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CSAM - 25121 BRESCIA, VIA PIAMARTA 9 • Poste Italiane S.p.A - Sped. D.L. 353/03 (conv. L. 27/02/04 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Brescia - contiene I.P.
L’apocalisse
di Nagasaki
Quali ministri ordinati
per il terzo millennio?
DOSSIER
Sommario n.1/2009
Mensile dei Missionari Saveriani
dal 1903 al 1978 Fede e Civiltà
Direttore
MARIO MENIN
Redattori
Mauro Castagnaro, Federico Tagliaferri
Segreteria
Salvatore Leardi
Gruppo redazionale
Maria Teresa Cobelli, Domenico Cortese, Roberto Cucchini, Lydia Keklikian, Piero Lanzi, Fausto
Piazza, Marino Ruzzenenti, Gabriele Smussi,
Massimo Toschi, Franco Valenti
Hanno collaborato a questo numero
Piero Lanzi, Antonio Nanni, Fabrizio Tosolini, Akira Fukaori, Mario Bandera, Francesco Rigon,
Mauro Castagnaro, Fritz Lobinger, Virginia Saldanha, Eugene Stockton, André Lascaris, Franco
Sottocornola, Teresina Caffi, Sergio Targa, Stefania Ragusa, Claudio Codenotti.
Direzione
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Editore: Centro Saveriano Animazione Missionaria CSAM - Soc. Coop. a R.L., Via Piamarta 9, 25121 Brescia, n. 50127 in data 19-2-1993. Direttore Responsabile: Marcello Storgato. Registrato al Tribunale di Parma
n. 399 del 7-3-1967
3 Editoriale
Buon Anno! Buon inizio!
4 Lettere
Ho vissuto a modo mio un’esperienza di missione (Piero Lanzi)
Uno dei più interessanti e coraggiosi dossier (Antonio Nanni)
e missione
5 Parola
Sulle orme di Paolo. Alla riscoperta della missione (Fabrizio Tosolini)
la pace
7 Osare
L’apocalisse di Nagasaki. 9 agosto 1945, ore 11:02 (Akira Fukaori)
fatto e il commento
11 Il
Obama Revolution. Un immigrato al potere (Mario Bandera)
di storia
13 Lezioni
Tagore a Venezia (Rabindranath Tagore)
17-32 | DOSSIER
Quali ministri ordinati per il terzo millennio?
a cura di Mauro Castagnaro
18 Perché dovremmo ordinare cristiani maturi (Fritz Lobinger)
21 Il ministero dei lettori (Luciano Monari)
22 Comunità e ministeri. Riflessioni dall’Asia (Virginia Saldanha)
25 Il celibato è un altro argomento (Carlo Maria Martini)
26 Ministero nomade (Eugene Stockton)
29 L’eucaristia celebrata dai laici? (intervista a Andrè Lascaris)
32 La critica di un famoso ecclesiologo (Hervè Legrand)
e missione
33 Concilio
Il Vaticano II un concilio missionario (Franco Sottocornola)
donna
35 Missione
Portando gerle di sabbia. Il femminile della missione (Teresina Caffi)
di pace
39 Scelte
La Repubblica del Congo piange i suoi figli (Vescovi RDCongo)
e liberazione
41 Missione
I “dalit” a pieno diritto cittadini del Bangladesh (Sergio Targa)
narrazioni
43 Piccole
Io, animatrice missionaria in Messico (Stefania Ragusa)
Foto di copertina: Hiroshima: Parco Memoriale della Pace. Il 6 Agosto 1945 la bomba atomica degli Usa causò la morte di circa 140.000 persone. Tre giorni dopo un altro ordigno nucleare uccise
a Nagasaki altre 70.000 persone. AFP PHOTO/Kazuhiro Nogi. Foto di apertura dossier: Ordinazione di un gruppo di diaconi. AFP PHOTO/ Joel Robine.
editoriale
Buon
anno!
Buon inizio!
C
MO
ari abbonati, lettori e amici di “Missione Oggi”, abbiamo appena varcato la soglia di un nuovo anno. Vi
auguro un buon inizio. Più che guardare indietro, alle tante cose contrarie dell’anno scorso, vi invito a
guardate avanti, con fiducia, con speranza. Conforme il detto evangelico: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Luca 9,62). Il contadino che guida l’aratro di
solito non guarda indietro e neppure lontanissimo davanti a sé, ma al passo successivo che deve compiere.
Ebbene, in qualità di nuovo direttore della rivista, volentieri vesto i panni del contadino evangelico
– figlio di contadini io pure – che, senza lasciarsi imprigionare dal passato, guarda avanti, anche se non lontanissimo. Ho appena ricevuto in consegna da p. Nicola
Colasuonno l’aratro – tanto per restare nella metafora
evangelica – per continuare l’aratura del vasto campo
della missione. Anche a nome vostro e dei membri tutti
del gruppo redazionale ringrazio p. Nicola perché, autentico figlio della terra pugliese, ha saputo guidare
l’aratro di “Missione Oggi” con umanità, umiltà e libertà, anno dopo anno, mese dopo mese, per ben 50 numeri e 2.400 pagine. Colgo l’occasione per augurargli, anche dalle pagine della rivista, un buon inizio di lavoro
all’Emi (Editrice missionaria italiana) di Bologna.
E che dirvi del nuovo inizio di “Missione Oggi”? A
capodanno si è soliti fare tanti buoni propositi, ma, ve lo
dico senza ambasce, non aspettatevi grandi novità, anche perché le novità, quelle vere, hanno bisogno di tempo e discernimento. E poi, come dice il proverbio, “la via dell’inferno è lastricata di buoni propositi”. Non
vorrei andare all’inferno troppo in fretta, promettendovi invano mari e monti. Lo dico anche a voi, non fate troppi buoni propositi in questo nuovo inizio d’anno, perché spesso lasciano il tempo che trovano. Sono, infatti, il prodotto delle nostre paure, delle nostre debolezze, delle nostre difficoltà, dei nostri peccati,
più che la ricerca dell’amore di Dio, della sua misercordia, del suo perdono, della sua bontà e fedeltà.
Ma qualche piccola novità c’è fin dal primo numero del 2009. Due nuove rubriche fisse: la prima,
“Parola e Missione”, curata da p. Fabrizio Tosolini (Taiwan), ci guiderà alla riscoperta della missione attraverso la Parola di Dio, quest’anno sulle orme di S. Paolo; la seconda, “Concilio e Missione”, curata
da p. Franco Sottocornola e Maria De Giorgi (Giappone), ci accompagnerà alla riscoperta della medesima attraverso la memoria del Vaticano II. Nuova è anche la sezione “Un libro al mese”, che intende ragguagliarci su testi e documenti significativi concernenti la missione. Mi è sembrato urgente ripartire dalla Parola di Dio e dal Concilio per un giusto, oltre che doveroso, ressourcement della missione ad gentes in tempo di crisi di identità della stessa o almeno di un suo modello, quello degli Istituti missionari
tradizionali, in fase di grande mutazione e trasformazione.
Non mi dilungo sulle altre parti della rivista e sulla sua futura performance. Come il contandino del
Vangelo, non oso guardare troppo avanti. Mi accontento di un passo alla volta, numero dopo numero.
I
Buon Anno! Buon inizio!
Missione Oggi | gennaio 2009
3
“OSO CREDERE DI AVER
VISSUTO A MODO MIO
UN’ESPERIENZA DI MISSIONE”
S
ono tornato all’incontro di redazione
questa sera, 1° dicembre, dopo oltre
7 mesi di assenza. Una malattia lunga e
dolorosa mi ha accompagnato per più
di un anno e mi ha costretto alla degenza in ospedale in questi ultimi mesi.
E’ stata per me un’esperienza che mi ha
permesso di scoprire un mondo di sofferenze, di solitudini che difficilmente
dall’esterno si può vedere, ma anche di
grande solidarietà non fatta di parole
ma di presenza accanto a chi soffre. Nel
mio caso devo molto a tantissimi amici
4
Missione Oggi | gennaio 2009
DON PIERO LANZI
Brescia
“UNO DEI PIÙ INTERESSANTI
E CORAGGIOSI DOSSIER”
V
i scrivo per comunicare l’ottima impressione che ho avuto leggendo il
numero di novembre 2008 di “Missione
Oggi” e, in particolare, il dossier “Verso
una parrocchia interculturale”. I contributi di Savio Corinaldesi, Giusy Baioni e
Agnes M. Brazal, meritano un vivo ringraziamento per la loro qualità, competenza e apertura d’orizzonti all’insegna
del “non abbiate paura”. Forse siete riusciti ad organizzare uno dei più interessanti e coraggiosi “Dossier” che siano
apparsi negli ultimi anni poiché viene
indicata in esso la direzione di un cammino tutto da fare e che, in Italia, deve
essere ancora avviato organicamente,
anche se non mancano “buone pratiche
di parrocchie italiane”, come si evince
opportunamente dal contributo di Giusy Baioni.
Forse sulla pastorale interculturale e interreligiosa il patrimonio di esperienza
della ricca tradizione saveriana potrebbe tentare di offrire alla Chiesa italiana
l’indicazione di percorsi possibili e differenziati ma accomunati dalla stessa
prospettiva di una missione intesa come
dialogo e profezia di mondialità “conviviale”. In questo lavoro - che potrebbe riguardare il futuro di “Missione Oggi” sai di poter contare anche sull’apporto
di “CEM Mondialità”, che ho già apprezzato nella fattiva presenza di Brunetto
Salvarani e Lucrezia Pedrali, di Federico
Tagliaferri e Marco Dal Corso. Insomma,
la boccata di ossigeno che ho respirato
leggendo il numero di novembre mi ha
suscitato questi pensieri e ho voluto comunicarveli.
ANTONIO NANNI
Roma
Verso
una parrocchia
interculturale
dossier
lettere in redazione
Tra le lettere giunte in
redazione pubblichiamo
l’eloquente testimonianza di
don Piero Lanzi, prete
bresciano, costretto
all’immobilità da una malattia
lunga e dolorosa, ma che
dal 1° dicembre 2008 è tornato
al Gruppo redazionale di
“Missione Oggi”, di cui è
membro da molti anni.
In seconda battuta diamo
spazio all’apprezzamento
di Antonio Nanni, condirettore
di “CEM-Mondialità”, per il
dossier “Verso la parrocchia
interculturale” di “Missione
Oggi” 9 (novembre) 2008.
che non mi hanno lasciato solo neppure
un giorno, amici anche di vecchia data
che non pensavo di incontrare e che invece ho ritrovato attenti e presenti, una
rete di persone le più diverse che mi hanno consentito di non abbandonare mai la
fiducia e, posso dire, con l’aiuto competente del personale medico, mi hanno
portato alla guarigione.
Certo, l’esperienza della malattia che ti
costringe all’immobilità, ti porta a rivedere i tempi e i ritmi della vita, a mettere a fuoco e a dar valore alle cose che
contano. Quando senti pronunciare per
te la parola che non vorresti mai sentire
“Padre, lei ha un cancro”, ti trovi davanti a una scelta: o ti ribelli e ti fai avvolgere da una rabbia dura e sorda che
non ti porta da nessuna parte, o accetti
la storia che ti è riservata e si apre uno
spazio diverso e grande. E’ la riflessione
che ho fatto con alcuni amici e amiche
preti, suore e laici e con il pastore Jonathan della Chiesa Valdese: Dio ha una
storia con ciascuno di noi, ti chiede di fidarti di Lui.
E così scopri quel mondo sconosciuto del
dolore, ma anche della speranza, dell’attenzione alla persona da parte dei medici e del personale sia delle suore che dei
laici. Si creano così spazi di ascolto di chi
“perde tempo per te” per esserti vicino. E
non hai tanto bisogno di parlare di Dio
perché è la vita stessa che te lo porta vicino. Come mi diceva una suora che segue i malati terminali: “tante volte vale
più una carezza o una mano che tieni
nella tua, che mille prediche”. Certo la
fede aiuta molto e le preghiere dei bambini del Guatemala o delle suore di clausura sono un prezioso antidoto alla malattia, ma Dio ha le sue strade e non ha
bisogno dei nostri segni, perché Lui sa
che cosa è il dolore e la morte.
Sono stato assente dagli incontri di Redazione di “Missione Oggi”, ma oso credere di aver vissuto a modo mio
un’esperienza di Missione. Grazie dell’accoglienza che mi avete riservato.
Auguri affettuosi al caro padre Nicola e
di buon lavoro a padre Mario, nuovo Direttore.
È stato p. Savio Corinaldesi, missionario in Brasile, a suggerirci di riflettere sulle
a cura di NICOLA COLASUONNO
“buone pratiche” di parrocchie italiane che, giorno dopo giorno, affrontano le
emergenze e le problematiche di persone provenienti da altre culture e religioni.
E sono tempi duri, per gli immigrati in Italia. Gli organi d’informazione raccontano sempre più spesso episodi di discriminazione, violenza, vero e proprio razzismo. Casi clamorosi e fatti di quotidiana inciviltà. Numeri in crescendo, o forse in crescendo sono “solo” le denunce, la presa
di coscienza dei propri diritti da parte degli stranieri, la decisione delle seconde generazioni di non sottostare più alle umiliazioni sopportate in
silenzio dai genitori. Il motto “italiani brava gente” mai come ora è stato messo in dubbio. Eppure, a fronte di tanti detestabili gesti di intolleranza e odio ce ne sono tanti, tantissimi altri di accoglienza, scambio ed arricchimento reciproco. Anzi, dove più forte è la rabbia, più attenta e
solerte è l’attività di tante persone che si prodigano in silenzio.
Il dossier presenta proprio queste esperienze, per dar voce alla quotidianità di molti italiani comuni, che nella loro vita lo spazio per l’altro, il
diverso, lo straniero ce l’hanno, eccome. L’attenzione viene data alle parrocchie che ogni giorno aprono le loro porte: qualche caso eccezionale,
ma soprattutto tanti casi “normali”. Solo alcuni esempi sparsi, per ridare un po’ di speranza e far tornare a qualcuno la voglia di rimboccarsi le
maniche, senza cedere al clima cupo propagandato in tv. Infine, vengono presentate anche alcune proposte che le circostanze suggeriscono,
servizi o ministeri già in atto in alcune comunità cristiane.
Missione Oggi | novembre 2008
17
Fabrizio Tosolini,
missionario
saveriano,
di Tricesimo (UD),
licenziato in Sacra
Scrittura
al Pontificio Istituto
Biblico di Roma,
dottore in Teologia
Biblica presso
la Facoltà di Teologia
della Fu Jen Catholic
University
di Taipei (Taiwan)
con una tesi
sulla Lettera
ai Romani,
insegna
Sacra Scrittura
a Taipei
Alla riscoperta
della
missione
FABRIZIO TOSOLINI
“A
Damasco, il governatore del re Areta aveva
posto delle guardie nella città dei Damasceni
per catturarmi, ma da una finestra fui calato giù
in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani” (2 Cor 11,32-33). La fuga da Damasco è il primo
riscontro storico della vita di Paolo. Nel 37 Gaio Caligola, salito al trono imperiale, ripristina la politica di controllo delle frontiere, affidandola a re vassalli. Damasco sarebbe stata affidata ai Nabatei, di
cui era re Areta, il quale, non sappiamo bene come
mai, cerca di catturare Paolo. Se questo è vero, visto che Paolo afferma che dopo tre anni dalla sua
conversione lasciò Damasco diretto a Gerusalemme (Gal 1,16b-18), si può presumere che la sua conversione sia avvenuta tre-quattro anni prima
del 37-38, cioè nell’anno 33 o 34, a pochissimi anni dalla Risurrezione. All’epoca,
quanti anni poteva avere Paolo? Si
presume una trentina, po-
La ricorrenza del secondo
millennio della nascita di
Paolo – 7/8 d.C. – è
un’occasione per ripercorrere
le tappe della sua azione
missionaria da Gerusalemme
a Roma, dalle regioni orientali
dell’impero romano agli
estremi confini occidentali
identificati con la Spagna. La
storia dell’Europa e
dell’Occidente sarebbe stata
diversa senza di lui. L’incontro
con Cristo ne sconvolse la vita
e lo rese uno dei testimoni ed
evangelizzatori
impareggiabili, a cui tutti i
grandi missionari si
ispirarono.
parola e missione
Sulle orme di Paolo
co più poco meno. Un altro riscontro storico della
vita di Paolo è il processo davanti a Gallione, fratello del filosofo Seneca, proconsole dell’Acaia, che,
sulla base dell’iscrizione di Delfi e di altri dati, dovrebbe aver avuto luogo tra luglio e settembre del
51. In quell’anno dunque Paolo era a Corinto. Ma
quali sono gli avvenimenti precedenti?
IL PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO
Dopo la prima salita a Gerusalemme Paolo torna a
Tarso. Qui lo trova Barnaba, e lo porta ad Antiochia
di Siria (At 11,23-26). Dopo un anno di fruttuoso
servizio in quella comunità, secondo At 11,27-30,
salgono insieme a Gerusalemme a portare agli anziani il frutto di una colletta per aiutare le vittime
di una carestia, e poi ritornano ad Antiochia (At
12,25). Da qui Paolo, Barnaba e Marco partono per
il primo viaggio missionario, che li porterà a Cipro,
Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, e poi, ripercorrendo all’indietro lo stesso itinerario, di nuovo ad Antiochia di Siria attraverso la Pisidia e la
Panfilia (At 13,1-14,28).
L’INCONTRO CON IL MONDO GRECO
MO
Il secondo viaggio missionario sembra avvenire ancora sotto la direzione della comunità di Antiochia
(At 15,37-41). È un viaggio di importanza epocale,
che, diversamente da quanto raccontano gli Atti,
sembra realizzarsi prima del Concilio di GerusaMissione Oggi | gennaio 2009
5
parola e missione
lemme, verso la fine degli anni ’40. La malattia che impedisce a Paolo di raggiungere
la Bitinia diventa l’occasione per predicare
nella regione della Galazia del Nord, a ovest
di Ancira (At 16,7). Passato l’inverno, Paolo
raggiunge Troade e, di qui, la Macedonia
(Filippi, Tessalonica), Berea, Atene, Corinto
(50-51). È l’incontro del Vangelo con il mondo greco, carico di conseguenze per tutta la
storia della Chiesa. Da Corinto Paolo scrive
la Prima Lettera ai Tessalonicesi, il
primo scritto del Nuovo Testamento. Anche la Seconda
Lettera ai Tessalonicesi
sembra scritta nello
stesso periodo.
Nello stesso anno,
51, prima della
chiusura della
navigazione (il
mare era chiuso
da novembre a
marzo), Paolo torna in Oriente. Ad
Efeso lascia Priscilla
ed Aquila, poi passa a
Cesarea e sale a Gerusalemme (At 18,18-22).
Sembra che il Concilio di Gerusalemme si debba collocare durante questa visita,
tra la fine del 51 e l’inizio del 52. L’accordo
che si raggiunge apre le porte del Vangelo a
tutti gli uomini, di ogni razza e cultura: per
partecipare della salvezza di Cristo basta
che essi credano in lui; non sono obbligati
ad osservare le pratiche giudaiche. Stranamente, questo accordo sembra segnare non
la fine, ma l’inizio dell’ostilità verso Paolo: a
partire dal Concilio ci saranno sempre missionari giudaizzanti che seguiranno Paolo e
insegneranno la necessità della circoncisione, creando confusione nelle comunità.
È probabilmente durante la successiva e ultima permanenza ad Antiochia che Paolo
rimprovera Pietro a proposito delle osservanze giudaiche. Tacendo l’esito del contrasto, Paolo sembra uscirne vittorioso, ma forse avviene l’inverso: ad Antiochia prendono
il sopravvento coloro che insegnano l’importanza della tradizione dei giudei all’interno del movimento cristiano.
LA PERMANENZA AD EFESO
Così Paolo lascia Antiochia e parte per il suo
terzo viaggio, che lo porta attraverso le re6
Missione Oggi | gennaio 2009
gioni prima evangelizzate, e poi fino ad Efeso, dove arriva verso la fine del 52. La permanenza ad Efeso, durata tre anni, si rivela
di grande importanza per il consolidamento della missione paolina di fronte alle sfide
che le venivano rivolte da ogni parte e per
l’approfondimento della riflessione teologica su Cristo e sulla Chiesa.
È da Efeso che Paolo scrive la Lettera ai Galati, alla fine del 52 o all’inizio del 53 (sull’altopiano dell’Anatolia, a causa della neve, non era
possibile viaggiare
d’inverno). È ancora da Efeso che
scrive la Prima
Lettera ai Corinti, forse
nel 54, in
primavera
(1 Cor 16,8).
In questa lettera annuncia un suo
prossimo viaggio in Macedonia e
a Corinto.
Prima di questo viaggio, scoppia in città un grande tumulto, poi risoltosi senza conseguenze. Questo secondo il
racconto di At 19,25-41; ma se 2 Cor 1,8-10 si
riferisce alla stessa circostanza, allora dobbiamo pensare che Paolo sia stato gettato in
prigione e vi sia rimasto per qualche tempo,
che abbia subito un processo e sia stato addirittura condannato a morte. Alcuni studiosi collocano in questo periodo la Lettera
ai Filippesi; e si potrebbe anche pensare che
la Lettera ai Colossesi, la cosiddetta Lettera
agli Efesini e la Lettera a Filemone siano
state scritte durante la prigionia di Paolo
ad Efeso.
Il terzo viaggio di Paolo è descritto da Luca
in At 20,1-16: Macedonia e Grecia all’andata; progetto di ritorno per nave, improvvisa
decisione di viaggiare via terra fino in Macedonia, poi via mare fino a Troade, a piedi
fino ad Asso, di nuovo via mare fino a Mileto, per arrivare a Gerusalemme possibilmente per Pentecoste (At 21,1-16). È il viaggio di consegna della colletta a favore dei
poveri della Chiesa di Gerusalemme.
Per gli eventi dell’andata ci sono altri dettagli: è durante questo periodo che Paolo scrive la Seconda Lettera ai Corinti, dalla Macedonia (2 Cor 2,13; 7,5-8; 13,1), prima di met-
tersi in viaggio verso l’Acaia. In 2 Cor 13,1
l’Apostolo parla della sua prossima venuta
come della terza visita alla comunità. Quale sarebbe la seconda, visto che gli Atti non
ne parlano? Ci sono varie ipotesi di soluzione; ma se si pensa che Paolo dice con enfasi
di essere presente in spirito a Corinto nel
giudizio dell’incestuoso (1 Cor 5,3-5; cf. 2 Cor
13,2), non è necessario postulare un’altra visita. Paolo sarebbe andato fisicamente a Corinto solo due volte: nel suo secondo viaggio, in cui fonda la comunità, e nel terzo
viaggio, in cui raccoglie le colletta per Gerusalemme.
IN VISTA DELLA MISSIONE
IN SPAGNA
Secondo alcuni studiosi, in occasione di questo terzo viaggio Paolo predica il Vangelo in
Illiria (Rm 15,19), per
qualche mese, nell’estate
del 55. Poi, tornato a CoPER SAPERNE DI PIU’
rinto, vi passa l’inverno e
scrive la Lettera ai Romani, per preparare il suo arrivo in vista della missione in Spagna (Rm 15,24).
L’anno 56 segna l’inizio
della passio Pauli: imprigionato dai Romani a
causa di una sommossa
scoppiata nella piazza del
Tempio, viene portato a
Cesarea e là tenuto prigioniero ben oltre il tempo necessario per la risoPer un approfondimento
sulla figura di Paolo
luzione della sua causa.
segnaliamo
Per questo Paolo si vede
in particolare:
costretto ad appellarsi a
J. M. O’Connor,
Vita di Paolo,
Cesare e fa il suo quarto
Paideia, Brescia 2003;
viaggio, verso Roma, per
R. Fabris, Paolo di Tarso,
mare, come prigioniero
Paoline, Milano 2008.
(dall’autunno alla pripresso:
mavera, tra il 59 e il
[email protected]
61/62). Dopo aver descritto le peripezie della navigazione con grande dovizia di particolari
(At 27,1-28-16), Luca si accomiata da Paolo
lasciandolo a Roma, libero di insegnare il Signore Gesù Cristo. Alcuni studiosi ipotizzano che dopo la sua liberazione, Paolo sia effettivamente andato in Spagna, poi sia ritornato a Roma, si sia di nuovo recato in
Grecia e a Efeso, poi a Roma e vi abbia subito il martirio nel 67. FABRIZIO TOSOLINI
AKIRA FUKAHORI A 15 ANNI DOVEVA COSTRUIRE SILURI E MINE PER
L’ESERCITO GIAPPONESE NEI CANTIERI DELLA MITSUBISHI. VITTIMA
DELL’ATOMICA SGANCIATA SU NAGASAKI IL 9 AGOSTO 1945, NE
USCÌ MIRACOLOSAMENTE QUASI ILLESO. DOPO UNA LUNGA CARRIERA
COME GIORNALISTA E DIRETTORE TELEVISIVO, CONTINUA ORA IL SUO
SERVIZIO DI TESTIMONIANZA PER LA COSTRUZIONE DELLA PACE. PORTA SCOLPITE NEL SUO CUORE
LE PAROLE DI PIO XII: “CON LA PACE NULLA È PERDUTO, TUTTO PUÒ ESSERLO CON LA GUERRA”.
di Nagasaki
L’apocalisse
osare la pace
MO
LA TESTIMONIANZA DI AKIRA FUKAORI
AKIRA FUKAORI
9 agosto 1945,
ore 11:02
L’ORRIBILE COLONNA DI LUCE
A
nche il 9 agosto 1945, come membro della
“squadra informazioni” composta da alunni
della scuola media, andai a lavorare nella fabbrica della Mitsubishi che costruiva siluri e mine per i sottomarini. Avevo quindici anni. Per
sostituire i lavoratori chiamati al fronte, ci avevano fatto interrompere gli studi e obbligati a
lavorare alle macchine, in aiuto ai pochi operai
rimasti.
Quella mattina mi fu affidato il compito di
portare alla sede dei pompieri la notizia di un
possibile attacco aereo americano. La sede distava circa un chilometro e mezzo. Verso le 11
mi trovavo sulla veranda, in attesa di una risposta. Alle ore 11:02, appena percepito il frastuono di un aereo sopra di noi, fui investito da
un’immensa colonna di luce che sembrava sprigionare lampi in tutte le direzioni, e venni violentemente sbattuto sul pavimento. Ripresa co-
noscenza, vidi che
sopra di me erano
ammassati i corpi di
due o tre giovani. I due più
sopra avevano il volto e la
gola trafitti da una miriade
di schegge di vetro. Uno di
loro era ormai senza vita.
Quasi per miracolo io rimasi solo leggermente ferito.
La sede dei pompieri, dove
mi trovavo, dista circa 2 chilometri e 800 metri dall’epicentro dell’esplosione. L’edificio, in tralicci di ferro, pur
devastato, era rimasto in piedi. All’interno c’era
gran confusione, urla e panico. Vidi anche molti feriti. Poco dopo, da tutta la zona collinosa di
Urakami, su cui era stata sganciata la bomba,
vidi salire un vortice di altissime fiamme in
un’immensa colonna di fumo nero.
Missione Oggi | gennaio 2009
7
osare la pace
Erano passati circa 10 minuti. Davanti ai me
una donna dai capelli bruciati e scarmigliati
correva disperata a piccoli passi. Un uomo sfigurato con le braccia a penzoloni e la pelle a
brandelli camminava senza meta. Poi un’altra
donna con in spalla un bambino coperto di sangue che gli spruzzava dal capo. Le mie gambe e
tutto il corpo tremavano di fronte a quell’orrore. Era una visione infernale, con strade percorse da mostri e orribili fantasmi. Fino a quel momento nessuno sapeva che si trattasse di una
bomba atomica. I pompieri annunciarono che
un nuovo tipo di bomba, simile a quella sganciata su Hiroshima 3 giorni prima, aveva devastato la città di Nagasaki causando molte vitti-
Rimasto senza casa e senza alcuno su cui fare
affidamento, rimasi presso i pompieri, che mi
accolsero come orfano di guerra, dandomi un
pasto al giorno e un posto per dormire. Lavoravo con loro come potevo, mi fu affidato l’incarico di distribuire le gallette di pane secco, un
pasto molto frugale, a mezzogiorno. Diversi
giorni dopo, nella zona della stazione centrale
di Nagasaki, per caso vidi il volto di mia mamma che guardava fuori da un rifugio antiaereo
semidistrutto. Vi lascio immaginare la commozione e le lacrime che hanno scolpito nella mia
memoria il calore dell’abbraccio di mia mamma miracolosamente ritrovata! Rimasi con lei
in quel rifugio. Vi trovai anche mia nonna. Gia-
IL BILANCIO DELLE VITTIME
MO
I pompieri
annunciarono
che un nuovo
tipo di bomba,
simile a quella
sganciata su
Hiroshima 3
giorni prima,
aveva devastato
la città di
Nagasaki
causando molte
vittime.
8
Missione Oggi | gennaio 2009
Una commissione composta da americani e inglesi, inviata in
Giappone alcuni mesi dopo per verificare gli effetti dell’esplosione,
pubblicò i numeri delle vittime di quel giorno. I dati vennero più
volte corretti in seguito, ma solamente nel 1950 un comitato
giapponese pubblicò cifre attendibili, ritenute esatte ancora oggi.
I morti furono 73.884, i feriti 74.909, i dispersi 1.929.
In seguito agli effetti dell’esplosione, altri 70.000 inermi cittadini
morirono prematuramente per gli effetti delle radiazioni.
I fedeli della parrocchia di Urakami, situata nella zona molto vicina
all’epicentro, erano circa 12.000. Di questi ben 8.500 morirono in
quel giorno.
me. Passato qualche tempo pensai di uscire da
quell’inferno e ritornare a casa mia, distante poco più di dieci minuti. Ovunque guardassi i
miei occhi scoprivano soltanto corpi carbonizzati. Giunto nella zona, tra i ruderi degli edifici
distrutti non seppi riconoscere casa mia. Una
donna quasi nuda vagava tra le macerie. Le parti scoperte del corpo erano di colore rosso vivo,
dalle ustioni colava sangue. Provai una tale
paura che fuggii da quel luogo e, disperato, corsi di nuovo alla sede dei pompieri che avevo appena lasciato.
L’INCONTRO CON MIA MADRE
La bomba aveva distrutto la mia casa, la mia
scuola e la fabbrica della Mitsubishi. Molti
amici e parenti morirono o rimasero gravemente feriti, ma in quelle circostanze fu impossibile
raccogliere notizie precise. Io sono figlio unico
e mia madre era vedova. Da quando la salutai la
mattina del 9 agosto non seppi più nulla di lei.
ceva immobile per terra in una situazione penosissima. Era rimasta imprigionata sotto le travi
della sua casa, distrutta dall’esplosione. Respirava a fatica. Il volto era sfigurato, la mascella
spezzata e sanguinante, la carne dell’anca destra era dilaniata fino all’osso.
LA VITA FRA LE MACERIE
Ogni giorno la portavamo ad un ambulatorio da campo, caricandola su di una porta trovata tra le macerie, che fungeva da barella. C’era
un medico, ma non disponeva né di medicine né
di altri strumenti. L’unica cura consisteva nel
disinfettare le ferite o le ustioni con un liquido
rosso, forse tintura di iodio. Nessuna operazione o cura fu possibile. Un gruppo di donne volontarie della città ogni giorno ci portava del cibo. Alle persone sane davano un nighiri (una
polpetta di riso) al giorno. Troppo poco per calmare la fame. Per trovare qualcos’altro da
mangiare, andavo a cercare fra le rovine di una
I
l periodo della rinascita del quartiere e
della chiesa di Urakami a Nagasaki è
caratterizzato dalla presenza e dall’attività del medico Paolo Nagai, rappresentante e guida dei fedeli colpiti dalle radiazioni, chiamato anche il “santo dell’atomica”. Fu colpito dalle radiazioni
mentre era al lavoro all’Ospedale di Nagasaki. Sua moglie fu totalmente consumata dalla fiamma atomica nella sua
casa, lasciando come unico segno della
sua presenza la sua corona del Rosario.
Dopo essersi prodigato nella cura degli
ammalati e per la rinascita della comunità dei fedeli di Urakami, fu colpito dall’immobilità totale. Scelse di vivere in
una piccolissima stanza, dedicandosi allo studio degli effetti delle radiazioni.
Ricorrendo quest’anno il centesimo anniversario dalla sua nascita, a Nagasaki si
sono svolte numerose manifestazioni in
suo ricordo e per far conoscere alle nuove
generazioni il suo profondo amore e desiderio di pace.
Recentemente i suoi due figli, Makoto e
Ayano, sono scomparsi a breve distanza
di tempo. Un nipote ne custodisce le memorie, e continua a trasmettere ai gruppi di studenti, che ogni giorno visitano il
piccolo mausoleo a lui dedicato, il suo
splendido messaggio tratto dal Vangelo:
“Ama ogni uomo come te stesso”.
parte interrata dei pali della luce. Vi lascio immaginare quanto abbia sofferto la popolazione
sopravvissuta: pane quotidiano era il dolore, il
pianto, il disgusto e la morte.
fabbrica di scatolame. Trovavo scatole di ostriche esternamente intatte. Ma dopo averle aperte con fatica, usando dei chiodi, constatavo che
il contenuto era carbonizzato. Benché bruciacchiato e puzzolente recuperavo quanto era ancora mangiabile. In mezza giornata di lavoro
riuscivo a mettere insieme alcuni bocconi disgustosi; una parte era per la nonna, il rimanente per noi due.
Durante la notte, in diversi punti attorno al
nostro rifugio, si bruciavano i corpi dei morti.
Questo mesto lavoro durò a lungo. Ricordo le
scene strazianti di familiari che tenevano abbracciato il defunto non volendo consegnarlo
alle fiamme. E poi l’insopportabile olezzo sprigionato dai cadaveri, che invadeva tutto e ci rimaneva appiccicato! Un tormento indescrivibile! Non si trovava legna da ardere. Passando
con orrore e ripugnanza sui corpi abbandonati,
partecipai anch’io alla quotidiana ricerca della
legna. Un lavoro ben più pesante e difficile della ricerca del cibo. Arrivammo a dissotterrare la
osare la pace
MO
Paolo Nagai,
il “santo
dell’atomica”
LA NOTIZIA DELL’ARRIVO DEGLI AMERICANI
E LA FUGA DA NAGASAKI
Un giorno si sparse la notizia dell’imminente sbarco delle forze americane, seminando panico e confusione. La paura di essere violentate
spinse le donne a fuggire dalla città. Mia mamma riuscì ad affittare una barca nel porticciolo,
e con la nonna, sempre in gravissime condizioni, fuggimmo a Fukumi, una piccola frazione di
Narao, nel lontano arcipelago di Goto. Qui si
era rifugiato anche mio nonno durante l’ultimo
periodo di persecuzione dei cristiani, nel 1873.
Il viaggio durò oltre 6 ore. Il primo segno di vita che avvistammo avvicinandoci all’isola fu la
croce posta sopra la chiesa. Illuminata dal sole,
la croce sembrava brillare e avvicinarsi a noi
sopra le onde, segno di libertà e di speranza. La
gioia di essere lontano da quella penosa situazione e la vista della chiesa di Fukumi risvegliarono in me l’assopito cuore di credente. Fu
una riscoperta indimenticabile: non mi fu possibile fermare calde lacrime di commozione.
Sbarcati sull’isola, oltre che dalla paura fummo
Durante la
notte, in diversi
punti attorno al
nostro rifugio, si
bruciavano i
corpi dei morti.
Questo mesto
lavoro durò a
lungo.
Il dottor
Paolo Nagai.
Missione Oggi | gennaio 2009
9
osare la pace
Noi coniugi, entrambi colpiti
dalle radiazioni atomiche
MO
Dal quel
9 agosto sono
passati oltre
63 anni.
Nonostante le
ricerche delle
organizzazioni
assistenziali,
molti “resti
umani” sono
ancora senza
nome. L’età
media della
popolazione
colpita dalle
radiazioni
è ormai di circa
75 anni
Anche mia moglie è vittima dell’atomica. Viveva a
1 chilometro e 800 metri dall’epicentro. Risultò
“dispersa”, perché era rimasta ferita e
immobilizzata sotto le macerie della sua casa. Fu
tratta in salvo la sera del 9 agosto da un suo zio,
un chierico ritornato a Nagasaki per le vacanze
estive. Venne curata dal dottor Paolo Nagai nel
piccolo ospedale da lui aperto a Mitsukeyama.
Porta ancora varie cicatrici sia nel corpo sia nella
mente. Di salute cagionevole, deve tuttora
ricorrere a cure quasi quotidiane. I due fratelli di
mia moglie si ammalarono di leucemia e
morirono precocemente. Quando scappai da
Nagasaki per rifugiarmi a Fukumi mi pareva di
godere buona salute.
Ma in realtà le gengive erano sempre
sanguinanti. Anche questo è uno degli effetti
delle radiazioni. Le cure durarono tre mesi e
furono efficaci, finalmente guarii, procurando
sollievo a mia mamma. Lei invece accusò presto
gravi problemi di salute e morì di tumore.
finalmente liberati anche dalla fame; ma dopo
circa una settimana, la nonna morì, certamente
per gli effetti letali delle radiazioni.
LA PAURA DI RACCONTARE E DI ESSERE
RICONOSCIUTI COME VITTIME
Entrambi vittime dell’atomica, il matrimonio con mia moglie fu possibile grazie all’opera di persuasione di un sacerdote nostro parente. A quel tempo l’opinione comune riteneva
che gli effetti delle radiazioni avrebbero causato gravi malattie ereditarie. Non furono rari i
casi di tragedie familiari causate dal fatto che
10
Missione Oggi | gennaio 2009
uno dei coniugi aveva nascosto all’altro di essere stato esposto alle radiazioni.
Nel Museo dell’atomica aperto al pubblico
nel 1955 attira l’attenzione una gigantesca fotografia di un bambino con in mano una polpetta
di riso, in piedi accanto a sua mamma. Questa
donna è deceduta per tumore causato dall’atomica, ma quel bambino è oggi un adulto in piena salute. Non penso che l’interessato provi vergogna per quella foto che lo ritrae sporco e con
in testa un cappello imbottito, usato per proteggersi durante i bombardamenti. Ora ha 67 anni
compiuti, ma ancora non ha fatto conoscere a
nessuno la sua storia e il suo nome. Io lo incontro ogni domenica a Messa. Quando si avvicina
la data del 9 agosto e si risveglia in me lo spirito
di giornalista, ogni anno provo a proporgli di
sciogliere il suo silenzio. Ma lui, che lascia appena percepire il dolore che porta nel cuore,
scompare triste nel silenzio.
TRE FIGLI SANI
I parenti guardavano al nostro matrimonio
con una certa preoccupazione. Ma i nostri tre figli non hanno mai avuto problemi di salute. Per
non suscitare in loro la paura di essere portatori
di malattie ereditarie, fino alla loro giovinezza
anche noi due abbiamo tenuto il segreto sul fatto di essere vittime dell’atomica. Ma ai nostri
nipoti raccontiamo apertamente la nostra esperienza. Una nostra nipotina, di nome Kaori, a
quindici anni ha vinto un concorso bandito dalla città di Yokohama tra gli alunni della scuola
media, con un tema basato su quanto io le avevo raccontato. Per premio fu inviata a Nuova
York, come “Ambasciatore di Pace” alla sede
centrale dell’ONU.
PER NON DIMENTICARE
Dal quel 9 agosto sono passati oltre 63 anni.
Nonostante le ricerche delle organizzazioni assistenziali, molti “resti umani” sono ancora senza nome. L’età media della popolazione colpita
dalle radiazioni è ormai di circa 75 anni. Molti
ricordi scompaiono con la morte di chi ha custodito in segreto la sofferta memoria di quel giorno, senza poterla manifestare ad altri. Per raccontarlo alle nuove generazioni e a quanti desiderano la vera pace, stiamo preparando materiale illustrativo e formando persone capaci di traAKIRA FUKAORI
smettere il nostro messaggio.
revolution
Un immigrato al potere
il fatto e il commento
MO
Obama
MARIO BANDERA
L’
elezione di Barack Hussein Obama quale
nuovo Presidente degli Stati Uniti, ha suscitato, com’era prevedibile, enorme interesse in
tutto il mondo; l’aspetto su cui più hanno insistito i mass-media planetari, è stato che per la
prima volta un “nero” veniva eletto Presidente
degli USA. Questo non è del tutto esatto, considerando che la madre di Obama è un’americana
“Wasp” (White Anglo-Saxon Protestant) e
quindi, dovrebbe essere considerato un mulatto
o un mestizo (meticcio), come dicono gli ispanoamericani. Ma proprio a partire da questo dato di fatto, vale la pena sottolineare come Obama non sia un cittadino statunitense discendente dagli schiavi neri deportati dall’Africa nei
secoli scorsi, più correttamente si può dire invece, che egli appartiene alla seconda generazione di quella multiforme schiera di immigrati che si sono stabiliti negli Stati Uniti in cerca
di maggior benessere attirati da migliori condizioni di lavoro o, come nel caso del padre di
Obama, per studiare nelle prestigiose e rinomate università americane.
UN IMMIGRATO AL POTERE
Il fatto stesso che sia nato alle Hawaii e sia
cresciuto lontano dagli USA, trascorrendo la sua
adolescenza in Indonesia, ne fa un americano
un po’ atipico, che però vale la pena cercare di
capire, proprio attraverso la sua storia fatta di
immigrazione e piuttosto variegata nel suo itinerario di crescita e sviluppo personale. Sotto questo profilo le nazioni americane sono state e restano uno straordinario laboratorio socioculturale, in cui intere generazioni di immigrati provenienti da paesi diversissimi tra loro, si sono (non
senza difficoltà) gradualmente inserite fino a
raggiungere le più alte cariche di governo.
Alberto Fujimori, un figlio di immigrati
giapponesi, negli anni novanta divenne presidente del Perù: stendiamo un velo pietoso su
come gestì il suo mandato presidenziale, se ne
sta tuttora occupando la magistratura di Lima!
Ciò non toglie che Fujimori, innesto del Sol Levante in terra andina, raggiunse la più alta carica dello Stato peruviano! Lo stesso si può dire
dell’ex presidente dell’Argentina, Carlos Me-
Mario Bandera, prete
Fidei donum di
Novara, direttore del
Centro Missionario
Dioecesano
e coordinatore
dei CMD del PiemonteValle d’Aosta,
dal settembre ‘99
dirige l’Ufficio
per i problemi sociali
e del lavoro, nonché
le commissioni
diocesane
“Giustizia e Pace”
e “Salvaguardia
del Creato”.
Missione Oggi | gennaio 2009
11
il fatto e il commento
Immigrati italiani
nella stanza dei bottoni
D
a parte loro i nostri connazionali non sono rimasti a guardare,
basti pensare che la seconda generazione d’immigrati italiani in
USA, è entrata decisamente nella stanza dei bottoni: Nancy Pelosi, attuale speaker democratica della Camera degli USA, è figlia di immigrati italiani, così come l’attuale governatore dell’Arizona, Janet Napolitano, è stata inserita dallo stesso Obama nel suo governo; entrambe sono cresciute nel solco tracciato da Fiorello La Guardia, certamente la figura più rappresentativa dell’emigrazione italiana negli
USA del secolo scorso, che fu sindaco di New York dal 1933 al 1945.
Senza contare che qualche anno fa il Presidente dell’Uruguay era Julio Maria Sanguinetti, discendente di immigrati liguri approdati a
Montevideo sul Rio della Plata.
E che dire del tedesco Henry Kissinger, nato in Germania e diventato
Segretario di Stato USA in più governi yankee, o del “bodybuilder” austriaco Arnold Schwarzenegger, confermato per la seconda volta consecutiva governatore della California?! Dal canto suo il Canada, che
dell’integrazione delle diverse nazionalità presenti sul suo territorio
ha fatto un’assoluta priorità politica, ha sempre annoverato tra i
membri dei vari governi (statali e provinciali) esponenti di paesi diversi; stando solo agli italiani, l’ultima in ordine di tempo ad occupare un ruolo prestigioso è stata Sandra Pupatello, ministro per lo Sviluppo economico e il commercio dell’Ontario. Proseguendo la lettura
dei flussi migratori verso le Americhe, non possiamo dimenticare che
lo stesso Fidel Castro è figlio di seconda generazione d’immigrati spagnoli, originari della Galizia, terra natale del dittatore Francisco Franco (quando si dice la coincidenza!) sbarcati a Cuba quando questa era
ancora colonia spagnola.
nem, figlio di emigranti siriani; anch’egli raggiunse la massima poltrona della Casa Rosada
di Buenos Aires, come esponente di spicco della seconda generazione araba approdata in Argentina. A tale proposito va ricordato che l’emigrazione araba, in particolare quella mediorientale nel Sud America, pur poco appariscente, è stata consistente e si è inserita molto bene
nel tessuto sociale e politico dei vari paesi,
piazzando in posti sempre più alti di responsabilità il fior fiore dei propri figli. L’ex governatore dello Stato di San Paulo del Brasile, Paulo
Maluf, di stirpe libanese, è stato per molti anni
un protagonista della politica locale, così come
altri immigrati dai nomi squisitamente musulmani come Barak, Hussein, Mohamed, ecc. si
ritrovano puntualmente ad ogni tornata di ele12
Missione Oggi | gennaio 2009
zioni amministrative e politiche in molte nazioni americane. A mo’ di curiosità, ricordiamo
che qualche decennio fa, quando ci fu un tentativo di golpe in Argentina organizzato dai così
detti caras pintadas (reparti ribelli dell’esercito) il loro comandante si chiamava Mohamed
Seineldin! (quasi a dire un “feroce Saladino” in
salsa gaucha!).
UN’ALTRA RIVOLUZIONE SOTTO
I NOSTRI OCCHI
E un’altra rivoluzione è avvenuta sotto i nostri occhi senza che neanche ce ne accorgessimo: mi riferisco al fatto che Evo Morales, presidente della Bolivia, Rafael Correa presidente
dell’Ecuador, Hugo Chavez, presidente del Venezuela, e Ignacio Da Silva, detto Lula, presidente del Brasile, provengono tutti da comunità
indigene ed ambiti sociali da sempre escluse
dal governo delle proprie nazioni. A questa
succinta carrellata di immigrati famosi che hanno conseguito posti elevati di governo andrebbero aggiunte altre pagine di fantasia politicoecclesiale tipicamente creole: quella che ha portato il sacerdote salesiano Jean Bertrand Aristide nell’irrequieta isola caraibica di Haiti ad essere eletto presidente, quindi deposto ed esiliato, per poi essere richiamato nuovamente in servizio; o quella di mons. Fernando Lugo, vescovo cattolico di San Pedro, votato a furor di popolo presidente del Paraguay per attuare una
difficile transizione verso la democrazia e lo
stato di diritto in uno dei paesi dalla classe politica più corrotta in assoluto?!
“BENEDETTA IMMIGRAZIONE”: “WE CAN”!
Tutto questo che cosa può insegnare agli impauriti figli di mamma del Bel Paese? In una realtà come la nostra, dove il potere si tramanda
di padre in figlio come le cattedre universitarie
e le prebende politiche, dove il Parlamento è
pieno zeppo di figli, nipoti, mogli, amanti, cugini di primo, secondo o terzo grado dei notabili della partitocrazia nostrana. In un sistema dove tutto è ingessato e immobile, a essere condivisi con i comuni cittadini sono solo i debiti
pubblici che questi signori accumulano durante
le loro carriere! Chissà che l’elezione di Obama
abbia effetti benefici anche da noi: c’è da augurarsi che il sangue fresco e vitale dei nuovi
arrivati entri nel tessuto civile di una società
vecchia e conformista.
MARIO BANDERA
documento che sigilla gli ideali di
universalità, sempre proclamati, anche
coraggiosamente, dal grande poeta
e scrittore indiano.
Tagore
RABINDRANATH TAGORE
C
i fu un tempo in cui l’Italia aprì le sue porte
per mettere a contatto l’Oriente con l’Occidente. Spero che questa via di comunicazione
possa essere di nuovo risuscitata per lo scambio
non di mera ricchezza materiale soltanto che
dall’Est s’importi nell’Ovest, ma anche di quei
tesori spirituali e intellettuali che pur sempre
permangono nell’Est. Questo contatto non deve
essere unilaterale, e i tesori intellettuali che
l’Europa ha lasciato in retaggio alla posterità
debbono anch’essi farsi strada nel grande continente asiatico, talché si possa avere un reale
scambio di idee, una compenetrazione di menti
e di cuori fra i due emisferi.
Abbiamo sentito dire spesso che l’Est e
l’Ovest sono troppo dissimili per potersi mai
incontrare, che troppo grandi sono le difficoltà
per una tale unione ed intesa. Ma io son sicuro
che appunto attraverso questo baratro agisce
una forza di gravitazione, che appunto a causa
lezioni di storia
In occasione del XV “Tagore day”,
convegno annuale che si tiene a
Villaverla (Vicenza) per diffondere la
conoscenza dello scrittore e poeta
Rabindranath Tagore, siamo lieti di
presentarne il significativo intervento
durante la sua visita a Venezia il 1°
febbraio 1925. L’Ateneo Veneto di
Scienze, Lettere ed Arti ha gentilmente
concesso al presidente del Centro Studi
Tagore, Francesco Rigon, fratello di
padre Marino Rigon, la pubblicazione
di questo profetico discorso. Noi
proponiamo a tutti gli amici lo speciale
a Venezia
di questa differenza ha avviato una forza di attrazione, che appunto, perché questa differenza
c’è, dev’esserci un incontro che consenta a ciascuno dei due di trovare la propria integrazione.
Nonostante, quindi, un poeta abbia detto:
“l’Est è l’Est e l’Ovest è l’Ovest e mai i due
s’incontreranno”, io ripeto: “l’Est è l’Est e
l’Ovest è l’Ovest e perciò i due debbono incontrarsi”. Tutti sappiamo che nel passato ci sono
state delle correnti meteorologiche nell’atmosfera del sentimento le quali hanno circolato
dall’Est all’Ovest e dall’Ovest all’Est, e nessuno può impedire che questa circolazione viaggi
attraverso il mare e riunisca insieme le anime
umane. L’età presente è dominata dallo spirito
di cupidigia, e sebbene ravvicini materialmente
gli uomini, in realtà li separa.
In grazia alla scienza tutte le razze umane si
sono avvicinate l’una all’altra, ma poiché i grandi idilli della simpatia e della cooperazione
L’età presente è
dominata dallo
spirito di
cupidigia, e sebbene ravvicini
materialmente
gli uomini, in
realtà li separa
A cura dell’Associazione
Centro Studi Tagore,
per gentile concessione
dell’Ateneo Veneto
di Scienze, Lettere ed Arti
di Venezia.
Missione Oggi | gennaio 2009
13
lezioni di storia
mancano e la cupidigia e l’uso della forza predominano, noi non ci siamo in realtà incontrati
ad onta di questo fatto eterno dell’incontro delle
razze. Nei giorni in cui il viaggiare era una cosa
ardua, al tempo dei messi che da un paese si recavano in un altro e che volentieri si sobbarcavano di superare le asprezze della via, sapevano
pure raggiungere il cuore e l’anima d’una terra
straniera e del suo popolo assai più agevolmente che non ora, sebbene ora i mezzi di comunicazione siano semplici ed il viaggiare così ben
provvisto d’ogni comodità. E la ragione è che
tutti quanti siamo si difetta del dono di quei requisiti che soli ci conferiscono il diritto di viaggiare in un paese straniero, e finché noi non ci
siamo provvisti di simpatia e di adattabilità di
mente il nostro viaggio può diventare un insulto.
Se non sappiamo coltivare un senso di rispetto per tutta quanta l’umanità, se siamo ossessionati dallo spirito di separazione il quale ci
fa disprezzare tutto ciò che esula dalle nostre
abitudini, noi non abbiamo allora nessun dirit14
Missione Oggi | gennaio 2009
to di varcare le nostre frontiere. Poiché il viaggiare è diventato così facile, una specie, infatti,
di picnic, poiché nessuna difficoltà s’incontra
nel precipitarsi d’uno in altro paese, una gran
massa di idee false s’è accumulata riguardo a
gente che differisce da noi. Di qui sorge ogni
sorta di difficoltà. E per esempio, difficile rendere giustizia a un popolo che non si conosce
realmente, e questa facilità delle comunicazioni
ha fatto sì che l’essere ingiusti verso le altre
razze sia diventato assai più facile.
Voi ricordate quale rispetto ebbe per la Cina
il vostro concittadino Marco Polo e quali immense difficoltà gli toccò superare nel percorrere tutta la distanza fra la madrepatria e l’Estremo Oriente. Egli non aveva fatto gli studi di
geografia che sono tanto ovvii per voi. Eppure,
nonostante il cozzo, in grazia della sua innata
simpatia per l’umanità, la sua adattabilità di
mente rese possibile a lui di sentire un vero rispetto per i Cinesi, ed ai Cinesi di accoglierlo
come un amico. Quanto pochi sono oggi i viaggiatori i quali penetrano nello spirito d’un popolo con sentimento di rispetto e di venerazione. Quanti invece son dominati da quella naturale volgarità di mente che è incapace a penetrare di là del velo dell’esoticità, nel santuario
del cuore. La conseguenza è un danno mondiale per il quale tutti soffriamo.
L’Europa oggi può far sentire la sua voce, ma
l’Asia non ha questo potere e deve soffrire in silenzio le ingiustizie e le onte da parte degli avventurieri che viaggiano pel suo continente. Questa è la ragione per cui un poeta ha potuto dire: «I
due non s’incontreranno mai». I due s’incontrarono quando c’erano le barriere naturali d’ogni genere. Non avete forse già avuto dall’Oriente il dono d’un grande tesoro spirituale? Non fu già possibile ai Greci di viaggiare nell’India, dimorarvi
ed ammirare i doni religiosi e intellettuali che ricevevano, ai Greci e ad altri dopo di loro? Ma
quale enorme differenza oggi, non perché l’Est e
l’ovest siano mutati radicalmente, ma per il mutamento delle circostanze esteriori, per la facilità
delle comunicazioni che se da una parte rende
agevole trovar posto in un albergo, preclude dall’altra l’accesso nelle famiglie dove solo è possibile conoscere la vita del popolo.
Siamo due grandi vicini, l’Est e l’Ovest, e
sarà gran peccato e sarà una vera vergogna
per l’umanità intera se non riusciamo a conoscerci, se le barriere che ci dividono si paleseranno insormontabili. Ho provato a lungo nel
Siamo due grandi vicini, l’Est e
l’Ovest, e sarà gran peccato e
sarà una vera vergogna per
l’umanità intera se non riusciamo
a conoscerci, se le barriere che ci
dividono si paleseranno
insormontabili. Ho provato a
lungo nel cuore il rammarico di
questa separazione. Fino a tanto
che non valicheremo queste
muraglie dei confini e non ci
stringeremo la mano da veri
sodali non avremo mai vera pace
in questo mondo.
Il nostro destino è là che aspetta
il gran momento in cui l’Est e
l’Ovest saranno uniti in uno
spirito d’amore e di cooperazione.
ti, con climi d’ogni varietà. Non è, quindi come
il continente europeo, il quale, se non può dirsi
assolutamente uno dal punto di vista geografico, da quello dell’abitabilità è un vero continente che possiede una reale unità scevra da netti
tagli dovuti a barriere naturali o a differenze di
clima. Ciò ha consentito ai grandi popoli europei di stringersi in una reale unità di cultura e,
fino a un certo punto pure, di temperamento, di
costumi e di abitudini. Questa somiglianza nei
differenti paesi d’Europa è stata resa possibile
dall’aspetto naturale del continente il quale
geograficamente è quasi come un unico paese
sol che venga ragguagliato all’Asia che con le
sue differenti parti così violentemente e brutalmente separate può veramente chiamarsi un
continente. Tutti voi sapete come l’India sia rimasta segregata a cagione della natura dei suoi
confini. Mediante l’Himalaya al nord essa è stata per lunghi secoli un paese a sé e per sé nel
cuore del mondo. Ciò le ha permesso di sviluppare una sua propria cultura individuale, in una
purezza assoluta, e quindi avendo una vera unità. l’India esercitò una forza d’attrazione sulle
genti che vivevano in lontane terre.
Per secoli pellegrini convennero quivi da
tutte le parti del mondo: greci, musulmani, cristiani, romani, persiani e mongoli.
Tutta questa gente gravitò verso l’India e
formò un conglomerato di razze, civiltà, religioni e associazioni che hanno assunto una propria individualità, una individualità cui non partecipano gli altri paesi dell’Asia.
L’Asia semitica, per esempio, è fondamentalmente diversa dalla parte dell’Asia che l’India rappresenta. Perciò, quando parliamo dell’Oriente come di una unità, non dobbiamo
troppo vagamente generalizzare, perché Turchi,
Tartari, Arabi e Cinesi hanno tutti i loro propri
peculiari lineamenti. È quindi difficile per me
parlare a nome dell’intera Asia, pochi essendo
coloro ai quali vien fatto di trovare una unità
comprensiva in tutti i paesi asiatici. Ci sarà forse in fondo a tutti un ideale di unità, ma quanto
scarse sono le occasioni per studiare e aver coscienza di tutto ciò. Posso, quindi, parlare soltanto dell’India, ed ho picchiato alle vostre porte nell’intento di avvicinare la mia madre patria
ai vostri cuori. Non m’ero mai sognato che ciò
sarebbe stato possibile, ma l’ultima volta che visitai I’Europa ricevetti tali manifestazioni di genuino amore dai popoli dei differenti paesi che
io non potevo credere in quel che vedevo. Così
lezioni di storia
cuore il rammarico di questa separazione. Fino
a tanto che non valicheremo queste muraglie
dei confini e non ci stringeremo la mano da veri sodali non avremo mai vera pace in questo
mondo. Il nostro destino è là che aspetta il gran
momento in cui l’Est e l’Ovest saranno uniti in
uno spirito d’amore e di cooperazione.
L’istituzione della quale desidero parlarvi
sta appunto a rappresentare questa aspirazione
dell’uomo per l’unione di questi due grandi
continenti, l’Asia e l’Europa.
Quando parliamo dell’Oriente e anche
dell’Occidente, siamo corrivi a troppo generalizzare. Non posso dire che tutti i paesi dell’Asia posseggano alcune caratteristiche comuni. Per quanto possa desiderare che ciò sia vero,
io per primo sento che non è cosi. L’Asia è un
grande continente, diviso da grandi barriere
geografiche, da alte montagne e da vasti deser-
L’Europa oggi
può far sentire la
sua voce, ma
l’Asia non ha
questo potere e
deve soffrire in
silenzio le
ingiustizie e le
onte da parte
degli
avventurieri che
viaggiano pel
suo continente.
Questa è la
ragione per cui
un poeta ha
potuto dire:
«I due non
s’incontreranno
mai»
Missione Oggi | gennaio 2009
15
lezioni di storia
Ovunque nati,
gli uomini
grandi hanno
vissuto per il
bene d’ogni
individuo di
qualunque
paese. Nessun
grande poeta, o
scienziato o eroe
ha ignorato ciò,
o cercò mai di
elevar delle
barriere ad
impedire
lo scambio
di questi
immortali
tesori
Una rara immagine
di Tagore con Gandhi.
16
Missione Oggi | gennaio 2009
fu che partii per venirvi a parlare di questa India
ideale del passato, di un’India che oggi è povera
materialmente, la cui anima è sopita, ma che ancora contiene il germe d’un grande ideale, e così destare per essa la vostra simpatia ed il vostro
rispetto, non perché la mia patria abbia ad avvantaggiarsi ma per promuovere una unità di
cuori fra l’Asia, l’India e l’Occidente. Per questa ragione ho fondato la via Visva-bharati. La
Credo in questo ideale e sto qui in mezzo a
voi per difendere l’umano diritto che a volte è
ignorato, il privilegio che ha l’uomo di appropriarsi dì tutto ciò che dai grandi uomini d’ogni
tempo è stato creato, per scoprire quel fondamentale spirito di verità che risiede in tutte le
razze. Ovunque nati, gli uomini grandi hanno
vissuto per il bene d’ogni individuo di qualunque paese. Nessun grande poeta, o scienziato o
parola bharati significa quella voce dell’India
che è universale (visva), che serve per tutti i
paesi e per ogni tempo, e non particolarmente
provinciale: trascende tempo e spazio, ed accresce la ricchezza di tutta l’umanità.
Il mio intento fu, pur con il mio debole potere, di rendere possibile d’offrire al mondo ciò
che di meglio l’India può dare al mondo e segnatamente all’Occidente, e di acquistare per
mezzo di questa ospitalità intellettuale e spirituale esercitata in India la vostra gratitudine ed
il vostro amore. So quanto povera sia questa
istituzione dall’aspetto esteriore, innalzata com’è in un oscuro angolo dell’India, e come mi
sia impossibile di raggiungere il grande risultato di questa comunione di spiriti fra l’Est e
l’Ovest, ma c’è nelle nostre Scritture una gran
sentenza che così suona: “Soltanto nell’azione
sussiste il vostro diritto non già nel frutto”. Val
quanto dire: “Dovete far quel che potete e non
essere avidi di risultati immediati”. Si ha il diritto a fare, non a raccogliere la messe. Questa
va lasciata alla Provvidenza divina; il raccolto
può esserci e può anche non esserci.
eroe ha ignorato ciò, o cercò mai di elevar delle
barriere ad impedire lo scambio di questi immortali tesori. Quando tentiamo di arrestarne il
transito si formano dei centri tempestosi di ribellione e la nostra pace resta minacciata a causa di questo impedimento di scambievoli comunicazioni. Per proclamare questa verità è sorta
la mia istituzione e per quanto debole essa possa essere, andrei superbo d’essere ricordato come un poeta che in essa ebbe fede e che s’industriò di dar forma alla verità, alla più alta verità
e perciò alla sola verità che ci può largire pace
duratura. Abbiamo steso un seggio su cui questa
verità possa trovare posto e benvenuto. Lo Spirito grande di questa età invoca la Verità della
simpatia e della cooperazione fra tutti i popoli e
le razze. Questo Spirito è venuto alla nostra porta ed ha esclamato: “Sono ospite vostro, sono
qui alla vostra porta”. Ho cercato di aprir la porta del cuore dell’India al grande Spirito della età
moderna. Se debbo essere punto ricordato, che
io lo sia per questo.
RABINDRANATH TAGORE
Venezia 1° Febbraio 1925
dossier
ordinati
per il terzo millennio?
Quali ministri
Interrogato su quale fosse il principale problema per la Chiesa oggi, dom Demea cura di Mauro Castagnaro
trio Valentini, vescovo di Jales e presidente della Caritas brasiliana, rispondeva
senza esitazione: “Il rinnovamento del ministero ordinato”. E aggiungeva: “Giustamente ad Aparecida Benedetto XVI ha affermato che l’eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana. Ma come garantirla quando in Brasile il 70% delle celebrazioni non sono eucaristiche perché manca il presbitero? Il Papa ha anche messo in guardia dal proliferare delle sette neopentecostali. Ma nelle grandi periferie, per ogni prete ci sono 50 pastori evangelici. Come può competere con questa presenza così
prossima alle persone, culturalmente identificata col popolo? Bisogna cambiare la struttura del ministero, anche se questo discorso spaventa la
Chiesa cattolica”.
Dalla necessità di affrontarlo nasce questo dossier, che presenta alcune proposte. Fritz Lobinger, già vescovo in Sudafrica, punta sull’ordinazione di équipes di viri probati; Virginia Saldanha, dell’India, insiste sul rapporto comunità-ministeri; Eugene Stockton presenta un ministero itinerante nelle comunità aborigene australiane. Il dossier si conclude con un’intervista ad André Lascaris, domenicano tra gli estensori di “Chiesa e ministero. Verso una Chiesa con un futuro”, sul problema del ministero e della celebrazione dell’eucaristia in Olanda. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una posizione assai problematica perché non supportata dalla tradizione, dal Vaticano II e dall’attuale ricerca teologica, ma che fa
riflettere sul rapporto tra comunità e ministero anche qui in Italia.
Missione Oggi | gennaio 2009
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dossier
I murales
che illustrano
questo dossier
sono
di Maximino
Cerezo Barreto
Perché
dovremmo
ordinare
cristiani maturi
FRITZ LOBINGER
Fritz Lobinger,
missionario tedesco in
Sudafrica, direttore
dell’Istituto di
pastorale della locale
Conferenza
episcopale, vescovo
di Aliwal dal 1988
al 2004, ha fondato,
sempre in Sudafrica,
l’Istituto missiologico
“Lumko”.
È autore di numerosi
testi sulla formazione
dei leader
delle comunità di
base e sullo sviluppo
di nuove forme
ministeriali.
18
S
eguendo la discussione sull’ordinazione dei
viri probati in molti paesi, si ascolta quasi
solo argomento: il bisogno di avere qualcuno in
ogni parrocchia per amministrare validamente
i sacramenti. Sicché dove tale bisogno è soddisfatto, non servirebbe alcun cambiamento.
Questa ragione emergenziale è corretta, ma
troppo limitata. Se ne possono elencare almeno
altre sei per ordinare cristiani maturi del luogo.
1. La collegialità. E’ la natura stessa della
Chiesa come popolo di Dio che la esige. In teoria si dà per scontata, ma non è ancora penetrata nel nostro modo di pensare. Altrimenti nel
caso n. 1 avremmo detto: “Anche se abbiamo
già un prete, vogliamo un collegio per l’altare e
la guida della nostra comunità”.
2. L’incarnazione del Vangelo. In ogni parte del mondo i cristiani locali sono chiamati a
sviluppare la loro fedeltà e responsabilità nei
Missione Oggi | gennaio 2009
confronti del Vangelo fino al punto da poter presiedere l’eucaristia. Se chiamiamo alla fede un
gruppo di persone di un qualsivoglia luogo di
questo mondo e contemporaneamente impediamo loro di celebrare l’eucaristia da sole, daremo
l’impressione di dubitare che il Vangelo abbia
davvero messo radici in quel posto. L’accettazione reciproca dovrebbe essere manifestata il
più chiaramente possibile, soprattutto quando il
Vangelo è accolto da una nuova cultura. Non basta l’ordinazione di pochissimi uomini, che in
larga misura sono stati sottratti alla vita quotidiana. L’ordinazione di persone che restano inserite nella vita locale e mantengono le proprie
professioni mostra che il Vangelo si è incarnato
in quella località. Diventa visibile una chiesa
veramente locale. In questo modo la separazione tra “sacro” e “profano” è superata. Questa separazione non è mai stata un problema in Africa,
abitano nello stesso paese e hanno come prete stabile un connazionale, che gode ottima salute, è persona capace e non ha altro
impegno se non di servire quella piccola comunità. La diocesi,
ma anche le altre del Paese, ha un numero sufficiente di preti.
Supponiamo che in questa comunità vi siano due uomini di provata fede, con alle spalle molti anni di molteplici servizi, come la
visita dei malati, la guida di gruppi biblici, la promozione di progetti di sviluppo, ecc. Hanno seguito un corso di teologia per corrispondenza, superando brillantemente l’esame finale, e sono rispettati e accettati da tutti. Supponiamo altresì che, a partire da
un accurato studio della Bibbia, abbiano anche deciso di rimanere celibi e che ambedue esercitino una professione: uno come
agente di commercio, l’altro come falegname. Un bel giorno, in
un incontro biblico, qualcuno suggerisce: “Voi due dovreste essere
ordinati preti”. Ed essi rispondono: “Sì, siamo pronti, potremmo
continuare a lavorare o fare i preti a tempo pieno. Ma possiamo
restare anche laici impegnati. Che cosa dobbiamo fare?”. La comunità non può decidere né lo può fare il prete, ma neppure il vescovo. Che cosa consiglieresti? Normalmente in questo caso, poiché la comunità locale non ha bisogno di prete, si consiglia di ordinarli per qualche altro paese o lasciarli continuare la loro testimonianza come laici.
Caso n. 2. Si immagini una comunità di 500 cristiani, 1900 an-
ni fa, con un proprio vescovo, come pure tutte le piccole comunità
di cristiani delle città vicine. L’unica differenza dal primo caso è
che il loro pastore è un vescovo. Senz’altro anche tale comunità è
provvista di almeno due uomini con qualità analoghe a quelle del
caso n. 1. Il vescovo può facilmente servire questa comunità perché essa è attiva e non lo costringe a fare tutto. In questa situazione non c’è ragione per ordinare altre persone. Ma i cristiani di
quell’epoca rifiutavano questa struttura ministeriale, poiché essa
non rifletteva l’essenza della Chiesa in quanto essa e la sua leadership non dovrebbero essere questione di individui, ma configu-
ma potrebbe diventarlo se gli atti più importanti
della nostra fede sono ristretti a persone che rinunciano alla loro occupazione precedente.
L’esperienza dei preti operai e dei preti anglicani che si mantenevano da soli ha mostrato che
tale aspetto è apprezzato dalla comunità: “È incoraggiante vedere sull’altare la domenica un
uomo che lavora al tuo fianco il sabato”. Al contempo diventa possibile una salutare pluriformità. Specie nelle comunità urbane convivono già
diversi livelli di educazione, molti gruppi etnici,
lavori e visioni differenti.
3. La testimonianza autentica dovrebbe
essere collegata all’altare. Ancora oggi, quando le persone vedono tra loro un uomo santo o
una donna santa, è normale che gli/le chiedano
consiglio. Quando i cristiani credevano che
qualcuno fosse morto come un santo, mettevano
il suo ritratto sull’altare. Il caso n. 4 è certamen-
rare la fraternità. Il vescovo non dovrebbe mai essere l’unico leader ordinato di un gruppo di cristiani, per piccolo che sia.
dossier
Caso n. 1. Immaginiamo una parrocchia di 500 cattolici che
Caso n. 3. Proviamo a pensare ad un’altra comunità di 1900 an-
ni fa, quella di Antiochia, pure di 500 membri. Il vescovo Ignazio
sottolinea continuamente la necessità di essere circondato da un
presbiterio. Il vescovo non dovrebbe agire senza i presbiteri e i presbiteri senza il vescovo. I presbiteri formano un collegio, una fraternità, come gli apostoli. Probabilmente essi mantenevano le loro
professioni secolari e la loro vita matrimoniale; guidavano insieme tutte le celebrazioni e insieme adempivano tutti i compiti, non
perché uno non ce l’avrebbe fatta da solo, ma perché pensavano
che ciò esprimesse meglio la natura della Chiesa come fraternità.
Caso n. 4. Immaginiamo ancora una comunità di 500 cristiani,
all’epoca delle persecuzioni. Essa ha un vescovo e un presbiterio
formato da uomini del posto. Molti cristiani muoiono come martiri, mentre altri rinnegano la fede. Un giorno un nuovo cristiano
viene gettato in pasto alle belve, ma sopravvive. La comunità è felice perché è scampato alla morte, pur rimanendo fedele fino in
fondo alla fede, come Gesù. Nonostante sia vivo, viene considerato
martire. Quando si riprende in forze, immediatamente gli viene
chiesto di presiedere l’eucaristia, pur non essendo ordinato. Poiché
la comunità è già provvista di altri ministri ordinati, dal punto di
vista del bisogno di amministrare i sacramenti, questa prassi risulta incomprensibile. Ma quei cristiani partivano da un’altra necessità, collegare la testimonianza autentica con l’altare di Cristo.
Caso n. 5. Ecco ora il nostro caso: l’altare è vuoto o quasi vuoto. Alcuni pensano di riempirlo ordinando viri probati (cristiani
maturi) tra i membri della comunità. Hanno ragione, l’altare non
dovrebbe rimanere vuoto. Meno evidente è il loro (nostro) modo di
ragionare. Infatti, la motivazione per ordinare gente locale è differente da quella dei casi 3 e 4. Non è forse troppo angusta e povera?
te raro, ma illustra un principio corretto. I cristiani che hanno dimostrato di rendere una testimonianza esemplare alla comunità, possono anche presiedere l’eucaristia. Ciò non significa
sminuire l’importanza della testimonianza silenziosa, ma ritenere vincolante quella resa in maniera pubblica. Entrambe sono da apprezzarsi
nel momento e luogo opportuni.
4. Comunità più piccole e celebrazione
dell’eucaristia. Le messe celebrate in casa soddisfano un bisogno reale perché le grandi celebrazioni parrocchiali mancano di un clima intimo. Entrambi i tipi di celebrazione sono necessari. Le piccole comunità hanno bisogno di leader ordinati non solo per i sacramenti, ma anche
per la testimonianza, la guida e il servizio.
5. L’ordinazione offre una prospettiva ai
carismi. Prima di tutto è nostro dovere accettare un carisma che Dio ha dato. Una normale co-
L’ordinazione di
persone che
restano inserite
nella vita locale
e mantengono
le proprie
professioni
mostra che il
Vangelo si è
incarnato in
quella località.
Missione Oggi | gennaio 2009
19
dossier
LAICI CLERICALIZZATI?
Il principale argomento contro il
nostro approccio testimoniale alla
questione sarà: ma in questo modo
“non clericalizzeremmo tanti laici”?
Niente affatto, è invece l’approccio
emergenziale che clericalizzerebbe i
viri probati, perché permete
l’ordinazione di una persona
soltanto, mettendola così sulla
strada del monopolio
(= clericalismo). Il nostro approccio
testimoniale fornisce alcuni antidoti
contro l’onnipresente pericolo del
clericalismo (una profonda
spiritualità, molti lavoratori celibi,
educazione al lavoro di squadra,
un’ampia varietà di ministri,
comunicazione viva tra la comunità
e tutti i suoi ministri, un limite di
tempo per l’esercizio di tutti i
ministeri locali, il buon esempio dei
preti a tempo pieno e dei vescovi).
Certo ci sarà il problema di
preservare l’unità tra così tanti
leader e il non facile compito di
PER SAPERNE DI PIU’
20
riorientare le comunità, nonché,
naturalmente, di formare e
migliorare i molti ministri. Anche
l’adeguamento delle vocazioni
celibatarie a una tale situazione
costituirà un problema, ma si
tratterà di un aggiustamento, non
della fine. Comunque, l’argomento
spesso citato dell’esistenza di due
classi di preti è quasi solo emotivo.
Tutte queste difficoltà non sono
insormontabili e richiedono solo un
riorientamento dell’attuale clero.
munità possiede i carismi per una leadership
pienamente responsabile. Allora è semplicemente nostro dovere permettere loro di esercitarli. È poi nostro dovere sviluppare i carismi.
Una persona cresce quando ha un compito e si
identifica maggiormente con una causa di cui è
pienamente responsabile. Con una semplice
esortazione, lo sviluppo dei carismi sarà modesto, senza prospettive. L’ordinazione dà sicurezza ai carismi. Le ordinazioni al diaconato e
al presbiterato, ma anche al lettorato o accolitato, danno la sicurezza che noi preti non vorremmo ci mancasse, ma che facciamo fatica a garantire agli altri.
6. L’ordinazione è un riconoscimento che
ogni ministero viene da Cristo. Questa ragione
è molto difficile da capire perché ci siamo abituati a considerare l’ordinazione solo come qualcosa che dà il potere di compiere determinati atti. Ma ci sono situazioni in cui il ministro ordinato fa qualcosa di molto simile a quello che fa chi
non è ordinato. Coloro che guardano all’ordinazione in chiave di “potere” certamente eviterebbero l’ordinazione. Ma tale approccio è un po’ ri-
Missione Oggi | gennaio 2009
stretto. L’ordinazione può essere vista anche nel
suo aspetto celebrativo e di preghiera. E’ troppo
limitativo chiedersi appena quale nuovo potere
ricevettero Paolo e Barnaba quando la chiesa di
Antiochia impose le mani su di loro (At 13,3).
Anche se dopo una tale celebrazione non faranno più di quello che facevano prima, è importante pregare e confessare, affermare e riconoscere
davanti all’intera comunità che Cristo è la fonte
e il modello di ogni ministero cristiano. Ciò che
noi facciamo nel ministero è una partecipazione
al ministero di Cristo. Se è nostro dovere confessare la nostra fede in altre situazioni, perché non
farlo in questo momento decisivo?
CONSEGUENZE
L’ordinazione di cristiani maturi non solo risolverebbe il problema della scarsità di preti,
ma avrebbe altri effetti positivi.
1. Verrebbe promossa la condivisione dell’autorità tra leader locali e regionali. Oggi
questa condivisione è possibile solo nei consigli pastorali parrocchiali, ma non basta, perché
ordinati e non ordinati continuano a non avere
la stessa responsabilità e di solito i locali sono i
non ordinati, mentre l’unico ordinato viene da
fuori. Anche se il parere di Roma, per cui i consigli hanno uno statuto meramente consultivo,
venisse ignorato, il problema resterebbe. Lo risolverebbe in buona parte solo l’ordinazione di
cristiani del luogo proprio perché essi godrebbero di pari autorità in tutti i consigli, compreso
quello diocesano.
2. Crescerebbe la motivazione dei preti
attuali. Essi si renderebbero conto di non essere gli unici leader e sarebbero stimolati a migliorarsi di fronte a molti leader che chiedono
continuamente loro formazione e approfondimenti. I leader locali potrebbero amministrare i
sacramenti, mentre i preti attuali sarebbero
spinti con forza ad assumere il ruolo di leader a
livello spirituale e teologico. Sarebbe senz’altro
meno probabile lo sviluppo di un atteggiamento clericale e monopolistico.
In sintesi: che faremmo se l’anno prossimo
la tendenza delle vocazioni, attualmente in calo, ritornasse ai numeri di un tempo? Se la nostra motivazione è solida, saremmo riconoscenti perché i monasteri sono pieni e fioriscono nuove comunità secondo il Vangelo, ma
perseguiremmo ancora l’ordinazione di cristiani maturi.
FRITZ LOBINGER
dei lettori
LUCIANO MONARI, VESCOVO DI BRESCIA
N
ella disciplina della Chiesa esiste
un ministero istituito che si lega
proprio alla Parola di Dio; è il ministero del lettore. Desidero che anche
la nostra Chiesa formi e istituisca dei
lettori permanenti, che facciano della
parola di Dio il centro vitale della loro
formazione e l’ambito preciso del loro
servizio. Mi sembra che il cammino
dossier
Il ministero
verso questa meta debba partire dal
ministero di fatto. Ci sono di fatto alcune persone, nelle comunità parrocchiali, che vivono un’attenzione particolare alla Bibbia e compiono un servizio riconosciuto; penso ad alcuni
catechisti, a persone che annunciano
la Parola nella Messa, agli animatori
di gruppi del Vangelo. Tutte queste
persone possono fare dei cammini di
approfondimento della Bibbia nei corsi per catechisti, nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, in corsi biblici offerti in diocesi e fuori diocesi.
Quando la comunità riconosce in loro
il dono del servizio alla parola, quando si riconoscono le qualità spirituali
e umane che sono necessarie per un
ministero, quando si vede che il modo
di operare edifica la comunità (e non
la divide), allora la comunità insieme
col parroco può chiedere che una persona venga istituita lettore permanente. Sarà necessaria una breve preparazione per cogliere il valore del ministero, comprenderne gli impegni, gustarne la forza spirituale; poi l’istituzione potrà essere fatta.
Insomma, desidero che l’istituzione al ministero sia preceduta (e motivata) da un lungo periodo di servizio
nel quale il ministero sia esercitato di
fatto; che la comunità riconosca il dono del Signore senza perplessità; che
ne senta il bisogno e ne faccia richiesta al vescovo. Quello che
l’istituzione aggiunge al ministero di fatto è il riconoscimento ecclesiale e quindi
il mandato a svolgere il ministero della parola. Naturalmente il ministero del lettorato non è un sacramento, ma si
può dire che entra nella logica
sacramentale che regge tutta
l’esistenza della Chiesa. (Lettera
Pastorale 2008-2009, n. 37)
Missione Oggi | gennaio 2009
21
dossier
QUANDO SONO APPARSE IN AMERICA LATINA, LE PICCOLE COMUNITÀ DI BASE SONO NATE PROPRIO
LÀ, NELLA BASE. L’IDEA SI È POI DIFFUSA IN ALTRI CONTINENTI, SU PROPOSTA DEI VESCOVI. LE PICCOLE COMUNITÀ CRISTIANE, COME SONO CONOSCIUTE IN ASIA, SONO LA PIÙ PICCOLA CELLULA VIVENTE DEL CORPO ECCLESIALE. IL CONCETTO DI CHIESA “COMUNIONE DI COMUNITÀ” È STATO PRESENTATO DALLA FABC NELLA SUA V ASSEMBLEA PLENARIA DEL 1990 A BANDUNG COME UN NUOVO MODO DI FARE CHIESA. L’UFFICIO DEI LAICI DELLA FABC HA ESCOGITATO UN NUOVO METODO
PER FORMARE E SOSTENERE LE PICCOLE COMUNITÀ: L’APPROCCIO PASTORALE INTEGRALE ASIATICO
(ASIAN INTEGRAL PASTORAL APPROACH-ASIPA).
riflessioni
dall’Asia
Comunità e ministeri
VIRGINIA SALDANHA
L
Virginia Saldanha,
attivista indiana per i
diritti umani e
membro del
Comitato esecutivo
di Pax Christi
International, è
segretaria esecutiva
dell’Ufficio dei laici
della Federazione
delle Conferenze
episcopali dell’Asia
(Fabc) e della
Commissione per la
donna della
Conferenza dei
vescovi cattolici
dell’India.
22
e piccole comunità cristiane funzionano a livelli diversi, a seconda dei paesi e delle diocesi. In alcune regioni sono molto vive, come
nella prelatura di Ipil, di mons. Antonio Ledesma, oggi arcivescovo di Cagayan de Oro. Tuttavia, siccome la proposta delle piccole comunità in molte regioni dell’Asia arriva dall’alto, esse faticano a decollare. Infatti, le piccole comunità cristiane corrono il rischio di essere identificate con una delle tante “organizzazioni” della
Chiesa o semplicemente con un metodo per socializzare con i vicini oppure con un’opzione
pastorale tra le altre. Nonostante ciò, dove questo nuovo modo di fare Chiesa è preso sul serio,
emerge come un modo autentico di vivere la vocazione battesimale da parte del popolo di Dio e
di compiere la missione di evangelizzare nel
contesto multireligioso dell’Asia.
Tenuto conto che nella stessa stessa regione
geografica si ha a che fare con situazioni diverse sul piano sociale, economico ed educativo, la
composizione delle piccole comunità cristiane
risulta una questione importante. Dobbiamo ca-
Missione Oggi | gennaio 2009
pire meglio i diversi aspetti della comunità cristiana: comunità di buon vicinato o comunità di
uguali? Da domanda nasce domanda: perché
formare tali comunità cristiane? Che cos’è una
comunità cristiana e come si definisce? Da qui
la necessità di articolare meglio la teologia della comunità: si può risolvere in una struttura
funzionale oppure va intesa come uno strumento per aiutare i fedeli a vivere la vocazione battesimale nel proprio ambiente vitale, testimoniando il Regno di Dio presente? Quando membri delle piccole comunità cristiane vivono i valori cristiani, divengono un fermento nella società e offrono ai poveri la buona notizia di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e
l’abbiano in abbondanza”. Siccome la stragrande maggioranza dei membri della Chiesa in
Asia è costituita da poveri, la comunione di comunità è un modo autentico di esprimere la solidarietà e promuovere la giustizia. L’America
latina ha affermato a più riprese la necessità per
la Chiesa di essere la voce dei senza voce. Le
comunità, soprattutto quelle inserite in contesti
dossier
Problemi del celibato
I
l celibato rappresenta una preoccupazione importante nella
Chiesa. I punti di vista sul celibato dei preti variano tuttavia a
seconda delle culture. In quelle tribali, nelle quali la sessualità è
considerata centrale per il rinnovamento e la crescita della comunità, esso non ha alcun valore. Nelle culture che hanno una tradizione mistica, invece, il celibato è valorizzato. In queste i preti sono rispettati perché sono celibi.
È importante che la Chiesa non si preoccupi solamente dei preti
che vengono meno al loro impegno celibatario, ma anche delle
“vittime” dei loro abusi sessuali. Sarebbe apprezzabile che i preti
comprendessero la propria sessualità nel contesto della fedeltà al
proprio impegno. Anche se un velo di segreto avvolge gli abusi sessuali, il prete si muove da una posizione di potere, poiché le relazioni tra uomini e donne sono segnate dalla disuguaglianza. Atteggiamenti culturali negativi rispetto alla sessualità delle donne
hanno impedito di far luce su casi di abusi sessuali in Asia. Per affrontare tale problema, è giocoforza considerare il valore del celibato per il presbiterato, mostrando sensibilità nei confronti delle
differenze culturali e della ricerca di soluzioni alternative.
Il contesto tipicamente multireligioso
dell’Asia mette le piccole comunità
cristiane di base in una costante
occasione di dialogo interreligioso. Lo
chiamiamo il dialogo della vita, che in
certe regioni avviene attraverso una
testimonianza di condivisione di
situazioni umane particolari.
di povertà, hanno bisogno di essere sostenute
nella rivendicazione del diritto ad un’esistenza
dignitosa. Il contesto tipicamente multireligioso dell’Asia mette le piccole comunità cristiane
di base in una costante occasione di dialogo interreligioso. Lo chiamiamo il dialogo della vita, che in certe regioni avviene attraverso una
testimonianza di condivisione di situazioni
umane particolari. Esso offre alle piccole comunità cristiane la possibilità di vivere in modo
pacifico e armonioso con persone appartenenti
ad altre confessioni religiose.
LA CELEBRAZIONE DELL’EUCARISTIA
NELLA COMUNITÀ
La celebrazione dell’eucaristia altro non è
che il farsi prossimo, divenendo pane spezzato e
sangue versato perché gli altri abbiano vita in abbondanza. Come possono le comunità vivere
l’eucaristia se non afferrano il nesso dell’eucaristia con la loro vita? Le donne agiscono efficacemente a livello comunitario, soprattutto perché
vivono l’eucaristia come rinuncia a se stesse e
condivisione della propria vita con le loro famiglie e comunità. Ma il loro modo di agire non è
riconosciuto come un ministero. La riflessione
delle donne sulla loro esistenza e ministero fa dir
loro che celebrano l’eucaristia nella realtà quotidiana. Quando il prete dice “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, le donne avvertono
che queste parole potrebbero essere pronunciate
con dignità anche da donne e uomini incessantemente chiamati a sacrificare la propria vita per la
famiglia e la comunità, in primis le donne. Perché dunque riservare queste parole ai preti? Se
l’eucaristia è celebrata in maniera significativa,
il celebrante è sfidato a vivere l’eucaristia nella
vita comunitaria. Il ministro deve cioè essere
parte integrante della vita di comunità poiché i
ministeri nascono dalla vita e dai bisogni della
medesima comunità. Nel nostro modo di vivere
la fede, bisognerebbe accordare pari importanza
alla coerenza tra celebrazione eucaristica e vita
quotidiana. Solo così l’eucaristia diventa pane
Il ministero
deve integrare
la vita
di comunità
poiché
i ministeri
nascono dalla
vita e dai
bisogni della
medesima
comunità
Missione Oggi | gennaio 2009
23
dossier
La leadership nelle piccole
comunità cristiane
S
i dice spesso che i preti ostacolano il buon funzionamento dei ministeri nelle piccole comunità cristiane. Il modo con il quale i preti si
rapportano coi leader laici lascia sovente a desiderare. Questi ultimi
soffrono molto a causa del potere clericale pur essendo spesso più formati dei parroci. I rapporti di collaborazione con le donne sono altrettanto spesso resi difficili dagli atteggiamenti patriarcali dei preti.
Le donne sono molto attive nella base, ma non arrivano ai livelli superiori di leadership nella Chiesa. Gen 1,27 ci dice tuttavia che maschio e femmina sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio e
quindi condividono la stessa dignità. Cosa che la nostra Chiesa non è
stata ancora in grado di attuare. Inoltre, soprattutto nei paesi del Sud,
cultura e tradizione aggravano il problema dello status secondario
della donna nella Chiesa e nella società. Per un efficace funzionamento dei ministeri laici nella comunità è giocoforza formare i preti a questo nuovo modo di fare Chiesa come “comunione di comunità”. La vita di molti preti non riflette l’immagine del Cristo nel cui nome operano e di cui rappresentano il sacrificio. La loro formazione dovrebbe
mettere l’accento sul fatto che il ministero ordinato è un impegno totale a vivere l’eucaristia con una comunità del popolo di Dio. Poiché il
loro lavoro è essenzialmente relazionale, i preti dovrebbero imparare a
vivere e lavorare in armonia con la comunità.
Per vivere la
nostra fede
come Chiesa
secondo
il modello
di “comunione
di comunità”
è urgente
formare
ministri
adeguati,
altrimenti
continueremo a
vivere la Chiesa
in un modo
meccanico,
inviso
ai giovani
di tutto
il mondo
24
spezzato e vino versato “perché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza”.
ALCUNE SFIDE PER LA CHIESA
Nella crisi che la Chiesa oggi sta attraversando un po’ in tutto il mondo si constata, forse
per un bisogno di sicurezza, una certa tendenza
al ritorno a modelli ecclesiologici precedenti il
Vaticano II. Ma la sicurezza che i modelli preconciliari di Chiesa offrivano si fondava piuttosto sull’esercizio del potere e sul controllo del
sapere da parte della stessa Chiesa. Oggi il
mondo, grazie alle comunicazioni istantanee e
alla facilità di accesso al sapere, rifiuta un tale
controllo e un tale potere. Ecco perché la Chiesa sta vivendo un rapporto difficile con i giovani, che avendo, grazie a internet, accesso al sapere, rifiutano ogni forma di controllo. Ciononostante, va detto in positivo che essi accettano
di essere contestati e messi in discussione.
Oggi la globalizzazione economica e l’ascesa
sociale che essa offre assorbono l’attenzione della classe media e spingono quanti vi appartengo-
Missione Oggi | gennaio 2009
no all’individualismo. Il problema dell’individualismo è una grave sfida del mondo contemporaneo. È più acuto in Europa e America del Nord
poiché lì la comunità cristiana è più ricca. L’individualismo che si nota nei preti e nei ceti medi
agiati costituisce un problema anche nelle parrocchie urbane in Asia, dove rappresenta un ostacolo al funzionamento delle piccole comunità cristiane, che funzionano meglio tra i poveri che tra
il ceto medio. La vita cristiana continua ad essere
più eloquente per i poveri e meno per i ricchi:
Gesù non è forse venuto “ad annunciare ai pove-
ri un lieto messaggio”? Il suo “discorso della
montagna” non invita a essere “poveri in spirito”? Essere “poveri in spirito” fa parte necessariamente della vita di comunità e dovrebbe essere
un elemento essenziale della spiritualità di comunione, anche se la povertà come tale non deve essere considerata un valore. Di conseguenza, la
globalizzazione economica e i suoi effetti negativi sui poveri costituiscono una sfida che reclama
la massima attenzione. La Chiesa deve diventare
buona notizia e portare la salvezza integrale. Il
nuovo modo di fare Chiesa come comunione di
comunità offre alle persone la possibilità di assumere la responsabilità dell’evangelizzazione e
dell’edificazione della Chiesa.
Per vivere la nostra fede come Chiesa secondo il modello di “comunione di comunità” è
urgente formare ministri adeguati, altrimenti
continueremo a vivere la Chiesa in un modo
meccanico, inviso ai giovani di tutto il mondo. I
giovani vogliono genuinità. Tante persone cercano una sicurezza nei principi della loro fede,
la troveranno in una fede vissuta essenzialmenVIRGINIA SALDANHA
te in comunità.
dossier
Carlo Maria Martini
Il celibato è un altro
argomento
Q
ui si mettono in un unico calderone argomenti che hanno attinenza
con la sessualità, ma che devono essere considerati separatamente. È terribile che si verifichino abusi sui bambini. Ancora più terribile quando vi
sono coinvolti dei preti: persone che
Carlo Maria Martini
(intervistato da Georg Sporschill)
Conversazioni notturne a Gerusalemme.
Sul rischio della fede
Mondatori, Milano 2008, pp. 99-10
devono insegnare ai bambini e tutelarli e invece ne abusano. Si tratta di lupi
travestiti da agnelli, sono malati. È
doloroso, eppure la Chiesa dovrebbe
imparare a parlarne in modo più aperto e sincero.
Il celibato è un altro argomento.
Questo tipo di vita è oltremodo impegnativo e presuppone una profonda
religiosità, una comunità valida e forti personalità, ma soprattutto la vocazione a non sposarsi. Forse non tutti
gli uomini chiamati al sacerdozio possiedono questo carisma. Da noi la
Chiesa dovrà escogitare qualcosa.
Oggi a un parroco vengono affidate
sempre più comunità, oppure le diocesi importano sacerdoti di culture
straniere. Questa a lungo termine non
può essere una soluzione. La possibilità di consacrare viri probati (uomini
esperti, di provata fede e capacità relazionale) dovrà in ogni caso essere
discussa.
Al celibato viene spesso
attribuita la responsabilità
delle colpe dei sacerdoti,
anche dell’abuso di minori,
che negli ultimi anni è
stato più volte segnalato.
Missione Oggi | gennaio 2009
25
dossier
Missionario
è chi aiuta
la comunità a capire
che Dio
opera in essa
Rosemary Houghton vede nella nuova Chiesa
emergente – oggi come ai suoi inizi – l’urgenza
di un ministero itinerante votato all’insegnamento, che rinvigorisca e integri le capacità pastorali della Chiesa locale. Comprende la Chiesa
come evento, non come luogo o società (“Dove
due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in
Eugene Stockton è
un prete della diocesi
di Sidney, in
Australia, esperto di
Sacra Scrittura, che
ha prestato servizio
nelle comunità
aborigene.
26
ella sua attività missionaria Paolo era sempre
in movimento, di rado si fermava in un luogo
per più di un anno e qualche volta soltanto per
poche settimane. Ovunque passava creava subito una nuova Chiesa locale con una propria
struttura e leadership, pronto ad andarsene in
quattro e quattr’otto. Dopo avrebbe ripreso i
contatti per lettera o con altre visite. Ma per lui
era scontato che in tempi brevi ogni Chiesa locale dovesse provvedere autonomamente al proprio governo, al proprio sostentamento e alla
diffusione del Vangelo. La ragione per modi così sbrigativi va trovata nel tratto distintivo delle
Chiese paoline. A differenza di altre Chiese del
Nuovo Testamento (quella giudeo-cristiana,
quella giovannea), le fondazioni di Paolo erano
apertamente carismatiche. Egli credeva davvero
a ciò che insegnava, cioè che in ogni comunità si
Missione Oggi | gennaio 2009
Quindi, come avviene soprattutto nell’esperienza dei cristiani del Terzo mondo, la Chiesa è vista
come nascente dalla base (ecclesiogenesi delle comunità di base) non in conflitto con l’istituzione
ecclesiastica, ma convertendola ad un nuovo
modo di essere. L’attività missionaria è intesa
nomade
EUGENE STOCKTON
N
mezzo a loro”). Quando ci si raduna per fare
Chiesa, bisogna distinguere a tre livelli ecclesiali:
T quello della pre-Chiesa: un piccolo numero di
persone che si incontrano per risolvere un bisogno nella preghiera, nello studio e nell’azione
(come nella casa di Cornelio: At 10,12), aspettando e desiderando qualcosa che non conoscono;
T quello della Chiesa emergente: un gruppo che
matura una coscienza di Chiesa centrata su Gesù Cristo e lo che rende presente, considerandosi
il suo corpo veramente risorto;
T quello della Chiesa in missione: i credenti che
annunciano la buona notizia di Gesù risorto;
avendolo sperimentato, sentono il dovere di invitare altri a fare altrettanto.
In ogni comunità si poteva
avere fiducia che lo Spirito
Santo avrebbe suscitato i doni
ministeriali necessari e che
era vitale per il bene della
comunità che tali carismi
fossero esercitati
poteva avere fiducia che lo Spirito Santo avrebbe suscitato i doni ministeriali necessari e che
era vitale per il bene della comunità che tali carismi fossero esercitati (cf. 1 Cor 12; Ef 4,1516). Riteneva fallimentare l’attività del missionario che riservasse a se stesso la leadership,
senza permettere la nascita delle sue varie forme
tra i neoconvertiti. Mentre il missionario è presente, è normale che un leader locale non eserciti il suo ministero. Ne deriva per l’apostolo
una strategia missionaria per la Chiesa locale
che equiparava l’importanza delle sue prolunga-
Il posto più autentico di questo incontro non è
una qualche grande assemblea. C’è un modello emergente di famiglie credenti, che ci riporta al tempo di Gesù: “Ad alcune di queste Gesù
e i suoi amici si appoggiavano durante i loro
viaggi e in questo loro appartarsi era possibile per i più intimi rimanere per porre domande e ascoltare ulteriori insegnamenti di Gesù”.
In famiglie come queste anche Paolo e gli altri
missionari “trascorrevano i loro brevi periodi
di riposo e conversavano a lungo con i neoconvertiti, con la comunità che cresceva nella
ministerialità, con quelli che erano impegnati
nell’edificazione delle chiese locali già esistenti. I membri di queste chiese domestiche contagiavano i loro amici, li inserivano in comunità e poi li inviavano a loro volta in missione.
La Chiesa non cresceva come una massa sempre più informe, ma come una moltiplicazione di piccole unità ‘personali’ di dimensioni
adatte ad una rapida effettiva interazione ad
ogni livello. Questo modello di ecclesiogenesi è
te assenze a a quella delle sue brevi presenze.
Negli ambienti ecclesiali si denuncia la “mancanza di vocazioni”, la “drastica diminuzione e l’invecchiamento dei preti”, e ci si chiede come soddisfare in futuro i crescenti e differenziati bisogni
spirituali di un sempre maggior numero di fedeli.
Non si tratta di una crisi della Chiesa come tale,
ma di un certo modello di leadership e di ministero ecclesiale. L’unico modello che la maggioranza di noi conosce - il vescovo nella sua diocesi, il prete nella sua parrocchia - si è sviluppato
come un riflesso ecclesiastico della riorganizzazione dell’amministrazione imperiale sotto Giustiniano e del sistema feudale dell’Europa medievale. La struttura ecclesiastica è durata di più del
suo modello civile. L’insufficiente numero dei
preti per “riempire” la struttura ecclesiastica è
uno dei segni dei tempi che ci indicano una provocazione della Divina Provvidenza. Forse il modello ministeriale ha bisogno di una verifica.
PRECEDENTI STORICI PER ALTRI MODELLI
La storia della Chiesa mostra che i modelli
di leadership sono cambiati molto lungo i secoli e nessuno sembra immutabile. Il primissimo,
attestato nel Nuovo Testamento e nella Didaché, contemplava Chiese locali che godevano
sia di una leadership residenziale (episcopoi,
diaconi) sia di maestri itineranti (apostoli, profeti). In questo sistema si correva il pericolo che
dossier
più come un andare incontro al desiderio di
poveri che già si riuniscono e meno come la
proclamazione della Parola in un vuoto spirituale. Affinché la pre-Chiesa si riconosca come
Chiesa, Houghton ritiene importante la presenza di un elemento catalizzatore in grado di
inserirsi effettivamente nel contesto e di
“aprire alla consapevolezza (dello Spirito), già
presente in maniera inconsapevole”.
Questi è il vero missionario, come Pietro nella
casa di Cornelio o come i compagni di Gesù
“inviati avanti a lui… dove stava per recarsi”
(cf. Lc 10,1). È compito del messaggero non solo condurre l’individuo alla consapevolezza di
Cristo, ma aiutare la comunità a diventare
consapevole di se stessa come luogo in cui lo
Spirito di Dio è all’opera. Quindi spetta ai
membri della Chiesa locale formare, sostenere
e nutrire quella Chiesa, ma un estraneo può
essere capace di aiutare a discernere, assistere, correggere una nuova crescita e spargere
nuovi semi”.
evidente nella teologia della Chiesa, intesa come Corpo di Cristo pienamente presente in
ogni comunità riunita. La ‘grande’ Chiesa non
è la somma di queste comunità, ma la loro comune incorporazione a Cristo”.
Questi messaggeri inviati alle famiglie credenti devono esercitare il loro servizio (in maniera temporanea o permanente) con dedizione totale, spirito di povertà, buona formazione teologica. Viene richiesto “un radicale distacco dai beni, disponibilità, nessun interesse
personale e, infine (se fanno bene il loro lavoro) il sentirsi soltanto servi, poiché ciò a cui sono chiamati è predicare il Vangelo, vederlo
‘metter radici’ per poi andare altrove”. Per
“sostenere lo stile di vita necessariamente vario e nomade, è essenziale una base di indiscussa vita di preghiera e il costante ricorso a
Dio, per non correre il rischio della frammentazione, dell’eccentricità o del’unilateralità.
Essi devono essere riconosciuti importanti per
l’intera Chiesa”.
vagabondi eterodossi si facessero passare per
profeti, ma la Chiesa aveva già stabilito norme
per salvaguardarsi (Didaché 11-13).
Se l’organizzazione della Chiesa in generale
copiò la struttura piramidale dell’impero romano, pure il monachesimo tendeva a distinguere
tra leadership spirituale (carismatica) e autorità
gerarchica (istituzionale). Yves Congar segnala
esempi in Oriente e in Occidente. In Oriente dall’VIII secolo fino alla Russia del XX secolo, si
dava il caso, che sopravvive ancora negli staretz, in cui un riverito monaco, raramente un
prete, esercitasse un ministero di direzione spirituale e confessione in forma autonoma rispetto
all’ordinaria struttura gerarchica. Analogamente, nella Chiesa celtica fino al XII secolo, la base della autorità era la santità più che lo status
gerarchico: “Non c’era una struttura diocesana,
cioè non c’erano territori specifici sotto l’autorità dei vescovi, ma un complesso di sfere di influenza spirituale. Un ‘santo’ aveva la propria
sfera d’influenza in cui era in un certo senso il
permanente signore spirituale di un dato luogo.
Un territorio era associato a un santo uomo e alla fine c’era un raggruppamento con al centro un
monastero e la giurisdizione apparteneva all’abate che era spesso, ma non necessariamente,
inserito nell’ordine episcopale. Qualche volta,
come nel Kildare, la giurisdizione era nelle mani di una badessa. L’autorità era attribuita all’uomo di Dio e non a un particolare grado nella
La storia della
Chiesa mostra
che i modelli
di leadership
sono cambiati
molto lungo i
secoli e
nessuno
sembra
immutabile
Missione Oggi | gennaio 2009
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dossier
Muoversi con gli aborigeni
I
l Congresso eucaristico di Melbourne nel 1973 riunì molti aborigeni
cattolici e operatori pastorali bianchi. Uno dei gruppi di studio affrontò l’inadeguatezza della missione classica o del tradizionale ministero parrocchiale a soddisfare gli speciali bisogni spirituali della maggioranza degli aborigeni e propose un ministero presbiterale itinerante, accompagnato da un team co-ordinato per
servire una regione o uno Stato. Ogni comunità locale avrebbe dovuto avere un leader spirituale aborigeno (stipendiato dalla Chiesa) per
essere il punto di riferimento spirituale durante l’anno, col quale e sotto l’autorità del quale
un missionario itinerante avrebbe lavorato
per periodi limitati. Nel 1974 si suggerì di realizzare questa proposta lungo il fiume Darling,
con un prete che si muovesse in bicicletta tra
le cinque principali comunità (2346 cattolici).
Nel 1975 l’idea di un ministro itinerante fu rilanciata nel Rapporto Deakin e poi in un incontro a Sidney nel 1976, che affermava nel
suo documento ai vescovi del Nuovo Galles del
Sud: “Lo scopo principale del lavoro della Chiesa con gli aborigeni è assicurare che ogni persona, famiglia e comunità aborigena si senta singolarmente conosciuta e amata dalla Chiesa”.
E sottolineava: “Per essere sensibili ai bisogni degli aborigeni e incontrarli è necessario che gli individui e/o i team siano mobili e flessibili
dal punto di vista pastorale. La struttura del ministero pastorale della
Chiesa per gli aborigeni deve essere adattata per seguire i modi mobili
e flessibili di movimento e residenza degli aborigeni, basati come sono
sulla localizzazione di vari legami di parentela ovunque nello Stato”.
Le comunità di
villaggio in
alcune Chiese
ortodosse
offrono un
modello che
rispetta il
principio della
leadership
locale e
riconosce
l’occasionale
necessità di
competenza
teologica
28
gerarchia sacerdotale”. Si dice che il vescovo locale potesse essere un monaco ordinario, egli
stesso soggetto a un abate o a una badessa.
Le comunità di villaggio in alcune Chiese
ortodosse offrono un modello che rispetta il
principio della leadership locale e riconosce
l’occasionale necessità di competenza teologica. Quando il vecchio papas muore, la gente del
villaggio elegge il proprio nuovo pastore e lo
manda in Seminario per una formazione di pochi mesi. Egli torna con l’enorme vantaggio di
stretti legami con la sua gente e con una formazione sufficiente per celebrare la liturgia e soddisfare i bisogni pastorali ordinari degli abitanti
del villaggio. In prossimità delle grandi feste, il
più esperto “prete teologo” gira nel paese per
ascoltare le confessioni.
Missione Oggi | gennaio 2009
PROPOSTE ALTERNATIVE PER UNA
MISSIONE ABORIGENA
Fratel Cletus Read proponeva di incoraggiare gli aborigeni a fondare una Chiesa autoctona. I missionari avrebbero dovuto fare un
passo indietro e consentire l’emergere di un ministero e di una leadership aborigeni. Se frenassimo questo sviluppo ministeriale, staremmo
negando il loro diritto di giungere alla piena
maturità ecclesiale. Tuttavia (Fratel Cletus) immagina per il missionario bianco un ruolo complementare, come cappellano delle piccole e distanti comunità dell’Australia centrale, in aiuto
agli aborigeni che si sono formati al ministero.
La Chiesa cattolica non ha alcun ministro
aborigeno all’infuori del diacono e alcun piano
per la formazione di un clero aborigeno. Se la
Chiesa non sviluppa in nessuna comunità la
gamma della leadership (ministerialità) spirituale con persone del posto (ignorando così i carismi dello Spirito Santo presenti in loco), deve
ammettere la propria incapacità di servire in modo pieno i bisogni spirituali di quella comunità.
Gli ostacoli non detti sono probabilmente i requisiti del celibato e di uno standard accademico
di formazione teologica analoghi al resto dell’Australia. Tuttavia, poiché un prete aborigeno
dovrebbe essere formato per esercitare il ministero nella sua comunità (tradizionale) i suoi requisiti accademici e spirituali potrebbero essere assai
differenti da quelli di un parroco di un sobborgo
di Darwin; inoltre i bisogni occasionali che vanno oltre le sue competenze potrebbero essere soddisfatti da un missionario itinerante, prevedendo
una leadership spirituale in un senso non gerarchico. In questo caso non ci sarebbe bisogno di
dargli un’etichetta come diacono, catechista o accolito, ma gli si potrebbe permettere di sviluppare il proprio carisma secondo le linee tradizionali. Non c’è nulla che possa impedire a un prete di
esercitare il potere degli ordini sotto una tale autorità (aborigena). Qualunque forma sia adottata
da una Chiesa locale e da una leadership spirituale locale, se gli aborigeni lo desiderassero, ci sarebbe ancora un posto per il ministro bianco in un
ruolo di supporto. Sarebbe necessario che il suo
atteggiamento, a differenza del passato, fosse di
basso profilo, discreto e sottomesso alla nuova
autorità. Ciò potrebbe essere meglio rappresentato da un ministero itinerante, le cui assenze eliminerebbero ogni impressione di una nuova e sottile forma di dominio bianco. EUGENE STOCKTON
dossier
L’eucarestia
celebrata
dai laici?
INTERVISTA A P. ANDRÉ LASCARIS
Come è nato questo documento?
Il centro della vita della Chiesa cattolica è la
celebrazione eucaristica, ma in Olanda cala il
numero dei preti. Sempre più parrocchie ne sono prive e in molte città è divenuto difficile trovare una chiesa in cui si celebri la messa domenicale. Il Capitolo dei domenicani olandesi del
2005 decise perciò di istituire “una commissione o gruppo di esperti, con l’incarico di studiare gli aspetti teologici della questione della presidenza eucaristica: se dipende dal ministero di
uomini ordinati oppure dalla comunità ecclesiale o dai pastori da essa nominati a presiedere l’eucaristia. Tale studio dovrebbe sfociare in
un documento che indichi una direzione che i
domenicani vorrebbero offrire alla Chiesa
d’Olanda, soprattutto alle parrocchie e ai centri
di fede e spiritualità, con lo scopo precipuo di
creare un dialogo aperto a cui possano partecipare tutte le parti interessate. La commissione
dovrebbe inoltre pensare a una strategia per facilitare tale dialogo aperto”. Così è stata formata una commissione di quattro frati: uno impegnato in parrocchia, un altro in contatto con una
congregazione ecumenica e due teologi. Essi
hanno visitato numerose parrocchie per vedere
come la gente riflette su eucaristia e ministero
ordinato, quale realtà deve affrontare nell’attività parrocchiale e come vede il futuro. Alla fine hanno steso un opuscolo, inviato a tutte le
parrocchie nell’agosto del 2007. Esso è un “grido del cuore”, che attende di essere ascoltato
così da promuovere un dialogo nella Chiesa su
come dedicarci alla salvezza del popolo e avere
un futuro come Chiesa.
Che situazione emerge dal documento?
Le autorità ecclesiastiche seguono il principio per cui solo un prete ordinato può presiedere l’eucaristia, dispensare l’unzione degli infermi e tenere omelie. Tuttavia tale posizione non
André Lascaris,
domenicano
olandese, dal 1973
al 1992 si è dedicato
alle iniziative per
la pace nell’Irlanda
del Nord.
È teologo al
Dominican Study
Centre for Theology
and Society di
Nijmegen.
Nel 2007 è stato tra
gli autori del discusso
documento “Chiesa
e ministero. Verso
una Chiesa con un
futuro”.
Missione Oggi | gennaio 2009
29
dossier
Sebbene si
affermi che
essa è il centro
della liturgia
della Chiesa,
celebrarla è,
nei fatti, reso
dipendente
dalla persona
che la
presiede, il che
perciò rende
l’ordinazione il
sacramento più
importante
30
pare condivisa da una parte, probabilmente
maggioritaria, dei presbiteri, operatori pastorali
e laici. I vescovi cercano di affrontare la diminuzione dei preti importandone dall’estero o accorpando le parrocchie, ma così scompare il
senso di comunità. Inoltre molti obiettano che
così la gerarchia conserva la forma clericale del
presbiterato al di sopra e a scapito del diritto delle comunità ecclesiali all’eucaristia. Sebbene si
affermi che essa è il centro della liturgia della
Chiesa, celebrarla è, nei fatti, reso dipendente
dalla persona che la presiede, il che perciò rende
l’ordinazione il sacramento più importante.
Che cosa sperano, quindi, le parrocchie?
Che uomini e donne siano scelti dalla comunità per presiedere l’eucaristia e tale scelta sia seguita da una confermazione o benedizione o ordinazione da parte della gerarchia. Ritengono
questa confermazione o ordinazione importantissima per questo ministero. Quindi vorrebbero
un rito in cui la comunità presenta i candidati e il
vescovo li benedice e conferma sulla base della
tradizione apostolica. Non si può dire che queste
comunità non vedano l’importanza dell’autorità
della Chiesa e della tradizione apostolica. Anzi,
vogliono rimettere l’autorità al posto che ha nella tradizione e, di conseguenza, tributarle un rispetto maggiore di quanto ne riceva oggi.
Come si affronta sul piano teologico il
rapporto tra Chiesa, eucaristia e ministero?
Il Vaticano II ha affermato un modello di
Chiesa meno rigidamente gerarchico, più organico e orientato verso la comunità. Questo cambiamento apre anche uno spazio a una diversa
concezione della funzione di guida nella comunità. Nei primi tempi della Chiesa, la nomina di
tale ministro, in molte comunità, non richiedeva
un’ordinazione intesa come “consacrazione”,
ma nel senso di dare un posto, o “ordine”, tra le
varie funzioni di un corpo. Il leader di una comunità non veniva trasferito in un altro ordine di
“essere”, ma nominato e accettato dalla comunità per una specifica funzione. Un tale ministro,
come Paolo, poteva esercitare una professione
al di fuori della Chiesa. Né un determinato gruppo era escluso preventivamente perché ritenuto
impuro o troppo mondano: Pietro era sposato e
c’erano “diaconesse”. Dal XVII secolo il sacerdozio di Gesù non fu più basato sulla sua umanità, ma sulla sua divinità. Quindi i preti partecipano al potere divino e a loro non è più assegnata una funzione (ordinazione) dalla comunità
per mantenere e perpetuare la sequela di Gesù,
Missione Oggi | gennaio 2009
ma sono “consacrati” dal vescovo per poter celebrare l’eucaristia. Secondo questa concezione
gerarchica della Chiesa e del ministero, che ancora predomina, il prete funge da “cardine” nella mediazione della grazia: il ministro ordinato
definisce la Chiesa, che in sua assenza non può
funzionare. Nel modello “organico” di Chiesa,
invece, la comunità di fede decide quali tipi di
ministeri sono necessari qui e ora. Finché prevarrà il modello “piramidale”, non ci sarà spazio
per “operatori pastorali”, per paura che, accanto
ai “preti validamente ordinati”, possa sorgere un
“clero parallelo”.
L’interpretazione dell’Eucaristia di molti
cattolici olandesi differisce da quella di Roma?
Il nostro sottolineare che si tratta di un banchetto rituale comunitario fa problema alle autorità ecclesiastiche. La loro preferenza per
l’interpretazione sacrificale è collegata all’enfasi unilaterale sul carattere “verticale” dell’eucaristia: tutto ciò che è “buono” discende,
per gradi diversi, dall’alto verso il basso, in
questo caso attraverso il prete, che è un rappresentante di Gesù, fino ai fedeli. Questi rispondono a questo movimento discendente con uno
ascendente, che procede anch’esso per gradi –
attraverso il prete – ed è chiamato “sacrificio”.
La scelta di questa immagine semplifica la
difesa di una concezione del ministero in cui la
leadership della comunità è chiamata “servizio”,
ma coloro che lo svolgono sono, nei fatti, posti
sempre su un gradino più alto degli altri fedeli e
così esercitano un controllo su di essi. L’eucaristia dipende dalla persona che la presiede. Per
noi l’eucaristia è una condivisione di pane e vino
tra fratelli e sorelle, al cui centro c’è Gesù. La
funzione di leadership è molto importante per
ogni comunità, perché è uno dei canali attraverso il quale vi si mantiene viva la narrazione di
Gesù. Quindi la comunità dei fedeli ha diritto di
essere assistita da funzionari che la aiutino ad andare avanti, ne assicurino l’ispirazione e, come
testimoni del Vangelo, possano identificarvisi.
Al contempo ha il diritto di celebrare l’Eucaristia
come sacramento di solidarietà e unione con Gesù e con gli altri. Per il Vaticano II l’ordine è
chiaro: Chiesa come corpo di Cristo e popolo di
Dio, gerarchia orientata al servizio del popolo,
eucaristia che ci trasforma nel corpo di Cristo e
ci rende un solo popolo, ministero (presbiterato)
come un servizio al popolo di Dio.
A quali conclusioni arriva “chiesa e ministero” e quali soluzioni suggerisce?
dossier
Quando manca il prete
I
n molte parrocchie la celebrazione dell’eucaristia, presieduta da un prete che consacra
pane e vino, è spesso sostituita da un “Servizio della Parola di Dio e della comunione”,
guidato da un laico, in cui, dopo la liturgia della Parola, si elevano alcune preghiere e si distribuiscono ostie consacrate altrove. Nei Paesi Bassi il numero di celebrazioni dell’eucaristia domenicale è sceso da 2.200 a 1.900 tra il 2002 e il 2004, mentre quello dei “Servizi della Parola e della comunione” è salito da 550 a 630. La differenza tra queste due forme di liturgia viene annunciata all’inizio del rito, così da permettere al fedele di scegliere se partecipare o meno. Gran parte della gente non vede la diversità - perciò i vescovi sono contrari
ai “Servizi della Parola e della comunione” - e chiama tutte quelle celebrazioni “Messa”. Per
questo, ma principalmente per obiezioni di principio, molte comunità non usano più distinguerle. A volte si utilizzano termini tipo “celebrazione domenicale”, lasciando indefinito se debba essere un ministro ordinato a presiedere, o “servizio di emergenza” nel caso
manchi il prete. Si cerca un equilibrio al limite di quanto prevede la dottrina ufficiale, a volte oltrepassando i confini per superare il problema.
Le parrocchie sono d’accordo nel richiedere che i laici possano presiedere le celebrazioni comunitarie. In molti casi questi seguono corsi specifici per prepararsi a questa funzione. A
volte è previsto un periodo di prova. È convinzione generale che una persona non possa essere assegnata a tale servizio senza un’adeguata selezione, che questa sia responsabilità
dell’intera comunità parrocchiale e che la funzione di presiedere la celebrazione non debba essere solo confermata dalla comunità, ma da essa preventivamente legittimata. In
molti casi le parrocchie ritengono che tale funzione abbia origine “dal basso”, il ministro
debba essere nominato dalla comunità stessa e possa essere maschio o femmina.
Il cuore del documento sta nell’idea che la
comunità locale elegge il proprio leader e dopo
le dovute consultazioni questi dovrebbe essere
ordinato dal vescovo diocesano che rappresenta
la Chiesa universale. O il vescovo presenta qualcuno come leader alla comunità e lo ordina (o,
forse, in futuro “la”). Sulla base della precedenza del “popolo di Dio” rispetto alla gerarchia ci si
potrebbe aspettare che il vescovo confermi questa scelta per mezzo dell’imposizione delle mani. Se rifiuta tale “ordinazione” sulla base di argomenti che non toccano l’essenza dell’eucaristia, quali il celibato obbligatorio, le parrocchie
si troverebbero nella situazione della primissima
Chiesa, che non aveva ancora i vescovi, ma potrebbero celebrare una reale eucaristia quando si
riuniscono in preghiera e condividono pane e vino. Questa però è chiaramente una situazione di
rottura che dovremmo assolutamente evitare.
Quali reazioni ha suscitato il documento e
quali sono state le obiezioni mossegli?
Molte persone hanno reagito positivamente.
Le autorità ecclesiastiche no, concentrandosi
sull’idea che una persona non ordinata possa celebrare l’eucaristia. Temono di perdere potere e
ripetono una teologia tradizionale del presbiterato in cui il prete ha una relazione speciale con
Dio e rappresenta Cristo e la Chiesa. Egli agisce
“in persona Christi” come capo della Chiesa. A
me pare che il leader della comunità (il prete) sia
prima di tutto un servitore della Chiesa, che è il
corpo di Cristo e il popolo di Dio. Ciò non implica che egli debba fare tutto quanto la comunità vuole da lui; a volte deve contrapporsi a essa
a motivo del Vangelo. Ma anche quando rappresenta Cristo come capo della Chiesa, ciò non significa che Cristo risorto non sia più la stessa
persona che lavò i piedi ai discepoli. Il suo essere capo del corpo significa servizio, non dominio. Un prete (un vescovo, un papa) dovrebbe
indossare un grembiule piuttosto che una ricca
casula. I vescovi olandesi scrivono che il celibato è un carisma positivo, un arricchimento, e
cambiare una legge non risolverebbe la crisi nella Chiesa, visto che sono in crisi anche la vita familiare e matrimoniale. Comunque mi pare che
il celibato obbligatorio (un carisma può essere
un dovere?) promuova la formazione di un
gruppo clericale piuttosto chiuso. Il clericalismo
è un disastro per la Chiesa.
Chiesa come
corpo di Cristo
e popolo di Dio,
gerarchia
orientata al
servizio del
popolo,
eucaristia che
ci trasforma
nel corpo di
Cristo e ci
rende un solo
popolo,
ministero
(presbiterato)
come un
servizio al
popolo di Dio
Missione Oggi | gennaio 2009
31
dossier
La critica di un famoso
ecclesiologo
I
l celebre teologo domenicano, chiamato dal Maestro Generale dell’Ordine a fare una “lettura ecclesiologica” del documento dei confratelli domenicani olandesi, lo definisce “una
riflessione insufficientemente critica”
perché: a) squalifica a priori una parte
degli interlocutori interessati, rendendo difficile il dialogo che si propone
di fare con tutte le articolazioni della
Chiesa; b) si limita a rovesciare il problema in questione, senza aiutare a risolverlo; c) valorizza sistematicamente, con poco realismo, le virtù della
base della Chiesa, attribuendo tutti i
vizi alla cupola; d) mette insieme questioni troppo diverse con l’effetto prevedibile di non rispondere a nessuna.
Inoltre, aggiunge Legrand, i criteri
dottrinali proposti non sono in grado
di giustificare le iniziative che il documento raccomanda alle parrocchie
32
Missione Oggi | gennaio 2009
olandesi. Infatti certe affermazioni sono teologicamente molto fragili. Il documento non riesce a dimostrare la
sua affermazione centrale, secondo la
quale la tradizione, il Vaticano II e
l’attuale ricerca teologica giustificherebbero l’autenticità di una eucaristia
celebrata da cristiani scelti dai parrocchiani ma non ordinati dal vescovo.
Se la partecipazione dei parrocchiani
all’elezione dei ministri ordinati è teologicamente legittima, la celebrazione dell’eucaristia da parte di un cristiano non ordinato è contraria alla
dottrina cattolica e innescherebbe un
comportamento scismatico.
Hervé Legrand,
teologo domenicano,
professore emerito
all’Institut Catholique de Paris
MISSIONE OGGI - N. 1/2009 - CSAM - VIA PIAMARTA 9 - 25121 BRESCIA - [email protected]
Hervè Legrand
Il Vaticano II
un concilio
missionario
FRANCO SOTTOCORNOLA
Il Concilio Vaticano II costituisce
certamente il più importante
evento nella storia
della Chiesa del secolo scorso
e, forse, degli ultimi quattro secoli.
P
apa Giovanni Paolo II, che al Concilio aveva
partecipato attivamente, lo additò alla Chiesa
tutta come la bussola sicura con cui orientare il
cammino all’inizio del terzo millennio della sua
storia (cf. Novo millennio ineunte 57). Il processo
della sua comprensione ed attuazione è, però, tuttora in corso e tutt’altro che concluso. La storiografia del Vaticano II è già immensa, eppure una serena e, per quanto possibile, obbiettiva valutazione
globale degli eventi che lo hanno costituito, del suo
messaggio, del suo significato nella vita della Chie-
concilio e missione
P. Franco
Sottocornola,
missionario
saveriano, di
Bergamo, è
fondatore e direttore
del Centro di
spiritualità e dialogo
interreligioso
Shinmeizan
a Tamana-gun
(Kumamoto,
Giappone), nonché
consultore
del Pontificio
Consiglio
per il dialogo
interreligioso
sa e nella storia del mondo, sembra ancora difficile. Anche la monumentale storia del Concilio Vaticano II diretta da Alberigo non sfugge alla critica di
una lettura di parte degli eventi conciliari.
Come risaputo, la discussione verte soprattutto
sull’interpretazione di fondo degli eventi del Concilio: la sua continuità o discontinuità con la precedente tradizione; e il valore prevalente da attribuirsi ai testi del Concilio o al Concilio stesso come
evento storico nella vita della Chiesa. Ovviamente
occorre ammettere sia continuità che discontinuità, valorizzare sia i testi che l’evento in sé stesso.
Ma, ciò ammesso, si tratta poi sempre di dosaggio,
di accentuazione dell’uno o dell’altro elemento, nel
cogliere il senso e il “pensiero” del Concilio.
DIFFICOLTÀ INIZIALI
Sono note le difficoltà iniziali del Concilio, dovute all’inedita molteplicità delle culture di origine dei Padri, alla distanza di quasi un secolo dal precedente
(il Vaticano I) e, infine, alla enorme complessità della situazione ecclesiale e mondiale con cui il Vaticano II era chiamato a confrontarsi. Giovanni XXIII lo
aveva coraggiosamente convocato, agendo sulla
scia degli atti preparatori per la convocazione di un
Concilio già avviati da Pio XII, e, senza dubbio, in risposta ad un impulso dello Spirito Santo che egli assecondò docilmente. Ma i lavori di preparazione immediata, affidati ad una commissione che rappresentava prevalentemente gli indirizzi e le preoccupazioni degli organismi centrali della Chiesa, si concretizzarono nella stesura di numerosi documenti
non bene armonizzati tra loro e, soprattutto, non
sufficientemente espressivi delle prevalenti preoccupazioni e dell’orientamento della maggioranza dei
vescovi. Da qui la comprensibile sensazione di smarrimento e di disagio che accompagnò la prima sessione (11 ottobre 1962 – 8 dicembre 1962).
L’AZIONE DETERMINANTE DI PAOLO VI
Fu in questo contesto che anche Giovanni Battista
Montini, allora arcivescovo di Milano, cercò di dare il
suo contributo suggerendo un’analisi della situazione della Chiesa e del mondo, individuando le questioni centrali, proponendo piste di orientamento
per la riflessione dei Padri e prospettive per una risposta ad esse. Divenuto Papa nel periodo tra la prima e la seconda sessione del Concilio (il 9 maggio
1963), fu suo compito confermarne la continuazione, ma soprattutto guidarne la conduzione, cercando di mediare tra le diverse correnti, di sostenere le
ricerche e di convogliare gli sforzi di tutti verso la
Missione Oggi | gennaio 2009
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concilio e missione
Il Concilio è così riuscito a cogliere il punto
centrale della questione su cui era chiamato
a riflettere: il mistero della Chiesa, la sua natura e la sua missione. Questo insegnamento verrà proposto nella Costituzione sulla
Chiesa, e tutti gli altri documenti verranno
così pensati e scritti in relazione a questo. La
Chiesa stessa viene compresa come “sacramento”, ossia segno e mezzo dell’unità, in
Cristo, di tutto il genere umano. La Chiesa
dunque – questa è la grande e importante
novità – viene concepita come dinamicamente protesa verso l’umanità, in funzione
di essa, aperta ad essa in un colloquio, nel
quale si percepisce come strumento del dialogo stesso di Dio con l’umanità tutta.
La sintesi dell’insegnamento del Vaticano II
sembra corrispondere chiaramente alla
struttura e al contenuto dell’Ecclesiam
suam, oppure questa può essere letta come
la migliore guida alla comprensione di quello. Entrambi riflettono sul mistero della
Chiesa e la vedono come essenzialmente
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Missione Oggi | gennaio 2009
MO
AL CUORE DEL CONCILIO
ta solo nella sua dimensione antropologica,
come un semplice andare al mondo, convivere con l’umanità, comprendendone e condividendone i problemi, le sofferenze e le attese. Ma dimenticandone, troppo spesso, la
componente teologica: ossia, che il fine di
questo “andare al mondo”, è quello di rivelargli le attese di Dio stesso, la sua proposta
di salvezza. La missione della Chiesa nel
mondo, la ragione ultima del suo essere con
e per gli uomini, è di annunciare loro la
buona novella del Vangelo di Gesù, liberare
dal male che è il peccato, ossia il rifiuto di, e
la separazione da, Dio, e condurre l’umani-
MO
più amplia convergenza possibile delle menti e dei cuori così da ottenere una effettiva
unanimità di consensi. I risultati delle votazioni, quasi unanimi, devono molto a questa
sua opera di saggia e paziente mediazione.
Paolo VI richiamò la centralità del tema ecclesiologico nel discorso di apertura della seconda sessione (29 settembre-4 dicembre
1963), nel quale delinea chiaramente il volto
di una Chiesa non solo aperta, ma protesa in
gesto di amore, l’amore di Cristo, verso il
mondo. Questa concezione della Chiesa vista
come “rivolta al mondo”, in dialogo con esso, verrà poi ripresa magistralmente nella
prima lettera enciclica (Ecclesiam suam, del
6 agosto 1964), nella quale il dialogo della
Chiesa con l’umanità viene articolato in tre
cerchi che vanno gradatamente allargandosi: i fratelli cristiani non in piena comunione
con la Chiesa Cattolica, i seguaci di altre religioni, quanti negano l’esistenza di Dio e si
oppongono alla Chiesa. Questa visione ritorna ad essere il tema dominante del discorso
di apertura dell’ultima sessione (14 settembre 1965) dove il Concilio viene visto come
un “atto di amore solenne per l’umanità”, e,
soprattutto, nel discorso di chiusura (7 dicembre 1965) dove viene proclamata la “fiducia nell’uomo” e la volontà da parte della
Chiesa di un “dialogo con il mondo”.
originata dall’estasi trinitaria per cui il Padre eternamente esiste per il Figlio ed il Figlio per il Padre, e questo mutuo essere
l’uno per l’altro è la loro stessa vita, il loro
Spirito: lo Spirito Santo. Questo eterno “essere per l’altro”, che è amore, ha portato Dio
a farsi uomo, e questo auto-donarsi amoroso continua attraverso la storia in coloro
che si lasciano guidare dallo Spirito e, quindi, sono figli di Dio (cf. Rm 8,14). Nel mistero
della Chiesa questo diventare figli, famiglia, di Dio viene vissuto in modo umano,
storico, sociale, come conviene alla natura
umana. Si attua così “il disegno nascosto da
secoli in Dio ed ora rivelato ai santi”, di riunire tutti i popoli e riconciliarli tra di loro
nella Chiesa di Cristo (cf. Ef 3). Condividere
con l’umanità intera la conoscenza e l’esperienza della salvezza, la vita nuova e la gioia nuova ricevute da Dio Padre in Cristo Gesù per mezzo dello Spirito è alla radice stessa dell’esistenza e della natura profonda
della Chiesa.
Purtroppo, un’interpretazione insufficiente
e superficiale di questa missione della Chiesa, proposta dal Concilio, è stata spesso col-
tà intera al Padre. Consapevole di questo pericolo di insufficiente comprensione del vero spirito del Concilio, Paolo VI, nel suo memorabile discorso di chiusura, fece questa
solenne perorazione: “E allora questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi
a ritrovare, per via di fraterno amore, quel
Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è
stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel
Quale abitare è vivere” (S. Agostino, Soliloqui 1, 1,3). Così noi speriamo al termine di
questo Concilio Ecumenico Vaticano II e all’inizio del rinnovamento umano e religioso,
ch’esso s’è prefisso di studiare e di promuovere; (…) così speriamo per l’umanità intera, che qui abbiamo imparato ad amare di
più e a meglio servire”. Dimenticare o trascurare la dimensione propriamente teologica della missione della Chiesa, come il Concilio chiaramente e inequivocabilmente la
propone, è misconoscerne la vera natura,
tradirne gli intenti e deluderne la grande
speranza.
FRANCO SOTTOCORNOLA
missione donna
il femminile
della missione
PORTANDO GERLE DI SABBIA
TERESINA CAFFI
L’
espressione “missione al femminile” ha senso se si pensa che esista anche una “missione
al maschile”. Quest’ultima espressione non indica però un’attuazione speciale di un contesto
universale rappresentato dalla missione fatta
dall’uomo. La missione, come ogni realtà umana, esiste allo stesso tempo in modalità femminile e maschile. Noi donne, e penso anche gli
uomini, siamo portate a vivere per noi stesse. Incontrando Cristo, veniamo trasformati da lui,
passando da una vita per noi stessi a una vita per
Cristo, come dice Paolo (2 Cor 5,14-15). Per un
cristiano, è rischioso parlare di sé, perché la sua
necessaria, convinta, dichiarata premessa dev’essere quella per cui, se qualcosa di buono è
accaduto nella sua vita, la firma è di un Altro!
E poiché l’assimilazione a Cristo è, in questo mondo, sempre parziale, e la vecchia creatura occupa ancora abbondante spazio, bisogna
chiarire che quell’amore al femminile di cui
parliamo è pieno di limiti: un carattere spigoloso, egoismo, lentezze… tutto ciò insomma che
Cristo non ha ancora risanato. Credo che la
missione al femminile condotta nell’angolo
d’Africa dove ho vissuto e che frequento (la
parte orientale della Repubblica Democratica
del Congo) possa essere descritta secondo alcune caratteristiche particolari.
ALCUNE CARATTERISTICHE PARTICOLARI
Misericordia nel dettaglio Una prima caratteristica è quella della misericordia nel dettaglio della vita. Noi donne siamo in genere refrattarie a discorsi di ampio respiro, politici,
economici, sociali; li ascoltiamo, ma poi il vasto
orizzonte scompare e ci troviamo più a nostro
agio nel microcosmo della vita quotidiana, nell’incontro con le singole persone e con le loro
personali situazioni: con Mapendo abbandonata
dal marito, con Furaha che prende il veleno perché tradita dal fidanzato, con Riziki che ha partorito due gemelli e non sa come mantenerli, con
Venantie vittima dell’AIDS a causa del marito,
con il soldato John che s’ammala lontano da casa e vorrebbe tanto tornare a morire fra i suoi...
Missionaria di Maria
(saveriana), ha
ottenuto la licenza in
Teologia biblica presso
la Gregoriana di Roma
e da più di dieci anni
lavora in RDCongo.
La sua ultima
pubblicazione:
“In cammino
con il Vangelo.
Icone della missione”,
EMI, Bologna 2008.
Missione Oggi | gennaio 2009
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missione donna
È vero, si parla di colpo di stato, è ripresa la
guerra, sono in corso trattative con la Cina... ma
alla fine sono questioni troppo grandi o troppo
incorporee per noi donne. Nel quotidiano c’è la
mamma che partorisce, il ferito da curare, il
bambino malato che stenta a riprendersi, anche
il morto che nessuno viene a seppellire.
Follia. In missione, l’amore al femminile mi
pare caratterizzato anche da una certa follia,
che consiste nel soccorrere i deboli, con tutto il
tempo, la fatica, le spese necessarie, mentre la
guerra uccide le persone a migliaia. Follia è
ignorare il quadro generale, le notizie politiche,
militari... e continuare a occuparsi di piccole
cose, mentre tutto sembra essere messo in questione. Come se all’annunciato arrivo di un uragano, si continuasse a spolverare in casa e a rac-
Imparare l’amore è vedere, in questi anni di
guerra, le donne andare nei campi a rischio
d’esservi stuprate, per nutrire la famiglia.
E vederle portare l’umiliazione subita,
in silenzio per non essere respinte
cogliere le foglie in giardino. Nell’ottobre
2008, quando la città di Bukavu rischiava d’essere presa di nuovo dalle truppe del generale ribelle che l’aveva messa a soqquadro nel 2004,
le sorelle residenti in quella zona chiedevano se
era possibile sostituire la statua della Madonna
in giardino con un’altra fatta da uno scultore locale... Se andate nelle nostre case in Congo, vedrete sulle porte che danno sull’esterno immaginette di San Michele arcangelo che sconfigge
il drago, o dei fondatori della nostra congregazione. Nei frequenti attacchi a mano armata degli scorsi anni, questa era la sola difesa predisposta, insieme a qualche spranga per chiudere
meglio, e non su tutte le porte… e nessun’arma.
Un pizzico di follia anche questa. Come quando
Lucia fu assalita sulla soglia di casa dai militari
che minacciavano di ucciderla e li “disarmò”
quando chiese di potere prima pregare e si fece
un ampio segno della croce.
Incarnazione.Un altro tratto della missione
al femminile è l’incarnazione. Ci siamo riconciliate con la modalità “corporale” di annunciare il Vangelo. Curare i malati, accogliere i poveri, insegnare a leggere e a scrivere ed altre
abilità, soprattutto alle donne, è il modo normale con cui diverse tra noi annunciano il Vangelo. Esercitiamo serenamente il nostro ministero
dentro la vita, curando, ascoltando, facendo
nascere, accompagnando nel morire, insegnando, nutrendo un bimbo e dicendo la Parola nel
cuore delle situazioni. Siamo convinte che l’annuncio del Vangelo passi anche dalla carne, dalla mente, dal cuore di chi incontriamo.
Attenzione all’umano. Un aspetto particolare della missione al femminile è l’attenzione alla
totalità della persona, in particolare nelle relazioni fraterne. Credo che le donne intuiscano che
stanchezze, tensioni, atmosfere, vengano guarite,
temperate, curate non grazie ai consigli, ma con
qualche carezza e segno d’umanità: un buon cibo,
magari una torta, una piccola sorpresa.
Universalità. La missione al femminile,
proprio perché attenta al bisogno e non alle
idee, ha forse più facilmente il carattere dell’universalità: curi l’oppresso, ma viene il giorno in cui anche il soldato prepotente bussa al
dispensario per una ferita, una malattia o per
la moglie che deve partorire. E nel soccorrerlo
senza esitazione, qualche nostra parola lo fa
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Missione Oggi | gennaio 2009
missione donna
Le “solidarietà lunghe”
di don Tonino Bello
«(Mi) impegno contro tutto ciò che favorisce la disgregazione: l’egoismo, l’accaparramento
dei beni che esclude tanta gente dal banchetto della vita, la violenza, l’uso della forza, il ricorso alle armi, il crescente sviluppo dell’apparato bellico, la progressiva militarizzazione
del territorio, il commercio clandestino e palese delle armi cui si legano i fenomeni della droga e della mafia. Ecco: sono queste le linee su cui dobbiamo esprimere le nostre solidarietà
“lunghe” col mondo, anche quando il mondo ci contrasta. Gli altri gesti quotidiani, quelli
cioè che come volontari o come obiettori esprimete per assicurare ai diseredati un po’ di minestra, o un abito per coprirsi, o un letto per dormire, costituiscono quelle solidarietà “corte” che pure dobbiamo mettere in atto se vogliamo che il Signore un giorno ci riconosca come suoi amici». (Antonio Bello, Affliggere i consolati, La Meridiana, Molfetta 1997, pp. 69ss)
anni della missione. Perché non siamo più come quando arrivammo, così come una donna
non è più la stessa dopo la maternità.
pensare, o, forse, è il semplice fatto di soffrire e
di essere soccorso.
Oltre l’immediato. Ci sono poi quelle che
don Tonino bello chiamava le “solidarietà lunghe”: sollevare lo sguardo dal quotidiano per
chiedersi: dove stiamo andando? Serve davvero? Constatare che ospitare la mattina mamme
con i figli malnutriti per dar loro cibo le rende
inattive e chiedersi: che percorsi fare? Partecipare all’impresa di portare acqua potabile nel
villaggio e verificare che, da quando essa è accessibile, il dispensario diventa meno affollato
e le donne sono meno affaticate. Solidarietà
lunga è preparare collaboratori sperando che
prima o poi siano in grado di sostituirci. È
guardare lontano, agli enormi spazi ove la popolazione è senza assistenza adeguata e sognare di poterla un giorno fornire, a dispetto della
data di nascita indicata sulla nostra carta
d’identità.
L’AMORE COME PERCORSO
Vorrei inoltre accennare all’amore come
percorso, come itinerario che si snoda lungo gli
Tre setacci iniziali. Si parte per l’Africa con
l’obiettivo di amare, ma questo amore deve
passare per molti setacci. Il primo è cadere dalle altezze del sogno: la missione che ho trovato
non era l’uguaglianza di condizione con i poveri, ma la disparità resa più evidente. Sono passata dalla pretesa di giustizia alla sorpresa di ricevere misericordia, provando a vivere di riconoscenza. Il secondo setaccio è l’incontro con
una realtà, lingua, cultura diverse, con differenti modalità di rapporti. Capire che quella che
all’inizio ti sembra impertinente curiosità (“Da
dove vieni? Dove vai?”) è il modo dell’altro di
riconoscerti e accoglierti. Che quello che ti
sembra un fastidioso chiedere (“È rimasto qualcosa del cibo che hai preparato?”), è un modo
per salutarti e rispondere tranquillamente, salutando a tua volta: “Purtroppo sei arrivato in ritardo!”, oppure: “Il cibo non è ancora cotto!”.
Il terzo setaccio è l’incontro con il “no” dell’altro. “Perché mi mandate via dal Paese?”, ho
chiesto al responsabile dell’immigrazione.
“Non espellete forse anche voi gli stranieri?”,
m’ha risposto. Non ho trovato replica. All’arrivo, guai a chi parlava male della gente. Poi, come nel matrimonio, ci si rende conto che aprire
gli occhi sui difetti non uccide l’amore, anzi lo
fa più gratuito e vero.
Noi donne siamo
in genere
refrattarie a
discorsi di ampio
respiro, politici,
economici,
sociali: li
ascoltiamo, ma
poi il vasto
orizzonte
scompare e ci
troviamo più a
nostro agio nel
microcosmo
della vita
quotidiana,
nell’incontro con
le singole
persone e con le
loro personali
situazioni
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missione donna
L’avventura della relazione. È sentirsi a casa quando, dopo la fatica di imparare la lingua, si
capiscono gli altri e ci si fa capire; onorati quando l’altro ci rivela il suo pensiero senza “giocare” all’europeo. Così apprendiamo che i morti
s’incontrano sulla collina e che la sua antenata
traversò il lago su una stuoia. È ricevere, dopo
una lunga camminata nella foresta, il mango fresco da una donna del luogo o le sue ciabatte perché le nostre scarpe sono fuori uso, sperimentando la bellezza di essere noi il povero che riceve.
È lasciarsi disturbare dalle lunghe conversazioni, mordendoci quella lingua che vorrebbe subito chiedere: “Per che cosa sei venuto?”, atten-
La relazione è bruciare
dal rimorso per i “no”
detti per stanchezza,
per problemi
personali, anche per
pregiudizi. È sentire
vergogna di aver fatto
discorsi moralistici a
partire da una
condizione di sazietà
dendo che ce lo dica mentre già imbocca la strada del rientro. È farsi abbracciare dai bambini
che ci corrono incontro. E non prendersela invece se qualcuno in braccio alla madre piange al
vederci perché lei gli ha detto che l’uomo bianco
lo mangerà. È accettare il tradimento o la bugia
senza perdersi d’animo: no, non doveva viaggiare, no, non aveva un figlio all’ospedale, no, non
aveva quel progetto di lavoro. A volte brucia più
l’umiliazione, ma la domanda è sempre la stessa:
come amare ancora? È bruciare dal rimorso per
i “no” detti per stanchezza, per problemi personali, anche per pregiudizi. È sentire vergogna di
aver fatto discorsi moralistici a partire da una
condizione di sazietà.
Imparare l’amore. Giorno per giorno, impariamo dalla gente la concretezza dell’amore.
Alle sei del mattino, mentre si va a Messa, ricevere il saluto sorridente delle mamme che sal-
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Missione Oggi | gennaio 2009
gono dal lago con gerle di sabbia bagnata, chine sotto il peso, per portarle per pochi soldi a
una casa in costruzione. Poi andranno a coltivare i campi sotto il sole, tornando nel pomeriggio col carico di legna; poi dovranno preparare
il cibo, mangeranno per ultime e dovranno essere sempre a disposizione, giorno e notte. Vedere, in questi anni di guerra, le donne andare
nei campi a rischio d’esservi stuprate, per nutrire la famiglia. E vederle portare l’umiliazione
subita, in silenzio per non essere respinte. Donne che alimentano il loro coraggio alla certezza
che il Signore sa, il Signore ama e di lui ci si
può fidare. La persistente sofferenza di un popolo ci insegna che non basta coltivare il proprio orto. Come Gesù che andava in tutti i luoghi e guariva tutte le malattie (Mt 9,35- 10,1),
occorre prendere a cuore tutto l’essere umano.
“LASCIANDO TUTTO…”
Dalla sofferenza di un popolo comprendiamo che le tante cose che meritano d’essere
amate, la Chiesa, la missione, il lavoro, i progetti, i principi, a volte anche l’approvazione di
chi ci sta intorno… nessuna merita di essere
amata quanto il popolo stesso, perché tutto esiste per lui: tutto è “sabato” di fronte alla persona e a un popolo. Così dopo averlo amato con la
presenza e le opere, le sue tribolazioni possono
spingerci a capire che bisogna amarlo più di
queste cose, mettendole tutte a rischio. È qui
che l’amore respira arie sempre più belle, con
più grande sapore di libertà. Qui si capiscono
meglio certe pagine di Vangelo. Gesù ha messo
l’amore per noi al primo posto. Quando venne
“l’ora”, osò tutto. Non siamo più importanti di
Cristo, neppure come Chiesa. In questo c’è una
componente di solitudine, perché ciascuno ha il
suo percorso, ognuno pensa e fa secondo la misura della grazia ricevuta e ciascuno ha il suo
modo di dare la vita. A un certo punto capiamo
che l’amore comprende il rischio di poter perdere tutto per il bene di un popolo: la presenza,
un progetto, il consenso, la vita... finché la paura ha potere su di noi, non possiamo essere pienamente disponibili per la verità, per la giustizia e per l’amore. Come per un dono inspiegabile e gratuito, nato dalla croce di un Dio e da
quella di un popolo, sorge in noi la consapevolezza che la vita è già data e che noi siamo già
con loro che l’hanno persa. Quel che accade in
TERESINA CAFFI
mezzo non ci preoccupa più.
La Repubblica del Congo
piange i suoi figli
è inconsolabile
Testo integrale dell’ultimo
documento dei vescovi della Repubblica
democratica del Congo
1. Noi, arcivescovi e vescovi, membri del Comitato permanente della Conferenza episcopale nazionale
del Congo, riuniti a Kinshasa in sessione straordinaria
dal 10 al 13 novembre, afflitti e sconvolti dalla tragedia umana nell’est e nel nord-est del Congo, lanciamo un grido di disperazione e protesta. È passato appena un mese da quando la nostra Conferenza episcopale nazionale del Congo, attraverso il suo presidente, ha
diffuso una dichiarazione sulla
ripresa delle ostilità nell’est e nel
nord-est della Repubblica democratica
del Congo. Malgrado i nostri appelli accorati ai governanti e alla comunità internazionale,
disgraziatamente la situazione in questa parte del nostro paese non ha fatto che peggiorare. Sta raggiungendo livelli insopportabili, molto inquietanti e capaci di destabilizzare tutta la sub-regione se non si pone
riparo. Sì, oggi, come dicono le Scritture: una voce è
scelte di pace
I VESCOVI SULLA CRISI CONGOLESE
stata udita nel Congo, pianti e un lungo lamento. Sono Goma, Kiwanja, Dungu… è la nazione intera che
piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché
non sono più (cfr. Mt. 2,18).
UN GENOCIDIO SILENZIOSO?
2. Un vero dramma umanitario che somiglia a un
genocidio silenzioso nell’est del Congo avviene sotto
gli occhi di tutti. I massacri gratuiti e su vasta scala
delle popolazioni civili, lo sterminio mirato dei giovani, gli stupri sistematici perpetrati come arma di guerra: di nuovo una crudeltà di eccezionale virulenza si
scatena contro le popolazioni locali che hanno
Sì, oggi, come dicono le Scritture: una voce è stata udita nel
Congo, pianti e un lungo lamento. Sono Goma, Kiwanja,
Dungu… è la nazione intera che piange i suoi figli e non vuole
essere consolata perché non sono più qui (cf. Mt. 2,18).
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scelte di pace
MO
sempre chiesto solo una vita tranquilla e dignitosa nelle
loro terre. Chi avrebbe interesse a un simile dramma?
3. L’aspetto più deplorevole è che questi avvenimenti
avvengono purtroppo sotto gli occhi impassibili di quanti hanno ricevuto il mandato di mantenere la pace e proteggere la popolazione civile. I nostri stessi governanti si
dimostrano impotenti di fronte alla portata della situazione, dando l’impressione di non essere all’altezza delle sfide della pace, della difesa della popolazione congolese e dell’integrità del territorio nazionale. L’intera
classe politica non sembra assumersi tutta la propria responsabilità di fronte a
questo dramma che rischia di ipotecare il futuro della nazione.
4. È evidente che le
risorse naturali del Congo alimentano l’avidità
di certe potenze e non sono estranee alla violenza
che si impone alla popolazione. Infatti, tutti i
Mons. Laurent Monsengwo Pasinya, conflitti si sviluppano nei
arcivescovo di Kinshasa, è presidente della
corridoi economici e atConferenza episcopale della RD Congo
torno ai giacimenti mineUn genocidio silenzioso rari. Come comprendere
nell’est del Congo avviene che i diversi accordi siasotto gli occhi di tutti. I no violati senza alcuna
massacri gratuiti e su grande pressione efficace per
scala delle popolazioni civili, lo convincere i firmatari a
rispettarli? Le diverse
sterminio mirato dei giovani,
riunioni e conferenze per
gli stupri sistematici perpetrati
risolvere questa crisi non
come arma di guerra. hanno ancora affrontato
le questioni di fondo e
non hanno fatto che rinviare e deludere le aspirazioni legittime alla pace e alla giustizia del nostro popolo. Inoltre,
il piano di “balcanizzazione” che non smettiamo di denunciare è portato avanti da intermediari. Si ha l’impressione
di una grande complicità che non svela il suo nome. La
grandezza del Congo e le sue numerose ricchezze non devono servire da pretesto per farne una giungla. Chiediamo
al popolo congolese di non cedere a qualsivoglia velleità
di “balcanizzazione” del suo territorio naturale. Gli raccomandiamo di non sottoscrivere mai una qualsiasi messa
in discussione delle sue frontiere stabilite a livello internazionale e riconosciute dopo la conferenza di Berlino e gli
ulteriori accordi.
5. Condanniamo con vigore questa maniera ignobile di
considerare la guerra come un mezzo per risolvere i problemi e accedere al potere. L’ordine istituzionale uscito
dalle elezioni democratiche nel nostro paese deve essere
salvaguardato.
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Missione Oggi | gennaio 2009
Denunciamo tutti i crimini commessi contro cittadini
innocenti e disapproviamo nel modo più assoluto ogni aggressione del territorio nazionale.
Biasimiamo il lassismo con cui la comunità internazionale tratta il problema dell’aggressione di cui è vittima
il nostro paese.
CHE COSA CHIEDIAMO?
6. Chiediamo immediatamente la cessazione delle
ostilità e la garanzia delle condizioni di sicurezza per il ritorno degli sfollati alle loro terre.
7. Con la massima urgenza facciamo appello alla solidarietà nazionale e internazionale per un aumento dell’aiuto umanitario a favore di migliaia di uomini, donne e
bambini affollati nei campi.
8. Invitiamo tutta la popolazione congolese a un risveglio nazionale per vivere come fratelli e sorelle, nella solidarietà e la coesione nazionale, affinché il Congo non affoghi nella violenza e nelle divisioni.
9. Esortiamo il governo congolese a fare di tutto per ristabilire la pace su tutto il territorio nazionale. E’ il sacro
dovere dei nostri governanti esercitare le loro funzioni sovrane per proteggere la popolazione e garantire la sicurezza delle frontiere. Nessuno ignora che l’assenza di un
esercito repubblicano pregiudica la pace nel paese.
10. Chiediamo alla comunità internazionale di impegnarsi sinceramente per far rispettare il diritto internazionale. Consideriamo indispensabile l’invio di una forza di
pacificazione e stabilizzazione per ristabilire il nostro
paese nei suoi diritti. Tutti vinceranno con un Congo in
pace piuttosto che in guerra.
L’IMPEGNO DELLA CHIESA
11. Solidale con la sofferenza del suo popolo, la Chiesa-famiglia di Dio nel Congo si impegna ad accompagnare i suoi figli e le sue figlie provate per condurli sulla strada della riconciliazione e della pace. Esprime la sua riconoscenza a Sua Santità papa Benedetto XVI per la sua attenzione al dramma del Congo, i suoi ripetuti appelli a tutti per una soluzione pacifica e per l’aiuto finanziario che
egli stesso ha fornito per dare sollievo alle popolazioni
sfollate.
12. Possa il Signore, che ha vegliato per ore nel giardino del Getsemani e che ha sentito come se fossero state
fatte a lui stesso tutte le sofferenze inflitte e imposte ai
suoi fratelli (cf. Mt 25,31-46), vegliare con noi e sostenerci di fronte al dramma che conosce il nostro paese.
Che la Santissima Vergine Maria, regina della pace, ottenga la pace per la nostra cara patria.
Kinshasa, 13 novembre 2008
i“dalit”
cittadini
del Bangladesh
a pieno diritto
missione e liberazione
Anche questa è evangelizzazione
SERGIO TARGA
I
l 18 novembre si è tenuto a Dhaka un seminario nazionale dal titolo “I contorni della povertà dei dalit in Bangladesh”. Relatore principale è stato il dottor Mesbah Kamal del dipartimento di Storia dell’università di Dhaka. Ospite d’onore il dottor Kamal Hossain, giurista di
fama internazionale ed estensore della Costituzione del Bangladesh. Fra gli invitati tante organizzazioni, operatori e attivisti che lavorano
nel settore dei diritti umani in questo paese.
Il seminario è stato importante perché ha
fatto uscire allo scoperto il problema della discriminazione di casta che esiste anche in Bangladesh, e da problema locale di particolari
gruppi di persone, i cosiddetti fuori casta, esso
è stato riconosciuto come un problema che riguarda tutta la nazione. Dalit è la parola di origine indiana comunemente usata per indicare
globalmente tutte le caste basse, gli intoccabili.
PER NOI MISSIONARI SAVERIANI, IL SEMINARIO È STATO UNA SPECIE DI CORONAMENTO DI UNO SFORZO PIÙ CHE QUARANTENNALE A FIANCO DI QUESTE POPOLAZIONI. SIAMO ORGOGLIOSI CHE LA
NOSTRA BATTAGLIA SIA ADESSO LA BATTAGLIA DEI NOSTRI GIOVANI E AMICI…
Sergio Targa,
missionario saveriano,
originario
di Castrezzato (BS),
da anni lavora
tra i Mandi
nel distretto
di Mymensingh
(Bangladesh)
Fra i punti salienti del seminario sono da
menzionare le denunce del fatto che la discriminazione di casta non riguarda solo la popolazione indù, ma anche quella musulmana; la proposta di sensibilizzare i partiti politici affinché
nella nuova legislatura si possa varare una legge contro la discriminazione; la necessità di reMissione Oggi | gennaio 2009
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missione e liberazione
cuperare alla piena cittadinanza tutti i membri
delle comunità dalit; l’urgenza di un intervento
deciso da parte dello Stato a salvaguardia dei
diritti umani e civili dei dalit.
Per i missionari saveriani il seminario è stato una specie di coronamento di uno sforzo più
che quarantennale a fianco di queste popolazioni. Anche un confratello ha partecipato, su invito, ai lavori; ma la più grande
soddisfazione è stata il
vedere i giovani che sono stati formati dalla
missione di Chuknagar farsi avanti, essere
“Dalit” è una parola di origine indiana
comunemente usata per indicare globalmente
tutte le caste basse, gli intoccabili
onorati e investiti di affetto e stima, riconosciuti nella loro battaglia di civiltà per l’affermazione della propria dignità umana e del proprio valore. Il seminario ha dato rilievo politico a un
problema fino a ieri misconosciuto a livello sociale e, ancor più, politico. In Bangladesh molti
ritenevano la discriminazione di casta la fantasia di un gruppetto di stranieri, accusati spesso
di aver inventato un problema dove non c’era. I
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Missione Oggi | gennaio 2009
saveriani, infatti, sono riconosciuti come gli
iniziatori del movimento di liberazione dei “rishi”, una delle caste appartenenti ai “dalit”.
Ora però sono i nostri giovani che hanno preso
la testa del movimento e si fanno onore come
degni rappresentanti della società civile.
Grande è stato l’orgoglio nel sentire continuamente nominati dai vari relatori, come
esempi e come dalit leader da seguire e imitare,
Milon Das e Dipali Das, due frutti dell’opera
educativa-formativa di padre Luigi Paggi, il
fondatore della missione di Chuknagar e gurudeb (guida spirituale) di entrambi. E grande la
soddisfazione nel vedere che sono i nostri rishi
la punta di diamante del movimento di liberazione dei dalit a livello nazionale.
Parittran (in bengalese “salvezza” o
“redenzione”), l’organizzazione
non governativa fondata da Milon, è stata indicata nel seminario come organizzazione
guida. Costituita nella sua
quasi totalità da giovani rishi,
Parittran è ormai conosciuta in
molti ambienti della capitale per la
sua intraprendenza, oltre che ad essere
diventata punto di riferimento per i rishi
delle zone di Satkhira e Monirampur, nel
sud ovest del Bangladesh.
La staffetta non è più in mano ai saveriani,
ma siamo orgogliosi che la nostra battaglia sia
adesso la battaglia dei nostri giovani e amici.
Noi abbiamo fatto da guide per loro per tanti
anni. Ora tocca a loro prendere in mano le redini della loro stessa liberazione. Sono loro il
futuro del Bangladesh e soprattutto della comunità rishi.
Ai saveriani spetta di continuare a essere loro compagni di viaggio, coloro che danno coraggio, che spingono a continuare nella battaglia per essere riconosciuti come uomini e cittadini al pari di altri. La lotta è ancora lunga, gli
ostacoli molti e difficili da superare. Ma le basi
sono solide per un cammino lungo e proficuo. Il
seminario ha anche messo in risalto le innumerevoli differenze di pensiero e strategie fra i diversi gruppi dalit. Il cammino verso un movimento unitario è solo agli inizi. Ci vorranno anni prima di vedere frutti duraturi a livello di
cambiamento nella società civile. I saveriani
continueranno nella loro opera di sostegno, di
incoraggiamento e di formazione. Anche questa
è evangelizzazione.
SERGIO TARGA
e straniera
Donna, laica
M
azatlán si affaccia sul Golfo di California ed
è chiamata Perla del Pacifico. È conosciuta
anche per il suo faro: il più alto al mondo tra
quelli funzionanti. Arrivo in questa città verso
sera, proveniente da un’altra famosa perla messicana, la tapatía, Guadalajara. Sono in compagnia di due missionari saveriani: Javier Rojas e
Agustín Albor. Quest’ultimo è un amico carissimo e la causa determinante della mia presenza
in Messico: lavora abitualmente in Bangladesh Paese in cui bazzico e di cui scrivo da tempo ma è a casa in vacanza e sono venuta a trovarlo.
A Mazatlán Agustín e Javier parteciperanno alla
settimana di animazione missionaria dell’ICO,
la scuola fondata e gestita dai saveriani che è diventata un punto di riferimento per la formazione in questo angolo di Messico. ICO vuol dire
Instituto Cultural de Occidente. Ad aprirlo, nel
1951, è stato un italiano, padre Ugo Cattenati.
Immagino una settimana di tranquillo turismo in
riva al mare: di giorno, mentre Agustín è a scuo-
piccole narrazioni
Io animatrice
missionaria
in Messico
STEFANIA RAGUSA
Una saporita testimonianza
della giornalista italiana
Stefania Ragusa, coinvolta dai
saveriani di Mazatlán (Messico)
nella locale animazione
missionaria. Per la prima volta
in Messico, una donna, laica e
straniera, ha potuto
partecipare alla settimana di
animazione missionaria
dell’Instituto Cultural de
Occidente, la scuola fondata e
gestita dai saveriani che è
diventata un punto di
riferimento per la formazione.
la con gli altri confratelli, me ne andrò a spasso
per i fatti miei; la sera ci ritroveremo. Ma c’è
una sorpresa. Tutti, a partire da Jorge Rosales, il
responsabile della casa saveriana di Mazatlán, e
da Ian Bathgate, il missionario scozzese che organizza praticamente l’animazione, si aspettano
che anch’io partecipi agli incontri e racconti agli
studenti il mio Bangladesh. Agustín ha ventilato
Missione Oggi | gennaio 2009
43
piccole narrazioni
la possibilità, loro l’hanno colta. Sarei la prima
donna laica e straniera a fare animazione missionaria all’ICO. L’idea mi piace e mi lusinga.
Ma mi preoccupa, anche: il mio spagnolo è arrugginito (è in stand by da quattro anni) e non
mi è chiaro a che titolo parlerei. “Al titolo di una
che usa le ferie per andare in Bangladesh o in
Africa e stare con i poveri”, dice Agustín. “Al
titolo di una che si è messa dalla loro parte. Anche questa è missione”. Lui, evidentemente, mi
vede molto migliore di quanto io mi senta. Accetto e cerco di memorizzare nomi e volti dei
miei compagni d’avventura. Oltre ad Agustín e
Javier ci saranno Ernesto Moriel, che ha lavorato in Giappone, Ramon Cerratos, che è stato nelle Filippine, e José Guadalupe Olmos che ha
esperienza del Camerun.
La notte non chiudo occhio. Colpa del jet
lag, ma non solo. Alle sei sono sul lungomare, a
godermi il cielo rosa e le onde alte del Pacifico,
alla ricerca di un bar aperto che non troverò.
Sono circondata da gente di tutte le età che fa
jogging. Dal lato opposto alberghi, ville e negozi ancora addormentati. Mazatlán non è un posto oppresso dalla miseria o ferito dalla guerra.
Mi domando cosa voglia dire fare missione qui.
TRA “FARANDULAS” E MISSIONE
L’ULTIMO LIBRO
DI STEFANIA RAGUSA
presso:
[email protected]
44
Missione Oggi | gennaio 2009
Un paio d’ore più tardi sono in un’aula affollata. Agustín apre i lavori proiettando un video. Scorrono le immagini del Bangladesh e la
sua voce registrata riassume la storia del Paese,
i problemi del presente, l’impegno dei missionari per i poveri. Si presenta e mi presenta:
spiega che sono una giornalista, innamorata del
Bangladesh e amica dei saveriani. Spiega che
lavoro per un magazine di moda e frivolezze
(revista de farandulas, dice), ma appena posso
scrivo per i giornali missionari e per testate impegnate nel sociale. Una ragazzina alza la mano: vuol sapere il nome di questa rivista. Glamour. Le sue pupille scintillano e si sente un
“ohhh” di sottofondo: “Ma è famoso!”. Che
nesso ci sarà tra farandulas e missione? Quando Agustín aggiunge che sono cristiana ma il
mio compagno di vita è musulmano lo stupore
si fa incredulità. La presenza islamica in Messico non è significativa come in Italia. Ma il tam
tam dei fautori dello scontro di civiltà risuona
pericolosamente anche qui. Comincio a capire
perché Agustín e gli altri abbiano voluto cooptarmi. Che un missionario ami la missione e ne
parli con passione è scontato. Ma che a farlo sia
una persona che potrebbe passare la vita tra sfilate e vernissage (e non lo fa) lo è molto meno.
E se questa persona ha un marito non cristiano
la faccenda è ancor più singolare. La mia presenza prova che mondi apparentemente lontani
possono incontrarsi e non c’è una sola strada
per la fede. I ragazzi fanno molte domande e
quando suona la campana siamo ancora nel bel
mezzo della conversazione. C’è solo un’ora a
disposizione per ciascuna classe. Ed è un tempo
davvero molto breve.
UN “BATTESIMO” SPECIALE
Nella classe successiva proponiamo ancora
(e lo faremo per tutta la settimana) la formula
video, presentazioni e, soprattutto, domande.
Ne fanno di tutti i tipi: che cosa si mangia in
Bangladesh? Il velo è obbligatorio per le donne
islamiche? In quanto tempo Agustín ha imparato il bengali? E io che non lo parlo, come comunico con i bangladesi? Ma che governo c’è
lì? Come si dice pizza in italiano? Ad Agustín
dispiace non essersi sposato? E mio marito come sta? Tra una risposta e l’altra faccio una
considerazione: nessuno ha fissato paletti per
me, nessuno mi ha detto “non parlare di questo
o di quello”. È un grande segno di fiducia e la
fiducia è l’altro nome del coraggio. C’è un clima bello, disteso e partecipato. Questi giovani
hanno davvero voglia di sapere. Una ragazza
mi si avvicina: “Ma fare il missionario secondo
te è più divertente che lavorare a Glamour?”.
“Di certo è più sensato. Posso dirti però che
non ho mai visto nessuno godere la vita come i
missionari. Godere nel senso di apprezzarne
ogni istante e di dare valore a ogni cosa, ma
senza legarsi troppo a nessuna”. Poche ore dopo mi ritrovo a sguazzare tra le onde con i miei
piccole narrazioni
te come il secondo più pericoloso al mondo
(dopo l’Iraq) per chi fa informazione.
UNA GIORNATA MEMORABILE
“colleghi”. È la mia prima volta nel Pacifico.
“Una specie di battesimo”, dico. «Un bautismo
especial», mi risponde José Guadalupe. «Cincos padrecitos para tí sola».
“RADIO CULTURA”, UNA PRESENZA
IMPORTANTE
Una mattina, mentre i padrecitos si dedicano alle confessioni, vado da Rafael Piras, a Radio Cultura, l’emittente radiofonica dell’ICO.
Rafael è un saveriano di Sardegna trapiantato in
Messico ormai da tanti anni. Le cose che mi dirà mi aiuteranno a capire il senso della presenza
missionaria a Mazatlán. “Questa città non è una
drammatica metropoli del terzo mondo, ma soffre di consumismo, utilitarismo, egoismo, superficialità. Soffre per la mancanza di cultura,
di valori, di spiritualità, come succede in molte
città del cosiddetto mondo sviluppato. Noi siamo qui e attraverso la scuola e la radio possiamo offrire alternative, stimoli, opportunità.
L’occasione, per esempio, di scoprire che si può
impiegare la vita in modo diverso, al servizio
degli altri”. La missione, insomma, non è uno
schema rigido ma un’intenzione, la testimonianza del Vangelo, che a seconda del contesto
deve tradursi in interventi differenti. Dal suo
microfono, per esempio, Rafael raggiunge migliaia di persone e parla con loro di filosofia,
etica, letteratura. Non può occuparsi di temi politici: una legge nazionale non lo consente. Ma
riesce lo stesso a promuovere la circolazione
delle idee e l’esercizio del pensiero. Non è poco
in un Paese che è stato classificato recentemen-
In pochi giorni il mio spagnolo è diventato
più fluente. Riesco a cogliere i giochi di parole
e anche le battute. Mi piace tanto parlare con i
ragazzi. Questi giovani, senza telefonini e senza i-pod, educati ed allegri, mi ricordano gli
studenti italiani di trent’anni fa. Il tempo passa
e si avvicina il venerdì delle conclusioni: quel
giorno, nello stadio della scuola, si svolgerà la
Messa. Celebrerà José Guadalupe e Agustin terrà l’omelia. Tutto sembra sotto controllo. Ma
un’altra sorpresa è in arrivo. “Ho parlato con gli
altri e nessuno ha niente in contrario: vorremmo
che metà dell’omelia la facessi tu”, dice Agustin. “Ma è legale?”. “Te lo proporremmo altrimenti?”. Il jet lag è finito, ma quella notte di
nuovo non chiudo occhio. Il giorno che mi attende sarà memorabile.
Nello spogliatoio dello stadio i cinco padrecitos, Ian e Jorge si stanno preparando. In un
angolino io scrivo il mio discorso: non me la
sento di andare completamente a braccio. Cominciano ad arrivare i ragazzi e gli insegnanti e,
in pochi minuti, lo stadio è strapieno. Ma quanti allievi ci sono in questa scuola? La Messa ha
inizio. Dopo il Vangelo, Agustin prende la parola. Io sono così tesa che non riesco a capire cosa dice. Ian mi fa cenno di avvicinarmi. Tocca a
me. Metto le mani avanti e chiedo scusa per il
mio spagnolo: so che mi ingarbuglierò. Dico
che trovarmi lì mi dà una gioia immensa e che
la vicinanza con i missionari che ho conosciuto ha arricchito enormemente la mia vita. Ciò
che apprezzo di più in loro è la capacità di mescolarsi con la gente e di tradurre la testimonianza del Vangelo in impegno quotidiano per
il bene e la giustizia. Ho imparato tante cose
dai miei amici missionari. Una delle più preziose è che non c’è un solo modo di fare missione: ciascuno di noi può, nel proprio piccolo,
essere missionario. Ed è soprattutto questo insegnamento che vorrei condividere con i ragazzi che mi ascoltano. Poi mi avvio alle conclusioni, emozionata e ingarbugliata. La Messa
finisce. Ho appena il tempo di salutare tutti e
ringraziare e ci rimettiamo in viaggio verso la
perla tapatía.
STEFANIA RAGUSA
PADRE
ARNALDO
RIGODANZA
A Mazatlán ho
conosciuto padre
Arnaldo Rigodanza,
italiano di Vicenza e
direttore dell’ICO. Di
lui mi hanno colpito la
gentilezza, quasi
d’altri tempi, e la
discrezione. Nei giorni
passati nella scuola
non ci siamo parlati
molto: i nostri impegni
ci hanno consentito
solo di sfiorarci. Mi è
dispiaciuto molto
apprendere, qualche
settimana dopo, che il
padre Rigo (così tutti
lo chiamavano) era
morto all’improvviso.
Non ho potuto
partecipare al suo
funerale e vorrei
salutarlo qui, dalla
pagine di Missione
Oggi, con questo
articolo dedicato
alla “sua” scuola.
(S.R.)
Missione Oggi | gennaio 2009
45
un libro al mese
Conferenza
Episcopale
Giapponese,
Giappone, il secolo
dei martiri.
Pietro Kibe e 187
martiri giapponesi
infrangono un
silenzio di 4 secoli
e ci raccontano la
loro storia, CSAM,
Brescia 2008,
pp. 80, € 2,00
46
Missione Oggi | gennaio 2009
Giappone
il secolo dei martiri
N
egli anni ’90 la sagoma del monte Unzen, soggetta a continue modificazioni a causa delle
eruzioni, lasciava trasparire qualcosa di sinistro
all’ignaro visitatore. Era invece emozionante osservarla stando dall’altra parte del golfo di Ariake, mentre il sole scompariva dietro facendola
brillare della luce calda del vespro. Ben più compromettente era fissarla al tramonto durante la
preghiera del Magnificat, dopo aver messo piede
in quei luoghi dove tanti cristiani giapponesi (immersi nelle acque bollenti e solforose del vulcano) testimoniarono fino al sangue il loro amore e
attaccamento al Signore Gesù. Ebbene, i martiri
di Unzen (1627) occupano solo uno dei 17 capitoli del libro Giappone, il secolo dei martiri, ove
si narrano altrettanti momenti di martirio. Ma il
capitolo XI (“L’Eucarestia, cuore della chiesa.
Paolo, Gioacchino e i martiri di Unzen”), fa da
splendida corona alle altre testimonianze di questi cristiani giapponesi del secolo XVII.
Quando si parla di martiri giapponesi mi viene sempre in mente quella studiosa laica inglese,
piuttosto polemica, che negli anni ‘80 aveva cercato di squalificare l’opera dei missionari del secolo XVI, sostenendo che molti giapponesi sarebbero diventati cristiani solo per ossequio ai loro capi (daimyo). Certamente le sfuggiva un dettaglio molto singolare, e cioè che quei fedeli cristiani, pur avendo visto i propri capi abiurare o
fuggire di fronte al pericolo, non esitarono a perseverare nella fede fino alla fine. E non si trattò di
qualche sporadico, coraggioso, solitario samurai.
Ma, come mette bene in evidenzia il libro, di una
schiera sterminata di testimoni: mamme con i
bambini piccoli in braccio, giovani e adulti, intere famiglie di contadini, mercanti e artigiani, persone di ogni rango sociale, rappresentanti di tutto
il campionario umano della società giapponese di
allora. Gente che, nella semplicità della propria
fede, seppe trovare la forza per affrontare i più
spietati metodi di tortura e di morte. Non si può
sorvolare nemmeno sulla vicenda di quei martiri
che, inizialmente timorosi, avevano abbandonato
la fede, ma, in seguito, purificati dall’assistenza
alle famiglie dei martiri e dalla carità verso i più
poveri, i lebbrosi e i malati, a loro volta si consegnarono nelle mani dei persecutori.
Pietro Kibe e gli altri 187 beati sono solo una
parte di quella schiera immensa di testimoni, patrimonio vivo non solo della Chiesa giapponese,
ma di quella universale. Sono per lo più già noti,
grazie anche al calendario liturgico, i 26 martiri
di Nagasaki, Paolo Miki e compagni, del 1597.
Sono invece passati sotto silenzio i 16 martiri domenicani canonizzati da Giovanni Paolo II, nel
1987. Del tutto sconosciuti restano i 250 martiri
beatificati da Pio IX nel 1860.
Il libro è articolato in capitoli brevi, di facile
lettura. Chi si avventura in queste pagine, non si
stacca dalla lettura finché non è arrivato in fondo.
I capitoli sono avvincenti come un romanzo serial, a puntate. Spingono alla preghiera e alla verifica della consistenza della fede del lettore. I disegni e le immagini aiutano chi legge ad immedesimarsi nella vicenda, facendolo entrare da protagonista in scena. Di fronte ad un cristianesimo così compiuto, come quello dei martiri giapponesi
del secolo XVI, sembra che non ci sia spazio per
l’indifferenza o per la freddezza.
La presenza di più di 30.000 persone (quasi il
10 per cento di tutti i cristiani del Giappone) al rito di beatificazione, il 24 novembre 2008 a Nagasaki, è un segno eloquente di quanto la Chiesa
giapponese senta come proprio e attuale patrimonio questo momento della sua storia, ma soprattutto come si identifichi in queste figure di cristiani autentici, segno di contraddizione e di rinnovamento per tutto il Paese. Per noi Chiesa italiana questi 188 martiri, per lo più persone che
hanno vissuto vite ordinarie, diventano un monito a riscoprire la necessità della testimonianza del
Vangelo nella vita di tutti i giorni. In una società
che, purtroppo, tende a livellare tutto verso il basso, Pietro Kibe e gli altri 187 martiri sono un inCLAUDIO CODENOTTI
vito a “duc in altum”.
Perché ab
bonarsi a
Missione
Oggi?
Dossier
2009
Gennaio
Quali ministri ordinati
per il terzo millennio?
10 numeri all’anno n
di u
che non ti parlano tutto
a di
solo continente m danno
ti
il mondo. Che non roposte,
ma p
solo informazioni timonianze.
tes
approfondimenti e
Febbraio
Pace per l’Africa
dei Grandi Laghi
Marzo
Missione Donna: declinare
la missione al femminile
Aprile
Crisi finanziaria mondiale:
un nuovo inizio per l’economia?
Maggio
Film, new media e missione:
tra memoria e futuro
Giugno-luglio
Missione Terra:
crisi ecologica versus crisi sociale
Agosto-settembre
Esperienze di dialogo interreligioso:
spiritualità e formazione
Atti del Convegno annuale di “Missione Oggi”
Ottobre
La Cina e il cristianesimo a 60 anni
dalla Rivoluzione comunista
Novembre
Immigrazione in Europa:
lungo le strade del futuro
Dicembre
Ecumenismo e missione:
Edimburgo 100 anni dopo
Per abbonarsi bast
a effettu
un versamento sul are
CCP n. 11820255
La quota è invariata
26,00 euro per 10 n :
umeri
PER DUE
ABBONAMENTI
il tuo più quello di un amico a cui
lo offri: € 46,00 invece di € 52,00
PER TRE O PIÙ
ABBONAMENTI
con unico indirizzo o indirizzi
distinti c’è una riduzione
speciale... Infatti
raccomandiamo l’utilizzo
di Missione Oggi come
strumento di lavoro per i
gruppi: € 22,00 per
ciascun abbonamento
ABBONAMENTI
CUMULATIVI 2009
Missione Oggi (€ 26,00)
+ CEM Mondialità (€ 28,00)
€ 46,00 invece di € 54,00
Missione Oggi (€ 26,00)
+ Mosaico di Pace (€ 28,00)
€ 48,00 invece di € 54,00
Missione Oggi (€ 26,00)
+ Nigrizia (€ 28,00)
€ 48,00 invece di € 54,00
Missione Oggi (€ 26,00)
+ Azione non violenta (€ 29,00)
€ 47,00 invece di € 55,00
Missione Oggi (€ 26,00)
+ Misna (€ 50,00)
€ 53,00 invece di € 76,00
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e, abbonamento € 9,00. Ve
4 numeri all’anno, 16 pagin Missioni Estere”,
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sale: “Missione Giovani”.
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(Bg), indicando nella cau
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zione interculturale sono le tematiche
dizionari. Oggi l’intercultura e l’educa
tituiscono anche la metodologia del
che caratterizzano la rivista e che cos
volontariato. In ogni numero, riflessioni
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sulla scuola (e non solo), un dossier
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