ABBIAMO BISOGNO
DI 2.000.000,00 DI EURO
ENTRO IL 30 NOVEMBRE
PER SOPRAVVIVERE
CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,30
IN SICILIA CON L'ISOLA POSSIBILE + EURO 1
SPED. IN ABB. POST. - 45% ART.2 COMMA 20/
BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158
ANNO XXXVIII . N. 255 . DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
EURO 1,20
ABBIAMO BISOGNO
DI 4.000.000,00 DI EURO
ENTRO IL 31 DICEMBRE
PER VIVERE
40.000,00
22.500,00
5.000,00
FOTO AP
LA TRAPPOLA
AFGHANISTAN
Giuliana Sgrena
N
on occorre che le truppe italiane si spostino a sud nella
zona dei combattimenti per
entrare direttamente in guerra con i
taleban, sono i taleban, e i loro nuovi
adepti, che si sono installati sulle
montagne vicino a Herat. L’attentato
suicida che ha colpito ieri mattina
due tank italiani ferendo, fortunatamente solo «lievemente», sei militari
ne è la riprova. Quello di ieri mattina
è l’86mo attentato del genere dall’inizio dell’anno in Afghanistan, il secondo contro le forze dell’Isaf (di cui fanno parte anche 2.400 italiani) in sole
ventiquattro ore.
Un segnale preoccupante di escalation mentre sarebbero in corso trattative del governo di Karzai, sempre più
debole, ed esponenti taleban vicini alla guida spirituale mullah Omar, con
la mediazione di Stati uniti e Gran Bretagna. Contro la possibilità di un accordo e decisi a combattere fino alla
morte se le truppe straniere non lasceranno il suolo afghano sono invece i
nuovi seguaci dei taleban. Un gruppo
di mujahidin, una sessantina o forse
più, raggruppati intorno a quello che
è considerato da al Jazeera il più potente comandante taleban della zona
di Herat, Ghullam Yahya Akbari. Che
conosce molto bene la zona essendo
stato il sindaco di Herat dal 1992 al
1996, dopo la fine dell’occupazione
sovietica e fino all’arrivo dei taleban.
Fuggito allora in Iran era rientrato in
Afghanistan con l’arrivo di Karzai. Ma
il presidente l’ha deluso: è troppo debole, tanto è vero che i venti deputati
di Herat sono in sciopero perché non
si sentono protetti dal governo.
Dunque Akbari ha preso il comando di un gruppo di mujahidin pronti
a sacrificarsi in nome di Allah contro
le truppe infedeli e ha costruito intorno a Herat venti basi di addestramento, alcune già funzionanti ai tempi della «guerra santa» contro gli occupanti
comunisti, per vecchi e nuovi combattenti. Che vivono tra le montagne senza confort, si nutrono di pane secco e
non chiedono altro, ma hanno a disposizione le tv satellitari. «Rifugiandosi tra le montagne i mujahidin sostengono di voler evitare vittime civili
adottando tattiche di guerriglia. A continuare a mietere vittime civili sono invece i bombardamenti americani,
che servono solo ad aumentare il sostegno ai combattenti, taleban o loro
alleati.
La sfida per gli italiani diventa quindi molto più ardua con la scesa in
campo dell’ex sindaco di Herat Akbari, la guerra afghana assomiglia sempre di più a quella degli anni Ottanta
contro l’Armata rossa, e la fine di quella occupazione è ben nota. Come
quella dei precedenti tentativi britannici. Non a caso è proprio un generale
britannico, Mark Carleton Smith, a dire oggi che la guerra in Afghanistan è
perdente, mentre il nuovo candidato
alla Casa bianca, John Mc Cain, pensa
che bastino altri 30.000 uomini per
vincere la prima guerra della Nato fuori dai confini «istituzionali». Gli americani probabilmente sposteranno truppe dall’Iraq all’Afghanistan, ma nel loro riposizionamento sono stati già preceduti da al Qaeda che ha riciclato i
propri jihadisti, messi in difficoltà in
Mesopotamia dai gruppi sunniti, sul
terreno più favorevole dell’Afghanistan, che gode anche di un ampio e
controllato retroterra nelle zone tribali del Pakistan. La scadenza elettorale
negli Usa si avvicina, le scelte dei candidati alla presidenza sull’Afghanistan non sembrano molto diverse,
chiunque vinca dovrà far fronte a una
cocente sconfitta. Nessuna forza straniera ha mai vinto sull’impervio terreno dell’Afghanistan.
L’inferno
può
attendere
Il governo Berlusconi chiede un anno di stop per valutare
costi e benefici del «pacchetto clima». Sfida all’Europa.
Domani a Lussemburgo il vertice dei ministri dell’ambiente
cercherà un accordo. L’opposizione alza la voce PAGINE 2, 3
GUERRA | PAGINA 10
TELEVISIONE | PAGINA 4
CRISI GLOBALE | PAGINA 8
Herat, attacco kamikaze
contro gli italiani: 5 feriti
La Russa invia i Tornado
Fazio ospita Veltroni
e la destra insorge:
spot gratuito per il 25
Allarme del Nomisma:
l’incubo mutui tormenta
le famiglie italiane
L’ambiente
non è solo
un costo.
L’Europa
fermi
l’Italia
CLIMA
Massimo Serafini
a pagina 2
ALL’INTERNO
VERSO LA MADDALENA
VOI SIETE QUI
No, non si può dire solo no
Alessandro Robecchi
Benedetti ragazzi, ascoltate la saggia voce che
scende dal colle. È la voce del capo dello stato,
mica del primo Cicchitto che passa, e dunque
ascoltare, riflettere, pensare. Bene. Lo faremo.
Le solenni parole presidenziali a proposito
della riforma della scuola del ministro Tremonti
(mandante) e della ministra Gelmini (esecutrice
materiale) suonano in questo modo: «Non si
può dire solo no». Ha ragione. Davanti alla proposta che per migliorare l’unica scuola che funziona degnamente (le elementari) bisogna cacciare 87 mila maestre e ridurre le ore di insegnamento, non si può dire solo no. Si può anche dire: «No, siete dei banditi!».
Concordo che dire solo no non basta. Conosco precari che nella scuola non entreranno
mai, i quali dicono addirittura: «No, manco morti!». E so di persone moderate e responsabili che
di fronte alla proposta delle classi di concentramento per bambini stranieri hanno addirittura
sbottato: «No, vaffanculo!».
Ma poi, preso da un brivido, sono andato a
controllare tutte le volte che si è detto sempre
no, o solo no, insomma che si è detto di no. Il lodo Alfano, per esempio. Il no è suonato talmente alto e vigoroso che il lodo Alfano è legge, e tanti saluti al processo per corruzione del solito noto. Sulla truffa Alitalia (i debiti a noi e gli affari
agli amichetti), il no ha tanto rimbombato che
persino il capo dell’opposizione si è vantato di
aver detto sì.
Sarò smemorato, ma non riesco a farmi venire in mente quando e come si è detto no l’ultima volta.
CONTINUA |PAGINA 6
La polizia studia
per il G8:
scuola genovese
Da domani via alle lezioni
in vista del meeting del
2009. Ma tra gli istruttori
figurano alcuni dirigenti
finiti nei guai per le violenze
di Genova 2001 PAGINA 5
STATI UNITI
L’«Elefante rosa»
che fa il tifo
per John McCain
La Women Coalition, militanti devote alla Bibbia, si
schiera con il candidato
repubblicano. Difendono
con furia la scuola privata
contro l’istruzione pubblica
PAGINA 9
pagina 2
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
CONTROPIANO
FOTO MAURIZIO DI LORETI/EMBLEMA
Un anno per mo
Lo scontro
tra due
Europe
Massimo Serafini
F
ermi tutti per un anno, è la
richiesta di Berlusconi all’Europa sul clima. Prima
falsano i conti poi da irresponsabili chiedono di aspettare America e
Cina e di non agire. Lo scontro è
fra due Europe: una avanzata e
una arretrata. Alla prima appartengono coloro che vogliono procedere subito con la decisione unilaterale e vincolante di ridurre, entro
il 2020, le emissioni climalteranti
del 20%. La seconda, di cui l’Italia,
grazie a Berlusconi, è la guida è
quella che considera una sciagura
che l’Europa proceda da sola e
pensa che l’ambiente sia solo un
costo. Il fatto che questa scelta di
stare con gli arretrati sia stata voluta da Confindustria la dice lunga
sul futuro del nostro apparato produttivo e sulla sua vocazione a garantire la propria competitività solo tagliando i costi del lavoro e dell’ambiente. Dietro le dispute sul
prezzo delle «tre venti», che hanno contrapposto numerosi ministri italiani (Ronchi, Prestigiacomo e l’ex socialista Brunetta) al
commissario all’ambiente Dimas,
c’è questa sostanza.
Giustamente Dimas fa notare al
nostro governo che, essendo l’Italia un paese pieno di sole e vento,
dovrebbe rallegrarsi e non protestare che la direttiva europea sul
clima vincoli gli stati membri ad
aumentare del 20% nei prossimi
dodici anni la produzione di elettricità e calore da queste fonti.
Quale straordinaria occasione, ci
ricorda, per mettere a lavorare tante donne ed uomini a eliminare gli
sprechi energetici rendendo superfluo il 20% dell’energia che oggi ci
è invece necessaria per illuminare, riscaldare e rinfrescare. E infine liberare per primi dal carbonio
il sistema produttivo, sapendo
che questa scelta offre grandi vantaggi e non solo costi a chi la fa.
La stessa critica all’unilateralismo in nome della quale si chiede
di rinviare le decisioni di un anno
non si misura con la drammatica
accelerazione avuta dal cambio di
clima a cui si contrappone un immobilismo della politica che solo
una scelta unilaterale può rompere e costruire le condizioni per un
accordo globale e vincolante il
prossimo anno a Copenaghen, a
cui è augurabile venga per gli Usa
Obama. Questi argomenti non
hanno convinto né il nostro governo né la Confindustria. Per loro incentivare il fotovoltaico è un costo, meglio usare quelle risorse
per il nucleare; incentivare la popolazione a risparmiare energia
sono soldi buttati e profitti in meno per Enel ed Eni, tanto che nelle
scorse settimane hanno bocciato
un emendamento dell’opposizione che prolungava di qualche anno la deduzione del 55% delle spese per riqualificare energeticamente la propria abitazione.
Nel truccare i conti si sono poi
rivelati maldestri visto che si sono
dimenticati di detrarre anche i benefici delle minori importazioni di
petrolio. Stanno portando il paese
in rovina e bisogna fermarli. Le opposizioni si uniscano e facciano
crescere un movimento che dia
un segnale all’Europa che c’è
un’altra Italia che non vuole né
sconti né moratorie, ma al contrario conquistarsi un’altra economia e un futuro auspicabile applicando le tre venti su emissioni, efficienza e rinnovabili.
AMBIENTE
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certificato n. 5981
del 04-12-2006
Alberto D’Argenzio
BRUXELLES
R
oma riparte all’attacco contro il
Pacchetto clima, chiede un anno
di stop, 12-15 mesi per «assicurare
un’analisi costi-efficacia». E così, in vista
del consiglio dei ministri dell’ambiente
di domani a Lussemburgo, il governo italiano mette sul tavolo un’altra proposta
potenzialmente indecente, quella di approvare il Pacchetto a dicembre, ma sottoponendolo ad una clausola di «revisione» da realizzare «nel corso del 2009». In
sostanza approvare uno scatolone mezzo vuoto, un’idea che è destinata, presumibilmente, a scontrarsi con la determinazione di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, fino ad ora ben convinti che l’Europa debba arrivare al vertice di Copenaghen del dicembre 2009 con i compiti fatti e non a metà.
Già prima del vertice di mercoledì e
giovedì la diplomazia italiana aveva puntato sulla tattica dilatoria, chiedendo una
valutazione di impatto delle 4 direttive
che compongono la strategia europea
per la lotta al riscaldamento del pianeta.
Alla fine la Presidenza francese aveva ribadito che l’accordo va trovato entro dicembre, inserendo nelle conclusioni del
Consiglio solo un richiamo all’analisi costi-benefici, un richiamo vago che non diluiva e non diluisce obiettivi e tempi.
Ora il governo cerca di sfruttare questa
finestrella per riprovare a ritardare l’attuazione del Pacchetto. L’analisi su costi
e benefici, recita la proposta italiana
«non può essere conclusa in modo definitivo entro la fine del 2008» e pertanto «sarà necessario un arco di tempo non inferiore a 12-15 mesi». Una vera e propria richiesta di stop. Otre a ciò l’Italia chiederebbe anche altre cose: sostituire agli
obiettivi annuali previsti per i settori agricolo, civile e dei trasporti con un solo
obiettivo intermedio vincolante al 2017;
prevedere un’adeguata tutela per tutti i
settori nei confronti del rischio di «carbon leakage», cioè la delocalizzazione
delle imprese a maggiore intensità energetica e, infine, elevare dal 3 al 10% la
quota di energia verde prodotta da propri progetti in paesi in via di sviluppo e
calcolabile all’interno del computo delle
rinnovabili. Poi Roma vorrebbe anche
un ingresso soft del settore termoelettrico all’interno della borsa delle emissioni,
non il 100% a partire dal 2012, come prevede il Pacchetto clima.
Dopo le dure parole di venerdì del
commissario all’ambiente Stavros Dimas, Bruxelles risponde questa volta con
più diplomazia, ma con la medesima fermezza. La Commissione, ha detto ieri
Jens Mester, uno dei portavoce di Barroso, «è consapevole che alcuni Stati membri hanno preoccupazioni», ma continua
ad essere «fiduciosa» che verrà trovata
una soluzione «costruttiva» e che un «accordo complessivo» sul pacchetto climaenergia sarà trovato entro dicembre. Dalla Commissione fanno anche sapere che
domani a Lussemburgo ci sarà modo di
chiarire con il governo italiano le divergenze in modo da lavorare per superarle. Da
Roma non mancano invece le parole ancora di fuoco, come quelle di Brunetta:
«L’Europa ha poco da bacchettare perché
il ’20-20-20’ è una follia. L’Italia bene ha
fatto a rallentare i processi decisionali anche perché sarebbero costati dieci miliardi di euro in più fino al 2020. Non ce lo
possiamo permettere». L’Italia, almeno
per il momento, non ha rallentato un bel
niente. «Quella del rinvio è una bufala», taglia corto Monica Frassoni, capogruppo
dei verdi al Parlamento europeo. Domani
a Lussemburgo il faccia a faccia tra Prestigiacomo e Dimas.
STIME SEMPRE DIVERSE
QUI ROMA
Da 8 a 18 miliardi
Quanto ci costa?
La destra rivendica:
Pd contro le imprese
E Schifani si schiera
Quanto costerebbe all’Italia
l’adozione del pacchetto Ue
sul clima? Le stime divergono. Molto alte quelle del
governo italiano che su quella base motiva il suo no, più
basse quelle dell’Unione
europea, più basse ancora
quelle delle Legambiente.
Per il ministero italiano dell’ambiente «avvicinarsi» agli
obiettivi del pacchetto significherebbe spendere qualcosa
come 18,2 miliardi di euro
l’anno per dieci anni con
una incidenza sul Prodotto
interno lordo (Pil) pari all’1,14%. Niente affatto: secondo le stime del commissario europeo per l’ambiente, il greco Stavros Dimas, i
costi per l’Italia sarebbero
contenuti tra i 9,5 e i 12,3
miliardi l’anno con un’incidenza sul Pil anno per anno
variabile tra lo 0.51% e lo
0,66%. Ancora inferiore la
valutazione di Legambiente.
Secondo l’associazione ambientalista italiana per il nostro paese adottare il pacchetto 20-20-20 costerebbe
non più di 8 miliardi euro
l’anno, fino al 2020.
Il governo Berlusconi chiede 12-15 mesi
di tempo per valutare i «costi-benefici»
del pacchetto clima. Uno stop
che l’Europa non intende accettare,
anche se si dice «fiduciosa».
Domani a Lussumburgo si cercherà
l’accordo alla riunione del consiglio
dei ministri dell’Ambiente
tiratura prevista
76.300
musica.ilmanifesto.it
P
er nulla in imbarazzo di fronte
alle critiche dell’Unione europea, il governo Berlusconi si
trova bene nel ruolo di unico esecutivo schierato contro il pacchetto ambientale e anzi passa all’attacco dell’opposizione: «Veltroni è irresponsabile, è contro le imprese italiane». E a
sorpresa, visto il ruolo istituzionale
che dovrebbe ricoprire, il governo
trova un alleato nel presidente del senato Renato Schifani. Che non si preoccupa neanche di smentire il capo
dello stato che aveva invitato a non
trascurare i problemi dell’ambiente.
«Credo che la posizione italiana sia
la più corretta - dice Schifani - perché in tema di costi si attesta sulla posizione più rigorosa».
«Il governo - dice il capogruppo
del Popolo delle libertà alla camera,
Fabrizio Cicchitto - sta lavorando
per difendere le imprese italiane in
un momento assai difficile. L’attacco
di Veltroni su questo terreno è anche
un attacco irresponsabile all'impresa italiana: Pecoraro Scanio ha trovato il suo sostituto nel Pd». All’offensiva anche il ministro della pubblica
amministrazione Renato Brunetta:
«L’Europa ha poco da bacchettare,
quel piano sarebbe una follia, L’Italia ha fatto bene ha fatto a rallentare
i processi decisionali anche perché
sarebbero costati dieci miliardi di euro in più al 2020. Non ce lo possiamo
permettere e non è giusto». Invece
per il ministro-ombra dell’ambiente,
Il Pd Ermete Realacci, «il nostro paese è fra quelli che hanno i requisiti
maggiori per orientare il sistema produttivo su basi ambientali. Peccato
che il nostro premier, unico fra i leader dei grandi paesi europei anche
di centrodestra, continui ad inchiodare l'Italia in una posizione di retrovia rispetto al resto d'Europa».
DOMENICA
presentazione CD
TÊTES DE BOIS
Avanti Pop
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I Diari del Camioncino
19 OTTOBRE
con Dacia Maraini
IN CONCERTO
LUCCA, ore 21
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EDOARDO DE ANGELIS
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in redazione
alle 21.30
ROMA
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ore 20.30
Galleria ex Tangenziale
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
pagina 3
CONTROPIANO
rire avvelenati
L’ATTACCO DI ITALIA NOSTRA
Inquinamento, «chiedendo la deroga il governo guarda al passato»
«Con la decisione di chiedere una deroga alla Ue sugli impegni per tagliare le emissioni di gas serra,
l'Italia si pone automaticamente alla testa di quei Paesi che guardano al passato e non al futuro del
nostro pianeta. Stiamo diventando un vero e proprio freno per quei processi virtuosi che possono
limitare il surriscaldamento terrestre». Così il presidente nazionale di Italia Nostra, Giovanni Losavio,
aprendo ieri mattina al Teatro Bibiena di Mantova il convegno sulla qualità dell'aria in Valpadana,
che ha dato il via al congresso nazionale di Italia Nostra, la cui conclusione è prevista per oggi. Giovanni Zenucchini, segretario della sezione di Brescia di Italia Nostra, ha illustrato un suo studio, basato sull'analisi dei dati di 50 centrali dell'Arpa diffuse su tutta la Lombardia, in cui viene messo in
evidenza come negli ultimi tre anni gli ossidi di azoto nella valle Padana abbiano sistematicamente
superato «anche in misura doppia» il limite imposto dalle leggi italiane ed europee. «I dati sull'inquinamento dell'aria padana parlano da soli - ha detto Franco Belosi dell'istituto di Scienze dell'Atmosfera del clima del Cnr -. E quindi bisogna partire dai numeri per trovare le soluzioni».
STATI UNITI
Contro la crisi,
la California
sceglie Kyoto
EUROPA · Su energia e clima si gioca una delle più grandi sfide del futuro
La quarta rivoluzione industriale
e una fabbrica-mondo del secolo scorso
Gianni Mattioli e Massimo Scalia
P
rima sono andati col cappello in mano in giro per l’Europa a chiedere
degli sconti per l’Italietta, poi si sono schierati con la arretrata Polonia dei
due gemelli per cercare di fermare l’Europa che avanza verso i tre 20%. Il governo
Berlusconi non arretra di fronte a nulla,
pur di restare saldamente attaccato a una
Confindustria che, con la sua piattaforma
generale, si muove al confine tra il XIX e il
XX secolo, provincialmente ignara che siamo da tempo entrati nella terza, se non
quarta, rivoluzione industriale. Certo, si è
dovuto ricorrere, come d’abitudine, all’arsenale dei dati truccati. Ma in Europa il
bluff viene smascherato con tanto di giusta reprimenda del commissario Ue all’ambiente. Del resto, nessuno ha gridato:
«Millantatore!» quando Scajola se ne è
uscito fuori proponendo la sua linea sull’energia con un 25% di nucleare da fare
entro il 2020, cioè almeno dieci centrali nucleari da 1600 megawatt (tipo l’Epr francese di Flamaville).
Sul legame energia-cambiamenti climatici si gioca una delle più grandi sfide, forse la più grande di questo secolo e l’Europa si è messa in pole position. I «benaltristi», che ironizzano sulla portata limitata
degli effetti dei tre 20% europei, fingono di
ignorare che quando Zapatero pretende il
«sorpasso» sull’economia italiana non è
certo estraneo il fatto che la Spagna ha già
installato il quintuplo dell’eolico dell’Italia
e ci sta dando una pista su tutti i tipi di
energia solare. Fingono di ignorare che la
Germania ha aperto negli ultimi dieci anni
oltre 250mila nuovi posti di lavoro proprio
nel settore delle energie dolci, che Mac
Cain propone nel suo programma il 60% Obama il 90% - di abbattimento della C02
entro il 2050. Anche la Marcegaglia dovrebbe capire che questo obiettivo sarebbe impossibile se al traguardo del 2020 gli States
non avessero raggiunto il 20% che si propone l’Europa. Certo il XXI secolo è quello
della rivoluzione del web, della autostrade
informatiche, ma queste procedono quasi
per conto loro, hanno alle spalle quella dematerializzazione delle produzioni preconizzata trent’anni fa dal rapporto Saint Geours dell’allora Cee.
Più complessa e radicale la «rivoluzione
energetica» europea. Da un lato essa incontra la resistenza «locale» delle industrie
grandi consumatrici d’energia, che vogliono perseguire, come è evidente nel consorzio per la centrale nucleare finlandese di
Olkiluoto 3, i loro interessi contro le regole
della concorrenza (ma non è affatto detto
che la Ue darà a suo tempo il via libera). E
sul piano «globale» ci sono sempre le grandi multinazionali dell’energia che vogliono essere loro a decidere modalità e tempi
per l’ineluttabile cambiamento del modello energetico. Per questo non esitammo a
definire «rivoluzionaria» l’azione europea
lanciata nel marzo del 2007 dalla «ragazza
dai capelli rossi», Angela Merkel, la democristiana dell’ex Ddr, che riuscì a convincere i riottosi paesi dell’Est. Perché il passaggio da un modello ad alta densità d’energia - quello attuale - a un modello di energia diffusa sul territorio apre non soltanto
all’innovazione tecnologica e a una nuova
economia, ma anche a forme nuove di par-
tecipazione, di responsabilità concreta, di
controllo e di cultura, in una parola gli elementi fondamentali di una società sostenibile.
Ma lottare per quello che servirà ai nuovi assetti produttivi delle società e ai conseguenti stili di vita richiede visione di futuro e superamento di vecchie concezioni
«industrialiste», ancora fortemente radicate e non davvero solo a destra. Eh sì, perché la miseria delle azioni di questo governo forse farà aprire qualche occhio anche
in Italia, ma il complesso del centro sinistra sta anche lui indietro di lustri e sembra non voler cogliere la grande occasione, l’altra faccia dei drammatici sconvolgimenti climatici. La sinistra, quella che si è
auto pensata radicale, ha colto in queste
grandi tematiche l’aspetto strumentale di
battaglie settoriali, giustapponendole a un
vetusto armamentario di lettura della società.
Il Partito Democratico, inceppato oltretutto da un inopportuno perbenismo istituzionale, non ha capito, al di là di qualche sortita interessante, che è impensabile
un riformismo del XXI secolo che non abbia al centro le politiche della sostenibilità, proprio a partire dal link energia ambiente. Solare, ma anche nucleare non regge da nessun punto di vista, risorse economiche e organizzative, impegno industriale, gestione amministrativa, modello di società: è l’esempio più netto di come il riformismo, per essere tale, deve essere capace
di radicalità.C’è da augurarsi che in una
battaglia ampia perché la Ue batta Berlusconi tutta la sinistra trovi finalmente la
sua strada.
QUI PARIGI · Il pacchetto sulle emissioni nocive al centro della presidenza di turno della Ue. E la Francia si adegua
Sarkozy fa l’ambientalista, l’Assemblea vota il «Grenelle»
Anna Maria Merlo
PARIGI
L’
Italia e la Polonia, avanguardia della retroguardia dei paesi con l’industria più
arretrata nella Ue (Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e i baltici), hanno imposto il voto all’umanimità, a dicembre, sul pacchetto «clima-energia», uno dei progetti più importanti della presidenza francese dell’Unione
europea, che si conclude a fine anno. «Non sarà facile - ammette Sarkozy, far passare questo
progetto, che dovrebbe porre l’Unione europea in posizione trainante nel mondo.
Nel frattempo, vari paesi hanno già intrapreso la strada legislativa per tradurre a livello nazionale gli impegni presi dalla Ue fin dal marzo
del 2007, quando aveva promesso una riduzione unilaterale del 20% delle emissioni ad effetto serra entro il 2020 (rispetto a quelle del ’90).
In Francia, martedì prossimo l’Assemblea voterà solennemente il «Grenelle 1», cioè il progetto
di legge che riafferma gli obiettivi del cosiddetto «3 volte 20»: 20% di riduzione del consumo
di energia, 20% di riduzione delle emissioni di
gas ad effetto serra e 20% di energie rinnovabili
nel consumo energentico nazionale nel 2020. Il
«Grenelle», cioè la grande discussione nazionale sull’ambiente, è iniziata in Francia un anno
fa. Le ambizioni sono state un po’ ridotte dalla
discussione parlamentare, dove i deputati di
destra hanno frenato. Ma Sarkozy si è schierato
con il ministro dell’ambiente, Jean-Louis Borloo, che si sente spuntare le ali per entrare nella
rosa dei nomi che potrebbero sostituire in seguito il primo ministro François Fillon.
Borloo ha parlato ieri, dopo la discussione
degli articoli del «Grenelle 1», di «un grandisimo testo, assolutamente essenziale per l’avvenire». La sottosegretaria Kosciuko-Morizet af-
ferma che la Francia è di fronte a «una rivoluzione copernicana». Ma il vero test sarà all’inizio
del 2009 il «Grenelle 2», la legge di applicazione
del catalogo di intenzioni che sarà votato martedì, quando verranno precisati i finanziamenti,
messi in difficiltà dalla crisi finanziaria. Il «Grenelle» prevede 280 diverse misure, per un impegno di 19 miliardi di euro nella finanziaria del
2009. Sarkozy aveva promesso di raddoppiare
la fiscalità ecologica nel quinquennato, ma per
ora avanza con i piedi di piombo.
Anche se gli ecologisti fanno valere che la
protezione dell’ambiente va di pari passo con
la crescita economica. Secondo lo studio tedesco Wuppertal, se la Ue economizzerrà il 20%
dei consumi di energia, potrà economizzare fino a 220 miliardi di euro (con barile di petrolio
a 100 dollari). Inoltre, ci sarà un impatto favorevole sull’occupazione: «L’Europa è leader mondiale nel campo dell’economia di energia e i
servizi energetici hanno in gran parte carattere
locale. Questo significa la creazione di numerosi nuovi posti di lavoro altamente qualificati»
scriveva il Libro verde della Commissione europea nel 2005.
Nel 2012, tutte le nuove costruzioni abitative
in Francia dovranno rispondere a criteri di basso consumo d’energia. verranno dati incentivi
ai privati per mettersi a posto con le nuove norme. Sarkozy ha confermato che poco per volta
verrà applicato il principio del bonus-malus,
per orientare i consumatori verso prodotti meno inquinanti: ma per il momento Borloo ha
dovuto rivedere al ribasso le proprie ambizioni
su questo fronte, a causa della crisi finanziaria
e del deficit pubblico. Per i trasporti, verrà imposta una tassa sui camion dal 2011 e verranno
costruite altri 2 mila chilometri di linee Tgv. E
le famiglie pagheranno sui rifiuti in rapporto alla quantità prodotta.
*NEL GIORNO DI USCITA ABBINATA OBBLIGATORIA CON IL MANIFESTO: 2,50 EURO.
1,30 EURO PIÙ IL PREZZO DEL GIORNALE NEGLI ALTRI GIORNI.
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Gli affari della “foresta verde”
Jacques Denis
CASA BIANCA
La politica estera del futuro
Michael T. Klare
CONTROTERRORISMO
Il mercato globale della paura
Didier Bigo
Luca Celada
Los Angeles
L
a California ha ribadito la tabella di marcia per l’implementazione del Global Warming Solutions Act, la legge varata
nel 2006 per allineare lo stato più
popoloso dell’Unione con il protocollo di Kyoto già respinto da
Washington. Si tratta del più ambizioso programma americano per
la salvaguardia del clima e prevede l’eliminazione dall’atmosfera
di 174 milioni di tonnellate di gas
serra entro il 2020. La legge firmata da Arnold Schwarzenegger due
anni fa prevede di riportare i livelli
di emissione di Co2 e altri gas nocivi ai livelli del 1990 attraverso una
varietà di misure che vanno dall'ottimizzazione di consumi e dei
trasporti, l’incentivazione di energie alternative e l’istituzione di un
mercato industriale dei crediti di
inquinamento che costituiscono
uno dei pacchetti più ambiziosi al
mondo.
Più della metà delle riduzioni
dovranno provenire da norme per
l’efficienza architettonica e di elettrodomestici e da nuove severe
normative sugli scarichi automobilistici imposti ai costruttori - quelle stesse che avevano provocato le
querele dei big three di Detroit
nonché quella del governo di George Bush che contestava alla California il diritto di porre limiti ambientali propri, considerandoli
esclusiva prerogativa federale.
Contro il progetto anche le associazioni industriali, che hanno
nuovamente attaccato la legge come un giogo alle imprese e al commercio dell’«azienda California»,
un’economia da $1.5 trilioni che è
tuttora la sesta economia mondiale (presa da sola contribuisce i
15% al pil americano). Un’economia che versa peraltro in gravi ristrettezze a causa della crisi finanziaria, che solo la scorsa settimana
sembrava provocasse la bancarotta dello stato, impossibilitato a ricevere i crediti bancari che permettono l’ordinaria amministrazione pubblica (la crisi è stata risolta con una vendita straordinaria
di buoni del tesoro).
Per il governatore Schwarzenegger, repubblicano, l’agenda ambientale rimane però di assoluta
priorità «malgrado una contingenza difficile, è essenziale che
procediamo. Il piano produrrà decine di migliaia di posti di lavoro e
sul lungo termine incrementerà il
prodotto dello stato» ha sostenuto
il governator grande fautore dell’industria high tech e della riconversione del know-how di Silicon
Valley alle applicazioni tecnologiche ambientali. Lo stato incentiverà inoltre l’eolico e il solare (e a novembre si voterà un referendum
sull’obbligo per le utilities di acquistare il 15% delle energia da fonti
pulite entro il 2012). Abituata a giocare d’anticipo, la California è entrata in recessione prima del resto
del paese, come ha rilevato di recente il Wall Street Journal, è questo lo stato dove più era cresciuta
la bolla immobiliare e creditizia all’origine di gran parte degli strumenti «tossici» subprime che hanno avvelenato la finanza mondiale. Invece di decurtare i programmi ambientali, però, il governo ha
deciso di incentivarli.
pagina 4
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
POLITICA E SOCIETÀ
LODO FEDE - EUROPA 7
Altroconsumo ricorre alla commissione Ue
Un sollecito alla commissione europea per la concorrenza per chiedere, con «estrema urgenza», «il rispetto delle regole di concorrenza
nel mercato televisivo italiano», visto che il passaggio delle televisioni dal sistema analogico a quello digitale peggiora la qualità del pluralismo e del servizio televisivo in Italia. Lo ha inviato negli scorsi
giorni l’associazione Altroconsumo, che già nel 2005 aveva firmato
il ricorso contro la legge Gasparri. E così, in attesa della sentenza del
consiglio di stato italiano, entra in campo un altro attore nella battaglia che oppone in questi mesi Rai, Mediaset e governo alla tv ’fantasma’ Europa 7, che aspetta da dieci anni le frequenze tv che si è aggiudicata con regolare gara nel ’99.
Lo scorso 8 ottobre i consumatori hanno impostato una nuova
lettera alla commissaria Neelie Kroes. Chiedendo un intervento urgente perché le operazioni di switch off al digitale in Italia sono iniziate dal 15 ottobre in Sardegna, «peraltro con una campagna di informazione agli utenti che è apparsa sino ad ora a dir poco precaria», sostiene Altroconsumo. Nel passaggio al digitale infatti, all’opposto di quello che afferma la legge Gasparri (già censurata dalla
corte di giustizia europea), «eventuali posizioni dominanti o oligopolistiche dei titolari delle frequenze potranno determinare effetti distorsivi ed anticoncorrenziali anche sui nuovi mercati dei servizi a
valore aggiunto che verranno commercializzati attraverso le frequenze digitali». In pratica, sostiene l’associazione, con il digitale si
moltiplicano i canali, ma anche «il rischio che la disciplina nazionale della materia produca o comunque consenta il prodursi di effetti
distorsivi della concorrenza in un mercato nevralgico per lo sviluppo economico e culturale del paese», con conseguente «violazione
dei diritti fondamentali degli utenti e consumatori».
d.p.
CAMORRA
Maroni si smentisce:
nulla contro Saviano
Ilaria Urbani
NAPOLI
L
o Stato, le forze dell’ordine e gli
imprenditori sono il vero bersaglio della camorra, gli scrittori
rimangano al loro posto. Questo in
sostanza il messaggio che il ministro
dell’interno Maroni aveva lanciato venerdì da Napoli allo scrittore Roberto
Saviano, sotto protezione perché minacciato di morte dalla camorra. Ma
il titolare del Viminale ieri ha corretto
il tiro e, da Saint Vincent dove era
ospite di una tavola rotonda sulla sicurezza, ha detto: «Su Saviano sono
stato mal interpretato, frainteso, ho
voluto fargli un favore, dirgli che lo
stato gli è vicino, che gli garantiamo il
massimo livello di sicurezza - ha spiegato - ma anche affermare che non
spetta solo a lui farsi carico della lotta
alla criminalità».
Maroni aveva spiegato venerdì di
non voler ridurre lo stato e la sua azione a una personificazione, e dunque
Saviano all’unico simbolo della lotta
contro la criminalità precisando ieri
che sarebbe un rischio maggiore per
l’autore di Gomorra apparire come
l’unico depositario delle verità sul
contrasto alla camorra e ai suoi affari
illeciti su scala internazionale. «Conosco Saviano - ha aggiunto il ministro
- è un ragazzo molto coraggioso, non
credo però che sia bene per lui caricargli addosso tutte queste responsabilità. Perché non lo fanno vivere bene. La semplificazione non fa onore
alle migliaia di persone, magistrati e
forze dell’ordine, che tutti i giorni
combattono contro la criminalità».
Saviano intanto non ha ancora deciso se trasferirsi all’estero mentre si
moltiplicano gli attestati di stima e solidarietà nei suoi confronti. Oltre cento parlamentari ieri hanno sottoscritto l’appello del deputato Franco Laratta del Pd per invitarlo in parlamento, il sociologo Domenico De Masi
propone l’autore di Gomorra per il
premio Nobel per la Pace e lo scrittore Salman Rushdie lo mette in guardia «perché la camorra è peggio della
fatwa». La Fnsi, su proposta dell’Associazione Napoletana della Stampa,
ha deciso di tenere il 30 ottobre a Caserta una riunione straordinaria della
sua giunta nazionale in sostegno di
Saviano e degli altri cronisti minacciati dal clan dei Casalesi. Dello stesso
avviso Giuseppe Giulietti di Articolo
21: «Vorremmo che simbolicamente
Casal di Principe diventi il luogo in
cui promuovere importanti iniziative
di sensibilizzazione».
DOMENICA OUT · Il segretario del Pd: tv schierata come mai visto
Il Pdl attacca Fazio:
«Uno spot per Walter»
WALTER
VELTRONI
NEGLI STUDI
DI RAIUNO
FOTO AP
IN ALTO
IL DIRETTORE
DEL TG4
EMILIO FEDE
Micaela Bongi
I
l governo ha troppo spazio nei telegiornali, dice l’Authority per le comunicazioni chiedendo un riequilibrio.
«Il trattamento che diversi media italiani
riservano al premier è vicino a livelli di
adulazione nordcoreani», rilancia il Financial Times, in una corrispondenza da
Roma dedicata all’attuale «luna di miele»
del Cavaliere con l’elettorato. Eppure al
Pdl non basta. I forzisti, in particolare,
non sopportano l’idea che il segretario
del Pd Walter Veltroni sia ospite, quuesta
sera, del programma di Fabio Fazio Che
tempo che fa in onda su Raitre. Il leader
del Pd ha dovuto rinunciare all’invito di
Monica Setta a Domenica in, sempre per
oggi. Improvvisamente il direttopre di Ra-
www.ilmanifesto.it
Fateci
uscire
iuno Fabrizio del Noce si è accorto che
esiste una delibera della commissione di
vigilanza Rai, datata 2003, che limita la
presenza dei politici nelle trasmissioni di
intrattenimento. In base a quell’atto di indirizzo, tale presenza, che andrebbe «normalmente evitata», deve comunque «trovare motivazioni nella competenza e responsabilità degli invitati su argomenti
tratatti nel corso del programma stesso».
I politici devono inoltre essere collocati
in «finestre informative» da realizzare all’interno del programma. Insomma, non
esattamente un divieto. E infatti la delibera, fino a questa settimana, non aveva impedito ospitate di politici nella stessa Domenica in (la rubrica di Monica Setta del
resto si chiama Domenica in politica). Il 5
ottobre c’erano il presidente del senato
DOMENICA 19 OTTOBRE
RIMINI, ore 18.30
CENTRO GIOVANI DI SANTA GIUSTINA
via Montiano 14
RAI-CONSULTA
IMPASSE PECORELLA-ORLANDO
E DI PIETRO NON SI FIDA DEL PD
Riprenderanno domani pomeriggio le votazioni per l’elezione del giudice costituzionale di nomina parlamentare che manca da
oltre un anno. Ma sarà quasi certamente
un’altra fumata nera: il Pdl insiste con
Gaetano Pecorella, il Pd replica ancora
con Fassino che serva un candidato «sul
quale non sussistano ostacoli di natura
giudiziaria o politica». Ma il no a Pecorella
significa anche la bocciatura di Leoluca
Orlando, esponente dell’Italia dei Valori di
Di Pietro e candidato del Pd, alla presidenza della commissione di vigilanza Rai. Ragione per cui è prevedibile che anche la
convocazione della commissione di domani sera, la 24esima, si risolverà in un nulla di fatto. A questo punto Di Pietro comincia a non fidarsi più: teme che il Pd possa
finire col mollare Orlando, favorendo anche quanti nel Pdl non vedono di buon
grado Pecorella: con due candidati nuovi
l’accordo si potrebbe trovare facilmente.
«Berlusconi - attacca Di Pietro - vuole
mandare alla Corte costituzionale il suo
avvocato, ma anche il Pd fa l’opposizione
del giorno dopo che non serve a niente».
CALABRIA
DE MAGISTRIS, NUOVE ACCUSE:
MOLTI MAGISTRATI COLLUSI
«Una parte rilevante della magistratura
calabrese non è affatto estranea al sistema criminale che gestisce affari di particolare rilevanza in Calabria». Luigi de Magistris, l’ex sostituto procuratore di Catanzaro che aveva portato avanti inchieste delicatissime sulle truffe ai fondi europei, la
massoneria deviata e i politici corrotti in
Calabria torna a lanciare le sue accuse.
Lo fa da Napoli, dove nel frattempo è stato trasferito dal Csm su richiesta dell’ex
ministro della giustizia Clemente Mastella,
da lui indagato nell’inchiesta Why not.
«Senza una parte della magistratura collusa la criminalità organizzata sarebbe stata
sconfitta - ha detto de Magistris a Sky
Tg24 - e il collante in questo sistema sono i poteri occulti che gestiscono le istituzioni. Io stavo indagando su questo fronte
ed è uno dei motivi principali del fatto
che io sia stato allontanato dalla Calabria». De Magistris è adesso giudice del
riesame a Napoli.
RIFORMISTI
ANGIUS RIABBRACCIA IL PD
E I SOCIALISTI SI ARRABBIANO
Un addio con rabbia. Non tanto di Gavino
Angius, che ieri a Roma ha ufficializzato il
suo «ritorno a casa» annunciando la confluenza di una piccola componente riformista al Pd. Quanto dei socialisti del Ps che
si sentono abbandonati e che quasi per
la totalità decidono di non seguirlo. Se
Angius, e con Lui Franco Grillini e Alberto
Nigra, approfittano del convegno «Unire le
forze del riformismo italiano» per incassare la solidarietà di Piero Fassino e Goffredo Bettini annunciando l’adesione alla
manifestazione del 25, dai socialisti arrivano bordate. «Nessun socialista che provenga dalla tradizione del Psi se ne va sbattendo le porte - dice il segretario del Ps
Riccardo Nencini - il fatto che gli ex diessini abbiano deciso di mollare non lo consideriamo esiziale per il partito». Rincara la
dose l’eurodeputato Ps Battilocchio: «In
termini di militanti e consenso gli ex Ds
erano riusciti a portare davvero poco». E
Bobo Craxi ricorrendo a metafore paterne
aggiunge: «Spingere il Pd al cambiamento
è cosa ben diversa dall’abbandonare una
nave che seppure per un breve tratto si è
contribuito a guidare». Angius lasciò i Ds
al congresso di Firenze nel 2007 rifiutandosi di aderire al Pd.
MERCOLEDÌ 22 OTTOBRE
BOLOGNA
SALA DEL BARACCANO, via Santo Stefano 119, ore
21.00
Serata di solidarietà con il manifesto "Libertà vo cercando ch'è si cara..."
Introduce Raffaele K. Salinari; intervengono: Cristiano Zecchi (il "Domani"), Marco
Trotta ("Carta"), Sergio Bellucci ("Liberazione"), Elfi Reiter ("il manifesto"), Alfredo
Pasquali ("Radio Città Fujiko"); conclusioni di Gabriele Polo (direttore de "il manifesto")
SALA A CELESTE, via Marconi 67 - Cgil, ore
Campagna di sottoscrizione straordinaria
ECCO COME POTETE PARTECIPARE: ON LINE CON CARTA DI CREDITO
SUL SITO WWW.ILMANIFESTO.IT, TELEFONICAMENTE CON CARTA DI CREDITO, AL
NUMERO 06/68719888 O VIA FAX AL NUMERO 06/68719689. BONIFICO
BANCARIO PRESSO BANCA POPOLARE ETICA - AGENZIA DI ROMA - INTESTATO A IL
MANIFESTO - IBAN IT40K0501803200000000535353. CONTO CORRENTE
POSTALE NUMERO 708016, INTESTATO A IL MANIFESTO CCOP ED ARL - VIA
BARGONI 8 - 00153 ROMA. PER INFORMAZIONI [email protected]
Schifani (che proprio da quegli schermi
aveva attaccato Veltroni) e il ministro Brunetta. Poi è arrivata la nuova circolare. La
commissione di vigilanza non è operativa perché non ha il presidente, urge correre ai ripari. Ci sarebbe lo zampino di Silvio Berlusconi, che a quanto pare della vigilanza può far benissimo a meno. Certo,
oggi a Domenica in doveva andare anche
la ministra Mara Carfagna, che di fronte
alle porte chiuse degli studi Rai è rimasta
delusa. Nessun problema, ha potuto agilmente «ripiegare» verso Mediaset, Canale 5: oggi pomeriggio sarà con Paola Perego a Questa domenica.
Tutto a posto. Ma poi esce la lista degli
ospiti che oggi saranno da Fazio (Carlo
Petrini, Alessandro Baricco e appunto Veltroni) con gli argomenti trattati (compresa la manifestazione del Pd del 25 ottobre) e il Pdl si agita: «La spregiudicatezza
del signor Fabio Fazio va al di là di ogni rispetto delle regole per un dipendente del
servizio pubblico. Già nel maggio scorso
invitò nel suo programma, senza alcuna
logica, il signor Travaglio che attaccò a testa bassa il neo-eletto presidente del senato Schifani. Adesso arriva l'invito a Veltroni in un programma fintamente solo d'intrattenimento, ma che fa politica costantemente al fianco della sinistra», tuona
Giorgio Lainati, della vigilanza. «La presenza di Veltroni da Fazio a meno di una
settimana dalla manifestazione del 25 ottobre ha un solo obiettivo: farsi pubblicità con i soldi di chi paga il canone. Questa volta non credo si leveranno voci di
protesta da parte di chi invoca par condicio e una Rai veramente servizio pubblico», insiste Maurizio Lupi.
Ma quello di Fazio non è un programma di intrattenimento, è una trasmissione culturale - ribatte il capostruttura di
Raitre Loris Mazzetti - che può ospitare
politici, come ha stabilito anche il Tar dopo che, in una della tante polemiche sulla
questione, era intervenuta l’Authority.
«Avevamo invitato anche Silvio Berlusconi, che ha preferito andare alla puntata
d’esordio di Porta a Porta, mentre Gianfranco Fini ha accolto il nostro invito e
dobbiamo decidere il giorno della sua
partecipazione», prosegue Mazzetti. La
partecipazione di Veltroni a Che tempo
che fa ha avuto anche l’ok della direzione
generale di viale Mazzini, che ha dato invece parere negativo su Domenica in.
Mazzetti parla anzi di «richiesta» del dg di
ospitare il segretario del Pd, che comunque era già invitato: «E’ giusto che ci sia
par condicio dentro l’azienda».
Dal canto suo, Veltroni «riscopre» la televisione (che durante la campagna elettorale aveva detto di voler evitare, pur
non riuscendoci). «Dobbiamo andare un
po’ in tv - dice il segretario del Pd, parlando al circolo romano di San Basilio, alla
luce dei dati dell’Agcom sui tg - perché il
sistema dell'informazione italiana è quello che è. Ci sono dati allucinanti, dove la
presenza del governo e della maggioranza è al 70%, ecco perché il consenso è così grande. È uno squilibrio inaccettabile.
La tv è schierata come mai visto».
A cura della redazione politica
17.00
"Diritti e libertà" la Cgil incontra il manifesto
Buona musica dal vivo
e "cena dla ligaza"
a sostegno de il manifesto
Dibattito con Gabriele Polo (direttore de il manifesto), Cesare Melloni (segretario generale
Camera del Lavoro-Cgil) e Danilo Barbi (segretario generale Cgil Emilia Romagna)
LIVORNO, ore 20.30
LA SGRANATA, via di Salviano 43 (accanto al bar "Veloce")
Cena di finanziamento
Per prenotazioni: andreamorini(at)newglobal.it o tel. 3478822846
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
pagina 5
POLITICA E SOCIETÀ
SI FRONTEGGIANO POLIZIOTTO E MANIFESTANTE FOTO MERCADINI.
SOTTO IMMAGINI DAL G8 DI GENOVA 2001. DALL’ALTO FOTO REUTERS,
AP E REUTERS IN ULTIMO LA MADDALENA SEDE DEL PROSSIMO G8 AP
2001-2009
PUBBLICA SICUREZZA
Dalle violenze genovesi
all futuro sull’isola sarda
DOPO GENOVA · In vista del vertice della Maddalena il Viminale organizza «corsi di ordine pubblico»
La polizia a scuola di G8
I responsabili sono ancora tutti in carica,
ma per non ripetere gli errori del 2001 la Ps
punta sulla formazione di 200 funzionari.
Peccato che tra gli insegnanti ci siano anche
dirigenti finiti nei guai per gli scontri
di Genova e del Global meeting di Napoli.
Anche allora era stato tentato un
addestramento speciale e persino distribuito
un opuscolo agli agenti dove si spiegava
che «i manifestanti non sono tuoi nemici».
Com’è andata a finire si sa
Sara Menafra
INVIATA A GENOVA
D
i punire o cacciare i responsabili delle
violenze all’ultimo g8 italiano non se ne
parla. Ma visto che un nuovo meeting
dei potenti si avvicina - questa volta ospitato dall’isola della Maddalena - la polizia italiana ha deciso di correre ai ripari. Da domani, e per dieci
settimane, saranno convocati al Viminale venti
funzionari di polizia alla volta per seguire un vero e proprio corso di «ordine pubblico», in cui
analizzare gli errori del passato e provare a far
meglio. Peccato, però, che alcune delle lezioni
saranno tenute da dirigenti di polizia finiti nei
guai per gli scontri del g8 di Genova e del Global
meeting di Napoli. E che all’epoca di quei fatti al-
cuni di loro abbiano fatto davvero una pessima
figura.
L’idea è stata di Oscar Fioriolli, Direttore centrale per gli istituti di istruzione presso il Dipartimento di Ps ed ex questore di Genova subito dopo il g8 del 2001. Che ha puntato tutto sulla formazione dei funzionari di polizia, convocando
lezioni settimanali per analizzare i video degli
scontri fatti in passato e provando a spiegare
che sta ai poliziotti più qualificati e non ai singoli agenti del reparto mobile far sì che si svolga
tutto con calma e senza incidenti. Al momento
di organizzare le lezioni, però, qualcosa non ha
funzionato. E infatti ai corsi ci saranno almeno
due dirigenti di polizia che di problemi in fatto
di ordine pubblico ne hanno avuti più d’uno: alle lezioni dello psichiatra Vittorino Andreoli sui
meccanismi della paura e dell’attuale responsabile dell’antiterrorismo dell’Ucigos, Ignazio Coccia, seguiranno quelle organizzate da Raffaele
Aiello e Mario Mondelli.
Entrambi, in fatto di piazza, no global e scontri hanno un passato a dir poco burrascoso. Aiello, che oggi è il Direttore dell’ufficio ordine pubblico del dipartimento di pubblica sicurezza è
stato a capo del Quarto reparto mobile di Napoli dal 1998 al 2002. Il 17 marzo 2001, il giorno del
Global forum napoletano, era in piazza Municipio, nel mezzo degli scontri che molti considerarono l’ouverture delle violenze genovesi. Aiello
era tra i dirigenti che pianificarono gli schieramenti delle forze in piazza sia a Napoli sia quando, alcuni mesi dopo, fu spedito a Genova col
suo reparto. La jeep magnum che passò davanti
alla scuola Diaz poco prima della violenta perquisizione nel dormitorio - e che secondo la polizia fu danneggiata dai manifestanti che stazionavano lì di fronte - era della sua squadra e fu lui a
vistare la relazione che parlava dei danni. Dopo
il g8 e dopo il ritorno a Napoli, Aiello è andato al
Viminale e oggi, oltre a dirigere l’ufficio ordine
pubblico, è tra i membri dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive.
Curriculum discutibile anche quello di Mario
Mondelli, capo del Reparto mobile di Roma, il
dirigente di polizia che dovrebbe occuparsi di
chiarire tutti i problemi nel rapporto tra ordine
pubblico e polizia. All’epoca del g8 genovese era
vicequestore di Cuneo e fu «aggregato» sotto la
lanterna, con lo specifico compito di gestire la
piazza in cui sfilavano le ex tute bianche. Era il
dirigente più alto in grado quando partirono le
cariche di via Tolemaide, quelle del caos, di manifestanti e giornalisti pestati e della morte di
Carlo Giuliani, nella poco distante piazza Alimonda. Al processo contro i no global condannati per devastazione e saccheggio, parlò di «oggetti lanciati dal corteo» e della furia della manifestazione, senza convincere i giudici della corte, che il 14 dicembre 2007, nel firmare la sentenza contro alcuni partecipanti al corteo, ha mandato la sua deposizione alla procura di Genova
per falsa testimonianza.
Prima del g8 genovese, delle sue cariche e degli abusi in piazza e non, la Polizia pensò (male)
di addestrare militarmente il VII Nucleo sperimentale antisommossa e distribuire a tutti gli altri un opuscolo di una decina di frasi come: «Coloro che manifestano non sono tuoi nemici,
stanno esprimendo le loro idee». Oppure: «Agisci con tolleranza anche di fronte allo scherno e
agli insulti». E: «Il tuo lavoro deve consentire le
manifestazioni pacifiche di chi non condivide
gli obiettivi del Summit», tutti materiali che l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro presentò in sua difesa davanti all’inchiesta parlamentare dell’estate 2001. Stavolta le intenzioni
sembrano diverse. Ma luglio è sempre più vicino.
Al via il corso del Viminale per formare i funzionari di
polizia sui problemi di ordine pubblico. Il progetto è
nato nel tentativo di preparare il prossimo g8, quello
della Maddalena. Anche otto anni fa, la polizia di stato
provo a formare i poliziotti in piazza. Gli spedì persino
un opuscolo in cui spiegava cose tipo: «Coloro che sfilano in piazza non sono tuoi nemici, esprimono le loro
idee. Non assumere atteggiamenti provocatori né iniziative autonome». Non funzionò.
UNO DEI POLIZIOTTI DI VIA TOLEMAIDE
Tra i docenti del corso c’è anche Mario Mondelli, vicequestore aggiunto ai tempi del g8 genovese. Era il poliziotto più alto in grado tra quelli presenti in via Tolemaide, la strada al centro degli scontri più gravi, poco
distante da piazza Alimonda e dal luogo della morte di
Carlo Giuliani. Alla fine del processo contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio la sua
deposizione è stata spedita alla procura genovese per
falsa testimonianza. Un anno dopo non si sa ancora se
l’indagine su di lui è partita, o bisognerà aspettare ancora.
A NOVEMBRE LA SENTENZA DIAZ
Il tribunale di Genova ha fissato per il prossimo 7 novembre la sentenza per i fatti della Diaz. La notte del
21 luglio 2001, la scuola che ospitava il dormitorio del
Genoa social forum fu perquisita con violenza e molti
degli ospiti massacrati di botte. Tra gli imputati, oltre
ai protagonisti dell’incursione, ci sono alcuni dei più
importanti dirigenti della polizia di stato. Accusati di
aver falsificato i verbali della perquisizione. Nelle scorse settimane gli avvocati della polizia hanno respinto
per l’ennesima volta ogni accusa. L’avvocato di stato
se l’è presa con i manifestanti e le loro violenze. E l’avvocato incaricato da Francesco Gratteri, oggi capo dello Sco, ha detto che «sì, la costituzione quella notte fu
violata. Perché i poliziotti furono costretti a fuggire via
mentre lavoravano»
G8 DELLA MADDALENA
A luglio l’Italia ospiterà nuovamente il G8. Questa volta
il governo ha scelto di far svolgere i lavori in Sardegna,
sull’isola della Maddalena, decisamente più isolata del
capoluogo ligure, anche se sono già previste manifestazioni a Cagliari. Il consiglio dei ministri, nel disegno di
legge della finanziaria 2008-2010 nazionale, ha previsto un primo stanziamento di alcuni fondi (circa 30
milioni di euro) volti a coprire le prime spese per le
infrastrutture che l'isola mettera' a disposizione. Silvio
Berlusconi ha provato più volte a proporrre di spostare
i lavori a Napoli. Ma il Viminale ha respinto gli inviti,
preoccupato per l’ordine pubblico. Anche l’idea di far
viaggiare gli otto grandi su una nave diretta nel capoluogo partenopeo sembra essere definitivamente naufragata.
pagina 6
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
POLITICA E SOCIETÀ
GUARDIA PADANA IN AZIONE /FOTO EMBLEMA IN BASSO LEGHISTI ALAL CONQUISTA DELL’EMILIA /FOTO DE LUCA
SICUREZZA
Nascono al Nord «associazioni volontarie
di cittadini per la legalità». In attesa che
il parlamento discuta l’emendamento leghista che
vuole fare della «guardia nazionale padana» una
forza di polizia. Ma nel capoluogo giuliano anche
il sindaco, del Pdl, è contrario: sono inutili
CAMICIE VERDI · Bossi vuole «legalizzarle»»
Ronde anche a Trieste
Obiettivo gli ambulanti
Alessandro Braga
C
he efficienza questi padani. L’emendamento della
Lega Nord al disegno di
legge sulla sicurezza che mira all’ufficializzazione delle «ronde
padane» (permettendo a Comuni e Province di «avvalersi della
collaborazione di guardie giurate particolari, nonché di associazioni tra cittadini, per segnalare
a polizia e carabinieri eventi che
possano arrecare danno o disagio alla sicurezza urbana») è ancora in discussione nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali del Senato, ma loro hanno pensato bene di portarsi avanti. E così, da ieri, anche Trieste
ha la sua «brava» pattuglia di cittadini volontari pronti a vegliare
su sicurezza, buoncostume e decoro della città.
Non che sia una novità assoluta, per carità. Le prime ronde verdi in Padania risalgono addirittura al 1989 e, di anno in anno, in
un’escalation sempre crescente,
sono diventati ormai circa 200 i
Comuni, la metà in Veneto, che
si sono dotati di formazioni di solerti difensori della «legalità». Gli
obiettivi sempre differenti, a seconda del momento storico contingente. Alle origini, a essere
presi di mira dalle camicie verdi,
erano i meridionali. I buoni, cari,
vecchi «terroni». Poi, i migranti.
Senza distinzione. Marocchini e
africani in genere prima. In seguito, albanesi, slavi. Rom. Se
c’era la possibilità, durante le loro scorribande, di dare «una
spazzolatina» anche a qualche
comunista (o presunto tale), ben
venga. Che non si dica poi che
sono razzisti.
Ora, se il Parlamento arriverà
a dar loro una sorta di legittimità
istituzionale, c’è da aspettarsi
che prolifichino come i funghi.
Tanto che, appunto, nella città
giuliana ci hanno già pensato.
Per ora i volontari sono una trentina. Il loro scopo, ha spiegato
Giorgio Marchesich, coordinatore provinciale triestino dell’Associazione per la tutela del territorio e della legalità, «garantire,
previo avviso alle forze dell’ordine, un presidio civile nelle zone
della città più penalizzate dalla
microcriminalità, dalla droga e
DALLA PRIMA
Alessandro Robecchi
Ci penso da due
giorni, sta diventando un’ossessione:
cazzo, abbiamo detto no?
M«a quando? Su cosa? Sulla base di Vicenza? Sull’esercito nelle strade? Sulle
cretine ordinanze in materia di sicurezza? Sull’espulsione e sulla galera per i
clandestini ha detto no l’Europa, sempre sia lodata se
ha fatto girare i maroni a
Maroni. Ma altri no alle porcate di questi sei mesi non
ne ho sentiti. Ieri l’altro erano in piazza in mezzo milione. Non dicevano solo no.
Dicevano: «No, e mo’ basta!». Un brivido antico,
che è bene riprovare.
dalla prostituzione». Garantiranno la loro presenza anche al di
fuori delle scuole della città per
«dissuadere i ragazzi dall’eventuale spaccio di sostanze stupefacenti». E, ovviamente, si impegneranno «nella segnalazione di
commercianti ambulanti abusivi» che, parole loro, «vendendo
articoli illegali costituiscono problemi per il commercio locale
già in crisi». Proprio per questo,
durante la loro conferenza di presentazione, hanno invitato i cittadini anche a non andare a cena
in ristoranti etnici dove, sempre
parole loro, sotto mentite spoglie rischierebbero di vedersi servire «carne di cane». Altro che involtini primavera insomma, molto meglio i cevapcici (salsicce piccanti cotte alla griglia) o piuttosto un bel piatto di fagioli alla
smolz.
Il sindaco di Trieste, Roberto
Dipiazza (centrodestra), ha ufficialmente preso le distanze dall’iniziativa: «Mi dissocio nel modo più assoluto da questa idea
delle ronde. Trieste è una città sicura, non c’è delinquenza, non
abbiamo bisogno di squadre di
cittadini volontari per la sicurezza, la nostra polizia è già più che
sufficiente». Il capogruppo in
consiglio comunale del Partito
democratico, Fabio Omero, li ha
definiti addirittura «utili idioti,
promotori di un’idea che farebbe ridere se non ci fosse l’obiettivo di colpire gli ambulanti di colore che è in puro stile razzista e
fascista». Persino la Lega ha cercato di tenersi in disparte. Il segretario provinciale del Carroccio, Massimiliano Fedriga, ha
smentito che ci siano collegamenti tra queste persone e il suo
movimento. Peccato che ieri
questi «buontemponi» si siano
presentati alla conferenza di presentazione con la bandiera dell’associazione «Volontari verdi».
Il simbolo, un sole delle alpi affiancato da un elmetto stile Asterix. Sul loro sito ufficiale, linkato
a quello della Lega Nord nel
gruppo «associazioni padane»
campeggia questa scritta: «Volontari verdi, l’associaizone voluta e fondata dall’onorevole Mario Borghezio». Che è tuttora il loro presidente. Nonché europarlamentare leghista.
Sotto la linea del Po
batte un cuore verde
Viaggio a cavallo tra l’Emilia, la Lombardia e il Veneto
Nelle vecchie «isole» rosse oggi la Lega fa proseliti
Sebastiano Canetta
Ernesto Milanesi
«D
al Po in giù, l’Italia non
c’è più»: agli albori, la
miccia del secessionismo si è accesa con il coretto da stadio dei "tifosi" dell’Etna in eruzione. La mitologia padana attecchisce proprio grazie al fiume-simbolo del Nord, dall’ampolla del Monviso fino alla laguna del leòn che
ruggisce contro Roma, i "sudici", i
negri, gli islamici, i clandestini e gli
zingari. E il Lombardo-veneto diventa così il regno padano che sogna il federalismo in chiave fiscale,
spinge il Carroccio a sfondare nell’elettorato di Berlusconi, rilancia il
benessere con il fazzoletto verde all’occhiello e mette spalle al muro la
credibilità di un’alternativa "resistente".
Ai piedi del mitico Nord-est
Ma sotto l’asta del Po cosa succede? È la domanda che porta ad avventurarsi ai margini della "cassaforte" post-industriale, in terre di
pianura che un tempo erano anche
"isole rosse", lungo arterie tracciate da comunicazioni senza tempo.
Il Po come confine lascia ancora
galleggiare il salvagente della diver-
sità rispetto all’ideologia vincente
(e convincente) delle tante destre?
Si parte soltanto con la curiosità di
attraversare la periferia della sponda meridionale. Luoghi sideralmente lontani da Milano, Venezia o Bologna. Un po’ il cono d’ombra di altrettante geografie distanti dal profilo dei monti. Nomi dai caratteri
minuscoli nelle cartine stradali per
comuni spesso più piccoli di un
quartiere. Forse, l’ultimo argine di
contenimento. Forse, già terra di
conquista. Forse, tessere di un vecchio mosaico senza più disegno.
Un viaggio a cavallo di Emilia,
Lombardia e Veneto. Lontano dall’autostrada,
seguendo
nastri
d’asfalto disegnati mai troppo fuori
mano rispetto ad un’ansa del fiume. Il paesaggio sotto il Po «stacca»
rispetto al villaggio indistinto di capannoni, villette e insegne pubblicitarie. Cambia anche il traffico: accanto ai bisonti e ai furgoni che spostano merci, in strada rispuntano
trattori con il rimorchio e perfino
scooter "storici" insieme alle biciclette. È un piccolo universo destinato a restare fuori dalle inquadrature televisive, al piede delle pagine interne di cronaca locale, con
municipi e urbanistica dell’altro secolo. Dà l’impressione dell’ultima
"riserva" in qualche modo con i piedi per terra. In apparenza, vita di
paese che sfoglia il calendario della
natura più che il listino della borsa.
Di certo, borghi che non sentono
bisogno dell’esercito e sindaci cui
non occorre la scorta di portaborse. Ai piedi del "mitico Nord Est",
distanti dai simulacri del potere e
dell’economia, oltre il Po con i suoi
ponti, ci si tuffa davvero nella campagna che dal Polesine sconfina
nel Ferrarese e dalla Bassa veronese entra ed esce dal Mantovano.
La politica si affaccia con le scritte a caratteri cubitali, propaganda
leghista alla Padania che ha ormai
scacciato la concorrenza dei "serenissimi" partiti con il tanketo alla
conquista del campanile di San
Marco da paesini simili, sulla sponda padovana dell’Adige. Altrimenti,
solo la bandiera gialla della
Coldiretti: sventola sul ciglio della
provinciale, sopra le cassette di frutta e verdura. Tutto ad un euro in
nome del chilometro zero fra pro-
duttore e consumatore. Ma anche
sintomo di tasche vuote, in fattoria
come a casa. Alla foce del Po, spiaggiano prima dell’autunno i detriti
di Wall Street. Mantova ha già lo
stesso incubo di Parma. Una dozzina di risparmiatori alle prese con il
crac Lehman Brother’s si è rivolta a
Federconsumatori. Potrebbe diventare un fiume in piena. Gente con
in portafoglio obbligazioni, polizze, bond. L’idea che siano carta
straccia fa tremare le vene dell’operaio che ha investito 26 mila euro
quanto alla famiglia-tipo che ha
messo nelle mani della banca un
patrimonio a sei cifre.
Federalismo rurale
Alle spalle ormai il Veneto del distretto del mobile di Cerea con la falegnameria d’ogni dimensione e
per tutti i gusti. Vetrine da anni 60
di fronte a loft espositivi: chilometri dello specchio di una crisi che riflette l’implosione della società a dimensione familiare. Poco più in là,
invece, tutto ruota intorno al vialone nano. Il riso di Isola della Scala è
di nuovo politicamente leghista.
Qui nel 1999 erano meno di cento i
fedelissimi di Bossi nel segreto dell’urna. Alle amministrative 2001 il
balzo oltre la soglia del 10% che diventa 15,6% alle Regionali 2005.
Ma fa davvero impressione la "rivoluzione elettorale" che ormai terrorizza gli stessi berluscones: 961 voti
pari al 13,3% nelle Politiche 2006
che sono esplosi in 2.514 preferenze cioè il 34,9% ad aprile.
A qualche decina di chilometri,
si scopre la "capitale morale dell’emigrazione mantovana". Le
1.781 anime di Magnacavallo non
dimenticano la valigia di cartone e
da 18 anni si cimentano con le nuove frontiere. L’ultima edizione della festa è servita ad approfondire
l’informazione nel mondo e la nuova normativa di Maroni alla luce
dei trattamenti sanitari obbligatori.
Qui la gente si "controlla" praticamente da sola: 655 famiglie con
687 abitazioni. Il reddito medio di
15.861 euro consola i figli di chi ha
dovuto lavorare all’estero. E il sindaco Andrea Pinotti, 49 anni, psichiatra, si prende cura di una comunità che non si è scossa più di
tanto nemmeno quando nel 2003
c’era chi si divertiva ad avvelenare
l’acqua minerale.
Lo sguardo torna a perdersi fino
all’orizzonte sgombro da ciminiere, mentre i giganteschi centri commerciali cedono il passo ai dimenticati supermarket e ai presidi dei
consorzi agrari. L’edilizia testimonia che non è tramontata l’epoca
delle case rurali appoggiate alle stalle, con l’aia che separa le galline
dall’orto. La piazza resta il cuore di
questi paesi all’ombra del campanile. Non manca l’alternativa fra bar
centrale e bar sport, anziani che
giocano a briscola e giovani tifosi
di calcio. I negozi sono ancora "normali", quanto vestirsi al mercato
ambulante o sorseggiare bicchieri
di vino. Fa sorridere l’isola pedonale in versione paesana: non servono varchi elettronici per i quattro
passi intorno al monumento ai caduti.
Bergantino, il paese luna park
Il Po se non si vede, bagna comunque un argine o irriga coltivazioni
di mais, tabacco, meloni. Sotto il
fiume, sponda polesana, è come
stare dentro un film di Carlo Mazzacurati o ascoltare Natalino Balasso.
D’improvviso brilla la catena di
montaggio artigianale dei fuochi
d’artificio e dei luna park. Bergantino, poco più di 2 mila abitanti con
un sindaco Under 40 (Antonio Fabbri, geometra, lista civica di centrosinistra), è il paese dei giostrari. Nel
senso che qui si inventano e producono i più classici divertimenti non
solo per bambini.
E a Bergantino sono abituati ad
avere nel portafoglio clienti le famiglie di nomadi con la loro carovana
di luna park. Un bel paradosso nel
Veneto degli sceriffi e delle rivolte
anti-zingari. Ma qui chi non piega
la schiena nel solco dell’aratro si applica alle tecnologiche giostre di
vertigine, ai lussuosi caravan, all’ultima novità degli impianti di illuminazione o di diffusione acustica, ai
carri speciali per allestire e trasportare divertimento da una festa all’altra.
Bergantino ospita di conseguenza un vero e proprio museo, unico
in Italia. Palazzo Strozzi (che risale
al ‘700) è la sede del Museo della
Giostra e dello Spettacolo Popolare
che ricostruisce la storia delle "macchine del divertimento" dall’originale presenza nelle fiere paesane fino ai moderni luna park. Un archivio prezioso che coltiva legittimamente l’ambizione di centro culturale. La giostra a Bergantino diventa un po’ il simbolo della nostra storia. Come il fiume che cerca la via
del mare, il piccolo paese palesano
documenta la "cultura di piazza"
storicamente sopravvissuta all’alluvione catodica e alla siccità di regime. Come il Po tanto caro a Bossi,
da queste parti però sono sempre
pronti i fuochi d’artificio spettacolarmente simili ai "botti" di Napoli.
(1 - Continua)
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
pagina 7
POLITICA E SOCIETÀ
VERONA, LA CURIA REVOCA L’AUTORIZZAZIONE
Salta la messa del vescovo «nero»
Juan Rodolfo Laise, «emerito» vescovo argentino amico dei torturatori,
che stamattina doveva celebrare messa (in rito romano antico) e cresime nella chiesa di Santa Toscana a Verona, non verrà. A seguito delle
proteste scatenate dalla notizia del suo arrivo – l'indignazione della comunità italo-argentina, un presidio spontaneo convocato dai cittadini
antifascisti (confermato), una lettera aperta firmata da intellettuali ed
europarlamentari – il vescovo di Verona Giuseppe Zenti ha revocato
l'autorizzazione concessa per la cerimonia. La Curia aveva già espresso
il proprio imbarazzo con una nota in cui dichiarava di non conoscere il
prelato e di non avergli conferito un incarico personale, specificando
che, alla luce dei fatti, si sarebbe riservata di riconsiderare la questione.
I fatti evidentemente sono risultati sufficientemente chiari: basta entra-
re in rete, cliccare «obispo laise pedro de rivera» sul motore di ricerca
Google e poi il secondo riferimento che appare nella lista. Si apre la pagina web di un sito cattofascista spagnolo, in cui, tra materiale vario, appaiono le foto di gruppi di ragazzotti a braccio levato e una foto del suddetto vescovo che celebra la messa secondo il rito latino di «san Pio V».
Una chicca mediatica confermata da altre notizie su Laise: la sua vicinanza a TFP-Tradizione famiglia e proprietà, la conduzione della diocesi di San Luis, ereditata da un vescovo sostenitore del Concilio Vaticano
II amatissimo dai suoi fedeli e trasformata in una specie di «Stato parallelo» con tanto di guardie armate (pare che il suo segretario girasse con
una colt 45 alla cintura), il rifiuto di ricevere le famiglie dei desaparecidos, la richiesta della sua presenza a deporre nel processo che si apre
lunedì prossimo a San Luis per l'assassinio di Graciela Fiochetti. E, infine, il fatto di essere stato invitato dagli integralisti cattolici nostrani, con
cui la Chiesa ufficiale tenta di convivere ma che certamente sono, anche
dal punto di vista evangelico, impresentabili. Paola Bonatelli
«NO-GELMINI»
PARIGI · Oggi manifestazione nazionale contro la politica del governo sulla scuola
Ottomila studenti
in corteo a Firenze
L’école francese in piazza
Riccardo Chiari
Tagli al bilancio e posto a rischio per decine di migliaia di insegnanti
FIRENZE
A
ncora una volta a Firenze sono
scesi in piazza a migliaia gli studenti medi, nella terza grande
manifestazione organizzata nel giro di
otto giorni, salutata da non meno di
8mila fra ragazze e ragazzi. Mentre a Pisa, dopo la prima iniziativa pubblica di
venerdì salutata da un corteo di duemila under 19, potrebbe seguire la prossima settimana una interessante forma
di protesta: una tre giorni di cogestione
fra prof e studenti all’interno di licei e
istituti, con approfondimenti dei decreti Gelmini e Aprea. Vere e proprie lezioni insomma, con invitati docenti universitari di diritto pronti a tradurre e spiegare più chiaramente leggi e regolamenti. Storici in grado di tracciare il percorso delle riforme scolastiche avvenute
nell’ultimo mezzo secolo. Altri prof impegnati nell’analisi dei mutamenti intercorsi nello specifico settore universitario. Se ci sarà il via libera dei consigli di
istituto delle scuole interessate – si va
dal classico Galilei allo scientifico Dini,
dall’altro scientifico Buonarroti all’istituto Magistrale, fino al classico-scientifico 25 Aprile di Pontedera – si avvierebbe un’esperienza che potrebbe interessare anche altre realtà scolastiche della
penisola, dove progressivamente si sta
allargando la protesta contro i provvedimenti governativi. «Abbiamo presentato le richieste – sintetizza Stefano Spinelli, 17 anni, dello scientifico Dini – e
vorremmo fossero accolte. Al tempo
stesso continueremo con altre forme di
protesta ‘visibile’. Come ad esempio
l’entrata con un quarto d’ora di ritardo
in classe, per manifestare in strada davanti alle scuole nel momento in cui
gran parte dei cittadini stanno andando al lavoro».
Intanto a Firenze si celebra un nuovo
No Gelmini day, aperto da uno striscione che segnala «Cambiano i governi
continuano gli sbagli, per gli studenti
sono sempre tagli». Un mare di ragazze
e ragazzi, alunni dei circa 30 istituti superiori occupati in città, sfila per il centro storico. Al loro fianco non mancano
gruppi di genitori e anche alcuni insegnanti, nel solco di quella contaminazione fra i diversi attori della scuola che
ha contraddistinto fin dall’inizio del mese il movimento fiorentino. «La legge
l’abbiamo studiata e ristudiata» raccontano i ragazzi, che rispondono così alle
ultime dichiarazioni della ministro Gelmini sulla presunta ignoranza della base scolastica sulla reale natura della riforma. «I ragazzi hanno ragione - confermano i genitori presenti al corteo in questi giorni di occupazioni si sono
impegnati ad approfondire i contenuti
dei decreti».
Un’attività che ha contrassegnato le
occupazioni e le autogestioni della quasi totalità degli istituti, anche se non
sempre c’è stata la ricerca di un’intesa
con i prof per far assumere alla protesta
quella dimensione «scientifica» progettata ora a Pisa. Nella vicina Sesto Fiorentino intanto altri 600 studenti dei tre istituti cittadini sfilavano in corteo fino al
palazzo comunale, accolti dal sindaco
Gianassi che solidarizzava ufficialmente con la mobilitazione scolastica.
Per tutta l’area fiorentina ora l’appuntamento più vicino è fra due giorni,
martedì, giorno della protesta regionale
universitaria di piazza sia dei sindacati
confederali di categoria, che di quasi
tutte le organizzazioni studentesche
più attive dei tre atenei toscani, oltre
che dei lavoratori stabilizzati e dei precari degli enti di ricerca e dell’Afam, senza dimenticare i ricercatori. Si attendono nel capoluogo decine di migliaia di
partecipanti.
FOTO AP
Anna Maria Merlo
PARIGI
O
ggi la scuola francese scende in piazza, con una manifestazione nazionale a Parigi (da place d’Italie alla Bastiglia), dietro lo slogan «Un paese, una scuola,
il nostro avvenire». E’ il primo appuntamento di protesta dopo lo scoppio della crisi finanziaria. Insegnanti, genitori e studenti dei
licei chiedono conto al governo, che da un lato concede 360 miliardi alle banche e dall’altro taglia personale e budget alla scuola. Il
69% dei francesi approva la protesta, una percentuale che non si era vista da anni a sostegno di una manifestazione, che ha raccolto
l’adesione di 47 organizzazioni, dai sindacati
della scuola fino a Attac e alla Lega dei diritti
dell’uomo. La marcia spera di pesare sulla discussione della finanziaria, prevista all’inizio
di novembre all’Assemblea nazionale.
In cima alle rivendicazioni c’è la questione
dei posti di lavoro. Il ministro dell’Educazione nazionale, Xavier Darcos, ha usato l’accetta: 8500 posti di insegnanti in meno nel 2007,
11.200 quest’anno, 13.500 nel 2009, e la deva-
ISTRUZIONE · Il ministro: «Sembriamo di sinistra»
Nessuno, tra le migliaia di studenti che hanno sfilato venerdì a Roma, ha capito che Mariastella Gelmini sta dalla loro parte. Di più: «Questo governo sembra essere un governo di sinistra per come ha a
cuore i bisogni della gente», ha detto ieri il ministro dell’Istruzione. Maestro unico, voto in condotta,
classi ad hoc per gli immigrati, trasformazione delle università pubbliche in fondazioni, taglio dei fondi
alla ricerca: eccoli i provvedimenti di... sinistra. E poi il nuovo annuncio: «Entro ottobre presenterò la
riforma del reclutamento dei ricercatori e dei docenti. In particolare sarà presentato un progetto di legge per privilegiare e favorire l’assunzione di giovani nelle Università». Vista l’area che tira in questi giorni
a viale Trastevere, gli interessati già fanno gli scongiuri. E ieri perfino il placido Veltroni è entrato a gamba tesa contro la neoministra. «So per certo che molte scuole chiuderanno e questa riforma favorirà la
dispersione scolastica - ha tuonato il leader del Pd - Hanno fatto tagli agli unici due settori dove non si
dovevano fare: scuola e sicurezza». E ancora: «Cosa vuol dire che un immigrato non può stare in classe
con gli italiani, queste classi differenziate sono un atto di chiusura che farà crescere gli immigrati nell’odio. Non ci si ricorda che noi siamo un Paese di immigrati».
stazione dovrebbe continuare fino al 2012,
cioè fino alla conclusione del mandato di
Sarkozy all’Eliseo. I tagli al personale si fanno
sentire sul terreno, soprattutto nelle scuole situate nei quartieri difficili. Diminuzioni delle
«opzioni», classi con più allievi, meno ore di
insegnamento, meno insegnanti di appoggio: ci sono tutti gli ingredienti per una revisione al ribasso della funzione di servizio
pubblico della scuola. Per gli organizzatori, il
governo «vede nell’Educazione nazionale solo un mezzo per fare delle economie. Secondo la Fsu, il principale sindacato della scuola,
«ci sono tutti gli ingredienti per mettere in atto una scuola a due velocità, in una società
già minata dalle diseguaglianze. L’inquietudine è reale. I recenti annunci sui tagli al bilancio fanno temere il peggio, in un clima già teso. Assistiamo a una rottura di fondo nella
priorità che lo stato accordava alla scuola in
Francia». Per Jean-Baptiste Prévost, segretario dell’Unef, la principale organizzazione degli studenti, «una politica di rigore rischia di
aggiungere crisi alla crisi». Per il ministro Darcos il rischio maggiore è che la manifestazione di oggi segni l’inizio di un periodo di mobilitazione nei licei.
Sul tappeto ci sono anche le riforme dei
programmi. Darcos ha imposto una riforma
alle elementari e adesso si appresta a fare la
stessa cosa per i licei. Nelle elementari, ha generalizzato a tutte le scuole la settimana di 4
giorni, giudicata inadatta dagli esperti, ma demagogicamente adottata dal ministro (pensando di venire incontro alle esigenze delle
famiglie, liberando anche il sabato, oltre al
tradizionale mercoledì). Le ore di sostegno
(due alla settimana) si sono così accavallate
con l’orario già molto serrato, diventando
praticamente controproducenti per i più piccoli. Giovedì scorso c’è stato uno sciopero
nelle elementari parigine contro questa riforma. Per i licei la discusisone è in corso, ma
sembra partita male. Darcos vuole eliminare
i licei tradizionali (S, L, Es, cioè scientifico, letterario e economico-sociale), per sostituirli
con dei percorsi individualizzati. La riforma
dovrebbe già venire applicata nel prossimo
anno scolastico, ma gli insegnanti frenano,
perché temono che alcune materie (come la
filosofia) non vengano più considerate obbligatorie, in un calcolo complesso tra insegnamenti «generali» (il 60%), «complementari»
(20%) e «di accompagnamento» (20%), accentuando di fatto la scuola a più velocità.
La scuola è sotto accusa nell’era Sarkozy. Il
presidente ha accusato il ’68 di tutti i mali, ha
affermato che l’autorità deve tornare nelle aule, dove gli allievi devono essere obbligati «ad
alzarsi quando entra il professore». Un richiamo all’autorità per mascherare meglio la miseria di mezzi stanziati, denunciano sindacati e associazioni.
a cura della red. soc.
MEREDITH
IL PM: «ERGASTOLO
PER RUDY GUEDE»
Ergastolo per Rudy Guede uno dei tre giovani accusati dell’omcidio di meredith Kerker. la richeista è stata avanzata ieri dal
pubblico ministero di Perugia Giuliano Mignini al termine della requisitoria pronunciata davanti al gup Paolo Micheli. Il magistrato perugino, che ha coordinato l'inchiesta per l'omicidio della studentessa inglese, ha riconosciuto il ruolo attivo dell'ivoriano nell'omicidio della studentessa inglese.
«Quella dell'ergastolo è una richiesta che
ci aspettavamo visto il capo di imputazione, ma in sede di discussione replicheremo punto su punto, quindi siamo pronti
per la discussione serenamente», ha commentato il legale del giovane ivoriano, l'avvocato Walter Biscotti. Alla richiesta della
reazione mostrata da Rudy l'avvocato Biscotti ha risposto: «era preparato, glielo
avevamo detto che con quel capo di imputazione la richiesta di pena sarebbe stata
severa, ma si aspetta un giudizio diverso
dal giudice, perché lo ripetiamo, Rudy non
ha ucciso Mez».
IMMIGRAZIONE
MARONI: «LIBIA RISPETTI PATTI
SUL CONTROLLO DELLE COSTE»
Al ministro degli Interni Bobo Maroni l’entrata, come maggiore azionista, del governo libico nella banca Unicret non va proprio giù. Perché distrae il paese africano
dal vero compito: quello di pattugliare le
coste per evitare il traffico dei migranti.
«C'è un modo per contrastare gli sbarchi
di immigrati che provengono dalla Libia ha spiegato il ministro - e c'è in questo
senso un accordo tra Italia e Libia che era
stato stipulato dal ministro Amato, gliene
do atto, e che prevede il pattugliamento
davanti a coste libiche. Solo a tre miglia
dalla costa, infatti, e non in alto mare, si
possono rimandare indietro i barconi di
clandestini».
ASTI
BIMBO MAROCCHINO PICCHIATO
PER UNA LITE SULL’AUTOBUS
Un bimbo marocchino picchiato in strada
da un uomo, nel centro di Asti, che lo riteneva colpevole di aver spintonato la moglie su u autobus stracolto di passeggeri.
L'episodio è stato denunciato da Luca Robotti, presidente del gruppo piemontese
del Pdci, intervenuto egli steso per aiutare
il piccolo. «E' una delle scene piu' brutte
cui abbia mai assistito – ha detto Robotti,
che presentera' un'interrogazione in consiglio regionale - quel bambino era picchiato selvaggiamente da un uomo, che poi si
è rivelato essere un pregiudicato, tra l'indifferenza dei passanti».
ROMA
PRESIDIO DELLA DESTRA
CONTRO UN CAMPO ROM
Una manifestazione di una cinquantina di
persone, e capeggiata dai consiglieri municipali del Pdl, per chiedere lo smantellamento del campo nomadi del Casilino
900. Destra in movimento ieri a Roma con
un’azione imprevista che ha spiazzato gli
abitanti rom che stavano in quel momento
nel campo. «All’improvviso abbiamo sentito urla e insulti», racconta uno, «ci siamo
spaventati, abbiamo temuto un assalto».
Cosa non successa. Il presidio infatti è
durato un’oretta ed è rimasta pacifico. Tra
gli striscioni esposti dai manifestanti svettava «Alemanno mantieni le tue promesse». Una delegazione rom ha incontrato i
consiglieri del Pdl, riaffermando le proprie
ragioni: «Neanche noi vogliamo vivere in
uno stato di crisi permanente igienico-sanitaria, ma la soluzione non è cacciarci».
RIFIUTI · I cittadini di Albano, alle porte di Roma, protestano contro l’impianto: «È inutile e dannoso»
In corteo contro il mega-inceneritore della regione Lazio
Andrea Palladino
ALBANO (ROMA)
U
n futuro nero si prepara per la regione Lazio, che ha appena approvato
la costruzione di uno degli inceneritori più grandi d’Italia. Lo chiamano gassificatore, lo costruirà un consorzio tra Acea,
Ama e la Pontinia Ambiente dell’avvocato
dei rifiuti Manlio Cerroni, mentre la procedura per l’approvazione è avvenuta nei corridoi della presidenza della Regione Lazio
in silenzio, evitando troppo rumore. Ad Albano Laziale - a pochi chilometri dal raccordo anulare - però troppo silenzio i cittadini
non lo vogliono. Una manifestazione preparata da due mesi è arrivata al momento più
opportuno, due giorni dopo l’annuncio del
presidente Marrazzo, che - forse messo alle
strette da chi ha mano il fututo economico
della Regione - ha annunciato la firma dell’autorizzazione per la costruzione del mega inceneritore alle porte di Roma.
Nella città dei Castelli romani hanno sfilato ieri per due ore i tanti cittadini che da mesi si battono contro il progetto. «Abbiamo
un’aria già carica d’inquinanti, una discarica a ridosso della città, non possiamo accettare altri impianti che solo aggraveranno la
situazione», racconta il coordinamento
«No inc», che riunisce la sinistra e gran parte dell’ambientalismo dei Castelli romani.
L’inceneritore, oltre ad essere dannoso, è
in sostanza inutile. Oggi i tre impianti esi-
stenti nel Lazio - Colleferro, San Vittore e
quello in via di apertura di Malagrotta - sono in grado di accogliere abbondantemente il combustibile da rifiuti prodotto nella regione. Le 185.000 tonnellate di Cdr prodotto ogni anno potrebbero essere facilmente
smaltite nell’impianto del consorzio Gaia
di Colleferro, che ha un potenziale di
260.000 tonnellate l’anno. In realtà la costruzione di nuovi inceneritori si spiega
con l’ipotesi - sempre più probabile - di destinare agli impianti del Lazio i rifiuti prodotti da altre regioni, ecoballe napoletane
incluse.
La stessa procedura di approvazione dell’impianto di Albano è perlomeno sospetta.
Ad aprile la valutazione d’impatto ambien-
tale era stata negativa. Nei giorni delle elezioni fu il presidente Marrazzo a sospendere l’iter del progetto, che stava andando incontro ad una bocciatura. In pochi giorni il
consorzio guidato dalla coppia romana
Acea-Ama presentava ulteriori documenti,
mai resi pubblici. Nel silenzio estivo la valutazione negativa si trasformava in una approvazione, che sta creando non pochi malumori nella giunta guidata da Marrazzo.
«Ci dovrà essere un vero confronto all’interno della maggioranza», ha spiegato Filiberto Zaratti, assessore regionale all’ambiente
dei Verdi, presente alla manifestazione di ieri ad Albano contro l’impianto. Un confronto - quello sulle tematiche ambientali - forse rimandato per troppo tempo.
pagina 8
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
CAPITALE E LAVORO
CARA CASA: PANORAMICA ROMANA /FOTO DI ATTILIO CRISTINI
LAVORO MORTALE
Ancora un morto. E Schifani se la prende con gli operai
Anche di sabato si lavora e anche di sabato si muore. Dopo la strage di venerdì ieri ha perso la vita Lucio Caruso, titolare (come spesso avviene soprattutto
nell’edilizia) di una piccola ditta che a san Sosti, nell’entroterra cosentino,
stava ristrutturando, in appalto, una basilica. Secondo le prime ricostruzioni,
l’uomo è caduto da un gabbione ed è rimasto schiacciato. E’ invece fortunatamente vigile e risponde agli stimoli l’operaio ventisettenne che ieri, in seguito
a un malore, è caduto da un ponteggio nel cantiere Enel di Torrevaldaliga. Ma
il presidente del senato, Renato Schifani, dopo avere definito «inaccettabile»
lo «stillicidio di morti», non esita a dire che «occorre fare in modo che la stessa classe operaia venga formata ed educata al rispetto delle regole». La responsabilità, insomma, sarebbe più dei lavoratori che delle imprese. Attacca
il governo, la Cgil, chiedendo la piena applicazione della legge 123.
a cura di red.econ.
PETROLIO
L’OPEC: TAGLIAMO
LA PRODUZIONE
I tagli alla produzione dell'organizzazione dei paesi esportatori di
petrolio (Opec) devono essere
«importanti». Lo ha dichiarato,
scrive Aps, il ministro algerino
dell'Energia, Chakib Khelil, presidente dell'Opec, durante un visita
di lavoro a Tamanrasset, nel
Sahara algerino, 2000 km a sud
di Algeri. Durante la riunione straordinaria dell'Opec il 24 ottobre
verrà decisa «una riduzione della
produzione e deve essere una
riduzione importante per riequilibrare la domanda e l'offerta», ha
detto Khelil. «Se la riduzione deve essere di 1,5 milioni di barili
al giorno» ha aggiunto, «sarà di
1,5 milioni di barili. Se deve essere di 2 milioni sarà di 2 milioni».«La proposta dell'Iran, per la
riunione d'urgenza dell'Opec, è
che l'approvvigionamento di petrolio sia ridotto proporzionalmente alla domanda», ha detto anche il rappresentante iraniano
presso l'organizzazione di Vienna,
Mohammad Ali Khatibi, definendo il calo dei prezzi «inquietante».
Dal record dello scorso giugno
sopra i 147 dollari, il petrolio è
sceso di circa il 50% poco sopra
i 70 dollari. Il prezzo della benzina alla pompa sta scendendo,
ma è ancora stimato alto.
BENZINA
IL PREZZO È ANCORA
TROPPO ALTO
I prezzi di benzina e gasolio sono
scesi, ma i ribassi potrebbero
essere decisamente più consistenti. Secondo una rilevazione di
Nomisma Energia ci sarebbero
ancora oltre 7 centesimi di troppo per la benzina e oltre 6,6 centesimi in più per il gasolio. Rilancia così, Nomisma, quanto sostenuto da tempo dalle associazioni
dei consumatori che rivendicano
ribassi più consistenti a fronte di
un forte calo delle quotazioni dell’oro nero. La rilevazione di Nomisma si basa sulla comparazione
tra i prezzi attuali alla pompa e
quelli «ottimali», ottenuti sommando al costo della benzina sul
mercato internazionale un margine lordo a copertura di tutti i costi, dal trasporto alla pubblicità.
MUTUI
BANCHE TEDESCHE
UNITE NELLA LOTTA
Le banche tedesche avrebbero
intenzione di fare ricorso al pacchetto di aiuti predisposto da
Berlino tutte insieme, per evitare
di arrivare in ordine sparso mettendo in evidenza le difficoltà di
singoli istituti di credito di fronte
alla crisi. Lo scrive la rivista Focus. Il parlamento tedesco ha
adottato un piano di sostegno al
sistema finanziario che stanzia
480 miliardi di euro, fra possibili
ricapitalizzazioni e garanzie di
prestiti, per fare scudo alle banche tedesche di fronte alla crisi
del credito.
CRISI GLOBALE
Il fallimento degli Stati uniti?
«Non è più solo un’ipotesi di scuola»
Parvus
L’
NOMISMA · Effetto crisi: diminuiscono le compravendite e calano i prezzi
Sette miliardi di sofferenze
L’incubo del caro mutui
Sara Farolfi
ROMA
U
n incubo tormenta almeno
3,2 milioni di famiglie italiane. Si chiama «mutuo», non è
conteggiato nel paniere Istat del carovita, e rischia di far crollare (ma qui
non c’è nessun «aiuto di stato» pronto
a intervenire) parecchi bilanci familiari.
Oltre 7 miliardi, il 2,5% dell’ammontare complessivo dei mutui erogati. A
tanto ammonteranno le «sofferenze
immobiliari» nel 2008, secondo uno
studio dell’istituto di ricerca bolognese Nomisma, che parla dichiaratamente delle «recenti difficoltà delle famiglie a rispettare i pagamenti della rata». E che definisce «sottodimensionato» il dato di 5,6 miliardi di sofferenze
riconducibili al settore immobiliare
elaborato dalla Banca d’Italia. Un dato «preoccupante», secondo Nomisma, anche alla luce dei tempi di esecuzione immobiliare del nostro paese
(6 anni in media) che «rischia di avere
un impatto negativo sulla liquidità, o
anche solo sulla percezione di solvibilità, del sistema bancario italiano». In
pratica si tratta di famiglie che decidono di allungare i tempi di pagamento
del prestito o che addirittura si trovano nell’impossibilità di fare fronte al
pagamento delle rate e che perciò si
sono viste costrette a ricorrere alla sostituzione ipotecaria o all’inadempienza. E si badi bene che questa è una diretta conseguenza della crisi finanziaria che da oltre un anno imperversa
nel globo. La maggior parte dei mutui
italiani sono infatti stati sottoscritti ad
un tasso variabile, quando forse questo era conveniente rispetto al tasso
fisso. Ma la crisi di liquidità innescata
dalla vicenda dei subprime statunitensi (stante il fatto che la finanza è la cosa più globale che ci sia) ha veicolato
sui mercati creditizi europei un’ondata di pessimismo, accompagnata da timori di fallimento (a ragione, tra l’altro), che hanno fatto impennare i valori dell’Euribor (il tasso a cui le principali banche europee si prestano soldi
a vicenda, e al quale sono agganciati
la maggior parte dei mutui italiani).
Solo negli ultimi giorni, il sistema creditizio sembra avere ripreso un po’ di
fiato e i valori dell’Euribor sono tornati a scendere.
E’ perciò conseguenza diretta degli
Questione di Fondo
Il direttore del Fondo monetario
internazionale Dominique
Strauss-Khan è sotto inchiesta per
abuso di potere. Ha favorito o no
una ex economista del Fmi ed ex
sua amante per andare alla Bers di
Londra? Il suo predecessore, Paul
Wolfovitz, fu costretto alle
dimissioni perché aveva assegnato a
una dipendente sua amante carica
e stipendio da 200.000 dollari.
Si balla ed altro, sul Titanic.
TLC · Rapporto 2007 per l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni
L’Italia dell’Adsl spaccata in due
C
on un bacino di 20 milioni di
utilizzatori di internet l'Italia
punta sulla nuova generazione di banda larga, accorcia le distanze nelle classifiche dei paesi europei,
ma lancia un allarme: lo sviluppo di
internet «veloce» non è ancora omogeneo, resta condizionato «innanzitutto da logiche di redditività degli investimenti», con investimenti e nuove infrastrutture dove ci sono più
clienti, nelle grandi città, a discapito
delle altre aree del paese. È il quadro
che emerge dal rapporto curato dalla
società di consulenza Between per
l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Serve, viene sottolinea-
to, «un intervento di sistema». Altrimenti «si intravede non solo una
spaccatura in due del paese tra le
aree a maggiore potenziale e quelle
meno attrattive ma anche uno sviluppo ritardato delle infrastrutture di rete più innovative». Sotto accusa anche il ruolo degli «operatori alternativi» entrati in un mercato che, con la
liberalizzazione avviata dieci anni fa,
usciva lentamente dal monopolio.
Avrebbero dovuto spingere lo sviluppo con l'arma della concorrenza, rileva il rapporto di Between, ma «i piani finora presentati evidenziano un
consolidamento degli investimenti e
la focalizzazione sulle aree a maggio-
re potenziale di mercato» puntando
così solo sul «50% della popolazione», quella «concentrata nelle aree
urbane maggiori».
A fine 2007 erano circa 10,1 milioni gli accessi a larga banda in Italia,
con una copertura dei servizi Adsl
«sostanzialmente raddoppiata» rispetto al 2001. Lo sviluppo della larga banda nei prossimi anni sarà sostenuto da prezzi in calo: la stima
per il 2010 è di oltre 14 milioni di accessi, l'85% per la clientela residenziale. Il bacino di tutti gli utilizzatori
di internet è intanto salito da 14 milioni nel 2002 a circa 20 milioni nel
2007.
alti tassi d’interesse, oltre che della tradizionale ’prudenza’ degli istituti di
credito nostrani, il calo registrato nelle rischieste di mutui che, nel primo
trimestre 2008, e per la prima volta da
dieci anni, sono scese dell’1,3% sul trimestre precedente. Complessivamente, per il 2008, Nomisma stima 90 mila
compravendite in meno nel solo comparto residenziale, mentre per i prezzi
(gonfiatisi negli anni della bolla) è prevista una discesa media, in termini reali, tra il 3 e il 5% rispetto al 2007.
In questo quadro di «fragilità e incertezza», solo un ulteriore allentamento della politica monetaria risulterebbe in grado di allentare i vincoli
che limitano la capacità di spesa delle
famiglie. Tenendo conto però della
gradualità con cui l’euribor si adegua
alla riduzione del tasso ufficiale di
sconto (il tasso al quale cioè la Bce presta soldi alle altre banche): lo scostamento tra i due tassi, in condizioni
normali, dovrebbe infatti essere minimo, negli ultimi mesi invece le due
curve sono andate progressivamente
scostandosi sempre di più. Più in generale, conclude il rapporto, «l’Italia
può dirsi salva da una crisi endogena,
ma resta evidentemente esposta al tracollo finanziario statunitense, nonchè
fragile per una economia reale che restituisce segnali di recessione»: «Gli effetti della stretta creditizia scaturita
dalla crisi sono allarmanti, ancorchè
parzialmente celati da un sistema di rilevazioni che non consente di cogliere
appieno l’entità della trasformazione
in atto».
euforia di borsa seguita
agli interventi del G7 e
dell’Unione Europea è
durata poco. I listini di borsa sono di nuovo in profondo rosso,
e la crisi sembra ormai avvitarsi
in una spirale di svalutazioni patrimoniali, razionamento del
credito e fallimenti. A questo
punto anche la parola «recessione», a lungo bandita dalle cronache e tornata di prepotenza sui
titoli dei giornali nelle ultime
settimane, rischia di suonare eufemistica. Le dighe erette dagli
stati si rivelano insufficienti contro la marea del debito. Anche
perché è lecito il sospetto che le
mirabolanti cifre stanziate siano un bluff. Un operatore di borsa che ha titoli bancari in portafoglio può essere felice di apprendere che il governo italiano
pone a disposizione per ricapitalizzare banche in difficoltà sino
a 20 miliardi di euro (la cifra è
stata fatta filtrare ma non confermata ufficialmente). Ma può
anche essere tentato di chiedersi dove diavolo potrebbero essere reperiti tutti questi soldi se
servissero sul serio: soprattutto
in un paese come l’Italia, dove il
governo ha appena deciso di tagliare le spese destinate alla
scuola di 3 miliardi di euro nei
prossimi anni.
Anche ammesso che quelle cifre siano realmente disponibili,
si apre un altro capitolo: la crescita del debito pubblico. A cominciare da quello degli Stati
Uniti, per i quali l’ipotesi di un
fallimento non è più solo un’ipotesi di scuola. Lo dice impietosamente il prezzo dei credit default swaps (cds), che coprono
chi detiene obbligazioni dal rischio di fallimento dell’emittente. I cds sul debito Usa costano
il doppio di quelli sul debito tedesco, perché il rischio di fallimento degli Usa è ritenuto due
volte più probabile. In prospettiva, problemi simili a quelli degli
Stati Uniti rischiano di averli diversi degli stati che lo scorso fine settimana si sono uniti nella
Santa Alleanza contro la crisi finanziaria.
Ma ci sono anche paesi in cui
il rischio di default è addirittura
imminente. In Asia, Cina e Thailandia. Ma molti si trovano in
Europa. Islanda, Ucraina e Ungheria hanno già chiesto l’aiuto
del Fondo monetario internazionale. In Islanda il sistema dei pagamenti è praticamente bloccato, da quando il governo ha intrapreso misure d’emergenza a
difesa della valuta locale (sono
stati anche congelati i conti in
valuta estera aperti nelle banche islandesi). In Ungheria, dove l’85% del mercato creditizio
è nelle mani di sussidiarie di
banche straniere, la Bce ha dovuto aprire una linea di credito
di 5 miliardi per evitare il deflusso di euro. Ma più o meno tutti i
paesi dell’Europa centrale e
orientale si trovano in difficoltà.
Destinatari di finanziamenti
esteri per oltre 1.000 miliardi di
dollari soltanto lo scorso anno
(in buona parte procurati da
banche dell’Europa occidentale
quali Unicredit, Erste Bank e
Swedbank), questi paesi hanno
enormi deficit di bilancio, un
credito interno in forte espansione e notevoli bolle immobiliari.
Con casi limite come quello di
Kiev, dove gli immobili per uffici sono affittati agli stessi prezzi
di Londra. Non solo: in Polonia
e Ungheria il 50% dei mutui sono stati contratti in valuta straniera (in genere euro), in Croazia addirittura il 75%. E una marcata svalutazione delle valute di
questi paesi è già in atto. Questa
settimana in Ungheria, Polonia,
Repubblica Ceca, Romania e
Ucraina le cose sono andate
molto male non soltanto per i listini azionari, ma anche per le
valute locali: il fiorino ungherese, ad esempio, nella sola giornata di mercoledì ha perso oltre
il 7% nei confronti dell’euro.
Non diversa è la situazione dei
paesi baltici. Per molti di questi
paesi non sono da escludere scenari da crisi dell’Asia del 1997/8:
rapido deflusso dei capitali stranieri, forte svalutazione, crisi
economica più o meno generalizzata. Se questi rischi si materializzassero, sarebbe minacciata la convergenza delle monete
locali verso l’euro e la stessa stabilità politica dell’Europa a 27
sarebbe sottoposta a forti tensioni. La debolezza dell’euro nelle
ultime settimane ha verosimilmente anche questa origine. Lo
storico spauracchio dell’Unione
Europea - shock asimmetrici e
differenziali tra le economie che
si ampliano anziché ridursi - è
già una realtà se confrontiamo i
paesi della zona euro con quelli
che ne sono fuori. È tutt’altro
che escluso che la stessa situazione si riproponga anche all’interno dell’eurozona. Inutile dire
che il candidato numero uno al
ruolo di peggiore performer economico è l’Italia del cav. Berlusconi, completamente impallata e ormai gestita da un comitato d’affari di arroganza pari all’incapacità. Si pensi alle sparate contro il presunto pericolo
rappresentato dai fondi sovrani
per le imprese italiane, a un giorno di distanza dall’ingresso della Libia nel capitale di Unicredit
(e a poche settimane dal viaggio
di Berlusconi in Libia). «Il patriottismo», diceva Samuel Johnson, «è l’ultimo rifugio dei mascalzoni».
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
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DA JOE THE PLUMBER A SARAH PALIN, L’ELETTORATO REPUBBLICANO IN MASCHERA PER MCCAIN PER MCCAIN A CONCORDE, NORTH CAROLINA/FOTO AP
Fanno parte della Women
Coalition, sono scrittrici di libri
cristiani che difendono con furia la
scuola privata, giovani studentesse
attiviste in carriera politica.
Intanto in campo democratico
cresce la paranoia di chi
sta per vincere ma teme i colpi
bassi dell’ultimo momento
L’AMERICA
Santa Fe la snob
tra atomiche, quiz
e infinito deserto
M. d’E.
INVIATO A SANTA FE (NEW MEXICO)
S
Elefanti
ROSA SHOCKING
Marco d’Eramo
INVIATO AD ALBUQUERQUE (NEW MEXICO)
«S
ono una scrittrice di libri cristiani» mi dice Penny Rose, volontaria per la campagna del candidato repubblicano John McCain. Penny ha
tre figli dai 22 ai 18 anni, la maggiore è già
laureata. «Ho cominciato a fare la volontaria a giugno, all’inizio mi prendeva solo
un’ora la settimana, ora mi prende dieci
ore, a volte anche 17». Magra, occhi azzurri, capelli biondi tagliati corti, Penny Rose è
texana, ma ha vissuto tutta la vita qui in
New Mexico. Le chiedo cosa intende per
«libri cristiani»: testi non di narrativa, ma
«bibbie devozionali». Controllerò su Amazon.com e verranno fuori questi titoli: Vivi
intimamente: lezioni dalla stanza di sopra;
Vivi senza paura: uno studio sul libro di
Giosuè; Sentiero verso il piano divino: Ruth
ed Ester; la maggior parte di questi volumi
sono scritti in collaborazione con Leyna
Hetzig (dalle evidenti origini tedesche),
un’alta donna bionda che ci si avvicina poco dopo e s’inserisce nellla conversazione.
POLITICA USA · Un voto a pezzi
Non c’è solo la coalizione delle donne di cui fa
parte la scrittrice di libri cristiani Penny Rose.
La lista dei gruppi che appoggiano John McCain, quale risulta dal sito repubblicano, indica
fino a che punto l’elettorato viene segmentato,
scomposto e mirato: indica cioè come si fa politica negli Usa.
Ecco la lista: coalizione degli afroamericani; indiani-americani per McCain, disabili americani
per McCain; arabi-americani per McCain, asiatici-americani per McCain; motociclisti per McCain, cattolici per McCain; democratici e indipendenti per McCain; gestione ambientale per
McCain; team delle fattorie e dei ranch; futuri
leaders per McCain; operatori della sanità; comitato per elezioni aperte e oneste; ispanici per
McCain; coalizione consultativa ebrea; avvocati
per McCain; libanesi-americani per McCain;
fans delle corse per McCain; dirigenti di piccole
imprese; sportivi per McCain; veterani per McCain; donne. (m. d’e.)
NEW MEXICO, VOCI DI DONNE
CHE TIFANO PER MCCAIN
Come mai una scrittrice di libri cristiani
s’impegna in una campagna elettorale? «Al
college le mie materie erano inglese come
prima e scienze politiche come seconda».
Le ragioni del suo sostegno a McCain? Mi
cita subito entusiasta la politica dell’istruzione, e cioè i vouchers, tagliandi che rimborsano ai contribuenti quella parte di tasse che andrebbe in istruzione pubblica,
perché con questi soldi ogni genitore possa mandare i figli alla scuola privata che desidera. Quando obietto che i vouchers sono
più consistenti per chi paga più tasse e
quindi i ricchi avrebbero a disposizione
rimborsi per mandare i figli in scuole più
costose e migliori, l’ aria serafica cede il posto alla furia, e gli occhi cominciano a lampeggiare aggressivi: «Io non avevo i mezzi
per affrontare una scuola privata, ma due
miei figli hanno ottenuto borse di studio
per frequentarla; e la scuola pubblica dove
è stata l’altra mia figlia era pessima, orribile, ho dovuto tirarla fuori». Come ha scritto
Albert Hirschman, questo è un meccanismo infernale: più i ricchi mandano i figli
alle private, più le pubbliche peggiorano
perché i genitori degli allievi sono più poveri e non hanno mezzi per farsi valere.
Passo a un argomento meno scottante e
chiedo a Leyna e Penny come mai in New
Mexico il tema degli immigrati clandestini
non è così scottante come nella vicina Arizona. In effetti sui depliants dei candidati
di entrambi i partiti non compare più «l’impegno a rendere più sicuro il confine», immancabile in Arizona. Anche i repubblicani sembrano più miti degli arizoniani, di
fronte a cui i nostri leghisti paiono benefattori dei clandestini. Leyna prima fa l’ipotesi che Albuquerque e Santa Fe, dove vive la
stragrande maggioranza dell’esigua popolazione del New Mexico, sono più lontane
dalla frontiera rispetto alle città dell’Arizona. Penny sostiene che qui non c’è la pressione economica che c’è invece a Phoenix.
Non c’è l’idea che gli immigrati ti rubino il
lavoro. Leyna ha un’altra ipotesi, più interessante: che gli ispanici siano così tanti in
New Mexico (42% della popolazione) da
rendere impossibile una discriminazione.
Penny e Leyna fanno parte della Women Coalition, una delle tantissime «coalizioni» in cui i partiti disarticolano i propri
sostenitori (vedi il box accanto). «È elettrizzante fare campagna tra le donne: parli
con donne che non si sono mai interessate
alla politica e fai capire loro quanto è importante per le loro vite». La Women Coalition è chiamata anche «l’Elefante rosa»
(l’elefante è il simbolo del partito repubblicano). E scarpe rosa shocking a punta lunga e tacchi ha spillo porta ai piedi Shira
Rawlinson, paffuta, bionda, gentilissima
addetta stampa del Gop (Grand Old party)
che mi aveva chiesto efficiente: «Quanti volontari vuole intervistare?» «Magari qualche giovane» le dico e subito – siamo nel
quartiere generale per il New Mexico della
campagna McCain-Palin – mi presenta Heather Hall, 22 anni, studentessa in scienze
politiche e storia. «Ho cominciato a fare politica quando avevo 18 anni, per la campagna di Bush nel 2004: mi sono entusiasmata. Come volontaria organizzo soprattutto
banchi nel campus. In futuro voglio fare la
manager di campagna, fare politica» dice
con l’accurata, linda nettezza di una giovanissima in carriera. Heather non è scoraggiata dai sondaggi che in New Mexico dànno Obama al 52% e McCain al 45% (la soglia del 50% è decisiva nei sondaggi e conta
più del vantaggio): «Anche Reagan e Bush
erano in svantaggio venti giorni prima del
voto e poi hanno rimontato. McCain è uno
specialista in rimonta. L’anno scorso lo davano perdente alle primarie.»
Ma il clima qui è teso, come quando una
squadra è sotto di tre gol però i giocatori ce
la mettono tutta lo stesso. Una curiosa assenza in questo quartier generale è che
non si vede nessuna foto di Sarah Palin,
candidata alla vicepresidenza.
Un chiaro riferimento alla Palin lo si legge invece sul muro nell’atrio della sede del
Partito democratico del New Mexico. «Notifica a Sarah Palin: Gesù era un community
organizer e Ponzio Pilato era un governatore». La frecciata alla fondamentalista cristiana Palin si riferisce al fatto che alla Convention repubblicana lei aveva sfottuto
Obama perché community organizer, «attivista sociale», e al fatto che Palin è governatrice dell’Alaska. Qui l’atmosfera è contraria: tanto i repubblicani erano gentili, tanto
i democratici sono scortesi. Gli addetti alla
comunicazione si rifiutano di comunicare:
«Francamente mi dicono che non hanno
tempo perché sono concentrati sulla stampa statunitense che porta voti, invece i giornalisti strnaieri…» mi dice l’anziana signora che mi filtra. Quando insisto, adduce
«cattive esperienze fatte in passato, quando alcune frasi sono state distorte». La verità è che qui si respira la paranoia di chi sta
per vincere ma teme un colpo basso dell’ultimo momento. Tanto più che la campagna di McCain moltiplica gli attacchi personali, le botte proibite. È violenta la campagna contro l’associazione non profit Acorn
per aver iscritto ai registri elettorali cittadini inesistenti. Continua l’attacco al «terrorista Obama» perché ha incontrato un ex terrorista che aveva compiuto attentati nel
1969, quando Obama aveva otto anni.
In New Mexico i democratici sono un
po’ delusi perché il governatore democratico Bill Richardson non è stato scelto per la
vicepresidenza: Richardson aveva molti
atout: è uomo del sud ( ambedue i candidati democratici sono ora del nord); ha una
mamma messicana (e gli ispanici sono un
gruppo difficile per Obama), ha grande
esperienza internazionale (è stato ambasciatore all’Onu con Bill Clinton); è stato il
primo dei grandi clintoniani ad aver tradito Hillary. Ma qui si consolano sperando
che a Richardson sia assegnato un ministero in caso di vittoria di Obama. La difficoltà
di Obama con l’elettorato latino è riscontrabile nel gap di popolarità tra lui come candidato alla presidenza e il democratico
Tom Udall, candidato al senato: mentre
Obama è in testa per 7 punti (52% a 45%),
Udall è in vantaggio di 20 punti sul suo avversario (57% a 37%). La differenza tra 7 e
27 misura il fattore razziale. Ma dalla rarità
con cui McCain si è fatto vivo qui, si capisce che per i repubblicani le «coeur n’y est
pas». Ansia di perdere per i repubblicani,
terrore di non vincere per i democratici
che si aggrappano a Tom Udall per conquistare una solida maggioranza al senato.
ono già spruzzate di neve le cime (a 4.000 m.) delle montagne
Sangre de Cristo, sulle cui pendici meridionali si poggia la cittadina di
Santa Fe, capitale amministrativa del
New Mexico (la città più importante è
Albuquerque, 90 km più a sud e 500 m
più in basso). Il centro di Santa Fe si
dà arie di un villaggio francese della
Provenza, senza essere francese né essere in Provenza, ma comunque i suoi
ristoranti hanno tutti il mignolo alzato. Il suo nome completo, impostole
dagli spagnoli quando la fondarono
nel 1610, è «La Villa Real de la Santa Fé
de San Francisco de Asís», ma ora è
una di quelle città false, di solito dichiarate Monumenti dell’Umanità dall’Unesco, svuotate di vita reale, e ridotte a residence per turisti. In questo caso una Disneyland a metà di indiani
Pueblos e la Nuova Castiglia. Per decenni Santa Fe è stata centro bohémien, meta di pittori e scultori, e ora intasca i dividendi di questo investimento artistico. E da buona affarista, continua a investire nell’arte e mantiene un
teatro dell’Opera che è worldclass, per
usare un termine per cui gli americani
vanno matti.
«Santa Fe non ha ancora sentito la
recessione», mi dice Julia Goldberg, direttrice del settimanale alternativo SantaFeReporter: «Noi abbiamo un forte
turismo internazionale che il dollaro
basso ha molto aiutato nell’ultimo anno. Ed è abbastanza impermeabile alla
crisi anche l’altro motore economico
della città, l’apparato dello stato del
New Mexico», dipartimenti, parlamentari, personale amministrativo. «Certo
il settore immobiliare ha già preso un
colpo, ma la situazione non è ancora
drammatica».
A soli 50 km da quest’isola d’irrealtà, i grandi laboratori atomici di Los
Alamos, creati nel 1943 col Progetto
Manhattan per costruire la prima bomba atomica. Ti dici che in questa steppa sperduta furono decisi i destini del
mondo, e ti rendi conto che nell’autostrada dall’Arizona a qui sei passato
per Socorro, a solo 40 km in linea
d’aria dal sito, nel deserto di Alamogordo, dove nel 1945 fu fatta scoppiare la
prima atomica.
La prima bomba atomica, le riserve
indiane con i loro casinos (case da gioco), lo sterminato deserto in cui – su
una superficie pari a quella italiana –
vivono 1,9 milioni di persone, meno di
un trentesimo della nostra densità.
Ovunque ti si manifesta un improbabile impasto di modernità e arcaismo,
inattesa centralità nella storia del mondo e inesorabile provincialismo. Niente te lo dice meglio della toponomastica. Gli Stati uniti sono un paese in cui
spesso i nomi ti fanno venire un groppo alla gola: Gravity, Confidence, ma
anche Mystic, Promise city, Chariton,
Hopeville (Borgosperanza). Nomi gravi, religiosi, che oggi suonano irrisori,
quando lo straniero abbandona la strada principale e si avvia su diramazioni
deserte. Qui nel sud del New Mexico
c’è un borgo che si chiama Animas, e
ti chiedi che ne avrebbe pensato Nikolai Gogol. Nel New Mexico centrale c’è
un altro borgo che si chiama Thoreau,
ma niente nel suo paesaggio ricorda
Walden. C’è poi un centro termale dal
nome più incredibile di tutti. Si chiama «Truth or Consequences» (anche
se i newmexicans lo chiamano «T or
C», tiorsi), nome che a prima vista mi
sembra biblico, minaccioso, tanto più
che proprio vicino a «Verità o Conseguenze» mi becco una multa per eccesso di velocità, come sanzione divina
(le «Conseguenze»). In realtà la storia
di questo nome è più bizzarra, e istruttiva. Il paese si chiamava Hot Springs
(«Le Terme») fino al 1950, quando un
animatore televisivo annunciò che
avrebbe condotto il suo quiz show –
dal titolo Truth or Consequences – nella prima città che avrebbe adottato il
suo titolo come proprio nome. Hot
Spring in New Mexico arrivò per prima e ospitò lo show per i successivi 50
anni. Ecco l’improbabile cocktail di fisica nucleare, quiz a premi, parcheggi di
stucco, smisurato deserto.
pagina 10
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
INTERNAZIONALE
SOLDATI ITALIANI DELL’INTERNATIONAL SECURITY ASSISTENCE FORCE (ISAF) NATO SUL VEICOLO ATTACCATO IERI DA UN KAMIKAZE/FOTO AP
IRAQ
Decine di migliaia contro gli Usa
a cura della redazione esteri
Decine di migliaia di sciiti iracheni, sostenitori del
leader religioso Muqtada al-Sadr, sono scesi in
piazza a Baghdad per chiedere il ritiro delle forze
americane dall'Iraq e denunciare l'accordo Sofa
(Status of Forces Agreement) raggiunto con gli
Stati uniti, sostenendo che riuscirà solo a prolungare l'occupazione dell'Iraq. Un messaggio di AlSadr è stato letto dallo sceicco Hadi al-Mahdawi
di fronte a una folla di circa 50mila persone con
le bandiere irachene che hanno scandito slogan
antiamericani come «No No No all'America», «No
No No a Israele» e «Fuori gli occupanti».
AUSTRIA
FUNERALI SOLENNI
A KLAGENFURT PER HAIDER
Funerali solenni ieri a Klagenfurt per il
controverso leader dell'estrema destra
in Austria e governatore della Carinzia,
Joerg Haider, morto a 58 anni la notte
di sabato scorso in un incidente d'auto dopo una serata di eccessi, alcool e
folle velocità al volante. Alla cerimonia
funebre, durata oltre quattro ore, hanno preso parte circa 25.000 persone:
ospiti illustri dall'Austria e dall' estero.
Fra loro tutta la classe dirigente austriaca, a cominciare dal presidente Heinz
Fischer, il cancelliere Alfred Gusenbauer, il figlio del leader libico Muammar Gheddafi, Saif, grande amico di
Haider dai tempi dello studio, e persino il governatore di Sverdlovsk, Siberia.
SOLIDARIETÀ BIPARTISAN
Auguri e due tornado.
Così il Palazzo
archivia la guerra
SOMALIA
SCONTRI A MOGADISCIO
20 MORTI ALL’AEROPORTO
Almeno 23 persone sono rimaste uccise in una cruenta battaglia nella zona
dell'aeroporto di Mogadiscio, dove gli
insorti hanno attaccato una base delle
forze di pace dell'Unione africana e
delle truppe etiopi in Somalia. Testimoni oculari hanno riferito che molti civili,
almeno 16, sono rimasti uccisi nei
combattimenti. Uno di essi ha raccontato di aver visto morire almeno un
ribelle e quattro civili, tra cui una donna.
Daniela Preziosi
ROMA
G
li auguri ai feriti, la soddisfazione per lo
scampato pericolo. La retorica sui «nostri» impegnati per ridare «la pace» all’Afganistan. Dalla notizia dell’attacco al contingente italiano a Herat, ieri mattina, i politici,
della maggioranza soprattutto, hanno fatto
una gara di solidarietà - di parole - verso i sette
feriti e le loro famiglie. Poche le considerazioni
sull’escalation degli attentati contro gli italiani
e della novità di un attacco suicida ai danni dei
’nostri’. L’analisi del precipitare dell’inferno afghano, delle stragi dei civili, del record degli attacchi contro le Ong, ormai è tema del tutto assente dal dibattito del Palazzo.
Il presidente della camera Gianfranco Fini
unisce «l’inquietudine» per l’intensificarsi degli
attentati contro gli italiani «impegnati a ridare
pace e sicurezza» all’«orgoglio per la grande
professionalità dimostrata». Questo perché le ricostruzioni ufficiali parlano di un’abile sterzata
del pilota del blindato Lince (una manovra
«evasiva», in gergo) che ha salvato i soldati da
conseguenze ben peggiori. «Siamo con i nostri
militari al cento per cento, con la testa e con il
cuore», dice il centrista Pierferdinando Casini.
Roberta Pinotti, Pd, non va oltre gli auguri di
guarigione per i militari che «mantengono aperta una speranza di pace in un paese che sembra non trovarla». L’ex ministro degli esteri Piero Fassino, anche lui Pd, chiede maggiori misure di sicurezza per gli italiani, e di accelerare
«l’individuazione di una strategia politica per
dare alla crisi afgana una soluzione, stante che
è ormai riconosciuto da tutti che la presenza
militare è necessaria, ma da sola non basta».
Non proprio da tutti, però: ieri il Pdci ha rinnovato la richiesta di ritiro delle truppe dal «pantano Afghanistan».
Sinistra radicale a parte, qualche perplessità
sulla strategia del governo viene dalla stessa
maggioranza: Margherita Boniver chiede più
tutele per i militari, ma soprattutto di «avviare
una politica di conciliazione con la parte di talebani disposta a un armistizio». Il suo ex compagno di partito Bobo Craxi chiama il governo a riferire alle camere. Risponde il ministro della difesa Ignazio La Russa: ammette «l’innalzamento del livello qualitativo dell’attacco contro le
forze internazionali» e la «modalità d’azione rara». Si tratterebbe però di una prova dell’efficacia dell’azione delle truppe: «L’aumentata attività di contrasto nel sud del paese ha esposto le
zone più a nord alla presenza di terroristi». I livelli di sicurezza verranno rafforzati, assicura il
ministro, forse però anche la potenza di fuoco
dell’offesa. «Sono pronti a partire quattro tornado», annuncia. Carichiamo di mezzi la nostra
già ’pesante’ missione militare (tra Kabul e Herat gli italiani sono 2400)? Macché, giura lui, i
cacciambombardieri avranno «solo funzioni solo di monitoraggio del territorio».
AFGHANISTAN · I taleban si sono rafforzati, la guerra coinvolge anche il Pakistan
Attacco suicida a Herat,
feriti 5 soldati italiani
Marina Forti
U
n convoglio di militari italiani è stato
preso di mira con un attacco suicida all’alba di ieri presso Herat, la città occidentale afghana sede del comando delle forze
Isaf-Nato per l’Afghanistan occidentale (di cui
l’Italia ha il comando). Cinque soldati italiani
sono rimasti feriti, per fortuna in modo non
troppo grave.
Herat è considerata relativamente tranquilla
rispetto ad altre città afghane, ma non è questo
il primo segnale di come i ribelli abbiano esteso la propria area d’azione ben oltre le tradizionali roccaforti nelle province meridionali e
orientali (a maggioranza pashtoon).
L’attacco è avvenuto di prima mattina ieri
nei pressi dell’aeroporto di Herat, quando
un’auto imbottita di esplosivo si è buttata contro un veicolo Lince (un gippone blindato) che
faceva parte di un convoglio Isaf (forza interna-
ISLAMABAD FA ARMI USA
Secondo quanto afferma Asia Times Online,
il Pakistan starebbe costruendo diversi equipaggiamenti - fra cui in particolare 1000 humvee - da destinare alle forze statunitensi
impegnate in Afghanistan contro i taleban.
Gli Humvee saranno costruiti da un’industria
situata a 35 chilometri da Islamabad, che è
anche il principale centro di produzione per
gli equipaggiamenti delle forze armate pakistane. Secondo Asia Times, gli Humvee sono
solo l’inizio di una commessa più ampia, che
riguarda altri equipaggiamenti per le forze
armate americane in Afghanistan.
zionale di stabilizzazione dell’Afghanistan).
Due veicoli sono stati coinvolti; il bilancio per i
soldati italiani è stato probabilmente contenuto dalla prontezza del militare alla guida del gippone, che con una brusca sterzata ha evitato
l’impatto diretto con l’esplosione. Il convoglio
attaccato era parte di una squadra Omtl, team
formati dai reparti di élite che stanno addestrando l’esercito afghano.
I taleban afghani hanno lanciato decine di attacchi suicidi quest’anno, con un ritmo crescente, e almeno la metà sono stati diretti contro convogli delle truppe internazionali. Va detto che solo il 4% delle vittime di questi attacchi
sono soldati stranieri, secondo esperti in sicurezza: l’80% dei morti invece sono civili afghani. Sono dunque i civili a pagare il prezzo più alto degli attacchi ribelli. Civili sono spesso anche vittima delle operazioni militari delle forze
internazionali, al punto da suscitare le rimostranze del presidente Hamid Karzai a Kabul.
Dall’inizio dell’anno circa 4.000 persone sono
morte in episodi di violenza, secondo una stima dell’Onu, e almeno un terzo sono civili.
Ora sembra che si prepari un inverno «caldo» in Afghanistan: le operazioni militari dei ribelli sono intense, nonostante sia già cominciata la stagione in cui di solito le armi tacciono.
Nell’ultimo mese i taleban hanno mostrato di
essere in grado di ammassare contingenti di
guerriglieri notevoli - come quando hanno lanciato un assalto a basi militari americane nelle
province del Nuristan e di Khost, il tentativo di
assediare Kandahar nel sud, o di attaccare la base britannica a Lashkar Gah (il capoluogo del
Helmand) la settimana scorsa. Ogni volta i ribelli hanno lasciato decine di propri combattenti sul terreno e alla fine hanno avuto la peggio, ma rappresentano ormai una forza di disturbo notevole: ciò che ha fatto dire a molti,
anche nei ranghi dei comandi occidentali, che
la guerra non si potrà vincere solo con le armi.
Così molti invocano il «dialogo», che si è tradotto per ora in colloqui tra esponenti del governo di Karzai e ex esponenti del vecchio governo taleban (quello fatto cadere nel dicembre 2001), avvenuti alla Mecca con la mediazione dell’Arabia saudita. L’esito politico di una simile mediazione è incerto; soprattutto non è
evidente che un dialogo con ex dirigenti taleban ora definiti «moderati» abbia l’effetto di fermare i ribelli che stanno combattendo contro
le truppe straniere. Venerdì a Berlino il ministro degli esteri tedesco si è dichiarato «scettico» sul dialogo con i taleban. Va detto che nel
frattempo gli Stati uniti progettano di rafforzare la loro presenza in Afghanistan con una brigata (5.000 uomini) entro gennaio e altre in primavera. Le truppe Usa inoltre hanno intensificato gli interventi oltre la frontiera pakistana: in
un caso (il 3 settembre) sul terreno, da allora
con attacchi aerei di droni telecomandati.
La guerra dunque coinvolge ormai anche il
Pakistan. E non solo nei distretti semiautonomi
delle tribù pashtoon, da sempre il retroterra logistico dei ribelli (i taleban sono un movimento
essenzialmente pashtoon). L’azione dei ribelli
è ormai estesa anche al Pakistan vero e proprio, e pone una sfida politica al nuovo governo di Islamabad. Un esempio è la valle dello
Swat, nella provincia nord-occidentale, da un
anno teatro dell’avanzata di una milizia affiliata ai «taleban pakistani». Un accordo di pace
negoziato con i ribelli l’estate scorsa è fallito;
proprio ieri l’esercito pakistano ha affermato di
aver ucciso almeno 60 ribelli nell’ultimo attacco aereo lanciato contro postazioni taleban nello Swat settentrionale, dove un ingegnere cinese rapito in agosto dai ribelli è stato recuperato
vivo.
ZIMBABWE
NEGOZIATI PER GOVERNO
CAMBIANO SEDE
«I negoziati stanno proseguendo. Non
direi proprio che siamo di fronte a uno
stallo»: così il principale mediatore
africano nei colloqui tra i principali
partiti dello Zimbabwe, l'ex-presidente
sudafricano, Thabo Mbeki, ha smentito
le informazioni in circolazione sulla
stampa internazionale riguardo a uno
stallo o a una crisi nei negoziati per la
spartizione dei ministeri del prossimo
governo d'unità nazionale. Parlando
brevemente coi giornalisti, per la prima
volta dal suo arrivo ad Harare la scorsa settimana, Mbeki ha espresso ottimismo sul prosieguo del negoziato sul
governo d'unità nazionale, evidenziando che «sulle altre questioni le parti
sono ormai capaci di risolverle facilmente da sole». Il mediatore ha poi
informato che da lunedì i negoziati si
sposteranno in Swaziland, uno dei tre
membri della 'troika' incaricata dalla
Comunità di sviluppo dei paesi dell'Africa australe (Sadc) della questione
dello Zimbabwe
RUSSIA
ATTACCO CONTRO POLIZIOTTI
IN INGUSCEZIA, 2 MORTI
L'attacco di un gruppo armato contro
un convoglio del ministero degli interni
ha provocato in Inguscezia - Caucaso
russo - la morte di due agenti di polizia e un numero imprecisato di feriti,
fino a dieci stando ad alcune fonti. Lo
riferiscono le agenzie russe. Nel frattempo, nel villaggio inguscio di Kantishevo, una bomba è esplosa al passaggio di un'automobile, provocando
la morte del conducente: gli inquirenti
ritengono che l'ordigno sia esploso
prima del previsto. Nella regione la
tensione resta alta, e si è fatta incandescente nelle ultime settimane, dopo
la morte di noto oppositore locale,
avvenuta mentre questi era nelle mani
della polizia, per un colpo a dire degli
agenti esploso per errore
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
pagina 11
INTERNAZIONALE
europa
DIYARBAKIR
Arresti a manifestazioni pro-Ocalan
Numerose persone sono state fermate ieri dalla
polizia nel corso di due manifestazioni organizzate nel sud-est della Turchia a maggioranza kurda, dopo che erano circolate notizie su presunti
maltrattamenti ai danni di Abdullah Ocalan, il
leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan
(Pkk) che sta scontando una condanna all'ergastolo. Come ha constatato un giornalista dell’agenzia France Presse, a Diyarbakir, la città
principale del sudest dell'Anatolia, più di 5 mila
persone si sono radunate nel centro della città
scandendo slogan a favore di Ocalan.
«I kurdi vedono il Pkk come una
garanzia. Lo stesso Pkk ha detto
che se gli attacchi contro di loro
cesseranno e i diritti
democratici saranno garantiti, è
pronto a deporre le armi»
KURDISTAN
La guerra d’Oriente
negata sia da Ankara
che da Bruxelles
I
UNA MANIFESTAZIONE DI KURDI A ISTANBUL. NEI CARTELLONI È SCRITTO: «BASTA. VOGLIAMO UNA SOLUZIONE». NELLA FOTO PICCOLA, LEYLA ZANA /FOTO AP
TURCHIA · La ex deputata, condannata a quindici anni di carcere, comincia oggi una visita in Italia
Leyla Zana, orgoglio kurdo
Orsola Casagrande
A
vederla questa donna minuta, i capelli corti corti, il sorriso di una
dolcezza disarmante, si fa fatica a
capire perché incuta tanto timore. Perché di paura di tratta. Il governo turco ha
cercato di «cancellarla» infliggendole
quindici anni di carcere e tenendola segregata per dieci. Ma il nome e la voce di
Leyla Zana sono rimasti nei cuori e nelle
menti dei kurdi e non solo. Quando Leyla parla lo fa con un tono dolce ma determinato al tempo stesso. E quando parla,
parla. La passione detta parole ferme e
pesanti come macigni. Mai insulti, ma la
verità. La spietata analisi della realtà. Allora si capisce che cos’è che fa così paura
all’establishment turco. Leyla Zana è una
donna libera. La sua mente è libera. L’immagine macha e militaresca dell’establishment turco vacilla di fronte a questa
donna. Perché parla, pensa e perché è
donna.
Da oggi Leyla Zana sarà in Italia, per
un breve giro di incontri e conferenze.
Da quando è uscita di prigione, nel 2004,
la ex deputata kurda non si è mai fermata. Nonostante i segni indelebili che i dieci anni di carcere hanno lasciato a lei, come ai suoi tre compagni ex deputati.
Orhan Dogan è morto, il suo cuore non
ha retto gli sforzi, durante la campagna
elettorale del 2007 che ha portato in parlamento venti deputati kurdi. Hatip Dicle e Selim Sadak continuano la loro attività politica.
Leyla Zana è stata tra i fondatori del
partito Dtp (Demokratic Toplum Partisi,
partito della società democratica). «Sappiamo tutti – dice – che una Turchia paci-
REP. CECA
Elezioni regionali,
vincono socialisti
Il partito socialdemocratico
(Cssd) è il più votato nelle
elezioni regionali che si sono
svolte negli ultimi due giorni
nella Repubblica Ceca. È al
36 per cento, a fronte del
14 per cento registrato quattro anni fa, secondo quanto
ha reso noto ieri in serata la
commissione elettorale a
Praga, dopo lo spoglio di
oltre la metà dei voti. A perdere terreno è stato il Partito
Civico Democratico del primo ministro Mirek Topolanek, passato dal 36% delle
ultime regionali al 23%.
ficata sarebbe la più grande garanzia di
pace in Europa, in Medioriente e nel
mondo». Parla in kurdo, Zana, come fece
al momento del giuramento in parlamento, dopo la sua elezione, nel 1991, auspicando fratellanza e pace tra i popoli kurdo e turco. Per questo «oltraggio» venne
condannata per separatismo. Non è cambiato molto in questi 27 anni: la repressione contro il popolo kurdo continua e
nemmeno sul fronte della lingua si registrano molti progressi. «Trovo che sia
motivo di grande imbarazzo per la Turchia – dice Zana – che centinaia di persone continuino a subire processi perché si
esprimono nella loro madrelingua». Nelle zone kurde la campagna per il diritto a
parlare in kurdo è di nuovo in primo piano: ci sono state proteste e iniziative nelle scuole, i sindaci kurdi sfidano quotidianamente (come gli studenti e la popolazione) le autorità.
«I kurdi sono il fuoco: se ci avvicina in
maniera giusta al fuoco ci si scalderà, ma
se ci si avvicina al fuoco nel modo sbagliato ci si brucia», ha detto Zana in occasione delle celebrazioni del Newroz, il capodanno kurdo. Per quel discorso è stato
aperto un nuovo (l’ennesimo da quando
è uscita dal carcere) procedimento contro di lei. «I kurdi oggi – dice ancora –
non sono soltanto sotto attacco da parte
della Turchia, della Siria e dall’Iran. I kurdi oggi stanno subendo un attacco internazionale. Quando si parla di questione
kurda, quando si chiede di affrontare la
questione kurda, vengono immediatamente dimenticati i protocolli e le legislazioni internazionali. Si dimenticano i diritti umani e perfino la democrazia».
Ma per affrontare la questione kurda
I comunisti del Kscm sono al
momento al 15%, e i democristiani del Kdu-Csl al 6%. Il
resto dei partiti, tra i quali i
Verdi, non sarebbero riusciti
a superare lo sbarramento
del 5%. L'affluenza alle urne
è stata del 39% secondo
dati ancora provvisori.
Per i 675 seggi nelle giunte
corrono 60 raggruppamenti
politici con 8.250 candidati.
Per i 27 seggi al Senato sono invece in lizza 200 candidati di 35 partiti e movimenti politici.
In queste ultime elezioni parziali perché riguardano
27 seggi su 81 del senato nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta e
quindi si andrà al ballottaggio nel prossimo fine settimana.
in maniera efficace, sottolinea Zana «bisogna comprendere davvero la questione, definirla nei termini corretti per poterla affrontare». Perché se la questione
kurda fosse soltanto «una questione di
povertà e sicurezza, i metodi utilizzati da
oltre mezzo secolo non avrebbero forse
portato qualche risultato?». I metodi a
cui si riferisce Zana sono «i pestaggi, la
tortura, l’arresto indiscriminato, le esecuzioni, le migrazioni forzate, gli omicidi extra giudiziari, le evacuazioni dei villaggi,
le guardie di villaggio». Ma «distruzione e
negazione – dice Zana – non possono essere l’unico modo per affrontare il problema». L’accordo, il negoziato cui bisogna arrivare per l’ex parlamentare kurda
deve essere «prima l’ammissione del fatto che non si può risolvere un problema
attraverso una politica di condanna,
chiudendo i partiti politici, aumentando
il numero di arresti e processi, impedendo la crescita della politica della società
civile e soprattutto considerando la morte di centinaia di esseri umani come puro dato statistico». Zana è chiara nella
sua richiesta di soluzione negoziata al
conflitto. E ripete quello che va ripetendo da tempo. «I kurdi vedono il Pkk come una sorta di garanzia. Lo stesso Pkk
ha dichiarato che se le soluzioni necessarie verranno fornite e gli attacchi contro
di loro cesseranno e i diritti democratici
saranno garantiti, è pronto a cessare il
fuoco e deporre le armi. I kurdi – dice Zana – non hanno una passione per le armi. Se ci fosse un progetto reale e entrambe le parti fossero pronte a negoziare, allora le attività armate cesserebbero. Se il
dialogo e la riconciliazione sono richiesti, allora è necessario parlare a tutti i kur-
di e non soltanto a una parte di essi».
Le sue parole, i suoi discorsi continuano a essere usati dall’establishment turco per aprire processi contro di lei. A settembre sono stati chiesti complessivamente sessant’anni di carcere per nove
discorsi diversi pronunciati in questi mesi da Zana. L’Alta Corte di Diyarbakir ha
chiesto quarantacinque anni di carcere
perché «l’imputata in ogni riunione a cui
partecipa sostiene di non ritenere il Pkk
un’organizzazione terrorista e di considerare il leader del Pkk, Abdullah Ocalan,
come il leader del popolo kurdo oltre a
sostenere che la lotta del Pkk è una lotta
per la democrazia e la libertà». L’accusa
mossa a Zana è di «fare propaganda terroristica».
Leyla Zana è nata a Bahce. Oggi quel
villaggio non c’è più, è stato distrutto (come altri quattromila) dall’esercito turco.
Era un villaggio dove il patriarcato era
molto forte e la vita delle donne piena di
castighi. Leyla il castigo non lo voleva.
Fin da bambina le mettevano il velo e lei
se lo strappava. Si sposa con l’ex sindaco
di Diyarbakir, Mehdi Zana, giovanissima
perché così vuole la famiglia. Il marito,
uomo colto e sensibile, diventerà il sostenitore della moglie ormai decisa a intraprendere la battaglia per la difesa dei diritti del suo popolo. La coppia va a vivere
a Amed, Diyarbakir, e Mehdi viene eletto
sindaco nel 1977. Il golpe del 1980 porta
Mehdi Zana in carcere condannato a 30
anni e Leyla, madre di due figli, continua
instancabile la sua campagna per i diritti
del suo popolo. Diviene la portavoce delle donne che avevano figli, mariti, fratelli
in carcere, ma lei era convinta anche della necessità dell’autorganizzazione delle
donne per i propri diritti. È la direttrice
di una rivista che le autorità turche non
tardano a chiudere, ma lei continua a lottare.
Viene eletta al parlamento nelle fila
del Dep. È candidata a Diyarbakir dove
prende una marea di voti. Ma subito dopo viene privata dell’immunità e arrestata. Così l’establishment turco pensava di
liberarsi di un «nemico». Ma in realtà Leyla Zana è diventata il simbolo della lotta
di liberazione del popolo kurdo. E della liberazione delle donne. «Non dimentichiamoci – dice Zana – che noi soffriamo
due volte, anzi tre. In quanto kurde, in
quanto proletarie e in quanto donne». In
un dibattito recente una femminista inglese ha chiesto a Zana del suo rapporto
con gli uomini. «Beh – ha risposto lei –
francamente mi chiedo e vi chiedo, preferite che gli uomini continuino a camminare davanti a voi, oppure dietro di voi?
Io – ha concluso – preferisco che gli uomini camminino al fianco delle donne.
Per questo è importante che le donne, le
madri, crescano i loro figli con questo spirito di uguaglianza».
n Turchia il simbolismo delle immagini
è forte. A volte le immagini parlano più
delle parole. L’immagine del capo delle
forze armate, generale Ilker Basbug, attorniato da quattro ufficiali, alla conferenza stampa in cui ha dichiarato guerra anche ai media che «osano» pubblicare verità scomode,
è densa di messaggi non detti. Incutere paura è certamente uno di questi messaggi. Far
vedere che l’esercito non solo non si tocca
ma che è proprio l’esercito a dettare legge in
Turchia. Nello specifico, l’ira di Basbug era rivolta contro il quotidiano Taraf diretto da
Ahmet Altan, reo di aver pubblicato le prove
del fatto che l’esercito sapeva che ci sarebbe
stato un attacco alla caserma di Bezele (Haktutun, vicino a Hakkari) il 3 ottobre scorso e
nulla ha fatto per impedirlo. In quell’attacco
i guerriglieri del Pkk hanno ucciso 17 militari. Il giorno dopo, il capo dell’aviazione è stato fotografato mentre giocava a golf.
Due giorni dopo è cominciata una nuova,
violenta operazione militare contro il Pkk. In
realtà contro villaggi kurdi, di qua e di là del
confine. Il parlamento ha votato per continuare a bombardare il nord Iraq. Con buona
pace della sovranità nazionale. Il Pkk ha sferrato un nuovo attacco alle forze di sicurezza,
a Diyarbakir, assalendo un mezzo della polizia e uccidendo cinque poliziotti. Ieri nuovi
scontri, nuovi morti. Una escalation dura. È
la guerra negata dai turchi (e pure, con complicità, dall’Europa) che di tanto in tanto riemerge in superficie, tristemente perché il numero di bare è tale da non poter essere nascosto.
Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan
comincia a dare segni di insofferenza e non
soltanto perché sul piano militare la lotta
contro il Pkk non sta andando bene. Il governo dice di aver speso fin qui trecento miliardi di dollari per annientare i guerriglieri kurdi. L’economia del paese non gode di buona
salute. Si è cercato di distogliere l’attenzione
dell’opinione pubblica dai problemi economici puntando sulla saga di Ergenekon. Rivelazioni «mirate», arresti eccellenti, per dimostrare l’estensione della cosiddetta Gladio
turca (oggi si apre il primo dei processi) e
per confondere ancora di più le acque già
molto torbide della politica di questo travagliato paese. Il governo nei giorni scorsi ha
offerto pubbliche scuse alla famiglia di un
giovane di sinistra morto a causa delle torture subite in carcere, e nel paese torna (in realtà mai se n’è andato) lo spettro delle morti
per tortura. Il presidente della repubblica Abdullah Gul con un sorriso forzato ha annunciato alla Buchmesse di Francoforte (la Turchia è ospite d’onore) che libertà di espressione e di stampa sono ormai garantite. Lo
smentiscono implacabilmente, dati alla mano, il Nobel Orhan Pamuk, il più grande scrittore kurdo,Yasar Kemal, l’assalto da parte di
un gruppo di fascisti allo stand degli scrittori
kurdi. E lo smentiscono le centinaia di procedimenti aperti contro scrittori, giornalisti, artisti che hanno osato criticare le forze armate, le istituzioni statali.
Erdogan freme. Ha un problema soprattutto. Il prossimo anno in Turchia ci saranno le
elezioni amministrative. L’Akp credeva di poter fare il pieno anche nelle zone kurde. Non
sarà così, infatti nelle città kurde il partito è
fortemente in calo. Per la prima volta dalle
elezioni politiche dello scorso anno, i sondaggi parlano di un Akp in crisi. In ottobre,
secondo la rilevazione della Metropoll Research Company, l’Akp hA perso ben 16 punti,
attestandosi sul 35%. In settembre secondo
la stessa compagnia, il partito di governo godeva del 51% dei consensi.
Erdogan cerca di correre ai ripari. In questo senso va anche letto il viaggio del ministro degli esteri Babacan in Iraq dove ha incontrato Masoud Barzani. Si parla con insistenza di una possibile amnistia per i guerriglieri kurdi. Un modo per riconquistare consensi. Non a caso Babacan ha sottolineato
che «una soluzione militare non è una soluzione». O. C.
pagina 12
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
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COMMENTO
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CRISI FINANZIARIA,
UN’OCCASIONE
PER TUTTA LA SINISTRA
Un cambiamento di più soggetti
Dino Greco
O
ra che il crollo del castello di carte della finanza speculativa travolge l’economia mondiale, ora che la già precaria esistenza di alcuni miliardi di persone viene scaraventata in un vicolo cieco, ora che si palesa il carattere intrinsecamente fraudolento del capitalismo reale, tutto dovrebbe apparire più chiaro e offrire solidi argomenti a una critica radicale del modello che ha messo a
mercato tutto l’esistente generando povertà, disuguaglianza, ingiustizia e guerra. Dovrebbe cioè più
agevolmente comprendersi come il cortocircuito
non sia un inciampo provocato dalla cattiva finanza, ma da una resa dei conti del sistema. E’ l’occasione che si offre a una rediviva sinistra: rinascere
dall’esito di una sconfitta epocale che ne ha divelto
pensiero, ruolo, certezze, rappresentanza. Cammino quanto mai impervio perché l’egemonia del capitale ha in questi anni scavato trincee, disarticolato idee e progetti antagonistici, almeno in occidente. Come dimostra il fatto che i medici accorsi al capezzale del malato, i soli di cui si oda voce, sono gli
stessi che ne hanno provocato la bancarotta e che
ora si affannano per rimettere sui binari il convoglio deragliato. Con un range che va dai mercatisti
puri ai mercatisti spuri, che invocano il soccorso
gregario dello stato, semmai promettendo per il domani nuove regole capaci di rattoppare e rilanciare
il sistema del quale non sanno vedere alternative.
Invece in Italia, a sinistra, presa in senso lato, vediamo la patetica rincorsa consociativa di un Veltroni che, con afflato patriottico, si accinge a depotenziare la già tiepidissima protesta del 25 ottobre. E
poco importa che al suo querulo «vengo anch’io»
Berlusconi risponda con uno sberleffo, perché la riedizione in chiave grottesca della solidarietà nazionale è il solo orizzonte possibile per l’italico riformismo. Più sulla mancina mentre si infrangono le magnifiche sorti e progressive del capitalismo e il fantasma di Karl Marx torna a aggirarsi per il mondo, c’è
chi bolla il comunismo come parola indicibile, incomprensibile, specie ai giovani. Per cui il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente
viene derubricato a propensione intimistica, privato e incomunicabile atto di fede: un comunismo mimetico, vergognoso di sé, prodromo di una sostanziale rimozione, di una ritirata, non solo strategica,
ma culturale e politica, atto di resa a una realtà nella quale si è subita una sconfitta introiettata come
definitiva. Ebbene, se dalla grande manifestazione
di sabato 11 non poteva scaturire un programma
politico, da lì è però venuta una replica, ancora volontaristica, ma incoraggiante alla depressione: c’è
vita a sinistra, non un popolo rassegnato.
Poi c’è il sindacato, diciamo pure la Cgil. Alla quale si presenta l’occasione di rimeditare una strategia da molti anni incline a subire una politica di moderazione salariale e di flessibilità del lavoro, nella
persuasione implicita che per quella via passino investimenti e sviluppo quando, per dirla con le parole di Marco D’Eramo, sono proprio i bassi salari, le
pensioni sempre più striminzite, i lavori precari, i licenziamenti più facili, a costituire l’enzima del liberismo, a avere generato, alla lunga, la contraddizione che la finanza speculativa ha creduto di eludere
con un gioco di prestigio, la corda a cui il capitalismo ha appeso se stesso. Allora, bisogna cominciare a dire che è mettendosi al servizio dei lavoratori
che si salva il paese, non viceversa. E’ ora di riscoprire che non esiste un mitico interesse «generale» sovrastante che si opponga a una redistribuzione del
reddito a beneficio del lavoro, la sola che può ridare
fiato all’economia reale. Poi serve molto altro. Ma
intanto, occorre interrompere il negoziato con Confindustria che, con quei contenuti, è quanto di più
anacronistico e autolesionistico possa esservi, per i
lavoratori e, dunque, per il paese. E rispondere chiamando alla mobilitazione e allo sciopero contro
l’accordo separato (perché di questo si tratta) sottoscritto da Cisl e Uil. Non è buona tattica indugiare
ancora a quel tavolo e subire l’offensiva di una consorteria che ha da tempo sepolto la piattaforma sindacale unitaria e che ora si accinge a stringere d’assedio la Cgil. Non si viene a capo di una rottura senza precedenti con qualche escogitazione diplomatica e con un conflitto a bassa intensità. O sconfiggiamo quella linea sul campo oppure essa prevarrà. E
allora da questa crisi drammatica si finirà prima o
poi per uscire, ma all’indietro, sul piano sociale e
sul piano democratico.
Ho regalato un abbonamento web e fatto una
sottoscrizione. E’ troppo importante, di questi
tempi, l’esistenza di uno spazio, per gente di sinistra, per la ricerca di analisi, progetti e stili di
vita alternativi, magari superando alcuni schemi intoccabili del passato. La pur gloriosa classe operaia non è sufficiente, non abbiamo lavorato abbastanza sull’operaio sociale, né investito con coraggio e determinazione per una coscienza di classe dei lavoratori salariati nel loro
complesso. Penso alle troppe volte che abbiamo utilizzato parole d’ordine che ci garantivano
facili consensi ma che non hanno aiutato a creare presupposti per un allargamento della coscienza di classe e l’esplorazione di percorsi di
società alternativi. Il cambiamento (e una azione rivoluzionaria) devono e possono partire da
più e diversi soggetti.
Con l’augurio di lottare ancora insieme a lungo, fraterni saluti.
Sergio Tonioli, bancario
segnalare, suggerire e organizzare iniziative di sostegno. Con bonifico bancario
presso la banca popolare etica - Agenzia di Roma - intestato a: il manifesto,
IBAN IT40K0501803200000000535353. Con conto corrente postale numero,
708016 intestato a: il manifesto Coop. Ed. arl., via Bargoni 8 - 00153 Roma.
POSTA Prioritaria
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na. Da allora, molta acqua è passata sotto i
ponti, molte cose sono cambiate in peggio nella sinistra e nella società italiana; tra le poche
cose buone rimasteci, sicuramente, il manifesto. Voce critica libera e indipendente in un deprimente panorama giornalistico e informativo
italiano, che nessuna legge o decreto può tacitare. E’ compito di tutti coloro che hanno a cuore la democrazia e il pluralismo dell’informazione impegnarsi, secondo le personali
possibilità economiche, per scongiurare la
sua chiusura.
Armando Bronzi
Come Emergency da Fazio?
Non si potrebbe lanciare una richiesta tipo
quella che viene ospitata spesso da Fazio nel
programma che tempo che fa a favore di Emergency? Da Fazio sono stati ospitati personaggi
Una voce preziosa
Da anni vi compriamo tutti i giorni,
ma non ci siamo mai abbonati. Ora,
vista la difficile situazione, ho deciso
di fare un abbonamento sostenitore,
anche se non sempre sono d'accordo con voi, in particolare per il modo
in cui affrontate l'argomento dei rapporti tra Israele e Palestinesi. Ritengo comunque che la vostra voce sia
preziosa, in un momento di cappa di
piombo come questo. Vi auguro
buon lavoro e spero di continuare a
leggervi per molto tempo ancora.
Lia Tagliacozzo
Tanti auguri
Auguri bà, storico indefesso lettore
del manifesto e grande padre.
Ivan Antoniozzi, sottoscrittore
Una storia oltre Wall Street
Caro Valentino, già da tempo azionista del manifesto, ho sottoscritto in
questi giorni un abbonamento sostenitore. E
continuerò a comprare la mia copia quotidiana
in edicola. Una mia piccola economia per sostenere - insieme spero - un’altra economia.
Perché in questa débâcle globale forse è ora di
muovere i nostri «globuli rossi» verso una strada che tenti di superare (con un occhio a Latouche?) questo mostro cannibale che da troppo
tempo divora il mondo. (E’ fuori moda chiamarlo capitalismo?). Perché la storia non si ferma
a Wall Street - e tanto meno a Arcore. Un forte
abbraccio a voi tutti che continuate a mantenere viva la passione e l’orgoglio di questa nostra
extra-sinistra. Resistete!
Franca Catri, Roma
Per il pluralismo
Un contributo di 50 euro e l’impegno morale di
comprare tutti i giorni una copia del giornale, la
vostra e nostra battaglia per la sopravvivenza
di questo glorioso quotidiano. Ho 54 anni e ho
cominciato a interessarmi di politica leggendo
gli articoli di Luigi Pintor, Lucio Magri, Rossana
Rossanda, Valentino Parlato, Luciana Castelli-
–
com/adsense insomma, sarebbe un metodo
per chiedere e ricevere soldi dai lettori senza
far loro sborsare nemmeno un cent (mentre in
media si ricevono dai 10 ai 50 cent per clic).
In bocca al lupo.
Claudio Rocchetti, Berlino
Anche se solo on line
Per Rosanna
Ho sottoscritto 100 euro in ricordo di Rosanna
Rizzo già azionista della coop. e sostenitrice da sempre del quotidiano.
Perché il giornale esca ogni giorno
per diffondere una informazione libera. Auguri.
Franco
Un piccolo contributo di 180 euro
dal personale dell’Osservatorio
astronomico di Torino. Sperando di
poter continuare a leggervi. Ciao.
Antonio Volpicelli
Ci sono anch’io
Ho sottoscritto 50 euro. Saluti.
Claudio Fasce, Camogli (Ge)
Per un mondo migliore
Soltanto l’articolo di fondo di domenica 12 ottobre meriterebbe un abbonamento sostenitore! Ve lo sottoscrivo con convinzione visto che il
momento economico è così difficile
per il mondo e per voi sperando che
lo sforzo di tutti noi lettori supporti il
vostro sforzo al giornale per contiFOTO EIDON
nuare a cercare di costruire un
di un certo peso che potrebbero fare un appelmondo un po’ migliore. Auguri.
lo per sostenere il manifesto, chiedendo di verMarco Panella, Torino
sare un euro tramite sms al numero di cellulare
In barba a Berlusconi
indicato. Se Emergency ricorre a questo tipo di
Dai, che anche stavolta ce la facciamo, in bariniziativa significa che funziona, che le persone
ba a Berlusconi!
rispondono positivamente, in fondo costa poco
ps: io i miei 150 euro li ho versati sul c.c.p.
mandare un sms che costa poco. O è una iniMarco Caberlotto, Venezia
ziativa troppo «politica» per poter essere ospitata in un programma Rai? Ma allora vorrebbe diLa classe degli anni settanta
re che la battaglia per la libertà di stampa è già
Cari compagni, 100 euro a sostegno del quotipersa in partenza e la sopravvivenza del manifediano. E’ il risultato di una colletta dopo una
sto solo una questione di tempo.
cena tra ex-studenti e compagni del Comitato
Anna Cappelli
di base dell’Itc P.F. Calvi di Padova degli anni
Un clic da cinquanta centesimi
1970-76. In ricordo dei vecchi tempi e per non
Un metodo per risollevare di un po’ le finanze
far peggiorare lo stato presente delle cose. Che
del giornale potrebbe essere quello di usare i
il manifesto viva! Un caro saluto e tanti auguri.
banner Google sul sito. Voi direte, bella scoperLuciano Rubini Padova
ta. In effetti nulla di nuovo, ma in pochi sanno
Un web dalla Spagna
quanto può fruttare una strisciata di banner!
Grazie per mantenere viva la speranza.
Tant’è che in più gli utenti web del manifesto
Il mio contributo è un nuovo abbonamento
sanno benissimo che cliccare sulla pubblicità
web annuale. Un abbraccio dalla Spagna.
di Google significa un introito diretto e immediaFrancesco Cortese, Madrid
to per il giornale..a buon intenditor...google.
–
Razzismo, le reticenze della chiesa cattolica
Filippo Gentiloni
Il problema degli immigrati sta mettendo in crisi
non solo lo stato ma anche la chiesa. Nessuno
può chiamarsene fuori o delegare a altri. Gli episodi di razzismo più o meno evidente e diffuso
chiamano inevitabilmente in causa l’educazione,
la mentalità, la civiltà: proprio quegli aspetti che
nel nostro paese si dichiarano cristiani. Lo sono
veramente? Il problema è sotto gli occhi di tutti,
ogni giorno. Con alcune punte più vistose e tragiche. Basti pensare, da una parte, ai tragici sbarchi a Lampedusa e dintorni, e, dall’altra, alla vita
nei campi rom che a decine circondano le nostre
città. Ogni giorno episodi di razzismo più o meno
diffuso, anche se spesso nascosto. Proprio il
contrario di quella accettazione - carità - che
l’educazione cristiana - cattolica - degli italiani
dovrebbe favorire. Non che la chiesa non intervenga. Lo stesso pontefice invita «a essere solidali con questi nostri fratelli e sorelle, perché la
chiesa è aperta a tutti, formata da credenti senza distinzione di cultura e di razza». Ma sul problema dell’immigrazione e della razza il cattolicesimo interviene con una certa debolezza, soprattutto se si confrontano gli interventi contro il razzismo con altri interventi, più decisi e vigorosi.
Penso, fra gli altri, a quelli contro l’aborto o anche contro certi atteggiamenti intorno al testamento e alla morte. Come anche agli interventi
che mettono la custodia della famiglia tradizionale in primo piano.In questi casi il cattolicesimo
ufficiale interviene più decisamente. Eppure il
razzismo colpisce direttamente al cuore lo spirito
I TAGLI NASCOSTI
ALLA COOPERAZIONE
INTERNAZIONALE
Raffaele K. Salinari
Purtroppo, stando noi in Sicilia, possiamo leggere il manifesto solo on line (e la nuova grafica con gli articoli che continuano sulle due pagine centrali è davvero antipatica), ma ci siamo
manifestati, perché non possiamo pensare di
stare in questo paese con anche la disgrazia di
non avere questo quotidiano. Buon lavoro
Sara e Saro, Modica
Un sostegno dalle stelle
DIVINO
COMMENTO
cristiano. Come mai una certa debolezza cattolica? Forse il desiderio di non contrastare il mondo della Lega che si proclama e cattolico e anche razzista. Nel mondo della Lega si arriva a
proporre classi scolastiche separate. Il ministro
Maroni: «Il governo non sottovaluta i recenti episodi di razzismo, ma bisogna evitare strumentalizzazioni». Forse una certa reticenza cattolica è
dovuta al desiderio di non contrastare più decisamente il governo di centrodestra che promette di
mantenere - e anche di accrescere - i vantaggi
del cattolicesimo nel paese. In realtà alcune voci
di stampa parlano di una «tensione strisciante»
tra governo e Vaticano, dovuta proprio al razzismo. Ma in realtà fra gli oppositori del razzismo i
cattolici non sempre figurano in primo piano.
A
ppoggio fattivamente il manifesto perché è il solo quotidiano indipendente
che pubblica questo tipo di notizie: nelle nebbie della crisi finanziaria mondiale, tra
piani di recupero delle banche e assicurazioni
di salvaguardia dei depositi, l’attenzione internazionale si è spostata, ancora una volta, sui destini delle popolazioni ricche del Nord del mondo, sull’impoverimento della classe media, sulla perdita di posti di lavoro, sul calo di potere
d’acquisto dei salari, sul calo dei consumi e via
enumerando. Tutti temi importantissimi ovviamente che, però, hanno visto pochissimi analisti appuntare la loro attenzione alle conseguenze che questa crisi del capitalismo finanziario
mondiale ha, e continuerà per molto tempo, a
avere sulle politiche e gli impegni verso al lotta
alla povertà, e sulla condizione materiale non
nuova nella quale vivono e continuano a morire oltre un miliardo di esseri umani. Parlare delle «nuove povertà» in relazione al Sud del mondo, infatti, sarebbe importante anche per far capire a molti cittadini nostrani, immersi nella depressione finanziaria, che siamo sulla stessa
barca di chi, sino a oggi, per venire a cercare un
destino migliore in casa nostra, sulle barche ci
moriva. Ma non sembra che questa semplice
constatazione voglia essere messa alla portata
della pubblica opinione che, anzi, viene spinta
dalla politica governativa, e anche dalla sostanziale indifferenza del maggior partito di opposizione, a giustificare un riflesso di chiusura verso i temi della solidarietà internazionale, diventati, mercé la crisi finanziaria, ancora più irrilevanti. Non si spiega altrimenti il fatto che la Finanziaria, ulteriormente perfezionata nell’iter
governativo delle ultime settimane, abbia tagliato drasticamente i fondi per la cooperazione internazionale allo sviluppo e il sostegno alle iniziative di lotta alla povertà, portandoli alla
miserabile cifra di 320 milioni di euro, meno
dello 0,1% del nostro Pil, l’equivalente di una
giornata di guerra in Iraq per le truppe americane o, per restare in casa nostra, qualche metro
di quell’alta velocità che oramai è diventata il
peggior intralcio alla circolazione del treni. E
dunque l’Italia di Berlusconi, che aveva promesso nel tragico G8 di Genova ben l’1% del Pil
per un nuovo «Piano Marshall» per l’Africa, batte tutti i record di miserabilismo e miopia politica e economica, portandosi all’ultimo posto tra
i donatori industrializzati e, quel che è peggio,
senza che voci autorevoli e qualificate del «governo ombra» si siano alzate in difesa di impegni internazionali che, lo ripetiamo, oggi significherebbero dimostrare una solidarietà che, in
periodo di crisi, diventa una maniera di affermare una visione del mondo diversa da quella
che ha portato alla tempesta finanziari attuale.
Certo, quando le Ong internazionali fanno notare il baratro, peraltro noto agli addetti ai lavori, nel quale è caduta la nostra cooperazione, le
solite voci amiche si levano a promettere ciò
che ci si aspetta da un quindicennio: la riforma
della legge di cooperazione, l’aumento dei fondi sino al fatidico 0,7% in ottemperanza agli impegni presi in sede Onu, e il pagamento delle
quote del Fondo di lotta all’Aids, Tbc e malaria,
verso il quale l’Italia è inadempiente.
E allora, come è possibile trovare, alla domanda delle banche, milioni di euro e piangere
miseria quando si tratta di lotta alla povertà?
Da dove vengono i soldi che si diceva di non
avere? Forse si dovrebbe chiedere all’opposizione politica, del Pd e della sinistra extraparlamentare, di spingere il governo affinché, nelle
more di questa crisi finanziaria si «rilanci» sulla
cooperazione internazionale e sulla lotta alla
povertà, che si considerino questi obiettivi del
Millennio come un orizzonte praticabile per
una nuova politica internazionale basata sulla
solidarietà e sul sostegno alle economie più deboli, e infine, che se ne torni a discutere come
motivo di ricostruzione di un’opposizione sui
temi della politica internazionale, che non sia limitata ai cerotti sulle ferite dei «poveri » di Wall
Street.
* pres. Terre des hommes international
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
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pagina 13
N
Si chiude questa sera
la kermesse di Francoforte.
Che disegna un mondo,
anche in campo editoriale,
diviso tra pochi grandi
e molti piccoli, più o meno
desiderosi di emergere
UNO SGUARDO
TRA LE PIEGHE
DELLA FIERA
Maria Teresa Carbone
Q
ual è il titolo su cui l’editoria del Kazakhstan punta in questa Buchmesse 2008? La corpulenta signora, intenta ad allineare con cura sugli scaffali del minuscolo stand kazako alcuni volumi andati misteriosamente fuori posto, assume un’aria sorpresa, addirittura indignata, come di fronte a una domanda sconveniente: il Kazakhstan non ha nessun titolo
su cui puntare e anzi, a pensarci bene, non
si è mai presentato nessun agente o editore straniero per accaparrarsi i diritti di uno
dei libri esposti. Anche se forse – il tono è
quasi di cospirazione – «qualcosa di buono
nel campo dell’editoria per l’infanzia lo
avremmo».
Se sulla base degli stand della Buchmesse si dovesse disegnare uno di quei planisferi tematici che vanno di moda, nei quali
i paesi occupano uno spazio proporzionale alla produzione o al consumo di un determinato bene, il mondo avrebbe due superpotenze, gli Stati Uniti e la Germania
STUDENTESSE
DELL’UNIVERSITÀ
DI BUDAPEST
IN UN MARE DI LIBRI
/ FOTO AP
L’ALTRA
Buchmesse
(padrona di casa, ma anche sede di un’editoria ancora sana, almeno all’apparenza),
affiancate da una Gran Bretagna tornata ai
fasti dell’impero, da un muscoloso conglomerato ispanico in fase di continua espansione, da una Francia – e in misura minore
da una Italia – che non rinunciano a occupare il loro posto al sole. Tutto intorno, sterminati oceani chiazzati da isole minuscole.
Prendiamo la Russia, che è il paese più
grande del mondo e, crisi permettendo,
ben determinata a non farsi relegare in un
posto di secondo rango. Qui a Francoforte,
però, l’area delle case editrici russe è a dir
poco misera. Gli stand sono piccoli, allestiti in modo sciatto e banale, le persone che
se ne occupano sembrano capitate per caso, i libri infine paiono gli stessi che si potevano vedere cinque o dieci anni fa, come
se a Mosca o a Pietroburgo nel frattempo
non si fosse pubblicato niente. Nel minuscolo spazio dell’editore Tekst, vent’anni
di attività e un catalogo fitto di classici del
INTRAPRESE
Una nuova sigla araba
per l’inglese Bloomsbury
Non si sa se l’esempio sia stato preso dall’italiana e/o che, dopo avere lanciato negli Stati Uniti
la sua «filiale» americana Europa Editions, si è
affacciata l’anno scorso sul Medioriente e sul
Maghreb varando Sharq/Gharb (in italiano, est/
ovest), prima casa editrice italiana a pubblicare
in arabo. Sta di fatto che Bloomsbury – editore
britannico di solida tradizione e di ancor più solide finanze, soprattutto dopo avere pubblicato
nel Regno Unito la saga di Harry Potter – ha approfittato della Buchmesse per annunciare la
nascita di una nuova sigla, la Bloomsbury Qatar
Foundation Publishing, che avrà sede a Doha e
pubblicherà libri in inglese e in arabo per i lettori
mediorientali. Realizzata in joint venture con l’organizzazione privata Qatar Foundation, la nuova
casa editrice proporrà volumi di narrativa e di
saggistica, manuali, testi accademici e libri per
bambini a partire dal 2010.
’900, una coppia ingrigita, lei con un cappello color tortora a tesa larga simile a quello che avrebbe potuto portare Greta Garbo
in Ninotchka, mormora sprezzante: «Di giovani autori interessanti in Russia non ce ne
sono». L’unico brivido viene dalla presenza di Mikhail Gorbaciov che nello stand della casa editrice Ves’ mir, giusto a fianco, è
venuto a presentare i primi cinque volumi
della sua opera omnia. Un dépliant spiega
come l’ambizioso progetto sia diviso in
due parti, la prima dedicata agli anni fra il
’61 e il ’91, ventidue volumi in tutto, in uscita entro il 2009, e la seconda, di ampiezza
ancora imprecisata, dal ’92 a oggi, che sarà
pubblicata a partire dal 2010. Per qualche
istante la «zona russa» della Buchmesse si
anima, bodyguards mastodontici, flash di
fotografi, una signora sulla sessantina che
si lamenta a voce alta perché ha conosciuto Mikhail Sergeevic nel 1973 e adesso non
la lasciano passare. E in mezzo a tutto questo, un Gorbaciov sorridente ma appannato, che dimostra ben più dei suoi settantotto anni. Dieci minuti dopo questa area, ficcata in fondo al padiglione 5, praticamente
sottoterra, senza nessun viavai di visitatori,
è ricaduta nel suo torpore abituale, accentuato dalla voce melensa di un cantante
chiamato ad accompagnare una festa in
corso nel contiguo stand della Croazia.
Si festeggia molto, in ogni angolo della
Buchmesse, ma forse anche più spesso in
queste plaghe appartate, quasi a compensare un minore passaggio di presenze esterne. (Gli altri, gli editori tedeschi o americani o francesi preferiranno brindare la sera,
a fine orario, nelle decine di party che fioriscono negli alberghi e nei locali di Francoforte). Insiste per esempio perché i visitatori assaggino almeno un pezzettino del dolce tipico della festa del Tet (pasta morbida,
intorno a un ripieno croccante) il signor
Pham Tran Long, in rappresentanza dell’editoria vietnamita. Sorridente e orgoglioso, spiega in un inglese piuttosto rudimentale che finora in Vietnam le case editrici
sono di proprietà dello stato, ma che forse
l’anno prossimo non sarà più così.
Vino e torta (lontana cugina del ciambellone) anche nello spazio collettivo della Slovenia. Che, insieme a quello della Serbia, è
uno dei punti più animati nella zona destinata ai paesi dell’est europeo vicino e lontano, e non solo per i bicchieri colmi, ma perché la proposta dei titoli da esportare si basa su una strategia accorta. Non solo sul
banco che fronteggia lo stand sono impilati, a disposizione dei visitatori, diversi fascicoli che propongono – in buona traduzione inglese e con una veste grafica curata –
racconti, poesie e brani degli autori sloveni
suddivisi per fasce d’età, compresi i «giovani» nati dopo il ’69. Ma la solerte signora
dietro il banco annota anche su un’agenda
gli indirizzi di tutti quelli che appaiono interessati, promettendo l’invio di vere e proprie antologie pubblicate appunto per
«vendere» al meglio la letteratura slovena.
Si capirà tra qualche anno se questi sforzi
verranno ricompensati.
Dove però gli investimenti sono più sostanziosi, e a prima vista incuranti del credit crunch, è nello stand della Book Fair di
Abu Dhabi. Anche qui è in corso una festa
– e che festa! – per celebrare la crescita
esponenziale della fiera, la cui diciannovesima edizione, realizzata in collaborazione
con la Buchmesse, si terrà nel marzo 2009.
Il dottor Wisam Al-Hariri – che il biglietto
da visita definisce operations manager – è
raggiante: «Presto ci si renderà conto che
grazie alla nostra Book Fair e agli accordi
con i grandi musei come il Louvre e il Guggenheim, Abu Dhabi è diventato uno dei
nuovi poli della cultura mondiale».
Ma le glorie, anche quelle culturali, vanno e vengono. Viene un po’ di malinconia
a visitare l’elegante stand della casa editrice Kastanioti di Atene, una sorta di Adelphi
greca, e a chiacchierare con Anteos Chrysostomidis che in un italiano impeccabile (è,
fra l’altro, il traduttore di Antonio Tabucchi) commenta i dati disastrosi sulla lettura nel suo paese, così simili a quelli italiani.
Ha calcolato, Chrysostomidis, che il mercato editoriale greco si basa in tutto e per tutto su seimila lettori «fortissimi». Sembra impossibile, ma i conti tornano: considerando che la Grecia ha undici milioni di abitanti, circa un quinto della popolazione italiana, gli irriducibili ellenici amanti della lettura corrispondono ai trentamila lettori che
reggono le sorti della nostra editoria.
IN VETRINA
Per gli ospiti d’onore
un bilancio
in chiaroscuro
M.T. C.
A
lla fine della Buchmesse, come nelle fiere di tutti i settori, ci si ritrova
fra le mani una quantità spropositata di biglietti da visita. Ai suoi interlocutori, per esempio, Lluis Pagès ne distribuisce tre diversi, uno come direttore della
casa editrice che da lui prende il nome,
la Pagès editors, il secondo come responsabile di un’altra sigla, la Editorial Milenio, e il terzo infine come presidente della Associació d’editors en llengua catalana – la persona giusta, in ogni caso, per
capire, a un anno di distanza, se la vetrina d’onore dedicata nel 2007 dalla Fiera
di Francoforte alla cultura catalana abbia
portato buoni frutti. Ma la risposta è tanto smaccatamente entusiasta, che la sensazione è di avere chiesto a un oste se il
suo vino è buono: «Erano vent’anni che
aspettavamo questa occasione, e i risultati sono stati eccellenti», afferma Pagès, citando il fatto che «nel 2007 le vendite di
diritti di libri in lingua catalana sono triplicate rispetto all’anno precedente» e
posando sul tavolo, come prova concreta, una copia del saggio di Francesc Torralba L’art de saber escoltar, grande bestseller due anni fa a Barcellona e dintorni, e tradotto poi in diversi paesi (anche
in Italia, da qualche mese, per Rizzoli,
con il titolo L’arte di ascoltare).
Eppure i cartelloni con i volti dei più famosi scrittori catalani, che campeggiano
alle sue spalle, raccontano una storia un
po’ diversa: tutti infatti, da Carme Riera a
Quim Monzò, a Baltasar Porcel per non
parlare della grande Mercé Rodoreda di
cui quest’anno ricorre il centenario della
nascita, si erano conquistati una fama
più o meno grande all’estero già prima
che la Buchmesse ospitasse la Catalogna. Né si può dire che in questo ultimo
anno – per lo meno in Italia – si sia fatta
conoscere, grazie alla vetrina di Francoforte, una nouvelle vague catalana.
La questione è meno oziosa di quanto
possa sembrare a prima vista. Quello dei
paesi «ospiti d’onore» alla Buchmesse (e
in misura minore nelle varie manifestazioni analoghe) è diventato un giro ricchissimo, nel quale denari e interessi, politici ed economici, si muovono vorticosamente. Mesi fa, proprio a Francoforte,
era scoppiato l’affaire Finlandia: al paese
scandinavo era stata promessa, ma solo
ufficiosamente, la vetrina 2011. Gioia e
tripudio a Helsinki, tanto che già si parlava di uno stanziamento di dodici milioni
di euro per essere rappresentati degnamente. A sorpresa però, quando è venuto il momento dell’annuncio ufficiale, la
scelta è caduta sull’Islanda, vuoi per ripicca contro la Nokia, che nel frattempo aveva annunciato la decisione di chiudere la
sua fabbrica di cellulari in Germania per
migrare verso la meno costosa Romania,
vuoi perché si vociferava che Reykjavik
avesse promesso cifre ancora più sostanziose (e se fosse così, sarebbe interessante capire cosa succederà adesso, con la
crisi che sta appiattendo come uno
schiacciasassi l’economia islandese).
Insomma, la domanda è questa: vale
la pena scucire così tanti quattrini per essere presenti in pompa magna alla Buchmesse? Risponde di sì Pagès, ma risponde di sì – sia pure più cautamente – anche Can Öz, giovane direttore della casa
editrice Can, fondata venticinque anni fa
da suo padre a Istanbul, sede nel bel
quartiere di Galatasaray, un catalogo «einaudiano» che va da Primo Levi a Ian
McEwan. Secondo Can, per un paese come la Turchia aggiudicarsi la vetrina di
Francoforte può avere una doppia valenza positiva: sul piano editoriale, in termini di scambio dei diritti, e in linea più generale, perché serve a riequilibrare una
immagine troppo sbilanciata in senso negativo. «Non che la Turchia non si sia largamente meritata questa sua cattiva fama – aggiunge Can, che ha molto apprezzato i toni polemici del discorso inaugurale di Pamuk a Francoforte – ma i media
di tutto il mondo a loro volta hanno abusato degli stereotipi, senza rendersi conto che la nostra situazione è ben più complessa di come loro la descrivono».
Proprio questo, secondo l’editore turco, è il vero motivo per cui vale la pena
spendere soldi e energie pur di ottenere
il palcoscenico della Buchmesse. Sul versante più strettamente editoriale, invece,
Can è meno ottimista: la lingua rappresenta ancora un ostacolo enorme, e per
quanto il Nobel a Pamuk o il successo internazionale di Elik Shafak abbiano fatto
molto per accostare un pubblico più ampio a una letteratura fino a poco tempo
fa semisconosciuta, «l’azione più efficace
sarebbe quella di promuovere le traduzioni dal turco verso altre lingue, attraverso contributi, ma più ancora sostenendo
l’apertura di scuole di lingua e traduzione». Un tema, questo, che tocca poco la
Cina e l’Argentina, rispettivamente paese d’onore alla Buchmesse nel 2009 e nel
2010, visto che cinese e spagnolo (castigliano) sono le due lingue più parlate al
mondo, e in grande ascesa nelle scuole e
nelle università dei cinque continenti.
I
pagina 14
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
Benedetto XVI ha deciso, per il momento, di non recarsi in Israele. Il motivi
dell’annullamento del viaggio è dovuto a una didascalia presente al museo
Yad Vashem di Gerusalemme, dove si può leggere che Pio XII non fece nulla
per impedire la deportazione degli ebrei italiani nei lager nazisti. È da decenni che tra il Vaticano e gli storici israeliani è in corso una dura polemica sulle responsabilità di Pio XII. Polemica con alti e bassi e che si era placata
con le scuse di Karol Wojtyla sulle responsabilità storiche della chiesa cattolica nell’antisemitismo. Ma anche in questo caso furono molti gli studiosi che
criticarono la timidezza, se non la reticenza di Giovanna Paolo II sull’operato
di Pio XII. E quando nelle settimane scorse il rabbino capo di Haifa, invitato
al Sinodo dei Vescosi, ha dicharato che Pio XII non andava beatificato, i già
freddi rapporti tra il Vaticano e Israele sono diventati glaciali.
a teatro
LE RESPONSABILITÀ DI PIO XII NELLA SHOAH
Benedetto XVI annulla il viaggio in Israele
MATERIALI · Il razzismo differenzialista di Ernest Renan
L’orientalismo precoce
di un filosofo eccentrico
ERNEST RENAN, SCRITTI FILOSOFICI,
BOMPIANI, CON TESTO IN FRANCESE A
FRONTE, PP. 1433, EURO 34
Augusto Illuminati
D
ire Ernest Renan è dire orientalismo. Stupisce anzi che il tema sia
solo sfiorato nell’ampia introduzione di Giuliano Campioni e nelle note
di Sergio Franzese e Domenico Paone
agli Scritti filosofici del filosofo francese e
pensare che già nel 1883 la polemica fra
al-Afghânî e Ernest Renan aveva posto i
termini del problema, rivendicando il leader modernizzatore salafita l’originalità e
la razionalità del pensiero arabo contro la
separazione, presunta dal francese, fra
una positiva eredità greco-sassanide e
una generalizzata ostilità propriamente
araba alla scienza e alla filosofia.
Non c’era bisogno di aspettare l’influente ricerca di Edward Said, che definì,
appunto, Renan il padre della seconda generazione di orientalisti dopo quella romantica di Sylvestre de Sacy. Militante
della filologia, intesa come successore della religione nella conoscenza e dominio
della storia unitaria dello spirito umano,
letteralmente un farlo parlare attraverso
lo studio delle lingue, Renan sviluppa un
razzismo culturale in cui la lingua assume un ruolo centrale rispetto alle differenze genetiche e il superiore sapere occidentale diventa un pilastro del potere coloniale. Ne è esempio la classificazione del semitico come inorganico rispetto all’organicità delle lingue indoeuropee. La fecondità degli studi semitici diventa pertanto
uno strumento prezioso per l’egemonia
nel Medio Oriente, proprio nella misura
in cui si includono, senza disprezzarle, le
caratteristiche del colonizzato in un progetto di assimilazione subalterna.
I curatori dell’edizione italiana di Renan hanno preferito far cadere l’accento
sulla deriva antiegualitaria e antidemocratica presa dal suo congenito elitarismo
culturale. Deriva del tutto evidente nei
Dialoghi filosofici, scritti a Versailles nel
1871, dopo la sua fuga dalla Parigi comunarda. Renan vi proclama apertamente
l’ineguaglianza delle razze, dei sessi e delle classi, deplora l’istruzione elementare
obbligatoria, esalta il grande uomo che si
sviluppa sacrificando le masse, critica la
mediocrità sociale e le aspirazione al godimento materiale, suggerisce la selezione
razziale su base social-darwinista, invita
allo sterminio dei bruti e dei sovversivi,
ipotizza l’imposizione di una tassa sulla
maggioranza (egoista e materialista ) della popolazione per finanziare lo sviluppo
spirituale di un’élite, attribuendo al popolo il ruolo del domestico dell’umanità
(cioè dell’aristocrazia dei savants), fino a
vagheggiare una quasi-schiavitù del proletariato industriale simile a quella dei costruttori delle piramidi. Bisogna «ripulire
la sentina dell’umanità», sopprimere i popoli inferiori, «l’Africa è il male» – a metà
strada fra il Kurtz conradiano e il ripassare le banlieues al Karcher di Sarkozy.
Come è concepibile tenere insieme
questo deplorevole razzismo e le nobili
aspirazioni progressiste dell’Avenir de la
science o l’europeismo come sintesi dei
grandi nazionalismi finora contrapposti,
sulla base della celebre formula «culturale» per cui la nazione non è affare di sangue o di territorio ma un «plebiscito quotidiano»? Sebbene Renan sia un eclettico
in filosofia (mescolando Malebranche,
Spinoza, Herder, Kant, Hegel, Fichte,
Cousin) e si contraddica frequentemente
in termini biografici e politici (prete, incredulo con sfumature da «ateo devoto»,
bonapartista poi rallié alla III Repubblica,
ecc.), non è questa la spiegazione. Proprio in una prospettiva «orientalista» si ristabilisce la coerenza fra un programma
di esaltazione della spiritualità e dell’umanità nel divenire perpetuo, che cancelli le
divisioni fratricide in Europa, e la feroce
discriminazione geopolitica; la stessa già
quasi nietzschiana deplorazione del degrado entropico della civiltà impone di arrestare il livellamento verso il basso che
spinge l’organico in direzione dell’inorganico. L’assoggettamento semi-schiavistico delle razze inferiori (con lingue «inorganiche») spinge al contenimento dei barbari interni (barbares du dedans), il proletariato materialista, la moltitudine comunarda, consentendo la fraternizzazione
delle élites europee nel segno di una
scienza integrata da un afflato religioso
immanente, di cui è simbolo il Gesù del
tutto umanizzato della celebre Vita.
Il nisus vitale spinge l’umanità a farsi
Dio; Dio è anzi organizzato dal progresso
umano, sia pure nei limiti della transitorietà di un mondo destinato prima o poi
a spegnersi. Questa mistica razionale sorge sul terreno «realistico» di una presa
d’atto dei rapporti di forza che è, innanzi
tutto, consolidamento di un regime coloniale e di divisione in classi della società
dominante: i rapporti sono determinati
culturalmente e non geneticamente, secondo un embrione di razzismo differenzialistico che diverge dalle considerazioni
coeve di Gobineau. La conquista del Maghreb è il suo atto di nascita e il soffocamento della Comune la sua riprova.
Idee non dissimili da quelle di altri contemporanei – pensiamo a Flaubert, in primo luogo – ma con un risvolto paradossale. Il contributo scientifico più notevole
di Renan fu infatti la tesi di dottorato su
Averroè e l’averroismo, che allo stesso
tempo riscopriva con grande perizia filologica e sincero entusiasmo la filosofia
araba e insieme la confinava a episodio irripetibile destinato a fruttificare solo se
trasferito in ambito occidentale.
Ebbene, il nucleo generativo di tutta la
visione evolutiva e panteistica che Renan
ha dell’universo (l’infinito polipaio in cui
tutti gli esseri sono radicati vivendo nello
stesso tempo una vita propria e una vita
della totalità) sta nella dottrina averroista
dell’unità dell’intelletto possibile e della
sua possibilità di congiunzione con il divino. L’orientalista è caduto prigioniero del
suo oggetto, lo ha reso inservibile per
l’egemonia occidentale, pur tingendolo
dei colori dell’idealismo filosofico europeo. Malgrado tutto, la rinascenza araba
cominciò a rendersene conto e a farsene
un’arma.
UNA SCENA DA
«MANGEL PLATZ»
DI CRISTOPH
MARTHALER;
IN ALTO, «HELL»
DI EMIO GRECO
E A DESTRA,
«WARUM
WARUM»
DI PETER BROOK
IN SCENA · «Manca spazio» di Marthaler alla Maison de la Culture Mc93 di Bobigny
Se l’espianto di organi
è un’asta planetaria
FESTIVAL D’AUTOMNE: MANGEL PLATZ DI
CRISTOPH MARTHALER
Gianfranco Capitta
PARIGI
U
n nuovo lavoro di Christoph Marthaler risulta sulle prime sempre
difficile da definire. All’apparenza
sono opere leggere le sue, che mescolano
parole e canzoni in ambienti vagamente
collettivi e conosciuti, su drammaturgie il
più delle volte originali, stimolate dallo
stesso regista creatore. E sempre con la sua
banda affezionata di presenze sceniche,
che dal solido mestiere appreso magari ancora nella Ddr da cui qualcuno proviene, si
sono trasformate oggi in uno dei più solidi
e applauditi ensemble della scena europea. Che può raccontare allo stesso modo
il trapasso drammatico da due Germanie a
una, o il crack della Swissair.
Ma ogni volta, le creazioni dell’artista
svizzero riescono a provocare ondate successive di scoperta e di riflessione, che rendono le prime risate amarissime e le prospettive dell’intero pubblico catastrofiche,
come quelle dei personaggi dello spettacolo. Succede così, regolarmente, anche in
questo Mangel Platz (Manca spazio) presentato alla Maison de Culture Mc93 di Bobigny dal Festival d’Automne. Presentazione casualmente caduta proprio nei giorni
in cui il bellissimo spazio funzionale che
ROMA
Franca Valeri, parole e note sparse
insieme a un certo numero di donne
S
olo la voce la tradisce qualche volta, ma solo quella. Franca
Valeri, ottantotto anni e una testa che è un vulcano di idee,
affronta il pubblico con piglio deciso sul palcoscenico della
piccola bomboniera del Teatro della Cometa a Roma (nel pomeriggio oggi alle 17 l’ultima replica) per presentare la versione aggiornata di un suo antico cavallo di battaglia, quel «Carnet de Notes»
che nel dopoguerra riproponeva nei teatri italiani insieme a Vittorio
Caprioli e Alberto Bonucci. Lo mise in scena con loro per la prima
volta a Parigi, dove si racconta che ad applaudirla accorse Edith
Piaf, un titolo voluto - recita oggi come allora l’attrice milanese «per preservarci dalle minacce del secolo». Ma ha ancora un senso ripresentare i ritratti di queste donnine che lei stessa definisce
«in preda a una crisi di nervi»? Ce l’ha eccome, e lo dimostra riattualizzando testi che sono autentici meccanismi di perfetta orologeria, che comprendono pezzi noti tratti dal suo inesauribile archivio,
scherza lei, di «lavoratrice del monologo». Sono donne, qualche
volta allegramente virago, caratteri sempre sopra le righe, come la
Patrick Sommier ha portato a una assoluta
centralità del grande teatro mondiale, ha rischiato di venire assorbito come «terza sala» dalla vorace e potente Comédie Française. Pericolo per il momento scongiurato,
grazie a una ferrea dichiarazione «di lealtà»
da parte degli attori/soci della Comédie,
che però è servito a logorare ancora una
volta rapporti e fiducia nell’ambiente, essendo progredita la cosa ai soli livelli di vertice e di politica («ma queste cose non succedevano solo in Italia?», chiedono i francesi tra il malizioso e l’ipocrita).
Mangel Platz, per tener fede alla caustica poetica di Marthaler, si apre comunque
nel più lieve e caciarone dei modi. Ovvero
con l’arrivo di un gruppo di signori e signo-
signora che ha sposato in seconde nozze un miliardario ma che
esasperata dall’eccessiva accondiscendenza dell’uomo lo trascina
dal medico («come è ordinato, troppo. Gli va bene tutto»), salvo
poi scoprire che è morto stecchito in sala d’attesa. A dividere con
lei la scena una pianista (Ida Iannuzzi) e tre giovani e belle voci
liriche (Eleonora Caliciotti, Edoardo Milletti, Emanuele Casani), con
i quali alterna i monologhi ad arie di Verdi («O terra addio» dall’Aida), Mozart («Dalla sua pace» da Don Giovanni), Rossini («Non si
dà follia maggiore» da Il turco in Italia, «Io!» da Il viaggio a Reims),
Puccini («D’onde lieta uscì» dalla Bohème) e Donizetti («Tornami a
dir che m’ami» da L’elisir d’amore), l’altra sua grande passione di
vita. «L’opera mi ha sempre impressionato – spiega – e questa
scelta viene anche dalla convinzione che la parola teme il potere
della musica, le sue infinite aperture alla fantasia». Ma lei non ha
nulla da temere, e con arguzia tratteggia abitudini di ieri e di oggi,
mettendo a raffronto nel momento più irresistibile dello spettacolo
due lettere «di rottura»; quella aulica della madre e quella sboccata della figlia, oppure quando fa strame della «Voce umana» di
Cocteau dove fa dire alla protagonista già con i barbiturici in mano: «Li ho comprati la sera che ci siamo conosciuti. Sarà stato un
presagio?». Si ride, anche sull’onda degli inevitabili ritorni della
signorina Snob e della Sora Cecioni, di un universo femminile piccolo borghese, che resiste come in una fortezza senza accorgersi
dello sfascio che gli sta attorno. Stefano Crippa
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
pagina 15
CULTURA&VISIONI
TORINO
«Hell», stato interiore
per danzatori sospesi
tra estasi e tormento
DANZA: HELL E (PURGATORIO)POPOPERA DI EMIO GRECO
Francesca Pedroni
TORINO
SOUL IN LUTTO
Addio a Levi Stubbs, favoloso baritono dei Four Tops
Levi Stubbs, lo splendido baritono voce solista dei Four Tops, se ne è andato venerdì all'età di
72 anni. I Four Tops sono stati fenomeno musicale e commerciale nei 60, 40 top ten e decine
di milioni di dischi venduti sono cifre che parlano da sole. Dalla voce di Levi dai caldi toni blues
e dalle armonizzazioni dei compagni Lawrence Payton, Abdul «Duke» Fabkir e Renaldo «Obie»
Benson sono uscite canzoni intramontabili come : «Reach Out (I’ll be there), (che da noi i Nuovi
Angeli e Jimmy Fontana tradussero in «Gira Gira» e nei 70 Gloria Gaynor trasformò in classico
disco), «Baby I Need Your Loving» e «I Can't Help Myself (Sugar Pie, Honey Bunch)». Nel 1990
hanno fatto il loro ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame. Sulla breccia da più di mezzo secolo, senza mai cambiare, i Four Tops si definivano semplicemente «operai della canzone» cantavano ma non intervenivano mai nella fase compositiva. I loro successi fecero grande (e molto ricca) la Motown, ma soprattutto traghettarono la musica nera dalle chiese ai club. Mai nel tempo
i componenti furono tentati dall’idea di ritagliarsi spazi personali o incidere album solisti.
C
i sono spettacoli che a distanza di anni sono
ancora lì, nella memoria, un frame che contiene intatti impatto e motivazione. Scommettiamo che accadrà con HELL di Emio Greco e
Pieter Scholten seguito da (purgatorio) POPOPERA,
tappe di un progetto cominciato nel 2006 e che si
concluderà nel 2010, mosso nei due artisti dal viaggio dantesco tra Inferno e Paradiso. Tutto fuorché
un percorso didascalico, piuttosto un incalzare di
squarci visionari, abitati da una dinamica drammaturgica battente che ci fa precipitare verso il confronto con una danza scossa da interrogativi estremi. HELL è di due anni fa ma non si era ancora visto in Italia: imbarazzanti ritardi nostrani a cui Torinodanza festival d’Autunno ha dato risoluzione,
presentandolo al teatro Astra insieme alla prima nazionale di (purgatorio) POPOPERA, debutto mondiale il giugno di quest’anno ad Amsterdam e spettacolo coprodotto dal festival sabaudo. Un rapporto di fiducia e collaborazione che dovrebbe portare
a Torino la compagnia fondata a Amsterdam da
Greco e Scholten per tre anni. Greco, di Brindisi,
Pieter Scholten, olandese, danzatore e coreografo il
primo, regista il secondo, ruoli in realtà tutt’altro
che separati, lavorano insieme dai primi anni 90.
Un graffio di danza chiamato extremalism, una riflessione intellettuale corposa per Inferno e Purgatorio anche nella pubblicazione di due magazine.
HELL è uno stato della mente, il nostro Inferno
interiore. 100 minuti che ti agganciano senza un attimo di noia: un ritmo magistrale nelle pause e nelle riprese. In scena, un albero secco sulla sinistra,
un arco di lucette sulla destra che crea una porta,
un varco dantesco. È un Inferno aperto dai danzatori che si presentano ballando canzonette pop, un cabaret della seduzione da cui si precipita in un nuovo girone. Non si indugia nelle scelte, i quadri si
consumano, sobbalzano, ci trascinano giù tra canzoni pop, stridori che sfociano in quel da da da da
del destino della Quinta Sinfonia di Beethoven, straziato infine dalle chitarre elettriche.
La danza attraversa tutti i registri, i sette della
compagnia di Greco e Scholten vanno al di là delle
tecniche, mischiando con scioltezza entrechats classici a movenze stile disco, tutto con un perché. Sono massa infernale e singoli individui e poi c’è Greco, in nero con parrucca, figura dannata ma anche
guida, ombra nella quale si mischia Dante al ruolo
del maestro coreografo, una scheggia di energia instabile corpo-anima che si avvinghia su se stesso e
nello spazio mentre la danza degli altri affonda negli abissi fino a quel quadro livido, tutti nudi in gruppo davanti all’albero spoglio, prima del finale sulla
Quinta. Ci sono anche le chitarre elettriche nere,
adagiate dai danzatori, in fila, in proscenio. Oggetto
feticcio che diventa protagonista in (purgatorio) POPOPERA, musica di Michael Gordon. I danzatori
suonano Gordon ballando con le chitarre al collo,
urlo fibrillante di anime sospese tra l’Inferno e
l’estasi purificante di un Paradiso ancora in via di
conquista. Il clima di (purgatorio)POPOPERA è portavoce di uno stato irrisolto. Siamo in un luogo di
passaggio: ce ne parla la danza agitata internamente da qualcosa che squarcia e attende, ce ne parlano quelle chitarre suonate come pianti, fatte tutt’uno con i corpi seminudi, i costumi di maglia trasparente che di alcuni rivestono anche il volto, ce
ne parla la voce senza tempo della cantante che prima in nero poi in lamé si muove tra e con i danzatori. Greco anche qui ha un ruolo a parte, di guida,
maestro, incanto: ha il suo apice nel duo con il giovanissimo Victor Callens, simbolo efebico di uno
stato sul limen tra due mondi. Uno spettacolo che
crea aspettative per il Paradiso del 2010: è valso ai
due artisti l’ospitalità per dieci giorni a dicembre al
Théâtre de la Ville di Parigi dove andrà in scena insieme a l’assolo con Greco IN VISIONE che completa il dittico sul Purgatorio.
re, di qualche pretesa e di grande loquacità, in un ambiente a metà tra la casa di riposo e il centro termale di bellezza. Cantano
canzoncine anni sessanta e settanta, quando non attingono ai motivetti tradizionali
di sapore alpino, bavarese o tirolese o dei
Grigioni che sia. Sempre a Zurigo, come
molti suoi altri titoli, nasce del resto lo spettacolo di Marthaler, ma prodotto non più
dal potente Schauspielhaus da cui fu estromesso perché poco affidabile rispetto ai poteri costituiti, ma dalla Rote Fabrik (oltre
che dai molti festival europei che il regista
si contendono e si disputano, italiani esclusi, forse sempre a motivo di quella pretesa
sua «inaffidabilità»).
Il canto di quei bislacchi personaggi è
dapprima ironico (racconta che lo spettacolo è finito, invece che appena iniziato)
ma poi cerca di essere seduttivo verso gli
spettatori, millantando il favore e la convenienza di investire in certi fondi finanziari
già proiettati non solo in una grande remuneratività, ma addirittura «nell’al di là»,
unendo forze bancarie ed ecclesiastiche,
grazie a certe operazioni possibili solo in
quella miracolosa e accogliente «clinica degli alti e dei bassi». Vediamo così lungo due
ore tirate, come a quelle proposte reagiscono i convitati ricchi di ciccia e pellicce, e
aiutati a movimentare la loro escalation finanziaria e «morale» da una teleferica che
li trasporta su e giù dalla scena. E mentre
avanza la crudeltà delle richieste e delle necessità per realizzare l’affare, essi alternano le loro canzoncine pop a passaggi furiosi dentro le cabine «termali» dei trattamenti. Che si capisce gradualmente contemplino l’espianto di organi. Ma non sarà la cosa più grave in un ordine che strutturandosi mostra chiara l’impronta dittatoriale e
nazista (si cita subito Rommel, come esempio morale), ma le maniere sono «morbide», l’apparenza quasi glamour, i riti svagatamente mondani. Una «piacevolezza»
atroce segna quell’ospizio di mondo che
sembra partorito da una fiction tv, o almeno ne ripete gesti, valori e creduloneria di
chi vi si uniforma. E quel fascino totalitario
induce all’entusiasmo del sacrificio o dell’amputazione o dell’espianto, così che entusiasti usciranno gli ospiti dell’asilo da
quelle fatali cabine («a luci rosse», in senso
letterale), anche se, ancor più letteralmente, «a culo nudo».
Ma continueranno a cantare, mentre i loro organi partono per aste planetarie di
bond destinati ovviamente all’insolvenza,
perché la piacevolezza obbediente e cieca
è il comportamento ormai naturale e necessario. Non è un pianeta di marziani, ma
lo specchio della nostra quotidianità. Che
vista oggi alla luce del crack mondiale della
finanza, conferisce amarezza profetica
quanto facile a questo Mangel Platz che ha
debuttato diversi mesi fa. Ma che in ogni
caso conquista per la sua ferocia spietata,
seppure appena mascherata dietro la gaudente insensatezza di quella comitiva giocherellona e canterina. In molti angoli
d’Europa intolleranza e imbroglio indossano abiti di società per millantarsi migliori
di come sono. Non c’è sempre Marthaler a
smascherarli con il suo sorriso sornione.
MODENA · Romeo Castellucci e Peter Brook
L’inferno non più dantesco
e la marionetta di Miriam
FESTIVAL VIE: INFERNO DI CASTELLUCCI E
WARUM WARUM DI PETER BROOK, MODENA
Gianni Manzella
MODENA
C
ome sia che l’Inferno assomigli
tanto a un purgatorio e il Purgatorio sia un vero e proprio inferno,
era la questione che ci si poneva l’estate
scorsa a Avignone, dove ha debuttato la
trilogia dantesca di Romeo Castellucci.
Anche per questo si attendeva di vedere
come il regista avrebbe ri-creato il suo
personalissimo Inferno domestico, lontano dalle seduzioni spaziali della corte
d’onore del Palazzo dei papi (altra compattezza e compiutezza ha il Purgatorio
che si rivedrà sul palcoscenico del Valli
di Reggio Emilia fra una settimana). E ci
si interrogava intanto sul tempo che i diversi tratti di quest’altra «commedia» potevano mettere in gioco, su un presente
teatrale che si apre un varco come tempo vissuto fra passato prossimo e futuro
anteriore. Ma se questa era l’aspettativa,
è difficile nascondere la delusione di
fronte a ciò che si è visto a Modena.
Castellucci sembra essersi limitato a
stipare sul palcoscenico del Comunale
quel che ci stava della creazione originaria, tirando via tutto ciò che non era facilmente riproducibile (il pianoforte in
fiamme, il velario teso sugli spettatori, la
lenta scalata della facciata del palazzo
che pure tanto aveva emozionato qualche ammiratore...). Davanti a un fondale
mobile si impone soprattutto la dolente
massa corale che circola con tempi dilatati in una selva oscura di suoni e bagliori. Da cui si staccano per brevi istanti le
figure che danno origine ai gesti condivisi, anche amplificando però l’aspetto patetico di quelle cerimonie degli abbracci,
quelle uccisioni rituali, quell’ondeggiare
fra donne diverse. Mentre sbiadisce il
senso della riflessione sulla condizione
dell’artista nella società contemporanea
cui poteva condurre l’apparizione di Andy Warhol, ridotta qui a sbiadita icona.
Non delude invece Peter Brook. E come potrebbe del resto? Il vecchio maestro inglese ha da lungo tempo elaborato un’idea di teatro cui si attiene con rigoroso partito preso. Immutabile come
l’immagine che offre di sé – la stessa camicia azzurra che ha in tutte le fotografie, notava qualcuna l’altra sera a Carpi.
Un teatro immediato e privo di artifici, il
suo, concepito in uno «spazio vuoto»
che a quarant’anni di distanza dalla prima evocazione resta il cardine del pensiero teatrale del regista. Quel che conta
è l’arte dell’attore, la regia finisce per
scomparire al momento di andare in scena. E infatti è prima di tutto un accattivante ritratto dell’attrice come commediante questo Warum Warum di cui è vera artefice Miriam Goldschmidt, attrice
di pelle scura fuggita dal noioso teatro tedesco degli anni sessanta del secolo scorso per rifugiarsi alla corte parigina di
Brook, e da allora presenza costante nelle sue creazioni.
L’ingresso in scena è ieratico, le braccia levate, elegantissima nel turbante rosso che fa pendant con lo scialle sull’abito scuro, sul petto un diadema dorato.
Ma bastano poche frasi della sua voce fumosa per dare la giusta piega al lavoro.
Da un grande rettangolo vuoto, da uno
spazio ancora senza forma prende avvio
anche il testo curato dallo stesso Brook
insieme a Marie-Hélène Estienne. Che
attinge alla tradizione novecentesca, da
Craig a Artaud, per costruire un’immaginaria autobiografia artistica. Perché perché, si chiede l’attrice. E la risposta è tutto nel suo essere lì, e solo lì viva, mentre
mima entrate e uscite di scena e dialoga
con le sonorità impalpabili che un musicista cava da una sorta di sfera sonora. O
gigioneggia nella tirata del Mercante di
Venezia, shalom. Un po’ diva e un po’
marionetta. In fondo, ci ricorda, all’attore cinese bastava per morire il cadere di
un velo di seta.
MODENA · All’interno del festival «Vie» l’ultima creazione del teatro Albe, «Sterminio» e la danza di «Ali»
L’incubo borghese resta chiuso in una scatola nera
T
ra i moltissimi spettacoli visti all’edizione
2008 del festival Vie concluso ieri, ce ne sono alcuni destinati a girare a lungo in Italia, altri che piacerebbe rivedere presto e numerosi infine che hanno lasciato solo un valore di testimonianza e conoscenza. Nel primo gruppo va
certo l’ultima creazione del Teatro delle Albe: dopo il crudele testo «condominiale» di Werner
Schwab Sterminio, Marco Martinelli usa ancora
lo stesso dispositivo scenico (una scatola nera
che inghiotte attori e pubblico) per un testo di
Antonio Tarantino non meno drammatico, Stranieri. Prende corpo sugli incubi di un pensionato non bisognoso, che se ne sta asserragliato dentro casa a difendersi da rumorose invasioni da
fuori, sicuramente presenza pericolose ed extracomunitarie che minano le sue piccole sicurezze
borghesi. Attraverso filmati e poi in carne ossa,
quelle due presenze che dal pianerottolo passano nella camera del vecchio, si rivelano sua moglie e suo figlio, morti dopo esser state sue vittime, eppure ora presenti per portare lui con sé.
Testo scabroso, forse con qualche incongruenza
giustificata dalla torrenziale caratterialità del protagonista, ma che Martinelli rende consequenziale nella sua follia e nelle sue immagini. E un’altra famiglia ha lasciato il segno nel pubblico modenese, quella argentina de La omision de la familia Coleman. Claudio Tolcachir firma testo e
regia di uno spettacolo indiavolato, di eccessi e
tenerezze, di peccati gravi e di ingenui innamoramenti. Quello appunto dato dalla famiglia del titolo, tre generazioni di natalità incerte e di handicap vistosi, di fisicità esasperata e di mesta rinun-
cia al piacere. Una nonna svanita che allunga
qualche peso a tutti, una madre rimasta bambina e fantasiosamente plurima, quattro figli di padri alterni. E poi amici e amanti. Non per un mosaico di decadenza morale, ma per dare corpo all’Argentina di oggi, tra crisi economica, memoria
morale, fine dell’attenzione ai grandi temi. Infine lo spettacolo forse più emozionante in assoluto, 25 indimenticabili minuti di Ali. Sono quelli
che il geniale Mathurin Bolze restituisce al collega Hedi Thabet, danzatore anche lui, ma che ha
perso una gamba. Insieme ballano, mimano, fanno acrobazie, elaborano una grammatica del corpo che supera la disabilità dell’uno, ponendo attraverso l’arte i fondamenti di una convivenza diversa. Un sogno che fanno vivere come realtà, e
dando una speranza ad ogni spettatore. G. Cap.
CINEMAMBIENTE XI
Daryl Hannah
a Torino. Lezione
di ecologia dolce
Francesca Angeleri
TORINO
U
na campagna assolata, insetti
e farfalle colorate che allegramente si godono i petali dei
fiori, natura incontaminata. Tutto scorre morbido e delicato per alcuni minuti fino a quando piomba sulla scena
un terribile rombo d’auto. Nera e aggressiva si impone sullo schermo, una
minaccia ai nostri fiorellini. Da questa
scende una tipica bellezza bionda, anche lei si muove aggressiva. Si è fermata per fare benzina. Attacca la pompa
prima al bocchettone e poi, inaspettatamente, versa quello stesso liquido
giallastro in un bicchiere. Come una
vampira ne beve il contenuto, leccandosi i baffi.
Il volto ambientalista di Daryl Hannah, madrina dell’XI edizione di Cinemambiente, è quello con cui inizia Bio
Diesel, un corti del suo sito internet Dh
Love Life, dove si affronta una delle
problematiche a lei più care, quella dei
carburanti di origine fossile. Il Bio diesel di cui si parla non è, infatti, quello
che noi ci illudiamo di trovare dal benzinaio, ma deriva dalla trasformazione
dell’olio usato per friggere le patatine.
È sempre bella Hannah, fa molto
Chigago, per niente diva. Il suo è un attivismo militante e sincero, proprio
per questo l’atteggiamento con cui parla dei molti progetti che la vedono impegnata è gradevole e non grave. «Sono una ragazza pratica, con i piedi per
terra. Amo la vita e amo vivere. Mi piace mangiare cibi sani, respirare aria pulita, bere acqua pura. Vorrei prolungare la mia vita il più possibile e mi piacerebbe che tutti potessero fare la stessa
cosa. Ho il desiderio di vivere in armonia con me stessa, il genere umano e
tutte le altre specie. Per questo motivo
ho deciso di mettere in atto dei comportamenti che mi permettano di perseguire questi obiettivi». E sembra veramente pratica quando spiega, in modo semplice e con tono dolce, che questa crisi finanziaria è si una disgrazia,
ma ci fa capire che in un certo senso
qualcosa di buono può venirne fuori,
permettendo che ci si ponga di fronte
a nuove sfide a livello locale, per creare nuovi sviluppi di comportamento
sostenibile a tutti i livelli. A chi le chiede cosa ne pensi di Sarah Palin che
propone di andare a trivellare l’Alaska,
risponde: «Non amo dichiarare pubblicamente per chi voterò, per due motivi. Non ho fiducia nella classe politica
e ho molta più fiducia nella responsabilità individuale di ognuno di noi. Per
quel che riguarda i carburanti fossili, a
volte non mi capacito di quanto la razza umana possa essere tanto stupida.
Non solo essi hanno una durata limitata ma soprattutto hanno un impatto
sulla terra totalmente distruttivo, dal
punto di vista ambientale e politico. Liberarsi da questa dipendenza orribile
avrebbe automaticamente un effetto
benefico a cascata».
Su Dh Love pubblica un video blog
settimanale sui temi a lei più cari come il cibo biologico, l’architettura e i
trasporti sostenibili, le lotte ambientaliste e anche svariati consigli per una vita più ecocompatibile. Del sito si occupa personalmente, senza l’ausilio di
un vero e proprio team. Negli spazi tra
i suoi impegni - sta girando a Londra
Love and Virtue, un thriller psicologico
di Raul Ruiz - cerca di realizzare il maggior numero di documentari che abbiano al centro le problematiche di sostenibilità a lei care. Tra i molti presenti sul sito, Cinemambiente propone
Eviction, Bike Culture, Rwanda e Carbon Neutral, ai quali si aggiunge l’anteprima nazionale di Garbage! The Revolution starts at home. «La rete è una risorsa indispensabile per lo sviluppo
dell’informazione e della comunicazione. Per questo mi piacerebbe prima o
poi riuscire a creare una community
in cui le persone possano interagire su
questi argomenti. Allo stesso modo anche il cinema rappresenta una grande
opportunità di comunicazione. I film
sono come sogni. Il cinema ha una
grande importanza nel permettere la
riscoperta della comprensione e della
compassione verso realtà altre. Il pianto, la risata, l’emozione che suscita, sono livelli diversi che permettono l’apertura del cuore e rendono comprensibili le problematiche a livello mondiale.
Io sto andando in questa direzione».
pagina 16
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
SPORT
SERIE B
Il Grosseto ne fa sei e vola al comando. Il Parma risorge
Il Grosseto strapazza la Salernitana per 6-2 (i campani erano in vantaggio di due gol) e
raggiunge al primo posto della serie B l’Empoli, battuto a Parma per 1-0. Guidolin, così,
conquista la prima vittoria da quando è sulla panchina gialloblù. Non ne approfitta il Sassuolo sconfitto 2-1 in casa dal Mantova, che esce così dalla crisi. Balzo in avanti del Vicenza che ne fa quattro in casa dell’Albinoleffe e raggiunge, nella sesta partita di fila senza
subire gol, al terzo posto la Triestina, sconfitta 3-2 a Brescia. Si ferma il Bari, che perde
2-1 ad Avellino (prima vittoria per gli irpini). Il Frosinone batte 3-1 il Rimini con il brasiliano Eder grande protagonista (un gol e un rigore provocato) il Pisa vince negli ultimi minuti
2-1 con il Treviso. Pari a reti inviolate tra Cittadella e Livorno. Stasera posticipo tra Piacenza e Ascoli. I risultati: Ancona-Modena 3-1; Albinoleffe-Vicenza 0-4; Avellino-Bari 2-1; Brescia-Triestina 3-2; Cittadella-Livorno 0-0; Frosinone-Rimini 3-1; Grosseto-Salernitana 6-2;
Parma-Empoli 1-0; Pisa-Treviso 2-1; Sassuolo-Mantova 1-2; Lunedì: Piacenza-Ascoli.
OMOFOBIA INGLESE
«Tanti gay in Premier,
nascosti per paura»
Nella Premier League «conosco una
dozzina di calciatori che sono gay e
capisco perché loro non vogliano dirlo
ma, al pari del razzismo, non c’è posto
per l'omofobia nello sport». La denuncia dell’ex stella, ora 44enne, dell'Under 21 e del Chelsea, Paul Elliott, lancia il dibattito sul rapporto in Inghilterra tra omosessualità e football. E se i
giornali più gossipari partono con la
caccia al giocatore gay, altri si chiedono i motivi dell’intolleranza. «La reazione omofoba dei tifosi», spiega Elliott è
uno dei principali motivi della paura di
uscire allo scoperto. Ma non il solo.
Infatti è la cultura inglese, come tantissime altre, non pronta a accettare
l’omosessualità. Justin Fashanu fu, nel
1990, il solo giocatore a fare «coming
out», ma la sua confessione fu accolta
con ostilità sia dal mondo sportivo che
dalla comunità nera britannica, al punto che un settimanale parlò di «affronto» e di «danno d’immagine patetico
ed imperdonabile». Fashanu entrò così
in una crisi senza fine, che lo portò nel
1998 al suicidio.
UNA BUFFA
ESPRESSIONE DEL
COACH NERAZZURRO,
VINCITORE DI TORNEI
NAZIONALI (CHELSEA)
E CHAMPIONS
(PORTO)
CALCIO · È uscita la «biografia ufficiale» del tecnico portoghese, tanto bravo quanto presuntuoso
L’agiografia di Mourinho
Massimo Raffaeli
N
on si lasci ingannare l’eventuale acquirente di Mourinho
(trad. di E. Scoziero, Mondadori “Ingrandimenti”, pp. 293, euro 17), il
libro a firma di un giornalista portoghese, Luìs Lourenco, che brandisce in copertina il solenne sottotitolo La biografia ufficiale dello Special One: intanto
non si sa cos’abbia essa di «ufficiale« se
non l’inserto di pagine autografe di
Mourinho medesimo (e tuttavia, riferendosi ad un star mediatica, si dovrebbe parlare di biografia «autorizzata»,
cioè direttamente pilotata dal suo stesso oggetto); né si tratta di una «biografia» in senso proprio.
Il libro infatti esce in Portogallo nel
2004 e racconta, mescolando la conversazione al reportage, non la vita di José
Mourinho (perché nulla o quasi viene
detto della giovinezza e della sua formazione) ma semplicemente l’esordio da
allenatore in seconda nel Barcellona, la
trafila in provincia e il biennio di successi sulla panchina del Porto
(2002-’04), dove vince due campionati,
una Coppa nazionale, una Coppa Uefa
e una Champions League.
Si aggiunga che è un libro tradotto in
maniera scolastica, che è stampato su
carta dozzinale, che la resa delle foto in
biancoenero è indecente: forse qualcuno alla Mondadori ritiene che al pubblico degli appassionati di calcio si possa
ammannire qualunque cosa e che i lettori abituali, per esempio, della “Gazzetta dello sport” siano indegni per definizione di qualunque filologia e civiltà
tipografica, anche se poi è proprio un
giornalista della “Gazzetta dello sport”,
Fabio Licari, a scrivere la Introduzione
all’edizione italiana, trenta pagine di
grande misura e limpidezza (specie per
la puntualità dei rilievi tecnico-tattici)
che se non bastano a giustificare il prezzo di copertina servono almeno, come
si dice, a salvare il salvabile.
Dopo di che, quando uno abbia letto
la lunga vociferazione di Mourinho,
suoi autografi inclusi, ne sa esattamente quanto già ne sapeva dalle sue, annose e talora verbose, dichiarazioni sui
giornali e in tv; scopre cioè come nello
stesso individuo possano convivere, o
meglio alternarsi, un tecnico di eccezionale caratura e un uomo di intollerabile superbia. Come dire un genio e un
pallone gonfiato.
Quanto al professionista, nel volume
è riportata per esteso ciò che lui umilmente definisce la Bibbia: «In relazione
agli aspetti pratici di una squadra di cal-
ROMA-INTER · Posticipo serale con prova di fuga
Di nuovo Roma-Inter. La gara in assoluto più giocata nelle ultime stagioni - grazie anche alle quattro
finali di coppa Italia di fila e altrettante finali di supercoppa di lega - è di scena stasera all’Olimpico.
Negli scorsi due campionati proprio lo stadio capitolino è stato, con due vittorie (0-1 nel 2006, 1-4
nel 2007), il trampolino di lancio per la fuga nerazzurra alla conquista dello scudetto. A sentire Mourinho però quello con la Roma è un match come un altro perché, si vince o si perde, per il tricolore la
strada è ancora lunga. «Ho vinto quattro campionati - ha detto Special one durante la conferenza
stampa - e so come si vincono. Non quando hai vinto un derby o uno scontro di cartello, ma quando
sei arrivato all’ultimo giorno con più punti». Non fa una piega. L’importante è non avere paura. «Paura? Cosa significa nel calcio? Non conosco questa parola». Anche se di Spalletti non si fida «parla il
suo lavoro e io credo che abbia ragione la signora Sensi che appoggia la qualità del lavoro dell’allenatore». Il mister di Certaldo ringrazia il collega senza fidarsi troppo: «Se, come ha detto, lui non è un
pirla, a noi a Roma non ci piace facce cojonà, quindi su questo siamo d’accordo». E neanche "rosica".
«Di lui - aggiunge - non invidio nulla», anche se la stima verso il portoghese c’è: «È uno sveglio, che
ha vinto, sa farsi rispettare ed ha personalità. La sua è una squadra tosta e compatta, che gioca un
calcio abbastanza moderno». Insomma, pre-gara col fairplay a go-go, per una partita che quasi sicuramente rivedrà il ritorno in campo di Francesco Totti per la gioia dei tifosi giallorossi. Ancora da capire
se dal primo minuto, o in corso d’opera. Domanda: Basterà per fermare Ibra e compagni?
cio, mi attenevo, fra gli altri, ai seguenti
principi: giocatori portoghesi in squadra, o se preferite, ‘portoghesizzazione
della squadra; lavoro verso una media
giocatori più bassa; contratti basati sul
raggiungimento dell’obiettivo; acquisto di giocatori da squadre inferiori i
cui guadagni professionistici sono meno alti, ma con maggiori ricompense in
caso di vittoria; target basati sul trofeo
e target basati sul tempo di gioco».
E’ in realtà l’applicazione al calcio
del Modello Toyota, che il Porto di
Mourinho ha incarnato in maniera
esemplare: dedizione totale al gioco di
squadra e duttilità assoluta del modulo, ora un 4-4-2 più cauto e portato al
possesso della palla, ora invece un
4-3-3 più aggressivo e talora frenetico
nei rovesciamenti di fronte.
Non è un caso che il Porto gli abbia
dato i maggiori successi: lì Mourinho
aveva dieci ottimi giocatori vincolati al
modulo, più un solo fuoriclasse cui dare liberamente corda, il grande giocoliere Anderson Luiz de Sousa detto Deco;
al Chelsea, da ri-adattare, ne aveva già
una mezza dozzina; all’Inter, adesso,
ha la rosa al completo…
Nemmeno è un caso che colui che si
è autodefinito The Special One non sia
un cieco offensivista ed abbia in grande stima il calcio all’italiana di Giovanni Trapattoni, di Marcello Lippi e di Fabio Capello. Fondato sulla costante
equidistanza fra i reparti, il suo modulo, come lo spiega Fabio Licari, si propone di creare «una fitta ragnatela di
triangoli immaginari che coprono tutto
il campo e offrono alla sua squadra il
predominio dello spazio e il controllo
della palla».
Dei suoi diretti maestri, Robson e
Van Gaal, ha saputo dedurre l’essenziale: da Robson (quasi un Nereo Rocco
anglosassone) l’ideologia dello spogliatoio, l’attitudine a un rapporto diretto e
costante con i calciatori; da Van Gaal
(che è un Sacchi meditabondo, guarito
dall’isteria) la capacità di programmare una squadra nonché di progettare
nel minimo dettaglio la partita di calcio.
Per questo, nonostante l’invadenza
mediatica e l’enorme massa di devoti,
Mourinho non ha nulla del vecchio Mago Helenio Herrera, parvenu dagli ambigui natali, totalmente autodidatta, rivoluzionario sublime e cialtrone.
Il curricolo accademico del portoghese appare viceversa irreprensibile, da
vero e proprio mago, semmai, della Postmodernità, cioè freddo, distaccato,
cosmopolita, come lo può essere soltanto chi è frutto dei più sofisticati innesti culturali e linguistici.
Molti soggiacciono al suo cosiddetto
carisma e lodano, nel paese dell’ipocrisia cattolica, lo stile sardonico ed una
facciatosta che nel mondo del calcio,
pieno di sepolcri imbiancati, in effetti
non sembra avere eguali; altri si spingono a dire che le uscite insolenti, vale a
dire le provocazioni che danno forma
di spettacolo alle sue conferenze-stampa, sarebbero riprova di una vocazione
critica, anzi di una presenza meteoritica all’interno del sistema-calcio.
Ma l’eccezione di José Mourinho, circonfusa di glamour e di esotica raffinatezza, serve invece a confermare come
probabilmente nessun altra la regola,
in tutto sordida, del calcio attuale. Se
ne renda conto o no, Mourinho è alla
lettera un alibi, dunque un personaggio
insostituibile, uno dei pochissimi davvero essenziali alla legittimazione e alla
stessa riproduzione del sistema-calcio:
qui sul serio può dirsi The Special One.
La superbia, i toni sprezzanti, la postura altezzosa, lo smaccato snobismo,
insomma tutto ciò che non gli viene
perdonato da chi lo detesta, sono tratti
di per sé scarsamente significativi, e si
direbbe recessivi. Col tempo, saprà
smaltirli o comunque acclimatarli.
Peraltro è uno che non scherza, se
dopo appena cinque mesi già parla un
italiano, figurarsi, che Lippi e Ranieri se
lo sognano.
Imparerà, c’è caso, persino a limitare
o a rinunciare alla boria, quando il suo
precettore (dev’essere uno bravo quasi
quanto lui) gli dirà che il più grande filosofo italiano del secolo scorso diffidava
i grandi uomini proprio dalla tentazione della boria: per quel nano ignaro di
football, Benedetto Croce, la boria corrispondeva infatti a segnalata coglioneria.
BAOBAB INTERNATIONAL ORCHESTRA
TRIBAL CONCEPT
10,00 euro
TRIBAL CONCEPT è il primo lavoro dell’ensemble
multietnico BAOBAB INTERNATIONAL ORCHESTRA.
Il lavoro rappresenta un percorso musicale giocato
continuamente su contrasti moderni, lirici, meditativi
e psichedelici. Il tribalismo è collocato come un aspetto
della cultura intellettualmente “migrante”. B.I.O.
coniuga la musica contemporanea d'arte con la musica
etnica di derivazione mediaterranea, sub sahariana
e indiana.
PICCOLA ORCHESTRA LA VIOLA
AROVÁ
10,00 euro
“Arovà” riassume le sensazioni, le emozioni e le
esperienze di oltre un decennio di questa attivissima
orchestra. I brani contenuti sono di ispirazione
popolare, con uno sguardo attento al futuro,
all’innovazione musicale, alla sperimentazione. Al disco
partecipano anche molti ospiti. Spiccano Daniele Sepe,
Peppe Barra, Riccardo Tesi, Mohsen Kasirossafar, Lino
Cannavacciuolo, Piero Ricci, Massimo Carrano, Maria
Rosaria Omaggio e il Quartetto Flegreo.
ASSALTI FRONTALI
UN’INTESA PERFETTA
10,00 euro
"ECCOCI DI NUOVO, IL DISCO NUMERO SETTE
ESCE DAL MIO COVO". Con queste parole inizia
"Un'intesa perfetta", il ritorno di Assalti Frontali con il
nuovo cd. Le rime di Militant A, l'ironia di Pol G e
Glasnost, le basi di Bonnot, la postproduzione di
Casasonica, ci regalano una nuova splendida pagina
della migliore rap poetry urbana e militante che
l'Italia conosca.
IN CATALOGO: HLS - Mi sa che Stanotte
euro 10,00
EDOARDO DE ANGELIS
HISTORIAS
10,00 euro
Historias ci conduce per mano nel folto della cultura
musicale latinoamericana, cui rende omaggio e da
cui trae musicalmente forza espressiva e colori. La
straordinaria vena narrativa di De Angelis ci regala
una collezione di immagini che, con l’aiuto di tre
inediti e di una interpretazione di un brano di
Cesaria Evora, ripercorre il percorso di uno dei più
sensibili cantautori italiani, da “Lella” a “La casa di
Hilde” a “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”.
I cd sono in vendita presso le librerie FELTRINELLI,
RICORDI MEDIASTORE, IL LIBRACCIO
e MELBOOKSTORE. Per informazioni sui cd,
gli artisti, i concerti e molto altro consultate:
musica.ilmanifesto.it
il manifesto
DOMENICA 19 OTTOBRE 2008
pagina 17
MAGICO
MEDIA
CLASSICO
LAVORATORI EDILI
RAITRE
SPECIALE OKKUPATI
Ultimo appuntamento dell'anno (12.50) con «Okkupati». Anche in quest'ultima puntata la
conduttrice Federica Gentile da studio lancia i quattro servizi che i videoreporter di Okkupati
hanno realizzato in giro per l'Italia: - Le opportunità di lavoro nel settore del packaging. Le
aziende sono alla ricerca di figure professionali come periti meccanici ed elettromeccanici,
che spesso progettano macchine altamente evolute e tecnici del montaggio, che ne testano
e ne affinano la funzionalità. E poi un’indagine sul «consulente del lavoro», il servizio racconta una professione che richiede competenza e disponibilità a ritmi di lavoro sostenuti. Poi
un esempio di reinserimento sociale attraverso la formazione al lavoro. È quello dei detenuti
del carcere di Paliano, che, grazie a progetti promossi dalla Regione Lazio e dalla Provincia
di Frosinone, durante il periodo di detenzione stanno apprendendo lavori come il piastrellista e l'agronomo. Infine si parla di Conservatori di Musica riconosciuti come Istituti per l'Alta
Formazione Artistica e Musicale e, al pari delle Università, rilasciano diplomi accademici
triennali e biennali di specializzazione. Il Conservatorio Pollini di Padova si è adeguato al
mercato del lavoro. Nel servizio, le storie di giovani diplomati inseriti nel mercato del lavoro.
BELLO
COSÌ COSÌ
SOPORIFERO
RIVOLTANTE
LETALE
telefilm
programmi di domenica
INSOSTENIBILE
DOMENICA
CULT
15:30 BONES FOX LIFE
15:40 ELI STONE FOX
16:10 FARSCAPE FANTASY
CHANNEL
16:20 LAW & ORDER JIMMY
16:25 LA SIGNORA IN GIALLO FOX
CRIME
16:25 BONES FOX LIFE
16:30 THE CLOSER AXN
17:10 LAW & ORDER JIMMY
17:15 SQUADRA MED - IL
CORAGGIO DELLE DONNE
AXN
17:15 BONES FOX LIFE
17:20 POIROT FOX CRIME
17:25 FRIENDS FOX
17:50 FRIENDS FOX
18:10 UNA MAMMA PER AMICA
FOX LIFE
18:25 IL TENENTE COLOMBO
RETEQUATTRO
18:50 THE COLLECTOR FANTASY
CHANNEL
19:00 I SOPRANO CULT
19:10 LA VITA SECONDO JIM FOX
19:10 L’ISPETTORE BARNABY FOX
CRIME
19:35 LA VITA SECONDO JIM FOX
19:40 CHARLIE JADE FANTASY
CHANNEL
20:00 PILOTI RAIDUE
20:00 I SOPRANO CULT
20:05 WILL & GRACE FOX LIFE
20:07 PILOTI RAIDUE
20:15 PILOTI RAIDUE
20:23 PILOTI RAIDUE
20:30 TUTTO IN FAMIGLIA FOX LIFE
20:35 VAMPIRE HIGH FANTASY
CHANNEL
21:00 N.C.I.S. RAIDUE
21:00 C.S.I. NY FOX CRIME
21:00 MEDIUM FOX LIFE
21:05 VENERDÌ 13 FANTASY
CHANNEL
21:50 CRIMINAL MINDS RAIDUE
21:55 C.S.I. NY FOX CRIME
21:55 MEDIUM FOX LIFE
22:15 RUNAWAY FOX
22:45 MEDIUM FOX LIFE
22:50 C.S.I. NY FOX CRIME
23:00 IN TREATMENT: LAURA CULT
23:05 RUNAWAY FOX
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23:45 C.S.I. FOX CRIME
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00:00 IN TREATMENT: SOPHIE
CULT
00:30 IN TREATMENT: JACK ED
AMY CULT
00:40 DONNE ASSASSINE FOX
CRIME
00:45 LOST FOX
00:50 THE BLACK DONNELLYS
ITALIA 1
LUNEDI
17:00 BEASTMASTER FANTASY
CHANNEL
17:10 LAW & ORDER JIMMY
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17:30 QUANTUM LEAP AXN
17:35 DAWSON’S CREEK FOX
17:50 VAMPIRE HIGH FANTASY
CHANNEL
18:00 I ROBINSON JIMMY
18:15 LAW AND ORDER SVU FOX
CRIME
18:20 FARSCAPE FANTASY
CHANNEL
18:20 SQUADRA MED - IL
CORAGGIO DELLE DONNE
AXN
18:30 I ROBINSON JIMMY
18:55 LA VITA SECONDO JIM FOX
19:00 ENTOURAGE JIMMY
19:00 STARGATE SG-1 LA7
19:05 TUTTO IN FAMIGLIA ITALIA 1
19:10 CLOSE TO HOME FOX LIFE
19:10 C.S.I. MIAMI FOX CRIME
19:15 THE COLLECTOR FANTASY
CHANNEL
19:25 LOST FOX
19:30 ENTOURAGE JIMMY
19:30 I SOPRANO CULT
19:35 SQUADRA SPECIALE COBRA
11 RAIDUE
20:05 SEVEN DAYS AXN
20:05 TUTTO IN FAMIGLIA FOX LIFE
20:05 C.S.I. FOX CRIME
20:10 CHARLIE JADE FANTASY
CHANNEL
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RETEQUATTRO
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20:35 WILL & GRACE FOX LIFE
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21:00 IN TREATMENT: LAURA CULT
21:00 BONES FOX LIFE
21:00 NUMB3RS FOX CRIME
21:05 VENERDÌ 13 FANTASY
CHANNEL
21:10 GREY’S ANATOMY ITALIA 1
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21:55 BONES FOX LIFE
21:55 NUMB3RS FOX CRIME
22:05 DURO A MORIRE FOX
22:05 CRIMINI BIANCHI ITALIA 1
22:45 BONES FOX LIFE
22:50 C.S.I. FOX CRIME
22:55 BRIGADA JIMMY
23:05 NIP/TUCK ITALIA 1
23:20 THE SHIELD AXN
23:40 CLOSE TO HOME FOX LIFE
23:45 C.S.I. MIAMI FOX CRIME
00:00 THE SHIELD AXN
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00:40 C.S.I. FOX CRIME
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00:50 LOST FOX
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01:30 IN TREATMENT: LAURA CULT
01:35 LAW AND ORDER SVU FOX
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Rai1
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1 2008 GRAN PREMIO
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1 2008 GRAN PREMIO
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REPORT
Attualità
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00:40 TG3 NIGHT NEWS Attualità
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01:00 METEO 3
01:25 APPUNTAMENTO AL
CINEMA Rubrica
01:35 RAINOTTE Varietà
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20:35
KAROL UN
UOMO DIVENTATO PAPA
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Malgosia Bela, Ken Duken,
Hristo Shopov, Violante
Placido, Matt Craven,
Olgierd Lukaszewicz
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sportiva
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Chiabotto, Giampiero
Mughini, Maurizio Mosca
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sportiva
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Raffaella Zardo
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Massimo Ceccherini,
Giorgio Panariello, Rocco
Papaleo, Francesco Guccini,
Giulia Elettra Gorietti, Marjo
Berasategui, Elisabetta
Rocchetti, Barbara Enrichi,
Nicolas Vaporidis.
22:30 TGCOM - METEO 5
Notiziario
23:40 MAURIZIO COSTANZO
SHOW Talk show Conduce
Maurizio Costanzo
01:30 TG5 - NOTTE Notiziario
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02:02 MEDIASHOPPING
02:15 UN TOCCO DI SPERANZA
FILM Con Anthony Michael
Hall, Abraham Benrubi, CCH
Pounder, Fay Masterson,
Sean O’Bryan
Italia1
La7
06:15 MOTOMONDIALE 2008
GP DELLA MALESIA:
GARA CLASSE 250 CC
Evento sportivo
08:00 MOTOMONDIALE 2008
GP DELLA MALESIA:
GARA CLASSE MOTO GP
Evento sportivo
09:05 FANTASMI ALLA
RISCOSSA FILM Con Joe
Pichler, Christopher Lloyd
10:02 TGCOM - METEO
10:50 RAVEN Telefilm
11:20 WILLY, IL PRINCIPE DI
BEL AIR Telefilm
11:50 GRAND PRIX Rubrica
sportiva Conduce Andrea
De Adamich
12:25 STUDIO APERTO Notiziario
12:58 METEO
13:00 GUIDA AL CAMPIONATO
Rubrica sportiva Conduce
Mino Taveri
14:00 MOTOMONDIALE 2008
GP DELLA MALESIA:
GARA CLASSE MOTO GP
Evento sportivo
15:00 GRAND PRIX - FUORI
GIRI Rubrica sportiva
Conduce Franco Bobbiese
15:50 SHEENA, REGINA DELLA
GIUNGLA FILM Con Ted
Wass, Tanya Roberts, Trevor
Thomas, Donovan Scott
17:05 TGCOM - METEO
18:25 SVICOLONE Cartoni
animati
18:30 STUDIO APERTO Notiziario
18:58 METEO
19:00 RITORNO AL FUTURO
FILM Con Michael J. Fox,
Christopher Lloyd, Lea
Thompson
19:57 TGCOM - METEO
21:30
LA MUMMIA
FILM Con Brendan Fraser,
Rachel Weisz, John Hannah,
Arnold Vosloo, Kevin
O’Connor, Oded Fehr,
Jonathan Hyde, Erick Avari
22:27 TGCOM - METEO
Notiziario
00:00 HEROES Telefilm Con Milo
Ventimiglia, Adrian Pasdar,
Ali Larter, Masi Oka, Hayden
Panettiere
00:50 THE BLACK DONNELLYS
Telefilm Con Michael StahlDavid, Jonathan Tucker
01:40 STUDIO SPORT Notiziario
sportivo
06:33 TRAFFICO Notiziario
07:00 INFORMAZIONE Notiziario
07:00 OMNIBUS WEEKEND
Attualità Conduce Luisella
Costamagna
09:20 LA SETTIMANA Attualità
Conduce Alain Elkann
09:35 ANIMAL TREASURE
Documentario
10:30 UN’ADORABILE IDIOTA
FILM Con Brigitte Bardot,
Anthony Perkins, Grégoire
Aslan, Denise Provence,
Jean-Marc Tennberg, Hans
Verner, Hélène Dieudonné
12:30 TG LA7 Notiziario
12:55 SPORT 7 Notiziario
sportivo
13:00 IN TRIBUNALE CON LYNN
Telefilm Con Kathleen
Quinlan
16:00 LA PIÙ BELLA
AVVENTURA DI LASSIE
FILM Con James Stewart,
Mickey Rooney, Stephanie
Zimbalist, Michael Sharrett,
Lane Davies, Gary Davis,
Alice Faye, William Flatley
18:00 CHE COSA HAI FATTO
QUANDO SIAMO RIMASTI
AL BUIO? FILM Con Doris
Day, Robert Morse, Terry
Thomas, Patrick O’Neal,
Lola Albright, Steve Allen
20:00 TG LA7 Notiziario
20:30 SPORT 7 Notiziario
sportivo
20:35 CHEF PER UN GIORNO
Real Tv
21:30
CROZZA ITALIA
LIVE Varietà Conduce
Maurizio Crozza con Ambra
Angiolini, Carla Signoris
23:30 REALITY - REPORTAGE DI
NEWS & SPORT Attualità
00:30 SPORT 7 Notiziario
sportivo
01:00 TG LA7 Notiziario
01:25 COMMISSARIATO DI
NOTTURNA FILM Con
Rosanna Schiaffino,
Luciano Salce, Gastone
Moschin, Gisela Hahn,
Carlo Giuffrè, Emma
Danieli, Giacomo Furia,
Alfredo Varelli, Giorgio
Ardisson, Maurice Ronet,
Bruno Scipioni, Nerina
Montagnani, Antonio
Casagrande, Lorenzo Piani,
Liana Trouché
programmi di lunedì
Rai1
Rai2
Rai3
Rete4
Canale5
06:10 INCANTESIMO 9 Soap
opera.
06:30 TG1 Notiziario
06:40 VIAGGIARE INFORMATI
Rubrica
06:45 UNOMATTINA Attualità
Conduce Michele Cucuzza,
Eleonora Daniele
10:00 VERDETTO FINALE
Attualità Conduce Veronica
Maya. Regia di Gianfranco
Di Pasqua
10:50 APPUNTAMENTO AL
CINEMA Rubrica
11:00 OCCHIO ALLA SPESA
Attualità Conduce
Alessandro Di Pietro
11:25 CHE TEMPO FA
11:30 TG1 Notiziario
12:00 LA PROVA DEL CUOCO
Attualità Conduce Antonella
Clerici
13:30 TG1 Notiziario
14:00 TG1 ECONOMIA Notiziario
14:10 FESTA ITALIANA Attualità
Conduce Caterina Balivo.
Regia di Salvatore Perfetto
16:15 LA VITA IN DIRETTA
Attualità Conduce Lamberto
Sposini. Regia di Giuseppe
Bucolo
16:50 TG PARLAMENTO Attualità
17:00 TG1 Notiziario
17:10 CHE TEMPO FA
18:50 L’EREDITÀ Gioco Conduce
Carlo Conti. Regia di
Maurizio Pagnussat
20:00 TG1 Notiziario
20:30 AFFARI TUOI Gioco
Conduce Max Giusti
06:55 QUASI LE SETTE Attualità
Conduce Stefania
Quattrone
07:00 CARTOON FLAKES Ragazzi
contenitore
09:30 SORGENTE DI VITA
Rubrica religiosa
09:55 METEO 2 Previsioni del
tempo
10:00 TG2PUNTO.IT Notiziario
10:55 186A ANNUALE DI
FONDAZIONE DEL CORPO
FORESTALE DELLO STATO
Evento Conduce Maurizio
Martinelli.
11:45 INSIEME SUL DUE
Attualità Conduce Milo
Infante
13:00 TG2 GIORNO Notiziario
13:30 TG2 COSTUME E
SOCIETÀ Rubrica
13:55 MEDICINA 33 Rubrica
14:00 SCALO 76 CARGO Varietà
Conduce Paola Maugeri
14:45 ITALIA ALLO SPECCHIO
Attualità Conduce
Francesca Senette
16:15 RICOMINCIO DA QUI
Attualità Conduce Alda
D’Eusanio
17:20 THE DISTRICT Telefilm
18:00 METEO 2
18:05 TG2 FLASH L.I.S.
18:10 RAI TG SPORT
18:30 TG2 Notiziario
18:50 L’ISOLA DEI FAMOSI
Reality show Conduce
Filippo Magnini
19:35 SQUADRA SPECIALE
COBRA 11 Telefilm
20:30 TG2 - 20.30 Notiziario
06:45 ITALIA, ISTRUZIONI PER
L’USO Attualità
07:30 TGR BUONGIORNO
REGIONE Attualità
08:00 RAI NEWS 24 MORNING
NEWS Attualità
08:01 IL CAFFÉ DI CORRADINO
MINEO Attualità
08:15 LA STORIA SIAMO NOI
Rubrica Conduce Giovanni
Minoli
09:15 VERBA VOLANT Rubrica
09:20 COMINCIAMO BENE
- PRIMA Attualità Conduce
Pino Strabioli
09:55 COMINCIAMO BENE
Attualità Conduce Fabrizio
Frizzi ed Elsa Di Gati
13:05 TERRA NOSTRA Telenovela
14:00 TG REGIONE Notiziario
14:15 TG REGIONE METEO
14:20 TG3 Notiziario
14:40 METEO 3
14:50 TGR LEONARDO Rubrica
15:00 TGR NEAPOLIS Rubrica
15:10 TG3 FLASH L.I.S.
15:15 LA TV DEI RAGAZZI
Ragazzi contenitore
17:00 COSE DELL’ALTRO GEO
Documentario Conduce
Sveva Sagramola
17:50 GEO & GEO Documentario
Conduce Sveva Sagramola
18:55 METEO 3
19:00 TG3 Notiziario
19:30 TG REGIONE Notiziario
19:55 TG REGIONE METEO
20:00 BLOB Varietà contenitore
20:10 AGRODOLCE Soap opera
20:35 UN POSTO AL SOLE Soap
opera
21:05 TG3 Notiziario
06:30 MEDIASHOPPING
07:05 I ROBINSON Telefilm
07:30 CHARLIE’S ANGELS
Telefilm
08:30 HUNTER Telefilm
09:30 FEBBRE D’AMORE Soap
opera
10:30 BIANCA Soap opera
11:30 TG4 Notiziario
11:38 VIE D’ITALIA NOTIZIE SUL
TRAFFICO Notiziario
11:40 MY LIFE Soap opera
12:40 UN DETECTIVE IN CORSIA
Telefilm Con Dick Van Dyke,
Scott Baio, Barry Van Dyke.
13:30 TG4 Notiziario
13:54 METEO
14:00 SESSIONE
POMERIDIANA: IL
TRIBUNALE DI FORUM
Attualità Conduce Rita dalla
Chiesa. Regia di Elisabetta
Nobiloni Laloni
15:00 HAMBURG DISTRETTO 21
Telefilm
15:55 OSSESSIONE DI DONNA
FILM Con Susan Hayward,
Stephen Boyd, Barbara
Nichols, Dennis Holmes
17:30 TGCOM - VIE D’ITALIA
NOTIZIE SUL TRAFFICO
Notiziario
18:40 TEMPESTA D’AMORE
Soap opera
18:55 TG4 Notiziario
19:19 METEO
19:35 TEMPESTA D’AMORE
Soap opera
20:20 WALKER TEXAS RANGER
Telefilm
06:00 TG5 - PRIMA PAGINA
Notiziario
07:55 TRAFFICO Notiziario
07:57 METEO 5
07:58 BORSA E MONETE
Notiziario
08:00 TG5 MATTINA Notiziario
08:40 MATTINO CINQUE Attualità
Conduce Barbara D’Urso e
Claudio Brachino
10:00 TG5 - ORE 10 Notiziario
11:00 FORUM Real Tv Conduce
Rita Dalla Chiesa
13:00 TG5 Notiziario
13:39 METEO 5
13:40 BEAUTIFUL Soap opera
Con Katherine Kelly Lang,
Ronn Moss, Susan Flannery,
John McCook, Winsor
Harmon, Hunter Tylo, Jack
Wagner.
14:10 CENTOVETRINE Soap
opera Con Luca Biagini,
Alessandro Mario, Pietro
Genuardi, Segio Troiano
14:45 UOMINI E DONNE Talk
show Conduce Maria De
Filippi. Regia di Laura
Basile
16:15 AMICI Reality show
16:55 POMERIGGIO CINQUE
Attualità Conduce Barbara
D’Urso e Claudio Brachino
17:55 TG5 MINUTI Notiziario
18:50 CHI VUOL ESSERE
MILIONARIO Gioco
Conduce Gerry Scotti
20:00 TG5 Notiziario
20:30 METEO 5 Previsioni del
tempo
20:31 STRISCIA LA NOTIZIA - LA
VOCE DELLA SUPPLENZA
Attualità Conduce Ezio
Greggio e Enzo Iacchetti
21:10
OVUNQUE TU
SIA FILM Con Lucrezia
Lante Della Rovere, Fabio
Sartor, François Montagut,
Emanuele Bosi, Ploy
Jindachot, Richard Low
23:25 TG1 Notiziario
23:30 PORTA A PORTA Attualità
Conduce Bruno Vespa.
Regia di Marco Aleotti
01:00 TG1 NOTTE Notiziario
01:10 TG1 LE IDEE Attualità
01:30 CHE TEMPO FA
01:35 APPUNTAMENTO AL
CINEMA Rubrica
01:40 SOTTOVOCE Rubrica
Conduce Gigi Marzullo.
Regia di Sabrina
Salvatorelli
02:10 RAI EDUCATIONAL IN
ITALIA Culturale
21:05
L’ISOLA DEI
FAMOSI 2008 Reality
show Conduce Simona
Ventura con Filippo
Magnini. Un programma
di Angelo Ferrari,
Celeste Laudisio, Tiziana
Martinengo, Simona
Ventura
23:45 TG2 Notiziario
23:55 TG2 PUNTO DI VISTA
Rubrica
00:00 SCORIE Attualità Conduce
Nicola Savino con Digei
Angelo
01:15 TG PARLAMENTO Attualità
01:25 PROTESTANTESIMO
Rubrica religiosa
01:55 ALMANACCO Varietà
Conduce Alessandra Canale
21:10
CHI L’HA
VISTO? Attualità Conduce
Federica Sciarelli
23:10 RAI SPORT REPLAY
Rubrica Conduce Marco
Civoli
00:00 TG3 LINEA NOTTE
Notiziario
00:10 TG REGIONE Notiziario
00:40 METEO 3
01:00 APPUNTAMENTO AL
CINEMA Rubrica
01:10 FUORI ORARIO. COSE
(MAI) VISTE Documenti
01:11 MACCHINA ITALIANA
- THE ITALIAN MACHINE
Corto Con Gary McKeehan,
Frank Moore, Hardee T.
Lineham, Chuck Shamata
21:10
KAROL UN
UOMO DIVENTATO PAPA
Fiction Con Piotr Adamczyk,
Ennio Fantastichini,
Malgosia Bela, Ken Duken,
Hristo Shopov, Violante
Placido, Matt Craven,
Olgierd Lukaszewicz
23:15 CINEMA FESTIVAL
Rubrica
23:20 CARLITO’S WAY FILM
Con Al Pacino, Sean Penn,
Penelope Ann Miller, John
Leguizamo, Ingrid Rogers,
James Rebhorn, Joseph
Siravo, Viggo Mortensen,
Richard Foronjy
00:35 TGCOM - METEO
Notiziario
02:00 TG4 RASSEGNA STAMPA
Notiziario
21:10
ZELIG Varietà
Conduce Claudio Bisio e
Vanessa Incontrada
23:30 MATRIX Attualità Conduce
Enrico Mentana.
01:30 TG5 - NOTTE Notiziario
01:59 METEO 5 Previsioni del
tempo
02:00 STRISCIA LA NOTIZIA - LA
VOCE DELLA SUPPLENZA
Attualità Conduce Ezio
Greggio e Enzo Iacchetti
02:32 MEDIASHOPPING
02:45 AMICI Reality show
03:30 MEDIASHOPPING
03:42 TG5 - NOTTE Notiziario
04:12 METEO 5
Italia1
06:30 MEDIASHOPPING
06:35 CARTONI ANIMATI
09:05 STARSKY & HUTCH
Telefilm
10:05 MEDIASHOPPING
10:10 SUPERCAR Telefilm
11:10 PACIFIC BLUE Telefilm
12:15 SECONDO VOI Attualità
12:25 STUDIO APERTO Notiziario
12:58 METEO
13:00 STUDIO SPORT Notiziario
sportivo
13:35 MOTOGP - QUIZ Gioco
13:40 WHAT’S MY DESTINY
DRAGON BALL Cartoni
animati
14:05 ONE PIECE - TUTTI
ALL’ARREMBAGGIO
Cartoni animati
14:30 I SIMPSON Cartoni
animati
15:05 PASO ADELANTE Telefilm
15:55 CARTONI ANIMATI
18:30 STUDIO APERTO Notiziario
18:58 METEO
19:00 MEDIASHOPPING
19:05 TUTTO IN FAMIGLIA
Telefilm
19:35 LA TALPA Reality show
20:15 LA TALPA - LIVE Reality
show
20:30 LA RUOTA DELLA
FORTUNA Gioco Conduce
Enrico Papi con Victoria
Silvstedt
21:10
GREY’S
ANATOMY Telefilm Con
Ellen Pompeo, Sandra Oh,
Katherine Heigl, Justin
Chambers, T.R. Knight,
Chandra Wilson, James
Pickens Jr.
22:05 CRIMINI BIANCHI Telefilm
Con Daniele Pecci, Ricky
Memphis, Christiane
Filangieri, Micaela
Ramazzotti, Antonio
Manzini, Claudio Angelini
23:05 NIP/TUCK Telefilm Con
Dylan Walsh, Julian
McMahon, John Hensley,
Joely Richardson
00:10 CALIFORNICATION
Telefilm Con David
Duchovny, Natascha
McElhone
00:45 STUDIO SPORT Notiziario
sportivo
01:10 MEDIASHOPPING
01:15 STUDIO APERTO - LA
GIORNATA Notiziario
La7
06:20 INFORMAZIONE Notiziario
07:00 OMNIBUS Attualità
Conduce Antonello Piroso,
Gaia Tortora, Andrea Molino
09:15 OMNIBUS LIFE Attualità
Conduce Tiziana Panella,
Enrico Vaime
10:10 PUNTO TG Notiziario
10:15 2’ UN LIBRO Culturale
Conduce Alain Elkann
10:25 MAI DIRE SÌ Telefilm Con
Pierce Brosnan, Stephanie
Zimbalist, Doris Roberts.
11:30 MATLOCK Telefilm Con
Andy Griffith, Nancy Stafford
12:30 TG LA7 Notiziario
12:55 SPORT 7 Notiziario
sportivo
13:00 CUORE E BATTICUORE
Telefilm Con Robert
Wagner, Stefanie Powers,
Lionel Stander.
14:00 I PAPPAGALLI FILM Con
Alberto Sordi, Aldo Fabrizi,
Maria Fiore, Peppino De
Filippo, Maria Pia Casilio,
Titina De Filippo, Elsa
Merlini
16:05 MC GYVER Telefilm Con
Richard Dean Anderson
17:05 ATLANTIDE - STORIE DI
UOMINI E DI MONDI
Documentario Conduce
Francesca Mazzalai
19:00 STARGATE SG-1 Telefilm
Con Amanda Tapping,
Christopher Judge, Michael
Shanks, Richard Dean
Anderson, Don S. Davis.
20:00 TG LA7 Notiziario
20:30 OTTO E MEZZO Attualità
Conduce Lilli Gruber e
Federico Guiglia
21:10
L’INFEDELE
Attualità Conduce Gad
Lerner
23:30 LA STORIA PROIBITA DEL
’68 Documentario
00:30 TG LA7 Notiziario
00:55 OTTO E MEZZO Attualità
Conduce Lilli Gruber e
Federico Guiglia
01:35 L’INTERVISTA Attualità
Conduce Alain Elkann
02:05 STAR TREK DEEP SPACE
NINE Telefilm Con Avery
Brooks, Rene Auberjonois,
Cirroc Lofton, Alexander
Siddig, Colm Meaney, Armin
Shimerman, Nana Visitor,
Terry Farrell, Michael Dorn
la radio
RADIODUE
Puntata di grandi nomi
quella odierna di «Fegiz Files» (22.30) condotto da Mario Luzzato
Fegiz. Ornella Vanoni
presenterà il suo nuovo disco «Più di me»,
contenente duetti con
Mina, Eros Ramazzotti,
Carmen Consoli, Lucio
Dalla, Claudio Baglioni, Giusy Ferreri e i Pooh.
RADIO 3
Domani 20 (21.00) in
diretta dalla Sala A di
via Asiago va in onda il
primo dei nove appuntamenti della stagione
teatrale di Radio3, dal
vivo ogni mese. Dal
poema di William
Shakespeare, Valter
Malosti costruisce uno
spettacolo «a solo» di
cui è traduttore, regista
e unico interprete.
RADIO 3
Perché i neonati si svegliano così spesso durante la notte? E perché invece dai tre anni
in su si dorme con
maggiore regolarità?
Se un sonno tranquillo
non è sempre un sonno senza interruzioni e
viceversa, che cosa è
che definisce il riposo?
Il sonno cambia e cresce con noi? Lunedì
20 ottobre a «Radio3
Scienza», dalle 10.50
alle 11.30, Elisabetta
Tola ne parla con Alessandro Cicolin, responsabile del Centro per i
disturbi del sonno dell'Ospedale Le Molinette di Torino e con Annamaria Moschetti, pediatra dell’Associazione
culturale pediatri.
E ancora a Radio3
Scienza, Mauro Mandrioli, docente di genetica animale all’Università di Modena e Reggio Emilia, ci racconta
della Wolbachia pipientis, il batterio queer
che altera la determinazione del sesso negli
organismi che infetta.
RADIO 24
Il nuovo direttore di
Radio 24, Gianfranco
Fabi dal lunedì al venerdì propone «Dietro
la notizia», nuovo programma di approfondimento sui temi dell'attualità e di dialogo con
gli ascoltatori, che va
in onda dal lunedì al
venerdì dalle 8,30 alle
9.00. L’appuntamento
prenderà spunto da un
editoriale del Sole 24
Ore o di un altro quotidiano, che verrà commentato assieme all’autore. Subito dopo
linee aperte per le telefonate e le domande
degli ascoltatori.
domenica
LA MUMMIA
di Stephen Sommers, Usa 1999 (125’)
ORE 21.30 - ITALIA 1
Se dovessimo raccontare bene La Mummia dovremmo
parlare solo di effetti visuali,
gli effetti speciali e gli effetti della creatura live-action. Si tratta in ogni caso
di una commedia senza atmosfera, di
un horror senza paura, di un film d'avventura senza movimento. Ripetitiva
baracconata colonialista e nostalgica.
Con Brendan Fraser, Rachel Weisz,
John Hannah.
6
IN & OUT
di Frank Oz, Usa 1997 (90’)
ORE 21.00 - RAI 4
Questo film sprigiona un fluido
energetico e utopistico. È il
racconto di un giovane elegante professore di inglese (Kevin Kline)
innamorato di Barbra Streisand, adorato dai suoi concittadini che, a una settimana dal matrimonio, viene definito
«gay» in mondovisione da un ex allievo
mentre riceve l'Oscar. Copione perfetto,
battute ben congegnate e incandescenti. In chiaro sul digitale terrestre.
7
CROZZA ITALIA
VARIETÀ
ORE 21.30 - LA7
Riecco Maurizio Crozza dopo la parentesi estiva, con altre otto puntate del suo
show di satira politica. Oltre all’imitazione di Veltroni, «new entry» quella di
Renato Brunetta. Tra gli altri ospiti: Piero Fassino, Claudio Santamaria, Mietta,
Alan Friedman, quello vero, Daniele
Capezzone e Federico Rampini. Al fianco di Crozza interverranno Ambra Angiolini, Ivan Scalfarotto, Antonio Cornacchione e Carla Signoris.
PER UN PUGNO DI LIBRI
DOCUMENTI
ORE 18.00 - RAITRE
Torna «Per un pugno di libri», la trasmissione dedicata ai libri e condotta da
Neri Marcorè e Piero Dorfles. Giunta
alla sua dodicesima edizione il programma, scritto da Gabriella Oberti, Alessandro Rossi e Igor Skofic che firma anche
la regia, vedrà come sempre due squadre composte da studenti liceali che si
affrontano a colpi di titoli di classici
della letteratura mondiale e i premi
conseguiti saranno libri.
lunedì
CARLITO’S WAY
di Brian De Palma, Usa 1993 (141’)
ORE 23.20 - RETE 4
Carlito nel Bronx è il «re dell’eroina», ma in galera ha
cambiato vita. Il suo nuovo
obiettivo di vita è quello di trovare i
soldi per scappare nei Tropici, con
Gail. Ma qualcosa non va per il verso
giusto, il suo amico avvocato ruba un
milione di dollari alla mafia italiana.
Grande Pacino, De Palma gira meravigliosamente bene.
8
PRENDIMI L’ANIMA
di Roberto Faenza, Italia 2002 (102’)
ORE 21.00 - IRIS
Emilia Fox interpreta Sabina
Spielrein, Iain Glen è Carl Gustav Jung. Nell'ospedale psichiatrico di Zurigo ebbe inizio una tra le
vicende più tormentate della storia della psicoanalisi. Roberto Faenza ha lavorato sui documenti trovati per caso nel
'77 negli scantinati del Palais Wilson a
Ginevra, un tempo sede dell'istituto di
Psicologia. In chiaro sul digit. terrestre.
7
GWEN STEFANI
MUSICA
ORE 21.00 - MTV
Uno special interamente ricalcato su
Gwen Stefani. Prima con i No Doubt e
dopo con tre album solisti, la cantante ha dimostrato di sapersela cavare
da solo nel dorato mondo del pop. Ma
ora ha deciso di tornare con gli antichi compagni di viaggio e ha riformato
i No Doubt, con i quali è entrata in
sala di registrazione. In coda, una
serie dei suoi clip più famosi.
DURO A MORIRE
TELEFILM
ORE 21.15 - FOX
Mescola azione e adrenalina, sparatorie e inseguimenti la nuova serie in
onda su Fox (canale 110 di Sky) con
un doppio episodio. L’attore protagonista Jeffrey Donovan nella parte di
Michael Westen; un ex agente segreto
senza «licenza di uccidere» che si
ritrova a Miami senza più un lavoro. E
con a carico una madre ingombrante.
La componente energia è parte delle condizioni economiche di riferimento per il mercato
domestico definite e aggiornate dall’Autorità. Tale componente rappresenta, al netto delle
imposte, il 65% circa della spesa complessiva della bolletta per una famiglia tipo, con
consumi annui pari a 2.700 kWh (3 kW di potenza impegnata) nell’abitazione di residenza.
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No, non si può dire solo no