L uciano Celi Il carnevale di Monaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria Ai cent’anni della festa della donna, nella sua accezione originaria. A tutte le donne partigiane. Oblio internazionale e smemoratezze nostrane Al solito molti sono gli ‘stimoli’ scaturiti in questi mesi per (pre)occuparsi, ancora una volta, di memoria collettiva, di memoria ‘condivisa’. Primo tra questi è senz’altro la poco simpatica coincidenza tra una domenica carnevalesca - il 27 gennaio - e il giorno della memoria. Quest’ultimo, almeno nel nostro Paese, istituzionalizzato con legge n° 211 del 20 luglio 2000, è divenuto ormai una sorta di imprescindibile ricorrenza, utile a perpetuare la memoria degli ultimi importanti avvenimenti della Storia, non solo italiana. Altrove - in un altrove però di importanza considerevole: la Germania - pare sia prevalso l’oblio e il necessario divertimento promosso dalla giornata di carnevale. Nonostante le accorate proteste del Consiglio centrale degli ebrei in Germania. A riportare la notizia, in Italia, a parte qualche secondo di telegiornale, non se ne sono occupati i quotidiani principali, ma appena qualche agenzia di stampa (l’AGI, agenzia giornalistica italiana), e Il Messaggero, che scrive: Festeggiamenti di carnevale molto controversi, quelli che si sono svolti ieri a Monaco di Baviera nella giornata in cui in Germania e nel resto d’Europa sono state commemo- 1 (IL) MESSAGGERO (2008). rate le vittime del genocidio nazista. Migliaia di persone in maschera sono sfilate nel centro del capoluogo bavarese, in un corteo che il Consiglio centrale degli ebrei in Germania ha stigmatizzato con dure parole, definendolo una «offesa alle vittime delle quali il 27 gennaio si onora la memoria». Il vicepresidente del Bundestag (Camera bassa del Parlamento) Wolfgang Thierse (Spd) ha sottolineato il dovere particolare dei tedeschi nel ricordare la memoria delle vittime dell’Olocausto. «Bisognerebbe prendere ciò un po’ più in considerazione, rispetto a quanto non si sia fatto a Monaco» ha detto. Da parte sua, il ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier (Spd) ha invitato i tedeschi a «mantenere vivo il ricordo del genocidio», e a fare in modo che la Germania «si impegni a livello internazionale contro l’antisemitismo e il razzismo». Mentre a Monaco impazzava il carnevale, sempre ieri, al Museo Ebraico di Berlino, è stato presentato il primo volume di una serie di testimonianze scritte raccolte da alcuni storici, un ampio progetto che andrà avanti per una decina d’anni per un totale di sedici volumi. Il primo presentato oggi si intitola “La persecuzione e l’assassinio degli ebrei europei ad opera della Germania nazista fra il 1933 e il 1945”.1 Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria L’Agenzia Giornalistica Italiana, di qualche giorno precedente, parla espressamente di bufera «per la decisione del sindaco socialdemocratico della capitale bavarese, Christian Ude, di non spostare ad altra data la manifestazione, nonostante le proteste della comunità ebraica tedesca. Il sindaco ha infatti dichiarato che “la Giornata della Memoria del 27 gennaio non è una ricorrenza festiva, e non esiste nessuna direttiva legislativa vincolante”»2. La riflessione spontanea di fronte a quest’ultima esternazione è che dovrebbe essere una questione di “sensibilità istituzionale” e non tanto di legislazione che ‘obbliga’ al ricordo, istituendo una simbolica giornata per ricordare. Una sensibilità che dovrebbe essere, in primo luogo, personale. Non che a casa nostra le cose vadano meglio. A partire dalle tristi cronache di qualche mese fa3, per arrivare ai più recenti eventi di maggior peso istituzionale: «La Resistenza e l’Antifascismo non compaiono nei documenti cardine del Partito Democratico, nel senso che non sono nominati in nessuna delle carte fondanti del Pd: non appaiono come principi, punti di riferimento meritevoli d’una riga. Nei testi ci sono richiami alla Costituzione, a valori come il pluralismo, la libertà o la tolleranza, ma nei documenti che oggi saranno approvati in vista del varo dell’Assemblea costituente, l’antifascismo non esiste. È forse la prima volta che accade, alla nascita di una nuova formazione politica a sinistra, e la sparizione non passa inosservata in chi ha radici nella regione-culla della Resistenza, il Piemonte»4. 81 Duro anche il commento di Giorgio Bocca: «Le [...] ragioni [sono le stesse] per cui Veltroni va a parlare con Berlusconi. Vuol mettersi d’accordo con chi ha rovinato il Paese, e fare con lui le riforme. È come invitare i partigiani ad accordarsi con chi stava a Salò. Il guasto dell’Italia sta proprio qui, in questa politica trasformista, nella mancanza di moralità politica che era il fondamento della Resistenza»5. Antonio Polito, tra coloro che hanno stilato il Manifesto dei valori, commenta: «Da un lato quei valori sono presenti nei riferimenti alla Costituzione, dall’altro il Pd nasce affermando la fine delle ideologie del Novecento»6. Di male in peggio: come se la Resistenza e l’Antifascismo fossero ideologie, quindi, e non valori fondanti, ‘costituenti’, appunto, come accadde sessant’anni fa, la Costituzione Italiana. La polemica ha avuto il suo strascico il giorno successivo: «“Parlano di antifascismo a me, a me che a 18 anni ero gappista... Qui c’è Piero Terracina: m’ha detto di aver mandato una nota a Walter [Veltroni, n.d.r.] in novembre, per ricordargli di inserire il richiamo alla Resistenza. E lui, beh, lui s’è scordato di trasmetterla [...]”, sospira sconsolato Alfredo Rechlin7»8. Una questione di memoria, appunto. Anche dei singoli, evidentemente e non solo storicamente intesa. In questo panorama si fa interessante la riflessione di Mina9, che su La Stampa di quei giorni scrive un articolo sul quale vale la pena soffermarsi: Ho visto una farfalla in una situazione insolita. Un vento neppure troppo forte le im- 2 AGI (2008). 3 (LA) REPUBBLICA (2007). 4 FAVRO (2008). 5 Ibid. 6 Ibid. 7 Presidente della commissione “Manifesto dei valori” del costituendo Partito Democratico. 8 SCHIANCHI (2008). Ma cfr. anche DE LUNA (2008). 9 Sì, proprio la (ex?) cantante, ormai ‘opinionista’ affermata del quotidiano subalpino. 82 LUCI ANO CELI pediva le direzioni prescelte e la spingeva in retromarce forzose. Da un fiore ad un altro appena più in là, non sembrava né a me né a lei un percorso così complicato. Ma non ci riusciva. Il refolo ballava. A me non spiaceva. Per la farfalla divenne una condanna. Si arrese. La storia di ogni uomo, allo stesso modo, è in balia del vento della speranza, unica consolazione obbligatoria che nessuno si nega. La speranza è un dondolio tra la voglia di ricordare e quella di dimenticare. Se il contrario dell’oblio non fosse la memoria, ma la giustizia, la danza sarebbe composta e ritmica. Così non è. E allora, siamo sempre incartati nei pudori e nei sensi di colpa di una dimenticanza o di un ricordo. Siamo talmente segnati dalla storia che sembriamo dei malformati talidomidici cui non sarebbe né conveniente né elegante continuare a ripetere la causa delle mostruosità. Lasciateci respirare. Una pausa, almeno, dalle rievocazioni, ma anche dalle celebrazioni, dagli anniversari. Serve un vento leggero che ci scompigli i capelli e i pensieri e non quel vento di ferro che ci insegue persino nelle nostre case. Un attimo di smemoramento, piccolo ma rinfrescante per cercare di resettare tutto per dimenticarci delle ferite talmente profonde da vederle sui nostri figli come segni caratteristici, come somiglianza. Lo slogan del non dimenticare per non ripetere errori sembrerebbe di derivazione scientifica, nel suo accenno all’esperienza, maestra infallibile e inconfutabile. I ricorsi storici confinano il richiamo ad un esercizio retorico. Tutti gli anni semplicemente compiamo gli anni e miliardi di anniversari ci tengono aggrappati al finto rispetto di tutto, morto o vivo che sia. E, per favore, non urliamo allo scandalo se qualcuno non dimentica, chi può?, ma tralascia Bella ciao. Ecco, potremmo almeno negarci il tempo per i revival. Meglio se seguiamo fedeli Emmett «Doc» Brown, l’inventore della macchina del tempo di Ritorno al futuro, per sapere di prima e di poi ciò che è funzionale proprio alla speranza e non alla demoralizzazione. La memoria strumentale è insopportabile. Piazziamo un po’ di cultura in un posto asettico del nostro cervello e lasciamola sopravvivere libera dal pregiudizio. Festeggiamo il non compleanno, come il Bianconiglio in Alice nel paese delle meraviglie, anche se di meraviglioso in questo Paese non vedo gran che. Ma possiamo far finta. In quello siamo professionisti.10 Condivisibile, anche se non completamente - almeno per chi scrive. Di sicuro se ci fosse (stata) più giustizia, ci sarebbe oggi meno bisogno di memoria. Su questo si può senz’altro concordare, anche se è il sequitur, è ciò che segue a non convincere: visto che giustizia non ce n’è stata - o almeno: non abbastanza - siamo ‘costretti’ al ricordo, con tutti i rischi insiti che questo comporta - strumentalizzazioni, smemoratezze, deviazioni, ecc. Ma onestamente che per evitare questo pericolo la ‘cura’ indicata sia «un attimo di smemoramento [perché] ci serve un vento leggero che ci scompigli i capelli e i pensieri», mi sembra una leggerezza gratuita. Come se quello che la sociologia indica come l’uomo comune, l’uomo della strada, fosse costantemente ‘angosciato’ da questi pensieri, ‘assillato’ dal ricordo o da chi vuole che egli ricordi. E questo, pur sforzandosi, non sembra aderente alla realtà, composta piuttosto da persone distratte, spesso inconsapevoli o anche solo ignoranti e insensibili su ciò che fu. Si preferisce aderire alle parole di Germano Facetti11, che scrive: «Se dovessi consigliare a un ragaz- 10 MINA (2008). 11 Di Facetti si parlerà diffusamente nel seguito di questo articolo. Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria zo qualcosa a partire dalle mie esperienze12, se dovessi riassumere il significato della mia esistenza, sarei tentato di dirgli che la storia non può essere rigettata, che il passato è esperienza capitale: non si può non tenerne conto, anche oggi, in questo mondo in cui tutto, la vita come la morte, è affidata a piccole serrature elettroniche. […] Io ero il numero 53960, Lodovico l’86821, Enrico il 53396. Non l’ho dimenticato: 53396. Quel numero mi ha insegnato che qualsiasi cosa ha una valenza, un senso che si può rintracciare anche a distanza di anni, molto più tardi nella vita. Lucia, mia figlia, non ha mai voluto neanche sfogliarlo, il volume polacco che è sempre stato sulla scrivania del mio studio: un libro di fotografie e disegni della mia prigionia. Si è sempre rifiutata di vedere il mio passato. Non le ho chiesto perché, forse troppo orrore per lei. Troppo. Ho tentato molte volte di raccontarle, ma non ne hai mai voluto sapere, e io non me la sono sentita di forzarla a capire […]. Di certo ha intuito il mio dolore prima che le parole potessero descriverlo. […] Che valore può avere questo mio viaggio a ritroso con te? Dire agli adolescenti quanto importante sia battersi contro la violenza. Non altro. Non poco»13. E ancora, come in un commovente appello: «Io termino qui la mia esistenza, qualcuno la riprenderà da qualche parte. Siamo tutti un po’ come dei nastri trasportatori, tranne forse coloro che non lasciano nulla a chi resta, perché hanno solamente voluto, egoisticamente preteso. Non lasciare dei segni è sterile, non saper aiutare annulla. Finisco la mia vita in questa 83 vecchia casa14 arrampicata sulla collina che ho rattoppato in questi anni come una coperta lisa. L’ho fatto con amore. […] Tu sei venuto fin qua in questa mia catapecchia piena di spifferi per farti narrare una storia, la storia di un uomo. Te l’ho voluta raccontare perché possa servire ai giovani»15. Un altro pezzo di memoria da condividere: gli Alleati poco alleati «Gli Alleati sono fermi in Toscana, con la neve al ginocchio, e questa situazione permette ai fascisti di farvi cascar tutti come passeri dal ramo, come ho detto prima. Al disgelo gli Alleati si muoveranno e allora daranno il gran colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non ti offendere, ma voi partigiani siete di gran lunga la parte meno importante in tutto il gioco, converrai con me. E allora perché crepare in attesa di una vittoria che verrà lo stesso, senza e all’infuori di voi»16. E questo pare fosse un pensiero piuttosto condiviso - anche se la fonte da cui è tratto, si può obiettare, è un romanzo. Leggendo e documentandosi17 si scoprono però visioni della Storia - che pure il fedele romanzo di Fenoglio rispecchia - quanto meno parziali in relazione proprio a questo importante e delicato momento storico: «Fortunatamente a tamponare la falla verificatasi nello schieramento americano giunse a rinforzo da est un contingente di “Nisei”, mentre il 2° battaglione del 473° contrattaccava da sud la Rocca18 riuscendo ad occuparla dopo aver distrutto le postazioni d’artiglieria tede- 12 Facetti è stato internato, dopo l’arresto da parte dei fascisti, nel campo di concentramento di Mauthausen e poi trasferito nel sottocampo di Gusen, nel periodo febbraio 1944-maggio 1945. 13 CREPET (2004), pp. 116-118. 14 La casa di cui si parla si trova in una splendida posizione, sulle colline retrostanti la città di Sarzana. 15 CREPET (2004), p. 131. Il corsivo dell’ultima frase è mio. 16 FENOGLIO (1994), p. 460. 17 Cfr. GENTILI (2007) che cito solo perché ultimo, in ordine di lettura, in relazione all’argomento in oggetto. 18 Frazione di Massa. 84 sche. Quella notte stessa il nemico decideva di sganciarsi lasciando in mano agli americani la città di Massa»19. E ancora: «Nella notte i tedeschi sgombravano finalmente Sarzana, e la mattina del 23 aprile i soldati americani potevano entrare in una città devastata acclamati dalla popolazione liberata»20. In generale leggendo il lungo e documentato articolo, basato però solo sul ritrovamento di un diario Alleato21, non vengono praticamente mai menzionati i partigiani e la grande Storia diventa una piccola storia a senso unico, lineare, dove i meriti della Liberazione sembrano essere esclusivo appannaggio delle forze alleate, come se la guerra - e il ‘diritto’ alla stessa - fosse combattuta solo da eserciti regolari. Ma a questa visione - e versione - ne fa da contraltare un’altra: sia localmente, per episodi accaduti nella zona apuana, sia in altre zone d’Italia. Cominciamo quindi con la nostra zona. In un bel video, Pietro Del Giudice narra di quando fu accolto al Palazzo Ducale di Massa, proprio dai nazisti che ancora lo occupavano, con l’onore delle armi: «Il 20 marzo del ‘45 con due ufficiali dei Patrioti Apuani [...] cinturone e pistola al fianco, siamo scesi a incontrare questo colonnello, comandante del fronte e siamo entrati in quel portone, nel portone del Palazzo Ducale così, decisi e tranquilli. Abbiamo avuto la sorpresa di trovare un picchetto tedesco schierato sui lati del portone fino qui all’ingresso, nel piazzale, comandati da un ufficiale, il quale ha comandato il presentat arm. E noi siamo entrati, insomma, mentre i tedeschi presentavano, rendevano l’onore delle armi degli avversari»22. Nella narrazione del comandante Pietro non manca una punta di commozione, scevra da ogni retorica: il chiostro del Palazzo Ducale - quello che viene chiamato ‘piazzale’, sede dell’incontro - è pieno di civili che, avuta LUCI ANO CELI in qualche modo la notizia, si accalcano per essere testimoni di quell’evento, di certo inusuale. Alla fine del presentat arm scoppia un applauso a tal punto fragoroso “da far tremare i vetri”, dice Pietro. Ma, ancora, c’è una versione - e visione - diversa anche in relazione alla ‘bontà’ degli Alleati. A parlare questa volta è Vinci Nicodemi, comandante della IV Compagnia dei Patrioti Apuani: A Viareggio tutti gli uomini, uno alla volta, furono interrogati dall’O.S.S.. Alla domanda se avessero mai avuto rapporti con i tedeschi la maggior parte degli uomini rispondeva di aver lavorato per qualche periodo con l’Organizzazione Todt. Questa risposta ebbe un effetto strano, avvilente e nemmeno immaginato da noi perché che aveva risposto così (ed erano molti tra i nostri) fu internato nel campo di concentramento di Coltano assieme ai fascisti ed ai collaborazionisti. Inutilmente il comandante Vinci si sgolò per far capire a chi conduceva l’interrogatorio che il Comando Gruppo dei Patrioti Apuani consigliava ai nostri uomini di entrare nella Organizzazione Todt perché così avrebbero potuto mangiare qualche cosa ed avrebbero avuto un documento di riconoscimento, un lascia-passare, da presentare ai tedeschi se fossero stati fermati. Soprattutto il Comando voleva che alcuni andassero a lavorare con la Todt perché poi potevano riferire ai partigiani come e dove venivano costruite le numerose fortificazioni che i tedeschi stavano apprestando nella nostra zona. Le notizie apprese da questi nostri uomini erano poi inviate ai Comandi Alleati del Gruppo Patrioti Apuani. Nel frattempo arrivò a Viareggio anche il 19 GENTILI (2007), p. 15. 20 Ibid., p. 24. 21 Si tratta del diario del 473° Reggimento di fanteria “Nisei”, che operò nella zona apuana. 22 CIRCOLO CULTURALE “SIRIO GIANNINI” (2002). Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria comandante Pietro. Lui, saputo che i nostri venivano internati a Coltano, riuscì a passare agli uomini che non erano ancora stati interrogati, il suggerimento di non rivelare agli Alleati di aver lavorato con la Todt, poi protestò vivacemente con il loro controspionaggio. Però anche le sue proteste risultarono inutili.23 Un campo di concentramento quello di Coltano, dove: «gli Alleati rinchiudono poco meno di 33.000 persone, quasi tutte appartenenti all’esercito e ai corpi armati di Salò […]. Vi sono appartenenti alle quattro Divisioni addestrate in Germania, alla Decima Mas, alla Muti, alle SS italiane, alle Brigate nere, alla Guardia Nazionale Repubblicana, e poi centinaia di civili rastrellati casualmente o per errore24. Il 31 agosto gli Alleati lasciano all’Italia il controllo del campo: un’area circondata da fili spinati e da torrette con mitragliatrici […]. Per lunghi mesi nulla era stato fatto per distinguere le differenti posizioni dei prigionieri, separando gli imputati di gravi reati da tutti gli altri (cioè dalla stragrande maggioranza)25. E quel che non è fatto in quei mesi viene fatto poi d’urgenza e malissimo fra fine settembre e inizio ottobre, nell’avvicinarsi di un inverno che il campo non può affrontare. Le 37 commissioni militari istituite dall’oggi al domani lavorano in pochissimi giorni e non dispongono neppure dell’elenco di coloro che sono ricercati dalle diverse questure: i rapporti richiesti “arrivarono con ritardo, e molti giunsero addirittura dopo la chiusura 85 del campo”. Lo annota il prefetto di Pisa, che aggiunge: per lo “speciale ed affrettato servizio di sfollamento non pochi che avrebbero dovuto essere trattenuti si ritiene siano sfuggiti al fermo”26. Fra le trentamila persone liberate vi sono così anche fascisti colpevoli di gravi crimini, e il loro ritorno a casa riaccende ovunque una nuova ondata di violenze. Appare come la prova di una inaccettabile impunità. Una tristissima e drammatica vicenda italiana, verrebbe da dire, se non fossero evidenti anche le responsabilità degli Alleati»27. E ancora, a capovolgere la prospettiva secondo la quale gli Alleati avrebbero vinto comunque anche senza l’ausilio dei partigiani28, c’è l’episodio - uno di quelli cruciali per la vittoria finale - del 5 aprile, dove: alle prime luci dell’alba, dopo un cannoneggiamento che fece a lungo tremare la terra per la sua intensità, gli Alleati attaccarono la “Linea Gotica” a Montignoso nel settore del monte Carchio. Le truppe NippoAmericane (i Nisei) erano guidate da “Sciamino” (Pacifico Luisi), un partigiano dei Patrioti Apuani che conosceva a menadito tutti i sentieri della nostra montagna. I Nisei partiti nella notte dal paese di Azzano si erano portati al Serra, il canale che scende dal monte Altissimo, e di lì erano saliti lungo il Canal di Novello, tra i monti Carchio e Folgorito, un posto quasi inaccessibile, difficilissimo a superarsi anche di giorno, e si erano presentati al culmine della salita nel 23 NICODEMI, LENZETTI (2006), p. 58. 24 Vi sono anche persone che si dichiarano disertori di Salò o ex partigiani [nota nel testo citato]. 25 Sollecitazioni in questo senso vengono al ministero da diversi prefetti fra cui quello di Milano, Riccardo Lombardi [nota nel testo citato]. 26 Cfr. il rapporto del 14 novembre 1945. Anche l’ispettore di polizia […] scriveva il 1° novembre che vi fu «qualche errore nella liberazione di internati ricercati per crimini politici» [nota nel testo citato]. 27 CRAINZ (2007), pp. 98-101. 28 Ipotesi che non si esclude a priori, ci mancherebbe. Ma in un territorio come quello apuano, quale sarebbe stato il costo in termini di vite umane? 86 LUCI ANO CELI luogo detto “alle Forche”. Qui avevano sorpreso nel sonno e messo fuori combattimento le sentinelle tedesche e un certo numero di nemici che presidiavano quei luoghi.29 Queste collaborazioni furono proficue, soprattutto perché vedono riconosciuta nelle forze partigiane una risorsa imprescindibile in relazione alla pur semplice, ma determinante, conoscenza del territorio. Ma non sempre fu così. Anche ma non solo nella nostra zona, si ebbero episodi ben più gravi in cui venne coinvolta la popolazione civile. In una Italia allo sbando, all’indomani dell’8 settembre 1943 vi è un intensificarsi dei bombardamenti il cui scopo è chiaramente indicato da un documento della Strategic Air Force: Operazione psicologica di bombardamento per spingere l’Italia ad arrendersi. Un bel libro di Gabriella Gribaudi ha considerato nel suo insieme l’area che sta fra Salerno e la linea Gustav, il fronte di Cassino: e ha mostrato come si possa cogliere qui per intero la «guerra totale», nella sua devastante natura30. La tragedia è annunciata da uno dei tanti volantini lanciati dal cielo dagli Alleati: per colpa di Hitler e di Mussolini, diceva, l’Italia è condannata «a diventare “terra di nessuno” [...], quel settore desolato che sta fra i due opposti fronti di combattimento». E concludeva: «il vostro paese sarà esposto al bombardamento, al mitragliamento, alla disorganizzazione più completa. Innumerevoli case finiranno in fiamme, per città e campagne si accumuleranno cadaveri. Freddo d’inverno, infezioni d’estate, sgomento, fame si moltiplicheranno»31.32 E ancora: La «terra di nessuno» - l’inferno congiunto di stragi naziste e bombardamenti alleati si è intanto lentamente spostata più a nord, con i ritmi della ritirata tedesca: dalla linea del Volturno sino a Cassino, dove il fronte si attesta sino al maggio del 1944. Il cortocircuito fra i due momenti - la ferocia nazista e «la morte che viene dall’alto» - ci è riconsegnato da una miriade di storie33: ad esempio da quella di una quindicenne di Bellona, non lontano da Capua. Il fratello è ucciso in un massacro nazista assieme ad altre 53 persone, e poco prima anche il padre era stato ucciso dai tedeschi. Un mese prima, invece, un bombardamento alleato aveva posto fine alla vita della madre e delle due sorelle34. È «la morte che viene dall’alto» a prevalere progressivamente nel ricordo, per il carattere catastrofico e totale delle distruzioni: «era “la fine del mondo”. Sono le immagini dell’apocalisse a dominare i racconti: macerie e macerie, corpi insepolti, corpi sfracellati, e infine, dramma estremo, 29 NICODEMI, LENZETTI (2006), pp. 83-84. 30 GRIBAUDI (2005), citata in CRAINZ (2007). 31 Ibid., pp. 137-138, citata in CRAINZ (2007). 32 CRAINZ (2007), pp. 12-13. 33 Storie anche molto vicine a chi scrive: la nonna paterna, abitante da sempre a Massa, al Borgo del Ponte, ha sempre narrato - e questo mi è confermato da mio padre, nato nel febbraio del 1945 - che la sua casa fu bombardata dagli Alleati e fu un vero miracolo il fatto che lei, incinta proprio di mio padre, non fosse nei paraggi. Ma, ancora in CREPET (2004), p. 26, nella cruda testimonianza di Germano Facetti, si legge: «Quell’estate l’avevo passata a sgomberare le macerie sotto i bombardamenti. Tre ondate che avevano messo in ginocchio la città [...]. Pensavo che quegli apparecchi fossero americani, mi avevano detto che venivano dall’Africa». 34 GRIBAUDI (2005), citata in CRAINZ (2007). Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria corpi profanati dagli animali»35 [... Gli Alleati36] perdono 5000 uomini in pochi giorni, quasi la metà degli effettivi. Poi la rigorosa disciplina cui erano state sottoposte sin lì fu colpevolmente allentata. Consensi più o meno silenziosi furono dati, solide impunità di fatto garantite, e per diversi giorni si abbandonarono a una serie impressionante di saccheggi, violenze e stupri in tutti i paesi conquistati. «Conquistati», appunto: alla mercé del vincitore. Migliaia di donne ne recarono e ne recheranno poi il segno, in un calvario di umiliazione e di isolamento che scandì per loro un lungo e tristissimo dopoguerra37. È una storia per molto tempo rimossa, anche se portata sullo schermo nel 1960 da Vittorio De Sica (e da una straordinaria Sophia Loren), sulla base di un romanzo di Alberto Moravia38: lo scrittore aveva passato quei mesi nascosto appunto nelle montagne della zona.39 Ma gli “effetti collaterali” - per altro tipici di ogni conflitto - non finiscono qui, anzi, nell’Italia del sud, liberata da tempo: talora i carabinieri segnalano anche reazioni esasperate a illegalità e soprusi, assieme alla crescente protesta contro i numerosi incidenti stradali provocati da inesperti o arroganti militari alleati. Sino alla furiosa reazione di Rionero in Vulturne ove un autocarro 87 americano perde il controllo, a piena velocità, mentre in paese si svolge una processione. Muoiono due bambini, uno era morto allo stesso modo meno di un mese prima. I carabinieri proteggono a stento dalla “esasperazione della folla” i due militari che restano a terra feriti, ma un’altra folla insegue nelle campagne gli altri soldati (di colore, specifica il rapporto40): uno di essi è trovato ucciso il giorno dopo.41 Talvolta, in mezzo a un Paese ancora allo sbando, sono proprio gli Alleati a favorire uno stato di illegalità diffusa. Un osservatore disincantato come Norman Lewis annota: Ormai tutti sanno che il mercato nero opera sotto la protezione di alti funzionari dell’Allied Military Government42 [...]. Sono arrivato alla conclusione che questa gente non deve poterne proprio più di noi. Un anno fa li abbiamo liberati dal Mostro Fascista e loro sono ancora lì a fare del loro meglio per sorriderci educatamente, affamati come sempre, più che mai fiaccati dalle malattie, circondati dalle macerie della loro meravigliosa città dove l’ordine costituito non esiste più. E alla fine, cosa ci guadagneranno? La rinascita della democrazia. La fulgida prospettiva di poter un giorno scegliere i propri governanti in una lista di potenti, la cui corruzione nella maggior parte dei casi 35 Ibid., p. 338, citata in CRAINZ (2007). 36 In questo caso composte dal Corpo di spedizione francese e formato da truppe coloniali, soprattutto marocchine e algerine, esperte nella guerra di montagna. 37 BARIS (2003), citato in CRAINZ (2007). Rinvio direttamente al volume di Crainz per la nutrita bibliografia in relazione all’argomento. 38 Cfr. MORAVIA (1957). 39 CRAINZ (2007), pp. 17-19. 40 Cfr. il rapporto del Comando generale dei carabinieri del 12 aprile 1945 in Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno-Gabinetto, 1944-46, b. 115, f. 9963. Citato in CRAINZ (2007), p. 29. 41 CRAINZ (2007), p. 29. 42 LEWIS (1993), p. 142. Citato in CRAINZ (2007), p. 33. 88 LUCI ANO CELI è notoria e accettata con stanca rassegnazione.43 E ancora: [ci si sofferma] sui limiti di un antifascismo che non era stato pienamente innervato, nell’Italia centro-meridionale, dalle scelte esistenziali e politiche della Resistenza. Nigro parlava di Onesta morte dell’antifascismo44,osservando che [...] gli Alleati «Da un lato mostrarono eccessiva indulgenza verso istituti e correnti tutt’altro che democratici», dall’altro lesinarono il sostegno a una piena ripresa: «né la larghezza di aiuti commerciali e finanziari, né riabilitazione sollecita, né pronta restituzione dell’Italia agli italiani. L’antifascismo era spinto al fallimento dai suoi principali azionisti». Dal canto suo «l’antifascismo, se così si può dire, ufficiale» non era riuscito «a depurarsi completamente dalle sue nostalgie prefasciste. Poggiava su una ristretta minoranza, formata in prevalenza da uomini che la indiscussa probità personale non poteva salvare da un giudizio politico molto severo»45.46 Tutto questo mentre, in una Italia del centrosud ormai liberata, gli intellettuali e l’intellighenzia cominciavano a interrogarsi su ciò che il fascismo ha significato e ancora significava. In una sorta di autocritica al modus vivendi e ai vezzi tipici dell’italico, Mario Ferrara scrive che «se il fascismo è caduto [...] non siamo affatto al di là [di esso]; siamo ancora come costume, come metodo e persino come pensiero politico se non al di qua ben entro il fascismo [che], mentre induceva gli spiriti alla pigrizia letale, aveva un suo metodo rumoroso con il quale simulava la vita. Tutti lo conosciamo: adunate, bandiere, clamori, parole grosse, formule pubblicitarie, rivoluzione permanente, mistica fede, adorazione del Capo. È doloroso, ma c’è ancora molto di tutto questo nella nostra vita pubblica»47. Questo mentre Corrado Alvaro, qualche mese dopo dice: «Noi ci lamentiamo che un esercito straniero, atteso in Italia da liberatore, abbia il dubbio che il nostro sia un paese morto [...]. Noi gli abbiamo chiesto di guarire i nostri mali diligentemente covati in settant’anni di vita nazionale. Infine, poiché il miracolo non accade subito, ci siamo avviliti. In altri termini, ci addolora di cadere dalla irrealtà dei nostri sogni malsani e di dover guardare in faccia, finalmente, la realtà: che l’Italia va rifatta daccapo»48. Ma anche altri intellettuali, universalmente noti, spendono parole che vanno nella stessa direzione49. Per non dimenticare #1: sulle tracce di Adolf Eichmann La facoltà di non sentire, la possibilità di non guardare. Il buon senso la logica i fatti le opinioni. Le raccomandazioni. CSI, Linea Gotica Adolf Eichmann nasce nel 1906 a Solingen, in Renania e si trasferisce a Linz con la famiglia nel 1914. Dopo aver interrotto gli studi al 43 Ibid., p. 222. 44 NIGRO (1945). 45 Ibid. 46 CRAINZ (2007), p. 45. 47 FERRARA (1944). Citato in CRAINZ (2007), p. 39. 48 ALVARO (1944). Citato in CRAINZ (2007), pp. 39-40. 49 In particolare MONTALE (1945) e MORAVIA (1945), citati in CRAINZ (2007), p. 40. Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria Politecnico, cambia diversi lavori: minatore, stagista in un’azienda di costruzioni elettriche, poi rappresentante commerciale fino al 1933. Nel 1932 aderisce al partito nazista e alle SS e l’anno successivo lascia l’Austria per la Germania: per un anno presta servizio nell’esercito, poi nei centri di formazione delle SS. Nel 1935 entra nell’ufficio degli affari ebrei e apprende rudimenti di yiddish e di ebraico. Sposa Vera Leibl, da cui avrà quattro figli. Nel 1938 viene nominato sottotenente e, successivamente all’Anschluss (annessione dell’Austria alla Germania), viene mandato a Vienna, dove organizza l’emigrazione forzata degli ebrei. Nel 1940 studia un piano per la deportazione in massa del popolo ebraico nel Madagascar, ma ben presto il piano viene abbandonato per le difficoltà logistiche che comportava. Nel 1941 viene nominato capo dell’ufficio IVB4, incaricato degli “affari ebrei e delle evacuazioni”, posto che ricoprirà fino al 1945. Viene promosso tenente colonnello delle SS. Nel 1942 partecipa, in qualità di segretario, alla conferenza di Wannsee, dedicata alla “soluzione finale del problema ebraico”. Al termine del conflitto mondiale viene fatto prigioniero di guerra e riesce ad evadere per ben due volte, mentre, al termine del processo di Norimberga, riesce a darsi ancora una volta alla macchia, trascorrendo quattro anni nella Germania dell’Ovest. Dal 1950 la latitanza passa dall’Austria, dall’Italia, per finire in Argentina, dove vive con la famiglia sotto il nome di Ricardo Klement. Nel 1960 viene prelevato dai servizi segreti israeliani e il 23 maggio David Ben Gourion annuncia che Eichmann, ormai in Israele, verrà presto giudicato. L’11 aprile si apre un processo che verrà chiuso solo il 15 dicembre, con una sentenza per la quale “Il Tribunale condanna Adolf Eichmann, riconosciuto colpevole per i crimini commessi contro il popolo ebraico, per i crimini commessi contro l’umanità e per i crimini di guerra, alla pena capitale”. Eichmann ricorre in appello, ma nel 1962 la sentenza viene confermata. Il 31 maggio il “traghettatore della morte” viene impiccato50. Questa la biografia dell’imputato, di cui sappiamo ormai le sorti. Ma non è tanto questo a interessare, quanto le fasi salienti del processo. Dell’infinito numero di udienze che si sono susseguite esistono momenti salienti e di sicuro interesse. In uno di questi momenti, ben oltre la settantesima - delle oltre centodieci di cui è composto il processo - l’avvocato dell’accusa, che nel controinterrogatorio fino a quel momento aveva parlato solo in ebraico e fruito del traduttore quando si rivolgeva all’imputato, ora vi si rivolge direttamente in un tedesco cristallino: «Questi ebrei erano destinati ai campi di sterminio? Sì o no?». «Non lo nego, non l’ho mai negato. Ricevevo degli ordini e dovevo eseguirli in virtù del mio giuramento. Non potevo sottrarmi e non ho mai provato a farlo. Ma non ho mai agito secondo la mia volontà come dimostrato da ciò che cercai di fare all’inizio»51. L’avvocato incalza ancora sulla questione dei morti sui treni. Stila un elenco di città, partenze e arrivi dei trasporti lungo gli assi della deportazione europea. Eichmann, come sappiamo, era il capo della logistica e alla domanda se egli fosse o meno a conoscenza delle centinaia di persone che morivano in questi viaggi, l’imputato, ancora una volta, risponde: «Le scorte non erano di mia competenza. Dopotutto io da Berlino non potevo sapere che cosa succedesse in viaggio da X a Y. Era la polizia che doveva occuparsene». A questo punto, di fronte alla sistematica sottrazione di fronte alle proprie responsabilità sottrazione secondo la quale vige lo “scaricabarile” o verso altri organismi competenti o verso presunti superiori... - il presidente della Corte chiede all’imputato di visionare un documento 50 Questa nota biografica, riadattata per esigenze di spazio, si trova in BRAUMAN, SIVAN (1999). 51 Corsivo mio. 89 90 nel quale si parla di quattro ‘competenze’: 1) registrazione delle persone; 2) concentramento; 3) deportazione e 4) confisca dei beni. Alla domanda se le quattro competenze citate fossero parte integrante del suo incarico, Eichmann risponde affermativamente, ma «il capo della IV Sezione mi ordinava di agire in un modo oppure in un altro». «Questo vuol dire che lei era totalmente passivo?», incalza l’accusa. Pausa. «Passivo, non direi proprio. Facevo ciò che ho appena detto, obbedendo ed eseguendo gli ordini che ricevevo». L’avvocato dell’accusa, a quel punto un po’ spazientito52, insinua che allora lui era un imbecille, un idiota, se era un puro esecutore: - Lei ha detto che non era un normale esecutore ma che contribuiva a questo processo. È vero? L’ha detto? - No, non credo. - risponde l’imputato. Rumori in aula. - Lei non era partecipe? - Prego? - Lei non usava la sua testa? Allora era un imbecille? Lei non era partecipe? - Partecipe? - Sì! - Certo che partecipavo. - Allora lei non era un idiota? Un idealista, forse? - Sì, ero un idealista… Le domande serrate, la logica stringente a cui Eichmann viene condotto dall’avvocato dell’accusa, gli fanno ammettere candidamente il suo ‘idealismo’ che egli tenta di mutare, in extremis, in un idealismo ‘costruttivo’ verso la causa ebraica, e non la terribile realtà dell’ideologia nazista. E si va avanti così: in una sorta di strenua difesa Eichmann, anche di fronte all’evidenza di lettere firmate da lui, arriva a sostenere che il testo della lettera non l’aveva redatto di suo pugno e si era limitato ad apporre la sua firma. Egli si nasconde dietro la folle burocrazia di uffici di LUCI ANO CELI competenza, di destinatari diversi, per i quali la lettera - o le lettere - in questione andavano modificate e fatte firmare, di volta in volta, a lui o ad altri. Anche il presidente della Corte, tendenzialmente neutrale, invita l’imputato a rispondere in aderenza alle domande poste: «Queste sono cose di nessuna importanza! A domande precise lei deve dare risposte precise, quando può. Capisce?». Ed è ancor più incredibile come, di fronte alla domanda diretta: «Ammette di essere responsabile del contenuto di qualsiasi lettera firmata da lei, anche se preparata dai suoi collaboratori?», l’imputato non neghi questa responsabilità, salvo il fatto di delegarla, ancora una volta a chi gerarchicamente sta sopra di lui: «Naturalmente. Se firmavo una lettera, voleva dire che il mio superiore mi aveva autorizzato». Un superiore, Müller, che l’imputato vedeva mediamente un paio di volte alla settimana, in incontri che duravano dalla mezz’ora all’ora e mezza. Le modalità ribadite rimangono quelle della subordinazione totale: «Lei sta quindi dicendo che le dava ordini come si danno a una dattilografa? - incalza l’avvocato dell’accusa - oppure lei prendeva parte alle decisioni? Lei era un tenente colonnello o uno stenodattilografo?». Precisione, ordine e meticolosità nell’eseguire gli ordini impartiti senza discutere sono i motivi della ‘promozione’ a gerarchie superiori. Questo il preambolo con il quale l’imputato Eichmann tenta di spiegare il motivo della sua posizione: lui è sempre stato un uomo molto preciso e meticoloso: «Ero obbediente e non mi facevo mai riprendere». Avrebbe voluto in cuor suo essere rimosso da quell’ingrato incarico di “traghettatore della morte”, ma come poteva? Già, come poteva deludere i suoi superiori? Come avrebbe potuto far qualcosa di sua volontà? Ciò che emerge è del tutto irreale: marionette - dall’ultimo soldato di truppa al più alto in grado - al servizio della svastica. Poco convincente. Allora uno dei membri della 52 Si ricorda che siamo oltre la settantesima udienza del processo. Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria Corte chiede all’imputato: - Le è mai capitato di avere un conflitto… un conflitto interiore? Tra il suo dovere e la sua coscienza? - Lo chiamerei piuttosto uno sdoppiamento… uno sdoppiamento d’identità… vissuto coscientemente che ti fa passare indifferentemente da una parte all’altra. - Bisogna dunque rinunciare alla propria coscienza? - Sì, in un certo qual modo. Perché non la si può regolare e determinare da soli53. - A meno di assumersene tutte le conseguenze. - Si potrebbe dire “Non sto più al gioco”. Ma non so proprio cosa sarebbe successo. - Se uno avesse avuto più coraggio civile tutto si sarebbe svolto diversamente. Lei non crede? - Sicuramente, se il coraggio civile fosse stato strutturato gerarchicamente. - Quindi non era un destino ineluttabile? - È un problema di comportamento umano. È stato sicuramente così. C’era la guerra e ognuno pensava: “È inutile lottare contro, sarebbe una goccia nel mare a che pro? Non ha senso, non porterà a nulla, non servirà a niente…”. Penso sia un problema anche legato all’epoca, all’educazione ideologica, alla formazione autoritaria e a tutte queste cose. - Allora era impensabile che qualcuno fosse in grado di accettare le conseguenze di un rifiuto di obbedienza alle autorità. Eichmann ancora tenta di argomentare spostando il problema dai singoli, le cui responsabilità sembrano non esistere, allo zeitgeist, allo “spirito del tempo”, un tempo di deresponsabilizzazione totale, anche se «la responsabilità era di coloro che davano gli ordini» - ma lui evidentemente non ne aveva mai dati. Con asettico linguaggio, e senza tradire un solo sentimento dice poco dopo: «Ebbi l’incarico di un secondo viaggio, non da Heydrich, ma da Müller. Mi disse che dovevo andare nel Warthegau e mi confermò che a Kulm, o Kulmhof, gli ebrei venivano uccisi con il gas e voleva un rapporto 53 Corsivo mio. 91 su come veniva svolto il lavoro. A Kulmhof osservai il procedimento, secondo gli ordini, presi degli appunti e ritornai a Berlino. Feci rapporto a Müller su ciò che avevo visto». Ne elenca altri due, due missioni, per un totale di quattro, in cui asetticamente descrive fucilazioni, assassinii di ebrei, come parlasse del tempo che fa. Corte e accusa ascoltano pazienti e sconfortati da tanta disumanità, sulla quale l’accusa, ancora una volta, fa leva in modo diretto: - Uno che si occupa dello sterminio degli ebrei ai suoi occhi era un criminale? - Era uno sventurato. - Era un criminale? - Non saprei perché non mi sono trovato mai in una condizione simile. - Lei vide ciò che Hoss fece ad Auschwitz. Lo considerava un criminale, un assassino? Un criminale o no? - Provavo pena per lui. - Lo ritiene un criminale oppure no? - Non intendo rivelare i miei sentimenti più intimi. Messo alle corde Eichmann confonde la sua stessa capacità di giudizio - ciò che veniva richiesto nella domanda - con i “sentimenti più intimi”. Il presidente della Corte interviene nuovamente, chiedendo all’imputato di rispondere con pertinenza alle domande. Eichmann controbatte, rispondendo con un «mi sento come una bistecca che stanno arrostendo sulla griglia». A questo punto l’accusa è pronta a proseguire ancora nella stessa direzione: - Lei non può sottrarsi a questa domanda. Come considerava il processo di sterminio che lei conosceva bene e coloro che vi erano coinvolti? Risponda. - Un uomo può essere messo in una condizione che può portare alla follia e nella quale basta un niente, nemmeno un atto premeditato, per fargli tirare fuori una pistola. Ognuno è libero di scegliere come reagire. Posso solo dire come io, probabilmente, avrei reagito se fossi stato assegnato allo sterminio. Probabilmente mi sarei suicidato 92 LUCI ANO CELI in quel preciso momento, io credo. Non posso dire con sicurezza cosa avrei fatto. Insomma: se fosse stato coinvolto più direttamente (?) nello sterminio si sarebbe ucciso, ma siccome lui si occupava solo dei trasporti verso i campi di sterminio, la sua coscienza è salva. Come se questo non comportasse un coinvolgimento diretto. Stupefacente. Come lo sono i comportamenti di molti italiani di quell’ora, privi, come oggi, di ogni idealità, in favore di tornaconti del tutto ed esclusivamente personali. Dispiace dirlo, ma di questo si tratta. Ed è curioso come, ancora una volta, siano elementi apparentemente meno ‘pregnanti’ come il testo di una canzone, a mettere in evidenza proprio questo aspetto: Che qui si fa l’Italia e si muore dalla parte sbagliata in una grande giornata si muore in una bella giornata di sole dalla parte sbagliata si muore. E alla sera da dietro a quei monti si sentono colpi non troppo lontani c’è chi dice che sono banditi e chi dice americani io mi chiedo che faccia faranno a trovarmi in cucina e se vorranno qualcosa per cena.54 «Nella canzone in esame il trucco di lasciar descrivere gli ultimi giorni del fascismo da un personaggio ignaro, a digiuno di politiche e intrighi, ingenuo quel che basta, permette a De Gregori una descrizione non solo imparziale, quasi naturalistica (i fatti son desunti da rumori, voci, pettegolezzi) ma perfino più disincantata, lontana e nel contempo paradossalmente più vera e tragica. Il cuoco pensa a sé, alla sua vita, al suo lavoro: è lui nella sua piccola dimensione il centro: tutto il resto che è la storia fa da 54 Francesco De Gregori, Il cuoco di Salò. sfondo e risulta ai suoi occhi come occasionale incidente, ininfluente. Il cuoco vede soltanto i riflessi esterni del grande dramma che si sta compiendo, e in questo fiume in piena, in questo mondo che si sconvolge e cambia, continua quasi imperturbato a pensare come il giorno prima, come sempre, alla sua professione, al suo quotidiano. Ma, e qui sta la trovata, quando si spinge a giudicare oltre il suo orto non ha, non conosce pensieri di parte, torti o ragioni, e accomuna nel delirio di una sola morte tutti, anche quelli che stanno dalla parte sbagliata. [...] E allora ecco il cuoco di Salò, creatura in una tempesta più grande di lui che appena avverte e non può capire in tutte le sfumature, se non nell’unica che gli risulta leggibile: la morte, lo sfascio, la fine. L’aggiramento dello scoglio ideologico è molto più apparente che reale. De Gregori si avvale di uno schermo per permettere a se stesso uno sfogo di dolore universale che altrimenti non potrebbe esprimere in una libertà così assoluta, e non potrebbe permettersi senza suscitare contraddizioni o dover elargire spiegazioni o precisazioni al suo pensiero. Perché anzitutto Il cuoco di Salò non è una giustificazione né totale né minima al fascismo e ai suoi disastri. Non è e non vuol essere un accomunare morti di un tipo ad altri morti in una specifica contingenza storica. È semplicemente un grido muto, da espressionismo tedesco, un grido lacerante e silenzioso sull’inutilità, sull’occasione perduta, sull’insensatezza di un periodo evitabilissimo e non evitato, sull’esaltazione pilotata, ingannevole e incolpevole di alcuni, di molti giovani. [...] Il primo pensiero è quello di aggrapparsi ai giorni, alle abitudini e di sentirsi in qualche modo importante: anche un cuoco può essere utile e anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare. Ma il secondo pensiero, oppressivo, alto e incombente come un nuvolone è la morte, quel che sta accadendo fuori: Che qui si fa l’Italia e si muore, dalla parte sbagliata, in una grande giornata si muore. Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria Non è un approccio critico, né di parte, è solo come un titolone letto su un giornale al bar o dal barbiere. Così lo prende, così lo fa suo il cuoco, che neppure sa se sian banditi, eroi o americani quelli che stan sparando sui monti. È la disinformazione tipica dell’uomo di tutti i giorni, che ha un solo attimo di apparente dolore nella riflessione davanti alle ballerine sculettanti: quante storie potrei raccontare stasera, quindicenni sbranati dalla primavera. Ma attenzione, non è pietà vera e propria, bensì una sorta di fatalismo, di impotenza, di cosa ci posso fare io di fronte a cose così imponenti. E infatti prevale nel suo piccolo modo di ragionare da Abbondio coraggioso un sense of humor perfino irresponsabile: Io mi chiedo che faccia faranno (i partigiani) a trovarmi in cucina e se vorranno qualcosa per cena»55. Difficile, ancora una volta, condividere questa analisi. Sembra piuttosto contraddittorio sostenere che il testo di questa canzone, che ben evidenzia una sorta di qualunquismo e una totale deresponsabilizzazione in relazione agli eventi bellici «non è e non vuol essere un accomunare morti di un tipo ad altri morti in una specifica contingenza storica», soprattutto quando il protagonista, il cuoco - per motivi che non ci è dato, e alla fin fine neanche ci interessa, sapere - va avanti per la sua strada che abbia davanti i fascisti o i partigiani, preoccupandosi esclusivamente del suo quotidiano. Purtroppo in contingenze storiche come la guerra - ma più in generale nella vita e sempre - si sceglie anche quando si decide di non scegliere. Con le conseguenze del caso. Come difficile è giustificare la disinformazione dell’uomo della strada (o di tutti i giorni, come 93 viene qui definito): non si può ne si deve vivere come autistici. Soprattutto in certe epoche storiche. Per non dimenticare #2: il ‘riscatto’ tedesco Tornando per un attimo alla questione ebraica e in nome di un pur blando, modesto e difficile ‘bilanciamento’ della memoria, intesa come un “corretto ricordare” - si trovano documenti interessanti: «Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore, simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d’erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. [...] Per me tutti quanti i tedeschi dovrebbero essere, e saranno, sterminati - e allora son capace di dire con tanta cattiveria: è un popolo di canaglie. Allo stesso tempo mi vergogno a morte, e poi mi sento profondamente infelice e non riesco a trovar pace, e ho la sensazione che sia tutto sbagliato. [...] Sì, certo che ci sono ancora dei bravi tedeschi, in fondo anche quei soldati non possono farci niente, anche fra loro ci sono dei tipi decenti. Ma è solo teoria, che se non altro serve a mascherare ancora un po’ di disgusto con qualche parola gentile. Se sentissimo davvero così, non avremmo neppure bisogno di dirlo espressamente, ci sentiremmo animati da un medesimo sentimento»56. Chi scrive è - ma forse lo si era capito - una giovane ebrea olandese57. I suoi sentimenti sono contrastanti, ma ella riesce, come si dice, a “non far di tutta l’erba un 55 Il commento è di Roberto Vecchioni, ed è tratto da Il linguaggio in canzone (ciclo di lezioni sui cantautori italiani che Vecchioni ha tenuto nelle università italiane). I sottolineati sono miei. 56HILLESUM (2004), pp. 29-31. 57 «Nata nel 1914 a Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum morì ad Auschwitz nel novembre del 1943. Il suo diario, fortunosamente scampato allo sterminio della famiglia (ad Auschwitz persero la vita anche i genitori e il fratello Mischa) e poi passato di mano in mano, apparve finalmente nel 1981 presso l’editore De Haan». Nota tratta dall’introduzione, in HILLESUM (2004). 94 LUCI ANO CELI fascio”: ci sono tedeschi e tedeschi e non è giusto pensare che tutti, indistintamente possano essere classificati come aguzzini. Ragionamento banale, se fatto a oltre sessant’anni di distanza e da persona adulta (la Hillesum aveva al tempo 27 anni) e non ebrea. Una luce di speranza insomma, che ci conduce ad andare alla ricerca di quella che fu la ‘controparte’, quella dei tedeschi che si opposero, sin dalla prima ora, al nazismo. Il caso più eclatante fu quello del gruppo denominato “La Rosa Bianca”: La Rosa Bianca (in lingua tedesca: Die Weiße Rose) è il nome assunto da un gruppo di studenti cristiani che si opposero in modo nonviolento al regime della Germania nazista. La Rosa Bianca fu attiva dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i componenti del gruppo vennero arrestati, processati e condannati a morte mediante decapitazione. Basato a Monaco, il gruppo rilasciò sei opuscoli, che chiamavano i tedeschi a ingaggiare la resistenza passiva contro il regime nazista. Un settimo opuscolo, che potrebbe essere stato preparato, non venne mai distribuito perché il gruppo cadde nelle mani della Gestapo. Il gruppo era composto da cinque studenti: Hans Scholl, sua sorella Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni. Ad essi si unì un professore, Kurt Huber, che stese gli ultimi due opuscoli. Anche se i membri della Rosa Bianca erano tutti studenti all’Università di Monaco di Baviera, gli uomini avevano anche partecipato alla guerra sul fronte francese e su quello russo, dove furono testimoni delle atrocità commesse contro gli ebrei e sentirono che il rovesciamento delle sorti che la Wehrmacht soffrì a Stalingrado avrebbe alla fine portato alla sconfitta della Germania. Essi rigettavano la violenza della Germania di Adolf Hitler e credevano in un’Europa federale che aderisse ai principi cristiani di tolleranza e giustizia. Citando estensivamente la Bibbia, Lao Tzu, Aristotele e Novalis, così come Goethe e Schiller, si appellarono a quella che consideravano l’intellighenzia tedesca, credendo che si sarebbe intrinsecamente opposta al Nazismo. In un primo momento, gli opuscoli vennero spediti in massa verso differenti città della Baviera e dell’Austria, poiché i membri ritenevano che la Germania meridionale fosse più ricettiva nei confronti del loro messaggio antimilitarista. A seguito di un lungo periodo di inattività, dopo il luglio 1942, la Rosa Bianca prese una posizione più vigorosa contro Hitler nel febbraio 1943, distribuendo gli ultimi due opuscoli e dipingendo slogan antiHitleriani sui muri di Monaco, e addirittura sui cancelli dell’università. Lo spostamento delle loro posizioni risulta ovvio dalla lettura dell’intestazione dei loro nuovi opuscoli, sui quali si leggeva, “Il movimento di resistenza in Germania”. Il sesto opuscolo venne distribuito nell’università, il 18 febbraio 1943 in coincidenza con la fine delle lezioni. Quasi tutti i volantini vennero distribuiti in luoghi frequentati, Sophie Scholl prese la coraggiosa decisione di salire in cima alle scale dell’atrio e lanciare da lì gli ultimi volantini sugli studenti sottostanti. Venne individuata da un inserviente che era anche membro del partito nazista, ed arrestata assieme al fratello. Gli altri membri attivi vennero subito fermati e il gruppo assieme a tutti quelli a loro associati, vennero sottoposti a interrogatorio da parte della Gestapo. Gli Scholl si assunsero immediatamente la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di proteggere i rimanenti membri del circolo; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani. [...] Gli altri membri chiave del gruppo, processati il 19 aprile 1943, furono anch’essi trovati colpevoli e decapitati nei mesi successivi. Amici e colleghi della Rosa Bianca, Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria che aiutarono nella preparazione e distribuzione degli opuscoli, e raccolsero fondi per la vedova e il giovane figlio di Probst, vennero condannati al carcere con una pena oscillante tra i sei mesi e i dieci anni. Con la caduta del regime nazista, la Rosa Bianca divenne una rappresentazione della forma più pura di opposizione alla tirannia, senza interesse per il potere personale o l’auto-celebrazione.58 Per non dimenticare #3: sulle tracce di Germano Facetti «Ci massacrarono di botte. Li ricordo in modo vago; quando cominciarono a picchiare, avevo cercato di coprirmi gli occhi. Il sangue mi colava sulla faccia. In fondo eravamo lì per una sciocchezza, un ritardo sul coprifuoco, un volantino, ma avevano annusato qualcosa; ci facevano in continuazione la stessa domanda: “Dove abitate, dove abitate”. Alla fine gli demmo gli indirizzi e in casa mia trovarono la cassa di armi. Da lì cominciò il peggio, la tortura: “Per chi lavorate... perché lo fate”, e giù bastonate sulle gambe, sulla schiena, sulla testa... Si stancarono prima loro, anche perché era evidente che non appartenevamo a una brigata: eravamo solo due ragazzi»59. Così inizia l’odissea del giovane Germano Facetti60, antifascista che ebbe l’ardire di affiggere insieme a un compagno ai muri 95 della sua città, Milano, un volantino proibito a un’ora proibita. Da lì venne tradotto in carcere, a San Vittore, dove la rocambolesca carambola di vita e morte sembra più che mai essere legata al caso: «Avevano scelto un altro, un pittore cui i tedeschi avevano già ucciso i due figli partigiani nel Varesotto, una bella figura che associavo un po’ a mio nonno. Non era colpevole di null’altro che di avere quei figli. E anche dei suoi sentimenti, naturalmente. [...] Era come aver messo un dito nell’ingranaggio dell’inferno»61. Ma le cose presto vanno di male in peggio: «Per un nonnulla ti pigliavano e ti buttavano fuori, dove c’erano molti gradi sotto zero, eravamo in Austria, abbastanza in alto. Un tipo aveva perso gli occhiali scendendo dal vagone e si lamentava: - I me’ ociai, i me’ ociai, i me’ociai -. Come una bestia, un guardiano si era fatto largo tra i prigionieri, lo aveva preso e gettato fuori a congelare. Eravamo arrivati a Mauthausen. [...] Due chilometri da fare a piedi. Non mangiavamo da tre giorni. Cominciava a delinearsi il sistema di setacciamento delle persone: i più deboli fuori. Crepati dal gelo, all’alba. Come era capitato a un povero cristo [...]: la mattina dopo il nostro arrivo al campo, lo avevano tirato fuori dal capannone dove ci avevano messo a dormire, bastonato, lasciato all’addiaccio. Per tutta la notte seguente abbiamo sentito il suo 58 Descrizione tratta dall’enciclopedia web Wikipedia, all’indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Rosa_Bianca. Cfr. però anche ROTHEMUND (2005) nella bibliografia alla fine (nella sezione filmografia). 59 CREPET (2004), p. 28. 60 La nota biografica dell’esposizione a lui dedicata - presso il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà di Torino - dal titolo (R)esistere per immagini, recita: «Germano Facetti nasce a Milano nel 1926. Arrestato nel febbraio del 1944 per attività antifascista, è incarcerato per alcuni mesi a San Vittore, deportato nel lager di Mauthausen e poi trasferito nel sottocampo di Gusen. Al suo rientro a Milano (giugno 1945) frequenta corsi di grafica e pubblicità presso i Convitti Rinascita e lo studio di architettura BBPR come disegnatore. Nel 1950 si trasferisce a Londra, dove studia tipografia alla Central School of Arts and Crafts e collabora con la British Olivetti. Gli anni successivi saranno sempre più legati alla grafica editoriale. Dal 1959 frequenta a Parigi gli ambienti cinematografici. Nel 1960 approda alla Penguin Books, diventando art director e rivoluzionandone la grafica. Nel 1972 ritorna in Italia, dedicandosi all’insegnamento, disegnando per il settimanale “L’Espresso” e assumendo la direzione artistica della Storia del Parlamento Italiano. Muore a Sarzana, l’8 aprile del 2006». L’iniziativa, accompagnata da una serie di conferenze sul tema delle immagini e dei film in relazione alla deportazione, ha avuto luogo dal 25 gennaio al 27 aprile 2008. 61 CREPET (2004), p. 29. 96 lamento. Il primo morto che ho visto e sentito agonizzare. Da quel momento decisi di provare a prendere i nomi degli internati. Cominciai a fare i conti, a contare i morti: per tenere occupata la testa. Da quel momento la conta dei morti riempì le mie giornate»62. Leggere queste parole, nella loro cruda semplicità, significa essere trascinati in quel mondo. Ogni volta la stessa storia. Ogni volta una storia diversa: «Vedevo la morte quotidiana, sistematica: dopo una sessione di trasporto, lasciavamo per terra almeno sei persone. Cominciavo a captare qualche segreto per sopravvivere. Imparavo che bisognava tenere le braccia e le mani sempre lungo le cinture dei pantaloni, non guardare mai i torturatori negli occhi. [...] Herr Spartacus mi ripeteva tutti i giorni anche di imparare in fretta il tedesco, perché la salvezza stava nell’essere capaci di capire un attimo prima quello che sarebbe potuto accadere. Quando una SS alle cinque della mattina sotto la neve diceva: - Scaricate questi sacchi di cemento -, tu dovevi capire all’istante ed eseguire subito l’ordine per non essere picchiato. Ero il numero 53960. Questa numerazione era cominciata l’anno prima; però, in seguito all’arrivo di altri italiani, nel giro di due mesi eravamo già ottantamila. [...] Anche in quei recinti di cemento dove eravamo costretti a lavarci trovavo corpi ammucchiati. C’erano quattordici gabinetti, e già all’alba contavo cinque, a volte dieci, perfino sedici cadaveri, in ognuno di quei cessi. Mucchi di pelle umana, ogni mattina. Gente morta durante la notte o uccisa»63. A tutto questo sfacelo si oppone una flebile resistenza. Raccogliendo il fondo delle proprie energie psichiche ed emozionali, laddove «in quelle baracche non poteva sopravvivere nessuna traccia di vita». Non c’è più spazio per desideri di alcun tipo. «Niente ha più senso, 62 Ibid., p. 36. 63 Ibid., pp. 38-39. 64 Ibid., p. 47. 65 Ibid., p. 54. LUCI ANO CELI è tutto finito», dice ancora Facetti. Allora, in una specie di paradosso: «Il suicidio nel lager diventa l’unica possibilità di protesta, uno dei pochi modi per dimostrare la propria dignità. Un siciliano, il primo giorno, proprio quello dell’arrivo, disubbidì agli ordini del guardiano del gabinetto: nella rissa che ne scaturì prese il guardiano e lo annegò nella vasca di merda. Immediatamente arrivarono due altri aguzzini e una SS che lo batterono fino a fracassarlo. Non potrò mai scordare il rumore delle ossa che si rompevano sotto la furia animalesca di quegli aguzzini. Rimasi immobile, terrorizzato. Non avevo voluto guardare, ma sentivo che quel siciliano voleva morire, e voleva anche farla pagare almeno a uno di loro. Eroismi non privi di senso»64. E, dopo giorni che sembrano mesi, arriva finalmente il momento della liberazione: «Le facce dei soldati, terrorizzate nel vedere come eravamo ridotti. Agli americani si erano uniti i russi. Avevano preso il comandante del campo e, come aveva fatto il furioso siciliano con il suo aguzzino, lo avevano annegato nella merda di un cesso. Poi era iniziata la caccia agli altri responsabili, in gran parte, però, già in fuga. Eravamo liberi, potevamo uscire dal campo. La maggioranza di noi cercava cibo, come logica immediata; ma c’era anche chi fermava un’automobile e, trovato qualcuno dei responsabili del campo che tentava di fuggire, lo faceva a pezzettini. Episodi tutto sommato limitati: lo sfinimento non ci permetteva nemmeno di essere così crudeli»65. Ma alla tragedia sembra aggiungersi, ancora una volta, tragedia: «Arrivando, gli americani ci avevano riempito di scatolette di cibo. Era pomeriggio. Qualcuno mi aveva dato istruzione di chiedere loro lemon powder: serviva per combattere la diarrea, perché il campo si era Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria completamente coperto di merda. Tutti avevano il tifo o la dissenteria. Gli americani passavano per il campo e scaricavano scatole di cibo gettandole dalle torrette, inseguiti da centinaia di disgraziati, che li rincorrevano come cani randagi affamati. La maggior parte di noi, infatti, non riusciva a controllarsi. Vedeva una scatola di burro dopo mesi o anni e non riusciva a trattenersi. La mangiava tutta. Molti ci morivano. Li vedevo torcersi per terra, crepare dopo essersi salvati. Un’altra tragedia. Io, invece, aprivo i pacchi di cibo uno a uno, prendevo le bustine di lemon powder e basta. È stato così che mi sono salvato»66. La narrazione di Facetti, che segue da questo ritorno alla vita e lo vedrà protagonista e uomo di successo67, fino ad arrivare ai giorni nostri, ai giorni del meritato riposo sulle colline di Sarzana, è intervallato, nel volume citato, dalla narrazione di un altro importante personaggio la cui identità ci rimane ignota68. L’alternanza di questi due racconti, molto diversi tra loro, ma analoghi per il segno profondo che la guerra ha lasciato su di loro, ricorda curiosamente due lettere che Mario Rigoni Stern69 scrisse a due celebri personaggi che ebbero destini analoghi: Primo Levi che subì, come Facetti, la stessa sorte di internato, e Nuto Revelli, più simile all’ignoto - ma senz’altro celebre - contrappunto alla voce di Facetti. 97 Per non dimenticare #4: la memoria ritrovata Consolante ritrovare di fatto una serie di iniziative - nei ‘dintorni’ del giorno della memoria, ma anche dopo - volte a sensibilizzare la popolazione in relazione agli eventi bellici - Resistenza e Deportazione in primo luogo. Sarà che comincia ad avvertirsi, pressante, il “passaggio del testimone”: è problema non trascurabile, né trascurato nei limiti del possibile, il fatto che le persone coinvolte direttamente e protagoniste di quegli eventi vengano a mancare per un limite costituzionale, legato all’età. Qui di seguito un breve elenco delle iniziative nelle quali, quasi del tutto casualmente, mi sono imbattuto. A partire dall’attivissimo Museo Diffuso della Resistenza di Torino70, promotore di molte iniziative o anche semplici depliant - come: Torino 1938-1948: I luoghi della memoria - che indicano, seppure con descrizione sommaria (invitando però a una visita), quei luoghi che furono cruciali per gli eventi bellici in città71. Anche alcune biblioteche civiche del torinese hanno presentato, il 24 e il 26 gennaio, due volumi72, mentre poco dopo - 6 febbraio - si organizzava, con gli studenti dell’Istituto “Primo Levi” il treno Torino-Auschwitz e ritorno, per far sì che i ragazzi vivessero l’esperienza del viaggio, cogliendone le impressioni, a confronto con la testimonianza viva del passato. In epigrafe alla bella mostra fotografica di Ren- 66 Ibid., p. 55. 67 «Avevo regalato una saponetta americana a una crocerossina austriaca anziana, una vera nurse: si era messa a piangere. Di felicità. Avevo riscoperto di essere un uomo» (p. 57), ma anche, una volta tornato a casa: «Desideravo usare il mio cervello per costruire qualcosa, non più soltanto per difendermi» (p. 69). 68 Nonostante una ricerca - seppure non approfondita - su internet non sono riuscito a capire l’identità di questo scrittore, che pure deve aver goduto di una certa fama. 69 Le lettere in oggetto si trovano in RIGONI STERN (2004), pp. 79-96. Intenerisce e commuove in particolare la lettera a Levi, scritta il giorno dopo la morte di quest’ultimo. 70 Oltre alla già citata mostra su Germano Facetti, si invita, ci fosse interessato, a visitare il sito internet del museo: www. museodiffusotorino.it. 71 Tra i luoghi citati, il sacrario del Martinetto, legato al celebre libro di FUSI (1974). 72 Si tratta di DE BONIS (2007) e MONACO, PEPE (2007). 98 zo Carboni73 - allestita presso la Cascina Roccafranca, nella zona sud di Torino - una frase di Henri Cartier Bresson sulla quale riflettere: «Quelli che non hanno conosciuto i campi non riusciranno mai ad entrarci, quelli che ci sono stati non ne usciranno mai, perché il campo è fuori dal mondo», e una del regista francese François Truffaut: «Io sono contro l’oblio che è una frivolezza enorme. La frivolezza dell’attualità è una cosa che non sopporto. La forza del ricordo, della fedeltà e delle idee fisse è più potente. Io rifiuto di dimenticare». Durante la visita, si scoprono i commoventi lavori dei bambini delle classi elementari 5a B e D della scuola “F. Mazzarello” e una serie di incontri tenutisi dal 24 gennaio al 7 febbraio. Ancora, tra le scuole, in evidenza la lodevole iniziativa dell’ITIS “Majo” che ha messo su internet il diario, la testimonianza e i documenti di un ex deportato che ne ha voluto fare donazione74. Il 27 gennaio invece, a Oleggio, in provincia di Novara, il gruppo musicale degli Yo Yo Mundi, in collaborazione con due attori (Fabrizio Pagella e Tatiana Lepore), ha intervallato brani musicali a citazioni tratte dalle opere di Gramsci, Gobetti, Salvemini e i fratelli Rosselli75. Nella zona di Massa e Carrara da segnalare l’uscita di uno “speciale antifascismo” a cura dell’ANPI di Carrara sul numero 8/9 - ottobre 2007 - de “L’EcoApuano”. E ancora, nell’ambito della rassegna cine-documentaria “Flores”, l’8 marzo, all’auditorium della Provincia di Torino, si è svolta la proiezione di una serie di interviste - curate dalle al- LUCI ANO CELI lieve di una scuola superiore di Reggio Emilia, sotto la supervisione del regista Nicola Nannavecchia - a staffette partigiane, che operarono sul territorio emiliano76. Qui come altrove si evidenzia il senso di continuità che il seme della Resistenza fece germogliare, in quanto a consapevolezza per quella responsabilità che comporta la gestione politica e sociale dell’Italia post bellica. Per non dimenticare #5: Almirante e Ciarrapico Mentre sto per chiudere questo articolo arriva la notizia della candidatura tra le fila del neonato PdL (Popolo delle Libertà) dell’imprenditore ciociaro Giuseppe Ciarrapico. A parte la sinistra assonanza tra le sigle - ricordiamo che Pd, sta per Partito Democratico - per le prossime imminenti elezioni di metà aprile, si tratta di una candidatura malvista proprio dagli stessi alleati della coalizione (Alleanza Nazionale). Al netto delle plateali esternazioni dell’imprenditore77 - dichiaratosi espressamente fascista - non smette di colpire infatti la totale mancanza di “sensibilità politica” di questi individui. O forse, rileggendo in filigrana le pagine appena scritte, non stupisce la continuità con tutta una larga fetta d’Italia che ha continuato a essere fascista. Sta di fatto che - è bene ricordarlo per i deboli di memoria - il XII capitolo delle Disposizioni transitorie e finali della Costituzione Italiana recita: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all’articolo 48, sono stabilite con legge, 73 Shoah. Fotografie 1996-2006. Dal 24 gennaio al 7 febbraio. 74 Rintracciabile all’indirizzo: http://coalova.itismajo.it/ebook/mostra/t001.htm. 75 Ricordi fuoriusciti. Parole e musica per esuli di ogni tempo. Lo spettacolo è organizzato da ACTI Teatri Indipendenti e il Circolo dei Lettori, su iniziativa del Centro Studi Piero Gobetti, Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci, Fondazione Rosselli, Istituto di studi Storici Gaetano Salvemini. 76 Cfr. NANNAVECCHIA (2007), nella filmografia al fondo del presente articolo. 77 Esternazioni che si possono ritrovare sui maggiori quotidiani nazionali dei giorni che vanno dal 10 marzo in poi. Molte notizie è stato possibile rintracciarle su web, a partire dai siti internet dei quotidiani stessi, ma anche dalle agenzie (Ansa) o dalla Rai. Si veda comunque in bibliografia COTTONE (2008), (LA) STAMPA (2008), FOSCHI (2008). Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria per non oltre un quinquennio dall’entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista». Una disposizione che nasce da una legge - nota come “legge Scelba” - del 20 giugno 1952 (n° 645), che al capitolo 4 sancisce il reato commesso da chiunque “fa propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità” di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque “pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”. Un reato punibile con il carcere a seguito di una condanna che passa sotto il nome di apologia del fascismo. Ora non che il Ciarrapico in questione volesse rifondare un partito fascista, ma il solo fatto di usare questo termine e di dichiararsi tale, potrebbe fargli passare, almeno in via di principio, qualche guaio. Poi, di fatto, esistono precedenti storici ben più importanti di qualche farneticante esternazione: si ricorda che il 28 giugno 1972 la procura della Repubblica di Milano chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere nei confronti di Giorgio Almirante, allora segretario del Msi-Dn (Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale), per il reato di ricostituzione del disciolto partito fascista. Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere con 484 voti contro 60. L’inchiesta fu successivamente trasferita a Roma e non fu mai portata a termine. A dimostrazione - se mai ve ne fosse il bisogno - che l’Italia, dall’immediato dopoguerra in poi, non sembra essere cambiata di una virgola. A onor del vero è sempre esistita anche una questione tecnica, legata alla giurisprudenza, aperta e mai del tutto risolta: può la Costituzione, che si fa garante della libertà di espressione e di pensiero, ‘vietarne’ uno - quello fascista nella fattispecie? È una non semplice questione di Diritto Costituzionale, una ‘crepa’ legislativa grazie alla quale in molti sono riusciti a cavarsela a buon mercato, semplicemente perché ba- 99 stava ammettere, in sede di giudizio, che le idee propugnate, per quanto simili (quando non identiche) nei contenuti a quelle propugnate nel Ventennio, non avevano lo scopo di “riorganizzare il disciolto partito fascista”. E questo emerge da una mail arrivata proprio in quei giorni (11 marzo) alla lista dell’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati) dall’avvocato milanese Ferruccio Parri: «Sotto il profilo giuridico, le dichiarazioni di Ciarrapico con difficoltà, almeno questo è il mio parere, potrebbero essere sanzionate con la pena prevista per il reato di apologia del fascismo. La prevalente giurisprudenza consultata afferma che l’apologia di fascismo, per costituire reato, deve consistere in una esaltazione suggestiva tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista. Si tratta quindi di accertare se le espressioni del Ciarrapico (per quanto orrende) siano idonee a determinare quel risultato. Questa in estrema sintesi e con riserva di ulteriore analisi l’obiezione che potrebbe essere mossa all’accusa di apologia del fascismo da fare al suddetto. Diverso ragionamento si potrebbe fare in ordine a quei gruppi della destra eversiva che proprio in questi ultimi mesi hanno compiuto diverse azioni a danno di studenti, extracomunitari, esponenti di centri sociali ecc. Con riguardo a questi gruppi, peraltro già sotto osservazione e/o indagine da parte degli inquirenti e della Magistratura, la Legge Scelba può trovare applicazione. Ma quel che preoccupa di più, per concludere, è la contiguità tra chi si pone volontariamente al di fuori della legge e chi a vario titolo è un rappresentante delle istituzioni, penso a sindaci del varesotto, deputati di A.N., che non hanno mai cambiato opinione, la destra di Storace & Co. Ritengo comunque che le dichiarazioni di Ciarrapico per quanto già condannate da varie forze politiche dovrebbero esser stigmatizzate in un comunicato congiunto a firma ANED-ANPI, FIAP FIVL (le tre associazioni partigiane) sigle comunque riunite tutte ne Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano che ha sede a 100 Milano, città da dove Vi scrivo. Grazie per la vostra opera. Cordiali saluti». Il comunicato - per quanto a sola firma dell’Aned - non ha tardato nel farsi attendere: Firenze, 12 marzo 2008 Spett.le redazione del giornale Segreteria nazionale del Partito AN - FI - PDL - UDC - PD - S.A. 1. Ogg Orgogliosi di essere fascisti!!! Spett.le redazione, segreteria, Sabato 8 marzo ci siamo ritrovati per commemorare il 64esimo anniversario del trasporto dei toscani verso i campi di concentramento e di sterminio nazisti, di circa 900 ragazzi ne sono tornati non più di 70. Questi ragazzi furono arrestati per aver fatto sciopero contro il regime fascista, e furono arrestati da loro concittadini fiorentini che erano fascisti i quali sapevano che consegnandoli ai nazisti, avrebbero avuto come destinazione finale un campo di sterminio nazista, come sapevano che consegnando una famiglia di religione ebraica ai nazisti, questa avrebbe avuto come destinazione finale Auschwitz. Per questo come ANED sentiamo l’obbligo di sottolineare in questi giorni in cui due candidati alle prossime elezioni: l’onorevole Santanchè e l’imprenditore ciociaro Ciarrapico si sono dichiarati orgogliosi di essere fascisti, è bene ricordare loro che con tale dichiarazione si sentono orgogliosi anche di essere responsabili della cattura e della conseguente deportazione e morte di migliaia di nostri concittadini, uomini, donne e bambini che avevano la sola colpa di essere antifascisti ed ebrei. Abbiamo aspettato qualche giorno prima di pronunciarci, in quanto speravamo LUCI ANO CELI che alcuni personaggi di spicco del PDL prendessero l’unica decisione possibile nei confronti del fascista Ciarrapico. Purtroppo non è stato così, anzi sono venute fuori delle giustificazioni che si commentano da sole e che attestano lo spessore morale ed i principi sui quali si basano tali personaggi che si apprestano a governare la nostra Repubblica democratica. Noi da parte nostra ci auguriamo che il nostro Paese continui ad essere ispirato dai valori fondamentali che si rifanno alla nostra Carta Costituzionale. Ci auguriamo inoltre che la data del 25 aprile continui a rimanere l’unica vera data di Liberazione degli italiani. Cordiali saluti. Consiglio Direttivo Aned Sezione di Firenze Tornando alla questione di una pur minima sensibilità politica, che pare del tutto latitante da questi politici/imprenditori, a prendere le distanze dall’accaduto è stato proprio il leader a destra della coalizione PdL, Gianfranco Fini, di Alleanza Nazionale78: «“Ho detto e ripeto che, se fosse dipeso solo da me, non avrei candidato Ciarrapico”, ha spiegato Fini stasera alla trasmissione Ballarò. “Poi - ha proseguito -Berlusconi è il capo della coalizione e ha deciso diversamente e si e’ assunto la responsabilità di metterlo in lista. Noi ne abbiamo preso atto. Ho saputo sabato mattina della sua candidatura, ma è improprio dire che An era d’accordo. I suoi giornali - ha aggiunto Fini - mi dipingono in modo tale che potrei portare Ciarrapico in tribunale”»79. Conclusioni la mentalità del ghetto Solo dopo aver portato a termine questo articolo mi rendo conto di quanto abbia citato a 78 I cui deputati però, lo ricordiamo, si comportano nel modo descritto qualche riga sopra dall’avvocato Parri. 79 Agenzia ANSA dell’11 marzo. Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria piene mani da altre fonti. Ma mi è parso di non poterne fare a meno. Del resto l’operazione di ‘ricordare’, di far ‘parlare’ la memoria consiste, molto più semplicemente di quanto possa apparire, nell’atto di mostrare, come lo si facesse per un album fotografico. E chi può parlare con maggiore autorevolezza di colui che ha vissuto gli eventi sulla propria pelle? Ma possiamo pensare ancora come attuali queste riflessioni? Molti, moltissimi sostengono di no e pensano che tutto sia legato a una precisa epoca storica. Altri invece leggono - più verosimilmente - una continuità tra passato e presente. Parlando degli anni della contestazione e di quel caleidoscopico movimento che fu il ‘68, Giorgio Lindi afferma: «noi tutti, pur tra mille sfumature, ci sentivamo figli della Resistenza italiana. In realtà, quella generazione di giovani che si affermò durante il ‘68 aveva come genitori i partigiani80 che avevano liberato l’Italia dal fascismo e dal nazismo. La spinta ideale alla lotta fu profonda: ciò che animava le nostre battaglie era il desiderio di portare avanti le conquiste dei nostri padri, che dopo la Resistenza furono disarmati e convinti che l’Italia sarebbe diventata un paese democratico e libero dallo sfruttamento. Ma quelle forze che avevano sostenuto il fascismo per vent’anni, si riciclarono nella neonata Repubblica conservando il potere nel Parlamento, nelle banche, nelle fabbriche e nelle forze armate. Quando prendemmo coscienza di questo inganno, crebbe in noi uno sdegno fortissimo»81. Altri ancora, la intendono un po’ diversamente e prendono le mosse, partendo, per esempio, dalle pietre miliari della storia della Shoah per farne spunto di riflessione sull’attualità: 101 Torna attuale, oggi più che mai, uno scritto di Bruno Bettelheim (1903-1990), celebre e controverso psicologo ebreo. Non è un testo clinico, ma una riflessione storico-politica. Si intitola “Liberarsi della mentalità del ghetto”, e chiude la raccolta di saggi La Vienna di Freud (Feltrinelli, 1990). Bettelheim si interroga sui motivi per cui gli ebrei d’Europa opposero così poca resistenza al loro sterminio, anzi, moltissimi “marciarono consenzienti verso la propria morte”, e alcuni addirittura collaborarono con zelo al disegno dei carnefici, ad esempio denunciando i tentativi di evasione dai lager o consegnando alle SS leader della resistenza come Yitzhak Wittenberg. E non si parla di perfidi kapò, ma di vittime, persone avviate alla morte, tanto fatalisticamente rassegnate da vedere nella resistenza altrui un inaccettabile affronto al destino, al corso delle cose82. “Si comportavano così”, scrive Bettelheim, “perché avevano rinunciato alla volontà di vivere e si erano lasciati invadere dalle loro tendenze distruttive. Di conseguenza, ormai si identificavano con le SS, che si erano poste al servizio di tali tendenze, più che con i compagni che ancora rimanevano attaccati alla vita, e che per questo riuscirono a eludere la morte.” Bettelheim parte da una constatazione di Raul Hilberg sul “ruolo che gli ebrei ebbero nel proprio sterminio”, cita diversi episodi, e da essi risale al comune denominatore: la mentalità del ghetto (ghetto thinking). Furono la chiusura mentale delle comunità ebraiche (soprattutto dell’Europa orientale), il loro asfissiante conformismo, l’obbedienza al dogma religioso e la costante fuga 80 Il segno di una continuità ideale è talmente forte che: «I Sessantottini cercarono sempre un legame, o quantomeno un riconoscimento, con la generazione che li aveva preceduti, che aveva fatto la Resistenza. Non a caso, in vasti settori giovanili il richiamo ai partigiani fu così forte che i militanti presero a definirsi figli della Resistenza, cioè continuatori delle grandi aspirazioni di cambiamento della guerra di Liberazione nazionale», in MAFFIONE (2007), pp. 18-19. 81 MAFFIONE (2007), p. 40. 82 Non ultima HILLESUM (2004), citata. 102 dal mondo a impedire di capire per tempo cosa stava per accadere, quando invece era evidente a chiunque altro, in primis agli ebrei che avevano lasciato i ghetti e tagliato i ponti e si erano messi al riparo prima del punto di non-ritorno. A scanso di equivoci: non sto aderendo alla tesi di Bettelheim (e Hilberg), che ha scatenato polemiche e accuse postume. In generale mi suona plausibile, gli esempi sono numerosi e mi è parso di trovare conferme negli studi di altri autori. E’ vero tuttavia che Primo Levi, nel capitolo “Stereotipi” de I sommersi e i salvati, imposta la questione in modo molto diverso. Se mi azzardassi ad approfondire finirei fuori strada e nel mezzo di un ginepraio; lascio dunque a chi legge la libertà di confrontare i due punti di vista e trarre le proprie conclusioni. Non intendo nemmeno operare una reductio ad hitlerum. Paragonare qualunque crisi sociale a quella che portò al nazismo e alla Shoah è uno sport fin troppo - e sempre più - praticato. Non coltivo l’osceno proposito di stabilire similitudini tra le “forze sane” (o sanabili) di questo Paese e gli ebrei sterminati nei campi. Chiunque di noi è sideralmente lontano dal subire alcunché del genere.83 L’editoriale continua84 poi: Quel che mi interessa è il “ghetto” come metafora utile a capire la situazione italiana, con particolare riferimento a due fenomeni interdipendenti: la “fuga dei cervelli” e il restringersi degli orizzonti. Scrive infatti Bettelheim: «Per almeno tre generazioni, tutti coloro che non erano più disposti a sottomettersi a condizioni di vita che non consentivano il minimo di rispetto LUCI ANO CELI di sé necessario a confrontarsi col mondo moderno, se ne andarono dal ghetto. Così come se ne andarono tutti coloro che di quel mondo volevano fare parte e tutti coloro che volevano combattere per la libertà, propria e altrui [...] E’ difficile valutare quali effetti abbia su un popolo il fatto che per tre generazioni i suoi membri più attivi, quelli il cui ideale era combattere per la libertà, se ne siano andati, e siano rimasti soltanto quelli a cui mancano il coraggio e l’immaginazione per concepire un modo di vivere diverso. Il piccolo gruppo di ebrei che tanto si distingue nella vita culturale americana, per esempio, si era allontanato da almeno un secolo dalle comunità ebraiche dell’Europa orientale.» Ci sono due modi di andare oltre la mentalità del ghetto. Il primo consiste appunto nel sottrarvisi. Esodo, emigrazione. Per fare un esempio, l’Italia ha un mondo accademico che aborre il ricambio e sfrutta, umilia, devasta dottorandi e ricercatori. I concorsi sono truccati, i posti sono bloccati, nemmeno leccare culi dà più garanzia di alcunché. Andarsene all’estero è un’opzione giusta, perché libera gli individui e sprigiona energie, ma a lungo termine le conseguenze sul luogo abbandonato possono essere molto negative, se non catastrofiche. Con il brain drain il panorama culturale italiano si impoverisce, cala il numero di sinapsi attive, il livello medio si abbassa sempre di più. Si potrebbe riporre qualche speranza negli immigrati, o meglio, nel desiderio dei loro figli e nipoti di abbandonare i nuovi ghetti, le ennesime gated communities, le isole di conformismo e paranoia, ma non ci riusciranno se la situazione del Paese continua a peggiorare. Il circolo è vizioso. 83 WU MING 1 (2008). 84 In verità ne ho ribaltate alcune parti per meglio mostrare come si possa passare dalla contingenza di eventi drammatici della Storia all’attualità. Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria L’altro modo è sfumare la distinzione fra chi parte e chi rimane, creando intersezioni, figure ed esperienze di sintesi, e soprattutto circoli virtuosi. Da un lato, chi se ne va e riesce a lavorare bene dovrebbe compiere ogni sforzo per avere un’influenza positiva sulla situazione che si è lasciato alle spalle. Dall’altro, ed è questo l’aspetto più importante, chi rimane deve contrastare le spinte alla chiusura, resistere a provincialismi e nuovi razzismi, guardare fuori e cercare di guardare l’Italia da fuori, con occhi non velati dalla pigrizia, senza dare niente per scontato o “naturale”. Sforzarsi di studiare le lingue, “pensare extra-italiano”, autoeducarsi a un uso della rete e delle reti che proietti l’immaginazione oltre le obsolete frontiere nazionali. Chi ha la possibilità di farlo deve tenere un piede fuori dall’Italia, spostarsi, viaggiare, fare periodi di lavoro e studio all’estero, approfittare di ogni progetto, partenariato, stage, borsa di studio, Erasmus, Leonardo, Comenius, quel [...] che vi pare ma fatelo, andateci85.86 Ne segue, o forse ne è premessa il fatto che: L’Italia è un ghetto, gated community, galera della mente. Negli sguardi il mondo è assente. Provincialismo, campanilismo, familismo, visioni sempre più anguste. Le lingue 103 inciampano sugli idiomi forestieri, i media ufficiali alzano muri, presidiano i confini, fanno entrare in prevalenza fesserie, propaganda, mode effimere e gossip. Dentro, poi, è una nube perenne di gas, “l’onorevole ha dichiarato... il senatore ha detto... la coalizione... le riforme...”. Non-eventi, commenti sui commenti, dibattiti dementi. La Rete permette di comunicare col mondo, ma nessuno insegna a usarla al meglio, in modo conscio e responsabile, e anche lì si formano ghetti, énclaves, circuiti di celle di clausura in cui s’amplifica il provincialismo. Tra gli italiani che vanno all’estero, molti transumano in ulteriori ghetti, villaggi-vacanze, luoghi plasticosi dove si spaparanzano, senza mai conoscere nulla della società che sta intorno, finché attentati o guerre civili non fanno irrompere l’odiata realtà, e allora l’anno prossimo si cambierà destinazione, si troverà una nuova bolla in cui parlare solo italiano, tra italiani, e lamentarsi di come vanno le cose là a casa, inveire contro i negri, gli zingari, i Comuni che lasciano costruire le moschee. Tra quelli messi peggio c’è persino chi finge di andare in vacanza, saluta i vicini e si chiude in casa, finestre sprangate, scorta di viveri, due-tre settimane modello bunker, poi “torna” con racconti di fantasia. “Vacanzetalpa”, le chiamano. Metafora perfetta, in 85 WU MING 1 (2008). 86 Il testo prosegue con un “nota bene”: «Uno dei sintomi più evidenti della chiusura italiana è proprio il fatto che, dall’anno accademico 2003-2004, il numero degli universitari che effettuano soggiorni Erasmus è in calo anziché in crescita. Nel 2006, soltanto un misero 6,2% degli iscritti agli atenei italiani ha preso parte al programma. Questa percentuale esprime la media nazionale: la situazione al Nord è leggermente migliore (7,1%), mentre al Sud è decisamente peggiore (3,5%). E’ vero, c’è un problema di classe sociale, le borse di studio di cui parliamo ammontano a cifre ridicole e non bastano al sostentamento dello studente, quindi chi viene da una famiglia o da una zona più povera ha maggiori ostacoli di fronte a sé... ma questo era vero anche prima, è sempre stato vero, di per sé non basta a spiegare un simile rattrappimento. Anche perché parliamo del 94% degli universitari italiani, cioè - nell’anno accademico 2005-2006 - oltre duecentottantamila persone. Ritengo improbabile che siano tutti figli di poveri. No, il punto è un altro: conosco persone che hanno fatto l’Erasmus negli anni Novanta, da studenti-lavoratori, lavando piatti in ristoranti tedeschi o distribuendo volantini a Londra, di fronte alle fermate del Tube. Io stesso mi sono pagato il Leonardo in Inghilterra facendo lavori improbabili. Se uno desidera andare all’estero ci va anche facendosi il culo. Se non ci si va è perché quell’opzione non è più nell’orizzonte, non viene presa in considerazione, costa troppa fatica mentale. Il problema è culturale, il Paese si imbozzola nell’abitudine, vinto, impaurito». 104 un paese di politica da talpe, informazione per talpe, incontri tra talpe, vite da talpe. E il peggio è che ci si abitua. Si abituano anche i migliori, cedono al disincanto, all’abitudine, alla sconfitta. Si china la testa e si va avanti, magari si tira qualche bestemmia ogni tanto, ma non si va oltre. La vita da talpe diventa normalità, corso delle cose. Fuori il mondo collassa e preme, ma le talpe se ne accorgeranno solo all’ultimo momento, quando un disastro interromperà il tran tran. E intanto: centrosinistra, centrodestra, centrosinistra, il PIL cresce dello 0,1%, il PIL cala dello 0,1%, e leggi elettorali chiamate con nomignoli, e la Confindustria dice, e l’onorevole dichiara... La mentalità del ghetto è il peggior nemico. La mentalità del ghetto ottunde e disarma, distrugge le difese. Ripropongo il duro monito di Bettelheim, che risale al 1962 ma sembra scritto domani: «Per molti versi, il mondo occidentale stesso sembra avviato ad abbracciare la filosofia di vita del ghetto: non voler sapere, non voler capire che cosa accade nel resto del mondo. Se non stiamo attenti, l’Occidente dei bianchi, che già costituisce una minoranza, si murerà in un ghetto di sua stessa creazione, fatto dei cosiddetti deterrenti nucleari. Molti, dentro tale cintura di protezione, che è anche una cintura di costrizione, già si preparano a scavarsi i loro rifugi. Come per gli ebrei che restarono nei ghetti d’Europa anche dopo l’arrivo dei nazisti, si direbbe che per noi conti soltanto poter continuare il lavoro nel nostro enorme shtetl, e che importa ciò che succede nel resto del mondo?». Occupiamoci del mondo, allora, perché noi siamo il mondo. Vanno bene anche piccoli “esercizi spirituali”, giochi per forzare l’immaginazione e corteggiare l’inatteso, come leggere ogni tanto un quotidiano giamaicano, o del Belize, o della Guinea. Ricordar- 87 WU MING 1 (2008). LUCI ANO CELI si che ci sono tante e diverse comunità di umani, là fuori, tanti mondi, tanti piani di realtà. Senza questo, tutto diventa merda: il sociale, la politica, le arti... persino l’amore, perché anche la famiglia diviene un fortino armato contro l’esterno, tana di talpe dove i “cazzi nostri” contano più di tutto, e a tutto si è disposti per difenderne il primato. Come hanno fatto Olindo Romano e Rosa Bazzi, perfetta coppia di arci-italiani. Perché un intero paese non si riduca come loro, guardiamo al di là dei nostri nasi.87 Un ghetto che talvolta ha dello spaventoso, come nell’episodio narrato via mail da Milton Fernàndez: «È uno strano paese, l’Italia. Il progressivo disinteresse della popolazione verso tutto quello che non ha un’attinenza immediata con il proprio - sempre più ristretto - ambito personale, viene strenuamente sostenuto da formule di consolidata sapienza popolare, seguendo le quali, assicurano, si riuscirebbe a campare fino a età inoltrata. 26 gennaio 2008, ore 11.20. Treno Milano-Torino. Alla mia sinistra siede un uomo di colore. Arrivano due poliziotti. All’uomo viene chiesto di esibire i documenti. Il tratto è familiare, addirittura affabile. “Ah, abiti a Maierata, di Maierata sei, e che ci fai da questi parti?”, le domande si susseguono, il senegalese ha la carta permanente di soggiorno, quindi è in regola, quando finisce il controllo però ha un sussulto di orgoglio, “Perché controllate soltanto me?” prova a dire, “Abito in questo paese da diciotto anni, non sono mai stato un delinquente, ma dell’intero vagone controllate solo me”, i poliziotti si spazientiscono, ora non scherzano più, uno di loro domanda se per caso volesse insegnarli il mestiere, l’altro gli assicura che se una domanda del genere l’avesse rivolta a un poliziotto del suo paese d’origine di sicuro sarebbe tornato a casa con la testa fracassata, “Meno male che Il carnevale di M onaco e lo Zyklon B: una riflessione sulla memoria siamo in Italia”, dico io, i poliziotti sorridono, il clima si distende, un ragazzo alla mia destra chiede se per caso volessero controllare anche lui, il senegalese, però, non si arrende, sembra profondamente indignato, “lasci perdere”, gli dico, “ha ragione, ma lasci andare”, agli agenti la cosa non garba, mi chiedono lumi, spiego che secondo me chiedere i documenti all’unica persona di colore in tutto lo scompartimento, e dargli del tu, come se si trattasse di una vecchia conoscenza, abbia un carattere discriminatorio; il senegalese tace, i poliziotti se ne vanno, il tutto pare volgere al sereno. Qualche minuto più tardi fanno ritorno. Mi ordinano di seguirli e vengo portato in uno spazio tra due carrozze, lontano da testimoni occasionali. Mi vengono richiesti i documenti, rivolte diverse domande visto che la abbondanza di consonanti nel cognome pare rendere di difficile lettura la mia condizione di cittadino italiano e rassicurato sul fatto che anche nel mio paese d’origine (l’Uruguay) avrebbero riservato lo stesso trattamento alla mia testa davanti a un commento come quello precedente. Vorrei spiegarli che sì, che in un recente passato succedeva veramente, quello in cui i diritti 105 costituzionali erano stati soppressi e si viveva un periodo di “emergenza democratica”, che considero inalienabile il diritto dei cittadini e degli esseri umani in generale alla libera espressione delle proprie idee e che forse è perché arrivo da un altro pianeta (o per deformazione professionale) ma credo che niente di quanto succede intorno a me mi sia estraneo, ma lascio perdere, uno dei funzionari (Diventato parte lesa) mi informa che avvierà una querela per calunnie nei miei confronti, l’altro (Testimone) aggiunge che dovevo farmi gli “affaracci” miei. “Ci vediamo in tribunale”, aggiunge, nel riconsegnarmi i documenti, “Così impara”. E campo cent’anni, penso io. Tornato al mio posto, in molti vogliono sapere com’è andata. Hanno sempre ragione loro, dice una ragazza rumena, un signore, italiano, prima di scendere mi fa i complimenti, ma prende e se ne va, due che si offrono come testimoni sono stranieri, il resto tace e guarda da un’altra parte. Loro la lezione l’hanno imparata da tempo». Meditiamo, gente. Meditiamo. 106 LUCI ANO CELI Bibliografia FUSI V. (1974), Fiori rossi al Martinetto, Mursia, Milano; AGI (2008), Shoah: corteo carnevale a Monaco in Giorno memoria, è bufera, notizia di agenzia del 24 gennaio; GENTILI E. (2007), Vita e morte dietro la Linea Gotica. “La battaglia di Ortonovo” (14-17 aprile 1945), «Le Apuane», anno XVII, n° 54, novembre 2007, pp. 9-26; ALVARO C. (1944), La nostra realtà, «Mercurio», numero di novembre; ARENDT H. (2005), La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano; GJIKA A. (2004), Il carcere di Massa e l’eccidio delle Fosse del fiume Frigido 1943-1945, Ceccotti, Massa; BARIS T. (2003), Tra due fuochi, Laterza, Roma-Bari; GRIBAUDI G. 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