Poste Italiane S.p.A. - Sped. in a.p. D.L. 353/2003 conv. in L. 27/02/04 n.46, art.1, comma 1, AUT. CNS/CBPA/CENTRO1 val. dal 13/10/06
Kenya:
giochi pericolosi
ANNO XIX / n. 01 gennaio 2008 / € 4,00
06 Vinicio Albanesi: il welfare del 2008
15 Bangladesh: piove sul bagnato
22 Immigrazione: quei morti alle porte dell’Europa
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solidarietà internazionale
anno xIX / n. 01 gennaio 2008 / € 4,00
foto di copertina: Kenya, Nairobi (17 gennaio
2008). ©Reuters/Noor Khamis
Rivista mensile del CIPSI
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di Solidarietà Internazionale
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MONDO Associazione Gruppo Ferrara Terzo Mondo Onlus, Ferrara,
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Rosetta” Caltanissetta, Tel. 0934.508311 Chiama l’Africa Roma,
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Milano, Tel. 02 58.314760 Geologi nel Mondo Vergato (Bo), Tel.
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Fano (PU) Tel/Fax 0721.865159 Movimento Apostolico Ciechi
Roma, Tel. 06.6861977 Ass. Inter. “Noi Ragazzi del Mondo” AINRAM,
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Sociale Comunità Oasi Onlus San Giorgio del Sannio (BN), Tel./
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Questa rivista è stampata su carta Fedrigoni Freelife Cento ecologica
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Questa rivista è stata realizzata anche con il contributo della direzione
generale Cooperazione allo Sviluppo
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“Rivista solidarietà internazionale:
iniziative per favorire la conoscenza
dei problemi e delle attività di solidarietà e cooperazione del sud e del
nord del mondo nei luoghi/simbolo
più significativi - AID 8561”.
sommario
senza firma
17 Il Tigri sbarrato
di L. Manes
01 Il campo della speranza
18 La Malesia compie i 50
rubriche
20 Sempre in movimento
di G. Caligaris
agnelli e lupi
22 Quei morti alle porte dell’Europa
di E. Asciutti
02 Pagine di diario
04 La casa mediterranea
di P. Bizzarri
di G. Del Grande
di T. Dell’Olio
le facce della luna
04 Benazir e il potere
di G. Codrignani
parole per dire
05 Miraggio Europa
di C. A. Dioma
la città conviviale
05 Le migrazioni
fanno bene all’economia
di A. Nanni
l’opinione
06 Il welfare del 2008
di V. Albanesi
24 La via dolorosa
di N. Rinaldi
26 La sovranità pubblica
di R. Petrella
28 Quando il dissenso è reato
di F. Giovannetti e N. Perrone
dossier
31 La pace, la politica, la mediazione
XXI secolo
30 Partecipazione: il potere diffuso
di G. Barbera
storie musulmane
44 Taip, l’agricoltore
di M. Zanzucchi
copertina
07 Kenya: giochi pericolosi
di R. Kizito Sesana
cose
11 Esisto, quindi ho diritto di esistere
di G. Zoni
13 Il coraggio di cambiare
di C. Colombi
15 Piove sul bagnato
di P. Caiffa
32 Alex Zanotelli: il mondo della pace sta a guardare
33 Lidia Menapace: così si
fa cadere il governo
34 Enrico Peyretti: l’autocritica
paziente della non-violenza
34 Lorenzo Scaramellini:
non sono d’accordo
36 Renzo Craighero: una indignazione motivata
36 Angelo Gandolfi: se
questa è sinistra
38 Gianni Alioti: perché sono
d’accordo con Alex
intervista
39 Incontri: Emilio Molinari
Ci restano cinquant’anni
a cura di E. Melandri
bacheca
42 La bacheca
a cura di T. Miglino
senza firma
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
Il campo della
speranza
N
on nasce sotto i migliori auspici questo 2008.
Ai problemi di sempre - quelli strutturali
di un mondo che vede sempre più esaurirsi
le risorse e che domanda un’inversione totale di tendenza - si aggiungono questioni
nuove. Nel nostro paese l’emergenza dei
rifiuti a Napoli ci regala lo spaccato non
soltanto dell’inefficienza della politica e
della pubblica amministrazione, ma anche di un mondo che rischia di diventare
un’enorme discarica a cielo aperto. Per
accogliere i rifiuti di una società che si
basa sul consumo ad ogni costo. Il petrolio vola a prezzi spaventosi e ci dice
che stiamo raschiando il fondo del barile. L’acqua diventa un bene sempre più
raro e ricercato. Per ottenerla si fanno dighe e si deviano fiumi, con conseguenze
sociali che neanche riusciamo ad immaginare. I paesi che possiedono le sorgenti
cercano di tenere tutta l’acqua per i loro consumi, preparando conflitti con i
paesi che stanno a valle. Le falde acquifere sono sempre più inquinate, mentre
ogni giorno, alle foci del Rio delle Amazzoni, petroliere cinesi fanno il pieno di
acqua da portare in Cina.
Intanto il clima sociale si sta avvelenando. Gli scontri tra diversi integralismi stanno diventando normali, non soltanto a grandi livelli, ma anche ai livelli minimi,
nelle relazioni quotidiane. Ci si parla e ci si intende solo con quelli della propria
parrocchia, del proprio gruppo sociale, della propria idea religiosa o politica.
Gli altri sono avversari da combattere. La vicenda di Papa Benedetto XVI alla
Sapienza è in proposito molto significativa. La competizione, come motore della
crescita, non solo economica, sta dando i suoi frutti. Siamo tutti in competizione.
Per essere i primi, per avere di più, per accaparrarci quel po’ di risorse che restano,
per salvaguardare le conquiste raggiunte. Sparisce la solidarietà come pratica
della convivenza e ci si rifugia in forme di solidarietà corporative in cui si cerca
di difendere solo i propri interessi, anche se a scapito degli altri.
Aumentano in progressione geometrica gli squilibri sociali. Tutto in nome delle
leggi di mercato che tendono a quantizzare ogni cosa, senza tener conto dei
diritti fondamentali delle persone. Mentre un gruppo sempre più consistente
di persone non sa come spendere i soldi, a Roma, la notte del primo gennaio
due persone muoiono di freddo. Nel disinteresse generale. E non è possibile, di
fronte all’aumento dei fenomeni di esclusione sociale ed economica, fare appello
all’assistenza. Occorrono soluzioni politiche strutturali. Siamo in pieno dentro
a quello che Bush e i suoi adepti chiamano capitalismo compassionevole. Dove
i più deboli devono accontentarsi delle briciole che cascano dal tavolo dei ricchi
assisi al banchetto.
Quest’anno ricorrono due anniversari importanti: 60 anni dall’entrata in vigore
della Costituzione Italiana che disegna uno Stato, fondato sul lavoro, solidale e
attento ai diritti di tutti. E 60 anni dalla proclamazione della carta universale
dei diritti umani. Ratificata e sbandierata ad ogni piè sospinto, ma non praticata
fin nei suoi aspetti più materiali, come il diritto a vivere e ad esistere.
È tempo di rimboccarsi le maniche. Il 2008 che è appena cominciato lancia una sfida
alla nostra capacità non solo di agire, ma anche di sperare. “La speranza - scrive
Roger Garaudy – è la decisione militante di vivere con la certezza che non abbiamo
esaurito tutti i possibili fino a quando non tentiamo l’impossibile”. All’inizio di
un nuovo anno dobbiamo avere il coraggio di “decidere” di sperare.
Durante l’esilio a Babilonia, quando Gerusalemme era disabitata e distrutta,
Dio chiamò Geremia e gli ordinò di comprare un campo nella città santa. Dal
punto di vista economico, un cattivissimo investimento. Geremia comprò quel
campo che diventò il segno concreto della speranza che un giorno il popolo in
esilio avrebbe smesso di appendere le cetre ai salici piangenti e avrebbe potuto
tornare a cantare nella città. A Sion.
All’inizio di questo nuovo anno, forse è chiesto anche e noi di comprare un campo
nella desolazione di questo deserto, sapendo che domani anche il deserto, se ce
la mettiamo tutta e se non smettiamo di sperare, potrà rifiorire.
Auguri
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pagine di diario
Gianni Caligaris
©ALBERTO CRISTOFARI/A3/CONTRASTO
Morti sul lavoro
I
l mio bisnonno era un
operaio piemontese,
della provincia di Vercelli,
compaesano e forse parente di quel
Caligaris che passò alla storia come
terzino della Juve e della Nazionale
(Combi, Rosetta, Caligaris). Verso fine
‘800 fu “inviato”, con una cinquantina
di coetanei, tutti celibi, a Terni, dove
nel 1884 furono aperte “Le Acciaierie”.
Morì giovane lasciando una vedova e
tre figli fra cui mio nonno, il maggiore, che andò apprendista (gratis)
a quattordici anni alle Acciaierie
per imparare il mestiere. Era bravo,
diventò operaio specializzato, passò
alla Fabbrica d’Armi (lo so, non è
carino, ma erano altri tempi) diventò
capo operaio, poi capo armaiolo. Ho
ancora un suo compasso da metallo
con inciso il suo nome. Mantenne i
fratelli finché non si resero autonomi,
dopo la Grande Guerra mise su famiglia, ebbe due figli che fece studiare,
assicurò ai suoi una vita decorosa, mia
nonna non ebbe bisogno di andare a
2
lavorare. E voi direte: cosa ci interessa della tua saga familiare? Ne parlo
perché oggi “Le Acciaierie” sono della
ThyssenKrupp, quella dei morti di Torino. All’epoca dei miei avi la fabbrica
non era un bel posto. Ci si moriva e ci
si storpiava sicuramente più e peggio
di adesso. Ma era un luogo di promozione sociale. Semi analfabeti che
abbandonavano
il bracciantato a
giornata o la vita di
espedienti per una
professionalità. E
intorno alla fabbrica nasceva la socialità. Nei quartieri
operai si rigenerava
la solidarietà interfamiliare tipica
delle comunità
rurali. Sorgevano le
prime cooperative
di mutualità o di
consumo fra operai
(mio nonno fu tra
i fondatori di una
di esse, che garantì
cibo a credito alle
famiglie degli
operai durante gli
scioperi dei primi
anni del ‘900). Nasceva una coscienza
di classe, che sarà
poi una delle spine
dorsali dell’antifascismo prima, delle
lotte operaie dopo.
La fabbrica era
un luogo durissimo, ma al minimo dava da vivere,
al suo meglio era un trampolino di
mobilità sociale: mio nonno passò
da proletario a piccolo borghese.
E oggi? Oggi la fabbrica è un ghetto, come si legge nello straziante
servizio di Ezio Mauro apparso su
La Repubblica nei giorni in cui sto
scrivendo. Un agghiacciante racconto di un sopravvissuto che alterna
le immagini da Armageddon del
disastro, allucinanti flash-back dei
corpi ustionati e scarnificati, con
considerazioni di bassa quotidianità
ed alta sociologia (o viceversa?): in
discoteca è meglio se dici che fai il
rappresentante. La classe operaia non
è mai andata in paradiso, meno che
mai sembra possa andarci adesso,
invisibile, riserva indiana, minoranza
indispensabile ma oscena (ob scenam,
ciò che non può essere mostrato). E
ieri Epifani ha detto che il sindacato
deve tornare in fabbrica? Welcome
in the real world, Neo (“Benvenuto
nel mondo reale, Neo”, da Matrix).
solidarietà internazionale 01/2008
Bush: bombardare!
A
un certo punto Bush
si è soffermato davanti
a una cartina aerea di
Auschwitz e, rivoltosi a Condoleezza
Rice, le ha chiesto perché gli americani non bombardarono il campo di
concentramento nazista. Gli americani, ha spiegato la Rice, non pensavano
che ciò avrebbe fermato lo sterminio
degli ebrei. Bush si è fermato a pensare, e poi ha detto: “Avremmo dovuto
bombardarlo”. L’interessante scambio
è accaduto i giorni scorsi a Gerusalemme, al Museo della Shoa. A parte
l’approssimazione della risposta di
Condi, le poche battute fanno capire
una volta per tutte l’individuo. Lui risolve bombardando, lui avrebbe bombardato. A costo di ammazzare Primo
Levi o Eli Wiesel, che da Auschwitz
sopravvissero, a costo di far fuori
cento internati per ogni SS o kapò.
Bombe al fosforo, come quelle usate su
Colonia, al posto dei forni crematori,
cosa importa come bruci? La bomba
igiene del mondo, come in Iraq, come
in Afghanistan. Primo Levi sarebbe
potuto essere una danno collaterale,
ci stiamo abituando. La filosofia della
“tabula rasa”: pialliamo il mondo per
renderlo levigato, condoglianze agli
innocenti che diventano trucioli.
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
©REUTERS/Jeff Mitchell US
solidarietà internazionale 01/2008
famiglia, di mettere al mondo dei
figli e di vederli crescere, di invecchiare fra l’affetto dei propri cari,
ad una questione di “eros e sesso”.
Mi colpisce anche l’affermazione
apodittica sull’amore della “gente”.
Significa che i pastori protestanti non
sono amati dalle loro comunità? Mi
sconcerta anche l’evidente distacco
dalla realtà. Perché Sua Eminenza, che
probabilmente non bazzica parrocchie
da tempo, non promuove un sondaggio tra i cattolici praticanti per sapere
cosa ne pensano, soprattutto nelle
fasce di età meno anziane, quelle che
costituiscono il futuro della Chiesa?
Forse avrebbe qualche sorpresa.
Il sacerdozio
dei preti
G
razie al cardinale Etchegaray,
preceduto qualche mese fa
dal collega Hummes, si sta
riaprendo il dibattito sul sacerdozio
dei presbiteri all’interno della Chiesa Cattolica Romana (visto che in
quella Cattolica di Rito Orientale il
problema non esiste). Io spero che
si sviluppi ed anche velocemente.
Nel farlo registro con dispiacere il
commento di un alto prelato, membro
dell’Opus Dei, intellettuale e giurista: “Certo, una cosa sono i dogmi e
un’altra le leggi. Le norme possono
anche essere modificate, ma ciò non
significa che sia opportuno o conveniente farlo. L’abolizione del celibato
impoverirebbe tremendamente la
vita della Chiesa. La gente ama di
più un sacerdote che ha fatto della
sua vita una donazione completa. Il
mondo non è tutto eros e sesso”.
Mi impressiona il fatto che un porporato di indubbia esperienza e, data
l’età, di auspicabile saggezza, riduca la
tensione verso un amore corrisposto
e verso la possibilità di creare una
©STEFANO G. PAVESI/CONTRASTO
I bambini
immigrati hanno
diritto alla scuola
“P
er difendere le
categorie più deboli
bisogna combattere
l’immigrazione irregolare e clandestina, che non paga le tasse e che può
finire per essere contigua alla microcriminalità. Ma non è certo escludendo i figli degli immigrati dalle scuole
che si riuscirà in questa battaglia. Al
contrario, si rischia solo di fomentare
la marginalità e la criminalità. Per
combattere in modo efficace l’immigrazione clandestina c’è solo una
strada da percorrere: intensificare i
controlli sui posti di lavoro, dove gli
immigrati irregolari si recano tutti
i giorni. Perché allora i sindaci, che
dicono di voler combattere la piaga
dell’immigrazione illegale, non rivolgono le loro attenzioni agli ispettorati
del lavoro, spingendoli a intensificare
i controlli sui posti di lavoro nel loro
comune, perché non chiedono ai loro
concittadini di aiutarli nel segnalare
il lavoro irregolare degli immigrati?
(…) Un sospetto ce l’abbiamo: forse
tra i loro grandi elettori ci sono anche
coloro che assumono illegalmente
manodopera immigrata e vogliono
pochi controlli sui posti di lavoro per
non pagare i contributi sociali e tenere
basso il costo del lavoro. C’è solo un
modo per convincerci del contrario: ci
dimostrino coi fatti che non è vero.”
Così Tito Boeri su “La Stampa”. Nello
stesso articolo ricorda che mentre
tutta l’Europa si sforza per mandare
a scuola i figli degli immigrati, come
punto essenziale delle politiche di
integrazione e di inclusione, l’Italia si appresta a diventare il primo
paese che va in direzione contraria.
Per fortuna le reazioni dello Stato sembrano essere all’altezza; su
direttiva del Ministero della Pubblica
Istruzione è stato intimato al comune di Milano di ripristinare le regole
sull’iscrizione alle scuole dell’infanzia
dei bimbi extracomunitari. In caso
contrario, l’Ufficio scolastico regionale sospenderà la parità concessa e
l’erogazione di ogni contributo statale.
Il ministro Fioroni ha ricordato che “il
diritto all’istruzione è uno dei diritti
fondamentali dell’uomo. Impedirne
la fruizione significa ledere la dignità
della persona umana. Non possono
esistere deroghe a questa fruizione né
per le colpe dei padri né per lo stato
di povertà. L’intero assetto legislativo,
fino a oggi e a prescindere dai colori
politici dei governi, non ha mai messo
in discussione il fatto che un bambino
che vive sul nostro territorio abbia diritto a essere istruito e curato e questo
indipendentemente dalle condizioni
sociali ed economiche della famiglia”.
Finalmente uno scatto d’orgoglio
in una stagione politica bigia ed
intristita, in cui pare che non esistano più punti fermi, in cui tutto è negoziabile, in cui le identità
sfumano come i contorni dei filari
al crepuscolo, come il profilo dei
monti quando sale la bruma.
Il Carnevale
“V
iene Febbraio, e il mondo è a capo chino, ma
nei convitti e in piazza
lascia i dolori e vesti da Arlecchino,
il Carnevale impazza, il Carnevale
impazza... L’inverno è lungo ancora,
ma nel cuore appare la speranza nei
primi giorni di malato sole la primavera danza, la primavera danza”.
Questo vate molto padano ma, fortunatamente, poco celtico, ci accompagna verso i nuovi germogli. Non ho
mai amato il Carnevale, forse a causa
di una mia indecifrabile e gioconda malinconia, ma la danza della
Primavera è tutta un’altra cosa, tutta
un’altra cosa. ([email protected]) ▪
3
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
solidarietà internazionale 01/2008
agnelli e lupi
Tonio Dell’Olio
La casa mediterranea
M
EDLINK – intrecci mediterranei si avvia a diventare
un punto di riferimento
importante e originale tra gli
appuntamenti dei movimenti di
base e della società civile. Un incontro annuale tra soggetti rappresentativi di quello “sguardo
dal basso e sguardo da dentro”
che sindacati, associazioni, movimenti e gruppi locali riescono
ad avere delle società in cui vivono. Un vero peccato che a essere ascoltati sulle politiche e sui
travagli culturali siano in genere
soltanto i rappresentanti delle
istituzioni o gli esponenti della
cultura ufficiale che si celebra
Benazir Bhutto. ©Archivio Palma/A3/Contrasto
Benazir e il potere
A
sessant’anni dalla sanguinosa determinazione che separò gli islamici dagli induisti,
il Pakistan è ancora governato dai militari,
detiene testate nucleari, “gode” del sostegno
degli americani e offre rifugio ai talebani del
confinante Afghanistan se non, probabilmente,
a Bin Laden. Il partito del popolo - pur discusso e
discutibile, ma unico serio oppositore al regime
di Musharraf - ha perduto tragicamente la sua
leader. Le preoccupazioni visibilmente non sono
diminuite, le elezioni spostate hanno prodotto
gli esiti previsti, il potere si è rimescolato, il vedovo Zardari resta screditato. Tuttavia, l’opinione
mondiale oggi dovrebbe sentirsi più informata
sul Pakistan, dopo le tante paginate sul tremendo assassinio. I delitti importanti galvanizzano
sempre i media, ma le immagini di Benazir sono
state particolarmente suggestive: raffiguravano
la morte di una donna, di una donna bella, che
faceva parte di una famiglia di rango e portava l’investitura paterna davanti a sé; già eletta
due volte alla Presidenza del suo paese, aveva
sperimentato il carcere e l’esilio e prometteva la
democrazia. Una strategia da uomo agita da un
corpo di donna. Solo uomini hanno accompagnato la sua bara. Voleva “cambiare il destino”
del suo paese. Questo significa, anche per una
donna, rafforzare il partito del clan, mantenere
4
nelle aule universitarie! C’è un
fermento interessante, ricco e
variegato tra i movimenti, le associazioni, i sindacati e le fedi anche nel bacino del Mediterraneo.
L’edizione 2007 di Medlink (www.
medlinknet.org/) che ha visto la
partecipazione di circa 60 persone provenienti da tutte le aree del
Mediterraneo, ha posto al centro
della riflessione il dato della crisi
di civiltà per poterlo rileggere dal
basso, ovvero con l’esperienza, le
competenze, le fatiche e, a volte,
le ferite della gente organizzata
che vive nei paesi che si affacciano su un mare che solo l’ignoranza potrebbe ancora definire
nostrum.
È avvenuto così che i rappresentanti di organizzazioni
del Maghreb e dell’Europa
mediterranea si sono incontrati dal 14 al 16 dicembre
le facce della luna
scorsi a Roma per riflettere
Giancarla Codrignani
su “Oltre la crisi di civiltà.
Cultura, politica e religioni
per costruire alternative nel
Mediterraneo”. Difficile operare una sintesi del dibattito
l’appoggio degli Usa, barcamenarsi tra la cortanto ricco, ma si può cerruzione, il potere dell’esercito, gli attacchi dei
tamente dire che l’accordo
militari alla magistratura, la crisi di un paese ad
nel superare la visione dello
alto tasso di analfabetismo, ma immerso nella
scontro di civiltà è stato unamodernità. Problemi “neutri”, propri di un capo.
nime perché proprio essa
In questo caso un capo che conosceva i limiti
costituisce la visione ideolodell’esser donna, dall’obbligo di avere un marito
gica di fondo per la teoria (e
e dei figli per essere riconosciuta socialmente, alla
la pratica!) della guerra perscelta che l’ha candidata, anche nel 1989, perché
manente. Anche sul piano
i maschi del partito non superavano le contrapdel dialogo interreligioso si
posizioni interne. Le pakistane si riconoscevano
è osato di più fino a sostenella donna che era riuscita ad emergere politinere piuttosto la proposta
camente in un paese in cui non mancano donne
di incontro e di “intrecci” tra
evolute e ottime professioniste, ma in cui la strale espressioni delle diverse
grande maggioranza non conosce autonomia?
fedi che intendono liberare
Avrebbe potuto Benazir sostenere gli interessi
le potenzialità dei rispettivi
delle donne e cambiare davvero il paese? Nelle
credi e patrimoni di valore
interviste assicurava di sì, ma la mole dei probleche provocano ebrei, mumi di governo l’avrebbe obbligata a differire gli
sulmani e cristiani a percorsi
impegni “di genere”, politicamente scomodi in
concreti di liberazione tanto
tutti i paesi. È il rischio delle donne-leader: brave
all’interno delle proprie co“come un uomo” debbono risolvere i problemi
munità che come servizio
del governare per un genere solo. Se una di loro
alle società del Mediterraci muore, restano sui muri, per la storia e per la
neo. ([email protected]) ▪
consolazione delle altre donne, i manifesti di un
bel viso e gli slogan di speranza. Intanto tornano
a primeggiare sugli antichi guai i capi tradizionali.
Che non cambiano. ([email protected]) ▪
solidarietà internazionale 01/2008
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parole per dire
Cleophas Adrien Dioma
Miraggio Europa
Ringraziamo Cleophas Adrien Dioma del Burkina Faso, poeta, giornalista, fotografo, video
documentarista, che inizia da questo numero
la sua collaborazione con Solidarietà internazionale, curando una rubrica mensile.
V
enire in Europa era il mio sogno. Volevo
vivere la verità. Non mi piaceva più quella finta solidarietà africana. Nelle grandi
città la gente aveva cambiato tutto; i valori e le
cose belle del villaggio erano ormai diventati
motivo di orgoglio e strumento per farsi valere. Chi ti apriva la porta, non lo faceva perché
ti voleva bene, ma perché sperava sempre
che tu ne parlassi dopo. E avreste dovuto
vedere le case come erano fatte! Erano ville
super sofisticate, con giardini... Tutto in stile
occidentale. Per molto tempo è stata una
cosa normale, anche se dentro di me c’era
qualcosa che rifiutava tutto questo. Vedere
le cose da molto lontano mi porta adesso
a farmi delle domande, cerco il vero senso
di tutto questo. Quando per la prima volta
sono tornato a casa, mi sono vestito con un
paio di jeans, una maglietta e sono uscito a
salutare i miei amici. Mia madre vedendomi
dalla finestra mi disse “Vestiti da europeo!”
ed io le ho chiesto “Ma mamma come si vestono gli europei?”. Era comunque difficile
spiegare a mia madre che essere europeo
non voleva dire vestirsi con lo smoking e
avere le scarpe di Valentino.
Quando sono rientrato in Africa per le vacanze non credo di esser riuscito a spiegare a tutti che non ero cambiato, che la mia
situazione in Italia non era tanto bella, ma
forse neanche brutta. Che avevo lavorato
nei campi di pomodoro. Che avevo vissuto
a Napoli in un appartamento con altre quattordici persone. Che la prima frase che ho
imparato in italiano era “Cerco lavoro”. Che
andavamo in giro, di casa in casa, a bussare
e dire alla gente “Cerco lavoro” e ad avere
GRUPPO DI IMMIGRATI
R U M E N I N E L L A LO R O
CASA. ©ELIGIO PAONI/
CONTRASTO
come risposta “Hai fame? Hai freddo? Vuoi
qualcosa?”. E noi che rispondevamo sempre
“Cerco lavoro” perché non capivamo niente.
Che nei campi di arance-mandarini in Calabria dormivamo in case abbandonate senza
finestre e senza porte. Che una notte ci hanno
sparato due colpi di fucile. Non sapevo come
spiegare loro cosa voleva dire essere clandestino. Il non avere diritti, il non essere, la non
esistenza. Come spiegare quando andavamo
in piazza a metterci come schiavi ad aspettare
che qualcuno venisse a prenderci per fare il
muratore, il giardiniere o per portare dei sacchi di cemento per cinque o sei piani? Non
ho mai avuto il coraggio di spiegare le cose.
E poi… chi mi avrebbe creduto? ▪
la città conviviale
Antonio Nanni
Le migrazioni
fanno bene all’economia
C
hi maledice la presenza degli
stranieri in Italia come fattore
di impoverimento e di declino,
non possiede l’alfabeto dell’economia. Tutti i centri di ricerca e i Rapporti internazionali confermano che
i flussi migratori rappresentano un
motore formidabile per lo sviluppo,
per la crescita e per la redistribuzione
globale dell’economia.
Ad esempio, il Dossier 2007 di CaritasMigrantes ci informa che il contributo
degli stranieri all’economia italiana
è stato consistente perché il 6,1 per
cento del Pil è stato realizzato dagli
immigrati.
I lavoratori stranieri pagano in Italia
quasi 1,9 miliardi di euro di tasse. È
bene non dimenticarlo. Tra i lavoratori stranieri, secondo l’archivio
di Unioncamere, ci sarebbero ben
141.393 imprenditori, per il 70 per
cento operanti nel commercio e
nelle costruzioni. Va poi considerato
che il lavoro degli immigrati copre
un tipo di domanda “scomoda”, che
evidentemente gli italiani preferiscono lasciare ad altri: più di un quarto
degli occupati stranieri lavora infatti
in orari disagiati (il 19 per cento la
sera, dalle 20 alle 23, il 12 per cento
la notte, dopo le 23, il 15 per cento la
domenica).
Bisogna inoltre considerare che gli
stranieri rappresentano anche un fattore di redistribuzione della ricchezza
a livello planetario.
Nel mondo infatti le rimesse superano i 300 miliardi di dollari all’anno
e valgono tre volte gli aiuti allo sviluppo. Nel 2006 le rimesse spedite
dagli immigrati presenti in Italia verso i loro paesi di provenienza hanno
raggiunto la soglia dei 4,5 miliardi di
euro. Secondo la “mappatura globale” realizzata dall’Ifad, agenzia Onu
per la riduzione della povertà rurale,
sono 150 milioni gli emigranti che
mandano a casa parte del proprio stipendio. La situazione italiana è stata
monitorata da una ricerca realizzata
dalla Fondazione Cariplo.
Dallo studio emerge che un lavoratore straniero invia dall’Italia al paese
di origine il 47 per cento del proprio
reddito e che questi fondi sono utilizzati soprattutto per consumo ed
educazione. Resta un nodo centrale,
quello del costo dei trasferimenti, che
in alcuni casi rappresentano il 20-25
per cento della somma inviata. ([email protected]) ▪
5
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solidarietà internazionale 01/2008
l’opinione
Il welfare
del 2008
N
Vinicio Albanesi
Don Vinicio Albanesi.
©AUGUSTO CASASOLI/A3/
CONTRASTO
6
emmeno con la fantasia è possibile
prevedere per il 2008 soluzioni alle
questioni irrisolte del welfare. Una
serie di fattori “negativi” impediscono programmazione e interventi significativi sul
benessere sociale.
Il primo elemento negativo è la spinta alla
sopravvivenza. Nel paese è oramai forte
l’appello al rilancio dell’economia e del benessere. Da tutte le parti si sente il ritornello:
“I salari sono insufficienti” e non permettono
tranquillità. Per chi sta sotto la linea della
“normalità”, per motivi personali e/o familiari,
le difficoltà si raddoppiano. Soffre dei limiti
di tutti, più quelli della solitudine, della mancanza di salute e di risorse.
Inoltre, il mondo della “politica” è tutto
concentrato sugli “assetti istituzionali”. La
mobilità dei quadri di riferimento non interrompono le difficoltà, anzi le aggravano.
L’attenzione è sul quadro generale della “governance”: i problemi concreti e quelli più
gravi rimangono in sospeso. Ciò che esiste
stenta a sopravvivere: nemmeno si parla delle situazioni più pesanti da affrontare.
Infine, l’esasperazione del federalismo ha
prodotto se non 20 Italie, poco meno. I territori si differenziano. La legge 328, pensata
per dare autonomia e quindi territorialità ed
efficienza ai servizi, è inevasa o comunque
realizzata a macchie. Territori ricchi di risposte e di progetti: poco più in là deserti impensabili. Pur in quadri di riferimento locali,
non sono stati sciolti i nodi dell’integrazione
sanitario-sociale. Un palleggio pericolosissimo si è innescato tra le competenze: vengono “volentieri” affidate. Non per generosità,
ma per sgravarsi di problemi, date le scarse
risorse.
Non resta dunque che segnalare per il 2008
“i nodi” evidenti e seri del welfare: senza
nemmeno la speranza che verranno risolti;
probabilmente nemmeno affrontati.
Il primo è la cosiddetta “autosufficienza”:
una prospettiva che può abbracciare molti
aspetti del sociale, ma anche essere limitata
a scarse e insufficienti risposte. Se infatti per
autosufficienza si intende l’offerta di strumenti per dare a chi è in difficoltà (disabile,
anziano, povero, disagiato) soluzioni di vivibilità, tale prospettiva, senza una profonda
rivisitazione di tutto il sistema di welfare,
non è nemmeno pensabile. Si riduce a qualche ora al giorno di assistenza da offrire ai
vari soggetti bisognosi. Su questo versante
addirittura la riflessione è in ritardo.
Un altro grande nodo del welfare è tutto
l’universo giovanile. Invocato in circostanze
drammatiche (incidenti, alcolismo, tossicodipendenza, bullismo…), in verità nella nostra
Italia non è mai esistita una politica giovanile.
Non esistono reti, agenzie, occasioni capaci
di intercettare disagi e disfunzioni dei giovani. Il carico di ogni forma di educazione
e di accompagnamento è affidato alla famiglia, comunque essa sia. Sia forte e capace,
che incerta e problematica. Non è difficile
immaginare le conseguenze del disagio in
famiglie fragili: le problematiche si moltiplicano con sbocchi drammatici di disordine e
sofferenza.
Infine, è lontana ogni politica dei territori. Eppure è una prospettiva interessante perché,
se esistono problemi sociali in ogni parte
d’Italia, la loro gravità e ingestibilità dipende
anche dai contesti ambientali e sociali molto
diversi nel territorio. Gli esempi sono molti:
gli stessi problemi sono diversamente risolvibili in una grande città o in un piccolo paese;
in aree ad alto rischio o in aree più tranquille.
Certamente i trend virtuosi si innescano per
una serie di circostanze positive. La semplice
elencazione di macro aree dimostra quanta
buona volontà (politica) creativa sarebbe
necessaria, pur tenendo presenti le scarse
risorse economiche del paese.
Una stagnazione pesante sembra incombere sul paese. Un piccolo trotto a garantire
specchietti di soluzioni. Lo sforzo tutto concentrato a non perdere quel poco terreno
conquistato in servizi e in risposte.
Da qui l’invito almeno a riflettere, a ripensare
il welfare in maniera complessiva ed efficace:
ritornare alla creatività tenendo conto delle
nuove forme di disagio, dei contesti modificati e soprattutto della programmazione delle risorse. Il minimo che possiamo augurarci
in tempi difficili. ([email protected]) ▪
solidarietà internazionale 01/2008
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Kenya:
giochi
pericolosi
Gravi disordini politici e tribali dopo le elezioni
Kenya, Mombasa.
©REUTERS/Joseph Okanga
Renato Kizito Sesana
C
iò che è avvenuto nelle scorse settimane in Kenya, al di là della tragedia rappresentata dalle centinaia
di vittime rimaste sul campo, pone seri
interrogativi non sul sistema democratico in se stesso (fino ad ora non siamo
riusciti ad individuarne uno migliore),
ma sulle forme della democrazia quando
essa viene declinata in contesti culturali
diversi dal nostro. Un dato è certo: chi in
Africa viene chiamato, anche attraverso
elezioni democratiche, a gestire il potere,
difficilmente lo abbandona. Ki-Zerbo,
il quale, oltre che storico è stato anche
un leader politico, era solito dire che in
Africa non conviene fare opposizione,
perché si perde sempre. Chi ha il potere
troppo spesso infatti lo gestisce a uso e
consumo di se stesso e della propria etnia
e non lascia spazio all’opposizione.
Il Kenya dopo essersi liberato democraticamente dalla dittatura più che ventennale del dittatore Moi, era ritenuto
un paese sicuro. Dopo queste ultime
elezioni è caduto in una spirale pericolosissima che rischia di innescare un
conflitto che ha contorni sia politici che
etnici. Di seguito pubblichiamo un’analisi di Padre Kizito e l’appello lanciato
dal Premio Nobel per la pace nel 2004,
la kenyana Wangari Maathai.
Per capire l’attuale contesto politico
keniano bisognerebbe risalire almeno
al 1982, quando, dopo un tentativo di
colpo di Stato, l’allora Presidente Moi
Si accusano reciprocamente i due
contendenti alle elezioni presidenziali. Il presidente uscente, dichiarato
vincitore, giura in fretta nella residenza presidenziale. Il suo rivale e
gran parte degli osservatori internazionali denunciano brogli. Centinaia
di vittime. Senza dialogo il paese
rischia di essere ingovernabile.
ha trasformato il paese in una dittatura
brutale, pur mantenendo alcuni elementi formali e di facciata per spacciare il
proprio regime come democrazia. Il
tutto, è bene notarlo, sempre restando
fedele alleato della Gran Bretagna e
degli USA. Amico e protetto dall’Occidente. Sarebbe troppo lungo seguire
dall’82 ad oggi la carriera politica dei
due principali protagonisti della crisi
odierna, Mwai Kibaki e Raila Odinga.
Basti dire che da allora ad oggi entrambi
sono stati alleati e avversari di Moi,
alleati con tutti e avversari di tutti,
anche tra di loro. Per entrambi non si
può parlare di una posizione ideologica
diversa o di programmi politici alternativi, ma sempre e solo di alleanze per
arrivare al potere.
Entrambi hanno una considerevole fortuna personale, che non hanno paura di
ostentare. È famosa la Hummer di Raila,
un fuoristrada che costa diverse decine
di migliaia di euro e che fa due kilometri
con un litro. Raila l’ha usata per visitare
Kibera, il più grande slum di Nairobi,
che fa parte del suo collegio elettorale.
Per entrambi, credere che siano motivati
dal desiderio di servire il paese o che
siano paladini delle democrazie e dei
poveri, è cadere vittima di una pericolosa illusione. Il loro atteggiamento
è descritto bene nell’editoriale del 1°
gennaio del “The Nation”: “Né il Party of
National Unity (NPU) né l’Orange Democratic Movement (ODM) durante le
campagne (elettorali) hanno dimostrato
particolare controllo o rispetto per la
7
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stabilità del paese. Il mantra sembra
essere stato: o lo governiamo o lo bruciamo”. L’incontrollata sete di potere,
e di proteggere col potere le ricchezze
più o meno legalmente acquisite, sono
il motore dell’attività politica di questi
partiti.
Detto questo, bisogna fare delle distinzioni. Mwai Kibaki, quando è andato
al potere cinque anni fa ha fatto delle
riforme importanti: ha disposto l’educazione gratuita per gli otto anni di
Kenya, Nairobi.
©REUTERS/Antony Njuguna
scuola elementare e garantito la libertà
di espressione e di stampa. Per cinque
anni non abbiamo avuto prigionieri
politici e tanto meno assassini politici come avveniva con Moi, e mai in
Kenya una campagna elettorale è stata
libera come quella dello scorso mese.
Ha preso una serie di provvedimenti
economici che hanno fatto ripartire
l’economia del paese, che negli ultimi
anni di Moi aveva una crescita negativa
e che invece dal 2004 è cresciuta di oltre
il 5% all’anno.
Due, invece, sono i grandi fallimenti di
Kibaki. La corruzione pervasiva, ereditata dai 24 anni di malgoverno di Moi,
non è stata combattuta con l’efficacia
e la determinazione che il cittadino
comune avrebbe voluto. È stata sì ridotta di molto, ma resta un cancro che
pervade tutta la società keniana. Inoltre,
la nuova costituzione promessa da Kibaki appena eletto non è stata ancora
approvata e la conseguente promessa
di decentralizzazione del potere non è
stata onorata.
La questione etnica
Dal canto suo Raila Odinga, andato al
governo come membro della coalizione
di Kibaki cinque anni fa, è poi passato
all’opposizione sulla questione della
nuova costituzione, ed é riuscito a far
bocciare la costituzione proposta da
Kibaki con il referendum di due anni
fa. L’ODM è nato dallo slancio di questa
bocciatura popolare, e da allora Raila ha
8
solidarietà internazionale 01/2008
accentrato il potere del movimento
ed ha esasperato
la questione tribale. Da oltre un
anno ormai la parola d’ordine fra
i Luo, - l’etnia di
Raila che ha un peso preponderante
nell’ODM, come invece i kikuyo sono
l’etnia di Kibaki con un peso preponderante nel PNU, - è stata: “È arrivato
il nostro turno
di governare il
paese” per poi
trasformarsi più
recentemente in:
“Se perdiamo le
elezioni vuol dire
che ci sono stati
brogli”.
Raila poi, durante
la campagna elettorale, ha giocato
due carte pericolose. Ha promesso
di implementare
il “majimboism”,
una specie di regionalismo che
era stato negli anni novanta proposto
da Moi e rifiutato da Raila, senza specificare che contenuti avesse questo majinboism. Lasciando così temere, anche
tenendo conto della storia personale di
Raila, che si trattasse concretamente di
una specie di rigido regionalismo che
avrebbe frazionato il Paese. Successivamente ha firmato con i notabili della
comunità musulmana un Memorandum
of Understanding – un patto di intesa - i
cui contenuti non sono mai stati divulgati con chiarezza. I suoi avversari, e
molti cristiani fra loro, hanno giudicato
questo accordo come un errore, perché
fa una distinzione fra i cittadini keniani,
basandosi sull’appartenenza religiosa,
e questo è già contro la costituzione in
vigore, così come contro il progetto di
costituzione dell’ODM.
Kibaki e il suo gruppo non hanno reagito a questa campagna, alzando steccati e
lasciandosi imprigionare nella trappola
degli stereotipi etnici. Una responsabilità, quella dell’etnicizzazione del
conflitto, che è tutta di questi leader
politici. Per citare ancora l’editoriale del Nation,
indirizzandosi a
Kibaki e Raila,
af ferma: “Non
c’è mai stata tanta
animosità fra gente che ha vissuto
insieme per molti
anni come buoni
vicini. Il caos che
stiamo vivendo è il
prodotto dell’élite
tribale, economica e politica che
si identifica con
voi”.
Che l’aspetto etnico sia diventato centrale non lo si
può negare. Inutile girare intorno al
problema. Odinga in primo luogo, ma
anche Kibaki e il suo partito, negli ultimi tre anni, per ragioni di opportunità
politica personale, hanno fatto tutta
una serie di passi, e a volte magari solo
passi sbagliati, che hanno alimentato
l’animosità etnica.
Entrambi i partiti usano saltuariamente,
soprattutto nei momenti critici, l’appoggio dei “mungiki” e delle squadre
organizzate e pagate di giovani disoccupati e disperati.
I mungiki sono nati all’inizio degli
anni novanta come una comunità di
kikuyo che voleva tornare alla religione ancestrale: la venerazione di Ngai
(Dio) rappresentato dal monte Kenya.
Lentamente questo gruppo è degenerato
in una specie di piccola mafia che, ad
esempio, a Nairobi ha controllato alcune
delle linee di trasporto, e che riesce a
mobilitare gli adepti anche per azioni
violente e criminali. In questo gruppo ci sono ora anche non-kikuyo, ma
tendenzialmente si identificano con la
difesa delle comunità e degli interessi
kikuyo.
A questa setta parareligiosa si contrappongono le squadre di giovani
disoccupati di Kibera controllate da
Raila Odinga, e delle quali Raila si è
sempre servito per provocare disordini
di piazza. Anche alzando il livello dello
scontro fino a voler cercare di provocare
vittime da poter poi usare per i propri
scopi. Sono i due volti peggiori dello
scontro in atto.
A Nairobi la maggioranza delle vittime
di questi ultimi giorni non sono state
uccise negli scontri con la polizia, ma
da azioni organizzate da questi due
gruppi. Così a Kawangware, dove i kikuyo sono prevalenti, hanno attaccato
case e piccole attività artigianali dei
Luo, e l’opposto è avvenuto a Kibera.
Purtroppo poi, come sempre capita,
a farne le spese
sono le persone
inermi e innocenti. Il mattino
del 31 dicembre,
dopo la notte di
peggiori violenze che siano finora avvenute a
Kibera, Kamba,
u n a m ico, m i
Odinga in primo luogo
e Kibaki, hanno alimentato l’animosità etnica.
La corruzione pervasiva
non è stata combattuta,
ma resta un cancro che
pervade tutta la società
keniana.
solidarietà internazionale 01/2008
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KENYA, NAIROBI.
©REUTERS/Antony Njuguna
Ci si dimostra grandi
in tempi come questi
Da un appello lanciato dal Pre- alla presenza di pochi ospiti e
mio Nobel per la Pace Wangari ministri, inclusi molti che aveMaathai
vano perso il loro seggio parlamentare. La cerimonia del giuattuale situazione nel mio ramento è stata così frettolosa
paese, il Kenya, è scioccan- che ci si è dimenticati anche
te e pericolosa. Dobbiamo l’inno nazionale. Una fretta che
agire ora per far cessare le vio- è servita soltanto ad aumentare
lenze e le uccisioni senza senso. ampiamente i sospetti di brogli
Abbiamo visto tutti con orrore elettorali, denunciati anche dae profonda tristezza gli eventi gli osservatori internazionali.
devastanti svoltisi nelle ultime Per questo l’ODM e il suo leader
settimane. La situazione proble- Raila Odinga hanno protestato,
matica continua a crescere e tut- affermando che era stata loro
ti i kenyani di buona coscienza rubata la vittoria. Hanno chiesto
devono continuare a esortare i le dimissioni del presidente, il
nostri due leader, il Presidente quale, però, dopo il giuramento
Mwai Kibaki e Hon Raila Odinga, si considera regolarmente eleta impegnarsi nel dialogo e a far- to e insediato. Di qui la rabbia
la finita con questo conflitto che che si è riversata sulle strade e
provoca disagio sociale , uccisio- sulle piazze e l’entrata in campo
ni e distruzione della proprietà. delle divisioni etniche, dato che i
Tutto è nato con l’annuncio da due contendenti appartengono
parte della Commissione Elet- a due grandi etnie del paese.
torale del Kenya (ECK) che pro- Centinaia di persone sono state
clamava vincitore delle elezioni uccise. Migliaia hanno dovuto
il Presidente Kibaki. C’era, però, abbandonare le loro case. Case
in precedenza un malcontento e proprietà sono state distrutte.
di vecchia data e una sfiducia Come uscire da questa situaziotra alcune comunità etniche, ne? Io propongo 4 approcci.
alimentate lungo gli anni da È necessario trovare vie di ricongenerazioni di politici.
ciliazione. So che c’è frustrazioPoco dopo l’annuncio della ne e dolore tra l’ODM e i suoi socommissione elettorale, il Pre- stenitori specialmente perché
sidente eletto ha prestato giura- credono che sia stata loro rubamento nella casa presidenziale, ta la vittoria. C’è grande divisio-
L’
raccontava terrorizzato di aver visto
a poche decine di metri dalla sua baracca di Kibera i corpi di 4 suoi vicini
e conoscenti, kikuyo, che erano stati
sgozzati con un coltello da cucina.
Questa crisi l’abbiamo vista arrivare, ma
nessuno ne aveva capito la potenziale
distruttività e la carica di tribalismo
che stava prendendo. I sondaggi che
sono stati pubblicati dai media kenyani
negli ultimi mesi facevano vedere come
la gente continuasse ad avere una sostanziale fiducia nel presidente e sempre
meno fiducia nel suo partito. Mentre
molti, favorevoli ai cambiamenti promessi dall’ODM, erano meno entusiasti
verso Raila, percepito come un uomo
politico con tendenze dittatoriali. Così
oggi i risultati delle elezioni, prendendo
come autentici quelli ufficiali, rendono il
paese ingovernabile. Con un presidente
nel quale sono accentrati molti poteri,
ma che è in minoranza in parlamento,
e quindi non può governare, e con una
rivalità tribale che è sfuggita probabilmente anche al controllo di chi l’ha
scatenata.
ne e questa può essere risolta
solo attraverso grande sincerità e riconciliazione. Aspettarsi
che i kenioti accettino i risultati
ottenuti illegalmente sarebbe
scorretto e non democratico.
Per questo è necessario che
vengano riconteggiati i voti.
Un passo altrettanto importante
sarebbe quello di promuovere il
dialogo tra i 2 leader o direttamente o coadiuvati da un mediatore. Chiediamo a entrambe
le parti di guidare questa nazione verso la pace, la guarigione
e la riconciliazione; e chiediamo
rispetto e umiltà.
Un’altra via potrebbe essere
quella di creare una coalizione
tra i due partiti. Per eliminare
qualsiasi tipo di paura questo
approccio dovrebbe poter essere tutelato a livello costituzionale e discusso in parlamento
per superare qualsiasi tipo di
disaccordo.
Mentre i politici si impegnano
nel fare il proprio dovere, i cittadini dovrebbero evitare di
trovarsi coinvolti in atti di violenza e distruzione. Tutte le 42
comunità che compongono il
paese hanno un legame storico
e geografico e sono chiamate
a vivere insieme nello stesso
paese. Come vicine. Uccidendo,
distruggendo proprietà e costringendo i nostri fratelli e le
nostre sorelle ad abbandonare
le loro case, si crea un circuito di
odio che peserà sui nostri figli e
sui figli dei nostri figli per tanti
anni. Rompiamo, per favore,
questo circolo vizioso dell’odio.
Torniamo a vivere gli uni vicino
agli altri, senza farci accecare da
pregiudizi etnici.
È di fondamentale importanza
che tutti i kenyani si battano per
ottenere giustizia. L’ingiustizia
nei confronti di uno solo di noi
deve essere percepita come
un’ingiustizia effettuata nei
confronti di tutti quanti.
In un momento come questo,
vorrei ricordare le parole del
Pastore Martin Neimoller, che,
ricordando il periodo del nazismo in Germania dice:
“Sono arrivati prima per i comunisti, e io non ho parlato perché
non ero comunista.
Poi per gli Ebrei, e io non ho parlato perché non ero ebreo.
Poi per i sindacalisti, e io non
ho parlato perché non ero un
sindacalista.
Poi sono venuti per me, ma a
quel punto non c’era più nessuno che potesse parlare”. ▪
Wangara Maathai, Premio Nobel
Pace 2004
9
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solidarietà internazionale 01/2008
rispettando la legge, la costituzione
vigente, rinunciando entrambi alle
manifestazioni di
piazza che inevitabilmente provocherebbero morti e
feriti. E servirebbero solo ad inasprire le
divisioni e creare un piedistallo per i due
leader: i miei morti sono più dei tuoi.
Il parlamento, così come composto dai
risultati elettorali annunciati, deve essere convocato e la giustizia deve lavorare
indipendentemente per esaminare le
reciproche accuse di brogli. Ma non
basta. Kibaki deve accettare una seria
revisione delle elezioni e la riconta dei
voti, con la presenza di un monitoraggio
internazionale. Non c’è altra alternativa
se vuole garantire la sua legittimità.
Ma la cosa più importante è che Kibaki
e Raila dialoghino. Kibaki finora ha
reagito con la repressione, Raila punta
sulle manifestazioni di piazza. Ma è
una strada di confronto che non può
portare lontano e che rischia di bloccare
il paese in un conflitto irrisolvibile. La
diplomazia internazionale deve aiutare
il Kenya; Gran Bretagna e USA devono
aiutare ad avviare il dialogo. L’Unione
europea può avere un’influenza importante. L’Unione africana potrebbe aiutare a prender tempo. Tutte le
possibili pressioni devono essere fatte
su queste due persone e i partiti che
rappresentano perché accettino il fatto
che il Kenya è più importante di loro,
e che devono collaborare.
Ma in ultima analisi la pace non
può venire dal di fuori, deve nascere dal di dentro, per poter superare
definitivamente le difficoltà e gli odi
seminati negli ultimi mesi e nelle ultime settimane. Un’ipotesi possibile
sarebbe quella di recuperare il “terzo
uomo”, Kalozo Musyoka, che ha partecipato alle elezioni ottenendo quasi
mezzo milione di voti. Appartiene ad
un’etnia minoritaria, non ha mai usato né pubblicamente né privatamente,
da quanto si sa, il linguaggio dell’odio
tribale. Ha competenza e conoscenza
della situazione politica del paese. Potrebbe diventare il mediatore interno
ideale, capace di far muovere avanti un
processo di riconciliazione che non può
essere imposto dal di fuori.
Il dialogo fra le due parti deve cominciare al più presto. Non si può aspettare.
Bisogna evitare ulteriori manifestazioni di piazza. Se tutto invece continua
così, non ci sono dubbi che nel paese si
scatenerà un nuovo ciclo di violenza e
morte che renderà ancora più difficile
la possibilità di una riconciliazione.
([email protected]) ▪
INTANTO A MALINDI
I risultati delle elezioni, al di là dei
possibili brogli, rendono il paese ingovernabile.
N
onostante questo, la
festa di fine anno di Colajanni (ex parlamentare europeo ed ex responsabile
esteri dei DS) e di altri italiani
famosi «in trasferta» a Malindi
è filata liscia. «Francamente...
ce ne siamo fregati. Eravamo
io con mia moglie, Chicco Testa e famiglia, Giovanni Minoli
e la moglie Matilde Bernabei,
Pietro Calabrese e pochi altri.
Cena a casa mia sulla spiaggia a lume di candela». Solite
aragoste a due euro l’una?
«No, no, non impazzisco per
il pesce. Abbiamo mangiato
invece un’ottima pasta e poi
l’insalata russa, che adoro.
L’unica cosa, ogni tanto scherzando qualcuno brindava dicendo: “Buon Capodanno... se
non ci tagliano la gola”.
(Dal Corriere della sera)
KENYA, NAIROBI. ©REUTERS/Thomas Mukoya
Il dialogo come
unica soluzione
E le due parti sembrano ormai fisse su posizioni che non ammettono il dialogo. Un
amico giornalista kikuyo mi pare possa
rappresentare la mentalità comune: “Io
ho votato nel mio collegio elettorale per
un parlamentare dell’ODM, perché credo
che l’ODM possa avere in parlamento una
funzione importante di controllo su un
possibile strapotere del presidente, ma
non accetterei mai Railia come presidente.
Con lui al potere fra cinque anni non
avremmo elezioni truccate. Non avremmo
elezioni, punto e basta”.
Come sbloccare la situazione?
Innanzitutto è importante che Kibaki e
Raila accettino di muoversi nella legalità,
KENYA, NAIROBI. ©REUTERS/Radu Sigheti
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solidarietà internazionale 01/2008
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Riflessione in margine ad una nuova tragedia della miseria
Il diritto di
esistere
Graziano Zoni
Il primo gennaio 2008 due persone muoiono di freddo a
Roma. Finito il tempo delle parole e delle statistiche è tempo
di agire concretamente. Se esisto, ho il diritto di esistere. Un
reddito minimo di “esistenza” per tutti.
Bari. Carmela, 86 anni.
©Fabio Cuttica/Contrasto
N
on ne posso più di statistiche, di
studi e ricerche. Di numeri e di
statistiche. Certo, anche quelle
sono importanti. Sapere che in Italia ci
sono alcuni milioni di poveri, che in
Europa sono decine di milioni e che nel
mondo oltre due miliardi di persone
non sanno come sopravvivere non
può non preoccupare. I numeri sono
importanti perché ci danno la misura
del dramma. Ma sono freddi. Non suscitano emozioni. Non raccontano che
dietro loro ci sono storie di vita, donne,
uomini e bambini in carne ed ossa.
In più servono a coltivare quel vezzo
tipico della nostra cultura che crede
di aver risolto un problema quando lo
ha analizzato. Invece occorre trovare
e in fretta, risposte concrete.
Mi hanno sempre insegnato che nel
mondo “o c’è pane per tutti o non ce
n’è per nessuno”. Ho pensato a questo
quando ho saputo che il primo gennaio
di quest’anno a Roma due persone sono
morte di freddo. Due persone vere, in
carne ed ossa. Con le loro storie, i loro
sogni e le loro aspirazioni. Non due
numeri di una fredda statistica!
Casa, sanità, scuola per tutti
La stampa, a metà dicembre scorso,
ha riportato un intervento del premier Romano Prodi alla Commissione d’indagine sull’esclusione sociale.
“Noi - dice Prodi - ci attendiamo non
solo l’indicazione delle anomalie, ma
anche provvedimenti che entrino nel
dibattito sul reddito minimo di cit-
tadinanza. Un dibattito che un Paese
democratico non può non considerare”.
Se posso, da ruspante della strada,
vorrei completare l’affermazione del
premier. Un Paese democratico, con
un Governo di sinistra sostenuto da
tanti cattolici, non solo “non può non
considerare”, ma deve, assolutamente
deve, e quindi, avrebbe dovuto già,
realizzare e rispettare questo diritto
primario che spetta ad ogni persona: di possedere un reddito minimo
garantito, un’abitazione degna di un
essere umano, una sanità ed una scuola
gratuite. È un diritto questo che gli è
dovuto in quanto esiste, è nel mondo.
Ogni persona, nel momento in cui
viene al mondo, porta stampato in sé,
nel suo certificato di nascita questo
diritto primario.
L’Abbé Pierre nell’inverno del 1954,
particolarmente gelido nella regione
parigina,di fronte ai tanti senza tetto
che rischiavano di morire assiderati,
con i suoi “stracciaioli di Emmaus”
decise di costruire “case illegali”. E
diceva: “Se la polizia verrà a chiedermi il permesso di costruire, mostrerò loro ed alla stampa il certificato
di nascita di queste persone”. Esisto,
quindi devo esistere, quindi ho diritto
di esistere!
Attorno a questo concetto, già dal 1989
l’economista Henry Guitton fondò
l’Associazione Aire (Associazione per
l’Istituzione di un Reddito di Esistenza). Questa associazione conf luì poi
nella rete Bien (“Basic incombe European Network”) che raggruppa più di
duecento (sì, avete letto bene, duecento) ricercatori occidentali di moltissimi
settori (economia, sociologia, filosofia,
politica ed amministrazione). Come
sempre, in questi network mancano i
diretti interessati: i senza tetto, i senza
fissa dimora, i senza tutto.
Devo riconoscere che negli ultimi anni
la Commissione europea ha cominciato a riunire sui problemi sociali anche
i diretti interessati. Guido e Michele
della Comunità Emmaus di Roma,
che hanno partecipato agli incontri a
Bruxelles, ne sono tornati abbastanza
soddisfatti, ma stanchi, sfibrati dalle
troppe parole. Ad Emmaus sono abi11
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tuati a fare.
E il problema resta sempre questo: come passare dalle parole
ai fatti concreti?
D a l l ’a n a l i s i e
dallo studio della
miseria ad azioni concrete che
possano portare
ad una soluzione
vera?
Un reddito
minimo
garantito
Attorno alla richiesta del “reddito di esistenza”
ci sono varie interpretazioni. Chi lo vede legato ad
un’attività sociale, chi in vista di un
inserimento nel mondo del lavoro, chi
lo ritiene un diritto legato semplicemente al fatto di “esistere”.
In Francia per esempio esiste da anni
il “Rmi” (Reddito Minimo d’Inserimento). Nel 1998 il Governo italiano
decise come esperimento per due anni,
un istituto analogo coinvolgendo direttamente i comuni che dovevano
farsi carico del 10 per cento delle allora 500.000 lire (258,23 euro) che
venivano erogate. Lo stanziamento
previsto avrebbe potuto interessare
circa centomila famiglie. Alla soddisfazione di molti non mancò all’epoca
qualche cautela. Ad esempio Mons.
Nervo, presidente della Fondazione
Zancan, riconobbe la validità del provvedimento, ma ne evidenziò anche i
rischi: l’attuazione assai complicata richiedeva molta attenzione per
garantirne l’efficacia, affinché fosse
realmente uno strumento per uscire
dalla miseria, senza alcuna strumentalizzazione.
Oggi, il Presidente Prodi parla di
“reddito minimo di cittadinanza”.
Conoscendo gli equivoci possibili
cui la parola “cittadinanza” si presta,
specialmente oggi, avrei preferito e
preferisco la denominazione di “reddito minimo di esistenza”. La trovo
più chiara e forse afferma e riconosce
meglio il diritto non finalizzato al
“per esistere”, ma al semplice fatto
che “esisto”.
La differenza non è di poco conto. Va
ben oltre il gusto della disquisizione
semantica, e ci aiuta ad intenderci
meglio.
A proposito, mi resta sempre l’incubo
della parola “incapiente” che da un
po’ di tempo ricorre nel nostro lessico politico-sociale. Non l’ho trovata
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Sapere che in Italia
sono alcuni milioni di
poveri, che in Europa
sono decine di milioni,
e che nel mondo oltre
due miliardi di persone non sanno come
sopravvivere non può
non preoccupare.
nemmeno sul vocabolario, quindi deve
essere fresca di conio.
Mi ha aperto un po’ la mente un articolo di Francesco Marsico sull’ultimo
“Italia Caritas” del 2007.
Marsico esamina il pacchetto “sociale”
della Finanziaria e, ad un certo punto,
parlando dei 1.900 milioni di euro
provenienti dal cosiddetto “tesoretto”,
scrive che dovrebbero essere destinati
ai contribuenti a basso reddito, detti
“incapienti”. E qui ripongo, insieme
a Marsico e spero a tanti altri, la domanda per la quale occorre una chiara
risposta del nostro sedicente Governo
di sinistra: «E coloro che non sono
nemmeno incapienti?».
D’accordo pensare e preoccuparsi dei
titolari di pensione sociale, d’accordo
sostenere i cortei e le lotte dei precari,
d’accordo impegnarsi a difendere il potere d’acquisto dei salari. Ma a coloro,
e sono una moltitudine!, che vivono in
estrema miseria, che non sono nemmeno iscritti all’anagrafe fiscale (e
qualcuno magari nemmeno all’anagra-
solidarietà internazionale 01/2008
fe civile), che non
hanno sindacati
se non le nostre
associazioni che
tentano di dare
loro una risposta ai loro diritti, a costoro chi ci
pensa? Contro chi
devono dichiarare sciopero? E
sciopero di “che”,
della fame?
Esistono, quindi
hanno diritto di
BARI. La signora Corsi
vivere.
osserva il figlio che
dorme , all‘ interno
La mia rif lesdella loro abitazione
in cui vivono nove persione non vuole
sone. ©Fabio Cuttica/
Contrasto
essere polemica
od offensiva. Ma
ritengo che oggi
sia dovere primario delle organizzazioni sindacali richiedere al governo
efficaci interventi anche per questa
fascia sempre più larga di persone,
pur non iscritte nelle liste delle proprie organizzazioni. E dal governo
mi aspetto, finalmente, un gesto che
vada oltre i calcoli politici, un gesto
umano di giustizia.
L’istituzione fissa del “salario di esistenza” potrebbe essere il primo passo
verso efficaci ed urgenti riforme sociali
importanti, almeno quanto le grandi
riforme su cui le forze politiche, di
sinistra e di destra e di centro, stanno
litigando da tempo, senza concludere
nulla.
E non mi si parli di risorse. Se si trattasse di spese militari, dirette o indirette
che siano, o di investimenti per tenere
“alto” il nome dell’Italia nel mondo,
le risorse fiorirebbero dalla sera alla
mattina. Perché mancano sempre “risorse” quando si tratta di rispettare
la dignità, il diritto di tante persone,
(e per non essere frainteso specifico,
italiane e non), che condanniamo a
sopravvivere nella disperazione? Per
carità, non escludiamo gli esclusi anche nel cosiddetto welfare!
La società civile italiana, nelle sue varie
forme ed organizzazioni, continuerà a
fare la sua parte, ma guai se lo Stato,
il Governo, il Parlamento non sono
decisi a fare il proprio dovere.
E guai se, società civile e istituzioni,
non cominceremo con forza, decisione
e perché no?, anche con qualche collera
d’amore, a mettere in primo piano, al
centro, la persona. La persona, non il
calcolo di parte. La persona, non le
astuzie del potere. La persona, non le
mosse egemoniche. La persona, non
il prestigio delle fazioni.
Non a parole, ma coi fatti. (italia@
emmaus.it) ▪
solidarietà internazionale 01/2008
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America latina, un anno difficile
Il coraggio di
Cristiano Colombi
cambiare
Dopo le ‘rivoluzioni elettorali’ degli ultimi due anni, i popoli
latinoamericani hanno l’opportunità storica di cambiare.
Non possono fallire la prova, ma chi si oppone minaccia di
alzare il tiro…
I
fatti che hanno interessato l’America latina nel corso del 2007 hanno messo in
luce come nel ‘continente della speranza’ sia necessario ancora molto coraggio
per realizzare cose che dovrebbero essere
normali, come rispettare i risultati delle
elezioni, accettare sconfitte referendarie,
chiedere il rispetto di diritti riconosciuti
a livello internazionale. Intendiamoci,
non si tratta di mancanza di democrazia:
da una parte la maratona elettorale degli
ultimi due anni, che per la prima volta
ha portato forze di sinistra al potere nella
maggioranza degli Stati del Sud America,
e dall’altra la grande capacità di partecipazione diretta delle forze sociali sono
grandi prove di democrazia. Il problema
è la reazione delle élite di fronte alla sola
possibilità di realizzare le riforme richieste
dalla popolazione, che riporta alla mente
gli scenari più inquietanti del recente
passato. Eppure dopo 500 anni i popoli
dell’America latina hanno l’opportunità
storica di cambiare, di demolire le strutture dello sfruttamento e di ricostruire
una società democratica e autonoma,
un’occasione che non possono permettersi di fallire. Con tutte le differenze che
percorrono il continente, il tentativo di
dare un nuovo volto all’America latina
merita di essere analizzato a tre livelli:
nei rapporti tra paesi, nella riforma degli
Stati e nella lotta della società civile al di
fuori delle istituzioni.
Il sogno dell’unione
latinoamericana
La congiuntura favorevole di avere una
maggioranza di governi riformisti ha
permesso di compiere in un anno due
passi importanti verso un grande traguardo politico, la realizzazione di una
comunità degli Stati dell’America del
Sud. Abbandonando i modelli superati
di un accordo tutto economico come
il Mercosur, o tutto politico come la
Bolivia, La Paz. ©REUTERS/David Mercado
Comunità andina, si è scelta una strada
più pragmatica, quella di dare vita ad
istituzioni multilaterali su aspetti strategici. Un percorso che ricorda quello
europeo, iniziato proprio con la CECA,
la Comunità del Carbone e dell’Acciaio.
Così il 16 e 17 aprile 2007 il Primo Vertice
Sudamericano sull’Energia ha battezzato
l’Unione delle Nazioni Sudamericane
(UNASUR) e dato vita ad una segreteria
di coordinamento sulle politiche energetiche dei vari Stati, primo passo per definire un modello economico autonomo
e nuove iniziative comuni. Sei mesi più
tardi, il 10 dicembre, Brasile, Argentina,
Uruguay, Venezuela, Ecuador, Paraguay
e Bolivia hanno lanciato la Banca del
Sud, strumento per finanziare i progetti
infrastrutturali di sviluppo e di utilità
sociale in autonomia rispetto al Fondo
Monetario Internazionale e alla Banca
Mondiale. Significative le sedi di questi
atti ufficiali, il Venezuela del petrolio e
l’Argentina dell’ultima crisi finanziaria.
Dietro non è difficile scorgere il ruolo
da promotore del presidente venezuelano Chavez, ma occorre riconoscere
che i termini finali degli accordi hanno
largamente superato le proposte iniziali
del caudillo, rispecchiando le posizioni
degli altri paesi ed in particolare del
Brasile, vera ‘locomotiva’ dell’economia
latinoamericana. Anche a costo di forti
mediazioni, come la rinuncia al ruolo di
prestatore di ultima istanza della Banca del Sud che l’avrebbe avvicinata al
modello più coraggioso di un’autentica
banca centrale sudamericana.
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SANTIAGO DEL CILE. MANIFESTAZIONE A SOSTEGNO DEGLI INDIOS
MAPUCHES. ©wREUTERS/Ivan
Alvarado
Il potere non si tocca
Se da una parte la ritrovata unità di intenti
dei governi ha dimostrato di poter avviare
un nuovo processo di integrazione sudamericana, dall’altra i tentativi di riforma
più profondi fanno emergere contraddizioni e conflitti anche violenti.
Il cambiamento promesso dalla sinistra
latinoamericana, infatti, prevedeva la
strada di un nuovo processo costituente,
capace di modernizzare le istituzioni e al
tempo stesso di avvicinarle ai problemi
sociali. Ma le vicende in Bolivia, Ecuador
e Venezuela sono state molto diverse.
Il caso della Bolivia è il più inquietante,
al punto che, dopo due anni dalla sua
storica elezione, il presidente indio Morales si vede ora costretto ad accettare la
sfida di un referendum sulla sua possibile
destituzione. Dopo un primo anno in cui
l’élite del paese ha fomentato la richiesta
di indipendenza della ricca provincia di
Santa Cruz, nel 2007 gli stessi gruppi
di potere hanno soffiato sul fuoco della
disputa tra Sucre e La Paz per il ruolo
di capitale nella nuova Costituzione. A
fine novembre, a Sucre, il giorno in cui
l’Assemblea Costituente (a schiacciante
maggioranza del partito di Morales)
avrebbe dovuto votare il testo finale, la
tensione è salita alle stelle. Mentre cordoni di contadini e indigeni cercavano
invano di proteggere i lavori, gruppi di
manifestanti affrontavano le forze di polizia e costringevano alla fuga i deputati.
Il bilancio insanguinato di quattro morti
portava la Costituente a sciogliersi. La
decisione di Morales di ridare la parola al
voto popolare è un estremo tentativo di
fermare una deriva violenta che sembra
costruita a tavolino.
Diverso il caso dell’Ecuador in cui
l’elezione di ottobre dell’Assemblea
Costituente ha quasi rappresentato
un rovesciamento dei poteri. Sciolto
il Parlamento alla prima riunione, la
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solidarietà internazionale 01/2008
In lotta per i diritti
Il difficile percorso per la costruzione di
una nuova America latina riguarda anche
e soprattutto la società civile. Occorre
ricordare le crescenti tensioni sociali in
Messico e Centro America, le preoccupanti manifestazioni dei sostenitori di
Fujimori in Perù in occasione della storica estradizione dell’ex presidente, ma
soprattutto i conflitti che riguardano
ancora una volta i popoli originari, proprio nell’anno dell’approvazione all’Onu
della ‘Dichiarazione dei diritti dei popoli
indigeni’, un risultato atteso da venti anni.
Assumono toni ormai drammatici i fatti
che riguardano le comunità Mapuche
in Cile, contro le quali si applica ancora
le Legge Antiterrorista della dittatura:
lo sciopero della fame di oltre novanta
giorni di Patricia Troncoso, prigioniera
politica, l’uccisione di un ragazzo
ad inizio 2008,
la presenza asfissiante della polizia
nelle comunità. In
Brasile i popoli indigeni continuano
ad affrontare numerosi conf litti
ambientali, come
per le acque del Rio S. Francisco: un nuovo
sciopero della fame di mons. Cappio nulla
ha potuto contro la decisione del Supremo
Tribunale Federale di non interrompere
i progetti di sfruttamento. Ed infine i
dieci anni senza giustizia dalla strage
di Acteal in Chiapas, Messico, ricordano come sia ancora lunga ed in salita la
strada per l’affermazione dei diritti in
America latina.
Il processo di cambiamento in America
latina, dunque, avrà bisogno ancora di
molto coraggio per affrontare il conflitto
con i vecchi apparati, con i loro patrocinatori internazionali. Ma un risultato è
il fatto che, per la prima volta, l’ago della
bilancia sarà la partecipazione popolare,
l’impegno di una società civile che non
può smettere di elaborare le nuove forme
possibili di una convivenza più degna.
([email protected]) ▪
In Cile si continuano ad applicare
contro le comunità Mapuche le
leggi antiterrorismo dei tempi della
dittatura.
Costituente è l’istituzione più potente,
tanto da spingere alcuni osservatori a
considerare il suo presidente, Alberto
Acosta, professore universitario e solo
pochi mesi prima ‘scomodo’ ministro
dell’Energia, più influente dello stesso
Rafael Correa. Un personaggio, Acosta,
con il coraggio di assumere posizioni
controcorrente, come quella di smarcarsi da Chavez e dichiarare di volere
un ‘Socialismo del XXI secolo’ diverso,
costruito dai cittadini, che non insegua
il mito ‘sviluppista’.
Ed è stato proprio il ‘Socialismo del
XXI secolo’ a giocare un brutto tiro
al presidente venezuelano che il 2 dicembre scorso ha perso per un soffio il
referendum sulla nuova Costituzione.
L’astensionismo dei suoi elettori non
militanti, più indipendenti, ha agito da
freno alle fughe in avanti e riportato
Chavez a più miti consigli. L’immediato
riconoscimento della sconfitta ed il rimpasto di governo di inizio 2008, con la
sostituzione dei ministri più radicali e
contestati, ne sono una dimostrazione.
Ma anche in questo caso non mancano
i segnali inquietanti, come il modo con
cui l’opposizione conservatrice ha fatto
propaganda, forte del quasi monopolio
dei mezzi d’informazione, spostando
l’attenzione sulla norma che abolisce il
limite di rieleggibilità del presidente (ma
come in tante ‘democrazie occidentali’),
a spese delle altre riforme, soprattutto
economiche.
A due anni dalla sua elezione, il presidente boliviano Morales si vede
costretto ad accettare la
sfida di un referendum
sulla sua possibile sostituzione.
solidarietà internazionale 01/2008
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Piove
sul bagnato
Nel Bangladesh dopo il ciclone
Patrizia Caiffa
I cambiamenti climatici rendono ancora più drammatici i
ricorrenti cicloni. Da sei stagioni si è passati a due. Dopo
l’ultimo ciclone inizia l’ennesima ricostruzione.
È
la terra dei fiumi e delle alluvioni. Qui
il Gange si incontra con il Brahmaputra e si perde in mare con il suo delta
gigantesco. La zona dove i fiumi sono sacri
agli dei è però dimenticata dagli umani.
E rischia di rimanere sommersa, prima o
poi. A causa dell’incrocio tra le correnti del
Golfo del Bengala e i venti freddi dall’Himalaya, con i cambiamenti climatici e il
BANGLADESH.
©Patrizia Caiffa
BANGLADESH.
©Patrizia Caiffa
riscaldamento globale, quest’angolo di
Asia è diventato ancora più vulnerabile
alle catastrofi naturali.
Anche stavolta il Bangladesh prova a
riemergere, attraverso la ricostruzione,
dall’ennesima tragedia che l’ha colpito il
15 novembre scorso, il ciclone chiamato
“Sidr” (significa proprio “occhio del ciclone”) che in una notte ha spazzato via dalle
sue coste del Bangladesh, con raffiche di
vento a 220/240 km orari, tutto ciò che
trovava sul suo percorso: uomini, case,
animali, alberi.
Le cifre ufficiali confermano oggi 3.300
morti e 863 scomparsi (ma potrebbero
essere molti di più perché tanti, soprattutto
i bambini, non hanno documenti). Almeno
2 milioni i senza tetto; in totale, più di 8
milioni e mezzo di persone in 30 distretti
del Paese sono stati coinvolti, riportando
danni fisici o materiali.
A distanza di un mese le persone colpite
vivono ancora in alloggi di fortuna, a pochi
metri dal fiume o dal mare. Gli uomini
lavorano a giornata nei campi o guidano
risciò e barche. Le donne portano cesti
di argilla sulla testa, per poi riversarla ai
lati scoscesi delle strade di terra. I resti di
case in lamiera e gli alberi divelti giacciono
abbandonati lungo le strade o i fiumi. Il
governo ha decretato il 15 dicembre 2007
la fine degli aiuti d’emergenza, cantando
vittoria per come, insieme alle Ong e agli
aiuti dei governi stranieri, è riuscito a gestire la situazione, tenuta sotto controllo
senza rischio di epidemie, come era stato
invece preannunciato.
“In Bangladesh prima avevamo sei stagioni, ora solo caldo e freddo - dice mons.
Paulinus Costa, arcivescovo di Dhaka, alla
guida di una piccola comunità di 30.000
cattolici in una città di 17 milioni di abitanti musulmani-. Quando dovrebbe piovere
c’è il sole e viceversa. Abbiamo paura delle
conseguenze dei cambiamenti climatici.
Se nessuno ci ascolta rischiamo di essere
presto sommersi”. Di recente, afferma
mons. Costa, avvolto nel tipico scialle di
lana che ripara i bengalesi dal freddo del
mattino, “il nostro Paese si è lamentato
all’Onu perché non fa niente per aiutarci
a contrastare i cambiamenti climatici. Qui
ogni anno succede una alluvione o un
ciclone, il governo è corrotto e la gente
è poverissima, con pochissime speranze
di ripresa. Ci sentiamo dimenticati dalla
comunità internazionale”.
La ricostruzione
Intanto nelle zone colpite sono iniziati
i primi passi della ricostruzione: lavori
saltuari stipendiati dal governo o dalle
organizzazioni non governative per permettere alle persone colpite di rendersi
indipendenti dalla distribuzione degli aiuti
e ricominciare una vita autonoma. Caritas
Bangladesh lo chiama “cash for work”,
ossia “soldi contanti in cambio di lavoro”.
“Avevo una casa e un piccolo negozio di
drogheria - racconta Mohammed Alam
Gazi, 35 anni, moglie e tre figlie - ma ho
perso tutto in una sola notte. All’inizio
ero totalmente dipendente dagli aiuti della
Caritas e di altre Ong; però due giorni fa
ho iniziato a lavorare pagato dal governo
e ora posso comprare ciò di cui abbiamo
bisogno”. Mariyam Begam lavora invece
insieme alle altre vedove nella ricostruzione della strada che collega alla scuola,
finanziata dalla Caritas. Anche lei ha perso
la casa e deve sfamare 4 figli, che le fanno
compagnia gironzolando insieme agli altri
bambini durante il lavoro. “Per noi è una
benedizione - dice - poter lavorare e guadagnarci da vivere in autonomia”.
Le vittime
I poveri sari colorati che indossano le donne
sono gli stessi della notte della tragedia.
Tutte hanno perso quasi tutto. Una di loro
veste invece il suo velo islamico nero e ha
perso anche una figlia di 8 anni. Khadiza,
30 anni, appena sentito il segnale di allarme che avvisava dell’arrivo del ciclone,
ha preso in braccio Romi e l’ha legata al
sari, correndo disperatamente accanto al
fiume Andarmanik verso la vicina scuola,
utilizzata nelle emergenze come rifugio. Ma
mentre fuggiva si è resa conto che la stoffa
del sari stringeva troppo forte la bambina,
rischiando di strozzarla. “Ho allentato
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“Prima avevamo sei stagioni, ora solo
caldo e freddo. Quando dovrebbe
piovere c’è il sole e viceversa. Abbiamo paura delle conseguenze dei
cambiamenti climatici. Se nessuno
ci ascolta rischiamo di essere presto
sommersi”. (mons. Paulinus Costa)
un po’ la presa, ma la corrente del fiume
me l’ha strappata via”, racconta Khadiza,
guardando davanti a sé nel suo lontano
vuoto. Secondo studi locali, nelle scorse
catastrofi naturali il 60% delle vittime erano
donne, bambine, adulte o anziane. Diverse
le ragioni. “Prima di tutto - spiega Pintu
William Gomez del dipartimento emer-
BANGLADESH. ©Patrizia
Caiffa
16
genze di Caritas
Bangladesh - per
problemi pratici:
indossando il sari
i loro movimenti,
nella fuga, sono ridotti e impacciati.
Anche i capelli lunghi sono un ostacolo. Poi ci sono motivi culturali: spesso i mariti, soprattutto
nelle regioni più conservatrici, non davano
il permesso alle donne di raggiungere i rifugi per la promiscuità che si veniva a creare
con gli altri uomini. Oppure loro stesse sceglievano di non andare”. Per questo Caritas
ha lavorato molto sulla sensibilizzazione e
ora “la situazione sembra essere migliorata,
anche rispetto al numero delle vittime in
generale”. Il Bangladesh, infatti, in meno
di quarant’anni ha visto abbattersi sulle
sue terre ben tre cicloni, oltre ad una dose
annuale di una o due alluvioni che mietono
sempre vite umane e creano senza tetto.
Il primo nel 1970 ha provocato 500.000
morti, il secondo nel 1991 circa 140.000,
quest’ultimo “solo” 3.300.
I rifugi anticiclone
Uno dei modi per sottrarsi agli effetti delle
calamità naturali sono i rifugi anticiclone,
costruzioni a un piano sopraelevato in
cemento armato, a forma di cuneo per
smorzare l’impatto del vento. Nei locali
interni, in situazioni di emergenza possono
stare in piedi circa 1.500/2.000 persone. In
Bangladesh ne sono stati costruiti 2.000
ma il governo ne chiede altri 1.000. La rete
Caritas ne ha realizzati 222 negli anni, di
cui 66 finanziati da Caritas italiana. Ora
la rete internazionale vorrebbe costruirne
altri 50. Caritas Bangladesh, spiega il direttore Benedict Alo Di Rosario, oltre alla
distribuzione di aiuti e alla ripresa delle
attività lavorative, sta anche studiando
programmi di abitazioni low cost, con
solidarietà internazionale 01/2008
BANGLADESH
©Patrizia Caiffa
“base in cemento, pilastri in acciaio e telaio
rigido, con almeno un metro in muratura per ripararsi dalle alluvioni”. Per il
momento è prevista la ricostruzione di
9.100 case.
La distribuzione degli aiuti
È nel cortile della scuola di formazione
professionale di Barisal, città di 2 milioni
di abitanti a Sud della capitale Dhaka, che
incontriamo una delle tante lunghe file
di donne, alcune completamente velate
di nero, altre con i sari colorati, destinatarie degli aiuti (riso, lenticchie, coperte,
lenzuola, piatti, bicchieri, ecc.). Arrivano
al tavolo della distribuzione e firmano
timorose con l’impronta digitale (l’indice
di analfabetismo è al 40% tra gli uomini,
ancora di più tra le donne). Si illuminano
con un sorriso al ricevere le voluminose
mercanzie colorate, poi si dileguano con
circospezione tra la folla custodendo il
geloso dono.
E non è raro trovare volontari musulmani
che lavorano insieme alla Caritas per ricostruire la loro terra distrutta dal ciclone.
Sayed Mi Faruk, 25 anni, insegnante di
religione nella vicina madrassa, la scuola coranica utilizzata come rifugio il 15
novembre scorso, dice di avere “buone
relazioni sia con i cristiani sia con gli indù.
Durante le festività ci facciamo gli auguri
a vicenda”. Accade nel villaggio sul mare
di Kuawa Kata, nella Sea belt, dove il vento ha creato onde devastanti che hanno
inondato le terre circostanti, portando via
le abitazioni e le barche dei pescatori, circa
2.000 persone che vivono pescando ed
essiccando il pesce. Ora sulla spiaggia c’è
solo ciò che rimane delle case in foglie di
palma secche. Mentre gli uomini lavorano
gli anziani passeggiano, i bambini corrono
e le donne cucinano. La vita continua a
scorrere tra le insolite macerie frondose.
Nonostante tutto e ancora.
([email protected]) ▪
solidarietà internazionale 01/2008
N
egli ultimi mesi del 2001 in Turchia,
ma anche nel resto del pianeta, furono in tanti a tirare un bel sospiro
di sollievo, allorché il progetto della diga
di Ilisu sul fiume Tigri, in pieno Kurdistan
turco, sembrò tramontare in maniera
definitiva.
Le agenzie di credito di Italia (la Sace) e
Regno Unito (ECGD), infatti, non se la
sentirono di dare il loro appoggio politico
e finanziario ad un’opera dai molteplici
impatti negativi – tanto che la Banca mondiale fin da principio si era guardata bene
dall’avere qualsiasi tipo di implicazione
– e di conseguenza il consorzio costruttore, tra le cui fila c’era anche l’Impregilo,
cessò rapidamente di esistere. Ora Ilisu è
tornato prepotentemente di attualità. Le
agenzie di credito all’export di Austria,
Germania e Svizzera hanno deciso di sostenere il manipolo di imprese interessate
a ricevere laute ricompense dal governo
turco per la realizzazione della diga.
Ma non solo, come sempre accade per
questo tipo di progetti, forte è anche il
coinvolgimento di un gruppo di banche private pronte a erogare prestiti di
milioni di euro. Nella lista di istituti di
credito spicca la Austria Bank Creditanstalt, controllata dall’italiana Unicredit.
Proprio l’Unicredit è attualmente oggetto
di una campagna, da parte di una serie di
organizzazioni, tra cui il coordinamento
AcquaSuAv, affinché si ritiri dal previsto
finanziamento di 280 milioni di euro.
Unicredit Group ritiene che la diga di
Ilisu sia ben monitorata e in linea con gli
standard internazionali, ma non tiene in
considerazione che le conseguenze della
costruzione della diga saranno incalcolabili e irreversibili.
Numerose e di grande rilievo le questioni
in ballo. In assenza di accordi internazionali sull’utilizzo dell’acqua del Tigri,
l’impianto di Ilisu potrebbe essere utilizzato come strumento di ricatto nei
confronti dei paesi confinanti, in particolare Siria e Iraq – i cui confini sono a
meno di 100 chilometri dal sito interessato
dalla costruzione dell’opera. Una sensibile
riduzione dei flussi d’acqua ed un peggioramento della sua qualità avrebbero
ripercussioni gravi sui territori dei due
stati asiatici, aumentando la tensione in
uno spicchio del mondo dove i problemi
sono già tanti.
Ma non è finita qui. La storica città di
Hasankeyf e centinaia di altri beni culturali nella valle del Tigri con oltre 12mila
anni di storia, verrebbero sommersi e
quindi perduti per sempre. Hasankeyf
è stata una delle capitali degli antichi
regni dell’Anatolia ed un magnifico
esempio di pacifica convivenza tra religioni diverse. La città, come la maggior
parte dei luoghi che saranno impattati
negativamente dal progetto, rappresenta
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TURCHIA: RITORNA L’INCUBO DELLA DIGA DI ILISU
Il Tigri
sbarrato
Luca Manes
Appoggio e complicità di banche austriache, svizzere e tedesche. Sparirà la città storica di Hasankeyf. I fiumi d’acqua
gestiti in funzione politica anti-siriana e anti-irachena.
TURCHIA, HASANKEYF.
©REUTERS/Umit Bektas
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un luogo culturalmente importante per
l’etnia Kurda, stanziata nella regione
Sud-orientale della Turchia.
Secondo gli storici, 10mila anni fa proprio ad Hasankeyf si stabilirono i primi
insediamenti dell’antica Mesopotamia.
Vista la posizione strategica sul fiume Tigri, nel corso dei secoli si sono susseguite
diverse civiltà nel controllo della città,
dove sono state realizzate numerose opere di estremo valore artistico e culturale.
Le caverne scavate nelle pareti di roccia
che costeggiano il fiume furono abitate
fino agli anni ’60, quando le autorità le
evacuarono con la forza, in previsione
dei futuri progetti di dighe. Qualche
grotta è ancora abitata e ciò rappresenta
l’aspetto più peculiare dell’antica città
per il singolare modello di vita che tali
abitazioni permettono. Anche queste
sarebbero spazzate via dall’acqua, così
come gran parte dei monumenti storici
che caratterizzano la città. Tra questi
chiese, moschee, tombe islamiche – ad
Hasankeyf è sepolto il sultano Suleymano, discendente diretto di Maometto e
profondamente venerato in tutto il paese
- che rappresentano l’enorme complessità
dell’eredità culturale e religiosa lasciata
da numerose civiltà, tra cui i bizantini, i
romani, i sassanidi, gli abbassidi, i merwanidi, i selgiukidi, gli eubiani, e più di
recente gli ottomani.
Altra nota dolente è quella degli impatti
sulle popolazioni locali. Oltre 55mila persone – secondo la stima più conservativa
– saranno costrette ad abbandonare le
proprie abitazioni. In realtà alcuni villaggi
sono già stati sfollati, usando maniere a
dir poco spicce, come ha potuto appurare
di persona Christine Eberlein, esponente
di spicco della Ong svizzera Berne Declaration, durante la sua missione sul campo
tenutasi nell’ottobre 2007. La Eberlein
è riuscita a raccogliere numerose testimonianze di famiglie cacciate dalle loro
case a fronte di compensazioni irrisorie
ed inique e nella latente violazione degli
accordi presi tra le tre agenzie di credito
all’esportazione coinvolte nel progetto e le
autorità turche – tanto che per la concessione delle garanzie i governi di Austria,
Germania e Svizzera avevano imposto
circa 150 clausole. Secondo Yilmaz Orkan,
presidente del Centro culturale Ararat di
Roma, “gli espropri sono eseguiti sulla
base di una legge turca sulle emergenze,
quindi al di fuori del quadro legale previsto dalle linee guida internazionali, senza
possibilità di verifica dell’effettiva erogazione del compenso previsto né della sua
adeguatezza”. I gruppi kurdi sparsi per
l’Europa si stanno mobilitando in massa,
nel tentativo di fermare ancora una volta
la costruzione della diga di Ilisu. Ma il
tempo stringe ed Hasankeyf è sempre più
a rischio. ([email protected]) ▪
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solidarietà internazionale 01/2008
GRANDI CELEBRAZIONI PER L’ANNIVERSARIO
La Malesia
compie i 50
Elena Asciutti
Mezzo secolo di stabilità e sviluppo ha trasformato una
nazione povera e disgregata in un paese economicamente
forte. Un paese islamico e laico. Sottotraccia il pericolo di
divisioni.
I
l 31 agosto 2007 la Malesia ha festeggiato il cinquantesimo anniversario
dell’indipendenza dal Regno Unito.
Le strade e gli edifici di Kuala Lumpur
erano decorati con bandiere e striscioni,
sui quali spiccava “Merdeka”, parola in
lingua bahasa che significa sia libertà sia
indipendenza. Le celebrazioni sono state
intense e sentite dalla popolazione che,
durante gli alzabandiera e le parate, ha
espresso tutto l’orgoglio malese.
Durante quasi cinque secoli la Malesia
è stata divisa in una serie di sultanati e
regni spesso in competizione fra loro, per
poi passare sotto il controllo portoghese
prima, poi olandese e infine britannico,
diventando indipendente nel 1957 e Stato
unitario soltanto nel 1963.
La vocazione commerciale della penisola malese e il controllo coloniale
inglese contribuirono alla formazione
di un complesso assetto demografico
e religioso. Nei secoli, mercanti arabi,
indiani, cinesi si installarono nei porti
principali della Malesia. Successivamente gli Inglesi favorirono l’importazione
massiccia di manodopera dall’odierno
Sri Lanka, dall’India meridionale e dal
Sud della Cina. La popolazione malese è
pertanto composta da quasi 25 milioni
di abitanti, di cui il 58% è “malay”, o
“bumiputra” (figli della terra), il 30% è
cinese e il 10% indiano; il resto è classificato nell’imprecisa categoria di “altri”.
La maggior parte della popolazione è
di fede musulmana, molti tra i cinesi e
gli indiani sono però buddisti, induisti
e anglicani.
Nel 1957, ottenuta l’indipendenza, il
compito principale per i leader politici
malesi fu immaginare una nazione unitaria nella quale credere e far credere,
gestendo la ricca eredità etnica e religiosa. L’elemento unificante fu perciò
rintracciato nell’Islam. Questa scelta
condusse però a praticare una “politica
razziale”, volta a proteggere i bisogni,
veri o presunti, di un determinato gruppo etnico, anche a scapito di altri. Lo
scopo era di raddrizzare la bilancia a
favore della maggioranza “malay” che
aveva subito decenni di discriminazioni
da parte del potere coloniale. Legalmente
per essere “malay” bisogna soddisfare
tre requisiti: essere musulmani, parlare
“bahasa malaysia”, la lingua nazionale,
e “seguire le abitudini malay” – concetto, quest’ultimo, piuttosto vago. La
conseguenza è stata che i tre gruppi
etnici (“malay”, indiani e cinesi) si sono
ritrovati a vivere separati.
Dal 1957, i cinque Primi ministri, succedutisi nel governo della Malesia, hanno
contribuito al processo di formazione e
di consolidamento della Malesia come
Stato unitario: Tunku Abdul Rahman,
il «Padre dell’Indipendenza» (1957 –
1970); Abdul Razak, il «Padre dello Sviluppo» (1970 – 1976); Hussein Onn, il
«Padre dell’Unità» (1976 – 1981); Mahathir Mohamad, il «Padre della Malesia
moderna» (1981 – 2003); e Abdullah
Ahmad Badawi.
Il «Padre della
Malesia moderna» è sicuramente
il premier che ha
più segnato il futuro della Malesia
durante i 22 anni
passati alla guida
del governo, tanto
da far parlare di
“mahathirismo”,
dottrina politica articolata in
cinque elementi:
nazionalismo, capitalismo, Islam,
populismo e autoritarismo. Mahathir è stato capa-
solidarietà internazionale 01/2008
ce di esercitare un’influenza pervasiva
sulle scelte politiche e sulle istituzioni
pubbliche, mettendo in pratica una forma personalizzata di egemonia, basata
sull’abilità di proiettare un’immagine
ambiziosa della società malese, al fine di
allineare il livello di vita della Malesia a
quello occidentale, trasformandola in un
paese pienamente sviluppato non solo
sul piano economico, ma anche a livello
politico, sociale e spirituale.
Dopo il ritiro di Mahathir nel 2003, è avvenuta l’ascesa politica del “Parti Islam
Se-Malesia” (Partito Islamico Panmalese
- Pas), legato all’Islam politico dei Fratelli Musulmani. Il Pas ha rappresentato
un’alternativa per coloro che, contrari
al programma nazionalista di stampo
capitalista, proponevano la creazione
di uno Stato islamico, amministrato
attraverso la legge coranica. Con l’arrivo
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a livello statale, dopo esser state stabilite dai sultani a capo degli Stati della
Federazione, limitatamente al diritto
di famiglia, ai riti religiosi e alle cerimonie. Pertanto, convivono due sistemi
paralleli di giustizia: uno secolare basato
sulle leggi approvate dal Parlamento;
e l’altro fondato sulla legge islamica
avente giurisdizione sulle persone che
si dichiarano di fede musulmana.
Tra laicità e religione
La Malesia è uno Stato laico, così come
definito dalla Costituzione. L’articolo
11 tutela poi la libertà di religione. Ma
la realtà è diversa. Innanzitutto, per i
“malay” è impossibile convertirsi a religioni diverse dall’Islam. Spesso si è anche
sollevata la questione se fosse possibile
per un “malay” credere in altre scuole
musulmane e non solo in quella sunnita.
Per le altre etnie
aderenti ad altre
fedi non ci sono
restrizioni. Manca
una sfera pubblica
che permetta diverse esperienze
religiose attraverso cui impegnarsi
per il bene comune. L’immagine che
emerge non è rosea. Sul piano delle relazioni internazionali, dopo l’11 settembre
2001, anche uno Stato moderato come
la Malesia è rimasto intrappolata nel
confronto tra Islam e non-Islam. A livello nazionale, nonostante i traguardi
raggiunti in 50 anni di indipendenza, su
Il nuovo Primo ministro spende una
parte dei profitti del petrolio per costruire moschee e centri islamici.
del nuovo Primo ministro, Abdullah
Ahmad Badawi, devoto musulmano,
il programma “Islam Hadhari” (Civiltà
islamica moderna) è stato avviato al
fine di coniugare la pratica dell’Islam
con il rispetto della legge secolare, la
modernizzazione e lo sviluppo del paese,
e di impegnare la Malesia a spendere
una parte dei profitti del petrolio per
costruire moschee e centri islamici.
Considerata da molti studiosi presuntuosa per la pretesa di avere riscoperto
un tipo d’Islam dimenticato da secoli,
la ricetta Badawi è però piaciuta agli
elettori che nel 2004 lo premiano con
il 64,4% dei voti, ridimensionando così
l’ascesa politica del Pas. Tuttavia, le regole della sharia sono applicate in Malesia
Malesia. ©REUTERS/Bazuki Muhammad (MALAYSIA)
certe questioni ciò che divide i cittadini
malesi è più enfatizzato rispetto a quello
che li unisce. E quando queste questioni
riguardano la fede, le controversie diventano ancora più forti. A questo proposito,
Raja Nazrin, importante intellettuale
malese, dichiara: «Cinquant’anni fa la
nostra diversità etnica e religiosa era
considerata un vantaggio unico. Oggi,
siamo preoccupati da come mantenere
l’unità del paese. La Malesia dovrebbe
evitare la polarizzazione e la competizione lungo le linee dell’appartenenza
etnica e religiosa. La Costituzione è la
legge suprema, capace di garantire le
libertà fondamentali a ogni cittadino.
Lo strumento legale deve però essere
accompagnato anche dal perseguimento
della giustizia sociale ed economica della
popolazione, per cui oltre all’attività
politica è necessaria una vivace società
civile».
Mezzo secolo di stabilità e sviluppo ha
trasformato una nazione povera e disgregata in un paese economicamente
forte. Le celebrazioni per i cinquant’anni
della nascita della nazione hanno rappresentato un momento per non dimenticare che l’unità della Malesia esiste, ma
è un’opera non del tutto compiuta.
Il 2008 sarà un anno importante in cui
nuove elezioni nazionali dovrebbero essere indette dal Primo Ministro Badawi,
nei primi mesi dell’anno. La speranza è
che il paese riesca a darsi un’impronta
di nazione tollerante e ricca della diversità razziale tipica dell’Asia. (asciuttie@
hotmail.com) ▪
Malesia. ©REUTERS/Bazuki Muhammad
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solidarietà internazionale 01/2008
Incontro con Gianluca e Massimiliano De Serio
Sempre
in movimento
Paola Bizzarri
Vincitori della categoria
“Italiana.doc” del Festival di
Torino. La macchina da presa
racconta il cambiamento. Le
storie vere di donne e minori,
migranti e trafficanti.
A
lways on the move. Sempre in movimento. Questo lo slogan che campeggiava ovunque nella città di Torino
durante le fasi antecedenti lo svolgimento
dei Giochi Olimpici Invernali nel 2006.
Sono in molti ad affermare che la capitale italiana dell’auto, città industriale per
antonomasia, stia cambiando. Torino, da
metropoli operaia, negli ultimi anni sta
lentamente indossando i panni di centro
propulsivo di iniziative culturali, spettacoli,
eventi e mostre di forte interesse.
Nel bene o nel male è vero. È così. E in
ogni cambiamento esistono protagonisti
e spettatori. Vi sono persone che questo
cambiamento lo raccontano con lo sguardo
degli spettatori più deboli e meno coinvolti
da questi nuovi processi: immigrati, donne,
bambini. Divenendone così protagonisti.
Costoro sono Gianluca e Massimiliano De
Serio, due filmakers torinesi, gemelli, classe
1978, vincitori nella categoria “Italiana.doc”
dell’ultimo Torino Film Festival diretto per
la prima volta da Nanni Moretti.
Massimiliano è dottorando in estetica e
tecnologia dell’arte a Parigi, Gianluca è
laureato in storia del cinema. Dal 1999 realizzano cortometraggi e documentari tra cui
«Il giorno del santo» (2002), «Maria Jesus»
(2003), «Mio fratello Yang» (2004), «Lezioni
di arabo» (2005), «Zakaria» (2005), «Ensi e
Shade», «Rew e Shade» e «Raige e Shade»
(2006) presentati ai maggiori festival internazionali, dove hanno ricevuto numerosi
riconoscimenti. Dal 2007 lavorano come
artisti alla galleria torinese Guido Costa
Projects. Durante l’ultima edizione del
20
FOTO DI PAOLA BIZZARRI.
©ARCHIVIO CIPSI.
Torino Film Festival hanno vinto il Premio speciale della giuria con «L’esame di
Xhodi» (documentario) per “aver saputo
raccontare con inconsueta padronanza dei
mezzi espressivi la straordinaria, quotidiana esperienza della creazione artistica”.
Teatro della storia un’Albania pronta ad
accogliere il presidente degli Stati Uniti
d’America in visita ufficiale. Ma proprio
quel giorno all’Accademia d’arte e al Conservatorio della città è il momento degli
esami…
Cambiamenti, passaggi, migrazioni e soprattutto storie di esseri umani. Ne abbiamo
parlato con loro.
Provenite da un quartiere operaio di
Torino, “Barriera di Milano”, oggi connotato da una forte incidenza di stranieri.
Qual è il vostro sguardo su questa parte
di città?
Barriera di Milano è un punto di vista
privilegiato nei confronti della vita della città, una fonte di ricchezza e ispirazione. La nostra fortuna risiede proprio
nella provenienza da questa zona ricca
di contraddizioni e difficoltà, ma anche
di bellezza. Un quartiere che, come altre
periferie, bene rappresenta l’essenza della
Torino accogliente, prima in relazione
all’immigrazione meridionale, oggi a
quella straniera. Noi stessi arriviamo da
una famiglia del Sud, emigrata negli anni
’50, che ancora vive in questa periferia.
Tutti i nostri lavori partono da incontri
e sguardi su questa realtà. «Maria Jesus»
nasce da un incontro avvenuto in Barriera
con una ragazza a cui abbiamo chiesto di
solidarietà internazionale 01/2008
raccontare la sua storia d’immigrazione
dal Sud America all’Italia, a Barriera di
Milano. Il corto è stato girato negli stessi
luoghi. Lo stesso discorso vale per «Mio
fratello Yang», la storia di Bing, arrivata
clandestinamente a Torino dalla Cina.
L’immigrazione è un punto centrale dei
vostri lavori. Prevalente è la figura della
donna.
Abbiamo iniziato con «Il giorno del Santo»
nel 2002, dove si racconta di una ragazza
FOTO DI PAOLA BIZZARRI.
©ARCHIVIO CIPSI.
FOTO DI PAOLA BIZZARRI.
©ARCHIVIO CIPSI.
curdo-irachena che perde il lavoro e il
diritto a vivere nella nostra comunità, proprio all’indomani dell’approvazione della
legge Bossi-Fini. Nel film la troviamo sola,
impegnata a scrivere una lettera ad un “tu”
impersonale che, a ben guardare, siamo
tutti noi. In «Maria Jesus» la protagonista
non è sola, ma assieme ad una trafficante di
immigrati con cui instaura un conflitto. In
«Mio fratello Yang», la ragazza è ospitata
dal suo nuovo fratello Yang, che l’aiuta ad
imparare i prezzi e i nomi della mercanzia
venduta al mercato. Le tre storie formano
un corpus incentrato su donne clandestine
in Italia, a Torino.
Per noi raccontare queste storie al femminile rappresenta una sfida. Vogliamo
presentare dei ritratti, o meglio ritrarre il
bello e conturbante di ciò che racchiude
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
insieme la paura della vita e il coraggio
di affrontarla. E il volto femminile ben
raccoglie questa ambivalenza. Il volto di
Maria mentre attende l’arrivo dei trafficanti di immigrati che l’abbandoneranno a se
stessa, racchiude questi due aspetti.
Inoltre, l’universo femminile meglio si
presta a rappresentare il volto di tutta una
comunità straniera, presente a Torino, ma
comprensiva di figli e genitori lontani, nei
paesi d’origine. Infine c’è un’altra ragione. Girare un film è sempre un processo
invasivo e aggressivo. Lavorando
con protagoniste
donne abbiamo
imparato a essere
discreti. Loro stesse
ci hanno permesso
di apprendere un
utilizzo delicato
e rispettoso della
macchina da presa. Lo stesso con
i lavori incentrati
su ragazzini come
«Zakaria» e «Ensi
e Shade».
Infatti, gli altri
protagonisti dei
vostri film sono
i minori. Come è
nato questo interesse?
Abbiamo iniziato
a lavorare con gli
adolescenti a partire da «Zakaria».
In quel momento,
eravamo interessati ad effettuare un
percorso sull’apprendimento. Per
antonomasia, colui che apprende è
il bambino, attraverso l’attuazione
di passaggi rivolti al divenire adulto.
Zakaria è un adolescente che impara da
una maestra, ma anche da un coetaneo
che, scopriremo, chiamarsi con lo stesso
nome. Sono seguiti «Ensi e Shade», «Rew
e Shade» e «Raige e Shade», l’anno dopo,
nel 2006. Una trilogia in cui Shade, un
diciottenne, combatte e cresce a colpi di
freestyle, rap improvvisato, contro il suo
maestro, dialoga con il suo migliore amico
e si confronta con il suo idolo: tre momenti
sull’apprendimento, attraverso temi come
la vita, la politica, la religione, l’amore.
Sempre l’insegnamento di giovani è al
centro del vostro ultimo successo: «L’esame di Xhodi».
Si tratta di un documentario sull’insegnamento, sull’accademia delle Belle Arti e
sul conservatorio di Tirana e si compone
di una serie di ritratti di questi giovani
alle prese con gli esami. «L’esame di Xhodi» muove da un approccio legato alla
figura di Don Milani, all’insegnamento
collettivo senza gerarchie. Ogni ragazzo
ha un suo maestro, che ha i suoi allievi,
che a loro volta aiutano altre persone fino
ad arrivare alla sorellina, cui insegnano
a suonare il piano, per esempio. Queste
persone trasmettono saperi legati all’arte,
alla musica, alla pittura ma, in questa
provvisorietà legata all’apprendimento,
è racchiusa tutta la forza di queste vite
in formazione. All’inizio si parte con un
vecchio professore dell’Accademia, per
finire alla piccola Xhodi, impegnata a
imparare a suonare il piano e a superare
il suo esame. Da un lato si tratta di ritratti
di studenti alle prese con se stessi, allo
stesso tempo si dipingono i contorni del
ritratto di una nazione, di questa giovane
Albania piena di contraddizioni dopo gli
anni di dittatura. Non a caso tutto il film
si svolge durante la visita ufficiale di G.
W. Bush. La presenza, pur incombente,
di elicotteri, bandiere, parate militari
e decoro è volutamente rimasta nello
sfondo e al centro c’è l’Accademia, una
bolla di vetro in cui si svolge la vera vita.
Ma si sente come l’esterno penetri questo
mondo.
A proposito di minori, «Dentro il silenzio», «L’uomo più forte del mondo»,
«Jacopo» e «Senza respiro» sono quattro
cortometraggi relativi a storie di bimbi
con gravi malattie genetiche. Volete raccontare questa esperienza?
Un’esperienza nata un po’ per caso. Siamo
stati contattati quattro anni fa per compiere
una serie di cortometraggi per la maratona
Telethon, sulla Rai. Non ci abbiamo pensato due volte: l’obiettivo era raccogliere
fondi per la ricerca. «Nell’uomo più forte
del mondo» raccontiamo la storia di un
bambino che ha salvato la vita al fratellino
donandogli il midollo osseo e permettendone la guarigione, quasi ne fosse l’angelo
custode. Purtroppo non tutti i casi filmati
oggi presentano una conclusione positiva.
Per noi resta essenziale l’opera di sensibilizzazione su temi di solidarietà rivolti
ai minori.
Oltre a «L’esame di Xhodi», da non perdere assolutamente «Spara», un video clip
antimilitarista realizzato per la band piemontese degli Endura. Girato alle Fonti del
Clitunno, in Umbria, racchiude ed esprime
in modo efficace alcuni dei temi trattati
dai Fratelli De Serio: l’insegnamento, la
pericolosità delle gerarchie, la violenza sui
minori, il dramma dei bambini costretti
alla guerra e all’uso delle armi. Scaricabile
da Youtube.
([email protected]) ▪
21
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
N
on si ferma la strage di migranti e
rifugiati alle porte della Fortezza
Europa. 243 morti a dicembre,
1.861 in tutto il 2007. Almeno 11.750 le
vittime dal 1988. I dati sono contenuti
nell’ultimo rapporto dell’osservatorio
“Fortress Europe” (http://fortresseurope.
blogspot.com). Quello di dicembre è
stato uno dei mesi con più vittime. Un
mese iniziato col summit euro-africano
di Lisbona, e proseguito con l’allargamento a Est dell’Area Schengen e con
la firma dell’accordo italo-libico per il
pattugliamento congiunto. Un mese
finito con 243 vittime tra migranti e
rifugiati, dei quali 120 nel mar Egeo,
96 sulle rotte per le Canarie, 17 lungo
le coste algerine, e 10 al largo dell’isola
francese di Mayotte, nell’Oceano Indiano. Un tragico bilancio, che chiude
un anno, il 2007, che si lascia alle spalle
almeno 1.861 morti. Erano stati 2.088
nel 2006. Difficile confrontare i dati,
visto che si basano esclusivamente sulle
notizie riportate dalla stampa e quindi
non costituiscono cifre esaustive. Ma
esaminando solo il numero delle vittime in mare, l’ultima tappa dei viaggi,
i morti del 2007 sono 1.684, contro i
1.625 dello scorso anno. Il che indica un
netto aumento delle vittime, dato che gli
arrivi sono sensibilmente diminuiti in
tutta la frontiera Sud - con l’eccezione
di Malta, Cipro e Grecia – a causa delle
migliaia di respingimenti in mare operati
dall’agenzia comunitaria Frontex, e dalle
decine di migliaia di arresti operati in
tutto il Nord Africa. I morti al largo delle
Canarie sono passati dai 1.035 del 2006
ai 745 del 2007, ma a fronte di un calo
degli arrivi del 75%. Nel Canale di Sicilia
le vittime censite da Fortress Europe
sono 551 contro le 302 dello scorso anno
e con una diminuzione degli arrivi del
20%. Disastrosa la situazione dell’Egeo:
257 morti censiti, contro i 73 del 2006,
anche con un raddoppio del numero di
migranti sbarcati sulle coste della Grecia.
Ad ogni modo, attraverso le rotte di tutto
il Mediterraneo e dell’Atlantico, nel corso
del 2007 sono arrivate in Europa meno di
50.000 persone, ovvero meno di un terzo
dei 170.000 immigrati che solo il Governo italiano ha richiesto per soddisfare
il proprio fabbisogno di manodopera
straniera con il decreto flussi del 2007,
attraverso i recenti click days.
Turchia-Grecia: non
poteva finire peggio
Sulla frontiera Turchia-Grecia, l’anno
non poteva finire peggio. Nella sola notte
del 10 dicembre, un naufragio al largo
delle coste di Seferihisar, nella provincia di Izmir, ha fatto più morti che non
durante tutto il 2006. Erano partiti in
una notte di tempesta per evitare i con22
solidarietà internazionale 01/2008
Quei morti
alle porte
dell’Europa
IL RAPPORTO DI FORTRESS EUROPE
Gabriele del Grande
Non si ferma la strage sulle rotte dell’immigrazione clandestina: 243 vittime a dicembre, tra Grecia e Spagna. I migranti
morti alle porte dell’Ue nel 2007 sono almeno 1.861. Le vittime del Mediterraneo in forte aumento. E l’Unione europea
prepara una missione anti-clandestini per i Campionati
europei di calcio.
trolli, ma la nave si è rovesciata in mare
con tutti gli 85 passeggeri. Soltanto 6
i superstiti. Tra i 51 cadaveri ripescati
nelle ore successive, quelli di 10 egiziani,
17 siriani e 10 palestinesi. Segno che la
Turchia si conferma una rotta tanto più
frequentata quanto più si restringono le
altre, ad esempio quella libica. Nelle due
settimane successive altri due naufragi
causano 8 morti a Bodrum e 32 a Lesvos.
È l’anno nero dell’Egeo. Almeno 257
vittime, contro le 73 del 2006. Almeno
885 annegati dal 1994. Ma ad aumentare
sono stati anche gli arrivi. Dati ufficiali parlano di 10.000 persone sbarcate
contro le 4.000 del 2006 e le 3.000 circa
degli anni precedenti.
Il 17 dicembre scorso si è aperta la rotta
LAMPEDUSA. IMMIGRATI
CLANDESTINI. ©FRANCESCO COCCO/CONTRASTO
SICILIA, PORTO DI LICATA.
IMMIGRATI CLANDESTINI.
©REUTERS/Antonio Parrinello
solidarietà internazionale 01/2008
portoghese. 23 cittadini marocchini sono sbarcati a
Olhao, nel Sud del
Portogallo. Mentre più a Est, si è
ormai affermata la
rotta algerina per
le isole Baleari,
parallela a quella
della Sardegna.
Nel 2007 gli arrivi
sono impennati del 7.000%, passando
dagli 8 del 2006 ai 577 dei primi undici
mesi di quest’anno. L’aumento degli sbarchi corrisponde a un maggior numero
di arresti in Algeria: 1.500 quest’anno,
dei quali 1.485 algerini. E anche i morti
aumentano. La guardia costiera algerina
ha ripescato 83 cadaveri quest’anno. Lo
scorso anno erano stati 73, e nel 2005
soltanto 29.
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
Canale di Sicilia
sono morte almeno 2.481 persone,
lungo le rotte che
vanno dalla Libia
(da Zuwarah, Tripoli e Misratah) e
dalla Tunisia (da
Sousse, Chebba e
Mahdia) all’isola
di Malta, alle isole di Pantelleria e
Lampedusa e alla costa Sud della Sicilia,
ma anche dall’Egitto e dalla Turchia alla
Calabria. Più della metà (1.522) sono
disperse. Altri 64 giovani sono annegati
navigando dall’Algeria (Annaba) alla
Sardegna. Nel 2006 lo stesso osservatorio
aveva censito la morte di 302 persone nel
Canale di Sicilia. Difficile confrontare i
dati tra il 2006 e il 2007, dal momento
che si tratta di numeri non esaustivi,
perché basati soltanto sulle notizie rinvenute dalla stampa. Eppure il trend è
chiaramente di un aumento dei morti.
Non soltanto infatti le vittime censite
sono passate da 302 a 551 e il numero
dei corpi recuperati da 96 a 144, ma nel
frattempo gli sbarchi sono diminuiti
del 20-30%.
I morti nel Canale di Sicilia
Sono stati almeno 551 i migranti e rifugiati che hanno perso la vita tentando
di attraversare il Canale di Sicilia nel
2007. Di questi, almeno 144 cadaveri
sono stati recuperati, mentre 407 persone
risultano disperse in mare. Dal 1994, nel
‘’Africani state alla larga’’. Dagli Europei
Dal 1994 nel Canale di
Sicilia sono morte almeno 2.481 persone provenienti da Libia, Tunisia,
Egitto e Turchia.
Dall’inizio dell’anno fino al 17 settembre,
i migranti arrivati sulle coste italiane
sono stati 14.968, contro i 16.093 dello
stesso periodo nel 2006, secondo dati del
Viminale. Inoltre 1.396 persone avevano
come meta la Sardegna e un migliaio la
Calabria. Le vittime stanno aumentando
perché si arriva su barche più piccole e
quindi meno sicure (41 persone a bordo
in media, secondo i dati del ministero dell’Interno, contro i 101 del 2005).
Quelle stesse barche sono poi affidate
alla guida dei passeggeri, che spesso
non hanno esperienza di mare. Inoltre
sono sempre più frequenti, stando alle
testimonianze raccolte tra gli sbarcati,
i casi di omissione di soccorso da parte
di pescherecci e mercantili. L’8 agosto
2007, sette pescatori tunisini vennero
arrestati con l’accusa di favoreggiamento
dell’immigrazione clandestina per aver
sbarcato a Lampedusa 44 naufraghi a cui
avevano salvato la vita. Dopo un mese
di carcere sono stati rimessi in libertà.
Le barche sono ancora sotto sequestro.
Il processo va avanti e i sette rischiano
da 1 a 15 anni di carcere. La voce si è
sparsa e molti pescatori decidono di non
prendere rischi. (gabriele_delgrande@
yahoo.it - www.redattoresociale.it) ▪
E
intanto l’Unione europea sta preparando una
missione anti-clandestini per i Campionati europei
di calcio che si terranno in Svizzera e Austria dal 7
al 29 giugno 2008. Se ne occupa l’agenzia comunitaria
per il controllo delle frontiere esterne, Frontex, che già
nel 2006 organizzò la missione “Fifa 2006” in Germania,
in occasione dei Mondiali. La notizia è contenuta in un
esclusivo documento ufficiale dell’agenzia, pubblicato on line sul sito Fortress Europe. Il nome in codice
dell’operazione è “Euro Cup 2008”. Nel 2007 Frontex ha
svolto 22 missioni di pattugliamento e controllo lungo
le frontiere marittime, terrestri ed aeree dell’Unione europea. Missioni che hanno portato all’arresto di 19.295
migranti, di cui 11.476 in mare, 4.522 a terra, e 3.297
negli aeroporti. Mentre nel 2006 il bilancio dell’agenzia
di Varsavia si chiudeva con 32.016 arresti. Oltre alle più
note missioni Nautilus nel Canale di Sicilia, Hera nell’Atlantico, Indalo nello Stretto di Gibilterra e Poseidon
nell’Egeo, ve ne sono decine di meno note, messe in
opera grazie ai mezzi dispiegati dagli Stati Membri.
Nell’elenco figurano le missioni nei seguenti posti: nei
porti andalusi, tra la Sardegna e le Baleari, dirimpetto
all’Algeria, nei porti tedeschi, tra la Germania e i Paesi
Scandinavi contro l’immigrazione cinese. E ancora tra
Germania e Polonia, tra Romania, Slovacchia e Ungheria; e poi in Ungheria e in Slovenia, in Romania, Slovacchia, Ungheria e Polonia. Senza parlare delle missioni
negli aeroporti di mezza Europa. Per non parlare dei
programmi di formazione, che vanno dai progetti di
rimpatrio congiunto, alla ricerca di auto rubate e perfino all’addestramento di cani. E per il 2008 si potrà
fare di meglio, dato che il budget di Frontex è stato
raddoppiato a 30 milioni di euro.
23
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solidarietà internazionale 01/2008
© R E U T E R S / S antiago
Ferrero
La via dolorosa
Storie d’acqua e d’immigrati
Niccolò Rinaldi
Davanti a un quadro di Leandro Da Bassano. È la storia di
un naufragio e di un santo che salva i naufraghi. Intanto
nel mare di Malta e Lampedusa, al largo della Canarie e
nell’Egeo...
V
enezia - Nella navata destra della
basilica veneziana di San Giovanni e Paolo (San Zanipòlo in uso
locale), si apre la cappella della Madonna della Pace, che raccoglie un’antica
icona bizantina, credo di provenienza
siriana. Seppure di epoca ben più tarda,
la leggenda racconta che quest’icona fu
venerata da San Giovanni Damasceno,
che al suo cospetto ebbe riattaccata una
mano che gli era stata tagliata, secondo
le canoniche disavventure in cui capitavano i martiri cristiani. Come tutte le
icone, entrati nella cappella, lo sguardo
della madonna inchioda chi la osserva e,
grazie alla magia matematica dei colori
e delle proporzioni, tutta l’attenzione ne
viene catalizzata.
Così, per molti anni, non avevo fatto
24
caso a un grande quadro esposto su una
delle pareti laterali e quasi illuminato
di luce riflessa dal severo sguardo della
Madonna della Pace. Si tratta di una tela
di Leandro da Bassano, diversa da ogni
altro quadro che conosco, per soggetto
e per pathos.
È notte, o quasi notte, e sulla sinistra si
stende una città che si presenta solida,
potente, con torri, castelli, palazzi alti.
È una città in parte fortificata, protetta da mura. Accanto alle costruzioni
dell’uomo, s’apre uno specchio d’acqua
che prende spazio nel resto della tela. Non
si vede, sulla destra, l’altra sponda, potrebbe essere un mare, un oceano. Ecco,
i protagonisti del quadro sono questa
acqua, queste onde, acqua scura e onde
minacciose. La città, dotata anche di un
porto, pare affidare i suoi traffici e il suo
benessere a questa acqua, ma anche se ne
difende. Davanti a questi due mondi - la
città degli uomini, la potenza dell’acqua
- Leandro da Bassano dipinge in primo
piano un dramma concitato: una folla
di persone abbigliate con agio, dunque
si presume cittadini abbienti, si accalca
intorno a due naufraghi: un uomo e un
bambino. Entrambi esausti, coi vestiti
stracci. Non se ne vede il volto, riversi
per terra come sono, ma la loro posa
plastica ci dice della loro fatica, della
pena sofferta più di quanto capiremmo
guardandoli in faccia. Tengono le gambe
piegate, e con questo accorgimento il
pittore pare tranquillizzarci sussurrando
che sono ancora vivi, che ce l’hanno fatta,
mentre i cittadini apportano soccorso. In
mezzo a loro, affranti sulla riva, si erge
la figura modesta di un domenicano,
accompagnato da un seguace, con testa
alta e volto luminoso. Solo osservando
con attenzione vedo che questo personaggio non è approdato a terra, ma è ancora
in acqua, anzi, cammina sull’acqua. Se
l’uomo e il bambino sono ancora vivi,
lo si deve, si capisce, al suo intervento. Il
solidarietà internazionale 01/2008
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C’è ha una somiglianza straordinaria
con quanto vediamo sulle rive del
nostro Mediterraneo, terra di salvezza
e di morte, acqua di speranza e di
dannazione.
giovani e i padri di famiglia a caccia di
un futuro migliore. L’acqua come “altro
mondo”, sfera a parte che isola chi vi si
avventura da ogni civiltà (nei barconi dei
clandestini si muore anche di bastonate
da parte degli scafisti); l’acqua che salva
per il sorso d’acqua dolce del fondo della
borraccia, e quella che fa crepare perché
c’è solo acqua salata e nessuno allunga
la bottiglia.
DIPINTO “SAN GIACINTO
AT TR AVERSA IL FIUME
DNIEPER”.
miracoloso personaggio è annunciato dal
titolo del quadro, che conduce lontano dai
canonici percorsi orientali di Venezia, e
recita: “San Giacinto attraversa il fiume
Dnieper”.
L’avventura sul fiume
Inutilmente ho cercato di saperne di più
sull’avventura di questo santo domenicano sul grande fiume ucraino che sfocia
nel Mar Nero, a più riprese allargandosi
nel suo corso fino a creare dei vasti e
tumultuosi laghi. Ma il predicatore che
tra il XII e il XIII secolo evangelizza i
prussiani e la Russia, deve intrattenere un
rapporto speciale con l’acqua, tanto che
in altre due occasioni doma la corrente
della Vistola, una delle quali con una levitazione che gli permette di camminare
sulle onde grazie alla sua cappa distesa
portando con sé tre compagni.
Anche sul Dnieper Giacinto sfodera poteri miracolosi, traendo in salvo l’uomo
e il bimbo (forse anche altri miracolati
non raffigurati nel quadro?) di cui niente sappiamo, ma di cui immaginiamo
senza troppi giri di parole le peripezie,
i bisogni, il legame che li unisce. Perché, seppure sprovvisti di rendiconti
precisi, il quadro di Leandro da Bassano (il cui nome completo, questione di
destino acquatico, è Leandro Da Ponte
da Bassano) è abbastanza eloquente e
anche noi ci commuoviamo al pari della
folla accorsa. Ciò che ci illustra quasi
fotograficamente ha una somiglianza
straordinaria con quanto tocca vedere
I protagonisti del quadro
sono la città degli uomini, la potenza dell’acqua.
sulle rive del nostro Mediterraneo, terra
di salvezza e di morte, acqua di speranza
e di dannazione.
La città mercantile e
l’acqua fonte di vita
C’è la città prospera e sicura, ma anche
prepotente e chiusa, che guarda l’acqua
tanto con spirito mercantile quanto con
senso di minaccia; c’è l’accorrere della
folla curiosa e ansimante, ma diversa,
consapevole del suo destino di diversità,
rispetto ai naufraghi, che per ventura o
per bisogno sono incappati nella sciagura,
e che come tutti i sopravvissuti, hanno
visto la morte in faccia. E soprattutto c’è
l’acqua, fonte di vita, bisogno vitale, moneta di scambio, merce di arricchimento,
benedizione divina, ma anche, come a
largo di Lampedusa e di Malta, come a
largo delle Canarie e nell’Egeo, come per
i boat people vietnamiti e i fuggiaschi
cubani, contraddittoria sostanza. Mobile
quanto basta ad aprire lo spiraglio del
passaggio verso la salvezza e la speranza
di libertà, infida per richiudersi e uccidere
- uccidere le donne avvistate dagli aeroplani mentre tengono stretti i loro bimbi
poco prima dell’affogamento, uccidere i
San Giovanni Damasceno
e il custode del cimitero
di Lampedusa
Ma quello che Leandro da Bassano dipinge e che noi non possiamo fotografare
oggidì, è il santo salvatore, ché non è
più tempo di eroi, figuriamoci di santi
miracolosi. Gli stessi domenicani anziché
salvare naufraghi si sono dati anche ad
altri sollazzi (nella stessa chiesa di San
Giovanni e Paolo un altro quadro celebra il rogo dei libri nel massacro degli
albigesi, e si conserva affettuosamente il
corpo di San Vincenzo Ferrer, santo per
aver perseguitato gli ebrei di Spagna) e
oggi non resta che affidarci ad altri personaggi, a loro modo tutti belli. Come
certi militari che non chiudono occhio
tutta la notte nelle loro ricognizioni; come
i volontari che prestano servizio e suppliscono alle carenze non dello Stato, ma
di tutti noi; come l’anziano custode del
piccolo cimitero di Lampedusa, che alle
salme ignote dà degna sepoltura, provvedendo una croce di legno a ciascuno,
perché questo, spiega, non sarà il simbolo
del loro Dio, ma il solo che lui può dargli
per vegliare sulla loro anima.
Sfiorando il fiume col suo amore, Giacinto prova i poteri della levitazione,
ovvero della cautela e della cura con cui
si deve affrontare l’acqua, rispettandola
e solo così domandola. È una lezione di
inizio anno, un viatico al 2008, e che
l’acqua esige sempre da noi, come risorsa
idrica e come mare aperto. Quanto può
suggerire un quadro veneziano, città
propizia alla riflessione marina. Grazie
alla sua leggerezza Giacinto ha salvato
sul Dnieper un uomo e un bimbo. Noi
cerchiamo di salvare gli altri, che sono
tanti, tutti in balia del mistero dell’acqua,
nuova via dolorosa. (niccolo.rinaldi@
europarl.europa.eu) ▪
25
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solidarietà internazionale 01/2008
N
BANGL ADESH, DACC A .
© R E U T E R S / R afiqur
Rahman
LA POLITICA DEI BENI COMUNI
La sovranità
Riccardo Petrella
pubblica
L’acqua è un diritto, è un bene comune. Va governata pubblicamente. Esce nei prossimi giorni il libro di Rosario Lembo
sull’uso virtuoso dell’acqua: ecco la prefazione in anteprima.
26
on è una nozione astratta quella dei beni comuni. È un modo
diverso ed “eversivo” di fare politica. Mettendo al centro le persone
e non i mercati. Per questo l’acqua ci
lancia tre grandi sfide.
La prima sfida è quella di concretizzare il
diritto all’acqua potabile e sana per tutti
gli abitanti del Pianeta, non fra 50-100
anni, ma entro una generazione (al più
tardi entro il 2025). La tendenza invece
è quella di considerare che, in ragione
anche degli effetti devastatori dei cambiamenti climatici, non sarà possibile
realizzare il diritto all’acqua per tutti.
Ci saranno sempre in futuro, si ammette
con rassegnazione, centinaia di milioni
di essere umani “poveri d’acqua” (cioè
privati dell’accesso alla vita).
La seconda sfida concerne la ridefinizione dell’acqua come bene comune pubblico, da salvaguardare e promuovere come
eco-patrimonio dell’umanità e di tutte le
specie viventi. Il pensiero e l’azione prevalenti dei gruppi dominanti – si pensi
alle politiche dell’Unione Europea e a
quelle della Banca Mondiale, del WTO
- vanno invece nella direzione di considerare l’acqua come un bene economico
territoriale competitivo - risorsa in via di
rarefazione avente, quindi, un valore di
mercato sempre più alto ed attraente per
i detentori di capitale da investire - da
gestire secondo le regole dell’economia
capitalista di mercato.
La terza sfida consiste nel realizzare un
governo pubblico dell’acqua fondato sulla
reale partecipazione dei cittadini, sulla
co-responsabilità delle comunità “locali”
e sulla fraternità fra le popolazioni. Le
classi dirigenti, invece, non credono
più alla democrazia rappresentativa,
figuriamoci se credono alla democrazia
partecipata, al di là del costante riferimento che fanno alla demo-crazia e
al coinvolgimento dei cittadini. Esse
credono unicamente nel dominio. Lo
stesso dicasi sulla co-responsabilità delle
comunità “locali”: l’acqua è vista come
una risorsa strategica su cui mantenere
forte e chiara la propria sovranità patrimoniale (nazionale, regionale...; l’acqua
è definita “l’oro blu”) per assicurare la
propria sopravvivenza, sicurezza economica e competitività internazionale. Per
quanto riguarda la fraternità, il pensiero
dominante parla piuttosto di “guerre
dell’acqua” che, secondo i poteri forti,
saranno le guerre del XXI secolo, come
il petrolio è stato all’origine di tante
“guerre” del XX secolo.
Come si vede, le sfide sono enormi. Se
uno fosse in vena di superlativi, direbbe
che siamo di fronte a sfide “epocali”.
Le tre sfide sono, è evidente, strettamente legate fra loro. Non è pensabile
tentare di abbordare e risolvere l’una
solidarietà internazionale 01/2008
nell’assenza delle altre. In questo senso,
e considerato lo stato attuale delle cose
sul piano delle “politiche dell’acqua” in
Italia, in Europa e nel mondo, mi sembra
non solo suggestivo, ma soprattutto
opportuno, proporre di considerare
la seconda sfida come la sfida su cui
centrare – e ri-iniziare - il lavoro di sensibilizzazione civica e di mobilitazione
politica delle popolazioni, affinché un
cambiamento “radicale” - per il lungo
termine - possa essere operato tale,
giustamente, da permettere di risolvere
le sfide “epocali”.
Il riconoscimento dell’acqua
Propongo che la sfida a cui collegare le
altre due sia l’obiettivo di giungere – a
livello locale, nazionale, continentale e
mondiale - al riconoscimento istituzionale dell’acqua come bene comune pubblico,
eco-patrimonio dell’umanità e di tutte
le specie viventi. Per tre ragioni.
Primo: la cultura dei gruppi dominanti è
riuscita a scardinare ed a far svanire dal
bagaglio culturale delle società occidentali – estendendo il processo al resto del
mondo – l’idea stessa di beni comuni (i
beni individuali privati sono quelli che
contano), e di beni (e servizi) pubblici
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Concretizzare il diritto
all’acqua potabile e sana
per tutti gli abitanti del
Pianeta entro una generazione.
all’acqua (che resta il punto cardine
della “militanza per l’acqua”).
Secondo: la pratica politica e sociale
che si è imposta nel corso degli ultimi
trenta anni ha fatto saltare non solo la
nozione di Stato, di Stato “sociale”, di
Stato del welfare (il che è già una rottura
radicale), ma anche quella di sovranità
del popolo e di sovranità dell’umanità
(in quanto insieme degli esseri umani).
Il vero e principale soggetto di sovranità
oggi riconosciuto è “il portatore d’interessi” (lo “stakeholder”) che può essere
uno Stato, un sindacato, un gruppo di
pensionati, un’impresa multinazionale,
una “Chiesa”. Non v’è più la sovranità
pubblica. Impera la sovranità privata.
Una comunità umana è, invece, società
“Chiediamo il riconoscimento istituzionale dell’acqua come bene comune pubblico, eco-patrimonio dell’umanità e di tutte le specie viventi”.
(ridotti ad una nozione molto labile
quale quella di beni/servizi di interesse
generale e di non rilevanza economica.
Come se la prima rilevanza che conta,
a cui fa riferimento, fosse la rilevanza
economica, per cui da una parte, ed in
primis, ci sono i beni economici e poi
ci sarebbero quelli non-economici!).
Questa trasformazione culturale è alla
base della mercificazione dell’acqua, cioè
del trasferimento al consumatore della
copertura dei costi di accesso all’acqua
potabile nella qualità e quantità necessaria per la vita, anziché la loro copertura
da parte della collettività in quanto diritto umano universale. Essa è altresì alla
base della privatizzazione della gestione
dei servizi idrici e del finanziamento
degli investimenti (che poi, in realtà, in
un’economia capitalista di mercato, sono
finanziati dal consumatore. In effetti,
in Italia, è stato sancito per legge che il
finanziamento dei costi e degli investimenti dei servizi idrici è coperto dalla
tariffa al m³ d’acqua pagata dall’utente).
Re-inventare il bene comune pubblico
acqua è strategicamente determinante
anche per il riconoscimento del diritto
quando questa si esprime attraverso una
soggettività politica collettiva sovrana,
rappresentante dell’insieme dei membri
della comunità, al servizio dei loro diritti
e doveri. La sovranità pubblica è impossibile senza beni comuni pubblici.
Terzo: i risultati (relativamente) positivi raggiunti finora – come dimostra
l’importante mobilitazione cittadina
attorno alle problematiche dell’acqua
intervenuta in questi ultimi anni in Italia – sono stati ottenuti meno sull’asse
del riconoscimento del diritto all’acqua
per tutti quanto, invece, sull’asse della
gestione dell’acqua come bene comune pubblico. Il tema del bene comune
pubblico è evocatore di tanti principi e
modi di vivere che sono alla base della
civiltà occidentale (uguaglianza, giustizia, solidarietà, benessere collettivo,
fraternità, libertà di tutti, rispetto del
patrimonio comune...).
Per noi italiani, le battaglie attorno alla
decrescita cui le classi dirigenti oppongono lo “sviluppo durevole” (il che finora
ha significato principalmente “rinverdire
il capitalismo di mercato”), così come
quelle attorno alla ricchezza (dei pochi)
ed alla povertà (dei molti) - rispetto
alle quali i gruppi dominanti danno
la priorità alla crescita della ricchezza
dei pochi (vedi, per tutti, il presidente
della Francia) - diventeranno di centrale
pregnanza nei prossimi tre-cinque anni
a livello europeo. La mobilitazione per il
bene comune pubblico, ed in particolare
per l’acqua, per riuscire deve diventare
forte a livello dell’Unione europea. ([email protected]) ▪
INDIA, BANGALORE. ©REUTERS/Jagadeesh Nv
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solidarietà internazionale 01/2008
AGENTE DI POLIZIA NEL
SUD-EST ASIATICO. ©REUTERS/David Gray
A
bbiamo incontrato nella nostra
sede di Roma una persona che
desidera mantenere l’anonimato
poiché teme per la propria incolumità
personale. Lo chiameremo con un nome
di fantasia: Hu Jia. Lavora con l’associazione “Voglio Vivere” in un paese
del Sud-Est asiatico. Non possiamo dire
nemmeno il paese. Perché coloro che osano denunciare le innumerevoli violazioni
dei diritti umani perpetrate nel paese
vengono arrestati. Hu Jia ci racconta il
suo lavoro con i malati di lebbra. E la
situazione dei “dissidenti” oppressi e
perseguitati dalle autorità.
Hu Jia, come mai qui in Italia?
Vengo da un paese del Sud-Est Asiatico
di cui non posso dire il nome per paura
di essere poi perseguitato. Sono qui
perchè invitato dagli amici di “Voglio
vivere” che mi danno una mano nella
mia attività. Svolgo un’attività di tipo
sociale per sostenere le persone ammalate di lebbra, il morbo di Hansen, e le
persone che sono sopravvissute a questa
malattia infettiva. Desidero informare su come viviamo: a fine dicembre
anche alcuni giornalisti sono finiti in
prigione. E prima dell’arresto gli agenti
di polizia hanno bloccato tutte le linee
telefoniche e la connessione internet
del giornalista.
Certo , deve essere difficile lavorare
in queste condizioni.
Quando in un paese esistono regimi
28
Diritti umani violati nel Sud-Est asiatico
Quando
il dissenso
è reato
Francesca Giovannetti e Nicola Perrone
La vita in un paese con un regime totalitario al governo: la
polizia controlla internet, le linee telefoniche, i cellulari. Senza
libertà religiosa. La dissidenza perseguitata e imprigionata.
Il lavoro con i malati di lebbra.
totalitari la partecipazione è regolamentata in maniera molto rigida sia
nei rapporti sia nelle informazioni.
Ciò significa: “Ti permetto di partecipare nella misura in cui la tua partecipazione sostiene il regime che è al
potere”. È questo che vale come legge
fondamentale, ma anche come legge di
investimento.
Il dramma è che la dissidenza viene
controllata severamente dallo Stato.
La dissidenza comunica attraverso sistemi moderni, attuali, come internet.
In questo modo i grandi network come
Google, Yahoo, ecc. sono costretti a
consegnare codici criptati alle spie della
polizia in modo da poter eseguire dei
filtri e capire chi è dissidente. Google e
Yahoo hanno dovuto dare tutti i codici
richiesti, per continuare la loro opera
solidarietà internazionale 01/2008
MANIFESTAZIONE DI PROTESTA NEL SUD-EST ASIATICO. ©REUTERS/Chaiwat
Subprasom
nel paese. Chi ha provato a opporsi al
regime usando il proprio blog su uno
di questi grandi network è andato in
prigione. Comunque, qui il mezzo più
diffuso e comune per controllare la
dissidenza rimane quello delle intercettazioni telefoniche. Io stesso sono
intercettato.
Quindi niente libertà di espressione
e di stampa?
Vi racconto un altro fatto. Guai a cercare di documentare la realtà. Un uomo
è stato ucciso a bastonate dagli agenti
della polizia municipale per averli filmati con il suo cellulare mentre costoro stavano reprimendo una protesta
popolare contro una discarica in un
villaggio. Ventiquattro persone sono
state arrestate per queste nuove violenze
della polizia. L’uomo stava filmando
con il suo telefono cellulare una cinquantina di poliziotti nel centro di una
città, inviati a reprimere la rivolta degli
abitanti di un villaggio che tentavano
di impedire ai camion di immondizia
di accedere alla discarica vicino alle
loro case. I poliziotti si sono scagliati
contro a quest’uomo prendendolo a
bastonate. È morto subito dopo il trasporto in ospedale.
Siete controllati anche nelle espressioni di fede e religione?
Qui c’è la Chiesa ufficiale, che non può
avere un rapporto diretto con il Vaticano. È ufficiale nel senso che è controllata
dal governo. Il problema più grande
è quello di assicurare alcuni cardini
della fede cattolica, come ad esempio la
successione apostolica. Non mancano
alcuni fedeli cristiani che si radunano
per conto proprio attraverso incontri
privati, dato che non intendono entrare a far parte della Chiesa ufficiale
governativa, proprio per questa sua
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mancanza di un
contatto diretto
con il Vaticano.
Quindi da ciò risulta evidente che
esiste sempre il timore di un controllo e, quindi,
di una repressione da parte dello
Stato. Io stesso se
voglio partecipare
a una messa di un
sacerdote “collegato al Vaticano”
quando parlo al
telefono cellulare chiedo se sono
previste “cioccolate”, intendendo
messa…
Il paese in cui vivi si è industrializzato
velocemente.
Direi in modo esorbitante. Oggi c’è
gente con il telefonino, con la parabola, ecc., ma vive nelle baracche. C’è il
contadino che ara ancora a mano con
il bue davanti, però nei pantaloni ha
il telefonino. Ci sono cose stridenti e
contraddittorie. Attualmente, come
effetto dell’industrializzazione, si ha
il 10% della popolazione che si è arricchita in modo esponenziale, con
possibilità e capacità di acquisto che
in Italia ci sogniamo. Mentre il restante
90% usufruisce solo di alcune briciole.
Con il passar del tempo, ci si accorge
che questo divario aumenta, invece di
diminuire. È frustrante.
La paga media di un operaio non supera mai settanta euro al mese, non c’è
assistenza sanitaria, né previdenza né
pensione. Nella maggior parte dei casi,
lavorando sette giorni su sette, si hanno
due giorni al mese di riposo, spesso non
esiste la domenica.
Come vivono gli operai?
Se fossimo in Italia sarebbero chiamate
“condizioni da schiavitù”. Però nell’area
del Sud-Est asiatico sono legittime, perché non c’è al riguardo una legislazione
vigente che tuteli e rispetti i diritti umani. Perciò un industriale viene qui ed
approfitta della legislazione assente e,
soprattutto, utilizza tale mancanza per
trarre il suo profitto. Un operaio lavora
dieci ore al giorno, ma si può arrivare anche a sedici ore di lavoro. Spesso
all’interno della fabbrica l’operaio ha
anche il suo posto per dormire. Non
esiste una vita fuori dal lavoro.
Un altro problema è il fatto che le fabbriche inquinano molto l’ambiente circostante. Nella zona in cui mi trovo, ci
sono stati alcuni giornalisti che hanno
annunciato che l’80% delle acque è praticamente inquinato. Le esportazioni del
pesce allevato nelle vasche sono state
bloccate ai confini del paese perché hanno trovato grosse quantità di mercurio.
L’acqua che si beve non è pulita e allora si
beve l’acqua imbottigliata anche se costa
molto e si spera che sia purificata. Tra
alcuni anni non si riuscirà più a vivere
in questa zona.
Raccontaci del tuo lavoro con i malati
di lebbra.
Sostengo socialmente le persone ammalate di lebbra, il morbo di Hansen, e gli
ex-ammalati. A livello locale esiste una
collaborazione con una struttura governativa, un “Centro di riabilitazione”
molto simile a un antico lebbrosario. Il
Centro è costituito da diversi villaggi
dislocati abbastanza lontani dai centri
abitati, in cui vivono solo gli “ex ammalati” di lebbra. Dico “ex ammalati”
perché la maggior parte di questa gente
ha già fatto la chemioterapia, ma non
ha avuto tutte le cure mediche successive alla chemioterapia. Inoltre quando hanno problemi fisici difficilmente
trovano accesso alle strutture sanitarie
pubbliche. Sono trascorsi sette anni da
quando vivo all’interno del Centro. Una
volta sono andato a prendere l’autobus
con tre ammalati di lebbra. L’autista mi
ha detto: “Tu puoi salire. Loro no”. Oggi
non solo tutti saliamo sull’autobus, ma
sanno già chi siamo. La gente può andare
al mercato a fare le spese normalmente,
insomma le persone sono accettate dalla
popolazione. Per me una delle cose più
importanti è stata quella di poter andare
a mangiare insieme ai malati di lebbra
(o ex ammalati) in ristoranti pubblici.
Con il sostegno dell’associazione italiana “Voglio Vivere” abbiamo iniziato a
realizzare un programma di sostegno
alle persone malate di lebbra grazie a
un ospedale, dove il direttore è molto
sensibile al nostro stile di lavoro e ha
aperto le porte a questa gente.
Hu Jia, svelaci qualche episodio che ti
ha particolarmente toccato.
Un giorno mi ricordo che un uomo,
morto poi a casa, mi ha chiesto: “Perché
vuoi spendere soldi per una persona
malata e che sicuramente morirà?”. Gli
ho risposto che lui è una persona come
tutte le altre, che ha una dignità. La cosa
più importante è dare una qualità anche
alla morte di ogni individuo, affinché
non sia la semplice fine di un’esistenza.
Il fatto poi di aver continuato a spendere
soldi per lui ha fatto crescere anche la
coscienza dei medici stessi, apprezzare
il valore della persona.
([email protected] - ufficiostampa@
cipsi.it) ▪
29
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solidarietà internazionale 01/2008
XXI secolo
Guido Barbera
Partecipazione:
il potere diffuso
L
a comprensione che la gente ha del
mondo si forma e si consolida nelle
relazioni interpersonali, all’interno
dei piccoli gruppi sociali in cui viviamo la
nostra quotidianità. La famiglia, la strada,
la scuola, il quartiere, il villaggio… sono
i luoghi comuni per tante di queste relazioni. Luoghi che assumono, allo stesso
tempo, una potenziale funzione politica,
perchè possono ottenere vantaggi sociali
impossibili al singolo individuo.
Al di fuori di questi ambiti ci accorgiamo però che il mondo è organizzato in
maniera molto differente e ci troviamo
ad accettare passivamente tante decisioni
calate dall’alto, da una politica sempre
più staccata dal cittadino. Ci troviamo
di fatto sempre più esclusi, con meno
possibilità di partecipare sia nei servizi
sociali, che nei mercati, che nella vita
politica e sociale. Conseguenza della
globalizzazione, ma anche dell’apatia
e del disinteresse sociale crescente. In
parte, il problema è semplicemente una
conseguenza pratica: molti aspetti della
nostra vita attuale non sono più circoscrivibili all’ambito della sola casa o del
quartiere. La complessità dei problemi,
come la quantità stessa delle persone
coinvolte, riducono di fatto la possibilità di relazioni interpersonali. Oggi,
inoltre, con lo spirito del libero mercato,
nella nostra società tutto sembra dover
essere acquistato, e poco può essere ancora realizzato con quella collaborazione
partecipativa e solidale all’interno della
comunità, che per decenni ci ha animato
e che ora forse troviamo solo in qualche
sperduto villaggio africano.
La partecipazione è un elemento essenziale della crescita sociale e della convivenza comune. Una partecipazione dove
le persone sono coinvolte direttamente e
concretamente in profondità nei processi
economici, sociali, culturali e politici
che determinano le condizioni della loro
vita. Una partecipazione che è anche
potere. Non semplice ed insignificante
consultazione, come troppo spesso siamo
abituati oggi a vedere nei processi avviati
dalla cosiddetta democrazia partecipativa
europea. Nella vita economica: come
produttore o consumatore, imprenditore
o salariato. Nella vita sociale: come parte
di una famiglia, di un’associazione o di un
30
gruppo etnico. Nella vita politica: come
elettore, come membro di un partito politico o aderente ad un movimento o ad
un gruppo di opinione. Tante possibilità,
vari ruoli, che si sovrappongono anche
trasversalmente, offrendoci vari modelli
e possibilità di presenza attiva che spesso
si rafforzano uno con l’altro.
I fatti recenti e sempre più ripetuti di
tensioni sociali legati a momenti elettorali, vedi il Pakistan ed il Kenya in
queste ultime settimane, ci sottolineano
come sia tutt’altro che facile raggiungere
maturità e stabilità in democrazia. È necessario avere garanzia dei diritti umani
per tutti, inclusa la libertà di parola e di
associazione anche politica; certezza del
diritto; un sistema multi partitico; elezioni libere, imparziali, tenute ad intervalli
regolari e con pari diritti garantiti a tutti
i partecipanti; cambiamenti non traumatici; rappresentanti eletti che rispondano pienamente del loro mandato ai loro
elettori. La democrazia non si conquista
in un giorno. La si può perdere in un
giorno! Quando si approvano leggi che
derubano i cittadini dei loro diritti e della
loro libertà di scelta. Le consultazioni
elettorali sono una condizione importante per la democrazia, ma non sufficienti
da sole. La partecipazione politica non è
solamente recarsi alle urne. È una pratica
di vita. Una pratica da recuperare in tutto
il mondo, anche in Italia, dove la legge
elettorale in vigore, di fatto ci priva della
libertà di scelta dei nostri rappresentanti
e di controllo sul loro mandato.
La base della democrazia
La partecipazione, base della democrazia, è un fiore che fa sempre più fatica
a sbocciare. Come le primule, sta spingendo sotto i potenti interessi, guidati
dall’avidità di pochi, che alzano ostacoli
sempre più grandi al potere politico ed
economico della gente: cattiva distribuzione della ricchezza; norme sociali
inadeguate; sistemi legislativi corrotti;
intrallazzi e procedure burocratiche.
In questo contesto la cooperazione internazionale oggi costituisce la sede
privilegiata delle relazioni a livello internazionale. Relazioni che promuovono
partecipazione per costruire democrazia, non solo locale, ma internazionale,
globale. Le oramai storiche Ong, che
hanno segnato i decenni passati con
la loro presenza ed azione nel mondo,
specialmente in quelle situazioni molto
spesso irraggiungibili per le istituzioni, oggi non possono più essere delle
Organizzazioni Non Governative, ma
piuttosto devono divenire Organizzazioni Popolari Democratiche, che rappresentano gli interessi della popolazione
che in loro si ritrova, discute dei loro
problemi, individua obiettivi, percorsi,
azioni. Persone che si conoscono, che
condividono un’esperienza. Persone impegnate a costruire il loro futuro, la loro
esistenza, che non dipende da iniziative
o da finanziamenti esterni, ma è radicata
nella dignità e nei diritti di ogni essere
umano. Non è l’opera di queste organizzazioni che può determinare la totale
eliminazione della miseria dal mondo.
L’apporto significativo che esse possono
offrire si trova proprio nella loro capacità
di offrire modelli ed esempi concreti di
partecipazione popolare. Dimostrare
che la miseria si può vincere, piuttosto
che cercare di affrontarla da soli direttamente con grandi progetti. Incoraggiare
e promuovere relazioni interpersonali
locali ed internazionali per costruire
partecipazione, significa rispondere con
sensibilità alle esigenze delle persone
e delle comunità, senza l’ambizione di
assumersi direttamente il controllo della
situazione. È necessario evitare il rischio
di impegnarci troppo a distribuire beni
e servizi, trascurando invece di incoraggiare e promuovere la partecipazione.
La crescita notevole di organizzazioni,
associazioni, movimenti, gruppi negli
ultimi anni, in ogni paese del mondo,
è un segnale forte e chiaro che la gente
in tutto il mondo vuole partecipare più
direttamente e concretamente alla vita
sociale. Un movimento democratico che
difficilmente si può fermare. Persone
con maggiore cultura, maggiori redditi
e maggiori possibilità, potranno chiedere con più forza la partecipazione ad
ogni processo che coinvolge la loro vita.
Pretendere che le istituzioni, il mercato, i
politici, diano risposte alle loro esigenze.
La partecipazione, oggi, è una condizione per la sopravvivenza. (presidenza@
cipsi.it) ▪
solidarietà internazionale 01/2008
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
La pace,
la politica,
la mediazione
T
utto è partito, ancora
una volta, da una lettera aperta di P. Alex
Zanotelli. Una lettera
che mette bene a fuoco
il disagio di tanti che si
aspettavano da questo
governo una svolta su
alcuni temi, fra i quali quello della pace
e della riduzione delle spese militari. Un
disagio che ha radici lontane e che rischia di
relegare l’impegno per la pace e la nonviolenza a un ruolo di semplice testimonianza,
irrilevante nelle scelte politiche. È vero, il
governo Prodi, poco dopo il suo insediamento, ha mantenuto – anche se in forme
molto morbide – l’impegno elettorale di
ritirare il contingente militare in Iraq. Ma
poi tutto si è bloccato. Si è andati in Libano.
Non si è fatta una seria riflessione sulla
nostra presenza in Afghanistan – che pure
era stata auspicata dallo stesso Ministro
degli Esteri - e in più sono aumentate a
dismisura le spese militari. Non soltanto per
finanziare le nostre “spedizioni” all’estero,
ma anche per dotare il nostro esercito (che
nel frattempo è divenuto professionale) di
nuovi, sofisticati e costosissimi armamenti.
Ad accrescere la delusione è poi venuto
quello che viene chiamato “editto bulgaro”,
quando da Sofia, il Presidente Prodi, ha di
fatto avvallato la costruzione della nuova
base militare americana a Vicenza. Senza
nessuna consultazione della popolazione,
senza tener conto della contrarietà di gran
parte della gente di Vicenza.
Ma il dibattito è partito anche all’interno
del mondo dell’associazionismo
impegnato per la
pace, il disarmo
e la nonviolenza.
Perché dietro questa decisa presa di
posizione si celano
interrogativi profondi che toccano non soltanto il tema della
pace, del disarmo e della nonviolenza, ma
mettono l’interrogativo sul senso stesso
dell’impegno politico. Perché dietro questa
denuncia si cela la domanda sul ruolo e il
limite della mediazione politica. Fino a
che punto deve arrivare la mediazione e il
compromesso? È possibile accettare scelte,
contro le quali si è sempre combattuto, per
ottenere altro? Detto in altri termini e più
concretamente: dobbiamo rassegnarci al
meno peggio, oppure dobbiamo cercare
in tutti i modi di raggiungere il meglio? E
come? E ancora: saremo sempre costretti
a votare chiudendoci gli occhi e tappandoci il naso? È giusto che, pur di non far
cadere un governo e rischiare di averne
uno peggiore, si debbano accettare scelte
repellenti perfino per la propria coscienza
e per l’impegno che si è sempre profuso
per la pace? Lidia Menapace cita nella sua
risposta una lettera ricevuta da Domenico
Jervolino: «Se ci contentiamo di salvarci
l’anima di votare contro (e tutto resta come
prima, anzi peggio), allora Alex ha ragione.
Se invece la politica è un lavoro paziente e
faticoso per spostare in avanti gli equilibri
nella situazione data (etica della responsabilità), credo che difficilmente si potrebbe
fare meglio di quanto stanno facendo oggi
i compagni al Senato».
Sono interrogativi che raggiungono l’essenza stessa della politica e dell’impegno
nelle istituzioni, ma che, come viene giustamente messo in evidenza nel dibattito
che pubblichiamo in seguito, pongono degli
interrogativi radicali anche al movimento
©REUTERS/Atef Hassan
dossier
per la pace. Quando, poco prima della marcia Perugia–Assisi, il comitato promotore
ha incontrato il Presidente Prodi, di fronte
alla domanda di una politica che limitasse
le spese per il militare, si è sentito rispondere
– papale papale – che rappresentava una minoranza. Che non era capace di coinvolgere
la gente e che, quindi, non era in grado di
pesare politicamente. Una risposta che non
può non far riflettere e che domanda una
seria riflessione da parte di chi vorrebbe un
mondo diverso e nonviolento: quanto siamo
capaci di organizzarci? (ricordiamoci che
Gandhi per primo affermava che la nonviolenza necessita di organizzazione). Quanto
siamo in grado di raccogliere consenso?
Quanto riusciamo a coinvolgere la gente,
il popolo nelle nostre iniziative? Oppure
siamo sempre “i soliti noti” chiusi in una
sorta di ghetto autoreferenziale che rischia
soltanto di parlarsi addosso? Non rischiamo
noi stessi di rendere il pacifismo una sorta
di movimento elitario, fatto di brava gente
incapace però di coinvolgere la gente?
Come si vede, il dibattito va molto oltre lo
specifico caso del finanziamento di missioni
militari e dell’aumento delle spese per la
difesa. Anche se il tema in se stesso merita particolare attenzione. Perché stiamo
correndo il rischio di avallare con il nostro
silenzio e il nostro ritorno ad una sorta di
testimonianza personale e privata, scelte
che portano alla costruzione di un mondo
comandato e gestito dai più forti e dai più
ricchi, che usano lo strumento militare a
loro esclusivo vantaggio. Un mondo pieno
di armi che solo i forti possono avere, e
riempito di armi più piccole (ma che ammazzano sul serio) perché i poveracci si
combattano tra di loro. Un mondo dove
perfino la democrazia viaggia sulle ogive dei
missili e viene esportata dalla guerra.
Pubblichiamo di seguito alcune reazioni
alla lettera di Padre Alex. Il dibattito è
aperto e noi invitiamo i nostri lettori a
parteciparvi in modo creativo. ▪
31
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solidarietà internazionale 01/2008
Per gli Eurofighters sono
stati stanziati 318 milioni
di euro per il 2008, 468
per il 2009, 918 milioni
per il 2010, 1.100 milioni
per ciascuno degli anni
2011 e 2012!
il mondo della
pace sta a
guardare
R
imango esterrefatto
che la Sinistra Radicale (la cosiddetta
Cosa Rossa) abbia
votato, il 12 novembre con il Pd e tutta la
destra, per finanziare i CPT, le missioni
militari e il riarmo del nostro paese.
Questo nel silenzio generale di tutta la
stampa e i media, ma anche nel quasi
totale silenzio del “mondo della pace”.
Ero venuto a conoscenza di tutto questo
poche ore prima del voto. Ho lanciato
subito un appello in internet: era già
troppo tardi. La “frittata” era già fatta.
Ne sono rimasto talmente male da non
avere neanche voglia di riprendere la
penna. Oggi sento che devo esternare la
mia delusione, la mia rabbia. Delusione
profonda verso la Sinistra Critica che in
piazza chiede la chiusura dei “lager per
gli immigrati”, parla contro le guerre e
l’imperialismo e poi vota con la destra
per rifinanziarli. E sono fior di quattrini! Non ne troviamo per la scuola, per
i servizi sociali, ma per le armi Sì! E
tanti!! Infatti, la Difesa per il 2008 avrà
32
©TANIA/A3/CONTRASTO
Alex
Zanotelli:
a disposizione 23,5 miliardi di euro:
un aumento di risorse dell’11% rispetto
alla finanziaria del 2007, che già aveva
aumentato il bilancio militare del 12%.
Il governo Prodi in due anni ha già aumentato le spese militari del 23%!!
Ancora più grave per me è il fatto dei
soldi investiti in armi pesanti.
Due esempi sono gli F35 e le fregate
FREMM.
Gli F35 (i cosiddetti Joint Strike Fighter).
Sono i nuovi aerei da combattimento (costano circa 110 milioni di euro cadauno).
Il sottosegretario alla Difesa Forcieri ne
aveva sottoscritto, lo scorso febbraio a
Washington, il protocollo di intesa.
In Senato, alcuni (solo 33) hanno votato a favore dell’emendamento Turigliatto contro il finanziamento degli
Eurofighters, ma subito dopo hanno
tutti votato a favore dell’articolo 31 che
prevede anche il finanziamento ai satelliti
spia militari e le fregate da combattimento FREMM.
Per gli Eurofighters sono stati stanziati
318 milioni di euro per il 2008, 468 per
il 2009, 918 milioni per il 2010, 1.100
milioni per ciascuno degli anni 2011
e 2012! Altrettanto è avvenuto per le
fregate FREMM e per i satelliti spia.
È grave che la Sinistra, anche la Critica,
abbia votato massicciamente per tutto
questo, con la sola eccezione di Turigliatto e Rossi, e altri due astenuti o favorevoli. Purtroppo il voto non è stato registrato
nominativamente! Noi vogliamo sapere
come ogni senatore vota!
Il silenzio del movimento per la pace significa
la morte di milioni di
persone e dello stesso
pianeta.
Tutto questo è di una gravità estrema!
Il nostro paese entra così nella grande
corsa al riarmo che ci porterà dritti all’attacco all’Iran e alla guerra atomica.
Trovo gravissimo il silenzio della stampa
su tutto questo: una stampa sempre più
appiattita! Ma ancora più grave è il nostro
silenzio: il mondo della pace che dorme
sonni tranquilli.
È questo silenzio assordante che mi fa
male.
Dobbiamo reagire, protestare, urlare!
Il nostro silenzio, il silenzio del movimento per la pace significa la morte
di milioni di persone e dello stesso
pianeta. La nostra è follia collettiva,
pazzia eretta a Sistema. È il trionfo di
“'O Sistema”. Dobbiamo riunire i nostri
fili per legare il Gigante, l’Impero del
denaro.
Come cittadini attivi non violenti dobbiamo formare la nuova rete per dire
No a questo Sistema di Morte e un Sì
perché vinca la Vita.
Alex Zanotelli
solidarietà internazionale 01/2008
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
Lidia
Menapace:
C
aro Zanotelli,
la questione non è
- di volta in volta
- rimanere esterrefatti perché la
Tavola per la pace
proprio quest’anno ha tolto la
pace dalla piattaforma della marcia
Perugia-Assisi, o perché la Finanziaria
viene votata nel testo concordato in
maggioranza, e che è già il frutto di
un lavoro tenacissimo dei compagni
e delle compagne che hanno lavorato
nelle Commissioni: la questione è se ci
si debba considerare legati al patto di
sostenere questo governo, o se invece
si viene formalmente sollecitati a farlo
cadere. E la stessa cosa mi sentirei
di dire ai compagni de Il Manifesto
quando ci attaccano a sproposito su
quanto ha giustamente detto Napolitano dei rumeni, accusandoci di silenzio
colpevole perché staremmo cedendo
sul decreto sicurezza. Che non è vero
e che è la Sinistra a battersi per ridurre il danno al minimo, lo sanno
anche i sassi. Perché fate finta di non
©Antonio Scattolon/A3/Contrasto
così si fa
cadere il
governo
saperlo voi? Ho già detto che mi considero legata al patto con gli elettori,
ma sono aperta al dibattito su questo
tema, purché sia indicato così: bisogna
buttare giù questo governo e indicare
quali vantaggi ne seguirebbero.
Il nodo delle spese militari non è di oggi
né di ieri. Abbiamo ereditato una situazione pressappoco così fatta: le fabbriche d’armi si chiamano «industrie
della difesa», si trovano nel bilancio
dello Stato tra le spese produttive, e le
stesse fabbriche d’armi si considerano
orgogliosamente la colonna portante del bilancio dello stato. Tutto ciò è
conseguenza di una «interpretazione»
dell’articolo 11 proposta anni fa dal
generale Jean, secondo la quale la difesa
deve intendersi non più come difesa del
«territorio» nazionale, bensì degli «interessi» nazionali ovunque nel mondo,
anche con forze di intervento rapide.
Contro questa interpretazione si batté
invano Raniero La Valle, il quale aveva
proposto di definire meglio l’articolo
11 con legge ordinaria per riportarlo
al suo significato autentico.
Oggi (ma bisognerebbe interpellare
dei costituzionalisti esperti) bisognerebbe forse aprire una controversia
attraverso la Corte costituzionale.
Di questo tipo mi pare potrebbero
essere azioni di movimento, visto che
appelli generici, anche se generosi,
non ottengono nulla.
Infatti, e questa è la seconda grave questione, si è largamente diffusa, e ha
messo anche radici, una cultura che
considera la guerra come una ratio
nemmeno tanto extrema. Non è infatti
un mistero che la destra fornirebbe
voti in quantità sulle spese militari: in
quantità, ma non gratuitamente e se il
governo si fosse trovato in minoranza
su quei capitoli, la sua caduta sarebbe
stata molto probabile.
Come si vede tutto ci rimanda alla
questione fondamentale: chi giudica
negative, immorali, vergognose le
nostre posizioni, ci chiede di far
cadere il governo? E allora lo dica
chiaro e ci spieghi anche che tipo
di appoggio ci darebbe e con quali
argomenti in seguito. La situazione
è serissima: personalmente credo
che dobbiamo volere che il governo
resista più a lungo di Bush, che consolidi rapporti in Europa per il rientro (ad esempio) dall’Afghanistan.
Una volta raggiunti questi «obiettivi
intermedi» si può discutere di modifiche del governo. E intanto si sarà
visto quale sia la reale forza dei due
grandi partiti virtuali che occupano un dilatatissimo «centro» tutto
democratico, tutto moderato, tutto
riformista. Se non siamo capaci di
vedere lo spazio culturale, sociale,
politico che resta a sinistra e non
mettiamo in opera tutte le nostre
capacità compositive e di raccordo,
può capitarci - meritatamente - di
scomparire dalla storia.
Lidia Menapace
33
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solidarietà internazionale 01/2008
Enrico
Peyretti:
V
edo, come tanti altri, questa lettera
di Alex Zanotelli.
Sento tutto il problema. Gli siamo
grati di tormentarci con la profezia. So che a sinistra si spiega che l’aumento delle spese
militari non è tutto un vero aumento,
perché con Berlusconi quelle spese
erano nascoste sotto altre voci. Mi
sfuggono tante cose complicate. Ma
vedo bene che certi armamenti non
sono affatto difensivi, ma per loro aggressivi, offensivi, perciò anticostituzionali, come tutto il Nuovo Modello
di Difesa (vedi allegato) che, dal 1991,
tutti i governi successivi mandano in
attuazione. So anche - come diceva un
amico, importante amministratore
comunale - che “in politica, come in
famiglia, bisogna volere anche cose
che non si vogliono”. È vero. Il “tengo
famiglia” non è sempre solo una scusa
ipocrita. Non sempre la coscienza
di una persona è libera: abbiamo
doveri verso la verità e la giustizia e
34
non sono
d’accordo
©Tania/A3/Contrasto
l’autocritica paziente
della nonviolenza
LORENZO
SCARAMELLINI:
altrettanto verso il prossimo e la sua
situazione di fatto. Possono esserci
conflitti assai faticosi, tormentosi.
Bisognerebbe però che si confessasse
questa fatica. Bisogna che un governo
che ha la pace nel programma confessi
e spieghi perché non può fare una
migliore politica di pace. Bisogna che
Prodi dica, o faccia dire, o lasci capire
perché sul raddoppio della base Usa
di Vicenza ha le mani legate; faccia
capire se e come è ricattato. Oppure
se crede che sia bene e giusto permettere agli Usa questo abuso. Bisogna
anche - ma l’informazione ci dice
tutto sui dibattiti parlamentari? - che
i parlamentari dicano tutta la verità
anche se poi, nel votare, devono fare il
migliore possibile. Allora posso capire
che il possibile non è sempre la verità,
ma non per questo è una falsità. Lidia
Menapace più di una volta, nelle sue
lettere dal palazzo, ha parlato chiaro
e ha spiegato questa differenza. Posso
sostenere un governo e la sua politica
che non approvo in tutto, perché
vedo bene che abbattere quel governo
non porterebbe a maggiore verità e
giustizia, ma a maggiore falsità e ingiustizia. È il dibattito che ci affatica
dal 2006. Non possiamo evitarlo. Se la
nonviolenza non fosse anche critica,
autocritica, paziente (cioè che soffre
di non riuscire), specie quando entra
nelle strettoie della politica, rimarrebbe retorica.
Enrico Peyretti
C
aro Alex, non sono
d’accordo. Il mio
disaccordo, mi pare
superfluo precisarlo, non è ovviamente
nel merito: è chiaro,
infatti, che aumentare le spese militari è
un atto che contrasta frontalmente con
l’esigenza di attivare politiche di pace.
A mio parere, sbagli semplicemente
obiettivo e destinatari. Il tuo appello
prescinde infatti dal contesto ed è una
semplificazione sbagliata di cui (tu
come altre persone/organizzazioni del
Movimento) non potete non rendervi
conto.
Il contesto qual è? È quello di un governo
di coalizione, nato più che traballante e costante ostaggio di ogni singolo
senatore. In una parola, a me pare che
questo parlamento sia l’unico luogo in
cui non si può fare politica, nel senso
che non si possono assumere decisioni
Politiche (con la P maiuscola), frutto
di orientamenti ideali definiti e capaci di dare un’impronta politicamente
definita al futuro. Si possono prendere
solo decisioni politiche (con la p minuscola), amministrando l’esistente senza
scontentare troppo nessuno, o comunque condizionate in modo decisivo da
un timore/certezza: se questo governo
(decisamente grigio, brutto, debolissimo) cade, torna la destra. E se torna,
temo, non sarà per qualche mese, ma
per molti anni perché il cittadino medio
dirà: “Quelli, almeno, per 5 anni hanno
governato, mentre questi non sono stati
capaci neanche di andare d’accordo tra
loro”. Mi sembra talmente evidente, tutto
questo, che (davvero) non riesco a capire
come se ne possa prescindere.
Detto questo, a me pare altrettanto evidente che i parlamentari della Sinistra
Radicale (ma non solo) non si siano “bevuti il cervello” o “venduti alla lobby
della guerra”: ma ti pare possibile che
persone come Lidia Menapace, Tiziana Valpiana, Giovanni Russo Spena,
Francesco Martone, Paolo Cento, Sabina
Siniscalchi, Haidi Giuliani, Anna Donati, Silvana Pisa, Elettra Deiana, Pietro
Folena, un ministro come Paolo Ferrero
o la vice ministra Patrizia Sentinelli...
siano d’accordo con l’aumento delle spese
militari e con la politica militare (ma non
solo) di questo governo? E ti sembra il
caso, invece, di riconoscere capacità
di rappresentanza
del Movimento a
due persone come
Rossi e Turigliatto? Con tutto il ri-
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A QUANDO GLI INTERVENTI NONVIOLENTI?
©REUTERS/Jagadeesh Nv
solidarietà internazionale 01/2008
Enrico Peyretti
N
el movimento per la pace italiano, di fronte alle vicende politiche sull’Afghanistan e sul Libano, si sono determinate due posizioni: intransigenti e “politici”.
I primi, in nome di pacifismo e nonviolenza assoluti, vedono gli interventi
come partecipazione alla guerra unica dell’Occidente in Asia. I secondi cercano
anche vie politiche per il superamento della regola nefasta della guerra infinita, e
valorizzano l’intervento Onu in Libano (diverso dai precedenti, accettato dalle parti,
per la prima volta da Israele) come sostitutivo dell’azione unilaterale illegale di Usa
e soci, platealmente e sanguinosamente fallita.
La missione italiana in Afghanistan non era di pace ma di sostegno alla guerra Usa.
Molti pacifisti hanno sperato che il rinnovo significasse riduzione. Le opinioni più
serie dicono che oggi quella nostra presenza è inutile e pericolosa. Per dicembre
deve finire. Opporsi fino a far cadere il governo? In parete, anche nella massima
difficoltà, non puoi lasciare un appiglio se non ne hai uno migliore. Non si poteva
rischiare una ricaduta nel governo precedente, assolutamente peggiore, in tutto.
Certo, i militari hanno oggi un ruolo, non i civili: il volontariato internazionale è meritorio, ma in numero ovviamente insufficiente. Il militare, per cultura, formazione,
strumentazione, non è mediatore di pace; al massimo si interpone. La mediazione
deve disporre di Corpi Civili di Pace, riconosciuti, istituiti, finanziati, addestrati come
un bene pubblico, in numero consistente, con fondi distolti dalle spese militari. Nel
futuro che vogliamo, sostituiranno gli eserciti. La legislazione italiana (legge 230/98)
offre già punti d’appoggio, se si capisce e si vuole. L’azione civile è meno costosa,
più dignitosa, più efficace dell’azione militare e non compie i danni che il militare
produce nell’animo profondo dei popoli, per generazioni. Proposte sapienti di soluzioni giuste, che la diplomazia deve raccogliere, vengono dalla cultura scientifica
e morale di pace, come i progetti precisi di Galtung e di Samir Khalil Samir.
Quando si parla di intervento nonviolento si vedono molti scuotere la testa convinti
della inutilità di una proposta di questo tipo, in momenti di conflitto aspro. Certo,
l’incendio va evitato, prima che spento. La maggiore azione è la pace preventiva.
Perché si confida nelle armi? Per ignoranza pandemica, per educazione perversa
(spettacoli violenti, videogiochi corruttori di bambini), per maledetti interessi a
vendere morte… La cultura corrente è più violenta della natura umana. Ma in
fondo le persone sensate sanno che la guerra aggrava ogni male. Il “no alla guerra”
è abbastanza popolare, ma è da diffondere la storia delle lotte nonviolente e da
organizzare la volontà politica dei metodi di pace.
Le intermediazioni nonviolente hanno avuto anche i loro martiri. Martire non vuol
dire vittima, ma testimone. Il soldato che viene ucciso perché non ha ucciso per
primo fa pena, ma non testimonia nulla di nuovo, non è un martire. Chi cade vittima
in un’azione giusta, di pace nonviolenta, di soccorso e riconciliazione, è testimone
di una possibilità nuova, che deve realizzarsi come regola. Perciò la nonviolenza
è sempre efficace, anche quando sembra sconfitta: ci lascia un lavoro avviato. C’è
sempre chi non può o non vuole capire. Ma tutti possiamo capire chi annega per
salvare uno che annega. Lo scopo è la vita di entrambi. Anche se e uno o l’altro, e
persino entrambi, non si salvano, l’umanità è salva perché tutti davanti a quel gesto
diventiamo più umani. ▪
spetto per loro, credo proprio che il Movimento meriti qualcosa di più, no?
Secondo me, è mancato/manca ben altro.
Come ho avuto occasione di dire a Lidia
Menapace, nel corso di un recente incontro
pubblico, proprio perché dentro questo
governo e dentro questo Parlamento le
ragioni della Pace e della nonviolenza non
hanno alcuna possibilità di ascolto, andava/andrebbe creato un canale di comunicazione tra il Movimento e i parlamentari
che si riconoscono
nelle sue ragioni con due obiettivi ugualmente
importanti:
1) evitare malintesi e aspettative
Un canale di comunicazione tra il Movimento
e i parlamentari.
fuori luogo, rispetto all’attività e alle
decisioni parlamentari (blindatissime,
per i motivi che dicevo e che mi sembrano ovvi);
2) elaborare insieme un percorso politico
che, nell’immediato “FUORI DAL PARLAMENTO” e nella prossima legislatura
- mi auguro - “ANCHE DENTRO AL
PARLAMENTO”, consenta alle ragioni
della Pace e della nonviolenza di ottenere lo
spazio che meritano, traducendosi in precisi atti politici supportati da forti campagne
di base, da promuovere sul territorio.
Un’alleanza, insomma, da ribadire e da
rafforzare per costruire insieme quel futuro
che tutti (Movimento e molti parlamentari, sicuramente!) vogliamo realizzare!
Lorenzo Scaramellini
35
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RENZO
CRAIGHERO:
Secondo me i “nostri” parlamentari
dovrebbero, soprattutto in questi
momenti, intensificare i rapporti
con l’arcipelago
pacifista e argomentare e motivare, molto di più di
quanto facciano, le
loro talora sofferte
decisioni. Per questo sono d’accordo
con l’osservazione
conclusiva di Lorenzo di cercare
di creare e rafforzare un canale di
comunicazione
tra il Movimento
e i parlamentari di
riferimento.
Ma Zanotelli critica giustamente
anche noi. Perché
se una parte di
responsabilità ce
l’hanno gli eletti, noi non siamo
esenti da colpe. Proprio in fase di manovra finanziaria dovremmo coordinare
e moltiplicare le nostre iniziative verso i
parlamentari “vicini” e verso la società
civile. Purtroppo non è così: vedo per
esempio quanto poco e faticosamente
diamo voce e sostegno alla Campagna
“Sbilanciamoci!” che tecnicamente e
politicamente è lo strumento più prezioso che abbiamo per far valere le nostre
critiche e le nostre proposte in quella fase.
Peraltro è lo stesso opuscolo prodotto annualmente dal Tavolo degli esperti della
campagna a fornirci informazioni utili
sulla struttura e inefficienza delle nostre
forze armate (poi da qui a farne elemento
di richiamo per l’opinione pubblica e i
media ne corre un po’...). Purtroppo,
in materia di difesa, scontiamo tutti
(movimenti e partiti) una difficoltà: che
per la gran parte delle persone questo
non è un tema oggetto di interesse, non
viene percepito come un fattore incidente
sulla propria vita. È un tema rimosso e
su questo terreno la delega agli eletti è
pressoché totale (e gran parte degli eletti
condivide gli argomenti e le richieste dei
vertici militari).
Detto questo, considero l’intervento di
Zanotelli “politicamente” opportuno?
Forse per una parte di noi sì, per altri no,
ma non mi sento di giudicare Zanotelli
sulla base di un metro di “opportunità”
politica: è uno che si spende, che sta dalla
parte degli ultimi, lasciamolo parlare,
invitiamolo a parlare.
Auguri a tutti per un anno migliore.
ANGELO
GANDOLFI:
se questa
è sinistra
©ALBERTO CONTI/CONTRASTO
una indignazione
motivata
solidarietà internazionale 01/2008
L’
appello di Zanotelli,
come talora mi capita con i messaggi carichi di “radicalità”
e “idealità”, mi ha
lasciato senza parole, in una situazione
di stallo di giudizio.
Da una parte comprendendo il suo scoramento e rabbia (conseguenza forse
delle stesse aspettative alimentate dai
rapporti avuti con alcuni parlamentari),
dall’altra sapendo il percorso in bilico al
quale è costretta, con questo Governo,
soprattutto la sinistra.
Ecco allora che la sua indignazione verso
i partiti della sinistra (e i relativi eletti)
schierati col movimento pacifista mi
è sembrata almeno in parte motivata,
se non altro per una ragione: la scarsa
trasparenza. Mentre infatti si vive una
fase pre-finanziaria di (relativamente)
positiva interazione fra partiti e movimenti, quando si entra nel percorso
parlamentare di discussione e votazione
sulla manovra poco si sa, o si viene a
sapere, su ciò che capita per esempio
in materia di “difesa” e spese militari.
36
C
aro Lorenzo,
purtroppo non sono
in grado di seguirTi. Tu scrivi: se cade
questo governo, torna la destra. Perché,
questa è sinistra?
Ma parliamo di argomenti politici. Il problema non mi
pare tanto quello di “strategie” sul breve
e medio termine. Penso alle nuove generazioni, al mondo che gli lasceremo,
a cominciare dalla triste consuetudine
di dare alla guerra il nome di “pace”, di
considerare la parola “pacifista” come
qualcosa di vergognoso, che sa di mancanza di valori quali la Patria, Dio e la
famiglia e tutto quel che segue.
Tu scrivi “torna la destra”. Ma come
consideri l’opportunismo come regola
dominante della politica? La guerra
contro i poveri cristi? Come consideri
il cinismo di chi lo stesso giorno che
quattro lavoratori vengono bruciati
vivi sul luogo di lavoro, dopo essersene andato alla prima dell’opera lirica
alla Scala, se ne va a far bisboccia con
altri 800 invitati ad un “pranzo di gala”
| rubriche | copertina | cose | dossier | intervista | bacheca |
©Augusto Casasoli/A3/Contrasto
solidarietà internazionale 01/2008
forse pagato dai cittadini di Milano,
o magari addebitato come spese per
l’allestimento dello spettacolo? Avendo
giurato fedeltà alla Costituzione della
Repubblica democratica fondata sul
lavoro.
E due giorni dopo se ne va a rassicurare l’imperatore che lo spostamento di
fronti di guerra ci sarà alla facciaccia dei
cittadini teoricamente sovrani, sempre
stando a quella Costituzione a cui ha
giurato fedeltà?
Come consideri il cinismo di un latifondista che ha frequentato per 13
anni un luogo di lavoro e maturato una
lauta pensione che fa la battaglia in
Parlamento sulla questione dei lavori
usuranti, vale a dire sulla pelle di coloro
che ce la rimettono sul lavoro? E che da
questa posizione riesce a “ricattare “ un
Prodi con tutta probabilità ben lieto di
essere “ricattato”, dovendo rispondere
a chi lo sostiene?
O ad un governo che applica una sorta
di “par condicio” prendendo i voti dai
lavoratori e gli ordini dai padroni?
Caro Lorenzo, qui non siamo di fronte
a delle semplici “mele marce”, il cesto
è incominciato a marcire da tempo,
e sarebbe bene che ce ne rendessimo
conto.
Come giudichi un partito costruito nel
modo più totalitario possibile che, sfruttando “l’antipolitica”, riduce il numero
dei parlamentari in modo da rendere
l’opposizione inesistente o comunque
innocua?
Qui quello che è in crisi e che è la vera
vittima è la coscienza. Vogliamo, per
“tattica”, “strategia”, chiamala un po’
come Ti pare, essere complici del suo
massacro o piuttosto non dobbiamo
cercare strade diverse?
Vogliamo stare dalla parte di chi è
potente e difende i propri privilegi, o
dall’altra?
Non credo che ci sia più possibilità di
mediazione. E ormai il governo Prodi e la “maggioranza” sono il potere.
E lo esercitano nel modo più “bieco”
possibile specialmente nei confronti
dei loro oppositori, una cospicua parte
dei quali li ha anche votati ed è stata
determinante per la loro ascesa.
Ogni mediazione oggi non si chiama
più così, con questa gente, ma il suo
nome vero è “compromesso”.
Credo proprio che altri due anni e mezzo di governo Prodi in queste condizioni
ci porterebbero in una situazione ben
peggiore che quella in cui ci ha conciati
la gestione del potere da parte di Berlusconi e dei suoi accoliti. E temo che
ogni giorno in cui si va avanti, aumenti
di qualche misura la percentuale di
successo della destra e nemmeno del
centrodestra. E che alla fine saremo
complici anche di questo, se non poniamo in qualche modo dei paletti.
A me non pare proprio che Alex sbagli,
come sostieni Tu, mi pare invece che, se
non siamo noi a tenere alta la coscienza
e a cercare di fare in modo che gli eletti
siano “politici” e non “politicanti da
McDonald’s”, non ci sia altro da fare che
levare voci autorevoli come la sua.
Che mondo vogliamo lasciare a chi verrà
dopo di noi? E tutti quei poveri cristi che
sono morti nella lotta di liberazione dove
li lasciamo? Sono morti per i “pacchetti
Treu”? O perché su un povero cristo che
ti telefona per proporti un contratto
telefonico ci mangino i responsabili di
due agenzie che non fanno un tubo dalla
mattina alla sera, anzi speculano sulla
disoccupazione altrui?
E i miei nonni e tutti coloro che si sono
sacrificati perché questo paese avesse una rete di servizi, dall’erogazione
della luce elettrica ai collegamenti ferroviari, dalle comunicazioni telefoniche all’informazione televisiva davano
allo Stato una parte dei loro risparmi
perché tutto questo venisse messo in
mano con finte vendite alle banche e
a speculatori che non hanno mai fatto
nulla nella loro vita se non i playboys o i
velisti e si fanno chiamare “industriali”
o “imprenditori”? Certo i miei nonni
ne ricavavano anche degli “interessi”,
ma forse lo spirito con cui l’hanno fatto
non era soltanto per tirare su qualche
soldo per integrare la pensione.
E a tutti questi come rispondiamo? Con
la penosa risposta di Lidia Menapace ad
Alex su “Il Manifesto” che ci è toccato
leggere?
Quei poveri cristi che si sono sacrificati, lo hanno fatto perché questo paese
andasse in mano alle banche?
Da qualche anno dico che in questo
paese siamo al fascismo, ma non sembra
che ce ne stiamo accorgendo.
Basta vedere come procede la costruzione totalitaria di un partito, che si
definisce “democratico”. Perfino l’enfasi rispetto al grande risultato sulla
moratoria circa la pena di morte sa di
strumentale, come la difesa dell’embrione da parte della gerarchia cattolica.
Difendiamo quella vita che non ha nulla
di scomodo, mentre non si muove un
dito per tutelare quella vera, anzi si
discrimina a più non posso, in nome
dell’“amore di Dio”, tanto “misericordioso” sarà lui, se esiste.
Forse quello che scrivi, caro Lorenzo,
poteva essere ancora accettato nel primo
anno di governo. Oggi mi pare fuori
tempo massimo.
Se crediamo nella coscienza e nel futuro
di questo pianeta oggi dobbiamo scegliere da che parte stare, e non è certo
quella del potere, anche se questo si fa
chiamare “democratico”.
L’opposizione è un dovere, lo scriveva
diversi anni fa con altre parole don Lorenzo Milani, ma pare che ce ne stiamo
dimenticando.
A presto.
Angelo
37
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solidarietà internazionale 01/2008
perchè
sono d’accordo
con Alex
M
i ero ripromesso, leggendo la tua
lettera inviata ad Alex, di
scriverti per
dare voce ad
una discussione che rischia di interrompersi sin
dall’inizio.
Personalmente non ci conosciamo, ma
abbiamo - seppure “a distanza” - camminato insieme e ci ritroviamo in uno
spazio comune, plurale ma unitario,
com’è la Rete Italiana Disarmo.
Dell’appello di Alex Zanotelli ho condiviso toni e sostanza, pur essendo consapevole del contesto politico-istituzionale
di cui parli. Contesto che non giustifica
affatto quei politici che, pur considerandosi ferventi pacifisti, non hanno fatto
nulla di serio sia in ambito di Governo,
sia sul piano parlamentare, per far passare due o tre cose inerenti la politica di
difesa e le spese militari, a cui tutte le
“persone di buona volontà” - compresi liberali e conservatori onesti – non
avrebbero potuto dire di no.
38
©REUTERS/Ahmad Masood
GIANNI
ALIOTI:
Basta analizzare il numero e la qualità degli emendamenti presentati (che
in quanto tali non fan cadere alcun
Governo) e le numerose dichiarazioni
pubbliche rilasciate dai leader della “sinistra radicale”, per capire che il potere
di condizionamento e/o d’interdizione
sulla finanziaria 2008 è stato giocato
tutto su altri piani.
La riduzione delle spese militari e il tema
della riconversione non sono mai entrate tra i primi dieci (forse venti) punti
dell’agenda politica di verdi, sinistra
democratica, comunisti italiani e rifondazione.
I pochi parlamentari che hanno cercato
con coerenza e determinazione di fare
quanto era nelle loro possibilità (cito
fra tutte/i Francesco Martone e Silvana
Pisa), non hanno raccolto nulla perché
le priorità dei loro gruppi politici erano
altre e perché, tutto sommato, anche a
sinistra si è sempre creduto nelle “virtù
keynesiane” delle spese militari e nel
ruolo economico dello Stato attraverso
la controllata Finmeccanica.
Giustificare, quindi, le scelte politiche
compiute per spirito di sacrificio a difesa
della coalizione di Governo, mi sembra
del tutto privo di fondamento.
Su alcuni punti sostenuti da tempo dai
portavoce della RID (vedi intervento di
Francesco Vignarca al convegno “Armi
da taglio” promosso dalla SD) o dalla
campagna “Sbilanciamoci!”, bastava essere meno “autoreferenziali” e “radicali”,
appoggiando il “rigore economicista”
iniziale di Padoa Schioppa con il sostegno dei settori liberali al Governo, per
portare a casa dei risultati concreti, senza
mettere in crisi Prodi e la coalizione.
Oppure bastava essere più trasversali per
ottenere i consensi necessari a far passare
alcune modifiche, agendo concretamente
nelle Commissioni Bilancio e Attività
Produttive, piuttosto che lasciare alcuni
rispettabili parlamentari a lottare contro
i mulini a vento nelle Commissioni Difesa, luogo tradizionale dove si concentra
la lobby politica a sostegno del complesso
militare-industriale.
Perché non si è nemmeno tentato di
percorrere queste strade?
Si può ragionevolmente pensare che
avrebbero messo in crisi il Governo?
Significa (parafrasando la tua domanda)
che Prodi o D’Alema si sono “bevuti
il cervello” o “venduti alla lobby della
guerra”?
Se la risposta è sì, perché strapparci le
vesti sull’eventuale crisi di Governo?
Se la risposta è no, bisogna che - dopo
due finanziarie generose verso l’appetito
crescente del complesso militare-industriale italiano - ciascuno si assuma le sue
responsabilità proporzionalmente al suo
dichiarato “pacifismo”, senza ipocrisie e
giustificazioni poco credibili.
Su una cosa posso essere d’accordo con
te: non mi sembra il caso di riconoscere
capacità di rappresentanza politica a
nome nostro (cioè di associazioni e movimenti) a Rossi e Turigliatto che, al di là
di salvarsi l’anima votando contro, non
mi sembra si siano mossi in sintonia con
noi e con altri parlamentari su obiettivi
concreti e realizzabili.
Al contrario non condivido quando affermi che “andava (andrebbe) creato un
canale di comunicazione tra il Movimento e i parlamentari che si riconoscono
nelle sue ragioni”, come se non ci fossero
stati - in questi due anni - momenti di
confronto, riflessioni comuni e proposte
condivise. Altro che “malintesi e aspettative fuori luogo”.
Le associazioni ed i movimenti impegnati per il disarmo non hanno “chiesto
l’impossibile”, pertanto non hanno nulla
da rimproverarsi. La finanziaria 2008
non solo non ha portato alcun risultato
sul versante della riduzione delle spese
militari, della loro trasparenza e di una
coerente relazione tra investimenti in
nuovi sistemi d’arma, politica della difesa e politica estera, ma ha peggiorato
le cose.
Sono quindi altri che devono rendere
conto dei loro atti di Governo e delle
loro azioni parlamentari, dimostrando
che il tema del disarmo è tra le priorità
della loro agenda politica, cosa che ad
oggi non hanno fatto.
Gianni Alioti
solidarietà internazionale 01/2008
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Incontri: EMILIO MOLINARI
Ci restano
cinquant’anni
Eugenio Melandri
N
on usa mezzi termini nel descrivere la situazione di crisi
in cui versa il pianeta. Stiamo
raschiando il fondo del barile e non
siamo pronti a gestire la scarsità delle risorse. Una scarsità che ha effetti
non solo ambientali, ma soprattutto
sociali. Saranno i più poveri, infatti,
a soffrirne di più. Il percorso
umano e politico di Emilio
Molinari, uno dei leader storici della nuova sinistra, è sempre
stato caratterizzato
dall’attenzione ai
cambiamenti, e
alle nuove sfide
che questi cambiamenti ponevano alla sinistra,
troppo schiava della
sua stessa ideologia.
Facendo spesso anche
scelte di rottura, che
soltanto in seguito diversi
suoi compagni di strada hanno
potuto capire. Parlare con lui è piacevole e stimolante, perché attraverso la
sua storia si ripercorrono i sogni e le
conquiste, ma anche le frustrazioni
e i fallimenti di una generazione che
avrebbe voluto cambiare il mondo.
Oggi, dopo aver coperto diversi ruoli
politici, consigliere comunale e regionale, Deputato europeo e senatore, è
Presidente del Comitato Italiano per il
Contratto Mondiale dell’Acqua.
“
Emilio, non è facile oggi essere di
sinistra. Anche perché si fa fatica a capire cosa significhi veramente.
Ciò che significa lo dobbiamo scoprire.
Anche mettendo in crisi alcuni miti
sui quali ci siamo formati. La mia è la
storia di una persona che da sempre si
è impegnata nella sinistra. Sono nato
nel 1939. Negli anni ‘50 ho cominciato a
lavorare in fabbrica e ci sono rimasto per
22 anni. Provengo, quindi, dal mondo
operaio e dalla militanza comunista.
Ho partecipato al movimento sindacale.
Ho fatto il ‘68 e contribuito alla nascita
della nuova sinistra. In sintesi, posso
dire che la mia formazione è
stata di matrice operaia,
comunista, marxista. La
mia cultura politica si
è sviluppata, quindi,
nei luoghi classici
della sinistra.
Una sinistra, quella
del ‘900 che ha rappresentato, certo,
una grande epopea
nella conquista dei
diritti, da parte soprattutto dei lavoratori. È innegabile che
essa abbia contribuito a
cambiare la società, a difendere la giustizia. A costruire
un pensiero democratico e a mettere
le basi dello stato sociale. Ma una sinistra che ha anche coltivato miti di
cui è rimasta essa stessa vittima. Pensa
solo al mito della centralità della classe
operaia, come classe che trasforma il
mondo, e del potere, da prendere ad
ogni costo. Oppure alla convinzione,
che ha percorso gran parte del secolo
scorso, dell’inesauribilità delle risorse.
Al mito dello sviluppo, o della crescita
come bene assoluto. Miti, questi, presenti non soltanto nel capitalismo, ma
anche nel pensiero e nella prassi della
sinistra. Lo stesso si può dire anche di
un altro mito, quello della centralità
del lavoro, presa in termini totalizzanti.
Esso ci ha condizionato pesantemente.
Contribuendo così a creare dei veri e
propri mostri.
“
Quando hai cominciato a capire che
qualcosa doveva cambiare?
Alla fine degli anni ‘80, un infarto mi
ha costretto a fermare la mia attività e
a passare diverso tempo in ospedale.
Forse proprio questa condizione mi ha
portato a riflettere e anche a mettere in
crisi la mia militanza. Intendiamoci,
non ho messo in crisi i valori di fondo
che mi hanno sempre accompagnato: la
lotta per l’uguaglianza, la giustizia e la
libertà, contro lo sfruttamento dell’uomo
sull’uomo. La lotta per una società più
giusta dove a tutti sia garantito il diritto
di vivere dignitosamente. Ma trovarmi in ospedale con gente normale, con
l’idea che l’infarto che mi aveva colpito
avrebbe potuto limitare definitivamente
la mia attività, mi ha fatto capire che forse
vivevo in modo astratto questi valori.
Lontano dalla vita comune della gente.
Sai, chi si impegna in politica in modo
quasi totalizzante corre il pericolo di
parlare solo con chi usa lo stesso genere
di linguaggio. Le sofferenze vere ti sfuggono e rischi di perdere il contatto con
quelli che dici di voler difendere. In più,
proprio in quegli anni cominciavano a
emergere prepotentemente alcune nuove
questioni.
“
Quali?
Innanzitutto la questione ambientale.
C’era stata la prima conferenza delle
Nazioni Unite a Stoccolma nel 1972, e
proprio nello stesso anno era stata pubblicata la ricerca del M.I.T (Massachusetts
Institute of Technology) che denunciava
i limiti dello sviluppo e proponeva la
crescita zero. Non ce ne eravamo accorti.
Ma poi i fatti ci hanno portato a capire
che l’emergenza ambientale aveva una
grossa rilevanza sociale. Ho cominciato
a interessarmene in modo assiduo. Penso
di essere stato ai tempi il primo politico
che ha cominciato a girare le discariche.
Abbiamo scoperto così che i rifiuti tossici
del Nord d’Italia finivano in Campania
o peggio nel Sud del mondo, in Africa,
fra i Saharawi, in Venezuela, in Somalia. Una partita, questa, a cui la sinistra
pareva completamente indifferente. Poi,
siamo a metà degli anni ‘80, fu il tempo
della denuncia della corruzione politica
39
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cominciava a delinearsi tangentopoli.
Una realtà che non i compagni sembravano non capire, credendo che fosse un
fenomeno solo interno alle istituzioni,
senza riflessi sociali. Eppure si trattava
di un vero e proprio sistema, che coinvolgeva sia il governo che l’opposizione. Ho
cominciato allora a capire che qualcosa
non funzionava nella sinistra storica. Nel
marxismo stesso. Che dovevamo rivedere
e correggere i nostri parametri.
“
Per cui…?
Ho lasciato Democrazia Proletaria,
avvicinandomi al mondo “verde”. Poi
nel ‘94 ho lasciato anche i verdi, poiché
anche nel mondo politico ambientalista
non avevo trovato punti e stimoli per
una nuova narrazione, ma soltanto una
sommatoria di piccole storie e di piccoli
interessi, anche personali. Per me, te lo
assicuro, si è trattato di scelte traumatiche e difficili.
Nel ‘94 ho incontrato l’esperienza del
Chiapas di Marcos e ho cominciato a
seguirla e poi ciò che succedeva in Bosnia e nella ex Jugoslavia. Due situazioni diverse che mi hanno fatto scoprire
realtà nuove e drammatiche. Poi, dopo
un incontro organizzato qui a Milano
da Mani Tese e da Punto Rosso, mi sono
avvicinato al movimento dell’acqua, con
Petrella. Mi è sembrato allora di capire
che non si trattava di una semplice battaglia politica, anche importante, ma di
un nuovo modo di fare politica a partire dai beni comuni. Poco tempo dopo
abbiamo dato vita al Comitato Italiano
dell’Acqua. Da allora mi sono impegnato
fino in fondo in questa partita.
“
Torniamo un attimo indietro. Sono
passati 40 anni dal ‘68. A tanti anni di
distanza, quali sono state le luci e le
ombre di questo evento?
Il ‘68 è stato una cosa molto complessa
e contraddittoria. La tendenza oggi, a
quarant’anni dagli accadimenti, è quella
di demolirne la memoria, presentarla alle
giovani generazioni come la madre di
tutti i mali. Credo tuttavia si possa dire
che si è trattato di una rivoluzione mancata che, però, ha gettato i semi di nuove
narrazioni, assolutamente riprendere se
vogliamo uscire dalla crisi di civiltà che
ci ha consegnato il ‘900. Il ‘68, infatti, ha
segnato la rottura con alcuni elementi
tipici del potere. Tutto è nato all’insegna
di alcuni fenomeni internazionali, che
a quei tempi abbiamo letto in termini
classici, ma che portavano dentro di loro
i germi di un futuro. Abbiamo capito
che se ce la potevano fare i contadini
vietnamiti, se ce la potevano fare a Cuba,
potevamo farcela anche noi. Il potere,
40
solidarietà internazionale 01/2008
malgrado abbia la bomba atomica e i
servizi segreti, può avere i piedi d’argilla.
Può essere sfidato se prendiamo in mano
il nostro destino: “Non deleghiamo!”, si
disse allora.
Ma la cultura con cui abbiamo affrontato questi temi era ancora quella del
passato. Ricca, certo, ma non in grado
di leggere le nuove realtà. Non siamo
riusciti a collocare questi nuovi scenari
dentro al territorio dove vivevamo. Non
siamo stati capaci di cogliere che si stava
costruendo una società angosciante,
stretta nel morso dell’industrializzazione. C’erano già i segnali di una crisi
ambientale. Ma non siamo stati in grado
di valutarne la sua portata, presi, come
eravamo, dai nostri miti. La centralità
della fabbrica, ad esempio. La fabbrica
non è un valore, è un incubo. Che costruisce al suo proprio interno modelli
gerarchici e di dominio. Non siamo stati
capaci di fare davvero i conti con le questioni legate al potere e alla sua gestione,
perché dentro di noi avevamo stampati
gli stessi modelli di potere. L’idea della
violenza come levatrice di nuove relazioni. La creazione di partiti, piccoli eserciti strutturati per prendere il palazzo.
In più, senza quei legami di massa che
avevano caratterizzato le lotte dei nostri
padri. In una sorta di nuova aristocrazia
di sinistra. È innegabile tuttavia, che
nonostante queste contraddizioni, il ‘68
abbia rappresentato un grande momento
di modernizzazione di questo paese e
di un grande processo di acquisizione
di diritti.
quanto sia attuale. Siamo ad un punto di
non ritorno. I cambiamenti climatici e
la scarsità delle risorse (acqua e petrolio
in primo luogo) ci impongono di frenare
la crescita. Di cominciare a decrescere.
Ma se vogliamo decrescere dobbiamo
abbandonare l’idea di produrre sempre
di più.
“
“
Ma poi, alla fine, sembra che tutto
sia rientrato.
Forse proprio perché non eravamo attrezzati culturalmente a cogliere la portata del grande cambiamento per cui ci
stavamo battendo. Ti faccio un esempio
che ritengo molto significativo e che
mette in evidenza il significato, anche
culturale, di alcune conquiste che abbiamo fatto. Dal ‘66 al ‘69 i metalmeccanici
abbattono otto ore di lavoro settimanale. Passano da 48 a 40 ore. Ottengono
questo diritto, con la convinzione che
ci siano altre cose importanti: il tempo
libero, il sabato per stare con la famiglia, andare con la morosa. Oppure per
leggere, andare al cinema o a teatro. C’è
dietro una nuova concezione della vita
e del lavoro. Non si vuole più legare il
salario alla produzione. Nasce la battaglia contro il cottimo, che in pochi anni
scomparirà definitivamente. Il salario,
dicevamo, non deve essere legato alla
produzione, ma ai rapporti che si stabiliscono con la contrattazione tra gli
operai e gli imprenditori. Se leggiamo
oggi questa conquista, ci accorgiamo di
“
Senti, Emilio, mi pare di sognare.
Mentre diciamo queste cose, oggi i sindacati per primi propongono di legare
i salari alla produzione.
È questa la sfida. Se non siamo capaci
di mettere insieme in fretta gli spezzoni
di un nuovo pensiero politico su scala
mondiale, non riusciremo a cavarcela. La
sfera della politica tradizionale va infatti
da tutt’altra parte. Anche i sindacati. Per
questo sono importanti i movimenti
come il Social Forum o i Movimenti
dell’acqua. Anche la sinistra sta dentro
all’involucro della crescita. Non si ha il
coraggio di dire che siamo arrivati al
limite. Che il modello precedente non
regge più. Dobbiamo ridurre i consumi e rimodellare la nostra vita. Per cui
dobbiamo anche ridurre e ridistribuire
il lavoro. Siamo arrivati al capolinea del
petrolio e non sappiamo che fare. E tutto
questo ha implicanze sociali enormi, i
cui costi cadranno sui più fragili. La
carenza di risorse e i costi degli interventi
pubblici stanno espellendo i più deboli
dal diritto alla vita. Il venire meno delle
risorse non fa altro che selezionare chi
le usa.
Noi occidentali responsabili del
disastro abbiamo il diritto di chiedere agli altri paesi comportamenti
diversi?
È vero. Paradossalmente, però, questi
paesi devono capire bene verso che tipo
di sviluppo stanno andando. La Cina in
questo momento ha il 12% di crescita del
Pil, sta invadendo i mercati, sta avendo un
peso indiscutibile nel mondo, finalmente
multipolare. Ma lo sta facendo in termini
capitalistici. Lo stesso sta avvenendo in
India e in Brasile. Il Brasile, ad esempio,
sta mettendo sul mercato l’Amazzonia.
Ma la gente non regge questo sforzo. La
Cina non ha più risorse idriche. Deve
fare dighe per mantenere tutta l’acqua.
E questo la mette in conflitto con il SudEst asiatico. I livelli di inquinamento
sono spaventosi. Le falde diminuiscono
di tre metri all’anno, i costi di recupero
dell’acqua sono enormi. Se continuerà in questo modo sarà costretta a fare
una selezione spaventosa nell’accesso ai
consumi e si determineranno divisioni
e spaccature sociali di rilevanza enorme. L’India è nella stessa situazione. E
solidarietà internazionale 01/2008
intanto si stanno raschiando i barili. La
strada dei bioconbustibili è impercorribile, perche ci sono centinaia di milioni
di persone che devono mangiare. Cina
e India non se lo possono permettere.
L’unico paese che può farlo è il Brasile.
E sta tentando di giocare fino in fondo
questa carta. La gioca bene perché lo fa
in nome dell’autonomia del Sud America.
Ma cosa avverrà nei rapporti sociali complessivi? Sta bruciando l’Amazzonia, ma
rischia di creare un disastro mondiale.
Sbilancia il mercato dell’alimentazione,
con conseguenze che non riusciamo a
immaginare. Devia i fiumi, come il Rio
San Francisco. Ma quali devastazioni
umane sta creando? Alle foci del Rio
delle Amazzoni ci sono in continuazione petroliere cinesi che vengono a
prelevare acqua e la portano via. Il che
significa che sono ormai davvero con
l’acqua alla gola. Da Gasprom arriveremo a Idroprom? Dobbiamo capire che
l’idea del progresso e della modernità
come l’abbiamo concepita fino adesso
è arrivata al capolinea.
“
Uno scenario non certo incoraggiante. Non temi l’accusa di catastrofismo?
Io credo che i problemi debbano essere
guardati in faccia. E sono sicuro che
ormai abbiamo poco tempo a disposizione per trovare la strada. Paradossalmente mi pare che stiano nascendo
alcuni importanti anticorpi proprio
al centro dell’impero. La posizione di
Al Gore, ad esempio, pur con tutte le
contraddizioni che porta, è da questo
punto di vista molto interessante. Per
il resto non si vede molto all’orizzonte. Anche perché lo stesso movimento
troppo spesso soffre di autoreferenzialità, e rischia di riprodurre al proprio
interno le contraddizioni e i vizi dei
partiti politici. Va costruito con tenacia
un modello diverso.
“
Facile dirlo, ma come?
Vedi, non è un caso che ormai tutti,
anche i mass media, riconoscono che
questo è il problema, senza però riconoscere i soggetti sociali che cercano
di individuare nuove strade. Eppure i
Movimenti dell’acqua e della terra stanno cominciando ad ottenere qualcosa.
I Movimenti dell’acqua hanno vinto in
Bolivia, in Uruguay, in Ecuador. Stanno condizionando le scelte in Italia. Lo
stesso si può dire dei movimenti per la
terra. Di nuovo siamo sfidati dalla terra,
dall’acqua e dal fuoco (energia).
Io penso che se tutto questo è vero, se
acqua, terra e fuoco stanno esaurendosi,
non passiamo più ragionare nei termini
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del novecento. O anche di prima. Abbiamo sempre pensato al futuro con
l’idea che l’età dell’oro stia davanti a
noi. Oggi bisogna pensare a una politica
che non ha tempi indefiniti. Abbiamo
poco tempo. Dobbiamo risolvere questi
problemi nei prossimi cinquant’anni e
innescare processi di cambiamento capaci di rimodellare i principi produttivi,
gli stili di vita e i consumi. Anche la
sinistra, attorno a questi grandi temi
essenziali, deve abbandonare il mito
dell’avvenire.
“
Prova a spiegare, come?
Occorre ridare alla politica una missione e delle priorità. All’inizio del
novecento le reti pubbliche, idrica, ferroviaria ed elettrica, furono costruite
insieme dalla destra e dalla sinistra.
Come una conquista sociale a cui tutti
erano interessati. È necessario allora
che regoliamo l’agenda su queste priorità. Una sinistra che mette tutto sullo
stesso piano rischia di diventare demenziale. Occorre definire le priorità.
Tu sai quanto sia stato sempre attento
ai diritti civili. Ma mi pare che oggi
i veri problemi siano altri e che non
sia intelligente cadere dentro la trappola dell’anticlericalismo inseguendo o precedendo il Papa su temi che
sono sì rilevanti, ma non “ultimativi”
come questo. Ma sono davvero queste
le priorità dell’umanità? A me sembra
che ci sia una sinistra impazzita. Che
si porta dentro la memoria dei propri
passati personali e si muove partendo da questi, dal proprio personale,
erigendoli a linea politica generale. È
importante il femminismo, certo. Sono
importanti i diritti degli omosessuali.
Ma non è questa la dimensione dei
problemi del mondo.
Il mondo è attraversato dalla crisi delle
risorse. Tre quarti di questo mondo
vivono altri problemi. E noi scambiamo
i nostri desideri per diritti e i desideri
della nostra memoria o della nostra
esperienza personale per politica generale. Guarda ciò che è successo col Papa
alla Sapienza. Se questo è vero, i nostri
parametri della politica sono andati a
pallino. Ci sono ancora persone che
hanno fatto parte dei comitati antifascisti militanti degli anni ‘70 e continuano
così, come se niente fosse cambiato.
Anzi, vedono il pericolo fascista oggi
con gli occhi del passato. Invece abbiamo pochi anni per costruire una politica
capace di dare risposte nuove. Ecco la
centralità dell’acqua e dei beni comuni,
che non possono non interessare sia la
destra che la sinistra. Sui beni comuni
non possiamo dividerci come popolo,
come cittadini.
“
Emilio, riprendiamo da dove eravamo partiti. Ha ancora senso allora, essere di sinistra? E che significato ha?
Certo che ha senso. La sinistra è per
me la lotta al privilegio dei potenti e la
riscossa dei deboli. Da sempre ho conosciuto questa divisione sociale: da una
parte i “sciuri” e dall’altra i poveri. È ciò
che ha accompagnato le lotte della fine
dell’ottocento e del novecento. Non per
invidia. Per senso di giustizia. Questa per
me è ancora la sinistra. Le sovrastrutture
arrivano dopo.
La sinistra deve ripartire da qui, e con
una visione mondiale. Prima erano i
poveri del tuo paese, della tua nazione.
Al massimo era il proletariato internazionale, dove però i poveri africani, ad
esempio, non avevano spazio. Oggi, se
vogliamo ricostruire davvero la sinistra,
dobbiamo ritrovare questa dimensione
mondiale di lotta al privilegio. Dobbiamo metterci al fianco di chi è davvero
“proletario”, cioè ricco soltanto della
propria prole.
“
Un’ultima domanda. La sinistra ha
sempre voluto cambiare il mondo. In
che relazione sono cambiamento del
mondo e cambiamento personale? È
possibile cambiare il mondo, senza
cambiare se stessi?
Faccio parte di una generazione che ha
vissuto il periodo del boom economico.
In quegli anni, forse noi giovani di allora abbiamo avuto a disposizione più
possibilità di quelle dei ragazzi di oggi.
Potevamo andare al cinema, anche alle
“prime visioni”. Andare in vacanza. Stare
fuori nei weekend. Posso dire che la mia
è stata una generazione molto felice. Ma
il cappotto mi durava vent’anni e non mi
vergognavo se non era nuovo e mi veniva
passato da un altro della famiglia. Non
avevamo l’orgia dei vestiti, della macchina nuova, del telefonino da cambiare
ogni anno. Eppure eravamo felici. Forse
dobbiamo andare alle origini vere della
felicità. Non facendo del pauperismo,
ma ritornando all’essenziale.
Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo anche cambiare noi stessi. Dopo di
che non so se siamo in grado di farcela.
Dobbiamo cambiare i nostri modelli
personali. Le modalità già ci sono: il
consumo critico, il commercio equo e
solidale, il turismo responsabile. Tutte
cose e comportamenti che dobbiamo
certo riempire di contenuti politici. Ma
che sono indispensabili per rendere vere,
credibili ed efficaci le proposte di radicale
cambiamento che sono necessarie per
far sopravvivere il mondo. Cambiare se
stessi non è sufficiente, ma è certo necessario per cambiare il mondo. (eugenio.
[email protected]) ▪
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a cura di T. Miglino
co r s i e n o n s o lo
Scuola della
nonviolenza
Addio alle armi - Anno
scolastico 2007/08
Proseguono gli incontri, organizzati da Ferrara Terzo
Mondo, il Movimento Nonviolento e la Regione
Emilia Romagna, sulla scuola della nonviolenza. Gli
incontri si tengono presso la sede AIAS, g.c., via Cassoli
25/i – Ferrara, e per il mese di gennaio prevedono i
seguenti appuntamenti: venerdì 11 gennaio ore 21:
L’antimilitarismo preso sul serio - con Mao Valpiana,
Direttore di Azione Nonviolenta; venerdì 18 gennaio
ore 21: Difendersi dalle armi - con Massimiliano Pilati,
Rete italiana per il disarmo; venerdì 25 gennaio ore 21:
Il diritto contro la guerra - con
Cristiana Fioravanti, Università
di Ferrara.
solidarietà internazionale 01/2008
co r s i e n o n s o lo
Master
internazionale
in Microfinanza
(terza edizione)
Lunedì 21 gennaio 2008 alle ore
10.30, presso la Facoltà di Economia
dell’Università di Bergamo, prende
il via la terza edizione del master internazionale in microfinanza,
per cittadini extracomunitari. Partecipano 25 persone dei seguenti paesi: Argentina, Camerun, R.D. Congo, Etiopia, Ghana,
Kenya, Rwanda, Sudan, Tanzania, Uganda, Zambia. Il 30% sono
donne.
Il Master è organizzato dal CIPSI - Coordinamento di Iniziative
Popolari di Solidarietà Internazionale - e dall’Università degli
Studi di Bergamo. Sviluppa un itinerario di formazione e di specializzazione per operatori e quadri provenienti dal mondo degli
intermediari finanziari, delle Ong locali, delle istituzioni impegnate
nel settore della cooperazione e della solidarietà internazionale o
per persone che in tali ambiti desiderano trovare una collocazione
lavorativa. Può partecipare al Master - a pagamento - anche un
ridotto numero di italiani. L’obiettivo strategico del Master è
quello di rafforzare le competenze professionali di chi si occupa
di promozione di intermediari finanziari nei paesi impoveriti e
della loro capacità di rispondere ai bisogni delle popolazioni
marginalizzate dal sistema finanziario, con particolare attenzione
ai paesi del Sud del mondo.
co r s i e n o n s o lo
XIII Corso di Formazione e
Perfezionamento sul Diritto dei Popoli
La Fondazione Basso - Sezione internazionale - e la Scuola di giornalismo, dando seguito alla
tradizione ormai consolidata dei Corsi di Formazione e Perfezionamento sul Diritto dei Popoli,
promuovono per il 2008 una serie di incontri sul tema: le conseguenze della guerra sulla salute
delle popolazioni.
Il corso del 2008 non sarà solo una serie di conferenze su alcuni temi che riguardano la guerra, ma
sarà in se stesso una ricerca: intere zone del pianeta sono divenute luogo di sperimentazione di
armi che producono effetti tragici sulle popolazioni locali. Tonnellate di sostanze tossiche nocive
sono state utilizzate nei bombardamenti nella prima e nella seconda guerra del Golfo, nei conflitti
in Kosovo, in Libano e in Afghanistan.
Sono stati programmati sette incontri che avranno come oggetto: la situazione in Afghanistan
(laboratorio Afghanistan), in Libano (laboratorio Libano) e in Iraq (laboratorio Iraq), in seguito alla
sperimentazione di “nuove armi” nei recenti conflitti; le menzogne che circondano l’utilizzo dell’uranio
impoverito, le ragioni della sua segretezza e le potenzialità del suo uso pacifico; la ricerca, lo sviluppo
e la sperimentazione delle “nuove armi; la dipendenza della ricerca scientifica da fondi legati a
politiche belliche e sulla necessità di garantirne l’indipendenza. A conclusione del corso, si terrà un
seminario finale che analizzerà la situazione complessiva tra presente e prospettive future.
Per tutte le informazioni sul corso e sulle modalità d’iscrizione contattare la Segreteria della Fondazione Basso - Sezione internazionale: via della Dogana Vecchia, 5 - 00186 Roma.
INFO
Tel. e Fax: 066877774
E-mail: [email protected]
Web: http://www.internazionaleleliobasso.it
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solidarietà internazionale 01/2008
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a ppu n ta m e n t i
Il futuro di Gandhi
A sessant’anni dalla scomparsa
Il Centro per la Pace del Comune di Bolzano apre una riflessione interculturale sulla
lezione di uno dei personaggi simbolo del nostro tempo.
Sono infatti passati sessant’anni dalla morte del profeta della nonviolenza. Poche
ore prima di venire colpito da una pallottola Gandhi disse: «Se anche ora venissi
colpito da una pallottola e nel morire pronunciassi solamente il nome di Dio senza
offendere nessuno, allora significa che la mia pretesa è stata raggiunta». La pretesa
di Gandhi era quella di rendere l’umanità nonviolenta, ossia capace di risolvere le
controversie non attraverso l’uso della forza, ma attraverso la forza insopprimibile
della ragione e del buon senso. Ora, dopo sessant’anni ci si accorge che Gandhi è
stato un uomo del futuro. La sua azione si spalanca nell’avvenire. L’appuntamento
è per mercoledì 30 gennaio 2008 alle ore 20.30 presso la sala di Rappresentanza
del Comune, Vicolo Gumer, 7 a Bolzano.
INFO
Centro per la Pace Palazzo Altmann, Piazza Gries 18 - 39100 Bolzano
E-mail: [email protected]
n ot i z i e
La Banca
del Sud
Nasce la Banca del Sud, la
risposta latinoamericana
a Fondo monetario
e Banca mondiale
Il Sud America fa un
passo deciso verso
l’autonomia finanziaria
e l’integrazione economica regionale. Il
10 dicembre, a Buenos
Aires, è nata la Banca
del Sud (Bds), che si
propone come alternativa locale alle grandi organizzazioni
finanziarie internazionali. Banca mondiale
(Bm), Fondo monetario internazionale
(Fmi) e Banca interamericana per lo sviluppo (Bid) per decenni hanno dominato
incontrastate nella regione, imponendo,
sotto il ricatto dei finanziamenti, politiche economiche spesso fallimentari.
La Bds dovrebbe essere operativa già
a marzo 2008. La Bds concederà prestiti per lo sviluppo, cercando di favorire l’integrazione
regionale (il Bid, rivolto esclusivamente
all’America latina, destina a tale scopo
solo il 2 per cento dei suoi prestiti). A
differenza di Fmi e Bm, a tutti i soci sarà
assicurata la parità di voto, a prescindere dall’apporto di capitale. La sede
principale della banca sarà a Caracas, in
Venezuela, ma sono previste delle filiali
anche a Buenos Aires (Argentina) e La
Paz (Bolivia).
libri
Conoscere
e raccontare
i mondi “sconosciuti”
780 pagine
15 grandi capitoli (Carcere, Infanzia e adolescenza,
Famiglia, Anziani, Disagio abitativo, Lavoro, Salute,
Emarginazione e povertà, Disabilità, Droghe e dipendenze, Sicurezza criminalità e tutela dei diritti,
Economia e finanza etica, Ambiente, Volontariato
e terzo settore, Immigrazione)
225 tabelle statistiche
921 siti web
264 segnalazioni bibliografiche
Decine di riferimenti legislativi e box di approfondimento. Migliaia di dati e notizie sui temi oggi
al centro delle politiche per il welfare.
Siamo convinti che conoscere i mondi spesso
“sconosciuti” del sociale aiuti a interpretare la realtà non solo sulla
quantità dei fenomeni, ma anche sulle loro caratteristiche. Questa
edizione della Guida non solo si aggiorna nelle cifre, ma si “muove”
in segmenti nuovi, come d’altra parte si muovono i costumi della
società italiana. Come la precedente del 2006 segue l’impostazione
e il linguaggio dell’agenzia giornalistica quotidiana che, con il suo
Centro documentazione, l’ha realizzata. Una Guida scientifica,
scevra da giudizi che spettano a chi fa la legge e la interpreta, ma
che vuole essere utile strumento per chi incontra e scrive sugli
avvenimenti sociali.
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solidarietà internazionale 01/2008
storie musulmane
Michele Zanzucchi
Taip, l’agricoltore
1999
in Albania, durante la guerra
del Kosovo. Tra
Milot e Rubik, sulla strada maledetta (per via dei banditi che la infestano) e benedetta (per la salvezza
di tanti) proveniente da Kukës, si
erge un monumento nazionale, il
ponte di Zog, ad arcate in cemen-
Gjader, Missione
Cattolica di Don
Antonio Sciarra.
Fedeli all'uscita dalla messa.
© E L I G I O PAO N I /
CONTRASTO
44
to, che attraversa il letto del fiume
Mat. Albert, il mio accompagnatore,
originario proprio di queste parti,
mi spiega come risalga all’epoca
− rimpianta, oh come rimpianta! −
dell’occupazione italiana, che diede
al Paese quella rete di infrastrutture
che ancor oggi sostiene la nazione:
ferrovie, strade e acquedotti. Due
anni fa il ponte era stato chiuso perché pericolante: nel giro di qualche
settimana le ringhiere di ferro erano
sparite. Ora, nell’emergenza, è stato riaperto spontaneamente dalla
gente: attraversarlo dà i brividi, per
via dei pilastri di cemento armato
scarnificati e delle paurose voragini
nelle campate.
Milot è passaggio obbligato per
chi vuole scendere da Kukës verso
la capitale. Su questa strada passa
la lunga teoria, che parte dal Kosovo
in fiamme, composta da carri, carretti, automobili e furgoni senza
targhe, trattori, convogli militari,
asini, potenti Mercedes che trasportano giornalisti e gigantesche jeep
delle organizzazioni umanitarie. In
uno dei primi giorni della tragedia,
pioveva e tirava vento, un carro perse una ruota. Gli occupanti furono
costretti a scendere, perché il danno era irreparabile dopo tanti chilometri di stenti. Si fermarono proprio
dinanzi alla casa della famiglia K.,
papà musulmano e mamma cattolica: il figlio ha scelto la religione
della madre. Il padre, Taip, non ha
esitato più di tanto e se li è presi in
casa, trasferendosi addirittura con
i suoi in un locale molto più modesto, poco più di una porcilaia, nel
cortile dietro l’abitazione, tra galline e un grosso maiale. «Loro erano in tredici, noi solo in tre»: Taip
giustifica solo con queste lapidarie
parole il suo gesto, come fosse la
cosa più naturale al mondo. Mi
conduce dapprima a visitare il suo
appartamento, quello dato ai nuovi
ospiti, costruito in decenni di lavoro
mattutino nei campi sassosi, ma soprattutto nei piccoli lavori fatti nel
pomeriggio in giro per la valle che
porta a Kukës, preda troppo spesso
delle bande di ladroni che infestano
la regione. Poi scendiamo nel nuovo
alloggio, che evidentemente la moglie è riuscito a rendere abitabile,
nonostante l’umidità e l’assenza di
un pavimento di cemento: la terra battuta tiene. «Bisogna sapersi
adattare alle alterne vicende della
vita», mi dice Taip, scacciando con la
mano un grosso ragno che passeggia tranquillamente sul suo letto.
Parlo con la famiglia accolta da Taip.
Come tanti nuclei provenienti dal
Kosovo, ha una struttura matriarcale. È la nonna, la più anziana, che
mi racconta l’ennesimo calvario,
da Dečani fino a Milot: «I soldati
ci sparavano all’impazzata appena dieci centimetri sopra la testa.
C’erano morti e feriti sul ciglio della
strada, e le granate scoppiavano al
nostro passaggio. Davanti a Žur due
case bruciavano: i miliziani serbi vi
avevano rinchiuso gli abitanti musulmani, gli uomini, sprangando
porte e finestre prima di appiccare
il fuoco. Ho ancora l’odore di carne
bruciata nelle mie narici, carne animale e umana». Ma l’anziana donna kosovara mi racconta anche un
commovente gesto del vicino serbo: «Quel brav’uomo, un timorato
di Dio, ci aveva dato il suo carro per
fuggire. Ma dei miliziani vagavano
nei paraggi. Così ci ha nascosto nel
suo fienile, mentre i soldati devastavano la nostra abitazione. Una volta
che se ne furono andati, ci ha fatti
uscire e scappare».
Marie, la moglie di Taip, è contagiosamente ottimista. Cerco di capire
cosa l’abbia spinta a ospitare gente
sconosciuta. «Perché parli di gente
sconosciuta? Sono come i miei figli,
sono ormai della mia famiglia, non li
dimenticherò più. Cosa avresti fatto al mio posto?». Non posso continuare la conversazione, Taip mi
costringe ad accettare un invito a
pranzo. È un fiume in piena: «Ieri ho
accompagnato una signora fino al
mare, a Durazzo: avevo saputo che
il figlio di 21 anni era stato ucciso…
Tratto i bambini della famiglia accolta a casa mia come miei figli…
Io? Sono cresciuto senza una vera
casa, perché mio zio era fuggito in
Italia e i miei contestavano Hoxa e il
suo modo di fare, per cui il governo
ci aveva tolto la casa. Vivevamo in
una baracca, proprio dove oggi c’è il
nostro “secondo appartamento”. So
bene cosa voglia dire rimanere senza nulla… Sì, c’è gente che si fa pagare per ospitare i kosovari, anche
in questo paese di Milot. Potrei farti
nomi e cognomi. Ma che vuole, la
povertà qui è tanta, e si può capire
anche questo cinismo. Io no, assolutamente, ho accolto la famiglia gratis… Questa gente resterà con noi
finché non potrà tornare in Kosovo:
gliel’ho promesso. Se troveranno la
loro casa distrutta, cercheremo di
fare in modo di ricostruirla… Certi
amici e colleghi mi prendono in giro
perché ho dato la mia casa ai kosovari. È vero, ora non ho più la doccia
e mi devo lavare nell’orto. Ma sono
più contento così».
Verrò poi a sapere che Taip, nella
sua Milot, con altri amici ha attrezzato una camionetta da cucina da
campo e, all’ora dei pasti, offre gratis ai profughi un pasto caldo e un
bicchiere di bibita. Si sono istallati
vicino al gabbiotto della polizia, sia
per evitare assalti da malintenzionati, sia perché così la polizia stessa
può inviare loro i casi più bisognosi.
Rivedo così Taip che ferma le auto
con un sorriso grande come le
sue mani di indefesso lavoratore.
([email protected]) ▪
15.02.2008
DAL 16 febbraio 2008
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