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La Squilla
della Madonna “ad Rupes”
MENSILE DEL PONTIFICIO SANTUARIO DI CASTEL SANT’ELIA
in questo numero:
• Messaggio del Santo Padre
per la Quaresima 2009
• Anno Paolino
Anno 66° - n. 3 - Marzo 2009
POSTE ITALIANE s.p.a. - Sped. in A.P. D.L. 385/2003
(conv. in L. 27/02/2004 n° 46) - art. 1 Comma 2, DCB VITERBO
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La Squilla
della Madonna ad Rupes
Anno 66° - N. 3:
Marzo 2009
Mensile del Pontificio Santuario
di Castel Sant’Elia (VT)
È edito dai Religiosi
della Congregazione
di S. Michele Arcangelo
Direttore Responsabile:
P. Antonio Pasquarelli
Redattore:
P. Jan Marian Bogacki CSMA
Redazione - Amministrazione:
Santuario Pontificio
di Maria SS.ma “ad Rupes”
01030 Castel Sant’Elia (VT)
tel.: 0761.55.77.29
www.mariaadrupes.it
Versamenti: sul C.C.P. 12018016
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Sommario
– LA VOCE DEL RETTORE
p. 3
– TEMPO LITURGICO
Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI
per la Quaresima 2009
Commento al Vangelo di Giovanni
di Cirillo di Alessandria
p. 4
p. 6
– ANNO PAOLINO
Paolo, i Dodici e la Chiesa pre-paolina
p. 8
– LA SACRA SCRITTURA
“Della Vita di fede…“
p. 10
– CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
Il Sacramento dell’Eucaristia
p. 11
– CRONACA DEL SANTUARIO
Un caro ricordo
La festa del Beato Bronislao Markiewicz
Orario delle Celebrazioni
della Settimana Santa, Pasqua e Pasquetta
p. 14
p. 15
p. 16
Abbonamenti:
E 11,00 - ordinario
E 18,00 - sostenitore
E 26,00 - amico
Autorizzazione del Tribunale di Viterbo
n. 377 dell’11.11.1991
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A.P.
D.L. 385/2003 (conv. in L. 27/02/2004
n° 46) - art. 1 Comma 2, DCB VITERBO
stampa:
Tipolitografia A. SPADA - Ronciglione (VT)
Rinnova il tuo
abbonamento a
“La Squilla”
Dal 1 gennaio 2009,
per raggiunti limiti di
età, ha lasciato
l’incarico come
Direttore
Responsabile
della Squilla
Padre Giovanni
Boggio.
Cogliamo l’occasione
per ringraziarlo per la sua lunga collaborazione
con il nostro periodico.
Dal Primo numero dell’anno 2009
il nuovo Direttore Responsabile è
Padre Antonio Pasquarelli al quale vogliamo
porgere tanti auguri per il suo nuovo servizio.
La Redazione
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La Voce del Rettore
Carissimi lettori della Squilla,
amici del Santuario!
ra “le sette parole” di Gesù pronunciate dall’altezza
della croce dopo il grido di dolore rivolto al Padre e
dopo aver affidato la Madre al discepolo Giovanni,
Gesù pronuncia una richiesta da mendicante: Ho sete!
(Gv 19,28).
Il gesto di chi, imbevuta una spugna di aceto, gliela
porge, è un segno di umana compassione, compiuto per alleviare le sofferenze dell’agonizzante. Ma la sete di Gesù
non può trovare sollievo in questo, perché è una sete soprattutto spirituale, che lo ha accompagnato lungo tutta la
sua esistenza terrena. È sete di amore ( A. M. Canopi).
Di che cosa ha sete Gesù se non della nostra salvezza, della nostra fede, del nostro amore?
Questo profondo desiderio che Dio ha dell’uomo, è penetrato nell’anima di Madre Teresa di
Calcutta e ha trovato terreno fertile nel suo cuore.
“I thirst” (ho sete), c’è scritto sul crocifisso della Casa Madre e in ogni cappella – in ogni parte
del mondo – di ogni casa della famiglia religiosa di Madre Teresa. Questa frase, il grido dolente
di Gesù sulla croce, costituisce la chiave della sua spiritualità per ricordare che ogni missionaria
è qui per saziare la sete di Gesù, sete di anime e di amore, di bontà e di compassione. Una volta
Madre Teresa commentava queste ultime parole di Gesù dicendo: “Ho sete”: queste parole di Gesù
non riguardano solo il passato, ma sono vive qui e ora, dette a noi. Finché non comprendiamo nel
profondo del nostro essere che Gesù ha sete di noi, non potremo cominciare a conoscere quello che
egli vuole essere per noi e ciò che egli vuole che noi siamo per lui. Lui rivolge queste parole a Voi.
Una profonda esperienza mistica ritroviamo in due fra le più belle preghiere scritte da Madre
Teresa: quella rivolta a Cristo, e quella indirizzata a Maria.
La prima è: Dolce Signore, sazierò la tua sete per le anime con il mio amore ardente per te. Il
mio calice sarà colmo d’amore e di sacrifici compiuti per te, sazierò sempre più la tua sete per le
anime, in unione con Maria, la nostra Regina, sazierò la tua sete. La seconda recita invece: Maria,
Madre di Gesù, sei stata la prima a sentire Gesù gridare: “Ho sete!”. Tu sai bene quanto è vero e
profondo il suo ardente desiderio per me e per i poveri. Io sono tua - l’intera Congregazione ti appartiene - le sorelle, i padri, i fratelli, sia attivi sia contemplativi. Illuminami, portami faccia a faccia con l’amore nel cuore di Gesù crocifisso. Con il tuo aiuto, o Maria, voglio ascoltare la sete di
Gesù e sarà per me una Parola di vita. Stando vicino a te, gli darò il mio amore e sarò la causa
della tua gioia, così da saziare la sete di Gesù.
Nel nostro cammino quaresimale ci accompagnino le parole e il profondo desiderio di Gesù:
Ho sete. Dalla croce Gesù ci ama – diceva Madre Teresa – le sue mani sono tese per abbracciarci.
La sua testa è inclinata per baciarci. Il suo cuore è aperto per accoglierci. Ho sete di te!
T
Buon cammino verso la Santa Pasqua.
P. Janusz Konopacki - Rettore del Santuario
[email protected]
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Tempo Liturgico
Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI
per la Quaresima 2009
“Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti,
ebbe fame” (Mt 4,2)
Cari fratelli e sorelle!
ll’inizio della Quaresima, che costituisce un
cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche
penitenziali molto care alla tradizione biblica e
cristiana - la preghiera, l’elemosina, il digiuno per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare
così esperienza della potenza di Dio che, come
ascolteremo nella Veglia pasquale, “sconfigge il
male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega
la durezza dei potenti, promuove la concordia e
la pace” (Preconio pasquale). Nel consueto mio
Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere in particolare sul valore e sul
senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama
alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal
Signore nel deserto prima di intraprendere la sua
missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: “Gesù
fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere
tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe
fame” (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere
le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia
prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr
1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si
preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro
scontro con il tentatore.
Possiamo domandarci quale valore e quale
senso abbia per noi cristiani il privarci di un
qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile
per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e
tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e
tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella
storia della salvezza ricorre più volte l’invito a
digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra
Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi
A
4
dal consumare il frutto proibito: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non
devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne
mangerai, certamente dovrai morire” (Gn 2,1617). Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio osserva che “il digiuno è stato ordinato in
Paradiso”, e “il primo comando in tal senso è
stato dato ad Adamo”. Egli pertanto conclude: “Il
‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza” (cfr Sermo de jejunio: PG
31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal
peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci
viene offerto come un mezzo per riannodare
l’amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima
del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare
“per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio”
(8,21). L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e
assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili
all’appello di Giona al pentimento, proclamarono,
quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: “Chi
sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente
sdegno e noi non abbiamo a
perire!” (3,9). Anche allora
Dio vide le loro opere e li risparmiò.
Nel Nuovo Testamento,
Gesù pone in luce la ragione
profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento
dei farisei, i quali osservavano
con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro
cuore era lontano da Dio. Il vero
digiuno, ripete anche altrove il di-
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Tempo Liturgico
vino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del
Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40
giorni passati nel deserto, che “non di solo pane
vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla
bocca di Dio” (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque
finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare
la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto
Adamo disobbedì al comando del Signore “di non
mangiare del frutto dell’albero della conoscenza
del bene e del male”, con il digiuno il credente
intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.
Troviamo la pratica del digiuno molto presente
nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3;
14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della
Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di
tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie
del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una
pratica ricorrente e raccomandata dai santi di
ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia
la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi
digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare
desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di
sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43: PL 52, 320. 332).
Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare
aver perso un po’ della sua valenza spirituale e
aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata
dalla ricerca del benessere materiale, il valore di
una misura terapeutica per la
cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente
al benessere fisico, ma per
i credenti è in primo luogo
una “terapia” per curare
tutto ciò che impedisce
loro di conformare
se stessi alla
volontà di
Dio. Nella
Costituz i o n e
aposto-
La Squilla
lica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI
ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel
contesto della chiamata di ogni cristiano a “non
più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò
e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per
i fratelli” (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le
norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che
può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad
aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo,
primo e sommo comandamento della nuova
Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt
22,34-40).
La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed
anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore. Sant’Agostino,
che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva “nodo tortuoso e aggrovigliato”
(Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L’utilità
del digiuno, scriveva: “Mi dò certo un supplizio,
ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi
occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza”
(Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo
materiale che nutre il corpo facilita un’interiore
disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della
sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la
fame più profonda che sperimentiamo nel nostro
intimo: la fame e sete di Dio.
Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere
coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni
ammonisce: “Se uno ha ricchezze di questo
mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli
chiude il proprio cuore, come rimane in lui
l’amore di Dio?” (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del
fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15).
Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa
per aiutare gli altri, mostriamo concretamente
che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo.
Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fra-
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telli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica
del digiuno personale e comunitario, coltivando
altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera
e l’elemosina. Questo è stato, sin dall’inizio, lo
stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15,
25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri
quanto, grazie al digiuno, era stato messo da
parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi
tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.
Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare
contro ogni eventuale attaccamento disordinato
a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere
del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti
negativi investono l’intera personalità umana.
Opportunamente esorta un antico inno liturgico
quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis
et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus
in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole,
cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con
maggior attenzione vigilanti”.
Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno
ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di
noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni
Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc.
Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto
valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità
cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo
spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima
aprendola all’amore di Dio e del prossimo. Penso
in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva
partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla
Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della
Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine
Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello
sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù
del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo
vivente di Dio”. Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e
ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la
Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008
BENEDICTUS PP. XVI
Commento al Vangelo di Giovanni di Cirillo di Alessandria
19, 16-18. Presero, dunque, Gesù, il quale portando lui stesso la croce, si diresse verso il luogo
detto del Cranio, che in ebraico si dice Golgotha,
dove crocifissero lui e altri due con lui, uno da una
parte e uno dall’altra e, in mezzo, Gesù. Conducono
a morire l’autore della vita…Portando dunque sulle
spalle il legno, sul quale doveva essere crocifisso,
avanza finalmente per essere condannato alla pena
di morte, sebbene completamente innocente; e lo
faceva per noi. Prese su di sé le pene giustamente
inflitte dalla legge ai peccatori.” E’ divenuto per
noi maledizione, come è scritto. Sia maledetto,
dice, chiunque è appeso al legno”(Gal 3,13; Dt
21,23). Siamo noi, invece, tutti maledetti, perché
non vogliamo obbedire alla legge divina. Tutti, infatti, inciampiamo spesso (Gc 3,2), e la natura
umana è molto proclive al peccato. Ora, poiché la
6
legge divina dice: “ Maledetto colui che non mantiene tutte le parole di questa legge e non le mette
in pratica” (Dt 27,26; Gal 4,10), la maledizione ricade su di noi, non sugli altri. Infatti conviene che
siano puniti quelli che sono colpevoli di trasgredire
la legge e cadono con facilità nel peccato. Perciò,
è maledetto, per causa nostra, colui che non conobbe il peccato (2 Cor 5,21), per liberarci dall’antica maledizione….Poi furono crocifissi con
Cristo due ladroni, anche questo suggerito dalla
cattiveria dei Giudei. Rendendo, infatti, la morte
del Salvatore molto ignominiosa, condannano lui
giusto insieme con quelli che sono ingiusti. Quei
due ladroni crocifissi insieme con Cristo potrebbero
rappresentare due popoli, precisamente gli Israeliti
e i gentili, che non erano ancora uniti con lui. E
perché questi condannati sono il tipo di questi po-
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poli? Perché la legge condannava i Giudei: erano
infatti colpevoli di trasgredire la legge; i Greci, invece, erano condannati dall’errore: infatti onorarono la creatura al posto del Creatore (Rm 1,25)…
Il fatto, dunque, che siano crocifissi con Cristo i
due ladroni, significa, in qualche modo, come sappiamo dai fatti, che i due popoli sarebbero, in
certo modo, morti con Cristo, rinunziando ai piaceri del mondo, non vivendo più secondo la carne,
ma sarebbero vissuti insieme con il loro Signore…
Non guasta il significato della figura il fatto che i
due ladroni crocifissi con lui fossero cattivi. Eravamo, infatti, figli naturali dell’ira, prima della fede
in Cristo, e tutti soggetti alla morte, come dicemmo all’inizio…
19,20. Molti Giudei lessero, questo titolo, perché il luogo dove era crocifisso Gesù era vicino alla
città e il cartello era scritto in ebraico, latino e
greco. Qualcuno potrebbe dire che il titolo sia
stato scritto in tre lingue, ebraico, latino e greco,
per un divino e ineffabile disegno. Infatti il titolo,
per mezzo di quelle tre lingue, le più famose di
tutte, dichiarava il regno del nostro Salvatore, e
offriva quasi alcune primizie, al Crocifisso, della
profezia scritta su di lui… Questo titolo, dunque,
che dichiarava Gesù re, era, in certo modo, una
vera primizia della confessione delle lingue. Ma accusava anche i Giudei di empietà; a quelli che correvano a leggerlo, quasi gridava che essi,
rinunziando del tutto all’amore di lui, avevano portato in croce il loro re e Signore, cadendo nella più
grande incoscienza… 19,25. Presso la croce di
Gesù stavano sua madre e la sorella di lei, Maria di
Cleofa e Maria di Magdala. Il divino evangelista ricorda utilmente anche questo particolare dimostrando, anche da questo, che nessuna delle parole
sacre era venuta meno. Come dunque spiegheremo
questo passo? Presenta sua madre ed altre donne
che stavano presso la croce, piangendo. La donna
è certamente facile al pianto e ai gemiti ogniqualvolta ci sono validi motivi per piangere. Che cosa,
dunque, ha spinto il beato evangelista a narrare
questi particolari e a puntualizzare che presso la
croce vi erano delle donne? La sua intenzione fu,
probabilmente, quella di far capire che anche alla
stessa Madre di Dio furono motivo di scandalo
quella passione inaspettata e quella morte crudele;
e gli stessi soldati che stavano presso la croce e
deridevano il crocifisso, avevano osato, in presenza
La Squilla
ADRIAEN VAN DER WERFF (1659-1722),
Cristo in Croce
della stessa madre, dividersi le vesti: tutto questo
aveva quasi scosso un pochino il suo animo. Non
dubitare se lei abbia pensato fra sé pressappoco in
questo modo: l’ho generato io quello che ora pende
dal legno ed è deriso; ma, forse, s’ingannava
quando diceva di essere il vero Figlio di Dio onnipotente; come può essere crocifisso lui che affermava: “ io sono la vita” (Gv14,6)?…
E’ molto probabile, pertanto, che la donna,
ignara del mistero, sia caduta in tali pensieri… E
non c’è da meravigliarsi se la donna sia scivolata in
tali pensieri. Infatti, se Pietro, il principe dei santi
apostoli, si scandalizzò una volta quando Cristo
disse e insegnò apertamente che sarebbe stato
consegnato nelle mani dei peccatori e che avrebbe
subito la croce e la morte… che meraviglia, se la
mente tenera della donna è stata trascinata in pensieri di tanta fragilità? E affermiamo questo non
perché siamo indotti da una vaga congettura…
Ricordiamoci, infatti, del santo Simeone(Lc 2,334-35)… Chiamava spada l’acutissima violenza
della passione che avrebbe portato l’animo della
donna in assurdi pensieri…
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Paolo, i Dodici e
la Chiesa pre-paolina
ari fratelli e sorelle, vorrei oggi parlare sulla relazione tra san Paolo e gli Apostoli che lo avevano preceduto nella sequela di Gesù. Questi
rapporti furono sempre segnati da profondo rispetto
e da quella franchezza che a Paolo derivava dalla difesa della verità del Vangelo. Anche se egli era, in
pratica, contemporaneo di Gesù di Nazareth, non
ebbe mai l’opportunità d’incontrarlo, durante la sua
vita pubblica. Per questo, dopo la folgorazione sulla
strada di Damasco, avvertì il bisogno di consultare i
primi discepoli del Maestro, che erano stati scelti da
Lui perché ne portassero il Vangelo sino ai confini del
mondo.
Nella Lettera ai Galati Paolo stila un importante
resoconto sui contatti intrattenuti con alcuni dei Dodici: anzitutto con Pietro che era stato scelto come
Kephas, la parola aramaica che significa roccia, su cui
si stava edificando la Chiesa (cfr Gal 1,18), con Giacomo, “il fratello del Signore” (cfr Gal 1,19), e con
Giovanni (cfr Gal 2,9): Paolo non esita a riconoscerli
come “le colonne” della Chiesa. Particolarmente significativo è l’incontro con Cefa (Pietro), verificatosi
a Gerusalemme: Paolo rimase presso di lui 15 giorni
per “consultarlo” (cfr Gal 1,19), ossia per essere informato sulla vita terrena del Risorto, che lo aveva
“ghermito” sulla strada di Damasco e gli stava cambiando, in modo radicale, l’esistenza: da persecutore
nei confronti della Chiesa di Dio era diventato evangelizzatore di quella fede nel Messia crocifisso e Figlio
di Dio, che in passato aveva cercato di distruggere
(cfr Gal 1,23).
Quale genere di informazioni Paolo ebbe su Gesù
Cristo nei tre anni che succedettero all’incontro di Damasco? Nella prima Lettera ai Corinzi possiamo notare due brani, che Paolo ha conosciuto a
Gerusalemme, e che erano stati già formulati come
elementi centrali della tradizione cristiana, tradizione
costitutiva. Egli li trasmette verbalmente, così come
C
8
li ha ricevuti, con una formula molto solenne: “Vi trasmetto quanto anch’io ho ricevuto”. Insiste cioè sulla
fedeltà a quanto egli stesso ha ricevuto e che fedelmente trasmette ai nuovi cristiani. Sono elementi costitutivi e concernono l’Eucaristia e la Risurrezione; si
tratta di brani già formulati negli anni trenta. Arriviamo così alla morte, alla sepoltura nel cuore della
terra e alla risurrezione di Gesù. (cfr 1 Cor 15,3-4).
Prendiamo l’uno e l’altro: le parole di Gesù nell’Ultima
Cena (cfr 1 Cor 11,23-25) sono realmente per Paolo
centro della vita della Chiesa: la Chiesa si edifica a
partire da questo centro, diventando così se stessa.
Oltre questo centro eucaristico, nel quale nasce sempre di nuovo la Chiesa - anche per tutta la teologia di
San Paolo, per tutto il suo pensiero - queste parole
hanno avuto un notevole impatto sulla relazione personale di Paolo con Gesù. Da una parte attestano che
l’Eucaristia illumina la maledizione della croce, rendendola benedizione (Gal 3,13-14), e dall’altra spiegano la portata della stessa morte e risurrezione di
Gesù. Nelle sue Lettere il “per voi” dell’istituzione eucaristica diventa il “per me” (Gal 2,20), personalizzando, sapendo che in quel «voi» lui stesso era
conosciuto e amato da Gesù e dell’altra parte “per
tutti” (2 Cor 5,14): questo «per voi» diventa «per me»
e «per la Chiesa (Ef 5, 25)», ossia anche «per tutti»
del sacrificio espiatorio della croce (cfr Rm 3,25).
Dalla e nell’Eucaristia la Chiesa si edifica e si riconosce quale “Corpo di Cristo” (1 Cor 12,27), alimentato
ogni giorno dalla potenza dello Spirito del Risorto.
L’altro testo, sulla Risurrezione, ci trasmette di
nuovo la stessa formula di fedeltà. Scrive San Paolo:
“Vi ho trasmesso dunque, anzitutto quello che anch’io
«Barnaba lo prese con sé e lo condusse dagli apostoli»
(At 9,27).
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Anno Paolino
ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati
secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il
terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a
Cefa e quindi ai Dodici” (1 Cor 15,3-5). Anche in questa tradizione trasmessa a Paolo torna quel “per i nostri peccati”, che pone l’accento sul dono che Gesù ha
fatto di sé al Padre, per liberarci dai peccati e dalla
morte. Da questo dono di sé, Paolo trarrà le espressioni più coinvolgenti e affascinanti del nostro rapporto con Cristo: “Colui che non aveva conosciuto
peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore,
perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2 Cor 5,21); “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si
è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi
per mezzo della sua povertà” (2 Cor 8,9). Vale la pena
ricordare il commento col quale l’allora monaco agostiniano, Martin Lutero, accompagnava queste espressioni paradossali di Paolo: “Questo è il grandioso
mistero della grazia divina verso i peccatori: che con
un mirabile scambio i nostri peccati non sono più nostri, ma di Cristo, e la giustizia di Cristo non è più di
Cristo, ma nostra” (Commento ai Salmi del 15131515). E così siamo salvati.
Nell’originale kerygma (annuncio), trasmesso di
bocca in bocca, merita di essere segnalato l’uso del
verbo “è risuscitato”, invece del “fu risuscitato” che
sarebbe stato più logico utilizzare, in continuità con
“morì... e fu sepolto”. La forma verbale «è risuscitato»
è scelta per sottolineare che la risurrezione di Cristo
incide sino al presente dell’esistenza dei credenti: possiamo tradurlo con “è risuscitato e continua a vivere”
nell’Eucaristia e nella Chiesa. Così tutte le Scritture
rendono testimonianza della morte e risurrezione di
Cristo, perché - come scriverà Ugo di San Vittore “tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e
quest’unico libro è Cristo, perché tutta la Scrittura
parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento”
(De arca Noe, 2,8). Se sant’Ambrogio di Milano potrà
dire che “nella Scrittura noi leggiamo Cristo”, è perché la Chiesa delle origini ha riletto tutte le Scritture
d’Israele partendo da e tornando a Cristo.
La scansione delle apparizioni del Risorto a Cefa,
ai Dodici, a più di cinquecento fratelli, e a Giacomo
si chiude con l’accenno alla personale apparizione, ricevuta da Paolo sulla strada di Damasco: “Ultimo fra
tutti apparve anche a me come a un aborto” (1 Cor
15,8). Poiché egli ha perseguitato la Chiesa di Dio, in
questa confessione esprime la sua indegnità nell’essere considerato apostolo, sullo stesso livello di quelli
che l’hanno preceduto: ma la grazia di Dio in lui non
è stata vana (1 Cor 15,10). Pertanto l’affermarsi prepotente della grazia divina accomuna Paolo ai primi
testimoni della risurrezione di Cristo: “Sia io che loro,
La Squilla
Controversia di Gerusalemme:
«Stettero ad ascoltare Paolo e Barnaba» (At 15,2-12).
così predichiamo e così avete creduto” (1 Cor 15,11).
È importante l’identità e l’unicità dell’annuncio del
Vangelo: sia loro sia io predichiamo la stessa fede, lo
stesso Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto che si
dona nella Santissima Eucaristia.
L’importanza che egli conferisce alla Tradizione
viva della Chiesa, che trasmette alle sue comunità,
dimostra quanto sia errata la visione di chi attribuisce a Paolo l’invenzione del cristianesimo: prima di
evangelizzare Gesù Cristo, il suo Signore, egli l’ha incontrato sulla strada di Damasco e lo ha frequentato
nella Chiesa, osservandone la vita nei Dodici e in coloro che lo hanno seguito per le strade della Galilea.
Nelle prossime Catechesi avremo l’opportunità di approfondire i contributi che Paolo ha donato alla
Chiesa delle origini; ma la missione ricevuta dal Risorto in ordine all’evangelizzazione dei gentili ha bisogno di essere confermata e garantita da coloro che
diedero a lui e a Barnaba la mano destra, in segno di
approvazione del loro apostolato e della loro evangelizzazione e di accoglienza nella unica comunione
della Chiesa di Cristo (cfr Gal 2,9). Si comprende allora che l’espressione “anche se abbiamo conosciuto
Cristo secondo la carne” (2 Cor 5,16) non significa
che la sua esistenza terrena abbia uno scarso rilievo
per la nostra maturazione nella fede, bensì che dal
momento della sua Risurrezione, cambia il nostro
modo di rapportarci con Lui. Egli è, nello stesso
tempo, il Figlio di Dio, “nato dalla stirpe di Davide
secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza
secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti”, come ricorderà Paolo all’inizio
della Lettera ai Romani (1, 3-4).
Quanto più cerchiamo di rintracciare le orme di
Gesù di Nazaret per le strade della Galilea, tanto più
possiamo comprendere che Egli si è fatto carico della
nostra umanità, condividendola in tutto, tranne che
nel peccato. La nostra fede non nasce da un mito, né
da un’idea, bensì dall’incontro con il Risorto, nella
vita della Chiesa.
Benedetto XVI
Udienza Generale del mercoledì 24 settembre 2008
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La Sacra Scrittura
“Della Vita di fede…”
er noi, figli spirituali di san Leonardo
Murialdo, è quasi inevitabile pensare all’interesse del nostro Fondatore per quell’opuscolo al quale ha ispirato la sua vita e che
ha fatto diffondere ampiamente dal titolo
“Della vita di fede”. Il messaggio continuamente ripetuto in ogni pagina con espressioni
solo esternamente diverse è sempre lo stesso
e lo troviamo in apertura del libretto: “Fare
quel che Dio vuole, come lo vuole. Soffrire
quel che Dio vuole, perché lo vuole. In questo
consiste tutta la perfezione cristiana”.
Già da queste parole si nota la caratteristica
di una spiritualità datata, che vedeva nel compimento della volontà di Dio soltanto il motivo per l’accettazione dei dolori e delle
sofferenze della vita. Le affermazioni sono
sempre generali, ma le esemplificazioni riguardano quasi unicamente gli aspetti dolorosi dell’esistenza umana. Soltanto il primo
capitoletto offre la possibilità di interpreta-
P
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zioni ambivalenti, aperte cioè anche alle situazioni piacevoli della vita, senza legarle alle
difficoltà da superare.
“Ogni istante porta seco un dovere che bisogna adempire con fedeltà… Quest’istante è
come un inviato il quale dichiara la volontà di
Dio… Bisogna dunque limitarsi al momento
presente senza pensare a quello che l’ha preceduto né a quello che sta per seguirlo. Quello
che era buono al momento passato, non lo è
più perché la volontà divina più non lo esige.
Voi cercate la perfezione? Ella è in tutto quello
che vi accade, in tutto quello che si presenta”.
Anche nel primo capitolo vi sono accenni
alle sofferenze da sopportare per compiere la
volontà di Dio (“accettare ad ogni momento
le fatiche e i doveri dello stato… la volontà
divina la quale si presenta sotto il velo degli
atti più ordinari e delle croci che in essi si trovano… essa [l’anima] deve seguire costantemente Gesù, il divino modello per la via delle
croci e dei sacrifici quotidiani…
Andiamo dunque frammezzo alle contrarietà, ai patimenti, alle impressioni diverse;
alziamoci sopra queste nuvole, gli occhi fissi
nel sole, N.S.Gesù C., e sui nostri doveri che
sono i suoi raggi”). Ma è soprattutto nel seguito del libretto che l’accettazione della volontà di Dio è vista unicamente come motivo
consolatorio per sopportare le pene della vita.
Sappiamo che nella realtà quotidiana, proprio per il contatto continuo con i ragazzi e i
giovani,sia san Leonardo che i suoi collaboratori non hanno disdegnato il divertimento, la
gioia, i piccoli piaceri che la vita di quel tipo
di collegio poteva permettere. Anche Don
Bosco faceva altrettanto sugli esempi che venivano da un altro grande santo vissuto con i
giovani, Filippo Neri.
P. Giovanni Boggio
(continua)
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Catechismo della Chiesa Cattolica
Il Sacramento dell’Eucaristia
Che cos’è L’Eucaristia?
E’ il sacrificio stesso del Corpo e del Sangue del Signore Gesù, che egli istituì per perpetuare nei secoli,
fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce, affidando così alla sua Chiesa il memoriale della sua Morte e
Risurrezione. E’ il segno dell’unità, il vincolo della carità, il convito pasquale, nel quale si riceve Cristo,
l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della vita eterna.
Quando Gesù ha istituito l’Eucaristia?
L’ha istituita il Giovedì Santo, “la notte in cui veniva tradito” (1 Cor 11,23), mentre celebrava con i suoi
Apostoli l’Ultima Cena.
Come l’ha istituita?
Dopo aver radunato i suoi Apostoli nel Cenacolo, Gesù prese nelle sue mani il pane, lo spezzò e lo diede
loro dicendo: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto per voi”: Poi prese nelle sue mani
il calice del vino e disse loro:“Prendetene e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova
ed eterna alleanza, versato per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”.
Che cosa rappresenta l’Eucaristia nella vita della Chiesa?
E’ fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Nell’Eucaristia toccano il loro vertice l’azione santificante di
Dio verso di noi e il nostro culto verso di lui: Essa racchiude tutto il bene spirituale della Chiesa: lo stesso
Cristo, nostra Pasqua. La comunione della vita divina e l’unità del Popolo di Dio sono espresse e prodotte
dall’Eucaristia. Mediante la celebrazione eucaristica ci uniamo già alla liturgia del Cielo e anticipiamo la
vita eterna.
Come viene chiamato questo Sacramento?
L’insondabile ricchezza di questo Sacramento si esprime con diversi nomi, che evocano i suoi aspetti particolari. I più comuni sono: Eucaristia, Santa Messa, Cena del Signore, Frazione del Pane, Celebrazione Eucaristica, Memoriale della Passione, della morte e della risurrezione del Signore, Santo Sacrificio, Santa e
Divina Liturgia, Santi Misteri, Santissimo Sacramento dell’altare, Santa Comunione.
Come si colloca l’Eucaristia nel disegno divino della salvezza?
Nell’Antica Alleanza l’Eucaristia è preannunziata soprattutto
nella cena pasquale annuale, celebrata ogni anno dagli
Ebrei con i pani azzimi, a ricordo dell’improvvisa e liberatrice partenza dall’Egitto: Gesù l’annuncia nel suo insegnamento e la istituisce celebrando con i suoi Apostoli
l’Ultima Cena durante un banchetto pasquale. La chiesa,
fedele al comando del Signore: “Fate questo in memoria di
me” (1 Cor.11,24), ha sempre celebrato l’Eucaristia, soprattutto la domenica, giorno della risurrezione di Gesù.
Come si svolge la celebrazione dell’Eucaristia?
Si svolge in due grandi momenti, che formano un solo
atto di culto: la liturgia della Parola, che comprende
la proclamazione e l’ascolto della Parola di Dio; la
liturgia eucaristica, che comprende la presentazione
del pane e del vino, la preghiera o anafora, che
contiene le parole della consacrazione, e la comunione.
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Catechismo della Chiesa Cattolica
Chi è il Ministro della celebrazione dell’Eucaristia?
E’ il sacerdote (Vescovo o presbitero), validamente ordinato, che agisce nella Persona di Cristo Capo e a nome
della Chiesa.
Quali sono gli elementi essenziali e necessari
per realizzare l’Eucaristia?
Sono il pane di frumento e il vino della vite.
In che senso l’Eucaristia è memoriale
del sacrificio di Cristo?
L’Eucaristia è memoriale nel senso che rende presente e
attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta
per tutte, sulla Croce in favore dell’umanità. Il carattere
sacrificale dell’Eucaristia si manifesta nelle parole stesse
dell’istituzione: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”
e “Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, che
viene versato per voi” (Lc. 22,19-20). Il sacrificio della
Croce e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio.
Identici sono la vittima e l’offerente, diverso è soltanto il
modo di offrirsi: cruento sulla Croce, incruento nell’Eucaristia.
In quale modo la Chiesa partecipa
al sacrificio Eucaristico?
Nell’Eucaristia, il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro
lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro
sono uniti a quelli di Cristo. In quanto sacrificio, l’Eucaristia viene anche offerta per tutti i fedeli vivi e defunti, in
riparazione dei peccati di tutti gli uomini e per ottenere
da Dio benefici spirituali e temporali. Anche la Chiesa del
cielo è unita nell’offerta di Cristo.
ROGER VAN DER WEYDEN,
Come Gesù è presente nell’Eucaristia?
I sette Sacramenti - part. Eucaristia
Gesù Cristo è presente nell’Eucaristia in modo unico e incomparabile. E’ presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in
modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del Pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo.
Che cosa significa transustanziazione?
Transustanziazione significa la conversione di tutte la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione si attua nella preghiera eucaristica, mediante l’efficacia della parola di Cristo e dell’azione dello Spirito Santo. Tuttavia, le
caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le “specie eucaristiche”, rimangono inalterate.
La frazione del pane divide Cristo?
La frazione del Padre non divide Cristo: egli è presente tutto e integro in ciascuna specie eucaristica e in
ciascuna sua parte.
Fino a quando continua la presenza eucaristica di Cristo?
Essa continua finché sussistono le specie eucaristiche.
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Catechismo della Chiesa Cattolica
Quale tipo di culto è dovuto al Sacramento dell’Eucaristia?
E’ dovuto il culto di latria, cioè di adorazione, riservato solo a Dio sia durante la celebrazione eucaristica
sia al di fuori di essa. La Chiesa, infatti, conserva con la massima diligenza le Ostie consacrate, le porta
agli infermi e ad altre persone impossibilitate a partecipare alla Santa Messa, le presenta alla solenne adorazione dei fedeli, le porta in processione e invita alla frequente visita e adorazione del Santissimo Sacramento conservato nel Tabernacolo.
Perché l’Eucaristia è il banchetto pasquale?
L’Eucaristia è il banchetto pasquale, in quanto Cristo, realizzando sacramentalmente la sua Pasqua, ci dona
il Suo Corpo e il Suo Sangue, offerti come cibo e bevanda, e ci unisce a sé e tra di noi nel suo sacrificio.
Che cosa significa l’altare?
L’altare è il simbolo di Cristo stesso, presente come vittima sacrificale (altare-sacrificio della Croce) e
come alimento celeste che si dona a noi (altare-mensa eucaristica).
Quando la Chiesa fa obbligo di partecipare alla santa Messa?
La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla santa Messa ogni domenica e nelle feste di precetto, e
raccomanda di parteciparvi anche negli altri giorni.
Quando si deve fare la santa Comunione?
La Chiesa raccomanda ai fedeli che partecipano alla santa Messa di ricevere con le dovute disposizioni
anche la santa Comunione, prescrivendone l’obbligo almeno a Pasqua.
Che cosa si richiede per ricevere la santa Comunione?
Per ricevere la santa Comunione si deve essere pienamente incorporati alla Chiesa cattolica ed essere in
stato di grazia, cioè senza coscienza di peccato mortale. Chi è consapevole di aver commesso un peccato
grave deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione. Importanti sono
anche lo spirito di raccoglimento e di preghiera, l’osservanza del digiuno prescritto dalla Chiesa e l’atteggiamento del corpo (gesti, abiti), in segno di rispetto a Cristo.
Quali sono i frutti della santa Comunione?
La santa Comunione accresce la nostra unione con Cristo e con la sua Chiesa, conserva e rinnova la vita
di grazia ricevuta nel Battesimo e nella Cresima e ci fa crescere nell’amore verso il prossimo. Fortificandoci nella carità, cancella i peccati veniali e ci preserva in futuro dai peccati mortali.
Quando è possibile amministrare la santa Comunione agli altri cristiani?
I ministri cattolici amministrano lecitamente la santa Comunione ai membri delle Chiese Orientali che
non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica, qualora questi lo richiedano spontaneamente e siano
ben disposti.
Per i membri delle altre Comunità ecclesiali, i ministri cattolici amministrano lecitamente la santa Comunione ai fedeli, che in presenza di una grave necessità lo chiedano spontaneamente, siano ben disposti e
manifestino la fede cattolica circa il Sacramento.
Perché l’Eucaristia è “pegno della gloria futura”?
Perché l’Eucaristia ci ricolma di ogni grazia e benedizione del Cielo, ci fortifica per il pellegrinaggio di questa vita e ci fa desiderare la vita eterna, unendoci già a Cristo asceso alla destra del Padre, alla Chiesa del
cielo, alla beatissima Vergine e a tutti i Santi.
Nell’Eucaristia noi spezziamo “l’unico pane,
che è farmaco d’immortalità, antidoto per non morire,
ma per vivere in Gesù Cristo per sempre”
(sant’Ignazio d’Antiochia).
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Cronaca del Santuario
Un caro ricordo
el decimo anniversario della morte, un pensiero va a Don Giuseppe Mariottini nel ricordo
di quanti lo conobbero e apprezzarono per le
sue doti umani e spirituali. Proprio qui, nel paese
che tanto amava, nella devozione a Maria, nell’atmosfera serena del Santuario ad Rupes, maturò la
sua vocazione al sacerdozio per poter diventare in
N
pienezza e, totalmente
“strumento” nelle mani di
Dio. La sua missione si
nutrì sempre nel desiderio
di vivere il vangelo nella
quotidianità, offrendo risposte concrete a quanti
si affidarono a lui. Il Santuario ad Rupes, con la
presenza viva della Vergine, rappresentò sempre
per Don Giuseppe un faro
di speranza per progredire
nella fede insieme a tutti
coloro che Cristo gli aveva
affidato. Rivolgiamo a
Maria una preghiera semplice, per questo sacerdote
semplice che servì Cristo e
i fratelli con discrezione e
felicità, ma sempre con
coerenza, forza, entusiasmo e fede incrollabile.
La nipote
Rosanna Guerrini
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Cronaca del Santuario
La festa del Beato Bronislao Markiewicz
occasione della memoria liturgica del
Beato Bronislao Markiewicz (30 gennaio) fondatore della Congregazione di
San Michele Arcangelo, la comunità dei Padri Micaeliti ha vissuto due momenti di grande gioia e
di festa. Venerdì 30 gennaio, nella Grotta della
Madonna SS. Ad Rupes, il seminarista Nicolas
Augusto Delgado Arca ha emesso i voti perpetui
nelle mani di Padre Bogusalo Turek, membro del
consiglio provinciale dei Padri Micaeliti.
Domenica 1° febbraio, alle ore 18.00, nella
Basilica di San Giuseppe, il Padre Provinciale
Bogdan Kalisztan ha conferito ai cinque seminaristi i ministeri del lettorato e dell’acolitato.
In particolare hanno ricevuto il ministero del
lettorato i seminaristi Jerzy Mogielski e Slawomir Szarota, invece hanno ricevuto il ministero
dell’accolitato i seminaristi Piotr Hadro, Marcin
Piorkowski e Nicolas Augusto Delgado Arca.
In
Queste due celebrazioni hanno dato il mono di
ricordare la figura del Beato Bronislao e di pregare
insieme per la canonizzazione del Fondatore della
Congregazione di San Michele Arcangelo.
Cronaca del Santuario a cura di P. Jan Marian Bogacki
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Gli agenti postali sono pregati di restituire al Santuario i Bollettini non recapitabili, specificando il motivo con una X al quadratino corrispondente:
❒
deceduto
❒
❒
rifiutato
trasferito
❒
❒
indirizzo insufficiente
sconosciuto
La redazione si impegna a rimborsare all’amministrazione P. T. di Castel Sant’Elia, il prescritto
diritto dal tariffario vigente.
Orario delle Celebrazioni
della Settimana Santa, Pasqua
e Pasquetta
GIOVEDI’ SANTO 09/04:
ore 18.00 – S. Messa solenne della “Cena Domini”
VENERDI’ SANTO 10/04:
ore 16.30 – Via Crucis nel Viale del Santuario
e liturgia della Passione del Signore
SABATO SANTO 11/04:
ore 20.30 – Veglia pasquale con la Santa Messa
DOMENICA DI PASQUA 12/04:
ore 7.00 – 8.00 – 9.30 – 10.30 – 11.30 – 12.15
16.00 – 17.00 – 18.00 – 19.00
PASQUETTA 13/04:
ore 8.00 – 9.30 – 10.30 – 11.30
17.00 – 18.00 – 19.00.
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