® CSAM - 25121 BRESCIA, VIA PIAMARTA 9 • Poste Italiane S.p.A - Sped. D.L. 353/03 (conv. L. 27/02/04 n° 46) art. 1, comma 1, DCB Brescia - contiene I.P. L’apocalisse di Nagasaki Quali ministri ordinati per il terzo millennio? DOSSIER Sommario n.1/2009 Mensile dei Missionari Saveriani dal 1903 al 1978 Fede e Civiltà Direttore MARIO MENIN Redattori Mauro Castagnaro, Federico Tagliaferri Segreteria Salvatore Leardi Gruppo redazionale Maria Teresa Cobelli, Domenico Cortese, Roberto Cucchini, Lydia Keklikian, Piero Lanzi, Fausto Piazza, Marino Ruzzenenti, Gabriele Smussi, Massimo Toschi, Franco Valenti Hanno collaborato a questo numero Piero Lanzi, Antonio Nanni, Fabrizio Tosolini, Akira Fukaori, Mario Bandera, Francesco Rigon, Mauro Castagnaro, Fritz Lobinger, Virginia Saldanha, Eugene Stockton, André Lascaris, Franco Sottocornola, Teresina Caffi, Sergio Targa, Stefania Ragusa, Claudio Codenotti. Direzione Via Piamarta, 9 - 25121 Brescia Tel. 0303772780 - Fax. 0303772781 www.saveriani.bs.it/missioneoggi E-mail:[email protected] Amministrazione e abbonamenti Centro Saveriano Animazione Missionaria (C.S.A.M.) Via Piamarta, 9 - 25121 Brescia Tel. 0303772780 - Fax. 0303772781 [email protected] Abbonamenti Italia Europa Extra Europa Un numero separato € 26,00 € 36,00 € 44,00 € 3,00 Missione Oggi è stampata interamente su carta riciclata. C.C.P. 11820255 intestato a Missione Oggi Via Piamarta, 9 - 25121 Brescia Grafica: Enzo Chisacchi / Paolo Mabellini Realizzazione: D.G.M. / Brescia Stampa: Squassina / Brescia ISNN 0392-6389 Editore: Centro Saveriano Animazione Missionaria CSAM - Soc. Coop. a R.L., Via Piamarta 9, 25121 Brescia, n. 50127 in data 19-2-1993. Direttore Responsabile: Marcello Storgato. Registrato al Tribunale di Parma n. 399 del 7-3-1967 3 Editoriale Buon Anno! Buon inizio! 4 Lettere Ho vissuto a modo mio un’esperienza di missione (Piero Lanzi) Uno dei più interessanti e coraggiosi dossier (Antonio Nanni) e missione 5 Parola Sulle orme di Paolo. Alla riscoperta della missione (Fabrizio Tosolini) la pace 7 Osare L’apocalisse di Nagasaki. 9 agosto 1945, ore 11:02 (Akira Fukaori) fatto e il commento 11 Il Obama Revolution. Un immigrato al potere (Mario Bandera) di storia 13 Lezioni Tagore a Venezia (Rabindranath Tagore) 17-32 | DOSSIER Quali ministri ordinati per il terzo millennio? a cura di Mauro Castagnaro 18 Perché dovremmo ordinare cristiani maturi (Fritz Lobinger) 21 Il ministero dei lettori (Luciano Monari) 22 Comunità e ministeri. Riflessioni dall’Asia (Virginia Saldanha) 25 Il celibato è un altro argomento (Carlo Maria Martini) 26 Ministero nomade (Eugene Stockton) 29 L’eucaristia celebrata dai laici? (intervista a Andrè Lascaris) 32 La critica di un famoso ecclesiologo (Hervè Legrand) e missione 33 Concilio Il Vaticano II un concilio missionario (Franco Sottocornola) donna 35 Missione Portando gerle di sabbia. Il femminile della missione (Teresina Caffi) di pace 39 Scelte La Repubblica del Congo piange i suoi figli (Vescovi RDCongo) e liberazione 41 Missione I “dalit” a pieno diritto cittadini del Bangladesh (Sergio Targa) narrazioni 43 Piccole Io, animatrice missionaria in Messico (Stefania Ragusa) Foto di copertina: Hiroshima: Parco Memoriale della Pace. Il 6 Agosto 1945 la bomba atomica degli Usa causò la morte di circa 140.000 persone. Tre giorni dopo un altro ordigno nucleare uccise a Nagasaki altre 70.000 persone. AFP PHOTO/Kazuhiro Nogi. Foto di apertura dossier: Ordinazione di un gruppo di diaconi. AFP PHOTO/ Joel Robine. editoriale Buon anno! Buon inizio! C MO ari abbonati, lettori e amici di “Missione Oggi”, abbiamo appena varcato la soglia di un nuovo anno. Vi auguro un buon inizio. Più che guardare indietro, alle tante cose contrarie dell’anno scorso, vi invito a guardate avanti, con fiducia, con speranza. Conforme il detto evangelico: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Luca 9,62). Il contadino che guida l’aratro di solito non guarda indietro e neppure lontanissimo davanti a sé, ma al passo successivo che deve compiere. Ebbene, in qualità di nuovo direttore della rivista, volentieri vesto i panni del contadino evangelico – figlio di contadini io pure – che, senza lasciarsi imprigionare dal passato, guarda avanti, anche se non lontanissimo. Ho appena ricevuto in consegna da p. Nicola Colasuonno l’aratro – tanto per restare nella metafora evangelica – per continuare l’aratura del vasto campo della missione. Anche a nome vostro e dei membri tutti del gruppo redazionale ringrazio p. Nicola perché, autentico figlio della terra pugliese, ha saputo guidare l’aratro di “Missione Oggi” con umanità, umiltà e libertà, anno dopo anno, mese dopo mese, per ben 50 numeri e 2.400 pagine. Colgo l’occasione per augurargli, anche dalle pagine della rivista, un buon inizio di lavoro all’Emi (Editrice missionaria italiana) di Bologna. E che dirvi del nuovo inizio di “Missione Oggi”? A capodanno si è soliti fare tanti buoni propositi, ma, ve lo dico senza ambasce, non aspettatevi grandi novità, anche perché le novità, quelle vere, hanno bisogno di tempo e discernimento. E poi, come dice il proverbio, “la via dell’inferno è lastricata di buoni propositi”. Non vorrei andare all’inferno troppo in fretta, promettendovi invano mari e monti. Lo dico anche a voi, non fate troppi buoni propositi in questo nuovo inizio d’anno, perché spesso lasciano il tempo che trovano. Sono, infatti, il prodotto delle nostre paure, delle nostre debolezze, delle nostre difficoltà, dei nostri peccati, più che la ricerca dell’amore di Dio, della sua misercordia, del suo perdono, della sua bontà e fedeltà. Ma qualche piccola novità c’è fin dal primo numero del 2009. Due nuove rubriche fisse: la prima, “Parola e Missione”, curata da p. Fabrizio Tosolini (Taiwan), ci guiderà alla riscoperta della missione attraverso la Parola di Dio, quest’anno sulle orme di S. Paolo; la seconda, “Concilio e Missione”, curata da p. Franco Sottocornola e Maria De Giorgi (Giappone), ci accompagnerà alla riscoperta della medesima attraverso la memoria del Vaticano II. Nuova è anche la sezione “Un libro al mese”, che intende ragguagliarci su testi e documenti significativi concernenti la missione. Mi è sembrato urgente ripartire dalla Parola di Dio e dal Concilio per un giusto, oltre che doveroso, ressourcement della missione ad gentes in tempo di crisi di identità della stessa o almeno di un suo modello, quello degli Istituti missionari tradizionali, in fase di grande mutazione e trasformazione. Non mi dilungo sulle altre parti della rivista e sulla sua futura performance. Come il contandino del Vangelo, non oso guardare troppo avanti. Mi accontento di un passo alla volta, numero dopo numero. I Buon Anno! Buon inizio! Missione Oggi | gennaio 2009 3 “OSO CREDERE DI AVER VISSUTO A MODO MIO UN’ESPERIENZA DI MISSIONE” S ono tornato all’incontro di redazione questa sera, 1° dicembre, dopo oltre 7 mesi di assenza. Una malattia lunga e dolorosa mi ha accompagnato per più di un anno e mi ha costretto alla degenza in ospedale in questi ultimi mesi. E’ stata per me un’esperienza che mi ha permesso di scoprire un mondo di sofferenze, di solitudini che difficilmente dall’esterno si può vedere, ma anche di grande solidarietà non fatta di parole ma di presenza accanto a chi soffre. Nel mio caso devo molto a tantissimi amici 4 Missione Oggi | gennaio 2009 DON PIERO LANZI Brescia “UNO DEI PIÙ INTERESSANTI E CORAGGIOSI DOSSIER” V i scrivo per comunicare l’ottima impressione che ho avuto leggendo il numero di novembre 2008 di “Missione Oggi” e, in particolare, il dossier “Verso una parrocchia interculturale”. I contributi di Savio Corinaldesi, Giusy Baioni e Agnes M. Brazal, meritano un vivo ringraziamento per la loro qualità, competenza e apertura d’orizzonti all’insegna del “non abbiate paura”. Forse siete riusciti ad organizzare uno dei più interessanti e coraggiosi “Dossier” che siano apparsi negli ultimi anni poiché viene indicata in esso la direzione di un cammino tutto da fare e che, in Italia, deve essere ancora avviato organicamente, anche se non mancano “buone pratiche di parrocchie italiane”, come si evince opportunamente dal contributo di Giusy Baioni. Forse sulla pastorale interculturale e interreligiosa il patrimonio di esperienza della ricca tradizione saveriana potrebbe tentare di offrire alla Chiesa italiana l’indicazione di percorsi possibili e differenziati ma accomunati dalla stessa prospettiva di una missione intesa come dialogo e profezia di mondialità “conviviale”. In questo lavoro - che potrebbe riguardare il futuro di “Missione Oggi” sai di poter contare anche sull’apporto di “CEM Mondialità”, che ho già apprezzato nella fattiva presenza di Brunetto Salvarani e Lucrezia Pedrali, di Federico Tagliaferri e Marco Dal Corso. Insomma, la boccata di ossigeno che ho respirato leggendo il numero di novembre mi ha suscitato questi pensieri e ho voluto comunicarveli. ANTONIO NANNI Roma Verso una parrocchia interculturale dossier lettere in redazione Tra le lettere giunte in redazione pubblichiamo l’eloquente testimonianza di don Piero Lanzi, prete bresciano, costretto all’immobilità da una malattia lunga e dolorosa, ma che dal 1° dicembre 2008 è tornato al Gruppo redazionale di “Missione Oggi”, di cui è membro da molti anni. In seconda battuta diamo spazio all’apprezzamento di Antonio Nanni, condirettore di “CEM-Mondialità”, per il dossier “Verso la parrocchia interculturale” di “Missione Oggi” 9 (novembre) 2008. che non mi hanno lasciato solo neppure un giorno, amici anche di vecchia data che non pensavo di incontrare e che invece ho ritrovato attenti e presenti, una rete di persone le più diverse che mi hanno consentito di non abbandonare mai la fiducia e, posso dire, con l’aiuto competente del personale medico, mi hanno portato alla guarigione. Certo, l’esperienza della malattia che ti costringe all’immobilità, ti porta a rivedere i tempi e i ritmi della vita, a mettere a fuoco e a dar valore alle cose che contano. Quando senti pronunciare per te la parola che non vorresti mai sentire “Padre, lei ha un cancro”, ti trovi davanti a una scelta: o ti ribelli e ti fai avvolgere da una rabbia dura e sorda che non ti porta da nessuna parte, o accetti la storia che ti è riservata e si apre uno spazio diverso e grande. E’ la riflessione che ho fatto con alcuni amici e amiche preti, suore e laici e con il pastore Jonathan della Chiesa Valdese: Dio ha una storia con ciascuno di noi, ti chiede di fidarti di Lui. E così scopri quel mondo sconosciuto del dolore, ma anche della speranza, dell’attenzione alla persona da parte dei medici e del personale sia delle suore che dei laici. Si creano così spazi di ascolto di chi “perde tempo per te” per esserti vicino. E non hai tanto bisogno di parlare di Dio perché è la vita stessa che te lo porta vicino. Come mi diceva una suora che segue i malati terminali: “tante volte vale più una carezza o una mano che tieni nella tua, che mille prediche”. Certo la fede aiuta molto e le preghiere dei bambini del Guatemala o delle suore di clausura sono un prezioso antidoto alla malattia, ma Dio ha le sue strade e non ha bisogno dei nostri segni, perché Lui sa che cosa è il dolore e la morte. Sono stato assente dagli incontri di Redazione di “Missione Oggi”, ma oso credere di aver vissuto a modo mio un’esperienza di Missione. Grazie dell’accoglienza che mi avete riservato. Auguri affettuosi al caro padre Nicola e di buon lavoro a padre Mario, nuovo Direttore. È stato p. Savio Corinaldesi, missionario in Brasile, a suggerirci di riflettere sulle a cura di NICOLA COLASUONNO “buone pratiche” di parrocchie italiane che, giorno dopo giorno, affrontano le emergenze e le problematiche di persone provenienti da altre culture e religioni. E sono tempi duri, per gli immigrati in Italia. Gli organi d’informazione raccontano sempre più spesso episodi di discriminazione, violenza, vero e proprio razzismo. Casi clamorosi e fatti di quotidiana inciviltà. Numeri in crescendo, o forse in crescendo sono “solo” le denunce, la presa di coscienza dei propri diritti da parte degli stranieri, la decisione delle seconde generazioni di non sottostare più alle umiliazioni sopportate in silenzio dai genitori. Il motto “italiani brava gente” mai come ora è stato messo in dubbio. Eppure, a fronte di tanti detestabili gesti di intolleranza e odio ce ne sono tanti, tantissimi altri di accoglienza, scambio ed arricchimento reciproco. Anzi, dove più forte è la rabbia, più attenta e solerte è l’attività di tante persone che si prodigano in silenzio. Il dossier presenta proprio queste esperienze, per dar voce alla quotidianità di molti italiani comuni, che nella loro vita lo spazio per l’altro, il diverso, lo straniero ce l’hanno, eccome. L’attenzione viene data alle parrocchie che ogni giorno aprono le loro porte: qualche caso eccezionale, ma soprattutto tanti casi “normali”. Solo alcuni esempi sparsi, per ridare un po’ di speranza e far tornare a qualcuno la voglia di rimboccarsi le maniche, senza cedere al clima cupo propagandato in tv. Infine, vengono presentate anche alcune proposte che le circostanze suggeriscono, servizi o ministeri già in atto in alcune comunità cristiane. Missione Oggi | novembre 2008 17 Fabrizio Tosolini, missionario saveriano, di Tricesimo (UD), licenziato in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico di Roma, dottore in Teologia Biblica presso la Facoltà di Teologia della Fu Jen Catholic University di Taipei (Taiwan) con una tesi sulla Lettera ai Romani, insegna Sacra Scrittura a Taipei Alla riscoperta della missione FABRIZIO TOSOLINI “A Damasco, il governatore del re Areta aveva posto delle guardie nella città dei Damasceni per catturarmi, ma da una finestra fui calato giù in una cesta, lungo il muro, e sfuggii dalle sue mani” (2 Cor 11,32-33). La fuga da Damasco è il primo riscontro storico della vita di Paolo. Nel 37 Gaio Caligola, salito al trono imperiale, ripristina la politica di controllo delle frontiere, affidandola a re vassalli. Damasco sarebbe stata affidata ai Nabatei, di cui era re Areta, il quale, non sappiamo bene come mai, cerca di catturare Paolo. Se questo è vero, visto che Paolo afferma che dopo tre anni dalla sua conversione lasciò Damasco diretto a Gerusalemme (Gal 1,16b-18), si può presumere che la sua conversione sia avvenuta tre-quattro anni prima del 37-38, cioè nell’anno 33 o 34, a pochissimi anni dalla Risurrezione. All’epoca, quanti anni poteva avere Paolo? Si presume una trentina, po- La ricorrenza del secondo millennio della nascita di Paolo – 7/8 d.C. – è un’occasione per ripercorrere le tappe della sua azione missionaria da Gerusalemme a Roma, dalle regioni orientali dell’impero romano agli estremi confini occidentali identificati con la Spagna. La storia dell’Europa e dell’Occidente sarebbe stata diversa senza di lui. L’incontro con Cristo ne sconvolse la vita e lo rese uno dei testimoni ed evangelizzatori impareggiabili, a cui tutti i grandi missionari si ispirarono. parola e missione Sulle orme di Paolo co più poco meno. Un altro riscontro storico della vita di Paolo è il processo davanti a Gallione, fratello del filosofo Seneca, proconsole dell’Acaia, che, sulla base dell’iscrizione di Delfi e di altri dati, dovrebbe aver avuto luogo tra luglio e settembre del 51. In quell’anno dunque Paolo era a Corinto. Ma quali sono gli avvenimenti precedenti? IL PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO Dopo la prima salita a Gerusalemme Paolo torna a Tarso. Qui lo trova Barnaba, e lo porta ad Antiochia di Siria (At 11,23-26). Dopo un anno di fruttuoso servizio in quella comunità, secondo At 11,27-30, salgono insieme a Gerusalemme a portare agli anziani il frutto di una colletta per aiutare le vittime di una carestia, e poi ritornano ad Antiochia (At 12,25). Da qui Paolo, Barnaba e Marco partono per il primo viaggio missionario, che li porterà a Cipro, Antiochia di Pisidia, Iconio, Listra e Derbe, e poi, ripercorrendo all’indietro lo stesso itinerario, di nuovo ad Antiochia di Siria attraverso la Pisidia e la Panfilia (At 13,1-14,28). L’INCONTRO CON IL MONDO GRECO MO Il secondo viaggio missionario sembra avvenire ancora sotto la direzione della comunità di Antiochia (At 15,37-41). È un viaggio di importanza epocale, che, diversamente da quanto raccontano gli Atti, sembra realizzarsi prima del Concilio di GerusaMissione Oggi | gennaio 2009 5 parola e missione lemme, verso la fine degli anni ’40. La malattia che impedisce a Paolo di raggiungere la Bitinia diventa l’occasione per predicare nella regione della Galazia del Nord, a ovest di Ancira (At 16,7). Passato l’inverno, Paolo raggiunge Troade e, di qui, la Macedonia (Filippi, Tessalonica), Berea, Atene, Corinto (50-51). È l’incontro del Vangelo con il mondo greco, carico di conseguenze per tutta la storia della Chiesa. Da Corinto Paolo scrive la Prima Lettera ai Tessalonicesi, il primo scritto del Nuovo Testamento. Anche la Seconda Lettera ai Tessalonicesi sembra scritta nello stesso periodo. Nello stesso anno, 51, prima della chiusura della navigazione (il mare era chiuso da novembre a marzo), Paolo torna in Oriente. Ad Efeso lascia Priscilla ed Aquila, poi passa a Cesarea e sale a Gerusalemme (At 18,18-22). Sembra che il Concilio di Gerusalemme si debba collocare durante questa visita, tra la fine del 51 e l’inizio del 52. L’accordo che si raggiunge apre le porte del Vangelo a tutti gli uomini, di ogni razza e cultura: per partecipare della salvezza di Cristo basta che essi credano in lui; non sono obbligati ad osservare le pratiche giudaiche. Stranamente, questo accordo sembra segnare non la fine, ma l’inizio dell’ostilità verso Paolo: a partire dal Concilio ci saranno sempre missionari giudaizzanti che seguiranno Paolo e insegneranno la necessità della circoncisione, creando confusione nelle comunità. È probabilmente durante la successiva e ultima permanenza ad Antiochia che Paolo rimprovera Pietro a proposito delle osservanze giudaiche. Tacendo l’esito del contrasto, Paolo sembra uscirne vittorioso, ma forse avviene l’inverso: ad Antiochia prendono il sopravvento coloro che insegnano l’importanza della tradizione dei giudei all’interno del movimento cristiano. LA PERMANENZA AD EFESO Così Paolo lascia Antiochia e parte per il suo terzo viaggio, che lo porta attraverso le re6 Missione Oggi | gennaio 2009 gioni prima evangelizzate, e poi fino ad Efeso, dove arriva verso la fine del 52. La permanenza ad Efeso, durata tre anni, si rivela di grande importanza per il consolidamento della missione paolina di fronte alle sfide che le venivano rivolte da ogni parte e per l’approfondimento della riflessione teologica su Cristo e sulla Chiesa. È da Efeso che Paolo scrive la Lettera ai Galati, alla fine del 52 o all’inizio del 53 (sull’altopiano dell’Anatolia, a causa della neve, non era possibile viaggiare d’inverno). È ancora da Efeso che scrive la Prima Lettera ai Corinti, forse nel 54, in primavera (1 Cor 16,8). In questa lettera annuncia un suo prossimo viaggio in Macedonia e a Corinto. Prima di questo viaggio, scoppia in città un grande tumulto, poi risoltosi senza conseguenze. Questo secondo il racconto di At 19,25-41; ma se 2 Cor 1,8-10 si riferisce alla stessa circostanza, allora dobbiamo pensare che Paolo sia stato gettato in prigione e vi sia rimasto per qualche tempo, che abbia subito un processo e sia stato addirittura condannato a morte. Alcuni studiosi collocano in questo periodo la Lettera ai Filippesi; e si potrebbe anche pensare che la Lettera ai Colossesi, la cosiddetta Lettera agli Efesini e la Lettera a Filemone siano state scritte durante la prigionia di Paolo ad Efeso. Il terzo viaggio di Paolo è descritto da Luca in At 20,1-16: Macedonia e Grecia all’andata; progetto di ritorno per nave, improvvisa decisione di viaggiare via terra fino in Macedonia, poi via mare fino a Troade, a piedi fino ad Asso, di nuovo via mare fino a Mileto, per arrivare a Gerusalemme possibilmente per Pentecoste (At 21,1-16). È il viaggio di consegna della colletta a favore dei poveri della Chiesa di Gerusalemme. Per gli eventi dell’andata ci sono altri dettagli: è durante questo periodo che Paolo scrive la Seconda Lettera ai Corinti, dalla Macedonia (2 Cor 2,13; 7,5-8; 13,1), prima di met- tersi in viaggio verso l’Acaia. In 2 Cor 13,1 l’Apostolo parla della sua prossima venuta come della terza visita alla comunità. Quale sarebbe la seconda, visto che gli Atti non ne parlano? Ci sono varie ipotesi di soluzione; ma se si pensa che Paolo dice con enfasi di essere presente in spirito a Corinto nel giudizio dell’incestuoso (1 Cor 5,3-5; cf. 2 Cor 13,2), non è necessario postulare un’altra visita. Paolo sarebbe andato fisicamente a Corinto solo due volte: nel suo secondo viaggio, in cui fonda la comunità, e nel terzo viaggio, in cui raccoglie le colletta per Gerusalemme. IN VISTA DELLA MISSIONE IN SPAGNA Secondo alcuni studiosi, in occasione di questo terzo viaggio Paolo predica il Vangelo in Illiria (Rm 15,19), per qualche mese, nell’estate del 55. Poi, tornato a CoPER SAPERNE DI PIU’ rinto, vi passa l’inverno e scrive la Lettera ai Romani, per preparare il suo arrivo in vista della missione in Spagna (Rm 15,24). L’anno 56 segna l’inizio della passio Pauli: imprigionato dai Romani a causa di una sommossa scoppiata nella piazza del Tempio, viene portato a Cesarea e là tenuto prigioniero ben oltre il tempo necessario per la risoPer un approfondimento sulla figura di Paolo luzione della sua causa. segnaliamo Per questo Paolo si vede in particolare: costretto ad appellarsi a J. M. O’Connor, Vita di Paolo, Cesare e fa il suo quarto Paideia, Brescia 2003; viaggio, verso Roma, per R. Fabris, Paolo di Tarso, mare, come prigioniero Paoline, Milano 2008. (dall’autunno alla pripresso: mavera, tra il 59 e il [email protected] 61/62). Dopo aver descritto le peripezie della navigazione con grande dovizia di particolari (At 27,1-28-16), Luca si accomiata da Paolo lasciandolo a Roma, libero di insegnare il Signore Gesù Cristo. Alcuni studiosi ipotizzano che dopo la sua liberazione, Paolo sia effettivamente andato in Spagna, poi sia ritornato a Roma, si sia di nuovo recato in Grecia e a Efeso, poi a Roma e vi abbia subito il martirio nel 67. FABRIZIO TOSOLINI AKIRA FUKAHORI A 15 ANNI DOVEVA COSTRUIRE SILURI E MINE PER L’ESERCITO GIAPPONESE NEI CANTIERI DELLA MITSUBISHI. VITTIMA DELL’ATOMICA SGANCIATA SU NAGASAKI IL 9 AGOSTO 1945, NE USCÌ MIRACOLOSAMENTE QUASI ILLESO. DOPO UNA LUNGA CARRIERA COME GIORNALISTA E DIRETTORE TELEVISIVO, CONTINUA ORA IL SUO SERVIZIO DI TESTIMONIANZA PER LA COSTRUZIONE DELLA PACE. PORTA SCOLPITE NEL SUO CUORE LE PAROLE DI PIO XII: “CON LA PACE NULLA È PERDUTO, TUTTO PUÒ ESSERLO CON LA GUERRA”. di Nagasaki L’apocalisse osare la pace MO LA TESTIMONIANZA DI AKIRA FUKAORI AKIRA FUKAORI 9 agosto 1945, ore 11:02 L’ORRIBILE COLONNA DI LUCE A nche il 9 agosto 1945, come membro della “squadra informazioni” composta da alunni della scuola media, andai a lavorare nella fabbrica della Mitsubishi che costruiva siluri e mine per i sottomarini. Avevo quindici anni. Per sostituire i lavoratori chiamati al fronte, ci avevano fatto interrompere gli studi e obbligati a lavorare alle macchine, in aiuto ai pochi operai rimasti. Quella mattina mi fu affidato il compito di portare alla sede dei pompieri la notizia di un possibile attacco aereo americano. La sede distava circa un chilometro e mezzo. Verso le 11 mi trovavo sulla veranda, in attesa di una risposta. Alle ore 11:02, appena percepito il frastuono di un aereo sopra di noi, fui investito da un’immensa colonna di luce che sembrava sprigionare lampi in tutte le direzioni, e venni violentemente sbattuto sul pavimento. Ripresa co- noscenza, vidi che sopra di me erano ammassati i corpi di due o tre giovani. I due più sopra avevano il volto e la gola trafitti da una miriade di schegge di vetro. Uno di loro era ormai senza vita. Quasi per miracolo io rimasi solo leggermente ferito. La sede dei pompieri, dove mi trovavo, dista circa 2 chilometri e 800 metri dall’epicentro dell’esplosione. L’edificio, in tralicci di ferro, pur devastato, era rimasto in piedi. All’interno c’era gran confusione, urla e panico. Vidi anche molti feriti. Poco dopo, da tutta la zona collinosa di Urakami, su cui era stata sganciata la bomba, vidi salire un vortice di altissime fiamme in un’immensa colonna di fumo nero. Missione Oggi | gennaio 2009 7 osare la pace Erano passati circa 10 minuti. Davanti ai me una donna dai capelli bruciati e scarmigliati correva disperata a piccoli passi. Un uomo sfigurato con le braccia a penzoloni e la pelle a brandelli camminava senza meta. Poi un’altra donna con in spalla un bambino coperto di sangue che gli spruzzava dal capo. Le mie gambe e tutto il corpo tremavano di fronte a quell’orrore. Era una visione infernale, con strade percorse da mostri e orribili fantasmi. Fino a quel momento nessuno sapeva che si trattasse di una bomba atomica. I pompieri annunciarono che un nuovo tipo di bomba, simile a quella sganciata su Hiroshima 3 giorni prima, aveva devastato la città di Nagasaki causando molte vitti- Rimasto senza casa e senza alcuno su cui fare affidamento, rimasi presso i pompieri, che mi accolsero come orfano di guerra, dandomi un pasto al giorno e un posto per dormire. Lavoravo con loro come potevo, mi fu affidato l’incarico di distribuire le gallette di pane secco, un pasto molto frugale, a mezzogiorno. Diversi giorni dopo, nella zona della stazione centrale di Nagasaki, per caso vidi il volto di mia mamma che guardava fuori da un rifugio antiaereo semidistrutto. Vi lascio immaginare la commozione e le lacrime che hanno scolpito nella mia memoria il calore dell’abbraccio di mia mamma miracolosamente ritrovata! Rimasi con lei in quel rifugio. Vi trovai anche mia nonna. Gia- IL BILANCIO DELLE VITTIME MO I pompieri annunciarono che un nuovo tipo di bomba, simile a quella sganciata su Hiroshima 3 giorni prima, aveva devastato la città di Nagasaki causando molte vittime. 8 Missione Oggi | gennaio 2009 Una commissione composta da americani e inglesi, inviata in Giappone alcuni mesi dopo per verificare gli effetti dell’esplosione, pubblicò i numeri delle vittime di quel giorno. I dati vennero più volte corretti in seguito, ma solamente nel 1950 un comitato giapponese pubblicò cifre attendibili, ritenute esatte ancora oggi. I morti furono 73.884, i feriti 74.909, i dispersi 1.929. In seguito agli effetti dell’esplosione, altri 70.000 inermi cittadini morirono prematuramente per gli effetti delle radiazioni. I fedeli della parrocchia di Urakami, situata nella zona molto vicina all’epicentro, erano circa 12.000. Di questi ben 8.500 morirono in quel giorno. me. Passato qualche tempo pensai di uscire da quell’inferno e ritornare a casa mia, distante poco più di dieci minuti. Ovunque guardassi i miei occhi scoprivano soltanto corpi carbonizzati. Giunto nella zona, tra i ruderi degli edifici distrutti non seppi riconoscere casa mia. Una donna quasi nuda vagava tra le macerie. Le parti scoperte del corpo erano di colore rosso vivo, dalle ustioni colava sangue. Provai una tale paura che fuggii da quel luogo e, disperato, corsi di nuovo alla sede dei pompieri che avevo appena lasciato. L’INCONTRO CON MIA MADRE La bomba aveva distrutto la mia casa, la mia scuola e la fabbrica della Mitsubishi. Molti amici e parenti morirono o rimasero gravemente feriti, ma in quelle circostanze fu impossibile raccogliere notizie precise. Io sono figlio unico e mia madre era vedova. Da quando la salutai la mattina del 9 agosto non seppi più nulla di lei. ceva immobile per terra in una situazione penosissima. Era rimasta imprigionata sotto le travi della sua casa, distrutta dall’esplosione. Respirava a fatica. Il volto era sfigurato, la mascella spezzata e sanguinante, la carne dell’anca destra era dilaniata fino all’osso. LA VITA FRA LE MACERIE Ogni giorno la portavamo ad un ambulatorio da campo, caricandola su di una porta trovata tra le macerie, che fungeva da barella. C’era un medico, ma non disponeva né di medicine né di altri strumenti. L’unica cura consisteva nel disinfettare le ferite o le ustioni con un liquido rosso, forse tintura di iodio. Nessuna operazione o cura fu possibile. Un gruppo di donne volontarie della città ogni giorno ci portava del cibo. Alle persone sane davano un nighiri (una polpetta di riso) al giorno. Troppo poco per calmare la fame. Per trovare qualcos’altro da mangiare, andavo a cercare fra le rovine di una I l periodo della rinascita del quartiere e della chiesa di Urakami a Nagasaki è caratterizzato dalla presenza e dall’attività del medico Paolo Nagai, rappresentante e guida dei fedeli colpiti dalle radiazioni, chiamato anche il “santo dell’atomica”. Fu colpito dalle radiazioni mentre era al lavoro all’Ospedale di Nagasaki. Sua moglie fu totalmente consumata dalla fiamma atomica nella sua casa, lasciando come unico segno della sua presenza la sua corona del Rosario. Dopo essersi prodigato nella cura degli ammalati e per la rinascita della comunità dei fedeli di Urakami, fu colpito dall’immobilità totale. Scelse di vivere in una piccolissima stanza, dedicandosi allo studio degli effetti delle radiazioni. Ricorrendo quest’anno il centesimo anniversario dalla sua nascita, a Nagasaki si sono svolte numerose manifestazioni in suo ricordo e per far conoscere alle nuove generazioni il suo profondo amore e desiderio di pace. Recentemente i suoi due figli, Makoto e Ayano, sono scomparsi a breve distanza di tempo. Un nipote ne custodisce le memorie, e continua a trasmettere ai gruppi di studenti, che ogni giorno visitano il piccolo mausoleo a lui dedicato, il suo splendido messaggio tratto dal Vangelo: “Ama ogni uomo come te stesso”. parte interrata dei pali della luce. Vi lascio immaginare quanto abbia sofferto la popolazione sopravvissuta: pane quotidiano era il dolore, il pianto, il disgusto e la morte. fabbrica di scatolame. Trovavo scatole di ostriche esternamente intatte. Ma dopo averle aperte con fatica, usando dei chiodi, constatavo che il contenuto era carbonizzato. Benché bruciacchiato e puzzolente recuperavo quanto era ancora mangiabile. In mezza giornata di lavoro riuscivo a mettere insieme alcuni bocconi disgustosi; una parte era per la nonna, il rimanente per noi due. Durante la notte, in diversi punti attorno al nostro rifugio, si bruciavano i corpi dei morti. Questo mesto lavoro durò a lungo. Ricordo le scene strazianti di familiari che tenevano abbracciato il defunto non volendo consegnarlo alle fiamme. E poi l’insopportabile olezzo sprigionato dai cadaveri, che invadeva tutto e ci rimaneva appiccicato! Un tormento indescrivibile! Non si trovava legna da ardere. Passando con orrore e ripugnanza sui corpi abbandonati, partecipai anch’io alla quotidiana ricerca della legna. Un lavoro ben più pesante e difficile della ricerca del cibo. Arrivammo a dissotterrare la osare la pace MO Paolo Nagai, il “santo dell’atomica” LA NOTIZIA DELL’ARRIVO DEGLI AMERICANI E LA FUGA DA NAGASAKI Un giorno si sparse la notizia dell’imminente sbarco delle forze americane, seminando panico e confusione. La paura di essere violentate spinse le donne a fuggire dalla città. Mia mamma riuscì ad affittare una barca nel porticciolo, e con la nonna, sempre in gravissime condizioni, fuggimmo a Fukumi, una piccola frazione di Narao, nel lontano arcipelago di Goto. Qui si era rifugiato anche mio nonno durante l’ultimo periodo di persecuzione dei cristiani, nel 1873. Il viaggio durò oltre 6 ore. Il primo segno di vita che avvistammo avvicinandoci all’isola fu la croce posta sopra la chiesa. Illuminata dal sole, la croce sembrava brillare e avvicinarsi a noi sopra le onde, segno di libertà e di speranza. La gioia di essere lontano da quella penosa situazione e la vista della chiesa di Fukumi risvegliarono in me l’assopito cuore di credente. Fu una riscoperta indimenticabile: non mi fu possibile fermare calde lacrime di commozione. Sbarcati sull’isola, oltre che dalla paura fummo Durante la notte, in diversi punti attorno al nostro rifugio, si bruciavano i corpi dei morti. Questo mesto lavoro durò a lungo. Il dottor Paolo Nagai. Missione Oggi | gennaio 2009 9 osare la pace Noi coniugi, entrambi colpiti dalle radiazioni atomiche MO Dal quel 9 agosto sono passati oltre 63 anni. Nonostante le ricerche delle organizzazioni assistenziali, molti “resti umani” sono ancora senza nome. L’età media della popolazione colpita dalle radiazioni è ormai di circa 75 anni Anche mia moglie è vittima dell’atomica. Viveva a 1 chilometro e 800 metri dall’epicentro. Risultò “dispersa”, perché era rimasta ferita e immobilizzata sotto le macerie della sua casa. Fu tratta in salvo la sera del 9 agosto da un suo zio, un chierico ritornato a Nagasaki per le vacanze estive. Venne curata dal dottor Paolo Nagai nel piccolo ospedale da lui aperto a Mitsukeyama. Porta ancora varie cicatrici sia nel corpo sia nella mente. Di salute cagionevole, deve tuttora ricorrere a cure quasi quotidiane. I due fratelli di mia moglie si ammalarono di leucemia e morirono precocemente. Quando scappai da Nagasaki per rifugiarmi a Fukumi mi pareva di godere buona salute. Ma in realtà le gengive erano sempre sanguinanti. Anche questo è uno degli effetti delle radiazioni. Le cure durarono tre mesi e furono efficaci, finalmente guarii, procurando sollievo a mia mamma. Lei invece accusò presto gravi problemi di salute e morì di tumore. finalmente liberati anche dalla fame; ma dopo circa una settimana, la nonna morì, certamente per gli effetti letali delle radiazioni. LA PAURA DI RACCONTARE E DI ESSERE RICONOSCIUTI COME VITTIME Entrambi vittime dell’atomica, il matrimonio con mia moglie fu possibile grazie all’opera di persuasione di un sacerdote nostro parente. A quel tempo l’opinione comune riteneva che gli effetti delle radiazioni avrebbero causato gravi malattie ereditarie. Non furono rari i casi di tragedie familiari causate dal fatto che 10 Missione Oggi | gennaio 2009 uno dei coniugi aveva nascosto all’altro di essere stato esposto alle radiazioni. Nel Museo dell’atomica aperto al pubblico nel 1955 attira l’attenzione una gigantesca fotografia di un bambino con in mano una polpetta di riso, in piedi accanto a sua mamma. Questa donna è deceduta per tumore causato dall’atomica, ma quel bambino è oggi un adulto in piena salute. Non penso che l’interessato provi vergogna per quella foto che lo ritrae sporco e con in testa un cappello imbottito, usato per proteggersi durante i bombardamenti. Ora ha 67 anni compiuti, ma ancora non ha fatto conoscere a nessuno la sua storia e il suo nome. Io lo incontro ogni domenica a Messa. Quando si avvicina la data del 9 agosto e si risveglia in me lo spirito di giornalista, ogni anno provo a proporgli di sciogliere il suo silenzio. Ma lui, che lascia appena percepire il dolore che porta nel cuore, scompare triste nel silenzio. TRE FIGLI SANI I parenti guardavano al nostro matrimonio con una certa preoccupazione. Ma i nostri tre figli non hanno mai avuto problemi di salute. Per non suscitare in loro la paura di essere portatori di malattie ereditarie, fino alla loro giovinezza anche noi due abbiamo tenuto il segreto sul fatto di essere vittime dell’atomica. Ma ai nostri nipoti raccontiamo apertamente la nostra esperienza. Una nostra nipotina, di nome Kaori, a quindici anni ha vinto un concorso bandito dalla città di Yokohama tra gli alunni della scuola media, con un tema basato su quanto io le avevo raccontato. Per premio fu inviata a Nuova York, come “Ambasciatore di Pace” alla sede centrale dell’ONU. PER NON DIMENTICARE Dal quel 9 agosto sono passati oltre 63 anni. Nonostante le ricerche delle organizzazioni assistenziali, molti “resti umani” sono ancora senza nome. L’età media della popolazione colpita dalle radiazioni è ormai di circa 75 anni. Molti ricordi scompaiono con la morte di chi ha custodito in segreto la sofferta memoria di quel giorno, senza poterla manifestare ad altri. Per raccontarlo alle nuove generazioni e a quanti desiderano la vera pace, stiamo preparando materiale illustrativo e formando persone capaci di traAKIRA FUKAORI smettere il nostro messaggio. revolution Un immigrato al potere il fatto e il commento MO Obama MARIO BANDERA L’ elezione di Barack Hussein Obama quale nuovo Presidente degli Stati Uniti, ha suscitato, com’era prevedibile, enorme interesse in tutto il mondo; l’aspetto su cui più hanno insistito i mass-media planetari, è stato che per la prima volta un “nero” veniva eletto Presidente degli USA. Questo non è del tutto esatto, considerando che la madre di Obama è un’americana “Wasp” (White Anglo-Saxon Protestant) e quindi, dovrebbe essere considerato un mulatto o un mestizo (meticcio), come dicono gli ispanoamericani. Ma proprio a partire da questo dato di fatto, vale la pena sottolineare come Obama non sia un cittadino statunitense discendente dagli schiavi neri deportati dall’Africa nei secoli scorsi, più correttamente si può dire invece, che egli appartiene alla seconda generazione di quella multiforme schiera di immigrati che si sono stabiliti negli Stati Uniti in cerca di maggior benessere attirati da migliori condizioni di lavoro o, come nel caso del padre di Obama, per studiare nelle prestigiose e rinomate università americane. UN IMMIGRATO AL POTERE Il fatto stesso che sia nato alle Hawaii e sia cresciuto lontano dagli USA, trascorrendo la sua adolescenza in Indonesia, ne fa un americano un po’ atipico, che però vale la pena cercare di capire, proprio attraverso la sua storia fatta di immigrazione e piuttosto variegata nel suo itinerario di crescita e sviluppo personale. Sotto questo profilo le nazioni americane sono state e restano uno straordinario laboratorio socioculturale, in cui intere generazioni di immigrati provenienti da paesi diversissimi tra loro, si sono (non senza difficoltà) gradualmente inserite fino a raggiungere le più alte cariche di governo. Alberto Fujimori, un figlio di immigrati giapponesi, negli anni novanta divenne presidente del Perù: stendiamo un velo pietoso su come gestì il suo mandato presidenziale, se ne sta tuttora occupando la magistratura di Lima! Ciò non toglie che Fujimori, innesto del Sol Levante in terra andina, raggiunse la più alta carica dello Stato peruviano! Lo stesso si può dire dell’ex presidente dell’Argentina, Carlos Me- Mario Bandera, prete Fidei donum di Novara, direttore del Centro Missionario Dioecesano e coordinatore dei CMD del PiemonteValle d’Aosta, dal settembre ‘99 dirige l’Ufficio per i problemi sociali e del lavoro, nonché le commissioni diocesane “Giustizia e Pace” e “Salvaguardia del Creato”. Missione Oggi | gennaio 2009 11 il fatto e il commento Immigrati italiani nella stanza dei bottoni D a parte loro i nostri connazionali non sono rimasti a guardare, basti pensare che la seconda generazione d’immigrati italiani in USA, è entrata decisamente nella stanza dei bottoni: Nancy Pelosi, attuale speaker democratica della Camera degli USA, è figlia di immigrati italiani, così come l’attuale governatore dell’Arizona, Janet Napolitano, è stata inserita dallo stesso Obama nel suo governo; entrambe sono cresciute nel solco tracciato da Fiorello La Guardia, certamente la figura più rappresentativa dell’emigrazione italiana negli USA del secolo scorso, che fu sindaco di New York dal 1933 al 1945. Senza contare che qualche anno fa il Presidente dell’Uruguay era Julio Maria Sanguinetti, discendente di immigrati liguri approdati a Montevideo sul Rio della Plata. E che dire del tedesco Henry Kissinger, nato in Germania e diventato Segretario di Stato USA in più governi yankee, o del “bodybuilder” austriaco Arnold Schwarzenegger, confermato per la seconda volta consecutiva governatore della California?! Dal canto suo il Canada, che dell’integrazione delle diverse nazionalità presenti sul suo territorio ha fatto un’assoluta priorità politica, ha sempre annoverato tra i membri dei vari governi (statali e provinciali) esponenti di paesi diversi; stando solo agli italiani, l’ultima in ordine di tempo ad occupare un ruolo prestigioso è stata Sandra Pupatello, ministro per lo Sviluppo economico e il commercio dell’Ontario. Proseguendo la lettura dei flussi migratori verso le Americhe, non possiamo dimenticare che lo stesso Fidel Castro è figlio di seconda generazione d’immigrati spagnoli, originari della Galizia, terra natale del dittatore Francisco Franco (quando si dice la coincidenza!) sbarcati a Cuba quando questa era ancora colonia spagnola. nem, figlio di emigranti siriani; anch’egli raggiunse la massima poltrona della Casa Rosada di Buenos Aires, come esponente di spicco della seconda generazione araba approdata in Argentina. A tale proposito va ricordato che l’emigrazione araba, in particolare quella mediorientale nel Sud America, pur poco appariscente, è stata consistente e si è inserita molto bene nel tessuto sociale e politico dei vari paesi, piazzando in posti sempre più alti di responsabilità il fior fiore dei propri figli. L’ex governatore dello Stato di San Paulo del Brasile, Paulo Maluf, di stirpe libanese, è stato per molti anni un protagonista della politica locale, così come altri immigrati dai nomi squisitamente musulmani come Barak, Hussein, Mohamed, ecc. si ritrovano puntualmente ad ogni tornata di ele12 Missione Oggi | gennaio 2009 zioni amministrative e politiche in molte nazioni americane. A mo’ di curiosità, ricordiamo che qualche decennio fa, quando ci fu un tentativo di golpe in Argentina organizzato dai così detti caras pintadas (reparti ribelli dell’esercito) il loro comandante si chiamava Mohamed Seineldin! (quasi a dire un “feroce Saladino” in salsa gaucha!). UN’ALTRA RIVOLUZIONE SOTTO I NOSTRI OCCHI E un’altra rivoluzione è avvenuta sotto i nostri occhi senza che neanche ce ne accorgessimo: mi riferisco al fatto che Evo Morales, presidente della Bolivia, Rafael Correa presidente dell’Ecuador, Hugo Chavez, presidente del Venezuela, e Ignacio Da Silva, detto Lula, presidente del Brasile, provengono tutti da comunità indigene ed ambiti sociali da sempre escluse dal governo delle proprie nazioni. A questa succinta carrellata di immigrati famosi che hanno conseguito posti elevati di governo andrebbero aggiunte altre pagine di fantasia politicoecclesiale tipicamente creole: quella che ha portato il sacerdote salesiano Jean Bertrand Aristide nell’irrequieta isola caraibica di Haiti ad essere eletto presidente, quindi deposto ed esiliato, per poi essere richiamato nuovamente in servizio; o quella di mons. Fernando Lugo, vescovo cattolico di San Pedro, votato a furor di popolo presidente del Paraguay per attuare una difficile transizione verso la democrazia e lo stato di diritto in uno dei paesi dalla classe politica più corrotta in assoluto?! “BENEDETTA IMMIGRAZIONE”: “WE CAN”! Tutto questo che cosa può insegnare agli impauriti figli di mamma del Bel Paese? In una realtà come la nostra, dove il potere si tramanda di padre in figlio come le cattedre universitarie e le prebende politiche, dove il Parlamento è pieno zeppo di figli, nipoti, mogli, amanti, cugini di primo, secondo o terzo grado dei notabili della partitocrazia nostrana. In un sistema dove tutto è ingessato e immobile, a essere condivisi con i comuni cittadini sono solo i debiti pubblici che questi signori accumulano durante le loro carriere! Chissà che l’elezione di Obama abbia effetti benefici anche da noi: c’è da augurarsi che il sangue fresco e vitale dei nuovi arrivati entri nel tessuto civile di una società vecchia e conformista. MARIO BANDERA documento che sigilla gli ideali di universalità, sempre proclamati, anche coraggiosamente, dal grande poeta e scrittore indiano. Tagore RABINDRANATH TAGORE C i fu un tempo in cui l’Italia aprì le sue porte per mettere a contatto l’Oriente con l’Occidente. Spero che questa via di comunicazione possa essere di nuovo risuscitata per lo scambio non di mera ricchezza materiale soltanto che dall’Est s’importi nell’Ovest, ma anche di quei tesori spirituali e intellettuali che pur sempre permangono nell’Est. Questo contatto non deve essere unilaterale, e i tesori intellettuali che l’Europa ha lasciato in retaggio alla posterità debbono anch’essi farsi strada nel grande continente asiatico, talché si possa avere un reale scambio di idee, una compenetrazione di menti e di cuori fra i due emisferi. Abbiamo sentito dire spesso che l’Est e l’Ovest sono troppo dissimili per potersi mai incontrare, che troppo grandi sono le difficoltà per una tale unione ed intesa. Ma io son sicuro che appunto attraverso questo baratro agisce una forza di gravitazione, che appunto a causa lezioni di storia In occasione del XV “Tagore day”, convegno annuale che si tiene a Villaverla (Vicenza) per diffondere la conoscenza dello scrittore e poeta Rabindranath Tagore, siamo lieti di presentarne il significativo intervento durante la sua visita a Venezia il 1° febbraio 1925. L’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arti ha gentilmente concesso al presidente del Centro Studi Tagore, Francesco Rigon, fratello di padre Marino Rigon, la pubblicazione di questo profetico discorso. Noi proponiamo a tutti gli amici lo speciale a Venezia di questa differenza ha avviato una forza di attrazione, che appunto, perché questa differenza c’è, dev’esserci un incontro che consenta a ciascuno dei due di trovare la propria integrazione. Nonostante, quindi, un poeta abbia detto: “l’Est è l’Est e l’Ovest è l’Ovest e mai i due s’incontreranno”, io ripeto: “l’Est è l’Est e l’Ovest è l’Ovest e perciò i due debbono incontrarsi”. Tutti sappiamo che nel passato ci sono state delle correnti meteorologiche nell’atmosfera del sentimento le quali hanno circolato dall’Est all’Ovest e dall’Ovest all’Est, e nessuno può impedire che questa circolazione viaggi attraverso il mare e riunisca insieme le anime umane. L’età presente è dominata dallo spirito di cupidigia, e sebbene ravvicini materialmente gli uomini, in realtà li separa. In grazia alla scienza tutte le razze umane si sono avvicinate l’una all’altra, ma poiché i grandi idilli della simpatia e della cooperazione L’età presente è dominata dallo spirito di cupidigia, e sebbene ravvicini materialmente gli uomini, in realtà li separa A cura dell’Associazione Centro Studi Tagore, per gentile concessione dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere ed Arti di Venezia. Missione Oggi | gennaio 2009 13 lezioni di storia mancano e la cupidigia e l’uso della forza predominano, noi non ci siamo in realtà incontrati ad onta di questo fatto eterno dell’incontro delle razze. Nei giorni in cui il viaggiare era una cosa ardua, al tempo dei messi che da un paese si recavano in un altro e che volentieri si sobbarcavano di superare le asprezze della via, sapevano pure raggiungere il cuore e l’anima d’una terra straniera e del suo popolo assai più agevolmente che non ora, sebbene ora i mezzi di comunicazione siano semplici ed il viaggiare così ben provvisto d’ogni comodità. E la ragione è che tutti quanti siamo si difetta del dono di quei requisiti che soli ci conferiscono il diritto di viaggiare in un paese straniero, e finché noi non ci siamo provvisti di simpatia e di adattabilità di mente il nostro viaggio può diventare un insulto. Se non sappiamo coltivare un senso di rispetto per tutta quanta l’umanità, se siamo ossessionati dallo spirito di separazione il quale ci fa disprezzare tutto ciò che esula dalle nostre abitudini, noi non abbiamo allora nessun dirit14 Missione Oggi | gennaio 2009 to di varcare le nostre frontiere. Poiché il viaggiare è diventato così facile, una specie, infatti, di picnic, poiché nessuna difficoltà s’incontra nel precipitarsi d’uno in altro paese, una gran massa di idee false s’è accumulata riguardo a gente che differisce da noi. Di qui sorge ogni sorta di difficoltà. E per esempio, difficile rendere giustizia a un popolo che non si conosce realmente, e questa facilità delle comunicazioni ha fatto sì che l’essere ingiusti verso le altre razze sia diventato assai più facile. Voi ricordate quale rispetto ebbe per la Cina il vostro concittadino Marco Polo e quali immense difficoltà gli toccò superare nel percorrere tutta la distanza fra la madrepatria e l’Estremo Oriente. Egli non aveva fatto gli studi di geografia che sono tanto ovvii per voi. Eppure, nonostante il cozzo, in grazia della sua innata simpatia per l’umanità, la sua adattabilità di mente rese possibile a lui di sentire un vero rispetto per i Cinesi, ed ai Cinesi di accoglierlo come un amico. Quanto pochi sono oggi i viaggiatori i quali penetrano nello spirito d’un popolo con sentimento di rispetto e di venerazione. Quanti invece son dominati da quella naturale volgarità di mente che è incapace a penetrare di là del velo dell’esoticità, nel santuario del cuore. La conseguenza è un danno mondiale per il quale tutti soffriamo. L’Europa oggi può far sentire la sua voce, ma l’Asia non ha questo potere e deve soffrire in silenzio le ingiustizie e le onte da parte degli avventurieri che viaggiano pel suo continente. Questa è la ragione per cui un poeta ha potuto dire: «I due non s’incontreranno mai». I due s’incontrarono quando c’erano le barriere naturali d’ogni genere. Non avete forse già avuto dall’Oriente il dono d’un grande tesoro spirituale? Non fu già possibile ai Greci di viaggiare nell’India, dimorarvi ed ammirare i doni religiosi e intellettuali che ricevevano, ai Greci e ad altri dopo di loro? Ma quale enorme differenza oggi, non perché l’Est e l’ovest siano mutati radicalmente, ma per il mutamento delle circostanze esteriori, per la facilità delle comunicazioni che se da una parte rende agevole trovar posto in un albergo, preclude dall’altra l’accesso nelle famiglie dove solo è possibile conoscere la vita del popolo. Siamo due grandi vicini, l’Est e l’Ovest, e sarà gran peccato e sarà una vera vergogna per l’umanità intera se non riusciamo a conoscerci, se le barriere che ci dividono si paleseranno insormontabili. Ho provato a lungo nel Siamo due grandi vicini, l’Est e l’Ovest, e sarà gran peccato e sarà una vera vergogna per l’umanità intera se non riusciamo a conoscerci, se le barriere che ci dividono si paleseranno insormontabili. Ho provato a lungo nel cuore il rammarico di questa separazione. Fino a tanto che non valicheremo queste muraglie dei confini e non ci stringeremo la mano da veri sodali non avremo mai vera pace in questo mondo. Il nostro destino è là che aspetta il gran momento in cui l’Est e l’Ovest saranno uniti in uno spirito d’amore e di cooperazione. ti, con climi d’ogni varietà. Non è, quindi come il continente europeo, il quale, se non può dirsi assolutamente uno dal punto di vista geografico, da quello dell’abitabilità è un vero continente che possiede una reale unità scevra da netti tagli dovuti a barriere naturali o a differenze di clima. Ciò ha consentito ai grandi popoli europei di stringersi in una reale unità di cultura e, fino a un certo punto pure, di temperamento, di costumi e di abitudini. Questa somiglianza nei differenti paesi d’Europa è stata resa possibile dall’aspetto naturale del continente il quale geograficamente è quasi come un unico paese sol che venga ragguagliato all’Asia che con le sue differenti parti così violentemente e brutalmente separate può veramente chiamarsi un continente. Tutti voi sapete come l’India sia rimasta segregata a cagione della natura dei suoi confini. Mediante l’Himalaya al nord essa è stata per lunghi secoli un paese a sé e per sé nel cuore del mondo. Ciò le ha permesso di sviluppare una sua propria cultura individuale, in una purezza assoluta, e quindi avendo una vera unità. l’India esercitò una forza d’attrazione sulle genti che vivevano in lontane terre. Per secoli pellegrini convennero quivi da tutte le parti del mondo: greci, musulmani, cristiani, romani, persiani e mongoli. Tutta questa gente gravitò verso l’India e formò un conglomerato di razze, civiltà, religioni e associazioni che hanno assunto una propria individualità, una individualità cui non partecipano gli altri paesi dell’Asia. L’Asia semitica, per esempio, è fondamentalmente diversa dalla parte dell’Asia che l’India rappresenta. Perciò, quando parliamo dell’Oriente come di una unità, non dobbiamo troppo vagamente generalizzare, perché Turchi, Tartari, Arabi e Cinesi hanno tutti i loro propri peculiari lineamenti. È quindi difficile per me parlare a nome dell’intera Asia, pochi essendo coloro ai quali vien fatto di trovare una unità comprensiva in tutti i paesi asiatici. Ci sarà forse in fondo a tutti un ideale di unità, ma quanto scarse sono le occasioni per studiare e aver coscienza di tutto ciò. Posso, quindi, parlare soltanto dell’India, ed ho picchiato alle vostre porte nell’intento di avvicinare la mia madre patria ai vostri cuori. Non m’ero mai sognato che ciò sarebbe stato possibile, ma l’ultima volta che visitai I’Europa ricevetti tali manifestazioni di genuino amore dai popoli dei differenti paesi che io non potevo credere in quel che vedevo. Così lezioni di storia cuore il rammarico di questa separazione. Fino a tanto che non valicheremo queste muraglie dei confini e non ci stringeremo la mano da veri sodali non avremo mai vera pace in questo mondo. Il nostro destino è là che aspetta il gran momento in cui l’Est e l’Ovest saranno uniti in uno spirito d’amore e di cooperazione. L’istituzione della quale desidero parlarvi sta appunto a rappresentare questa aspirazione dell’uomo per l’unione di questi due grandi continenti, l’Asia e l’Europa. Quando parliamo dell’Oriente e anche dell’Occidente, siamo corrivi a troppo generalizzare. Non posso dire che tutti i paesi dell’Asia posseggano alcune caratteristiche comuni. Per quanto possa desiderare che ciò sia vero, io per primo sento che non è cosi. L’Asia è un grande continente, diviso da grandi barriere geografiche, da alte montagne e da vasti deser- L’Europa oggi può far sentire la sua voce, ma l’Asia non ha questo potere e deve soffrire in silenzio le ingiustizie e le onte da parte degli avventurieri che viaggiano pel suo continente. Questa è la ragione per cui un poeta ha potuto dire: «I due non s’incontreranno mai» Missione Oggi | gennaio 2009 15 lezioni di storia Ovunque nati, gli uomini grandi hanno vissuto per il bene d’ogni individuo di qualunque paese. Nessun grande poeta, o scienziato o eroe ha ignorato ciò, o cercò mai di elevar delle barriere ad impedire lo scambio di questi immortali tesori Una rara immagine di Tagore con Gandhi. 16 Missione Oggi | gennaio 2009 fu che partii per venirvi a parlare di questa India ideale del passato, di un’India che oggi è povera materialmente, la cui anima è sopita, ma che ancora contiene il germe d’un grande ideale, e così destare per essa la vostra simpatia ed il vostro rispetto, non perché la mia patria abbia ad avvantaggiarsi ma per promuovere una unità di cuori fra l’Asia, l’India e l’Occidente. Per questa ragione ho fondato la via Visva-bharati. La Credo in questo ideale e sto qui in mezzo a voi per difendere l’umano diritto che a volte è ignorato, il privilegio che ha l’uomo di appropriarsi dì tutto ciò che dai grandi uomini d’ogni tempo è stato creato, per scoprire quel fondamentale spirito di verità che risiede in tutte le razze. Ovunque nati, gli uomini grandi hanno vissuto per il bene d’ogni individuo di qualunque paese. Nessun grande poeta, o scienziato o parola bharati significa quella voce dell’India che è universale (visva), che serve per tutti i paesi e per ogni tempo, e non particolarmente provinciale: trascende tempo e spazio, ed accresce la ricchezza di tutta l’umanità. Il mio intento fu, pur con il mio debole potere, di rendere possibile d’offrire al mondo ciò che di meglio l’India può dare al mondo e segnatamente all’Occidente, e di acquistare per mezzo di questa ospitalità intellettuale e spirituale esercitata in India la vostra gratitudine ed il vostro amore. So quanto povera sia questa istituzione dall’aspetto esteriore, innalzata com’è in un oscuro angolo dell’India, e come mi sia impossibile di raggiungere il grande risultato di questa comunione di spiriti fra l’Est e l’Ovest, ma c’è nelle nostre Scritture una gran sentenza che così suona: “Soltanto nell’azione sussiste il vostro diritto non già nel frutto”. Val quanto dire: “Dovete far quel che potete e non essere avidi di risultati immediati”. Si ha il diritto a fare, non a raccogliere la messe. Questa va lasciata alla Provvidenza divina; il raccolto può esserci e può anche non esserci. eroe ha ignorato ciò, o cercò mai di elevar delle barriere ad impedire lo scambio di questi immortali tesori. Quando tentiamo di arrestarne il transito si formano dei centri tempestosi di ribellione e la nostra pace resta minacciata a causa di questo impedimento di scambievoli comunicazioni. Per proclamare questa verità è sorta la mia istituzione e per quanto debole essa possa essere, andrei superbo d’essere ricordato come un poeta che in essa ebbe fede e che s’industriò di dar forma alla verità, alla più alta verità e perciò alla sola verità che ci può largire pace duratura. Abbiamo steso un seggio su cui questa verità possa trovare posto e benvenuto. Lo Spirito grande di questa età invoca la Verità della simpatia e della cooperazione fra tutti i popoli e le razze. Questo Spirito è venuto alla nostra porta ed ha esclamato: “Sono ospite vostro, sono qui alla vostra porta”. Ho cercato di aprir la porta del cuore dell’India al grande Spirito della età moderna. Se debbo essere punto ricordato, che io lo sia per questo. RABINDRANATH TAGORE Venezia 1° Febbraio 1925 dossier ordinati per il terzo millennio? Quali ministri Interrogato su quale fosse il principale problema per la Chiesa oggi, dom Demea cura di Mauro Castagnaro trio Valentini, vescovo di Jales e presidente della Caritas brasiliana, rispondeva senza esitazione: “Il rinnovamento del ministero ordinato”. E aggiungeva: “Giustamente ad Aparecida Benedetto XVI ha affermato che l’eucaristia domenicale è indispensabile per la vita cristiana. Ma come garantirla quando in Brasile il 70% delle celebrazioni non sono eucaristiche perché manca il presbitero? Il Papa ha anche messo in guardia dal proliferare delle sette neopentecostali. Ma nelle grandi periferie, per ogni prete ci sono 50 pastori evangelici. Come può competere con questa presenza così prossima alle persone, culturalmente identificata col popolo? Bisogna cambiare la struttura del ministero, anche se questo discorso spaventa la Chiesa cattolica”. Dalla necessità di affrontarlo nasce questo dossier, che presenta alcune proposte. Fritz Lobinger, già vescovo in Sudafrica, punta sull’ordinazione di équipes di viri probati; Virginia Saldanha, dell’India, insiste sul rapporto comunità-ministeri; Eugene Stockton presenta un ministero itinerante nelle comunità aborigene australiane. Il dossier si conclude con un’intervista ad André Lascaris, domenicano tra gli estensori di “Chiesa e ministero. Verso una Chiesa con un futuro”, sul problema del ministero e della celebrazione dell’eucaristia in Olanda. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una posizione assai problematica perché non supportata dalla tradizione, dal Vaticano II e dall’attuale ricerca teologica, ma che fa riflettere sul rapporto tra comunità e ministero anche qui in Italia. Missione Oggi | gennaio 2009 17 dossier I murales che illustrano questo dossier sono di Maximino Cerezo Barreto Perché dovremmo ordinare cristiani maturi FRITZ LOBINGER Fritz Lobinger, missionario tedesco in Sudafrica, direttore dell’Istituto di pastorale della locale Conferenza episcopale, vescovo di Aliwal dal 1988 al 2004, ha fondato, sempre in Sudafrica, l’Istituto missiologico “Lumko”. È autore di numerosi testi sulla formazione dei leader delle comunità di base e sullo sviluppo di nuove forme ministeriali. 18 S eguendo la discussione sull’ordinazione dei viri probati in molti paesi, si ascolta quasi solo argomento: il bisogno di avere qualcuno in ogni parrocchia per amministrare validamente i sacramenti. Sicché dove tale bisogno è soddisfatto, non servirebbe alcun cambiamento. Questa ragione emergenziale è corretta, ma troppo limitata. Se ne possono elencare almeno altre sei per ordinare cristiani maturi del luogo. 1. La collegialità. E’ la natura stessa della Chiesa come popolo di Dio che la esige. In teoria si dà per scontata, ma non è ancora penetrata nel nostro modo di pensare. Altrimenti nel caso n. 1 avremmo detto: “Anche se abbiamo già un prete, vogliamo un collegio per l’altare e la guida della nostra comunità”. 2. L’incarnazione del Vangelo. In ogni parte del mondo i cristiani locali sono chiamati a sviluppare la loro fedeltà e responsabilità nei Missione Oggi | gennaio 2009 confronti del Vangelo fino al punto da poter presiedere l’eucaristia. Se chiamiamo alla fede un gruppo di persone di un qualsivoglia luogo di questo mondo e contemporaneamente impediamo loro di celebrare l’eucaristia da sole, daremo l’impressione di dubitare che il Vangelo abbia davvero messo radici in quel posto. L’accettazione reciproca dovrebbe essere manifestata il più chiaramente possibile, soprattutto quando il Vangelo è accolto da una nuova cultura. Non basta l’ordinazione di pochissimi uomini, che in larga misura sono stati sottratti alla vita quotidiana. L’ordinazione di persone che restano inserite nella vita locale e mantengono le proprie professioni mostra che il Vangelo si è incarnato in quella località. Diventa visibile una chiesa veramente locale. In questo modo la separazione tra “sacro” e “profano” è superata. Questa separazione non è mai stata un problema in Africa, abitano nello stesso paese e hanno come prete stabile un connazionale, che gode ottima salute, è persona capace e non ha altro impegno se non di servire quella piccola comunità. La diocesi, ma anche le altre del Paese, ha un numero sufficiente di preti. Supponiamo che in questa comunità vi siano due uomini di provata fede, con alle spalle molti anni di molteplici servizi, come la visita dei malati, la guida di gruppi biblici, la promozione di progetti di sviluppo, ecc. Hanno seguito un corso di teologia per corrispondenza, superando brillantemente l’esame finale, e sono rispettati e accettati da tutti. Supponiamo altresì che, a partire da un accurato studio della Bibbia, abbiano anche deciso di rimanere celibi e che ambedue esercitino una professione: uno come agente di commercio, l’altro come falegname. Un bel giorno, in un incontro biblico, qualcuno suggerisce: “Voi due dovreste essere ordinati preti”. Ed essi rispondono: “Sì, siamo pronti, potremmo continuare a lavorare o fare i preti a tempo pieno. Ma possiamo restare anche laici impegnati. Che cosa dobbiamo fare?”. La comunità non può decidere né lo può fare il prete, ma neppure il vescovo. Che cosa consiglieresti? Normalmente in questo caso, poiché la comunità locale non ha bisogno di prete, si consiglia di ordinarli per qualche altro paese o lasciarli continuare la loro testimonianza come laici. Caso n. 2. Si immagini una comunità di 500 cristiani, 1900 an- ni fa, con un proprio vescovo, come pure tutte le piccole comunità di cristiani delle città vicine. L’unica differenza dal primo caso è che il loro pastore è un vescovo. Senz’altro anche tale comunità è provvista di almeno due uomini con qualità analoghe a quelle del caso n. 1. Il vescovo può facilmente servire questa comunità perché essa è attiva e non lo costringe a fare tutto. In questa situazione non c’è ragione per ordinare altre persone. Ma i cristiani di quell’epoca rifiutavano questa struttura ministeriale, poiché essa non rifletteva l’essenza della Chiesa in quanto essa e la sua leadership non dovrebbero essere questione di individui, ma configu- ma potrebbe diventarlo se gli atti più importanti della nostra fede sono ristretti a persone che rinunciano alla loro occupazione precedente. L’esperienza dei preti operai e dei preti anglicani che si mantenevano da soli ha mostrato che tale aspetto è apprezzato dalla comunità: “È incoraggiante vedere sull’altare la domenica un uomo che lavora al tuo fianco il sabato”. Al contempo diventa possibile una salutare pluriformità. Specie nelle comunità urbane convivono già diversi livelli di educazione, molti gruppi etnici, lavori e visioni differenti. 3. La testimonianza autentica dovrebbe essere collegata all’altare. Ancora oggi, quando le persone vedono tra loro un uomo santo o una donna santa, è normale che gli/le chiedano consiglio. Quando i cristiani credevano che qualcuno fosse morto come un santo, mettevano il suo ritratto sull’altare. Il caso n. 4 è certamen- rare la fraternità. Il vescovo non dovrebbe mai essere l’unico leader ordinato di un gruppo di cristiani, per piccolo che sia. dossier Caso n. 1. Immaginiamo una parrocchia di 500 cattolici che Caso n. 3. Proviamo a pensare ad un’altra comunità di 1900 an- ni fa, quella di Antiochia, pure di 500 membri. Il vescovo Ignazio sottolinea continuamente la necessità di essere circondato da un presbiterio. Il vescovo non dovrebbe agire senza i presbiteri e i presbiteri senza il vescovo. I presbiteri formano un collegio, una fraternità, come gli apostoli. Probabilmente essi mantenevano le loro professioni secolari e la loro vita matrimoniale; guidavano insieme tutte le celebrazioni e insieme adempivano tutti i compiti, non perché uno non ce l’avrebbe fatta da solo, ma perché pensavano che ciò esprimesse meglio la natura della Chiesa come fraternità. Caso n. 4. Immaginiamo ancora una comunità di 500 cristiani, all’epoca delle persecuzioni. Essa ha un vescovo e un presbiterio formato da uomini del posto. Molti cristiani muoiono come martiri, mentre altri rinnegano la fede. Un giorno un nuovo cristiano viene gettato in pasto alle belve, ma sopravvive. La comunità è felice perché è scampato alla morte, pur rimanendo fedele fino in fondo alla fede, come Gesù. Nonostante sia vivo, viene considerato martire. Quando si riprende in forze, immediatamente gli viene chiesto di presiedere l’eucaristia, pur non essendo ordinato. Poiché la comunità è già provvista di altri ministri ordinati, dal punto di vista del bisogno di amministrare i sacramenti, questa prassi risulta incomprensibile. Ma quei cristiani partivano da un’altra necessità, collegare la testimonianza autentica con l’altare di Cristo. Caso n. 5. Ecco ora il nostro caso: l’altare è vuoto o quasi vuoto. Alcuni pensano di riempirlo ordinando viri probati (cristiani maturi) tra i membri della comunità. Hanno ragione, l’altare non dovrebbe rimanere vuoto. Meno evidente è il loro (nostro) modo di ragionare. Infatti, la motivazione per ordinare gente locale è differente da quella dei casi 3 e 4. Non è forse troppo angusta e povera? te raro, ma illustra un principio corretto. I cristiani che hanno dimostrato di rendere una testimonianza esemplare alla comunità, possono anche presiedere l’eucaristia. Ciò non significa sminuire l’importanza della testimonianza silenziosa, ma ritenere vincolante quella resa in maniera pubblica. Entrambe sono da apprezzarsi nel momento e luogo opportuni. 4. Comunità più piccole e celebrazione dell’eucaristia. Le messe celebrate in casa soddisfano un bisogno reale perché le grandi celebrazioni parrocchiali mancano di un clima intimo. Entrambi i tipi di celebrazione sono necessari. Le piccole comunità hanno bisogno di leader ordinati non solo per i sacramenti, ma anche per la testimonianza, la guida e il servizio. 5. L’ordinazione offre una prospettiva ai carismi. Prima di tutto è nostro dovere accettare un carisma che Dio ha dato. Una normale co- L’ordinazione di persone che restano inserite nella vita locale e mantengono le proprie professioni mostra che il Vangelo si è incarnato in quella località. Missione Oggi | gennaio 2009 19 dossier LAICI CLERICALIZZATI? Il principale argomento contro il nostro approccio testimoniale alla questione sarà: ma in questo modo “non clericalizzeremmo tanti laici”? Niente affatto, è invece l’approccio emergenziale che clericalizzerebbe i viri probati, perché permete l’ordinazione di una persona soltanto, mettendola così sulla strada del monopolio (= clericalismo). Il nostro approccio testimoniale fornisce alcuni antidoti contro l’onnipresente pericolo del clericalismo (una profonda spiritualità, molti lavoratori celibi, educazione al lavoro di squadra, un’ampia varietà di ministri, comunicazione viva tra la comunità e tutti i suoi ministri, un limite di tempo per l’esercizio di tutti i ministeri locali, il buon esempio dei preti a tempo pieno e dei vescovi). Certo ci sarà il problema di preservare l’unità tra così tanti leader e il non facile compito di PER SAPERNE DI PIU’ 20 riorientare le comunità, nonché, naturalmente, di formare e migliorare i molti ministri. Anche l’adeguamento delle vocazioni celibatarie a una tale situazione costituirà un problema, ma si tratterà di un aggiustamento, non della fine. Comunque, l’argomento spesso citato dell’esistenza di due classi di preti è quasi solo emotivo. Tutte queste difficoltà non sono insormontabili e richiedono solo un riorientamento dell’attuale clero. munità possiede i carismi per una leadership pienamente responsabile. Allora è semplicemente nostro dovere permettere loro di esercitarli. È poi nostro dovere sviluppare i carismi. Una persona cresce quando ha un compito e si identifica maggiormente con una causa di cui è pienamente responsabile. Con una semplice esortazione, lo sviluppo dei carismi sarà modesto, senza prospettive. L’ordinazione dà sicurezza ai carismi. Le ordinazioni al diaconato e al presbiterato, ma anche al lettorato o accolitato, danno la sicurezza che noi preti non vorremmo ci mancasse, ma che facciamo fatica a garantire agli altri. 6. L’ordinazione è un riconoscimento che ogni ministero viene da Cristo. Questa ragione è molto difficile da capire perché ci siamo abituati a considerare l’ordinazione solo come qualcosa che dà il potere di compiere determinati atti. Ma ci sono situazioni in cui il ministro ordinato fa qualcosa di molto simile a quello che fa chi non è ordinato. Coloro che guardano all’ordinazione in chiave di “potere” certamente eviterebbero l’ordinazione. Ma tale approccio è un po’ ri- Missione Oggi | gennaio 2009 stretto. L’ordinazione può essere vista anche nel suo aspetto celebrativo e di preghiera. E’ troppo limitativo chiedersi appena quale nuovo potere ricevettero Paolo e Barnaba quando la chiesa di Antiochia impose le mani su di loro (At 13,3). Anche se dopo una tale celebrazione non faranno più di quello che facevano prima, è importante pregare e confessare, affermare e riconoscere davanti all’intera comunità che Cristo è la fonte e il modello di ogni ministero cristiano. Ciò che noi facciamo nel ministero è una partecipazione al ministero di Cristo. Se è nostro dovere confessare la nostra fede in altre situazioni, perché non farlo in questo momento decisivo? CONSEGUENZE L’ordinazione di cristiani maturi non solo risolverebbe il problema della scarsità di preti, ma avrebbe altri effetti positivi. 1. Verrebbe promossa la condivisione dell’autorità tra leader locali e regionali. Oggi questa condivisione è possibile solo nei consigli pastorali parrocchiali, ma non basta, perché ordinati e non ordinati continuano a non avere la stessa responsabilità e di solito i locali sono i non ordinati, mentre l’unico ordinato viene da fuori. Anche se il parere di Roma, per cui i consigli hanno uno statuto meramente consultivo, venisse ignorato, il problema resterebbe. Lo risolverebbe in buona parte solo l’ordinazione di cristiani del luogo proprio perché essi godrebbero di pari autorità in tutti i consigli, compreso quello diocesano. 2. Crescerebbe la motivazione dei preti attuali. Essi si renderebbero conto di non essere gli unici leader e sarebbero stimolati a migliorarsi di fronte a molti leader che chiedono continuamente loro formazione e approfondimenti. I leader locali potrebbero amministrare i sacramenti, mentre i preti attuali sarebbero spinti con forza ad assumere il ruolo di leader a livello spirituale e teologico. Sarebbe senz’altro meno probabile lo sviluppo di un atteggiamento clericale e monopolistico. In sintesi: che faremmo se l’anno prossimo la tendenza delle vocazioni, attualmente in calo, ritornasse ai numeri di un tempo? Se la nostra motivazione è solida, saremmo riconoscenti perché i monasteri sono pieni e fioriscono nuove comunità secondo il Vangelo, ma perseguiremmo ancora l’ordinazione di cristiani maturi. FRITZ LOBINGER dei lettori LUCIANO MONARI, VESCOVO DI BRESCIA N ella disciplina della Chiesa esiste un ministero istituito che si lega proprio alla Parola di Dio; è il ministero del lettore. Desidero che anche la nostra Chiesa formi e istituisca dei lettori permanenti, che facciano della parola di Dio il centro vitale della loro formazione e l’ambito preciso del loro servizio. Mi sembra che il cammino dossier Il ministero verso questa meta debba partire dal ministero di fatto. Ci sono di fatto alcune persone, nelle comunità parrocchiali, che vivono un’attenzione particolare alla Bibbia e compiono un servizio riconosciuto; penso ad alcuni catechisti, a persone che annunciano la Parola nella Messa, agli animatori di gruppi del Vangelo. Tutte queste persone possono fare dei cammini di approfondimento della Bibbia nei corsi per catechisti, nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose, in corsi biblici offerti in diocesi e fuori diocesi. Quando la comunità riconosce in loro il dono del servizio alla parola, quando si riconoscono le qualità spirituali e umane che sono necessarie per un ministero, quando si vede che il modo di operare edifica la comunità (e non la divide), allora la comunità insieme col parroco può chiedere che una persona venga istituita lettore permanente. Sarà necessaria una breve preparazione per cogliere il valore del ministero, comprenderne gli impegni, gustarne la forza spirituale; poi l’istituzione potrà essere fatta. Insomma, desidero che l’istituzione al ministero sia preceduta (e motivata) da un lungo periodo di servizio nel quale il ministero sia esercitato di fatto; che la comunità riconosca il dono del Signore senza perplessità; che ne senta il bisogno e ne faccia richiesta al vescovo. Quello che l’istituzione aggiunge al ministero di fatto è il riconoscimento ecclesiale e quindi il mandato a svolgere il ministero della parola. Naturalmente il ministero del lettorato non è un sacramento, ma si può dire che entra nella logica sacramentale che regge tutta l’esistenza della Chiesa. (Lettera Pastorale 2008-2009, n. 37) Missione Oggi | gennaio 2009 21 dossier QUANDO SONO APPARSE IN AMERICA LATINA, LE PICCOLE COMUNITÀ DI BASE SONO NATE PROPRIO LÀ, NELLA BASE. L’IDEA SI È POI DIFFUSA IN ALTRI CONTINENTI, SU PROPOSTA DEI VESCOVI. LE PICCOLE COMUNITÀ CRISTIANE, COME SONO CONOSCIUTE IN ASIA, SONO LA PIÙ PICCOLA CELLULA VIVENTE DEL CORPO ECCLESIALE. IL CONCETTO DI CHIESA “COMUNIONE DI COMUNITÀ” È STATO PRESENTATO DALLA FABC NELLA SUA V ASSEMBLEA PLENARIA DEL 1990 A BANDUNG COME UN NUOVO MODO DI FARE CHIESA. L’UFFICIO DEI LAICI DELLA FABC HA ESCOGITATO UN NUOVO METODO PER FORMARE E SOSTENERE LE PICCOLE COMUNITÀ: L’APPROCCIO PASTORALE INTEGRALE ASIATICO (ASIAN INTEGRAL PASTORAL APPROACH-ASIPA). riflessioni dall’Asia Comunità e ministeri VIRGINIA SALDANHA L Virginia Saldanha, attivista indiana per i diritti umani e membro del Comitato esecutivo di Pax Christi International, è segretaria esecutiva dell’Ufficio dei laici della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia (Fabc) e della Commissione per la donna della Conferenza dei vescovi cattolici dell’India. 22 e piccole comunità cristiane funzionano a livelli diversi, a seconda dei paesi e delle diocesi. In alcune regioni sono molto vive, come nella prelatura di Ipil, di mons. Antonio Ledesma, oggi arcivescovo di Cagayan de Oro. Tuttavia, siccome la proposta delle piccole comunità in molte regioni dell’Asia arriva dall’alto, esse faticano a decollare. Infatti, le piccole comunità cristiane corrono il rischio di essere identificate con una delle tante “organizzazioni” della Chiesa o semplicemente con un metodo per socializzare con i vicini oppure con un’opzione pastorale tra le altre. Nonostante ciò, dove questo nuovo modo di fare Chiesa è preso sul serio, emerge come un modo autentico di vivere la vocazione battesimale da parte del popolo di Dio e di compiere la missione di evangelizzare nel contesto multireligioso dell’Asia. Tenuto conto che nella stessa stessa regione geografica si ha a che fare con situazioni diverse sul piano sociale, economico ed educativo, la composizione delle piccole comunità cristiane risulta una questione importante. Dobbiamo ca- Missione Oggi | gennaio 2009 pire meglio i diversi aspetti della comunità cristiana: comunità di buon vicinato o comunità di uguali? Da domanda nasce domanda: perché formare tali comunità cristiane? Che cos’è una comunità cristiana e come si definisce? Da qui la necessità di articolare meglio la teologia della comunità: si può risolvere in una struttura funzionale oppure va intesa come uno strumento per aiutare i fedeli a vivere la vocazione battesimale nel proprio ambiente vitale, testimoniando il Regno di Dio presente? Quando membri delle piccole comunità cristiane vivono i valori cristiani, divengono un fermento nella società e offrono ai poveri la buona notizia di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Siccome la stragrande maggioranza dei membri della Chiesa in Asia è costituita da poveri, la comunione di comunità è un modo autentico di esprimere la solidarietà e promuovere la giustizia. L’America latina ha affermato a più riprese la necessità per la Chiesa di essere la voce dei senza voce. Le comunità, soprattutto quelle inserite in contesti dossier Problemi del celibato I l celibato rappresenta una preoccupazione importante nella Chiesa. I punti di vista sul celibato dei preti variano tuttavia a seconda delle culture. In quelle tribali, nelle quali la sessualità è considerata centrale per il rinnovamento e la crescita della comunità, esso non ha alcun valore. Nelle culture che hanno una tradizione mistica, invece, il celibato è valorizzato. In queste i preti sono rispettati perché sono celibi. È importante che la Chiesa non si preoccupi solamente dei preti che vengono meno al loro impegno celibatario, ma anche delle “vittime” dei loro abusi sessuali. Sarebbe apprezzabile che i preti comprendessero la propria sessualità nel contesto della fedeltà al proprio impegno. Anche se un velo di segreto avvolge gli abusi sessuali, il prete si muove da una posizione di potere, poiché le relazioni tra uomini e donne sono segnate dalla disuguaglianza. Atteggiamenti culturali negativi rispetto alla sessualità delle donne hanno impedito di far luce su casi di abusi sessuali in Asia. Per affrontare tale problema, è giocoforza considerare il valore del celibato per il presbiterato, mostrando sensibilità nei confronti delle differenze culturali e della ricerca di soluzioni alternative. Il contesto tipicamente multireligioso dell’Asia mette le piccole comunità cristiane di base in una costante occasione di dialogo interreligioso. Lo chiamiamo il dialogo della vita, che in certe regioni avviene attraverso una testimonianza di condivisione di situazioni umane particolari. di povertà, hanno bisogno di essere sostenute nella rivendicazione del diritto ad un’esistenza dignitosa. Il contesto tipicamente multireligioso dell’Asia mette le piccole comunità cristiane di base in una costante occasione di dialogo interreligioso. Lo chiamiamo il dialogo della vita, che in certe regioni avviene attraverso una testimonianza di condivisione di situazioni umane particolari. Esso offre alle piccole comunità cristiane la possibilità di vivere in modo pacifico e armonioso con persone appartenenti ad altre confessioni religiose. LA CELEBRAZIONE DELL’EUCARISTIA NELLA COMUNITÀ La celebrazione dell’eucaristia altro non è che il farsi prossimo, divenendo pane spezzato e sangue versato perché gli altri abbiano vita in abbondanza. Come possono le comunità vivere l’eucaristia se non afferrano il nesso dell’eucaristia con la loro vita? Le donne agiscono efficacemente a livello comunitario, soprattutto perché vivono l’eucaristia come rinuncia a se stesse e condivisione della propria vita con le loro famiglie e comunità. Ma il loro modo di agire non è riconosciuto come un ministero. La riflessione delle donne sulla loro esistenza e ministero fa dir loro che celebrano l’eucaristia nella realtà quotidiana. Quando il prete dice “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, le donne avvertono che queste parole potrebbero essere pronunciate con dignità anche da donne e uomini incessantemente chiamati a sacrificare la propria vita per la famiglia e la comunità, in primis le donne. Perché dunque riservare queste parole ai preti? Se l’eucaristia è celebrata in maniera significativa, il celebrante è sfidato a vivere l’eucaristia nella vita comunitaria. Il ministro deve cioè essere parte integrante della vita di comunità poiché i ministeri nascono dalla vita e dai bisogni della medesima comunità. Nel nostro modo di vivere la fede, bisognerebbe accordare pari importanza alla coerenza tra celebrazione eucaristica e vita quotidiana. Solo così l’eucaristia diventa pane Il ministero deve integrare la vita di comunità poiché i ministeri nascono dalla vita e dai bisogni della medesima comunità Missione Oggi | gennaio 2009 23 dossier La leadership nelle piccole comunità cristiane S i dice spesso che i preti ostacolano il buon funzionamento dei ministeri nelle piccole comunità cristiane. Il modo con il quale i preti si rapportano coi leader laici lascia sovente a desiderare. Questi ultimi soffrono molto a causa del potere clericale pur essendo spesso più formati dei parroci. I rapporti di collaborazione con le donne sono altrettanto spesso resi difficili dagli atteggiamenti patriarcali dei preti. Le donne sono molto attive nella base, ma non arrivano ai livelli superiori di leadership nella Chiesa. Gen 1,27 ci dice tuttavia che maschio e femmina sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio e quindi condividono la stessa dignità. Cosa che la nostra Chiesa non è stata ancora in grado di attuare. Inoltre, soprattutto nei paesi del Sud, cultura e tradizione aggravano il problema dello status secondario della donna nella Chiesa e nella società. Per un efficace funzionamento dei ministeri laici nella comunità è giocoforza formare i preti a questo nuovo modo di fare Chiesa come “comunione di comunità”. La vita di molti preti non riflette l’immagine del Cristo nel cui nome operano e di cui rappresentano il sacrificio. La loro formazione dovrebbe mettere l’accento sul fatto che il ministero ordinato è un impegno totale a vivere l’eucaristia con una comunità del popolo di Dio. Poiché il loro lavoro è essenzialmente relazionale, i preti dovrebbero imparare a vivere e lavorare in armonia con la comunità. Per vivere la nostra fede come Chiesa secondo il modello di “comunione di comunità” è urgente formare ministri adeguati, altrimenti continueremo a vivere la Chiesa in un modo meccanico, inviso ai giovani di tutto il mondo 24 spezzato e vino versato “perché tutti abbiano vita e l’abbiano in abbondanza”. ALCUNE SFIDE PER LA CHIESA Nella crisi che la Chiesa oggi sta attraversando un po’ in tutto il mondo si constata, forse per un bisogno di sicurezza, una certa tendenza al ritorno a modelli ecclesiologici precedenti il Vaticano II. Ma la sicurezza che i modelli preconciliari di Chiesa offrivano si fondava piuttosto sull’esercizio del potere e sul controllo del sapere da parte della stessa Chiesa. Oggi il mondo, grazie alle comunicazioni istantanee e alla facilità di accesso al sapere, rifiuta un tale controllo e un tale potere. Ecco perché la Chiesa sta vivendo un rapporto difficile con i giovani, che avendo, grazie a internet, accesso al sapere, rifiutano ogni forma di controllo. Ciononostante, va detto in positivo che essi accettano di essere contestati e messi in discussione. Oggi la globalizzazione economica e l’ascesa sociale che essa offre assorbono l’attenzione della classe media e spingono quanti vi appartengo- Missione Oggi | gennaio 2009 no all’individualismo. Il problema dell’individualismo è una grave sfida del mondo contemporaneo. È più acuto in Europa e America del Nord poiché lì la comunità cristiana è più ricca. L’individualismo che si nota nei preti e nei ceti medi agiati costituisce un problema anche nelle parrocchie urbane in Asia, dove rappresenta un ostacolo al funzionamento delle piccole comunità cristiane, che funzionano meglio tra i poveri che tra il ceto medio. La vita cristiana continua ad essere più eloquente per i poveri e meno per i ricchi: Gesù non è forse venuto “ad annunciare ai pove- ri un lieto messaggio”? Il suo “discorso della montagna” non invita a essere “poveri in spirito”? Essere “poveri in spirito” fa parte necessariamente della vita di comunità e dovrebbe essere un elemento essenziale della spiritualità di comunione, anche se la povertà come tale non deve essere considerata un valore. Di conseguenza, la globalizzazione economica e i suoi effetti negativi sui poveri costituiscono una sfida che reclama la massima attenzione. La Chiesa deve diventare buona notizia e portare la salvezza integrale. Il nuovo modo di fare Chiesa come comunione di comunità offre alle persone la possibilità di assumere la responsabilità dell’evangelizzazione e dell’edificazione della Chiesa. Per vivere la nostra fede come Chiesa secondo il modello di “comunione di comunità” è urgente formare ministri adeguati, altrimenti continueremo a vivere la Chiesa in un modo meccanico, inviso ai giovani di tutto il mondo. I giovani vogliono genuinità. Tante persone cercano una sicurezza nei principi della loro fede, la troveranno in una fede vissuta essenzialmenVIRGINIA SALDANHA te in comunità. dossier Carlo Maria Martini Il celibato è un altro argomento Q ui si mettono in un unico calderone argomenti che hanno attinenza con la sessualità, ma che devono essere considerati separatamente. È terribile che si verifichino abusi sui bambini. Ancora più terribile quando vi sono coinvolti dei preti: persone che Carlo Maria Martini (intervistato da Georg Sporschill) Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede Mondatori, Milano 2008, pp. 99-10 devono insegnare ai bambini e tutelarli e invece ne abusano. Si tratta di lupi travestiti da agnelli, sono malati. È doloroso, eppure la Chiesa dovrebbe imparare a parlarne in modo più aperto e sincero. Il celibato è un altro argomento. Questo tipo di vita è oltremodo impegnativo e presuppone una profonda religiosità, una comunità valida e forti personalità, ma soprattutto la vocazione a non sposarsi. Forse non tutti gli uomini chiamati al sacerdozio possiedono questo carisma. Da noi la Chiesa dovrà escogitare qualcosa. Oggi a un parroco vengono affidate sempre più comunità, oppure le diocesi importano sacerdoti di culture straniere. Questa a lungo termine non può essere una soluzione. La possibilità di consacrare viri probati (uomini esperti, di provata fede e capacità relazionale) dovrà in ogni caso essere discussa. Al celibato viene spesso attribuita la responsabilità delle colpe dei sacerdoti, anche dell’abuso di minori, che negli ultimi anni è stato più volte segnalato. Missione Oggi | gennaio 2009 25 dossier Missionario è chi aiuta la comunità a capire che Dio opera in essa Rosemary Houghton vede nella nuova Chiesa emergente – oggi come ai suoi inizi – l’urgenza di un ministero itinerante votato all’insegnamento, che rinvigorisca e integri le capacità pastorali della Chiesa locale. Comprende la Chiesa come evento, non come luogo o società (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in Eugene Stockton è un prete della diocesi di Sidney, in Australia, esperto di Sacra Scrittura, che ha prestato servizio nelle comunità aborigene. 26 ella sua attività missionaria Paolo era sempre in movimento, di rado si fermava in un luogo per più di un anno e qualche volta soltanto per poche settimane. Ovunque passava creava subito una nuova Chiesa locale con una propria struttura e leadership, pronto ad andarsene in quattro e quattr’otto. Dopo avrebbe ripreso i contatti per lettera o con altre visite. Ma per lui era scontato che in tempi brevi ogni Chiesa locale dovesse provvedere autonomamente al proprio governo, al proprio sostentamento e alla diffusione del Vangelo. La ragione per modi così sbrigativi va trovata nel tratto distintivo delle Chiese paoline. A differenza di altre Chiese del Nuovo Testamento (quella giudeo-cristiana, quella giovannea), le fondazioni di Paolo erano apertamente carismatiche. Egli credeva davvero a ciò che insegnava, cioè che in ogni comunità si Missione Oggi | gennaio 2009 Quindi, come avviene soprattutto nell’esperienza dei cristiani del Terzo mondo, la Chiesa è vista come nascente dalla base (ecclesiogenesi delle comunità di base) non in conflitto con l’istituzione ecclesiastica, ma convertendola ad un nuovo modo di essere. L’attività missionaria è intesa nomade EUGENE STOCKTON N mezzo a loro”). Quando ci si raduna per fare Chiesa, bisogna distinguere a tre livelli ecclesiali: T quello della pre-Chiesa: un piccolo numero di persone che si incontrano per risolvere un bisogno nella preghiera, nello studio e nell’azione (come nella casa di Cornelio: At 10,12), aspettando e desiderando qualcosa che non conoscono; T quello della Chiesa emergente: un gruppo che matura una coscienza di Chiesa centrata su Gesù Cristo e lo che rende presente, considerandosi il suo corpo veramente risorto; T quello della Chiesa in missione: i credenti che annunciano la buona notizia di Gesù risorto; avendolo sperimentato, sentono il dovere di invitare altri a fare altrettanto. In ogni comunità si poteva avere fiducia che lo Spirito Santo avrebbe suscitato i doni ministeriali necessari e che era vitale per il bene della comunità che tali carismi fossero esercitati poteva avere fiducia che lo Spirito Santo avrebbe suscitato i doni ministeriali necessari e che era vitale per il bene della comunità che tali carismi fossero esercitati (cf. 1 Cor 12; Ef 4,1516). Riteneva fallimentare l’attività del missionario che riservasse a se stesso la leadership, senza permettere la nascita delle sue varie forme tra i neoconvertiti. Mentre il missionario è presente, è normale che un leader locale non eserciti il suo ministero. Ne deriva per l’apostolo una strategia missionaria per la Chiesa locale che equiparava l’importanza delle sue prolunga- Il posto più autentico di questo incontro non è una qualche grande assemblea. C’è un modello emergente di famiglie credenti, che ci riporta al tempo di Gesù: “Ad alcune di queste Gesù e i suoi amici si appoggiavano durante i loro viaggi e in questo loro appartarsi era possibile per i più intimi rimanere per porre domande e ascoltare ulteriori insegnamenti di Gesù”. In famiglie come queste anche Paolo e gli altri missionari “trascorrevano i loro brevi periodi di riposo e conversavano a lungo con i neoconvertiti, con la comunità che cresceva nella ministerialità, con quelli che erano impegnati nell’edificazione delle chiese locali già esistenti. I membri di queste chiese domestiche contagiavano i loro amici, li inserivano in comunità e poi li inviavano a loro volta in missione. La Chiesa non cresceva come una massa sempre più informe, ma come una moltiplicazione di piccole unità ‘personali’ di dimensioni adatte ad una rapida effettiva interazione ad ogni livello. Questo modello di ecclesiogenesi è te assenze a a quella delle sue brevi presenze. Negli ambienti ecclesiali si denuncia la “mancanza di vocazioni”, la “drastica diminuzione e l’invecchiamento dei preti”, e ci si chiede come soddisfare in futuro i crescenti e differenziati bisogni spirituali di un sempre maggior numero di fedeli. Non si tratta di una crisi della Chiesa come tale, ma di un certo modello di leadership e di ministero ecclesiale. L’unico modello che la maggioranza di noi conosce - il vescovo nella sua diocesi, il prete nella sua parrocchia - si è sviluppato come un riflesso ecclesiastico della riorganizzazione dell’amministrazione imperiale sotto Giustiniano e del sistema feudale dell’Europa medievale. La struttura ecclesiastica è durata di più del suo modello civile. L’insufficiente numero dei preti per “riempire” la struttura ecclesiastica è uno dei segni dei tempi che ci indicano una provocazione della Divina Provvidenza. Forse il modello ministeriale ha bisogno di una verifica. PRECEDENTI STORICI PER ALTRI MODELLI La storia della Chiesa mostra che i modelli di leadership sono cambiati molto lungo i secoli e nessuno sembra immutabile. Il primissimo, attestato nel Nuovo Testamento e nella Didaché, contemplava Chiese locali che godevano sia di una leadership residenziale (episcopoi, diaconi) sia di maestri itineranti (apostoli, profeti). In questo sistema si correva il pericolo che dossier più come un andare incontro al desiderio di poveri che già si riuniscono e meno come la proclamazione della Parola in un vuoto spirituale. Affinché la pre-Chiesa si riconosca come Chiesa, Houghton ritiene importante la presenza di un elemento catalizzatore in grado di inserirsi effettivamente nel contesto e di “aprire alla consapevolezza (dello Spirito), già presente in maniera inconsapevole”. Questi è il vero missionario, come Pietro nella casa di Cornelio o come i compagni di Gesù “inviati avanti a lui… dove stava per recarsi” (cf. Lc 10,1). È compito del messaggero non solo condurre l’individuo alla consapevolezza di Cristo, ma aiutare la comunità a diventare consapevole di se stessa come luogo in cui lo Spirito di Dio è all’opera. Quindi spetta ai membri della Chiesa locale formare, sostenere e nutrire quella Chiesa, ma un estraneo può essere capace di aiutare a discernere, assistere, correggere una nuova crescita e spargere nuovi semi”. evidente nella teologia della Chiesa, intesa come Corpo di Cristo pienamente presente in ogni comunità riunita. La ‘grande’ Chiesa non è la somma di queste comunità, ma la loro comune incorporazione a Cristo”. Questi messaggeri inviati alle famiglie credenti devono esercitare il loro servizio (in maniera temporanea o permanente) con dedizione totale, spirito di povertà, buona formazione teologica. Viene richiesto “un radicale distacco dai beni, disponibilità, nessun interesse personale e, infine (se fanno bene il loro lavoro) il sentirsi soltanto servi, poiché ciò a cui sono chiamati è predicare il Vangelo, vederlo ‘metter radici’ per poi andare altrove”. Per “sostenere lo stile di vita necessariamente vario e nomade, è essenziale una base di indiscussa vita di preghiera e il costante ricorso a Dio, per non correre il rischio della frammentazione, dell’eccentricità o del’unilateralità. Essi devono essere riconosciuti importanti per l’intera Chiesa”. vagabondi eterodossi si facessero passare per profeti, ma la Chiesa aveva già stabilito norme per salvaguardarsi (Didaché 11-13). Se l’organizzazione della Chiesa in generale copiò la struttura piramidale dell’impero romano, pure il monachesimo tendeva a distinguere tra leadership spirituale (carismatica) e autorità gerarchica (istituzionale). Yves Congar segnala esempi in Oriente e in Occidente. In Oriente dall’VIII secolo fino alla Russia del XX secolo, si dava il caso, che sopravvive ancora negli staretz, in cui un riverito monaco, raramente un prete, esercitasse un ministero di direzione spirituale e confessione in forma autonoma rispetto all’ordinaria struttura gerarchica. Analogamente, nella Chiesa celtica fino al XII secolo, la base della autorità era la santità più che lo status gerarchico: “Non c’era una struttura diocesana, cioè non c’erano territori specifici sotto l’autorità dei vescovi, ma un complesso di sfere di influenza spirituale. Un ‘santo’ aveva la propria sfera d’influenza in cui era in un certo senso il permanente signore spirituale di un dato luogo. Un territorio era associato a un santo uomo e alla fine c’era un raggruppamento con al centro un monastero e la giurisdizione apparteneva all’abate che era spesso, ma non necessariamente, inserito nell’ordine episcopale. Qualche volta, come nel Kildare, la giurisdizione era nelle mani di una badessa. L’autorità era attribuita all’uomo di Dio e non a un particolare grado nella La storia della Chiesa mostra che i modelli di leadership sono cambiati molto lungo i secoli e nessuno sembra immutabile Missione Oggi | gennaio 2009 27 dossier Muoversi con gli aborigeni I l Congresso eucaristico di Melbourne nel 1973 riunì molti aborigeni cattolici e operatori pastorali bianchi. Uno dei gruppi di studio affrontò l’inadeguatezza della missione classica o del tradizionale ministero parrocchiale a soddisfare gli speciali bisogni spirituali della maggioranza degli aborigeni e propose un ministero presbiterale itinerante, accompagnato da un team co-ordinato per servire una regione o uno Stato. Ogni comunità locale avrebbe dovuto avere un leader spirituale aborigeno (stipendiato dalla Chiesa) per essere il punto di riferimento spirituale durante l’anno, col quale e sotto l’autorità del quale un missionario itinerante avrebbe lavorato per periodi limitati. Nel 1974 si suggerì di realizzare questa proposta lungo il fiume Darling, con un prete che si muovesse in bicicletta tra le cinque principali comunità (2346 cattolici). Nel 1975 l’idea di un ministro itinerante fu rilanciata nel Rapporto Deakin e poi in un incontro a Sidney nel 1976, che affermava nel suo documento ai vescovi del Nuovo Galles del Sud: “Lo scopo principale del lavoro della Chiesa con gli aborigeni è assicurare che ogni persona, famiglia e comunità aborigena si senta singolarmente conosciuta e amata dalla Chiesa”. E sottolineava: “Per essere sensibili ai bisogni degli aborigeni e incontrarli è necessario che gli individui e/o i team siano mobili e flessibili dal punto di vista pastorale. La struttura del ministero pastorale della Chiesa per gli aborigeni deve essere adattata per seguire i modi mobili e flessibili di movimento e residenza degli aborigeni, basati come sono sulla localizzazione di vari legami di parentela ovunque nello Stato”. Le comunità di villaggio in alcune Chiese ortodosse offrono un modello che rispetta il principio della leadership locale e riconosce l’occasionale necessità di competenza teologica 28 gerarchia sacerdotale”. Si dice che il vescovo locale potesse essere un monaco ordinario, egli stesso soggetto a un abate o a una badessa. Le comunità di villaggio in alcune Chiese ortodosse offrono un modello che rispetta il principio della leadership locale e riconosce l’occasionale necessità di competenza teologica. Quando il vecchio papas muore, la gente del villaggio elegge il proprio nuovo pastore e lo manda in Seminario per una formazione di pochi mesi. Egli torna con l’enorme vantaggio di stretti legami con la sua gente e con una formazione sufficiente per celebrare la liturgia e soddisfare i bisogni pastorali ordinari degli abitanti del villaggio. In prossimità delle grandi feste, il più esperto “prete teologo” gira nel paese per ascoltare le confessioni. Missione Oggi | gennaio 2009 PROPOSTE ALTERNATIVE PER UNA MISSIONE ABORIGENA Fratel Cletus Read proponeva di incoraggiare gli aborigeni a fondare una Chiesa autoctona. I missionari avrebbero dovuto fare un passo indietro e consentire l’emergere di un ministero e di una leadership aborigeni. Se frenassimo questo sviluppo ministeriale, staremmo negando il loro diritto di giungere alla piena maturità ecclesiale. Tuttavia (Fratel Cletus) immagina per il missionario bianco un ruolo complementare, come cappellano delle piccole e distanti comunità dell’Australia centrale, in aiuto agli aborigeni che si sono formati al ministero. La Chiesa cattolica non ha alcun ministro aborigeno all’infuori del diacono e alcun piano per la formazione di un clero aborigeno. Se la Chiesa non sviluppa in nessuna comunità la gamma della leadership (ministerialità) spirituale con persone del posto (ignorando così i carismi dello Spirito Santo presenti in loco), deve ammettere la propria incapacità di servire in modo pieno i bisogni spirituali di quella comunità. Gli ostacoli non detti sono probabilmente i requisiti del celibato e di uno standard accademico di formazione teologica analoghi al resto dell’Australia. Tuttavia, poiché un prete aborigeno dovrebbe essere formato per esercitare il ministero nella sua comunità (tradizionale) i suoi requisiti accademici e spirituali potrebbero essere assai differenti da quelli di un parroco di un sobborgo di Darwin; inoltre i bisogni occasionali che vanno oltre le sue competenze potrebbero essere soddisfatti da un missionario itinerante, prevedendo una leadership spirituale in un senso non gerarchico. In questo caso non ci sarebbe bisogno di dargli un’etichetta come diacono, catechista o accolito, ma gli si potrebbe permettere di sviluppare il proprio carisma secondo le linee tradizionali. Non c’è nulla che possa impedire a un prete di esercitare il potere degli ordini sotto una tale autorità (aborigena). Qualunque forma sia adottata da una Chiesa locale e da una leadership spirituale locale, se gli aborigeni lo desiderassero, ci sarebbe ancora un posto per il ministro bianco in un ruolo di supporto. Sarebbe necessario che il suo atteggiamento, a differenza del passato, fosse di basso profilo, discreto e sottomesso alla nuova autorità. Ciò potrebbe essere meglio rappresentato da un ministero itinerante, le cui assenze eliminerebbero ogni impressione di una nuova e sottile forma di dominio bianco. EUGENE STOCKTON dossier L’eucarestia celebrata dai laici? INTERVISTA A P. ANDRÉ LASCARIS Come è nato questo documento? Il centro della vita della Chiesa cattolica è la celebrazione eucaristica, ma in Olanda cala il numero dei preti. Sempre più parrocchie ne sono prive e in molte città è divenuto difficile trovare una chiesa in cui si celebri la messa domenicale. Il Capitolo dei domenicani olandesi del 2005 decise perciò di istituire “una commissione o gruppo di esperti, con l’incarico di studiare gli aspetti teologici della questione della presidenza eucaristica: se dipende dal ministero di uomini ordinati oppure dalla comunità ecclesiale o dai pastori da essa nominati a presiedere l’eucaristia. Tale studio dovrebbe sfociare in un documento che indichi una direzione che i domenicani vorrebbero offrire alla Chiesa d’Olanda, soprattutto alle parrocchie e ai centri di fede e spiritualità, con lo scopo precipuo di creare un dialogo aperto a cui possano partecipare tutte le parti interessate. La commissione dovrebbe inoltre pensare a una strategia per facilitare tale dialogo aperto”. Così è stata formata una commissione di quattro frati: uno impegnato in parrocchia, un altro in contatto con una congregazione ecumenica e due teologi. Essi hanno visitato numerose parrocchie per vedere come la gente riflette su eucaristia e ministero ordinato, quale realtà deve affrontare nell’attività parrocchiale e come vede il futuro. Alla fine hanno steso un opuscolo, inviato a tutte le parrocchie nell’agosto del 2007. Esso è un “grido del cuore”, che attende di essere ascoltato così da promuovere un dialogo nella Chiesa su come dedicarci alla salvezza del popolo e avere un futuro come Chiesa. Che situazione emerge dal documento? Le autorità ecclesiastiche seguono il principio per cui solo un prete ordinato può presiedere l’eucaristia, dispensare l’unzione degli infermi e tenere omelie. Tuttavia tale posizione non André Lascaris, domenicano olandese, dal 1973 al 1992 si è dedicato alle iniziative per la pace nell’Irlanda del Nord. È teologo al Dominican Study Centre for Theology and Society di Nijmegen. Nel 2007 è stato tra gli autori del discusso documento “Chiesa e ministero. Verso una Chiesa con un futuro”. Missione Oggi | gennaio 2009 29 dossier Sebbene si affermi che essa è il centro della liturgia della Chiesa, celebrarla è, nei fatti, reso dipendente dalla persona che la presiede, il che perciò rende l’ordinazione il sacramento più importante 30 pare condivisa da una parte, probabilmente maggioritaria, dei presbiteri, operatori pastorali e laici. I vescovi cercano di affrontare la diminuzione dei preti importandone dall’estero o accorpando le parrocchie, ma così scompare il senso di comunità. Inoltre molti obiettano che così la gerarchia conserva la forma clericale del presbiterato al di sopra e a scapito del diritto delle comunità ecclesiali all’eucaristia. Sebbene si affermi che essa è il centro della liturgia della Chiesa, celebrarla è, nei fatti, reso dipendente dalla persona che la presiede, il che perciò rende l’ordinazione il sacramento più importante. Che cosa sperano, quindi, le parrocchie? Che uomini e donne siano scelti dalla comunità per presiedere l’eucaristia e tale scelta sia seguita da una confermazione o benedizione o ordinazione da parte della gerarchia. Ritengono questa confermazione o ordinazione importantissima per questo ministero. Quindi vorrebbero un rito in cui la comunità presenta i candidati e il vescovo li benedice e conferma sulla base della tradizione apostolica. Non si può dire che queste comunità non vedano l’importanza dell’autorità della Chiesa e della tradizione apostolica. Anzi, vogliono rimettere l’autorità al posto che ha nella tradizione e, di conseguenza, tributarle un rispetto maggiore di quanto ne riceva oggi. Come si affronta sul piano teologico il rapporto tra Chiesa, eucaristia e ministero? Il Vaticano II ha affermato un modello di Chiesa meno rigidamente gerarchico, più organico e orientato verso la comunità. Questo cambiamento apre anche uno spazio a una diversa concezione della funzione di guida nella comunità. Nei primi tempi della Chiesa, la nomina di tale ministro, in molte comunità, non richiedeva un’ordinazione intesa come “consacrazione”, ma nel senso di dare un posto, o “ordine”, tra le varie funzioni di un corpo. Il leader di una comunità non veniva trasferito in un altro ordine di “essere”, ma nominato e accettato dalla comunità per una specifica funzione. Un tale ministro, come Paolo, poteva esercitare una professione al di fuori della Chiesa. Né un determinato gruppo era escluso preventivamente perché ritenuto impuro o troppo mondano: Pietro era sposato e c’erano “diaconesse”. Dal XVII secolo il sacerdozio di Gesù non fu più basato sulla sua umanità, ma sulla sua divinità. Quindi i preti partecipano al potere divino e a loro non è più assegnata una funzione (ordinazione) dalla comunità per mantenere e perpetuare la sequela di Gesù, Missione Oggi | gennaio 2009 ma sono “consacrati” dal vescovo per poter celebrare l’eucaristia. Secondo questa concezione gerarchica della Chiesa e del ministero, che ancora predomina, il prete funge da “cardine” nella mediazione della grazia: il ministro ordinato definisce la Chiesa, che in sua assenza non può funzionare. Nel modello “organico” di Chiesa, invece, la comunità di fede decide quali tipi di ministeri sono necessari qui e ora. Finché prevarrà il modello “piramidale”, non ci sarà spazio per “operatori pastorali”, per paura che, accanto ai “preti validamente ordinati”, possa sorgere un “clero parallelo”. L’interpretazione dell’Eucaristia di molti cattolici olandesi differisce da quella di Roma? Il nostro sottolineare che si tratta di un banchetto rituale comunitario fa problema alle autorità ecclesiastiche. La loro preferenza per l’interpretazione sacrificale è collegata all’enfasi unilaterale sul carattere “verticale” dell’eucaristia: tutto ciò che è “buono” discende, per gradi diversi, dall’alto verso il basso, in questo caso attraverso il prete, che è un rappresentante di Gesù, fino ai fedeli. Questi rispondono a questo movimento discendente con uno ascendente, che procede anch’esso per gradi – attraverso il prete – ed è chiamato “sacrificio”. La scelta di questa immagine semplifica la difesa di una concezione del ministero in cui la leadership della comunità è chiamata “servizio”, ma coloro che lo svolgono sono, nei fatti, posti sempre su un gradino più alto degli altri fedeli e così esercitano un controllo su di essi. L’eucaristia dipende dalla persona che la presiede. Per noi l’eucaristia è una condivisione di pane e vino tra fratelli e sorelle, al cui centro c’è Gesù. La funzione di leadership è molto importante per ogni comunità, perché è uno dei canali attraverso il quale vi si mantiene viva la narrazione di Gesù. Quindi la comunità dei fedeli ha diritto di essere assistita da funzionari che la aiutino ad andare avanti, ne assicurino l’ispirazione e, come testimoni del Vangelo, possano identificarvisi. Al contempo ha il diritto di celebrare l’Eucaristia come sacramento di solidarietà e unione con Gesù e con gli altri. Per il Vaticano II l’ordine è chiaro: Chiesa come corpo di Cristo e popolo di Dio, gerarchia orientata al servizio del popolo, eucaristia che ci trasforma nel corpo di Cristo e ci rende un solo popolo, ministero (presbiterato) come un servizio al popolo di Dio. A quali conclusioni arriva “chiesa e ministero” e quali soluzioni suggerisce? dossier Quando manca il prete I n molte parrocchie la celebrazione dell’eucaristia, presieduta da un prete che consacra pane e vino, è spesso sostituita da un “Servizio della Parola di Dio e della comunione”, guidato da un laico, in cui, dopo la liturgia della Parola, si elevano alcune preghiere e si distribuiscono ostie consacrate altrove. Nei Paesi Bassi il numero di celebrazioni dell’eucaristia domenicale è sceso da 2.200 a 1.900 tra il 2002 e il 2004, mentre quello dei “Servizi della Parola e della comunione” è salito da 550 a 630. La differenza tra queste due forme di liturgia viene annunciata all’inizio del rito, così da permettere al fedele di scegliere se partecipare o meno. Gran parte della gente non vede la diversità - perciò i vescovi sono contrari ai “Servizi della Parola e della comunione” - e chiama tutte quelle celebrazioni “Messa”. Per questo, ma principalmente per obiezioni di principio, molte comunità non usano più distinguerle. A volte si utilizzano termini tipo “celebrazione domenicale”, lasciando indefinito se debba essere un ministro ordinato a presiedere, o “servizio di emergenza” nel caso manchi il prete. Si cerca un equilibrio al limite di quanto prevede la dottrina ufficiale, a volte oltrepassando i confini per superare il problema. Le parrocchie sono d’accordo nel richiedere che i laici possano presiedere le celebrazioni comunitarie. In molti casi questi seguono corsi specifici per prepararsi a questa funzione. A volte è previsto un periodo di prova. È convinzione generale che una persona non possa essere assegnata a tale servizio senza un’adeguata selezione, che questa sia responsabilità dell’intera comunità parrocchiale e che la funzione di presiedere la celebrazione non debba essere solo confermata dalla comunità, ma da essa preventivamente legittimata. In molti casi le parrocchie ritengono che tale funzione abbia origine “dal basso”, il ministro debba essere nominato dalla comunità stessa e possa essere maschio o femmina. Il cuore del documento sta nell’idea che la comunità locale elegge il proprio leader e dopo le dovute consultazioni questi dovrebbe essere ordinato dal vescovo diocesano che rappresenta la Chiesa universale. O il vescovo presenta qualcuno come leader alla comunità e lo ordina (o, forse, in futuro “la”). Sulla base della precedenza del “popolo di Dio” rispetto alla gerarchia ci si potrebbe aspettare che il vescovo confermi questa scelta per mezzo dell’imposizione delle mani. Se rifiuta tale “ordinazione” sulla base di argomenti che non toccano l’essenza dell’eucaristia, quali il celibato obbligatorio, le parrocchie si troverebbero nella situazione della primissima Chiesa, che non aveva ancora i vescovi, ma potrebbero celebrare una reale eucaristia quando si riuniscono in preghiera e condividono pane e vino. Questa però è chiaramente una situazione di rottura che dovremmo assolutamente evitare. Quali reazioni ha suscitato il documento e quali sono state le obiezioni mossegli? Molte persone hanno reagito positivamente. Le autorità ecclesiastiche no, concentrandosi sull’idea che una persona non ordinata possa celebrare l’eucaristia. Temono di perdere potere e ripetono una teologia tradizionale del presbiterato in cui il prete ha una relazione speciale con Dio e rappresenta Cristo e la Chiesa. Egli agisce “in persona Christi” come capo della Chiesa. A me pare che il leader della comunità (il prete) sia prima di tutto un servitore della Chiesa, che è il corpo di Cristo e il popolo di Dio. Ciò non implica che egli debba fare tutto quanto la comunità vuole da lui; a volte deve contrapporsi a essa a motivo del Vangelo. Ma anche quando rappresenta Cristo come capo della Chiesa, ciò non significa che Cristo risorto non sia più la stessa persona che lavò i piedi ai discepoli. Il suo essere capo del corpo significa servizio, non dominio. Un prete (un vescovo, un papa) dovrebbe indossare un grembiule piuttosto che una ricca casula. I vescovi olandesi scrivono che il celibato è un carisma positivo, un arricchimento, e cambiare una legge non risolverebbe la crisi nella Chiesa, visto che sono in crisi anche la vita familiare e matrimoniale. Comunque mi pare che il celibato obbligatorio (un carisma può essere un dovere?) promuova la formazione di un gruppo clericale piuttosto chiuso. Il clericalismo è un disastro per la Chiesa. Chiesa come corpo di Cristo e popolo di Dio, gerarchia orientata al servizio del popolo, eucaristia che ci trasforma nel corpo di Cristo e ci rende un solo popolo, ministero (presbiterato) come un servizio al popolo di Dio Missione Oggi | gennaio 2009 31 dossier La critica di un famoso ecclesiologo I l celebre teologo domenicano, chiamato dal Maestro Generale dell’Ordine a fare una “lettura ecclesiologica” del documento dei confratelli domenicani olandesi, lo definisce “una riflessione insufficientemente critica” perché: a) squalifica a priori una parte degli interlocutori interessati, rendendo difficile il dialogo che si propone di fare con tutte le articolazioni della Chiesa; b) si limita a rovesciare il problema in questione, senza aiutare a risolverlo; c) valorizza sistematicamente, con poco realismo, le virtù della base della Chiesa, attribuendo tutti i vizi alla cupola; d) mette insieme questioni troppo diverse con l’effetto prevedibile di non rispondere a nessuna. Inoltre, aggiunge Legrand, i criteri dottrinali proposti non sono in grado di giustificare le iniziative che il documento raccomanda alle parrocchie 32 Missione Oggi | gennaio 2009 olandesi. Infatti certe affermazioni sono teologicamente molto fragili. Il documento non riesce a dimostrare la sua affermazione centrale, secondo la quale la tradizione, il Vaticano II e l’attuale ricerca teologica giustificherebbero l’autenticità di una eucaristia celebrata da cristiani scelti dai parrocchiani ma non ordinati dal vescovo. Se la partecipazione dei parrocchiani all’elezione dei ministri ordinati è teologicamente legittima, la celebrazione dell’eucaristia da parte di un cristiano non ordinato è contraria alla dottrina cattolica e innescherebbe un comportamento scismatico. Hervé Legrand, teologo domenicano, professore emerito all’Institut Catholique de Paris MISSIONE OGGI - N. 1/2009 - CSAM - VIA PIAMARTA 9 - 25121 BRESCIA - [email protected] Hervè Legrand Il Vaticano II un concilio missionario FRANCO SOTTOCORNOLA Il Concilio Vaticano II costituisce certamente il più importante evento nella storia della Chiesa del secolo scorso e, forse, degli ultimi quattro secoli. P apa Giovanni Paolo II, che al Concilio aveva partecipato attivamente, lo additò alla Chiesa tutta come la bussola sicura con cui orientare il cammino all’inizio del terzo millennio della sua storia (cf. Novo millennio ineunte 57). Il processo della sua comprensione ed attuazione è, però, tuttora in corso e tutt’altro che concluso. La storiografia del Vaticano II è già immensa, eppure una serena e, per quanto possibile, obbiettiva valutazione globale degli eventi che lo hanno costituito, del suo messaggio, del suo significato nella vita della Chie- concilio e missione P. Franco Sottocornola, missionario saveriano, di Bergamo, è fondatore e direttore del Centro di spiritualità e dialogo interreligioso Shinmeizan a Tamana-gun (Kumamoto, Giappone), nonché consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso sa e nella storia del mondo, sembra ancora difficile. Anche la monumentale storia del Concilio Vaticano II diretta da Alberigo non sfugge alla critica di una lettura di parte degli eventi conciliari. Come risaputo, la discussione verte soprattutto sull’interpretazione di fondo degli eventi del Concilio: la sua continuità o discontinuità con la precedente tradizione; e il valore prevalente da attribuirsi ai testi del Concilio o al Concilio stesso come evento storico nella vita della Chiesa. Ovviamente occorre ammettere sia continuità che discontinuità, valorizzare sia i testi che l’evento in sé stesso. Ma, ciò ammesso, si tratta poi sempre di dosaggio, di accentuazione dell’uno o dell’altro elemento, nel cogliere il senso e il “pensiero” del Concilio. DIFFICOLTÀ INIZIALI Sono note le difficoltà iniziali del Concilio, dovute all’inedita molteplicità delle culture di origine dei Padri, alla distanza di quasi un secolo dal precedente (il Vaticano I) e, infine, alla enorme complessità della situazione ecclesiale e mondiale con cui il Vaticano II era chiamato a confrontarsi. Giovanni XXIII lo aveva coraggiosamente convocato, agendo sulla scia degli atti preparatori per la convocazione di un Concilio già avviati da Pio XII, e, senza dubbio, in risposta ad un impulso dello Spirito Santo che egli assecondò docilmente. Ma i lavori di preparazione immediata, affidati ad una commissione che rappresentava prevalentemente gli indirizzi e le preoccupazioni degli organismi centrali della Chiesa, si concretizzarono nella stesura di numerosi documenti non bene armonizzati tra loro e, soprattutto, non sufficientemente espressivi delle prevalenti preoccupazioni e dell’orientamento della maggioranza dei vescovi. Da qui la comprensibile sensazione di smarrimento e di disagio che accompagnò la prima sessione (11 ottobre 1962 – 8 dicembre 1962). L’AZIONE DETERMINANTE DI PAOLO VI Fu in questo contesto che anche Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, cercò di dare il suo contributo suggerendo un’analisi della situazione della Chiesa e del mondo, individuando le questioni centrali, proponendo piste di orientamento per la riflessione dei Padri e prospettive per una risposta ad esse. Divenuto Papa nel periodo tra la prima e la seconda sessione del Concilio (il 9 maggio 1963), fu suo compito confermarne la continuazione, ma soprattutto guidarne la conduzione, cercando di mediare tra le diverse correnti, di sostenere le ricerche e di convogliare gli sforzi di tutti verso la Missione Oggi | gennaio 2009 33 concilio e missione Il Concilio è così riuscito a cogliere il punto centrale della questione su cui era chiamato a riflettere: il mistero della Chiesa, la sua natura e la sua missione. Questo insegnamento verrà proposto nella Costituzione sulla Chiesa, e tutti gli altri documenti verranno così pensati e scritti in relazione a questo. La Chiesa stessa viene compresa come “sacramento”, ossia segno e mezzo dell’unità, in Cristo, di tutto il genere umano. La Chiesa dunque – questa è la grande e importante novità – viene concepita come dinamicamente protesa verso l’umanità, in funzione di essa, aperta ad essa in un colloquio, nel quale si percepisce come strumento del dialogo stesso di Dio con l’umanità tutta. La sintesi dell’insegnamento del Vaticano II sembra corrispondere chiaramente alla struttura e al contenuto dell’Ecclesiam suam, oppure questa può essere letta come la migliore guida alla comprensione di quello. Entrambi riflettono sul mistero della Chiesa e la vedono come essenzialmente 34 Missione Oggi | gennaio 2009 MO AL CUORE DEL CONCILIO ta solo nella sua dimensione antropologica, come un semplice andare al mondo, convivere con l’umanità, comprendendone e condividendone i problemi, le sofferenze e le attese. Ma dimenticandone, troppo spesso, la componente teologica: ossia, che il fine di questo “andare al mondo”, è quello di rivelargli le attese di Dio stesso, la sua proposta di salvezza. La missione della Chiesa nel mondo, la ragione ultima del suo essere con e per gli uomini, è di annunciare loro la buona novella del Vangelo di Gesù, liberare dal male che è il peccato, ossia il rifiuto di, e la separazione da, Dio, e condurre l’umani- MO più amplia convergenza possibile delle menti e dei cuori così da ottenere una effettiva unanimità di consensi. I risultati delle votazioni, quasi unanimi, devono molto a questa sua opera di saggia e paziente mediazione. Paolo VI richiamò la centralità del tema ecclesiologico nel discorso di apertura della seconda sessione (29 settembre-4 dicembre 1963), nel quale delinea chiaramente il volto di una Chiesa non solo aperta, ma protesa in gesto di amore, l’amore di Cristo, verso il mondo. Questa concezione della Chiesa vista come “rivolta al mondo”, in dialogo con esso, verrà poi ripresa magistralmente nella prima lettera enciclica (Ecclesiam suam, del 6 agosto 1964), nella quale il dialogo della Chiesa con l’umanità viene articolato in tre cerchi che vanno gradatamente allargandosi: i fratelli cristiani non in piena comunione con la Chiesa Cattolica, i seguaci di altre religioni, quanti negano l’esistenza di Dio e si oppongono alla Chiesa. Questa visione ritorna ad essere il tema dominante del discorso di apertura dell’ultima sessione (14 settembre 1965) dove il Concilio viene visto come un “atto di amore solenne per l’umanità”, e, soprattutto, nel discorso di chiusura (7 dicembre 1965) dove viene proclamata la “fiducia nell’uomo” e la volontà da parte della Chiesa di un “dialogo con il mondo”. originata dall’estasi trinitaria per cui il Padre eternamente esiste per il Figlio ed il Figlio per il Padre, e questo mutuo essere l’uno per l’altro è la loro stessa vita, il loro Spirito: lo Spirito Santo. Questo eterno “essere per l’altro”, che è amore, ha portato Dio a farsi uomo, e questo auto-donarsi amoroso continua attraverso la storia in coloro che si lasciano guidare dallo Spirito e, quindi, sono figli di Dio (cf. Rm 8,14). Nel mistero della Chiesa questo diventare figli, famiglia, di Dio viene vissuto in modo umano, storico, sociale, come conviene alla natura umana. Si attua così “il disegno nascosto da secoli in Dio ed ora rivelato ai santi”, di riunire tutti i popoli e riconciliarli tra di loro nella Chiesa di Cristo (cf. Ef 3). Condividere con l’umanità intera la conoscenza e l’esperienza della salvezza, la vita nuova e la gioia nuova ricevute da Dio Padre in Cristo Gesù per mezzo dello Spirito è alla radice stessa dell’esistenza e della natura profonda della Chiesa. Purtroppo, un’interpretazione insufficiente e superficiale di questa missione della Chiesa, proposta dal Concilio, è stata spesso col- tà intera al Padre. Consapevole di questo pericolo di insufficiente comprensione del vero spirito del Concilio, Paolo VI, nel suo memorabile discorso di chiusura, fece questa solenne perorazione: “E allora questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (S. Agostino, Soliloqui 1, 1,3). Così noi speriamo al termine di questo Concilio Ecumenico Vaticano II e all’inizio del rinnovamento umano e religioso, ch’esso s’è prefisso di studiare e di promuovere; (…) così speriamo per l’umanità intera, che qui abbiamo imparato ad amare di più e a meglio servire”. Dimenticare o trascurare la dimensione propriamente teologica della missione della Chiesa, come il Concilio chiaramente e inequivocabilmente la propone, è misconoscerne la vera natura, tradirne gli intenti e deluderne la grande speranza. FRANCO SOTTOCORNOLA missione donna il femminile della missione PORTANDO GERLE DI SABBIA TERESINA CAFFI L’ espressione “missione al femminile” ha senso se si pensa che esista anche una “missione al maschile”. Quest’ultima espressione non indica però un’attuazione speciale di un contesto universale rappresentato dalla missione fatta dall’uomo. La missione, come ogni realtà umana, esiste allo stesso tempo in modalità femminile e maschile. Noi donne, e penso anche gli uomini, siamo portate a vivere per noi stesse. Incontrando Cristo, veniamo trasformati da lui, passando da una vita per noi stessi a una vita per Cristo, come dice Paolo (2 Cor 5,14-15). Per un cristiano, è rischioso parlare di sé, perché la sua necessaria, convinta, dichiarata premessa dev’essere quella per cui, se qualcosa di buono è accaduto nella sua vita, la firma è di un Altro! E poiché l’assimilazione a Cristo è, in questo mondo, sempre parziale, e la vecchia creatura occupa ancora abbondante spazio, bisogna chiarire che quell’amore al femminile di cui parliamo è pieno di limiti: un carattere spigoloso, egoismo, lentezze… tutto ciò insomma che Cristo non ha ancora risanato. Credo che la missione al femminile condotta nell’angolo d’Africa dove ho vissuto e che frequento (la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo) possa essere descritta secondo alcune caratteristiche particolari. ALCUNE CARATTERISTICHE PARTICOLARI Misericordia nel dettaglio Una prima caratteristica è quella della misericordia nel dettaglio della vita. Noi donne siamo in genere refrattarie a discorsi di ampio respiro, politici, economici, sociali; li ascoltiamo, ma poi il vasto orizzonte scompare e ci troviamo più a nostro agio nel microcosmo della vita quotidiana, nell’incontro con le singole persone e con le loro personali situazioni: con Mapendo abbandonata dal marito, con Furaha che prende il veleno perché tradita dal fidanzato, con Riziki che ha partorito due gemelli e non sa come mantenerli, con Venantie vittima dell’AIDS a causa del marito, con il soldato John che s’ammala lontano da casa e vorrebbe tanto tornare a morire fra i suoi... Missionaria di Maria (saveriana), ha ottenuto la licenza in Teologia biblica presso la Gregoriana di Roma e da più di dieci anni lavora in RDCongo. La sua ultima pubblicazione: “In cammino con il Vangelo. Icone della missione”, EMI, Bologna 2008. Missione Oggi | gennaio 2009 35 missione donna È vero, si parla di colpo di stato, è ripresa la guerra, sono in corso trattative con la Cina... ma alla fine sono questioni troppo grandi o troppo incorporee per noi donne. Nel quotidiano c’è la mamma che partorisce, il ferito da curare, il bambino malato che stenta a riprendersi, anche il morto che nessuno viene a seppellire. Follia. In missione, l’amore al femminile mi pare caratterizzato anche da una certa follia, che consiste nel soccorrere i deboli, con tutto il tempo, la fatica, le spese necessarie, mentre la guerra uccide le persone a migliaia. Follia è ignorare il quadro generale, le notizie politiche, militari... e continuare a occuparsi di piccole cose, mentre tutto sembra essere messo in questione. Come se all’annunciato arrivo di un uragano, si continuasse a spolverare in casa e a rac- Imparare l’amore è vedere, in questi anni di guerra, le donne andare nei campi a rischio d’esservi stuprate, per nutrire la famiglia. E vederle portare l’umiliazione subita, in silenzio per non essere respinte cogliere le foglie in giardino. Nell’ottobre 2008, quando la città di Bukavu rischiava d’essere presa di nuovo dalle truppe del generale ribelle che l’aveva messa a soqquadro nel 2004, le sorelle residenti in quella zona chiedevano se era possibile sostituire la statua della Madonna in giardino con un’altra fatta da uno scultore locale... Se andate nelle nostre case in Congo, vedrete sulle porte che danno sull’esterno immaginette di San Michele arcangelo che sconfigge il drago, o dei fondatori della nostra congregazione. Nei frequenti attacchi a mano armata degli scorsi anni, questa era la sola difesa predisposta, insieme a qualche spranga per chiudere meglio, e non su tutte le porte… e nessun’arma. Un pizzico di follia anche questa. Come quando Lucia fu assalita sulla soglia di casa dai militari che minacciavano di ucciderla e li “disarmò” quando chiese di potere prima pregare e si fece un ampio segno della croce. Incarnazione.Un altro tratto della missione al femminile è l’incarnazione. Ci siamo riconciliate con la modalità “corporale” di annunciare il Vangelo. Curare i malati, accogliere i poveri, insegnare a leggere e a scrivere ed altre abilità, soprattutto alle donne, è il modo normale con cui diverse tra noi annunciano il Vangelo. Esercitiamo serenamente il nostro ministero dentro la vita, curando, ascoltando, facendo nascere, accompagnando nel morire, insegnando, nutrendo un bimbo e dicendo la Parola nel cuore delle situazioni. Siamo convinte che l’annuncio del Vangelo passi anche dalla carne, dalla mente, dal cuore di chi incontriamo. Attenzione all’umano. Un aspetto particolare della missione al femminile è l’attenzione alla totalità della persona, in particolare nelle relazioni fraterne. Credo che le donne intuiscano che stanchezze, tensioni, atmosfere, vengano guarite, temperate, curate non grazie ai consigli, ma con qualche carezza e segno d’umanità: un buon cibo, magari una torta, una piccola sorpresa. Universalità. La missione al femminile, proprio perché attenta al bisogno e non alle idee, ha forse più facilmente il carattere dell’universalità: curi l’oppresso, ma viene il giorno in cui anche il soldato prepotente bussa al dispensario per una ferita, una malattia o per la moglie che deve partorire. E nel soccorrerlo senza esitazione, qualche nostra parola lo fa 36 Missione Oggi | gennaio 2009 missione donna Le “solidarietà lunghe” di don Tonino Bello «(Mi) impegno contro tutto ciò che favorisce la disgregazione: l’egoismo, l’accaparramento dei beni che esclude tanta gente dal banchetto della vita, la violenza, l’uso della forza, il ricorso alle armi, il crescente sviluppo dell’apparato bellico, la progressiva militarizzazione del territorio, il commercio clandestino e palese delle armi cui si legano i fenomeni della droga e della mafia. Ecco: sono queste le linee su cui dobbiamo esprimere le nostre solidarietà “lunghe” col mondo, anche quando il mondo ci contrasta. Gli altri gesti quotidiani, quelli cioè che come volontari o come obiettori esprimete per assicurare ai diseredati un po’ di minestra, o un abito per coprirsi, o un letto per dormire, costituiscono quelle solidarietà “corte” che pure dobbiamo mettere in atto se vogliamo che il Signore un giorno ci riconosca come suoi amici». (Antonio Bello, Affliggere i consolati, La Meridiana, Molfetta 1997, pp. 69ss) anni della missione. Perché non siamo più come quando arrivammo, così come una donna non è più la stessa dopo la maternità. pensare, o, forse, è il semplice fatto di soffrire e di essere soccorso. Oltre l’immediato. Ci sono poi quelle che don Tonino bello chiamava le “solidarietà lunghe”: sollevare lo sguardo dal quotidiano per chiedersi: dove stiamo andando? Serve davvero? Constatare che ospitare la mattina mamme con i figli malnutriti per dar loro cibo le rende inattive e chiedersi: che percorsi fare? Partecipare all’impresa di portare acqua potabile nel villaggio e verificare che, da quando essa è accessibile, il dispensario diventa meno affollato e le donne sono meno affaticate. Solidarietà lunga è preparare collaboratori sperando che prima o poi siano in grado di sostituirci. È guardare lontano, agli enormi spazi ove la popolazione è senza assistenza adeguata e sognare di poterla un giorno fornire, a dispetto della data di nascita indicata sulla nostra carta d’identità. L’AMORE COME PERCORSO Vorrei inoltre accennare all’amore come percorso, come itinerario che si snoda lungo gli Tre setacci iniziali. Si parte per l’Africa con l’obiettivo di amare, ma questo amore deve passare per molti setacci. Il primo è cadere dalle altezze del sogno: la missione che ho trovato non era l’uguaglianza di condizione con i poveri, ma la disparità resa più evidente. Sono passata dalla pretesa di giustizia alla sorpresa di ricevere misericordia, provando a vivere di riconoscenza. Il secondo setaccio è l’incontro con una realtà, lingua, cultura diverse, con differenti modalità di rapporti. Capire che quella che all’inizio ti sembra impertinente curiosità (“Da dove vieni? Dove vai?”) è il modo dell’altro di riconoscerti e accoglierti. Che quello che ti sembra un fastidioso chiedere (“È rimasto qualcosa del cibo che hai preparato?”), è un modo per salutarti e rispondere tranquillamente, salutando a tua volta: “Purtroppo sei arrivato in ritardo!”, oppure: “Il cibo non è ancora cotto!”. Il terzo setaccio è l’incontro con il “no” dell’altro. “Perché mi mandate via dal Paese?”, ho chiesto al responsabile dell’immigrazione. “Non espellete forse anche voi gli stranieri?”, m’ha risposto. Non ho trovato replica. All’arrivo, guai a chi parlava male della gente. Poi, come nel matrimonio, ci si rende conto che aprire gli occhi sui difetti non uccide l’amore, anzi lo fa più gratuito e vero. Noi donne siamo in genere refrattarie a discorsi di ampio respiro, politici, economici, sociali: li ascoltiamo, ma poi il vasto orizzonte scompare e ci troviamo più a nostro agio nel microcosmo della vita quotidiana, nell’incontro con le singole persone e con le loro personali situazioni Missione Oggi | gennaio 2009 37 missione donna L’avventura della relazione. È sentirsi a casa quando, dopo la fatica di imparare la lingua, si capiscono gli altri e ci si fa capire; onorati quando l’altro ci rivela il suo pensiero senza “giocare” all’europeo. Così apprendiamo che i morti s’incontrano sulla collina e che la sua antenata traversò il lago su una stuoia. È ricevere, dopo una lunga camminata nella foresta, il mango fresco da una donna del luogo o le sue ciabatte perché le nostre scarpe sono fuori uso, sperimentando la bellezza di essere noi il povero che riceve. È lasciarsi disturbare dalle lunghe conversazioni, mordendoci quella lingua che vorrebbe subito chiedere: “Per che cosa sei venuto?”, atten- La relazione è bruciare dal rimorso per i “no” detti per stanchezza, per problemi personali, anche per pregiudizi. È sentire vergogna di aver fatto discorsi moralistici a partire da una condizione di sazietà dendo che ce lo dica mentre già imbocca la strada del rientro. È farsi abbracciare dai bambini che ci corrono incontro. E non prendersela invece se qualcuno in braccio alla madre piange al vederci perché lei gli ha detto che l’uomo bianco lo mangerà. È accettare il tradimento o la bugia senza perdersi d’animo: no, non doveva viaggiare, no, non aveva un figlio all’ospedale, no, non aveva quel progetto di lavoro. A volte brucia più l’umiliazione, ma la domanda è sempre la stessa: come amare ancora? È bruciare dal rimorso per i “no” detti per stanchezza, per problemi personali, anche per pregiudizi. È sentire vergogna di aver fatto discorsi moralistici a partire da una condizione di sazietà. Imparare l’amore. Giorno per giorno, impariamo dalla gente la concretezza dell’amore. Alle sei del mattino, mentre si va a Messa, ricevere il saluto sorridente delle mamme che sal- 38 Missione Oggi | gennaio 2009 gono dal lago con gerle di sabbia bagnata, chine sotto il peso, per portarle per pochi soldi a una casa in costruzione. Poi andranno a coltivare i campi sotto il sole, tornando nel pomeriggio col carico di legna; poi dovranno preparare il cibo, mangeranno per ultime e dovranno essere sempre a disposizione, giorno e notte. Vedere, in questi anni di guerra, le donne andare nei campi a rischio d’esservi stuprate, per nutrire la famiglia. E vederle portare l’umiliazione subita, in silenzio per non essere respinte. Donne che alimentano il loro coraggio alla certezza che il Signore sa, il Signore ama e di lui ci si può fidare. La persistente sofferenza di un popolo ci insegna che non basta coltivare il proprio orto. Come Gesù che andava in tutti i luoghi e guariva tutte le malattie (Mt 9,35- 10,1), occorre prendere a cuore tutto l’essere umano. “LASCIANDO TUTTO…” Dalla sofferenza di un popolo comprendiamo che le tante cose che meritano d’essere amate, la Chiesa, la missione, il lavoro, i progetti, i principi, a volte anche l’approvazione di chi ci sta intorno… nessuna merita di essere amata quanto il popolo stesso, perché tutto esiste per lui: tutto è “sabato” di fronte alla persona e a un popolo. Così dopo averlo amato con la presenza e le opere, le sue tribolazioni possono spingerci a capire che bisogna amarlo più di queste cose, mettendole tutte a rischio. È qui che l’amore respira arie sempre più belle, con più grande sapore di libertà. Qui si capiscono meglio certe pagine di Vangelo. Gesù ha messo l’amore per noi al primo posto. Quando venne “l’ora”, osò tutto. Non siamo più importanti di Cristo, neppure come Chiesa. In questo c’è una componente di solitudine, perché ciascuno ha il suo percorso, ognuno pensa e fa secondo la misura della grazia ricevuta e ciascuno ha il suo modo di dare la vita. A un certo punto capiamo che l’amore comprende il rischio di poter perdere tutto per il bene di un popolo: la presenza, un progetto, il consenso, la vita... finché la paura ha potere su di noi, non possiamo essere pienamente disponibili per la verità, per la giustizia e per l’amore. Come per un dono inspiegabile e gratuito, nato dalla croce di un Dio e da quella di un popolo, sorge in noi la consapevolezza che la vita è già data e che noi siamo già con loro che l’hanno persa. Quel che accade in TERESINA CAFFI mezzo non ci preoccupa più. La Repubblica del Congo piange i suoi figli è inconsolabile Testo integrale dell’ultimo documento dei vescovi della Repubblica democratica del Congo 1. Noi, arcivescovi e vescovi, membri del Comitato permanente della Conferenza episcopale nazionale del Congo, riuniti a Kinshasa in sessione straordinaria dal 10 al 13 novembre, afflitti e sconvolti dalla tragedia umana nell’est e nel nord-est del Congo, lanciamo un grido di disperazione e protesta. È passato appena un mese da quando la nostra Conferenza episcopale nazionale del Congo, attraverso il suo presidente, ha diffuso una dichiarazione sulla ripresa delle ostilità nell’est e nel nord-est della Repubblica democratica del Congo. Malgrado i nostri appelli accorati ai governanti e alla comunità internazionale, disgraziatamente la situazione in questa parte del nostro paese non ha fatto che peggiorare. Sta raggiungendo livelli insopportabili, molto inquietanti e capaci di destabilizzare tutta la sub-regione se non si pone riparo. Sì, oggi, come dicono le Scritture: una voce è scelte di pace I VESCOVI SULLA CRISI CONGOLESE stata udita nel Congo, pianti e un lungo lamento. Sono Goma, Kiwanja, Dungu… è la nazione intera che piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più (cfr. Mt. 2,18). UN GENOCIDIO SILENZIOSO? 2. Un vero dramma umanitario che somiglia a un genocidio silenzioso nell’est del Congo avviene sotto gli occhi di tutti. I massacri gratuiti e su vasta scala delle popolazioni civili, lo sterminio mirato dei giovani, gli stupri sistematici perpetrati come arma di guerra: di nuovo una crudeltà di eccezionale virulenza si scatena contro le popolazioni locali che hanno Sì, oggi, come dicono le Scritture: una voce è stata udita nel Congo, pianti e un lungo lamento. Sono Goma, Kiwanja, Dungu… è la nazione intera che piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché non sono più qui (cf. Mt. 2,18). Missione Oggi | gennaio 2009 39 scelte di pace MO sempre chiesto solo una vita tranquilla e dignitosa nelle loro terre. Chi avrebbe interesse a un simile dramma? 3. L’aspetto più deplorevole è che questi avvenimenti avvengono purtroppo sotto gli occhi impassibili di quanti hanno ricevuto il mandato di mantenere la pace e proteggere la popolazione civile. I nostri stessi governanti si dimostrano impotenti di fronte alla portata della situazione, dando l’impressione di non essere all’altezza delle sfide della pace, della difesa della popolazione congolese e dell’integrità del territorio nazionale. L’intera classe politica non sembra assumersi tutta la propria responsabilità di fronte a questo dramma che rischia di ipotecare il futuro della nazione. 4. È evidente che le risorse naturali del Congo alimentano l’avidità di certe potenze e non sono estranee alla violenza che si impone alla popolazione. Infatti, tutti i Mons. Laurent Monsengwo Pasinya, conflitti si sviluppano nei arcivescovo di Kinshasa, è presidente della corridoi economici e atConferenza episcopale della RD Congo torno ai giacimenti mineUn genocidio silenzioso rari. Come comprendere nell’est del Congo avviene che i diversi accordi siasotto gli occhi di tutti. I no violati senza alcuna massacri gratuiti e su grande pressione efficace per scala delle popolazioni civili, lo convincere i firmatari a rispettarli? Le diverse sterminio mirato dei giovani, riunioni e conferenze per gli stupri sistematici perpetrati risolvere questa crisi non come arma di guerra. hanno ancora affrontato le questioni di fondo e non hanno fatto che rinviare e deludere le aspirazioni legittime alla pace e alla giustizia del nostro popolo. Inoltre, il piano di “balcanizzazione” che non smettiamo di denunciare è portato avanti da intermediari. Si ha l’impressione di una grande complicità che non svela il suo nome. La grandezza del Congo e le sue numerose ricchezze non devono servire da pretesto per farne una giungla. Chiediamo al popolo congolese di non cedere a qualsivoglia velleità di “balcanizzazione” del suo territorio naturale. Gli raccomandiamo di non sottoscrivere mai una qualsiasi messa in discussione delle sue frontiere stabilite a livello internazionale e riconosciute dopo la conferenza di Berlino e gli ulteriori accordi. 5. Condanniamo con vigore questa maniera ignobile di considerare la guerra come un mezzo per risolvere i problemi e accedere al potere. L’ordine istituzionale uscito dalle elezioni democratiche nel nostro paese deve essere salvaguardato. 40 Missione Oggi | gennaio 2009 Denunciamo tutti i crimini commessi contro cittadini innocenti e disapproviamo nel modo più assoluto ogni aggressione del territorio nazionale. Biasimiamo il lassismo con cui la comunità internazionale tratta il problema dell’aggressione di cui è vittima il nostro paese. CHE COSA CHIEDIAMO? 6. Chiediamo immediatamente la cessazione delle ostilità e la garanzia delle condizioni di sicurezza per il ritorno degli sfollati alle loro terre. 7. Con la massima urgenza facciamo appello alla solidarietà nazionale e internazionale per un aumento dell’aiuto umanitario a favore di migliaia di uomini, donne e bambini affollati nei campi. 8. Invitiamo tutta la popolazione congolese a un risveglio nazionale per vivere come fratelli e sorelle, nella solidarietà e la coesione nazionale, affinché il Congo non affoghi nella violenza e nelle divisioni. 9. Esortiamo il governo congolese a fare di tutto per ristabilire la pace su tutto il territorio nazionale. E’ il sacro dovere dei nostri governanti esercitare le loro funzioni sovrane per proteggere la popolazione e garantire la sicurezza delle frontiere. Nessuno ignora che l’assenza di un esercito repubblicano pregiudica la pace nel paese. 10. Chiediamo alla comunità internazionale di impegnarsi sinceramente per far rispettare il diritto internazionale. Consideriamo indispensabile l’invio di una forza di pacificazione e stabilizzazione per ristabilire il nostro paese nei suoi diritti. Tutti vinceranno con un Congo in pace piuttosto che in guerra. L’IMPEGNO DELLA CHIESA 11. Solidale con la sofferenza del suo popolo, la Chiesa-famiglia di Dio nel Congo si impegna ad accompagnare i suoi figli e le sue figlie provate per condurli sulla strada della riconciliazione e della pace. Esprime la sua riconoscenza a Sua Santità papa Benedetto XVI per la sua attenzione al dramma del Congo, i suoi ripetuti appelli a tutti per una soluzione pacifica e per l’aiuto finanziario che egli stesso ha fornito per dare sollievo alle popolazioni sfollate. 12. Possa il Signore, che ha vegliato per ore nel giardino del Getsemani e che ha sentito come se fossero state fatte a lui stesso tutte le sofferenze inflitte e imposte ai suoi fratelli (cf. Mt 25,31-46), vegliare con noi e sostenerci di fronte al dramma che conosce il nostro paese. Che la Santissima Vergine Maria, regina della pace, ottenga la pace per la nostra cara patria. Kinshasa, 13 novembre 2008 i“dalit” cittadini del Bangladesh a pieno diritto missione e liberazione Anche questa è evangelizzazione SERGIO TARGA I l 18 novembre si è tenuto a Dhaka un seminario nazionale dal titolo “I contorni della povertà dei dalit in Bangladesh”. Relatore principale è stato il dottor Mesbah Kamal del dipartimento di Storia dell’università di Dhaka. Ospite d’onore il dottor Kamal Hossain, giurista di fama internazionale ed estensore della Costituzione del Bangladesh. Fra gli invitati tante organizzazioni, operatori e attivisti che lavorano nel settore dei diritti umani in questo paese. Il seminario è stato importante perché ha fatto uscire allo scoperto il problema della discriminazione di casta che esiste anche in Bangladesh, e da problema locale di particolari gruppi di persone, i cosiddetti fuori casta, esso è stato riconosciuto come un problema che riguarda tutta la nazione. Dalit è la parola di origine indiana comunemente usata per indicare globalmente tutte le caste basse, gli intoccabili. PER NOI MISSIONARI SAVERIANI, IL SEMINARIO È STATO UNA SPECIE DI CORONAMENTO DI UNO SFORZO PIÙ CHE QUARANTENNALE A FIANCO DI QUESTE POPOLAZIONI. SIAMO ORGOGLIOSI CHE LA NOSTRA BATTAGLIA SIA ADESSO LA BATTAGLIA DEI NOSTRI GIOVANI E AMICI… Sergio Targa, missionario saveriano, originario di Castrezzato (BS), da anni lavora tra i Mandi nel distretto di Mymensingh (Bangladesh) Fra i punti salienti del seminario sono da menzionare le denunce del fatto che la discriminazione di casta non riguarda solo la popolazione indù, ma anche quella musulmana; la proposta di sensibilizzare i partiti politici affinché nella nuova legislatura si possa varare una legge contro la discriminazione; la necessità di reMissione Oggi | gennaio 2009 41 missione e liberazione cuperare alla piena cittadinanza tutti i membri delle comunità dalit; l’urgenza di un intervento deciso da parte dello Stato a salvaguardia dei diritti umani e civili dei dalit. Per i missionari saveriani il seminario è stato una specie di coronamento di uno sforzo più che quarantennale a fianco di queste popolazioni. Anche un confratello ha partecipato, su invito, ai lavori; ma la più grande soddisfazione è stata il vedere i giovani che sono stati formati dalla missione di Chuknagar farsi avanti, essere “Dalit” è una parola di origine indiana comunemente usata per indicare globalmente tutte le caste basse, gli intoccabili onorati e investiti di affetto e stima, riconosciuti nella loro battaglia di civiltà per l’affermazione della propria dignità umana e del proprio valore. Il seminario ha dato rilievo politico a un problema fino a ieri misconosciuto a livello sociale e, ancor più, politico. In Bangladesh molti ritenevano la discriminazione di casta la fantasia di un gruppetto di stranieri, accusati spesso di aver inventato un problema dove non c’era. I 42 Missione Oggi | gennaio 2009 saveriani, infatti, sono riconosciuti come gli iniziatori del movimento di liberazione dei “rishi”, una delle caste appartenenti ai “dalit”. Ora però sono i nostri giovani che hanno preso la testa del movimento e si fanno onore come degni rappresentanti della società civile. Grande è stato l’orgoglio nel sentire continuamente nominati dai vari relatori, come esempi e come dalit leader da seguire e imitare, Milon Das e Dipali Das, due frutti dell’opera educativa-formativa di padre Luigi Paggi, il fondatore della missione di Chuknagar e gurudeb (guida spirituale) di entrambi. E grande la soddisfazione nel vedere che sono i nostri rishi la punta di diamante del movimento di liberazione dei dalit a livello nazionale. Parittran (in bengalese “salvezza” o “redenzione”), l’organizzazione non governativa fondata da Milon, è stata indicata nel seminario come organizzazione guida. Costituita nella sua quasi totalità da giovani rishi, Parittran è ormai conosciuta in molti ambienti della capitale per la sua intraprendenza, oltre che ad essere diventata punto di riferimento per i rishi delle zone di Satkhira e Monirampur, nel sud ovest del Bangladesh. La staffetta non è più in mano ai saveriani, ma siamo orgogliosi che la nostra battaglia sia adesso la battaglia dei nostri giovani e amici. Noi abbiamo fatto da guide per loro per tanti anni. Ora tocca a loro prendere in mano le redini della loro stessa liberazione. Sono loro il futuro del Bangladesh e soprattutto della comunità rishi. Ai saveriani spetta di continuare a essere loro compagni di viaggio, coloro che danno coraggio, che spingono a continuare nella battaglia per essere riconosciuti come uomini e cittadini al pari di altri. La lotta è ancora lunga, gli ostacoli molti e difficili da superare. Ma le basi sono solide per un cammino lungo e proficuo. Il seminario ha anche messo in risalto le innumerevoli differenze di pensiero e strategie fra i diversi gruppi dalit. Il cammino verso un movimento unitario è solo agli inizi. Ci vorranno anni prima di vedere frutti duraturi a livello di cambiamento nella società civile. I saveriani continueranno nella loro opera di sostegno, di incoraggiamento e di formazione. Anche questa è evangelizzazione. SERGIO TARGA e straniera Donna, laica M azatlán si affaccia sul Golfo di California ed è chiamata Perla del Pacifico. È conosciuta anche per il suo faro: il più alto al mondo tra quelli funzionanti. Arrivo in questa città verso sera, proveniente da un’altra famosa perla messicana, la tapatía, Guadalajara. Sono in compagnia di due missionari saveriani: Javier Rojas e Agustín Albor. Quest’ultimo è un amico carissimo e la causa determinante della mia presenza in Messico: lavora abitualmente in Bangladesh Paese in cui bazzico e di cui scrivo da tempo ma è a casa in vacanza e sono venuta a trovarlo. A Mazatlán Agustín e Javier parteciperanno alla settimana di animazione missionaria dell’ICO, la scuola fondata e gestita dai saveriani che è diventata un punto di riferimento per la formazione in questo angolo di Messico. ICO vuol dire Instituto Cultural de Occidente. Ad aprirlo, nel 1951, è stato un italiano, padre Ugo Cattenati. Immagino una settimana di tranquillo turismo in riva al mare: di giorno, mentre Agustín è a scuo- piccole narrazioni Io animatrice missionaria in Messico STEFANIA RAGUSA Una saporita testimonianza della giornalista italiana Stefania Ragusa, coinvolta dai saveriani di Mazatlán (Messico) nella locale animazione missionaria. Per la prima volta in Messico, una donna, laica e straniera, ha potuto partecipare alla settimana di animazione missionaria dell’Instituto Cultural de Occidente, la scuola fondata e gestita dai saveriani che è diventata un punto di riferimento per la formazione. la con gli altri confratelli, me ne andrò a spasso per i fatti miei; la sera ci ritroveremo. Ma c’è una sorpresa. Tutti, a partire da Jorge Rosales, il responsabile della casa saveriana di Mazatlán, e da Ian Bathgate, il missionario scozzese che organizza praticamente l’animazione, si aspettano che anch’io partecipi agli incontri e racconti agli studenti il mio Bangladesh. Agustín ha ventilato Missione Oggi | gennaio 2009 43 piccole narrazioni la possibilità, loro l’hanno colta. Sarei la prima donna laica e straniera a fare animazione missionaria all’ICO. L’idea mi piace e mi lusinga. Ma mi preoccupa, anche: il mio spagnolo è arrugginito (è in stand by da quattro anni) e non mi è chiaro a che titolo parlerei. “Al titolo di una che usa le ferie per andare in Bangladesh o in Africa e stare con i poveri”, dice Agustín. “Al titolo di una che si è messa dalla loro parte. Anche questa è missione”. Lui, evidentemente, mi vede molto migliore di quanto io mi senta. Accetto e cerco di memorizzare nomi e volti dei miei compagni d’avventura. Oltre ad Agustín e Javier ci saranno Ernesto Moriel, che ha lavorato in Giappone, Ramon Cerratos, che è stato nelle Filippine, e José Guadalupe Olmos che ha esperienza del Camerun. La notte non chiudo occhio. Colpa del jet lag, ma non solo. Alle sei sono sul lungomare, a godermi il cielo rosa e le onde alte del Pacifico, alla ricerca di un bar aperto che non troverò. Sono circondata da gente di tutte le età che fa jogging. Dal lato opposto alberghi, ville e negozi ancora addormentati. Mazatlán non è un posto oppresso dalla miseria o ferito dalla guerra. Mi domando cosa voglia dire fare missione qui. TRA “FARANDULAS” E MISSIONE L’ULTIMO LIBRO DI STEFANIA RAGUSA presso: [email protected] 44 Missione Oggi | gennaio 2009 Un paio d’ore più tardi sono in un’aula affollata. Agustín apre i lavori proiettando un video. Scorrono le immagini del Bangladesh e la sua voce registrata riassume la storia del Paese, i problemi del presente, l’impegno dei missionari per i poveri. Si presenta e mi presenta: spiega che sono una giornalista, innamorata del Bangladesh e amica dei saveriani. Spiega che lavoro per un magazine di moda e frivolezze (revista de farandulas, dice), ma appena posso scrivo per i giornali missionari e per testate impegnate nel sociale. Una ragazzina alza la mano: vuol sapere il nome di questa rivista. Glamour. Le sue pupille scintillano e si sente un “ohhh” di sottofondo: “Ma è famoso!”. Che nesso ci sarà tra farandulas e missione? Quando Agustín aggiunge che sono cristiana ma il mio compagno di vita è musulmano lo stupore si fa incredulità. La presenza islamica in Messico non è significativa come in Italia. Ma il tam tam dei fautori dello scontro di civiltà risuona pericolosamente anche qui. Comincio a capire perché Agustín e gli altri abbiano voluto cooptarmi. Che un missionario ami la missione e ne parli con passione è scontato. Ma che a farlo sia una persona che potrebbe passare la vita tra sfilate e vernissage (e non lo fa) lo è molto meno. E se questa persona ha un marito non cristiano la faccenda è ancor più singolare. La mia presenza prova che mondi apparentemente lontani possono incontrarsi e non c’è una sola strada per la fede. I ragazzi fanno molte domande e quando suona la campana siamo ancora nel bel mezzo della conversazione. C’è solo un’ora a disposizione per ciascuna classe. Ed è un tempo davvero molto breve. UN “BATTESIMO” SPECIALE Nella classe successiva proponiamo ancora (e lo faremo per tutta la settimana) la formula video, presentazioni e, soprattutto, domande. Ne fanno di tutti i tipi: che cosa si mangia in Bangladesh? Il velo è obbligatorio per le donne islamiche? In quanto tempo Agustín ha imparato il bengali? E io che non lo parlo, come comunico con i bangladesi? Ma che governo c’è lì? Come si dice pizza in italiano? Ad Agustín dispiace non essersi sposato? E mio marito come sta? Tra una risposta e l’altra faccio una considerazione: nessuno ha fissato paletti per me, nessuno mi ha detto “non parlare di questo o di quello”. È un grande segno di fiducia e la fiducia è l’altro nome del coraggio. C’è un clima bello, disteso e partecipato. Questi giovani hanno davvero voglia di sapere. Una ragazza mi si avvicina: “Ma fare il missionario secondo te è più divertente che lavorare a Glamour?”. “Di certo è più sensato. Posso dirti però che non ho mai visto nessuno godere la vita come i missionari. Godere nel senso di apprezzarne ogni istante e di dare valore a ogni cosa, ma senza legarsi troppo a nessuna”. Poche ore dopo mi ritrovo a sguazzare tra le onde con i miei piccole narrazioni te come il secondo più pericoloso al mondo (dopo l’Iraq) per chi fa informazione. UNA GIORNATA MEMORABILE “colleghi”. È la mia prima volta nel Pacifico. “Una specie di battesimo”, dico. «Un bautismo especial», mi risponde José Guadalupe. «Cincos padrecitos para tí sola». “RADIO CULTURA”, UNA PRESENZA IMPORTANTE Una mattina, mentre i padrecitos si dedicano alle confessioni, vado da Rafael Piras, a Radio Cultura, l’emittente radiofonica dell’ICO. Rafael è un saveriano di Sardegna trapiantato in Messico ormai da tanti anni. Le cose che mi dirà mi aiuteranno a capire il senso della presenza missionaria a Mazatlán. “Questa città non è una drammatica metropoli del terzo mondo, ma soffre di consumismo, utilitarismo, egoismo, superficialità. Soffre per la mancanza di cultura, di valori, di spiritualità, come succede in molte città del cosiddetto mondo sviluppato. Noi siamo qui e attraverso la scuola e la radio possiamo offrire alternative, stimoli, opportunità. L’occasione, per esempio, di scoprire che si può impiegare la vita in modo diverso, al servizio degli altri”. La missione, insomma, non è uno schema rigido ma un’intenzione, la testimonianza del Vangelo, che a seconda del contesto deve tradursi in interventi differenti. Dal suo microfono, per esempio, Rafael raggiunge migliaia di persone e parla con loro di filosofia, etica, letteratura. Non può occuparsi di temi politici: una legge nazionale non lo consente. Ma riesce lo stesso a promuovere la circolazione delle idee e l’esercizio del pensiero. Non è poco in un Paese che è stato classificato recentemen- In pochi giorni il mio spagnolo è diventato più fluente. Riesco a cogliere i giochi di parole e anche le battute. Mi piace tanto parlare con i ragazzi. Questi giovani, senza telefonini e senza i-pod, educati ed allegri, mi ricordano gli studenti italiani di trent’anni fa. Il tempo passa e si avvicina il venerdì delle conclusioni: quel giorno, nello stadio della scuola, si svolgerà la Messa. Celebrerà José Guadalupe e Agustin terrà l’omelia. Tutto sembra sotto controllo. Ma un’altra sorpresa è in arrivo. “Ho parlato con gli altri e nessuno ha niente in contrario: vorremmo che metà dell’omelia la facessi tu”, dice Agustin. “Ma è legale?”. “Te lo proporremmo altrimenti?”. Il jet lag è finito, ma quella notte di nuovo non chiudo occhio. Il giorno che mi attende sarà memorabile. Nello spogliatoio dello stadio i cinco padrecitos, Ian e Jorge si stanno preparando. In un angolino io scrivo il mio discorso: non me la sento di andare completamente a braccio. Cominciano ad arrivare i ragazzi e gli insegnanti e, in pochi minuti, lo stadio è strapieno. Ma quanti allievi ci sono in questa scuola? La Messa ha inizio. Dopo il Vangelo, Agustin prende la parola. Io sono così tesa che non riesco a capire cosa dice. Ian mi fa cenno di avvicinarmi. Tocca a me. Metto le mani avanti e chiedo scusa per il mio spagnolo: so che mi ingarbuglierò. Dico che trovarmi lì mi dà una gioia immensa e che la vicinanza con i missionari che ho conosciuto ha arricchito enormemente la mia vita. Ciò che apprezzo di più in loro è la capacità di mescolarsi con la gente e di tradurre la testimonianza del Vangelo in impegno quotidiano per il bene e la giustizia. Ho imparato tante cose dai miei amici missionari. Una delle più preziose è che non c’è un solo modo di fare missione: ciascuno di noi può, nel proprio piccolo, essere missionario. Ed è soprattutto questo insegnamento che vorrei condividere con i ragazzi che mi ascoltano. Poi mi avvio alle conclusioni, emozionata e ingarbugliata. La Messa finisce. Ho appena il tempo di salutare tutti e ringraziare e ci rimettiamo in viaggio verso la perla tapatía. STEFANIA RAGUSA PADRE ARNALDO RIGODANZA A Mazatlán ho conosciuto padre Arnaldo Rigodanza, italiano di Vicenza e direttore dell’ICO. Di lui mi hanno colpito la gentilezza, quasi d’altri tempi, e la discrezione. Nei giorni passati nella scuola non ci siamo parlati molto: i nostri impegni ci hanno consentito solo di sfiorarci. Mi è dispiaciuto molto apprendere, qualche settimana dopo, che il padre Rigo (così tutti lo chiamavano) era morto all’improvviso. Non ho potuto partecipare al suo funerale e vorrei salutarlo qui, dalla pagine di Missione Oggi, con questo articolo dedicato alla “sua” scuola. (S.R.) Missione Oggi | gennaio 2009 45 un libro al mese Conferenza Episcopale Giapponese, Giappone, il secolo dei martiri. Pietro Kibe e 187 martiri giapponesi infrangono un silenzio di 4 secoli e ci raccontano la loro storia, CSAM, Brescia 2008, pp. 80, € 2,00 46 Missione Oggi | gennaio 2009 Giappone il secolo dei martiri N egli anni ’90 la sagoma del monte Unzen, soggetta a continue modificazioni a causa delle eruzioni, lasciava trasparire qualcosa di sinistro all’ignaro visitatore. Era invece emozionante osservarla stando dall’altra parte del golfo di Ariake, mentre il sole scompariva dietro facendola brillare della luce calda del vespro. Ben più compromettente era fissarla al tramonto durante la preghiera del Magnificat, dopo aver messo piede in quei luoghi dove tanti cristiani giapponesi (immersi nelle acque bollenti e solforose del vulcano) testimoniarono fino al sangue il loro amore e attaccamento al Signore Gesù. Ebbene, i martiri di Unzen (1627) occupano solo uno dei 17 capitoli del libro Giappone, il secolo dei martiri, ove si narrano altrettanti momenti di martirio. Ma il capitolo XI (“L’Eucarestia, cuore della chiesa. Paolo, Gioacchino e i martiri di Unzen”), fa da splendida corona alle altre testimonianze di questi cristiani giapponesi del secolo XVII. Quando si parla di martiri giapponesi mi viene sempre in mente quella studiosa laica inglese, piuttosto polemica, che negli anni ‘80 aveva cercato di squalificare l’opera dei missionari del secolo XVI, sostenendo che molti giapponesi sarebbero diventati cristiani solo per ossequio ai loro capi (daimyo). Certamente le sfuggiva un dettaglio molto singolare, e cioè che quei fedeli cristiani, pur avendo visto i propri capi abiurare o fuggire di fronte al pericolo, non esitarono a perseverare nella fede fino alla fine. E non si trattò di qualche sporadico, coraggioso, solitario samurai. Ma, come mette bene in evidenzia il libro, di una schiera sterminata di testimoni: mamme con i bambini piccoli in braccio, giovani e adulti, intere famiglie di contadini, mercanti e artigiani, persone di ogni rango sociale, rappresentanti di tutto il campionario umano della società giapponese di allora. Gente che, nella semplicità della propria fede, seppe trovare la forza per affrontare i più spietati metodi di tortura e di morte. Non si può sorvolare nemmeno sulla vicenda di quei martiri che, inizialmente timorosi, avevano abbandonato la fede, ma, in seguito, purificati dall’assistenza alle famiglie dei martiri e dalla carità verso i più poveri, i lebbrosi e i malati, a loro volta si consegnarono nelle mani dei persecutori. Pietro Kibe e gli altri 187 beati sono solo una parte di quella schiera immensa di testimoni, patrimonio vivo non solo della Chiesa giapponese, ma di quella universale. Sono per lo più già noti, grazie anche al calendario liturgico, i 26 martiri di Nagasaki, Paolo Miki e compagni, del 1597. Sono invece passati sotto silenzio i 16 martiri domenicani canonizzati da Giovanni Paolo II, nel 1987. Del tutto sconosciuti restano i 250 martiri beatificati da Pio IX nel 1860. Il libro è articolato in capitoli brevi, di facile lettura. Chi si avventura in queste pagine, non si stacca dalla lettura finché non è arrivato in fondo. I capitoli sono avvincenti come un romanzo serial, a puntate. Spingono alla preghiera e alla verifica della consistenza della fede del lettore. I disegni e le immagini aiutano chi legge ad immedesimarsi nella vicenda, facendolo entrare da protagonista in scena. Di fronte ad un cristianesimo così compiuto, come quello dei martiri giapponesi del secolo XVI, sembra che non ci sia spazio per l’indifferenza o per la freddezza. La presenza di più di 30.000 persone (quasi il 10 per cento di tutti i cristiani del Giappone) al rito di beatificazione, il 24 novembre 2008 a Nagasaki, è un segno eloquente di quanto la Chiesa giapponese senta come proprio e attuale patrimonio questo momento della sua storia, ma soprattutto come si identifichi in queste figure di cristiani autentici, segno di contraddizione e di rinnovamento per tutto il Paese. Per noi Chiesa italiana questi 188 martiri, per lo più persone che hanno vissuto vite ordinarie, diventano un monito a riscoprire la necessità della testimonianza del Vangelo nella vita di tutti i giorni. In una società che, purtroppo, tende a livellare tutto verso il basso, Pietro Kibe e gli altri 187 martiri sono un inCLAUDIO CODENOTTI vito a “duc in altum”. Perché ab bonarsi a Missione Oggi? Dossier 2009 Gennaio Quali ministri ordinati per il terzo millennio? 10 numeri all’anno n di u che non ti parlano tutto a di solo continente m danno ti il mondo. Che non roposte, ma p solo informazioni timonianze. tes approfondimenti e Febbraio Pace per l’Africa dei Grandi Laghi Marzo Missione Donna: declinare la missione al femminile Aprile Crisi finanziaria mondiale: un nuovo inizio per l’economia? Maggio Film, new media e missione: tra memoria e futuro Giugno-luglio Missione Terra: crisi ecologica versus crisi sociale Agosto-settembre Esperienze di dialogo interreligioso: spiritualità e formazione Atti del Convegno annuale di “Missione Oggi” Ottobre La Cina e il cristianesimo a 60 anni dalla Rivoluzione comunista Novembre Immigrazione in Europa: lungo le strade del futuro Dicembre Ecumenismo e missione: Edimburgo 100 anni dopo Per abbonarsi bast a effettu un versamento sul are CCP n. 11820255 La quota è invariata 26,00 euro per 10 n : umeri PER DUE ABBONAMENTI il tuo più quello di un amico a cui lo offri: € 46,00 invece di € 52,00 PER TRE O PIÙ ABBONAMENTI con unico indirizzo o indirizzi distinti c’è una riduzione speciale... Infatti raccomandiamo l’utilizzo di Missione Oggi come strumento di lavoro per i gruppi: € 22,00 per ciascun abbonamento ABBONAMENTI CUMULATIVI 2009 Missione Oggi (€ 26,00) + CEM Mondialità (€ 28,00) € 46,00 invece di € 54,00 Missione Oggi (€ 26,00) + Mosaico di Pace (€ 28,00) € 48,00 invece di € 54,00 Missione Oggi (€ 26,00) + Nigrizia (€ 28,00) € 48,00 invece di € 54,00 Missione Oggi (€ 26,00) + Azione non violenta (€ 29,00) € 47,00 invece di € 55,00 Missione Oggi (€ 26,00) + Misna (€ 50,00) € 53,00 invece di € 76,00 a li a It in i n ia r e v a S i e d Riviste la missione giovane e e er viv r Pe i. nil va gio pi up nto e formazione per i gr Trimestrale di collegame Cristo per le strade del di i or annunciat re se es r pe e ov nu lica, e ad scoprire str sono: a) la formazione bib dal tà ali fin e su Le tà. cit e di e-mail mondo e delle nostr di esperienze giovanili e bio am sc lo b) a; an um e missionaria animazione missionaria. o, gn pe im , ra hie eg pr di mondo; c) proposte rsamento sul c.c.p. 233247 e, abbonamento € 9,00. Ve 4 numeri all’anno, 16 pagin Missioni Estere”, iano sale: “Missione Giovani”. intestato a “Istituto Saver (Bg), indicando nella cau o ard mb Lo o an Alz 22, Viale Ponchielli 3, 240 ani.it ani.it - www.missionegiov e-mail: info@missionegiov Mensile per le famiglie. Da 60 anni entra in più di 10 0.0 italiane, parrocchie, orato ri, organizzazioni, scuole, 00 case gruppi missionari, raggiungendo genitori, catechisti, inseg nanti. Oltre riferiscono notizie, informa alle 7 pagine comuni, presenta nell’ottava 19 edizi oni locali, che zioni e testimonianze dei missionari del territorio. 11 numeri all’anno, 8 pagin e di grande formato, abbonamento € 8,00. Versamento sul c.c.p. 216 259 e-mail: giornale@saverian intestato a CSAM - Centro Saveriano Animazione Missionaria - Via Piamarta i.bs.it - www.saverianibres 9 - 25121 Brescia cia.com movimento CEM. Ha scommesso fin Mensile nato nel 1967 come voce del , a quel tempo assente addirittura nei dalle origini sulla parola «mondialità» zione interculturale sono le tematiche dizionari. Oggi l’intercultura e l’educa tituiscono anche la metodologia del che caratterizzano la rivista e che cos volontariato. In ogni numero, riflessioni movimento, grazie all’interattività e al di 16 pagine dedicato a un tema sulla scuola (e non solo), un dossier i, notizie dal mondo CEM. specifico, pagine di attualità, recension 11815255 mento € 28,00. Versamento sul c.c.p. 10 numeri all’anno, 48 pagine, abbona 9 - 25121 Brescia arta Piam Via ria iona Miss Animazione intestato a CSAM - Centro Saveriano - www.cem.coop e-mail: [email protected] Mensile, fondato nel 1903, come strume nto di informazione e formazione dialogo, liberazione. Pubblica articoli e ser sulla missione come annuncio, vizi di approfondimento e di opinione da tutti i paesi del mondo su tem atiche missionarie. Vive della collaborazione dinamica fra credenti e non credenti, cristiani e non cristiani, su tematiche sociali mondiali emergent i. Priv ilegia le esperienze di evangelizzazione e di animazione missio naria delle Chiese del Sud del mondo in dialogo con la Chiesa italiana. La parte centrale è dedicata a un dossier di 16 pagine su tematiche ecclesi ali o sociali emergenti. 10 numeri all’anno, 48 pagine, abbonamento annuo € 26,0 0. Versamento sul c.c.p. 11820255 intestato a CSAM - Centro Saveriano Animazione Missionaria - Via Piamarta 9 - 25121 Brescia e-mail: [email protected] - www.saverianibrescia.com CSAM - Centro Saveriano Animazione Missionaria Via Piamarta, 9 - 25121 Brescia - tel. 030.3772780 - fax 030.3774965