CARDINALE PIETRO DE BÉRULLE ELEVAZIONE SU S. MARIA MADDALENA Traduzione, introduzione e note del sac. Maurilio Andreoletti 1936 Preceduta dalla vita dell’Autore Il Cardinal Pietro de Bérulle (1575-1629) Il Servo di Dio Pietro de Bérulle fu un uomo straordinario per la santità, per la dottrina, per le opere compiute e per l'influenza che esercitò nella Chiesa. Il Padre de Bérulle, scriveva san Francesco di Sales, è proprio quello che vorrei essere io medesimo (Lettera 3 giugno 1603)i. Facciamo pure la parte, in questa parola. dell'umiltà del santo Vescovo di Ginevra, ne resta sempre ch'egli professava una profonda stima per il P. de Bérulle; e per giunta ne era l'amico e il confidente, quindi lo conosceva non già per fama, ma per la intimità delle relazioni. Per meritare in tal modo la stima di un Santo e di un Santo come San Francesco di Sales, bisogna che il P. de Bérulle fosse davvero un uomo che, senza esagerazione, si può chiamare grande e santo. Infatti, in mezzo agli illustri personaggi di quell'epoca risplende la sua bella figura. Quanti uomini illustri per santità e scienza, per le opere grandi e specie nella riforma e santificazione del Clero, noi ammiriamo in Francia nel primo quarto del secolo XVII! citiamone almeno i principali: San Vincenzo de' Paoli, San Giovanni Eudes, il Padre Carlo de Condren di cui fu discepolo Giovanni Olier, il Padre Bourdoise. Orbene, a capo di questa schiera si trova il Card. de Bérulle, quale «Maestro dei maestri e Maestro di Santi», come giustamente venne chiamato. San Vincenzo de' Paoli stette due anni in ritiro sotto la disciplina del P. de Bérulle e ne considerava la persona come un angelo visibile da cui aspettava la direzione in tutte le sue determinazioni e l'aiuto per conoscere la propria vocazione. La sua fiducia non fu delusa; il P. de Bérulle riconobbe subito che il suo discepolo era destinato a grandi cose, e gli predisse, per ispirazione soprannaturale, che egli stabilirebbe una società sacerdotale che farebbe un gran bene. Se si riflette che S. Vincenzo non era che di qualche anno minore di età del P. de Bérulle, si ammira l'umiltà del santo, ma si deve pur riconoscere nel suo maestro una vera eminenza nella scienza e nella santità. La beata Maria dell'Incarnazione (Acarie), e molte sante Carmelitane Venerabili o morte in odore di santità, si formarono sotto la sua direzione; la Ven. Alix Le Clerc da lui ebbe la rivelazione della propria vocazione. Primi anni Nato nel castello di Sérilly, nella Sciampagna, da una famiglia di antica nobiltà. Pietro de Bérulle ebbe due santi genitori. Il padre, Consigliere al Parlamento di Parigi, moriva quando Pietro non aveva ancora sette anni. La madre, al fanciullo che amava teneramente, comunicò la sua pietà austera, semplice ed energica; essa entrò poi nel Carmelo fondato dal figlio, e vi condusse una vita santa, col nome di Suor Maria degli Angeli. Il Servo di Dio non conobbe quel periodo di incertezza e di dissipazione giovanile che noi troviamo in parecchi Santi; fin da piccolo dimostrò una pietà straordinaria ed un senno superiore alla sua età. A sette anni, volendo imitare Santa Caterina da Siena, alla quale aveva gran devozione, fece al Signore intera consacrazione della sua anima e del suo corpo. Quando sentì la morte del padre, si contentò di dire: «Dio lo vuole, dobbiamo volerlo anche noi». Se non se ne avesse la certezza, sembrerebbero incredibili la unione ch'egli aveva, fin d’allora, con Gesù Cristo e le mortificazioni che praticava (digiuni, veglie, discipline). Quando Pietro arrivò all'età di 10 anni, la madre, con grave sacrificio, lo inviò al Collegio Boncourt, a Parigi; gli zii lo destinavano al Foro. Il giovinetto studiava con passione, ma cresceva pure nella pietà; all'allegria dei ginocchi preferiva la solitudine e il silenzio, portava il cilicio e spesso passava la notte in preghiera. * * * «Egli fu santo fin dall'infanzia, per l'innocenza della vita, per le illuminazioni divine che splendevano nelle sue parole, per l'esempio delle sue virtù e particolarmente della sua umiltà, della sua dolcezza, della sua modestia e della sua rara pietà; sin d'allora egli era in fama di santo, a segno che tutti volevano conoscerlo e parlar con lui... Con la preghiera e la mortificazione ottenne la santa purezza ad un grado tale che venne sempre preservato da ogni tentazione contro la bella virtù, come si è potuto sapere da varie testimonianze. La sua presenza medesima ispirava amore alla santa purità. Un uomo che si era abbandonato da molto tempo alle brutte passioni, lo pregò un giorno di liberarlo da gravissime tentazioni cui disperava di resistere; Pietro lo prese per la mano e gli disse: «Preghiamo il Signore a questo effetto», e si mise in ginocchio a pregare. Quell'uomo d'un tratto si trovò libero da quelle violente tentazioni non solo, ma da quel momento visse castamente. «La santità del fanciullo si manifestò in modo eroico in occasione della morte del suo padre. Tutta la famiglia era estremamente desolata per la impreveduta disgrazia; la madre vedova, benché donna di gran pietà, era inconsolabile. Pietro aveva appena sette anni; eppure con l'esempio della sua piena sommissione alla volontà divina, con la sua pazienza e con parole di un senno superiore alla sua età, consolò la madre e tutti i congiunti, che rimasero compresi di grande ammirazione per tanta virtù e sapienza precoce. Fin d'allora egli manifestava un grande rispetto in chiesa e un amore particolare per l'ornamento della dimora di Gesù Eucaristico; si accostava pure frequentemente alla santa Comunione, preparandosi con lunghe preghiere». A motivo dei torbidi politici, la madre lo tolse da Parigi e lo pose nel Collegio dei Gesuiti a Clermont; anche là maestri e condiscepoli lo chiamavano un angelo d'innocenza e di luce; e coloro ai quali si confidava, dicevano che solo lo Spirito Santo aveva potuto istruirlo. I suoi maestri dicevano di non aver mai visto una gravità così precoce, uno spirito più maschio e più penetrante, un giudizio più maturo, una memoria più felice ed una più tenera devozione. I proponimenti che scriveva allora nei santi Esercizi, spirano già una virtù superiore: «Non sarò mai contento di nessuna delle mie azioni; ciò mi darà una volontà costante di far sempre meglio... Imparerò a fare non solo ciò che Dio vuole, ma pure a non farlo che perché Egli lo vuole e come lo vuole. Amerò Dio in sé stesso e per Lui medesimo; fuori di Lui non amerò nulla che per Lui. Non amerò altro che ciò che Lui stesso ama, nel modo in cui lo ama e perché vuole che lo ami. Non passerò mai da un'azione ad un'altra senza che pensi di esservi portato dall'ispirazione di Dio; e sceglierò sempre ciò che è più perfetto in sé». Riceveva pure nell'orazione grazie straordinarie. Si narra che ebbe una deliziosa visione: la Madonna, cui dedicava una devozione tenerissima, gli comparve col divin Bambino nelle braccia, e lo offrì al suo giovine servo. Ma il giovinetto rispose: «No, cara mia Madre, Gesù sta più santamente nelle vostre mani; però usatemi la misericordia di prendere anche me e conservarmi insieme con Lui». A Clermont, Pietro studiò filosofia e teologia; ma scoppiata la persecuzione contro i Gesuiti, questi furono espulsi. Riconoscente verso i suoi maestri, egli usò del credito che gli dava la nobiltà per prendere la difesa di quei religiosi, sfidando l'ira del popolo, degli universitari ed anche del Re. Quando poi furono partiti, ne curò gli interessi con amore filiale e costante. Essendo stato chiuso il Collegio, di Clermont, egli ritornò a casa con la madre, e questa lo inviò alla Università di Parigi (la Sorbonne). Anche là il giovane studente conduceva vita esemplare, vita di mortificazione e di unione con Dio; benché cercasse di nascondere le grazie speciali che da Dio riceveva, spesso lo si sorprendeva tutto in lagrime davanti al Santissimo Sacramento. Lo zio, illustre magistrato, voleva avviarlo alla magistratura, Dio invece lo voleva nel sacerdozio e gliene ispirava il desiderio. Benché fosse dotato di vivacissima intelligenza, il suo spirito era chiuso ad ogni questione di diritto; vedendo la sua incapacità in quella scienza, lo zio gli concesse di seguire la vocazione che sentiva nel suo cuore. Nell'età di 17 anni, Pietro de Bérulle era già considerato come un dottore consumato nella scienza della salvezza. A quel tempo egli sceglieva per suo confessore un certosino, Don Beaucousin, che aveva abbandonato una brillante posizione nel foro per darsi alla vita monastica. Tale scelta ebbe molta influenza su la sua vita. Mentre era ancora studente, il Servo di Dio combatteva già i Protestanti con forza di dottrina ed unzione di carità, ottenendo nell'alto ceto della nobiltà conversioni strepitose. Entrato appena negli Ordini minori, smascherò una falsa mistica, Nicola Tavernier. Questa donna, con prodigi veri o falsi, ingannava l'intera città di Parigi. A quanto si diceva, essa aveva delle estasi e delle visioni, svelava i segreti delle coscienze e prediceva le cose future, aveva poi una facilità straordinaria per interpretare i passi più profondi della Sacra Scrittura, specialmente il Cantico dei Cantici. I principi ed i notabili del regno si raccomandavano alle sue preghiere; i teologi la consultavano e restavano meravigliati della sua scienza; il clero ne seguiva docilmente le decisioni. Essa non parlava che di penitenza ed ottenne che venisse fatta una solenne processione cui intervennero il Parlamento ed i Corpi dello Stato con una folla immensa. Venne convocata un'adunanza di persone competenti e gravi onde dare un giudizio su tali fatti straordinari. Pietro de Bérulle, benché giovanissimo e ancora studente, godeva già di tale un'autorità che venne invitato a dare il suo parere; egli perciò esaminò attentamente la pretesa mistica, e sostenne con grande energia che, se vi era in essa qualche cosa di straordinario, tutto era opera diabolica; anzi con l'aiuto della beata Acarie, riuscì a convincerla d'impostura. Nicola Tavernier, abbandonata dallo spirito delle tenebre, perdette ogni prestigio e tutto fu finito. Il Sacerdozio Fin dall'età di diciassette anni, quando gli zii lo lasciarono libero di seguire la sua vocazione, Pietro de Bérulle si preparò al sacerdozio con esercizi continui di pietà, di umiltà e di mortificazione. Era penetrato di questo pensiero che Gesù Cristo, il Santo dei santi, aveva premesso una preparazione di trentatré anni a quel sacrificio che il sacerdote offre ogni giorno; e quindi era convinto che non potrebbe mai prepararsi convenientemente ad uno stato così sublime. Venuto il momento, per decisione del suo confessore, di ricevere l'ordinazione sacerdotale, vi si preparò direttamente con un ritiro rigorosissimo di quaranta giorni presso i Cappuccini. Ad onore ed imitazione del ritiro di Gesù nel deserto, passò tutto quel tempo nel più profondo silenzio e nella pratica di spaventose macerazioni, mentre il Signore g]i concedeva grazie soprannaturali straordinarie. Il 5 giugno 1599 fu consacrato sacerdote e l'indomani celebrò la prima santa Messa, senza solennità né inviti dei nobili suoi congiunti, ma solo con l'assistenza della madre, della signora Acarie che fu poi la Beata Maria dell'Incarnazione, e di una nobile signora da lui convertita dal Protestantesimo. Diventato sacerdote, pur continuando nello studio, si diede a fare tutto il bene che poteva, aspettando che Dio gli manifestasse la sua via. Il Re Enrico IV desiderava vivamente attirare alla Corte un uomo simile e voleva affidargli l'ufficio di Cappellano ordinario, ma conoscendo l'avversione del giovane sacerdote per la Corte, si contentò di nominarlo Cappellano onorario. Pietro ne approfittò per far sentire anche alla Corte, con apostolica franchezza, le verità eterne, ma con poco frutto, attesa l'aridità del terreno. Tutto sembrava designarlo per la vita religiosa: la sua inclinazione alla vita perfetta, le sue relazioni coi Gesuiti, l'amicizia con parecchi religiosi: un Certosino era suo confessore: un Cappuccino, Padre Pacifico, era suo intimo confidente. I Gesuiti lo avrebbero accolto volentieri, ed egli si portò da questi religiosi a Verdun per un ritiro di quindici giorni, onde esaminare nel raccoglimento e nella mortificazione la sua vocazione. Ma Dio aveva altri disegni sopra di lui; terminato il ritiro, il Padre Provinciale dovette riconoscere anche lui che il Bérulle non era chiamato all'ordine di S. Ignazio. In data 21 settembre 1600, il generale dell'Ordine, Padre Claudio Acquaviva, scriveva al Bérulle una preziosa lettera con la quale lo rendeva partecipe di tutto il bene spirituale dell'Ordine dei Gesuiti. Accolto con gioia dalla madre ed anche dalla beata Acarie che era stata soprannaturalmente illuminata su la di lui vocazione, Pietro ritornò alla vita di prima, continuando a dedicarsi allo studio, ad ogni sorta di opere di zelo e di carità, alla direzione delle anime ed alle controversie coi Protestanti. Infine Dio gli aprì la via alle due opere grandi cui l'aveva destinato: la fondazione dei monasteri di Carmelitane e l'istituzione dell'Oratorio di Francia. Le Carmelitane La fondazione dei monasteri delle Carmelitane in Francia fu l'opera principale del Padre de Bérulle, opera che gli costò una infinità di sacrifici, di fatiche, di noie, d'imbarazzi e di dispiaceri di cui oggi difficilmente si può farsi un'idea. Una nobile parente della madre del Bérulle, la signora Acarie, che fu poi Carmelitana col nome di Maria dell'Incarnazione, beatificata da Pio VI nel 1791, dovette per un certo tempo rifugiarsi in casa Bérulle, in seguito a questioni politiche nelle quali era stato coinvolto anche suo marito. In quella casa essa a tutti dava esempi ammirabili nell'esercizio di ogni sorta di opere di pietà, di carità e di zelo. Dietro incoraggiamento del giovane sacerdote suo cugino, del quale riceveva l'influenza e la direzione, si dedicò pure alla riforma dei conventi, nei quali la vita religiosa era molto rilassata; a questo effetto non risparmiava né fatiche, né viaggi, né colloqui coi Superiori degli Ordini religiosi ed anche, con santa franchezza, coi nobili Signori che avevano interesse a mantenere gli abusi, in favore dei loro cadetti e delle loro figlie. Un giorno, la beata Acarie ebbe una visione in cui santa Teresa la invitava ad introdurre in Francia le Carmelitane, sempre prudentissima, cercò di dimenticare questa impressione straordinaria, ma invano; dovette risolversi di farne parola al Bérulle e a Don Beaucousin confessore di lui. Questi chiamarono a consiglio altre notabilità che avevano espresso lo stesso desiderio, ma, ponderate le difficoltà, la decisione fu che era opera impossibile e che non si doveva neppure pensarvi. La visione si ripeté con invito più pressante della santa Fondatrice del Carmelo e con assicurazione che sparirebbero le difficoltà; indi nuova adunanza in casa della Beata. L'idea si faceva strada; San Francesco di Sales, che era presente, si dichiarò favorevole e in seguito egli stesso, di suo proprio pugno, stese poi la supplica al Papa per ottenere la Bolla di erezione. Il 27 luglio 1603 si tenne un nuovo consiglio alla Certosa presso Don Beaucousin. Il Bérulle tagliò il nodo col dichiarare che non si trattava già di vagliare le difficoltà ed i mezzi, ma di esaminare se era volontà di Dio sì o no. La decisione fu affermativa e seduta stante si scelsero tre sacerdoti da presentarsi al :Papa per essere nominati Superiori dei nuovi monasteri; uno di essi fu naturalmente il Bérulle che doveva essere il perno di tutto. Il Bérulle, ad onta della sua giovinezza e della sua ripugnanza, accettò, ma solo quando la beata Acarie, per ispirazione soprannaturale, lo ebbe assicurato che era volontà di Dio. Con Bolla del 13 novembre 1603, Clemente VIII, superando con atto energico opposizioni formidabili, autorizzò la nuova fondazione e costituì quei tre sacerdoti Superiori a vita dei monasteri di Carmelitane in Francia, con facoltà che si possono dire illimitate. Pietro de Bérulle aveva appena 28 anni. Sembra che, dopo la parola del Papa, non vi dovessero essere ostacoli da parte dei Superiori dell'Ordine; invece non fu così. Il Bérulle partiva per la Spagna il 6 febbraio 1604, per condurre in Francia alcune religiose di santa Teresa; qui ancora incontrò un mondo di difficoltà. Durante il soggiorno in Spagna, venne grandemente confortato dal ven. Francesco del Bambino Gesù. Era questo un fratello converso del convento dei Padri Carmelitani dove era il focolare dell'opposizione al Bérulle. Aveva subito intuito la grande santità del Servo di Dio e gli dimostrava una stima ed un'affezione singolare; quando lo incontrava nelle vie, imitando S. Felice da Cantalice rispetto a S. Filippo Neri, correva a lui e gli gettava le braccia al collo con una gioia ed una semplicità inesprimibili. Il Bérulle lo trattava pure con grande confidenza e semplicità e gli rivelava i suoi propositi che non poteva manifestare ai Superiori del convento, pregandolo di raccomandare la sua missione al Divin Bambino. Un giorno mentre egli entrava nel convento dei Carmelitani, il Venerabile gli corse incontro e lo abbracciò dicendo: «Fatevi coraggio; voi avrete le suore che domandate, e saranno buone, sì, tanto buone». — «E chi ve lo ha detto?» — «il Bambino Gesù», rispose il santo fratello converso. Questa parola confortò il Bérulle più di quanto lo disanimassero le risposte dei Superiori dell'Ordine. Il Servo di Dio dovette stare in Spagna non meno di otto mesi; ma santamente ostinato, con la sua ferrea volontà vinse ogni difficoltà, e ritornò in Francia conducendo seco sei carmelitane. Il 17 ottobre, le Figlie di Santa Teresa presero possesso della casa già preparata dal Bérulle col concorso della beata Acarie; e così fu costituito il primo monastero a Parigi col titolo dell'Incarnazione in onore del Verbo Incarnato. La Beata aveva avuto il favore di una terza visione, nella quale santa Teresa le prometteva di accettarla poi nel suo Ordine come suora conversa; essa provò una tentazione di amor proprio, ma la vinse con eroica energia e prima di alzarsi, essendo in ginocchio, fece voto di accogliere tale condizione. Infatti, dapprima essa diede al Carmelo, o piuttosto si lasciò prendere le sue tre figlie; essendole poi morto il marito, diventò suora carmelitana conversa. Anche la madre del Bérulle, benché già avanzata in età, entrò poi nel Carmelo, col nome di Suor Maria degli Angeli. Non si può leggere senza profonda impressione la descrizione della santità che risplendeva in quel primo monastero, al quale affluivano giovani e vedove, specie dell’alto ceto; era davvero «una Famiglia di angeli e un Paradiso in terra». E l'anima di tutto era Pietro de Bérulle. Nel 1603, mentre si trovava a Tours per questioni riguardanti la fondazione di monasteri, incontrò una signorina nobilissima per la famiglia cui essa apparteneva, ma più ancora per le preziosi doti naturali e spirituali: Maddalena de Fonteines. Essa aveva 22 anni ed era già arrivata ad un'alta santità. Le anime sante sono legate da una misteriosa parentela: quelle due anime si riconobbero subito senza essersi mai incontrate. Il primo colloquio, colloquio tutto spirituale in una sala dove pur passavano molte persone, durò per ben sette ore. Pietro de Bérulle ne ricevette la confidenza che essa aveva l'intenzione di farsi religiosa, ma vi era un grave ostacolo: l'amore del suo nobile padre di cui era l'unica figlia e l'unico conforto. Il Bérulle senza farle nessun invito e nessuna pressione, si contentò di esporle quanto si faceva per introdurre le Carmelitane in Francia, e la signorina de Fonteines, senza nulla manifestare, nel suo cuore decise di consacrarsi al Signore tra le figlie di santa Teresa; il suo biografo dice che «essendo ancora secolare nell'abito era già carmelitana nel cuore». Pietro de Bérulle e la beata Acarie si posero risolutamente a pregare il Signore, con fervorosa insistenza, perché concedesse al Carmelo nascente quest'anima così privilegiata. Essa infatti entrò in seguito nel monastero di Parigi e ne fu anche la prima priora francese, col nome di Maddalena di San Giuseppe. Fu questa la pietra angolare dell'edificio che il Bérulle doveva innalzare e gli fu di grande assistenza in tutta la sua vita, per i conforti, i lumi, le grazie e le consolazioni che Dio gli dava per mezzo di essa. I monasteri di Carmelitane si moltiplicarono in Francia per opera del Bérulle e della beata Acarie e dappertutto diffondevano il balsamo di esempi ammirabili. L'Ordine di santa Teresa diventò subito una potente sorgente di edificazione, un centro che in tutta la Francia portava un'aura di santità. La direzione delle Carmelitane fu la grande occupazione del Padre de Bérulle sino alla morte. Egli aveva dovuto prendere un piccolo alloggio nelle vicinanze del Monastero dell'Incarnazione, per attendere a quel grave compito che gli costava grande fatica, ma gli procurava abbondanti grazie e consolazioni. Solo nell'eternità vedremo le meraviglie di santità di cui Pietro de Bérulle in quelle anime sante fu strumento e testimonio. Là, donne abituate alla vita signorile del gran mondo, praticavano le virtù le più eroiche e tali austerità che il Padre Direttore, benché così austero, ne provava confusione e doveva moderarle. Là, il Signore diffondeva squisite grazie mistiche in grande abbondanza ed il Bérulle ne aveva la sua parte, «segreti, diceva lui stesso, di cui la terra non era degna». Là, risplendeva la virtù santificatrice della devozione al Verbo Incarnato praticata come la intendeva il Bérulle, e ciò per mezzo dell'azione della Ven. Maddalena di S. Giuseppe. Là, si passavano le notti davanti a Gesù nel SS. Sacramento, e una delle più ferventi adoratrici notturne era suor Maria degli Angeli, madre del Bérulle. Là, Pietro de Bérulle consumò centinaia di giornate o nei Confessionale o per la direzione individuale o davanti alla griglia per le istruzioni; e quando alla sera, affranto dalla stanchezza, ritornava nel suo più che modesto alloggio, poteva dire come la beata Acarie: «Esco dal Paradiso, dalla casa degli Angeli». Erano anime angeliche e il Bérulle lui pure era un angelo. «Quei tocchi dello spirito, quella carità così ardente come ordinata, quegli stati misteriosi di unione col Verbo Incarnato, quelle invasioni adorabili della vita divina, tutti questi doni ch'egli ammirava nelle Carmelitane, li sperimentava pure in sé stesso. Per una grazia rara, e che gettava una viva luce sulla vocazione di lui, il padre spirituale e le figlie non solo camminavano di concerto nella santità», ma vi progredivano, per la medesima via. «L'illustre Priora (Madre Maddalena di S. Giuseppe) vedeva le sue vie sempre più confondersi con quelle del Padre de Bérulle; i loro spiriti sembravano compenetrarsi a vicenda, e si sarebbe detto talvolta ch'essa era la madre dell'anima di lui, senza che egli mai cessasse di essere il padre dell'anima di essa». Sarebbe mancato qualche cosa alla santità del Bérulle, se non avesse avuto il lustro delle persecuzioni. «Come nel corpo di Gesù Cristo, benché glorioso in tutte le sue parti, non vi è nulla che risplenda come le sue piaghe, così si può dire che le persecuzioni sono la parte più bella e più splendente della vita dei suoi servi e dei suoi santi». Al Padre de Bérulle non mancarono contraddizioni e persecuzioni di ogni genere; vedremo che venne persino accusato di eresia. Ma soprattutto rispetto alle Carmelitane e da parte di vari monasteri di esse, il suo cuore provò indicibili amarezze. Il Papa Clemente VIII, come abbiamo visto, lo aveva nominato Superiore a vita delle Carmelitane di Francia; Paolo V lo aveva, inoltre, costituito Visitatore dei loro monasteri. I Padri Carmelitani scalzi, che avevano suscitato tante difficoltà contro l'opera del Bérulle, non potevano sopportare che egli esercitasse quelle cariche, perché giudicavano che fossero di loro pertinenza. Di qui nacque la ribellione di vari monasteri, e ne avvennero torbidi così gravi che dovette intervenire persino l'autorità del Re. De Bérulle volentieri avrebbe ceduto se fosse stato per il bene delle Carmelitane; ma i Santi, quando siano convinti che una cosa venga dallo Spirito di Dio, sono irremovibili. Dal Papa nominato superiore e visitatore, De Bérulle riteneva che il Papa soltanto potesse dispensarlo dalla sua carica. Chi sperava di intimorirlo con oltraggi e minacce, dimostrava di non conoscerlo. Egli aveva una di quelle coscienze intrepide che di nulla si spaventano quando si trovino di fronte ad un dovere. La Ven. Maddalena di san Giuseppe, anima santa che Dio gli aveva messa al fianco per queste dolorose contingenze, lo confortava nella ferma resistenza; alle suore che le esprimevano il timore ch'egli le abbandonasse, essa rispondeva: «Non abbiate questo timore. Dio l'ha obbligato alla direzione dell'Ordine per vie troppo sante, ed egli è troppo fedele a seguirle, perché vi manchi con l'abbandonarci di sua propria volontà». La guerra che al Bérulle si mosse in questa occasione, anche da persone eminenti, fu accanita; si diffusero contro di lui, in Francia, in Italia, in Spagna, libelli pieni di in- giurie e di calunnie; si tentò persino di gettare qualche ombra sulla sua condotta morale. E si trattava di un'opera che si poteva dire creata da lui medesimo! Casi di tal genere non sono rari nelle vite dei Santi: ricordiamo sant'Alfonso, san Giovanni la Salle, sant'Antida Thouret. Gli avversari del Bérulle riuscirono a sorprendere la buona fede anche della beata Acarie; in un colloquio, che sgraziatamente fu l'ultimo, perché la Beata morì pochi giorni dopo, avvennero tra essa e il suo santo direttore, spiegazioni alquanto vivaci, e il Bérulle provò gravissimo dolore per non aver potuto assisterla negli ultimi momenti. «Cosi Dio talvolta permette che tra le anime più sante ed i cuori più uniti nella sua grazia, avvengano dolorosi malintesi. Sembra ch'Egli voglia rendere manifesta la deficienza e l'impotenza delle sue creature anche più perfette, e la gelosa cura con cui lavora sempre più a distaccare dalla terra i cuori che ha creati solo per sé medesimo». Infine, il Papa Urbano VIII, con breve del 20 dicembre 1623, metteva fine ad ogni opposizione ed alla ribellione riconfermando il Bérulle nelle sue cariche; cessarono i torbidi che erano durati cinque anni, ed il Padre de Bérulle, sino alla morte, continuò. in pace il suo lavoro a pro delle Carmelitane. L'Oratorio Altra opera di gran merito per il Bérulle fu la fondazione della Congregazione dell'Oratorio di Francia. Avendo rinunciato ad entrare in un ordine religioso, si sentiva spinto a far qualche opera per la santificazione del clero; riconoscendo in questa sua insistente inclinazione l'espressione della volontà di Dio, dopo aver lungamente pregato pensò a fondare un'associazione sacerdotale per questo scopo. Fin dal primo incontro con san Francesco di Sales, nel 1608, egli al santo suo amico manifestava il proposito di stabilire in Francia una compagnia di preti sul tipo di quella stabilita a Roma da San Filippo Neri, una compagnia che dalla istituzione medesima del sacerdozio dovesse trarre gli elementi di riforma e di santificazione. Il santo Vescovo di Ginevra, che a Thonon aveva già avviato una istituzione di tal genere, lo incoraggiò vivamente, anzi gli consigliò di mettersi subito all'opera. Ma il Bérulle rispose che non era il momento, perché si doveva pensare al rimpatrio dei Gesuiti espulsi. Ammiriamo, qui ancora, la costante riconoscenza e delicatezza dell'antico allievo dei Gesuiti verso i suoi insigni maestri. Il clero di Francia era allora in uno stato deplorevole, e quali ne erano le cause? Le condizioni politiche che portavano agitazioni, discordie e dissipazione continua, e inoltre la vita mondana di molti fra i Vescovi. Enrico IV nominava alle dignità ecclesiastiche i gran signori della nobiltà, senza preoccuparsi menomamente della idoneità per la scienza e la virtù. Non c'era idea di vocazione ecclesiastica; si avviavano al sacerdozio giovani ricchi, per considerazioni umane. Il basso clero poi viveva nella povertà materiale, ma pure in una squallida miseria morale. Gli investiti dei benefici vivevano nel disordine, dilapidavano i beni della Chiesa, non si curavano né di istruire il popolo con la predicazione, né di ascoltare le confessioni; la generalità dei preti celebrava ben raramente la Santa Messa, non portava neppure l'abito ecclesiastico e conduceva la vita ordinaria dei secolari. Parecchi poi cumulavano le grasse prebende. «Nel Clero dominava una universale ignoranza; non essendovi seminari, si ordinava qualunque giovine che conoscesse la lingua latina a sufficienza per capire un po' il vangelo ed il breviario, senza nessun'altra istruzione. Si trovavano preti che battezzavano senza fare le unzioni prescritte, benedicevano i matrimoni senza nessuna giurisdizio- ne, ignoravano persino la formula dell'assoluzione sacramentale, e a proprio capriccio cambiavano o abbreviavano le parole della consacrazione. Di predicazione non si poteva parlare; in tal modo il povero popolo ignorava le cose più essenziali, anche i misteri la cui conoscenza è di necessità di mezzo. Perciò la superstizione regnava dappertutto; i maghi si moltiplicavano ed avevano campo libero per ogni sorta di sortilegi e di pratiche perverse a danno del popolo. I sacerdoti si abbandonavano anch'essi, ad onta delle severe condanne dei vescovi, a pratiche superstiziose che si portavano anche sull'altare. «Le chiese, in tali miserandi disordini erano abbandonate e deserte, cadevano in rovina e mettevano pietà. Troppo spesso, il curato usciva dalla chiesa senza neppure deporre la cotta, per correre all'osteria a divertirsi come gli altri; se poi era ricco, si dedicava alla caccia clamorosa. Il nome di prete era diventato sinonimo di ignorante e di libertino, e questa fama era purtroppo giustificata da scandali enormi che formavano la gioia dei Protestanti. Il Bourdoise, amico del Bérulle, diceva che «il male più grave e più orribile, lo facevano gli ecclesiastici». Ma ciò che era più deplorevole ancora era l'impossibilità di rimediare ad un tale stato di cose. Il Re ostinatamente rifiutava di accettare il Concilio di Trento; non si poteva introdurre nessuna innovazione senza il permesso reale, pena il sequestro delle temporalità. Era quindi paralizzata anche l'azione del Papa. Umanamente non si vedeva nessuna via per rimediare a disastri sì funesti. Dio provvide ispirando a Pietro de Bérulle, a San Vincenzo e a Bourdoise un santo zelo per la rinnovazione sacerdotale. La riforma del Clero si operò intorno a quattro, centri principali: 1'Oratorio, S. Nicolas du Chardonnet, San Lazzaro e San Sulpizio; ma queste quattro istituzioni ebbero origine dal Padre de Bérulle, il quale fu l'ispiratore del grande movimento. «Vero è che il primo impulso verso la riforma del clero, dopo il .Concilio di Trento, partì da Milano e dalle iniziative di San Carlo, poi il moto si propagò nella Spagna... ma l’indagine (sul Sacerdozio di Cristo e dei suoi ministri) maggiormente profonda e ricca di novità di risorse, più vastamente impostata sulle basi della Scrittura e della dottrina dei Padri, più vivace di originalità e di sorprese, come frutto di una diretta e nobilissima esperienza su la vita stessa del ministero sacerdotale nelle sue molteplici forme, fu opera del Bérulle e dei suoi discepoli». Rialzando il concetto della dignità sacerdotale e dei doveri che essenzialmente ne derivano, il Bérulle portava il rimedio alla radice del male. Ispirare ai sacerdoti con la parola e con l'esempio il sentimento della santità del loro stato era il mezzo più efficace di riforma. E nel Bérulle, qual concetto della dignità sacerdotale! «Il Sacerdote è immagine del Verbo Incarnato; nello stesso modo che Dio per redimere il mondo ha voluto unire al suo Verbo una natura umana perché fosse uno strumento congiunto con la divinità e in tal modo degno dell'opera che doveva compiere: così vuole servirsi del Sacerdote per dare agli altri uomini le grazie meritate ed acquistate dal Verbo Incarnato. Orbene l’umanità in Gesù è tutta aderente al Verbo, e non sussiste che nel Verbo di cui è lo strumento: così il Sacerdote, che è strumento di Gesù, non deve aver vita che in Gesù, essere pieno dello spirito di Gesù. «I sacerdoti debbono imitare gli ordini angelici, nei quali gli spiriti degli ordini superiori purgano, illuminano, infiammano quegli degli Ordini inferiori. Poiché Dio ci chiama alle funzioni angeliche, disponiamoci pure ad una vita angelica: l'ordine sacerdotale è il primo, il più essenziale e necessario alla Chiesa... è anzi l'origine di tutta la san- tità che deve esservi nella Chiesa di Dio. Richiede quindi un'altissima perfezione e santità, una unione particolare con Gesù Cristo... al quale siamo congiunti per questo ministero in un modo speciale, e per un potere così elevato che non conviene neppure agli Angeli nello stato di gloria!... Non solo siamo suoi strumenti e cooperatori, ma noi operiamo e parliamo nella persona di Lui, come se fossimo Lui stesso. A Dio piacesse che come siamo l'espressione della sua persona ed Egli mette le sue parole nella nostra bocca, anche il suo spirito fosse nei nostri cuori, e la nostra vita non fosse che una conferma della Sua. E poiché Egli si degna di impiegar le nostre parole, o piuttosto le sue, proferite dalla nostra bocca... impieghiamo volentieri le nostre parole a celebrare il suo stato, le sue grandezze e le sue lodi». «Nella primitiva Chiesa la santità risiedeva nel clero come nella sua fortezza e sconfiggeva gli idoli e le empietà della terra... Allora il Clero portava profondamente scolpite in sé medesimo l'autorità di Dio, la santità di Dio, la luce di Dio; tre bei gioielli della corona sacerdotale uniti assieme per il disegno di Dio sopra i suoi sacerdoti e la sua Chiesa, talmente che i primi sacerdoti erano i Santi ed i Dottori della Chiesa... Ma il tempo produsse il rilassamento nella maggior parte del Clero; e queste tre qualità, che Dio aveva riunite, vennero divise dallo spirito dell'uomo e dallo spirito del secolo. Così l'autorità è rimasta ai prelati, la santità ai religiosi e la scienza alle scuole, volendo Iddio, con tale divisione, conservare in diverse parti della Chiesa ciò che aveva riunito nello stato ecclesiastico. Ecco l'eccellenza del nostro stato. Ma, pur troppo! ne siamo decaduti e la malignità del mondo ci ha degradati dalla nostra dignità; questa è passata in mani straniere... Hæreditas nostra versa est in alienos» (Lam. 5, 2)ii. Il Bérulle non volle altro ideale per l'Istituto che si proponeva di fondare. E' notevole questo passo di Bossuet nell'Orazione funebre del P. Bourgoing: «L'amore immenso di Pietro de Bérulle gli ispirò il disegno di formare una compagnia alla quale non volle dare altro spirito che lo spirito stesso della Chiesa, né altri regolamenti che i sacri canoni, né altri legami che la carità, né altri voti solenni che i voti del Battesimo e del Sacerdozio». * * * Pietro de Bérulle, mentre si sentiva un vivo impulso di dedicarsi per intero alla santificazione del Clero, non credeva di essere degno di una tal missione. Nella preghiera egli sentì la voce divina. Un giorno recitando nell'ufficio questo versetto dei salmi: Annuntiate inter gentes studia ejus Annunziate ai popoli i disegni divini; si sentì nel cuore una .forte passione di vedere una Congregazione di Sacerdoti che, praticando le virtù inerenti alla loro dignità, avessero un grande zelo di far conoscere ed amare Gesù Cristo. Se ne aprì con la ven. Maddalena di san Giuseppe. la quale vedendo l'ardore con cui egli esprimeva il suo pensiero gli disse: «Oh! quali grandi cose io vedo in ciò che mi dite! Cosa non farei perché possano compiersi?». Benché, secondo ogni apparenza, questa parola venisse da Dio, il Bérulle sempre diffidente rispetto ai propri lumi, secondo il suo solito ricorse alla preghiera e per quattro o cinque giorni non cessò di raccomandare fervorosamente la cosa al Signore. Dio lo illuminò, ed egli decise di avviare la fondazione di una tale Congregazione, persuaso che era volontà di Dio. Non voleva però comparire fondatore di questa Istituzione, né esserne a capo come superiore. Dapprima rivolse il pensiero al Vescovo di Ginevra. Trovandosi a Digione per la fondazione di un monastero di Carmelitane, si portò ad Annecy dove il Santo, che lo aveva pregato di una visita fin da tre anni prima, lo ricevette con affabile compiacenza. Pietro de Bérulle gli espose di nuovo i suoi progetti e il suo proposito di affidarne a lui medesimo il compimento. Il santo Vescovo gli rinnovò i suoi incoraggiamenti e gli spiegò le regole e lo spirito dell'associazione che aveva fondata a Thonon; ma gli fece intendere che non poteva assumersi la carica che egli voleva affidargli. Il Santo stava già divisando di fondare l'Ordine della Visitazione. Avuto questo rifiuto, il Bérulle si portò direttamente ad Avignone, per conferire con un sacerdote di grande zelo e di straordinaria pietà, il ven. Cesare de Bus, il quale aveva pure avviato una piccola società sacerdotale sotto il nome di Congregazione della dottrina cristiana; voleva tentare di fargli accettare quanto il Vescovo di Ginevra aveva rifiutato. Dapprima non poté farsi ricevere dal Padre de Bus, il quale si reputava indegno di parlare «con un personaggio di una pietà sì eminente». Quale umiltà! Ma il Bérulle non si scoraggiò e ritornò a bussare alla porta finché il P. de Bus si decise a lasciarlo entrare; lo trovò nelle più penose afflizioni, per la guerra accanita che si muoveva alla sua opera nascente, per la malattia che lo riduceva all'inazione e inoltre per le prove interiori ed umilianti con cui Dio lo purificava: ne ammirò il coraggio, la mortificazione e l'eroica serenità tutta celeste. Persuaso di trovarsi davanti ad un Santo, gli espose i suoi disegni, aggiungendo che non trovava nessuno da mettere a capo della nuova istituzione. Il ven. Cesare de Bus approvò pienamente i progetti del Bérulle e lo mise al corrente di parecchi particolari dell'Opera di S. Filippo, quali li aveva conosciuti per mezzo dell'Arcivescovo di Avignone che era stato membro dell'Oratorio di Roma, ma disse con sicurezza: Il Superiore, dovete esserlo voi stesso; è questa la volontà di Dio, e sarebbe inutile resistervi. Addolorato per i due rifiuti, ma per nulla scoraggiato, il Bérulle, per le insistenze della:B. Acarie e della ven. Maddalena, per ordine dell'Arcivescovo di Parigi, si decise infine a compiere la fondazione. L'undici novembre 1611, in una cappella improvvisata al Petit–Bourbon, egli stabiliva la Congregazione dell'Oratorio di Gesù e di Maria, con sei sacerdoti, tra i quali due Dottori della Facoltà Teologica, ed i Padri Bourdoise e Bourgoing. La B. Acarie non mancò di venire ad unirsi all'opera di Dio con la santa comunione; la ven. Maddalena di san Giuseppe e suor Maria degli Angeli erano pure presenti in spirito. Era il Carmelo che aveva dato l'Oratorio alla Francia e alla Chiesa. San Francesco di Sales esclamò che volentieri avrebbe lasciato la sua Diocesi per mettersi sotto la direzione di un sì grande uomo. Il Padre de Bérulle non voleva che i suoi Preti assumessero la direzione di Collegi secolari, perché temeva che in tali uffici perdessero lo spirito dell'Istítuto, e anche per un delicato riguardo verso i Gesuiti; il suo scopo era sempre stato la santificazione del clero. Nelle proposte per le Costituzioni egli aveva inserito una clausola che limitava ai Seminari l'opera dell'Oratorio nella educazione, ma tale clausola venne omessa nella Bolla papale. Il Card. Perraud lamenta questa omissione, rensando che così si sarebbe evitata la defezione di vari membri dell'Oratorio che in seguito si lasciarono prendere nelle reti del Giansenismo. Altri invece han notato che se l'Oratorio fosse stato esclusivamente dedicato ai Seminari, le idee gianseniste di parecchi Padri avrebbero poi portato al Clero un danno immenso. Dio aveva riservato l'opera dei Seminari in Francia a Giovanni Olier, sotto la direzione del Padre de Condren erede dello spirito del Bérulle. San Sulpizio fu sempre immune daila lue giansenista ad onta di ogni insidia. L'Oratorio si estese a tutte le funzioni del ministero religioso e diventò subito centro intensissimo di vita sacerdotale e fattore di una rifioritura di santità nel Clero, come l'Ordine del Carmelo era un focolare di santità per la nobiltà francese e di edificazione per tutta la Francia. «Quei sei sacerdoti così uniti assieme, tutti ripieni del fuoco dello Spirito Santo, di uno zelo apostolico e della grazia sacerdotale, in poco tempo riempirono la Francia del gradevole profumo delle loro virtù; benché si sforzassero di condurre una vita ritirata e nascosta agli occhi del mondo. I,a maggior parte dei vescovi di Francia li desideravano per la formazione del clero nelle loro diocesi; così la Congregazione si moltiplicò in poco tempo». Parecchi dei primi membri della Congregazione morirono poi in odore di santità e molti la frequentavano per vivere del suo spirito. In pochi anni numerose case vennero fondate in varie città della Francia ed anche all'estero. dove si estendeva la fama della santità del Bérulle, come a Lovanio, a Madrid, in Savoia e a Roma. L'attività dell'Oratorio si esercitò, con grandi successi, in tutti i rami delle scienze sacre e del ministero. nei Collegi e nei Seminari. Il Padre de Bérulle ebbe la consolazione di veder stabilito e diretto dai suoi Padri il celebre Seminario di Saint-Magloire a Parigi; ma poi San Vincenzo, San Giovanni Eudes e Giovanni Olier, da lui ispirati, ne realizzarono pienamente i propositi per la riforma e la santificazione del Clero. Il Controversista Animato da fervente zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, Pietro de Bérulle non poteva restare inattivo in faccia alle rovine che i Protestanti accumulavano nella religione e nella patria. Nella Dedica al Re premessa alle Grandezze di Gesù, egli descriveva, col cuore affranto dal dolore, i mali disastrosi che i ribelli infliggevano alla Chiesa ed alla Francia. «Mentre scrivevo questi Discorsi sullo Stato e le grandezze del Re dei Re e Salvatore del mondo, io li cancellavo con le mie lagrime, versando lagrime di sangue sul sangue che si versava ai vostri piedi, negli orrori e confusioni della guerra... Maledetta eresia... che ha rovinato e lo Stato e la Chiesa!». Fin da quando era studente a Parigi, egli combatteva l'eresia con grande efficacia; e continuò sempre nella lotta benché provasse estrema ripugnanza per le discussioni ed i contraddittori; preferiva il raccoglimento con Dio, la preghiera e lo studio; ma sapeva rinunciare alla sua tranquillità per faticare nello zelo e nell'esercizio della carità. I Protestanti ne avevano gran paura; egli infatti, aveva tutte le qualità del perfetto controversista: dottrina soda e ben documentata, prontezza nello scoprire i cavilli e le insidie, ma pure fervore di carità nell'esortare al ravvedimento. Abbiamo un saggio della sua maniera nella Dedica al Re sopra citata; egli in modo affascinante espone gli argomenti a difesa della verità ed a confusione dell'errore, ma insieme parla al cuore non meno che alla mente, prendendosela con l'eresia più che con gli eretici: «E voi, Signori, che noi guardiamo con un occhio più dolce e più benigno che non l'eresia; deploriamo che voi siate sepolti in questi errori. Sino a quando vi lascerete affascinare dalle parole e dalle insidie di questa empia eresia, infedele al suo Dio e al suo Principe? Ritornate a migliori sentimenti... Cercate la salvezza dove l'hanno trovata i vostri avi; venite da noi, salvatevi tra noi, e salvate la Francia da tante disgrazie che le causate. Cercate il vostro riposo in quella fede ed in quella Chiesa nelle quali tutto il mondo ha trovato il riposo e la salvezza. Non vorrete dire che il Cielo sia rimasto chiuso sino alla vostra nascita! Non osereste pensare cosa più orribile ed ingiuriosa a Gesù Cristo ed al suo prezioso sangue, alla terra e al Cielo, ai vostri padri ed a voi medesimi!». Il libro delle Grandezze di Gesù è un'opera di polemica, eppure chi se ne accorgerebbe se non l'avesse detto il Bérulle stesso e se non vi fosse qua e là qualche raro accenno ai suoi censori? Si vede che il suo primo impegno era di esporre chiaramente la verità e farne sentire la bellezza con la effusione della carità che lo infiammava. È sempre questa la prima apologetica; la luce della verità ha già per sé stessa una grande forza di conquista; ma più facilmente gli argomenti trionfano dell'opposizione della mente, se si riesce a fare anche la conquista del cuore; far sì che si ami la verità, dovrebbe essere questo il primo compito dell'apologeta, ed era appunto così che taceva Pietro de Bérulle. E' celebre la discussione che intorno all’Eucaristia avvenne tra Mgr. Duperron, che fu poi Cardinale, e il Protestante Duplessis-Mornay; il dibattito commosse la Francia intera. Il primo contraddittorio si tenne il 4 maggio 1600 a Fontainebleau, alla presenza del Re e di 200 notabilità tra Cattolici e Protestanti; l'aspettativa era immensa dalle due parti. Mgr. Duperron, benché così dotto e rotto alle controversie, volle essere assistito dal giovine de Bérulle, il quale suggeriva al celebre Vescovo gli argomenti di replica e soprattutto indicava le falsificazioni o false interpretazioni dei testi patristici. Per sette ore durò il contradittorio e i Protestanti ebbero la peggio. Si doveva continuare l'indomani, ma nella uotte il Duplessis si sentì male, e i Protestanti si schermirono perché non potevano resistere alla scienza del Bérulle. Fu un trionfo per la fede, che ebbe un'eco prolungata in tutto il regno; ed era tutto opera del giovane Bérulle. Questi per tutto premio si ebbe gli oltraggi dei familiari del Vescovo di Evreux, irritati per gelosia e per interesse; ma il giovine e santo sacerdote non badava a queste miserie. In compenso ebbe la consolazione di convertire il gentiluomo protestante che era stato l'istigatore del Duplessis-Mornay. È noto il detto del Card. Duperron: «Se volete convincere gli eretici, conduceteli a me; se volete convertirli, conduceteli a Monsignor di Ginevra; se volete convincerli e convertirli, conduceteli al signor de Bérulle». Tale era il numero delle conversioni ottenute dal Bérulle, che i Protestanti non vollero più trovarsi in nessuna conferenza in cui egli avesse parte. Abbiamo poi un saggio del suo zelo per le anime nella condotta che egli tenne alcuni anni dopo con Claudio Boucard che era stato suo maestro di filosofia a Clermont. Avendo sentito che trovandosi a Basilea, si era lasciato prendere nei lacci dell'eresia e si era fatto Protestante, ne provò immenso dolore e mise in movimento la terra e il cielo onde ottenerne la conversione. Il Boucard si trasferì a Ginevra, e il Bérulle ne scrisse a san Francesco di Sales per raccomandarglielo vivamente. Scrisse al Boucard medesimo lettere così tenere e forti che avrebbero dovuto trionfare della sua ostinazione, ma infine, egli fece tante penitenze, tanti digiuni e tante preghiere, che ebbe la consolazione di sentire che prima di morire si era convertito. Il Direttore spirituale Il Padre de Bérulle, per tutto il tempo della sua vita fu molto impegnato nella direzione spirituale non solo delle carmelitane ma di molte altre persone, specie altolocate. Fin da quando era ancora studente, prima di essere sacerdote, sentiva di aver il dono di grazie speciali per questo ministero; e infatti ne esercitava già la pratica con molta prudenza ed efficacia. A dir il vero egli provava grande ripugnanza per questo ministero; era per lui una specie di martirio, perché alla conversazione con gli uomini preferiva i colloqui con Dio; a Lui bastavano i suoi libri ed il crocifisso. Ma riconoscendo il valore infinito, per un'anima, anche di un solo grado maggiore di grazia e di perfezione, si sacrificava nella direzione; la ripugnanza non serviva che a rendere più pure le sue intenzioni. Abbiamo l'espressione del suo spirito e della sua pratica nell'ammirabile Mémorial de direction per i Superiori; e senza dubbio dal Bérulle, per il tramite del Padre de Condren, Giovanni Olier attinse quelle sapientissime norme per la direzione spirituale che si trovano raccolte in quell'aureo opuscolo: L'Esprit d'un directeur des âmes, ecc., che ogni confessore dovrebbe seriamente meditare. Per il Padre de Bérulle il compito del direttore spirituale è di aiutare l'anima ad inserirsi in Gesù Cristo e aiutare in pari tempo Gesù Cristo a prenderne possesso. La direzione spirituale, secondo lui, consiste nel far vivere Gesù nell'anima procurando la cooperazione di questa all'azione di Gesù vivente in essa, aiutandola a sbarazzarsi del suo amor proprio e a far così il vuoto in sé medesima, onde lasciare il posto a Gesù Cristo. La sostanza della vita spirituale è l'imitazione di Gesù Cristo nell'abbandono completo di sé all'azione della grazia; è l'applicazione perfetta della parola di san Paolo: Formetur Christus in vobis. «Dobbiamo incessantemente unire la nostra vita alla vita di Gesù, e i nostri travagli alle sue fatiche; la nostra mente deve talmente essere riempita di Gesù e della sua vita divina, delle sue fatiche e di tutto ciò che ha fatto ed ha sofferto... che non avanziamo né tempo né attività intellettuale per pensare a noi medesimi ed alle nostre pene». «Dobbiamo amare la pazienza e la bontà più perché ci rendono conformi a Gesù, che perché ci rendono dolci e pazienti noi stessi». E notiamo che il Padre de Bérulle richiede la pratica della virtù non solo per imitare Gesù, ma inoltre con l'intenzione di onorare le virtù e le azioni del Salvatore; è un pensiero questo che può dirsi fondamentale nella spiritualità berulliana. Per esprimere una tale unione dell'attività umana con l'attività divina di Gesù operante in noi con la sua grazia, il Servo di Dio usa il vocabolo aderenza a Gesù, ed altre espressioni che hanno pressoché il medesimo senso: appartenenza, legame, applicazione, servitù. Aderenza dice più di imitazione; essa significa un'attività che consiste nell'offrirci all'azione divina, accettandola senza nessuna riserva né resistenza. In tal modo «non deve esservi più io umano in noi, ma Gesù deve vivere in noi». Gesù Cristo deve dire io in noi. Il Padre de Bérulle «nell'anima, più che l'anima stessa, vede Gesù vivente in essa». Una tale completa docilità all’azione divina è la perfetta incorporazione a Gesù Cristo; è l'eroismo della santità, perciò non è cosa tanto facile. Quale mortificazione continua non si richiede per arrivare ad una tale perfezione di cui godeva in un grado sublime il grande Apostolo san Paolo, totalmente abbandonato allo spirito di Gesù Cristo! Il Padre de Bérulle vuole che tutti gli atti di devozione e di pietà e tutte le azioni siano indirizzate a questo fine, e che spesso fra la giornata, dal primo svegliarci al mattino sino al riposo della sera frequentemente ci offriamo a Dio per sottometterci alla sua volontà, dicendo a Gesù Cristo: «Vi offro quest'azione in onore di quella che Voi pure avete fatto sulla terra... Togliete da me tutto quanto dispiace al vostro amore». Egli esige inoltre una grande purezza nell'intenzione. Basti questa citazione rispetto allo studio: «Se, nell'aprire i nostri libri per imparare, operiamo per Dio, è un’opera eter- na; ma se operiamo per nostra soddisfazione o per farci onorare, è opera temporale che passerà, e che sarà anche consumata dal fuoco». Conclusione: «Mi sforzerò di crescere ogni giorno nella virtù, per paura che la morte mi sorprenda prima ch'io sia morto a me stesso, e passi a comparire davanti a Gesù .Cristo prima di averlo formato, in me». * * * Nello spirito del Padre de Bérulle, il direttore è un semplice intermediario, né deve pretendere di condurre tutte le anime per la medesima via. «Vi sono anime, diceva che Dio ha deciso di santificare con azioni piccole; mentre vuole che le une comperino il suo regno al prezzo della loro vita e del loro sangue, ad altre lo dona per un bicchiere d’acqua». Quindi si meravigliava che vi fossero spiriti cosi ristretti da voler imporre leggi e limiti a Gesù Cristo. Trattava le anime con gran rispetto ed una estrema delicatezza; si poteva dire di lui come di altri santi Direttori che trattava le anime come si tratta l'ostia consacrata. «Reggere un'anima, diceva, è reggere un mondo, ma un mondo dove si trovano segreti e varietà più che nel mondo visibile». «Un vescovo di quel tempo diceva: il signor de Bérulle è stato scelto da Dio per essere, diciamo così, il liberatore di Dio stesso. Egli ha ridonato alla grazia la larga estensione dei suoi poteri e delle sue operazioni, l'ha sciolta dalle strette di certi metodi... che ne limitavano l'azione e soffocavano la capacità delle anime, e infine l'ha liberata dalla tirannia di certi spiriti, i quali non conoscono che una via per condurre le anime, come se Dio fosse così povero e non potesse dare che una sola specie di benedizione». Il Padre de Bérulle era nemico del formalismo e si guardava bene dal rendere l'anima schiava di formule e pratiche esteriori; non le suggeriva se non quelle che essa poteva vivificare con la purezza di intenzione. È noto il buon senso col quale san Vincenzo de' Paoli alla beata Luisa de Marillac, che si era impegnata a fare ogni giorno 3 atti di devozione, disse di farne meno e di portare invece il decotto ai poveri malati. Tale era pure lo spirito del Padre de Bérulle. Riguardo alle grazie mistiche, troviamo in lui molta prudenza. Nelle risoluzioni scritte quando era ancora nel Collegio dei Gesuiti leggiamo: «Non farò gran caso delle mie elevazioni di spirito, per quanto possano essere sublimi, se non ne risentirò maggior prontezza nella pratica della virtù e dell'abnegazione». Era questa la regola che seguiva pure coi penitenti. Alla beata Acarie, che era perseguitata da favori mistici (rapimenti, ecc.), e tentava di opporvi resistenza, dava il consiglio di non badare a questi stati straordinari e di attenersi da sé stessa alla via ordinaria. «È proprio di Dio, le diceva, di conferire questi doni preziosi, ma è proprio dell'uomo di rifiutarli». Era dotato di una perspicacia singolare per giudicare le anime, e lo faceva con sottile finezza. Una sua zia, la signora d'Autri si era posta sotto la sua direzione e nel rendere conto della propria coscienza gli diceva di aver versato molte lacrime sui propri peccati: «Sono lagrime di orgoglio, rispose il giovane ed austero Direttore. – «Orgoglio! » esclamò la signora, «ma io non ne ho», — «Voi non lo conoscete, replicò il Padre de Bérulle, ma il Signore un giorno Vi illuminerà per conoscerlo». E infatti lottando con perseveranza, quella signora, sotto la direzione del nipote, giunse alla santità. Il Padre de Bérulle alla prudenza univa franchezza ed austera fermezza, senza nessun rispetto umano. Esigeva un rendiconto esatto delle interiori disposizioni e della co- scienza, ma anche piena docilità. Perciò difficilmente accettava la direzione di persone abituate alle delicatezze mondane, perché non gli sembravano capaci di sottomettersi ad una direzione austera come egli la intendeva. Venne un giorno a consultarlo un sacerdote che non sapeva come comportarsi con un gran signore suo penitente, il quale aveva intenzione di prestare protezione agli eretici: che cosa si doveva fare? — «Parlare francamente, rispose il Padre de Bérulle, altrimenti il confessore ne risponderà a Dio». — «Ma sarà inutile il mio avvertimento». — «E che servì a S. Giovanni Battista l'intimare ad Erode la proibizione di tenersi in casa Erodiade?... San Giovanni ben sapeva che era inutile... eppure rese testimonianza alla verità e se non poté onorarla col trionfo, la onorò lui stesso col suo sangue ». Benché così austero è fermo, il santo Direttore era dolce ed affabile, trattando tutti con grande carità; ma la sua intenzione era sempre retta, né mai si attaccava umanamente a nessun'anima, avendo sempre gran paura di rubare a Gesù Cristo il menomo battito del proprio cuore. Non essendo ancora sacerdote, dopo mesi di lavoro ed anche di continue insistenze, era riuscito a convertire una nobile signora Protestante. Questa, ammirando le doti eminenti del suo benefattore spirituale, voleva prenderlo per direttore; egli invece la indirizzò ad un pio religioso ed insistendo nel rifiutare qualsiasi riconoscenza, se n'andò e si comportò come se non 1'avesse mai veduta. Era capace, come san Vincenzo de' Paoli, di rendersi assente improvvisamente e per dei mesi per liberarsi dalla importunità di qualche pia penitente e insegnarle a far senza della sua assistenza. Aveva poi orrore delle lungaggini ed era avarissimo del suo tempo; non lo risparmiava quando era necessario; ma, se era possibile, troncava subito ogni conversazione. Ad una signora che si dimostrava avida di sentirlo, più per ammirarne i bei sentimenti che per ricavarne profitto spirituale, rispose bruscamente: «Voi non avete bisogno di me; Dio non mi dà nulla per voi. Contentatevi di ciò che sapete, e basta così». Nel suo cuore il Padre de Bérulle aveva una grande tenerezza per le anime. «Pover'anima! scriveva ad una persona che era decaduta dal suo primitivo fervore, guardate all'amore di Gesù Cristo per voi, a ciò che ha fatto e patito per voi: orbene il suo amore sussiste sempre col potere di rinascere in voi. Vorrei ridurmi in cenere e peggio ancora, pur di accendere e conservare in voi questo Amore che nasce in una mangiatoia, vive nella povertà, muore sulla croce, onde essere da voi amato eternamente. Come non avreste amore per questo Amore e sareste invece capace di affezioni estranee, vili e spregevoli?». Il Servo di Dio spesso passava le notti a piangere, pregare e far penitenze a pro di anime traviate, offrendosi ed immolandosi in agonia con Gesù, perché il Signore facesse loro misericordia. Qual meraviglia che il suo ministero ottenesse frutti prodigiosi! Citiamo ancora un fatto. Una signora nobile, giovane, ricca, di gran talento, ma data alla vanità, si sente ispirata, benché maritata, di farsi religiosa; il suo confessore non sa capacitarsi di un proposito così strano e assolutamente la sconsiglia di pensarvi. Essa si rivolge al Padre de Bérulle. e questi, per un anno intero, ne esamina la vocazione; persuaso infine che era volontà di Dio, le consiglia di farsi religiosa e di indurre pure il proprio marito a fare lo stesso. Infatti, per opera del Padre de Bérulle, tutti i membri della casa entrarono in convento; il signore, la signora e suo fratello, e tutti i domestici, chi in un Ordine, chi in un altro. E il seguito dimostrò che il Padre de Bérulle non si era ingannato. Era uomo di preghiera, ed era questa la sua arma principale. Ricordiamo quanto abbiamo già detto sul modo con cui conquistò l'anima della ven. Maddalena di san Giuseppe; così pure avvenne per il Padre de Condren. Questo giovine e santo sacerdote era venuto all'Oratorio a fare i santi esercizi sotto la direzione del Fondatore. Riconoscendone la grande santità, il Bérulle desiderava che entrasse nella sua Congregazione; ma invece di fargli la menoma pressione, si contentò di pregare con vivissima insistenza perché il Signore glielo concedesse. Dovette pregare per tre anni interi, ma infine il de Condren venne e fu il secondo Superiore generale dell'Oratorio. «Il Padre de Bérulle, nel confessare aveva una grazia così singolare che tutti quelli che a lui si confessavano ne risentivano un effetto particolare... Al vedere il suo contegno umile e modesto, si sarebbe detto che era in confessionale per ricevere il perdono, piuttosto che per darlo agli altri dimostrava ai penitenti tanta dolcezza e carità che ne restavano commossi sino al fondo dell'anima. Bene spesso conosceva per divina ispirazione il cattivo stato delle coscienze: ma lasciava che i penitenti si accusassero e vedendo la mancanza di sincerità, li ascoltava con pazienza, poi con tutta dolcezza diceva loro di confessare i peccati che si tenevano segreti nel cuore e ne ispirava loro ribrezzo e pentimento. Una persona che gli era affatto sconosciuta, si presentò a lui, piuttosto per vantarsi che per accusare i peccati; ma il Servo di Dio dopo averla ascoltata con pazienza, le fece intendere che non bisognava abusare dei sacramenti, e che si accusasse di tali e tali peccati di cui non si confessava. La caritatevole dolcezza del santo confessore convertì quella persona e la determinò a cambiare interamente di condotta». Una signora, che dal Padre de Bérulle fu poi convertita, dichiarò che per lungo tempo non aveva voluto confessarsi da lui, per la paura che egli non ne conoscesse più di quanto essa aveva intenzione di manifestargli. Un altro signore venne a confessarsi da esso, ma col proposito di tacere un peccato; quale meraviglia quando egli gli disse: «Confessatevi del tal peccato, perché è più grave di quanto pensate!». Il Padre de Bérulle era molto illuminato dallo Spirito Santo per riconoscere le illusioni del demonio. Venne a mettersi sotto la sua direzione una persona nobile che il demonio ingannava con falsi lumi; il Servo di Dio, dopo averne udito parecchie volte la confessione, riconobbe che il demonio voleva perderla con la presunzione e l'orgoglio e le diede molti avvisi per venirle in aiuto; ma persuaso che il buon successo dipendeva dalla grazia di Dio, moltiplicò a questo effetto, preghiere e mortificazioni per attirare la divina benedizione sulle sue parole; e infatti quella persona riconobbe le insidie diaboliche e si avviò ad una vera pietà. Il Padre de Bérulle, era poi sempre sommamente disinteressato. Una principessa, dama di corte, lo mandò a pregare di voler assumere la direzione dell'anima sua. Egli esaminò davanti a Dio quanto doveva fare in tale occasione; ma riconoscendo che la direzione spirituale di quella persona gli avrebbe procurato onore, lode e stima presso il mondo, e che per altro, non si poteva sperarne tanto frutto, rifiutò; né volle cedere alle più vive insistenze che gli si fecero perché accettasse. Una particolarità dello zelo del Padre de Bérulle è questa, che tutte le conversioni ch'egli operava, erano sempre perfette e durevoli; anzi molti di quei ch'egli convertiva, entravano negli Ordini religiosi più severi. L'uomo politico Per la nobiltà della sua famiglia e le relazioni con le principali notabilità, ma più ancora per le sue doti eminenti, il Servo di Dio si trovò coinvolto negli affari politici più importanti. Il re Enrico IV desiderava attirarlo alla Corte; anzi nel 1607 voleva assolutamente incaricarlo dell'educazione del delfino che fu poi Luigi XIII. Il de Bérulle si trovò allora in una grande angustia; abbandonare la direzione delle Carmelitane, rinunciare alla istituzione di quella società sacerdotale, alla quale si sentiva chiamato da Dio con l'appoggio di san Francesco da Sales, della beata Acarie e del suo confessore, era cosa per lui peggiore della morte. D'altronde il Padre Coton, celebre gesuita e confessore del Re, lo invitava ad accettare, rappresentandogli che il rifiuto sarebbe una mancanza verso Dio, verso il Re e verso la patria; e il Re era irremovibile. Il Servo di Dio onde liberarsi ricorse ad un mezzo soprannaturale. Stava per morire una santa carmelitana, Suor Angelica della Trinità; egli la supplicò, che appena arrivata in Paradiso gli ottenesse la grazia di essere liberato per sempre dalle insistenze del Re. Quella religiosa fece una morte angelica, e mentre se ne facevano le esequie, it de Bérulle, nell'intimo del suo spirito, ebbe dalla defunta l'assicurazione che non sarebbe più molestato; in pari tempo risentì una grazia straordinaria di fervore, tale che non aveva mai provato nulla di simile e per parecchi giorni gli sembrò di essere in Paradiso, piuttosto che sulla terra. Come per incanto il Re cessò dall'insistere e non se ne parlò più. Egli rifiutò sempre i pingui benefizi ed i vescovadi che Enrico IV voleva costringerlo ad accettare; fece anzi il voto espresso di non mai accettare nessun benefizio e al Re che insisteva per nominarlo vescovo rispose francamente che in tal caso sarebbe uscito dal regno. Il giovine Re Luigi XIII gli affidò missioni importanti e delicate, tra le altre, la riconciliazione con la Regina madre, riconciliazione che il de Bérulle operò felicemente. Lo incaricò, inoltre, delle pratiche difficilissime per ottenere dal Papa Urbano VIII la dispensa per il matrimonio della principessa Maria Enrichetta, sua sorella, col principe protestante d'Inghilterra, Carlo I. Il Servo di Dio si portò a Roma e con la sua somma prudenza appianò tutte le difficoltà; in occasione poi di quel matrimonio, per volere del Papa e per ordine del Re, egli dovette accompagnare in Inghilterra la principessa francese, conducendo seco dodici dei suoi sacerdoti dell'Oratorio. La sua intenzione era quella di stabilire a Londra una vera Missione per la conversione dell'Inghilterra; ma non era ancora giunto il momento fissato dalla Provvidenza e la povera chiesa d'Inghilterra doveva attraversare ancora giorni tristissimi. L'eresia era troppo ostinata e crudele. De Bérulle, con sommo dolore, dovette ritornare in Francia; venne poi richiamata anche la principessa, diventata regina; e infine l’infelice Carlo I venne condannato a morte ed ucciso nel 1649. Nel 1627, il Padre de Bérulle venne creato cardinale, dietro domanda del Re Luigi XIII, in considerazione dei grandi servizi resi alla Chiesa ed alla Francia. «La sua promozione al cardinalato venne accolta con favore, e non trovò che approvatori anche nell'ambiente dei cortigiani. Un uomo solo vedeva di mal'occhio l'elevazione e la popolarità del Bérulle ed era il Cardinale Richelieu, primo ministro del Re; perché in quell'uomo di coscienza adamantina riconosceva un avversario; e da quel momento non omise nulla per togliere al Superiore dell'Oratorio la fiducia del Re, gettando anche il ridicolo sulla sua grande pietà. Per altro, il Cardinale de Bérulle, nella sua azione politica, non aveva di mira che il bene della religione e dello Stato; egli si studiava di discernere i disegni della Provvidenza sull'andamento del mondo e di fare agli affari umani l'applicazione delle massime del Vangelo». Nominato membro del Consiglio della corona, il Servo di Dio non esitava ad opporsi al Richelieu e a parlar chiaro anche al Re, quando si trattava degli interessi della religione e della Chiesa. Egli perciò indusse il Re a far la guerra ai Protestanti e segretamente ad intraprendere, contro la volontà di Richelieu, la presa della Rochelle, porto fortificato sull'Atlantico, dove si erano costituiti gli Ugonotti. L'assedio durò tredici mesi (1627-1628) e la città dovette infine cedere. Richelieu quando vide il trionfo delle armi del Re, approfittò dell’umiltà del cardinale de Bérulle, al quale spettava il merito, per appropriarsi la gloria di tutto. In seguito Richelieu combinò il trattato con l'Inghilterra. Il cardinale de Bérulle, giudicando che era troppo favorevole ai Protestanti ed un vile abbandono dei cattolici inglesi e della regina Maria Enrichetta medesima malgrado le assicurazioni date al Papa dal Richelieu stesso, si oppose energicamente. La volontà di Richelieu trionfò; ma il Servo di Dio, ad onta delle vive insistenze di esso, non partecipò all'atto solenne della firma del trattato (16 settembre 1629) e la sua assenza fu notata da tutti. Vi furono anche altri punti di dissidio. «Al Vaticano, al Louvres, a Saint-James, il cardinale de Bérulle faceva sentire il medesimo linguaggio; osò parlare al Papa delle colpe dei suoi predecessori e il Papa lo fece cardinale; osò resistere al Richelieu e questi non glielo perdonò mai; e per allontanarlo tentò di mandarlo ambasciatore a Roma. Gli amici del Servo di Dio, lo supplicavano, in vista del bene della religione e della Francia, di desistere un po' dalla sua intransigenza. Ma egli rispondeva «No, no; io debbo essere retto e vero nelle mie parole e nei miei atti... Sono pronto, per la gloria di Dio e della sua Chiesa, a dare anche il mio sangue... Presto comparirò al tribunale di Dio; in ogni momento della mia vita, voglio operare come se fosse l'ultimo». Per altro, egli desiderava di lasciare definitavamente la corte; alla sera, quando, dopo inutili sforzi per far intendere la verità al Re in merito a tanti intrighi, ritornava all'Oratorio, stanco, triste e deluso, lo si sentiva dire a sé medesimo: «O inutilità! O inutilità!» e guardando la sua veste cardinalizia: «Ahimè! o mio Dio, esclamava, mi avete dunque fatto cardinale per cose cosi basse! Oh! come più volentieri me ne starei in qualche cantuccio, occupato a scrivere sui vostri misteri, a contemplarli ed adorarli, piuttosto che in mezzo a questo miserabile mondo, dove non vi è che indegnità e dove il minor male che si commetta è quello di perdere molto ternpo». Perciò era suo desiderio di dimettersi da ogni carica per ritirarsi presso il santuario di Loreto a prepararsi alla morte(I). Nel frattempo non risparmiava fatiche per ristabilire buone relazioni tra la Regina madre e Richelieu, dimostrando così di saper perdonare. L'uomo e il Santo Il Padre de Bérulle aveva tutte le qualità che richiedevano le grandi missioni che Dio gli affidava. Nobiltà di origine che gli procurava accesso nell'alto ceto della società, talenti straordinari, scienza vasta e sicura nella teologia, appassionato amore allo studio, rigorosissima austerità, volontà energica e ferma ma pure malleabile per adattarsi alle varie congiunture, dolcezza angelica, disinteresse assoluto, profonda umiltà, carità eroica, anima grande e gran cuore, santità riconosciuta da chiunque lo avvicinava, attività instancabile, abilità particolare per mettere nelle coscienze turbate la pace, ma la vera pace; questi sono i caratteri della sua fisionomia morale. S. Francesco di Sales lo chiamava «uno degli spiriti più lucidi e più netti che avesse conosciuto; uomo, diceva, al quale Dio aveva dato moltissimo e che non si poteva avvicinare senza sentirne grande vantaggio». Si aggiungevano pure doti esteriori preziose: occhi vivacissimi, gravità senza rigidezza, nobile distinzione senza nessuna mondanità, grande dignità nel contegno. La sua persona spirava qualche cosa di forte e dolce, di austero e benevolo, un miscuglio di ardore virile e di profonda pace. Ecco il ritratto che ce ne hanno lasciato i contemporanei. Si disse che era un'anima sempre in piedi e ben si può dire che fu in piedi dall'uso di ragione sino al punto di morte. Infatti, era di un'attività straordinaria, né mai perdeva un minuto di tempo. Diceva che il tempo è il frutto della Redenzione di Gesù Cristo e che perderne una briciola sarebbe un oltraggio al Redentore. Teneva sempre con sé il nuovo Testamento, e quando doveva aspettare, anche nelle anticamere dei nobili, lo leggeva e meditava; scriveva anche durante i numerosi viaggi. Perciò, la sua vita fu davvero una vita piena: studio continuo, opere di carità, direzione delle Carmelitane sparse in varie regioni della Francia, direzione spirituale di numerose anime, controversie coi Protestanti, governo della sua Congregazione, predicazione, affari politici, corrispondenza. Uomo ammirabile, capace di scrivere nella stessa ora una lettera alla ven. Maria Maddalena sulle più ardue questioni della mistica e un'altra a Richelieu su questioni politiche. Con tutta verità gli si può applicare quella parola dei salmi: Dies pleni. Se lo consentissero i limiti di queste brevi note, vorremmo far passare tutte le virtù teologali e morali e si vedrebbe chiaro come tutte furono dal servo di Dio praticate in grado eroico. Amava Gesù come un serafino; di Gesù era tutto ripieno e a Lui pensava continuamente; non voleva che Gesù Cristo, e bruciava dal desiderio di vederlo e possederlo nell'eternità; intanto, se provava qualche consolazione quaggiù, era unicamente nell'occuparsi di Gesù e dei suoi misteri. Unico scopo di tutta la sua vita fu quello di diffondere dappertutto la conoscenza, l'amore e la devozione di Gesù Cristo Quale rispetto non dimostrava per il SS. Sacramento! Quando si avvicinava alla porta di qualche chiesa, era compreso di un rispetto straordinario e non dava più nessuna risposta a nessuna domanda. Ai suoi discepoli egli assegnava un mistero speciale di Gesù Cristo, onde dedicassero tutta la loro vita ad onorare un tal mistero nelle loro azioni, nei loro uffici, e con particolari pratiche di devozione. In tal modo consacrò il Padre de Condren al sacerdozio di Gesù, il Padre Lejeune alla vita operosa di Gesù, il Padre Languet all'adorabile mistero della Santa Infanzia; e una tale devozione attirò a questi padri grazie immense. Rispetto ai Santi professava una venerazione singolare, specialmente per le loro Reliquie. Aveva una devozione entusiasta per il nostro grande san Carlo ne fece tradurre in francese la vita scritta dal Giussani e la dedicò alla regina d'Inghilterra con una lettera ammirabile in cui esaltava le virtù e l'eroismo del santo Arcivescovo di Milano. Quando prendeva il suo cibo in privato se ne faceva leggere la vita, proponendosi di imitarne gli esempi. Il Servo di Dio possedeva in grado eminente il dono di elevarsi a Dio n ogni circostanza e a proposito di ogni cosa. Il minimo oggetto che si presentasse davanti a lui, gli procurava subito qualche piissimo pensiero: una sorgente. un fiore, una bestiola tutto lo innalzava a sentimenti soprannaturali. Un sacerdote si lamentava un giorno con lui perché gli sembrava di perdere l’udito; ed egli rispose: «Non mettetevi in pena per questo incomodo: vi basti di poter udire bene le ispirazioni di Dio. Per me, con questa condizione, sarei contento di essere sordo». Con la medesima pietà egli consacrava a Dio tutte le sue azioni, non solo alla mattina, ma anche l'una dopo l'altra nel corso della giornata. Un giorno, trovandosi nella sua camera, venne avvertito che era aspettato a Corte da un principe e subito partì ma, essendosi ricordato, scendendo le scale, che non aveva offerto né raccomandato a Dio questa visita, ritornò nella sua stanza a compiere quanto aveva dimenticato Nel prendere il cibo. egli era tanto mortificato che dopo il pasto non sapeva neppure ciò che si era servito a tavola; talvolta dimenticava persino di prendere quello scarso cibo ordinario. Quando era possibile, si contentava del cibo che gli altri avevano avanzato. L'umiltà e l'amore alla povertà spiccavano nel Servo di Dio in modo straordinario. Per umiltà non volle dare gli esami per avere il titolo di dottore. Nei giorni di festa, si compiaceva di lavare le stoviglie come l'ultimo fratello converso. Essendo venuto un giorno un sacerdote a domandargli la sua benedizione per una predicazione cui dava principio, lo trovò appunto occupato in tali umili servizi. Il santo Cardinale non ne rimase confuso e gli disse «Abbiate gran cura, Padre mio, di aver buona intenzione nell'annunciar la parola di Dio; quel giovane che qui in cucina lava le stoviglie con me, nel fare cosa così bassa potrà dare a Dio maggior gloria di voi nel predicare; sono le nostre disposizioni e intenzioni che onorano il Signore e non le nostre azioni; Dio guarda il cuore in quelli che lo servono più di ciò che dicano o facciano». Egli prestava ai suoi sacerdoti i più umili servizi; specialmente nelle loro malattie li serviva come se fosse stato l'infermiere della casa. Se poi si trattava di malattie contagiose, come avvenne più volte, egli riservava a sé medesimo di prestar loro la dovuta assistenza, né permetteva che altri entrassero nella loro stanza per paura che fossero colpiti dal male. Il Padre Lejeune essendo diventato cieco, egli lo serviva in tutto come se fosse stato suo padre. Nelle case egli si faceva il servitore di tutti. Parlava sempre sommessamente, per umiltà e per rispetto verso la presenza di Dio; particolarità da notarsi, quando nei monasteri delle Carmelitane era esposto il SS. Sacramento, egli esigeva rigorosamente il più grave silenzio in tutta la casa. Non volle mai prendere vesti nuove, contentandosi degli abiti usati e smessi dagli altri Padri; non usò mai la seta, neppure negli abiti cardinalizi. Sceglieva sempre per sé la stanza meno comoda, non usando della sua qualità di Superiore se non per prendere al proprio uso le cose peggiori. In viaggio, non era mai tanto contento come quando alla sera, dopo la stanchezza della giornata non trovava nessun luogo per poter comodamente riposare; più il ricovero era povero, e più gli sembrava che fosse casa di Dio. Una sera, avendo smarrita la strada, non sapeva dove passare la notte, ed era già buio; trovò infine una misera capanna di contadini dove fu accolto con carità; era un tugurio basso e piccolo, dove si soffocava per il fumo; ma il Servo di Dio dimostrò di esserne molto contento, e premiò quei buoni contadini con un miracolo. Durante la notte scoppiava un incendio in una cascina vicina, minacciando di distruggere quel gruppo di casucce; il Padre de Bérulle si mise in ginocchio a pregare e il fuoco immediatamente si spense. Egli amava teneramente i poveri fin dalla sua infanzia, né col crescere degli anni scemò in lui una tale carità. Spesso lasciava gli affari importanti in cui era occupato, onde portarsi alla porta dell'Oratorio a distribuire il pane ai poveri mendicanti, non tralasciando di dar loro anche il pane spirituale con qualche buona istruzione. Un giorno, in Parigi, incontrò un povero tutto coperto di piaghe schifose; i passanti non potevano sopportarne la vista, poiché metteva spavento più che compassione; il santo Cardinale smontò invece da cavallo, lo avvicinò, gli parlò affettuosamente e ne udì la confessione, poi gli fece portare cibo e soccorsi materiali. Egli era indifferente al freddo e al caldo, eppure la sua delicata costituzione ne soffriva molto; il caldo gli metteva la febbre, il freddo gli causava grandi catarri; ma tutto sopportava senza usarsi nessun riguardo. Per quanto il freddo fosse rigoroso non volle mai permettere che nella sua stanza si accendesse il fuoco, benché a Parigi l'inverno sia rigidissimo. Anzi una volta fece il voto per tutti i mesi dell'inverno, di non accostarsi al fuoco a riscaldarsi, e lo osservò a costo di gravissimi sacrifici. * * * Creato cardinale, non si rassegnò a tale dignità se non per ordine del Padre de Condren, suo confessore, e l'accettò con grave dolore. Per questa dignità non cambiò il suo tenore di vita, nel giorno medesimo della sua promozione, egli servì a tavola la comunità. Ad un suo sacerdote che vedendolo per la prima volta rivestito dell'abito rosso, si prostrò in ginocchio felicitandolo con gioia, egli rispose: «Come mai vi rallegrate di ciò che mi fa piangere? Non ne sono degno; Dio l'ha permesso per la mia confusione, e temo non sia per la mia perdizione». Spesso il Servo di Dio digiunava a pane ed acqua; portava indosso strumenti di penitenza sino ad averne il corpo insanguinato; passò talora qualche anno intero senza deporre il cilicio. Aveva fatto il proponimento di non passar giornata senza praticare qualche penitenza, né mai vi mancava. Non è quindi da meravigliarsi che san Vincenzo de' Paoli, quando ne udì la morte, disse ai suoi preti della Missione: «È il più santo sacerdote che abbia conosciuto». Il Papa Urbano VIII ripeteva pure piangendo: «Il Padre de Bérulle non è un uomo, ma un angelo». Gli scritti Gli scritti del Cardinale de Bérulle furono raccolti dal Padre Bourgoing, terzo Superiore dell'Oratorio e formano un grosso volume in 4° della Collezione Migne. Ne diamo in succinto l'elenco. 1. – Un Breve trattato dell'abnegazione interiore. Il Servo di Dio lo scrisse per suo uso personale, ma il suo confessore, avendone avuto conoscenza, gli ordinò di pubblicarlo. È una imitazione o rifusione di un opuscolo scritto da Isabella Bellinzaga, signora milanese che fu una buona ausiliatrice di san Carlo nella gerenza degli ospedali e dei conventi; essa fu penitente del Padre Achille Gagliardo, Gesuita, di cui parla il Giussani nella vita di san Carlo (Libro VII, cap. IV). Il giovine de Bérulle poté forse conoscere questo libro per mezzo dei gesuiti del Collegio di Clermont. 2 – Un Trattato degli energumeni, scritto in occasione di un caso che aveva estremamente agitato l'opinione pubblica. Certa Marta Broussier pretendeva di essere posse- duta dal demonio; gli animi a questo proposito erano divisi, e le passioni politiche vi trovarono un pretesto per suscitare torbidi che si fecero gravi. Il Re Enrico IV intervenne e proibì gli esorcismi; ne nacquero disordini e recriminazioni da parte dei Cappuccini. Il Servo di Dio, incaricato anche lui degli esorcismi, poiché era insignito dell'Ordine dell'esorcista, in questo trattato stabiliva la possibilità, le condizioni e gli effetti della possessione diabolica e contribuì molto a pacificare gli animi. 3. – Vari Discorsi di controversia, contro i Protestanti 4. – Parecchie Elevazioni a Gesù, alla SS. Trinità, alla Madonna con la preghiera alla Santissima Vergine Madre di Dio, in cui proponeva alle Carmelitane il Voto di servitù a Gesù ed a Maria. 5. – Questa preghiera fornì ai nemici del Padre de Bémlle, che accanitamente lo perseguitavano sia per gelosia, sia per 1'affare delle Carmelitane. un pretesto per muovere contro di lui una guerra violentissima con ogni sorta di .mezzi per screditarlo; venne persino accusato di eresia. Il Servo di Dio stette in silenzio per dieci anni, tutto sopportando con grande pazienza, contentandosi di ripetere: Jesus autem tacebat. Infine, costretto dagli amici e diseepoli, e obbligato dal suo confessore e da vari prelati, si decise. a malincuore, a rispondere, e lo fece coi Discorsi su le grandezze di Gesùiii. Questo libro, che eccitò lo stupore universale, contiene ciò che di più sublime è stato scritto sul mistero del Verbo incarnato, e valse al suo autore dal Papa Urbano VIII il titolo di Apostolo dei misteri del Verbo Iincarnato. 6. – Quando dovette accompagnare in Inghilterra la principessa Maria Enrichetta nell’eventualità di una lunga assenza scrisse ai superiori delle varie Case dell'Oratorio le Norme per la direzione, in cui sono condensate le sue vedute sulla cura e direzione delle animeiv. 7. – Pochi mesi dopo egli scriveva l'Elevazione a Gesù Cristo su... santa Maddalena, di cui diamo la traduzione in questo volume. 8. – Verso la fine della sua vita, il santo Cardinale concepì il disegno di una grandiosa Vita ai Gesù. Sgraziatamente non fece in tempo che a pubblicarne il principio, in cui tratta della preparazione dell'Incarnazione, del consenso di Maria e del compimento del mistero nella Vergine. È ciò che di più bello possa leggersi su questo argomento; Bossuet nelle sue Elevazioni, si è largamente ispirato al Cardinale de Bérulle. Il Servo di Dio ha lasciato inoltre un gran numero di brani di prediche e di istruzioni che vennero raccolti, dopo la sua morte, sotto il titolo di Opuscoli di pietà; sono più di duecento e là si trova principalmente la sostanza della sua dottrina. Furono anche raccolte più di 250 delle sue lettere, tutte ricchissime di grande sostanza spirituale. Infine sono pure di gran pregio gli Uffici liturgici da lui composti e approvati da Urbano VIII, per la solennità di Nostro Signore, per le leste di san Gabriele Arcangelo e di san Lazzaro, e varie commemorazioni. Gli scritti del Padre de Bérulle, a prima vista sono alquanto difficili e la loro intelligenza richiede una certa coltura religiosa, perché sono assai profondi; vanno letti con tutta lentezza, pesandone le singole parole. Quando però si è rotta, per così dire, la scorza, la lettura ne diventa facile e gradevole, a segno che al termine del libro si prova vivo rammarico perché è finito. Vi si trovano ripetizioni, ma sono a tutto vantaggio della chiarezza, «ritocchi destinati ad accentuare il pensiero e a renderlo più nitido, o piuttosto indugi dell'anima che non può staccarsi dall'oggetto che possiede il suo spirito e il suo cuore». È impossibile, dice il Cloyseault, leggere gli scritti del gran Servo di Dio, senza che l'anima se ne senta infiammata dell'amore di Gesù Cristo... ... Per altro le opere che ha lasciato al pubblico non sono che un tenue abbozzo dell’abbondanza dei lumi di cui era tutto ripieno, avendo egli avuto anche il favore di parecchie visioni miracolose, che lasciarono nell'anima di lui non solo la conoscenza dei nostri misteri, ma ancora quella pietà e quella devozione ch'egli ha sempre conservata ed ispirata verso questi tre oggetti: Dio, Gesù e Maria». Dottrina Spirituale Il Cardinale de Bérulle porta nella sua dottrina l'impronta di una grande originalità; compito del suo genio e suo merito fu di porre in un marcatissimo rilievo la divina figura di Gesù Cristo sulla quale era stato posto come «un velo filosofico»; e di richiamare inoltre quel gran concetto cristiano dell'unione mistica con Gesù, quale risulta dal capo 17 di S. Giovanni che il Bérulle commenta con tanta compiacenza, e da altri testi del Nuovo Testamento, specie delle Epistole di san Paolo: Viventes Deo in Christo – Vivit in me Christus – Mihi vivere Christus est – Christum habitare per fidem in cordibus vestris – Societas nostra sit cum Patre, et cum Filio ejus Jesu Christo; aggiungiamo quelle belle devozioni alla vita interiore di Gesù e della Madonna, ed alla vita di Gesù in Maria... I caratteri generali della dottrina spirituale del Padre de Bérulle si possono ridurre a tre principali: «la devozione al Verbo Incarnato, la virtù di religione, e il concetto agostiniano della grazia». Il Verbo Incarnato. «La via di grazia del Bérulle e la sua più santa disposizione, che fu l'origine, la base e il fondamento di tutte le grazie che ricevette da Dio, ed anche del rinnovamento ch'egli operò nella Chiesa, è il legame e l’appartenenza singolare alla persona di Gesù Cristo ed alla sua santissima Madre». Così il Padre Bourgoing, che fu il terzo Superiore generale dell'Oratorio. Il Bérulle è davvero l'Apostolo del Verbo incarnato, come lo chiamava Urbano VIII. Per lui, tutto si rapporta a Gesù; Gesù è il suo Tutto, parola che gli è sì familiare; Gesù è il centro di tutta la sua dottrina come di tutti i suoi affetti. «Egli ha trattato — con la sua ordinaria profondità — tutte le questioni della teologia speculativa, a segno che si è potuto fare un indice metodico delle sue opere secondo l'ordine della Somma di san Tommaso. Tuttavia egli si occupa di tutti i problemi teologici in relazione col mistero fondamentale dell'Incarnazione del Verbo; essi vengono sempre rischiarati dal dogma dell'Incarnazione; presso a poco come nel celebre quadro del Correggio che rappresenta la nascita del Figlio di Dio e nel quale, nelle tenebre della notte, l'unica, ma folgorante e divina luce che rischiara la stalla di Betlemme, viene tutta dal divin Bambino». Il Verbo Incarnato è il centro di tutto, centro nella SS. Trinità, centro delle opere di Dio ad extra. Per mezzo del suo Verbo, Dio ha creato tutte le cose, e per mezzo del suo Verbo vuole pure ricondurle tutte a sé stesso nella unità. Perciò il Bérulle ci descrive il viaggio del Verbo, il quale esce, per così dire, dall'eternità (A Deo exivi et veni in mundum) entra nel tempo e nel creato, si unisce all'ultima delle creature intellettuali, all'uomo che è il riassunto dell'Universo, poi rientra nell'eternità conducendo con sé l'umanità e in questa l'intero universo che in essa è compendiato. Il gran concetto sul quale Pietro de Bérulle ritorna spesso con evidente compiacenza è questo: Gesù è il centro di tutto ed è solo, Gesù è il centro di tutto: «Tutto è in Lui, tutto dipende da Lui, tutto sussiste in Lui, affinché tutto sia unito a Lui e per lui al Padre». Gesù è solo e unico; quindi vi e unità in Lui, nel Padre e in noi. Il Padre non ha da dividere i suoi sguardi, i suoi disegni, le sue missioni, come sarebbe di un padre di famiglia che avesse parecchi figli; Gesù non ha da dividere con nessuno le sue grandezze ed i suoi uffici; e noi abbiamo unità nella nostra vita spirituale, non avendo da dividere i nostri affetti che debbono tutti essere per Gesù. * * * Tutta la nostra vita spirituale consiste nella aderenza a Gesù che è la vita, nell'essere legati a Lui ed imitarlo: vivere in Gesù, da Gesù e per Gesù. E l'imitazione che il Bérulle ci domanda non si limita alle azioni di Gesù, ma si riferisce a tutta la persona del Verbo Incarnato. È Gesù completo che dobbiamo imitare, anche nella sua persona e nei suoi stati ontologici. Nei Discorsi su le grandezze di Gesù, egli tratta specialmente della imitazione del mistero dell'Incarnazione. Spiccando un volo sino alle profondità della SS. Trinità, dapprima ci propone a modello l'abitazione di Dio in sé stesso. «Contemplando la Maestà divina che da tutta l'eternità abita in sé stessa, ritiriamo il nostro spirito dalle cose basse, caduche e periture; innalziamoci al disopra di noi stessi, sforziamoci di stare in Dio, in memoria ed in onore della residenza eterna di Dio in sé medesimo». Indi ci propone a modello il Verbo eterno nella sua vita entro la SS. Trinità: «Come il Verbo nella sua persona non è altro che relazione al Padre (relatio ut subsistens), così l'uso del nostro essere e della nostra vita deve essere tutto occhio e tutto spirito per essere continuamente occupato in questo sguardo spirituale verso il Figlio, il quale è costituito nostro Padre. Come il Verbo fa violenza alla sua gloria col discendere sino a noi, così noi dobbiamo far violenza a noi stessi e ai nostri difetti... per onorare Colui che per la nostra salvezza fa violenza allo stato... della sua gloria. Come il Padre trova in Gesù il suo riposo e le sue delizie, così noi pure dobbiamo trovare in Gesù il riposo del nostro spirito e del nostro cuore ed ogni gioia. Il Padre de Bérulle trova nel mistero stesso dell'Incarnazione il tipo della nostra vita spirituale. «Come l'umanità in Gesù è priva della sua personalità naturale e non ha Io umano, sostanzialmente e personalmente: così il figlio adottivo di Dio, moralmente e spiritualmente, per l'azione della grazia, non deve più avere Io umano, per poter dire con S. Paolo: Vivo ego, iam non ego, etc. Come Gesù sussiste in una persona divina, così noi dobbiamo sussistere in Gesù; come la sua umanità è un elemento di un composto divino, così noi dobbiamo sussistere in Lui, far parte del suo Corpo mistico. «Siate, o Gesù il mio tutto... ch'io sia ossa delle vostre ossa, spirito del vostro spirito, carne della vostra carne... Mi unisco a Voi... Per verità mi vedo ben distante da Voi... ma anche la vostra Umanità, nel suo stato puramente naturale, è distante dallo spirito della Divinità da cui è animata. Gesù è tutta la nostra vita, quindi necessità di aderire a Lui, di legare il nostro spirito al suo. Gesù è tutto nostro, dobbiamo essere anche noi interamente suoi, schiavi del suo amore, schiavi delle sue grandezze. Così il cristiano diventa alter Christus nella perfetta imitazione di Gesù, e nella unione mistica con Lui, sempre con lo sguardo e il cuore fissi nel modello divino. * * * Il Padre de Bérulle metteva in pratica, lui medesimo: quanto scriveva ed insegnava agli altri: egli era tutto pieno dello spirito di Gesù ed aveva anche il dono di comunicare a chi lo avvicinava l'amore ardente di cui era infiammato per il Verbo Incarnato. «Non pensava che a Gesù, non parlava che di Gesù e a Gesù, non operava che per Gesù, e tutto intraprendeva, tutto soffriva per Gesù. In ogni cosa consultava Gesù e non vi decideva nulla prima di aver appreso dal suo divin Maestro quanto doveva fare o dire». La ven. Maddalena di san Giuseppe afferma che più volte Gesù gli aveva dato assicurazione che la sua divina Persona risiedeva in lui. Si poteva dir di lui ciò che Giovanni Olier diceva del P. de Condren: «Non era che un'apparenza ed una scorza di ciò che sembrava essere, perché nell'interno era un altro... era piuttosto Gesù vivente in lui, che lui vivente in Gesù. Era come un'ostia consacrata: al di fuori si vedono le apparenze del pane, entro invece Vi è Gesù Cristo». * * * Per noi Gesù è tutto, è il Redentore che ha soddisfatto per noi alla divina giustizia con tutto rigore, con azioni e sofferenze che sono indipendenti dall'Eterno Padre perché deificate nella Persona del Figlio, quindi ha pagato per noi ex propriis. Tutto abbiamo da Lui e per Lui, anche i doni naturali e la vita: «La nostra vita dipende da Gesù, essa non ci è data che da Lui e per Lui, l'uomo era condannato a morte e doveva morire appena avesse mangiato del frutto proibito. L'esecuzione di quella funesta sentenza non è stata sospesa che in considerazione di Gesù e per l'amore di Gesù... Non abbiamo diritto di vivere, né potere di parlare e operare che nel suo nome e nella sua virtù». E ciò che è vero per le azioni naturali, lo è più ancora per le opere buone. «Tutte le opere buone sono miracoli per la natura corrotta dal peccato, e quindi, per compierle, abbiamo bisogno del nome e della virtù di Gesù». Gesù è l'unico mediatore; con quanta forza il Padre de Bérulle mette in rilievo la parola di S. Paolo: Unus mediator Dei et hominum, homo Christus Jesus! Tutta la grazia è stata data a Gesù Cristo per essere versata in tutte le anime che sono legate a Lui... Per l'atto di oblazione che Egli fece fin dal primo istante dell'Incarnazione, atto che fu permanente in Lui, ci ha tutti santificati... e siamo inclusi in Lui; questo primo atto meritò la nostra santificazione e rese immensi omaggi al Padre per tutte le creature; e noi dobbiamo unirci a quella oblazione per adempiere, in Gesù Cristo e per Gesù Cristo, quei doveri che non possiamo adempiere da noi medesimi. Bisogna ch'egli supplisca a tutte le nostre incapacità. Il Padre non ci guarda che in quanto siamo uniti al suo Figlio, costituiti membri di Lui e incorporati in Lui. Il Padre non guarda propriamente che il Figlio suo. * * * Una dottrina particolare del P. de Bérulle è la teoria degli stati e misteri di Gesù e crediamo bene esporla con le stesse sue parole. Ci si perdonerà la lunga citazione, ma ci sembra opportuna per intendere bene questo punto, che è il midollo della devozione al Verbo Incarnato, nel Bérulle e nei suoi discepoli «I misteri del Figlio di Dio non debbono essere considerati soltanto come azioni che passano, ma come vive sorgenti di grazia e di una grazia particolare secondo la loro diversità ... In quei Misteri bisogna considerare l'infinità che viene loro comunicata dalla infinità della Persona che li compie nella sua natura umana. Bisogna osservar bene che in certo modo sono perpetui; sotto certi aspetti sono passati, ma in una certa altra maniera sono presenti e duraturi. Sono passati quanto all'esecuzione, sono presenti nella loro virtù; questa non passa mai, come non passerà mai l'amore con cui furono compiuti. Lo spirito dunque, lo stato, la virtù, il merito del mistero è sempre presente. Lo Spirito di Dio, per il quale un mistero è stato operato, lo stato interiore del mistero esteriore, l'efficacia e la virtù che rende quel mistero vivo ed operante in noi, questo stato e questa disposizione operativa, il merito... il gusto attuale, la disposizione viva per la quale Gesù ha operato quel mistero: tutti questi elementi sono sempre vivi, attuali e presenti in Gesù. Talmente che, se fosse cosa necessaria per noi e gradita al Padre, Gesù sarebbe tutto pronto a soffrire ancora e a compiere di nuovo quell'opera, quell'azione, quel mistero. Questo ci obbliga a trattare le cose e i misteri di Gesù non come passati e spenti, ma come cose vive e presenti, anzi eterne, dalle quali dobbiamo altresì raccogliere un frutto presente ed eterno». E dopo aver detto che per penetrare nello spirito particolare dei misteri ci vuole un aiuto speciale di Dio, il Bérulle applica la sua teoria al mistero dell'Infanzia: «Questo è uno stato passeggero, le circostanze ne sono passate, Gesù non è più bambino; ma di quel mistero, qualche cosa di divino persevera in Cielo, ed opera una maniera di grazia simile, nelle anime che ancora sono in terra e che Gesù vuole, a suo piacimento, applicate e dedicate a quest'umile e primo stato della sua persona». Altro esempio: «Gesù ha trovato il mezzo di ritenere nello stato della sua gloria qualche cosa della sua Passione col riservarsi le sue cicatrici. Se ha potuto conservare qualche cosa della sua Passione nel suo corpo glorioso, come non potrebbe conservarne qualche cosa nella sua anima?... ma ciò ch'Egli ne conserva (per Lui) è vita di gloria e (per noi) compie sulla terra una maniera di grazia. Così tutti i misteri di Gesù si continuano e vivono sulla terra, sino alla fine dei secoli. Adimpleo ea quæ desunt Passionum Christi in corpore meo». «L'Incarnazione del Verbo è la base, il fondamento della dignità suprema, vale a dire, non solo della santificazione, ma pure della deificazione di tutti gli stati e misteri della vita e condizione viatrice di Gesù sopra la terra. Tutti questi stati sono deificati e quindi hanno una dignità divina, una potenza suprema, una operazione santa e sono compiuti per la gloria di Dio e per la nostra utilità particolare». Si noti bene il seguente passo dove trovasi esposto un concetto ammirabile che è uno dei più originali nella dottrina del Bérulle e dei suoi discepoli. «È disegno di Dio che gli stati (di Gesù) siano onorati, appropriati e applicati alle anime nostre. Come Dio divide i suoi doni e le sue grazie, così divide pure gli stati e misteri (di Gesù) fra gli uomini ed anche fra gli Angeli... Gesù nei suoi stati e nei suoi misteri è la nostra eredità e ci fa partecipare a tutto quanto vi è in Lui; vuole che abbiamo ciascuno una parte speciale ai suoi diversi stati, secondo la varietà della sua elezione sopra di noi e della nostra pietà verso di Lui. Così Egli divide sé medesimo tra i suoi figli e li rende partecipi della grazia dei suoi misteri; agli uni appropria la sua vita, ad altri la sua morte: agli uni la sua infanzia, ad altri la sua potenza; agli uni la sua vita nascosta, ad altri la sua vita pubblica; agli uni la sua vita interiore, ad altri la sua vita esteriore; agli uni i suoi obbrobri, ad altri i suoi miracoli; agli uni le sue umiliazioni, ad altri la sua autorità». In conformità con questa dottrina, il ven. Giovanni Olier diceva che Nostro Signore aveva scelto il Bérulle per farsi onorare nella sua vita mortale e nella sua risurrezione, e lui stesso era eletto per amare Gesù nel SS. Sacramento; ogni cristiano è chiamato a vivere della grazia di qualche mistero speciale di Gesù. Sublime concetto! Così ogni membro del corpo mistico di Gesù riproduce qualche raggio di questo divino Sole di santità e di giustizia; tutti assieme lo riproducono per intero ed alla fine dei tempi sarà compiuto l'immagine perfetta di Gesù nei suoi eletti. «Nei suoi diversi stati e nelle sue diverse condizioni Gesù si dà a tutti; ci dà il suo Cuore, la sua grazia e il suo spirito; ci incorpora in Lui; si appropria a noi e ci appropria a Lui. Ci fa vivere in Lui, da Lui, per Lui. come parti del suo corpo, del suo spirito, e di Lui stesso, in una guisa più efficace che le nostre membra facciano parte del nostro proprio corpo. A Lui tocca darci le sue grazie, a noi offrirci a I,ui per riceverle nella misura che gli piacerà di darcele, secundum mensuram donationis Christi. A Lui tocca appropriarci a quegli stati e misteri della sua divina Persona che crederà bene: a noi di legarci ad essi e di dipenderne». E ancora: «Ogni uomo è soltanto una parte di cui Gesù è il tutto, e non basta all’uomo di essere subordinato a Gesù, ma deve spossessarsi di sé stesso e appropriarsi a Gesù, sussistere in Gesù, essere inserito in Gesù, vivere in Gesù, operare in Gesù, render frutto in Gesù. Ego sum vitis, vos palmites». * * * Quando il Bérulle, dopo S. Paolo, parla della vita di Gesù in noi sarebbe errore grossolano attribuirgli il concetto di una presenza continua in noi della Umanità di Gesù, come a torto qualcuno ha rimproverato ai discepoli di lui. Egli invece si prende cura di precisare che «dopo la S. Comunione, essendo consumate le specie, non abbiamo più nessuna aderenza sostanziale al corpo di Gesù, la sua carne preziosa non è più in noi». È chiaro; si tratta dunque di una presenza spirituale, per fidem, come dice S. Paolo. La fede è il principio della dimora di Gesù in noi, e il suo divino Spirito lo forma in noi riproducendone in noi le virtù. Se siamo in grazia di Dio, Gesù abita in noi con la sua Divinità; ma inoltre noi viviamo della sua vita in quanto abbiamo in noi i suoi sentimenti e le sue sante disposizioni, quindi abbiamo in noi la sua vita spirituale. V’ha di più ancora, abbiamo pure la sua stessa vita soprannaturale. Noi formiamo il corpo mistico di cui Gesù è il capo, e il legame che ci unisce a Lui è la grazia, che è identica alla sua. La grazia accidentale che ornava l'anima di Gesù nella sua vita mortale e che ora è trasformata in quella gloria immensa che ne fa il Sole del Paradiso, non è differente dalla nostra, se non nel grado: in Gesù come in noi, ed anche negli Angeli, la grazia abituale è identica nella essenza. Gesù è il Capo: da Lui discende ogni grazia in ciascuno dei suoi membri; la nostra grazia, dice Giov. Olier è un écoulement, un effluvio, un'emanazione della pienezza o sovrabbondanza di Gesù, de plenitudine ejus. Il Figlio di Dio attinge eternamente la vita divina nel seno del Padre suo ed è venuto al mondo per comunicarcela. La nostra vita soprannaturale è una partecipazione formale della vita divina; il Verbo incarnato ci introduce col Battesimo in questa vita e la sviluppa in noi con la Cresima e la S. Comunione. Egli è la vita stessa e noi non posse- diamo che un'ombra, una leggera partecipazione della sua vita; la sua vita è la causa e la sorgente della nostra. Nel nostro corpo naturale, la vita è costituita dalla circolazione del sangue; nel Corpo mistico di Gesù vi è pure uno stesso sangue che circola nelle membra e nel Capo: questo sangue soprannaturale è appunto la grazia che ci viene da Gesù, il quale è causa della grazia. Perciò Gesù per noi non è soltanto Capo, ma è anche Padre, come lo chiama spesso il Bérulle. Orbene è proprio del Padre di essere causa della vita dei suoi Figli, comunicando loro il suo proprio sangue; è appunto quanto fa Gesù incessantemente in tutti i membri del suo Corpo mistico. Il Verbo incarnato è causa della grazia: causa efficiente principale, ciò che gli è comune con le altre due Persone divine; causa meritoria: tutto ci viene per i suoi meriti; causa finale: Egli è il fine e il termine di tutto; causa esemplare: la nostra filiazione adottiva è sul modello della sua. Tutte queste causalità si trovano ripetutamente affermate dal Bérulle. Ma egli insegna pure che l'umanità di Gesù è anche causa strumentale della grazia: «La natura umana di Gesù è vita e sorgente di vita, vivente e vivificante per lo spirito della Divinità che in essa risiede. San Tommaso vuole che non solo questa natura, ma pure la sua passione che non è che un accidente di essa, sia non solo causa meritoria, ma anche causa effettiva (strumentale) della grazia... Tutta la grazia è stata data a Gesù Cristo, per essere versata in tutte le anime. Ego sum vitis vos palmites». * * * Contemplare gli stati di Gesù, adorarli ed appropriarceli, riprodurli in noi stessi ecco il metodo berulliano. La scuola di Pietro de Bérulle «si compiace di contemplare dapprima le meraviglie della vita divina nell'anima di Gesù, nella sua intelligenza, nella sua volontà, vale a dire, nel suo Cuore; essa esalta e celebra in ogni occasione questa Vita interiore dell'anima di Gesù. Indi si trattiene a considerare come questa vita divina dal Capo fluisca nei membri del Corpo mistico di Gesù; come i fedeli, dopo il santo Battesimo, riproducano in se stessi la morte e la vita di Gesù Cristo». È il metodo della meditazione (oraison) di san Sulpizio. Nei celebri Esami di Tronson il primo punto è sempre l'adorazione in Gesù della virtù speciale che è l'oggetto dell'esame. Tale deve essere la nostra vita; dobbiamo santificarne tutte le circostanze, nella imitazione continua di Gesù, per essere rivestiti dell'uomo nuovo, secondo questa parola: Induite novum hominem. * * * Il ch. Padre Molien, ricercando la genesi del pensiero del Bérulle, ossia le influenze che possono aver avuto efficacia sulla sua spiritualità, cita S. Agostino e i Padri, S. Tommaso in modo particolare S. Ignazio, i mistici dei Paesi Bassi come Ruysbroech, ed anche santa Gertrude e santa Mechtilde. «Questa spiritualità, scrive l'illustre oratoriano, fondata sull'idea del corpo mistico di Cristo, della quale Ubertino da Casale, fin dall'inizio del secolo XIV, diceva che costituirebbe l'età dell'oro della Chiesa, l’età della «Chiesa contemplativa», poté arrivare al Bérulle attraverso gli scritti di santa Gertrude (1256–1302) e di santa Mechtilde (+ 1299) da una parte e la Grande Vita di Nostro Signore di Ludolfo di Sassonia (1300–1378) dall'altra». Non si può a meno, infatti, di riconoscere, tra il Bérulle e le sante Gertrude e Mechtilde, una grande affinità nel pensiero rispetto al Verbo incarnato ed alla sua vita in noi ed anche nelle espressioni. Le opere di quelle due sante mistiche erano «in grande onore presso i Certosini di Parigi e nell'ambiente in cui viveva il Bérulle» v. L'Eucaristia. Dalla devozione al Verbo Incarnato deriva naturalmente la devozione alla S. Eucaristia. Si leggano le pagine ammirabili sul divin Sacramento sparse nei Discorsi su la grandezza di Gesù. Quanti concetti pii e profondi si trovano pure in varie istruzioni delle Opere spirituali! I tre grandi Misteri della SS. Trinità, della Incarnazione e della S. Eucaristia sono tre anelli di una catena di amore per la quale Dio scende sino a ciascuno di noi, e noi, ascendiamo sino a Dio. Nel primo, il Verbo è unito al Padre; nel secondo, si unisce alla nostra umanità; nel terzo, si unisce a ciascuno di noi. L'Eucaristia è l'Incarnazione riprodotta ed estesa, in certo qual modo, a ciascuno dei fedeli. Così di unità in unità, Dio si abbassa sino a noi, e noi di unità in unità ci innalziamo sino a Lui. L'Eucaristia è un sacro Convito nel quale sediamo a mensa col Padre, poiché lo stesso corpo di Gesù che riceviamo nella S. Comunione trovasi pure, glorificato, in Dio. «L'Eucaristia lega la umanità deificata (per l'Incarnazione) alla persona di ciascuno di noi, per l'efficacia e la virtù singolare del Sacramento del suo corpo, che ci incorpora nella sua umanità santa e ci fa vivere in Lui, della sua vita come suoi membri, e con Lui nel suo Padre; così l'uomo ascende sino a quella carne deificata, e sino a Dio stesso, come Dio discende sino alla carne e sino a noi. «Nell'Eucaristia Dio ci dà e ci rende quella stessa natura che si è degnato di prendere da noi come un sacro deposito: e dopo di averla impreziosita in sé stesso, ce la rende con usura. In essa ci dona la sua grazia, il suo spirito, la sua divinità; imprime nei nostri corpi col suo sacro e divino contatto, come dicono i Padri, una virtù dispositiva alla gloriosa risurrezione ed alla vita celeste; comunica a tutta la sostanza dell'uomo un diritto nuovo e soprannaturale, un potere segreto ed ammirabile, una qualità vitale e seminale di rinascita e di incorruttibilità, di risurrezione e di immortalità». «Preghiamo Gesù di trasformare (nella santa Comunione) l'inerzia, la freddezza e l'aridità del nostro cuore tutto terreno, nell'ardore, nella tenerezza e nell'agilità di affetti e disposizioni tutte sante, celesti e divine. E poiché Egli così da vicino unisce... la sua Umanità deificata alla persona di ciascuno di noi, quanto più dobbiamo noi avvicinare il nostro spirito al suo, il nostro cuore al suo Cuore, i nostri pensieri, sentimenti e affetti ai suoi pensieri, sentimenti e affetti! Poiché il suo Cuore divino è così spesso in tal modo unito e congiunto col nostro cuore umano, dobbiamo pregarlo che questo nostro cuore non abbia mai altri sentimenti, né altre impressioni che il suo Cuore deiforme. Poiché Egli si offre all'Eterno Padre su l'altare... Offriamoci noi pure a Lui... Offriamolo all'Eterno Padre come cosa veramente nostra e posta nelle nostre mani... affinché per mezzo di questo dono prezioso che offriamo al Padre, possiamo ottenere tutte le grazie che ci sono necessarie». Quando parla dell'Eucaristia è tutto ardente di amore; ascoltiamo un brano di una istruzione alle Carmelitane, sotto il titolo, «La vita sulla terra non è sopportabile se non perché vi è Gesù: Vorrei trarre i vostri cuori fuori dalla terra... ma il mio soggetto vi attira invece alla terra, perché Gesù vi è... Gesù è in mezzo a voi, e voi dovete essere con Lui, anzi non dovete essere sulla terra che per Lui e con Lui. Senza questo divino ogget- to, i vostri cuori dovrebbero essere tanto lontano da questa terra, quanto la terra è lontana dal Cielo dove Gesù abita nella sua gloria. Ma Gesù è qui, sul trono del suo amore che deve tenervi occupate e rapite quanto la sua gloria... Il suo amore lo abbassa sino alla terra e lo congiunge a quella infima apparenza (del pane) perché possa unirsi a voi. L'umiltà e l'amore trionfano di Colui che ha trionfato del mondo, del peccato, dell'Inferno, della morte e del demonio. È un Sacramento di umiltà e di amore tutt'assieme, per la potenza del suo amore». In un'altra istruzione propone la S. Eucaristia come modello di tutte le virtù religiose, di obbedienza, di povertà, di purità, di carità, di umiltà, di distacco dall'amor proprio e di raccoglimento. * * * La devozione alla santa Eucaristia nel Padre de Bérulle era veramente straordinaria. Fin da quando era ancora giovine studente, sovente veniva trovato tutto in lagrime davanti al SS. Sacramento. Ma soprattutto verso il santo Sacrificio della Messa, il Servo di Dio aveva un amore insaziabile. In trent'anni di sacerdozio, benché fosse afflitto da gravi malattie, benché dovesse fare frequenti e lunghi viaggi in Francia, non solo, ma anche in Italia e in Spagna, non tralasciò di celebrare la santa Messa che una volta o due tutt'al più. Quando viaggiava sul mare, scendeva a terra ogni mattina onde portarsi in qualche chiesa a celebrare; una volta si era già preparato con le solite orazioni prolungate, ma essendo sopravvenuto un furioso temporale tutti abbandonavano il battello per portarsi alla riva. Il Servo di Dio, nella fretta, cadde in mare e fu salvato miracolosamente perché il suo mantello lo tenne sospeso su le onde finché si venisse in suo aiuto. In quella mattina gli fu impossibile la celebrazione; ma in quel giorno rifiutò ogni cibo dicendo: «Non è ragionevole che il mio corpo venga trattato meglio dell'anima mia». Un'altra volta nello scendere dal battello cadde ancora in mare e venne subito salvato; ma, per paura di lasciar passare l'ora della celebrazione ed essere privato della santa Messa, non volle in nessun modo farsi asciugare le vesti e ad onta delle istanze dei compagni, si portò a dire la santa Messa in tale stato, con pericolo di prendersi qualche grave malore. Durante il viaggio attraverso la Spagna, egli faceva bene spesso dieci e quindici chilometri per trovare una chiesa. Mentre di solito, per la sua debolezza, non poteva protrarre il digiuno oltre le nove del mattino, in quei giorni, come per miracolo, stava anche sino a mezzodì senza prendere nessun cibo. Una volta s'imbatté in un parroco di umore bizzarro, che non voleva permettere la celebrazione nella sua chiesa. Dopo esaurita invano tutta la sua eloquenza, il Servo di Dio disse ai compagni: «Credo che in questa occasione siamo dispensati dall'umiltà; imiteremo dunque san Francesco Borgia, il quale in un caso simile si fece conoscere come duca di Candia; dite dunque a quel buon parroco che sono Cappellano di sua Maestà, il Re cristianissimo». Quel parroco al sentire questo nome, ebbe paura di qualche imbroglio, diede il suo permesso ed aprì la chiesa. All'altare poi tale era il suo fervore che bene spesso era obbligato, come san Filippo, a celebrare nel suo oratorio privato onde poter dar libero corso al suo amore per il suo Diletto. Per essere meglio disposto, nei primi anni si confessava due volte alla settimana; ma in seguito si confessava ogni mattina. I medici dicevano che la sua grande devozione per la santa Messa, e l'amore ardente che aveva per Gesù Cristo riparavano tutto quanto egli faceva contro le leggi della medicina. Quando amministrava la santa Comunione, lo faceva con tanto fervore di devozione che ai fedeli che assistevano sembrava di sentir meglio la presenza di Gesù Cristo nell'ostia, e che nelle mani del suo Servo, il divin Salvatore fosse più largo delle sue grazie; per cui consideravano come una grazia grande il ricevere da lui la santa Eucaristia. Si comprende quindi come il Padre de Bérulle avesse saputo ispirare alle Carmelitane quell'ardente amore che le teneva incatenate a Gesù Sacramentato durante le notti intere. Una delle più ferventi nel passare le notti con Gesù eucaristico, era appunto suor Maria degli Angeli, madre del Bérulle. Si comprende il fervore della carità del Servo di Dio, per la quale il suo cuore non sapeva più contenersi; quando, in agonia nella Cappella dell'Oratorio, riceveva il Santo Viatico, ed esclamava con infuocato ardore: Dov'è il mio Signore e mio Dio? Ch'io lo veda, lo adori e lo riceva! Il S. Cuore. Certo, come i Santi e mistici di quell'epoca, Pietro de Bérulle, presentiva la devozione al Sacro Cuore. Dio preparava il terreno allo sviluppo di tale devozione provvidenziale; e il Bérulle, senza dubbio, vi contribuì moltissimo. Col mettere in un rilievo così marcato la persona del Verbo Incarnato, non apriva forse la strada a considerarlo nel suo amore e nel suo Cuore? È vero che nei suoi scritti non si trova l'idea precisa della riparazione che fu il punto fondamentale della grande rivelazione del Sacro Cuore fatta 50 anni dopo; ma vi si parla spesso del Cuore di Gesù, e non solo del Cuore spirituale ma anche del Cuore fisico. Abbiamo citato quelle parole ammirabili su la vicinanza del Cuore di Gesù al nostro cuore nella S. Comunione; si noti pure questo brano di una istruzione sulla ferita del Sacro Costato, dove parla del Sacro Cuore come se ne parlerebbe oggi: «San Giovanni solo, come discepolo prediletto, accenna alla ferita che aprì il Costato ed il Cuore di Gesù. Poiché è una ferita di amore, era conveniente ci fosse riferita dal Discepolo del Cuore e dell'Amore di Gesù. Notiamo bene che il Cuore vivente di Gesù è già assai ferito dall'amore, ed è per questo che la ferita della lancia era riservata al suo Cuore morto, come se prima della morte il ferro della lancia non avesse potuto ferirlo di più... Il suo Cuore è eternamente aperto, eternamente ferito; la sua gloria non toglie questa piaga, perché è una piaga di amore; la ferita della lancia non è che il segno della vera e interiore piaga del suo Cuore. Questa ferita del costato è propria a Gesù; non è comune né al supplizio della croce né agli altri crocefissi; è una ferita eterna, che durerà per tutta l'eternità... Rendiamo grazie all'Eterno Padre... che ha voluto questa piaga in Gesù perché sia la nostra dimora, perché dimoriamo nel Cuore di Lui nella eternità». La devozione al S. Cuore, quale la intendevano S. Margherita Maria e il Padre Croiset, non è altro che il pensiero ossia il metodo del Card. de Bérulle applicato al Sacro Cuore di Gesù nel SS. Sacramento. Ciò che domanda il Bérulle verso il Verbo Incarnato è precisamente ciò che domanda la Santa verso il Sacro Cuore. Essa infatti non si stanca di ripetere che la devozione al S. Cuore deve essere devozione di imitazione; e il metodo di orazione che suggerisce è di contemplare il Cuore di Gesù e i suoi sentimenti rispetto al soggetto della meditazione, unirci a Lui per riprodurli in noi, di modo che i sentimenti di Gesù Eucaristico siano i nostri. San Giovanni Eudes, uno dei primi propagatori della devozione al Sacro Cuore, l'Autore del culto liturgico dei SS. Cuori di Gesù e di Maria, come nel 1903 lo chiamava Leone XIII dichiarandolo Venerabile, era stato formato all'Oratorio e si era assimilato lo spirito del Padre de Bérulle, che egli considerava «come l'immagine di Gesù Cristo posta da Dio sotto i suoi sguardi perché potesse più facilmente riprodurne i caratteri». Una delle cause che hanno avuto influenza sopra di lui fu certo «la formazione che aveva ricevuta all'Oratorio e lo aveva abituato ad onorare le disposizioni interiori di Gesù e di Maria. Il Regno di Dio che pubblicò... quando ancora apparteneva all'Oratorio, contiene in germe la dottrina ch'egli svilupperà più tardi; già vi si trovano i pensieri e le espressioni di cui si servirà per cantare le lodi ed esporre la teologia del Sacro Cuore». San Giovanni Eudes sviluppò, volgarizzandola, la dottrina dell'Oratorio. «San Giovanni Eudes arrivò alla devozione al Cuore di Gesù mediante la devozione al Cuore di Maria; egli contempla uniti assieme questi due Cuori che chiama, con una espressione che ci causa qualche meraviglia: il Sacro Cuore di Gesù e di Maria. De Bérulle, nell’opuscolo di pietà su l'Infanzia di Gesù, meditando su la dimora di Gesù nella Vergine e della Vergine in Gesù, ha questi teneri accenti: «È questo un punto così tenero e così sensibile che va celebrato col cuore più che con la lingua. È un mistero di due cuori i più nobili e i più uniti che mai possano esservi sia in terra sia in cielo. Gesù (nel seno di Maria) vive in Maria e fa come parte di essa, e il Cuore di Gesù è tutto vicino al Cuore di Maria. Maria vive in Gesù, Gesù è il suo tutto; e il Cuore di Maria è tutto vicino al Cuore di Gesù e gli infonde la vita. Gesù e Maria sembrano formare un solo vivente su la terra. Il cuore dell'uno non vive né respira che per l'altro... Oh Cuore di Gesù vivente in Maria e da Maria! Oh Cuore di Maria vivente in Gesù e per Gesù ! Oh legame delizioso, legame di questi due Cuori! Benedetto il Dio di amore e di unità che li unisce assieme! Ch'Egli unisca pure il nostro cuore a questi due Cuori, e faccia sì che questi tre cuori vivano nell'unità, in onore della sacra unità che esiste nelle tre divine persone». Belle espressioni che sono come una anticipazione di un'ammirabile visione di santa Margherita Maria, nella quale il cuore della santa venne unito ai Cuori di Gesù e di Maria. La Madonna. Altra conseguenza della devozione al Verbo Incarnato è la devozione alla Madonna. Pietro de Bérulle non separava Gesù da Maria, quindi è naturale che abbia sentito, insegnato e promosso una tenerissima e particolare devozione alla Vergine Santissima. «Deve esserci dolce e delizioso, diceva, pensare e parlare spesso della vita di Colei che è la vita, e che è madre della vita, e madre della nostra vita stessa». «Al principio del secolo XVII, la teologia mariale era da rifarsi; i tre ultimi secoli non avevano aggiunto che il racconto di miracoli a quanto avevano scritto San Bernardo, San Tommaso e San Bonaventura; il Protestantesimo aveva distrutto i Santuari della Madonna... Tutto era da rifarsi... S. Francesco di Sales aveva incominciato ad ispirarsi ad una devozione tenerissima e tutta amabile... ma si attribuisce a Pietro de Bérulle la gloria di aver rinnovato la devozione alla Madonna», di averle dato un nuovo impulso. Egli accetta tutte le pratiche di pietà verso la Madonna, ma la sua cura costante è di tutto riannodare al mistero dell'Incarnazione. È insuperabile quanto ha scritto su la Madonna il Cardinale de Bérulle nel Discorso XI su le grandezze di Gesù. Tutta la grandezza di Maria, egli la fa derivare dalle relazio- ni di essa con la SS. Trinità. Con l'Eterno Padre Maria ha la relazione di Sposa, così la si può chiamare con vari Padri e Santi, poiché ha indivisamente col Padre lo stesso unico figlio e con Lui condivide la paternità; l'Eterno Padre e Maria SS. chiamano la stessa Persona col nome di Figlio. Con la seconda persona Maria ha la relazione di Madre, e con lo Spirito Santo una relazione speciale, in quanto essa è madre della Persona dalla quale Egli procede, e inoltre come sua Cooperatrice e suo Tempio preziosissimo. Notiamo questi due graziosissimi pensieri: in un certo senso, Maria ha dato a Gesù più di quanto ne abbia ricevuto, e Gesù nella sua nascita ha fatto un'opera più grande che nella sua morte: per la sua morte diventava padre di moltissimi figli adottivi, ma la sua nascita faceva una madre di Dio. Si arriva naturalmente a quella conclusione: «Maria è la prima, dopo Dio, e tutto quanto è fuori di Dio è ben al disotto». Dal Card. de Bérulle è derivata quella devozione fondata su quell'altissimo concetto della grandezza di Maria per il quale si tiene per regola, che non si può esagerare nell'esaltare la Madonna, basta non la si faccia eguale a Dio, basta non se ne faccia una Persona della SS. Trinità; essa è soltanto la prima dopo Dio, ma è la prima. «La grazia (che deriva dall'Incarnazione) è una grazia incomparabile... L'amore fondato su questa grazia nuova e dipendente dall'Uomo Dio, sorpassa l'amore infuso negli Angeli in Cielo, e riaccende sulla terra un fuoco di amore maggiore di quello che si è spento in Cielo (per la caduta di Lucifero e dei suoi seguaci). «Non intendo parlar qui della Madonna: il suo amore e la sua grazia non ammettono paragone; la sua dignità la rende troppo vicina al Creatore nella qualità di madre, perché si possa metterla a paragone con quell'Angelo (Lucifero) e neppure con tutti gli Angeli assieme. Essa è la loro Sovrana e non la loro compagna; essa ha sopreminenza su le creature tutte della terra e del Cielo. Nell’eccesso di amore, di grandezza e di dignità che le appartiene e che sorpassa i pensieri degli uomini come degli Angeli, non si deve mai comprenderla quando si tratta di peccato o della grazia: dappertutto essa ha la sua eccezione, se non è espressamente nominata; dappertutto essa ha i suoi privilegi». Con quale dolcezza, esattezza e riverenza, il Card. de Bérulle parla dell'Immacolata Concezione! «Il primo momento stesso della esistenza di Maria le ha dato l'essere della natura, l'essere della grazia, e la vita e movimento della grazia verso Dio. La sua vita interiore è incominciata fin dal momento della sua Concezione, ed è durata sempre senza interruzione sino al termine dei suoi giorni; anzi neppure la morte ne ha interrotto il corso e questa vita è passata all'eternità per continuarvi per sempre. Tale vita interiore è perpetua, è angelica, è divina; gli Angeli ne furono spettatori, S. Gabriele, angelo custode di Maria, ne fu il Direttore; essi soli ne potrebbero parlare. Quanto a noi non abbiamo l'ardire di penetrare in quel Santuario, né di squarciare la nube che lo copre e lo riempie di dignità, di maestà, e della gloria del Signore. Non siamo degni di penetrarvi; contentiamoci di adorare con la massima riverenza la Maestà di Dio che abita in quel suo Santuario e vi opera grandi meraviglie». Quante grandezze in queste poche linee! E quale devozione ci domanda verso la Madre di Dio! «In onore di questo mistero (dell'Epifania) e ad imitazione (dei Re Magi) e del Re dei Re che è tutto a disposizione di Maria e tutto rivolto a Maria, dobbiamo ricavarne il frutto delizioso di una appartenenza speciale a Maria; dobbiamo riferire a Maria tutto quanto abbiamo, riconoscendo la nostra indigenza e la nostra dipendenza riguardo ad essa, ai suoi poteri ed ai suoi voleri». E dopo aver invitato le Carmelitane ad appropriarsi il mistero dell'Annunciazione, ossia a rendersi partecipi della grazia di quel mistero: «Vivete dunque in Gesù, vivete in Colei che dà vita a Gesù, vale a dire, in Maria, la quale per questo mistero, essendo Madre di Gesù, è pure vita e Madre di vita». * * * La dottrina della mediazione universale di Maria nella distribuzione della grazia nuovo gioiello che speriamo, con intima gioia dei nostri cuori, presto dalla definizione del Sommo Pontefice verrà aggiunto alla corona della Madre Immacolata ricevette pure dal Cardinale de Bérulle un nuovo splendore. Ci sembra, infatti, che derivi, per logica conseguenza, dalla sua dottrina sulla perpetuità dei misteri, se questi sono permanenti, deve esserlo anche il mistero per il quale Gesù si è dato al mondo per mezzo di Maria; quindi Gesù continua a darsi al mondo per mezzo della Madre sua, come per mezzo di essa dava sé stesso nei misteri dell'Incarnazione, dell'Epifania e della Visitazione. «Dobbiamo cercare e trovare il Figlio di Dio, ma non lo troveremo solo, bensì con la sua Madre». «Preghiamo la Vergine Santissima che ci dia il suo Figlio, perché in questo Mistero (dell'Incarnazione) e per questo mistero essa entra nel potere di dare il Figlio suo al mondo; e questo potere comunicato alla Vergine è una delle eccellenze e singolarità che questo mistero dà a Maria. Essa lo riceve per l'Incarnazione ed ha parte (quale cooperatrice) a questa unione divina, essa, per la natività, dà ed entra nel potere di dare il suo Figlio, potere che le rimane sempre e che non le è tolto. Abbiamo qui in sostanza la celebre parola di Bossuet: «Dio avendo voluto darci una volta Gesù per mezzo della Vergine SS., questo ordine non cambia più, perché i doni di Dio sono senza pentimento. È e sarà sempre vero che, avendo noi ricevuto da Maria una volta il principio universale della grazia, noi ne riceviamo ancora per la sua mediazione le diverse applicazioni in tutti i vari stati di cui consta la vita cristiana». «Preghiamo dunque la Madonna, conclude il Card. de Bérulle, che usi del suo potere; che ci dia il suo Figlio e doni pure noi stessi a Lui; vediamo di dare alla Madonna il mezzo di poterci dare il suo Figlio e di donarci noi pure a Lui». È nota la pratica così cara al Card. de Bérulle, come ai suoi primi discepoli, di applicare ogni tanto il sacrificio della santa Messa alle intenzioni della Madonna, perché la Madonna e i Santi debbono pure anch'essi ricorrere a quella fonte di ogni grazia. I sacerdoti ne ricavino almeno la pratica, certo molto gradita alla Madonna, di fare, nella preparazione alla santa Messa, una speciale raccomandazione delle sue intenzioni e dei suoi desideri. Virtù di religione. Altro carattere della dottrina spirituale del Card. de Bérulle è la grande importanza, il rilievo fortissimo dato alla virtù di religione, al rispetto di Dio, all'adorazione e servitù che si deve a Dio. «Ciò che il nostro molto venerato Padre ha rinnovato nella Chiesa, dice il P. Bourgoing, è lo spirito di religione, il culto supremo di adorazione e di riverenza dovuto a Dio, a Gesù Cristo e a tutti i suoi stati e misteri, alla sua vita, alle sue azioni ed ai suoi patimenti... In tutti i suoi scritti, in tutte le sue preghiere ed elevazioni non parla che di onorare e adorare il Figlio di Dio, di fare ogni cosa in onore di Gesù Cristo, della sua vita e dei suoi misteri». E un altro dei primi discepoli dice pure: «È lui che ha suscitato nei giorni nostri quella virtù (il rispetto di Dio) che era sepolta, ed ha eccitato nel nostro secolo la memoria del primo di tutti i nostri doveri... È impossibile leggere gli scritti del Card. de Bérulle senza acquistar il rispetto verso Dio e verso i misteri del suo Figliovi». Il gran Servo di Dio fa derivare lo spirito di religione dalla infinità dell'essere di Dio, dalla sua santità e sovranità; noi siamo creature, e si può dire che Dio ci crea ad ogni momento, la nostra conservazione è come una creazione continua. «Ogni creatura è essenzialmente schiava di Dio suo Padrone, e questa servitù non può esserle tolta, come non si può toglierle la sua essenza, la quale appartiene a Dio più che alla creatura. Tale servitù inseparabile dalla creatura, è impressa così profondamente nell'essere creato che neppure il peccato, né la consumazione del peccato nell'inferno e nei dannati la possono cancellare dipendenza così assoluta e così profonda che né la sublimità della grazia di adozione dei figli di Dio, né la dignità incomparabile della maternità divina, né la Filiazione divina, increata e consustanziale del Verbo Eterno comunicata alla sua Umanità santa, possono toglierla. I cristiani anche nella loro adozione sono servi e schiavi di Dio, la Vergine SS. dice con umiltà e verità: Ecce ancilla Domini... e l'Eterno Padre contemplando suo Figlio nella nostra natura lo chiama suo servo, e si gloria di aver un soggetto così grande, nel dominio della sua sovranità. È quindi essenziale e continuo il dovere della riconoscenza e dell'adorazione verso la Maestà di Dio. «Come Dio ci crea ad ogni momento così noi dobbiamo continuamente guardare a Lui, rendergli omaggio e servirlo». Ma cos'è l'uomo? Non altro che niente e peccato; Pietro de Bérulle non si stanca di ripeterlo. E quindi noi siamo incapaci ed indegni di tributare a Dio i nostri doveri; solo Gesù può prestare a Dio un servizio degno della sua Maestà, un servizio infinito. Solo è il vero e degno Adoratore, perché è un Dio che adora Dio; è l'Adoratore perfetto, supremo, divino. «La vita dell'uomo è di abbassarsi e di annientarsi in sé stesso; di riferirsi a Dio, di unirsi a Gesù. Dio è il fine dei fini, Gesù è il mezzo dei mezzi, e il mezzo che contiene e include il fine». Così Gesù è anche l'unico Mediatore di religione, ed ora esercita pure il suo ufficio nel SS. Sacramento dell'altare. «Quando noi riflettiamo sulla nostra indigenza e sull'infinità di Dio, siamo costretti a riconoscere che non abbiamo né pensiero, né parola, né amore che abbia qualche proporzione con Dio, non abbiamo nulla che corrisponda alla grandezza della sua Maestà. Ma egli si è compiaciuto di darci il suo Figlio, il quale è il suo Verbo, il suo proprio colloquio e la sua occupazione eterna; così Dio trova sui nostri altari ciò ch'Egli eternamente guarda in sé stesso... E siccome questo Figlio di Dio, questo Gesù, per la bontà di suo Padre, è tutto nostro, Egli supplisce pure a tutti i nostri doveri verso Dio; per mezzo di Gesù noi ci eleviamo a Dio, lo adoriamo, lo lodiamo, lo benediciamo e lo ringraziamo; per mezzo di Gesù invochiamo il Padre. Come Gesù è il supplemento di tutte le nostre necessità, e la propiziazione per tutte le nostre colpe così Egli è pure il nostro pensiero, la nostra azione di grazie (Eucaristia), il nostro amore verso Dio. E Dio non riceve da noi questi doverosi omaggi che in quanto siamo incorporati col Figlio suo e formiamo con Lui un solo Corpo ed un solo Spirito. Noi offriamo al Padre il suo Figlio unico, le sue opere, e i suoi affetti, e non già le opere e gli affetti dei figli di Adamo come tali». * * * Per esporre la devozione al Verbo Incarnato. come la intende il Padre de Bérulle, in relazione con la virtù di religione, non sapremmo far meglio che citare il ch. Padre Molien. «1. – Il Verbo Incarnato, termine di adorazione. – Il Servo di Dio trova le espressioni più ricche e più varie per celebrare la vita divina del Verbo nell'umanità e nell'umanità nel Verbo di vita». Per l'ufficio della solennità di Nostro Signore, egli compose questa Orazione: «O Dio, che da tutta l'eternità avete voluto che il vostro unigenito Figlio si facesse uomo per noi, dateci, ve ne preghiamo, di poter perennemente celebrare questa ineffabile e divinissima vita del Verbo nell'umanità e dell'umanità nel Verbo di vita; affinché in vita siamo animati dal suo Spirito, e in morte godiamo in cielo della visione di Lui che è la nostra vita e la nostra gloria». «2. – Il Verbo Incarnato, mezzo di adorazione. — Per il Padre de Bérulle, Gesù Cristo è l'adoratore per eccellenza del Padre, il perfetto Religiosovii. il Dio-Uomo che, a motivo dell'unione delle due nature in un'unica persona, può presentare a Dio un'adorazione infinita. In tal modo la religione, che s'indirizza a Dio come ultimo termine, ha pure un Dio come mezzo di adorazione». «Da tutta l'eternità, dice il Servo di Dio, vi era un Dio infinitamente adorabile. ma non vi era ancora un adoratore infinito... Voi siete ora, o Gesù, questo adoratore, questo uomo, questo servo infinito in potenza, qualità e dignità per soddisfare pienamente ad un tal dovere e rendere questo divino omaggio». «3. – Il Verbo Incarnato, esempio di adorazione. – Il cristiano facendo parte del corpo mistico di Cristo, può appropriarsi le adorazioni che Gesù Cristo rende all'Eterno Padre: uno degli atti principali della pietà berulliana consiste appunto nell'offrire a Dio Padre gli omaggi del Figlio suo ed i meriti del suo sacrificio: ma una imitazione più perfetta di Gesù ne è la condizione. «Orbene, Gesù adora col suo essere divinamente umano nel quale la natura umana priva della personalità non ha azione che le appartenga in proprio... Dal fatto che la natura umana in Gesù è in tal modo essenzialmente in stato di servitù, il Bérulle conclude che, con maggior ragione, noi pure dobbiamo riconoscere la nostra assoluta dipendenza da Dio; egli esige che la volontà, invece di applicarsi primieramente e soprattutto alla coltura di sé stessa, assuma un'attitudine di adorazione. Perciò il cristiano deve sempre tener gli occhi fissi in Gesù». Ma Gesù adora suo Padre non solo coi sentimenti e con gli atti; ma pure con lo stato di abbassamento nel quale si è ridotto per onore del Padre e per nostra salvezza. È questo un punto al quale il Card. de Bérulle dà molta importanza. Anzi, posto il principio generale che tutto quanto procede da Dio guarda a Dio, e onora Dio, egli riferisce all'omaggio verso Dio i vestigi e le somiglianze che osserva nelle cose create, anche negli ordini angelici: i Serafini per il loro stato, che è uno stato di amore, adorano l'amore increato; l'Ordine dei Cherubini per il suo stato, che è uno stato di luce, adora la Luce increata. Questo principio, il Bérulle lo applica pure al Verbo Incarnato e trova in Lui numerosi stati che adorano ciascuno qualche mistero della vita di Dio. Così la nascita temporale di Gesù adora la generazione eterna del Verbo, l'unione ipostatica è uno stato che adora l'unità dell'essenza divina; nei discorsi su le grandezze di Gesù si trovano molte di queste applicazioni. Con un simbolismo che si estende a tutto, il Card. de Bérulle sa rendere tutto soprannaturale. Vuole inoltre, ed è un altro punto sul quale ritorna spesso, che noi pure non serviamo Dio e Gesù soltanto coi nostri atti; ma che ci dedichiamo a tale servitù con uno stato e una condizione speciale, con una qualità permanente che esprima un onore ed un omaggio perpetuo. Questa condizione o qualità permanente deve verificarsi per nostra libera elezione, o abbracciando uno stato di espressa servitù (come sarebbe lo stato religioso), o emettendo il voto di servitù, o confermandosi in uno stato d'animo di perfetta dedizione a Gesù. Questo voto di servitù non sarebbe precisamente un vero voto nel senso teologico, ma almeno una speciale oblazione, una dedica totale di sé a Gesù Cristo per vivere continuamente sotto la sua dipendenza come uno schiavo; sarebbe pure una conferma dei voti battesimali, qualche cosa come la rinnovazione delle promesse del battesimo che si fa nella prima S. Comunione. È un atto positivo ed espresso col quale il cristiano decide di vivere in una totale dipendenza di corpo e di spirito verso Gesù dipendenza che si estende a. tutte le particolarità della vita, con una grande purità di intenzione che tutto riferisce a Gesù: è un atto serio é di grande importanza, poiché San Giovanni Eudes, il Padre de Condren e Giovanni Olier non lo fecero che dopo molta riflessione; Giovanni Olier si preparò durante un anno intero. E quale rispetto ispirò il Card. de Bérulle ai suoi discepoli verso Dio e verso Gesù nel SS. Sacramento! Quale concetto della santità di Dio! Ne abbiamo un'espressione in quella visione in cui il Padre de Condren, dopo morte, ad un suo discepolo comparve solennemente rivestito degli abiti sacerdotali e non proferì che queste parole: Sanctus, Sanctus, Sanctus!... Come conclusione citiamo ancora questo pensiero: «Poiché Dio si degna dall'alto della sua grandezza di guardare al niente che siamo noi, noi pure, dal fondo della nostra bassezza, guardiamo a Lui, pensiamo a Lui e non a noi». La grazia. Come dal concetto della grandezza e santità di Dio a confronto del nulla dell'essere creato, il Card. de Bérulle ritrae l'assoluto dovere della dipendenza da Dio e della virtù di religione; così dalla considerazione del nulla dell'uomo in confronto dell'assoluta padronanza di Dio egli deduce la grande necessità della grazia. S. Agostino è il suo autore favorito, lo cita spesso con compiacenza e con enfasi, come il più grande dei Dottori della Chiesa, che il Figlio di Dio ha scelto ber la difesa della sua grazia. Quale meraviglia che se ne sia appropriato il concetto della grazia? Il Card. de Bérulle è anche discepolo e fedele discepolo di S. Tommaso. È tomista nell'assegnare il fine della Incarnazione e benché in qualche espressione sembri accettare l'idea francescana, riflettendo bene si intende che in tali occasioni parla del fine ultimissimo di tutte le opere di Dio; ma quando tratta del fine particolare della Incarnazione, afferma che essa «in un certo senso non si compie che per l'uomo peccatore... Se non vi fossero stati peccatori sulla terra, non vi sarebbe stato un Uomo-Dio né in Cielo né in terra». Riguardo all'essenza intima dell'Unione ipostatica, è prettamente tomista; ripete moltissime volte che l'umanità in Gesù non ha essere né esistenza che nel Verbo. Nella grazia è tomista ancora: «Mentre conserva, evidentemente, la libertà dell'uomo, il Padre de Bérulle, come S. Agostino, pone in rilievo l'efficacia della grazia. Nella pratica delle opere buone egli vede soprattutto l'azione di Dio; il suo concetto dell'azione divina in noi è decisa- mente agostiniano e tomista. Egli si mostrava inquieto nel veder sorgere sistemi nuovi che per proteggere la libertà umana, sembravano restringere il dominio di Dio». Egli espone la necessità della grazia con una forza particolare: «Se Gesù non ci sostiene e non ci inonda di una grazia preveniente, susseguente e consumante (di una grazia che ci prevenga e ci accompagni sino al compimento dell'opera), noi siamo continuamente nell'impotenza. E non basta che la grazia sia in noi, ci vuole ancora un seguito di grazie non ordinarie... ma una grazia vigilante per eccitarci e potente per distruggere le nostre imperfezioni; e se corrispondiamo, sono due le grazie che riceviamo... Ecco ciò che siamo da noi stessi, e qual è la nostra potenza! Bel motivo per gloriarci ed occuparci di noi! Dobbiamo continuamente rinunciare a noi ed occuparci del Figlio di Dio, tenendo a Lui rivolto il nostro sguardo». E il nostro niente, la nostra impotenza, con quale forza e insistenza la esprime: «Tra l'uomo e il nulla non v'è che una semplice parete, ed è di fango, poiché l'uomo venne formato dal limo della terra. In noi non c’è che il nulla, il peccato e la morte. Ecco il nostro fondo, il nostro diritto, la nostra eredità. «Dovete stare in continua umiltà davanti a Dio perché, da qualunque parte, non siamo che impotenza e niente, sia per aver la grazia, sia per ben usarne». * * * E qual stima della grazia! «Siamo indegni di qualsiasi dono e grazia di Dio... La grazia è cosa sì grande e ne dobbiamo avere tale stima, che quando pure avessimo sudato e lavorato sulla terra per lunghi anni, se Dio, al termine della nostra vita, ce ne desse anche un grado solo, dovremmo esserne contenti e soddisfatti». «Non sono le nostre azioni, i nostri pensieri o le nostre parole che onorano Dio e ci santificano; è la grazia che Dio si degna di spandere nei nostri cuori, è la partecipazione del suo spirito di cui Egli si compiace di riempirci. In quella guisa che la più infima delle azioni di Gesù era li una dignità e di un valore infinito, perché il principio ne era un Dio, così quelle degli uomini sono più o meno eccellenti, secondo che il cuore donde emanano è più o meno riempito dalla Divinità... Non bisogna dunque tanto fermarci a considerare la grandezza o la natura delle nostre azioni quanto stare attenti a farle nello spirito di Gesù, a farle per Lui e con Lui, pregandolo che Egli le faccia in noi e per mezzo di noi... La grandezza, la potenza e la forza sono nella sua divina mano; Egli le comunica a tutto ciò che opera con noi, sia pur piccola cosa; e noi non dobbiamo desiderare altro per la nobiltà e dignità di un'opera che per la grazia e per l'unione con Gesù Cristo è veramente divina». «Aprite l'anima vostra alle sue operazioni... e giudicando che le vostre proprie azioni sono cosa troppo infima per onorarlo, esponetevi alla potente efficacia del suo spirito, perché si degni disporvi ad onorarlo con le sue influenze ed operazioni... Lo spirito di grazia che Dio diffonde nei suoi servi ha questa potenza di rendere eccellenti le azioni basse e volgari, sante le azioni profane, meritorie le azioni indifferenti. Con tali azioni (ordinarie e basse) noi onoriamo Dio ed acquistiamo Dio medesimo per l'eternità, se sono animate dalla efficacia dello spirito che le dirige e riferisce Dio. Tanto è efficace lo spirito della grazia... e tanto siamo colpevoli se... rendiamo inutile una sì grande potenza». Si è detto che, conformemente ai principi di S. Agostino, la spiritualità berulliana conta sulla grazia più che sullo sforzo personale per aderire a Gesù Cristo; e infatti il Padre Bourgoing ha detto che «delle due operazioni necessarie per la nostra santificazione: l'azione di Dio e l'opera dell'anima, la prima è quella che ci converte e ci lega a Dio, a Gesù e alla Madonna; e la creatura non vi ha altra parte che quella che le viene data dalla grazia e che consiste nella corrispondenza». In una parola la grazia fa tutto, benché non senza la nostra corrispondenza. A questo proposito ci viene alla mente quella graziosa similitudine che trovasi nella vita di S. Margherita Maria, rispetto alla sua orazione. Mentre la Santa era ancora novizia, la sua maestra le disse: «State davanti a Gesù come una tela in aspettativa davanti ad un pittore». Essa non intendeva il significato di queste parole, ma Gesù le spiegò e disse: «L'anima tua è quella tela in aspettativa, ed io voglio dipingervi tutti i caratteri della mia vita sofferente». Sembrerebbe dunque che Gesù facesse tutto e che noi fossimo del tutto passivi, ma bisogna notare che a noi tocca preparare la tela: se questa non è adatta, cosa potrà fare il pittore? Quindi è sempre necessaria la nostra cooperazione. Il Card. de Bérulle dice che noi lavoriamo ad imprimere in noi, come in uno specchio, l'immagine di Gesù; questa sarà sempre imperfetta, ma Gesù, nella gloria, la imprimerà Lui stesso, in modo perfetto nell'anima nostra. * * * Benché accentui così fortemente la necessità e la potenza della grazia, il Card. de Bérulle non dispensa dallo sforzo, tutt'altro. Alle Carmelitane raccomanda vivamente e ripetutamente l'esame particolare: «Voi dovete ogni giorno fare la visita a voi stesse, per conoscere i vostri mancamenti, altrimenti decadrete dalla perfezione. Siamo come case vecchie in rovina: si puntellano da un lato, cadono dall'altro. Bisogna puntellarle da ogni parte e ricostruirle fin dalle fondamenta, altrimenti tutto se ne va in rovina». Notiamo bene anche questo passo, dopo di aver insistito con grande energia su la corrispondenza alla grazia, continua: «Alcuni distinguono la Teologia in mistica e pratica: ma è una distinzione che non vorrei applicare alla grazia. Tutte le grazie che Dio distribuisce sulla terra sono date per operar meglio. La terra non è luogo di godimento, ma di lavoro; e se Dio talvolta concede all'anima consolazioni e godimenti, non è perché vi ci fermiamo, ma perché possiamo meglio lavorare. In Cielo noi potremo godere per tutta l'eternità, ma quel poco tempo che passiamo sulla terra ci è dato per lavorare e bisogna impiegarlo bene... So bene che nessuno dubita di quanto affermo, ma pure stentiamo a metterlo in pratica». Una dottrina spirituale che dimenticasse la miseria dell'uomo e la necessità della grazia farebbe falsa strada e sarebbe infetta di pelagianesimo; ma un sistema di vita spirituale che trascurasse lo sforzo continuo sarebbe assai funesto e arriverebbe al quietismo. Pietro de Bérulle evita accuratamente l'uno e l'altro scoglio. Se accentua la padronanza di Dio, la miseria dell'uomo e la necessità della grazia, è per ispirarci umiltà e diffidenza di noi stessi e spingerci ad un ricorso continuo e pressante a Gesù. Ma poi insiste pure sulla bontà paterna di Dio che vuol darci la grazia e non aspetta che la nostra cooperazione; così ci anima alla fiducia ed al coraggio. In tal modo abbiamo i due elementi necessari al progresso spirituale: timore e fiducia. «Volete sapere ciò che siamo? Niente altro che miseria e misericordia; da parte di Dio tutto misericordia, da parte nostra tutto miseria. Profondo pensiero, siamo misericordia di Dio concretizzata. L'anima quindi formata alla scuola del Card. de Bérulle, non si scoraggia mai, né si spaventa per le opinioni più estreme – nei confini del dogma – su la necessità assoluta della grazia, perché se teme, spera anche; se teme Dio, lo ama più ancora e lo ama come un padre che la vuole salvare. Perciò gode di essere nelle mani di Dio più che nelle sue proprie mani, e nelle mani di Dio si sente tranquilla; è contenta e soddisfatta che la sua salvezza dipenda da Dio più che da sé medesima. Animata dalla volontà di corrispondere fedelmente, sa che senza la grazia di Dio non può nulla, che per volere e per fare ci vuole l'azione della grazia; ma sa pure che Dio è sempre pronto a darle ogni grazia e che essa ha pieno diritto di dire, come S. Paolo: Gesù è morto per me; quindi è praticamente convinta di poter tutto, omnia: senza la grazia, assolutamente nulla; con la grazia, tutto. Quanto alle controversie teologiche, non serve preoccuparsene, anzi è meglio dimenticarle e andar avanti ad occhi chiusi, come il bambino sul cuore del padre. La sovrana padronanza di Dio è indubitabile, ma è pur evidente anche la nostra libertà: come si conciliano nell'azione della grazia? Mistero! In fondo è sempre il gran mistero della creazione e delle relazioni dell'essere creato e limitato: con l'Essere infinito: è una catena di cui abbiamo nelle mani le due estremità, ma che vanno a congiungersi nell'infinito. Il Card. de Bérulle non è né giansenista, né quietista. Il P. Desmares, oratoriano, infetto degli errori giansenisti, 30 anni dopo la morte del Card. de Bérulle si trincerava dietro la personalità del Fondatore dell'Oratorio, col pretesto che esso era stato amico di Saint-Cyran. Ma anche San Vincenzo de' Paoli e San Francesco di Sales erano amici di quell'ipocrita, prima che fosse smascherato. Si sa che Saint-Cyran ingannava tutti, parlando in un modo in privato e in un altro in pubblico. Non è neppure quietista; abusando di qualche espressione degli scritti del Bérulle, Fénelon, nelle discussioni con Bossuet, tentò coprirsi dell'autorità di lui, come pure si sforzò di attribuire i suoi errori a San Francesco di Sales. Ma tanto il santo vescovo di Ginevra, come il Fondatore dell'Oratorio, sono immuni da ogni specie di quietismo. Per il Card. de Bérulle, basta quanto abbiamo detto sopra. * * * Per definire il sistema di dottrina spirituale costruito dal Card. de Bérulle, venne creata una parola nuova: Cristocentrismo. Il fondo, infatti, il centro cui tutto si riferisce in lui, è Gesù Cristo; in lui Gesù è tutto e tutto è Gesù. Gesù Cristo centro di tutto l'ordine soprannaturale ed anche naturale; sommo mediatore di redenzione e di religione; capo del gran corpo mistico di cui siamo membri; principio, fine, centro, esemplare di ogni vita spirituale, la quale, infatti, non è altro che l'imitazione di Gesù, imitazione completa, continua, che esige lo sguardo incessante sopra Gesù. Tutta la nostra vita spirituale consiste nel dipingere in noi l'immagine di Gesù (I); come lo specchio riproduce l'immagine del Sole; così l'anima nostra deve riprodurre in sé stessa la somiglianza con Gesù, per cui diventa alter Christus, un altro Cristo. Ma questa imitazione esige la rinuncia totale della nostra volontà nelle mani di Gesù. È l'applicazione integrale della parola del Maestro: «Quemadmodum ego feci, ita et vos». Così, con Gesù e per mezzo di Gesù si arriva al compimento di quell'altro precetto «Estote perfecti, sicut et Pater vester cœlestis perfectus est». * * * Vi è quindi unità perfetta nella dottrina del Card. di Bérulle, unità in Gesù Cristo. Troviamo in lui quella unità che egli si compiace di contemplare nelle opere di Dio e specialmente nei nostri Misteri, unità di cui il centro è Gesù Cristo. Il Padre Claudio Taveau, prete dell'Oratorio di Francia, ha scritto recentemente un’opera importante sul Card. de Bérulle Maestro della vita spirituale. Egli fa una vasta sintesi di tutta la vita spirituale, divisa in due parti: contemplazione e azione. Nella prima parte (opera contemplativa): Dio, sua sovranità, adorazione e amore che gli sono dovuti; Gesù Cristo, Mediatore, Capo del corpo mistico; conoscenza e amore di Gesù. Nella seconda parte (opera ascetica): ostacoli alla vita spirituale; abnegazione e fedeltà alla grazia; virtù e pratiche religiose, stati di vita. Con abbondanti citazioni egli mostra che su tutti questi argomenti il Card. de Bérulle ha una dottrina precisa. «Il berullismo scrive, è una dottrina integrale di Dio, dell'uomo e del Cristo. È un sistema di dottrina religiosa che si sforza di dare ad esseri così disparati quel posto preciso che a ciascuno si conviene. È una formula di vita spirituale che, in seguito ad una completa assimilazione degli insegnamenti di S. Paolo e di S Giovanni, ripensa e coordina i dati della fede, con l'anima di Sant'Agostino e secondo i principi di San Tommaso. «Il berullismo si riduce a tre punti: Adorazione, Azione, Aderenza. Il primo riguarda Dio, il secondo interessa l’uomo, il terzo tra l'uomo e Dio interpone l'Uomo Dio. «Il primo afferma i diritti di Dio... Il secondo risolve il problema del nostro destino; il terzo ci introduce nel disegno dell'Incarnazione Redentrice e ci apre i segreti dell'incorporazione mistica. «Se vi è un centro di gravità nella spiritualità del Cardinale de Bérulle bisogna cercarlo in Gesù Cristo, in Gesù Mediatore... per mezzo del quale ogni servizio religioso s'innalza al Cielo ed ogni grazia scende su la terra». * * * Sarà bene notare il significato di parecchie espressioni che si incontrano spesso negli scritti del Card. de Bérulle. Aderire, applicarsi, legarsi a Gesù, sono vocaboli che esprimono l'unione con Gesù. Il vocabolo unione sembra troppo debole: potrebbe intendersi di una semplice alleanza o unione morale, mentre si tratta di una unione vitale, unione con Gesù nella stessa vita, come membri del suo Corpo mistico. Questa unione richiede due fattori: l'azione dell'anima che fa ogni sforzo per unirsi in tal modo a Gesù, e l'azione di Gesù che la unisce a sé e con la sua grazia compie l'unione. L'azione dell'anima consiste negli atti di adorazione, di desiderio, di preghiera, di amore, e nella rinuncia totale a sé stessa fino a diventare un vuoto, una semplice capacità che Gesù possa occupare e riempire per vivere in essa; comprende quindi la conoscenza e contemplazione intensissima dei misteri e delle grandezze di Gesù: perdersi, inabissarsi nelle sue grandezze, esserne assorbiti. Queste espressioni indicano pure talvolta una grande e perfetta conformità di sentimenti con Gesù. Tale contemplazione non è già semplicemente speculativa, ma affettiva, accompagnata ed animata dall'amore deve passare all'effetto con la rinuncia totale all'amor proprio: darsi (se livrer), abbandonarsi a Gesù significa cedere completamente la propria volontà a Gesù, darsi a Lui in piena balia, deporre nelle sue divine mani la nostra volontà come lo schiavo abbandona la propria libertà nelle mani del padrone. Appropriarsi gli stati ed i misteri di Gesù significa far nostre le sante disposizioni di Gesù nei suoi Misteri, le virtù che vi ha praticate e la grazia che ci ha meritata in ciascuno di quegli stati e Misteri. L'influenza È fatto deplorevole che, malgrado la grande santità del Card. de Bérulle, anzi a motivo appunto di questa santità e della sublimità della sua dottrina ascetica che «urta di fronte le profonde tendenze e gli istinti dominatori del comune degli uomini», la sua persona venne presto posta nell'oblio. Il Padre Bourgoing constatava con amarezza che il santo Fondatore, quindici anni appena dopo la sua morte, era pressoché dimenticato e disprezzato. Così il signore bene spesso spezza gli strumenti di cui si è servito per fare tanto bene. Ma questo fatto, nel caso presente, trova la sua spiegazione in varie cause. Le Memorie del Richelieu che non perdonò al gran Cardinale la santa resistenza opposta a varie sue decisioni, lo votavano al ridicolo; e al Richelieu hanno fatto eco, per lunghi anni, i servili suoi adoratori. Il giansenismo ebbe la ingiustificata pretesa di accaparrare a proprio profitto un uomo così imponente, arrivando sino a metterlo fra i suoi Santi. I discepoli del grande maestro, come de Condren e Olier, lo eclissarono con la loro medesima celebrità; l'Oratorio, dopo la morte dei primi Superiori, non diede tutto ciò che si poteva sperarne. Inoltre, tenaci malevolenze perseguitavano il fondatore dell'Oratorio e il padre del Carmelo di Francia. Ma se la persona venne dimenticata, l'influenza restò, continuò e continua tuttora. Il Padre de Bérulle fu un genio creatore, un iniziatore di genio, ed ebbe una influenza immensa con gli esempi della sua vita. con la dottrina, con le opere sue e quelle dei suoi discepoli da lui ispirate. 1. – Per la dottrina, poiché egli «suscitò la scuola senza dubbio più originale, più ricca e più feconda, nell'età dell'oro della storia religiosa (di Francia)... Nessuna dottrina più religiosa e più cristiana». Nessuna dottrina si ispira più direttamente a quella di san Paolo e di san Giovanni. Per la sua perfetta esattezza e la sua sublimità essa soddisfa gli animi più esigenti, e rapisce anche i più umili. L'influenza della sua dottrina spirituale si fece sentire nella maggior parte degli scrittori ascetici di Francia, ed anche in molti di altre nazioni; essa dura ancora nella Scuola così detta francese, arrivando sino ad illustri maestri di ascetica dei nostri tempi, quali il Padre Faber, Mgr. Gay, il Padre Giraud, Don Marmion. ecc. Bossuet fu il più illustre dei berulliani. 2. – Per i suoi discepoli, e dapprima quelli dell'Oratorio medesimo. I primi compagni del Padre de Bérulle e i sacerdoti formati direttamente alla sua scuola furono grandi apostoli e parecchi morirono in odore di santità. Chi volesse rimanerne edificato, ne legga la vita nelle onere del Cloyseault e del Card Perraud: ci contenteremo di citarne alcuni. Il giovine Odet de Saint–Gilles, morì appena suddiacono ed era un vero san Luigi. Il Padre Lejeune, celebre per le sue prediche e più insigne ancora nell'eroismo delle virtù più perfette, operava numerose conversioni con l'unire le più spaventevoli austerità alla sua parola piena di unzione; diventato cieco d'un colpo in pulpito, non lascio nulla conoscere all'uditorio e continuò il suo apostolato facendosi accompagnare da un confratello. Il Padre Giov. Battista Gault divenne vescovo di Marsiglia e in questa diocesi fu un nuovo san Carlo; morì in odore di santità venne glorificato da molti miracoli e si spera verrà canonizzato. L’Oratorio diede pure alla Chiesa molti sacerdoti colti che ad una gran pietà unirono una scienza eminente; citiamone alcuni: i Padri Morin, Malebranche, Lamy, Thomassin, Massillon, ecc. Quale traccia luminosa lasciata dal Padre de Bérulle! Nella scienza di Dio e della pietà, anche i più grandi discepoli del Servo di Dio bene spesso non faranno che sfruttare la miniera da lui aperta. «Questo uomo prodigioso, dice il Bremond, ha detto tutto: non ha lasciato quasi nulla all'iniziativa intellettuale dei suoi discepoli. Questi non faranno altro che ripetere ciò che venne detto da quel dottore di tanti dottori». 3. – Per le tre congregazioni figlie dell'Oratorio: i Preti della Missione, gli Eudisti e Ia Società di san Sulpizio. Sta il fatto che tutte le principali fondazioni di quell'epoca si riannodano all'Oratorio e quindi poggiano sul Padre de Bérulle come sul loro perno. Il Padre Bourdoise, sacerdote di gran fede, di una vita austera e penitente all'eccesso, che ardentemente bramava di promuovere la riforma del clero e fondò in seguito una comunità di sacerdoti nella Parrocchia di Saint-Nicolas du Chardonnet, «volle avvicinarsi, dice il suo biografo, a quel roveto ardente che era l'Oratorio diretto dal Padre de Bérulle, e vedere un tal prodigio di carità, per riceverne l'ardore ed i lumi; egli stette tre mesi all’Oratorio presso il Servo di Dio ed i primi compagni da lui destinati come Noè, a ripopolare la santa Chiesa di Francia dopo il diluvio dei secoli precedenti, e che infatti furono le primizie di tante sante famiglie che sorsero in seguito». Nel 1611, san Vincenzo e Bourdoise fecero i santi Esercizi assieme col Padre de Bérulle e sotto la sua direzione, onde conoscere quale fosse la volontà di Dio sopra di loro; in quel ritiro tutti e tre ricevettero lumi speciali e al termine dei santi Esercizi riconobbero ciascuno la propria vocazione. Le tre suddette congregazioni esercitarono ed esercitano ancora nella Chiesa una grandissima influenza; orbene, tutte e tre fanno capo al Servo di Dio Pietro de Bérulle. I biografi di san Vincenzo de' Paoli riconoscono che il merito della sua grande santità va, in gran parte attribuito al Padre de Bérulle. Infatti, prima di mettersi sotto la direzione di esso, san Vincenzo era appena un ottimo sacerdote; ma sotto la direzione del Servo di Dio si operò in lui un cambiamento straordinario: d'un colpo apparve un gran Santo. Nelle conferenze ai suoi preti ed alle Figlie della carità, spesso usa la terminologia berulliana. San Vincenzo de' Paoli incontestabilmente è una delle glorie più grandi del Bérulle e della sua scuola. San Giovanni Eudes passò vent'anni all'Oratorio, in cui era stato ricevuto dal Fondatore medesimo e vi stette sei anni sotto la direzione di esso. Il Padre de Bérulle lo formò, e in quell'anima eroica depose quei germi preziosi che si svilupparono poi in frutti sì copiosi. Il fondatore degli Eudisti fu sempre berulliano nella dottrina e nell'ascetica. Dalla dottrina che ricevette all'Oratorio, egli tirò la devozione e il culto del Sacro Cuore di Gesù e di Maria. Uscì dall'Oratorio dopo vent'anni di permanenza, perché si sentiva chiamato da Dio ad istituire un Congregazione speciale per l'educazione del clero e non trovava appoggio presso il Padre Bourgoing che allora era Superiore dell'Oratorio e quantunque santo ed austero, non aveva il tatto dei Padri de Bérulle e de Condren. «La canonizzazione di san Vincenzo de' Paoli e di san Giovanni Eudes è la glorificazione, da parte della Chiesa, del Fondatore dell'Oratorio». Anche la Società di San Sulpizio, che ha fatto e fa ancora un bene immenso nel clero con la direzione dei Seminari, fa capo all'Oratorio. Il Padre Carlo de Condren, discepolo del Padre de Bérulle, ne trasmise lo spirito al Ven. Giovanni Olier che fu il fondatore del seminario e della Società dei preti di san Sulpizio. Gli scritti del Ven. Olier sono un meraviglioso commentario delle idee del Padre de Bérulle. Il Servo di Dio ebbe incontestabilmente una grandissima influenza anche sulla Predicazione; contribuì molto a liberare il pulpito dalle buffonate che a quei tempi in Francia disonoravano la parola di Dio. Egli ricondusse la predicazione alle sue vere sorgenti che sono il Vangelo e i Padri; formò il Padre Lejeune, e preparò la via ai grandi oratori, Mascaron, Bourdaloue, Massillon e Bossuet. Rispetto alle devozioni, abbiamo visto che san Giovanni Eudes, dalla dottrina del suo maestro trasse la devozione e il culto del Sacro Cuore. Il Padre de Bérulle ringiovanì e trasformò la devozione alla Santa Infanzia di Gesù; invece di fermarsi a considerarne le amabilità, egli non parla che di umiliazione e di morte nella nascita del divin Bambino; egli influì pure «su tutte le altre devozioni, le quali più o meno subirono l'influenza teocentrizzante ed interiorizzante della scuola francese». Il Padre de Bérulle contribuì molto a promuovere nei sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, allora molto trascurata. Per questa pratica e per mezzo dei seminari di cui fu l’iniziatore, egli esercitò una considerevole influenza sul clero di Francia. Con san Francesco di Sales, egli fu anche promotore della Comunione frequente, cosa straordinaria a quei tempi. Alle Carmelitane permetteva di accostarsi alla Sacra Mensa tre o quattro volte alla settimana: ed anche ogni giorno in certe circostanze, come nell'Ottava del Santo Sacramento. Rispetto alla frequenza della santa Comunione, egli dà questa norma che sarà sempre la migliore: «Non si può troppo purificarsi prima di ricevere la divina Eucaristia, né si può riceverla troppo frequentemente». «Si può dire senza pericolo di esagerazione che la forma della pietà in Francia del secolo XVII in avanti, per una gran parte dipende dal Cardinale de Bérulle». I sacerdoti troverebbero certo molto vantaggio nel prendere contatto col grande iniziatore della riforma del Clero di Francia nel secolo XVII; non solo vi ammirerebbero un perfetto modello di tutte le virtù sacerdotali, ma dall'assimilazione dei suoi pensieri ricaverebbero gran profitto per la predicazione alle anime pie ed anche ai fedeli. «Un sacerdote, scriveva l'Abate Houssaye, che, alla scuola di Pietro de Bérulle, studiasse le parole, le azioni, gli stati del Figlio di Dio e ne facesse il più caro oggetto delle sue intime meditazioni e delle sue sante aspirazioni, e dopo di essersene nutrito ed avervi trovato la regola, l'onore e la gioia della sua vita, ne informasse la sua predicazione, quanto sarebbe potente nella sua parola! Quale efficacia e quale unzione! La morte Dopo quanto abbiamo detto sopra, il Servo di Dio non aspirava più che a lasciare definitivamente Fontainebleau, dove era la residenza della Corte. Tuttavia il Re Luigi XIII volle affidargli ancora un affare importante. Il Cardinale presentò delle scuse che non furono accettate, ma era persuaso della sua vicina dipartita da questo mondo e chiaramente la predisse al suo domestico. La morte non aveva per lui nessuna amarezza; in quegli ultimi mesi la terra assumeva ai suoi occhi un aspetto tutto particolare, perché egli già si considerava come cittadino del cielo e pensava al giorno della morte come all'aurora della vera vita. Il velo che copre questo mondo incominciava per lui a squarciarsi; in tutte le creature egli vedeva più distintamente l'azione di Dio. Trovandosi un giorno, nella foresta, incontrò dei cacciatori che avevano preso una lepre viva; egli la comperò e la rimise in libertà, pensando alla liberazione che noi pure abbiamo ricevuta da Gesù Cristo. Il 27 settembre 1629, egli dovette ancora accettare l'invito a pranzo dal Cardinale Richelieuviii; ma subito dopo, avendo salutato il primo ministro, lasciò Fontainebleau. Appena in viaggio fu preso da una febbre violentissima con grande affanno di respiro. Arrivato in Parigi, non poté giungere alla casa dell'Oratorio e dovette fermarsi al Seminario di Saint-Magloire, dove passò la notte. L'indomani mattina venne trasportato nella sua stanza dell'Oratorio e volle celebrare la Santa Messa, benché a grande stento per il grande sfinimento di forze. I Padri gli proposero di chiamare un medico molto rinomato ed egli rispose: «La mia vita appartiene all'Oratorio ed alle Carmelitane; fate ciò che credete meglio». Gli domandarono pure se non aveva nulla da far dire alla Corte: «Della Corte, rispose, non parliamo; tutto quanto vi è, non è che vanità». Il primo di ottobre, benché agli estremi, radunò tutte le sue energie e celebrò ancora la santa Messa. Nel pomeriggio ricevette il Cardinale de la Valette, col quale ebbe un lunga colloquio che lo affaticò molto; volle in seguito recitare il Breviario e fece chiamare un giovane sacerdote per dirlo assieme; ma era tale l'affanno che lo opprimeva che ad ogni parola doveva fermarsi. I Padri lo supplicarono di sospendere, temendo soccombesse; ed egli si contentò di seguire col pensiero la recita dei Salmi. L'indomani mattina volle ancora offrire il Santo Sacrificio; i Padri lo supplicavano di non farlo, per paura che avesse da morire all'altare; ma il Servo di Dio fu irremovibile, acconsentì solo di celebrare ad un altare provvisorio in una sala vicina alla sua stanza. Infatti vi fu portato ed incominciò la Messa votiva dell'Incarnazione davanti ad un quadro che rappresentava quel Mistero di cui era così devoto. Ad ogni momento doveva fermarsi a respirare, mise una buona mezz'ora ad arrivare all'offertorio e cadde svenuto nelle braccia dei Padri che lo assistevano; era in agonia e venne in fretta adagiato sopra una sedia. Dopo qualche tempo, sembrò riaversi e volle continuare. «Era uno spettacolo commovente e doloroso vedere questo sacerdote che eroicamente lottava contro la morte e non domandava che quel po' di vita che bastasse per terminare un sacrificio, del quale sperava essere egli medesimo la vittima insieme con Gesù Cristo». A grande stento arrivò sino all'Hanc igitur e dopo aver recitato con voce chiara questa orazione, svenne ancora e venne in fretta deposto su di un lettino improvvisato davanti all'altare. Al momento di prendere l'ostia e di pronunciare le parole della consacrazione, egli fu la vittima immolata al posto di quella che si disponeva ad offrire. Il Servo di Dio era ormai nell'estrema agonia ed aveva perduto i sensi. Un Padre gli portò subito il santo Viatico; ed egli al sentire che era presente il santo Sacramento, riprese la parola, esclamando in un trasporto di gioia inesprimibile: «Dov'è il mio Dio? Ch'io lo veda, ch'io lo adori, ch'io lo riceva!». Poi tacque facendo il suo ringraziamento e gli venne amministrato l'Olio santo. I Padri inginocchiati intorno a lui, tutti in lagrime, lo pregarono di benedire la Congregazione; ma egli nella sua umiltà disse: «Non tocca a me benedirvi!.. ma a Gesù Cristo... come principio nella Trinità...e Padre nell'Incarna- zione» parole che proferì interrompendosi con lunghi respiri. Di nuovo lo pregarono di benedire tutta la sua Congregazione; ed egli ebbe ancora la forza di dire sommessamente: Ego benedico... Jesus et Maria... benedicant eam.. regant... et gabernent! Dette queste parole spirò dolcemente, là davanti all'altare. «Così moriva in Gesù Cristo colui che non era vissuto che per Gesù Cristo... Così si spegneva questo gran luminare della Chiesa, e Roma e la Francia perdevano il modello dei sacerdoti e dei cardinali. «Se volessimo compendiare tutta la sua vita, noi dovremmo dire una parola sola: Egli ha amato Gesù Cristo». Dio lo glorificò, mentre era vivente ancora, con vari miracoli. Volendo costruire una vasta chiesa nella casa dell'Oratorio di via Saint-Honoré, il Servo di Dio non aveva altra persona di sua fiducia che il fratello converso Edmondo de Messa. Questi per disgrazia si ammalò gravemente per malattia intestinale e fu costretto per la febbre a rimanere a letto. Il Padre de Bérulle vedendo così ostacolata l'opera cui si dedicava con tanto zelo per amore di Gesù Eucaristico, animato da una gran fede, si portò al letto dell'infermo e gli disse: «Fratello mio, ho urgente bisogno dell'opera vostra e non posso rivolgermi a nessun altro. Alzatevi dunque e andate in nome di Gesù Cristo, abbiate fiducia in Lui: Egli sarà la vostra forza». L'ammalato si alzò incontanente alla voce del suo Superiore come se fosse la voce di Dio e se n'andò da un'estremità all'altra di Parigi senza soffrir nessun incomodo, anzi più sano che mai. Quando il Servo di Dio si trovava sotto il colpo delle più gravi persecuzioni, avvennero pure parecchi fatti miracolosi. Una persona che si trovava oppressa da gravissima pena, ebbe il pensiero di raccomandarsi alla intercessione di esso, e d'un tratto fu liberata; altre persone ammalate ottennero un'insperata guarigione col contatto di pannolini da lui toccati. Ma principalmente dopo la morte, Dio non mancò di glorificare il suo servo fedele. Nel momento in cui egli rendeva l'ultimo sospiro, un Padre gesuita, in viaggio con sei giovanotti, vide il defunto nella gloria, e disse ai compagni: «La Chiesa ha perduto uno dei suoi più santi dottori e bisogna celebrare una Messa di ringraziamento per tante grazie che Dio gli ha fatte». La ven. Maddalena di san Giuseppe, al primo annuncio della morte di colui che era stato il padre dell'anima sua, si gettò in ginocchio tutta in lagrime; ma, rimanendo padrona del suo dolore come di tutti i suoi sentimenti, esclamò: «Mio Dio, vi ringrazio di avermi dato il mezzo di offrirvi su la terra un sì gran sacrificio». Ma il Signore che aveva unito queste due anime con vincoli santi, volle che la Venerabile facesse subito la beata esperienza che la morte non aveva potere di romperli. Il santo Cardinale, tre ore dopo la sua morte, le comparve pieno di gloria e di maestà, assicurandola che non avrebbe mai mancato di assisterla. Chi non si meravigliò della morte inopinata del Servo di Dio, fu la Madre Maria della Trinità, priora del convento di Troyes; perché egli già da un pezzo la supplicava di ottenergli la grazia di morire all'altare. Essa, per ispirazione soprannaturale l'aveva infine assicurato che il suo desiderio sarebbe esaudito; quindi provò gioia più che dolore al sentire ch'era proprio morto all'altare, e stabili che nel 2 di ottobre, anniversario della morte di esso, si cantasse solennemente l'ufficio di Gesù Conversante, che egli aveva composto, ritenendo «che si aumentasse la gioia e la gloria accidentale del Servo di Dio, adorando e lodando Gesù Cristo con le medesime parole che il suo spirito e la sua grazia gli avevano suggerite». «Non si contarono meno di quarantacinque miracoli operati per l'intercessione di questo gran Servo di Dio, o per il contatto con oggetti che a lui erano appartenuti». Di un gran numero di questi miracoli si conservano tuttora le relazioni autentiche e documentate. Il Padre Bourgoing, nel 1648, diciannove anni dopo la morte del Cardinale de Bérulle, a nome della Congregazione domandò al Papa Innocenzo X, insieme con la canonizzazione di san Francesco di Sales, anche quella del Fondatore dell'Oratorio e vennero avviate le pratiche relative. Nel 1661 un Padre oratoriano si portò a Roma per lo svolgimento dei processi. Ma la causa venne sospesa per vari motivi. 1. – Per il Giansenismo. — In quegli anni la questione giansenista appassionava tutti gli animi; tutto quanto avvicinava Port-Royal era sospetto. Per disgrazia, con la loro consueta malignità, i giansenisti, appunto per la grande santità ed il prestigio del grande Cardinale, tentarono di accaparrarlo come uno dei loro modelli e maestri; ebbero persino l'audacia di inserirne il nome tra i santi del loro calendario. È vero che la dottrina e la direzione spirituale nel Bérulle erano agli antipodi del giansenismo; è vero altresì che il Servo di Dio, nella sua perspicacia, diffidava dell'abate Saint-Cyran, manifestando il timore che provava per l'orgoglio di quell'uomo strano ed ipocrita; ma attese le circostanze, i giansenisti ne avrebbero accolto la canonizzazione come un loro trionfo. 2. – Per l'ambiente politico — Con la sua santa franchezza, il Cardinale de Bérulle si era attirato l'odio del Richelieu e quindi di tutti gli ammiratori e servi dell'onnipotente primo ministro del Re. Le creature del Richelieu, persino nelle anticamere del loro padrone, manifestavano una gioia indecente per la morte del Servo di Dio, protestando che non verrebbe canonizzato. L'ambiente politico, in Francia, per un falso patriottismo, era infatuato del Richelieu e tutto a lui favorevole; ed era questo un altro motivo che rendeva, in quel tempo, inopportuna la canonizzazione del Fondatore dell'Oratorio. Sopraggiunsero poi le scissure interne nell'Oratorio per gli errori giansenisti cui si abbandonarono vari Padri, e infine la decadenza della Congregazione ix e il suo scioglimento nei primi tempi della Rivoluzione. L'Oratorio venne poi, da Pio IX, ristabilito in Francia con breve del 22 marzo 1864; ma finora non è stato in grado di promuovere la continuazione dei processi per la beatificazione del suo Fondatore. «Oggidì però, dice l'Houssaye, la canonizzazione del Card. de Bérulle non sarebbe un trionfo che per i veri figli della Santa Chiesa». * * * Il corpo del Servo di Dio venne sepolto nella chiesa della casa madre a Parigi. Nei torbidi della Rivoluzione, in cui si perseguitavano persino le ceneri dei defunti e si profanavano i sepolcri, un nobile signore, pronipote del Bérulle, d'accordo coi Padri dell'Oratorio, fece togliere dalla sua tomba il corpo del loro Fondatore e riuscì a nasconderlo in una cantina del proprio palazzo, dove quei preziosi avanzi rimasero sino all'anno 1840. Avendo il Superiore della Società dei Preti di San Sulpizio, ottenuto dalla famiglia de Bérulle che il corpo del Servo di Dio venisse sepolto nella chiesa del Seminario di san Sulpizio, in questa fu trasportato e solennemente inumato il 13 agosto 1840. Il corpo del santo Cardinale riposa tuttora a Parigi nel Seminario di San Sulpizio vicino a quello del martire della Commune del 1871, Paolo Seigneret. Prima della rivo- luzione là si trovava il corpo di Giovanni Olier, ma questo nei torbidi del 1793 venne tolto e portato non si sa dove. «La Provvidenza sembra aver voluto lasciare alla Compagnia di San Sulpizio il corpo del Padre de Bérulle, in compenso della perdita delle ossa venerate di Giovanni Olier». Infatti, Oratoriani e Sulpiziani, in fondo., sono una medesima famiglia che fa capo al medesimo padre, essendo stato il Padre de Bérulle l'ispiratore di Giovanni Olier, per il tramite del Padre de Condren. Sulla tomba del Cardinale de Bérulle leggesi il seguente epitaffio, che riportiamo come una conferma di tutto quanto abbiamo detto in queste pagine Hic jacet S. R. E. Cardinalis Berullius Oratorii Jesu fundator, Ordinis sacerdotalis Emendator præcipuus, Clericalis juventutis instituendæ in Galliis auctor; Qui divum Vincentium a Paulo et Condrendum Discipulos habuit ipsos Olerii magistros patresque. Postremo ad aras dum sacra faceret pro ipsius voto meritisque Animam efflavit Die II Octobris, anno rep. sal. MDCXXIX Ætatis LV. Qui riposa – il Cardinale di S. R. Chiesa de Bérulle – fondatore dell'Oratorio di Gesù, – principale riformatore dell'Ordine sacerdotale – autore in Francia – dell'Istituzione dei seminari – che dopo aver avuto per discepoli san Vincenzo de' Paoli e Condren – maestri essi medesimi e Padri di Olier – infine – mentre all'altare immolava la vittima, secondo il suo desiderio ed i suoi meriti – rese l'anima – il 2 di ottobre dell'anno della redenzione 1629 – dell'età sua 55°. Opere consultate e citate MIGNE – Oeuvres complètes du Card. de Bérulle, I vol. in 4. °, 1856. PERRAUD – L'Oratoire de France, 2.e édition 1886. CARACCIOLI – Vie du Card. de Bérulle, nel volume del Migne. HOUSSAYE – M. d, Bérulle, 3 vol., 1872-1875. FAILLON – Vie de M. Olier, 3 vol., 1873. CLOYSEAULT – Recueil des vies de quelques Pères de l'Oratoire, 1880. MOURRET – Hist. gén. de l'Église, VI, passim. POURRAT – Diction. pratique, art. Bérulle, col. 1539-1851. BÉRULLE – Grandezze di Gesù. - Vita e Pensiero, 1935. MOLIEN – Diction. de spiritualité, art. Bérulle, col. 1539-1581. Ringraziamo con vivissima riconoscenza il ch. Padre Molien, dell'Oratorio di Francia, di averci comunicato le bozze di questo suo importantissimo articolo, dove con vasta erudizione e profonda dottrina, tratta magistralmente di tutti gli aspetti sotto i quali si può considerare il Card. de Bérulle (dottrina, influenza, santità). Ne abbiamo usato largarnente. DICHIARAZIONE In conformità coi decreti di Urbano VIII, l’Autore di questa biografia dichiara che nell'adoperare le parole “santo, venerabile, miracolo”, non ha voluto per nulla prevenire il giudizio della Santa Chiesa. Imprimatur In Curia Arch. Mediolani Die 29 octobris 1936 Pr. Cavezzali Elevazione su Santa Maria Maddalena Prefazione del traduttore Il Cardinale de Bérulle, nella Dedica di quest'operetta alla Regina Maria Enrichetta d'Inghilterra, ce ne spiega egli medesimo l'origine. Egli la compose per dare un conforto a quella infelice principessa nelle tristi amarezze del suo esilio in mezzo all'eresia protestante. Questa Elevazionex è un vero gioiello, un inno sublime alla potenza della grazia e dell'amore di Gesù dove sono celebrate le delizie dell'anima fedele nel suo divino sposo, e le compiacenze di Gesù nell'anima fedele. Nella Maddalena dobbiamo riconoscere il tipo dell'anima, cristiana fervente nell'amore e pienamente docile alle mozioni dello Spirito di Gesù. Il Servo di Dio spiega l'azione di Gesù in essa, descrive le vie segrete e meravigliose per le quali Gesù eleva l'anima penitente, giustificata dalla carità, ai più sublimi gradi dell'amore divino in terra e della gloria in cielo, purificandola nelle mistiche prove dell'amore separante e crocifiggente. «In questo libretto, che è uno dei più bei poemi in onore dei Santi, il Servo di Dio, con grande chiarezza distingue i diversi gradi del divino amore quale essi l'hanno vissuto». Non si tratta di un amore umano; l'amore penitente della Maddalena è perfetto sin dalla sua conversione; è un amore serafico che si riferisce al mistero dell'Incarnazione e che si trovava in terra prima che in cielo; amore tutto rapito in Gesù; amore al quale il demonio non si avvicinerà mai più, perché l'anima della Maddalena sulla terra è un cielo dove riposa Gesù. È un amore attivo, poiché essa accompagna Gesù sino alla croce e al sepolcro. Né gli mancano le prove: la morte di Lazzaro, le censure da parte degli Apostoli, l'oscurità rispetto alla vicina passione e morte di Gesù. Sul Calvario poi, la Maddalena è crocifissa con Gesù; Gesù parla a tutti, ma a lei non dice verbo; dopo la risurrezione è desolata ancora, crocefissa pure nel suo deserto, dove per trent’anni vive morendo e muore vivendo, ma infine essa è riunita al suo Amore ed elevata in cielo ad una gloria tale che ci impossibile di comprenderla. «Abbiamo dunque in questa Elevazione un riassunto originale di quanto hanno descritto san Bonaventura nell’Itinerarium mentis ad Deum, santa Teresa nel Castello dell'anima e san Giovanni della Croce nella Notte oscura. Nel meditarne certe pagine si sente il santo ed illuminato Direttore di spirito che guidava le anime mistiche delle Carmelitane in quelle vie per le quali Gesù le conduceva alla più elevata santità, e che il Servo di Dio sperimentava pure in sé stesso. «Nel leggere questa Elevazione sarà opportuno ricordare uno dei principi essenziali che la scuola spirituale del Bérulle ha posto in un potente risalto: I Santi vanno sempre considerati, amati e lodati in Gesù Cristo». Ecco quanto scriveva san Giovanni Eudes, uno dei migliori discepoli del Bérulle: «Dobbiamo onorare i Santi perché Gesù li ama e li onora..., come pure perché sono i suoi amici, i suoi servi, i suoi figli, i suoi membri e come una porzione di Lui medesimo... Dobbiamo in essi adorare Gesù, perché Gesù in essi è tutto, il loro essere, la loro vita, la loro santità, la loro felicità e la loro gloria...» (Il Regno di Dio). «Alla luce di questo principio non si sarà tentati di giudicare esagerate le lodi che il Bérulle rivolge a santa Maria Maddalena: in una delle più belle opere della grazia, egli sempre ammira e glorifica il Verbo incarnato». «Nella Maddalena, dice il Bérulle, non vedo che Gesù». Sarà bene notare quanto, su santa Maria Maddalena, dice il Servo di Dio in uno dei suoi opuscoli: «Le delizie della Maddalena nella presenza di Gesù non sono per nulla simili ai sentimenti umani che nascono dalla presenza delle cose benamate. Gesù è un oggetto tutto divino, tutto celeste, e la sua presenza non produce nei cuori che effetti divini degni della sua santità e della sua qualità tutta spirituale e celeste. Siccome tali delizie hanno un oggetto celeste, così la loro impressione è celeste e suppone un cuore puro e santo per riceverle e portarle; e ci vuole una mano santa per formare nei cuori tali impressioni deliziose e sante. La natura non è capace né di riceverle, ne di produrle. Al pensiero delle delizie di quest'anima nella presenza di Gesù, guardiamoci da ogni concetto di cosa bassa, umana o terrena; tali delizie, nel loro oggetto, nella loro sorgente e nella loro qualità rassomigliano piuttosto alla gloria; sono anche partecipi della loro condizione celeste e non hanno nulla di comune con gli oggetti o i piaceri della terra. Si tratta di un'impressione tutta santa in un cuore santo, tutta celeste in un'anima celeste, tutta divina in uno spirito divino. Questo cuore non ha di terrestre che la dimora, tanto è purificato nelle proprie fiamme (della sua carità), insensibile a sé medesimo e a tutto; non ha più vita né sentimento che in Gesù; è morto per tutto quanto è di quaggiù, non vive che per il Cielo, non ama e non gusta se non ciò che è del Cielo. Abbiamo creduto bene di conservare la Dedica alla Regina d'Inghilterra per i nobili sentimenti che Vi sono espressi e per gli accenti di dolore del Servo di Dio per l'immane eresia protestante, argomento sempre di attualità. Volevamo sopprimere i sommari che nell'edizione Migne si trovano in testa ai capitoli, ma visto che spesso fanno il riassunto del pensiero dell'Autore in modo da renderlo più chiaro, con qualche lieve ritocco li abbiamo conservati, sapendo di assecondare il desiderio del chiarissimo Padre Molien. Tuttavia li abbiamo assegnati ai singoli paragrafi per maggior chiarezza e comodità. DEDICA alla serenissima regina della Gran Bretagna Sommario: I. – Deplorevole stato cui dall'eresia viene ridotta l'Inghilterra un tempo così fiorente nella pietà. – II. Differenza tra il passato e il presente nei templi di quella nazione. – III. L'eresia scaccia Gesù dalla terra. – IV. Gesù nel SS. Sacramento consacra e benedice le nostre Chiese. – V. Il deserto di santa Maria Maddalena. – VI. Lode a questa Santa. – VII. Devozione della Regina a Santa Maddalena. Madama, I. – Quando dalla Francia Voi vi recaste in Inghilterra, il re e la regina Vostra madre si compiacquero di dare a Vostra Maestà l'assistenza mia perché io vi prestassi aiuto in una condizione oltremodo perigliosa. Confesso che fin dal vostro primo ingresso in questo paese, io non potei considerare Vostra Maestà senza dolore e senza lagrime. Io vi vedevo in una terra tormentata da uragani e da tempeste molto più dell'oceano che avevate lasciato nel fare il tragitto. Vi vedevo in quella terra come un giglio tra le spine, e non già tra le rose come avevamo creduto. Le rose, un tempo erano lo stemma dell'Inghilterra, e noi avevamo motivo di credere che gigli e rose dovessero star bene assieme. A quella nazione, noi abbiamo portato i gigli, ma le sue rose le abbiamo trovate o distrutte dalla persecuzione o disseccate dall'irreligione. Il rosaio di quell'isola ha cambiato di natura quando essa ha cambiato di credenza e ormai non porta più che pungentissime spine. «Prima del peccato, dice san Basilio, i rosai portavano rose senza spine». Ma l'eresia, che è il colmo del peccato, fa sì che i rosai di quell'isola non portino più che spine senza rose, di modo che ad essa insieme con la pietà e la fede d'un tempo, manca anche lo stemma antico. Mi duole che l'unico stemma che le rimanga siano i leoni ed i leopardi; e temo che non si abbia a dire che questo indica la sua ferocia contro la Chiesa di Dio. II. – È gran disgrazia per il nostro secolo l'aver cambiato la faccia di queste province un tempo così fiorenti ed ora cosi desolate. Esse sono sterili nella grazia e feconde d'iniquità. Sul trono sta l'errore e nei templi l'empietà; la fede e la pietà non si trovano più che nei tormenti, nelle carceri e nei supplizi. Un tale spettacolo ci spezzava il cuore e ci strappava lagrime sopra una sì grande calamità. Non potevamo aprir gli occhi in quella Corte senza veder sempre più chiara l'enormità della miseria della nazione e così accrescersi sempre i nostri dolori. E se nelle aperte campagne noi scorgevamo delle chiese, a questa vista non potevamo trattenere le nostre lagrime. Quei templi sono gli avanzi dell'antica pietà, e non vi vedevamo più quella fede e quella pietà che li avevano edificati. Questi luoghi, altre volte santi, sono ora profanati, sono deserti e disabitati, navate vuote dove non v'è più nulla di prezioso. Non v'è più santuario in questi edifici, poiché Gesù, il Santo dei santi, che vi era una volta, ora non v'è più; Gesù, dico, l'ornamento della Chiesa, il Sole dei nostri templi, la Vita delle nostre anime, la Salvezza della terra. III. – Gesù, quando stava per incamminarsi alla Croce, volle compiere un gran mistero, appositamente per rimanere con gli uomini sino alla fine dei tempi, onorando la terra della sua santa presenza nella Eucaristia. Ma l'eresia lo scaccia dalla terra, ne avvilisce i misteri, tenta di smentirne la parola, e ne distrugge il Sacramento; nemica di Gesù e della sua Chiesa, stabilisce il divorzio tra Cristo e la Chiesa, e allontana Gesù dalla chiesa quanto il Cielo è lontano dalla terra. Razza maledetta e disgraziata, nemica della terra e del Cielo, e di Gesù che è il Dio del Cielo e della terra. IV. – Gesù con la sua presenza consacra e benedice le chiese che avete visto in Francia, e in esse riceve, nella sua propria persona, i voti e gli omaggi del suo popolo; ma non si trova più nelle chiese che vedete in Inghilterra. E questa misera nazione, priva di Gesù e di quella fede che Gesù ed i suoi discepoli hanno annunciata al mondo, non è più, da parecchi anni, che un deserto di grazia e di religione, e un covo di serpi che avvelenano quei paesi come il primo serpente avvelenò il paradiso e colpì di morte Adamo e la sua discendenza. V. – Un tale spaventoso deserto in cui io vi vedevo dimorare, portò il mio pensiero ad un altro felice deserto che avete abbandonato nel lasciare la Francia, voglio dire di quel deserto che nobilita, onora e benedice le belle regioni della Provenza; quel deserto in cui visse un'anima sconosciuta alla terra ma ammirata dal Cielo; un'anima che vale molto più di tutto il lusso e lo splendore che vedete nella Corte in cui vi trovate, un’anima che davanti a Dio ha maggior pregio dell'intera Inghilterra. VI. – Basta nominarla per farne riconoscere la grandezza ed il merito. È la Maddalena, quell'umile e fervente discepola di Gesù, assidua ai piedi di Lui, attenta alla sua parola, e la più eminente nella scuola del suo amore. Ricordatevi, Madama, che le bellezze che vedete sono periture e non sono altro che ombre della bellezza suprema ed eterna; e che tutto quanto voi scorgete alla Corte, davanti a Dio è morto e corrotto, anzi destinato forse al fuoco eterno, poiché l'eresia porta la morte nelle anime: quell'anima santa, invece, sconosciuta e nascosta, nel suo deserto, viveva della vera vita, della vita del Cielo, ed ora è una delle più eminenti Beate che si trovino nella corte del Re del Cielo e della terra. VII. – Vi parlavo dunque di quest'anima veramente grande e veramente nostra, poiché dopo la morte di Colui ch'essa amava come la sua vita ed il suo Salvatore, il Cielo l'ha data a noi ed ha voluto che scegliesse la Francia per compiervi il corso della sua vita e della sua penitenza. Nei discorsi che vi facevo voi Vi compiacevate di considerare le azioni della Maddalena, il mutamento del suo cuore, le elevazioni del suo spirito, i preziosi caratteri del suo amore, il felice corso della sua penitenza, il suo soggiorno di tre anni nella scuola di Gesù, la sua dimora per trent'anni in un deserto inaccessibile, e infine la sua morte, o meglio la sua vita e il suo rapimento in Cielo. Voi voleste ch'io mettessi in iscritto le cose che vi spiegavo, e nella vostra pietà avete voluto trascriverle con la vostra propria mano, onde onorare quella Santa con un atto regale. Questo piccolo discorso era sempre tra le vostre mani; era il vostro sollievo nella noia e la vostra compagnia nella solitudine. leggendolo vi sembrava di entrare in conversazione con quell'anima insigne. Voi cercavate un rifugio nel suo deserto, provando dolcezza nell'amarezza della sua penitenza trovando piacere nelle sue lagrime e riposo nella sua solitudine; i pensieri ed affetti di questa Santa erano un alimento per il vostro spirito. E siccome la solitudine di essa era l'occupazione della vostra solitudine, così l'oscurità della sua grotta era per il vostro spirito una luce chiara e brillante che in voi accendeva un celeste fuoco nelle vostre sante pratiche di pietà. È il discorso che do alla stampa, per rendervene la lettura più facile e più gradevole. Sono in dovere di dedicarlo a voi, Madama, poiché venne composto dietro istanza vostra e per vostro uso. Se vi si trova qualche cosa di buono, il pubblico ne è debitore a voi medesima, perché Dio me lo ha dato per voi e presso di voi. Ve l'offro dunque, Madama, e ve lo mando, supplicandovi di scegliere l'anima grande di santa Maria Maddalena perché vi assista nelle vostre necessità, e a suo esempio vi renda umile serva di Dio e discepola nella scuola del suo amore. Gesù è il Re de re, il Re del Cielo e della terra, oggetto della vostra fede, e autore della vostra salvezza. Egli sarà pure l'oggetto della vostra eternità e della vostra felicità. Scolpite Gesù nel vostro cuore, imprimetelo nel vostro spirito; la vostra fede lo adori, e la vostra pietà lo abbracci come Colui che è la vostra vita, il vostro Dio e il vostro amore per sempre! Pietro Card. de Bérulle Capitolo I La vocazione della Maddalena I. – Elezione che Gesù fa della Maddalena per renderla eminente nella sua grazia e nel suo amore. Nei giorni della vostra vita mortale, o Gesù mio Signore, e nel vostro felice soggiorno in questo mondo per lo spazio di tre anni come Messia della Giudea e Salvatore del mondo, Voi avete operato numerosi miracoli, avete conferito molte grazie e avete eletto varie anime per attirarle a Voi. Ma la più preziosa elezione del vostro amore come il più degno oggetto dei vostri favori è stata la Maddalena; in suo favore avete pure compiuto il più grande dei vostri miracoli. II. – Avendo concepito il disegno di compiere, durante la sua dimora sulla terra, due grandi miracoli, interno l'uno, esterno l'altro, Gesù ha operato il primo nell'anima della Maddalena, e l'altro in favore di essa nel corpo di Lazzaro suo fratello. In favore della Maddalena e in grazia delle sue lagrime, avete fatto il più grande dei vostri miracoli, la risurrezione di Lazzaro; come se aveste voluto che il più splendente effetto della vostra potenza servisse al più grande amore del vostro Cuore e che il fratello della Maddalena fosse nei suo corpo l'oggetto della più grande delle vostre opere miracolose, come essa medesima era l'oggetto più insigne dei vostri miracoli nelle anime e l'effetto più grande dei vostri favori. Sulla terra eravate un Dio nascosto, come dice il Profeta: Veramente Voi siete un Dio nascosto, o Dio d'Israele Salvatore (Is 45, 15). In tale qualità, vi erano in Voi due nature, l'una invisibile e divina, l'altra umana e visibile. Creato a vostra immagine, l'uomo è composto di due sostanze, spirituale l'una, corporale l'altra: così Voi pure, o UomoDio, siete composto di due esseri, l'uno divino, l'altro umano; il primo increato, l'altro creato; visibile il pruno ai nostri occhi mortali, invisibile l'altro senza il lume di gloria anche agli occhi degli angeli. In tal modo Voi siete un oggetto unico, tutto divino e tutto miracoloso, manifestato agli uomini e adorato dagli angeli. Come un insigne operaio avete voluto pure fare due sorte di miracoli: gli uni sono interni e si compiono al cospetto degli angeli, gli altri sono esterni e si operano alla vista degli uomini. Lazzaro nel suo corpo fu l'oggetto del più grande dei vostri miracoli esterni; la Maddalena nella sua anima ricevette il dono di uno dei vostri più grandi prodigi interni ed invisibili, per l'operazione intima del vostro spirito nel suo cuore e nell'anima sua. Il primo di questi miracoli rapisce gli uomini, il secondo è oggetto di stupore per gli angeli. III. – La Maddalena eminente nell'amore fin dal momento della sua conversione. Mentre camminavate sulla terra, o Signore, operando le vostre meraviglie, avete posto lo sguardo su molte anime. Ma i vostri sguardi più dolci, o Sole di giustizia, e i vostri raggi più potenti furono per quest'anima. Dalla morte la traete alla vita, dalla vanità alla verità, dalla creatura al Creatore, da sé medesima a Voi stesso; diffondete il vostro spirito nel suo spirito, e in un attimo versate nel suo cuore un torrente di lagrime, che scorrono ai vostri piedi e li bagnano; lagrime che a guisa di un bagno salutare lavano santamente e soavemente quell'anima peccatrice che le versa. Voi in un momento le date una grazia così abbondante che il punto dove essa incomincia è il termine dove arrivano gli altri; dal primo passo della sua conversione essa trovasi elevata alla somma perfezione, stabilita in un amore così sublime da meritare di essere lodata dalle vostre sacratissime labbra, quando vi degnate di prenderne la difesa davanti ai suoi censori, e di concludere la giustificazione che ne fate, con questa dolcissima parola: Essa ha malto amato (Lc 7, 47). Grande ed ammirabile parola nella bocca del Verbo eterno! – Ma come?, o Signore! quest'anima possiederebbe già l'amore fin dal primo momento della sua conversione? Questa peccatrice possiederebbe già l'amore, vale a dire il sacro amore di Gesù? Amore singolare e nuovo, amore che incomincia sulla terra, e non in cielo: ma quaggiù incomincia per la terra e per il cielo; amore che si forma ai vostri piedi e costituisce oramai una nuova distinzione nell'ordine della grazia e nell'ordine dell'amore, amore più che serafico! Voi avete un essere nuovo che costituisce un nuovo stato nelle cose create ed anche nelle increate. Siete un nuovo vivente nell'universo, e siete pure una nuova sorgente di grazia e un nuovo oggetto di amore: siete ben degno di essere nell'universo un nuovo soggetto di un nuovo ordine di amore. Mentre gli ordini angelici hanno avuto principio in cielo, questo nuovo ordine di amore ha principio sulla terra, poiché è un ordine che si riferisce al mistero dell’Incarnazione che ha avuto pure il suo principio sulla terra e non in cielo, è un’ordine annesso al tempo di questo sacro mistero ed alla presenza di Gesù sulla terraxi. Questo ordine nuovo è riservato alla Maddalena, e voi volete darle il primato in quest'ordine e in questo amore; ed ecco l'ora in cui incominciate ad accenderne le fiamme nel suo cuore. Il fuoco sacro di questo amore si forma nelle acque che scorrono dagli occhi di quest'umile peccatrice e felicissima penitente che vedo assorta nel bacio dei vostri piedi e rapita in Voi. Ma come?... questo nuovo amore non esiste ancora in cielo e già trovasi sulla terra? Non si trova nei Serafini e formasi nel cuore di quest'umile penitente prostrata davanti a Voi? Ah! essa si trova ai vostri piedi, e questi piedi sono più degni che il più alto dei cieli. È ben giusto che questo nuovo ordine di grazia e di amore abbia il suo principio e si formi in un luogo così degno che adoro con profonda riverenza, come non si adorerebbe il più alto de' cieli, tanto questi sono inferiori ai piedi del Figlio di Dio sulla terra. Ma come mai quest'anima trovasi così innalzata per questo amore? È una peccatrice, o Signore! È vero, ma io la vedo ai vostri piedi, e in un posto così santo e così adorabile, non vi è più in essa che eminenza e santità. E infatti, Voi non parlate più dei suoi peccati; non parlate che del suo amore: perché l'amore ha già coperto le sue colpe: Voi non parlate che delle sue lagrime, del profumo che ha sparso sulla vostra persona, del suo amore e del suo ardore nel baciare, lavare ed asciugare i vostri piedi. IV. – Spiegazione delle parole: ESSA HA AMATO MOLTO. L'amore cui la Maddalena viene elevata con tanta eminenza dal momento della sua conversione, è una nuova maniera di amare che sulla terra incomincia per il potere ed in omaggio del nuovo mistero dell'Incarnazione, e incomincia ai piedi di Gesù. Questo nuovo ordine di amore più che serafico, sembra essere un'emanazione speciale di quella maniera di amore con cui Gesù ama Dio. Gesù non dice alla Maddalena: VA’ E NON PECCARE PIÙ, come se essa non fosse più in pericolo di peccare, tanto è potente il suo amore. Il Figlio di Dio parlando ad essa al momento della sua conversione, dice non solo CHE ESSA AMA, ma che HA AMATO MOLTO; queste parole ci insegnano che un momento nella vita di quest'anima, vale un secolo, tanto essa e vivente nella grazia e fervente nell'amore. Che se i meschini pensieri del Fariseo vi obbligano ad accennare alla vita passata di Maddalena, Voi la riassumete tutta, questa vita, in una parola sola, ed è ancora unicamente per onorare il suo amore, attribuendo a questo la remissione delle sue colpe: Molti peccati le sono rimessi, perché essa ha amato molto (Lc 8, 47). Non le date neppure, come avete fatto per la donna adultera, l'avviso di guardarsi bene dal peccare ancora, essendo questo superfluo per il suo amore, tanto esso è forte e potente. L’anima della Maddalena è talmente coperta dalle sue lagrime e il suo cuore è talmente fuso nell'amore, che in essa nulla più compare fuorché amore, meno che per lo sdegnoso fariseo che non ha occhi per vedere né questo amore né quest'anima. Così l'amore, l'amore di Gesù è prerogativa della Maddalena, e quindi la preziosa dote di quest'anima semplice, felice e gloriosa; e fin d'allora essa è già penetrata dall'amore, poiché, o Signore, Voi non dite soltanto che essa ama, ma che ha amato ed amato molto. O meraviglia! O grandezza! O pregio dell'amore che riposa nel cuore e nello spirito di questa penitente disprezzata! Il fariseo la sdegna, e sembra che neppure Voi medesimo, o Signore, le rivolgiate il vostro sguardo. Eppure, grande è il suo amore; ed è grande sin dal primo nascere di essa alla vostra grazia ed al vostro amore. Essa è appena giunta ai vostri piedi; e là, ai vostri piedi divini, essa ha fatto un progresso così grande che il suo amore merita di essere apprezzato e riconosciuto come grande da Colui che è l'amore e la grandezza medesima. È questa la prima ora della sua vita nella grazia. E tuttavia, o Gesù mio Signore, Voi che ogni cosa apprezzate col peso del Santuario, mentre pesate quest'anima e il suo amore, non dite che essa ama, ma che ha amato, che ha amato molto, come se già nell'amore avesse impiegato giorni, mesi ed anni. Perché un momento di quest'anima vale un secolo, tanto nella sua grazia vi è vita e vigore, tanto è fervente il suo amore. Nell'abbassarsi ai vostri piedi, o Gesù, essa si innalza così alto e così potentemente, che in pochissimo tempo essa fa un ammirabile progresso nella sacra scuola del vostro amore. Piacesse a Dio che l'intero corso della mia vita fosse equivalente ad uno dei momenti di quest'anima penitente, e che, dopo tutti gli anni di una vita lunga e laboriosa, io potessi avere qualche parte a quel grado di amore col quale essa ha incominciato, e rispetto al quale vi degnate di dire che ha amato molto! O anima! O amore! O peccatrice! O penitente! O Gesù, fonte di penitenza, di grazia e di amore ! Capitolo II Il felice tempo del soggiorno del Figlio di Dio sulla terra I. - Fortuna e dignità della terra in conseguenza della presenza del Figlio di Dio convivente con gli uomini. Grandi cose sono da aspettarsi dall'Uomo-Dio nel tempo che si degna di dimorare sulla terra. Tempo felice quello della vita e della dimora di Gesù sulla terra! Tempo di misteri e di meraviglie! Tempo prezioso e salutare! È la primavera della grazia e della salvezza, la pienezza dei tempi, come dice la Scrittura, tempo in cui debbono compiersi le più grandi meraviglie, in omaggio alla presenza di un Dio che, sulla terra, nasce, vive, cammina, conversa, parla ed opera. La terra si elevi e si rallegri, il cielo si abbassi e stupisca nel contemplare ed onorare questa verità. Ormai vi sono sulla terra meraviglie più grandi che nel cielo; perché Voi siete sulla terra o Gesù mio Signore! mentre non siete ancora in cielo, Voi che siete il Dio del Cielo e della terra! In cielo vedo gli angeli e ne ammiro la grazia e la gloria: ma sulla terra vedo un Uomo-Dio e in Lui una grazia che è fonte di grazia, e una gloria che è viva fonte di gloria. Gli angeli che dimorano nei cieli hanno una natura di gran pregio, ma tuttavia creata. Il nuovo Adamo che abita sulla terra, è un nuovo vivente, autore della vita, anzi la Vita medesima; Egli è un divino composto dell'essere creato ed increato, Composto di due esseri oltremodo differenti ma strettamente collegati assieme l'essere creato è deificato dall'essere increato, né questo può essere avvilito dalla natura creata, umana ed umile che vediamo. In questo abbassamento v'è una grandezza incomparabile; e in questa povertà un tesoro inestimabile, tesoro che la terra sinora possiede sola, e che il cielo medesimo viene a cercare ed adorare sulla terra. Se noi vogliamo stimare la terra, non dobbiamo né stimarla né amarla se non perché il Figlio di Dio si è incarnato sulla terra e non in cielo. È la terra quella che vede e porta l'Uomo-Dio; il Cielo non lo possiede ancora, mentre la terra è impreziosita dalla sua presenza, porta l'impronta dei suoi passi, riceve l'insegnamento della sua parola, è bagnata dal suo sangue, ed onorata dai suoi misteri, a segno che siamo costretti a stimare la terra più che il Cielo. Orbene, l'Uomo-Dio, questo nuovo cittadino della terra, per onorare questa terra dove è nato, le conferisce privilegi degni di questa sua nascita, e vuole compiervi opere più grandi di quelle che aveva fatte sinora in cielo. Egli vuole pure riparare sulla terra ciò che era stato perduto in cielo, e ripararlo in una maniera più eccellente, degna del Verbo incarnato, degna della sublimità dei pensieri dell'eterna Sapienza rivestita della nostra umanità, degna della nostra umanità e dell'eminenza delle vie di colui che è la Via, la Vita e la Verità. II. – Il primo amore che Dio aveva creato, in cielo venne perduto per la caduta degli Angeli e deve essere riparato da Gesù sulla terra. Nel Cielo venne perduto il grado più sublime di amore che era stato creato, e ciò avvenne per la rovina del primo angelo che ne aveva ricevuto il dono. Sulla terra deve essere riparato questo amore perduto in cielo; e ciò deve farsi ai piedi di Gesù, e in un grado più alto ancora, in una maniera più insigne, in omaggio al mistero di amore che è l'Incarnazione, e per onorare il trionfo di amore che è Gesù: Gesù! l'amore del Cielo e della terra, l'amore degli angeli e degli uomini, l'amore dell'Eterno Padre che in Lui, suo Figlio diletto, prende le sue sovrane compiacenze. III. - Il primo amore che era stato perduto per la caduta degli Angeli, viene riparato con vantaggio; si può dire, in tutta verità, che la grazia e l’amore che procedono dal mistero dell'Incarnazione sorpassano tutto quanto lo aveva preceduto... La Maddalena è quella che Gesù ha eletta per riparare in essa quell'amore che era stato perduto in cielo. Sono contento che mi sia venuto questo pensiero, perché è onorifico per Gesù e per il sacro mistero dell'Incarnazione che è il mistero dei misteri. La grandezza e dignità di questo mistero ci persuade facilmente che la grazia che ne deriva sorpassa tutta quella che vi fu prima della efficacia di essa, sia nel paradiso terrestre, sia nel paradiso celeste. Né l'uomo, né gli angeli ricevettero doni grandi e preziosi, come li chiama il capo degli Apostoli, pari a quelli che ci erano preparati in Gesù Cristo Nostro Signore. La grazia apportata da Gesù è incomparabile; gli Angeli, nella loro gloria, l'ammirano con grande riverenza, e non si peritano di esserne altro che servitori. L'amore fondato in questa grazia nuova che dipende dall'Uomo-Dio, sorpassa l'amore infuso negli angeli in cielo, ed accende in terra un fuoco di amore più grande di quello che si era estinto in cielo. Non intendo parlare qui della Vergine, perché il suo amore e la sua grazia non ammettono confronti; la sua dignità per la qualità di madre, la rende troppo vicina al Creatore, perché possa essere messa a confronto neppure col primo degli Angeli e neanche con tutti gli angeli assieme. La Vergine è la sovrana e non la compagna degli Angeli; essa possiede una sopreminenza al di sopra di tutte le creature sia del Cielo come della terra. Per l'eccesso di amore, di grandezza e di dignità che le spetta, e che sorpassa i pensieri degli uomini e degli angeli, non la si deve mai comprendere quando si parla tanto del peccato come della grazia: dappertutto essa viene eccettuata, se non la si nomina espressamente; dappertutto ha i suoi privilegi. Senza pregiudizio dunque della Vergine anzi in omaggio al Figlio ed alla Madre di Dio, seguiamo i nostri pensieri e proseguiamo il nostro discorso sull'amore perduto in cielo e riparato sulla terra. Per questo amore è grande dignità che sia riparato, da Gesù; ed è pure grande onore per Gesù di ripararlo Egli medesimo, sulla terra, nei giorni delle sue umiliazioni e non in quelli della sua potenza e della sua gloria. Io sono quindi facilmente indotto a credere che questo amore celeste da Gesù deve venire riparato sulla terra, e che ai suoi piedi divini deve compiersi quest'opera divina, come per rendere omaggio all'amore e all’abbassamento di Gesù sulla terra. Ma sopra chi cadrà questa fortuna? Il Vangelo ci indica e ci rappresenta la Maddalena frequente ed assidua ai piedi di Gesù; così incomincia presso il fariseo, così continua presso la sorella Marta e presso Simone il lebbroso a Betania, così essa termina ai piedi della Croce; al sepolcro ancora la troviamo ai piedi di Gesù risorto, comparso in forma di ortolano. Dappertutto la troviamo ai sacri piedi di Gesù; è questo il suo soggiorno, il suo distintivo e la sua particolarità nella grazia. Perciò ai piedi di Gesù essa riceve la celeste rugiada e il divin amore perduto nel Cielo; Gesù appunto, quando essa sta ai suoi piedi ripara l'amore perduto in cielo e lo, versa nel cuore di essaxii. Capitolo III La Maddalena, interiormente attirata da Gesù Lo cerca e Lo trova in casa del fariseo e Gli rende i suoi omaggi I – La Maddalena condotta dallo spirito e dalla grazia di Gesù. In questi pensieri, o mio Signore, considero ed adoro il corso della vostra vita sulla terra, vedo che sulla terra voi fate e farete opere grandi, degne delle vostre grandezze umane e divine, create ed increate; ma una delle più grandi meraviglie che voi operate nelle anime in particolare, è quella che vi degnate di compiere ora. Felice momento della vostra vita! O fonte della vita! Voi la Vita medesima! Momento felice in cui operate una grazia così eminente, origine di tante grazie! Come dall'alto del cielo, dove adesso vi trovate, Voi esercitate quaggiù sulla terra, a vostro piacimento, la vostra azione nelle anime nostre; così da quella casa dove state conversando col fariseo e coi discepoli, Voi esercitate la vostra divina azione nell'anima della Maddalena, mentre sta ritirata nel suo palazzo. Voi la guardate, la colpite, l'attirate a Voi; la rapite al mondo e a sé medesima. Io la contemplo in un tale e santo furore di un amor santo e la seguo passo passo, osservandone gli atti, ed ammirandone i movimenti: esce dal suo palazzo, e più ancora esce fuori di sé stessa, corre a cercarvi nella vostra abituale dimora e non vi siete; ma essa senza saperlo, vi porta e vi possiede nel suo cuore. Non siete nella vostra solita dimora, ma dimorate in essa, vale a dire nel suo cuore e nella sua mente; e qual meraviglia che non vi conosca mentre dimorate in essa, poiché non vi conoscerà neppure quando al sepolcro vi vedrà e vi parlerà senza conoscervi, dopo di aver goduto per parecchi anni della vostra santa presenza e della vostra conversazione! Perché il suo amore, tanto in principio come al termine, ha fervore e sentimento più che discernimento. Nel fervore del suo amore non può soffrire la menoma dilazione, né si rassegna ad aspettare il vostro ritorno per conferire con Voi nella vostra dimora. Non può tollerare il minimo ritardo per cercarvi, trovarvi, offrirvi i suoi omaggi e consacrarvi il suo cuore. Essa dunque vi cerca, e viene a sapere che siete in casa del fariseo, in un convito, in mezzo a persone incapaci di comprendere il suo dolore, i suoi intimi sentimenti ed il suo amore. Ma le basta sapere che Voi siete là, perché corra a trovarvi. Per essa, Voi siete tutto e tutto il resto e niente. Essa dunque si risolve a portarsi in quella casa, poiché ci siete Voi. Ma che fate, o peccatrice, o figlia di Adamo? Adamo fugge il Signore, e voi lo cercate! Adamo cerca l'oscurità, e voi cercate la luce! Adamo, vedendosi colpevole, si nasconde e copre sé stesso sotto un fico, e voi che pur vi sentite colpevole, volete esporvi ai raggi del Sole di giustizia! Ma che dico mai, o Signore? il vostro amore la conduce, e se ardisco dirlo, santamente la trasporta fuori di sé medesima e fuori del peccato e della condizione ordinaria dei peccatori. Essa se ne viene dunque, ed entra in casa del fariseo; ma non pensa che a Voi, non vede che Voi in quella sala e in quel convito; ed eccola ai vostri piedi. Tace la sua lingua, ma il suo cuore parla: i suoi atti senza parole vi scoprono il suo cuore, e Voi, o mio Signore Gesù, siete in essa più che in quel convito. II. – Gesù, mentre non sembra pensare a cose grandi, opera meraviglie infinitamente grandi. La Maddalena, dal momento della sua conversione, è inaccessibile al maligno spirito. La grazia ch'essa riceve ai piedi di Gesù è così grande che la rende superiore alla umana debolezza ed alla rabbia diabolica. Essa, sulla terra, è un cielo, dove Gesù riposa col suo spirito, con la sua grazia e col suo amore, in eminenza, in eccesso e con ogni sorta di privilegi. Il cuore della Maddalena è il trono della purezza medesima; ed essa è rivestita di una purità celeste e divina. Tale celeste infusione opera nel cuore e nel corpo di questa penitente una santa partecipazione della purezza di Gesù. Mentre prendete il vostro cibo, vi riposate e sembrate ozioso, Voi compite cose grandi, segretamente operate in quest'anima, l'attirate e ne consumate nel vostro amore il cuore e lo spirito, consacrandola come una nuova ostia a Voi medesimo ed ai vostri piedi divini. Ed essa, ostia del vostro amore immolata ai vostri piedi, effonde le sue lagrime ma più ancora il suo spirito; e il suo cuore si fonde nel vostro amore. Mi rallegro nel vedere un tale capolavoro di grazia e di amore, nel vedere quest'anima già peccatrice ed ora penitente: nel vederla tutta santa e celeste ai piedi del Santo dei santi, che vi era una volta, ora purezza e di una santità così grande. che da quel momento lo spirito immondo non ha più l'audacia di avvicinarla. Una volta essa era posseduta dallo spirito maligno, anzi da parecchi demoni; ora questi non ardiscono neppure più rivolgerle uno sguardo. All'ombra di quei piedi divini Maddalena riceve grazia, purezza ed amore, e in una tale eminenza ch'essa trovasi ormai al sicuro della debolezza umana come della rabbia diabolica. Il demonio non le si avvicinerà mai più come non si avvicina al Cielo donde è stato scacciato; perché quest'anima, sulla terra, è un cielo dove riposa Gesù col suo spirito, con la sua grazia e col suo amore in eminenza, in eccesso e con ogni sorta di privilegi. Il cuore di essa prima era macchiato dall'amore profano, ma ora è investito di un amore celeste, anzi è un trono della purezza medesima. Non intendo dire una purezza umana ed ordinaria, quale si trovò in parecchie dame pagane, e quale trovasi in molte anime cristiane. La purezza che l'anima della Maddalena acquista ai piedi di Gesù è una purezza nuova, una purezza celeste, una purezza divina e privilegiata, una purezza che emana dalla purezza medesima di Gesù, ai cui piedi la vedo prostrata, e dove essa riceve le emanazioni pure, sante e celesti, ammirate dal cielo con venerazione riconosciute dall'occhio della fede e della pietà, ma sconosciute all'uomo che non conosce Dio. Tale santa emanazione di Gesù, tale celeste infusione nella Maddalena, porta nel cuore ed anche nel corpo dell'umile penitente, non un effetto soltanto della purezza di Gesù, ma una santa partecipazione di questa divina purezza in un grado così eminente, che il demonio è costretto a rispettarla e non ardisce più avvicinarsi ad un santuario così sacro. III. – Nella conversione della Maddalena noi adoriamo i primi omaggi resi ai piedi divini di Gesù e le loro prime emanazioni. Dalla qualità e dignità e dal primato di questi sacri piedi non si possono aspettare che grazie eminenti e privilegiate. Vi sono qui due vive sorgenti, tutt'e due celesti; l'una di grazia, che dai piedi di Gesù scorre nel cuore della Maddalena; l'altra di lagrime, che dal cuore più che dagli occhi della Maddalena scorre ai piedi di Gesù. Le lagrime della Maddalena sono celesti ed essa le riceve da Gesù per renderle a Gesù. Queste meraviglie, per la Maddalena, sono grazie e favori, ma sono pure meriti e grandezze in Gesù ed ai piedi di Gesù. Ecco i primi omaggi resi a quei piedi santi, che sono fonte di santità, dopo che camminano sulla terra per la salvezza della terra e la gloria del Padre. Ed ecco pure le prime grazie ed i primi favori emanati da questi piedi divini, ai quali per la loro qualità e dignità e per il loro primato appartengono pregi e privilegi eminenti. Quei piedi sono sacri e divini, graziosi ed adorabili, sussistono nella divinità medesima; ciò nonostante camminano e si affaticano per i peccatori e un giorno saranno trapassati dai chiodi per versare quel sangue che deve lavare il mondo xiii. All'ombra di questi piedi sacri, nel convito del fariseo, scorre una sorgente di grazia e di purezza in quell'anima nobilissima, una delle più eminenti nel seguito e nell'amore di Gesù. E così dal cuore della Maddalena abbassato, o piuttosto sublimato nel bacio di questi piedi divini, sgorga una fonte di acqua viva che lavando i piedi di Gesù, lava la purezza medesima. Ammiriamo qui due sorgenti, due effluvi degni di attenzione: l'una di queste sorgenti è nei piedi di Gesù e scorre nella Maddalena; l'altra è nel cuore della Maddalena e scorre ai piedi di Gesù; due sorgenti vive e celesti; sono sorgenti celesti in terra; ma anche la terra è un cielo, poiché Gesù è sulla terra. Il cuore dunque della Maddalena, prima immondo, ora è un cuore puro e celeste, e da esso sgorga un'acqua viva, adatta persino a lavare Gesù. Però Gesù, si compiace in questa lavanda dei suoi piedi, come in un bagno caro e delizioso, e ne trae motivo di gloria per la Maddalena e di rimprovero per il fariseo. IV. – Ignoranza del fariseo, in confronto dell'ardente pietà della Maddalena. Ma lasciamo da parte questo povero ed ignorante fariseo che in tutta questa azione non serve che a farci conoscere la propria ignoranza e il grande amore della Maddalena ch'esso disprezza nel suo cuore. Egli non ha contezza delle meraviglie che si compiono nella propria casa e sotto i suoi occhi, né vi ha parte alcuna, se non come le ombre che in un quadro fanno risaltare le parti più eminenti; egli non conosce né Gesù né la Maddalena; non sa che Gesù è profeta e più che profeta, poiché è il Dio dei profeti; non sa che la Maddalena non è più peccatrice ma che è entrata nell’ordine della grazia, dell'amore e della purezza di Gesù; non sa ciò che Gesù è per la Maddalena, né ciò che la Maddalena è per Gesù; non sa che Gesù purifica la Maddalena come la Maddalena lava i piedi di Gesù, che Gesù spande i suoi divini profumi sulla Maddalena come questa versa i suoi profumi su Gesù; non sa che Gesù onora la Maddalena come la Maddalena onora Gesù e che Gesù ama la Maddalena come la Maddalena ama Gesù. Non sa quel Fariseo che nel cuore della Maddalena sta lo spirito medesimo di Gesù, e che essa da questo spirito diretta ed infervorata si serve per Gesù dei propri occhi e delle proprie mani, della sua bocca e delle sue lagrime, dei suoi capelli e dei suoi profumi, del suo cuore, della sua mente e del suo amore, di tutto l'essere suo, e di tutto ciò che è suo, per onorare Colui che è il suo Dio, la sua salvezza e il suo amore. È questo il sacro e divino impeto che la porta e la trasporta alla casa del Fariseo. Onoriamo questo spirito, questo amore e quest'anima, onoriamo i suoi passi, i suoi movimenti e le sue azioni. Osserviamo come essa entra nella casa del Fariseo senza pen- sare al Fariseo medesimo; non pensa che a Gesù e brama di prostrarsi ai piedi di Gesù. Non vediamo noi ch'essa non cerca e non vede altro che Gesù e corre a prostrarsi ai suoi piedi, li lava con le sue lacrime, li asciuga coi suoi capelli, li cosparge dei suoi profumi, li adora coi suoi baci, strettamente vi si tiene attaccata, e là, da Colui che è la Vita e l'Amore medesimo essa riceve la vita di grazia e di amore? E Voi, o Gesù Mio Signore, che siete l'oggetto di questi affetti, il soggetto di questi atti, e la causa di questi movimenti, io vi lodo, vi adoro e vi benedico. Mi rallegro, o Gesù che siete l'onore del cielo e della terra, mi rallegro di vedervi vivere sulla terra ed operare tra gli uomini meraviglie così divine, cosi degne della vostra grandezza, della vostra potenza, del vostro amore ed anche della vostra divinità nascosta sotto il velo della vostra umanità. V - Due banchetti ben differenti: uno del Fariseo per Gesù, l'altro di Gesù per la Maddalena e della Maddalena per Gesù. Tra tutti i luoghi della terra o mio Signore, che avete onorati della vostra presenza e delle vostre azioni, mi rallegro di vedervi in questa sala, e di contemplarvi come sul trono del vostro amore, mentre in quell'anima operate un amore così grande che tende a riparare quell'amore creato che era stato perduto in cielo. In questa sala, mi rallegro di vedervi in questo banchetto, come nel festino delle nozze del vostro spirito con quest'anima; perché siete Voi che operate queste meraviglie, e che avete scelto questo luogo, questo momento, questa circostanza, come per dare ad una tale alleanza pubblicità e solennità. In questo banchetto, mi rallegro di vedervi tra il Fariseo e la Maddalena, come tra due spiriti e due stati differenti. Il Fariseo è seduto vicino a Voi, e la Maddalena sta ai vostri piedi; ma il vostro spirito, il vostro amore e la vostra potenza stanno nel cuore della Maddalena e vi operano meraviglie. O delizioso banchetto, il più delizioso che abbiate onorato della vostra presenza! O felice e felicissimo spettacolo dove si compie un tale miracolo di amore, un tale capolavoro di grazia! Io vedo, o Signore, in questo banchetto, due banchetti differenti; interno l'uno, esterno l'altro; quello del Fariseo che pasce il vostro corpo, quello della Maddalena che sazia il vostro spirito; il primo che vi porge del pane a Voi che siete il Pane vivente e vivificante disceso dal cielo; l'altro che a Voi porge un cuore ed uno spirito ferito dal vostro amore; è il cibo più delizioso che mai vi sia stato offerto, il frutto più delizioso e più prezioso delle vostre fatiche. Tuttavia, o Signore, in apparenza Voi non pensate e non parlate che al Fariseo, sembrando dimenticare la Maddalena che sta ai vostri piedi, che pensa a Voi e unicamente a Voi. Guardate il Fariseo e non guardate la Maddalena; parlate al Fariseo e non parlate alla Maddalena; col Fariseo vi trattenete in un lungo discorso e, durante tale conversazione, alla Maddalena non dite nulla, lasciando che ai vostri piedi il suo cuore si fondi come la neve al sole. Ed essa, mentre da Voi in apparenza è dimenticata come dal Fariseo e dagli astanti è disprezzata, non smette di santamente versare le sue lagrime ed i suoi profumi, ma più ancora di effondere il suo cuore e il suo spirito. Per la forza dell'amore che la consuma e la esaurisce, ai vostri piedi, si sacrifica in olocausto di amore. È vero però che la fine del convito e del discorso attesta poi che Voi grandemente stimate questa santa penitente, e che le sue lacrime ed il suo amore sono da Voi ricordati e ricordati in memoria eterna. VI. – Gesù prende la difesa della Maddalena e l'ammette al suo seguito. Voi, con ammirabili parole, vi prendete cura di far conoscere ed apprezzare al Fariseo e in esso all'intero universo e a tutti i secoli, gli atti santi di questa felice penitente. Voi con tanto amore considerate questi atti, li ricordate con tanta soavità, li rappresentate con tanta vivacità, ne fate il confronto con tanto loro vantaggio che il Fariseo è costretto a condannare sé stesso per la propria bocca, mentre la Maddalena viene giustificata dalla vostra parola. Da quel momento l'accogliete nel vostro seguito, l'ammettete tra i vostri discepoli, l'adottate nella vostra famiglia, l'associate alla vostra santa Madre; da questo momento essa vi accompagnerà sino alla Croce, sino alla morte, sino alla vita ed alla vita della gloria. VII. – Benché san Giovanni sia il discepolo prediletto di Gesù, sembra su questo punto essere inferiore alla Maddalena; pare, a parlare propriamente, che dalla medesima sorgente riceva maggior luce ed essa maggiore amore. Gesù in tutti i suoi differenti stati lascia dei segni dei suoi favori verso quest'anima santa. Alla Maddalena soltanto è concesso il privilegio di lavare i piedi di Gesù e di bagnarne con preziosi liquori il capo sacratissimo. Tra i vostri felici seguaci e discepoli, nel numero dei quali essa entra da questo momento, ne vedo parecchi che sono eminenti in varie grazie: ma fra essi solo san Giovanni si chiama il vostro prediletto; eppure non si legge che gli abbiate concesso altro favore che quello di riposare, una volta e in un luogo appartato, il capo sopra il vostro sacro petto. Se noi sappiamo raccogliere ed osservare nel Vangelo i tratti della vostra grazia riconosciamo, a mio avviso, che i privilegi di amore conferiti alla Maddalena sono maggiori, più frequenti, più evidenti ed hanno maggiore pubblicità; se non m'inganno nel discernere il vostro spirito e le vostre grazie, mi sembra che se il discepolo prediletto è stato da Voi insignito di maggiori lumi, la Maddalena invece è stata favorita di amore maggiore. San Giovanni medesimo ce la manifesta attaccata più di lui stesso a Voi ed al vostro sepolcro, e ci dice che dalla Maddalena lui e gli altri apostoli hanno ricevuto il primo annuncio della vostra gloria; perché l'eccesso del vostro amore vi ha portato a comparire ad essa prima che a san Giovanni ed agli altri Apostoli riuniti. Così sembra che Voi abbiate voluto lasciare dei segni dei vostri favori verso quell'anima santa in ciascuno dei vostri differenti stati, nella vostra vita, nella Croce, nella morte, dopo la morte, ed anche nello stato della vostra gloria, rendendo, quindi, questa prediletta discepola dappertutto eminente e segnalata tra tutti i vostri discepoli. Io vedo che nell'ultima cena mentre celebravate la Pasqua con gli Apostoli, con un adorabile abbassamento avete voluto lavare ad essi i piedi; ma non avete loro permesso di lavare i vostri piedi; alla Maddalena invece avete concesso questo favore, e parecchie volte: l'una presso il Fariseo, dove essa lava i vostri piedi con le sue lagrime, l'altra a Betania nella casa di Simone il lebbroso, sei giorni prima della vostra morte, dove essa ancora lava i vostri piedi, non più con le sue lagrime, perché l'amore le ha tutte esaurite, ma coi profumi e col prezioso unguento. Grande ed ammirabile dignità! È il cielo che irriga la terra; ma qui invece è la terra che irriga il cielo, poiché Voi, o Gesù mio Signore, siete un cielo e un cielo ben più puro e più elevato che il cielo empireo... Eppure quest'anima santa riceve una tale dignità essa sola in tutta la terra, viene eletta per versare sopra di voi, davanti a tutti gli astanti e a tutti gli apostoli, una celeste rugiada e coprire dei suoi profumi i vostri sacri piedi e quel vostro capo che regge i cieli, capo adorabile e dagli angeli adorato. Così voi prediligete la Maddalena e nel vostro amore le impartite speciali favori e privilegi. Riassumiamo dunque in poche parole i favori ed i privilegi che avete concessi, o Gesù mio Signore, a quest'umile e santa penitente. Ad essa e ad essa soltanto avete permesso di rendervi tanti attestati di amore così tenero, forte e singolare. Essa sola sta così spesso ai vostri piedi; essa sola li bagna con le sue lacrime; essa sola li inonda, e parecchie volte, di preziosi unguenti; essa sola li asciuga coi suoi capelli; essa sola sul vostro capo versa i profumi, rompendone il vaso prezioso onde versarne sopra di Voi sino all'ultima goccia, riempiendo di un odore ammirabile quella casa dove eravate Voi. Ma, o Signore, il suo cuore era dal vostro amore ben più spezzato di quel vaso ch'essa rompe onde meglio versare sopra di Voi quel profumo; ai vostri piedi essa fa un'effusione del suo cuore e del suo spirito ben maggiore che non di quel balsamo prezioso; e il buon odore del suo amore è più grande nella vostra Chiesa e dura più a lungo che non l'odore di quei profumi di cui fu ripieno il luogo della vostra dimora sulla terra, perché il divino odore del suo amore riempie la terra ed anche il Cielo, dove durerà per tutta l'eternità. VIII. – L'amore della Maddalena, tenero in casa del Fariseo, dove essa si prostra ai piedi di Gesù, è forte sul Calvario, dove sta ritta a piè della Croce. Ecco i tratti dell'amore di quest'anima per Voi e del vostro amore per essa, o Gesù mio Signore. Essa compie tutti questi atti, ma chi li opera in essa è il vostro spirito, e in essa soltanto li opera per un privilegio di amore a lei riservato. Ma seguiamo passo passo il progresso di essa nel suo amore; procuriamoci il piacere di notare il reciproco e mutuo amore di Voi in essa e per essa, e di essa in Voi e per Voi. Vedremo che se l'amore della Maddalena presso il Fariseo fu tenero e la condusse a fondersi in lagrime ai vostri piedi, sul Calvario invece e davanti alla vostra Croce, il suo amore sarà forte e le darà vigore e potenza per star ferma e in piedi durante i vostri dolori ed i vostri tormenti e rimanere costante e fedele al vostro amore. Voi andate alla Croce, o Gesù mio Signore, e questa semplice parola fa tremare i vostri apostoli: ma la Maddalena non tremerà neppure davanti alla realtà: essa rimarrà ai piedi della Croce senza preoccuparsi né dei Giudei, né dei soldati, né dei tormenti, non pensando ad altro che a Voi che siete la sua vita, il suo amore, il suo tutto! Capitolo IV La Maddalena, pochi giorni prima della morte di Gesù versa di nuovo sopra di Lui i suoi profumi I. – La Maddalena anticipa per Gesù gli onori della sepoltura. Essa è più eminente nell'amore che nei lumi. Si avvicina il tempo della vostra morte, o Gesù Signor mio; per l'ultima volta lasciate la Galilea per andare a Gerusalemme a morirvi sulla Croce; ma l'ultima settimana della vostra vita avete voluto passarla nella dimora di Betania, dove vivevano Marta e Maddalena, dedicandovi nelle vostre ultime ore alla conversazione con quelle anime sante. Là si raccoglie e si rinnova l'amore della Maddalena; là ancora essa si prostra ai vostri piedi, là vi inonda di acque odorifere. Mentre Giuda pensa ad odiarvi, essa pensa ad amarvi e ad effondere sopra di Voi il suo cuore ed i suoi profumi; là con questa unzione e secondo la vostra stessa parola, essa anticipa la vostra sepoltura; là vi seppellisce tutto vivente; non sapeva ciò che faceva, ma Voi lo sapevate per essa, e ce lo insegnate nel vostro Vangelo; il suo amore era più attivo che intuitivo, e la sua umile e santa ignoranza insegna a noi a seguire fedelmente le mozioni dello Spirito Santo, senza vedere né discernere i motivi ed i fini per i quali ci vengono date. II. – Spiegazione di queste parole: Essa ha imbalsamato in anticipazione il mio corpo per la sepoltura. È questa un'azione memorabile, e il Signore vuole che sia ricordata e pubblicata dovunque si farà memoria di Lui, tanto Egli ama quest'anima e vuole onorarne quella azione insigne. Fermiamo dunque sopra di essa i nostri pensieri, poiché è un'azione così celebre. È l'ultima azione della Maddalena verso il suo Signore vivente ancora ma vicino al termine del suo mortale soggiorno; si compie alle porte di Gerusalemme e in mezzo ad un gran concorso di gente, ciò che le conferisce una grande solennità. La Maddalena da una santa ispirazione straordinaria dello Spirito Santo è mossa a versare sul suo Salvatore quel prezioso liquore, sei giorni prima ch'Egli versi il suo sangue sopra di essa e sopra il mondo; circostanze tutte da notarsi e da onorarsi. Tuttavia la Maddalena viene diversamente giudicata, anche dagli apostoli medesimi; gli uni la biasimano, gli altri rimangono dubbiosi; ma il Signore la loda e ne prende la difesa, con questa insigne parola che merita di essere spiegata: Essa ha anticipato il tempo e l’unzione per la mia sepoltura. Ma come? o Signore! Voi siete vivente; Voi date vita ai morti; Lazzaro, da poco risuscitato, è là in vostra compagnia, e Voi, in questo convito e a proposito di quest'azione, parlate di morte; nessuno pensa alla vostra morte, poiché siete la Vita; neppure la Maddalena crede alla vostra morte, poiché siete la sua vita; in che modo dunque essa, non sapendo nulla della vostra morte, anticipa la vostra morte e la vostra sepoltura? Il segreto della Croce non le viene rivelato, ed essa non sa ciò che avverrà fra pochi giorni: non sa che questi piedi ch'essa profuma con l'unguento prezioso, presto saranno forati e inchiodati sopra una croce; non sa che questo capo che copre di profumi, sarà coperto di sputi e di spine; queste cose sono nascoste al suo cuore, essa non le conosce. Ma le sapete Voi, o Signore, e le sapete per essa, perché il vostro spirito e lo spirito di essa sono un spirito solo, ed essa opera santamente nella vostra conoscenza senza la sua propria conoscenza; il suo spirito essendo uno spirito solo col vostro, la vostra conoscenza dirige il suo amore. L'amore della Maddalena mentre è privo d'intelligenza, è pieno di potenza, ed essa compie senza discernimento ma santamente, quest'azione che tende alla morte ed alla sepoltura di Gesù. III. – Gesù, in questo convito, è come morto nel suo proprio pensiero; e l'amore dell'amante di Gesù, diretto dal pensiero di Gesù, può bene versare lagrime sopra di lui e rendere al suo corpo gli onori della sepoltura. Considerazione su lo stato di Gesù tra la Maddalena e Giuda. La Maddalena è come sostituita a Giuda, e Gesù ne fa un nuovo apostolo di grazia, di vita e di amore, per dare agli Apostoli l'annuncio della sua risurrezione. Voi infatti, o Signore, assistete a questo convito come già morto nel vostro proprio pensiero, poiché sapete ciò che vi è riservato ed è prossimo; siete pure già morto, nel cuore e nel disegno di Giuda. O convito ben degno di lagrime, ben degno, o Maddalena, delle vostre lagrime! Voi avete pianto sopra di voi medesima nel convito in casa del Fariseo, ma in questo voi piangereste sopra Gesù, se sapeste il suo stato, i suoi pensieri e la sua ora così vicina. Piangiamo adesso, al suo posto, noi che sappiamo e pensiamo allo stato di Gesù in quel convito, e lasciamo libero corso al nostro stupore, mentre, strano spettacolo!, vediamo Gesù tra Giuda e la Maddalena tra due spiriti, due movimenti e due fini ben differenti. Giuda pensa a tradirvi, o Gesù mio Signore, e la Maddalena non pensa che ad amarvi; Giuda pensa a consegnarvi ai Giudei, e la Maddalena a darsi tutta a Voi e a darvi il suo amore; Giuda col suo peccato si avvia al più profondo dell'inferno e fra poco vi sarà caduto, la Maddalena col suo amore si avvia ad uno dei seggi più elevati del Paradiso e già vi è come stabilita per sempre. E tuttavia, o Gesù, voi riunite assieme in certo qual modo, ci sembra, questi due movimenti così contrari e questi spiriti così differenti: Giuda, infatti, pensa alla vostra morte, e la Maddalena, senza pensarvi, mira alla vostra sepoltura, poiché con quella sua azione serve alla vostra sepoltura; e, secondo la vostra parola, ne anticipa il tempo e la realtà. O strano legame tra Giuda e la Maddalena, e rispetto a Voi, o Gesù! Legame operato dall'azione del vostro spirito che nella Maddalena vuole riparare ciò che esso perde in Giuda; perciò vediamo che in quel posto che Giuda perde nella famiglia di Gesù abbandonandolo per precipitare nell'inferno, Gesù sembra voler sostituire la Maddalena, perché di essa fa un nuovo apostolo di grazia, di vita e di amore; un apostolo che sarà tale persino per gli Apostoli medesimi, cui annuncerà la vita e la gloria di Gesù. IV. – L’amore sottile e forte della Maddalena presentendo che Gesù, con la potenza della sua gloria, la preverrà quando essa vorrà ungerlo al sepolcro, lo previene ora con la potenza del suo amore. Elevazione a Gesù Cristo nel convito di Betania, seppellito nel suo proprio pensiero e nel cuore della Maddalena. Questo è il sepolcro di Gesù più di quello che venne prestato da Giuseppe d'Arimatea; era giusto che Gesù, essendo la Vita medesima, avesse un sepolcro vivente. Ma il vostro spirito, o Gesù, in questo mistero me ne scopre pure un altro in esso nascosto; sembra, infatti, che tra Voi e la Maddalena avvenga un'intima e segreta lotta, lotta di onore e di amore, felice lotta tra due persone in realtà così distanti, ma così congiunte in unità d'amore e così associate nei medesimi fini e nelle medesime intenzioni. Quando Voi vi troverete morto nel sepolcro di Giuseppe d'Arimatea, la Maddalena vorrà ungere il vostro corpo, ma Voi la precederete risorgendo prima della sua venuta; orbene, il suo amore è sottile e non vuole essere deluso; il suo amore è oltremodo forte, e non può rimaner vinto; essa dunque vi previene ora con la potenza del suo amore, come Voi la preverrete nell'orto del sepolcro con la potenza della vostra vita e della vostra gloria, perciò essa fin d'ora vuole ungervi e seppellirvi. Poiché non volete essere unto da essa quando sarete morto, essa vuole ungervi e seppellirvi mentre siete tuttora vivente. Essa vuole dunque seppellirvi, in questo convito, e Voi cedete al suo volere ed al suo amore che la porta a compiere il suo dovere verso di Voi e seppellirvi nei suoi profumi, e meglio ancora, nel suo cuore e nel suo spirito che sono per Voi un sepolcro vivente e delizioso. O cuore felice, quello della Maddalena! O sepolcro vivente di Gesù, di Gesù morto e di Gesù vivente! Sepolcro vivente di Gesù ancor vivente a Betania e di Gesù quando si troverà morto nel sepolcro! Gesù dopo la sua morte, sarà più presente, più vivente e più operoso nel cuore della Maddalena che nel suo sepolcro inanimato. Se in quel sepolcro di pietra Gesù sarà Vita divina, non lo sarà per il sepolcro medesimo, ma per la Maddalena; non vi compirà nessuna azione di vita per il sepolcro medesimo, ma vi opererà vita e vita sublime rispetto alla Maddalena e nella Maddalena. O vita! O sepolcro! O Maddalena! O convito! Quali delizie e insieme quali amarezze! Ma delizie e amarezze tutte celesti e divine, che non si riferiscono che a Gesù; Gesù è l'oggetto di quel convito; Gesù è pure l'oggetto dei pensieri, degli atti e degli affetti che vi si compiono. Vi amo e vi adoro, o Gesù, nel convito di Betania; qui vi adoro come seppellito nel vostro pensiero e nella vostra parola, che tratta di morte e di sepoltura! Vi amo e vi adoro come seppellito nel cuore, nell'amore e nei profumi della Maddalena! Vedo, infatti, ch'essa li sparge sul vostro corpo dalla testa sino ai piedi per coprirvene tutto per intero; ciò non avvenne nella prima unzione, ma avviene in questa che è un'unzione di mistero e di amore, un'unzione che anticipa e compie la vostra sepoltura. Così doveva essere; ed è questa una preziosa disposizione dello Spirito Santo, perché Voi che non vivete, né patite, né morrete che per amore, e che nella morte siete vita, dovevate avere un sepolcro vivente, un sepolcro di amore; e scegliete appunto il cuore della Maddalena perché serva ad un ministero così prezioso, così glorioso e così santo. Capitolo V La Maddalena ai piedi della Croce I. – Alla Croce Gesù è attaccato dalle mani dei Giudei, e la Maddalena dall'amore. Le tenebre che coprono la terra non possono impedire alla Maddalena di vedere Gesù in Croce. Rispetto alla Maddalena Gesù non è morente, né captivo, ma sempre vive ed opera in essa. Ma lasciamo il convito di Simone il lebbroso, e portiamoci alla Croce che ne è così vicina. Mentre Gesù è attaccato, alla Croce, vi troviamo la Maddalena attaccata essa pure. Là essa non ha vita che nella Croce e non ha sentimento che per i dolori del suo Salvatore. Gesù è la vita di essa, e poiché Egli è in croce, la vita della Maddalena è sulla Croce. Non sono i Giudei quelli che l'hanno attaccata alla Croce; è l'amore che l'attacca alla Croce e con legami più forti e più santi di quelli che stanno nelle mani di quei barbari. Ai piedi della Croce la Maddalena eleva verso Gesù i suoi occhi e la sua anima, né le tenebre che coprono la terra possono toglierle la vista di Gesù. Per verità, il sole ha vergogna di mostrare il suo splendore, vedendo il Padre dei lumi oscurato da tante umiliazioni. La terra è coperta dalle tenebre della propria infedeltà; ma queste tenebre non possono togliere alla Maddalena la vista di Gesù. Il sole si è eclissato, ma non è questo il sole dell'anima della Maddalena, essa gode di un'altra luce ben diversa da quella del sole del firmamento. Gesù è il sole della Maddalena, sole che nel cuore di essa non si eclissa mai. Allora anzi, questo Sole in essa è più luminoso che mai, e ne rischiara le tenebre; mentre muore sulla Croce, rimane vivente in essa, e in essa opera come vivente anche nella sua morte. Vivente e attaccato alla Croce, è captivo e privo di libertà, soffre ed è inattivo, sembra che il suo potere sia pure inchiodato alla Croce insieme come le sue mani. Ma Gesù non è captivo per la Maddalena. né per essa è legato il suo potere; meno Gesù opera nella Giudea, più è attivo nello spirito della Maddalena, e vi opera meraviglie che la terra nelle sue tenebre non può conoscere, ma che ci verranno rivelate dalla luce del Cielo. II. – La Maddalena, essendo la più eminente nell'amore per Gesù, è pure quella che soffre di più con Lui. Il medesimo amore che trionfa di Gesù riducendolo alla Croce, trionfa pure della Maddalena riducendola a vivere e a morire tutt'assieme. Ai piedi della Croce, la Maddalena riceve una nuova impressione di amore, ma questo amore è dolore. L'amore di Gesù ne porta le qualità e la livrea, quindi l'amore che procede da Gesù sofferente porta una impressione di sofferenza. Ci basti pensare e dire che più l'oggetto è degno di essere amato e più grande è l'amore, maggiore è pure il dolore sia nel vederlo soffrire, sia nell'essere da Lui separato. Orbene, per la Maddalena, ai piedi della Croce, tutto ciò si trova condensato all'eccesso e in modo sublime. Nessun oggetto potrà mai essere degno di essere amato come Gesù, come Gesù che soffre, che soffre dolori incredibili, e tutto soffre proprio per amore. E l'amore e il dolore sono ancora accresciuti dal fatto che i suoi patimenti hanno per effetto di rapirlo alla terra. Tra tutti i discepoli di Gesù, non vi era anima più fedele e costante nell'amore che la Maddalena; né fra i peccatori sulla terra vi era cuore più nobile e più disposto a ricevere le impressioni dell'amore celeste: e il tempo più propizio per queste impressioni era appunto quello della croce e della morte di Gesù. La Croce è il trono e il trionfo dell'amore di Gesù; sulla Croce l'amore trionfa persino di Gesù medesimo, e vuole pure trionfare anche dell'umile discepola di Gesù; trionfa del Maestro riducendolo alla morte, non già per l'impotenza della sua persona, poiché è divina ma per la potenza dell'amore cui Dio medesimo si degna di cedere. Per questa medesima potenza, l'amore trionfa della discepola, facendola vivere e morire tutt'assieme, e vivere e morire per amore. Ai piedi dunque della Croce dove Gesù sta morendo, alla quale la Maddalena è pure attaccata, dove l'amore di Gesù regna e trionfa, la Maddalena riceve una nuova e forte impressione di amore; ma questo amore è dolore, e questo dolore è amore, amore e dolore tutt'assieme, dolore amoroso, e amore doloroso. Né ciò deve meravigliarci, poiché conviene alla natura ed alle circostanze delle cose presenti. L'amore di Gesù porta le qualità e la livrea di Gesù; ora che Gesù è in cielo, il suo amore è celeste, e appunto san Paolo dice che la nostra conversazione è nei cieli (Fil 3, 20). Se Gesù è in croce, il suo amore è crocefisso: un gran santo, ferito da questo amore, ha detto questa parola: Amor meus crucifixus est, Il mio amore è crocefisso. Poiché Gesù è tutto coperto di ferite e tutto nel dolore, il suo amore ferisce ed è doloroso. Orbene, sulla Croce, coperto di piaghe dalla testa sino ai piedi, Gesù soffre ed è proprio l’uomo di dolore di cui parla Isaia. Così l'amore di Gesù è pieno di ferite e di dolori, perciò nel cuore la Maddalena è trasformata in dolore. III. – L'amore della Maddalena ha incominciato nel dolore in casa del Fariseo ma allora il suo dolore era sopra di sé medesima; ora invece essa è nel dolore per Gesù colmato di dolori. Uno dei pregi della Maddalena è di essere la prima e la più elevata nell'amore, nella croce e nel dolore per Gesù. Qualità del dolore della Maddalena, oltremodo elevato al disopra della natura. Le lagrime naturali non sono degne di piangere Gesù e sembra sia ciò che Gesù riprenda nelle donne di Gerusalemme. Il dolore non è nuovo per la Maddalena né per il suo amore; il suo amore ha incominciato, in casa del Fariseo con lagrime e dolore; si continua in lagrime e dolore ai piedi della Croce di Gesù; ma presso il Fariseo, il dolore di Maddalena era sopra sé medesima e su le sue colpo, qui invece le sue lagrime e il suo dolore hanno un oggetto più degno; essa ora versa lagrime sopra Gesù e il suo cuore è ferito di dolore per i dolori di Gesù medesimo e per la perdita che sta per fare di Gesù. Questo dolore arriva a tale un estremo, che siccome quest'anima santa è senza pari nell'amore, così è senza pari nel dolore. Perché dopo la SS. Vergine, la quale è la Madre di Gesù e non può essere messa a confronto né coi discepoli né con le serve di Gesù, nessuno da questa divina Croce ha mai raccolto né mai raccoglierà tanto amore e tanto dolore; ed è questa appunto una delle prerogative della Maddalena, di essere cioè la prima e la più elevata nell'amore, nella croce e nel dolore per Gesù. Vedremo più innanzi come Gesù attesta, onora e premia questa elevazione e questo triplice primato della Maddalena, poiché ad essa Egli fa l'onore della prima visita e della prima consolazione dopo la sua gloriosa risurrezione, come se la sua prima verità ed i suoi primi favori fossero dovuti all'amore e al dolore più grande. Guardiamoci, rispetto a cosa così sublime e così divina, dai giudizi umani e troppo xiv bassi ; guardiamoci dal considerare questo dolore come un dolore semplicemente umano e naturale, come quello che gli oggetti imprimono nei sensi ed i sensi nell'anima per una conseguenza comune ed ordinaria; forse erano appena lagrime di tal sorta quelle che il Figlio di Dio riprovava nella Passione, quando diceva alle donne di Gerusalemme: Figlie di Gerusalemme, non piangete sopra di me, ma sopra di voi medesime (Lc 23, 28). IV. – Gesù si compiace nelle lagrime della Maddalena, perché è Lui stesso l'oggetto e insieme il principio delle lagrime e del dolore di essa. Tra Gesù che pende sulla Croce e la Maddalena che sta ai piedi della Croce, v'è un mutuo sguardo di amore e di dolore. L'estremo dell'amore supera quello del dolore, poiché il dolore non proviene che dall'amore. Le sofferenze della Maddalena fanno soffrire Gesù. L'amore e il dolore della Maddalena si accrescono a vicenda. Ma Gesù che ha sempre preso la difesa della Maddalena, qui non le muove nessuna riprensione; l'amore di essa ha una sorgente più elevata, e così pure il suo dolore; perciò il Figlio di Dio non ne disapprova le lagrime, ma vi trova la sua compiacenza e vi si immerge tanto bene come nel proprio sangue e nei propri dolori. Lui medesimo. infatti, produce quelle lagrime nel cuore di Maria Maddalena; non ne è soltanto l'oggetto, ma anche la causa con la sua potenza e la sua intima azione. Una mano così santa e così divina opera nel cuore della Maddalena amore e dolore. Questo amore sarà dunque tanto più grande e il dolore tanto più vivo quanto più è potente la mano che lo forma e che opera in modo proporzionato alla dignità della sua Croce, della sua persona e del suo amore verso quest'anima. O Croce! O Gesù! O Maddalena! O dolore! O amore! La Maddalena dunque, ferita di amore e ricolma di dolore, guarda e contempla Gesù vivente, sofferente e morente sulla Croce; e Gesù ferito nel suo corpo, ma più ancora nel suo Cuore, guarda Maddalena vivente e sofferente ai suoi piedi. Gesù è nel dolore perché è sulla Croce, ed è questo il giorno in cui si compie la profezia d'Isaia che lo chiama l'uomo non soltanto del dolore, ma dei dolori: Virum dolorum (Is 53, 3), tanto sono grandi e numerosi. E siccome è nel dolore, Gesù è pure nell'amore; perché il suo dolore e la sua Croce provengono dall'amore. Perciò questo giorno sacro e lo stato presente di Gesù sono giorno e stato di dolore e insieme di amore, ma di un amore molto più grande e più vivo del dolore, benché questo sia estremo. Ma l'estremo amore è superiore all'estremo dolore, poiché Gesù non è nel dolore se non per amore e per eccesso di amore. Ardisco dire che una delle spine del dolore di Gesù in tale stato, provenga dall'amore o dal dolore della Maddalena ch'Egli vede sofferente per amor suo. Gesù è la vita e l'amore di quest'anima, e da molto tempo. E quest'anima si trova ora al punto culminante del suo massimo dolore, poiché è il giorno in cui soffre e muore il suo Signore che è il suo Dio, il suo amore e il suo tutto. In essa il dolore accresce l'amore, e l'amore produce il dolore; così nel cuore così puro, santo e dolente della Maddalena avviene un flusso e riflusso continuo di dolore e di amore. È dunque questo un giorno di dolore e di amore per Gesù e per la Maddalena. V. - Uno dei rigori di Gesù in croce verso la Maddalena è questo, ch'Egli, mentre parla a parecchie persone e di parecchie persone, non parla né ad essa né di essa. Fedeltà e aderenza della Maddalena a Gesù in croce, mentre gli Apostoli si sono dati alla fuga e le altre pie donne seguono da lontano. Spiegazione delle parole Stabant juxta crucem Jesu, Mater ejus et Maria Magdalena. Orbene, in questo reciproco amore, tra Gesù e la Maddalena, amore grande, sacro e divino, mi sembra di vedere un rigore usato dall'amore e dalla benignità medesima vale a dire da Gesù; rigore usato verso una delle anime più amate e più amanti, e nel giorno del più grande dolore e del più grande amore di Gesù e della Maddalena. Ma ciò è confacente alla Croce: l'amore è crocefisso: bisogna pure che crocifigga; l’amore è coperto e coronato di spine: bisogna pure sentirne le punture nel sentire questo amore. Gesù che dalla Croce parla a parecchie persone, non parla alla Maddalena; Gesù che parla di parecchie persone, non parla della Maddalena; eppure la vede ai suoi piedi. Egli si ricordava della Maddalena quando essa non pensava a Lui, ma sembra non ricordarsene ora che essa non è vivente e morente che per il suo amore. Essa è rimasta fedele a Gesù. Gli apostoli che erano con Lui nell'Orto degli Ulivi, l'hanno abbandonato; essa non era con Lui nell'Orto né quando l'hanno arrestato, ma l'ha cercato, l'ha trovato, l'ha seguito in mezzo ai soldati ed ai Giudei, nei tribunali dove veniva condannato e sulla strada del Calvario. Essa non solo è fedele e cerca Gesù, ma aderisce a Gesù ed a Lui è presente ai piedi della Croce. Il Vangelo unisce la Maddalena alla Vergine Santissima, in quel giorno memorabile, in quella grande azione, nella vicinanza alla Croce: Juxta crucem Jesu. Maria Maddalena è dunque fedele a Gesù, cerca Gesù, lo accompagna nei suoi patimenti; non si contenta di essere presente, si avvicina a Gesù ed alla sua Croce; non ne rimane distante come le altre pie donne di Galilea che da lungi contemplano questo spettacolo di amore e di estremo dolore. Essa si separa da esse, si unisce alla Vergine e si avvicina a Gesù ed alla Croce, secondo le parole di san Giovanni: Stabant juxta crucem, Stavano vicino alla Croce (Gv 19, 25). Essa è strettamente unita ed attaccata a Gesù in croce, e il sangue che a torrenti scorre dalle piaghe di Gesù è il cemento che unisce assieme il cuore di Gesù e il cuore della Maddalena. Il cuore della Maddalena è attaccato alla Croce di Gesù da chiodi più forti di quelli con cui i Giudei vi hanno attaccato il suo Salvatore e suo Amore. Gesù dunque vede la Maddalena ai suoi piedi, e la Maddalena contempla Gesù in croce. Questi sguardi sono mutui e reciproci; questi due cuori sono due specchi che, per la loro vicinanza, si riflettono a vicenda l'un nell'altro. Chi potesse vedere il Cuore di Gesù, vi vedrebbe impressa la Maddalena; chi vedesse il cuore della Maddalena vi vedrebbe vivamente impresso Gesù, Gesù paziente. Un'anima così eroica, il suo amore, la sua forza e la sua costanza nell'amore sono un oggetto ben degno della nostra meraviglia e del nostro stupore. La Maddalena non è fuggita come tutti gli Apostoli: notiamo che il Vangelo non si contenta di dire che gli Apostoli fuggirono, ma dice espressamente che fuggirono tutti. Dove eravate allora, o Maddalena? Ah! voi non sareste fuggita, ma avreste voluto rassomigliare al vostro Amore. Perché Gesù era captivo, voi sareste stata captiva come Lui e con Lui, e questa cattività sarebbe stata per voi riposo e libertà! Ma poiché non a- vete avuto una tale fortuna, voi correte a cercar Gesù e lo seguite tra i Giudei ed i soldati, tra i chiodi e le spine, con maggiore amore e dolore che non l'avete cercato altre volte in casa del Fariseo. Che se allora avete lasciato Gesù presso il Fariseo, allontanandovi da Gesù per obbedienza a quella sua parola: Vade in pace, Va in pace; ora voi non lo lasciate fra i Giudei ed i soldati, ma con invincibile costanza rimanete presente allo spettacolo della Croce, dove è crocefisso il vostro Amore insieme col vostro cuore. Gesù verrà staccato dalla Croce in presenza della Maddalena, ma non sarà staccato dal cuore di essa; essa lo seguirà sino al sepolcro, osservando bene dove e come sarà deposto, onde venire ad ungerne il corpo, non appena lo permetterà la legge del sabato. VI. – Maddalena associata alla Madre di Gesù ai piedi della Croce; in queste due persone ha principio il nuovo ordine delle anime crocifisse con Gesù Cristo. Ma, ritorniamo a Gesù sulla Croce, ed alla Maddalena ai piedi di Gesù, ai piedi della Croce. Un tale spettacolo di orrore e di dolore non la allontana, malgrado la tenerezza, la dolcezza e lo strazio del suo cuore; perché il suo amore, essendo più grande, più forte e più operoso del suo dolore, l'avvicina a Gesù ed alla Croce, perché è la Croce di Gesù. Essa si unisce alla Vergine santissima, e siccome la segue nell'amore di Gesù, si avvicina pure ad essa, a Gesù ed alla Croce dove Gesù è attaccato e sta pendente. San Giovanni dice appunto della Maddalena come della Vergine: Stavano presso la Croce di Gesù, Maria Madre di Lui, e la sorella di essa Maria Cleofe, e Maria Maddalena. Insigne e felice vicinanza, tanto più degna di attenzione, che quel grande apostolo ed evangelista, non parla che di queste tre persone come vicine alla Croce di Gesù, usando le medesime parole per la Maddalena e per la Vergine; egli le comprende tutt'e due sotto un medesimo termine, dicendo queste due grandi parole: Stabant e juxta. Stavano presso la Croce. Due termini da un medesimo spirito appropriati a Maria Madre di Gesù, ed alla Maddalena amante e discepola di Gesù, e appropriate in tal modo dallo spirito di Gesù e dalla persona dell'apostolo prediletto san Giovanni. Queste due parole ci rivelano un altro segreto nella scuola di Gesù e dell'amore di Gesù. Ci rappresentano un grande e nuovo stato della Vergine e della Maddalena, uno stato di appartenenza e di prossimità alla Croce di Gesù ed a Gesù in croce. Ma qui ci vorrebbe un altro evangelista per descriverci i segreti, i pregi, le particolarità di un tale stato e di una tale aderenza a Gesù ed a Gesù crocefisso. Siate benedetto, o discepolo da Gesù prediletto, di averci rivelato questo segreto, di non aver omesso nella vostra storia di Gesù questo particolare dell'amore di quell'anima amante di Gesù! Benedetto questo stato della Maddalena, stabile, fermo e vicino a Gesù ed alla Croce di Gesù! O stato degno di Gesù, degno della Croce di Gesù, degno di quei sacri momenti in cui Gesù compie il suo gran sacrificio, il sacrificio unico che consuma l'Eternità (Eb 9, 12. 26), per parlare come san Paolo. Giorno singolare e memorabile nel quale Gesù attualmente pende dalla Croce, giorno nel quale la Vita morente è sorgente di vita e di parecchie vite, vale a dire non solamente di parecchi effetti di una vita comunicata a varie anime, ma, ciò che è molto di più, Gesù che è la Vita e che allora è la Vita morente, è sorgente di varie sorte di vita, che formano una grande e bellissima differenza nell'eternità. Mentre l'uomo, per il peccato di Adamo, fu privato di una vita sola, il nuovo Adamo stabilisce negli uomini, in compenso, parecchie sorte di vite, ed è veramente l'albero di vita nel paradiso della terra e del cielo, vale a dire nella Chiesa militante e trionfante; Gesù, dico, è quell'albero di vita che si chiama pure lignum vitarum, albero delle vite. E tali diverse vite sono altrettanti stati differenti nella grazia dei cielo e della terra. Uno di questi è appunto il nuovo stato di cui parliamo e che si trova rialzato dalla compagnia ed associazione con la Madre di Gesù. O nuovo ordine della Croce e insieme del cielo! Ordine interno ed invisibile per gli uomini, ma visibile per gli angeli ! Ordine delle anime crocefisse con Gesù e da Gesù! Ordine che nasce nella Croce di Gesù! Ordine che incomincia nella persona della Vergine e nella persona della Maddalena! Ordine fondato in queste parole come nelle sue Lettere patenti: Stavano presso la croce di Gesù, Maria madre di Lui... e Maria Maddalena. Ordine di amore. di croce e di martirio dei cuori e degli spiriti! Ordine di costanza e di fermezza, degnamente rappresentato dal sacro evangelista in questa parola: stabant, stavano! Ordine di alleanza e di dolce, amorosa e dolorosa prossimità a Gesù, a Gesù in quanto crocifisso; prossimità degnamente espressa da quest'altre parole: juxta, presso, e juxta crucem Jesu, presso la Croce di Gesù. Bisogna infatti, distinguere e pesare tutte queste parole, poiché sono di quello spirito potente ed elevato che porta il nome di aquila fra gli Evangelisti e di prediletto tra gli apostoli, ed è quello che ci riferisce i più profondi segreti di Gesù e della scuola di Gesù. È un fatto che molti vogliono essere vicini a Gesù ma non alla Croce di Gesù. La Croce invece non allontana la Maddalena da Gesù; e dobbiamo dire con verità che Gesù e la sua Croce stavano vicino alla Vergine ed alla Maddalena più ancora di quanto venga espresso nel sacro testo. Gesù e la Croce di Gesù stanno nel cuore della Vergine e nel cuore di Maddalena, allorquando Gesù attacca Maddalena a sé medesimo ed alla sua croce in modo visibile e costante, malgrado i soldati ed i Giudei. Raccogliamo dunque da questo discorso e dalle parole dell'evangelista diletto di Gesù, che Maddalena è fedele a Gesù, presente a Gesù, vicina a Gesù ed alla sua Croce, attaccata alla Croce e a Gesù: Juxta crucem Jesu; riconosciamo che essa trovasi in uno stato nuovo, stato di amore, di croce e di dolore rispetto à Gesù. VII. – La Maddalena non parla a Gesù che in silenzio e in un linguaggio d'amore; Gesù le parla nella stessa maniera. Operazioni ammirabili che Gesù compie nel silenzio nella Maddalena che sta pure silenziosa. Eppure Gesù non la degna di una parola di conforto. Non parla né di essa, né ad essa, come se fosse seppellita nella sua memoria. Gesù parla al buon ladrone che incomincia appena a conoscerlo, e non dice parola alla Maddalena che da lungo tempo lo serve e lo ama, e lo ama con un amore oltremodo perfetto ed insigne, e da poco tempo inoltre lo ama di una nuova sorta di amorexv. Gesù parla alla sua santa Madre e a san Giovanni, e non parla alla Maddalena che è lì nella loro compagnia; parla all'Eterno Padre per sé e per quei medesimi che lo crocifiggono, e non parla né alla Maddalena, né per la Maddalena che è crocifissa dal suo stesso amore. Sembra che il Verbo incarnato non sia mai stato così abbondante in parole come nell'ultimo giorno della sua vita e della sua sofferenza; egli ai suoi Apostoli riuniti fa un lungo discorso sul suo stato presente e sulla loro condizione; parla a san Pietro che lo rinnegherà e a Giuda che lo tradirà; a Giuda parla per ben due volte e alla Maddalena neppure una volta. Gesù parla ai soldati che vengono a prenderlo, a Caifa che lo interroga, a Pilato che lo giudica; ma non dice parola né a Erode, né alla Maddalena. O Erode che disprezza Gesù! O Maddalena che disprezza tutto ed anche sé medesima per Gesù! O spiriti troppo differenti, e differenti per l'eternità! E tuttavia ci sembra che ricevano il medesimo trattamento! Ma perché mai Gesù non dice parola tanto alla Maddalena come ad Erode? Nello stato della Croce toccherà dunque la medesima sorte all'uno e all'altra? Gesù non parlerà dunque alla Maddalena più che ad Erode? O sorte troppo simile per due persone così dissimili! Ma Erode parla a Gesù, e Gesù non parla ad Erode: Maddalena non parla a Gesù come Gesù non parla punto alla Maddalena; essa in verità non gli parla, ma il suo cuore parla, e parla il linguaggio dell'amore che è il linguaggio del cuore. Essa discorre con Gesù nel suo silenzio e il silenzio di Gesù serve di conversazione per la Maddalena; il cuore di Gesù parla alla Maddalena e all'Eterno Padre in favore della Maddalena, come vedremo tosto nell'ordinanza della croce stabilita sopra di essa. Altre volte la Maddalena versava in silenzio le sue lagrime e i suoi profumi sopra di Gesù, poiché nella casa del Fariseo essa non proferiva parola; così pure, nel convito di Betania dove essa non effonde lagrime, ma solo profumi, essa non dice parola alcuna, sempre amante e sempre effondendo il suo cuore e l'anima sua, sempre nel pianto. In quella guisa che essa sempre in silenzio versava lagrime e profumi sopra Gesù, così ora Gesù in silenzio versa sopra di essa il suo sangue. Essa benché priva di parole non era priva di amore per Gesù; e ora Gesù benché non parli, non è privo di amore per la Maddalena. Gesù stende sopra la Maddalena la potenza del suo spirito, del suo spirito sofferente, ed essa per amore acquista con Gesù una conformità di spirito e di stato. Essa soffre per amore ciò che Gesù soffre effettivamente da parte dei Giudei; la croce crocifigge la Maddalena in Gesù e con Gesù, le spine incoronano e feriscono la Maddalena come feriscono Gesù, e il ferro della lancia che trapassa il cuore morto di Gesù, trapassa pure il cuore vivente della Maddalena. Tutt’e due sono in croce, nel dolore! nella sofferenza, in croce ed in sofferenza di un amore divino ed insigne. VIII – Nella grande conformità di Gesù crocifisso e della Maddalena, vi è questa differenza che Gesù muore ed essa non muore; la morte di Gesù opera in essa una vita di amore e di croce. L'amore che fa morire Gesù, non può morire. L'amore di Gesù è più forte della sua morte, poiché la sua morte non può far morire il suo amore. La vita di amore che la Maddalena riceve da Gesù morente è causa ch'essa non muore; ma il suo Amore che è crocifisso, la crocifigge per il restante della sua vita. Condotta della Maddalena verso Gesù in stato di morte. Essa è l'ultima ad abbandonarlo e la prima a cercarlo, è pure la prima cui appare Gesù. Spiegazione delle parole di san Marco: Apparve dapprima a Maria Maddalena. Ma Gesù muore sulla croce, mentre la Maddalena non muore; nel morire Egli le dà la vita e s'imprime nel suo cuore come in un pezzo di cera rammollito dai suoi raggi. Negli ultimi sospiri di questa vita morente e di questa morte vivente, Gesù scolpisce nel- la Maddalena la sua vita, la sua croce, la sua morte e il suo amore; e questo amore rimane sempre in essa vivente e vivificante. Gesù è vita e amore tutt'assieme; ma è ancora vivente, vivente nella morte medesima; perché quantunque Gesù muoia, non muore l'amore che è in Gesù; l'amore che fa morire Gesù non può morire, ma sempre vive, regna e trionfa nella morte medesima di Gesù. Si dice che l'amore è forte come la morte; diremo invece che l'amore che domina in Gesù è più forte della vita di Gesù e della morte medesima di Gesù; poiché l'amore fa morire Gesù, e la morte di Gesù non fa morire l'amore di Gesù. L'amore di Gesù vive e regna in Gesù morto, e fa vivere la Maddalena; esso è la vita della Maddalena e il suo amore, perciò essa non muore nella morte di Gesù; non muore, ma è crocifissa, perché il suo Amore è crocifisso e la crocifigge essa pure, e la crocifiggerà per trent'anni ancora in un'altra maniera e in un altro monte diverso dal Calvario. Essa ne riceve l'ordinanza ai piedi della Croce, e abbandonando il suo cuore a Gesù, alla croce di Gesù, all'amore di Gesù, adora la disposizione rigorosa dell’Eterno Padre che nei rigori della Croce consuma la vita del suo unico Figlio. Dopo dunque che tutto è consumato, e che Voi stesso l'avete dichiarato, o Gesù, con la vostra sacra parola: Voi spirate, o Signore della vita, e venite staccato dalla Croce dove l'amore e l'obbedienza vi avevano inchiodato. Essendo Voi spirato, la Maddalena riceve il vostro spirito nel suo spirito, e nelle sue braccia il vostro corpo morto che essa accompagna sino al sepolcro dove sarà deposto. Là essa è l'ultima a lasciarvi, ma vi lascia senza lasciarvi, poiché non parte se non per osservare la legge del sabato e la legge del suo amore che la porta a cercare nuovi profumi per l'unzione del vostro corpo, perché quei che essa possedeva sono stati esauriti sopra di Voi a Betania. Ma come è l'ultima a lasciavi, essa è poi la prima ancora a cercarvi e la prima a trovarvi. Essa vi cerca morto e vi trova vivente, e Voi avete voluto che i vostri più fedeli scrittori pubblicassero in tutto il mondo che questa povera peccatrice, quest'umile penitente, liberata dall'ossessione dei demonixvi e del peccato; quest'anima disprezzata dal Fariseo e misconosciuta dai discepoli; per la prima, a differenza anche degli Apostoli, ha avuto il privilegio di vedervi redivivo e risorto nella gloria. Perciò uno degli evangelisti ha scritto queste grandi parole: Gesù apparve prima a Maria Maddalena, dalla quale aveva espulso sette demoni (Mc 16, 9). Come se voleste che nell'entrare nella vostra nuova vita, nella vostra vita gloriosa ed immortale, il primo atto esterno di questa vita insigne e divina, registrato nella Scrittura, fosse un atto e una visita di amore verso quell'anima che non viveva che della vita che aveva in Voi. O primato di grazia e di amore di Gesù verso la Maddalena! O primato singolare e degno di essere notato, come fu notato dallo Spirito Santo che ha dettato il vostro Vangelo! Non avrò io il diritto di dire che un tal primato di favore per la Maddalena proviene dall'eccellenza e dal primato del suo amore? Capitolo VI La Maddalena cerca Gesù al sepolcro, Lo trova risorto e si prostra ai suoi piedi I. – Disinteresse della Maddalena che cercava Gesù piuttosto che i miracoli di Gesù. Gesù l'aveva attirata a sé non con parole, ma con la segreta potenza del suo amore. Gesù risorto appare ad essa prima che agli altri e le dà l'incarico di annunciare agli Apostoli la sua risurrezione; questo onore è dato all'eminenza del suo amore. Durante la vostra vita viatrice e pubblica, o Gesù mio Signore, la Maddalena è la prima che vi abbia cercato per amore. Voi avete cercato alcuni; gli altri vi cercavano per i loro particolari bisogni e per le loro estreme necessità, cercando i vostri miracoli più che Voi medesimo. La Maddalena, invece non cerca che Voi, non ambisce che il miracolo del vostro amore; epperò Voi ne fate un prodigio di amore sulla terra, ed ora volete ch'essa sia la prima a vedervi glorioso ed immortale. Discepoli ed apostoli vi hanno fedelmente seguito, ma dopo di essere stati chiamati, e chiamati senza che pensassero a Voi. La Maddalena, invece, vi segue, corre al vostro seguito senz'essere, come gli altri, da Voi chiamata con qualche parola che a lei sia rivolta e l'attiri. Anzi, la vediamo ai vostri piedi, mentre sembra che non la conosciate neppure, né la guardiate, né pensiate ad essa, tanto è segreta la potenza che l'attira e l'attacca a Voi. Ed ora volete che sia la prima a sentire la vostra voce, la prima ad ascoltare le parole delle vostre labbra sacre, la prima a ricevere l'incarico così onorifico di portare ai vostri Apostoli l'annunzio della vostra gloria. In tal modo, o Re di gloria, volete onorare, in terra e in cielo, colei che tanto vi ha amato e che si è umiliata ai vostri piedi per adorarvi. II. – Ignoranza della Maddalena rispetto alla risurrezione, voluta da Gesù per infiammare l'amore di essa. Nelle cose divine dobbiamo cercare amore più che luce. Ma prima di farle questa nuova grazia, vi compiacete di esercitare ed accrescere ancora il suo amore, e di lasciarla nell'ignoranza del vostro stato e della vostra gloria, per eccitare ed accendere nei suo cuore nuove fiamme di amore. O ignoranza santa, benedetta ed onorevole per la Maddalena, poiché proviene dai disegni di Dio sopra l'anima di essa e non serve che ad eccitare il fuoco d'un sì grande amore! Tale ignoranza viene da Dio e conduce a Dio; perciò viene onorata dagli angeli, e mantenuta da Gesù Cristo medesimo, che si traveste da ortolano, onde essere presente e insieme nascosto all'amore della Maddalena. Il Figlio di Dio non ha mai fatto alcunché di simile in tutto il corso della sua vita precedente, e un tale travestimento, se non fosse conveniente alla grandezza ed alla verità dell'amore così insigne della Maddalena, sembrerebbe poco decoroso per la dignità e la qualità di Gesù che è la verità per essenza. Ma ritorniamo alla Maddalena già penitente nella sala del Fariseo, ed ora nell'ignoranza presso il sepolcro di Gesù; e dopo aver reso il nostro riverente omaggio a questa santa e divina ignoranza in un'anima così degna di luce e sopra un oggetto così degno di essere conosciuto, impariamone a ricercare nelle cose divine amore più che luce. Quest'anima dunque sempre divina ed ammirabile nella penitenza come nel suo amore e nel- la sua ignoranza, non sapendo che Gesù è nella sua gloria e non più nelle ombre e nelle tenebre della morte, viene al sepolcro appena lo permette la legge, e, come sempre, vi arriva la prima, sempre la prima nell'andare, nel piangere, e nel cercare il suo Signore. III. – Agli Apostoli la Maddalena dice: Hanno portato via il Signore, agli Angeli invece: Hanno portato via il MIO Signore; motivi di tale differenza. Pietro, Giovanni e la Maddalena al sepolcro. Ma appena vede la pietra rimossa dal sepolcro, temendo l'abbiano portato via, senza fare un passo di più, essa corre frettolosa dagli Apostoli per dir loro: Hanno portato via il Signore, e non sappiamo dove l’abbiano posto (Gv 20, 2). Essa parla così per animarli tutti a cercare il Signore di comune accordo: per questo, infatti, lo Spirito Santo che ne anima il cuore e ne dirige la lingua, le fa tenere un linguaggio diverso agli Apostoli ed agli Angeli; agli Apostoli essa dice: Hanno portato via il Signore, onde con questo termine comune incitarli al loro comune dovere ed amore; ma parlando agli Angeli essa dice: Hanno portato via il MIO Signore (Gv 20, 13) per esprimere con semplicità il suo amore e il suo dolore, ed invitarli con soavità a darle notizie di Colui ch'essa ama, cerca, adora, piange e chiama così teneramente il suo Signore. Al sentire una così triste nuova, gli Apostoli si commuovono, e due di essi, Pietro e Giovanni, il più amante e il più amato, corrono al sepolcro e la Maddalena già vi si trova per la seconda volta. Questo luogo santo, questo trono di amore, questa sede dove per tre giorni ha riposato l'arca della nostra salvezza, l'onore e l'amore del Cielo e della terra, viene visitata da questi tre eminenti personaggi, Pietro, Giovanni e la Maddalena. Ma questa sorpassa gli altri due nell'amore; poiché è venuta senza di essi, ed essi non sono venuti senza la Maddalena; essi non vi restano con la Maddalena, ma se ne ritornano senza di essa. La Maddalena ha avuto il potere di attirarli al sepolcro, ma essi non hanno quello di separarnela e di condurla via. La Maddalena non può lasciare il sepolcro, e vi rimane attaccata, tutta compresa di dolore e inondata di lagrime; non può abbandonare questo luogo dove è stato Colui ch'essa ama, piange e cerca con tutto il suo cuore, e che giustamente chiama il Signore ed il suo Signore, poiché è il Signore dell'universo, ed è pure il Signore e il Dio del suo cuore. Capitolo VII Le parole degli Angeli e di Gesù alla Maddalena al sepolcro I. – Santità del sepolcro di Gesù. – Gli Angeli durante la dimora di Gesù nel sepolcro. Condotta della Maddalena verso gli Angeli. Si medita con un vero piacere la descrizione che il discepolo prediletto ci porge di questi fatti nei loro minuti particolari; non trascuriamoli, poiché non li ha trascurati egli stesso. O meglio, facciamone volentieri l'oggetto dei nostri pensieri, poiché lo Spirito Santo si è degnato di scriverli e pubblicarli nell’universo, a mezzo di uno tra i più eminenti ed eletti strumenti che abbia mai avuto sulla terra. Secondo san Giovanni dunque, i due apostoli vengono e se ne ritornano; la Maddalena invece rimane attaccata a questo luogo, luogo veramente prezioso e ben degno, o Maddalena, delle vostre lagrime e del vostro soggiorno. È questo un luogo santo, e di tale una dignità che si riferisce al Cielo e sembra essere uguale al Cielo; perché se il Cielo è il trono di Dio vivente, questo è il trono di Dio morto e morto per la salvezza degli uomini. E durante questi tre giorni, gli angeli santi si sono divisi in due parti: gli uni sono rimasti in cielo per adorarvi il Dio vivente, gli altri hanno soggiornato al sepolcro per adorarvi ed accompagnarvi il Dio morto, vale a dire Gesù morto e seppellito nella terra, e sepolto più ancora nell'oblio degli uomini. Orbene, essendosi ritirati Pietro e Giovanni mentre la Maddalena è rimasta in questo luogo santo, gli angeli immantinente le compaiono; donde si vede che vengono sulla terra non più per gli Apostoli, ma per la Maddalena che non se n'è andata; e tuttavia essa dimostra così poca attenzione verso quei cittadini del cielo, così poca cortesia verso gli angeli che vengono a trovarla, che, vedendoli, non se ne cura, non rivolge loro la parola né discorre con loro; non ha neppure pensiero di essi; essa non pensa che al suo Amore, né si cura che del proprio dolore. Condotta che sembra strana in un'anima tutt'angelica e celeste, e come tale dagli angeli ricercata, ma la Maddalena non cerca gli angeli, bensì il Signore degli angeli; a nulla fuorché a Lui essa può pensare. II. – Sembra che gli Angeli siano comparsi alla Maddalena unicamente per dare a conoscere che il suo grande amore richiedeva che Gesù in persona le manifestasse il suo nuovo stato Non parlando essa agli angeli, gli angeli risolvono di parlare a lei; rompendo il silenzio le domandano il motivo delle sue lagrime: Donna, perché piangi? (Gv 20, 12). Essa risponde con queste pietose parole: Hanno portato via il mio Signore, e non so dove l'abbiano posto (Gv 20, 13). Questo colloquio è breve e presto terminato; eppure si svolge tra due angeli ed un'anima angelica. Ma un amore così grande non tollera parole di più. Non posso però a meno di stupirmi e degli angeli e della Maddalena: ma come?, o anima santa, la bellezza, lo splendore, la luce di questi angeli scesi dal cielo e scesi per voi sola, non sono forse capaci di commuovere il vostro cuore, di rasciugare qualche po' le vostre lagrime, di distrarre un po' la vostra mente, e di procurarvi un po' di sollievo col loro aspetto e con l'interesse che prendono all'anima vostra? Tanti oggetti di questa terra ci commuovono, ci rapiscono e facilmente ci fanno persino dimenticare il nostro dovere. Ma questi spiriti celesti non sono forse degni almeno di fermare un po' il vostro pensiero e di indurvi a conversare con loro? No, il vostro amore e il vostro spirito sono assorti in Colui che voi chiamate il Signore a motivo della sua grandezza, ed il vostro Signore a motivo del vostro amore. E voi non avete né cuore, né mente, né pensiero, né parola per nessun altro oggetto. Ecco gli angeli davanti a voi, voi non li guardate, perché non sono essi che voi cercate; non parlate loro, perché non pensate a loro; essi parlano a voi e non rispondete che una parola, cercando altrove ciò che non trovate nella loro presenza: Avendo detto queste parole, si voltò indietro (Gv 20, 14). Perciò voi lasciate gli angeli e questo sepolcro dove Gesù più non v'è, e portate altrove i vostri sguardi ed i vostri pensieri. Ma voi, o angeli santi, ditemi, ve ne prego, siete venuti dal cielo in terra unicamente per dire a quest'anima, queste due sole parole? È già molto per onorarla, ma ben poco per consolarla. Per verità voi dimostrate un grande rispetto per il suo amore scendendo dal cielo a comparirle, sia pure per dirle così poche parole; ma in tal modo non portate rimedio al suo dolore. Voi che conoscete il motivo delle sue lagrime e la gloria del suo Signore, perché non le svelate il segreto ch'essa ignora, la vita gloriosa di Colui ch'essa va cercando fra i morti? Il vostro rispettoso silenzio mi fa intendere che ciò non è riservato a voi, ma al Signore degli angeli. La Maddalena lo cerca con tale ardore e con tanta pietà, che, per onorare l'amore di essa, il Signore vuole essere il primo a dirle Egli medesimo e manifestarle la sua gloria. Cosi vuole l'amore che quest'anima gli porta e ch'Egli porta a quest'anima. Così Dio sovente tarda a consolarci, per onorarci e per meglio consolarci. Gli angeli dunque stanno nel silenzio e la Maddalena nel dolore; e il Signore compare non come il Signore, ma sotto forma di un ortolano, volendo ancora Egli medesimo esercitare e mettere alla prova l'amore di quest'anima. Egli le fa la stessa domanda che gli angeli per suo ordine le avevano rivolta: Donna, perché piangi? E per dare un nuovo stimolo all'amore di essa, soggiunge: Chi cerchi? Ma un amore così grande non può più soffrire ritardo. Dopo queste due parole, Egli si manifesta e scopre la sua gloria, alla Maddalena ridona il suo spirito e le apre gli occhi: essa vede vivente Colui che cercava morto ed è rapita di gioia, di amore e di luce alla presenza di Gesù, alla presenza di questo Sole vivente. III. – Gesù parla alla Maddalena; ma le porge uno stimolo di amore e non raggio di luce. Col nome di Maria, opera in essa un effetto di luce e insieme di amore. È questo il primo effetto che Gesù compie nella sua gloria: un nuovo stato di grazia della Maddalena, una vita nuova rispetto a Gesù. Gesù è risorto, Egli opera pure nella Maddalena una risurrezione in uno stato di vita e di amore. Vediamo accuratamente in qual modo si compie quest'opera insigne e come Gesù vi procede. In Gesù tutto è mistero, tutto è degno di rispetto e di grande attenzione; ma il primo effetto della sua vita gloriosa merita bene una speciale attenzione e venerazione. Gesù risorto si compiace dunque di prendere la forma di ortolano, e di comparire in questo modo a quest'anima amante, onde rendersi presente, ma insieme tenersi nascosto sotto una tal forma singolare. Gesù le parla, le discorre del dolore e dell'amore di essa, dicendole: Perché piangi? Chi cerchi?, e con questa parola Egli le infonde uno stimolo di amore, ma non le dà un raggio di luce. Essa, infatti, non conosce Colui che le è presente e ch'essa appunto cerca con tanto affanno; dopo quel breve colloquio, Gesù proferisce una semplice parola e le dice Maria; questo nome eccita nella Maddalena amore e luce, rapimento di luce e di amore, e le dà la conoscenza più sublime e da essa più desiderata, insieme col più delizioso godimento del più degno oggetto che essa possa contemplare: essa vede Colui che è la Vita e la sua vita, ed è rapita da questa vita nuova, da questa vita di gloria. Siate benedetto, o Gesù, di aver così asciugato le sue lagrime e di aver convertito il suo dolore in gioia! Siate benedetto di aver usato questo bel nome di Maria, e non altro che il nome di Maria per un tale effetto di amore e di luce! Voi avete usato della vostra presenza, della vostra voce e delle vostre parole dicendole: Donna perché piangi? Chi cerchi?, ma senza effetto, poiché malgrado le vostre parole non riconosce Colui ch'essa cerca e che le è presente parlandole un linguaggio così dolce. Quando Voi proferite il dolce nome di Maria e unicamente questo nome, gli occhi della Maddalena si aprono come quelli dei due discepoli di Emmaus alla misteriosa frazione del pane. Quel nome aveva troppa affinità con Gesù nella persona della sua santa Madre ed anche nella persona di questa santa discepola, perché non operasse ad un tratto l'unione tra due cuori e due spiriti così vicini e così preparati ad un vicendevole e santo amore. Quale fortuna per la Maddalena portare questo bel nome di Maria! Il Dio di benedizione, che benedice tutti i suoi Santi, si compiace di benedire questo nome santo e venerabile e vuole usarne nel primo effetto della sua risurrezione, operando per mezzo di esso, la prima manifestazione della sua vita e della sua gloria. O nome di grazia, di amore e di luce! O nome congiunto con Gesù e che congiunge con Lui! O nome che congiunge la Maddalena con Gesù e le fa conoscere il suo Dio, il suo Amore, il suo Salvatore! È questo il primo nome proferito da Gesù nella sua risurrezione; e la Maddalena pure, nel Vangelo, fra tutti i mortali è la prima, che vede nella vita e nella gloria Gesù, il Figlio unico di Dio, il Salvatore del mondo, il Dio del suo cuore. O grandezza! O amore! O favore senza pari! IV. – Gesù, nella sua nascita, guarda sua Madre, ma non le parla. Nella sua rinascita per la risurrezione, guarda Maddalena e le parla. Potere apostolico concesso alla Maddalena. Tali pensieri, o Gesù mio Signore, mi rapiscono; m'inabisso nella loro profondità, né posso lasciarli. Sovente vi rifletto e volentieri vi trovo il mio riposo, tanto più che mi richiamano la vostra gloria, il vostro amore, e la vostra condotta ammirabile. Dopo la Croce dunque, dopo la morte e la sepoltura, dopo tanti travagli, obbrobri e dolori! Voi siete infine nel vostro riposo e nella vostra gloria, o Gesù mio Signore! Vi siete appena entrato e vi rimanete per sempre. Altre volte contemplai il vostro ingresso nella vita mortale e passibile, come pure i vostri primi e principali atti in questa vita. Voglio pure contemplare il vostro ingresso in questa nuova vita ammirabile ed immortale, ed i vostri primi atti in questo stato. O Signore onnipotente! o Re di gloria! o Dio di amore! Che dirò io, e che penserò? Aprirò il libro di vita, quelle Scritture che sono il libro della vostra vita. Là, trovo che la prima persona cui avete fatto visita nella vostra vita nuova, nel vostro stato di gloria, è la Maddalena. Là, trovo che la prima parola che avete proferita in questo felice stato, è stata ad essa rivolta e si riferiva alle sue lagrime ed ai suoi dolori: Donna, perché piangi? Là, trovo che il primo nome che la vostra bocca sacratissima proferiva in questa gloria, è stato il nome di essa, quel dolce nome di Maria che le dà luce, le fa riconoscere il suo Signore, fa che si getti ai vostri piedi, le ridona la vita e la ricolma di gioia e di un nuovo amore. Quando Voi nascete a Betlemme, i primi sguardi dei vostri occhi mortali sono, in verità, per la vostra santa Madre; ma Voi non le parlate né proferite il suo nome, quel nome di Maria che, nella persona di essa è consacrato all'innocenza ed alla maternità divina, ad una eminenza di grazia che non avrà mai l'uguale; eppure, rimanendo nella sacra impotenza della vostra infanzia, Voi non proferite quel dolcissimo nome e ve ne state in silenzio. Quando invece al sepolcro, o Signore, rinascete nella vostra vita di gloria, i vostri primi sguardi, i primi raggi dei vostri occhi immortali, gloriosi e splendenti come un sole, sono per la Maddalena e le vostre prime parole sono pure per essa; il primo nome che pronunciate è il suo nome, quel nome di Maria consacrato, nella sua persona, all'amore ed alla penitenza. E la prima ordinazione che fate, ossia, se mi è lecito di così parlare, la prima bolla e patente che voi spedite nel vostro stato di gloria e di potenza, Voi la date alla Maddalena, di cui fate un'apostola, ma un'apostola di vita, di gloria e di amore; anzi ne fate un'apostola per i vostri Apostoli medesimi. Questi li avevate scelti e costituiti apostoli, o Signore, ma durante la vostra vita mortale, in numero di dodici, per annunciare al mondo la vostra Croce e la vostra morte: qui invece Voi fate della Maddalena la vostra apostola nel vostro stato di gloria, e in questo vostro nuovo stato Voi la costituite, essa sola in questo apostolato, per annunciare la vostra vita, poiché essa non annuncia e non pubblica se non la vostra vita, la vostra potenza e la vostra gloria. E voi la costituite apostola non già per il mondo, ma per gli Apostoli medesimi del mondo, per i pastori universali della vostra Chiesa, tanto vi compiacete di esaltare l'onore e l'amore di quest'anima. Capitolo VIII Separazione di Gesù dalla Maddalena al sepolcro Spiegazione delle parole: Noli me tangere. La Maddalena così fedele nell'obbedienza ed estatica nell'amore, si trova nell'alternativa di mancare o all'obbedienza o all'amore; ma questa privazione del frutto del suo amore le dà maggior potenza di amore onde sopportarla. L'amore della Maddalena sussiste senza pascolo, anche senza la presenza dell'oggetto amato. Ma, o Signore, lasciatemi dire che in mezzo a tali grandezze, favori e dolcezze, io ravviso un estremo rigore. Perché appena la Maddalena è con Voi, la separate da Voi; non appena vi ha riconosciuto che si è gettata ai vostri piedi e si è legata a Voi come alla sua vita cd al suo Amore, Voi l'allontanate mettendola nell'alternativa di mancare o al suo amore o all'obbedienza. Grande lotta in un'anima così fedele all'ubbidienza e così estatica nell'amore! Trattamento ben diverso di quello che le faceste nella casa del Fariseo, quando era appena giunta a conoscervi ed era appena entrata nella vostra grazia! Allora Voi lasciate lungamente ai vostri piedi l'umile penitente, lasciate che dia libero corso al suo dolore e al suo amore; rivolgete anche un lungo discorso al Fariseo, per lasciarle maggiormente tempo ed agio di colmarvi degli eccessi dei suoi uffici e della sua pietà: qui invece, o Signore, Voi non permettete a questa divina amante di stare ai vostri piedi che un sol momento, non le lasciate dire che una sola parola: Rabboni, Maestro; e nel medesimo istante l'allontanate e la mandate via, rientrando nel segreto della vostra luce inaccessibile ed invisibile ad ogni mortale; essa non vi vede più, non vi trova più, e ci sembra, non vi possiede più. Voi siete la Vita, lasciate dunque che la Maddalena viva in Voi! Siete la sua vita, lasciate dunque che viva di Voi! Datele almeno tante ore di felicità quante ne ha passate nel piangervi, nel cercarvi, e nell'imprimervi nel suo cuore! Ma ciò che avviene è ben diverso; nel medesimo istante in cui vi trova, essa trova in Voi una pietra più dura di quella che per lei gli Angeli hanno rimossa dal sepolcro. Voi siete per essa una pietra, non già d'inciampo per verità, ma di separazione, e Voi medesimo portate il colpo di tale separazione che ci sembra ben rigorosa; e ciò che supera ancora il rigore medesimo, Voi la separate da Voi mentre trovasi nell'estasi di un sì grande amore. Troverei insopportabile un tal colpo se non venisse da Voi, se non venisse dall'amore e non avesse per fine un amore più grande. Infatti, tutto ciò che viene da Voi dà vita, forza e amore: nel vostro amore, mentre private quell'anima del frutto del suo amore, Voi le date una nuova potenza, una potenza d'amore perché essa possa sopportare una tale privazione, un tal rigore e una tale separazione; questa separazione perciò segretamente ed insensibilmente in nuova maniera unisce a Voi la sua anima. O amore puro, celeste e divino! Amore che non ha bisogno di alimento né di alcun sentimento! Amore che sussiste per via di sostanza e non per via di alimento né di sacrificio o di operazione! Amore che, al pari dei fuochi celesti, si conserva nell'anima della Maddalena come nel suo elemento, senza moto né pascolo; mentre i fuochi terrestri si trovano in un perpetuo moto ed hanno bisogno di alimento onde conservarsi e mantenersi quaggiù come in un luogo che ad essi è estraneo. Capitolo IX Gesù stando in cielo ed essa in terra per compiere il corso della sua vita eminente nella penitenza e nel santo amore verso Gesù Due sorte di amore, l'amore che unisce e l'amore che separa. Al sepolcro la Maddalena entra nella scuola dell'amore che separa, e vi rimarrà per trent'anni, vivente in cielo più che sulla terra. Ecco il modo di procedere di Gesù con la Maddalena, e della Maddalena con Gesù sulla terra, procedimento che incomincia con l'amore e l'amore che unisce in casa del Fariseo; e termina con l'amore, ma amore che separa al sepolcro di Gesù. Ma, o Maddalena, questa separazione non è che un saggio ed un esercizio cui Gesù ai suoi piedi vi sottopone; non è che il principio della prova, perché dovrete star separata da Gesù, non solamente per qualche momento o per qualche ora, ma per trent'anni. Lasciate, o anima divina, ch'io vi dica: Ai piedi di Gesù glorificato, voi incominciate ad entrare nella scuola dell'amore che separa, come ai piedi di Gesù umiliato voi entraste nella scuola dell'amore che unisce. Nell'ateneo di Gesù vi sono due scuole; tutt'e due dell'amore di Gesù, ma scuole di un amore differente. La Maddalena è la prima discepola e la più eminente nelle scuole di Gesù; da circa tre anni vi fa il suo tirocinio pubblico e costante, e in questa scuola sempre si eleva di progresso in progresso. Essa entra dunque nella nuova scuola dell'amore che separa, e vi entra quando Gesù entra nella sua gloria. Secondo le leggi di questa disciplina, essa dovrà oramai vivere una vita separata da Gesù, poiché Gesù, per la sua Ascensione, si troverà in cielo, ed essa, per la sua penitenza, rimarrà sulla terra. Essa, per verità, starà sulla terra, ma separata dalla terra; sarà in cielo molto più che sulla terra, perché la sua vita, il suo amore, le sue occupazioni saranno nel cielo; di terreno essa non avrà che il corpo mortale di cui è rivestita, e che pure non è vivente se non nelle fiamme di un amor celeste. Capitolo X Due stati nella vita della Maddalena insigni e differenti; l'uno di amor santo l'altro di benefico rigore, tutt'e due effetti dell'azione di Gesù I. – Sembrerebbe che Gesù e la Maddalena dovessero lasciare assieme la terra; ma i pensieri di Dio sono ben diversi. Nei primi tre anni Gesù è la vita e l'amore della Maddalena, nella delizia della sua conversazione; negli ultimi trent'anni invece, nei rigori della sua separazione. Per verità, nel considerare la vita, i favori e l'amore di Gesù rispetto alla Maddalena e della Maddalena per Gesù, ci sembrava che un medesimo giorno ed una medesima ora dovesse rapirli alla terra e portarli al cielo. Ma Dio, ammirabile sempre nei suoi disegni e nelle sue vie rispetto ai figli degli uomini e più ancora rispetto ai suoi Santi, giudica e dispone della Maddalena in un modo ben diverso. Egli vuole che il corpo di essa stia sulla terra mentre il suo amore è in cielo; e che divisa in tal modo in sé medesima, essa, per lo spazio di trent'anni, muoia e viva tutt'assieme e in un deserto subisca un estremo rigore ed un martirio di amore che sorpassa i favori che ha ricevuti al mondo per la presenza ed il godimento di quel Gesù che è il suo tutto ed il suo unico amore. Sono questi, nella Maddalena, due stati insigni e ben differenti; il primo di tre anni ai piedi di Gesù, l'altro di trent'anni nella separazione da Gesù. Nel primo, essa possiede Gesù e Gesù la possiede; nell'altro essa possiede Gesù, ed in pari tempo ne è separata. Nell'uno e nell'altro stato, Gesù è la sua vita, Gesù è il suo amore. Ma nei primi tre anni, Gesù è la sua vita e il suo amore nelle delizie di Gesù presente; per un amore e una potenza reciproca, Gesù la possiede ed essa possiede Gesù. Negli altri trent'anni invece Gesù è ancora il suo amore e la sua vita, ma nei rigori di un amore vivo e potente, di un amore che langue e sospira verso un oggetto sì amabile e sì amato, ma così distante. II. – Spiegazione della grazia sofferente in cui si trovano insieme la vita e la morte. Ma questo punto è adatto per poche persone, perché le une non vi intendono nulla, e le altre sono troppo facili a persuadersi che vi hanno qualche parte. Spiegazione di questo amore sofferente e di questa vita di morte col confronto dello stato dei dannati nel quale v'è una morte eterna che non toglie la vita, ma la suppone. Queste due sorti di morte sono ben differenti: una è congiunta con la vita naturale, l'altra con la vita della grazia; nell'una si muore per il peccato, nell'altra, si muore al peccato. La grazia ha maggior potere del peccato per far morire, ma di una maniera di morte che è vita. La vita e la morte si trovano pure nella grazia comune, secondo questa parola dell'Apostolo: «Consideratevi come morti al peccato e come viventi per Dio in Gesù Cristo». Oltre un tal languore, vi sono ancora per le anime eminenti, altre sorti di sofferenze e di rigori. Non è qui il luogo di trattare di queste materie e di esibirne le prove; dobbiamo supporle già conosciute. Queste cose, le anime sante le sanno per esperienza; le anime più comuni le credono per rispetto. Per queste due vie differenti, le anime rendono omaggio al tempio di tale amore e gli consacrano i loro desideri e la loro vita. E noi diciamo loro che Gesù è oggetto di favore e di rigore, di godimento e di sofferenza, secondo che Egli si compiace di applicarsi divinamente alle anime, ma in modo differente. Egli è oggetto di sofferenza e di rigore, ma in modo che non v'è colpa alcuna da parte delle anime da Lui trattate in tale maniera. Anzi, per chi lo sa intendere bene, questo rigore è un favore e un segno di amore: favore e amore tanto più grandi quanto è maggiore il rigore. Ma questo amore e questo favore sono talmente diluiti nell'amarezza che lo spirito ed i sensi non vi scorgono né vi sperimentano che rigore. Ci vuole una luce affatto speciale onde riconoscere l'amore e il favore che sono nascosti nella severità di un tal rigore. È questo l'amore consacrato alla Croce di Gesù: Gesù è viva sorgente di amore; Gesù dappertutto è vita e amore, nel presepio come sulla Croce, in Egitto come nella Giudea, sul Tabor come sul Calvario, nel deserto come nelle città. Egli è sorgente di parecchie sorte di vita, come è sorgente di parecchie sorte di amore. L'amore proprio della Croce di Gesù non è l'amore di delizie, ma l'amore di rigore. Esso procede dalle sante piaghe ch'Egli ha ricevute sulla Croce e che conserva anche nella gloria. Tanto gli piacciono la Croce, il dolore e le piaghe, che gli piacciono persino nella gloria e per l'eternità. Il suo corpo è piagato, piagato anche in cielo, piagato per sempre, perciò non dobbiamo meravigliarci che voglia per sé dei cuori feriti. Egli li ferisce di dolore e di amore, li opprime di rigore e di favori, li ricolma di godimento e insieme di sofferenza. E siccome una ferita fa e suppone divisione, così questi cuori feriti sono divisi in sé medesimi. Infatti, un cuore che ama in questa maniera è un cuore che trovasi separato dall'oggetto amato; questo oggetto per rigore sta separato dal cuore che lo ama, ora quest'oggetto di amore è per il cuore un altro sé stesso. È il suo cuore, è la sua vita, poiché è il suo amore, è il cuore di cui vive, è la vita di cui muore; è la morte di cui vive, perché non vive che per sentire il proprio dolore e l'assenza dell'oggetto amato: è il suo languore, il suo tormento, la sua ferita. O languore! O rigore! O vita! O amore! O morte vivente e vita morente! Ma rispettiamo con riverenza questi segreti e non scopriamoli alla terra, per timore ch'essa non li profani per impurità o per empietà. È questo il santuario che deve star velato; ma il velo venne spezzato nella morte di Gesù, e in tal modo noi abbiamo avuto accesso in questo luogo santo, ossia nel Santo dei santi. Entrando in questo santuario, noi, ad esempio di Gesù medesimo che è il Santo dei santi e il prediletto del Padre. impariamo che nello stato e nella via di amore, specie se insigne ed elevato, vi sono favori da ricevere, ma pure rigori da subire. E il rigore accresce l'amore, così che a suo tempo dispone 1'anima a ricevere favori più preziosi. È questa la legge dell'amore, e una tal legge viene osservata nella Maddalena; perché se per tre anni ha vissuto nel favore, nell'amore e nel godimento ai piedi di Gesù, per trent'anni starà separata da Gesù; per trent'anni essa sarà ancora vivente, ma separata, tutta viva, dalla sua vita. Gesù, infatti, è la vita di essa, che se essa appare vivente, non è lei che vive in sé stessa, ma Gesù vive in essa; così la Maddalena è vivente e insieme non vivente tutt'assieme vivente e morente; ed essa passa trent'anni in un tale stato di vita e di non vita, di vita e di morte, di morte che è vita e di vita che è morte. Gesù che è la vita della Maddalena non vive in essa se non per farla morire, vale a dire non vive in essa se non di una sorta di vita che la fa morire mentre rimane priva del suo Amore e della sua vita. E nel farla morire così, Gesù la costituisce vita: la fa vivere perché la conserva in vita, ma unicamente perché essa subisca, senta e soffra la privazione e la separazione da Colui che è la sua vera vita. La fede ci insegna che le anime dannate sono morte di morte eterna, perché la morte dei corpi non è che una morte temporale e un'ombra della vera morte, e quelle anime sono immortali; ma esse non hanno vita se non per sentire la loro morte, morte della colpa e del peccato, morte orribile e disgraziata. Ma perché in un soggetto di grazia così eminente, introduco io un argomento di sì immane disgrazia? Perché discorrendo della vita e di una tal vita, parlo io della morte e della morte eterna? Ciò che non converrebbe né alla dolcezza del nostro discorso, né alla dignità dell'anima di cui trattiamo, è necessario per vincere parecchi spiriti di questo tempo che considerano come sogni ciò che oltrepassa i loro sensi; essi non sono in grado di approvare ciò che non hanno provato. Non possono neppure sopportare ciò che non possono comprendere, come se la condotta e l'azione di Dio nelle anime dovesse contenersi nei limiti della loro scienza o della loro esperienza. Per altro, non solo i profani cozzano contro un tale scoglio, ma altri ancora; i quali invece di umiliarsi perché trattano così poco con Dio, o perché non meritano di aver parte a quelle vie più particolari, vogliono rendersi arbitri di tutte le vie di Dio, ed hanno l'audacia di penetrare in questo santuario, benché sia più velato, più separato, più riservato che non il Santo dei santi del tempio di Gerusalemme. È questo il segreto di Dio; è la condotta del suo amore, è un dono specialissimo; è una scienza a parte, la scienza dei Santi. Non sono i più dotti quelli che sono i più santi e più intelligentí in questa materia, ma i più umili e più amanti e coloro ai quali Dio si degna di dare un tale discernimento. Questo dipende dalla sua volontà e non dal nostro merito; perché Dio largisce i suoi doni come vuole, secondo la parola di san Paolo che è il grande maestro in questa disciplina (1Cor 12, 2). Ma quegli uomini di cui parliamo non sono stati alla scuola dell'Apostolo; non hanno quindi né questi pensieri, né la conveniente modestia. La loro durezza, la loro inferiorità nelle cose di Dio, rende necessario di velare queste verità, o almeno di confortare la luce della pietà con la luce della fede. Ecco perché ho dovuto addurre questo esempio irrefragabile della morte dei dannati, per far intendere a codesti uomini che in quella guisa che nella natura vivente ed immortale di quelle anime riprovate, vi ha una sorte di morte che non le distrugge ma anzi ne suppone la vita e l'immortalità, e che nella loro vita la giustizia di Dio mette uno stato di morte: così nell'ordine della grazia, è possibile vi sia una sorta di morte nuova e differente, la quale non toglie né la vita né l'amore che la grazia comunica alle anime da essa giustificate. Queste due sorte di morte sono differenti: l'una è effetto della giustizia di Dio, l'altra della sua misericordia; la prima è compatibile con la vita di natura, l'altra con la vita della grazia; la prima è la morte nel peccato, l'altra è la morte al peccato medesimo. Sono due morti che riguardano spiriti di condizioni ben differenti, ma due sorti di una morte, in un certo senso, vera e reale: la prima disgraziata, l'altra felice; orribile la prima, desiderata l'altra; la prima, deplorevole: l'altra oltremodo venerabile; la prima, propria del peccato: l'altra propria della grazia; e la grazia, molto più del peccato, ha potenza e industria per far vivere e morire, morire cioè di una morte preferibile alla vita. Questa sorte di morte, per altro, è inclusa anche nella grazia comune ed ordinaria, secondo la quale san Paolo dice a tutti i cristiani: Consideratevi come morti al peccato e come viventi per Dio in Gesù Cristo (Rm 6, 2). Per una tal grazia, siamo morti e insieme viventi: morti alla morte, viventi alla vita. In tal modo dagli elementi della filosofia cri- stiana, noi sappiamo che la vita e la morte, due cose così fortemente contrarie, si trovano riunite nel medesimo tempo, nel medesimo soggetto e nella medesima anima. II. – La giustizia e la misericordia di Dio operano la morte dei dannati e la morte dei giusti; ma la santità di Dio opera un'altra sorta di morte nelle anime eminenti. In queste vi è una maniera di morte che non è semplicemente rispetto al peccato ed alla natura, ma pure rispetto alla grazia eccellente ed alla vita ch'esse possedevano nella grazia, per essere unite a Dio in sé medesimo. Solitudine interiore che imita ed adora la solitudine di Dio in sé medesimo, e la sua separazione da ogni cosa. La grazia che procede da Gesù vivente e morente, opera vita e morte in conformità col suo principio. Che se dalla grazia comune passiamo ad una grazia eminente, noi troveremo ancora che questa sorta di grazia stabilisce una sorta di morte che le è propria e conviene alla sua eminenza. E siccome le due sorti di morti precedenti sono effetto della giustizia e della misericordia di Dio, così questa sorta di morte rara e divina, nelle anime è effetto della santità di Dio. Come la santità di Dio in sé medesima lo separa da tutto ciò che, essendo anche santo e perfetto, è fuori di Lui; così nelle anime eminenti e sante essa opera una separazione da tutto ciò che è fuori di Dio, onde l'anima aderisca a Dio, in sé medesimo e non soltanto nei suoi effetti; onde aderisca a Dio, non già per il distacco dalle sue colpe, poiché queste furono già tutte consumate dal fuoco dell'amore, ma nel distacco dai doni e dalle grazie eccellenti di Dio medesimo, e così sia unita con Dio per Dio in sé medesimo. Questo distacco, in quelle anime eminenti e sante, opera la morte, morte non rispetto alla morte, ma rispetto alla vita; non rispetto alla natura, ma rispetto alla grazia e rispetto alla grazia eminente che dava vita a quelle anime. E ciò eleva sino al trono della santità di Dio queste anime viventi e morenti, e le fa entrare in una solitudine interiore e divina, che adora ed imita la solitudine e la singolarità di Dio in sé stesso. Questo discorso sarebbe ben degno del deserto e della solitudine della Maddalena, se gli spiriti del secolo fossero capaci di portarlo, e se non dovessimo ritornare sull'argomento della vita e della morte che trovasi nello stato della grazia. Perché infatti tanta morte dove vi è tanta vita? È questo il segreto della filosofia cristiana; essa ci insegna che i cuori feriti dall'amore divino e gli spiriti immortali, muoiono quaggiù mentre sono viventi, di una morte veramente santa, che adora una morte veramente divina, vale a dire la morte dell'Uomo-Dio. Da questa divina morte procede la grazia del cristianesimo. Ed è pure proprio di questa grazia acquisita per la morte di Gesù, di dare ai figli di Lui vita e morte tutt'assieme. Gesù, il loro Padre, autore di questa grazia, l'ha prodotta vivendo e morendo; noi lo adoriamo nello stato della sua vita e della sua morte; e nei suoi Egli opera pure vita e morte, in onore di sé medesimo e in conformità coi propri stati divini. Stati di vita e di morte adorabile e divina. IV. - In questo stato di morte, la Maddalena ha il privilegio della vita che è di crescere nell'amore, ciò che non conviene né alla morte, né alla vita medesima dei beati. È questo uno dei disegni di Gesù nel tenerla in tale stato. Eminenza di quest'anima che è oggetto di riverenza per i serafini e di ammirazione per gli angeli, mentre è sconosciuta agli uomini Ciò che Gesù fa per la condizione propria del suo stato e della sua grazia, lo fa ora nella Maddalena, ma in un grado eminente e con un grande vantaggio degno della grazia e dell'amore di essa. Egli la fa vivere e morire, vivere morendo e morire vivendo, vivere di una vita, e morire di una morte singolare. Gesù non la fa vivere nel deserto se non per morire, vale a dire affinchè per l'eccesso del suo amore, essa senta l'amarezza della privazione di Gesù, mentre arde di un amore così vivo e così grande per Lui. Gesù è la vita della Maddalena; essa, più che della sua vita propria, vive della vita di Gesù. Gesù la fa vivere in un modo più vivo e più insigne, poiché la grazia sorpassa la natura, e la grazia della Maddalena sorpassa tante grazie, avendo essa nel proprio cuore una sorgente di grazia così viva, sublime ed eminente. Gesù è dunque la vita, la vita vera, la vita per sempre della Maddalena; orbene per grazia e per amore essa è priva di Gesù, ma questa privazione la unisce, la dedica, l'attacca sempre più a Gesù, non già perché ne ritragga godimento, ma perché ne sia maggiormente angosciata, col sentimento più vivo della sua privazione. Essa è dunque priva della sua vita, e di una tale vita; e questa privazione è una morte, poiché la morte non è altro che la privazione della vita. O vita! O morte! O vita che nasce dalla morte! poiché è una morte di grazia e di amore che dà amore e vita. O morte vivente ed immortale! poiché fa vivere nel morire, nel morire, dico, di una morte più viva e più eccellente della vita. O morte nuova e felice! poiché, nella morte, Maddalena ha il privilegio della vita. che è di amare e di crescere nell'amore, ciò che non conviene né alla morte né alla vita medesima dei Beati. Con questa sorta di vita e di morte, nuova sulla terra e sconosciuta al cielo ma preziosa nel suo amore, il disegno di Gesù è di elevare quest'anima eletta ad un nuovo amore, ad uno stato e ad un grado così alto e sublime, che i Serafini le portano rispetto, gli angeli l'ammirano, e sulla terra gli uomini non possono che ignorarla. Ma tale è il modo con cui Gesù compie le sue meraviglie; con queste vie nuove e degne della sua sapienza, Gesù forma in cielo e in terra, per tutta l'eternità, un capolavoro della sua grazia e del suo amore: è questa una delle industrie ammirabili dello spirito di Gesù che il suo Profeta ci impone di venerare e di annunciare alla terra: Annunciate ai popoli le sue industrie, le grandi cose da Lui operate (Is 12, 4). V. – La Maddalena sospesa tra il cielo e la terra: separata dalla terra per il suo amore e dal cielo per la sua impotenza. Ma questa sua impotenza serve al suo amore, ed essa ne diventa più potente per innalzarsi alla sublimità ed al primato di amore che Gesù le prepara. Il suo amore è più forte sia della morte, sia della vita; poiché la morte separa ma non unisce, e la vita unisce ma non separa, mentre il suo amore separa e insieme unisce ed unisce separando. La Maddalena è dunque sulla terra e Gesù in cielo. Essa lascia la Giudea, poiché il suo Salvatore non vi è più. Maddalena non vuole più vivere sulla terra, perché non vi vede più Gesù; eppure non può andare in cielo dove è Gesù, perché il corpo glielo impedisce. Così essa esiste e vive, rimanendo sospesa tra il cielo e la terra: il suo amore la separa dalla terra, la sua impotenza la separa dal cielo. Ma se il suo corpo è sulla terra, il suo spirito, il suo amore e la sua vita stanno in cielo e unicamente in cielo; perché se la condizione naturale la tiene legata al corpo ed alla terra, l'eminenza della grazia l'innalza al disopra della terra, al disopra di sé medesima, al disopra dei cieli, e la unisce a Gesù. La sua impotenza la trattiene sulla terra, ma essa dalla sua debolezza medesima trae nuove forze; la sua impotenza non serve che al suo amore, con l'accrescere in essa la potenza di amare; non serve che a innalzarla a quella sublimità, a quel primato di amore che Gesù le prepara e le riserva in cielo. E siccome il suo spirito va prendendo vita, forza e amore in Gesù, il suo corpo va ogni giorno più consumandosi come una nuova fenice nelle fiamme di un amore potente, divino e celeste. O vita! O morte! O amore più forte della vita e della morte! Questo amore, infatti, fa vivere nella morte e morire nella vita, e mentre la morte separa e non unisce, mentre la vita unisce e non separa, questo amore invece unisce e separa tutt'assieme; e ciò che sorpassa ogni ammirazione, unisce nel separare, e nella Maddalena compie questo ufficio, durante lo spazio di trent'anni, unendola a Gesù nel separarla da Gesù per un corso così lungo di anni. Capitolo XI Perché Gesù assegna trent'anni alla vita ritirata e nascosta della Maddalena I – I trent'anni della vita di Maddalena nel deserto sembrano consacrati da Gesù ai trent'anni della sua vita privata. – Considerazione della vita nascosta di Gesù per trent’anni. Ma perché, o Signore, questo periodo di trent'anni? Perché un esilio così lungo per un amore così grande? Nella Maddalena, io non posso vedere altro che Gesù tanto Egli vive in essa ed essa vive in Lui. Cercherò dunque in Gesù medesimo e non altrove la causa di questo lungo termine; mi sia permesso di pensare e di dire, (e mi pare sia con qualche direzione e benedizione da parte di Gesù), che questi trent'anni della Maddalena passati sulla terra in una vita nascosta alla terra, sono dedicati a rendere omaggio ed a partecipare in spirito ai trent'armi della vita nascosta di Gesù. Infatti, Gesù, essendo la vita, ha parecchie sorte di vita, ed il corso della sua vita è diviso in due parti: dapprima lo stato di una vita nascosta e sconosciuta al mondo per la durata di trent'anni nei quali la Madonna soltanto conosceva e godeva Gesù; poi l'altro stato di vita pubblica al cospetto del mondo e dei peccatori per la durata di tre o quattro anni circa. Nei primi trent'anni Gesù viveva nel mondo, ma il mondo non conosceva Gesù. La sua vita era conosciuta dall'Eterno Padre e dai suoi angeli, ma era sconosciuta al mondo, il quale ignorava il tesoro che possedeva, contenendolo senza conoscerlo. Orbene, ogni momento di questa vita nascosta e sconosciuta, era prezioso, divino ed adorabile, epperò era adorato dagli angeli. Era la vita di un Uomo-Dio e d'un Dio fatto uomo per gli uomini, eppure era sconosciuta agli uomini. Un tal tesoro dunque nascosto e riservato, verrà poi comunicato alla Maddalena. Una tale vita, amata dall'Eterno Padre, adorata dagli angeli, sconosciuta agli uomini, verrà comunicata a quest'anima angelica e divina; la Maddalena interiormente e spiritualmente parteciperà a quei trent'anni della vita del Figlio di Dio: a quella vita in cui Gesù viveva in cielo più che in terra; al cospetto degli angeli che l'adoravano, più che alla vista degli uomini che non meritavano di conoscerlo; vita che dobbiamo adorare, senza poterla descrivere; vita interiore, vita sublime, vita divina, vita che Gesù passava occupato unicamente col suo Eterno Padre e con la sua santissima Madre. II. – Non ci sembra possibile che Gesù, avendo fatto alla Maddalena una parte così larga della sua vita pubblica, non le abbia fatto parte anche dei primi anni e li abbia tenuti nascosti ad un amore così grande. Gesù comunica alla Maddalena i primi trent'anni della sua vita, non già con parole ma con fatti; non per una semplice e nuda conoscenza, ma in una maniera di esperienza elevata e divina. Gesù conforma la vita di Maddalena nella grazia a quella ch'Egli medesimo ha passata sulla terra, e ciò sino al medesimo numero di anni. Le privazioni e l'esilio che la Maddalena soffre sulla terra onorano gli stati di privazione e di umiliazione di Gesù. Gesù, con grande liberalità, aveva reso la Maddalena partecipe dei tre ultimi anni della sua vita, secondo l'opinione di coloro che pongono la conversione di essa nel primo anno della vita pubblica del Signore, quando appunto Egli non era ancora ben conosciu- to nella Giudea e quindi il Fariseo suo amico che l'ospitava, non aveva ancora di Lui che un'idea troppo imperfetta. Come mai sarebbe stato possibile che la Maddalena rimanesse sempre priva della conoscenza e della partecipazione della vita nascosta di Gesù, vita di una durata così lunga, vita tutta ripiena di affetti interiori, spirituali e divini, ma nascosta sotto l'ombra del segreto e dell'oscurità? Per verità questa vita era stata nascosta alla terra, e la terra ancora l'ignorava, solo il Cielo la conosceva; ma essa non doveva rimanere nascosta ad un amore così grande come quello della Maddalena il suo Amore, che è Gesù, vuole fargliene comunicazione fin dalla terra, e non con parole, ma in effetto; non già per una semplice conoscenza, ma con una luce ed una esperienza elevata, segreta e divina. Gesù dunque che si è appropriata quest'anima seguendo vie oltremodo particolari, Gesù che l'ha resa tanto largamente partecipe degli ultimi anni della sua vita, Gesù che l'ha attirata nei più grandi segreti del suo amore, vuole pure attirarla nei segreti della sua vita nascosta e farla intimamente partecipare ai primi trent'anni della sua vita. Rendendo Maddalena conforme a sé medesimo nella sua vita sopra la terra, Egli vuole che gli anni di essa nella grazia abbiano la stessa misura degli anni della sua propria vita tranquilla, e che essa rimanga sulla terra nella grazia e nell'amore, e in un amore sublime e divino, tanto a lungo come Egli medesimo stette sulla terra nell'esercizio privato di una vita divinamente umana ed umanamente divina. E poiché questa vita Egli l'ha passata come nell'esilio, nella privazione di tanti effetti e stati che erano pur dovuti alla sua gloria ed alla sua grandezza, Egli vuole pure che un tale stato, di così lunga durata e di privazioni così ammirabili in una persona divina, sia onorato ed imitato dallo stato, dall'esilio e dalle privazioni di un'anima così elevata ed eminente nel suo amore, a Lui così unita con tanti favori e privilegi, e tuttavia da Lui in tal modo separata per un amore superiore. Così la Maddalena con una vita sconosciuta e priva del godimento dovuto al suo amore, onora ed accompagna la vita di Gesù sconosciuto e privo della gloria dovuta alla sua divina persona. A questo effetto, Gesù l'attira in un luogo separato da ogni umano consorzio, conducendola in una profonda solitudine. Capitolo XII Lo spirito con cui Maddalena entra nel suo deserto Maddalena entra nel deserto per il segreto istinto del suo amore più che per quello della penitenza. Maddalena non è più che amore, e tutto quanto è suo è cambiato in amore. Essa è nascosta nella persona di Gesù, nella vita di Gesù sconosciuta, e nelle prove segrete dell'amore di Gesù. In tal modo Gesù le tien luogo di tre tende. L'amore di Gesù forma una differenza ed un'eccellenza a parte, sulla terra e nel cielo. La conoscenza di tali segreti è infinitamente più degna che la scienza di tutti i segreti dei sapienti e dei grandi del mondo. Ecco il deserto della Maddalena. Essa vi entra in omaggio a Gesù ed alla vita nascosta di Gesù; vi entra per ordine di Dio, che la vuole ritirata in questo luogo onde parlare al suo cuore; vi entra attirata e condotta dal segreto istinto di un amore sublime, più che dall'istinto della penitenza. Senza pregiudizio dell’onore dovuto ad una tale penitente, ardisco dire che questa felice penitenza non è più che amore; tanto l'amore la domina, ne ha preso possesso e converte in amore tutto l'essere di lei e tutto quanto essa possiede! La sua penitenza è amore, il suo deserto è amore, la sua vita è amore, la sua solitudine è amore, la sua croce è amore, il suo languore è amore e la sua morte e amore. Nella Maddalena non vedo che amore, e nel suo amore non vedo che Gesù, nel suo deserto non vedo che Gesù e amore: essa è vivente e nascosta in Gesù, nella vita nascosta di Gesù e nelle intime prove dell'amore di Gesù, più che non sia vivente e nascosta nel suo deserto. O deserto! O Maddalena! O Gesù! O monte ben più prezioso per Maddalena di quel che fosse per san Pietro il Tabor, quando questo apostolo diceva a Gesù: Facciamo qui tre tende: una per Voi, l'altra per Mosè, e la terza per Elia. In questo monte alto e solitario, dove Gesù attira e conduce la Maddalena, vedo pure tre tende, ma tutt'e tre per Gesù solo, tutt'e tre innalzate non dalla mano dell'uomo, ma dallo spirito di Dio e tutt'e tre servono di ritiro per la Maddalena. Ritiro santo e sacre tende, dove essa dimora per tanto tempo, vivente e nascosta, a tutti sconosciuta fuorché al suo Amore! Noi possiamo dire che la prima di queste tende è Gesù medesimo nella sua propria persona; poiché Gesù è la vita e la dimora della Maddalena; essa dimora in Lui più che l'anima sua dimori nel suo proprio corpo, e più che il suo corpo dimori in questo deserto. La seconda tenda è il medesimo Gesù nello stato della sua vita nascosta e sconosciuta; poiché la Maddalena sta ritirata e nascosta entro questo stato, e aderente a questa vita vi partecipa in una maniera rarissima e divinissima. La terza è Gesù ancora, perché Gesù è la dimora della Maddalena ed essa abita in Lui in diverse maniere, secondo i diversi stati di Lui ch'Egli si degna di comunicarle. La terza tenda della Maddalena in quel monte sacro è Gesù nella sublimità del suo spirito e del suo amore; perché lo spirito e l'amore di Gesù costituiscono una differenza ed una eccellenza a parte in cielo e in terra; è questo uno di quegli ordini e di quei nomi sacri che sono nominati, secondo la parola di san Paolo, sia nel secolo presente, come nel secolo futuro (Ef 1, 21). In questo santo tabernacolo, Gesù vuole esercitare l'anima della Maddalena nelle segrete prove del suo amore ed essa sperimenta incessantemente le sublimi operazioni dello spirito di Gesù che vuole compiere opere degne di sé medesimo in un'anima; così pura, così santa, così sublime e così separata da tutto e a Lui così intimamente unita. Felice chi avesse la fortuna di conoscere quest'anima e penetrarne i pensieri! Felice chi potesse aver parte ai segreti di essa! Incomparabilmente più felice che se avesse parte ai segreti dei più eminenti e sapienti personaggi dell'universo! Felice chi potesse aver accesso a queste tre tende e fosse disposto a penetrare nell’intimità di questo deserto, di questo spirito e di questo santuario! Capitolo XIII L'amore per il quale la Maddalena è vivente e morente nel suo deserto La Maddalena è vivente, sofferente e morente per amore; partecipa alla vita nascosta di Gesù col suo stato nascosto, all'esilio di Gesù col suo esilio, alla Croce di Gesù con le sue croci, e alla gloria di Gesù coi suoi languori, in attesa che vi partecipi per gloria e per godimento. La Maddalena vive sulla terra della vita di Gesù, come i Santi in cielo vivono della vita di Dio; essa è una pura capacità di Gesù riempita da Gesù. Ma perché vive sulla terra mentre Gesù è in cielo, la sua vita è vita di privazione, di languore e di croci. Il filo del nostro discorso ci ha condotti sino al vostro deserto, o Maddalena! Ma non può condurci ed elevarci alla conoscenza del vostro amore. È questo un segreto riservato all'angelo custode datovi da Dio, e non all'uomo. Oh! felice quell'angelo che assiste una tale anima ed è testimonio di un tale amore! È questo un segreto che il Cielo ci rivelerà, ma che la terra deve ignorare. In attesa che la luce del cielo ci sveli un giorno questo arcano, dobbiamo contentarci di dire che voi vivete in un deserto, ma in un deserto più felice e più delizioso del paradiso del primo Adamo. Là voi vivete una vita angelica in un'anima umana, una vita celeste sulla terra, una vita serafica in un corpo mortale; là voi siete vivente e morente per amore; là voi non vivete e non soffrite che di amore, e di amore celeste, là Gesù è il vostro tutto, il vostro amore, la vostra vita; là voi rendete omaggio e partecipate ai suoi trent'anni coi vostri trent'anni, alla sua vita nascosta col vostro stato nascosto al suo esilio col vostro esilio, alle sue privazioni con le vostre privazioni, alla sua Croce con le vostre croci interiori e divine, ed alla sua gloria coi vostri languori, in attesa che alla gloria di Gesù voi abbiate parte con la gloria e il godimento. Là voi vivete (mi sia lecito pensarlo e dirlo), voi in terra vivete della vita di Gesù come i Santi in cielo vivono della vita di Dio stesso; là voi portate l'impressione e l'azione del suo Cuore nel vostro cuore, del suo spirito nel vostro spirito, e della sua vita nella vostra vita. E come il sole imprime la sua viva luce, il suo splendore, la sua immagine in un cristallo polito, così Gesù vivente, Sole di croce e di giustizia, imprime in voi la sua vita, la sua luce e il suo spirito; e voi. non siete che una pura capacità di Gesù, da Gesù riempita e dalla sua grazia, dal suo amore e dalla sua gloria. Ma questo divin Sole è in cielo e voi siete sopra la terra, e il vostro amore non può soffrire una tale separazione, e da ciò risulta nella vostra vita una nuova sorta di vita, di amore, di croce. Perché dovete pur vivere, e per tanti anni, in una tale separazione; dovete vivere morendo, soffrendo, languendo, poiché Gesù sta in cielo e voi nel vostro deserto. O soggiorno! O stati oltremodo differenti! Gesù è in cielo e voi sulla terra! Gesù nel godimento, e voi nella sofferenza! Gesù nel possesso. e voi nella privazione! Gesù alla destra del Padre, e voi alla destra della Croce! Gesù in uno stato conforme alla grandezza della sua persona, e voi in uno stato conforme alla grandezza del vostro amore, ma di un amore che porta separazione e privazione, di un amore che consuma l'anima e il corpo con un vivo languore, languore che vi fa vivere e morire tutt'assieme! Gesù, infatti, è l'amore e la delizia del cielo e della terra, ed Egli è il vostro Amore, o Maddalena!, ed Egli vi tiene separata da Lui, e vi fa sentire questa separazione in proporzione dell'ec- cesso dell'amore che avete per Lui. Così il suo amore vi fa vivere, perché è vita, e vi fa morire, perché vi separa da Lui che è il vostro Amore e la vostra vita. O vita! O Croce! O languori! O amore! Capitolo XIV Nuovo amore che crocifigge la Maddalena nel deserto in onore e per amore di Gesù Crocifisso Gesù è viva sorgente di grazia e di amore, in cielo e in terra; ma di un amore differente. In cielo, è sorgente di amore di godimento, in terra di amore di sofferenza; in questo amore di sofferenza vi sono varie sorte di amore. La Maddalena nel suo deserto ha una parte eminente non solo nell'amore che separa, ma anche nell'amore che crocifigge. Le piaghe di Gesù in cielo, vive in Lui e causa di vita e di gioia per gli spiriti beati, ma per la terra cause di dolore per le anime che vi hanno parte. Gesù s'imprime nella Maddalena come uomo di dolori. Gesù in croce, fa un'ordinanza di croce sulla Maddalena, ordinanza che verrà eseguita a suo tempo. Mentre Gesù era attaccato alla Croce l'Eterno Padre fece in onore di Lui dei miracoli esterni nella natura inanimata, e dei miracoli interni nella Vergine e nella Maddalena, e ciò per onorare i dolori dell'anima di Gesù. Ma tale stato di sofferenza allora incominciò soltanto, e si compie nel deserto. Ma io scopro ancora un altra sorta di amore che vi tormenta nel vostro deserto, amore che procede da Gesù. In cielo e in terra Gesù è viva sorgente di grazia e di amore, ma di amore differente. In cielo è sorgente di un amore di godimento, e in terra di un amore di sofferenza. Ma nell'amore di sofferenza vi sono ancora varie sorte di amore. Vi è un amore che separa, e una parte della vostra vita nel deserto si passa nella scuola e nell'esercizio di questo amore. Vi è un amore che crocifigge: perché Gesù, in onore della sua vita, della sua morte e dei suoi languori sulla Croce è sorgente di una nuova sorta di amore che mette l'anima nel tormento; come in cielo Gesù imprime la sua gloria, così in terra imprime la sua Croce, di modo che, in onore e ad imitazione di Gesù crocifisso, l'anima porta una croce interiore e spirituale. Questa sorta di amare è riservata alle anime più insigni, in quella guisa che dalla Croce di Gesù si elevava all'Eterno Padre il più grande onore e l'amore più insigne la Maddalena dunque, eletta fra le più elette, insigne tra le più insigni, ha una parte eminente, anzi un primato in questa sorta di amore. L'amore è la vostra vita, o Maddalena, nel vostro deserto; e questa sorta di amore è uno dei principali esercizi dell'anima vostra. Gesù è il vostro Amore, ma Gesù è crocifisso, il vostro amore è dunque crocifisso e voi siete pure crocifissa. Quel Gesù che è il vostro amore, è un carattere divino che a voi si applica, in voi s'imprime non come glorificato ma come crocefisso e in voi imprime le sue piaghe che ha conservate anche in cielo. È vero che ora queste piaghe in Gesù sono gloriose, ma vi fu un tempo in cui erano dolorose; ora sono viventi e principio di vita in Gesù medesimo; perché queste piaghe che l'hanno fatto morire sulla Croce lo fanno vivere in cielo; e per un ammirabile mistero sono una delle cause della sua vita, come furono altre volte una delle cause della sua morte. Piaghe mortali ed immortali in Gesù, secondo i differenti stati! Piaghe viventi, e causa di vita e di gioia in cielo per gli spiriti beati, ma in terra sanguinose e causa di dolore per le anime che ad esse partecipano. Così queste piaghe danno vita al cielo e gioia a Gesù: ma sulla terra danno dolore alla Maddalena. Gesù, infatti, le applica alla Maddalena non come gloriose, ma come dolorose, ed Egli s'imprime Lui medesimo in voi, o anima santa e sofferente, per attirar- vi a maggior sofferenza. Con Gesù imprime sé stesso in voi come sofferente Egli medesimo e pieno di dolore, come ce lo dipinge il Profeta quando lo chiama l'uomo dei dolori (Is 53, 3). Egli vi fa portare una parte di quella croce interiore, spirituale e divina che l'anima sua divina in croce ha portata per la nostra salvezza e per la gloria del Padre suo. Ricordate, o Maddalena, quando eravate ai piedi di quella Croce! Là, in Gesù tutto era croce; il suo corpo, l'anima sua, la sua dignità, tutto era croce, e tutto portava il segno della croce. Là, era proclamato re, ed Egli è davvero supremo in tale dignità, ma era coronato di spine; il suo titolo e la sua persona erano attaccate alla croce, così pure le sue ordinanze erano ordinanze di croce. Gesù dunque sulla Croce, mentre eravate ai suoi piedi, in qualità di re e di re dell'anima vostra, in forza del titolo della croce che lo proclamava Re dei Giudei, e in virtù del vostro amore che era il suo trono, Gesù faceva allora un'ordinanza su l'anima vostra, un'ordinanza di croce, e di una croce altissima, singolare e straordinaria. È tale ordinanza questa che i Giudei non avevano potere di eseguire e che gli angeli onorano ed ammirano; ma Egli la vuole mettere Lui stesso in esecuzione, tanto è santa e divina. Adesso Egli compie questa sua volontà; perciò voi, nel vostro deserto, dovete subire l'esecuzione di tale santa ordinanza. In voi, Gesù, con la debita proporzione, opera quanto il Padre operava in Lui sulla .Croce; e a voi comunica una parte dei sentimenti dolorosi e delle impressioni sante, che allora nel suo spirito vennero scolpite dallo spirito del Padre. Quando Gesù era in croce, l'Eterno Padre compiva miracoli esterni nella natura materiale, nel cielo e sulla terra, nel sole e nella luna, nel velo del tempio e nelle pietre: miracoli di dolore, ma nella natura inanimata; miracoli per onorare i dolori corporali e le sofferenze visibili del Figlio suo. Egli compiva pure miracoli interni, miracoli di dolori visibili per gli angeli ed invisibili per gli uomini, miracoli per onorare i dolori interni e le sofferenze segrete e divine dell'anima di suo Figlio. Tale era lo stato e l'esercizio dell'anima della Vergine, e della vostra pure, ai piedi della croce; mentre vedevate soffrire e morire il vostro Amore e la vostra vita; ma allora voi non beveste che qualche goccia di questo calice. L'intera bevanda a voi era riservata per altro tempo. Ed ecco che ciò avviene ora nel vostro spirito in questo deserto; è questo uno dei principali stati ed esercizi che Gesù dà all'anima vostra in questa santa solitudine, affinché nell'eternità abbiate parte a Gesù glorificato nel grado in cui avete parte sulla terra a Gesù crocifisso. Capitolo XV Elevazione a Santa Maria Maddalena sopra l’eccesso del suo amore divino verso Gesù e della sua vita incomparabile in amore, in languore, in sofferenza. Amore che rapisce la Maddalena nella vista di Gesù non più crocifisso ma glorificato, amore che la consuma, la rapisce dal deserto la trae al cielo e dalla croce alla gloria. La Maddalena ornata di favori e di privilegi al disopra degli Apostoli. Vita ammirabile e invisibile della Maddalena. La Maddalena nel deserto è un serafino sempre intelligente, vivente e ardente. O anima felice che vivendo e morendo soffre in tal modo in questo deserto! O felice deserto, che possiede così a lungo un'anima così insigne! In questo deserto, che è una scuola di amore, e per la Maddalena una scuola di parecchie sorte di amore, io contemplo un amore che separa, poiché Gesù è in cielo e la Maddalena in terra; vi contemplo un amore che crocifigge, perché Gesù si unisce ad essa, ma come crocifisso; e ciò che è più ancora, si unisce ad essa come amore che crocifigge, perché è proprio dello spirito e dell'amore di Gesù di crocifiggere e di crocifiggere in tal modo le anime che gli sono più care. E la Maddalena, lo riceve in questa doppia qualità, vale a dire come crocifisso e come crocifiggente; e lo abbraccia con tutte le facoltà dell'anima sua, come se fosce più amante ancora che l'anima medesima dei Cantici (Cant. 3), quando, questa per un motivo minore, tarda ad accogliere il suo diletto. Ma io contemplo ancora, in questo santo deserto, una terza sorta di amore, un amore incomparabile, un amore che sorpassa e corona i due amori precedenti: un amore che mette un termine al suo esilio nel deserto ed alla sua vita. È questo un amore che la rapisce nella visione di Gesù, non più crocifisso, ma glorificato; amore che l'incorona, che la rapisce e dal deserto la trae al cielo, dalla croce alla gloria. O anima! O deserto! O vita! O voce! O amore! O gloria! Quale sarà la gloria proporzionata ad un tale amore? Chi potrebbe intendere la sublimità di un amore che porta una tal croce e corrisponde ad una tal vita? E quale vita quella che è piena di tanti esercizi, che è occupata in tanto amore, e che comprende tanti anni così santamente, sensibilmente e divinamente impiegati? Io venero, o Maddalena, tutti i momenti di questa vita unicamente impiegata nel vostro unico amore. Ne ammiro tutti gli effetti, tutti gli stati, tutti i progressi, e mi smarrisco nel pensiero del grado supremo cui essa viene elevata. Un'ora della vostra vita ai piedi di Gesù in casa del Fariseo, ha operato e formato nel vostro cuore un amore così grande che Gesù, l'Amore del cielo e della terra, lo stima, lo pubblica e l'ammira; cosa dovremo dunque pensare e dire di tante ore che voi avete passate sulla terra col Figlio di Dio che è l'onore, l'amore e la delizia della terra e del cielo? Se due o tre anni nella scuola del Figlio di Dio Vi hanno innalzata così in alto nell'amore e ornata di grazie, di favori e di privilegi al disopra degli Apostoli, e per sino al disopra del prediletto tra gli Apostoli che pure sono i primi nella scuola e nello stato del Figlio di Dio, qual grado, quale amore, quale stato fra gli angeli, fra i Serafini e al disopra anche dei Serafini, non avrete voi acquistato in trent'anni di una vita in cui voi non fate altro che vivere e morire per amore, in cui non vivete che per amare e per soffrire per amore; di una vita così preziosa e così lunga, anche in confronto dello stato di via e di tempo che si attribuisce agli angeli, di una vita di cui ogni momento era ammirabile ed inimitabile? O vita ehe sempre opera o soffre, che opera e soffre cose grandi nella via dell'amore! O vita sempre viva e preziosa nell'amore di Gesù, sempre viva e sublime o nel languore o nel possesso di Gesù! Vita che meraviglia e rapisce gli angeli nel contemplare sulla terra lo spettacolo di un Serafino in un deserto, sempre intelligente, sempre vivente e sempre ardente, che non ha altra vita che una tal vita di amore e di languore nell'amore di Gesù; ma toccherebbe agli angeli parlar di questa vita. e non a noi uornini: toccherebbe a quell’angelo beatissimo che custodiva nel deserto trasformato in un paradiso più celeste che terrestre: tocca al vostro angelo o Maddalena, e non a noi di parlarne. A noi non resta che stendere un velo onde tener nascosta ai mortali questa vita questo amore. questo languore come segno della nostra insufficienza nerchè non siamo canaci di parlarne ed i mortali nulla ne possono comprendere. Capitolo XVI Elevazione a Santa Maria Maddalena sull'eccesso della sua gloria in cielo proporzionato all'eccesso del suo amore sulla terra. Se il silenzio, o Maddalena, è il miglior linguaggio che sia in nostro potere per esprimere i pregi e le sublimità della vostra vita nel deserto, quanto più dobbiamo usare ancora del silenzio per onorare la vostra ammirabile vita in cielo I nostri pensieri e le nostre parole sono troppo comuni per concepire ed esprimere cosa sì elevata, sì eminente, sì divina, così rara e segreta nell'amore divino, e così preziosa tra le opere più sublimi del Cielo. Parlare di cose così sublimi sarebbe profanarle, e bisogna riservarne la conoscenza alla luce del cielo. Un tale oggetto, se a Dio piacerà, formerà uno dei nostri rapimenti nell'eternità; ma per il presente è un abisso per noi impenetrabile. Lasciamo dunque i nostri pensieri, o Maddalena, ma investiamoci dei vostri. Quando dal più alto dei cieli, dove, con la potenza della sua grazia Dio vi ha posta, voi contemplate lo stato in cui la vanità vi avrebbe ridotta; quando nella luce di Dio vedete ciò che eravate da voi medesima, ciò che siete per opera di Gesù e ciò che sareste stata senza Gesù; quale amore sarà il vostro verso Gesù! Quale abbassamento in voi medesima! Qual flusso e riflusso da Gesù a voi, da voi a Gesù! Quali lodi, quali benedizioni, quali rapimenti di spirito e di amore in lui! La mente umana non basta a pensare, né la lingua degli angeli ad esprimere tali meraviglie. È meglio venerarle con un sacro ed umile silenzio, e ponendo termine al nostro discorso, rendervi i nostri omaggi, o anima santa ed insigne tra le più sante e le più insigni che lo spirito della grazia e della gloria abbia mai formate! Capitolo XVII Come conclusione di questo discorso l'anima rende omaggio alla Maddalena in casa del fariseo. Ingresso della Maddalena in casa del Fariseo, primo giorno della sua vita nella grazia. La Maddalena, ossequiata in quella casa come ammirabile tra le penitenti; sua fedeltà nel coltivare quella grazia che in quel giorno venne gettata nell'anima di essa come una divina semente. Ricorro dunque a voi e umilmente vi venero se non come dovrei, almeno come posso; e per procedere ordinatamente, innalzandomi per gradi negli stati della vostra vita e della vostra grazia, vi offro i miei omaggi dapprima in casa del Fariseo. È questo il primo luogo dove si parla di voi nel libro della vita; è questa la prima stazione dove vi trovo con Gesù che è l'autore della vita; il primo giorno della vostra vita nella grazia, giorno memorabile nella vostra storia e decisivo per la vostra eternità. In quella casa, dunque, vi offro i miei omaggi, venerandovi come penitente e come ammirabile tra le penitenti. Là vi venero ai sacri piedi di Gesù, mentre ricevete la semente delle grazie di cui avete fatto in seguito un uso così fedele. Là vi venero mentre rapite Gesù a Gesù medesimo; perché, se lo lasciate in casa del Fariseo, ritirandovi lo portate con voi nel vostro cuore; ed Egli è nel vostro spirito in un modo più santo, più efficace e più ammirabile che non in casa del Fariseo, infatti, dopo che siete partita voi, Egli in quella casa non opera più nulla di simile a ciò che ha operato in voi; anzi, neppure nulla di simile ci viene riferito in tutto il Vangelo. Perciò, Gesù era venuto in quella casa attirato da voi e non già dal Fariseo stesso; Egli era venuto per aspettare voi medesima, per dare principio in un convito alle nozze del suo spirito col vostro spirito, ed operare pubblicamente e solennemente quel capolavoro di grazia e di amore che voleva compiere in voi. O bontà! O amore! O luogo caro! O momento prezioso nella vostra eternità! A questo momento voi tenete incessantemente rivolto lo sguardo e neppure io lo posso dimenticare in vostro onore e per amor vostro. Vi rendo dunque omaggio ancora nella infusione che ricevete di questa prima grazia, e nella cura che vi prendete di conservare gelosamente quella grazia che avete ricevuta in quella casa, di coltivarla sino alla vostra morte, innalzandola incessantemente sino a quell'ultimo punto a cui poteva giungere secondo il disegno di Dio. Capitolo XVIII Omaggio alla Maddalena perché si mette al seguito del Figlio di Dio e in vari luoghi è onorata dalla conversazione con Gesù. La Maddalena adora la divinità di Gesù, ne ama l’umanità, ne ammira la santità; essa fissa i suoi sguardi sopra questo divino oggetto e, per questa via, lo attira nel suo cuore; e Gesù senza posa imprime se stesso in essa. Passo a contemplare piamente i principali esercizi della vostra vita e vi rendo omaggio nell'amore con cui accompagnate il Figlio di Dio, seguendolo passo passo, lasciandogli l'uso dei vostri beni e porgendo così il nutrimento alla vita di Colui che è la Vita e l'autore della vita: vi rendo omaggio nell'attenzione che prestate alla sua parola ed alla docilità con cui ne ricevete lo spirito, nell'adorazione che offrite alla sua divinità e nell'amore che portate alla sua umanità. Vi rendo omaggio nell'ammirazione che professate per la sua santità, nella costanza con cui santamente fissate i vostri sguardi sopra questo divino oggetto; vi rendo omaggio mentre lo attirate in voi, vi abbandonate a Lui e ne ricevete la grazia e l'amore. E adoro pure Gesù, l'oggetto medesimo del vostro amore, mentre si degna di imprimere in voi e comunicarvi le sue sublimi, preziose e divine qualità. II. – La Maddalena fa dei piedi di Gesù il suo principale soggiorno. – Le sue lagrime strappano lagrime agli occhi di Gesù; Gesù non le dà soltanto lagrime, ma anche miracoli, anzi il più grande di tutti i suoi miracoli. Venero con profonda riverenza le vostre dimore ed i vostri soggiorni che dal Vangelo ci vengono riferiti, soggiorni di grazia e di amore senza pari: la sala del Fariseo, il castello di Marta, il borgo di Betania, la città di Gerusalemme, le province della Giudea e della Galilea, e il vostro deserto per trent'anni: inoltre, la Croce, il Calvario. il sepolcro, l'orto degli ulivi, e tutti i luoghi segnati dai passi del Salvatore e dalle tenerezze del vostro amore. Ma soprattutto venero con la massima riverenza i sacri piedi del Figlio di Dio; là voi trovaste per la vostra anima, la scuola migliore, la più sublime e la più assidua. Vi rendo dunque omaggio ai piedi di Gesù in casa del Fariseo, in casa della vostra sorella Marta, in casa di Simone il lebbroso, nei campi, nelle città, e particolarmente a Betania, mentre seguite Gesù passo passo nel suo cammino verso il sepolcro di Lazzaro. O felice regione di Betania dove incontrate Gesù e gli fate la ferita di un nuovo amore per Voi, come Egli vi ferisce pure con nuove attrattive ed un nuovo amore per Lui! Davanti al sepolcro di Lazzaro, Gesù piange nel vedervi piangere, piange sopra di voi vedendovi piangere sopra il vostro fratello: al Cuore di Gesù compassionevole e sensibile al vostro dolore e al vostro amore, le vostre lagrime riescono a strappare lagrime divine ben più preziose delle vostre. Ma al suo amore non basta dare lagrime alle vostre lagrime, egli si compiace di consolarle con un miracolo, col più grande dei miracoli; alle vostre lagrime Egli concede la vita del vostro fratello morto da quattro giorni. Gesù allora compiva un doppio mira- colo, un doppio miracolo di vita, interiore l'uno, esterno l'altro; il primo sopra di voi, l'altro sopra di Lazzaro; perché mentre ridonava la vita a quel corpo morto, dava pure una nuova vita all'anima vostra, e una vita più sublime, più divina e più miracolosa; perché se una di queste due nuove vite era miracolosa nella natura, I'altra era miracolosa nella grazia. Capitolo XIX Omaggio alla Maddalena per l'onore che rende al Figlio di Dio a Betania e ai piedi della Croce, al Sepolcro e nel deserto. 1. – La Maddalena avrebbe voluto avere nelle sue mani tutto l'universo trasformato in profumi; e l'avrebbe tutto adoperato per rendere omaggio a Gesù. Come Giovanni Battista è la voce di Gesù, Maria Maddalena è l'odore di Gesù. Quella voce risuona dappertutto, e questo odore si diffonde pure dappertutto. Continuando i miei omaggi, vi venero ancora con profonda riverenza in quell'ultimo convito offerto a Gesù, in quell'ultimo ossequio che gli rendete pochi giorni prima ch'Egli se ne vada alla Croce. In quell'ultimo convito voi versate sopra di Lui, non più le vostre lagrime come nel primo, ma il vostro spirito, e fate un'abbondante effusione di voi medesima, del vostro amore, così pure dei vostri profumi e liquori preziosi, sino a rompere il vaso che li contiene affinché non ne resti neppure una goccia che non sia esaurita e versata sopra di Gesù, ritenendo come poca cosa tutti i tesori del mondo se li aveste posseduti, per impiegarli al suo servizio. E senza nessun dubbio voi avreste pure voluto che tutto il mondo creato fosse stato nelle vostre mani onde convertirlo in profumi, spanderli sopra di Lui e così onorare il Creatore per mezzo della sua creatura. Ma il vostro cuore valeva più di un mondo, e il vostro spirito era un mondo di grazie e di meraviglie; e questo spirito si effondeva da sé medesimo ai piedi di Gesù, e gli veniva offerto in odore soavissimo ed oltremodo squisito. San Giovanni Battista diceva di sé medesimo che era una voce, così Maddalena era tutta odore, odore di Gesù, e noi così la possiamo chiamare, poiché tutte le sue azioni non respirano né diffondono che l'odore di Gesù; e quella sala di Simone il lebbroso, o piuttosto la Chiesa santa primitiva in cui riposa Gesù col sacro collegio degli Apostoli, è tutta profumata dagli odori della Maddalena sparsi sopra Gesù, e il profumo se ne risente ancora e se ne risentirà dovunque Gesù sarà conosciuto e il Vangelo verrà pubblicato: è questa la fortuna di Betania. II. – Tutti i soggiorni della Maddalena sono altrettante nuove sorgenti di una nuova vita e tutti i suoi passi sono altrettanti movimenti ed effetti di vita. Ma da Betania dobbiamo passare al Calvario, e dalle delizie di quel convito ai rigori della croce. Qui vi trovo ancora, o Maddalena, e qui vi rendo i miei omaggi ai piedi della Croce dove voi soffrite mille morti, vedendo morire Colui che è la Vita e la vostra vita. Vi accompagno coi miei omaggi anche al sepolcro di Gesù, dove sempre amate, sempre piangete e sempre cercate Colui che è il vostro tutto; vi rendo omaggio mentre lo trovate, lo adorate, e per suo ordine portate alla terra la prima notizia della Vita, vale a dire della vita e della gloria di esso; poiché la gloria e la vita di Gesù sono la nostra vita e la nostra gloria. O felice soggiorno della vostr'anima! O felici momenti e movimenti della vostra vita! Tutti quei passi che voi fate per Gesù e al seguito di Gesù sia vivente, morto o glorioso, sono altrettanti passi, movimenti ed effetti della sua vita. E tutte queste sacre dimore dove voi abitate dopo la prima conoscenza che aveste di Gesù, sono altrettanti soggiorni di grazia e nuove sorgenti di vita nuova, di vita nuova in Colui che è la Vita medesima. III. – La Maddalena nel deserto è un angelo, un serafino e un'anima più che serafica. Essa muore nell'amore di Gesù e di amore per Gesù. La Maddalena è stabilita, in cielo, in un primato del nuovo ordine dell'amore di Gesù, ordine che ha principiato ai piedi di Gesù. Ma che dirò io dell'ultimo soggiorno che Dio ha scelto per voi, voglio dire del vostro deserto? Là, vi rendo omaggio come ad un angelo sulla terra, come ad un'anima più che serafica tra i serafini. Là, vi venero come vivente di una vita di continui miracoli, di miracoli persino nell'ordine della grazia. Là, vi considero come una fenice vivente e morente nelle sue proprie fiamme: morente non solamente nell'amore, ma di amore per Gesù. In questo felice stato io vi guardo e vi rendo i miei omaggi nel vostro passaggio dalla terra al cielo, dal deserto al paradiso; e in questo paradiso vi contemplo, vi venero, vi ammiro stabilita per sempre in una eminenza e in un primato eterno, primato nell'amore divino e nel nuovo ordine dell'amore di Gesù: ordine che si inaugurò in voi ai piedi di Gesù; da quel momento, infatti, Gesù davanti alla faccia dell'Eterno Padre e al cospetto degli angeli, vi sceglieva fra tutti per stabilire in voi la potenza, il primato e la perfezione del suo amore. Capitolo XX Preghiera a Santa Maddalena. Ciò che dobbiamo domandare per l'intercessione della Maddalena. – L'anima della Maddalena inseparabile dal corpo, dall'anima e dallo spirito di Gesù. Otteneteci, o Maddalena, per i vostri meriti e per la vostra intercessione, la grazia di avere accesso a Gesù e al suo amore, ed a vostra imitazione di cancellare con le nostre lacrime le nostre colpe e lavare le macchie dell'anima nostra! Ci sia dato come a voi di ricevere dalle labbra di Gesù un'indulgenza plenaria e sentire quella parola che ne avete udita voi medesima: 1 vostri peccati vi sono perdonati (Lc 7, 48). Gesù mi ferisca del suo amore come ne ha ferito voi medesima. ed un giorno mi dica questa dolce parola: Tu hai amato molto! Ottenetemi ch'io ami la ritiratezza e fugga gli affari ed i divertimenti umani, scegliendo come voi la parte migliore; che mi separi da ogni cosa e più che tutto da me stesso, per essere tutto a Gesù, imitando il vostro ritiro, il vostro distacco, le vostre divine elevazioni! Ottenetemi ch'io sia docile nell'ascoltare la voce di Gesù e le sue ispirazioni! che lo spirito di errore e di illusione, nelle sue vie non si accosti a me, in quella guisa che gli spiriti maligni non hanno più osato avvicinarsi a voi dopo che vi siete avvicinata a Gesù; costretti a star lontano in omaggio alla presenza, alla potenza, alla santità dello spirito di Gesù che risiedeva in voi! Mi sia dato di aver parte alla vostra purezza di cuore e di spirito, purezza incomparabile che dal Figlio di Dio avete ricevuta stando ai suoi piedi; purezza non umana, non angelica, ma divina ed emanata pure dall'Uomo-Dio in onore della sua umanità vivente ed esistente nella purezza, nella santità e nella divinità dell'essere increato! Che possiamo essere fedeli e costanti nell'amore di Gesù e da tutti inseparabili, come nulla ha mai potuto menomamente distogliervi da Lui, né la sua Croce, né la sua morte, né il furore dei Giudei e dei demoni; questi, infatti, come non hanno potuto separare l'anima di Gesù dal suo corpo prezioso, così non hanno potuto separare l'anima vostra dal corpo, dall'anima e dallo spirito di Gesù: e voi siete sempre stata aderente a Gesù, che fosse vivente e sofferente sulla croce, oppure morto e seppellito nella tomba. Nulla ha potuto rapirvi Gesù fuorché il Cielo e la potenza dell'Eterno Padre quando attirò il suo Figlio a sé ed alla sua gloria; ma il Padre, mentre rapiva Gesù al vostro amore, ve lo donava in una secreta maniera, e ve lo rendeva poi per sempre nella pienezza e nello splendore della gloria. O umile penitente! O anima solitaria! O divina amante e prediletta di Gesù! Con le vostre preghiere e con la vostra potenza nel suo amore, fate ch'io sia ferito da questo amore; che il mio cuore non riposi se non nel suo cuore; che il mio spirito non viva che nel suo spirito, e che noi apparteniamo tutti a Lui, liberi e schiavi tutt'assieme, liberi nella sua grazia e schiavi nel trionfo del suo amore e della sua gloria! Otteneteci di amare Gesù, di seguirlo, adorarlo con tutta la nostra possanza perché infine ci sia dato di essere con voi e con Lui per sempre! NB. – Il Cardinale de Bérulle alla precedente Elevazione faceva seguire una breve dissertazione sulla Maddalena. Contrariamente a quelli che opinano non essere stata essa veramente peccatrice ma semplicemente vana o i sette demoni di cui parla il Vangelo doversi intendere come simboli dei sette peccati capitali senza nessuna possessione, come pure a quelli che pensano essere stata essa una meretrice e posseduta corporalmente dal demonio, egli seguiva una via di mezzo, ritenendo che la Maddalena fosse stata non già meretrice ma pure vera peccatrice in privato, né posseduta corporalmente dal demonio, bensì ossessionata spiritualmente dai maligni spiriti che presentivano le grazie particolari che le erano destinate Non è il caso di entrare nella discussione delle varie opinioni su questo punto, la questione infatti, in tre secoli dopo il Cardinale de Bérulle, non ha ottenuto una soluzione, e quindi può dirsi insolubile perché il testo del santo Vangelo non è abbastanza esplicito. Ci contenteremo di dire che il Cardinale de Bérulle appoggia il suo sentimento sopra ragioni giudiziosissime e che la sua dissertazione è condotta così bene che sembra scritta in questi ultimi anni. INDICE IL CARDINALE PIETRO DE BÉRULLE I primi anni Il Sacerdozio Le Carmelitane L'Oratorio Il Controversista Il Direttore spirituale L'uomo politico L'uomo e il santo Gli scritti La dottrina spirituale 1. Il Verbo incarnato L'Eucaristia Il Sacro Cuore La Madonna 2. La virtù di virtù di religione 3. La grazia L'influenza La morte ELEVAZIONE SU SANTA MADDALENA Prefazione del traduttore Dedica alla Serenissima Regina d'Inghilterra Cap. I – La vocazione della Maddalena Cap. II – Il felice tempo del soggiorno del Figlio di Dio sulla terra Cap. III – La Maddalena interiormente attirata da Gesù lo cerca e lo trova in casa del Fariseo e gli rende i suoi omaggi Cap. IV – La Maddalena pochi giorni prima della morte di Gesù versa di nuovo sopra di Lui i suoi profumi Cap. V – La Maddalena ai piedi della Croce Cap. VI – La Maddalena cerca Gesù al sepolcro, lo trova risorto e si prostra ai suoi piedi Cap. VII – Le parole degli Angeli e di Gesù alla Maddalena al sepolcro Cap. VIII – Separazione di Gesti dalla Maddalena al sepolcro Cap. IX – La Maddalena separata da Gesù; Gesù stando in cielo ed essa in terra per compiere il corso della sua vita eminente nella penitenza e nel santo amore verso Gesù Cap. X – Due stati, nella vita della Maddalena, insigni e differenti l'uno di amor santo, l'altro di benefico rigore; tutt'e due effetti dell'azione di Gesù Cap. XI – Perché Gesù assegna trent'anni alla vita ritirata e nascosta della Maddalena Cap. XII – Lo spirito con cui la Maddalena entra nel suo deserto Cap. XIII – L'amore per il quale la Maddalena nel suo deserto è vivente e morente Cap. XIV – Nuovo amore che crocifigge la Maddalena nel deserto in onore e per amore di Gesù Crocefisso Cap. XV – Elevazione a santa Maria Maddalena sopra l'eccesso del suo amore divino verso Gesù e della sua vita incomparabile in amore, in languori, in sofferenza Cap. XVI – Elevazione a santa Maria Maddalena su l'eccesso della sua gloria in cielo proporzionato all'eccesso del suo amore su la terra Cap. XVII – Come conclusione di questo discorso l'anima rende omaggio alla Maddalena in casa del Fariseo Cap. XVIII – Omaggio alla Maddalena perché si mette al seguito del Figlio di Dio in vari luoghi è onorata dalla conversazione con Gesù Cap. XIX – Omaggio alla maddalena per l’onore che rende al Figlio di Dio a Betania e ai piedi della Croce, al sepolcro e nel suo deserto Cap. XX – Preghiera a santa Maddalena i HOUSSAYE, II, pag. 375. Crediamo bene riferire i dati cronologici di vari personaggi che ebbero relazione con la vita del Card. de Bérulle: San Vincenzo de' Paoli (1576–1660), San Francesco di Sales (1567–1622), San Pietro Fourier (1565–1640); San Giovanni Eudes (1601–1680); B. Maria dell'Incarnazione (M.me Acarie) (1566–1618); P. de Condren (1588–1641) Giovanni Olier (1608–1657); P. Bourdoise (1584–1665); Card. Duperron (1556–1618) Card. Richelieu (1585–1642); Pontificato di Clemente VIII (1592–1605); di Urbano VIII (1623–1644); Regno di Enrico IV (1509– 1610); di Luigi Xlll (1610–1643); di Carlo I, Re d'Inglıilterra (1625–1649); Enrichetta di Francia (1609–1669) Duvergier de Hauranne, Abate di S. Cyran (1581–1643). ii Lettere, 186. iii La traduzione ne venne pubblicata da «Vita e Pensiero» (1935). iv Ne abbiamo pubblicato la traduzione in questa Collana dell’«Ancora». v Le principali idee del Padre de Bérulle sul Verbo incarnato sono assai familiari a santn Gertrude e a santa Mechtilde che ne fu la maestra; citeremo alcuni passi, tra mille delle Rivelazioni di quest'ultima (Libro della grazia speciale). Gesù nostro supplemento: «Essa riconobbe che la vita santissima e le opere perfette di Cristo avevano supplito a tutto il bene ch'essa aveva trascurato; che ogni sua imperfezione era stata trasformata dall'altissima perfezione del Figlio di Dio» (I, cap. I) «Quella persona (per cui mi preghi), le disse Gesù, prenda la mia vita innocente e santissima, io ben volontieri gliela offro tutt'intera; essa la prenda e supplisca così a ciò che le manca. Offrirete a Dio Padre tutti i vostri desiderii, le vostre intenzioni e le vostre preghiere unendole ai miei desiderii ed alle mie preghiere. Questa offerta salirà verso Dio e sarà gradita come non formando più che una sola cosa con la mia, in quella guisa che vari profumi gettati assieme sul fuoco non producono che un solo fumo che sale dritto al cielo» (III, cap. XIV). Gesù mediatore. — «Sappi, le disse Gesù, che ogni offerta che a me viene affidata, arriva in cielo nobilitata dalla mia mediazione e trasformata con gran profitto, come un denaro gettato nell'oro in fusione si mescola a quel prezioso metallo cessando di essere ciò che era e sembra essere ciò che è divenuto, cioè oro» (I, cap. XXX). — «Io mi rivesto delle tue sofferenze... le assorbisco tutte in me e le subirò in te. Così ne farò al Padre un'offerta che gli sarà graditissima perché saranno unite alla mia Passione. Sarò con te sino al tuo ultimo sospiro né lo renderai altrove che nel mio Cuore, dove riposerai per sempre» (II, cap. X e XIX). Vita di Gesù in noi. — Gesù le disse: «Tu devi sopportare ogni pena spirituale e corporale non per te, ma per me, come s'io la soffrissi in te... Con gioia e riconoscenza dal tuo prossimo riceverai ogni servizio ed ogni beneficio, come se il prossimo li facesse a me e non a te... Vivrai per me così completamente che tu possa attribuire a me, e non a te, tutto il complesso delle tue azioni; insomma, tu non sarai altro che un vestito di cui mi copra e sotto il quale io possa ordinare e fare tutte le tue azioni » (III, cap. XIII). Far tutto in unione con Gesù. — «Dopo la santa Comunione... le sembrò che Gesù le prendesse il cuore e lo impastasse col suo proprio Cuore, in tal modo che non facevano più che un sol cuore. E Gesù le disse: Se si tratta di mangiare o di dormire, dirai nel tuo cuore: Signore, in unione con quell'anıore per il quale avete creato per me questa comodità e ne avete usato Voi medesimo su la terra, io pure l'accetto per la vostra eterna lode e per causa della necessità che il mio corpo ne risente». (III, cap. XXVII). Far tutto in onore di Gesù. — «Per onorare l'umiltà del Verbo Incarnato, fare con devozione gli inchini in coro», e tutto il capitolo XXX della parte III. Perdersi in Gesù — espressione così familiare al Padre Bérulle. — «Una lega di metalli preziosi fusa nel crogiolo, le disse Gesù non può più subire nessuna separazione; così l'uomo, per l'amore, diviene per sempre uno spirito solo con me». — «Tu dirai: Vi prego, o Signore, di unire questa mia azione alla vostra perfettissima operazione e di renderla perfetta aflinchè sia simile ad una goccia d'acqua caduta in un gran frume di cui segue allora tutte le correnti» (III, cap. XXVII). Qualche espressione cara al Bérulle come aderire, legarsi a Gesù, si trovano pure nel Libro della grazia speciale. vi In francese consommation, parola che non ha equivalente in italiano, e che tradurremo spesso col termine compimento; qui significa la completa, irrevocabile e finale maturità del peccato, eternato nella sua essenza, ossia nella separazione da Dio e negli effetti, come avviene per la dannazione. vii Religioso, la persona che ha l'incarico ossia l'ufficio di rendere a Dio l'omaggio di religione. viii Questa circostanza diede occasione ai nemici del Richelieu di accusarlo di aver avvelenato il Cardinale de Bérulle. Questa voce correva con tale insistenza che il Richelieu medesimo se ne inquietò e mentre in segreto gettava il ridicolo sul santo Fondatore dell'Oratorio, credette bene di scrivere pubblicamente una lettera in cui ne esaltava le virtù. Per altro la storia non ha confermato quelle dicerie; e l'autopsia della spoglia mortale del Servo di Dio dimostrò che i visceri essenziali in lui erano così malati che i medici rimasero stupiti ch'egli avesse potuto vivere parecchi mesi in un tale stato. ix Quali furono le cause della decadenza dell'Oratorio di Francia? Il Card. Perraud ne assegna due principali: 1. La tendenza, contro la volontà del Fondatore, ad occuparsi dell'insegnamento nei collegi laici; se l'Oratorio si fosse attenuto allo spirito del Bérulle e del Condren, avrebbe evitato tante funeste conseguenze. — 2. Gli errori giansenisti di parecchi Oratoriani che, ad onta dello zelo dimostrato dai Superiori della Congregazione, furono di scandalo per la Chiesa in quei tristi tempi. x Elevazione nel senso di pia meditazione in forma di preghiera, è un'espressione creata dal de Bérulle; ed è passata nel linguaggio della pietà. Così abbiamo le Elevazioni di Bossuet, ecc. xi Bérulle con ragione dice che Gesù è il soggetto di nuovo ordine di amore. È evidente infatti, che l'Incarnazione ha inaugurato sulla terra un ordine nuovo nella carità, un’era nuova nell'amore di Dio per noi come nell'amore degli uomini verso Dio. Nel Nuovo Testamento Dio è amato di un amore ben più intenso e più ardente che nell'Antico. Fra le anime anche più sante dell'antica Legge, chi ha amato come un san Paolo, un sant'Ignazio di Antiochia, un san Francesco d'Assisi, un san Paolo della Croce, una santa Margherita Maria, e mille altri? Dopo l’Incarnazione, Dio ci ama nel cuore del Verbo Incarnato, e noi lo amiamo attraverso questo medesimo divin Cuore. Ora, il Cardinale de Bérulle pensa che Gesù ha inaugurato nella peccatrice peniente questo nuovo ordine della carità. xii Lucifero, come si pensa comunemente, era, in cielo, la creatura più elevata nella grazia; quindi, per la caduta di quest'angelo, venne perduto il grado di grazia e di carità più elevato che esistesse prima di Gesù Cristo (fatta sempre eccezione per la Madonna). Bérulle pensa che la Maddalena sia stata destinata a ricevere ed abbia infatti ricevuto quel medesimo grado di grazia, di amore e di santità che era stato conferito a Lucifero, e quindi anche il medesimo grado di gloria che Lucifero avrebbe dovuto possedere. xiii Ricordiamo qui con piacere un bel testo di san Paolino da Nola citato da Mons. Gay in fine della sua conferenza per la festa di santa Maria Maddalena: «Amiamo dunque, esclamava san Paolino, amiamo Colui di cui l'amore costituisce la nostra giustizia, diamo pii baci a Colui del quale non potremmo baciare i piedi senza essere casti» (Gay, Conf. II, pag. 336). xiv Cfr. prefazione, pag. . xv Cioè, di amore crocefisso. xvi Vedi Nota in fine del volume.