L’IMPEGNO EDUCATIVO DI ALBA CORALLI, UNA DONNA DEL XIX SECOLO
“La donna fu ed è e sarà sempre meno intelligente dell’uomo; e il carattere generale del suo pensiero è quello
di essere infantile. Nella lunga via dell’evoluzione intellettuale essa si ferma sempre a stazioni più vicine al
punto di partenza”. Così nel 1893 il noto fisiologo Paolo Mantegazza1 ribadiva l’inferiorità intellettuale della
donna, concetto espresso in numerosi trattati scientifici di fine secolo, tutti redatti, a detta degli autori, dopo
accurate osservazioni ed indagini2.
Tali studi, in realtà, esplicitavano sul piano teorico un modo di pensare consolidato nella mentalità collettiva che
riteneva la donna dotta un essere ‘contronatura’, tanto che “una donna con un libro in mano nella fantasia di
non pochi, non è più una donna, o almeno è una donna che lascia di fare quello che dovrebbe, per attendere
invece a quello che non dovrebbe, e rende la stessa immagine di un uomo che dipanasse una matassa di refe,
filasse lino o facesse calze”3. La rigida distinzione di ruoli che la donna e l’uomo erano chiamati a ricoprire nella
società, chiaramente deducibile dalle parole precedentemente riportate di Aristide Gabelli, pegagogista che
diede forma italiana al pestalozzismo, scaturiva probabilmente anche dalla mitizzazione che la funzione
materna subì nell’Ottocento4. Accettare l’idea di una donna dotta significava rimettere in discussione proprio
quei ruoli ed i rispettivi spazi d’azione, l’uno domestico l’altro pubblico, ed abbandonare le rassicuranti
categorie di figlia, madre e moglie per adottarne di nuove affatto sconosciute; equivaleva in altri termini ad una
rivalutazione globale della funzione svolta da ogni individuo nella società e, in ultimo, ad una riorganizzazione
del vivere quotidiano.
Uno degli elementi, forse il principale, che contribuiva a mantenere invariato l’assetto sociale era certo il
sistema educativo che, fino all’ultimo ventennio dell’Ottocento, continuò ad attribuire scarsa importanza
all’educazione femminile. Gli antichi modelli d’istruzione, che si limitavano alle prime rudimentali nozioni del
leggere, scrivere, far di conto, cui si affiancavano di solito catechismo, storia sacra e cucito, rimasero in uso
presso tutti i ceti sociali, con differenze che dipendevano unicamente dalle disponibilità economiche. In tal
modo le donne fino a fine secolo continuarono a ricevere un’educazione informale, che si espletava tra la casa
ed il convento ed incline più all’eliminazione della capacità critica che alla formazione dell’individuo e della sua
personalità5.
Da questo quadro pressoché uniforme si distingue, per formazione e per progettualità, la figura di Alba Coralli
che lungo tutto l’arco della sua vita dedicò un’attenzione costante all’educazione, vista come mezzo non solo
per “incivilire vie-maggiormente lo spirito de’ mortali”6, ma anche per operare quei cambiamenti sociali che ella
auspicava.
Nata nel 1818 a Casteggio, piccolo borgo pavese del Piemonte al confine con il Lombardo-Veneto austriaco,
Alba era la primogenita di altre tre sorelle, Maria, Enrica ed Ernesta. Il padre, che affiancava all’attività
professionale di notaio la gestione delle proprietà terriere della moglie, Marianna Cozzi di Valdinizza, era
osservatore attento degli eventi politici a lui contemporanei, come attesta la sua conoscenza di persone e fatti7.
L’interesse paterno per la politica fu trasmesso a tutte e quattro le figlie, ma furono soprattutto Alba e Maria a
maturare un’autonoma capacità di giudizio, che consentì loro di capire le dinamiche sottese agli eventi e che le
portò, nel tempo, a sposare gli ideali mazziniani8.
Uomo di idee liberali, Francesco Coralli fece studiare le figlie presso il collegio Sant’Agostino di Piacenza,
rinomato per la modernità dei suoi principi educativi9. Qui Alba conseguì ottimi risultati, tanto che il cugino
Severino utilizzava toni entusiastici nello scriverle: “Ho saputo con mia soddisfazione l’onore che ti facesti
quando la Tedesca arciduchessa venne a visitare il convitto... Darai un bacio per me alla mia Ninetta, ed alle
tue sorelle Marietta ed Enrichetta. Non è luogo ch’io ti preghi di dare dei buoni consigli a queste ragazze; il
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migliore ce lo dai colla tua presenza”10. Il carattere di Alba negli anni giovanili è vitale ed esuberante e ne resta
traccia in una lettera del 1836, una delle più vivide dell’epistolario Camozzi, in cui ella consiglia al cugino, le cui
parole sono paragonate dapprima al “sermone di un qualche padre zoccolante, armato di cilicio”, e poi a quelle
dell’“inglese Young o Jacopo Ortis”, di “mutar lettura” se vuole “far passare la mattana, l’ipocondria, l’umor
nero” che lo affliggono e di scegliere Goldoni, in virtù della sua capacità “di mandare a mille inferni ogni tetro
fantasma”11.
Terminati gli studi presso il collegio di Piacenza, l’itinerario formativo di Alba proseguì lungo tutta la vita: ad una
preparazione teorica che spaziava dall’apprendimento della lingua inglese allo studio di manuali di agronomia,
includendo la lettura di classici della letteratura italiana e di romanzi storici12, ella affiancò un costante impegno
teso all’elaborazione ed alla realizzazione di progetti educativi rivolti ora ai bambini in età prescolare ora alle
giovani donne. Accomunati da una forte carica innovativa, tali progetti attestano la comunanza di idealità tra
Alba e gli spiriti più illuminati della sua epoca, nel quadro del generale rinnovamento che interessò la società
italiana nella seconda metà del secolo.
Il suo interesse verso l’ambito educativo si manifestò a partire dagli anni cinquanta quando, già maritata col
marchese Carlo Belcredi di Pancarana e Robecco13, ella iniziò ad alternare la residenza nella provincia pavese
con le visite, via via più frequenti, alle sorelle, che si trasferirono dapprima a Milano14 e, dopo il coinvolgimento
nei moti del 1848, a Genova. Qui, a pochi chilometri di distanza, in San Francesco d’Albaro, Maria ed Enrica
fondarono nel 1850 un collegio d’educazione femminile al quale diedero il loro nome, Istituto Coralli.
Gli assunti da cui nacque l’idea del collegio e gli intenti che Maria, la direttrice, si proponeva costituiscono una
peculiarità dell’istituto, che si allontanava sia dall’idea comunemente accettata dell’istruzione femminile come
semplice espressione di vanità e puro orpello, sia dagli scopi perseguiti dagli ordini religiosi, nelle cui mani era il
monopolio dell’educazione delle giovinette, preoccupati più della moralità delle alunne che del loro livello
d’istruzione. In una lettera indirizzata al padre Maria scriveva che “l’educazione e[ra] un punto di somma
importanza massime quella delle fanciulle in questo paese dove fu tanto trascurata”, e che un suo
rinnovamento contenutistico e metodologico rispondeva a quel “bisogno del progresso morale ed intellettuale”
avvertito dagli ambienti più innovatori, conseguenza dell’“onda dell’incivilimento che prosegue con vigore la via
prefissa, abbattendo di mano in mano, pregiudizi di ogni genere... E’ chiaro che lo sviluppo progressivo della
società fa passi da gigante e deve avere la vittoria” 15.
Prima vittima nell’Istituto Coralli di tale “sviluppo progressivo” fu lo spirito bigotto che nelle altre scuole
permeava l’insegnamento dell’istruzione religiosa e morale. Lontano dallo studio mnemonico di sterili formule
volte ad instillare soggezione e riverenza, tale insegnamento era qui invece concepito come apprendimento di
principi etici e di nozioni relative alla storia sacra, accompagnati dall’esercizio della capacità critica16. E’ quanto
conferma un articolo apparso su l’ “Italia e Popolo” il 22 settembre 1853 in occasione degli esami tenuti presso
il collegio. A proposito dell’istruzione religiosa e morale vi si diceva: “Questa principalissima parte è affidata alle
cure dell’ottimo prof. Casaccia. Abbiamo avvertito nel suo programma l’importanza saliente attribuita alla
istruzione morale, abbiamo voluto notare questo progresso in un ramo d’insegnamento intralciato finora di
errori e difficoltà, che però ha tanta influenza sull’avvenire della donna. Le fanciulle si chiarirono informate ai
più sani e solidi principi di morale, risposero colla massima semplicità, intelligenza e precisione, portando
giudizio sui fatti ed accompagnando di schiette osservazioni i racconti della storia sacra”. L’articolo si
concludeva elogiando l’operato dell’Istituto Coralli nell’ambito dell’educazione femminile, educazione che in
passato “non di rado era compiuta entro le mura di un chiostro, o fra le pareti domestiche chiuse, come un
monastero, ad ogni contatto sociale”17.
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L’ideale educativo di Maria, così come quello di Alba, era alimentato da un forte spirito laico e in tale senso
sono da interpretare le frequenti espressioni anticlericali usate dalle due sorelle: dal rifiuto dello “spirito bigotto”
della “Provvidenza”18 al giudizio nettamente negativo sulla popolazione di Genova, “uscita dalle mani dei gesuiti
diffidente oltre misura ed attaccata più del bisogno al denaro”19, al tono ironico della definizione “monache o
semimonache”20.
Ispirata da “una fede profonda nei destini dell’umanità [...], una fede che non abbatte nell’inerzia, ma spinge al
bene con forza irresistibile, spinge a tentare ogni mezzo di azione”21, Maria volle che l’insegnamento all’interno
del collegio fosse improntato a validi criteri contenutisti. A tal riguardo provvide personalmente alla ricerca di
maestri capaci ed effettivamente colti e alla scelta degli strumenti didattici, in ottemperanza a ciò che sentiva
come responsabilità morale e sociale. “I nostri doveri ora prendono un aspetto più imponente”, scriveva ad
Alba, “di mano in mano che si accrescono le figlie di cui siamo responsabili noi in faccia a loro parenti, e delle
quali dobbiamo rispondere dell’avvenire”22. Sulla base del principio mazziniano di educabilità, infatti, Maria
attribuiva all’educazione un ruolo centrale nella formazione del carattere e del cittadino, e ciò la portava a
disapprovare la preparazione convenzionale che le ragazze ammesse al suo istituto spesso già possedevano
in quanto provenienti da altri collegi. A questo proposito così scriveva: “Quella entrata ieri che dicono avere 12
anni e mezzo ma che ne dimostra 15 è già discretamente avvanzata negli studi, quantunque la sia stata
educata con metodo assai diverso dal nostro e che a me non piace ⎯ molta apparenza poca sostanza ⎯”23.
Tale metodo trovava la sua ragione d’essere nel riconoscimento, presso i ceti dell’aristocrazia e dell’alta
borghesia, dell’istruzione femminile semplicemente come “un di più della dote”24.
La modernità del metodo educativo impiegato da Maria venne riconosciuta ed apprezzata dai suoi
contemporanei, per lo meno dagli ambienti più progressisti, che parlavano della “valente” direttrice e di un
“metodo d’insegnamento svincolato dai ceppi della pedanteria, eviratrice dell’intelletto... conforme
agl’intendimenti dell’età nostra, ed alla fase attuale del progresso”25.
Animata da una ferrea volontà e sostenuta dalle sorelle, Maria tradusse in pratica le riflessioni di Mazzini
sull’educazione che, prima di ricevere un assetto organico nel 1860 ne I doveri dell’uomo, vennero diffuse a
capitoli sulle pagine di alcuni periodici genovesi, proprio negli anni in cui lei ed Alba si trovavano nella città
ligure. Qui le due donne entrarono in contatto con gli ambienti dell’emigrazione politica democratica26, come
attestato dalla loro presenza allo Zerbino, dimora dei fratelli Camozzi e ritrovo serale degli emigrati, e come
testimoniato altresì dai rapporti epistolari intrattenuti da Alba con persone che frequentavano proprio casa
Camozzi, quali Salvatore Calvino, Giovanni Cadolini, Luigi Mercantini, Oreste Regnoli, Emilia Ashurst Hawkes.
E’ in tale ambiente che Alba maturò e fece propri gli ideali mazziniani, discusse quotidianamente gli
avvenimenti politici con gli amici, “presso a quel tavolo rotondo ove [ci] si sedeva così volentieri e [ci] si alzava
così a rilento per allontanarsene”27 e strinse relazioni che manterrà, tramite una copiosa corrispondenza, anche
dopo aver abbandonato Genova. A pochi giorni dal fallimento del moto del ‘53, Emilia Ashurst Hawkes,
ritornata in Inghilterra, le scriveva:
Mia cara Amica avrete capito ne sono certa il mio silenzio... L’immensa ansietà nella quale ho vissuto per lungo
tempo (che molto tempo prima della partenza dell’amato nostro amico sapevo che era vicina) e poi in quei
terribili giorni dopo che tutto era fallito, che aspettavamo le notizie del suo arresto... Basta ⎯ io vi amo più
sapendo che soffrite come solamente possono soffrire le donne e alcuni uomini eccezionali, e credete che non
esiste italiana che sente più di me per la nobile e sventurata Lombardia28.
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Sebbene appaia difficile definire con precisione il ruolo di Alba all’interno dell’Istituto Coralli data la scarsità dei
documenti d’archivio in proposito, è certo che ella condivise ed appoggiò il progetto educativo delle sorelle,
tanto che, anche se in modo non continuativo, le coadiuvò nella gestione. Oltre ad occuparsi di tutte le
questioni contabili, ella svolgeva anche opera d’intermediazione tra le famiglie delle alunne e l’istituto,
promuovendone la conoscenza al di fuori del territorio ligure. Godeva, inoltre, della piena fiducia di Maria, che
affidava proprio a lei la direzione del collegio in caso di sua assenza e la interpellava in merito a decisioni
importanti, quale fu ad esempio il trasferimento della sede, nel 1854, da Albaro a Genova.
Nonostante la presenza discontinua, quindi, il ruolo di Alba non fu né marginale né secondario: durante i sei
anni di vita dell’istituto ella fu l’interlocutrice privilegiata della sorella, che a lei si rivolgeva per ottenere consigli,
suggerimenti, e anche un sostegno morale in momenti di particolare sconforto. “Sono stanca proprio di stare
qui senza di te... dunque fa di venire presto”29, le scriveva Maria in una missiva. Oltre alle confidenze ed agli
incoraggiamenti reciproci, il rapporto epistolare tra le due sorelle evidenzia una solidarietà d’intenti e di finalità,
che trovò espressione nell’atipicità dell’Istituto Coralli rispetto agli altri collegi-convitti destinati alle ragazze ‘di
condizione civile’.
L’esperienza di quegli anni nel collegio fondato dalle sorelle contribuì certo a formare e a far maturare in Alba
quegli ideali educativi su cui baserà i progetti d’istruzione degli anni settanta e l’educazione dei tre figli.
Il primo di questi progetti risale al marzo 1866 ed è relativo all’istituzione di un asilo nella città di Firenze, allora
capitale. Le difficoltà materiali e politiche che sorsero sin dall’inizio resero però aleatoria la sua realizzazione:
da una parte la ricerca di un locale adatto ⎯ i pochi ambienti visitati, “pochi perché scarsissimi”, o sono troppo
costosi o “inadeguati per mancanza di luce e d’aria, e per angustia di spazio” ⎯ dall’altra la “temeraria
prepotenza del clero” che lascia poco spazio all’azione dei laici.
A ciò si aggiungeva l’atteggiamento sostanzialmente ostile da parte del Municipio che, se accettava le proposte
che arrecavano sviluppo morale e materiale alla città, era sempre comunque riluttante all’assumersi impegni
che implicavano un esborso, “in causa delle finanziarie angustie colle quali è in continua lotta”. Perciò,
nonostante il favore che il progetto aveva incontrato presso alcune signore dell’aristocrazia fiorentina, Antonio
Facci, amico impegnato attivamente a favore dell’educazione30, scriveva:
Dopo una lunga vicenda di speranze e disinganni ho potuto convincermi che la riuscita del nostro progetto non
andrebbe fallita, ma esigerebbe abbastanza di mezzi e lungo tempo per maturare31.
L’ostacolo maggiore rimaneva, comunque, l’ostilità degli ambienti cattolici che, timorosi di perdere il primato
dell’istruzione privata, a Firenze32 come in altre città, elaborarono e diffusero una serie di articoli che
denunciavano la pericolosità delle scuole infantili gestite dai liberali. Se articoli di simil fatta avevano già trovato
spazio sulle pagine de “La civiltà cattolica” a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta33, non si può non
vedere in questa rinnovata avversione degli ambienti cattolici un riflesso dell’irrisolta questione romana che da
lì a breve si sarebbe riproposta all’attenzione generale. Nella città toscana, in più, gli ambienti cattolici
godevano del sostegno dei tradizionalisti moderati, di cui Firenze era la roccaforte, e di quello dell’aristocrazia
di antica data, che male accettava le nuove tendenze dell’educazione popolare a spese dello stato.
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Il favore incontrato dal progetto di Alba presso le signore dell’aristocrazia fiorentina, forse più di altre
influenzate dalla diffusione degli scritti di Raffaello Lambruschini34, quindi, è da leggersi nell’ottica della ‘carità
educatrice’, più come atteggiamento diffusamente invalso presso le rappresentanti femminili di quel ceto
sociale che non come impegno motivato da una convinta rivalutazione dell’infanzia. “Un modello caritatevole”,
secondo Fiorenza Taricone, “obbedito più per la gratificazione delle coscienze che ne derivava, per un
appagamento in sè dell’atto che per l’efficacia pratica che ne derivava”35.
Tre anni più tardi, nel 1869, il moderatismo dei cattolici fiorentini, visto come il vero freno di ogni nuovo progetto
nel campo educativo, ritornava nelle parole di Salvatore Calvino, che, in una lettera ad Alba, confermava le
difficoltà di sviluppare progetti laici, rivolti non più soltanto ai bambini ma anche alle giovani donne. L’amico,
che ella aveva conosciuto a Genova nel decennio preunitario e che in quegli anni era deputato per la sinistra,
era sempre stato un acceso sostenitore dell’istruzione femminile; il fatto che Alba si rivolgesse a lui parlando in
termini innovativi della formazione delle donne, accostando proprio i due termini, istruzione ed educazione,
che per tutto l’Ottocento nel dibattito sull’educazione femminile furono considerati contrastanti ed incompatibili,
era indicativo della volontà di entrambi di superare il modello educativo tradizionale36.
Nella missiva Salvatore, interpellato sulle condizioni più o meno favorevoli per fondare, a Firenze, un “asilo
infantile, e l’anno dopo un Istituto di istruzione ed educazione femminile, con alunne interne ed esterne, e se i
mezzi si trovassero, anche un simile istituto maschile”, affermava che a causa del “paolottismo” imperante, la
città sarebbe stata “un campo affatto inopportuno alla buona riuscita di istituti di tal fatta, qualora non fosse in
essi data l’istruzione religiosa... e ne è prova, che tutte le primarie famiglie, specialm[ente] toscane, mandano i
loro figliuoli a preferenza alle scuole degli Scolopi”37.
Ciò nonostante, a partire dal 1870 il progetto d’istituire una scuola femminile sembrò concretizzarsi. Nelle
lettere di Alba diventano sempre più frequenti ed espliciti i riferimenti ad un’associazione di signore inglesi, cui
ella pensava di rivolgersi vista la comunanza dell’obiettivo. Per facilitare la relazione con tali signore, ella
scrisse a Garibaldi, il quale, dopo averla lodata per la sua dedizione alla causa dell’istruzione femminile,
s’impegnò a fare da intermediario tra lei e la “benedetta associazione”, nella persona della signora M. L.
Chambers38.
A testimonianza del prestigio e dell’autorità da lei raggiunti nell’ambito educativo, negli anni immediatamente
successivi Alba ricevette alcune proposte relative alla direzione di istituti scolastici diversi.
L’offerta più interessante, che consente di capire meglio la modernità del suo ideale educativo, fu quella del
marzo 1874, relativa alla direzione della scuola superiore di Firenze in cui la figlia, Maria Lisa, studiò39.
Entusiasta dell’offerta, che le evitava i problemi iniziali di impianto, Alba pensò immediatamente alla
riorganizzazione dell’istituto: si sarebbe fatta coadiuvare nella gestione dalla nipote Costanza, figlia della
sorella Maria, e avrebbe annesso un giardino d’infanzia, nell’intento manifesto di provvedere alla formazione
completa delle alunne. Anche se Alba non riuscì poi a tradurre in pratica le sue intenzioni, è importante rilevare
la sua adesione al metodo pedagogico fröebeliano, le cui idee circolarono in Italia a partire dalla fine degli anni
sessanta ad opera soprattutto di donne straniere e di religione non cattolica. Profondamente innovativo nei suoi
principi, il metodo si proponeva di promuovere lo sviluppo naturale delle potenzialità del bambino attraverso il
gioco, in virtù della sua capacità di stimolare l’immaginazione e la fantasia. In tal modo gli asili cessarono
d’essere mere sale di custodia e divennero luoghi in cui il bambino perseguiva il suo sviluppo culturale, fisico e
affettivo40.
L’accettazione da parte di Alba del metodo fröebeliano, insieme al favore accordato alla coeducazione,
“facendo promiscue maschi e femmine le quattro classi elementari”41, attesta il suo legame con gli ambienti
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riformatori e comprova che il suo impegno nell’ambito dell’istruzione non rientrava nell’angusta categoria della
‘carità educatrice’, ma ne oltrepassava i limiti per ampiezza di contenuti e di finalità. Insieme a pochi altri
‘illuminati’, infatti, ella fu partecipe convinta del processo di rivalutazione dell’infanzia, considerata come
momento determinante nell’iter formativo individuale42. Ciò emerge chiaramente da una lettera scritta alla figlia
Lisa in cui Alba, a proposito di un’amica della stessa Lisa, faceva notare come del suo “carattere un po’ difficile”
fosse responsabile proprio l’infanzia trascorsa senza cure materne “e in mezzo a monache”. Dopo aver
raccomandato alla figlia d’essere “indulgente con codesta disgraziata” ella spiegava: “e dico disgraziata nel
senso che essa ha portato crescendo negli anni tutti i difetti della sua infanzia e forse qualcuno acquisito
dopo”43.
Dopo il 1874 Alba abbandonò l’idea di attuare i suoi progetti educativi a Firenze ed elesse a nuova sede Roma.
La scelta fu probabilmente motivata dalla presenza di amici disposti a collaborare attivamente con lei, gli stessi
conosciuti a Genova, e in particolare Salvatore Calvino e Giovanni Cadolini, oltre che dall’intenzione dei
direttori della scuola di Lisa, la signora Truan ed il signor Raffaelli, che Alba stimava ed apprezzava, di aprire
nella nuova capitale un istituto femminile. Le difficoltà incontrate sia nella ricerca di locali adeguati ⎯ l’istituto
nelle intenzioni di Alba avrebbe dovuto comprendere anche il giardino d’infanzia ⎯, sia nel reperimento di
alunne, determinarono l’abbandono del progetto, la cui importanza rimane comunque inalterata.
Dopo Genova, centro dell’emigrazione politica democratica, Alba scelse prima Firenze e poi Roma per attuare i
suoi progetti, proprio negli anni in cui le due città furono le capitali politiche del paese ed ella poteva avvalersi in
loco dell’appoggio di quegli amici che con lei condividevano la necessità di riforme sociali.
A questi progetti educativi che occuparono per intero gli anni settanta, nel decennio successivo Alba affiancò
un’altra iniziativa in campo formativo: la fondazione di una scuola agraria a Staghilione, nella provincia pavese,
all’interno delle proprietà terriere di famiglia. Il nuovo istituto prevedeva, oltre agli insegnamenti di agricoltura
pratica, anche un corso d’istruzione elementare, “impartita da apposito Maestro il quale farà anche da
censore”.
L’obiettivo della scuola era di formare “dei lavoratori dei campi onesti, intelligenti, attivi, morali”, che
acquistassero delle “idee generali [su] tutte le produzioni dei nostri colli, non essendo scopo della presente
istituz[ion]e il formare dei Maestri in questo od in quel ramo di coltivaz[ion]e”. Forniti della preparazione teorica
necessaria, i contadini avrebbero imparato a “tenere le viti, i gelsi, i bachi, i prati, la frutta, gli ortaggi, le api”, e
sarebbero stati stimolati al miglioramento dei loro fondi, contribuendo così al rilancio dell’agricoltura regionale.
La durata prevista per il corso completo era di tre anni, con una permanenza fino ai ventuno, quando i ragazzi
avrebbero la coscriz[ione] e farebbero il soldato, o prenderebbero moglie formando famigliole sul nostro
appennino e dando esempi di economia e di attività44.
Nonostante il progetto conservato nell’archivio Camozzi non sia né datato né firmato, non mancano elementi
che consentono di attribuirlo ad Alba. Da una parte la maggiore attenzione da lei prestata, proprio negli anni
ottanta, alla conduzione dei possedimenti fondiari di famiglia, facilitata dalle sue conoscenze agronomiche, che
le permise di riscontrare numerose irregolarità dovute non solo alla “furberia” dei mezzadri, ma anche alla
mancanza di una adeguata preparazione teorica; dall’altra la visita, nel febbraio 1883, insieme alla nipote
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Costanza ed al marito, Enrico Giglioli Hillyer, al convitto di pomologia di Firenze, la cui organizzazione verrà
presa a modello per la scuola agraria della provincia pavese.
A differenza dell’istituto fiorentino, però, pensato, di preferenza, per i figli dei piccoli possidenti, la scuola
agraria ideata da Alba era destinata ad accogliere giovani orfani, altrimenti collocati in strutture assistenzialicaritative e ad offrire loro un’alternativa spendibile per il futuro. “Si tratterebbe”, scriveva Alba, “di ritirare n. 12
orfani da un orfanotrofio e toglierli alle professioni che di solito li occupano in città”.
Il progetto della scuola agraria, simile nell’organizzazione ad altri elaborati negli stessi anni dai deputati della
sinistra che in tal modo si proponevano di fronteggiare la grave crisi agraria nazionale45, evidenzia, ancora una
volta, i legami di Alba con gli ambienti politici e l’attenzione da lei prestata alle tematiche legate all’infanzia ed
all’educazione più in generale.
Ma più che nelle enunciazioni teoriche e nelle realizzazioni pratiche fin qui analizzate fu nella prassi educativa
che Alba rivelò modernità di principi e scelte all’avanguardia, per nulla allineate ai modelli imperanti. Il metodo e
i criteri utilizzati per educare i figli ed i nipoti, di cui ella si fece carico dopo la morte delle sorelle, rivelano
appieno tale atipicità.
A causa dei suoi continui spostamenti, la cui frequenza era tale da indurla a paragonarsi “all’ebreo errante”46 ⎯
Firenze, Staghilione, Dalmine, Mantova, Venezia, Roma non sono che le mete principali del suo eterno vagare
⎯ le risultò impossibile far educare i figli in casa da un precettore o seguirli personalmente durante il loro iter
formativo, come la tradizione alto borghese avrebbe prescritto. Scelse quindi di far studiare Pietro e Rodolfo,
nati rispettivamente nel 1843 e nel 1846 dal matrimonio col marchese Carlo Belcredi di Pancarana e Robecco,
prima a Genova, poi a Torino e infine a Pavia, mentre Maria Lisa, nata nel 1860 dalle seconde nozze con
Gabriele Camozzi47, portò a termine il suo intero percorso educativo a Firenze48.
Nonostante la lontananza che quotidianamente li separava, Alba rimase per i figli un imprescindibile punto di
riferimento nel corso della loro formazione: l’assiduità dello scambio epistolare, all’incirca una missiva ogni due
giorni, consentì, infatti, di annullare la distanza fisica e di mantenere viva una relazione altrimenti destinata ad
estinguersi. Le lettere ebbero quindi una funzione non solo comunicativa ma anche affettiva: ricche di
sentimenti e di stati d’animo, primo fra tutti quello legato al dolore d’essere lontani, e di espressioni che
compensavano l’impossibilità di realizzare materialmente quei gesti in cui si concretizzava l’intimità domestica
(“Ti abbraccio col solito affetto”49; “Baciala, ribaciala col pensiero a me rivolto e colla tenerezza d’entrambe”50),
esse negli ultimi anni di vita divennero per Alba “indispensabili come il pane quotidiano”51.
Tra le tematiche più ricorrenti spicca per assiduità e per importanza quella relativa all’educazione e, nello
specifico, allo studio.
In sintonia con le sorelle, Alba riteneva che l’educazione dovesse superare il puro nozionismo e divenire un
elemento fondante della persona umana, in grado cioè di formare e correggere il carattere, di nobilitare l’animo
umano il quale, una volta educato, non poteva compiere che azioni virtuose. Preoccupata dal modo di agire di
Pietro, che ella stessa definiva “dispotico, villano ed insolente”, Alba in una lettera al figlio, allora
quattordicenne, evidenziava proprio il divario tra quei modi ed i principi da lei instillati e si augurava che il figlio
presto fosse in grado di correggersi, “ché se ciò non fosse, fin d’oggi ti manderei in un Collegio onde togliermi
la responsabilità della tua riuscita e la vergogna di supporre che altri potesse credermi capace d’averti dato sì
pessimo esempio”. Ed aggiungeva: “Tu hai ingegno, e non par possibile che tu possa cadere in azioni che solo
commettono que’ disgraziati che non ebbero la fortuna d’essere instruiti”52.
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Tra il 1850 ed il 1860 Pietro e Rodolfo completarono il primo ciclo di studi a Genova frequentando,
probabilmente, una delle numerose scuole civiche che il Comune istituì dopo la metà dell’Ottocento. Il loro iter
formativo continuò poi a Torino, città ove la famiglia si trasferì, nonostante il parere contrario di Alba, a seguito
dell’elezione di Gabriele al Parlamento, e si concluse con il conseguimento della laurea in ingegneria53.
A fronte dell’impossibilità di risalire alle scuole da essi frequentate, è importante rilevare il rifiuto da parte di
Alba di uno qualunque dei numerosi convitti in cui solitamente si svolgeva l’educazione dei giovani benestanti.
Tale scelta, infatti, l’avrebbe privata della possibilità di interferire sul tipo di educazione impartita ai figli e
dunque, in ultimo, l’avrebbe privata della responsabilità della loro formazione. Inoltre, le regole inflessibili in
vigore presso tutti i collegi, che regolamentavano anche le visite dei parenti, avrebbero ulteriormente limitato le
rare occasioni d’incontro tra Alba ed i figli, spesso concordate sulla base delle coincidenze tra i rispettivi
convogli ferroviari oppure in concomitanza dell’arrivo di amici e conoscenti comuni.
La preferenza di Alba per percorsi educativi non tradizionali è confermata anche dai consigli della sorella Maria,
che consultata in merito a quale scuola scegliere per Pietro, ne suggerì una “particolare”, fondata da “un prete
evangelico che lasciò la tonaca per la spada della rivoluzione quindi ritornò al silenzio aspettando tempi e
dedicandosi completamente all’istruz[ione] primaria”54.
Con il passare degli anni e con il raggiungimento dell’età adulta da parte dei figli i consigli in merito
all’importanza ed ai vantaggi dell’istruzione non vennero meno, anzi si arricchirono: dai generici incitamenti a
“fare più che negli scorsi anni”55, Alba circoscrisse i moniti alla necessità di apprendere le lingue straniere,
manifestando in tal modo il suo cosmopolitismo. Per evitare di sentirsi “umiliato ogni qualvolta taluno parla una
lingua che non comprendi”56, diveniva indispensabile studiare non solo il francese, lingua per eccellenza del
XIX secolo, ma anche l’inglese ed il tedesco. “Se ti venisse occasione di far amicizia con qualche francese”,
scriveva a Pietro, “fa il progetto di parlare la sua lingua, pregandolo di correggerti ne’ tuoi errori. Vedrai come ti
riuscirà poi facile il parlarla ovunque”57. La conoscenza delle lingue straniere risultava estremamente utile
anche al fine di un miglior impiego, ché “uno che sa le lingue è sempre preferito a parità d’altri meriti, ad uno
che non le sa”58. Pietro, infatti, a causa della mancata conoscenza del tedesco, aveva dovuto rifiutare un lavoro
in Croazia.
I frequenti richiami al buon impiego del proprio tempo ed alla necessità di non stare in ozio traducevano le
speranze di Alba di avere dei figli sempre occupati in qualche attività, e massime nell’impegno di apprendere.
Lo studio era, infatti, per lei tramite fondamentale per la realizzazione e la promozione sociale, garanzia di
superiorità morale e fonte di stima da parte di amici, oltre che mezzo principe per formarsi una coscienza
civica. Esso era secondo solo ai doveri verso la patria, come lucidamente ricordava Alba a Rodolfo che
nell’aprile del 1866 era pronto ad abbandonare gli studi per partire volontario nella terza guerra d’indipendenza:
Mettiti in quiete e sta tranquillo allo studio. Se qualcosa vi sarà da [cenno] sarò io la prima a dirtelo. Tuo primo
dovere per renderti utile al paese si è quella di studiare, acquistare cognizioni la cui utilità pratica sarà sempre
ed ovunque di gran vantaggio. L’Italia può disporre di quante braccia le occorrano, ma delle teste non può
disporre che pigliandole come sono. E purtroppo questi anni scorsi diedero prove meschine delle teste
italiane... Sta certo che avrai tempo a fare gli esami prima che Garibaldi abbia chiamato la gioventù alla
pugna59.
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E in un’altra lettera indirizzata a Pietro, dopo aver sottolineato l’importanza del “voler studiare ed agire” ⎯
binomio che riecheggia i moniti mazziniani ⎯ ella così continuava:
bisogna in primo luogo fornirsi di molte cognizioni perché la nostra epoca non s’inchina alla mediocrità...
Cercare di promuovere l’istruzione nel popolo, se non si può attendere iniziarla, gli altri faranno il resto. E tu lo
puoi fare. Studiare fino ai 30 anni, viaggiare, fornirti di cognizioni utili, poi volgere il tuo pensiero all’umanità. Il
Paese si può servire in mille modi, se non si può fare il soldato, si fa il deputato, mille sono le vie p[er] rendersi
utili60.
Nonostante l’assiduità dei richiami materni, i due figli manifestarono una scarsa attitudine allo studio e, al
contrario, un’innata indolenza che li portò a condurre una vita alquanto dissipata, lontana dai principi morali e
dal senso del dovere che avevano scandito l’esistenza di Alba. Rodolfo si alternò, infatti, tra i debiti di gioco e la
relazione con una ballerina, dalla madre definita “donnaccia”, che gli darà due figli, della cui esistenza Alba fu
informata da terzi; Pietro, invece, visse immerso in un ozio che l’aveva “trascinato a far nulla, a dormire fino alle
9, a fumare e giuocare e stare sdraiato il resto della giornata”61.
Disgustata dalla condotta vergognosa e ambigua di entrambi, che avevano sostituito il discredito all’onore e
alla reputazione, Alba continuò a rinnovare gli appelli al dovere e al rispetto di una retta morale, interrogandosi
anche sugli eventuali errori commessi nella loro educazione. I toni della corrispondenza raggiungono, in questo
frangente, un’intensità quasi drammatica:
Io sono costretta tacere e convincermi che [Pietro] sarà un altro degli oziosi della famiglia Belcredi, scriveva a
Rodolfo... Pensare quello che ho speso e per ripetiz[ion]i e p[er] musica e p[er] scherma e vedermi innanzi un
essere che non s’innalza al di sopra dei figli dei facchini... Ho lavorato tutta la vita p[er] soddisfare nei figli il mio
orgoglio ed il mio affetto. Mi sono barbaramente castigata! ... A questa colpa non ero preparata!62.
Ed ancora: “Io morrò disperata e pentita di avervi tanto assecondati, d’essermi troppo sagrificata e d’avere
ottenuto un risultato miserabile, un insieme di molte debolezze, di poche virtù” 63.
Nonostante gli esiti fallimentari, Alba non ripudiò il metodo educativo da lei impiegato, basato, direi,
sull’autodeterminazione: anche se in aperto disaccordo con le scelte dei figli, ella, infatti, non intervenì mai
personalmente ad ostacolarle. Prova ne è l’assenza di qualunque registro autoritario, persino nelle situazioni
più scabrose, ed il continuo ripetersi nelle sue lettere di consigli volti ora alla conquista di una rispettabilità ora
all’importanza dello studio per ottenere un lavoro di soddisfazione.
Nemmeno il lavoro, tuttavia, fu una delle preoccupazioni principali dei due figli che, al termine degli studi,
trovarono un impiego solo grazie alle pressioni della madre su influenti uomini politici. Pietro, dopo aver
lavorato per tre anni a Mantova presso lo studio dell’ingegnere Ugo Arrivabene, nel 1880 venne nominato
ingegnere sulla linea ferroviaria Vercelli-Pavia-Stradella; Rodolfo ottenne nel 1874 un posto come praticante
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negli uffici della Società veneta e tre anni più tardi, tramite Depretis, un impiego presso il Ministero
dell’agricoltura.
Risultati diametralmente opposti sortì invece l’educazione della figlia.
Maria Lisa nacque nel 1860 e, così come i fratelli, seguì un percorso educativo lontano da casa e dalla madre.
Visse e studiò a Firenze in casa della cugina Costanza, in un ambiente culturale molto ricco, il cui prestigio
accrebbe negli anni in cui la città toscana fu capitale d’Italia64. Lisa accolse le suggestioni dell’ambiente
cittadino e partecipò sin da adolescente a numerosi eventi che denotavano la sua appartenenza ad un’élite
culturale: commedie ed opere liriche in lingua italiana e francese alle quali, giovanissima, assisteva in
compagnia della zia Camilla o dei cugini65; serate di beneficenza per i bambini ciechi trascorse in casa del
principe Corsini, con la partecipazione della signora Lowroskva, “famosissima cantante russa che ha una voce
magnifica”66, e ancora riunioni serali in casa d’amici alle quali era invitata insieme alla cugina Teresa per
suonare il piano67.
L’educazione di Lisa fu sin dall’inizio basata sull’interazione tra scuola e famiglia, tra ciò che apprendeva dai
maestri e ciò che personalmente Alba le insegnava durante i suoi periodici soggiorni a Firenze. Tale modalità,
alquanto diffusa presso le case dell’aristocrazia e della grande borghesia ottocentesche68, permetteva ad Alba
di verificare che l’educazione impartita alla figlia fosse concorde con i suoi principi e con i suoi intenti.
Dopo aver frequentato la scuola elementare, nel 1870 Lisa venne iscritta all’istituto superiore diretto dalla
signora Mojolarini, della durata di tre anni. La scelta non fu casuale, come sembra attestare il mancato
insegnamento di due materie ritenute allora fondamentali nell’istruzione femminile, vale a dire i “lavori
donneschi” e la storia sacra. Le caselle riservate a tali due insegnamenti risultano infatti sbarrate, mentre le
altre sono debitamente compilate con ottime votazioni69. A differenza dei due fratelli Lisa non diede mai motivo
d’essere ripresa per scarsa applicazione allo studio. Di questa sua dedizione sono testimonianza non solo i
resoconti fatti alla madre dei suoi risultati scolastici, ma anche le successive affermazioni relative al “piacere” di
frequentare le lezioni70. Questi commenti divennero sempre più assidui negli anni compresi tra il 1874 ed il
1876, quando Alba decise di iscrivere la figlia all’Institution Truan-Raffaelli, dopo aver escluso sia la
continuazione presso l’istituto della Mojolarini sia il Collegio reale di Milano.
Impegnata dalle nove della mattina alle quattro del pomeriggio, Lisa affrontava lo studio di tutte le materie, tra
cui histoire, géographie, arithmétique, dessin, français, littérature francaise, allemand, italien, littérature
italienne, anglais, in lingua francese. I suoi commenti entusiastici, che più volte paragonarono la nuova scuola
ad una “famiglia”, erano forse diretta conseguenza dei criteri di gestione, senza dubbio più liberali rispetto a
quelli degli altri educandati, massime quelli gestiti dagli ordini religiosi. E’ quanto si desume dalle parole di Lisa,
dopo che ella è stata rimproverata dalla madre per aver usato poca accortezza nello scrivere ad un’amica che
studia proprio in uno di questi educandati. “Ora vorrei dirti di quella famosa lettera della Maria”, scriveva Lisa
Ecco da quanto me ne ricordo cosa le dissi: che ero in un collegio molto buono ove stavo molto volentieri non
essendoci nessuna di quelle dure discipline ed essendo quasi come in famiglia. Quindi le venivo a dire cosa
studiavo e se non mi sbaglio, quello che fece scandalizzare le monache deve essere perché dissi che nella
storia studiavamo la riforma e in letteratura Voltair[e]. Del resto se io ho detto qualcosa l’ho detto al fin di bene
e non perché quelle stupide monache se la prendessero con! [così nel testo]71.
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Ritornava nelle parole della figlia lo spirito laico e progressista che aveva animato le esperienze educative della
madre, lo stesso che aveva guidato la scelta del nuovo istituto, in cui l’insegnamento dell’istruzione religiosa
non era prevista, così come quella dell’ “ouvrages à l’aiguille”. Alba manifestò in più occasioni l’adesione al
metodo d’insegnamento in esso praticato, in quanto teneva in considerazione le attitudini dell’individuo e le sue
predisposizioni naturali, valorizzandone, quindi, le motivazioni personali.
Ti mando proprio col cuore contento e con fiducia nel sistema d’istruzione iniziato in codesto istituto ⎯ scriveva
alla figlia ⎯. Le tue classificazioni sono proprio il risultato delle osservazioni di gente di cuore che s’è assunta
l’impegno d’educare e di correggere, studiando l’indole, il grado d’istruzione, le lacune delle scolare, di gente
che ha coscenza e cuore e che non è usa con una mascherata attirarsi i battimani72.
Quando si accorse della passione della figlia per il disegno e, viceversa, dello scarso interesse per la musica,
che si riduceva a un mero esercizio meccanico, le scrisse:
Per la musica che vuoi che ti dica? Certamente è un ornamento, è una occupazione che nella vita presenta
molti vantaggi e reca grandi soddisfazioni, ma quando l’attitudine manca trovo stoltezza perdere il tempo
inutilmente... Lavora al disegno e giacché in esso pare che tu riesca cerca di emergere73.
Il “vantaggio supremo dell’istruzione” sarà fonte per Lisa non solo di gioia, ma anche di conforto ai dolori e alle
amarezze della vita. Lo studio inoltre le consentirà di trovare un lavoro “intelligente, ché ella non deve prestare
orecchio mai a coloro che ti diranno: non ha bisogno di un lavoro, è ricca, a che pro logorarsi per procurarsi
una carriera?”74.
Le lettere che Alba scrisse alla figlia seguivano sostanzialmente lo stesso schema di quelle indirizzate a Pietro
e Rodolfo: consigli e raccomandazioni sull’importanza dello studio e del lavoro si alternavano a precetti morali,
formando un prezioso vademecum che aveva il compito di guidare Lisa alla conoscenza del mondo.
Completamente assenti, invece, furono gli inviti al buon utilizzo del proprio tempo, così come i rimproveri in
merito alla condotta morale: Lisa occupava equamente la sua giornata tra lo studio e la corrispondenza ed il
suo comportamento era ineccepibile. I consigli di Alba rivolti a mantenere inalterata la rispettabilità e l’onore,
che pure si ritrovano, erano quindi un fatto di costume, dettati più da preoccupazioni materne che non da reali
necessità.
Alba rimase, durante l’itinerario formativo della figlia, una costante figura di riferimento: dava suggerimenti su
come affrontare lo studio o come allenare la memoria, la spronava a prestare più attenzione agli errori di
ortografia, sottolineando l’importanza di vincere “quella scoraggiante svogliatezza” che era rovina di qualunque
progettualità75. Lisa, unica dei tre figli a realizzare le aspettative della madre, tradurrà in pratica i suoi consigli:
diventerà presidente del comitato romano della Società nazionale pro-infanzia e, nel 1907, del Segretariato
permanente femminile per la tutela delle donne e dei fanciulli emigranti76. In quanto esperta di problematiche
inerenti all’emigrazione sarà chiamata a far parte del Consiglio nazionale delle donne e sarà autrice di diverse
pubblicazioni sulle condizioni disagiate delle lavoratrici all’estero, soprattutto di quelle in Germania e in
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Svizzera. Alba troverà solo in lei quel conforto e quella soddisfazione che inutilmente aveva ricercato in Pietro e
Rodolfo77.
L’istruzione ricevuta consentì a Lisa di optare per un lavoro d’inclinazione e di conquistare quell’indipendenza
economica che la proiettò fuori dalle pareti domestiche. La sua condizione di autonomia culturale ed
economica fu il risultato delle scelte operate da Alba, sclete che si allontanarono nelle modalità e nei contenuti
dal modello educativo tradizionale che concepiva la donna esclusivamente come madre e moglie. Alba stessa
uscì dai limiti esigui di quei due ruoli occupandosi, ad esempio, della gestione del patrimonio familiare e
cimentandosi in una serie di progetti economici che danno modo di apprezzarne l’intraprendenza
imprenditoriale.
La modernità della sua figura di educatrice, oltre agli aspetti già ricordati, si manifestò anche nell’allevare in
modo del tutto indipendente dalle due figure maritali i tre figli78. A tal riguardo è interessante rilevare la
completa assenza, nelle lettere, di riferimenti a Carlo o a Gabriele, e non solo in merito alle decisioni educative.
Ciò che ne risulta è, allora, una personalità forte, dotata di autonomia decisionale, che contribuì a quel
processo, iniziato nella seconda metà dell’Ottocento, di ridefinizione dei ruoli e delle funzioni femminili. In tal
senso è da interpretare anche la scelta d’inclinazione alla base di entrambi i matrimoni che ella contrasse:
rifiutate le regole che imponevano un’unione nell’interesse del lignaggio, Alba scelse il futuro compagno in virtù
della presunta compatibilità ed affinità psicologica.
Ciò è particolarmente evidente nel secondo matrimonio. Alba conobbe Gabriele durante il lungo soggiorno
genovese: ebbe quindi occasione di frequentarlo per diversi anni e di approfondirne la conoscenza prima di
accettare, solamente nel 1859 alla vigilia della partenza per la seconda guerra d’indipendenza, la proposta di
nozze, più volte in precedenza rifiutata. Gabriele era amico di famiglia: incaricato dal padre di Alba nel 1853 di
consolare la figlia per la morte del primo marito, intrattenne una ricca corrispondenza con le sorelle, soprattutto
con Maria. Il matrimonio avvenne sulla base dell’amicizia e della stima che da anni Alba e Gabriele nutrivano
l’uno per l’altro e fu il suggello di una complicità rafforzata dalla comune passione politica, nonostante il
moderatismo di Gabriele e le posizioni democratiche di Alba79.
La nuova identità femminile di cui Alba si fece promotrice, insieme ad un numero sempre crescente di donne
che nella seconda metà dell’Ottocento si dedicò a lavori di apostolato sociale80, si concretizzerà, nel primo
decennio del nuovo secolo, nelle caratteristiche della ‘donna nuova’. Lisa, figlia di Alba, e Costanza, figlia di
Maria, bene rappresentano la ‘donna nuova’, in quanto sono il risultato delle istanze emancipazionistiche
sostenute dalle rispettive madri.
Di Lisa già si è parlato. Costanza, direttrice di un ginnasio femminile fiorentino, collaborerà a diverse riviste (tra
le altre “La donna”, primo giornale emancipazionista, diretto da Adelaide Gualberta Beccari), pubblicando
articoli a sostegno dell’istruzione femminile e professionale81, per poi diventare scrittrice di professione.
In due articoli apparsi alla fine degli anni settanta su l“Rassegna settimanale” ella si dichiarerà per un’istruzione
femminile che sia “larga, completa, profonda” e si dirà stupita del vasto numero di uomini intelligenti e colti che
si opponevano a questa necessità considerandola, a torto, un “pericolo sociale”82. Inoltre, a proposito
dell’insegnamento, ella affermerà che “la cosa più importante non è la materia, ma il metodo”. Non si trattava
quindi di selezionare le cognizioni utili, giacché tutte erano tali, ma di “far la mente capace a riceverne il più
possibile, sviluppando al più alto grado tutte le facoltà di cui è dotata”83.
Le analogie con gli intenti educativi sostenuti da Alba sono evidenti.
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Se si considera che Costanza, dopo la morte della madre Maria, rimase alcuni anni con Alba e che Lisa crebbe
insieme alla cugina, tanto che sul retro delle lettere di Lisa alla madre si trovano spesso scritti di Costanza
indirizzati ad Alba, il ruolo di quest’ultima ne esce rafforzato anche sul piano simbolico, come madre
sostitutiva84.
1
P. Mantegazza, Fisiologia della donna, Milano, 1893, vol. 2, p. 207.
2
Cesare Lombroso e Giuseppe Ferrero sostennero che “nelle donne le idee sono stati di
coscienza meno chiari, più pallidi e meno definitivamente circoscritti; come la sensibilità
periferica e la morale così la sensibilità intellettuale è minore... C’è un antagonismo tra le
funzioni di riproduzione e le intellettuali come tra la genesi, l’accrescimento e la struttura. Ora,
essendo il lavoro della riproduzione in gran parte devoluto alla donna, per questa cagione
biologica essa è rimasta indietro nello sviluppo intellettuale”, in C. Lombroso-G. Ferrero, La
donna delinquente, la prostituta e la donna normale, 1893, p. 172 e p. 179.
3
A. Gabelli, L’Italia e l’istruzione femminile, in “Nuova antologia”, 1870, fasc. 9, p. 152.
4
“La maternità, caricata di ideali, diventa un ruolo gratificante. Il modo con cui si parla di
questa ‘nobile funzione’ usando un vocabolario preso a prestito dalla religione (ricorrono
continuamente parole come ‘sacrificio’ e ‘vocazione’) è indice del nuovo aspetto che riveste il
ruolo materno”, in E. Badinter, L’amore in più. Storia dell’amore materno, Milano, 1981, p. 161.
5
La bibliografia su questo argomento è piuttosto ricca. Qui si segnalano unicamente due testi:
I. Porciani (a cura di), Le donne a scuola. L’educazione femminile nell’Italia dell’Ottocento,
Firenze, 1987 e S. Soldani (a cura di), L’educazione delle donne. Scuole e modelli di vita
femminile nell’Italia dell’Ottocento, Milano, 1989. La superficialità dei contenuti dell’istruzione
femminile venne evidenziata dall’inchiesta Scialoja del 1872-73, avviata proprio per indagare
la situazione degli istituti e delle scuole d’istruzione secondaria maschili e femminili presenti in
Italia.
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6
Le parole sono tratte da una lettera scritta da Severino alla cugina Alba e furono da lei
pienamente condivise. Cfr. lettera di Severino Grattoni a Alba Coralli Camozzi, Torino 25
giugno 1835, in Biblioteca civica Angelo Mai di Bergamo, Fondo Camozzi-Danieli (d’ora in poi
B.C.M., F.C.D.), Faldone 37, n. 55.
7
Dopo il fallimento del moto mazziniano milanese nel febbraio 1853, Francesco Coralli
scriveva con tono preoccupato a Gabriele Camozzi: “Nella scorsa notte la polizia fece molte
perquisizioni in Milano ed a Pavia, fra le quali all’ing[egner]e Peppini Ciocca nostro amico. A
Milano vi furono dieci arresti ed a Pavia due, ma ignoro ancora il nome degli arrestati”, lettera
di Francesco Coralli a Gabriele Camozzi, Casteggio 2 aprile 1853, in B.C.M., F.C.D., Faldone
27, n. 188. Cfr. anche lettera di Francesco Coralli a Gabriele Camozzi, Casteggio 1 aprile
1853, in B.C.M., F.C.D. Faldone 27, n. 187.
8
Due sono le lettere, indirizzate alla figlia, in cui Alba dimostrò, in modo esplicito, di conoscere
gli scritti di Mazzini e di condividerne le idee. Nella prima, parlando della nipote, ella scriveva:
“Ringrazia Costanza del prezioso dono del ritratto di Mazzini; fu una gra[di]tissima sorpresa
che essa ha saputo fornire e della quale le sono proprio riconoscente. Quando sarai più
grande, leggerai gli scritti di questo uomo sommo e cercherai di far tuoi i suoi principi e
d’imitarlo nelle virtù rare delle quali fu splendido esempio”, lettera di Alba Coralli Camozzi a
Maria Lisa Camozzi Danieli, 22 aprile 1872, in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 524,. Nella
seconda, sempre a proposito di Costanza: “Il sig. Ernesto Vattran le ha scritto invitandola, per
incarico anche di Saffi e di Castiglione, a scrivere certo libro pel papato con stile più semplice
che non osava Mazzini ma sul genere de’ suoi opuscoli del “Dovere” ed altri”, lettera di Alba
Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, Firenze 15 febbraio 1883, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 26, n. 628.
9
Fondato da Maria Luisa d’Asburgo, il collegio era diretto dai coniugi Girardin. Cfr. E. PellizzaMarangoni, Piccolo mondo garibaldino. Donna Alba Coralli Camozzi. La sua famiglia ⎯ i suoi
amici, Milano-Genova-Roma-Napoli, 1934, p. 5-6.
10
Lettera di Severino Grattoni a Alba Coralli Camozzi, Torino 25 giugno 1835, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 37, n. 55 .
11
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Severino Grattoni, Piacenza 27 marzo 1836, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 47, n. 8.
12
Alba possedeva “i due volumi dell’Orlando”, conosceva gli scritti di Manzoni e aveva
acquistato Il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini, romanzo storico a soggetto patriottico.
13
Il matrimonio si celebrò nel 1842. I coniugi si dividevano tra Staghilione e Casteggio,
quest’ultimo preferito per trascorrervi l’inverno.
14
Il trasferimento a Milano fu conseguenza dei rispettivi matrimoni: nel 1839 Maria sposò
Felice Casella, pittore, da cui ebbe due figli, Costanza e Raffaele; nel 1842 Enrica convolò a
nozze con Carlo Bayer, musicista, da cui ebbe Teresa e Ruggero. Ernesta, pure fidanzata, non
riuscì invece a realizzare il suo sogno d’amore con Franco Rossari, perché prematuramente
stroncata da una malattia.
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15
Lettera di Maria Coralli Casella a Francesco Coralli, Albaro 9 ottobre s.a [tra il 1850 e il
1856], in B.C.M., F.C.D., Faldone 27, n. 305.
16
“Neppure vi potrei parlare della mia purificazione pasquale perché vi avverto che questa è la
parte più increscevole che mi tocca, e mi fa pena il pensare che mi ci dovrò piegare altre volte.
Trovai però un prete come si deve gli parlai piuttosto delle idee che volevo sviluppate nelle
alunne che d’altro”, lettera di Maria Coralli Casella a Gabriele Camozzi, Albaro 18 aprile s.a.
[tra il 1850 e il 1856], in B.C.M., F.C.D., Faldone 27, n. 205.
17
“Italia e Popolo”, 22 settembre 1853.
18
Lettera di Maria Coralli Casella a Alba Coralli Camozzi, Albaro 20 ottobre s.a. [tra il 1850 e il
1856], in B.C.M., F.C.D., Faldone 27, n. 302.
19
Lettera di Maria Coralli Casella a Francesco Coralli, Albaro 9 ottobre s.a. [tra il 1850 e il
1856], in B.C.M., F.C.D., Faldone 27, n. 305.
20
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Danieli Camozzi, Stagh[ilione] 22 marzo 1876,
in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 583.
21
Lettera di Maria Coralli Casella a Alba Coralli Camozzi, 9 ottobre s.a, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 27, n. 268.
22
Lettera di Maria Coralli Casella a Alba Coralli Camozzi, 3 aprile s.a. [tra il 1850 e il 1856], in
B.C.M., F.C.D., Faldone 27, n. 266.
23
Ibidem.
24
Lettera di Maria Coralli Casella a Gabriele Camozzi, Albaro 5 aprile 1852, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 27, n. 219.
25
“Italia e Popolo”, 20 settembre 1853.
26
Sulla presenza degli emigrati politici a Genova nel decennio preunitario cfr. F. Poggi (a cura
di), L’emigrazione politica in Genova ed in Liguria dal 1848 al 1857, Modena, 1957; B.
Montale, L’emigrazione politica in Genova ed in Liguria (1849-1859), Savona, 1982; la voce
Sardegna (Emigrazione politica italiana nel Regno di), in E. Michel-M. Rosi, Dizionario del
Risorgimento nazionale, Milano, 1930-37, vol. 1, p. 964.
27
Tale è il ricordo di un amico. Lettera di Carlo Gorini a Alba Coralli Camozzi, Benevento 8
giugno 1861, in B.C.M., F.C.D., Faldone 37, n. 39.
28
Lettera di Emilia [Ashurst Hawkes] a Alba Coralli Camozzi, Londra 23 febbraio [1853], in
B.C.M., F.C.D., Faldone 47, n. 50.
29
Lettera di Maria Coralli Casella a Alba Coralli Camozzi, s.d., in B.C.M., F.C.D., Faldone 27,
n. 261.
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30
Di lui Alba nel 1870 dirà: “Si lavora per la riuscita della scuola, quelle che vi sono sono
meschina cosa, e se troveremo qualche aiuto si potrà esser certi dell’esito. Il Dr. Facci, uomo
di cuore generoso e grande, ci è di molto sollievo, ci fornisce cognizioni, ci procura
conoscenze, gira in cerca d’alloggi, fa più che non avrei potuto sperare. Ed è il solo che
veramente se ne interessi”. Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, agosto 1870,
B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 132.
31
Lettera di Antonio Fani [Facci] a Alba Coralli Camozzi, Firenze 28 marzo 1866, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 34, n. 4.
32
In un articolo che descriveva i cambiamenti subiti da Firenze capitale l’autore, dopo aver
riconosciuto il ruolo prioritario svolto nel Settecento dagli ordini religiosi in ambito educativo
(“se non fossero state le scuole private dei Padri Gesuiti e loro affigliati che aveano già da
qualche secolo fondato in Firenze il loro regno, la colta e gentile città del Fiore sarebbe
rimasta, quanto all’istruzione, nel medesimo stato delle sue strade, perfettamente al buio”)
osservava che “solo all’aprirsi dell’anno scolastico 1865 furono inaugurate le prime tre scuole
femminili pubbliche”. Cfr. G. Guerzoni, Firenze rinnovata, in “Nuova Antologia”, aprile 1871,
vol. 16, p. 775-776 e p. 789. Si veda anche Z. Bicchierai, Dell’istruzione elementare nella
provincia di Firenze. Rapporto letto il 6 di ottobre 1866 al Consiglio Provinciale sopra le scuole,
in “Nuova Antologia”, 1867, fasc. 4, p. 382-390.
33
“E che verrebbero a fare i bimbi dei ricchi negli asili ad attrupparsi con quelli della infima
classe? Voi sperate che questi profittino della gentilezza di quelli; ma non dovreste piuttosto
temere che la zotichezza degl’infimi, che sono i più, abbia ad influire più potentemente nei
primi svolgimenti dei ricchi che sono più pochi? E codesto parificare l’una e l’altra condizione
nella infanzia non vi pare un germe di uguaglianza demagogica ... Né trovavano men
riprensibile quella mistrura di maschi e di femmine... Gli asili... sono un non lieve danno ed un
maggiore pericolo dei bambini che vi sono accolti, e sarebbero una ruina della società che tutti
ve li mandasse”, in Gli asili d’infanzia nei loro inizii in Italia, in “La Civiltà Cattolica”, 1855, vol.
12, p. 16-38.
34
Raffaello Lambruschini in un opuscolo, Sull’utilità delle donne bennate al buon andamento
delle scuole infantili per il popolo, Milano, 1834, aveva invitato le donne appartenenti
all’aristocrazia ad abbandonare l’ozio ed il lusso per esercitare concretamente la carità
all’interno degli asili aportiani. Esponente di una minoranza a favore del studi superiori di
Firenze.
35
F. Taricone-B. Pisa, Operaie, borghesi, contadine nel XIX secolo, Roma, 1985, p. 74.
36
“Alba carissima... Io sono certo che verrete presto, e quindi discorreremo anche dei futuri
progetti d’istruz[ione] ed educazione, sia per Firenze, sia per altro luogo”. Lettera di Salvatore
Calvino a Alba Coralli Camozzi, Firenze 9 ottobre 1869, in B.C.M., F.C.D., Faldone 12, n. 144.
37
Lettera di Salvatori [Salvatore Calvino] a Alba Coralli Camozzi, Firenze 11 settembre 1869,
in B.C.M., F.C.D., Faldone 44, n. 9.
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38
Cfr. lettera di Giuseppe Garibaldi a Alba Coralli Camozzi, Caprera 31 maggio 1870, in
Museo Storico di Bergamo, Fondo Camozzi, Faldone 37, cartella n. 8, n. 4449.
39
Cfr. lettera di Alba Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, 7 marzo 1874, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 25, n. 249. Le altre due proposte si riferivano alla direzione nel 1870 di un istituto a
San Remo e nel 1874 di uno a Roma.
40
Sulla diffusione delle idee fröebeliane in Italia cfr. C. Barbarulli, Dalla tradizione
all’innovazione. “La ricerca straordinaria” di Elena Raffalovich Comparetti, in S. Soldani (a cura
di), L’educazione delle donne…, cit., p. 425-443 e D. Gasparini, Adolfo Pick. Il pensiero e
l’opera con una scelta di scritti sull’educazione, Firenze, 1968-70.
41
“Se io avessi potuto mettermi a Roma, avrei certamente ottenuto da lui [Mancini] la direzione
di qualche scuola. Ne hanno aperte tante! Ora vi sarebbe ancora da exploiter un Istituto
fraebelliano che continuasse poi colla scuola elementare e quindi la superiore e Professionale
facendo promiscue maschi e femmine le quattro classi elementari. E’ ancora nuovo per l’Italia
questo sistema”, lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, Dalmine 18 gennaio 1874,
in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 168; “Mi si sollecita per rilevare la scuola di una maestra
della Mojolarini [...] Noi poi aggiungeremmo il Giardino d’infanzia, sistema fraebelliano e si
manderebbe ad impararlo altra figlia Mercantini o l’Emilia, se lo volesse”, lettera di Alba Coralli
Camozzi a Rodolfo Belcredi, 7 marzo 1874, in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 174.
42
Era opinione largamente diffusa che nei bambini in tenera età fosse “nulla la intelligenza e
men del nulla la memoria”, in F. Tarozzi, L’istruzione di base dopo l’Unità. Il caso degli asili
bolognesi, in L. Romaniello (a cura di), Storia delle Istituzioni educative in Italia tra Ottocento e
Novecento, quaderni/8 de “Il Risorgimento”, Milano, 1996, p. 117. Cfr. anche E. Becchi-D.
Julia, Storia dell’infanzia, Roma-Bari, 1996.
43
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, 10 s.d. [1871], in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 26, n. 493.
44
Progetto per impiantare un istituto per insegnare ai contadini l’agricoltura pratica, s.d., in
B.C.M., F.C.D., Faldone 124.
45
Nel marzo del 1881 Luigi Miceli, ministro dell’agricoltura, presentò un disegno di legge sull’
Ordinamento delle scuole agrarie e forestali; l’anno successivo Domenico Berti elaborò una
proposta per l’Istituzione delle scuole pratiche e speciali di agricoltura; nel 1885, infine, la
legge redatta da Bernardino Grimaldi autorizzava il ministero di agricoltura ad erogare
contributi a favore delle cattedre ambulanti di agricoltura. Cfr. D. Ivone, Istruzione agraria e
lavoro contadino nel riformismo agricolo dell’Italia unita (1861-1900), Napoli, 1982.
46
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, Modena 31 maggio 1883, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 25, n. 568.
47
Gabriele Camozzi Vertova (Bergamo 1823-Dalmine 1869), di nobile famiglia, conseguì la
laurea in legge a Pavia e svolse, a partire dal marzo del 1848, un’intensa attività patriottica,
ricevendo incarichi anche da Mazzini e da La Marmora. Nel 1850 si trasferì a Genova e qui
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rimase quasi stabilmente fino al 1859, entrando in contatto con i maggiori esponenti
dell’emigrazione. Nel 1860 venne eletto deputato per la Sinistra e nel 1866 accettò il comando
della guardia nazionale di Palermo.
48
Altri due figli, Attilia nata nel 1846 e Attilio nato nel 1862, morirono bambini.
49
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, 31 ottobre 1873, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 26, n. 154.
50
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, Mantova 5 novembre 1885, in
B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 665.
51
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, Valdinizza 28 agosto 1885, in
B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 652. Nella corrispondenza si ritrovano, tuttavia, anche questioni
pratiche, dal recupero delle somme prestate da Gabriele al Governo provvisorio della
Lombardia nel 1848 (cfr. lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, s.d., in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 26, n. 315; lettera di Alba Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, Dalmine 23 aprile
1873, in B.C.M., F.C.D., Faldone 25, n. 206; lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi,
Stag[hilione] 4 febbraio 1875, in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 208) alla comparsa della
fillossera, il “terribile insetto” che causava danni consistenti alla viticoltura.
52
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, Pavia 2 luglio 1857, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 25, n. 3.
53
Pietro ottenne, il 30 novembre 1864, il diploma in matematiche fuse dall’università di
Modena e, il 31 dicembre 1872, quello d’ingegnere civile dalla Scuola d’applicazione di Torino;
infine, nel 1875, la laurea d’ingegnere per le industrie chimiche. Rodolfo conseguì la laurea
presso l’università di Pavia.
54
Ibidem.
55
“Spero che tornerai con buona voglia di applicarti e fare più che negli scorsi anni nei quali se
hai fatto bene, non è però vero che tu abbia fatto tutto che ti era possibile”, lettera di Alba
Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, Genova, 18 settembre 1858, in B.C.M., F.C.D., Faldone 25,
n. 7.
56
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, 12 giugno 1875, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 26, n. 226.
57
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, Ranica s.g. novembre 1859, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 25, n. 11.
58
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, 17 aprile 1875, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 26, n. 222.
59
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, 20 aprile 1866, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 26, n. 17.
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60
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Pietro Belcredi, 19 aprile 1863, in B.C.M., F.C.D., Faldone
25, n. 31.
61
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, Torino 10 novembre 1866, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 26, n. 48.
62
Ibidem.
63
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Rodolfo Belcredi, 23 ottobre 1873, in B.C.M., F.C.D.,
Faldone 26, n. 153.
64
Cfr. G. Guerzoni, Firenze rinnovata…, cit., p. 765-806.
65
Tra le numerose opere liriche e commedie si ricorda Il Faust, Le brigants, L’Aida, Il ballo in
maschera e La Lucia di Lammermoor.
66
Lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Alba Coralli Camozzi, Firenze 29 aprile 1876, in
B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 119.
67
Lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Alba Coralli Camozzi, Firenze 2 aprile 1873, in
B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 26. Per tutto l’Ottocento il pianoforte riassunse in sé molteplici
funzioni: “ornamento base del salotto, attestato di dignitosa melomania, lucido monumento a
quella cultura delle apparenze... Simbolo di status indubbiamente, ma anche di battaglie fra i
sessi”. Cfr. M. De Giorgio, Le italiane dall’Unità a oggi. Modelli culturali e comportamenti
sociali, Roma-Bari, 1992, p. 440-442.
68
Cfr. C. Belgiojoso, Scuola e famiglia, Milano, 1873.
69
Queste le voci della pagella: grammatica, aritmetica, composizione, storia patria, geografia,
nozioni di scienze fisiche, lingua francese.
70
Lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Alba Coralli Camozzi, Firenze 22 s.m. 1875, in
B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 69; lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Alba Coralli
Camozzi, 17 gennaio 1875, in B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 68; lettera di Maria Lisa Camozzi
Danieli a Alba Coralli Camozzi, s.g. s.m. 1875, in B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 97.
71
Lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Alba Coralli Camozzi, Firenze 25 marzo 1876, in
B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 112.
72
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, Stag.[hilione] 15 gennaio
1875, in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 556.
73
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, 20 febbraio 1876, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 26, n. 582. Nei suggerimenti di Alba sembrano riecheggiare le parole di
Mazzini, che in una lettera a William Malleson del 1865, sosteneva l’impossibilità di dare
consigli in merito all’educazione del figlio del gentiluomo inglese proprio perché non ne
conosceva le “tendenze, le capacità: educare significa trarre fuori (educere) quello che è nel
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ragazzo: non creare in lui quello che non c’è”. Cfr. G. Mazzini, Epistolario, lettera a William
Malleson, 11 novembre 1865, Imola, vol. 81.
74
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, 20 febbraio 1876, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 26, n. 582.
75
Lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, 26 gennaio 1872, in B.C.M.,
F.C.D., Faldone 26, n. 515.
76
Cfr. R. Farina (a cura di), Dizionario biografico delle donne lombarde. 568-1968, Milano,
1995, p. 251 e F. Taricone-B. Pisa, Operaie, borghesi contadine, cit., p. 92-93.
77
“Ma possibile che io non debba proprio avere un conforto nella vita? In te figlia mia sono
riposte le mie più dolci speranze. Non fare che esse pure svaniscano come molte illusioni della
vita”, in lettera di Alba Coralli Camozzi a Maria Lisa Camozzi Danieli, Dalmine 28 maggio
1871, in B.C.M., F.C.D., Faldone 26, n. 496. E Lisa alla madre: “Povera mamma quanti
sagrifizi hai mai fatto per me, quanti dolori ti ha la mia esistenza cagionato. Se arriviamo a
mettere questo istituto ti prometto di mostrarmi degna di te e del povero papà, studiando ora, e
insegnando dopo”, in lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Alba Coralli Camozzi, 19 ottobre
1874, in B.C.M., F.C.D., Faldone 14, n. 53.
78
Si veda A. Scattigno, La figura materna tra emancipazionismo e femminismo, in M.
D’Amelia, Storia della maternità, Roma-Bari, 1997, in particolare p. 273-281.
79
La necessità di affetti solidali si rivelava anche nei consigli dati da Alba alla figlia in materia
di matrimonio. Al futuro genero Alba scriveva: “Ora ho piena fiducia in te, nel tuo cuore, nella
tua affezione per Lisa la quale la ricambia con una stima ed un amore senza limite. Ho fede
che entrambi consci de’ gravi doveri che vi avviate ad assumere saprete prepararvi alla lotta
della vita, sorreggendovi, amandovi e confrontandovi scambievolmente”, in lettera di Alba
Coralli Camozzi a Gualtiero Walter Danieli, Albaro 20 agosto 1882, in B.C.M., F.C.D., Faldone
47, n. 16. Il carteggio tra Alba e Gabriele è stato oggetto di un recente studio: A. Bortolotti,
Affetti familiari e impegno politico nel Risorgimento: le lettere tra Gabriele Camozzi e Alba
Coralli, presentato al convegno “Dolce dono graditissimo. La lettera privata dal Settecento
all’Ottocento”, Milano, 30 settembre-1 ottobre 1999, atti in corso di pubblicazione.
80
Cfr. A. Buttafuoco, La filantropia come politica. Esperienze dell’emancipazionismo italiano
nel Novecento, in L. Ferrante-M. Palazzi-G. Pomata (a cura di), Ragnatele di rapporti.
Patronage e reti di relazione nella storia delle donne, Torino, 1988, p. 166-187. Il rapporto tra
Alba e gli ambienti del femminismo pratico, soprattutto milanese, è attestato da alcuni
documenti conservati nell’archivio Camozzi-Danieli: una lettera di Laura Solera Mantegazza,
una di Felicita Morandi, una di Adelaide Gualberta Beccari e un prospetto riportante le Norme
per una casa di ricovero pei bambini lattanti di madri oneste e povere che lavorano fuori di
casa.
81
C. Giglioli Casella, La questione delle scuole professionali al Congresso delle Opere Pie
tenuto in Firenze nell’anno 1894, Firenze, 1896. Per Costanza la fondazione di nuove scuole
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professionali doveva necessariamente tenere conto delle specificità locali e degli sbocchi
professionali esistenti, avvalendosi, nella fase di impianto, del sostegno dello Stato.
82
C. Giglioli, L’istruzione delle donne, in “Rassegna settimanale”, 21 aprile 1878.
83
C. Giglioli, L’istruzione delle donne, in “Rassegna settimanale”, 5 maggio 1878.
84
“La mamma... aveva sempre sognato di dividere l’anno fra i suoi tre figli e Costanza che
come figlia ha sempre considerata”, lettera di Maria Lisa Camozzi Danieli a Pietro Belcredi,
Modena 17 marzo 1885, in B.C.M., F.C.D., Faldone 16 (C.5), n. 48; “E la Costanza o per
meglio dire l’angelo della tua famiglia? io godrei un momento di vera felicità se la sapessi unita
ad un uomo degno di lei; e chi sa quanto ne godresti tu pure, quantunque l’amore che le dai
proprio materno ti farebbe provare quella pena indecifrabile di doverla dare ad altri”, lettera di
Giuseppina [Mercantini] a Alba Coralli Camozzi, 12 novembre s.a., in B.C.M., F.C.D., Faldone
47, n. 80.
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L`impegno educativo di Alba Coralli, una donna del XIX secolo