Carissimi,
mentre questo numero del “foglio” viene stampato, con i Consiglieri Regionali saremo ad Ars per gli esercizi spirituali in sostituzione del tradizionale viaggio studi. Come ben sapete il S. Padre Benedetto XVI venerdì 19 Giugno 2009 — giornata tradizionalmente
dedicata alla preghiera per la santificazione del clero - ha indetto
ufficialmente un “Anno Sacerdotale” in occasione del 150° anniversario del “dies natalis” di Giovanni Maria Vianney, il Santo Parroco
di tutti i parroci del mondo. Sarà una occasione privilegiata per noi,
impegnati nell’accompagnamento spirituale della Coldiretti, vivere
questo momento di grazia nel contesto “santo” del S. Curato d’Ars modello di Sacerdote e Parroco rurale “uno che ha speso la vita a
dire la Messa, confessare, evangelizzare, soccorrere i poveri e i malati. Con una fede debordante dal cuore”.
Partiamo con negli occhi le immagini di Piazza San Pietro dello scorso 16 maggio. Un evento quello che, parafrasando il Card.
Bagnasco, sicuramente è servito a riscoprire l’unità della Chiesa attorno al successore di san Pietro, e più in concreto a manifestare
l’adesione filiale al suo limpido magistero e alla sua testimonianza
cristallina. All’esterno del mondo cattolico credo che una "piazza"
così lieta e serena potrà essere un messaggio positivo di maturità
umana che non potrà che riverberare sul clima generale della nostra
società, spesso divisa artificialmente anche sulle questioni più scottanti.
In questo numero anche l’ultima parte delle trascrizioni degli
interventi al Convegno nazionale del settembre scorso. A breve spero
di potervi inviare gli atti completi in CDR interattivo.
Auguri e buon lavoro.
P. Renato
IN QUESTO NUMERO
EDITORIALE
NEWS
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Nuovi Consiglieri Ecclesiastici
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Giornata di Spiritualità - Monastero St. Oyen 26/3/2010
DOSSIER
Speciale XXXVI Convegno/ 3° parte
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Terza Sessione: Le risposte
La Cooperazione - Prof. ssa Vera Negri Zamagni
Per un nuovo modello di sviluppo - Dr. Franco Pasquali
Economia di comunione - Prof. Benedetto Gui
Responsabilità sociale d’impresa Prof. Francesco Compagnoni
Economia di felicità, commercio equo e solidale Prof. Leonardo Becchetti
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Quarta Sessione: Per l’azione
Non è solo una crisi finanziaria ed economica Don Franco Appi
BACHECA
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La sfida educativa - Don Ivo Piccinini
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Dalla Segreteria di Stato
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Programma Esercizi Spirituali per soli Sacerdoti e
Diaconi
Ars 31 maggio-4 giugno 2010
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EDITORIALE
P.za San Pietro 16 maggio 2010
Normalmente siamo abituati a vedere le piazze riempirsi in occasione
di celebrazioni particolari, per esprimere dissensi e consensi, per esercizio di democrazia, per fare festa. La piazza è il luogo privilegiato nella quale la “società civile” fa sentire la sua voce e, spesso da
voce a chi non ha voce.
Il 16 maggio in Piazza San Pietro, normalmente luogo di celebrazioni
liturgiche, udienze pontificie, è andato in scena il popolo delle Aggregazioni di ispirazioni cristiane. Decine di migliaia di laici cristiani
hanno testimoniato con la preghiera e la presenza gioiosa il loro affetto al papa Benedetto XVI e alla Chiesa tutta, in particolare ai sacerdoti, il loro affetto e la loro vicinanza.
Un’occasione per rendere visibile la solidarietà al Santo Padre, proprio in questo momento di particolare travaglio per la Chiesa, confermando al successore di Pietro fiducia e amore filiale. Il Presidente
Marini così ha riassunto il significato della presenza della Coldiretti:
“In un contesto di crisi di valori dobbiamo difendere tutti insieme
l’autorevole voce che ribadisce la necessità di avere punti fermi per
una società più giusta e a misura d’uomo”.
Il Presidente del Movimento del Rinnovamento nello Spirito ha sottolineato: “Scopo di questa iniziativa è stringersi, nel grande abbraccio della preghiera, al Santo Padre Benedetto XVI e ribadire visibilmente al Pontefice vicinanza spirituale per le incomprensioni che soffre testimoniando al mondo la caritas in veritate. Se Pietro soffre, tutta la Chiesa soffre; e dove è Pietro, là devono essere tutti i cristiani.
Nella Chiesa noi abbiamo imparato ad amare e a servire il bene di
tutti e di ciascuno; siamo diventati uomini e donne migliori. Ora, portarsi all’ombra di Pietro, il 16 maggio, significa ribadire questa verità
alla nostra coscienza e a quanti ci chiedono ragione del nostro essere
cristiani”.
Nel commentare l’evento il Presidente della Conferenza Episcopale
Italiana, Card. Bagnasco ha sottolineato : “In questo spontaneo movimento del mondo laicale emerge, a mio avviso, quel genuino sensus
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fidei del popolo cristiano che sa bene dove stare e chi seguire. La gente
apprezza quel che il Papa sta facendo per la Chiesa e intende esprimere
la sua vicinanza non perché Benedetto XVI si senta intimidito, solo o
in pericolo, ma perché si vuole con questo gesto così semplice e immediato aderire personalmente a quell’opera di auto-purificazione della
Chiesa, che è sempre necessaria ed oggi urgente”.
Negli ultimi viaggi apostolici a Malta e in Portogallo il Papa ha mostrato con forza il volto di una Chiesa che sa vedere la profondità delle
miserie personali e sociali; che non si arrende dinanzi ai mali che attentano alla dignità dell’uomo, in special modo dei più piccoli; che non
ha vergogna di chiamare le cose con il proprio nome, spesso doloroso,
ignobile, criminale; che sa piangere, soffrire e offrire consolazione; che
non dispera e che alle ragioni del pessimismo sa offrire la verità di Cristo, speranza che mai delude. Concetti questi ultimi richiamati nella
prolusione del Card. Bagnasco all’assemblea dei Vescovi italiani dello
scorso 24 maggio.
Piazza San Pietro il 16 maggio, festa dell’Ascensione, è stato un segnale anzitutto per tutti i credenti. Per tutti è sembrato echeggiare quel
“uomini di Galilea…” è tempo di continuare senza paura a costruire il
“Regno”.
Padre Renato Gaglianone
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NUOVI CONSIGLIERI ECCLESIASTICI
BIANCALANI DON LEONARDO
Consigliere Ecclesiastico Diocesano
Parrocchia San Giacomo
Via G. Marconi, 2
57039 Rio Nell’Elba Isola D’Elba
GIORNATA DI SPIRITUALITA’
Monastero Benedettino St.Oyen - 26 marzo 2010
Miei cari Amici,
in occasione della Pasqua, e considerando che il Battesimo ha
fatto di voi una Chiesa viva, permettetemi di rivolgervi questo affettuoso invito a partecipare a mezza giornata di spiritualità, che avrà
luogo presso il Monastero Benedettino di St. Oyen, venerdì 26 marzo
prossimo, con il seguente programma:
14,15: arrivo e sistemazione nell’accogliente Casa Ospitaliera 14,30:
riunione in Chiesa con le Monache, per il canto di Nona.
15,00: nel salone, riflessioni bibliche della Madre Superiora, sul come vivere la Fede nel nostro lavoro.
16,15: dopo la meditazione della Madre, tempo libero per le riflessioni.
17,00: presso il salone della Casa, riflessioni sull’importanza della
dimensione religiosa nel nostro servizio, poi tempo libero.
18,00: presso la Cappella, celebrazione della Via Crucis.
19,00: cena comunitaria offerta dalla direzione.
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Ognuno si porti il necessario per prendere eventuali note personali.
Non credo che il programma sia troppo gravoso. Questo è un momento di rara spiritualità che vi viene offerta, dalla quale poter trarre validi propositi. Alcuni suggerimenti:

Utile creare in noi e attorno a noi un ambiente di raccoglimento,
sia a livello personale che comunitario. Dopo la meditazione
della Madre, riflettete sulle proposte emerse. Non abbiate paura
del silenzio: è un amico che ci fa ascoltare la parte migliore di
noi stessi, che troppo sovente non abbiamo né tempo né voglia di
ascoltare, Voce che forse ha da rimproverarci lo scarso peso
che noi diamo ai nostri doveri di battezzati.

L’incontro con le Suore Benedettine, ci deve far riflettere: sono
quasi tutte giovani, quasi tutte laureate - quindi con notevoli
possibilità sul piano umano - eppure hanno preferito abbandonare redditizie professioni per gregoriano, di penitenza, di lavoro silenzioso, che inizia alle quattro del mattino, e si conclude a
sera tardi … Spreco colossale o stupenda scelta? Giocano forse
la propria vita per il nulla? O saggiamente hanno scelto la parte
migliore, che noi troppo sovente dimentichiamo?

Non dimentichiamo che questo incontro è un dono che la Provvidenza ci offre per meglio valorizzare quelle ricchezze interiori
che Dio ci ha dato. Per questo ti auguro di saperlo valorizzare
per la tua vita di credente.
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Permettimi di offrirti questo modesto opuscolo “Per servire la
speranza”, come augurio pasquale. Ti aiuterà a ritrovare quei
valori che forse hai involontariamente perso.

Ringrazio vivamente il Direttore, che con fine sensibilità, mi ha
concesso di organizzare questo incontro. E grazie anche per la
cena che ci offre.
Amato don Chatrian
Consigliere Ecclesiastico Regionale Valle d’Aosta
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SPECIALE XXXVI CONVEGNO/ 3° PARTE
Terza Sessione: Le risposte
La Cooperazione - Prof. ssa Vera Negri Zamagni
Per un nuovo modello di sviluppo - Dr. Franco Pasquali
Economia di comunione - Prof. Benedetto Gui
Responsabilità sociale d’impresa Prof. Francesco Compagnoni
Economia di felicità, commercio equo e solidale Prof. Leonardo Becchetti
Quarta Sessione: Per l’azione
Non è solo una crisi finanziaria ed economica Don Franco Appi
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La Cooperazione
Prof.ssa Vera Negri Zamagni
Ho bisogno di una premessa. Oggi ci stiamo confrontando con un
grande passaggio d'epoca che è ulteriore rispetto a quello che abbiamo fatto in Italia qualche decennio fa. Il primo passaggio d'epoca è
stato dall'agricoltura all'industria. In alcuni paesi è stato fatto in secoli
precedenti, ma in Italia siamo stati tardivi in questo, ma poi lo abbiamo fatto. Poi il passaggio a cui ci stiamo confrontando adesso è
dall'industria ai servizi. Che cosa ci ha insegnato l'era industriale?
L'era industriale ha insegnato al mondo come aumentare le quantità
nella maniera più efficiente possibile e come governare sistemi di
grandi dimensioni. Questo è qualcosa che prima non c'era, perché
l'artigianato era di piccole dimensioni, produceva piccole quantità,
magari anche molto di qualità. Questa era industriale ha portato molti
benefici. Noi abbiamo bene in mente quali siano questi benefici: il
mondo non è più un mondo di scarsità come era prima della rivoluzione industriale. Poi non ho bisogno di aggiungere altro perché tutti
sanno quali sono i benefici dell'era industriale. Però ha anche lasciato
una serie di problemi. Intanto il materialismo. L'industria produce
beni materiali e questa concentrazione dell'idea di produrre beni materiali porta a pensare che accumulare beni sia l'obiettivo della vita.
Inoltre l'organizzazione del lavoro ha subito una gerarchizzazione.
L'impresa industriale ben organizzata e funzionante è verticalmente
organizzata. Prendete a modello l'impresa automobilistica, ma da
questo punto di vista sono tutte uguali, hanno una forte gerarchia, una
piccola élite di ingegneri ed economisti aziendali che governano e gli
altri che sono degli esecutori materiali più o meno validi. Poi l'industrializzazione ha portato ad una omologazione, perché i beni sono
standardizzati in vista della moltiplicazione in quantità e della produzione efficiente, con una forte perdita del desiderio del valore della
diversità. Infine ha portato a una vasta disumanizzazione dei rapporti
perché nella grande impresa questo è inevitabile. La più grande impresa del mondo è Walmart, che fa distribuzione commerciale e ha 2
milioni di addetti. Chi la dirige non può conoscere tutti gli addetti che
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sono sparsi in 52 paesi del mondo, quindi governa sui numeri che
gli danno i suoi collaboratori. Il passaggio ai servizi può far fare un
salto di qualità al nostro sistema. Infatti nei servizi domina l'immateriale, nel senso che quando uno va all'ospedale riceve delle medicine, un'operazione, ma si tratta di una conoscenza utilizzata e applicata con la finalizzazione dello star bene delle persone, che non è
materiale anche se la persona ha un aspetto materiale. In un concerto si usano degli strumenti che sono materiali, ma si produce musica che non è materiale quindi predomina l'immateriale rispetto al
materiale. Per quanto riguarda la qualità il servizio è fornito bene
quando ha una qualità più che una quantità. Inoltre il servizio deve
essere personalizzato rispetto ai voleri del musicista, per esempio, o
alle necessità del malato e quindi personalizzazione, diversificazione e umanizzazione perché il servizio viene prodotto contestualmente a chi lo utilizza. Spiego spesso, quando faccio questo confronto, che l'operaio che produce la macchina non vede l'utilizzatore finale dell'automobile. Può cantare e bestemmiare mentre produce l'automobile, ma chi riceverà l'automobile non lo sa e quando la
compra non è interessato a questo. Invece se io ho un'infermiera in
un ospedale che tratta il malato come una valigia invece che come
una persona mi lamento, perché non può farlo. Se invece di dirgli
una parola gentile, lo maltratta e lo insulta significa che il servizio
non va, perché deve essere prodotto in una maniera più umana rispetto alla produzione industriale. Cosa c'entra la cooperazione con
tutto questo? Se nell'industria il governo gerarchico prevale, nei
servizi il modo migliore che serve a dominare tutto è la cooperazione che lascia ampi margini di autonomia ai lavoratori e alle imprese
e offre strumenti per realizzare economie di scala e circolazione di
informazione che oggi sono necessari per far sopravvivere qualunque impresa. Quindi questo è un punto fondamentale. La cooperazione risponde meglio alla produzione di servizi che non ad altre
forme di tipo capitalistico industriale perché lascia in esistenza autonomia e capacità di individualizzazione dei vari bisogni e dei vari
obiettivi da parte di singoli agenti. Allo stesso tempo è in grado di
provvedere alla messa in comune dei servizi comuni, con le masse
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critiche, con la circolazione dell'informazione che le aziende isolate e
piccole non potrebbero fornire. La cooperazione ha poi sempre svolto
un ruolo di autopromozione di quanti non volevano vendere i propri
servizi ad un padrone per ragioni di dignità, di rifiuto dello sfruttamento e continuerà, a mio modo di vedere, a svolgere questo ruolo.
Voglio qui citare da un libro sulla cooperazione che ho scritto con
mio marito, il primo dopo quarant'anni di lavoro comune, che si intitola "Cooperazione". Tra le varie cose che cerchiamo di illustrare ce
n'è una importante qui: nell'ottocento molti economisti importanti
avevano capito il valore della cooperazione. Voglio citare un passaggio molto famoso che non credo voi conosciate, mentre tra gli economisti è abbastanza noto. John Stewart Mill scriveva: la forma di associazione che, se l'umanità continua a migliorare, ci si deve aspettare
che alla fine prevalga non è quella che può esistere tra un lavoratore e
un capo, ma l'associazione degli stessi lavoratori su basi di eguaglianza, che possiedono collettivamente il capitale con cui svolgono la loro attività e che sono diretti da manager nominati e rimossi da loro
stessi. C'è un se che vorrei ribadire: se l'umanità continua a migliorare. Certamente non è detto che questo sempre si realizzi. Nel periodo
industriale una serie di condizioni che non posso qui approfondire
hanno fatto sì che il tipo di organizzazione gerarchica nota nelle
grandi multinazionali sia stato privilegiato rispetto a una organizzazione di tipo cooperativo. Però la cooperazione c'è stata nel periodo
industriale, quando si è particolarmente concentrata nel settore agricolo e della distribuzione commerciale e della finanza. Quindi vedete
come agricoltura e servizi e finanza e distribuzione commerciale si
intrecciano. Devo dire infatti che il connubio tra cooperazione e industria non si è mai realizzato pienamente per i motivi che ho spiegato
mentre il connubio tra cooperazione e agricoltura e tra cooperazione
e servizi è invece stato vincente. Io penso che oggi ci sia un modo di
mettere insieme agricoltura, cooperazione e servizi in un modo veramente virtuoso. Penso infatti che oggi l'agricoltura possa collegarsi
con il mondo dei servizi forse meglio e con maggiore successo che
non il collegamento che ha avuto in passato con il mondo industriale.
In ogni caso penso davvero che questo sia il momento in cui l'agri11
coltura si debba porre in questa direzione perché il mondo industriale è un mondo in cui un tipo di organizzazione più favorevole all'agricoltura, la cooperazione, non si è mai affermato. Devo poi dire
che oltre alla capacità della cooperazione di agire bene e di essere in
grado di offrire strumenti validi per l'organizzazione dell'agricoltura
e per quello dei servizi, la cooperazione produce anche esternalità
positive molto forti che sono particolarmente utili in qualunque periodo storico, ma forse nel mondo attuale lo sono ancora di più. Infatti la cooperazione tende ad abbassare i conflitti perché li internalizza, non perché li esorcizza. Cerca cioè di affrontarli in maniera
cooperativa invece di lasciarli scoppiare sul mercato in un modo
magari distruggente. La cooperazione sta poi alla base della democrazia economica. Infatti la tendenza delle grandi imprese capitalistiche industriali e non industriali è alla fusione. Pensiamo anche
alle banche. Questo comporta la disumanizzazione di cui parlavamo, mentre la cooperazione è democratica e favorisce il mantenimento della democrazia. Inoltre favorisce il radicamento delle attività economiche sul territorio perché la cooperazione lavora dal
basso e localmente, non ha la tendenza alla delocalizzazione tipica
del grande capitalismo industriale. Tende inoltre alla umanizzazione
del mercato perché questo atteggiamento cooperativo che si esercita
all'interno delle organizzazioni cooperative forma la mente ad un
approccio cooperativo anche fuori perché se qualcuno si comporta
così tende a imparare e a capire quali sono i vantaggi di comportarsi
in maniera cooperativa. Ho un'ultima osservazione. Qualcuno di voi
può conoscere la cooperazione così come è nella realtà, come si manifesta nella Lega Coop o nella ConfCooperative. So benissimo che
esistono dei conflitti, che non tutto va per il meglio e se volete in
questo libro abbiamo discusso parecchio di questi temi. C'è un aspetto che mi piace ricordare qui. Quando parlo di cooperazione, se
le imprese cooperative vengono gestite allo stesso modo delle imprese capitalistiche allora usurpano un nome di forma di impresa
che in realtà non praticano. Purtroppo nel mondo italiano c'è qualche esempio di cooperative che si sono ingrandite, che non hanno
capito che non si può prendere un manager qualunque per dirigere
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una cooperativa e che pensano di poter sacrificare qualunque cosa
all'efficienza nella produzione della quantità. In questi casi la storia
della cooperativa finisce là. Magari l'azienda continuerà a chiamarsi
così, ma non lo è più nei fatti.
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Per un nuovo modello di sviluppo
Dr. Franco Pasquali
Innanzitutto grazie dell'invito. Ne approfitto per ringraziare i relatore
che sono stati molto stimolanti in una stagione carica di attese, paura,
insicurezza in cui la crisi indubbiamente si traduce sulle spalle di ognuno, di ogni associato. Ovviamente c'è bisogno di iniziare a tracciare con una certa forza anche un progetto di futuro. Oggi credo che
si possa incontrare con le richieste. Avere chiaro un progetto di futuro fa parte delle responsabilità che noi abbiamo, che ognuno di noi
ha. Peraltro noi lavoriamo con i nostri associati, 1.500.000 persone
che fanno riferimento a 750.000 imprese che tutti i giorni guardano
al mercato che oggi ha delle difficoltà fortissime. Questa è una delle
incongruenze che si leggono oggi. Oggi 10 settembre il prezzo del
cibo a livello mondiale è estremamente penalizzato. Ci sono azioni
dirompenti di produttori agricoli, di imprese agricole in Canada, in
Francia (in Italia ci sono molte tensioni sui prezzi), ma anche nel sud
come in India. Ci sono interrogativi di fondo sul cibo che portano ad
un assestamento. Però dobbiamo vedere questa situazione anche con
un progetto di futuro. Coldiretti si è messa in campo. Stamattina ho
apprezzato alcune sottolineature, iniziando dal primo momento e fino
a Monsignor Crociata che richiamava l'importanza dell'intermediazione, della conoscenza, della formazione. Noi oggi abbiamo un
grande strumento che è l'enciclica che però deve essere mediato anche per chi ne ha bisogno, altrimenti non si trova una sintesi. Coldiretti vuole toccare con mano il fatto che si possa riscrivere un settore
come l'agricoltura, che si presenta oggi come un laboratorio anche
rispetto a quelle definizioni classiche di cui parlava Vera Zamagni.
Oggi l'agricoltura è un crogiuolo di sintesi e di modi che si incontrano tra il vecchio modo di fare azione e la nuova necessità di dare servizi sul prodotto, sull'ambiente sulla qualità della vita. È quindi una
figura molto proiettata su un nuovo modello di sviluppo, non più sul
vecchio modello fordista che ha dimostrato di essere in grande crisi.
L’agricoltura è in forte innovazione.
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Non a caso noi abbiamo lanciato un lessico nuovo. Uno può essere
d'accordo o meno, ma noi stiamo affrontando la crisi con un lessico
nuovo che dietro ha anche dei contenuti, come vendita diretta, farmer
market, chilometro zero, l'origine del prodotto che anche la FAO ha
chiesto in termini generali ai paesi del terzo mondo. Quindi un'impresa multifunzionale. Coldiretti si è fatta portavoce di questo progetto a
livello nazionale da cui è derivato il dialogo con il consumatore, che
è un elemento innovativo dell'enciclica e che è molto interessante. Io
sono d'accordo con Compagnoni, quando sottolinea l'importanza
dell'impresa. Poi dice: caro popolo, voi siete tutti consumatori. Parlando soltanto all'impresa l'effetto non sempre si raggiunge. E invece
parlando al popolo intero si parla di responsabilità dell'acquisto, che
riguarda tutti. Noi possiamo sollecitare un nuovo consumerismo nel
nostro paese. Noi abbiamo una sfida forte come mondo cattolico. Noi
abbiamo fatto un patto con il consumatore. Si tratta di esperienze interessanti come tutte le cose nascenti, ma il mondo cattolico, di fronte
a questi stimoli deve impegnarsi o impegnarsi di nuovo a creare le
condizioni per un consumo responsabile che significa dare la conoscenza al consumatore che deve anche capire cosa significhi fare un
acquisto responsabile, che deve vedere il percorso corretto che ha
fatto un determinato prodotto, se dietro c'è un lavoro di verità, se c'è
il rispetto del territorio, se una tale azienda non ha usato gli OGM.
Noi possiamo condizionare in maniera forte e decisiva anche le nuove egemonie. Una volta si parlava delle egemonie nelle sementi Oggi
le nuove egemonie nascono da un nuovo possesso dei terreni. Oggi
c'è in gioco una situazione drammatica, poco illustrata e qua il lessico
nuovo è importante come è importante il raccontare. Voi sapete tutti
come la nuova acquisizione dei terreni fertili abbia ridotto i terreni
fertili. Questi terreni fertili però non sono in mano alle popolazioni,
alle comunità di quei territori che oggi subiscono un saccheggio non
più coloniale, ma dato dall'acquisto di questi terreni. Questo accade
in quei paesi che hanno governi con strutture che possono avere una
verticalizzazione decisionale molto rapida e decisa, come la Cina,
alcuni paesi asiatici, molti paesi africani, alcune aree del sud America, dell'Indonesia. Non riguarda soltanto noi imprenditori agricoli che
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possiamo trovare dei competitori in questi paesi, ma di tutti. E' il problema di chi consuma perché quei provvedimenti servono anche per
regolare il consumo. Parliamo della finanza: non è ininfluente. Noi
dobbiamo sapere che ogni giorno votiamo, comprando. La proprietà
non è indifferente, ma anche il mondo cattolico, sul discorso dei fondi, deve alzare di più la voce. In questi giorni si sta discutendo negli
Stati Uniti di come occorra limitare l'intervento dei fondi sui Futures
alimentari che due anni fa hanno creato delle bolle pericolosissime.
La bolla dei cereali di due anni fa ha portato ad una esplosione e ad
una ricaduta con dei danni che ancora stiamo subendo. Quindi noi
abbiamo necessità di un elemento più stabile. Oggi c'è molta liquidità. Questa crisi ha creato disoccupazione a due cifre nel mondo, ma
anche una liquidità che non sa dove andare perché deve andare su
cose reali, concrete, sicure, tra cui il cibo. Faccio questa premessa
perché se negli Stati Uniti, si inizia a ragionare su come limitare i
futures, ipotecando così i prodotti, bisogna fare in modo che tutti gli
operatori della filiera, traducendo la responsabilità che viene richiamata anche dall'enciclica sui consumi, percorrano questa strada.
Questo è coerente con il progetto di Coldiretti. Noi stimo facendo un
grande sforzo nel ridisegnare alcuni elementi di rappresentanza. Oggi
Coldiretti sta guardando alla nuova impresa multifunzionale che ha
un momento cooperativo da gestire in maniera più forte. Vera Zamagni sottolineava l'importanza della cooperazione che è buona se rimane nella sua originalità. Purtroppo una maggioranza delle cooperative nel nostro paese non ha saputo mantenere quegli elementi distintivi che sono le loro originalità. Ovviamente serve anche un ruolo
forte della pressione della persona e dei territori dove si trovano senza bisogna scimmiottare, con disastri immensi, modelli veteroindustriali. In questi casi oltre alla trattativa per andare a prendere denari
pubblici c'è anche la necessità di metterli in progetti fasulli e vecchi.
Questo non si può più fare. Perché Coldiretti ha iniziato un processo
con altre centrali cooperative cercando di fare un progetto con l'UNCI? Perché noi abbiamo preso atto del fatto che nel tessuto della rappresentanza attuale c'era immobilismo. Tutto si è fermato. Uno degli
elementi più delicati è stata la conservazione che sta prevalendo. Noi
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dobbiamo riuscire a utilizzare questo periodo che non sarà corto, perché tutti si sono resi conto che i segni + ci sono, ma servono almeno
otto anni perché ci si riprenda stabilmente, per chi ha un'idea di futuro
di rete, di sfruttare una parte degli strumenti che qui sono stati illustrati. Un altro fatto importante è uno sviluppo che abbia una dimensione
territoriale e ambientale. Nel nostro paese gli attori sociali, i corpi intermedi che possono avere una forza nel creare una sensibilità ambientale decisa non sono molti. Anzi l'ambientalismo laico è in crisi. Questa è una nuova responsabilità. Il mondo cattolico non può chiamarsi
fuori a rivedere il consumerismo che vede un'ecologia naturale e forte.
I segnali dell'enciclica sono molto forti. Io sono stato molto colpito dal
discorso di Benedetto XVI quando stava in Val d'Aosta. Lui richiama
l'enciclica e dice che spera possa rinnovare il mondo. Non si tratta di
un obiettivo piccolo. Io mi aspetto che questa enciclica rinnovi il mondo! Mi sembra che la cosa sia chiara quindi noi abbiamo veramente un
bel campo su cui giocare. Non dobbiamo fermarci nella conservazione.
Noi della Coldiretti abbiamo cercato di rompere con i luoghi comuni.
Pensate ad una associazione agricola che parla con i consumatori, gli
ambientalisti. Noi abbiamo iniziato questo cammino alcuni anni fa.
Oggi ne stiamo raccogliendo il frutto. Possiamo parlare con autorevolezza anche in Europa di questa esperienza. I nostri colleghi europei
erano un po' scettici, ma oggi i francesi, per esempio, cominciano ad
assecondare questo tipo di discorso, perché le vie di uscita sono: dare
responsabilità, fare un racconto dietro quello che fai. Inoltre chi fa rappresentanza deve avere un progetto chiaro e un racconto comprensibile
che faccia sognare altrimenti si risponde soltanto alla pancia degli associati, non si fa impresa che risponde a dettami che rispettano l'uomo.
Quindi se tu non hai un progetto da porre davanti a te e che dia delle
soddisfazioni (perché i nostri associati si confrontano ogni giorno con
il mercato e quindi devono ottenere vantaggi da questo punto di vista)
bisogna rileggere la filiera. Per quanto riguarda il filmato non c'è solo
la grande distribuzione in Italia che crea strozzature e che è inefficiente. Abbiamo anche cinque grandi piattaforme che gestiscono la grande
distribuzione. Questo significa che il formaggio Parmigiano Reggiano
di una collina reggiana che ha nella sua zona due o tre supermercati
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potrebbe soddisfare il mercato andando su quegli scaffali distanti un
chilometro e mezzo. Invece deve andare a Milano, perché la piattaforma della Coop è a Milano, essere impacchettato e tornare indietro.
Ho fatto uno dei casi meno eclatanti. Quando ci raccontiamo questa
cosa e la raccontiamo agli addetti ai lavori si parla dell'economia di
scala, che è così e non ci si può fare niente. Però è così solo se ci sono il rispetto di questi parametri fordisti vecchi. Ma il mercato non è
fatto soltanto da domanda e offerta, ma anche da sentimenti. Io non
sono un bravo giocatore di borsa, ma le borse ci hanno dimostrato
che lavorano su tutto tranne che su dati oggettivi. Quindi c'è tanto
spazio nella nostra responsabilità. Coldiretti ha voluto mettere in moto questo percorso. Chiudo dicendo che, da segretario della Coldiretti, sono impegnato anche in altre situazioni del mondo cattolico, come "Reti in opera", che mi hanno portato alla Settimana Sociale della
Chiesa Italiana, che si è data una sfida: fare un'agenda per l'Italia.
Quindi noi dobbiamo fare una cosa: diamo l'enciclica per letta, ma
rileggiamola anche nelle nostre sedi della Coldiretti. È un documento
che si legge molto bene. Leggiamola due volte. Si tratta di uno strumento molto importante. Serve inoltre anche una formazione di base.
Non orecchiamo soltanto le cose da una sintesi giornalistica che riporta solo quello che serve al giornale. Così facendo possiamo partecipare ai grandi eventi del mondo cattolico. Mi auguro che l'attenzione della stampa cattolica ci sia anche sulle cose vere, non solo sul
gossip. Io sono ottimista, credo che la Settimana Sociale dei cattolici
italiani abbia una grande attenzione perché avverrà in un momento
delicato dello sviluppo del paese. Allora facciamoci attori nel leggere
l'enciclica. Abbiamo i dirigenti, i consiglieri ecclesiastici. Diventiamo quel fermento che chiede l'enciclica. Grazie.
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Economia di comunione
Prof. Benedetto Gui
Un saluto a tutti. Sono Benedetto Gui e insegno all'università di Padova. Sono coinvolto in questo progetto che avete sentito "Economia
di comunione". Sono coinvolto in questo dialogo tra l'esperienza più
vitale e cooperativa e il mondo dell'economia. Devo dire che gli anni
di partecipazione a questo progetto sono stati molto fertili di dialogo
con persone del mondo delle imprese, dirigenti, imprenditori, lavoratori, che hanno cercato di mettere in pratica questa proposta profetica.
Devo dire due parole perché si capisca quanto sto dicendo. Quello di
cui dovrei parlare non è qualcosa che si pone sul piano della riflessione. Anche la professoressa Zamagni ha parlato di una realtà fattuale.
Forse è una realtà meglio definita quella della cooperazione rispetto
all'economia di comunione che è più recente. Per essere rapidi si tratta di una proposta lanciata da Chiara Lubic, che tutti conoscono come
una maestra spirituale e la fondatrice del movimento dei Focolari, a
chi volesse seguirla, istituzioni economiche e/o impresa, come strumento per creare fraternità. Dicendo questo sto già interpretando.
Queste non erano le sue parole iniziali, perché lei invitava semplicemente a fare impresa pensando agli ultimi. Questa proposta non a caso è stata lanciata a San Paolo in Brasile dove si vede più di qualsiasi
altra parte del mondo il contrasto tra un business centre della città,
forte e moderno, e una grandissima cerchia di baracche, case e
favelas attorno alla città. Quindi l'invito è a utilizzare le imprese per
creare condivisione e fraternità con chi è escluso dal mondo dell'economia. L'invito è a dividere gli utili in tre parti di cui una da destinare
a chi è in difficoltà immediata, per creare posti di lavoro, per dare
loro da mangiare; un terzo per promuovere una cultura economica
della fraternità e l'ultimo terzo per sostenere l'impresa. Nei fatti questo invito è stato raccolto da circa 800 imprese nel mondo. Molte sono piccole e sono sparse in tutto il mondo, in Brasile, in Argentina, in
Francia, in Belgio. Anche in Italia ce ne sono. Se sono svelto con le
chiacchiere avevo pensato di farvi vedere un filmato se mi è consentito. Ho un filmato di cui possiamo vedere alcuni minuti che possono
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dare immediatezza a quanto dico. Così posso riservarmi del tempo
per la discussione che faremo dopo. Questo filmato parlerà sul piano
dei fatti. Io proverò a rispondere ad una batteria di domande tali da
abbattere un cavallo al galoppo. La domanda che mi sembra la sintetizzi tutte è: la fraternità salverà il mercato? Forse solo porre una tale
domanda ha un grande significato. Io posso rispondere con due parole, ma questa proposta dell'economia di comunione ha una carica di
utopia, o profezia a seconda se la vogliamo vedere in modo più negativo o più positivo. Alla fine sono i fatti che parlano. Questa proposta
ha voluto dire per un gruppo di persone e per molte altre che sono
state coinvolte magari in maniera più diretta: provare a credere nuovamente che fraternità (comunione sarebbe il massimo della profondità della relazione con l'altro) e tutte le altre parole simili possano
avere un ruolo nella vita economica, nelle imprese e in tutte le altre
forme della vita economica. In questi anni che sono stato in parte osservatore di questo fenomeno e in parte coinvolto da un punto di vista culturale, io posso testimoniare la presenza di persone che ricominciano da zero, come se non fossero passati 2000 anni di complesse vicende storiche fatte di successi e fallimenti. Queste persone riprovano, dopo 2000 anni, a credere che la proposta del Vangelo possa essere davvero presa sul serio (non con ingenuità, ma sul serio) e
portata alla vita economica. La fraternità salverà il mercato? Qui parlo a tutti i cristiani perché la fraternità è un valore civile, come insegna la rivoluzione francese, è qualcosa su cui dal piano antropologico
abbiamo bisogno. Queste giornate parlano di etica ed economia, ma
forse prima ancora di arrivare al piano etico dobbiamo rendere conto,
sul piano antropologico, che ci sono dimensioni della persona umana,
della vita in comune che sono la condivisione, la fraternità, la comunione. Se queste dimensioni sono importanti questo ci dice molto su
che tipo di cultura economica, stile di fare e agire economico abbiamo bisogno. La fraternità salverà il mercato? Intanto non è contro il
mercato che è uno dei meccanismi di coordinamento delle azioni economiche. Noi conosciamo l'idea generale di mercato e l'associazione
con una cultura che ormai sembra inscindibilmente associata ad una
serie di individui separati, con rapporti strumentali tra di loro, ognu20
no interessato ad un suo percorso di arricchimento e successo in mezzo agli altri, ma non con gli altri. Penso che questa domanda sia l'emblema di un progetto dell'economia di comunione che nasce all'interno del movimento dei Focolari, ma che mi sembra abbia molto da
dire a chiunque altro. Se possiamo far partire questo filmato, vedremo riflessioni e fatti. Vediamone qualche minuto.
Filmato: in ogni epoca persone generose, profeti e persone normali
sono stati agenti di cambiamento per il bene dell'umanità anche nella
storia dell'economia e della vita civile. Le radici dell'economia risalgono alla storia antica. La stessa parola "economia" deriva dal greco e significa gestione della casa.
Lungo la storia i grandi movimenti spirituali hanno sempre fatto nascere opere economiche. Già nel VI° secolo, nel monachesimo di San
Benedetto c'erano esperienze economiche e commerciali ben organizzate nella divisione del lavoro, nell'amministrazione, nella contabilità e nella gestione. Più tardi, con San Francesco, sono nate le
prime banche popolari moderne. Fu Don Bosco a inventare il primo
contratto di apprendistato per un ragazzo.
Dal seicento fino ad oggi si vede un susseguirsi di pensieri contrastanti e di teorie economiche. Fino alla fine del settecento, il modo di
trattare l'economia è tipico della scuola di pensiero dell'economia
civile. Poi la scuola dell'economia politica prende il sopravvento. La
differenza è questa: nella prospettiva di studio dell'economia civile,
la società civile, cioè le associazioni, le chiese, le organizzazioni varie, hanno un ruolo anche nell'economico. Nella prospettiva invece
dell'economia politica, le espressioni della società civile organizzata
hanno un ruolo che precede, che riguarda la sfera culturale e politica, ma non quella economica. Non è più possibile però tenere separato il momento della produzione del reddito e della ricchezza dal
momento della sua distribuzione. Per questa ragione, da alcuni anni
a questa parte, l'altra prospettiva, quella dell'economia civile, torna
ad emergere.
Si parla spesso delle esigenze e delle dure leggi dell'economia che ci
limitano, ma alla fine sono sempre scelte degli uomini. Nei secoli
passati esisteva la schiavitù, che esiste ancora anche se oggi nessuno
21
la giustifica. Questo vale anche per altre realtà sociali di oggi. Difatti non esistono leggi oggettive nell'economia. Ci sono teorie e discorsi economici che vorrebbero farci credere che esistono leggi inviolabili, dei processi quasi meccanici, realtà economiche imprescindibili.
Però se queste pratiche non si traducono nel bene per tutti gli uomini
e per l'uomo, allora queste leggi vanno cambiate.
Si pensava che portando sviluppo economico, si sarebbero rimosse le
cause della guerra. Oggi sappiamo che la guerra non è soltanto legata alla povertà, ma alla mancanza di comunione, alla di disuguaglianza tra grandi ricchezze e povertà.
Non si poteva infatti non riconoscere che una delle cause più profonde del terrorismo che grava sul nostro mondo risiede nello spaventoso squilibrio tra paesi ricchi e paesi poveri.
Nel 1991 durante un viaggio per incontrare una comunità in Brasile
dove le ingiustizie nella distribuzione del reddito è eclatante, Chiara
lancia un nuovo modo di creare le aziende, che si prendano cura dei
meno abbienti nell'ambito produttivo.
Ho pensato che si potevano far nascere delle aziende che impegnassero le risorse di tutti per produrre ricchezza a favore di chi si trova
in necessità. La loro gestione doveva essere affidata a persone competenti in grado di farle funzionare efficacemente e ricavarne degli
utili. Questi dovevano essere messi in comune e cioè, in parte essere
usati per gli scopi stessi della comunità cristiana, come aiutare i poveri e dare loro da vivere finché non trovano un posto di lavoro;
un'altra parte per fare strutture di formazione per uomini nuovi, animate dall'amore, atte alla cultura del dare; un'altra parte per incrementare l'azienda.
Chiara denuncia i fallimenti del mercato e chiede di inventarsi
qualcosa di nuovo, perché il capitalismo crea grattacieli, ma non riesce a sfamare i bambini poveri.
Quest'economia tenta di portare la fraternità all'interno dell'economia. Se l'economia deve essere l'espressione civile ed umana di una
società che prende sul serio la sua responsabilità per le sorti
dell’umanità, allora la sua natura dovrebbe essere quella della comunione.
22
Quando nasce l'economia di comunione che propone alle aziende di
occuparsi del sociale, è un modo nuovo. Prima, chi voleva fare profitto
faceva l'impresa e chi voleva fare sociale faceva l'ONG.
Se qualcuno mi chiedesse qual è l'esempio più chiaro e più evidente di
economia civile, la mia risposta sarebbe l'economia di comunione perché gli imprenditori e tutti coloro che operano nell'economia di comunione hanno capito sulla loro pelle la missione di civilizzare i mercati.
Cos'è il polo? Con Chiara si vede nascere l'economia di comunione.
Di poli ce ne sono 20 nel mondo. Si mostrano come convivenze, di aziende, di scuole, di chiese, di artigianato per il mantenimento degli
abitanti e soprattutto come un vero polo produttivo. Per capire un processo sociale, il cambiamento e la novità bisogna sempre tornare a
quella scintilla che ha ispirato il processo e vedere se lo sviluppo che
sta avvenendo è in sintonia con quella scintilla ispiratrice.
Ci sono aziende di vario tipo. Quello che più li affascina è questo venire al Polo per essere una comunità di persone e di aziende che non si
chiude, ma si apre al territorio.
Qui ci sono anche aziende di consulenza e di formazione. In un mondo
in cui si cerca di vivere ciascuno nel proprio angolo, nei propri segreti
professionali, poter mettere in comune le decisioni del caso ci sembrava un modo concreto per costruire questa nuova cultura.
Nel 1991, quando Chiara ha lanciato l'idea della economia di comunione, mi è rimasto dentro questo voler sfidare il mondo economico.
Già nel 2002 quando la mia ditta è nata abbiamo dato subito i primi
utili. Quando hanno iniziato la costruzione del polo ci siamo sentiti in
dovere di partecipare attivamente dando la nostra disponibilità. La
nostra esperienza non la teniamo gelosamente per noi, ma penso sia
giunto il momento di sfruttarla per offrirla a quello che ha fatto il successo del nostro nome. La cosa interessante di questa esperienza è che
ci invita a riflettere sulla necessità di tenere insieme il dinamismo e la
competitività di un sistema industriale e il valore etico e di solidarietà
della fraternità. Questa esperienza è importante anche perché permette di dimostrare concretamente con un'opera che è possibile mobilitare
le risorse finanziarie della gente se tu alla gente dai un fine da raggiungere, uno scopo da perseguire. Quindi ho motivo di ritenere che
23
questo polo possa essere imitato anche da altre realtà per consentire
la crescita delle imprese di economia di comunione. Nell'azienda,
nella produzione lavoriamo in 17. Abbiamo 2500 rappresentanti di
commercio in tutta l'Argentina. Qui nel Polo Solidaridad siamo sette
imprese e tra di noi c'è un bel rapporto. Avevamo già tre filiali. Nella regione in cui si trova la cittadella non c'era ancora la nostra filiale, c'era da occupare una nicchia nel mercato di quella regione.
Dopo soli due anni tra le quattro filiali nostre è questa quella che
rende di più. Vediamo che c'è molto interesse da parte di gruppi esterni, come aziende e università, a cui piace l'idea anzitutto perché
è qualcosa di visibile e concreto. Si possono fare belle teorie importanti, ma occorre verificare queste idee nella realtà e nella vita delle
persone. Abbiamo cercato di capire quali fossero le tecnologie disponibili nel mercato a scopo ambientale e abbiamo comprato materiale in maniera tale che gli stampi che non rientrano più nel mercato siano recuperati da noi. Poi abbiamo visto che è un investimento
molto interessante. Siamo coscienti che il nostro polo industriale che
sta nascendo è solo un piccolo seme qui in Croazia, ma rappresenta
una pietra nel grande mosaico che l'economia di comunione sta creando nel mondo. Così è nato il Polo "Le stelline del faro".
Il filmato dura 1 ora e 20 e passa in rassegna tutte queste realtà. Se
volete potete vederlo.
24
Responsabilità sociale d’impresa
Prof. Francesco Compagnoni
Io parto svantaggiato perché se vi ricordate, quando c'è stato il secondo round stamattina, sia il sociologo De Rita che l'economista Vitale
hanno detto che la responsabilità sociale d'impresa non è qualcosa a
cui credono. Io volevo rispondere così: anche se l'infedeltà coniugale
è molto diffusa, non per questo bisogna dire che in un matrimonio
normale non ci voglia fedeltà coniugale. Mi sembra che la stessa cosa
si applichi alla responsabilità sociale. Non è molto diffusa, ma vi assicuro, e cercherò di dimostrarvelo, che non è un'utopia, ma una delle
richieste fondamentali dei diritti dell'uomo. Io non sono un economista e non sono nemmeno un manager come Pasquali, che è l'unico
che lavora veramente, mentre noi parliamo tutti. Come teologo citerò
due testi brevi presi dall'enciclica ultima. In questa enciclica non solo
è stata consacrata l'economia di comunione, e penso che tutto il movimento dei Focolari sia contento di questo, ma è anche stata consacrata in un testo lungo la responsabilità sociale d'impresa. Di questo
si parla nel capitolo terzo, che secondo me è la parte più innovativa
dell'enciclica. È nuovo perché parla di un nuovo modo di intendere
l'impresa. Se ci chiedono quali sono i motivi per cui bisogna pensare
in un modo diverso, accanto all'impresa privata orientata al profilo e
ai vari tipi di impresa pubblica devono potersi radicare ed esprimere
quelle organizzazioni vive che perseguono fini mutualistici e sociali.
È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una
sorta di ibridazione del comportamento di impresa e dunque un'attenzione sensibile alla civilizzazione dell'economia. In un'analisi strutturale dell'enciclica questo sarebbe il fondamento della reciprocità. Che
cosa significa reciprocità? Che quando faccio un contratto devo regalare qualcosa a qualcuno? Sì, dobbiamo considerare che nella società
moderna ci sono tre grandi soggetti economici e che la società civile
dovrebbe traguardare sulle altre due forme. Il numero 40 dell'enciclica parla esplicitamente della responsabilità sociale d'impresa. Dice: le
attuali dinamiche economiche internazionali caratterizzate da varie
disfunzioni richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di in25
tendere
.
l'impresa. Vecchie modalità della vita imprenditoriale vengono meno, ma altre promettenti si profilano all'orizzonte. Uno dei rischi maggiori è senz'altro che l'impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. È un fatto che si va sempre più diffondendo: il convincimento che
la gestione dell'impresa non può tenere conto dei soli interessi dei
proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre
categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell'impresa, come i
clienti, i fornitori dei vari elementi di produzione, la comunità di riferimento, i lavoratori. Negli ultimi anni si è notata la crescita di una
classe cosmopolita di manager che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi. Anche oggi ci sono
dei manager che con analisi lungimiranti si rendono sempre più conto dei profondi legami che la loro impresa ha nel territorio o nei territori in cui opera. Poi entra nel merito dello sviluppo perché la responsabilità sociale d'impresa ha molto a che vedere con lo sviluppo.
Il lavoro e la tecnica sono fondamentali, ma non è lecito delocalizzare solo per godere di condizioni di favore o peggio di sfruttamento
senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di
un robusto sistema produttivo e sociale, fattore imprescindibile di
sviluppo stabile. Questa è la responsabilità sociale d'impresa come è
presentata dall'enciclica. Perché dobbiamo applicare questa reciprocità? Perché dobbiamo trasbordare la fratellanza dalla società civile
alle altre due forme? Una volta tanto, essendoci molti preti qui e
molti cattolici, lasciamo perdere il Vangelo. Diciamo che l'impresa
moderna, come la conosciamo noi, è resa possibile solo dallo Stato di
diritto, cioè dallo Stato costituzionale come lo conosciamo in Europa
e come si sta diffondendo nel mondo. Questo Stato garantisce tante
condizioni alle imprese commerciali che non sono solo basate sulla
propria costituzione, ma anche sui diritti umani di tutti i paesi che
hanno sottoscritto i documenti internazionali. Tra questi diritti, quelli
sociali e quelli economici sono essenziali, come quello al lavoro, al
salario familiare decente, questa è un'espressione tecnica dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, alla rappresentanza sindacale,
26
eccetera. Abbiamo parlato tanto qualche anno fa nel 60º della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. L'articolo 22 e l'articolo 25 dicono esplicitamente che ogni individuo, in quanto membro della società, ha
diritto alla sicurezza sociale nonché alla realizzazione attraverso lo
sforzo nazionale della cooperazione internazionale e in conformità
con l'organizzazione di ogni Stato dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità e al libero sviluppo della personalità. Quindi se noi avessimo uno Stato diverso da quello che abbiamo noi oggi sarebbe uno Stato che non avrebbe i diritti fondamentali
economici e sociali. Se noi avessimo un'impresa, dentro questo Stato,
che non rispetta questi diritti sarebbe una istituzione da abolire perché gli Stati moderni sono tutti basati sui diritti dell'uomo. Non solo.
Noi adesso ci chiediamo se di questa forma di gratuità ne parlano solo le religioni o va oltre le religioni. Io direi che questo è basato
sull'articolo primo della stessa Dichiarazione dei Diritti Universali
dell'Uomo che dice che tutti gli esseri umani devono agire nei confronti del prossimo con spirito di fratellanza. Si sa che questo termine
è stato inserito da René Cassin, giurista francese dell'epoca, che non
era religioso e rappresenta il legame tra la Dichiarazione Universale
dei Diritti dell'Uomo e la Rivoluzione Francese. Quindi diremo che la
responsabilità sociale d'impresa non è un'utopia di quattro esaltati,
ma la necessità di avere un mercato normale all'interno di uno Stato
di diritto. Questa interpretazione non è soltanto la mia, ma anche
quella che ha dato l'Onu. Kofi Annan, che è stato un grande segretario dell'Onu, ha lanciato i global compact, 10 principi da applicare
alle imprese. Ve ne leggo solo due: 1. Alle imprese è richiesto di promuovere e rispettare i diritti umani universalmente riconosciuti
nell'ambito delle rispettive sfere di influenza e di assicurarsi di non
essere, se non indirettamente, complice degli abusi dei diritti umani.
3. Alle imprese è richiesto di sostenere la libertà di associazione dei
lavoratori e di riconoscere il diritto alla trattazione collettiva. C'è poi
un pacchetto di principi sull'ambiente. Ultimamente è stato anche inserito il principio numero 10. 10. Le imprese si impegnano a contrastare la corruzione in ogni sua forma incluse le tangenti, che sono il
modo normale con cui nelle aziende del primo mondo si opera nel
27
terzo mondo. Abbiamo cominciato questa breve esposizione citando
due testi papali, dove qualcuno avrà riconosciuto citazioni implicite.
Stamattina abbiamo parlato della Populorum Progressio. In questi
due numeri abbiamo letto delle citazioni implicite di Stefano Zamagni. Quindi la responsabilità sociale d'impresa è qualcosa che si presenta in maniera laica perché non c'è niente di più laico dei diritti
dell'uomo. Però non c'è niente di più universale dei diritti dell'uomo.
Mi restano ancora cinque minuti che voglio sfruttare per qualcosa
che abbiamo concordato. Se voi avete guardato questo pieghevole di
invito, alla fine c'è una serie di partecipazioni: Coldiretti donne, giovani, anziani e Angelicum. Qualcuno mi ha già chiesto cosa ci faccia? E' una delle università pontificie di Roma che ha una facoltà di
scienze sociali dove facciamo da sei anni un master universitario di
responsabilità sociale d'impresa. L'abbiamo fatto anche con Zamagni, perché l'idea ci è venuta da lui. Stefano non è soltanto uno che
lavora molto, ma aiuta molto gli altri a livello intellettuale. Questo
formare manager alla responsabilità sociale d'impresa ci sembra sia
un'ottima cosa anche perché purtroppo in molti ambienti, soprattutto
americani, ma anche italiani, nella grossa impresa il dipartimento di
responsabilità sociale d'impresa era unito a quello delle pubbliche
relazioni, quindi era una facciata, ma è ovvio che non può andare
bene. Noi abbiamo in corso dei progetti di ricerca. Il primo volume è
già uscito "Fondare la responsabilità sociale d'impresa" edito da Città
Nuova. Dentro questo movimento ci sono degli economisti che non
si interessano solo a questo, ma anche al rinnovamento globale
dell'economia in genere. Attualmente stiamo facendo uno studio di
casi perché nonostante il pessimismo di questo stamattina, ci sono
molte imprese che si danno molto da fare. Uno dei casi che abbiamo
studiato in maniera positiva è la Merloni in India. Era molto interessante vedere come questa impresa italiana lavori con degli indiani
che non sono abituati al nostro sistema. La mia conclusione è che
una responsabilità sociale d'impresa è qualcosa di molto difficile da
realizzare, come l'etica pubblica, ma è una necessità di sviluppo della
nostra economia. Come noi in Italia dobbiamo eliminare la criminalità organizzata dentro l'economia, così dobbiamo anche eliminare l'ir28
responsabilità sociale delle imprese perché se non lo facciamo l'economia non può che avere le sue crisi continue come abbiamo visto.
29
Economia di felicità, commercio equo e solidale
Prof. Leonardo Becchetti
Io vorrei far vedere qualche diapositiva per differenziarmi dall'offerta. Oltre a rispondere a questa domanda e a parlarvi della felicità, vi
parlerò anch'io di una soluzione e in particolare vi parlerò di una soluzione che secondo me è efficace. Si tratta di una soluzione che ci
coinvolge tutti, non si affida soltanto alla benevolenza del lavoratore
o dell'imprenditore, ma ci coinvolge tutti. E' una soluzione che può
renderci più felici e non richiede molte maggioranze. Questa è anche
la copertina di un mio libro con Città Nuova sulle relazioni. Si tratta
di due delle più belle foto che abbiamo fatto. Io sono metà docente e
metà operativo, vigilante, nel senso che con un gruppo di ricerca ci
muoviamo a livello mondiale per verificare l'efficacia del microcredito e del mercato equo e solidale. Questo ci dà un'ottica molto interessante per capire se le cose funzionano o no. Un altro ruolo che ho
e che mi pone vicino all'operatività è la presidenza di Banca etica.
Questo mi permette di dare suggerimenti a questa realtà che è un'impresa di comunione. C'erano anche rappresentate due persone che
lavorano in banca nel filmato che abbiamo visto prima. Questi sono i
miei loghi. Sono anche il presidente di un'associazione di gesuiti.
Con gli amici di Banca Prossima abbiamo molte relazioni e sono
contento che ci siano, però credo che il merito vada riconosciuto anche e soprattutto a chi ha ideato il percorso. Io credo che l'ottimismo
e il pessimismo dipendano dalla distanza con cui vediamo le cose,
questa è anche l'interpretazione delle Scritture. Spesso chi è molto
lontano da certe realtà è pessimista, chi ci vive dentro vede invece
che funzionano. Se noi dovessimo raggiungere una vetta, che è la
felicità, le società si organizzerebbe con delle frecce che organizzano
i sentieri. Per gli economisti la freccia è il PIL, il reddito pro capite.
Questa freccia funziona bene per la prima parte della salita. Però a
metà salita cominciano i problemi. Nella prima parte con l'aumentare
del reddito aumenta il livello di felicità. Però più il reddito aumenta e
più l'effetto si appiattisce. Nei paesi ricchi contano soprattutto i criteri di scelta e di discernimento. Noi abbiamo verificato tutto questo.
30
Sicuramente la crescita del reddito aumenta l'aspettativa di vita, che è
un'altra grande conquista. Però a un certo punto del percorso gli economisti si sono smarriti e si sono trovati di fronte ad un paradosso: in
una società già opulenta, come gli Stati Uniti del secondo dopoguerra, al crescere del reddito pro capite non corrispondeva più un aumento generale di felicità. Quindi ad un certo punto seguire la stessa
freccia allontanava dalla vetta. Ma perché questo paradosso? Ci sono
varie spiegazioni. Innanzitutto la freccia che usiamo è sbagliata perché il reddito pro capite ha poco a che fare con la ricchezza effettiva
di un paese e la crisi ce l'ha dimostrato. Gli americani lavorano un
terzo in più di noi, ma lavorano perché devono pagare rate molto alte
sul debito, che è uguale alla reddito familiare annuo, mentre in Italia
è solo il 20-30%. Hanno una ricchezza molto inferiore a quella italiana, devono pagare una scuola che costa moltissimo e devono pagare
una retta per l'assicurazione privata della sanità che è molto alta.
Quindi la prima cosa è che quell'indicatore è sbagliato per quanto riguarda la ricchezza. Infatti se voi prendete il reddito pro capite italiano e la felicità vedete che la relazione è più forte. Una seconda spiegazione è che parallelamente a questo aumento di ricchezza è aumentata anche la pressione del tempo. Noi abbiamo sempre meno tempo,
che diventa sempre più caro. Un'ora di tempo quando non c'è niente
di alternativo costa poco, pensate a cento anni fa. Oggi però impiegare un'ora di tempo per le relazioni costa moltissimo perché abbiamo
moltissime alternative. Possiamo stare su Sky a guardare la partita o
stordirci con i mezzi di distruzione di massa. Abbiamo molte alternative, ma il problema è che le relazioni sono un bene fragile, richiedono un investimento, come cent'anni fa. La conseguenza è che tutti gli
indicatori di felicità dei paesi occidentali sono in calo, dalla partecipazione associativa, politica, religiosa al successo delle relazioni affettive. La crisi delle relazioni quindi sono l'altra spiegazione di questo paradosso. C'è poi una terza spiegazione. Noi facciamo anche delle cose curiose. Su 188 mila osservazioni in Germania abbiamo visto
che un terzo di quelli che hanno avuto aumenti di reddito, familiare e
reale, hanno segnalato una diminuzione di felicità e non un aumento.
L'altro motivo per cui questo accade viene fuori da questo grafico. Se
31
voi chiedete a persone diverse qual è il loro livello medio di sensazione di vita, troverete risultati uguali tra popolazioni molto diverse.
Il livello di felicità è diverso. In realtà la freccia di reddito è relativa
e non assoluta. Noi siamo continuamente portati a fare paragoni con i
nostri pari, ma questa è la sorgente dell'emulazione e dell'invidia.
Quindi conta moltissimo il termine di paragone. La disuguaglianza è
infatti molto distruttiva, provoca molti danni sociali. C'è una correlazione lineare tra disuguaglianze di reddito e un indicatore che mette
insieme mortalità infantile, omicidi, prigionieri, nascite da adolescenti, fiducia, obesità, malattie mentali. Questi sono dati affidabili.
Sintetizzando abbiamo capito qual è il paradosso che dipende da tutti
questi elementi. Guardate quanto è aumentata la diseguaglianza nei
paesi anglosassoni negli ultimi trent'anni. C'è un indicatore di disuguaglianza che cresce in maniera continua. Quali sono allora le politiche per la felicità? Non c'è soltanto bisogno, come tutti dicono giustamente, di premiare il merito e il talento. Premiare il talento non è
democratico, perché si prende il quoziente intellettivo alla nascita e
quelli che non hanno talento sono e rimarranno sempre dei poveracci. Quindi prendiamo il merito. Dopodiché dobbiamo costruire una
società decente, non solo per i primi della classe (e chi parla sui giornali è sempre un primo della classe e ha questa ottica), ma anche per
chi non è primo della classe. Io dico che tra le soluzioni quella più
importante, tra la urbanistica, i green job e tutte quelle attività che
favoriscono la relazione, è la "scelta con portafoglio". Noi cittadini,
quali capacità abbiamo di stimolare il sistema economico ad essere
più responsabile? La nostra scelta di consumare e di risparmiare ci
rende anche più felici. Cito una frase celebre: la società moderna è
fatta da individui senza legami che consumano cose. Un'antropologa
invece dice che se noi vogliamo conciliare vita e soddisfazione dobbiamo comprare beni che creano ponti e non muri. Ci sono tanti studi
di psicologia del consumo che lo dimostrano: il consumatore responsabile è felice, ma anche efficace. In realtà già oggi è efficace.
Parlando del microcredito, ci sono più di trecento banche di microcredito nel mondo che consentono di accedere al credito a un numero
di 100 milioni di individui non bancabili. Se si considera che ogni
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individuo ha una famiglia sono 450 milioni di persone. Poi c'è il
commercio equo e solidale. In Inghilterra grazie ai pionieri e alla risposta delle aziende che hanno imitato questi pionieri, il 25% del
mercato delle banane è equo-solidale. Voi sapete che oggi la FAO
consiglia ai paesi del sud del mondo di aumentare il valore del loro
prodotto con i certificati. Consiglia di scegliere il verde, l'equosolidale e di certificare. Il certificato crea valore e la gente è disposta
a pagare per questo. L'esempio delle banane è molto interessante perché la risposta della Chiquita che ha deciso di applicare lo stesso criterio ha portato anche Tesco e Sainsbury ad adottare lo stesso criterio. Banca Etica è nata 10 anni fa. Oggi questa banca ha una raccolta
di 7 milioni di euro che utilizza primariamente per questioni sociali.
Ovviamente questa è ancora una promessa. Una volta una persona di
un altro istituto bancario mi disse: noi siamo cinquecento volte più
grandi, abbiamo una fondazione che ha un dividendo sociale uguale
ai prestiti di Banca Etica. Allora gli ho detto che se noi cresciamo
come loro investiremo cinquecento volte di più nel sociale. Questo
per farvi capire la promessa che c'è dietro questa crescita dei pionieri.
Per concludere torniamo alla soddisfazione di vita. Visto che siamo
tutti cattolici voglio citare Adam Smith che quando parla di felicità
dice che la nostra felicità dipende dal rendere felici le altre persone.
John Stewart Mill dice che non si è felici quando si punta alla propria
felicità, ma quando abbiamo a cuore la felicità altrui e quella dell'umanità. Quanto agli studi sulla felicità, ci dicono cose impressionanti
che sono uguali in tutto il mondo. Le persone sposate sono più felici
dei separati e dei divorziati in tutti paesi del mondo, dalla Russia agli
Stati Uniti all'Inghilterra. Si tratta di un fatto incomprensibile per i
non cattolici, ma chi si sposa per la prima volta è più felice di chi si
sposa per la seconda volta. La qualità di vita sociale della persona
dipende in maniera molto forte dalla felicità che dipende ovviamente
dalla salute. Se guardiamo all'età, le persone meno felici sono quelle
che si trovano nell'età di mezzo, dove la pressione del tempo è più
forte. Chi vive nell'età di mezzo è sderenato dalla combinazione lavoro-famiglia.
33
La pressione del tempo quindi è molto forte. Gli studi sulla felicità danno risultati molto chiari, che riportano all'antropologia personalista come la conosciamo noi. L'uomo è un nesso di relazioni. Perché la cooperazione crea valore economico? Quando due
persone hanno una relazione di qualità e si amano producono
qualcosa di terzo che è superadditivo e crea qualcosa di più. L'economia segue le stesse leggi. Potrei parlarvi dei giochi di fiducia
delle aziende, ma non abbiamo tempo. Quindi, tornando a bomba, la soluzione vera ai problemi di oggi, che sono la povertà di
senso nei paesi ricchi (cioè che chi è arrivato a metà non riesce
più ad arrivare alla vetta), la povertà economica nei paesi poveri
e il problema ambientale, sta nell'incontro tra le due povertà. La
povertà di senso, ma ricchezza di mezzi, degli occidentali si deve
incontrare con la povertà di mezzi di chi è nel bisogno. Quando
questo incontro avviene nasce l'alchimia che risolve entrambi i
problemi. Questa mano tesa è il segreto di noi che ci occupiamo
da 10 anni di Banca Etica, micro-credito e mercato equo-solidale.
Grazie.
34
Non è solo una crisi finanziaria ed economica
Don Franco Appi
1° Parte – L’intreccio problematico
A) La crisi
L’esplosione della crisi, che già da tempo serpeggiava con le speculazioni su cereali e petrolio, compie ormai un anno e già si dice che c’è
una svolta e che nel 2010 sarà superata, anche se ci sarà una coda di
disoccupazione e di impoverimento. In realtà sembra solo che si sia
raggiunto il fondo e che decelera la crisi. Si comincerà a recuperare
entro il 2010, forse…ma l’aspetto occupazionale almeno nel breve
periodo sembra che peggiori. Si presenta un autunno difficile. Se
peggiora l’occupazione, peggiora la possibilità di spesa e frena
l’economia ulteriormente…Molte cose sulla situazione e possibili
evoluzioni, sviluppi, correzioni, valutazioni etiche sono certamente
state dette in questi giorni. Non mi spetta fare queste riflessioni. Da
quando la crisi è scoppiata si sono fatti convegni, seminari di studio
per discutere su elementi etici e culturali che dessero una svolta alla
situazione. Immagino che in tutta Italia, Europa e mondo occidentale
sia accaduto qualcosa di simile. Un parlamentare della mia zona mi
ha detto: non ti illudere, appena la crisi sarà passata non si parlerà più
di questo, e tutto continuerà come prima. Forse questo è il punto più
problematico! La crisi può ancora rappresentare un momento di decisione del cambiamento del modello di sviluppo non solo dal punto di
vista tecnico ma culturale. Mi chiedo se basta ricorrere a fonti energetiche rinnovabili, a relazioni internazionali più giocate in senso
multilaterale, a mercati più regolati a fronte di una crisi che, a detta di
molti, non è solo di tipo economico e finanziario. Qualcuno osserva
che la globalizzazione così come è stata impostata è fallita e che si
sta tornando indietro.
B) La globalizzazione non è solo finanziaria
Certamente la globalizzazione nei suoi aspetti militari-politici sta imponendo delle riflessioni circa il modo con cui l’occidente si è rapporttato con il resto del mondo, soprattutto in termini di mercati di
merci e finanze. La prima manifestazione della crisi globale si è affacciata al nostro orizzonte con gli attentati alle torri di New Jork.
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Spesso nel nostro modo di analizzare i fenomeni globali diamo per
scontato che esistono conflitti condizionati da fattori economici.
La storia anche recente ci insegna che invece i conflitti sono determinati a volte anche da fattori di identità culturali. In questo convegno si tratta esclusivamente della crisi economica, la qual non è
però isolata dal resto dei fenomeni globali. Inoltre, in ordine alla
crisi finanziaria ed economica ritengo, e non da solo, che essa sia
anche antropologica. Perfino qualche importante ministro italiano
lo ha affermato.
C) C’è dunque una visione antropologica da mettere in discussione.
Se questo è vero non basta considerare l’aspetto economico per impostare una progettazione pastorale, ma occorre allargare lo sguardo a diverse prospettive che con la dimensione economica sono
interconnesse. D’altra parte la dimensione pastorale è finalizzata
alla evangelizzazione, nel senso lato del termine, ma che è sempre
annuncio e testimonianza del Vangelo. Il compito è arduo per me e
penso che possiamo forse insieme cercare una progettazione pastorale efficace. Questo deve avvenire dentro la concretezza della vita
umana e con un aspetto pratico predominante, ma volto a rispondere alla vocazione e missione della chiesa. In sostanza si può dire
che l’annuncio e la testimonianza del vangelo tendono a formare e
ad educare i credenti a vivere dentro la concretezza dei fatti storici
la propria fede, incidendo su di essi in modo significativo, con
l’attenzione a sfuggire ogni fondamentalismo e rispettando
l’autonomia delle realtà terrene. Il magistero della Chiesa dà delle
indicazioni. Nella Caritas in Veritate troviamo:
“ La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così
occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa
chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le
difficoltà del momento presente.”(21)
E proprio circa la concezione antropologica nella nuova enciclica si
ricordano due grandi verità della Populorum Progressio che essa
intende rilanciare.
36
La prima: “Tutta la Chiesa in tutto il suo essere e in tutto il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo”;
La seconda: “L’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente
la totalità della persona in ogni sua dimensione”.(n. 11)
Nella Populorum Progressio il concetto fondamentale è quello di sviluppo di ogni e tutto l’uomo, indicando così la fondazione di ogni
scelta di sviluppo, nel principio della persona umana, ogni persona
umana e insieme dell’umanità. L’ordine voluto da Dio, evocato
all’inizio della PT, riportato dalla PP e contenuto nella legge naturale
che la CV ricorda anzi ne è un filo conduttore, è il riferimento che
tutto comprende, nel perseguimento di quei valori che fanno si che la
vita umana sia degna di essere vissuta.
D) La fame e l’esclusione
Attorno a questa concezione si deve verificare, analizzare e valutare
l’insieme dei fenomeni attuali. Così al n. 21 della C.V. si dice che
Paolo VI : “Voleva indicare l’obiettivo di far uscire i popoli anzitutto
dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e
dall’analfabetismo”. Al tempo della P.P. la questione sociale globale
poteva essere ancora ricondotta alla sperequazione fra stati ricchi e
zone povere del mondo. Oggi, in un mescolamento di popolazioni
tipico di questa nuova fase della storia, la questione sociale riguarda,
oltre la sperequazione fra popolazioni ricche e povere, anche quella
fra individui forti e deboli all’interno degli stessi paesi, ma con nuove
caratteristiche rispetto al passato. La povertà è spesso frutto di assenza di un sentire condiviso, di un vero bene comune da cercare insieme, nel quale la dimensione umana nella sua interezza viene presa in
considerazione. Lo stesso concetto di povertà è più ampio in quanto
povero non solo chi ha poco, ma chi è escluso dalla società che conta,
dal lavoro, dalla dimensione culturale, dalla vita politica, dalla stessa
assistenza.
Certamente molti risultati come produzione di beni sono stati raggiunti, ma la FAO - il 19 giugno 2009 – ha comunicato le sue nuove
stime: la fame nel mondo è prevista raggiungere un livello storico nel
2009 con 1,02 miliardi di persone in stato di sotto-nutrizione: “La
pericolosa combinazione della recessione economica mondiale e dei
37
persistenti alti prezzi dei beni alimentari in molti paesi ha portato
circa 100 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso oltre la
soglia della denutrizione e della povertà croniche,” ha detto il Direttore Generale della FAO Jacques Diouf. Quindi la fame nel mondo
quest’anno cresce dell’11%, ci sono 100 milioni in più di persone
sottonutrite – di cui, tra l’altro, 15 milioni nei Paesi sviluppati - e in
tutto le persone che soffrono la fame nel mondo rappresentano il
40% della popolazione mondiale. Per questo va messo in discussione il sistema economico che ha come esclusivo obiettivo il profitto
il quale “è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli
fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il
bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e
creare povertà.” (CV n. 21)
E) La messa in discussione della dignità della vita umana
In più, ancora, è ormai assodato che le battaglie sulla procreazione
assistita, sulla concezione di famiglia, sulla eutanasia, sulla vita in
generale, e fenomeni come quelli della schiavizzazione, del traffico
di clandestini, del commercio di organi, costituiscono un aspetto
significativo della questione sociale globale.(CV n.28) In gioco c’è
la concezione dell’uomo come persona, soggetto di diritti in quanto
uomo, dall’inizio del suo concepimento fino alla morte naturale. Il problema della concezione dell’uomo in occidente è la tentazione di
ridurre l’uomo a quantità, a strumento. La vita umana può essere
ridotta a prodotto, la sua stessa dimensione esistenziale giocata
troppo spesso sulla dimensione economica e commerciale. Pensiamo alla giovani generazioni e a come esse siano ignorate nelle loro
tensioni esistenziali, la società in generale ha attenzione per loro
solo come consumatori. Queste istanze etiche rientrano nella vita
politica globale e in qualche modo avviano un processo di emancipazione della stessa politica dal dominio dell’economia; un processo quanto mai necessario per ricondurre l’economia alla funzione di
strumento, e per ricondurre la dimensione della dignità umana e del
bene comune universale al centro della riflessione politica. Si può
leggere in questo modo il ripetuto richiamo di regole da imporre al
mercato globale. Permane il problema di chi e come possa dare re38
gole e valori a livello globale, di quali istituzioni debbano essere create o rinnovate. La Caritas in Veritate rilancia il concetto fondamentale di sviluppo di ogni e tutto l’uomo, indicando così la fondazione
di ogni scelta di sviluppo, nel principio della persona umana nella
concretezza e interezza di ogni persona. Il testo della Genesi in cui
l’uomo è creato a immagine di Dio, spiega questa stessa qualifica
presentando una prospettiva quadridimensionale dell’uomo. È
l’insieme di quattro dimensioni, all’interno dell’autocoscienza e della
libertà che sono appannaggio dell’uomo, a farne il punto qualitativamente più elevato dell’intera creazione. Queste quattro dimensioni
fondamentali del suo essere, che poi saranno parzialmente corrotte
dal peccato, risultano chiaramente dal testo di Gen: 1° il rapporto con
Dio (il “soffio” sulla creta, il dialogo col Creatore; dopo il peccato: il
fuggire da Dio); 2° il rapporto coi suoi simili (armonia e complementarietà tra uomo e donna; dopo il peccato: reciproche accuse); 3° il
rapporto con se stesso (gioia dell’uomo e della donna; dominio della
propria intelligenza e volontà; dopo il peccato: confusione, vergogna,
divisione interiore). 4° il rapporto con la natura (compito di
“dominio” ordinato; dovere di “dare il nome” agli animali: dopo il
peccato: fatica nel lavoro per l’uomo e dolore nel parto per la donna).
Alla base di tutto, nella visione biblica, sta il rapporto con Dio: solo
se viene riconosciuto il primato dello “spirituale”, le altre tre dimensioni trovano la loro collocazione proporzionata. Esiste così, ad es.,
una sana ecologia biblica che, per essere appunto sana, non dimentica
gli altri valori, ma li vede in un insieme armonico, senza separare il
rapporto con la natura dal rapporto con Dio o con i propri simili. Gli
aspetti della singola persona, delle dimensioni personale, trascendente, sociale e cosmica, non sono scindibili e sono per sé evidenti.
L’uomo indica tale complessità.
F) Una nuova ideologia: Il tecnologismo
Le concezioni antropologiche, come si intuisce, possono essere diverse fra loro e andare da individualismi esasperati a collettivismi altrettanto esasperati. Ad una concezione antropologica consegue una concezione di società e di stato, di relazioni fra stati, di giustizia e di diritti.
La Caritas in Veritate prende atto che, nella dimensione sociale, sono
39
meno influenti ormai le ideologie dei due ultimi secoli, mentre ne
sale un’altra dovuto allo scientismo: ed è la fiducia totale nella tecnologia, il tecnologismo.( n. 14 e tutto il capitolo 6) La vita non è più
mistero su cui indagare, ma problema da risolvere, da ricercare
scientificamente: la filosofia ha lasciato il posto alla tecnica scientifica che ormai si ritiene autonoma da ogni riferimento morale. La tecnica sembra pervasa da una spinta irrefrenabile. U.Galimberti, filosofo della scienza, denuncia in essa una spinta autonoma che la spinge
a seguire solo logiche interne, senza alcuna norma etica che la riduca
a ragione di strumento. Oggi l’affidarsi alla tecnica è diventato
l’atteggiamento diffuso. È opportuno sottrarre l’uomo al dominio
della tecnica; è certamente meglio per lui ritrovare i riferimenti innanzitutto di senso della vita, di verità che salva, e poi i criteri etici
che lo salvaguardino da strumentalizzazioni e riconducano ogni uomo alla natura di soggetto di diritti, con un primato sui beni materiali e sui processi che lo riguardano. Probabilmente alla base di queste
spinte sta un desiderio di potenza, di conquista del cielo, come al
tempo della torre di Babele. Si tratta certamente di una tentazione
che snatura l’uomo e la sua autocoscienza fino appunto a ridurre
l’uomo a prodotto e strumento di altri uomini.
G) La quantificazione dell’uomo
Ma esiste anche un pensiero che riduce tutto a quantità, a prodotto
commerciabile. C’è chi sostiene che la concezione che stava alla base del modello in crisi è l’homo oeconomicus. Si tratta di una visione riduzionista, di una banalizzazione della vita umana, per la quale
ogni individuo si muove spinto esclusivamente dall’egoismo di possedere e consumare, o meglio ormai del sogno di consumare; possedere e consumare che certamente non si ferma di fronte all’altra persona umana.
L’individualismo egoista, possessivo e aggressivo è una connotazione della nostra cultura in cui la quantificazione della dimensione umana e di conseguenza della stessa speranza gioca un ruolo significativo.
Tale visione si avvale anche del pensiero che lo sviluppo sia un fenomeno necessariamente collegato alla crescita quantitativa. Non è
pensabile una crescita indefinita, né mi pare corretto proporre il con40
cetto di decrescita. Mi pare più opportuno parlare di crescita qualitativa.
Fortunatamente la visione quantitativa non è la sola, ci sono sempre
nella società anticorpi e tendenze contrastanti, ma non va sottovalutata, avendo origini all’inizio della modernità stessa. Secondo
J.B.Mcpherson all’origine della concezione antropologica moderna
c’è un primato della proprietà come fondazione della libertà e della
dignità dei cittadini, delle persone. La libertà è una funzione della
proprietà. In pratica io sono libero perché proprietario di me stesso.
La libertà non è più concepita come funzione della verità, per la quale io sono libero perché capace e nella possibilità di cercare la verità
di me stesso, il fine della mia vita e delle mie azioni, che intendo
compiere per raggiungerlo. La ricerca della verità appassiona di meno il pensiero; è la tecnica, l’economia, il possesso, anche il potere a
ossessionare la ricerca… Così l’uomo tende a identificarsi, a darsi
identità con la proprietà, con i consumi, con il possesso… Trovo come una consequenzialità fra quel pensiero di Mcpherson e il pensiero di F.Ferrarotti che da diversi anni mette in guardia dalla egemonia
del pensiero calcolante, come pure quello di Z. Bauman circa L’ homo consumens. L’intreccio fra l’incremento del tenore di vita e la
persistenza di forme di insoddisfazione esistenziale contraddistingue
l’oggi delle società occidentali.
Cosa disorienta i ricchi e li rende così spesso insoddisfatti? Forse
l’aver fondato la speranza della loro vita nella quantità facendo di se
stessi delle quantità? È una società impostata sull’infelicità, sulla ricerca di felicità destinata all’insoddisfazione, la quale è la molla che
spinge sempre ad ulteriori acquisti e consumi; una società che cade
nel tranello delle false promesse.
H) Il nichilismo
Questa impostazione ha eroso, svuotato da dentro come un tarlo, il
valore esistenziale della vita delle persone. I valori esistenziali sono
erosi, c’è un disincanto del mondo, (disincanto del disincanto), si è
persa la possibilità delle decisioni con la sola ragione, non più credibile.
Il politeismo dei valori (relativismo) genera l’assenza di legge, e il
mondo risulta governato dalla scienza e dalla tecnica che tendono a
41
proseguire per logiche interne senza alcun rispetto per i valori umani.
Passaggio fondamentale è il fatto che la mancanza di un futuro come
promessa produce tristezza e insicurezza. Qualcuno dice, enfaticamente, che non c’è più il futuro di una volta. Questo è un pericolo
micidiale per la vita delle persone per la perdita di senso, di sostanza
della vita stessa ..…Questo tema del nichilismo è colto con lucidità,
per es., da U.Galimberti. Per lui il nichilismo è uno degli elementi
caratterizzanti il nostro tempo e soprattutto le giovani generazioni“…
ciò che si consuma non sono gli oggetti,…ma la loro stessa vita, che
non riesce più a proiettarsi sul futuro …hanno ormai raggiunto
quell’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri
sentimenti…” e di rielaborarli.
2° Parte - Il positivo: cosa fare?
A) Nuove relazioni
Per estirpare l’ insicurezza allora occorrerebbe costruire legami affettivi e di solidarietà, così da uscire dall’isolamento, dagli ideali individualistici sempre maggiormente diffusi; occorrerebbe trovare il valore della vita nella vita stessa. Si prospetta così, e proprio quando se
ne avverte la necessità per le problematiche di povertà ed esclusione,
che la dimensione sociale e l’amore al prossimo possono essere via
per ricercare senso della vita e cammino di speranza. Il documento
della CEI Il volto missionario delle parrocchie nel mondo che cambia, al n.2 diceva: “In un contesto che spesso conduce alla dispersione e all’aridità, cresce per contrasto l’esigenza di legami caldi. ( …)
Anche su questo versante le parrocchie devono lasciarsi interrogare,
se vogliono essere case accoglienti per ciascuno senza però smettere
di essere aperte a tutti, rifuggendo da processi elitari o esclusivi; se
vogliono rispondere sì alle attese del cuore ferito delle persone, ma
anche restare luogo in cui si proclama la rivelazione di Dio, la verità assoluta del Risorto.”
B) Multiculturalità e dialogo
In questo senso va anche ripensato il rapporto fra la cultura
dell’occidente e le altre culture. Si può forse favorire un processo di
rinnovamento culturale, senza né chiusure ne facili adattamenti, ma
piuttosto in un lavorio comune ad opera di tutte le grandi culture del
pianeta, se esse accettano di coinvolgersi e confrontarsi reciproca42
mente nei valori e nei simboli che loro appartengono. Il pluralismo
non può essere solo contiguità di differenze, ma occasione di confronto e ibridazione delle culture. Tutto ciò può essere possibile?
L’universo simbolico di ogni cultura può permettere a tutte queste di
entrare in comunicazione? Al riguardo è sempre illuminante il n. 70
della Evangelii Nuntiandi che parla dei Semina Verbi, elementi evangelici presenti nel mondo. Ciò implica una “cattolicità” come universalità plurale, “pluriversalità” in cui le differenze e contraddizioni,
invece di essere motivi di esclusione, possono essere occasione di
confronto e incontro, di approfondimento, come sempre avviene
quando ci viene posta una domanda che perciò è servizio alla verità,
non distruzione di essa. Perché ciò avvenga occorre spirito di dialogo, in cui la ricerca appassionata della verità domini sulle ideologizzazioni e strumentalizzazioni di essa. Qui può essere utile il riferimento alle religioni come parte importante delle tradizioni e culture.
“La religione possiede un ruolo vitale nel suscitare gesti di pace e
nel consolidare condizioni di pace”. Come disse Giovanni Paolo II.
Egli ha parlato di fecondazione reciproca delle culture ed ha affidato
alle comunità cristiane un compito fondamentale, soprattutto in riferimento alla multiculturalità dovuta alla migrazione delle popolazioni:
“Nasce … la necessità del dialogo fra uomini di culture diverse in un
contesto di pluralismo che vada oltre la semplice tolleranza e giunga
alla simpatia. Una semplice giustapposizione di gruppi di migranti e
di autoctoni tende alla reciproca chiusura delle culture, oppure
all’instaurazione tra esse di semplici relazioni di esteriorità o di tolleranza. Si dovrebbe invece promuovere una fecondazione reciproca
delle culture. Ciò suppone la conoscenza e l’apertura delle culture
tra loro, in un contesto di autentica comprensione e benevolenza. I
cristiani, per parte loro, consapevoli della trascendente azione dello
Spirito, sanno inoltre riconoscere la presenza nelle varie culture di
“preziosi elementi religiosi ed umani” (cfr. Gaudium et spes, 92), che
possono offrire solide prospettive di reciproca intesa. Ovviamente
occorre coniugare il principio del rispetto delle differenze culturali
con quello della tutela dei valori comuni irrinunciabili, perché fondati sui diritti umani universali. Scaturisce di qui quel clima di
“ragionevolezza civica” che consente una convivenza amichevole e
43
serena.”(Giornata dei migranti - 24/11/2004)
C) Le minoranze creative dell’economia sociale
In questo convegno si è parlato ieri di nuove forme di economia civile di mercato. È significativo che già siano in atto realtà che superano
il mercato facendo riferimento a valori che il mercato non può darsi e
che deve mutuare dalla società, come osserva la Caritas in veritate al
n 35.
Queste sono risposte dovute alla partecipazione della società qua talis, nella quale avviene un lavorio costante a livello culturale, prima
ancora che sociale economico e politico. La società nella sua interezza è chiamata al pensiero e all’azione: qui si evidenzia un ruolo ulteriore della cosiddetta società civile, cioè quelle realtà associative che
già operano in campo sia produttivo che culturale. Si tratta di un ruolo culturale ed educativo, che va oltre gli stessi effetti economici che
qualcuno ritiene ancora poco rilevanti. Il frutto di queste minoranze
non è solo una economia che va oltre il mercato, ma anche un pensiero e una cultura che va in controtendenza in modo sempre più efficace, ed incide sulla concezione stessa della vita. Forse possiamo
ricordare le minoranze creative che fermentano e creano humus culturale… fra queste si possono riconoscere i vari gruppi di equo e solidale, bilanci di giustizia, economia di comunione, e altri…
D) Sobrietà come ascesi
Benedetto XVI nel messaggio urbi et orbi nell’ultimo Natale ha detto:
“Se ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che
andare in rovina.”
Nell’omelia del 1 Gennaio ha sottolineato la necessità della condivisione nella solidarietà e la necessità di uno stile di vita sobrio, che
rende disponibili risorse per le altre persone:
“per combattere la povertà iniqua, che opprime tanti uomini e donne
e minaccia la pace di tutti, occorre riscoprire la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali.”
La sobrietà è certamente un modo di risparmiare per condividere con
tutti i doni della terra e del lavoro umano; un prodromo della solidarietà e della giustizia. Questo è vero anche per quanto riguarda
l’ambiente: è un rispettare il limite degli enti, sia in termini filosofici
44
che economici. Ma la sobrietà non è solo un mezzo che libera delle
risorse, è anche una fedeltà a se stessi, una libertà personale che afferma il primato dello spirito, un non volersi dare identità con una
qualsiasi ricchezza o consumo. È il rispetto della propria dignità umana non traviata dall’uso della ricchezza al punto tale da essere disumanizzati. Insieme è ecologia umana e ambientale, perché è tutela
dell’ambiente ed è premessa per la giustizia e solidarietà.
Sobrietà indica non ebbrezza, non presi dall’ybris, dal fanatismo di se
stessi, del consumo, del possesso, del potere.
La crisi finanziaria ha evidenziato la fragilità indotta nella vita
dell’homo oeconomicus, e dell’homo consumens. Si dovrà tornare
all’homo sapiens, cioè all’uomo che sa vivere nella sobrietà, che sa
cercare e godere della vita bella, buona, giusta. In questo senso vanno
riproposti quegli stili di vita nuovi, di sobrietà e solidarietà, di cui si è
parlato al tempo del grande giubileo soprattutto in relazione alla campagna contro il debito internazionale dei paesi poveri. Altro grande
problema di cui si parla pochissimo, ma che certamente non è stato
risolto. Forse anche questo dobbiamo riprendere.
E) Responsabilità globale
Solidarietà e giustizia reclamano una condivisa responsabilità globale, responsabilità di ognuno per ogni altro. L’obiettivo è quello di far
crescere una responsabilità globale, riconoscendo che dipendiamo gli
uni dagli altri. Ciò mira ad affrontare i problemi globali a livello globale.
Gli stati nazionali sembrano in qualche difficoltà, dati i problemi di
ordine internazionale che superano facilmente le barriere territoriali.
La risposta non potrà essere il localismo, anche se il territorio è certamente un dato importante; ma già è in sé una sintesi del dato globale
e chiudersi è solo indice di debolezza culturale. Di fronte alla crisi
Benedetto XVI ha invitato a non cercare rimedi di corto respiro; anzi
sembra evocare proprio un sistema internazionale nuovo, o almeno
profondamente rinnovato, rispetto a quello ora in atto, fragile sul piano economico e non pronto sul piano politico. Certo la globalizzazione può e deve avere anche un altro volto, oltre a quello finanziario o
economico: quello del riconoscimento dei diritti di ogni persona, al di
là delle differenze soggettive. La coscienza dell’interdipendenza e del
45
valore della dignità di ogni uomo è lontana dalle realtà delle nostre
comunità localiste e xenofobe. C’è una crisi di modello di sviluppo,
ma anche una crisi culturale con ritorni di razzismo e protezionismo
che sembrano reazioni e misure dannose più che il male. Responsabilità significa occuparsi degli affari di tutti.
F) Solidarietà e fisco
Connessa con questa responsabilità c’è anche una questione etica
circa il fisco, da considerare come strumento per una perequazione
solidale nella popolazione che è in Italia e oltre. Il fisco può diventare uno strumento di solidarietà internazionale. Il problema non può
essere solo pagare molte o poche tasse, ma che siano utilizzati i fondi
che ne derivano, in modo equo e secondo una giustizia e solidarietà
globale.
È un discorso poco popolare, ma eticamente necessario.
G) Formazione politica
Una indicazione operativa e indilazionabile è quella di una maturazione della coscienza politica, del dovere di assumere le responsabilità politiche. Una delle mancanze è un vero pensiero critico e progettuale, soprattutto in campo politico e culturale. Ottengono consenso il forte, il furbo, il ricco. La denuncia che si fa alla nostra classe
dirigente è la sua povertà sul piano umano e la scarsa formazione
etica. Se la classe dirigente, come spesso si dice, è lo specchio della
società, allora occorre formare un tessuto sociale umano e con una
formazione etica.
Le nostre comunità da troppo tempo si dimostrano tiepide verso una
solida formazione di coscienze politiche. Occorre ricordare che la
politica è luogo della ricerca nella fallibilità, sotto il segno della croce (=debolezza); in quanto agisce su questo piano anche la comunità
diventa luogo della educazione e riflessione morale e culturale senza
rigidità ideologiche. È la declinazione di un’attività evangelizzante
come anche domenica il S.Padre ci ha indicato nell’omelia a Viterbo.
La politica, utilizzando il metodo della DSCh, è luogo in cui si interpretano le realtà politiche e sociali, esaminandone la conformità con i
criteri etici ispirati dalla fede, ma verificati dalla ragione, per orientare le scelte politiche e sociali. La politica è anche luogo di laicità,
perché l’impegno politico è secolare, cioè legato al tempo e alla sto46
ria; luogo dell’autonomia, delle competenze legate alle realtà terrene
che sono richieste a chiunque abbia una responsabilità politica e secondo il livello di responsabilità. Le comunità sono chiamate ad educare al politico, e perciò devono educare ad assumere ruoli, non solo
istituzionali, ma culturali attivi per fare sì che la società diventi un
laboratorio costante in cui si rifletta sulla dignità dell’uomo, ogni uomo, sul valore della vita, della libertà, della giustizia, della solidarietà, della pace.
La formazione deve iniziare dal territorio, che sempre più si presenta
come sintesi delle problematiche globali, non per chiudersi, ma per
aprirsi alla dimensione globale. Sul territorio si farà evidente la necessità di smascherare la paura indotta della insicurezza che fa identificare gli stranieri con i rapinatori e violentatori, mentre non si parla
più della depenalizzazione del falso in bilancio… Il migrante è
l’escluso perché estraneo alla cultura dominate e incarna la paura del
misterioso. Riconoscere le persone in quanto tali e l’accoglienza è un
compito che Giovanni Paolo II aveva affidato alle comunità parrocchiali. Questa è già nella sua sostanza una educazione alla responsabilità politica che, mentre affronta un problema locale, forma ad una
visione globale. Il discernimento impedirà di allinearsi semplicemente con le linee di pensiero dominanti e non sempre in linea con una
coscienza cristiana. Si è parlato molto, e molto si parlerà della emergenza educativa. Questa non è dovuta solo a mancanza di norme di
comportamento ma di valori oggettivi conoscibili con la ragione, in
ordine ai quali determinare le scelte e i comportamenti.
L’invito del S.Padre nella festa dell’epifania 2008 era di “Preferire il
bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti.”
H) Un rinnovamento della cultura del lavoro.
Occorre pensare, dentro a questa responsabilità politica in senso lato
come Prudens Curatio boni communis, ad una cultura del lavoro che
superi il solo aspetto del reddito, ne migliori la qualità umana, il valore antropologico. Il lavoro, riflesso dell’attività creatrice di Dio,
proprio perché evidenzia e matura nell’uomo il suo essere immagine
di Dio, favorisce la crescita di autoconsapevolezza sul piano personale; crea tessuto sociale, favorisce la capacità di confronto nell’attività
sindacale, fa prendere coscienza del proprio valore politico.
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L’economia non è pensabile senza lavoro umano, il quale aggiunge
valore alla terra, alla creazione con l’opera delle mani.
Il lavoro è un valore umano e un mezzo per una crescita di umanità e
non solo di reddito. Per questo si parla di diritto ad un lavoro decente, cioè adeguato alla dignità di ogni uomo. Per questo va pensato un
lavoro a cui ogni uomo possa accedere, nelle condizioni territoriali
specifiche, che possa essere svolto secondo la dignità e almeno nel
rispetto dei diritti fondamentali, personali, sociali, culturali, politici.
È certamente l’ora della solidarietà e della progettualità; è ora di tornare a fare impresa che crea lavoro invece che puntare solo sulla
“BORSA”. Fino ad ora sembra che abbia vinto l’individuo e non la
persona; il mercato e non il sociale; la finanza e non il lavoro. Si tratta di introdurre nel lavoro un elemento culturale che superi contemporaneamente il lavorismo e l’economismo, per dare spazio alla persona
che lavora.
Conclusione
Dalla crisi siamo partiti e a questa ritorniamo per concludere. È evidente che per uscirne non è sufficiente introdurre misure economiche,
comunque necessarie per condividere la ricchezza.
La soluzione non può essere cercata per settori, per questo l’idea che
ho cercato di seguire è quella di un rinnovamento della concezione
antropologica, capace di portarci fuori dalla pretesa della società affluente che strumentalizza le persone, facendole diventare una parte
dell’ingranaggio produttivo. In questo senso andava Benedetto XVI il
quale, nell’immediatezza dello scoppio della crisi, ha cercato di orientare le speranze non sul denaro ma su altri valori: su Dio,
sull’amore, sulla ricerca di giustizia. Così le cose già dette, devono
avere un filo conduttore nella ricerca di valori esistenziali e di tensioni interiori verso il bene, il bello, il buono. Cosa significa cercare una
vita buona e non in senso moralistico ma esistenziale se non trovare il
tesoro nel campo? Trovare, cioè, il senso della vita nella vita stessa,
nella pienezza delle sue dinamiche interiori di ricerca e di attesa, nelle relazioni fatte di armonia e comunicazione con le altre persone,
con tutta la realtà. E cosa significa cercare una vita bella se non cercare una vita che sia vissuta in senso pieno, imparando a contemplare la
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bellezza naturale, dell’arte, senza ridurre tutto a bene di consumo?
Una vita giusta non è forse quella che si misura con il pensiero, con
la capacità di porsi le domande, con il coraggio di vivere con le domande cui la filosofia stessa non riesce a dare risposte e per questo
apre ogni uomo sincero ad una ricerca religiosa? E non è questo atteggiamento che predispone all’accoglienza degli altri, nel rispetto
della loro dignità, e predispone all’attesa di Dio? Emerge allora un
nuovo concetto di sviluppo il quale non si riduce a crescita economica. Perché l’uomo non è riducibile a quantità. L’economia deve ritrovare il suo ruolo di strumento utile, necessario, che deve essere reso
efficiente, ma strumento per una crescita umana. Così la finanza deve
tornare ad essere essa stessa strumento dell’economia reale, non egemone su di essa.
Noi dobbiamo riprendere la P.P. al n. 14 quando dice che sviluppo è
da intendere di ogni uomo e per tutto l’uomo:
“Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità tutta
intera.”
È allora una diversa visione dell’uomo nella sua dignità che deve
prendere il sopravvento sull’economia e indirizzare la politica.
Le nostre comunità possono essere incisive al riguardo, non semplicemente con riferimenti moralistici, ma evidenziando la sostanza della nostra speranza che si diversifica da quella dell’economismo.
Il contenuto dell’annuncio è “la salvezza dono grande di Dio, che
non è solo liberazione da tutto ciò che opprime l’uomo, ma soprattutto liberazione dal peccato e dal maligno, nella gioia di conoscere
Dio e di essere da lui conosciuti, di amarlo e di abbandonarsi a
Lui.”(E.N. n 9)
All’origine di questo sta la rivelazione del mistero di Dio Padre creatore e signore della vita, che intende stabilire una relazione d’amore
con ogni uomo. La Chiesa è la comunità dei credenti che riuniti in
questo amore, annuncia la speranza a tutto il mondo.
“In questa luce … sì occupa…dei diritti umani di ciascuno…della
famiglia e dell’educazione, dei doveri dello stato, dell’ordinamento
della società nazionale e internazionale, della vita economica, della
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cultura, della guerra e della pace, del rispetto della vita dal momento
del concepimento fino alla morte”.(C.A. 54)
In questo senso la promozione umana, come si diceva alcuni anni fa, è
in stretta connessione con l’evangelizzazione. (cfr Redemptoris missio
59 e prima E.N. 31) L’annuncio della speranza evangelica è un annuncio di una vita buona, che ha in sé prospettive di vita buona, cioè che
vale la pena di viverla; non solo che è decente per le condizioni esterne, ma piena per la ricchezza interiore della vita stessa. Noi lo sappiamo questo è annunciare Cristo, via verità e vita, Cristo nostra vita.
Così la nostra vita è buona, vissuta pienamente. Ma deve passare per la
nostra vitalità per la testimonianza, non per accenti moralistici che non
ottengono alcun effetto.
Si potrebbe dire che Quaerere Deum rende la vita piena, certamente
come fatto ascetico, ma non penitenziale come a volte viene presentato, bensì come risorsa vitale, risposta al fascino del mistero di Dio, del
Padre che attrae, che è la domanda intima di ciascuno di noi.
È la parola primordiale, che qualcuno dice ormai perduta, il cui ascolto
è già evangelizzazione ad opera dello Spirito. È l’ascolto della Parola
di vita che crea socialità, proprio perché crea comunione, comunità.
È l’annuncio operoso di un futuro che è presente, che non è solo un
paradiso sconosciuto, ma una armonia di relazioni positive, di amore,
giustizia, pace, fin da ora vissute.
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LA SFIDA EDUCATIVA
Don Ivo Piccinini - Consigliere Ecclesiastico Prov.le Alessandria
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DALLA SEGRETERIA DI STATO
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PROGRAMMA ESERCIZI SPIRITUALI PER SOLI
SACERDOTI E DIACONI
Ars 31 maggio - 4 giugno 2010
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LA SFIDA EDUCATIVA
Don Ivo Piccinini - da Agricoltura Alessandrina del 16/3/2010
Il tema cruciale dell’educazione ritorna in tutta la sua urgenza e difficoltà. Da cristiani sentiamo sulla nostra pelle i problemi
dell’educazione, la sua emergenza, ma viviamo anche la speranza contro ogni speranza vincendo tante delusioni, tante frustrazioni, tanti sensi di inutilità. Negli anni settanta l’oratorio era il luogo privilegiato di
questo percorso educativo dei nostri ragazzi, guai se un parroco o un
viceparroco non scommettevano su questo strumento o non ci credevano o non gettavano qui tutte le risorse della parrocchia. Avrebbero rischiato il linciaggio o il posto. Oggi le cose sono cambiate. Sembra che
questo problema non interessi nessuno. E poi la situazione rispetto a 30
anni fa è radicalmente cambiata, per questo a situazioni nuove bisogna
offrire soluzioni nuove. Oggi c’è Facebook, internet, cellulare … C’è
la posta elettronica … ch’è la globalizzazione delle povertà e delle ricchezze, dei valori e delle miserie, delle notizie e delle bugie. Con tanta
solitudine per tutti, specialmente per gli adolescenti e per i giovani. E
noi ripartiamo dalla persona, dal valore dei nostri ragazzi e dal valore
dell’educazione. La crisi ci ha obbligato a ridimensionare il peso degli
strumenti e delle strutture a vantaggio della persona. A fare un uso intelligente dei nuovi mezzi a nostra disposizione, a curare di più il rapporto educativo. La Chiesa si sta muovendo in questa direzione. Sta
prendendo coscienza che le presenze costanti e continue dei ragazzi
fino ai 12 - 13 anni nell’oratorio ( a volte neppure a questa età sono
presenti, a volte addirittura manca l’oratorio!) si diradano sempre di
più con l’inizio e lo sviluppo dell’età adolescenziale. Quali strade percorrere perché la proposta cristiana diventi vita vissuta e non area di
gioco o di parcheggio per bambini che non sanno fare altro? Assumere
in pieno la preoccupazione della Chiesa, dare voce e fiducia ai ragazzi
mettendoli in condizioni di assumere qualche piccola responsabilità, e
sperare nella presenza e collaborazione dei genitori. Per assumerci o riassumerci nuovamente la sfida dell’educazione: noi ci proviamo, partendo dalla coscienza dei ragazzi. Dicono in America; che cosa è necessario per insegnare il latino a John? Conoscere il latino? No! Conoscere John. Che valga anche per noi?
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ESERCIZI SPIRITUALI PER SOLI SACERDOTI e DIACONI
tenuti da p. Cesare ATUIRE
Amministratore Delegato dell'Opera Romana Pellegrinaggi
"Il prete non è prete per sé, lo è per voi" (Curato D 'Ars)
A R S 31 Maggio — 4 Giugno 2010
PROGRAMMA
Lunedì 31 maggio
GIORNATA DELL 'ACCOGLIENZA
Partenza da Roma Fiumicino per Lione.
Trasferimento ad Ars.
Introduzione agli Esercizi Spirituali
Momento preghiera presso l'Urna del S. Curato d'Ars
Martedì 1 giugno
GIORNATA PENITENZIALE
ore 08.00 Lodi
Meditazione Biblica
ore 09.30 Via Crucis
ore 15.30 Riflessione dalla vita del S. Curato D'Ars
ore 17.00 Confessioni
ore 18.30 Vespri e S. Messa
ore 21.00 S. Rosario
Mercoledì 2 giugno
GIORNATA DELLA CONTEMPLAZIONE
ore 08.00 Lodi
Meditazione Biblica
ore 11.00 Riflessione dalla vita del S. Curato D'Ars
ore 16.00 Riflessione dalla vita del S. Curato D'Ars
ore 18.00 S: Messa
ore 21.00 Adorazione
Giovedì 3 giugno
GIORNATA MARIANA
ore 08.00 Partenza per Paray le Monial Visita Santuario
Meditazione Biblica
ore 11.30 S. Messa
ore 15.00 Partenza per Taizé – Incontro con la Comunità dei Monaci
Rientro ad Ars
Venerdì 4 giugno
RINNOVO degli IMPEGNI SACERDOTALI
ore 08.00 S. Messa Presso la Basilica di Ars
Presiede S. E. Mons. Guy Bagnard. Vescovo Belley-Ars
Partenza per Lione aeroporto e rientro in Italia
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