 1945, viene poi prorogata al 28 febbraio. Il secondo documento, esclusivamente in tedesco, riporta quanto segue: «Bescheinigung. Die Kp. Bescheinigt, dass der Dolmetscher. Dr. Stelio Marchi, seine Ehefrau Rina und sein Sohn Forrio [sic]. Im Orte Campagnola bis 20 Uhr Ausgang haben». Rilasciato il 30 gennaio 1945, si riferisce al permesso di circolazione durante il coprifuoco ottenuto dal Finzi. Tre poesie Come detto sopra, Furio Finzi ha fatto omaggio alla maestra Ferrari, «nel ricordo di Campagnola e con l’augurio d’iniziare bene gli anni 2000!», pure di un altro scritto. Si tratta di un suo volumetto di poesie, in lingua e in vernacolo, e di prose, intitolato Appunti di viaggio12. F. Finzi, 31 dicembre 1999. Appunti di viaggio, volume a stampa fuori commercio: 150 copie per famigliari ed amici, copia n. 120. 12 136 In esso, numerose liriche rimandano alla tragedia della persecuzione ebraica e della Shoah nell’ultima guerra. Tra queste, tre in particolare riescono, a nostro avviso, singolarmente toccanti e capaci di interpretare i drammi del passato nei loro riflessi incancellabili, sia in chiave personale-familiare sia in una visione storico-collettiva. Innanzitutto la poesia d’apertura, dalla quale il libro trae lo stesso titolo: Appunti di viaggio Proprio tutti eravamo/quando mi misi in viaggio:/la mamma col papà,/i quattro vecchi nonni,/parenti zii cugini/i compagni di scuola/e di lavoro, gli amici./Tanti affetti, personaggi ed incontri./Quando il treno sostava/scendeva uno alla volta,/e nessuno sapeva/s’era la sua fermata./Ora l’uno, ora l’altro/mi appaiono davanti/e tutti mi sorridono/col cenno della mano./Ciascuno una memoria/e c’è il pudore/di non portar valigia,/alla fermata. I versi inducono indubbiamente ad una riflessione sullo sconvolgimento violento ed improvviso provocato dal razzismo fascista nelle esistenze degli ebrei italiani. In vite normali, serene, segnate dagli affetti e dalle abitudini quotidiane di studio e di lavoro che, all’improvviso, sono condannate alla fuga, al nascondiglio, alla separazione, alla precarietà e alla trepidazione di ogni fermata. Un secondo componimento, poi, riprende il tema del viaggio, ma, questa volta, verso l’annientamento: 25 aprile Pellegrino ritorno alla Risiera/e ricordo la festa dei paesani/del venticinque aprile quella sera/sul carro armato degli americani./Cieco e fedele dice “non sapevo”/ cosa bruciava il forno alla Risiera/ipocrita polacco, odioso svevo:/mille tradotte nell’Europa nera,/treni, convogli bene organizzati/con l’omertà di non voler vedere/programmi pur discussi e dettagliati/per la finzione di non voler sapere./Beffarda indifferente ostilità/cultura secolare antisemita/cristiana malafede e atrocità/ milioni cui tolsero la vita. La poesia sintetizza con mirabile efficacia il fenomeno Auschwitz-San Sabba, colto nella sua quasi incomprensibile realtà di un male tanto assoluto ed irrazionale quanto scientificamente e modernamente programmato ed attuato13. E recupera alla memoria di un «pellegrino» un tripudio paesano di libertà. Forse che l’autore voglia anche rimandarci al suo sguardo di fanciullo che, nel- Per gli ebrei del Litorale adriatico, la Risiera di San Sabba costituì sia l’anticamera di Auschwitz sia un’Auschwitz stessa. Questo luogo di raccolta per la deportazione, infatti, fu anch’esso un lager, un posto di orrore e di morte, nel quale furono uccise alcune decine di israeliti. Si trattava, poi,dell’unico campo di concentramento dell’Europa. 13 137 la piazza del paese, osservava i campagnolesi esultare per la conquista della loro «primavera»? Forse che egli voglia alludere a quella «fermata» in cui, con i suoi genitori, in una piccola località della Bassa reggiana, trovò speranza in nuovi ed importanti «affetti, personaggi ed incontri»? Infine, la parabola di sgomento e di sofferenza degli ebrei Finzi durante il secondo conflitto mondiale, negli anni della «guerra fascista», si può evincere da un testo che, nel suo cupo e dolente messaggio, imputa al difficile passato gli incubi soffocanti del presente e di ogni giorno a venire: Notturno Prima dell’alba s’insinuano puntuali/spadroneggiando sull’agitato sonno:/sono ricordi, incubi, e le angustie/che hanno manipolato il mio passato:/i tranelli, gli agguati, i tradimenti,/fughe precipitose, pugnalate./Dalle ferite non più rimarginate/ esplodono i fantasmi/e s’accavallano a ondate/con confusione di spazi e di memorie./Non è concesso rimuovere l’angoscia,/essa pretende un proprio itinerario/ latente e irrazionale/che tutto m’appartiene/– e gli appartengo –/Togliendomi il respiro. Si tratta di un’amara dichiarazione su una vita «manipolata», ieri ma pure per sempre, nell’involontaria latenza di fiele nel dormiveglia di qualsivoglia aurora . E la maestra Ferrari? Oggi, ottantaduenne, vive ancora a Campagnola, nella convinzione, ribadita ormai dieci anni fa, in risposta alla prima lettera di Furio Finzi, che, semplicemente, «risultò giusto, in quei drammatici tempi, porgere le mani a chi rischiava di perdere la vita, la famiglia, la libertà a causa di un’odiosa e disumana persecuzione». Una convinzione che, congiunta all’ardore della giovinezza, la indusse pure, in quel periodo così travagliato, a collaborare come «staffetta» con le formazioni partigiane cattoliche delle Fiamme verdi. E ciò le è stato ufficialmente riconosciuto, nelle celebrazioni per il 25 aprile 2002, con attestato del Comune e della sezione anpi di Campagnola Emilia. Fatto sta che anche per lei, come per il suo protetto ebreo-«campagnolese», il «campo di concentramento speciale appositamente attrezzato» di Fossoli di Carpi (MO) distava poco più di una decina di chilometri, ed esso restò in funzione fino al 1° agosto 1944, per essere poi trasferito a Gries di Bolzano. 138 Vado al «Moro» 2 Perché il II Liceo Scientifico si chiama così Interviste a Gino Morlini e Adriano Vignali Lorenzo Capitani Presentazione Concludiamo, con le due interviste che seguono, la ricostruzione della vicenda che portò a dedicare il II Liceo Scientifico della città ad Aldo Moro, nel 1978, a pochi mesi dalla sua tragica morte. Le interviste, lievemente rivisitate, con l’accordo degli interessati, pur nel loro carattere di libera conversazione, consentono di aprire spunti di riflessione di un certo interesse sulla storia della scuola reggiana negli anni Settanta, tema di ricerca che andrebbe forse maggiormente frequentato e sostenuto. Anche a questo fine è auspicabile ed urgente una valutazione attenta delle problematiche relative alle fonti delle scuole reggiane o di privati. Se ne discuterà in un importante appuntamento previsto per il mese di maggio1. Ma già da tempo Istoreco si sente impegnato in questa direzione. Gino Morlini2 dirigente scolastico del Liceo «Ariosto-Spallanzani», nel 1978 docente del II Liceo scientifico Il II Liceo scientifico decise di intitolarsi ad Aldo Moro nel quadro del suo impianto sperimentale? Per la verità, la sperimentazione, cosiddetta «mini», da cui prenderà il via la storia originale del «Moro», inizierà nel 1981, quando, grazie al contributo di giovani docenti interessati ad aprire nuove strade per l’istruzione scientifica «Gli archivi storici e la memoria della scuola reggiana. Fonti per la ricerca e strumenti per la didattica». Il seminario si svolgerà venerdì 8 maggio 2009 alle ore 15.00 nell’aula magna dell’Istituto «Matilde di Canossa» in via Makallè 18 a Reggio Emilia. 2 Intervista raccolta il 22-8-2008. 1 139 (con un interesse spiccato per i temi ambientali e per i temi sociali), prende forma una programmazione didattica e culturale davvero innovativa, anche se all’epoca riservata ad un numero ristretto di interlocutori. La scelta di intitolare ad Aldo Moro l’Istituto è maturata in un periodo precedente, quando il clima generale del Paese evocava inedite relazioni tra le forze popolari cattoliche e di sinistra. La tragedia del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, che venne vissuta con grande partecipazione ed emozione dai docenti e dagli studenti, rafforzò anche nel Collegio docenti quella parte che vedeva con grande favore il profilarsi di quello che veniva definito come un «compromesso storico», secondo la nota formula berlingueriana. Si può pensare allora a quel Collegio docenti come una sorta di microcosmo politico? In effetti si potevano distinguere con una certa nettezza tre aree politicamente definite: una di «centro-sinistra», ben rappresentata da Eros Mattioli, storico docente di Filosofia, di solida formazione comunista, ma molto sensibile alle tesi dell’incontro con il mondo cattolico; un’area di sinistra più «radicale», poco incline ai compromessi, nel timore di cedimenti moderati, ritenuti non corrispondenti alle profonde esigenze di trasformazione di un Paese arretrato come l’Italia, area che vedeva in Ugo Pellini e Adriano Vignali gli esponenti più convinti e vivaci; un’area più conservatrice o tradizionalista, molto attenta a non snaturare il tradizionale percorso di un liceo scientifico. Questa forte caratterizzazione non deve stupire più di tanto. Si può dire che fosse un po’ il portato dell’avvento degli Organi collegiali, previsti dai Decreti delegati del 1974, che aprirono una grande stagione di partecipazione alla vita della scuola, da parte delle sue varie componenti, partecipazione che a volte assumeva i caratteri dell’associazionismo politico e culturale, con liste e aggregazioni dal chiaro sapore politico. Una stagione su cui sarebbe bene ritornare attraverso un esame critico ed approfondito. Ma come venne condizionata la discussione sulla intestazione? Curiosamente, si arrivò ad una decisione molto tormentata e «risicatissima» nel voto finale del Collegio, in virtù di divisioni trasversali che attraversarono un po’ tutte le aree di riferimento. Per la verità fungeva un po’ da paravento la posizione di chi, sia a destra che a sinistra per così dire, riteneva più giusto e pertinente un riferimento ad una grande figura del pensiero scientifico come Newton, Cartesio o Galileo, anche in relazione al carattere sperimentale che avrebbe dovuto assumere il Liceo, secondo idee che cominciavano a circolare. Un certo seguito ebbe anche la posizione di chi si opponeva alla scelta di un politico, nonostante il grande significato della figura di Aldo Moro e del suo tragico sacrificio. Del resto pochi mesi erano trascorsi dal suo rapimento e dalla sua uccisione e la vicenda era ancora foriera di un confronto politico assai contrastato. 140 E proprio sul nome di Aldo Moro invece si appuntavano le posizioni più «impazienti» e «radicali», poiché il suo itinerario politico veniva inquadrato in una logica compromissoria e conservatrice, considerata così assai lontana dalle istanze giovanili. Prevalse la proposta sostenuta con passione e convinzione da Eros Mattioli, che ancora oggi ricorda quel momento come uno dei più importanti della sua esperienza scolastica. Ma cos’era questo strano Liceo, così diviso e appassionato? Si tratta di una storia che andrebbe puntualmente ricostruita. In questa sede posso limitarmi a ricordare come tale esperienza nascesse da esigenze di diversificazione dell’offerta formativa e vedesse coinvolta una parte dinamica ed innovativa di giovani docenti, al di là del loro stesso orientamento ideologico e politico. Al centro dell’intuizione originaria e dello stesso progetto sperimentale che ha preso via via consistenza, fino ai numeri attuali, c’era comunque una grande ambizione, che rimane ancora oggi più che valida, quella di avvicinare la cultura umanistica e la cultura scientifica, anche attraverso un confronto continuo tra il discorso della scienza e gli assetti sociali e culturali di un mondo che attraversa così profonde trasformazioni. La scelta di dedicare ad Aldo Moro, in definitiva, si è rivelata in linea con questa storia? Come la valuti oggi? Fu una scelta felice. Lo dimostra il fatto che anche i contrari di allora si sono in qualche modo «riveduti». Lo dimostra anche la grande sensibilità che è venuta dal Moro, nei vari momenti della sua storia, verso le tematiche civili e costituzionali, verso una dimensione dell’educazione che non si è accontentata di consolidate certezze, verso una cultura scientifica non ossificata. Naturalmente nella storia di una scuola ci sono fasi alterne, più o meno felici, tuttavia nel riferimento ad Aldo Moro e al suo alto magistero educativo, penso che il Liceo abbia potuto trovare un alimento fertile e continuo. Se penso poi al Piazzale antistante il Liceo, con l’omaggio a Giuseppe Dossetti padre costituente, sono ancora più confortato in questo mio giudizio. Adriano Vignali3 già parlamentare, nel 1978 docente del II Liceo scientifico Come si è arrivati alla proposta di dedicare ad Aldo Moro il II Liceo Scientifico? Come l’hai vissuta? Male, per due ragioni sostanzialmente. In primo luogo ci siamo trovati di fronte ad una proposta confezionata in ambito politico, a partire da un’ipotesi 3 Intervista raccolta il 27-8-2008. 141 avanzata in sede di Consiglio provinciale. Un fatto compiuto, sostanzialmente, che metteva seriamente in discussione l’autonomia della scuola, a cui tenevo moltissimo. Anche se una parte del Collegio sembrava davvero convinta della proposta, alcuni di noi non apprezzavano il fatto che prevalessero in questa convinzione valutazioni di opportunità politica, del tutto estranee alla logica di una scuola. In secondo luogo la vicenda-Moro era ancora troppo vicina, per consentire una lettura sufficientemente equilibrata di tutti gli aspetti ad essa connessi. Che cosa sapevamo veramente? Chi aveva davvero voluto la morte di Moro? Perché lo Stato si mostrò così impotente? Erano questi interrogativi brucianti che ci toccavano in profondità e che non ci permettevano di valutare con il dovuto distacco la natura di quella proposta. Così si poteva anche registrare una singolare convergenza tra posizioni politiche anche opposte nel ritenere più opportuno un riferimento ad un grande della scienza. Cosa ricordi della discussione in Collegio docenti? Ricordo un dibattito appassionato, per certi aspetti convulso e violento. Ricordo la convinzione dei favorevoli come Eros Mattioli, Teresa Barbieri, Freddi, tutti cari amici di sinistra, che vedevano in questa scelta una grande occasione d’incontro tra diversi e una mozione forte di difesa della democrazia. Ricordo anche una polemica dei mesi precedenti, da parte di chi non escludeva la trattativa per salvare la vita di Moro, contro coloro che invece ne cercavano un’assurda beatificazione. Lo Stato non si sarebbe rafforzato con questa logica. Come vedi, troppo acuta si mostrava la ferita aperta, per poter ragionare sull’intitolazione di una scuola. Certo, a tanti anni di distanza, non posso fare a meno di rilevare la vitalità e la passione civile che animava il modo della scuola di quel tempo. Nella tua diffidenza, come in quella di altri, non c’era una riserva più profonda sulla figura di Aldo Moro? Qui tocchi un aspetto di verità, anche delicato, su cui è bene comunque aggiungere qualche considerazione. Si può dire che nella sinistra, anche quella presente nella scuola, si confrontavano due diverse immagini di Moro. La prima, quella che caratterizzava i più insoddisfatti di noi, quelli che cioè auspicavano una svolta profonda nella politica italiana, si manifestava nell’uomo del compromesso, dai mille sofismi, l’immagine cioè di un nuovo trasformismo, incapace di guardare ai mutamenti richiesti dai grandi movimenti popolari. La seconda, al contrario, prendeva forma nelle analisi dei comunisti più «allineati», quelli che guardavano al «compromesso storico» come all’unica speranza per la democrazia italiana. Quindi nel vivace dibattito del Collegio docenti non va trascurata questa componente tutta interna alla sinistra, molto divisa nella lettura stessa di quei drammatici eventi. 142 Con il senno di poi? Giudicando oggi quelle vicende, cosa ti sentiresti di dire? Mi piace ricordare che quando arrivò la notizia del rapimento di Moro e dell’uccisione della sua scorta, tutta la scuola si fermò e tutti raggiungemmo la piazza, convinti che un ciclo storico si stava esaurendo e che nuovi appuntamenti avrebbero atteso la sinistra. Bisognava essere intelligenti, capire i pericoli, mobilitarsi con grande spirito unitario, far capire agli esitanti il pericolo mortale rappresentato per la sinistra dal brigatismo. Bisognava aprire una nuova fase. Anche nella scuola. In effetti, ciò che colpisce, ritornando a quegli anni, è che, nonostante le divisioni sull’intitolazione, quello stesso Collegio, solo due anni dopo, riuscì ad aprire un’intensa stagione sperimentale. Che cosa vuol dire tutto questo? Che in fondo quel dibattito acceso, fatto anche di tante incomprensioni, rappresentò un «conflitto fecondo», come spesso avviene nella scuola. Le varie anime della scuola si ritrovarono in uno sforzo generoso di offrire ai giovani nuove occasioni, non meno rigorose nello studio disciplinare, ma certo più aperte. Si deve ancora produrre una riflessione non celebrativa sulla «stagione sperimentale» da te ricordata. Essa non coinvolge solo il Moro, ma anche tante altre realtà che si sono intrecciate, negli stessi percorsi dei docenti. Si pensi al BUS o alle tante esperienze dei tecnici o professionali. Per il momento si può dire che nella scuola reggiana si sono manifestate straordinarie energie, ma che non sempre esse hanno trovato il modo di esprimersi compiutamente e di consolidarsi. La vicenda del Moro, da questo punto di vista, si presenta con una sua esemplarità, che andrebbe ricostruita pazientemente. Un Collegio diviso riuscì ad individuare un percorso che consentì ad un Liceo in embrione di divenire una realtà assai significativa nel panorama scolastico reggiano. Cosa vuol dire per te, allora, l’espressione che abbiamo voluto utilizzare per questo ricordo, Io vado al Moro? Bisognerebbe che ogni scuola cercasse una sua identità. Questa la migliore strada per una virtuosa competizione, non quella dei tagli imposti dall’alto. In fondo la scelta del nome di Aldo Moro è stata meglio giustificata e rafforzata, negli anni successivi, quando, ad esempio, l’Educazione costituzionale è diventata parte integrante del curricolo del biennio oppure quando l’attenzione ai temi ambientali è diventata un fatto educativo permanente, con l’orto botanico didattico, con l’attenzione ai temi dello sviluppo compatibile. E si potrebbe continuare. Bisogna saper guardare alle scuole come a comunità aperte, conflittuali, ma anche capaci di consentire ai giovani effettive occasioni di crescita. Chi ha ucciso Aldo Moro ha ucciso se stesso e ogni speranza, chi ad Aldo Moro ha dedicato una scuola in fondo ha voluto tener viva un’idea di futuro, anche quando sembrano prevalere le inquietudini e le incertezze. 143 Didattica Istoreco in Viaggio «Trieste fascistissima» e «Lubiana italiana» giovedì 4-domenica 7 dicembre 2008* Maria Paola Morando Paola Zagatti** «Ben vengano le Foibe» La frase provocatoria è stata raccolta durante uno dei numerosi scambi che si sono svolti durante il viaggio di formazione per docenti e operatori dal titolo «Trieste fascistissima e Lubiana italiana» fra il 4 e il 7 dicembre 2008 sul confine orientale italiano e in Slovenia. Ben vengano le foibe e il Giorno del ricordo se possono consentire a ri-scoprire un pezzo della storia nazionale che sino ad oggi si conosceva solo in più ristretti ambiti regionali. Ben vengano le foibe si diceva se non le prendiamo come fatto tragico a parte, ma le storicizziamo, le contestualizziamo parlando cioè della storia di quel pezzo d’Italia – che ci è sembrata un po’ troppo ai margini e abbandonata – che parte molto prima delle tragiche vicende degli * Un viaggio di studio sul confine orientale. Arrivo a Trieste: passeggiata guidata nella Trieste letteraria; introduzione storica sulla città nel XIX e XX secolo; percorso storico su fascismo, nazismo e resistenza a Trieste; visita a Basovizza; visita guidata al campo di concentramento Risiera di San Sabba; visita guidata a Gonars; visita alla città di Lubiana con particolare riguardo al periodo della italianizzazione forzata e dell’occupazione italiana della Jugoslavia. Sono intervenuti: Franco Cecotti, Nevenka Troha, Alessandra Kersevan e con il testimone Riccardo Goruppi. Coordinamento: Matthias Durchfeld e Alessandra Fontanesi. ** Sezione didattica Isrebo. 145 infoibamenti e che noi abbiamo voluto rintracciare dalla fine del multietnico Impero austro-ungarico e fino al 1954. Ben venga la Storia quando non è piegata alla bieca propaganda poltica. Da molti anni la sezione didattica di Istoreco svolge la formazione per i docenti delle scuole di ogni ordine e grado, da quest’anno abbiamo scelto di farla «in luogo» seguendo una metodologia che ci appartiene da molto tempo e che consiste nell’interrogare luoghi, testimoni e storici sulle sui fatti storici che vi si sono svolti. E quale altro luogo se non il confine orientale del nostro stato si prestava a un tale approfondimento. Così venti fra docenti, operatori culturali e storici sono partiti da Reggio Emilia per Trieste, Ljubljana e Gonars e si sono dati appuntamento per imparare o approfondire la storia di quel territorio e per discuterne per quattro giorni insieme. Certo questa organizzata dalla sezione Didattica (Alessandra Fontanesi) e Esteri (Matthias Durchefeld) di Istoreco era una tappa del lungo cammino di formazione per l’anno scolastico 2008-09: altri momenti per fornire «strumenti per approfondire e conoscere» ai docenti hanno riguardato il fascismo e il razzismo fascista, la storia della deportazione e riguarderanno la resistenza e l’antifascismo. Una formazione che riparte dai fondamentali. Ringrazio i colleghi dell’Istituto per la storia della resistenza e Società contemporanea in provincia di Bologna che non solo hanno aderito «in massa» alla formazione ma hanno stilato gi appunti di bordo che seguono e che rendono bene la ricchezza e la freschezza degli incontri svolti, e che possono essere una filo conduttore per i docenti che intendano portare le classi in visita in quella parte d’Italia che guarda a levante. Buona lettura. Alessandra Fontanesi 146 Il luogo dove sorgeva l’ex campo di concentramento italiano per civili iugoslavi di Gonars Il gruppo con la storica Alessandra Kersevan davanti al sacrario Sloveno e croato all’interno del cimitero friulano di Gonars Impressioni di un viaggio all’est Paola Zagatti Giovedì 4 dicembre Sarebbe stato difficile immaginare una atterraggio più soffice sulle spinose questioni della nostra frontiera est: un intero pomeriggio per le vie del centro di Trieste guidati dalle parole che Svevo e Saba gli hanno dedicato, selezionate da Simonetta Gilioli che questi due autori li ama sul serio e si sente. C’è il sole, per di più! Venerdì 5 dicembre I valenti colleghi dell’Istituto regionale per la storia del movimento di Liberazione di Trieste ci introducono alle asperità della storia della frontiera, ma in modo ancora piuttosto mediato, mostrandoci come la affrontino negli incontri con le scuole. Notevole è la capacità di sintesi dimostrata nel percorrere il lasso di tempo che va dall’Ottocento al secondo dopoguerra, senza che in questa sintesi si perda la comunicazione complessiva dell’estrema complessità degli argomenti affrontati e del fatto che dietro quell’esposizione ci sono anni di studio approfondito delle questioni e documenti che ne supportano la validità. L’apparente facilità dell’esposizione di Angelo Visentini ne fa indovinare inoltre il lungo rodaggio compiuto da quando la questione delle foibe è tornata agli onori dell’uso politico della storia. Nella tarda mattinata, con la visita a Basovizza, il percorso di avvicinamento alla cruda realtà dei fatti procede ulteriormente. La pioggia torrenziale impedisce la visita al monumento, ma all’interno del piccolo museo annesso una guida straordinaria, Giorgio Potocco, squaderna senza pietà tutti i nodi più complessi e anche imbarazzanti – per i triestini – della questione delle foibe, a partire dal geniale uso propagandistico che dei primi infoibamenti fecero i tedeschi occupanti, fin dall’ottobre 1943. È tuttora ai loro lanci propagandistici, invece che ai dati fattuali, che spesso si fa ricorso, anche in buona fede, quando si parla di foibe. Un tema francamente da approfondire. Ancora sotto l’acqua, ancora nel centro di Trieste, nel pomeriggio, ma per una visita, guidata da Franco Cecotti, ai luoghi del fascismo, della guerra e della Resistenza. Che cosa differenzia Trieste, vista da questo punto di vista, da Bologna? Soprattutto i monumenti fascisti all’irredentismo che fanno bella mostra di sé. Dopo il diretto contatto con i luoghi, quello con le persone, nell’intervista con Riccardo Gorruppi testimone della discriminazione etnica e della deportazione politica. 148 Ogni incontro con i superstiti di quelle esperienze significa ascoltare una storia che si crede già di conoscere e che invece è sempre nuova. E anche Gorruppi dice qualcosa di ancora inudito: può perdonare i kapò, dice, perché forse anche lui si sarebbe comportato come loro, per salvare suo padre (deportato con lui ma che non sopravvisse). Quelli che non perdona, dice, sono coloro che li denunciarono, perché lo fecero per i soldi. Sabato 6 dicembre Ljubljana. Dalle parole di Nevenka Troha emergono dati ignoti ai più sulla Resistenza iugoslava, soprattutto quella ai fascisti italiani, e sull’esistenza di infoibamenti di sloveni – reali o potenziali oppositori politici – ad opera delle truppe di Tito, alla fine della guerra, nelle zone interne della Slovenia. Visita guidata della medesima docente, nel pomeriggio, alla città. Il dato curioso: i monumenti di epoca iugoslava sono stati conservati ma la sera non sono illuminati. Il dato entusiasmante: a Ljubljana c’è il più bello dei luoghi di memoria finora visitati, cioè il percorso pedonale che circonda per chilometri la città seguendo il tracciato del reticolato con cui il Regio Esercito italiano la cinse durante l’ occupazione. Domenica 7 dicembre Ormai non ci sono più diaframmi, immersi fino al collo nei drammi storici di queste zone la visita alla Risiera di San Sabba a Trieste completa il quadro dell’orrore, anche se è tornato il sole. Ma anche questo luogo non è di lettura semplice, come nessuno di quelli visitati: vi si uccideva, ma con modalità diverse e per ragioni più contorte e misteriose di quelle che «spiegano» le morti nei campi di sterminio veri e propri; era un campo nel centro della città, ma era anche un punto di partenza per altri campi; era un luogo di detenzione e tortura, ma se ne poteva anche uscire indenni. Di nuovo si prova ammirazione per la chiarezza con cui la guida Davide Alzetta riesce a districare una storia di pochi anni ma della massima complessità, senza risparmiare giudizi severissimi nei confronti di Trieste, la sua città, nella quale le delazioni al tempo dell’occupazione tedesca erano così tante che i nazisti ne furono nauseati. Lungo la via del ritorno, la visita al luogo meno luogo di tutti, Gonars, insieme alla studiosa che ne ha ricostruito la storia dimenticata e che si chiama Alessandra Kersevan. Qui un campo di concentramento italiano per civili jugoslavi venne costruito, funzionò, procurò innumerevoli morti, ma perché qualche segnale di tutto ciò marcasse il territorio c’è voluto un coraggioso sindaco che sta per terminare il suo secondo mandato. Nel cimitero del paese, sopra l’ossario che raccoglie un po’ di quei morti, resta un monumento, iugoslavo un tempo, adesso sloveno e croato. 4-7 Dicembre 2008 Quattro giorni che sono passati in fretta, più densi di quanto gli amici or- 149 ganizzatori di Reggio Emilia siano riusciti a farci percepire, grazie alla sapiente alternanza di lezioni in aula, lezioni all’aria aperta e momenti ludico-conviviali (senza dimenticare la travolgente visione collettiva di Fascisti su Marte, in pullman). Se qualcuno avesse dei dubbi sull’impegno complessivo del gruppo e sulla quantità di lavoro svolto, basterebbe un dato per tutti, che sfiora il misticismo: durante i tragitti in pullman, in più di un’occasione, Alessandra e Matthias hanno aperto il dibattito. E il dibattito ha avuto luogo! Probabilmente per una necessità quasi fisica di riorganizzare la massa di dati e di emozioni immagazzinati nel percorso... I temi sollevati durante i dibattiti sono stati – a memoria di chi scrive – soprattutto quelli legati alla grande rimozione (paragonabile a quella delle colonie) di questo pezzo di storia italiana da parte degli italiani che non vivono sulla frontiera orientale, e sulla difficoltà per chi ci vive di mantenerne una memoria il più possibile equilibrata. Per questo parole di ammirazione sono state spese per le guide triestine di Basovizza e di San Sabba, per il modo quasi spietato con cui hanno sviscerato vicende in cui gli eroi erano pochi e tantissimi i colpevoli. 150 Trieste. Appunti visivi Dicembre 2008 Maria Paola Morando via del lazzaretto vecchio Il pomeriggio del 4 dicembre 2008 inizia la nostra visita alla Trieste «letteraria». La città inizia a rivelarsi con i suoi austeri palazzi. Chi direbbe che il mare è vicino? Si aprono invece vie laterali che rivelano la sua presenza: è l’azzurro, è l’ingresso della brezza, è l’orizzonte libero. La magnificenza di Piazza dell’Unità, ampio spazio a tre lati di chiari palazzi tra cui il Palazzo del governo asburgico, del 1905, dalle forme possenti alleggerite dai colori chiari e dalle decorazioni dorate che lo impreziosiscono e gli conferiscono un’aria levantina. Anche il sole di questo pomeriggio invernale dà il suo contributo. Il nostro giro è continuato sulle tracce dei luoghi letterari e ad un certo punto, un vecchio signore, uscendo dai magazzini Coin, si è unito alla compagnia, curioso di ascoltare la lettura di certe sue poesie. 151 Vicino a piazza Goldoni si apre all’improvviso una bocca scura: una galleria che traghetta il traffico in quella parte della città che più somiglia a Genova: alti e bassi, curve, asimmetrici palazzi, angoli quieti e solinghi e quartieri popolari, dove la popolazione della domenica somiglia stranamente a quella un po’ frullata dalla vita marittima che circola a Caricamento. Sopra la galleria si inerpica la salita dei giganti. Il tutto risale al 1863. Vicino a piazza goldoni due palazzi contemporanei (1904) testimoniano con eloquenza la compresenza di stili nella Trieste ottocentesca: Palazzo Vianello, sul quale l’architetto Ruggero Berlam ha scatenato la sua fantasia neorinascimental-eclettica, e il Narodni Dom, l’edificio a cui faceva capo la comunità slovena triestina, in cui si trovavano una banca, un teatro, una casa di cultura e un albergo (il Balkan). Se nel primo caso è esaltata l’arte italiana, inserendo i ritratti di Michelangelo e di Leonardo nelle decorazioni, il leone che evoca Venezia e gli obelischi nella facciata principale, nel secondo si vede lo stile internazionale, di ascendenza viennese, protorazionalista. La letteratura dell’epoca accusa Max Fabiani, l’architetto del Narodni Dom, allievo di Otto Wagner, di «freddezza nordica»; il mugugno dei nazionalisti esprime il livore nei confronti degli sloveni che osano costruire un palazzo così grandioso, di questi sloveni più numerosi a Trieste che a Lubiana. Dopo l’incendio fascista del 1920 verrà costruito un palazzo un pendant del Palazzo Vianello, che scherma il Narodni Dom e impedisce di vederlo dalla piazza. Piazza Oberdan è dominata dal bianco del Palazzo edificato dal regime fascista e poi tristemente noto per essere stato la sede delle ss durante l’occupazione tedesca. Pioveva molto, quella sera della nostra visita: il portico è stato essenziale per noi; per documentare questo edificio, bisogna ricorrere a immagini di repertorio. Agli architetti triestini Ruggero ed Arduino Berlam si deve la co- 152 struzione della nuova sinagoga di trieste, una delle più grandi d’Europa. Il 21 giugno 1912, dopo quattro anni di lavori, l’edificio venne inaugurato. Nel giro di poche centinaia di metri si incontrano chiese cattoliche, una basilica valdese e una anglicana, il tempio israelitico, poi una chiesa serba, una greco ortodossa, una evangelico luterana, testimoni di una evoluzione sociale non lineare, foriera di conflitti. La sera, abbiamo percorso via delle Beccherie, nel ghetto ebraico. Passeggiando ci si perde nei vicoli senza geometria della città vecchia, per poi ritrovarsi d’un tratto nell’ordine asburgico delle vie del Borgo Teresiano, dove lo stile neoclassico distende le proprie linee armoniose. Siamo al Canal Grande, nel cuore della città nuova, centro dell’espansione cittadina voluta da Maria Teresa d’Austria. Fu scavato nel 1756 perché i velieri potessero scaricare le merci fin dentro la città. Ora gli interramenti imposti dallo spaventoso traffico cittadino ne hanno limitato la lunghezza e, a causa dei ponti fissi che hanno sostituito quelli girevoli, non può essere frequentato che da piccolissime imbarcazioni. Nelle acque tranquille del canale si specchia la facciata della Chiesa di Sant’Antonio Nuovo, o Sant’Antonio Taumaturgo. Lasciamo Trieste con un’idea della sua evoluzione otto-novecentesca che ci siamo formati con l’aiuto dei testimoni, dei documentati studi dei colleghi dell’Istituto, dei documenti, dei siti ed anche degli edifici che costituiscono la faccia poliedrica della città. Diamo, per ultimo, uno sguardo al porto dall’alto, da Opicina, che ci permettedi vedere i moli e le gru del porto. A sinistra, oltre le gru, in posizione comoda per la movimentazione delle merci, sta la Risiera di San Sabba, che lascia in tutti i visitatori un’impronta indelebile, anche grazie all’opera di guide qualificate ed attente alla ricostruzione storica. 153 Piccola-grande storia della Resistenza Un’esperienza didattica Loredana Cicciù La didattica disciplinare: l’insegnamento della storia Oggi i ragazzi non sono attratti dalla storia, questa appare loro come una materia noiosa che richiede di imparare a memoria date di eventi e nomi di personaggi, che sembrano lontanissimi dalla vita di oggi e dai loro interessi. Per far fronte a questa sostanziale estraneità degli studenti nei confronti della storia, occorre assegnarle una funzione formativa e favorire l’apprendimento e la formazione attraverso percorsi di lavoro in cui l’allievo abbia un ruolo attivo; «una simile scelta presenta alcune difficoltà non trascurabili in quanto l’allievo assume un ruolo veramente attivo… solo se, … l’argomento e il tipo di lavoro proposto lo interessano e se i materiali di lavoro e l’intera attività proposta non si rivelano troppo difficili»1. L’insegnante di storia, qualsiasi insegnante, deve «in primo luogo individuare le finalità formative e gli obiettivi didattici più adeguati per i suoi alunni, selezionando poi i contenuti che, strumentalmente, siano funzionali al perseguimento di quelle finalità e di quegli obiettivi»2. L’insegnamento tradizionale aveva come obiettivo unico la trasmissione di conoscenze; oggi, l’allievo deve anche acquisire competenze (capacità di collocare nel tempo e nello spazio i fenomeni studiati; capacità ristabilire relazioni tra i fatti storici analizzati) ed 1 R. Neri, Insegnare la storia nella scuola media: una proposta, La Nuova Italia, Firenze 1998, p. 7. 2 F. Senatore, La formazione degli insegnanti di storia, in Reti medievali, luglio-dicembre 2002, III. 155 impadronirsi degli strumenti e del linguaggio storico. «A livello di linguaggio storico gli allievi devono sviluppare competenze di decodificazione (lettura e ascolto), arrivando a conoscere i termini in uso fra gli storici, … competenze di codificazione (scrittura e parlato), cioè imparare a padroneggiare questi termini utilizzandoli correttamente in una produzione linguistica di argomento storico»3. Le innovazioni tecnologiche offrono al docente di storia nuovi strumenti utili all’insegnamento, in primo luogo il computer risulta essere molto efficace, ad esempio l’uso di ipertesti consente di lavorare su un argomento differenziando i percorsi. Anche il cinema, come il computer, esercita sui ragazzi un certo fascino in quanto l’immagine è spesso considerata più interessante della parola; i film consentono un contatto diretto con il passato per la loro immediatezza, inoltre, «guidare i ragazzi alla lettura del film storico permette di dotarli di uno strumento utile per formarsi una visione corretta del passato, per farne spettatori non acritici»4. I ragazzi devono «saper fare, in alternativa o a complemento di un passivo imparare (dal manuale o dalla lezione frontale)»5; nell’insegnamento della storia, «il saper fare diventa anche il saper fare storiografico, e l’alunno viene così accompagnato alla scoperta delle fonti, del territorio, della memoria orale, spinto a costruire i suoi materiali storici in esaltanti ricerche di gruppo, laboratori di storia»6. Motivazioni della scelta Nella scelta dell’argomento e dei contenuti del Percorso didattico ho tenuto conto della seguente finalità: «L’insegnamento della storia deve anzitutto proporsi di far comprendere che l’esperienza del ricordare è un momento essenziale non solo dell’agire quotidiano del singolo individuo, ma anche della vita della comunità umana (locale, regionale, nazionale, europea, mondiale) cui l’individuo stesso appartiene. Solo diventando in qualche modo partecipe di questa memoria collettiva, si diventa uomini, e cittadini, a pieno titolo»7. Il titolo Piccola-Grande Storia della Resistenza, mostra la mia intenzione di creare un legame tra storia locale e storia nazionale; questo modo di raccontare la Resistenza, a mio avviso, è utile per riflettere sui momenti più significativi 3 4 5 6 7 Neri, op. cit., p. 38. Ivi, p. 154. Cfr. G. Angelozzi, C. Casanova, La storia a scuola, Carocci, Roma 2003, pp. 18-19. Senatore, op. cit. Vedi Programmi del ’79 – Storia, finalità e obiettivi. 156 del passaggio dal fascismo alla democrazia e per trasmettere una coscienza storica capace di sollecitare nei giovani un coinvolgimento reale. La decisione di affrontare determinati argomenti, come la lotta al Sud («Resistenza dimenticata») e le stragi nazifasciste, nasce dalla volontà di porre l’accento su eventi della microstoria poco conosciuti, per consentire allo studente di comprendere il passato e di maturare una coscienza storica in riferimento alla realtà che lo circonda. Progettazione del Percorso didattico Titolo del percorso: «Piccola-Grande Storia della Resistenza» Classe: III D della S. M. S. «Giovanni Falcone» di Rende (CS) Periodo: Si prevede lo sviluppo del percorso didattico nel II quadrimestre (marzo- aprile) Tempi: Si prevede l’impiego di 20 ore di attività Analisi del contesto Il percorso didattico progettato si inserisce coerentemente nel segmento della programmazione curricolare destinato allo studio della II guerra mondiale; ha come scopo il potenziamento del metodo di studio per consentire allo studente di approfondire la conoscenza degli avvenimenti legati alla Resistenza e problematizzarli. La maggior parte degli alunni impara la storia mnemonicamente, infatti sono molto legati al testo, considerano il fatto storico con distacco e principalmente dal punto di vista cronologico. L’allievo ha l’esigenza di conoscere, oltre ai grandi eventi della storia, la vicenda umana dei suoi protagonisti, e di utilizzare anche strumenti diversi dal libro di testo, che gli consentano di maturare una coscienza storica. Obiettivi Obiettivi in termini di conoscenze •Approfondire le cause e gli avvenimenti che portarono alla costituzione di formazioni partigiane spontanee ed organizzate. •Conoscere le varie fasi della lotta partigiana in diverse regioni d’Italia e collocare gli avvenimenti nel tempo e nello spazio. •Conoscere gli orrori della repressione nazifascista. •Conoscere le testimonianze e i termini specifici del linguaggio partigiano. 157 Obiettivi in termini di competenze •Saper distinguere tra storia locale e nazionale, coglierne le relazioni e le principali differenze. •Individuare le connessioni tra l’evento storico e la rappresentazione cinematografica. •Riconoscere le parole-chiave e i termini del linguaggio specifico all’interno dei documenti e delle fonti storiografiche. Prerequisiti Prima di intraprendere le attività previste nel percorso didattico, bisogna identificare e accertare le competenze già possedute dai ragazzi per attivare specifiche strategie d’intervento. Gli alunni devono: •Saper riconoscere di un momento storico fatti, personaggi, eventi, istituzioni. •Conoscere sufficientemente la storia relativa al periodo che va dalla nascita del fascismo alla fine della II guerra mondiale. •Comprendere le differenze tra l’ideologia dittatoriale fascista e i movimenti antifascisti. Contenuti •Il cinema neorealista •La Resistenza in Italia •Il Regno del Sud •I Rastrellamenti e le stragi nazifasciste Metodologie •Brain Storming •Visione di un film su vhs •Lezione interattiva con l’ausilio di Power point •Discussione in classe •Ascolto di canzoni mediante lettore cd •Lettura in classe di documenti e testimonianze •Esercitazioni individuali e collettive 158 Connessioni interdisciplinari Il percorso didattico consente diversi collegamenti con altre discipline: •Educazione alla convivenza civile, per riflettere sulle conseguenze disastrose di qualsiasi guerra. •Italiano, per la lettura e l’analisi dei documenti e delle testimonianze che riguardano le atrocità della guerra, la Resistenza e le stragi nazifasciste. •Arte, per l’analisi delle immagini filmiche e/o fotografiche relative all’argomento trattato. •Musica, per l’ascolto e lo studio di alcune canzoni partigiane. Strumenti •Sussidi audiovisivi •Ipertesti (Power point) •Mappa concettuale •Documenti ed illustrazioni Criteri e tipologia di verifica Criteri di verifica L’alunno deve: •Conoscere i termini in riferimento alla Resistenza. •Conoscere gli avvenimenti della microstoria della lotta partigiana e collocarli nello spazio e nel tempo. •Analizzare documenti, testimonianze ed immagini e trarne dati per interpretare il fenomeno storico. •Riflettere sui dati acquisiti per trarne considerazioni critiche. Tipi di verifica •Analisi di immagini e documenti •Discussioni collettive •Costruzione di una mappa concettuale •Tema in classe •Prove semi-strutturate a risposta aperta 159 Valutazione L’alunno sarà valutato sul piano della partecipazione, dell’impegno e del profitto. Per quanto riguarda il profitto saranno analizzati gli obiettivi cognitivi raggiunti dallo studente, e si farà riferimento ai seguenti criteri: •Conoscenza dei termini del linguaggio specifico e uso appropriato degli strumenti (es. fonti, immagini) •Capacità di stabilire relazioni tra i fatti storici della Resistenza •Pertinenza delle osservazioni, durante i dibattiti e i test di verifica scritti. Attività di recupero Qualora, dopo la realizzazione del percorso, si verificasse il mancato conseguimento degli obiettivi previsti, e uno o più alunni dovessero presentare gravi insufficienze, saranno attivate attività finalizzate al recupero. Si tratta di interventi adeguati alle diverse capacità e ritmi di apprendimento: •letture guidate di testimonianze di partigiani; •visione ed analisi guidata di immagini sulla Resistenza; •ascolto di musica partigiana. L’accertamento dei prerequisiti (2 ore) Prima di iniziare le attività che il percorso didattico prevede, ho verificato il possesso dei prerequisiti degli alunni, in modo da calibrare gli interventi in rapporto a questi, evitando «false partenze». Dopo una breve attività di Brain storming, ho somministrato al gruppo classe un test per la verifica della conoscenza dei contenuti e degli indicatori temporali e per la comprensione dei termini del linguaggio specifico, relativi al periodo che va dalla nascita del fascismo alla fine della II guerra mondiale8. Inoltre ho proposto loro di risolvere un cruciverba, Crucistoria9, relativo allo stesso periodo storico, con lo scopo di verificare le conoscenze attraverso il gioco. Vedi Allegato 1. Tutti i testi degli Allegati sono scaricabili sul sito Internet di Istoreco www.istoreco.re.it, colonna destra «RS - Ricerche Storiche». 9 Vedi Allegato 2. 8 160 La mediazione didattica I – Visione del film Roma città aperta di Roberto Rossellini (3 ore) Particolarmente efficace mi è sembrato l’uso dei film nello studio della Resistenza, infatti, questo strumento, ha consentito agli studenti di ampliare i loro orizzonti culturali in considerazione della possibilità di leggere uno stesso avvenimento sotto diversi punti di vista, contribuendo in tal modo ad affinare la capacità critica. Ho scelto di far vedere alla classe il film Roma città aperta perché rievoca il drammatico periodo dell’occupazione tedesca a Roma e, attraverso il racconto di una tragica storia di Resistenza, di lotta e di martirio, ne dà un quadro e un giudizio veritiero. Tenendo conto che si tratta di un genere cinematografico molto lontano da quello che i ragazzi conoscono, per evitare che si distraessero, ho diviso la proiezione del film in due tempi; dopo ognuno di questi tempi, ho evidenziato i fatti salienti, risposto alle domande degli studenti ed infine aperto un dibattito in classe. A fine dibattito, ho somministrato agli allievi una «scheda di analisi del film»10 ed utilizzato una griglia di valutazione11, per verificare le loro conoscenze ed impressioni. II – Presentazioni in power point (6 ore) Ho pensato fosse opportuno organizzare le lezioni, relative alla Resistenza, utilizzando la presentazione in Power point, per consentire alla classe di interagire con me e di apprendere attraverso le immagini. Infatti, l’uso di strumenti informatici apre nuove prospettive e offre strategie di comunicazione molto più efficaci: la multimedialità va intesa come una componente educativo-formativa in cui si assiste alla compresenza e all’integrazione di sistemi comunicativi diversi e al superamento del metodo d’insegnamento tradizionale «faccia a faccia», quindi, della lezione frontale. Per comodità ho tenuto due lezioni, gli argomenti trattati sono stati: 1. Il cinema della realtà e L’Italia partigiana12, il primo giorno, 2. La lotta al Sud e Le stragi13, il secondo giorno. 10 11 12 13 Vedi Allegato 3. Vedi Allegato 16. Vedi Allegato 4, Power point, sul sito www.istoreco.re.it, colonna destra, «RS - Ricerche Storiche». Vedi Allegato 5, Power point, sul sito www.istoreco.re.it, colonna destra, «RS - Ricerche Storiche». 161 Ho iniziato la prima lezione, creando una continuità con l’attività precedente: ho parlato del cinema neorealista e ho mostrato agli alunni alcune immagini del film Roma città aperta, che richiamano alla mente la realtà del periodo storico preso in analisi. Subito dopo ho presentato alla classe l’ipertesto relativo all’Italia partigiana, trattando i seguenti temi: Le forze della Resistenza, 18 mesi di battaglia, Verso la liberazione; tenendo conto della loro difficoltà a ricordare alcune date, ho accostato alle più importanti diverse immagini, nel riepilogo dei fatti storici precedenti. Nella seconda lezione sono stati affrontati argomenti della microstoria, di cui si accenna o addirittura neppure si parla sui manuali scolastici di storia. Nella prima presentazione in Power point, che ha riguardato la Resistenza meridionale, ho evidenziato le differenze con la lotta nel Centro-nord d’Italia; il secondo ipertesto, relativo alle stragi (Le Fosse Ardeatine, Gli altri eccidi), ha destato molto interesse negli alunni, che hanno partecipato attivamente. III – Costruzione di mappe concettuali (2 ore) La mappa concettuale è uno strumento sintetico e flessibile che consente agli studenti di individuare le tematiche portanti dei fatti storici; pertanto ho ritenuto utile inserire nel percorso didattico la costruzione condivisa di mappe relative alle lezioni in Power point, tenute precedentemente. In primo luogo ho chiesto agli allievi di individuare le principali tematiche trattate durante l’ultima attività, sono stati individuati quattro argomenti: 1. 2. 3. 4. Il cinema14, L’Italia partigiana15, La lotta al Sud16, Le stragi17. Dopo aver individuato insieme alla classe le parole-concetto, abbiamo articolato le mappe secondo un criterio gerarchico reticolare, sviluppato prevalentemente in verticale. Ho spiegato loro che il concetto che si trova più in alto e superordinato, in quanto comprende i concetti ad esso graficamente collegati in posizione inferiore; così, insieme agli alunni, abbiamo stabilito tra i concetti sovrastanti e quelli inferiori delle connessioni che hanno consentito, a loro volta, di operare ulteriori suddivisioni, a seconda del tipo di collegamento. 14 15 16 17 Vedi Vedi Vedi Vedi 162 Allegato Allegato Allegato Allegato 6. 7. 8. 9. IV – Laboratorio storico (2 ore) Attraverso il laboratorio storico ho voluto proporre agli alunni un approccio particolare alla conoscenza storica, nel quale prevale l’operatività. Abbiamo ascoltato la canzone Festa d’aprile18 due volte, suggerendo agli allievi di prestare attenzione al significato globale del testo; ho posto alla classe alcune domande per verificare il livello di comprensione del contenuto e la loro capacità di individuarne le parole chiave. Successivamente gli studenti hanno ricevuto il testo scritto che è stato letto ad alta voce prima da me per intero e dopo da loro nelle singole parti: ogni alunno dopo la lettura ha individuato i termini del linguaggio specifico presenti in quella porzione di testo. Ho dedicato la seconda fase dell’attività alla lettura delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana19 e di un articolo di giornale20: a turno i ragazzi hanno letto ad alta voce le singole testimonianze dei partigiani in punto di morte. Dopo una riflessione sulla diversità e l’importanza di queste testimonianze, la classe è stata invitata a ricercare le parole chiave anche in questi tipi di testo. La verifica finale Tema storico (3 ore) La prima prova di verifica finale è di tipo individuale, costituita dal tema storico Immagina di incontrare un partigiano e di intervistarlo: formula le domande ed ipotizza le risposte, mettendo in evidenza le tue conoscenze relative alla Resistenza e alla lotta partigiana in Italia21. Come si evince dalla traccia, mi sono avvalsa di questo strumento per verificare le conoscenze acquisite degli allievi in relazione agli avvenimenti della lotta partigiana, la loro capacità di collocarli nello spazio e nel tempo e la loro padronanza del linguaggio specifico. Ho scelto la formula dell’intervista per consentire agli studenti di dimostrare di aver acquisito le competenze necessarie per manifestare le conoscenze, relative al periodo storico trattato, in un contesto diverso da quello scolastico. In particolare è stato richiesto loro di fare una netta distinzione tra il linguaggio utilizzato dall’intervistatore e quello del partigiano intervistato. 18 19 20 21 Vedi Vedi Vedi Vedi Allegato Allegato Allegato Allegato 10. 11. 12. 17. 163 Verifica di gruppo (2 ore) Come seconda attività di verifica finale abbiamo utilizzato un quiz storico, da noi chiamato History quiz, che ha coinvolto l’intera classe. Si tratta di un gioco di gruppo finalizzato alla verifica delle conoscenze relative alla Resistenza, in tutti i suoi aspetti, soprattutto tenendo conto dei fenomeni relativi alla microstoria, come ad es. le insurrezioni meridionali o le stragi. Ho iniziato l’attività spiegando agli allievi le regole del gioco22 e chiarendo i loro dubbi. Sono nate quattro squadre, ad ogni formazione sono state distribuite quattro domande diverse tra loro23, una per volta ed è stata data loro la possibilità di rispondere a ciascuna in dieci minuti. Dopo aver risposto ai quesiti ad ognuno è stato assegnato un punteggio, secondo una griglia di valutazione24, ed è stata data loro l’opportunità di inventare altre domande per incrementare i punti (sempre in dieci minuti). Infine ho collocato le domande e le risposte su un cartellone25, da appendere sulle pareti dell’aula, diviso in tante parti quante le formazioni ed ho decretato vincitrice la squadra che ha ottenuto il punteggio maggiore. Nell’organizzare questa attività sono partita dal presupposto che saper lavorare in gruppo è una competenza fondamentale, infatti lo studente, quando si relaziona con gli altri, «afferma la capacità di dare e richiedere riconoscimento per i risultati concreti e socialmente apprezzabili del proprio lavoro; scopre la difficoltà, ma anche la necessità, dell’ascolto delle ragioni altrui, del rispetto, della tolleranza, della cooperazione e della solidarietà, anche quando richiedono sforzo e disciplina interiore»26. Vedi Allegato 13. Vedi Allegato 14. 24 Vedi Allegato 18, pag. 95. 25 Vedi Allegato 15, pag. 89. 26 Vedi «Profilo Educativo, Culturale e Professionale dello studente alla fine del Primo Ciclo d’istruzione» (6-14 anni). 22 23 164 Recensioni C. BALDASSINI, L’ombra di Mussolini. L’Italia moderata e la memoria del fascismo (1945-1960), Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, 18,00 € Che sia in corso un variegato movimento, politico e mediatico, di riabilitazione del fascismo non sfugge a nessuno. Sarà invece più sorprendente scoprire che gli argomenti a cui si ricorre oggi per cogliere questo obiettivo non aggiungono niente di nuovo al già collaudato repertorio preesistente – largamente diffuso sin dai primi anni della Repubblica – che viene passato in rassegna nell’accurata ricerca che Cristina Baldassini ha compiuto su alcune testate giornalistiche assai popolari («Oggi», «Gente»), oltre che sul «Borghese», creatura di Leo Longanesi, un intellettuale oggetto di generale considerazione per la sua verve corrosiva. Il quotidiano «Il Tempo», del «senatore ippico» – per i suoi detrattori – Renato Angiolillo, altri periodici di minore risonanza e soprattutto una notevole quantità di libri di intento memorialistico completano la gamma delle fonti materiali su cui l’Autrice ha svolto la sua analisi. Gli anni (1945-60) sono quelli della fantasticata egemonia della sinistra e dei presunti ukase intimidatori emanati dalla cultura antifascista, radice della famigerata «vulgata». La quale, se ce ne fosse stata almeno una traccia, avrebbe evitato la fatica (molti lettori di questa rivista lo ricorderanno) di riempire dei teatri, proprio alla fine di quel periodo, per tenervi quelle lezioni-testimonianze su fascismo e antifascismo, che poi vennero pubblicate in volumi ed aiutarono ad aprire una breccia nel silenzio programmato. Né sarebbe stato necessario dar vita agli Istituti storici della Resistenza, benemeriti oltre tutto per il lavoro di supplenza e maieutica rispetto alla scuola e alla ricerca contemporaneistica, tenuta ancora ai margini (o fuori dalla porta) dalla storiografia accademica. Il lettore farà bene a tener presenti quegli elementi di sfondo che l’Autrice certamente conosce, ma che non esplicita in quanto non fanno parte dell’economia del suo discorso. Gli anni presi in considerazione, ricordiamolo, sono quelli della tenace resistenza – operata dalla maggioranza politica – all’effettiva entrata in vigore della Costituzione, e non solo nei suoi aspetti programmatici, ma persino in quelli prescrittivi e istituzionali. Sono gli anni in cui la continuità dello Stato si attua col mantenimento della legislazione del periodo fascista e con la restituzione delle funzioni superiori – negli apparati statali e nelle docenze – a personaggi ampiamente compromessi. E non si trattava soltanto dell’indispensabile ricorso a «tecnici» difficilmente sostituibili, ma del mantenimento nelle più alte responsabilità (preside di facoltà, dirigente della pubblica sicurezza, in seguito persino giudice costituzionale) di figure coinvolte nei più biechi aspetti del regime, come la persecuzione politica e razziale (chi voglia rinfrescarsi la memoria può disporre del lavoro di Franco Cuomo, I dieci, edito da Baldini e Castoldi, che «l’Unità» ha opportunamente riproposto in paperback). E che cosa dire degli apparati culturali, cioè della macchina di persuasione che, sommando l’opera dei più accesi propagandisti all’alacre e non gratuito lavoro dei volonterosi laudatori, aveva dato forma e sostanza al famoso «consenso»? La parte analitica della ricerca di Baldassini ce la mostra ampiamente dispiegata, nella stessa 165 tematica e spesso con gli stessi attori, specialmente attraverso i rotocalchi, che, in epoca pre-televisiva, costituiscono il medium popolare più efficace e potenzialmente interclassista (in ciò non contrapposti, ma sinergici con la grande voga dei fotoromanzi a puntate). Grazie a questo lavoro disponiamo dunque della intelligente ricostruzione di un aspetto essenziale del «mondo di ieri»: la «fabbrica del falso» (nel senso che viene dato a questa espressione da Vladimiro Giacché) pienamente in funzione per fornire un quadro positivo del ventennio, delle sue opere interne e delle sue conquiste militari, nel continuo sottinteso di una perduta grandezza contrapposta alla mediocrità presente. Giustamente l’Autrice insiste sul tema della nostalgia del Ventennio come uno dei caratteri dominanti nella pubblicistica considerata, ma viene fatto di pensare che non fosse in gioco una sorta di diffuso stato d’animo, bensì un’operazione corale ben consapevole sulla memoria collettiva. Quella letteratura, insomma, conviene etichettarla come nostalgica nell’inequivocabile significato corrente in quegli stessi anni, durante i quali «nostalgico» e «filofascista» erano, nell’uso, perfettamente sinonimi. Va precisato che Baldassini distingue con una certa finezza le non trascurabili sfumature che caratterizzano la posizione dei singoli scrittori o delle diverse testate, e, di queste, fra le diverse stagioni attraversate («Oggi» di Rusconi non è identico a quello diretto da Radius, per fare un esempio). Il quadro d’insieme che ne risulta rimane però quello di un generale anti-antifascismo, impegnato a diffondere una visione apologetica dell’Italia fascista, con significative insistenze soprattutto sul valore e la grandezza del perduto Impero. E ciò vale anche quando alcune importanti voci sembrano limitarsi (è il caso di Montanelli) alla sola difesa della propria «incolpevole» generazione, poiché, in modo più o meno esplicito, le loro argomentazioni finiscono per esprimere un giudizio positivo su aspetti centrali della politica fascista, come avviene per l’avventura africana, di cui vengono minimizzati o addirittura negati i risvolti nefandi. A questo proposito non appare convincente la contrapposizione costituita dall’Autrice fra lo «storico» (Del Boca) e il «testimone» (Montanelli) nella nota polemica sull’uso dei gas. Non è pedantesco osservare che, in genere, si è testimoni solo di quello che si è visto o vissuto: «io c’ero e non ho visto niente» può dirsi soltanto in riferimento a un momento preciso e ad un luogo molto circoscritto. Quello dell’illustre giornalista era un partito preso giustificativo, riflesso di un più generale, benevolo atteggiamento. Oltre che molto efficace, il titolo dell’opera, L’ombra di Mussolini, è dunque del tutto pertinente, perché corrisponde perfettamente al suo aspetto analitico. Se invece l’Autrice ha inteso fornire una propria, diversa chiave di lettura con l’espressione, contenuta nel sottotitolo, Italia moderata, è inevitabile manifestare qualche perplessità, soprattutto in considerazione della frequenza con cui, nel testo, il lettore viene messo in guardia dai fraintendimenti: le ricorrenti omissioni e le alterazioni dei fatti, che vengono chiaramente illustrate come tali, andrebbero intese non già come un accorto lavoro di riabilitazione del fascismo coi suoi stessi argomenti, ma come conseguenza dello sguardo «indulgente» proprio dell’opinione pubblica «moderata». Ora, a parte la vaghezza di questo termine (per il quale si rimanda al graffiante Moderato sarà lei, di Marco Bascetta e Marco D’Eramo, manifestolibri), nonché il suo scarso valore euristico rispetto alla materia studiata, quello che non convince è la prospettiva in cui è vista la complicata relazione fra la funzione dei media e la maturazione dei connotati (o degli stereotipi) che vanno a costituire il cosiddetto senso comune. Si direbbe che all’Autrice l’opinione pubblica moderata appaia come una realtà che sussiste prima del (e indipendentemente dal) sistema informativo, che a sua volta (vedi ad esempio a p. 145) sembra essere interpretato come puro agente economico, neutro produttore di notizie che vengono selezionate sulla sola base della domanda (evidente l’analogia col dogma liberista della «sovranità del consumatore»). Peraltro questi appunti non tolgono nulla all’originalità di una ricerca condotta su fonti di grande rilievo, sia per la loro vasta diffusione, sia per il loro valore sintomatico. È insomma indiscutibile (e non sarebbe sfuggito a un Gramsci) il sapore di tutta un’epoca che proviene da questo tipo di esplorazioni, che forniscono un’occasione di scoperte per i più giovani e di «amarcord» o di riordino delle idee per chi, pur sapendone qualcosa in ragione dell’età, non aveva sospettato quanto sarebbe stato fruttuoso analizzare la vasta mole delle pubblicazioni periodiche di medio livello culturale, spesso prima tappa di successive e molto lette edizioni in volume. Straordinario complemento di questo lavoro sarebbe un’analoga indagine sulla radio «democristiana» (forse essa stessa non immemore del fascismo, né aliena dall’avvalersi del personale col pedigree giusto, grazie al servizio prestato durante il Ventennio). Ma è quasi certo che, in questo caso, gli ostacoli al reperimento delle fonti sarebbero ancor più difficili da superare. Ettore Borghi A. BADOLATO, A. RATI, 1918: La fine della Grande Guerra. Altipiani, Grappa, Piave, Vittorio Veneto, Editoriale Sometti, Mantova 2008, pp. 232, 15,00 € Antonio Badolato e Armando Rati affrontano e risolvono con rara sincronia la ricostruzione storica delle vicende militari che si sono sviluppate tra la disfatta di Caporetto e la battaglia di Vittorio Veneto. Con un’attenzione scevra da parzialità, pur evidenziando una cura particolare nel descrivere le scelte italiane, i due autori documentano ogni passaggio dell’evento bellico attingendo a fonti militari italiane a austriache, con ampliamenti di visuale per l’inserimento delle vicende nel contesto politico e diplomatico italiano ed europeo. Com’è descritto nella presentazione di Giuseppe Montecchio, il taglio dell’esposizione è di tipo prevalentemente militare e si basa su una documentazione rigorosa che fornisce elementi di valutazione spesso ignorati. Tale disponibilità di materiali fornisce un quadro d’insieme esaustivo e pone il lettore in condizione di valutare nella loro reale portata avvenimenti che si susseguono con un ritmo scorrevole e con una cadenza assillante. La trattazione, insomma, non è riservata a specialisti di questioni militari, ma fornisce elementi di conoscenza di grande efficacia per la capacità degli Autori di collegare le varie parti dell’opera e di rendere omogenei i contributi di ricerca. Dedicata essenzialmente all’esposizione dettagliata delle operazioni militari, l’opera propone una significativa ricostruzione dell’influenza che su queste hanno avuto le scelte politiche e le condizioni socio-economiche di quegli anni. Ne deriva un quadro composito ma soddisfacente delle responsabilità e delle illusioni che il conflitto ha generato nella classe politica e nella popolazione, non tralasciando di identificarne il 167 costo esagerato in termini di sofferenze e di mezzi. Scontando una visione militare dell’evento, nell’opera non v’è traccia delle conseguenze che la disciplina ingenerò in truppe spesso impreparate o sopraffatte dall’insostenibilità di scelte tattiche o dal prevalere delle forze avversarie. È invece interessante, e per certi versi innovativo, l’esposizione di movimenti di resistenza nel Friuli e nel Veneto durante l’anno di occupazione austro-tedesca, così come risulta avvincente – per la provvisorietà dei mezzi utilizzati – l’attività di spionaggio realizzata oltre le linee nemiche da parte di nostri ufficiali informatori. Un altro aspetto di merito dell’opera di Badolato e Rati deriva dall’attenzione dedicata all’impiego delle truppe italiane nel periodo 1919-1920, compresa la controversa avventura fiumana. A novant’anni dalla conclusione del conflitto, di fronte a valutazioni spesso contrastanti, quest’opera fornisce uno spaccato chiaro e intelligibile delle scelte militari e delle opzioni politiche – non sempre lineari ed ineccepibili – che le hanno determinate. Di grande interesse l’apparato descrittivo basato su mappe e su fotografie d’epoca. Carlo Pellacani V. GIACCHÈ, La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea, DeriveApprodi, Roma 2008, 18,00 € Non è facile dimenticare la favoletta propinataci da veri o sedicenti americanisti in occasione dei mediocri amori fra il Presidente e la Stagista: l’intollerabilità, per il pubblico americano (ovviamente visto come un tutto compatto e senza tentennamenti), di un personaggio istituzionale capace di mentire, sia pure in materia del tutto privata. Quanto fosse ridicolo attribuire una così kantiana severità alla sfera pubblica statunitense (dunque ai media più diffusi e prestigiosi che ne rappresentano le voci) sarà pochi anni dopo tragicamente dimostrato dalla maldestra invenzione della «pistola fumante» di Saddam, dalla penosa esibizione delle provette di Powell, e ancor più dall’annuncio di missione compiuta da parte del «comandante in capo», accompagnata dal proclama dell’imminente ricostruzione dell’Iraq. Senza che, né sul momento né una volta dimostrato l’imbroglio, si profilasse all’orizzonte l’ombra di processi o tentativi di impeachment. Sembra dunque che mentire, nelle cose importanti (o parlare a vanvera, che è ancor peggio), sia oggi conveniente e considerato con indulgenza, soprattutto se in forma intenzionale e organizzata. Bisogna anzi ammettere che la menzogna sta trionfando come strumento essenziale di governo dei grandi sistemi (produzione, consumo, controllo sociale, manipolazione del consenso politico). Ma per avere questa efficacia essa deve essere, appunto, sistematica e reiterata ossessivamente, in forme opportunamente semplificate e stereotipe. Non è insomma questione di singoli fatti nascosti o negati, ma della logica complessiva cui obbedisce la comunicazione politica, nel senso lato del termine. La «macchina del falso» vede all’opera un’armata di produttori di credulità e di oblio, poteri di fatto (grandi affari, grandi media, grandi suggeritori) che controllano la messa in scena dell’attuale «società dello spettacolo». 168 A queste conclusioni è inevitabile arrivare dopo aver letto le serrate argomentazioni di Vladimiro Giacché, nelle quali il riferimento all’opera anticipatrice di G. Debord che porta questo titolo (1967, traduzione italiana Baldini & Castoldi 1997) è ricorrente, così come è frequente il ricorso a Bertolt Brecht, a ragione citato come pensatore politico, in modo da sottrarlo alla ormai distratta cura dei critici teatrali e letterari. Per farci «entrare in quella vera e propria fabbrica del falso che è la nostra società» (p. 179), Giacché ci fornisce innanzi tutto una mappa: la messa in luce di una sorta di retorica del falso imperante, in cui appare con particolare evidenza l’uso dell’eufemismo, grazie al quale vengono imbellettati gli aspetti inquietanti o conflittuali della realtà, dandone una versione rassicurante e minimizzatrice. Ne deriva tutta una trasformazione orwelliana del linguaggio, che viene epurato dei termini più «urtanti», come «classe», «lotta» (e ovviamente del loro impiego congiunto), «capitalismo» (sostituito con perifrasi che comprendano «mercato» o «impresa») e lo stesso «guerra», lecito solo con specificazioni che lo rendano accettabile, se non addirittura doveroso («guerra al Terrore»). Per non parlare di locuzioni significativamente prossime alla neolingua di 1984 («guerra è pace»). I possibili riflessi contaminanti di questa manipolazione «politica» sulla rappresentazione della realtà storica (non esclusa una qualche ripercussione anche sulle categorie in uso nella storiografia scientifica) non sono trascurabili e investono soprattutto i criteri di periodizzazione e il sospetto verso la spiegazione contestuale degli eventi. Si tratta di vere e proprie intimazioni. Basti pensare al «niente sarà come prima» (dell’11 settembre), impostazione che trascina con sé altre amenità come il fatto che venga attribuito all’attentato il ruolo primario in una crisi economica i cui prodromi erano già in atto parecchi mesi prima e costituivano un assaggio delle altrimenti catastrofiche «bolle» del 2008. Del resto anche la reiterata citazione della «caduta del Muro» come evento spartiacque (universale, e non solo nazionale tedesco) appare ad uno sguardo meditato non solo enfatizzata, ma distorcente rispetto alla complessità dei processi che l’avevano preceduta e di cui essa era risultato. Si dirà che si tratta di eventi di grande portata simbolica, ma miti e simboli non esistono indipendentemente dallo spazio comunicativo e dagli apparati che lo controllano. Un chiaro esempio di come funzioni l’ignoranza del contesto (che è frutto di un lavoro di consapevole rimozione e di oblio programmato) è fornito – secondo Giacché, in consonanza con Enzo Collotti – dalla «giornata del ricordo» sulle foibe e sull’esodo istriano del dopoguerra. Si è imposta, attorno a questo tema, una narrazione per la quale la storia comincia nel 1945 (o, al più, nell’autunno del 1943). È nota la facilità con cui ogni tentativo di indagare storicamente quella «tragedia annunciata» va incontro all’accusa di negazionismo, mentre è in gioco il dovere di «comprenderne le radici», senza giustificarla in alcun modo. Altrimenti rimangono a dominare il campo quelli che Giacché chiama «i quattro cavalieri dell’Apocalisse»: Evento, Inizio, Orrore, Nemico. Letti in questa chiave, i fatti forniscono un pericoloso esempio di cattivo uso politico della storia. Si ricorderà, ad esempio, che nel 2007 fu sfiorato l’incidente diplomatico fra Italia e Croazia «a causa delle improvvide dichiarazioni sull’argomento del Presidente della Repubblica Napolitano» (p. 11). L’analisi di Giacché è molto ampia sia sul piano fattuale, sia nella rassegna dell’ormai abbondante letteratura sull’argomento. Impossibile dunque tentarne un riassunto; 169 basterà indicare i nodi tematici attorno ai quali il discorso si muove: la Sicurezza («la fabbrica della paura»); il Mercato, dei cui luoghi comuni l’Autore (che ha fra l’altro esperienza di lavoro in campo finanziario) fornisce un convincente smascheramento; il Totalitarismo («triste storia di un non-concetto»); il Terrore. Di particolare interesse è poi la denuncia della riduzione del cittadino a consumatore, in un ribaltamento del rapporto fra persone e merci («un mondo alla rovescia»). L’imponenza dei processi analizzati non comporta tuttavia l’invito a rifugiarsi nel cinismo del particulare, né una «pragmatica» resa, dettata dalla sproporzione delle forze in campo, poiché l’Autore non si (ci) esime dall’individuazione di «strategie di resistenza», fra cui primeggia il dovere di dire la verità. Ettore Borghi L.N. MOMIGLIANO, Ricordi della Casa dei morti e altri scritti, a cura di Alessandra Chiappano, introduzione di Alberto Cavaglion, Giuntina, 2008, 14,00 € «Ci dicono di metterci in fila pressappoco in ordine alfabetico, e cominciamo colla prima di noi il sinistro rituale dell’iniziazione al campo: le tatuano sull’avambraccio sinistro, con uno stiletto intriso nell’inchiostro, un numero d’ordine, e sotto un triangolino – il triangolino significa che si tratta di un’ebrea, e serve a distinguerci dai molti non ebrei presenti in campo, che hanno solo il numero. Anche ora noi non diciamo nulla, siamo inorridite, e pensiamo che non usciremo mai più da questo strano campo … Ora è il mio turno: il tatuaggio è leggermente doloroso: mentre ricevo il mo numero -75689- dico la prima frase tedesca che ho imparato: “Ich bin Ärtzin”, Sono una dottoressa, pensando che questo può forse essere interessante, ma senza molta fiducia». Dritte filate e nette le parole della memoria di questa giovane dottoressa, Luciana Nissim, che con poche righe ci porta nella Zentralsauna del campo di concentramento ed eliminazione di Auschwitz-Birkenau, nella Polonia occupata dal Terzo Reich hitleriano. Una delle poche a essere sopravvissute a Birkenau, Luciana Nissim compie questo «viaggio all’ingiù» insieme a coloro che senza volerlo, diverranno alcuni dei nomi più ricorrenti nella storia del genocidio degli ebrei italiani: Primo Levi, Franco Sacerdoti e Vanda Maestro. Prima ancora del tatuaggio di Birkenau, nelle carni e nella vita di Luciana è impresso il periodo di persecuzioni delle leggi razziali che, esclusa dai luoghi pubblici, la vedrà frequentare la biblioteca ebraica torinese in compagnia di molti futuri membri attivi della Resistenza fra cui Franco Momigliano (che sarà marito di Nissim nel dopoguerra), i fratelli Emanuele ed Ennio Artom, Alberto Salmoni e gli stessi futuri compagni di prigionia. Dopo l’8 settembre Luciana Nissim prenderà parte alla Resistenza in Val d’Aosta insieme a Vanda Maestro e Primo Levi e sarà poi arrestata ad Amay. Passerà un mese nelle carceri di Aosta autodenunciandosi ebrea, pensando in questo modo di evitare le torture e sperando in una sorte migliore. Successivamente Luciana Nissim, insieme a Primo Levi e Vanda Maestro è trasferita (siamo nel gennaio del 1944) nel campo di concentramento e raccolta di Fossoli di Carpi. In questo campo ancora ospitale, i vent’anni e la gioia di vivere prendono il sopravvento e, per un attimo strappata alle durezze e crudeltà del periodo, Luciana Nissim sarà felice grazie all’incontro con Franco Sacerdoti. I due si ameranno, come forse anche Primo Levi e la fragile e dolce Vanda Maestro, in quel limbo di quasi vita che fu il campo nei pressi 170 di Carpi. Tuttavia il 22 febbraio saranno caricati tutti nei vagoni piombati e, su di un trasporto che comprendeva altre seicentocinquanta persone, raggiungeranno dopo quattro giorni Auschwitz-Birkenau. La testimonianza di Luciana Nissim su Auschwitz e sull’attività che lei svolgeva nel campo (un medico che non poteva curare nel Revier nazista) è lucida, clinica e di tanto in tanto attraversata dai sentimenti dolorosi che affiorano attraverso le parole, le frasi brevi e precise che Nissim usa spesso quasi come una terapia, quasi usasse la scrittura per chiudere il ricordo del periodo vissuto in campo di annientamento. Con dolore e fatica parla dei trasporti che arrivavano incessanti, dei treni che giungevano fin dentro Birkenau per sveltire il processo industriale di messa a morte. Ricordi dei bambini ebrei e dei loro genitori che non sarebbero riusciti ad evitare il gas, ricordi della sua impotenza davanti alle gravi malattie delle donne che arrivavano al Revier e che non poteva curare, ricordi delle selezioni a cui non poteva opporsi, ricordi di morte. Utilizzando la categorie di Levi, Luciana Nissim è una salvata, di certo una donna di carattere anche aiutata dalla sua professione che gli consente di avere trattamenti meno disumani in lager; sommersa da quell’inferno fin da subito sarà invece la cara amica Vanda Maestro. Per quanto riguarda la storia degli altri due compagni di viaggio che le ragazze saluteranno per l’ultima volta sulla rampa di arrivo in campo, di Primo Levi conosciamo le parole conservate nei libri mentre di Franco Sacerdoti sappiamo invece che trovò la morte a seguito delle marce forzate a cui i prigionieri vennero sottoposti durante l’evacuazione del campo. Auschwitz non sarà l’unico campo che Luciana Nissim conoscerà, ma fu di sicuro il peggiore. Ritornata alla vita nel dopoguerra Nissim si specializza in pediatria e in seguito, dopo il trasferimento da Torino a Milano, lavorerà in ambito psicoterapico con Cesare Musatti. I Ricordi della casa dei morti, titolo dostoevskiano forse suggerito dallo stesso Levi, finalmente ripubblicato autonomo restituendo allo scritto tutto lo spazio che merita, si colloca fra le migliori e meno rielaborate memorie dei lager. Le immagini sono nitide e, solo di rado, vi sono intromissioni di letture posteriori alla liberazione; la testimonianza risulta così asciutta e utile per chi debba avvicinarsi a quel doloroso momento della storia europea. Quella di Luciana Nissim – così come quella di Vanda, Primo e Franco – è la storia di una persona «normale» nell’eccezionalità del contesto di una storia mondiale, della «grande» storia, ma è proprio questa normale umanità che traspare dal testo a farlo divenire unico e assai interessante. Il libro, dotato di numerose appendici epistolari, fotografiche e saggistiche che lo arricchiscono ulteriormente, è stato presentato nell’ambito della giornata di formazione «Deportazione e memoria del lager» organizzata il 28 gennaio 2009 dalla sezione didattica di Istoreco in collaborazione con l’Istituto Superiore «Cattaneo» di Castelnovo ne’ Monti (RE). Nel pomeriggio di studi sono intervenute: Alessandra Chiappano – curatrice del volume -, Alberta Sacerdoti (nipote di Franco)- referente della Comunità ebraica di Reggio Emilia – e Cleonice Pignedoli – autrice di saggi sulla deportazione locale. Alessandra Fontanesi 171 P. DOGLIANI, Il fascismo degli italiani. Una storia sociale, 371, 23 € utet, Torino 2008, pp. Il volume di Patrizia Dogliani si caratterizza per tre caratteristiche importanti. Come ci dice il sottotitolo, si tratta di una «storia sociale» del fascismo, intendendo questo termine nella accezione più ampia possibile, quella di una storia della società in tutti i suoi aspetti ideali e materiali. Non dunque una storia strettamente politica, seppure nel libro non manchino ampi riferimenti alle vicende del pnf e alla politica estera fascista; e neppure una storia culturale nel senso postmoderno che una certa storiografia americana ha messo in voga di recente, scindendo arbitrariamente le rappresentazioni dalle pratiche e approdando così ad una indebita smaterializzazione dei fenomeni storici.. Fin dalla prefazione, poi, l’autrice specifica l’importanza di avere finalmente una storia sociale del fascismo scritta da un autore italiano: nell’ultimo decennio gli storici nostrani hanno scelto piuttosto la strada del dizionario, abdicando alla narrazione, con tutto ciò che questo implica in termini di coerenza interpretativa e di leggibilità. Infine, ma non meno importante, è il fatto che il libro si proponga come un’opera di divulgazione, senza che ciò significhi cadere in quell’opinionismo a buon mercato che troppo spesso ci viene propinato come storia nei media e, purtroppo, anche in libreria. Questo, si badi, non perché l’autrice sia una accademica; ma perché affronta con responsabilità il compito di delineare gli elementi caratterizzanti del fascismo italiano come fenomeno storico. Ecco dunque un’attenta ricognizione dei fatti, accuratamente collocati nel loro contesto internazionale; che rappresenta la premessa per affrontare poi in maniera ragionata, e non pregiudiziale o banalizzante, i nodi dell’interpretazione. Dogliani analizza ad esempio la contrapposizione fascismo-antifascismo, mostrando come essa non esaurisca lo spettro delle posizioni degli italiani di fronte al regime: in molti casi si assiste, infatti, a una reazione dissociativa rispetto alla repressione sociale e all’ingabbiamento culturale attuati dal fascismo; reazioni che non sono immediatamente traducibili sul piano politico, ma che giustificano ampie riserve rispetto alla categoria del «consenso» e una maggiore attenzione invece per quella di «adattamento». Tematizza poi la questione del totalitarismo fascista, trascurando gli aspetti nominalistici del dibattito, ma insistendo sullo scarto tra propaganda e realtà e sulla peculiare natura della modernizzazione fascista, attuata al di fuori del diritto e dei diritti. Centrale appare soprattutto l’interrogativo circa il ruolo del fascismo nella storia italiana: superate le tesi della parentesi e della continuità, Dogliani offre una risposta articolata, che riconosce al fascismo degli anni Trenta un progetto di trasformazione della società, ma ne denuncia le velleità, i costi, le deformazioni. Interessante anche il fatto che l’autrice abbozzi una periodizzazione dell’esperienza di guerra che fissa uno spartiacque nel 1944 piuttosto che nel 1943. Quello di Dogliani è dunque un bel libro di storia generale, ma tra i suoi meriti c’è anche quello di associare alla sintesi, condotta con particolare attenzione agli esiti della ricerca italiana di ultima generazione, uno sforzo di approfondimento originale 172 e l’indicazione di ulteriori piste di ricerca. Si pensi alle pagine sull’aborto nell’Italia fascista; a quelle sulla politica linguistica del regime; a quelle sul concetto di volontarismo nella guerra di Spagna. Attingendo a testi dell’epoca e a fonti d’archivio, Dogliani ci fa penetrare nelle pieghe di una stagione confusa e drammatica della nostra storia, stimolando la curiosità del lettore ma anche sollecitandolo ad evitare gli schematismi e le semplificazioni. Molto utile anche la bibliografia finale, che aggiorna quella compilata per il volume Sansoni del 1992 di cui questo nuovo libro rappresenta il compimento. Mirco Carrattieri D. BIDUSSA, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino 2009, 132 pagine, 10,00 € «Intorno al genocidio ebraico, proprio nell’esposizione dei sentimenti risiede una delle cause che rendono possibile la monumentalizzazione della storia e quindi la sua trasformazione da strumento a esposizione retorica. Lì risiede la crisi del Giorno della memoria nell’epoca del suo “trionfo”» (p. 52). A meno di dieci anni dall’entrata in vigore della legge, che nel luglio del 2000 ha istituito il «Giorno della memoria», si parla da più parti d’inflazione della memoria, di una logorante saturazione di «eventi» sulla Shoah, di una vera ossessione nell’accumulazione di testimonianze e cerimonie inevitabilmente ripetitive. Indubbiamente, ogni «Giorno della memoria» porta con sé, in un contesto ormai totalmente votato ad una tipica memoria politica, quella appunto della Shoah, che si vuole ad un tempo unica ed universale, una dose ineliminabile di ritualità, burocrazia, commercio e retorica. Il «Giorno della memoria» pare radicalmente in crisi perché momento essenzialmente istituzionale. Per rendersene conto, basta riprendere gli atti della discussione parlamentare che lo ha istituito: un unanimismo (ovviamente sospetto) di consensi che non ha fatto altro che coprire una lunga teoria di «non-detti», di ambiguità irrisolte (la destra italiana e la Shoah, la Chiesa e la Shoah, ecc.). Del libro di Bidussa occorre a nostro parere cogliere soprattutto lo spunto per compiere una prima ricostruzione del primo decennio di «Giorni della memoria», per compiere una genealogia politica di questa celebrazione, per sapere cogliere il vero significato di quelli che, proprio Bidussa, definisce fenomeni di «banalizzazione» e «trivializzazione» delle memorie della Shoah. «Dietro al problema al problema della trivializzazione stanno la questione dell’“industria dell’Olocausto” – un fenomeno su cui Tova Reich con Il mio Olocausto ha tentato una risposta (e su cui in Italia si è registrato un silenzio assordante) – e la capacità di sapere coabitare con un evento di cui non si riesce a prendere le misure» (p. 8). È quanto mai opportuno il riferimento al bel libro della Reich, pubblicato sempre per Einaudi nel 2008, e dedicato al mondo degli affari legati al «prodotto- Olocausto» (affari editoriali, accademici, turistici, ecc.). Ma non si tratta ovviamente solo di una questione mercantile. Bisogna infatti chiedersi: in che modo sarebbe possibile «svincolare» il «Giorno della memoria» dal dibattito sull’identità ebraica? Quando finalmente si scioglierà l’equivoco e si affermerà che iniziative come quelle per il 27 gennaio potrebbero non essere fatte solo per consolare i vivi, ma per interrogarli criticamente? Il libro di Bidussa è dedicato principalmente alla questione del tempo della «post- 173 testimonianza», quando le conoscenze storiche avranno in pieno la responsabilità di gestire e trasmettere quel passato. L’autore compie un percorso, sicuramente affascinante, fra gli strumenti che, ad oggi, abbiamo a disposizione per reggere alla scomparsa dell’ultimo sopravissuto, muovendosi tra letteratura, storiografia, cinematografia. Alcuni modelli emergono senza dubbio: Levi, Arendt, Hilberg; l’obiettivo è quello di lasciarsi alle spalle un racconto della Shoah acritico e puramente emozionale, e che si trova confinato in un contesto ormai palesemente «anti-storico»; così ad esempio Valentina Pisanty recensendo il libro di Bidussa: «La Shoah è probabilmente l’unico evento di cui i ragazzi [nelle scuole], per il resto beatamente ignoranti, abbiano una cognizione piuttosto precisa: sullo sfondo di un’enciclopedia alquanto fuzzy che stenta a distinguere il Rinascimento dal Risorgimento» (da «il Manifesto» del 27 gennaio 2009, p. 13). Il «Giorno della memoria» potrebbe divenire, in una prospettiva finalmente antiistituzionale, un’arma contro l’imperante e ormai antica rimozione collettiva che soprattutto l’Italia ha avuto verso l’antisemitismo e il razzismo fascisti (ma anche e forse meglio: italiani) a partire dalla metà del Ventesimo secolo. «I rimossi sono due: quello di quegli anni, di coloro che allora vivevano, adulti o bambini; e quello successivo su quegli anni, coltivato nel lungo dopoguerra italiano. Questo secondo aspetto riguarda soprattutto noi, coloro che sono nati dopo, risultato di un’“educazione civile” fondata e formata anche su quel rimosso» (p. 50, corsivi nel testo). Occorre evolvere dalla gestione omologata sulle memorie della Shoah, condannate ad essere infinitamente ripetute e ripetibili, divertimenti della solita società dello spettacolo, strappandole invece alla retorica del «mai più», ad una Shoah ridotta a banalità o mistero. Francesco Paolella S. LUZZATTO, Sangue d’Italia. Interventi sulla storia del Novecento, Manifestolibri, Roma 2008, 20 € Sergio Luzzatto è uno storico di talento e di successo; questo lo porta talvolta a strafare nei toni, facendogli assumere quell’aria indisponente da professorino con la matita blu sempre in mano che tanto irrita i suoi critici, numerosi e accaniti almeno quanto gli ammiratori. Ma leggendo questo volume, che raccoglie articoli e recensioni sulla storia italiana del Novecento pubblicati negli ultimi anni, per lo più sul «Corriere della Sera», non si può fare a meno di apprezzarne l’importanza per il dibattito culturale, troppe volte frenato nel nostro paese da pregiudiziali ideologiche o da conformismi paludati. Luzzatto, storico di sinistra, è politicamente scorretto: denuncia i limiti democratici dell’antifascismo; svela le controindicazioni dell’epica resistenziale; «smitizza» figure come Togliatti e Berlinguer. Ma non per questo cede alla facile tentazione del «rovescismo» fine a se stesso: i suoi principali bersagli sono infatti il «pansismo», il «vespismo» e persino il più sofisticato revisionismo del suo stesso giornale, portato avanti, Mieli permettendo, dai vari Battista, Galli della Loggia, Romano: tutte forme degeneri di un «usa e getta storiografico» (p. 146) che banalizza la complessità della storia e le difficoltà della storiografia. 174 Il libro è diviso in quattro parti, dedicate rispettivamente al fascismo, alla Resistenza, alla storia repubblicana, alla stagione del terrorismo. La prima, la più consistente, si occupa delle origini e delle vicende del regime, recuperandone le radici nella prima guerra mondiale e rigettando l’immagine consolatoria del fascismo-farsa (senza per questo trascurare la conflittualità permanente tra i vari poteri dell’Italia fascista). Il secondo capitolo ripropone i più scottanti interrogativi sulla Resistenza, rifiutando l’interpretazione «fratricida» alla Saba (e l’annessa litania sul sangue dei vinti e sulla memoria condivisa) e contrapponendole invece quella «tremenda e splendida» di Fenoglio. La terza sezione si sofferma sulla storia della memoria pubblica nazionale, recuperando il valore euristico di fonti «indirette» come i diari e gli epistolari, ma anche la letteratura e i fotoromanzi. L’ultima parte è incentrata sul «caso Moro», che l’autore inserisce in quella galleria di corpi insieme fisici e politici che hanno fatto la storia italiana, da Mazzini a Mussolini a Padre Pio, da lui indagati in diverse pubblicazioni con notevole maestria. Se, come detto, il Luzzatto censore di Vespa e Albertazzi su «MicroMega» ci pare talvolta bisognoso di un bagno d’umiltà, lucidissime e preziosissime sono invece le pagine in cui lo storico riporta alla ribalta figure virtuose della vicenda nazionale, da Calamandrei a Calvino, rivelandone l’umana debolezza e talvolta gli errori politici, ma anche l’indubbia statura morale. E in cui rende ragione a quella generazione di storici che, pur legata alla rete degli Istituti storici della Resistenza, ha saputo superare i tabù e scrivere una storia onesta e articolata della guerra di liberazione che ne esalta l’importanza ma non ne trascura i limiti, le contraddizioni, le tragedie: da Pavone a Crainz, da Franzinelli a Peli, passando per il «nostro» Massimo Storchi, di cui si recensisce qui il «serio ed onesto» volume su Azor (p.101). Vale la pena di sintetizzare questa linea, cui senz’altro ci associamo, con le parole dell’autore: «Al passato come al presente, le persone escono sminuite non già dalla volontà di capire meglio, ma dalla rinuncia a farlo». Mirco Carrattieri A. SOFRI, La notte che Pinelli, Sellerio, Palermo 2009, pp. 284, 12,00 € In conclusione di una «estenuante» ricostruzione sulla defenestrazione di Giuseppe Pinelli, definita nel tempo «morte accidentale» e «malore attivo», Adriano Sofri scrive «non lo so». Non sa come è morto il ferroviere anarchico, non sa spiegare quella caduta dal quarto piano della questura di Milano. Questo libro è soprattutto una critica della storia giudiziaria del «caso Pinelli» ed in questo senso anche una rilettura, alla luce dell’intera serie degli atti giudiziari, del magnifico libro di Camilla Cederna, Pinelli: una finestra sulla strage, del 1971. Il volume di Sofri, come ha sottolineato Gabriele Polo sul «Manifesto» del 17 gennaio 2009 recensendolo, mostra inequivocabilmente che, in un contesto di verità impossibili o inattendibili, «l’unica certezza – una trama che si dispiega fino a oggi – è che le questure sono tra i luoghi meno sicuri per un cittadino italiano» (e se poi è 175 anarchico..., si pensi alla terribile fine di Franco Serantini, a Pisa nel 1972). Le minuziose citazioni di Sofri raccontano di un suo interesse «antropologico» sulle forze dell’ordine in Italia (ed anzitutto sul loro linguaggio): nella ricostruzione si giunge a tratti ad un involontario grottesco, fra menzogne, versioni concordate, burocrazia. Ecco un passo sulla morte di Pinelli e la strage di piazza Fontana: «Ci fu quella sequenza, nel giro di quattro o cinque giorni, che lasciò l’Italia tramortita. Il 12, la strage, il 15, l’anarchico Pinelli che si gettava nel vuoto gridando “è la fine dell’anarchia”, il 16 l’anarchico Valpreda riconosciuto dal testimone decisivo e additato come il mostro, la belva umana. Non era facile non lasciarsi travolgere, e tanto meno prendersi una distanza da una così schiacciante sequela. C’era bensì un pregiudizio, almeno presso molti di noi: che la polizia mentisse. I pregiudizi sono micidiali. In compenso, la polizia mentiva. Mentiva, o si sbagliava furiosamente» (p. 159). Un altro merito di Sofri è quello di «non dimenticarsi» della vita di Pinelli prima che questi entrasse in questura: «Pino Pinelli era quel che si dice un uomo normale. Ammesso, naturalmente, che si possa applicare un aggettivo così impegnativo a un anarchico. Era dunque anarchico, e normale. “Era un po’ piccolino”, pensò Licia [la moglie] quando lo vide la prima volta. Nel 1969 aveva 41 anni, fumava...» (p. 107, corsivi nel testo). Francesco Paolella S. SPREAFICO (a cura di), Dalla ricostruzione al post-concilio. Generazioni a confronto. Testi di Paolo Burani, Antonella Morlini, Giuseppe Piacentini, Cristian Ruozzi. Archivio Osvaldo Piacentini Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia 2008, pp. 400, 15,00 € L’opera accoglie i risultati di un’indagine condotta, a partire dal 2002, tra i protagonisti reggiani della temperie politica che si colloca tra post-fascismo e ricostruzione democratica e, per i credenti, del passaggio dalla Chiesa preconciliare alla Chiesa postconciliare. Si tratta di materiali che derivano dall’elaborazione di tre questionari differenziati che hanno costituito lo schema di riferimento per interviste e considerazioni. Il raggio d’azione previsto si è, purtroppo, ridotto per effetto della scarsa adesione al progetto: soltanto una sessantina di soggetti, rappresentativi di differenti categorie sociali e comprendenti cattolici e non cattolici, ha risposto all’invito inizialmente rivolto ad oltre duecento nominativi. L’ampiezza dei contributi raccolti ha, comunque, evidenziato l’esigenza di un’indagine sistematica sul periodo considerato e la ricchezza dei temi da affrontare. Opportunamente è stata affidata ad ognuno dei quattro ricercatori l’analisi di un aspetto del complesso quadro che propone un periodo così denso di eventi e di influssi: come è detto nella presentazione di Sandro Spreafico, la suddivisione dell’opera in quattro parti apre altrettante finestre su cinquant’anni di vita civile e religiosa. In tale scenario è possibile ascoltare le voci di decine di protagonisti, «la voce dei quali spesso viene ignorata, castigata o filtrata da ipotesi di lavoro care allo storico». È una metodologia che pare offrire spazio alle testimonianze e alle interpretazioni individuali piuttosto che alla verifica delle fonti, favorendo inevitabilmente momenti 176 descrittivi o abbandonarsi a «ricordi incancellabili, esperienze fortemente interiorizzate, antiche certezze ideologiche» sulle macerie di un totalitarismo che si è manifestato nella sua espressione più convinta e talora si è scontrato con decisione con l’affermarsi di una rinnovata vita religiosa in comunità di fede risorte. Il periodo che intercorre tra la fine della guerra e l’era postconciliare è un viluppo di fermenti e di illusioni che finisce per approdare ad una configurazione inattesa della società, con effetti del tutto innovativi per la condizione sociale e per la partecipazione dei credenti alla vita della comunità ecclesiale e dell’agone politico. Queste scelte, con i risultati che ne derivano, non trovano nell’analisi dei quattro ricercatori un momento di sintesi, lasciando alla differente interpretazione e alle mutevole capacità testimoniale dei protagonisti il compito di delineare l’evolversi degli eventi e le conclusioni cui approdare. È una storia per apporti individuali, per quanto importanti e coinvolgenti. Ma non è la ricostruzione di un periodo, la ricerca di una logica nel nascere, nell’affermarsi e nell’affievolirsi di movimenti e di proposte politiche e religiose. Probabilmente questo non era nelle intenzioni dei ricercatori, dedicandosi maggior attenzione alla fedele trasposizione di singole esperienze e al confronto tra visioni differenti delle cose. Per tanto il lavoro di Burani, Morlini, Piacentini e Ruozzi mantiene una forte validità quale raccolta d’informazioni e dati di prima mano, assemblati secondo macroargomenti che possono costituire, di per sé, temi di ulteriore ricerca e ambiti di approfondimenti successivi. L’opera dell’Archivio Piacentini ha dunque un valore che trascende la dimensione quantitativa dei dati, ponendosi come fondamento per un percorso investigativo rigoroso e fornendo spunti per l’avvio di un’analisi sistematica degli anni post-bellici reggiani di cui si avverte l’esigenza. Carlo Pellacani A. DI LORETO, A. GIAMPIETRI, G. LUSUARDI, V. MASONI, Radici in volo: Gli anni Sessanta e Settanta a Correggio tra tradizione e sviluppo, Nero Colore, Correggio 2007, pp. 284, 20,00 € Gli autori prendono in esame un periodo cruciale della storia italiana quale quello che va dal centrosinistra alla solidarietà nazionale vissuto a Correggio, a sua volta al centro di importanti cambiamenti sociali ed economici. Gli autori esaminano vari aspetti della vita correggere di quegli anni a cominciare dall’attività svolta dai vari partiti; se a livello nazionale l’inizio degli anni Sessanta vede il fallimento del governo dc-msi di Tambroni e la successiva nascita del centrosinistra, nel paese della bassa assistiamo ad un primo ricambio generazionale degli amministratori pubblici, sintetizzato nella nomina a sindaco di Renzo Testi nel 1962 dopo l’improvvisa morte del predecessore Renzo Zanichelli. Sono gli anni in cui viene avviato un nuovo piano regolatore e in collaborazione con l’architetto Osvaldo Piacentini si progettano i piani di edilizia economica popolare (peep). Nell’analisi dei partiti, democrazia cristiana e partito comunista hanno inevitabil- 177 mente una parte di maggior rilievo rispetto agli altri contendenti (psi, psdi, pli e msi) che pure sono ben presentati nel volume. Una seconda parte dell’opera approfondisce la realtà industriale e commerciale correggese, arricchita di alcune testimonianze quali quelle di Giacomo Magnani e Luciano Gozzi. Le più note aziende locali sono presentate con una breve, ma importante «scheda» che ne illustra le caratteristiche e i fondatori; allo stesso modo sono mostrate le varie associazioni che raccolgono le attività imprenditoriali quali Confcommercio, Federcoop, Confesercenti o Cna. Significativa è poi la parte dedicata alla cultura in tutti i suoi vari aspetti quali le vicende del teatro Asioli, la Pinacoteca-Museo e le ristrutturazioni e traslochi subiti dalla biblioteca comunale, della quale viene ricordata la figura del bibliotecario Riccardo Finzi che la diresse negli anni trenta fino a quando le leggi razziali non lo costrinsero a fuggire in Svizzera, da dove poté ritornare nel dopoguerra per riprendere il suo posto. Un’ultima parte è dedicata allo sport locale con le sue squadre di calcio e basket, oppure il circolo tennis, senza dimenticare naturalmente il correggese Pasqualino Abeti, primatista mondiale della staffetta 4x200 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 assieme a Mennea, Ossola e Benedetti. Michele Bellelli L.M. ALFIERI, P. TERRANOVA, Un istituto nel cuore della città. 125 anni di vita dell’istituzione per i ciechi a Reggio Emilia, Reggio Emilia, Antiche Porte, 2008, s.i.p. Ci sono modi differenti per studiare la storia di una struttura educativa. Un primo approccio può limitarsi ad una ricostruzione della storia della istituzione, con uno sguardo rivolto esclusivamente alla vicenda interna della realtà socioeducativa. Una seconda prospettiva è invece quella di rileggere la storia dell’istituzione cogliendo i nessi ed il rapporto con il contesto (locale ed eventualmente nazionale) in cui si trova ad operare. Il volume di Laura Margherita Alfieri e Paola Terranova dedicato all’istituto per i ciechi «G. Garibaldi» di Reggio Emilia rappresenta un riuscito esempio di questo secondo approccio di ricerca, facendo trasparire dalle pagine del libro l’intenso rapporto tra la comunità reggiana e quella che è stata a lungo un centro di eccellenza fra le scuole-convitto per non vedenti dell’intera penisola. Il corposo volume è il frutto di una ampia ed approfondita ricerca effettuata in gran parte sul vasto materiale documentario dell’archivio storico del «Garibaldi» ed è strutturato in tre diverse parti. La prima parte ricostruisce la storia dell’istituto dalla fondazione ad oggi, la seconda documenta alcune scelte ed avvenimenti che hanno condizionato o modificato l’esperienza del «Garibaldi» mentre la terza raccoglie testimonianze di ex alunni, insegnanti e assistenti. Conclude il volume una ricca appendice iconografica e documentaria. La prima parte è senz’altro quella che riveste il maggiore interesse in chiave storiografica, trattandosi della sezione che traccia in quattro densi capitoli la lunga parabola dell’istituto dalle origini ad oggi. Nato su impulso del comitato reggiano della società «Niccolò Tommaseo», l’associazione fondata a Firenze nel 1876 per affrontare il proble- 178 ma dell’obbligo scolastico per i non vedenti, l’istituto per i ciechi «G. Garibaldi» collega la sua origine principalmente all’impegno socio-educativo di un autorevole esponente dell’influente comunità ebraica reggiana del secondo Ottocento: Dante Soliani (18441914), non vedente e personalità di vasta cultura e dai molteplici interessi che, insieme con Naborre Campanini, costituì nel reggiano nel 1883 il primo centro educativo destinato ad accogliere ciechi «istruibili dal sesto al venticinquesimo anno di età». La seconda fase di vita dell’istituto s’identifica con la fase ascendente della struttura educativa e copre il passaggio tra Otto e Novecento, collocandosi tra il 1884 e il 1925, quando venne sancito l’obbligatorietà dell’istruzione per i ciechi. Un passaggio particolarmente significativo della fase delle origini è l’intitolazione nel 1889 dell’istituto a Giuseppe Garibaldi grazie alla conversione del contributo finanziario stanziato per l’erezione di un monumento all’«eroe dei due mondi» a favore dell’istituzione benefica per i ciechi nata appena qualche anno prima. Si tratta di un peculiare esempio d’istituzionalizzazione della mitologia garibaldina in ambito socio-educativo che si collega direttamente all’azione sociale e filantropica promossa dall’eterogeneo ambiente radical-democratico reggiano ottocentesco in nome del «cavaliere dell’umanità». Il terzo capitolo è dedicato al periodo compreso tra il 1925 e il 1960, quando l’istituto conobbe un notevole sviluppo, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, all’interno di una rinnovata cornice istituzionale. Nonostante le resistenze iniziali dell’amministrazione agli impulsi provenienti dai livelli nazionali, nel 1926 il «Garibaldi» venne dichiarato ente di Educazione e istruzione e posto sotto il controllo del ministero della Pubblica istruzione. Questo periodo rappresentò la fase «aurea» della struttura educativa la quale, grazie soprattutto agli sforzi e all’intraprendenza della direzione, diventò un punto di eccellenza all’interno del panorama nazionale, testimoniato anche dal crescente numero di alunni iscritti (dai 25 del 1923 ai 128 del 1936) e provenienti da diverse regioni dell’Italia centro-settentrionale. Superata non senza problemi la fase di emergenza del conflitto bellico, la struttura conobbe una rapida ripresa nel secondo dopoguerra (nel 1950 la popolazione scolastica raggiungeva ancora le 125 unità) ponendosi all’avanguardia in campo educativo per non vedenti grazie anche a metodologie didattiche particolarmente innovative. Alla fase discendente della parabola della scuola-convitto per ciechi è invece dedicato il quarto capitolo che a partire dal 1960 giunge fino ad oggi. Infatti, all’interno di un panorama nazionale caratterizzato dalla progressiva crisi degli istituti per ciechi, si assistette ad un drastico calo della popolazione scolastica nell’arco di pochi anni destinato a portare alla chiusura della scuola-convitto nel 1976 e alla successiva trasformazione dell’istituto in centro di formazione didattico-pedagogica. In conclusione lo studio di Laura Margherita Alfieri e Paola Terranova offre l’interessante ricostruzione di un’istituzione educativa in costante rapporto con la comunità locale la quale, lungo tutta la sua storia, ha sempre dovuto misurarsi tra le spinte alla centralizzazione e l’esigenza di calarsi nello specifico contesto sociale in cui operava. Alberto Ferraboschi 179 A. SCARTABELLATI (a cura di), Dalle trincee al manicomio. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande Guerra, Marco Valerio, Torino 2008, 458 pagine, 24,00 € Si potrebbe sostenere, a leggere questa raccolta di saggi, o anche soltanto a scorrere l’indice del volume, che tutto sia stato oramai scritto sui rapporti fra la psichiatria italiana e la «Grande» guerra. Non è così, ovviamente. D’altra parte, è certo che questo libro appare al termine di una lunga stagione di ricerche – anche se forse non molto diffuse – sulla cosiddetta «psichiatria castrense» e, più in generale, sulle influenze della prima guerra mondiale (e particolarmente della vita di trincea) sulle menti (oltre che sui corpi) dei militari. Gli autori dei saggi qui compresi, soprattutto Bruna Bianchi (cfr. almeno La follia e la fuga, Bulzoni, 2001) ed il curatore Andrea Scartabellati hanno dedicato anni di ricerche, volumi ed articoli ai tanti temi che ruotano attorno alle sofferenze psichiche causate dalla violenza massiva della guerra. Ciò che è sempre necessario tenere presente e continuare ad approfondire è il rapporto fra discorsi psichiatrici (la produzione scientifica dei medici sulle riviste e nei manuali, oltre che nei libri di divulgazione) e la «pratica manicomiale», il modo in cui gli stessi medici poi operavano negli istituti psichiatrici. Ciò è possibile ottenerlo soltanto – come è dimostrato appunto diffusamente in Dalle trincee al manicomio – se si continua a ritornare pazientemente negli archivi, se si ricostruiscono i destini dei matti (e anche, quindi, dei matti in divisa) attraverso quanto è scritto nelle loro cartelle cliniche. Le cartelle cliniche manicomiali sono autentiche «miniere» per la varietà e la quantità dei documenti che presentano (le anamnesi e i diari clinici certamente, ma anche le lettere e gli altri materiali autografi degli internati, i documenti prodotti dalle istituzioni coinvolte negli internamenti: militari, giudiziarie, religiose, politiche, ecc.). Ad esempio, nell’archivio clinico del Centro di documentazione di storia della psichiatria «San Lazzaro» di Reggio Emilia sono state finora raccolte circa 4500 cartelle cliniche di militari della prima guerra mondiale, militari «usciti» dal «San Lazzaro» (perché dimessi, trasferiti o deceduti in manicomio) tra il 1915 e il 1930. La valorizzazione – e, ancor prima, la conservazione – degli archivi dell’ex-manicomio ha permesso la realizzazione delle ricerche locali, raccolte nella seconda parte di questo volume. Diversi studiosi hanno affrontato gli archivi di singole realtà manicomiali: da Cremona (a cura dello stesso Scartabellati, che si era già occupato in una pregevole monografia sulla storia del manicomio cremonese fra la fine dell’Ottocento e inizi del Novecento: L’umanità inutile, Franco Angeli, 2001) a Treviso, da Verona a Como a Reggio Emilia. Il saggio «reggiano», a firma di Marisa Azzolini, che aveva già dedicato la tesi di laurea a questi temi, non si concentra tanto sulle vicende del «San Lazzaro» durante la «Grande» guerra, quanto su di un aspetto particolare: il modo in cui le donne finite in manicomio reagirono (o meglio: subirono) il trauma della guerra. L’autrice ha ripreso gli esiti di una ricerca, a firma della psichiatra Maria Bertolani, Le malattie mentali delle donne in rapporto alla guerra (in «Rivista Sperimentale di Freniatria», vol. XLII, ottobre 1916) e ha riportato le storie di tredici donne ricoverate. Francesco Paolella 180 C. FONTANESI, Quando le protagoniste raccontano: “Non mi sembra d’aver fatto un granché...”, Istoreco-Comune di Scandiano, s.i.l., 2009, s.i.p. «Non mi sembra d’aver fatto granchè...» titola Carla Fontanesi questo bel libro, vibrante di passione e di memoria condivisa, raccontando una strada per gran parte in salita; il cammino delle donne e in particolrare delle donne di Scandiano. Quel titolo, quel detto, è come un’immagine della memoria, una figura resa mesta dalla storia e dalle convenzioni che si passa il dorso della mano sulla fronte quasi a scacciare la stanchezza e la fatica e pensa come l’Agnese di Renata Viganò che «quel che si deve fare si fa». Inevitabilmente, come lo sono i giorni di una vita, come lo sono stati tutti quelli sfogliati sul calendario degli anni durissimi della guerra, in cui le donne sono state determinanti nella lotta di liberazione, nell’ora delle scelte, senza dubbi, sapevano da che parte stare. Hanno preso le redini delle famiglie, hanno curato, sfamato, vestito gli uomini divenuti ombre dai rapidi movimenti e dalle azioni fulminee, in montagna come nelle strade della bassa, hanno amato nei soldati lontani sui diversi fronti di guerra tutti i figli che avevano e quelli che non avrebbero più rivisto: una bellissima lettera ci racconta: «C’era freddo per la stagione e c’era freddo dentro al cuore di tutti. In quelle condizioni l’iniziativa di un pacco natalizio a ciascun partigiano sembrava assurda, non solo perché mancavano le cose da metterci dentro, ma soprattutto per i pericoli che correva chiunque avesse accettato l’invito... Quasi tutti i pacchi contenevano un biglietto,una lettera, scritti come poteva scriverli la donna di casa, la mamma, la nonna che erano andate a scuola fino alla terza o alla quinta elementare e poi raramente avevano preso la penna in mano ... Una diceva: “Avevo un figlio, me l’hanno mandato al fronte, l’hanno ucciso e non lo vedrò più. Mando questo pacco e non so chi lo riceverà, io sogno che vada a mio figlio e mi sento contenta...”». Un’altra: «Le calze che troverai le ho fatte in fretta, spero che ti andranno bene e terranno caldo. Vorrei conoscerti e ringraziarti per i sacrifici che fai. Speriamo che finisca presto». E poi hanno imbracciato le armi. Reali e metaforiche. E in montagna, nella neve o nel caldo afoso della pianura, rasente l’ombra dei fossi sono state staffette, mediatrici, combattenti. Hanno tessuto tele complesse, queste silenti figlie di Penolope, all’ombra degli eventi, che le rendevano via via più ricche di consapevolezza. Hanno fatto politica, costituendo i Gruppi di difesa della donna, poi divenuto udi: attraverso i gdd raccoglievano vestiti, viveri, medicinali per i partigiani, organizzavano l’accoglienza per i disertori, facevano in modo che sui luoghi degli eccidi dei patrioti non mancassero mai fiori e cartelli ad onorarne la memoria, come racconta Nella Magnani Nelda. Hanno visto la Liberazione e la fatica di un dopoguerra che lasciava un paese distrutto, poverissimo eppur giovane. E ancora una volta han scelto di fare quel che si doveva. Sono andate in risaia, sono state serve, operaie, lavoranti a domicilio. «Verso la fine 181 degli anni ’50 si diffonde il lavoro per la confezione delle maglie. Le ragazze giovani, soprattutto delle famiglie contadine, invece di essere avviate al lavoro dei campi vanno ad imparare a fare le magliaie», scrive Carla Fontanesi. «Avevo undici anni, appena ho finito la scuola elementare, in giugno, mio padre mi ha mandato a lavorare da una magliaia, facevo dieci ore e anche di più vicino alla macchina. A settembre lavoravo a turno, dalle 6 alle 14 oppure dalle 14 alle 22 e mezza giornata anche al sabato. L’anno dopo ho cominciato a lavorare a casa mia, con la macchina delle maglie che avevo comprato a rate. ogni volta che il padrone mi pagava teneva una parte dei soldi perchè dovevo pagare la macchina, l’altra parte dei soldi li teneva mio padre per la famiglia» ricorda Angela Bertolani. Ma il futuro è ancora bagnato di zone d’ombra: nell’Italia liberata le donne hanno il diritto di votare, senza manifestare molto per averlo e soprattutto senza rivendicarlo come strumento per la parità dei diritti. La società riconosce in questo modo i meriti acquisiti dalle donne, che hanno dato prova di capacità di lavoro e di sacrificio. La percezione comune del ruolo delle donne non è però cambiata: «Siate miti, dolci, sottomesse...», scrive «Noi Donne», il giornale dell’udi che si raccomanda alle lettrici perché non facciano capire troppo ai compagni reduci di essere cambiate, di avere acquisito maggior consapevolezza delle proprie capacità. Lella Vinsani 182 17 gennaio 2009 Il dovere della Memoria Inaugurata l’installazione commemorativa delle vittime civili reggiane della guerra 1940-45* Con la seconda guerra mondiale il conflitto armato esce dai campi di battaglia, per coinvolgere tutti, indistintamente, nella propria terra, nelle proprie case. Nella provincia di Reggio Emilia questa assurda carneficina miete oltre milleseicento vittime, delle quali quasi ottocento a causa dei bombardamenti aerei alleati. Dedicare a queste vittime innocenti una struttura commemorativa era un dovere della memoria, ma anche un ammonimento, una proiezione di quei tragici eventi storici in una seria responsabilità di tutti per il futuro, contro le guerre, sempre e comunque. L’inaugurazione della struttura, avvenuta con l’intervento delle maggiori autorità locali, civili e religiose, viene a colmare una lacuna protratta per molti anni, dopo che una prima lapide commemorativa delle vittime dei bombardamenti, deposta sull’edificio della stazione ferroviaria nel 1953 dal sindaco Cesare Campioli, era stata inopinatamente rimossa. La nuova struttura è accolta nel Parco Santa Maria, parte residua del giardino dell’antico ospedale cittadino, ampiamente colpito dai bombardamenti del gennaio 1944: un luogo prescelto quindi per ragioni storiche, ma anche per il suo carattere appartato, che favorisce il raccoglimento e la meditazione. Il fulcro della composizione è costituito da un’intelaiatura a forma di cubo: una figura in cui la perfezione geometrica, l’equilibrio e l’armonia esprimono il trionfo della razionalità contro la barbarie della violenza. L’elemento, con la sua caratteristica di gabbia, visualizza l’impegno ad «imprigionare» la guerra, con la metaforica cattura di un autentico frammento di bomba, responsabile di distruzione e morte. Le pareti esterne accolgono quattro pannelli sui quali sono incisi i nominativi di tutte le vittime. L’insieme è poggiato su di una lastra di pietra: elemento in cui il ricordo assume la forza delle parole, per esprimere il cordoglio e la riflessione della comunità contemporanea. Alle componenti inanimate fanno da cornice elementi vegetali, vivi: una corona di alberi ed arbusti sempreverdi, guardiani silenziosi che cingono in un abbraccio protettivo i simboli della memoria. (a.c.) * Opera patrocinata e finanziata dal Comune e dalla Provincia di Reggio Emilia. Progetto e realizzazione a cura di Istoreco. Foto di Livio Nicolini. Foto di Livio Nicolini. 183 aggiornamento Bibliografia della Resistenza e dell’antifascismo a Reggio Emilia a cura di Lella Vinsani ALLEGRI PARIDE, Il viaggio di un resistente, Diabasis, Reggio Emilia 2005 BELLELLI MICHELE, Luigi Reverberi: un soldato, un alpino, un uomo, Bertani, Cavriago (RE), 2009. BELLELLI MICHELE, BERTANI GLAUCO, PAOLELLA FRANCESCO, Storia e memoria in città, Reggio Emilia 1943-1945. 6 itinerari storico-artistici per le vie della Città – Mappa storica. Istoreco, Reggio Emilia 2007 BERNERI CAMILLO, Atti della giornata di studi, Reggio Emilia 2007 BONICELLI EMILIO (a cura di), Testimoni della verità nell’Italia in guerra: la Resistenza cancellata, Itacalibri, Castelbolognese 2007 CALZATI TERESA, RESTA MARIA (a cura di), Storie di vita e di resistenza, Edizioni Aspasia, S. 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