Mario Poledrelli biografia spirituale di un celebre sconosciuto Profilo biografico, diario di guerra e lettere dal fronte a cura di Donato Bragatto – Andrea Montesi Coordinamento editoriale Enrico Trevisani PREFAZIONE La presente pubblicazione fa parte di un progetto storico-antropologico e documentario che l’Associazione di Ricerche Storiche Pico Cavalieri di Ferrara sta attuando, a scadenza annuale, ormai da undici anni, nell’ambito delle molteplici attività da essa organizzate. Con questo lavoro si è voluto tornare sulla figura di Mario Poledrelli, analizzando i nuovi aspetti che sono emersi e che andranno a completare la precedente monografia, data alle stampe nel novembre del 2002, che, come riportato nella premessa, ha subito, a causa della notevole mole di materiale raccolto, “tagli dolorosi”. In questa “biografia spirituale” la figura di Poledrelli emerge così in tutta la sua interezza e complessità di protagonista, sia sul campo di battaglia che nella realtà interventista ferrarese. I nuovi frammenti della sua breve storia, confermano, come lui scrive nella lettera “Da aprirsi in caso di morte” datata 23.5.1915, la sua fede anarchica; conquistato da questo pensiero libertario Poledrelli intraprende il suo cammino con ferma convinzione. Profonde sono le lettere scritte alla sua amata, ma contesa, Angelica, come ricche di dettagli e sensazioni quelle scritte dalle zone di guerra, agli amici. Importante testimonianza della sua personalità e dei suoi ideali sono i diversi articoli scritti sul “Gazzettino Rosa”, “Il Popolo d’Italia” e “L’Internazionale” di Parma; eclettico e pieno di risorse, Poledrelli passa dalla povertà totale, che gli impedisce di impegnarsi negli studi, all’interesse per la politica, al sindacalismo, ed infine al giornalismo, in un lasso di tempo relativamente breve della sua vita; uomo forte nei suoi ideali e nelle sue convinzioni, ma compromesso fisicamente da conclamata malattia che lo accompagnerà sino alla morte, avvenuta, si presume per colpo d’arma da fuoco, sul campo di battaglia. L’analisi storico – bellica che si snoda attraverso alcuni capitoli della monografia, e dal suo breve ma intenso diario, permette di avere una visuale sintetica, ma esplicativa sia della situazione interventista ferrarese, sino al 1915, che dell’impegno bellico di un esercito gravato da mille problemi e da una guerra logorante e dolorosa, quanto assurda. Enrico Trevisani 3 Cartolina Scuole Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 4 PREMESSA Il presente lavoro di ricerca scaturisce da un’impellenza culturale piuttosto specifica: definire chi fosse veramente Mario Poledrelli, affiancando al suo nome – a tutti noto in ambito cittadino (via, scuola elementare…) – un volto, un carattere, una scelta di vita, delle azioni storicamente documentabili. L’acquisizione fortunosa del suo taccuino di guerra, oltre che d’altri documenti notevoli, ha avuto la funzione trainante di indirizzarci particolarmente sui giorni campali del personaggio, focalizzando in tale ambito la nostra attenzione. Tuttavia, man mano che andavamo accostandoci alla vicenda, essa tendeva ad allargarsi oltre ogni aspettativa: ecco che i giorni della campagna interventista ci mostravano un Poledrelli protagonista in un quadro cittadino ben sfaccettato ideologicamente; ma non soltanto cittadino, se poniamo mente ai suoi contatti, non facilmente quantificabili, con l’ambito milanese gravitante sulla figura di Benito Mussolini. E ancora: le giornate della Strafexpedition, descritte da Poledrelli in alcune pagine particolarmente vivaci ed espressive, ci delineavano de visu un momento storico – militare che ha riempito le pagine di decine di testi. Infine: la morte del protagonista ci ha portati ad un momento bellico assai interessante; è strano che i giorni del 1917 sul Monte San Marco abbiano meritato per ora poche analisi da parte degli studiosi1. Ovunque possibile, si è lasciato alla voce diretta del testimone la descrizione d’ambienti, situazioni e stati d’animo, per non correre il rischio di snaturare inavvertitamente il senso di questo testo: la vita di un cittadino ferrarese prima e durante il conflitto. 1 Significativa eccezione il seguente interessante testo: PERSEGATI, Nicola, Battaglie senza monumenti Panowitz, San Marco e Vertojba, Udine, Guide Gaspari, 2005. 5 Mario Poledrelli (il 3° da destra) con un gruppo di compagni del Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti. Reparto di Ferrara (24°). Abbazia di Pomposa 6 ottobre 1915. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 6 CAPITOLO PRIMO FERRARA E L’INTERVENTO L’AMBITO SOCIO-ECONOMICO FERRARESE FINO AL 1915, SINTESI Prima del 1870 il territorio ferrarese ha ancora una struttura arretrata e semifeudale: grandi proprietà suddivise in fondi affidati alle cure di un bracciante salariato. Verso il XX secolo, con l’avvento dell’agricoltura meccanizzata, grandi imprese capitalistiche iniziano a comprare fondi, sbarazzandosi dei lavoratori dipendenti e assumendo operai giornalieri (licenziabili a lavoro compiuto) provenienti dalle province limitrofe, in particolare Rovigo. Se le grandi fattorie padronali sparse per la campagna continuano a rappresentare il centro del potere agrario, ad esse si sono aggiunte le fattorie delle aziende capitalistiche che sempre più si insediano nelle terre basse o di bonifica. Approdano nel ferrarese, per la lavorazione delle bietole, alcune società azionarie in cui il capitale agrario si sposa a quello industriale. L’immigrazione produce un forte incremento della popolazione della provincia e un conseguente aumento dei problemi sociali: lavoratori senza terra, concorrenza per il posto di lavoro, livelli salariali estremamente bassi, agglomerati di capanne malsane, diffusione della malaria e della pellagra. Così nel forense; frattanto Ferrara, intesa quanto centro urbano, vive questi anni turbolenti in una propria quieta routine, senza restarne coinvolta. La città resta poco popolosa (trentamila abitanti), centro amministrativo e commerciale di una provincia agricola, luogo di smercio, di artigiani e di piccola borghesia. Un equilibrio politico medio borghese domina il municipio. Il socialismo non attecchisce tra le mura cittadine, soprattutto perché manca il proletariato industriale: lo sviluppo è in genere limitato, perlopiù alimentato da capitali non ferraresi: bonifica, raffinerie e distillerie. Solo la creazione degli zuccherifici a Pontelagoscuro sta creando una sorta di proletariato stagionale. Tale dicotomia città-campagna si riproduce a livello politico. Dopo il 1891 iniziano nelle aree rurali le prime agitazioni sociali, sotto forma di spontanee ribellioni contro le condizioni di vita. Nel 1897 si ha lo sciopero dei braccianti di Argenta e Portomaggiore; per sedare i tumulti viene chiamato l’Esercito e circa trecento lavoratori subiscono l’arresto. Il socialismo nelle campagne ha una rapida fortuna. Quando i primi predicatori del pensiero socialista, dalle province di Mantova, Bologna e Rovigo, arrivano nel territorio ferrarese, trovano un ambiente favorevole alle nuove idee. Primavera 1901: nascono le prime Leghe Socialiste, la Federazione Provinciale delle Leghe di Miglioramento e la Camera del Lavoro che raccoglie la totalità delle adesioni dei lavoratori agricoli. In estate, da uno sciopero scatu7 risce l’eccidio di Berra1. Il movimento socialista è però diviso in diverse correnti: in particolare fra un’anima “riformista” e una “rivoluzionaria”. Nel territorio ferrarese i sindacalisti rivoluzionari risultano molto forti, talora maggioritari all’interno della Camera del Lavoro. Alla loro guida troviamo un personaggio importante: Michele Bianchi2, un sindacalista rivoluzionario milanese, legato ideologicamente a Georges Sorel3 e collegato a personaggi come Arturo Labriola4, 1 Circa cinquecento salariati del territorio si costituiscono in una lega di resistenza contro gli agrari e proclamano, il 20 giugno 1901, uno sciopero proprio nei giorni in cui avrebbe dovuto iniziare la mietitura del grano. Gli agrari reagiscono organizzando squadre di lavoratori provenienti dal Piemonte e chiedendo l’intervento dello stato per proteggere i propri interessi. La mattina del 27 giugno gli scioperanti in corteo si recano verso la tenuta Albersano, ma sul ponte si scontrano con i soldati. Due braccianti (Calisto Ercole Desuo e Cesira Nicchio) restano uccisi; altri venti sono feriti. 2 Michele Bianchi (Belmonte Calabro, Cosenza 1883 - Roma 1930). Sindacalista rivoluzionario, ha una parte di rilievo nelle vicende che conducono alla scissione dal partito socialista. Si trasferisce a Ferrara nel 1907, per organizzare un vero e proprio Partito Sindacalista. Nel maggio del 1910 assume la carica di segretario della Camera del Lavoro e la direzione del periodico La Scintilla, che mantiene fino alla metà del 1912. Convinto assertore dell’unità proletaria, egli si prodiga a rinsaldarla anche sul piano politico, riuscendo a ricostituire una lista unica tra sindacalisti e socialisti per le elezioni amministrative del 1910. Nel 1911 dirige le agitazioni nel Ferrarese per la costituzione degli uffici di collocamento e la revisione dei patti colonici, deferendo infine la composizione della vertenza ad un arbitrato prefettizio. Alla fine del 1911 Bianchi porta gli aderenti alla Camera del Lavoro di Ferrara dai l4.000 della fine del 1909 ai 34.000 del 1911. Incriminato per un articolo denigratorio sulla guerra libica, contro la quale organizza agitazioni, Bianchi nell’agosto 1912 ripara a Trieste, dove entra a far parte della redazione del Piccolo. Espulso dalla città alla fine dello stesso anno per propaganda filo-italiana, torna a Ferrara e si presenta candidato di un effimero Partito Sindacale, senza successo. Trasferitosi a Milano, diviene uno dei dirigenti della locale Unione Sindacale. Costituitosi il Partito Nazionale Fascista nel novembre 1921, Bianchi è eletto membro del comitato centrale, e quindi, come uomo di fiducia di Mussolini, Segretario Generale, membro della commissione incaricata di elaborare il programma-statuto del partito e membro del Gran Consiglio del Fascismo. Nel 1929 è elevato alla carica di Ministro dei Lavori Pubblici. Malato, muore a Roma il 3 Febbraio 1930. 3 Georges Sorel (Cherbourg 1847 - Boulogne 1922), celebre ideologo socialista francese, ideatore della dottrina del sindacalismo rivoluzionario. In opposizione al pensiero marxiano ortodosso, Sorel afferma la necessità dell’azione spontanea, violenta e autogestita del proletariato, attraverso lo sciopero generale, per creare la trasformazione rivoluzionaria che abbatterà il capitalismo. Contrariamente ai suoi “seguaci”, Sorel assumerà nel 1914 posizioni antimilitaristiche e, nel 1917, appoggerà la rivoluzione bolscevica. 4 Arturo Labriola (Napoli 1873 - ivi 1959), intellettuale repubblicano, iscritto poi al Partito Socialista. Costretto all’esilio in Svizzera e in Francia, subisce fortemente l’influenza di Sorel. Tornato in Italia, dal 1900 diventa un esponente di spicco dei 8 Flippo Corridoni5, Alceste De Ambris6, Edmondo Rossoni7. Sergio Panunzio8, insegnante di scuola secondaria superiore, si afferma come ideologo locale del sindacalisti rivoluzionari e direttore di Avanguardia Socialista. Uscito nel 1907 dal partito, nel 1911 si schiera a favore dell’impresa libica e nel 1913 è eletto deputato come socialista indipendente. Interventista nel 1915, cinque anni dopo diventa Ministro del Lavoro nell’ultimo gabinetto Giolitti. Espatriato nel 1926 in Francia e in Belgio, ritorna in Italia nel 1935. Dopo la guerra fa parte dell’Assemblea Costituente e viene nominato senatore di diritto. 5 Filippo Corridoni (Pausala, Macerata 1888 – Trincea delle Frasche, Carso 1915). Politico e sindacalista rivoluzionario seguace delle idee di George Sorel, entra presto in contrasto coi dirigenti socialisti. Nel giugno 1914 partecipa alle agitazioni della “settimana rossa”. Fautore dell’interventismo rivoluzionario, si accosta a Mussolini. Volontario, muore sul Carso, all’assalto della Trincea delle Frasche (est di Castelnuovo, Sagrado). Là dove morì oggi si erge un gigantesco cippo in ricordo del personaggio. 6 Alceste De Ambris (Licciana di Pontremoli 1874 – Brive, Francia 1934), dirigente sindacale e militante socialista fin dalla fondazione del Partito. Nel 1903 si afferma come attivo esponente del sindacalismo rivoluzionario. Direttore di Gioventù Socialista e de L’Internazionale, organizzatore di scioperi, tra il 1903 e il 1908 è segretario delle Camere del Lavoro di Savona e di Parma. Nel 1908, dopo uno sciopero nel Parmense, emigra in Sud America e quindi in Svizzera. Contrario alla guerra di Libia nel 1911, deputato nel 1913, l’anno successivo si dichiara a favore dell’intervento e si arruola volontario. Nel 1919 si avvicina ai Fasci di Combattimento; capo di gabinetto di D’Annunzio a Fiume, nel 1920 redige la Carta del Quarnaro. Dal 1920 si allontana da Mussolini, ed emigra in Francia. 7 Edmondo Rossoni (Tresigallo 1884 – Roma 1965). Iscritto al Partito Socialista, partecipa agli scioperi agrari del 1903-1904. A Milano si avvicina al sindacalismo rivoluzionario e s’impegna in battaglie antimilitariste. Nel 1907 opera nelle organizzazioni della Camera del Lavoro. Nel 1908 viene condannato a quattro anni di reclusione: per sfuggire alla pena si trasferisce prima a Nizza e poi in Brasile. Tornato in Italia, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si schiera con l’ala interventista. Prende parte alla guerra e, nel 1918, è segretario della UIL e assume la direzione della Camera del Lavoro di Roma. Nel 1922 è segretario generale della Confederazione Nazionale delle Corporazioni Sindacali, i nuovi sindacati fascisti costituitisi con il convegno di Bologna nel gennaio precedente. Nel 1930 è nominato membro del Gran Consiglio del Fascismo. Dal 1935 al 1939 è Ministro dell’Agricoltura. Il 25 luglio del 1943 vota a favore dell’ordine del giorno Grandi, atto che gli costa la condanna a morte dal Tribunale di Verona. Rifugiatosi in Vaticano, dopo il maggio 1945 ripara in Canada. Amnistiato, fa ritorno in Italia per ritirarsi a vita privata. 8 Sergio Panunzio (Molfetta 1886 – Roma 1944), socialista, sindacalista seguace di Sorel e redattore dell’Avanti! e dell’Azione. Laureato in giurisprudenza e filosofia, è favorevole alla guerra di Libia e poi interventista. Fonda con Italo Balbo il Fascio Nazionale Interventista; teorizzatore della guerra rivoluzionaria, collabora a Il Popolo d’Italia. Membro della direzione nazionale del Partito Fascista dal 1924, diviene segretario generale della Corporazione Nazionale della Scuola e membro del Consiglio Corporativo Nazionale. Libero docente tra il 1925 e il 1927 all’Università di Perugia, ne è rettore negli anni 1926-1927. Deputato dal 1924 al 1939, consigliere nazionale dal 1939 al 1943. Dopo il 25 luglio 1943 non aderisce alla RSI. 9 Italo Balbo, Mario Poledrelli e Ugo Gaini nel 1915. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 10 sindacalismo rivoluzionario: contro la tradizione liberale – democratica occorre invece conquistare violentemente un nuovo tipo di sovranità, la sovranità politica autonoma, di cui sarà rivestito ogni gruppo sindacale.9 Il sindacato, “organo psichico – politico – sociale”, deve far cadere sul proletariato la scintilla ideale della rivoluzione, della violenza, della guerra sociale. Fra il 1908 e il 1912 le Leghe Socialiste attuano una serie di scioperi, tra cui imponenti quelli di Copparo, di Argenta, di Massafiscaglia (agitazione durata dodici mesi): tutta la provincia è travolta anche da episodi di violenza. Lo sciopero si conclude con un Lodo del Prefetto che stabilisce gli uffici di collocamento obbligatori e l’imponibile della mano d’opera. Dopo il 1911 il socialismo inizia a diffondersi anche in città, conquistando simpatie nel ceto borghese. Durante il congresso del 1913 si verifica però una frattura nel movimento: il gruppo rivoluzionario di Michele Bianchi resta minoritario e all’opposizione; la maggioranza invece resta legata alla linea ufficiale, detta “riformista”. Alle elezioni politiche i socialisti ottengono buoni risultati nelle campagne, ma non riescono a modificare la situazione in città. Fra il 1913 e il 1914 prosegue lo scontro fra riformisti e rivoluzionari, concluso con la schiacciante vittoria dei primi. Sotto la dirigenza riformista di Gaetano Zirardini10, trasferito da Ravenna, il Partito Socialista vive un breve periodo di unità e di successi. Alle elezioni amministrative del 1914 cadono nelle sue mani il Consiglio Provinciale e quindici comuni della provincia. L’azione politica si muove nel senso di una forte pressione sociale contro il padronato: in tutta la provincia di Ferrara a Giugno viene proclamata la “Settimana Rossa”. In questo frangente, come un fulmine, giunge l’attentato di Sarajevo ad innescare la crisi mondiale. 9 ROVERI, Alessandro, Dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo, Firenze, La Nuova Italia, 1972, pag. 331. 10 Gaetano Zirardini (Ravenna 1857-1931), dirigente socialista, inviato a Ferrara per riorganizzare il Partito e la Camera del Lavoro. Nel 1921 viene eletto deputato e si scontra con l’ascesa del Fascismo. 11 L’INTERVENTISMO A FERRARA 11 Allo scoppio della guerra i partiti politici ferraresi si dividono fra chi sceglie la linea neutralista, chi resta su posizione incerta e chi inizia la battaglia interventista antigermanica. 1. I neutralisti I socialisti ufficiali e l’unione sindacale ferrarese, suffragati dal fatto che la grande maggioranza dei lavoratori delle campagne è contraria alla guerra, nel settembre 1914 organizzano un convegno dedicato alla questione; prevale un ordine del giorno favorevole alla neutralità italiana. Tale posizione viene sostenuta attraverso il giornale “Scintilla”, che diventa più tardi la “Bandiera Socialista”, diretto da Gaetano Zirardini. Anche i clericali, attraverso il proprio settimanale “La Domenica dell’Operaio”, assumono posizione rigidamente neutralista. 2. Gli incerti I partiti politici costituzionali (liberale moderato e conservatore) tengono un atteggiamento di riserbo, sostenendo un neutralismo non fondato su ragioni di principio, bensì “condizionato” e opportunistico. Organo del gruppo è “La Gazzetta Ferrarese” diretta da Eugenio Righini. 3. Gli interventisti Si dividono in un’ala destra (nazionalisti) e un’ala sinistra (radicali, repubblicani mazziniani, sindacalisti rivoluzionari, socialisti dissidenti e alcuni anarchici), che finiranno in ultimo per cooperare fra loro. Il primo nucleo nazionalista nasce nel marzo 1914. Inizialmente addirittura propenso a una linea filo-tedesca, muta repentinamente posizione con l’evolversi del conflitto. Il 21 gennaio 1915 nasce l’Associazione Nazionalista ad opera di Alberto Verdi12 e Giulio Righini. 11 Scopo di questa ricerca è l’analisi specifica del contesto ferrarese, in cui si cala la vicenda del protagonista, Mario Poledrelli. Ne consegue una considerazione indispensabile: il dibattito ideologico nazionale che si consuma fra l’inverno del 1914 e il maggio 1915 non può qui essere analizzato in tutta la sua complessità. Fungerà bensì da sfondo, quale fattore che interagisce con le peculiarità locali, sovente pungolandole. 12 Alberto Verdi (Cento 1888-1962), nazionalista, avvocato, fascista, eletto in Parlamento nel 1924. Podestà di Ferrara fino alla caduta di Mussolini nel 1943; riassume la carica all’affermarsi della RSI. 13 Il partito radicale ferrarese, anticlericale e filo-francese, è guidato dal Marchese Ercole Trotti Mosti, segretario nazionale del partito. A diffondere le idee radicali è il giornale “La Provincia di Ferrara”, diretto da Paride Forniti e scritto da giornalisti come Alighiero Castelli, Ezio Maria Gray e Olao Gaggioli. Maggior attenzione dobbiamo dedicare alla drammatica lacerazione che sconvolge nel 1914 il movimento socialista e sindacale. Negli ultimi mesi di quell’anno diversi uomini politici, già in precedente contrasto con la linea ufficiale del movimento, consumano la propria scissione: Michele Bianchi13, Romualdo Rossi, Luigi Ciardi, Tito Aguiari, Carlo Cavallini (Presidente dell’Amministrazione Provinciale), Raffaele Mazzanti (Presidente del Consorzio delle Cooperative), Arrigo Minerbi (consigliere comunale), Alfredo Pondrelli (dirigente della federazione ferrarese), Mario Cavallari (deputato di Portomaggiore), i maestri Alessandro Costa e Edmo Biolcati e altri. Tale situazione locale riproduce quanto sta verificandosi sul piano nazionale: molti intellettuali di sinistra, guidati inizialmente da Alceste De Ambris14 e Filippo Corridoni (in seguito, come è noto, giungerà Benito Mussolini), affermano la tesi della guerra come fattore propedeutico alla rivoluzione. In sintesi, il conflitto è necessario per impedire all’imperialismo tedesco di bloccare gli sviluppi rivoluzionari della crisi sociale europea; una volta concluso, esso spianerà la via alla rivoluzione sociale. A imporsi quale ideologo riconosciuto dell’interventismo di sinistra è nuovamente Sergio Panunzio. Nell’autunno del 1914 egli sceglie l’interventismo, ed elabora il concetto di guerra “preludio di rivoluzione”15. Il capitalismo, già reso forte dalla lunga pace, s’indebolirà nello scontro titanico, mentre le masse proletarie potranno grazie ad esso pervenire alla presa di coscienza morale16. La necessaria sconfitta dell’imperialismo tedesco toglierà forze alle oligarchie, privandole del sostegno militare. Per Panunzio, quindi, la guerra è “l’unica soluzione catastrofico-rivoluzionaria della società capitalistica”17, 13 Che a Ottobre ritorna a Milano e viene nominato da Mussolini redattore capo del Popolo d’Italia. 14 Il 18 agosto 1914 De Ambris, Segretario della Camera del Lavoro di Parma e direttore della rivista L’Internazionale, intervenendo ad una conferenza presso la sede milanese del sindacato, sostiene la tesi della guerra rivoluzionaria. Sta parallelamente maturando la svolta interventista di Benito Mussolini. 15 Gazzettino Rosa, 27 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara; anche ROVERI, cit., pag. 336. 16 Notare i non irrisori punti di contatto fra Panunzio e la coeva ideologia leninista espressa in “Stato e rivoluzione”. Il concetto di violenza sovvertitrice è chiaramente ricalcato dal pensiero di Georges Sorel. 17 ROVERI, cit., pag. 335. 14 capace di distruggere il passato, educare alla violenza sovvertitrice e instaurare il socialismo. Stampa interventista Al movimento aderiscono alcuni organi di stampa. Ricordiamo i principali: “L’Avanguardia”, settimanale nazionalista capeggiato da Alberto Verdi, Giulio Righini, Gustavo Navarra, Mario Dotti, Alessandro Bargellesi; “La Rivista”, settimanale liberale conservatore diretto da Luigi Fabbri; “La Provincia di Ferrara”, quotidiano massone diretto da Paride Forniti e di proprietà di Giuseppe Longhi; il “Gazzettino Rosa”, periodico interventista finanziato da “La Provincia di Ferrara”. Questo foglio, organo del Fascio Studentesco Anticlericale, nasce il 20 settembre 1914 ad opera di Giuseppe Longhi e Germano Manini; da novembre diviene l’organo della propaganda bellicista e degli attacchi contro i neutralisti socialisti. Ha come motto “Altra Italia sognavo nella mia vita” di Giuseppe Garibaldi, scritto a Caprera nell’ottobre 1880. Redazione e direzione sono situati a casa di Giuseppe Longhi (via Picca, 16). Il suo più importante redattore è Sergio Panunzio; la “Diana”, giornale fondato dal deambrisiano Romualdo Rossi assieme a Italo Balbo18 e all’ex socialista Renato Castelfranchi; “La Raffica”, periodico sindacalista, guidato da Michele Bianchi e Italo Balbo. 18 Italo Balbo (Quartesana, Ferrara 1896 - Tobruk 1940). Repubblicano e massone, dopo studi irregolari, si dedica all’attività giornalistica. Dopo aver partecipato alla battaglia interventista si arruola volontario nel maggio 1915, ma inizialmente, come avviene a Poledrelli, è destinato alle retrovie. Dall’autunno 1916 all’ottobre 1918 partecipa a molte fasi di battaglia, segnalandosi sul Monte Grappa e ricevendo numerose decorazioni. Nel 1920 si laurea in scienze politiche a Firenze. Capo delle squadre d’azione di Ferrara (1920-1921), guida ripetuti raid in Emilia. Quadrunviro della “marcia su Roma”, tra il 1922 e il 1924 ha la carica di comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Ministro dell’Aeronautica dal 1929 al 1933, si occupa di riorganizzare e di sviluppare l’aviazione italiana, incentivandone il progresso tecnico-sportivo e lo sfruttamento propagandistico. Promuove crociere di idrovolanti nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Nel 1934 diviene governatore della Libia. Nell’imminenza dell’intervento italiano nella Seconda Guerra Mondiale organizza l’offensiva aerea in Libia; il 28 giugno 1940 l’aereo da lui pilotato viene abbattuto a Tobruk dalla contraerea italiana. 15 Graduale diffusione del movimento interventista da Novembre 1914 a Maggio 1915 La propaganda interventista trova già alla fine del 1914 i propri alfieri, che, sulla scia di quanto sta accadendo nelle grandi città, iniziano a darsi un’organizzazione e una prassi operativa. I primi agitatori provengono dall’ambito universitario, attento a quanto stava maturando in tutto il paese. L’azione di propaganda attira gradualmente, ma inesorabilmente, l’interesse condiviso della cittadinanza ferrarese, soprattutto nei settori della borghesia intellettuale. Permane la storica dicotomia città-campagna: al di fuori delle mura persiste un atteggiamento di indifferenza e ostilità nei confronti della guerra in corso. I diversi gruppi interventisti hanno il proprio punto di ritrovo al “Caffé Milano”19, dove trascorrono ore in discussioni animate. Già dal 1912 opera nell’ateneo estense un Fascio Studentesco Anticlericale, controllato dai radicali. I capi di questo gruppo sono Giuseppe Longhi, Germano Manini (socialisti) e Barbato Gattelli. Da questo gruppo germina, nel novembre del 1914, l’idea di un Fascio Interventista. Quale strumento di propaganda, inizia l’organizzazione di comizi. 27 novembre 1914 – Al Teatro Verdi parlano alla cittadinanza il deputato belga Giorgio Lorand e Cesare Battisti. Il “Gazzettino Rosa” scrive: Salutiamo in Cesare Battisti il palpitante Trentino che vive le ultime ansie in questi momenti di attesa penosa. 20 13 dicembre 1914 – Viene fondato il Fascio di Azione Rivoluzionaria21. I membri sono venticinque, anticlericali, repubblicani (fra cui lo studente Italo Balbo), anarchici dissidenti (Mario Poledrelli22) e sindacalisti di “accentuati principi rivoluzionari”. Il presidente, Egidio Liverani, è un repubblicano. Il gruppo è appoggiato anche dai Docenti Universitari Gaetano Boschi e Leopoldo Tumiati. 29 dicembre 1914 – Espulsione di Germano Manini, Renato Castelfranchi e 19 Locale situato sotto il loggiato del Palazzo della Regione, verso la parte di Porta Reno. 20 Gazzettino Rosa, 27 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 21 Su diretto influsso di quanto accade a Milano: là, dal Fascio Rivoluzionario d’Azione Internazionalista, stanno sorgendo in quegli stessi giorni i primi Fasci d’Azione Rivoluzionaria. Tengono il loro primo congresso il 24 e 25 gennaio 1915, con l’intervento, fra gli altri, di Mussolini. Prima della fine di febbraio i fasci aderenti sono 105, sparsi in tutte le regioni e con circa novemila iscritti. 22 Da poco tornato a Ferrara dopo un soggiorno a Milano. Il personaggio costituisce il cardine della presente ricerca e i prossimi capitoli tenteranno di ricostruirne le vicissitudini. 16 Giuseppe Longhi dal Partito Socialista, a causa della loro partecipazione a un comizio in onore di Oberdan. 3 gennaio 1915 – Alla notizia della morte di Bruno e Costante Garibaldi, alcuni studenti svolgono un’azione di protesta presso il consiglio comunale. 7 gennaio 1915 – Arrigo Minerbi si dimette da consigliere, ed esce dal Partito Socialista. 8 gennaio 1915 – Poledrelli organizza un incontro segreto, al “Caffè Estense”, fra militanti cittadini e Alceste De Ambris, appena giunto da Milano. De Ambris propone la parola d’ordine di Mussolini: “guerra o rivoluzione”; getta un pugnale sul tavolo e spinge gli astanti a giurare fedeltà alla causa. 9 gennaio 1915 – Mario Poledrelli scrive su “L’Internazionale”23 di Parma un articolo dal titolo “Le idee anarchiche e la guerra”. Molti giornali anarchici nazionali accusano l’autore di tradimento. 20 gennaio 1915 – Giuseppe Longhi24 e Germano Manini25 fondano il Circolo Socialista Autonomo, che diviene, sul terreno politico militante, lo strumento operativo degli interventisti. Vi aderiscono anche Gaggioli, Castelfranchi, il maestro Costa, Balbo e Poledrelli. 24 gennaio 1915 – Comizio interventista al teatro Bonacossi (poi Ristori). Tensioni coi neutralisti. 29 gennaio 1915 - Nuovo comizio interventista e tensioni coi Socialisti. 30 gennaio 1915 – Il Fascio di Azione Rivoluzionaria si riunisce alla vecchia “Virginia”26, presieduto da Sergio Panunzio (la segreteria è affidata a Mario Poledrelli), per darsi un’organizzazione definitiva. Il comitato esecutivo formato da Giuseppe Longhi e Mario Busatti. Le prime tessere portano i nomi di Italo Balbo, Ugo Gaini, Germano Manini, Renato Castelfranchi, Edmo Biolcati, Arrigo Minerbi, Olao Gaggioli, Giuseppe Longhi. Motto del Fascio è: “O la guerra o la repubblica”. Dalla “Virginia” il gruppo, guidato da Mario Poledrelli, si reca al Palazzo Contrari, in una sala offerta dal gruppo radicale, per svolgere una manifestazione interventista. 23 L’Internazionale, fondato nel 1907, organo della Camera del Lavoro di Parma e provincia, diretto da Alceste De Ambris. Oltre all’edizione parmense aveva quelle per Bologna, Milano e Modena. 24 A lui è attribuibile il ruolo di coordinatore fra questi gruppi; ha contatti con la massoneria ferrarese e con Il Popolo d’Italia di Mussolini. 25 Germano Manini, nato a Consandolo il 2 novembre 1893, di famiglia benestante, frequenta il liceo classico e l’università, militando nelle file di estrema sinistra del Partito Socialista. Espulso dal partito per la scelta interventista, fonda il Circolo Socialista Autonomo e fa parte del comitato esecutivo del Fascio di Azione Rivoluzionaria. Muore in guerra. 26 La Trattoria Virginia, in Piazza Castello, all’angolo di via della Luna. 17 21 febbraio 1915 – I socialisti ferraresi rispondono con un’imponente manifestazione contro l’entrata in guerra. 25 febbraio 1915 – Muore a Milano l’onorevole radicale Ercole Trotti Mosti. Si indicono nuove elezioni per l’11 aprile. I socialisti ufficiali candidano Carlo Zanzi, il partito liberale Pietro Sitta, i radicali Guido Podrecca che raccoglie tutti gli elementi interventisti, fra cui Italo Balbo, Renzo Ravenna, Guido Bergamo, Giovanni Fabbrini. 14 marzo 1915 – Inizia la campagna elettorale, incentrata sullo scontro fra interventisti e neutralisti. Nelle piazze cresce la tensione, determinando problemi all’ordine pubblico. 15 marzo 1915 – Il Prefetto proibisce la tradizionale commemorazione dei martiri del risorgimento ferrarese, Succi, Malaguti e Parmeggiani, per evitare il pericolo di scontri fra le due fazioni. 18 marzo 1915 – In piazza Cattedrale compaiono i primi reparti armati interventisti. 21 marzo 1915 – Alcuni studenti, nel cortile dell’università, lanciano slogan contro la monarchia e contro il Vaticano. 26 marzo 1915 – Commemorazione dei martiri del Risorgimento e comizio di Podrecca, a cui segue una dimostrazione contro gli Imperi Centrali. Inizio Aprile 1915 – Il Prefetto De Pieri redige un rapporto sulla situazione della provincia, e sulla questione della adesione alla guerra: …le masse rurali sono … in generale avverse, e questa avversione… è dovuta alla parola d’ordine ed alla attiva propaganda dei socialisti ufficiali… Diverso è il sentimento nelle altre classi e nel capoluogo, dove è ancora vivo e odiato il ricordo della dominazione austriaca… La gioventù studiosa e dei professionisti è impaziente, come altrove, e favorevoli ad un pronto intervento sono i radicali, i riformisti, e parte dei sindacalisti….27 Il Fascio di Azione Rivoluzionaria inizia gradualmente a smorzare i toni rivoluzionari ed anticlericali della sua propaganda, accentuando invece quelli nazionalistici e creando un’alleanza trasversale antigiolittiana e antisocialista. La situazione, nazionale e locale, volge ormai a favore degli interventisti; forze politiche e dirigenti amministrativi, in sempre maggior numero, si adeguano alla situazione. 10 aprile 1915 - Compare una “Dichiarazione” del gruppo dirigente dei fasci, che s’impegna ad una tregua sociale se la monarchia dichiarerà la guerra28. Il Procuratore di Parma incrimina tutti i firmatari per rispondere del reato di offese alla dinastia. 27 ROVERI, cit., pag. 315 – 316. 28 L’Internazionale, 10 aprile 1915. Vedasi in appendice testo completo. 18 11 aprile 1915 – Alle elezioni suppletive prevale il liberale Pietro Sitta. 15 aprile 1915 - Presso l’Ospedale S. Anna iniziano i corsi teorici e pratici di medicina e chirurgia di guerra, con lezioni dei professori Boschi, Gavazzanti, Micheli, Padovani, Tiberti, Luzzato, Burci. 19 aprile 1915 – Nella casa della marchesa Maria Bagno hanno luogo riunioni per la “preparazione femminile alla guerra”. 26 aprile 1915 – Imponente agitazione studentesca per le vie cittadine. Nel pomeriggio comizio nel cortile dell’università. Parlano lo studente di giurisprudenza Dino Grandi, l’onorevole Buzzoni e Panunzio. Scontri violenti con la polizia e i socialisti. Il segretario della Camera del Lavoro Provinciale Gaetano Zirardini, in un opuscolo, stampato a sue spese a Copparo, porta avanti le ragioni dei neutralisti ferraresi. 29 aprile 1915 - Dopo un comizio interventista si forma un corteo inneggiante alla guerra. Per rendere ancora più imponente la manifestazione, gli interventisti impongono violentemente la chiusura dei negozi cittadini in segno di protesta contro il governo. 13 maggio 1915 - La polizia vieta un comizio interventista; i manifestanti attaccano i poliziotti. 15 maggio 1915 - Corteo studentesco contro i neutralisti. 18 Maggio 1915 – Viene diffuso e pubblicato un manifesto interventista sui giornali “La Provincia di Ferrara” e “La Gazzetta Ferrarese”29: Cittadini, La giustizia, la moralità, il sacro intangibile diritto della Patria hanno trionfato. L’ora solenne, decisiva per i fati del Paese si approssima. La Nazione ha bisogno della volontà concorde, ferrea di tutti i suoi figli riuniti dal supremo ideale, dalla suprema speranza. Il grido di dolore che altri italiani in una angoscia estrema ci lanciano attraverso il mare di Venezia echeggia nelle nostre anime e sta per essere raccolto e già le spalle brunite della terza Roma si alzano nel cielo puro della Patria, innanzi alle vette nevose delle Alpi. In questo momento, disprezzando le folli e criminose provocazioni, dobbiamo tutti raccoglierci in una silenziosa preparazione delle anime simbolo della volontà infrangibile d’Italia. Ai soldati che vegliano in armi sui confini della Patria, ai marinai che sulle navi grigie attendono il segnale, vada il saluto dell’amore, della fede e della vittoria. Per i nostri fratelli, per il diritto delle genti, avanti Italia, avanti! 29 La Provincia di Ferrara e La Gazzetta Ferrarese, 18 maggio 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 19 Ferrara 17 maggio 1915 Avv. Augusto Bellini, Italo Balbo, Dott. Arturo Cavicchioli, Dott. Renato Castelfranchi, Avv. Vasco Carli, Avv. Mario Dotti, Dott. Costantino Pappacosta, Ing. Enrico Prampolini, Mario Poledrelli, Romualdo Rossi, Dott. Arrigo Sani, Prof. Leopoldo Tumiati, Avv. Alberto Verdi. Il Prefetto ordinerà il sequestro del manifesto30. 18 maggio 1915 – Manifestazione neutralista, scontri fra le due fazioni e intervento dei carabinieri. Molti studenti universitari inviano al Ministero della Guerra la richiesta di arruolamento volontario. 19 maggio 1915 - Sulla “Gazzetta Ferrarese” compare l’elenco di trentotto studenti universitari arruolatisi volontari, fra i quali Giuseppe Longhi, Germano Manini, Dino Grandi, Olao Gaggioli, Italo Balbo. 20 – 24 maggio 1915 – Partono i richiamati. Tutti i volontari della città sono aggregati al 27° Reggimento di Fanteria, Brigata Pavia. All’entusiasmo della popolazione cittadina si contrappone in modo stridente l’opposizione neutralista del territorio provinciale: alla stazione di Migliarino duecento persone, in maggioranza donne, tentano di impedire la partenza di una tradotta di coscritti. 24 maggio 1915 – Alla proclamazione dell’intervento alcuni dirigenti socialisti (Carlo Cavallini, Enrico Ortolani, Raffaele Marranti, Giuseppe Zanoni e Gastone Finotti), si distaccano dalla linea ufficiale del partito e manifestano la propria adesione alla guerra contro l’Austria-Ungheria. 30 A dimostrazione del clima politico ormai mutato, il Prefetto verrà redarguito dal governo per tale iniziativa; da allora proibirà ogni manifestazione socialista, tollerando invece i comizi e cortei interventisti. 20 L’INTERVENTISMO ANARCHICO Fino al 1914 il movimento anarchico, in tutta Europa, è assai frammentato, con molti punti di contatto ideologico e altrettante divaricazioni con i repubblicani e i socialisti rivoluzionari. A polarizzare l’attenzione è il problema della prassi rivoluzionaria con cui gettare le basi di un nuovo contesto sociale di giustizia. Già nel 1912 l’anarchico Mario Gioda sostiene la necessità di un “blocco rosso”, di una “repubblica sociale”, quale fase di transizione verso la rivoluzione. Tali idee inizialmente incontrano l’ostilità generale.31 A mutare il contesto giunge la guerra. Molti leader anarchici e rivoluzionari (Piotr Kropotkin32, Jean Grave, James Guillaume, Amilcare Cipriani, Gustave Hervé33) prendono posizione contro la Germania e l’invasione del Belgio, rivelando una innata simpatia verso la Francia, patria della rivoluzione. Inizia a diffondersi un anarchismo interventista, secondo cui la rivoluzione sarà possibile soltanto il giorno in cui saranno conseguite universalmente la libertà e l’indipendenza nazionale. In sintesi, l’argomento dominante è il seguente: una vittoria austro-tedesca lascerà irrisolte le questioni nazionali, determinando l’avvento di un sistema “feudale e militaristico”. Occorre perciò impedire tutto ciò, a ogni costo, per salvare la causa anarchica. Noi riteniamo che l’internazionalismo sarà possibile solo quando le nazioni 31 Mario Poledrelli, giudica “tisico e spurio” il pensiero di Gioda, una “balordaggine politica”. “In ritardo? Anarchici e repubblicani” in L’Agitatore, 18 febbraio 1912. LUPARINI, Alessandro, Anarchici di Mussolini, Montespertoli, M.I.R., 2001, pag. 12. 32 Piotr Kropotkin (Mosca 1842 – Dmitrov 1921). A vent’anni si reca a svolgere ricerche geografiche in Siberia. Assume atteggiamenti critici verso la società zarista e, nel 1872, fugge in Svizzera dove abbraccia gli ideali di fratellanza socialisti e anarchici. Tornato in Russia, viene arrestato e incarcerato. Nel 1876 fugge e si rifugia in Inghilterra, poi in Svizzera e in Francia, dove viene condannato per attività sovversiva. Nel 1886 si trasferisce a Londra dove rimane fino al 1917. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale prende posizione a favore della guerra contro gli Imperi Centrali. Questa posizione trova la sua espressione nel “manifesto dei quindici”, ma riceve forti critiche all’interno del movimento anarchico. Allo scoppio della rivoluzione russa Kropotkin torna nel suo paese, ma la presa del potere da parte dei bolscevichi lo lascia isolato ed emarginato. Poledrelli, secondo l’uso d’epoca, ne italianizza il nome. 33 Gustave Hervé (Brest 1871- Parigi 1944). Politico francese inizialmente su posizioni antimilitariste e antiborghesi, nel 1905 entrò a nel Partito socialista unificato (SFIO) schierandosi con l’estrema sinistra. Vicino a Sorel e ai sindacalisti rivoluzionari, è tra i fondatori del periodico La guerre sociale che dirige fino alla prima guerra mondiale quando si converte al socialpatriottismo, fonda il giornale La Victoire e si fa sostenitore della guerra a oltranza. 21 saranno libere, poiché la dove l’odio divide l’irredento dall’oppressore, ogni altro problema economico e politico non può trovare soluzione... La neutralità oggi, è per tutti solamente un abbietto egoismo nazionale; essa è la precisa negazione dello internazionalismo.34 Ciò comporta inevitabili lacerazioni con l’anarchismo ufficiale, contrario a ogni idea di stato e conflitto istituzionale. Mentre Enrico Malatesta ed Armando Borghi ostentano apertamente le proprie idee neutraliste, moltissimi anarchici, come Edoardo Malusardi35, seguono le teorie di Kropotkin, si schierano a favore dell’intervento e iniziano a sostenere i propri argomenti, sempre più prossimi a quelli dei socialisti rivoluzionari, contro i neutralisti. Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 34 LUPARINI, Alessandro, Anarchici di Mussolini, Montespertoli, M.I.R., 2001, pag. 20. 35 Direttore del giornale anarchico milanese La Guerra Sociale, fondato il 20 Febbraio 1915. Sulla sua linea la rivista bolognese Guerra di Classe. 22 CAPITOLO SECONDO VITA DI MARIO POLEDRELLI FINO AL CONFLITTO Mario Poledrelli nasce a San Nicolò di Argenta (FE) il 17 Luglio 1893, da Giovanna Silvia Poledrelli e padre ignoto.1 Poco si conosce dei suoi anni adolescenziali, che ne segnano a tutto campo la formazione; dagli scritti posteriori ricaviamo comunque l’immagine di stenti e sofferenze. Qualche aiuto probabilmente gli viene da suo cugino, il Prof. Ugo Poledrelli, che era stato, nel 1901-03, il primo Sindaco socialista di Portomaggiore.2 Mario Poledrelli cresce nella miseria, col solo conforto della dolcezza materna e della vita libera e sana dei campi. È un solitario, meditativo; piuttosto piccolo di statura, gracile e timido, biondo, due occhi limpidi e chiari. Il disagio economico della madre non gli consente lo svolgimento di studi regolari al di là delle elementari: ancora giovanissimo, è costretto a trovarsi un lavoro manuale per aiutare la madre. Seppure gracile e malaticcio, al termine del lavoro si dedica alla lettura: libri, giornali, e quanto altro gli capiti a portata di mano. Quasi autodidatta, si forma una cultura rudimentale di base, in cui spicca il particolare talento per la scrittura creativa. Poledrelli vive una maturazione precoce, tale da indurlo a pressanti ragionamenti sulle ingiustizie sociali che lui e altri dovevano continuamente subire. Lo commuove la sorte degli umili che soffrivano come lui, senza colpa. Abbraccia la causa dei diseredati. Nel 1905 giunge una parziale svolta ai tormenti di Mario: un operaio di Argenta sposa Silvia, garantendole una vita più stabile. La famiglia si trasferisce a Ferrara. Mario, a 12 anni, pur non trascurando il lavoro, può dedicarsi con maggiore agio ai suoi libri: non romanzi, ma testi di politica e di questioni sociali, di autori come Marx, Bakunin, Mazzini. In quell’epoca3 il socialismo sta conquistando le campagne ferraresi in cerca di riscatto. Anche Poledrelli nutre le sue prime simpatie politiche per le teorie, ed i programmi socialisti: collettivismo, soppressione della proprietà privata, solidarietà lo affascinano. Tali tensioni interiori lo spingono a diventare un sin1 Un certo E. S. argentano; non volle mai riconoscere Mario legalmente come figlio e abbandonò il paese. Mario Poledrelli non volle mai sentirne parlare e lo considerò sempre con profondo disprezzo. Per gran parte delle notizie biografiche qui riportate vedasi: QUILICI, Nello, L’interventismo ferrarese, Ferrara, Rivista di Ferrara, 1935. 2 Testimonianza dello stesso Poledrelli, in La Rivista, 5 Luglio 1917, lettera spedita agli amici ferraresi da Como, fra Settembre e Ottobre 1916, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 3 Vedasi Capitolo 1. 23 dacalista rivoluzionario (con simpatia evidente per il movimento anarchico).4 Poledrelli persegue una lotta sociale non imperniata su mere rivendicazioni materiali, ma anche incentrata sulle esigenze spirituali dei popoli. Ha una visione del mondo di stampo romantico: un socialismo connotato da componenti cristiane e umanitaristiche, in nome di un mondo ideale in cui i diseredati troveranno riscatto, pace e amore. Ricorda Aliprando Giovannetti: Egli amava spaziare nei campi oscuri, eterei dell’utopia, del sogno che doveva un dì prossimo o lontano divenire la sospirata realtà dei sofferenti nel corpo e nello spirito … quelle sue affermazioni ideali ondeggiavano tra l’individualismo ed il comunismo libertario, e gli sembrava che il sindacalismo rivoluzionario fosse troppo economico e contingentista …5 Ad influenzare largamente la weltanschauung poledrelliana è altresì un inquietante retroscena sentimentale che costituisce il denominatore di tutta la sua vicenda umana fino alla morte: l’infelice amore per una donna di nome Angelica, coniugata con un altro uomo. Semplice operaio in cerca di lavoro, di pace e di contatti politici in grado di comprendere i suoi pensieri, emigra il 30 Aprile 1913 a Milano e vi permane per circa un anno. Cerca un lavoro, ma la sua salute, minata da un sordo male (probabilmente una forma di tubercolosi che lo porta a contrarre frequentemente stati febbrili) non gli consente di conseguire un’occupazione stabile. Il suo soggiorno a Milano è quello di un randagio. Alterna il mestiere del tipografo con quello di verniciatore di imposte. Incontra Enrico Malatesta, guida del movimento anarchico italiano. A questo momento risale l’iniziazione anarchica di Poledrelli. Il pensiero 4 Inizia ad essere controllato dalla Prefettura di Ferrara per attività sovversiva. Al 16 marzo 1910 risale un rapporto riservato che recita: “Nell’opinione pubblica riscuote buona fama. E’ di carattere calmo, ma privo di educazione. Ha frequentato l’intero corso elementare, è di svegliata intelligenza, avendo sempre curato di tener dietro alle questioni sociali che appaiono sui periodici dei partiti avanzati… Non consta che sia in corrispondenza epistolare con sovversivi residenti all’estero: è però in continuo carteggio con i suoi compagni che dimorano a Milano e provincia, dai quali a sua richiesta, è messo al corrente del movimento anarchico lombardo”. Scheda Poledrelli Mario, Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Fondo Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale, (in seguito ACS, CPC), Busta 186. 5 Da un articolo inedito di A. Giovennetti scritto a Berlino in occasione del congresso internazionale sindacalista del gennaio 1923, Luigi Greci, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 24 libertario lo affascina, particolarmente per le sue componenti umanitarie e non strettamente materialistiche come quelle marxiane. Poledrelli studia anche il pensiero di un altro russo, Piotr Kropotkin, votato a rinnovare la società. “La conquista del pane”, “Mutuo aiuto”, “La grande rivoluzione” e “La morale anarchica” diventano i suoi libri preferiti, fondati sul principio dell’integrazione fra lavoro e produzione sociale: tutti gli uomini debbono lavorare, ma anche pensare; non si possono distinguere i bisogni economici dalle necessità spirituali, che sono, in modo indissolubile, associate ai primi e si completano vicendevolmente. Da questo momento Poledrelli Lettera ad Angelica di Mario Poledrelli del 12 giugno 1914 Greco Milanese. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). non conosce più esitazioni di sorta: rimarrà sempre fedele, come attestano i suoi scritti, a queste convinzioni6. A Milano, dove risiede fino al 1914, ha anche modo di conoscere Benito Mussolini7, allora direttore dell’“Avanti”! e si trova in consonanza ideologica con 6 Da un rapporto di Pubblica Sicurezza risulta che: “E’ stato testé chiamato a far parte di un sedicente comitato nazionale qui sorto ad iniziativa delle locali organizzazioni sovversive allo intento di far risorgere una agitazione contro la compagnia di disciplina e per la liberazione del soldato Moroni, assegnato da tempo alla compagnia di disciplina di S. Leo a causa della ostentata sua azione settaria e sobillatrice. Il presente cenno viene dalla locale Questura comunicata alla Prefettura di Ferrara”. Prefettura di Milano 30 marzo 1914. Scheda Poledrelli Mario, in ACS, CPC, Busta 186. 7 A testimonianza di questi rapporti intercorsi tra Mussolini e Poledrelli restano tre 25 lui nella condanna dell’avventura libica; nell’estate di quell’anno, all’inizio del conflitto mondiale e del dibattito sulla guerra, decide di rientrare a Ferrara per compiere là la propria missione politica già propensa all’interventismo.8 In una città vertiginosa come Milano egli non avrebbe potuto fare altro che seguire la corrente; invece a Ferrara avrebbe potuto offrire un proprio personale contributo alla causa comune. Il 29 agosto del 1914 Mario Poledrelli torna dunque a Ferrara. Il suo arrivo coincide con una fase di crisi del movimento sindacale e riformista, sempre più slegato al proprio interno per via dell’incombente querelle interventistica: studenti, intellettuali, riformisti, già legati al movimento operaio, se ne distaccano per legarsi a radicali, clericali moderati e nazionalisti nella nuova crociata antigermanica. Molti dirigenti sindacali designano la nuova guerra dell’epiteto di “rivoluzionaria”; si staccano vieppiù dalla linea ufficiale del partito e dalle opinioni proletarie contadine prevalenti, imboccando una strada politica del tutto originale9. Anche a Ferrara, in piccole dimensioni, sta manifestandosi il grande travaglio che va toccando tutto il paese. cartoline autografe, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. Il Popolo d’Italia Milano, 25/11/1914 Sig. Mario Poledrelli Ferrara Favorite pazientare: le tessere non sono ancora pronte. Quando lo saranno vi spediremo la vostra. Spero di potervela, quindi, inviare presto e ringraziandovi vi saluto. Mussolini Il Popolo d’Italia Milano, 27/1/1915 Mario Poledrelli, Via Mazzini 71 Ferrara Caro Poledrelli, vi facciamo spedire le cartoline fuori sacco. Quando alle spese, poiché esse peserebbero sul vostro modesto bilancio, mandate mensilmente la vostra noticina alla nostra amministrazione e sarete rimborsato. Vi preghiamo di svolgere il vostro lavoro anche nel senso di procurare degli abbonati al giornale. Vi saluto cordialmente e vi auguro che presto siate occupato e credetemi l’obbligatissimo vostro. Mussolini Il Popolo d’Italia Milano, 7 febbraio 1915 Quotidiano Socialista Egregio Poledrelli, vi manderemo a giorni il saldo spese, ma non ho ricevuto le notizie su “Pagnacca” n. 8. Se sono interessanti rimandatele. Cordiali saluti. Mussolini 8 Da un rapporto di Pubblica Sicurezza risulta che:“Essendo privo di mezzi e nella impossibilità di trovare lavoro, venne a sua domanda rimpatriato per misure P.S. e se ne è informata dalla locale questura la Prefettura di Ferrara. Ulteriormente al marzo scorso si è sempre addimostrato fervente propagandista delle sue idee settarie e svolse anche attiva opera nella agitazione contro le compagnie di disciplina”. Prefettura di Milano 25 agosto 1914. Scheda Poledrelli Mario, in ACS, CPC, Busta 186. 9 Vedasi Capitolo 1. 26 Poledrelli trova impiego come sindacalista nella commissione di controllo della Camera del Lavoro di Ferrara (allora guidata da Gaetano Zirardini)10 e ritrova gli amici di un tempo in quel Caffè Milano11 che rappresenta il centro della vita politica cittadina. È tra i primi a proclamare, con tutta la sua forza, la necessità di dichiarare la guerra all’Austria e trova subito sia consensi sia accuse (di voltafaccia, da parte dei socialisti). Partecipa inoltre alla fondazione del giornale interventista massonico e anticlericale “Gazzettino Rosa”, alle stampe dal 20 Settembre 191412. Il 3 Novembre pubblica un corposo articolo in cui riprende il pensiero di Kropotkin e ne esalta le scelte politiche e morali13. La svolta interventista di Mussolini va maturando proprio in quei giorni: il 20 Ottobre si dimette dalla direzione dall’ “Avanti”! e si stacca dalla linea ufficiale neutralista del Partito Socialista. Poledrelli immediatamente ne calca le orme, intravede (come tanti in quei giorni) nella guerra una nuova crociata anarchica, premessa indispensabile ad una rivoluzione sociale europea e nazionale: sconfiggendo il militarismo germanico si sarebbe eliminata la guerra, riscattato il sangue innocente del Belgio, edificata una nuova Europa fondata sui valori di giustizia, uguaglianza e fraternità. Scrive a Mussolini: Vi siete ribellato ai gretti di cuore ed ai pigri di cervello che non comprendono la bellezza ideale di una guerra contro l’Austria. Gradite, o Mussolini, un bravo commosso.14 Il 15 Novembre Mussolini a Milano fonda “Il Popolo d’Italia”, organo del nuovo socialismo interventista; il 18 Novembre a Ferrara Poledrelli, dalle righe del “Gazzettino Rosa”, plaude all’evento: Noi studenti ferraresi accoglieremo il grido che irrompe dal petto di Benito Mussolini. Essere degli assenti in questo momento di trepidazione e di angosce val quanto non avere cuore od essere senza cervello15 10 CORNER, Paul, Il Fascismo a Ferrara 1915-1925, Bari, Laterza, 1974, pag. 14; cfr. anche ROVERI, cit., pag. 310. 11 QUILICI, cit., pag. 11. Inoltre vedasi Capitolo 1. 12 Vedasi capitolo 1. 13 Gazzettino Rosa, 3 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. Vedasi in appendice il testo. 14 Su Il Popolo d’Italia, Anno I, n. 5, 1 novembre 1914, Rubrica per l’Intervento, Adesioni e solidarietà, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 15 Gazzettino Rosa, 18 novembre 1914, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara; cfr. anche QUILICI, cit., pag. 10. 27 Poledrelli appaga il suo sogno di divenire giornalista, corrispondente da Ferrara per “Il Popolo d’Italia”. Ciò gli consente di ottenere collaborazione con altri giornali e, cosa più importante, di avere una tribuna in cui sostenere il proprio pensiero contro i neutralisti (fra i quali è venuto a collocarsi il suo “maestro”, Malatesta). Non era infatti, caratterialmente, un oratore: preferiva operare nell’ombra, attraverso il testo scritto. La campagna è ormai pienamente lanciata: il 27 Novembre il Teatro Verdi diviene sede di comizi (il deputato belga Georges Lorand, Cesare Battisti16). Il 13 Dicembre sorge anche a Ferrara il Fascio d’Azione Rivoluzionaria17. Seguirà poi la fondazione di un nuovo Circolo Socialista Autonomo, operante in simbiosi col Fascio d’Azione Rivoluzionaria. Attraverso le pagine del “Gazzettino Rosa” ed operando un’intensa azione di proselitismo nell’ambito cittadino, questo gruppo diventa l’anima vulcanica del Fascio e dell’azione interventista.18 Poledrelli scrive alcuni articoli su “L’Internazionale” di Parma, in una speciale rubrica intitolata “Note ferraresi”. Qui egli esprime compiutamente il suo pensiero sulla società, la guerra e l’anarchia. Il 9 Gennaio 1915 dà alle stampe un pezzo dal titolo “Le idee anarchiche e la guerra”19: Io comprendo l’anarchismo come la più alta, la più disinteressata, la più sublime espressione della solidarietà umana: l’anarchismo che, per me, non è un partito come il socialista che non vede e non conosce altri interessi, altra realtà che non sia la classe o un partito, come il nazionalista che non vede, che non conosce altri interessi che non siano quelli ristretti nei limitati confini di una nazione; ma, senza negare l’una e l’altra, va oltre di esse per arrivare alla meta dell’umanità libera e redenta La forza della nuova idea spinge Poledrelli ad un tacito compromesso con la nazione e con la monarchia: Né si può negare la realtà della nazione. L’herveismo della prima manera è fallito. La guerra attuale si è incaricata di fargli un funerale. È un funerale di terza classe. La nazione diventa tanto più sacra quanto più è minacciata… 16 QUILICI, cit., pag. 10; cfr. anche CORNER, cit., pag. 25. 17 ACS, AGR, Busta 2, Fasc. “Ferrara, i dispacci del Prefetto De Pieri”, in ROVERI, cit., pag. 319; per la storia del Fascio Studentesco Anticlericale e del Gazzettino Rosa vedasi anche CORNER, cit., pag. 23-24. Inoltre vedasi capitolo 1. 18 ROVERI, cit., pag. 319; CORNER, cit., pag. 23-24-25. 19 L’Internazionale, 9 gennaio 1915, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 28 Tradita l’Internazionale dall’imperialismo ipocrita dei socialisti tedeschi, ogni partito, ogni individuo dei singoli paesi è tornato alle nazioni. Io non posso negare di essere nato in Italia e quindi rinnegare il genio di questa terra… È per questo che io mi sento di difendere l’Italia anche – e diciamola, la verità – sotto le insegne del signor Vittorio Emanuele 20 La stessa “riconciliazione” avviene nei riguardi della “nemica borghesia”: Questa guerra la consideriamo se non una guerra dell’avvenire, certamente del presente contro il passato che vuol risuscitare o dominare per mezzo e con la forza delle armi teutoniche. Può darsi – e non lo è, perché la borghesia non vuole la guerra – che questa guerra sia considerata dalla borghesia come una guerra di difesa dei suoi interessi… Mentre i popoli della Triplice Intesa versano il sangue in difesa di interessi capitalistici, lo versano anche in difesa del movimento rivoluzionario minacciato dalla Germania conservatrice 21 Il 16 Gennaio scrive un articolo in cui, nello spirito del sindacalismo rivoluzionario, appoggia i lavoratori copparesi in sciopero e critica l’operato dei dirigenti socialisti22 Il 30 Gennaio replica alle critiche degli anarchici neutralisti: Siamo stati contro, abbiamo combattuto e con lo scherno e con la ragione lo spirito imperialista del nazionalismo nostrano, perché dovremmo sopportare l’egemonia del mondo di quello tedesco? Mistero della santissima neutralità. Anarchici, non si diserta impunemente la storia.23 In un altro articolo, del 20 Febbraio 1915, scagiona se stesso dalle accuse d’incoerenza ideologica: Il mio atteggiamento interventista di oggi è la logica ineluttabile dei miei atteggiamenti di ieri. Ieri fui contro la guerra libica, ieri guardavo con simpatia la guerra liberatrice che i popoli balcanici combattevano contro la Turchia, per la medesima precisa ragione che oggi sono favorevole all’intervento dell’Italia nel conflitto europeo… Il trionfo delle nazionalità è la condizione necessaria per il trionfo dell’Internazionale. 24 Violenta è invece, evidentemente, la polemica con il socialismo ufficiale: Ridiamo un po’. Naturalmente parliamo del socialneutralismo ferrarese… Martedì della settimana scorsa la locale succursale della santa inquisizione 20 L’Internazionale, 9 gennaio 1915, QUILICI, cit., pag. 13. 21 L’Internazionale, 9 gennaio 1915, QUILICI, cit., pag. 13. 22 L’Internazionale, 16 gennaio 1915, GRECI, Luigi , Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 23 L’Internazionale, 30 Gennaio 1915, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’Interventismo Ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 24 La Guerra Sociale, 20 febbraio 1915, QUILICI, cit., pag. 13. 29 rossa d’Italia condannava all’espulsione i soci Dott. Renato Castelfranchi, gli studenti Giuseppe Longhi e Germano Manini… I socialisti sono pronti, dopo la commedia sulle piazze, a godersi in pace il vantaggino della posizione gerarchica raggiunta nel partito… Muoiano tedeschi, francesi, belgi, inglesi, russi: ma l’Italia continui a vivacchiare nella sua dolce mediocrità.25 I militanti socialisti sono, volta a volta, etichettati con appellativi ingiuriosi, quali: rivoluzionari di cartapesta… piccoli gnomi… sovversivi da bordello.26 Il 10 Aprile anche Poledrelli firma la “Dichiarazione” in cui molti esponenti interventisti pongono l’ultimatum al re, affinché scelga fra guerra e rivoluzione. Si trova incriminato per attività sovversiva27; una nuova accusa lo colpisce il 29 aprile, quando, durante un corteo, i manifestanti impongono violentemente la chiusura dei negozi cittadini in segno di protesta. Poledrelli viene accusato di istigazione, processato e infine assolto per non avere commesso il fatto28. Il 22 Maggio, dalle colonne de “L’Internazionale”, Poledrelli risponde al manifesto neutralista di Zirardini, che sta circolando per la città: È inoltre da incoscienti creare nel paese uno stato d’animo acceso contro la guerra, quando prevalentemente si sa già che è impossibile impedirla, non solo, ma che non lo si vuole impedirla. Perché, o lavoratori, noi vedremo certamente domani, allo scoppiare delle ostilità, se vi sarà qualche rivolta, questi rivoluzionari da pagliaio… si affretteranno a scindere le loro responsabilità per paura della galera. E mentre gli ingenui operai che hanno creduto alle loro stupide fanfaronate saranno fucilati, essi si nasconderanno… E sono questi ignobili borghesi che vogliono dare lezioni di coraggio e di sacrificio… Ci vedremo al momento opportuno. Vedremo se voi arrischierete la vostra pelle lurida sulle barricate mentre i nostri le arrischieranno alle trincee. E il proletariato giudicherà da che parte sono i vigliacchi.29 Come tanti altri, anch’egli ha appena fatto richiesta d’arruolamento volontario e s’accinge ad iniziare la propria stagione guerriera; lascia anche il proprio testamento: 25 L’Internazionale, 16 gennaio 1915, QUILICI, cit., pag. 15 – 16. 26 ROVERI, cit., pag. 310 27 La Provincia di Ferrara, 27 aprile 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 28 La Rivista, 23 maggio 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. Processo istruito fra l’11 e il 18 Maggio; Poledrelli viene difeso dall’avv. Pierluigi Casati, anch’egli interventista e autore di un interessante diario di guerra nei giorni di Caporetto (Pierluigi Casati, Studio su Caporetto, a cura di Bragatto-Montesi, Ferrara, 2009). 29 L’Internazionale, 22 Maggio 1915, QUILICI, cit., pag. 22-23 30 Da aprirsi in caso di morte in caso che dovessi lasciare la vita sui campi di battaglia, queste sono le ultime mie volontà che prego i rimasti di eseguire: I – Lascio tutti i miei libri, opuscoli, giornali al mio amico Gaini Ugo eccetto quelle pubblicazioni che parlano di me e che vi sono miei scritti, anche con gli pseudonimi (Kean, Manogina, S. Leone) che restano proprietà della famiglia e che prego di conservare sempre. II – Le carte, le lettere, i documenti restano di proprietà della famiglia. III – Riaffermo ancora la mia fede anarchica. Le ragioni del mio atteggiamento sono spiegate in articoli su “L’Internazionale” e “Guerra di Classe”. In fede Mario Poledrelli 23/5/1915 NB. Fare sapere se è possibile, ad Angelica che il solo, l’unico amore fu per Lei, come per Lei, insieme ai più cari, sarà l’ultimo pensiero.30 30 Lettera autografa, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 31 Lettera testamento di Mario Poledrelli del 23 maggio 1915. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 32 CAPITOLO TERZO 1915 – 1916: DA FERRARA ALL’ALTIPIANO DI VEZZENA Il 24 maggio la guerra è dichiarata. Mario Poledrelli, veste la divisa del volontario, seppur assegnato a un reparto non combattente, quello dei Volontari Ciclisti e Automobilisti (V.C.A.) di Ferrara, composto da persone fisicamente inadatte o troppo anziane per le fatiche militari. Di stanza all’abbazia di Pomposa, alla mobilitazione il reparto è destinato alla difesa costiera dalle foci del Po alla Salina di Comacchio, assieme a una compagnia della Milizia Territoriale e ad alcune Guardie di Finanza. La vita di Pomposa è un vero tormento per lui. Costretto ad una vita che di militare non ha altro che le apparenze, esposto ai dileggi della popolazione che vede in loro solamente i soldati della “terribile”, Poledrelli trascorre lunghi mesi di noia e inquietudine. Appartiene alla schiera degli imboscati per forza e ne è umiliato1. Nonostante la salute cagionevole, mal sopporta la routine dell’attività di presidio: giunge ad inviare via telegramma una protesta formale al Ministero della Guerra e chiede d’essere inviato al fronte. Da Pomposa scrive all’amico e maestro Edmo Biolcati: Io desidero di andare al fronte come i primi giorni della mobilitazione. Anzi ora lo desidero più ardentemente perché ogni giorno che passa più sento di infangarmi nel fango dell’umiliazione. Vorrei poter dimostrare a coloro, che, forse non a torto ci disprezzavano, che non siamo dei vili, ma che nostro dovere lo sappiamo compiere. Pazienza. Verrà il giorno, il bello e desiderato giorno anche per noi.2 Giunge la notizia della morte di Germano Manini; in suo ricordo Poledrelli scrive: Ricordo il povero amico nostro, nella grande vigilia, nelle riunioni del Fascio Interventista; lo ricordo con quel suo bel sorriso buono ed ingenuo dare, colla timidezza di una fanciulla e il senno di un uomo maturo dei consigli per lo svolgersi felice della buona battaglia. Filippo Corridoni, Ubaldo Corridoni, Giulio Barni, Nino Rabolini, Ruggero Fauro, Germano Manini … Quante giovinezze sacrificate su l’altare dell’Italia rinnovata… Non piangiamo. Essi non hanno bisogno delle nostre lacrime. Un solo dovere ci resta: vendicarli! E li vendicheremo. Nelle trincee: contro i nemici di fuori, sulle piazze: contro 1 Il battaglione V.C.A. era chiamato, per irrisione, “Oh, Dio mama”. 2 Lettera del 27 ottobre 1915, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 33 Gruppo di militari del Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti. Reparto di Ferrara (24°). Abbazia di Pomposa 23 giugno 1915. Partendo dal basso nella seconda fila, il quarto da destra è Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 34 i traditori di dentro.3 Finalmente, il 7 Novembre, il Reparto viene disciolto (probabilmente perché gli alti comandi, vedendo con scarsa simpatia i corpi volontari, tendono gradualmente a eliminare ogni anomalia organizzativa). Poledrelli ritorna a Ferrara, ed il 23 novembre può essere arruolato regolarmente. Il 10 dicembre viene incorporato nel 73° Reggimento di Fanteria, Brigata Lombardia, ed il 1 gennaio del 1916 è assegnato al 206° Reggimento di Fanteria, Brigata Lambro4. Al momento di partire per Lecco, centro di raduno del Reggimento, scrive agli amici: Se avvenga che io paghi con la vita l’ardente mio amore alla patria, guardatevi bene dal compiangermi. Rechereste ingiuria alla mia memoria5 Da Lecco, il 10 dicembre, scrive poi un interessante articolo dal titolo “Verso la caserma con i coscritti di Ferrara” 6: Non fu felice il viaggio nel senso, dirò così, materiale della parola, ma moralmente parlando fu un’altra cosa. L’allegria, il buon umore non fecero difetto. Tutti i canti più popolari e più appassionati della patria e dell’amore sgorgavano dal cuore e dalle labbra di noi tutti. Ma la canzonetta che dominava nel tumulto dei canti, la regina dei cori, fu come sempre: “E se non partissi anch’io sarebbe una viltà”. Quelle canzonette non erano, in fondo, che il frutto della ribellione contro un nodo che ci serrava, ostinatamente, la gola. Perché si ha un bel essere scettici, indifferenti, ma quando si sente il rumore della locomotiva, che, inesorabilmente ci porta lontano dagli affetti dei parenti, delle fanciulle, degli amici e lontani dalla nostra vecchia Ferrara esuberante ed affascinante di grandi ricordi antichi e di piccoli pettegolezzi moderni, si sente in modo tirannico l’attaccamento a queste cose. Ma ognuno di noi cantava, cantava disperatamente, per nascondere, a vicenda, i segni evidenti della nostra commozione. Cantavano anche coloro che, in altri momenti, avrebbero straziato i timpani agli ascoltatori. Ero in uno scompartimento completamente occupato da buoni villici. Essi erano timidi… Finalmente potemmo scorgere, fra la nebbia e l’oscuro i piccoli paesetti lom3 Gazzettino Rosa, numero speciale, novembre 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 4 Foglio Matricolare di Mario Poledrelli, Ruoli Matricolari, anno 1893, Archivio di Stato di Bologna. Vedasi in appendice 5 La Rivista, 5 luglio 1917; ed in GRECI, Luigi, “Memorie eroiche. Mario Poledrelli, l’operaio volontario di guerra. Lettere e diario alla vigilia della morte sul campo”, in Corriere Padano, s. d. (anni trenta). Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 6 La Rivista, 16 dicembre 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 35 bardi che ci preavvisavano il luogo di destinazione. Sentinelle avanzate: i monti. Allo spettacolo dei quali un urlo di ammirazione uscì spontaneo dai nostri petti. Ed una voce stentorea e potente soprattutto, di tutti, interpretando il pensiero gridò: “E noi dobbiamo vincerli e conquistarli?!” In quella voce c’era tutto il nostro orgoglio… Finalmente, sul fare della notte (Altro che notte! …) entrammo, intontiti dal lungo viaggio, accolti dalla fanfara del nostro reggimento in Lecco. Bastò la musica perché ogni stanchezza in noi sparisse ed a prova di ciò intonammo: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. Mentre si passava in una via, una finestra si schiuse e dalla persiana scorsi un viso di fanciulla che ci regalava un divino sorriso. Chiamai: Lucia! Ma io non sono Renzo Tramaglino… Pochi giorni dopo scrive un altro articolo dal titolo “Natale in caserma”, dove traspare tutta la nostalgia per la famiglia lontana7: Ieri, vigilia di Natale, la caserma presentava un insolito aspetto. Un via vai di furieri e di cucinieri. Ogni soldato aspetta il pacco, il vaglia, la lettera consolanti; grandi preparativi per il rancio speciale … Quanta allegria in tutti. … Invece oggi abbiamo perduto quell’allegria di ieri. C’è in tutti una melanconica e brontolona mestizia… questa festa di Natale ha un fascino speciale su di noi. Si ha un bell’essere miscredente ma oggi si desidera, più che in altra solennità, la casa propria, sotto lo sguardo affettuoso e buono della famiglia. Si pensa ai cari lontani con nostalgia infinita ed accorata. Ma ecco, suona la libera uscita. …Si gironzola un po’ per le vie semi-deserte della città. Quei pochi borghesi che incontriamo ci guardano con lo sguardo della compassione. Forse anche loro hanno qualche parente in qualche caserma lontana e forse al fronte. Egoista! Ed io ho pensato solo a me, solo al mio dolore di umile coscritto. E non ho pensato prima a quelli che oggi al fronte sono soli con la morte al fianco, che anche oggi combattono, che anche oggi cadono feriti e morti per la patria …. Ed anche essi hanno la mamma, la famiglia, gli amori. Fortunati, oggi, siamo noi, che se non possiamo passare il Natale accanto ai nostri, pure, colla penna, possiamo sfogare la piena del cuore. Mentre ad essi, poveri fratelli nostri, è tolta questa pur piccola soddisfazione. E forse non si lamentano, non si lagnano. Forse essi vedono il Natale come un sogno. “Pace agli uomini di buona volontà” disse il Redentore della leggenda, ma essi hanno di fronte, insidiosi, gli uomini che hanno voluto la guerra per un vasto e stolto sogno di egemonia e di oppressione internazionale. … io penso, essi passano un Natale migliore, nel senso più umano della parola, del nostro 7 La Rivista, 27 dicembre 1915, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 36 Gruppo di ufficiali del Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti. Reparto di Ferrara (24°). Stazione ferroviaria, probabilmente di Ferrara. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). e di quello delle loro famiglie. Questo deve essere stato anche il ragionamento dei miei commilitoni perché quando sono entrato in caserma, prima, molto prima della ritirata, li troverai riuniti in cortile, che nel nostro dialetto ferrarese mandavano le più fiorite ingiurie a Francesco Giuseppe ed a Guglielmo II. Così senza ulteriori novità si è passato il giorno di Natale. Il periodo d’addestramento risulta piuttosto lungo e faticoso: il suo fisico è inadatto alle esercitazioni, ed alle marce. Ben presto si ammala e viene condotto al Deposito Militare Convalescenze di Celana, in provincia di Bergamo. Non sarà il primo ricovero: vari altri si susseguiranno. Il 19 Febbraio scrive al maestro Biolcati: Carissimo Maestro, ringrazio il mio antico commilitone di non dimenticarmi. Ciò mi procura una intima e sentita gioia. Ringrazio pure il resto degli amici per i loro auguri che mi giungono oltremodo graditi. Il Caffé Milano non dimentica i suoi frequentatori. Se sapessi come nelle ore di malinconia penso a quel fumoso locale ove ci si avvelena seriamente, ed alle volte, allegramente, dicendo male del prossimo e malignando magnamente sugli amici assenti. Ma spero che compiuto il mio dovere, se sarò risparmiato, di ritornarvi e di 37 passare altre ore di ozio e di noia, come una volta. Perché io spero di guarire completamente entro il mese per potere coi primi di marzo partire col mio Reggimento (206°) per il campo di dovere. Le febbri è qualche giorno che sono cessate e da qualche giorno che vado gironzolando attorno, non più lontano, il fabbricato. E’ già molto se si pensa a quello che ho passato...8 A fine Marzo si annuncia la partenza per il fronte; Poledrelli scrive a Biolcati: Io ora sto bene; o vedo qualche lieve disturbo. Ma sono pronto per fare il mio dovere di soldato. Dopo una preparazione così lunga era ora! Al mio 206° Regg. c’è Regolo Roveroni, S. Tenente. Io sono ben voluto da tutti gli ufficiali della mia compagnia. Insomma sono contento. Vedo l’ora di andare al fronte. Questa è un’attesa febbrile. Forse andremo sul fronte del Trentino. Le mostrine nostre sono i colori di Trento.9 Nell’Aprile 1916 il Reggimento parte finalmente per il fronte degli Altipiani, dove andava addensandosi la minaccia della Strafexpedition austro-ungarica. Poledrelli giunge a Bassano l’8 Aprile e inaugura la stesura del suo breve diario di guerra, che qui riportiamo integralmente ed analizziamo storicamente. Comprende il breve tempo che va dall’Aprile del 1916 fino alla fine del Maggio, con l’angosciata narrazione della ritirata dal Trentino. Lo stile è quello abituale, pur se più nervoso e conciso. Lettera ad Angelica di Mario Poledrelli del 2 settembre 1915. Abbazia di Pomposa . (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 8 Lettera del 19 febbraio 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 9 Lettera del 27 marzo 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. . 38 DIARIO DI GUERRA (8 Aprile – 22 Maggio 1916) 8 Aprile Partenza da Lecco alle ore 15,30. Un po’ di inevitabile commozione presto soffocata dalla naturale giocondità giovanile. Molta gente alla stazione. Saluti. Sventolamenti di fazzoletti. W il 206. Fiori. Confetti. Scaldamano. Signorine. Signore. Uomini. Bambini. Soldati. 9 Aprile Ore 9,30 arrivo a Bassano.10 Verso il ponte del Trentino. Animazione militare per tutta la cittadina e relativi paesi circonvicini. Ufficiali di ogni grado e di ogni corpo. Automobili, motociclette, biciclette, camions. Tutto assorbito dal servizio militare. Si comincia a sentire la guerra. Quale differenza nella popolazione! Qui nessun saluto ci accoglie. La città mostra di ignorare il nostro arrivo. Nessuno di noi se ne meraviglia. Per diverse ragioni e le più importanti sono due: la prima perché si è digiuni e si hanno 20 km. di cammino da fare prima di raggiungere il nostro accantonamento. La seconda che è naturale che una città invasa completamente da truppe per e dal fronte non faccia accoglienza a qualche centinaio di uomini che arrivano. La marcia è stata disastrosa. Con uno zaino che pesa 40 kg., digiuni ed insonni, non si può pretendere una marcia ordinata come quando si facevano in tutt’altre occasioni, per istruzione. Non si poteva evitare questa marcia? Io credo di si. Ma diversamente à11 pensato il comando. Pazienza. Non ostante a ciò, il morale delle truppe è sempre elevato. E ciò ancora questi coscritti che dimostrano di essere uomini prima del tempo. Sono le 4 e ancora si deve mangiare il primo rancio. Quasi tutti siamo digiuni. Durante la marcia sono stato colpito da un piccolo svenimento dovuto all’insolazione.12 10 Come sappiamo, l’area di adunanza della Brigata Lambro era attorno a Marostica. L’autore parla infatti, in seguito, di 20 km. da percorrere per giungere all’accantonamento, situato a Mason Vicentino, nei pressi di Marostica e a circa venti chilometri ad ovest di Bassano. 11 Arcaismo ricorrente nell’autore. Sta per “ha”. 12 Lo stesso giorno Poledrelli invia un articolo a “La Rivista”: “Sono uscito dall’ospedale di Celana guarito, guarito anche di spirito perché penso che a qualche cosa sarò utile anch’io. I miei compagni sono latinamente allegri e credono alla immancabile vittoria nostra sulle turbe degli Unni e dei mangiasego. Siamo accantonati in un suggestivo paesello, continuamente visitato dai velivoli nemici. Io confido che saranno tanto gentili da permettermi di poter provare sulle cucurbitacee craniche dei loro compagnoni le graziose meraviglie del mio fucile.” La Rivista, 13 Aprile 1916, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 39 11 Aprile Oggi sono di guardia. Riposo assoluto durante il giorno. Ma nell’impossibilità quasi di dormire nella notte. Dobbiamo fare la guardia alla tenda dei prigionieri. Brutto mestiere. Io non discuto sulla giustizia o meno delle punizioni. Anzi, credo siano giuste. Ma quello che credo inopportuno è che altri soldati facciano i questurini ai propri compagni. Ciò ripugna alla coscienza e al sentimento dei miei commilitoni. Io per il primo. Non ci sono i poliziotti ed i carabinieri per disimpegnare questa odiata ma necessaria mansione? 12 Aprile Piove. L’istruzione della mattina non si fa. Ed è la principale e la più faticosa. Nonostante, un senso di malinconia è diffuso fra i soldati. Si pensa ai nostri fratelli che sono nelle trincee. Nel pomeriggio cielo rischiarato, aria fresca. Si fa una passeggiata accompagnati da un aspirante. E si viene a casa verso le 4,30. 13 Aprile Oggi cinquina e distribuzione del tabacco. Non solo, ma anche libero. Uscita nella mattinata per la comunione. La comunione non è stata fatta da quasi nessuno13. Si vede che il soldato italiano più che raccomandarsi a Dio si raccomanda al suo fucile. Diario di Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 13 Qui l’anarchismo anticlericale di Poledrelli trova un momento di libera uscita. 40 14 Aprile Questa mattina siamo usciti per eseguire una azione tattica. Ma il cielo, che era già minaccioso prima di partire, ci ha scaraventato dopo un due km. di marcia una valanga di grandine e di pioggia. Noi l’abbiamo presa tutta, finché dopo che il tempo aveva soddisfatto il suo capriccio siamo ritornati nell’accantonamento rinunciando all’azione tattica. Ma tutto ciò mi ha prodotto la febbre. Febbre che alle 4 del pom. Era a 38 ½ e che dalle 9 alla una pom. era certamente salita ai 40 gradi. Spero che non mi torturino anche le febbri artritiche. Sarebbe una disperazione. 15 Aprile Oggi riposo. Febbre a 37 ½ gradi. 16 Aprile Riposo. Febbre 39 gradi. Internamento in infermeria. 17 Aprile Niente febbre. Speranza di uscire per domani. 18 Aprile Niente febbre14. 19 Aprile Uscita dall’infermeria. Si parla di partire in giornata. I preparativi sono in questo senso. Ma all’ultimo momento viene sospeso l’ordine. 14 Lo stesso giorno Poledrelli invia una lettera ad Edmo Biolcati: “Mi sembri molto esagerato nelle tue lodi. Io non sono che un soldato, forse il peggiore nel senso diremo così tecnico, fra i milioni di altri sui quali l’Italia può contare. Oggi è molto facile, specie per noi, a fare il soldato giacché non esiste più quella disciplina di una volta e poi a dirti la verità ci trattano bene anche nel vitto: Caffé il mattino, pasta asciutta o in brodo il mezzo giorno, col suo bravo bicchiere di vino; brodo, carne formaggio e vino la sera. Aggiungi a questo tre sigari, un pacchetto di tabacco ed uno di sigarette e cinquanta soldi ogni 5 giorni, e dimmi un po’ se non siano trattati peggio dei principi? Vedi dunque che la vita di guerra non è poi così dura come si dice. Dunque: niente lodi. Le lodi debbono essere riservate a voi piuttosto, che rimanete sempre in più esiguo numero a combattere le facce fesse e ripugnanti dei neutralisti tedescheggianti ed austriacanti che per mettere la zizzania nel paese si sono fatti esentare dal servizio militare. … Noi siamo la milizia della morte e siamo in molti ad affrontare questa nemica leale mentre voi – milizia di galantuomini – siete in pochi ad affrontare un nemico che si può anche nascondere sotto un falso patriottismo. Onore a voi e coraggio”. Lettera del 18 aprile 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 41 21 Aprile L’ordine di partire è venuto per quest’oggi. Infatti si è partiti da Mason Vicentino alle 6 del mattino e si è arrivati a S. Caterina di Lusiana15 alle 11 ant. 5 ore di marcia, interrotte da brevi esperte soste, compiute magnificamente dal battaglione. Sono senza zaino. Così ci si avvicina sempre più alla linea di combattimento 23 Aprile Pasqua triste. Non perché ci troviamo lontani dalle famiglie e perché insieme ad esse non possiamo mangiare il tradizionale ovo pasquale, ché la giocondità dei nostri anni giovanili ci ha ricompensato, se non ad usura, certo il necessario, la nostalgia famigliare. Pasqua triste perché la piova fitta, torrenziale, non ha lasciato nemmeno per un momento dal scendere dal cielo. Questa Pasqua ci induceva ai pensieri tristi. Per fortuna che si è giovani. 24 Aprile Marcia. 25 Aprile Corvée. 27 Aprile Riposo e febbre 38,5. 28 Aprile Febbre a 42. Sono entrato in infermeria per la seconda volta. 29 Aprile Niente febbre. In queste ore di ozio leggo Leopardi. Il quale non mi convince. La morte resta sempre la più grande nemica degli uomini. Domandate al più disgraziato, al più infelice degli uomini se alla certezza delle sue disgrazie preferisce il nulla, o per lo meno l’incerto della morte. Caro buon gobbo, a te, alla tua filosofia tetra, preferisco quella del tuo collega Carducci. “Amate, amate, la vita è bella, finto l’avvenir”. E non à torto. Io che più volte sono stato a faccia con la morte lo posso ben dire! La mia speranza era sempre quella di 15 Percorso di circa 20 km., in modesta salita. S. Caterina di Lusiana è situata ai piedi dell’altopiano dei Sette Comuni, a sud est di Asiago. 42 staccarmi dalle sue morse. Quando mi portarono qui dentro ero mezzo morto, stavo male, avevo la febbre a 42 g. Ebbene, ho forse invocato, liberatrici, le forbici fatali della Parca? No! Invocavo colla mente, col cuore, la mamma e la fanciulla del mio cuore. Invocavo queste perché esse sono la ragione principe che mi fa amare, che mi fa idolatrare la vita. Mi sembrava che invocando questi angeli santi il dolore e la stessa vicina probabilità della morte si allontanassero da me. Ed ancora: perché io espongo in questi giorni giocondamente la vita? Perché sfido con serenità d’animo la morte? E ciò senza un lamento, senza una querela, anzi con intima gioia, con infinito piacere? La ragione è semplice: perché ritengo che il mio fucile compirà opere di giustizia, in quanto sopprimerà uomini che sono strumenti di prepotenti malsani che col loro sogno pazzo di dominare il mondo volevano rendere la vita insopportabile. Perché io sono anarchico convinto? Perché fermamente credo che l’anarchismo sia uno sforzo continuo, necessario, per il raggiungimento dell’anarchia, che sarà la società perfetta che permetterà agli uomini di vivere felici. Ecco perché anche quando ci sarà la pace io resterò sempre l’eterno pellegrino errante del grande ideale: rendere sempre più tollerabile, bella e santa la vita. E per questo lotterò sempre a costo della vita. Sicuro, perché la vita di un individuo vale la felicità di cento altri. Si dice: ma Leopardi, disgraziato per natura, sfortunato fin dal suo affacciarsi alla vita, misconosciuto dal padre che duramente lo trattava, deriso dai paesani ignari del suo genio, sfortunato nell’amore essendogli morta colei che amava16 e fuggito dalle altre, essendo le donne vanitose per natura, poteva ragionevolmente esaltare la vita quando questa gli faceva gustare il suo calice amaro fino alla feccia lurida e schifosa? È vero tutto ciò, ma se non voleva esaltare la vita, se non lo poteva fare, doveva almeno cercare di renderla meno infelice. E forse col suo ingegno lo poteva. O piuttosto Leopardi ha creato quella sua tetra filosofia non per odio alla vita ma perché mancava di due essenziali qualità umane: la volontà e la speranza? Ciò è grave. “Chi non spera muore”, disse un poeta minore ma ben più sano del grande Leopardi. E chi manca di volontà manca del pane più saporoso della vita. Se di queste due qualità mancava il Leopardi, allora è giustificata la sua filosofia. La quale non sarà mai umana ma sarà e resterà sempre individuale. La conclusione mia personale è questa: Leopardi mi commuove ma non mi convince, Carducci mi esalta e mi convince. Io amo la vita ed odio la morte. 16 Evidente equivoco, scaturito dalla lettura di “A Silvia” e frutto di una preparazione culturale poliedrica (si nota nell’autore curiosità e desiderio di conoscere, correlati ad un bagaglio di letture non banale) ma poco sistematica e approfondita. 43 1 Maggio Uscita dall’infermeria con 8 giorni di riposo. 5 Maggio Oggi un avvenimento singolare e triste à messo a rumore tutta la compagnia. Un nostro commilitone si è tolta la vita. Con due colpi di fucile, si è fatto saltare le cervella. Molte chiacchiere, infinite supposizioni. Nulla di concreto. Egli non ha lasciato scritto niente. Dopo lo spoglio della corrispondenza si era all’oscuro più di prima. Stanco della vita? O di questa vita? Ma!... Ogni commento è superfluo. 6 Maggio Oggi funerali del nostro amico. Una squadra faceva gli onori militari. 7 Maggio Questa mattina improvvisamente sono partite tutte 4 le sezioni mitragliatrici. Non si sa per dove.17 Significa questa repentina partenza la prossima medesima anche per noi? Non si sa nulla. Ma sarebbe ora. Questa vita di vigilia scoraggia, annoia, fa troppo pensare. 8 Maggio Marcia discretamente sopportata. Spero bene per l’avvenire della mia salute. 9 Maggio Tiro a segno collettivo a squadre. La mia squadra 9° del 3° plotone della 10° compagnia 206° reggimento ha fatto 39 punti. 12 sagome. Il che significa che avremmo vinto il I° premio se non ci fosse stata un po’ di simpatica ...18 fra gli ufficiali. In seguito a ciò il I° premio fu assegnato all’8° del 2° plotone. Il 2° premio però è rimasto alla 9°... 10 Maggio Questa mattina non ho sopportato la marcia. Sentendo che mi veniva la febbre mi sono fermato. Col caporale della mia squadra che mi accompagnava ci 17 Era infatti appena pervenuto dal Comando Supremo, in vista dell’imminente offensiva austro – ungarica, l’ordine di assegnazione della Brigata Lambro alla 34° Divisione in linea davanti a Lavarone. 18 Parola illeggibile: “......one”. Forse: competizione, emulazione. Detto in tono evidentemente polemico 44 hanno fermato in una casa ospitale che mi ha ricoverato una prima volta, nella quale c’è una ragazza che non mi nasconde le sue simpatie. Nel pomeriggio il Tenente Oletta19, un ufficiale intelligente, simpatico e buono mi ha domandato notizie della mia salute. Avutale, mi disse che potevo lasciar a casa lo zaino e fermarmi quando credevo, perché egli non mi avrebbe certamente rimproverato. Tanto più ch’egli prevede che al fronte io non ci andrò. Egli credeva forse di darmi una consolazione con queste sue parole e m’ha recato dispiacere. Per deferenza lo ringraziai lo stesso. 11 Maggio Seconda lezione di tiro. Altro successo della 9° squadra. Nessuno ha raggiunto i punti e le sagome che abbiamo fatto noi. 18 p. 12 s. Ma anche questa volta il I premio non ci fu assegnato. Comincia ad essere una indecenza. Sento che domani partiremo per Gallio, poco distante da Asiago. Questa sera sono andato a prendere commiato dalla fanciulla di Conco20. Si vedeva negli occhi il dolore per la mia partenza. Me l’ha detto: me crepa il cor. Anche a me dispiace. Quando à saputo che si va a Gallio m’ha promesso di venirmi a trovare per domenica. Intanto, la mattina seguente sarebbe venuta alla Bocchetta21 per darmi l’ultimo saluto. Curioso e strano il caso che m’ha fatto conoscere questa fanciulla. In una marcia faticosa e lunga mi assalì la febbre e dovetti fermarmi. Questa mi raccolse e mi portò fino a casa sua dove da tutta la famiglia mi fu fatta festa. 12 Maggio Per interessamento del Tenente Oletta, nella marcia di questa mattina non porto lo zaino. Credevo di partire con la compagnia, invece all’ultimo momento m’hanno messo di scorta al carreggio. È vero che di fatica ne ho fatta metà di meno, ma preferivo andare con la compagnia, insieme ai miei amici e per incontrare la Amelia. Ma la passeggiata è stata allegra lo stesso. Eravamo una brigata. Un caporale zappatore, Zanchi, tipo arguto e simpatico, un cap. mag. zap., Mariotti, un trentino pieno di buon senso e di ingegno. Ce la siamo passata discretamente. Per accorciare la via abbiamo attraversato un monte 19 Nome non ben interpretabile: Oletta, Agletta, Aglietta, Oglietta? 20 Località nei pressi di S. Caterina di Lusiana. Fra Amelia e l’autore, che vuole dimenticare il rapporto tormentato con Angelica, nasce un idillio che, con alterne vicende, si protrarrà fino ai primi mesi del 1917. 21 Località a nord di S. Caterina di Lusiana, alle falde di Monte Bertiaga, sulla strada per Gallio e Asiago 45 boscoso.22 Ci siamo divertiti un mondo. Un fresco ristoratore attutiva il caldo prodotto dalla fatica. Dopo, avendo una discreta fame, andammo in cerca di una cantina. Ma era come una fiaba: cammina cammina e mai si arrivava. Finalmente, dopo un due ore di cammino sulla strada piana, non incontrando che qualche faccia proibita di montanari, circondata dai boschi montuosi, siamo arrivati a un’osteriola invasa da soldati di ogni arma che venivano e andavano al fronte. Ci siamo alla meglio accomodati ed abbiamo mangiato un po’ di umido, un po’ di pane e un bicchiere di vino. Verso le 8 siamo arrivati. Pulizia alle armi. 13 Maggio Oggi riposo. Questa notte abbiamo dormito sulle nude tavole. Un male terribile alle ossa. Questa mattina sono andato a cercare ed ho trovato quella famiglia a cui sono stato raccomandato da Amelia. Grandi accoglienze. Se Carri di munizioni. (La Guerra, dalle raccolte del Reparto Fotografico del Comando Supremo del Regio Esercito, Milano, Treves, 1916. Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 22 Arduo identificare il percorso compiuto dal gruppo di Poledrelli: una delle tante carrarecce che da Lusiana salgono verso Cima Echar e sboccano a nord nell’area di Gallio. La montagna boscosa di cui si parla è probabilmente il Bertiaga. 46 dovessi rimanere qui qualche giorno passerei qualche buona ora. Ma è quasi certa la nostra partenza per domani. 14 Maggio Infatti questa mattina alle 5,30 partenza per Ghertele23. 5 ore di cammino, 4 delle quali sotto la pioggia. Abbiamo attraversato Asiago e ...24. Gli ultimi paesi e poi ci siamo trovati in zona di combattimento per una strada coperta da monti boscosi di pino. Qualche cosa d’incantevole. Alle 11,30 siamo arrivati a destinazione. Siamo ricoverati in una pineta che si assomiglia stranamente a una pagoda cinese. Ci hanno discretamente accomodati. Meglio che a Gallio, ove si dormiva sulle nude tavole, mentre qui si ha la paglia nuova e pulita. Ciò non toglie però che ci siano quei tali animaletti25 che a tutte le persone per bene mettono schifo, mentre su di noi compiono una funzione utile tenendoci svegli nelle ore noiose di sentinella. Questo paese è composto tutto o quasi di baraccamenti. Non si vede un borghese a pagarlo a peso d’oro. 15 Maggio Riposo assoluto. Una notte così calma è un pezzo che non l’avevo passata. Ho dormito come un ghiro. Non si sa quanto ci si ferma ancora. Le chiacchiere sono molte. Chi dice che si va in trincea questa sera, chi afferma che ci fermeremo qui per qualche mese, altri dicono che saremo aggregati al genio e costruiremo trincere. Ma nessuno sa nulla. Sembra per un momento che quest’ultima ipotesi abbia più fondamento delle altre, perché ci hanno distribuito gli attrezzi per il cavo. Ma poi nell’ora del silenzio il Capitano ci venne ad avvisare di tenersi pronti per un eventuale allarme. Così si è ricaduti ancora una volta nel buio. Durante il giorno parecchi allarmi a causa degli aeroplani che passeggiano nello stretto spazio di cielo di questa vallata lasciato libero dalle montagne. Si sentono meravigliosamente lo scoppio di granate, di mine, di cannoni.26 Qualche spoletta di granata è arrivata sino qui. Niente da meravigliarsi: in linea retta siamo distanti dal fronte 3 km. Notizie giunte da Asiago dicono 23 Località a nord ovest di Asiago e distante oltre 20 km. da Gallio. 24 Toponimo incerto: sembra scritto Arorzo. Forse si tratta di Rotzo. In tal caso dovremmo supporre che la Brigata, per recarsi al Ghertele, non abbia percorso la strada più breve, quella di Val d’Assa (probabilmente intasata dalle salmerie e dal flusso logistico dell’esercito). La Brigata potrebbe invece aver allungato per Roana, in direzione Rotzo, svoltando poi a nord rasentando il Verena. Quindi si sarebbe dislocata nell’area boschiva fra il Verena e Ghertele. 25 Evidentemente si parla dei pidocchi. 26 Era appena iniziato il bombardamento che avrebbe preceduto l’attacco austriaco. 47 che in quella città sono arrivati sraponeli27 da 305 e che hanno recato parecchi danni. Di più preciso non si sa nulla. 16 Maggio Riposo. 17 Maggio Oggi siamo a lavorare a far trincee e reticolati. Siamo sotto il fuoco delle artiglierie nemiche. Abbiamo dovuto interrompere il lavoro due o tre volte perché le granate e gli sraponeli cadevano a poca distanza da noi. 18 Maggio Oggi abbiamo continuato il lavoro di sera sempre accompagnato dal concerto delle nostre e nemiche artiglierie. Ho saputo che vicino a noi, in una baracca, c’è il comando del Generale28. Siamo nella località detta Val Mandrielle29. 19 Maggio Idem di ieri. Questa mattina siamo partiti senza caffè e senza lavarci. Ciò per capriccio di un s. tenente, ma facevamo in tempo a prendere l’una e l’altra cosa. Sono piccole cose che però indispettiscono i soldati e gli fanno dire cose che fanno schifo. I signori ufficiali lo dovrebbero sapere. Quando siamo arrivati al solito posto una grande confusione regnava in quei reggimenti là accampati. Si raccontava che i ns. erano retrocessi di qualche km., che c’era stato un macello. Ma non si capiva nulla di nulla. Perché quelli che restano nelle retrovie raccontano più bugie loro che tutti i bugiardi del mondo. Il certo è che verso mezzogiorno le artiglierie nemiche hanno incominciato un fuoco indiavolato.30 I proiettili cadevano a poca distanza da noi. Il nostro Capitano à dato l’allarme e tutti siamo corsi alle armi. Regnava un po’ di confusione. Ma è bastata la voce chiara e squillante del nostro Capitano per farci mettere a posto. Sotto il suo sguardo il quel momento noi tutti, anche gli incontentabili, 27 Si tratta chiaramente degli shrapnel. 28 Il Gen. Alessandro Angeli, comandante della 34° Divisione. Nella zona del Ghertele era situato il suo comando tattico. 29 Casara delle Mandrielle, a quota 1593 m. La località è a mezza strada fra il Ghertele e il Costesin, a nord ovest del Verena. I lavori di trinceramento compiuti dal gruppo dell’autore si ricollegano al frettoloso rinforzo della II linea difensiva, colpevolmente trascurata per un anno dai comandi italiani. 30 Dopo mezzogiorno iniziò la fase cruciale del bombardamento austriaco, volta a spianare la strada all’imminente assalto. 48 Rincalzi. (La Guerra, dalle raccolte del Reparto Fotografico del Comando Supremodel Regio Esercito, Milano, Treves, 1916. Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). saremmo andati in qualunque luogo. Finalmente il fuoco nemico ha cessato. Ed è incominciato il nostro. I cannoni che avevamo vicino a noi sparavano a volontà. Negli intervalli si sentiva meravigliosamente il fuoco della fucileria e delle mitragliatrici. Siamo a 3 ¼ d’ora dalla prima linea. Finalmente in un momento di calma relativa si è saputa la verità. I nostri sono retrocessi di un centinaio di m. per portarsi in una posizione più sicura. Gli austriaci credendo a una ns. ritirata hanno fatto l’assalto. Ma le ns. mitragliatrici e la ns. fucileria li hanno fermati facendone un macello. Così è la versione che due sottotenenti che venivano dalla prima linea hanno dato al ns. Capitano.31 Con un’ora di viaggio siamo ritornati all’accantonamento. Il bilancio della giornata per la ns. compagnia è stato buono: nessuno morto, nessuno ferito. Ma le altre compagnie del ns. battaglione hanno contato parecchi feriti e due morti. Uno di questi è fratello di Negrini, ferrarese che è nella compagnia n. 8 e nel plotone uno. Suo fratello non lo sa. Ma il sangue ha parlato. Perché appena è arrivato a casa è corso subito a chiedere informazioni di suo fratello. 31 Si tratta probabilmente di un equivoco: il 19 Maggio gli assalti austriaci dovevano ancora iniziare. 49 Gli hanno detto che è rimasto ferito. Ma lui già intuisce che era morto. Povero ragazzo. Piange e si dispera. Pazienza. Questo è il battesimo di fuoco del nostro reggimento. Speriamo che quei morti saranno ben vendicati dalla punta delle ns. baionette e dalla bocca dei ns. fucili. E saranno certamente vendicati. Arrivati a casa impariamo che il I e il II battaglione del reggimento sono già andati di rinforzo a quelli che sono in linea di combattimento.32 Noi si ha l’ordine di tenerci pronti. Questa sera mi sono mezzo sborniato. Abbiamo bevuto in due due bottiglie di Marsala. Ho dormito profondamente. Mi sono svegliato per andare alla latrina. E questa notte il bombardamento è continuato più vivace del solito. Vedremo domani cosa succederà. 20 Maggio È successo quello che si prevedeva. Verso le 10 siamo partiti per la prima linea. Vi siamo arrivati alle 2,30, stanchi e digiuni. Non si poteva sperare diversamente, in quanto che la necessità è superiore agli stringimenti di cinghia. Alle 4 abbiamo fatto l’assalto che si è ripetuto una seconda volta. Abbiamo conquistato una 50 metri di terreno.33 La notte si è lavorato a far la trincea di prima linea. Io ero di sentinella alla mitragliatrice. Anche durante la notte si sono avuti due combattimenti di fucileria. Io ho fatto il mio dovere. Il bilancio della giornata è questo: pochi feriti, fra i quali uno dei più cari amici che abbia incontrato nella vita militare: Carlo Cielo; pochi morti, fra i quali il s. tenente Vito Pace della nostra compagnia. 21 Maggio Giornata terribile, questa.34 Nessun altro avvenimento della mia vita, per quanto 32 Il 206° Lambro viene infatti mandato di rincalzo alla Brigata Salerno nell’area di Doss Marcai, tranne un battaglione che resta invece in Val Mandrielle come riserva divisionale a ridosso del minacciato Costesin. 33 Sul Costone di Marcai il contrattacco, condotto da reparti della Brigata Salerno e della Brigata Lambro, riesce momentaneamente a contenere gli austriaci su Cima Mandriolo e Val Marcai. 34 Sul Marcai un contrattacco, condotto dalla Brigata Salerno, da due battaglioni della Brigata Lambro e dagli alpini dell’Adamello, fallisce completamente; crolla la prima linea italiana fra Doss Marcai e Bosco Varagno; i resti delle truppe italiane (Brigata Salerno, battaglione Adamello, 155° e 206°) si ritirano. Contemporaneamente il Costesin è conquistato dalle truppe austro – ungariche, che nelle ore seguenti resistono a due contrattacchi italiani. Alle ore 12,00 l’artiglieria imperiale disperde sanguinosamente l’ultima azione italiana e determina la cattura di migliaia di prigionieri. 50 possa essere strano e straordinario, potrà oscurare nella mia memoria questa data. Dei dolori nella mia vita ne ho passati. E non pochi. Di tutti i generi. Ma non da confrontarsi con questo nemmeno lontanamente. Monfortino35 è un nome che suscita la rabbia in corpo per non averlo potuto conquistare. La ritirata è qualche cosa di ben più terribile, l’assalto alla baionetta al confronto di questa è un giocattolo. Doversi ritirare! Mi sembrava una cosa impossibile. Ma quando ho visto la mia compagnia quasi tutta fatta prigioniera dal nemico (ci sono stati parecchi vigliacchi che si sono dati volontariamente prigionieri), ma io non volevo essere fra costoro.36 Non volevo che il mio nome fosse oscurato dal sospetto di vigliaccheria. Piuttosto che questo mi sarei fatto uccidere. E non mi rimaneva che un mezzo: quello di fuggire. Fuggire? Ma e il mio Capitano? Cosa aveva intenzione di fare? Date le ultime rabbiose fucilate al nemico corro al camminamento del mio Capitano e gli domando consiglio avvisandolo della fine che stava facendo la compagnia. Con lui c’era il s. tenente Roveroni di Ferrara, il quale si sporge un momento per vedere cosa succedeva. Vista la verità di quanto dicevo, ci siamo dati alla fuga. Non c’era altra via di salvezza. Strada facendo abbiamo incontrato il Maggiore, il Capitano della 12° compagnia, lo S. M. del battaglione che facevano altrettanto. Si è raccolto più uomini che si poteva per fare una ritirata dignitosa. Ma in tutto si è in 30 uomini. Nella fuga abbiamo avuto sempre alle spalle la mitragliatrice nemica e un cannoneggiamento terribile, impressionante, perlustrava il bosco. Non so ancora come nessuno ai quali ero insieme sia stato almeno ferito. Si vede che in quel momento noi tutti eravamo tanti Achille senza il vulnerabile tallone. Ad un certo punto il Maggiore ordina che gli armati del 206° facessero da vedetta nella ritirata. Io ero disarmato quindi non potevo far parte di questa piccola brigata, ma mi è sembrata inopportuna. Tanto inopportuna che mezz’ora dopo che noi si era partiti, questa ha dovuto fuggire di fronte al nemico che aveva con sé ogni ben di Dio di munizioni, mentre la ns. pattuglia, comandata da un sergente della nostra compagnia, Lombardo, era senza munizioni. E ci ha raggiunto quando noi eravamo già a destinazione. Siamo arrivati al di là del 35 Toponimo di difficile localizzazione: potrebbe trattarsi del Fortino di quota 1857 (detto Spitz Leve dai germanici e Camin dagli italiani) o di quello posto davanti a Marcai di Sotto. Secondo le relazioni militare, nello scacchiere della 34° Divisione i fortini propriamente detti erano tre: quello di quota 1857, di fronte a Forte Vezzena (presidiato inizialmente dagli alpini del battaglione Adamello), quello di Marcai di Sotto e quello del Costesin, su cui combattevano la Brigata Ivrea e il 205° Brigata Lambro. 36 Notare come la concitazione del momento contorca la scrittura dell’autore, scardinandone i nessi sintattici. 51 vecchio confine. Purtroppo mi si è stretto il cuore osservando che tante e tante vittime si erano immolate inutilmente. Le balze del Trentino erano coperte di morti e di sangue nostro. Si aveva vinto non gli austriaci, che sarebbe il meno, con questi ci si può misurare senza difficoltà sempre e ovunque, ma si era vinta la natura.37 Quale dolore dover ritirarsi. Basta, questa notte la ns. compagnia – 14 uomini in tutto compreso il Capitano – si dormirà in una stalla.38 Pazienza. Durante la notte non si è potuto dormire. I commenti sulla ritirata erano infiniti e numerosi. Per serietà non ne prendo sul serio nessuno. Sono certo che se ci saranno dei responsabili e dei traditori saranno puniti. 22 Maggio Si prosegue la ritirata del nostro reggimento. È quasi tutto decimato. Saremo in tutto 200. Durante la marcia mi ha preso la febbre. Il Capitano medico mi ha fatto un’urgenza d’entrata all’ospedale. Qui si chiude la fase eroica della mia vita. Si riaprirà? Speriamo che sì. I primi soccorsi ai feriti. (La Guerra, dalle raccolte del Reparto Fotografico del Comando Supremo del Regio Esercito, Milano, Treves, 1916. Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara) 37 L’autore qui si riferisce agli sforzi titanici compiuti, in un anno di guerra, dall’esercito italiano per dotare cime, conche e vallate di strade, fortini e ricoveri. 38 La ritirata li ha condotti in una zona imprecisata fra Ghertele e Camporovere. 52 COMMENTO STORICO LA BRIGATA LAMBRO SULL’ALTIPIANO DI ASIAGO La Brigata39, formata dal 205° e dal 206° reggimento, viene costituita il 4 Aprile 1916 con zona di adunata fra Marostica e Nove di Brenta. Inizialmente costituisce, con la Brigata Taranto, la 48° Divisione (Gen. Gaetano Giardino). Il 22 Aprile viene invece aggregata alla 34° Divisione, che è in procinto di subire l’attacco austriaco; la Lambro viene dislocata nell’area fra Asiago, Gallio e Lusiana. Si tratta di una Brigata a pieno organico, che manca però di esperienza in guerra; è comandata dal Col. Brig. D’Antonio. Il 6 Maggio otto sezioni mitragliatrici della Brigata sono inviati in linea attorno ad Asiago; il 12 Maggio è la volta del 205°, dislocato alle Mandrielle in rincalzo alle truppe di presidio al Costesin e incaricato dello scavo di una linea arretrata di contenimento. Contemporaneamente il Comando della Lambro e il 206° si spostano al Ghertele per difendere la linea arretrata fra Cima Mandriolo – Val D’Assa – Verena. Allo scoppio dell’offensiva austriaca i reparti della Lambro vengono inviati volta a volta nei settori critici del fronte; in particolare: il 206° combatte a Porta Manazzo, Marcai, Cima Portule e Bocchetta di Portule; il 205° è impiegato a Costesin, Castelletto e Brutta Bisa. Ma l’azione non porta a risultati e i reparti sono costretti a ripiegare gradualmente, con gravissime perdite in morti e dispersi (86 ufficiali e 3421 soldati). Il 26 Maggio il Col. Brig. D’Antonio viene silurato dal Comando Supremo e il comando della Brigata passa al Col. Brig. Francesco Saverio Grazioli. Il 27 Maggio il 206° è inviato a Fontanelle per riorganizzarsi, mentre il 205° resta in linea a difesa del Turcio. Il 29 Maggio la Brigata è riunita nell’area di Lusiana, sotto la 28° Divisione; reparti del 206° combattono attorno a Monte Paù e Monte Corno. Agli inizi di Giugno la Brigata è infine aggregata alla 30° Divisione e spostata 39 Ove non indicato altrimenti, fonte documentaria principale per queste notizie è: MINISTERO DELLA DIFESA, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Riassunti storici dei Corpi e Comandi nella Guerra 1915-1918, Brigate di Fanteria, Vol. 6°, Roma, 1928; per ulteriori informazioni vedasi anche: BAJ-MACARIO, Gianni, La Strafexpedition, Milano, Corbaccio, 1934 GRAZIOLI, Francesco Saverio, In guerra coi fanti d’Italia, Roma, Libreria del Littorio, 1929 PIEROPAN, Gianni, 1916 Le montagne scottano, Milano, Mursia, 1979 SCHIARINI, Pompilio, L’Armata del Trentino, Milano, Mondadori, 1926 SCHNELLER, Karl, 1916 Mancò un soffio, Milano, Arcana, 1984. 53 nell’area di Grisignano per riordinarsi (si è infatti ridotta a due logori battaglioni). Il 20 Luglio, ricostituita a pieno organico, parte per il fronte carsico. NOTE STORICHE SULLA STRAFEXPEDITION NELLA ZONA MARCAI – COSTESIN LE FORZE CONTRAPPOSTE ITALIA – LA 34° DIVISIONE IL 19 MAGGIO 1916 Comandata dal Magg. Gen. Alessandro Angeli, era composta da: Brigata Ivrea (161° e 162° reggimento, Gen. Murari Brà); Brigata Salerno (89° e 90° reggimento, Magg. Gen. Fiorone); Brigata Lambro (205° e 206° reggimento, Col. Brig. De Antonio); battaglione alpini Adamello (su tre compagnie); 45° e 46° Reggimento di Milizia Territoriale (Gen. Prestinari); un battaglione della R. Guardia di Finanza; 7° battaglione presidiario; 9° compagnia zappatori; 1350 addetti ai servizi; 100 pezzi d’artiglieria di piccolo calibro e 10 bombarde. In totale: 40.000 uomini (di cui 17.000 armati in prima linea), 78 mitragliatrici, 48 pistole mitragliatrici, 300 ufficiali, 6.500 artiglieri. Il fronte della Divisione viene diviso in due sottosettori: 1. Nord, dalla strada di Val d’Assa alla linea di cresta; assegnato alla Brigata Salerno e al battaglione Adamello, rincalzati da tre battaglioni del 206° Brigata Lambro; 2. Sud, dalla strada di Val d’Assa a Casotto, alla confluenza del Torra nell’Astico; assegnato alla Brigata Ivrea, rincalzata dal 205° Brigata Lambro. In riserva di Divisione un battaglione del 206°, quattro battaglioni di Milizia territoriale e un battaglione Finanzieri. IMPERO AUSTROUNGARICO – IL III CORPO D’ARMATA Comandato dal Ten. Mar. Krautwald, era composto da tre Divisioni: 22° Divisione Schützen (Magg. Gen. von Kochanowski) – 43° Brigata Landwher e 18° Brigata di fanteria, su 13 battaglioni (9.413 soldati), uno squadrone (105 sciabole), 22° Brigata d’artiglieria (10 batterie, 56 pezzi); è schierata in faccia a Marcai; 28° Divisione Schützen (Ten. Mar. Schneider von Manns-Au) – 55° e 56° 54 Brigata di fanteria, su 13 battaglioni (10.954 soldati), uno squadrone (101 sciabole), 28° Brigata d’artiglieria (11 batterie, 58 pezzi); ha il Costesin come obiettivo; 6° Divisione (Ten. Mar. Principe di Schönburg) – 11° e 12° Brigata di fanteria, su 12 battaglioni (8.699 soldati), uno squadrone (115 sciabole), 6° Brigata d’artiglieria (12 batterie, 60 pezzi); sta in rincalzo a Lavarone. Artiglieria di Corpo d’ Armata: 13 batterie da montagna, 16 batterie di medio calibro, due batterie mortai da 240, sette batterie mortai da 305, una batteria cannoni da 350, una batteria obici da 380, due batterie obici da 420, una batteria contraerea, pezzi a presidio dei Forti. In totale 38 Battaglioni (29.066 soldati), tre squadroni di cavalleria (321 sciabole), 321 pezzi d’artiglieria (198 leggeri, 77 di medio calibro, 26 di grosso e 20 in postazione fissa nei forti). In più, sono aggregati al Corpo d'Armata 1 battaglione ciclisti, un gruppo pionieri, sette compagnie d’aviazione, una compagnia di palloni frenati. ANDAMENTO DEL FRONTE ITALIANO IL 19 MAGGIO 1916 I linea: Fortino quota 1857 (Spitz Leve o Camin), Bosco Varagno, Doss Marcai (m. 1657), strada di Val d’Assa, Costesin (m. 1627), forra del Torra, Casotto (m. 435), Astico. II linea: Porta Manazzo (m.1840), Dosso di Sopra (m. 1731), Dosso di Sotto (m. 1635), Baitle (m. 1394), Verena (m. 2015), Civello (m. 1697), Campovecchio (m. 1600), Tola del Vescovo (m. 1510). III linea: Cima Portule (m. 2308), Monte Meatta (m. 1897), Forte Interrotto (m. 1392), Tagliata di Val d’Assa (m. 1060). SGUARDO CRONOLOGICO SUI FATTI NARRATI DA POLEDRELLI 15 – 18 Maggio Inizia il fuoco austriaco sulle linee italiane. Le posizioni avanzate davanti a Luserna, troppo esposte, vengono sgombrate. 19 Maggio Nel pomeriggio il fuoco s’intensifica e diventa a tappeto. Le trincee italiane di Marcai ne risentono terribilmente. 20 Maggio Ore 5: bombardamento a tappeto della piana di Vezzena cui rispondono le artiglierie italiane di Porta Manazzo. All’alba scatta l’attacco austriaco, mentre il bombardamento opera su tutte le linee. Le artiglierie italiane inizialmente reagiscono. 55 Settore Nord – Ad essere investito è inizialmente il Fortino di quota 1.857 (Camin, o Spitz Leve), punto di controllo italiano presso Cima Vezzena: un battaglione Schützen. lo conquista, catturando due pezzi in caverna ed eliminando parte del Battaglione Adamello. Reparti del 3º Schützen. e del 73º reggimento occupano gli avamposti di Marcai di Sopra ma incontrano vivace resistenza.40 Reparti dell’11º reggimento avanzano verso q. 1548 ma sono fermati entro un boschetto. Le vicine posizioni di cresta cadono, dopo resistenza accanita d’alpini e fanti dell’89°, alle 16,30. Bosco Varagno è investito dall’attacco fra le 9,00 e le 16,30. A quell’ora viene aggirato dall’alto e gli italiani ripiegano. Più a sud, i fanti del 90° schierati davanti a Forte Verle sono a loro volta investiti dall’assalto e ripiegano su Val Marcai tentandovi un assestamento. Un battaglione (I/206°) tenta un inutile contrattacco infranto dalle artiglierie imperiali. La situazione appare caotica, gli austriaci hanno già 2000 prigionieri. Pomeriggio: un centinaio di Landesschützen, al comando del ten. Enrich, dalla Valsugana si arrampica sulle pendici di Manderiolo sorprendendo alle spalle il presidio e reparti dislocati a Campo Manderiolo. A sera ridiscende a valle senza sfruttare il colpo di mano. A Cima Manderiolo, dopo l’attacco di sorpresa, viene dislocato il II/206° Lambro. Settore Sud – L’attacco imperiale scatta alle ore 9,00 e si concentra sul Costesin (nord est di Luserna). Nel pomeriggio l’IR 96° balza oltre le trincee di cemento armato di q. 1506 (davanti al Basson). La Brigata Ivrea deve cedere alcune posizioni ma resiste. Il 161°, parte del 162° e del 205° tentano alcuni contrattacchi, mentre le truppe di riserva sono avviate verso la prima linea. Nel primo pomeriggio il III/206° e truppe del 161° lanciano un nuovo contrattacco che, senza poter ricacciare il nemico, contribuisce però ad arrestarne la spinta. Ore 17: l’IR 87° supera le prime trincee del Costesin ma resta bloccato e respinto. A sera gli austriaci attaccano di nuovo, e inutilmente, le linee del Costesin. Notte: la resistenza del Costesin costringe Von Krautwald a far avanzare solo i reparti della 22° Divisione Schützen sul ciglione nord dell’altopiano. Sulle altre parti del fronte si attende l’alba. Giungono al Ghertele, dal Friuli, le prime compagnie della brigata Alessandria (il I battaglione verso Porta Manazzo, il II battaglione al Termine ed il III battaglione alle Mandrielle), per presidiare la linea di resistenza Cima Mandriolo – Valle Sparvieri – Osteria del Termine – Mandrielle, fungendo così da 40 Si tratta probabilmente del contrattacco di cui parla Poledrelli nel diario. 56 riserva tattica. Primi provvedimenti di Cadorna: il V Corpo d’Armata è sciolto, le truppe della 34° Divisione sono aggregate al XIV Corpo d’Armata. 21 Maggio Ore 6: concentramento di fuoco spaventoso al centro della piana di Vezzena e sul Costesin. Alle ore 8,30 il comando di Divisione, resosi conto della situazione, ordina il ripiegamento sulla II linea con movimento per scaglioni partendo dalla sinistra: l’ordine giungerà però solo tre ore dopo. Settore Nord – Ore 12: contro la brigata Salerno, fra Doss Marcai e Bosco Varagno, scatta la 22° Divisione Schützen. Ore 14: a Marcai di Sotto un contrattacco, condotto dalla Brigata Salerno, da due battaglioni della Brigata Lambro e da alpini dell’Adamello, fallisce completamente;41 il fronte italiano cede ed i primi reparti austriaci arrivano a Cost’Alta (q. 2050 di Manderiolo), occupata alle 23, fermandosi prudentemente prima di Porta Manazzo ancora in mano italiana. I resti delle truppe italiane (Brigata Salerno, battaglione Adamello, 155° e 206°) si ritirano sulla linea Porta Manazzo – Dossi – Baitle. La linea, però, è solo abbozzata: le truppe, inseguite dal nemico, non la vedono e continuano la fuga.42 Settore Sud – Ore 8: una colonna di 4 battaglioni della 28° Divisione austriaca travolge i battaglione dell’Ivrea sul Costesin. I comandi delle Brigate in linea ordinano, intanto, un forte bombardamento delle linee austriache, quindi una reazione di fanteria. Sul Costesin gli imperiali ripiegano parzialmente. L’ultimo contrattacco italiano scatta alle ore 12,00: quattro battaglioni italiani (Brigata Alessandria in gran parte) contrattaccano il Costesin dalla dorsale su Vall’Assa e Camporosà. L’artiglieria austriaca disperde rovinosamente l’azione; gli italiani perdono 4000 prigionieri, oltre a 100 ufficiali; i resti ripiegano sulle Mandrielle, il Ghertele e Roana. Alla sera gli austriaci raggiungono le Mandrielle, Campo Poselaro, Cima Mandriolo e Porta Manazzo; tutta la 34° Divisione italiana è in piena ritirata su Camporovere. Ore 20.30: il gen. Angeli, comandante della 34° Divisione 41 Dovrebbe trattarsi dell’attacco per riconquistare “Monfortino”, di cui parla Poledrelli. 42 La ritirata di cui ci parla Poledrelli. 57 Panorama della zona d’attacco del III C. A. dal forte Luserna schizzo n. 3. (BAJ-MACARIO, Gianni, La Strafexpedition, Milano, Corbaccio, 1934. Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). italiana, segnala al XIV Corpo d’Armata la necessità di cedere Verena e Campolongo, arrestandosi sulla III linea (Portule – Meatta – Mosciagh – Camporovere – Val d’Assa – Punta Corbin). Ore 23.30: l’ordine italiano viene diramato previa autorizzazione del gen. Coardi di Carpenetto. Giungono a Portule reparti territoriali e della Lambro, ma trovano la linea da difendere sepolta dalla neve. 22 Maggio Le perdite italiane sono enormi (Brigata Ivrea: 104 morti, 428 feriti e 2051 dispersi o prigionieri; Brigata Salerno: 91 morti, 278 feriti e 3591 dispersi; Brigata Alessandria: restano solo 22 ufficiali e 1100 uomini, persi cinque battaglioni su sei). Mattino: un grosso reparto di Schützen si scontra a Cima Manderiolo con le reclute del II/206° e del II/155°, che retrocedono combattendo da Porta Manazzo su Cima Larici e giungono al Ghertele. Qui le truppe, stanche e logorate, ricevono il comando di risalire a presidio della linea Cima Portule – Bocchetta Portule. Ore 22: gli austriaci occupano Forte Verena. Ellison ordina agli austriaci di marciare su Portule lungo il costone. Il 26º Schützen occuperà Portule, il resto della 22° Divisione occuperà il costone sino a casera Meatta estendendosi a monte Mosciagh, Dorbellele e Zebio. Nell’arco si inseriranno la 6° Divisione imperiale ed una brigata della 28° Divisione (l’altra brigata occuperà la zona 58 tra Rotzo e Roana). La maggior parte della 34° Divisione, dimezzata e stanca, dalla strada di Val d’Assa raggiunge nel pomeriggio Camporovere, Monte Rasta e Monte Mosciagh. Alcuni reparti del settore nord (89°, 155° e comando del 206°), schierati ai Dossi, ricevono l’ordine di ripiegamento in ritardo e si muovono per i sentieri di montagna; giungono a Forte Interrotto soltanto alla 24,00. 23 Maggio Nebbia e pioggia. Ore 10: una compagnia Schützen del gruppo Ellison ed un reparto d’alta montagna travolgono i territoriali su Pòrtule, respingendo gli attacchi dei fanti del II/206° e del II/155° guidati dal Col. Cottone, comandante del 206°. Pomeriggio: Portule viene rinforzata da due battaglioni Schützen, mentre anche le cannoniere della Bocchetta sono neutralizzate. Bivacco austriaco a malga Larici. Il I K.u.K. austriaco si sta avvicinando al fronte, mentre sull’altopiano a Pennar giungono la brigata Lombardia ed alcuni battaglioni ciclisti. Il Gen. Coardi di Carpenetto, comandante del XIV Corpo d’Armata, è silurato da Cadorna per il ripiegamento, giudicato intempestivo; viene sostituito dal Gen. Lequio. 24 Maggio La Brigata Alessandria e il II/206° riconquistano all’alba la Bocchetta di Portule, ma nel pomeriggio gli austriaci sfondano nuovamente il fronte ributtando gli italiani in rotta su Asiago. 59 RELAZIONE DI UN COMANDANTE DI BATTAGLIONE DEL 206° REGGIMENTO (27 MAGGIO 1916) Schierato inizialmente a nord della testata di val d’Assa, in una zona molto montagnosa, aspra e tormentata, il ripiegamento di quel reggimento aveva incontrato difficoltà assai maggiori. I reparti avevano finito necessariamente per slegarsi; un battaglione dal fondo di val d’Assa era risalito a un colle laterale e là si era difeso strenuamente; un altro aveva brillantemente respinta una pericolosissima puntata offensiva nemica. Soprattutto disperata e tenace aveva dovuto essere la difesa della caratteristica posizione di quel colle incombente da uno dei fianchi della montagna sul corridoio della val d’Assa, e quindi assai utile minaccia contro il nemico che inseguiva i nostri per la valle. E difatti il nemico aveva dovuto distaccare molte forze per togliersi quella spina dal fianco, e si era accanito contro quel punto; lo aveva terribilmente bombardato; lo aveva attaccato da varie parti, ed era stato un vero miracolo se il battaglione, che aveva colà così lungamente resistito, avesse potuto ripiegare in tempo per sfuggire a totale cattura. 43 43 GRAZIOLI, cit., pagg. 50-51; il testo si riferisce quasi sicuramente ai fatti d’arme di Cima Manderiolo e Cima Portule. 60 IL PROTAGONISTA Caporale Mario Poledrelli. IX squadra – III plotone – 10° compagnia – IV battaglione 206° reggimento (Col. Cottone) Brigata Lambro (Col. Brig. De Antonio) 34° Divisione (Magg. Gen. Alessandro Angeli) V Corpo d’Armata (Ten. Gen. Gaetano Zoppi) poi XIV Corpo d’Armata (Gen. Edoardo Coardi di Carpenetto). Panorama delle alture a est di Gorizia. Punto di vista il castello. Allegato 7. (Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 61 CAPITOLO QUARTO 1916 – 1917: DA COMO AL DOSSO DEL PALO Sulle vicende biografiche di Poledrelli, negli ultimi mesi di vita, abbiamo informazioni limitate e filtrate nella memoria; egli ha infatti cessato la scrittura di un diario in forma di taccuino. Invia invece molte lettere ad amici ed all’amata Angelica; ma, soprattutto, i maggiori contributi si ricavano dal giornale “La Rivista”, che si era incaricato di pubblicargli l’epistolario dal fronte. Riguardo ai giorni seguenti, il 22 Maggio 1916, ricaviamo notizie da un articolo de “La Rivista”: Mario Poledrelli, del quale abbiamo avuto occasione di pubblicare alcune sue lettere e un articolo di impressioni, si è eroicamente battuto, appena uscito dall’ospedale di Celana in quel di Bergamo, sul conteso Trentino, dove infuria la rabbia austriaca. Veniamo a conoscenza per via indiretta che ha avuto la fortuna, nel fervore delle mischie, di trarre a salvamento il Capitano comandante della sua compagnia e un sottotenente ferrarese. Ora egli è ricoverato in un ospedale militare di Verona, non ferito, ma di nuovo colpito da febbri. Di questi giorni ha scritto alla sua mamma una lettera semplice, buona, italiana nel pensiero e nella sostanza. “Sono salvo – scrive – e ho fatto come ho potuto meglio il mio dovere. Non dubitare mamma … Appena cacciate di dosso queste maledette febbri che mi tormentano da tanto tempo, ritornerò in mezzo ai compagni, così bravi, così forti, così allegri di audacia e di fierezza italiana”. E poi, in fondo, un lamento burlesco: “I tedeschi mi hanno ridotto … come S. Quirino. Non ho più camicie, ne calze. Erano nello zaino, ma, lo zaino, dove sarà adesso? Nella furia della baruffa ho perduto anche … il borsellino. Non credere che sia questa una trovata da … soldato per commuovere la mamma buona. Parola d’onore: sono in bolletta! Potrei dirti altro di più eloquente? Mamma: che brutta cosa la guerra …tedesca. Ma come bella, come santa la nostra! Noi diventiamo più buoni; gli altri più bestiali, più feroci. Ma noi vinceremo, non c’è da dubitare. Viva sempre l’Italia nostra!”1 Inizia un periodo travagliato, di febbri continue e ricoveri in ospedali: ad Agosto entra all’ospedale di Como, dove è costretto a rimanere per due mesi. La 1 La Rivista, 28 maggio 1916, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. Nel mese di Luglio pubblica altri due interessanti articoli, dedicati alla morte di Cesare Battisti e al pacifismo che va riaffiorando per stanchezza: i due testi in Appendice. 63 lunga convalescenza gli consente di proseguire la propria attività giornalistica2. Soltanto nel Settembre 1916, parafrasando l’ultima riga del diario, si riapre effettivamente la “fase eroica” della vita di Mario Poledrelli. Può infatti finalmente raggiungere nella zona di Gorizia la sua Brigata, partecipando a numerosissime azioni belliche nell’arduo compito di conquistare il monte San Marco, ed aprire la strada all’avanzata italiana in profondità verso le Alpi Giulie. Poledrelli, con il grado di Caporale, viene assegnato alla XII Compagnia del 206° Reggimento. Il 3 Settembre 1916 scrive a un amico: Io sono qui di fronte alla vittoria, ho visitato quelle posizioni conquistate dai miei gloriosi commilitoni e ti giuro che essi sono degni del poema. Quello che si è fatto è qualche cosa di meraviglioso. Speriamo che uno di questi giorni si senta dire che un nuovo miracolo hanno compiuto il genio ed il valore italiano.3 Ancor più interessante una lettera che Poledrelli invia agli amici ferraresi una volta tornato in trincea: Perché si ha un bel dire che questa non è guerra di eroismi individuali, ma un certo fegataccio ci vuole anche adesso. Non mi lamento di avere poco coraggio, ché, anzi, credo di averne per misurarmi col primo austriaco che mi verrà a tiro, ma non sono contento di me. Vorrei che mi si presentasse l’occasione per misurarlo alla prova come sul Trentino. In ogni modo speriamo bene. Intanto sappi che ti scrivo dalla prima linea. C’è odore, qui, di polvere e di vittoria.4 Di questo periodo della sua vita ci restano soltanto pochissime lettere, sufficienti però a farci rivivere lo stato d’animo di un combattente molto attento alla vita e alle opinioni dei soldati che incontra. Una lettera, spedita il 16 Settembre, tocca la “spinosa” questione della stanchezza e del bisogno di pace, che vanno diffondendosi; Poledrelli invece riafferma le proprie convinzioni: Questa sera forse il nostro reggimento andrà in riposo. Dove, non si sa, ma è certo che se lo merita, perché è quasi due mesi di vita di trincea. Lo sai che ho la fortuna di appartenere ad uno di quei reggimenti che primi sono entrati 2 Ad esempio, il 20 Agosto pubblica su “La Rivista” un’intervista al Procuratore di Como Lino Ferriani. 3 Lettera a Luigi Fabbri, GRECI, Luigi, Mario Poledrelli, l’operaio volontario di guerra. Lettere e diario alla vigilia della morte sul campo, cit., Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 4 La Rivista, 5 luglio 1917; nel testo si riporta la data 30 Dicembre, ma si tratta evidentemente di un refuso (a Dicembre Poledrelli era in ospedale a Milano), Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 64 in Gorizia? Spero che questo sia di buon auspicio per le battaglie del futuro. Perché questa guerra si deve vincere completamente. Non si deve lasciare a metà un’opera già magnificamente incominciata. Sarebbe un errore ed un delitto. Tanto sangue generoso sarebbe stato sparso invano. E questo non deve succedere. So che in Italia si parla con insistenza di una prossima pace. Male. Non si debbono creare illusioni. Quando la pace si affaccia sull’orizzonte oltre che dell’ulivo della pace deve essere munita del messaggio della vittoria. Perché io dico: ben venga la pace, purché sia vittoriosa, purché segni il completo schiacciamento dei governi centrali, purché rechi con se i germi di una nuova era di amore e di giustizia fra gli uomini. Se no, guerra sempre guerra.5 Gli scontri proseguono, ed il 1 Novembre 1916, sul monte San Marco, un forte bombardamento austro-ungarico determina il crollo della ridotta in cui sta di guardia Poledrelli; egli resta sepolto in stato di svenimento per due ore e viene ritrovato a fatica. Ne dà notizia pochi giorni dopo “La Rivista”6: Mario Poledrelli contuso. Sul Carso il 1° novembre, l’amico Capor. Mario Poledrelli, venne sepolto sotto il crollo di una ridotta – in cui era di guardia – colpita da granate austriache. Venne dissepolto dopo due ore di faticoso lavoro e raccolto svenuto. Ora è all’Ospedale militare di riserva di Milano, “mezzo sconquassato” – ci scrive – “come un vecchio volgare arnese da cucina”. Spera però di guarire presto per ritornare al suo bello ed eroico reggimento. Auguri di sollecita guarigione all’amico carissimo. Nel Gennaio 1917, quando fa ritorno al Battaglione sempre acquartierato nell’area di Gorizia; al momento della partenza scrive a Luigi Fabbri: Sono in procinto di partire alla volta del mio glorioso Reggimento sul … Parto per la terza volta nella zona della morte, della gloria, con la medesima serena fede della prima volta. Mai come in questi ultimi giorni ho sentito che il posto mio è quello della zona di guerra. Era ormai troppo tempo che oziavo per la caserma, tanto che avevo vergogna di rimanere ancora qui, pensando che tanti miei valorosi compagni sono alla fronte… Mi consideravo, al cospetto di loro, e di fatto, se pure contro la mia volontà, lo ero, un – con rispetto parlando – imboscato… Ma, cosa vuoi, il mestiere del vigliacchetto non lo so imparare e non lo voglio imparare. Non sono un eroe per questo, 5 Lettera a Luigi Fabbri del 16 settembre 1916, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 6 La Rivista, 9 novembre 1916, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 65 Monte San Marco - Saliente Bassi. (Collezione Nicola Persegati). ma non voglio che la mia coscienza abbia a rimproverarmi, domani, il dovere non compiuto o compiuto a metà… In questi giorni si parla con insistenza di una grande piaga che fa dolorare la gran madre nostra, l’Italia: quella degli imboscati. Il problema merita una energica radicale soluzione… Ma il genere imboscato, in sé, più che odio, indignazione, mi suscita commiserazione, disprezzo. Che uomo può essere costui? Un mezzo uomo, un quarto di uomo, ed allora che gusto c’è vivere in quel modo? Cosa vuoi che ti dica, se io dovessi scampare alla morte, a costoro preferirei l’ultimo fantaccino, magari incosciente, che ha partecipato a qualche fatto d’armi…. 7 E il 28 Gennaio8: Ti dirò che gli ultimi avvenimenti diplomatici, mi hanno certamente lasciato indifferente. La pace? “Verrà quando sarà finita la guerra” diceva un mio soldato. Filosofia lapalissiana sana ed onesta. Ma certo che verrà solo quando, attraverso vittorie nostre, la libertà e la giustizia saranno assicurate nel mondo. Alla notizia dell’inizio della rivoluzione in Russia le sue speranze attingono nuova linfa9: 7 La Rivista, 25 gennaio 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 8 Il Fascio, 28 gennaio 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 9 Il Fascio, 25 marzo 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 66 Seguo, in quanto si può, le capriole americane. Credi a me che tutto questo crea nei soldati combattenti, nei quali naturalmente è vivissimo il desiderio di una bella pace, nausea. La pace verrà, e speriamo presto, ma non sarà decisa dalla diplomazia dei neutri, ne dalle stupide querimonie dei piccoli mascalzoncelli schiavi dei mustacchi di Guglielmone, ma sarà lo sforzo eroico, contemporaneo del soldato dell’Intesa, combattente sul fronte unico, e dal conseguente sforzo finanziario dei popoli. Sono orgoglioso e lieto per gli avvenimenti in Russia. Sullo sfondo c’è sempre Angelica; i tormenti sentimentali, che nasconde agli amici e ai compagni, sono ben presenti nel suo cuore. Le scrive un’importante epistola: Io sono qual fui sempre, costantemente innamorato di voi. Ho provato, non ve lo nascondo, di dimenticarvi; ho provato ad amare una fanciulla 10 che mi adorava, ne sono certo, ma non ho potuto. Non ho potuto riscaldare colla ipocrisia il cuore mio. Quando io abbracciavo lei, cercavo di confondere i sensi ed i sentimenti nei suoi baci, mi accorgevo che il cuore mio ne sentiva un’amarezza infinita. Ed avevo disgusto di me stesso. Tanto che per liberarmi dell’amore di questa fanciulla e liberare la mia coscienza dai rimorsi, ho dovuto abbandonarla inventandone io stesso il motivo. Ma non importa che mi dilunghi oltre. Sono certo, troppo certo che vi immaginiate quello che fu Lettera ad Angelica di Mario Poledrelli dalla zona di guerra 8 aprile1917. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 10 Si tratta certamente di Amelia, la ragazza di Conco incontrata nel 1916. Il rapporto era proseguito per alcuni mesi, fino al distacco a causa di Angelica. 67 il mio stato d’animo per comprendermi e per compatirmi.11 Poledrelli continua il suo messaggio descrivendo ad Angelica la sua vita al fronte: È dura, sì, la vita che noi si conduce, è disseminata di disagi, che con abnegazione si sopportano e di pericoli che con serenità si affrontano. La via che noi si deve percorrere. Ma il fine, la meta che si deve raggiungere è così radiosa e così superiore che vale quanto noi si soffre, quanto noi si perde in sangue ed energia. Vale anche la nostra infelicissima vita di mortali, lasciatemelo pur dire, parlo per me, egoista! Parlo della mia esistenza che non è mai stata illuminata da un raggio di letizia, se non di felicità; parlo per me, che l’amore mi ha portato pene sanguigne.12 Toni analoghi, di angoscia commista a volontà, troviamo in un’altra missiva ad Angelica: Anch’io certe notti mi sveglio di soprassalto e mi si impadronisce una volontà infinita di morire, di finirla con questa vita piena di emozione, di disagi, di dolori, di pericoli e di ben rare seppur grandi soddisfazioni. Ma subito mi riaffiora il senso del dovere, della necessità non per me ma sibbene per la patria e per l’idea, alle quali ruberei un soldato, per la mamma mia adorata che forse morirebbe di crepacuore, per gli amici tutti. Forse sarà anche per voi, causato dal vostro sensibile sentimento che non può sopportare con serenità la lontananza della persona amata.13 Il 9 Maggio scrive a Luigi Fabbri: In questi momenti si fa il capitolo decisivo della storia umana e non è difficile che qualche artefice di questa cada nell’esercizio delle sue funzioni. Ma speriamo che almeno per quanto che riguarda gli amici nostri ciò non debba accadere e che a guerra lietamente finita ci si trovi tutti inneggiare alle fortune dell’Italia nostra e dell’umanità affrancata dal pericolo del selvaggio teutonico. Il mio valoroso e bello reggimento batte le medesime posizioni di quello di Zanin14 ed ha ragione di scrivervi di preparare le bandiere. Non so cosa possa accadere. Perché nulla si sa e se sapessi qualche cosa nulla vi direi. Solo vi basti sapere che nei soldati c’è il convincimento, la persuasione, che proviene dalla fede nella propria forza morale e materiale che sul Colle 11 Lettera autografa dell’8 Aprile 1917, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 12 Id. 13 Lettera autografa del 15 Aprile 1917, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 14 Si tratta dell’amico e concittadino Giovanni Vincenti, detto Zanin, corrispondente de “L’Avvenire”. 68 di San Giusto pianteremo la nostra bandiera. Mi raccomando di tenermi un bicchiere di quel famoso vino. La mia salute è ottima come il mio morale.15 Il giorno successivo scrive a Giuseppe Longhi : Io che sono qui in una buca, che attendo solo un ordine per sortire e per offrire la mia vita in olocausto all’idea dell’umanità e della giustizia, ti dico: il tuo dovere è quello di rimanere. Chi potrà con giovanile audacia sventolare la nostra bandiera, che potrà con vigore di fede, meglio e più forte del tuo difendere la nostra idea dagli attacchi subdoli e vili dei nostri nemici interni molto più disprezzabili della canaglia dell’Imperatore Carlo? La nostra provincia ha bisogno, ha necessità che un giovane rimanga con la sua fede italiana e umana a neutralizzare l’opera nefasta, idiota, austriaca del neutralismo rosso e nero. E se tu parti, se anche tu te ne vai, chi rimane? I nostri nemici avrebbero il campo libero, rimarrebbero indisturbati nella loro opera oscena. Quindi accetta il mio consiglio: rimani! Gli scagnozzi gettano alle tue calcagne il verme della diffamazione? E tu fregatene. L’affetto e la solidarietà dei tuoi Cartolina di Mario Poledrelli alla sorella Camilla dalla zona di guerra 16 aprile 1917. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 15 La Rivista, 13 maggio 1917; anche in GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 69 amici conta di meno che la stima dei gesuiti? Ti dico: rimani! Perché l’opera tua è inutile o quasi come soldato; è necessaria come cittadino.16 Poi all’amico Mario Busatti racconta l’incontro con Zanin a Gorizia: …incontrai il giorno 17 in Piazza del Municipio a Gorizia: Zanin. Non puoi immaginare la vivissima gioia che entrambi ci invase. Ambedue scalcinati perché di ritorno dalla trincea. Io avevo la giubba e i pantaloni sforacchiati dalle caramelle di fabbrica austriaca. Lui mezzo stralancato per la caduta contratta in una corsa verso il nemico. E così noi due campioni di Ferrara ci siamo accompagnati andando a bere un caffé nel migliore e più elegante Caffé di Gorizia. Abbiamo insieme rievocati i giorni del beato cincischiare e insinuare ferrarese. E poi ci siamo lasciati…17 Di quel ultimo incontro, ricorda il Zanin: Ci abbracciammo e baciammo, in Gorizia … In quell’incontro mi disse ciò che ripeteva agli amici che da Mathausen non mi avrebbe mai scritto perché sarebbe rimasto sempre o vivo o morto, prigioniero mai.18 Verso gli ultimi di Maggio 1917, prima del ritorno in prima linea: il suo Battaglione è acquartierato in riva all’Isonzo, alle falde del monte Sabotino. Racconta un commilitone 19: Prima di vederlo, udii una delle sue caratteristiche larghe risate. Stava in quel momento a cavalcioni di un parapetto, tagliando, in tante parti, per i suoi soldati, un pezzo di formaggio. Dopo gli abbracci e baci, combinammo di rivederci ancora quando il suo battaglione sarebbe andato in trincea… La sera desiderata e triste venne. Quando mi vide uscì dalle file e, dopo essere avvenuto quello che si può bene immaginare, prese la corsa per ritornare ancora nelle file; ma, fatti pochi metri, si voltò indietro gridando a me, che ero rimasto lì sconsolato: Salutam Frara!… Il susseguirsi di assalti sul monte San Marco porta Poledrelli presso la località “Dosso del Palo”, nel settore a nord-ovest del monte. Il 31 Maggio scrive all’amico Ugo Gaini: Il paese, la grande maggioranza di esso non è degno dell’ora che si attraversa. Il paese non sente la tragicità morale della guerra, non si rende conto dei grandi sacrifici che i suoi figli sopportano al fronte e perciò si perde nelle qui16 Lettera del 10 maggio 1917, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 17 Lettera del 17 maggio 1917, GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 18 Gazzetta Ferrarese, 29 giugno 1917, Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara. 19 Corriere Padano, 3 giugno 1927, Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara. 70 squilie di una politichetta di provincia, nei pettegolezzi di farmacia paesana e … si tratta di quella parte ignobile che della guerra sfrutta i disagi economici ed il sangue sparso, per una bassa speculazione elettorale e di parte… Ti posso garantire, amico mio, che la parte più sana, più degna, più nobile della nazione è qui alle frontiere, è l’esercito combattente; sono questi magnifici soldati, brontoloni e scontenti di tutto e di tutti, ma che di fronte al nemico, in combattimento, sanno serenamente morire, compiendo, con abnegazione, il difficile dovere loro. Lo so io, che ho avuto la grande fortuna di essere attore e spettatore, nello stesso tempo, delle loro insuperabili gesta. Quindi per un uomo di mente e di cuore, malgrado che quivi la pelle sia in pericolo, la vita morale è più bella e più sopportabile….20 Poi, il 1 Giugno, invia agli amici del Caffé Milano una cartolina di saluti scritta a matita dalla trincea, il suo ultimo messaggio: Coraggio e avanti.21 Tre giorni dopo, il 3 giugno 1917, sul San Marco imperversa un forte fuoco d’artiglieria a spazzare le linee, molto contorte e spesso intersecantisi fra loro; tra il crepitio delle mitragliatrici e il rombo delle bombarde a sconvolgere reticolati ed opere di difese, si susseguono attacchi e contrattacchi. Gli austriaci si impossessano di una trincea improvvisata. I fanti del 206° reagiscono immediatamente, giungendo ad un corpo a corpo sanguinoso. Al termine dello scontro si registrano vari caduti: fra i tanti un ventiquattrenne ferrarese, biondo, non molto alto, di nome Mario Poledrelli22. Quando si iniziano a raccogliere feriti e cadaveri, il corpo di Poledrelli viene cercato inutilmente. Le cause della morte restano a lungo incerte: l’amico e commilitone Giovanni Vincenti inizialmente afferma che sarebbe stato colpito mortalmente da una scheggia di granata mentre era in trincea, in una fase di sosta dei combattimenti.23 A distanza di alcuni giorni però lo stesso Vincenti assume informazioni da testimoni sul campo: Poledrelli è stato colpito alla fronte da una pallottola e sepolto nel terreno dai sommovimenti provocati dal bombardamento.24 Il suo cadavere non verrà comunque mai ritrovato. 20 GRECI, Mario Poledrelli…, cit. 21 La Rivista, 5 luglio 1917, cit. 22 La data della morte del Poledrelli non è certa. Negli articoli di giornale e negli atti ufficiali si parla del 3 o 4 giugno 1917. Noi siamo propensi per il 4 giugno come risulta dal suo Foglio Matricolare. 23 La Gazzetta Ferrarese, 29 giugno 1917, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 24 La Rivista, 12 Luglio 1917; vedi anche in GRECI, Mario Poledrelli…, cit. 71 La notizia della sua morte giunge a Ferrara a inizio luglio, sotto forma di una fredda notifica ufficiale: Deposito 67° Reggimento Fanteria Ufficio Informazioni n. 976 di prot. I Como 25 giugno 1917 OGGETTO: Comunicazione di morte al Sig. Sindaco di Ferrara Compio il doloroso incarico di partecipare alla S. V. la morte del caporale Poledrelli Mario di N.N. del 206° Fanteria, classe 1893, avvenuta il 3 giugno 1917 in zona di guerra in seguito a ferita. La S.V. è pregata di comunicare con i dovuti riguardi la fatale notizia alla famiglia del caduto, esprimendo sentito condoglianze a nome di questo comando.25 Moltissimi amici di Poledrelli sentiranno il bisogno di esprimere il proprio ricordo del caduto, anche attraverso interessanti articoli sui giornali cittadini26. Nel 1925 verrà redatto infine l’Atto di Morte27: L’anno millenovecentoventicinque addi trenta maggio a ore nove e minuti quaranta nella casa comunale io rag. Lino Genta, segretario delegato dal sindaco con atto ventidue ottobre 1923 approvato ufficiale di stato civile del comune di Ferrara, avendo ricevuto dal Ministero della Guerra, copia atto di morte ho qui per intero esattamente trascritto: estratto dell’atto di morte del Caporale Poledrelli Mario, iscritto nel registro degli atti di morte in tempo di guerra del 206° fanteria, a pag. 91 ed al n. 793 d’ordine. L’anno 1917 il giorno 4 del mese di giugno nel San Marco di Gorizia mancava ai vivi alle ore _ in età di anni 24 il Caporale Poledrelli Mario 206° Fanteria III Compagnia, Distretto Militare di Ferrara, nato ad Argenta (17/7/1893 Ferrara), figlio di N.N. e di Giovanna Silvia, celibe, morto in combattimento. L’ufficiale di amministrazione incaricato della tenuta del registro firmato V. Birichilli I testi firm.to S. Tenente Rizzo Giuseppe. Soldato Lazzaroni Lazzaro Detta copia munita del mio visto viene inserita nel volume degli allegati a questo registro. 25 GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 26 Vedasi un’antologia di testi in Appendice. 27 UFFICIO STATO CIVILE – COMUNE DI FERRARA Volume “Atti di Morte” Parte II, Serie C., pag. 269 (Redattore Lino Genta), GRECI, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara. 72 48° Divisione, veduta su quota 171 e quota 200. (Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Roma). 73 COMMENTO STORICO NOTE STORICHE SULLA BATTAGLIA PER IL SAN MARCO LE FORZE CONTRAPPOSTE NELLA X BATTAGLIA DELL’ISONZO (12 MAGGIO – 10 GIUGNO 1917) ITALIA – LA 48° DIVISIONE Comandata dal Magg. Gen. Francesco Saverio Grazioli, era composta da: Brigata Taranto (143° e 144° reggimento, Gen. Santarnecchi) Brigata Lambro (205° e 206° reggimento, Gen. Rognoni) Brigata Messina (93° e 94° reggimento, Gen. Ferrari) 52° Artiglieria da Campagna; LXXIII battaglione Genio. Il fronte della Divisione è situato immediatamente al ridosso orientale di Gorizia, dal colle di Castagnavizza alle falde meridionali del San Marco. IMPERO AUSTROUNGARICO – LA 14° DIVISIONE DI FANTERIA Comandata dal Magg. Gen. von Szende, era composta dalla 27° e 28° Brigata fanteria. LA BRIGATA LAMBRO DA OSLAVIA AL SAN MARCO Allo scoppio della VI Battaglia dell’Isonzo, il 6 Agosto 1916, la Brigata Lambro28, aggregata alla 24° Divisione (VI C.orpo d'Armata, III Armata), è schierata fra il torrente Peumica e il Vallone dell’Acqua; il settore, a mezza via fra San Floriano e Oslavia, è detto Lenzuolo Bianco (il nome deriva dai ruderi d’una casa bianca che, di lontano, davano l’impressione d’un lenzuolo steso ad asciugare). Il compito principale della Brigata è conquistare q. 188, per convergere sul Dosso del Bosniaco e calare a Peuma ed all’Isonzo. Q. 188 viene conquistata dal 205°; il Dosso del Bosniaco cede anch’esso dopo strenua 28 Ove non indicato altrimenti, fonte documentaria principale per queste notizie è: MINISTERO DELLA DIFESA, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915 – 1918, Brigate di Fanteria, vol. 6°, Roma, 1928. Per ulteriori informazioni vedasi anche: GRAZIOLI, Francesco Saverio, In guerra coi fanti d’Italia, Roma, Libreria del Littorio, 1929 LONGO, Luigi Emilio, Francesco Saverio Grazioli, Roma, SME Ufficio Storico, 1989 PINCHETTI, Rodolfo, Isonzo 1917, Milano, Corbaccio, 1934 PRIMICERJ, Giulio, 1917 Lubiana o Trieste?, Milano, Arcana, 1986. 75 resistenza. La sera del 7 Agosto la Brigata è vittoriosa su tutta la linea, seppur con gravi perdite (33 ufficiali e 1200 soldati); ha catturato un migliaio di prigionieri e molte armi. Lo stesso giorno 7 Agosto viene aggregata alla 43° Divisione e trattenuta sulle linee conquistate, mentre forze fresche sono lanciate a proseguire l’avanzata. Il 10 Agosto la Lambro, riorganizzata, tocca l’Isonzo in zona Peuma e costruisce una passerella sul fiume: riesce così lanciare alcuni reparti a nord di Gorizia, verso Salcano, Kromberg e il Monte San Gabriele. Presso il Cimitero viene però arrestata dal fuoco delle mitragliatrici austriache poste sul San Gabriele e sul colle di Castagnevizza. Dal 14 al 24 Agosto tenta inutilmente lo sfondamento delle linee nemiche: il comportamento in battaglia vale ai due reggimenti la Medaglia d’Argento al valor militare. Il 25 Agosto le truppe sono inviate a riposo a Pri Fabrisu. Nel mese di Settembre la Brigata è tuttavia ancora impegnata in alcuni combattimenti in zona Casa Rossa; scrive in quei giorni Grazioli (appena promosso Maggiore Generale): Non hanno più aspetto umano. Sono laceri a brandelli avendo dovuto superare sotto il fuoco i reticolati nemici, infranti sì ma ancora aggrovigliati. Barbe e capelli da selvaggi… biancheria proprio scomparsa; la maggior parte portano camicie da donna sbracciate e con pizzi, trovate a Gorizia. Roba da far ridere e piangere. E pure hanno l’occhio ardito e quando passo fra loro mi guardano sorridendo, pieni di coraggio e di fiducia.29 Il 15 Ottobre30 la Brigata viene infine assegnata all’espugnazione dell’area settentrionale del San Marco (linea q. 102 – Casa Rossa – Casa Scoperchiata). Il San Marco, cardine strategico del sistema di alture ad est di Gorizia, in posizione centrale fra il Panowitz e il torrente Vertoibizza, rappresentava un bastione austroungarico contro cui l’esercito italiano si sarebbe scontrato a lungo e inutilmente. Le condizioni stesse di sussistenza dei fanti erano tremende: dominati dall’alto dal nemico, colpiti d’infilata dal San Gabriele e dalle cime attigue, vivevano in trincee precarie, dove in Autunno la pioggia s’infiltrava allagando tutto e determinando frane continue. Il 28 Ottobre scatta, inutilmente, il primo attacco italiano31; il 7 Novembre la Lambro prende parte ad un nuovo attacco in forze contro le linee austriache: il 206° occupa q. 100, Casa Due Pini e s’arrampica verso q. 171 dove è costretta ad arrestarsi. La Brigata è poi inviata a riposo fino al 14 Novembre, quando un contrattacco 29 LONGO, cit., pag. 82. 30 Sono i giorni in cui Poledrelli torna al fronte, aggregato alla III Compagnia, I Battaglione 206° Reggimento. 31 Nel corso dei bombardamenti susseguenti Poledrelli resta sepolto dal crollo di una ridotta. 76 austriaco impone il ritorno sul San Marco: il 206° riesce a riprendere le posizioni perdute al prezzo di 18 ufficiali e 530 soldati. Le truppe possono infine scendere a riposo, a Subida, per riorganizzarsi. Nel Gennaio 191732 la Brigata ritorna sulle sue posizioni; i combattimenti si riaccendono il 9 Febbraio, quando un attacco imperiale determina la perdita di alcune trincee a Casa Due Pini e a q. 102: un contrattacco, condotto anche da due plotoni di Arditi, ristabilisce ben presto la situazione (perdite: 9 ufficiali e 350 soldati). Nei mesi di Marzo e Aprile la Lambro è a riposo a Subida; il 4 Maggio alcuni Battaglioni33 sono inviati a Gorizia; il 6 Maggio l’intera Brigata è nuovamente sul San Marco per tentare lo sfondamento della linea austriaca (azione sussidiaria nei piani di Capello relativi alla X Battaglia dell’Isonzo). Il 206° opera a nord (Casa Diruta – q. 171 – q. 200), il 205° deve attaccare la cima (q. 227) e le pendici meridionali, per calare in piano. Il 14 Maggio, dopo un intenso fuoco d’artiglieria, il III/206° attacca q. 200, mentre il II/206° raggiunge Casa Due Pini, Dosso del Palo e q. 171. Più a sud, il I/205° e il III/205° arrivano a q. 200 e q. 100. Le perdite sono gravi (38 ufficiali e 1618 soldati), ogni ulteriore avanzata è impossibile e i nemici contrattaccano continuamente. Il 17 Maggio la Brigata è inviata a Villanova di Monte Fortin per riorganizzarsi. Torna in linea negli ultimi giorni di Maggio. Nella notte sul 3 Giugno34 gli austriaci, previo breve ma violento fuoco d’artiglieria, colgono lo schieramento della Lambro in un momento critico (il II/205° e il I/206° stanno effettuando la reciproca sostituzione) e assaltano Dosso del Palo, riuscendo a infiltrarsi nella valletta a est del bosco ed a conquistare la trincea fra Casa Rossa e q. 100. L’arrivo di rincalzi italiani blocca l’offensiva, riconquistando parte del terreno perduto e catturando 3 ufficiali, 40 soldati e una mitragliatrice. Alla sera un nuovo attacco italiano ristabilisce definitivamente la situazione. Il 23 Giugno la Brigata è inviata a riposo fra Pradis e Subrida. Fra il 19 e il 22 Agosto, durante la XI Battaglia dell’Isonzo, tenta nuovamente di conquistare il San Marco, ma tutti gli sforzi sono vanificati dalla ferrea resistenza austriaca. Il 31 Agosto la Brigata è inviata sulla Bainsizza centrale, nel settore di Okroglo; qui viene colta dalla crisi di Caporetto: si ritira lungo l’asse Jelenik – Plava – Madrisio – Ponte della Priula. Il 21 Novembre la Lambro viene disciolta dal nuovo Comando Supremo. 32 Poledrelli ritorna in quei giorni in linea. 33 Fra cui il I/206° di Poledrelli, che si attenda alle falde del Sabotino. 34 Si tratta della circostanza che determina l’uccisione di Poledrelli. Resta purtroppo indefinita la data precisa della sua morte: alcune fonti riferiscono del 3 Giugno (al sopravvenire dell’attacco austriaco e dei primi contrattacchi italiani); altre, fra cui l’estratto di morte e il foglio matricolare, recitano la data del 4 Giugno (nel corso dei successivi contrattacchi italiani di assestamento della linea). 77 La Rivista, 12 luglio 1917. In memoria di Mario Poledrelli. (Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). DAL DIARIO STORICO DEL 206° REGGIMENTO – BRIGATA LAMBRO: LA GIORNATA DEL 3 GIUGNO 1917 (ESTRATTO) Dopo la grande offensiva del maggio contro il S. Marco il Reggimento, sceso a Boatina per un brevissimo periodo di riordinamento, ritornava in trincea nello stesso S. Marco con l’ordine di rafforzare la nuova linea raggiunta, ancora non salda perché da poco tempo strappata al nemico… Nella notte sul 3 doveva avvenire il cambio fra il I/206° ed il II/205°e si erano anche ordinati ingenti trasporti di materiale specie cavalli di frisia per completare la linea delle difese accessorie non sufficientemente robuste. Alle ore 22,3035 movimento per il cambio già iniziato, come pure il trasporto di materiali al quale erano adibiti circa quattrocento uomini. Alle 23 un violento bombardamento nemico fatto con medi calibri – barilotti si abbatte nelle nostre occupazioni di Dosso del Palo – Boscone sconvolgendo le difese, producendo perdite non lievi, sorprendendo in piena crisi di movimento le corvé addette al trasporto dei materiali ed il I° Battaglione che si accingeva al cambio. 35 Ovviamente del 2 giugno. 78 Il Monte San Marco, allegato 1, foglio 2. (Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). Simultaneamente al bombardamento e al tiro di interdizione, fatto con estrema violenza sui camminamenti di accesso e sul rovescio delle linee, reparti d’assalto austriaci di forza imprecisata, ma certamente notevole, attaccano le nostre linee nella Valletta ad est del Boscone (vedi schizzo) e il punto di saldatura tra il 206° ed il 205° a nord di Dosso del Palo (vedi schizzo). Le nostre truppe, che occupano i posti avanzati sulla fronte della ex caverna austriaca, 2° Compagnia 206° più quelli del Genio che sono intenti ai lavori di rafforzamento, non fanno in tempo ad arretrare nella linea di resistenza, impedendo così alle truppe che la presidiano ad aprire il fuoco contro il ne79 mico che avanza – il quale, infiltrandosi a nord dell’ex appostamento austriaco per mitragliatrice (Boscone) scende e riesce ad occuparlo, nonostante la resistenza dei nostri che reagiscono con estrema violenza all’attacco nemico. Con l’appostamento il nemico riesce ad occupare un centinaio di metri di trincea della prima linea (Lunetta). Ma viene trattenuto poi fermato alla destra dalla tenace resistenza del 2° Plotone della 2° Compagnia che sbarra la trincea con sacchetti a terra guardando con una squadra il fianco sinistro minacciato. Il tempestivo e pronto accorrere dei rincalzi, costituiti dalla 3°Compagnia del 206° riesce ad impedire ogni ulteriore progresso del nemico36. Verso le ore 4 del giorno 3, giunti i primi rinforzi, consistenti in due plotoni della 6° Compagnia del 205° fanteria, viene fatta avanzare da Dosso del Palo verso la caverna mitragliatrice del Boscone, e alla mercè d’efficace concorso di tali truppe fresche e nonostante il persistente bombardamento nemico, il nemico venne ricacciato dalla linea della Lunetta. Gli si catturano anche tre ufficiali, una quarantina di soldati e una mitragliatrice. Per tutta la giornata continua il violento fuoco nemico che già aveva distrutto le armi della 287° Compagnia – sconvolti i camminamenti d’accesso non del tutto rimessi in efficienza dopo l’offensiva del Maggio. Alla sera del 3 giugno (alle ore 20,30) si sferra il nostro contrattacco, accuratamente preparato nella giornata, per ritogliere al nemico il dominio che ancora teneva della Valletta interposta tra Casa Rossa e Casa quota 100. Dopo breve, ma violenta preparazione d’artiglieria le truppe del I/206° con due plotoni arditi del 205° Fanteria (10° e 11° Compagnia) attaccano con bello impeto, e riescono di slancio ad occupare la vecchia linea Boriani, riconquistando tutto il terreno perduto nel contrattacco austriaco del due, migliorando l’occupazione nostra immediatamente a nord del Dosso del Palo. Contemporaneamente all’attacco del I/206° le truppe del 205° contemporaneamente contrattaccano e giovarono non poco a ristabilire il collegamento tra i due reggimenti. Alle ore 21,30 tutta la linea è ripristinata e malgrado i reiterati attacchi nemici che si protraggono fino al cinque giugno le balde truppe del Reggimento sanno tenere quanto il nemico aveva loro momentaneamente sottratto. 37 36 Si tratta del contrattacco a cui partecipa Poledrelli, restandovi poi ucciso. 37 206° Reggimento di Fanteria. Diario storico militare, giugno – luglio 1917. Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito Roma. 80 BOLLETTINO DI GUERRA AUSTRIACO DEL 3 GIUGNO 1917 Nella regione del San Marco, presso Gorizia, i reparti del capitano Sonnewend rigettarono con un’energica puntata il nemico dalle trincee più avanzate. Esso lasciò in nostra mano 10 ufficiali, 500 uomini e 4 mitragliatrici. 38 BOLLETTINO DI GUERRA ITALIANO DEL 4 GIUGNO 1917 Sulle pendici occidentali del San Marco il nemico, dopo aver completamente spianato con tiri delle sue artiglierie le difese della nostra nuova linea, riuscì con un attacco in forze a penetrare in alcuni elementi avanzati. Arrestato dal pronto accorrere dei rincalzi, venne da un successivo contrattacco nettamente respinto con gravi perdite sulle sue posizioni. Lasciò nelle nostre mani 82 prigionieri, di cui 3 ufficiali. 39 MONTE SAN MARCO Il Gen. Grazioli ci descrive efficacemente la situazione tattica in cui la Brigata Lambro era venuta a trovarsi: La collina di San Marco si affaccia bruscamente sulla piana di Gorizia come un parapetto elevato lungo circa due chilometri. Prima della guerra (come è ritornata ad esserlo ora) era davvero una vaga altura, dalle forme tenui e ondulate, cosparsa di graziose cascine campestri, tutta coperta da folta boscaglia, mèta di piacevoli gite pei cittadini di Gorizia. Così disposta in traverso fra la ridente valletta, dal nome suggestivo di val di Rose, che la separa dalle vicine colline del Panovitz e le molto più basse colline di Sober fiancheggianti il corso della Vertoibizza, presenta, a chi la guarda dal piano, il profilo caratteristico di un leone accovacciato a cui manchi la testa. Il versante verso il piano è il più ripido; il versante opposto declina invece ondulato e assai più dolce e solcato da profonde valli boschive verso la conca di Aisovizza. La massima quota si eleva all’incirca di 200 metri sul piano di Gorizia… Su questa altura di San Marco si era irrigidita dunque la nuova linea di contatto fra noi e gli austriaci, con un tracciato e in una situazione così stravaganti, come se, nel corso fluttuante della battaglia, un’improvvisa ondata di freddo intenso avesse cristallizzate bizzarramente le due fronti strettamente avvinghiate nella lotta, e quindi senza nessun criterio logico offensivo o difensivo… … noi eravamo dovunque, inizialmente, in posizione molto svantaggiosa. 38 In PRIMICERJ, Giulio, 1917 Lubiana o Trieste?, Milano, Arcana, 1986, pag. 300. 39 Id. 81 Il Monte San Marco visto dal castello di Gorizia. (Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito, Roma). A sinistra, verso la città, perché, per quanto padroni del versante, non eravamo ancora padroni delle quote di cresta; a destra poi, cioè sul triangolo ferroviario, in condizioni ancora peggiori perché … il nemico ci dominava completamente dalle falde soprastanti del monte, come da un balcone che ci sovrastasse sulla testa… … eravamo anche soggetti al fuoco concentrato di tutte le artiglierie avversarie, non soltanto di fronte, ma anche di infilata e peggio ancora di schiancio, perché dal m. Santo o dal S. Gabriele, e dal margine settentrionale del Carso, quelle artiglierie ci tiravano quasi alle spalle, rendendoci ben amara la vita…”. 40 Trattando le vicende vissute sul San Marco, il Gen. Grazioli si sofferma anche sulla posizione detta Dosso del Palo: … la nona battaglia dell’Isonzo… non fu per noi, sul San Marco, che una rettifica delle posizioni fino allora raggiunte, ottenuta, sotto piogge torrenziali, con ripetuti attacchi parziali diretti a strappare palmo a palmo al nemico brevi tratti di terreno potentemente fortificati. In questa circostanza però truppe della mia brigata riuscirono a conquistare la tanto contrastata quota 171 e il vicino dosso del palo, così chiamato perché sopra di esso giaceva rovesciato un gigantesco sostegno di ferro a traliccio, abbattuto da un colpo di cannone, e che aveva fatto parte di una conduttura elettrica ad alto potenziale scaval40 GRAZIOLI, cit., pagg. 171-179. 82 . cante il monte. Entrambe queste due posizioni, prese e riprese più volte in seguito, costituirono in certo qual modo, e per molto tempo, fra i due avversari sul San Marco, il pomo principale della discordia ed il luogo dove più folta cadde la messe di vite umane inesorabilmente falciate dalle mitragliatrici e dalle artiglierie delle due parti.41 41 Id., pagg. 210-211. 83 Diploma della Croce di Guerra di Mario Poledrelli. (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Culturale di Ricerche Storiche Pico Cavalieri, Ferrara). 84 CONCLUSIONE IL “MISTERO” DI MARIO POLEDRELLI Termina qui il nostro breve excursus sulla vita di Poledrelli, che abbiamo delineato il più possibile attraverso quel che è rimasto delle sue parole, delle sue idee, dei suoi scritti1. La risultante complessiva, agli occhi di uomini d’oggi, è piuttosto contraddittoria, sotto certi versi sconcertante. Chi era veramente Mario Poledrelli? Un semplice eroe di guerra, morto a ventiquattro anni, celebrato dai concittadini con l’intestazione d’una via e d’una scuola? Un precursore della nuova società che il conflitto avrebbe generato, come ci spiegano i testi commemorativi redatti durante il ventennio? Un anarcoide protofascista, memorabile solo per la capacità di offendere gli avversari e ricevere mercede dai suoi finanziatori massoni, come lasciano invece intendere i recenti testi storiografici orientati politicamente a sinistra? Forse tutte queste cose insieme; ma anche altro ancora, se soltanto proviamo a calarci nell’epoca in cui si svolse la vicenda. Forse Mario Poledrelli è un personaggio emblematico, nel bene e nel male, di tutte le incertezze e di tutti gli equivoci di una società in ebollizione, bisognosa di catarsi, incapace di trovare soluzioni costruttive alla propria impellente ricerca di certezze. Le contraddizioni epidermiche del politico–soldato Poledrelli ci lasciano stupiti, proprio perché era forse lui il primo ad esserne stupito; e infatti lo vediamo continuamente porsi domande, darsi risposte, scuotere se stesso per imprimersi l’acquisita convinzione circa la verità delle sintesi faticosamente afferrate. Il suo originale anarco–individualismo forse non è che questo: una confusa idea di stampo ottocentesco (ricordiamo, nel suo diario del 1916, l’attestata ammirazione per Carducci), commista d’aneliti plurimi: amore, riscatto, giustizia, appartenenza non discriminata a un popolo, risarcimento dei torti subiti, affermazione individuale, pace assoluta. Un’idea tanto confusa da costringere il portavoce ad arrangiamenti complicati ogni qual volta le diverse spinte entravano in contraddizione. Così: l’ordine militare è necessario, ma il sistema di controllo e punizione è 1 In Appendice il Lettore potrà trovare diversi scritti del protagonista, nonché, in conclusione, alcuni interessanti contributi di vari autori, a lui dedicati e redatti dopo la sua morte. 85 sbagliato; l’organizzazione gerarchica non convince, ma va comunque sopportata in nome del bene collettivo da perseguire; lo stato stesso, infine, nei suoi canoni sabaudi e cadorniani, assume le vestigia di un talora fastidioso ma necessario fardello per addivenire al processo rivoluzionario supremo: la guerra vittoriosa e il riscatto. Non dissimili, del resto, dovevano essere i pensieri di tanti protagonisti coevi: da Filippo Corridoni a Cesare Battisti, da Pietro Nenni a Benito Mussolini: salvo che in tutti costoro la strategia militante, supportata da una cultura più organica, andava già assumendo canoni più realistici e smaliziati. La caratteristica più interessante di Poledrelli sta invece proprio qui: in un misticismo violento e ingenuo insieme, frutto della realtà provinciale ferrarese, di esperienze biografiche difficili e di una formazione sofferta ed inquieta. Cartolina Brigata Lambro, 206° Reggimento Fanteria. (Collezione privata). 86 A PPENDICE TESTI DI MARIO POLEDRELLI 1 KROPOTKINE Gazzettino Rosa, 3 novembre 1914 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara); poi in La Guerra Sociale – Settimanale Anarchico Interventista di Milano, diretto da Edoardo Malusardi (Greci, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara). La guerra di cui siamo spettatori dolenti è da molti considerata alla stregua di una grande rivoluzione. E’ incerto che tale sia nei riguardi delle istituzioni politiche ed economiche che governano le sorti dell’umanità in questo lasso di tempo. Ciò dipende dalle sorti militari dei due gruppi di potenze che sono in litigio. Ma quello che è certamente, incompatibilmente vero è il fatto che questa guerra ha rivoluzionato le posizioni teoriche e pratiche dei partiti e la coscienza degli individui. I frutti di trenta anni di propaganda teorica spicciola fatta dai partiti di avanguardia, astrazione fatta di quella a carattere dinamico e rivoluzionario, sono caduti miseramente nel vortice sanguinoso di questo immenso macello. D’altra parte, è bene constatarlo, a questo inaspettato urto hanno vittoriosamente resistito quelli che sono i canoni principali, fondamentali e classici che formano i movimenti rivoluzionari odierni. Crisi dunque. Quanti, al principio di questa guerra hanno compreso l’angosciosa verità di quelle pagine che Giuseppe Mazzini scrisse allorché la sua altissima mente e l’animo suo eletto furono visitate dal dubbio, martoriandogli, straziandogli, dilaniandogli la coscienza. Perfino quell’uomo, che sembrava il più rigido, il più intransigente, il più simpaticamente settario fra i socialisti italiani, ha dovuto confessare le oscillazioni della sua coscienza. Perciò ogni partito, ogni individuo avrà affannosamente cercato, in mezzo a tanta tenebra creata da sì immani avvenimenti, una luce chiara, un faro sicuro che servisse da guida in questa intricata topografia… ideale. E gli anarchici, incalzati dalla stessa crisi, dallo stesso dubbio degli altri partiti e individui, hanno anche loro cercato la loro luce, il loro faro. E l’hanno trovato. La luce che essi cercano venne agitata con mano sicura da un vegliardo: Pietro Kropotkine. Al primo anarchico che incontrate, domandategli quale precisa finalità egli con la sua propaganda ed azione rivoluzionaria si propone di raggiungere. Indubbiamente vi mostrerà: “la conquista del pane”, che è lo schema esatto, preciso, matematico di quella società dell’oro che è nelle sue aspirazioni, nei 87 suoi sogni. Domandategli ancora con quali criteri storici, morali, filosofici egli ha demolito la struttura di questa società. Certamente vi farà conoscere “La guerra rivoluzionaria” che è una nuova, originale anarchica interpretazione di quel grande avvenimento che fu la rivoluzione francese del 1789; “Lo stato” che è la più completa, suffragata da prove e documenti storici irrefutabili, critica dello stato moderno; “Le memorie di un rivoluzionario” che oltre ad essere la tragedia commossa e commovente di un anima, di un intelletto superiori, è anche la storia viva, il pastello brillante della società russa dal 1840 ai giorni nostri, ed è anche la storia del movimento rivoluzionario latino degli ultimi 30 anni; “La morale anarchica” che è la distruzione di tutte le ipocrisie, di tutte le menzogne religiose, economiche, sociali che si celano dietro l’appellativo di morale; “La società moderna e l’anarchia”, che è un assalto, brillantissimo, forte di cultura, poderoso per lo stile, contro Bergson, i filosofi dell’intuizione o, come li chiama sarcasticamente G. P. Lucini, i filosofi del press’a poco. Tutte queste sono le opere migliori che Pietro Kropotkine ha dato nel campo anarchico. Ma la sua attività cerebrale non finisce qui: sconfina nel campo scientifico. (…) Come il nostro Mazzini lasciò la letteratura per l’Italia irredenta. Così Kropotkine come il suo compatriota Leone Tolstoi lasciò la scienza per l’umanità irredenta. Ebbe torto? Giorgio Brandes opina che si. Crediamo che gli atti di questi grandi non debbano essere giudicati così definitivamente e recisamente. Evaso in un modo che ha del fantastico e del miracoloso con la complicità di scienziati, di rivoluzionari, di amici, parenti, dalla tetra fortezza di Pietro e Paolo, si rifugiò a Londra cortese ed ospitale sempre con tutti gli agitatori, con tutti gli apostoli di qualunque causa. Per campare la vita scrive articoletti per la grande rivista geografica: Nineeteuch Century. Ma poi desideroso di viaggiare corre in Francia, dove, per avere preso parte a movimenti rivoluzionari, viene imprigionato e condannato dal governo di Napoleone il piccolo; in Svizzera dove viene, per lo stesso motivo, espulso. Ma qui, nel mondo latino, dove ancora fervono fra i rivoluzionari le polemiche suscitate da Bakunine e Marx, egli diventa definitivamente anarchico. E nell’anarchismo, che fino ad allora erano sole idee non chiare, indefinite di Giuseppe Prudhon e di Michele Bakunine, fa un’opera scientifica di sistemazione, di critica, di ricostruzione. E con Carlo Caffiero, Andrea Costa, Enrico Malatesta, Eliseo, Elia e Paolo Reclus, Giovanni Grado, Giacomo Guillaume, fonda giornali, e in Svizzera e in Francia e in Italia e in Spagna. E’ in questi giornali che egli scrive i primi articoli, sostiene le prime battaglie. E C. Arold1 dice che il “sistema di Pietro Kropotkine è la concezione scientifica dell’anarchia”. Ed ancora oggi malgrado che la sua tarda età non 1 Arold – l’essenza dell’anarchismo 88 gli permetta di dare all’azione il suo contributo personale pure continua con una profusione che sorprende per un uomo di 74 anni, la sua attività intellettuale. La sua produzione ha la caratteristica comune a tutti i grandi: l’unità, la coerenza. L’avv. Luigi Molinari si è meravigliato come il Kropotkine inciti i rivoluzionari ad aiutare anche fattivamente il blocco di potenze che fanno capo alla Triplice Intesa contro l’imperialismo prussiano. E’ proprio il caso di dire che le meraviglie sono fuori posto, sono inutili. Pietro Kropotkine fu sempre contro il caporalismo. Il libertario non può avere simpatia per l’autoritarismo; il rivoluzionario non può andare d’accordo con il conservatore. La lotta troppo ignorata o meglio troppo mal conosciuta fra Michele Bakunine e Carlo Marx non fu una volgare bega personale come si vuol far credere, ma fu la lotta del federalismo contro l’accentramento, del rivoluzionarismo contro il riformismo, dell’anarchismo, infine, contro l’ultima incarnazione teorica dello stalinismo che si incarnava nella social-democrazia tedesca rappresentata da Carlo Marx. Pietro Kropotkine è anarchico e siccome la libertà anarchica è umana, è universale, è superiore alle classi, così egli ha sempre espressa la sua simpatia per tutte le nazioni oppresse. E naturalmente in questa guerra egli è per la Francia e il Belgio invasi dalla Germania; è per la Serbia invasa aggredita dall’Austria. Pietro Kropotkine è un rivoluzionario, è un intellettuale. Egli crede con Victor Hugo che il libro scalzi l’edificio di menzogne, di ipocrisie, di oppressione che è l’attuale società. Considerato quindi che la Francia sia nelle aspirazioni politiche del suo popolo, sia nella cultura è all’avanguardia della civiltà moderna, egli è per la Francia. Unico suo rammarico è quello di non potere essere utile a quella nazione anche con il concorso personale. In forza di queste ragioni egli proclama:2 “E’ proibito di restare neutrali poiché nel caso attuale la neutralità non sarebbe che complicità in favore del pugno di ferro tedesco”. Possono i gretti di cuore o i pigri di cervello, anche se anarchici, non capire l’ideale bellezza del pensiero di Pietro Kropotkine, ma la verità che dalle sue parole sgorga non si arresta di fronte alla loro impotenza celebrale, passa oltre e si afferma nella storia, senza di loro, contro di loro. Noi oggi con Pietro Kropotkine, Amilcare Cipriani, Giovanni Vaillant e mille altri illustri sconosciuti, gridiamo la strofa di Enotrio Romano3: E sol tra i casi della pugna orrendi E flutti d’aste e fulminose spade Nel vasto sangue popolar discendi O Libertade. 2 Il Resto del Carlino e La Stampa del 16 ottobre 1914 3 Pseudonimo adottato da Giosuè Carducci. La poesia sotto riportata è “Alla libertà” (Juvenilia). 89 2 LE IDEE ANARCHICHE E LA GUERRA L’Internazionale di Parma, diretto da Alceste De Ambris, 9 gennaio 1915 (lo stesso articolo viene riproposto, con lievi modifiche, il 30 gennaio). (Greci, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara). Perché io comprendo l’anarchismo come la più alta, la più disinteressata, la più sublime espressione della solidarietà umana; l’anarchismo che per me, non è un partito come il socialista che non vede e non conosce altri interessi, altra realtà che non sia la classe o il partito come il nazionalista che, non vede, che non conosce altri interessi che non siano quelli ristretti nei limitati confini di una nazione; ma, senza negare e l’una e l’altra, non va oltre di essa per arrivare alla meta dell’umanità libera e redenta. La lotta di classe è una realtà che gli interessati sofismi della borghesia e quelli pietisti delle varie scuole cristiane non possono sopprimere. La lotta di classe è un apportato della moderna civiltà capitalistica. In questa lotta noi siamo per la classe operaia non solo perché è la più sfruttata e tiranneggiata dalle classi dirigenti e detentrici dei mezzi di produzione e lavoro, ma anche e, starei per dire, soprattutto perché possiede, malgrado siano assopiti dal narcotico riformista, conservatore e religioso – tale uno spirito rinnovatore che non ha nelle altre classi. Noi crediamo che il trionfo della classe sia il trionfo dell’umanità sulla barbarie perché il sentimento del giusto le è famigliare, come non lo può essere nella borghesia, che la consapevolezza del dominio soffoca in essa ogni sentimento nobile e generoso; che il sentimento del giusto può essere presente nei pensieri delle classi inferiori che formano il quinto stato perché vivono una vita che è al di fuori e sotto ogni senso di dignità, di moralità, di umanità. Solo dunque alla classe lavoratrice, se educata alla scuola della rivoluzione spetta il grande, magnifico compito di iniziare l’era di migliori destini per l’umanità. Ne’ si può negare la realtà della nazione. L’herveismo della prima maniera è fallito. La guerra attuale si è incaricata di fargli un funerale. E’ un funerale di terza classe. La nazione – diceva Giuseppe Mazzini, con il conforto di Michele Bakunine – diventa tanto più sacra quanto più è minacciata. La prova più lampante, più inequivocabile è in questo torno di tempo. Tradita l’Internazionale dall’imperialismo ipocrita dei socialisti tedeschi, ogni partito, ogni individuo dei singoli paesi è tornato alla nazione. Io non posso negare di essere nato in Italia e quindi rinnegare il genio di questa terra che, da Spartaco ai Comuni dell’Evo Medio, da Giuseppe Mazzini a Garibaldi, fino a Carlo Cafiero ed alla 90 gloriosa internazionale, ha dato tanta parte di se stesso alla superiore causa dell’umanità. E’ per questo che io mi sento di difendere l’Italia anche – e diciamola la verità – sotto le insegne del Signor Vittorio Emanuele. Dunque la mia consapevolezza di italiano e la mia coscienza di anarchico mi consigliano un atteggiamento che è la naturale conseguenza della mia educazione e della mia anima anarchica: contro la neutralità, per la guerra. Contro la neutralità che nella collettività come negli individui è, nella maggioranza dei casi impotente di comprendere i grandi problemi umani della vita moderna; contro la neutralità che nel governo è vigliaccheria generata dalla paura di perdere il potere già traballante dalle giornate rosse del giugno scorso;4 contro la neutralità della borghesia. Per la guerra contro la Germania che difende il feudalismo, contro la moderna civiltà capitalistica, che difende il passato contro l’incalzante e rivoluzionario avvenire; contro la Germania che rappresenta un attentato perenne con la sua cultura, con i suoi 420 alla libertà politica intellettuale e morale verso la quale marcia con passo sicuro e baldanzoso l’Europa civile. Per la guerra contro l’Austria che con i suoi popoli soggetti, uniti solo dalla forza del pugno di ferro militare della Casa d’Asburgo e dall’ingranaggio amministrativo, rappresenta nel mondo la più odiosa e ripugnante delle tirannie. Insomma non si vuol capire che noi questa guerra la consideriamo se non una guerra dell’avvenire, certamente del presente contro il passato che vuol risuscitare e dominare per mezzo e con la forza delle armi teutoniche. Può darsi – e non lo è perché la borghesia non vuole la guerra – che questa guerra sia considerata dalla borghesia come una guerra di difesa dei suoi interessi, delle sue ricchezze minacciate dalla rapacità dei loro colleghi tedeschi. Ed allora si ha questo risultato che del resto non sarebbe affatto strano che mentre i popoli della Triplice Intesa versano il sangue in difesa di interessi capitalistici, lo versano anche in difesa del movimento rivoluzionario minacciato dalla Germania conservatrice. Ma questa, mi par già di sentire obbiettare da qualche neutralista rivoluzionario (conciliate i termini) è una guerra democratica che può averci tutt’al più spettatori passivi. Spettatori passivi? Ma come potete restare incerti, con le mani alla cintola, buddistici ammiratori dell’ombelico di fronte a si grande carneficina? Ma chi paga le spese più doloranti e più gravi non è forse il proletariato? Ed allora non vi sono che due vie naturali, logiche, umane. Non c’è posto per una terza che possa conciliare l’inconciliabile. O contro la guerra, ed allora, perché così ora si presenta la sensazione, fare la rivoluzione, e non 4 Accenna al violento e sanguinoso sciopero generale del giugno 1914 91 solo in Italia, ma risuscitarla anche e specialmente nelle nazioni belligeranti. (Ma ciò è impossibile e materialmente e moralmente). O in favore della guerra perché dalle zolle concimate dai sudori, dalle lacrime, dai dolori, dal sangue dei proletari, maturino, più che sia possibile frutti di libertà e di benestare per quelli che rimangono. Ma, lo ripetiamo, la neutralità denota vigliaccheria od impotenza. In quanto poi ad essere, questa guerra che combattono i popoli della Triplice Intesa, a carattere democratico è una tale verità che noi ci guardiamo bene dallo mentire. Diciamo di più: è la ragione principe che ci fa essere intervenzionisti. (…) 3 LA DICHIARAZIONE L’Internazionale, 10 aprile 1915 (Greci, Luigi, Tesi di Laurea, Mario Poledrelli e l’interventismo ferrarese, Archivio Storico Università degli Studi di Ferrara). La monarchia italiana non rinuncia al suo sistema storico. Nell’ora in cui l’interesse nazionale reclama il gesto liberatore che può darci un glorioso diritto di cittadinanza tra i popoli vessilliferi di progresso; l’ambigua politica dinastica, tende invece alla soddisfazione di meschini egoismi che ci ribadiranno ai polsi le antiche catene di servitù verso gli imperi centrali. Noi sentiamo perciò il dovere di suggellare oggi la nostra e l’altrui responsabilità con una parola chiara e definitiva. Dal giorno in cui scoppiava il grande conflitto che dilania il mondo, abbiamo fatto violenza a noi stessi, imponendo una tregua alla nostra azione di parte, non già perché avessimo rinunziato alle idee rivoluzionarie; ma perché per l’ulteriore affermazione dei principi nostri, abbiamo riconosciuto la pregiudiziale necessità della guerra contro il militarismo oppressore accampato nel cuore dell’Europa ed in pari tempo della rivoluzione delle questioni di nazionalità secondo giustizia. Le ragioni di intervento che noi affermiamo sono quelle stesse che Asquith ripeteva alla Camera dei Comuni in Inghilterra nel suo discorso del 1 marzo p.p. con le memorabili parole: noi non dovremmo mai ringuainare la spada sino a quando il Belgio non avrà tutto e anche più di quanto ha sacrificato, fino a quando la Francia non sarà definitivamente al sicuro contro la minaccia di una aggressione, sino a quando i diritti delle nazioni minori d’Europa non saranno fissati su una basa intangibile, sino a quando la prepotenza militare della Prussia non sarà completamente distrutta. Queste parole dimostrano che il programma del nostro interventismo non ha nulla di utopistico e che può benissimo essere accettato anche da uno stato 92 monarchico, che non metta gli interessi dinastici al di sopra degli interessi nazionali; che esso è particolarmente vero per l’Italia, poiché riassume le più alte e legittime aspirazioni della nostra nazionalità, che d’altra parte rientrano perfettamente nel vasto quadro delle aspirazioni mondiali verso un più giusto assetto dell’Europa in base al riconoscimento del diritto di nazionalità per tutti i popoli. All’intervento così concepito, che non può esplicarsi altrimenti che con la rottura violenta della Triplice Alleanza e la guerra contro gli Imperi Centrali a lato della Triplice Intesa, noi siamo pronti a dare tutto il nostro appoggio, accettando di condividerne le responsabilità nella forma più leale: diciamo cioè che qualora la monarchia dichiarasse la guerra che noi auspichiamo sentiremo il dovere collettivo di continuare fino a vittoria raggiunta nella tregua rivoluzionaria, ed il dovere personale di accorrere sui campi di battaglia per offrire il nostro sangue alla causa della libertà dei popoli, contro il militarismo teutonico. Ma con eguale franchezza diciamo che ne sangue, ne tregua possiamo promettere per ogni altra azione che la monarchia avesse in animo di svolgere compromettendo l’Italia nelle viltà e nelle speculazioni tristi di una politica obliqua e usuraia. La grave responsabilità della guerra può essere da noi accettata soltanto per altissime ragioni ideali (la rivendicazione dei diritti di tutte le nazionalità) e per la necessità di abbattere un ostacolo formidabile al progresso umano (il militarismo tedesco); ben altro dovere ci detta l’eventualità che l’Italia ufficiale abbia a fare il gioco della Germania con qualche diversivo sostanzialmente ostile alla Triplice Intesa. In questo caso, non l’opposizione passiva, ma la più vivace opposizione attiva di tutte le nostre forze, ci si imporrebbe come un dovere assoluto. E lo stesso dovere compiremo contro ogni mercato della nostra neutralità a base di compensi territoriali. Noi diciamo che la sola neutralità onesta, anche se imbelle, è quella che non chiede di essere pagata. La neutralità che specula sui conflitti nei quali gli altri profondono sangue e ricchezze, è la neutralità di Sylok5. Un popolo non può ricavare da una simile politica usuraia che odio e disprezzo, entrambi ben meritati. Perciò se anche le trattative avviate da Bullow potessero darci, cosa impossibile, i più larghi compensi territoriali noi affermeremo pur sempre la nostra decisa ed assoluta opposizione all’ignobile traffico dell’onore italiano, dividendo fin d’ora la responsabilità nostra da una simile vergogna che dovrà pesare tutta intera ed esclusivamente sulla monarchia restando a noi il compito di fargliela scontare con la più sollecita severità. Questo anche nel 5 Personaggio de “Il mercante di Venezia” di Shakespeare. Nel finale si arrende per non perdere il proprio denaro e la propria casa. 93 caso non difficile che la baratteria venisse condita con un simulacro di guerra sul tipo di quella che nel 1886 ci coprì d’onta e di ridicolo. Riassumiamo: la tregua della nostra azione rivoluzionaria può durare soltanto se la monarchia dimostri di volere l’intervento dell’Italia nella guerra europea, ponendosi direttamente contro gli imperi centrali in base al programma enunciato da Asquith nella camera dei comuni in Inghilterra il 1 marzo u.s. In questo caso accetteremo di condividere la responsabilità della guerra e riconosceremo il dovere di offrire il nostro sangue per il conseguimento della vittoria, persuasi che la distruzione del militarismo tedesco ed il risolvimento delle questioni di nazionalità compensi il grave sacrificio con lo spianarci la via alle conquiste future. In ogni altro caso (neutralità mercanteggiante e diversivo coloniale) noi saremo irriducibilmente contro la speculazione monarchica. Non solo rifiutando ogni solidale responsabilità e negando il nostro personale concorso, ma rivendicando fin d’ora il diritto e il dovere della opposizione rivoluzionaria alla ignominia che si meditasse di compiere per interessi dinastici ai danni della nazione e della libertà dei popoli. 4 CESARE BATTISTI La Rivista, 23 luglio 1916 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara) “Un augurio” La legge della tradizione non si smentisce: il cadavere di Cesare Battisti è stato impiccato dalla augusta imperiale carcassa di Vienna. La quale odia di un odio cieco, profondo, incosciente tutto quanto sa di Italiano. Cesare Battisti, assertore, aperto leale della Italianità di Trento, propugnatore convinto efficace del nostro intervento che ci ha redenti, di fronte al mondo ed a noi stessi dalla ignominia giolittiana nella quale da tanti anni eravamo immersi; soldato valoroso nell’ora del cimento e martire invitto nell’ora della morte. A Lui caduto fra le grinfie della iena absburghese non poteva capitare di meglio. Ciò è nell’ordine ferocemente logico delle cose. L’impiccagione di Guglielmo Oberdan a Trieste e quella di Cesare Battisti a Trento hanno giustificato vieppiù il diritto di queste città di appartenere alla gran madre Italia. Dante, genio vigile della nostra stirpe, ha già benedetto al loro martirio e consacrato coi versi immortali e veggenti la loro gloria imperitura. Oggi noi salutiamo in Cesare Battisti il simbolo più completo della nostra guerra. Non solo egli amava, con tutta la forza della sua anima gagliarda la sua Trento e la sorella di sventura, Trieste; non solo egli non voleva la liberazione della bicipite aquila, 94 ma amava anche l’Umanità sofferente e per questo accettava la guerra nostra, come guerra di redenzione dall’incubo del militarismo prussiano. Perché non bisogna dimenticarlo, nemmeno gli avversari lo debbono dimenticare: Cesare Battisti era socialista. Socialista alla buona maniera italica e latina, socialista come Carlo Pisacane, che prima di immolarsi per la redenzione della Patria, scrisse quel magnifico testamento politico che è il Saggio della Rivoluzione, che dovrebbe essere il vademecum di ogni buon socialista italiano che non abbia subita l’influenza della barba del filosofo di Treviri6; socialista come Blanqui che quando il suolo di Francia era minacciato dalle ferrate zampe dei teutonici, lasciava, senza esitare, la penombra della congiura per correre, col fucile in pugno, a difendere la sua terra. Cesare Battisti pensava come quei grandi che sull’altare della Internazionale non dovevasi sacrificare la Patria. L’Internazionale deve essere la Confederazione delle nazioni libere ed indipendenti. In questo senso egli era internazionalista. Si sa, non era un socialista che giurasse sul verbo di Costantino. Per questo si spiega come l’Avanti non si sia sentito in dovere di fare un commento sulla sua fine orrenda e gloriosa. Ogni parola da parte di questi tedeschi mascherati da Italiani sarebbe stata una profanazione. Per parte nostra non piangeremo lo scomparso, che è entrato, per la strada del più grande ed atroce martirio, nella legione degli Immortali. No: sarebbe un diminuirne la sua figura. Auguriamoci piuttosto che l’ultimo, il più scalcinato fra i fantaccini meravigliosi d’Italia possa colla baionetta, che fin qui ha conosciuto le informi natiche e i garretti veloci dei mangiasego, trapassare il cuore duro e peloso del bandito fra i banditi, del delinquente fra i delinquenti: Francesco Giuseppe. E ciò per l’igiene del mondo e per la dignità umana. 5 I SACERDOTI DELLA PAURA La Rivista, 27 luglio 1916 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara) Ho letto su di un giornale socialista un titolo significativo e discretamente stupido: Vogliamo la pace. Premetto che non ho letto l’articolo; il titolo bastava per intuire quanto conteneva il testo dell’articolo. E la censura lascia passare. Crediamo che volere la pace oggi, come oggi, significhi commettere un delitto di lesa patria e di lesa umanità. Non è umano invocare la pace proprio in questo momento di risveglio fattivo degli eserciti alleati. Invocare la pace 6 Karl Marx. 95 proprio e solo adesso in cui sembra che i tedeschi le piglino sul serio è volere la pace tedesca contro quindi anche alla logica – se di logica si può parlare in questo caso – sinceramente neutralista. Ma la censura è tutta occupata a stuprare il pensiero degli interventisti del Popolo d’Italia. Tutto ciò per quanto riguarda le considerazioni sulla presente situazione. Ma a prescindere da tutto ciò possiamo garantire che la propaganda di vigliaccheria che questa gente cerca di diffondere in mezzo alle classi lavoratrici non è pericolosa al regolare svolgimento della nostra guerra. Quei signori vogliono la pace? Perché? Si dice perché i marki teutonici fanno presa sul sentimento dei novelli apostoli. Non lo sappiamo; ne c’importa di saperlo. Ma il certo, l’evidente è che questa gente desidera, invoca, vuole (non nel senso dinamico della parola) la pace solo perché la guerra turba la loro piccolissima mante di gretti borghesi dell’Ideale. Essi ora sono contro la guerra per la stessa ragione che ieri erano contro ad ogni movimento che anche lontanamente odorasse di rivoluzione. Questi spregevoli batraci sono contro la prima e la seconda perché dell’una e dell’altra hanno paura. Paura non dirò, non mi azzardo a dirlo fisica, ma paura di questi grandi fatti perché essi producono sempre convulsioni ideali e morali nel movimento umano. Hanno paura della guerra, paventano la rivoluzione perché queste turbano il quieto vivere. Sono gli eroismi della poltrona. Sono i nemici della vita. Infatti che cosa hanno fatto essi per rendere rispettabile il loro neutralismo? Nulla. Chiacchiere. Ma il gesto, il fatto, l’incidente anche, che li possa fare assurgere al diritto di non sentirsi gridare: vigliacchi! Non esiste. Inutile, sono i teorizzatori della vigliaccheria. Sono i sabotatori insidiosi, subdoli, i commemoratori indegni, gli eroi prudentemente sibillini dei conversari privati, sono gli allarmisti mezzo idioti, sono i gesuiti del socialismo. Nulla di più. Non il gesto dell’ervismo sublimatore di ogni ideale e di ogni convincimento. Macché eroismo, ma nemmeno sacrificio, ma nemmeno disturbo. Io rivoluzionario ed anarchico ricordo questa gente sempre contro ogni nostro movimento e quando non erano gli alleati naturali dei nostri avversari e quando non erano gli strumenti della bassa polizia ci chiamavano: cicloni devastatori; pazzoidi, criminali, o, per lo meno, ragazzacci senza criterio e senza testa. Già perché noi abbiamo sempre tentato di dare al movimento proletario un contenuto morale e spirituale. Non i piccoli vani aumenti, non le infime diminuzioni di orario si invocava. Tutt’al più questo era il mezzo per dare al proletario un anima rivoluzionaria, cercavamo di educarlo alla scuola del sacrificio, dell’eroismo e della solidarietà. Ecco perché regolarmente, in ogni movimento, il nostro programma era lo sciopero generale di solidarietà da estendersi dalla classe operaia, a tutta la nazione. Perché tutti dovevano far 96 atto di fattiva solidarietà colla categoria o colla classe che era in agitazione. Erano disastri? Forse. Ma quasi sempre lo scopo morale, educativo era ottenuto. Il resto poco ci interessava. Dall’altra parte invece gli scioperetti anemici di categoria, alimentati dalla elemosina quattrinaria delle altre categorie. Lo sciopero languiva. Il deputato, l’autorità intervenivano. Il compromesso era fatto e firmato. Gli operai ritornavano al lavoro più avviliti di prima, come cani bastonati. I dirigenti erano contenti. Ne più ne meno essi cercavano. Questo tran tran era il loro sogno ideale. Le cooperative facevano il resto. Queste avevano il compito preciso di svirilizzare del tutto le masse operaie. La cooperativa è il bastone riformista fra le ruote del carro proletario. Era più che la pace: il Nirvana, l’Eldorado. Quiete, vita stagnante nelle paludi della collaborazione di classe, del ministerialismo e ministeriabilismo. Concordia fra socialismo e monarchia. Il concubinaggio più osceno imperava. E’ stato il diabolico capolavoro di Giovanni Giolitti. Tutto questo in tempo di pace. Ma quando il volerei quei di Germania e d’Austria cominciava a profilarsi ed a prender forma, sullo sfondo del cielo europeo, i segni evidenti del grande, immenso dramma che noi viviamo, un brivido di paura si insinuò e si impadronì nel corpo avariato del movimento cosiddetto socialista. La paura fu così grande, così immensa in questa gente che non ebbe più facoltà di ragionare e di commuoversi. Furono sordi ai gridi di dolore del Belgio piccolo ed eroico, della Serbia aggredita, della Francia smembrata. Non hanno capito subito ne lo capiscono ora che il trionfo dello imperialismo tedesco sul mondo significava la fine di ogni movimento rivoluzionario e di progresso; la fine di ogni civiltà; lo scempio di ogni sentimento di bontà e di umanità. Naturalmente essi fecero di tutto perché l’Italia non intervenisse. L’Italia doveva rimanere neutra. Dalla neutralità si potevano trarre tanti benefici economici. L’Italia poteva prosperare. Le cooperative potevano lavorare. I cooperatori arrotondarsi sempre più la pancetta. Bel sogno. C’era dalla loro Giolitti, il complice ed esecutore di tutti i delitti commessi contro l’onore dell’Italia, volevano ridotta l’Italia alla stregua della Grecia indegna e della sorella ed infida Romania. Ma i marki di Bullow e la vigliaccheria del Partito Socialista e il comprensibile austriacantismo del Partito Clericale non valsero. La grande proletaria aveva finito di dormire; cominciava a muoversi. La settimana rossa, scarlatta era servita a qualcosa. Il popolo nel suo fine intuito comprese il posto dell’Italia nel conflitto Europeo. E dalle piazze d’Italia proclamò: guerra all’Austria e alla Germania! Il movimento interventista – fusione di tutti i cuori italianamente buoni – si affermava sulle piazze d’Italia. Il suo più grande poeta consacrava, in orazioni divine, i diritti e i doveri di nostra gente. Il popolo comprese il poeta, il poeta 97 comprese il popolo. Dal giorno dell’inaugurazione in Quarto, del Monumento al leggendario Duce, l’Italia potevasi considerarsi nazione belligerante. I quietisti erano pazzi di dolore e di paura. Avevano persino, coll’aiuto di Giolitti e di un prefetto Giolittiano, tentato le barricate. Una caricatura informe. Quale differenza invece nelle masse educate al sacrificio dalla scuola rivoluzionaria. Nelle folle dove il soffio rivoluzionario è passato la nostra guerra, quando non fu acclamata, esaltata come guerra di liberazione, fu accettata come inevitabile e dura necessità. E si videro operai delle città e contadini dei più ignoti villaggi accorrere volontari a vestire la divisa del soldato italiano, che prima di allora aveva un significato di oppressione, ma che adesso significava: difesa della civiltà, dell’umanità, della patria. Due mentalità, due correnti, due anime. I rivoluzionari accettano la guerra senza paura perché credono che essa sia agli effetti pratici, anche una rivoluzione morale, sociale e politica. Gli altri, i riformisti, i quietisti, i poltroni dell’azione e del pensiero sono contro la rivoluzione e la guerra per paura del domani. Perché essi si sentono liquidati. Questo grande cataclisma insegna come si conquistano il diritto alla vita e alla libertà. Essi saranno sempre gli spostati di ogni periodo d’azione. Ora che c’è la guerra vogliono la pace. Ad ogni costo. Però non arriveranno mai alla pace attraverso la rivoluzione. Sono stati magnificamente definiti: imboscati di ogni guerra e di ogni rivoluzione. 98 TESTI DEDICATI A POLEDRELLI 1 LA MORTE DI MARIO POLEDRELLI La Rivista, 5 luglio 1917 (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Pico Cavalieri) La Stampa Di lui scrive Giovanni Vincenti sulla Gazzetta Ferrarese: “Il 3 giugno, sul monte S. Marco, è morto, in seguito a ferita, il caporale Mario Poledrelli. Il reggimento, al quale apparteneva, ebbe la sorte, nella passata recente offensiva di essere tra quelli che mossero, per primi, all’assalto. Ritornò incolume dalla mischia furibonda coi superstiti della sua provata compagnia, come era tornato da altri combattimenti. Ed ora, forse, in una sosta della trincea, una scheggia di granata gli inferse una ferita che lo trasse subitamente alla morte. Ci abbracciammo e baciammo, in Gorizia, per l’ultima volta, la sera stessa che ritornava in trincea, verso gli ultimi di maggio. In quel incontro mi disse ciò che ripeteva agli amici che da Mathausen non mi avrebbe mai scritto perché sarebbe rimasto sempre o vivo o morto, prigioniero mai. L’amico carissimo, non ancora ventiquattrenne, sentì, fin dai giovani anni, prepotente in lui la passione politica, e quella del giornalismo. Fu socialista rivoluzionario: collaborò, assiduamente, a molti giornali della sua tendenza, diede intelligente attività disinteressata ai movimenti della sua frazione. Nelle lotte economiche fu naturalmente sindacalista. Prima di essere chiamato alle armi era il corrispondente da Ferrara del Popolo d’Italia. Era interventista sincero e purissimo, assertore convinto, tenace della propria idea, per la quale, qui, fu modesto e prezioso fautore delle manifestazioni del maggio 1915, ed alla fronte diede generosamente la vita. Ho detto generosamente perché la sua costante malferma salute sarebbe stato motivo per lui da ottenere l’inabilità: generosamente perché l’estinto era uno di quei soldati che, calmi, sereni, sorridenti, compivano, in trincea, più del proprio dovere. Era una anima buona, semplice, idealista. Noi piangiamo la sua perdita e mandiamo un reverente saluto alla sua memoria”. Vincenti Giovanni Il Popolo d’Italia: “Mario Poledrelli si trovava alla fronte dal principio dell’anno scorso. Come una missione egli aveva accettata la sua nuova vita di combattente. Aveva capita questa guerra nel suo valore, nel suo significato, nella sua ragione; ed 99 egli, simbolo di una grande fede e di una volontà indomita aveva anche trovata nella forza dell’animo virtù nuove di resistenza pel suo corpo. Dalla fronte scriveva di frequente agli amici. Ricordava le ore di lotta, ricordava i momenti di ansia e di timori. Trovava anche, egli che si dibatteva in una furia orrenda di fiamme, energia per incitare i suoi concittadini a perseverare nella loro azione interna. Apostolo vero di questa guerra, faceva sentire ancora e sempre la sua voce come consiglio, come monito, come speranza. Mai nessuna debolezza, mai nessun dubbio, mai nessun accenno a stanchezza od a timori: continui la guerra, ma si vinca, questo era l’appello del giovane popolano. Mario Poledrelli non era iscritto a nessun partito. Passava per un anarchico ed egli teneva a questa sua idea. Ma era un anarchico esteta e si distaccava dai suoi correligionari. Era un idealista. Guardava molto in alto. Ecco perché lo nauseavano i politicanti in cerca di fortuna, di successi, di stipendi. Egli dava la sua attività, la sua intelligenza, la sua volontà senza scopo di beneficio personale, ispirato solo dall’ideale”. 2 IN MEMORIA DI MARIO POLEDRELLI La Rivista, 12 luglio 1917 (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Pico Cavalieri) Una lettera della madre di Poledrelli La mamma del nostro Mario ci scrive: Ferrara, 4.7.17 Preg.mo Signore, voglia perdonarmi se ho mancato di cortesia, se non ho potuto riceverla. Non è certo mia colpa, poiché per quanto immensa sia la sciagura che mi ha colpita, pure mi sento abbastanza forte per ricevere uno dei più cari amici del mio povero Mario. E’ stato per un riguardo verso una mia figlia, la quale, dal giorno che arrivò la triste notizia, è talmente addolorata che il dolore le si rinnova ogni qualvolta si parla di lui. Mio egregio signore, non so davvero come esprimermi per meglio ringraziarla di tanta gentilezza e per tutto il cordoglio che mi addimostra in questa mia luttuosa circostanza. So che voleva molto bene al mio povero Mario e accetto di vero cuore le sue sincere condoglianze e quelle della sua distinta famiglia. Ah si! Era molto buono il mio povero figliolo ed era amato da quanti lo conoscevano. E’ stata una perdita dolorosissima, ma lei ha ragione, non bisogna compiangerlo poiché egli ha sacrificato con animo fiero e generoso la sua giovane vita per una più grande Italia. Grazie infinite di 100 tutto quello che ha fatto per lui, grazie anche agli amici che così sinceramente compiangono la sua perdita, a nome di tutta la mia famiglia. Gradisca i miei ossequi Dev.ma Silvia Poledrelli Colpito in fronte Giovanni Vincenti, ci scrive dalla zona di guerra, in data 4 del corr.: Oggi stesso ho cominciato ad assumere precise informazioni sulla morte dell’amico Mario. Egli è morto in trincea il giorno 4 di giugno, colpito in fronte da una palla austriaca. Mi resta a sapere dove è stato sepolto e se solo o con altri. Probabilmente è esclusa questa seconda ipotesi. Ti scriverò poi, non appena cioè avrò completate le indagini. T’abbraccio assieme agli amici. Vincenti 3 IN MEMORIA DI MARIO POLEDRELLI La Rivista, 19 luglio 1917 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara) Italo Balbo, ricoverato ferito in un ospedaletto da campo ci manda: Dall’Ospedaletto 01 Carissimo Fabbri, apprendo ora all’Ospedaletto, ove mi trovo da qualche giorno per una leggera ferita, la terribile notizia della morte di Mario Poledrelli. Non ti sto a dire quale dolorosissima impressione ne abbia riportato. Qualche tempo fa avevo chiesto sue nuove a Gaini e mi illudevo che la buona salute ritrovata dal povero Mario nella faticosa vita del soldato, fosse un segno di fortuna. Invece la sorte ce lo ha voluto rapire fra tanti buoni, fra tutti altri eroi … Lo ricordo sempre come un fratello, nel gruppo degli amici del Milano, fra i commilitoni del Battaglione Volontari, sempre ricco di entusiasmo e di superba idealità, amico sincero ed affezionato. Ti sarò riconoscente se mi saprai dire qualcosa della sua fine. – Sono sicuro che sarà morto bene, da quel valoroso che è sempre stato in ogni atto della sua vita, ma penso che mi riuscirà di conforto la conferma della sua fine eroica. Addio, salutami gli amici tutti, ed abbiti un fraterno abbraccio dal tuo Italo Balbo 101 4 MARIO POLEDRELLI La Rivista, 8 agosto 1917 (Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara) Il 4 di agosto p. ricorrono due mesi dalla morte eroica del nostro indimenticabile amico Mario Poledrelli, Giuseppe Longhi, dalla scuola di Modena, ci manda in memoria un lungo articolo, del quale, per esigenza di spazio, siamo costretti a pubblicare soltanto in parte. Conoscevo da poco Mario Poledrelli. Da tre anni circa. Ma questo non lungo periodo mi è bastevole per comprenderne il carattere e la generosità dell’animo. Ricordo che me lo indicò, un giorno, un socialista ufficiale. Fino allora non ne sapevo che il nome. Ecco come: mi trovavo nella tribuna della stampa del Consiglio Comunale per assistere ad un interessante seduta. Non ricordo bene di quale questione si trattasse, certo so che nel pubblico c’era un po’ di fermento. Fra gli altri vedevo gestire ed accalorarsi un ragazzo, piccolo, magro, con due occhi vividi. Portava intorno al collo chiusa in parte da un colletto floscio bianco, una grande cravatta nera … Chiesi al mio vicino chi fosse. Mi rispose con un certo dispetto, come se lo avessi seccato con una domanda indiscreta: E’ Poledrelli. Un anarchico! Non correva in quel tempo buon sangue fra socialisti ed anarchici. Non chiesi di più al mio informatore. E però mi proposi di conoscere meglio e di persona il terribile petroliere. L’occasione venne da se. Si pubblica in quel torno di tempo a Ferrara un giornaletto, redatto da un gruppo di studenti: Il Gazzettino Rosa. Facevo parte anch’io della redazione, insieme ad Enea Ferraresi, sindaco socialista ed interventista, il più giovane sindaco che contasse in Italia il partito socialista, ed a Germano Manini, un altro glorioso caduto, apostolo entusiasta della nostra guerra nazionale. Mario Poledrelli aveva un articolo da pubblicare e si rivolse a me. Accettai l’articolo dopo averlo passato, assieme, al vaglio della discussione. Era un esame diligente, giudizioso dell’opera di Kropontkine. Ne esaltava la figura e, più che altro, ne poneva in chiaro il suo pensiero nei riguardi della guerra. L’anarchico russo era per la guerra. Poledrelli citava il maestro ai discepoli che battevano in Italia tutt’altra strada. Quanta sincerità e calore poneva Poledrelli nelle affermazioni della sua fede e quanto profondo era il suo convincimento attorno alla ineluttabilità del nostro intervento. Poledrelli non fu interventista soltanto perché ne agitava l’animo una forte audacia ed una ferma volontà di agire, ma fu interventista per misurato consiglio, per serena riflessione, per una grande bontà di cuore. E’ stato interventista quan102 do io e con me molti altri, non si era perfettamente convinti della necessità della guerra. Egli era interventista anche quando Mussolini, sull’Avanti, era di tutt’altro parere. Poledrelli aveva una sua luce ideale per giuda, procedeva per la sua via senza dubbi senza ondeggiamenti, senza timori, franco e risoluto sempre purché fosse nella sua coscienza il pensiero di agire in conformità dei suoi pensieri, delle sue idee, della sua fede. Ma l’ora precipitava. La battaglia incominciava aspra, virulenta, decisiva. Poledrelli era sempre in prima linea, deciso ad assumere qualunque responsabilità. Impiegato, allora, all’Unione Sindacale che non aveva ancora manifestati i propri propositi, Poledrelli si elevò contro tutti, contro le incertezze e le indecisioni e contro il suo stesso interesse personale. Non aveva compiuto studi regolari. Si era fatto da se: fra il sole che brucia e la polvere della strada. Ed aveva imparato a vivere. Aveva una buona conoscenza dei vari problemi economici e sociali. Discuteva con brevità, con competenza, con sicurezza, scriveva bene. La sua prosa era tutto sangue, tutto muscoli. Non era un oratore. Fu Segretario del nostro Fascio Interventista. Lavorò con fede, con entusiasmo, sino alla vigilia della guerra. Dichiarata la guerra, partì volontario. Poi fu incorporato , disciolto il corpo dei volontari ciclisti nel 73° Reggimento Fanteria Brigata Lombardia portata più volte all’ordine del giorno e decorata della medaglia d’oro al valore. Mi scriveva tutte le settimane. Pretendevo che mi scrivesse: vi era tanta sincerità e tanto affetto nelle sue lettere. Le conservo tutte come una reliquia. Passò poi al 206° Reggimento. Emigrò in vari ospedali. Lo ricoverarono a Ferrara, nell’Ospedale Militare. Magro, febbricitante, pallido, ma il suo animo era sempre sereno, la sua volontà sempre decisa. Ritornò rimesso alla meglio, ardeva di tornare alla fronte. Venne promosso caporale. Non parlava mai di sé; molto dei suoi soldati, forti, decisi, che non conoscevano viltà. Le sue lettere erano un esaltazione della patria. Ferito, emigrò di nuovo per gli ospedali. Volle guarire, e guarì ritornando ad aggiustare i conti con il nemico. Ora dorme il sonno eterno assieme ad altri uomini come lui caduti per un ideale. Ma egli vive nel ricordo degli amici che lo hanno amato di fraterno amore; vive nella riconoscenza dei suoi concittadini. E non deve essere compianto, così come vuole la madre di lui dolorante ed orgogliosa del suo sacrificio. Ah si! Era molto buono il suo povero figliolo ed era amato da quanti lo conoscevano. E’ stata una perdita dolorosissima, non bisogna compiangerlo poiché egli ha sacrificato con animo fiero e generoso la sua giovane vita per la più grande Italia. Giuseppe Longhi 103 A ricordo del sessagesimo della morte di Mario Poledrelli, fu pubblicata la seguente epigrafe dettata dall’avv. Raul Bernardello: 4 Giugno – 4 Agosto Nelle trincee del Carso ove con serena compostezza e ferrea pertinacia batteva alle porte del suo destino Mario Poledrelli fulminato dal piombo dei barbari ebbe esaudito il voto del volontario olocausto Ne brama d’allori ne spirito d’ avventura ne patti di fazione lo vollero soldato del Popolo in armi Oscuro in sua inopia modesto e raccolto in sua gioventù sdegnoso di vincoli partigiani non obbedì che all’anima sua ribelle e generosa per tutto offrire alla Società e alla Patria a lui madri non benigne Al sacrificio così classicamente eroico s’inchinano oggi amici e compagni di fede alteramente lieti che il nuovo esempio esalti e purifichi la causa della libertà e del diritto. 5 NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MARIO POLEDRELLI Corriere Padano, 3 giugno 1927 (Fondo Mario Poledrelli, Archivio Associazione Pico Cavalieri) Il 3 giugno del 1917, a Dosso del Palo, sul martoriato San Marco, in vista del conteso Sabotino e delle rive dell’Isonzo sgretolate dalla mitraglia, Mario Poledrelli, volontario di guerra, popolano e soldato, con tutti gli impulsi generosi che dal suolo plebeo la Patria esprime, cadeva di fronte al nemico, sotto il 104 tricolore strenuamente difeso. Per noi questo operaio quasi fanciullo, che dona senza rimpianti la vita per un Italia degna della sua storia, assurge a simbolo di quel sacrificio collettivo che ha innalzato la gioventù nostra a simbolo purissimo di una idealità vivente e palpitante. Egli era dei nostri fin dai giorni in cui l’Italia piegava a forza la fronte superba davanti all’incalzare della bestia trionfante; egli era dei nostri, quando dalla metropoli lombarda, Benito Mussolini, divinando il futuro, rompeva gli indugi e trasformava in eroi quanti ancora non soffocati dal fango saliente, tendevano alla redenzione di nostra stirpe; egli è con noi oggi in cui l’Italia, debellato intorno a se il multiforme nemico, forte, sicura, fidente, procede sulle grandi vie che il Console romano per essa tracciava verso trionfi immortali. Noi ricordiamo Mario Poledrelli in questo decennale come si ricorda il dolce amico lontano, col quale dividevamo ore di soave intimità e di serena letizia. Ricordiamo la sua anima sensibile ad ogni sofferenza umana e la sua mente tutta rivolta verso le alte idealità della giustizia e del bene. Forse egli non ebbe la precisa divinazione di ciò che sarebbe divenuta la Patria nostra dopo il supremo cimento della guerra; ma ebbe certo le misteriose intuizioni delle anime nobili che mai perdettero la fede negli alti destini di nostra gente; e forse esalando l’ultimo respiro, di fronte all’Alpe contesa, egli sentì non vano, il suo sacrificio perché anche in quell’ora estrema, la fede che lo aveva sorretto e guidato in tutta la breve vita operosa, forse lo consolò di un ultimo sorriso; ed egli certo fu uno dei tanti che si spense con gli occhi aperti verso il divino abbagliante fulgore dell’ideale. Dolce nella memoria è quindi per noi la sua figura risorgente fra le nebbie del passato e aleggiante intorno circonfusa nella melanconia dei ricordi. Dolce perché umile e semplice e vivificata da un profondo spirito di bontà e sincerità e perché meritatamente sublimata dalla luce dell’epopea. Nel decennale della morte eroica di Mario Poledrelli, il gagliardetto fascista si piega in segno di devozione verso un precursore della Fede che ci infiamma e ci esalta e ci rincuora a perseverare nelle opere che onorano la Patria. Il popolano soldato Cade oggi, 3 giugno, il decimo anniversario della morte in guerra di Mario Poledrelli. Verso la fine di maggio del 1917, il primo battaglione dell’8° Fanteria, al quale appartenevo, trovavasi acquartierato nelle villette del gran viale Francesco Giuseppe in Gorizia in attesa di dare il cambio ad un altro battaglione che era già nelle trincee delle colline che si ergono a breve distanza dalla Piazza del Cristo di detta città. Saputo che in riva all’Isonzo, di fronte al Sabotino, trovavasi nelle baracche, colà costruite, il battaglione del 206° fanteria, 105 al quale il Caporale Mario Poledrelli apparteneva, non resistetti di andare a trovarlo. Prima di vederlo, udii una delle sue caratteristiche larghe risate. Stava, in quel momento, a cavalcioni di un parapetto, tagliando, in tante parti, per i suoi soldati un pezzo di formaggio. Dopo gli abbracci e baci, combinammo di vederci ancora quando il suo battaglione sarebbe andato in trincea. Attesi, invano, allo scopo, per qualche sera davanti il Municipio di Gorizia. La sera desiderata e triste venne. Quando mi vide, uscì dalle file; e, dopo essere avvenuto quello che si può immaginare, prese la corsa per ritornare ancora nelle file; ma, fatti pochi metri, si voltò indietro gridando a me, che ero rimasto lì sconsolato: Salutam Frara, perché poco prima, gli avevo manifestati il desiderio di chiedere la licenza, dopo l’imminente periodo della trincea. Sono quelle le ultime parole che ho udito da lui. Intanto sul martoriato Monte San Marco non cessava l’accanimento nemico. In una delle consuete sanguinosissime azioni, che costarono tante giovinezze all’Italia, Mario Poledrelli fu travolto da una granata nella località detto Dosso del Palo, come seppi, per caso, il giorno dopo la morte di lui. Io ed il cav. Mario Busatti, cercammo di avere maggiori notizie presso il comando del Reggimento a Putrida; ed io credetti di essere più fortunato avendo incontrato, durante la prigionia, ferito con me, nell’ospedale di Udine un maresciallo dello stesso reggimento; ma invano. Il luogo della battaglia è stato la stessa sua tomba senza nome. Mario Poledrelli era figlio di povera gente; cuor d’oro in un corpo malaticcio. Professava idee politiche estremiste; ma fu uno di quelli che soffocarono le proprie idee per l’interesse supremo della Patria. Fece parte, dapprima, di quel gruppo battagliero di giovani, fra i quali Italo Balbo e l’attuale primo magistrato della città, che ebbe per bandiera il Gazzettino Rosa diretto da Germano Manini, e fu promotore di tutte le manifestazioni cittadine per l’entrata in guerra dell’Italia. Dichiarata la guerra, quantunque in condizioni cagionevoli di salute, si arruolò volontario in quel corpo V.C.A. il quale, se fu, poi, disciolto perché militarmente non poteva essere utile in una guerra come quella che si andava a fare, costituiva, però, un bel esempio di dedizione spontanea della prima ora alla patria. Disciolto il corpo predetto Mario Poledrelli non credette di avere terminato il suo compito: ed andò volontario nel gran teatro della guerra e diede in olocausto la sua vita. Non è più tornato fra noi; ma, se fosse tornato, abbiamo la consolante certezza che avendo visto qualche sacrificio di vite umane e di ricchezza sia costato rendere unita nei suoi confini la Patria, si sarebbe sdegnosamente rifiutato di cooperare per dividerla e dilaniarla. Il Municipio ha dato il nome di Mario Poledrelli ad una via della città. G. V. 106 FOGLIO MATRICOLARE DI POLEDRELLI MARIO MATRICOLA: 28331 ANNO: 1893 DATI E CONTRASSEGNI PERSONALI Figlio di: N. N. e di Poledrelli G. Silvia Nato il: 17 luglio a San Nicolò di Argenta Circondario di: Ferrara Capelli colore: castani Capelli forma: lisci Occhi: grigi Colorito: roseo Dentatura: sana Arti e professione: pubblicista Se sa leggere: si Se sa scrivere: si Ha estratto il N. 274 nella leva 1896 quale inscritto nel Comune di Argenta Mandamento di: Ferrara Circondario di: Ferrara ARRUOLAMENTO, SERVIZI, PROMOZIONI 4 luglio 1915: soldato volontario nel Corpo V. C. A. per la durata della guerra (art. 101 legge reclutamento) 4 luglio 1915: reale ciclista in detto assegnato alla 3° zona di difesa costiera 26 ottobre 1915: soldato di leva 1° categoria classe 1893 già riformato e rivisitato a senso del decreto luogotenenziale 1-8-1915 distretto militare di Ferrara continuando il servizio volontario intrapreso per la durata della guerra visto l’art. 101 della legge, ma con l’obbligo di compiere la ferma di leva [Parte cancellata con righe rosse sul foglio matricolare:] Chiamato alle armi …… e giunto 23 novembre 1915 Tale nel 73° Regg. Fanteria 10 dicembre 1915 7 novembre 1915: rinviato al centro di mobilitazione (circolare rif. Comando Supremo 31 ottobre 1915) 18 novembre 1915: prosciolto dall’arruolamento volontario contratto per la guerra perché congedato dai reparti delle milizie volontarie (Decreto Luogotenenziale 29 ottobre 1915 n. 1545) con l’obbligo di presentarsi alle armi 107 all’atto della chiamata alle armi dei militari già riformati della sua classe e categoria 23 novembre 1915: chiamato alle armi 10 dicembre 1915: e giunto tale nel 73° Reggimento Fanteria 1 gennaio 1916: tale nel 206° Reggimento Fanteria 6 aprile 1916: giunto in territorio dichiarato in istato di guerra 8 maggio 1916: partito da territorio dichiarato in istato di guerra per malattia 8 maggio 1916: tale nel deposito del 67° Reggimento Fanteria 19 agosto 1916: giunto in territorio dichiarato in istato di guerra tale nel 206° Reggimento Fanteria foglio n. 219 dell’ 11 – 8 – 1916 del Comando Divisione Territoriale di Milano 20 ottobre 1916: Caporale in detto 4 giugno 1917: morto in combattimento in seguito a ferite al S. Marco Gorizia come da atto di morte iscritto all’allegato 793 e ordine del registro negli atti di morte del 206° Reggimento Fanteria Verificato Ferrara, 1 luglio 1918 L’Ufficiale di Matricola CAMPAGNE, AZIONI DI MERITO Campagna 1916 – 1917 – 1915 Si approva l’aggiunta sulla campagna di guerra per l’anno 1915 Autorizzato a fregiarsi della medaglia di benemerenza volontari guerra brevetto n. 8788 del 10 – 3 – 1931 108 FONTI BIBLIOGRAFICHE LIBRI ACERBI, Enrico, Strafexpedition maggio giugno 1916, Valdagno,G. Rossato, 1992 ASSOCIAZIONE NAZIONALE EX V.C.A., Cenni storici del Corpo Nazionale Volontari Ciclisti Automobilisti BAJ-MACARIO, Gianni, La Strafexpedition, Milano, Corbaccio, 1934 BAJ-MACARIO, Gianni, Kuk-Vodice-Monte Santo, Milano, Corbaccio, 1933 BENCIVENGA, Roberto, La campagna del 1916, Udine, Gaspari, 1998 BERTELLI, Gian Paolo, Inutile strage o quarta guerra di indipendenza. 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La morte del Rag. Ivo Zucchini, in “La Rivista”, 16 luglio 1916 Cesare Battisti, in “La Rivista”, 23 luglio 1916 I sacerdoti della paura, in “La Rivista”, 27 luglio 1916 Dopo la guerra. (Intervista con Lino Ferriani), in “La Rivista”, 20 agosto 1916 Mario Poledrelli contuso, in “La Rivista”, 9 novembre 1916 Lino Ferriani, in “La Rivista”, 14 dicembre 1916 Come scrivono i nostri soldati. Una lettera di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 25 gennaio 1917 Dalle trincee e dalle caserme, in “Il Fascio”, 28 gennaio 1917 Gli avvenimenti in Russia, in “Il Fascio”, 25 marzo 1917 Dalle trincee, in “La Rivista”, 13 maggio 1917 La morte di un ferrarese alla guerra, in “Gazzetta Ferrarese”, 29 giugno 1917 Mario Poledrelli, in “La Provincia di Ferrara”, 30 giugno 1917 Porpurea primavera italica. La morte di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 5 luglio 1917 In memoria di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 12 luglio 1917 In memoria di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 19 luglio 1917 In memoria di Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 26 luglio 1917 Come è morto Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 1 agosto 1917 Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 8 agosto 1917 Sottoscrizione Poledrelli, in “La Rivista”, 13 settembre 1917 Mario Poledrelli, in “Il Fascio”, 2 giugno 1918 Mario Poledrelli, in “La Rivista”, 6 giugno 1918 Nel decimo anniversario della morte di Mario Poledrelli, in “Corriere Padano”, 3 giugno 1927 Memorie eroiche. Mario Poledrelli, l’operaio volontario di guerra. Lettere e diario alla vigilia della morte sul campo, in “Corriere Padano, s.d. 111 COLLANA PUBBLICAZIONI SULLA GRANDE GUERRA A CURA DI ENRICO TREVISANI E DONATO BRAGATTO Podgora 1915 Dante Tumaini “Un soldato tra tanti” a cura di Enrico Trevisani Ferrara 2000 Flondar 1917 Bruno Pisa, 425° Compagnia Mitragliatrici a cura di Stefano Chierici Ferrara 2001 San Marco 1917 Mario Poledrelli, 206° Reggimento Fanteria Brigata Lambro a cura di Donato Bragatto e Andrea Montesi Ferrara 2002 Monte Zebio 1917 Mario Pazzi, 152° Reggimento Fanteria Brigata Sassari a cura di Stefano Chierici e Donato Bragatto Ferrara 2004 Vodice 1917 Enrico Torazzi, 261° Reggimento Fanteria Brigata Elba a cura di Donato Bragatto e Roberto Massetti Ferrara 2005 Piave 1918 Edoardo Avellini, 145° Reggimento Fanteria Brigata Catania a cura di Donato Bragatto e Enrico Trevisani Ferrara 2006 Caporetto 1917-Piave 1918 Marcello Barbè, 118° Batteria da 65 Montagna a cura di Stefano Chierici e Donato Bragatto Ferrara 2007 113 1915 – 1916 dal Carso all’Altopiano di Asiago Baroncini Lelio, 17° Reggimento Fanteria Brigata Acqui a cura di Donato Bragatto e Enrico Trevisani Ferrara 2008 Studio su Caporetto di Pier Luigi Casati 1919 Jama Planina – Polounik – Ternova – Stol a cura di Donato Bragatto e Andrea Montesi Ferrara 2009 Si ringraziano: Nicola Persegati; Giordano Fildani; Lorenzo Cappellari, Massimo Contento, Flavio Rabar, Marco Vaccari, Alessandra Polati, Giorgio Bragatto, Gian Paolo Bertelli, Patrizio Cazzaro (Associazione Culturale Pico Cavalieri Ferrara); Enzo Zanotti; Fabio Romanini; Roberto Todero (Associazione Culturale F. Zenobi Trieste); Riccardo Fortunato (Associazione Storica Cimeetrincee Venezia); Marco Mantini (Gruppo Ricerche e Studi sulla Grande Guerra della Società Alpina delle Giulie – Sezione di Trieste del Club Alpino Italiano); Anna Maria Quarzi e Violetta Fini dell’Istituto di Storia Contemporanea Ferrara; Maria Grazia Chiarelli, Responsabile Ufficio Protocollo Archivio Posta e Zaghini Caterina, Servizio Archivi dell’Università degli Studi di Ferrara; Luca Taddia della Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara. 114 L’ Associazione Culturale di Ricerche Storiche “Pico Cavalieri” ha sede in Ferrara presso i locali della Lega Navale Italiana, sito in Via Traversano, 29. Gli incontri aperti a tutti, soci e non, si tengono il primo mercoledì di ogni mese dalle ore 21,00 alle ore 23,00. L’ Associazione è nata da un incontro di appassionati della storia avvenuto quasi per caso nel marzo del 1999, ed è stata costituita ufficialmente l’anno seguente. Da tale data ha iniziato una cospicua attività di ricerca sul territorio, ha inoltre aderito a numerose iniziative promosse da Enti locali e non, e collabora assiduamente con il Centro di Documentazione Storica del Comune di Ferrara. Oltre alle attività culturali, basate soprattutto sulla ricerca storica finalizzate alla realizzazione all’ allestimento di mostre fotografico-documentarie, alla pubblicazione di volumi, monografie, cataloghi, ed alla programmazione di incontri e proiezioni, in particolare segnaliamo il ciclo di videoconferenze dal titolo “Serate al Museo” che si sono svolte fino al novembre 2008 nei locali del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara e “Sulle tracce della Grande Guerra” presso l’aula didattica del comitato provinciale della Croce Rossa Italiana dal novembre 2009. E’ tenuto in particolare rilievo il settore escursionistico, iniziato nel settembre del 1999 con la prima gita sui campi di battaglia del Carso, a cui sono seguite molte altre gite in tutte le zone interessate dal conflitto (Altopiano d’Asiago, Altipiani di Lavarone, Folgaria, Luserna, Massiccio del Grappa, Alto Garda, Dolomiti, Carnia, Alto e Medio Isonzo). L’Associazione raccoglie diari, lettere, fotografie e ogni altro materiale inerente la vita dei soldati nelle due guerre mondiali per realizzare pubblicazioni, mostre e per creare un archivio della memoria senza scopo di lucro. Eventuali informazioni si possono ricevere ai seguenti numeri telefonici: 0532-464184 338/9194022 Donato Bragatto (Presidente), ed è possibile visitarci sul sito www.picocavalieri.it e www.picocavalieri.org 115 SI RINGRAZIANO PER LA COLLABORAZIONE: GIOIELLERIA Franco Campagnoli dal 1952 MASI TORELLO (FE) 116