Memorie intorno a Semelano raccolte dal Dottor D. Antonio Masinelli nell’occasione che il Molto Rev. Sig. Professore Don Domenico Lenzini li XXIII febbraio MDCCCLXVIII prende possesso della Plebana di detto luogo All’Eccellenza Reverendissima di Mons. Francesco Emilio Cugini primo Arcivescovo di Modena Eccellenza Reverendissima Nell’accogliere che facciamo colla più devota esultanza il Molto Illustre e Reverendo Professore Don Domenico Lenzini, quale Arciprete e Vicario Foraneo dell’insigne Pieve di Semelano; sentiamo in pari tempo il dovere di manifestare pubblicamente la nostra più viva gratitudine all’E. V., che di mezzo alle incessanti cure del pastorale Ministero seppe consolare la nostra Congregazione colla nomina di sì dotto e pio Pastore. E queste Memorie, le quali possono presentarsi fregiate del venerato Vostro Nome, risveglieranno ognora in noi la cara memoria del fausto avvenimento, e delle affettuose sollecitudini prodigate anche a questa Terra dal paterno Cuore di V. E. E col bacio del S. Anello imploriamo sopra di noi e sopra queste Popolazioni la Pastorale Benedizione dell’E. V. Rev.ma Semelano 14 Febbraio 1868. Umiliss. Devotiss. sudditi I Sacerdoti della Congregazione di Semelano Articolo primo. Due parole sopra la Chiesa di Semelano Senza ricordare l’epoca dei Liguri e quella della dominazione romana, che non potrebbero fornirci se non vaghe congetture sopra genti, che nei monti trovavano un più sicuro asilo; e senza accennare alla provenienza senza dubbio romana del nome Semelano imposto forse a quella terra delle nostre montagne nelle adiacenze del Frignano da coloro che riparavano ai monti dopo le sofferte sconfitte, ci fermeremo di preferenza sopra quei documenti, che citano la Chiesa, giacchè la Croce ed il Campanile formarono essi quei punti di concentramento, che hanno mirabilmente servito anche alla storia dei diversi paesi. Senonché il Tiraboschi preferì il silenzio alle semplici e vuote congetture circa l’origine di detta Pieve; e noi seguendo le tracce del grande storico nel Dizionario Topografico non ripeteremo ciò che leggesi in una Cronica incominciata da D. Alfonso Herbolani, vale a dire che la Chiesa fosse fondata dalla celebre Contessa Matilde; paghi di avvertire, come Semelano s’incontri nel Documento scritto nel 975, che porta la deposizione di testimoni alla presenza di Ottone sopra la contesa dei confini tra Modenesi e Bolognesi. (Cod. Dipl. T. I pag. 138)1. Non voglio peraltro tacere, come la seguente testimonianza dell’anzidetto documento De terminis, quod vos dicitis inter Semelanensem vel Petilianensem fines dexendere, aut esse non ero testis; sed de terminis, qui sunt inter Bononiam et Mutinam testis sum venisse interpretata dei confini fra le due Diocesi di Modena e Bologna e tra le due Plebane di Pittigliano e Semelano dal Calindri nel suo Dizionario della Montagna e Collina del Territorio Bolognese. Risulterebbe da questa interpretazione, che del 975 sarebbe già esistita la Plebana di Semelano. 1 A proposito del fatto, che diede origine al citato Documento, ecco quello che leggesi nei dotti Annali Bolognesi del Savioli (T. I, P. I, p. 144). Dinanzi ad Ottone Bolognesi e Modenesi contesero de’ loro confini. Fu riconosciuto, che alla sommità d’Apennino dividevano l’uno Vescovado dall’altro l’Alpi denominate di Capo Tauro e Maggiore, poi nella scesa Sassomolare, Fontana de’ Longobardi e Val Griffonaia e più oltre al piano la Pietra di Castagnolo colla Basilica di S. Giovanni. 1 Scrive infatti il citato storico a proposito di Pittigliano “...passando al racconto della Pieve, di cui principalmente trattiamo, dir dobbiamo essere con molta probabilità una delle più antiche della Diocesi Bolognese, e forse una delle prime erette in questo Territorio. Fondiamo i nostri detti nel sentirla ricordata come Pieve nel 969 (leggasi 975 per le osservazioni fatte dal Tiraboschi al Muratori, Cod. Dipl. l. c.) in occasione d’esser stata ventilata la questione del vero confine de’ due Vescovati di Bologna e di Modena avanti l’Imperatore Ottone il Grande, che risedea in Contado di Modena, e nella di cui corte furono esaminati molti Testimoni per la verificazione di detto confine, osservando in detta carta, che i Testimoni asserivano bensì i luoghi di confine tra le due Diocesi, ma non vollero impacciarsi nel definire quali fossero quelli delle due Pievi confinanti Pittigliano o Pettigliano, e Semelano, segno, supponiamo noi, che fossero oscuri; e se debba credersi così, devesi altresì supporre essere accaduto per la lontananza, che passava dall’erezione delle medesime all’anno, in cui agitavasi la suddetta quistione”2. E’ poi certissimo, che nell’anno 1159 è indicata la Chiesa di Semelano col nome di Pieve in un Diploma di Federigo I in favore di questi Monaci di S. Pietro, che qualche cosa vi possedevano Et quod habent in Plebe Semelani (Tirab. Diz. Top.; Antiq. Ital. T. VI col. 248). Nell’Archivio Capitolare trovasi un Decreto di Buonincontro da Fiorano Arciprete della Cattedrale di Modena e Vicario Capitolare nella vacanza di questa Sede, con cui a’ 27 d’Agosto del 1287 rende all’Arciprete Ugo di Semelano una Croce d’argento ch’era della sua Pieve3: come pure nello 2 Non sarà inutile, che qui riportiamo un Documento senza data, intitolato Della pace tra quei de’ Bolognesi et Montetortore che si conserva nell’Archivio di Modena. Chi è per poco pratico delle nostre storie conosce i contrasti e le quistioni, che sconvolsero le montagne modenesi, e la parte che vi ebbero i Bolognesi, e i pretesti a cui i diversi partiti si appigliavano per non pacificarsi. “Et il maggior pretesto invero efficacissimo, se fosse vero, è stato il metter in campo le cose dei confini per riputatione del principe ser.mo. E pur si vede, che infiniti anni sono dalle bande della Podestaria di Montetortore, non si è mai disputato di confini, ma sono nate le inimicitie piuttosto da altra mala vicinanza per taglie e malvivere d’alcuni pochi e si sa di certo, che i più desiderano questa pace, tanto quei della Pod. di Monte Tortore, quanto anco i Bolognesi. Però si risolve la colpa, che non si facciano le paci, in sei od otto di quei di Montetortore con forse altrettanti di quei di Bolognesi. Pare dunque, che necessariamente nel capitulare le paci fosse impedito, che durante le paci non potessero questi tali portar l’armi sullo stato dell’altro, et in questa maniera crederò, che saranno concordi nel resto delle capitolazioni. Il modo di nominar questi tali saria, che quei di Montetortore dessero la lista de’ Bolognesi a loro sospetti, e quei di Bolognesi dessero la lista di quei di Montetortore sospetti et inquieti medesmamente e che fossero eguali in numero: nel resto si saria d’accordo, perché si sa di certo che in generale si desidera da ogni banda la pace, la quale dureria in eterno, se quei pochi malviventi non malignassero di continuo, e questo è verissimo, né credo che vi sia altro impedimento, che sia reale e vero.” 3 Crediamo far cosa grata al lettore riportando il Decreto, gentilmente offertomi dal Ch. Professore Can D. Gaetano Ferrari incaricato dal Rev.mo Capitolo di Modena alla custodia dell’Archivio. In Christi nomine 1287 Indictione XV die Mercurii XXVII Augusti. Cum hoc esset quod penes Dominum Bonincontrum Archipresbyterum Mutine et Vicarium Generalem Capituli mutinensis episcopali sede vacante esset quedam Crux argentea plebis et Ecclesie de Semelano mutinensis dioecesis. Idem Dominus Vicarius tradens ipsam Crucem et assignans domino Ugoni Archipresbytero dicte plebis ipsam Crucem cum instantia postulanti et volens indempnitati ipsius plebis inquantum potuit providere ipsam Crucem extimatam per magistrum Delaytum De Anellis aurificem in presentia infrascriptorum testium octo libris imperialibus dedit et tradidit Archipresbytero memorato sub istis conditionibus et preceptis quod idem Archipresbyter dictam Crucem salvare et custodire debeat nec ipsam alienare distraere vel pignorare presumat sub pena et in pena imposita et edita in Constitutionibus Pontificum Mutinensium contra tales. Et quod ipsam Crucem debeat tradere et exponere obsequio et ornatui dicte plebis et parochianorum suorum et ut hactenus moris fuit. Que quidem omnia et singula idem Archipresbyter recipiens ipsam Crucem sub modi preceptis et condictionibus suprascriptis obedire promisit et inviolabiliter adimplere. Ad que quidem omnia Domini Thomaxinus quondam Magistri Bonaventure de Gazo Zordanus Azoboni et Bartholomeus quondam Zacharie de Rocha vocati specialiter et presentes pro ipso Archipresbytero de omnibus supradictis obedeindis et adimplendis fideiusserunt et ipsi omnes et quilibet eorum in solidum promiserunt stipulatione solemni ipsi domino Vicario et mihi notario infrascripto recipienti et stipulanti vice et nomine futuri Episcopi Mutine et eius Vicarii et ipsius plebis de Semelano atque omnium aliorum quorum interest vel interesse posset sic facere ea procurare quod idem Archipresbyter supradicta omnia et singula adimplebit alioquin ipsi et eorum quilibet in solidum adimplebit de suo sub pena vigintiquinque Librarum Mutinensium et restitutionis ipsius Crucis vel exstimationis ipsius, supponentes se sponte iurisdictioni Ecclesiastice in omnibus et per omnia supradicta renuntiantes dicti fideiussores et quilibet eorum exceptioni epistole divi Hadriani et omni legum auxilio. 2 stesso insigne Archivio esistono più Atti tenuti l’anno 1315 innanzi al medesimo Buonincontro divenuto Vescovo per l’elezione d’un nuovo Arciprete di quella Chiesa4. Quanto alla fabbrica della Chiesa senza ingolfarci in quistioni, che non potrebbero sciogliersi completamente, ci limiteremo a notare, che dagli avanzi che diconsi scoperti sotterra si vede come l’antico edifizio venisse logorandosi o per li guasti prodotti dalle succedentisi fazioni o per la stessa voracità del tempo. Egli è un fatto, che la Chiesa era ridotta a mal termine, quando rinvenne nell’Arciprete Ercole Herbolani un munificentissimo Pastore e Padre, che la fabbricò quasi di nuovo, come dirassi a suo luogo. Onde si ricava, che vi hanno due notizie certe sopra la Chiesa Parrocchiale di Semelano, ch’essa è assai antica e che venne riedificata, può dirsi, dall’Herbolani che la governava al principio del secolo decimosettimo. Articolo secondo. Di alcuni Documenti risguardanti segnatamente il Comune di Semelano In una Carta dell’Archivio Capitolare di Modena dell’anno 1183 ed in un’altra del 1187 s’indica il Castello di Semelano in Castro Semelano et eius plebatu. Ora il Castrum ci richiama all’epoca dei Longobardi, e dei capitani che teneano i feudi rurali. Questi ultimi collegavansi or coll’una or coll’altra Città, ed ora le genti assoggettavansi ai Comuni per provvedere meglio alla prosperità ed alla sicurezza loro. Si può dunque argomentare, che Semelano fosse un fortilizio distrutto poscia nell’occasione delle sanguinose zuffe specialmente dei Bolognesi: la qual congettura riceverebbe gran peso di autorità, ove si volesse prestar fede all’Herbolani, che nelle sue Memorie attesta, che in quel Territorio si scoperse, oltre una fornace, dove avevano fatto una Campana, gran numero di cadaveri e di pietre lavorate. Egli argomenta da siffatte rovine, che vi fosse un assai vasto fabbricato, il che concorderebbe col Castello memorato dal Tiraboschi: anzi ricorda il cronista la tradizione, che vi avesse un ospedale. E’ certo, che la storia anche di codesti paesi potrebbe riassumersi in una serie di intestine ed esterne discordie. Li quali perturbamenti non cessarono all’epoca degli Estensi. All’anno 1338 troviamo nelle Cronache del Morano e del Bazzano (Script. Rer. Ital. T. XI col. 128, T. XV col. 597), che il distretto della Pieve di Semelano e di Ciano spontaneamente si sottomisero al dominio degli Estensi: onde congettura il Tiraboschi, che nell’occasione del testamento del Marchese Azzo, con cui donò a Bolognesi le terre oltre il Panaro, Semelano fosse da essi occupato5. Nei torbidi, conchiude il Tiraboschi, che sulla fine del XIV secolo sconvolsero la montagna modenese, anche Semelano dovette per qualche tempo esser nel novero delle terre ribelli e sottomettersi poi nuovamente agli Estensi, perrocché abbiamo un Decreto del Marchese Alberto, con cui a’ 26 di Marzo del 1392 accorda per dieci anni l’esenzione da ogni gravezza agli uomini di Semelano nella Corte di Montalto, i quali allora erano tornati alla sua ubbidienza. Tale Decreto conservasi nell’Archivio di Modena6. Actum in Civitate Mutine in Ecclesia Sancti Geminiani presentibus testibus dominis Barnaba (?) de Boschettis Canonico Pontio Sacrista Ecclesie Mutine et Borghexano Clerico Ecclesie de Zesis Mutinensis Dioecesis et aliis et ego Blanconus Mansionarius Ecclesie Mutin. imperiali auctoritate notarius et dicti domini Vicarii Notarius interfui prædictis et de mandato ipsius Domini Vicarii scripsi subscripsi etc. 4 Gli atti citati dal Tiraboschi riguardano un processo a motivo d’una contesa nata sopra l’elezione del nuovo Arciprete per la morte di Ugo da Gazo, fra Giovanni Alberto ed Ugolino da Festà e quest’ultimo a nome del Modenese da Gazo Sacrista del Duomo di Modena. Nell’istrumento a rogito del notaro Enrico de Amoldonis il Modenese di qualifica Ego qui sum Canonicus plebis Sancti Petri de Semelano. 5 Checché sia dei Testamenti di Azzo, dei quali parla anche nella Storia di Bologna il Ghirardacci è certo, che il Marchese Azzo fece nelle sue ultime disposizioni conoscere la sua indegnazione contro de’ Modenesi, perciocché come raccogliesi da una parte del suo primo Testamento fatto a’ 24 di Gennaio, donando ciò, che non era più in sua mano, lasciò a’ Bolognesi, co’ quali aveva fatta pace, tutto ciò, ch’egli aveva avuto ed aveva di là dal Panaro. Anzi, come ci mostra una carta informe di questo Archivio, di Modena e Reggio ancora e de’ loro distretti ei volle disporre, lasciandole in dono a Carlo II Re di Napoli suo suocero, il quale però ben conoscendo l’invalidità di tal donazione, diè pur cenno d’averne contezza (Mem. Stor. Mod. T. II p. 166). 6 Per limitarmi alle poche carte da me osservate per l’edizione di quest’opuscolo; da una lettera di Lodovico Sillingardi a Gio. Battista Laderchi Secretario del Duca appare, come a Semelano v’era numero di armati Bolognesi (1580, 8 Mar3 Passando intanto ad altro: nello stesso Archivio trovansi alcune conferme d’un Privilegio dato alle Comunità ed agli uomini della Podesteria di Montetortore nell’anno 1465, col quale è concesso loro quod instituere et erigere possent imperpetuum mercatum duabus vicibus quocumque mense illis præsertim diebus, et eo in loco, quibus et eis placeret, et videretur, quod liberum esset, et exemptum ab omnibus datiis et gabellis, et Comunitates ipsas et homines solvere debendo cameræ suæ Mutinæ singulo anno pro datiis et gabellis ac traversia libras ducentas quindecim cum reservatione tamen quod si in futurum contingeret dicta datia et gabellas alicui personæ per Cameram Ducalem locari posse ultra quantitatem de qua supra tunc et eo casu Cameræ liceret eas et ea conducere atque locare ad affictum cuicunque conducere volenti, ita tamen quod in arbitrio et facultate ipsarum comunitatum et hominum esset dictas gabellas et datia in se retinere solvendo et solvere ac reddere debendo ipsi Cameræ tantum quantum a quolibet alio per Cameram haberi et percipi posset pro affictu eorum et earum firmo semper remanente ac libero et exempto Mercatu cum solutione etiam librarum quindecim March.rum ut supra facienda pro traversia. In un Decreto poi del 1483 venne confermata la concessione sublata prorsus conditione quod amplius Cameræ nostræ introitus prædictos alicui alii locare liceat: concessioni rinnovate nel 1540 e 1563. A proposito dei quali Decreti il giorno 23 Settembre del 1593 furono congregati alcuni della Podesteria di Montetortore, fra’ quali tre di Semelano, affine di proporre il loro parere. In quest’adunanza, li cui Atti leggonsi nell’Archivio di Modena, “fu proposto, che per vigore di quel Decreto e per antica consuetudine è stato lecito a questi uomini della Podesteria di condur su quel mercato tutte le loro entrate ed ivi condotte poter vender liberamente a chi li voglia comprare, e che da alcuni anni in qua è stato loro proibito il condurre al mercato frumento, castagne, farina ed altre biade per il vitto degli uomini e però che sarebbe bene il tornare in la migliore libertà. Altri però dissero e chiedono, che il mercato resti libero, ma che però si potrebbe proibire come si fa di condurre a vendere frumento, castagne, farina ed altre biade e robe simili per il vivere degli uomini, perché andando fuori della Podesteria se ne ha disagio, come si è veduto. E posto il partito fra loro, furono di quest’ultimo parere n. 5: di contrario parere n 12”7. E giacché è caduto il destro di ricordare più volte la Podesteria di Montetortore è opportunissimo compendiare un’informazione a S. A. il Duca intorno alla stessa che porta la data del 30 Settembre 1611 e che trovasi in un libretto mss. dell’Archivio di Modena. “Essa è distinta in sei Comuni. Montetortore, Montalto, Semelano8, Montequestiolo, Montalbano e Ciano. zo). Lo stesso Sillingardi Podestà a Monte Tortore scrivendo al Duca di Ferrara (1583, 5 Maggio) gli annunzia d’avere inteso col mezzo di persone veridiche, che i Menzani hanno desiderio di pacificarsi coi loro nemici sudditi del Duca, offerendo sicurtà d’osservanza, et di stare lontani per disturbare lo stato di lei, anzi offeriscano servire se gli sarà accennato dove. Gli racconta ancora avervi chi eccita costoro ad unirsi coi Saccomani, ma non sa poi a danno di chi. In una carta del 1584 (27 Nov.) si legge Ieri comparvero su cotesto confine, si come fa sovente, molte armate di banditi Bolognesi, quali erano venuti per fare dieta e lega contro la giustizia di Bologna. In un altro documento senza data, che si conserva nell’Archivio di Modena, e che tratta della pace di quei di Semelano insieme; leggesi, ch’erano sorte alcune discordie, prodotte peraltro piuttosto da inquietudine naturale nata insieme col nascimento loro, che da inimicizia occasionale; e quindi si propone d’interrogare le parti intorno ai disgusti ricevuti, ai quali si potrà rimediare mediante una certa conciliazione. La storia dei soli Tanari riempirebbe un volume e qualche conferma si può trarre ancora dalla Cronaca del Lancilotto, che si sta pubblicando dal Ch. Cav. Carlo Borghi, sotto l’indicazione di Montetortore. 7 Da una lettera di D. Ercole Herbolani al Duca (5 marzo 1622) si vede che non si potea mandar fuori la roba. 8 Sebbene nella informazione pubblicata nel testo appariscano distinti i Comuni di Semelano e Montalto, nondimeno a chi la osservi attentamente è chiaro, che in fatto erano uniti. Egli è per questo, che nel 1625 si trattò della loro separazione, come consta da alcuni Documenti dell’Archivio di Modena. Havvi la supplica del Comune di Montalto per la detta separazione “e per questo il Massaio ed i consiglieri che far solevano nel principio dell’anno, non sono ancora fatti, e siamo alli nove di Gennaio.” V’è inoltre in un altro documento (19 Gennaio 1625) l’esposizione dei motivi, che originarono tale dimanda. “Vengo a riferire a V. A. in materia della supp. delli Uomini di Montalto, che pretendono dividersi da quei di Semelano, e di uno fare due Comuni, ch’io mandai a chiamare quattro di più giudizio dell’uno e dell’altro luogo, da’ quali ebbi, che nell’elezione del Massaio vi è sempre stato un poco di concorrenza, massime pretendendo i Guidotti la perpetuità dell’Ufficio o nelle persone loro o ne’ dipendenti, anzi che l’anno passato dopo aversi disputato, se si dovea cavare per 4 Soleano anche essere con essi uniti. Il Castello d’Agliano, Sassomolare e Villa d’Agliano. Questi tre si ribellarono già quanto al temporale9, ma non rispetto allo spirituale, perché tuttavia obbediscono al Vescovo di Modena: gli altri sei restarono insieme, cinque dei quali, che sono i primi nominati, sono uniti e confinano da Oriente col Bolognese, da Mezzogiorno colli tre Comuni, che si ribellarono e con li Montecuccoli, da Occidente col Marchese Rangoni e col Marchese Tassoni e da Settentrione col Duca di Sora, ed anco col Bolognese. Fanno 5 massari solamente, perché Semelano e Montalto ne fanno un solo, l’officio dei quali è di riscuotere tutti i danari, che si pagano alla gabella ed alla salina, di far condurre il sale, e dispensarlo a chi si deve, di denunciare i delitti, che occorrono nei loro comuni rispettivamente. Fanno 5 Cancellieri cioè uno Semelano e Montalto e gli altri uno per ciascun Comune, l’officio dei quali è di scrivere le colte, le denuncie dei malefici, le note delle biade e castagne e le altre cose, che occorrono nelli loro Comuni. Fanno diecinove Consiglieri, cioè Semelano e Montalto quattro, tre Montequestiolo e gli altri quattro per ciascun Comune, l’officio de’ quali è di trattare coll’intervento delli loro Massari le cose delli loro comuni rispettivamente, e di provedere a quelle cose, che occorrono in esse, di far porre le colte e di far avere cura delle entrate di quelli, anco che siano pochissime. I Massari si fanno in congregazione del Popolo di ciascun comune nel principio dell’anno all’incanto e chi s’offerisce di fare quell’uffizio per minor salario10 quello è creato massaro, da che procede, che molte volte sono fatti massari cattivi e di poco spirito in pregiudizio delli Comuni e di tutta la Podesteria. I Consiglieri poi sono creati in ciascun comune in questa maniera. Due n’eleggono i massari di ciascun Comune separatamente da quello di Montequestiolo in poi, che non n’elegge che uno, e gli altri due sono eletti da quelli, che hanno maggior autorità in quelli rispettivamente. Modo certo non laudabile, e che non piace se non a quelli, che possono più degli altri e che vogliono dominare, onde direi, che si dovriano imbussolare quei, che sono atti a cotale esercizio, e poi cavarli a sorte in tutti i Comuni, perché in questo modo le cose passariano meglio, e con più soddisfazione del publico di ciascun Comune. Ed il medesimo si dovria fare delli Massari, dopo aver loro costituito un salario condecente. I cinque Massari ed i dicianove Consiglieri detti rappresentano la Podesteria e quando occorre trattare cose di servizio di V. A. e della Podesteria tutta il Massaro di Montetortore come principale di tutti fa convocarli nella Rocca di detto luogo dinanzi al sig. suo Podestà di colà, ed ivi si tratta e si delibera intorno a quelle cose, che vengono proposte, ed in caso di discordia si ballottano i partiti, e quelli che hanno più palle bianche prevagliono agli altri, le quali cose tutte vengono scritte da un Cancelliere, da loro eletto a questo effetto; l’ufficio del quale dura per tre anni e più a beneplacito delle parti. Tra i due milla e seicento abitanti della Podesteria sono da cinquecento soldati”. Finqui la Relazione. sorte o eleggersi a viva voce, quello che pretendea di servire per minore prezzo, fu creato l’Alfiere Giovanni Guidotti, che s’era convenuto per L. 44 e subito per mezzo del sig. Podestà contro il pattuito gli ne furono assegnate 90: dall’altra parte si è conosciuto che qualche interesse particolare di Dom. Frignani da Montalto l’abbia stimolato a supplicare V. A. della divisione, come che sendo egli e suo padre de’ benestanti li paresse strano di non essere imbussolato in quelli che s’hanno da eleggere per tempo Massari, di che pretendendo egli forse, che potesse dar danno alla sua domanda, sapendosi la premura particolare, per autenticare le sue istanze è venuto oggi a me con dieci di quei della terra, promettendo suo padre ed altri de rato per quarantotto capi di famiglia, che sono assai più di due terzi degli abitanti, e m’ha significato insieme con loro unitamente il desiderio, che avrebbero di dividersi da Semelano”. La grazia fu accordata il 19 Feb. 1625. 9 In una supplica diretta al Duca dalla Podesteria di Montetortore, ricordato come “gran tempo fa, ch’erano uniti con la villa d’Agliano, Castello e Sassomolare, quali tutti obbedivano al Castello di Montetortore, ed esso era L. 25, soldi 5 d’estimo rusticale... ma dopo alcun tempo venendo in dissenzione gli suddetti Comuni con quelli di Montetortore, si ribellarono e si diedero ai Bolognesi” e ricordato ancora come i Comuni rimasti fedeli continuarono a pagare l’estimo anche degli altri, mentre gli uomini di Montetortore non hanno d’estimo che L. 15, così supplicano a voler tolte L. 10.” 10 Leggesi nella Supplica di Montalto per la separazione, a proposito dell’incanto dei massari “ora il salario è stato posto ordinario.” 5 Chiuderemo intanto quest’articolino notando, come in una carta del 1692 si nomini Semelano feudo del Marchese Felice Montecuccoli. Articolo terzo. Cenni biografici intorno ad alcuni Arcipreti Le Memorie consultate ci danno il nome d’un Arciprete in Ugo da Gazo (v. nota 3). Altri tre trovansi notati ai tempi del Card. Morone od in quel torno nel Catasto beneficiale che si conserva in questa Curia cioè D. Domenico Canova, D. Balestri e D. Biagio Bertocchi. In una supplica dell’Archivio di Modena indiritta al Duca di Ferrara (8 Marzo 1583) è sottoscritto come Arciprete di Semelano Bernardino Tehorindo. Stando peraltro alle Memorie degli Herbolani, i loro antecessori durando poco non lasciarono opere degne di ricordo, od almeno non se ne rinviene traccia. Onde chi voglia descrivere le geste dei Parroci di Semelano deve senz’altro esordire dagli Herbolani che cominciarono a governarne la Chiesa nel modo, che siamo per esporre secondo il racconto delle stesse Memorie, che in questo meritano non poca fede. Sotto la data del 1593 riferiscono: come i Guidotti principali di quella terra ed il cui nome s’incontra spessissimo negli antichi Documenti di Semelano, legati ch’erano in amicizia cogli Herbolani di Samone, supplicarono il Duca Alfonso affinché interponesse l’opera sua presso i Visconti di Milano, che teneano presso di loro un Herbolani di nome Alfonso Dottore in Leggi e così potessero avere un sì distinto Personaggio ad Arciprete dell’insigne Plebana di Semelano. Furono essi esauditi ed il dotto Sacerdote ne ebbe la cura dodici anni rinunziandola poscia al fratello D. Ercole, che per 48 anni ne promosse d’ogni miglior guisa il bene spirituale e materiale. Edificò la Canonica11, e quasi del tutto la Chiesa, costruendovi la Cappella Maggiore e le due del Rosario e di S. Giuseppe colla Sacristia: fece dipingere insieme al Comune l’Ancona dei Ss. Titolari Pietro e Paolo 11 Colla fabbrica della Canonica l’Herbolani porse agio anche ai suoi Successori di poter alloggiare non pochi illustri personaggi, fra i quali i Vescovi nella visita pastorale. Le Memorie ricordano Bertacchi, Rangoni, Obizzo, Ettore e Carlo Molza, del qual ultimo descrivono il soggiorno per tre giorni in Semelano di mezzo all’universale esultanza manifestata con suoni, spari, fuochi, luminarie e continuati applausi. Per restringerci solo ai Vescovi rammentati nelle Memorie, vi ha la descrizione dell’ultima visita fattavi dall’E. R. di Monsignor Francesco Emilio Cugini veneratissimo nostro Arcivescovo inseritavi dall’Arciprete di cara memoria D. Pietro Marasti. “Giorno di gaudio ed esultanza per questa popolazione fu il 30 Agosto del 1857 in cui S. E. Rev. Mons. Cugini Arcivescovo di Modena in occasione della sacra visita pastorale, che fece a questa Plebana, profittò della circostanza della santa Missione, ed al Vangelo della S. Messa fece al popolo accorso in gran folla un eloquente e commovente discorso, dopo il quale amministrò il Sacramento della Cresima a numerosi fanciulli. Nel pomeriggio poi dello stesso giorno si compiacque col suo seguito, coll’intervento dei Missionari, Clero, Parrochi, e popolo in gran numero anche dei limitrofi paesi assistere ad una solennissima Processione, che si fece coll’Imagine venerata sotto il titolo della Misericordia. Fermatasi la Processione a metà del viaggio, il Prelato si rivolse alla Vergine con fervoroso colloquio implorando sopra tutti la S. Benedizione”. 6 da Lodovico Caracci12, riabbellì la Chiesa d’ogni sorta apparati ed argenterie, ed arricchì splendidamente il Benefizio ecclesiastico13. L’opera sì magnificamente inaugurata da Ercole fu condotta a termine dal suo nipote D. Alfonso Herbolani, che non risparmiò spese per sempre meglio fornire di arredi, di argenti, di case la diletta sua Cura. Fu egli, che compì la terza navata, ampliò e dipinse la sacristia, trasportò da Samone l’Altare di S. Pellegrino riccamente dotandolo. Chi scorra coll’occhio sopra l’elenco delle spese dell’Herbolani trova indicati come opera del suo zelo coadiuvato ancora e dal Comune e dalle Compagnie la balaustrata, una porta di noce, il Battistero di marmo, l’organo, il turibolo ed un raggio d’argento, e casa e porticato e teggia e pergola. A questo esemplarissimo Arciprete dobbiamo ancora il libro delle Memorie, che per l’epoca del governo degli Herbolani fornisce esattissime notizie, continuato poscia non senza interruzione dai loro successori14. Finalmente merita di essere ricordato, come sotto Alfonso soggiornassero in Semelano per tenervi le Sacre Missioni que’ due celebri Gesuiti che furono il p. Paolo Segneri ed il p. Gio. Pietro Pinamonti. Senza riportare la minuta descrizione, che ne danno le Memorie, trascriveremo il passo che riguarda Semelano dalla Relazione delle Missioni fatte su le Montagne di Modona dalli Molto RR. PP. Paolo Segneri e Gio. Pietro Pinamonti della Compagnia di Gesù l’anno 1672. “Alli 27 di Maggio si portarono i Padri alla Pieve di Semelano al solito lor modo, ed arrivati principiarono la Missione. Il giorno seguente si videro in buon ordine e numero le Processioni di Montetortore, di Montalbano, della Rosola, della Villa d’Aiano e del Castel d’Aiano... 12 Di questo quadro, che rappresenta il martirio dei due Apostoli parlano le Memorie continuate dopo l’Herbolani da altri. “Fu chiesto e levato alli 20 Gen. 1786 per ordine dell’allora regnante Ercole III Duca di Modena e collocato nella seconda camera del Ducale Appartamento in Modena e trasportato poscia cogli altri a Parigi. Lo notò ancora il diligentissimo Cancelliere Dott. Verzoni negli atti di visita di Mr. Sommariva”. Le Memorie raccontano come il Duca vi sostituisse un altro quadro dell’Assunta coi due Apostoli, finché l’Arciprete Ciceroni a sue spese collocò in Chiesa una copia del Caracci eseguita dal pittore Antonio Verni. Il quadro del Caracci viene ricordato dal dotto ed eruditissimo Marchese Giuseppe Campori nell’opera gli Artisti Italiani e Stranieri negli Stati Estensi; e memorato nella 3ª edizione della Descrizione de’ Quadri del Ducale Appartamento di Modena colle seguenti parole “Il Martirio de’ SS. Apostoli Pietro e Paolo alla presenza del tiranno. In alto vedesi Gesù Cristo in mezzo a gloria d’Angioli, due de’ quali con le Palme. Vedonsi in avanti alcuni manigoldi con attrecci del Martirio. Opera di ottimo disegno, e colorito della sua ultima maniera più robusta: figure alquanto minori del vero.” Il suddetto M. Campori ha trovato il quadro in discorso nella nota di quelli trasportati a Parigi, non già nell’altra dei quadri riconsegnati a Modena: com’egli stesso gentilmente mi avverte. Un altro fatto riferito dalle Memorie, e della cui autenticità non v’è ragione di dubitare, ci mostra il buon gusto degli Herbolani per le Belle Arti. D. Ercole teneasi carissimo nella sua stanza un dipinto, che dicesi, di Guido Reni rappresentante la Beata Vergine del Carmine, del quale venne poscia in possesso D. Alfonso. Questi scrive, come rubatogli venisse rinvenuto da una nobile fanciulla con tale e tanta gioie, che fece sonare le campane. 13 La nota dei moltissimi lavori eseguiti dal Sacerdote Ercole Herbolani con istraordinaria munificenza conservasi a gloria del Sacerdozio nelle più volte citate Memorie. 14 A’ tempi del terzo Herbolani, e nelle sue Memorie oltre l’Altar maggiore e la Compagnia del Ss. sono ricordati gli Altari del Rosario, di S. Giuseppe, della Mercede o S. Antonio da Padova e di S. Pellegrino e le Compagnie del Rosario, di S. Giuseppe e della Mercede, istituita quest’ultima dai pp. Carmelitani. In una carta della nostra Curia si nomina in tempi posteriori anche quella di S. Pellegrino. Vi si rammentano le feste di S. Giuseppe celebrate con tanto concorso da esigere l’opera di 8 o 10 Confessori (19 Marzo): ai 5 di Giugno la festa della supposta Consacrazione della Chiesa secondo un antichissimo Messale: ai 29 Giugno dei Ss. Pietro e Paolo: ai 16 Luglio della Madonna del Carmine: al 1 Agosto di S. Pellegrino: nella prima Domenica di Settembre si fa una solenne processione per un voto emesso in tempo di battaglie: nella Domenica prima di Ottobre si festeggia il Rosario. L’Herbolani ricorda ancora la funzione del Sabbato Santo, e noi trascriviamo l’elenco dei nominati perché si abbia un’idea di quella Congregazione, come sussisteva allora. Rettore di Montetortore Diacono co’ suoi Preti e Cherici, della Villa d’Aiano Suddiacono, di Mont’Albano, della Rosola, della Verucchia, del Castel d’Aiano, di Sassomolare, Cappellano di Montalto. Si noti peraltro, che le parrocchie di Villa d’Aiano, Castel d’Aiano, Sassomolare fino dal principio del corrente secolo furono distaccate da Semelano e fanno un Plebanato da sé sotto Villa d’Aiano ed incorporato nella vicina Diocesi bolognese. Si avverta inoltre che Montalto fu eretta Chiesa Curata sussidiale nel 1752 (25 maggio) e che una seconda sussidiale è nella villa Bertocchi, come mi scriveva il M. I. e R. D. Luigi Vighi attuale curato di Montalto. 7 Fu a Montetortore la prima gita di Semelano, eletta a farsi come la più faticosa, e questa subito corrispose con frutti grandi di paci e di penitenza. Le tante Croci in ispalla alle Genti di questa Missione armigere e sanguigne, in cambio delle solite carabine, parevano tanti miracoli del novamente canonizzato S. Lodovico Bertrando; e quelli che maggiormente erano stati del mondo per il passato, si facevano allora li promotori più efficaci della penitenza. Si fecero innumerabili paci, e tra queste ve ne furono di uomini principali, che aveano a vicenda sparso gli uni il sangue più prossimo degli altri, e ne stavano però talmente inviperiti, che non v’erano mezzi potenti a rappacificarli; onde quando questi dopo la predica della pace furono veduti correre ad un tratto ad abbracciarsi, fecero nel popolo tutto levare un grido di lode al Cielo, nè v’era cuore sì duro, che non si intenerisse, quando poi furon sempre veduti trattar insieme e pur insieme accoppiati camminare nelle Processioni e insieme disciplinarsi. In questa Missione v’era in colmo il giuoco, e questo fu anche distrutto, abbruciandosi quantità grande di carte, e si sentono ancora pubblicamente benedire ad ogni ora quei, che levarono tal occasione, per cui tante famiglie se n’erano andate disperse. In Semelano la Disciplina era frequentissima e fervorosissima e quando il Padre diceva nel licenziarsi: dimani vi aspetto tutti: si cominciò con alta voce, come se fosse stato un eco, a rispondere tutti, tutti, tutti, e ciò fu poi seguitato a rispondersi ancora negli altri luoghi, ed osservato sì fedelmente, che in tanti giorni piovosi, che le montagne hanno provato in quest’anno non si sono mai per mancamento di popoli tralasciate le divozioni. In questo luogo ancora si fece la Chiesa boschereccia15 in campagna per la Comunione generale e fu piantata nel prato vicino posto ad Occidente con ragguardevole architettura... e con la santa Benedizione solenne data alli 4 di giugno, festa delle Pentecoste, s’incamminarono i Padri alla volta di Maserno, passando a piè scalzi per le vie di Sassomolare, che sono così disastrose”16. L’ultimo Arciprete della famiglia degli Herbolani fu D. Gio. Pellegrino, che governò la Parrocchia con saggezza e zelo fino al Settembre del 1717, cessando di vivere in Samone sua patria, ove si era trasferito non meno per ragioni sue private, che per l’occasione di S. Missioni che vi si tenevano. Successe al governo della Chiesa D. Baldassare Franceschi nativo delle Braglie in Montetortore uomo di esimia pietà, dottrina e religione che diedesi tantosto ad emulare la generosità de’ suoi predecessori. Aggiunse un quinto Altare detto del Crocefisso, formò il Coro, ed una bella balaustrata, collocò convenientemente l’organo ed il pulpito: nel 1720 sotto la sua direzione furono ridotte ad una sola forma le panche della Chiesa, cinse il giardino di mura, fabbricò li portici col pozzo nel mezzo. A pro’ d’una parte del suo popolo di troppo distante dalla Plebana e divisone ancora da un torrente, edificò a tutte sue spese una Chiesa, la fornì di arredi, canonica, campanile, campane, e benefizio ecclesiastico, dedicandola nel 1744 a S. Antonio di Padova. Non contento di questo arricchì la sua Chiesa d’una seconda Cura sussidiale. Sempre caro al suo popolo e pieno di meriti cessò di vivere in età d’anni 72 alli 31 Agosto 1751. Un mese dopo la perdita del Franceschi fu eletto ad Arciprete il Dottor Giacomo Baraldi di Rovereto nel Carpigiano. Fu uomo di scienza, probità e rara modestia, sollecito ed assiduo al disimpegno del suo Ministero, acerrimo difensore dei diritti della sua Chiesa, indefesso nello studio e nel disbrigo dei molteplici affari, che gli erano affidati dai Superiori suoi; visse urbanissimo con tutti ma ritirato; mostrossi splendido all’uopo; fu caritatevole co’ poverelli, generoso colla sua Chiesa fornendola d’argenterie e di sacri arredi. Regalò ancora la Cura di Montalto d’un turibolo d’argento. Alli 12 Maggio del 1784, oltrepassati già gli ottanta anni, ritirossi in Modena a vita privata continuando a beneficare la sua diletta Semelano: e non è a tacersi il dono che fece alla scuola di L. 300017. 15 Queste Chiese si disegnano, si misurano e si architettano dal p. Segneri sempre differenti, ma sempre ancor riguardevoli per la nobiltà del disegno e per la vaghezza della struttura. In queste spende tutto quel tempo, che ruba dalle funzioni ordinarie con tanta alacrità ed applicazione, che sembra quello il primario impiego, che abbia (v. la cit. Relazione). 16 Un’altra Missione ebbe luogo nel 1857 per opera dei zelantissimi Sacerdoti bolognesi della Congregazione dal Ven. Dal monte diretti dall’instancabile Don Angelo Cappucci. 17 Il suddetto Curato di Montalto in una lettera ricorda la disposizione testamentaria di M. Giacomo Baraldi Protonotario Apostolico (Modena 29 ottobre 1801 a rogito Azzolini) colla quale lascia ai poveri di Semelano, di Montalto e Bertocchi l’annuo frutto ricavabile sopra un censo di Mod. ab. Lire 16,000 in questa norma; L. 420 ai poveri di Semelano, 8 Successore al Baraldi fu D. Pellegrino Ciceroni di Montalbano, che intraprese il governo della Plebana alli 7 Giugno del 1784. Fornito com’era di lettere esercitò l’ufficio di Predicatore e Missionario. Come si narra nelle Note fu egli che fornì la Chiesa di Semelano d’una copia del Quadro del Caracci. Infermatosi d’un umore gangrenoso in un dito d’un piede, passò a Bologna per la Cura e quivi trovò invece la morte alli 16 di Marzo del 1803 in età d’anni 58. Nell’anno medesimo fu eletto a Parroco D. Pietro Pigioli Missionario Apostolico, che arricchì la Chiesa d’un buon organo e d’altri opportunissimi oggetti. Al Pigioli successe nel 7 Gennaio 1825 D. Pietro Marasti, il cui nome suona benedetto sulle labbra di quel buon popolo. A ricordare solo pochissime cose; nel 1831 si compiè l’opera del campanile quasi distrutto da un fulmine; nel 1829 e nel 1830 si eressero in luoghi più sicuri la Chiesa e la Canonica di S. Antonio dei Bertocchi Sussidiale di Semelano; negli anni 1836 1837 sonosi fabbricati i Cemeteri della Plebana e delle due Sussidiali. L’egregio Parroco nel notare le spese occorse per tai lavori tributa la debita lode all’Illustriss. ed Ecc. sig. Dott. Giuseppe Bertelli Sindaco di Montese, attuale capo luogo di Semelano. Nelle Note si fa menzione delle S. Missioni tenute nel 1857 in Semelano, dovute anch’esse all’illuminato zelo di quell’ottimo Pastore. Ci spiace, che la molteplicità delle materie trattate in questo libretto non ci permetta per le angustie del tempo d’approfittarci della gentile profferta fattaci dall’Illustriss. sig. Curato D. Luigi Vighi di due funebri elogi dedicati alla memoria del rimpianto Arciprete Marasti. Noi di buon grado gli avremmo accettati, se ci fosse stato possibile di compilare un catalogo biografico degli Arcipreti dell’insigne Plebana. Ma pel manco di notizie all’uopo ci siamo limitati in un solo articoletto di porgere brevissime notizie sopra alcuni pochi Pastori: ben contenti di terminarle col nome del venerando Marasti, e con quello del degno suo successore, il chiaro e pio Professore D. Domenico Lenzini, che Dio conservi lunghi anni al decoro della sua Chiesa, ed al vantaggio del suo popolo. I Montecuccoli di Montese - Percorso storico item 420 a quei di Montalto, item 120 a quei di Bertocchi e queste da distribuirsi ogni anno a giudizio del Cancelliere del Comune di Montese e del Cancelliere del Comune di Montalto, quale tuttora è in vigore. Ci spiace, che la brevità del tempo non ci permetta di far tesoro di altre notizie communicateci in lettere posteriori dallo stesso D. Vighi. Esse collocate convenientemente avrebbero servito a rendere vieppiù cara e preziosa la memoria del Baraldi e del Marasti. Siaci peraltro permesso qui a mo’ d’appendice ricopiarle dal foglio del degno Curato. “Nelle Memorie di Semelano non sarà facilmente stato registrato il dono fatto alla Chiesa di Montalto d’un Messale con legatura lavorata in argento portante da una parte l’effigie di S. Giorgio nostro Protettore e dall’altra lo stemma prelatizio dell’ottimo Arciprete; come altresì non sarà stata fatta menzione di un Reliquiario di singolare bellezza ceduto dallo stesso alla suddetta Chiesa, nel quale si contiene un’insigne reliquia del Santo Patrono. Venendo poi al Marasti, chi si diffondesse a ricordarne la vita, farebbe cosa sopra ogni dire gradita. Sotto di lui furono tenute non poche Missioni predicate quando dal benemerito D. Domenico Rinaldi e quando dall’egregio Cappucci. Nel suo testamento oltre altre elemosine ai poveri lasciò un fondo di ital. L. 341 all’opera del Purgatorio di Semelano, ed altre L. 341 alla Fabbriceria della Pieve”. 9