N. 53 dicembre 2007
ORGANO DELLA PASTORALE SANITARIA DELLA DIOCESI DI ROMA
BUON NATALE
N. 53 dicembre 2007
S O M M A R I O
Organo
della Pastorale
Sanitaria
della Diocesi
di Roma
Direzione, Redazione
e Amministrazione
Vicariato di Roma
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Specificando la causale:
“Pastorale Sanitaria 22-6-791”
Oggi è nato per noi un salvatore
3
Perché sono nato, dice Dio
Epifania 2007
4
Nella grotta dove nacque il Redentore
5
Nove invocazioni a Gesù
6
Iniziativa natalizia – In Ospedale
7
Il ciclo vitale di Gesù
8
La salute segno concreto di redenzione
10
Fermarsi accanto al malato
11
...all’Ospedale S. Pietro...
12
I seminaristi al Policlinico Umberto I
13
Nella casa di riposo “Villa Primavera”
14
Una bella esperienza
15
Insieme per la vita
16
Inserto
Il filo dall’alto – L’ultima fiaba
Ministri straordinari della comunione
17
Lettera aperta di una volontaria
19
Volontari siamo noi!
20
Buona coscienza e fede cristiana
21
Dall’Hospice “Villa Speranza”
A proposito di testamento biologico
23
Una storia... una vita
25
L’Amore vince tutte le malattie
26
L’Ospedale S. Maria dell’Orto
31
Periodico Trimestrale Registrato
al Tribunale di Roma
Reg. Stampa n. 200 del 12.4.95
Finito di stampare il 5 dicembre 2007
per i tipi della PrimeGraf
Tel. 062428352 (r.a.) - Fax 062411356
PAG
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2
È
Salvatore
Oggi è nato
per noi un
l'Annuncio che si ripete più volte nella notte Santa di Natale e che proclama quanto gli
Angeli hanno cantato sulla Grotta di Betlemme per dire la nascita di Gesù. Ciò che è
accaduto in quella notte è stato fondamentale
per tutta la storia degli uomini, per la sorte di
ognuno di noi, per l'intera umanità, sia prima
di Cristo che dopo Cristo, e lo sarà fino alla
fine dei tempi.
Gesù è diventato uno di noi; Lui è il figlio eterno del Padre, ha assunto la nostra umana debolezza, le nostre paure, i nostri limiti, le miserie di peccato e l'abisso di dolore per salvare l'umanità dal non senso della vita, dal nulla della morte. Il progetto di salvezza che Dio
aveva preparato da tutta l'eternità trova il suo
compimento nella nascita di Gesù, il vero e
unico salvatore del mondo.
Come i pastori sono stati invitati dagli angeli
a porsi in cammino per vedere il grande evento di gioia, anche noi dobbiamo incamminarci verso il Signore Gesù, scomodandoci dalle nostre certezze e comodità per incontrare
nella povertà di una stalla la potenza di Dio
fattasi debolezza e piccolezza. Di fronte al povero segno che è un bambino i primi atteggiamenti che dobbiamo assumere sono quelli del silenzio e della contemplazione, inginocchiandoci così come hanno fatto Giuseppe e Maria.
Il mistero del presepe è comprensibile solo se
si vive nel silenzio che viene riempito dalla
grazia di Dio. Il frastuono, il chiasso, non permettono di percepire la presenza del Signore
che si manifesta nella debolezza e nella povertà e che quindi ha bisogno di essere decifrato nella contemplazione. Ciò che Dio ci
spiega nel silenzio e nella contemplazione è
molto di più di ciò che possono dire le nostre
o le altrui parole.
E quale tempo migliore di silenzio ci può essere di quello della malattia, quando si è soli
con se stessi e si ha molto tempo per pensare,
riflettere e contemplare il mistero del Verbo
incarnato che si manifesta nella povertà di un
bambino, debole e indifeso?
Gesù è il volto umano dell'amore di Dio verso l'uomo, ma in particolare verso gli umili, i
sofferenti, i dimenticati, gli uomini e le donne che si sentono soli e abbandonati, in mez-
zo a tanta gente, a motivo del loro dolore spesso incomunicabile e incomprensibile a chi è
abituato a vivere la vita in modo frenetico.
Ecco la novità del Natale: Gesù è una presenza
personale che si avvicina, che ci prende per
mano e ci solleva, perché è il mistero di Dio
che si china sull'uomo debole e bisognoso di
salvezza e lo rialza e gli dona la speranza di
ricominciare.
Ciò che contempliamo nel Santo Natale è uno
stupendo prodigio è un dolce miracolo dell'amore divino. Per capire tutto ciò non basta l'intelligenza ma occorre un cuore pieno di amore perché solo con l'amore si può capire le
"opere dell'amore".
Diceva lo scrittore Pascal "Il cuore ha delle
ragioni che l'intelligenza non capisce".
La speranza che nasce dalla festa del Natale
non è un'utopia, ma è una forza che può smuovere ogni pietra che chiude il nostro cuore,
ogni sofferenza che ci rende paralitici, ogni
dolore che non ci permette di vivere pienamente la nostra esistenza. Allora, come ci dice il Salmista: "Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra" per il dono grande di Dio: Gesù il Verbo
che si è fatto carne per amore nostro.
Trasfigurazione del dolore
L'annunzio del Natale trasfigura il pallido e
feroce nemico che è il dolore e rende più belle anche le corsie degli Ospedali e delle Case
di Cura, perché in questi luoghi non si è più
soli ma c'è con noi Gesù Salvatore. Viviamo
questo scambio meraviglioso di doni che Gesù è venuto a fare con ciascuno di noi: doniamogli la nostra povertà, tutte le nostre miserie e Lui ci donerà la sua divinità. Questa è la
forza travolgente del Santo Natale, è la luce
nuova che ogni anno viene ad illuminare le tenebre, è la parola che viene a incoraggiarci per
andare avanti. "A quanti lo hanno accolto
ha dato il potere di diventare figli di Dio"
(Gv 1,12).
Con questa fiducia possiamo e dobbiamo
pregare Dio che ci ha concessi di diventare
suoi figli; certamente non ci negherà ciò di
cui abbiamo bisogno: la serenità, la pace, la
forza di lottare contro ogni male, morale,
corporale e spirituale, la gioia di testimo-
3
niarlo anche nella prova.
“Gesù, figlio del Dio vivente, sole che illumina ogni oscurità, dono di giustizia, consigliere ammirabile, principe della pace, figlio della Vergine Maria, illumina tutti i
giorni della nostra vita, quelli belli e quelli
pieni di dolori e di sofferenze, rendici obbedienti al tuo comando d'amore, pazienti
nelle prove, uniti e umili di cuore, disponibili agli altri, silenziosi e contemplativi, po-
veri di spirito, costruttori della civiltà dell'amore, fa che la tua nascita allieti il mondo intero, soprattutto i luoghi dove manca
la speranza e che tutti i popoli godano i benefici della tua redenzione”. Amen.
Buon Natale e felice Anno nuovo.
X Armando Brambilla
Vescovo Ausiliare di Roma
Delegato per la Pastorale Sanitaria
PERCHÉ
PERCHÉ
PERCHÉ
PERCHÉ
SONO
NATO,
SONO
NATO,
SONO
NATO,
SONO
NATO,
DICE
DIO
DICE
DICE
DIO
DICEDIO
DIO
Sono nato nudo, dice Dio,
perché tu sappia spogliarti di te stesso.
Sono nato povero, perché tu possa
considerarmi l'unica ricchezza.
Sono nato in una stalla perché tu impari
a santificare ogni ambiente.
Sono nato debole, dice Dio.
perché tu non abbia mai paura di me.
Sono nato per amore
perché tu non dubiti mai del mio amore.
Sono nato di notte
perché tu creda che posso illuminare
qualsiasi realtà.
Sono nato persona, dice Dio.
perché tu non abbia mai a vergognarti
di essere te stesso.
Sono nato uomo
perché tu possa essere "dio".
Sono nato perseguitato
perché tu sappia accettare le difficoltà.
Sono nato nella semplicità
perché tu smetta di essere complicato.
Sono nato nella tua vita, dice Dio,
per portare tutti alla casa del Padre.
Epifania 2007
O piccolo Gesù, davanti a Te che Ti mostri
a noi così piccolo e indifeso, bisognoso di
tutto; Tu che sei l’unigenito Figlio di Dio;
Tu, che ti sei fatto povero per amore nostro,
per salvarci; io, povera creatura, non posso
che piegare le ginocchia e adorarti!!!
Gesù Signore, confidando nella immensa
bontà, desidero ardentemente chiederti tre
grazie:
– La I è per tutti quei bambini che soffrono
violenza; a quelli che è impedito di nascere; a quelli che soffrono la fame.
– La II è per la famiglia, così importante
per la crescita dei figli, famiglia che oggi si tenta di distruggere!
– La III per la santa Chiesa, il Papa Benedetto XVI e per le tante e sante vocazioni sacerdotali e religiose.
Grazie piccolo Gesù
Lambert Noben
Una nonna di 80 anni che prega
4
B
etlemme (casa del
pane) si trova per
la prima volta ricordata nella
Genesi col nome di Efrata
(piena
di
frutti) a proposito della
morte di
Rachele
seppellita
da Giacobbe in quella località.
Qui avvenne il grazioso idillio che preparò
il matrimonio di Rut con Booz, uno degli
antenati di Davide. Fu a Betlemme che il
profeta Samuele consacrò David re d’Israele. Ma Betlemme acquistò una rinomanza immortale e divenne una città celebre in perpetuo per la nascita del divin Salvatore. (...) Betlemme è situata su due colline, che scendono, per un succedersi di ripiani coperti di vigne e d’olivi. Sulla collina occidentale, la più elevata, era la città
biblica ove trovasi ancor oggidì la più gran
parte della città attuale. La collina orientale, meno alta ma più larga, ha sulla spianata superiore la basilica della Natività con i
tre principali conventi. Qui si trovava 20
secoli or sono il Carovanserraglio di Betlemme, al quale apparteneva una vasta
grotta che serviva la stalla.
Questa grotta santificata dalla nascita del
Salvatore fu presto circondata dalla venerazione dei fedeli, malgrado la profanazione di Adriano che nel 135 per cancellare il
ricordo della nascita di Cristo vi stabilì il
culto di Adone. Ma l’idolatria ebbe poco
successo, poiché un secolo più tardi Origene potè già far risuonare altamente questa
sfida agli orecchi degli avversari del Cristianesimo, e dir loro: “Se alcuno desidera assicurarsi, pur lasciando da parte la
profezia di Michea e la storia di Cristo
scritta dai suoi discepoli, che Gesù è nato a Betlemme, sappia che, a conferma di
quanto narra il Vangelo, si mostra a Betlemme la grotta nella quale egli nacque.
Tutti lo sanno nel paese, ed i pagani stes-
si ridicono a chi
vuol saperlo che
nella detta caverna è nato
un
certo
Gesù, che i
cristiani
adorano
ed ammirano”. La
grotta
della
Natività fa
parte di un insieme di caverne scavate in
una roccia calcarea molto dolce.
Quando si costruì la Basilica (verso la metà
del IV secolo) la Grotta stessa fu trasformata in cripta: ed il soffitto naturale, poco
solido, dovette cedere il posto ad una volta
in muratura. Il santo Presepio fu rispettato;
due scale conducono alla santa Grotta. Sotto l’altare principale brilla, incastrata nel pavimento, una stella d’argento dorato, intorno alla quale si leggono queste parole: “Hic
de Virgine Maria Jesus Christus natus est”.
Al di sopra dell’altare frammenti di mosaico lasciano supporre che tutta la cripta doveva essere riccamente decorata.
Quattro passi più in là, verso Sud-Ovest, si
scende per tre scalini nell’oratorio del Santo Presepio dove la Vergine Madre stese sulla paglia Gesù. Uno scavo nella roccia, ricoperta di marmo, rappresenta la mangiatoia. Di faccia al Presepio, venne eretto un
altare dedicato ai santi re Magi.
Nello sfondo della grotta, dietro le tappezzerie d’amianto, si vede ancora la roccia; dappertutto la cripta è coperta di marmo, rischiarato da numerose lampade. Le adiacenze
della S. Grotta, quelle che occupano il sottosuolo del lato Nord della basilica, servirono di sepoltura, come ci attestano contemporanei, ai santi Innocenti, a S. Girolamo, a
S. Eusebio da Cremona, a S. Paola e a S. Eustochio sua figlia. Una porta praticata in fondo alla Grotta conduce attraverso uno strettissimo corridoio ad un altare dedicato nel
1620 a S. Giuseppe.
La Terra Santa
5
N
ove invocazioni a
Gesù
La devozione più conosciuta è la novena che rimanda a una secolare tradizione.
Consiste in nove invocazioni a Gesù, una per ogni giorno della sequenza:
1
2
3
4
5
6
7
8
9
O Bambino Gesù, eccomi ai tuoi piedi. Mi rivolgo a te che sei tutto. Ho tanto bisogno del tuo aiuto! Donami, o Gesù, uno sguardo di pietà e, poiché sei
onnipotente, soccorrimi nella mia necessità.
O Gesù, splendore del Padre celeste, nel
cui volto rifulge il raggio della divinità,
io t'adoro mentre ti confesso come vero
Figlio del Dio vivo. Ti offro, o Signore,
l'umile omaggio di tutto il mio essere.
Ch'io non abbia mai a separarmi da te,
mio sommo bene.
O santo Bambino Gesù, nel contemplare il tuo volto da cui traspare il più dolce sorriso, mi sento animato da viva fiducia. Sì, tutto spero dalla tua bontà. Irradia, o Gesù, su di me e su quanti mi
sono cari i tuoi sorrisi di grazia, e io esalterò la tua infinita misericordia.
O Bambino Gesù, la cui fronte è cinta
di corona, io ti riconosco per mio divino sovrano. Non voglio più servire al
demonio, alle mie passioni, al peccato.
Regna, o Gesù, su questo povero cuore,
e rendilo tutto tuo per sempre.
Io ti contemplo, o Redentore dolcissimo, rivestito d'un manto di porpora. È
la tua divisa regale. Essa mi parla di sangue! Quel sangue che hai sparso per me.
Fa', o Gesù bambino, che io corrisponda al tuo sacrificio, e non ricusi, quando mi offrirai qualche pena, di soffrire
con te e per te.
O amabilissimo Bambino, nel vederti
sorreggere il mondo, il mio cuore si
riempie di gaudio. Fra gli innumerevoli esseri che sostieni, ci sono anch'io.
Tu mi vedi, mi sorreggi a ogni istante,
mi custodisci come cosa tua. Veglia, o
Gesù, su di me e aiutami nelle mie necessità.
Sul tuo petto, o Bambino Gesù, sfavilla
una croce. È il vessillo della nostra redenzione. Anch'io, o divino Salvatore,
ho la mia croce, che, sebbene leggera,
troppo spesso mi pesa. Aiutami tu a sostenerla, perché la porti sempre con frutto. Conosci bene quanto io sia debole.
Aiutami, o Gesù!
Insieme con la croce, sul tuo petto io
scorgo, o Bambino Gesù, un piccolo
cuore. È l'immagine del tuo Cuore, veramente d'oro per l'infinita tenerezza. Tu
sei l'amico vero, che generosamente si
dona, anzi s'immola per la persona amata. Riversa ancora su di me, o Gesù, l'ardore della tua carità e insegnami a corrispondere al tuo amore.
La tua destra onnipotente, o piccolo re,
quante benedizioni ha versato su quelli
che ti onorano e t'invocano. Benedici anche me, o Bambino Gesù: l'anima mia,
il mio corpo, i miei interessi. Benedici
le mie necessità per soccorrerle, i miei
desideri per esaudirli. Ascolta i miei voti, e io benedirò ogni giorno il tuo santo Nome.
Al termine di ciascuna invocazione si recitano un Padre Nostro, un'Ave Maria e un Gloria al
Padre. Poi la preghiera: "Per la tua divina infanzia, o Gesù, concedimi la grazia che ti chiedo [si esprime la richiesta], se è conforme al tuo disegno su di me e al mio vero bene. Non
guardare alla mia indegnità, ma alla fede della tua chiesa e alla tua misericordia infinita".
Quindi si proclama l'Inno del santissimo Nome di Gesù: «Gesù, pensiero amabile, / al cuore vero gaudio, / è più del miele l'intima / presenza tua dolcissima. / Né lingua può ripetere / parola mai esprimere, / sol chi provò può credere / quant'è Gesù ineffabile. / Noi
ti eleviamo grazie, / Gesù, con preci e laudi / e tu nel cielo accoglici / perché t'amiam nei
secoli. / O Cristo, re mirabile / e vincitore splendido, / dolcezza ineffabile / ognor desiderabile. / Invitto re di gloria / e d'inclita vittoria, / tu largitor di grazie, / onor del cielo
6
e gaudio. / A te dal cuor s'innalzano, / Gesù, le preci e i cantici, / coi santi tuoi concedici
/ d'amare te nei secoli. Amen».
Si termina con la supplica conclusiva «O Dio, che hai costituito l'unigenito Figlio tuo
salvatore del genere umano e volesti che fosse chiamato Gesù, concedi propizio a noi
di potere un giorno contemplare in Cielo la vista di colui del quale sulla terra veneriamo il santo Nome. Amen».
Lo splendore
dell'amicizia
INIZIATIVA
NATALIZIA
Lo splendore dell'amicizia non è la mano
tesa né il sorriso gentile né la gioia della
compagnia: è l'ispirazione spirituale quando scopriamo che qualcuno crede in noi ed
è disposto a fidarsi di noi.
Come ogni anno il nostro “GOL” gruppo
ospedaliero di volontari ARVAS che operano all’Ospedale S. Giovanni ha pensato di organizzare un momento di gioia per
scambiare gli auguri di Natale con i degenti,
costretti loro malgrado a trascorrere il periodo natalizio in ospedale, ed il personale
amministrativo, medico ed infermieristico.
Oltre l’appuntamento di rito della consegna
di un libro, frutto di nostre donazioni, ad
ogni malato presente in corsia quest’anno,
grazie all’impegno dei volontari, siamo riusciti a realizzare un desiderio che portavamo dentro i nostri animi già dal Natale 2006.
“Donare alla cappellania il presepe”.
Il progetto si è potuto portare a termine grazie alla preziosa collaborazione del preside,
dei docenti e studenti del III istituto d’arte
di Roma, che hanno costruito una natività
interamente in legno ispirandosi a quella
semplice e magistrale di Giotto conservata
nella Cappella degli Scrovegni a Padova, rivisitata in chiave moderna.
Il presepe sarà inaugurato il giorno
10.12.2007 alle ore 16.30 con una Santa
Messa officiata da S. Ecc. Monsignor Brambilla e allietata dal canto di una soprano, che
così ha voluto significare il suo grazie per
l’ottima assistenza ricevuta durante un ricovero in pronto soccorso. La cerimonia terminerà con un piccolo brindisi.
Un saluto e tanti auguri di Buon Natale a
tutti.
Ines Vulpiani
Ralph W. Emerson
In
Ospedale
“Trovare il tempo di riflettere è la fonte
della forza”. Questa frase mi ha riportato
nella dimensione giusta. Passare sabato e
domenica in ospedale aspettando di essere
operata non mi piaceva molto. Avevo molti programmi per quei giorni. Ho trovato invece un tesoro da mettere a frutto. Infatti il
Signore che sempre vede e provvede mi ha
regalato una brocca di acqua viva, proprio
come alla Samaritana: condividere con gli
altri malati, i seminaristi, le volontarie ed il
sacerdote i pensieri suggeriti dal Signore mi
ha confortato molto. Mi ha anche stupito il
fatto di trovare un’attenzione così forte verso i malati. Torno oggi a casa avendo curato il corpo ma anche lo spirito.
Antonella Saddemi
Responsabile GOL 1 Arvas S. Giovanni
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VITALE
IL
CICLO
DI GESÙ
il Verbo s’è fatto carne e abitò fra
noi” (G. 1,14). Dunque Gesù è vero
Dio e vero uomo. Ha annullato il fastigio della sua maestà per avere accesso alla umana debolezza, così assumendo sensi e affetti umani. Egli dunque,
pur essendo sostanzialmente unito alla
divinità, ha corpo, anima, coscienza
e volontà veramente umane. In senso
pieno diviene uno di noi. Il suo breve transito terreno lo dimostra perché, Gesù come
medico, impone le mani per arrecare benefici di guarigione. Ciò dimostra che ebbe
contatti fisici veri, reali. Come noi, egli compirà il ciclo di una (breve) vita umana, percorrendo i diversi momenti biologici.
te del Figlio, Maria ha vissuto con Giuseppe, il suo sposo (la fuga in Egitto).
Siamo a Betlemme
Luca ci narra che Maria partorisce un figlio e lo depone in una mangiatoia di una
stalla. È la nascita (umana) di Gesù. L’uomo Gesù avrà un ciclo vitale assai breve (33
anni), ma denso di momenti emozionali e
di terribile sofferenza fisica. Dell’infanzia
di Gesù poco sappiamo, tuttavia egli ci appare come un fanciullo già presago della
“missione” affidatagli dal Padre celeste per
la rendenzione dell’umanità. Significativo
l’incontro con Simeone nel tempio otto giorni dopo la nascita e con i dottori.
Nella sua maturità, Gesù quando compie il
suo itinerario tra le folle e visita le località
della Palestina per la predicazione, non incontra le insidie del male che minacciano
gli altri uomini (l’aborto, la droga, il divorzio, la senescenza, l’eutanasia), ma nella sua condizione umana, subisce tentazioni e sofferenze psico-fisiche fino alla morte in croce.
È nel grembo di Maria, sua madre
Comunica con lei attraverso quel percorso
preferenziale (il cordone ombelicale) che
lei sta amorevolmente utilizzando per nutrirlo, farlo crescere, difenderlo (i suoi anticorpi); non solo gli trasmette la sua linfa
vitale per le necessità del corpo, ma anche
i messaggi per la psiche e i sentimenti per
l’anima. Al riparo di un caldo e ovattato rifugio (la placenta), sua dimora provvisoria
protetta, è partecipe degli stati d’animo materni, è capace di muoversi agitando le minuscole estremità, di abbozzare un sorriso
o una smorfia. Gesù è come ogni uomo, un
miracolo di vita soffiata dal divino. In piena simbiosi con chi lo ha concepito senza
peccato, già soffre e gioisce, certo fissa istanti emotivi che diverranno comportamenti.
La sua è una individualità unica e irripetibile soffiata dallo Spirito. Il cuore di Maria
ha percepito nelle sue viscere pulsare il cuoricino del Redentore all’unisono con il suo.
Quante tenerezze, ansie e speranze sulla sor-
Le tentazioni
Lo perseguitano dal manifestarsi della capacità di intendere fino alla fine della sua
esistenza. Il suo animo ha vissuto la sottomissione alla volontà del Padre, con le sue
personali aspirazioni e umane debolezze.
Ricordiamo quella sera prima della cattura
nell’orto del Getsemani: “In preda all’angoscia, pregava più intensamente, e il suo
sudore diventò come gocce di sangue che
cadevano per terra”. (L. 22,44). Tuttavia
tre sono le tentazioni che tutte le riassumono e la scelta è ambientata nel deserto ove
8
il Nazzareno, secondo
la consuetudine penitenziale comune tra gli
ebrei, si ritira. Satana,
il tentatore, gli si avvicina, dopo che Gesù
aveva protratto un digiuno penitenziale di
quaranta giorni e quaranta notti, e lo sollecita perché manifesti la
sua divinità cambiando le pietre in pane.
Gesù risponde che
“non di solo pane vive
l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla Si è fatto in tutto simile a noi, eccetto il peccato.
bocca di Dio”. Ancora il maligno, tra- destino senza ribellarsi ma solo chiedendo
sportandolo sul pinnacolo del tempio, lo al Padre se è possibile che quel calice amaapostrofa: “Se tu sei figlio di Dio, gettati ro sia allontanato da lui, ma subito soggiù, poiché stà scritto che ai suoi angeli co- giunge che comunque sia fatta la volontà
manderà per te, ed essi ti porteranno su le del Padre. Gesù riceve le prime percosse cui
mani, affinché non inciampi il tuo piede seguirà la flagellazione, massacrante per l’uin qualche pietra” Gesù rispose: “Stà scrit- so romano del flagellum, che precederà la
to: non tenterai il Signore Dio tuo”. Il dia- sua esecuzione capitale. Gesù patisce quevolo insiste e conduce Gesù su un monte al- sti maltrattamenti subendo tutte le alteratissimo, e mostrandogli la magnificienza di zioni psico-fisiche di un uomo partorito da
tutti i regni del mondo, lo provoca: “Tutto donna, quindi passando attraverso il detequesto io ti darò se, prostrandoti, mi ado- rioramento della sua sostanza corporale, che
rerai” e Gesù lo ammonisce: “Va via Sa- poi culmineranno sul Golgota allorché sarà
tana, che stà scritto: Adora il Signore Dio fissato alla croce: “Dopo averlo schernito,
tuo e servi lui solo”. È comprensibile come lo spogliarono del mantello, gli fecero intutte queste sollecitazioni negative abbiano dossare i suoi vestiti, e lo portarono via per
indotto nell’uomo Gesù uno stato di soffe- crocifiggerlo” (Mt 27,31). In questo sucrenza psicologica marcata. Ogni umano sot- cedersi di momenti biologici negativi, antoposto ad una condizione ripetuta di stress che all’osservazione clinica si rivela la nae in stato di digiuno prolungato può vedere tura umana di Gesù, con tutto il carico delridotta la sua capacità reattiva psichica e su- le atroci sofferenze psico-fisiche (il dolore
bire una condizione di smarrimento, e per totale), le umiliazioni, le angosce, che solo
cercare di superarla si affidi alla protezione un corpo fatto di carne, muscoli, ossa e vasi può subire. Solo al termine del suo pere al sostegno del Padre celeste.
corso terreno, vissuto da uomo tra uomini,
Gesù dà spazio visibilmente alla sua parte
Le sofferenze fisiche
divina di figlio del Padre, ma dopo essere
Condizionano il percorso ultimo di Gesù e passato per la morte corporale e la collocadel suo brevissimo ciclo vitale in modo de- zione tutta umana in un sepolcro, “Poi li
flagrante e quasi insopportabile per l’e- condusse (i discepoli) fuori verso Betania
spressione psico-fisica di un essere umano. e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li beMa Gesù sà che sta compiendo una missio- nediceva, si staccò da loro e fu portato verne per cui è stato inviato dal Padre per re- so il cielo” (L. 24,50-51).
dimere l’umanità peccatrice, e accetta il suo
Un dottore
9
La salute segno concreto di redenzione
Dal libro di Sua Ecc. Mons. Rino Fisichella “Nel mondo da credenti” Mondadori
P
ortiamo in noi i segni dell'appartenenza alla per la nostra stessa sorte.
natura. Il corpo, più di ogni altra realtà, con- Alla luce della risurrezione, la fede cristiana
sente di sperimentare noi stessi inscritti nel afferma che il corpo è molto di più della solimite della natura segnata dal peccato. Con la estensione anatomica; esso rappresenta,
ragione, l'apostolo Paolo può dire che "la una realtà sconfinata che si inserisce certo nelcreazione stessa nutre la speranza di esse- la storia, nello spazio e nel tempo, ma non per
re liberata dalla schiavitù della corruzio- essere da questi sottomesso quanto, piuttosto,
ne" (Rm 8,19); nella luce della risurrezione, per vivere in essi la propria vocazione a teninfatti, "tutto ciò che è corruttibile deve ve- dere verso l'infinito, esprimendo in sé lo stesstirsi di incorruttibilità" (1 Cor 15,53), per so infinito e l'eternità. Nella risurrezione il
rendere evidente la gloria di chi ha creduto corpo rimane come agente principale che in
nel Signore risorto. La guarigione dalla ma- nulla viene privato della sua natura, ma riemlattia e l'acquisizione
pito della sua pienezdi una certezza di saza. Ciò che le diverse
lute che si sperimenepoche storiche posta nel proprio corpo
sono aver oscurato
Padre,
possono aiutare a
con le loro argomentu che hai guidato Abramo
comprendere quanto
tazioni circa il corpo,
nel lungo suo cammino,
fosse privilegiata la
non impedisce di afguida anche noi
condizione dell'uomo
fermare che solo il
negli aspri sentieri della vita
prima della rovina
pensiero cristiano ha
a fare il tuo volere, il nostro bene.
del peccato: la
saputo portare la
Aiutaci a sfamare ogni bambino,
"bontà" e la "belcorporeità ai livelli
aiutaci ad amare ogni creatura,
lezza" dell'uomo e
più alti della sua
aiutaci ad amare ogni fratello,
della creazione (Gen
comprensione, insead amare anche coloro
1,3), dove non esirendola negli spazi
che ancora non conoscono il tuo nome.
Illumina la mente alle persone,
steva né malattia né
più intimi della viciferma la mano di Caino.
lutto né pianto.
nanza con Dio. NesUn dono Ti chiedo, o mio Signore:
I cristiani, tuttavia,
suna religione poteva
A tutti noi
leggono il valore delarrivare a inserire la
che siamo figli Tuoi
la corporeità non socorporeità trasformadona la pace, donaci l’amore.
lo nella luce della
ta dell'uomo nella vicreazione, ma sota stessa della Trinità;
Luigi Alvino
prattutto nell'orizsolo la fede nell'inzonte della risurreziocarnazione poteva
ne, vero centro e originalità della fede. È in consentire di raggiungere le conseguenze più
questo spazio che la salute del corpo assume estreme del farsi uomo da parte di Dio. La
tutto il suo pieno valore, che la creazione non salute, come condizione che s'impone a ogni
può dare. Con il richiamo a quest'ultima, in- creatura per il dovuto rispetto alla dignità
fatti, la fede è riportata inevitabilmente al se- della persona e di ogni persona, permette
gno del peccato impresso nella carne; con la di comprendere il contenuto centrale delrisurrezione di Cristo, invece, il corpo vie- la fede cristiana. Essa indica il cammino che
ne innalzato nella gloria della vita di Dio è chiamata a percorrere: vivere fin d'ora un'edove non vi è più peccato né morte, ma so- sistenza personale che sia carica di significalo pienezza di significato e di gloria. La ri- to e di senso in modo tale da lasciar percepisurrezione dice vita e pienezza di vita senza re e sperimentare la promessa del compifine; Cristo ha trasformato nel suo corpo ri- mento, là dove non vi sarà più malattia, né
sorto tutto questo come anticipo e caparra
pianto, né morte.
La preghiera dei figli
10
I
tecnicismi medici e psicologici per fronteggiare i molteplici aspetti della sofferenza, non sono sufficienti se non sono integrati con le “carezze” di cui anche lo spirito ha bisogno. Queste carezze capaci di
esprimere una spontaneità, un ascolto benevolo e paziente; fermarsi accanto appunto, e non passare oltre, devono configurare
un amore che sale dal cuore e non è frutto
di eculubrate teorie. Quando ci si appresta
ad affrontare una patologia, l'operatore dovrà sempre ricordare che sta di fronte ad un
uomo malato e non ad una malattia o peggio un caso clinico. Egli infatti nella sua unicità psico-somatica esprimerà una tonalità
affettiva. Qualsiasi sia la qualificazione dell'operatore: medico, psicologo o assistente
spirituale, nella loro pratica quotidiana, accostandosi alla fisicità del malato, dovranno sempre ricordare che il presupposto insopprimibile dell'etica sanitaria
è il rapporto
uomo-valore,
che riconosce a
tutti gli uomini
e in primis al
malato, dignità
di persona. Oltre ad esercitare la sua attitudine di “soccorritore”, l'operatore sanitario a qualsiasi livello di professionalità, dovrà saper dilatare il
suo ventaglio di intervento verso una dimensione psicologica e psicoterapeutica e
anche verso un servizio diaconale visto nell'ottica cristiana di una vera “relazione di
aiuto”. Rispettando la propria e l'altrui sensibilità e dignità egli sarà costruttore di libertà. Fermarsi per condividere con il sofferente, oltre a disporre appropriate strategie di contributo prezioso al counseling pastorale, significherà anche favorire il superamento di certi atteggiamenti moralistici
da parte di alcuni consiglieri spirituali. Una
informazione prudente ma veritiera, fornita al paziente affetto da nosologia severa,
può aiutarlo a ridurre il comprensibile stato emozionale e a migliorare la sua qualità
di vita.
Il calore della partecipazione manifestato al
sofferente da chi lo assiste, può aiutarlo a
percorrere alcuni itinerari psico-affettivi e
religiosi (riconciliazione), nel tentativo di
ristabilire un equilibrio perduto.
Nell'esegesi biblica dell'A.T., Giobbe ci introduce nel mistero della sofferenza sofferta con sconcerto perché avvertita come
ingiustizia. È lo stesso travagliato percorso di tanti sofferenti per patologie irreversibili, che essendo consapevoli dell'approssimarsi della fine, si chiedono: perché
proprio a me? Ma Giobbe ci insegna che
nonostante tante avversità continua a credere nel rapporto di fiducia con Dio e alla
fine si rimette alla sua volontà. Nei malati
gravi e protratti che sopportano un grande
dolore fisico e psicologico, il dolore totale, l'intensità sconvolgente modifica profondamente la personalità del paziente, generando gravi stati
di ansia e di
depressione.
Al di là del
trattamento
antalgico, andranno posti
in essere tutti
quegli accorgimenti e supporti psicologici che un medico che sosta al letto del malato ben conosce, e come un buon samaritano oltre a curarlo si prenderà cura di lui così che la sua
disponibilità mostrerà quelle peculiarità che
S. Camillo magistralmente, ci ha insegnato nei suoi “Ordini e Modi per servire con
perfezione gli infermi: affetto materno disinteresse - amorevolezza - piacevolezza - mansuetudine - rispetto - onore - diligenza - carità”. Sono le stesse doti che
ritroviamo nell'approccio di Cristo con i bisognosi e che l'operatore sanitario dovrà saper fare sue. Quando la Chiesa ci parla di
“dono di sé” il riferimento non è solo a
quello degli organi, ma anche alle tante altre possibilità di stare vicino al sofferente:
comprendendolo, ascoltandolo, comunicando con lui con gentilezza, pazienza,
gioiosità e amorevolezza; capaci appun-
Fermarsi
accanto
al malato
11
S.Ecc. M ons. A rmando
Brambilla a ll’Ospedale
San P ietro a f esteggiare
San R affaele A rcangelo
to, nel “fermarsi accanto”, di esprimere
la ospitalità del nostro cuore che apriamo
a lui per condividere i nostri spazi affettivi. La solidarietà empatica che ci fa uscire
dal nostro limitato e fugace sguardo professionale per andargli incontro e visitarlo
non solo nel corpo, ma sostando nel mistero della sua anima, rafforzando in lui il senso dell'appartenenza. Questo dono ne porta un altro, quello della nostra presenza, che
manifestiamo aprendo un dialogo, con il
contatto fisico di una mano che indugia
stringendo l'altra, ma anche con l'espressività di un silenzio e di uno sguardo.
La volontà, per un operatore sanitario, di favorire la guarigione, la liberazione e la crescita di un fratello in condizioni difficili,
presuppone una conoscenza della dinamica
che si sviluppa in colui che versa in una condizione di disagio. Il disagio provoca sofferenza che a sua volta genera un sentimento
vissuto nella profondità della persona, che
disturba e impedisce il fluire delle energie
vitali. È così che chi chiede aiuto è in attesa di comprensione e di partecipazione che
lo aiutino a comprendere il problema che lo
affligge, senza essere giudicato ma bensì
aiutato a compiere con ritrovata serenità,
una valutazione della propria situazione negativa e poi essere lasciato libero di decidere il percorso per uscirne. In questa relazione empatica tra medico e paziente, è percepibile la presenza di Dio. L'abate Francois Rochat così si esprimeva: “La relazione a due tra lui sofferente e me che lo
accompagno si apre in verità ad una nuova dimensione: una relazione a tre, lui, io
e il Signore”. L'evento patologico che provoca sempre una frattura con se stessi e l'ambiente, necessita di una ricostruzione attenta, paziente e amorevole dei circuiti interrotti, tra psiche e soma. Il successo di questo delicatissimo intervento, dipenderà dalla relazione che il curante avrà saputo instaurare con il suo paziente. Bisogna porsi
sulla stessa frequenza del malato, sapendo
cogliere e soddisfare i suoi bisogni. Un atto medico consapevole, sublimato da un servizio di diaconia nel segno del Vangelo.
Dr. Sergio Mancinelli
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Il 24 ottobre ultimo scorso S.Ecc. Mons. Armando Brambilla, delegato per l’assistenza religiosa negli Ospedali di Roma, ha presieduto nella Chiesa dell’Ospedale San Pietro la S. Messa in onore di San Raffaele Arcangelo, conpatrono dell’Ordine dei Fatebenefratelli.
Tra i presenti il Padre Provinciale, fra Pietro Cicinelli, il Direttore Generale fra Gerardo D’Auria, il Superiore dell’ospedale,
fra Michele Montemurri, fra Fabiano Sechi, i dipendenti dell’ospedale e gli ammalati.
Nell’omelia Mons. Brambilla ha presentato la figura dell’Arcangelo che forse è il meno noto e, meno conosciuto.
La scrittura lo definisce: “uno dei sette Angeli che stanno dinanzi al Signore” e poiché
è lui a presentare al Signore, le preghiere
di Tobia afflitto dalla cecità, e quelle di Sara, tormentata dal demonio, viene invocato come “protettore dei mali della carne e
delle infermità del corpo”.
La tradizione ha esteso anche a lui il titolo
di Arcangelo, che nella Bibbia viene dato solo a Michele, Principe delle milizie celesti.
Il nuovo calendario ha riunito in una sola
celebrazione la festa dei tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, le cui feste cadevano rispettivamente il 29 settembre, il
24 marzo e il 24 ottobre.
La devozione fu approvata dal Papa Benedetto XIV il 4 maggio 1745; per richiesta
della curia generalizia degli allora due rami, spagnolo ed italiano dei Fatebenefratelli, il Papa lo designò Compatrono dell’Ordine.
La scelta di San Raffaele da parte dell’ordine di “San Giovanni di Dio” è legata anche alla tradizione secondo la quale San
Raffaele venne ripetutamente in soccorso
del Santo fondatore dell’Ordine.
L’immagine più comune è quella che lo ritrae mentre aiuta S. Giovanni di Dio a sfamare i malati.
San Giovanni di Dio continua a vivere nella storia non solo attraverso i suoi fratelli
ed i collaboratori che operano nelle istituzioni in favore dei sofferenti, ma anche attraverso queste celebrazioni e il ricordo e la
devozione dei fedeli.
Carozza Lucia
I seminaristi
al Policlinico
Umberto I
“La gioia del Signore è la vostra forza”.
Questa frase è quella che noi, seminaristi del
Collegio Ecclesiastico Internazionale Sedes
Sapientiae vorremmo che diventasse il motto dell’esperienza di pastorale sanitaria che
stiano vivendo, nel Policlinico Umberto I.
Una gioia ed una forza che tentiamo di offrire e che contemporaneamente ci vengono
ridonate, in quel mistero d’amore della Trinità che si concretizza nella diaconia della
Chiesa. Nell’incontro con la sofferenza ognuno di noi si pone degli interrogativi, che a
volte sembrano invalicabili, poiché carichi
di paure e appesantiti dal dilagante relativismo. Cristo Verità diventa l’unica risposta,
l’unico senso di questo viaggio, l’unica croce che infonde speranza, l’unica sofferenza
che si dischiude alla comunione. La carità
tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine!
Costruire in prima persona quella carità di
cui parla Paolo, a questo siamo chiamati noi
cristiani, e tutti gli uomini di buona volontà.
Proprio l’ospedale, luogo dove si palesa maggiormente l’onnipotenza di Dio, e dove l’uomo si incontra-scontra con se stesso, si trasforma in una presidenza chiamata a presiedere nella carità.
Cristo diventa la Speranza che non delude,
Egli si trasforma in Parola viva durante i centri d’ascolto del sabato pomeriggio (dove partecipano molti pazienti ricoverati), accompagna e sostiene in una settimana di cure, accertamenti e operazioni. Mi rendo sempre più
consapevole che il nostro compito non consiste tanto nel portare Cristo (Lui è già presente nei luoghi di sofferenza), ma piuttosto
svelarlo agli occhi degli uomini, renderli consapevoli della Sua costante presenza,ridestare in loro la realtà di figliolanza, che non si
esaurisce in un superficiale sentimentalismo,
ma nell’incontro concreto con la Presenza Viva, con quel Pastore che lascia le novantanove pecore per andare in cerca di quella smarrita. Quando arriva il momento di accompagnare i degenti per l’Eucaristia, la corsia del
reparto si colora di volti nuovi, con il respiro
a volte affannoso del sofferente è la preghiera più incisiva che sale verso l’alto giungendo a Colui che ci ha amati fin dall’eternità.
Partecipare insieme alla celebrazione prefestiva dell’Eucaristia nei reparti, è un momento
di gioia e di condivisione, ma anche di supplica e di ringraziamento; sperimentiamo
quell’unione fraterna nella frazione del pane
e nelle preghiere di cui parla San Luca. Dopo la celebrazione ognuno di noi si reca nel
proprio reparto, ad incontrare ogni singola
persona, lì tutti sono uguali, le bianche lenzuola dei letti velano ogni tipo di diversità, di
etnia, di cultura, di religione, lì si è, più che
mai visibilmente, figli di Dio. Stringo una
mano, chiedo il nome, guardo negli occhi, entro con tutto me stesso, in punta di piedi nella storia di chi ho di fronte, anche se non mi
parla, cerco di amarlo, come Gesù mi ha amato. La sua storia diventa parte di me, della mia
preghiera del mio essermi offerto integralmente a Dio. In questo modo nulla può essere più come prima né per me, né per l’altro,
c’è stato un incontro. Con Cristo l’esistenza
del malato diventa una immensa certezza di
vita, nella fede “Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede” Ripenso intensamente alla promessa di Cristo: “Non vi lascerò orfani” rivolta in particolare al sofferente: è carica di una melodia del tutto unica.
L’uomo veramente non è più solo, perché
oramai il grido più vero della lotta dell’esistenza è quello di S. Paolo: “Tutto io posso,
in colui che mi sostiene”. Non è l’uomo che
perde i suoi confini e le sue infermità, è un
Altro che si accompagna all'uomo “... come
gigante sulla sua strada...” La forza e la certezza dell’uomo è un Altro; esistere è essere
amati. In quest’esperienza come seminaristi
siamo certi che è possibile una dedizione definitiva e radicale dell’intera vita e che, proprio nel donarsi, la vita diventa grande, vasta e feconda; chiamati a lasciarci penetrare
interiormente dalla pace di Dio, e a portare
la sua forza nel mondo.
Cosimo Maria Papa
13
Nella Casa di Riposo
“Villa Primavera”
A
Roma, nella casa di riposo Villa Primavera, è
stato conferito il mandato missionario a tre
Ancelle dell’Incarnazione: Sr. Damiana Lucia, a Sr. Lurdes Calderon e a Sr. Lucia Molina chiamate a partire
missionarie in Colombia.
La cappella di Villa
Primavera sembrava
una piccola cattedrale,
adorna di fiori bianchi ed allietata da canti vocazionali e missionari. Sui banchi faceva bella mostra di sé un significativo
opuscolo preparato dalle sorelle: in prima
pagina tra cielo e mare una barca a vela sospinta dallo Spirito che va dall’Italia verso l’America Latina, la Colombia, la Bolivia... A vent’anni dalla prima missione in
Bolivia (1° luglio 1987), appare all’orizzonte la seconda missione oltre Oceano in
Colombia.
Grazie, Signore!
La celebrazione eucaristica è stata presieduta da S.Ecc. Mons. Armando Brambilla,
Vescovo Ausiliare di Roma, Delegato per
la pastorale sanitaria. S.Ecc. Mons. Brambilla è riuscito subito a coinvolgere tutti rivolgendosi paternamente, alle sorelle partenti e all’assemblea, spiegando la Parola
di Dio: ha parlato della necessità della sovrabbondanza del cuore che dev'essere carico di entusiasmo e di zelo per il Regno di
Dio. Ha richiamato l’universale vocazione
alla santità e in particolare la vocazione delle Ancelle dell’Incarnazione che sono chiamate a vivere, testimoniare e far conoscere il mistero dell’Incarnazione, l’amore di
Gesù che si fa carne nel seno purissimo di
Maria. All’omelia è seguito il rito di consegna del Crocifisso e del Vangelo; il Vescovo ha consegnato a ciascuna sorella inginocchiata davanti a lui, il Vangelo e il
Crocifisso dicendo: “Ricevi il Vangelo di
nostro Signore Gesù
Cristo e annunzia la
lieta novella della salvezza al mondo intero.
Ricevi il Crocifisso e
vivi in te stessa il mistero di passione e
morte del Signore Gesù, affinché la gloria
della sua Risurrezione
si manifesti in te e nel
mondo intero”. Commosso è risuonato l’Amen di risposta... Poi il
Vescovo, benedicendo le tre Sorelle ha detto: “Andate, istruite tutte le genti insegnando loro ad osservare tutto ciò che Gesù ci ha comandato, nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo” (cf. Mt
28,20). È seguito un abbraccio di incoraggiamento da parte del celebrante e della Madre Generale alle missionarie mentre un caloroso battimani esprimeva la partecipazione affettuosa dell’assemblea.
Al termine non poteva mancare una fotoricordo e il momento di fraternità, aperto a
tutti. Ringraziamo vivamente S.Ecc. Mons.
Brambilla che ha accettato volentieri di trattenersi con noi fino a sera e per noi si è fatto ascolto, incoraggiamento come sa fare
un vero pastore. Grazie, Eccellenza! E grazie anche per la sua benevolenza verso la
nostra Famiglia religiosa.
A Sr. Damiana, a Sr. Lurdes e a Sr. Lucia
auguriamo un fecondo apostolato nella nuova missione in Colombia mentre assicuriamo loro la nostra vicinanza fatta di preghiera e di affetto.
Per noi Ancelle dell’Incarnazione inizia una
nuova pagina di storia: diamo a Dio carta
bianca perché possa scrivere le meraviglie
che opera attraverso di noi.
Ci accompagni sempre Maria, la prima Ancella dell’Incarnazione.
Gloria, lode e grazie a Te, Santa Trinità.
Sr. Beniamina Sbarbati A.I.
14
A
UNA BELLA ESPERIENZA
nche quest’anno il centro della pastorale sanitaria ha promosso il corso di formazione e aggiornamento per gli operatori sanitari, cappellani nuovi (e vecchi), suore, volontari e ministri
straordinari della comunione, sia degli ambienti sanitari che delle parrocchie della diocesi. I
quattro incontri sono stati molto interessanti come pure i relatori sono stati bravi. Si è iniziato
con il tema del “Grande «Si» di Dio all’uomo malato”. Il Vescovo Sua Ecc. Mons. Brambilla, a partire dalla nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° convegno ecclesiale nazionale dal titolo “Rigenerati per una speranza di vita: testimoni del grande «Si» di Dio all’uomo”, ha illustrato nella prima parte dell’incontro il grande “Si” che Dio ha detto all’uomo malato, attraverso Gesù Cristo che ha preso su di se i nostri dolori e la nostra morte.
l Vescovo ha sottolineato come Gesù Cristo è venuto per mostrare come la verità dell’amore
sa trasfigurare anche l’oscuro mistero della sofferenza e della morte nella luce della risurrezione. La vera forza è l’amore di Dio che si è definitivamente rivelato e donato all’uomo nel
mistero pasquale.
ueste affermazioni di principio sono state confermate dalla testimonianza personale della Signora Paola del Pozzo, che ha voluto comunicare con tanta semplicità e profondità la sua esperienza di malata di cancro. È stata una testimonianza toccante e piena di speranza che ha impressionato tutti.
el secondo incontro il tema affrontato è stato quello della “Fragilità umana in Ospedale”; ci
ha aiutati a sviscerare il problema don Andrea Manto, medico geriatra, che lasciata la professione è diventato sacerdote e ora è responsabile dell’ufficio della pastorale sanitaria della CEI.
Dall’alto della sua competenza di medico e ora dall’osservatorio particolare del servizio nazionale per la salute, ci ha illustrato in modo magistrale le fragilità che seguono il malato nelle sue varie fasi e a seconda delle patologie. Soprattutto ha sottolineato la fragilità e le paure
degli anziani ammalati che vanno in Ospedale e quali comportamenti dobbiamo tenere noi volontari insieme agli altri operatori sanitari.
l terzo incontro è stato tenuto da don Carlo Abbate, cappellano a Villa Speranza, Hospice del
Gemelli, in sostituzione della Dottoressa Turriziani, direttore sanitario dello stesso Hospice che
non ha potuto venire. Don Carlo ci ha portato la testimonianza della sua opera e di tutto il personale della clinica, nei confronti di questi degenti che per la maggior parte sono destinati a
morire dopo pochi giorni di ricovero. Don Carlo ha ribadito più volte che a Villa Speranza non
si va per morire ma per vivere gli ultimi giorni di vita e per “vive anche la morte” in compagnia di persone che portano l’amore umano e cristiano.
Il titolo dell’incontro era “Secondo i parametri oggi vincenti certi malati sono da lasciare al
loro destino? Come ridare rispetto e dignità all’essere «indegno»”. Don Carlo ha testimoniato che ogni persona ha il diritto di essere aiutata e, non lasciata al destino di emarginazione.
essun uomo è «indegno» della vita e in particolare la comunità cristiana deve farsi carico degli
ultimi, degli ammalati terminali per ridare dignità e rispetto a colui che è creato ad immagine di
Dio, anche quando il suo corpo è sfigurato dal dolore e dalla malattia. L’ultimo incontro è stato tenuto dal professore dell’Università del Laterano don Antonio Mastrantuono che ci ha aiutati a capire se “Può essere trasformato l’oscuro mistero della sofferenza e della morte”.
La sofferenza e la malattia in se non ha valore, ma da quando Gesù l’ha presa su di sè, anche
questa è stata trasformata. La morte non è più l’incontro con il nulla, ma con Dio che trasformerà il nostro corpo mortale in un corpo glorioso, come quello di Cristo risorto.
stata una bella esperienza, molto partecipata sia come numero di persone, (più di 50) sia come
interventi. Ringrazio il Vescovo che ogni anno ci offre la possibilità di un continuo aggiornamento, e mi riprometto di partecipare agli incontri per laici dell’ultimo venerdì dal mese che
presentano interessanti tematiche.
M.F – Volontaria
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15
S
Insieme p er l a v ita
Testimonianza di una malata di cancro
accettazione, di adesione forse ad un disegno
divino, mi fa trascorrere giornate di intense
cure e disturbi vari, ma con la voglia di ridere, scherzare, magari assistere chi sta peggio di me, collaborare con il personale sanitario, devo dire splendido in questa landa
di sofferenza ed ho pensato di socializzare,
di trasmettere pari pari la mia situazione a
tutti coloro che vogliono poi mettersi in contatto per creare una vera cordata per la vita.
Si sa l’umanità ora mi appare divisa in sani
e malati, me ne rendo conto se scendo al bar
e vedo gente correre come facevo io due mesi fa, mentre ora striscio dietro il mio deambulatore, o come dice una signora rumena
che mi aiuta: “Signora prenditi l’ambulatorio”. Però sono convinta che la partita non è
ancora finita, tutti insieme dovremmo combatterla, noi prossimi della morte non dobbiamo temerla, ma tenerla a bada, perché non
cominci ad aleggiare malefica e beffarda prima che sia giunto il suo turno.
Ribelliamoci, viviamo in comunione di spiriti, immortali, eterni, vincenti, vogliamoci quel bene solidale che ci riscalda tanto
il cuore, aiutiamoci, confortiamoci, ritroviamoci, abbracciamoci e carezziamo i nostri volti come potrebbe fare una madre
col suo piccino. Estendiamo, dilatiamo i
confini dell’amore a tutti i sofferenti, che
non hanno età, sesso, colore, religione,
stringiamoci in colonie, come i pinguini,
teniamo al caldo protetti i piccolini ed affrontiamo virilmente la sferzata gelida che
la vita ci ha riservato.
Io resto qui ancora per un po’, al Sant’Andrea,
attendo di formare con tutti quelli che mi leggeranno e lo vorranno un sodalizio di affetto,
di preghiera, di semplice comunicazione, che
possa portare un minimo di sollievo, di distrazione, di compagnia a chi è solo.
Abbraccio tutti gli ammalati, di cancro e
non, abbraccio i sani e prego che il Signore li conservi e spero di avere tanti messaggi per creare questo I.P.L.A.V. (insieme per
la vita) con il vostro contributo. Ecco il mio
indirizzo di posta elettronica: [email protected].
Maria Rosaria
ono al letto 14 ONCO della stanza 8 di questo ospedale, il S. Andrea, da una settimana. L’ho visto per la prima volta una quindicina di giorni fa e la struttura mi è sembrata bella, come un’enorme televisore al
plasma posato da una gigantesca mano sulla collinetta, quasi un baluardo o un’enorme cartolina illustrata, il verde e il rosso della flora s’inseguono tutt’intorno.
La mia patologia è grave, forse gravissima,
esplosa “improvvisamente l’estate scorsa”
(non quest’ultima) dopo un controllo oncologico per un intervento al seno di carcinoma fatto tre anni fa, ho varie metastasi al cervello e al mediastino: chi vuole s’informi sulla latitudine e longitudine dei mostriciattoli.
Fortuna che non sono stata colpita ai piedi,
così posso continuare a ragionare ancora un
po’. Scherzo naturalmente e mi sorprendo di
poterlo fare: in effetti ciò che vorrei comunicare è proprio tutta questa sorpresa.
La prima manifestazione della malattia mi ha
colta forte, in gamba, attiva, vitale e mi ha portato in tre anni con tanti piccoli e grandi mali, dopo la chemio, questa ripresa subdola, assurda, aggressiva e massiccia e mi fa pensare
ad un accanimento inspiegabile che perciò non
può essere inteso come tale, appartenendo solo alla categoria dell’accidentalità. Ora però
che vago tra questi asettici corridoi mi rendo
sempre più conto che c’è una quantità innumerevole di persone come me o peggio di me
che meriterebbe o meglio che avrebbe bisogno di una maggiore assistenza a livello psicologico e le famiglie coinvolte e sofferenti
non possono bastare a sostenere un onere così gravoso, anzi a volte non si sa proprio che
tipo di approccio affrontare.
Ho invece la grande luce della fede, un atteggiamento stoico di accettazione, non sono priva di ogni supporto fisico per una grande battaglia che voglio e debbo affrontare nel
nome del Signore e proteggere fino in fondo il dono più grande che mi ha fatto, la vita, spesso pensando a quelle prime parole della Messa che don Antonino pronuncia nella
bella cappella circolare al vespero: “credere fin dove la preghiera non osa sperare”.
Questa grazia, almeno per ora, di serenità, di
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BRICIOLE DI SAGGEZZA
L'ULTIMA
FIABA
Il filo dall’alto
Era una bella mattina di settembre, il sole splendeva nel
cielo azzurro, i prati brillavano di rugiada. Su una grande
siepe spinosa, un ragnetto nero e giallo, facendo la sua passeggiata giornaliera, notò uno strano filo che scendeva dall’alto. Incuriosito, volle vedere da dove venisse quel filo, vi
si attaccò con le zampine e incominciò a salire. Sali, sali, sali, il filo non finiva mai. Stanco e scoraggiato, ripercorse in
discesa il tragitto che aveva percorso in salita, si posò sulla
siepe dalla quale era partito e decise che avrebbe costruito lì
la sua tela lasciando che il filo ne recesse la punta superiore. Alla fine del suo lavoro, il ragnetto osservò la sua bella,
grande tela e ne fu orgoglioso.
Passarono giorni, settimane, mesi. Il ragno non era più quel
piccolo ragnetto, senza dimora, in giro per la siepe; era diventato grande e grosso e nessuna mosca o insetto passava
davanti alla sua tela senza essere catturato e mangiato.
Venne l’inverno, mosche e insetti scarseggiavano e il ragno
restava affamato e disoccupato tutto il giorno. Una mattina
si svegliò di umore particolarmente strano... Era proprio, quello che si dice: una brutta giornata! Per distrarsi si mise a passeggiare sulla sua tela e finì col notare che il lembo più alto
della rete era attaccato a un filo che andava su diritto nell’aria e, benché si rizzasse sulle zampe e guardasse attentamente,
non riusciva a capire dove andasse a finire quello stupido filo, nè si ricordò quanto utile e importante fosse stato per tessere la sua meravigliosa tela. Dimentico di tutto ciò, con un
solo colpo di dente, lo troncò e l’insetto si ritrovò a giacere
sulle foglie della siepe spinosa con la testa ravvolta nella sua
tela diventata un umido piccolo cencio.
Era bastato un solo istante per distruggere tutta la magnificenza della sua casa, e soltanto perché non aveva capito l’utilità di quel “filo dall’alto”.
J. Joergensen - Parabole - Ed. Paoline
Rielaborato da Elide Rosati
L'ultima cosa che t'insegnerò,
bambino mio,
sarà che la vita finisce
quando me ne andrò
dai giorni tuoi gioiosi
sulla punta dei piedi
nascosta in un sorriso.
E imparerai, da questa nonna stanca,
che, come i fiori e il sole,
giunge il tempo per tutti
di reclinare il capo,
che il buio viene senza far rumore
a spegnere lo sguardo,
a fare delle mani una preghiera
e, della voce, infinito il silenzio.
Non temere, dolcemente
te lo racconterò,
vedrai, come un 'ultima fiaba,
e, abbassando la voce piano piano,
allora sarò io a dormire
come fai tu ogni sera
quando al mio canto
richiudi gli occhi
ed io, sulla tua fronte,
depongo un bacio lieve.
E, come i tuoi, fantastici avrò sogni
a farmi compagnia;
così belli saranno che di svegliarmi
non avrò più voglia,
ma tu, ogni tanto, mandami un sorriso
e, nel sogno, seppure da lontano,
nuove fiabe per te saprò inventare
Anna Maria Cardillo 2007
Ministri straordinari della Comunione
O
rmai è qualche anno che abbiamo la fortuna di far parte come animatori e responsabili di una comunità di preghiera Gesù Risorto presso la cappella del SS. Crocifisso
situata all’interno dell’Ospedale Carlo Forlanini di Roma insieme ad altre due sorelle. Come forse qualcuno saprà le preghiere
carismatiche sono un pochino rumorose perché nel loro sviluppo si da libertà allo Spirito Santo che è presente in ognuno di noi
cristiani lodando e cantando tutta la nostra
gioia per la Resurrezione.
Due anni fa i Cappellani del sopracitato
Ospedale ci proposero di aiutarli nel loro lavoro all’interno dell’Ospedale (che è grandissimo) come ministri straordinari dell’Eucarestia nei vari reparti di degenza. Nel
sentire questa proposta io e mia moglie siamo rimasti un pochino timorosi, ci domandavamo chi siamo noi per prendere tra le
nostre mani il corpo vivo di Gesù e soprattutto se ne eravamo degni. Questo dubbio è
durato poco perché ci siamo detti se questo
è il volere di Dio che ci ha chiamato a la-
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vorare per il suo santo nome proviamo anche per riconoscenza verso i Cappellani che
ci hanno dato ampia fiducia e libertà nell’usufruire della chiesa. Una volta superato
il corso di ministri straordinari per la Comunione presso il Vicariato abbiamo ricevuto il mandato per poter esercitare questo
ministero. Era giunto il momento di agire
dietro suggerimento dei Cappellani, che colgo l’occasione per ringraziarli dell’aiuto sia
pratico che spirituale che infonde in noi tan-
sofferenza e nel dubbio di potercela fare. Il
Signore è grande e potente anche verso di
noi perché nonostante le difficoltà che incontriamo in questo ministero quando abbiamo finito il nostro giro nei reparti il Signore mette dentro di noi una grande pace,
quella pace che ci permette di pregare il Signore per tutti i malati che abbiamo incontrato affinché dia loro pace serenità e fede
in Lui per affrontare la battaglia contro il
male. Noi ringraziamo tutti i giorni il Signore per questa opportunità che ci ha voluto donare perché da tutto questo abbiamo
imparato ad amare di più i fratelli e il grande dono che il Signore ci ha dato: la vita.
Eccomi Gesù per fare la tua volontà
Quel mercoledì di settembre quando don
Benedetto mi ha chiamato per dirmi se volevo aderire alla tua chiamata o Signore per
portare il tuo corpo ai malati, mi sono detta che non merito questa grazia, ma la gioia
di servirti è stata più grande. Non c’è stato
in me nessun dubbio e ripensamento ho solo detto: eccomi.
Il primo giorno ero emozionata e impacciata
perché avevo tanta gioia da donare a questi
tuoi figli, tanto desiderosi di te. I loro occhi
brillano di gioia perché tu sei il Signore, solo tu riempi i nostri cuori, anche quando ti
siamo lontani, tu sei sempre vicino a noi e
ci ami. Purtroppo ci sono malati anche lontani da te, la sofferenza li indurisce: ti prego Gesù per loro, aiutali ad incontrarti e conoscerti che sei solo amore.
Dopo un anno è arrivato il momento che
hanno dato il mandato anche a mio marito
e questo è stato accolto con gioia perché è
più completo donarsi come coppia. Viviamo delle esperienze d’amore. Abbiamo dei
reparti un po’ difficili, ma con Gesù tutto risulta più facile. La gioia ci viene anche dal
personale sia medico che paramedico che
ci accolgono molto bene. Ti ringraziamo Signore per questo dono e ti diciamo manda
noi a portare la tua parola, il tuo amore, un
sorriso. Vogliamo stare con te Signore Gesù, noi ti amiamo.
Ecco l’agnello di Dio.
ta pace e serenità. Oggi da circa due anni
andiamo ognuno nei reparti che ci sono stati assegnati a portare il corpo vivo di Cristo
ai tanti malati ricoverati oppressi da tanto
dolore fisico e spirituale che la malattia impone. Le prime volte avevamo molti dubbi
su di noi, di non essere capaci di avvicinare questi fratelli, come ci potevamo proporre
per invogliarli a prendere Gesù dentro di loro. Essendo consapevoli che il malato che
dovevamo contattare era in difficoltà come
portare loro il conforto di Dio e fargli capire che il Signore salva e guarisce, non abbandona mai i suoi figli? È stato duro al
principio ed è tuttora molto difficile, ma
noi abbiamo tanta fiducia nel Signore che a
volte abbiamo la certezza che Gesù cammina sempre davanti a noi e nei passaggi
più difficili, Lui ci mette sulla bocca le parole giuste per confortare i fratelli, e quando vediamo che ci stanno a sentire, nel nostro cuore sentiamo quanto è grande l’amore
di Dio specialmente per chi si trova nella
Giovanna e Sergio
18
D
a molti anni opero come volontaria
nell'Hospice Oncologico Villa Speranza e assisto i malati in fase terminale di malattia, sia a domicilio
che in struttura di ricovero.
Spesso viene chiesto a noi volontari che cosa ha motivato la nostra scelta, e l'immediata risposta è: "Faccio
volontariato perché voglio aiutare
gli altri". Anch'io, molte volte ho
dato la stessa risposta, anche se dentro di me sapevo che questo era vero solo in parte, cercavo e volevo una
risposta più autentica.
Non molto tempo fa, leggendo una
rivista sul volontariato, ho apprezzato molto una definizione sull'essere solidali. Don Ciotti ha scritto
che "essere solidali non vuol dire
impegnare il proprio tempo libero, ma liberare il proprio tempo".
La sua utopia è che non esista più
il volontariato, ma un mondo dove la solidarietà e la partecipazione appartengano a tutti.
Riflettendo sulla nostra esperienza
di volontari in Cure Palliative, accanto a malati oncologici gravi, la
vera domanda da porsi non è "cosa
posso offrire al malato?", ma "chi
posso essere per il malato?". Il malato non ci chiede solo di essere aiutato a bere, mangiare, lavarsi,ma anche di essere ascoltato, compreso,
di essere aiutato a trovare un senso
a ciò che sta vivendo. Immaginiamo di entrare nella stanza di un malato e offrirgli dei doni, il dono di
un cuore ospitale è il primo che possiamo fargli. L'essere ospitale si
esprime nel creare uno spazio dove
l'altro possa sostare, l'ospite si sente rispettato nei suoi diritti, riconosciuto nella sua dignità. Questo atteggiamento interiore è essenziale
per chi vuole aiutare i malati oncologici in fase terminale, nell'ospitalità ha luogo una graduale trasformazione del malato, da estraneo a
familiare. In questo modo noi gli
facciamo dono della nostra presen-
L
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za, portando rispetto, comprensione, fiducia, compassione, tolleranza, discrezione, gratuità, buonumore, gioia. La relazione di aiuto che
ne consegue è un modo di camminare insieme che ha come scopo
l'aiutare a trovare la strada, a sostenere e aiutare i malati a trovare una
risposta ai persistenti interrogativi
sul senso della vita presente, sul significato del dolore, del male e della morte.
Certo, in tanti anni di volontariato
con i malati gravi, non ho appreso
niente di più sulla morte in se stessa, ma la mia fiducia nella vita non
ha fatto che crescere. Vivo senza
dubbio più intensamente, con maggiore coscienza ciò che mi è dato di
vivere, gioie e dolori, ma anche tutte le piccole cose quotidiane, anche
le più ovvie. Forse sono diventata
più attenta a chi mi sta accanto, più
consapevole di non poter avere accanto i miei cari al mio fianco per
sempre, forse desidero scoprirli più
di prima. Così, dopo anni di assistenza a coloro che definiamo "moribondi" e che invece sono "vivi" fino all'ultimo, mi sento più viva che
mai e lo devo a coloro che, pur nella sofferenza, si sono rivelati maestri.
L'esperienza di stare accanto a queste persone mi ha fatto riflettere che
nel momento in cui la morte è vicina, in cui predominano tristezza e
sofferenza, ci possono essere ancora vita, gioia, moti dell'animo di una
profondità e di una intensità talvolta mai vissuta prima. Morire non è,
come crediamo spesso, un evento
privo di senso. Senza sminuire il dolore di un lutto, penso che il tempo
che precede la morte possa anche essere utile per trasformare non solo
chi sta male, ma anche chi gli sta accanto. Molte cose possono essere ancora vissute. Quando non si può più
fare nulla, si può ancora amare e sentirsi amati, ed è importante riflette-
olontari
Vsiamo
noi!
re su questi atteggiamenti, anche se ci sembrano impossibili da attuare. Impariamo a
riflettere sul fatto che gli ultimi istanti della vita di una persona possono essere l'occasione per spingersi con lei il più in là possibile, ed auguro, innanzitutto a me stessa,
di essere sempre in grado di cogliere questa occasione.
Spesso, invece di guardare in faccia la realtà
dell'approssimarsi della morte, ci comportiamo come se non dovesse arrivare, mentiamo ad una persona cara, mentiamo a noi
stessi, e invece di dirci l'essenziale, invece
di scambiare parole di amore, di gratitudine, di perdono, invece di appoggiarci gli uni
agli altri per affrontare quel momento che
non ha eguali che è la morte di una persona amata, raccogliendo tutta la saggezza e
l'amore, ecco che quel momento unico ed
essenziale della vita è contrassegnato dal silenzio e dalla solitudine.
Morire in solitudine è come morire due
volte.
Vivere il volontariato in Cure Palliative, nell'Hospice Villa Speranza, comporta da parte nostra un continuo mettersi in discussione, cambiare noi per primi il nostro atteggiamento verso la morte, significa incontrare ostacoli e non cedere alla tentazione
di "onnipotenza". Al contrario occorre mostrarsi così come siamo, esseri vulnerabili,
non sempre in grado di rispondere alle richieste di chi ha bisogno di noi. L'onestà ci
rende più umani, questa qualità il malato la
riconosce e l'apprezza.
Non voglio essere fraintesa, non sto celebrando la morte che è e rimane un evento
doloroso, al contrario, le mie parole vogliono essere un inno alla vita e la morte
deve integrarsi ad essa. E' indubbiamente
un percorso lungo, personale, difficile, fatto di dubbi, incertezze, a volte insuccessi,
ma è un percorso in cui non bisogna arrendersi o ritenersi inadeguati. Impariamo ad
accettare anche i nostri limiti e le nostre debolezze, così saremo più pronti ad accogliere l'altro e potremo dire di avere liberato il nostro tempo.
2007
I Volontari siamo noi!
A volte portiamo un sorriso
là dove non c’è nessuno.
Pronti a dare una mano
anche lontano,
per le strade della nostra città
e al di là dei confini, in zone sconosciute.
Pronti a fare sacrifici,
fino ad esserne orgogliosi,
di notte e di giorno.
Da nord a sud, fra la gente per la gente,
in ogni parte della terra noi siamo invitati
ad aiutar tante vite umane
e portare una speranza
come veri ambasciatori di pace e fratellanza.
Incompresi ma amati,
criticati ma poi voluti,
discreti e apprezzati,
volenterosi, disponibili, generosi,
hanno un cuore grande i Volontari!
Spesso, però, non ci rendiamo conto
di quanto importanti siano per il mondo,
vitali, direi!
e puntuali li ritroviamo lì
al momento del bisogno.
Indossano una semplice divisa
con un simbolo o una scritta che li distingue,
ma più di tutto sono i loro gesti premurosi
a distinguerli dal resto.
Alla fine di ogni servizio,
silenziosi tornano nelle loro case,
per poi svanir nell'indifferenza sociale
come tanti numeri o gocce di un grande mare.
Ma loro ci sono sempre
anche grazie a loro la vita va avanti,
lasciando tracce indelebili nell'animo della gente
come pagine di storia.
A tutti Voi dedico questi pensieri,
ma non bastano mai le parole
per rivolgervi un unico, immenso e meritato
Grazie di cuore!
Grazie di esistere!!!
Claudia Pistella
Stefania Santoro
(Gruppo Pionieri CRI di Roma)
Volontaria Hospice Villa Speranza
20
C
“Buona coscienza
e fede sincera”
(1 Tim 1, 5)
ome vivere oggi l’urgenza e l’ansia per la
evangelizzazione e per l’identità cristiana,
realizzando l’importante invito di Paolo: “il
vostro simpatico equilibrio (epieikés) sia
conosciuto da tutti gli uomini” (Fil 4, 5)?
Quale senso e quale peso dare nella teologia e nella prassi pastorale – che nel rapporto con gli uomini che soffrono esige il
massimo di autenticità – a questi due atteggiamenti di fondo: “io
cerco di seguire il
Vangelo e la Chiesa”
e “io cerco di seguire
la mia coscienza”?
OCCHIO
AI FATTI
modo frammentario e imperfetto – specialmente nelle persone che, anche protestando (come Giobbe) – affrontano la dura, talvolta tragica, realtà della sofferenza. Sono
i frutti della “retta coscienza” e della “retta fede”. Ce lo assicura la parabola di Matteo sul giudizio di “tutte le genti”, credenti
e non credenti (Mt 25, 31-46), che va interpretata riconoscendo valore anche ai minimi gesti di amore (cf
Mt 10, 42; Mc 9, 41;
Lc 16, 30).
Ferite
Così restano indefinite,
le grandi e le piccole ferite
non esistono cure per tale malanno
né cuciture che reggano il danno.
Scendono forte e a volte piano
le amare gocce di sangue umano.
Per ogni rimedio facciamo presto,
svuotiamo, riempiamo
con o senza successo.
Suvvia per questo: non fate danno
che non si sa mai
a chi la prossima ferita
spezzerà il filo
senza possibile cucita.
L’IMPORTANZA
DI UNA
DUPLICE STIMA
Solo guardando alla
bontà dei frutti, possiamo essere convinti
– o meglio, sperare –
che siano “rette”, autentiche, la”fede”di
chi ritiene di credere
in Cristo, e la “coscienza” (il cuore) di
chi invece ritiene di
non crederci. Il peso
determinante dei frutti, ovvero dei fatti, come linguaggio della
Tonino da Tito
interiorità, ci deve
spingere ad avere la
massima stima sia della
“fedeltà alla coscienza” (Gaudium et Spes
16) come delle, sequela esplicita di Cristo
nella comunione ecclesiale con lui. Per affermare il valore dell’una non c’è assolutamente bisogno di sottovalutare l’altra.
La stima sincera e cordiale per ambedue gli
atteggiamenti ha come nota caratteristica
una profonda serenità (il “simpatico equilibrio”: epieikés di Fil 4, 5), ispirata dalla fiducia e dalla umiltà. È la fiducia nella pre-
La strada per dare una
adeguata risposta all’interrogativo è piuttosto complessa. La
questione teorica non
può essere ignorata o
sottovalutata. È certamente
importante
chiarire il senso delle
parole: che significa
“coscienza” e “fede”.
Tuttavia la serietà dell’incontro con coloro
che soffrono ci stimola a trovare una risposta che vada dritta all’essenziale. Occorre fare attenzione alla
concretezza della vita, alla realtà dei fatti,
seguendo la chiara e decisiva indicazione
del Vangelo, e dello stesso profondo buon
senso: “dai loro frutti li conoscerete” (Mt
7, 16-20; 12, 33-35; Lc 6, 43-45; cg Gv 15,
1-8. 16).
L’esperienza quotidiana, usando gli “occhi
del cuore”, scopre concreti gesti di amore,
di fraternità, di condivisione – sia pure in
21
senza dello Spirito di Cristo, capo del suo
Corpo “totale” che, fin dall’inizio della storia, guida ogni uomo con il desiderio e l’attrattiva del Bene, mediante la luce interiore sia della coscienza come della fede. Ed è
l’umiltà per cui gli uomini, credenti e non,
sono tutti viandanti verso la stessa meta finale, in un cammino di maturazione, spesso lenta, attraverso i molteplici limiti della
fragilità umana.
Fiducia e umiltà cordiali a cui ci sembra alludere lo stile dell’ultimo bellissimo film di
Ermanno Olmi “Centochiodi”: allegoria della storia di Cristo,
che testimonia la
sua autorevolezza di
“maestro”, scendendo dall’alto per
condividere in amicizia la vita dei
semplici, fino a rischiare se stesso.
verso la “sacramentalità” della Comunità ecclesiale. È un cammino educativo
dell’amore, illuminato alla base da una
“retta” coscienza che, attraverso le vie della evangelizzazione, dei segni sacramentali e delle opere di carità, viene trasformata dalla Grazia in fede “cosciente” e “riconoscente” in Cristo.
SOFFERENZA
TRASFORMATA DALL’AMORE
La fede cosciente in Cristo illumina, sostiene
e trasforma la umana e universale
esperienza di speranza e amore,
espressa in tanti
momenti della vita,
spesso nascosti: di
chi “gioisce con chi
è nella gioia e
piange con chi
piange” (Rm 12,
15). Già seguendo
la rettitudine del
cuore – anche prima di ogni scelta religiosa – constatiamo che solo la forza dell’amore e della fraternità può,
dentro i limiti umani, fronteggiare positivamente il male.
La fede cristiana
non viene ad eliminare la fragilità e la tragicità della condizione umana. Essa ci fa credere che Cristo
è Dio che ci salva dal male, non evitandolo ma condividendolo solo per amore. Ci fa
sperimentare che noi non siamo soli perchè
Dio stesso cammina con noi, diventando
uno di noi. Egli spera, ama e crede in noi
che vogliamo sperare, amare e credere in
lui: perchè “nè morte nè vita...nè alcun altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù” (Rm 8, 39).
PERCHÈ
L’ESPLICITA
ADESIONE
A CRISTO?
Il servizio e il magistero della Chiesa è testimoniare,
prima con la vita e
poi con la parola (e
i... libri), come il
professore di “Centochiodi” che Cristo morto e risorto
è la “lieta notizia” (evangelo) per tutti gli
uomini. Egli è venuto, è “sceso dall’alto”
della sua Cattedra divina per rivelare e “incarnare” l’Amore di Dio, Padre (e Madre)
dì Bontà infinita, in modo che tutti ne fossimo attratti. È in comunione con Cristo –
anche se non consapevole – è chiunque in
realtà vive con lui, lasciandosi guidare nella quotidianità dal suo Spirito di Amore.
La vita cristiana, consapevolmente vissuta in modo personale ed ecclesiale, è un
processo vitale che fa sbocciare e maturare la fede embrionale contenuta nella rettitudine di cuori. Questo avviene attra-
Don Carmelo Nigro
Cappellano del S. Lucia
22
Dall’Hospice
“Villa Speranza”
glia quando Dio mi chiamerà, io
ritengo di essere pronto, ma temo
che mia moglie e le mie due figlie
non lo siano.
Ciò mi rassicura perché sono certo che continuerà fisicamente a seguirle per me, quando la mia presenza non sarà più tangibile
ma solo spirituale e potrò andare tranquillo
verso Dio Padre.
Ciò che Le ho descritto è un piccolo spaccato di vita di una delle persone ospedalizzate in questa struttura, ma ciò che don Carlo fa per me, si estende a tutti coloro che direttamente o indirettamente vivono e/o lavorano presso l'Hospice oncologico.
Solo a titolo d'esempio voglio che Lei sappia che si celebrerà all'interno di "Villa Speranza" un matrimonio che coinvolgerà le
mie due figlie come testimoni della sacra
unione di due sposi anziani, anche lei come me, malata terminale della stanza accanto alla mia.
Villa Speranza 30 camere, 30 malati terminali, 30 famiglie nel momento più difficile
della vita. Questo sono io, Ademaro Pinocci, stanza 209, uno di loro che ringrazia per
tutta questa gioia ricevuta.
ROMA 12 AGOSTO 2007
Ademaro Pinocci
Gentilissimo Mons. Armando Brambilla,
Le scrivo affinché Lei conosca direttamente dall' esperienza vissuta da me, Ademaro
Pinocci, paziente di "Villa Speranza" stanza 209, ciò che significa conoscere don Carlo, sacerdote cappellano presso questo presidio ospedaliero.
Voglio scrivere questa lettera di encomio
per ringraziare don Carlo e Lei in modo particolare, perché permettete a noi, fragilmente
ricoverati in questa struttura, di poter essere accompagnati da "questa forza straordinaria".
Don Carlo quotidianamente ha alimentato
uno dei più bei rapporti umani che Dio in
vita mi ha donato.
E' presenza assidua a rigenerante, forte e
delicatissima, sacerdote, ma soprattutto uomo, in grado di entrare in contatto profondamente nei disagi e nelle difficoltà personali agendo in modo proficuo dal punto di
vista psicologico e spirituale; ha la capacità di intelaiare con cura tanti sottilissimi
"fili d'amore" tra le persone e le situazioni
di vita all'interno di Villa Speranza, che si
concretizzano in momenti veramente preziosi.
Voglio che Lei sappia che ho chiesto a don
Carlo di continuare a seguire la mia fami-
I
P.S.: Ho dettato questa lettera a mia figlia
Donatella perché mi trovo impossibilitato a
scriverla personalmente.
A proposito del testamento biologico
disegni di legge sul testamento biologico
attualmente in discussione nella Commissione Sanità del Senato partono dal principio dell’autodeterminazione del paziente
ma non tengono conto né dell’Art. 32 della Costituzione Italiana né dell’Art. 5 del
Codice Civile della Repubblica Italiana.
L’Art.32 della Costituzione Italiana recita:
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure
gratuite agli indigenti”.
L’Art. 5 del Codice Civile recita: “Gli at-
ti di disposizione del proprio corpo sono
vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica”.
Il paziente ha il diritto di essere curato nel
modo migliore dai medici ma non ha il diritto di morire, perché la vita e la salute sono beni indisponibili tutelati dallo Stato. Il
principio dell’autodeterminazione può essere interpretato univocamente come nel caso
di un paziente affetto da gangrena di un piede, il quale rifiutasse l’intervento chirurgico
di amputazione e morisse. A mio avviso, una
simile scelta non può essere considerata ra-
23
zionale, e pertanto il paziente dovrebbe essere giudicato incapace di intendere e di volere, ed amputato anche contro la sua volontà.
Un altro esempio è il rifiuto della trasfusione di sangue per motivi religiosi: nei casi di imminente pericolo di vita, il magistrato può autorizzare il medico ad effettuare la trasfusione di sangue anche contro
la volontà del paziente, rispetto alla quale
prevale la tutela della salute e della vita quali beni indisponibili.
Nel caso di un paziente che venga a trovarsi in uno stato vegetativo persistente, per cui
viene invocata la necessità di una legge sul
testamento biologico, credo che spetti ai medici stabilire quando una terapia medica è
inutile e sproporzionata ed è da considerarsi “accanimento terapeutico”.
Se il paziente è cosciente e capace di intendere e di volere, l’alleanza tra il paziente ed
il medico è la premessa indispensabile per
fare la scelta più giusta nell’interesse del paziente e nel rispetto della vita. L’esempio
più luminoso di questa alleanza è quello lasciatoci dal Santo Padre Giovanni Paolo II,
il quale, messo di fronte alla prospettiva di
essere collegato al respiratore automatico al
fine di prolungare la sua esistenza in vita,
rifiutò e disse che preferiva tornare alla “Casa del Padre”. Questo esempio ci richiama
alla mente il più recente caso di Piergiorgio
Welby. Anche in questo caso si è trattato del
rifiuto del respiratore automatico, quindi del
rifiuto dell’accanimento terapeutico. Il caso Welby è stato tuttavia strumentalizzato
al fine di propagandare in Italia l’eutanasia.
Negli U.S.A. la legge sul testamento biologico esiste dal 1991 e dopo più di 15 anni
soltanto il 15-20% degli americani ha un testamento biologico e, di questi, quasi tutti
sono vecchi perché i giovani non pensano
alla morte. Negli U.S.A., pertanto, il testamento biologico è sostanzialmente fallito,
non ha risposto alle aspettative e non ha alcuna influenza su come viene gestito un paziente al termine della vita (Howard Doyle, Albert Einstein College of Medicine di
New York, incontro del 27 luglio 2006 in
Commissione Sanità del Senato).
È davvero necessaria una legge sul testamento biologico in Italia?
Non c’è invece il rischio di uno scivolamento verso l’eutanasia?
Io credo che la professionalità dei medici e
l’alleanza tra medici e pazienti possano risolvere tutte le situazioni, anche le più drammatiche.
L’importante è che i casi più complessi siano trattati nei centri di elevata specializzazione e non nell’Ospedale vicino casa.
Io credo che la cultura, prevalente in Italia,
di volere l’Ospedale vicino casa, per cui la
popolazione di ciascuna cittadina di provincia, di ciascun paese, di ciascun quartiere pretende di avere il proprio Ospedale,
debba cedere il passo alla cultura dell’eccellenza nella Sanità. I migliori risultati terapeutici si ottengono nei centri di elevata
specializzazione per ogni singola patologia.
Ad esempio, per le specializzazioni chirurgiche, è dimostrato che un’Equìpe deve eseguire più di 30 procedure dello stesso tipo
all’anno per essere considerata specializzata in quel tipo di procedura. Pertanto, un paziente che deve essere operato di gastrectomia totale per cancro dello stomaco dovrebbe essere operato da un’Equìpe che esegue più di 30 gastrectomie totali all’anno.
Lo stesso ragionamento vale anche per i pazienti affetti da malattie incurabili o terminali: essi devono essere trattati in centri specializzati in terapie palliative e non abbandonati a sé stessi.
Un’ultima considerazione riguarda i pazienti
in stato vegetativo permanente, i quali non
hanno nessuna chànce di recupero, ma i cui
familiari non si rassegnano e diffidano i medici dallo “staccare la spina”: anche in questi casi, la decisione spetta ai medici, purché siano osservanti dei principi etici indicati dal codice deontologico, gli unici in grado di valutare con certezza la prognosi dei
pazienti.
In conclusione, in Italia non si avverte la
necessità di una legge sul testamento biologico ma si ravvisa l’urgenza di una legge istitutiva dei Centri di Eccellenza in
Medicina e Chirurgia.
prof. Vito D’Andrea
Docente di Chirurgia Generale
alla “Sapienza” – Università di Roma
24
più e le mie anche sono in uno stato pietoso.
Signore, non so se camminerò più, se troverò
in questo intervento la soluzione definitiva per
risolvere il mio problema che mi segue da una
vita. Ma devo affrontarlo!
Ti ringrazio Signore, perché mi hai donato un
carattere estroverso, ottimista che mi fa vedere sempre il lato positivo della vita; mi hai
chiamato a vivere una avventura meravigliosa con te, e mi aiuti a superare tutti gli ostacoli: di non poter più andare a lavorare, di non
poter più rendermi utile nel servizio, di poter
accettare i miei limiti, di affrontare la mia pochezza di persona e il timore di poter rimanere tale. Ho toccato con mano la fragilità e la
precarietà della mia vita.
Mi sono ritrovata ancora una volta nella realtà
dell’ospedale; ho fatto parte di un mondo tutto
particolare, il mondo dei malati.
Questa volta sono sola senza i miei genitori,
che hai richiamato a te Signore in un breve giro di tempo l’uno dall’altro, ma che, comunque, li ho sentiti sempre vicini.
Sono però circondata dall’affetto della mia
sorella che mi ha assistito, dei miei parenti,
delle mie amiche. Non mi sono sentita abbandonata, perché, Tu Signore eri lì nel sorriso, nelle parole dei medici, degli infermieri,
dei miei amici, dei miei cari, di tutti gli altri
ammalati che insieme a me vivevano il periodo di riabilitazione e tra i quali mi sentivo
tra quelle più sane, più fortunate e pensavo
che non avevo da chiederti nulla, non avevo
diritto, perché avevo tutto.
Ho vissuto un periodo intenso, importante; ho
capito che cosa vuol dire aiutare ed essere aiutato, amare ed essere amato nella malattia, sorridere e fare sorridere nella sofferenza.
Grazie Signore, perché tu mi sei stato sempre
vicino, perché non mi è mancato il tuo nutrimento, grazie perché ancora una volta mi hai
detto “ti voglio bene”.
Il cammino, però non è finito, devo affrontare
ancora un altro intervento: sarà l’ultimo?! Signore, mi rivolgo a te, mi rimetto nelle tue mani. Sono sicura che tu mi sei sempre vicino, perché anche questa ennesima fatica sia portata a
buon termine.
Mi affido nelle tue mani, sia fatta la tua volontà,
Signore. Amen
Giulia
Una storia...
una vita
È
la mia una lunga storia, iniziata dalla nascita:
è stato un rincorrersi di medici, controlli, ospedali. Ma, la mia vita è stata tutto sommato, serena, tranquilla; non perché, da quando ho avuto il dono della ragione, non capissi il mio
“handicap”, ma perché il mio pensiero principale era quello di non preoccupare i miei cari che soffrivano accanto a me. Sono nata con
le anche lussate, sono “displessica”, una malattia ereditaria.
Sono stata trattata per la lussazione delle anche,
dopo sei mesi dalla nascita; a 17 anni, ho affrontato due interventi per “piede valgo e alluce valgo”: operazioni definite importanti, in
quanto se non le avessi fatte, in seguito non avrei
più potuto camminare. Ho affrontato questi interventi, forse, con l’incoscienza di una diciassettenne; rafforzata dalla promessa che dopo l’operazione avrei potuto mettere qualunque tipo
di scarpa sognasse una giovane: era tutto un’utopia, perché, in realtà di scarpe ne ho potuto
metterne soltanto alcuni determinati tipi. Di quel
periodo ricordo una cosa molto bella: avevo iniziato a frequentare le scuole superiori (il primo
magistrale dalle suore francescane, che però ho
dovuto sospendere per via dell’operazione), mi
fu regalata una piccola statuina della Madonna,
un’immagine che mi segue fino ad oggi. Maria,
Madre nostra, mi ha sostenuto, mi ha protetto
nella figura di mia madre e di mio padre che mi
sono stati sempre accanto, e protetto come la
chioccia coi pulcini. Mi sono stati tutti vicini
anche con la preghiera.
Oggi, mi ritrovo ad affrontare un altro intervento: è necessario perché quasi non cammino
25
S
estrema insicurezza: ogniqualvolta mi piaceva una ragazza la paura di non essere corrisposto mi portava a "non dichiararmi". Questo anche dinnanzi a "messaggi" neppure tanto velati d'incoraggiamento.
Era l'orrore dell'errore che mi avrebbe
perseguitato per gran parte della vita! Il
pensiero che mi scattava in mente era sempre il medesimo: "e SE l'ha fatto solo per
amicizia?".
E così nell'attesa di prove sempre più schiaccianti, il finale era sempre lo stesso: “non
concludevo nulla”.
Lascio solo immaginare quale senso di rabbia e repressione provassi quando, specialmente al ritorno dalle vacanze, tutti gli amici raccontavano le loro esperienze sentimentali ed io ero costretto al silenzio ovvero a dire bugie. Riversavo
pero che questa mia esperienza
possa rivelarsi utile a tanti che come me convivono quotidianamente con la sofferenza perché come
disse Goethe "ho imparato dalla
malattia molto di ciò che la vita non
sarebbe stata in grado di insegnarmi in
nessun altro modo".
Nel corso, della mia esistenza raramente ho
fatto quello che desideravo. Sin dall'infanzia
ho evidenziato una sensibilità talmente spiccata che mi era quasi impossibile dire di no
a qualcuno (specialmente se bisognoso) e
quando accadeva venivo subito dopo divorato dai sensi di colpa.
In altre parole, nella mia mente erano presenti dei pensieri che solo più tardi scoprii
essere irrazionali: “bisogna essere amati e
approvati da
tutti
A
L'
more
vince tutte le malattie
così
sempre più
questa mia insoddisfazione nel-
altrimenti
si verrà puniti”.
Il soprannome che gli amici mi avevano affibiato era "Garrone" il celebre personaggio
del libro Cuore noto per la sua generosità ed
umanità.
La mia unica via di salvezza per non sottostare alla volontà altrui era la fuga: non rispondevo al citofono oppure mi nascondevo
quando vedevo in lontananza qualcuno di cui
non gradivo la compagnia.
La mia famiglia estremamente protettiva, non
facendomi mancare di nulla, alimentava questa mia inclinazione naturale verso il prossimo.
La situazione con l'avanzare dell'età è andata via via peggiorando: mentre gli altri (mediamente) andavano rafforzando il loro carattere io, di pari passo, mi appiattivo sempre di più sulle decisioni e desideri altrui con
l'unico limite, questo si inamovibile, di non
fare mai del male a nessuno.
Lo sviluppo psicoaffettivo della mia adolescenza non poteva che risentire di questa mia
lo studio.
Questo sviluppo distorto della personalità
raggiunse il suo apice quando concluso il liceo decisi di iscrivermi all' Università degli
studi "La Sapienza" di Roma.
Per quanti non conoscessero la realtà di questo Ateneo, che possedeva il triste primato di
avere la popolazione studentesca più numerosa d'Europa (con la facoltà di giurisprudenza da me prescelta, in prima fila), alla fine degli anni 70' inizio anni 80' posso dire
che si era in presenza di un'esperienza altamente disumanizzante.
Infatti, il rapporto con i professori era quasi
del tutto inesistente a causa della concomitanza di due fattori principali: l'alto numero
di studenti e l'altro era dovuto agli impegni
professionali di molti docenti.
Preparavo l'esame in maniera ossessiva: assistevo a 3-4 appelli prima del mio annotando con cura, dall'inizio alla fine, tutte le domande formulate. Successivamente, tornato
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a casa, studiavo dalla mattina alla sera per
approntare le risposte più “perfette”.
Le notti che precedevano l'esame erano le
più stressanti: nel buio della mia stanza, con
gli occhi chiusi ma senza dormire, madido
di sudore continuavo a chiedermi, in una sorta di meccanismo infernale senza fine: “SE
mi chiedono questo risponderò così, Se mi
chiedono quest'altro invece risponderò e così via per tutta la notte.
La situazione si perpetrava poi fuori dall'aula di esame prendendo, questa volta, spunto
dalle domande poste ai colleghi che avevano sostenuto la prova. Ricordo di aver avuto più volte la tentazione di fuggire perché
stremato mentalmente.
va in forma di domanda (Se vado male all'esame quante volte dovrò rifarlo? Se muoiono i miei genitori chi provvederà alla mia salute? Chi mi manterrà? etc....) mi faceva prefigurare dei scenari sempre più apocalittici.
Contemporaneamente venni colto da un ansia fortissima e da un senso di paura che spesso si trasformava in stati di panico.
Terminata la crisi l'infernale il meccanismo
del Se ricominciava nella maniera più distruttiva: “se la mia mente ha imparato il
percorso mentale che porta allo stato di
panico sicuramente lo ripeterà ed io prima o poi arriverò a farmi del male”.
Sperimentai il verificarsi di una rottura della mia unità soggettiva: non riuscivo più a riconoscere un semplice mal di testa dal dolore mentale provocato dalle ossessioni (con la
conseguenza, verificatasi, in alcuni casi, di
curare una semplice emicrania con dei psicofarmaci o viceversa) ed, inoltre, cominciai
a reprimere le emozioni negative quali la paura. (Perché un uomo non può avere paura?).
Ricordo che le ossessioni erano diventate così invasive da ridurmi quasi un vegetale. Cominciai a leggere i necrologi sui giornali concentrando la mia attenzione sulle morti dei
giovani e mentalmente per farmi forza mi dicevo: vedi ora Lui o Lei non ci sono più sebbene più giovani di te. Tu almeno, sia pur in
queste condizioni, puoi ancora lottare.
La notte non dormivo più ma, al tempo stesso, il mattino seguente ero costretto ad alzarmi dal letto ed uscire di casa nell'estremo tentativo di interrompere il disturbo ossessivo.
E così con il volto tumefatto ed i piedi che si
trascinavano per la stanchezza (perlopiù' imbottito anche di psicofarmaci) facevo le mie
passeggiate nel quartiere.
Una volta arrivai fino alla Chiesa, nella stanchezza e sofferenza più cupa, per chiedere al
Sacerdote quale sarebbe stato, a suo parere,
il giudizio Divino su di me qualora in quelle condizioni mi fossi suicidato.
Tornato a casa mia madre livida mi chiese di
limitare le mie uscite in quanto nel quartiere si era sparsa la voce che mi drogavo.
E così alla solitudine derivante dalla malattia che restringeva il mio universo ad una
gabbia posta sopra il collo (come io chiama-
L’uomo che cerca trova.
Però, una volta sedutomi davanti al mio “carnefice” e formulata la domanda, divenivo
come un fiume in piena dopo un alluvione:
travolgevo il mio interlocutore, con la forza
della disperazione, con la citazione a memoria di articoli del codice, sentenze e dottrina.
Il risultato era quasi sempre lo stesso il massimo dei voti. Qualche professore, in alcuni
casi, aggiunse anche di non aver mai incontrato studente così preparato. Ma che prova
tremenda ogni, volta!! Che sfinimento!!
Passo dopo passo arrivai alla completa destrutturazione della mia psiche. Proverò in
breve a descrivere le sofferenze di circa due
decenni (ci vorrebbe un libro per farlo bene)
Infatti, a due esami dalla laurea cominciai a
dubitare di tutto.
La patologia si era completamente impadronita di me . Il pessimismo che si esprime-
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vo la mia testa) si aggiungeva quella di una
società impostata su modelli neoliberali
della vita sociale che promuovono solo il
bello ed il sano.
Mi sentivo così, sempre più, una “vita di
scarto”.
Così feci (ma il Signore mi ha ampiamente
ripagato donandomi una moglie stupenda).
Infine, mi assestarono il colpo finale, che
comportò il completo dissolvimento della
mia personalità, quando mi dissero di abbandonare la religione perché se vissuta assiduamente poteva ingenerare, attraverso la
strada del peccato, l'insorgenza di sensi di
colpa.
E la medicina?
Ma la solitudine peggiore, quella che mi
gettava veramente nella disperazione era
l'incapacità di capire, di relazionarsi ed in
qualche caso di ascoltare della classe medica (sia pur con le dovute eccezioni).
Mi sentivo un vegetale e come tale venivo
trattato. Ero solamente un oggetto. La mia
soggettività era del tutto negletta. Non contava nulla.
Infatti, anche in questa branca della medicina si vanno sempre più affermando quelle
teorie che traggono origine dallo scientismo
oggi sempre più dilagante e per le quali l'uomo è “soltanto una particella della natura” (Gaudium et Spes. n. 14).
Il mio stato di malattia veniva sempre più ricondotto a problemi genetici, di DNA, di
mancanza di serotonina, di neuro trasmettitori che non funzionavano etc...
Pertanto, la guarigione non poteva che avvenire tramite la somministrazione sempre
più massiccia di psicofarmaci (fino a 15 al
giorno) che avrebbero riequilibrato le sostanze mancanti.
E con una razionalità proprio scientifica che
sapeva quasi di una strategia premeditata al
tavolino cominciò l'attacco alla mia sfera soggettiva.
A riprova di quanto ho appena affermato riporto alcune frasi pronunziate da questi Soloni della scienza: “Roberto non fare lo stupido (uso questo eufemismo per non scandalizzare i lettori); lei è un invalido; la gente si suicida per molto meno (la frase peggiore per chi convive ogni giorno con questa paura!).
Il piano continuò consigliandomi di lasciare
la ragazza che frequentavo da ben undici anni e la casa in cui vivevo con i miei genitori
perché pur non essendo loro la causa del mio
malessere facevano oramai parte del grigiore che mi circondava.
Venni a trovarmi senza punti
di riferimento
Si realizzò in me così la frattura delle tre relazioni costitutive dell'essere uomo: quella
che intercorre con Dio dal quale si riceve la
vita; il rapporto con il proprio simile, incarnato dalla donna e , infine, il nesso con il
creato (la malattia aveva del tutto oscurato il
mondo intorno a me, la mia umanità, la coscienza dell'altro.)
Fu così che capitolai e venni ricoverato in
una clinica dove, attraverso la somministrazione di farmaci per via endovenosa, riposavo per la maggior parte del tempo.
Nei rari momenti di lucidità, sia pur immerso nel torpore, recitavo mentalmente quella
che e' una costante in tutte le civiltà la preghiera del malato che terminava sempre con
una domanda altrettanto eterna: “Signore
perché proprio a me?”.
Dimesso dalla clinica stavo meglio ma ero
perfettamente cosciente che non ero guarito.
Il sonno artificiale aveva prodotto solo una
parentesi nella mia vita. Dovevo trovare una
vera "cura" al mio male altrimenti di li a poco la patologia si sarebbe ripresentata in tutta la sua forza distruttiva.
Già, ma non sapevo cosa fare: le vie della
medicina ufficiale (ed anche qualche via alternativa ad es. l'agopuntura, l'omeopatia) le
avevo provate tutte senza successo.
Con il trascorrere dei giorni la profezia si avverrò. Ricominciai, questa volta con il fai da
te, a fare uso del tavor, un tranquillante di cui
in passato avevo abusato prendendone dosi
massicce: 5 pasticche da 2,5 mg. (definita dagli stessi medici come quantità idonea a narcotizzare un elefante).
Fu proprio in questo periodo che incontrai
un mio vecchio compagno del liceo Fabio
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(che avevo sempre stimato per la sua intelligenza) al quale confidai i miei timori per il
mio stato di salute che andava peggiorando
e la mia disperazione per il senso d'impotenza causato dal non vedere vie d'uscita. Lui
mi ascoltò e con mia grande sorpresa (invece che compatirmi) mi disse: “perché non
provi ad uscire da te stesso? Non ti apri al
prossimo? Non ti prendi cura di qualcuno? Esci dalla prigione in cui ti sei rinchiuso”.
Subito dopo mi propose di fare insieme un'
esperienza di volontariato con l'UNITALSI
(Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e
Santuari Internazionali) in qualità di "barelliere" cioè coloro
che prestano assistenza agli ammalati
durante i pellegrinaggi organizzati
dall'Associazione.
In un primo momento pensai fosse impazzito. Gli risposi
con rabbia: ma non
hai capito che sto
molto male? Come
posso prendermi cura di altri se non riesco neppure ad aiutare me stesso?
Mi spiegò che a volte aiutando gli altri si aiuta se stessi. E poi,
mi disse, cosa hai da perdere?
In effetti pensai, alternative non ne ho, e poi
se va male ci sono sempre dei medici che
possono aiutarmi.
Così mi presentai alla stazione nel giorno e
nell'ora stabilita per la partenza. Ebbi subito
una grande sorpresa.
Pensavo di trovarmi alla presenza di un luogo triste, di dolore ed, invece, c'era una "strana" atmosfera di allegria nell'aria
La banchina di fronte al "treno bianco" era
tutta invasa da giovani e meno giovani in divisa che con il sorriso sulle labbra: salutavano, abbracciavano, scherzavano ed aiutavano i malati a salire sul treno. Sembravano
partire per una vacanza.
Questo mi sollevò molto anche se rimase in
me il senso di inadeguatezza di fronte all'impegno che mi apprestavo ad affrontare:
sarò in grado di prendermi cura degli ammalati e fornirgli l'assistenza di cui necessitano?
Sono domande la cui risposta si ha solo quando si affronta la situazione tanto temuta. E
questo mi faceva molto soffrire abituato come ero a prevedere tutto, a programmare, a
non fallire...
Partito il treno mi venne affidato il compito
di andare ambulante ad offrire del te' a chi ne
gradisse.
Man mano che attraversavo il treno di
vagone, in vagone
mi soffermavo sui
volti che mi trovavo
davanti ed in tutti
quanti, malati o volontari che fossero,
vi era una costante:
sprigionavano una
grande serenità.
Una serenità che io
non provavo più da
anni. Nel contempo
sentivo un mormorio di sottofondo.
Decisi di andare a
fondo e scoprii che
molti stavano recitando il Rosario la
preghiera di Maria nostra Mamma Celeste
che da tempo avevo dimenticato. Decisi anche io di unirmi a quel coro silenzioso.
Arrivati a Lourdes, fatti scendere gli ammalati, procedemmo alla loro sistemazione nelle camere dell'ospedale adiacente al Santuario.
Subito dopo i volontari più anziani prepararono i turni di assistenza. A me toccò il turno di notte dello stesso giorno di arrivo.
Venni preso da un momento di panico ma
riuscii a controllarmi. Arrivata la sera mi presentai all'ospedale presso il piano che mi era
stato assegnato.
Decisi di cominciare a pregare il Signore affinché mi desse la forza di servire al meglio
il fratello nel momento del bisogno.
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FOTO WILSON
L'occasione non si fece attendere verso le ore bio e gliene ero immensamente grato.
2.00 di notte squillò il campanello di una del- L'ultimo giorno la sorpresa più bella: gli amle stanze di mia pertinenza (ricordo ancora il malati avevano composto una poesia per le
numero la 13).
attenzioni ricevute. Risposi che non potevaMi precipitai pregando sempre più intensa- no nemmeno immaginare il bene che avevamente il Signore e mi trovai davanti una per- no fatto a me. Avevo trascorso una settimasona anziana che mi chiedeva di essere por- na bellissima.
tata in bagno.
Ma che ne era della mia malattia, dei psiSollevai le coperte e subito notai che era pri- cofarmaci, della mia invalidità, del DNA,
va di entrambe le gambe. Ebbi un attimo di della serotonina etc.... Era forse accaduto
esitazione ma subito venni riportato alla realtà un miracolo? Forse si! Il continuo miracodalla voce del mio paziente che mi solleci- lo dell'amore, del dono di sè che ti fa uscitava l'urgenza del bisogno corporale.
re da te stesso. Il riscoprire "l'Amore di
Impacciato per l'inesperienza lo abbracciai e Dio servendo il mio prossimo aveva rilo deposi sul water. Sucomposto la mia
bito dopo provvidi alunità soggettiva.
la Sua pulizia intima e
La malattia mi ha inselo rimisi amorevolgnato molte cose: il
mente al letto. Lui mi
senso del limite; la posringraziò. Avevo avusibilità di instaurare leto il mio Battesimo! E
gami autentici; la geche Battesimo!!
rarchia dei valori; l'efIl giorno dopo malgrafetto taumaturgico e sado avessi riposato sonante dell'Amore per il
lo tre ore, ritornai al
mio prossimo.
mio servizio: mi sentiCerto non sono pienavo oramai un veterano.
mente guarito ma ora io
Volevo stare accanto ai
so che quando mi senmalati per soddisfare
to male è perché non
ogni loro esigenza.
sto amando, mi sto
Riuscivo ad andare a
chiudendo di nuovo al
pregare alla "Grotta"
mondo al suo grido di
solo la sera quando
aiuto!
L’uomo è il fiore più bello della casa di Dio.
non ero di turno ma
Ricordo Eccellenza che
non mi interessava. Ricordavo le parole del quando ci siamo conosciuti a Lourdes Lei di
Vangelo: “ogni volta che avete fatto que- fronte alle mie lamentele per gli anni persi
ste cose a uno solo di questi miei fratelli nel dolore mi disse: “ricordati di quello che
più piccoli, l'avete fatto a me”.
sono riusciti a fare gli Apostoli all'età di
La settimana trascorse in un baleno. La mat- cinquanta anni”.
tina prendevamo le carrozzelle ed accom- Oggi io ne ho 47 di anni e credo molto alpagnavamo gli ammalati alle varie funzio- la Sua profezia: chi si dona e si fa' tutto a
ni religiose. Poi si tornava in albergo a pran- tutti è posto in comunione con l'Amore di
zo. Il pomeriggio si riusciva per delle pas- Dio fonte originaria che lo fa divenire sorseggiate o per assistere ad altri appuntamenti gente di acqua viva per gli altri (GV. 37religiosi.
38).
A volte, se le condizioni di salute dei malati Signore aumenta la mia fede affinché allo permettevano, facevamo anche delle pic- l'eterna domanda del malato: perché procole gare tra carrozzelle.
prio a me? Io possa rispondere e a chi alL'atmosfera era sempre serena anzi giovia- tri se no? No a nessun altro!
le: sembrava ci conoscessimo tutti da sempre. Sentivo su di me lo sguardo vigile di FaRoberto di Lourdes
30
C
Gli antichi Ospedali di Roma
ome già visto nella puntata precedente, gli
obblighi dei giovani di corsia erano praticamente illimitati, poiché in sostanza dovevano espletare tutte le mansioni necessarie al
buon servizio dei malati. Ogni lavoro era descritto minuziosamente come questo riguardante la distribuzione del cibo: "Per la somministrazione della Carità, o sia vitto agl'Infermi, dovranno li sud .i [suddetti - N.d.A.]
Giovani di Corsia prendere nella dispensa il
Pane, e Vino, ed apparecchiato che avranno
gl'Infermi med.i di Salvietta, Cocchiaro e
Forchetta, procederanno alla distribuzione
di ciò, che a quelli è stato destinato. Ed uno
di loro portarà seco l'acqua nell'Inverno calda, e nell’Estate, fresca con Concolina, ed
Asciugamani, affinché l'Infermi possano lavarsi le mani. Avanti e dopo la Carità dovranno i med.i assistere alla recita delle solite Preci e delle Litanie della Madonna
La tariffa del vitto, che segue alle regole dell'ospedale, contiene le tabelle dietetiche per
il personale e gli ammalati. A questi, fino a
quando erano febbricitanti, si dava quello
che ordinava il medico di volta in volta, tenendo conto delle esigenze cliniche del caso. Quando invece erano convalescenti "di
tutto vitto" ricevevano la mattina: "Vitella
lib. Mezza [gr. 169] – Gallina un quarto –
Pane bianco a Xna pagnotta mezza [gr. 140
circa] – Vino Foglietta una [l. 0,513] – Minestra di Fedelini o Farricello o Riso oncie
2 [gr. 56]". La sera invece avevano diritto a:
"Pane bianco a Xna pagnotta mezza – Vino
Foglietta una – Minestra di Semmolella oncie 2 oppure Pambollito o Pangrattato, un
quarto di pagnotta – Ova fresche una, seppure il medico invece dell'ova non ordini insalata cotta.
Come già visto, le ultime norme regolanti
L’Ospedale di
S. Maria dell’Orto
(Seconda Parte)
SSma. e nella sera prima di Cena alla recita delle altre, e del Rosario".
Il cuoco e il facchino completavano il personale dell'ente: il primo doveva essere "un
provetto soggetto per esercitare questo officio con un onesto Salario, commodo [uso N.d.A.] di Stanza, Biancaria da tavola ed il
letto fornito delle sue biancarie". Per il suo
lavoro poteva servirsi "dell'aiuto ed opera
del Facchino con condizione che debba servirsene nelle ore, nelle quali non disturbi, ed
impedisca il servizio, e bisogni degl'Infermi". Per i prelevamenti di cibarie il cuoco dipendeva dal Maestro di Casa che amministrava la dispensa e la cantina di tutta la "Casa" comprendente l'ospedale ed il resto del
personale dipendente dall'Arciconfraternita
addetto ad altre mansioni1.
Da un'altra fondamentale opera di Antonio
Martini ("Le Confraternite romane nelle loro chiese" - Roma, 1963) traiamo invece quest'ultima interessante annotazione:
l'attività dell'ospedale furono emanate il 13
aprile 1795, ma l'ospedale stesso non sopravvisse di molto: cessò ogni attività pochi
anni più tardi, al tempo delle spoliazioni operate dalla cosiddetta "Repubblica giacobina"
del 1798-99, quando arredi e materiali furono asportati per uso di casermaggio ed il cospicuo patrimonio venne depredato.
Da un documento d'archivio dell' Arciconfraternita2 ricaviamo qualche dato utile per
capire la dimensione del fenomeno che, purtroppo, andava ad estinguersi. Da tale Bilancio si può rilevare che nel corso dei 17 anni
ivi contabilizzati erano stati curati 2.377 infermi (con una media di circa 140 all'anno)
mediante 26.500 giorni di ricovero complessivo (degenza media circa 11 giorni pro capite) e che i decessi erano stati 126. Tale era
il suo prestigio che il nosocomio era stato beneficiato, nei secoli, da diversi sgravi fiscali
concessi dai Pontefici, come l'esenzione dal
dazio sul vino proveniente dai Castelli Ro-
31
mani in ragione di 60 barili annui, oppure come il "sale gratis in perpetuo per XL persone ogn’anno à ragione di lib. XV per ciascuna" decretato da Clemente XI nel 1713. In
realtà il ciclone napoleonico aveva dato il colpo di grazia ad una istituzione che, se brillava sotto il profilo della pietà, versava invece
già da tempo in qualche difficoltà sotto il profilo gestionale, senza contare che taluni ospedali viciniori avevano oramai assunto nel territorio un prestigio ben più rilevante.
Passata la bufera, il sodalizio stipulò una convenzione con il vicino Ospedale dei Fatebenefratelli per assicurare l'assistenza sanitaria
ai propri iscritti. Nel 1827, perdurando l'impossibilità di riattivare l'ospedale, tale contratto prevedeva il pagamento
di 20 bajocchi per
ogni giorno di ricovero, assicurato ai
soli malati contribuenti.
Un accurato sopraluogo nelle strutture della vecchia istituzione fu effettuato nel 1836 ma il risultato fu scoraggiante: per il pieno
ripristino sarebbero
occorsi oltre 4.000
scudi, una somma
enorme che l'Arciconfraternita non era assolutamente in grado di impegnare (circostanza poi codificata nell'art. 98 dello Statuto datato 1842). Nel 1852, infine, il fabbricato fu
interamente espropriato dal governo pontificio. A fronte di tale incameramento venne corrisposta un'indennità di esproprio pari a 100
scudi annui: di fatto, una somma irrisoria nella forma e irridente nella sostanza.
***
Prima di concludere questo capitolo, è necessario soffermarsi su un dato di fatto, ossia che i confratelli furono sempre orgogliosi e gelosissimi di tutto ciò che atteneva l'antico ospedale (da essi reputato la maggior
gloria del sodalizio, anche perché realizzato
ben prima della stessa chiesa). La circo-
stanza è peraltro corroborata dall'episodio legato alla traslazione nell'oratorio dell'altare
che ornava la corsia centrale del nosocomio.
Come appena visto, nel 1852 il governo pontificio requisì il corpo di fabbrica, ormai inattivo da più di mezzo secolo, onde farne il primo nucleo dell'erigenda Manifattura Tabacchi3, ma i fratelloni – che ancora non avevano abbandonato il sogno di riattivare l'ostello sanitario4 e mal tollerando quello che ritenevano un sopruso5 – con un rapido colpo di
mano s'impossessarono dell'altare in questione per far sì che almeno quello non cadesse in mani indegne (!). Anzi, la classica
tradizione orale vuole che ciò sia stato fatto
nel corso d'una sola notte, precisamente quella che precedette l'arrivo degli operai incaricati delle demolizioni. A ricordo dell'evento
i sodali vollero apporre nell'oratorio questa
epigrafe:
Dall'ospedale eretto a sollievo
dei confratelli infermi di S. Maria dell'Orto
fu tolto questo altare di varii marmi
quando quell' asilo di cristiana carita'
per le vicende dei tempi mancava
e nell'anno 1852 fu collocato in questo
oratorio nuovamente erigendolo e
dedicandolo al maggior culto della Vergine
per decreto di congregazione.
Domenico Rotella
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Nr 53 Dicembre 2007