N. 53 dicembre 2007 ORGANO DELLA PASTORALE SANITARIA DELLA DIOCESI DI ROMA BUON NATALE N. 53 dicembre 2007 S O M M A R I O Organo della Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma Direzione, Redazione e Amministrazione Vicariato di Roma P.zza S. Giovanni in Laterano, 6/a 00184 Roma Tel. 06/69886227 - Fax 06/69886182 E-mail: [email protected] Sito: www.vicariatusurbis.org/sanita Direttore: @ Armando Brambilla Direttore Responsabile: Angelo Zema Coordinamento Redazionale: Dr. Sergio Mancinelli Comitato di Redazione: Don Sergio Mangiavacchi, Padre Carmelo Vitrugno, Elide Rosati Maria Adelaide Fioravanti Amministrazione: Dott. Vincenzo Galizia Editore: Diocesi di Roma Piazza S. Giovanni in Laterano, 6/a 00184 Roma Tel. 06/69886227 - FAX 06/69886182 Versamenti sul conto corrente postale n. 31232002 Specificando la causale: Pastorale Sanitaria 22-6-791 Oggi è nato per noi un salvatore 3 Perché sono nato, dice Dio Epifania 2007 4 Nella grotta dove nacque il Redentore 5 Nove invocazioni a Gesù 6 Iniziativa natalizia In Ospedale 7 Il ciclo vitale di Gesù 8 La salute segno concreto di redenzione 10 Fermarsi accanto al malato 11 ...allOspedale S. Pietro... 12 I seminaristi al Policlinico Umberto I 13 Nella casa di riposo Villa Primavera 14 Una bella esperienza 15 Insieme per la vita 16 Inserto Il filo dallalto Lultima fiaba Ministri straordinari della comunione 17 Lettera aperta di una volontaria 19 Volontari siamo noi! 20 Buona coscienza e fede cristiana 21 DallHospice Villa Speranza A proposito di testamento biologico 23 Una storia... una vita 25 LAmore vince tutte le malattie 26 LOspedale S. Maria dellOrto 31 Periodico Trimestrale Registrato al Tribunale di Roma Reg. Stampa n. 200 del 12.4.95 Finito di stampare il 5 dicembre 2007 per i tipi della PrimeGraf Tel. 062428352 (r.a.) - Fax 062411356 PAG ABBONAMENTO ANNUO: Socio sostenitore: € 51,00 Comunità o Istituti: € 26,00 Ordinario: € 16,00 Sono sottoscrivibili abbonamenti cumulativi. 2 È Salvatore Oggi è nato per noi un l'Annuncio che si ripete più volte nella notte Santa di Natale e che proclama quanto gli Angeli hanno cantato sulla Grotta di Betlemme per dire la nascita di Gesù. Ciò che è accaduto in quella notte è stato fondamentale per tutta la storia degli uomini, per la sorte di ognuno di noi, per l'intera umanità, sia prima di Cristo che dopo Cristo, e lo sarà fino alla fine dei tempi. Gesù è diventato uno di noi; Lui è il figlio eterno del Padre, ha assunto la nostra umana debolezza, le nostre paure, i nostri limiti, le miserie di peccato e l'abisso di dolore per salvare l'umanità dal non senso della vita, dal nulla della morte. Il progetto di salvezza che Dio aveva preparato da tutta l'eternità trova il suo compimento nella nascita di Gesù, il vero e unico salvatore del mondo. Come i pastori sono stati invitati dagli angeli a porsi in cammino per vedere il grande evento di gioia, anche noi dobbiamo incamminarci verso il Signore Gesù, scomodandoci dalle nostre certezze e comodità per incontrare nella povertà di una stalla la potenza di Dio fattasi debolezza e piccolezza. Di fronte al povero segno che è un bambino i primi atteggiamenti che dobbiamo assumere sono quelli del silenzio e della contemplazione, inginocchiandoci così come hanno fatto Giuseppe e Maria. Il mistero del presepe è comprensibile solo se si vive nel silenzio che viene riempito dalla grazia di Dio. Il frastuono, il chiasso, non permettono di percepire la presenza del Signore che si manifesta nella debolezza e nella povertà e che quindi ha bisogno di essere decifrato nella contemplazione. Ciò che Dio ci spiega nel silenzio e nella contemplazione è molto di più di ciò che possono dire le nostre o le altrui parole. E quale tempo migliore di silenzio ci può essere di quello della malattia, quando si è soli con se stessi e si ha molto tempo per pensare, riflettere e contemplare il mistero del Verbo incarnato che si manifesta nella povertà di un bambino, debole e indifeso? Gesù è il volto umano dell'amore di Dio verso l'uomo, ma in particolare verso gli umili, i sofferenti, i dimenticati, gli uomini e le donne che si sentono soli e abbandonati, in mez- zo a tanta gente, a motivo del loro dolore spesso incomunicabile e incomprensibile a chi è abituato a vivere la vita in modo frenetico. Ecco la novità del Natale: Gesù è una presenza personale che si avvicina, che ci prende per mano e ci solleva, perché è il mistero di Dio che si china sull'uomo debole e bisognoso di salvezza e lo rialza e gli dona la speranza di ricominciare. Ciò che contempliamo nel Santo Natale è uno stupendo prodigio è un dolce miracolo dell'amore divino. Per capire tutto ciò non basta l'intelligenza ma occorre un cuore pieno di amore perché solo con l'amore si può capire le "opere dell'amore". Diceva lo scrittore Pascal "Il cuore ha delle ragioni che l'intelligenza non capisce". La speranza che nasce dalla festa del Natale non è un'utopia, ma è una forza che può smuovere ogni pietra che chiude il nostro cuore, ogni sofferenza che ci rende paralitici, ogni dolore che non ci permette di vivere pienamente la nostra esistenza. Allora, come ci dice il Salmista: "Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra" per il dono grande di Dio: Gesù il Verbo che si è fatto carne per amore nostro. Trasfigurazione del dolore L'annunzio del Natale trasfigura il pallido e feroce nemico che è il dolore e rende più belle anche le corsie degli Ospedali e delle Case di Cura, perché in questi luoghi non si è più soli ma c'è con noi Gesù Salvatore. Viviamo questo scambio meraviglioso di doni che Gesù è venuto a fare con ciascuno di noi: doniamogli la nostra povertà, tutte le nostre miserie e Lui ci donerà la sua divinità. Questa è la forza travolgente del Santo Natale, è la luce nuova che ogni anno viene ad illuminare le tenebre, è la parola che viene a incoraggiarci per andare avanti. "A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12). Con questa fiducia possiamo e dobbiamo pregare Dio che ci ha concessi di diventare suoi figli; certamente non ci negherà ciò di cui abbiamo bisogno: la serenità, la pace, la forza di lottare contro ogni male, morale, corporale e spirituale, la gioia di testimo- 3 niarlo anche nella prova. Gesù, figlio del Dio vivente, sole che illumina ogni oscurità, dono di giustizia, consigliere ammirabile, principe della pace, figlio della Vergine Maria, illumina tutti i giorni della nostra vita, quelli belli e quelli pieni di dolori e di sofferenze, rendici obbedienti al tuo comando d'amore, pazienti nelle prove, uniti e umili di cuore, disponibili agli altri, silenziosi e contemplativi, po- veri di spirito, costruttori della civiltà dell'amore, fa che la tua nascita allieti il mondo intero, soprattutto i luoghi dove manca la speranza e che tutti i popoli godano i benefici della tua redenzione. Amen. Buon Natale e felice Anno nuovo. X Armando Brambilla Vescovo Ausiliare di Roma Delegato per la Pastorale Sanitaria PERCHÉ PERCHÉ PERCHÉ PERCHÉ SONO NATO, SONO NATO, SONO NATO, SONO NATO, DICE DIO DICE DICE DIO DICEDIO DIO Sono nato nudo, dice Dio, perché tu sappia spogliarti di te stesso. Sono nato povero, perché tu possa considerarmi l'unica ricchezza. Sono nato in una stalla perché tu impari a santificare ogni ambiente. Sono nato debole, dice Dio. perché tu non abbia mai paura di me. Sono nato per amore perché tu non dubiti mai del mio amore. Sono nato di notte perché tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà. Sono nato persona, dice Dio. perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso. Sono nato uomo perché tu possa essere "dio". Sono nato perseguitato perché tu sappia accettare le difficoltà. Sono nato nella semplicità perché tu smetta di essere complicato. Sono nato nella tua vita, dice Dio, per portare tutti alla casa del Padre. Epifania 2007 O piccolo Gesù, davanti a Te che Ti mostri a noi così piccolo e indifeso, bisognoso di tutto; Tu che sei lunigenito Figlio di Dio; Tu, che ti sei fatto povero per amore nostro, per salvarci; io, povera creatura, non posso che piegare le ginocchia e adorarti!!! Gesù Signore, confidando nella immensa bontà, desidero ardentemente chiederti tre grazie: La I è per tutti quei bambini che soffrono violenza; a quelli che è impedito di nascere; a quelli che soffrono la fame. La II è per la famiglia, così importante per la crescita dei figli, famiglia che oggi si tenta di distruggere! La III per la santa Chiesa, il Papa Benedetto XVI e per le tante e sante vocazioni sacerdotali e religiose. Grazie piccolo Gesù Lambert Noben Una nonna di 80 anni che prega 4 B etlemme (casa del pane) si trova per la prima volta ricordata nella Genesi col nome di Efrata (piena di frutti) a proposito della morte di Rachele seppellita da Giacobbe in quella località. Qui avvenne il grazioso idillio che preparò il matrimonio di Rut con Booz, uno degli antenati di Davide. Fu a Betlemme che il profeta Samuele consacrò David re dIsraele. Ma Betlemme acquistò una rinomanza immortale e divenne una città celebre in perpetuo per la nascita del divin Salvatore. (...) Betlemme è situata su due colline, che scendono, per un succedersi di ripiani coperti di vigne e dolivi. Sulla collina occidentale, la più elevata, era la città biblica ove trovasi ancor oggidì la più gran parte della città attuale. La collina orientale, meno alta ma più larga, ha sulla spianata superiore la basilica della Natività con i tre principali conventi. Qui si trovava 20 secoli or sono il Carovanserraglio di Betlemme, al quale apparteneva una vasta grotta che serviva la stalla. Questa grotta santificata dalla nascita del Salvatore fu presto circondata dalla venerazione dei fedeli, malgrado la profanazione di Adriano che nel 135 per cancellare il ricordo della nascita di Cristo vi stabilì il culto di Adone. Ma lidolatria ebbe poco successo, poiché un secolo più tardi Origene potè già far risuonare altamente questa sfida agli orecchi degli avversari del Cristianesimo, e dir loro: Se alcuno desidera assicurarsi, pur lasciando da parte la profezia di Michea e la storia di Cristo scritta dai suoi discepoli, che Gesù è nato a Betlemme, sappia che, a conferma di quanto narra il Vangelo, si mostra a Betlemme la grotta nella quale egli nacque. Tutti lo sanno nel paese, ed i pagani stes- si ridicono a chi vuol saperlo che nella detta caverna è nato un certo Gesù, che i cristiani adorano ed ammirano. La grotta della Natività fa parte di un insieme di caverne scavate in una roccia calcarea molto dolce. Quando si costruì la Basilica (verso la metà del IV secolo) la Grotta stessa fu trasformata in cripta: ed il soffitto naturale, poco solido, dovette cedere il posto ad una volta in muratura. Il santo Presepio fu rispettato; due scale conducono alla santa Grotta. Sotto laltare principale brilla, incastrata nel pavimento, una stella dargento dorato, intorno alla quale si leggono queste parole: Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est. Al di sopra dellaltare frammenti di mosaico lasciano supporre che tutta la cripta doveva essere riccamente decorata. Quattro passi più in là, verso Sud-Ovest, si scende per tre scalini nelloratorio del Santo Presepio dove la Vergine Madre stese sulla paglia Gesù. Uno scavo nella roccia, ricoperta di marmo, rappresenta la mangiatoia. Di faccia al Presepio, venne eretto un altare dedicato ai santi re Magi. Nello sfondo della grotta, dietro le tappezzerie damianto, si vede ancora la roccia; dappertutto la cripta è coperta di marmo, rischiarato da numerose lampade. Le adiacenze della S. Grotta, quelle che occupano il sottosuolo del lato Nord della basilica, servirono di sepoltura, come ci attestano contemporanei, ai santi Innocenti, a S. Girolamo, a S. Eusebio da Cremona, a S. Paola e a S. Eustochio sua figlia. Una porta praticata in fondo alla Grotta conduce attraverso uno strettissimo corridoio ad un altare dedicato nel 1620 a S. Giuseppe. La Terra Santa 5 N ove invocazioni a Gesù La devozione più conosciuta è la novena che rimanda a una secolare tradizione. Consiste in nove invocazioni a Gesù, una per ogni giorno della sequenza: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 O Bambino Gesù, eccomi ai tuoi piedi. Mi rivolgo a te che sei tutto. Ho tanto bisogno del tuo aiuto! Donami, o Gesù, uno sguardo di pietà e, poiché sei onnipotente, soccorrimi nella mia necessità. O Gesù, splendore del Padre celeste, nel cui volto rifulge il raggio della divinità, io t'adoro mentre ti confesso come vero Figlio del Dio vivo. Ti offro, o Signore, l'umile omaggio di tutto il mio essere. Ch'io non abbia mai a separarmi da te, mio sommo bene. O santo Bambino Gesù, nel contemplare il tuo volto da cui traspare il più dolce sorriso, mi sento animato da viva fiducia. Sì, tutto spero dalla tua bontà. Irradia, o Gesù, su di me e su quanti mi sono cari i tuoi sorrisi di grazia, e io esalterò la tua infinita misericordia. O Bambino Gesù, la cui fronte è cinta di corona, io ti riconosco per mio divino sovrano. Non voglio più servire al demonio, alle mie passioni, al peccato. Regna, o Gesù, su questo povero cuore, e rendilo tutto tuo per sempre. Io ti contemplo, o Redentore dolcissimo, rivestito d'un manto di porpora. È la tua divisa regale. Essa mi parla di sangue! Quel sangue che hai sparso per me. Fa', o Gesù bambino, che io corrisponda al tuo sacrificio, e non ricusi, quando mi offrirai qualche pena, di soffrire con te e per te. O amabilissimo Bambino, nel vederti sorreggere il mondo, il mio cuore si riempie di gaudio. Fra gli innumerevoli esseri che sostieni, ci sono anch'io. Tu mi vedi, mi sorreggi a ogni istante, mi custodisci come cosa tua. Veglia, o Gesù, su di me e aiutami nelle mie necessità. Sul tuo petto, o Bambino Gesù, sfavilla una croce. È il vessillo della nostra redenzione. Anch'io, o divino Salvatore, ho la mia croce, che, sebbene leggera, troppo spesso mi pesa. Aiutami tu a sostenerla, perché la porti sempre con frutto. Conosci bene quanto io sia debole. Aiutami, o Gesù! Insieme con la croce, sul tuo petto io scorgo, o Bambino Gesù, un piccolo cuore. È l'immagine del tuo Cuore, veramente d'oro per l'infinita tenerezza. Tu sei l'amico vero, che generosamente si dona, anzi s'immola per la persona amata. Riversa ancora su di me, o Gesù, l'ardore della tua carità e insegnami a corrispondere al tuo amore. La tua destra onnipotente, o piccolo re, quante benedizioni ha versato su quelli che ti onorano e t'invocano. Benedici anche me, o Bambino Gesù: l'anima mia, il mio corpo, i miei interessi. Benedici le mie necessità per soccorrerle, i miei desideri per esaudirli. Ascolta i miei voti, e io benedirò ogni giorno il tuo santo Nome. Al termine di ciascuna invocazione si recitano un Padre Nostro, un'Ave Maria e un Gloria al Padre. Poi la preghiera: "Per la tua divina infanzia, o Gesù, concedimi la grazia che ti chiedo [si esprime la richiesta], se è conforme al tuo disegno su di me e al mio vero bene. Non guardare alla mia indegnità, ma alla fede della tua chiesa e alla tua misericordia infinita". Quindi si proclama l'Inno del santissimo Nome di Gesù: «Gesù, pensiero amabile, / al cuore vero gaudio, / è più del miele l'intima / presenza tua dolcissima. / Né lingua può ripetere / parola mai esprimere, / sol chi provò può credere / quant'è Gesù ineffabile. / Noi ti eleviamo grazie, / Gesù, con preci e laudi / e tu nel cielo accoglici / perché t'amiam nei secoli. / O Cristo, re mirabile / e vincitore splendido, / dolcezza ineffabile / ognor desiderabile. / Invitto re di gloria / e d'inclita vittoria, / tu largitor di grazie, / onor del cielo 6 e gaudio. / A te dal cuor s'innalzano, / Gesù, le preci e i cantici, / coi santi tuoi concedici / d'amare te nei secoli. Amen». Si termina con la supplica conclusiva «O Dio, che hai costituito l'unigenito Figlio tuo salvatore del genere umano e volesti che fosse chiamato Gesù, concedi propizio a noi di potere un giorno contemplare in Cielo la vista di colui del quale sulla terra veneriamo il santo Nome. Amen». Lo splendore dell'amicizia INIZIATIVA NATALIZIA Lo splendore dell'amicizia non è la mano tesa né il sorriso gentile né la gioia della compagnia: è l'ispirazione spirituale quando scopriamo che qualcuno crede in noi ed è disposto a fidarsi di noi. Come ogni anno il nostro GOL gruppo ospedaliero di volontari ARVAS che operano allOspedale S. Giovanni ha pensato di organizzare un momento di gioia per scambiare gli auguri di Natale con i degenti, costretti loro malgrado a trascorrere il periodo natalizio in ospedale, ed il personale amministrativo, medico ed infermieristico. Oltre lappuntamento di rito della consegna di un libro, frutto di nostre donazioni, ad ogni malato presente in corsia questanno, grazie allimpegno dei volontari, siamo riusciti a realizzare un desiderio che portavamo dentro i nostri animi già dal Natale 2006. Donare alla cappellania il presepe. Il progetto si è potuto portare a termine grazie alla preziosa collaborazione del preside, dei docenti e studenti del III istituto darte di Roma, che hanno costruito una natività interamente in legno ispirandosi a quella semplice e magistrale di Giotto conservata nella Cappella degli Scrovegni a Padova, rivisitata in chiave moderna. Il presepe sarà inaugurato il giorno 10.12.2007 alle ore 16.30 con una Santa Messa officiata da S. Ecc. Monsignor Brambilla e allietata dal canto di una soprano, che così ha voluto significare il suo grazie per lottima assistenza ricevuta durante un ricovero in pronto soccorso. La cerimonia terminerà con un piccolo brindisi. Un saluto e tanti auguri di Buon Natale a tutti. Ines Vulpiani Ralph W. Emerson In Ospedale Trovare il tempo di riflettere è la fonte della forza. Questa frase mi ha riportato nella dimensione giusta. Passare sabato e domenica in ospedale aspettando di essere operata non mi piaceva molto. Avevo molti programmi per quei giorni. Ho trovato invece un tesoro da mettere a frutto. Infatti il Signore che sempre vede e provvede mi ha regalato una brocca di acqua viva, proprio come alla Samaritana: condividere con gli altri malati, i seminaristi, le volontarie ed il sacerdote i pensieri suggeriti dal Signore mi ha confortato molto. Mi ha anche stupito il fatto di trovare unattenzione così forte verso i malati. Torno oggi a casa avendo curato il corpo ma anche lo spirito. Antonella Saddemi Responsabile GOL 1 Arvas S. Giovanni 7 VITALE IL CICLO DI GESÙ il Verbo sè fatto carne e abitò fra noi (G. 1,14). Dunque Gesù è vero Dio e vero uomo. Ha annullato il fastigio della sua maestà per avere accesso alla umana debolezza, così assumendo sensi e affetti umani. Egli dunque, pur essendo sostanzialmente unito alla divinità, ha corpo, anima, coscienza e volontà veramente umane. In senso pieno diviene uno di noi. Il suo breve transito terreno lo dimostra perché, Gesù come medico, impone le mani per arrecare benefici di guarigione. Ciò dimostra che ebbe contatti fisici veri, reali. Come noi, egli compirà il ciclo di una (breve) vita umana, percorrendo i diversi momenti biologici. te del Figlio, Maria ha vissuto con Giuseppe, il suo sposo (la fuga in Egitto). Siamo a Betlemme Luca ci narra che Maria partorisce un figlio e lo depone in una mangiatoia di una stalla. È la nascita (umana) di Gesù. Luomo Gesù avrà un ciclo vitale assai breve (33 anni), ma denso di momenti emozionali e di terribile sofferenza fisica. Dellinfanzia di Gesù poco sappiamo, tuttavia egli ci appare come un fanciullo già presago della missione affidatagli dal Padre celeste per la rendenzione dellumanità. Significativo lincontro con Simeone nel tempio otto giorni dopo la nascita e con i dottori. Nella sua maturità, Gesù quando compie il suo itinerario tra le folle e visita le località della Palestina per la predicazione, non incontra le insidie del male che minacciano gli altri uomini (laborto, la droga, il divorzio, la senescenza, leutanasia), ma nella sua condizione umana, subisce tentazioni e sofferenze psico-fisiche fino alla morte in croce. È nel grembo di Maria, sua madre Comunica con lei attraverso quel percorso preferenziale (il cordone ombelicale) che lei sta amorevolmente utilizzando per nutrirlo, farlo crescere, difenderlo (i suoi anticorpi); non solo gli trasmette la sua linfa vitale per le necessità del corpo, ma anche i messaggi per la psiche e i sentimenti per lanima. Al riparo di un caldo e ovattato rifugio (la placenta), sua dimora provvisoria protetta, è partecipe degli stati danimo materni, è capace di muoversi agitando le minuscole estremità, di abbozzare un sorriso o una smorfia. Gesù è come ogni uomo, un miracolo di vita soffiata dal divino. In piena simbiosi con chi lo ha concepito senza peccato, già soffre e gioisce, certo fissa istanti emotivi che diverranno comportamenti. La sua è una individualità unica e irripetibile soffiata dallo Spirito. Il cuore di Maria ha percepito nelle sue viscere pulsare il cuoricino del Redentore allunisono con il suo. Quante tenerezze, ansie e speranze sulla sor- Le tentazioni Lo perseguitano dal manifestarsi della capacità di intendere fino alla fine della sua esistenza. Il suo animo ha vissuto la sottomissione alla volontà del Padre, con le sue personali aspirazioni e umane debolezze. Ricordiamo quella sera prima della cattura nellorto del Getsemani: In preda allangoscia, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano per terra. (L. 22,44). Tuttavia tre sono le tentazioni che tutte le riassumono e la scelta è ambientata nel deserto ove 8 il Nazzareno, secondo la consuetudine penitenziale comune tra gli ebrei, si ritira. Satana, il tentatore, gli si avvicina, dopo che Gesù aveva protratto un digiuno penitenziale di quaranta giorni e quaranta notti, e lo sollecita perché manifesti la sua divinità cambiando le pietre in pane. Gesù risponde che non di solo pane vive luomo, ma di ogni parola che esce dalla Si è fatto in tutto simile a noi, eccetto il peccato. bocca di Dio. Ancora il maligno, tra- destino senza ribellarsi ma solo chiedendo sportandolo sul pinnacolo del tempio, lo al Padre se è possibile che quel calice amaapostrofa: Se tu sei figlio di Dio, gettati ro sia allontanato da lui, ma subito soggiù, poiché stà scritto che ai suoi angeli co- giunge che comunque sia fatta la volontà manderà per te, ed essi ti porteranno su le del Padre. Gesù riceve le prime percosse cui mani, affinché non inciampi il tuo piede seguirà la flagellazione, massacrante per luin qualche pietra Gesù rispose: Stà scrit- so romano del flagellum, che precederà la to: non tenterai il Signore Dio tuo. Il dia- sua esecuzione capitale. Gesù patisce quevolo insiste e conduce Gesù su un monte al- sti maltrattamenti subendo tutte le alteratissimo, e mostrandogli la magnificienza di zioni psico-fisiche di un uomo partorito da tutti i regni del mondo, lo provoca: Tutto donna, quindi passando attraverso il detequesto io ti darò se, prostrandoti, mi ado- rioramento della sua sostanza corporale, che rerai e Gesù lo ammonisce: Va via Sa- poi culmineranno sul Golgota allorché sarà tana, che stà scritto: Adora il Signore Dio fissato alla croce: Dopo averlo schernito, tuo e servi lui solo. È comprensibile come lo spogliarono del mantello, gli fecero intutte queste sollecitazioni negative abbiano dossare i suoi vestiti, e lo portarono via per indotto nelluomo Gesù uno stato di soffe- crocifiggerlo (Mt 27,31). In questo sucrenza psicologica marcata. Ogni umano sot- cedersi di momenti biologici negativi, antoposto ad una condizione ripetuta di stress che allosservazione clinica si rivela la nae in stato di digiuno prolungato può vedere tura umana di Gesù, con tutto il carico delridotta la sua capacità reattiva psichica e su- le atroci sofferenze psico-fisiche (il dolore bire una condizione di smarrimento, e per totale), le umiliazioni, le angosce, che solo cercare di superarla si affidi alla protezione un corpo fatto di carne, muscoli, ossa e vasi può subire. Solo al termine del suo pere al sostegno del Padre celeste. corso terreno, vissuto da uomo tra uomini, Gesù dà spazio visibilmente alla sua parte Le sofferenze fisiche divina di figlio del Padre, ma dopo essere Condizionano il percorso ultimo di Gesù e passato per la morte corporale e la collocadel suo brevissimo ciclo vitale in modo de- zione tutta umana in un sepolcro, Poi li flagrante e quasi insopportabile per le- condusse (i discepoli) fuori verso Betania spressione psico-fisica di un essere umano. e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li beMa Gesù sà che sta compiendo una missio- nediceva, si staccò da loro e fu portato verne per cui è stato inviato dal Padre per re- so il cielo (L. 24,50-51). dimere lumanità peccatrice, e accetta il suo Un dottore 9 La salute segno concreto di redenzione Dal libro di Sua Ecc. Mons. Rino Fisichella Nel mondo da credenti Mondadori P ortiamo in noi i segni dell'appartenenza alla per la nostra stessa sorte. natura. Il corpo, più di ogni altra realtà, con- Alla luce della risurrezione, la fede cristiana sente di sperimentare noi stessi inscritti nel afferma che il corpo è molto di più della solimite della natura segnata dal peccato. Con la estensione anatomica; esso rappresenta, ragione, l'apostolo Paolo può dire che "la una realtà sconfinata che si inserisce certo nelcreazione stessa nutre la speranza di esse- la storia, nello spazio e nel tempo, ma non per re liberata dalla schiavitù della corruzio- essere da questi sottomesso quanto, piuttosto, ne" (Rm 8,19); nella luce della risurrezione, per vivere in essi la propria vocazione a teninfatti, "tutto ciò che è corruttibile deve ve- dere verso l'infinito, esprimendo in sé lo stesstirsi di incorruttibilità" (1 Cor 15,53), per so infinito e l'eternità. Nella risurrezione il rendere evidente la gloria di chi ha creduto corpo rimane come agente principale che in nel Signore risorto. La guarigione dalla ma- nulla viene privato della sua natura, ma riemlattia e l'acquisizione pito della sua pienezdi una certezza di saza. Ciò che le diverse lute che si sperimenepoche storiche posta nel proprio corpo sono aver oscurato Padre, possono aiutare a con le loro argomentu che hai guidato Abramo comprendere quanto tazioni circa il corpo, nel lungo suo cammino, fosse privilegiata la non impedisce di afguida anche noi condizione dell'uomo fermare che solo il negli aspri sentieri della vita prima della rovina pensiero cristiano ha a fare il tuo volere, il nostro bene. del peccato: la saputo portare la Aiutaci a sfamare ogni bambino, "bontà" e la "belcorporeità ai livelli aiutaci ad amare ogni creatura, lezza" dell'uomo e più alti della sua aiutaci ad amare ogni fratello, della creazione (Gen comprensione, insead amare anche coloro 1,3), dove non esirendola negli spazi che ancora non conoscono il tuo nome. Illumina la mente alle persone, steva né malattia né più intimi della viciferma la mano di Caino. lutto né pianto. nanza con Dio. NesUn dono Ti chiedo, o mio Signore: I cristiani, tuttavia, suna religione poteva A tutti noi leggono il valore delarrivare a inserire la che siamo figli Tuoi la corporeità non socorporeità trasformadona la pace, donaci lamore. lo nella luce della ta dell'uomo nella vicreazione, ma sota stessa della Trinità; Luigi Alvino prattutto nell'orizsolo la fede nell'inzonte della risurreziocarnazione poteva ne, vero centro e originalità della fede. È in consentire di raggiungere le conseguenze più questo spazio che la salute del corpo assume estreme del farsi uomo da parte di Dio. La tutto il suo pieno valore, che la creazione non salute, come condizione che s'impone a ogni può dare. Con il richiamo a quest'ultima, in- creatura per il dovuto rispetto alla dignità fatti, la fede è riportata inevitabilmente al se- della persona e di ogni persona, permette gno del peccato impresso nella carne; con la di comprendere il contenuto centrale delrisurrezione di Cristo, invece, il corpo vie- la fede cristiana. Essa indica il cammino che ne innalzato nella gloria della vita di Dio è chiamata a percorrere: vivere fin d'ora un'edove non vi è più peccato né morte, ma so- sistenza personale che sia carica di significalo pienezza di significato e di gloria. La ri- to e di senso in modo tale da lasciar percepisurrezione dice vita e pienezza di vita senza re e sperimentare la promessa del compifine; Cristo ha trasformato nel suo corpo ri- mento, là dove non vi sarà più malattia, né sorto tutto questo come anticipo e caparra pianto, né morte. La preghiera dei figli 10 I tecnicismi medici e psicologici per fronteggiare i molteplici aspetti della sofferenza, non sono sufficienti se non sono integrati con le carezze di cui anche lo spirito ha bisogno. Queste carezze capaci di esprimere una spontaneità, un ascolto benevolo e paziente; fermarsi accanto appunto, e non passare oltre, devono configurare un amore che sale dal cuore e non è frutto di eculubrate teorie. Quando ci si appresta ad affrontare una patologia, l'operatore dovrà sempre ricordare che sta di fronte ad un uomo malato e non ad una malattia o peggio un caso clinico. Egli infatti nella sua unicità psico-somatica esprimerà una tonalità affettiva. Qualsiasi sia la qualificazione dell'operatore: medico, psicologo o assistente spirituale, nella loro pratica quotidiana, accostandosi alla fisicità del malato, dovranno sempre ricordare che il presupposto insopprimibile dell'etica sanitaria è il rapporto uomo-valore, che riconosce a tutti gli uomini e in primis al malato, dignità di persona. Oltre ad esercitare la sua attitudine di soccorritore, l'operatore sanitario a qualsiasi livello di professionalità, dovrà saper dilatare il suo ventaglio di intervento verso una dimensione psicologica e psicoterapeutica e anche verso un servizio diaconale visto nell'ottica cristiana di una vera relazione di aiuto. Rispettando la propria e l'altrui sensibilità e dignità egli sarà costruttore di libertà. Fermarsi per condividere con il sofferente, oltre a disporre appropriate strategie di contributo prezioso al counseling pastorale, significherà anche favorire il superamento di certi atteggiamenti moralistici da parte di alcuni consiglieri spirituali. Una informazione prudente ma veritiera, fornita al paziente affetto da nosologia severa, può aiutarlo a ridurre il comprensibile stato emozionale e a migliorare la sua qualità di vita. Il calore della partecipazione manifestato al sofferente da chi lo assiste, può aiutarlo a percorrere alcuni itinerari psico-affettivi e religiosi (riconciliazione), nel tentativo di ristabilire un equilibrio perduto. Nell'esegesi biblica dell'A.T., Giobbe ci introduce nel mistero della sofferenza sofferta con sconcerto perché avvertita come ingiustizia. È lo stesso travagliato percorso di tanti sofferenti per patologie irreversibili, che essendo consapevoli dell'approssimarsi della fine, si chiedono: perché proprio a me? Ma Giobbe ci insegna che nonostante tante avversità continua a credere nel rapporto di fiducia con Dio e alla fine si rimette alla sua volontà. Nei malati gravi e protratti che sopportano un grande dolore fisico e psicologico, il dolore totale, l'intensità sconvolgente modifica profondamente la personalità del paziente, generando gravi stati di ansia e di depressione. Al di là del trattamento antalgico, andranno posti in essere tutti quegli accorgimenti e supporti psicologici che un medico che sosta al letto del malato ben conosce, e come un buon samaritano oltre a curarlo si prenderà cura di lui così che la sua disponibilità mostrerà quelle peculiarità che S. Camillo magistralmente, ci ha insegnato nei suoi Ordini e Modi per servire con perfezione gli infermi: affetto materno disinteresse - amorevolezza - piacevolezza - mansuetudine - rispetto - onore - diligenza - carità. Sono le stesse doti che ritroviamo nell'approccio di Cristo con i bisognosi e che l'operatore sanitario dovrà saper fare sue. Quando la Chiesa ci parla di dono di sé il riferimento non è solo a quello degli organi, ma anche alle tante altre possibilità di stare vicino al sofferente: comprendendolo, ascoltandolo, comunicando con lui con gentilezza, pazienza, gioiosità e amorevolezza; capaci appun- Fermarsi accanto al malato 11 S.Ecc. M ons. A rmando Brambilla a llOspedale San P ietro a f esteggiare San R affaele A rcangelo to, nel fermarsi accanto, di esprimere la ospitalità del nostro cuore che apriamo a lui per condividere i nostri spazi affettivi. La solidarietà empatica che ci fa uscire dal nostro limitato e fugace sguardo professionale per andargli incontro e visitarlo non solo nel corpo, ma sostando nel mistero della sua anima, rafforzando in lui il senso dell'appartenenza. Questo dono ne porta un altro, quello della nostra presenza, che manifestiamo aprendo un dialogo, con il contatto fisico di una mano che indugia stringendo l'altra, ma anche con l'espressività di un silenzio e di uno sguardo. La volontà, per un operatore sanitario, di favorire la guarigione, la liberazione e la crescita di un fratello in condizioni difficili, presuppone una conoscenza della dinamica che si sviluppa in colui che versa in una condizione di disagio. Il disagio provoca sofferenza che a sua volta genera un sentimento vissuto nella profondità della persona, che disturba e impedisce il fluire delle energie vitali. È così che chi chiede aiuto è in attesa di comprensione e di partecipazione che lo aiutino a comprendere il problema che lo affligge, senza essere giudicato ma bensì aiutato a compiere con ritrovata serenità, una valutazione della propria situazione negativa e poi essere lasciato libero di decidere il percorso per uscirne. In questa relazione empatica tra medico e paziente, è percepibile la presenza di Dio. L'abate Francois Rochat così si esprimeva: La relazione a due tra lui sofferente e me che lo accompagno si apre in verità ad una nuova dimensione: una relazione a tre, lui, io e il Signore. L'evento patologico che provoca sempre una frattura con se stessi e l'ambiente, necessita di una ricostruzione attenta, paziente e amorevole dei circuiti interrotti, tra psiche e soma. Il successo di questo delicatissimo intervento, dipenderà dalla relazione che il curante avrà saputo instaurare con il suo paziente. Bisogna porsi sulla stessa frequenza del malato, sapendo cogliere e soddisfare i suoi bisogni. Un atto medico consapevole, sublimato da un servizio di diaconia nel segno del Vangelo. Dr. Sergio Mancinelli 12 Il 24 ottobre ultimo scorso S.Ecc. Mons. Armando Brambilla, delegato per lassistenza religiosa negli Ospedali di Roma, ha presieduto nella Chiesa dellOspedale San Pietro la S. Messa in onore di San Raffaele Arcangelo, conpatrono dellOrdine dei Fatebenefratelli. Tra i presenti il Padre Provinciale, fra Pietro Cicinelli, il Direttore Generale fra Gerardo DAuria, il Superiore dellospedale, fra Michele Montemurri, fra Fabiano Sechi, i dipendenti dellospedale e gli ammalati. Nellomelia Mons. Brambilla ha presentato la figura dellArcangelo che forse è il meno noto e, meno conosciuto. La scrittura lo definisce: uno dei sette Angeli che stanno dinanzi al Signore e poiché è lui a presentare al Signore, le preghiere di Tobia afflitto dalla cecità, e quelle di Sara, tormentata dal demonio, viene invocato come protettore dei mali della carne e delle infermità del corpo. La tradizione ha esteso anche a lui il titolo di Arcangelo, che nella Bibbia viene dato solo a Michele, Principe delle milizie celesti. Il nuovo calendario ha riunito in una sola celebrazione la festa dei tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, le cui feste cadevano rispettivamente il 29 settembre, il 24 marzo e il 24 ottobre. La devozione fu approvata dal Papa Benedetto XIV il 4 maggio 1745; per richiesta della curia generalizia degli allora due rami, spagnolo ed italiano dei Fatebenefratelli, il Papa lo designò Compatrono dellOrdine. La scelta di San Raffaele da parte dellordine di San Giovanni di Dio è legata anche alla tradizione secondo la quale San Raffaele venne ripetutamente in soccorso del Santo fondatore dellOrdine. Limmagine più comune è quella che lo ritrae mentre aiuta S. Giovanni di Dio a sfamare i malati. San Giovanni di Dio continua a vivere nella storia non solo attraverso i suoi fratelli ed i collaboratori che operano nelle istituzioni in favore dei sofferenti, ma anche attraverso queste celebrazioni e il ricordo e la devozione dei fedeli. Carozza Lucia I seminaristi al Policlinico Umberto I La gioia del Signore è la vostra forza. Questa frase è quella che noi, seminaristi del Collegio Ecclesiastico Internazionale Sedes Sapientiae vorremmo che diventasse il motto dellesperienza di pastorale sanitaria che stiano vivendo, nel Policlinico Umberto I. Una gioia ed una forza che tentiamo di offrire e che contemporaneamente ci vengono ridonate, in quel mistero damore della Trinità che si concretizza nella diaconia della Chiesa. Nellincontro con la sofferenza ognuno di noi si pone degli interrogativi, che a volte sembrano invalicabili, poiché carichi di paure e appesantiti dal dilagante relativismo. Cristo Verità diventa lunica risposta, lunico senso di questo viaggio, lunica croce che infonde speranza, lunica sofferenza che si dischiude alla comunione. La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine! Costruire in prima persona quella carità di cui parla Paolo, a questo siamo chiamati noi cristiani, e tutti gli uomini di buona volontà. Proprio lospedale, luogo dove si palesa maggiormente lonnipotenza di Dio, e dove luomo si incontra-scontra con se stesso, si trasforma in una presidenza chiamata a presiedere nella carità. Cristo diventa la Speranza che non delude, Egli si trasforma in Parola viva durante i centri dascolto del sabato pomeriggio (dove partecipano molti pazienti ricoverati), accompagna e sostiene in una settimana di cure, accertamenti e operazioni. Mi rendo sempre più consapevole che il nostro compito non consiste tanto nel portare Cristo (Lui è già presente nei luoghi di sofferenza), ma piuttosto svelarlo agli occhi degli uomini, renderli consapevoli della Sua costante presenza,ridestare in loro la realtà di figliolanza, che non si esaurisce in un superficiale sentimentalismo, ma nellincontro concreto con la Presenza Viva, con quel Pastore che lascia le novantanove pecore per andare in cerca di quella smarrita. Quando arriva il momento di accompagnare i degenti per lEucaristia, la corsia del reparto si colora di volti nuovi, con il respiro a volte affannoso del sofferente è la preghiera più incisiva che sale verso lalto giungendo a Colui che ci ha amati fin dalleternità. Partecipare insieme alla celebrazione prefestiva dellEucaristia nei reparti, è un momento di gioia e di condivisione, ma anche di supplica e di ringraziamento; sperimentiamo quellunione fraterna nella frazione del pane e nelle preghiere di cui parla San Luca. Dopo la celebrazione ognuno di noi si reca nel proprio reparto, ad incontrare ogni singola persona, lì tutti sono uguali, le bianche lenzuola dei letti velano ogni tipo di diversità, di etnia, di cultura, di religione, lì si è, più che mai visibilmente, figli di Dio. Stringo una mano, chiedo il nome, guardo negli occhi, entro con tutto me stesso, in punta di piedi nella storia di chi ho di fronte, anche se non mi parla, cerco di amarlo, come Gesù mi ha amato. La sua storia diventa parte di me, della mia preghiera del mio essermi offerto integralmente a Dio. In questo modo nulla può essere più come prima né per me, né per laltro, cè stato un incontro. Con Cristo lesistenza del malato diventa una immensa certezza di vita, nella fede Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede Ripenso intensamente alla promessa di Cristo: Non vi lascerò orfani rivolta in particolare al sofferente: è carica di una melodia del tutto unica. Luomo veramente non è più solo, perché oramai il grido più vero della lotta dellesistenza è quello di S. Paolo: Tutto io posso, in colui che mi sostiene. Non è luomo che perde i suoi confini e le sue infermità, è un Altro che si accompagna all'uomo ... come gigante sulla sua strada... La forza e la certezza delluomo è un Altro; esistere è essere amati. In questesperienza come seminaristi siamo certi che è possibile una dedizione definitiva e radicale dellintera vita e che, proprio nel donarsi, la vita diventa grande, vasta e feconda; chiamati a lasciarci penetrare interiormente dalla pace di Dio, e a portare la sua forza nel mondo. Cosimo Maria Papa 13 Nella Casa di Riposo Villa Primavera A Roma, nella casa di riposo Villa Primavera, è stato conferito il mandato missionario a tre Ancelle dellIncarnazione: Sr. Damiana Lucia, a Sr. Lurdes Calderon e a Sr. Lucia Molina chiamate a partire missionarie in Colombia. La cappella di Villa Primavera sembrava una piccola cattedrale, adorna di fiori bianchi ed allietata da canti vocazionali e missionari. Sui banchi faceva bella mostra di sé un significativo opuscolo preparato dalle sorelle: in prima pagina tra cielo e mare una barca a vela sospinta dallo Spirito che va dallItalia verso lAmerica Latina, la Colombia, la Bolivia... A ventanni dalla prima missione in Bolivia (1° luglio 1987), appare allorizzonte la seconda missione oltre Oceano in Colombia. Grazie, Signore! La celebrazione eucaristica è stata presieduta da S.Ecc. Mons. Armando Brambilla, Vescovo Ausiliare di Roma, Delegato per la pastorale sanitaria. S.Ecc. Mons. Brambilla è riuscito subito a coinvolgere tutti rivolgendosi paternamente, alle sorelle partenti e allassemblea, spiegando la Parola di Dio: ha parlato della necessità della sovrabbondanza del cuore che dev'essere carico di entusiasmo e di zelo per il Regno di Dio. Ha richiamato luniversale vocazione alla santità e in particolare la vocazione delle Ancelle dellIncarnazione che sono chiamate a vivere, testimoniare e far conoscere il mistero dellIncarnazione, lamore di Gesù che si fa carne nel seno purissimo di Maria. Allomelia è seguito il rito di consegna del Crocifisso e del Vangelo; il Vescovo ha consegnato a ciascuna sorella inginocchiata davanti a lui, il Vangelo e il Crocifisso dicendo: Ricevi il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo e annunzia la lieta novella della salvezza al mondo intero. Ricevi il Crocifisso e vivi in te stessa il mistero di passione e morte del Signore Gesù, affinché la gloria della sua Risurrezione si manifesti in te e nel mondo intero. Commosso è risuonato lAmen di risposta... Poi il Vescovo, benedicendo le tre Sorelle ha detto: Andate, istruite tutte le genti insegnando loro ad osservare tutto ciò che Gesù ci ha comandato, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cf. Mt 28,20). È seguito un abbraccio di incoraggiamento da parte del celebrante e della Madre Generale alle missionarie mentre un caloroso battimani esprimeva la partecipazione affettuosa dellassemblea. Al termine non poteva mancare una fotoricordo e il momento di fraternità, aperto a tutti. Ringraziamo vivamente S.Ecc. Mons. Brambilla che ha accettato volentieri di trattenersi con noi fino a sera e per noi si è fatto ascolto, incoraggiamento come sa fare un vero pastore. Grazie, Eccellenza! E grazie anche per la sua benevolenza verso la nostra Famiglia religiosa. A Sr. Damiana, a Sr. Lurdes e a Sr. Lucia auguriamo un fecondo apostolato nella nuova missione in Colombia mentre assicuriamo loro la nostra vicinanza fatta di preghiera e di affetto. Per noi Ancelle dellIncarnazione inizia una nuova pagina di storia: diamo a Dio carta bianca perché possa scrivere le meraviglie che opera attraverso di noi. Ci accompagni sempre Maria, la prima Ancella dellIncarnazione. Gloria, lode e grazie a Te, Santa Trinità. Sr. Beniamina Sbarbati A.I. 14 A UNA BELLA ESPERIENZA nche questanno il centro della pastorale sanitaria ha promosso il corso di formazione e aggiornamento per gli operatori sanitari, cappellani nuovi (e vecchi), suore, volontari e ministri straordinari della comunione, sia degli ambienti sanitari che delle parrocchie della diocesi. I quattro incontri sono stati molto interessanti come pure i relatori sono stati bravi. Si è iniziato con il tema del Grande «Si» di Dio alluomo malato. Il Vescovo Sua Ecc. Mons. Brambilla, a partire dalla nota pastorale dellEpiscopato italiano dopo il 4° convegno ecclesiale nazionale dal titolo Rigenerati per una speranza di vita: testimoni del grande «Si» di Dio alluomo, ha illustrato nella prima parte dellincontro il grande Si che Dio ha detto alluomo malato, attraverso Gesù Cristo che ha preso su di se i nostri dolori e la nostra morte. l Vescovo ha sottolineato come Gesù Cristo è venuto per mostrare come la verità dellamore sa trasfigurare anche loscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione. La vera forza è lamore di Dio che si è definitivamente rivelato e donato alluomo nel mistero pasquale. ueste affermazioni di principio sono state confermate dalla testimonianza personale della Signora Paola del Pozzo, che ha voluto comunicare con tanta semplicità e profondità la sua esperienza di malata di cancro. È stata una testimonianza toccante e piena di speranza che ha impressionato tutti. el secondo incontro il tema affrontato è stato quello della Fragilità umana in Ospedale; ci ha aiutati a sviscerare il problema don Andrea Manto, medico geriatra, che lasciata la professione è diventato sacerdote e ora è responsabile dellufficio della pastorale sanitaria della CEI. Dallalto della sua competenza di medico e ora dallosservatorio particolare del servizio nazionale per la salute, ci ha illustrato in modo magistrale le fragilità che seguono il malato nelle sue varie fasi e a seconda delle patologie. Soprattutto ha sottolineato la fragilità e le paure degli anziani ammalati che vanno in Ospedale e quali comportamenti dobbiamo tenere noi volontari insieme agli altri operatori sanitari. l terzo incontro è stato tenuto da don Carlo Abbate, cappellano a Villa Speranza, Hospice del Gemelli, in sostituzione della Dottoressa Turriziani, direttore sanitario dello stesso Hospice che non ha potuto venire. Don Carlo ci ha portato la testimonianza della sua opera e di tutto il personale della clinica, nei confronti di questi degenti che per la maggior parte sono destinati a morire dopo pochi giorni di ricovero. Don Carlo ha ribadito più volte che a Villa Speranza non si va per morire ma per vivere gli ultimi giorni di vita e per vive anche la morte in compagnia di persone che portano lamore umano e cristiano. Il titolo dellincontro era Secondo i parametri oggi vincenti certi malati sono da lasciare al loro destino? Come ridare rispetto e dignità allessere «indegno». Don Carlo ha testimoniato che ogni persona ha il diritto di essere aiutata e, non lasciata al destino di emarginazione. essun uomo è «indegno» della vita e in particolare la comunità cristiana deve farsi carico degli ultimi, degli ammalati terminali per ridare dignità e rispetto a colui che è creato ad immagine di Dio, anche quando il suo corpo è sfigurato dal dolore e dalla malattia. Lultimo incontro è stato tenuto dal professore dellUniversità del Laterano don Antonio Mastrantuono che ci ha aiutati a capire se Può essere trasformato loscuro mistero della sofferenza e della morte. La sofferenza e la malattia in se non ha valore, ma da quando Gesù lha presa su di sè, anche questa è stata trasformata. La morte non è più lincontro con il nulla, ma con Dio che trasformerà il nostro corpo mortale in un corpo glorioso, come quello di Cristo risorto. stata una bella esperienza, molto partecipata sia come numero di persone, (più di 50) sia come interventi. Ringrazio il Vescovo che ogni anno ci offre la possibilità di un continuo aggiornamento, e mi riprometto di partecipare agli incontri per laici dellultimo venerdì dal mese che presentano interessanti tematiche. M.F Volontaria I Q N I N È 15 S Insieme p er l a v ita Testimonianza di una malata di cancro accettazione, di adesione forse ad un disegno divino, mi fa trascorrere giornate di intense cure e disturbi vari, ma con la voglia di ridere, scherzare, magari assistere chi sta peggio di me, collaborare con il personale sanitario, devo dire splendido in questa landa di sofferenza ed ho pensato di socializzare, di trasmettere pari pari la mia situazione a tutti coloro che vogliono poi mettersi in contatto per creare una vera cordata per la vita. Si sa lumanità ora mi appare divisa in sani e malati, me ne rendo conto se scendo al bar e vedo gente correre come facevo io due mesi fa, mentre ora striscio dietro il mio deambulatore, o come dice una signora rumena che mi aiuta: Signora prenditi lambulatorio. Però sono convinta che la partita non è ancora finita, tutti insieme dovremmo combatterla, noi prossimi della morte non dobbiamo temerla, ma tenerla a bada, perché non cominci ad aleggiare malefica e beffarda prima che sia giunto il suo turno. Ribelliamoci, viviamo in comunione di spiriti, immortali, eterni, vincenti, vogliamoci quel bene solidale che ci riscalda tanto il cuore, aiutiamoci, confortiamoci, ritroviamoci, abbracciamoci e carezziamo i nostri volti come potrebbe fare una madre col suo piccino. Estendiamo, dilatiamo i confini dellamore a tutti i sofferenti, che non hanno età, sesso, colore, religione, stringiamoci in colonie, come i pinguini, teniamo al caldo protetti i piccolini ed affrontiamo virilmente la sferzata gelida che la vita ci ha riservato. Io resto qui ancora per un po, al SantAndrea, attendo di formare con tutti quelli che mi leggeranno e lo vorranno un sodalizio di affetto, di preghiera, di semplice comunicazione, che possa portare un minimo di sollievo, di distrazione, di compagnia a chi è solo. Abbraccio tutti gli ammalati, di cancro e non, abbraccio i sani e prego che il Signore li conservi e spero di avere tanti messaggi per creare questo I.P.L.A.V. (insieme per la vita) con il vostro contributo. Ecco il mio indirizzo di posta elettronica: [email protected]. Maria Rosaria ono al letto 14 ONCO della stanza 8 di questo ospedale, il S. Andrea, da una settimana. Lho visto per la prima volta una quindicina di giorni fa e la struttura mi è sembrata bella, come unenorme televisore al plasma posato da una gigantesca mano sulla collinetta, quasi un baluardo o unenorme cartolina illustrata, il verde e il rosso della flora sinseguono tuttintorno. La mia patologia è grave, forse gravissima, esplosa improvvisamente lestate scorsa (non questultima) dopo un controllo oncologico per un intervento al seno di carcinoma fatto tre anni fa, ho varie metastasi al cervello e al mediastino: chi vuole sinformi sulla latitudine e longitudine dei mostriciattoli. Fortuna che non sono stata colpita ai piedi, così posso continuare a ragionare ancora un po. Scherzo naturalmente e mi sorprendo di poterlo fare: in effetti ciò che vorrei comunicare è proprio tutta questa sorpresa. La prima manifestazione della malattia mi ha colta forte, in gamba, attiva, vitale e mi ha portato in tre anni con tanti piccoli e grandi mali, dopo la chemio, questa ripresa subdola, assurda, aggressiva e massiccia e mi fa pensare ad un accanimento inspiegabile che perciò non può essere inteso come tale, appartenendo solo alla categoria dellaccidentalità. Ora però che vago tra questi asettici corridoi mi rendo sempre più conto che cè una quantità innumerevole di persone come me o peggio di me che meriterebbe o meglio che avrebbe bisogno di una maggiore assistenza a livello psicologico e le famiglie coinvolte e sofferenti non possono bastare a sostenere un onere così gravoso, anzi a volte non si sa proprio che tipo di approccio affrontare. Ho invece la grande luce della fede, un atteggiamento stoico di accettazione, non sono priva di ogni supporto fisico per una grande battaglia che voglio e debbo affrontare nel nome del Signore e proteggere fino in fondo il dono più grande che mi ha fatto, la vita, spesso pensando a quelle prime parole della Messa che don Antonino pronuncia nella bella cappella circolare al vespero: credere fin dove la preghiera non osa sperare. Questa grazia, almeno per ora, di serenità, di 16 BRICIOLE DI SAGGEZZA L'ULTIMA FIABA Il filo dallalto Era una bella mattina di settembre, il sole splendeva nel cielo azzurro, i prati brillavano di rugiada. Su una grande siepe spinosa, un ragnetto nero e giallo, facendo la sua passeggiata giornaliera, notò uno strano filo che scendeva dallalto. Incuriosito, volle vedere da dove venisse quel filo, vi si attaccò con le zampine e incominciò a salire. Sali, sali, sali, il filo non finiva mai. Stanco e scoraggiato, ripercorse in discesa il tragitto che aveva percorso in salita, si posò sulla siepe dalla quale era partito e decise che avrebbe costruito lì la sua tela lasciando che il filo ne recesse la punta superiore. Alla fine del suo lavoro, il ragnetto osservò la sua bella, grande tela e ne fu orgoglioso. Passarono giorni, settimane, mesi. Il ragno non era più quel piccolo ragnetto, senza dimora, in giro per la siepe; era diventato grande e grosso e nessuna mosca o insetto passava davanti alla sua tela senza essere catturato e mangiato. Venne linverno, mosche e insetti scarseggiavano e il ragno restava affamato e disoccupato tutto il giorno. Una mattina si svegliò di umore particolarmente strano... Era proprio, quello che si dice: una brutta giornata! Per distrarsi si mise a passeggiare sulla sua tela e finì col notare che il lembo più alto della rete era attaccato a un filo che andava su diritto nellaria e, benché si rizzasse sulle zampe e guardasse attentamente, non riusciva a capire dove andasse a finire quello stupido filo, nè si ricordò quanto utile e importante fosse stato per tessere la sua meravigliosa tela. Dimentico di tutto ciò, con un solo colpo di dente, lo troncò e linsetto si ritrovò a giacere sulle foglie della siepe spinosa con la testa ravvolta nella sua tela diventata un umido piccolo cencio. Era bastato un solo istante per distruggere tutta la magnificenza della sua casa, e soltanto perché non aveva capito lutilità di quel filo dallalto. J. Joergensen - Parabole - Ed. Paoline Rielaborato da Elide Rosati L'ultima cosa che t'insegnerò, bambino mio, sarà che la vita finisce quando me ne andrò dai giorni tuoi gioiosi sulla punta dei piedi nascosta in un sorriso. E imparerai, da questa nonna stanca, che, come i fiori e il sole, giunge il tempo per tutti di reclinare il capo, che il buio viene senza far rumore a spegnere lo sguardo, a fare delle mani una preghiera e, della voce, infinito il silenzio. Non temere, dolcemente te lo racconterò, vedrai, come un 'ultima fiaba, e, abbassando la voce piano piano, allora sarò io a dormire come fai tu ogni sera quando al mio canto richiudi gli occhi ed io, sulla tua fronte, depongo un bacio lieve. E, come i tuoi, fantastici avrò sogni a farmi compagnia; così belli saranno che di svegliarmi non avrò più voglia, ma tu, ogni tanto, mandami un sorriso e, nel sogno, seppure da lontano, nuove fiabe per te saprò inventare Anna Maria Cardillo 2007 Ministri straordinari della Comunione O rmai è qualche anno che abbiamo la fortuna di far parte come animatori e responsabili di una comunità di preghiera Gesù Risorto presso la cappella del SS. Crocifisso situata allinterno dellOspedale Carlo Forlanini di Roma insieme ad altre due sorelle. Come forse qualcuno saprà le preghiere carismatiche sono un pochino rumorose perché nel loro sviluppo si da libertà allo Spirito Santo che è presente in ognuno di noi cristiani lodando e cantando tutta la nostra gioia per la Resurrezione. Due anni fa i Cappellani del sopracitato Ospedale ci proposero di aiutarli nel loro lavoro allinterno dellOspedale (che è grandissimo) come ministri straordinari dellEucarestia nei vari reparti di degenza. Nel sentire questa proposta io e mia moglie siamo rimasti un pochino timorosi, ci domandavamo chi siamo noi per prendere tra le nostre mani il corpo vivo di Gesù e soprattutto se ne eravamo degni. Questo dubbio è durato poco perché ci siamo detti se questo è il volere di Dio che ci ha chiamato a la- 17 vorare per il suo santo nome proviamo anche per riconoscenza verso i Cappellani che ci hanno dato ampia fiducia e libertà nellusufruire della chiesa. Una volta superato il corso di ministri straordinari per la Comunione presso il Vicariato abbiamo ricevuto il mandato per poter esercitare questo ministero. Era giunto il momento di agire dietro suggerimento dei Cappellani, che colgo loccasione per ringraziarli dellaiuto sia pratico che spirituale che infonde in noi tan- sofferenza e nel dubbio di potercela fare. Il Signore è grande e potente anche verso di noi perché nonostante le difficoltà che incontriamo in questo ministero quando abbiamo finito il nostro giro nei reparti il Signore mette dentro di noi una grande pace, quella pace che ci permette di pregare il Signore per tutti i malati che abbiamo incontrato affinché dia loro pace serenità e fede in Lui per affrontare la battaglia contro il male. Noi ringraziamo tutti i giorni il Signore per questa opportunità che ci ha voluto donare perché da tutto questo abbiamo imparato ad amare di più i fratelli e il grande dono che il Signore ci ha dato: la vita. Eccomi Gesù per fare la tua volontà Quel mercoledì di settembre quando don Benedetto mi ha chiamato per dirmi se volevo aderire alla tua chiamata o Signore per portare il tuo corpo ai malati, mi sono detta che non merito questa grazia, ma la gioia di servirti è stata più grande. Non cè stato in me nessun dubbio e ripensamento ho solo detto: eccomi. Il primo giorno ero emozionata e impacciata perché avevo tanta gioia da donare a questi tuoi figli, tanto desiderosi di te. I loro occhi brillano di gioia perché tu sei il Signore, solo tu riempi i nostri cuori, anche quando ti siamo lontani, tu sei sempre vicino a noi e ci ami. Purtroppo ci sono malati anche lontani da te, la sofferenza li indurisce: ti prego Gesù per loro, aiutali ad incontrarti e conoscerti che sei solo amore. Dopo un anno è arrivato il momento che hanno dato il mandato anche a mio marito e questo è stato accolto con gioia perché è più completo donarsi come coppia. Viviamo delle esperienze damore. Abbiamo dei reparti un po difficili, ma con Gesù tutto risulta più facile. La gioia ci viene anche dal personale sia medico che paramedico che ci accolgono molto bene. Ti ringraziamo Signore per questo dono e ti diciamo manda noi a portare la tua parola, il tuo amore, un sorriso. Vogliamo stare con te Signore Gesù, noi ti amiamo. Ecco lagnello di Dio. ta pace e serenità. Oggi da circa due anni andiamo ognuno nei reparti che ci sono stati assegnati a portare il corpo vivo di Cristo ai tanti malati ricoverati oppressi da tanto dolore fisico e spirituale che la malattia impone. Le prime volte avevamo molti dubbi su di noi, di non essere capaci di avvicinare questi fratelli, come ci potevamo proporre per invogliarli a prendere Gesù dentro di loro. Essendo consapevoli che il malato che dovevamo contattare era in difficoltà come portare loro il conforto di Dio e fargli capire che il Signore salva e guarisce, non abbandona mai i suoi figli? È stato duro al principio ed è tuttora molto difficile, ma noi abbiamo tanta fiducia nel Signore che a volte abbiamo la certezza che Gesù cammina sempre davanti a noi e nei passaggi più difficili, Lui ci mette sulla bocca le parole giuste per confortare i fratelli, e quando vediamo che ci stanno a sentire, nel nostro cuore sentiamo quanto è grande lamore di Dio specialmente per chi si trova nella Giovanna e Sergio 18 D a molti anni opero come volontaria nell'Hospice Oncologico Villa Speranza e assisto i malati in fase terminale di malattia, sia a domicilio che in struttura di ricovero. Spesso viene chiesto a noi volontari che cosa ha motivato la nostra scelta, e l'immediata risposta è: "Faccio volontariato perché voglio aiutare gli altri". Anch'io, molte volte ho dato la stessa risposta, anche se dentro di me sapevo che questo era vero solo in parte, cercavo e volevo una risposta più autentica. Non molto tempo fa, leggendo una rivista sul volontariato, ho apprezzato molto una definizione sull'essere solidali. Don Ciotti ha scritto che "essere solidali non vuol dire impegnare il proprio tempo libero, ma liberare il proprio tempo". La sua utopia è che non esista più il volontariato, ma un mondo dove la solidarietà e la partecipazione appartengano a tutti. Riflettendo sulla nostra esperienza di volontari in Cure Palliative, accanto a malati oncologici gravi, la vera domanda da porsi non è "cosa posso offrire al malato?", ma "chi posso essere per il malato?". Il malato non ci chiede solo di essere aiutato a bere, mangiare, lavarsi,ma anche di essere ascoltato, compreso, di essere aiutato a trovare un senso a ciò che sta vivendo. Immaginiamo di entrare nella stanza di un malato e offrirgli dei doni, il dono di un cuore ospitale è il primo che possiamo fargli. L'essere ospitale si esprime nel creare uno spazio dove l'altro possa sostare, l'ospite si sente rispettato nei suoi diritti, riconosciuto nella sua dignità. Questo atteggiamento interiore è essenziale per chi vuole aiutare i malati oncologici in fase terminale, nell'ospitalità ha luogo una graduale trasformazione del malato, da estraneo a familiare. In questo modo noi gli facciamo dono della nostra presen- L E T T E R A A P E R T A D I U N A V O L O N T A R I A 19 za, portando rispetto, comprensione, fiducia, compassione, tolleranza, discrezione, gratuità, buonumore, gioia. La relazione di aiuto che ne consegue è un modo di camminare insieme che ha come scopo l'aiutare a trovare la strada, a sostenere e aiutare i malati a trovare una risposta ai persistenti interrogativi sul senso della vita presente, sul significato del dolore, del male e della morte. Certo, in tanti anni di volontariato con i malati gravi, non ho appreso niente di più sulla morte in se stessa, ma la mia fiducia nella vita non ha fatto che crescere. Vivo senza dubbio più intensamente, con maggiore coscienza ciò che mi è dato di vivere, gioie e dolori, ma anche tutte le piccole cose quotidiane, anche le più ovvie. Forse sono diventata più attenta a chi mi sta accanto, più consapevole di non poter avere accanto i miei cari al mio fianco per sempre, forse desidero scoprirli più di prima. Così, dopo anni di assistenza a coloro che definiamo "moribondi" e che invece sono "vivi" fino all'ultimo, mi sento più viva che mai e lo devo a coloro che, pur nella sofferenza, si sono rivelati maestri. L'esperienza di stare accanto a queste persone mi ha fatto riflettere che nel momento in cui la morte è vicina, in cui predominano tristezza e sofferenza, ci possono essere ancora vita, gioia, moti dell'animo di una profondità e di una intensità talvolta mai vissuta prima. Morire non è, come crediamo spesso, un evento privo di senso. Senza sminuire il dolore di un lutto, penso che il tempo che precede la morte possa anche essere utile per trasformare non solo chi sta male, ma anche chi gli sta accanto. Molte cose possono essere ancora vissute. Quando non si può più fare nulla, si può ancora amare e sentirsi amati, ed è importante riflette- olontari Vsiamo noi! re su questi atteggiamenti, anche se ci sembrano impossibili da attuare. Impariamo a riflettere sul fatto che gli ultimi istanti della vita di una persona possono essere l'occasione per spingersi con lei il più in là possibile, ed auguro, innanzitutto a me stessa, di essere sempre in grado di cogliere questa occasione. Spesso, invece di guardare in faccia la realtà dell'approssimarsi della morte, ci comportiamo come se non dovesse arrivare, mentiamo ad una persona cara, mentiamo a noi stessi, e invece di dirci l'essenziale, invece di scambiare parole di amore, di gratitudine, di perdono, invece di appoggiarci gli uni agli altri per affrontare quel momento che non ha eguali che è la morte di una persona amata, raccogliendo tutta la saggezza e l'amore, ecco che quel momento unico ed essenziale della vita è contrassegnato dal silenzio e dalla solitudine. Morire in solitudine è come morire due volte. Vivere il volontariato in Cure Palliative, nell'Hospice Villa Speranza, comporta da parte nostra un continuo mettersi in discussione, cambiare noi per primi il nostro atteggiamento verso la morte, significa incontrare ostacoli e non cedere alla tentazione di "onnipotenza". Al contrario occorre mostrarsi così come siamo, esseri vulnerabili, non sempre in grado di rispondere alle richieste di chi ha bisogno di noi. L'onestà ci rende più umani, questa qualità il malato la riconosce e l'apprezza. Non voglio essere fraintesa, non sto celebrando la morte che è e rimane un evento doloroso, al contrario, le mie parole vogliono essere un inno alla vita e la morte deve integrarsi ad essa. E' indubbiamente un percorso lungo, personale, difficile, fatto di dubbi, incertezze, a volte insuccessi, ma è un percorso in cui non bisogna arrendersi o ritenersi inadeguati. Impariamo ad accettare anche i nostri limiti e le nostre debolezze, così saremo più pronti ad accogliere l'altro e potremo dire di avere liberato il nostro tempo. 2007 I Volontari siamo noi! A volte portiamo un sorriso là dove non cè nessuno. Pronti a dare una mano anche lontano, per le strade della nostra città e al di là dei confini, in zone sconosciute. Pronti a fare sacrifici, fino ad esserne orgogliosi, di notte e di giorno. Da nord a sud, fra la gente per la gente, in ogni parte della terra noi siamo invitati ad aiutar tante vite umane e portare una speranza come veri ambasciatori di pace e fratellanza. Incompresi ma amati, criticati ma poi voluti, discreti e apprezzati, volenterosi, disponibili, generosi, hanno un cuore grande i Volontari! Spesso, però, non ci rendiamo conto di quanto importanti siano per il mondo, vitali, direi! e puntuali li ritroviamo lì al momento del bisogno. Indossano una semplice divisa con un simbolo o una scritta che li distingue, ma più di tutto sono i loro gesti premurosi a distinguerli dal resto. Alla fine di ogni servizio, silenziosi tornano nelle loro case, per poi svanir nell'indifferenza sociale come tanti numeri o gocce di un grande mare. Ma loro ci sono sempre anche grazie a loro la vita va avanti, lasciando tracce indelebili nell'animo della gente come pagine di storia. A tutti Voi dedico questi pensieri, ma non bastano mai le parole per rivolgervi un unico, immenso e meritato Grazie di cuore! Grazie di esistere!!! Claudia Pistella Stefania Santoro (Gruppo Pionieri CRI di Roma) Volontaria Hospice Villa Speranza 20 C Buona coscienza e fede sincera (1 Tim 1, 5) ome vivere oggi lurgenza e lansia per la evangelizzazione e per lidentità cristiana, realizzando limportante invito di Paolo: il vostro simpatico equilibrio (epieikés) sia conosciuto da tutti gli uomini (Fil 4, 5)? Quale senso e quale peso dare nella teologia e nella prassi pastorale che nel rapporto con gli uomini che soffrono esige il massimo di autenticità a questi due atteggiamenti di fondo: io cerco di seguire il Vangelo e la Chiesa e io cerco di seguire la mia coscienza? OCCHIO AI FATTI modo frammentario e imperfetto specialmente nelle persone che, anche protestando (come Giobbe) affrontano la dura, talvolta tragica, realtà della sofferenza. Sono i frutti della retta coscienza e della retta fede. Ce lo assicura la parabola di Matteo sul giudizio di tutte le genti, credenti e non credenti (Mt 25, 31-46), che va interpretata riconoscendo valore anche ai minimi gesti di amore (cf Mt 10, 42; Mc 9, 41; Lc 16, 30). Ferite Così restano indefinite, le grandi e le piccole ferite non esistono cure per tale malanno né cuciture che reggano il danno. Scendono forte e a volte piano le amare gocce di sangue umano. Per ogni rimedio facciamo presto, svuotiamo, riempiamo con o senza successo. Suvvia per questo: non fate danno che non si sa mai a chi la prossima ferita spezzerà il filo senza possibile cucita. LIMPORTANZA DI UNA DUPLICE STIMA Solo guardando alla bontà dei frutti, possiamo essere convinti o meglio, sperare che siano rette, autentiche, lafededi chi ritiene di credere in Cristo, e la coscienza (il cuore) di chi invece ritiene di non crederci. Il peso determinante dei frutti, ovvero dei fatti, come linguaggio della Tonino da Tito interiorità, ci deve spingere ad avere la massima stima sia della fedeltà alla coscienza (Gaudium et Spes 16) come delle, sequela esplicita di Cristo nella comunione ecclesiale con lui. Per affermare il valore delluna non cè assolutamente bisogno di sottovalutare laltra. La stima sincera e cordiale per ambedue gli atteggiamenti ha come nota caratteristica una profonda serenità (il simpatico equilibrio: epieikés di Fil 4, 5), ispirata dalla fiducia e dalla umiltà. È la fiducia nella pre- La strada per dare una adeguata risposta allinterrogativo è piuttosto complessa. La questione teorica non può essere ignorata o sottovalutata. È certamente importante chiarire il senso delle parole: che significa coscienza e fede. Tuttavia la serietà dellincontro con coloro che soffrono ci stimola a trovare una risposta che vada dritta allessenziale. Occorre fare attenzione alla concretezza della vita, alla realtà dei fatti, seguendo la chiara e decisiva indicazione del Vangelo, e dello stesso profondo buon senso: dai loro frutti li conoscerete (Mt 7, 16-20; 12, 33-35; Lc 6, 43-45; cg Gv 15, 1-8. 16). Lesperienza quotidiana, usando gli occhi del cuore, scopre concreti gesti di amore, di fraternità, di condivisione sia pure in 21 senza dello Spirito di Cristo, capo del suo Corpo totale che, fin dallinizio della storia, guida ogni uomo con il desiderio e lattrattiva del Bene, mediante la luce interiore sia della coscienza come della fede. Ed è lumiltà per cui gli uomini, credenti e non, sono tutti viandanti verso la stessa meta finale, in un cammino di maturazione, spesso lenta, attraverso i molteplici limiti della fragilità umana. Fiducia e umiltà cordiali a cui ci sembra alludere lo stile dellultimo bellissimo film di Ermanno Olmi Centochiodi: allegoria della storia di Cristo, che testimonia la sua autorevolezza di maestro, scendendo dallalto per condividere in amicizia la vita dei semplici, fino a rischiare se stesso. verso la sacramentalità della Comunità ecclesiale. È un cammino educativo dellamore, illuminato alla base da una retta coscienza che, attraverso le vie della evangelizzazione, dei segni sacramentali e delle opere di carità, viene trasformata dalla Grazia in fede cosciente e riconoscente in Cristo. SOFFERENZA TRASFORMATA DALLAMORE La fede cosciente in Cristo illumina, sostiene e trasforma la umana e universale esperienza di speranza e amore, espressa in tanti momenti della vita, spesso nascosti: di chi gioisce con chi è nella gioia e piange con chi piange (Rm 12, 15). Già seguendo la rettitudine del cuore anche prima di ogni scelta religiosa constatiamo che solo la forza dellamore e della fraternità può, dentro i limiti umani, fronteggiare positivamente il male. La fede cristiana non viene ad eliminare la fragilità e la tragicità della condizione umana. Essa ci fa credere che Cristo è Dio che ci salva dal male, non evitandolo ma condividendolo solo per amore. Ci fa sperimentare che noi non siamo soli perchè Dio stesso cammina con noi, diventando uno di noi. Egli spera, ama e crede in noi che vogliamo sperare, amare e credere in lui: perchè nè morte nè vita...nè alcun altra creatura potrà mai separarci dallamore di Dio in Cristo Gesù (Rm 8, 39). PERCHÈ LESPLICITA ADESIONE A CRISTO? Il servizio e il magistero della Chiesa è testimoniare, prima con la vita e poi con la parola (e i... libri), come il professore di Centochiodi che Cristo morto e risorto è la lieta notizia (evangelo) per tutti gli uomini. Egli è venuto, è sceso dallalto della sua Cattedra divina per rivelare e incarnare lAmore di Dio, Padre (e Madre) dì Bontà infinita, in modo che tutti ne fossimo attratti. È in comunione con Cristo anche se non consapevole è chiunque in realtà vive con lui, lasciandosi guidare nella quotidianità dal suo Spirito di Amore. La vita cristiana, consapevolmente vissuta in modo personale ed ecclesiale, è un processo vitale che fa sbocciare e maturare la fede embrionale contenuta nella rettitudine di cuori. Questo avviene attra- Don Carmelo Nigro Cappellano del S. Lucia 22 DallHospice Villa Speranza glia quando Dio mi chiamerà, io ritengo di essere pronto, ma temo che mia moglie e le mie due figlie non lo siano. Ciò mi rassicura perché sono certo che continuerà fisicamente a seguirle per me, quando la mia presenza non sarà più tangibile ma solo spirituale e potrò andare tranquillo verso Dio Padre. Ciò che Le ho descritto è un piccolo spaccato di vita di una delle persone ospedalizzate in questa struttura, ma ciò che don Carlo fa per me, si estende a tutti coloro che direttamente o indirettamente vivono e/o lavorano presso l'Hospice oncologico. Solo a titolo d'esempio voglio che Lei sappia che si celebrerà all'interno di "Villa Speranza" un matrimonio che coinvolgerà le mie due figlie come testimoni della sacra unione di due sposi anziani, anche lei come me, malata terminale della stanza accanto alla mia. Villa Speranza 30 camere, 30 malati terminali, 30 famiglie nel momento più difficile della vita. Questo sono io, Ademaro Pinocci, stanza 209, uno di loro che ringrazia per tutta questa gioia ricevuta. ROMA 12 AGOSTO 2007 Ademaro Pinocci Gentilissimo Mons. Armando Brambilla, Le scrivo affinché Lei conosca direttamente dall' esperienza vissuta da me, Ademaro Pinocci, paziente di "Villa Speranza" stanza 209, ciò che significa conoscere don Carlo, sacerdote cappellano presso questo presidio ospedaliero. Voglio scrivere questa lettera di encomio per ringraziare don Carlo e Lei in modo particolare, perché permettete a noi, fragilmente ricoverati in questa struttura, di poter essere accompagnati da "questa forza straordinaria". Don Carlo quotidianamente ha alimentato uno dei più bei rapporti umani che Dio in vita mi ha donato. E' presenza assidua a rigenerante, forte e delicatissima, sacerdote, ma soprattutto uomo, in grado di entrare in contatto profondamente nei disagi e nelle difficoltà personali agendo in modo proficuo dal punto di vista psicologico e spirituale; ha la capacità di intelaiare con cura tanti sottilissimi "fili d'amore" tra le persone e le situazioni di vita all'interno di Villa Speranza, che si concretizzano in momenti veramente preziosi. Voglio che Lei sappia che ho chiesto a don Carlo di continuare a seguire la mia fami- I P.S.: Ho dettato questa lettera a mia figlia Donatella perché mi trovo impossibilitato a scriverla personalmente. A proposito del testamento biologico disegni di legge sul testamento biologico attualmente in discussione nella Commissione Sanità del Senato partono dal principio dellautodeterminazione del paziente ma non tengono conto né dellArt. 32 della Costituzione Italiana né dellArt. 5 del Codice Civile della Repubblica Italiana. LArt.32 della Costituzione Italiana recita: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dellindividuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. LArt. 5 del Codice Civile recita: Gli at- ti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica. Il paziente ha il diritto di essere curato nel modo migliore dai medici ma non ha il diritto di morire, perché la vita e la salute sono beni indisponibili tutelati dallo Stato. Il principio dellautodeterminazione può essere interpretato univocamente come nel caso di un paziente affetto da gangrena di un piede, il quale rifiutasse lintervento chirurgico di amputazione e morisse. A mio avviso, una simile scelta non può essere considerata ra- 23 zionale, e pertanto il paziente dovrebbe essere giudicato incapace di intendere e di volere, ed amputato anche contro la sua volontà. Un altro esempio è il rifiuto della trasfusione di sangue per motivi religiosi: nei casi di imminente pericolo di vita, il magistrato può autorizzare il medico ad effettuare la trasfusione di sangue anche contro la volontà del paziente, rispetto alla quale prevale la tutela della salute e della vita quali beni indisponibili. Nel caso di un paziente che venga a trovarsi in uno stato vegetativo persistente, per cui viene invocata la necessità di una legge sul testamento biologico, credo che spetti ai medici stabilire quando una terapia medica è inutile e sproporzionata ed è da considerarsi accanimento terapeutico. Se il paziente è cosciente e capace di intendere e di volere, lalleanza tra il paziente ed il medico è la premessa indispensabile per fare la scelta più giusta nellinteresse del paziente e nel rispetto della vita. Lesempio più luminoso di questa alleanza è quello lasciatoci dal Santo Padre Giovanni Paolo II, il quale, messo di fronte alla prospettiva di essere collegato al respiratore automatico al fine di prolungare la sua esistenza in vita, rifiutò e disse che preferiva tornare alla Casa del Padre. Questo esempio ci richiama alla mente il più recente caso di Piergiorgio Welby. Anche in questo caso si è trattato del rifiuto del respiratore automatico, quindi del rifiuto dellaccanimento terapeutico. Il caso Welby è stato tuttavia strumentalizzato al fine di propagandare in Italia leutanasia. Negli U.S.A. la legge sul testamento biologico esiste dal 1991 e dopo più di 15 anni soltanto il 15-20% degli americani ha un testamento biologico e, di questi, quasi tutti sono vecchi perché i giovani non pensano alla morte. Negli U.S.A., pertanto, il testamento biologico è sostanzialmente fallito, non ha risposto alle aspettative e non ha alcuna influenza su come viene gestito un paziente al termine della vita (Howard Doyle, Albert Einstein College of Medicine di New York, incontro del 27 luglio 2006 in Commissione Sanità del Senato). È davvero necessaria una legge sul testamento biologico in Italia? Non cè invece il rischio di uno scivolamento verso leutanasia? Io credo che la professionalità dei medici e lalleanza tra medici e pazienti possano risolvere tutte le situazioni, anche le più drammatiche. Limportante è che i casi più complessi siano trattati nei centri di elevata specializzazione e non nellOspedale vicino casa. Io credo che la cultura, prevalente in Italia, di volere lOspedale vicino casa, per cui la popolazione di ciascuna cittadina di provincia, di ciascun paese, di ciascun quartiere pretende di avere il proprio Ospedale, debba cedere il passo alla cultura delleccellenza nella Sanità. I migliori risultati terapeutici si ottengono nei centri di elevata specializzazione per ogni singola patologia. Ad esempio, per le specializzazioni chirurgiche, è dimostrato che unEquìpe deve eseguire più di 30 procedure dello stesso tipo allanno per essere considerata specializzata in quel tipo di procedura. Pertanto, un paziente che deve essere operato di gastrectomia totale per cancro dello stomaco dovrebbe essere operato da unEquìpe che esegue più di 30 gastrectomie totali allanno. Lo stesso ragionamento vale anche per i pazienti affetti da malattie incurabili o terminali: essi devono essere trattati in centri specializzati in terapie palliative e non abbandonati a sé stessi. Unultima considerazione riguarda i pazienti in stato vegetativo permanente, i quali non hanno nessuna chànce di recupero, ma i cui familiari non si rassegnano e diffidano i medici dallo staccare la spina: anche in questi casi, la decisione spetta ai medici, purché siano osservanti dei principi etici indicati dal codice deontologico, gli unici in grado di valutare con certezza la prognosi dei pazienti. In conclusione, in Italia non si avverte la necessità di una legge sul testamento biologico ma si ravvisa lurgenza di una legge istitutiva dei Centri di Eccellenza in Medicina e Chirurgia. prof. Vito DAndrea Docente di Chirurgia Generale alla Sapienza Università di Roma 24 più e le mie anche sono in uno stato pietoso. Signore, non so se camminerò più, se troverò in questo intervento la soluzione definitiva per risolvere il mio problema che mi segue da una vita. Ma devo affrontarlo! Ti ringrazio Signore, perché mi hai donato un carattere estroverso, ottimista che mi fa vedere sempre il lato positivo della vita; mi hai chiamato a vivere una avventura meravigliosa con te, e mi aiuti a superare tutti gli ostacoli: di non poter più andare a lavorare, di non poter più rendermi utile nel servizio, di poter accettare i miei limiti, di affrontare la mia pochezza di persona e il timore di poter rimanere tale. Ho toccato con mano la fragilità e la precarietà della mia vita. Mi sono ritrovata ancora una volta nella realtà dellospedale; ho fatto parte di un mondo tutto particolare, il mondo dei malati. Questa volta sono sola senza i miei genitori, che hai richiamato a te Signore in un breve giro di tempo luno dallaltro, ma che, comunque, li ho sentiti sempre vicini. Sono però circondata dallaffetto della mia sorella che mi ha assistito, dei miei parenti, delle mie amiche. Non mi sono sentita abbandonata, perché, Tu Signore eri lì nel sorriso, nelle parole dei medici, degli infermieri, dei miei amici, dei miei cari, di tutti gli altri ammalati che insieme a me vivevano il periodo di riabilitazione e tra i quali mi sentivo tra quelle più sane, più fortunate e pensavo che non avevo da chiederti nulla, non avevo diritto, perché avevo tutto. Ho vissuto un periodo intenso, importante; ho capito che cosa vuol dire aiutare ed essere aiutato, amare ed essere amato nella malattia, sorridere e fare sorridere nella sofferenza. Grazie Signore, perché tu mi sei stato sempre vicino, perché non mi è mancato il tuo nutrimento, grazie perché ancora una volta mi hai detto ti voglio bene. Il cammino, però non è finito, devo affrontare ancora un altro intervento: sarà lultimo?! Signore, mi rivolgo a te, mi rimetto nelle tue mani. Sono sicura che tu mi sei sempre vicino, perché anche questa ennesima fatica sia portata a buon termine. Mi affido nelle tue mani, sia fatta la tua volontà, Signore. Amen Giulia Una storia... una vita È la mia una lunga storia, iniziata dalla nascita: è stato un rincorrersi di medici, controlli, ospedali. Ma, la mia vita è stata tutto sommato, serena, tranquilla; non perché, da quando ho avuto il dono della ragione, non capissi il mio handicap, ma perché il mio pensiero principale era quello di non preoccupare i miei cari che soffrivano accanto a me. Sono nata con le anche lussate, sono displessica, una malattia ereditaria. Sono stata trattata per la lussazione delle anche, dopo sei mesi dalla nascita; a 17 anni, ho affrontato due interventi per piede valgo e alluce valgo: operazioni definite importanti, in quanto se non le avessi fatte, in seguito non avrei più potuto camminare. Ho affrontato questi interventi, forse, con lincoscienza di una diciassettenne; rafforzata dalla promessa che dopo loperazione avrei potuto mettere qualunque tipo di scarpa sognasse una giovane: era tutto unutopia, perché, in realtà di scarpe ne ho potuto metterne soltanto alcuni determinati tipi. Di quel periodo ricordo una cosa molto bella: avevo iniziato a frequentare le scuole superiori (il primo magistrale dalle suore francescane, che però ho dovuto sospendere per via delloperazione), mi fu regalata una piccola statuina della Madonna, unimmagine che mi segue fino ad oggi. Maria, Madre nostra, mi ha sostenuto, mi ha protetto nella figura di mia madre e di mio padre che mi sono stati sempre accanto, e protetto come la chioccia coi pulcini. Mi sono stati tutti vicini anche con la preghiera. Oggi, mi ritrovo ad affrontare un altro intervento: è necessario perché quasi non cammino 25 S estrema insicurezza: ogniqualvolta mi piaceva una ragazza la paura di non essere corrisposto mi portava a "non dichiararmi". Questo anche dinnanzi a "messaggi" neppure tanto velati d'incoraggiamento. Era l'orrore dell'errore che mi avrebbe perseguitato per gran parte della vita! Il pensiero che mi scattava in mente era sempre il medesimo: "e SE l'ha fatto solo per amicizia?". E così nell'attesa di prove sempre più schiaccianti, il finale era sempre lo stesso: non concludevo nulla. Lascio solo immaginare quale senso di rabbia e repressione provassi quando, specialmente al ritorno dalle vacanze, tutti gli amici raccontavano le loro esperienze sentimentali ed io ero costretto al silenzio ovvero a dire bugie. Riversavo pero che questa mia esperienza possa rivelarsi utile a tanti che come me convivono quotidianamente con la sofferenza perché come disse Goethe "ho imparato dalla malattia molto di ciò che la vita non sarebbe stata in grado di insegnarmi in nessun altro modo". Nel corso, della mia esistenza raramente ho fatto quello che desideravo. Sin dall'infanzia ho evidenziato una sensibilità talmente spiccata che mi era quasi impossibile dire di no a qualcuno (specialmente se bisognoso) e quando accadeva venivo subito dopo divorato dai sensi di colpa. In altre parole, nella mia mente erano presenti dei pensieri che solo più tardi scoprii essere irrazionali: bisogna essere amati e approvati da tutti A L' more vince tutte le malattie così sempre più questa mia insoddisfazione nel- altrimenti si verrà puniti. Il soprannome che gli amici mi avevano affibiato era "Garrone" il celebre personaggio del libro Cuore noto per la sua generosità ed umanità. La mia unica via di salvezza per non sottostare alla volontà altrui era la fuga: non rispondevo al citofono oppure mi nascondevo quando vedevo in lontananza qualcuno di cui non gradivo la compagnia. La mia famiglia estremamente protettiva, non facendomi mancare di nulla, alimentava questa mia inclinazione naturale verso il prossimo. La situazione con l'avanzare dell'età è andata via via peggiorando: mentre gli altri (mediamente) andavano rafforzando il loro carattere io, di pari passo, mi appiattivo sempre di più sulle decisioni e desideri altrui con l'unico limite, questo si inamovibile, di non fare mai del male a nessuno. Lo sviluppo psicoaffettivo della mia adolescenza non poteva che risentire di questa mia lo studio. Questo sviluppo distorto della personalità raggiunse il suo apice quando concluso il liceo decisi di iscrivermi all' Università degli studi "La Sapienza" di Roma. Per quanti non conoscessero la realtà di questo Ateneo, che possedeva il triste primato di avere la popolazione studentesca più numerosa d'Europa (con la facoltà di giurisprudenza da me prescelta, in prima fila), alla fine degli anni 70' inizio anni 80' posso dire che si era in presenza di un'esperienza altamente disumanizzante. Infatti, il rapporto con i professori era quasi del tutto inesistente a causa della concomitanza di due fattori principali: l'alto numero di studenti e l'altro era dovuto agli impegni professionali di molti docenti. Preparavo l'esame in maniera ossessiva: assistevo a 3-4 appelli prima del mio annotando con cura, dall'inizio alla fine, tutte le domande formulate. Successivamente, tornato 26 a casa, studiavo dalla mattina alla sera per approntare le risposte più perfette. Le notti che precedevano l'esame erano le più stressanti: nel buio della mia stanza, con gli occhi chiusi ma senza dormire, madido di sudore continuavo a chiedermi, in una sorta di meccanismo infernale senza fine: SE mi chiedono questo risponderò così, Se mi chiedono quest'altro invece risponderò e così via per tutta la notte. La situazione si perpetrava poi fuori dall'aula di esame prendendo, questa volta, spunto dalle domande poste ai colleghi che avevano sostenuto la prova. Ricordo di aver avuto più volte la tentazione di fuggire perché stremato mentalmente. va in forma di domanda (Se vado male all'esame quante volte dovrò rifarlo? Se muoiono i miei genitori chi provvederà alla mia salute? Chi mi manterrà? etc....) mi faceva prefigurare dei scenari sempre più apocalittici. Contemporaneamente venni colto da un ansia fortissima e da un senso di paura che spesso si trasformava in stati di panico. Terminata la crisi l'infernale il meccanismo del Se ricominciava nella maniera più distruttiva: se la mia mente ha imparato il percorso mentale che porta allo stato di panico sicuramente lo ripeterà ed io prima o poi arriverò a farmi del male. Sperimentai il verificarsi di una rottura della mia unità soggettiva: non riuscivo più a riconoscere un semplice mal di testa dal dolore mentale provocato dalle ossessioni (con la conseguenza, verificatasi, in alcuni casi, di curare una semplice emicrania con dei psicofarmaci o viceversa) ed, inoltre, cominciai a reprimere le emozioni negative quali la paura. (Perché un uomo non può avere paura?). Ricordo che le ossessioni erano diventate così invasive da ridurmi quasi un vegetale. Cominciai a leggere i necrologi sui giornali concentrando la mia attenzione sulle morti dei giovani e mentalmente per farmi forza mi dicevo: vedi ora Lui o Lei non ci sono più sebbene più giovani di te. Tu almeno, sia pur in queste condizioni, puoi ancora lottare. La notte non dormivo più ma, al tempo stesso, il mattino seguente ero costretto ad alzarmi dal letto ed uscire di casa nell'estremo tentativo di interrompere il disturbo ossessivo. E così con il volto tumefatto ed i piedi che si trascinavano per la stanchezza (perlopiù' imbottito anche di psicofarmaci) facevo le mie passeggiate nel quartiere. Una volta arrivai fino alla Chiesa, nella stanchezza e sofferenza più cupa, per chiedere al Sacerdote quale sarebbe stato, a suo parere, il giudizio Divino su di me qualora in quelle condizioni mi fossi suicidato. Tornato a casa mia madre livida mi chiese di limitare le mie uscite in quanto nel quartiere si era sparsa la voce che mi drogavo. E così alla solitudine derivante dalla malattia che restringeva il mio universo ad una gabbia posta sopra il collo (come io chiama- Luomo che cerca trova. Però, una volta sedutomi davanti al mio carnefice e formulata la domanda, divenivo come un fiume in piena dopo un alluvione: travolgevo il mio interlocutore, con la forza della disperazione, con la citazione a memoria di articoli del codice, sentenze e dottrina. Il risultato era quasi sempre lo stesso il massimo dei voti. Qualche professore, in alcuni casi, aggiunse anche di non aver mai incontrato studente così preparato. Ma che prova tremenda ogni, volta!! Che sfinimento!! Passo dopo passo arrivai alla completa destrutturazione della mia psiche. Proverò in breve a descrivere le sofferenze di circa due decenni (ci vorrebbe un libro per farlo bene) Infatti, a due esami dalla laurea cominciai a dubitare di tutto. La patologia si era completamente impadronita di me . Il pessimismo che si esprime- 27 vo la mia testa) si aggiungeva quella di una società impostata su modelli neoliberali della vita sociale che promuovono solo il bello ed il sano. Mi sentivo così, sempre più, una vita di scarto. Così feci (ma il Signore mi ha ampiamente ripagato donandomi una moglie stupenda). Infine, mi assestarono il colpo finale, che comportò il completo dissolvimento della mia personalità, quando mi dissero di abbandonare la religione perché se vissuta assiduamente poteva ingenerare, attraverso la strada del peccato, l'insorgenza di sensi di colpa. E la medicina? Ma la solitudine peggiore, quella che mi gettava veramente nella disperazione era l'incapacità di capire, di relazionarsi ed in qualche caso di ascoltare della classe medica (sia pur con le dovute eccezioni). Mi sentivo un vegetale e come tale venivo trattato. Ero solamente un oggetto. La mia soggettività era del tutto negletta. Non contava nulla. Infatti, anche in questa branca della medicina si vanno sempre più affermando quelle teorie che traggono origine dallo scientismo oggi sempre più dilagante e per le quali l'uomo è soltanto una particella della natura (Gaudium et Spes. n. 14). Il mio stato di malattia veniva sempre più ricondotto a problemi genetici, di DNA, di mancanza di serotonina, di neuro trasmettitori che non funzionavano etc... Pertanto, la guarigione non poteva che avvenire tramite la somministrazione sempre più massiccia di psicofarmaci (fino a 15 al giorno) che avrebbero riequilibrato le sostanze mancanti. E con una razionalità proprio scientifica che sapeva quasi di una strategia premeditata al tavolino cominciò l'attacco alla mia sfera soggettiva. A riprova di quanto ho appena affermato riporto alcune frasi pronunziate da questi Soloni della scienza: Roberto non fare lo stupido (uso questo eufemismo per non scandalizzare i lettori); lei è un invalido; la gente si suicida per molto meno (la frase peggiore per chi convive ogni giorno con questa paura!). Il piano continuò consigliandomi di lasciare la ragazza che frequentavo da ben undici anni e la casa in cui vivevo con i miei genitori perché pur non essendo loro la causa del mio malessere facevano oramai parte del grigiore che mi circondava. Venni a trovarmi senza punti di riferimento Si realizzò in me così la frattura delle tre relazioni costitutive dell'essere uomo: quella che intercorre con Dio dal quale si riceve la vita; il rapporto con il proprio simile, incarnato dalla donna e , infine, il nesso con il creato (la malattia aveva del tutto oscurato il mondo intorno a me, la mia umanità, la coscienza dell'altro.) Fu così che capitolai e venni ricoverato in una clinica dove, attraverso la somministrazione di farmaci per via endovenosa, riposavo per la maggior parte del tempo. Nei rari momenti di lucidità, sia pur immerso nel torpore, recitavo mentalmente quella che e' una costante in tutte le civiltà la preghiera del malato che terminava sempre con una domanda altrettanto eterna: Signore perché proprio a me?. Dimesso dalla clinica stavo meglio ma ero perfettamente cosciente che non ero guarito. Il sonno artificiale aveva prodotto solo una parentesi nella mia vita. Dovevo trovare una vera "cura" al mio male altrimenti di li a poco la patologia si sarebbe ripresentata in tutta la sua forza distruttiva. Già, ma non sapevo cosa fare: le vie della medicina ufficiale (ed anche qualche via alternativa ad es. l'agopuntura, l'omeopatia) le avevo provate tutte senza successo. Con il trascorrere dei giorni la profezia si avverrò. Ricominciai, questa volta con il fai da te, a fare uso del tavor, un tranquillante di cui in passato avevo abusato prendendone dosi massicce: 5 pasticche da 2,5 mg. (definita dagli stessi medici come quantità idonea a narcotizzare un elefante). Fu proprio in questo periodo che incontrai un mio vecchio compagno del liceo Fabio 28 (che avevo sempre stimato per la sua intelligenza) al quale confidai i miei timori per il mio stato di salute che andava peggiorando e la mia disperazione per il senso d'impotenza causato dal non vedere vie d'uscita. Lui mi ascoltò e con mia grande sorpresa (invece che compatirmi) mi disse: perché non provi ad uscire da te stesso? Non ti apri al prossimo? Non ti prendi cura di qualcuno? Esci dalla prigione in cui ti sei rinchiuso. Subito dopo mi propose di fare insieme un' esperienza di volontariato con l'UNITALSI (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali) in qualità di "barelliere" cioè coloro che prestano assistenza agli ammalati durante i pellegrinaggi organizzati dall'Associazione. In un primo momento pensai fosse impazzito. Gli risposi con rabbia: ma non hai capito che sto molto male? Come posso prendermi cura di altri se non riesco neppure ad aiutare me stesso? Mi spiegò che a volte aiutando gli altri si aiuta se stessi. E poi, mi disse, cosa hai da perdere? In effetti pensai, alternative non ne ho, e poi se va male ci sono sempre dei medici che possono aiutarmi. Così mi presentai alla stazione nel giorno e nell'ora stabilita per la partenza. Ebbi subito una grande sorpresa. Pensavo di trovarmi alla presenza di un luogo triste, di dolore ed, invece, c'era una "strana" atmosfera di allegria nell'aria La banchina di fronte al "treno bianco" era tutta invasa da giovani e meno giovani in divisa che con il sorriso sulle labbra: salutavano, abbracciavano, scherzavano ed aiutavano i malati a salire sul treno. Sembravano partire per una vacanza. Questo mi sollevò molto anche se rimase in me il senso di inadeguatezza di fronte all'impegno che mi apprestavo ad affrontare: sarò in grado di prendermi cura degli ammalati e fornirgli l'assistenza di cui necessitano? Sono domande la cui risposta si ha solo quando si affronta la situazione tanto temuta. E questo mi faceva molto soffrire abituato come ero a prevedere tutto, a programmare, a non fallire... Partito il treno mi venne affidato il compito di andare ambulante ad offrire del te' a chi ne gradisse. Man mano che attraversavo il treno di vagone, in vagone mi soffermavo sui volti che mi trovavo davanti ed in tutti quanti, malati o volontari che fossero, vi era una costante: sprigionavano una grande serenità. Una serenità che io non provavo più da anni. Nel contempo sentivo un mormorio di sottofondo. Decisi di andare a fondo e scoprii che molti stavano recitando il Rosario la preghiera di Maria nostra Mamma Celeste che da tempo avevo dimenticato. Decisi anche io di unirmi a quel coro silenzioso. Arrivati a Lourdes, fatti scendere gli ammalati, procedemmo alla loro sistemazione nelle camere dell'ospedale adiacente al Santuario. Subito dopo i volontari più anziani prepararono i turni di assistenza. A me toccò il turno di notte dello stesso giorno di arrivo. Venni preso da un momento di panico ma riuscii a controllarmi. Arrivata la sera mi presentai all'ospedale presso il piano che mi era stato assegnato. Decisi di cominciare a pregare il Signore affinché mi desse la forza di servire al meglio il fratello nel momento del bisogno. 29 FOTO WILSON L'occasione non si fece attendere verso le ore bio e gliene ero immensamente grato. 2.00 di notte squillò il campanello di una del- L'ultimo giorno la sorpresa più bella: gli amle stanze di mia pertinenza (ricordo ancora il malati avevano composto una poesia per le numero la 13). attenzioni ricevute. Risposi che non potevaMi precipitai pregando sempre più intensa- no nemmeno immaginare il bene che avevamente il Signore e mi trovai davanti una per- no fatto a me. Avevo trascorso una settimasona anziana che mi chiedeva di essere por- na bellissima. tata in bagno. Ma che ne era della mia malattia, dei psiSollevai le coperte e subito notai che era pri- cofarmaci, della mia invalidità, del DNA, va di entrambe le gambe. Ebbi un attimo di della serotonina etc.... Era forse accaduto esitazione ma subito venni riportato alla realtà un miracolo? Forse si! Il continuo miracodalla voce del mio paziente che mi solleci- lo dell'amore, del dono di sè che ti fa uscitava l'urgenza del bisogno corporale. re da te stesso. Il riscoprire "l'Amore di Impacciato per l'inesperienza lo abbracciai e Dio servendo il mio prossimo aveva rilo deposi sul water. Sucomposto la mia bito dopo provvidi alunità soggettiva. la Sua pulizia intima e La malattia mi ha inselo rimisi amorevolgnato molte cose: il mente al letto. Lui mi senso del limite; la posringraziò. Avevo avusibilità di instaurare leto il mio Battesimo! E gami autentici; la geche Battesimo!! rarchia dei valori; l'efIl giorno dopo malgrafetto taumaturgico e sado avessi riposato sonante dell'Amore per il lo tre ore, ritornai al mio prossimo. mio servizio: mi sentiCerto non sono pienavo oramai un veterano. mente guarito ma ora io Volevo stare accanto ai so che quando mi senmalati per soddisfare to male è perché non ogni loro esigenza. sto amando, mi sto Riuscivo ad andare a chiudendo di nuovo al pregare alla "Grotta" mondo al suo grido di solo la sera quando aiuto! Luomo è il fiore più bello della casa di Dio. non ero di turno ma Ricordo Eccellenza che non mi interessava. Ricordavo le parole del quando ci siamo conosciuti a Lourdes Lei di Vangelo: ogni volta che avete fatto que- fronte alle mie lamentele per gli anni persi ste cose a uno solo di questi miei fratelli nel dolore mi disse: ricordati di quello che più piccoli, l'avete fatto a me. sono riusciti a fare gli Apostoli all'età di La settimana trascorse in un baleno. La mat- cinquanta anni. tina prendevamo le carrozzelle ed accom- Oggi io ne ho 47 di anni e credo molto alpagnavamo gli ammalati alle varie funzio- la Sua profezia: chi si dona e si fa' tutto a ni religiose. Poi si tornava in albergo a pran- tutti è posto in comunione con l'Amore di zo. Il pomeriggio si riusciva per delle pas- Dio fonte originaria che lo fa divenire sorseggiate o per assistere ad altri appuntamenti gente di acqua viva per gli altri (GV. 37religiosi. 38). A volte, se le condizioni di salute dei malati Signore aumenta la mia fede affinché allo permettevano, facevamo anche delle pic- l'eterna domanda del malato: perché procole gare tra carrozzelle. prio a me? Io possa rispondere e a chi alL'atmosfera era sempre serena anzi giovia- tri se no? No a nessun altro! le: sembrava ci conoscessimo tutti da sempre. Sentivo su di me lo sguardo vigile di FaRoberto di Lourdes 30 C Gli antichi Ospedali di Roma ome già visto nella puntata precedente, gli obblighi dei giovani di corsia erano praticamente illimitati, poiché in sostanza dovevano espletare tutte le mansioni necessarie al buon servizio dei malati. Ogni lavoro era descritto minuziosamente come questo riguardante la distribuzione del cibo: "Per la somministrazione della Carità, o sia vitto agl'Infermi, dovranno li sud .i [suddetti - N.d.A.] Giovani di Corsia prendere nella dispensa il Pane, e Vino, ed apparecchiato che avranno gl'Infermi med.i di Salvietta, Cocchiaro e Forchetta, procederanno alla distribuzione di ciò, che a quelli è stato destinato. Ed uno di loro portarà seco l'acqua nell'Inverno calda, e nellEstate, fresca con Concolina, ed Asciugamani, affinché l'Infermi possano lavarsi le mani. Avanti e dopo la Carità dovranno i med.i assistere alla recita delle solite Preci e delle Litanie della Madonna La tariffa del vitto, che segue alle regole dell'ospedale, contiene le tabelle dietetiche per il personale e gli ammalati. A questi, fino a quando erano febbricitanti, si dava quello che ordinava il medico di volta in volta, tenendo conto delle esigenze cliniche del caso. Quando invece erano convalescenti "di tutto vitto" ricevevano la mattina: "Vitella lib. Mezza [gr. 169] Gallina un quarto Pane bianco a Xna pagnotta mezza [gr. 140 circa] Vino Foglietta una [l. 0,513] Minestra di Fedelini o Farricello o Riso oncie 2 [gr. 56]". La sera invece avevano diritto a: "Pane bianco a Xna pagnotta mezza Vino Foglietta una Minestra di Semmolella oncie 2 oppure Pambollito o Pangrattato, un quarto di pagnotta Ova fresche una, seppure il medico invece dell'ova non ordini insalata cotta. Come già visto, le ultime norme regolanti LOspedale di S. Maria dellOrto (Seconda Parte) SSma. e nella sera prima di Cena alla recita delle altre, e del Rosario". Il cuoco e il facchino completavano il personale dell'ente: il primo doveva essere "un provetto soggetto per esercitare questo officio con un onesto Salario, commodo [uso N.d.A.] di Stanza, Biancaria da tavola ed il letto fornito delle sue biancarie". Per il suo lavoro poteva servirsi "dell'aiuto ed opera del Facchino con condizione che debba servirsene nelle ore, nelle quali non disturbi, ed impedisca il servizio, e bisogni degl'Infermi". Per i prelevamenti di cibarie il cuoco dipendeva dal Maestro di Casa che amministrava la dispensa e la cantina di tutta la "Casa" comprendente l'ospedale ed il resto del personale dipendente dall'Arciconfraternita addetto ad altre mansioni1. Da un'altra fondamentale opera di Antonio Martini ("Le Confraternite romane nelle loro chiese" - Roma, 1963) traiamo invece quest'ultima interessante annotazione: l'attività dell'ospedale furono emanate il 13 aprile 1795, ma l'ospedale stesso non sopravvisse di molto: cessò ogni attività pochi anni più tardi, al tempo delle spoliazioni operate dalla cosiddetta "Repubblica giacobina" del 1798-99, quando arredi e materiali furono asportati per uso di casermaggio ed il cospicuo patrimonio venne depredato. Da un documento d'archivio dell' Arciconfraternita2 ricaviamo qualche dato utile per capire la dimensione del fenomeno che, purtroppo, andava ad estinguersi. Da tale Bilancio si può rilevare che nel corso dei 17 anni ivi contabilizzati erano stati curati 2.377 infermi (con una media di circa 140 all'anno) mediante 26.500 giorni di ricovero complessivo (degenza media circa 11 giorni pro capite) e che i decessi erano stati 126. Tale era il suo prestigio che il nosocomio era stato beneficiato, nei secoli, da diversi sgravi fiscali concessi dai Pontefici, come l'esenzione dal dazio sul vino proveniente dai Castelli Ro- 31 mani in ragione di 60 barili annui, oppure come il "sale gratis in perpetuo per XL persone ognanno à ragione di lib. XV per ciascuna" decretato da Clemente XI nel 1713. In realtà il ciclone napoleonico aveva dato il colpo di grazia ad una istituzione che, se brillava sotto il profilo della pietà, versava invece già da tempo in qualche difficoltà sotto il profilo gestionale, senza contare che taluni ospedali viciniori avevano oramai assunto nel territorio un prestigio ben più rilevante. Passata la bufera, il sodalizio stipulò una convenzione con il vicino Ospedale dei Fatebenefratelli per assicurare l'assistenza sanitaria ai propri iscritti. Nel 1827, perdurando l'impossibilità di riattivare l'ospedale, tale contratto prevedeva il pagamento di 20 bajocchi per ogni giorno di ricovero, assicurato ai soli malati contribuenti. Un accurato sopraluogo nelle strutture della vecchia istituzione fu effettuato nel 1836 ma il risultato fu scoraggiante: per il pieno ripristino sarebbero occorsi oltre 4.000 scudi, una somma enorme che l'Arciconfraternita non era assolutamente in grado di impegnare (circostanza poi codificata nell'art. 98 dello Statuto datato 1842). Nel 1852, infine, il fabbricato fu interamente espropriato dal governo pontificio. A fronte di tale incameramento venne corrisposta un'indennità di esproprio pari a 100 scudi annui: di fatto, una somma irrisoria nella forma e irridente nella sostanza. *** Prima di concludere questo capitolo, è necessario soffermarsi su un dato di fatto, ossia che i confratelli furono sempre orgogliosi e gelosissimi di tutto ciò che atteneva l'antico ospedale (da essi reputato la maggior gloria del sodalizio, anche perché realizzato ben prima della stessa chiesa). La circo- stanza è peraltro corroborata dall'episodio legato alla traslazione nell'oratorio dell'altare che ornava la corsia centrale del nosocomio. Come appena visto, nel 1852 il governo pontificio requisì il corpo di fabbrica, ormai inattivo da più di mezzo secolo, onde farne il primo nucleo dell'erigenda Manifattura Tabacchi3, ma i fratelloni che ancora non avevano abbandonato il sogno di riattivare l'ostello sanitario4 e mal tollerando quello che ritenevano un sopruso5 con un rapido colpo di mano s'impossessarono dell'altare in questione per far sì che almeno quello non cadesse in mani indegne (!). Anzi, la classica tradizione orale vuole che ciò sia stato fatto nel corso d'una sola notte, precisamente quella che precedette l'arrivo degli operai incaricati delle demolizioni. A ricordo dell'evento i sodali vollero apporre nell'oratorio questa epigrafe: Dall'ospedale eretto a sollievo dei confratelli infermi di S. Maria dell'Orto fu tolto questo altare di varii marmi quando quell' asilo di cristiana carita' per le vicende dei tempi mancava e nell'anno 1852 fu collocato in questo oratorio nuovamente erigendolo e dedicandolo al maggior culto della Vergine per decreto di congregazione. Domenico Rotella 32