la Biblioteca di via Senato
mensile, anno v
Milano
n.6 – giugno 2013
UTOPIA
Gli «Elogi»
di Uberto
Foglietta
di gianluca montinaro
BIBLIOFILIA
Nella cesta di
un cantimbanco
di giancarlo petrella
IL SAGGIO
Il Cammeo
di Amore
e Psiche
di giorgio nonni
LIBRO DEL MESE
Io dirò la verità.
Intervista a
Giordano Bruno
di guido del giudice
STORIE DI STAMPA
Viaggio fra i libri.
Romanzo
editoriale
di massimo gatta
Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.6/41 – MILANO, GIUGNO 2013
Sommario
6 BvS: l’Utopia. Principi e princìpi
GLI «ELOGI»
DI UBERTO FOGLIETTA
di Gianluca Montinaro
14 Il Saggio
IL CAMMEO
DI AMORE E PSICHE
di Giorgio Nonni
24 Bibliofilia
NELLA CESTA
DI UN CANTIMBANCO
di Giancarlo Petrella
33 IN SEDICESIMO - Le rubriche
IL VIAGGIO –
LA NOTIZIA DEL MESE –
L’EDITORE DEL MESE
a cura di Gianluca Montinaro
50 Il libro del mese
IO DIRÒ LA VERITÀ.
INTERVISTA
A GIORDANO BRUNO
di Guido Del Giudice
56 Storie di stampa
VIAGGIO FRA I LIBRI.
ROMANZO EDITORIALE
prima parte
di Massimo Gatta
64 Filosofia delle parole e delle cose
L’ATTRAZIONE
E L’ATTENZIONE:
IL SOGGETTO E L’UOMO
di Daniele Gigli
68 Da l’Erasmo: pagine scelte
DIFFICILE SCRITTURA:
RACCONTARE LA FELICITÀ*
di Camilla Baresani
72 BvS: il ristoro del buon lettore
IL GATTOPARDO
DEL SULTANO
di Gianluca Montinaro
* tratto da L’Erasmo n.29
Gennaio – Marzo 2006
Ambiguità della felicità
Fondazione Biblioteca di via Senato
Biblioteca di via Senato – Mostre
Biblioteca di via Senato – Edizioni
Presidente
Marcello Dell’Utri
- Mostra del Libro Antico
- Salone del Libro Usato
Consiglio di Amministrazione
Marcello Dell’Utri
Giuliano Adreani
Carlo Carena
Fedele Confalonieri
Ennio Doris
Fabio Pierotti Cei
Fulvio Pravadelli
Miranda Ratti
Carlo Tognoli
Organizzazione
Ines Lattuada
Margherita Savarese
Redazione
Via Senato 14 - 20122 Milano
Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567
[email protected]
[email protected]
www.bibliotecadiviasenato.it
Ufficio Stampa
Ex Libris Comunicazione
Direttore responsabile
Gianluca Montinaro
Servizi Generali
Gaudio Saracino
Coordinamento pubblicità
Margherita Savarese
Segretario Generale
Angelo de Tomasi
Progetto grafico
Elena Buffa
Collegio dei Revisori dei conti
Presidente
Achille Frattini
Revisori
Gianfranco Polerani
Francesco Antonio Giampaolo
Fotolito e stampa
Galli Thierry, Milano
Referenze fotografiche
Saporetti Immagine d’Arte - Milano
Immagine di copertina
Frontespizio e pagine interne tratte
da Gli elogi degli uomini chiari della
Liguria (Genova, Marcantonio
Bellone, 1579. Edizione conservata
presso la Biblioteca di via Senato)
L’Editore si dichiara disponibile a regolare
eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Stampato in Italia
© 2013 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
E
venne il nuovo Governo. E vennero
i nuovi ministri. Questi o quelli poco
importa. Ogni volta, con caldo
ottimismo, ci auguriamo che facciano meglio
dei predecessori. E ogni volta, al termine
dell’esperienza, siamo costretti a constatare come,
nella migliore delle ipotesi, non abbiano fatto
alcunché di negativo: da mestieranti della politica,
avvezzi alla macchina del potere. Mentre il nostro
Paese avrebbe bisogno di ben altro. Un progetto
chiaro, una guida forte, un atteggiamento
aperto e propositivo. Involuti in uno stato
di semi-immobilismo assistiamo impotenti ai crolli
dei nostri monumenti storici, al deturpamento
del nostro paesaggio, all’incuria delle nostre
biblioteche, alla mala gestione delle nostre
istituzioni culturali. Al nuovo Governo non
chiediamo. Sul nuovo Governo non puntiamo.
Solo speriamo; nell’attesa di essere ancora delusi.
P.S. Da primo premio, nel frattempo, la gaffe
della neosottosegretaria alla Cultura,
Ilaria Carla Anna Borletti Dall’Acqua
in Buitoni che, in un’intervista, ha dichiarato
che «in Italia si è smesso da tempo di mangiar
bene». Senza entrare nella polemica (resa
già abbastanza stucchevole dal lungo fuoco di fila
di rettifiche, precisazioni e controdichiarazioni)
si potrebbe sommessamente far notare che,
mai come ora, in Italia si “mangi bene”,
e con attenzione. E che, a fronte del giusto
percorso intrapreso già da alcuni anni da buona
parte dell’alta ristorazione (alla quale,
ci auguriamo, si aggiungano presto anche i locali
meno blasonati), sarebbe opportuno sostenere
la cucina e i cuochi italiani: in fondo anche essi
sono espressione della nostra cultura.
E del nostro miglior made in Italy.
Gianluca Montinaro
6
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
BvS: l’Utopia. Principi e princìpi
GLI «ELOGI»
DI UBERTO FOGLIETTA
Nobiltà e decadenza di una repubblica marinara
GIANLUCA MONTINARO
I
nnumerevoli sono i volumi,
antichi e preziosi, conservati
nella Biblioteca di via Senato. Fra essi si segnala una prima
edizione in italiano di un’opera
poco nota (un in 8vo di 133 carte): Gli eloggi degli huomini chiari
della Liguria (Genova, presso
Marcantonio Bellone, 1579).
L’autore è il genovese Uberto
Foglietta (1518-1581), un personaggio dalla storia curiosa, strettamente legata, nelle vicende, alla genesi di questo libro.
Nato da famiglia di recente nobiltà, Foglietta si
trasferì giovanissimo a Roma ove divenne abbreviatore e protonotario apostolico. Seguì corsi di Diritto e di Legge a Perugia e, nel 1550, con l’elezione al
soglio di Giulio III, la sua carriera spiccò il volo.
Protetto dal pontefice, Foglietta venne invitato a tenere un’orazione latina davanti a tutta la corte papale per la festa di Ognissanti del 1553 (in seguito
stampata da Blado, unitamente a una lettera indirizzata al neocardinale Roberto De Nobili, pronipote
del papa, sulle qualità del porporato: De vitae et studiorum ratione hominis sacris initiati ad Robertum NoSopra: Uberto Foglietta, in una incisione del XIX secolo.
Nella pagina a lato: frontespizio de Gli elogi degli uomini
chiari della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579.
Edizione conservata presso la Biblioteca di via Senato)
bilem card. Epistola). Una successiva orazione, tenuta davanti ai cardinali riuniti in conclave per l’elezione di Marcello II, fu stampata a
Roma nel 1555 dallo stesso Blado
con il titolo In laetitia ob reconciliationem Britaniae Romae celebrata.
Sempre nello stesso anno apparve
il dialogo in tre libri De philosophiae et iuris civilis inter se comparazione, dedicato al potente cardinale Madruzzo; nell’opera, che consiste in una ampia difesa dello studio del diritto contro quello della
filosofia, figurano quattro interlocutori: il cardinale
Giulio Morone, il filosofo Gian Battista Sighicelli e
l’avvocato Gallesi, oltre allo stesso Foglietta. Grazie
a papa Paolo IV, nelle cui grazie riuscì a entrare, venne nominato referendario apostolico. La sua posizione era in forte ascesa fintantoché, nel 1557, Foglietta decise di intentare una causa contro alcuni
debitori insolventi. Facendosi forza della propria
autorità riuscì a portarli davanti al tribunale civile
della Repubblica di Genova, nonostante la loro opposizione. La mossa però si rivelò foriera di pesanti
conseguenze: la Repubblica mostrò di non gradire il
“rientro in patria” di Foglietta. La colpa del rampante funzionario del papa era quella di aver scritto
un’opera (tra l’altro redatta in volgare, per raggiungere un più ampio pubblico), Delle cose della Repubblica di Genova (che ancora circolava manoscritta ma
8
Lettera dedicatoria a Filippo Spinola, in apertura del
volume di Uberto Foglietta Gli elogi degli uomini chiari
della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579)
che di lì a poco Antonio Blado avrebbe stampato),
che metteva in cattiva luce l’antico Stato marinaro.
In realtà, il dialogo risaliva al 1554, data riportata su una copia manoscritta e che nulla nel testo
smentisce. L’occasione e lo sfondo dell’opera sono
la guerra di Corsica, dall’andamento disastroso per
Genova, e le conseguenze della riforma del 1547,
detta del “garibetto”, con la quale dopo la congiura
di Gian Luigi Fieschi, gli oligarchi della nobiltà
“vecchia” (le famiglie nobiles prima della riforma del
1528, mentre le famiglie già populares erano dette
nobiltà “nuova”) avevano acquisito un maggior peso
nel governo. Le fazioni erano state, secondo Fo-
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
glietta, semplici denominazioni di comodo che avevano diviso artificialmente un ceto di governo originariamente indistinto. Nel rileggere «il recente
passato genovese Foglietta ridimensionava il ruolo
e le benemerenze di Andrea Doria, polemizzava con
l’artificiale accorpamento di tutte le casate ascritte
nel 1528 al Liber civilitatis sotto i nomi delle ventotto
casate più numerose (“alberghi”), quasi tutte di origine nobile, e deplorava la debolezza navale della
Repubblica, priva di una flotta da guerra, mentre
Andrea Doria e gli altri proprietari di galee, quasi
tutti nobili “vecchi”, mettevano le loro squadre al
servizio del re di Spagna».1
Foglietta, nella sua opera, con parole molto
nette, discute l’arroganza e la prepotenza dei nobili
(«non sapete che la principale fattione et melevolentia che sia sempre stata da molti secoli in qua in Genova è stata la diversità del nome di nobile et popolare?» e i nobili «sono cagione della disunione» perché
«fara loro et gli altri cittadini sia distintione et che ella vi si conosca et mostrano apertamente che in Genova sono dui corpi o vero due parti della republica,
et che essi sono la principale, et si arrogano ogni superiorità et autorità in tutte le cose, sprezando ad un
certo modo gli altri, et tenendoli da meno di sé. Finalmente non vogliono in alcun modo l’uguaglianza»)2 e propone come rimedio di instituire un regime
più equo. Per Foglietta è l’avidità della classe nobiliare la vera causa della decadenza della repubblica. Per
porre rimedio solo una via si può percorrere: l’unione della vecchia e della nuova nobiltà.
Il rimedio a tanti mali è facilissimo et è uno solo. Et
questo è che si lasci questa vanità di emulatione contentiosa et questa leggierezza di nobiltà, la quale abbiamo dimostrato che è niente, et si unifichino li cittadini da dovero, ché fatto questo si haveranno le
gallee del principe Doria et de gli altri et si potria instituire uno modo di vivere sicuro et honorevole, et
fondare uno stato quieto, felice et glorioso.3
La riconquista del primato morale e civile di
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
9
Sopra, da sinistra: Avviso ai lettori e sonetto augurale, in apertura del volume di Uberto Foglietta Gli elogi degli uomini
chiari della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579)
Genova «non si può fare, se prima non ci uniamo
con gli amici, e non lasciamo in tutto e per tutto questa perniciossima e vana opinione, e ci facciamo tutti
un corpo, il che fatto cesserà in tutto questo sospetto»; «dico che da questo unirsi con gli animi ne nascerebbe il perpetuo stabilimento della repubblica e
la eterna quiete nostra, perciocché non accadrebbe
che l’una delle parti mantenesse la straordinaria potenza d’alcun cittadino».4
Il dialogo di Foglietta (il solo testo del dibattito
politico genovese del Cinque-Seicento a conoscere
la via della stampa) toccava temi troppo scottanti
(l’indipendenza dello Stato e il riarmo navale) e,
proponendo una riforma censitaria del sistema poli-
tico, persino destabilizzanti per l’assetto oligarchico
della Repubblica, per passare inosservato. Approfittando della causa intentata da Foglietta contro i suoi
debitori, il doge e il Senato promossero un processo
contro di lui, incaricando inoltre monsignor Bernardo Lomellini, protettore della Repubblica presso la corte pontificia, di ostacolare la circolazione
del libro. Il 7 aprile 1559, nonostante una elegante
lettera al Senato a protesta delle sue buone intenzioni, Foglietta fu condannato al bando da Genova. Il
funzionario del papa si vendicò facendo ristampare
il dialogo (che nel frattempo era uscito presso Antonio Blado) sia a Roma che a Genova. L’oligarchia
della Repubblica andò su tutte le furie e procedette
10
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Da sinistra: Tiziano Vecellio (1490-1576), Papa Paolo III con i suoi nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, 1546, Napoli, Museo
Nazionale di Capodimonte; Sebastiano Del Piombo (1485-1547), ritratto di Andrea Doria, 1526, Genova, Palazzo del Principe
alla immediata confisca dei suoi beni di famiglia. Ma
il fuoco innescato da Delle cose della Repubblica di Genova aveva ormai attecchito: attorno al dialogo si alzò una vasta messe di voci favorevoli e contrarie. Divenne anzi arma di battaglia politica durante la
guerra civile tra nobili “vecchi” e nobili “nuovi”, nel
1575, quando questi ultimi promossero due nuove
edizioni dell’opera, a Milano e a Lione, con l’esplicito fine di portare un attacco all’ala conservatrice della Repubblica.
Nel frattempo la carriera di Foglietta nella Roma papale non incontrava ostacoli. Il cardinale Flavio Orsini lo raccomandò al cardinale Ippolito d’Este, tra i cui stipendiati figura dal 1568, col compenso annuo di 220 scudi d’oro. L’anno seguente Foglietta ricompensò i due porporati scrivendo una
descrizione in latino della villa di Ippolito d’Este a
Tivoli, che dedicò a Flavio Orsini. Iniziò a interessarsi anche agli studi storici, intraprendendo una
storia dei suoi tempi, a partire dalla guerra di Smal-
calda, della quale alla fine pubblicò solo tre frammenti, riguardanti la congiura di Gian Luigi Fieschi, i tumulti di Napoli contro il viceré don Pedro
de Toledo, e l’assassinio del duca di Parma Pier Luigi Farnese. Nel 1569 lo scritto sulla congiura di
Gian Luigi Fieschi cominciò a circolare. In cerca di
un dedicatario, dal quale sperare una ricompensa,
Foglietta si rivolse al signore di Massa, Alberico
Cybo Malaspina, personalmente interessato agli avvenimenti del 1547 perché il fratello maggiore Giulio era stato coinvolto nelle trame antimperiali del
conte Fieschi. Nonostante la «gola delli contanti»
di Foglietta e la disponibilità di Alberico, la trattativa non andò tuttavia in porto. I tre scritti vennero
pubblicati a Napoli da Cacchio nel 1571, sotto il titolo comune Ex universa historia suorum temporum
con dedica al ricco mercante genovese Giulio Montenegro (ristampe: Roma 1577; Genova, G. Bartoli,
1587). Morto Ippolito d’Este nel 1572, Foglietta
passò al servizio del cardinale Luigi d’Este, tra i cui
12
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Sopra: Papa Paolo IV. A destra dall’alto: Giulio Bonasone (1498-1574), Ritratto di papa Marcello II, Londra, British
Museum; Giovanni Luigi de Fieschi Conte di Lavagna (1524-1547) in un’incisione del XIX secolo
stipendiati il suo nome è attestato dal 1577.
Nel frattempo, Foglietta iniziò una lenta, ma
attentamente studiata, “manovra di riavvicinamento” agli uomini influenti della sua patria. Nel 1572,
Foglietta redasse la raccolta Clarorum Ligurum elogia (Roma, eredi Blado, 1572), dedicandola a Gian
Antonio Doria, principe di Melfi: un passo «sor-
prendente, dopo la polemica antidoriana del dialogo del 1559, ma palesemente diretto a ottenere attraverso i buoni uffici del principe la revoca della
condanna. La raccolta ordina i liguri illustri per categorie: anzitutto santi e principi, poi condottieri e
navigatori, letterati e artisti, infine personaggi di
successo mondano e finanziario. Senza osservare al-
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
cuna sequenza cronologica, né alcuna proporzione
nell’assegnazione degli spazi, la raccolta affianca
l’imperatore Elvio Pertinace e il dedicatario stesso
dell’opera, Cristoforo Colombo e l’ex cancelliere
della Repubblica, Matteo Senarega, amico di Foglietta ma avversario politico di Doria. Tra i benemeriti per le arti e le lettere Foglietta incluse tutti i
principali cardinali genovesi, vivi e morti, compreso
quel Bernardo Lomellini che si era occupato non favorevolmente di lui nel 1559. Pagò tributo ai Cybo,
avallando la loro pretesa origine greca».5 In una lettera del 30 novembre 1572, posta in apertura delle
successive ristampe, Aldo Manuzio elogiò la lingua
e lo stile dell’opera. Forse fu questo ad assicurare il
grande successo della raccolta, che accresciuta e ristampata nel 1577 (Roma, De Angelis), fu poi pubblicata a Genova (da Marcantonio Bellone) nel 1579
nella traduzione in volgare di Lorenzo Conti (con
dedica a Filippo Spinola di Sant’Ambrogio).
Intanto gli eventi giocavano a favore di Foglietta. I fatti politici genovesi del 1575, con la presa
di potere da parte dei nobili “nuovi”, la breve guerra
civile contro i nobili “vecchi” e l’intervento mediatorio del cardinale Morone, ribaltarono improvvisamente la sua posizione. Il 2 gennaio 1576 il governo dei “nuovi” lo nominò pubblico storiografo, comunicandoglielo con una lettera piena di elogi (che
ignorava i precedenti annalisti della Repubblica).
L’incarico comportava la scrittura degli annali contemporanei, con uno stipendio annuo di 425 lire
genovesi. Ma l’otto settembre 1579 Foglietta (alla
perenne ricerca di danaro) concordò con un gruppo
di patrizi genovesi che questi sottoscrivessero una
storia di Genova sin dalle origini, dietro conveniente compenso, un terzo del quale doveva essere
RIFERIMENTO BIBLIOGRAFICO
Oberto Foglietta, Gli eloggi di M. Oberto
Foglietta. Degli huomini chiari della Liguria;
tradotti da Lorenzo Conti. All’illustre S. Filippo Spinola del S. Ambruogio. In Genova.
Marcantonio Bellone. 1579. 8vo; cc. 133, 3.
13
subito anticipato. Foglietta finì per redigere, pertanto, non la storia commissionatagli dal governo,
bensì quella finanziata dai privati. Il 1° luglio 1581
annunciò al governo di aver completato l’opera Historiae Genuensium libri XII. La morte, giunta improvvisa a Roma, il 5 settembre dello stesso anno,
lasciò il manoscritto senza un preciso destino.
Sia il fratello di Foglietta, Paolo Foglietta,
che il governo della Repubblica chiesero al residente genovese a Roma monsignor Marco Antonio Sauli di recuperare le carte manoscritte. Una
volta ritrovata, l’Historiae Genuensium fu affidata,
nel 1584, dal governo a Paolo perché ne curasse la
stampa e la traduzione dietro compenso di cinquanta (poi sessanta) lire annue. Non avendo ottenuto dal governo genovese un ulteriore contributo
alle forti spese di stampa, Paolo si rivolse a Gian
Andrea Doria, dedicando a lui l’opera, uscita presso Bartoli nel 1585. Paolo chiese, sempre inutilmente, nel 1589, un compenso anche per la sua traduzione, che non venne apprezzata. Egli la affidò
pertanto al fiorentino Francesco Serdonati, che la
completò nel 1590. Fu stampata però solo nel 1597
(Genova, eredi Bartoli), con dedica al doge e al Senato, a cura di Giambattista, figlio di Paolo venuto
a morte nel frattempo. Divisa in dodici libri, l’opera (intrisa dello stesso spirito antinobiliare che animava il dialogo del 1559) ripercorre le vicende genovesi dalle origini romane al 1527, cioè alla vigilia
del cambiamento di campo di Andrea Doria. In appendice Paolo inserì alcune notizie raccolte dal
fratello sulla famiglia Cybo, verosimilmente per
ricavarne una ricompensa.
NOTE
1
C. Bitossi, Uberto Foglietta in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto
dell’Enciclopedia Italiana, vol. 48, 1997.
2
U. Foglietta, De la republica di Genova,
in Scrittori politici del ‘500 e ‘600, a c. di B.
Widmar, Milano, Rizzoli, 1964, pp. 101-102.
3
Ibidem, p. 113.
4
U. Foglietta, Della republica di Genova,
Milano, Corradetti, 1865, p. 150 e p. 136.
5
C. Bitossi, Uberto Foglietta, cit.
14
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
15
Il Saggio
IL CAMMEO
DI AMORE E PSICHE
Indagine su una gemma ellenistica che incantò Rubens
I
GIORGIO NONNI
n una lunga lettera sugli Uccelli et animali pertinenti
al’aere, indirizzata attorno
al 1570 dal medico marchigiano
Costanzo Felici1 ad Ulisse Aldrovandi e conservata autografa
in quel grande giacimento di informazioni naturalistiche che si
è rivelato il Fondo antico della
Biblioteca Universitaria di Bologna, è contenuto il fedele reportage di un evento accaduto
nelle campagne marchigiane di
Sentinum2 (oggi Sassoferrato) e
che aveva destato il legittimo interesse della comunità ‘scientifica’ del tempo: il clamoroso rinvenimento, avvenuto poco dopo la metà del XVI secolo in un pianoro
alla confluenza dei torrenti Marena e Sanguerone
nel fiume Sentino, di una antichissima gemma dal
valore inestimabile che illustrava le nozze mistiche di Amore e Psiche. Una notizia quasi incidentalmente riferita dal Felici che ci ha permesso di svelare a distanza di quasi cinque secoli il mistero che
circonda ancora questo antichissimo reperto.
La scena che vi era raffigurata - debitrice del
A lato: Frans Francken II, Cabinet of Curiosities (1636),
Kunsthistorisches Museum, Vienna. Sopra: Amore e Psiche
(II sec. d. C.) Firenze, Galleria degli Uffizi
genere della Fabula Milesia, della tradizione orale del mondo ellenico e delle leggende berbere
– possiede una connotazione
mistico-allegorica (che dal VI
secolo sarà poi contaminata dal
misticismo cristiano di Fulgenzio) che rafforza il vincolo matrimoniale di Amore e Psiche,
un tema che sarà rappresentato
nei secoli da celebri pittori, musicato da compositori e cantato
da poeti. La minuziosa descrizione contenuta nel trattatello si
configura dunque come un
contributo importante all’idea
che allora si aveva del collezionismo: «A proposito
del colombo – scrive il Felici all’Aldrovandi – vi ho
voluto proporre questa bella cosa [il cammeo], perché
so che ve ne deletate: io ne feci retrarre in pictura da un
giovinetto un quadro per ornare una camera […] per
rendere bello, ricco e nobile afatto il vostro museo, che
non volete che resti indietro cosa alcuna produtta dalla
natura e considerata dal philosopho che non vi entri
dentro, parte per ornamento, parte per delettatione e
parte per insignare». E diletto, ornamento e funzione didattica ben rappresentavano i principali
obiettivi dei musei cinquecenteschi secondo il
medico marchigiano, il quale seppe sintetizzare
efficacemente le finalità del collezionismo, met-
16
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
tendo in risalto i diversi livelli di fruizione degli
oggetti raccolti e componendo la frattura tra i caratteri tipici delle raccolte nordiche e quelli dei
moderni musei di scienze naturali.
La passione tardo-rinascimentale per la bizzarria, che aveva trovato la sua sede deputata nei Giardini dei semplici, nei musei eclettici, nelle Wunderkammern e nei Cabinets du Roi, era finalizzata ad un collezionismo accumulativo, ad una congerie disparata e
caotica di oggetti e di prodotti naturali. Gli ambienti
museali, luoghi di delibazione senza tempo e senza
limiti di spazio, erano considerati non soltanto come
prodromi di una poetica manieristica e barocca della
maraviglia, ma come strumenti per individuare un
comune denominatore nell’esorcizzazione di una
diversità da ricomporre e da ridurre a un unicum.
Animati costantemente da un’acuta curiositas intellettuale, i collezionisti dell’epoca cominciarono ad
avvertire, prepotente, la necessità di costituire un
museo che catalogasse scientificamente le antichità
e i naturalia, in una profonda simbiosi che traeva origine dall’applicazione di un unico metodo e di comuni strumenti interpretativi, in grado di soddisfare
gli interessi ‘scientifici’.
Certo ancora molte ‘raccolte’ del tempo sembravano opporsi a quella tendenza di specializzazione che si indirizzava verso l’enucleazione del gabinetto di storia naturale, privilegiando invece l’elemento esotico, i mirabilia, il monstrum, più atti a provocare stupore nei visitatori più curiosi. E l’interesse
per il mostruoso, per il deforme, per le stranezze della natura era davvero intenso in età rinascimentale
anche oltre i confini del nostro Paese, come dimostrò Ambroise Paré che definì l’origine dei mostri
come «creature che appaiono manifestamente al di fuori
di ogni consueto procedere della natura»3: una teoria che
rappresenta, forse, il tentativo più maturo di «naturalizzare» il diverso spiegando le anomalie dell’ordo
naturae.
D. A. Bracci, Memorie degli antichi incisori, Firenze 1786
(Colombini fecit): F. Bartolozzi sculpsit, G. B. Cipriani
delineavit (XVIII sec)
Ma torniamo al testo che ha sollecitato la nostra indagine:
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
17
Il cammeo di Amore e Psiche (Museum of Fine Arts di Boston)
«Vi è poi il colombo nostro delle torre e de colombare. Questo è reposto fra uccelli molto lussuriosi, forsi per questo dedicato
a Venere dagli antichi. E forsi già per questo gli sposi, quando
andavano la prima volta a letto con la sposa, si portavano il colombo stretto fra le braccia, como molte volte io ho avertito nelle
cose antiche, e massime gl’anni passati in un bellissimo cameo
grande commo un mocenigo ovalo, retrovato a Sentino, vicino a
Sassoferrato, cosa veramente rara e miracolosa, dove erano figure de tutto relevo bianche in campo negro. De questa natura
predicta appareva una lettiera posta in scorcio, che mostrava
tutti quatro gli piedi fatti a balaustre. Vi era vicino un himeneo
alato nudo tutto festevole e ridente, che preparava il letto per gli
sposi. Dopoi veniva un altro himeneo alato, severo in faccia con
la facella accesa in spalla, con l’altra mano havea una catena o
cordina, con la quale sola guidava incatenati al collo il sposo e
sposa. Questa era vestita, velata, con ale de pipistrello [= farfalla n.d.r.] inanti piene de occhi, il sposo nudo, alato de dietro, con
capegli sparsi per la fronte, et havea la colomba fra’ bracci, stretta al petto. Vi era poi dietro un altro himeneo con ale ritorte in
su, quale pareva che venisse pian per non essere sentito e portava
sopra il capo de’ sposi un cesto de noce [= pomi n.d.r.]. Vi era poi,
intagliate de sopra, queste lettere, mostrando il nome del’authore: TPYΦ ON 4EΠOIEI. Cosa veramente bella che il patrone che la trovò la vendette a Venetia 137 ducati d’oro. Poi intesi
che la comprò il Duca de Fiorenza per 506».
In un pianoro alla confluenza dei torrenti
Marena e Sanguerone nel fiume Sentino, si è dunque consumato, attorno alla metà del XVI secolo,
18
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Da sinistra: D. A. Bracci, Memorie degli antichi incisori, Firenze 1786 (Colombini fecit): F. Bartolozzi sculpsit, G. B.
Cipriani delineavit (XVIII sec.); Peter Paul Rubens (1577-1640), Enrico IV riceve il ritratto di Maria de’ Medici, Parigi, Louvre
un evento che sinora era rimasto sconosciuto agli
studiosi, che pure si erano occupati dei preziosi tesori dell’arte glittica. Il reperto faceva parte di una
produzione di lusso, connessa con la vita raffinata
delle corti: se la funzione delle gemme incastonate
(gli ‘intagli’) rispondeva alla necessità di poter disporre di un sigillo irripetibile, i cammei appartenevano ad un genere voluttuario ed erano utilizzati come ornamento.
Gemma ovale di sardonica (mm. 45x37), in
cui è ben visibile la struttura zonata che si caratterizza per gli strati di colore a forte contrasto, essa
rappresenta dunque una scena di consacrazione
mistica di Amore (che porta in braccio una colomba), e Psiche, munita di ali di farfalla. La coppia, ricoperta di veli, è condotta con una benda5 annodata da un Imeneo alato verso il letto nuziale che un
Amorino sta preparando, mentre un altro Erote
offre un cesto ricolmo di pomi: una composizione
originale e ben strutturata contenuta nel minuscolo spazio di una pietra, in cui risalta il motivo
notturno della scena. Le figure pallide, dai riflessi
azzurrini, sono illuminate dalla «facella accesa» e si
stagliano sul fondo completamente scuro, che
simboleggia la notte: un risultato di grande inten-
sità, ottenuto con la tecnica del taglio parallelo. Il
garbo narrativo di Trifone, già riscontrabile nella
minuziosa descrizione operata dal Felici, attenta
sin quasi alle sfumature psicologiche, è degno di
un artista di prima grandezza, erede di un maestro
quale fu Sostratos. Il riferimento a questo incisore
è riscontrabile sia nella lucidatura della pietra, tagliata conicamente e levigata anche nel lato posteriore, sia nella modellatura dei corpi bianchi degli
Amorini, nella plasticità della muscolatura del torace e nelle pieghe del ventre. L’analogia risulta
anche dall’insieme della scena, che è abbastanza
singolare e che si può ricondurre ad una trasposizione alessandrina nel mondo di Eros di una deductio nuziale. Il vaglio ripieno di pomi, in connessione con i riti bacchici e dionisiaci agresti, la benda annodata, l’occultamento delle teste sembrano
comunque raffigurare una purificante consacrazione mistica, che rafforza il legame di Eros con
l’anima. Altro elemento caratteristico della rappresentazione è la consuetudine di Amore di portare in braccio il colombo o un volatile in genere.
Anche se non in connessione con scene nuziali, un
Eros alato che gioca al cerchio, con un colombo in
mano, è attestato in un’anfora attica6, mentre un
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
castone di anello in pasta di vetro, di età imperiale,
presenta un Eros alato che ha in mano un volatile7.
Un disegno approssimativo del cammeo (l’Erote che prepara il letto risulta privo di ali), sicuramente una delle prime raffigurazioni conosciute, è
stato realizzato attorno al 1590 dall’antiquario spagnolo Alfonso Chacón (=Ciaconius). Il cammeo viene messo in connessione con Pirro Logorio. E proprio dalla copia di un disegno del Ligorio, tratta dall’erudito francese Rascas de Bagarris, prese origine
nel 1683 la prima riproduzione a stampa del cammeo ad opera dell’ antiquario francese Jaques Spon.
Ma il nome di Trifone evoca anche ascendenze
letterarie. In quell’enorme deposito della lirica greca, quale è l’Antologia Palatina, un epigramma del
macedone Adeo è dedicato ad un berillo indiano,
una pietra simile allo smeraldo, inciso dall’artista, di
cui ci resta soltanto una testimonianza poetica. Si
tratta di versi di singolare modernità, in cui si avverte
una simultaneità tra l’atto dell’incisore di modellare
le chiome di Galene, ninfa che placa i venti dominatori delle acque, e l’atteggiamento caratteristico della figura che si abbandona al gesto naturale di una bagnante che regge i capelli sciolti tra le mani:
19
«Sono un berillo indiano: Galene mi volle Trifone
mi sparse i crini con tenere mani.
Vedi ancora le labbra che spianano l’umido mare,
i miei seni che magano bonacce.
E se la pietra gelosa consente, già pronta mi lancio,
ed ecco, adesso mi vedrai nuotare»8.
Il reperto sentinate prese ben presto la strada di
Venezia, un centro florido ove il reperto venne quotato ben 137 ducati d’oro. Ma è Cosimo I, duca di Firenze, che nella città lagunare poteva contare sui
suoi agenti, ad assicurarsi la preziosa miniatura per
una somma più che tripla: ben 506 ducati d’oro, una
spesa rilevante anche per le ben munite casse fiorentine. Ma nell’inventario del sovrano fiorentino non
viene fatta menzione del cammeo, per cui è ipotizzabile che esso, facendo parte del tesoro personale del
duca, non fosse soggetto a catalogazione.
Occorreva a questo punto riannodare le fila di
un percorso che aveva condotto la gemma, sin dal
1622, nelle mani del celebre artista fiammingo Pietro Paolo Rubens. La nostra ipotesi, suffragata anche da altri esempi9, è che la pietra fosse oggetto di
una ‘graziosa’ donazione dello zio Ferdinando I, fi-
IL CASO
IL CALCO SETTECENTESCO
DEL CAMMEO
DI AMORE E PSICHE
Calco del cammeo
ualche anno fa a
Roma – rivela Giorgio
Nonni – dopo aver
pescato dal fondo antico della
Biblioteca Angelica un disegno del
1590 dello spagnolo Alfonso Chacon
(forse la prima immagine in assoluto
del cammeo), sono entrato
dall’antiquario delle Coppelle, a due
passi da lì. Buttato su una sedia, sotto
del 2005, anno in cui fu pubblicata
anche l’edizione critica del trattato
(G. Nonni, Passatempi e capricci,
Urbino).
E’ solo da poco, dunque, che la
comunità scientifica ha potuto
conoscere le fasi del ritrovamento e
dell’acquisto della gemma originale da
parte del ‘Duca di Fiorenza’ per una
somma rilevantissima».
«Q
di Amore e Psiche (sec. XVII),
collezione privata
un mucchio di stampe, ho trovato uno
dei rarissimi calchi settecenteschi
della gemma. Mi è sembrato un segno
del destino. Tirando un po’ sul prezzo
l’ho acquistato e poi prestato per la
Mostra Mythologica et Erotica
inaugurata a Palazzo Pitti nell’ottobre
20
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
glio di Cosimo, alla nipote Maria (di cui era anche
tutore), in occasione del suo matrimonio con Enrico
IV, celebrato con straordinaria munificenza nell’ottobre del 1600. Del resto, alla fastosa cerimonia ‘per
procura’, avvenuta nella Cattedrale di Santa Maria
del Fiore a Firenze, è attestata la presenza di Rubens
(che poi raffigurò sulla tela la cerimonia), in qualità
di accompagnatore del duca di Mantova Vincenzo I
Gonzaga e della moglie Eleonora de’ Medici. Il successivo percorso, che conduce il cammeo ‘nuziale’
nella collezione di Rubens, potrebbe essere spiegato
come munifico regalo della Regina di Francia per ingraziarsi un artista, notoriamente amante delle antiche gemme, che si apprestava a fornire la sua opera
per la Galleria Medici di Palazzo Lussemburgo a Parigi. Del resto che il celebre artista scambiasse proprie opere con reperti antichi, è attestato da alcuni
accenni contenuti nella sua corrispondenza: il 25
giugno 1627 l’erudito francese Philippe Chifflet rivelò al cardinal Guido Bagni, nunzio apostolico nella capitale d’Oltralpe, che le pietre più rare dell’antiquario parigino Gaud erano finite nelle mani di Rubens in cambio di sue peintures, mentre anche il diplomatico inglese Sir Dudley Carleton, Visconte di
Dorchester, forniva all’artista gemme in cambio di
suoi dipinti. E’ significativo il fatto che uno dei primi
accenni al cammeo risalga proprio al periodo in cui
l’artista aveva ricevuto da pochi mesi l’incarico di
raffigurare la vita e la reggenza di Maria de’ Medici:
alla definizione tematica del progetto parigino aveva
addirittura preso parte l’influentissimo cardinal Richelieu, affiancato da Peiresc. Costui, in una lettera
del 1622, rassicurò l’amico pittore che avrebbe esaminato con le dovute precauzioni i solfi ricavati dalle
matrici e avuti da poco in visione, in particolare anche «quello di Tryphone che non sarà veduto da nessuno».
Definito «studiosissimus et peritissimus totius
antiquitatis, sed cameorum in primis», l’artista fiammingo rafforzò il suo amore per l’antichità nel
corso dei soggiorni romani e mantovani dei primi
anni del XVII secolo. Alla corte di Vincenzo I
Gonzaga, riuscì a toccar con mano gemme di gran
pregio: «Io non ho giamai tralasciato nelli mei viaggi
di observar et investigar le antichità publiche e private
e di ricovrar qualche cosetta curiosa per danari», scriveva Rubens a Peiresc, al quale confidò anche:
«Non ho mai visto in vita mia cosa alcuna con maggior
gusto che le gemme mandatemi da Vostra Signoria, che
mi paiono cose inestimabili e sopra ogni mio voto».
La collezione di arte glittica dell’artista poteva
rivaleggiare con le raccolte dei sovrani, come è
pronto a riconoscere il Peiresc: «Gli impronti e dissegni delle più notabili gioie della sua pretiosissima raccolta
[...] io non haveva mai veduti in tutti li studii d’Italia, di
Francia, d’Inghilterra, di cotesti paesi et d’una parte della Germania». Al contrario, lo scienziato francese
per le disponibilità economiche più limitate era costretto a raccogliere anche «molte cose di goffa maestria» per le quali provava tuttavia diletto, perché
«bisogna nondimeno talvolta contentarsi dell’alimento
del pane biscotto quando si sta in mezzo al mare et che non
si puonno havere alimenti più delicati».
Nel 1628 Rubens inviò a Peiresc una raccolta
dei calchi più significativi, destinati ad essere riprodotti: «una scatola d’impronti benissime conditionata, et
senza che se ne fosse rotto un solo fra 56 pezzi che c’erano». L’amico rimase sinceramente affascinato dallo
splendore delle riproduzioni: «Io ho preso un pasto de’
più dolci et più lauti ch’io havessi ancora havuto in vita
mia, non potendomi satiare di ammirare la bellezza et
eccelenza di un sì ricco thesoro di gemme delle più nobili et
più preciose di tutta l’antiquità, le quali io ho goduto con
la representatione de gli impronti quasi con altretanto diletto che s’havessi veduto le gemme istesse». Peiresc riservò al capolavoro di Trifone un’attenzione particolare: «Quelle nozze di Psyche sono cose reggie!».
Ben presto iniziò la diaspora: la preziosa collezione di gemme, che Rubens aveva messo insieme,
stava smembrandosi. Già nel 1626, dopo la morte
della prima moglie, l’artista aveva dovuto cedere
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
21
Da sinistra: Jaques Spon, Recherches curieuses d’Antiquité, Lyon 1683 (Prima raffigurazione a stampa del cammeo); Alfonso
Chacón, Nuptiae Cupidinis et Psyches (sec. XVI) Bibl. Angelica, Roma.
gran parte della raccolta al duca di Buckingham: per
sé aveva riservato le gemme più rare, tra cui il cammeo di Trifone, oltre ai calchi sopra menzionati, di
cui Peiresc aveva fornito una fedele descrizione.
Mentre il tesoro in possesso del duca inglese venne
acquistato nel 1649 da Gaston d’Orléans, il quale
poi lo donò al nipote Luigi XIV, la restante parte
della collezione ereditata alla morte di Rubens dal
figlio Albert (e comprendente il cammeo di Trifone) finì alla corte inglese, oggetto d’acquisto di
Thomas Howard, II conte di Arundel e Surrey. Immortalato da Rubens in un celebre ritratto, ora custodito a Boston, Thomas fu una straordinaria figura di collezionista dei tesori dell’arte classica ed impiegò un gran numero di agenti in ogni parte d’Europa alla ricerca di rarità da museo. Spinto dalla ri-
valità col duca di Buckingham, arricchì la propria
collezione, ospitata nella Arundel House di Londra, con medaglie ed intagli provenienti da Mantova, dai Paesi Bassi e dalla Francia, tentando persino
un improbabile trasporto dall’Italia via mare dell’obelisco di 16 metri, che adorna oggi la fontana berniniana di Piazza Navona a Roma.
Nel XVII secolo assistiamo a vari passaggi
della raccolta in suolo inglese: ereditata da Enrico,
VI duca di Norfolk (nipote del conte di Arundel e
Surrey), essa fu acquistata nel 1684 da Enrico,
conte di Peterborough, il quale l’anno seguente
mostrava già agli amici «la sua rara collezione di
gemme e anelli antichi» peraltro già oggetto di ipoteca. La figlia Maria, andata in sposa al VII Duca di
Norfolk e rimasta unica proprietaria della colle-
22
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
zione alla morte del marito (1701), trasmise la raccolta, per testamento, al secondo marito, il cavaliere John Germain, soldato di ventura e noto speculatore il quale, avendo spento l’ipoteca che gravava sul tesoro, lasciò nel 1718 alla seconda moglie
Elizabeth, figlia del II conte di Berkeley, i 130
cammei e i 133 intagli della raccolta.
La dattilioteca si apprestava però a ritornare
nelle mani di collezionisti esperti. Nel 1762, sposandosi con il conte Charles Spencer, Diana Beauclerk ottenne in dono dalla prozia Elizabeth l’intera raccolta, che finì al capo della famiglia Geor-
Sopra da sinistra: stipetto con calchi di cammei
(sec. XVIII); Trifone, Amorini con la clava
(Firenze, Museo Archeologico). Nella pagina accanto a
destra: calco del cammeo di Amore e Psiche (sec. XVIII)
ge, IV duca di Marlborough. La passione di questo
stravagante e colto aristocratico inglese per le
gemme era senza limiti, soprattutto per gli esemplari firmati che, secondo l’erudito Philipp von
Stosch, rappresentavano il ne plus ultra del collezionismo. Il suo orgoglio per le gemme lo aveva
spinto a farsi ritrarre nel 1778 con in mano un
AMICA DI RUBENS
IL CAMMEO E LA REGINA
MARIA DE’ MEDICI
P. P. Rubens, Maria de’ Medici
u quasi sicuramente Maria
de’ Medici l’illustre personaggio
che offrì la gemma di Amore
e Psiche a Rubens, di cui divenne
poi buona amica.
Regina del gusto italiano,
ella esportò a Parigi il modello artistico
fiorentino, dando inizio,
dopo il matrimonio con Enrico IV,
alla «grandeur» francese.
Dopo la morte del marito, Maria
imprigionandola nel castello di Blois.
Nel 1622 la sovrana commissionò
a Rubens le 24 tele che celebravano
le sue imprese e nel 1631, dopo
un periodo di reclusione, si rifugiò
nei Paesi Bassi ove si incontrò
con gli artisti più famosi dell’epoca.
Dopo un lungo periodo
di peregrinazioni, si mise al sicuro
in una casetta di proprietà di Rubens
a Colonia, ove si spense nel 1642.
(Madrid, Museo del Prado)
F
iniziò una reggenza di sette anni
in nome del figlio minorenne Luigi XIII,
il quale poi esautorò la madre
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
23
cammeo che raffigurava l’imperatore Augusto e
con l’armadietto delle gioie affidato all’erede
Lord Blandford. Nel 1861 il cammeo di Amore e
Psiche rappresentava uno dei pezzi più pregiati
dell’esposizione organizzata dall’Istituto Archelogico Britannico. Nel giugno 1875, l’intera raccolta venne acquistata integralmente da David
Bromilow di Manchester per 35.000 ghinee e conservata nella residenza di campagna della contea
di Bedfordshire.
Spettò alla figlia Jary l’incarico di consegnare
all’asta di Christie’s, il 26 giugno 1899, i 739 lotti della raccolta: la maggior parte dei pezzi venne aggiudicata al grande collezionista Henry Walters, cui è oggi intitolata l’omonima e celebre Art Gallery. Per
ben 2.000 sterline la gemma di Amore e Psiche fu acquistata da un eccentrico collezionista, Edward
Perry Warren e, attraverso il Pierce Fund, venne assegnata al Museum of Fine Arts di Boston, ove attualmente si conserva, con la segnatura MFA 99.101.
Un percorso davvero accidentato quello della gemma uscita dalla manifattura di corte alessan-
NOTE
1
Costanzo Felici (1525-1585), collaboratore di Ulisse Aldrovandi, è autore di numerosi trattati naturalistici. Cf. G. Nonni,
Lettere a Ulisse Aldrovandi, Urbino, Quattroventi 1982; C. Felici, Del’insalata e piante che in qualunque modo vengono per cibo
del’ homo, a cura di G. Arbizzoni, Urbino,
Quattroventi 1986; G. Nonni, Passatempi e
capricci. Le Olive, i Funghi, gli Uccelli e il Lupo
nei trattati di Costanzo Felici, Urbino Quattroventi 2005.
2
La città di Sentinum, uscita dall’isolamento dopo l’apertura della strada Flaminia nel 220 a.C., venne messa a ferro e fuoco
dai soldati capeggiati da Salvidieno Rufo.
drina e transitata nelle mani di Rubens e di mille
altri nobili (e meno nobili) collezionisti del nordEuropa, prima di approdare in America accompagnata da un grande interrogativo: chi avrà indossato e poi perduto (o donato) quel meraviglioso
ornamento riemerso nel Cinquecento dalle zolle
di un pianoro allocato in un remoto municipium
romano? Fulvia, domina che con Marco Antonio
era in ‘mistica’ comunione d’intenti e che in qualche modo ebbe un ruolo nella campagna di guerra
che mise a ferro e fuoco l’agro sentinate, o qualche
altra matrona? Chissà.
Dopo la ricostruzione divenne un centro
fiorente frequentato da personaggi illustri
della Repubblica romana.
3
A. Paré, Mostri e Prodigi, Parigi 1753,
p. 25.
4
Celebre intagliatore di gemme, Trifone, allievo di Sostratos, operò attorno al 50
a. C. in ambito alessandrino. Si conosce
un’altra sua opera (non firmata) conservata nel Museo Archelogico di Firenze (Amorini con la clava, Inv. 14440). E’ citato anche
in un’epigramma dell’Antologia Palatina
per aver intagliato un berillo.
5
Il famoso collezionista settecentesco tedesco Philipp von Stosch volle riconoscere nella corda «un filo di perle indi-
cante il vincolo coniugale».
6
Il reperto è conservato al British Museum di Londra (E 296).
7
E non un attribut végétal, come è indicato nel Lexicon Iconographicum cit., III, 2,
p. 610 (fig. 9). Il reperto è conservato a Monaco (Staatl. Münzslg., A 510).
8
Antologia Palatina, a cura di F.M.
Pontani, t. III (IX), n. 544, Torino 1980, pp.
276-77.
9
Nel 1762 il cammeo di Amore e Psiche
(insieme ad altre gemme) rappresenterà il
regalo nuziale della nobile inglese Elizabeth
Berkeley alla nipote Diana Beauclerk, in occasione del suo matrimonio con il conte
Charles Spencer.
24
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
Bibliofilia
NELLA CESTA
DI UN CANTIMBANCO
Sapone, Ariosto e la Puttana errante
«Q
GIANCARLO PETRELLA
cantastorie Ippolito Ferrarese
nella cui produzione a stampa si
era incidentalmente imbattuto
(Vittorio Rossi, Di un cantastorie
ferrarese del secolo XVI. Appunti,
«Rassegna Emiliana», II, 1890,
pp. 435-446: 441). Peccato che
l’interpretazione del noto filologo e storico della letteratura italiana sia piuttosto fantasiosa e le
bolle di sapone siano tirate in ballo davvero a sproposito. O meglio, il sapone c’entra, ma non
nella dimensione di una metafo-
ui e nella stanza
che riferisco subito dopo, pare
che le poesie cantate dal Ferrarese siano paragonate a bolle di sapone». Così, in un articolo del
1890, si esprimeva Vittorio Rossi, autentico protagonista della
Scuola Storica, a proposito del
A sinistra: Tiziano (1480/85-1576),
presunto ritratto di Ariosto e a destra:
Tiziano, ritratto di Pietro Aretino,
Londra, The Print Collector
GIANCARLO PETRELLA insegna
Bibliologia e Bibliografia presso
l’Università Cattolica di Milano. Si
è occupato di letteratura
geografico-antiquaria fra Medioevo
e Rinascimento (“L’officina del
geografo. La Descrittione di tutta
Italia di Leandro Alberti e gli studi
geografico-antiquari tra Quattro e
Cinquecento”, Milano, Vita e
Pensiero, 2004) e di storia del libro
a stampa fra Quattro e
Cinquecento in numerosi articoli e
monografie (tra cui “Uomini, torchi
e libri nel Rinascimento”, Udine,
Forum, 2007; “Fra testo e
immagine. Stampe popolari del
Rinascimento in una miscellanea
ottocentesca”, Udine, Forum, 2009;
“La Pronosticatio di Johannes
Lichtenberger. Un testo profetico
nell’Italia del Rinascimento”, Udine,
Forum, 2010; “Gli incunaboli della
biblioteca del Seminario Patriarcale
di Venezia”, Venezia, Marcianum
Press, 2010; “L’oro di Dongo ovvero
per una storia del patrimonio
librario del convento dei Frati
Minori di Santa Maria del Fiume”,
Firenze, Olschki, 2012). Collabora
stabilmente con “Il Giornale di
Brescia” e il “Domenicale” del
“Sole24ore”. Da questo numero
esordisce sulla nostra rivista la
Biblioteca di via Senato.
Nel tempo libero fa il tifo per la
più gloriosa squadra di calcio
milanese (nata lo stesso anno della
rivista “La Bibliofilia”).
26
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Da sinistra: Opera nova del superbo Rodamonte, Venezia, Gugliemo da Fontaneto a istanza di Ippolito Ferrarese, 1532,
frontespizio; Transito de carnevale, Bologna, a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538. Edizione ignota ai principali repertori
bibliografici. Unico esemplare noto Wolfenbüttel, Herzog-August Bibliothek, A. 168.8 Poet. (4).
ra. Andiamo con ordine.
Nel 1545, o poco oltre, si spegneva a Lucca Ippolito da Ferrara, misconosciuto cantastorie e commerciante ambulante di libri e altra mercanzia, la
cui itinerante attività si era prolungata per quasi un
ventennio dalla natia Ferrara alle strade e piazze di
Venezia, Brescia, Bologna, Firenze e di parecchie
località del centro Italia1. Per l’occasione un anonimo collega scelse di commemorarne l’attività commissionando la stampa di un lamento in ottave nel
quale si finge che «il ferrarese in Luca, un giorno
avanti la morte sua, facendosi dar la lira a quelli che
lo governavano» ripensi alla propria esperienza di
canterino2. Il componimento rivela particolari altrimenti inediti: Ippolito aveva moglie e figli a Ferrara e cercava proventi dalla vendita di altre mercanzie, forse persino più fruttuose. Il libro viaggiava
assieme a una merce meno nobile, ma altrettanto
remunerativa, il sapone appunto. Ecco perciò i versi
incriminati cui alludeva Vittorio Rossi: «Io portavo
fra gli altri il pregio, il vanto / facendo di savone argento ed oro / ... Adesso conosciute fien le balle / del
Ferrarese dall’altrui sapone». Ippolito non paragona affatto le proprie composizioni poetiche a bolle
di sapone, ma, col piglio di chi era abituato a reclamizzare a gran voce la bontà della propria merce,
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
27
Da sinistra: Galeotto Del Carretto, Comedia nuova intitulata Tempio de amore, Venezia, N. Zoppino e Vincenzo di Paolo,
1524, frontespizio; Forze d’amore, [Venezia, N. Zoppino] a istanza di Ippolito Ferrarese, 1537, frontespizio
vanta la superiorità delle proprie ‘palle di sapone’,
evidentemente così rinomate da giustificare persino gli affettuosi versi improvvisati da un anonimo
lettore che ho scovato in calce alla copia del Lamento
conservata presso la Biblioteca Marciana di Venezia
(Misc. 2208/14): «Per lavarse le man con le sue balle
/ L’ha tolto i Dei, e non ha fatto male». L’inusuale
compresenza di sapone e libro nell’attività di un
cantimbanco fu dunque la ragione del curioso fraintendimento da parte di Vittorio Rossi. Non so
quando da ‘cerretano’ Ippolito si sia fatto editore.
Né so dire se smerciasse soltanto le edizioni stampate per suo conto o fosse invece anche libraio ambulante di libri impressi da altri. Di certo però a lui
rimanda almeno una ventina di edizioni esplicitamente sottoscritte «ad instantia d’Hippolito Ferrarese» (ma la bibliografia è probabilmente ancora incompleta considerata la fragilità del materiale a
stampa, per lo più opuscoli di poche carte, e il fatto
che la maggior parte delle edizioni sopravviva in copia unica e parecchie, finora sconosciute, siano riemerse in biblioteche non italiane)3. Il numero è
davvero elevato e rivela un’attività editoriale per
nulla episodica, avviata nei primi anni Trenta del
Cinquecento e conclusa prematuramente nella seconda metà degli anni Quaranta.
Dal punto di vista bibliografico, alla luce dei
dati oggi noti, l’attività editoriale prese avvio a Pesa-
28
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Colophon dell'edizione Pietro da Lucca, Opera santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta documenti, Brescia,
Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538.
ro nel 1531, quando in data 26 luglio venne licenziata una plaquette sull’assedio di Firenze e il ritorno dei
Medici in città che reca esplicitamente il suo nome
al colophon come finanziatore: «Stampata impesaro
ad instantia de Hippolito Ferrarese»4. È certo che
l’anno successivo Ippolito abbia fatto tappa a Venezia e abbia colà commissionato a Guglielmo da Fontaneto un anonimo poemetto cavalleresco dall’allettante titolo Opera nova del superbo Rodamonte dietro il quale si cela forse la prima versione della Marfisa di Pietro Aretino5. La ricostruzione dell’attività
editoriale di Ippolito dà il polso delle letture effetti-
vamente richieste dal pubblico che si accalcava nelle
piazze per sentirlo recitare e alla fine della performance acquistare sapone e libri.
Fu il ferrarese Ippolito nel 1537 a commissionare a Venezia probabilmente a un altro ferrarese (il tipografo Niccolò Zoppino) l’edizione
clandestina delle rime del concittadino Ariosto offerta con l’ampolloso titolo di «Forze d’amore
opera nova nella quale si contiene sei capitoli di
messer lodouico ariosto sopra diuersi sogetti non
30
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
piu venuti in luce»6. Nello stesso anno sempre a
Venezia l’officina Bindoni-Pasini ristampò invece
per il cantastorie girovago i Trionfi di lussuria (una
prima edizione era evidentemente andata a ruba)
che passano in rassegna le cortigiane romane in
forma di parodia del poema petrarchesco. Ne sopravvive un unicum presso la Biblioteca Nazionale
NOTE
1
Me ne sono occupato qualche anno
fa in un paio di ampi contributi scientifici
cui rimando il lettore: Giancarlo Petrella,
“Ad instantia d’Hippolito Ferrarese”. Un
cantimbanco editore nell’Italia del Cinquecento, «Paratesto», 2011, pp. 23-79; Ippolito Ferrarese, a Travelling ‘Cerretano’
and Publisher in Sixteenth-Century Italy,
in Print Culture and Peripheries in Early
Modern Europe, ed. by Benito Rial Costas,
Leiden, Brill, 2012, pp. 201-226.
2
Il pianto e lamento fatto per Hippolito Ferrarese in Luca, [Venezia], post 1545.
Unico esemplare noto (Edit16 on line
CNCE 50117) presso la Biblioteca Marcia-
di Napoli7.
Il genere era assai in voga negli anni Trenta
del Cinquecento, si pensi alla veneziana Tariffa
delle Puttane e non stupisce di trovarlo nella cesta
di un libraio ambulante. Seguendo l’esile filo delle
edizioni, possiamo affermare che nel 1538 Ippolito si sia affacciato anche sulla piazza bresciana e
na di Venezia.
3
Ne ho censite 20, di cui solo la metà
conservate in biblioteche italiane (G. Petrella, “Ad instantia d’Hippolito Ferrarese”,
pp. 65-79).
4
Bernardino Zoppo, Lamento di Firenze, Pesaro, a istanza di Ippolito Ferrarese,
26 luglio 1531 (Edit16 on line CNCE 37860.
L’unico esemplare noto, mutilo, si conserva presso la Biblioteca Marciana di Venezia: Misc. 2405/6).
5
Opera nova del superbo Rodamonte,
Venezia, Gugliemo da Fontaneto a istanza
di Ippolito Ferrarese, 1532 (Edit16 on line
CNCE 72372. L’unico esemplare noto si
conserva presso la Biblioteca Corsiniana e
dell’Accademia dei Lincei di Roma: 132 D
2/3).
6
Forze d’amore, [Venezia], [Nicolò Zoppino] a istanza di Ippolito Ferrarese, 1537
(Edit16 A2564; Edit16 on line CNCE 2598:
ne sono noti quattro esemplari in biblioteche pubbliche italiane). Attribuisco l’edizione del ferrarese Ariosto (che quindi sarebbe
opera di due altri ferraresi attivi in Laguna)
alla tipografia di Niccolò Zoppino in base alla cornice silografica alla prima carta con
putti, scudi, corazze, Mosè che mostra le tavole dei comandamenti nel montante superiore e, in bas de page, due putti che srotolano un cartiglio. Tale cornice risulta infatti a disposizione dello Zoppino che la im-
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
qui abbia preso accordi con la locale officina dei
Turlini per imprimere il poemetto Del cavalier dal
Leon d’oro e un testo di tutt’altro genere, un’opera
in volgare di devozione popolare dal titolo Opera
santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta
documenti8. Non può non colpire la destrezza di
questo cantimbanco che si fa editore di opere proprie ed altrui e smercia senza troppe remore poemetti cavallereschi, poesie d’amore, trattatelli devozionali e persino opere oscene. Ai Trionfi di lussuria sembra potersi infatti aggiungere un’edizione della Puttana errante di Lorenzo Venier commissionata nel 1538 a Venturino Ruffinelli che
Salvatore Bongi cita nei suoi Annali di Gabriele
Giolito di fine Ottocento ma di cui non sembra
oggi più possibile rintracciare alcun esemplare9. A
questo punto sembra però giustificata la perplessità manifestata da Bongi: «Certo è cosa singolarissima che una divota scrittura … si vendesse in
banco per le piazze accanto alla Puttana Errante
del Veniero ... Son tutti indizii della grandissima
confusione dei costumi e delle opinioni che allora
correvano in Italia!».
piega in altre edizioni con sua esplicita sottoscrizione tra cui Galeotto Del Carretto,
Comedia nuova intitulata Tempio de
amore, Venezia, N. Zoppino e Vincenzo di
Paolo, 1524 (nel mio precedente “Ad instantia d’Hippolito Ferrarese”, p. 43 per un evidente refuso sfuggitomi la data dell’edizione risulta 1528 anziché 1524, errore aspramente redarguito da L. Baldacchini, Cantastorie-editori nell’Italia del Cinquecento, in
Mobilità dei mestieri del libro tra Quattrocento e Seicento, a cura di Marco Santoro e
Samanta Segatori, Pisa-Roma, Fabrizio
Serra editore, 2013, pp. 225-226). Tale attribuzione è giudicata «discutibile» da Baldacchini (p. 226) secondo il quale «ad un’analisi
31
Nella pagina accanto da sinistra: Pietro da Lucca, Opera
santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta
documenti, Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito
Ferrarese, 1538, frontespizio;
incipit del cantare Bartolomeo Oriolo, Canto primo del
Cavalier dal Leon d’oro qual seguita Orlando furioso, Venezia,
Venturino Ruffinelli a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538.
Qui sotto: Lamento d’Hyppolito detto il Ferrarese che cantava
in bancha, [Venezia], post 1545
approfondita rivela poi differenze in più di
un dettaglio», senza però proporre ulteriori
prove né un’ipotesi alternativa. Il lettore
potrà farsi un’idea confrontando la riproduzione di entrambe le cornici qui offerta.
7
Triumphi de lussuria sopra le cortegiane antiche de Roma, Venezia, Francesco
Bindoni e Maffeo Pasini a istanza di Ippolito
Ferrarese, gennaio 1537 (Edit16 on line
CNCE 77311 registra un unico esemplare
Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III).
8
Bartolomeo Oriolo, Canto primo del
Cavalier dal Leon d’oro qual seguita Orlando furioso, Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538 (Edit16 on line
CNCE 52753. Unico esemplare noto presso
la Biblioteca Nazionale di Firenze). Pietro da
Lucca, Opera santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta documenti,
Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538 (Edit16 C3040; Edit16 on
line CNCE 11066. Unica copia nota presso la
Biblioteca Universitaria di Padova).
9
Lorenzo Venier, La puttana errante,
Venezia, Venturino Ruffinelli a istanza di
Ippolito Ferrarese, 1538 (edizione oggi sconosciuta, a suo tempo segnalata, ma senza
indicazione di alcun esemplare, da Salvatore Bongi, Annali di Gabriele Giolito de’ Ferrari, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1890-95, II, p. 30).
Mindshare Italia
Assago (MI) Viale del Mulino, 4
Roma
Via C.Colombo, 163
Verona
Via Leoncino, 16
+39 02480541
+39 06518391
+39 0458057211
www.mindshare.it
www.mindshareworld.com
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
33
inSEDICESIMO
IL VIAGGIO – LA NOTIZIA DEL MESE – L’EDITORE DEL MESE
IL VIAGGIO
LE ISOLE BORROMEE,
FRA BELLEZZA, ARTE E NATURA
Sul lago Maggiore, alla scoperta
dei tesori dei principi Borromeo
a cura di gianluca montinaro
Seconda e ultima parte. La prima parte di questo articolo
è stata pubblicata nel numero 5, maggio 2013
L’Isola Madre
Isola Madre, la più grande tra
le isole del Lago Maggiore, è
rinomata per il lussureggiante
giardino botanico che ospita rare
essenze vegetali provenienti dalle più
diverse latitudini e per le spettacolari
fioriture che la rendono variopinta in
ogni stagione. Il clima mite ha infatti
permesso l’insediamento di una flora
sorprendente e difficilmente reperibile
in altri luoghi. L’aspetto dell’isola è
andato modificandosi nel corso dei
L’
secoli: inizialmente frutteto, poi
uliveto, di seguito divenne un
rigoglioso agrumeto, fino all’attuale
parco botanico all’inglese che risale ai
primi dell’800. Dal 2002 questo
giardino fa parte del prestigioso
circuito inglese della Royal
Horticultural Society. Il percorso di
visita incomincia percorrendo Viale
Africa: questo luogo beneficia di
un’esposizione particolarmente
assolata tanto che la temperatura è
maggiore di circa quattro gradi
rispetto alla zona nord dell’isola. Si
giunge quindi al Piano delle Camelie.
Questo parterre prende il nome dalla
bellissima spalliera di camelie
introdotta per volere di Giberto V
Borromeo e di suo figlio Vitaliano IX
Borromeo e grazie all’abilità degli
ibridatori e vivaisti Giuseppe e Renato
Rovelli che furono tra i curatori del
giardino isolano sul finire
dell’ottocento. Il parco dell’Isola Madre
è stato uno dei primi in Italia ad
ospitare questo fiore dalla
straordinaria eleganza la cui fioritura
inizia a gennaio e si protrae fino a
maggio. Da segnalare per importanza
la Camellia japonica “Mitronesson
vera”, ibridata all’isola Madre prima del
1840, la C. japonica “Gloria delle Isole
Borromee” e la C. japonica “Gloria del
Verbano”. Superato il parterre delle
34
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Camelie, nella stragrande maggioranza
antiche, alcune delle quali hanno
ormai quasi 200 anni. Sono oggetto di
venerazione, per i molti cultori delle
Camelie, la Mitronesson Vera e la
Hagoromo, una delle più antiche
varietà del Giappone, il cui nome
significa “abito di piume”. Una
passione, quella della Famiglia per le
Camelie, che risale a Giberto V
Borromeo e a suo figlio Vitaliano IX
Borromeo che assieme ai vivaisti e
giardinieri Giuseppe e Renato Rovelli,
camelie sulla sinistra meritano
attenzione il giardino mediterraneo e
quello roccioso. Si passa al Piazzale
della Darsena ove, sul lato sinistro, in
una zona particolarmente fresca del
giardino, vivono alcuni rigogliosi
esemplari di felci tra cui la rara ed
ormai quasi estinta Woodwardia
radicans e la Osmunda regalis. A destra
la darsena e il porticciolo del XVIII
secolo, sullo sfondo un suggestivo
scorcio di Pallanza e del promontorio
della Castagnola. Il successivo Prato
dei Gobbi prende il nome dalle radici
del Taxodium che creano delle vere e
proprie gobbe sul terreno. Nella parte
alta, bellissimi rododendri arborescenti
Himalayani hanno trovato le condizioni
ideali per crescere tanto da formare un
piccolo bosco. Alle loro spalle, nascoste
qua e là, si scorgono le profumatissime
Daphne Bholua e più in basso gruppi
di azalee che creano contrasti di forme
e colori. Sul Piazzale dei Pappagalli si
incontrano, sulla destra, il prato delle
Camelie reticulate e sulla sinistra le
voliere dei pappagalli. Sui prati, in
libertà, pavoni bianchi e azzurri, fagiani
dorati, venerati e argentati. Un tempo
l’isola Madre era una riserva di caccia:
anche Napoleone durante il suo
soggiorno all’isola Bella, venne a caccia
in questo giardino. Sul fondo, lungo un
viale di canfore e magnolie, il
boschetto delle gardenie che fiorisce in
luglio ed agosto.
La fioritura delle camelie
E’ un momento “assoluto” nella vita
del giardino dell’Isola, da gustare in
silenzio, lasciandosi andare
all’emozione che il bello naturale
esprime e dona. Nella sola Isola Madre
sono presenti più di 100 varietà di
introdussero svariate camelie nel
giardino dell’Isola. Era il 1828 e fu il
primo luogo nel nord Italia ad ospitare
questa “nuova” affascinante pianta.
Furono così messe a dimora
numerosissime cultivar come la C.
japonica Alba Plena, la C. japonica
Montironi, la C. japonica Incarnata, e
tantissime altre ancora. Venne anche
avviato il lavoro di selezione di nuovi
ibridi e cultivar ancor oggi considerati
il simbolo del florovivaismo del lago
Maggiore, come la C. japonica Gloria
delle Isole Borromee, la C. japonica
Lavinia Maggi e la C. japonica Gloria
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
del Verbano. Dopo anni di lavoro
arrivarono a selezionare circa 500
varietà che riempivano l’isola per ogni
dove, tanto che l’Isola Madre veniva
definita come “l’isola delle camelie”. La
collezione è stata poi ulteriormente
ampliata introducendo anche le C.
reticulata, la C. sinensis (Camelia del
The), la C. sasanqua, la C.
Granthamiana. Trattandosi di un
giardino con una lunga storia alcuni
esemplari hanno assunto le dimensioni
di alberi. Le piantine collocate a dimora
in quel lontano 1828 tra la curiosità di
tutti, hanno creato una moda tanto
che oggi le camelie, che restano la
prima e più raffinata fioritura
primaverile del giardino dell’Isola
Madre, hanno “colonizzato” l’intero
Lago Maggiore, dove vi è la massima
concentrazione europea di camelie.
Le protee
Ci sono voluti tre decenni e infiniti
tentativi per arrivare al grande
annuncio: la prima collezione ampia di
protee a cielo aperto in Italia. Il
primato lo annunciano i Principi
Borromeo che in questi trent’anni di
tentativi hanno sostenuto il capo
giardiniere dei loro Domini sul Lago
Maggiore, Gianfranco Giustina. Sede
della coltivazione sono i giardini
dell’Isola Madre che, per varietà di
specie botaniche, sono uno dei più
ricchi parchi botanici in Italia. Il Parco
Botanico dell’Isola Madre vanta una
plurisecolare tradizione di
acclimatamento e inserimento di
specie provenienti da altri continenti e
che qui hanno trovato un habitat
ideale. Basti pensare a palme ed
agrumi e al “Grande Vecchio dell’Isola
Madre”, il celeberrimo Cipresso
dell’Himalaya, oggi simbolo dell’Isola e
della passione della Famiglia Borromeo
per la botanica. Le protee, arbusto dalla
meravigliosa fioritura fiammeggiate, è
simbolo del Sud Africa. Le specie sino
ad oggi censite tra Africa Australe,
Australia, Nuova Zelanda e Sud
America sono 117. Danno il meglio di
sé in ambienti caldi e secchi.
Condizioni molto diverse da quelle
offerte dal clima del settentrione
italiano e soprattutto della zona
lacustre. Nel nostro paese tentativi di
inserimento sono noti, a livello di
ricerca universitaria, in Sicilia e da
qualche privato collezionista. Che la
coltivazione delle protee alle nostre
latitudini si presentasse un’impresa
ardua se ne trovò conferma anche
trent’anni orsono quando all’isola
Madre si diede il via ai primi tentativi
di piantumazione ed acclimatazione di
questa specie. L’idea era che in un
giardino che si stava avviando a
diventare uno dei più completi in
ambito botanico, non potesse mancare
35
una zona dedicata alla Flora Australe.
«Fu durante i primissimi anni ottanta ricorda Gianfranco Giustina, capo
giardiniere di Casa Borromeo - che
iniziò una corrispondenza con alcuni
vivaisti Sud Africani che permise
l’arrivo di semi freschi di protea. I
tentativi di far germogliare questi semi
tuttavia si mostrarono ben presto vani,
le giovani e delicatissime plantule
malgrado le amorevoli cure morivano
inesorabilmente. Si tentò quindi di
percorrere un’altra strada e fu così che
attorno al 1985 attraverso il famoso
cacciatore di piante e vivaista inglese
Sir Harold Hillier arrivarono all’isola
Madre alcune giovani piante di protea
e di Banksia serrata, un’altra proteacea
questa volta australiana, molto
decorativa. Era questa la strada giusta,
avere delle piccole piante da coltivare
permetteva infatti di saltare la delicata
fase della germinazione, come
confermò la prima fioritura di una
Protea cynaroides e di una Protea
nerifolia che avvennero con grande
soddisfazione nel 1988. Ben presto si
36
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
generalmente sull’isola dalle 7 alle 9
del mattino sull’ isola si creò una
barriera frangivento composta da allori
e da un filare di querce da sughero
arrivate dalla Spagna. Si costruirono
quindi 8 aiole rettangolari e nel 2009 si
piantumò finalmente le prime protee
in piena terra». Ed è così che oggi
questo splendido fiore, multiforme
come il dio greco da cui prende il
nome, ha trovato finalmente un luogo
ideale dove crescere e fiorire, portando
una scheggia di vegetazione
proveniente dall’altro emisfero alle
nostre latitudini.
ebbe conferma che il clima ed il
terreno dell’Isola Madre permettevano
l’inserimento di questo arbusto ma ci si
rese tuttavia anche conto che i grandi
picchi di umidità tipici di questa area
del Piemonte facevano morire le
protee. Malgrado questa constatazione
i nostri abili giardinieri non si arresero
e spronati nelle ricerche dalla Famiglia
Borromeo cercarono nuove soluzioni
per sormontare questi ostacoli. Intanto
sempre attraverso Sir Hillier, negli anni
ottanta arrivò dal Cile un’altra
proteacea, l’Embothrium coccineum
lanceolatum, chiamato “solforito” in
onore della foggia a fiammiferi delle
infiorescenze. Era veramente
impensabile scommettere
sull’acclimatazione di questa pianta ma
il clima speciale dell’isola permise
anche questo felice inserimento.
L’albero di solforito divenne così
grande (circa 6/8 metri d’altezza), che
gruppi di persone si fermavano
durante la fioritura ad ammirare i rami
di fuoco di questa pianta addirittura
visibile dalla costa durante la fioritura.
Parallelamente arrivano anche alcuni
semi freschi dall’Inghilterra di un’altra
protea tipica questa volta della Nuova
Zelanda, la Telopea speciosa. Questi
semi divenuti giovani piante furono
messi a dimora in piena terra dove
fiorirono per la prima volta nel giugno
del 1992 in una calda terrazza esposta
a sud. Un altro traguardo era stato
raggiunto con grande soddisfazione, la
via dell’acclimatazione sembrava ben
intrapresa. Tutto sembrava deporre al
meglio ma come una potente scure la
tromba d’aria che devasta l’isola Madre
nel 2006 strappò e distrusse ad una ad
una le protee, l’Embotthrium
coccineum lanceolatum e la Telopea
speciosa. Tanti anni di lavoro studio e
ricerca vengono vanificati in una notte
quando la furia dei venti del lago si
abbattè sull’isola. Si decise allora di
risistemare alcune aree del giardino
dedicando una terrazza, in un punto
particolarmente caldo ed assolato, alla
protee e ad altre piante tipiche della
flora Australe forti dell’esperienza
ventennale acquisita nella coltivazione
di queste piante. Per ovviare al freddo
vento di tramontana che spira
Le case di bambola, alla rocca
Borromeo di Angera
Stupiscono per la precisione dei
dettagli, tanto da essere studiate come
documenti sull’arredamento e la
quotidianità di vita in tempi ormai
lontani. Sono le Case di Bambola, un
genere nato nel Seicento in Europa
settentrionale e diventato, nei secoli
successivi, “di moda” in tutte le case
dell’aristocrazia e della ricca borghesia.
Dal 25 maggio al 3 novembre alla
Rocca Borromeo di Angera, all’interno
di quello che è il più ricco ed
importante Museo della Bambola e del
Giocattoli attivo in Europa, si potranno
ammirare pezzi di assoluta eccezione
di Case di Bambola. Si tratta per lo più
di esemplari rappresentativi dell’epoca
d’oro del giocattolo industriale
europeo databili tra la seconda metà
dell’Ottocento e il primo quarto del
Novecento. Meraviglie lillipuziane
come le casette e i negozi in miniatura
prodotti dalla ditta tedesca di Moritz
Gottschalk, eseguiti in legno con
finiture di pregio, carte da parati nelle
38
stanze e perfino l’illuminazione
elettrica per i modelli più moderni.
Mobili, porcellane, tessuti, quadri,
accessori vari completano gli arredi di
queste incredibili creazioni. Non solo
abitazioni ma, sempre con ogni
dettaglio al suo posto, le casettescuole in scala ridotta, perfettamente
complete di tutto il corredo didattico
del tempo, dalle carte geografiche
appese alle pareti fino ai piccoli banchi
con libri e quaderni minuscoli, maestra
e allieve comprese. Nei negozi, piccoli
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
oppure a misura di bambino, adatti ad
un gioco senza tempo sempre attuale,
si possono osservare le molte merci
ridotte di taglia, esposte nelle vetrine,
sugli scaffali, nei cassetti, vere e
proprie testimonianze di usi e abitudini
oggi distanti anni luce da noi,
specialmente se confrontati con gli
attuali centri commerciali e
supermercati. Così come nella stanzacucina, ricchissima di accessori e con i
semplici mobili di legno dipinto di
fattura tedesca, gli occhi si perdono tra
la varietà di tantissimi strumenti
domestici che oramai ci appaiono
spesso sconosciuti nella loro funzione
antica. Rami lucenti, pentole di stagno
e alluminio, padelle di ferro, grattugie,
scope, scopine, secchi, tutto quello che
poteva servire per l’igiene della casa e,
immancabile, la vecchia stufa di ferro a
legna; indispensabile cuore caldo della
stanza. Conclude la stupefacente
rassegna la piccola casa della favola di
Hansel e Gretel, fatta di marzapane,
biscotti e delizie dolci, perduta nel
bosco e custodita dalla famiglia dei
porcospini; un piccolo ricordo di sogni
e fiabe spesso paurose ma ghiotte,
nelle quali i bambini che si
allontanavano da soli e si perdevano
nel bosco erano sempre vittime di
astute streghe cannibali: metafora di
una società che già allora aveva ben
chiari i rischi che i bambini potevano
correre, ma che a differenza di quelli
odierni ben peggiori, si sarebbero
risolti, nel peggiore dei casi, con una
crisi glicemica e una bella indigestione.
Stupiscono, ma non troppo, altre “case
di bambola”: si tratta di altari
giocattolo con arredi sacri e paramenti
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
pensati per “educare” bambini destinati
dalla famiglia al sacerdozio. Perché le
case di bambola non erano solo giochi
ma strumenti educativi per future
padrone di casa, per gestori di negozi
ed attività commerciali, per educatori
e, perché no, per suore e sacerdoti. Le
case di bambola ebbero origine e
diffusione presso le classi
aristocratiche a partire dal XVII secolo,
prevalentemente nell’Europa del nord e
in nazioni quali l’Olanda, la Germania e
l’Inghilterra. Inizialmente progettate
come veri e propri modelli di case reali
in scala ridotta, abbandonarono la
connotazione puramente
architettonica per trasformarsi in
giocattoli di lusso, spesso vere e
proprie copie della dimora nella quale
erano ospitate e della quale portavano
il nome. Durante il XVIII secolo si erano
oramai diffuse in tutta Europa, sempre
ad appannaggio dei nobili, diventando
preziosi balocchi per grandi e piccini
che, insieme e attraverso successive
generazioni, continuavano a
conservarle e arredarle seguendo una
continuità storica spesso influenzata
dal mutare delle mode e degli stili. Il
mondo domestico del passato è qui
rappresentato attraverso lo schema
della casa e delle sue stanze, con tutte
le funzioni della vita del palazzo e delle
regole sociali ben evidenziate da arredi
e accessori miniaturizzati, sempre di
grande qualità e fedeli copie del reale.
Si tratta di oggetti ricchi di significato
e storia, testimoni straordinari
utilissimi per conoscere meglio usi e
abitudini dettati dalle regole del vivere
quotidiano, significativi di gruppi
sociali che oggi ci appaiono così
distanti. Nell’Ottocento, con
l’affermazione economica della
nascente classe borghese, le case di
bambola si diffusero ulteriormente
come vero e proprio status-simbol,
fabbricate appositamente per il
crescente mercato dei nuovi ricchi che
cercavano un riconoscimento sociale
imitando usi e costumi delle storiche
famiglie blasonate, assunsero un
aspetto più artigianale e meno
artistico, perdendo spesso i caratteri di
unicità antichi in favore di una certa
serialità, facendosi anche più piccole e
39
maneggevoli. La crescente richiesta di
giocattoli da parte della borghesia, fece
sì che le case di bambola e tutti gli
accessori utili al loro arredo
diventassero merce ricercata e
comunque abbondantissima, prodotta
da industrie specializzate
prevalentemente tedesche e francesi,
pubblicizzata tramite cataloghi
illustrati e grandi magazzini.
Informazioni:
www.borromeoturismo.it
40
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
LA NOTIZIA DEL MESE
Il movimento culturale “Nuova Oggettività”:
lo stato attuale dei lavori
di sandro giovannini
l movimento di pensiero della
Nuova Oggettività, popolo,
partecipazione destino si è
formato nel 2010 sulla spinta di
un’esigenza diffusamente sentita, sia
in ambienti accademici che più
ampiamente creativi, di reazione al
degrado complessivo della nostra
qualità di vita relazionale. E’ facile
presumere che infinite e ripullulanti
reazioni di tal genere e che possano
seguire un percorso analogo, non
perverranno disperatamente mai a
creare qualcosa di reale e di duraturo,
se non riusciranno a insediarsi su una
stabilità di stile comportamentale e su
una efficace capacità di incidere, nello
specifico. Ovvero non si può chiedere
I
a un movimento di pensiero di
progettare e poi compiere un periplo
simile a quello di un movimento di
opinione o di un movimento politico.
La confusione dei piani è direttamente
proporzionata alla confusione
generalizzata che presiede
corrivamente al degrado. Ma è ovvio
che nello specifico, appunto, si
giocano i destini di ogni intrapresa.
Per questo abbiamo progettato un
accordo fra anime distinte e ben
consapevolmente coordinate in
funzione di un possibile massimo
comun denominatore, che una idea
tradizionale e progressiva assieme,
potesse rendere raggiungibile, al di là
delle ormai logore mappature
sinistra-centro-destra. A tal fine, se
pure il movimento stesso non può
rinunciare, a pena d’intrinseca
negazione, al pensiero inattenuato, è
certo che si procede sulle linee che
meglio definiscono l’orizzonte cupo di
rovine e macerie e le aurorali luci reali
e potenziali.
Nella logica organica di una
visione del mondo spiritualmente
orientata, per noi conta la scelta
olista, comunitarista, partecipativa,
differenzialista, anticapitalista e
antiglobalista. Non crediamo che tali
scelte possano oggi reputarsi
“minimali”, ma anzi “massimali”,
perché individuano le vere afflizioni e
i veri rimedi, e quindi possono
saggiamente e nobilmente mettere in
secondo piano differenze di
etichettature e far venire in primo
piano desiderio di unità e di riscatto…
Nel mondo della follia globalista,
nuovamente scatenata, tesa a
minacciare con se stessa tutti i filistei,
dobbiamo mantenere l’equilibrio del
nostro mondo, generato da secoli di
civiltà orgogliosa e tenace, e ora in
mano a una oligarchia plutocratica di
usurai del pensiero e della comunità
senescente, noi consci che le divisioni
e i distinguo inutili sono lo strumento
essenziale per i nostri avversari.
Non siamo responsabilmente
interessati alle etichette letteraliste,
essendo consapevoli di quale livello
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
41
d’impotenza e di neutralizzazione esse
abbiano prodotto nella coscienza
comunitaria. Per ora quindi
disgraziatamente le subiamo, ma
appena potremo le rivolgeremo
contro chi le impone con il visus degli
ipocriti e con la sicumera degli inutili.
Procederemo valorizzando
riconoscibilmente lo stile
antinarcisista, sobrio e rispettoso di
ogni nostra dimensione, sensibilità e
potenzialità, ma anche sicuro nel
dovere, potere e voler riconoscere, nel
nostro movimento di pensiero, una
élite compatta, forte e agente.
Questo per il merito.
Per il metodo abbiamo privilegiato
prima l’incontro progressivo con una
base intellettuale e creativa di qualche
centinaia di autori, tramite moltissime
occasioni d’incontro comunitario che
si sono sviluppate in tante
presentazioni, conferenze e seminari
allargati. Abbiamo poi dal maggio
2011 attivato il blog collaborativo
«Nuova Oggettività», spazio on line per
il progetto complessivo. A cura della
Segreteria, tutti con gli stessi diritti
d’intervento, un sottospazio ad
personam - vedi categorie
personalizzate. Il web oggi è
fondamentale per la comunicazione,
la divulgazione e la visibilità culturale
ed è anche, il blog, una sorta di stanza
virtuale non stop per interfacciarci e
non ultimo un memo, un archivio
costante per seguire con facilità il
divenire del progetto. Poi abbiamo
iniziato le pubblicazioni cartacee in
testi di cui il primo, il nostro Libromanifesto è uscito in due tirature, per
la Heliopolis Edizioni, nel 2011, e ha
coinvolto 150 sottoscrittori, oltre
novanta scriventi e due allegati
multimediali, un infolio ludicofilosofico e un cd di musica classicocontemporanea del maestro Mario
Mariani. Ora sta uscendo un nuovo
testo: una sorta di libro-idea,
provocatoriamente intitolato: Per
quale motivo Israele può avere 400
testate atomiche e l’Iran nessuna? con
sottotitolo: L’impero interiore. I
trentadue scriventi sono stati
decisamente invitati a non rispondere
alla domanda del titolo ma a una
qualsivoglia domanda che loro stessi
reputassero, in pienissima libertà di
tema e stile, drammatica e/o
dirimente. In tal modo si evidenzia il
tabù, infruttifero di dialettica, e si
compie una libera e orgogliosa
ricognizione priva di steccati e
realmente rivelatoria. Si manifesta
quindi un antagonismo reale rispetto
a una asfissiante subalternità
culturale e nello stesso tempo si
esplora il mondo interiore di questi
intellettuali coraggiosi, che hanno
provenienze e sensibilità ben diverse.
In corso di pubblicazione, oltre al
libro-idea, abbiamo altre iniziative
editoriali che indicano che il nostro
movimento di pensiero è
intelligentemente attivo, come un
instant book curato dal nostro
blogger Roberto Guerra, che
scandaglia non solo il nostro
perimetro ma anche quelli
42
potenzialmente limitrofi e afferenti.
Dobbiamo dar conto anche di un
meraviglioso lavoro di ricerca che il
nostro portavoce, Giovanni Sessa, ha
ultimato su Andrea Emo e che verrà
pubblicato, in autunno, da Bietti,
(Giovanni Sessa: La Meraviglia del
Nulla. La filosofia di Andrea Emo,
Bietti, 2013). Tale primo lavoro
organico su Emo apre nuove
prospettive di ricerca non solo sul
filosofo veneziano ma anche su tutto
quell’universo intellettuale del ‘900
che ancora implica e impone il varco
nichilista, all’attuale ricerca di
significato e ragione e sarà per noi un
banco di prova necessario e salutare.
Questo testo principale sarà anche
seguito da un breve lavoro (quanto
alla forma, una tavoletta Heliopolis, in
tiratura pregiata e limitata) dello
scrivente su alcuni punti giudicati
importanti del testo primario di Sessa.
In più, abbiamo già la prospettiva di
un nuovo importante lavoro
editoriale, di un ulteriore libro-idea,
per il 2014-2015, al quale
cominceremo a lavorare appena
avremo finito di presentare i lavori di
quest’anno.
La Nuova Oggettività quindi è
nata con la vocazione profonda di un
superamento delle classiche barriere
ideologiche del ‘900. Pertanto non un
raffazzonarsi anarcoide o una moda
più o meno populista implicante, nel
profondo, nuove e vecchie
subalternità, quanto una difficile
ricognizione di ciò che si può fare
realmente in questo campo e di ciò
che è ancora impossibilitato
soprattutto perché il pensiero unico
che determina il mondialismo ha ben
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
da servirsi di scioccaggini, primitivismi
e false rappresentazioni, al proprio
scopo di dominio universale. Noi però
siamo in grado, proprio perché vi
sono origini differenti, di mettere in
opera un reale superamento perché lo
operiamo in corpore vili, ovvero
principalmente e primieramente su di
noi, senza sottovalutare minimamente
il potere inesausto della pesanteur, e
dell’ormai folle condizionamento del
sistema neocapitalista, nella sua
superfetazione finanziarista,
sicuramente avvitato nel proprio
voraginoso fallimento. Da ciò che ho
detto sopra si evince l’autentico
antagonismo. Non ci interessa
battibeccare come i “polli di Renzo”,
ma vivere in un mondo che vogliamo
rendere sempre meno dipendente, sia
spiritualmente che materialmente,
dalla follia del sistema per uccidere i
popoli. Le divise, le casacche formali, i
letteralismi, tendono intimamente e
inevitabilmente al pleonasmo e ormai
molti ne possono fortunatamente
essere accorti esegeti. Poche volte
nella storia la divisa, se non
essenzializzata e privata di orpelli, ha
saputo rimanere un segno di sobrietà
efficace. Poi, il legno storto della
condizione umana resta tale sempre e
necessita di quella presa d’atto di un
ritrovabile coraggio, che non si
oppone per principio alla divisa,
sistema di contenimento e controllo,
ma sa trasfigurarla, rapportato alla
follia ormai innegabile del sistema.
Tutti coloro che provano a fuoriuscire
dal sistema sono benemeriti, qualsiasi
sia la loro divisa, la loro matrice e
qualsiasi siano persino le loro
idiosincrasie e le loro difficoltà di
relazione. Fuori dal sistema per
uccidere i popoli, e fuori dal sistema
dell’autoreferenza, che porta in un
vicolo cieco, si aprono nuove strade e
saremo giudicati solo dalla serietà che
avremo messo lungo il clinamen, per
rendere il nostro popolo ritrovato
capace di una partecipazione
autentica a un preciso destino non
eterodiretto. Tutto il resto crediamo
sia retorica.
44
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
L’EDITORE DEL MESE
Salerno Editrice: un impegno per la cultura.
Quarant'anni di storia e letteratura
di annamaria malato, amministratore delegato della Salerno Editrice
ondata a Roma il 2 febbr. 1972,
la Salerno Editrice (filiazione
della Giovanni Salerno Editore di
Milano) ha celebrato nel 2012 i 40 anni
dalla fondazione; poco meno di 60 anni
dalla nascita della Editrice Antenore, già
“modello” e punto di riferimento ideale
nelle scelte della prima, dal 2000
entrata a far “gruppo” con questa, in
un percorso editoriale e culturale
comune.
Sono stati anni densi di iniziative e
di risultati. Nata come Editrice
specializzata nella pubblicazione di
classici («I novellieri italiani», «Testi e
documenti di letteratura e di lingua»,
«Documenti di poesia», «I Diamanti», in
parte «Omikron», «Minima», «Faville»), la
Salerno ha poi ampliato il suo spazio di
interesse, includendovi la ricerca critica
e storica, l’indagine storico-artistica, il
recupero di antiche e preziose
testimonianze della tradizione culturale
italiana ed europea, la progettazione di
grandi opere di sintesi o progetti di
F
ricerca di straordinario respiro, che ne
hanno fortemente marcato il profilo e il
marchio: riconosciuto oggi nel mondo
come un simbolo della più avanzata e
raffinata editoria di cultura in Italia.
Tutte le iniziative – pilotate dal suo
fondatore e attuale presidente, Enrico
Malato, professore di Letteratura
italiana nell’Università di Napoli
Federico II – sono andate avanti con
costante impegno, pur variamente
condizionato da circostanze talvolta
non favorevoli. Cosí, la collana «I
novellieri Italiani» ha pubblicato 29
volumi in 44 tomi, con punte di novità
ed eccellenza come Il novellino, in
SALERNO EDITRICE
VIA VALADIER, 52 - 00193
ROMA, ITALIA
Telefono 06 3608201
Fax 06 3223132
www.salernoeditrice.it
[email protected]
prima edizione critica dopo secoli di
incertezze, i Racconti esemplari di
predicatori del Due e Trecento (3 tomi),
Le giornate e Le piacevoli e amorose
notti dei novizi di Pietro Fortini (2+2
tomi), Gli Ecatommiti di G.B. Giraldi
Cinzio (3 tomi), ecc., mentre sono in
corso di pubblicazione titoli di grande
calibro: come i Racconti di Fogazzaro,
nel Centenario della morte, e Lo cunto
de li cunti di G.B. Basile, per la prima
volta proposto in un testo napoletano
restaurato, corredato di nuova e
affidabile traduzione letterale.
Così altre collane di classici, dove
sono uscite edizioni di alto spessore:
dalle Pasquinate romane del
Cinquecento (2 tomi) a Tutte le Opere di
Lorenzo de’ Medici (2 tomi), per il
Cinquecentenario della morte di
Lorenzo, nel 1992; dalle edizioni
critiche delle Rime di Giovanni della
Casa (2 tomi) e di Pietro Bembo (2
tomi) a quella delle Myricae di Pascoli;
dai Ricordi di Loise de Rosa, documento
prezioso del volgare napoletano del
Quattrocento, a Tutte le poesie in lingua
e in dialetto tursitano (con traduz. a
fronte) di Albino Pierro, un evento nella
storia della poesia italiana del ’900. Nei
«Diamanti», piccole e preziose edizioni
di grandi classici – italiani; latini e
greci; stranieri; grandi traduttori –,
sono stati accolti i maggiori autori della
letteratura universale, ad oggi per oltre
40 volumi. Sul fronte Antenore si
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
distinguono le edizioni critiche delle
maggiori opere di Galilei (Dialogo sopra
i due massimi sistemi, in 2 tomi,
Discorso delle comete, Il Saggiatore), del
Guerrin Meschino di Andrea da
Barberino, nella serie «Medioevo e
Umanesimo»; la monumentale edizione
delle inedite Postille al Virgilio
Ambrosiano di Francesco Petrarca (2
tomi), nella serie «Studi sul Petrarca»,
ecc.
Nello stesso tempo sono state
varate e portate avanti “Grandi Opere”,
sintesi storiche focalizzate sui momenti
ed eventi più significativi della storia
universale: in ordine di uscita, Lo spazio
letterario di Roma antica (5+1+2 = 8
voll.), Lo spazio letterario della Grecia
antica (5+1 = 6 voll.), Lo spazio
letterario del Medioevo (5+5+3 = 13
voll. in 15 tomi), la Storia della
letteratura italiana (9+5 = 14 voll.),
tutti pubblicati; la Storia d’Europa e del
Mediterraneo (15 voll., di cui 12
pubblicati). Accanto a queste, collane
come «Biblioteca storica» e «Profili»,
legate ai nomi illustri di Luigi Firpo
prima, poi di Giuseppe Galasso, «Studi e
Saggi», diretta da Paolo Orvieto, «Piccoli
saggi», «Sestante», «Periscopio», le
ricordate «Omikron», «Minima», «Faville»
ecc., fino alla recentissima «Aculei»,
diretta da Alessandro Barbero, hanno
aperto nuove prospettive all’impegno
editoriale della Salerno Editrice, con
punte a volte di notevole rilievo nel
consenso della critica e del pubblico.
A sinistra: il Prof. Enrico Malato, Presidente
della Salerno Editrice e la figlia Annamaria
Malato, Amministratore delegato. A destra:
il Prof. Malato al Quirinale presenta il Breviario
Grimani al Presidente della Repubblica
Basti ricordare, piluccando anche negli
spazi “fuori collana”, Il millennio
bizantino di Hans Georg Beck, la Storia
dei Goti di Herwig Wolfram, Da
Costantino a Carlo Magno di Friedrich
Prinz, fino al Giustiniano di Georges
Tate, al Federico II di Wolfgang Stürner,
cui è stata riconosciuta l’autorevolezza
della biografia classica di Kantorowitz, il
Carlo Magno di Georges Minois, fino al
Napoleone di Luigi Mascilli Migliorini, il
Cavour di Adriano Viarengo, l’Adriano di
Yves Roman, ecc. E si aggiungano
almeno La prosa d’arte antica di Eduard
Norden (2 voll.) e i Saggi e i Nuovi
saggi di linguistica e filologia italiana e
romanza di Arrigo Castellani (3+2 = 5
tomi); nonché le monumentali edizioni
de I Promessi Sposi, riprodotti nella
medesima forma dell’edizione originale
del 1840-’42 (2 tomi), e I Deipnosofisti
(i dotti a banchetto) di Ateneo (4 voll. di
pp. 2952 + 124 di tav. f.t.), prima
edizione moderna, commentata e
illustrata, della più grande enciclopedia
del mondo antico, per la prima volta
45
fissata nel testo greco e tradotta in
italiano: frutto del lavoro di un’équipe
di circa quindici studiosi coordinati da
Luciano Canfora.
La collaborazione con il Centro Pio
Rajna - Centro di studi per la ricerca
letteraria, linguistica e filologica, ha poi
creato le condizioni, a partire dalla fine
degli anni ’80, per un programma
editoriale focalizzato su grandi imprese.
Tale la BiGLI («Bibliografia Generale
della Lingua e della Letteratura
Italiana»), vero e proprio “censimento”
della cultura italiana nel mondo,
iniziata nel 1991 e giunta al vol. XVIII (18
voll. in 37 tomi per compl. 29.000 pp.,
con circa 490.000 dati bibliografici);
tale la serie delle Edizioni Nazionali
(delle Opere di Niccolò Machiavelli, di
Pietro Aretino, dei Commenti
danteschi), di cui si allineano negli
scaffali decine di volumi per decine di
migliaia di pagine, accolti con grande
plauso; tale la grande impresa (e la
grande sfida) degli Autografi dei
letterati italiani, dal Tre al Cinquecento,
46
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Da sinistra: cofanetto del Breviario Grimani e un’immagine tratta dal Breviario Grimani
di cui un grande volume è pubblicato,
tre sono in stampa, altri in avanzata
preparazione. Affine la serie dei
periodici: «Filologia e Critica», «Studi
Linguistici Italiani», «Interpres. Rivista di
Studi quattrocenteschi», «Medioevo
Romanzo», «Res Publica Litterarm», ecc.,
e (con la sigla Antenore) «Italia
Medioevale e Umanistica», «Studi
Petrarcheschi», ecc., voci riconosciute
tra le più autorevoli nel panorama della
pubblicistica scientifica internazionale.
In questo contesto si collocano le
iniziative dantesche, che hanno portato
un contributo importante al progresso
degli studi su Dante: dal Censimento e
dalla Edizione Nazionale dei Commenti
danteschi, appena ricordata (12 + 2
voll. in 33 tomi per 24.000 pp.
pubblicati, 4 in corso di stampa), alla
«Rivista di studi danteschi» (dal 2001:
23 voll. pubblicati), alla «Biblioteca
storica dantesca» (5 voll. in 8 tomi
pubblicati o in stampa), ecc., fino alla
monumentale «Nuova Edizione
commentata delle opere di Dante
(NECOD)», onorata dall’Alto Patronato
del Presidente della Repubblica,
sostenuta dalle Fondazioni Banco di
Napoli e Banco di Sicilia: il più solenne
“omaggio” a Dante in occasione del
Settecentenario della morte, che cadrà
nel 2021. Una «Nuova Edizione»,
interamente riveduta nei testi,
corredata di nuovi commenti e ampie
appendici documentarie, di tutte le
opere del Sommo Poeta, idonea a
proporne una lettura moderna,
aggiornata ai progressi che gli studi
danteschi hanno compiuto negli ultimi
cento anni: di cui sono usciti i primi
due volumi (De vulgari eloquentia, Fiore
e Detto d’Amore) nel novembre 2012,
mentre un terzo (Monarchia) è in
stampa.
Né può tacersi di un settore di
attività tanto impegnativo quanto
prestigioso, cui la Salerno Editrice si è
avvicinata alla metà degli anni ’80 e
che ha coltivato con necessaria
prudenza, ma con estremo rigore e con
risultati di segnalato rilievo: quello dei
facsimili. Basti ricordare la serie dei
«Codices mirabiles», iniziata nel 1985
con una riproduzione del Codex
Purpureus Rossanensis, straordinario
evangelario greco del VI secolo,
48
interamente scritto in argento e oro su
pergamena purpurea, continuata con il
Dioscurides Neapolitanus, altro codice
greco del VI-VII secolo illustrativo di
rare piante ed erbe medicinali, e via
fino alla Bibbia dei Crociati, mirabile
manoscritto miniato di (San) Luigi IX
(sec. XIII), ecc., fino al recentissimo e
davvero fuori dall’ordinario Breviario
Grimani: il capolavoro della miniatura
fiamminga del Rinascimento (fine XVinizi XVI secolo), monumento di ben
835 fogli, pari a 1670 pagine, di cui
1580 decorate con oro: lasciato nel
1520 in eredità alla Serenissima
Repubblica di Venezia dal Card.
Domenico Grimani, che lo aveva
acquistato per 500 ducati d’oro, con
questa disposizione testamentaria:
«quod Breviarium, tam quam rem
nobilissimam et pulcherrimam,
ostendere debeat personis honorificis
quandocumque oportunum fuerit» (‘il
quale Breviario, come cosa nobilissima
e bellissima, venga mostrato
unicamente a persone di straordinario
riguardo e soltanto in circostanze
eccezionali’). Rimasto perciò di fatto
sconosciuto per secoli, “scoperto” dal
grande pubblico solo grazie al facsimile.
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Immagini tratte dal Breviario Grimani
Altri preziosi facsimili sono stati
realizzati fuori di quella serie elitaria: e
si ricordino qui solo quelli relativi a
insigni codici danteschi, dal Codice
Filippino (prima metà del sec. XIV) al
cosiddetto Riccardiano-Braidense (id.),
con il commento di Iacomo della Lana,
al Dante historiato da Federigo Zuccaro,
suggestiva rappresentazione figurativa
della Divina Commedia in un album di
grande formato, elaborato dal grande
pittore verso la fine del ’500. Sullo
stesso piano si colloca il facsimile del
codice Vaticano Latino 3195, pubblicato
con il marchio Antenore nel 2003 in
vista del Centenario di Francesco
Petrarca: riproduzione del commovente
manoscritto in gran parte autografo al
quale il Poeta aretino, ormai prossimo
alla fine, ha affidato l’ultima redazione
dei suoi Rerum vulgarium fragmenta,
cioè le sue Rime.
40 anni sono un tempo lungo,
durante il quale si misura davvero la
qualità di ciò che si offre all’attenzione
del pubblico. Un progetto culturale di
grande respiro, un impegno
ininterrotto, che ora si porta alle prove
forse più significative: il progresso dei
«Novellieri italiani», con titoli importanti
che hanno avuto lunghi anni di
gestazione, e degli Autografi dei
letterati italiani; il completamento della
Storia d’Europa e del Mediterraneo, che
per la prima volta tenta una messa a
fuoco del “fenomeno” Europa, in cerca
di una propria identità; l’avanzamento
della Edizione Nazionale dei Commenti
danteschi, della ricerca storica su Dante
e la sua opera, la realizzazione della
«Nuova Edizione commentata delle
Opere di Dante (NECOD)», appena
avviata, che si propone come il
progetto più ambizioso ed esaltante
della Salerno Editrice in vista del mezzo
secolo di vita. E naturalmente la
continuazione della BiGLI, ormai
matura per essere trasformata in
“banca dati”.
I tempi non sono fausti per la
cultura in generale e per l’editoria di
cultura in particolare. Doppiato il
Centocinquantenario dell’Unità d’Italia,
si confida che non mancherà ancora il
consenso che ha permesso alla Salerno
Editrice e alla consociata Antenore di
procedere nel cammino fin qui
percorso.
50
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
51
Il libro del mese
Io dirò la verità. Intervista
a Giordano Bruno
Non fu Bellarmino il vero carnefice del Nolano
GUIDO DEL GIUDICE
I
ntervistare Giordano Bruno
è un’idea che mi ha sempre
affascinato. Non potendogli
dare un volto, dargli almeno una
voce, strappargli finalmente
quella mordacchia, triste simbolo di una tradizione che lo ha esaltato come martire ma lo ha zittito
come pensatore. Affermare che,
se il mito del “martire del libero
pensiero” ha resistito intatto fino
ai nostri giorni, ciò non è dovuto
soltanto al supplizio che dovette
subire. Tanti altri valorosi e indomiti ingegni patirono sorte anche peggiore: penso a Giulio Cesare Vanini, a Jan Hus o a perfetti
sconosciuti che la storia neanche
ricorda. Ma, nel suo caso, ad essere bruciato vivo dalla Chiesa cattolica fu uno dei massimi filosofi
di ogni tempo, un profeta animato da un entusiastico desiderio di
farsi ascoltare. Egli si decise ad
affrontare il supplizio quando si
rese conto che ciò gli era impedito per sempre. La sorte e la storia
gli assegnarono un curioso destino: l’essersi immolato in nome
della libertà di espressione, finì
GUIDO DEL GIUDICE, “IO DIRÒ
LA VERITÀ. INTERVISTA
A GIORDANO BRUNO”, Roma,
Di Renzo Editore, 2012,
pp. 128, 12 euro.
Guido Del Giudice (Napoli, 1957)
è uno dei massimo studiosi al
mondo delle opere e del pensiero
di Giordano Bruno. Autore
di svariati saggi (fra cui si
ricordano “La disputa di Cambrai”
e la curatela della “Somma
dei termini metafisici”) ha anche
costruito il più completo sito
internet (www.giordanobruno.info)
sul Nolano.
per compromettere la diffusione
apostolica della sua predicazione
filosofica. Ed è perciò ascoltandolo che gli renderemo merito,
non certo innalzando solenni simulacri ad un sacrificio, che dovrebbe essere funzionale alla conoscenza e allo studio del suo
straordinario pensiero e non viceversa. Un’immaginaria intervista mi sembrava, perciò, la forma ideale per un’esposizione
quanto più possibile chiara e
concisa dei concetti fondamentali della Nolana filosofia.
Non era facile, però, trovare l’ambientazione adatta. Personaggio perennemente “on the
road”, Giordano Bruno stabiliva
pochissimi contatti, anche nelle
sedi dove si intratteneva più a
lungo. Convinto che “al vero filosofo ogni terreno è patria”, si
spostava continuamente, alla ricerca di una base operativa per la
sua missione di insegnamento e
di riforma civile e religiosa. Così,
a parte il convento di S. Domenico dove aveva studiato e si era
formato, il luogo dove soggiornò
52
più a lungo (quasi otto anni!) furono, purtroppo, le carceri dell’Inquisizione.
Lo spunto per la realizzazione del progetto emerse nel
corso dei miei studi sulle vicende
processuali e sui suoi protagonisti. Bruno, infatti, incontrò in
carcere i due più eminenti rappresentanti del suo Ordine: il
Maestro Generale dei Domenicani Ippolito Beccaria e il suo Vicario Paolo Isaresi, incaricati dal
Collegio giudicante del Santo
Uffizio Romano di esperire un
ultimo tentativo di persuasione
dell’eretico pertinace. Quale migliore occasione per un confronto, che gli consentisse di esporre
le sue reali convinzioni!
Le ricerche su Beccaria mi
svelarono, inoltre, una nuova, interessante verità. Personaggio finora trascurato dai biografi, questo religioso inflessibile e spietato si era distinto per il rigore persecutorio nei confronti del confratello, molto prima dell’entrata
in scena del cardinale Roberto
Bellarmino, da sempre identificato come il “carnefice” della vicenda. Era stato lui ad insistere
per la tortura grave e reiterata nei
confronti del prigioniero, senza
però riuscire a piegare l’indomita
fierezza del Nolano, fermamente
deciso a difendere i capisaldi della sua filosofia fino alle estreme
conseguenze.
Bruno: Quale onore! Anche
oggi il Reverendissimo Padre
Generale si degna di farmi visita
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
nella mia umile cella!
Beccaria: Hai poco da
scherzare. Due mesi fa, il 16 settembre, ti furono presentate otto proposizioni sicuramente
eretiche da abiurare. Oggi rispondi che non devi né vuoi
pentirti: cosa è successo? Che ti
è passato per la testa in questo
breve lasso di tempo?
Bruno. Di cosa dovrei pentirmi? Di essere venuto ad annunciare la verità? Che Mercurio sarei se ammettessi che erano tutte falsità? Non fa parte dei
miei compiti stabilire quale sia
la buona o la cattiva chiesa, se sia
più giusta la cattolica, piuttosto
che la calvinista o la luterana. Su
questo sono pronto a confrontarmi e ad ammettere i miei errori. Sono un filosofo non un
teologo. Ma quando mi chiedi
di pentirmi di aver sostenuto la
teoria eliocentrica, di aver annunziato l’infinità dell’univer-
so, mi stai dicendo: pentiti di essere Giordano Bruno! Allora
non posso che risponderti: Non
so di che cosa devo pentirmi! Di
essere me stesso? Impossibile!
Beccaria. Ancora la tua irragionevole presunzione! Eppure
siamo stati comprensivi con te: a
nessun’altro sono state offerte
tante possibilità di redimersi.
Confidavamo che la tua indubbia intelligenza, ti facesse riconoscere gli errori commessi.
Bruno. Parliamoci chiaro,
Ippolito! Questo processo è stato solo un lungo tentativo di
compromesso: scambiare l’abiura delle mie critiche “teologiche” con la difesa del nucleo “filosofico” del mio pensiero. Io
sarei stato anche disposto ad
abiurare, del resto l’avevo già
fatto a Venezia. Non avrei avuto
problemi a liberarmi della zavorra delle affermazioni blasfeme, presenti in alcune mie opere
o delle bestemmie che Mocenigo e i miei compagni di cella mi
hanno sentito pronunciare in
momenti di ebbrezza o di sconforto. Che Cristo fosse un tristo,
un profeta o un mago, che l’avessero impiccato o crocefisso poco
mi importa. Non è questa la sostanza del mio pensiero, quello
che ho predicato e annunciato in
giro per l’Europa. Lo sapete fin
troppo bene e state giocando con
me come il gatto col topo. State
cercando di fiaccare la mia resistenza alternando torture e segni
di clemenza, offerte di compren-
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
53
Ettore Ferrari (1845-1929), Il processo di Giordano Bruno davanti all’Inquisizione Romana, bassorilievo in bronzo, Roma,
Campo de’ Fiori. Nella pagina accanto, dello stesso autore, monumento in bronzo raffigurante Giordano Bruno
sione e richieste di sottomissione
e pentimento. Ma non cadrò nel
vostro tranello! Il vostro scopo è
chiaro ormai: ciò che volete in
realtà è una completa, incondizionata rinuncia ai fondamenti
del mio pensiero.
Beccaria. Vogliamo soltanto
convincerti dell’assurdità delle
tue teorie. Sei un uomo di valore,
Giordano, conosci alla perfezione le Sacre Scritture, Aristotele
per te non ha segreti: come fai a
non renderti conto della vacuità
delle tue idee? Come puoi sprecare il tuo sapere in vane favole?
Non ti accorgi che le tue ipotesi
poggiano sul nulla?
Bruno. Questa mia filosofia
mi aggrandisce l’animo e mi
magnifica l’intelletto! Essa è
consapevolezza della vicissitudine umana, è gioia nel sentirsi
immersi nella divinità della natura, è un pizzico di furore eroico per giungere a contemplarla;
è assenza di rassegnazione, perché tutto muta e alla notte segue
immancabilmente il giorno, è
assenza di esaltazione perché
avviene il contrario. La Nova filosofia è pienezza di vita, è fiducia nelle capacità fisiche e intellettuali dell’uomo vero, “animato” non bestiale, è assenza di coercizioni, di barriere alla conoscenza, sete di infinito. Per tutto
questo non posso abiurare!
Quando mi sono reso conto che
era a questo che miravate, all’es-
senza del mio pensiero, per il
quale mi sono battuto per tutta
la vita, ho capito che il ciclo della
mia vicissitudine era ad una
svolta.
Isaresi. Possibile che tu,
sempre così pronto a dissimulare, non possa transigere su qualche punto del tuo pensiero,
nemmeno di fronte alla morte?
Se come affermi non c’è nessun
Dio che ti chiederà conto di
eventuali bugie, che ti costa
abiurare, per salvarti la vita?
Bruno. Ascolta Paolo, ci sono delle idee alle quali ognuno
di noi, arrivato ad una maturità
filosofica, non può più rinunciare, a meno di non mettere in discussione tutta la propria esi-
54
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Da sinistra: San Roberto Bellarmino, Bottega ligure, sec. XVII, olio su tela; Bruno Giordano in un incisione
stenza. Bisogna fare una selezione, avere sempre bene in
mente quali sono le cose sulle
quali non transigiamo e quelle
sulle quali invece si può discutere. Sui capisaldi della mia filosofia potete dire quello che vi pare
ma non c’è niente da fare: non
posso rinnegare le mie convinzioni, se no sarei niente!
Alle 6 della mattina di giovedì 17 febbraio, i Padri confortatori dell’Arciconfraternita di
S. Giovanni Decollato prelevarono Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata da Nola, con la lingua serrata nella
mordacchia per le bruttissime parole che diceva, e lo condussero al
luogo del supplizio. L’ambasciatore di Francia aveva chiesto
espressamente che i roghi venissero accesi di notte e nell’angolo
della piazza più lontano dal suo
palazzo. Chissà se sapeva che
quella mattina la carne bruciata,
di cui non sopportava il puzzo,
apparteneva al grande Maestro
che in un’ambasciata francese ci
aveva vissuto a lungo, servito e
riverito! Durante tutto il tragitto dalle carceri di Tor di Nona al
patibolo, eretto in piazza Campo de’ fiori, davanti al Teatro di
Pompeo, i confortatori cantarono le loro litanie, invitando il
condannato a riconoscere i suoi
errori.
Bruno. “Che vogliono questi ora? Li ascolto leggere i salmi, invitarmi a pentirmi. Ecco
che il mio incubo si avvera! Vor-
rei rispondere, ma non riesco a
parlare. Sento questo chiodo
che mi trafigge la lingua e il sangue che scorre caldo, quasi confortante dalle mie labbra, lungo
il collo, ad inzupparmi la ruvida
veste. Quando cerco di parlare,
nessuna voce: solo sangue! A
ogni sforzo per emettere suono,
altro sangue. A fiotti, di un rosso
vigoroso. Ogni stilla è un’idea, è
una verità, che sgorga rigogliosa, per scendere a raggrumarsi
sul mio corpo nudo, che ora
stanno legando a un palo, tra
mucchi di fascine. Sul rogo brucerete soltanto l’involucro terreno, ma le mie idee sopravvivranno. Non riuscirete a cancellare ogni traccia del mio pensiero e della mia memoria!”.
56
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Storie di stampa
Viaggio fra i libri.
Romanzo editoriale
Editori ed editoria nella narrativa del Novecento
MASSIMO GATTA
– prima parte
Penso un editore
come un creatore.
(Piero Gobetti)
L’
appuntamento con il libro in letteratura tocca
anche il mondo editoriale, protagonista indiscusso di tanta narrativa del Novecento. E’
chiaro da tempo quanta editoria
ed editori (visti nel loro status di
protagonisti delle vicende) siano
protagonisti di romanzi, racconti, gialli. Mai come oggi tante trame sono pervase da librai, editori,
tipografi, archivisti, bibliofili,
scrittori, bibliotecari, rilegatrici,
cartai. I mestieri del libro si danno
convegno e si rincorrono tra le
pagine dei romanzi con esiti qualitativi alterni; comunque è da ap-
prezzare questa nuova tendenza
della biblionarrativa contemporanea di privilegiare tematiche
legate alla filiera del libro. La loro
presenza, infatti, contribuisce sicuramente ad una maggiore familiarità col mondo del libro,
nonostante una certa tendenza
modaiola che soprattutto negli
ultimi anni ha invaso gli scaffali
delle librerie (vedi ad esempio le
proposte della Newton Compton, ma anche della Nord). Un
nuovo genere letterario, la biblionarrativa, si è finalmente imposta
nel mercato editoriale per la gioia
del bibliografo, del lettore-bibliofilo o del semplice cultore di
storie libresche.
E’ indubbio che l’avvento di
questa nuova forma letteraria coincida, all’inizio, col passaggio
dell’editoria da modesta attività
commerciale ad industria editoriale. La moderna editoria si
struttura e si consolida, in Italia,
col primo boom economico degli
anni Sessanta. E gli incunaboli di
questa biblionarrativa raccontano proprio quel boom, una certa
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
metropoli (Milano), quella editoria coi loro dirigenti, quel clima
culturale. Del resto Piero Gobetti, molti anni prima del consolidarsi dell’editoria come industria
culturale, aveva lucidamente prefigurato proprio i limiti della nostra editoria pre-industriale: «Il
centro della crisi del libro dunque
è la crisi dell’editore. In Italia non
si crede all’editore. Quasi tutti gli
editori sono tipografi o librai»,
scrive nel ’25 in un testo senza titolo, conosciuto attraverso quello redazionale de L’editore ideale,
scelto da Franco Antonicelli e
Vanni Scheiwiller che nel ‘66 ne
curarono la stampa.
E’ in casa Mondadori che
principia una narrativa con al
centro il mondo editoriale, anche
se qui siamo ancora ad una editoria come sfondo, puro pretesto
narratologico: tre Gialli Mondadori come apripista, Flowers for
the Judge di Margery Allingham
del ’36 (Corte d’Assise, GM 170,
1937), Murder by the Book del ‘51
(Non ti fidare, GM 230, 1953) e
Plot It Yourself del ‘59 (Nero Wolfe,
discolpati, GM 608, 1960), negli
ultimi due protagonista è l’immortale personaggio creato da
Rex Stout. Intanto nel ’58 esce,
sempre oltreoceano, il grande affresco di The Best of Everything di
Rona Jaffe (tradotto da noi col titolo Il meglio della vita, Neri Poz-
57
za), romanzo cult delle ragazze in
carriera, qui alle prese con la vita
aziendale nella casa editrice Fabian. Giudicato agli inizi solo un
romanzo d’intrattenimento per
giovinette, rivela invece oggi, a
distanza di cinque decenni, una
grande forza innovativa all’interno della letteratura femminile
americana di quegli anni.
Siamo già con un piede nei
Sessanta, decennio quanto mai
biblionarrativo, soprattutto in
Italia con il consolidarsi dell’industria editoriale. Ed ecco stagliarsi all’orizzonte la sagoma inconfondibile di Luciano Bianciardi che con L’integrazione
(Bompiani, 1960, uscito in forma
58
ridotta nel dicembre ’59 su
«Tempo presente»), sbatte in
faccia al lettore il problematico
boom industriale targato Milano. Al centro della narrazione l’esperienza della prima fondazione
della Feltrinelli (la grossa iniziativa), con l’offerta a Bianciardi, attraverso il PCI e i compagni de “Il
Contemporaneo”, di lavorare,
nel ‘54, con Giangiacomo Feltrinelli nella sua casa editrice, nata
sulle ceneri della Universale
Economica, diretta da Luigi Diemoz (esperienza conclusasi nel
‘56 col suo licenziamento più o
meno concordato con la Feltrinelli). Luigi Diemoz è in fondo
personaggio emblematico del
mondo editoriale. Direttore durante il fascismo, insieme al poeta
Libero De Libero, di uno dei più
interessanti e controversi periodici culturali del fascismo, “L’Interplanetario” (sul quale ricordiamo venne interamente pubblicato Dramma nella latteria del
fascista rivoluzionario Marcello
Gallian), in seguito lo stesso Diemoz passò a dirigere la sede romana appunto della Feltrinelli.
Tra i protagonisti del romanzo
bianciardiano lo stesso editore
sotto le maschere onomastiche
del “Giaguaro”, “il tanghero”,
“Zampanò”; ma anche altri dirigenti della Feltrinelli tessono
l’ordito e la trama di questo feroce romanzo autobiografico: da
Fabrizio Onofri (Altoviti), a Diemoz (Gaeta), da Valerio Riva (Ardizzone), a Occhetto padre (Bau-
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
ducco), fino a Giampiero Brega
(Pozzi); manca Spagnol perché
venuto dopo. Indimenticabile il
ritratto del grafico Albe Steiner,
nel romanzo Zite Zipel, poco
amato da Bianciardi: «[…] poi un
certo Zite Zipel, di origine svizzera, ma italiano ed ebreo, che
aveva la responsabilità di tutto il
settore artistico della grossa iniziativa». Lo scrittore grossetano
lascerà, due anni dopo, un’ulteriore testimonianza al vetriolo
del mondo dell’editoria neo capitalista in una lettera inedita del 24
luglio ‘62 al periodico “Belfagor”
in cui, in risposta all’offerta di
un’inchiesta sull’editoria, scriveva: «Per esempio il fenomeno
postbellico dell’editore-figlio dimiliardario-allontanato a forza
dalle attività paterne perché incapace e distruttivo, e fattosi organizzatore di cultura perché non
buono ad altro. G.G. Feltrinelli,
Livio Garzanti, Roberto Lerici,
Pierino Sugar ne sono esempi cospicui. Ci sarebbe poi l’editore ex
autore, letterario o drammatico
(Valentino Bompiani), che compensa un suo fallimento pubblicando opere altrui. E l’editore
fattosi da solo, attraverso ruberie
tipografiche o valutarie (Del Duca, ma anche Rizzoli e Mondadori. Il primo è il più bell’esempio di
gangster, nel vero senso della parola). Sono tutti fenomeni nuovi
per l’Italia [...] e che entrano nel
quadro del “miracolo”. Poi ci sarebbe la sempre maggiore intercambiabilità dei testi pubblicati.
Arriveremo a vedere le opere di
Stalin pubblicate da Rizzoli e
Sant’Alfonso de’ Liguori uscire
da Feltrinelli, purché paia che
Stalin e Alfonso ‘andranno’, si
venderanno» (cit. in Ferretti, La
morte irridente). E al contraddittorio Feltrinelli dedicherà trent’anni dopo un romanzo Nanni
60
Balestrini, L’editore (Bompiani e
DeriveApprodi). Ma torniamo ai
Sessanta e per quegli strani meccanismi del caso sarà proprio Feltrinelli a pubblicare Il padrone di
Goffredo Parise, la cui vicenda
ruota intorno all’editore Livio
Garzanti (il “dottor Max”), col
quale lo scrittore aveva lavorato
negli anni ’50 e che gli aveva pubblicato il primo romanzo di successo, Il prete bello. In sovraccopertina de Il padrone l’inconfondibile sagoma di Zio Paperone, il
padrone per eccellenza. Il romanzo fu rifiutato da Garzanti che si
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
riconobbe nel protagonista:
“Prima della pubblicazione presso l’editore Feltrinelli, nel marzo
del 1965, Parise mi fece recapitare a Milano il dattiloscritto del
romanzo Il padrone perché lo leggessi e subito dopo lo consegnassi
nelle mani di Livio Garzanti, editore dei suoi primi libri […]. Garzanti preso il dattiloscritto in mano sfogliò nervosamente le prime
pagine e arrivato a questo punto
lesse ad alta voce […] - E questa
cos’è se non la descrizione di via
Spiga? -, sbottò Garzanti, lasciando in sospeso la lettura e ri-
consegnandomi il dattiloscritto
con un gesto come per sbarazzarsi di qualcosa” (Nico Naldini). In
seguito, su richiesta di Nanni Balestrini, giunse a Feltrinelli
(Gambetti-Vezzosi), vincendo
nello stesso anno il Premio Viareggio. Il romanzo ebbe un notevole successo attestato da ben sette edizioni stampate nello stesso
1965 (era uscito a marzo).
Dalle rive del Tamigi giunge The James Joyce Murder, longseller di Amanda Cross, edito in
Italia col titolo Un delitto per James Joyce, dove un omicidio si tra-
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
sforma in omaggio letterario al
mondo editoriale. La trilogia biblioeditoriale italiana dei Sessanta si chiude, infine, col romanzo
per eccellenza su questo tema, La
grande famiglia di Laurana Berra
del ’66 (Feltrinelli, bella la grafica
di Noorda e il disegno di copertina di Luciano Consigli). E’ considerato il primo romanzo italiano
interamente dedicato alla giungla editoriale, ambiente che la
scrittrice ben conosceva avendo
lavorato alla Mondadori (dove
aveva stretto amicizia con Quasimodo, Vittorini, Faulkner ed
Hemingway), nella sezione enciclopedie. Fu questo «[…] il primo vero romanzo sull’editoria,
nella nostra letteratura. In alcune
opere narrative più o meno recenti si ritrovano infatti inserti o
episodi di vita editoriale ma mai
come qui l’editoria è stata il sog-
getto stesso del libro, dal principio alla fine» (dalla quarta di copertina). E chissà se la figura del
Presidente Odoardo Barattieri,
protagonista del romanzo, non
celi proprio Arnoldo Mondadori. Ma a differenza di quelli amari
di Bianciardi e Parise in questo
romanzo alberga il comico e il
paradosso, varianti alla grigia descrizione della nascente industria
editoriale come luogo di sfruttamento: «[…] qui in realtà si tratta
di un’industria concepita piuttosto col fine dello spreco, di uomini, di cose, di tempo e di ingegni.
Non un meccanismo perfetto,
scientifico e funzionale, ma un
gran pentolone di errori, di approssimazioni, di pasticci, di debolezze, paure e ambizioni – e di
intrighi, vendette e abiezioni»
(ancora dalla quarta). Al decennio appartiene anche un poco no-
61
to titolo di Vittorio Sereni, uomo
editoriale per eccellenza; L’opzione
e allegati, pubblicato il 12 ottobre
del ‘64 da Vanni Scheiwiller (apparve lo stesso anno su «Questo e
altro»). Al centro la Fiera del Libro di Francoforte entrata nella
letteratura grazie ad uno scrittore
italiano (dalla fascetta editoriale):
«Ma lo sai che comincia sul serio
a piacermi questo appuntamento
autunnale con gente che non vedi
per tutto il resto dell’anno, o quasi, e con cui hai appuntamento
qui – e ti sembrano spaesati se per
caso li incontri a Parigi Londra o
Milano, anche se sono a casa loro
-; queste facce note che ti arrivano puntualmente davanti galleggiando a distanza di un anno con
le loro luci di vecchie conoscenze
staccandosi dal flusso opaco e silenzioso dei visitatori […]».
Fine prima parte
O_1996_370x216_BibSenato_Innovaz.indd 1
06/06/13 12.36
64
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Filosofia delle parole e delle cose
L’attrazione e l’attenzione:
il soggetto e l’uomo
La vita stessa grida il suo esserci. A noi spetta solo guardare
DANIELE GIGLI
C
osì succede, camminando per la strada, di alzare
lo sguardo dalle scaglie
d’asfalto, senza ragioni di sorta,
succede di alzare lo sguardo e si
vede, dall’altra parte della carreggiata, la si vede: lei, mille volte
vista in mille altre, e finalmente
nuova. Lei. E non si può non
guardarla. Ne siamo rapiti. Attratti.
Basta un esempio del genere, nella vita di tutti accaduto e
accadendo chissà quante volte, a
svelare uno di quei singolari
equivoci sempre nascosti negli
interstizi del legame tra parola ed
esperienza. Viaggiamo qui in una
zona vitale, quella della passione
per il mondo che ci circonda, dell’intima percezione che questa
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
65
Nella pagina accanto: René Magritte
(1898-1967), Gli amanti, 1928, New
York, Museum of Modern Art.
Sotto: Maestro di Guillebert de Mets
(1415-1460), ca. 1425-30, parchment
with ink, opaque watercolor, and gold,
Baltimora, The Art Walters Museum.
A destra: Marc Chagall (1887-1985),
Blue Lovers, 1914, collezione privata
passione sia un bene a noi necessario e dell’intimo scandalo che
proviamo quando ci accorgiamo,
o percepiamo sordamente, di
non averla.
«Sei distratto» è il rimprovero più ripetuto nella storia dell’insegnamento, insieme al monito parallelo «non distrarti» e al
suo apparente rovescio positivo
«stai attento». Perché apparente? Perché se l’attenzione è un
gesto di cui io sono soggetto, l’attrazione è al contrario un gesto di
cui sono oggetto: non sono io a
darmi l’attrazione, è qualcosa
d’altro ad attrarmi. È ancora la
grammatica quotidiana del nostro parlare a mostrarcelo, quan-
do ci ritroviamo a dire di essere
attratti da qualcuno o qualcosa o
viceversa di essere attenti a qualcuno o qualcosa.
Lo spleen dell’uomo moderno, lo spleen dell’uomo di
tutti i secoli, deve molto della sua
gravezza a questa confusione.
Ché se già è terribile il peso delle
cose, dell’ordinaria quotidianità
che ci schiaccia nel suo trascorrere senza respiro apparente, quanto più questo peso ci opprime se
vi aggiungiamo lo scandalo e il
sordo senso di colpa che a volte
proviamo per quella sembianza
di disinteresse che ci scopriamo
indosso. La poesia con cui Camillo Sbarbaro apriva nel 1914 il
suo Pianissimo è un ritratto esemplare di questo intreccio di sentimenti: «Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)./ Nessuna
voce tua odo se ascolto:/ non di
rimpianto per la miserabile/ giovinezza, non d’ira o di speranza,/
e neppure di tedio./ Giaci come/
il corpo, ammutolita, tutta piena/
d’una rassegnazione disperata./
[…]/ E gli alberi son alberi, le case/ sono case, le donne/ che passano son donne, e tutto è quello/
che è, soltanto quel che è./ La vicenda di gioja e di dolore/ non ci
tocca. Perduta ha la sua voce/ la
sirena del mondo, e il mondo è un
grande/ deserto./ Nel deserto/ io
66
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Da sinistra: Giorgio De Chirico (1888-1978), Ettore ed Andromaca, 1917, Milano, collezione privata.
Oskar Kokoschka (1886-1980), Due nudi (Amanti), Boston, Museum of Fine Arts
guardo con asciutti occhi me
stesso» («Taci, anima stanca di godere», 1-10; 16-26).
In questi versi Sbarbaro è
scandalizzato del non sentirsi attratto da nulla e aggrava questa
opacità, il sospetto abominevole
che in fondo in fondo il mondo
sia illusione, arrogandosene la
colpa. Ma il suo scandalo è figlio
di due errori convergenti: intanto, l’attrazione è data e non è in
nostro potere; in secondo luogo,
che cosa sono il «sentirsi», il sentire la grave cupezza delle cose, il
dolore perché queste non paiono
brillare, se non i segni evidenti di
un’attrazione in atto?
Non è l’attrazione che manca al soggetto di questa poesia,
ma l’attenzione. A sé, prima ancora che alle cose, perché dirsi
triste quando qualcosa non ci
tocca, già significa esserne toccati. Di che cosa saremmo tristi, altrimenti? Ma per accorgercene, o
per accettarlo, che è lo stesso, occorre essere attenti: a noi, alle nostre reazioni, alla loro reale profondità e dismisura. E questa attenzione, l’accorgermi della reazione di fronte a qualcosa che attraversa il mio orizzonte, questo
sì è un gesto del soggetto, un gesto mio, di cuore mente e sangue.
È il gesto narrato da Sergio
Solmi in Canto di donna, di una
carne capace di ascoltarsi e scoprirsi, così, misteriosamente viva: «Canto di donna che si sa non
vista/ dietro le chiuse imposte,
voce roca/ di languenti abbandoni e d’improvvisi/ brividi scorsa,
di vuote parole/ fatta, ch’io non
discerno./ O voce assorta, procellosa e dolce,/ folta di sogni,/
quale rapiva i marinai in mezzo/
al mare, un tempo, canto di sirena./ Voce del desiderio, che non
sa/ se vuole o teme, ed altra non
ridice/ cosa che sé, che il suo
buio, tremante/ amore. Come te
l’accesa carne/ parla talora, e
ascolta/ sé stupefatta esistere».
MOMENTACT_168x216.indd 1
15/05/13 11:11
68
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
69
Da l’Erasmo: pagine scelte
Difficile scrittura:
raccontare la felicità
Lo scrittore e i sentimenti
CAMILLA BARESANI
C
àpita che la felicità non
sia un concetto definibile e univoco, proprio
come non lo sono l’intelligenza o
l’amore. Càpita inoltre che nell’èra del relativismo si sia portati a fare distinzioni, eccezioni, postille, distinguendo così intelligenze matematiche da intelligenze intuitive, sociali da speculative, analitiche da sintetiche –
per cui a ognuno è concessa l’illusione di avere un’intelligenza
propria e particolare, magari incompresa o non ancora classificata. E altrettanto dicasi dell’amore, ecc.
Càpita così che anche la felicità, in sé ineffabile, si sia arricchita di ulteriori accezioni; e che
sociologia e letteratura tornino
utili per classificarne le variazioni di senso nel sentire comu-
Hyeronymus Bosch,
Il Giardino delle delizie, 1503-1504,
olio su tela, particolare del pannello
centrale, Madrid, Museo del Prado
ne. A guardarsi intorno, chiedendosi cosa sia oggi questo stato d’animo tanto indagato da illustri pensatori, ci sono diverse
cose da notare e, appunto, da riempirci le pagine di una ricerca
su basi statistiche, ma soprattutto da registrare in quel compendio di storia sociale che è la letteratura contemporanea. Quel
genere di letteratura, s’intende,
dedita a mettere in versi e narrare la realtà più attuale, oltreché i
singoli individui, le loro psicologie e i loro caratteri.
Càpita infatti che lo scrittore – narratore o poeta che sia –
si trovi a raccontare, tra le tante
sensazioni che compongono lo
spettro degli umori, anche la felicità. E nel guardarsi intorno,
nel chiedersi come sia rappresentabile nell’animo e nei comportamenti dei personaggi dei
propri libri, osservi e si renda
conto di come sempre più spesso il sentire comune intenda la
felicità come un diritto e non
una conquista: il diritto a uno
stato d’animo eccitato e momentaneo, una sorta di violento
strappo a un’esistenza ordinaria, un commettere follie tra il
mito rockettaro della perdizione e un’escandescenza autolesionistica. Niente Seneca, insomma: nessuna sensazione durevole o comunque solida conquistata a suon di tempra morale. E nulla di semplice, di elementare, come la sensazione
breve e leggiadra descritta dai
celebri versi di Trilussa: «C’è
un’Ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne
va... / Tutto sommato, la felicità
/ è una piccola cosa».
E neppure la pigra felicità,
confortante nel suo quotidiano
ripetersi, che troviamo nelle rime settecentesche di Giovanni
Meli: «Cicaledda, tu ti assetti /
supra un ramo la matina, / una
pàmpina ti metti / a la testa pri
curtina / e ddà passi la iurnata / a
cantari sfacinnata. / Te felici!».
È come se i tempi sincopati
che ha assunto la nostra esisten-
70
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
Henri Rousseau, Il sogno, 1910, olio su tela, particolare, New York, Museum of
Modern Art
za, perennemente interrotta da
telefonate e messaggi, dall’accumulo di impegni e dall’affastellarsi di informazioni perlopiù superflue, da una brevitas necessaria a includere l’accelerazione dei cambiamenti, avessero portato anche il concetto
stesso di vita felice a ridursi e
concentrarsi in lampi passeggeri, inebrianti, parossistici.
Certo: una consolidata e
piatta felicità coniugale, o una
madre che stringe il suo bambino e lo guarda compiaciuta, o
insomma la conquista di una
sensazione durevole e positiva,
non è per lo scrittore una situazione narrativa stimolante.
Quello che si preferisce descrivere sono i momenti di crisi o di
disperazione, le rotture di relazioni consolidate, le incrinature
di un sentimento che pareva stabile. Ed è senz’altro più soddisfacente raccontare la ricerca di
stati d’animo eccessivi portatori
di felicità immaginaria, non
realmente consumata, come
quella presunta dal kamikaze
che si fa esplodere, o quella del
momento in cui una droga porta
a un fuggevole stato di ipereccitazione, o l’esaltazione del
branco di tifosi elettrizzati dal
solo fatto di percepire la forza di
appartenenza a un gruppo. Persino la vacua felicità di qualche
ora dedicata allo shopping di beni
inutili e costosi è, dal punto di
vista narrativo, più interessante
della descrizione della paciosa
giornata di un saggio che abbia
raggiunto una qualche forma di
felicità speculativa.
In definitiva, paradossalmente, per lo scrittore quella attuale è una società piena di attrattive: è materiale letterario
palpitante e servito con la migliore delle mises en place, zeppo
com’è di situazioni già bell’e
pronte per essere servite in romanzi e poesie. Si ha insomma la
sensazione di vivere in un’epoca
che pretende criteri di godimento concentrato; e tanto li
pretende, tanto li sente ‘dovuti’,
che le nuove generazioni vengono educate nell’elusione dei
doveri e della forma e nell’appagamento dei desideri immediati. Come se il concetto stesso di
felicità avesse subìto uno slittamento, avvicinandosi a quell’area che fino a pochi decenni fa
usavamo sprezzantemente qualificare ‘capricci’.
Tratto da L’Erasmo, n.29,
Gennaio-Marzo 2006,
Ambiguità della felicità
giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano
71
LE TUE GAMBE
STANCHE E PESANTI
CHIEDONO AIUTO?
I flavonoidi contenuti nell’estratto
ell’estratto
di foglie di vite rossa di
Antistax Compresse
se
favoriscono il rafforzamento
ento
delle pareti delle vene e aiutano
sì le tue
la microcircolazione. Così
re il loro
gambe possono ritrovare
benessere.
Inoltre, alle gambe che hanno
bisogno di ritrovare leggerezza,
gerezza,
Antistax dedica: Antistax
tax
FreshGel per un’immediata
ediata
sensazione di freschezzaa e
Antistax Massage Cream,
o delle
specifica per il massaggio
nera la
gambe, che idrata e rigenera
pelle.
Hai dubbi o domande?
Uno Specialista è sempre a tua disposizione
per darti consigli personalizzati on line su:
www.antistax.it
SSA
MPRE
1 CO IORNO
G
L
A
Ascolta le tue gambe.
Prenditene cura con
72
la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013
BvS: il ristoro del buon lettore
Il Gattopardo del Sultano
La Sicilia più splendida al Duomo di Ragusa
GIANLUCA MONTINARO
L
a strada che da Modica
porta a Ibla srotola in continue curve, incassata nella roccia. La visione della città, onirica, arriva, improvvisa, all’ennesimo tornante. Un presepe di luci
nella notte, abbarbicato alla costa
della montagna, nell’allunato paesaggio siciliano, arso e riarso dal
sole. Incessante, come nel capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (di cui la Biblioteca di via Senato conserva
copia della prima edizione, impressa a Milano, presso Feltrinelli, nel
1958), «un vento, marino, senza soste muove i mirti e le ginestre,
spandendo l’odore del timo». Lo
sguardo sale lungo i fianchi della
montagna, girone dopo girone
come la torre del Purgatorio, fino
all’apparire, sulla vetta, del profilo del duomo. Lì, ove cielo e terra si congiungono, umano e divino dialogano, riposa il regno di un
Sultano dalle mille e una notte. Subito dietro la barocca cattedrale, si
trova il miglior ristorante di Sicilia: il Duomo di Ciccio Sultano. Qui
l’anima dell’Isola trionfa. Le piccole stanze, una dentro l’altra, trasudano intima sincerità, fra mobili antichi, argenti e fiori. Qui l’eleganza riposa nel particolare, traccian-
Ristorante Duomo
Via Bocchieri, 31
Ragusa Ibla
Tel. 0932/651265
do storie di vita e di tradizione. Qui
i Vittorî Emanueli non sono riusciti a «mutare la magica pozione»
che da sempre e per sempre viene
versata. Le sontuose pietanze del
Sultano corrono dagli spaghettoni ‘mare nostrum’ con bisque di
astice, scampi e salsa al limone al
turbante di pesce spatola, con
provola e salmoriglio. Ma su tutte svetta il timballo del Gattopardo, splendida rivisitazione di quello narrato dal principe di Lampedusa. Un disco di pasta sfoglia nasconde lunghi fusilli adagiati su ri-
stretto di piccione, sposati con polpettine di manzo e maiale. Un
piatto da mangiare e rimangiare,
che idealizza i monumentali pasticci serviti in occasione della prima,
fastosa cena a Donnafugata. «L’oro brunito dell’involucro e la fragranza di zucchero e di cannella
non sono che il preludio della sensazione di delizia che si sprigiona
dall’interno quando il coltello ne
squarcia la crosta: erompe dapprima un fumo carico di aromi e si
scorgono poi i fegatini di pollo, le
ovette dure, le sfilettature di prosciutto e di tartufi nella massa untuosa dei maccheroncini corti». Il
caleidoscopio del Sultano merita
in abbinamento solo un grande
champagne, come un Pol Roger
cuvee Sir Wiston Churchill. La finezza della beva si accompagna a
una suadente potenza espressiva.
Il profilo gustativo si apre in bocca, in un cinetico rincorrersi di
sensazioni minerali, tostate e fruttate. La strada del ritorno si compie: cala una «metafisica malinconia». La città, come apparsa,
scompare per magia alle spalle.
Davanti solo «pigre groppe di
colline avvampanti di giallo».
Mentre il «lamento delle cicale
riempie il cielo».
Scarica

Qui - Biblioteca di via Senato