IL MUSEO DEL RISORGIMENTO A BERGAMO DI LIA CORNA
La questione dell’identità italiana e il mito risorgimentale - Fin dall’unificazione la
questione dell’identità italiana fu oggetto d’interesse da parte della classe dirigente al governo, ben
consapevole della dicotomia tra il paese «reale» e il paese «legale».
L’Italia era costituita da realtà disomogenee tra loro, caratterizzate da particolarismi locali e con una
popolazione, che, incalzata da problemi legati alla sopravvivenza quotidiana, poco si interessava a questioni
ideologiche, come l’appartenenza ad una sola patria.
Ecco che così le classi governative diedero vita ad una forma di pedagogia politica, che mirava a creare
coesione all’interno del paese tramite un sistema fatto di immagini simboliche evocative, tutte afferenti ad una
visione quasi sacrale del processo risorgimentale e dei suoi protagonisti.
Nello specifico, l’operato in questo senso della Destra storica si scontrò con la vicinanza temporale delle
vicende che portarono all’Unità. In quegli anni, infatti, dominava un dualismo interpretativo per cui il
Risorgimento poteva evocare il mito ufficiale imperniato sul ruolo centrale della monarchia sabauda, così come,
in altri frangenti, si attribuiva invece il merito dei successi risorgimentali alla tradizione democratico
repubblicana d’ispirazione mazziniana. L’unico significativo provvedimento assunto dalla Destra nell’ottica di
legittimare il ruolo monarchico nella creazione dello Stato italiano fu la promulgazione della legge del 5 maggio
1861, con la quale si decretò la celebrazione obbligatoria della festa dello Statuto. L’iniziativa rappresentò una
novità, dal momento che fu imposta dall’alto un’unica celebrazione per tutto il paese, cui si diede un preciso
segno di carattere patriottico, in quanto «la festa nazionale doveva rispondere all’esigenza di riprodurre una
ciclicità incentrata su un evento fondante dello stato su "un grande e celeberrimo avvenimento da cui ripeta la
sua presente felicità"» 1. La festa, dunque, doveva rappresentare valori condivisi per produrre un diffuso
sentimento nazionale in tutto il territorio, istituzionalizzando rituali politici comuni. L’applicazione delle
disposizioni anche finanziarie per la sua realizzazione fu disomogenea e difforme nei vari comuni italiani,
sintomo questo, ancora una volta, di quello che alcuni studiosi chiamano l’«accentramento imperfetto» della
nazione. L’impatto della nuova festività sulla popolazione non fu dei più felici, sia per la sovrapposizione con
altre festività di carattere religioso, radicate secolarmente nell’immaginario collettivo, che per la concorrenza di
altre ricorrenze legate all’epopea risorgimentale più strettamente connesse con il territorio.
L’avvento al governo della Sinistra storica smussò le divergenze nel proporre il mito risorgimentale, poiché
molti suoi esponenti provenivano da una militanza democratica ed erano per formazione culturale
maggiormente legati alla tradizione risorgimentale. Si cominciò a dar vita a tutta una serie di iniziative di tipo
celebrativo-monumentale, pervase da un’ansia pedagogica di fondo e volte non solo ad estendere l’adesione
allo stato nazionale, ma anche a impedire che il discorso educativo sfuggisse al controllo della classe dirigente.
Ebbe un’enorme fortuna, proprio a partire da questi anni, la visione «conciliatorista» del Risorgimento, che
offriva un’immagine sincretica del processo storico, in cui alla monarchia dei Savoia era attribuito il merito di
aver fatto convergere le diverse forze politiche che avevano caratterizzato il difficile processo unitario. Il
progetto di educazione nazional-patriottica fu attuato a livello scolastico, primo gradino dell’istruzione
nazionale, in maniera abbastanza marginale e comunque diversamente efficace per la popolazione del paese.
Fu per lo più in maniera informale che si cercò di sollecitare l’interesse della popolazione per la patria, con la
creazione di spazi appositamente ideati per celebrare il processo di formazione dello stato unitario e dei suoi
eroi. Si trattò di educare all’«amor patrio» operando sull’emotività e modificando l’aspetto dei luoghi urbani. Si
pensi al caso di Roma che, scelta come capitale del regno e radicalmente modificata con riassetti urbani tra il
1875 e il 1895, fu costellata di opere monumentali e architettoniche che misero in rilievo la sua nuova funzione
di «città eterna». Provvedimenti simili riguardarono anche Milano e numerosi altri centri urbani, che divennero
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meta di visite guidate e gite scolastiche volte a formare il senso di appartenenza alla patria: secondo l'ottica di
fondo le città rappresentavano le mete di una sorta di pellegrinaggio civile «come luogo visivo di patriottismo e
di testimonianza delle glorie nazionali»2.
Sempre in questa prospettiva si inserì l’opera di riordinamento della toponomastica in tutti i centri urbani italiani.
La figura di Garibaldi, insieme a quella di Vittorio Emanuele II, anche nella toponomastica cittadina svolse il
ruolo di fulcro: non vi fu centro abitato che non ebbe una via o una piazza intitolate all’Eroe dei due mondi (si
pensi al caso bergamasco di piazza Vecchia trasformata in piazza Garibaldi proprio in quegli anni). Si sviluppò
inoltre il fenomeno della costruzione degli ossari, finanziati grazie alle sottoscrizioni promosse in tutto il paese,
in genere da comitati locali, nei luoghi dove si combatterono le battaglie risorgimentali. In sostanza il mito
risorgimentale fu alla base di una vera e propria religione civile, imperniata su immagini e valori attinti alla sfera
del sacro. Un eloquente esempio è offerto dal pellegrinaggio alla tomba di Vittorio Emanuele II del 9 maggio
1884, organizzato capillarmente, per il quale si utilizzarono termini come «fede», riferendosi al rapporto tra
cittadini e istituzioni, «sepolcro e altare della fede» per la tomba del sovrano e «benedizione» della memoria
per coloro che operarono per l’unificazione d’Italia insieme a lui.
L’intento pedagogico che caratterizzò l’Italia postunitaria si concretizzò anche nell’allestimento di mostre
storiche, in un primo tempo provvisorie, ma destinate successivamente a sedimentarsi nella costituzione di
musei permanenti. La prima e più significativa iniziativa di questo genere fu l’Esposizione generale italiana,
inaugurata nel parco del Valentino di Torino il 26 aprile 1884. Essa si articolò in una serie di padiglioni, nei quali
vennero presentate le innovazioni tecnologiche del periodo e la situazione industriale e scientifica del paese.
Prima di accedere a questi spazi però i visitatori furono invitati a riflettere sulla grandezza del passato recente e
in particolare sul processo di formazione dello stato unitario: si allestì uno spazio interamente dedicato al
Risorgimento nazionale, creando un parallelismo tra la gloria passata e il progresso auspicato per il futuro. Nel
padiglione del Risorgimento furono esposti materiali reperiti grazie ad un appello esteso per la prima volta a
tutta Italia. Le tipologie di oggetti e documenti raccolti furono le più varie: autografi, pubblicazioni, atti ufficiali,
armi, bandiere e, in particolare, le cosiddette «reliquie». Queste ultime comprendevano numerosi capi di
vestiario: il poncho, il cappello, la spada, le calze e gli stivali indossati da Garibaldi in Aspromonte; il fazzoletto
da lui utilizzato durante l’assedio di Roma; il berretto di Emilio Bandiera; la tunica di Luciano Manara con il
segno della pallottola che lo uccise; l’ultima «pezzuola» usata da Cavour. Oltre a tali indumenti, si scelse di
mostrare al pubblico una serie di oggetti piuttosto bizzarri e talvolta raccapriccianti: la chitarra di Mazzini,
l’arredo completo della camera di Carlo Alberto in esilio ad Oporto, l’anello di ferro a cui fu incatenato Felice
Orsini, una ciocca di capelli di Goffredo Mameli, la mano imbalsamata di una patriota romana uccisa nel 1849
e, per finire, i tarocchi costruiti in prigionia dal milanese Giovanni Battista Zafferoni e colorati con sangue, orina,
magnesia, raschiatura di mattoni e fuliggine.
L’ottica con la quale venne presentato il periodo risorgimentale fu quella «conciliatorista», incentrata
sull’immagine della monarchia dei Savoia. Il padiglione del Risorgimento ebbe il compito di esaltare la funzione
dinamica e decisiva della dinastia regnante nel processo di unificazione e poi nello sviluppo dell’Italia unita, con
un richiamo anche alla sua antica origine medioevale.
Una volta terminato l’evento torinese, i comitati costituitisi in numerose città italiane per la ricerca e la raccolta
dei materiali non si sciolsero e i nuclei di testimonianze reperiti furono l’apporto di base per l’istituzione di
musei. Inizialmente si trattò di semplici raccolte di cimeli e documenti, esposte in piccole sale dei musei civici
accanto a raccolte di oggetti relativi alla storia dell’arte o all’archeologia.
In Lombardia e in Emilia i primi tentativi avvennero tra il 1887 e il 1893 e furono indirizzati verso la laicizzazione
politica e culturale della società nel tentativo di eludere l’interpretazione del Risorgimento in chiave sabauda. In
particolare, a Milano, l’ottica interpretativa ed espositiva dominante si ricollegò alla tradizione nobiliareFONDAZIONE BERGAMO NELLA STORIA
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illuministica di fine Settecento. Invece Torino fu la depositaria di un’interpretazione moderata del periodo
risorgimentale, essendo la città-simbolo della monarchia sabauda: il locale museo divenne il primo del
Risorgimento nazionale nel 1901. A Pavia l’indirizzo politico assegnato fu chiaro grazie al conferimento della
presidenza onoraria a Benedetto Cairoli.
Una sorta di continuità tra i vari musei è riscontrabile nelle figure dei direttori, accomunati da alcuni tratti tipici,
come la predilezione per la storia locale, l’elevazione del Risorgimento a elemento cardine del discorso
pedagogico volto all’educazione nazionale e l’abnegazione nello svolgimento del proprio lavoro, che generò
talvolta una concezione 'privatistica' dell’assetto museale.
La svolta liberale giolittiana coincise con un ridimensionamento del mito del Risorgimento, che nell’ultimo
ventennio dell’Ottocento aveva conosciuto il suo periodo più florido. In quegli anni la promozione del
sentimento patriottico e della memoria risorgimentale fu istituzionalizzata: nel 1905 la prima cattedra di storia
del Risorgimento venne conferita a Michele Rosi e il 17 maggio 1906 fu istituito il Comitato nazionale per la
storia del Risorgimento italiano. Poco prima del Comitato nacque la Società nazionale per la storia del
Risorgimento italiano nell’ambito del primo Congresso di storia del Risorgimento, tenutosi a Milano dal 6 al 9
novembre 1906. La Società operò per mantenere vivo il sentimento di devozione alla patria e,
contemporaneamente, per promuovere uno studio più serio ed approfondito del periodo risorgimentale; si dotò
inoltre di una propria rivista, si impegnò per potenziare i musei del Risorgimento e per promuovere conferenze,
commemorazioni e manifestazioni riguardanti la storia nazionale.
Il Comitato e la Società si distinsero nell’operato così come nelle intenzioni: il primo fu «espressione del
liberalismo governativo e procedette nell’attuazione del proprio programma lungo una linea dedicata
prevalentemente alla raccolta di materiale documentario»3; la Società, invece, fu più eterogenea e
caratterizzata da un interesse pedagogico molto spiccato. Ad esempio essa operò per la diffusione
dell’interesse storico e del senso di appartenenza nazionale nel Meridione, tanto da fissare nel 1912 il proprio
congresso annuale a Napoli, nella speranza di dare un impulso alla fondazione di una rete di studi
risorgimentali nel Mezzogiorno.
A partire dal congresso del 1906, i musei del Risorgimento furono oggetto di dispute molto accese,
principalmente tra i sostenitori di due concezioni museologiche contrapposte. Da una parte vi fu chi sosteneva
la necessità di una maggiore correttezza scientifica nella selezione dei cimeli da esporre, sottolineando
l’importanza dei musei per la ricerca storica e per la consultazione; dall’altra vi erano i sostenitori della valenza
pedagogica dei musei e della loro capacità di dar vita a sentimenti patriottici. In particolare si distinse tra i
sostenitori della prima tesi Alessandro Luzio, che al congresso del 1906 auspicò la riforma del sistema museale
secondo tre punti essenziali:
1. Accertamento scrupoloso dell’autenticità di ogni soggetto 2. Discrezione e tatto nello stabilire la storicità del
soggetto, ossia il suo diritto indisputabile alla conservazione 3. Ordinamento sistematico, che concilii le ragioni
del sentimento con quelle degli studi; mettendo in grado i musei d’esercitare degnamente la lorO duplice
funzione, da un lato verso i visitatori che vanno ad attingere una rapida e schietta emozione; dall’altro verso gli
studiosi che vi cercano un archivio prezioso e ben disposto per le loro indagini storiche4.
Fino alle soglie del primo conflitto mondiale l’approccio nella sistemazione dei musei del Risorgimento fu
scientifico: essi continuarono ad essere visti come 'strumenti' capaci di far rivivere le vicende storiche e di
suscitare emozioni, ma, allo stesso tempo, crebbe l’attenzione per la loro qualità. Il mito risorgimentale continuò
a riproporsi secondo gli stessi schemi, tuttavia i connotati ideologici di fondo erano mutati radicalmente:
l’anticlericalismo, nota dominante di fine Ottocento, andò smorzandosi, la presenza cattolica si fece più visibile.
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In seguito alla diffusione degli stereotipi nazionalisti, manifestatisi a partire dall’impresa libica, in vista del primo
conflitto mondiale i musei del Risorgimento furono mobilitati a favore dell’intervento. Infatti il nucleo ideologico
alla base dell’interventismo si andò formando intorno alla rivendicazione della continuità tra la guerra appena
apertasi e i conflitti risorgimentali: si decise di ristampare i proclami delle guerre d’indipendenza; si
organizzarono conferenze storiche per rafforzare le motivazioni morali dei soldati in partenza per il fronte; il
“Bollettino della Società per il Risorgimento” iniziò a proporre citazioni di esponenti del Risorgimento di
intonazione antiaustriaca e anche il Comitato nazionale per la storia del Risorgimento sostenne l’intervento
italiano, presentando il conflitto come opportunità di completare l’unificazione nazionale. La guerra fu riproposta
essenzialmente in chiave monarchica e il Risorgimento come un movimento da portare a conclusione
attraverso il rafforzamento dell’immagine internazionale del paese, obiettivo raggiungibile tramite l’affermazione
dell’Italia sul piano militare. Questa concezione del conflitto si incrinò definitivamente con la disfatta di
Caporetto, quando la guerra si trasformò da offensiva in difensiva: da allora il mito del Risorgimento fu
riproposto secondo i canoni della partecipazione emotiva, fondata sul recupero dello slancio idealistico di
stampo mazziniano. Come risaputo, il progetto di suscitare maggiore adesione ai valori risorgimentali e
presentare il conflitto come «quarta guerra d’indipendenza», nella quale finalmente era attiva anche la massa
del popolo, fallì perché si giunse a formulare quest’ipotesi troppo tardi e soprattutto non furono coinvolte le
classi più umili.
La ripresa del pensiero mazziniano continuò ad essere la chiave interpretativa del periodo risorgimentale anche
con l’affermazione al potere del Fascismo. Si auspicava, infatti, la «rivoluzione integrale», teorizzata da Mazzini
e interpretata dal regime in chiave nazionalista e tramite il coinvolgimento effettivo delle masse nel nuovo stato
totalitario. Particolare attenzione fu dedicata alla figura di Garibaldi, riproposta come simbolo del volontarismo,
capace però di sottostare al potere costituito. Cavour fu presentato quale promotore e anticipatore della politica
nazionale attuata poi da Mussolini.
Se il Risorgimento era considerato il precedente alla «rivoluzione nazionale», poi realizzatasi nel Fascismo, il
periodo postunitario fu oggetto di una feroce critica da parte del regime, che verteva soprattutto sull’instabilità
generata dal parlamentarismo, dal sistema elettorale e dall’avvento del pluripartitismo. La distorsione dei
presupposti ideali del Risorgimento comportò il recupero da parte fascista del primato civile dell’Italia sul
mondo: tale principio fu sfruttato per reinterpretare anche la Grande guerra, arrivando a trasformare la patria in
una divinità vivente secondo i canoni di una vera e propria «religione politica»5.
Il Museo del Risorgimento a Bergamo. 1916-1917: dal progetto alla realizzazione
La commissione per il Museo - Il contesto nel quale prese forma l’idea di fondare un
Museo del Risorgimento a Bergamo fu l’esperienza del primo conflitto mondiale. La città conobbe un clima di
forte adesione all’entrata in guerra, sulla scia della sentita tradizione garibaldina:
C’era tutta l’atmosfera di quella che si diceva la quarta guerra d’indipendenza, in procinto di afferrare nelle sue
immani spire una generazione, che era cresciuta spiritualmente scossa, anche perché le era parso di essere
solo spettatrice dei frutti dell’epopea del Risorgimento6.
Il riferimento alle nuove generazioni non era certo casuale, il bisogno di passare all’azione era profondamente
condiviso da tutti quei giovani che lamentavano la mancanza di un’occasione per eguagliare le imprese di chi si
era sacrificato per unificare il paese. Il legame tra il Risorgimento e il nuovo conflitto si identificava così nella
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continuità ideale dello slancio emotivo tra i giovani. Come osserva Banti «è quando si è giovani che si 'scopre'
la nazione. È da giovani che si abbraccia l’idea di battersi per essa»7.
Il Museo bergamasco si inserì in una ormai consolidata tradizione museografica sul periodo risorgimentale e
risentì di una temperie politico-culturale molto delicata, per cui era necessario «lo slancio della motivazione
ideale, la fiducia in un corpo di valori che unisse le nuove generazioni in un abbraccio ideale con quelle
passate»8. Significativa in questo senso fu, il 5 novembre 1914, la visita di Cesare Battisti, che era stato
invitato da Cristoforo Scotti, allora presidente della sezione cittadina della società Dante Alighieri, con queste
parole:
Venga dai buoni bergamaschi, che dettero il maggior numero dei Mille e che forse potrebbero dare ancora
buon numero di volontari per la guerra di liberazione delle terre irredente9.
Se dunque nel novembre 1914 Cristoforo Scotti in certo qual modo parve augurarsi la partecipazione di
volontari italiani al conflitto allora già in atto, leggendolo come occasione di liberazione delle terre irredente, il
25 maggio 1915, giorno successivo all’entrata in guerra dell’Italia, il sindaco di Bergamo, Sebastiano Zilioli, in
un discorso alla cittadinanza osservò:
L’Italia si vede costretta a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria. … Sia grato e dolce l’incontrare questi sacrifici
e l’adempiere questi doveri, nel pensiero della patria che i nostri maggiori ci hanno data e che da noi attende di
essere finalmente integrata e compiuta nei suoi confini, fra i suoi mari, per la libertà di tutti i suoi figli e per il più
efficace adempimento della sua civile missione. Viva l’Italia! Viva il Re!10
La decisione di dotare Bergamo di un Museo del Risorgimento fu adottata nel corso del 1916 proprio dalla
giunta capeggiata da Zilioli, nella quale collaboravano liberalmoderati e cattolici11, in carica dal 15 luglio 1914
al 5 novembre 1920.
Risale al 16 giugno 1916 l’atto di insediamento della Commissione per il museo, presieduta dall’assessore per
la pubblica istruzione Ciro Caversazzi e composta da sette tra i più insigni esponenti del panorama culturale
bergamasco, accomunati dall’orientamento liberalconservatore. Il conte Cesare Camozzi Vertova, figlio di
Giovan Battista Camozzi Vertova garibaldino e senatore del Regno, diede il suo contributo non solo
partecipando attivamente ai lavori della Commissione, ma soprattutto donando il nucleo fondamentale dei
cimeli dell’erigendo museo.
Anche Giuseppe Locatelli Milesi fu tra i primi donatori: attento studioso del Risorgimento, in seguito
corrispondente del Comitato nazionale per la storia del Risorgimento nazionale e del Museo polacco
diVarsavia, fu membro della Società di studi trentini e collaborò all’edizione nazionale degli scritti di Garibaldi.
Grazie alla competenza in materia, divenne il conservatore del museo dal momento della fondazione fino alla
morte (15 agosto 1939).
Gaetano Mantovani aveva partecipato direttamente come volontario alle guerre d’indipendenza, combattendo
tra le file dei garibaldini nella campagna di Bezzecca del 1866. A lungo presidente dei Soci bergamaschi caduti
e reduci dell’indipendenza, si dedicò poi all’insegnamento e soprattutto agli studi archeologici.
Angelo Mazzi, famoso esperto di storia medioevale, ricopriva dal 1897 l’incarico di bibliotecario della Civica
biblioteca Angelo Mai, da cui pervennero numerosi cimeli per il Museo.
Era invece un esperto storico dell’arte Angelo Pinetti, ispettore onorario per le belle arti nella provincia di
Bergamo.
Elemento politicamente qualificante della Commissione, il conte Gianforte Suardi, di orientamento
liberalconservatore, era stato sindaco della città per due legislature (1884-1886 e 1887-1889). Nel 1890 era
divenuto deputato del Parlamento del Regno per il primo collegio di Bergamo e nel 1919 fu nominato senatore.
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Tra i suoi incarichi parlamentari ricordiamo la partecipazione al Comitato d’indagine sugli scandali bancari del
1892 e la carica di sottosegretario all’agricoltura, industria e commercio nel ministero di Di Rudinì dall’aprile
1897 al giugno 1898.
Infine Achille Zappa, volontario nel 1859 dell’esercito regolare nel primo reggimento Granatieri di Sardegna,
aveva partecipato come caporale maggiore alla battaglia di S. Martino e, in seguito, alla spedizione garibaldina
in Sicilia e a quella nell'ambito della terza guerra d'indipendenza. Presidente della Lega bergamasca per
l’educazione del popolo, fondata nel 1891 insieme a Ciro Caversazzi, era a capo anche della sezione cittadina
della Società veterani e reduci delle patrie battaglie, che fornì al museo un importante nucleo di cimeli.
Tutti i membri della Commissione, dunque, erano accomunati da un rilevante coinvolgimento personale nelle
imprese risorgimentali e da un interesse appassionato per gli studi storiografici. Appartenevano a quella che
Baioni ha definito la tipologia dell’«intellettuale nascosto», dei cultori di storia locale, che offriva «una sorta i
anello di congiunzione tra l’elaborazione ufficiale del mito risorgimentale e la sua distribuzione ramificata nella
rete sociale della media e piccola borghesia»12.
Le prime donazioni - Il 1 luglio del 1916 la cittadinanza venne informata dell’inizio dei
lavori della Commissione per il «Museo e archivio del Risorgimento» con l’affissione di manifesti municipali:
I documenti dunque e le memorie della nostra rivoluzione ci appaiono doppiamente sacri, e perché
costituiscono il testimonio del popolo sperante, congiurato e combattente, e perché contengono il manifesto dei
doveri della nazione. Ora all’amministrazione cittadina è parso tempo di raccogliere, ordinare e conservare in
luogo degno e aperto al pubblico gli sparsi cimelii delle vicende del patrio riscatto, dal 1789 ai giorni nostri: fiere
e vittoriose vicende, traverso le quali il calpestato diritto italiano venne creando a se stesso quella forza
magnanima onde oggi armato rompe l’orgoglioso furore austriaco13.
Il legame tra i moti risorgimentali e le vicende del periodo della creazione del museo è qui sottolineato con il
triplice riferimento al sempre presente nemico austriaco e alla sacralità della patria, valorizzata ed enfatizzata
dal nazionalismo di inizio secolo. La nascita del museo proprio durante il conflitto mondiale fece sì, infatti, che
si fondasse su una sorta di appiattimento interpretativo delle vicende risorgimentali in funzione della
propaganda antiaustriaca e su un’interpretazione fuorviante del concetto di patriottismo, che idealmente si
ricollegava all’idea di patria a partire dalla Rivoluzione francese fino ad arrivare al nazionalismo di quegli anni.
I manifesti affissi dal Municipio si concludevano informando i cittadini che era stata istituita la Commissione per
il museo e che l’offerta di cimeli era già iniziata con le donazioni delle raccolte del conte Cesare Camozzi
Vertova e della Società veterani e reduci; la Giunta Municipale invitava poi chi fosse in possesso di oggetti
«della nostra resurrezione» a volerli offrire al museo.
La selezione dei materiali da esporre fu dall’inizio volta a suscitare la partecipazione emotiva del visitatore,
partendo da raccolte che erano frutto dell’opera di collezionismo dei donatori. Il museo nacque dalla fusione di
tre nuclei separati di documenti e cimeli: quello appartenuto al conte Giovan Battista Camozzi Vertova, quello
del professor Giuseppe Locatelli Milesi e quello proveniente dalla Società veterani e reduci.
Il primo, di maggior consistenza, era stato conservato fino al 1916 nel castello di famiglia di Costa Mezzate del
conte Cesare Camozzi Vertova: costituito da 341 pezzi, era ordinato cronologicamente per annate e conteneva
anche alcune sezioni tematiche. In particolare, per l’anno 1848, oltre ad un numero rilevante di armi, è
interessante notare la presenza di una variata tipologia di oggetti, come un cucchiaino da caffè in argento
proveniente dal saccheggio del palazzo milanese dove alloggiava il maresciallo Radetzky e recante le sue
iniziali sormontate dalla corona comitale; oppure la lanterna da campo di un volontario viennese, abbandonata
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il 29 maggio durante il combattimento di Curtatone; o ancora una pipa in schiuma di mare appartenuta al
luogotenente dei Cacciatori tirolesi, che, al ponte di Goito, «feria con una palla alla guancia il generale
Alessandro Ferrero La Marmora, il creatore dei bersaglieri che morì di colera in Crimea»14.
Spesso sui registri di entrata del Museo le donazioni non venivano soltanto annotate, ma anche commentate e
spiegate: ad esempio, in riferimento ad una baionetta si aggiunse che fu «raccolta a Castelnuovo dopo la
strage ivi commessa dagli austriaci». Frequentemente, in queste brevi note di commento, si sottolineavano
l’efferatezza e la crudeltà del nemico austriaco, suggerite e dimostrate dalla tipologie di cimeli conservati, che
erano quasi esclusivamente armi, molto spesso bombe o schegge di bombe. Più diversificate le testimonianze
relative ai patrioti italiani, che comprendevano anche medagliette, come quelle distribuite dal duca di Toscana,
Leopoldo, ai volontari che combatterono a Curtatone, oppure «un enveloppe con sigillo in ceralacca con cifre e
collo scritto terra di Lombardia», dell’agosto 1848, contenente una zolla di terra.
Attraverso la scelta collezionistica e i commenti veniva creato un netto distacco tra un 'noi' patriottico e 'l’altro', il
nemico, un 'noi' espressione di nobiltà d’animo che, per contrasto, faceva emergere il disvalore degli avversari.
Lo stesso meccanismo interpretativo scattò a proposito degli oggetti riguardanti i Borbone.
La 'crudeltà' del nemico austriaco era rappresentata da due cimeli molto significativi: un «piccolo astuccio
contenente una palla di stutzen austriaco, la quale uccideva nella sua camera nella primavera del 1848 la
giovane Teresa Offredi mentre leggeva un libro devozionale» e «una cassetta contenente un teschio di
ragazza uccisa durante le cinque giornate di Milano». Questi due reperti testimoniano il carattere feticistico e
reliquiario che i musei del Risorgimento avevano conservato fino a quel momento e che continuò a
caratterizzarli ancora per parecchi anni.
Meno numerosi erano i cimeli riguardanti il 1849: alcune baionette, di cui una utilizzata dal conte Giovan
Battista Camozzi Vertova al suo rientro in Lombardia; palle di cannone, razzi incendiari e bombe lanciati dagli
austriaci dal forte della Rocca di Bergamo sulla colonna dei volontari guidati da Gabriele Camozzi, fratello di
Giovan Battista, poi confluiti alla difesa di Brescia durante le dieci giornate. Erano presenti anche alcuni cimeli
riguardanti l’assedio di Venezia: una medaglia coniata dalla rappresentanza della città, detta della «difesa ad
ogni costo» e addirittura un pezzo di pane.
Una vera e propria reliquia era il pendaglio a forma di cuore contenente i capelli e un pezzo di stoffa di
linointriso del sangue di Luciano Manara, nobile milanese, di origine bergamasca, ucciso durante la difesa della
Repubblica romana.
Anche per il 1855 gli oggetti non erano molti e riguardavano soprattutto l’assedio della fortezza diSebastopoli,
come, ad esempio, un pezzo di filo elettrico che «servì a far saltare la mina del forte Malakoff,un libro raccolto a
Sebastopoli e una medaglia russa colla data 1795 trovata nelle rovine della fortezza». I materiali storici
venivano presentati come testimonianze degli eventi, anche se non particolarmenterilevanti in sé per sé,
proprio per il motivo di essere stati rinvenuti nei luoghi dove si era combattuto. Appare evidente anche per gli
oggetti relativi alla seconda guerra di indipendenza: un cacciavite raccolto a Palestro dopo la battaglia del 3031 maggio; proiettili di fucile estratti dalle ferite di alcuni soldati, curati all’ospedale di Pavia dopo il
combattimento di Montebello; una spallina di divisa del terzo reggimento della Guardia imperiale francese
rinvenuta a Melegnano l’8 agosto; bottoni d’uniforme provenienti dai campi di Solforino e S. Martino il 24
giugno; una berretta da zuavo francese trovata a Solferino che «è perforata da una palla di fucile e porta tracce
di sangue». Frequenti gli oggetti, come quest'ultimo, che offrivano una testimonianza concreta e sofferta della
battaglia. Oltre a quelli macchiati di sangue venivano commentati, con dovizia di particolari, i proiettili estratti ai
feriti – «una palla estratta dal corpo del generale Nino Bixio ferito durante la campagna del 1859» – e i diversi
oggetti personali rinvenuti sui cadaveri – un «anello d’argento con guerriero in riposo appoggiato a uno scudo,
carico di rosso, a leone d’oro rampante, tolto dal dito di uno scheletro, sembra di ufficiale»–.
Anche per la Spedizione dei Mille ne abbiamo un esempio: la «pippa15 trovata sul cadavere di un milite
borbonico a Milazzo».
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Tra gli oggetti datati 1860 vi erano cimeli ornati dal tricolore: vari tipi di armi, alcune bandiere, medaglie, tra le
quali quelle distribuite ai Mille garibaldini per la spedizione in Sicilia, e l’elenco dei cittadini bergamaschi che
parteciparono all'impresa.
La prima sezione tematica del fondo Camozzi Vertova riguardava i «ricordi del brigantaggio dal 1860 al 1868»
e comprendeva, oltre a pugnali di briganti arrestati o uccisi dall’esercito, anche, curiosamente, alcune immagini
sacre trovate sul corpo di uno di questi.
Per quanto riguarda le donazioni relative agli anni 1862 e 1866, un nucleo rilevante testimoniava come anche
nella città dei Mille fosse avvenuto il processo di mitizzazione dei personaggi risorgimentali che ebbe il suo
culmine nella «deificazione» dell’uomo-eroe Garibaldi16. Ne sono un esempio un «segnalibro di origine
inglese, di seta tessuta col ritratto del gen. G. Garibaldi» e una «corona di quercia con bacche d’alloro dorate in
carta, gettate nella carrozza del gen. G. Garibaldi a Bergamo durante i tumulti provocati nel mancato tentativo
detto di Sarnico».
È interessante la nota introduttiva all’elenco degli oggetti riguardanti il biennio 1870-1871, che rivela la
connotazione fatalistica e deterministica con cui si proposero le vicende storiche, caratteristica all’interno dei
musei del Risorgimento:
N.b.: Si collocarono nella presente raccolta alcuni ricordi della guerra franco-prussiana e delle relative
conseguenze, poiché tali avvenimenti si collegarono ai fatti storici italiani, dando cioè modo al governo del re
nostro di abbattere definitivamente il potere temporale dei papi e proclamare Roma capitale d’Italia17.
Le ultime donazioni del fondo Camozzi Vertova erano raggruppate in quattro sezioni tematiche. La prima
riguardava l’Eritrea e comprendeva pochi pezzi, per lo più armi, trovate a Dogali il 26 gennaio 1887.
La sezione della «Spedizione di China, guerra internazionale 1900-1901» era costituita da testimonianze della
campagna: «una fotografia del riparto Genio militare del tenente Modugno nelle carte di un chinese
espugnato», «quadri contenenti una stoffa di seta azzurra, ricamata ed ornata delle bandiere degli alleati con
una collana d’argento formata di tante piccole monete inglesi e degli alleati». Seguiva la sezione dedicata alla
guerra di Libia, che comprendeva monete antiche raccolte a Lebda (Leptis Magna), cartuccere, giubbe e coltelli
arabi, nonché una medaglia commemorativa dell'impresa italiana a Tripoli.
L’ultima sezione, intitolata «Guerra 1915-1916», comprendeva già cimeli relativi ai primi anni del conflitto
mondiale. Anche qui il nemico austriaco era rappresentato dalle sue armi: una cassa contenente proiettili e
schegge proveniente dal Carso e una «carta topografica trovata sopra un cadavere austriaco», di nuovo un
oggetto considerato significativo per essere stato rinvenuto sul corpo del nemico.
Il secondo nucleo di cimeli fu donato al museo dalla Società veterani e reduci delle patrie battaglie. Con una
lettera del 24 luglio 1916 il presidente Achille Zappa comunicò all’assessore Caversazzi che la Società cedeva
«la propria raccolta di oggetti svariati pertinenti all’epoca del Risorgimento nazionale, perciò possa formare
colla ricca collezione Camozzi Vertova un appropriato e degno museo, ed insieme servire di maggiore
eccitamento alla generosità patriottica dei concittadini»18.
Il materiale risultava composto da un numero ridotto di cimeli, non organizzato organicamente come il
precedente fondo, ma ispirato dalle medesime prospettive ed intenzionalità. Risalgono ad esempio al 1859 un
fucile da zuavo trovato a S. Martino e uno scritto autografo «ricco di pensieri patriottici del giovane garibaldino
Torquato Canetta di Milano, morto in seguito alle ferite riportate nel combattimento di Seriate, l’8 giugno 1859».
Veniva documentata la spedizione Nullo in Polonia con una fotografia del 20 maggio 1863 raffigurante un
gruppo di volontari deportati in Siberia.
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Il fondo comprendeva una serie di caricature satiriche inerenti diverse tematiche ed eventi risorgimentali – il
Congresso di Vienna, il potere temporale della chiesa, il brigantaggio e il Trattato di Campoformio –documenti
interessanti del dibattito ideologico e del linguaggio propagandistico diffusi all'epoca.
Vennero donate anche alcune carte da gioco, che simboleggiano personaggi, nazioni o episodi politici e militari
ottocenteschi: il re di fiori rappresenta lo Statuto albertino del 1848, quello di cuori Garibaldi, quello di quadri
genericamente il popolo e quello di picche Napoleone a Sedan; la dama di cuori incarna la libertà e quella di
picche la Spagna.
Il terzo nucleo che ha permesso la fondazione del Museo è quello proveniente dall’archivio del professore
Giuseppe Locatelli Milesi.
La donazione in questo caso era organizzata secondo tipologie: fogli murali, comprendenti avvisi, decreti,
proclami, e bollettini di guerra dal 1797 al 1866 e del biennio 1915-1916; volantini, di cui facevano parte
circolari, decreti, discorsi, dispacci, necrologi, satire e canzoni dal 1805 al 1871 e del 1915-1916; giornali; carte
geografiche dal 1848 al 1866 e del 1915; ritratti di sovrani, ministri e generali di varie nazionalità per il periodo
1815-1862 e litografie di generali e ufficiali; opuscoli editi in Bergamo; edizioni originali di alcuni inni patriottici
del 1848; manoscritti, corredati di firme autografe, riferiti ad avvenimenti bergamaschi dal 1832 al 1870.
La categoria dei cimeli era catalogata in dettaglio, poiché gli oggetti venivano descritti e raggruppati secondo le
annate di riferimento. Numerosi i cimeli riguardanti Garibaldi: un facsimile di una sua lettera «a Battista
Camozzi, sindaco di Bergamo, in onore di prodi figli di Bergamo che parteciparono alla prima spedizione di
Sicilia e Napoli»; un «occhialetto» adoperato dal patriota nella battaglia del Volturno; un sigaro da lui offerto ad
un membro della Società operai di Trescore e una benda intrisa di sangue, che gli fu applicata sulla ferita ad
Aspromonte.
Questi oggetti erano ritenuti significative testimonianze della storia risorgimentale per il semplice fatto di essere
stati 'toccati' dal duce dei Mille. Relativamente all'anno 1863 il materiale riguardava esclusivamente la
spedizione in Polonia in cui cadde Francesco Nullo e la successiva deportazione dei suoi compagni in Siberia,
due episodi che rimasero ben impressi nella coscienza collettiva dei bergamaschi: una fotografia e un po’ di
terra di Krzykawka, dove morì il Nullo; un pugno di terra del luogo dove fu sepolto; il ritratto di uno dei deportati
in Siberia e le fotografie di altri volontari deceduti in quella vicenda.
Le testimonianze documentano quanto fosse diffusa l'ottica reliquiaria nel proporre al pubblico le vicende
storiche risorgimentali, a discapito dell’approfondimento scientifico. Come osserva Baioni «l’ipoteca ideologica
accelerata dal conflitto [la prima guerra mondiale n.d.a.] segnò una brusca frenata nello sviluppo della
museologia storica; accantonati gli inviti all’adozione di principi ordinativi attenti alle regole del procedere
scientifico, la rappresentazione della storia patria si snodava attraverso il ricordo ed il pathos che emanava
dagli oggetti appartenuti a personaggi esemplari sino a banalizzarsi nel culto dell’eroe»19.
L’inaugurazione - Il Museo venne inaugurato il 20 settembre 1917, nelle sale dell’Ateneo
di scienze, lettere e arti di Bergamo, alla presenza delle autorità cittadine, i cui discorsi sono particolarmente
significativi. Il primo a prendere la parola fu l’assessore Ciro Caversazzi, che sottolineò come il Museo avesse
risposto alla necessità di fare
la nostra storia, rilevò quanto sia stato patriottico il pensiero di chiamar a risorgere nella memoria i grandi, dei
quali, pur ricordando le gesta, si sono dimenticati i nomi. Chiude il suo dire auspicando alla nostra vittoria che
non mancherà se i vivi sapranno prestar orecchio alla parole dei morti20.
È chiaro quindi che la scelta di inaugurare il Museo proprio il 20 settembre di quell’anno seguì un preciso
proposito di politica culturale e di politica tout court: l’imperativo era aumentare la coesione della cittadinanza di
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fronte ad una guerra di cui ormai si percepiva la drammaticità. Già l’anno precedente erano state pubblicate le
seguenti parole:
la massa è sì contro i “tedeschi”, ma travolta in un nuovo conflitto, in una guerra moderna, che si sapeva, dopo
un anno dal suo inizio, che sarebbe stata intessuta di grandi sacrifici e di massicci richiami21.
L’articolo di “L’eco di Bergamo” proseguiva citando l’intero discorso del prefetto, che, utilizzando uno stile
retorico e carico di prestiti lessicali, attinti alla sfera del sacro, sottolineò come, fino allo scoppio della guerra,
i lembi di bandiera strappati all’oppressore, i fogli vergati nella concitazione di un comando, il peana di vittoria
sorgente dalle spontanee manifestazioni popolari, erano cose sacre come il ricordo di lontana epopea; noi ci
inchinavamo riverenti, come dinnanzi ad irraggiungibili altezze del pensiero.
Il primo conflitto mondiale veniva delineato quale possibilità di sentirci
degni di chi ci ha dato una patria, degni di chi ha segnato a noi, ai nostri figli il luminoso cammino, sgombro da
ogni viltà, che diritto conduce alla dignità di vita e fa un popolo forte e rispettato. […] Tempi eroici, che ci fanno
sentire degni dei nostri maggiori, qui ricordati: superba eredità da lasciarsi ai posteri, i quali ritroveranno nello
spirito di latinità antica, di Roma che oggi festeggiamo italiana, di quella che volle quello che noi ora
ardentemente desideriamo, che al giorno della vittoria, attesa con sicura fede, si possa “a pacisque imponere
morem, parcere subiectis et debellare superbos”.
Il concetto di dignità era qui ribadito con incisività e presentato come raggiungibile solo attraverso il sacrificio
della guerra, che creava una continuità secolare nelle vicende del paese e portava al culmine il processo di
sacralizzazione della patria. Come sostiene Emilio Gentile, «la guerra, di per se stessa, fu interpretata come un
grande evento apocalittico e rigeneratore voluto da Dio, accrescendo così la legittimazione della violenza per il
trionfo del bene»22.
Il discorso del sindaco, Zilioli, pronunciato nella stessa occasione, si soffermò sulla lapide collocatanell’atrio
della biblioteca dell’Ateneo, lo stesso giorno, in memoria dei diciassette soldati italiani fucilati dagli austriaci a
Trento nel 1848. Zilioli sottolineò come il loro anonimato aggiungesse valore alla grandezza di questi «eroi»
non identificati e chiuse l'intervento sostenendo che, con la fine della «guerra delle nazioni», avrebbe potuto
finalmente regnare una pace solida, perché creata tramite l’affermazione del principio equilibratore della
nazionalità.
La cerimonia si concluse con la lettura di un telegramma inviato al generale Luigi Cadorna, in cui il sindaco,
informandolo dell’inaugurazione, riconfermava a nome della cittadinanza l’intento di perseverare
nell’osservanza del «vostro sacro monito resistere fino alla vittoria finale».
1918-1933: Bergamo 'patriottica' tra liberalismo e fascismo
La prima sede nell’Ateneo di scienze, lettere e arti - Il Museo fu collocato nella sede
dell’Ateneo di scienze, lettere e arti di Bergamo. Lo spazio a disposizione era molto ridotto: le pareti della prima
sala erano riservate al Lapidario romano e quelle della seconda a ritratti di bergamaschi illustri. È possibile
conoscere la disposizione dei materiali e la soluzione espositiva grazie ad un articolo di Locatelli Milesi
dell’agosto 192123.
Le bacheche raccoglievano i reperti per annate, per quanto riguarda gli eventi risorgimentali; ne seguiva poi
una in cui erano rappresentati eventi storici in qualche modo legati a quelle vicende con cimeli della Repubblica
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cisalpina, del primo Impero napoleonico, del brigantaggio borbonico, della guerra austroprussiana e di quella
franco-prussiana, nonché dell’assedio alla Comune di Parigi.
Numerosi erano i ritratti, tra cui uno di Armando Diaz con dedica a Bergamo, definita «città dei Mille» decenni
prima della concessione del titolo da parte del presidente della repubblica Gronchi; un altro, firmato, di Luigi
Cadorna e uno di Pietro Badoglio.
Locatelli Milesi introduceva la sezione dedicata alla prima guerra mondiale definendola significativamente
«l’ultima nostra lunga, gloriosa e vittoriosa guerra d’indipendenza che ci è costata e ancora ci costa sacrifici
immensi». Essa comprendeva cimeli riguardanti anche l’ultimo anno del conflitto, il 1918: tra gli altri alcuni
ricordi austriaci del Basso Piave, la fotografia di una distribuzione di ricompense da parte dell’imperatore Carlo
I, una mazza ferrata proveniente da Vittorio Veneto, il timbro d’ufficio dell’ultimo governatore austriaco a
Trieste, armi di soldati russi prigionieri degli ungheresi.
Per mancanza di spazio, altri oggetti donati al Museo furono collocati nell’atrio dell’ex-Istituto tecnico in piazza
Garibaldi24: tra questi un cannone austriaco e parti di aeroplani austriaci abbattuti a Vittorio Veneto. I
documenti, gli opuscoli, i bollettini, i manifesti furono invece affidati alla Biblioteca civica Angelo Mai.
Per comprendere meglio l’ottica con la quale il Museo nacque e la sua logica espositiva è utile analizzare
l’opuscolo di Gaetano Mantovani25, che riporta il discorso da lui tenuto durante la pubblica adunanza della
Società provinciale Veterani e Reduci del 19 aprile 1918.
Sul frontespizio dell’opuscolo due citazioni, una di Gabriele D’Annunzio – «Mostrare al popolo le sacre reliquie
della patria è come accendere nella città un focolare d’eroismo» – e una di Giuseppe Cesare Abba rivolta a
Francesco Nullo – «Però che solo è grande ed ai fasti dei liberi sortita quella progenie che suoi prodi onora» –.
La citazione di D’Annunzio compare anche nei quaderni di registrazione delle donazioni a dimostrare che
anche i curatori del Museo di Bergamo condividevano la concezione e la presentazione del Risorgimento
secondo i canoni di una religione civile. Il nazionalismo fu, a cavallo tra Ottocento e Novecento, la nuova
religione laica che portò al «primato della nazione come entità suprema» 26. Si arrivò così alla creazione di una
nuova politica, che «cercava di rendere concreto il mito astratto della nazione, facendo partecipare i cittadini,
attraverso simboli, riti e feste collettive, alla religione laica della patria»27. D’Annunzio parlava di reliquie,
termine attinto volutamente alla sfera del sacro e riutilizzato da Mantovani nel suo discorso: «Le ho chiamate
appunto reliquie, perché appartennero ai martiri nostri e perché all’immaginazione d’ogni buon cittadino
sembrano sanguinare ancora. Ora, accostiamoci dunque con affettuosa e grata riverenza ad esse, giacché il
nuovo museo è uno dei veri altari sacri alla religione inviolabile della patria».
Mantovani motivò la decisione di esporre nel Museo cimeli a partire dal 1796: «Perché il nostro risveglio
nazionale non s’è iniziato che dalla Rivoluzione francese al successivo periodo napoleonico». E per spiegare le
ragioni del ritardo nel formarsi del sentimento nazionale propose una lunga analisi storica, in cui si affermava
che lo «spirito italiano» nacque con la grandezza dell’Impero romano, ma fu poi disgregato dal «caos
medioevale derivato dalle invasioni nordiche e dalle importazioni straniere di sangui, costumanze, istituzioni e
mentalità barbare». La coesione dell’Italia si manifestò soltanto attraverso la cultura, mentre le rivalità politiche
all’interno della penisola facilitarono le successive invasioni straniere. Fu proprio grazie alla diffusione della
lingua a partire da Dante, definito il «suo artefice sommo», che l’“italianità” continuò ad esistere e questo
«sarebbe bastato da solo a sbugiardare, cinque secoli dopo, la altrettanto falsa quanto ridicola affermazione
del ministro austriaco Metternich: "essere l’Italia una semplice espressione geografica", ma non la patria di una
nazione». A partire dalla Rivoluzione francese le prime aspirazioni patriottiche e i primi tentativi concreti furono
messi in atto da gruppi e non più da singoli, ma non si concretizzarono a causa «dell'ignoranza delle masse
popolari, dell’avversione dei potenti, che si spartivano l’Italia, e, in particolare, del papato».
Lo studio di Mantovani analizza i periodi che caratterizzarono il Risorgimento e descrive i relativi cimeli, che
testimoniavano nel Museo «quel nostro nazionale riscatto, che non dubitiamo di vedere appieno raggiunto nella
presente guerra mondiale, conforme al patrio diritto ed al voto degli avi nostri più illustri».
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La guerra, secondo l’autore, non poteva essere evitata dopo secoli di invasioni che avevano portato «i popoli
nomadi primitivi, barbari e inconsci, su di un continente come il nostro, senza essere guidati che dal moto
apparente del sole, e dove hanno finito inevitabilmente per dominarsi o frammischiarsi a vicenda con
detrimento etnico esiziale per tutti». Il conflitto fu voluto e preparato, sempre secondo Mantovani, dal «genio del
male impersonato nell’organismo politico-militare prussiano», che portò ad una «sconfinata megalomania
pangermanista», inevitabilmente volte alla conquista. Il testo di Mantovani è paradigmatico di quella che Baioni
chiama «la campagna di demonizzazione del nemico. […] I discorsi degli oratori e la pubblicistica di guerra si
affrettarono a dipingere l’esercito austriaco – e più tardi quello tedesco – come un’orda barbarica seminatrice di
terrore e morte, la cui azione prescindeva da qualsiasi vincolo morale e calpestava il codice bellico
tradizionale»28. Corollario è l’appello alla resistenza ad ogni costo e l’invito ad ostacolare i presunti «unici»
responsabili della disfatta di Caporetto, i «disfattisti», aiutati dai cosiddetti «obbligati dal dovere» che, a partire
dal 1860, furono costretti a servire la patria, pur essendo privi della «fede operosa della nazione».
Mantovani terminò la sua esposizione augurandosi che «tutto il sangue, versato a torrenti dalle vittime
innumerevoli di queste carneficine immani, ricada fino all’ultimo fiotto su quei due imperi centrali d’Europa che
le hanno cagionate, affoghi nel sangue la loro fama e la loro brutale satanica potenza per solenne giustizia di
dio e della storia, vindici supremi della civiltà tradita e della assassinata umanità».
Gli avvenimenti più significativi - Per la vittoria del 4 novembre 1918, la giunta
municipale pubblicò un manifesto le cui parole sottolinearono, ancora una volta, la continuità che si riteneva
esistesse tra le guerre d’indipendenza e il conflitto appena terminato:
Le aspirazioni secolari si adempiono: Trento e Trieste accolgono le insegne materne. Il sangue dei nostri martiri
piove sul capo dei carnefici; gli Asburgo crollano e ciò che fu l’impero austro-ungarico, mostruosa compagine, è
polvere ed ombra. […] Il vecchio mondo europeo esce dai suoi cardini. Somma saggezza e somma concordia
occorrono per edificare le vie dell’avvenire. Viva la convivenza pacifica delle nazioni29.
Negli anni seguenti la vita politica di Bergamo fu caratterizzata da alcuni scioperi dei lavoratori, culminati
nell’occupazione dello stabilimento siderurgico della Dalmine nel marzo 1919. In quell'occasione Mussolini,
fondatore dei Fasci di combattimento, si rivolse agli scioperanti, sottolineando che «Sul pennone dello
stabilimento avete issato la vostra bandiera, che è il tricolore, e attorno ad essa e al suo garrito avete
combattuto la vostra battaglia. Bene avete fatto. […] Per essa dal 1821 al 1918 schiere intere di uomini hanno
sofferto privazioni, prigionia e patiboli»30. Il tricolore, infatti, aveva costituito l’immagine simbolo non solo del
Risorgimento, ma anche della prima guerra mondiale: «Attraverso il tricolore, la realtà della guerra mondiale si
saldava alla "memoria" del Risorgimento, in un percorso di riscatto nazionale che era nel contempo ambito di
identità»31. Negli anni successivi al conflitto, nell'Italia fascista, questo simbolo si trasformò nell’elemento
fondamentale della «liturgia della patria» e si integrò con «le feste dell’unità nazionale, le solennizzazioni del
calendario di regime, i riti della rivoluzione fascista»32.
Le celebrazioni dei caduti per la patria furono numerose in quegli anni a Bergamo: il 15 giugno 1922, alla
presenza del re Vittorio Emanuele III, si inaugurarono il monumento ai caduti del quinto reggimento degli alpini
e un busto in bronzo in memoria di Gabriele Camozzi; il 27 ottobre 1924 si inaugurò la Torre dei caduti alla
presenza di Mussolini, ormai capo del governo.
Alla fine del mandato del sindaco Zilioli, nelle elezioni provinciali del 20 novembre 1920 prevalse a Bergamo il
Partito popolare, che amministrò la città fino all’avvento del fascismo. In questo periodo di passaggio dal
liberalismo al fascismo, la storia del Museo del Risorgimento di Bergamo fu caratterizzata da frequenti contatti
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con altri musei nazionali, tra cui quello della guerra di Rovereto e quello militare di Castel S. Angelo a Roma33.
Dal primo, a partire dall’anno dell’inaugurazione avvenuta il 12 ottobre 1921, si susseguirono una serie di
richieste di contributi, in quanto Bergamo era ritenuta sede di un'importante raccolta. Il Museo nazionale di
Castel S. Angelo, nel 1925, fece invece ufficiale richiesta di cimeli, in particolare di armi, alla città: fu incaricato
il conservatore Locatelli Milesi di vagliare la possibilità di cedere alcuni materiali, ma, dopo un’attenta analisi,
comunicò l’impossibilità di soddisfare la richiesta.
Proprio sul conto di Locatelli Milesi gli incartamenti dell’Archivio storico comunale offrono informazioni
supplementari. Egli ebbe inizialmente qualche screzio con l’amministrazione comunale. Avendo provveduto dal
1917 al 1920 all’ordinamento e all’allestimento senza alcuna remunerazione, nell'ottobre 1920 fece domanda di
un assegno annuo per il suo operato, domanda che l’amministrazione comunale respinse. Lo studioso
presentò allora le dimissioni il 30 maggio del 1921, ritirandole poi e assolvendo all’incarico di conservatore per
gli anni successivi. A partire dal 1931 fu l’età avanzata a spingerlo a rinunciare all'incarico, ma le dimissioni
vennero più volte respinte dalle autorità cittadine, con lusinghieri apprezzamenti per l’opera svolta e l’invito a
continuare il suo prezioso compito.
Donazioni e donatori - Fin dalla fondazione del Museo le donazioni di privati cittadini,
più o meno prestigiosi, furono numerose. Segnaliamo la donazione del nucleo Nullo-Invernizzi, che si aggiunse
ai tre gruppi di cimeli accorpati al momento della costituzione del Museo. Fu registrata in data 17 agosto 1920,
proveniva dalla famiglia di Francesco Nullo e riguardava la spedizione in Polonia del 1863.
Alle donazioni dell’avvocato Guido Frizzoni, nell’aprile del 1917, si deve la presenza di numerose lettere
autografe di personaggi illustri del Risorgimento italiano, tra cui Giuseppe Garibaldi, Silvio Pellico, Massimo
D’Azeglio, Camillo Benso conte di Cavour e Daniele Manin.
Il 24 settembre del 1920 il generale Luigi Cadorna fece visita al Museo, apprezzandolo molto, e donò un suo
ritratto con firma autografa.
Risale al mese di ottobre dello stesso anno l’inizio delle trattative per la cessione della raccolta appartenente al
museo familiare dei Camozzi di Dalmine. L’organizzazione del trasferimento di questi cimeli fu curata
dall’avvocato Gabriele Danieli di Roma, nipote del defunto deputato Gabriele Camozzi che li aveva raccolti, e si
protrasse fino al 192534. La collezione era composita, comprendeva testimonianze riguardanti il Risorgimento,
memorie familiari, mobili pregiati e alcune opere artistiche. Ancora una volta si ripresentava la caotica varietà
che aveva caratterizzato le raccolte di cimeli risorgimentali, in cui l'impronta collezionistica dominava
incontrastata. Si possono segnalare: una cassapanca in legno, dipinta ad olio, con gli stemmi delle famiglie
Camozzi e Danieli; un quadro raffigurante la presa di Costantina in Algeria; un’anfora antica, in terracotta, con
la scritta «Roma»; un camoscio imbalsamato su piedistallo in cartapesta; una tricromia francese, intitolata Il
naufragio. Tra i cimeli riguardanti il Risorgimento, un busto in marmo di Carrara del conte Gabriele Camozzi,
opera di Vincenzo Vela del 1871; una pergamena «alla gloriosa imperitura memoria di Gabriele Camozzi, nel
fausto trentennio delle nozze Camozzi-Danieli»; una cornice contenente dei fiori legati da nastri rossi e recante
la scritta «cartone da libro e fiori presi da Gabriele Camozzi nella villa Rudini, saccheggiata e incendiata dagli
insorti reazionari nel settembre 1866. Palermo».
La collezione Camozzi era caratterizzata soprattutto da un notevole numero di fotografie e litografie riguardanti
il periodo risorgimentale. Sono da segnalare in particolare: una fotografia dell’isola di Caprera con la casa di
Garibaldi; una litografia rappresentante l’apertura della ferrovia del Gottardo e altre raffiguranti il generale
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Guglielmo Pepe, Giuseppe Mazzini, Carlo Alberto, Giuseppe Garibaldi con l’elenco dei Mille, Urbano Rattazzi,
Benedetto Cairoli, Goffredo Mameli.
La consistente presenza di fotografie e litografie in questa collezione, così come in quelle degli altri musei del
Risorgimento, non è casuale. Il mezzo fotografico fu subito avvertito come congeniale al processo di
mitizzazione del Risorgimento e dei principali fautori dell’unificazione italiana, anche perché consentiva di
immortalare la storia, permettendo così al visitatore del Museo di rivivere le vicende passate35.
Un’altra importante donazione fu quella del 15 febbraio 1921, con la quale Cesare Camozzi Vertova donò al
Museo un medagliere, che abbracciava il periodo storico a partire dalla caduta del primo impero napoleonico
ino a due anni prima della morte, avvenuta nel 1906, del senatore Giovan Battista Camozzi Vertova, che lo
veva raccolto: per ragioni di sicurezza, il medagliere fu collocato temporaneamente in una sala del palazzo
unicipale.
Il 2 febbraio 1923 il colonnello Dante Geloria spedì al sindaco di Bergamo una lettera con la quale inviava in
piego a parte […] una bandiera che nel nostro gergo militare chiamiamo drappella, la quale da un lato porta i
colori della bandiera di Fiume con sovrapposto lo stemma di casa Savoia e dall’altra i colori della rigata di
Bergamo con sovrapposto lo stemma che si vorrebbe fosse di questa città»36. La «drappella» era dono di
alcune signore fiumane, insieme ad altre trenta bandiere, e gli ufficiali del reggimento di Geloria aevano
espresso il desiderio che essa fosse regalata alla città di Bergamo, «volendo così accomunare nel oro pensiero
affettuoso la nuova sede "Fiume redenta", con la città che ha dato i natali alla nostra gloriosa rigata "Bergamo
gentile e forte"». La notizia di tale donazione comparve anche sul primo periodico fascista della città, “Il
Gagliardo”37, il 28 febbraio 1923, in un articolo in cui si informava che il regio commissario straordinario «ha
assicurato che la città – fiera di aver dato il suo nome a così eroici soldati – guarda con fede alla forte brigata,
che, nella pace presidia la italianissima terra, associando due nomi e due fatti, indimenticabili e cari: Bergamo e
Fiume, la brigata gloriosa e l’annessione della città martire alla gran madre comune».
Il 13 luglio dello stesso anno Mussolini, capo del governo, donò al Museo la propria fotografia in grande
formato, con firma autografa e con la dedica «Alla città di Garibaldi».
Risalgono sempre agli anni venti le donazioni di cimeli della prima guerra mondiale da parte del Comitato di
Bergamo pro liberatori e liberati38. Si possono segnalare armi austriache ed italiane di vario tipo, tra cui
baionette, pugnali degli arditi austriaci, daghe, una mazza ferrata «in uso fra le truppe austriache per
massacrare i nostri feriti», pezzi di mitragliatrici, bombe a mano. Vi erano anche oggetti che testimoniavano la
vita delle truppe al fronte: telefoni da campo, una maschera austriaca anti-gas, «una pialla per trucioli adoperati
dagli austriaci per giacigli negli accampamenti» e alcuni sacchetti in carta-tela per la sabbia, a riparo delle
trincee. È significativa la presenza di resti di aeroplani austriaci caduti a Vittorio Veneto, motori, eliche e pedali
di comando.
Fu particolarmente apprezzata in quel periodo la donazione da parte di Antonio Locatelli di un velivolo di
guerra di sua proprietà, comunicata al sindaco il 2 maggio 1922 con una lettera:
È mia intenzione di donare all’onorevole Municipio di Bergamo un velivolo di guerra di mia proprietà che potrà
essere collocato nel museo del Risorgimento della città. Il velivolo, un grazioso Balilla da crocera e da caccia,
mi venne donato dalla città di Genova nell’agosto del 1918, e porta ancora dipinto sul fianco e sulle ali lo
stemma del san Giorgio della città donatrice. Detto velivolo se non fu da me impiegato per le imprese maggiori,
lo fu però in alcune crocere e per mitragliamento di truppe nemiche sulle linee e sulle retrovie immediate del
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Piave, del Grappa e dell’altopiano; lo fu in tutti quei voli più brevi dove si richiedevano ali preste nella salita,
agili e veloci39.
L’apparecchio era un biplano monoposto Ansaldo A1 Balilla, donato a Locatelli dalla città di Genova e da lui
impiegato per alcuni voli di ricognizione nel settembre del 1918 sull'altipiano del Grappa e del Piave. Abbattuto
Locatelli il 15 settembre sopra Fiume, mentre rientrava da un volo ai comandi di uno Sva 5, il velivolo veniva
condotto successivamente in missione da Francesco Ferrarin. L'ultimo volo dell'Ansaldo, per il trasferimento da
Ghedi a Ponte San Pietro, risaliva al 24 agosto 1920 ancora ai comandi di Locatelli.
A partire dal primo conflitto mondiale e, soprattutto con l’avvento del fascismo, proprio l’aeroplano fu uno dei
simboli più celebrati ed esaltati, in quanto era considerato emblema dello «slancio vitale» e della modernità.
D’Annunzio, Saint-Exupéry, lo stesso Mussolini e, nel caso bergamasco, Locatelli furono aviatori che
rappresentarono l’«uomo nuovo», esponente di una nascente aristocrazia incarnante gli ideali nazionalisti nella
società massificata. Tra le due guerre si affermò e diffuse in tutta Europa l’immagine del pilota come esempio di
forza e virilità, si delineò la «mistica del volo», per cui «la lotta dell’aeroplano contro la natura non è tanto
l’esaltazione della tecnologia, quanto un mezzo per dimostrare la propria virilità e la propria giovinezza»40.
1933: la Rocca, luogo simbolo della memoria storica
I nuovi musei della Rocca - Nel corso del 1927 fu elaborato dalla giunta municipale il
progetto di recupero della Rocca di Bergamo, acquisita negli anni precedenti dallo Stato. La fortificazione era
stata edificata nel 1331 da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia – figlio di Arrigo VII, imperatore di Germania
– , al quale Bergamo si era donata nella speranza di porre fine alle lotte intestine tra famiglie ghibelline e
famiglie guelfe. Sul colle si trovava noi resti dell'insediamento romano e della prima chiesetta cristiana della
città, intitolata a Sant’Eufemia. Nel corso dei secoli la Rocca fu rafforzata dalla Repubblica veneta prima e dagli
austriaci poi: dopo i tentativi insurrezionali del 1848, vennero espropriate le case sottostanti al recinto esterno e
innalzate tutt’intorno alte mura con feritoie e cannoniere. Con l’unificazione d’Italia l’edificio fu destinato a
penitenziario.
Come si può leggere in un articolo di Locatelli Milesi, il progetto di riqualificazione era nato da una proposta di
Ciro Caversazzi, che presiedeva il Comitato locale per il Parco delle rimembranze: la Rocca venne ceduta dallo
Stato alla città grazie al «governo redentore e riparatore di Mussolini […] perché la rendesse ancor degna di
sua millenaria istoria»41. Locatelli Milesi attribuì al regime il merito di aver reso possibile il progetto e confermò
con i due aggettivi la sua adesione ideologica al nuovo ordine politico, adesione già espressa nel settembre del
1929, nell'introduzione ad un epistolario di Garibaldi, che raccoglieva le lettere inviate ai personaggi più
eminenti del Risorgimento bergamasco:
Ai giovani, che per merito altissimo di Benito Mussolini hanno la fortuna di trascorrere gli anni più belli della vita
in atmosfera di fervente patriottismo, dedico questo breve ma prezioso epistolario di Giuseppe Garibaldi a
grande onore dei bergamaschi. […] Le parole dell’eroe, cui l’Italia deve pagine immortali nella storia del suo
risorgimento, faran fremere di commozione e di orgoglio cittadino voi, nipoti dei volontari della camicia rossa
che fu la porpora di nostra gente, e madre della camicia nera42.
Non potrebbe essere più esplicito l’adeguamento ideologico di uomini che, come l’autore, erano in passato stati
di orientamento liberalconservatore, ma che ora si allineavano ad un regime rappresentato «come paladino e
restauratore della patria risorta, impegnato a sostenerne il culto, i miti e i simboli»43.
Il fascismo infatti mirò a creare una continuità tra i moti risorgimentali e il nuovo ordine politicoistituzionale che
aveva costituito, segnando il passaggio da una «religione civile» ad una «religione politica», secondo le
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definizioni di questi due concetti proposte da Emilio Gentile. La prima è infatti caratteristica di un regime
democratico, essendo
una forma di sacralizzazione di un’entità politica collettiva che non si identifica con l’ideologia di un particolare
movimento politico, […] ponendosi come un credo civico comune sovrapartitico e sovraconfessionale, che
riconosce un’ampia autonomia all’individuo nei confronti della collettività santificata e fa generalmente appello
al consenso spontaneo per l’osservanza dei comandamenti dell’etica pubblica e della liturgia collettiva.
La seconda, invece, si riferisce alla sacralizzazione della politica nei regimi totalitari, che, avendo
carattere esclusivo e integralista non accetta[no] la coesistenza con altre ideologie e movimenti politici,
nega[no] l’autonomia dell’individuo rispetto alla collettività, prescriv[ono] come obbligatorie l’osservanza dei
[loro] comandamenti e la partecipazione al culto politico 44.
Il concetto di nazione diventò così il perno su cui si innestava l’adesione al potere e, contemporaneamente,
fornì un legame con le vicende politiche precedenti, che avevano esaltato e sacralizzato i processi e i
personaggi fautori dell’unificazione del paese.
Il progetto inerente la Rocca si inserì perfettamente in quest’ottica di presunta continuità tra la grandezza del
passato e quella del presente. Prevedeva, infatti, la collocazione di tre musei differenti all’interno della
fortificazione:
Il mastio e le sue adiacenze, dove l’austriaca barbarie militare immolò i primi nostri martiri, vennero ripristinati e
trasformati a perenne memoria dei martiri della grande guerra; e gli edifici interni dedicati parte al Museo
lapidario romano, illustrato dai più dotti concittadini, parte al Museo del Risorgimento, splendida fiaccola di
patriottismo, ricco patrimonio di eroiche imprese che onorano la terra bergamasca. Spogli d’ogni deturpazione
austriaca e carceraria, i maestosi edifici vennero tutti ridonati all’originaria loro grandiosità. Così appare ben
compiuta la palingenesi dell’acropoli di Bergamo45.
L’affiancamento dei due musei, quello romano e quello del Risorgimento e della prima guerra mondiale,
quest’ultimo sottoforma di un Parco delle rimembranze collocato tutt’intorno alla Rocca, non fu quindi casuale:
«Il Museo lapidario attesta la nobiltà della nostra stirpe e il secondo il più nobile patrimonio spirituale della
gente bergamasca»46.
Allo stesso modo non si può definire casuale il giorno prescelto per l’inaugurazione del nuovo complesso
museale, il 4 novembre 1933, anniversario della battaglia di Vittorio Veneto. Significativamente la nuova sede
del Museo, nato nel corso della Grande guerra e allestito proprio durante il periodo difficile della disfatta di
Caporetto, fu inaugurata in quella data. Secondo l’interpretazione fascista, infatti, «non Caporetto, dunque, ma
Vittorio Veneto era la rivelazione del paese autentico e della sua "grande anima". La prova provata era, o
doveva sembrare che fosse, che solo l’Italia aveva piegato l’avversario con le armi, mentre gli altri paesi erano
stati costretti a firmare l’armistizio "col nemico in piedi”»47.
I lavori per il restauro della Rocca e per il trasferimento del Museo del Risorgimento si prolungarono fino al
1933. Nel 1929 erano diffuse le lamentele per la mancanza di spazio nelle sale dell’Ateneo:
Quando questi cimeli e questi valori troveranno nei locali della Rocca, dove opportunamente fu fatto sorgere il
Parco della rimembranza, una sede unica e degna che sia davvero il sacrario dell’eroismo bergamasco? Là i
nostri giovani potranno recarsi in pellegrinaggio ed ivi troveranno alimento alla loro fede e al loro amore verso
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la patria. […] Si desidererebbe che qui trovasse posto, oltre ai cimeli gloriosi, anche un archivio, coi nomi, le
fotografie, i cenni biografici sui nostri combattenti, con libri, diari, opuscoli, lettere, disegni, documenti, talché
anche lo studioso trovasse materia e incitamento alle opere di storia48.
L’urgenza di trasferire al più presto il Museo venne sottolineata dalle motivazioni di Donati Petteni:
È poi giusto – e urgente – dare una definitiva sistemazione al nostro [museo], in quanto bisogna aggiungere ai
cimeli della guerra quelli del fascismo. Giustamente il duce, nella mostra del fascismo che si sta apprestando a
Roma, ha voluto che i ricordi fascisti risalissero al periodo delle lotte per l’interventismo, perché di là incominciò
il movimento della nostra resurrezione e della nostra vittoria49.
Ancora una volta il fascismo è proposto come il punto culminante di un processo storico di rinascita e
rigenerazione iniziato con il Risorgimento.
Quando il nuovo complesso museale della Rocca fu inaugurato, il Museo del Risorgimento andò ad occupare
tre spaziose sale della cosiddetta Scuola dei bombardieri veneti – dove si trova tuttora dopo due riallestimenti,
il primo nel 1997 presso il Convento di San Francesco, il secondo nel 2004 nuovamente in Rocca – e i cimeli vi
furono disposti in ordine cronologico.
La prima sala comprendeva cimeli «delle epoche cisalpina, napoleonica e delle rivoluzioni e guerre del 18481849», come spiegava Locatelli Milesi descrivendo la nuova disposizione del Museo50.
Le vetrine iniziali contenevano vessilli napoleonici del primo impero e bandiere «che salutarono la radiosa
primavera del 1848. I colori sono ormai sbiaditi dal tempo come le speranze di quell’anno dai generosi
entusiasmi e dalle terribili delusioni».
Nella bacheca centrale si trovavano le sciabole dell’arciduca Sigismondo d’Austria e del barone Schneider,
comandanti delle truppe austriache a Bergamo, con le decorazioni di altri ufficiali e generali, significativamente
poste di fronte alle coccarde tricolori degli insorti. Seguivano le armi provenienti dai principali campi di battaglia
del 1848. I primi cimeli relativi al 1849 erano esposti per evidenziare come fosse stato spietato il
bombardamento degli austriaci sulla colonna di volontari bergamaschi guidati da Gabriele Camozzi: non a caso
a fianco furono collocate tre notificazioni di condanne a morte per gli insorti di Bergamo. La sezione dedicata al
1849 si chiudeva con altre testimonianze inerenti le vicende di Brescia, Venezia e Roma; con l’esposizione alle
pareti di decorazioni, documenti e lettere riguardanti Gabriele Camozzi; con il pianoforte sul quale fu eseguito
per la prima volta l'inno di Garibaldi il 31 dicembre 1858, nella villa allo Zerbino presso Genova, dove vivevano
in esilio i fratelli Camozzi. La sala successiva riguardava le guerre d'indipendenza, le imprese garibaldine, la
spedizione di Nullo in Polonia e la presa di Roma.
Le bacheche dedicate al 1859 erano tre e contenevano tra l’altro: l’ordine di pagamento di tre milioni di fiorini a
carico della città, come risarcimento per le ferite riportate da alcuni soldati della guarnigione austriaca in fuga
da Bergamo; le «reliquie» dei bergamaschi caduti durante la seconda guerra d'indipendenza, che portò alla
liberazione di Bergamo e all'annessione della Lombardia al Regno Sabaudo.
Locatelli Milesi commentò così le altre bacheche dedicate alla spedizione dei Mille e alle onorificenze
assegnate ai bergamaschi che vi parteciparono, tutte datate 1860:
«Degnissimi di particolare osservazione, per i bergamaschi in special modo, tre autografi di Garibaldi che
nessuno può leggere senza commozione e, se nostro concittadino, senza giusto orgoglio»51.
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I cimeli riguardanti gli anni successivi del periodo risorgimentale erano esposti nelle ultime bacheche della sala
e presentavano tra l'altro l’abbigliamento tipico dei garibaldini, giubbe rosse e berretti, nonché il poncho
indossato da Garibaldi negli ultimi anni di vita.
Alle pareti di questa seconda sala si trovavano inoltre i ritratti di alcuni personaggi di rilievo del Risorgimento
accompagnati da bandiere, sia tricolori, sia garibaldine, sia della Guardia nazionale di Bergamo.
Per quanto riguarda la disposizione della terza sala, dallo scritto di Locatelli Milesi è possibile sapere poco:
La sala III dedicata alla Grande guerra contiene cimeli che parlano con diretta e chiara eloquenza. Guida al
visitatore è la sua stessa ancor vibrante e commossa memoria dei fatti e dei nomi e delle gloriose vicende che
conclusero col trionfo di Vittorio Veneto.
1
I. Porciani, La festa della nazione. Rappresentazione dello Stato e spazi sociali nell’Italia unita, Bologna,
1997, p. 33-34.
2
B. Tobia, Una patria per gli italiani: spazi, itinerari, monumenti nell’Italia unita, 1870-1900, Roma-Bari, 1998, p.
95.
3
M. Baioni, La “religione della patria”. Musei e istituti del culto risorgimentale (1884-1918), Treviso, 1994, p. 92.
4
Atti del primo congresso per la storia del Risorgimento italiano, in M. Baioni, La “religione della patria”..., cit.,
p. 122.
5
Cfr. E. Gentile, Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi, Roma-Bari, 2001.
6
S. Zilioli, Ricordi bergamaschi, citato da A. Agazzi, Bergamo e la guerra del 1914-1918, in “Atti dell’Ateneo”,
vol. XXXIV, Bergamo, 1968-1969, p. 170.
7
A. M. Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santità e onore alle origini dell’Italia unita, Torino, 2000,
p. 33.
8
M. Baioni, La “religione della patria”..., cit., p. 174.
9
B. Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, Bergamo, 1989, vol. VIII, p. 32.
10
Ibidem.
11
La giunta era formata da P. Bonomi, P. Cavalli, C. Caversazzi, G. Lussana, A. Pinetti, F. Roviglio, M. Astori,
C. Galizzi, G. Torri.
12
M. Baioni, La “religione della patria" ..., cit., p. 49.
13
Cfr. Atti dell’archivio storico comunale, in Atti del Municipio di Bergamo, cartella n. 249, in Biblioteca civica
Angelo Mai (d'ora in poi Bcm).
14
Così si legge nel Registro delle donazioni dal 1916 al 1925, in Archivio del Museo storico di Bergamo (d’ora
in poi Amsb).
15
(sic).
16
R. Certini, Il mito di Garibaldi. La formazione dell’immaginario popolare nell’Italia unita, Milano, 2000, p.27.
17
Cfr. Registro delle donazioni dal 1916 al 1925, cit.
18
Cfr. Doni, depositi, sussidi, fascicolo n°. 4 del Municipio, in Amsb.
19
M. Baioni, La “religione della patria”... , cit., p. 175.
20
Bergamo patriottica inaugura il museo del Risorgimento ed una lapide ai fucilati dall’Austria nel ’48, in “L’Eco
di Bergamo”, 21 settembre 1917.
21
E. Janni, Un tempo, un uomo, Bortolo Belotti, in A. Agazzi, Bergamo e la guerra 1914-1918, in "Atti
dell’Ateneo", vol. XXXIV, Bergamo, 1968-1969, p. 164.
22
E. Gentile, Le religioni della politica..., cit., p. 49.
23
Il Museo del Risorgimento nazionale in Bergamo, in “Atti dell’Ateneo”, Bergamo, 1921.
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24
La sede che ospitava l'ex-Istituto tecnico è ora occupata dalla Biblioteca civica Angelo Mai, che si affaccia su
piazza Vecchia, già piazza Garibaldi.
25
G. Mantovani, Il nuovo museo bergamasco del Risorgimento nazionale nei suoi rapporti con la storia d’Italia,
Bergamo, 1918.
26
E. Gentile, Le religioni della politica..., cit., p. 46.
27
Ibidem.
28
M. Baioni, La “religione della patria”..., cit., p. 164.
29
B. Belotti, Storia di Bergamo e dei bergamaschi, cit., vol. VIII, p. 34-35.
30
Ibidem, p. 37.
31
M. Isnenghi, I luoghi della memoria: simboli e miti dell’Italia unita, Roma-Bari, 1996, p. 9.
32
Ibidem, p.10.
33
Cfr. Atti dell’Archivio storico comunale, in Bcm, cartella n°. 249.
34
Cfr. Documenti relativi alla cessione del fondo Camozzi di Dalmine, in Amsb.
35
Cfr. R. Galati, C. Solza, Garibaldi. Immagine e mito, Bergamo, 1982, p. 18-19.
36
Lettera di Dante Geloria al sindaco di Bergamo, Bergamo, 06/02/1923, cfr. Amsb.
37
Uscito dal 1921 al 1924, poi trasformato, nel gennaio del 1925, nel quotidiano “Voce di Bergamo” e nel
settimanale “Bergamo fascista”.
38
Cfr. Bollette di ricevuta delle donazioni al Museo, in Amsb.
39
Cfr. Donazione Locatelli, in Amsb. 40 George Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste,
Laterza, Roma, 1999, p. 234.
41
G. Locatelli Milesi, Il Museo civico del Risorgimento in Bergamo, in “Bergomum”, ottobre-dicembre 1933, p.
221.
42
G. Locatelli Milesi, Garibaldi per Bergamo e per i bergamaschi, in “Bergomum”, settembre-ottobre 1929, p.
129.
43
M. Isnenghi, I luoghi della memoria..., cit., p. 10.
44
E. Gentile, Le religioni della politica, cit., p. 208-209.
45
G. Locatelli Milesi, Il Museo civico del Risorgimento in Bergamo, cit., p. 221.
46
I. Nigrisoli, Nel Museo del Risorgimento in Rocca, in “La rivista di Bergamo”, febbraio 1934, p. 112.
47
P. G. Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Bologna,
1985, p. 107.
48
G. Donati Petteni, Il Museo civico del Risorgimento nazionale in Bergamo, in “La rivista di Bergamo”, aprile
1929, p. 171.
49
Ibidem, p. 178.
50
G. Locatelli Milesi, Il Museo civico del Risorgimento in Bergamo, cit., p. 221-229.
51
Ibidem, p. 226.
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La questione dell`identità italiana e il mito risorgimentale