Mario Poledrelli
biografia spirituale di un celebre sconosciuto
Profilo biografico, diario di guerra
e lettere dal fronte
a cura di
Donato Bragatto – Andrea Montesi
Coordinamento editoriale
Enrico Trevisani
PREFAZIONE
La presente pubblicazione fa parte di un progetto storico-antropologico e documentario che l’Associazione di Ricerche Storiche Pico Cavalieri di Ferrara
sta attuando, a scadenza annuale, ormai da undici anni, nell’ambito delle molteplici attività da essa organizzate.
Con questo lavoro si è voluto tornare sulla figura di Mario Poledrelli, analizzando i nuovi aspetti che sono emersi e che andranno a completare la precedente monografia, data alle stampe nel novembre del 2002, che, come riportato nella premessa, ha subito, a causa della notevole mole di materiale raccolto,
“tagli dolorosi”. In questa “biografia spirituale” la figura di Poledrelli emerge così in tutta la sua interezza e complessità di protagonista, sia sul campo di
battaglia che nella realtà interventista ferrarese. I nuovi frammenti della sua
breve storia, confermano, come lui scrive nella lettera “Da aprirsi in caso di
morte” datata 23.5.1915, la sua fede anarchica; conquistato da questo pensiero libertario Poledrelli intraprende il suo cammino con ferma convinzione.
Profonde sono le lettere scritte alla sua amata, ma contesa, Angelica, come
ricche di dettagli e sensazioni quelle scritte dalle zone di guerra, agli amici.
Importante testimonianza della sua personalità e dei suoi ideali sono i diversi
articoli scritti sul “Gazzettino Rosa”, “Il Popolo d’Italia” e “L’Internazionale”
di Parma; eclettico e pieno di risorse, Poledrelli passa dalla povertà totale, che
gli impedisce di impegnarsi negli studi, all’interesse per la politica, al sindacalismo, ed infine al giornalismo, in un lasso di tempo relativamente breve
della sua vita; uomo forte nei suoi ideali e nelle sue convinzioni, ma compromesso fisicamente da conclamata malattia che lo accompagnerà sino alla morte, avvenuta, si presume per colpo d’arma da fuoco, sul campo di battaglia.
L’analisi storico – bellica che si snoda attraverso alcuni capitoli della monografia, e dal suo breve ma intenso diario, permette di avere una visuale sintetica, ma esplicativa sia della situazione interventista ferrarese, sino al 1915, che
dell’impegno bellico di un esercito gravato da mille problemi e da una guerra
logorante e dolorosa, quanto assurda.
Enrico Trevisani
3
Cartolina Scuole Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
4
PREMESSA
Il presente lavoro di ricerca scaturisce da un’impellenza culturale piuttosto
specifica: definire chi fosse veramente Mario Poledrelli, affiancando al suo
nome – a tutti noto in ambito cittadino (via, scuola elementare…) – un volto,
un carattere, una scelta di vita, delle azioni storicamente documentabili.
L’acquisizione fortunosa del suo taccuino di guerra, oltre che d’altri documenti notevoli, ha avuto la funzione trainante di indirizzarci particolarmente
sui giorni campali del personaggio, focalizzando in tale ambito la nostra attenzione.
Tuttavia, man mano che andavamo accostandoci alla vicenda, essa tendeva ad
allargarsi oltre ogni aspettativa: ecco che i giorni della campagna interventista
ci mostravano un Poledrelli protagonista in un quadro cittadino ben sfaccettato ideologicamente; ma non soltanto cittadino, se poniamo mente ai suoi
contatti, non facilmente quantificabili, con l’ambito milanese gravitante sulla
figura di Benito Mussolini.
E ancora: le giornate della Strafexpedition, descritte da Poledrelli in alcune
pagine particolarmente vivaci ed espressive, ci delineavano de visu un momento storico – militare che ha riempito le pagine di decine di testi.
Infine: la morte del protagonista ci ha portati ad un momento bellico assai
interessante; è strano che i giorni del 1917 sul Monte San Marco abbiano meritato per ora poche analisi da parte degli studiosi1.
Ovunque possibile, si è lasciato alla voce diretta del testimone la descrizione
d’ambienti, situazioni e stati d’animo, per non correre il rischio di snaturare
inavvertitamente il senso di questo testo: la vita di un cittadino ferrarese prima
e durante il conflitto.
1 Significativa eccezione il seguente interessante testo: PERSEGATI, Nicola,
Battaglie senza monumenti Panowitz, San Marco e Vertojba, Udine, Guide Gaspari,
2005.
5
Mario Poledrelli (il 3° da destra) con un gruppo di compagni del Battaglione Volontari Ciclisti
Automobilisti. Reparto di Ferrara (24°). Abbazia di Pomposa 6 ottobre 1915. (Fondo Mario
Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
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CAPITOLO PRIMO
FERRARA E L’INTERVENTO
L’AMBITO SOCIO-ECONOMICO FERRARESE
FINO AL 1915, SINTESI
Prima del 1870 il territorio ferrarese ha ancora una struttura arretrata e semifeudale: grandi proprietà suddivise in fondi affidati alle cure di un bracciante
salariato. Verso il XX secolo, con l’avvento dell’agricoltura meccanizzata,
grandi imprese capitalistiche iniziano a comprare fondi, sbarazzandosi dei lavoratori dipendenti e assumendo operai giornalieri (licenziabili a lavoro compiuto) provenienti dalle province limitrofe, in particolare Rovigo. Se le grandi
fattorie padronali sparse per la campagna continuano a rappresentare il centro
del potere agrario, ad esse si sono aggiunte le fattorie delle aziende capitalistiche che sempre più si insediano nelle terre basse o di bonifica. Approdano
nel ferrarese, per la lavorazione delle bietole, alcune società azionarie in cui il
capitale agrario si sposa a quello industriale.
L’immigrazione produce un forte incremento della popolazione della provincia e un conseguente aumento dei problemi sociali: lavoratori senza terra, concorrenza per il posto di lavoro, livelli salariali estremamente bassi, agglomerati di capanne malsane, diffusione della malaria e della pellagra.
Così nel forense; frattanto Ferrara, intesa quanto centro urbano, vive questi
anni turbolenti in una propria quieta routine, senza restarne coinvolta. La città
resta poco popolosa (trentamila abitanti), centro amministrativo e commerciale di una provincia agricola, luogo di smercio, di artigiani e di piccola borghesia. Un equilibrio politico medio borghese domina il municipio. Il socialismo
non attecchisce tra le mura cittadine, soprattutto perché manca il proletariato
industriale: lo sviluppo è in genere limitato, perlopiù alimentato da capitali
non ferraresi: bonifica, raffinerie e distillerie. Solo la creazione degli zuccherifici a Pontelagoscuro sta creando una sorta di proletariato stagionale.
Tale dicotomia città-campagna si riproduce a livello politico.
Dopo il 1891 iniziano nelle aree rurali le prime agitazioni sociali, sotto forma
di spontanee ribellioni contro le condizioni di vita. Nel 1897 si ha lo sciopero
dei braccianti di Argenta e Portomaggiore; per sedare i tumulti viene chiamato
l’Esercito e circa trecento lavoratori subiscono l’arresto.
Il socialismo nelle campagne ha una rapida fortuna. Quando i primi predicatori del pensiero socialista, dalle province di Mantova, Bologna e Rovigo, arrivano nel territorio ferrarese, trovano un ambiente favorevole alle nuove idee.
Primavera 1901: nascono le prime Leghe Socialiste, la Federazione Provinciale delle Leghe di Miglioramento e la Camera del Lavoro che raccoglie la
totalità delle adesioni dei lavoratori agricoli. In estate, da uno sciopero scatu7
risce l’eccidio di Berra1.
Il movimento socialista è però diviso in diverse correnti: in particolare fra
un’anima “riformista” e una “rivoluzionaria”. Nel territorio ferrarese i sindacalisti rivoluzionari risultano molto forti, talora maggioritari all’interno della Camera del Lavoro. Alla loro guida troviamo un personaggio importante:
Michele Bianchi2, un sindacalista rivoluzionario milanese, legato ideologicamente a Georges Sorel3 e collegato a personaggi come Arturo Labriola4,
1 Circa cinquecento salariati del territorio si costituiscono in una lega di resistenza
contro gli agrari e proclamano, il 20 giugno 1901, uno sciopero proprio nei giorni in
cui avrebbe dovuto iniziare la mietitura del grano. Gli agrari reagiscono organizzando
squadre di lavoratori provenienti dal Piemonte e chiedendo l’intervento dello stato
per proteggere i propri interessi. La mattina del 27 giugno gli scioperanti in corteo
si recano verso la tenuta Albersano, ma sul ponte si scontrano con i soldati. Due
braccianti (Calisto Ercole Desuo e Cesira Nicchio) restano uccisi; altri venti sono
feriti.
2 Michele Bianchi (Belmonte Calabro, Cosenza 1883 - Roma 1930). Sindacalista
rivoluzionario, ha una parte di rilievo nelle vicende che conducono alla scissione dal
partito socialista. Si trasferisce a Ferrara nel 1907, per organizzare un vero e proprio
Partito Sindacalista. Nel maggio del 1910 assume la carica di segretario della Camera
del Lavoro e la direzione del periodico La Scintilla, che mantiene fino alla metà del
1912. Convinto assertore dell’unità proletaria, egli si prodiga a rinsaldarla anche sul
piano politico, riuscendo a ricostituire una lista unica tra sindacalisti e socialisti per
le elezioni amministrative del 1910. Nel 1911 dirige le agitazioni nel Ferrarese per la
costituzione degli uffici di collocamento e la revisione dei patti colonici, deferendo
infine la composizione della vertenza ad un arbitrato prefettizio. Alla fine del 1911
Bianchi porta gli aderenti alla Camera del Lavoro di Ferrara dai l4.000 della fine
del 1909 ai 34.000 del 1911. Incriminato per un articolo denigratorio sulla guerra
libica, contro la quale organizza agitazioni, Bianchi nell’agosto 1912 ripara a Trieste,
dove entra a far parte della redazione del Piccolo. Espulso dalla città alla fine dello
stesso anno per propaganda filo-italiana, torna a Ferrara e si presenta candidato di
un effimero Partito Sindacale, senza successo. Trasferitosi a Milano, diviene uno dei
dirigenti della locale Unione Sindacale. Costituitosi il Partito Nazionale Fascista nel
novembre 1921, Bianchi è eletto membro del comitato centrale, e quindi, come uomo
di fiducia di Mussolini, Segretario Generale, membro della commissione incaricata di
elaborare il programma-statuto del partito e membro del Gran Consiglio del Fascismo.
Nel 1929 è elevato alla carica di Ministro dei Lavori Pubblici. Malato, muore a Roma
il 3 Febbraio 1930.
3 Georges Sorel (Cherbourg 1847 - Boulogne 1922), celebre ideologo socialista
francese, ideatore della dottrina del sindacalismo rivoluzionario. In opposizione
al pensiero marxiano ortodosso, Sorel afferma la necessità dell’azione spontanea,
violenta e autogestita del proletariato, attraverso lo sciopero generale, per creare la
trasformazione rivoluzionaria che abbatterà il capitalismo. Contrariamente ai suoi
“seguaci”, Sorel assumerà nel 1914 posizioni antimilitaristiche e, nel 1917, appoggerà
la rivoluzione bolscevica.
4 Arturo Labriola (Napoli 1873 - ivi 1959), intellettuale repubblicano, iscritto poi
al Partito Socialista. Costretto all’esilio in Svizzera e in Francia, subisce fortemente
l’influenza di Sorel. Tornato in Italia, dal 1900 diventa un esponente di spicco dei
8
Flippo Corridoni5, Alceste De Ambris6, Edmondo Rossoni7. Sergio Panunzio8,
insegnante di scuola secondaria superiore, si afferma come ideologo locale del
sindacalisti rivoluzionari e direttore di Avanguardia Socialista. Uscito nel 1907 dal
partito, nel 1911 si schiera a favore dell’impresa libica e nel 1913 è eletto deputato
come socialista indipendente. Interventista nel 1915, cinque anni dopo diventa
Ministro del Lavoro nell’ultimo gabinetto Giolitti. Espatriato nel 1926 in Francia e in
Belgio, ritorna in Italia nel 1935. Dopo la guerra fa parte dell’Assemblea Costituente
e viene nominato senatore di diritto.
5 Filippo Corridoni (Pausala, Macerata 1888 – Trincea delle Frasche, Carso 1915).
Politico e sindacalista rivoluzionario seguace delle idee di George Sorel, entra presto
in contrasto coi dirigenti socialisti. Nel giugno 1914 partecipa alle agitazioni della
“settimana rossa”. Fautore dell’interventismo rivoluzionario, si accosta a Mussolini.
Volontario, muore sul Carso, all’assalto della Trincea delle Frasche (est di Castelnuovo,
Sagrado). Là dove morì oggi si erge un gigantesco cippo in ricordo del personaggio.
6 Alceste De Ambris (Licciana di Pontremoli 1874 – Brive, Francia 1934), dirigente
sindacale e militante socialista fin dalla fondazione del Partito. Nel 1903 si afferma
come attivo esponente del sindacalismo rivoluzionario. Direttore di Gioventù Socialista
e de L’Internazionale, organizzatore di scioperi, tra il 1903 e il 1908 è segretario
delle Camere del Lavoro di Savona e di Parma. Nel 1908, dopo uno sciopero nel
Parmense, emigra in Sud America e quindi in Svizzera. Contrario alla guerra di Libia
nel 1911, deputato nel 1913, l’anno successivo si dichiara a favore dell’intervento e si
arruola volontario. Nel 1919 si avvicina ai Fasci di Combattimento; capo di gabinetto
di D’Annunzio a Fiume, nel 1920 redige la Carta del Quarnaro. Dal 1920 si allontana
da Mussolini, ed emigra in Francia.
7 Edmondo Rossoni (Tresigallo 1884 – Roma 1965). Iscritto al Partito Socialista,
partecipa agli scioperi agrari del 1903-1904. A Milano si avvicina al sindacalismo
rivoluzionario e s’impegna in battaglie antimilitariste. Nel 1907 opera nelle
organizzazioni della Camera del Lavoro. Nel 1908 viene condannato a quattro anni di
reclusione: per sfuggire alla pena si trasferisce prima a Nizza e poi in Brasile. Tornato
in Italia, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si schiera con l’ala interventista.
Prende parte alla guerra e, nel 1918, è segretario della UIL e assume la direzione della
Camera del Lavoro di Roma. Nel 1922 è segretario generale della Confederazione
Nazionale delle Corporazioni Sindacali, i nuovi sindacati fascisti costituitisi con il
convegno di Bologna nel gennaio precedente. Nel 1930 è nominato membro del Gran
Consiglio del Fascismo. Dal 1935 al 1939 è Ministro dell’Agricoltura. Il 25 luglio
del 1943 vota a favore dell’ordine del giorno Grandi, atto che gli costa la condanna a
morte dal Tribunale di Verona. Rifugiatosi in Vaticano, dopo il maggio 1945 ripara in
Canada. Amnistiato, fa ritorno in Italia per ritirarsi a vita privata.
8 Sergio Panunzio (Molfetta 1886 – Roma 1944), socialista, sindacalista seguace di
Sorel e redattore dell’Avanti! e dell’Azione. Laureato in giurisprudenza e filosofia,
è favorevole alla guerra di Libia e poi interventista. Fonda con Italo Balbo il Fascio
Nazionale Interventista; teorizzatore della guerra rivoluzionaria, collabora a Il
Popolo d’Italia. Membro della direzione nazionale del Partito Fascista dal 1924,
diviene segretario generale della Corporazione Nazionale della Scuola e membro del
Consiglio Corporativo Nazionale. Libero docente tra il 1925 e il 1927 all’Università
di Perugia, ne è rettore negli anni 1926-1927. Deputato dal 1924 al 1939, consigliere
nazionale dal 1939 al 1943. Dopo il 25 luglio 1943 non aderisce alla RSI.
9
Italo Balbo, Mario Poledrelli e Ugo Gaini nel 1915. (Fondo Mario Poledrelli,
Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
10
sindacalismo rivoluzionario: contro la tradizione liberale – democratica occorre invece conquistare violentemente un nuovo tipo di sovranità, la sovranità politica autonoma, di cui sarà rivestito ogni gruppo sindacale.9
Il sindacato, “organo psichico – politico – sociale”, deve far cadere sul proletariato la scintilla ideale della rivoluzione, della violenza, della guerra sociale.
Fra il 1908 e il 1912 le Leghe Socialiste attuano una serie di scioperi, tra cui
imponenti quelli di Copparo, di Argenta, di Massafiscaglia (agitazione durata
dodici mesi): tutta la provincia è travolta anche da episodi di violenza. Lo
sciopero si conclude con un Lodo del Prefetto che stabilisce gli uffici di collocamento obbligatori e l’imponibile della mano d’opera.
Dopo il 1911 il socialismo inizia a diffondersi anche in città, conquistando
simpatie nel ceto borghese.
Durante il congresso del 1913 si verifica però una frattura nel movimento: il
gruppo rivoluzionario di Michele Bianchi resta minoritario e all’opposizione;
la maggioranza invece resta legata alla linea ufficiale, detta “riformista”. Alle
elezioni politiche i socialisti ottengono buoni risultati nelle campagne, ma non
riescono a modificare la situazione in città.
Fra il 1913 e il 1914 prosegue lo scontro fra riformisti e rivoluzionari, concluso con la schiacciante vittoria dei primi. Sotto la dirigenza riformista di
Gaetano Zirardini10, trasferito da Ravenna, il Partito Socialista vive un breve
periodo di unità e di successi. Alle elezioni amministrative del 1914 cadono
nelle sue mani il Consiglio Provinciale e quindici comuni della provincia.
L’azione politica si muove nel senso di una forte pressione sociale contro il
padronato: in tutta la provincia di Ferrara a Giugno viene proclamata la “Settimana Rossa”.
In questo frangente, come un fulmine, giunge l’attentato di Sarajevo ad innescare la crisi mondiale.
9 ROVERI, Alessandro, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo, Firenze, La
Nuova Italia, 1972, pag. 331.
10 Gaetano Zirardini (Ravenna 1857-1931), dirigente socialista, inviato a Ferrara per
riorganizzare il Partito e la Camera del Lavoro. Nel 1921 viene eletto deputato e si
scontra con l’ascesa del Fascismo.
11
L’INTERVENTISMO A FERRARA 11
Allo scoppio della guerra i partiti politici ferraresi si dividono fra chi sceglie
la linea neutralista, chi resta su posizione incerta e chi inizia la battaglia interventista antigermanica.
1. I neutralisti
I socialisti ufficiali e l’unione sindacale ferrarese, suffragati dal fatto che la
grande maggioranza dei lavoratori delle campagne è contraria alla guerra, nel
settembre 1914 organizzano un convegno dedicato alla questione; prevale un
ordine del giorno favorevole alla neutralità italiana. Tale posizione viene sostenuta attraverso il giornale “Scintilla”, che diventa più tardi la “Bandiera
Socialista”, diretto da Gaetano Zirardini.
Anche i clericali, attraverso il proprio settimanale “La Domenica dell’Operaio”, assumono posizione rigidamente neutralista.
2. Gli incerti
I partiti politici costituzionali (liberale moderato e conservatore) tengono un
atteggiamento di riserbo, sostenendo un neutralismo non fondato su ragioni
di principio, bensì “condizionato” e opportunistico. Organo del gruppo è “La
Gazzetta Ferrarese” diretta da Eugenio Righini.
3. Gli interventisti
Si dividono in un’ala destra (nazionalisti) e un’ala sinistra (radicali, repubblicani mazziniani, sindacalisti rivoluzionari, socialisti dissidenti e alcuni anarchici), che finiranno in ultimo per cooperare fra loro.
Il primo nucleo nazionalista nasce nel marzo 1914. Inizialmente addirittura
propenso a una linea filo-tedesca, muta repentinamente posizione con l’evolversi del conflitto. Il 21 gennaio 1915 nasce l’Associazione Nazionalista ad
opera di Alberto Verdi12 e Giulio Righini.
11 Scopo di questa ricerca è l’analisi specifica del contesto ferrarese, in cui si cala
la vicenda del protagonista, Mario Poledrelli. Ne consegue una considerazione
indispensabile: il dibattito ideologico nazionale che si consuma fra l’inverno del 1914
e il maggio 1915 non può qui essere analizzato in tutta la sua complessità. Fungerà
bensì da sfondo, quale fattore che interagisce con le peculiarità locali, sovente
pungolandole.
12 Alberto Verdi (Cento 1888-1962), nazionalista, avvocato, fascista, eletto in
Parlamento nel 1924. Podestà di Ferrara fino alla caduta di Mussolini nel 1943;
riassume la carica all’affermarsi della RSI.
13
Il partito radicale ferrarese, anticlericale e filo-francese, è guidato dal Marchese Ercole Trotti Mosti, segretario nazionale del partito. A diffondere le idee radicali è il giornale “La Provincia di Ferrara”, diretto da Paride Forniti e scritto
da giornalisti come Alighiero Castelli, Ezio Maria Gray e Olao Gaggioli.
Maggior attenzione dobbiamo dedicare alla drammatica lacerazione che
sconvolge nel 1914 il movimento socialista e sindacale. Negli ultimi mesi
di quell’anno diversi uomini politici, già in precedente contrasto con la linea ufficiale del movimento, consumano la propria scissione: Michele Bianchi13, Romualdo Rossi, Luigi Ciardi, Tito Aguiari, Carlo Cavallini (Presidente
dell’Amministrazione Provinciale), Raffaele Mazzanti (Presidente del Consorzio delle Cooperative), Arrigo Minerbi (consigliere comunale), Alfredo
Pondrelli (dirigente della federazione ferrarese), Mario Cavallari (deputato di
Portomaggiore), i maestri Alessandro Costa e Edmo Biolcati e altri.
Tale situazione locale riproduce quanto sta verificandosi sul piano nazionale:
molti intellettuali di sinistra, guidati inizialmente da Alceste De Ambris14 e
Filippo Corridoni (in seguito, come è noto, giungerà Benito Mussolini), affermano la tesi della guerra come fattore propedeutico alla rivoluzione. In sintesi, il conflitto è necessario per impedire all’imperialismo tedesco di bloccare
gli sviluppi rivoluzionari della crisi sociale europea; una volta concluso, esso
spianerà la via alla rivoluzione sociale.
A imporsi quale ideologo riconosciuto dell’interventismo di sinistra è nuovamente Sergio Panunzio. Nell’autunno del 1914 egli sceglie l’interventismo,
ed elabora il concetto di guerra “preludio di rivoluzione”15. Il capitalismo,
già reso forte dalla lunga pace, s’indebolirà nello scontro titanico, mentre le
masse proletarie potranno grazie ad esso pervenire alla presa di coscienza
morale16. La necessaria sconfitta dell’imperialismo tedesco toglierà forze alle
oligarchie, privandole del sostegno militare. Per Panunzio, quindi, la guerra
è “l’unica soluzione catastrofico-rivoluzionaria della società capitalistica”17,
13 Che a Ottobre ritorna a Milano e viene nominato da Mussolini redattore capo del
Popolo d’Italia.
14 Il 18 agosto 1914 De Ambris, Segretario della Camera del Lavoro di Parma e
direttore della rivista L’Internazionale, intervenendo ad una conferenza presso la sede
milanese del sindacato, sostiene la tesi della guerra rivoluzionaria. Sta parallelamente
maturando la svolta interventista di Benito Mussolini.
15 Gazzettino Rosa, 27 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara;
anche ROVERI, cit., pag. 336.
16 Notare i non irrisori punti di contatto fra Panunzio e la coeva ideologia leninista
espressa in “Stato e rivoluzione”. Il concetto di violenza sovvertitrice è chiaramente
ricalcato dal pensiero di Georges Sorel.
17 ROVERI, cit., pag. 335.
14
capace di distruggere il passato, educare alla violenza sovvertitrice e instaurare il socialismo.
Stampa interventista
Al movimento aderiscono alcuni organi di stampa. Ricordiamo i principali:
“L’Avanguardia”, settimanale nazionalista capeggiato da Alberto Verdi, Giulio Righini, Gustavo Navarra, Mario Dotti, Alessandro Bargellesi;
“La Rivista”, settimanale liberale conservatore diretto da Luigi Fabbri;
“La Provincia di Ferrara”, quotidiano massone diretto da Paride Forniti e di
proprietà di Giuseppe Longhi;
il “Gazzettino Rosa”, periodico interventista finanziato da “La Provincia di
Ferrara”. Questo foglio, organo del Fascio Studentesco Anticlericale, nasce
il 20 settembre 1914 ad opera di Giuseppe Longhi e Germano Manini; da
novembre diviene l’organo della propaganda bellicista e degli attacchi contro
i neutralisti socialisti. Ha come motto “Altra Italia sognavo nella mia vita” di
Giuseppe Garibaldi, scritto a Caprera nell’ottobre 1880. Redazione e direzione sono situati a casa di Giuseppe Longhi (via Picca, 16). Il suo più importante
redattore è Sergio Panunzio;
la “Diana”, giornale fondato dal deambrisiano Romualdo Rossi assieme a Italo Balbo18 e all’ex socialista Renato Castelfranchi;
“La Raffica”, periodico sindacalista, guidato da Michele Bianchi e Italo Balbo.
18 Italo Balbo (Quartesana, Ferrara 1896 - Tobruk 1940). Repubblicano e massone,
dopo studi irregolari, si dedica all’attività giornalistica. Dopo aver partecipato alla
battaglia interventista si arruola volontario nel maggio 1915, ma inizialmente,
come avviene a Poledrelli, è destinato alle retrovie. Dall’autunno 1916 all’ottobre
1918 partecipa a molte fasi di battaglia, segnalandosi sul Monte Grappa e ricevendo
numerose decorazioni. Nel 1920 si laurea in scienze politiche a Firenze. Capo delle
squadre d’azione di Ferrara (1920-1921), guida ripetuti raid in Emilia. Quadrunviro
della “marcia su Roma”, tra il 1922 e il 1924 ha la carica di comandante generale della
Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Ministro dell’Aeronautica dal 1929 al
1933, si occupa di riorganizzare e di sviluppare l’aviazione italiana, incentivandone
il progresso tecnico-sportivo e lo sfruttamento propagandistico. Promuove crociere
di idrovolanti nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Nel 1934 diviene governatore
della Libia. Nell’imminenza dell’intervento italiano nella Seconda Guerra Mondiale
organizza l’offensiva aerea in Libia; il 28 giugno 1940 l’aereo da lui pilotato viene
abbattuto a Tobruk dalla contraerea italiana.
15
Graduale diffusione del movimento interventista da Novembre 1914
a Maggio 1915
La propaganda interventista trova già alla fine del 1914 i propri alfieri, che,
sulla scia di quanto sta accadendo nelle grandi città, iniziano a darsi un’organizzazione e una prassi operativa. I primi agitatori provengono dall’ambito
universitario, attento a quanto stava maturando in tutto il paese.
L’azione di propaganda attira gradualmente, ma inesorabilmente, l’interesse
condiviso della cittadinanza ferrarese, soprattutto nei settori della borghesia
intellettuale. Permane la storica dicotomia città-campagna: al di fuori delle
mura persiste un atteggiamento di indifferenza e ostilità nei confronti della
guerra in corso.
I diversi gruppi interventisti hanno il proprio punto di ritrovo al “Caffé
Milano”19, dove trascorrono ore in discussioni animate.
Già dal 1912 opera nell’ateneo estense un Fascio Studentesco Anticlericale, controllato dai radicali. I capi di questo gruppo sono Giuseppe Longhi,
Germano Manini (socialisti) e Barbato Gattelli. Da questo gruppo germina,
nel novembre del 1914, l’idea di un Fascio Interventista. Quale strumento di
propaganda, inizia l’organizzazione di comizi.
27 novembre 1914 – Al Teatro Verdi parlano alla cittadinanza il deputato belga Giorgio Lorand e Cesare Battisti. Il “Gazzettino Rosa” scrive:
Salutiamo in Cesare Battisti il palpitante Trentino che vive le ultime ansie in
questi momenti di attesa penosa. 20
13 dicembre 1914 – Viene fondato il Fascio di Azione Rivoluzionaria21. I
membri sono venticinque, anticlericali, repubblicani (fra cui lo studente Italo
Balbo), anarchici dissidenti (Mario Poledrelli22) e sindacalisti di “accentuati
principi rivoluzionari”. Il presidente, Egidio Liverani, è un repubblicano. Il
gruppo è appoggiato anche dai Docenti Universitari Gaetano Boschi e Leopoldo Tumiati.
29 dicembre 1914 – Espulsione di Germano Manini, Renato Castelfranchi e
19 Locale situato sotto il loggiato del Palazzo della Regione, verso la parte di Porta
Reno.
20 Gazzettino Rosa, 27 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
21 Su diretto influsso di quanto accade a Milano: là, dal Fascio Rivoluzionario
d’Azione Internazionalista, stanno sorgendo in quegli stessi giorni i primi Fasci
d’Azione Rivoluzionaria. Tengono il loro primo congresso il 24 e 25 gennaio 1915,
con l’intervento, fra gli altri, di Mussolini. Prima della fine di febbraio i fasci aderenti
sono 105, sparsi in tutte le regioni e con circa novemila iscritti.
22 Da poco tornato a Ferrara dopo un soggiorno a Milano. Il personaggio costituisce
il cardine della presente ricerca e i prossimi capitoli tenteranno di ricostruirne le
vicissitudini.
16
Giuseppe Longhi dal Partito Socialista, a causa della loro partecipazione a un
comizio in onore di Oberdan.
3 gennaio 1915 – Alla notizia della morte di Bruno e Costante Garibaldi, alcuni studenti svolgono un’azione di protesta presso il consiglio comunale.
7 gennaio 1915 – Arrigo Minerbi si dimette da consigliere, ed esce dal Partito
Socialista.
8 gennaio 1915 – Poledrelli organizza un incontro segreto, al “Caffè Estense”,
fra militanti cittadini e Alceste De Ambris, appena giunto da Milano. De Ambris propone la parola d’ordine di Mussolini: “guerra o rivoluzione”; getta un
pugnale sul tavolo e spinge gli astanti a giurare fedeltà alla causa.
9 gennaio 1915 – Mario Poledrelli scrive su “L’Internazionale”23 di Parma un
articolo dal titolo “Le idee anarchiche e la guerra”. Molti giornali anarchici
nazionali accusano l’autore di tradimento.
20 gennaio 1915 – Giuseppe Longhi24 e Germano Manini25 fondano il Circolo
Socialista Autonomo, che diviene, sul terreno politico militante, lo strumento
operativo degli interventisti. Vi aderiscono anche Gaggioli, Castelfranchi, il
maestro Costa, Balbo e Poledrelli.
24 gennaio 1915 – Comizio interventista al teatro Bonacossi (poi Ristori).
Tensioni coi neutralisti.
29 gennaio 1915 - Nuovo comizio interventista e tensioni coi Socialisti.
30 gennaio 1915 – Il Fascio di Azione Rivoluzionaria si riunisce alla vecchia
“Virginia”26, presieduto da Sergio Panunzio (la segreteria è affidata a Mario
Poledrelli), per darsi un’organizzazione definitiva. Il comitato esecutivo formato da Giuseppe Longhi e Mario Busatti. Le prime tessere portano i nomi di
Italo Balbo, Ugo Gaini, Germano Manini, Renato Castelfranchi, Edmo Biolcati, Arrigo Minerbi, Olao Gaggioli, Giuseppe Longhi. Motto del Fascio è:
“O la guerra o la repubblica”. Dalla “Virginia” il gruppo, guidato da Mario
Poledrelli, si reca al Palazzo Contrari, in una sala offerta dal gruppo radicale,
per svolgere una manifestazione interventista.
23 L’Internazionale, fondato nel 1907, organo della Camera del Lavoro di Parma e
provincia, diretto da Alceste De Ambris. Oltre all’edizione parmense aveva quelle per
Bologna, Milano e Modena.
24 A lui è attribuibile il ruolo di coordinatore fra questi gruppi; ha contatti con la
massoneria ferrarese e con Il Popolo d’Italia di Mussolini.
25 Germano Manini, nato a Consandolo il 2 novembre 1893, di famiglia benestante,
frequenta il liceo classico e l’università, militando nelle file di estrema sinistra del
Partito Socialista. Espulso dal partito per la scelta interventista, fonda il Circolo
Socialista Autonomo e fa parte del comitato esecutivo del Fascio di Azione
Rivoluzionaria. Muore in guerra.
26 La Trattoria Virginia, in Piazza Castello, all’angolo di via della Luna.
17
21 febbraio 1915 – I socialisti ferraresi rispondono con un’imponente manifestazione contro l’entrata in guerra.
25 febbraio 1915 – Muore a Milano l’onorevole radicale Ercole Trotti Mosti.
Si indicono nuove elezioni per l’11 aprile. I socialisti ufficiali candidano Carlo
Zanzi, il partito liberale Pietro Sitta, i radicali Guido Podrecca che raccoglie
tutti gli elementi interventisti, fra cui Italo Balbo, Renzo Ravenna, Guido Bergamo, Giovanni Fabbrini.
14 marzo 1915 – Inizia la campagna elettorale, incentrata sullo scontro fra
interventisti e neutralisti. Nelle piazze cresce la tensione, determinando problemi all’ordine pubblico.
15 marzo 1915 – Il Prefetto proibisce la tradizionale commemorazione dei
martiri del risorgimento ferrarese, Succi, Malaguti e Parmeggiani, per evitare
il pericolo di scontri fra le due fazioni.
18 marzo 1915 – In piazza Cattedrale compaiono i primi reparti armati interventisti.
21 marzo 1915 – Alcuni studenti, nel cortile dell’università, lanciano slogan
contro la monarchia e contro il Vaticano.
26 marzo 1915 – Commemorazione dei martiri del Risorgimento e comizio di
Podrecca, a cui segue una dimostrazione contro gli Imperi Centrali.
Inizio Aprile 1915 – Il Prefetto De Pieri redige un rapporto sulla situazione
della provincia, e sulla questione della adesione alla guerra:
…le masse rurali sono … in generale avverse, e questa avversione… è dovuta alla parola d’ordine ed alla attiva propaganda dei socialisti ufficiali…
Diverso è il sentimento nelle altre classi e nel capoluogo, dove è ancora vivo
e odiato il ricordo della dominazione austriaca… La gioventù studiosa e dei
professionisti è impaziente, come altrove, e favorevoli ad un pronto intervento
sono i radicali, i riformisti, e parte dei sindacalisti….27
Il Fascio di Azione Rivoluzionaria inizia gradualmente a smorzare i toni rivoluzionari ed anticlericali della sua propaganda, accentuando invece quelli
nazionalistici e creando un’alleanza trasversale antigiolittiana e antisocialista.
La situazione, nazionale e locale, volge ormai a favore degli interventisti; forze politiche e dirigenti amministrativi, in sempre maggior numero, si adeguano alla situazione.
10 aprile 1915 - Compare una “Dichiarazione” del gruppo dirigente dei fasci,
che s’impegna ad una tregua sociale se la monarchia dichiarerà la guerra28.
Il Procuratore di Parma incrimina tutti i firmatari per rispondere del reato di
offese alla dinastia.
27 ROVERI, cit., pag. 315 – 316.
28 L’Internazionale, 10 aprile 1915. Vedasi in appendice testo completo.
18
11 aprile 1915 – Alle elezioni suppletive prevale il liberale Pietro Sitta.
15 aprile 1915 - Presso l’Ospedale S. Anna iniziano i corsi teorici e pratici di
medicina e chirurgia di guerra, con lezioni dei professori Boschi, Gavazzanti,
Micheli, Padovani, Tiberti, Luzzato, Burci.
19 aprile 1915 – Nella casa della marchesa Maria Bagno hanno luogo riunioni
per la “preparazione femminile alla guerra”.
26 aprile 1915 – Imponente agitazione studentesca per le vie cittadine. Nel
pomeriggio comizio nel cortile dell’università. Parlano lo studente di giurisprudenza Dino Grandi, l’onorevole Buzzoni e Panunzio. Scontri violenti con
la polizia e i socialisti. Il segretario della Camera del Lavoro Provinciale Gaetano Zirardini, in un opuscolo, stampato a sue spese a Copparo, porta avanti
le ragioni dei neutralisti ferraresi.
29 aprile 1915 - Dopo un comizio interventista si forma un corteo inneggiante
alla guerra. Per rendere ancora più imponente la manifestazione, gli interventisti impongono violentemente la chiusura dei negozi cittadini in segno di
protesta contro il governo.
13 maggio 1915 - La polizia vieta un comizio interventista; i manifestanti
attaccano i poliziotti.
15 maggio 1915 - Corteo studentesco contro i neutralisti.
18 Maggio 1915 – Viene diffuso e pubblicato un manifesto interventista sui
giornali “La Provincia di Ferrara” e “La Gazzetta Ferrarese”29:
Cittadini,
La giustizia, la moralità, il sacro intangibile diritto della Patria hanno trionfato. L’ora solenne, decisiva per i fati del Paese si approssima. La Nazione ha
bisogno della volontà concorde, ferrea di tutti i suoi figli riuniti dal supremo
ideale, dalla suprema speranza. Il grido di dolore che altri italiani in una
angoscia estrema ci lanciano attraverso il mare di Venezia echeggia nelle
nostre anime e sta per essere raccolto e già le spalle brunite della terza Roma
si alzano nel cielo puro della Patria, innanzi alle vette nevose delle Alpi. In
questo momento, disprezzando le folli e criminose provocazioni, dobbiamo
tutti raccoglierci in una silenziosa preparazione delle anime simbolo della
volontà infrangibile d’Italia. Ai soldati che vegliano in armi sui confini della
Patria, ai marinai che sulle navi grigie attendono il segnale, vada il saluto
dell’amore, della fede e della vittoria. Per i nostri fratelli, per il diritto delle
genti, avanti Italia, avanti!
29 La Provincia di Ferrara e La Gazzetta Ferrarese, 18 maggio 1915, Biblioteca
Comunale Ariostea di Ferrara.
19
Ferrara 17 maggio 1915
Avv. Augusto Bellini, Italo Balbo, Dott. Arturo Cavicchioli, Dott. Renato Castelfranchi, Avv. Vasco Carli, Avv. Mario Dotti, Dott. Costantino Pappacosta,
Ing. Enrico Prampolini, Mario Poledrelli, Romualdo Rossi, Dott. Arrigo Sani,
Prof. Leopoldo Tumiati, Avv. Alberto Verdi.
Il Prefetto ordinerà il sequestro del manifesto30.
18 maggio 1915 – Manifestazione neutralista, scontri fra le due fazioni e intervento dei carabinieri. Molti studenti universitari inviano al Ministero della
Guerra la richiesta di arruolamento volontario.
19 maggio 1915 - Sulla “Gazzetta Ferrarese” compare l’elenco di trentotto
studenti universitari arruolatisi volontari, fra i quali Giuseppe Longhi, Germano Manini, Dino Grandi, Olao Gaggioli, Italo Balbo.
20 – 24 maggio 1915 – Partono i richiamati. Tutti i volontari della città sono
aggregati al 27° Reggimento di Fanteria, Brigata Pavia. All’entusiasmo della
popolazione cittadina si contrappone in modo stridente l’opposizione neutralista del territorio provinciale: alla stazione di Migliarino duecento persone, in
maggioranza donne, tentano di impedire la partenza di una tradotta di coscritti.
24 maggio 1915 – Alla proclamazione dell’intervento alcuni dirigenti socialisti (Carlo Cavallini, Enrico Ortolani, Raffaele Marranti, Giuseppe Zanoni e
Gastone Finotti), si distaccano dalla linea ufficiale del partito e manifestano la
propria adesione alla guerra contro l’Austria-Ungheria.
30 A dimostrazione del clima politico ormai mutato, il Prefetto verrà redarguito dal
governo per tale iniziativa; da allora proibirà ogni manifestazione socialista, tollerando
invece i comizi e cortei interventisti.
20
L’INTERVENTISMO ANARCHICO
Fino al 1914 il movimento anarchico, in tutta Europa, è assai frammentato,
con molti punti di contatto ideologico e altrettante divaricazioni con i repubblicani e i socialisti rivoluzionari. A polarizzare l’attenzione è il problema
della prassi rivoluzionaria con cui gettare le basi di un nuovo contesto sociale
di giustizia.
Già nel 1912 l’anarchico Mario Gioda sostiene la necessità di un “blocco rosso”, di una “repubblica sociale”, quale fase di transizione verso la rivoluzione. Tali idee inizialmente incontrano l’ostilità generale.31
A mutare il contesto giunge la guerra. Molti leader anarchici e rivoluzionari
(Piotr Kropotkin32, Jean Grave, James Guillaume, Amilcare Cipriani, Gustave Hervé33) prendono posizione contro la Germania e l’invasione del Belgio,
rivelando una innata simpatia verso la Francia, patria della rivoluzione. Inizia
a diffondersi un anarchismo interventista, secondo cui la rivoluzione sarà possibile soltanto il giorno in cui saranno conseguite universalmente la libertà e
l’indipendenza nazionale. In sintesi, l’argomento dominante è il seguente: una
vittoria austro-tedesca lascerà irrisolte le questioni nazionali, determinando
l’avvento di un sistema “feudale e militaristico”.
Occorre perciò impedire tutto ciò, a ogni costo, per salvare la causa anarchica.
Noi riteniamo che l’internazionalismo sarà possibile solo quando le nazioni
31 Mario Poledrelli, giudica “tisico e spurio” il pensiero di Gioda, una “balordaggine
politica”. “In ritardo? Anarchici e repubblicani” in L’Agitatore, 18 febbraio 1912.
LUPARINI, Alessandro, Anarchici di Mussolini, Montespertoli, M.I.R., 2001, pag. 12.
32 Piotr Kropotkin (Mosca 1842 – Dmitrov 1921). A vent’anni si reca a svolgere
ricerche geografiche in Siberia. Assume atteggiamenti critici verso la società zarista
e, nel 1872, fugge in Svizzera dove abbraccia gli ideali di fratellanza socialisti
e anarchici. Tornato in Russia, viene arrestato e incarcerato. Nel 1876 fugge e si
rifugia in Inghilterra, poi in Svizzera e in Francia, dove viene condannato per attività
sovversiva. Nel 1886 si trasferisce a Londra dove rimane fino al 1917. Allo scoppio
della Prima Guerra Mondiale prende posizione a favore della guerra contro gli Imperi
Centrali. Questa posizione trova la sua espressione nel “manifesto dei quindici”,
ma riceve forti critiche all’interno del movimento anarchico. Allo scoppio della
rivoluzione russa Kropotkin torna nel suo paese, ma la presa del potere da parte dei
bolscevichi lo lascia isolato ed emarginato. Poledrelli, secondo l’uso d’epoca, ne
italianizza il nome.
33 Gustave Hervé (Brest 1871- Parigi 1944). Politico francese inizialmente su posizioni
antimilitariste e antiborghesi, nel 1905 entrò a nel Partito socialista unificato (SFIO)
schierandosi con l’estrema sinistra. Vicino a Sorel e ai sindacalisti rivoluzionari,
è tra i fondatori del periodico La guerre sociale che dirige fino alla prima guerra
mondiale quando si converte al socialpatriottismo, fonda il giornale La Victoire e si fa
sostenitore della guerra a oltranza.
21
saranno libere, poiché la dove l’odio divide l’irredento dall’oppressore, ogni
altro problema economico e politico non può trovare soluzione...
La neutralità oggi, è per tutti solamente un abbietto egoismo nazionale; essa
è la precisa negazione dello internazionalismo.34
Ciò comporta inevitabili lacerazioni con l’anarchismo ufficiale, contrario a
ogni idea di stato e conflitto istituzionale. Mentre Enrico Malatesta ed Armando Borghi ostentano apertamente le proprie idee neutraliste, moltissimi anarchici, come Edoardo Malusardi35, seguono le teorie di Kropotkin, si schierano
a favore dell’intervento e iniziano a sostenere i propri argomenti, sempre più
prossimi a quelli dei socialisti rivoluzionari, contro i neutralisti.
Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche
Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
34 LUPARINI, Alessandro, Anarchici di Mussolini, Montespertoli, M.I.R., 2001,
pag. 20.
35 Direttore del giornale anarchico milanese La Guerra Sociale, fondato il 20
Febbraio 1915. Sulla sua linea la rivista bolognese Guerra di Classe.
22
CAPITOLO SECONDO
VITA DI MARIO POLEDRELLI FINO AL CONFLITTO
Mario Poledrelli nasce a San Nicolò di Argenta (FE) il 17 Luglio 1893, da
Giovanna Silvia Poledrelli e padre ignoto.1 Poco si conosce dei suoi anni adolescenziali, che ne segnano a tutto campo la formazione; dagli scritti posteriori
ricaviamo comunque l’immagine di stenti e sofferenze. Qualche aiuto probabilmente gli viene da suo cugino, il Prof. Ugo Poledrelli, che era stato, nel
1901-03, il primo Sindaco socialista di Portomaggiore.2
Mario Poledrelli cresce nella miseria, col solo conforto della dolcezza materna
e della vita libera e sana dei campi. È un solitario, meditativo; piuttosto piccolo di statura, gracile e timido, biondo, due occhi limpidi e chiari. Il disagio
economico della madre non gli consente lo svolgimento di studi regolari al di
là delle elementari: ancora giovanissimo, è costretto a trovarsi un lavoro manuale per aiutare la madre. Seppure gracile e malaticcio, al termine del lavoro
si dedica alla lettura: libri, giornali, e quanto altro gli capiti a portata di mano.
Quasi autodidatta, si forma una cultura rudimentale di base, in cui spicca il
particolare talento per la scrittura creativa.
Poledrelli vive una maturazione precoce, tale da indurlo a pressanti ragionamenti sulle ingiustizie sociali che lui e altri dovevano continuamente subire.
Lo commuove la sorte degli umili che soffrivano come lui, senza colpa. Abbraccia la causa dei diseredati.
Nel 1905 giunge una parziale svolta ai tormenti di Mario: un operaio di Argenta sposa Silvia, garantendole una vita più stabile. La famiglia si trasferisce
a Ferrara. Mario, a 12 anni, pur non trascurando il lavoro, può dedicarsi con
maggiore agio ai suoi libri: non romanzi, ma testi di politica e di questioni
sociali, di autori come Marx, Bakunin, Mazzini.
In quell’epoca3 il socialismo sta conquistando le campagne ferraresi in cerca
di riscatto. Anche Poledrelli nutre le sue prime simpatie politiche per le teorie,
ed i programmi socialisti: collettivismo, soppressione della proprietà privata,
solidarietà lo affascinano. Tali tensioni interiori lo spingono a diventare un sin1 Un certo E. S. argentano; non volle mai riconoscere Mario legalmente come figlio
e abbandonò il paese. Mario Poledrelli non volle mai sentirne parlare e lo considerò
sempre con profondo disprezzo. Per gran parte delle notizie biografiche qui riportate
vedasi: QUILICI, Nello, L’interventismo ferrarese, Ferrara, Rivista di Ferrara, 1935.
2 Testimonianza dello stesso Poledrelli, in La Rivista, 5 Luglio 1917, lettera spedita
agli amici ferraresi da Como, fra Settembre e Ottobre 1916, Fondo Mario Poledrelli,
Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
3 Vedasi Capitolo 1.
23
dacalista rivoluzionario (con simpatia evidente per il movimento anarchico).4
Poledrelli persegue una lotta sociale non imperniata su mere rivendicazioni
materiali, ma anche incentrata sulle esigenze spirituali dei popoli. Ha una visione del mondo di stampo romantico: un socialismo connotato da componenti cristiane e umanitaristiche, in nome di un mondo ideale in cui i diseredati
troveranno riscatto, pace e amore.
Ricorda Aliprando Giovannetti:
Egli amava spaziare nei campi oscuri, eterei dell’utopia, del sogno che doveva un dì prossimo o lontano divenire la sospirata realtà dei sofferenti nel
corpo e nello spirito … quelle sue affermazioni ideali ondeggiavano tra l’individualismo ed il comunismo libertario, e gli sembrava che il sindacalismo
rivoluzionario fosse troppo economico e contingentista …5
Ad influenzare largamente la weltanschauung poledrelliana è altresì un inquietante retroscena sentimentale che costituisce il denominatore di tutta la
sua vicenda umana fino alla morte: l’infelice amore per una donna di nome
Angelica, coniugata con un altro uomo.
Semplice operaio in cerca di lavoro, di pace e di contatti politici in grado di
comprendere i suoi pensieri, emigra il 30 Aprile 1913 a Milano e vi permane
per circa un anno. Cerca un lavoro, ma la sua salute, minata da un sordo male
(probabilmente una forma di tubercolosi che lo porta a contrarre frequentemente stati febbrili) non gli consente di conseguire un’occupazione stabile. Il
suo soggiorno a Milano è quello di un randagio.
Alterna il mestiere del tipografo con quello di verniciatore di imposte. Incontra Enrico Malatesta, guida del movimento anarchico italiano.
A questo momento risale l’iniziazione anarchica di Poledrelli. Il pensiero
4 Inizia ad essere controllato dalla Prefettura di Ferrara per attività sovversiva. Al 16
marzo 1910 risale un rapporto riservato che recita: “Nell’opinione pubblica riscuote
buona fama. E’ di carattere calmo, ma privo di educazione. Ha frequentato l’intero
corso elementare, è di svegliata intelligenza, avendo sempre curato di tener dietro
alle questioni sociali che appaiono sui periodici dei partiti avanzati… Non consta che
sia in corrispondenza epistolare con sovversivi residenti all’estero: è però in continuo
carteggio con i suoi compagni che dimorano a Milano e provincia, dai quali a sua
richiesta, è messo al corrente del movimento anarchico lombardo”. Scheda Poledrelli
Mario, Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Fondo Direzione
Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale, (in seguito ACS, CPC),
Busta 186.
5 Da un articolo inedito di A. Giovennetti scritto a Berlino in occasione del congresso
internazionale sindacalista del gennaio 1923, Luigi Greci, Tesi di Laurea, Mario
Poledrelli e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di
Ferrara.
24
libertario lo affascina, particolarmente per le sue componenti umanitarie e non strettamente materialistiche come quelle
marxiane. Poledrelli studia
anche il pensiero di un altro
russo, Piotr Kropotkin, votato a rinnovare la società. “La
conquista del pane”, “Mutuo
aiuto”, “La grande rivoluzione” e “La morale anarchica”
diventano i suoi libri preferiti,
fondati sul principio dell’integrazione fra lavoro e produzione sociale: tutti gli uomini
debbono lavorare, ma anche
pensare; non si possono distinguere i bisogni economici
dalle necessità spirituali, che
sono, in modo indissolubile,
associate ai primi e si completano vicendevolmente. Da
questo momento Poledrelli
Lettera ad Angelica di Mario Poledrelli del 12 giugno 1914 Greco Milanese. (Fondo Mario
Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
non conosce più esitazioni di sorta: rimarrà sempre fedele, come attestano i
suoi scritti, a queste convinzioni6.
A Milano, dove risiede fino al 1914, ha anche modo di conoscere Benito Mussolini7, allora direttore dell’“Avanti”! e si trova in consonanza ideologica con
6 Da un rapporto di Pubblica Sicurezza risulta che: “E’ stato testé chiamato a far parte
di un sedicente comitato nazionale qui sorto ad iniziativa delle locali organizzazioni
sovversive allo intento di far risorgere una agitazione contro la compagnia di
disciplina e per la liberazione del soldato Moroni, assegnato da tempo alla compagnia
di disciplina di S. Leo a causa della ostentata sua azione settaria e sobillatrice. Il
presente cenno viene dalla locale Questura comunicata alla Prefettura di Ferrara”.
Prefettura di Milano 30 marzo 1914. Scheda Poledrelli Mario, in ACS, CPC, Busta 186.
7 A testimonianza di questi rapporti intercorsi tra Mussolini e Poledrelli restano tre
25
lui nella condanna dell’avventura libica; nell’estate di quell’anno, all’inizio
del conflitto mondiale e del dibattito sulla guerra, decide di rientrare a Ferrara
per compiere là la propria missione politica già propensa all’interventismo.8
In una città vertiginosa come Milano egli non avrebbe potuto fare altro che seguire la corrente; invece a Ferrara avrebbe potuto offrire un proprio personale
contributo alla causa comune.
Il 29 agosto del 1914 Mario Poledrelli torna dunque a Ferrara. Il suo arrivo
coincide con una fase di crisi del movimento sindacale e riformista, sempre
più slegato al proprio interno per via dell’incombente querelle interventistica: studenti, intellettuali, riformisti, già legati al movimento operaio, se ne
distaccano per legarsi a radicali, clericali moderati e nazionalisti nella nuova
crociata antigermanica. Molti dirigenti sindacali designano la nuova guerra
dell’epiteto di “rivoluzionaria”; si staccano vieppiù dalla linea ufficiale del
partito e dalle opinioni proletarie contadine prevalenti, imboccando una strada
politica del tutto originale9.
Anche a Ferrara, in piccole dimensioni, sta manifestandosi il grande travaglio
che va toccando tutto il paese.
cartoline autografe, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo
Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
Il Popolo d’Italia Milano, 25/11/1914
Sig. Mario Poledrelli Ferrara
Favorite pazientare: le tessere non sono ancora pronte. Quando lo saranno vi
spediremo la vostra. Spero di potervela, quindi, inviare presto e ringraziandovi vi
saluto. Mussolini
Il Popolo d’Italia Milano, 27/1/1915
Mario Poledrelli, Via Mazzini 71 Ferrara
Caro Poledrelli, vi facciamo spedire le cartoline fuori sacco. Quando alle spese,
poiché esse peserebbero sul vostro modesto bilancio, mandate mensilmente la vostra
noticina alla nostra amministrazione e sarete rimborsato. Vi preghiamo di svolgere
il vostro lavoro anche nel senso di procurare degli abbonati al giornale. Vi saluto
cordialmente e vi auguro che presto siate occupato e credetemi l’obbligatissimo
vostro. Mussolini
Il Popolo d’Italia Milano, 7 febbraio 1915 Quotidiano Socialista
Egregio Poledrelli,
vi manderemo a giorni il saldo spese, ma non ho ricevuto le notizie su “Pagnacca” n. 8.
Se sono interessanti rimandatele. Cordiali saluti. Mussolini
8 Da un rapporto di Pubblica Sicurezza risulta che:“Essendo privo di mezzi e nella
impossibilità di trovare lavoro, venne a sua domanda rimpatriato per misure P.S. e se
ne è informata dalla locale questura la Prefettura di Ferrara. Ulteriormente al marzo
scorso si è sempre addimostrato fervente propagandista delle sue idee settarie e svolse
anche attiva opera nella agitazione contro le compagnie di disciplina”. Prefettura di
Milano 25 agosto 1914. Scheda Poledrelli Mario, in ACS, CPC, Busta 186.
9 Vedasi Capitolo 1.
26
Poledrelli trova impiego come sindacalista nella commissione di controllo
della Camera del Lavoro di Ferrara (allora guidata da Gaetano Zirardini)10 e
ritrova gli amici di un tempo in quel Caffè Milano11 che rappresenta il centro
della vita politica cittadina.
È tra i primi a proclamare, con tutta la sua forza, la necessità di dichiarare la
guerra all’Austria e trova subito sia consensi sia accuse (di voltafaccia, da
parte dei socialisti).
Partecipa inoltre alla fondazione del giornale interventista massonico e anticlericale “Gazzettino Rosa”, alle stampe dal 20 Settembre 191412.
Il 3 Novembre pubblica un corposo articolo in cui riprende il pensiero di Kropotkin e ne esalta le scelte politiche e morali13.
La svolta interventista di Mussolini va maturando proprio in quei giorni: il 20
Ottobre si dimette dalla direzione dall’ “Avanti”! e si stacca dalla linea ufficiale neutralista del Partito Socialista.
Poledrelli immediatamente ne calca le orme, intravede (come tanti in quei
giorni) nella guerra una nuova crociata anarchica, premessa indispensabile
ad una rivoluzione sociale europea e nazionale: sconfiggendo il militarismo
germanico si sarebbe eliminata la guerra, riscattato il sangue innocente del
Belgio, edificata una nuova Europa fondata sui valori di giustizia, uguaglianza
e fraternità. Scrive a Mussolini:
Vi siete ribellato ai gretti di cuore ed ai pigri di cervello che non comprendono la bellezza ideale di una guerra contro l’Austria. Gradite, o Mussolini, un
bravo commosso.14
Il 15 Novembre Mussolini a Milano fonda “Il Popolo d’Italia”, organo del
nuovo socialismo interventista; il 18 Novembre a Ferrara Poledrelli, dalle righe del “Gazzettino Rosa”, plaude all’evento:
Noi studenti ferraresi accoglieremo il grido che irrompe dal petto di Benito
Mussolini. Essere degli assenti in questo momento di trepidazione e di angosce val quanto non avere cuore od essere senza cervello15
10 CORNER, Paul, Il Fascismo a Ferrara 1915-1925, Bari, Laterza, 1974, pag. 14; cfr.
anche ROVERI, cit., pag. 310.
11 QUILICI, cit., pag. 11. Inoltre vedasi Capitolo 1.
12 Vedasi capitolo 1.
13 Gazzettino Rosa, 3 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
Vedasi in appendice il testo.
14 Su Il Popolo d’Italia, Anno I, n. 5, 1 novembre 1914, Rubrica per l’Intervento,
Adesioni e solidarietà, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo
Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
15 Gazzettino Rosa, 18 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara; cfr.
anche QUILICI, cit., pag. 10.
27
Poledrelli appaga il suo sogno di divenire giornalista, corrispondente da Ferrara per “Il Popolo d’Italia”. Ciò gli consente di ottenere collaborazione con
altri giornali e, cosa più importante, di avere una tribuna in cui sostenere il
proprio pensiero contro i neutralisti (fra i quali è venuto a collocarsi il suo
“maestro”, Malatesta). Non era infatti, caratterialmente, un oratore: preferiva
operare nell’ombra, attraverso il testo scritto.
La campagna è ormai pienamente lanciata: il 27 Novembre il Teatro Verdi
diviene sede di comizi (il deputato belga Georges Lorand, Cesare Battisti16). Il
13 Dicembre sorge anche a Ferrara il Fascio d’Azione Rivoluzionaria17.
Seguirà poi la fondazione di un nuovo Circolo Socialista Autonomo, operante in simbiosi col Fascio d’Azione Rivoluzionaria. Attraverso le pagine del
“Gazzettino Rosa” ed operando un’intensa azione di proselitismo nell’ambito
cittadino, questo gruppo diventa l’anima vulcanica del Fascio e dell’azione
interventista.18
Poledrelli scrive alcuni articoli su “L’Internazionale” di Parma, in una speciale
rubrica intitolata “Note ferraresi”.
Qui egli esprime compiutamente il suo pensiero sulla società, la guerra e l’anarchia.
Il 9 Gennaio 1915 dà alle stampe un pezzo dal titolo “Le idee anarchiche e la
guerra”19:
Io comprendo l’anarchismo come la più alta, la più disinteressata, la più sublime espressione della solidarietà umana: l’anarchismo che, per me, non è
un partito come il socialista che non vede e non conosce altri interessi, altra
realtà che non sia la classe o un partito, come il nazionalista che non vede,
che non conosce altri interessi che non siano quelli ristretti nei limitati confini
di una nazione; ma, senza negare l’una e l’altra, va oltre di esse per arrivare
alla meta dell’umanità libera e redenta
La forza della nuova idea spinge Poledrelli ad un tacito compromesso con la
nazione e con la monarchia:
Né si può negare la realtà della nazione. L’herveismo della prima manera è
fallito. La guerra attuale si è incaricata di fargli un funerale. È un funerale
di terza classe. La nazione diventa tanto più sacra quanto più è minacciata…
16 QUILICI, cit., pag. 10; cfr. anche CORNER, cit., pag. 25.
17 ACS, AGR, Busta 2, Fasc. “Ferrara, i dispacci del Prefetto De Pieri”, in ROVERI,
cit., pag. 319; per la storia del Fascio Studentesco Anticlericale e del Gazzettino Rosa
vedasi anche CORNER, cit., pag. 23-24. Inoltre vedasi capitolo 1.
18 ROVERI, cit., pag. 319; CORNER, cit., pag. 23-24-25.
19 L’Internazionale, 9 gennaio 1915, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli
e l’interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
28
Tradita l’Internazionale dall’imperialismo ipocrita dei socialisti tedeschi,
ogni partito, ogni individuo dei singoli paesi è tornato alle nazioni. Io non
posso negare di essere nato in Italia e quindi rinnegare il genio di questa terra… È per questo che io mi sento di difendere l’Italia anche – e diciamola, la
verità – sotto le insegne del signor Vittorio Emanuele 20
La stessa “riconciliazione” avviene nei riguardi della “nemica borghesia”:
Questa guerra la consideriamo se non una guerra dell’avvenire, certamente
del presente contro il passato che vuol risuscitare o dominare per mezzo e con
la forza delle armi teutoniche. Può darsi – e non lo è, perché la borghesia non
vuole la guerra – che questa guerra sia considerata dalla borghesia come
una guerra di difesa dei suoi interessi… Mentre i popoli della Triplice Intesa
versano il sangue in difesa di interessi capitalistici, lo versano anche in difesa
del movimento rivoluzionario minacciato dalla Germania conservatrice 21
Il 16 Gennaio scrive un articolo in cui, nello spirito del sindacalismo rivoluzionario, appoggia i lavoratori copparesi in sciopero e critica l’operato dei
dirigenti socialisti22
Il 30 Gennaio replica alle critiche degli anarchici neutralisti:
Siamo stati contro, abbiamo combattuto e con lo scherno e con la ragione lo
spirito imperialista del nazionalismo nostrano, perché dovremmo sopportare
l’egemonia del mondo di quello tedesco? Mistero della santissima neutralità.
Anarchici, non si diserta impunemente la storia.23
In un altro articolo, del 20 Febbraio 1915, scagiona se stesso dalle accuse
d’incoerenza ideologica:
Il mio atteggiamento interventista di oggi è la logica ineluttabile dei miei
atteggiamenti di ieri. Ieri fui contro la guerra libica, ieri guardavo con simpatia la guerra liberatrice che i popoli balcanici combattevano contro la Turchia, per la medesima precisa ragione che oggi sono favorevole all’intervento
dell’Italia nel conflitto europeo… Il trionfo delle nazionalità è la condizione
necessaria per il trionfo dell’Internazionale. 24
Violenta è invece, evidentemente, la polemica con il socialismo ufficiale:
Ridiamo un po’. Naturalmente parliamo del socialneutralismo ferrarese…
Martedì della settimana scorsa la locale succursale della santa inquisizione
20 L’Internazionale, 9 gennaio 1915, QUILICI, cit., pag. 13.
21 L’Internazionale, 9 gennaio 1915, QUILICI, cit., pag. 13.
22 L’Internazionale, 16 gennaio 1915, GRECI, Luigi , Tesi di Laurea, Mario Poledrelli
e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
23 L’Internazionale, 30 Gennaio 1915, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli
e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
24 La Guerra Sociale, 20 febbraio 1915, QUILICI, cit., pag. 13.
29
rossa d’Italia condannava all’espulsione i soci Dott. Renato Castelfranchi,
gli studenti Giuseppe Longhi e Germano Manini… I socialisti sono pronti,
dopo la commedia sulle piazze, a godersi in pace il vantaggino della posizione gerarchica raggiunta nel partito… Muoiano tedeschi, francesi, belgi,
inglesi, russi: ma l’Italia continui a vivacchiare nella sua dolce mediocrità.25
I militanti socialisti sono, volta a volta, etichettati con appellativi ingiuriosi,
quali: rivoluzionari di cartapesta… piccoli gnomi… sovversivi da bordello.26
Il 10 Aprile anche Poledrelli firma la “Dichiarazione” in cui molti esponenti
interventisti pongono l’ultimatum al re, affinché scelga fra guerra e rivoluzione. Si trova incriminato per attività sovversiva27; una nuova accusa lo colpisce
il 29 aprile, quando, durante un corteo, i manifestanti impongono violentemente la chiusura dei negozi cittadini in segno di protesta. Poledrelli viene
accusato di istigazione, processato e infine assolto per non avere commesso
il fatto28.
Il 22 Maggio, dalle colonne de “L’Internazionale”, Poledrelli risponde al manifesto neutralista di Zirardini, che sta circolando per la città:
È inoltre da incoscienti creare nel paese uno stato d’animo acceso contro la
guerra, quando prevalentemente si sa già che è impossibile impedirla, non
solo, ma che non lo si vuole impedirla. Perché, o lavoratori, noi vedremo
certamente domani, allo scoppiare delle ostilità, se vi sarà qualche rivolta,
questi rivoluzionari da pagliaio… si affretteranno a scindere le loro responsabilità per paura della galera. E mentre gli ingenui operai che hanno creduto
alle loro stupide fanfaronate saranno fucilati, essi si nasconderanno… E sono
questi ignobili borghesi che vogliono dare lezioni di coraggio e di sacrificio…
Ci vedremo al momento opportuno. Vedremo se voi arrischierete la vostra
pelle lurida sulle barricate mentre i nostri le arrischieranno alle trincee. E il
proletariato giudicherà da che parte sono i vigliacchi.29
Come tanti altri, anch’egli ha appena fatto richiesta d’arruolamento volontario
e s’accinge ad iniziare la propria stagione guerriera; lascia anche il proprio
testamento:
25 L’Internazionale, 16 gennaio 1915, QUILICI, cit., pag. 15 – 16.
26 ROVERI, cit., pag. 310
27 La Provincia di Ferrara, 27 aprile 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
28 La Rivista, 23 maggio 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. Processo
istruito fra l’11 e il 18 Maggio; Poledrelli viene difeso dall’avv. Pierluigi Casati,
anch’egli interventista e autore di un interessante diario di guerra nei giorni di
Caporetto (Pierluigi Casati, Studio su Caporetto, a cura di Bragatto-Montesi,
Ferrara, 2009).
29 L’Internazionale, 22 Maggio 1915, QUILICI, cit., pag. 22-23
30
Da aprirsi in caso di morte
in caso che dovessi lasciare la vita sui campi di battaglia, queste sono le ultime mie volontà che prego i rimasti di eseguire:
I – Lascio tutti i miei libri, opuscoli, giornali al mio amico Gaini Ugo eccetto
quelle pubblicazioni che parlano di me e che vi sono miei scritti, anche con gli
pseudonimi (Kean, Manogina, S. Leone) che restano proprietà della famiglia
e che prego di conservare sempre.
II – Le carte, le lettere, i documenti restano di proprietà della famiglia.
III – Riaffermo ancora la mia fede anarchica. Le ragioni del mio atteggiamento sono spiegate in articoli su “L’Internazionale” e “Guerra di Classe”.
In fede
Mario Poledrelli
23/5/1915
NB. Fare sapere se è possibile, ad Angelica che il solo, l’unico amore fu per
Lei, come per Lei, insieme ai più cari, sarà l’ultimo pensiero.30
30 Lettera autografa, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
31
Lettera testamento di Mario Poledrelli del 23 maggio 1915. (Fondo Mario Poledrelli,
Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
32
CAPITOLO TERZO
1915 – 1916: DA FERRARA ALL’ALTIPIANO DI VEZZENA
Il 24 maggio la guerra è dichiarata. Mario Poledrelli, veste la divisa del volontario, seppur assegnato a un reparto non combattente, quello dei Volontari
Ciclisti e Automobilisti (V.C.A.) di Ferrara, composto da persone fisicamente
inadatte o troppo anziane per le fatiche militari. Di stanza all’abbazia di Pomposa, alla mobilitazione il reparto è destinato alla difesa costiera dalle foci del
Po alla Salina di Comacchio, assieme a una compagnia della Milizia Territoriale e ad alcune Guardie di Finanza.
La vita di Pomposa è un vero tormento per lui. Costretto ad una vita che di
militare non ha altro che le apparenze, esposto ai dileggi della popolazione che
vede in loro solamente i soldati della “terribile”, Poledrelli trascorre lunghi
mesi di noia e inquietudine. Appartiene alla schiera degli imboscati per forza
e ne è umiliato1. Nonostante la salute cagionevole, mal sopporta la routine
dell’attività di presidio: giunge ad inviare via telegramma una protesta formale al Ministero della Guerra e chiede d’essere inviato al fronte.
Da Pomposa scrive all’amico e maestro Edmo Biolcati:
Io desidero di andare al fronte come i primi giorni della mobilitazione. Anzi
ora lo desidero più ardentemente perché ogni giorno che passa più sento di
infangarmi nel fango dell’umiliazione. Vorrei poter dimostrare a coloro, che,
forse non a torto ci disprezzavano, che non siamo dei vili, ma che nostro dovere lo sappiamo compiere. Pazienza. Verrà il giorno, il bello e desiderato
giorno anche per noi.2
Giunge la notizia della morte di Germano Manini; in suo ricordo Poledrelli
scrive:
Ricordo il povero amico nostro, nella grande vigilia, nelle riunioni del Fascio
Interventista; lo ricordo con quel suo bel sorriso buono ed ingenuo dare, colla
timidezza di una fanciulla e il senno di un uomo maturo dei consigli per lo
svolgersi felice della buona battaglia. Filippo Corridoni, Ubaldo Corridoni,
Giulio Barni, Nino Rabolini, Ruggero Fauro, Germano Manini … Quante
giovinezze sacrificate su l’altare dell’Italia rinnovata… Non piangiamo. Essi
non hanno bisogno delle nostre lacrime. Un solo dovere ci resta: vendicarli!
E li vendicheremo. Nelle trincee: contro i nemici di fuori, sulle piazze: contro
1 Il battaglione V.C.A. era chiamato, per irrisione, “Oh, Dio mama”.
2 Lettera del 27 ottobre 1915, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e
l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
33
Gruppo di militari del Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti. Reparto di Ferrara
(24°). Abbazia di Pomposa 23 giugno 1915. Partendo dal basso nella seconda fila, il quarto
da destra è Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
34
i traditori di dentro.3
Finalmente, il 7 Novembre, il Reparto viene disciolto (probabilmente perché
gli alti comandi, vedendo con scarsa simpatia i corpi volontari, tendono gradualmente a eliminare ogni anomalia organizzativa). Poledrelli ritorna a Ferrara, ed il 23 novembre può essere arruolato regolarmente. Il 10 dicembre viene
incorporato nel 73° Reggimento di Fanteria, Brigata Lombardia, ed il 1 gennaio del 1916 è assegnato al 206° Reggimento di Fanteria, Brigata Lambro4.
Al momento di partire per Lecco, centro di raduno del Reggimento, scrive
agli amici:
Se avvenga che io paghi con la vita l’ardente mio amore alla patria, guardatevi bene dal compiangermi. Rechereste ingiuria alla mia memoria5
Da Lecco, il 10 dicembre, scrive poi un interessante articolo dal titolo “Verso
la caserma con i coscritti di Ferrara” 6:
Non fu felice il viaggio nel senso, dirò così, materiale della parola, ma moralmente parlando fu un’altra cosa. L’allegria, il buon umore non fecero difetto.
Tutti i canti più popolari e più appassionati della patria e dell’amore sgorgavano dal cuore e dalle labbra di noi tutti. Ma la canzonetta che dominava
nel tumulto dei canti, la regina dei cori, fu come sempre: “E se non partissi
anch’io sarebbe una viltà”. Quelle canzonette non erano, in fondo, che il
frutto della ribellione contro un nodo che ci serrava, ostinatamente, la gola.
Perché si ha un bel essere scettici, indifferenti, ma quando si sente il rumore della locomotiva, che, inesorabilmente ci porta lontano dagli affetti dei
parenti, delle fanciulle, degli amici e lontani dalla nostra vecchia Ferrara
esuberante ed affascinante di grandi ricordi antichi e di piccoli pettegolezzi
moderni, si sente in modo tirannico l’attaccamento a queste cose. Ma ognuno
di noi cantava, cantava disperatamente, per nascondere, a vicenda, i segni
evidenti della nostra commozione. Cantavano anche coloro che, in altri momenti, avrebbero straziato i timpani agli ascoltatori. Ero in uno scompartimento completamente occupato da buoni villici. Essi erano timidi…
Finalmente potemmo scorgere, fra la nebbia e l’oscuro i piccoli paesetti lom3 Gazzettino Rosa, numero speciale, novembre 1915, Biblioteca Comunale Ariostea
di Ferrara.
4 Foglio Matricolare di Mario Poledrelli, Ruoli Matricolari, anno 1893, Archivio di
Stato di Bologna. Vedasi in appendice
5 La Rivista, 5 luglio 1917; ed in GRECI, Luigi, “Memorie eroiche. Mario Poledrelli,
l’operaio volontario di guerra. Lettere e diario alla vigilia della morte sul campo”, in
Corriere Padano, s. d. (anni trenta). Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
6 La Rivista, 16 dicembre 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
35
bardi che ci preavvisavano il luogo di destinazione. Sentinelle avanzate: i
monti. Allo spettacolo dei quali un urlo di ammirazione uscì spontaneo dai
nostri petti. Ed una voce stentorea e potente soprattutto, di tutti, interpretando
il pensiero gridò: “E noi dobbiamo vincerli e conquistarli?!” In quella voce
c’era tutto il nostro orgoglio… Finalmente, sul fare della notte (Altro che notte! …) entrammo, intontiti dal lungo viaggio, accolti dalla fanfara del nostro
reggimento in Lecco. Bastò la musica perché ogni stanchezza in noi sparisse
ed a prova di ciò intonammo: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. Mentre si
passava in una via, una finestra si schiuse e dalla persiana scorsi un viso di
fanciulla che ci regalava un divino sorriso. Chiamai: Lucia! Ma io non sono
Renzo Tramaglino…
Pochi giorni dopo scrive un altro articolo dal titolo “Natale in caserma”, dove
traspare tutta la nostalgia per la famiglia lontana7:
Ieri, vigilia di Natale, la caserma presentava un insolito aspetto. Un via vai di
furieri e di cucinieri. Ogni soldato aspetta il pacco, il vaglia, la lettera consolanti; grandi preparativi per il rancio speciale … Quanta allegria in tutti. …
Invece oggi abbiamo perduto quell’allegria di ieri. C’è in tutti una melanconica e brontolona mestizia… questa festa di Natale ha un fascino speciale su
di noi. Si ha un bell’essere miscredente ma oggi si desidera, più che in altra
solennità, la casa propria, sotto lo sguardo affettuoso e buono della famiglia.
Si pensa ai cari lontani con nostalgia infinita ed accorata. Ma ecco, suona la
libera uscita. …Si gironzola un po’ per le vie semi-deserte della città. Quei pochi borghesi che incontriamo ci guardano con lo sguardo della compassione.
Forse anche loro hanno qualche parente in qualche caserma lontana e forse
al fronte. Egoista! Ed io ho pensato solo a me, solo al mio dolore di umile
coscritto. E non ho pensato prima a quelli che oggi al fronte sono soli con la
morte al fianco, che anche oggi combattono, che anche oggi cadono feriti e
morti per la patria …. Ed anche essi hanno la mamma, la famiglia, gli amori.
Fortunati, oggi, siamo noi, che se non possiamo passare il Natale accanto
ai nostri, pure, colla penna, possiamo sfogare la piena del cuore. Mentre ad
essi, poveri fratelli nostri, è tolta questa pur piccola soddisfazione. E forse
non si lamentano, non si lagnano. Forse essi vedono il Natale come un sogno.
“Pace agli uomini di buona volontà” disse il Redentore della leggenda, ma
essi hanno di fronte, insidiosi, gli uomini che hanno voluto la guerra per un
vasto e stolto sogno di egemonia e di oppressione internazionale. … io penso,
essi passano un Natale migliore, nel senso più umano della parola, del nostro
7 La Rivista, 27 dicembre 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
36
Gruppo di ufficiali del Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti. Reparto di Ferrara
(24°). Stazione ferroviaria, probabilmente di Ferrara. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio
Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
e di quello delle loro famiglie. Questo deve essere stato anche il ragionamento
dei miei commilitoni perché quando sono entrato in caserma, prima, molto
prima della ritirata, li troverai riuniti in cortile, che nel nostro dialetto ferrarese mandavano le più fiorite ingiurie a Francesco Giuseppe ed a Guglielmo
II. Così senza ulteriori novità si è passato il giorno di Natale.
Il periodo d’addestramento risulta piuttosto lungo e faticoso: il suo fisico è
inadatto alle esercitazioni, ed alle marce. Ben presto si ammala e viene condotto al Deposito Militare Convalescenze di Celana, in provincia di Bergamo.
Non sarà il primo ricovero: vari altri si susseguiranno.
Il 19 Febbraio scrive al maestro Biolcati:
Carissimo Maestro, ringrazio il mio antico commilitone di non dimenticarmi.
Ciò mi procura una intima e sentita gioia. Ringrazio pure il resto degli amici
per i loro auguri che mi giungono oltremodo graditi. Il Caffé Milano non dimentica i suoi frequentatori. Se sapessi come nelle ore di malinconia penso a
quel fumoso locale ove ci si avvelena seriamente, ed alle volte, allegramente,
dicendo male del prossimo e malignando magnamente sugli amici assenti.
Ma spero che compiuto il mio dovere, se sarò risparmiato, di ritornarvi e di
37
passare altre ore di ozio e di noia, come una volta. Perché io spero di guarire
completamente entro il mese per potere coi primi di marzo partire col mio
Reggimento (206°) per il campo di dovere. Le febbri è qualche giorno che
sono cessate e da qualche giorno che vado gironzolando attorno, non più lontano, il fabbricato. E’ già molto se si pensa a quello che ho passato...8
A fine Marzo si annuncia la partenza per il fronte; Poledrelli scrive a Biolcati:
Io ora sto bene; o vedo qualche lieve disturbo. Ma sono pronto per fare il mio
dovere di soldato. Dopo una preparazione così lunga era ora! Al mio 206°
Regg. c’è Regolo Roveroni, S. Tenente. Io sono ben voluto da tutti gli ufficiali della mia compagnia. Insomma sono contento. Vedo l’ora di andare al
fronte. Questa è un’attesa febbrile. Forse andremo sul fronte del Trentino. Le
mostrine nostre sono i colori di Trento.9
Nell’Aprile 1916 il Reggimento parte
finalmente per il fronte degli Altipiani,
dove andava addensandosi la minaccia
della Strafexpedition austro-ungarica.
Poledrelli giunge a Bassano l’8 Aprile e inaugura la stesura del suo breve
diario di guerra, che qui riportiamo
integralmente ed analizziamo storicamente. Comprende il breve tempo che
va dall’Aprile del 1916 fino alla fine
del Maggio, con l’angosciata narrazione della ritirata dal Trentino. Lo stile
è quello abituale, pur se più nervoso e
conciso.
Lettera ad Angelica di Mario Poledrelli del 2 settembre 1915. Abbazia di Pomposa . (Fondo
Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri,
Ferrara).
8 Lettera del 19 febbraio 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e
l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
9 Lettera del 27 marzo 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e
l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. .
38
DIARIO DI GUERRA
(8 Aprile – 22 Maggio 1916)
8 Aprile
Partenza da Lecco alle ore 15,30. Un po’ di inevitabile commozione presto
soffocata dalla naturale giocondità giovanile. Molta gente alla stazione. Saluti.
Sventolamenti di fazzoletti. W il 206. Fiori. Confetti. Scaldamano. Signorine.
Signore. Uomini. Bambini. Soldati.
9 Aprile
Ore 9,30 arrivo a Bassano.10 Verso il ponte del Trentino. Animazione militare
per tutta la cittadina e relativi paesi circonvicini. Ufficiali di ogni grado e
di ogni corpo. Automobili, motociclette, biciclette, camions. Tutto assorbito
dal servizio militare. Si comincia a sentire la guerra. Quale differenza nella
popolazione! Qui nessun saluto ci accoglie. La città mostra di ignorare
il nostro arrivo. Nessuno di noi se ne meraviglia. Per diverse ragioni e le
più importanti sono due: la prima perché si è digiuni e si hanno 20 km. di
cammino da fare prima di raggiungere il nostro accantonamento. La seconda
che è naturale che una città invasa completamente da truppe per e dal fronte
non faccia accoglienza a qualche centinaio di uomini che arrivano. La marcia
è stata disastrosa. Con uno zaino che pesa 40 kg., digiuni ed insonni, non
si può pretendere una marcia ordinata come quando si facevano in tutt’altre
occasioni, per istruzione. Non si poteva evitare questa marcia? Io credo di si.
Ma diversamente à11 pensato il comando. Pazienza. Non ostante a ciò, il morale
delle truppe è sempre elevato. E ciò ancora questi coscritti che dimostrano di
essere uomini prima del tempo. Sono le 4 e ancora si deve mangiare il primo
rancio. Quasi tutti siamo digiuni. Durante la marcia sono stato colpito da un
piccolo svenimento dovuto all’insolazione.12
10 Come sappiamo, l’area di adunanza della Brigata Lambro era attorno a
Marostica. L’autore parla infatti, in seguito, di 20 km. da percorrere per giungere
all’accantonamento, situato a Mason Vicentino, nei pressi di Marostica e a circa venti
chilometri ad ovest di Bassano.
11 Arcaismo ricorrente nell’autore. Sta per “ha”.
12 Lo stesso giorno Poledrelli invia un articolo a “La Rivista”: “Sono uscito dall’ospedale di
Celana guarito, guarito anche di spirito perché penso che a qualche cosa sarò utile anch’io. I
miei compagni sono latinamente allegri e credono alla immancabile vittoria nostra sulle turbe
degli Unni e dei mangiasego. Siamo accantonati in un suggestivo paesello, continuamente
visitato dai velivoli nemici. Io confido che saranno tanto gentili da permettermi di poter provare
sulle cucurbitacee craniche dei loro compagnoni le graziose meraviglie del mio fucile.” La
Rivista, 13 Aprile 1916, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
39
11 Aprile
Oggi sono di guardia. Riposo assoluto
durante il giorno. Ma nell’impossibilità
quasi di dormire nella notte. Dobbiamo
fare la guardia alla tenda dei prigionieri.
Brutto mestiere. Io non discuto sulla
giustizia o meno delle punizioni. Anzi,
credo siano giuste. Ma quello che credo
inopportuno è che altri soldati facciano i
questurini ai propri compagni. Ciò ripugna
alla coscienza e al sentimento dei miei
commilitoni. Io per il primo. Non ci sono i
poliziotti ed i carabinieri per disimpegnare
questa odiata ma necessaria mansione?
12 Aprile
Piove. L’istruzione della mattina non si
fa. Ed è la principale e la più faticosa.
Nonostante, un senso di malinconia è
diffuso fra i soldati. Si pensa ai nostri fratelli
che sono nelle trincee. Nel pomeriggio
cielo rischiarato, aria fresca. Si fa una
passeggiata accompagnati da un aspirante.
E si viene a casa verso le 4,30.
13 Aprile
Oggi cinquina e distribuzione del tabacco.
Non solo, ma anche libero. Uscita nella
mattinata per la comunione. La comunione
non è stata fatta da quasi nessuno13. Si vede
che il soldato italiano più che raccomandarsi
a Dio si raccomanda al suo fucile.
Diario di Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
13 Qui l’anarchismo anticlericale di Poledrelli trova un momento di libera uscita.
40
14 Aprile
Questa mattina siamo usciti per eseguire una azione tattica. Ma il cielo, che
era già minaccioso prima di partire, ci ha scaraventato dopo un due km.
di marcia una valanga di grandine e di pioggia. Noi l’abbiamo presa tutta,
finché dopo che il tempo aveva soddisfatto il suo capriccio siamo ritornati
nell’accantonamento rinunciando all’azione tattica. Ma tutto ciò mi ha
prodotto la febbre. Febbre che alle 4 del pom. Era a 38 ½ e che dalle 9 alla
una pom. era certamente salita ai 40 gradi. Spero che non mi torturino anche
le febbri artritiche. Sarebbe una disperazione.
15 Aprile
Oggi riposo. Febbre a 37 ½ gradi.
16 Aprile
Riposo. Febbre 39 gradi. Internamento in infermeria.
17 Aprile
Niente febbre. Speranza di uscire per domani.
18 Aprile
Niente febbre14.
19 Aprile
Uscita dall’infermeria. Si parla di partire in giornata. I preparativi sono in
questo senso. Ma all’ultimo momento viene sospeso l’ordine.
14 Lo stesso giorno Poledrelli invia una lettera ad Edmo Biolcati: “Mi sembri molto
esagerato nelle tue lodi. Io non sono che un soldato, forse il peggiore nel senso
diremo così tecnico, fra i milioni di altri sui quali l’Italia può contare. Oggi è molto
facile, specie per noi, a fare il soldato giacché non esiste più quella disciplina di una
volta e poi a dirti la verità ci trattano bene anche nel vitto: Caffé il mattino, pasta
asciutta o in brodo il mezzo giorno, col suo bravo bicchiere di vino; brodo, carne
formaggio e vino la sera. Aggiungi a questo tre sigari, un pacchetto di tabacco ed uno
di sigarette e cinquanta soldi ogni 5 giorni, e dimmi un po’ se non siano trattati peggio
dei principi? Vedi dunque che la vita di guerra non è poi così dura come si dice.
Dunque: niente lodi. Le lodi debbono essere riservate a voi piuttosto, che rimanete
sempre in più esiguo numero a combattere le facce fesse e ripugnanti dei neutralisti
tedescheggianti ed austriacanti che per mettere la zizzania nel paese si sono fatti
esentare dal servizio militare. … Noi siamo la milizia della morte e siamo in molti ad
affrontare questa nemica leale mentre voi – milizia di galantuomini – siete in pochi
ad affrontare un nemico che si può anche nascondere sotto un falso patriottismo.
Onore a voi e coraggio”. Lettera del 18 aprile 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea,
Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi
di Ferrara.
41
21 Aprile
L’ordine di partire è venuto per quest’oggi. Infatti si è partiti da Mason
Vicentino alle 6 del mattino e si è arrivati a S. Caterina di Lusiana15 alle 11 ant.
5 ore di marcia, interrotte da brevi esperte soste, compiute magnificamente
dal battaglione. Sono senza zaino. Così ci si avvicina sempre più alla linea di
combattimento
23 Aprile
Pasqua triste. Non perché ci troviamo lontani dalle famiglie e perché insieme
ad esse non possiamo mangiare il tradizionale ovo pasquale, ché la giocondità
dei nostri anni giovanili ci ha ricompensato, se non ad usura, certo il necessario,
la nostalgia famigliare. Pasqua triste perché la piova fitta, torrenziale, non ha
lasciato nemmeno per un momento dal scendere dal cielo. Questa Pasqua ci
induceva ai pensieri tristi. Per fortuna che si è giovani.
24 Aprile
Marcia.
25 Aprile
Corvée.
27 Aprile
Riposo e febbre 38,5.
28 Aprile
Febbre a 42. Sono entrato in infermeria per la seconda volta.
29 Aprile
Niente febbre. In queste ore di ozio leggo Leopardi. Il quale non mi convince.
La morte resta sempre la più grande nemica degli uomini. Domandate al più
disgraziato, al più infelice degli uomini se alla certezza delle sue disgrazie
preferisce il nulla, o per lo meno l’incerto della morte. Caro buon gobbo, a
te, alla tua filosofia tetra, preferisco quella del tuo collega Carducci. “Amate,
amate, la vita è bella, finto l’avvenir”. E non à torto. Io che più volte sono stato
a faccia con la morte lo posso ben dire! La mia speranza era sempre quella di
15 Percorso di circa 20 km., in modesta salita. S. Caterina di Lusiana è situata ai piedi
dell’altopiano dei Sette Comuni, a sud est di Asiago.
42
staccarmi dalle sue morse. Quando mi portarono qui dentro ero mezzo morto,
stavo male, avevo la febbre a 42 g. Ebbene, ho forse invocato, liberatrici, le
forbici fatali della Parca? No! Invocavo colla mente, col cuore, la mamma e la
fanciulla del mio cuore. Invocavo queste perché esse sono la ragione principe
che mi fa amare, che mi fa idolatrare la vita. Mi sembrava che invocando questi
angeli santi il dolore e la stessa vicina probabilità della morte si allontanassero
da me. Ed ancora: perché io espongo in questi giorni giocondamente la
vita? Perché sfido con serenità d’animo la morte? E ciò senza un lamento,
senza una querela, anzi con intima gioia, con infinito piacere? La ragione è
semplice: perché ritengo che il mio fucile compirà opere di giustizia, in quanto
sopprimerà uomini che sono strumenti di prepotenti malsani che col loro sogno
pazzo di dominare il mondo volevano rendere la vita insopportabile. Perché io
sono anarchico convinto? Perché fermamente credo che l’anarchismo sia uno
sforzo continuo, necessario, per il raggiungimento dell’anarchia, che sarà la
società perfetta che permetterà agli uomini di vivere felici. Ecco perché anche
quando ci sarà la pace io resterò sempre l’eterno pellegrino errante del grande
ideale: rendere sempre più tollerabile, bella e santa la vita. E per questo lotterò
sempre a costo della vita. Sicuro, perché la vita di un individuo vale la felicità di
cento altri. Si dice: ma Leopardi, disgraziato per natura, sfortunato fin dal suo
affacciarsi alla vita, misconosciuto dal padre che duramente lo trattava, deriso
dai paesani ignari del suo genio, sfortunato nell’amore essendogli morta colei
che amava16 e fuggito dalle altre, essendo le donne vanitose per natura, poteva
ragionevolmente esaltare la vita quando questa gli faceva gustare il suo calice
amaro fino alla feccia lurida e schifosa? È vero tutto ciò, ma se non voleva
esaltare la vita, se non lo poteva fare, doveva almeno cercare di renderla meno
infelice. E forse col suo ingegno lo poteva. O piuttosto Leopardi ha creato
quella sua tetra filosofia non per odio alla vita ma perché mancava di due
essenziali qualità umane: la volontà e la speranza? Ciò è grave. “Chi non
spera muore”, disse un poeta minore ma ben più sano del grande Leopardi.
E chi manca di volontà manca del pane più saporoso della vita. Se di queste
due qualità mancava il Leopardi, allora è giustificata la sua filosofia. La quale
non sarà mai umana ma sarà e resterà sempre individuale. La conclusione mia
personale è questa: Leopardi mi commuove ma non mi convince, Carducci mi
esalta e mi convince. Io amo la vita ed odio la morte.
16 Evidente equivoco, scaturito dalla lettura di “A Silvia” e frutto di una preparazione
culturale poliedrica (si nota nell’autore curiosità e desiderio di conoscere, correlati ad
un bagaglio di letture non banale) ma poco sistematica e approfondita.
43
1 Maggio
Uscita dall’infermeria con 8 giorni di riposo.
5 Maggio
Oggi un avvenimento singolare e triste à messo a rumore tutta la compagnia.
Un nostro commilitone si è tolta la vita. Con due colpi di fucile, si è fatto
saltare le cervella.
Molte chiacchiere, infinite supposizioni. Nulla di concreto. Egli non ha lasciato
scritto niente. Dopo lo spoglio della corrispondenza si era all’oscuro più di
prima. Stanco della vita? O di questa vita? Ma!... Ogni commento è superfluo.
6 Maggio
Oggi funerali del nostro amico. Una squadra faceva gli onori militari.
7 Maggio
Questa mattina improvvisamente sono partite tutte 4 le sezioni mitragliatrici.
Non si sa per dove.17 Significa questa repentina partenza la prossima medesima
anche per noi? Non si sa nulla. Ma sarebbe ora. Questa vita di vigilia scoraggia,
annoia, fa troppo pensare.
8 Maggio
Marcia discretamente sopportata. Spero bene per l’avvenire della mia salute.
9 Maggio
Tiro a segno collettivo a squadre. La mia squadra 9° del 3° plotone della 10°
compagnia 206° reggimento ha fatto 39 punti. 12 sagome. Il che significa che
avremmo vinto il I° premio se non ci fosse stata un po’ di simpatica ...18 fra
gli ufficiali. In seguito a ciò il I° premio fu assegnato all’8° del 2° plotone. Il
2° premio però è rimasto alla 9°...
10 Maggio
Questa mattina non ho sopportato la marcia. Sentendo che mi veniva la febbre
mi sono fermato. Col caporale della mia squadra che mi accompagnava ci
17 Era infatti appena pervenuto dal Comando Supremo, in vista dell’imminente
offensiva austro – ungarica, l’ordine di assegnazione della Brigata Lambro alla 34°
Divisione in linea davanti a Lavarone.
18 Parola illeggibile: “......one”. Forse: competizione, emulazione. Detto in tono
evidentemente polemico
44
hanno fermato in una casa ospitale che mi ha ricoverato una prima volta, nella
quale c’è una ragazza che non mi nasconde le sue simpatie. Nel pomeriggio il
Tenente Oletta19, un ufficiale intelligente, simpatico e buono mi ha domandato
notizie della mia salute. Avutale, mi disse che potevo lasciar a casa lo
zaino e fermarmi quando credevo, perché egli non mi avrebbe certamente
rimproverato. Tanto più ch’egli prevede che al fronte io non ci andrò. Egli
credeva forse di darmi una consolazione con queste sue parole e m’ha recato
dispiacere. Per deferenza lo ringraziai lo stesso.
11 Maggio
Seconda lezione di tiro. Altro successo della 9° squadra. Nessuno ha raggiunto
i punti e le sagome che abbiamo fatto noi. 18 p. 12 s. Ma anche questa volta
il I premio non ci fu assegnato. Comincia ad essere una indecenza. Sento
che domani partiremo per Gallio, poco distante da Asiago. Questa sera sono
andato a prendere commiato dalla fanciulla di Conco20. Si vedeva negli occhi il
dolore per la mia partenza. Me l’ha detto: me crepa il cor. Anche a me dispiace.
Quando à saputo che si va a Gallio m’ha promesso di venirmi a trovare per
domenica. Intanto, la mattina seguente sarebbe venuta alla Bocchetta21 per
darmi l’ultimo saluto. Curioso e strano il caso che m’ha fatto conoscere questa
fanciulla. In una marcia faticosa e lunga mi assalì la febbre e dovetti fermarmi.
Questa mi raccolse e mi portò fino a casa sua dove da tutta la famiglia mi fu
fatta festa.
12 Maggio
Per interessamento del Tenente Oletta, nella marcia di questa mattina non porto
lo zaino. Credevo di partire con la compagnia, invece all’ultimo momento
m’hanno messo di scorta al carreggio. È vero che di fatica ne ho fatta metà
di meno, ma preferivo andare con la compagnia, insieme ai miei amici e per
incontrare la Amelia. Ma la passeggiata è stata allegra lo stesso. Eravamo
una brigata. Un caporale zappatore, Zanchi, tipo arguto e simpatico, un cap.
mag. zap., Mariotti, un trentino pieno di buon senso e di ingegno. Ce la siamo
passata discretamente. Per accorciare la via abbiamo attraversato un monte
19 Nome non ben interpretabile: Oletta, Agletta, Aglietta, Oglietta?
20 Località nei pressi di S. Caterina di Lusiana. Fra Amelia e l’autore, che vuole
dimenticare il rapporto tormentato con Angelica, nasce un idillio che, con alterne
vicende, si protrarrà fino ai primi mesi del 1917.
21 Località a nord di S. Caterina di Lusiana, alle falde di Monte Bertiaga, sulla
strada per Gallio e Asiago
45
boscoso.22 Ci siamo divertiti un mondo. Un fresco ristoratore attutiva il caldo
prodotto dalla fatica. Dopo, avendo una discreta fame, andammo in cerca di
una cantina. Ma era come una fiaba: cammina cammina e mai si arrivava.
Finalmente, dopo un due ore di cammino
sulla strada piana, non incontrando che qualche faccia proibita di montanari,
circondata dai boschi montuosi, siamo arrivati a un’osteriola invasa da
soldati di ogni arma che venivano e andavano al fronte. Ci siamo alla meglio
accomodati ed abbiamo mangiato un po’ di umido, un po’ di pane e un
bicchiere di vino. Verso le 8 siamo arrivati. Pulizia alle armi.
13 Maggio
Oggi riposo. Questa notte abbiamo dormito sulle nude tavole. Un male
terribile alle ossa. Questa mattina sono andato a cercare ed ho trovato quella
famiglia a cui sono stato raccomandato da Amelia. Grandi accoglienze. Se
Carri di munizioni. (La Guerra, dalle raccolte del Reparto Fotografico del Comando
Supremo del Regio Esercito, Milano, Treves, 1916. Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
22 Arduo identificare il percorso compiuto dal gruppo di Poledrelli: una delle tante
carrarecce che da Lusiana salgono verso Cima Echar e sboccano a nord nell’area di
Gallio. La montagna boscosa di cui si parla è probabilmente il Bertiaga.
46
dovessi rimanere qui qualche giorno passerei qualche buona ora. Ma è quasi
certa la nostra partenza per domani.
14 Maggio
Infatti questa mattina alle 5,30 partenza per Ghertele23. 5 ore di cammino, 4
delle quali sotto la pioggia. Abbiamo attraversato Asiago e ...24. Gli ultimi
paesi e poi ci siamo trovati in zona di combattimento per una strada coperta da
monti boscosi di pino. Qualche cosa d’incantevole. Alle 11,30 siamo arrivati
a destinazione. Siamo ricoverati in una pineta che si assomiglia stranamente a
una pagoda cinese. Ci hanno discretamente accomodati. Meglio che a Gallio,
ove si dormiva sulle nude tavole, mentre qui si ha la paglia nuova e pulita.
Ciò non toglie però che ci siano quei tali animaletti25 che a tutte le persone per
bene mettono schifo, mentre su di noi compiono una funzione utile tenendoci
svegli nelle ore noiose di sentinella. Questo paese è composto tutto o quasi di
baraccamenti. Non si vede un borghese a pagarlo a peso d’oro.
15 Maggio
Riposo assoluto. Una notte così calma è un pezzo che non l’avevo passata. Ho
dormito come un ghiro. Non si sa quanto ci si ferma ancora. Le chiacchiere sono
molte. Chi dice che si va in trincea questa sera, chi afferma che ci fermeremo
qui per qualche mese, altri dicono che saremo aggregati al genio e costruiremo
trincere. Ma nessuno sa nulla. Sembra per un momento che quest’ultima ipotesi
abbia più fondamento delle altre, perché ci hanno distribuito gli attrezzi per il
cavo. Ma poi nell’ora del silenzio il Capitano ci venne ad avvisare di tenersi
pronti per un eventuale allarme. Così si è ricaduti ancora una volta nel buio.
Durante il giorno parecchi allarmi a causa degli aeroplani che passeggiano
nello stretto spazio di cielo di questa vallata lasciato libero dalle montagne.
Si sentono meravigliosamente lo scoppio di granate, di mine, di cannoni.26
Qualche spoletta di granata è arrivata sino qui. Niente da meravigliarsi: in
linea retta siamo distanti dal fronte 3 km. Notizie giunte da Asiago dicono
23 Località a nord ovest di Asiago e distante oltre 20 km. da Gallio.
24 Toponimo incerto: sembra scritto Arorzo. Forse si tratta di Rotzo. In tal caso
dovremmo supporre che la Brigata, per recarsi al Ghertele, non abbia percorso la
strada più breve, quella di Val d’Assa (probabilmente intasata dalle salmerie e dal
flusso logistico dell’esercito). La Brigata potrebbe invece aver allungato per Roana,
in direzione Rotzo, svoltando poi a nord rasentando il Verena. Quindi si sarebbe
dislocata nell’area boschiva fra il Verena e Ghertele.
25 Evidentemente si parla dei pidocchi.
26 Era appena iniziato il bombardamento che avrebbe preceduto l’attacco austriaco.
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che in quella città sono arrivati sraponeli27 da 305 e che hanno recato parecchi
danni. Di più preciso non si sa nulla.
16 Maggio
Riposo.
17 Maggio
Oggi siamo a lavorare a far trincee e reticolati. Siamo sotto il fuoco delle
artiglierie nemiche. Abbiamo dovuto interrompere il lavoro due o tre volte
perché le granate e gli sraponeli cadevano a poca distanza da noi.
18 Maggio
Oggi abbiamo continuato il lavoro di sera sempre accompagnato dal concerto
delle nostre e nemiche artiglierie. Ho saputo che vicino a noi, in una baracca,
c’è il comando del Generale28. Siamo nella località detta Val Mandrielle29.
19 Maggio
Idem di ieri. Questa mattina siamo partiti senza caffè e senza lavarci. Ciò per
capriccio di un s. tenente, ma facevamo in tempo a prendere l’una e l’altra
cosa. Sono piccole cose che però indispettiscono i soldati e gli fanno dire
cose che fanno schifo. I signori ufficiali lo dovrebbero sapere. Quando siamo
arrivati al solito posto una grande confusione regnava in quei reggimenti là
accampati. Si raccontava che i ns. erano retrocessi di qualche km., che c’era
stato un macello. Ma non si capiva nulla di nulla. Perché quelli che restano
nelle retrovie raccontano più bugie loro che tutti i bugiardi del mondo. Il certo
è che verso mezzogiorno le artiglierie nemiche hanno incominciato un fuoco
indiavolato.30 I proiettili cadevano a poca distanza da noi. Il nostro Capitano
à dato l’allarme e tutti siamo corsi alle armi. Regnava un po’ di confusione.
Ma è bastata la voce chiara e squillante del nostro Capitano per farci mettere a
posto. Sotto il suo sguardo il quel momento noi tutti, anche gli incontentabili,
27 Si tratta chiaramente degli shrapnel.
28 Il Gen. Alessandro Angeli, comandante della 34° Divisione. Nella zona del
Ghertele era situato il suo comando tattico.
29 Casara delle Mandrielle, a quota 1593 m. La località è a mezza strada fra il Ghertele
e il Costesin, a nord ovest del Verena. I lavori di trinceramento compiuti dal gruppo
dell’autore si ricollegano al frettoloso rinforzo della II linea difensiva, colpevolmente
trascurata per un anno dai comandi italiani.
30 Dopo mezzogiorno iniziò la fase cruciale del bombardamento austriaco, volta a
spianare la strada all’imminente assalto.
48
Rincalzi. (La Guerra, dalle raccolte del Reparto Fotografico del Comando Supremodel Regio
Esercito, Milano, Treves, 1916. Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico
Cavalieri, Ferrara).
saremmo andati in qualunque luogo. Finalmente il fuoco nemico ha cessato.
Ed è incominciato il nostro. I cannoni che avevamo vicino a noi sparavano a
volontà. Negli intervalli si sentiva meravigliosamente il fuoco della fucileria
e delle mitragliatrici. Siamo a 3 ¼ d’ora dalla prima linea. Finalmente in
un momento di calma relativa si è saputa la verità. I nostri sono retrocessi
di un centinaio di m. per portarsi in una posizione più sicura. Gli austriaci
credendo a una ns. ritirata hanno fatto l’assalto. Ma le ns. mitragliatrici e la
ns. fucileria li hanno fermati facendone un macello. Così è la versione che
due sottotenenti che venivano dalla prima linea hanno dato al ns. Capitano.31
Con un’ora di viaggio siamo ritornati all’accantonamento. Il bilancio della
giornata per la ns. compagnia è stato buono: nessuno morto, nessuno ferito.
Ma le altre compagnie del ns. battaglione hanno contato parecchi feriti e due
morti. Uno di questi è fratello di Negrini, ferrarese che è nella compagnia n.
8 e nel plotone uno. Suo fratello non lo sa. Ma il sangue ha parlato. Perché
appena è arrivato a casa è corso subito a chiedere informazioni di suo fratello.
31 Si tratta probabilmente di un equivoco: il 19 Maggio gli assalti austriaci dovevano
ancora iniziare.
49
Gli hanno detto che è rimasto ferito. Ma lui già intuisce che era morto. Povero
ragazzo. Piange e si dispera. Pazienza. Questo è il battesimo di fuoco del
nostro reggimento. Speriamo che quei morti saranno ben vendicati dalla punta
delle ns. baionette e dalla bocca dei ns. fucili. E saranno certamente vendicati.
Arrivati a casa impariamo che il I e il II battaglione del reggimento sono già
andati di rinforzo a quelli che sono in linea di combattimento.32 Noi si ha
l’ordine di tenerci pronti. Questa sera mi sono mezzo sborniato. Abbiamo
bevuto in due due bottiglie di Marsala.
Ho dormito profondamente. Mi sono svegliato per andare alla latrina. E questa
notte il bombardamento è continuato più vivace del solito. Vedremo domani
cosa succederà.
20 Maggio
È successo quello che si prevedeva. Verso le 10 siamo partiti per la prima
linea. Vi siamo arrivati alle 2,30, stanchi e digiuni. Non si poteva sperare
diversamente, in quanto che la necessità è superiore agli stringimenti di
cinghia. Alle 4 abbiamo fatto l’assalto che si è ripetuto una seconda volta.
Abbiamo conquistato una 50 metri di terreno.33 La notte si è lavorato a far la
trincea di prima linea. Io ero di sentinella alla mitragliatrice. Anche durante la
notte si sono avuti due combattimenti di fucileria. Io ho fatto il mio dovere. Il
bilancio della giornata è questo: pochi feriti, fra i quali uno dei più cari amici
che abbia incontrato nella vita militare: Carlo Cielo; pochi morti, fra i quali il
s. tenente Vito Pace della nostra compagnia.
21 Maggio
Giornata terribile, questa.34 Nessun altro avvenimento della mia vita, per quanto
32 Il 206° Lambro viene infatti mandato di rincalzo alla Brigata Salerno nell’area di
Doss Marcai, tranne un battaglione che resta invece in Val Mandrielle come riserva
divisionale a ridosso del minacciato Costesin.
33 Sul Costone di Marcai il contrattacco, condotto da reparti della Brigata Salerno
e della Brigata Lambro, riesce momentaneamente a contenere gli austriaci su Cima
Mandriolo e Val Marcai.
34 Sul Marcai un contrattacco, condotto dalla Brigata Salerno, da due battaglioni della
Brigata Lambro e dagli alpini dell’Adamello, fallisce completamente; crolla la prima
linea italiana fra Doss Marcai e Bosco Varagno; i resti delle truppe italiane (Brigata
Salerno, battaglione Adamello, 155° e 206°) si ritirano. Contemporaneamente
il Costesin è conquistato dalle truppe austro – ungariche, che nelle ore seguenti
resistono a due contrattacchi italiani. Alle ore 12,00 l’artiglieria imperiale disperde
sanguinosamente l’ultima azione italiana e determina la cattura di migliaia di
prigionieri.
50
possa essere strano e straordinario, potrà oscurare nella mia memoria questa
data. Dei dolori nella mia vita ne ho passati. E non pochi. Di tutti i generi.
Ma non da confrontarsi con questo nemmeno lontanamente. Monfortino35 è
un nome che suscita la rabbia in corpo per non averlo potuto conquistare. La
ritirata è qualche cosa di ben più terribile, l’assalto alla baionetta al confronto
di questa è un giocattolo. Doversi ritirare! Mi sembrava una cosa impossibile.
Ma quando ho visto la mia compagnia quasi tutta fatta prigioniera dal nemico
(ci sono stati parecchi vigliacchi che si sono dati volontariamente prigionieri),
ma io non volevo essere fra costoro.36 Non volevo che il mio nome fosse
oscurato dal sospetto di vigliaccheria. Piuttosto che questo mi sarei fatto
uccidere. E non mi rimaneva che un mezzo: quello di fuggire. Fuggire? Ma e il
mio Capitano? Cosa aveva intenzione di fare? Date le ultime rabbiose fucilate
al nemico corro al camminamento del mio Capitano e gli domando consiglio
avvisandolo della fine che stava facendo la compagnia. Con lui c’era il s. tenente
Roveroni di Ferrara, il quale si sporge un momento per vedere cosa succedeva.
Vista la verità di quanto dicevo, ci siamo dati alla fuga. Non c’era altra via di
salvezza. Strada facendo abbiamo incontrato il Maggiore, il Capitano della
12° compagnia, lo S. M. del battaglione che facevano altrettanto. Si è raccolto
più uomini che si poteva per fare una ritirata dignitosa. Ma in tutto si è in 30
uomini. Nella fuga abbiamo avuto sempre alle spalle la mitragliatrice nemica
e un cannoneggiamento terribile, impressionante, perlustrava il bosco. Non so
ancora come nessuno ai quali ero insieme sia stato almeno ferito. Si vede che
in quel momento noi tutti eravamo tanti Achille senza il vulnerabile tallone. Ad
un certo punto il Maggiore ordina che gli armati del 206° facessero da vedetta
nella ritirata. Io ero disarmato quindi non potevo far parte di questa piccola
brigata, ma mi è sembrata inopportuna. Tanto inopportuna che mezz’ora dopo
che noi si era partiti, questa ha dovuto fuggire di fronte al nemico che aveva
con sé ogni ben di Dio di munizioni, mentre la ns. pattuglia, comandata da
un sergente della nostra compagnia, Lombardo, era senza munizioni. E ci ha
raggiunto quando noi eravamo già a destinazione. Siamo arrivati al di là del
35 Toponimo di difficile localizzazione: potrebbe trattarsi del Fortino di quota 1857
(detto Spitz Leve dai germanici e Camin dagli italiani) o di quello posto davanti a
Marcai di Sotto. Secondo le relazioni militare, nello scacchiere della 34° Divisione i
fortini propriamente detti erano tre: quello di quota 1857, di fronte a Forte Vezzena
(presidiato inizialmente dagli alpini del battaglione Adamello), quello di Marcai di
Sotto e quello del Costesin, su cui combattevano la Brigata Ivrea e il 205° Brigata
Lambro.
36 Notare come la concitazione del momento contorca la scrittura dell’autore,
scardinandone i nessi sintattici.
51
vecchio confine. Purtroppo mi si è stretto il cuore osservando che tante e tante
vittime si erano immolate inutilmente. Le balze del Trentino erano coperte di
morti e di sangue nostro. Si aveva vinto non gli austriaci, che sarebbe il meno,
con questi ci si può misurare senza difficoltà sempre e ovunque, ma si era
vinta la natura.37
Quale dolore dover ritirarsi. Basta, questa notte la ns. compagnia – 14 uomini
in tutto compreso il Capitano – si dormirà in una stalla.38 Pazienza. Durante la
notte non si è potuto dormire.
I commenti sulla ritirata erano infiniti e numerosi. Per serietà non ne prendo
sul serio nessuno. Sono certo che se ci saranno dei responsabili e dei traditori
saranno puniti.
22 Maggio
Si prosegue la ritirata del nostro reggimento. È quasi tutto decimato. Saremo
in tutto 200. Durante la marcia mi ha preso la febbre. Il Capitano medico mi
ha fatto un’urgenza d’entrata all’ospedale. Qui si chiude la fase eroica della
mia vita. Si riaprirà? Speriamo che sì.
I primi soccorsi ai feriti. (La Guerra, dalle raccolte del Reparto Fotografico del Comando
Supremo del Regio Esercito, Milano, Treves, 1916. Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara)
37 L’autore qui si riferisce agli sforzi titanici compiuti, in un anno di guerra,
dall’esercito italiano per dotare cime, conche e vallate di strade, fortini e ricoveri.
38 La ritirata li ha condotti in una zona imprecisata fra Ghertele e Camporovere.
52
COMMENTO STORICO
LA BRIGATA LAMBRO SULL’ALTIPIANO DI ASIAGO
La Brigata39, formata dal 205° e dal 206° reggimento, viene costituita il 4
Aprile 1916 con zona di adunata fra Marostica e Nove di Brenta. Inizialmente
costituisce, con la Brigata Taranto, la 48° Divisione (Gen. Gaetano Giardino). Il 22 Aprile viene invece aggregata alla 34° Divisione, che è in procinto
di subire l’attacco austriaco; la Lambro viene dislocata nell’area fra Asiago,
Gallio e Lusiana. Si tratta di una Brigata a pieno organico, che manca però di
esperienza in guerra; è comandata dal Col. Brig. D’Antonio. Il 6 Maggio otto
sezioni mitragliatrici della Brigata sono inviati in linea attorno ad Asiago; il 12
Maggio è la volta del 205°, dislocato alle Mandrielle in rincalzo alle truppe di
presidio al Costesin e incaricato dello scavo di una linea arretrata di contenimento. Contemporaneamente il Comando della Lambro e il 206° si spostano
al Ghertele per difendere la linea arretrata fra Cima Mandriolo – Val D’Assa
– Verena. Allo scoppio dell’offensiva austriaca i reparti della Lambro vengono
inviati volta a volta nei settori critici del fronte; in particolare:
il 206° combatte a Porta Manazzo, Marcai, Cima Portule e Bocchetta di Portule;
il 205° è impiegato a Costesin, Castelletto e Brutta Bisa.
Ma l’azione non porta a risultati e i reparti sono costretti a ripiegare gradualmente, con gravissime perdite in morti e dispersi (86 ufficiali e 3421 soldati).
Il 26 Maggio il Col. Brig. D’Antonio viene silurato dal Comando Supremo
e il comando della Brigata passa al Col. Brig. Francesco Saverio Grazioli. Il
27 Maggio il 206° è inviato a Fontanelle per riorganizzarsi, mentre il 205°
resta in linea a difesa del Turcio. Il 29 Maggio la Brigata è riunita nell’area di
Lusiana, sotto la 28° Divisione; reparti del 206° combattono attorno a Monte
Paù e Monte Corno.
Agli inizi di Giugno la Brigata è infine aggregata alla 30° Divisione e spostata
39 Ove non indicato altrimenti, fonte documentaria principale per queste notizie è:
MINISTERO DELLA DIFESA, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Riassunti
storici dei Corpi e Comandi nella Guerra 1915-1918, Brigate di Fanteria, Vol. 6°,
Roma, 1928;
per ulteriori informazioni vedasi anche:
BAJ-MACARIO, Gianni, La Strafexpedition, Milano, Corbaccio, 1934
GRAZIOLI, Francesco Saverio, In guerra coi fanti d’Italia, Roma, Libreria del
Littorio, 1929
PIEROPAN, Gianni, 1916 Le montagne scottano, Milano, Mursia, 1979
SCHIARINI, Pompilio, L’Armata del Trentino, Milano, Mondadori, 1926
SCHNELLER, Karl, 1916 Mancò un soffio, Milano, Arcana, 1984.
53
nell’area di Grisignano per riordinarsi (si è infatti ridotta a due logori battaglioni). Il 20 Luglio, ricostituita a pieno organico, parte per il fronte carsico.
NOTE STORICHE SULLA STRAFEXPEDITION NELLA ZONA
MARCAI – COSTESIN
LE FORZE CONTRAPPOSTE
ITALIA – LA 34° DIVISIONE IL 19 MAGGIO 1916
Comandata dal Magg. Gen. Alessandro Angeli, era composta da:
Brigata Ivrea (161° e 162° reggimento, Gen. Murari Brà);
Brigata Salerno (89° e 90° reggimento, Magg. Gen. Fiorone);
Brigata Lambro (205° e 206° reggimento, Col. Brig. De Antonio);
battaglione alpini Adamello (su tre compagnie);
45° e 46° Reggimento di Milizia Territoriale (Gen. Prestinari);
un battaglione della R. Guardia di Finanza;
7° battaglione presidiario;
9° compagnia zappatori;
1350 addetti ai servizi;
100 pezzi d’artiglieria di piccolo calibro e 10 bombarde.
In totale: 40.000 uomini (di cui 17.000 armati in prima linea), 78 mitragliatrici, 48 pistole mitragliatrici, 300 ufficiali, 6.500 artiglieri.
Il fronte della Divisione viene diviso in due sottosettori:
1. Nord, dalla strada di Val d’Assa alla linea di cresta; assegnato alla Brigata
Salerno e al battaglione Adamello, rincalzati da tre battaglioni del 206° Brigata Lambro;
2. Sud, dalla strada di Val d’Assa a Casotto, alla confluenza del Torra nell’Astico; assegnato alla Brigata Ivrea, rincalzata dal 205° Brigata Lambro.
In riserva di Divisione un battaglione del 206°, quattro battaglioni di Milizia
territoriale e un battaglione Finanzieri.
IMPERO AUSTROUNGARICO – IL III CORPO D’ARMATA
Comandato dal Ten. Mar. Krautwald, era composto da tre Divisioni:
22° Divisione Schützen (Magg. Gen. von Kochanowski) – 43° Brigata Landwher e 18° Brigata di fanteria, su 13 battaglioni (9.413 soldati), uno squadrone (105 sciabole), 22° Brigata d’artiglieria (10 batterie, 56 pezzi); è schierata
in faccia a Marcai;
28° Divisione Schützen (Ten. Mar. Schneider von Manns-Au) – 55° e 56°
54
Brigata di fanteria, su 13 battaglioni (10.954 soldati), uno squadrone (101
sciabole), 28° Brigata d’artiglieria (11 batterie, 58 pezzi); ha il Costesin come
obiettivo;
6° Divisione (Ten. Mar. Principe di Schönburg) – 11° e 12° Brigata di fanteria,
su 12 battaglioni (8.699 soldati), uno squadrone (115 sciabole), 6° Brigata
d’artiglieria (12 batterie, 60 pezzi); sta in rincalzo a Lavarone.
Artiglieria di Corpo d’ Armata: 13 batterie da montagna, 16 batterie di medio
calibro, due batterie mortai da 240, sette batterie mortai da 305, una batteria
cannoni da 350, una batteria obici da 380, due batterie obici da 420, una batteria contraerea, pezzi a presidio dei Forti.
In totale 38 Battaglioni (29.066 soldati), tre squadroni di cavalleria (321 sciabole), 321 pezzi d’artiglieria (198 leggeri, 77 di medio calibro, 26 di grosso
e 20 in postazione fissa nei forti). In più, sono aggregati al Corpo d'Armata
1 battaglione ciclisti, un gruppo pionieri, sette compagnie d’aviazione, una
compagnia di palloni frenati.
ANDAMENTO DEL FRONTE ITALIANO IL 19 MAGGIO 1916
I linea: Fortino quota 1857 (Spitz Leve o Camin), Bosco Varagno, Doss Marcai (m. 1657), strada di Val d’Assa, Costesin (m. 1627), forra del Torra, Casotto (m. 435), Astico.
II linea: Porta Manazzo (m.1840), Dosso di Sopra (m. 1731), Dosso di Sotto
(m. 1635), Baitle (m. 1394), Verena (m. 2015), Civello (m. 1697), Campovecchio (m. 1600), Tola del Vescovo (m. 1510).
III linea: Cima Portule (m. 2308), Monte Meatta (m. 1897), Forte Interrotto
(m. 1392), Tagliata di Val d’Assa (m. 1060).
SGUARDO CRONOLOGICO SUI FATTI NARRATI DA POLEDRELLI
15 – 18 Maggio
Inizia il fuoco austriaco sulle linee italiane. Le posizioni avanzate davanti a
Luserna, troppo esposte, vengono sgombrate.
19 Maggio
Nel pomeriggio il fuoco s’intensifica e diventa a tappeto. Le trincee italiane di
Marcai ne risentono terribilmente.
20 Maggio
Ore 5: bombardamento a tappeto della piana di Vezzena cui rispondono le artiglierie italiane di Porta Manazzo. All’alba scatta l’attacco austriaco, mentre
il bombardamento opera su tutte le linee. Le artiglierie italiane inizialmente
reagiscono.
55
Settore Nord – Ad essere investito è inizialmente il Fortino di quota 1.857
(Camin, o Spitz Leve), punto di controllo italiano presso Cima Vezzena: un
battaglione Schützen. lo conquista, catturando due pezzi in caverna ed eliminando parte del Battaglione Adamello. Reparti del 3º Schützen. e del 73º
reggimento occupano gli avamposti di Marcai di Sopra ma incontrano vivace
resistenza.40 Reparti dell’11º reggimento avanzano verso q. 1548 ma sono fermati entro un boschetto.
Le vicine posizioni di cresta cadono, dopo resistenza accanita d’alpini e fanti
dell’89°, alle 16,30.
Bosco Varagno è investito dall’attacco fra le 9,00 e le 16,30. A quell’ora viene
aggirato dall’alto e gli italiani ripiegano. Più a sud, i fanti del 90° schierati
davanti a Forte Verle sono a loro volta investiti dall’assalto e ripiegano su Val
Marcai tentandovi un assestamento. Un battaglione (I/206°) tenta un inutile
contrattacco infranto dalle artiglierie imperiali.
La situazione appare caotica, gli austriaci hanno già 2000 prigionieri.
Pomeriggio: un centinaio di Landesschützen, al comando del ten. Enrich,
dalla Valsugana si arrampica sulle pendici di Manderiolo sorprendendo alle
spalle il presidio e reparti dislocati a Campo Manderiolo. A sera ridiscende a
valle senza sfruttare il colpo di mano. A Cima Manderiolo, dopo l’attacco di
sorpresa, viene dislocato il II/206° Lambro.
Settore Sud – L’attacco imperiale scatta alle ore 9,00 e si concentra sul Costesin (nord est di Luserna). Nel pomeriggio l’IR 96° balza oltre le trincee di
cemento armato di q. 1506 (davanti al Basson). La Brigata Ivrea deve cedere
alcune posizioni ma resiste. Il 161°, parte del 162° e del 205° tentano alcuni
contrattacchi, mentre le truppe di riserva sono avviate verso la prima linea.
Nel primo pomeriggio il III/206° e truppe del 161° lanciano un nuovo contrattacco che, senza poter ricacciare il nemico, contribuisce però ad arrestarne la
spinta. Ore 17: l’IR 87° supera le prime trincee del Costesin ma resta bloccato
e respinto. A sera gli austriaci attaccano di nuovo, e inutilmente, le linee del
Costesin.
Notte: la resistenza del Costesin costringe Von Krautwald a far avanzare solo
i reparti della 22° Divisione Schützen sul ciglione nord dell’altopiano. Sulle
altre parti del fronte si attende l’alba.
Giungono al Ghertele, dal Friuli, le prime compagnie della brigata Alessandria (il I battaglione verso Porta Manazzo, il II battaglione al Termine ed il III
battaglione alle Mandrielle), per presidiare la linea di resistenza Cima Mandriolo – Valle Sparvieri – Osteria del Termine – Mandrielle, fungendo così da
40 Si tratta probabilmente del contrattacco di cui parla Poledrelli nel diario.
56
riserva tattica.
Primi provvedimenti di Cadorna: il V Corpo d’Armata è sciolto, le truppe
della 34° Divisione sono aggregate al XIV Corpo d’Armata.
21 Maggio
Ore 6: concentramento di fuoco spaventoso al centro della piana di Vezzena
e sul Costesin. Alle ore 8,30 il comando di Divisione, resosi conto della situazione, ordina il ripiegamento sulla II linea con movimento per scaglioni
partendo dalla sinistra: l’ordine giungerà però solo tre ore dopo.
Settore Nord – Ore 12: contro la brigata Salerno, fra Doss Marcai e Bosco Varagno, scatta la 22° Divisione Schützen. Ore 14: a Marcai di Sotto un contrattacco, condotto dalla Brigata Salerno, da due battaglioni della Brigata Lambro
e da alpini dell’Adamello, fallisce completamente;41 il fronte italiano cede ed i
primi reparti austriaci arrivano a Cost’Alta (q. 2050 di Manderiolo), occupata
alle 23, fermandosi prudentemente prima di Porta Manazzo ancora in mano
italiana.
I resti delle truppe italiane (Brigata Salerno, battaglione Adamello, 155° e
206°) si ritirano sulla linea Porta Manazzo – Dossi – Baitle. La linea, però, è
solo abbozzata: le truppe, inseguite dal nemico, non la vedono e continuano
la fuga.42
Settore Sud – Ore 8: una colonna di 4 battaglioni della 28° Divisione austriaca travolge i battaglione dell’Ivrea sul Costesin. I comandi delle Brigate in
linea ordinano, intanto, un forte bombardamento delle linee austriache, quindi
una reazione di fanteria. Sul Costesin gli imperiali ripiegano parzialmente.
L’ultimo contrattacco italiano scatta alle ore 12,00: quattro battaglioni italiani
(Brigata Alessandria in gran parte) contrattaccano il Costesin dalla dorsale su
Vall’Assa e Camporosà. L’artiglieria austriaca disperde rovinosamente l’azione; gli italiani perdono 4000 prigionieri, oltre a 100 ufficiali; i resti ripiegano
sulle Mandrielle, il Ghertele e Roana.
Alla sera gli austriaci raggiungono le Mandrielle, Campo Poselaro, Cima
Mandriolo e Porta Manazzo; tutta la 34° Divisione italiana è in piena ritirata
su Camporovere. Ore 20.30: il gen. Angeli, comandante della 34° Divisione
41 Dovrebbe trattarsi dell’attacco per riconquistare “Monfortino”, di cui parla
Poledrelli.
42 La ritirata di cui ci parla Poledrelli.
57
Panorama della zona d’attacco del III C. A. dal forte Luserna schizzo n. 3. (BAJ-MACARIO,
Gianni, La Strafexpedition, Milano, Corbaccio, 1934. Archivio Associazione Culturale di
Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
italiana, segnala al XIV Corpo d’Armata la necessità di cedere Verena e Campolongo, arrestandosi sulla III linea (Portule – Meatta – Mosciagh – Camporovere – Val d’Assa – Punta Corbin). Ore 23.30: l’ordine italiano viene diramato
previa autorizzazione del gen. Coardi di Carpenetto.
Giungono a Portule reparti territoriali e della Lambro, ma trovano la linea da
difendere sepolta dalla neve.
22 Maggio
Le perdite italiane sono enormi (Brigata Ivrea: 104 morti, 428 feriti e 2051
dispersi o prigionieri; Brigata Salerno: 91 morti, 278 feriti e 3591 dispersi;
Brigata Alessandria: restano solo 22 ufficiali e 1100 uomini, persi cinque battaglioni su sei).
Mattino: un grosso reparto di Schützen si scontra a Cima Manderiolo con
le reclute del II/206° e del II/155°, che retrocedono combattendo da Porta
Manazzo su Cima Larici e giungono al Ghertele. Qui le truppe, stanche e
logorate, ricevono il comando di risalire a presidio della linea Cima Portule –
Bocchetta Portule.
Ore 22: gli austriaci occupano Forte Verena. Ellison ordina agli austriaci di
marciare su Portule lungo il costone. Il 26º Schützen occuperà Portule, il resto
della 22° Divisione occuperà il costone sino a casera Meatta estendendosi a
monte Mosciagh, Dorbellele e Zebio. Nell’arco si inseriranno la 6° Divisione
imperiale ed una brigata della 28° Divisione (l’altra brigata occuperà la zona
58
tra Rotzo e Roana).
La maggior parte della 34° Divisione, dimezzata e stanca, dalla strada di Val
d’Assa raggiunge nel pomeriggio Camporovere, Monte Rasta e Monte Mosciagh. Alcuni reparti del settore nord (89°, 155° e comando del 206°), schierati ai Dossi, ricevono l’ordine di ripiegamento in ritardo e si muovono per i
sentieri di montagna; giungono a Forte Interrotto soltanto alla 24,00.
23 Maggio
Nebbia e pioggia. Ore 10: una compagnia Schützen del gruppo Ellison ed un
reparto d’alta montagna travolgono i territoriali su Pòrtule, respingendo gli attacchi dei fanti del II/206° e del II/155° guidati dal Col. Cottone, comandante
del 206°.
Pomeriggio: Portule viene rinforzata da due battaglioni Schützen, mentre anche le cannoniere della Bocchetta sono neutralizzate. Bivacco austriaco a malga Larici.
Il I K.u.K. austriaco si sta avvicinando al fronte, mentre sull’altopiano a Pennar giungono la brigata Lombardia ed alcuni battaglioni ciclisti.
Il Gen. Coardi di Carpenetto, comandante del XIV Corpo d’Armata, è silurato
da Cadorna per il ripiegamento, giudicato intempestivo; viene sostituito dal
Gen. Lequio.
24 Maggio
La Brigata Alessandria e il II/206° riconquistano all’alba la Bocchetta di Portule, ma nel pomeriggio gli austriaci sfondano nuovamente il fronte ributtando
gli italiani in rotta su Asiago.
59
RELAZIONE DI UN COMANDANTE DI BATTAGLIONE
DEL 206° REGGIMENTO
(27 MAGGIO 1916)
Schierato inizialmente a nord della testata di val d’Assa, in una zona molto
montagnosa, aspra e tormentata, il ripiegamento di quel reggimento aveva
incontrato difficoltà assai maggiori. I reparti avevano finito necessariamente
per slegarsi; un battaglione dal fondo di val d’Assa era risalito a un colle laterale e là si era difeso strenuamente; un altro aveva brillantemente respinta
una pericolosissima puntata offensiva nemica. Soprattutto disperata e tenace
aveva dovuto essere la difesa della caratteristica posizione di quel colle incombente da uno dei fianchi della montagna sul corridoio della val d’Assa, e
quindi assai utile minaccia contro il nemico che inseguiva i nostri per la valle.
E difatti il nemico aveva dovuto distaccare molte forze per togliersi quella
spina dal fianco, e si era accanito contro quel punto; lo aveva terribilmente
bombardato; lo aveva attaccato da varie parti, ed era stato un vero miracolo
se il battaglione, che aveva colà così lungamente resistito, avesse potuto ripiegare in tempo per sfuggire a totale cattura. 43
43 GRAZIOLI, cit., pagg. 50-51; il testo si riferisce quasi sicuramente ai fatti d’arme
di Cima Manderiolo e Cima Portule.
60
IL PROTAGONISTA
Caporale Mario Poledrelli.
IX squadra – III plotone – 10° compagnia – IV battaglione
206° reggimento (Col. Cottone)
Brigata Lambro (Col. Brig. De Antonio)
34° Divisione (Magg. Gen. Alessandro Angeli)
V Corpo d’Armata (Ten. Gen. Gaetano Zoppi)
poi XIV Corpo d’Armata (Gen. Edoardo Coardi di Carpenetto).
Panorama delle alture a est di Gorizia. Punto di vista il castello. Allegato 7.
(Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
61
CAPITOLO QUARTO
1916 – 1917: DA COMO AL DOSSO DEL PALO
Sulle vicende biografiche di Poledrelli, negli ultimi mesi di vita, abbiamo informazioni limitate e filtrate nella memoria; egli ha infatti cessato la scrittura
di un diario in forma di taccuino. Invia invece molte lettere ad amici ed all’amata Angelica; ma, soprattutto, i maggiori contributi si ricavano dal giornale
“La Rivista”, che si era incaricato di pubblicargli l’epistolario dal fronte.
Riguardo ai giorni seguenti, il 22 Maggio 1916, ricaviamo notizie da un articolo de “La Rivista”:
Mario Poledrelli, del quale abbiamo avuto occasione di pubblicare alcune
sue lettere e un articolo di impressioni, si è eroicamente battuto, appena uscito dall’ospedale di Celana in quel di Bergamo, sul conteso Trentino, dove
infuria la rabbia austriaca. Veniamo a conoscenza per via indiretta che ha
avuto la fortuna, nel fervore delle mischie, di trarre a salvamento il Capitano comandante della sua compagnia e un sottotenente ferrarese. Ora egli è
ricoverato in un ospedale militare di Verona, non ferito, ma di nuovo colpito
da febbri. Di questi giorni ha scritto alla sua mamma una lettera semplice,
buona, italiana nel pensiero e nella sostanza.
“Sono salvo – scrive – e ho fatto come ho potuto meglio il mio dovere. Non
dubitare mamma … Appena cacciate di dosso queste maledette febbri che mi
tormentano da tanto tempo, ritornerò in mezzo ai compagni, così bravi, così
forti, così allegri di audacia e di fierezza italiana”.
E poi, in fondo, un lamento burlesco:
“I tedeschi mi hanno ridotto … come S. Quirino. Non ho più camicie, ne calze.
Erano nello zaino, ma, lo zaino, dove sarà adesso? Nella furia della baruffa
ho perduto anche … il borsellino. Non credere che sia questa una trovata da
… soldato per commuovere la mamma buona. Parola d’onore: sono in bolletta! Potrei dirti altro di più eloquente? Mamma: che brutta cosa la guerra
…tedesca. Ma come bella, come santa la nostra! Noi diventiamo più buoni;
gli altri più bestiali, più feroci. Ma noi vinceremo, non c’è da dubitare. Viva
sempre l’Italia nostra!”1
Inizia un periodo travagliato, di febbri continue e ricoveri in ospedali: ad Agosto entra all’ospedale di Como, dove è costretto a rimanere per due mesi. La
1 La Rivista, 28 maggio 1916, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
Nel mese di Luglio pubblica altri due interessanti articoli, dedicati alla morte di Cesare
Battisti e al pacifismo che va riaffiorando per stanchezza: i due testi in Appendice.
63
lunga convalescenza gli consente di proseguire la propria attività giornalistica2.
Soltanto nel Settembre 1916, parafrasando l’ultima riga del diario, si riapre
effettivamente la “fase eroica” della vita di Mario Poledrelli. Può infatti finalmente raggiungere nella zona di Gorizia la sua Brigata, partecipando a numerosissime azioni belliche nell’arduo compito di conquistare il monte San Marco, ed aprire la strada all’avanzata italiana in profondità verso le Alpi Giulie.
Poledrelli, con il grado di Caporale, viene assegnato alla XII Compagnia del
206° Reggimento. Il 3 Settembre 1916 scrive a un amico:
Io sono qui di fronte alla vittoria, ho visitato quelle posizioni conquistate dai
miei gloriosi commilitoni e ti giuro che essi sono degni del poema. Quello che
si è fatto è qualche cosa di meraviglioso. Speriamo che uno di questi giorni
si senta dire che un nuovo miracolo hanno compiuto il genio ed il valore italiano.3
Ancor più interessante una lettera che Poledrelli invia agli amici ferraresi una
volta tornato in trincea:
Perché si ha un bel dire che questa non è guerra di eroismi individuali, ma
un certo fegataccio ci vuole anche adesso. Non mi lamento di avere poco
coraggio, ché, anzi, credo di averne per misurarmi col primo austriaco che
mi verrà a tiro, ma non sono contento di me. Vorrei che mi si presentasse l’occasione per misurarlo alla prova come sul Trentino. In ogni modo speriamo
bene. Intanto sappi che ti scrivo dalla prima linea. C’è odore, qui, di polvere
e di vittoria.4
Di questo periodo della sua vita ci restano soltanto pochissime lettere, sufficienti però a farci rivivere lo stato d’animo di un combattente molto attento
alla vita e alle opinioni dei soldati che incontra. Una lettera, spedita il 16 Settembre, tocca la “spinosa” questione della stanchezza e del bisogno di pace,
che vanno diffondendosi; Poledrelli invece riafferma le proprie convinzioni:
Questa sera forse il nostro reggimento andrà in riposo. Dove, non si sa, ma
è certo che se lo merita, perché è quasi due mesi di vita di trincea. Lo sai che
ho la fortuna di appartenere ad uno di quei reggimenti che primi sono entrati
2 Ad esempio, il 20 Agosto pubblica su “La Rivista” un’intervista al Procuratore di
Como Lino Ferriani.
3 Lettera a Luigi Fabbri, GRECI, Luigi, Mario Poledrelli, l’operaio volontario di
guerra. Lettere e diario alla vigilia della morte sul campo, cit., Fondo Mario Poledrelli,
Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
4 La Rivista, 5 luglio 1917; nel testo si riporta la data 30 Dicembre, ma si tratta
evidentemente di un refuso (a Dicembre Poledrelli era in ospedale a Milano), Fondo
Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri,
Ferrara.
64
in Gorizia? Spero che questo sia di buon auspicio per le battaglie del futuro.
Perché questa guerra si deve vincere completamente. Non si deve lasciare a
metà un’opera già magnificamente incominciata. Sarebbe un errore ed un delitto. Tanto sangue generoso sarebbe stato sparso invano. E questo non deve
succedere. So che in Italia si parla con insistenza di una prossima pace. Male.
Non si debbono creare illusioni. Quando la pace si affaccia sull’orizzonte oltre che dell’ulivo della pace deve essere munita del messaggio della vittoria.
Perché io dico: ben venga la pace, purché sia vittoriosa, purché segni il completo schiacciamento dei governi centrali, purché rechi con se i germi di una
nuova era di amore e di giustizia fra gli uomini. Se no, guerra sempre guerra.5
Gli scontri proseguono, ed il 1 Novembre 1916, sul monte San Marco, un forte
bombardamento austro-ungarico determina il crollo della ridotta in cui sta di
guardia Poledrelli; egli resta sepolto in stato di svenimento per due ore e viene
ritrovato a fatica. Ne dà notizia pochi giorni dopo “La Rivista”6:
Mario Poledrelli contuso.
Sul Carso il 1° novembre, l’amico Capor. Mario Poledrelli, venne sepolto
sotto il crollo di una ridotta – in cui era di guardia – colpita da granate austriache. Venne dissepolto dopo due ore di faticoso lavoro e raccolto svenuto.
Ora è all’Ospedale militare di riserva di Milano, “mezzo sconquassato” – ci
scrive – “come un vecchio volgare arnese da cucina”. Spera però di guarire
presto per ritornare al suo bello ed eroico reggimento. Auguri di sollecita
guarigione all’amico carissimo.
Nel Gennaio 1917, quando fa ritorno al Battaglione sempre acquartierato
nell’area di Gorizia; al momento della partenza scrive a Luigi Fabbri:
Sono in procinto di partire alla volta del mio glorioso Reggimento sul … Parto per la terza volta nella zona della morte, della gloria, con la medesima
serena fede della prima volta. Mai come in questi ultimi giorni ho sentito
che il posto mio è quello della zona di guerra. Era ormai troppo tempo che
oziavo per la caserma, tanto che avevo vergogna di rimanere ancora qui,
pensando che tanti miei valorosi compagni sono alla fronte… Mi consideravo,
al cospetto di loro, e di fatto, se pure contro la mia volontà, lo ero, un – con
rispetto parlando – imboscato… Ma, cosa vuoi, il mestiere del vigliacchetto
non lo so imparare e non lo voglio imparare. Non sono un eroe per questo,
5 Lettera a Luigi Fabbri del 16 settembre 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario
Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di
Ferrara.
6 La Rivista, 9 novembre 1916, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
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Monte San Marco - Saliente Bassi. (Collezione Nicola Persegati).
ma non voglio che la mia coscienza abbia a rimproverarmi, domani, il dovere
non compiuto o compiuto a metà… In questi giorni si parla con insistenza di
una grande piaga che fa dolorare la gran madre nostra, l’Italia: quella degli
imboscati. Il problema merita una energica radicale soluzione… Ma il genere
imboscato, in sé, più che odio, indignazione, mi suscita commiserazione, disprezzo. Che uomo può essere costui? Un mezzo uomo, un quarto di uomo, ed
allora che gusto c’è vivere in quel modo? Cosa vuoi che ti dica, se io dovessi
scampare alla morte, a costoro preferirei l’ultimo fantaccino, magari incosciente, che ha partecipato a qualche fatto d’armi…. 7
E il 28 Gennaio8:
Ti dirò che gli ultimi avvenimenti diplomatici, mi hanno certamente lasciato
indifferente. La pace? “Verrà quando sarà finita la guerra” diceva un mio
soldato. Filosofia lapalissiana sana ed onesta. Ma certo che verrà solo quando, attraverso vittorie nostre, la libertà e la giustizia saranno assicurate nel
mondo.
Alla notizia dell’inizio della rivoluzione in Russia le sue speranze attingono
nuova linfa9:
7 La Rivista, 25 gennaio 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
8 Il Fascio, 28 gennaio 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
9 Il Fascio, 25 marzo 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
66
Seguo, in quanto si può, le capriole americane. Credi a me che tutto questo
crea nei soldati combattenti, nei quali naturalmente è vivissimo il desiderio
di una bella pace, nausea. La pace verrà, e speriamo presto, ma non sarà
decisa dalla diplomazia dei neutri, ne dalle stupide querimonie dei piccoli
mascalzoncelli schiavi dei mustacchi di Guglielmone, ma sarà lo sforzo eroico, contemporaneo del soldato dell’Intesa, combattente sul fronte unico, e
dal conseguente sforzo finanziario dei popoli. Sono orgoglioso e lieto per gli
avvenimenti in Russia.
Sullo sfondo c’è sempre Angelica; i tormenti sentimentali, che nasconde agli
amici e ai compagni, sono ben presenti nel suo cuore. Le scrive un’importante
epistola:
Io sono qual fui sempre, costantemente innamorato di voi. Ho provato, non ve
lo nascondo, di dimenticarvi;
ho provato ad amare una fanciulla 10 che mi adorava, ne
sono certo, ma non ho potuto. Non ho potuto riscaldare
colla ipocrisia il cuore mio.
Quando io abbracciavo lei,
cercavo di confondere i sensi
ed i sentimenti nei suoi baci,
mi accorgevo che il cuore
mio ne sentiva un’amarezza
infinita. Ed avevo disgusto di
me stesso. Tanto che per liberarmi dell’amore di questa
fanciulla e liberare la mia coscienza dai rimorsi, ho dovuto
abbandonarla inventandone
io stesso il motivo. Ma non
importa che mi dilunghi oltre.
Sono certo, troppo certo che
vi immaginiate quello che fu
Lettera ad Angelica di Mario Poledrelli dalla zona di guerra 8 aprile1917. (Fondo Mario
Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
10 Si tratta certamente di Amelia, la ragazza di Conco incontrata nel 1916. Il rapporto
era proseguito per alcuni mesi, fino al distacco a causa di Angelica.
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il mio stato d’animo per comprendermi e per compatirmi.11
Poledrelli continua il suo messaggio descrivendo ad Angelica la sua vita al
fronte:
È dura, sì, la vita che noi si conduce, è disseminata di disagi, che con abnegazione si sopportano e di pericoli che con serenità si affrontano. La via che noi
si deve percorrere. Ma il fine, la meta che si deve raggiungere è così radiosa
e così superiore che vale quanto noi si soffre, quanto noi si perde in sangue
ed energia. Vale anche la nostra infelicissima vita di mortali, lasciatemelo
pur dire, parlo per me, egoista! Parlo della mia esistenza che non è mai stata
illuminata da un raggio di letizia, se non di felicità; parlo per me, che l’amore
mi ha portato pene sanguigne.12
Toni analoghi, di angoscia commista a volontà, troviamo in un’altra missiva
ad Angelica:
Anch’io certe notti mi sveglio di soprassalto e mi si impadronisce una volontà
infinita di morire, di finirla con questa vita piena di emozione, di disagi, di
dolori, di pericoli e di ben rare seppur grandi soddisfazioni. Ma subito mi
riaffiora il senso del dovere, della necessità non per me ma sibbene per la patria e per l’idea, alle quali ruberei un soldato, per la mamma mia adorata che
forse morirebbe di crepacuore, per gli amici tutti. Forse sarà anche per voi,
causato dal vostro sensibile sentimento che non può sopportare con serenità
la lontananza della persona amata.13
Il 9 Maggio scrive a Luigi Fabbri:
In questi momenti si fa il capitolo decisivo della storia umana e non è difficile che qualche artefice di questa cada nell’esercizio delle sue funzioni. Ma
speriamo che almeno per quanto che riguarda gli amici nostri ciò non debba
accadere e che a guerra lietamente finita ci si trovi tutti inneggiare alle fortune dell’Italia nostra e dell’umanità affrancata dal pericolo del selvaggio
teutonico. Il mio valoroso e bello reggimento batte le medesime posizioni di
quello di Zanin14 ed ha ragione di scrivervi di preparare le bandiere. Non so
cosa possa accadere. Perché nulla si sa e se sapessi qualche cosa nulla vi
direi. Solo vi basti sapere che nei soldati c’è il convincimento, la persuasione,
che proviene dalla fede nella propria forza morale e materiale che sul Colle
11 Lettera autografa dell’8 Aprile 1917, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
12 Id.
13 Lettera autografa del 15 Aprile 1917, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
14 Si tratta dell’amico e concittadino Giovanni Vincenti, detto Zanin, corrispondente
de “L’Avvenire”.
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di San Giusto pianteremo la nostra bandiera. Mi raccomando di tenermi un
bicchiere di quel famoso vino. La mia salute è ottima come il mio morale.15
Il giorno successivo scrive a Giuseppe Longhi :
Io che sono qui in una buca, che attendo solo un ordine per sortire e per offrire la mia vita in olocausto all’idea dell’umanità e della giustizia, ti dico: il
tuo dovere è quello di rimanere. Chi potrà con giovanile audacia sventolare la
nostra bandiera, che potrà con vigore di fede, meglio e più forte del tuo difendere la nostra idea dagli attacchi subdoli e vili dei nostri nemici interni molto
più disprezzabili della canaglia dell’Imperatore Carlo? La nostra provincia
ha bisogno, ha necessità che un giovane rimanga con la sua fede italiana e
umana a neutralizzare l’opera nefasta, idiota, austriaca del neutralismo rosso
e nero. E se tu parti, se anche tu te ne vai, chi rimane? I nostri nemici avrebbero il campo libero, rimarrebbero indisturbati nella loro opera oscena. Quindi
accetta il mio consiglio: rimani! Gli scagnozzi gettano alle tue calcagne il
verme della diffamazione? E tu fregatene. L’affetto e la solidarietà dei tuoi
Cartolina di Mario Poledrelli alla sorella Camilla dalla zona di guerra 16 aprile 1917.
(Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico
Cavalieri, Ferrara).
15 La Rivista, 13 maggio 1917; anche in GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario
Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di
Ferrara.
69
amici conta di meno che la stima dei gesuiti? Ti dico: rimani! Perché l’opera
tua è inutile o quasi come soldato; è necessaria come cittadino.16
Poi all’amico Mario Busatti racconta l’incontro con Zanin a Gorizia:
…incontrai il giorno 17 in Piazza del Municipio a Gorizia: Zanin. Non puoi
immaginare la vivissima gioia che entrambi ci invase. Ambedue scalcinati
perché di ritorno dalla trincea. Io avevo la giubba e i pantaloni sforacchiati
dalle caramelle di fabbrica austriaca. Lui mezzo stralancato per la caduta
contratta in una corsa verso il nemico. E così noi due campioni di Ferrara
ci siamo accompagnati andando a bere un caffé nel migliore e più elegante
Caffé di Gorizia. Abbiamo insieme rievocati i giorni del beato cincischiare e
insinuare ferrarese. E poi ci siamo lasciati…17
Di quel ultimo incontro, ricorda il Zanin:
Ci abbracciammo e baciammo, in Gorizia … In quell’incontro mi disse ciò
che ripeteva agli amici che da Mathausen non mi avrebbe mai scritto perché
sarebbe rimasto sempre o vivo o morto, prigioniero mai.18
Verso gli ultimi di Maggio 1917, prima del ritorno in prima linea: il suo Battaglione è acquartierato in riva all’Isonzo, alle falde del monte Sabotino. Racconta un commilitone 19:
Prima di vederlo, udii una delle sue caratteristiche larghe risate. Stava in
quel momento a cavalcioni di un parapetto, tagliando, in tante parti, per i
suoi soldati, un pezzo di formaggio. Dopo gli abbracci e baci, combinammo
di rivederci ancora quando il suo battaglione sarebbe andato in trincea… La
sera desiderata e triste venne. Quando mi vide uscì dalle file e, dopo essere
avvenuto quello che si può bene immaginare, prese la corsa per ritornare ancora nelle file; ma, fatti pochi metri, si voltò indietro gridando a me, che ero
rimasto lì sconsolato: Salutam Frara!…
Il susseguirsi di assalti sul monte San Marco porta Poledrelli presso la località
“Dosso del Palo”, nel settore a nord-ovest del monte. Il 31 Maggio scrive
all’amico Ugo Gaini:
Il paese, la grande maggioranza di esso non è degno dell’ora che si attraversa. Il paese non sente la tragicità morale della guerra, non si rende conto dei
grandi sacrifici che i suoi figli sopportano al fronte e perciò si perde nelle qui16 Lettera del 10 maggio 1917, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e
l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
17 Lettera del 17 maggio 1917, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e
l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
18 Gazzetta Ferrarese, 29 giugno 1917, Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara.
19 Corriere Padano, 3 giugno 1927, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara.
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squilie di una politichetta di provincia, nei pettegolezzi di farmacia paesana e
… si tratta di quella parte ignobile che della guerra sfrutta i disagi economici
ed il sangue sparso, per una bassa speculazione elettorale e di parte… Ti
posso garantire, amico mio, che la parte più sana, più degna, più nobile della
nazione è qui alle frontiere, è l’esercito combattente; sono questi magnifici
soldati, brontoloni e scontenti di tutto e di tutti, ma che di fronte al nemico, in
combattimento, sanno serenamente morire, compiendo, con abnegazione, il
difficile dovere loro. Lo so io, che ho avuto la grande fortuna di essere attore
e spettatore, nello stesso tempo, delle loro insuperabili gesta. Quindi per un
uomo di mente e di cuore, malgrado che quivi la pelle sia in pericolo, la vita
morale è più bella e più sopportabile….20
Poi, il 1 Giugno, invia agli amici del Caffé Milano una cartolina di saluti scritta a matita dalla trincea, il suo ultimo messaggio:
Coraggio e avanti.21
Tre giorni dopo, il 3 giugno 1917, sul San Marco imperversa un forte fuoco
d’artiglieria a spazzare le linee, molto contorte e spesso intersecantisi fra loro;
tra il crepitio delle mitragliatrici e il rombo delle bombarde a sconvolgere
reticolati ed opere di difese, si susseguono attacchi e contrattacchi. Gli austriaci si impossessano di una trincea improvvisata. I fanti del 206° reagiscono immediatamente, giungendo ad un corpo a corpo sanguinoso. Al termine
dello scontro si registrano vari caduti: fra i tanti un ventiquattrenne ferrarese,
biondo, non molto alto, di nome Mario Poledrelli22. Quando si iniziano a raccogliere feriti e cadaveri, il corpo di Poledrelli viene cercato inutilmente.
Le cause della morte restano a lungo incerte: l’amico e commilitone Giovanni
Vincenti inizialmente afferma che sarebbe stato colpito mortalmente da una
scheggia di granata mentre era in trincea, in una fase di sosta dei combattimenti.23
A distanza di alcuni giorni però lo stesso Vincenti assume informazioni da
testimoni sul campo: Poledrelli è stato colpito alla fronte da una pallottola e
sepolto nel terreno dai sommovimenti provocati dal bombardamento.24
Il suo cadavere non verrà comunque mai ritrovato.
20 GRECI, Mario Poledrelli…, cit.
21 La Rivista, 5 luglio 1917, cit.
22 La data della morte del Poledrelli non è certa. Negli articoli di giornale e negli
atti ufficiali si parla del 3 o 4 giugno 1917. Noi siamo propensi per il 4 giugno come
risulta dal suo Foglio Matricolare.
23 La Gazzetta Ferrarese, 29 giugno 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara.
24 La Rivista, 12 Luglio 1917; vedi anche in GRECI, Mario Poledrelli…, cit.
71
La notizia della sua morte giunge a Ferrara a inizio luglio, sotto forma di una
fredda notifica ufficiale:
Deposito 67° Reggimento Fanteria
Ufficio Informazioni n. 976 di prot. I
Como 25 giugno 1917
OGGETTO: Comunicazione di morte al Sig. Sindaco di Ferrara
Compio il doloroso incarico di partecipare alla S. V. la morte del caporale
Poledrelli Mario di N.N. del 206° Fanteria, classe 1893, avvenuta il 3 giugno
1917 in zona di guerra in seguito a ferita. La S.V. è pregata di comunicare con
i dovuti riguardi la fatale notizia alla famiglia del caduto, esprimendo sentito
condoglianze a nome di questo comando.25
Moltissimi amici di Poledrelli sentiranno il bisogno di esprimere il proprio ricordo del caduto, anche attraverso interessanti articoli sui giornali cittadini26.
Nel 1925 verrà redatto infine l’Atto di Morte27:
L’anno millenovecentoventicinque addi trenta maggio a ore nove e minuti
quaranta nella casa comunale io rag. Lino Genta, segretario delegato dal
sindaco con atto ventidue ottobre 1923 approvato ufficiale di stato civile del
comune di Ferrara, avendo ricevuto dal Ministero della Guerra, copia atto di
morte ho qui per intero esattamente trascritto: estratto dell’atto di morte del
Caporale Poledrelli Mario, iscritto nel registro degli atti di morte in tempo
di guerra del 206° fanteria, a pag. 91 ed al n. 793 d’ordine. L’anno 1917 il
giorno 4 del mese di giugno nel San Marco di Gorizia mancava ai vivi alle ore
_ in età di anni 24 il Caporale Poledrelli Mario 206° Fanteria III Compagnia,
Distretto Militare di Ferrara, nato ad Argenta (17/7/1893 Ferrara), figlio di
N.N. e di Giovanna Silvia, celibe, morto in combattimento. L’ufficiale di amministrazione incaricato della tenuta del registro firmato V. Birichilli
I testi firm.to S. Tenente Rizzo Giuseppe. Soldato Lazzaroni Lazzaro
Detta copia munita del mio visto viene inserita nel volume degli allegati a
questo registro.
25 GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese,
Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara.
26 Vedasi un’antologia di testi in Appendice.
27 UFFICIO STATO CIVILE – COMUNE DI FERRARA Volume “Atti di Morte”
Parte II, Serie C., pag. 269 (Redattore Lino Genta), GRECI, Luigi, Tesi di Laurea,
Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi
di Ferrara.
72
48° Divisione, veduta su quota 171 e quota 200. (Ufficio Storico Stato Maggiore
dell’Esercito, Roma).
73
COMMENTO STORICO
NOTE STORICHE SULLA BATTAGLIA PER IL SAN MARCO
LE FORZE CONTRAPPOSTE NELLA X BATTAGLIA DELL’ISONZO
(12 MAGGIO – 10 GIUGNO 1917)
ITALIA – LA 48° DIVISIONE
Comandata dal Magg. Gen. Francesco Saverio Grazioli, era composta da:
Brigata Taranto (143° e 144° reggimento, Gen. Santarnecchi)
Brigata Lambro (205° e 206° reggimento, Gen. Rognoni)
Brigata Messina (93° e 94° reggimento, Gen. Ferrari)
52° Artiglieria da Campagna;
LXXIII battaglione Genio.
Il fronte della Divisione è situato immediatamente al ridosso orientale di Gorizia, dal colle di Castagnavizza alle falde meridionali del San Marco.
IMPERO AUSTROUNGARICO – LA 14° DIVISIONE DI FANTERIA
Comandata dal Magg. Gen. von Szende, era composta dalla 27° e 28° Brigata
fanteria.
LA BRIGATA LAMBRO DA OSLAVIA AL SAN MARCO
Allo scoppio della VI Battaglia dell’Isonzo, il 6 Agosto 1916, la Brigata Lambro28, aggregata alla 24° Divisione (VI C.orpo d'Armata, III Armata), è schierata fra il torrente Peumica e il Vallone dell’Acqua; il settore, a mezza via fra
San Floriano e Oslavia, è detto Lenzuolo Bianco (il nome deriva dai ruderi
d’una casa bianca che, di lontano, davano l’impressione d’un lenzuolo steso
ad asciugare). Il compito principale della Brigata è conquistare q. 188, per
convergere sul Dosso del Bosniaco e calare a Peuma ed all’Isonzo. Q. 188 viene conquistata dal 205°; il Dosso del Bosniaco cede anch’esso dopo strenua
28 Ove non indicato altrimenti, fonte documentaria principale per queste notizie è:
MINISTERO DELLA DIFESA, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Riassunti
storici dei corpi e comandi nella guerra 1915 – 1918, Brigate di Fanteria, vol. 6°,
Roma, 1928.
Per ulteriori informazioni vedasi anche:
GRAZIOLI, Francesco Saverio, In guerra coi fanti d’Italia, Roma, Libreria del Littorio, 1929
LONGO, Luigi Emilio, Francesco Saverio Grazioli, Roma, SME Ufficio Storico, 1989
PINCHETTI, Rodolfo, Isonzo 1917, Milano, Corbaccio, 1934
PRIMICERJ, Giulio, 1917 Lubiana o Trieste?, Milano, Arcana, 1986.
75
resistenza. La sera del 7 Agosto la Brigata è vittoriosa su tutta la linea, seppur
con gravi perdite (33 ufficiali e 1200 soldati); ha catturato un migliaio di prigionieri e molte armi. Lo stesso giorno 7 Agosto viene aggregata alla 43° Divisione e trattenuta sulle linee conquistate, mentre forze fresche sono lanciate
a proseguire l’avanzata. Il 10 Agosto la Lambro, riorganizzata, tocca l’Isonzo
in zona Peuma e costruisce una passerella sul fiume: riesce così lanciare alcuni
reparti a nord di Gorizia, verso Salcano, Kromberg e il Monte San Gabriele.
Presso il Cimitero viene però arrestata dal fuoco delle mitragliatrici austriache
poste sul San Gabriele e sul colle di Castagnevizza. Dal 14 al 24 Agosto tenta
inutilmente lo sfondamento delle linee nemiche: il comportamento in battaglia
vale ai due reggimenti la Medaglia d’Argento al valor militare. Il 25 Agosto le
truppe sono inviate a riposo a Pri Fabrisu. Nel mese di Settembre la Brigata è
tuttavia ancora impegnata in alcuni combattimenti in zona Casa Rossa; scrive
in quei giorni Grazioli (appena promosso Maggiore Generale):
Non hanno più aspetto umano. Sono laceri a brandelli avendo dovuto superare sotto il fuoco i reticolati nemici, infranti sì ma ancora aggrovigliati. Barbe
e capelli da selvaggi… biancheria proprio scomparsa; la maggior parte portano camicie da donna sbracciate e con pizzi, trovate a Gorizia. Roba da far
ridere e piangere. E pure hanno l’occhio ardito e quando passo fra loro mi
guardano sorridendo, pieni di coraggio e di fiducia.29
Il 15 Ottobre30 la Brigata viene infine assegnata all’espugnazione dell’area
settentrionale del San Marco (linea q. 102 – Casa Rossa – Casa Scoperchiata). Il San Marco, cardine strategico del sistema di alture ad est di Gorizia,
in posizione centrale fra il Panowitz e il torrente Vertoibizza, rappresentava
un bastione austroungarico contro cui l’esercito italiano si sarebbe scontrato a lungo e inutilmente. Le condizioni stesse di sussistenza dei fanti erano
tremende: dominati dall’alto dal nemico, colpiti d’infilata dal San Gabriele e
dalle cime attigue, vivevano in trincee precarie, dove in Autunno la pioggia
s’infiltrava allagando tutto e determinando frane continue. Il 28 Ottobre scatta, inutilmente, il primo attacco italiano31; il 7 Novembre la Lambro prende
parte ad un nuovo attacco in forze contro le linee austriache: il 206° occupa q.
100, Casa Due Pini e s’arrampica verso q. 171 dove è costretta ad arrestarsi.
La Brigata è poi inviata a riposo fino al 14 Novembre, quando un contrattacco
29 LONGO, cit., pag. 82.
30 Sono i giorni in cui Poledrelli torna al fronte, aggregato alla III Compagnia, I
Battaglione 206° Reggimento.
31 Nel corso dei bombardamenti susseguenti Poledrelli resta sepolto dal crollo di una
ridotta.
76
austriaco impone il ritorno sul San Marco: il 206° riesce a riprendere le posizioni perdute al prezzo di 18 ufficiali e 530 soldati. Le truppe possono infine
scendere a riposo, a Subida, per riorganizzarsi.
Nel Gennaio 191732 la Brigata ritorna sulle sue posizioni; i combattimenti si
riaccendono il 9 Febbraio, quando un attacco imperiale determina la perdita di
alcune trincee a Casa Due Pini e a q. 102: un contrattacco, condotto anche da
due plotoni di Arditi, ristabilisce ben presto la situazione (perdite: 9 ufficiali
e 350 soldati). Nei mesi di Marzo e Aprile la Lambro è a riposo a Subida; il 4
Maggio alcuni Battaglioni33 sono inviati a Gorizia; il 6 Maggio l’intera Brigata
è nuovamente sul San Marco per tentare lo sfondamento della linea austriaca
(azione sussidiaria nei piani di Capello relativi alla X Battaglia dell’Isonzo).
Il 206° opera a nord (Casa Diruta – q. 171 – q. 200), il 205° deve attaccare
la cima (q. 227) e le pendici meridionali, per calare in piano. Il 14 Maggio,
dopo un intenso fuoco d’artiglieria, il III/206° attacca q. 200, mentre il II/206°
raggiunge Casa Due Pini, Dosso del Palo e q. 171. Più a sud, il I/205° e il
III/205° arrivano a q. 200 e q. 100. Le perdite sono gravi (38 ufficiali e 1618
soldati), ogni ulteriore avanzata è impossibile e i nemici contrattaccano continuamente. Il 17 Maggio la Brigata è inviata a Villanova di Monte Fortin per
riorganizzarsi. Torna in linea negli ultimi giorni di Maggio. Nella notte sul 3
Giugno34 gli austriaci, previo breve ma violento fuoco d’artiglieria, colgono lo
schieramento della Lambro in un momento critico (il II/205° e il I/206° stanno
effettuando la reciproca sostituzione) e assaltano Dosso del Palo, riuscendo a
infiltrarsi nella valletta a est del bosco ed a conquistare la trincea fra Casa Rossa e q. 100. L’arrivo di rincalzi italiani blocca l’offensiva, riconquistando parte
del terreno perduto e catturando 3 ufficiali, 40 soldati e una mitragliatrice.
Alla sera un nuovo attacco italiano ristabilisce definitivamente la situazione.
Il 23 Giugno la Brigata è inviata a riposo fra Pradis e Subrida. Fra il 19 e il
22 Agosto, durante la XI Battaglia dell’Isonzo, tenta nuovamente di conquistare il San Marco, ma tutti gli sforzi sono vanificati dalla ferrea resistenza
austriaca. Il 31 Agosto la Brigata è inviata sulla Bainsizza centrale, nel settore
di Okroglo; qui viene colta dalla crisi di Caporetto: si ritira lungo l’asse Jelenik – Plava – Madrisio – Ponte della Priula. Il 21 Novembre la Lambro viene
disciolta dal nuovo Comando Supremo.
32 Poledrelli ritorna in quei giorni in linea.
33 Fra cui il I/206° di Poledrelli, che si attenda alle falde del Sabotino.
34 Si tratta della circostanza che determina l’uccisione di Poledrelli. Resta purtroppo
indefinita la data precisa della sua morte: alcune fonti riferiscono del 3 Giugno (al
sopravvenire dell’attacco austriaco e dei primi contrattacchi italiani); altre, fra cui
l’estratto di morte e il foglio matricolare, recitano la data del 4 Giugno (nel corso dei
successivi contrattacchi italiani di assestamento della linea).
77
La Rivista, 12 luglio 1917. In memoria di Mario Poledrelli. (Archivio Associazione Culturale
di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
DAL DIARIO STORICO DEL 206° REGGIMENTO – BRIGATA LAMBRO:
LA GIORNATA DEL 3 GIUGNO 1917 (ESTRATTO)
Dopo la grande offensiva del maggio contro il S. Marco il Reggimento, sceso
a Boatina per un brevissimo periodo di riordinamento, ritornava in trincea
nello stesso S. Marco con l’ordine di rafforzare la nuova linea raggiunta,
ancora non salda perché da poco tempo strappata al nemico…
Nella notte sul 3 doveva avvenire il cambio fra il I/206° ed il II/205°e si erano
anche ordinati ingenti trasporti di materiale specie cavalli di frisia per completare la linea delle difese accessorie non sufficientemente robuste.
Alle ore 22,3035 movimento per il cambio già iniziato, come pure il trasporto
di materiali al quale erano adibiti circa quattrocento uomini.
Alle 23 un violento bombardamento nemico fatto con medi calibri – barilotti
si abbatte nelle nostre occupazioni di Dosso del Palo – Boscone sconvolgendo
le difese, producendo perdite non lievi, sorprendendo in piena crisi di movimento le corvé addette al trasporto dei materiali ed il I° Battaglione che si
accingeva al cambio.
35 Ovviamente del 2 giugno.
78
Il Monte San Marco, allegato 1, foglio 2. (Archivio Associazione Culturale di Ricerche
Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
Simultaneamente al bombardamento e al tiro di interdizione, fatto con estrema violenza sui camminamenti di accesso e sul rovescio delle linee, reparti
d’assalto austriaci di forza imprecisata, ma certamente notevole, attaccano
le nostre linee nella Valletta ad est del Boscone (vedi schizzo) e il punto di
saldatura tra il 206° ed il 205° a nord di Dosso del Palo (vedi schizzo).
Le nostre truppe, che occupano i posti avanzati sulla fronte della ex caverna
austriaca, 2° Compagnia 206° più quelli del Genio che sono intenti ai lavori
di rafforzamento, non fanno in tempo ad arretrare nella linea di resistenza,
impedendo così alle truppe che la presidiano ad aprire il fuoco contro il ne79
mico che avanza – il quale, infiltrandosi a nord dell’ex appostamento austriaco per mitragliatrice (Boscone) scende e riesce ad occuparlo, nonostante la
resistenza dei nostri che reagiscono con estrema violenza all’attacco nemico.
Con l’appostamento il nemico riesce ad occupare un centinaio di metri di
trincea della prima linea (Lunetta).
Ma viene trattenuto poi fermato alla destra dalla tenace resistenza del 2°
Plotone della 2° Compagnia che sbarra la trincea con sacchetti a terra guardando con una squadra il fianco sinistro minacciato.
Il tempestivo e pronto accorrere dei rincalzi, costituiti dalla 3°Compagnia del
206° riesce ad impedire ogni ulteriore progresso del nemico36.
Verso le ore 4 del giorno 3, giunti i primi rinforzi, consistenti in due plotoni
della 6° Compagnia del 205° fanteria, viene fatta avanzare da Dosso del Palo
verso la caverna mitragliatrice del Boscone, e alla mercè d’efficace concorso
di tali truppe fresche e nonostante il persistente bombardamento nemico, il
nemico venne ricacciato dalla linea della Lunetta. Gli si catturano anche tre
ufficiali, una quarantina di soldati e una mitragliatrice.
Per tutta la giornata continua il violento fuoco nemico che già aveva distrutto
le armi della 287° Compagnia – sconvolti i camminamenti d’accesso non del
tutto rimessi in efficienza dopo l’offensiva del Maggio.
Alla sera del 3 giugno (alle ore 20,30) si sferra il nostro contrattacco, accuratamente preparato nella giornata, per ritogliere al nemico il dominio che
ancora teneva della Valletta interposta tra Casa Rossa e Casa quota 100.
Dopo breve, ma violenta preparazione d’artiglieria le truppe del I/206° con
due plotoni arditi del 205° Fanteria (10° e 11° Compagnia) attaccano con
bello impeto, e riescono di slancio ad occupare la vecchia linea Boriani, riconquistando tutto il terreno perduto nel contrattacco austriaco del due, migliorando l’occupazione nostra immediatamente a nord del Dosso del Palo.
Contemporaneamente all’attacco del I/206° le truppe del 205° contemporaneamente contrattaccano e giovarono non poco a ristabilire il collegamento
tra i due reggimenti.
Alle ore 21,30 tutta la linea è ripristinata e malgrado i reiterati attacchi nemici che si protraggono fino al cinque giugno le balde truppe del Reggimento
sanno tenere quanto il nemico aveva loro momentaneamente sottratto. 37
36 Si tratta del contrattacco a cui partecipa Poledrelli, restandovi poi ucciso.
37 206° Reggimento di Fanteria. Diario storico militare, giugno – luglio 1917.
Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito Roma.
80
BOLLETTINO DI GUERRA AUSTRIACO DEL 3 GIUGNO 1917
Nella regione del San Marco, presso Gorizia, i reparti del capitano Sonnewend rigettarono con un’energica puntata il nemico dalle trincee più avanzate.
Esso lasciò in nostra mano 10 ufficiali, 500 uomini e 4 mitragliatrici. 38
BOLLETTINO DI GUERRA ITALIANO DEL 4 GIUGNO 1917
Sulle pendici occidentali del San Marco il nemico, dopo aver completamente
spianato con tiri delle sue artiglierie le difese della nostra nuova linea, riuscì
con un attacco in forze a penetrare in alcuni elementi avanzati. Arrestato dal
pronto accorrere dei rincalzi, venne da un successivo contrattacco nettamente respinto con gravi perdite sulle sue posizioni. Lasciò nelle nostre mani 82
prigionieri, di cui 3 ufficiali. 39
MONTE SAN MARCO
Il Gen. Grazioli ci descrive efficacemente la situazione tattica in cui la Brigata
Lambro era venuta a trovarsi:
La collina di San Marco si affaccia bruscamente sulla piana di Gorizia come
un parapetto elevato lungo circa due chilometri. Prima della guerra (come è
ritornata ad esserlo ora) era davvero una vaga altura, dalle forme tenui e ondulate, cosparsa di graziose cascine campestri, tutta coperta da folta boscaglia, mèta di piacevoli gite pei cittadini di Gorizia. Così disposta in traverso
fra la ridente valletta, dal nome suggestivo di val di Rose, che la separa dalle
vicine colline del Panovitz e le molto più basse colline di Sober fiancheggianti
il corso della Vertoibizza, presenta, a chi la guarda dal piano, il profilo caratteristico di un leone accovacciato a cui manchi la testa. Il versante verso
il piano è il più ripido; il versante opposto declina invece ondulato e assai
più dolce e solcato da profonde valli boschive verso la conca di Aisovizza. La
massima quota si eleva all’incirca di 200 metri sul piano di Gorizia…
Su questa altura di San Marco si era irrigidita dunque la nuova linea di contatto fra noi e gli austriaci, con un tracciato e in una situazione così stravaganti, come se, nel corso fluttuante della battaglia, un’improvvisa ondata di
freddo intenso avesse cristallizzate bizzarramente le due fronti strettamente
avvinghiate nella lotta, e quindi senza nessun criterio logico offensivo o difensivo…
… noi eravamo dovunque, inizialmente, in posizione molto svantaggiosa.
38 In PRIMICERJ, Giulio, 1917 Lubiana o Trieste?, Milano, Arcana, 1986, pag.
300.
39 Id.
81
Il Monte San Marco visto dal castello di Gorizia. (Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Roma).
A sinistra, verso la città, perché, per quanto padroni del versante, non eravamo ancora padroni delle quote di cresta; a destra poi, cioè sul triangolo
ferroviario, in condizioni ancora peggiori perché … il nemico ci dominava
completamente dalle falde soprastanti del monte, come da un balcone che ci
sovrastasse sulla testa…
… eravamo anche soggetti al fuoco concentrato di tutte le artiglierie avversarie, non soltanto di fronte, ma anche di infilata e peggio ancora di schiancio,
perché dal m. Santo o dal S. Gabriele, e dal margine settentrionale del Carso, quelle artiglierie ci tiravano quasi alle spalle, rendendoci ben amara la
vita…”. 40
Trattando le vicende vissute sul San Marco, il Gen. Grazioli si sofferma anche
sulla posizione detta Dosso del Palo:
… la nona battaglia dell’Isonzo… non fu per noi, sul San Marco, che una rettifica delle posizioni fino allora raggiunte, ottenuta, sotto piogge torrenziali,
con ripetuti attacchi parziali diretti a strappare palmo a palmo al nemico brevi tratti di terreno potentemente fortificati. In questa circostanza però truppe
della mia brigata riuscirono a conquistare la tanto contrastata quota 171 e il
vicino dosso del palo, così chiamato perché sopra di esso giaceva rovesciato
un gigantesco sostegno di ferro a traliccio, abbattuto da un colpo di cannone,
e che aveva fatto parte di una conduttura elettrica ad alto potenziale scaval40 GRAZIOLI, cit., pagg. 171-179.
82
.
cante il monte. Entrambe queste due posizioni, prese e riprese più volte in seguito, costituirono in certo qual modo, e per molto tempo, fra i due avversari
sul San Marco, il pomo principale della discordia ed il luogo dove più folta
cadde la messe di vite umane inesorabilmente falciate dalle mitragliatrici e
dalle artiglierie delle due parti.41
41 Id., pagg. 210-211.
83
Diploma della Croce di Guerra di Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio
Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara).
84
CONCLUSIONE
IL “MISTERO” DI MARIO POLEDRELLI
Termina qui il nostro breve excursus sulla vita di Poledrelli, che abbiamo delineato il più possibile attraverso quel che è rimasto delle sue parole, delle sue
idee, dei suoi scritti1.
La risultante complessiva, agli occhi di uomini d’oggi, è piuttosto contraddittoria, sotto certi versi sconcertante.
Chi era veramente Mario Poledrelli?
Un semplice eroe di guerra, morto a ventiquattro anni, celebrato dai concittadini con l’intestazione d’una via e d’una scuola?
Un precursore della nuova società che il conflitto avrebbe generato, come ci
spiegano i testi commemorativi redatti durante il ventennio?
Un anarcoide protofascista, memorabile solo per la capacità di offendere gli
avversari e ricevere mercede dai suoi finanziatori massoni, come lasciano invece intendere i recenti testi storiografici orientati politicamente a sinistra?
Forse tutte queste cose insieme; ma anche altro ancora, se soltanto proviamo
a calarci nell’epoca in cui si svolse la vicenda.
Forse Mario Poledrelli è un personaggio emblematico, nel bene e nel male, di
tutte le incertezze e di tutti gli equivoci di una società in ebollizione, bisognosa di catarsi, incapace di trovare soluzioni costruttive alla propria impellente
ricerca di certezze.
Le contraddizioni epidermiche del politico–soldato Poledrelli ci lasciano stupiti, proprio perché era forse lui il primo ad esserne stupito; e infatti lo vediamo continuamente porsi domande, darsi risposte, scuotere se stesso per
imprimersi l’acquisita convinzione circa la verità delle sintesi faticosamente
afferrate.
Il suo originale anarco–individualismo forse non è che questo: una confusa
idea di stampo ottocentesco (ricordiamo, nel suo diario del 1916, l’attestata
ammirazione per Carducci), commista d’aneliti plurimi: amore, riscatto, giustizia, appartenenza non discriminata a un popolo, risarcimento dei torti subiti,
affermazione individuale, pace assoluta.
Un’idea tanto confusa da costringere il portavoce ad arrangiamenti complicati
ogni qual volta le diverse spinte entravano in contraddizione.
Così: l’ordine militare è necessario, ma il sistema di controllo e punizione è
1 In Appendice il Lettore potrà trovare diversi scritti del protagonista, nonché, in
conclusione, alcuni interessanti contributi di vari autori, a lui dedicati e redatti dopo
la sua morte.
85
sbagliato; l’organizzazione gerarchica non convince, ma va comunque sopportata in nome del bene collettivo da perseguire; lo stato stesso, infine, nei
suoi canoni sabaudi e cadorniani, assume le vestigia di un talora fastidioso
ma necessario fardello per addivenire al processo rivoluzionario supremo: la
guerra vittoriosa e il riscatto.
Non dissimili, del resto, dovevano essere i pensieri di tanti protagonisti coevi:
da Filippo Corridoni a Cesare Battisti, da Pietro Nenni a Benito Mussolini:
salvo che in tutti costoro la strategia militante, supportata da una cultura più
organica, andava già assumendo canoni più realistici e smaliziati.
La caratteristica più interessante di Poledrelli sta invece proprio qui: in un misticismo violento e ingenuo insieme, frutto della realtà provinciale ferrarese,
di esperienze biografiche difficili e di una formazione sofferta ed inquieta.
Cartolina Brigata Lambro, 206° Reggimento Fanteria. (Collezione privata).
86
A PPENDICE
TESTI DI MARIO POLEDRELLI
1
KROPOTKINE
Gazzettino Rosa, 3 novembre 1914 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara); poi in La Guerra Sociale – Settimanale Anarchico Interventista di Milano, diretto da Edoardo Malusardi (Greci, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di
Ferrara).
La guerra di cui siamo spettatori dolenti è da molti considerata alla stregua
di una grande rivoluzione. E’ incerto che tale sia nei riguardi delle istituzioni
politiche ed economiche che governano le sorti dell’umanità in questo lasso
di tempo. Ciò dipende dalle sorti militari dei due gruppi di potenze che sono
in litigio. Ma quello che è certamente, incompatibilmente vero è il fatto che
questa guerra ha rivoluzionato le posizioni teoriche e pratiche dei partiti e la
coscienza degli individui. I frutti di trenta anni di propaganda teorica spicciola
fatta dai partiti di avanguardia, astrazione fatta di quella a carattere dinamico
e rivoluzionario, sono caduti miseramente nel vortice sanguinoso di questo
immenso macello. D’altra parte, è bene constatarlo, a questo inaspettato urto
hanno vittoriosamente resistito quelli che sono i canoni principali, fondamentali e classici che formano i movimenti rivoluzionari odierni. Crisi dunque.
Quanti, al principio di questa guerra hanno compreso l’angosciosa verità di
quelle pagine che Giuseppe Mazzini scrisse allorché la sua altissima mente e
l’animo suo eletto furono visitate dal dubbio, martoriandogli, straziandogli,
dilaniandogli la coscienza. Perfino quell’uomo, che sembrava il più rigido,
il più intransigente, il più simpaticamente settario fra i socialisti italiani, ha
dovuto confessare le oscillazioni della sua coscienza. Perciò ogni partito, ogni
individuo avrà affannosamente cercato, in mezzo a tanta tenebra creata da sì
immani avvenimenti, una luce chiara, un faro sicuro che servisse da guida in
questa intricata topografia… ideale. E gli anarchici, incalzati dalla stessa crisi,
dallo stesso dubbio degli altri partiti e individui, hanno anche loro cercato la
loro luce, il loro faro. E l’hanno trovato. La luce che essi cercano venne agitata
con mano sicura da un vegliardo: Pietro Kropotkine.
Al primo anarchico che incontrate, domandategli quale precisa finalità egli
con la sua propaganda ed azione rivoluzionaria si propone di raggiungere.
Indubbiamente vi mostrerà: “la conquista del pane”, che è lo schema esatto,
preciso, matematico di quella società dell’oro che è nelle sue aspirazioni, nei
87
suoi sogni. Domandategli ancora con quali criteri storici, morali, filosofici egli
ha demolito la struttura di questa società. Certamente vi farà conoscere “La
guerra rivoluzionaria” che è una nuova, originale anarchica interpretazione di
quel grande avvenimento che fu la rivoluzione francese del 1789; “Lo stato”
che è la più completa, suffragata da prove e documenti storici irrefutabili,
critica dello stato moderno; “Le memorie di un rivoluzionario” che oltre ad
essere la tragedia commossa e commovente di un anima, di un intelletto superiori, è anche la storia viva, il pastello brillante della società russa dal 1840
ai giorni nostri, ed è anche la storia del movimento rivoluzionario latino degli
ultimi 30 anni; “La morale anarchica” che è la distruzione di tutte le ipocrisie, di tutte le menzogne religiose, economiche, sociali che si celano dietro
l’appellativo di morale; “La società moderna e l’anarchia”, che è un assalto,
brillantissimo, forte di cultura, poderoso per lo stile, contro Bergson, i filosofi
dell’intuizione o, come li chiama sarcasticamente G. P. Lucini, i filosofi del
press’a poco. Tutte queste sono le opere migliori che Pietro Kropotkine ha
dato nel campo anarchico. Ma la sua attività cerebrale non finisce qui: sconfina nel campo scientifico. (…) Come il nostro Mazzini lasciò la letteratura
per l’Italia irredenta. Così Kropotkine come il suo compatriota Leone Tolstoi
lasciò la scienza per l’umanità irredenta. Ebbe torto? Giorgio Brandes opina
che si. Crediamo che gli atti di questi grandi non debbano essere giudicati
così definitivamente e recisamente. Evaso in un modo che ha del fantastico e del miracoloso con la complicità di scienziati, di rivoluzionari, di amici, parenti, dalla tetra fortezza di Pietro e Paolo, si rifugiò a Londra cortese
ed ospitale sempre con tutti gli agitatori, con tutti gli apostoli di qualunque
causa. Per campare la vita scrive articoletti per la grande rivista geografica:
Nineeteuch Century. Ma poi desideroso di viaggiare corre in Francia, dove,
per avere preso parte a movimenti rivoluzionari, viene imprigionato e condannato dal governo di Napoleone il piccolo; in Svizzera dove viene, per lo
stesso motivo, espulso. Ma qui, nel mondo latino, dove ancora fervono fra i
rivoluzionari le polemiche suscitate da Bakunine e Marx, egli diventa definitivamente anarchico. E nell’anarchismo, che fino ad allora erano sole idee non
chiare, indefinite di Giuseppe Prudhon e di Michele Bakunine, fa un’opera
scientifica di sistemazione, di critica, di ricostruzione. E con Carlo Caffiero,
Andrea Costa, Enrico Malatesta, Eliseo, Elia e Paolo Reclus, Giovanni Grado,
Giacomo Guillaume, fonda giornali, e in Svizzera e in Francia e in Italia e in
Spagna. E’ in questi giornali che egli scrive i primi articoli, sostiene le prime
battaglie. E C. Arold1 dice che il “sistema di Pietro Kropotkine è la concezione
scientifica dell’anarchia”. Ed ancora oggi malgrado che la sua tarda età non
1 Arold – l’essenza dell’anarchismo
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gli permetta di dare all’azione il suo contributo personale pure continua con
una profusione che sorprende per un uomo di 74 anni, la sua attività intellettuale. La sua produzione ha la caratteristica comune a tutti i grandi: l’unità,
la coerenza. L’avv. Luigi Molinari si è meravigliato come il Kropotkine inciti
i rivoluzionari ad aiutare anche fattivamente il blocco di potenze che fanno
capo alla Triplice Intesa contro l’imperialismo prussiano. E’ proprio il caso
di dire che le meraviglie sono fuori posto, sono inutili. Pietro Kropotkine fu
sempre contro il caporalismo. Il libertario non può avere simpatia per l’autoritarismo; il rivoluzionario non può andare d’accordo con il conservatore. La
lotta troppo ignorata o meglio troppo mal conosciuta fra Michele Bakunine e
Carlo Marx non fu una volgare bega personale come si vuol far credere, ma fu
la lotta del federalismo contro l’accentramento, del rivoluzionarismo contro il
riformismo, dell’anarchismo, infine, contro l’ultima incarnazione teorica dello
stalinismo che si incarnava nella social-democrazia tedesca rappresentata da
Carlo Marx. Pietro Kropotkine è anarchico e siccome la libertà anarchica è
umana, è universale, è superiore alle classi, così egli ha sempre espressa la sua
simpatia per tutte le nazioni oppresse. E naturalmente in questa guerra egli è
per la Francia e il Belgio invasi dalla Germania; è per la Serbia invasa aggredita dall’Austria. Pietro Kropotkine è un rivoluzionario, è un intellettuale. Egli
crede con Victor Hugo che il libro scalzi l’edificio di menzogne, di ipocrisie,
di oppressione che è l’attuale società. Considerato quindi che la Francia sia
nelle aspirazioni politiche del suo popolo, sia nella cultura è all’avanguardia
della civiltà moderna, egli è per la Francia. Unico suo rammarico è quello di
non potere essere utile a quella nazione anche con il concorso personale. In
forza di queste ragioni egli proclama:2 “E’ proibito di restare neutrali poiché
nel caso attuale la neutralità non sarebbe che complicità in favore del pugno
di ferro tedesco”.
Possono i gretti di cuore o i pigri di cervello, anche se anarchici, non capire
l’ideale bellezza del pensiero di Pietro Kropotkine, ma la verità che dalle sue
parole sgorga non si arresta di fronte alla loro impotenza celebrale, passa oltre
e si afferma nella storia, senza di loro, contro di loro. Noi oggi con Pietro Kropotkine, Amilcare Cipriani, Giovanni Vaillant e mille altri illustri sconosciuti,
gridiamo la strofa di Enotrio Romano3:
E sol tra i casi della pugna orrendi
E flutti d’aste e fulminose spade
Nel vasto sangue popolar discendi
O Libertade.
2 Il Resto del Carlino e La Stampa del 16 ottobre 1914
3 Pseudonimo adottato da Giosuè Carducci. La poesia sotto riportata è “Alla libertà”
(Juvenilia).
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2
LE IDEE ANARCHICHE E LA GUERRA
L’Internazionale di Parma, diretto da Alceste De Ambris, 9 gennaio 1915 (lo
stesso articolo viene riproposto, con lievi modifiche, il 30 gennaio). (Greci,
Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio
Storico Università degli Studi di Ferrara).
Perché io comprendo l’anarchismo come la più alta, la più disinteressata, la
più sublime espressione della solidarietà umana; l’anarchismo che per me,
non è un partito come il socialista che non vede e non conosce altri interessi,
altra realtà che non sia la classe o il partito come il nazionalista che, non vede,
che non conosce altri interessi che non siano quelli ristretti nei limitati confini
di una nazione; ma, senza negare e l’una e l’altra, non va oltre di essa per
arrivare alla meta dell’umanità libera e redenta. La lotta di classe è una realtà
che gli interessati sofismi della borghesia e quelli pietisti delle varie scuole
cristiane non possono sopprimere. La lotta di classe è un apportato della moderna civiltà capitalistica. In questa lotta noi siamo per la classe operaia non
solo perché è la più sfruttata e tiranneggiata dalle classi dirigenti e detentrici
dei mezzi di produzione e lavoro, ma anche e, starei per dire, soprattutto perché possiede, malgrado siano assopiti dal narcotico riformista, conservatore
e religioso – tale uno spirito rinnovatore che non ha nelle altre classi. Noi
crediamo che il trionfo della classe sia il trionfo dell’umanità sulla barbarie
perché il sentimento del giusto le è famigliare, come non lo può essere nella
borghesia, che la consapevolezza del dominio soffoca in essa ogni sentimento
nobile e generoso; che il sentimento del giusto può essere presente nei pensieri
delle classi inferiori che formano il quinto stato perché vivono una vita che è
al di fuori e sotto ogni senso di dignità, di moralità, di umanità. Solo dunque
alla classe lavoratrice, se educata alla scuola della rivoluzione spetta il grande,
magnifico compito di iniziare l’era di migliori destini per l’umanità. Ne’ si
può negare la realtà della nazione. L’herveismo della prima maniera è fallito.
La guerra attuale si è incaricata di fargli un funerale. E’ un funerale di terza
classe. La nazione – diceva Giuseppe Mazzini, con il conforto di Michele
Bakunine – diventa tanto più sacra quanto più è minacciata. La prova più lampante, più inequivocabile è in questo torno di tempo. Tradita l’Internazionale
dall’imperialismo ipocrita dei socialisti tedeschi, ogni partito, ogni individuo
dei singoli paesi è tornato alla nazione. Io non posso negare di essere nato in
Italia e quindi rinnegare il genio di questa terra che, da Spartaco ai Comuni
dell’Evo Medio, da Giuseppe Mazzini a Garibaldi, fino a Carlo Cafiero ed alla
90
gloriosa internazionale, ha dato tanta parte di se stesso alla superiore causa
dell’umanità. E’ per questo che io mi sento di difendere l’Italia anche – e diciamola la verità – sotto le insegne del Signor Vittorio Emanuele.
Dunque la mia consapevolezza di italiano e la mia coscienza di anarchico mi
consigliano un atteggiamento che è la naturale conseguenza della mia educazione e della mia anima anarchica: contro la neutralità, per la guerra. Contro la
neutralità che nella collettività come negli individui è, nella maggioranza dei
casi impotente di comprendere i grandi problemi umani della vita moderna;
contro la neutralità che nel governo è vigliaccheria generata dalla paura di perdere il potere già traballante dalle giornate rosse del giugno scorso;4 contro la
neutralità della borghesia. Per la guerra contro la Germania che difende il feudalismo, contro la moderna civiltà capitalistica, che difende il passato contro
l’incalzante e rivoluzionario avvenire; contro la Germania che rappresenta un
attentato perenne con la sua cultura, con i suoi 420 alla libertà politica intellettuale e morale verso la quale marcia con passo sicuro e baldanzoso l’Europa
civile. Per la guerra contro l’Austria che con i suoi popoli soggetti, uniti solo
dalla forza del pugno di ferro militare della Casa d’Asburgo e dall’ingranaggio amministrativo, rappresenta nel mondo la più odiosa e ripugnante delle
tirannie. Insomma non si vuol capire che noi questa guerra la consideriamo
se non una guerra dell’avvenire, certamente del presente contro il passato che
vuol risuscitare e dominare per mezzo e con la forza delle armi teutoniche.
Può darsi – e non lo è perché la borghesia non vuole la guerra – che questa
guerra sia considerata dalla borghesia come una guerra di difesa dei suoi interessi, delle sue ricchezze minacciate dalla rapacità dei loro colleghi tedeschi.
Ed allora si ha questo risultato che del resto non sarebbe affatto strano che
mentre i popoli della Triplice Intesa versano il sangue in difesa di interessi
capitalistici, lo versano anche in difesa del movimento rivoluzionario minacciato dalla Germania conservatrice.
Ma questa, mi par già di sentire obbiettare da qualche neutralista rivoluzionario (conciliate i termini) è una guerra democratica che può averci tutt’al più
spettatori passivi. Spettatori passivi? Ma come potete restare incerti, con le
mani alla cintola, buddistici ammiratori dell’ombelico di fronte a si grande
carneficina? Ma chi paga le spese più doloranti e più gravi non è forse il proletariato? Ed allora non vi sono che due vie naturali, logiche, umane. Non c’è
posto per una terza che possa conciliare l’inconciliabile. O contro la guerra,
ed allora, perché così ora si presenta la sensazione, fare la rivoluzione, e non
4 Accenna al violento e sanguinoso sciopero generale del giugno 1914
91
solo in Italia, ma risuscitarla anche e specialmente nelle nazioni belligeranti.
(Ma ciò è impossibile e materialmente e moralmente). O in favore della guerra
perché dalle zolle concimate dai sudori, dalle lacrime, dai dolori, dal sangue
dei proletari, maturino, più che sia possibile frutti di libertà e di benestare
per quelli che rimangono. Ma, lo ripetiamo, la neutralità denota vigliaccheria
od impotenza. In quanto poi ad essere, questa guerra che combattono i popoli della Triplice Intesa, a carattere democratico è una tale verità che noi ci
guardiamo bene dallo mentire. Diciamo di più: è la ragione principe che ci fa
essere intervenzionisti. (…)
3
LA DICHIARAZIONE
L’Internazionale, 10 aprile 1915 (Greci, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di
Ferrara).
La monarchia italiana non rinuncia al suo sistema storico. Nell’ora in cui l’interesse nazionale reclama il gesto liberatore che può darci un glorioso diritto
di cittadinanza tra i popoli vessilliferi di progresso; l’ambigua politica dinastica, tende invece alla soddisfazione di meschini egoismi che ci ribadiranno ai
polsi le antiche catene di servitù verso gli imperi centrali. Noi sentiamo perciò
il dovere di suggellare oggi la nostra e l’altrui responsabilità con una parola
chiara e definitiva. Dal giorno in cui scoppiava il grande conflitto che dilania il
mondo, abbiamo fatto violenza a noi stessi, imponendo una tregua alla nostra
azione di parte, non già perché avessimo rinunziato alle idee rivoluzionarie;
ma perché per l’ulteriore affermazione dei principi nostri, abbiamo riconosciuto la pregiudiziale necessità della guerra contro il militarismo oppressore accampato nel cuore dell’Europa ed in pari tempo della rivoluzione delle
questioni di nazionalità secondo giustizia. Le ragioni di intervento che noi
affermiamo sono quelle stesse che Asquith ripeteva alla Camera dei Comuni
in Inghilterra nel suo discorso del 1 marzo p.p. con le memorabili parole: noi
non dovremmo mai ringuainare la spada sino a quando il Belgio non avrà tutto
e anche più di quanto ha sacrificato, fino a quando la Francia non sarà definitivamente al sicuro contro la minaccia di una aggressione, sino a quando i diritti
delle nazioni minori d’Europa non saranno fissati su una basa intangibile, sino
a quando la prepotenza militare della Prussia non sarà completamente distrutta. Queste parole dimostrano che il programma del nostro interventismo non
ha nulla di utopistico e che può benissimo essere accettato anche da uno stato
92
monarchico, che non metta gli interessi dinastici al di sopra degli interessi
nazionali; che esso è particolarmente vero per l’Italia, poiché riassume le più
alte e legittime aspirazioni della nostra nazionalità, che d’altra parte rientrano
perfettamente nel vasto quadro delle aspirazioni mondiali verso un più giusto
assetto dell’Europa in base al riconoscimento del diritto di nazionalità per
tutti i popoli. All’intervento così concepito, che non può esplicarsi altrimenti
che con la rottura violenta della Triplice Alleanza e la guerra contro gli Imperi Centrali a lato della Triplice Intesa, noi siamo pronti a dare tutto il nostro
appoggio, accettando di condividerne le responsabilità nella forma più leale:
diciamo cioè che qualora la monarchia dichiarasse la guerra che noi auspichiamo sentiremo il dovere collettivo di continuare fino a vittoria raggiunta
nella tregua rivoluzionaria, ed il dovere personale di accorrere sui campi di
battaglia per offrire il nostro sangue alla causa della libertà dei popoli, contro
il militarismo teutonico. Ma con eguale franchezza diciamo che ne sangue,
ne tregua possiamo promettere per ogni altra azione che la monarchia avesse
in animo di svolgere compromettendo l’Italia nelle viltà e nelle speculazioni
tristi di una politica obliqua e usuraia. La grave responsabilità della guerra può
essere da noi accettata soltanto per altissime ragioni ideali (la rivendicazione
dei diritti di tutte le nazionalità) e per la necessità di abbattere un ostacolo
formidabile al progresso umano (il militarismo tedesco); ben altro dovere ci
detta l’eventualità che l’Italia ufficiale abbia a fare il gioco della Germania
con qualche diversivo sostanzialmente ostile alla Triplice Intesa. In questo
caso, non l’opposizione passiva, ma la più vivace opposizione attiva di tutte
le nostre forze, ci si imporrebbe come un dovere assoluto. E lo stesso dovere
compiremo contro ogni mercato della nostra neutralità a base di compensi territoriali. Noi diciamo che la sola neutralità onesta, anche se imbelle, è quella
che non chiede di essere pagata. La neutralità che specula sui conflitti nei quali
gli altri profondono sangue e ricchezze, è la neutralità di Sylok5. Un popolo
non può ricavare da una simile politica usuraia che odio e disprezzo, entrambi
ben meritati. Perciò se anche le trattative avviate da Bullow potessero darci,
cosa impossibile, i più larghi compensi territoriali noi affermeremo pur sempre la nostra decisa ed assoluta opposizione all’ignobile traffico dell’onore
italiano, dividendo fin d’ora la responsabilità nostra da una simile vergogna
che dovrà pesare tutta intera ed esclusivamente sulla monarchia restando a noi
il compito di fargliela scontare con la più sollecita severità. Questo anche nel
5 Personaggio de “Il mercante di Venezia” di Shakespeare. Nel finale si arrende per non
perdere il proprio denaro e la propria casa.
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caso non difficile che la baratteria venisse condita con un simulacro di guerra
sul tipo di quella che nel 1886 ci coprì d’onta e di ridicolo. Riassumiamo:
la tregua della nostra azione rivoluzionaria può durare soltanto se la monarchia dimostri di volere l’intervento dell’Italia nella guerra europea, ponendosi
direttamente contro gli imperi centrali in base al programma enunciato da
Asquith nella camera dei comuni in Inghilterra il 1 marzo u.s. In questo caso
accetteremo di condividere la responsabilità della guerra e riconosceremo il
dovere di offrire il nostro sangue per il conseguimento della vittoria, persuasi
che la distruzione del militarismo tedesco ed il risolvimento delle questioni di
nazionalità compensi il grave sacrificio con lo spianarci la via alle conquiste
future. In ogni altro caso (neutralità mercanteggiante e diversivo coloniale)
noi saremo irriducibilmente contro la speculazione monarchica. Non solo rifiutando ogni solidale responsabilità e negando il nostro personale concorso,
ma rivendicando fin d’ora il diritto e il dovere della opposizione rivoluzionaria
alla ignominia che si meditasse di compiere per interessi dinastici ai danni
della nazione e della libertà dei popoli.
4
CESARE BATTISTI
La Rivista, 23 luglio 1916 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara)
“Un augurio”
La legge della tradizione non si smentisce: il cadavere di Cesare Battisti è
stato impiccato dalla augusta imperiale carcassa di Vienna. La quale odia di
un odio cieco, profondo, incosciente tutto quanto sa di Italiano. Cesare Battisti, assertore, aperto leale della Italianità di Trento, propugnatore convinto
efficace del nostro intervento che ci ha redenti, di fronte al mondo ed a noi
stessi dalla ignominia giolittiana nella quale da tanti anni eravamo immersi;
soldato valoroso nell’ora del cimento e martire invitto nell’ora della morte. A
Lui caduto fra le grinfie della iena absburghese non poteva capitare di meglio.
Ciò è nell’ordine ferocemente logico delle cose. L’impiccagione di Guglielmo Oberdan a Trieste e quella di Cesare Battisti a Trento hanno giustificato
vieppiù il diritto di queste città di appartenere alla gran madre Italia. Dante,
genio vigile della nostra stirpe, ha già benedetto al loro martirio e consacrato
coi versi immortali e veggenti la loro gloria imperitura. Oggi noi salutiamo
in Cesare Battisti il simbolo più completo della nostra guerra. Non solo egli
amava, con tutta la forza della sua anima gagliarda la sua Trento e la sorella di
sventura, Trieste; non solo egli non voleva la liberazione della bicipite aquila,
94
ma amava anche l’Umanità sofferente e per questo accettava la guerra nostra,
come guerra di redenzione dall’incubo del militarismo prussiano. Perché non
bisogna dimenticarlo, nemmeno gli avversari lo debbono dimenticare: Cesare
Battisti era socialista. Socialista alla buona maniera italica e latina, socialista
come Carlo Pisacane, che prima di immolarsi per la redenzione della Patria,
scrisse quel magnifico testamento politico che è il Saggio della Rivoluzione,
che dovrebbe essere il vademecum di ogni buon socialista italiano che non
abbia subita l’influenza della barba del filosofo di Treviri6; socialista come
Blanqui che quando il suolo di Francia era minacciato dalle ferrate zampe dei
teutonici, lasciava, senza esitare, la penombra della congiura per correre, col
fucile in pugno, a difendere la sua terra. Cesare Battisti pensava come quei
grandi che sull’altare della Internazionale non dovevasi sacrificare la Patria.
L’Internazionale deve essere la Confederazione delle nazioni libere ed indipendenti. In questo senso egli era internazionalista. Si sa, non era un socialista
che giurasse sul verbo di Costantino. Per questo si spiega come l’Avanti non
si sia sentito in dovere di fare un commento sulla sua fine orrenda e gloriosa.
Ogni parola da parte di questi tedeschi mascherati da Italiani sarebbe stata una
profanazione. Per parte nostra non piangeremo lo scomparso, che è entrato,
per la strada del più grande ed atroce martirio, nella legione degli Immortali.
No: sarebbe un diminuirne la sua figura. Auguriamoci piuttosto che l’ultimo,
il più scalcinato fra i fantaccini meravigliosi d’Italia possa colla baionetta,
che fin qui ha conosciuto le informi natiche e i garretti veloci dei mangiasego,
trapassare il cuore duro e peloso del bandito fra i banditi, del delinquente fra i
delinquenti: Francesco Giuseppe. E ciò per l’igiene del mondo e per la dignità
umana.
5
I SACERDOTI DELLA PAURA
La Rivista, 27 luglio 1916 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara)
Ho letto su di un giornale socialista un titolo significativo e discretamente stupido: Vogliamo la pace. Premetto che non ho letto l’articolo; il titolo bastava
per intuire quanto conteneva il testo dell’articolo. E la censura lascia passare.
Crediamo che volere la pace oggi, come oggi, significhi commettere un delitto di lesa patria e di lesa umanità. Non è umano invocare la pace proprio
in questo momento di risveglio fattivo degli eserciti alleati. Invocare la pace
6 Karl Marx.
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proprio e solo adesso in cui sembra che i tedeschi le piglino sul serio è volere
la pace tedesca contro quindi anche alla logica – se di logica si può parlare
in questo caso – sinceramente neutralista. Ma la censura è tutta occupata a
stuprare il pensiero degli interventisti del Popolo d’Italia. Tutto ciò per quanto
riguarda le considerazioni sulla presente situazione. Ma a prescindere da tutto
ciò possiamo garantire che la propaganda di vigliaccheria che questa gente
cerca di diffondere in mezzo alle classi lavoratrici non è pericolosa al regolare
svolgimento della nostra guerra. Quei signori vogliono la pace? Perché? Si
dice perché i marki teutonici fanno presa sul sentimento dei novelli apostoli. Non lo sappiamo; ne c’importa di saperlo. Ma il certo, l’evidente è che
questa gente desidera, invoca, vuole (non nel senso dinamico della parola) la
pace solo perché la guerra turba la loro piccolissima mante di gretti borghesi
dell’Ideale. Essi ora sono contro la guerra per la stessa ragione che ieri erano
contro ad ogni movimento che anche lontanamente odorasse di rivoluzione.
Questi spregevoli batraci sono contro la prima e la seconda perché dell’una e
dell’altra hanno paura. Paura non dirò, non mi azzardo a dirlo fisica, ma paura
di questi grandi fatti perché essi producono sempre convulsioni ideali e morali
nel movimento umano. Hanno paura della guerra, paventano la rivoluzione
perché queste turbano il quieto vivere. Sono gli eroismi della poltrona. Sono
i nemici della vita. Infatti che cosa hanno fatto essi per rendere rispettabile il
loro neutralismo? Nulla. Chiacchiere. Ma il gesto, il fatto, l’incidente anche,
che li possa fare assurgere al diritto di non sentirsi gridare: vigliacchi! Non
esiste. Inutile, sono i teorizzatori della vigliaccheria. Sono i sabotatori insidiosi, subdoli, i commemoratori indegni, gli eroi prudentemente sibillini dei
conversari privati, sono gli allarmisti mezzo idioti, sono i gesuiti del socialismo. Nulla di più. Non il gesto dell’ervismo sublimatore di ogni ideale e di
ogni convincimento. Macché eroismo, ma nemmeno sacrificio, ma nemmeno
disturbo. Io rivoluzionario ed anarchico ricordo questa gente sempre contro
ogni nostro movimento e quando non erano gli alleati naturali dei nostri avversari e quando non erano gli strumenti della bassa polizia ci chiamavano:
cicloni devastatori; pazzoidi, criminali, o, per lo meno, ragazzacci senza criterio e senza testa. Già perché noi abbiamo sempre tentato di dare al movimento
proletario un contenuto morale e spirituale. Non i piccoli vani aumenti, non le
infime diminuzioni di orario si invocava. Tutt’al più questo era il mezzo per
dare al proletario un anima rivoluzionaria, cercavamo di educarlo alla scuola
del sacrificio, dell’eroismo e della solidarietà. Ecco perché regolarmente, in
ogni movimento, il nostro programma era lo sciopero generale di solidarietà
da estendersi dalla classe operaia, a tutta la nazione. Perché tutti dovevano far
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atto di fattiva solidarietà colla categoria o colla classe che era in agitazione.
Erano disastri? Forse. Ma quasi sempre lo scopo morale, educativo era ottenuto. Il resto poco ci interessava. Dall’altra parte invece gli scioperetti anemici
di categoria, alimentati dalla elemosina quattrinaria delle altre categorie. Lo
sciopero languiva. Il deputato, l’autorità intervenivano. Il compromesso era
fatto e firmato. Gli operai ritornavano al lavoro più avviliti di prima, come
cani bastonati. I dirigenti erano contenti. Ne più ne meno essi cercavano. Questo tran tran era il loro sogno ideale. Le cooperative facevano il resto. Queste avevano il compito preciso di svirilizzare del tutto le masse operaie. La
cooperativa è il bastone riformista fra le ruote del carro proletario. Era più
che la pace: il Nirvana, l’Eldorado. Quiete, vita stagnante nelle paludi della
collaborazione di classe, del ministerialismo e ministeriabilismo. Concordia
fra socialismo e monarchia. Il concubinaggio più osceno imperava. E’ stato
il diabolico capolavoro di Giovanni Giolitti. Tutto questo in tempo di pace.
Ma quando il volerei quei di Germania e d’Austria cominciava a profilarsi ed
a prender forma, sullo sfondo del cielo europeo, i segni evidenti del grande,
immenso dramma che noi viviamo, un brivido di paura si insinuò e si impadronì nel corpo avariato del movimento cosiddetto socialista. La paura fu così
grande, così immensa in questa gente che non ebbe più facoltà di ragionare e
di commuoversi. Furono sordi ai gridi di dolore del Belgio piccolo ed eroico,
della Serbia aggredita, della Francia smembrata. Non hanno capito subito ne lo
capiscono ora che il trionfo dello imperialismo tedesco sul mondo significava
la fine di ogni movimento rivoluzionario e di progresso; la fine di ogni civiltà;
lo scempio di ogni sentimento di bontà e di umanità. Naturalmente essi fecero
di tutto perché l’Italia non intervenisse. L’Italia doveva rimanere neutra. Dalla
neutralità si potevano trarre tanti benefici economici. L’Italia poteva prosperare. Le cooperative potevano lavorare. I cooperatori arrotondarsi sempre più la
pancetta. Bel sogno. C’era dalla loro Giolitti, il complice ed esecutore di tutti
i delitti commessi contro l’onore dell’Italia, volevano ridotta l’Italia alla stregua della Grecia indegna e della sorella ed infida Romania. Ma i marki di Bullow e la vigliaccheria del Partito Socialista e il comprensibile austriacantismo
del Partito Clericale non valsero. La grande proletaria aveva finito di dormire;
cominciava a muoversi. La settimana rossa, scarlatta era servita a qualcosa.
Il popolo nel suo fine intuito comprese il posto dell’Italia nel conflitto Europeo. E dalle piazze d’Italia proclamò: guerra all’Austria e alla Germania!
Il movimento interventista – fusione di tutti i cuori italianamente buoni – si
affermava sulle piazze d’Italia. Il suo più grande poeta consacrava, in orazioni
divine, i diritti e i doveri di nostra gente. Il popolo comprese il poeta, il poeta
97
comprese il popolo. Dal giorno dell’inaugurazione in Quarto, del Monumento
al leggendario Duce, l’Italia potevasi considerarsi nazione belligerante. I quietisti erano pazzi di dolore e di paura. Avevano persino, coll’aiuto di Giolitti e
di un prefetto Giolittiano, tentato le barricate. Una caricatura informe. Quale
differenza invece nelle masse educate al sacrificio dalla scuola rivoluzionaria.
Nelle folle dove il soffio rivoluzionario è passato la nostra guerra, quando non
fu acclamata, esaltata come guerra di liberazione, fu accettata come inevitabile e dura necessità. E si videro operai delle città e contadini dei più ignoti
villaggi accorrere volontari a vestire la divisa del soldato italiano, che prima
di allora aveva un significato di oppressione, ma che adesso significava: difesa della civiltà, dell’umanità, della patria. Due mentalità, due correnti, due
anime. I rivoluzionari accettano la guerra senza paura perché credono che essa
sia agli effetti pratici, anche una rivoluzione morale, sociale e politica. Gli
altri, i riformisti, i quietisti, i poltroni dell’azione e del pensiero sono contro la
rivoluzione e la guerra per paura del domani. Perché essi si sentono liquidati.
Questo grande cataclisma insegna come si conquistano il diritto alla vita e
alla libertà. Essi saranno sempre gli spostati di ogni periodo d’azione. Ora che
c’è la guerra vogliono la pace. Ad ogni costo. Però non arriveranno mai alla
pace attraverso la rivoluzione. Sono stati magnificamente definiti: imboscati
di ogni guerra e di ogni rivoluzione.
98
TESTI DEDICATI A POLEDRELLI
1
LA MORTE DI MARIO POLEDRELLI
La Rivista, 5 luglio 1917 (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Pico Cavalieri)
La Stampa
Di lui scrive Giovanni Vincenti sulla Gazzetta Ferrarese:
“Il 3 giugno, sul monte S. Marco, è morto, in seguito a ferita, il caporale Mario
Poledrelli. Il reggimento, al quale apparteneva, ebbe la sorte, nella passata recente offensiva di essere tra quelli che mossero, per primi, all’assalto. Ritornò
incolume dalla mischia furibonda coi superstiti della sua provata compagnia,
come era tornato da altri combattimenti. Ed ora, forse, in una sosta della trincea, una scheggia di granata gli inferse una ferita che lo trasse subitamente
alla morte. Ci abbracciammo e baciammo, in Gorizia, per l’ultima volta, la
sera stessa che ritornava in trincea, verso gli ultimi di maggio. In quel incontro mi disse ciò che ripeteva agli amici che da Mathausen non mi avrebbe
mai scritto perché sarebbe rimasto sempre o vivo o morto, prigioniero mai.
L’amico carissimo, non ancora ventiquattrenne, sentì, fin dai giovani anni,
prepotente in lui la passione politica, e quella del giornalismo. Fu socialista
rivoluzionario: collaborò, assiduamente, a molti giornali della sua tendenza,
diede intelligente attività disinteressata ai movimenti della sua frazione. Nelle
lotte economiche fu naturalmente sindacalista. Prima di essere chiamato alle
armi era il corrispondente da Ferrara del Popolo d’Italia. Era interventista sincero e purissimo, assertore convinto, tenace della propria idea, per la quale,
qui, fu modesto e prezioso fautore delle manifestazioni del maggio 1915, ed
alla fronte diede generosamente la vita. Ho detto generosamente perché la sua
costante malferma salute sarebbe stato motivo per lui da ottenere l’inabilità:
generosamente perché l’estinto era uno di quei soldati che, calmi, sereni, sorridenti, compivano, in trincea, più del proprio dovere. Era una anima buona,
semplice, idealista. Noi piangiamo la sua perdita e mandiamo un reverente
saluto alla sua memoria”.
Vincenti Giovanni
Il Popolo d’Italia:
“Mario Poledrelli si trovava alla fronte dal principio dell’anno scorso. Come
una missione egli aveva accettata la sua nuova vita di combattente. Aveva
capita questa guerra nel suo valore, nel suo significato, nella sua ragione; ed
99
egli, simbolo di una grande fede e di una volontà indomita aveva anche trovata
nella forza dell’animo virtù nuove di resistenza pel suo corpo. Dalla fronte
scriveva di frequente agli amici. Ricordava le ore di lotta, ricordava i momenti
di ansia e di timori. Trovava anche, egli che si dibatteva in una furia orrenda di
fiamme, energia per incitare i suoi concittadini a perseverare nella loro azione
interna. Apostolo vero di questa guerra, faceva sentire ancora e sempre la sua
voce come consiglio, come monito, come speranza. Mai nessuna debolezza,
mai nessun dubbio, mai nessun accenno a stanchezza od a timori: continui la
guerra, ma si vinca, questo era l’appello del giovane popolano. Mario Poledrelli non era iscritto a nessun partito. Passava per un anarchico ed egli teneva
a questa sua idea. Ma era un anarchico esteta e si distaccava dai suoi correligionari. Era un idealista. Guardava molto in alto. Ecco perché lo nauseavano i
politicanti in cerca di fortuna, di successi, di stipendi. Egli dava la sua attività,
la sua intelligenza, la sua volontà senza scopo di beneficio personale, ispirato
solo dall’ideale”.
2
IN MEMORIA DI MARIO POLEDRELLI
La Rivista, 12 luglio 1917 (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione
Pico Cavalieri)
Una lettera della madre di Poledrelli
La mamma del nostro Mario ci scrive:
Ferrara, 4.7.17
Preg.mo Signore,
voglia perdonarmi se ho mancato di cortesia, se non ho potuto riceverla. Non è
certo mia colpa, poiché per quanto immensa sia la sciagura che mi ha colpita,
pure mi sento abbastanza forte per ricevere uno dei più cari amici del mio povero Mario. E’ stato per un riguardo verso una mia figlia, la quale, dal giorno
che arrivò la triste notizia, è talmente addolorata che il dolore le si rinnova
ogni qualvolta si parla di lui. Mio egregio signore, non so davvero come esprimermi per meglio ringraziarla di tanta gentilezza e per tutto il cordoglio che
mi addimostra in questa mia luttuosa circostanza. So che voleva molto bene al
mio povero Mario e accetto di vero cuore le sue sincere condoglianze e quelle
della sua distinta famiglia. Ah si! Era molto buono il mio povero figliolo ed
era amato da quanti lo conoscevano. E’ stata una perdita dolorosissima, ma lei
ha ragione, non bisogna compiangerlo poiché egli ha sacrificato con animo
fiero e generoso la sua giovane vita per una più grande Italia. Grazie infinite di
100
tutto quello che ha fatto per lui, grazie anche agli amici che così sinceramente
compiangono la sua perdita, a nome di tutta la mia famiglia. Gradisca i miei
ossequi
Dev.ma
Silvia Poledrelli
Colpito in fronte
Giovanni Vincenti, ci scrive dalla zona di guerra, in data 4 del corr.:
Oggi stesso ho cominciato ad assumere precise informazioni sulla morte
dell’amico Mario. Egli è morto in trincea il giorno 4 di giugno, colpito in
fronte da una palla austriaca. Mi resta a sapere dove è stato sepolto e se solo
o con altri. Probabilmente è esclusa questa seconda ipotesi. Ti scriverò poi,
non appena cioè avrò completate le indagini. T’abbraccio assieme agli amici.
Vincenti
3
IN MEMORIA DI MARIO POLEDRELLI
La Rivista, 19 luglio 1917 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara)
Italo Balbo, ricoverato ferito in un ospedaletto da campo ci manda:
Dall’Ospedaletto 01
Carissimo Fabbri,
apprendo ora all’Ospedaletto, ove mi trovo da qualche giorno per una leggera
ferita, la terribile notizia della morte di Mario Poledrelli. Non ti sto a dire
quale dolorosissima impressione ne abbia riportato. Qualche tempo fa avevo
chiesto sue nuove a Gaini e mi illudevo che la buona salute ritrovata dal povero Mario nella faticosa vita del soldato, fosse un segno di fortuna. Invece
la sorte ce lo ha voluto rapire fra tanti buoni, fra tutti altri eroi … Lo ricordo
sempre come un fratello, nel gruppo degli amici del Milano, fra i commilitoni
del Battaglione Volontari, sempre ricco di entusiasmo e di superba idealità,
amico sincero ed affezionato. Ti sarò riconoscente se mi saprai dire qualcosa della sua fine. – Sono sicuro che sarà morto bene, da quel valoroso che è
sempre stato in ogni atto della sua vita, ma penso che mi riuscirà di conforto
la conferma della sua fine eroica. Addio, salutami gli amici tutti, ed abbiti un
fraterno abbraccio dal tuo
Italo Balbo
101
4
MARIO POLEDRELLI
La Rivista, 8 agosto 1917 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara)
Il 4 di agosto p. ricorrono due mesi dalla morte eroica del nostro indimenticabile amico Mario Poledrelli, Giuseppe Longhi, dalla scuola di Modena, ci
manda in memoria un lungo articolo, del quale, per esigenza di spazio, siamo
costretti a pubblicare soltanto in parte.
Conoscevo da poco Mario Poledrelli. Da tre anni circa. Ma questo non lungo
periodo mi è bastevole per comprenderne il carattere e la generosità dell’animo. Ricordo che me lo indicò, un giorno, un socialista ufficiale. Fino allora
non ne sapevo che il nome. Ecco come: mi trovavo nella tribuna della stampa
del Consiglio Comunale per assistere ad un interessante seduta. Non ricordo
bene di quale questione si trattasse, certo so che nel pubblico c’era un po’ di
fermento. Fra gli altri vedevo gestire ed accalorarsi un ragazzo, piccolo, magro, con due occhi vividi. Portava intorno al collo chiusa in parte da un colletto floscio bianco, una grande cravatta nera … Chiesi al mio vicino chi fosse.
Mi rispose con un certo dispetto, come se lo avessi seccato con una domanda
indiscreta: E’ Poledrelli. Un anarchico! Non correva in quel tempo buon sangue fra socialisti ed anarchici. Non chiesi di più al mio informatore. E però
mi proposi di conoscere meglio e di persona il terribile petroliere. L’occasione
venne da se. Si pubblica in quel torno di tempo a Ferrara un giornaletto, redatto da un gruppo di studenti: Il Gazzettino Rosa. Facevo parte anch’io della
redazione, insieme ad Enea Ferraresi, sindaco socialista ed interventista, il
più giovane sindaco che contasse in Italia il partito socialista, ed a Germano
Manini, un altro glorioso caduto, apostolo entusiasta della nostra guerra nazionale. Mario Poledrelli aveva un articolo da pubblicare e si rivolse a me.
Accettai l’articolo dopo averlo passato, assieme, al vaglio della discussione.
Era un esame diligente, giudizioso dell’opera di Kropontkine. Ne esaltava
la figura e, più che altro, ne poneva in chiaro il suo pensiero nei riguardi
della guerra. L’anarchico russo era per la guerra. Poledrelli citava il maestro
ai discepoli che battevano in Italia tutt’altra strada. Quanta sincerità e calore
poneva Poledrelli nelle affermazioni della sua fede e quanto profondo era il
suo convincimento attorno alla ineluttabilità del nostro intervento. Poledrelli
non fu interventista soltanto perché ne agitava l’animo una forte audacia ed
una ferma volontà di agire, ma fu interventista per misurato consiglio, per
serena riflessione, per una grande bontà di cuore. E’ stato interventista quan102
do io e con me molti altri, non si era perfettamente convinti della necessità
della guerra. Egli era interventista anche quando Mussolini, sull’Avanti, era
di tutt’altro parere. Poledrelli aveva una sua luce ideale per giuda, procedeva
per la sua via senza dubbi senza ondeggiamenti, senza timori, franco e risoluto
sempre purché fosse nella sua coscienza il pensiero di agire in conformità dei
suoi pensieri, delle sue idee, della sua fede. Ma l’ora precipitava. La battaglia
incominciava aspra, virulenta, decisiva. Poledrelli era sempre in prima linea,
deciso ad assumere qualunque responsabilità. Impiegato, allora, all’Unione
Sindacale che non aveva ancora manifestati i propri propositi, Poledrelli si
elevò contro tutti, contro le incertezze e le indecisioni e contro il suo stesso
interesse personale. Non aveva compiuto studi regolari. Si era fatto da se: fra
il sole che brucia e la polvere della strada. Ed aveva imparato a vivere. Aveva
una buona conoscenza dei vari problemi economici e sociali. Discuteva con
brevità, con competenza, con sicurezza, scriveva bene. La sua prosa era tutto
sangue, tutto muscoli. Non era un oratore. Fu Segretario del nostro Fascio
Interventista. Lavorò con fede, con entusiasmo, sino alla vigilia della guerra.
Dichiarata la guerra, partì volontario. Poi fu incorporato , disciolto il corpo
dei volontari ciclisti nel 73° Reggimento Fanteria Brigata Lombardia portata
più volte all’ordine del giorno e decorata della medaglia d’oro al valore. Mi
scriveva tutte le settimane. Pretendevo che mi scrivesse: vi era tanta sincerità e
tanto affetto nelle sue lettere. Le conservo tutte come una reliquia. Passò poi al
206° Reggimento. Emigrò in vari ospedali. Lo ricoverarono a Ferrara, nell’Ospedale Militare. Magro, febbricitante, pallido, ma il suo animo era sempre
sereno, la sua volontà sempre decisa. Ritornò rimesso alla meglio, ardeva di
tornare alla fronte. Venne promosso caporale. Non parlava mai di sé; molto
dei suoi soldati, forti, decisi, che non conoscevano viltà. Le sue lettere erano
un esaltazione della patria. Ferito, emigrò di nuovo per gli ospedali. Volle guarire, e guarì ritornando ad aggiustare i conti con il nemico. Ora dorme il sonno
eterno assieme ad altri uomini come lui caduti per un ideale. Ma egli vive nel
ricordo degli amici che lo hanno amato di fraterno amore; vive nella riconoscenza dei suoi concittadini. E non deve essere compianto, così come vuole la
madre di lui dolorante ed orgogliosa del suo sacrificio. Ah si! Era molto buono
il suo povero figliolo ed era amato da quanti lo conoscevano. E’ stata una perdita dolorosissima, non bisogna compiangerlo poiché egli ha sacrificato con
animo fiero e generoso la sua giovane vita per la più grande Italia.
Giuseppe Longhi
103
A ricordo del sessagesimo della morte di Mario Poledrelli, fu pubblicata la
seguente epigrafe dettata dall’avv. Raul Bernardello:
4 Giugno – 4 Agosto
Nelle trincee del Carso
ove
con serena compostezza e ferrea pertinacia
batteva alle porte del suo destino
Mario Poledrelli
fulminato dal piombo dei barbari
ebbe esaudito il voto
del volontario olocausto
Ne brama d’allori ne spirito d’ avventura
ne patti di fazione
lo vollero soldato del Popolo in armi
Oscuro in sua inopia
modesto e raccolto in sua gioventù
sdegnoso di vincoli partigiani
non obbedì
che all’anima sua ribelle e generosa
per tutto offrire alla Società e alla Patria
a lui madri non benigne
Al sacrificio così classicamente eroico
s’inchinano oggi amici e compagni di fede
alteramente lieti
che il nuovo esempio esalti e purifichi
la causa della libertà e del diritto.
5
NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE
DI MARIO POLEDRELLI
Corriere Padano, 3 giugno 1927 (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Pico Cavalieri)
Il 3 giugno del 1917, a Dosso del Palo, sul martoriato San Marco, in vista del
conteso Sabotino e delle rive dell’Isonzo sgretolate dalla mitraglia, Mario Poledrelli, volontario di guerra, popolano e soldato, con tutti gli impulsi generosi
che dal suolo plebeo la Patria esprime, cadeva di fronte al nemico, sotto il
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tricolore strenuamente difeso. Per noi questo operaio quasi fanciullo, che dona
senza rimpianti la vita per un Italia degna della sua storia, assurge a simbolo
di quel sacrificio collettivo che ha innalzato la gioventù nostra a simbolo purissimo di una idealità vivente e palpitante. Egli era dei nostri fin dai giorni in
cui l’Italia piegava a forza la fronte superba davanti all’incalzare della bestia
trionfante; egli era dei nostri, quando dalla metropoli lombarda, Benito Mussolini, divinando il futuro, rompeva gli indugi e trasformava in eroi quanti
ancora non soffocati dal fango saliente, tendevano alla redenzione di nostra
stirpe; egli è con noi oggi in cui l’Italia, debellato intorno a se il multiforme
nemico, forte, sicura, fidente, procede sulle grandi vie che il Console romano
per essa tracciava verso trionfi immortali. Noi ricordiamo Mario Poledrelli in
questo decennale come si ricorda il dolce amico lontano, col quale dividevamo ore di soave intimità e di serena letizia. Ricordiamo la sua anima sensibile
ad ogni sofferenza umana e la sua mente tutta rivolta verso le alte idealità
della giustizia e del bene. Forse egli non ebbe la precisa divinazione di ciò
che sarebbe divenuta la Patria nostra dopo il supremo cimento della guerra;
ma ebbe certo le misteriose intuizioni delle anime nobili che mai perdettero
la fede negli alti destini di nostra gente; e forse esalando l’ultimo respiro, di
fronte all’Alpe contesa, egli sentì non vano, il suo sacrificio perché anche in
quell’ora estrema, la fede che lo aveva sorretto e guidato in tutta la breve vita
operosa, forse lo consolò di un ultimo sorriso; ed egli certo fu uno dei tanti che
si spense con gli occhi aperti verso il divino abbagliante fulgore dell’ideale.
Dolce nella memoria è quindi per noi la sua figura risorgente fra le nebbie del
passato e aleggiante intorno circonfusa nella melanconia dei ricordi. Dolce
perché umile e semplice e vivificata da un profondo spirito di bontà e sincerità
e perché meritatamente sublimata dalla luce dell’epopea. Nel decennale della
morte eroica di Mario Poledrelli, il gagliardetto fascista si piega in segno di
devozione verso un precursore della Fede che ci infiamma e ci esalta e ci rincuora a perseverare nelle opere che onorano la Patria.
Il popolano soldato
Cade oggi, 3 giugno, il decimo anniversario della morte in guerra di Mario
Poledrelli. Verso la fine di maggio del 1917, il primo battaglione dell’8° Fanteria, al quale appartenevo, trovavasi acquartierato nelle villette del gran viale
Francesco Giuseppe in Gorizia in attesa di dare il cambio ad un altro battaglione che era già nelle trincee delle colline che si ergono a breve distanza dalla
Piazza del Cristo di detta città. Saputo che in riva all’Isonzo, di fronte al Sabotino, trovavasi nelle baracche, colà costruite, il battaglione del 206° fanteria,
105
al quale il Caporale Mario Poledrelli apparteneva, non resistetti di andare a
trovarlo. Prima di vederlo, udii una delle sue caratteristiche larghe risate. Stava, in quel momento, a cavalcioni di un parapetto, tagliando, in tante parti, per
i suoi soldati un pezzo di formaggio. Dopo gli abbracci e baci, combinammo
di vederci ancora quando il suo battaglione sarebbe andato in trincea. Attesi,
invano, allo scopo, per qualche sera davanti il Municipio di Gorizia. La sera
desiderata e triste venne. Quando mi vide, uscì dalle file; e, dopo essere avvenuto quello che si può immaginare, prese la corsa per ritornare ancora nelle
file; ma, fatti pochi metri, si voltò indietro gridando a me, che ero rimasto lì
sconsolato: Salutam Frara, perché poco prima, gli avevo manifestati il desiderio di chiedere la licenza, dopo l’imminente periodo della trincea. Sono quelle
le ultime parole che ho udito da lui. Intanto sul martoriato Monte San Marco non cessava l’accanimento nemico. In una delle consuete sanguinosissime
azioni, che costarono tante giovinezze all’Italia, Mario Poledrelli fu travolto
da una granata nella località detto Dosso del Palo, come seppi, per caso, il
giorno dopo la morte di lui. Io ed il cav. Mario Busatti, cercammo di avere
maggiori notizie presso il comando del Reggimento a Putrida; ed io credetti
di essere più fortunato avendo incontrato, durante la prigionia, ferito con me,
nell’ospedale di Udine un maresciallo dello stesso reggimento; ma invano. Il
luogo della battaglia è stato la stessa sua tomba senza nome. Mario Poledrelli
era figlio di povera gente; cuor d’oro in un corpo malaticcio. Professava idee
politiche estremiste; ma fu uno di quelli che soffocarono le proprie idee per
l’interesse supremo della Patria. Fece parte, dapprima, di quel gruppo battagliero di giovani, fra i quali Italo Balbo e l’attuale primo magistrato della
città, che ebbe per bandiera il Gazzettino Rosa diretto da Germano Manini, e
fu promotore di tutte le manifestazioni cittadine per l’entrata in guerra dell’Italia. Dichiarata la guerra, quantunque in condizioni cagionevoli di salute, si
arruolò volontario in quel corpo V.C.A. il quale, se fu, poi, disciolto perché
militarmente non poteva essere utile in una guerra come quella che si andava
a fare, costituiva, però, un bel esempio di dedizione spontanea della prima ora
alla patria. Disciolto il corpo predetto Mario Poledrelli non credette di avere
terminato il suo compito: ed andò volontario nel gran teatro della guerra e diede in olocausto la sua vita. Non è più tornato fra noi; ma, se fosse tornato, abbiamo la consolante certezza che avendo visto qualche sacrificio di vite umane
e di ricchezza sia costato rendere unita nei suoi confini la Patria, si sarebbe
sdegnosamente rifiutato di cooperare per dividerla e dilaniarla. Il Municipio
ha dato il nome di Mario Poledrelli ad una via della città.
G. V.
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FOGLIO MATRICOLARE DI POLEDRELLI MARIO
MATRICOLA: 28331 ANNO: 1893
DATI E CONTRASSEGNI PERSONALI
Figlio di: N. N.
e di Poledrelli G. Silvia
Nato il: 17 luglio
a San Nicolò di Argenta
Circondario di: Ferrara
Capelli colore: castani
Capelli forma: lisci
Occhi: grigi
Colorito: roseo
Dentatura: sana
Arti e professione: pubblicista
Se sa leggere: si
Se sa scrivere: si
Ha estratto il N. 274 nella leva 1896
quale inscritto nel Comune di Argenta
Mandamento di: Ferrara
Circondario di: Ferrara
ARRUOLAMENTO, SERVIZI, PROMOZIONI
4 luglio 1915: soldato volontario nel Corpo V. C. A. per la durata della guerra
(art. 101 legge reclutamento)
4 luglio 1915: reale ciclista in detto assegnato alla 3° zona di difesa costiera
26 ottobre 1915: soldato di leva 1° categoria classe 1893
già riformato e rivisitato a senso del decreto luogotenenziale 1-8-1915
distretto militare di Ferrara continuando il servizio volontario intrapreso per
la durata della guerra visto l’art. 101 della legge, ma con l’obbligo di compiere la ferma di leva
[Parte cancellata con righe rosse sul foglio matricolare:]
Chiamato alle armi …… e giunto 23 novembre 1915
Tale nel 73° Regg. Fanteria 10 dicembre 1915
7 novembre 1915: rinviato al centro di mobilitazione (circolare rif. Comando
Supremo 31 ottobre 1915)
18 novembre 1915: prosciolto dall’arruolamento volontario contratto per la
guerra perché congedato dai reparti delle milizie volontarie (Decreto Luogotenenziale 29 ottobre 1915 n. 1545) con l’obbligo di presentarsi alle armi
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all’atto della chiamata alle armi dei militari già riformati della sua classe e
categoria
23 novembre 1915: chiamato alle armi
10 dicembre 1915: e giunto tale nel 73° Reggimento Fanteria
1 gennaio 1916: tale nel 206° Reggimento Fanteria
6 aprile 1916: giunto in territorio dichiarato in istato di guerra
8 maggio 1916: partito da territorio dichiarato in istato di guerra per malattia
8 maggio 1916: tale nel deposito del 67° Reggimento Fanteria
19 agosto 1916: giunto in territorio dichiarato in istato di guerra tale nel 206°
Reggimento Fanteria foglio n. 219 dell’ 11 – 8 – 1916 del Comando Divisione
Territoriale di Milano
20 ottobre 1916: Caporale in detto
4 giugno 1917: morto in combattimento in seguito a ferite al S. Marco Gorizia
come da atto di morte iscritto all’allegato 793 e ordine del registro negli atti
di morte del 206° Reggimento Fanteria
Verificato
Ferrara, 1 luglio 1918
L’Ufficiale di Matricola
CAMPAGNE, AZIONI DI MERITO
Campagna 1916 – 1917 – 1915
Si approva l’aggiunta sulla campagna di guerra per l’anno 1915
Autorizzato a fregiarsi della medaglia di benemerenza volontari guerra brevetto n. 8788 del 10 – 3 – 1931
108
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L’anima di Tanino …, in “L’Internazionale”, 20 marzo 1915
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La bancarotta del neutralismo, in “L’Internazionale”, 24 aprile 1915
Offese alla dinastia, in “La Provincia di Ferrara”, 27 aprile 1915
In memoria della … Sanglante, in “L’Internazionale”, 1 maggio 1915
La dimostrazione di ieri sera, in “Gazzetta Ferrarese, 18 maggio 1915
I manifesti proibiti dalla Prefettura, in “La Provincia di Ferrara”, 18 maggio
1915
Processo … sfumato, in “La Rivista”, 23 maggio 1915
I volontari ciclisti, in “La Rivista”, 25 novembre 1915
Per onorare Germano Manini e per ritemprare, nel dolore, le energie, in
“Gazzettino Rosa”, novembre 1915
110
Verso la Caserma con i coscritti di Ferrara, in “La Rivista”, 16 dicembre
1915
Natale in caserma, in “La Rivista”, 27 dicembre 1915
Dal campo dell’onore e della gloria, in “La Rivista”, 13 aprile 1916
Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 28 maggio 1916
Sul campo della gloria e dell’onore. La morte del Rag. Ivo Zucchini, in “La
Rivista”, 16 luglio 1916
Cesare Battisti, in “La Rivista”, 23 luglio 1916
I sacerdoti della paura, in “La Rivista”, 27 luglio 1916
Dopo la guerra. (Intervista con Lino Ferriani), in “La Rivista”, 20 agosto
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Mario Poledrelli contuso, in “La Rivista”, 9 novembre 1916
Lino Ferriani, in “La Rivista”, 14 dicembre 1916
Come scrivono i nostri soldati. Una lettera di Mario Poledrelli, in “La
Rivista”, 25 gennaio 1917
Dalle trincee e dalle caserme, in “Il Fascio”, 28 gennaio 1917
Gli avvenimenti in Russia, in “Il Fascio”, 25 marzo 1917
Dalle trincee, in “La Rivista”, 13 maggio 1917
La morte di un ferrarese alla guerra, in “Gazzetta Ferrarese”, 29 giugno 1917
Mario Poledrelli, in “La Provincia di Ferrara”, 30 giugno 1917
Porpurea primavera italica. La morte di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 5
luglio 1917
In memoria di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 12 luglio 1917
In memoria di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 19 luglio 1917
In memoria di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 26 luglio 1917
Come è morto Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 1 agosto 1917
Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 8 agosto 1917
Sottoscrizione Poledrelli, in “La Rivista”, 13 settembre 1917
Mario Poledrelli, in “Il Fascio”, 2 giugno 1918
Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 6 giugno 1918
Nel decimo anniversario della morte di Mario Poledrelli, in “Corriere
Padano”, 3 giugno 1927
Memorie eroiche. Mario Poledrelli, l’operaio volontario di guerra. Lettere e
diario alla vigilia della morte sul campo, in “Corriere Padano, s.d.
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COLLANA PUBBLICAZIONI SULLA GRANDE GUERRA
A CURA DI ENRICO TREVISANI E DONATO BRAGATTO
Podgora 1915
Dante Tumaini “Un soldato tra tanti”
a cura di Enrico Trevisani
Ferrara 2000
Flondar 1917
Bruno Pisa, 425° Compagnia Mitragliatrici
a cura di Stefano Chierici
Ferrara 2001
San Marco 1917
Mario Poledrelli, 206° Reggimento Fanteria Brigata Lambro
a cura di Donato Bragatto e Andrea Montesi
Ferrara 2002
Monte Zebio 1917
Mario Pazzi, 152° Reggimento Fanteria Brigata Sassari
a cura di Stefano Chierici e Donato Bragatto
Ferrara 2004
Vodice 1917
Enrico Torazzi, 261° Reggimento Fanteria Brigata Elba
a cura di Donato Bragatto e Roberto Massetti
Ferrara 2005
Piave 1918
Edoardo Avellini, 145° Reggimento Fanteria Brigata Catania
a cura di Donato Bragatto e Enrico Trevisani
Ferrara 2006
Caporetto 1917-Piave 1918
Marcello Barbè, 118° Batteria da 65 Montagna
a cura di Stefano Chierici e Donato Bragatto
Ferrara 2007
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1915 – 1916 dal Carso all’Altopiano di Asiago
Baroncini Lelio, 17° Reggimento Fanteria Brigata Acqui
a cura di Donato Bragatto e Enrico Trevisani
Ferrara 2008
Studio su Caporetto di Pier Luigi Casati 1919
Jama Planina – Polounik – Ternova – Stol
a cura di Donato Bragatto e Andrea Montesi
Ferrara 2009
Si ringraziano: Nicola Persegati; Giordano Fildani; Lorenzo Cappellari,
Massimo Contento, Flavio Rabar, Marco Vaccari, Alessandra Polati, Giorgio
Bragatto, Gian Paolo Bertelli, Patrizio Cazzaro (Associazione Culturale
Pico Cavalieri Ferrara); Enzo Zanotti; Fabio Romanini; Roberto Todero
(Associazione Culturale F. Zenobi Trieste); Riccardo Fortunato (Associazione
Storica Cimeetrincee Venezia); Marco Mantini (Gruppo Ricerche e Studi
sulla Grande Guerra della Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste
del Club Alpino Italiano); Anna Maria Quarzi e Violetta Fini dell’Istituto di
Storia Contemporanea Ferrara; Maria Grazia Chiarelli, Responsabile Ufficio
Protocollo Archivio Posta e Zaghini Caterina, Servizio Archivi dell’Università
degli Studi di Ferrara; Luca Taddia della Biblioteca Comunale Ariostea di
Ferrara.
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L’ Associazione Culturale di Ricerche Storiche “Pico Cavalieri” ha sede in
Ferrara presso i locali della Lega Navale Italiana, sito in Via Traversano, 29.
Gli incontri aperti a tutti, soci e non, si tengono il primo mercoledì di ogni
mese dalle ore 21,00 alle ore 23,00.
L’ Associazione è nata da un incontro di appassionati della storia avvenuto
quasi per caso nel marzo del 1999, ed è stata costituita ufficialmente l’anno seguente. Da tale data ha iniziato una cospicua attività di ricerca sul territorio, ha
inoltre aderito a numerose iniziative promosse da Enti locali e non, e collabora
assiduamente con il Centro di Documentazione Storica del Comune di Ferrara. Oltre alle attività culturali, basate soprattutto sulla ricerca storica finalizzate alla realizzazione all’ allestimento di mostre fotografico-documentarie,
alla pubblicazione di volumi, monografie, cataloghi, ed alla programmazione
di incontri e proiezioni, in particolare segnaliamo il ciclo di videoconferenze
dal titolo “Serate al Museo” che si sono svolte fino al novembre 2008 nei locali del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara e “Sulle tracce
della Grande Guerra” presso l’aula didattica del comitato provinciale della
Croce Rossa Italiana dal novembre 2009. E’ tenuto in particolare rilievo il
settore escursionistico, iniziato nel settembre del 1999 con la prima gita sui
campi di battaglia del Carso, a cui sono seguite molte altre gite in tutte le zone
interessate dal conflitto (Altopiano d’Asiago, Altipiani di Lavarone, Folgaria,
Luserna, Massiccio del Grappa, Alto Garda, Dolomiti, Carnia, Alto e Medio
Isonzo).
L’Associazione raccoglie diari, lettere, fotografie e ogni altro materiale inerente la vita dei soldati nelle due guerre mondiali per realizzare pubblicazioni,
mostre e per creare un archivio della memoria senza scopo di lucro.
Eventuali informazioni si possono ricevere ai seguenti numeri telefonici:
0532-464184 338/9194022 Donato Bragatto (Presidente), ed è possibile visitarci sul sito www.picocavalieri.it e www.picocavalieri.org
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SI RINGRAZIANO PER LA COLLABORAZIONE:
GIOIELLERIA
Franco Campagnoli
dal 1952
MASI TORELLO (FE)
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Mario Poledrelli - Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico