la Biblioteca di via Senato mensile, anno v Milano n.6 – giugno 2013 UTOPIA Gli «Elogi» di Uberto Foglietta di gianluca montinaro BIBLIOFILIA Nella cesta di un cantimbanco di giancarlo petrella IL SAGGIO Il Cammeo di Amore e Psiche di giorgio nonni LIBRO DEL MESE Io dirò la verità. Intervista a Giordano Bruno di guido del giudice STORIE DI STAMPA Viaggio fra i libri. Romanzo editoriale di massimo gatta Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.6/41 – MILANO, GIUGNO 2013 Sommario 6 BvS: l’Utopia. Principi e princìpi GLI «ELOGI» DI UBERTO FOGLIETTA di Gianluca Montinaro 14 Il Saggio IL CAMMEO DI AMORE E PSICHE di Giorgio Nonni 24 Bibliofilia NELLA CESTA DI UN CANTIMBANCO di Giancarlo Petrella 33 IN SEDICESIMO - Le rubriche IL VIAGGIO – LA NOTIZIA DEL MESE – L’EDITORE DEL MESE a cura di Gianluca Montinaro 50 Il libro del mese IO DIRÒ LA VERITÀ. INTERVISTA A GIORDANO BRUNO di Guido Del Giudice 56 Storie di stampa VIAGGIO FRA I LIBRI. ROMANZO EDITORIALE prima parte di Massimo Gatta 64 Filosofia delle parole e delle cose L’ATTRAZIONE E L’ATTENZIONE: IL SOGGETTO E L’UOMO di Daniele Gigli 68 Da l’Erasmo: pagine scelte DIFFICILE SCRITTURA: RACCONTARE LA FELICITÀ* di Camilla Baresani 72 BvS: il ristoro del buon lettore IL GATTOPARDO DEL SULTANO di Gianluca Montinaro * tratto da L’Erasmo n.29 Gennaio – Marzo 2006 Ambiguità della felicità Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Mostre Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri - Mostra del Libro Antico - Salone del Libro Usato Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Carlo Carena Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Miranda Ratti Carlo Tognoli Organizzazione Ines Lattuada Margherita Savarese Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Segretario Generale Angelo de Tomasi Progetto grafico Elena Buffa Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Frontespizio e pagine interne tratte da Gli elogi degli uomini chiari della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579. Edizione conservata presso la Biblioteca di via Senato) L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Stampato in Italia © 2013 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale E venne il nuovo Governo. E vennero i nuovi ministri. Questi o quelli poco importa. Ogni volta, con caldo ottimismo, ci auguriamo che facciano meglio dei predecessori. E ogni volta, al termine dell’esperienza, siamo costretti a constatare come, nella migliore delle ipotesi, non abbiano fatto alcunché di negativo: da mestieranti della politica, avvezzi alla macchina del potere. Mentre il nostro Paese avrebbe bisogno di ben altro. Un progetto chiaro, una guida forte, un atteggiamento aperto e propositivo. Involuti in uno stato di semi-immobilismo assistiamo impotenti ai crolli dei nostri monumenti storici, al deturpamento del nostro paesaggio, all’incuria delle nostre biblioteche, alla mala gestione delle nostre istituzioni culturali. Al nuovo Governo non chiediamo. Sul nuovo Governo non puntiamo. Solo speriamo; nell’attesa di essere ancora delusi. P.S. Da primo premio, nel frattempo, la gaffe della neosottosegretaria alla Cultura, Ilaria Carla Anna Borletti Dall’Acqua in Buitoni che, in un’intervista, ha dichiarato che «in Italia si è smesso da tempo di mangiar bene». Senza entrare nella polemica (resa già abbastanza stucchevole dal lungo fuoco di fila di rettifiche, precisazioni e controdichiarazioni) si potrebbe sommessamente far notare che, mai come ora, in Italia si “mangi bene”, e con attenzione. E che, a fronte del giusto percorso intrapreso già da alcuni anni da buona parte dell’alta ristorazione (alla quale, ci auguriamo, si aggiungano presto anche i locali meno blasonati), sarebbe opportuno sostenere la cucina e i cuochi italiani: in fondo anche essi sono espressione della nostra cultura. E del nostro miglior made in Italy. Gianluca Montinaro 6 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 BvS: l’Utopia. Principi e princìpi GLI «ELOGI» DI UBERTO FOGLIETTA Nobiltà e decadenza di una repubblica marinara GIANLUCA MONTINARO I nnumerevoli sono i volumi, antichi e preziosi, conservati nella Biblioteca di via Senato. Fra essi si segnala una prima edizione in italiano di un’opera poco nota (un in 8vo di 133 carte): Gli eloggi degli huomini chiari della Liguria (Genova, presso Marcantonio Bellone, 1579). L’autore è il genovese Uberto Foglietta (1518-1581), un personaggio dalla storia curiosa, strettamente legata, nelle vicende, alla genesi di questo libro. Nato da famiglia di recente nobiltà, Foglietta si trasferì giovanissimo a Roma ove divenne abbreviatore e protonotario apostolico. Seguì corsi di Diritto e di Legge a Perugia e, nel 1550, con l’elezione al soglio di Giulio III, la sua carriera spiccò il volo. Protetto dal pontefice, Foglietta venne invitato a tenere un’orazione latina davanti a tutta la corte papale per la festa di Ognissanti del 1553 (in seguito stampata da Blado, unitamente a una lettera indirizzata al neocardinale Roberto De Nobili, pronipote del papa, sulle qualità del porporato: De vitae et studiorum ratione hominis sacris initiati ad Robertum NoSopra: Uberto Foglietta, in una incisione del XIX secolo. Nella pagina a lato: frontespizio de Gli elogi degli uomini chiari della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579. Edizione conservata presso la Biblioteca di via Senato) bilem card. Epistola). Una successiva orazione, tenuta davanti ai cardinali riuniti in conclave per l’elezione di Marcello II, fu stampata a Roma nel 1555 dallo stesso Blado con il titolo In laetitia ob reconciliationem Britaniae Romae celebrata. Sempre nello stesso anno apparve il dialogo in tre libri De philosophiae et iuris civilis inter se comparazione, dedicato al potente cardinale Madruzzo; nell’opera, che consiste in una ampia difesa dello studio del diritto contro quello della filosofia, figurano quattro interlocutori: il cardinale Giulio Morone, il filosofo Gian Battista Sighicelli e l’avvocato Gallesi, oltre allo stesso Foglietta. Grazie a papa Paolo IV, nelle cui grazie riuscì a entrare, venne nominato referendario apostolico. La sua posizione era in forte ascesa fintantoché, nel 1557, Foglietta decise di intentare una causa contro alcuni debitori insolventi. Facendosi forza della propria autorità riuscì a portarli davanti al tribunale civile della Repubblica di Genova, nonostante la loro opposizione. La mossa però si rivelò foriera di pesanti conseguenze: la Repubblica mostrò di non gradire il “rientro in patria” di Foglietta. La colpa del rampante funzionario del papa era quella di aver scritto un’opera (tra l’altro redatta in volgare, per raggiungere un più ampio pubblico), Delle cose della Repubblica di Genova (che ancora circolava manoscritta ma 8 Lettera dedicatoria a Filippo Spinola, in apertura del volume di Uberto Foglietta Gli elogi degli uomini chiari della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579) che di lì a poco Antonio Blado avrebbe stampato), che metteva in cattiva luce l’antico Stato marinaro. In realtà, il dialogo risaliva al 1554, data riportata su una copia manoscritta e che nulla nel testo smentisce. L’occasione e lo sfondo dell’opera sono la guerra di Corsica, dall’andamento disastroso per Genova, e le conseguenze della riforma del 1547, detta del “garibetto”, con la quale dopo la congiura di Gian Luigi Fieschi, gli oligarchi della nobiltà “vecchia” (le famiglie nobiles prima della riforma del 1528, mentre le famiglie già populares erano dette nobiltà “nuova”) avevano acquisito un maggior peso nel governo. Le fazioni erano state, secondo Fo- la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 glietta, semplici denominazioni di comodo che avevano diviso artificialmente un ceto di governo originariamente indistinto. Nel rileggere «il recente passato genovese Foglietta ridimensionava il ruolo e le benemerenze di Andrea Doria, polemizzava con l’artificiale accorpamento di tutte le casate ascritte nel 1528 al Liber civilitatis sotto i nomi delle ventotto casate più numerose (“alberghi”), quasi tutte di origine nobile, e deplorava la debolezza navale della Repubblica, priva di una flotta da guerra, mentre Andrea Doria e gli altri proprietari di galee, quasi tutti nobili “vecchi”, mettevano le loro squadre al servizio del re di Spagna».1 Foglietta, nella sua opera, con parole molto nette, discute l’arroganza e la prepotenza dei nobili («non sapete che la principale fattione et melevolentia che sia sempre stata da molti secoli in qua in Genova è stata la diversità del nome di nobile et popolare?» e i nobili «sono cagione della disunione» perché «fara loro et gli altri cittadini sia distintione et che ella vi si conosca et mostrano apertamente che in Genova sono dui corpi o vero due parti della republica, et che essi sono la principale, et si arrogano ogni superiorità et autorità in tutte le cose, sprezando ad un certo modo gli altri, et tenendoli da meno di sé. Finalmente non vogliono in alcun modo l’uguaglianza»)2 e propone come rimedio di instituire un regime più equo. Per Foglietta è l’avidità della classe nobiliare la vera causa della decadenza della repubblica. Per porre rimedio solo una via si può percorrere: l’unione della vecchia e della nuova nobiltà. Il rimedio a tanti mali è facilissimo et è uno solo. Et questo è che si lasci questa vanità di emulatione contentiosa et questa leggierezza di nobiltà, la quale abbiamo dimostrato che è niente, et si unifichino li cittadini da dovero, ché fatto questo si haveranno le gallee del principe Doria et de gli altri et si potria instituire uno modo di vivere sicuro et honorevole, et fondare uno stato quieto, felice et glorioso.3 La riconquista del primato morale e civile di giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 Sopra, da sinistra: Avviso ai lettori e sonetto augurale, in apertura del volume di Uberto Foglietta Gli elogi degli uomini chiari della Liguria (Genova, Marcantonio Bellone, 1579) Genova «non si può fare, se prima non ci uniamo con gli amici, e non lasciamo in tutto e per tutto questa perniciossima e vana opinione, e ci facciamo tutti un corpo, il che fatto cesserà in tutto questo sospetto»; «dico che da questo unirsi con gli animi ne nascerebbe il perpetuo stabilimento della repubblica e la eterna quiete nostra, perciocché non accadrebbe che l’una delle parti mantenesse la straordinaria potenza d’alcun cittadino».4 Il dialogo di Foglietta (il solo testo del dibattito politico genovese del Cinque-Seicento a conoscere la via della stampa) toccava temi troppo scottanti (l’indipendenza dello Stato e il riarmo navale) e, proponendo una riforma censitaria del sistema poli- tico, persino destabilizzanti per l’assetto oligarchico della Repubblica, per passare inosservato. Approfittando della causa intentata da Foglietta contro i suoi debitori, il doge e il Senato promossero un processo contro di lui, incaricando inoltre monsignor Bernardo Lomellini, protettore della Repubblica presso la corte pontificia, di ostacolare la circolazione del libro. Il 7 aprile 1559, nonostante una elegante lettera al Senato a protesta delle sue buone intenzioni, Foglietta fu condannato al bando da Genova. Il funzionario del papa si vendicò facendo ristampare il dialogo (che nel frattempo era uscito presso Antonio Blado) sia a Roma che a Genova. L’oligarchia della Repubblica andò su tutte le furie e procedette 10 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Da sinistra: Tiziano Vecellio (1490-1576), Papa Paolo III con i suoi nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, 1546, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte; Sebastiano Del Piombo (1485-1547), ritratto di Andrea Doria, 1526, Genova, Palazzo del Principe alla immediata confisca dei suoi beni di famiglia. Ma il fuoco innescato da Delle cose della Repubblica di Genova aveva ormai attecchito: attorno al dialogo si alzò una vasta messe di voci favorevoli e contrarie. Divenne anzi arma di battaglia politica durante la guerra civile tra nobili “vecchi” e nobili “nuovi”, nel 1575, quando questi ultimi promossero due nuove edizioni dell’opera, a Milano e a Lione, con l’esplicito fine di portare un attacco all’ala conservatrice della Repubblica. Nel frattempo la carriera di Foglietta nella Roma papale non incontrava ostacoli. Il cardinale Flavio Orsini lo raccomandò al cardinale Ippolito d’Este, tra i cui stipendiati figura dal 1568, col compenso annuo di 220 scudi d’oro. L’anno seguente Foglietta ricompensò i due porporati scrivendo una descrizione in latino della villa di Ippolito d’Este a Tivoli, che dedicò a Flavio Orsini. Iniziò a interessarsi anche agli studi storici, intraprendendo una storia dei suoi tempi, a partire dalla guerra di Smal- calda, della quale alla fine pubblicò solo tre frammenti, riguardanti la congiura di Gian Luigi Fieschi, i tumulti di Napoli contro il viceré don Pedro de Toledo, e l’assassinio del duca di Parma Pier Luigi Farnese. Nel 1569 lo scritto sulla congiura di Gian Luigi Fieschi cominciò a circolare. In cerca di un dedicatario, dal quale sperare una ricompensa, Foglietta si rivolse al signore di Massa, Alberico Cybo Malaspina, personalmente interessato agli avvenimenti del 1547 perché il fratello maggiore Giulio era stato coinvolto nelle trame antimperiali del conte Fieschi. Nonostante la «gola delli contanti» di Foglietta e la disponibilità di Alberico, la trattativa non andò tuttavia in porto. I tre scritti vennero pubblicati a Napoli da Cacchio nel 1571, sotto il titolo comune Ex universa historia suorum temporum con dedica al ricco mercante genovese Giulio Montenegro (ristampe: Roma 1577; Genova, G. Bartoli, 1587). Morto Ippolito d’Este nel 1572, Foglietta passò al servizio del cardinale Luigi d’Este, tra i cui 12 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Sopra: Papa Paolo IV. A destra dall’alto: Giulio Bonasone (1498-1574), Ritratto di papa Marcello II, Londra, British Museum; Giovanni Luigi de Fieschi Conte di Lavagna (1524-1547) in un’incisione del XIX secolo stipendiati il suo nome è attestato dal 1577. Nel frattempo, Foglietta iniziò una lenta, ma attentamente studiata, “manovra di riavvicinamento” agli uomini influenti della sua patria. Nel 1572, Foglietta redasse la raccolta Clarorum Ligurum elogia (Roma, eredi Blado, 1572), dedicandola a Gian Antonio Doria, principe di Melfi: un passo «sor- prendente, dopo la polemica antidoriana del dialogo del 1559, ma palesemente diretto a ottenere attraverso i buoni uffici del principe la revoca della condanna. La raccolta ordina i liguri illustri per categorie: anzitutto santi e principi, poi condottieri e navigatori, letterati e artisti, infine personaggi di successo mondano e finanziario. Senza osservare al- giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano cuna sequenza cronologica, né alcuna proporzione nell’assegnazione degli spazi, la raccolta affianca l’imperatore Elvio Pertinace e il dedicatario stesso dell’opera, Cristoforo Colombo e l’ex cancelliere della Repubblica, Matteo Senarega, amico di Foglietta ma avversario politico di Doria. Tra i benemeriti per le arti e le lettere Foglietta incluse tutti i principali cardinali genovesi, vivi e morti, compreso quel Bernardo Lomellini che si era occupato non favorevolmente di lui nel 1559. Pagò tributo ai Cybo, avallando la loro pretesa origine greca».5 In una lettera del 30 novembre 1572, posta in apertura delle successive ristampe, Aldo Manuzio elogiò la lingua e lo stile dell’opera. Forse fu questo ad assicurare il grande successo della raccolta, che accresciuta e ristampata nel 1577 (Roma, De Angelis), fu poi pubblicata a Genova (da Marcantonio Bellone) nel 1579 nella traduzione in volgare di Lorenzo Conti (con dedica a Filippo Spinola di Sant’Ambrogio). Intanto gli eventi giocavano a favore di Foglietta. I fatti politici genovesi del 1575, con la presa di potere da parte dei nobili “nuovi”, la breve guerra civile contro i nobili “vecchi” e l’intervento mediatorio del cardinale Morone, ribaltarono improvvisamente la sua posizione. Il 2 gennaio 1576 il governo dei “nuovi” lo nominò pubblico storiografo, comunicandoglielo con una lettera piena di elogi (che ignorava i precedenti annalisti della Repubblica). L’incarico comportava la scrittura degli annali contemporanei, con uno stipendio annuo di 425 lire genovesi. Ma l’otto settembre 1579 Foglietta (alla perenne ricerca di danaro) concordò con un gruppo di patrizi genovesi che questi sottoscrivessero una storia di Genova sin dalle origini, dietro conveniente compenso, un terzo del quale doveva essere RIFERIMENTO BIBLIOGRAFICO Oberto Foglietta, Gli eloggi di M. Oberto Foglietta. Degli huomini chiari della Liguria; tradotti da Lorenzo Conti. All’illustre S. Filippo Spinola del S. Ambruogio. In Genova. Marcantonio Bellone. 1579. 8vo; cc. 133, 3. 13 subito anticipato. Foglietta finì per redigere, pertanto, non la storia commissionatagli dal governo, bensì quella finanziata dai privati. Il 1° luglio 1581 annunciò al governo di aver completato l’opera Historiae Genuensium libri XII. La morte, giunta improvvisa a Roma, il 5 settembre dello stesso anno, lasciò il manoscritto senza un preciso destino. Sia il fratello di Foglietta, Paolo Foglietta, che il governo della Repubblica chiesero al residente genovese a Roma monsignor Marco Antonio Sauli di recuperare le carte manoscritte. Una volta ritrovata, l’Historiae Genuensium fu affidata, nel 1584, dal governo a Paolo perché ne curasse la stampa e la traduzione dietro compenso di cinquanta (poi sessanta) lire annue. Non avendo ottenuto dal governo genovese un ulteriore contributo alle forti spese di stampa, Paolo si rivolse a Gian Andrea Doria, dedicando a lui l’opera, uscita presso Bartoli nel 1585. Paolo chiese, sempre inutilmente, nel 1589, un compenso anche per la sua traduzione, che non venne apprezzata. Egli la affidò pertanto al fiorentino Francesco Serdonati, che la completò nel 1590. Fu stampata però solo nel 1597 (Genova, eredi Bartoli), con dedica al doge e al Senato, a cura di Giambattista, figlio di Paolo venuto a morte nel frattempo. Divisa in dodici libri, l’opera (intrisa dello stesso spirito antinobiliare che animava il dialogo del 1559) ripercorre le vicende genovesi dalle origini romane al 1527, cioè alla vigilia del cambiamento di campo di Andrea Doria. In appendice Paolo inserì alcune notizie raccolte dal fratello sulla famiglia Cybo, verosimilmente per ricavarne una ricompensa. NOTE 1 C. Bitossi, Uberto Foglietta in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 48, 1997. 2 U. Foglietta, De la republica di Genova, in Scrittori politici del ‘500 e ‘600, a c. di B. Widmar, Milano, Rizzoli, 1964, pp. 101-102. 3 Ibidem, p. 113. 4 U. Foglietta, Della republica di Genova, Milano, Corradetti, 1865, p. 150 e p. 136. 5 C. Bitossi, Uberto Foglietta, cit. 14 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Il Saggio IL CAMMEO DI AMORE E PSICHE Indagine su una gemma ellenistica che incantò Rubens I GIORGIO NONNI n una lunga lettera sugli Uccelli et animali pertinenti al’aere, indirizzata attorno al 1570 dal medico marchigiano Costanzo Felici1 ad Ulisse Aldrovandi e conservata autografa in quel grande giacimento di informazioni naturalistiche che si è rivelato il Fondo antico della Biblioteca Universitaria di Bologna, è contenuto il fedele reportage di un evento accaduto nelle campagne marchigiane di Sentinum2 (oggi Sassoferrato) e che aveva destato il legittimo interesse della comunità ‘scientifica’ del tempo: il clamoroso rinvenimento, avvenuto poco dopo la metà del XVI secolo in un pianoro alla confluenza dei torrenti Marena e Sanguerone nel fiume Sentino, di una antichissima gemma dal valore inestimabile che illustrava le nozze mistiche di Amore e Psiche. Una notizia quasi incidentalmente riferita dal Felici che ci ha permesso di svelare a distanza di quasi cinque secoli il mistero che circonda ancora questo antichissimo reperto. La scena che vi era raffigurata - debitrice del A lato: Frans Francken II, Cabinet of Curiosities (1636), Kunsthistorisches Museum, Vienna. Sopra: Amore e Psiche (II sec. d. C.) Firenze, Galleria degli Uffizi genere della Fabula Milesia, della tradizione orale del mondo ellenico e delle leggende berbere – possiede una connotazione mistico-allegorica (che dal VI secolo sarà poi contaminata dal misticismo cristiano di Fulgenzio) che rafforza il vincolo matrimoniale di Amore e Psiche, un tema che sarà rappresentato nei secoli da celebri pittori, musicato da compositori e cantato da poeti. La minuziosa descrizione contenuta nel trattatello si configura dunque come un contributo importante all’idea che allora si aveva del collezionismo: «A proposito del colombo – scrive il Felici all’Aldrovandi – vi ho voluto proporre questa bella cosa [il cammeo], perché so che ve ne deletate: io ne feci retrarre in pictura da un giovinetto un quadro per ornare una camera […] per rendere bello, ricco e nobile afatto il vostro museo, che non volete che resti indietro cosa alcuna produtta dalla natura e considerata dal philosopho che non vi entri dentro, parte per ornamento, parte per delettatione e parte per insignare». E diletto, ornamento e funzione didattica ben rappresentavano i principali obiettivi dei musei cinquecenteschi secondo il medico marchigiano, il quale seppe sintetizzare efficacemente le finalità del collezionismo, met- 16 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 tendo in risalto i diversi livelli di fruizione degli oggetti raccolti e componendo la frattura tra i caratteri tipici delle raccolte nordiche e quelli dei moderni musei di scienze naturali. La passione tardo-rinascimentale per la bizzarria, che aveva trovato la sua sede deputata nei Giardini dei semplici, nei musei eclettici, nelle Wunderkammern e nei Cabinets du Roi, era finalizzata ad un collezionismo accumulativo, ad una congerie disparata e caotica di oggetti e di prodotti naturali. Gli ambienti museali, luoghi di delibazione senza tempo e senza limiti di spazio, erano considerati non soltanto come prodromi di una poetica manieristica e barocca della maraviglia, ma come strumenti per individuare un comune denominatore nell’esorcizzazione di una diversità da ricomporre e da ridurre a un unicum. Animati costantemente da un’acuta curiositas intellettuale, i collezionisti dell’epoca cominciarono ad avvertire, prepotente, la necessità di costituire un museo che catalogasse scientificamente le antichità e i naturalia, in una profonda simbiosi che traeva origine dall’applicazione di un unico metodo e di comuni strumenti interpretativi, in grado di soddisfare gli interessi ‘scientifici’. Certo ancora molte ‘raccolte’ del tempo sembravano opporsi a quella tendenza di specializzazione che si indirizzava verso l’enucleazione del gabinetto di storia naturale, privilegiando invece l’elemento esotico, i mirabilia, il monstrum, più atti a provocare stupore nei visitatori più curiosi. E l’interesse per il mostruoso, per il deforme, per le stranezze della natura era davvero intenso in età rinascimentale anche oltre i confini del nostro Paese, come dimostrò Ambroise Paré che definì l’origine dei mostri come «creature che appaiono manifestamente al di fuori di ogni consueto procedere della natura»3: una teoria che rappresenta, forse, il tentativo più maturo di «naturalizzare» il diverso spiegando le anomalie dell’ordo naturae. D. A. Bracci, Memorie degli antichi incisori, Firenze 1786 (Colombini fecit): F. Bartolozzi sculpsit, G. B. Cipriani delineavit (XVIII sec) Ma torniamo al testo che ha sollecitato la nostra indagine: giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 Il cammeo di Amore e Psiche (Museum of Fine Arts di Boston) «Vi è poi il colombo nostro delle torre e de colombare. Questo è reposto fra uccelli molto lussuriosi, forsi per questo dedicato a Venere dagli antichi. E forsi già per questo gli sposi, quando andavano la prima volta a letto con la sposa, si portavano il colombo stretto fra le braccia, como molte volte io ho avertito nelle cose antiche, e massime gl’anni passati in un bellissimo cameo grande commo un mocenigo ovalo, retrovato a Sentino, vicino a Sassoferrato, cosa veramente rara e miracolosa, dove erano figure de tutto relevo bianche in campo negro. De questa natura predicta appareva una lettiera posta in scorcio, che mostrava tutti quatro gli piedi fatti a balaustre. Vi era vicino un himeneo alato nudo tutto festevole e ridente, che preparava il letto per gli sposi. Dopoi veniva un altro himeneo alato, severo in faccia con la facella accesa in spalla, con l’altra mano havea una catena o cordina, con la quale sola guidava incatenati al collo il sposo e sposa. Questa era vestita, velata, con ale de pipistrello [= farfalla n.d.r.] inanti piene de occhi, il sposo nudo, alato de dietro, con capegli sparsi per la fronte, et havea la colomba fra’ bracci, stretta al petto. Vi era poi dietro un altro himeneo con ale ritorte in su, quale pareva che venisse pian per non essere sentito e portava sopra il capo de’ sposi un cesto de noce [= pomi n.d.r.]. Vi era poi, intagliate de sopra, queste lettere, mostrando il nome del’authore: TPYΦ ON 4EΠOIEI. Cosa veramente bella che il patrone che la trovò la vendette a Venetia 137 ducati d’oro. Poi intesi che la comprò il Duca de Fiorenza per 506». In un pianoro alla confluenza dei torrenti Marena e Sanguerone nel fiume Sentino, si è dunque consumato, attorno alla metà del XVI secolo, 18 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Da sinistra: D. A. Bracci, Memorie degli antichi incisori, Firenze 1786 (Colombini fecit): F. Bartolozzi sculpsit, G. B. Cipriani delineavit (XVIII sec.); Peter Paul Rubens (1577-1640), Enrico IV riceve il ritratto di Maria de’ Medici, Parigi, Louvre un evento che sinora era rimasto sconosciuto agli studiosi, che pure si erano occupati dei preziosi tesori dell’arte glittica. Il reperto faceva parte di una produzione di lusso, connessa con la vita raffinata delle corti: se la funzione delle gemme incastonate (gli ‘intagli’) rispondeva alla necessità di poter disporre di un sigillo irripetibile, i cammei appartenevano ad un genere voluttuario ed erano utilizzati come ornamento. Gemma ovale di sardonica (mm. 45x37), in cui è ben visibile la struttura zonata che si caratterizza per gli strati di colore a forte contrasto, essa rappresenta dunque una scena di consacrazione mistica di Amore (che porta in braccio una colomba), e Psiche, munita di ali di farfalla. La coppia, ricoperta di veli, è condotta con una benda5 annodata da un Imeneo alato verso il letto nuziale che un Amorino sta preparando, mentre un altro Erote offre un cesto ricolmo di pomi: una composizione originale e ben strutturata contenuta nel minuscolo spazio di una pietra, in cui risalta il motivo notturno della scena. Le figure pallide, dai riflessi azzurrini, sono illuminate dalla «facella accesa» e si stagliano sul fondo completamente scuro, che simboleggia la notte: un risultato di grande inten- sità, ottenuto con la tecnica del taglio parallelo. Il garbo narrativo di Trifone, già riscontrabile nella minuziosa descrizione operata dal Felici, attenta sin quasi alle sfumature psicologiche, è degno di un artista di prima grandezza, erede di un maestro quale fu Sostratos. Il riferimento a questo incisore è riscontrabile sia nella lucidatura della pietra, tagliata conicamente e levigata anche nel lato posteriore, sia nella modellatura dei corpi bianchi degli Amorini, nella plasticità della muscolatura del torace e nelle pieghe del ventre. L’analogia risulta anche dall’insieme della scena, che è abbastanza singolare e che si può ricondurre ad una trasposizione alessandrina nel mondo di Eros di una deductio nuziale. Il vaglio ripieno di pomi, in connessione con i riti bacchici e dionisiaci agresti, la benda annodata, l’occultamento delle teste sembrano comunque raffigurare una purificante consacrazione mistica, che rafforza il legame di Eros con l’anima. Altro elemento caratteristico della rappresentazione è la consuetudine di Amore di portare in braccio il colombo o un volatile in genere. Anche se non in connessione con scene nuziali, un Eros alato che gioca al cerchio, con un colombo in mano, è attestato in un’anfora attica6, mentre un giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano castone di anello in pasta di vetro, di età imperiale, presenta un Eros alato che ha in mano un volatile7. Un disegno approssimativo del cammeo (l’Erote che prepara il letto risulta privo di ali), sicuramente una delle prime raffigurazioni conosciute, è stato realizzato attorno al 1590 dall’antiquario spagnolo Alfonso Chacón (=Ciaconius). Il cammeo viene messo in connessione con Pirro Logorio. E proprio dalla copia di un disegno del Ligorio, tratta dall’erudito francese Rascas de Bagarris, prese origine nel 1683 la prima riproduzione a stampa del cammeo ad opera dell’ antiquario francese Jaques Spon. Ma il nome di Trifone evoca anche ascendenze letterarie. In quell’enorme deposito della lirica greca, quale è l’Antologia Palatina, un epigramma del macedone Adeo è dedicato ad un berillo indiano, una pietra simile allo smeraldo, inciso dall’artista, di cui ci resta soltanto una testimonianza poetica. Si tratta di versi di singolare modernità, in cui si avverte una simultaneità tra l’atto dell’incisore di modellare le chiome di Galene, ninfa che placa i venti dominatori delle acque, e l’atteggiamento caratteristico della figura che si abbandona al gesto naturale di una bagnante che regge i capelli sciolti tra le mani: 19 «Sono un berillo indiano: Galene mi volle Trifone mi sparse i crini con tenere mani. Vedi ancora le labbra che spianano l’umido mare, i miei seni che magano bonacce. E se la pietra gelosa consente, già pronta mi lancio, ed ecco, adesso mi vedrai nuotare»8. Il reperto sentinate prese ben presto la strada di Venezia, un centro florido ove il reperto venne quotato ben 137 ducati d’oro. Ma è Cosimo I, duca di Firenze, che nella città lagunare poteva contare sui suoi agenti, ad assicurarsi la preziosa miniatura per una somma più che tripla: ben 506 ducati d’oro, una spesa rilevante anche per le ben munite casse fiorentine. Ma nell’inventario del sovrano fiorentino non viene fatta menzione del cammeo, per cui è ipotizzabile che esso, facendo parte del tesoro personale del duca, non fosse soggetto a catalogazione. Occorreva a questo punto riannodare le fila di un percorso che aveva condotto la gemma, sin dal 1622, nelle mani del celebre artista fiammingo Pietro Paolo Rubens. La nostra ipotesi, suffragata anche da altri esempi9, è che la pietra fosse oggetto di una ‘graziosa’ donazione dello zio Ferdinando I, fi- IL CASO IL CALCO SETTECENTESCO DEL CAMMEO DI AMORE E PSICHE Calco del cammeo ualche anno fa a Roma – rivela Giorgio Nonni – dopo aver pescato dal fondo antico della Biblioteca Angelica un disegno del 1590 dello spagnolo Alfonso Chacon (forse la prima immagine in assoluto del cammeo), sono entrato dall’antiquario delle Coppelle, a due passi da lì. Buttato su una sedia, sotto del 2005, anno in cui fu pubblicata anche l’edizione critica del trattato (G. Nonni, Passatempi e capricci, Urbino). E’ solo da poco, dunque, che la comunità scientifica ha potuto conoscere le fasi del ritrovamento e dell’acquisto della gemma originale da parte del ‘Duca di Fiorenza’ per una somma rilevantissima». «Q di Amore e Psiche (sec. XVII), collezione privata un mucchio di stampe, ho trovato uno dei rarissimi calchi settecenteschi della gemma. Mi è sembrato un segno del destino. Tirando un po’ sul prezzo l’ho acquistato e poi prestato per la Mostra Mythologica et Erotica inaugurata a Palazzo Pitti nell’ottobre 20 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 glio di Cosimo, alla nipote Maria (di cui era anche tutore), in occasione del suo matrimonio con Enrico IV, celebrato con straordinaria munificenza nell’ottobre del 1600. Del resto, alla fastosa cerimonia ‘per procura’, avvenuta nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, è attestata la presenza di Rubens (che poi raffigurò sulla tela la cerimonia), in qualità di accompagnatore del duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga e della moglie Eleonora de’ Medici. Il successivo percorso, che conduce il cammeo ‘nuziale’ nella collezione di Rubens, potrebbe essere spiegato come munifico regalo della Regina di Francia per ingraziarsi un artista, notoriamente amante delle antiche gemme, che si apprestava a fornire la sua opera per la Galleria Medici di Palazzo Lussemburgo a Parigi. Del resto che il celebre artista scambiasse proprie opere con reperti antichi, è attestato da alcuni accenni contenuti nella sua corrispondenza: il 25 giugno 1627 l’erudito francese Philippe Chifflet rivelò al cardinal Guido Bagni, nunzio apostolico nella capitale d’Oltralpe, che le pietre più rare dell’antiquario parigino Gaud erano finite nelle mani di Rubens in cambio di sue peintures, mentre anche il diplomatico inglese Sir Dudley Carleton, Visconte di Dorchester, forniva all’artista gemme in cambio di suoi dipinti. E’ significativo il fatto che uno dei primi accenni al cammeo risalga proprio al periodo in cui l’artista aveva ricevuto da pochi mesi l’incarico di raffigurare la vita e la reggenza di Maria de’ Medici: alla definizione tematica del progetto parigino aveva addirittura preso parte l’influentissimo cardinal Richelieu, affiancato da Peiresc. Costui, in una lettera del 1622, rassicurò l’amico pittore che avrebbe esaminato con le dovute precauzioni i solfi ricavati dalle matrici e avuti da poco in visione, in particolare anche «quello di Tryphone che non sarà veduto da nessuno». Definito «studiosissimus et peritissimus totius antiquitatis, sed cameorum in primis», l’artista fiammingo rafforzò il suo amore per l’antichità nel corso dei soggiorni romani e mantovani dei primi anni del XVII secolo. Alla corte di Vincenzo I Gonzaga, riuscì a toccar con mano gemme di gran pregio: «Io non ho giamai tralasciato nelli mei viaggi di observar et investigar le antichità publiche e private e di ricovrar qualche cosetta curiosa per danari», scriveva Rubens a Peiresc, al quale confidò anche: «Non ho mai visto in vita mia cosa alcuna con maggior gusto che le gemme mandatemi da Vostra Signoria, che mi paiono cose inestimabili e sopra ogni mio voto». La collezione di arte glittica dell’artista poteva rivaleggiare con le raccolte dei sovrani, come è pronto a riconoscere il Peiresc: «Gli impronti e dissegni delle più notabili gioie della sua pretiosissima raccolta [...] io non haveva mai veduti in tutti li studii d’Italia, di Francia, d’Inghilterra, di cotesti paesi et d’una parte della Germania». Al contrario, lo scienziato francese per le disponibilità economiche più limitate era costretto a raccogliere anche «molte cose di goffa maestria» per le quali provava tuttavia diletto, perché «bisogna nondimeno talvolta contentarsi dell’alimento del pane biscotto quando si sta in mezzo al mare et che non si puonno havere alimenti più delicati». Nel 1628 Rubens inviò a Peiresc una raccolta dei calchi più significativi, destinati ad essere riprodotti: «una scatola d’impronti benissime conditionata, et senza che se ne fosse rotto un solo fra 56 pezzi che c’erano». L’amico rimase sinceramente affascinato dallo splendore delle riproduzioni: «Io ho preso un pasto de’ più dolci et più lauti ch’io havessi ancora havuto in vita mia, non potendomi satiare di ammirare la bellezza et eccelenza di un sì ricco thesoro di gemme delle più nobili et più preciose di tutta l’antiquità, le quali io ho goduto con la representatione de gli impronti quasi con altretanto diletto che s’havessi veduto le gemme istesse». Peiresc riservò al capolavoro di Trifone un’attenzione particolare: «Quelle nozze di Psyche sono cose reggie!». Ben presto iniziò la diaspora: la preziosa collezione di gemme, che Rubens aveva messo insieme, stava smembrandosi. Già nel 1626, dopo la morte della prima moglie, l’artista aveva dovuto cedere giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 21 Da sinistra: Jaques Spon, Recherches curieuses d’Antiquité, Lyon 1683 (Prima raffigurazione a stampa del cammeo); Alfonso Chacón, Nuptiae Cupidinis et Psyches (sec. XVI) Bibl. Angelica, Roma. gran parte della raccolta al duca di Buckingham: per sé aveva riservato le gemme più rare, tra cui il cammeo di Trifone, oltre ai calchi sopra menzionati, di cui Peiresc aveva fornito una fedele descrizione. Mentre il tesoro in possesso del duca inglese venne acquistato nel 1649 da Gaston d’Orléans, il quale poi lo donò al nipote Luigi XIV, la restante parte della collezione ereditata alla morte di Rubens dal figlio Albert (e comprendente il cammeo di Trifone) finì alla corte inglese, oggetto d’acquisto di Thomas Howard, II conte di Arundel e Surrey. Immortalato da Rubens in un celebre ritratto, ora custodito a Boston, Thomas fu una straordinaria figura di collezionista dei tesori dell’arte classica ed impiegò un gran numero di agenti in ogni parte d’Europa alla ricerca di rarità da museo. Spinto dalla ri- valità col duca di Buckingham, arricchì la propria collezione, ospitata nella Arundel House di Londra, con medaglie ed intagli provenienti da Mantova, dai Paesi Bassi e dalla Francia, tentando persino un improbabile trasporto dall’Italia via mare dell’obelisco di 16 metri, che adorna oggi la fontana berniniana di Piazza Navona a Roma. Nel XVII secolo assistiamo a vari passaggi della raccolta in suolo inglese: ereditata da Enrico, VI duca di Norfolk (nipote del conte di Arundel e Surrey), essa fu acquistata nel 1684 da Enrico, conte di Peterborough, il quale l’anno seguente mostrava già agli amici «la sua rara collezione di gemme e anelli antichi» peraltro già oggetto di ipoteca. La figlia Maria, andata in sposa al VII Duca di Norfolk e rimasta unica proprietaria della colle- 22 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 zione alla morte del marito (1701), trasmise la raccolta, per testamento, al secondo marito, il cavaliere John Germain, soldato di ventura e noto speculatore il quale, avendo spento l’ipoteca che gravava sul tesoro, lasciò nel 1718 alla seconda moglie Elizabeth, figlia del II conte di Berkeley, i 130 cammei e i 133 intagli della raccolta. La dattilioteca si apprestava però a ritornare nelle mani di collezionisti esperti. Nel 1762, sposandosi con il conte Charles Spencer, Diana Beauclerk ottenne in dono dalla prozia Elizabeth l’intera raccolta, che finì al capo della famiglia Geor- Sopra da sinistra: stipetto con calchi di cammei (sec. XVIII); Trifone, Amorini con la clava (Firenze, Museo Archeologico). Nella pagina accanto a destra: calco del cammeo di Amore e Psiche (sec. XVIII) ge, IV duca di Marlborough. La passione di questo stravagante e colto aristocratico inglese per le gemme era senza limiti, soprattutto per gli esemplari firmati che, secondo l’erudito Philipp von Stosch, rappresentavano il ne plus ultra del collezionismo. Il suo orgoglio per le gemme lo aveva spinto a farsi ritrarre nel 1778 con in mano un AMICA DI RUBENS IL CAMMEO E LA REGINA MARIA DE’ MEDICI P. P. Rubens, Maria de’ Medici u quasi sicuramente Maria de’ Medici l’illustre personaggio che offrì la gemma di Amore e Psiche a Rubens, di cui divenne poi buona amica. Regina del gusto italiano, ella esportò a Parigi il modello artistico fiorentino, dando inizio, dopo il matrimonio con Enrico IV, alla «grandeur» francese. Dopo la morte del marito, Maria imprigionandola nel castello di Blois. Nel 1622 la sovrana commissionò a Rubens le 24 tele che celebravano le sue imprese e nel 1631, dopo un periodo di reclusione, si rifugiò nei Paesi Bassi ove si incontrò con gli artisti più famosi dell’epoca. Dopo un lungo periodo di peregrinazioni, si mise al sicuro in una casetta di proprietà di Rubens a Colonia, ove si spense nel 1642. (Madrid, Museo del Prado) F iniziò una reggenza di sette anni in nome del figlio minorenne Luigi XIII, il quale poi esautorò la madre giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 cammeo che raffigurava l’imperatore Augusto e con l’armadietto delle gioie affidato all’erede Lord Blandford. Nel 1861 il cammeo di Amore e Psiche rappresentava uno dei pezzi più pregiati dell’esposizione organizzata dall’Istituto Archelogico Britannico. Nel giugno 1875, l’intera raccolta venne acquistata integralmente da David Bromilow di Manchester per 35.000 ghinee e conservata nella residenza di campagna della contea di Bedfordshire. Spettò alla figlia Jary l’incarico di consegnare all’asta di Christie’s, il 26 giugno 1899, i 739 lotti della raccolta: la maggior parte dei pezzi venne aggiudicata al grande collezionista Henry Walters, cui è oggi intitolata l’omonima e celebre Art Gallery. Per ben 2.000 sterline la gemma di Amore e Psiche fu acquistata da un eccentrico collezionista, Edward Perry Warren e, attraverso il Pierce Fund, venne assegnata al Museum of Fine Arts di Boston, ove attualmente si conserva, con la segnatura MFA 99.101. Un percorso davvero accidentato quello della gemma uscita dalla manifattura di corte alessan- NOTE 1 Costanzo Felici (1525-1585), collaboratore di Ulisse Aldrovandi, è autore di numerosi trattati naturalistici. Cf. G. Nonni, Lettere a Ulisse Aldrovandi, Urbino, Quattroventi 1982; C. Felici, Del’insalata e piante che in qualunque modo vengono per cibo del’ homo, a cura di G. Arbizzoni, Urbino, Quattroventi 1986; G. Nonni, Passatempi e capricci. Le Olive, i Funghi, gli Uccelli e il Lupo nei trattati di Costanzo Felici, Urbino Quattroventi 2005. 2 La città di Sentinum, uscita dall’isolamento dopo l’apertura della strada Flaminia nel 220 a.C., venne messa a ferro e fuoco dai soldati capeggiati da Salvidieno Rufo. drina e transitata nelle mani di Rubens e di mille altri nobili (e meno nobili) collezionisti del nordEuropa, prima di approdare in America accompagnata da un grande interrogativo: chi avrà indossato e poi perduto (o donato) quel meraviglioso ornamento riemerso nel Cinquecento dalle zolle di un pianoro allocato in un remoto municipium romano? Fulvia, domina che con Marco Antonio era in ‘mistica’ comunione d’intenti e che in qualche modo ebbe un ruolo nella campagna di guerra che mise a ferro e fuoco l’agro sentinate, o qualche altra matrona? Chissà. Dopo la ricostruzione divenne un centro fiorente frequentato da personaggi illustri della Repubblica romana. 3 A. Paré, Mostri e Prodigi, Parigi 1753, p. 25. 4 Celebre intagliatore di gemme, Trifone, allievo di Sostratos, operò attorno al 50 a. C. in ambito alessandrino. Si conosce un’altra sua opera (non firmata) conservata nel Museo Archelogico di Firenze (Amorini con la clava, Inv. 14440). E’ citato anche in un’epigramma dell’Antologia Palatina per aver intagliato un berillo. 5 Il famoso collezionista settecentesco tedesco Philipp von Stosch volle riconoscere nella corda «un filo di perle indi- cante il vincolo coniugale». 6 Il reperto è conservato al British Museum di Londra (E 296). 7 E non un attribut végétal, come è indicato nel Lexicon Iconographicum cit., III, 2, p. 610 (fig. 9). Il reperto è conservato a Monaco (Staatl. Münzslg., A 510). 8 Antologia Palatina, a cura di F.M. Pontani, t. III (IX), n. 544, Torino 1980, pp. 276-77. 9 Nel 1762 il cammeo di Amore e Psiche (insieme ad altre gemme) rappresenterà il regalo nuziale della nobile inglese Elizabeth Berkeley alla nipote Diana Beauclerk, in occasione del suo matrimonio con il conte Charles Spencer. 24 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 Bibliofilia NELLA CESTA DI UN CANTIMBANCO Sapone, Ariosto e la Puttana errante «Q GIANCARLO PETRELLA cantastorie Ippolito Ferrarese nella cui produzione a stampa si era incidentalmente imbattuto (Vittorio Rossi, Di un cantastorie ferrarese del secolo XVI. Appunti, «Rassegna Emiliana», II, 1890, pp. 435-446: 441). Peccato che l’interpretazione del noto filologo e storico della letteratura italiana sia piuttosto fantasiosa e le bolle di sapone siano tirate in ballo davvero a sproposito. O meglio, il sapone c’entra, ma non nella dimensione di una metafo- ui e nella stanza che riferisco subito dopo, pare che le poesie cantate dal Ferrarese siano paragonate a bolle di sapone». Così, in un articolo del 1890, si esprimeva Vittorio Rossi, autentico protagonista della Scuola Storica, a proposito del A sinistra: Tiziano (1480/85-1576), presunto ritratto di Ariosto e a destra: Tiziano, ritratto di Pietro Aretino, Londra, The Print Collector GIANCARLO PETRELLA insegna Bibliologia e Bibliografia presso l’Università Cattolica di Milano. Si è occupato di letteratura geografico-antiquaria fra Medioevo e Rinascimento (“L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento”, Milano, Vita e Pensiero, 2004) e di storia del libro a stampa fra Quattro e Cinquecento in numerosi articoli e monografie (tra cui “Uomini, torchi e libri nel Rinascimento”, Udine, Forum, 2007; “Fra testo e immagine. Stampe popolari del Rinascimento in una miscellanea ottocentesca”, Udine, Forum, 2009; “La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger. Un testo profetico nell’Italia del Rinascimento”, Udine, Forum, 2010; “Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia”, Venezia, Marcianum Press, 2010; “L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume”, Firenze, Olschki, 2012). Collabora stabilmente con “Il Giornale di Brescia” e il “Domenicale” del “Sole24ore”. Da questo numero esordisce sulla nostra rivista la Biblioteca di via Senato. Nel tempo libero fa il tifo per la più gloriosa squadra di calcio milanese (nata lo stesso anno della rivista “La Bibliofilia”). 26 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Da sinistra: Opera nova del superbo Rodamonte, Venezia, Gugliemo da Fontaneto a istanza di Ippolito Ferrarese, 1532, frontespizio; Transito de carnevale, Bologna, a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538. Edizione ignota ai principali repertori bibliografici. Unico esemplare noto Wolfenbüttel, Herzog-August Bibliothek, A. 168.8 Poet. (4). ra. Andiamo con ordine. Nel 1545, o poco oltre, si spegneva a Lucca Ippolito da Ferrara, misconosciuto cantastorie e commerciante ambulante di libri e altra mercanzia, la cui itinerante attività si era prolungata per quasi un ventennio dalla natia Ferrara alle strade e piazze di Venezia, Brescia, Bologna, Firenze e di parecchie località del centro Italia1. Per l’occasione un anonimo collega scelse di commemorarne l’attività commissionando la stampa di un lamento in ottave nel quale si finge che «il ferrarese in Luca, un giorno avanti la morte sua, facendosi dar la lira a quelli che lo governavano» ripensi alla propria esperienza di canterino2. Il componimento rivela particolari altrimenti inediti: Ippolito aveva moglie e figli a Ferrara e cercava proventi dalla vendita di altre mercanzie, forse persino più fruttuose. Il libro viaggiava assieme a una merce meno nobile, ma altrettanto remunerativa, il sapone appunto. Ecco perciò i versi incriminati cui alludeva Vittorio Rossi: «Io portavo fra gli altri il pregio, il vanto / facendo di savone argento ed oro / ... Adesso conosciute fien le balle / del Ferrarese dall’altrui sapone». Ippolito non paragona affatto le proprie composizioni poetiche a bolle di sapone, ma, col piglio di chi era abituato a reclamizzare a gran voce la bontà della propria merce, giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 27 Da sinistra: Galeotto Del Carretto, Comedia nuova intitulata Tempio de amore, Venezia, N. Zoppino e Vincenzo di Paolo, 1524, frontespizio; Forze d’amore, [Venezia, N. Zoppino] a istanza di Ippolito Ferrarese, 1537, frontespizio vanta la superiorità delle proprie ‘palle di sapone’, evidentemente così rinomate da giustificare persino gli affettuosi versi improvvisati da un anonimo lettore che ho scovato in calce alla copia del Lamento conservata presso la Biblioteca Marciana di Venezia (Misc. 2208/14): «Per lavarse le man con le sue balle / L’ha tolto i Dei, e non ha fatto male». L’inusuale compresenza di sapone e libro nell’attività di un cantimbanco fu dunque la ragione del curioso fraintendimento da parte di Vittorio Rossi. Non so quando da ‘cerretano’ Ippolito si sia fatto editore. Né so dire se smerciasse soltanto le edizioni stampate per suo conto o fosse invece anche libraio ambulante di libri impressi da altri. Di certo però a lui rimanda almeno una ventina di edizioni esplicitamente sottoscritte «ad instantia d’Hippolito Ferrarese» (ma la bibliografia è probabilmente ancora incompleta considerata la fragilità del materiale a stampa, per lo più opuscoli di poche carte, e il fatto che la maggior parte delle edizioni sopravviva in copia unica e parecchie, finora sconosciute, siano riemerse in biblioteche non italiane)3. Il numero è davvero elevato e rivela un’attività editoriale per nulla episodica, avviata nei primi anni Trenta del Cinquecento e conclusa prematuramente nella seconda metà degli anni Quaranta. Dal punto di vista bibliografico, alla luce dei dati oggi noti, l’attività editoriale prese avvio a Pesa- 28 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Colophon dell'edizione Pietro da Lucca, Opera santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta documenti, Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538. ro nel 1531, quando in data 26 luglio venne licenziata una plaquette sull’assedio di Firenze e il ritorno dei Medici in città che reca esplicitamente il suo nome al colophon come finanziatore: «Stampata impesaro ad instantia de Hippolito Ferrarese»4. È certo che l’anno successivo Ippolito abbia fatto tappa a Venezia e abbia colà commissionato a Guglielmo da Fontaneto un anonimo poemetto cavalleresco dall’allettante titolo Opera nova del superbo Rodamonte dietro il quale si cela forse la prima versione della Marfisa di Pietro Aretino5. La ricostruzione dell’attività editoriale di Ippolito dà il polso delle letture effetti- vamente richieste dal pubblico che si accalcava nelle piazze per sentirlo recitare e alla fine della performance acquistare sapone e libri. Fu il ferrarese Ippolito nel 1537 a commissionare a Venezia probabilmente a un altro ferrarese (il tipografo Niccolò Zoppino) l’edizione clandestina delle rime del concittadino Ariosto offerta con l’ampolloso titolo di «Forze d’amore opera nova nella quale si contiene sei capitoli di messer lodouico ariosto sopra diuersi sogetti non 30 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 piu venuti in luce»6. Nello stesso anno sempre a Venezia l’officina Bindoni-Pasini ristampò invece per il cantastorie girovago i Trionfi di lussuria (una prima edizione era evidentemente andata a ruba) che passano in rassegna le cortigiane romane in forma di parodia del poema petrarchesco. Ne sopravvive un unicum presso la Biblioteca Nazionale NOTE 1 Me ne sono occupato qualche anno fa in un paio di ampi contributi scientifici cui rimando il lettore: Giancarlo Petrella, “Ad instantia d’Hippolito Ferrarese”. Un cantimbanco editore nell’Italia del Cinquecento, «Paratesto», 2011, pp. 23-79; Ippolito Ferrarese, a Travelling ‘Cerretano’ and Publisher in Sixteenth-Century Italy, in Print Culture and Peripheries in Early Modern Europe, ed. by Benito Rial Costas, Leiden, Brill, 2012, pp. 201-226. 2 Il pianto e lamento fatto per Hippolito Ferrarese in Luca, [Venezia], post 1545. Unico esemplare noto (Edit16 on line CNCE 50117) presso la Biblioteca Marcia- di Napoli7. Il genere era assai in voga negli anni Trenta del Cinquecento, si pensi alla veneziana Tariffa delle Puttane e non stupisce di trovarlo nella cesta di un libraio ambulante. Seguendo l’esile filo delle edizioni, possiamo affermare che nel 1538 Ippolito si sia affacciato anche sulla piazza bresciana e na di Venezia. 3 Ne ho censite 20, di cui solo la metà conservate in biblioteche italiane (G. Petrella, “Ad instantia d’Hippolito Ferrarese”, pp. 65-79). 4 Bernardino Zoppo, Lamento di Firenze, Pesaro, a istanza di Ippolito Ferrarese, 26 luglio 1531 (Edit16 on line CNCE 37860. L’unico esemplare noto, mutilo, si conserva presso la Biblioteca Marciana di Venezia: Misc. 2405/6). 5 Opera nova del superbo Rodamonte, Venezia, Gugliemo da Fontaneto a istanza di Ippolito Ferrarese, 1532 (Edit16 on line CNCE 72372. L’unico esemplare noto si conserva presso la Biblioteca Corsiniana e dell’Accademia dei Lincei di Roma: 132 D 2/3). 6 Forze d’amore, [Venezia], [Nicolò Zoppino] a istanza di Ippolito Ferrarese, 1537 (Edit16 A2564; Edit16 on line CNCE 2598: ne sono noti quattro esemplari in biblioteche pubbliche italiane). Attribuisco l’edizione del ferrarese Ariosto (che quindi sarebbe opera di due altri ferraresi attivi in Laguna) alla tipografia di Niccolò Zoppino in base alla cornice silografica alla prima carta con putti, scudi, corazze, Mosè che mostra le tavole dei comandamenti nel montante superiore e, in bas de page, due putti che srotolano un cartiglio. Tale cornice risulta infatti a disposizione dello Zoppino che la im- giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano qui abbia preso accordi con la locale officina dei Turlini per imprimere il poemetto Del cavalier dal Leon d’oro e un testo di tutt’altro genere, un’opera in volgare di devozione popolare dal titolo Opera santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta documenti8. Non può non colpire la destrezza di questo cantimbanco che si fa editore di opere proprie ed altrui e smercia senza troppe remore poemetti cavallereschi, poesie d’amore, trattatelli devozionali e persino opere oscene. Ai Trionfi di lussuria sembra potersi infatti aggiungere un’edizione della Puttana errante di Lorenzo Venier commissionata nel 1538 a Venturino Ruffinelli che Salvatore Bongi cita nei suoi Annali di Gabriele Giolito di fine Ottocento ma di cui non sembra oggi più possibile rintracciare alcun esemplare9. A questo punto sembra però giustificata la perplessità manifestata da Bongi: «Certo è cosa singolarissima che una divota scrittura … si vendesse in banco per le piazze accanto alla Puttana Errante del Veniero ... Son tutti indizii della grandissima confusione dei costumi e delle opinioni che allora correvano in Italia!». piega in altre edizioni con sua esplicita sottoscrizione tra cui Galeotto Del Carretto, Comedia nuova intitulata Tempio de amore, Venezia, N. Zoppino e Vincenzo di Paolo, 1524 (nel mio precedente “Ad instantia d’Hippolito Ferrarese”, p. 43 per un evidente refuso sfuggitomi la data dell’edizione risulta 1528 anziché 1524, errore aspramente redarguito da L. Baldacchini, Cantastorie-editori nell’Italia del Cinquecento, in Mobilità dei mestieri del libro tra Quattrocento e Seicento, a cura di Marco Santoro e Samanta Segatori, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2013, pp. 225-226). Tale attribuzione è giudicata «discutibile» da Baldacchini (p. 226) secondo il quale «ad un’analisi 31 Nella pagina accanto da sinistra: Pietro da Lucca, Opera santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta documenti, Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538, frontespizio; incipit del cantare Bartolomeo Oriolo, Canto primo del Cavalier dal Leon d’oro qual seguita Orlando furioso, Venezia, Venturino Ruffinelli a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538. Qui sotto: Lamento d’Hyppolito detto il Ferrarese che cantava in bancha, [Venezia], post 1545 approfondita rivela poi differenze in più di un dettaglio», senza però proporre ulteriori prove né un’ipotesi alternativa. Il lettore potrà farsi un’idea confrontando la riproduzione di entrambe le cornici qui offerta. 7 Triumphi de lussuria sopra le cortegiane antiche de Roma, Venezia, Francesco Bindoni e Maffeo Pasini a istanza di Ippolito Ferrarese, gennaio 1537 (Edit16 on line CNCE 77311 registra un unico esemplare Napoli, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III). 8 Bartolomeo Oriolo, Canto primo del Cavalier dal Leon d’oro qual seguita Orlando furioso, Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538 (Edit16 on line CNCE 52753. Unico esemplare noto presso la Biblioteca Nazionale di Firenze). Pietro da Lucca, Opera santissima e utile a qualunque fidel cristiano de trenta documenti, Brescia, Damiano Turlini a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538 (Edit16 C3040; Edit16 on line CNCE 11066. Unica copia nota presso la Biblioteca Universitaria di Padova). 9 Lorenzo Venier, La puttana errante, Venezia, Venturino Ruffinelli a istanza di Ippolito Ferrarese, 1538 (edizione oggi sconosciuta, a suo tempo segnalata, ma senza indicazione di alcun esemplare, da Salvatore Bongi, Annali di Gabriele Giolito de’ Ferrari, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1890-95, II, p. 30). Mindshare Italia Assago (MI) Viale del Mulino, 4 Roma Via C.Colombo, 163 Verona Via Leoncino, 16 +39 02480541 +39 06518391 +39 0458057211 www.mindshare.it www.mindshareworld.com giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO IL VIAGGIO – LA NOTIZIA DEL MESE – L’EDITORE DEL MESE IL VIAGGIO LE ISOLE BORROMEE, FRA BELLEZZA, ARTE E NATURA Sul lago Maggiore, alla scoperta dei tesori dei principi Borromeo a cura di gianluca montinaro Seconda e ultima parte. La prima parte di questo articolo è stata pubblicata nel numero 5, maggio 2013 L’Isola Madre Isola Madre, la più grande tra le isole del Lago Maggiore, è rinomata per il lussureggiante giardino botanico che ospita rare essenze vegetali provenienti dalle più diverse latitudini e per le spettacolari fioriture che la rendono variopinta in ogni stagione. Il clima mite ha infatti permesso l’insediamento di una flora sorprendente e difficilmente reperibile in altri luoghi. L’aspetto dell’isola è andato modificandosi nel corso dei L’ secoli: inizialmente frutteto, poi uliveto, di seguito divenne un rigoglioso agrumeto, fino all’attuale parco botanico all’inglese che risale ai primi dell’800. Dal 2002 questo giardino fa parte del prestigioso circuito inglese della Royal Horticultural Society. Il percorso di visita incomincia percorrendo Viale Africa: questo luogo beneficia di un’esposizione particolarmente assolata tanto che la temperatura è maggiore di circa quattro gradi rispetto alla zona nord dell’isola. Si giunge quindi al Piano delle Camelie. Questo parterre prende il nome dalla bellissima spalliera di camelie introdotta per volere di Giberto V Borromeo e di suo figlio Vitaliano IX Borromeo e grazie all’abilità degli ibridatori e vivaisti Giuseppe e Renato Rovelli che furono tra i curatori del giardino isolano sul finire dell’ottocento. Il parco dell’Isola Madre è stato uno dei primi in Italia ad ospitare questo fiore dalla straordinaria eleganza la cui fioritura inizia a gennaio e si protrae fino a maggio. Da segnalare per importanza la Camellia japonica “Mitronesson vera”, ibridata all’isola Madre prima del 1840, la C. japonica “Gloria delle Isole Borromee” e la C. japonica “Gloria del Verbano”. Superato il parterre delle 34 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Camelie, nella stragrande maggioranza antiche, alcune delle quali hanno ormai quasi 200 anni. Sono oggetto di venerazione, per i molti cultori delle Camelie, la Mitronesson Vera e la Hagoromo, una delle più antiche varietà del Giappone, il cui nome significa “abito di piume”. Una passione, quella della Famiglia per le Camelie, che risale a Giberto V Borromeo e a suo figlio Vitaliano IX Borromeo che assieme ai vivaisti e giardinieri Giuseppe e Renato Rovelli, camelie sulla sinistra meritano attenzione il giardino mediterraneo e quello roccioso. Si passa al Piazzale della Darsena ove, sul lato sinistro, in una zona particolarmente fresca del giardino, vivono alcuni rigogliosi esemplari di felci tra cui la rara ed ormai quasi estinta Woodwardia radicans e la Osmunda regalis. A destra la darsena e il porticciolo del XVIII secolo, sullo sfondo un suggestivo scorcio di Pallanza e del promontorio della Castagnola. Il successivo Prato dei Gobbi prende il nome dalle radici del Taxodium che creano delle vere e proprie gobbe sul terreno. Nella parte alta, bellissimi rododendri arborescenti Himalayani hanno trovato le condizioni ideali per crescere tanto da formare un piccolo bosco. Alle loro spalle, nascoste qua e là, si scorgono le profumatissime Daphne Bholua e più in basso gruppi di azalee che creano contrasti di forme e colori. Sul Piazzale dei Pappagalli si incontrano, sulla destra, il prato delle Camelie reticulate e sulla sinistra le voliere dei pappagalli. Sui prati, in libertà, pavoni bianchi e azzurri, fagiani dorati, venerati e argentati. Un tempo l’isola Madre era una riserva di caccia: anche Napoleone durante il suo soggiorno all’isola Bella, venne a caccia in questo giardino. Sul fondo, lungo un viale di canfore e magnolie, il boschetto delle gardenie che fiorisce in luglio ed agosto. La fioritura delle camelie E’ un momento “assoluto” nella vita del giardino dell’Isola, da gustare in silenzio, lasciandosi andare all’emozione che il bello naturale esprime e dona. Nella sola Isola Madre sono presenti più di 100 varietà di introdussero svariate camelie nel giardino dell’Isola. Era il 1828 e fu il primo luogo nel nord Italia ad ospitare questa “nuova” affascinante pianta. Furono così messe a dimora numerosissime cultivar come la C. japonica Alba Plena, la C. japonica Montironi, la C. japonica Incarnata, e tantissime altre ancora. Venne anche avviato il lavoro di selezione di nuovi ibridi e cultivar ancor oggi considerati il simbolo del florovivaismo del lago Maggiore, come la C. japonica Gloria delle Isole Borromee, la C. japonica Lavinia Maggi e la C. japonica Gloria giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano del Verbano. Dopo anni di lavoro arrivarono a selezionare circa 500 varietà che riempivano l’isola per ogni dove, tanto che l’Isola Madre veniva definita come “l’isola delle camelie”. La collezione è stata poi ulteriormente ampliata introducendo anche le C. reticulata, la C. sinensis (Camelia del The), la C. sasanqua, la C. Granthamiana. Trattandosi di un giardino con una lunga storia alcuni esemplari hanno assunto le dimensioni di alberi. Le piantine collocate a dimora in quel lontano 1828 tra la curiosità di tutti, hanno creato una moda tanto che oggi le camelie, che restano la prima e più raffinata fioritura primaverile del giardino dell’Isola Madre, hanno “colonizzato” l’intero Lago Maggiore, dove vi è la massima concentrazione europea di camelie. Le protee Ci sono voluti tre decenni e infiniti tentativi per arrivare al grande annuncio: la prima collezione ampia di protee a cielo aperto in Italia. Il primato lo annunciano i Principi Borromeo che in questi trent’anni di tentativi hanno sostenuto il capo giardiniere dei loro Domini sul Lago Maggiore, Gianfranco Giustina. Sede della coltivazione sono i giardini dell’Isola Madre che, per varietà di specie botaniche, sono uno dei più ricchi parchi botanici in Italia. Il Parco Botanico dell’Isola Madre vanta una plurisecolare tradizione di acclimatamento e inserimento di specie provenienti da altri continenti e che qui hanno trovato un habitat ideale. Basti pensare a palme ed agrumi e al “Grande Vecchio dell’Isola Madre”, il celeberrimo Cipresso dell’Himalaya, oggi simbolo dell’Isola e della passione della Famiglia Borromeo per la botanica. Le protee, arbusto dalla meravigliosa fioritura fiammeggiate, è simbolo del Sud Africa. Le specie sino ad oggi censite tra Africa Australe, Australia, Nuova Zelanda e Sud America sono 117. Danno il meglio di sé in ambienti caldi e secchi. Condizioni molto diverse da quelle offerte dal clima del settentrione italiano e soprattutto della zona lacustre. Nel nostro paese tentativi di inserimento sono noti, a livello di ricerca universitaria, in Sicilia e da qualche privato collezionista. Che la coltivazione delle protee alle nostre latitudini si presentasse un’impresa ardua se ne trovò conferma anche trent’anni orsono quando all’isola Madre si diede il via ai primi tentativi di piantumazione ed acclimatazione di questa specie. L’idea era che in un giardino che si stava avviando a diventare uno dei più completi in ambito botanico, non potesse mancare 35 una zona dedicata alla Flora Australe. «Fu durante i primissimi anni ottanta ricorda Gianfranco Giustina, capo giardiniere di Casa Borromeo - che iniziò una corrispondenza con alcuni vivaisti Sud Africani che permise l’arrivo di semi freschi di protea. I tentativi di far germogliare questi semi tuttavia si mostrarono ben presto vani, le giovani e delicatissime plantule malgrado le amorevoli cure morivano inesorabilmente. Si tentò quindi di percorrere un’altra strada e fu così che attorno al 1985 attraverso il famoso cacciatore di piante e vivaista inglese Sir Harold Hillier arrivarono all’isola Madre alcune giovani piante di protea e di Banksia serrata, un’altra proteacea questa volta australiana, molto decorativa. Era questa la strada giusta, avere delle piccole piante da coltivare permetteva infatti di saltare la delicata fase della germinazione, come confermò la prima fioritura di una Protea cynaroides e di una Protea nerifolia che avvennero con grande soddisfazione nel 1988. Ben presto si 36 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 generalmente sull’isola dalle 7 alle 9 del mattino sull’ isola si creò una barriera frangivento composta da allori e da un filare di querce da sughero arrivate dalla Spagna. Si costruirono quindi 8 aiole rettangolari e nel 2009 si piantumò finalmente le prime protee in piena terra». Ed è così che oggi questo splendido fiore, multiforme come il dio greco da cui prende il nome, ha trovato finalmente un luogo ideale dove crescere e fiorire, portando una scheggia di vegetazione proveniente dall’altro emisfero alle nostre latitudini. ebbe conferma che il clima ed il terreno dell’Isola Madre permettevano l’inserimento di questo arbusto ma ci si rese tuttavia anche conto che i grandi picchi di umidità tipici di questa area del Piemonte facevano morire le protee. Malgrado questa constatazione i nostri abili giardinieri non si arresero e spronati nelle ricerche dalla Famiglia Borromeo cercarono nuove soluzioni per sormontare questi ostacoli. Intanto sempre attraverso Sir Hillier, negli anni ottanta arrivò dal Cile un’altra proteacea, l’Embothrium coccineum lanceolatum, chiamato “solforito” in onore della foggia a fiammiferi delle infiorescenze. Era veramente impensabile scommettere sull’acclimatazione di questa pianta ma il clima speciale dell’isola permise anche questo felice inserimento. L’albero di solforito divenne così grande (circa 6/8 metri d’altezza), che gruppi di persone si fermavano durante la fioritura ad ammirare i rami di fuoco di questa pianta addirittura visibile dalla costa durante la fioritura. Parallelamente arrivano anche alcuni semi freschi dall’Inghilterra di un’altra protea tipica questa volta della Nuova Zelanda, la Telopea speciosa. Questi semi divenuti giovani piante furono messi a dimora in piena terra dove fiorirono per la prima volta nel giugno del 1992 in una calda terrazza esposta a sud. Un altro traguardo era stato raggiunto con grande soddisfazione, la via dell’acclimatazione sembrava ben intrapresa. Tutto sembrava deporre al meglio ma come una potente scure la tromba d’aria che devasta l’isola Madre nel 2006 strappò e distrusse ad una ad una le protee, l’Embotthrium coccineum lanceolatum e la Telopea speciosa. Tanti anni di lavoro studio e ricerca vengono vanificati in una notte quando la furia dei venti del lago si abbattè sull’isola. Si decise allora di risistemare alcune aree del giardino dedicando una terrazza, in un punto particolarmente caldo ed assolato, alla protee e ad altre piante tipiche della flora Australe forti dell’esperienza ventennale acquisita nella coltivazione di queste piante. Per ovviare al freddo vento di tramontana che spira Le case di bambola, alla rocca Borromeo di Angera Stupiscono per la precisione dei dettagli, tanto da essere studiate come documenti sull’arredamento e la quotidianità di vita in tempi ormai lontani. Sono le Case di Bambola, un genere nato nel Seicento in Europa settentrionale e diventato, nei secoli successivi, “di moda” in tutte le case dell’aristocrazia e della ricca borghesia. Dal 25 maggio al 3 novembre alla Rocca Borromeo di Angera, all’interno di quello che è il più ricco ed importante Museo della Bambola e del Giocattoli attivo in Europa, si potranno ammirare pezzi di assoluta eccezione di Case di Bambola. Si tratta per lo più di esemplari rappresentativi dell’epoca d’oro del giocattolo industriale europeo databili tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo quarto del Novecento. Meraviglie lillipuziane come le casette e i negozi in miniatura prodotti dalla ditta tedesca di Moritz Gottschalk, eseguiti in legno con finiture di pregio, carte da parati nelle 38 stanze e perfino l’illuminazione elettrica per i modelli più moderni. Mobili, porcellane, tessuti, quadri, accessori vari completano gli arredi di queste incredibili creazioni. Non solo abitazioni ma, sempre con ogni dettaglio al suo posto, le casettescuole in scala ridotta, perfettamente complete di tutto il corredo didattico del tempo, dalle carte geografiche appese alle pareti fino ai piccoli banchi con libri e quaderni minuscoli, maestra e allieve comprese. Nei negozi, piccoli la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 oppure a misura di bambino, adatti ad un gioco senza tempo sempre attuale, si possono osservare le molte merci ridotte di taglia, esposte nelle vetrine, sugli scaffali, nei cassetti, vere e proprie testimonianze di usi e abitudini oggi distanti anni luce da noi, specialmente se confrontati con gli attuali centri commerciali e supermercati. Così come nella stanzacucina, ricchissima di accessori e con i semplici mobili di legno dipinto di fattura tedesca, gli occhi si perdono tra la varietà di tantissimi strumenti domestici che oramai ci appaiono spesso sconosciuti nella loro funzione antica. Rami lucenti, pentole di stagno e alluminio, padelle di ferro, grattugie, scope, scopine, secchi, tutto quello che poteva servire per l’igiene della casa e, immancabile, la vecchia stufa di ferro a legna; indispensabile cuore caldo della stanza. Conclude la stupefacente rassegna la piccola casa della favola di Hansel e Gretel, fatta di marzapane, biscotti e delizie dolci, perduta nel bosco e custodita dalla famiglia dei porcospini; un piccolo ricordo di sogni e fiabe spesso paurose ma ghiotte, nelle quali i bambini che si allontanavano da soli e si perdevano nel bosco erano sempre vittime di astute streghe cannibali: metafora di una società che già allora aveva ben chiari i rischi che i bambini potevano correre, ma che a differenza di quelli odierni ben peggiori, si sarebbero risolti, nel peggiore dei casi, con una crisi glicemica e una bella indigestione. Stupiscono, ma non troppo, altre “case di bambola”: si tratta di altari giocattolo con arredi sacri e paramenti giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano pensati per “educare” bambini destinati dalla famiglia al sacerdozio. Perché le case di bambola non erano solo giochi ma strumenti educativi per future padrone di casa, per gestori di negozi ed attività commerciali, per educatori e, perché no, per suore e sacerdoti. Le case di bambola ebbero origine e diffusione presso le classi aristocratiche a partire dal XVII secolo, prevalentemente nell’Europa del nord e in nazioni quali l’Olanda, la Germania e l’Inghilterra. Inizialmente progettate come veri e propri modelli di case reali in scala ridotta, abbandonarono la connotazione puramente architettonica per trasformarsi in giocattoli di lusso, spesso vere e proprie copie della dimora nella quale erano ospitate e della quale portavano il nome. Durante il XVIII secolo si erano oramai diffuse in tutta Europa, sempre ad appannaggio dei nobili, diventando preziosi balocchi per grandi e piccini che, insieme e attraverso successive generazioni, continuavano a conservarle e arredarle seguendo una continuità storica spesso influenzata dal mutare delle mode e degli stili. Il mondo domestico del passato è qui rappresentato attraverso lo schema della casa e delle sue stanze, con tutte le funzioni della vita del palazzo e delle regole sociali ben evidenziate da arredi e accessori miniaturizzati, sempre di grande qualità e fedeli copie del reale. Si tratta di oggetti ricchi di significato e storia, testimoni straordinari utilissimi per conoscere meglio usi e abitudini dettati dalle regole del vivere quotidiano, significativi di gruppi sociali che oggi ci appaiono così distanti. Nell’Ottocento, con l’affermazione economica della nascente classe borghese, le case di bambola si diffusero ulteriormente come vero e proprio status-simbol, fabbricate appositamente per il crescente mercato dei nuovi ricchi che cercavano un riconoscimento sociale imitando usi e costumi delle storiche famiglie blasonate, assunsero un aspetto più artigianale e meno artistico, perdendo spesso i caratteri di unicità antichi in favore di una certa serialità, facendosi anche più piccole e 39 maneggevoli. La crescente richiesta di giocattoli da parte della borghesia, fece sì che le case di bambola e tutti gli accessori utili al loro arredo diventassero merce ricercata e comunque abbondantissima, prodotta da industrie specializzate prevalentemente tedesche e francesi, pubblicizzata tramite cataloghi illustrati e grandi magazzini. Informazioni: www.borromeoturismo.it 40 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 LA NOTIZIA DEL MESE Il movimento culturale “Nuova Oggettività”: lo stato attuale dei lavori di sandro giovannini l movimento di pensiero della Nuova Oggettività, popolo, partecipazione destino si è formato nel 2010 sulla spinta di un’esigenza diffusamente sentita, sia in ambienti accademici che più ampiamente creativi, di reazione al degrado complessivo della nostra qualità di vita relazionale. E’ facile presumere che infinite e ripullulanti reazioni di tal genere e che possano seguire un percorso analogo, non perverranno disperatamente mai a creare qualcosa di reale e di duraturo, se non riusciranno a insediarsi su una stabilità di stile comportamentale e su una efficace capacità di incidere, nello specifico. Ovvero non si può chiedere I a un movimento di pensiero di progettare e poi compiere un periplo simile a quello di un movimento di opinione o di un movimento politico. La confusione dei piani è direttamente proporzionata alla confusione generalizzata che presiede corrivamente al degrado. Ma è ovvio che nello specifico, appunto, si giocano i destini di ogni intrapresa. Per questo abbiamo progettato un accordo fra anime distinte e ben consapevolmente coordinate in funzione di un possibile massimo comun denominatore, che una idea tradizionale e progressiva assieme, potesse rendere raggiungibile, al di là delle ormai logore mappature sinistra-centro-destra. A tal fine, se pure il movimento stesso non può rinunciare, a pena d’intrinseca negazione, al pensiero inattenuato, è certo che si procede sulle linee che meglio definiscono l’orizzonte cupo di rovine e macerie e le aurorali luci reali e potenziali. Nella logica organica di una visione del mondo spiritualmente orientata, per noi conta la scelta olista, comunitarista, partecipativa, differenzialista, anticapitalista e antiglobalista. Non crediamo che tali scelte possano oggi reputarsi “minimali”, ma anzi “massimali”, perché individuano le vere afflizioni e i veri rimedi, e quindi possono saggiamente e nobilmente mettere in secondo piano differenze di etichettature e far venire in primo piano desiderio di unità e di riscatto… Nel mondo della follia globalista, nuovamente scatenata, tesa a minacciare con se stessa tutti i filistei, dobbiamo mantenere l’equilibrio del nostro mondo, generato da secoli di civiltà orgogliosa e tenace, e ora in mano a una oligarchia plutocratica di usurai del pensiero e della comunità senescente, noi consci che le divisioni e i distinguo inutili sono lo strumento essenziale per i nostri avversari. Non siamo responsabilmente interessati alle etichette letteraliste, essendo consapevoli di quale livello giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 41 d’impotenza e di neutralizzazione esse abbiano prodotto nella coscienza comunitaria. Per ora quindi disgraziatamente le subiamo, ma appena potremo le rivolgeremo contro chi le impone con il visus degli ipocriti e con la sicumera degli inutili. Procederemo valorizzando riconoscibilmente lo stile antinarcisista, sobrio e rispettoso di ogni nostra dimensione, sensibilità e potenzialità, ma anche sicuro nel dovere, potere e voler riconoscere, nel nostro movimento di pensiero, una élite compatta, forte e agente. Questo per il merito. Per il metodo abbiamo privilegiato prima l’incontro progressivo con una base intellettuale e creativa di qualche centinaia di autori, tramite moltissime occasioni d’incontro comunitario che si sono sviluppate in tante presentazioni, conferenze e seminari allargati. Abbiamo poi dal maggio 2011 attivato il blog collaborativo «Nuova Oggettività», spazio on line per il progetto complessivo. A cura della Segreteria, tutti con gli stessi diritti d’intervento, un sottospazio ad personam - vedi categorie personalizzate. Il web oggi è fondamentale per la comunicazione, la divulgazione e la visibilità culturale ed è anche, il blog, una sorta di stanza virtuale non stop per interfacciarci e non ultimo un memo, un archivio costante per seguire con facilità il divenire del progetto. Poi abbiamo iniziato le pubblicazioni cartacee in testi di cui il primo, il nostro Libromanifesto è uscito in due tirature, per la Heliopolis Edizioni, nel 2011, e ha coinvolto 150 sottoscrittori, oltre novanta scriventi e due allegati multimediali, un infolio ludicofilosofico e un cd di musica classicocontemporanea del maestro Mario Mariani. Ora sta uscendo un nuovo testo: una sorta di libro-idea, provocatoriamente intitolato: Per quale motivo Israele può avere 400 testate atomiche e l’Iran nessuna? con sottotitolo: L’impero interiore. I trentadue scriventi sono stati decisamente invitati a non rispondere alla domanda del titolo ma a una qualsivoglia domanda che loro stessi reputassero, in pienissima libertà di tema e stile, drammatica e/o dirimente. In tal modo si evidenzia il tabù, infruttifero di dialettica, e si compie una libera e orgogliosa ricognizione priva di steccati e realmente rivelatoria. Si manifesta quindi un antagonismo reale rispetto a una asfissiante subalternità culturale e nello stesso tempo si esplora il mondo interiore di questi intellettuali coraggiosi, che hanno provenienze e sensibilità ben diverse. In corso di pubblicazione, oltre al libro-idea, abbiamo altre iniziative editoriali che indicano che il nostro movimento di pensiero è intelligentemente attivo, come un instant book curato dal nostro blogger Roberto Guerra, che scandaglia non solo il nostro perimetro ma anche quelli 42 potenzialmente limitrofi e afferenti. Dobbiamo dar conto anche di un meraviglioso lavoro di ricerca che il nostro portavoce, Giovanni Sessa, ha ultimato su Andrea Emo e che verrà pubblicato, in autunno, da Bietti, (Giovanni Sessa: La Meraviglia del Nulla. La filosofia di Andrea Emo, Bietti, 2013). Tale primo lavoro organico su Emo apre nuove prospettive di ricerca non solo sul filosofo veneziano ma anche su tutto quell’universo intellettuale del ‘900 che ancora implica e impone il varco nichilista, all’attuale ricerca di significato e ragione e sarà per noi un banco di prova necessario e salutare. Questo testo principale sarà anche seguito da un breve lavoro (quanto alla forma, una tavoletta Heliopolis, in tiratura pregiata e limitata) dello scrivente su alcuni punti giudicati importanti del testo primario di Sessa. In più, abbiamo già la prospettiva di un nuovo importante lavoro editoriale, di un ulteriore libro-idea, per il 2014-2015, al quale cominceremo a lavorare appena avremo finito di presentare i lavori di quest’anno. La Nuova Oggettività quindi è nata con la vocazione profonda di un superamento delle classiche barriere ideologiche del ‘900. Pertanto non un raffazzonarsi anarcoide o una moda più o meno populista implicante, nel profondo, nuove e vecchie subalternità, quanto una difficile ricognizione di ciò che si può fare realmente in questo campo e di ciò che è ancora impossibilitato soprattutto perché il pensiero unico che determina il mondialismo ha ben la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 da servirsi di scioccaggini, primitivismi e false rappresentazioni, al proprio scopo di dominio universale. Noi però siamo in grado, proprio perché vi sono origini differenti, di mettere in opera un reale superamento perché lo operiamo in corpore vili, ovvero principalmente e primieramente su di noi, senza sottovalutare minimamente il potere inesausto della pesanteur, e dell’ormai folle condizionamento del sistema neocapitalista, nella sua superfetazione finanziarista, sicuramente avvitato nel proprio voraginoso fallimento. Da ciò che ho detto sopra si evince l’autentico antagonismo. Non ci interessa battibeccare come i “polli di Renzo”, ma vivere in un mondo che vogliamo rendere sempre meno dipendente, sia spiritualmente che materialmente, dalla follia del sistema per uccidere i popoli. Le divise, le casacche formali, i letteralismi, tendono intimamente e inevitabilmente al pleonasmo e ormai molti ne possono fortunatamente essere accorti esegeti. Poche volte nella storia la divisa, se non essenzializzata e privata di orpelli, ha saputo rimanere un segno di sobrietà efficace. Poi, il legno storto della condizione umana resta tale sempre e necessita di quella presa d’atto di un ritrovabile coraggio, che non si oppone per principio alla divisa, sistema di contenimento e controllo, ma sa trasfigurarla, rapportato alla follia ormai innegabile del sistema. Tutti coloro che provano a fuoriuscire dal sistema sono benemeriti, qualsiasi sia la loro divisa, la loro matrice e qualsiasi siano persino le loro idiosincrasie e le loro difficoltà di relazione. Fuori dal sistema per uccidere i popoli, e fuori dal sistema dell’autoreferenza, che porta in un vicolo cieco, si aprono nuove strade e saremo giudicati solo dalla serietà che avremo messo lungo il clinamen, per rendere il nostro popolo ritrovato capace di una partecipazione autentica a un preciso destino non eterodiretto. Tutto il resto crediamo sia retorica. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 L’EDITORE DEL MESE Salerno Editrice: un impegno per la cultura. Quarant'anni di storia e letteratura di annamaria malato, amministratore delegato della Salerno Editrice ondata a Roma il 2 febbr. 1972, la Salerno Editrice (filiazione della Giovanni Salerno Editore di Milano) ha celebrato nel 2012 i 40 anni dalla fondazione; poco meno di 60 anni dalla nascita della Editrice Antenore, già “modello” e punto di riferimento ideale nelle scelte della prima, dal 2000 entrata a far “gruppo” con questa, in un percorso editoriale e culturale comune. Sono stati anni densi di iniziative e di risultati. Nata come Editrice specializzata nella pubblicazione di classici («I novellieri italiani», «Testi e documenti di letteratura e di lingua», «Documenti di poesia», «I Diamanti», in parte «Omikron», «Minima», «Faville»), la Salerno ha poi ampliato il suo spazio di interesse, includendovi la ricerca critica e storica, l’indagine storico-artistica, il recupero di antiche e preziose testimonianze della tradizione culturale italiana ed europea, la progettazione di grandi opere di sintesi o progetti di F ricerca di straordinario respiro, che ne hanno fortemente marcato il profilo e il marchio: riconosciuto oggi nel mondo come un simbolo della più avanzata e raffinata editoria di cultura in Italia. Tutte le iniziative – pilotate dal suo fondatore e attuale presidente, Enrico Malato, professore di Letteratura italiana nell’Università di Napoli Federico II – sono andate avanti con costante impegno, pur variamente condizionato da circostanze talvolta non favorevoli. Cosí, la collana «I novellieri Italiani» ha pubblicato 29 volumi in 44 tomi, con punte di novità ed eccellenza come Il novellino, in SALERNO EDITRICE VIA VALADIER, 52 - 00193 ROMA, ITALIA Telefono 06 3608201 Fax 06 3223132 www.salernoeditrice.it [email protected] prima edizione critica dopo secoli di incertezze, i Racconti esemplari di predicatori del Due e Trecento (3 tomi), Le giornate e Le piacevoli e amorose notti dei novizi di Pietro Fortini (2+2 tomi), Gli Ecatommiti di G.B. Giraldi Cinzio (3 tomi), ecc., mentre sono in corso di pubblicazione titoli di grande calibro: come i Racconti di Fogazzaro, nel Centenario della morte, e Lo cunto de li cunti di G.B. Basile, per la prima volta proposto in un testo napoletano restaurato, corredato di nuova e affidabile traduzione letterale. Così altre collane di classici, dove sono uscite edizioni di alto spessore: dalle Pasquinate romane del Cinquecento (2 tomi) a Tutte le Opere di Lorenzo de’ Medici (2 tomi), per il Cinquecentenario della morte di Lorenzo, nel 1992; dalle edizioni critiche delle Rime di Giovanni della Casa (2 tomi) e di Pietro Bembo (2 tomi) a quella delle Myricae di Pascoli; dai Ricordi di Loise de Rosa, documento prezioso del volgare napoletano del Quattrocento, a Tutte le poesie in lingua e in dialetto tursitano (con traduz. a fronte) di Albino Pierro, un evento nella storia della poesia italiana del ’900. Nei «Diamanti», piccole e preziose edizioni di grandi classici – italiani; latini e greci; stranieri; grandi traduttori –, sono stati accolti i maggiori autori della letteratura universale, ad oggi per oltre 40 volumi. Sul fronte Antenore si giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano distinguono le edizioni critiche delle maggiori opere di Galilei (Dialogo sopra i due massimi sistemi, in 2 tomi, Discorso delle comete, Il Saggiatore), del Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, nella serie «Medioevo e Umanesimo»; la monumentale edizione delle inedite Postille al Virgilio Ambrosiano di Francesco Petrarca (2 tomi), nella serie «Studi sul Petrarca», ecc. Nello stesso tempo sono state varate e portate avanti “Grandi Opere”, sintesi storiche focalizzate sui momenti ed eventi più significativi della storia universale: in ordine di uscita, Lo spazio letterario di Roma antica (5+1+2 = 8 voll.), Lo spazio letterario della Grecia antica (5+1 = 6 voll.), Lo spazio letterario del Medioevo (5+5+3 = 13 voll. in 15 tomi), la Storia della letteratura italiana (9+5 = 14 voll.), tutti pubblicati; la Storia d’Europa e del Mediterraneo (15 voll., di cui 12 pubblicati). Accanto a queste, collane come «Biblioteca storica» e «Profili», legate ai nomi illustri di Luigi Firpo prima, poi di Giuseppe Galasso, «Studi e Saggi», diretta da Paolo Orvieto, «Piccoli saggi», «Sestante», «Periscopio», le ricordate «Omikron», «Minima», «Faville» ecc., fino alla recentissima «Aculei», diretta da Alessandro Barbero, hanno aperto nuove prospettive all’impegno editoriale della Salerno Editrice, con punte a volte di notevole rilievo nel consenso della critica e del pubblico. A sinistra: il Prof. Enrico Malato, Presidente della Salerno Editrice e la figlia Annamaria Malato, Amministratore delegato. A destra: il Prof. Malato al Quirinale presenta il Breviario Grimani al Presidente della Repubblica Basti ricordare, piluccando anche negli spazi “fuori collana”, Il millennio bizantino di Hans Georg Beck, la Storia dei Goti di Herwig Wolfram, Da Costantino a Carlo Magno di Friedrich Prinz, fino al Giustiniano di Georges Tate, al Federico II di Wolfgang Stürner, cui è stata riconosciuta l’autorevolezza della biografia classica di Kantorowitz, il Carlo Magno di Georges Minois, fino al Napoleone di Luigi Mascilli Migliorini, il Cavour di Adriano Viarengo, l’Adriano di Yves Roman, ecc. E si aggiungano almeno La prosa d’arte antica di Eduard Norden (2 voll.) e i Saggi e i Nuovi saggi di linguistica e filologia italiana e romanza di Arrigo Castellani (3+2 = 5 tomi); nonché le monumentali edizioni de I Promessi Sposi, riprodotti nella medesima forma dell’edizione originale del 1840-’42 (2 tomi), e I Deipnosofisti (i dotti a banchetto) di Ateneo (4 voll. di pp. 2952 + 124 di tav. f.t.), prima edizione moderna, commentata e illustrata, della più grande enciclopedia del mondo antico, per la prima volta 45 fissata nel testo greco e tradotta in italiano: frutto del lavoro di un’équipe di circa quindici studiosi coordinati da Luciano Canfora. La collaborazione con il Centro Pio Rajna - Centro di studi per la ricerca letteraria, linguistica e filologica, ha poi creato le condizioni, a partire dalla fine degli anni ’80, per un programma editoriale focalizzato su grandi imprese. Tale la BiGLI («Bibliografia Generale della Lingua e della Letteratura Italiana»), vero e proprio “censimento” della cultura italiana nel mondo, iniziata nel 1991 e giunta al vol. XVIII (18 voll. in 37 tomi per compl. 29.000 pp., con circa 490.000 dati bibliografici); tale la serie delle Edizioni Nazionali (delle Opere di Niccolò Machiavelli, di Pietro Aretino, dei Commenti danteschi), di cui si allineano negli scaffali decine di volumi per decine di migliaia di pagine, accolti con grande plauso; tale la grande impresa (e la grande sfida) degli Autografi dei letterati italiani, dal Tre al Cinquecento, 46 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Da sinistra: cofanetto del Breviario Grimani e un’immagine tratta dal Breviario Grimani di cui un grande volume è pubblicato, tre sono in stampa, altri in avanzata preparazione. Affine la serie dei periodici: «Filologia e Critica», «Studi Linguistici Italiani», «Interpres. Rivista di Studi quattrocenteschi», «Medioevo Romanzo», «Res Publica Litterarm», ecc., e (con la sigla Antenore) «Italia Medioevale e Umanistica», «Studi Petrarcheschi», ecc., voci riconosciute tra le più autorevoli nel panorama della pubblicistica scientifica internazionale. In questo contesto si collocano le iniziative dantesche, che hanno portato un contributo importante al progresso degli studi su Dante: dal Censimento e dalla Edizione Nazionale dei Commenti danteschi, appena ricordata (12 + 2 voll. in 33 tomi per 24.000 pp. pubblicati, 4 in corso di stampa), alla «Rivista di studi danteschi» (dal 2001: 23 voll. pubblicati), alla «Biblioteca storica dantesca» (5 voll. in 8 tomi pubblicati o in stampa), ecc., fino alla monumentale «Nuova Edizione commentata delle opere di Dante (NECOD)», onorata dall’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, sostenuta dalle Fondazioni Banco di Napoli e Banco di Sicilia: il più solenne “omaggio” a Dante in occasione del Settecentenario della morte, che cadrà nel 2021. Una «Nuova Edizione», interamente riveduta nei testi, corredata di nuovi commenti e ampie appendici documentarie, di tutte le opere del Sommo Poeta, idonea a proporne una lettura moderna, aggiornata ai progressi che gli studi danteschi hanno compiuto negli ultimi cento anni: di cui sono usciti i primi due volumi (De vulgari eloquentia, Fiore e Detto d’Amore) nel novembre 2012, mentre un terzo (Monarchia) è in stampa. Né può tacersi di un settore di attività tanto impegnativo quanto prestigioso, cui la Salerno Editrice si è avvicinata alla metà degli anni ’80 e che ha coltivato con necessaria prudenza, ma con estremo rigore e con risultati di segnalato rilievo: quello dei facsimili. Basti ricordare la serie dei «Codices mirabiles», iniziata nel 1985 con una riproduzione del Codex Purpureus Rossanensis, straordinario evangelario greco del VI secolo, 48 interamente scritto in argento e oro su pergamena purpurea, continuata con il Dioscurides Neapolitanus, altro codice greco del VI-VII secolo illustrativo di rare piante ed erbe medicinali, e via fino alla Bibbia dei Crociati, mirabile manoscritto miniato di (San) Luigi IX (sec. XIII), ecc., fino al recentissimo e davvero fuori dall’ordinario Breviario Grimani: il capolavoro della miniatura fiamminga del Rinascimento (fine XVinizi XVI secolo), monumento di ben 835 fogli, pari a 1670 pagine, di cui 1580 decorate con oro: lasciato nel 1520 in eredità alla Serenissima Repubblica di Venezia dal Card. Domenico Grimani, che lo aveva acquistato per 500 ducati d’oro, con questa disposizione testamentaria: «quod Breviarium, tam quam rem nobilissimam et pulcherrimam, ostendere debeat personis honorificis quandocumque oportunum fuerit» (‘il quale Breviario, come cosa nobilissima e bellissima, venga mostrato unicamente a persone di straordinario riguardo e soltanto in circostanze eccezionali’). Rimasto perciò di fatto sconosciuto per secoli, “scoperto” dal grande pubblico solo grazie al facsimile. la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Immagini tratte dal Breviario Grimani Altri preziosi facsimili sono stati realizzati fuori di quella serie elitaria: e si ricordino qui solo quelli relativi a insigni codici danteschi, dal Codice Filippino (prima metà del sec. XIV) al cosiddetto Riccardiano-Braidense (id.), con il commento di Iacomo della Lana, al Dante historiato da Federigo Zuccaro, suggestiva rappresentazione figurativa della Divina Commedia in un album di grande formato, elaborato dal grande pittore verso la fine del ’500. Sullo stesso piano si colloca il facsimile del codice Vaticano Latino 3195, pubblicato con il marchio Antenore nel 2003 in vista del Centenario di Francesco Petrarca: riproduzione del commovente manoscritto in gran parte autografo al quale il Poeta aretino, ormai prossimo alla fine, ha affidato l’ultima redazione dei suoi Rerum vulgarium fragmenta, cioè le sue Rime. 40 anni sono un tempo lungo, durante il quale si misura davvero la qualità di ciò che si offre all’attenzione del pubblico. Un progetto culturale di grande respiro, un impegno ininterrotto, che ora si porta alle prove forse più significative: il progresso dei «Novellieri italiani», con titoli importanti che hanno avuto lunghi anni di gestazione, e degli Autografi dei letterati italiani; il completamento della Storia d’Europa e del Mediterraneo, che per la prima volta tenta una messa a fuoco del “fenomeno” Europa, in cerca di una propria identità; l’avanzamento della Edizione Nazionale dei Commenti danteschi, della ricerca storica su Dante e la sua opera, la realizzazione della «Nuova Edizione commentata delle Opere di Dante (NECOD)», appena avviata, che si propone come il progetto più ambizioso ed esaltante della Salerno Editrice in vista del mezzo secolo di vita. E naturalmente la continuazione della BiGLI, ormai matura per essere trasformata in “banca dati”. I tempi non sono fausti per la cultura in generale e per l’editoria di cultura in particolare. Doppiato il Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, si confida che non mancherà ancora il consenso che ha permesso alla Salerno Editrice e alla consociata Antenore di procedere nel cammino fin qui percorso. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 Il libro del mese Io dirò la verità. Intervista a Giordano Bruno Non fu Bellarmino il vero carnefice del Nolano GUIDO DEL GIUDICE I ntervistare Giordano Bruno è un’idea che mi ha sempre affascinato. Non potendogli dare un volto, dargli almeno una voce, strappargli finalmente quella mordacchia, triste simbolo di una tradizione che lo ha esaltato come martire ma lo ha zittito come pensatore. Affermare che, se il mito del “martire del libero pensiero” ha resistito intatto fino ai nostri giorni, ciò non è dovuto soltanto al supplizio che dovette subire. Tanti altri valorosi e indomiti ingegni patirono sorte anche peggiore: penso a Giulio Cesare Vanini, a Jan Hus o a perfetti sconosciuti che la storia neanche ricorda. Ma, nel suo caso, ad essere bruciato vivo dalla Chiesa cattolica fu uno dei massimi filosofi di ogni tempo, un profeta animato da un entusiastico desiderio di farsi ascoltare. Egli si decise ad affrontare il supplizio quando si rese conto che ciò gli era impedito per sempre. La sorte e la storia gli assegnarono un curioso destino: l’essersi immolato in nome della libertà di espressione, finì GUIDO DEL GIUDICE, “IO DIRÒ LA VERITÀ. INTERVISTA A GIORDANO BRUNO”, Roma, Di Renzo Editore, 2012, pp. 128, 12 euro. Guido Del Giudice (Napoli, 1957) è uno dei massimo studiosi al mondo delle opere e del pensiero di Giordano Bruno. Autore di svariati saggi (fra cui si ricordano “La disputa di Cambrai” e la curatela della “Somma dei termini metafisici”) ha anche costruito il più completo sito internet (www.giordanobruno.info) sul Nolano. per compromettere la diffusione apostolica della sua predicazione filosofica. Ed è perciò ascoltandolo che gli renderemo merito, non certo innalzando solenni simulacri ad un sacrificio, che dovrebbe essere funzionale alla conoscenza e allo studio del suo straordinario pensiero e non viceversa. Un’immaginaria intervista mi sembrava, perciò, la forma ideale per un’esposizione quanto più possibile chiara e concisa dei concetti fondamentali della Nolana filosofia. Non era facile, però, trovare l’ambientazione adatta. Personaggio perennemente “on the road”, Giordano Bruno stabiliva pochissimi contatti, anche nelle sedi dove si intratteneva più a lungo. Convinto che “al vero filosofo ogni terreno è patria”, si spostava continuamente, alla ricerca di una base operativa per la sua missione di insegnamento e di riforma civile e religiosa. Così, a parte il convento di S. Domenico dove aveva studiato e si era formato, il luogo dove soggiornò 52 più a lungo (quasi otto anni!) furono, purtroppo, le carceri dell’Inquisizione. Lo spunto per la realizzazione del progetto emerse nel corso dei miei studi sulle vicende processuali e sui suoi protagonisti. Bruno, infatti, incontrò in carcere i due più eminenti rappresentanti del suo Ordine: il Maestro Generale dei Domenicani Ippolito Beccaria e il suo Vicario Paolo Isaresi, incaricati dal Collegio giudicante del Santo Uffizio Romano di esperire un ultimo tentativo di persuasione dell’eretico pertinace. Quale migliore occasione per un confronto, che gli consentisse di esporre le sue reali convinzioni! Le ricerche su Beccaria mi svelarono, inoltre, una nuova, interessante verità. Personaggio finora trascurato dai biografi, questo religioso inflessibile e spietato si era distinto per il rigore persecutorio nei confronti del confratello, molto prima dell’entrata in scena del cardinale Roberto Bellarmino, da sempre identificato come il “carnefice” della vicenda. Era stato lui ad insistere per la tortura grave e reiterata nei confronti del prigioniero, senza però riuscire a piegare l’indomita fierezza del Nolano, fermamente deciso a difendere i capisaldi della sua filosofia fino alle estreme conseguenze. Bruno: Quale onore! Anche oggi il Reverendissimo Padre Generale si degna di farmi visita la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 nella mia umile cella! Beccaria: Hai poco da scherzare. Due mesi fa, il 16 settembre, ti furono presentate otto proposizioni sicuramente eretiche da abiurare. Oggi rispondi che non devi né vuoi pentirti: cosa è successo? Che ti è passato per la testa in questo breve lasso di tempo? Bruno. Di cosa dovrei pentirmi? Di essere venuto ad annunciare la verità? Che Mercurio sarei se ammettessi che erano tutte falsità? Non fa parte dei miei compiti stabilire quale sia la buona o la cattiva chiesa, se sia più giusta la cattolica, piuttosto che la calvinista o la luterana. Su questo sono pronto a confrontarmi e ad ammettere i miei errori. Sono un filosofo non un teologo. Ma quando mi chiedi di pentirmi di aver sostenuto la teoria eliocentrica, di aver annunziato l’infinità dell’univer- so, mi stai dicendo: pentiti di essere Giordano Bruno! Allora non posso che risponderti: Non so di che cosa devo pentirmi! Di essere me stesso? Impossibile! Beccaria. Ancora la tua irragionevole presunzione! Eppure siamo stati comprensivi con te: a nessun’altro sono state offerte tante possibilità di redimersi. Confidavamo che la tua indubbia intelligenza, ti facesse riconoscere gli errori commessi. Bruno. Parliamoci chiaro, Ippolito! Questo processo è stato solo un lungo tentativo di compromesso: scambiare l’abiura delle mie critiche “teologiche” con la difesa del nucleo “filosofico” del mio pensiero. Io sarei stato anche disposto ad abiurare, del resto l’avevo già fatto a Venezia. Non avrei avuto problemi a liberarmi della zavorra delle affermazioni blasfeme, presenti in alcune mie opere o delle bestemmie che Mocenigo e i miei compagni di cella mi hanno sentito pronunciare in momenti di ebbrezza o di sconforto. Che Cristo fosse un tristo, un profeta o un mago, che l’avessero impiccato o crocefisso poco mi importa. Non è questa la sostanza del mio pensiero, quello che ho predicato e annunciato in giro per l’Europa. Lo sapete fin troppo bene e state giocando con me come il gatto col topo. State cercando di fiaccare la mia resistenza alternando torture e segni di clemenza, offerte di compren- giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 Ettore Ferrari (1845-1929), Il processo di Giordano Bruno davanti all’Inquisizione Romana, bassorilievo in bronzo, Roma, Campo de’ Fiori. Nella pagina accanto, dello stesso autore, monumento in bronzo raffigurante Giordano Bruno sione e richieste di sottomissione e pentimento. Ma non cadrò nel vostro tranello! Il vostro scopo è chiaro ormai: ciò che volete in realtà è una completa, incondizionata rinuncia ai fondamenti del mio pensiero. Beccaria. Vogliamo soltanto convincerti dell’assurdità delle tue teorie. Sei un uomo di valore, Giordano, conosci alla perfezione le Sacre Scritture, Aristotele per te non ha segreti: come fai a non renderti conto della vacuità delle tue idee? Come puoi sprecare il tuo sapere in vane favole? Non ti accorgi che le tue ipotesi poggiano sul nulla? Bruno. Questa mia filosofia mi aggrandisce l’animo e mi magnifica l’intelletto! Essa è consapevolezza della vicissitudine umana, è gioia nel sentirsi immersi nella divinità della natura, è un pizzico di furore eroico per giungere a contemplarla; è assenza di rassegnazione, perché tutto muta e alla notte segue immancabilmente il giorno, è assenza di esaltazione perché avviene il contrario. La Nova filosofia è pienezza di vita, è fiducia nelle capacità fisiche e intellettuali dell’uomo vero, “animato” non bestiale, è assenza di coercizioni, di barriere alla conoscenza, sete di infinito. Per tutto questo non posso abiurare! Quando mi sono reso conto che era a questo che miravate, all’es- senza del mio pensiero, per il quale mi sono battuto per tutta la vita, ho capito che il ciclo della mia vicissitudine era ad una svolta. Isaresi. Possibile che tu, sempre così pronto a dissimulare, non possa transigere su qualche punto del tuo pensiero, nemmeno di fronte alla morte? Se come affermi non c’è nessun Dio che ti chiederà conto di eventuali bugie, che ti costa abiurare, per salvarti la vita? Bruno. Ascolta Paolo, ci sono delle idee alle quali ognuno di noi, arrivato ad una maturità filosofica, non può più rinunciare, a meno di non mettere in discussione tutta la propria esi- 54 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Da sinistra: San Roberto Bellarmino, Bottega ligure, sec. XVII, olio su tela; Bruno Giordano in un incisione stenza. Bisogna fare una selezione, avere sempre bene in mente quali sono le cose sulle quali non transigiamo e quelle sulle quali invece si può discutere. Sui capisaldi della mia filosofia potete dire quello che vi pare ma non c’è niente da fare: non posso rinnegare le mie convinzioni, se no sarei niente! Alle 6 della mattina di giovedì 17 febbraio, i Padri confortatori dell’Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato prelevarono Giordano del quondam Giovanni Bruni frate apostata da Nola, con la lingua serrata nella mordacchia per le bruttissime parole che diceva, e lo condussero al luogo del supplizio. L’ambasciatore di Francia aveva chiesto espressamente che i roghi venissero accesi di notte e nell’angolo della piazza più lontano dal suo palazzo. Chissà se sapeva che quella mattina la carne bruciata, di cui non sopportava il puzzo, apparteneva al grande Maestro che in un’ambasciata francese ci aveva vissuto a lungo, servito e riverito! Durante tutto il tragitto dalle carceri di Tor di Nona al patibolo, eretto in piazza Campo de’ fiori, davanti al Teatro di Pompeo, i confortatori cantarono le loro litanie, invitando il condannato a riconoscere i suoi errori. Bruno. “Che vogliono questi ora? Li ascolto leggere i salmi, invitarmi a pentirmi. Ecco che il mio incubo si avvera! Vor- rei rispondere, ma non riesco a parlare. Sento questo chiodo che mi trafigge la lingua e il sangue che scorre caldo, quasi confortante dalle mie labbra, lungo il collo, ad inzupparmi la ruvida veste. Quando cerco di parlare, nessuna voce: solo sangue! A ogni sforzo per emettere suono, altro sangue. A fiotti, di un rosso vigoroso. Ogni stilla è un’idea, è una verità, che sgorga rigogliosa, per scendere a raggrumarsi sul mio corpo nudo, che ora stanno legando a un palo, tra mucchi di fascine. Sul rogo brucerete soltanto l’involucro terreno, ma le mie idee sopravvivranno. Non riuscirete a cancellare ogni traccia del mio pensiero e della mia memoria!”. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Storie di stampa Viaggio fra i libri. Romanzo editoriale Editori ed editoria nella narrativa del Novecento MASSIMO GATTA – prima parte Penso un editore come un creatore. (Piero Gobetti) L’ appuntamento con il libro in letteratura tocca anche il mondo editoriale, protagonista indiscusso di tanta narrativa del Novecento. E’ chiaro da tempo quanta editoria ed editori (visti nel loro status di protagonisti delle vicende) siano protagonisti di romanzi, racconti, gialli. Mai come oggi tante trame sono pervase da librai, editori, tipografi, archivisti, bibliofili, scrittori, bibliotecari, rilegatrici, cartai. I mestieri del libro si danno convegno e si rincorrono tra le pagine dei romanzi con esiti qualitativi alterni; comunque è da ap- prezzare questa nuova tendenza della biblionarrativa contemporanea di privilegiare tematiche legate alla filiera del libro. La loro presenza, infatti, contribuisce sicuramente ad una maggiore familiarità col mondo del libro, nonostante una certa tendenza modaiola che soprattutto negli ultimi anni ha invaso gli scaffali delle librerie (vedi ad esempio le proposte della Newton Compton, ma anche della Nord). Un nuovo genere letterario, la biblionarrativa, si è finalmente imposta nel mercato editoriale per la gioia del bibliografo, del lettore-bibliofilo o del semplice cultore di storie libresche. E’ indubbio che l’avvento di questa nuova forma letteraria coincida, all’inizio, col passaggio dell’editoria da modesta attività commerciale ad industria editoriale. La moderna editoria si struttura e si consolida, in Italia, col primo boom economico degli anni Sessanta. E gli incunaboli di questa biblionarrativa raccontano proprio quel boom, una certa giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano metropoli (Milano), quella editoria coi loro dirigenti, quel clima culturale. Del resto Piero Gobetti, molti anni prima del consolidarsi dell’editoria come industria culturale, aveva lucidamente prefigurato proprio i limiti della nostra editoria pre-industriale: «Il centro della crisi del libro dunque è la crisi dell’editore. In Italia non si crede all’editore. Quasi tutti gli editori sono tipografi o librai», scrive nel ’25 in un testo senza titolo, conosciuto attraverso quello redazionale de L’editore ideale, scelto da Franco Antonicelli e Vanni Scheiwiller che nel ‘66 ne curarono la stampa. E’ in casa Mondadori che principia una narrativa con al centro il mondo editoriale, anche se qui siamo ancora ad una editoria come sfondo, puro pretesto narratologico: tre Gialli Mondadori come apripista, Flowers for the Judge di Margery Allingham del ’36 (Corte d’Assise, GM 170, 1937), Murder by the Book del ‘51 (Non ti fidare, GM 230, 1953) e Plot It Yourself del ‘59 (Nero Wolfe, discolpati, GM 608, 1960), negli ultimi due protagonista è l’immortale personaggio creato da Rex Stout. Intanto nel ’58 esce, sempre oltreoceano, il grande affresco di The Best of Everything di Rona Jaffe (tradotto da noi col titolo Il meglio della vita, Neri Poz- 57 za), romanzo cult delle ragazze in carriera, qui alle prese con la vita aziendale nella casa editrice Fabian. Giudicato agli inizi solo un romanzo d’intrattenimento per giovinette, rivela invece oggi, a distanza di cinque decenni, una grande forza innovativa all’interno della letteratura femminile americana di quegli anni. Siamo già con un piede nei Sessanta, decennio quanto mai biblionarrativo, soprattutto in Italia con il consolidarsi dell’industria editoriale. Ed ecco stagliarsi all’orizzonte la sagoma inconfondibile di Luciano Bianciardi che con L’integrazione (Bompiani, 1960, uscito in forma 58 ridotta nel dicembre ’59 su «Tempo presente»), sbatte in faccia al lettore il problematico boom industriale targato Milano. Al centro della narrazione l’esperienza della prima fondazione della Feltrinelli (la grossa iniziativa), con l’offerta a Bianciardi, attraverso il PCI e i compagni de “Il Contemporaneo”, di lavorare, nel ‘54, con Giangiacomo Feltrinelli nella sua casa editrice, nata sulle ceneri della Universale Economica, diretta da Luigi Diemoz (esperienza conclusasi nel ‘56 col suo licenziamento più o meno concordato con la Feltrinelli). Luigi Diemoz è in fondo personaggio emblematico del mondo editoriale. Direttore durante il fascismo, insieme al poeta Libero De Libero, di uno dei più interessanti e controversi periodici culturali del fascismo, “L’Interplanetario” (sul quale ricordiamo venne interamente pubblicato Dramma nella latteria del fascista rivoluzionario Marcello Gallian), in seguito lo stesso Diemoz passò a dirigere la sede romana appunto della Feltrinelli. Tra i protagonisti del romanzo bianciardiano lo stesso editore sotto le maschere onomastiche del “Giaguaro”, “il tanghero”, “Zampanò”; ma anche altri dirigenti della Feltrinelli tessono l’ordito e la trama di questo feroce romanzo autobiografico: da Fabrizio Onofri (Altoviti), a Diemoz (Gaeta), da Valerio Riva (Ardizzone), a Occhetto padre (Bau- la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 ducco), fino a Giampiero Brega (Pozzi); manca Spagnol perché venuto dopo. Indimenticabile il ritratto del grafico Albe Steiner, nel romanzo Zite Zipel, poco amato da Bianciardi: «[…] poi un certo Zite Zipel, di origine svizzera, ma italiano ed ebreo, che aveva la responsabilità di tutto il settore artistico della grossa iniziativa». Lo scrittore grossetano lascerà, due anni dopo, un’ulteriore testimonianza al vetriolo del mondo dell’editoria neo capitalista in una lettera inedita del 24 luglio ‘62 al periodico “Belfagor” in cui, in risposta all’offerta di un’inchiesta sull’editoria, scriveva: «Per esempio il fenomeno postbellico dell’editore-figlio dimiliardario-allontanato a forza dalle attività paterne perché incapace e distruttivo, e fattosi organizzatore di cultura perché non buono ad altro. G.G. Feltrinelli, Livio Garzanti, Roberto Lerici, Pierino Sugar ne sono esempi cospicui. Ci sarebbe poi l’editore ex autore, letterario o drammatico (Valentino Bompiani), che compensa un suo fallimento pubblicando opere altrui. E l’editore fattosi da solo, attraverso ruberie tipografiche o valutarie (Del Duca, ma anche Rizzoli e Mondadori. Il primo è il più bell’esempio di gangster, nel vero senso della parola). Sono tutti fenomeni nuovi per l’Italia [...] e che entrano nel quadro del “miracolo”. Poi ci sarebbe la sempre maggiore intercambiabilità dei testi pubblicati. Arriveremo a vedere le opere di Stalin pubblicate da Rizzoli e Sant’Alfonso de’ Liguori uscire da Feltrinelli, purché paia che Stalin e Alfonso ‘andranno’, si venderanno» (cit. in Ferretti, La morte irridente). E al contraddittorio Feltrinelli dedicherà trent’anni dopo un romanzo Nanni 60 Balestrini, L’editore (Bompiani e DeriveApprodi). Ma torniamo ai Sessanta e per quegli strani meccanismi del caso sarà proprio Feltrinelli a pubblicare Il padrone di Goffredo Parise, la cui vicenda ruota intorno all’editore Livio Garzanti (il “dottor Max”), col quale lo scrittore aveva lavorato negli anni ’50 e che gli aveva pubblicato il primo romanzo di successo, Il prete bello. In sovraccopertina de Il padrone l’inconfondibile sagoma di Zio Paperone, il padrone per eccellenza. Il romanzo fu rifiutato da Garzanti che si la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 riconobbe nel protagonista: “Prima della pubblicazione presso l’editore Feltrinelli, nel marzo del 1965, Parise mi fece recapitare a Milano il dattiloscritto del romanzo Il padrone perché lo leggessi e subito dopo lo consegnassi nelle mani di Livio Garzanti, editore dei suoi primi libri […]. Garzanti preso il dattiloscritto in mano sfogliò nervosamente le prime pagine e arrivato a questo punto lesse ad alta voce […] - E questa cos’è se non la descrizione di via Spiga? -, sbottò Garzanti, lasciando in sospeso la lettura e ri- consegnandomi il dattiloscritto con un gesto come per sbarazzarsi di qualcosa” (Nico Naldini). In seguito, su richiesta di Nanni Balestrini, giunse a Feltrinelli (Gambetti-Vezzosi), vincendo nello stesso anno il Premio Viareggio. Il romanzo ebbe un notevole successo attestato da ben sette edizioni stampate nello stesso 1965 (era uscito a marzo). Dalle rive del Tamigi giunge The James Joyce Murder, longseller di Amanda Cross, edito in Italia col titolo Un delitto per James Joyce, dove un omicidio si tra- giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano sforma in omaggio letterario al mondo editoriale. La trilogia biblioeditoriale italiana dei Sessanta si chiude, infine, col romanzo per eccellenza su questo tema, La grande famiglia di Laurana Berra del ’66 (Feltrinelli, bella la grafica di Noorda e il disegno di copertina di Luciano Consigli). E’ considerato il primo romanzo italiano interamente dedicato alla giungla editoriale, ambiente che la scrittrice ben conosceva avendo lavorato alla Mondadori (dove aveva stretto amicizia con Quasimodo, Vittorini, Faulkner ed Hemingway), nella sezione enciclopedie. Fu questo «[…] il primo vero romanzo sull’editoria, nella nostra letteratura. In alcune opere narrative più o meno recenti si ritrovano infatti inserti o episodi di vita editoriale ma mai come qui l’editoria è stata il sog- getto stesso del libro, dal principio alla fine» (dalla quarta di copertina). E chissà se la figura del Presidente Odoardo Barattieri, protagonista del romanzo, non celi proprio Arnoldo Mondadori. Ma a differenza di quelli amari di Bianciardi e Parise in questo romanzo alberga il comico e il paradosso, varianti alla grigia descrizione della nascente industria editoriale come luogo di sfruttamento: «[…] qui in realtà si tratta di un’industria concepita piuttosto col fine dello spreco, di uomini, di cose, di tempo e di ingegni. Non un meccanismo perfetto, scientifico e funzionale, ma un gran pentolone di errori, di approssimazioni, di pasticci, di debolezze, paure e ambizioni – e di intrighi, vendette e abiezioni» (ancora dalla quarta). Al decennio appartiene anche un poco no- 61 to titolo di Vittorio Sereni, uomo editoriale per eccellenza; L’opzione e allegati, pubblicato il 12 ottobre del ‘64 da Vanni Scheiwiller (apparve lo stesso anno su «Questo e altro»). Al centro la Fiera del Libro di Francoforte entrata nella letteratura grazie ad uno scrittore italiano (dalla fascetta editoriale): «Ma lo sai che comincia sul serio a piacermi questo appuntamento autunnale con gente che non vedi per tutto il resto dell’anno, o quasi, e con cui hai appuntamento qui – e ti sembrano spaesati se per caso li incontri a Parigi Londra o Milano, anche se sono a casa loro -; queste facce note che ti arrivano puntualmente davanti galleggiando a distanza di un anno con le loro luci di vecchie conoscenze staccandosi dal flusso opaco e silenzioso dei visitatori […]». Fine prima parte O_1996_370x216_BibSenato_Innovaz.indd 1 06/06/13 12.36 64 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Filosofia delle parole e delle cose L’attrazione e l’attenzione: il soggetto e l’uomo La vita stessa grida il suo esserci. A noi spetta solo guardare DANIELE GIGLI C osì succede, camminando per la strada, di alzare lo sguardo dalle scaglie d’asfalto, senza ragioni di sorta, succede di alzare lo sguardo e si vede, dall’altra parte della carreggiata, la si vede: lei, mille volte vista in mille altre, e finalmente nuova. Lei. E non si può non guardarla. Ne siamo rapiti. Attratti. Basta un esempio del genere, nella vita di tutti accaduto e accadendo chissà quante volte, a svelare uno di quei singolari equivoci sempre nascosti negli interstizi del legame tra parola ed esperienza. Viaggiamo qui in una zona vitale, quella della passione per il mondo che ci circonda, dell’intima percezione che questa giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 Nella pagina accanto: René Magritte (1898-1967), Gli amanti, 1928, New York, Museum of Modern Art. Sotto: Maestro di Guillebert de Mets (1415-1460), ca. 1425-30, parchment with ink, opaque watercolor, and gold, Baltimora, The Art Walters Museum. A destra: Marc Chagall (1887-1985), Blue Lovers, 1914, collezione privata passione sia un bene a noi necessario e dell’intimo scandalo che proviamo quando ci accorgiamo, o percepiamo sordamente, di non averla. «Sei distratto» è il rimprovero più ripetuto nella storia dell’insegnamento, insieme al monito parallelo «non distrarti» e al suo apparente rovescio positivo «stai attento». Perché apparente? Perché se l’attenzione è un gesto di cui io sono soggetto, l’attrazione è al contrario un gesto di cui sono oggetto: non sono io a darmi l’attrazione, è qualcosa d’altro ad attrarmi. È ancora la grammatica quotidiana del nostro parlare a mostrarcelo, quan- do ci ritroviamo a dire di essere attratti da qualcuno o qualcosa o viceversa di essere attenti a qualcuno o qualcosa. Lo spleen dell’uomo moderno, lo spleen dell’uomo di tutti i secoli, deve molto della sua gravezza a questa confusione. Ché se già è terribile il peso delle cose, dell’ordinaria quotidianità che ci schiaccia nel suo trascorrere senza respiro apparente, quanto più questo peso ci opprime se vi aggiungiamo lo scandalo e il sordo senso di colpa che a volte proviamo per quella sembianza di disinteresse che ci scopriamo indosso. La poesia con cui Camillo Sbarbaro apriva nel 1914 il suo Pianissimo è un ritratto esemplare di questo intreccio di sentimenti: «Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)./ Nessuna voce tua odo se ascolto:/ non di rimpianto per la miserabile/ giovinezza, non d’ira o di speranza,/ e neppure di tedio./ Giaci come/ il corpo, ammutolita, tutta piena/ d’una rassegnazione disperata./ […]/ E gli alberi son alberi, le case/ sono case, le donne/ che passano son donne, e tutto è quello/ che è, soltanto quel che è./ La vicenda di gioja e di dolore/ non ci tocca. Perduta ha la sua voce/ la sirena del mondo, e il mondo è un grande/ deserto./ Nel deserto/ io 66 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Da sinistra: Giorgio De Chirico (1888-1978), Ettore ed Andromaca, 1917, Milano, collezione privata. Oskar Kokoschka (1886-1980), Due nudi (Amanti), Boston, Museum of Fine Arts guardo con asciutti occhi me stesso» («Taci, anima stanca di godere», 1-10; 16-26). In questi versi Sbarbaro è scandalizzato del non sentirsi attratto da nulla e aggrava questa opacità, il sospetto abominevole che in fondo in fondo il mondo sia illusione, arrogandosene la colpa. Ma il suo scandalo è figlio di due errori convergenti: intanto, l’attrazione è data e non è in nostro potere; in secondo luogo, che cosa sono il «sentirsi», il sentire la grave cupezza delle cose, il dolore perché queste non paiono brillare, se non i segni evidenti di un’attrazione in atto? Non è l’attrazione che manca al soggetto di questa poesia, ma l’attenzione. A sé, prima ancora che alle cose, perché dirsi triste quando qualcosa non ci tocca, già significa esserne toccati. Di che cosa saremmo tristi, altrimenti? Ma per accorgercene, o per accettarlo, che è lo stesso, occorre essere attenti: a noi, alle nostre reazioni, alla loro reale profondità e dismisura. E questa attenzione, l’accorgermi della reazione di fronte a qualcosa che attraversa il mio orizzonte, questo sì è un gesto del soggetto, un gesto mio, di cuore mente e sangue. È il gesto narrato da Sergio Solmi in Canto di donna, di una carne capace di ascoltarsi e scoprirsi, così, misteriosamente viva: «Canto di donna che si sa non vista/ dietro le chiuse imposte, voce roca/ di languenti abbandoni e d’improvvisi/ brividi scorsa, di vuote parole/ fatta, ch’io non discerno./ O voce assorta, procellosa e dolce,/ folta di sogni,/ quale rapiva i marinai in mezzo/ al mare, un tempo, canto di sirena./ Voce del desiderio, che non sa/ se vuole o teme, ed altra non ridice/ cosa che sé, che il suo buio, tremante/ amore. Come te l’accesa carne/ parla talora, e ascolta/ sé stupefatta esistere». MOMENTACT_168x216.indd 1 15/05/13 11:11 68 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 Da l’Erasmo: pagine scelte Difficile scrittura: raccontare la felicità Lo scrittore e i sentimenti CAMILLA BARESANI C àpita che la felicità non sia un concetto definibile e univoco, proprio come non lo sono l’intelligenza o l’amore. Càpita inoltre che nell’èra del relativismo si sia portati a fare distinzioni, eccezioni, postille, distinguendo così intelligenze matematiche da intelligenze intuitive, sociali da speculative, analitiche da sintetiche – per cui a ognuno è concessa l’illusione di avere un’intelligenza propria e particolare, magari incompresa o non ancora classificata. E altrettanto dicasi dell’amore, ecc. Càpita così che anche la felicità, in sé ineffabile, si sia arricchita di ulteriori accezioni; e che sociologia e letteratura tornino utili per classificarne le variazioni di senso nel sentire comu- Hyeronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, 1503-1504, olio su tela, particolare del pannello centrale, Madrid, Museo del Prado ne. A guardarsi intorno, chiedendosi cosa sia oggi questo stato d’animo tanto indagato da illustri pensatori, ci sono diverse cose da notare e, appunto, da riempirci le pagine di una ricerca su basi statistiche, ma soprattutto da registrare in quel compendio di storia sociale che è la letteratura contemporanea. Quel genere di letteratura, s’intende, dedita a mettere in versi e narrare la realtà più attuale, oltreché i singoli individui, le loro psicologie e i loro caratteri. Càpita infatti che lo scrittore – narratore o poeta che sia – si trovi a raccontare, tra le tante sensazioni che compongono lo spettro degli umori, anche la felicità. E nel guardarsi intorno, nel chiedersi come sia rappresentabile nell’animo e nei comportamenti dei personaggi dei propri libri, osservi e si renda conto di come sempre più spesso il sentire comune intenda la felicità come un diritto e non una conquista: il diritto a uno stato d’animo eccitato e momentaneo, una sorta di violento strappo a un’esistenza ordinaria, un commettere follie tra il mito rockettaro della perdizione e un’escandescenza autolesionistica. Niente Seneca, insomma: nessuna sensazione durevole o comunque solida conquistata a suon di tempra morale. E nulla di semplice, di elementare, come la sensazione breve e leggiadra descritta dai celebri versi di Trilussa: «C’è un’Ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va... / Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa». E neppure la pigra felicità, confortante nel suo quotidiano ripetersi, che troviamo nelle rime settecentesche di Giovanni Meli: «Cicaledda, tu ti assetti / supra un ramo la matina, / una pàmpina ti metti / a la testa pri curtina / e ddà passi la iurnata / a cantari sfacinnata. / Te felici!». È come se i tempi sincopati che ha assunto la nostra esisten- 70 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 Henri Rousseau, Il sogno, 1910, olio su tela, particolare, New York, Museum of Modern Art za, perennemente interrotta da telefonate e messaggi, dall’accumulo di impegni e dall’affastellarsi di informazioni perlopiù superflue, da una brevitas necessaria a includere l’accelerazione dei cambiamenti, avessero portato anche il concetto stesso di vita felice a ridursi e concentrarsi in lampi passeggeri, inebrianti, parossistici. Certo: una consolidata e piatta felicità coniugale, o una madre che stringe il suo bambino e lo guarda compiaciuta, o insomma la conquista di una sensazione durevole e positiva, non è per lo scrittore una situazione narrativa stimolante. Quello che si preferisce descrivere sono i momenti di crisi o di disperazione, le rotture di relazioni consolidate, le incrinature di un sentimento che pareva stabile. Ed è senz’altro più soddisfacente raccontare la ricerca di stati d’animo eccessivi portatori di felicità immaginaria, non realmente consumata, come quella presunta dal kamikaze che si fa esplodere, o quella del momento in cui una droga porta a un fuggevole stato di ipereccitazione, o l’esaltazione del branco di tifosi elettrizzati dal solo fatto di percepire la forza di appartenenza a un gruppo. Persino la vacua felicità di qualche ora dedicata allo shopping di beni inutili e costosi è, dal punto di vista narrativo, più interessante della descrizione della paciosa giornata di un saggio che abbia raggiunto una qualche forma di felicità speculativa. In definitiva, paradossalmente, per lo scrittore quella attuale è una società piena di attrattive: è materiale letterario palpitante e servito con la migliore delle mises en place, zeppo com’è di situazioni già bell’e pronte per essere servite in romanzi e poesie. Si ha insomma la sensazione di vivere in un’epoca che pretende criteri di godimento concentrato; e tanto li pretende, tanto li sente ‘dovuti’, che le nuove generazioni vengono educate nell’elusione dei doveri e della forma e nell’appagamento dei desideri immediati. Come se il concetto stesso di felicità avesse subìto uno slittamento, avvicinandosi a quell’area che fino a pochi decenni fa usavamo sprezzantemente qualificare ‘capricci’. Tratto da L’Erasmo, n.29, Gennaio-Marzo 2006, Ambiguità della felicità giugno 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 71 LE TUE GAMBE STANCHE E PESANTI CHIEDONO AIUTO? I flavonoidi contenuti nell’estratto ell’estratto di foglie di vite rossa di Antistax Compresse se favoriscono il rafforzamento ento delle pareti delle vene e aiutano sì le tue la microcircolazione. Così re il loro gambe possono ritrovare benessere. Inoltre, alle gambe che hanno bisogno di ritrovare leggerezza, gerezza, Antistax dedica: Antistax tax FreshGel per un’immediata ediata sensazione di freschezzaa e Antistax Massage Cream, o delle specifica per il massaggio nera la gambe, che idrata e rigenera pelle. Hai dubbi o domande? Uno Specialista è sempre a tua disposizione per darti consigli personalizzati on line su: www.antistax.it SSA MPRE 1 CO IORNO G L A Ascolta le tue gambe. Prenditene cura con 72 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2013 BvS: il ristoro del buon lettore Il Gattopardo del Sultano La Sicilia più splendida al Duomo di Ragusa GIANLUCA MONTINARO L a strada che da Modica porta a Ibla srotola in continue curve, incassata nella roccia. La visione della città, onirica, arriva, improvvisa, all’ennesimo tornante. Un presepe di luci nella notte, abbarbicato alla costa della montagna, nell’allunato paesaggio siciliano, arso e riarso dal sole. Incessante, come nel capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (di cui la Biblioteca di via Senato conserva copia della prima edizione, impressa a Milano, presso Feltrinelli, nel 1958), «un vento, marino, senza soste muove i mirti e le ginestre, spandendo l’odore del timo». Lo sguardo sale lungo i fianchi della montagna, girone dopo girone come la torre del Purgatorio, fino all’apparire, sulla vetta, del profilo del duomo. Lì, ove cielo e terra si congiungono, umano e divino dialogano, riposa il regno di un Sultano dalle mille e una notte. Subito dietro la barocca cattedrale, si trova il miglior ristorante di Sicilia: il Duomo di Ciccio Sultano. Qui l’anima dell’Isola trionfa. Le piccole stanze, una dentro l’altra, trasudano intima sincerità, fra mobili antichi, argenti e fiori. Qui l’eleganza riposa nel particolare, traccian- Ristorante Duomo Via Bocchieri, 31 Ragusa Ibla Tel. 0932/651265 do storie di vita e di tradizione. Qui i Vittorî Emanueli non sono riusciti a «mutare la magica pozione» che da sempre e per sempre viene versata. Le sontuose pietanze del Sultano corrono dagli spaghettoni ‘mare nostrum’ con bisque di astice, scampi e salsa al limone al turbante di pesce spatola, con provola e salmoriglio. Ma su tutte svetta il timballo del Gattopardo, splendida rivisitazione di quello narrato dal principe di Lampedusa. Un disco di pasta sfoglia nasconde lunghi fusilli adagiati su ri- stretto di piccione, sposati con polpettine di manzo e maiale. Un piatto da mangiare e rimangiare, che idealizza i monumentali pasticci serviti in occasione della prima, fastosa cena a Donnafugata. «L’oro brunito dell’involucro e la fragranza di zucchero e di cannella non sono che il preludio della sensazione di delizia che si sprigiona dall’interno quando il coltello ne squarcia la crosta: erompe dapprima un fumo carico di aromi e si scorgono poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto e di tartufi nella massa untuosa dei maccheroncini corti». Il caleidoscopio del Sultano merita in abbinamento solo un grande champagne, come un Pol Roger cuvee Sir Wiston Churchill. La finezza della beva si accompagna a una suadente potenza espressiva. Il profilo gustativo si apre in bocca, in un cinetico rincorrersi di sensazioni minerali, tostate e fruttate. La strada del ritorno si compie: cala una «metafisica malinconia». La città, come apparsa, scompare per magia alle spalle. Davanti solo «pigre groppe di colline avvampanti di giallo». Mentre il «lamento delle cicale riempie il cielo».