UE
AH
EU
HA
UE
AH
EU
HA
Nollo 1010 qui oopro re HonHin di Glctdanlo solta do un eorro lrrMto <fu.
ronto un'fapezlone olio . _ ol fronte. N.llo feto o desini 11 gen. Ooyon
oos..•o lo posizioni oglzl- sullo spo,lcfo occidentale del Canale di SU..
Cosa cerca la Russia
nel Vicino Oriente
La solitu
Israele si rende conto che la sua situazione diplomatica e psicologica non fa che peggiorare. Se
tendenza diffusa a giudicare severamente l'intransigenza di Israele su certe sue posizioni: gli '"r'"'....
ti con cui, aii'ONU, si reagisce a certe azioni israeliane o arabe : si direbbe che c'è una differenza se
sun alleato: unica speranza gli Stati Uniti con le loro assicurazioni che non pemetterebbero uno
12
c:.
- -
- - ·
- - -
HA
EU
AH
UE
HA
EU
AH
UE
-
i·ne di Israele
di PIETRO
QUARONI
fra gli occidentali, una certa cattiva coscienza nei suoi riguardi , la guerra che continua disturba; c'è una
i che l'occidente ha o ritiene · di avere nel mondo arabo pesano. Lo si vede nei pesi e nelle misure differenme sono dei bambini arabi o dei bambini israeliani. Israele sa di essere solo, di a~ere pochi amici e nesmento grave dell'equilibrio locale a danno di Israele. Ma qual è il significato pratico di questo impegno?
13
Un elemento
di debolezza
EU
AH
Un altro elemento di debolezza è costituito dai palestinesi che, in numero di
centomila ormai, si sono stabiliti nel pae.
se. All'inizio, è stato il governo pell'Arabia Saudita che ba favorito questa installazione, preoccupato come era, e giustamente, della mancanza di elementi indigeni con capacità direttive moderne. Ed
essi si sono infùtrati dappertutto, nell'amministrazione come nella vita economica
del paese.
Quando l'irredentismo palestinese non
aveva assunto le proporzioni di oggi, la
loro presenza è stata un vantaggio per la
Saudia: ma oggi, da che parte sono loro,
il governo che li ospita o Yasser Arafat?
Un colpo di stato in Saudia provocherà
una confrontazione di prima grandezza:
glr americani non sono gli inglesi ed i loro
interessi in Arabia Saudita hanno beo altra importanza che i loro interessi in
Libia: ma è una eventualità alla quale
dobbiamo prepararci. Sudan e Somalia
inseguono. Questa sua avanzata politica
la Russia l'ha fatta sfruttando, abilmente
e senza scrupoli, prima il risentimento
arabo contro l'insediamento in Palestina
di un corpo estraneo, cacciato n dalla vt>
lontà degli imperialisti Poi, dopo quella
che impropriamente continu.iamo a chiamare la guerra dei sei giorni, il timore
di essere travolti da que.s to Israele improvvisamente rivelatosi come la più forte potenza militare della regione.
Teoricamente, dopo i sei giorni, la Russia aveva due alternative: accettare il
liiasco della sua politica e consigliare ai
suoi amici la pace, oppure dare loro i mezzi
per una rivincita, vicina o lontana che
essa possa essere.
F.' difficile dire quale avrebbe potuto
essere la reazione russa se, àopo la vittt>
ria, Israele, approfittando di quel breve
momento di resipiscenza che succede sempre ad una seria batosta sul campo di
battaglia, avesse avanzato delle propost~
veràmente ragionevoli per la soluzione del
conflitto. Israele non l'ha fatto, e no 1
mi risulta che nessuno dei suoi amici (?)
occidentali glielo abbia consigliato: con la
nostra mentalità in certe cose molto pri·
mitiva eravamo tutti più o meno convinti
che la vittoria militare fosse, in se stessa,
elemento decisivo per una soluzione.
Per la Russia sarebbe stato d!fficile ·
accettare cosi, passivamente, il fallimento
di tutta una politica. La sua reazione è
stata quella che ci si poteva as;>ettare;
AH
EU
HA
Relazioni
un po' misteriose
L'Iran continua a conservare la sua indipendenza: le relazioni · fra l'Iraq e la
Russia restano un po' misteriose: comunque non si direbbe che ci sia un infeudamento di Bagdad alla Russia comparabile a quello del Cairo e di Damasco.
L'Algeria · di Bumedien, dopo quafche tergiversazione, è riuscita a non lasciarsi
prendere la mano dai russi. Se è esatto
- ha tutta l'aria di esserlo, ~tlmeno in
buona parte - quello che Kbadhafi avrebbe detto alla riunione tripartita di Khartum, che cioè egli non ha voluto liberare
il suo paese dagli inglesi e dagli americani per darlo in mano ai russi, si direbbe che anche la Libia sfugge alla stretta
sovietica.
La partita più importante la si gioca
nell'Arabia Saudita. Praticamente, se si eccettuano i piccoli emirati ael Golfo Persico la cui sorte, dopo il ritiro della protezione inglese, diventa per lo meno pro.
blematica, Feysal è rimasto adesso il solo
14
fornire agli arabi, a tempo record, il materiale necessario per ricostituire lr loro
forze sfracellate dall'offensiva israeliana e
metterli in grado di difendersi contro ulteriori attacchi.
Oggi, di questa impostazione difensiva
della politica russa non si può più parlare: le oifre sono eloquenti. Prima dei sei
giorni gli egiziani avevano 300 tanks ed
i siriani 350: oggi, grazie agli aiuti soviotici, l'Egitto ne ha 1.600 e la Siria 1.000.
Al posto dei 400 pezzi di artiglieria pesante degli egiziani e dei 200 della Siria oggi
ce ne sono rispetivamentè 1.600 e 1.000.
L'aviazione egiziana è passata dai suoi
100 aeroplani del 1967 ai 600 di oggi; la
Siria dai 55 ai 260. Queste cifre non includono i 100 MIG 21, del modello più perf~
zionato, in dotazione ai piloti sovietici.
Le cifre che bo citato possono essere non
rigorosamente esatte, come accade quando si tratta di estimazione dei servizi di
informazione, ma l'ordine di grandezza resta. E' chiaro quindi che la Russia non
ha voluto limitarsi a dare ai suoi amici
la possibilità di difendersi: essa ha voluto
dare loro anche la possibilità di attaccare.
Nel '67 la Russia ba visto il suo materiale cadere nelle mani degli israeliani o,
per l'aviazione, essere distrutto al suolo.
Per questo ha provveduto anche alla riorganizzazione delle forze armate egiziane,
mediante una fitta rete di consiglieri le
cui funzioni sono, di fatto, quelle di
quadrare le truppe egiziane.
Il compito dei consiglieri presso un eser·
cito straniero non è mai facile; i russi,
fra le loro qualità, non banno certo la
adattabilità: il progresso però, per quello
che riguarda le forze egiziane, è indiscutibile.
Incoraggiato da questi aiuti e, probabilmente, anche per considerazioni di politi·
ca interna sua e della sua politica araba
in generale - egli non ha certo rinunciato ad essere il leader di tutta la nazione araba - nella primavera dell'anno
so Nasser dichiarava non più valido il "cessate il fuoco" e proclamava la "guerra di
attrito". Con le sue truppe speciali, e la
sua superiorità in artiglieria ha ottenuto anche qualche successo. Israele ha contrattac·
cato e l'estate ha segnato un disastro per
gli egiziani: i tanks di Dayan si spingono
fino ad un centinaio di chilometri dal Cairo;
l'aviazione · israeliana domina incontrastata
il cielo dell'Egitto.
UE
sovrano feudale in mezzo ad un oceano
progressista. Quanto durerà? Nasser, per
cui Feisal è il nemico numero uno, sta
facendo il possibile per provocare in Arabia Saudita qualche cosa di simile a quello che è accaduto in Libia. Già l'anno
scorso c'è stato un complotto di ufficiali
che, a quanto sembra, è stato sventato
proprio all'ultimo momento. Feysal è certo
tutt'altro tipo di sovrano che ldriss: ha
nelle sue mani una forza sicura, le cosiddette "bande bianche", composte di beduini del deserto, fedelissimi a lui ed alla
sua concezione religiosa dell'lslam; se ne
è già servito più di una volta per ristabilire l'ordine, con mezzi spicciativi, nell'interno del paese; mai fino ad ora, contro
le città. Ma fino a che punto si può fi.
dare del suo esercito? Gli ufficiali, in tutti
i paesi in via di sviluppo, per una specie
di evoluzione 11iscerale, finiscono per ra~
presentare l'elemento più progressista.
UE
fuori questione che, al momento
attuale, è l'Unione Sovietica che
tiene nelle sue mani le sorti del·
la guerra nel Vicino Oriente o, per
essere più corretti, della sua escalation. Se
essa detenga anche le chiavi della pace è
meno sicuro; essa rappresenta comunque
l'ostacolo principale sulla via di una pace
possibile.
Questo è dovuto anche al fatto che, di
tutte le potenze interessate, in primo od
in secondo rango, ai problemi del Vicino
Oriente, la Russia è la sola la quale sa~
pia quello che vuole. Le altre, tutte, più
o meno, esitano fra un desiderio generico
di pace, un senso di responsabilità verso
Israele e la sua sorte, ed un vago filone
serpeggiante di filoarabismo, il quale non
è che un aspetto di quel complesso semi·
freudiano che ci prende tutti, noi occidentali, . nei riguardi dei paesi in via di sviluppo.
Cosa cerca la Russia nel Vicino Oriente?
Il primo obiettivo è stato probabilmente
solo quello di scardinare il fianco sud
della NATO: siccome, però, l'appetito viene mangiando, a questo si è aggiunto il
desiderio di prendere piede, politicamente, in tutto il Vicino Oriente, procurarsi
laggiù dei punti d'appoggio sicuri per la
flotta nel Mediterraneo, e, come massimo
delJe sue ambizioni, arrivare ad una alta
mano politica su tutti i paesi arabi produttori di petrolio, per potersene servire
come mezzo di pressione politica sul mondo occidentale, in primo luogo l'Europa,
la quale, imprudentemente forse, ha tro~
po concentrato il suo approvvigionamento
in petrolio nel Medio Oriente. Un errore
di cui ci stiamo accorgendo oggi e che,
malgrado le 5peranze che possono suscita·
re i grandi giacimenti dell'Alaska e quelli possibili del Mar del Nord, di recente
scoperta, difficilmente può ripararsi in un
giorno.
Le tappe uno e due di questo programma sovietico sono senza dubbio riuscite:
la terza e la più ambiziosa è per lo meno
dubbio se possa riuscire in pieno. I paesi
più strettamente sotto' controllo sovietico,
l'Egitto e la Siria, non sono decisivi dal
punto di vista petrolifero: anche se la
Siria, senza dubbio per suggerimento st>
vietico, si rifiuta adesso di consentire alla
riparazione della cosiddetta pipeline, che
permette lo sbocco nel Mediterraneo di
parte del petrolio dell'Arabia Saudita.
HA
'
E
Viaggio segreto
in Russia
Il viaggio segreto di Nasser in Russia
nel mese di gennaio, ba per scopo, dopo
!'<insuccesso, per lui, della conferenza di
Rabat, ad opera soprattutto di Bumedien.
di ottenere l'interessamento attivo dei rus·
si alla difesa dell'Egitto.
La risposta dei russi è immediata: un
ponte aereo colossale trasporta, in brevt
tempo, migliaia di soldati russi e il materiale richiesto: missili SAM 3, nldar, can·
noni antiaerei ultramoderni, l'ultimo model·
io dei MIG 21.
Ma i russi non si fidano che fino M
un certo punto degli egiziani, come capacità militare almeno: i missili e le instal·
lazioni antiaeree debbono essere servite
da personale sovietico. Una ventina di
basi di missili antiaerei sono installate
intorno ad Alessandria, Il Cairo ed Assuan
e lungo i'asse di penetrazione verso questi obiettivi. Queste basi sono protette qa
squadriglie di MIG 21 pilotate da militàri
sovietici - da parte russa si lasciano
HA
UE
con Nasser ha provocato deUe contesta·
zioni: ma il loro risultato è stato semmai
solo di far perdere terreno ai partigiani
del "Grande Israele", che ci sono. Proprio
in questi giorni, Eban, attaccato da tutte
le parti come una colomba, ha esposto le
condizioni minime di Israele: la vecchia
città di G~rusalemme, la striscia di Gaza,
le alture d1 Golam, un corridoio in direzi~
ne di Sharm-El-Sheilru. Anche se i quattro
riuscissero, cosa che non è stata loro possibile fino ad ora, a mettersi d'accordo
su una interpretazione comune della fa.
mosa risoluzione del Consiglio di si~­
za, queste richieste, anche se minime di
fronte alle pretese massime dei falchi di
Israele, sono difficilmente conciliabili con
la pretesa, ripetuta, degli arabi, di evacuazione completa dei territori occupati come preliminare a qualsiasi ulteriore trattativa. Israele si sente solo, ma questo non
cambia il suo atteggiamento: durante tutta la sua storia il popolo ebraico è stato
sempre solo, è stato incapace di essere
altro che solo. Sa di battersi perché è in
giuoco la sua stessa sopravvivenza fisica.
Tipica della mentalità israeliana è stata
la risposta di Dayan alla domanda che un
po' tutti si pongono, anche in Israele: • C~
me finirà tutto questo? •. • Non temere
niente, Giacobbe mio servitore • · Come dubitare quando si sa di avere un Dio, tutto
per sè, dalla propria parte?
AH
EU
EU
AH
Già il mese di aprile, Dayan, di sua iniziativa, ha proposto, indirettamente,- ai
russi una formula di coesistenza, traccian·
do una "linea rossa", ad una trentina di
chilometri dalla riva occidentale del canale. Fin qui i russi l'hanno rispettata; ma
cosa intendono essi fare per l'awenire?
E' stata avanzata l'ipotesi che i russi
mirino a riaprire il canale di Suez mediante una occupazione della sponda orientale
del canale, effettuata da truppe egiziane
sotto la protezione di un'aviazione pilotata
da russi. Che per i russi la cruusura del
canale sia un fastidio grave per la loro
penetrazione nel Mar Rosso e nel Golfo Persico, e, non meno, per i rifornimenti che
la guerra di Indocina rende sempre più
imperativi è indiscutibile. Che il piano sia
realizzabile se.nza il rischio di reazioni im·
prevedibili da parte americana è un'altra
questione.
I russi, in vista della loro errata estima·
zione dialettica della situazione interna americana, potrebbero essere indotti a ritenere
che il governo americano sia così paraliz..
zato dalle sue difficoltà interne da non
avere una seria possibilità di reagire nel
Vicino Oriente. La decisione di Nixon di
intervenire in Cambogia avrebbe dovuto
essere per loro un serio avvertimento che,
nonostante tutto, il Presidente degli Stati
Uniti ha la possibilità e volontà di agire.
Da aggiungere che l'opinione pubblica americana reagisce differentemente di fronte
al problema di Israele. Lo stesso senato
che sta discutendo come meglio taglill·
re al presidente i !Dadi in Cambogia, a
grande maggioranza si è dichiarato in favore della fornitura ad Israele dei famosi
"Phantom".
Ma i russi, come . tutti i regimi totalitari, sono male informati su quello che ac·
cade nei paesi democratici; di qui le. possibilità eH errori gravi.
.
Le tappe possibili di una futura escalation russa nel Vicino Oriente sono più
o meno due. L'intervento dei Mig pilotati
dai ·russi per la difesa delle posizioni egi·
ziane sul canale e l'installazione di batterie
di SAM 3 sulla linea di fuoco, per accrescere le perdite dell 'aviazione israeliana al
di là del limite tollerabile.
U bombardamento· di obiettivi militari e
civili all'interno del territorio israeliano.
HA
Una formula
di coesistenza
La seconda, allo stato attuale delle cose,
sembra la meno probabile, in quanto difficilmente potrebbe passare senza reazione
americana. La prima è più probabile. .
Tutto questo crea una situazione diffi.
cile per Israele. I guerriglieri. non costituiscono, per ora almeno, un pericolo vero:
ma anche loro causano perdite in vite
umane abbastanza considerevoli: per quanto tempo Israele, con le sue risorse umane
limitate, in rapporto alla massa umana de.
gli arabi, può sopportarle?
Israele si rende conto che la sua situa·
zione diplomatica e psicologica non fa che!
peggiorare. Se permane, fra gli occidentali,
una certa cattiva coscienza nei suoi ri·
guardi, la guerra che continua disturba;
c'è una tendenza diffusa a giudicare severamente l'intransigenza di Israele su certe
sue posizioni: gli interessi poi che l'occi·
dente ha o ritiene .di avere nel mondo ara·
bo pesano. Lo si vede nei pesi e nelle misu.
re differenti con cui, alle Nazioni Unite, si
reagisce a certe azioni israeliani o arabe.
si direbbe che c'è una differenza se le vit·
time sono dei bambini arabi o dei bambini israeliani. Israele sa di essere solo,
di avere pochi amici e nessun alleato: uni·
ca speranza gli Stati Uniti con le loro
ripetute assicurazioni che non permetterebbero uno spostamento grave dell'equilibrio
locale a danno di Israele. Ma qual è il
significato pratico di questo impegno?
Gli Stati Uniti, ed iJ mondo occidentale
in genere, sono impegnati in una serie di
trattative con Mosca: i negoziati SALT di
Vieooa, le conversazioni a quattro su Berlino, i negoziati di Bonn con Mosca, Varsa·
via e Berlino Est; infine questa conferenza
per la sicurezza europea che come speran.
za e come incubo grava su tutti noi. Il
mondo occidentale è in pieno periodo di
illusioni ottimistiche sulla possibilità di una
distensione con i russi: Nixoo, forse, ci
crede meno degli altri, è però obbligato
a far almeno finta di crederci, in quanto
questo gli serve per la lotta che sta conducendo per smontare l'offensiva pacifista
ad ogni costo. E Washington, come gli altri, esita a compromettere le possibilità di
questi negoziati con dei gesti decisi a favore di Israele; la Russia approfitta di
queste esitazioni.
UE
commettere tutte le indiscreziOni possibili
perché Israele non abbia dubbi sulla presenza di piloti russi -; le basi, a loro
volta, sono protette da una rete antiaerea
modernissima, pure servita da equipaggi
russi.
Per Israele il colpo è grave: come artiglieria esso è largamente surclassato: come pure per quello che riguarda la massa
delle truppe di terra: la sua unica superi~
rità è quella aerea, non per il numero ciegli
aeroplani, ma per la difficoltà di insegnare
agli arabi a servirsi di appareccru cosi
delicati. E' dubbio se i rajd in profondità
nel territorio egiziano avrebbero potuto contribuire a portare l'Egitto al tavolo della
pace: oggi essi non sono più possibili.
Israele non può mettere a rischio il materiale aereo che esso ha e che, io attesa
di una decisione di Washington, non ha la
possibiJità di sostituire. Può poi Israele rischiare uno scontro aereo con i piloti ~
vietici?
Come ha detto qualcuno è una colossale
partita di poker ingaggiata fra un nano
e un colosso.
Un incontro
gonfiato ad arte
L'incontro russ~francese di Parigi è sta·
to gonfiato ad arte: i francesi ci tenevano
a mostrare che, nonostante le conversazi~
ni rus~tedesche, essi restano, in Europa,
l'interlocutore privilegiato dell'Unione ~
vietica: ì russi erano interessati a dar loro
corda, in quanto la Francia può ancora
servire nel loro gioco complesso con l'Eu·
ropa. Mà sulla questione del Vicino Oriente, a parte un omaggio formale a queste
conversazioni a quattro a cui la Francia
tiene tanto, la Russia non ha fatto iJ minimo accenno ad una sua disposizione reale
a fare qualche cosa di concreto per facilitare un accordo.
·
Questo è stato, del resto, sempre lo stile
dei negoziati occidentali con l'Unione ~
vietica: la Russia è disposta a coprire di
lodi il paese od i paesi i quali mostrino
la loro "volontà di pace" accettando quello che la Russia chiede: ma quanto a fare
anche lei delle concessioni sull'altare di una
auspicata distensione, questo è tutt'altro
affare.
Israele è solo e si sente solo. L'atteggiamento del governo di Gerusalemme di fronte al progetto di Goldman di incontrarsi
Una tradizione
di irrazionalità
Contro questa mentalità che si riattacca
ad una · tradizione di irrazionalità che è
alla base dello stato di Israele e del suo
successo non c'è niente da fare. La dipl~
mazia, sia essa individuale che collettiva
))UÒ svolgere una sua azione utile quand~
può operare nel campo del razionale. Il
compromesso, ed al di fuori del comp~
messo non c'è diplomazia, è sempre un
appello alla ragione, mai un appello al
$eotimento, all'irrazionale.
Ora, purtroppo, in tutto questo affare
nel Vicino Oriente, noi ci troviamo di fron.
te al cozzo di tre irrazionali: irrazionale
russa, irrazionale israeliana ed irrazionale
araba.
Gli ~rabi si rifiutano di accettare la presenza m una terra che è considerata storicamente araba - in base ai precedenti
storici si può sempre dimostrare tutto ed
il suo contrario - di un elemento etnico
il quale vi si è sistemato estromettendo la
popolazione araba. Questa irrazionalità generale del mondo arabo, da cui non sono
esenti nemmeno i paesi de.l campo detto
non progressista, è aggravata dall'entratà in
scena, attraverso i differenti gruppi di
guerriglieri, del popolo palestinese.
E' difficile dire fino a che punto questo milione e mezzo di veccru profughi,
quelli del 1947, a cui si è aggiunto un al·
tro mezzo milione almeno di profughl del
1967, condivida tutto l'estremismo dei guer·
rìglieri: il fatto che quelli che combattono
veramente non sono che poche migliaia
potrebbe far nascere qualche dubbio. Ma
la loro influenza politica ~ governi arabi detti regolari si fa sentire .e' molto. E
non solo politi~ recentemente a Kuwait
uno dei capi di Al Fatah ha detto: c Qual:
siasi governante arabo il quale sottoscriva
un accordo con Israele, firmerebbe al tem·
po stesso la sua sentenza di morte •. E
non è certo una minacCia a vuoto.
~ra il programma dei pal~tinesi, "a
cu1 Mosca ha dato il suo appoggio", va
(continua a pag. 47)
15
Breznev
gioca
d'azzardo
Se le notizie sulla presenza in Egitto
di perfezionati missili antiaerei manovrati da personale sovietico e sulle
missioni effettuate nel cielo della
RAU da piloti sovietici sono esatte,
i capi del Cremlino sono impegnati
nella più audace mossa politica dai
tempi della crisi del missili a Cuba
di Enzo Martino
SIZIOne di fronte all' "escalation" militare
sovietica nella RAU. Le dichiarazioni della
signora Golda Meir e di Abba Eban sono
probabilmente dirette ad influire sull'opinione pubblica americana ed banno seguito,
si può supporlo, delle iniziative diplomatiche più riservate. Nell'intervista della signora Golda Meir all'AP è apparsa la parola "contenimento" che richiama alla memoria un periodo di rapporti internazionali
e della dialettica tra le due massime potenze, che si è chiuso (o sembra essersi chiuso), appunto nei mesi successivi alla crisi
del 22-29 ottobre 1962 per l'installazione dei
missili a Cuba.
Il quadro mondiale del 1970 è tuttavia
molto diverso da quello del .1962. Otto anni
fa, le relazioni americano-sovietiche, dopo
l'illusoria parentesi delle conferenze tra i
Grandi, del viaggio oltre Atlantico di Krusciov e dei colloqui di Camp David, erano
giunte al punto di maggiore tensione dall'epoca della guerra coreana e del blocco
di Berlino; l'invio dei missili a Cuba era una
sfida aperta agli Stati Uniti oltre che una
minaccia diretta alla loro sicurezza, ~a prima violazione della dottrina di Monroe dopo l'avventura messicana di Napoleone III.
EU
Un ;iov- it-llono tpe;M un principio di Incendio
un klbbutz dopo un ~c~o~Mmo dolio lltl;llorlo
In
siri-
HA
A più di tre anni dalla conclusione della
guerra dei sei giorni, israeliani ed arabi
rimangono schierati lungo quelle che avrebbero dovuto essere delle linee di armistizio,
mentre la situazione politico-militare del
Medio Oriente ha subito negli ultimi mesi
un cambiamento della più grande importanza. Un cambiamento di maggiore significato per la politica mondiale degli spostamenti nei rapporti di forza locali, dei
problemi territoriali e delle trasformazioni
all'interno del mondo arabo, che sono stati
la conseguenza diretta dei combattimenti
tra il 5 ed il 10 giugno 1967. Se le notizie
sulla presenza di missili antiaerei del tipo
più perfezionato, manovrati da personale
sovietico, e sulle missioni effettuate nel ci&
lo egiziano da piloti sovietici, sono esatte,
scriveva di recente un autorevole settima·
nale di New York, il Cremlino è impegnato
nella più audace mossa di un gioco d'azzardo geopolitico dal tempo in cui Krusciov
tentò di installare a Cuba un sistema rnissilistico.
I governanti israeliani hanno ricordato
agli Stati Uniti la necessità di prendere po-
16
~el
La difesa
cielo egiziano
AH
UE
HA
EU
AH
Oggi, anche se non si può certo dire che
si sia avverato l'auspicio espresso da Nixon nel discorso di assunzione di poteri,
che dall'era del confronto si passi all'era
del negoziato, si sta trattando a Vienna per
la limitazione degli armamenti nuclearimissilistici e nell'insieme Washington e Mosca si comportano sulla base dell'insegnamento uscito dalla crisi del 1962, che le massime potenze devono evitare il confronto
diretto e che, nel caso di adozione di una
linea intransigente da parte di una a di·
fesa di un interesse considerato assolutamente vitale, àll'altra deve essere lasciata
aperta una non disagevole via di disimpegno.
Sotto l'ombrello di Mosca
terebbe un netto distacco dalla
precedente ed il passaggio ad una
zione completamente nuova.
La decisione di Mosca sarebbe
all'offensiva aerea in profondità,
quale nei primi mesi di quest'anno
liani hanno reagito alla guerra di
o di usura lungo il canale di Suez. E'
sibile che il governo di Gerusalemme
si proponesse solo di costringere gli
ni al rispetto dell'armistizio del
di provocare la caduta del regime
no, facendo crescere il sentimento
strazione delle sue forze armate ed
ticolare dei giovani ufficiali.
gani di stampa hanno scritto che
ton avrebbe vivamente sconsigliato
israeliani questa offensiva aerea e che
l'interno del governo presieduto dalla
gnora Golda Meir il ministro degli
Abba Eban avesse espresso delle
non sulla legittimità
sulla opportunità politica delle
Il Cremlino, garantendo la sicurezza
spazio aereo sopra la valle del Nilo,
be assicurato la continuità del
seriano, chiave di volta della sua
araba ed avrebbe fatto fare a questa
tica un grande balzo in avanti.
UE
Medio Oriente
La difesa del cielo egiziano, ad eccezione
della zona nei pressi del canale di Suez
e c!i6è della zona del fronte, ad opera di
reparti missilistici e di aviatori russi, che
la stampa mondiale considera ormai come
un fatto riconosciuto, rappresenta un passo sulla strada aperta quindici anni fa
con la missione Shepilov al Cairo e con le
prime forniture di armi e lungo la quale
tre diversi governi sovietici (la direzione
collettiva post-staliniana, il governo persona·
listico di Krusciov e quello in associazione
con Kossighin e Podgorni di Breznev) hanno proceduto con continuità e gradualità
indiscutibili, e costituisce anche un'iniziativa che determina una svolta nel conflitto
arabo-israeliano, forse la più grave dall'iDi·
zio di questo conflitto, una svolta nella
politica mediorientale e crea un fatto nuovo nella politica mondiale.
I sovietici erano già presenti nella RAU
con grosse missioni di tecnici e di militari, che curavano la manutenzione del materiale bellico favorito agli egiziani e l'addestramento delle forze di Nasser all'im·
piego di questo materiale, e con il soggiorno della ·loro flotta del Mediterraneo ad
Alessandria ed in altri porti per visite, che
non erano di sola cortesia (il soggiorno
delle navi sovietiçhe creava di fatto una
apertura di certelzone marittime), ma l'impegno diretto di unità missilistiche ed aeree, anche a fini difensivi, senza la mascberatura dei reparti di "volontari" rappresen-
E' una politica nella quale la co1mpom:111
te degli interessi nazionali, intesi
più classico, predomina sulla com~.onen11d
ideologica a tal punto da
camente invisibile, anche se, alla
crescimento della potenza sovietica
riflettersi sui regimi della regione e se
spostamento negli equilibri mondiali,
la natura dello stato sovietico, non
essere considerato al di fuori della
tica tra le contrastantì concezioni
cietà. Gli sviluppi della crisi rn••"''"r''""''"l"'
sono stati preceduti da un
della presenza navale russa nel M t•mrf'rr.t-•
neo. Si direbbe quasi che i governanti
Cremlino abbiano fatto loro la frase
Palmerston, c la flotta vada avanti, la
mazia seguirà nella scia"·
Nella Giordania continua il " miracolo"
della sopravvivenza dell'ultima monarchia
haschemita, grazie alla fedeltà del suo piccolo e combattivo esercito, ma le organizzazioni palestinesi, per quanto divise da
trasti di tendenze, hanno mantenuto e consolid<>to la loro presa su quella che costi·
Uno ;lov- ltrMIIono In Otpedalo, gravlttlma dopo
un bombordlm<onto clolle ortlgllorl• orebo
Il delicato
equilibrio
UE
AH
EU
AH
Il delicato equilibrio, stabilito tra Tel
Aviv ed Amman (gli israeliani non nascondevano che avrebbero considerato l'integrazione militare della Giordania con gli
stati arabi "rivoluzionari" una minaccia
mortale alla loro sicurezza) si ruppe quando il pronipote dello Sceriffo della Mecca
volò al Cairo per stringere un'alleanza con
Nasser ed .accettò nel proprio territorio le
truppe di quel regime rivoluzionario irakeno, che aveva distrutto il ramo più importante della sua famiglia. L'acquisizione di
un'autonoma personalità da parte delle organizzazioni palestinesi renderebbe molto
difricile il ritiro ad occidente del Giordano di
un effettivo potere bachemita, già così precario ad oriente anche se una sovranità
formale potrebbe essere accettata temporaneamente per ragioni di opportunità politica.
EU
Nel corso degli ultimi tre anni i due regimi banno mantenuto le teste al di sopra
di ondate, che apparivano più minacciose
di quelle del 1958, ma si può dubitare che
uno sgombero dei territori occupati porti
in Giordania ad un ristabilimento dello
statu quo antecedente alla guerra dei sei
giOrt)i.
La "piccola
coalizione,
e le elezioni
nei tre 'laender'
HA
Il risultato della guerra del 1948 e degli
armistizi di Rodi era stato la spart.izione
della Palestina tra lo stato d'Israele e l'emirato d'oltre Giordano (a parte la striscia
di Gaza andata all'Egitto). Questa situazione, dalla quale nasceva una coincidenza di
fatto d'interessi tra la repubblica ebraica
è la monarchia hachemita si è protratta
per quasi diciotto anni, nonostante le azioni dei guerriglieri e le ritorsioni israeliane.
Nel luglio del 1958 la rivoluzione, o più
esattamente il sanguinoso colpo di stato
militare, che distrusse il regno hachemita
nell'Irak," mise in movimento una serie di
ondate, che senza l'intervento americano e
britannico, avrebbero sommerso la repubblica parlamentare nel Libano e la monarchia tribale nella Giordania.
si tratta - appunto - d'una flessione, non
d'un tracollo. Ciò fa parte dei rischi impliciti in ogni elezione: quando il favore
dell'elettorato generico si allontana dagli
obiettivi perseguiti da un partito, questi
subisce perdite proporzionali in voti e seggi. Gli resta tuttavia sempre, come dimostra l'esempio attuale, l'appoggio di quella
base di iscritti e di aderenti alle cui indicazioni tradizionali è rimasto fedele.
Di tracollo, invece, si può parlare per
quanto riguarda i liberali di Scheel. Siamo
ormai al limite del cinque per cento, della
famosa "barriera" che la costituzione tedesca prevede per la presenza di deputati
Un grosso pericolo : che la secca scon- nelle assemblee legislative. Se si facessero
fitta elettorale del loro partito induca ora le elezioni generali è dubbio che la
i llberalJ ad abbandonare l'alleanza con FPD otterrebbe propri rappresentanti al
i sociaidemocraUcl determinando una Bundestag. Come spiegarsi questo fenomecrisi di gravità senza precedenti in no? Scheel è un uomo intelligente, prepaGermania e risolviblle unicamente· rato, un ottimo oratore. Molti lo ritengono
al suo predecessore Mendc. La
con nuove elezioni generali anticipate superiore
verità è che in Germania il partito liberale
ha la testa a sinistra e il corpo a destra.
Il suo è, per tradizione, un elettorato conservatore. Scheel ha ottenuto un brillante
Dalle elez.ioni nei tre "Laender" della re- successo quando è riuscito a inserirsi nel
pubblica federale tedesca dove si è votato governo spalleggiando i socialdemocratici
domenica 14 giugno, possiamo trarre due e diventando, in qualità di ministro de!!li
indicazioni. La prima, di carattere generale, esteri, il portavoce autorizzato della "Ostpuò forse valere anche oltre i confini della politik". La sua azione spregiudicata e tatGermania. Gli elettori (18 milioni, quasi ticamente abilissima è stata molto ammila metà dell'intero elettorato) hanno dimo- rata dagli esperti della politica internaziostrato di apprezzare la fedeltà dei partiti nale e riproposta persino come esempio
alle tradizioni, alle scelte della base. La imitabile per altri partiti ideologicamente
CDU-CSU quando nel settembre dello scor- affini dell'Europa occidentale. Assai meno
so anno cedette il potere alla coalizione l'hanno apprezzata gli elettori. che hanno
socialdemocratico-liberale, avrebbe potuto letteralmente voltato la schiena al loro
capovolgere i termini del suo vecchio pro- partito per appoggiare la CDU-CSU.
La seconda considerazione che le votagramma e "scavalcare" il governo • nella
corsa verso l'apertura all'Est. Non manca- zioni regionali tedesche suggeriscono, rirono le sollecitazioni in questo senso. La guarda invece gli effetti immediati sulla
"giovane guardia" della democrazia cristia- linea del governo. Si è parlato di "battuta"
na tedesca. mise praticamente sotto accu- d'arresto nella "Ostpolitik" di Brandt.
sa l'ex cancelliere Kiesinger e tutti i "noRiteniamo l'ipotesi totalmente infondata.
tabili" cui venne attribuita la responsabi- E' la logica stessa a sugget-irlo. Brandt si
lità della "sconfitta".
trova impegnato anima e corpo in u.n a
Si parlò, non senza qualche ragione, di grandiosa operazione di carattere internalentezza, di immobilismo, di mancanza di zionale, che conduce avanti con gli alti e
fantasia. Venne suggerito un tentativo di i bassi consueti in tali circostanze. Dinanzi
opposizione basato su quello che noi in alle difficoltà, alle contraddizioni', alle lunItalia chiamiamo "il salto della quaglia". gaggini dell'operazione l'opinione pubblica
In sostanza: Brandt inaugura con Scheel si dimostra perplessa, inquieta. Cosa può
la sua HOstpolitik"? Ebbene, l'opposizione fare Brandt? Fare marcia indietro, ora,
lo preceda, gli bruci il terreno sotto i pie- per dare ragione all'opposizione? Sarebbe
di, si spinga ancora più in là. Potrà cosl la sua fine. Verrebbe meno a quella "coetrarre tutti i benefici d'ogni eventuale suc- renza" che gli elettori tedeschi hanno dicesso rivendicandolo come proprio. Nel ca- mostrato di pretendere dai loro partiti.
so d'un insuccesso, 10 attribuirà invece Non gli resta invece che dimostrare l'inall'insipienza del governo e sosterrà che se fondatezza dei timori e la possibilità di
l'operazione fosse stata condotta dagli uo- concludere a breve scadenza accordi il più
mini dell'opposizione avrebbe avuto altro possibile convincenti, clamorosi.
esito.
La possibilità d'uno spostamento di
Poi queste furbesche prospettive vennero Brandt su posizioni diverse, non esiste. Esiaccantonate. Strauss, logicamente, rimase ste invece un'aftra possibilità. Che dinanzi
nelle sue note posizioni di drastico rifiuto allo sfacelo del proprio partito, l'ala dedella "Ostpolitik". Ma anche i "moderati" stra dei liberali insorga contro Scheel.
come Kiesinger, Schroeder, Barzel preferiSospinti da questi timori i liberali porono battersi sul terreno che ogni onesta
opposizione democratica dovrebbe preferi- trebbero abbandonare la coalizione, deterre: la critica motivata all'azione del go- minando una crisi di gravità senza prece-verno, secondo le scelte a suo tempo ap- denti in Germania e risolvibile unicamente
con elezioni anticipate. E' ciò che con tutte
provate dalla base del partito.
le sue forze cerca di provocare l'opposiNessuna confusione, dunque, fra governo
zione di Kiesinger. E' ciò che Brandt vuole
e opposizione, ma delimitazione netta, chiara delle rispettive forze contrapposte. n impedire con altrettanta energia. Paradosbalzo in avanti compiuto nella Saar, nella salmente, tale minaccia è anche la sua arRenania Westfalia e neiJa Bassa Sassonia ma più forte nelle trattative con i soviedalla CDU-CSU dimostra la validità con- tici: '• Datemi un successo - egli può dire
creta di questa linea. La coerenza, in de- - a)trimenti avremo la crisi a Bonn e
mocrazia, porta i suoi frutti magari a Strauss al governo fra tre mesi ». Una prolunga scadenza. Si dirà che la SPD di spettiva che a Mosca non può certamente
Brandt, pur'essa coerente, ba tuttavia su- piacere.
bìto una flessione notevole. E' vero, ma
P. C.
UE
tuisce ormai la base territoriale della loro
quasi sovranità. Anche se la minaccia che
rappresentano per Israele è molto limitata
sul piano militare (la Palestina non è l'Algeria e tanto meno il Vietnam), esse rappresentano un fattore sempre più rilevante
della situazione mediorientale.
HA
All'estremo sud della penisola araba, il governo repubblicano yemenita, che ha assunto
il potere in circostanze assai difficili dopo
il ritiro del corpo di spedizione egiziano
nell'estate del 1967, ba consolidato, sembrer~bbe in modo definitivo, la propria posiztone ed ha chiarito la propria natura
nazionalista e moderata. Una linea dì condotta conciliativa all'interno dovrebbe accompagnarsi ad una riconciliazione con il
regno saudita.
Lo Yemen del Sud (l'antico possedimento di Aden e territori connessi) è invece
teatro dell'esperimento più a sinistra che
si sia ancora verificato nel mondo arabo.
Nella confinante regione del Dorfun è in
corso un movimento di guerriglia contro il
potere feudale del sultano di Oman e Maxute, che partito da tradizionali motivi tribali ha assunto sempre più precisi connotati rivoluzionari. Si tratta di una guerriglia evidentemente di dimensioni molto ridotte, ma che apre prospettive inquietanti
per gli interessi occidentali nel momento
in cui il ritiro britannico dal Golfo Persico
aprirà un nuovo vuoto nella regione.
17
l'INGHilTERRA
DI DOMANI
ElE ElEZIONI
DI 0661
l laburisti e la politic
AH
UE
di Robert Steph e n s
Il MQretarlo del portito c:onse.-.-e
EU
HA
Mentre L'Europa va in macchina non
sono ancora noti i risultati delle elezioni
inglesi. Pubblichiamo tuttavia due arti·
coli usciti sui/'Observer in data immediatamente anteriore alla consultazione.
18
Blown
Che ripercussioni avrebbe un cambiamento di governo sul ruolo della Gran
Bretagna nella politica mondiale? l manifesti dei tre principali partiti forniscono all'elettore ben poche indicazioni
su questo punto.
L'attenzione di circostanza che i programmi dei tre partiti dedicano alla politica estera - un paio di paragrafi con
considerazioni molto generali sul problema dell'adesione alla CEE, dell'appoggio all'ONU, del rafforzamento della
NATO e del Commonwealth (anche se
quest'ultima parola non figura neppure
nel documento del partito liberale) riflette probabilmente la convinzione di
tutti i leaders di partito che non è con
la politica estera che si guadagnano voti.
Ciò è anche un segno che il carattere
bipartitico della politica estera britannica che si riscontra dalla seconda guerra
mondiale in poi su quasi tutti i problemi
essenziali - con la parziale eccezione di
quello del nazionalismo arabo ed africano - è in gran parte mantenuto.
Come negli affari interni, le differenze
che esistono in politica estera "all'interno" del partito laburista e di quello conservatore sono sovente più grandi di
quelle fra le politiche ufficiali e i leaders
dei due partiti. Sia l'ala sinistra del
partito laburista, sia l'ala imperialista e
"gollista" all'estrema destra del partito
conservatore hanno sui rapporti con gli
Stati Uniti. sulle armi nucleari e sul
modo di affrontare il terzo mondo afroasiatico, concezioni molto più lontane
da quelle dei vertici dei propri partiti
che non quella di Wilson da quella di
Heath.
L'ampia area di consenso fra le direzioni dei due partiti ha da tempo reso
confusa la vecchia immagine dei laburisti come partito dell'idealismo internazionale, e quella dei conservatori come
accaniti difensori degli interessi nazionali ed imperiali. In ambedue i partiti,
la "realpolitik" non cancella le emozioni, né fa trascurare la domanda su quel-
UE
AH
EU
HA
Il ptlmo mlnlatto Wllson
<>-oe
IO Che l'Opinione pubbliCa nriiJ,.I1nllrjl
trà accettare su ogni problema.
I laburisti hanno aato prova ài
sempre più disposti a subordinare
timento a quello che considerano
interesse nazionale, che si tratti
blema dei rapporti con gli Stati
relazione al Vietnam, o con il
ca e la Rhodesia. D'altra parte,
il realismo dei conservatori non
di una coloratura emotiva
tratta di abbandonare gli ultimi
di dell'impero, e di discutere
mi di razza.
Il diverso equilibrio
sentimento su diversi p
tO ciÒ Che distingue n10ooaìnrmPniA
stile dei partiti in politica
le differenze sono soprattutto
o di tattica, e sono sovente più
ti che reali.
E' il caso, ad esempio, del
cui i partiti affrontano due
questioni di politica estera che
no essere risolte dal prossimo
i negoziati per l'adesione alla
economica europea, e il ritiro delle
ze britanniche a est di Suez entro
no prossimo. I tre principali
lizza alle elezioni si sono impegnati
i negoziati di adesione alla CEE, ma
suno di loro è per l'adesione a
costi. Perfino i liberali, che sono
entusiasti ed estremi nella loro
di un'Europa come unità non
nomica, ma anche politica,
se necessario, ad adottare la
ricambio, quella, cioè, di una
zazione degli scambi internazionali.
I laburisti ed i conservatori sono
ti a volere l'ingresso nella CEE
stesso complesso di motivi: il
di godere dei vantaggi di un
vasto ed in espansione, ed il
essere esclusi da un grande r""'""',.
mento politico e da un
stato che si forma sul
st'ultimo è, naturalmente, un
incubo britannico, che è diventato
pre più allarmante da quando la
Bretagna ha perduto la
controbilanciare una
con l'ampliamento del suo
mare. Ma nei partiti non
mente alcuna pubblica
gli effettivi problemi
dall'appartenenza ad una
ropea occidentale ulteriormente
Come potrà, ad esempio, la
occidentale essere più ~tr·""",."'"'"
tegrata in una comunità di questo
re, e progredire al tempo stesso
più stretti rapporti con la r.,.rm,.nl
orientale, superando cosl
la djvisione dell'Europa in
In che senso l' "entrare
trà realmente influire sui
Gran Bretagna con gli
suo statuto di potenza nucleare e
sua capacità di svolgere un ruolo
struttivo nel mantenere la pace al
fuori dell'Europa?
Il partito laburista, che un
estera
Powell e i conservatori
di Colin Legum
AH
Il "leader" con. .rvatoro Edward Heath
HA
La decisione laburista di abbandonare
i piani originari di Wilson per un ru.olo a lunga scadenza della Gran Bretagna
"all'est di Suez", come partner minore
degli Stati Uniti, è stato un realistico
adattamento alle limitate risorse economiche del paese. Con ciò si è anche
riconosciuto · il clima politico di antiimperialismo dominante in Asia ed in
Africa, e le conseguenze di una mossa
britannica verso l'Europa. Anche se abitualmente i conservatori sono stati più
lenti nel comprendere le correnti politi·
che nei paesi afro-asiatici, non sembra
che essi intendano seriamente rovesciare
la politica laburista in tale campo.
UE
HA
EU
Il nuovo parlamento britannico dovrà
affrontare una serie di problemi difficili,
e forse anche pericolosi, derivanti dai
conflitti e dai pregiudizi razziali.
L'atteggiamento su questi problemi potrà avere un'inFluenza determinante sull'esito dei due partiti alle elezioni?
Ambedue sono ampiamente d'accordo
sulla politiea di immigrazione da seguire
in futuro, e sul posto che i cittadini di
colore dovranno avere nella società, con
l'eccezione che i conservatori propongono di considerare tutti i futuri imrni·
.granti come stranieri, e di limitare il
loro permesso di lavoro ad una occupazione particolare. E questa sarebbe una
seria discriminazione.
Per il resto, i due partiti ritengono
che gli immigranti che risiedono già in
Inghilterra debbano essere trattati esattamente come gli altri cittadini, che i
loro familiari siano autorizzati a raggiungerli, e che, se l'ulteriore immigrazione sarà mantenuta ad un livello minimo, non vi sarà una politica attiva di
rimpatrio (anche se i conservatori sono pronti a fornire incentivi per chi desideri partire).
Queste politiche si basano probabilmente sul fatto che il powellismo è una
forza in declino. Ma se non lo fosse, chi
sarebbe più cedevole dinami ad essa,
i conservatori o i laburisti?
Finora Heath e soprattutto Quentin
Hogg banno resistito alle pressioni dello stesso Powell. A sinistra del partito
esiste un nucleo notoriamente rigido
anti-powelliano, che è però controbilanciato da una destra ancor più forte.
Nell'ipotesi di un brusco mutamento
del clima politico, la decisione dipen·
derebbe largamente dal centro, che probabilmente non ha una capacità di resi·
stenza molto alta dinanzi ad una eventuale sfida che venga lanciata dai ranghi del proprio partito, e cioè da Powell.
In poche parole, quale sarebbe la po·
AH
EU
Sull'altro problema di attu~lità - il
ritiro ad est di Suez - sembra, a prima
vista, che i conservatori abbiano suggerito una politica diversa da quella proposta dai laburisti. Essi hanno accusato
il governo di esporre gli interessi della
Gran Bretagna, ed i suoi amici, a "rischi inaccettabili", impegnandosi a ritirare le forze britanniche da Singapore e
dalla Malaysia e dal Golfo di Persia
entro la fine del 1971. Essi hanno proposto una partecipazione britannica ad
una forza di difesa nell'Asia del sud-est,
costituita da cinque paesi, e cioè dalla
Gran Bretagna, dalla Nuova Zelanda,
dalla Malaysia e da Singapore.
Ma il piano di Heath per l'Asia del
sud-est. se esaminato più da vicino, non
appare molto diverso dalla politica laburista consistente nel proseguire la cooperazione e l'appoggio militare alle zone
interessate. In nessun caso sembra concepibile che la Gran Bretagna fornisca
un maggiore contributo alla difesa dell'Asia acl sua-est, compito, questo, àal
quale perfino gli Stati Uniti cominciano
a recedere.
Per quel che riguarda il GoJfo di
Persia, è indubbio che una rinuncia al
ritiro delle forze britanniche sarebbe difficile da realizzare in pratica, oltre ad
essere un errore politico. Metterebbe a
repentaglio gli sforzi per creare un nuovo, stabile contesto politico nel Golfo
grazie ad una federazione degli stati
arabi di piccole dimensioni, e ad un'in·
tesa fra gli stati arabi e l'Iran. Forse
appunto perché Heatb si rende conto
di queste realtà, il programma ufficiale
dei conservatori è molto cauto su questo punto, e prevede soltanto che un
futuro governo conservatore manterrà
contatti con i leaders di quella zona.
SIZJOne dei due partiti nel caso di una
fin troppo probabile crisi sul problema
degli asiatici dell'Africa orientale? E su
quale dei due partiti si potrebbe contare maggiormente per evitare tale di·
sastro?
Dagli ottanta ai centomila asiatici nell'Africa orientale hanno legalmente il diritto di avere un passaporto britannico.
Il governo accetta la responsabilità di
accoglierli se, in ultima analisi. non si
può trovare nessuna altra alternativa.
Anche se la crisi non ha fatto che aggravarsi nel corso dei tre ultimi anni.
il governo laburista si è finora mostrato
incapace, o poco desideroso, di affrontare questo problema, benché esista una
soluzione abbastanza semplice, che non
comporta necessariamente un aumento
del tasso annuale di immigrazione.
Ma se il problema non verrà seriamente affrontato finché si è ancora in
tempo, allora finirà con l'esplodere c
col portare un gran numero di persone
a reclamare a gran voce l'ingresso in
Gran Bretagna, come avvenne con l'immigrazione dalle Indie orientali quando
essa raggiunse il suo apice. Se ciò accadesse, il powellismo rischierebbe di rifiorire, c i rapporti della Gran Bretagna
con l'Africa, l'India e il Pakistan (e,
quindi, con il Commowealth) risulterebbero tesi.
Ambedue i partiti rischiano di affrontare il problema in modo sbagliato: ma
se si giungesse ad una crisi, probabil·
mente i conservatori' sarebbero più vulnerabili dei laburisti dinanzi alle pressioni della corrente di Powell.
Resta comunque il fatto che nessuno
dei due partiti ha la minima idea di
come risolvere la crisi che si trascina
in Rhodesia. I laburisti propongono
semplicemente di continuare come prima, il che significa di non cedere ai
ribelli, e di continuare ad applicare sanzioni. I conservatori, pur riferendosi
sempre ai cinque principi fissati per una
soluzione, propongono nuovamente negoziati anche se il loro esperto in materia, sir Alce Douglas-Home, ha detto
che le probabilità di successo sono d'
cento a uno.
E, se non vi sarà soluzione, i conservatori manterranno le sanzioni? E se decidessero di abolirle, in quale via senza
uscita andrebbe a cacciarsi la Gran Bretagna alle Nazioni Unite?
Analogamente, nessuno dei due parti·
ti ha fornito un contributo positivo alla
soluzione dei rapporti col Sud Africa.
Ambedue condannano l'apartheid, considerandolo abominevole. Eppure tutti e
due sono favorevoli ad un incremento
del commercio con la repubblica. Tuttavia, i laburisti insistono per mantenere
l'embargo sulle armi deciso dal consiglio di sicurezza, mentre i conservatori
progettano di abolirlo e di sviluppare
una più stretta alleanza militare, aven·
te il proprio centro a Simonstown.
UE
propose di abolire il deterrente nucleare britannico ed indipendente, e poi completò la costru.zione dei sommergibili Polaris, se la cava ignorando completa·
mente, nel suo manifesto, il problema
degli armamenti nucleari. Sembra che
questo problema sia parso così imbarazzante al partito laburista, da fargli
persino dimenticare di vantare, nel suo
manifesto, i meriti del governo laburista nella creazione del trattato di non
proliferazione nucleare.
19
Logica
del colpo
di stato
Il fatto che al gen. Ongania sia succeduto il gen. Levingston conferma una
regola che In Sud America vale più
che altrove: quella che l mi1itari, una
volta giunti al potere, non intendono
&ssere esautorati, quasi che la direzione politica di una nazione sia un retaggio obbligatorio della loro casta
La giostra dei generali
..,..,_
capo dello
. _ dello
EU
L'ammiraglio Pedro Gnavl. comandante in
morino argent ina e Il gon. Corloa Rey,
AH
UE
HA
EU
AH
di Eugenio Melani
loro comparsa nelle vie di Buenos Aires e
reparti di soldati e di marinai circondarono
la "Casa rosada". Di fronte all'evidente inutilità di ogni resistenza, Ongania si affidò
'alla custodia dei suoi ex collaboratori; e
questi, assumendo il potere, si impegnarono
formalmente a nominare entro brevissimo
tempo il nuovo presidente della Repubblica.
Nei giorni successivi - i carri armati ed
i reparti di fanti e di marinai erano nel
frattempo rientrati nelle caserme e la massima tranquillità, almeno in apparenza, regnava in tutto il paese - circolò la voce
che la "giunta" avrebbe insediato alla presidenza un civile. Qualcuno parlò addirit·
tura di un sindacalista di tendenze moderate. Ma il quattordici giugno coloro i quali
avevano fatto ai capi militari un oosì largo
credito di senso politico, dovettero amaramente ricredersi: infatti, quel giorno, con
un comunicato di poche parole la "giunta"
rese noto di aver nominato quale successore
del generale Ongania il generale Roberto
Marcello Levingston che "dovrà governare
congiuntamente con i comandanti delle forze armate". La decisione destò sorpresa; in·
fatti Levingston non è una figura di primo
piano. "Praticamente sconosciuto" lo ha definito il New York Times aggiungendo che
il suo principale incarico fino al quattordici
giugno di quest'anno era stata la direzione
del servizio di informazioni militari del suo
paese.
Comunque, la nomina dello "sconosciuto" Levingston ha una logica: ad un generale
succede, dopo quattro anni di agitazioni e
di fermenti durante i quali l'Argentina è
giunta sull'orlo del tracollo economico, un
altro generale. Ciò conferma che una regola
che in Sud America vale più che altrove è
quella secondo cui i militari, una volta giunti al potere, non intendono essere esautorati, quasi che la direzione politica di una
nazione sia un retaggio della loro casta.
Per rendersi conto della crisi che sta travagliando l'Argentina bisogna rifarsi alle di·
verse vicende verificatesi durante la presidenza di Ongania, che - forte dell'incondizionato appoggio della giunta militare - af.
fossò nel giugno del 1966 il debole regime
democratico instaurato dal presidente Illia.
11 primo atto di Ongania, una volta insediatosi nella "Casa rosada", fu lo scioglimento dci partiti politici, del congresso (ossia
del parlamento) e della corte suprema. Tre
settimane dopo la sua nomina, egli diffuse
un "manifesto" nel quale si affermava che
il nuovo regime avrebbe "stroncato ogni
estremismo" ed avrebbe adottato "efficaci
provvedimenti per il ristabilimento della situazione economica". Per alcuni mesi la calma regnò in Argentina; ma nel febbraio
del 1967, una serie di scioperi proclamati in
seguito ai riflessi economici derivati dalla
svalutazione monetaria, determinò i primi
contrasti nella giunta militare che appoggia·
va Ongania. La situazione peggiorò progressivamente mentre una ondata di peronismo
dilagò dai sindacati ai comandi periferici
dell'esercito e dell'aviazione minacciando la
stabilità del regime.
Di fronte al crescente pericolo di un
"golpe" da sinistra, il generale-presidente
scelse la maniera forte: impose le dimissioni da ministro della guerra al generale Lanusse (quello stesso che è riapparso alla
ribalta durante le vicende che hanno provocato l'esautoramento di Ongania), fece arrestare il leader sindacale Raimundo Ongaro
ed ordinò all'esercito di sedare "ad ogni costo" i disordini che da Buenos Aires si erano estesi a Cordoba, a La Plata ed a Rosario. In quest'ultima città la repressione fu
particolarmente cruenta: decine di studenti
HA
Il sei giugno scorso, il generale Juan Carlos Ongania, presidente dell'Argentina, destitul il comandante in capo dell'esercito,
generale Alejandro Lanusse, il quale gli aveva chiesto a nome degli altri membri dello
stato maggiore di avviare il processo di ripristino della "normalità istituzionale". Il
gesto di Ongania fu un disperato tentativo
in extremis di mantenere il potere e di dissuadere le alte gerarchie militari da uno
scontro frontale con lui. In un comunicato
diffuso dalla "Casa rosada" poche ore dopo
il siluramento di Lanusse, il generale-presidente assicurò che '1'ordine c la pace sociale ristabiliti in Argentina dopo una lunga
serie di lotte" non sarebbero stati "turbati"
fino a quando egli avesse "esercitato il potere conferitogli dalle forze armate in nome
del popolo". Il comunicato concludeva con
una affermazione tanto perentoria quanto in·
cauta: • l'epoca dei 'golpes' è finita e non
tornerà •.
Ventiquattro ore più tardi (con la tecnica
tipica dei 'golpes') i tre capi della giunta
militare - lo stesso generale Lanusse, l'am·
miraglio Pedro Gnavi e il brigadiere generale Carlos Rey - reagirono al colpo di
forza di Ongania ingiungendogli di lasciare
entro poche ore la sede presidenziale. Con·
temporaneamente, carri armati fecero la
20
e di operai furono falciati dalle raffiche di
mitragliatrice esplose dai carri armati. Le
drastiche misure adottate da Ongania non
valsero però a ristabilire l'ordine: e per un
anno - mentre la recessione economica
rendeva necessaria una nuova svalutazione
della "peseta" - l'atmosfera in Argentina
fu praticamente quella della guerra civile.
Dopo che Ongania decise - d'accordo con
la "giunta" dei generali - di porre sotto il
controllo del governo la confederazione generale del lavoro (CGT) l'ex dittatore Peron
dichiarò dal suo esilio spagnolo di essere
pronto a partire per Buenos Aires ed a ri·
prendere le redini del potere. Da quel momento gli scioperi e gli scontri fra polizia
ed esercito da una parte e studenti ed
operai dall'altra resero ancor più precaria
la stabilità del regime militare.
Secondo fonti newyorkesi, in un rapporto
riservato da lui inviato alla presidenza dell'OSA (l'organizzazione degli stati americani) Ongania avrebbe fatto presente, all'inizio dello scorso maggio, che in Argentina
era da ritenere imminente il pericolo di un
prevalere degli elementi peronisti i quali, a
scadenza più o meno breve, avrebbero fatto
causa comune con tutte le forze castriste
dell'America centro-meridionale. Si giunge,
così, al ventinove maggio, quando il generale Aramburu - uno dei più popolari capi
dell'opposizione al regime di Ongania, ma
non sospetto di sentimenti filoperonisti viene rapito misteriosamente e forse eliminato da esponenti di un'organiv..azione clan·
destina. E' questa la goccia che fa traboccare il vaso: i capi militari decidono che
l'era di Ongania è finita e - pur lodandone
la politica ''nazionale" - decidono di esonerarlo dal potere con il "golpe" attuato
l'otto giugno.
Cosa accadrà nei prossimi tempi in Argentina? Qual è iJ futuro politico di quel paese?
Sarà sufficiente il piano di "sviluppo economico" di tipo laburista enunciato da Levingston dopo il suo insediamento per in·
durre le organizzazioni operaie a desistere
dalle agitazioni? Oppure i fermenti peroni·
sii che da- qualche tempo vanno realmente
profilandosi nelle sfere militari sono desti·
nati a dilagare ed a rendere instabile e precario il regime del nuovo presidente? Sono,
questi, interrogativi ai quali oggi non è possibile rispondere con certezza.
L'unica cosa sicura è che la democrazia
parlamentare, non sopravvissuta alle fortune
del presidente Illia, ha per ora ben poche
probabilità di prevalere sui regimi militari
ed autoritari.
UE
Argentina
11 retaggio di una casta
Il 11011. Alejan~ro Lanuose o 11 deposto P<tsldente 111·
ner1te Juan Carlos ()nganle
UE
AH
arrivata in Svizzera
EU
Jameo Schwanenboch (seduto al cent..,J. la cui proposta di ...,..,.,. dalla Svizzera l lavorato.! sU!ilnlerl 4 stata reoplnta dal refe.........,. cl.--.daio dal glomollttl dopo lo
<~lu t lone delle votazioni
HA
La Svizzera e l'" inforestamento ,
Le domande che dobbiamo obiettivamente porci, invece di chiudere gli occhi dinanzi alla realtà, sono queste: quali i motivi di tale atteggiamento? C'è pericolo che
esso si affermi e raggiunga la maggioranza in un futuro più o meno prossimo?
C'è pericolo che i sintomi avveniti in
Svizzera dilaghino oltre le frontiere elvetiche, suscitando analoghe reazioni, per
esempio, nella Germania occidentale?
HA
EU
AH
Abbiamo avuto troppa fretta ad archi·
viare il "caso Schwan:enbach •· Le ragioni
sono evidenti. In Italia e in Svizzera, la
opinione pubblica più aperta ed avvertita ha tirato un sospiro di sollievo dopo il
voto del 7 giugno (fortuita coincidenza
con le elezioni italiane). Il "no·• della
Svizzera al referendum proposto dall'editore di Zurigo è stato salutato come una
vittoria del buon senso e dello "spirito
dei tempi". Argomento chiuso, meglio voltare pagina.
Purtroppo non è così. L'argomento non
è chiuso affatto e l'esiguo margine di maggioranza (54 contro 46 per cento) dovrebbe più incutere sgomento che giustiricare
euforia. Sin dal principio - riconosciam<>
lo - abbiamo peccato di superficialità e
di leggerezza dinanzi all'azione di Schwarzenbach. Si è preferito liquidarla con una
alzata di spalle. I grandi giornali d'informazione hanno trattato l'argomento come
un pittoresco ma innocuo fenomeno cii xenofobia razzista, da trattarsi Cra le cronache di costume. Oggi ci troviamo di fronte a questa inattesa realtà: che il quarantasei per cento d'uno fra i più civili e
democratici popoli d'Europa vorrebbe ridurre il contingente dei lavoratori italiani
a un livello infimo (stando alla proposta Schwaizenbach, non più del dieci per
cent9 rispetto alla popolazione di ciascun
cantone). E questo pur sapendo non solo
il male che ne deriverebbe agli interessati (quasi cinquecentomila persone costrette;; a-·_.r iinpatriare senza certezza di lavoro),
m;f·ariche il danno che si avrebbe per l'intera c:conornia .svizzera.
UE
La ragione della storia milita con gli umlll lavoratori giunti dal sud. l camerieri, 1 netturbini, i braccianti, cosi spaesati,
cosl goffi e chiassosi, provenienti dalle nostre regioni meridionali hanno portato nella rarefatta atmosfera svizzera
un'aria nuova, ·raria che noi ormai respiriamo, l'aria inquietante dell'Europa. L'avvenire è chiaramente con loro
Una risposta
scoraggiante
Registriamo il commento comparso sul
giornale di Duesseldorf, '"Handelsblatt", sotto il titolo "Plebiscito sugli stranieri", all'indomani del voto in Svizzera. Secondo
il quotidiano gran parte dei cittadini tedeschi interrogati sull'argomento si sarebbe dichiarata disposta a lavorare un'ora
di più alla settimana, se questo potesse
servire a ridurre il numero dei "Gastar·
beiter" in Germania. La risposta è solo in
apparenza scoraggiante. In realtà un'ora
di lavoro in più alla settimana non è un
gran sacrificio. E' da supporre che se
ne venissero chieste due, gli stessi citta·
dini rinuncerebbero alla prospettiva di veder diminuito il numero dci lavoratori stranieri.
No, la questione tedesca - paradossi a
parte - è del tutto diversa. U,na iniziativa
Schwarzenbach nella Repubblica federàlc
sarebbe impensabile. Vi possono essere attriti, incomprensioni, contrasti anche gra·
di Pietro Car li
vi. Ma ormai la "saldatura" fra masse di
emigranti dal sud e popolazione locale è
un fatto acquisito, una realtà "europea"
di cui possiamo prendere atto con q•lalche soddisfazione.
Diverso il problema svizzero. Si è parlato di razzismo, di xenofobia. Attenzione,
però, all'uso delle parole. Le semantica
è una scienza che se usata all'incontrario
porta alla confusione anziché alla chiarezza. Non c'è dubbio che i sostenitori del
progetto Schwarzenbach hanno fatto di
tutto per accreditare questa tesi. Un intelligente lettore svizzero scrive per esempio
alla "Neue Zuercher Zeitung" (un giornale
che si batté contro Schwarzenbach) in da·
ta 22 maggio segnalando la terminologia
provocatoria, nostalgica e ottusa del "comitato nazionale contro l'inforestieramento
del popolo e della patria" (patria è qui
chiamata non Vaterland, terra dei padri,
ma Heirnat, parola intraducibile in italiano che rievoca romantiche fedeltà ambientali). "Svizzera svegliati", oppure "Onore e dovere", o ancora "contro l'eccesso
degli stranieri nella nostra bella Svizzera"
con altra roba del genere sono i motti che,
osserva il lettore, vagamente ricordano certi "slogan" nazisti tipo "sangue e terra".
Anche talune manifestazioni degli avver.
sari di Schwarzenbach, francamente, ci
hanno allarmato. A Berna, per esempio, nel
pieno della campagna per il referendum, le
forze favorevoli alla presenza straniera
(sindacati, imprenditori, partiti, governo)
hanno distribuito migliaia di manifestini e
palloncini di propaganda sui quali si poteva leggere testualmente: "Stranieri U<>
2t
EU
HA
22
comunitari e}lfopei e il conflitto tra le vecchie nazioni sia da considerarsi come ipotesi assurda, aberrante?
Nella tranquilla Svizzera degli orologi e
della cioccolata, per la prima volta nella
sua storia prende corpo un fermento che
attinge alle radici stesse della esistenza
"culturale" di questo paese. Le grand• ma~­
se popolari, anche se non comprendono i
termini del dilemma, tuttavia lo avvertono
nei profondo e si dividono a seconda delle
proprie scelte, delle proprie decisioni, della
propria visione dell'avvenire. Chi guarda
all'Europa come a una fatalità ineluttabile,
sa che dovrà rinunciare - per sempre alla "Svizzera di papà", alla Svizzera pur
cosl nobile e maestra di vita, di civiltà,
cui la sua tradizione è legata; ma trovera
modo di affermarsi in un'altra struttura,
di proseguire {nella formazione d'un altro
processo storico) la sua opera realil:zatrice.
Perderà la Svizzera dei cantoni, per acqui·
stare la grande, pericolosa ma affascinante
Europa del nostro domani. E' comprensi·
bile che dinanzi a tale eventualità, le masse contadine dell'interno - più avverse alla concezione europeistica della "città" come centro d'espansione - cerchino disperatamente di salvare lo status quo, battendosi per l'anacronistica limitazione all'in·
gresso degli stranieri. Possiamo anche comprenderle, ma non possiamo condividerne
l'atteggiamento. Ormai un fatto irreversibile si è messo in moto. Anche noi abbiamo subìto, come italiani, Jacerazioni e sa·
crifici. Cosl li banno subiti i tedeschi, i
francesi. Stanno per subirli, in maniera che
non possiamo ancora sapere quanto aspra,
gli inglesi. Ma non c'è nulla da fare. L'avvenire è l'Europa. La ragione della storia
milita con gli umili lavoratori giunti dal
Sud. I camerieri, i netturbini, i braccianti.
così spaesati, così goffi e chiassosi, provenienti dalle nostre regioni meridionali, hanno portato nella rarefatta atmosfera sviz·
zera, un'aria nuova, l'aria che noi ormai
respiriamo senza timore, l'aria inquietante
dell'Europa. L'avvenire è con loro.
UE
HA
EU
AH
UE
avrebbe potuto influire sul referendum.
chiarendo le idee almeno a molti rappresentanti delle categorie più avanzate. Notiamo subito come nel titolo si precisi
l'importanza del motivo "culturale" accan·
to a quello sociale. Ecco il lato nuovo
dell'analisi, compiuta sulla base dell'immi·
grazione del 1963 dopo una attenta ricerca
alla quale collaborarono un gruppo di giovani studenti universitari. Sarebbe assurdo
volerne considerare qui le conclusioni, trat·
te con rigore scientifico. Ci preme soltanto
rilevare che la maggior parte delle diffi.
coltà all'inserimento viene attribuita alle
differenze fra "culture" diverse. Nella strut·
tura del mondo elvetico si è venuto a inserire per la prima volta come fattore per·
manente e non transeunte la presenza di
una diversa tradizione, come quella italia·
na, collegata a precisi richiami nazionali
particolari, ma inserita anche ormai in un
tessuto connettivo europeo.
Eccoci dunque al nocciolo della questione. Con i lavoratori italiani, l'Europa è arrivata in Svizzera. Vi è arrivata con tutti
i suoi difetti, intendiamoci, oltre che con
le sue virtù. Vi è arrivata con la sua tormentata problematica sociale e sindacale,
con la sua ansia di cambiamento, con le
sue inquietudini, con le sue drammatiche
contraddizioni, con la sua avida sete di
progresso, con la sua scontentezza e {cosa
altamente traumatica per gli svizzeri) con
il suo scetticismo.
Si dirà: ma come, la Svizzera non è
forse Europa? Non fa parte dell'Europa?
Non è anzi l'esempio, il modello d'armonica fusione di tre diverse comunità nazionali a cui le nazioni d'Europa si sono
ispirate per dar vita alla comunità inte·
grata dei popoli d'Occidente?
Niente affatto. Tutto questo fa pane d'un
bagaglio retorico, stantio come i richiami
aristotelici del dottore Azzeccagarbugli o
come le argomentazioni del dotto tolemai·
co nel dialogo dei massimi 5istemi. La Svizzera è naro, ha trovato la propria identità nazionale in quanto non esisteva l'Europa unita. E' nata in opposizione alle nazioni europee. Nell'Europa dci secoli scorsi, divisa da stati, imperi, nazioni, frantu·
mata in molteplici diverse espressioni geo.
politi::be, la Svizzera assunse una caratteristica "individuale", una personalità propria e inconfondibile, in quanto "diversa"
da tutto ciò che la circondava. Uno stato
nel quale tedeschi, francesi, italiani si trovano uniti mentre il resto della regione
euro-occidentale era logorato dalle contese
fra queste nazionalità, era uno stato, appunto, capace di costruire una struttura
autonoma, meravigliosa e originale. Ma
questo stato modifica la suddetta struttura- c si avvia fatalmente {anche se lenta·
mente) al dissolvimento quando le condi·
;doni da cui deriva la sua individualità
cambiano al di fuori e al di d~:ntro. Muta, cioè, nel profondo il rapporto dialetti·
co fra l' "essere" della Svizzera e il "non
essere" che le sta intorno. Quando iJ secondo termine si avvia a diventare simile
al primo, quando penetra anche nell'inti·
mo della sua costituzione, del suo "sistema", ecco che quell'entità perde la sua
effettiva, fondamentale ragione d'esistere.
O quanto meno d'esistere nella stessa maniera. La Svizzera neutrale ha una sua funzione splendida e inconfondibile da svolgere in un contesto nel quale sia possibile
la guerra franco-italo-tedesca. Ma che valore ha la neutralità svizzera in un contesto nel quale su scala enormemente più
ampia siano riassunti ed espressi valori
AH
mini come noi". Le intenzioni erano otti·
me. Ma, francamente, certe cose non si
dovrebbe nemmeno aver bisogno di spie·
garle. Sarebbe tuttavia sommamente ingiu·
sto e soprattutto sbagliato - dunque improduttivo ai fini d'una analisi corretta attribuire sentimenti razzisti o xenofobi
nel senso classico dei due termini a quasi
la metà della cittadinanza svizzera. Non
può essere razzista un paese dove, per esempio, l'antisemitismo non ha mai allignato
malgrado la relativamente alta percentua·
le di presenze israelite. Non può essere xe·
nofobo un paese che vive, materialmente,
sull'apporto del turismo straniero. No, la
causa vera delle adesioni a Scbwarzenqach
è un'altra. Cerchiamo di scoprirla, com·
picndo quello sforzo di ricerca mancato ai
troppo fn:ttolosi commentatori del voto di
giugno.
Esaminiamo la tabella dei "sì" e dei "no".
Tredici cantoni e quattro sotto-cantoni {o
mezzi-cantoni) banno respinto la propo·
sta Schwarzenbach. Cinque cantoni e due
sotto-cantoni l'hanno approvata. Quali so·
no questi ultimi? Lucerna, Uri, Schwyt,
iJbwalden, Nidwalden, Freiburg, Solothurn.
Si tralta dei cantoni della cosiddetta "Inncrschweiz", cioè della "Svizzera interna"
in prevalenza caLtolica e agricola. Da non
sottovalutare tuttavia anche le adesioni maturate nei cantoni socialmente più avan·
zati. In genere si è ragionato cosl: è chia·
ro che laddove esistono meno industrie,
si sente meno la necessità d'una mano d'opera straniera. E' per questo che i cantoni
cattolici a conduzione preval.:nlemente
agricola si sono espressi contro l' "inforestamento". Il ragionamento è sbagliato,
perché è proprio la presenza dei lavoratori stranieri che ha consentito alle masse lavoratrici dei cantoni suddetti di elevare il proprio tenore di vita, assumendo
funzioni di maggior rilievo nelle 2;one industriali dove un tempo si inurbavano e
dove erano obbligate a svolgere i com·
piti ora affidati agli immigrati. No, se ci
affidiamo al vetusto anche se rispettabile
metodo di esclusiva analisi socio-economica, non veniamo a capo di nulla. Nean·
che la distinzione religiosa {con buona
pace di Max Weber) serve a spiegarci qualcosa. I cattolici non sono mai stati più
xenofobi o razzisti dei protestanti. Basti,
pèr tutti, l'esempio del continente americano dove al miscuglio razziale del cattolico Sud fa riscontro il segregazionismo sta·
. tunitense.
E allora? Una mano per la spiegazione
dell'enigma svizzero ce la dà il prof. Ru·
dolf Braun, titolare della cattedra di storia delle scienze economiche c sociali alla
"libera università" di Berlino. Questo emi·
nente studioso svizzero, prima di accogliere l'invito dell'università berlinese, era già
divenuto assai noto oltre i confini del suo
paese per due pubblicazioni fondamentali:
"Industrializzazione e vita popolare", "Mu·
tamenti sociali e culturali nel diciannovesimo secolo". Per queste opere gli venne
conferito il premio Silas Marcus alla Har·
vard Uruversity. Di quando io quando Braun
si reca al "Center for Advanced Study in
the Behavorial Sciences" a Stanford {Ca·
lifornia). Da pochi giorni è comparso nelle librerie svizzere una sua nuova opera
fondamentale: "Sozio-kulturelle Probleme
der Eingliderung italienischer Arbeitskraefte
in der Scbweiz" {"Problemi socio-culturali
dell'integrazione delle forze di lavoro italia·
ne nella Svizzera" · Edizioni Eugen Rentsch,
Erlenbach . Zurigo). E' da lamentare che
lo studio non sia apparso prima, perché
l'ECO DEllA STAMPA
Ufficio di ritagli da giornali c riviste
2~129 MJLANO • Via Compagnoni, 28
vi tiene al corrente di tutto ciò
che si scrive sul vostro conto
Artisti e scrittori
non possono farne a meno
Riceverete la scheda di abbonamento,
scrivendo a
"L'ECO DELLA STAMPA"
20100 Milano · Casella Postale 3549
Da anni la migliore collaborazione
alla nostra rivista è assicurata
dalla più accreditata agenzia
di "ritagli"
L'ECO DELLA STAMPA
che invia aJia nostra reda1Jone articoli
e notizie su tutti gli argomenti
da noi trattati
Se vi interessa sapere ciò che si
scrive, su tutta la stampa italiana,
dJ voi o dJ un dato argomento
abbonatevi a:
L'ECO DELLA STAMPA
20129 Milano · Via Compagnoni. 2:!
HA
EU
UE
AH
Le elezioni regionali sono s tate fatte,
adesso bisogna fare le regioni. Le giunte,
si dice, sono il primo problema. Ma per
che fare? Così com'è configurata dali:. costituzione, "la giunta regionale è l'organo
esecutivo delle regioni" (art. 121, terzo com·
ma), cioè l'organo esecutivo di quel che
decide il consiglio regionale che "esercita
le potestà legislative e regolamentari attribuite alla regione e le altre funzioni conferitegli dalla costituzione e dalle leggi"
(art. 121, secondo comma). Ma fin quando
non ci saranno i decreti-delegati di trasferimento delle competenze statali alle regioni, né il consiglio regionale avrà decisioni
operative da prendere né la giunta avrà
lavoro da eseguire. Fare o non fare le
giunte in questa prima fase di vita dei
consigli regionali ha quindi, da un punto
di vista pratico, un valore relativo.
Quel che la costituzione prescrive è che
nella prima riunione i consigli eleggano un
presidente e un ufficio di presidenza "per
i propri lavori" (art. 122). Poi ogm con~i­
glio deciderà se passare subito all'elezion:.:
della giunta e del suo presidente oppure
rinviare questa operazione ad un moment•l
successivo all'approvazione degli statuti.
Nello scorso numero abbiamo riferito che
tutti i partiti regionalisti non si propongono uno statuto-tipo, uno statuto unico,
ma intendono lasciare il massimo ài originalità "costitutiva" ai consigli regionali pur
ricercando una fondamentale armonia degli statuti e una base comune nelle norme principali. Abbiamo anche riferito che
altrettanto comune è la convinzione che la
legge del 1953 (correntemente nota come
"legge Scelba") va riveduta se non abrogata, poiché prevede la ripetizione nelle
regioni dello schema parlamentare - che
in nome dell'efficienza, soprattutto, si vuole modificare - e poiché prevede un sistema di controllo che le forze regionaliste
di ogni tendenza ritengono oggi eccessivo
se non addirittura paralizzante. Di qui la
esigenza di una legge-quadro che sostituisca quella del 1953, anche per stabilire il ·
raccordo - assolutamente necessario con la legge sulle procedure della programmazione economica. Ma il ricorso alla
legge-quadro, che certamente rappresenta
il mezzo migliore e più sicuro, rischia per
ragioni pratiche di restare inattuato. Parlando al convegno veneziano sull'ente regione (2 giugno), il dott. Renzo Miconi,
c:apo di gabinetto del ministro Gatto, ha
affermato che la formazione di una legge
sostitutiva di quella del 1953 c può essere
perseguita soltanto entro un arco di tempo notevole •· Egli propone di risolvere il
il dott. Miconi qualche indicazione è offerta dalla bozza di statuto per la Toscana discussa a fine marzo a Firenze nel
convegno organizzato dall'Unione delle Province toscane. Il progetto attribuisce parte dei poteri di governo alla giunta e, in
particolare, al suo presidente; attribuisce
a questi ultimi la titolarità dell'indirizzo
politico; crea una omogeneità organica tra
membri della giunta e presidente; rende
più difficile la loro caduta e la loro sostituzione; propone un sistema ài rapporto
fiduciario. Il sistema così delineato è stato difeso in modo particolare dal prof. Paolo Barile in contrapposizione al presidente
dell'Unione, Elio Gabbuggiani, e ai giuristi
del PCI (Flavio Colonna su "Critica marxista''). Il suo inconveniente pratico è che
sembra presupporre una revisione costi·
tuzionale. Lo riconosce il documento repubblicano sulle regioni che, muovendosi
su linee non dissimili da quelle del prof.
Barile, afferma: • Un aspetto essenziale di
stabilità è nella netta distinzioni;' d i funzioni fra governo e assemblea regionali.
Purtr-oppo anche su questo punto la Costituzione (art. 121) è fonte di gravi equi·
voci con l'accentramento nello stesso organo, il consiglio regionale, di poteri legislativi e di poteri regolamentari "· Il documento propone di c distinguere questi
due peculiari aspetti e il ruolo istituzionale dei due organi, assegnando la normazione amministrativa regolamentare con le necessarie garanzie di procedura alla giunta e riservando al consiglio la legislazione generale e il controllo». Ma come?
«Già da tempo i repubblicani hanno indicato la necessità d'imboccare la via di coraggiose revisioni, anche, se occorre, costi·
tuzionah ».
Molto interessante è anche, all'interno di
questa revisione, il funzionamento della
giunta proposto èlal PRI. Evitando la ripetizione del sistema adottato nelle regioni
a statuto speciale, si afferma che • la
giunta deve svolgere essenzialmente compi·
ti di direzione e sorveglianza sullo svolgimento dei vari servizi... Evitandosi la
creazione di assessorati, la giunta dovrebbe
specificare annualmente le direttive secondo cui ciascun servizio va gestito: ai capi
dei vari servizi con l'attribuzione di compe
tenza a direttamente provvedere, compete
la responsabilità dei risultati e dell'efricienza... Il capo del servizio rifel'isce annualmente alla giunta con relazione da rendere pubblica, sui risultati della gestione,
sui costi incontrati, sulle modifiche da adottare... La creazione di un organo di coordinamento quale il segretario generale della regione, alle dirette dipendenze del presidente, dovrebbe conferire incisività e coerenza alle direttive della giunta».
AH
di F austo D e Luca
EU
Siamo ancora in una fase di proposte
e di indicazioni dalla quale emergono
finora, come elementi di fondo, la
convinzione di dover modificare e ~
stltuire la legge del 1953 e l'esigenza
di dare agll statuti regionali un carattere molto più flessibile dell'attuale
HA
l
UE
Le regioni:
che cosa
SI farà dopo?
problema nel momento in cui il parlamento sarà chiamato ad approvare gli statuti
proposti dalle regioni (entro 120 giorni dall'insediamento dei consigli regionali). c Il
parlamento, in questa occasione, dice Miconi, potrà procedere alla preliminare
espressa abrogazione delle norme del 1953
perché in contrasto con l'autonomia statutaria delle regioni (verrebbero così eliminate le normative ormai superate); oppure
potrà lo stesso parlamento valutare positivamente le disposizioni statutarie ritenute in contrasto con dette norme, e ciò nella considerazione che debba essere disapplicata ogni disposizione che invada la sfera di autonomia della reg10ne •. Nell'uno
e nell'altro caso, ma è preferibile l'espressa abrogazione delle norme ritenute supe·
rate, c si tratta di un intervento del parlamento nel momento in cui verifica se
gli statuti sono rispondenti ai principi costituzionali ». Tale indirizzo c configura una
soluzione che potrebbe esaurirsi nel corso
di quest'anno sl da mettere la regione in
grado di funzionare nel prossimo anno •.
Si sostiene, in definitiva, che la via più
pratica è quella di affidare agli statuti il
completamento del quadro normativo dal
quale prenderà avvio la regione.
Quanto al contenuto, si comincia ad esortare da varie parti affinché i consigli elaborino un corpo ridotto di norme, sinteti·
che nella forma, elastiche nel àispositivo,
senza pretendere prescrizioni rigide e troppo minuziose in una prima fase necessariamente sperimentai<:. Il suggerimento tende ad evitare che la disputa sugli indirizzi
da dare agli statuti si blocchi in contrapposizioni di principio dalle quali sarebbe assai difficile uscire con qualche risultato
concreto.
Punto di partenza è che c il rapporto
intercorrente tra giunta e consiglio regionale caratterizza il sistema di governo come assembleare" (relazione Miconi). Al consiglio è attribuita la « titolarità di due poteri esercitati in momenti differenziati: il
primo di elezione ed il secondo di revoca
degli assessori in relazione, rispettivamente, al sorgere ed al venir meno della fiducia"· Il dott. Miconi commenta: «E' un
sistema estremamente democratico, ma che
presenta qualche inconveniente per quanto riguarda la stabilità delle giunte. La
legge del 1953 non ha previsto alcun correttivo per evitare l'instabilità della giunta, dato che il consiglio può provocarne
la caduta in qualunque momento. L'esperienza suggerirà se si debba procedere o
meno ad un correttivo, da inserire nello statuto o in un'apposita legge della Repubblica, che assicuri la stabilità della giunta"·
D problema è assai arduo, poiché i
costituzionalisti che fanno discendere dalle norme cos tituzionali il regime "assembleare" per le regioni negano anche che
si possa parlare di rapporto "fiduciario"
tra consiglio e giunta, poiché la giunta
è soltanto organo esecutivo di quel che
decide il consiglio, non ha vita autonoma rispetto al consiglio, non ha competenze a lei riservate attraverso le quali
possa sostanziarsi un indirizzo politico,
non esiste quindi l'istituto della fiducia.
T sostenitori dell'interpretazione assem·
bleare affermano che questo sistema garantisce la stabilità e l'efficienza, oltre alla democraticità degli organi regionali meglio di ogni altro sistema, ma in concreto
lo difendono e lo consigliano, in assoluto.
soprattutto per le piccole regioni (la Basilicata, ad es., che ha 30 consiglieri: un numero pari a quello dei consiglieri comunali di una città con 11 mila abitanti.
Nella ricerca dei correttivi di cui parla
Siamo, com'è evidente, in una fase di
proposte e di indicazioni, daiJa quale emergono finora, come elementi di fondo, la
convinzione di dover modificare e sostituire la legge del 1953, l'esigenza di dare agli
statuti un carattere flessibile così da poter
introdurre facilmente modifiche e innova.
zioni in base all'esperienza, la ricerca di
correttivi al sistema assembleare delineato
dalla costituzione allo scopo di garantire
maggiore stabilità ed efficienza alle giunte
regionali. Il dibattito, finora svoltosi in sedi di studio, si trasferisce aaesso nelle sedi
istituzionali, nei consigli regionali. L'augurio è che esso possa portare a risultati
ta li da conferire alle regioni, nel funzionamento concreto, quel carattere rinnovatore>
delle nostre strutture pubbliche in nome
del quale si è fatta la lunga battaglia per
l'introduzione dell'ordinamento regionale.
23
COMUN/TA,
La nega.tiva posizione tedesca
sul l'integrazione industriale
HA
EU
AH
UE
regia di insieme che permetta all'industria comunitaria di svilupparsi senza
essere schiava delle frontiere e di divenire competitiva in tutti i campi con le
industrie dei paesi industrialmente più
avanzati. Ma quando si parla di metodi
e di misure concrete, il discorso cambia
completamente. Per il governo tedesco
T'obiettivo dell'espansione globale e del·
l'aumento della produttività non può
essere raggiunto se non con il iasciare
la piena responsabilità di questa espan·
sione alle imprese e questo grazie ad
un'accresciuta concorrenza e alla divi.
sione del lavoro internazionale. Bisogna
quindi limitarsi a migliorare le condi·
zioni ambientali nelle quali opera l'industria, assicurare il rispetto della concor·
renza, eliminare le disparità fiscali e re·
golamentari, nonché gli ostacoli di qua·
lunque genere alla circolazione dei beni.
Bisogna, per esempio, assicurare ii ii·
bero accesso ai pubblici appalti, ma non
si dovrebbe neppur pensare, come vor·
rebbe la commissione, a una "concerta·
'l.ione in materia di pubblici appalti".
Né si dovrebbe accordare una preferen·
za comunitaria per le pubbiiche aggiudica,ioni. Il governo tedesco considera
che gli investimenti provenienti da pae-
La politica
AH
UE
La Germania sembra decisa a silurare
tutte le spertM'l.e di mettere in marcia
una politica in.Justriale europea coeren·
te e seria. In nome della filosofia libe.
rale, che suona abbastanza strana nella
bocca di uomini come Schiller e Brandi,
e di una preminenza assoluta alla legge
della libera concorrem.a il governo te.
desco ha infatti fatto sapere che non è
affatto d'accordo sui punti fondamentali
che hanno ispirato la commissione nella
redazione del suo voluminoso studio, dovuto all'ini'l.iativa dell'ambasciatore Cui·
do Colonna, che ha recentemente abban·
donato le funzioni di commissario.
Naturalmente i tedeschi non si sono
espressi cosl brutalmente, ma tale è la
sostanza del documento che essi hanno
depositato e che è stato oggetto di una
prima discussione in seno ai rappresen·
tanti permanenti prima e in consiglio
dei ministri dopo, insieme naturalmente
al memorandum della commissione e ad
un documento francese cl1e invece segue
gli orientamenti della commissione e
va am.i anche più lontano.
Il governo tedesco dichiara di co~1di­
videre gli orientamenti fondameruali del
memorandum della commissione nei senso che occorre accordarsi su una stra.
si leni (leggi americani) sono un
tore positivo e che non c'è nessun
gno di prendere a loro riguardo
re sia pure solo di sorveglianza,
in fondo suggeriva la
giusto favorire lo sviluppo delle
strie di punta, ma i tedeschi non
sano che sia opportuno, per far
attuare una politica di "ordinazioni
bliche" opportunamente orientata.
Uno degli obiettivi più importanti
la comunità dovrebbe realiu.are è
lo di una razionale concentrazione
striale al di sopra delle frontiere
in modo cl1e la struttura industriale
consolidi su un piano comunitario e
posto un freno all'acquisizione di
strie di questo o quel paese da
di acquirenti esterni, americani o
ponesi. Perché questo sia
commissione suggerisce non solo
re gli strumenti giuridici adatti,
che di agire in modo da favorire
ristrutturazione, per esempio ati
prestiti della banca europea o att
u~t'azione analoga a quella
Italia e deli'IRC in Inghilterra.
i tedeschi sono nettamente
condo loro la ristrutturazione
le è certo auspicabile ma essa
fettuarsi per iniziativa e a rischio
l'industria senza che nelle scelte
riscano altri interventi, o
centivi, che in fin dei conti
creare distorsioni e andare contro
che il mercato ricl1iede. l tedeschi
perfino contrari alla proposta
HA
EU
agricola
della Francia
In una intervista U mlnlstro Duhamel
ha illustrato l'impegno europeistico
deUa · polltica agricola del suo paese
di Giovanni Martirano
1n occasione del Salone internazionale dell'Agricoltura di Parigi, il ministro Duhamel
ricevette, nel suo ufficio a Rue de Varonne,
chi scrive ed i numerosi giornalisti convenuti nella capitale francese per la manifestazione agricola in corso di svolgimento.
Chiesi allora al giovane presidente del
raggruppamento centrista, che da un anno
ormai è ministro dell'agricoltura, una in·
tervista le cui domande e risposte, perfezi<>nate a Roma nell'ufficio dell'ottimo addetto
agricolo all'ambasciata di Francia presso
il Qui.rinale, sig. Belin, di. segUito trascrivo,
·avvertendo iJ lettore che se alcune delle
24
risposte possono sembrare - come a me
francamente sono sembrate - deludenti sul
piano dell'impegno europeistico, esse pr<>babilmente appaiono più· positive tenendo
conto di un impegnativo discorso che lo
stesso on. Duhamel ha pronunciato nello
scorso mese di maggio nel corso di una
conferenza fatta all'Istituto degli Alti Studi
della Difesa Nazionale.
In tale circostanza il ministro dell'agri·
coltura di Francia ha particOlarmente insi·
stito sulle conseguenze politiche, a suo giudizio positive, che scaturiscono dalla inte·
grazione agricola, affermando, dopo avere
sottolineato iJ "ruolo fondamentale" gioca·
to in materia dalla commissione di Bruxel·
les, • je crois que l'exemple agricole doit
montrer la vanité des querelles sur la supra-nationalité" ed ha proseguito dicendo
che se gli anni sessanta ci hanno dato una
politica agricola comune, gli anni settanta
ci debbono dare, con aggiunta alla prima,
quella monetaria unica.
Ciò premesso passiamo alle domande ed
alle risposte della intervista al ministro
Duhamel.
Ho chiesto, aru:itutto al ministro: • In oc·
casione del nostro incontro al suo mini· ·
stero, a Parigi, mi è sembrato, cosl come
ad altri colleghi presenti, di percepire nelle
sue parole il desiderio di un progresso ver·
so una integrazione comunitaria effettiva,
sia sul piano CCOI)omico che su quello politico. E' questo it vero senso del discorso
che lei ha rivolto, ai giornalisti che erano
a Parigi per visitare il Salone internazionale dell'Agricoltura? •·
Il ministro ha così risposto: • La polit1ca
europea si è sviluppata più rapidamente
in certi settori: in particolare per l'agricoltura essa appare in una fase avanzata.
Questa constatazione noi abbiamo dovuta
farla in maniera tangib1Lissima l'anno scor·
so al momento della svalutazione del franco francese ed egualmente quando è stata
rivalutata la moneta tedesca.
Per quello che concerne questa costru·
zione europea, io mi augurv che una ini·
ziativa sul · piano sociale sia presa al livello
europeo perché l'immagine di questa costruzione non sia solamente quella di una
Europa di lavoratori. Io mi auguro, pertanto, che una iniziativa possa esprimersi
in questo senso.
Noi non abbiamo abbastanza insistito sul
fatto che la costruzione europea può avere
le esigenze di una crociata di solidarietà.
E' invece indispensabile mostrare che l'Europa può costituire un modello di civiliz·
zazione, un modello di società aperta verso
l'esterno ed in particolare verso il terzo
mondo».
Il discorso del ministro Duhamel mi sembra sostanzialmente esatto e pertanto pertinente mi pare anche la seconda domanda
sul tema europeo, con la quale ho chiesto
al responsabile della politica agraria francese, che è anche un uomo politico di avan.
guardia, di profondi sentimenti democra-
Per la commissione europea incoraggiare la collaborazione fra piccole e
medie imprese è U complemento indispensabile per la formazione di im·
prese di dimensioni lntemazionaU
La commissione europea ha adottato una
.;erie di misure tendenti a facilitare la col·
!aborazione tra le imprese del mercato comune.
Queste decisioni - come ha indicato in
una conferenza stampa Sassen, membro
dt>lla Commissione responsabile del settore
della concorrenza - rientrano nell'orienta·
.nento seguito da alcuni anni, che consiste
uel basare sempre di più la politica comu·
nitaria in questo settore non solo su criteri
giuridici, ma soprattutto su criteri economici. La commissione, ad esempio, auspica
da tempo l'abolizione degli ostacoli artifi·
ciali alla creazione di imprese di granai
dimensioni: ciò non significa però che consideri che la fusione e la concentrazione
siano le uniche risposte valide alle sfide
dell'economia moderna. Al contrario, essa
ritiene che una politica tendente ad incoraggiare la cooperazione fra piccole e me.
die imprese sia il complemento indispensa·
bile ùdl'azione in favore della formazione
di imprese di dimensioni internazionali.
La commissione europea ha cosl accet·
tato in diverse decisioni, appoggiandosi fra
l'altro sulla giurisprudenza della corte di
giustizia europea, il principio di non con·
siderarsi vietate le intese che pregiudicano
in modo insignificante il commercio fra
stati membri ed il libero gioco della con·
correnza. Il problema era evidentemente da
definire con sufficiente precisione quando
una intesa possa essere giudicata trascu·
rabile, e quindi lecita. L'esecutivo europeo
ha fatto ricorso a criteri quantitativi: una
intesa non pregiudica gli scambi e la concorrenza in modo incompatibile con il trat·
tato quando non interessa più del 5% del
mercato del prodotto considerato (nell'in·
sieme del mercato comune) e quando la
cifra d'affari totale delle imprese che partecipano all'accordo non supera i 15 mi·
lioni di dollari all'anno nel settore indu·
striate, ed i 20 milioni in quello commerciale.
L'autorizzazione automatica delle ''intese
minori" non è però apparsa sufficiente alla
commissione. Non debbono essere infatti
condannate alcune categorie di accordi che
pure superano i limiti indicati: si tratta de.
gli accordi che hanno come scopo la cooperazione, la normalizzazione, la ricerca, la
specializzazione, l'acquisto e la vendita in
comune. La commissione, con l'accordo del
consiglio dei ministri, dovrebbe essere autorizzata a concedere "esenzioni".
Sassen ha affermato che questa politica
"attiva" della concorrenza dovrebbe permettere alle piccole e medie imprese di
partecipare maggiormente al progresso economico, senza bisogno di fondersi tra loro o di lasciarsi assorbire dalle imprese
di maggiori dimensioni.
AH
EU
HA
UE
AH
EU
tici e liberali, il suo pensiero sulle elezioni
dirette del Parlamento europeo.
c Nel 1963- ho chiesto al sig. Dubamelgli agricoltori di sei paesi riuniti nel COPA
tennero a Strasburgo un'assemblea nell'emiciclo del parlamento europeo. Essi indirizzarono allora ai popoli dei paesi membri
della CEE un manifesto in favore dell'ele·
zione. diretta di una assemblea rappresentativa comunitaria. In que!Ja circostanza i
discorsi più appassionati furono pronunciati dal francese Delau e dall'italiano
Gaetani. L'attualità di tale questione è Sta·
ta sottolineata dagli accordi de!J'Aja, nel
dicembre scorso, ed anche dal Presidente
in carica del Parlamento europeo, Scelba.
Io le domando, sig. ministro, se lei çonsi·
dera che la linea tracciata dagli agricoltori su questo problema fondamentale nel
1963 è ancora da seguire "·
Il ministro ha così risposto: c Noi abbiamo avuto successivamente l'Europa dei
grandi utopisti, poi l'Europa dei grandi
amministratori, ora può cominciare l'Europa dei veri creatori.
Alla conferenza dell'Aja un nuovo slan·
cio è stato dato all'idea europea sul piano
politico. Questo nuovo slancio è al contempo un successo ma egualmente una testimonianza di fiducia.
Se l'Europa sembra oggi assai sicura di
se stessa, abbastanza esigente e fiduciosa
per accelerare il suo cammino, non bisogna dimenticare che l'elezione diretta di
un Parlamento europeo presuppone un mo-
HA
Per la
collaborazione
fra le imprese
UE
di creare una specie di ufficio comuni·
tario che consigli le piccole e medie im·
prese per favorirne la fusione o gli ac·
cordi di cooperazione.
Alla vigilia della riunione del consiglio
dei ministri che doveva prendere delle
decisioni (di pura procedura) per la prosecuzione degli studi in materia e per
la preparazione di qualche decisione
concreta, le camere di commercio e in·
dustrie tedesche hanno confermato in
pieno la posizione del loro governo, condannando come "dirigiste" le posizioni
contenute nel memorandum deila commissione e ripetendo quasi parola per
parola gli argomenti contenuti nella nota tedesca, che appare evidentemente
ispirata dagli ambienti economici che
accettano Brandt e Schìller, ma alla con,
dizione che in materia economica non
si allontanino dalle posizioni di Erhard.
E' cosa facilmente comprensibile perché
le imprese tedesche ritengono che, una
volta assicurato l' "ambiente" favorevole
e una equa concorrenza, la loro efficienza e produttività (e la "disciplina" dei
loro sindacati) consentirebbero di aver
partita vinta nei confronti aei concorrenti francesi, italiani o altri. Natura/.
mente questa filosofia richiederebbe di
aggravare gli squilibri interni e non a
caso l'Italia ha tenuto a far sapere che
una politica industriale che non favorisca un miglior equilibrio, e cioè che non
permetla il "decollo" delle zone fino ad
ora meno favorite, non sarebbe accet·
tata dall'Italia.
mento nel quale l'evoluzione politica l'avrà
resa necessaria. La comunità ha già una
commissione che prepara e che esegue; ha
un consiglio di ministri che decide e c'è
ugualmente un Parlamento che controlla
e che lo farà quanto prima di più.
Bisognerà che i poteri dell'assemblea giustifichino essi stessi una elezione diretta.
Per il momento questa elezione non avrebbe effettivamente che scarso significato"·
Infine il discorso è tornato a temi parti·
colari, anzi nazionali, il piano Vede!, del
quale ampiamente si è parlato sull'Informatore sin dal suo apparire.
In proposito ho chiesto al ministro: c Si
è molto parlato in Italia del "piano" Vede!
di ristrutturazione dell'agricoltura francese
per gli anni '80. Può darmi, sig. ministro,
una idea del punto di equilibrio che gli
sembra migliore tra la realtà politica e le
"buone intenzioni" dei tecnici e degli economisti?».
A questa domanda il ministro, che evidentemente considera la politica "l'arte del
possibile", ha, con molto coraggio, onestà
e sincerità, cosl risposto: c La commissione presieduta dal sig. Vede! ha redatto un
documento sull'avvenire a lungo termine
dell'agricoltura francese. Nelle sue conclusioni la commissione prevede una diminuzione delle superfici coltivate da 7 a 10
milioni di ettari. Parallelamente con que.
sta diminuzione di superfici, sempre secondo questa commissione, il numero de.
gli agricoltori dovrà subire una contrazione analoga e comparabile alla prima.
L'idea della sterilizzazione delle terre mi
sembra nefasta da un duplice punto di vi·
sta: da una parte essa significherà un ne.
cessarlo aumento dell'importazione, in particolare di alimenti per il bestiame che noi
dovremo pagare in divise estere; d'altra
parte vi è un quadro più vasto' nel quale
occorre collocare questo problema e sapere, anzitutto, se tutti i bisogni alimentari
nel mondo sono soddisfatti prima di ridurre la produzione per eliminare le eccedenze, relativamente modeste in rapporto
al volume totale di questa produzione.
Quanto alla diminuzione del numero de.
gli agricoltori, io debbo constatare che la
agricoltura è il settore che da molti anni
conosce la più forte "deflazione" in mate.
ria di manodopera e questo movimento è
un movimento naturale che va agevolato
come noi facciamo di già, accordando de.
gli aiuti a coloro che lasciano la terra; delle indennità alle persone anziane e procurando degli sbocchi per i giovani che si
spostano in altri settori.
Allora io sfido chiunque a dare delle cifre esatte su quella che sarà negli anni fu.
turi la popolazione agricola della Francia
e la superficie to.tale coltivata. In Francia,
moltissimi imprenditori agricoli sono tra
i 40 e i 55 anni, età nella quale si è ancora
attivi, ma in cui è difficile riconvertirsi professionalmente. E' per questo che il movimento che tende a ridurre la popolazione
agricola non dovrà essere accelerato brutalmente nei prossimi 15 anni.
E' solamente dopo il 1986 che al ringiovanimento della popolazione agricola farà
riscontro una riduzione importante del numero degli imprenditori "·
Ad un'altra domanda su specifici problemi vitivinicoli il ministro Duhamel ha
risposto in tennini tecnici che non mette
conto riferire in questa sede se non per
sottolineare che a giudizio del ministro ad
una prima fase concorrenziale tra le due
viticolture potrebbe succedere un'epoca di
utile collaborazione in vista dell'allargamento dell'area comunitaria, e quindi dei
consumi, ad altri paesi euro~i.
25
ziativa politica attraverso un moto largamente popolare, affermativo di una volontà unitaria, che non possa più essere delusa al vertice delle nazioni;
convinti di contribuire ad una grande e
storica conquista civile;
impegnano
tutti i Lions italiani a sentirsi ed a rendersi partecipi di questa civile battaglia
tra le più qualificanti nel progredire della
civiltà;
invitano
autorità, enti, associazioni a raccogliere
questo messaggio ed a tradurlo in iniziative operanti e concrete; e, in osservanza
al principio di servire la comunità nella
quale vivono,
!l decentramento
amministrativo
su Esso Rivista
Esce in questi Jiomi il numero spe..
ciale di "Esso Rivtsta" dedicato alle 3U·
tonomie locali c al decentramento amministrativo.
che venga istituita una giornata dedkata
alla unificazione dell'Europa, coincidente
con il 9 maggio, a celebrazione della dichiarazione di Schuman, atto di nascita
del processo di unificazione stessa;
e che al prossimo Forum europeo venga
avanzata richiesta che il problema dell'unità dt:II'Europa diventi tema permanente
dei Lions europei
Con queste sei monografie, che · abbracciano l'esperienza di decentramento amministrativo attraversata o auspicata in
Svizzera, Stati Uniti, Germania Federale,
Regno Unito, Francia e Italia, il numero
speciale tenta una sin tesi storico-concettuale delle autonomie locali come mezzo
per vivificare • quella diffusa partecipazione di base che sola può dare soltde
radici all'albero della democrazia, su scala nazionale oggi e su scala sovranazionale domani •.
EU
HA
Jacques Ferrìer, parlando della Svizzera,
rileva come la caratteristica principale
della confederazione elvetica sia l'equilibrio realizzato tra potere centrale e cantonale.
• Anche se la sfera del potere federale
si è venuta gradualmente estendendo · c
consolidando - nota Wollember& a proposito degli Stati Uniti - sono ancora
gli stati ad esercitare una in[luenza diffusa e prevalente sulla vita quotidiana
del cittadino americano •·
AH
l
Come nota Leo Wollember&. il tema
dei rapporti fra unità locali e governo
centrale si presenta da alcuni anni con
carallerizzazioni di rinnovamento e crescente allualità, specialmente nelle società democratiche dell 'Occidente dove le
interazioni tra potere locale e ootere centrale possono esplicarsi con notevole libertà data la natura aperta e pluralistica
di queste società.
UE
Entra 1n v1gore
il "piano
Mansholt,
l
AH
...
raccomandano
la costituzione di un comitato multidistrettuale con il compito permanente ài
promuovere iniziative lionistiche, anche a
carattere intereuropeo, intese a favorire
J'un!iicazione dell'Europa "·
HA
EU
La commissione europea ha iniziato le
discussioni sulle prime decisioni di applicazione del "piano Mansholt" per la riforma delle strutture agricole nella CEE. Secondo la commissione di Bruxelles, infatti,
il "piano" è stato già sufficientemente discusso perché si possa cominciare a tradurlo progressivamente in misure concretamente applicabili. Naturalmente, queste
disposizioni concrete terranno conto delle
osservazioni sul "piano Mansholt" formulate dai governi dei paesi interessati, dalle
organizzazioni agricole, ecc.
Certe decisioni già prese dal consiglio
dei "sei" in tale campo, o suggerite dalla
commissione, costituiscono praticamente
una prima applicazione di determinate parti del "piano Mansholt". Si tratta però di
iniziative isolate, e la commissione vuole
ora proporre un insieme organico di misure
che agiscano soprallutto in campo sociale.
La commissione suggerisce due categorie
di misure:
- le prime destinate ad aiutare coloro
che vogliono lasciare l'agricoltura;
- le seconde per coloro che restano nel
settore agricolo.
Intanto, nei giorni scorsi, Mansholt è
stato nuovamente oggetto di un attacco assai violento e polemico. Un senatore belga,
Gillet, nella discussione sul bilancio dell'a-
28
l problemi
del turismo
europeo
J ministri del turismo della CEE, riuniti per la prima volta a Val Duchesse, hanno deciso di sottoporre ai propri governi
il problema della creazione di un "meccanismo permanente" che permetta di alfrontare i problemi del settore di loro competenza.
Questo primo incontro non formale df!i
ministri del turismo era stato preparato
da esperti e funzionari del settore, che
stanno ora proseguendo i loro lavori per
fare un inventario dei problemi comuni ai
sei paesi della comunità. Un primo inven·
tario, dedicato innanzitutto ai problemi J;
riordinamento e di gestione, è stato esaminato a Val Duchesse. Esso proponeva scluz•oni per quel che riguarda:
- la difesa del patrimonio turistico
(uno studio comparato dei regimi applicati nei sei paesi dovrebbe permettere ,Ji
giungere ad un sistema di difesa valido
per l'insieme della comwtità);
- gli investimenti nel campo delle at..
trezzature turistiche (la sostituzione delle
frontiere nazionali con frontiere comunitarie dovrebbe permettere di adottare nuove regole in materia, soprattutto per quel
che riguarda l'investimento di capitali provenienti dai poteri pubblici);
- l'armonizzazione degli statuti professionali (bisognerà non solo tP.ndere all'armonizzazione dei diplomi, ma anche detenninare i bisogni sul piano comunitario, e
adeguarvi l'attrezzatura per la formazione
di personale);
- l'armonizzazione delle statistiche;
- l'armonizzazione dei periodi di vacanze.
UE
deliberano
Jacques Ferrier, Leo J. Wollemberg, Friedrich Lampe, Peter Nichols, Jacques Nobecourt e Alfonso Sterpellone firmano i sei articoli che costituiscono il numero speciale
di "Esso Rivista" dedicato alle regioni.
gricoltura nel suo paese, ba chiamato Mansholt un " megalomane imbevuto di cifre
e di idee chitfieriche "• ed ha affermato che
adottare il s'uo piano per l'agricoltura significherebbe "sacrificare impunemente milioni di uomini alla pianificazione "·
Friedrich Lampe rileva come l'attuazio·
ne dell'articolo 29 della costituzione del-
la Repubblica Federale Tedesca permetterà
una ristrutturazione dei llinder per generare entità territoriali più compatte, robuste ed efficienti.
In Inghilterra, intanto, regionalismo SÌ·
gnifica poco più che un tentativo di restituire alla prosperità certe zone industriali la cui economia - ricorda Peter Nichols - è andata declinando, o di far
giungere il benessere in zone che non lo
hanno mai conosciuto.
Il tema delle regioni non è attualmente all'ordine del &iomo in Francia.
Il governo francese ha rinviato al 1971
tutti gli studi, promettendo un ampio di·
battito parlamentare sull'argomento. Così
in sintesi Jacques Nobecourt sulla situazione del regionalismo francese.
La consultazione elettorale in Italia offre a Steroellone l'occasione per un ampio discorso che, prescindendo dalla po.
!emica ideologica, ricerca nelle tradizioni
amministrative ed economiche del nostro
paese i punti di convergenza sui quali il
decentramento amministrativo può mealio
esP.licare il suo valore come strumento di
sv1luppo. La prospettiva più concreta per
il regionalismo italiano !?are essere quella
economica, una volta rmssorbita la premessa, sostanzialmente negativa, della "rivoluzione dall'alto" che carallcrizzò le vicende risorgimentali. • La regione - affermò Luigi Einaudi - può legiferare meglio di quanto nossa il governo cen.tralc •.
La percentuale
di aran·cia
nelle bibite
La commtSSIOne europea ha preso posizione su un problema che ha provocato in
Italia discussioni e controversie, quello della quan tità percentuale di sugo di frutta
che dovrebbe essere contenuta nelle bibite
dissetanti analcoliche a base, appunto, di sughi di frutta. Una norma è stata infatti approvata qualche tempo fa per rendere obbligatoria una percentuale di autentico succo naturale non inferiore al 12% del liquido
totale, e questo nonostante ie proposte dei
HA
G. Lutte, C. Mattioli,
G. Proverbio, S. Sarti
ADOLESCENTI
D'EUROPA
Modelli
di comportamento
e valori
AH
EU
HA
5 . il capitale deve anch'esso essere multi·
nazionale.
Secondo lo stesso Maisonrouge, negli an·
ni futuri la vita delle imprese sarà con·
!rassegnata da quattro grandi caratteristi·
che:
a) la nascita di un'economia globale. le
società multinazionali, desiderose di essere
accettate nei vari paesi, introducono nuovi metodi di direzione. Quando esse di\'lm·
gono importanti, sono indotte a decentra·
li7.zare le direzioni;
b) i problemi sociali vengono in primo pia·
no. li dirigente internazionale che ha per·
corso numerose tappe prima di giungere al
vertice, ha imparato ad attribuire alle considerazioni umane tutto il va lore che deb·
bono averi!. D'altronde, l'interesse stesso
dd l'impresa multinazionale guiderà i suoi
impegni in campo sociale;
c) il desiderio dei giovani di essere ascoltati. L'industriale de\•e essere pronto a ac.:ettare il cambiamento e a comprendere
le motivazioni che spingono i giovani a chieoere certi cambiamenti;
d) lo sviluppo delle industrie conoscitive.
Queste industrie conoscitive sono nuove e
l'esperienza conta quindi meno che non le
conoscenze acquistate recentemente.
In conclusione, Maisonrouge ritiene che le
società mu ltinazionali hanno dimostrato
che quando si attribuiscono a uomini d~
diversi paesi obiettivi comuni, e metodi di
lavoro comuni, essi possono intendersi be·
nissimo. Esse hanno quindi dimostrato che
il federalismo può perfettamente riuscire.
EU
In questi ultimi tempi si $Ono moltipli·
cali gli incidenti stradali nei quali sono sta·
ti coinvolti autotreni od altri veicoli pcsanti adibiti al trasporto di merci pericolose, di liquidi particolarmcnt.: nocivi. Carichi interi di liquidi di que:.to genere sonc
stati sparsi lungo le strade e sovente hanno
concorso ad inquinare le acque o le terre
ed anche gli abitati. Finché questi incidenti
- che del resto in certi casi hanno dato
luogo a esplosioni catastrofiche - hanno
luogo in aperta campagna si può .:onside,
rare che i danni, per quanto gra\ i, siano
relativamente limitati. Ma quando essi avvengono 10 una agglomerazione uroana - c
il pel'icolo è immanente ad ogni minuto le conseguenze possono essere di una gra·
vità eccezionale. Un parlamentare europeo
ba interrogato la commissione europea per
sapere se, nell'azione e sulla base della responsabilità che le appartiene in materia di
trasporti su strada, essa non ritenga di in·
tervenire per imporre una regolamentazione
che vieti la traversata delle agglomerazioni
urbane da parte di veicoli che efrettuano i
trasporti in questione.
La commissione ha dato una risposta
piuttosto prudeme, giocando un po' a
scaricabarili con le altre organiz.zazioni competenti in materia di trasporto per strada
(come la commissione dei trasporti interni
della commissione economica di Ginevra
deii'ONU), e in sostanza suggerisce che l'in·
terdizione di ta.li trasporti sia decretata dalla
commissione suddetta àeii'ONU.
Un libro per accostare
e ascoltare
direttamente
gli adolescenti,
sapere
come si vedono
e come vedono gli altri,
in vista di un dialogo
che è possibile
stabilire per intenderli,
non per esaminarli
o per processarli.
UE
L'avvenire dell'economia europea e mondiale è affidato, secondo taluni, allo svi·
luppo di grandi imprese ":rans-nazionali",
che realizzeranno la produzione di massa,
la concentrazione della ricerca, gli scambi
senza· ostacoli da un paese all'altro, la di.
visione razionale del lavoro.
Uno dei grandi "patrons" di queste im·
prese trans·nazionali (che per ora si pos·
sono contare sulla punta delle dita di una
mano) è il francese Jacques Maisonrouge,
che è presidente della IBM Wor~d Trade
Corporation, organizzazione mondiale ema·
nante da una grandissima impresa america.
na, la IBM, che ha creato nel mondo una
densa rete di [iliali e associate. Secondo
Maisonrouge, i "criteri" in base ai quali si
può dire che un'impresa è "trans-nazionale"
sono i seguenti:
l - l'impresa deve operare in un gran
numero di paesi a stadi di sviluppo eco·
nomico differenti;
2 - l'impresa multinazionale (o trans-nazionale) ha varie filiali che sono società in·
dustriali complete;
3 - la direzione e lo stato maggiore di
queste filiali debbono cs~crc nazionali, cioè
app<trtenere allo stato do\'e la filiale è im·
piantata;
4 - la direzione centrale dell'impresa deve
essere multinazionale;
AH
Vietare in città
1 trasporti
di carichi
pericolosi
Il futuro
è delle imprese
trans- nazionali
UE
fabbricanti i quali sostengono che una percentuale cosi elevata diminuisce l'effetto dissetante della bibita. L'Italia è del resto il
paese nel quale la percentuale è più elevata
e taluni considerano che questo è perfettamente logico in un paese nel quale la
produzione di frutta è sovrabbondante e
la sua utilizzazione industriale indispensabile per smaltire la produzione. Taluni affermano infatti che il tenore elevato di sostanze originali costituisce un aspetto positivo dal punto di vista della qualità. In Germania per contro, la percentuale minima è
del 6%, e in Olanda del 6%, mentre in altri paesi non ci sono limiti fissati per legge (si ritiene che i prodotti troppo poveri
e quindi scadenti si eliminano automaticamente).
La comunità ritiene che queste differenze di regolamentazione ostacolino la libera
circolazione delle bevande prodotte all'interno della comunità, o importate dall'estero. Essa perciò ha proposto di adottare un
minimo obbligatorio eguale per tutti, e
cioè il 10%. Ne consegue che le bibite italiane potranno essere "allungate" rimanendo conformi alla legge. Quella della com·
missione non è per ora che una proposta
che verrà a suo tempo discussa in consiglio per divenire una "direttiva" obbligatoria per tutti.
1-
Pag. 187 - L. 1.800
zw
u
ffi..J
o
Quale persona
o personaggi stimate?
A chi vorreste assomigliare?
Inchiesta tra 32.000
ragazzi europei. Ministeri,
università, enti privati
di Francia, Belgio. Germania,
ltalìa. Olanda. Spagna
e Portogallo hanno fornito
aiuto e collaborazione.
Sono occorsi ;nesi per mettere
a punto Il questiooario:
un intero anno per applicarlo:
alcuni anni • per lavorare •
adeguatamente i dati
con apparecchiature elettroniche.
Per la prima volta
In un 'Inchiesta di questo genere,
sono stati applicati
procedimenti modernissimi
di analisi e hanno trovato
Impiego le teorie più avanzate
sulla psicologia dell'età
1 evolutiva e sulla motivazione.
Parte Prima
Modelli di comportamento
degli adolescenti d'Europa
Parte Seconda
Modelli di comportamento
degli adolescenti Italiani
Parte Terza
Un tentativo di sintesi
Per richiedere il libro:
compilare. ritagliare e spedire
In busta chiusa a:
SEI - Ufficio Pubblici!JI
CaMila Postale 470 (Centro)
10100 TORINO
Spett. SEI: Spediteml cootrassegno (più
spese postali) n.
copie de: ADO·
LESCENTI D'EUROPA
00000000
Cognome e Nome
Indirizzo
CAP
Città
Firma
EU/70
29
UE
AH
EU
HA
UE
AH
EU
HA
La Resistenza e le sue
A venticinque anni dalla Resistenza si avverte nel nostro paese che la democrazia è in pericolo soprattutto
battito ci si smarrisce nella molteplicità delle analisi e delle avvertenze moralistiche, negli scavi lucidi
30
UE
AH
EU
HA
UE
AH
EU
HA
responsabilità
l portlglanl acclamati dolio
popolulono mllanuo
di MANLIO
DI LALLA
sua legittimazione storica, ma quando si tratta di proporre delle terapie che tengano conto delte carenze del di·
p carichi di introspezione introversa, negli impeti oratori e pieni di effusione per le memorie del passato
31
EU
HA
Esigenza
di continuità
La caratteristica di questo duplice
atteggiamento politico, culturale e psicologico consiste nel fatto che le critiche al presente io nome dell'esigenza
di continuità, e l'attuale contestazione
che vuole rompere con tutto il passato
si richiamano entrambe ai valori del·
la Resistenza. Su questi valori vogliamo quindi discutere, e soprattutto sulla loro influenza sul presente, e sulla
misura del loro attuale fraintendimento.
Di solito, questi valori o sono stati
celebrati trionfalisticamente, con un indifferenziato richiamo al loro "alone
carismatico", come ci è parso di legge-
32
si. L'esigenza di rottura della Resistenza,
pur essendo giustificata provvidenziaJi.
sticamente secondo i canoni del distac·
co idealistico, era vista nel suo raeporto
negativo con il pensiero idealistico, e
non come equazione dinamica, di nuova
compenetrazione.
La posizione di Spirito, per la complessità delle sue esperienze culturali, è
particolare ma è al tempo stesso indicativa dell'orientamento di altri pensatori
che hanno visto nella Resistenza più
una complessità di nodi politici e culturali da sciogliere che non un'esperienza
compiuta politicamente f!' maturata come esigenza interiore. Da questo punto
di vista, il tema della Resistenza tradita
è una facile mitologia che può essere ·
accolta sentimentalmente ma non criticamente, mentre conviene sottolineare
con Giorgio Bocca la sua funzione storica di rivoluzione politica appena iniziata. (''Storia dell'Italia partigiana", Laterza, Bari 1966).
AH
UE
Eppure, l'eclettismo culturale del quindicenio post-bellico, che abbiamo sottolineato in un precedente saggio, causa
non secondaria dell'attuale ondata di nichilismo, ha le sue origini proprio nel
modo in cui è stata rivissuta la Resistenza da molte componenti della cultura italiana. Se si parla cosl spesso oggi
ai "errore della cultura" nella molteplicità delle sue direzioni, è nella tavola
dei valori da cui scaturì il salto di qualità del moto di liberazione che bisogna
ricercarne la genesi.
EU
La crtst
dell'idealismo
Non vi è dubbio che per capire lo
spirito della Resistenza a distanza di
tanti anni, parliamo naturalmente de:
suo spirito critico che non sempre in
quel momento era chiaro e non della
v11rictà degli appelli sentimentali, bisogna riferirsi alla crisi dell'idealismo che
in quel momento si dilatava sempre di
più e al modo problematico in cui tale
crisi era rivissuta nella ricerca di una
ragione storica che fosse più limpida di
quella del passato.
AH
A
HA
25 anni dalla Resisten1.a un senso sempre più profondo di in·
soddisfazione è alla base aella
vita pubblica in ltatia. Le in·
sufficienze vengono rilevate in ogni
campo sia da parte ai osservatori
attenti e rigorosi del nostro costume
etico-politico che da parte di incauti
e qualunquistici critici L'organizzazione statuale è messa sotto accusa nel·
le sue molteplici carenze, e il dibatti·
to politico-culturale si articola tra due
poli contrapposti: tra l'ondata nichilista
che tutto vuole distruggere senza aver
chiarito le sue premesse teoretiche e
morali, e un perdurante eclettismo combinatorio che si compiace delle proprie
ambigue aperture, senza preoccuparsi
molto di scavare nell'ambito delle sue
insufficienze. La conclusione di questo
clima di denuncia continua gC'nera uno
stato ansioso che finisce per moltiplicare
i fraintendimenti in tutti i campi dell:l,
vita politica e culturale italiana. Si avverte nel nostro paese che la democrazia
è in pericolo soprattutto nella sua legittimazione storica, ma quando si tratta
di proporre delle terapie che tengano
conto delle carenze del dibattito degli
ultimi venticinque anni ci si smarrisce nella molteplicità delle analisi e
delle avvertenze moralistiche, negli scavi lucidi ma carichi di introspezione
introversa, negli impeti oratori e pieni di effusione per le memorie de l
passato. Alle volte, l'esigenza della continuità, del raccordo tra i nessi del
presente e quelli del passato prevale,
e il richiamo alla meditazione e al rac.
coglimento rappresenta l'ultimo polo della logica. Il primo quaderno de "L'Europa" ci è sembrato rispondere a questa preoccupazione, anche se gli intenti
eclettici hanno fatto spesso capolino
negli interventi dei vari studiosi, sintomo inquietante della cultura liberai-democratica. Altre volte, invece, la catarsi punitiva, l'ansia della rottura ad ogni
costo, sembrano volersi sbarazzare di
tutto il passato, senza procedere a un
attento inventario del bene e del male,
che in misura maggiore o minore si
sono condizionati reciprocamente.
re nelle ultime rievocazioni comuniste
in occasione del venticinquennio del moto di liberazione, oppure sono stati ripensati più che altro come monito per
il presente e ancor più per i! futuro,
senza un'adeguata ricostruzione dei loro molteplici raccordi, della varietà dei
filoni politici e culturali che hanno giocato un loro ruolo nella Resistenza. Certamente, il richiamo alla loro essenza
unitaria è sembrato più utile come testimonianza e come inquieto avvertimento all'attuale crisi dei valori della
democrazia, che non uno scavo particolareggiato che, se non bene inteso
da menti scaltrite, potesse generare ulteriore confusione nell'attuale clima psicologico già cosi poco chiaro.
UE
Questo articolo di Manlio di La/la
uno scritto da meditare. Prima di
tutto ha il pregio di affrontare il
problema della Resistenza, al di fuori di vecchi conformismi e con un
raro coraggio intellettuale. L'Europa
ritornerà sull'argomento, perche certe valutazioni del di Lalla non ci
trovano del tutto consenzienti, e su
alcune altre ci sembra necessario un
ulteriore appro/ondimet~to.
~
Per Ugo Spirito il vuoto speculativo
che si faceva sentire proprio negli anni
finali del fascismo, in conseguenza della
crisi dell'idealismo, consigliava un mo·
mento di pausa, una tregua delle armi
della critica che dovesse durare per alcuni anni e che consentisse di guardare
a fondo nella nuova condizione problematica della cultura italiana. Alle domande impazienti dei giovani che piTr
prio in quel periodo storico diventavano
sempre più esasperate non era facile
dare una risposta, né erano consig.liabili
ricette taumaturgiche per l'avvenire in
un momento di perplessa meditazione come quello, ha aggiunto Spirito. Il risultato finale doveva essere, secondo tala
pensatore, il clima di violenta negazione
ideale che doveva investire la guerra e
il dopoguerra, quando la crisi dell'idealismo non solo non era giunta a saturazione in tutte le sue implicazioni, ma
non era stata rivissuta come un momento dialettico di ulteriori sbocchi positivi,
e sopraggiungeva dall'esterno per minare ogni tentativo di nuova elabora·
zio ne.
Secondo questa interpretazione del dibattito politico e culturale italiano il
momento interlocutorio della Resistenza
fu uno stato ansioso caratterizzato quin·
di da una febbrile ondata di negazione,
da un'ondata non chiarita compiutamente nelle sue motivazioni teoriche perché
rimasta nelle secche della cultura idealistica di cui non era in grado di liberar-
Vogliamo accentuare i rilievi critici di
due pensatori che, pur provenendo da
esperienze politiche e culturali diverse,
hanno discusso in modo problematico
la genesi ideale della Resistenza, vedendola come momento di chiarificazione
di tutto il successivo dibattito politico
e culturale del dopoguerra.
Indicativa a tale riguardo è la posizione di uno studioso antifascista che ha
svolto la sua esperienza nel contesto del
partito d'azione, di Guido Calogero. 11
polemica con Croce sull'esigenza di i..·
dividuare le garanzie della libertà, il
Calogero, sollecitato dal suo stimolo di
ricerca, invitava gli operawri culturali a
non esaurire il rapporto tra fascismoantifascismo nell'antitesi Croce-Gentile,
ma ad andare avanti nell'analisi dei nessi critici dell'idealismo, perché nel loro
complesso gioco di interdipendenza erano contenuti sia i risvolti positivi C"~e
le ambiguità dell'antifascismo.
Le implicazioni
dell'antifascismo
Una precisazione di tutte le implicazioni dell'antifascismo nei rapporti con la
cultura idealistica significava storicizzare
la Resistenza come momento dialettico
e di approccio di tutto il successivo dibattito politico e culturale. L'indicazione
di Calogero era chiara in tutta la sua
complessa testimonianza: i nodi della
cultura italiana del dopoguerra poteva·
no essere sciolti solo dopo aver ricostruito criticamente il passato del quale la
Resistenza era un momento necessario
ma fondamentalmente problematico. e
niente affatto conclusivo come esperienza politica e culturale.
Ancora una volta quindi era posto con
chiarezza il rapporto tra antifascismo,
Resistenza e cultura idealistica, però non
in forma di esaurimento speculativo di
certe esperienze politiche e culturali alla
maniera di Ugo Spirito, bens\ come approfondimento dinamico volto a dimostrare tutto il carattere problematico
della nostra cultura politica.
I nessi tra antifascismo e Resistenza
sono stati poi analizzati da un pensatore cattolico, da Augusto del Noce, da
uno studioso particolarmente permeabile per formazione culturale a espenienze
esistenziali che durante gli anni tra le
HA
Alcuni storici quaUficati di vecchia
estrazione azionista come il Valiani, }J
Lussu, e un sottile interprete delle nostre istituzioni come Piero Calamandrei
hanno sostenuto la tesi, peraltro condi·
visa da molta della nostra storiografia,
della sconfitta della Resistenza perché
progressivamente neutralizzata dallo spirito della restaurazione che avrebbe circolato nel dopoguerra con la complicità
del cattolico De Gasperi e del comunista
Tog)jatti.
•
Questa tesi ci sembra francamente
opinabile perché condizionata da quel·
lo spirito moratistico, da mistica punitiva ed escatologica, che circolò in molti qùadri dell'azionismo sia durante la
liberazione che nel dopoguerra. Aala
base di questo moralismo vi era senz'altro la polemica con Croce e la ricerca
di un liberalismo più riccamente artlicolato. n desiderio di rompere con la tradizione liberale, che era stata in qualche misura complice con il fascismo, fu
la chiave di volta di questo spirito di
tensione eccessiva, mentre la polemica
dinato della società italiana non ba mai
reso possibile un siffatto tentativo sia
perché, come ha osservato ancora Norberto Bobbio, gli intellettuali laici e
terzaforzisti hanno scambiato spesso i
loro imperativi etici" con le esigenze del·
la politica intesa come ord.inaria aromi·
nìstrazione, e poi in quanto il riformismo borghese a ventaglio del partito
comunista ha impedito sempre un'azione
su questo terreno.
UE
Il risultato di questa mancata collocazione strategica e dì un apporto omogeneo dei migliori quadri dell'azìonismo
ha portato a un irenismo culturale, al
desiderio eclettico di conciliare assunti
idealistici e spunti illuministici, a fermenti contraddittori nell'analizzare le
radici del potere, che banno informato
gli attuali partiti laici nel presente contesto politico. Sia i due partiti socialisti, che l'odierna versione lamalfiana
del partito repubblicano, sono depositari
di istanze vivaci ma non del tutto omogenee nell'analisi delle forze motrici del·
la società italiana, e quest'ambivalenza
continua della cultura politica dei partiti
laici è il prodotto del pluralismo ideologico degli azionisti che hanno dato il
tono a queste formazioni politiche. In·
dubbìamente la dimensione tardo-Ulumi·
nistica che vizia gran parte delle componenti dei partiti di democrazia laica
è il risultato della mancata chiarifica·
zione ideale del dibattito politico dalla
Resistenza ad oggi. Questa carenza di
omogeneità è andata fino a questo momento a tutto vantaggio del partito comunista j cui fraintendimenti dal movimento di liberazione fino ad oggi non sono stati meno notevoli.
AH
EU
HA
L'errore azionista del salto escatologi·
co consisteva nel pericolo dì rifiutare
tutto il passato senza averlo adeguatamente storicizzato, con un'ondata di negazione radicale che slgnificava la scon·
fessione pratica dell'indicazione metodologica di Guido Calogero sulla coscienza
critica del raccordo del passato. Questo
limite porterà a considerare la Resistenza come un'esperienza compiuta .sia
dal punto dì vista politico che da quello
culturale, come un'unità mistica che sa·
rebbe stata tradita in prosieguo di tempo. E considerando la particolare proiezione culturale dell'azionismo, era oatu·
rale che la Resistenza fosse considerata
in modo statico, e non come un momento dialettico sia pur operoso.
EU
Ci siamo dilungati sui rilievi critici
di questi tre significativi studiosi perché
essi hanno sottolineato, ciascuno da un
proprio punto di vista, il ruolo storico
necessariamente interlocutorno della Resistenza nel complesso dibattito della
cultura politica italiana, sullo sfondo
della crisi dell'idealismo. Nel contesto di
questa crisi, che prima di essere speculati.va si configurava come essenzialmen·
te poUtica, fu accentuato nella Resistenza sia il polo della continuità cùlturale
e de1la restaurazione politica, che l'altro
del salto di qualità, con i fraintendimenti che giocarono il loro ruolo negli schieramenti politici più significativi, da quello Uberale, al cattolico, e soprattutto poi
nel contesto azionista e comunista.
In quel tipo di polemica vi era un duplice errore che riguardava sia la posizione crociana di mera restaurazione
che quella di una proiezione dinamica.
la tesi crociana, legata alla personalissima posizione teoretica del filosofo, nel
considerare il fascismo come una parentesi, e nel richiamo al perduto clima
di a.ffetti della democrazia prefascista,
sottovalutava tutti i fermenti fortemente organicistici che circolavano nel primo
dopoguerra e che avevano minato con
facilità una fragile democrazia sempre
più atomistica e progressivamente priva
di centro di gravità. Dì quei fermenti,
e dì quella lezione che derivasse da un
rinnovato e articolato liberalismo, Croce era stato uno dei maestri, coadiuvato
da Mosca, da Pareto, da Salvemini, e da
altri interpreti di quel clima. Era im·
possibile quindi un ritorno allo spirito
di quella restaurazione perché, bene o
male, era stato sconfitto dai tempi, e
Croce era stato nel passato un clinico
molto sagace di quell'esigenza dì superamento. Come si spiega quindi il grosso
equivoco crociano? Sì spiega con il fat·
to che, nel recuperare gli assunti sìnte·
tici del tiberalismo durante il periodo
fascista, Croce finisse per elogiarne i
risvolti positivi ma anche le scorie, compiendo d'altra parte un'operazione di
motivazione culturale che egli negava ai
propri avversari in virtù della separa·
zione tra teoria e pratica, come sottoli·
neerà acutamente Norberto Bobbio. Nel·
l'ambito di quel recupero Croce finiva
per richiamarsi indiscriminatamente a
tutto il passato di cui in parte era stato
critico aperto.
UE
Il ruolo storico
della Resistenza
con il pensatore napoletano si articolava
sul salto di qualità che avrebbe dovuto
imprimere una svolta alla dt:.mocrazìa
post-fascista, là dove il Croce voleva il
ritorno alla democrazia prefascista.
AH
due guerre si inserirono come apporto
costruttivo neUa complessa crisi dell'idealismo. Nell'esaurimento dello slancio
creativo della filosofia idealistica e nel
recupero di certi sottintesi illuministici
considerati come esigenza di rottura integrale con il passato il del Noce indi·
viduava il momento centrale di elabora·
zione del pensiero della Resistenza in
polemica con il carattere romantico dell'antifascismo. In altri termini, il del
Noce si è avvicinato alla tesi dì Spì.
rito sull'ondata dì negazione escatologica
che avrebbe caratterizzato la Resistenza,
come ulteriore sviluppo dialettico del
moderno gnosticismo. E' evidente anche
in tale critica l'indicazione dì del Noce:
l'esigenza cioè di recuperare il momento
della continuità del dibattito politico
e culturale italiano, decantando lo slan·
cio di rottura contrabbandato come spi·
rito di modernità, con una ricostruzione
a ritroso della storia del nostro paese
in ·cui siano finalmente indivìduabili
dei punti fermi. La piattaforma culturale
su cui bisogna muoversi per del Noce
consiste nel recupero della tradiZ:ione
rosminiana e giobertiana collegata con
quel filone dell'idealismo gentiliano che
per la sua esigenza di sistematicità e di
unità dello spirito valorizzava tutta la
tradizione cattolico-liberale e influiva sul
pensiero dei migliori quadri del primo
antifascismo, sul pensiero dei Gobetti
e dei Gramsci.
le esigenze
del riformismo borghese
Come ha osservato Gabriele de Rosa
("l partiti politici dopo la Resistenza ·
Dieci anni dopo", Laterza, Bari, 1955),
il partito d'azione finiva per esaurire in
essa, nel suo scatto, ogni fermento, e accusava di abdicazione al suo spirito le
altre formazioni che si fossero poste sul
terreno dell'elaborazione di una rinnovata statua.lità.
D'altra parte, lungo l'arco della cultura post-bellica, gli intellettuaU del partito d'azione ·h anno cercato invano dì
dar vita a una terza forza laica, che
mediasse le esigenze di un riformismo
borghese. Il contesto tumultuoso e disor-
Il momento
della rottura
Nel complesso dibattito culturale di
tale partito sulla Resistenza l'esigenza
della continuità e H momento della rottura hanno giocato un ruolo del pari
determinante. E tale ruolo è stato in
gran parte frainteso dalle giovani generazioni che all'avvento della liberazione
parteciparono. L'appello comunista alla
Resistenza fu inteso indubbiamente nel
suo slancio sentimentale, ma la consapevolezza critica anche dei giovani più
maturi come Vittorini, Giaime Pintor,
Eugenio Curie! non sintetizzò mai la
complessità delle aperture comuniste durante la Resistenza. Fino a che punto,
ad esempio, l'illuminismo di Pintor,
stanco degli orpelli retorici delle scorìe
del peggior idealismo, fu in grado di
rivivere tutta la vastità della condizione
problematica della cultura ita.liana in
quel tempo che il partito comunista cer·
cava di condizionare a fini operativi?
E proprio la breve ma intensa vicenda
del "Politecnico" di Vittorinì con il suo
invito a voltare le spalle alla vecchia
cultura incapace di evitare la tragedia
dell'umanità, con il suo attacco alle
implicazioni politiche dell'ideaUsmo in
nome dì un sano operazionìsmo, e con
il richiamo irenìco e indifferenziato a
quanti, idealisti in crisi, cattolici insod·
disfatti, pragmatisti volessero approdare
ad un nuovo corso, rivelava il suo vero
limite: quello della mancata storicizza·
zione del dibattito .ideale che nelle sue
aperture pluralistiche era confluito nella
Resistenza. "H Politecnico" rappresentò
forse l'esperienza più significativa del
mancat.o raccordo, nel vasto contesto
33
Il sottofondo
ribelli stico e anarchico
HA
EU
In che misura, negli ultimi tempi,
l'equilibrio complesso nel contesto comunista si è rotto a vantaggio degli
slanci iconoclasti? Certamente non è
facile dosare il grado di intensità dei
nuovi orientamenti né valutare la svolta
che con il tempo determineranno. Solo
possiamo dire che tutto il sottofondo
ribellistico e anarchico che dalla Resistenza in poi è stato come ovattato ten·
de ad uscire fuori come risultato di una
vistosa disgregazione culturale. Il par·
tito comunista sta pagando la taglia
del suo riformismo poco rigoroso, di un
riformismo che nella Resistenza aveva
trovato il suo alibi ma che ora sarà
chiamato gradualmente alla resa dei
conti.
Oggi, a distanza di venticinque anni
da quei nodi drammatici e tormentati
della storia d'Italia, nel bilancio che tentiamo di fare di un quarto di secolo
operoso e lacerato al tempo stesso, non
possiamo non sottolineare l'insufficien·
za della politica riformatrice come prodotto della mancata chiarificazione del
dibattito ideale dalla Resistenza ad oggi.
Certamente le responsabilità circolano
ampiamente in tutte le componenti del·
la cultura italiana, ed è perfettamente
inutile, criticamente nocivo, anche se dal
34
FUTURIBILI
Rivista di esplorazione e studio
dei futuri possibili . Via XX Set·
tembre, l • 00187 ROMA . Te!. 478.625487..'i53-481.759 • Direttore responsabile:
PIETRO FERRARO
« Il sottosviluppo come mentalità
si verifica quando le basilari esi·
genze umane vengono formulate
come domande di particolari prodotti progettati per una cultura
del benessere. Il sottosviluppo in
questo senso rappresenta un ri·
sultato estremo di quello che, nel
linguaggio sia di Marx che di
Freud, si chiama Verdinglichung
o reificazione ». Questa la tesi
centrale dello studio di Ivan IJ.
lich che, insieme a Mario Losano, Umberto Gori, Gian Piero
Jacobelli, Giorgio Cardona, si occupa di alcuni problemi dei paesi
in via di sviluppo nel n. 20...21 di
FUTURIBILI, che si apre con articoli di
UE
Quello che però non si può condividere è la pericolosa dimensione men·
tale, oggi di moda più che mai, di ritenersi gli unici depositari dello spirito
della Resistenza, e quindi come tali, ga·
ranti dello sviluppo democratico, da
J?arte dei vari pulpiti culturali che am·
manniscono paternalisticamente lezioni.
Se l'invettiva del passato è stata abbandonata, circola però l'aristocratico di·
sprezzo delle congreghe che si ritengono
autosufficienti dal punto di vista culturale. E' questa la più pericolosa forma
per continuare ad alimentare l'odierno
eclettismo culturale e la conseguenza
deleteria dell'attuale ondata di nichilismo.
AH
Linguaggio politico
e contrapposizione frontale
HA
EU
Così, nell'arco della cultura liberal~e­
mocratica che pure è stata responsabile
nel passato di vistose fratture, ci si attarda spesso in un linguaggio democraticistico e nominalistico, e l'esigenza di
scavo viene messa il più delle volte da · ·
parte, oppure si seguono stanchi trae·
ciati culturali. Per converso,. si guarda
con un sorriso di sufficienza a tutte
quelle 'esperienze che, pur cosl ·ricche
di carenze, non rientrano nel quadro politico e culturale del vecchio paternali·
smo !egalitario. Accade cosl che il lin·
guaggio politico assume spesso la dimensione della cont.-apposizione frontale.
Da parte poi di quella generazione che
ha scontato le proprie esperienze nella
Resistenza comunista e di alcuni epigoni
del vecchio cattolicesimo dossettiano un'eredità quest'ultima tutta da verificare aHa luce dei nuovi risvolti della
sinistra cattolica - si guarda alla componente liberal~emocratica della cultura italiana con il distacco gelido e con
il rimprovero palese di chi crede alle
sue lontane complicità, senza alcun ten·
tativo di chiarificazione critica, e seguendo se mai i vecchi modelli polemici
che ben poco hanno da dire. Il dibattito politico in tal modo si inaridisce
nelle vecchie secche schematiche, aJi.
mentando sempre nuove incomprensioni
foriere del passato come del presente
eclettismo ideale.
AH
Ai giovani intellettuali delusi delle esperienze idealistiche, esistenzialiste, alla ri·
cerca di un'esigenza illuminista di nuovi
sbocchi positivi, con tante domande da
fare e con nessuna risposta da parte
dei vecchi protagonisti del dibattito cul·
turale, come ha sottolineato Ugo Spiri·
to, i comunisti proposero la piattaforma
vasta, dall'incerta latitudine del partito
di tipo nuovo. Nella sua piattaforma
mobile conflui molta della esperienza
idealistica in rotta, con le sue aperture
pluralistiche e con una dimensione sem·
pre più problematica, con sottintesi di
restaurazione culturale e di sbocchi
nuovi al tempo stesso, e tutta la varietà
delle posizioni ribelli e insofferenti del
passato. In questo contesto locande·
scente la ricerca dell'omogeneità cultu·
rate ebbe scarso rilievo, mentre uno storicismo formalistico la mimetizzava, e
un nuovo e seducente eclettismo dottri- ·
naie veniva alimentato nel dopoguerra.
Con tale pluralismo, controllato solo nei
suoi rapporti esterni e meccanici, il
partito comunista ha innestato sull'asse
classista larghe convergenze con molti
quadri della borghesia intellettuale, ponendo cosl le basi di un discorso a ventaglio lungo l'arco di tutto il dibattito
culturale del dopoguerra. In tale discorso il momento storicista della continuità
con 11 passato finiva per avere la meglio, come erede di parte degli assunti
liberali, mentre le esigenze di rottura sono rimaste per molto tempo sullo sfondo. Non per nulla un giovane e acuto
studioso, Asor Rosa, accusava qualche
anno fa, con un saggio in quel momen·
to esplosivo ("Scrittori e popolo", Samonà e Savelli, Roma, 1966), tutto il dibat·
tito culturale comunista come un'analisi
di retroguardia, diretta a sostenere una
società caratterizzata da Ul)O sviluppo
capitalistico attardato.
punto di vista retorico ancora di qual·
che efficacia, isolare singoli aspetti del
dibattito culturale, ritenendoli responsaooli delle presenti e delle passate insufficienze. Da questo punto di vista, l'atmosfera da linciaggio morale del periodo
post·liberatorio è da ritenersi superata.
UE
marxista, della spinta sentita della rottu·
ra e delle esigenze della continuità.
Infine i giovanissimi ostentano la loro
esigenza di rottura come candanna inappellabile di tutto un mondo, liberai-bar·
gbese e paleo<:Omunista, e non riescono a comprendere che pagheranno anch'essi presto lo scotto dell'attuale on·
data di incomprensione e di diffidenza,
se non alimenteranno una necessità dj
scavo con nuovi moduli interpretativi,
ma nell'ambito di un apporto costrut·
tivo.
Io conclusione, la dimensione distaccata, da torre d'avorio, è oggi la più
pericolosa 'J)er consolidare l'attuale fase
di ristagno del dibattito culturale e di
immobilismo di quello politico. Ed è una
dimensione atavica, difficile da sconfig·
gere, che ha investito le generazioni del·
la Resistenza come quelle di oggi.
IRENE TAVISS
Futurologia e problemi dei
valori
NORMAN ALCOCK
Rapporto tra voti e potere
alle Nazioni Unite
BERNARDO ROSSI DORIA
I problemi insoluti dell'urbanistica e le regioni
Nel numero, oltre alle consuete
rubriche, appaiono articoli di
TULLIO BULGARELLI
Dall'homo faber all'homo sapiens: la libertà ascendente
FRANCO CRESPI
Evoluzione della famiglia ed
etica sessuale nella società
di domani
Per soddisfare le numerose richieste
pervenuteci è stato ristampato il nu·
mero 15 di FUTURIBILI, dedicato al
problema dell'Università.
Abbonamenti: L. 8.000 (Italia) · Lire
11.000 (Estero) . Pre7.zo di un fa.
scicolo; L. 1.000 . Un fascicolo arretcato: L. 1.200 • Versamenti in c/c
postale n. 1/9530 jntestato a EDITRICE FUTURIBILI S.r.l. . Via XX Settembre, l · 00187 ROMA o con
assegno bancario
In vendita
nelle principali librerie
Un'ipotesi da verificare
"COME"
VENNE
IL
FASCISMO?
una frequenza mai conosciuta, in cui tutti
gli aspetti della vita politica avevano, per
cosl dire, un "più" rispetto al passato, c'erano forse molte condizioni per una articolazione democratica più vivace e moderna,
per un vigoroso svecchiamento della società, ma anche i segni premonitori di possibili svolte, non meno "rivoluzionarie", che
avrebbero potuto avviare la crisi verso impreviste soluzioni di segno opposto.
In questo clima, si colloca un'iniziativa
che doveva far parlare lungamente di sé
e che raggiunge il suo culmine nell'aprile
del 1919, quando partito repubblicano e
unione socialista italiana lanciano un manifesto con la richiesta di un'assemblea nazionale costituente con pieni poteri per fissare le nuove forme di rappresentanza del
paese, assemblea che dovrà subito nominare un governo provvisorio che reggerà lo
stato sino all'applicazione del nuovo statuto.
Una rivendicazione
tutt'altro che nuova
UE
di Lucio Cecchini
Uno dei più acuti studiosi di storia contemporanea osservava qualche anno fa che
se la vastissima produzione sull'argomento
aveva ormai chiarito il "perché" del fascismo in Italia, restava tuttavia da indagare largamente il "come" dell'avvento
del fascismo al potere. E' un interrogativo
di interesse forse non soltanto storico, che
può coinvolgere anche problemi e prospettive attuali, nella misura in cui sia legittimo far discendere la risposta da un approfondimento della strategia della sinistra italiana, in un periodo di grande travaglio, ma anche di speranze per i partiti
e i movimenti della tradizione democratica
e socialista.
La storiografia è praticamente concorde
nell'affermare che il primo dopoguerra si
apriva all'insegna di trascinanti e suggestive prospettive di rinnovamento della vita
italiana, nel delinearsi di quella che Angelo Tasca definisce c la rivoluzione democratica del 1919 "· Non siamo ancora
quindi alla salveminiana • nevrastenia del
dopoguerra "· anche se il fenomeno denunciato dallo storico pugliese aveva radici assai lontane.
Siamo, al contrario, di fronte a un'esplosione di fervore, cosl difficilmente contenibile da coinvolgere persino compassati
uomini di governo, da Orlando a Salandra. A quest'ultimo dobbiamo una delle più
infuocate affermazioni: • Grandi, ardite riforme occorrono, e occorre soprattutto che
le rappresentanze supreme della nazione
non possano essere più manipolate in una
vecchia casa, dove si accumulavano antiche
e nuove simonie, ma debbano uscire ringagliardite, rinvigorite, vigorose, ringiovanite
dai liberi dibattiti di un popolo libero •·
Laddove - a onor del vero - è sottinteso
un chiaro intento antiparlamentare a scopi
di pura e semplice reazione, ma espresso
con un linguaggio non dissimile da quello
dei partiti di sinistra. E, in effetti, uno
degli aspetti più singolari e indicativi dell'Italia di questo periodo è l'incrociarsi
delle posizioni più varie nella comune insofferenza per il sistema.
HA
EU
AH
UE
HA
EU
AH
Era una rivendicazione 'tutt'altro che nuova, anzi spesso ricorrente dal Risorgimento
in poi nella propaganda del movimento mazziniano. Finché anche questa richiesta aveva fatto un po' la fine di tante altre collegate alla parte democratica risorgimentale. Propria di una piccola minoranza, che
ancorata con disperata risoluzione alla pregiudiziale istituzionale, aveva problemi di
sopravvivenza addirittura drammatici, era
vissuta, come la minoranza repubblicana, in
assoluta solitudine, ai margini della vita politica del paese, a cavallo tra la legalità e
la velleità cospirativa. fino a diventare
un elemento del rituale provinciale, paesano, del rivoluzionarismo italiano, un po' come gli alberi della libertà ed altre manifestazioni folkloristiche, in uso nei territori degli ex stati pontifici. Un fatto, per
intenderei, romagnolo e marcbigiano.
Di tutto, quindi, si può parlare in proposito, tranne, come fa qualche autore, di
una diffusa "mistica" della costituente. Se
di una mistica si tratta, è cosa limitata
a movimenti estremamente minoritari e ab« Spirito aggressivo
bastanza marginali.
e visione catastrofica "
Ma nel primo dopoguerra, ecco che questa
rivendicazione esce dal completo isolamento
E' vero, si poteva chiedere a Salandra e e comincia ad entrare nel linguaggio corai suoi amici se si sentissero in coscienza rente, sembra poter convogliare· e riassudel tutto estranei alle siinonie di cui di- mere in sé quell'ansia di rinnovamento, quel
scorrevano, ma, nell'atmosfera incandescen- sussulto di insofferenza contro le angustie
te dell'epoca, era molto più facile stimola- del sistema che attraversa il paese. Fanno
re l'immaginazione (.OD variopinte coloriture propria la lotta per la costitu~nte demodi toni, che fare appello alla difficile ri- cratica l'unione italiana del lavoro, il partito radicale, varie frazioni liberali, ~a
flessione.
massoneria, l'associazione degli ex combatSe questo era il linguaggio della classe
tenti, la confederazione generale del lavodirigente, i socialisti, dal canto loro, affron- ro e, per finire, lo stesso congresso fascitavano - per dirla con Pietro Nenni - i
problemi sociali creati dal dopoguerra c con sta.
Come si vede, un arco assai ampio di forspirito aggressivo e guidati da una visione
catastrofica "· Ma non era, a ben guardare, ze e d'opinione, probabilmente tale da assialtrettanto catastrofica la posizione di Sa- curare consistenza ad una indicazione che
landra, che pure, con le variazioni che la per il modo in cui si poneva appariva obietmolta acqua passata sotto i ponti compor- tivamente nuova.
A questo punto, si pone il problema del
tava, sembrava riproporre una sorta di
complesso mondo socialista, il cui atteggiasonniniano • torniamo allo statuto? "·
mento era naturalmente condizionante per
La situazione italiana del dopoguerra po
ogni battaglia di sinistra.
teva avere gli sbocchi più vari e imprevediIn proposito, ci limitiamo a rìcordare albili, ma - e in tutti era maturata questa
convinzione - sarebbe stata una situazione cune testimonìanze che ci paiono particocomunque "rivoluzionaria", che escludeva, larmente significative.
Claudio Treves si pronuncia in favore deltra le pochissime cose che si potessero esclu.
dere, un ritorno alle condizioni del periodo la costituente, polemizzando con la persoprebellico. In questo crogiolo, in cui i motti nalità più prestigiosa della corrente rifare le 'parole d'ordine, forgiati secondo la nuo- mista, Filippo Turati,. che, forse non dimenva abitudine militare, si diffondevano con tico di ormai antiche polemiche con Arcan-
Che cosa c'era di vaiido nella spinta,
che veniva da più parti, per una
Costituente? Di fronte alla crisi dello
Stato mancò una soluzione di
ricambio che non fosse la rivoluzione
di tipo sovietico o il fascismo
35
Una battaglia aperta, che discutesse i valori storici della monarchia e di casa Savoia, che si proponesse una articolazione
dal basso, sarebbe forse stata la prospettiva democratica capace di creare nuove
solidarietà attorno alla classe operaia, capace di saldare il proletariato ai ceti medi
più aperti e protesi verso soluz.ion.i di rinnovamento.
In effetti, il mito della rivoluzione d'ottobre opera sulla maggioranza massimalista
in modo analogo al mito della rivoluzione
deU'89 sui democratici francesi dell'età della
Restaurazione, quando sembrava impossibile
stabilire una direttrice e una linea di continuità democratica intorno alla quale mobilitare energie e coscienze, perché la lotta
di titani della "Grande" rivoluzione rendeva tutto il resto cosa degna di pigmei.
Cosl, nell'Italia del pri!Jl.P dopoguerra, ogni
prospettiva di conquista democratica è
nulla, nell'aspettazione messianica della. rivoluzione russa.
E' la tesi di Pietro Nenni, che conclude
con amarezza l'analisi sopra ricordata: • A
ragion veduta si può dire oggi che fu
una vera sciagura non prevalesse questo
programma, e non solo perché esso avrebbe offerto una base d'agitazione di quasi
certo successo, ma anche perché esso poneva realisticamente (c per la prima volta
da parte socialista), il problema di una
vera democrazia politica "·
Lo stesso Gramsci, pur senza giungere
a conseguenze cosl esplicite, approfondisce
il problema, dicendosi convinto che le elezioni del 1919 ebbero per il popolo un carattere di costituente, sebbene non l'abbiano avuto per nessun partito. E aggiunge:
• In questo distacco fra il popolo e i partiti, è consistito il dramma storico del 1919•.
AH
EU
HA
Il singolare intrecciarsi
delle posizioni socialiste
Ecco l'intrecciarsi singolare .deJJ.e.4ue posizioni socialiste, contraddistinte - ci pare dalla stessa carenza. Eversivi gli uni, interni al sistema gli altri, ma insieme nell'ignorare larga parte dei problemi politici,
e non solo politici, che in "Italia" condizionano una trasformazione della società.
C'è una grande considerazione delle questioni economiche, ma, quanto alle strutture politiche, giuridiche, amministrative
dello stato nell'ambito delle quali si opera,
sembra che esse debbano crollare, nell'una
impostazione e nell'altra, cosl per forza delle cose o per grazia di Dio, attraverso un
sussulto rivoluzionario di cui non si prova nemmeno a tracciare in concreto le
linee e il disegno, o attraverso qualche conquista di carattere economico o un raffor36
via della lotta per lo sviluppo cor1Sei~eJ1tet
della democrazia senza la quale
lotta concreta per il socialismo».
Lelio Basso, per il quale • di fronte
crisi del vecchlo stato, incapace di contenere questa nuova spinta e di attuare le
necessarie trasformazioni, mancò purtroppo una soluzione di ricambio che non fosse
la rivoluzione di tipo sovietico o il fascismo». A proposito di responsabilità del
movimento operaio, il Basso scrive che questa • consiste soprattutto nell'incapacità
che esso allora dimostrò di offrire agli
italiani delle soluzioni nuove e democratiche, delle soluzioni che potessero rappresentare un superamento del vecchio ordine
liberale e potessero incanalare l'immenso
malcontento che la guerra aveva lasciato
dietro di sé c che non riguardava soltanto
gli operai e i contadini ma anche il ceto
medio •.
Questo uno dei problemi che può aiutarci a rispondere all'interrogativo del "come"
della conquista fascista che ci ponevamo
all'inizio. Per quanto ci riguarda, le consid<>
razioni che precedono sono appena abbozzate e tutte da verificare. Tuttavia, la questione posta ci appare legittima e forse giusti·
fica un ulteriore sforzo di meditazione da
parte di una storiografia che tende a sorvolare su numerosi aspetti non secondari.
Da questo punto di vista, la storia è ancora quasi tutta da scrivere, e comporta
numerosi ripensamenti su vicende e orientamenti del primo dopoguerra, sul significato dell'interventismo democratico, troppo
spesso identificato abbastanza gratuitamente con quello di tipo nazionalista, sulla
presenza nella politica italiana delle correnti democratiche di derivazione risondmentale.
UE
AH
Aspettazione messianica
della rivoluzione russa
UE
Questa posizione del partito socialista è
tale da confinare ancora una volta una
prospettiva di avan.zarnento democratico tra
le illusioni perdute di piccoli gruppi.
In proposito, c'è un appassionato giudizio
di Pietro Nenni, che riproduciamo ampiamente: • La prima volta che il partito si
trovò ad affrontare i problemi politici del
dopoguerra fu nel dicembre del 1918. Allora la direzione discusse largamente la questione della costituente. Fu questa parola
d'ordine monopolio di qualche partito? Chi
ha vissuto l'atmosfera di quei mesi febbrili in cui la gioia per la pace si mischiava a un fondo di insoddisfazione per le
condizioni sociali e politiche del paese, in
cui sentimenti opposti confluivano in una
esaltazione quasi mistica dei diritti dei
combattenti; chi ricorda il primo affluire
delle truppe di linea verso le basi territoriali ed il loro primo contatto con il paese,
risponderà negativamente a questa domanda. Si può dire che non ci fu rlunione o
comizio, corteo o fiaccolata in cui non si
parlasse di costituente. E via via la parola
passava attraverso i reparti, si stampava
nel cervello dei reduci. Ognuno le dava il
significato che voleva, ed il valore che voleva. Era tutto ed era nulla, o meglio, poteva essere tutto e non fu nulla. La direzione del partito non volle saperne, né allora
né più tardi, già sopraffatta dal mito russo, presa e conquisa da una visione totalitaria di rivoluzione sociale, decisa ad ispirarsi all'esempio russo, ma mancante della
"souplesse" che era stata la caratteristica
dei bolscevichi, troppo proclive nel trascurare le fondamentali differenze fra l'attrezzatura politico-economica della Russia
e quella del nostro paese ».
EU
Nettamente contraria, invece, la frazione
maggioritaria del socialismo italiano, che
contrappone alla costituente la repubblica
dei soviet e la dittatura del proletariato.
zamento del potere contrattuale della classe operaia nelle controversie di lavoro. Non
c'è nessun approfondimento della funzione
della monarchia nella storia italiana, problema che non è puramente di facciata,
secondo un'espressione abbastanza nota di
Turati, ma che significa anche una certa
classe dirigente al potere, certe forze sociali predominanti, un certo tipo di rapporti e di lotta politica. Del pari, non c'è
nessun approfondimento rispetto a quel.formidabile strumento degli stati modero\ che
è lo strumento amministrativo, nessun richiamo alla posizione storica della democrazia italiana nella sua r ivendicazione autonomistica.
Non a caso, il partito comunista, nel secondo dopoguerra si farà portatore di queste esigenze, incentrerà sulle autonomie locali, ad esempio, sull'affennazione di alcune
garanzie costituzionali, larga parte della sua
strategia. E lo farà con profonda conoscenza della realtà del paese.
I cardini di un sistema chiuso, asfittico,
come quello italiano degli anni venti, non
si fanno saltare facendo balenare ogni giorno "l'ora X" della rivoluzione proletaria,
che peraltro è sempre rinviata a miglior
tempo ed occasione, ma colpendo alla radice le strozzature storiche.
HA
gelo Ghisleri, ribadisce su Critica Sociale
il suo no (• Dobbiamo volere la costituente?
Domando la parola per fatto personale »).
Su una posizione intennedia si pone Zi·
bordi, abbastanza vicino· alle impostazioni
delle correnti democratiche, ma soprattutto
preoccupato di una politica di inserimento
graduale nel sistema, con graduali conquiste
per le classi lavoratrici. Questo dibattito
tra rifonnisti sembra accreditare abbastanza la tesi di Tasca, secondo cui l'adesione
alla lotta per la costituente era strumentale
rispetto alla polemica con i massimalisti,
ma non tale da frenare il processo verso
una collaborazione con Giolitti, che appa·
riva come una meta a distanza ravvicinata.
In sede di giudizio politico, possiamo ricordare, tr!l gli altri, Ruggero Grieco: • Un
movimento per l'assemblea costituente diretto dalla classe operaia avrebbe unificato
le masse popolari intorno ai problemi del
presente e dell'avvenire », e anoora: • La
lotta per la costituente si collocava sulla
LA CULTURA
ROMENA
FRA EST
E OVEST
stirpe tracica, che ha avuto la propria culla
fra i Carpazi e il Danubio, a quella dei Daci
oppure dei Geti. Si tratta prima di tutto di
una giustizia storica che ora viene resa ad
uno dei popoli più insignì esistiti nell'antichità accanto ai greci e ai romani, il quale
finora è stato quasi ignorato daJJa vecchia
boria latinista degli scienziati romeni.
Ma non solo questi clementi lontani di
permanenza culturale del popolo romeno
vengono portati alla luce e tenuti presenti.
Passando sul piano dello sviluppo storico
ulteriore della civiltà, è oggetto di particolare attenzione la grande componente bi·
zantina della nostra cultura, che ha determinato le forme dell'arte pittorica e architettonica colta, tanto originali e tanto interessanti. Si arriva poi fino a dei precedenti,
molto vicini, della nostra ideologia sociale
e politica, come quelli del movimento rivoluzionario del f848. Questo movimento, ben·
ché ispirato al secolo ew·opeo del "risveglio delle nazionalità", assunse molteplici
aspetti propri alle condizioni e ai bisogni
della società romena dell'epoca. Tramite
l'ideologia sociale e politica del movimento
del 1848, si tenta di rifare ora il processo
c l'esercizio della democrazia e del progressismo, come sono venuti a concretizzarsi
storicamente in Romania. In una serie di
saggi, apparsi sulla rivista La Romania let·
reraria, lo scrittore Paul Anghel ha tentato
una prospettiva storica romena del con·
cetto di democrazia. Egli riconosce cbe la
democrazia "del popolo" è stata presto tra·
dita da quelli che seguirono alla generazione del 1848. Le masse furono, certo, in·
differenti al concetto di "volontà nazionale", perché questa volontà non poteva applicarsi a causa dell'ingerenza straniera.
Esse non potevano separare l'esercizio della
democrazia dal bisogno di terra e di indi·
pendenza.
Il problema delle "permanenze culturali"
è connesso anche a quello dell'orientamento di queste permanenze. Fin dai suoi inizi,
la cultura romena prese un carattere latino. Il folclore romeno dimostra, oltre agli
strati arcaici, delle massicce strutture con·
scrvative che si incontrano presso tutti i
popoli romanici. L'etnologo italiano Francesco De Martino, nel suo studio intitolato
Pianto rituale antico, viene a scoprire delle importanti strutture folcloriche romene
riferentesi alle tradizioni del funerale, che
sono identiche a quelle praticate tuttora
in Lucania. Le istituzioni giuridiche, come
quella dei "judeti", dei giudici - che ha
dato il nome alle divisioni amministrative
da poco rimesse in funzione - sono di origine romana, ecc.
Ma già nel quarto e nel quinto secolo, il
popolo romeno comincia,·a a entrare nella
grande e cupa vicenda delle invasioni barbariche provenienti dall'Oriente vicino e
lontano e si ritirava nei suoi nascondigli
naturali. "Inhaerent montibus Daci", si poteva, ormai, dire di loro, come già si diceva dei loro antenati al tempo delle
guerre traianiche. La civiltà romana fiorente nella Dacia ha subito una "ricaduta in
natura", è stata avvolta dall'involucro pastorale-agricolo che le ha protetto e salvato,
in fondo, la continuità sostanziale. Dopo
un periodo oscuro che è durato quasi ottocento anni la Romania inizia la sua vicen
da storica occidentale-orientale. Essa è entrata spiritualmente nell'organismo della
chiesa orientale paleoslava. Bisogna arrivare tardi, alla fine del Quattrocento, per
scoprire lo spunto di una coscienza occidentale lucida, nell'atteggiamento dei grandi
principi romeni che iniziarono la lotta con(continua a pag. 47)
HA
EU
AH
UE
HA
EU
AH
UE
di Dragos Vrancean u
Il problema delle "permanenze culturali"
si pone oggi in Rqmania con un interesse
e una intensità che non si sono mai verifi·
cati fino a questo punto nei dibattiti degli
ambienti intellettuali: identificare quanto
più le proprie "permanenze culturali" vuoi
dire approfondire e rafforzare le basi spirituali del concetto di autonomia e di indi·
pendenza, come presupposto di ogni lotta
per il progresso nell'ambito della comunità
internazionale. Due sono gli aspetti primordiali di questa tipica preoccupazione dei
romeni: a) uno sforzo costante di spingere
quanto più indietro nel tempo la scoperta
dei termini di continuità dei fatti e dei va.
lari della loro cultura; b) delucidare critica
mente il problema della sintesi fra Oriente
e Occidente nella struttura e nella sostanza della cultura romena, problema che cominciò a essere dibattuto, nei suoi elementi,
già due secoli prima e fu poi sempre ri·
preso in un crescendo di argomenti e di
tesi, per raggiungere ora il suo culmine.
Riguardo all'anzianità e alla continuità
culturale, si deve ricordare il clima vivo
di ricerche archeologiche e storiche che
contraddistingue, senza dubbio, l'epoca attuale; il rilievo dato allo studio delle opere
d'arte di letteratura e di scienza dei secoli
scorsi; le commemorazioni vistose e attente della fondazione delle città romene e dei
lavori pubblici importanti, le ricerche delle
tradizioni di pensiero e dei movimenti ideologici e sociali. Non c'è in questo nessuna
orma di nazionalismo culturale. Tutto viene
messo in rapporto a una necessità, "non di
contrapporsi", ma di inserirsi nello sviluppo generale della civiltà, partendo da posizioni proprie e valendosi di tali posizioni,
consolidandole e aumentandone il loro significato. Numerosi sono i giovani studiosi
e i saggisti romeni che ambiscono a met·
tere in rilievo una c psicologia locale del
fatto di cultura», per cui la struttura delle
correnti e delle idee generali viene a costituirsi in un riflesso originale di situazioni
storiche e psicologiche e appena come tale
torna ad essere immesso nel circuito dello
sforzo· generale per la civiltà.
E' ovvio che in piena campagna di industrializzazione, l'importanza che ora viene
data in Romania alla valorizzazione del
folclore e al patrimonio delle tradizioni popolari, per vari scavi "archeologici" dentro le masse, non deve essere considerata
come un fenomeno retrogrado, come un in·
vito a una specie di "ancestralismo" incom·
patibile con le tendenze attuali del paese. II
folclorismo vuoi dire solo il normale interesse per i valori di "espressività" arcaica
del popolo nel suo insieme, per il suo capi·
tale di differenziamento estetico e spirituale
su scala di massa. Esso tende a mettere
in risalto il più anziano aspetto di permanenza culturale della nazione. Certo, il folclorismo è diventato anche indirizzo vivo
di letterarura, di poesia e di arte moderna,
per cui i più specifici movimenti di avanguardia fanno appello ai vecchi miti autoctoni, come a sostanza necessaria di fantasia, di colore e di motivi plastici e passionali, atti a reagire, come dappertutto, alle
scarse possibilità che il fenomeno tecnologico contemporaneo offre in questo senso.
Ma questo è un'altra cosa.
Quasi lo stesso si può dire per il cosiddetto "dacismo". Con questa parola si accenna all'interesse che le ricerche storiche
di oggi dedicano al popolo originario che
ha abitato il territorio della Romania pri·
ma della colonizzazione della Dacia dai Romani Numerosi scavi archeologici ed altri
studi, realizzati negli ultimi venti anni, fanno risalire la natura e il valore civile della
Gli intellettuali romeni si sfonano
di delucidare criticamente il problema
della sintesi fra Oriente ed
Occidente neUa struttura e nella
sostanza della cultura romena.
Questo problema, vecchio di secoli,
ha raggiunto ora il suo culmine
37
LETTERE
Una s
Esperanto
lingua
del mondo
HA
EU
UE
AH
Nel numero de "L'Europa" del 9
maggio scorso Dante Antoniani, in
un articolo intitolato "Una
lingua per l'Europa", dopo aver
escluso che nel continente,
il quale si sta avviando verso
l'integrazione politica, potrà
un giorno prevalere come unica
lingua un idioma a larga
diffusione come l'inglese, oppure
una lingua convenzionale quale
è l'esperanto, sostiene che « la
lingua d'Europa sarà il
risultato di un continuo seppur
lento processo d'integrazione
spontanea, di spontanea fusione di
lingue diverse in una lingua
sola». Secondo Antoniani un gran
passo verso l'unificazione delle
lingue sarà realizzato quando si
incomincerà ad impartire i
diversi insegnamenti nelle scuole
in una lingua sola. Ci sono
pervenute numerose lettere di
esperantisti contrari alte tesi
sostenute da Dante Antoniani. Le
pubblichiamo dato l'interesse
e la varietà degli argomenti addotti
HA
EU
AH
UE
Egregio Direttore,
ho letto sul numero del 9 maggio l'articolo "Una lingua per l'Europa" di Dante
Antoniani e Le sarò grato se vorrà pubblicare le precisazioni che seguono.
Da.ll'uso nella propria lingua madre di
termini, espressioni, modi di dire di altre
lingue europee all'intqrazione naturale delle varie lingue europee c'è di mezzo il mare
e con tutto il mio ottimismo, credo che
la cosa sia irrealizzabile e che non possa
essere presa sul serio.
Infatti se ciò fosse possibile (e non bisogna dimenticare che integrazione linguistica si1111ifica ìnte11razione 11rammaticale e
sintattica e questa non P.Otrà mai avvenire
naturalmente) sarebbe gtà avvenuto in na.
zioni come la Svizzera o il Be.Jijo o la
Jugoslavia, dove una integrazione linguistica è sempre stata desiderata ed invece,
per esempto in Svizzera, ciascuna delle lingue usate ufficialmente ha mantenuto intalte le proprie caratteristiche e nonostante
che i diversi iDSejll?-amenti nelle scuole svizzere siano imparllti in lingue diverse, l'unificazione non si è verificata e non è nemmeno cominciata l'int~azìone spontanea
di cui parla I'Antoniam nel suo articolo.
Evidentemente l'Antoniani non conosce
l'Esperanto perché altrimenti non lo chiamerebbe lingua convenzionale, beosì Lingua
internazionale, e quindi più che europea,
dato che la "geniale creazione del medico
polacco" contiene le radicali linguistiche più
internazionalmente usate, cioè il dr. Zamenhof ha assoggettato a regole fisse quelle radicali naturali che si t.rovano presenti
in un manior numero di lingue viventi.
Per l'affermazione circa il "sempre decrescente interesse delle masse per l'Esperanto", posso soltanto dire che probabilmente l'Antoniani non sa che esistono
"leggi" che regolano l'insti'Oamento dell'Esperanto nelle scuole in Olanda, Austria,
Polonia e che in molte ..alUe~ì come
Inghilterra, Bulgaria, Jugoslavia, Giappone,
Polonia, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti d'America, Brasile, ecc. l'Esperanto ~ insegnato re~olarmente in base a circolari o
regolamentt.
Anche in Italia è all'esame della VIII commissione permanente della camera dei deputati la proposta di legge n. 1489 per
' 'l'inseiiJlamento della lingua internazionale
esperanto e della relativa letteratura nelle
scuole elementari e secondarie" presentata
il 23 maggio 1969 dai deputati Nicolazzi,
Cariglia, Racchetti, Napoli, Luochesi, Bo,
Giorno, Amadei Giuseppe, Bianchi Gerardo,
Benocci, Bo$ì, Pigni, Micbeli Pietro, Guerrini Giorgio, Miroglio, Querci, Monti, Piccìoelli, Meucci.
Padronissimo l'Antoniani dì non "prendere sul serio" l'Esperanto, però c'è ohi la
pensa diversamente e fra questi vi sono i
milioni di persone obe in tutto il mondo
usano l'Esperanto.
Nel 1966 ~ stata presentata aii'ONU una
petizione con la quale 72 milioni di persone banno manifestato il loro convincimento nella utilità dell'Esperanto ed banno
proposto ohe le Nazioni . Unite risolvano il
problema linguistico mediante un appoggio
reale ed efficace alla diffusione della neutrale lingua internazionale Esperanto. rac-
38
comandando agli stati membri di
l'insegnamento e di incorag11iarne l'uso
le relazioni internazionali dei popoli
Penso possa essere interessante
le cifre relative all'insegnamento
ranto nelle scuole durante gli ultimi
1950-51: scuole 114 in 15 nazioni
195S.56: scuole 142 in 22 nazioni
195~: scuole 356 in 1:1 nazioni, allievi
1962~3: scuole 563 in 32 nazioni, allievi
1965-66: scuole 41:1 in n nazioni, allievi
1968-{)9: scuole 691 in 31 nazioni, allievi
In Esperanto esiste una letteratura
ginale, costituita da romanzi, novelle,
ri teatrali, poesie, lavori scientifici,
filosofiche e politiche.
Molte riviste e periodici vengono
Esperanto in 011ni parte del
Stati Uniti d'America alla
dal Vietnam alla Repubblica
desca.
Più di una ventina di stazioni
tra cui Roma, Berna, Varsavia,
Rio de Janeiro, Pechino,
pest, Londra, Valencia, Praga,
voce dell'America usano regolarmente
ranto per le loro trasmissioni dedicate
l'estero.
Centinaia di ditte come la Fiat,
lips, la KLM, I'Ytong c la Gevaert,
la Repubblica Popolare Cinese e
gara, usano l'Esperanto neali
merciali e nel testo dei foro ca t~
prospetti propagandistici.
E potrei continuare ma preferixo,
a documentazione dì quanto att<el'll.ni•O,
viari.e una eopia della
n. 14a9, una copia
educativo d.ell'ìnsegnamento
nelle scuole" ed un pieghevole
sull'Esperanto.
Qualora l'Antoniani volesse
sull'Esperanto, potrà rivolgersi a:
CEKIT (Centro Esperantista per il
mercio, l'Industria e il Turismo) • VS.
loresi, 38 - Milano.
FEDERAZIONE ESPERANTISTA
NA
Via Po, 7 - Torino.
ISTITUTO ITALIANO DI ESPERANTO
Orup - Università di Padova.
Rin11raziando,
MARIO DAZZJNI
Esperanto
unica
speranza
Sig. Direttore,
nel numero del 9 maggio 1970
lo a firma Dante Antoniani ba affrorttall
sulla Sua pregevole rivista il problema
una lingua per l'Europa. Le sarò grato
vorrà prendere in considerazione i
rilievi.
Il primo di essi riguarda l'ottimismo
l'articolista il quale riesce a constatare
atto un processo di unione politica che
giro di alcuni anni (S-10?) dovrebbe
maticamente dare origine ad una ben
:tionante federazione europea.
A me sembra che tale processo non
affatto in corso o, quanto meno, che la
velocità sia talmente modesta da
considerare politicamente nulla.
A titolo di prova basta citare
completo disinteresse de.i comunisti
cose europee e confrontarlo con la
.,
LETTERE
Esperanto
lingua
del mondo
Ul
te
c
l~
il
el
n1
m
~
HA
UE
AH
EU
Nel numero de "L'Europa'' del 9
maggio scorso Dante Antoniani, in
un articolo intitolato "Una
lingua per l'Europa", dopo aver
escluso che nel continente,
il quale si sta avviando verso
l'integrazione politica, potrà
un giorno prevalere come unica
lingua un idioma a larga
diffusione come l'inglese, oppure
una lingua convenzionale quale
è l'esperanto, sostiene che «la
lingua d'Europa sarà il
risultato di un continuo seppur
lento processo d'integrazione
spontanea, di spontanea fusione di
lingue diverse in una lingua
sola ». Secondo Antoniani un gran
passo verso l'unificazione delle
lingue sarà realizzato quando si
incomincerà ad impartire i
diversi insegnamenti nelle scuole
in una lingua sola. Ci sono
pervenute numerose lettere di
esperantisti contrari alle tesi
sostenute da Dante Antoniani. Le
pubblichiamo dato l'interesse
e la varietà degli argomenti addotti
HA
EU
AH
UE
Egregio Direttore,
bo letto sul numero del 9 magaJo l'arti·
colo "Una lingua per l'Europa" di Dante
Antoniani e Le sarò grato se vorrà pulr
blicare le precisazioni che seguono.
Dall'uso neUa propria Hnaua madre di
termini, espressioni, modi di dire di altre
lingue europee all'inteerazione naturale delle varie lingue europee c'è cti mezzo il mare
e con tutto il mio ottimismo, credo che
la cosa sia irrealizzabile e che non possa
essere presa sul serio.
Infatti se ciò fosse possibile (e non bisogna dimenticare che inteerazione linguisti·
ca si~fica integrazione arammaticale e
sintatuca e questa non P.Otrà mai avvenire
naturalmente) sarebbe 111à avvenuto in na.
lioni come la Svizzera o il Belaio o la
Jugoslavia, dove una integrazione linguisti·
ca è sempre stata desiderata ed invece,
per esempio in Svizzera, ciascuna delJe lingue usate ufficialmente ba mantenuto intatte le proprie caratteristiche e nonostante
che i ctiversi in5e1P?ameoti nelle scuole sviz·
zere siano imparuti in lingue diverse, l'unificazione non si è verificata e non è nemmeno cominciata l'int~raz.ione spontanea
cti cui parla l'Aotoni;~w nel suo articolo.
Evidentemente l'Antoniani non conosce
l'Esperanto perché altrimenti non lo chia·
merebbe lingua convenzionale, beosl lingua
internazionale, e quindi più che europea,
dato che la "geniale creazione del medico
polacco" contiene le radicali linguistiche più
internaziona lmente usate, cioè il dr. Zamenbof ha assoggettato a regole fisse quel·
le radicali naturali che si trovano presenti
in un maggior numero di lingue viventi.
Per l'affermazione circa il "sempre decrescente interesse delle masse per l'Esperan·
to", posso soltanto dire ohe probabilmente l'Antoniani non sa che esistono
"leggi" che regolano l'inseenamento dell'Esperanto nelle scuole in Olanda, Austria,
Polonia e che in molte ~i come
Inghilterra, Bulgaria, Juaoslavia, GiappOne,
Polonia, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti d'America, Brasile, ecc. l'Esperanto è insegnato re~olarmente in base a circolari o
regolamenn.
Anche in Italia è all'esame della VIII commissione permanente della camera dei deputati la proposta di lene n. 1489 per
"l'insegnamento della linaua internazionale
esperanto e della relativa letteratura nelle
scuole elementari e secondarie" presentata
il 23 maggio 1969 dai deputati Nicolazzi,
Cariglia, Racchetti, Napoli, Luccbesi, Bo,
Giorno, Amadei Giuseppe, Bianchi Gerardo,
Benoc:ci, Borghi, Piani, Micheli Pietro, Guerrini Giorgio, Miroglio, Querci, Monti, Pie.
cinelli, Meucci.
Padronissimo l'Antoniani dì non "prendere sul serio" l'Esperanto, però c'è ohi la
pensa diversamente e fra questi vi sono i
milioni di persone obe in tutto il mondo
usano l'Esperanto.
Nel 1966 è stata presentata ali'ONU una
petizione con la quale 72 milioni di persone banno manifestato il loro convincimento nella utilità dell'Esperanto ed hanno
proposto che le Nazioni . Unite risolvano il
problema linguistico mediante un appogaJo
reale ed efficace alla ctiffusione della neu·
trale lingua internazionale Esperanto, rac-
comandando agli stati membri cti favorirne
l'insegnamento e cti incoragaJarne l'uso nelle relazioni internazional.i dei popoli.
Penso possa essere interessante conoscere
le cifre relative all'insegnamento dell'Esperanto nelle scuole durante gli ultimi anni:
1950-51: scuole 114 in 15 nazioni
1955-56: scuole 142 in 22 nazioni
1959-60: scuole 356 in 27 nazioni, allievi 13.137
l96U3: scuole 563 in 32 nazioni, allievi 16172
1965-66: scuole 427 in 37 nazioni, allievi 16.302
1968-69: scuole 691 in 31 nazioni, allievi 18.881
In Esperanto esiste una letteratura originale, costituita da romanzi, novelle, lavori teatrali, poesie, lavori scientifici, opere
filosofiche e politiche.
Molte riviste e periodici vengono editi in
Esperanto in ogni parte del mondo, dagli
Stati Uniti d'America alla Cina Popolare,
dal Vietnam alla Repubblica Federale Tedesca.
Più cti una ventin.a cti stazioni radio,
tra cui Roma, Berna, Varsavia, Zagabria,
Rio de Janeiro, Pechino, Rosario, Budapest, Londra, Valencia, Praga, Vienna e la
voce dell'America usano regolarmente l'Esperanto per le loro trasmissioni dedicate all'estero.
Centinaia di ctitte come la Fiat, la Pbilips, la KLM, I'Ytong e la Gevaert, nonch6
la Repubblica Popolare Cinese e quella bul·
gara, usano l'Esperanto negli scambi c?mmerciali e nel testo dei loro cat~!oahi e
prospetti propagandisti<:i.
E potrei continuare ma preferisco, UICbe
a documentazione di quanto afferma•o. iDviarLe una cOpia della "roposta di lene
n. 1489, una copia delJ'opuscolo "Il valore
educativo d.eU'Ìilseinamento deli'I;:speranto
nelle scuole" ed un pieghevole illustrativo
sull'Esperanto.
Qualora l'Antoniani volesse documentarsi
sull'Esperanto, pOtrà rivolgersi a:
CEKIT (Centro Esperantista per il Com·
mercio, l'Industria e il Turismo) • Via Vii·
loresi, 38 - Milano.
FEDERAZIONE ESPERANTISTA ITALIA·
NA
Via Po, 7 - Torino.
ISTITUTO ITALIANO DI ESPERANTO .
Orup - Università di Padova.
Ringraziando, distintamente La ossequio.
MARIO DAZZINI
Esperanto
unica
speranza
f~
~,
e
ca
~~
la
~
n~
Sig. Direttore,
nel numero del 9 ma~o 1970 un articolo a finna Dante Antomani ba affrontato
sulla Sua pregevole rivi.s ta il problema di
una lingua per l'Europa. Le sarò grato se
vorrà prendere in considerazione i seguenti
rilievi.
Il primo di essi riguarda l'ottimismo dell'articolista il quale riesce a constatare in
atto un processo di unione politica obe nel
airo cti alcuni anni (5-10?) dovrebbe automaticamente dare oriaine ad una ben funzionante federazione europea.
A me sembra che tale processo non sia
affatto in corso o, quanto meno, che la sua
ve.locità sia talmente modesta da potersi
considerare politicamente nulla.
A titolo di prova basta citare l'attuale
completo disinteresse dei comunisti per le
cose europee e confrontarlo con la mobili·
~~
cti
CQ
of
cr
TI
~
bi
riJ
è
d~
a~
an
pc
ve
su
laJ
38
J
a lingua per l'Europa
HA
UE
Il progetto - "mezzo più poderoso ed
efficace" - per la scuola dovrebbe presupporre da parre degli in~anti la conoscenza di due, tre, quattro lingue. Sembra una
utopia che tutti gli insegnanti siano a
questo livello. A ouesta stregua sarebbe
meglio tornare all'Esperanto e preparare gli
inscenanti, io poco tempo, senza difficoltà
di pronuncia o altro, a dare il loro contributo rielle scuole per la diffusione di
una lingua internazionale, non solo europea
ma mondiale.
Distinti saluti.
ELDA MICHELIS
Verso
il suicidio
linguistico?
UE
HA
EU
AH
esiste un vero, autentico, pOpolo europeo
di cui essa sarà deri\la.Z.ione; ma un vero,
autentico popolo europeo a sua volta dovrà risultare dalla sintesi e non dalla semplice somma di popoli nazionali come at·
tualmeote si pretende.
Elemento fondamentale di tale sintesi sa·
rà, a mio parere, l'adozione di una lingua
ufficiale europea (seconda lingua di ogni sta.
to) che rappresenti l'anima del nuovo popolo e ne costituisca il cemento spirituale.
La sceha di tale lingua sarà necessaria·
mente fatta con criteri di carattere poli·
tico e, dovendo avere caratteristiche soprannazionali, non potrà cbe essere l'esperanto
ohe possiede tutte le qualità per diVentare
una lingua di massa.
L'esperanto costituisce perciò il mezzo per
creare quel popolo europeo in mancanza
del quale l'unione politica rimarrà sempre
un sogno.
Ma sono lieto di poter concludere questa
lettera, inevitabilmente molto lunga, con
la notizia che è già a buon punto il coordinamento degli esperantisti del mercato comune in forma organizzativa autonoma. Dal
loro primo congresso sorgerà finalmente il
primo nucleo del nuovo popolo europeo.
Nell'attuale situazione politica c'è, secondo il mio pessimistico parere, un solo
motivo di speranza: cbe questo nuovo popolo possa crescere rapidamente e ri,oaliosa·
mente prima che sia troppo tardi.
Grazie per la pubblicazione. Gradisca di·
stinti saluti.
Il presidente del eruppo
esperantista romano
ALBERTO MENABENE
AH
Un progetto
che è
un'utopia
EU
tazione di piazza da essi determinata, a suo
tempo, contro la presentazione del progetto
CED che dell'unione politica avrebbe po·
tuto costituire autentica premessa.
E infatti: non sembra all'arricolista che
il proposto allargamento della comunità
europea alla Gran Bretagna porterà fatalmente ad un ulteriore rallentamento <:Iella
marcia integrazionista poiché tale paese è
sempre stato, c lo è tuttora (anche per
motivi istituzionalì), decisamente ·contra·
rio ad ogni forma di integrazione europea?
Continuando di questo passo, inutile ac·
qua continuerà a scorrere sotto i ponti dell'Europa dei Sogni. Ma non all'infinito: solo
fino al momento in cui i comunisti riuscì·
ranno a raggiungere o almeno a condizionare la direzione •politica di uno de~~lì stati
della comunità iiacché allora la stessa comunità europea avrà finito di esistere.
O fino a quando l'Unione Sovietica e la
Cina, trovato finalmente un ounto d'intesa,
faranno fronte comune contro l'Occidente e
gli stati europei rivivranno l'esperienza della Cecoslovacchia o, pejl&io, del Vietnam.
Quel giorno finirà l'Europa dei Sogni
e, naturalmente, cadrà anche il problema
dell'integrazione linguistica.
Il secondo rilievo è una diretta conseguenza del primo. Dante Antoniani dà per
scontato che si abbiano a disposizione, 20.
40, addirittura 60 anni di comodo tempo
per portare a compimento uno spontaneo
processo di integrazione linguistica delle
principali lingue europee che seguirebbe automaticamente (quale fatto accessorio e
mal'ginale) l'autonomo processo di integrazione politica.
A questo punto devo aprire una rapida
parentesi per sottolineare la contraddizione
m cui l'autore è inconsciamente caduto:
~li inizia negando che l'esperanto possa
d1venire la futura, comune, lingua d'Europa
e scrive poi un intero articolo rper auspi·
care l'avvento, dopo alcune venerazioni, di
un ... esperanto di seconda categoria frutto
di un processo di integrazione spontanc;a.
Non è forse l'attuale esperanto già la
sintesi (ma facile e logica) delle più dif·
fuse lingue europee? Non è forse l'attuale
esperanto la lingua che ogni ragazzo europeo può parlare praticamente dopo un solo
anno di studio?
Egli auspica invece che a tuili i ragazzi
d'Europa vengano fatte studiare sin dall'infanzia 4-5 lingue (quali?), affinché, per sintesi spontanea, nasca dopo qualche generazione, un nuovo esperanto inevitabilmen·
te difficile e illogico come neni lingua spontanea esistente nel mondo.
Alla base di tale ragionamento si avverte
la prevenzione, del tulto ineiustificata, che
molte persone di alta cuhura (in piena buona fede) banno nei confronti dell'esperanto
giacché si ritiene comunemente che una
lingua artificiale non abbia la possibilità
di trasformarsi in lineua viva, naturale.
E' facilissimo invece dimostrare loro il
contrario citando l'inoppu~abile esempio
offerto dalla lingua artifictale " landsmall"
creata a tavolino dal filologo Aasen nel 1848.
Tale lingua è diventata naturale nel momento stesso che ì1 popolo norvegese l'ha
adottata e da quel momento in poi ha su·
bìto tutte le evoluzioni che sono caratteristiche di una lingua naturale. Ogai essa
è denominata "Nynorsk" ed è la lineua più
diffusa in Norvegia.
Il terzo rilievo, quello di fondo, è il seguente. L'unione politica è ancora un sogno q,oìché ancora non esiste una forza
popolare europea capace di obbligare i IJ<>vemi naziooah a compiere i passi decistvi
sulla via dell'unificazione; tale forza popolare non esiste ancora poiché ancora non
Egregio signor Direttore,
mi perdoni se, solo ora, riesamino l'arti·
colo "Una lingua per l'Europa" di Dante
Antoniani pubblicato sulla sua rivista del
9 maggio u.s.
L'autore dell'articolo, a mio parere, vede
le cose troppo facili e pensa che una soluzione si abbia nel giro di qualche anno.
E' dawero la situazione, tale, quale la
descrive, in tutta Europa? Non voglìo dare
una risposta, ma solo citare una frase di
Paolo Monelli in un articolo, "L'italiano
dei nuovi pedanti", del 5 giugno sul "Cor·
riere della Sera": c ... Dirò di più: nessuno
dei giornali d'Europa o d'America che oani
tanto mi capitano in mano mostra nei
titoli, nei testi e nella pubblicità quella
arlecchinesca mescolanza che hanno i nostri, di vocaboli dell'idioma della lineua
nazionale e di altre due o tre forestiere •·
L'Esperanto non mi risulta incontri un
• sempre decrescente interesse delle masse •: 83 anni di vita, 31 mila opere circa IO
milioni di persone che lo parlano, 120
pubblicazioni annuali dall'Olanda, Bulgaria,
Cina, Norvegia, Inghilterra, Brasile, ecc.,
annualmente dai 30 ai 40 congressi; seminari
di studio,~.. incontri, trasmissioni radio eior·
naliere. \.luest'anoo: congresso mondiale a
Vienna, per i ferrovieri a Rimini, per gli
italiani io crociera nel Mediterraneo, corso televisivo, da settembre, io Olanda, ecc.
Egregio signor Direttore,
ho letto nell'ultimo numero della sua
rivista "L'Europa" (n. 14) un articolo di
Dante Antoniani, dal titolo "Una lingua
per l'Europa", che, parendomi impostato in un modo assa.i singolare, mi spinge
a scriverle queste righe, pur sapendo che,
siccome nella sua rivista manca una rubrica di corrispondenza coi lettori, non
potrà pubblicarle.
Per cominciare, mi sembra che la tesi
del suo collaboratore sia un po' utopica:
se veramente la futura lingua europea
dovrà sorgere dalla mescolanza delle lingue parlate oggi in Europa, allora già
oggi si dovrebbero osservare 'tendenze che
comprovino una simile tesi. il fatto ~he
ci siano parole straniere nella nostra lin·
gua non prova nulla: da un can to ce ne
sono sempre state (nel 700 i francesismi
abbondavano, poi a poco a poco sono
stati più o meno "assimilati" o rigeltati,
sostituiti da espressioni puramente italia.
ne), e d'altro canto si tratta o dJ parole
che rieuardano un aspetto particolare del
modo di vivere o della cultura di un popolo straniero (che in Italia non ha un
suo equivalente) oppure di "parole di
moda". Non esistono, per esempio, indizi
che l'italiano stia per accettare forme
grammaticali o sintattiche dell'inglese o
del tedesco (questo sì che sarebbe una
prova della tesi di Antoniani!).
D'ahro canto, ad una simile tendenza aJ.
la "mescolanza" delle lingue manca anche il sostrato psicologico: nessuno può
prevedere una eventualità simile in una
epoca nella quale ogni più piccolo gruppo linguistico tende a far valere il proprio idoma (i baschi, i catalani e i galJeehi in Spagna; i provenzali, i bretoni
e gli alsaziani in Francia; i tedeschi in
Italia; i romanci in Svizzera, ecc.). Non
solo: ci sono persino tentativi di far
rinascere una lingua morta o quasi morta (tentativi talvolta coronati da successo): per esempio l'ebrai.<:o io Israele, l'ir·
landese nell'Irlanda, il sutsilvan nei Gri·
eioni, il serbo-lusaziano nella DDR, ecc.
Ma io credo che la tesi stessa ·del suo
collaboratore sia errata: non esiste in·
fatti nessun esempio storico di "mescolanza" linguistica vera e propria: e mi
stupirebbe se oggi improvvisamente una
simile "mescolanza" potesse formarsi.
39
Scarica

Lionello Levi Sandri fonds