LE LETTERE TRA GABRIELE CAMOZZI E ALBA CORALLI (1851-1869)
INTRODUZIONE - L'Archivio Camozzi-Danieli e l'Archivio Gamba, conservati entrambi
presso la Biblioteca civica Angelo Mai di Bergamo, unitamente all'Archivio Camozzi presso il Museo storico
della città di Bergamo raccolgono larga parte del materiale documentario inerente la famiglia Camozzi-Vertova
e le famiglie con essa imparentate, come quelle Danieli e Coralli, o ad essa legate da particolari rapporti di
amicizia e collaborazione, come la famiglia Gamba. Inoltre raccolgono materiale documentario relativo alle
molteplici relazioni dei membri di queste famiglie con esponenti del mondo politico, intellettuale, artistico,
patriottico e militare locale e nazionale, in particolare per l'Ottocento e il Novecento. Si tratta quindi di archivi
importanti e ricchissimi, ancora oggi poco studiati e solo in parte inventariati secondo criteri attuali1, che
possono offrire numerosi spunti di ricerca.
La maggior parte del materiale documentario di questi archivi è costituito da lettere, in molti casi da veri e propri
carteggi, come quello intercorso tra Gabriele Camozzi e Alba Coralli Belcredi tra il 1851 e il 1869, conservato
quasi interamente nell'Archivio Camozzi-Danieli. Si tratta di circa 800 missive che i due patrioti, prima amici e
collaboratori politici, poi amanti e infine coniugi, si scambiano in vent'anni, da quando nasce la loro amicizia
sino alla morte di Camozzi nel 1869. Sono lettere che rivestono un ruolo e un significato centrale nello svolgersi
di questo rapporto, costellato sin dall'inizio da frequenti separazioni, durante le quali la parola scritta diviene
l'alimento dell'amicizia, della collaborazione, dell'amore, dell'intesa ma anche dei conflitti e delle
riappacificazioni, un elemento sostanziale della lunga e sfaccettata relazione.
Le missive sono innanzitutto un veicolo di intimità e di confidenza tra Alba e Gabriele, poichè entrambi nei
messaggi scritti lasciano fluire sentimenti e pensieri su loro stessi, sul compagno, sugli eventi familiari e politici
di quegli anni, aprendo il loro animo e la loro mente. Sono strumento di un dialogo continuo, che si serve
alternativamente della voce e della scrittura, ma che non si interrompe mai tra i due compagni, segno di un
rapporto dai toni sì diversi a seconda delle circostanze -di volta in volta prevalgono l'entusiasmo, la malinconia,
il dolore, la tensione, l'affetto-, ma sempre vitale perchè aperto all'altro. Inoltre le lettere sono per tutti e due un
conforto, uno stimolo, un sostegno necessario, succedanee della presenza fisica e spirituale del compagno nei
momenti di difficoltà e di solitudine e per questo quando l'altro tace, le richieste di una risposta si fanno
insistenti, a volte disperate. Per i diversi significati che rivestono e poichè percorrono con sostanziale continuità
l'intera relazione tra Alba e Gabriele, una relazione che copre vent'anni della loro vita, le lettere lasciano
affiorare i momenti più significativi dell'esistenza individuale e di coppia dei due compagni, ma poichè toccano
anche argomenti politici oltre che affettivi e familiari, in quanto entrambi sono coinvolti personalmente ed
emotivamente nelle vicende italiane pre e postunitarie, le lettere consentono di seguire le tappe principali della
formazione dello stato unitario e il dibattito politico precedente e successivo la nascita del Regno d'Italia, in un
passaggio continuo dal piano affettivo-familiare a quello politico che costituisce una particolarità del rapporto tra
Alba e Gabriele e del carteggio intercorso tra loro.
1
L'Archivio Camozzi-Danieli è stato ordinato e inventariato recentemente per una tesi di laurea: Chiara Geroldi,
Archivio Camozzi-Danieli. Riordinamento e inventariazione, Università degli studi di Udine, a.a. 1995/96.
L'Archivio Gamba è stato ordinato e inventariato molti decenni orsono secondo un criterio puramente
cronologico, a volte impreciso, che rende lunghe e difficoltose le ricerche. L'Archivio Camozzi presso il Museo
storico è in fase di inventariazione.
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LA VITA- Il rapporto epistolare tra Gabriele Camozzi e Alba Coralli si offre a diverse
chiavi di lettura. In primo luogo fornisce notizie essenziali per ricostruire le biografie dei due patrioti, in parte già
scritte, ma in alcuni punti imprecise, perchè redatte senza il supporto rivelatore delle lettere da loro scambiate2.
Alba e Gabriele si incontrano a Genova nel 1850, con alle spalle già una lunga esperienza di vita. Alba, nata
nel 1818 a Casteggio, primogenita di quattro sorelle, viene educata dai genitori, esponenti dell'alta borghesia,
secondo principi moderni e liberali, che prevedono per le figlie una valida preparazione culturale, la possibilità
di esprimere capacità e talenti naturali e l'abitudine all'indipendenza di azione e di pensiero. Si tratta di una
formazione non comune allora per le donne, che contribuisce a plasmare il temperamento di Alba
accentuandone alcuni aspetti quali la determinazione e l'autonomia e che, dopo gli studi nel collegio di
S.Agostino a Piacenza, definito dai biografi della donna "liberalissimo", aiuta Alba nello svolgimento di due
attività, quella patriottica e quella educativa, alle quali avrebbe dedicato attenzione ed energie per tutta la vita.
Anche l'ambiente di Casteggio contribuisce a formare Alba e le sue sorelle, spingendo l'interesse delle giovani
Coralli verso il problema politico italiano: piccolo centro del Piemonte sabaudo al confine con il LombardoVeneto austriaco, Casteggio, come tutto l'Oltrepò pavese, è punto di transito durante la Restaurazione di
uomini e di idee favorevoli alle libertà politiche e civili e all'indipendenza del territorio italiano. In particolare negli
anni precedenti l'insurrezione del 1848 si intensificano i contatti tra patrioti milanesi e patrioti piemontesi
attraverso il territorio pavese e di conseguenza le relazioni, gli incontri, gli scambi di opuscoli, denaro e armi; e
Alba, come affermano i suoi biografi, vi prende parte: si reca infatti spesso a Milano, dove risiedono due sorelle
sposate, Maria ed Enrica, ed entra in contatto con i circoli liberali del capoluogo lombardo, assumendo anche
ruoli di messaggera clandestina. Il marito, marchese Carlo Belcredi di Pancarana e Robecco, sposato il 22
maggio 1842, e i due figli Piero e Rodolfo, nati nel 1843 e nel 1846, non costituiscono per lei un intralcio, anzi il
ruolo di donna sposata e di madre le consente una libertà d'azione maggiore rispetto alle donne nubili.
Nonostante il coinvolgimento politico comunque, Alba non mette mai in secondo piano i suoi doveri di madre e
di educatrice, doveri che per tutta la vita avrebbero costituito per lei una seconda, fortissima vocazione. Lo
scoppio delle insurrezioni nel 1848 e della prima guerra d'indipendenza rende Alba e i suoi familiari
particolarmente attivi: mentre i cognati Carlo Bayer e Felice Casella combattono sulle barricate milanesi, a
Casteggio Alba e la sorella Ernesta si dedicano ad accogliere ed aiutare i militi feriti o dispersi dell'esercito
sabaudo. In seguito, la sconfitta di Novara costringe le sorelle di Alba a lasciare Milano e a rifugiarsi ad Albaro,
vicino Genova, dove le famiglie Bayer e Casella fondano un educandato femminile, ispirato a principi liberali e
di emancipazione della donna, e prendono alloggio in un'ala della villa occupata dai fratelli Camozzi. Alba aiuta
le sorelle nella conduzione del collegio e nel 1850 inizia i suoi periodici viaggi in Liguria lasciando il marito nelle
proprietà pavesi, viaggi che le consentono di mantener viva e plasmare ulteriormente la sua ideologia
patriottica attraverso i contatti con uno dei più attivi centri dell'emigrazione politica democratica italiana e
dell'attività cospirativa mazziniana: Genova3.
2
Per Gabriele Camozzi si può consultare: Antonietta Barbaro, Gabriele Camozzi, in Bergomum. Bollettino della
civica biblioteca di Bergamo, anno XVII (1923), nr 3 pag 113 e nr 4 pag 177. Per Alba Coralli si possono
consultare: Ernesta-Pelizza Marangoni, Piccolo mondo Garibaldino. Donna Alba Coralli Camozzi, Società
anonima editrice Dante Alighieri, 1934 e Rachele Farina (a cura di) Dizionario biografico delle donne lombarde
(568-1968), Milano, Baldini-Castoldi, 1995, ad vocem
3
Alba è in contatto tra gli altri con Agostino Bertani, Carlo Pisacane e la sua compagna Enrichetta Di Lorenzo,
Emilia Ashurst e la madre di Giuseppe Mazzini. Vedi le lettere di Emilia Ashurst a Maria Mazzini e di Maria
Mazzini ad Emilia Ashurst citate in Ernesta-Pelizza Marangoni, Piccolo mondo Garibaldino. Donna Alba Coralli
Camozzi, Società anonima editrice Dante Alighieri, 1934, pag 32 e 33. Nell'Archivio Camozzi-Danieli sono
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Ad Albaro si trovano anche Gabriele e Giovan Battista Camozzi, proscritti dal governo austriaco. Figli di un
possidente e imprenditore serico bergamasco, nobili, i due uomini sin da ragazzi hanno contatti con il mondo
liberale e democratico lombardo. Gabriele dopo la laurea in legge a Pavia, un ateneo attorno al quale gravitano
molti dei giovani che avrebbero guidato il Risorgimento italiano, da Benedetto Cairoli a Giuseppe Zanardelli, e
nel quale sono diffuse le idee democratiche mazziniane, entra in contatto con l'ambiente liberale e democratico
milanese e bergamasco, frequentando tra gli altri Gabriele Rosa e le famiglie milanesi Giulini della Porta e
Casati. E' in questi anni che Gabriele inizia ad interessarsi del problema indipendentistico italiano e diviene
consapevole della necessità di agire al più presto per ottenere la fine dell'occupazione austriaca in Lombardia e
fondare un nuovo stato liberale. Così quando scoppia l'insurrezione del 1848 Camozzi si impegna in prima
persona, rivestendo un ruolo di primo piano come organizzatore della rivolta bergamasca e coordinatore
dell'azione di Milano e di Bergamo: nella città natale dà vita alla guardia nazionale, divenendone il comandante
per tutta la provincia; partecipa ai combattimenti contro gli austriaci; trasforma la sua casa nel quartier generale
della rivolta; entra a far parte del governo provvisorio cittadino, costituito il 23 marzo del 1848; si occupa
dell'arruolamento e dell'organizzazione di volontari. Il suo orientamento politico nel biennio rivoluzionario oscilla
tra la condivisione del progetto di unificazione della Lombardia al Piemonte, voluto dai liberalmoderati, in nome
del quale agisce come combattente volontario ed esponente del governo bergamasco, e la collaborazione con
Mazzini e Garibaldi nei tentativi di mantenere in vita l'insurrezione lombarda durante i mesi di armistizio e dopo
la sconfitta di Carlo Alberto a Novara nel 1849. Alla fine del biennio però, la delusione profonda vissuta nelle
ultime settimane di guerra orienta per un lungo periodo il suo pensiero politico in senso contrario al progetto
liberalmoderato e trasforma Gabriele sino al 1859 in un acceso critico della monarchia piemontese e in un
collaboratore dei democratici mazziniani, anche se con idee diverse da quelle del patriota genovese esule. E'
una delusione profonda perchè Gabriele nell'inverno del 1848, perseguitato dal governo austriaco, dopo un
breve soggiorno in Svizzera durante il quale collabora con Mazzini, si rifugia in Piemonte e qui, convinto che
solo alla collaborazione con il Regno di Sardegna sono affidate le possibilità di successo delle aspirazioni
lombarde, lavora al fianco del governo sabaudo per organizzare una nuova insurrezione in Lombardia. Ripresa
la guerra, accetta l'incarico del governo di Torino di guidare una colonna di volontari per attivare la rivolta nel
territorio bergamasco ed appoggiare l’ala sinistra dell’esercito piemontese, ma, giunto il 24 marzo a Bergamo e
posto l'assedio alla città in attesa dei rinforzi piemontesi, resta privo di informazioni ed aiuti ed è costretto dopo
pochi giorni a sciogliere definitivamente la colonna di volontari che da lui avrebbe preso il nome. Nuovamente
perseguitato dagli austriaci, Gabriele si rifugia in Svizzera e riprende la collaborazione con Mazzini, ma poi
sceglie di trasferirisi a Genova insieme al fratello Giovan Battista, amareggiato e deluso per il comportamento
del governo piemontese, che non solo l'ha abbandonato nel corso della sua missione, ma che non si è
preoccupato nel trattato di pace con l'Austria di tutelare in qualche modo i cittadini lombardi coinvolti come lui
nella guerra e li ha lasciati nelle spire della durissima reazione austriaca.
Da quando Alba e Gabriele prendono alloggio insieme ad Albaro, le loro vite si intrecciano: grazie all'abitazione
condivisa e al comune impegno patriottico, che entrambi proseguono nel capoluogo ligure, avviene il primo
incontro tra loro e nasce un rapporto via via più intenso, intimo e complice, che da amicizia si trasforma in
passione e in amore. Dal 1850 al 1853, attraverso le lettere quasi quotidiane che i due si scrivono, è possibile
seguire lo sviluppo di questo rapporto e insieme la vita di Alba e Gabriele: l'impegno politico di entrambi prima
ad Albaro e poi allo Zerbino; i viaggi di Gabriele in Piemonte e in Lombardia; le disgrazie familiari di Alba, che
vede morire nel giro di tre anni i genitori, i cognati, due sorelle e il marito; i due esilii di Gabriele da Genova nel
1851 e nel 1852, causati dalla sua militanza politica; alcune notizie riguardanti il collegio Coralli; i rapporti di
conservate anche due lettere di Emilia ad Alba, nelle quali si parla di Mazzini come dell' "amato nostro amico" e
frequenti sono i riferimenti ai giorni trascorsi insieme a Genova e all'amicizia per Maria Mazzini. -Misc.1 (49)-
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amicizia che entrambi intrattengono con altri emigrati e con le loro famiglie; l'impegno in associazioni di
assistenza agli esuli politici, in particolare durante l'epidemia di colera del 1854. Parallelamente a questi eventi,
le missive rivelano il cammino della relazione di Alba e Gabriele: i fattori che incidono positivamente o
negativamente su di essa, dai rapporti familiari e di amicizia all'impegno politico; la definizione del ruolo di
ciascuno rispetto all'altro, stimolante confidente Alba, assiduo e affettuoso consigliere Gabriele; l'evoluzione dei
sentimenti reciproci attraverso i diversi stadi della confidenza, dell'intimità, della fiducia, della collaborazione,
dell'affetto. Quando Carlo Belcredi muore nel 1853, Alba e Gabriele non hanno più dinanzi a loro alcun
ostacolo per ufficializzare il profondo legame che li unisce, anche se proprio la morte di Belcredi, preceduta e
seguita a breve distanza di tempo dalla scomparsa delle tre sorelle e dei due cognati di Alba, non si limita a
spianare la strada ai due amanti, ma li mette anche di fronte a nuove responsabilità e trasforma il loro rapporto
di coppia nell'embrione di una nuova famiglia, dando al sentimento reciproco altre valenze e altre sfumature.
Alba accoglie presso di sè i quattro nipoti rimasti orfani, che alleva insieme ai due figli avuti da Belcredi, e
Gabriele, legato ai ragazzi dall'affetto che nutre per Alba e dall'intimità nata in anni di convivenza, condivide con
la donna negli anni seguenti le gioie e il peso di questa famiglia, divenendo per i giovani Belcredi, Casella e
Bayer un punto di riferimento educativo ed affettivo e per Alba un compagno la cui presenza, il cui amore e il
cui aiuto le sono indispensabili dal punto di vista sia emotivo che pratico.
Nell'aprile 1859, alla vigilia della partenza di Gabriele come volontario nei Cacciatori delle Alpi, stimolati
dall'entusiasmo che gli eventi politici accendono nel loro animo, Alba e Gabriele si sposano ed entusiasmo si
aggiunge ad entusiasmo, passione a passione: i due, sebbene fisicamente separati, vivono gli eventi politicomilitari di quella primavera-estate con identica intensa partecipazione, uniti dalla duplice gioia per se stessi e
per la patria. E' un'esperienza che segna un momento irripetibile nella storia del loro rapporto, che contribuisce
a cementare il legame esistente tra Alba e Gabriele e che proietta la loro relazione in una dimensione di
profondo affetto e di totale intesa. Per Gabriele in particolare la I guerra d'indipendenza è anche l'occasione da
tanto attesa per contribuire alla liberazione della Lombardia e per guadagnare sul campo onori e responsabilità
crescenti: partito come sottotenente portabandiera nel reggimento di Enrico Cosenz, Gabriele diviene maggiore
al seguito di Garibaldi, comandante militare e commissario regio di Como e infine commissario regio della città
natale, Bergamo.
Conclusasi l'intensa esperienza del 1859, l'unità d'Italia porta importanti novità nella vita dei due coniugi: il
trasferimento da Genova a Torino e i frequenti soggiorni nelle proprietà di campagna pavesi e bergamasche,
fonte di scontento per Alba, che a Genova godeva di un ben preciso e autonomo status di donna impegnata
nell'ambito sociale-educativo e in quello politico; l'inizio per Gabriele dell'impegno parlamentare come deputato
del collegio di Trescore, un incarico che l'uomo avrebbe assolto sino alla morte nel 1869 tra numerose difficoltà
pratiche e delusioni; la nascita di due figli, Lisa nel 1860 e Attilio nel 1862, che incrementano ulteriormente
questa "famiglia allargata". L'esistenza di Alba e Gabriele cambia rispetto agli anni trascorsi a Genova, si
modificano in ciascuno esigenze, aspettative, obiettivi e il loro rapporto viene influenzato da questi cambiamenti
in senso negativo, aprendosi sempre più frequentemente con il trascorrere del tempo a dissapori e
incomprensioni. Innanzitutto si moltiplicano gli
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Alba e Gabriele Camozzi con i figli Lisa e Attilio
impegni familiari legati al mantenimento e all'educazione degli otto figli e contemporaneamente insorgono gravi
difficoltà economiche dovute al continuo aumento delle spese per la famiglia e per l'incarico parlamentare di
Gabriele e al ridursi delle risorse, quasi esclusivamente costituite dalla rendita agraria: la vita di entrambi
diviene un susseguirsi di problemi, di impegni, di responsabilità e il peso e l'urgenza di questi tolgono spazio
alla serenità, al dialogo, all'intesa. Si aggiungono poi dissapori di matrice politica, essendo Gabriele un
sostenitore e un difensore del governo moderato e assumendo Alba al contrario, in nome degli ideali
democratici a cui resta fedele, una posizione critica nei confronti della classe dirigente postunitaria.
Sopraggiunge inoltre un diverso grado di soddisfazione per la vita comune, che Gabriele accetta con
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rassegnazione maggiore di Alba, e si fa strada nell'animo di ciascuno anche un'immagine diversa del
compagno rispetto agli anni genovesi: Gabriele trova accanto a sè una donna insoddisfatta, poco comprensiva,
non più orgogliosa di lui, mentre Alba vede in Gabriele un compagno assente, privo a volte di entusiasmo e di
determinazione. Nel 1865 si aggiunge poi la morte del secondogenito Attilio ad amareggiare ulteriormente
l'animo di entrambi. Comunque, nonostante l'ampliarsi delle difficoltà, nonostante le disgrazie, i dissapori, le
frequenti separazioni dovute all'incarico parlamentare di Gabriele, i due coniugi riescono sempre a riscoprire
dopo ogni momento difficile l'affetto che li unisce, un affetto che li aiuta a ritrovarsi, a perdonarsi e a ricomporre
il rapporto, se non con l'entusiasmo degli anni genovesi, con la gioia per la rinnovata continuità del loro legame.
Ecco quindi che Alba e Gabriele si ripromettono di non parlare più di politica per evitare discussioni; ecco che
Alba si preoccupa per le condizioni di salute del marito durante le sue frequenti assenze e, superando
malcontento e insoddisfazione per se stessa, gli conferma aiuto e affetto nei momenti di maggiore difficoltà;
ecco che Gabriele si rammarica per la vita di sacrifici ai quali costringe Alba, addossandosene la colpa e
impegnandosi per modificarla, è sempre disposto a rivedere i propri progetti per combinarli con i desideri di
Alba, è il primo tra i due a proporre concilianti parole di affetto dopo ogni litigio.
Dopo la morte del figlio Attilio, forse uniti maggiormente dal conforto che reciprocamente si donano, Alba e
Gabriele gradualmente si riavvicinano e inizia un nuovo periodo nella loro vita, segnato ancora una volta, come
i precedenti, dagli eventi politici nazionali. Nell'estate del 1866, alla vigilia dello scoppio della III guerra
d'indipendenza, Gabriele riceve l'incarico di Comandante della guardia nazionale di Palermo, con il compito di
riorganizzare il corpo quasi allo sbando e di riportare l'ordine nel capoluogo e nell'isola dopo cinque anni di
malgoverno e di repressioni militari, che rischiano di far esplodere una rivolta. Nonostante desideri arruolarsi
nuovamente tra i volontari garibaldini e contribuire così personalmente al completamento dell'unità italiana,
Gabriele decide a malincuore di accettare l'incarico in Sicilia per risollevare le condizioni economiche familiari
con la propria retribuzione e si reca a Palermo, dove resta complessivamente per sei mesi tra il giugno 1866 e
il luglio 1867, svolgendo solo in parte il difficile incarico che il governo gli ha affidato. In questo periodo la
lontananza, il protrarsi dei problemi economici, il nuovo grave litigio nato dalla decisione di Gabriele di imporre
ad Alba il trasferimento definitivo da Torino alle proprietà di campagna per ridurre le spese familiari sembrano
accentuare le incomprensioni e la tensione tra i due coniugi, ma proprio da quella che potrebbe essere una
crisi senza rimedio nasce invece una nuova armonia, si rafforza l'affetto reciproco e per Alba e Gabriele si apre
un periodo sereno. Giova all'instaurarsi della rinnovata intesa il riavvicinamento delle posizioni politiche: se
Alba si mantiene fedele agli ideali democratici, criticando il governo, che secondo lei è responsabile della
rovina economica e politica dell'Italia, è nemico della vera democrazia e incapace di realizzare l'unità nazionale,
Gabriele invece abbandona la fiducia degli anni precedenti nella classe dirigente italiana, ne critica anzi la
disonestà, l'individualismo e l'incapacità e torna ad appoggiare i tentativi garibaldini di liberare Roma che in
passato aveva osservato con perplessità e disapprovazione.
Gli ultimi anni della vita coniugale di Alba e Gabriele scorrono senza gravi difficoltà. Alba si divide tra le
proprietà pavesi e bergamasche, dove collabora con Gabriele nel seguire la conduzione dei terreni, e si dedica
alla cura della piccola Lisa e dei figli e dei nipoti ormai adulti. Gabriele passa sempre meno tempo nell'aula
parlamentare fiorentina e appena può raggiunge la famiglia o si dedica alla gestione delle proprietà terriere.
Nell'aprile 1869, improvvisamente, Gabriele a Dalmine si ammala di febbre tifoidea e muore nel volgere di
pochi giorni, la notte tra il 16 e il 17 aprile, senza poter rivedere nè la figlia Lisa nè Alba, che nello stesso
momento giace ammalata nelle proprietà pavesi. Impossibilitati a scriversi e ad assistersi, Alba e Gabriele
vivono con apprensione e dolore i giorni della malattia, circondati da figli e nipoti che tentano di rassicurarli
mentendo sulle condizioni del compagno lontano. Ad Alba in particolare i figli non comunicano la morte di
Gabriele e la donna, quattro giorni dopo la scomparsa del marito, ormai guarita, torna a scrivergli, pronta a
riprendere il filo del loro rapporto, che invece è, a sua insaputa, spezzato per sempre.
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L'IMPEGNO POLITICO - Al di là degli elementi che fornisce per la ricostruzione della vita
di Alba e Gabriele, il carteggio intercorso fra loro è interessante perchè può essere considerato un esempio
delle divergenze di pensiero e di azione esistenti tra il pensiero democratico e quello moderato nel
Risorgimento, divergenze trasferite dall'ambito della discussione politica a quello meno tradizionale del
rapporto di coppia. Nella storia di Alba e Gabriele infatti l'impegno patriottico per l'Italia ha un ruolo centrale: è,
accanto alla famiglia, l'ideale sul quale ciascuno desidera sin dalla gioventù impostare la propria vita, la
passione comune che li avvicina, che rivela all'uno la personalità dell'altra, che crea fra loro per tutta la vita un
forte legame, basato inizialmente sulla collaborazione e sulla condivisione di obiettivi. Gabriele confida ad Alba:
"[...]ciò che fu sempre il mio primo pensiero, quello che io direi la mia missione, [è] l'idea della patria. Questa
patria era ed è per me dopo la famiglia il primo ideale"; e Alba nelle lettere ripetutamente esorta Gabriele a
riflettere sulle condizioni del loro paese e ad agire per esso -"[...] primo nostro scopo sia l'indipendenza del
Paese, nostro supremo desiderio la guerra. Voi proverete l'amore per la Patria col braccio, noi col sagrifizio in
silenzio. Ad ognuno ciò che gli spetta, ma tutti facciano", tanto coinvolta e partecipe delle vicende italiane da
provare intensa rabbia e profondo dolore quando queste vicende deludono le sue aspettative.
Giunti a Genova nel 1850, sospinti dalla forza degli ideali politici, entrambi decidono di proseguire la loro attività
di patrioti e si inseriscono nel vivace ambiente democratico cittadino, animato dagli esuli di diversi stati della
penisola, dalla madre di Giuseppe Mazzini e da alcuni fidati collaboratori del patriota emigrato all'estero. Grazie
all'attività di questo gruppo, Genova diviene nel triennio 1849-1852 uno dei centri più attivi di
quell'organizzazione unitaria delle forze democratiche italiane ed europee alla quale Mazzini cerca di dar vita in
quegli anni: da Genova partono opuscoli e periodici propagandistici e attraverso Genova i comitati della
penisola si mantengono in contatto continuo con Mazzini e con il Comitato nazionale italiano, da lui fondato a
Londra nell'autunno del 1850. Anche nel capoluogo ligure si formano comitati mazziniani ad opera degli esuli
delle diverse provincie e tra questi il Comitato degli emigrati lombardi, al quale collaborano Alba e Gabriele, che
assolve al duplice compito di coadiuvare il Comitato centrale lombardo e di collegarlo al Comitato londinese. In
questo contesto, grazie all'alloggio condiviso e al comune interesse patriottico, avviene il primo incontro tra
Alba e Gabriele e i due, anche se diversi di carattere, scoprono un'affinità di ideali e di sentimenti che crea
subito tra loro un forte legame. Entrambi condividono la dedizione alla causa della libertà e dell'indipendenza
italiana e l'odio per i governi che a questa causa si oppongono ed entrambi scelgono di collaborare all'attività
cospirativa che nel decennio 1849-1859 si svolge tra il Lombardo-Veneto e il Piemonte. Uniti nell'azione
patriottica, Alba e Gabriele scoprono di avere molto in comune: entrambi credono fermamente nei valori
dell'amicizia e della famiglia, che costituiscono per loro un secondo ideale, una seconda passione accanto alla
politica; entrambi sono anticlericali convinti, ostili alla religione cattolica, all'organizzazione ecclesiastica e al
potere temporale del papa, ritenuti un ostacolo per la realizzazione dell'indipendenza e della libertà italiana e
uno dei baluardi della tirannia, della crudeltà e dell'oscurantismo; entrambi negli anni Cinquanta eleggono
Genova a domicilio ideale, essendo il capoluogo ligure il centro della loro attività politica e la sede di affetti e
amicizie; entrambi sono animati da un forte senso di solidarietà e generosità nei confronti non solo degli altri
patrioti, ma di tutti coloro che attraversano momenti difficili per ragioni politiche, economiche, familiari, di salute;
entrambi non hanno ancora trovato un compagno che condivida al loro fianco aspirazioni e sentimenti :
Gabriele è celibe e Alba, pur sposata, non trova nel marito un collaboratore politico; entrambi infine sono alla
ricerca di un punto di riferimento nella loro vita e lo trovano uno nell'altro: Gabriele, lontano dai genitori e dalla
città natale, è accolto con affetto dalla famiglia di Alba e riceve dalla determinazione e dall'entusiasmo della
donna lo stimolo ad agire come uomo e come patriota, mentre Alba, provata da lutti e problemi familiari, trova
in Gabriele l'aiuto e la comprensione che le consentono di superare i momenti difficili e, in seguito, l'affetto che
la spinge a fondare una nuova famiglia.
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L'impegno politico risulta un elemento fondante di questo rapporto nascente ed anche condizionante, che
determina l'evolversi della relazione per tutto il suo corso, dal primo incontro in poi, sia per quanto riguarda i
fatti che i sentimenti: per entrambi la patria rimane sempre, anche dopo il raggiungimento dell'indipendenza e
dell'unità, un ideale comune al quale ciascuno si dedica in accordo o in contrasto con l'altro, una passione forte
che nessuno dei due intende mettere da parte se non quando le necessità familiari lo impongono; una
passione che si intreccia costantemente nel rapporto tra Alba e Gabriele con i sentimenti che nutrono uno per
l'altra, generando di volta in volta tra i due entusiasmo e solidarietà o tensione e incomprensioni, che si
intreccia con il mondo degli affetti, con le scelte di vita, con le relazioni interpersonali, influenzando ogni aspetto
della loro esistenza, come singoli individui e come coppia. All'inizio dell'amicizia tra Alba e Gabriele ad
esempio, l'impegno politico è allo stesso tempo uno stimolo all'incontro e alla conoscenza, un elemento di
coesione che facilita l'approfondirsi del loro legame ed anche la causa di frequenti separazioni, ostacoli
generati dall'impegno politico che però proprio l'impegno politico aiuta a superare, in quanto spinge i due amici
a comunicare per via epistolare onde scambiarsi notizie e informazioni di argomento cospirativo e offre quindi
ad entrambi l'occasione per continuare a incontrarsi e per approfondire la loro conoscenza nonostante la
lontananza. Quando sono in Liguria, Gabriele e Alba partecipano alle riunioni e all'attività degli esuli lombardi,
ospitando nella casa comune patrioti senza alloggio, aprendo le stanze della villa ad incontri di argomento
politico e animando l'attività cospirativa: le due residenze della coppia e dei loro familiari, prima ad Albaro e poi
allo Zerbino, divengono veri e propri cenacoli politici, ricordati con entusiasmo e nostalgia dai molti patrioti che li
hanno frequentati, da Giacomo Medici ad Agostino Bertani, ai bergamaschi Oreste Bronzetti ed Enrico
Dall'Ovo. Alcuni degli ospiti e frequentatori delle ville hanno lasciato un ricordo della loro presenza sull'album di
Alba, conservato presso il Museo storico di Bergamo, con parole che celebrano la cordialità e il patriottismo
della donna, definita "vera figlia d'Italia". La villa allo Zerbino in particolare fa da scenario alla prima esecuzione,
la notte del 31 dicembre 1858, dell’Inno a Garibaldi di Luigi Mercantini, accompagnata con entusiasmo dai
patrioti presenti.
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L’esecuzione dell’Inno di Garibaldi nella villa allo Zerbino
Quando invece Alba o Gabriele lasciano la Liguria per impegni familiari o politici4, è attraverso le lettere che
uno funge per l'altro da collegamento con i patrioti liguri ed è attraverso le lettere che continua tra i due il
confronto e lo scambio di idee su argomenti politici, ricercato da entrambi perchè, condividendo in questi anni
ideali e obiettivi riguardo il problema italiano, ognuno trova nell'altro un valido interlocutore e un confidente
attento e stimolante. Così durante le frequenti e lunghe separazioni nel biennio 1850-1852 i due si scambiano
giornali di orientamento democratico pubblicati a Genova -Italia e popolo, Italia libera, La libertà-, denaro
raccolto per i comitati democratici, scritti e opuscoli mazziniani e istruzioni relative all'azione di propaganda da
svolgere nel Regno di Sardegna e nel Lombardo-Veneto. E' Alba nei soggiorni a Casteggio che contribuisce a
mantenere i contatti, attraverso Gabriele, tra il Comitato degli esuli lombardi a Genova e il libraio Emilio
Brambilla, patriota milanese esule a Casteggio, attivo cospiratore, in rapporti con i comitati mazziniani lombardi.
Oltre che collaboratori, Alba e Gabriele in questo periodo sono anche confidenti politici. Gabriele ad esempio
trasmette ad Alba le notizie che gli giungono sull'attività cospirativa nel Lombardo-Veneto: "Voi mi mandate
sigari lombardi: non sapete che in Lombardia non si fuma più? Incominciamo da capo! Volesse la sorte che
fosse davvero il preludio dell'opera. Questa volta sarebbe seria sicuramente. Tanto meglio, così si finirà". E
all'amica poi scrive le proprie opinioni circa la soluzione del problema italiano, dilungandosi di fronte ad
4
Alba sino al 1853 deve lasciare spesso Genova per recarsi dal marito ammalato e dai propri familiari rimasti a
Casteggio, mentre Gabriele nello stesso periodo si assenta per espletare alcuni incarichi del Comitato degli
esuli lombardi e perchè costretto all'esilio dal governo sabaudo, infastidito dall'attività cospirativa da lui svolta.
L'uomo è esiliato due volte: nel settembre del 1851 per poche settimane, durante le quali si trasferisce sul Lago
Maggiore con il fratello Giovan Battista, e nel 1852 per sette mesi, da febbraio a settembre, un periodo durante
il quale si reca prima in Sardegna e poi nuovamente sul Lago Maggiore, dove era stato esiliato il fratello.
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un'interlocutrice che sa attenta e critica. Ad esempio nel maggio 1851, con l'incarico di comunicarle a Brambilla,
Gabriele espone ad Alba le proprie idee circa i tempi e i modi dell'attività cospirativa, che secondo lui dovrebbe
incentrarsi non sulle insurrezioni estemporanee, come volevano i mazziniani, bensì su un lavoro di studio e di
preparazione della popolazione: "I popoli, l'umanità vanno da loro alla libertà, il giorno della rivoluzione se non
sarà oggi sarà domani, se il movimento non lo dirigerà Mazzini lo dirigerà un altro del suo principio, insomma il
movimento verrà quando meno ce lo crederemo ed andrà. [...] Noi non possiamo che fare il predicatore [...]
mostrando sempre l'attaccamento al principio e proponendolo in qualunque luogo ed a qualunque costo". Ed è
ancora ad Alba che Gabriele confida, durante l'esilio del 1852, che secondo lui è giunto il momento di
realizzare l'unione di tutti i patrioti liberali disposti a lavorare per la libertà e l'indipendenza d'Italia: "Italia non
potrà scuotere i propri gioghi se tutta non si muove". Sono idee che testimoniano come il pensiero politico di
Gabriele sia in evoluzione in quegli anni, distante dal mazzinianesimo e aperto a suggestioni diverse, anche di
stampo moderato filopiemontese, un pensiero che sarebbe maturato successivamente sino all'adesione al
progetto sabaudo del 1859. Alba a sua volta parla di politica con Gabriele e gli espone senza reticenze i propri
pensieri: aiutando concretamente l'amico, scambiando con lui idee ed esortandolo a volte anche ad un'azione
più decisa, la donna conquista un ruolo ben preciso al suo fianco, guadagna stima e affetto e diviene per lui
preziosa come confidente, consigliera e compagna d'azione. Quando Gabriele è lontano da Albaro gli trasmette
messaggi degli esuli lombardi e informazioni sull'attività cospirativa, cercando di coinvolgerlo. Gli scrive ad
esempio nel settembre 1851 una lettera indignata e preoccupata per il rifiuto di alcuni esuli lombardi di
accettare l'elezione nel Comitato per il soccorso degli emigrati, nato per aiutare gli esuli senza risorse, e chiede
all'amico di convincere il fratello Giovan Battista ad assumere l'incarico: "[...] non converrebbe lasciar fare
questa elezione nulla ancora, collo scandalo di un'altra rinuncia ove assolutamente non volesse occuparsene
neanco tuo fratello. Io non posso crederlo, ed aggiungo un mio voto perchè sieno soddisfatti quelli di tanti
infelici che hanno bisogno di lui. [...] scrivimi e parlami anche dell'argomento di questa lettera che mi sta tanto a
cuore". Alba non può credere che tra i patrioti ci sia chi rifiuta di agire per la soluzione del problema politico
italiano aiutando gli emigrati a vivere e ad operare, non può credere che qualcuno si sottragga al dovere di
esporsi in prima persona per la patria: le sue parole rivelano quanto la donna sia coinvolta nell'impegno
patriottico e assistenziale e con quale determinazione persegua la realizzazione degli ideali nei quali crede.
Proprio questa determinazione è un lato del suo carattere che si rivela prezioso in alcuni momenti per stimolare
Gabriele, più pacato, a volte melanconico e disilluso, ad agire e ad avere fiducia. Ricorrendo ad esempio il 18
marzo 1852 l'anniversario dell'insurrezione, la donna scrive all'amico, in esilio sul Lago Maggiore: "Domani è il
quarto anniversario della nostra rivoluzione. Nel dolore per l'infelice esito di essa e per le luttuose presenti
circostanze non la dimenticheremo però. Nel silenzio delle nostre pareti, con qualche amico intimo, ricorderemo
i martiri della Patria nostra; il pensiero di essi rafforzerà la nostra fede". Gabriele invece non è fiducioso, anche
perchè è convinto che la popolazione lombarda abbia accantonato i propositi rivoluzionari, e il giorno
dell'anniversario diviene per lui un momento di sconforto: "Tutto va alla peggio" scrive ad Alba, "[...] per noi non
c'è speranza alcuna chi sa per quanto tempo; vedo da per tutto concentrarsi il retrogradame e la gente in
generale ritornare alle antiche abitudini. [...] Non credere però che io esageri; sono così... senza energia, senza
volontà, senza modo di credere". Solo quando lo raggiungono le parole di incoraggiamento scritte da Alba
l'esule bergamasco riprende animo, in una lettera annuncia all'amica di voler reagire e conclude inviandole un
bacio, espressione spontanea del vigore che Alba ha saputo riaccendere in lui: "Hai ragione! mi farò coraggio e
lo vedrai. [...] Ricevi un bacio dal tuo Gabriele".
Il momento di più intensa comunione di ideali, di speranze, di passione politica tra Alba e Gabriele è senz'altro
la primavera-estate del 1859. Entrambi, delusi dai ripetuti, disorganizzati e fallimentari tentativi insurrezionali
mazziniani, hanno seguito nei mesi precedenti il cammino di altri esuli democratici genovesi, come Giacomo
Medici ad esempio, ed hanno accettato per la liberazione del Lombardo-Veneto di sostenere il progetto
moderato piemontese di una guerra regia mirante all'instaurazione di una monarchia costituzionale nell'Italia
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settentrionale. Alla vigilia della dichiarazione di guerra l'entusiasmo contagia rapidamente tutto l'ambiente
genovese e coinvolge anche Alba e Gabriele: in entrambi si fa strada la gioia di veder realizzarsi quanto per
anni hanno sperato per l'Italia e l'entusiasmo, unito alla preoccupazione per l'incolumità di Gabriele chiamato
da Garibaldi ad arruolarsi volontario, dà al loro rapporto uno slancio nuovo, in grado di superare d'un balzo
incertezze e riserve. Alba in particolare prova il desiderio di vivere questi momenti se non in prima persona,
cosa impossibile al tempo, almeno attraverso Gabriele, al suo fianco ed ecco quindi che la decisione di
Gabriele di partire per mettersi al servizio della patria lo rende ai suoi occhi ancora più amato, ancora più
prezioso, speciale e necessario e la spinge a mettere da parte la sua avversità a contrarre nuove nozze e ad
accettare la proposta di matrimonio di Gabriele, che due anni prima aveva respinto. La politica dunque ancora
una volta incide sulla storia di questa coppia, determinandone il corso e modificando i sentimenti reciproci:
forse il matrimonio sarebbe ugualmente entrato nella vita di Alba e Gabriele, ma sicuramente la guerra del
1859, con il suo portato emotivo, ha una grande influenza sui sentimenti che nutrono uno per l'altra e un peso
decisivo nella loro scelta.
E' tale il coinvolgimento di Alba e Gabriele nella guerra in corso e tanto intenso è l'affetto che nutrono uno per
l'altra, da escludere nel loro cuore e nella loro mente ogni altro interesse: essi sono interamente assorbiti dalla
duplice passione che li anima per se stessi e per l'Italia e le loro lettere trattano quasi esclusivamente i due
argomenti amore-guerra. Nelle missive espressioni di nostalgia ed affetto si alternano alle notizie date e
richieste sui combattimenti, sui preparativi militari, sugli amici arruolati e sui personaggi pubblici protagonisti del
momento. Alimentato il desiderio reciproco dalla lontananza forzata, l'affetto tra i due coniugi diviene amore
intenso e nostalgico ed anche gioia per essere ormai una coppia ufficialmente riconosciuta, ufficialmente unita.
Alba scrive a Gabriele: "Io non so che dirti. Un saluto, un bacio sono sì poca cosa! Che piacere mi ha fatta la
tua lettera di ieri! Pensare che sei contento di essere Marito! Sai che hai detta un'eresia? Io non mi sono
ancora avveduta di esserti moglie, quando non fossero le lettere di congratulazione ad accertarmelo. Credi che
l'affetto solo e quale io sento per te poteva decidermi a tal passo. Non puoi immaginare cosa sia per una donna
un tal legame. Ma noi non ne avremo nessuno che non sia dolcissimo e non avremo a maledirlo giammai. Ti
mando cento baci [...] Tua Alba"; "Quello a cui penso si è l'affetto grande che ci unisce, se avesse poi anche ad
avverarsi il sogno di tanti anni sarebbe troppa parte di felicità"; "[...] voglimi bene. Io non potrei amarti con
maggior tenerezza nè essere più contenta di esser tua. Alba". Anche Gabriele non esita a rivelare ad Alba
l'intensità dei propri sentimenti: "Ricevo la carissima tua [...] L'agitazione che regna nella stessa mi dimostra
sempre più la tua affezione per me ed io non faccio che vieppiù accrescerla per te. Ma ora siamo al bello, ed io
credo che le cose si metteranno in modo che in brevissimo tempo saremo nuovamente assieme. [...] Tanti baci
vorrò darti la prima volta che ci incontreremo [...] Addio di nuovo, non posso staccare il mio pensiero da te"; "Il
tuo affetto, la tua tenerezza per me sono stati da non poter desiderare di più. Io spero [nella] sollecita fine della
guerra, e non desidero altro che la tua vicinanza, e la tua compagnia per sempre".
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Gabriele Camozzi con la divisa dei Cacciatori delle Alpi nel 1859
Ma accanto al sentimento emergono nelle lettere anche la nostalgia, il desiderio di essere vicini uno all'altro.
Mentre Gabriele mitiga il dolore per la lontananza da Alba grazie all'esempio dei compagni e agli impegni
militari che assorbono tutta la sua attenzione, per Alba la sofferenza della separazione è particolarmente
intensa, perchè alla preoccupazione per la sorte di Gabriele si aggiungono la preoccupazione per l'esito dei
combattimenti e la sofferenza per non poter contribuire personalmente alla lotta come gli altri patrioti. Alba è
felice che Gabriele combatta per la causa nella quale entrambi credono e non vorrebbe affatto tenerlo presso di
sè, ma vorrebbe invece combattere con lui, come le suggeriscono i suoi sentimenti e il suo temperamento
attivo: "Vorrei essere costì, mi pare che sarei felice. Non so che dirti, non so che scrivere, ho bisogno di
muovermi e sono qui inchiodata. Non è che io non ti vorrei costì, vorrei esservi io pure. Appena che ciò sia
possibile chiamami sai, o me ne vengo da me un bel momento che non regga più vivere così inquieta". A volte,
sull'onda delle vittorie, vere e proprie espressioni di entusiasmo compaiono nelle missive dei due coniugi, che
tralasciano le parole di affetto e nostalgia per rivolgere tutti i loro pensieri all'Italia. Alba scrive "Si avverino i tuoi
detti e sia redenta alfine questa Patria infelice! Viva l'Italia! Possa esser questo il desiderio ed il grido di ogni
suo figlio ed il nostro" e Gabriele le comunica con una breve ma significativa frase, che scrive sotto la spinta
dell'emozione nonostante l'urgenza delle manovre, l'ingresso in Lombardia, un evento atteso da anni, al quale
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partecipa da protagonista: "Carissima. Passiamo ora il Ticino e già parte del Reggimento tocca la sponda
lombarda. Stiamo tutti benissimo. Viva l'Italia. Addio, un bacio a tutti. Tuo Gabriele".
Dopo il 1859, come si è detto, le posizioni politiche di Alba e Gabriele divergono e in modo sempre più netto
sino alla guerra del 1866. Alba, in seguito al trasferimento da Genova a Torino e alle due maternità, rinuncia
all'attività politica, interrompendo i contatti con i patrioti democratici, ma continua ugualmente a seguire le
vicende del giovane stato italiano attraverso i resoconti della stampa e quanto le riferiscono Gabriele e gli amici
comuni. Gabriele invece riversa la sua dedizione alla patria nell'impegno parlamentare, che, almeno
inizialmente, svolge con entusiasmo. L'uomo ha piena fiducia nel governo piemontese ed è ottimista sul futuro
dell'Italia: convinto che sia ormai avviata la soluzione del problema nazionale nelle mani del Piemonte, è pronto
ad affidare non solo il raggiungimento dell'unità alle decisioni del governo di Torino, ma anche ogni altra
questione riguardante il nuovo stato italiano, sia essa politica, diplomatica, militare, economica o sociale. Critica
quindi, preoccupato, ogni opposizione ai governi moderati da parte delle forze politiche e delle organizzazioni
patriottiche e critica ogni iniziativa militare per il completamento dell'unità che non faccia capo al governo,
poichè considera entrambe un atto ingiusto verso chi rappresenta il paese e teme che compromettano la
precaria solidità del nuovo regno. In sostanza da critico e oppositore della monarchia piemontese, Gabriele si
trasforma dal 1859 in poi in un suo fedele sostenitore e per questo suo convertirsi al moderatismo si scontra
con alcuni vecchi compagni di cospirazione e di lotta, tra i quali Garibaldi, ed anche con Alba. La posizione
della donna infatti è diversa: Alba è immune alla fiducia e all'ottimismo di Gabriele, al contrario è critica e
diffidente verso l'operato della destra parlamentare e governativa, colpevole di volta in volta secondo lei di
ingiustizia verso i patrioti, debolezza, incapacità ad affrontare e risolvere i problemi di politica interna ed estera,
servilismo verso la Francia, ostilità verso i democratici garibaldini, disinteresse al completamento dell'unità,
manzanza di rispetto per le istitituzioni e le libertà politiche e civili. Critica e diffidenza sono un'eredità dei suoi
trascorsi democratici, ai quali, a differenza di Gabriele, si mantiene fedele, conservando nel suo animo principi
e obiettivi cari alla sinistra, sia mazziniana che garibaldina: il desiderio di una reale democratizzazione dello
stato italiano e soprattutto la fede incrollabile nel principio dell'unità d'Italia, che resta il nucleo principale del suo
pensiero politico dopo il 1859.
Come si vede le posizioni politiche dei due coniugi sono divergenti e questa divergenza fa sorgere spesso negli
anni tra loro delle discussioni, la cui eco è rintracciabile nelle lettere. Diversa è ad esempio l'opinione dei due
coniugi sul conte Cavour: il primo ministro italiano è definito da Gabriele in una lettera alla moglie "l'uomo
necessario per la sua bravura, sincerità (per quanto la diplomazia lo può permettere) e dignità, colla quale
sostiene il movimento italiano", mentre Alba lo considera un giocoliere pronto a incantare parlamentari e
popolazione secondo i suoi fini, che non coincidono secondo lei con gli interessi del paese. Quando nel maggio
1861 sembra profilarsi la cessione della Sardegna alla Francia la donna così scrive al marito: "So bene che
questa volta non sarà più il Conte di Cavour che farà tale proposta alla Nazione, ma se veramente il progetto vi
fosse e la Francia volesse la Sardegna, saprà in che modo giuocare le sue carte e con un nuovo colpo di
scena del maestro, ci troveremmo noi poveri Babbuini ad un bel partito. Mi ripugna il dubitare soltanto di un tale
nefando attentato, ma le antecedenze mi resero diffidente [...] Tu che sei l'Ottimista riderai a queste mie idee,
ma io t'accerto che ne soffro perchè non le sono cose che io creda come te, improbabili". Un altro argomento
su cui Alba e Gabriele hanno opinioni diverse è il ruolo che la sinistra dovrebbe assumere nella vita
parlamentare italiana. Alba è fortemente contrariata dalla mancanza di un'opposizione attiva al governo da
parte della sinistra, una mancanza di opposizione che secondo lei suona come una condanna funebre per il
paese: "Mordini mi scrive che i banchi della sinistra sono deserti. Povera Italia a che punto è giunta! T'accerto
che ho gonfio il core e prevedo ben tristi destini al nostro Paese. La Storia dirà poi se la colpa è di coloro che
prevedettero e dissero, ma intanto il danno è nostro, la congiura è estesa e la libertà calpestata come sempre e
ovunque. Mi dici che sono cattiva, vengo a conturbarti, tu vivi così sicuro e lieto del destino del nostro Paese!".
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Gabriele non condivide queste opinioni, in quanto per lui da un lato le decisioni del governo sono nella maggior
parte dei casi da appoggiare e dall'altro la carenza di discussioni in seno al parlamento è un segnale positivo di
armonia e concordia tra le parti politiche, armonia e concordia che Gabriele considera un elemento essenziale
della vita parlamentare, un fondamento necessario della giovane nazione italiana e un motivo di orgoglio per il
paese: "[...] purchè si miri al bene della patria comune tutti i partiti liberali ponno andare d'accordo" afferma in
una lettera alla moglie e quando può constatare che tale concordia esiste, Gabriele è felice e fiero di sè e dei
suoi colleghi deputati.
Ma il tema sul quale più viva è la divergenza tra i due coniugi è quello del completamento dell'unità nazionale.
Unità per Alba significa difesa del territorio italiano, non solo da attacchi militari, ma anche da eventuali cessioni
ad altri paesi e soprattutto la conquista di Roma, un obiettivo che considera prioritario e imprescindibile e in
merito al quale non tollera indecisioni da parte del governo. Come i gruppi più determinati della sinistra, Alba
auspica lo scoppio di un moto insurrezionale appoggiato dall'esercito italiano, interno od esterno a Roma, in
grado di liberare la città e di porre fine al governo della Chiesa, che per lei, anticlericale convinta come
Gabriele, è il simbolo della tirannia, della crudeltà e dell'oscurantismo Nel 1861 ad esempio scrive al marito in
proposito: "E tutto il resto del Gabinetto è servo della Francia [...] Scusami, ma mi sento proprio male. Oh
potesse Cialdini inseguire i Briganti oltre i confini Romani! Se veramente quel popolo è impaziente e irrequieto
come lo si dice ora, insorgerebbe al suo arrivo, darebbe una buona lezione a quelle iene. Si voleva evitarlo, e
concedendo tempo abbiamo lasciato trucidare popolo innocente, distinti cittadini, oltre a quello di brutto che
avremo a vederci ancora. Io temo tutto dai Preti, con questo governo debole e ostinato [...] Sono tanto
sfiduciata che temo perfino della indipendenza del nostro Paese in quest'epoca. Addio mio caro. [...] non andar
meco in collera perchè non ho la fortuna di aver la tua fiducia". Gabriele invece è fiducioso nell'operato della
destra al potere e nella strada delle trattative con la Francia intrapresa dopo il 1860 riguardo la questione
romana ed osserva con apprensione e critica perplessità i tentativi garibaldini per liberare la città papale. Dopo
lo scontro armato ad Aspromonte, Gabriele, esortato da Alba, si reca a La Spezia e a Genova per visitare
alcuni dei volontari arrestati e lo stesso Garibaldi e porta loro denaro e generi di conforto. Dalle lettere
scambiate con Alba in quest'occasione si capisce che entrambi sono dispiaciuti per la sorte di Garibaldi, ma
mentre Gabriele ne soffre come amico del generale e non come suo seguace, come un uomo politico che
assiste ad una spaccatura nel suo paese che vorrebbe unito e concorde, Alba stigmatizza il comportamento del
governo, difende in tutto e per tutto Garibaldi e vede nella spaccatura tra governo e parte del parlamento una
giusta punizione per i ministri colpevoli. Anche la convenzione di settembre del 1864 è valutata in modo
differente dai due coniugi. Alba la critica vivamente perchè, riprendendo le idee della sinistra, la ritiene una
definitiva rinuncia a Roma e a Venezia e un disonorevole segnale di debolezza del governo e del paese tutto di
fronte sia a Napoleone III, che al pontefice e a Francesco II. Scrive in proposito al marito in una lettera vivace e
drammatica: "Di politica non parliamo perchè è un momento questo per me ben crudele, mi ricorda i giorni che
precedettero la cessione di Nizza, colla differenza che la convenzione di cui è caso, ha conseguenze ben più
funeste. Essa indica a chiare note rinuncia a Roma, capitale definitiva a Firenze [...], plebiscito ed unità d'Italia
non mai, [...]. A Venezia si dice addio. [Molti] la favoriscono [...]. Per fortuna molti e molti si sono convinti
altrimenti a quest'ora e dico per fortuna non perchè ne speri un rifiuto alla rovina d'Italia, quella si vuole ed è
segnata, ma almeno si salverà l'onore. [...] Io per me se fossi deputato voterei il trasporto della capitale quando
si scegliesse Napoli, allo scopo di provare a Napoleone col fatto che Napoli non si deve distaccare dal resto
d'Italia, al Papa che intendiamo andare a Roma, a Francesco II che riesce inutile la sue spesa di armar briganti
per ritornarvi". L'atteggiamento di Gabriele riguardo l'accordo italo-francese non è dichiarato apertamente nelle
lettere da lui scritte alla moglie in questo periodo; tuttavia considerando la fiducia di Gabriele nel governo, le
sue idee moderate sul problema unitario e il suo ottimismo riguardo il futuro del paese, si può presumere che
non fosse entusiasta della convenzione, ma che comunque non vedesse in essa un atto così disonorevole e
carico di conseguenze negative.
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Sia Alba che Gabriele si dispiacciono delle discussioni di argomento politico che sorgono fra loro nel corso
degli anni e che turbano l'armonia familiare, già scossa dai gravi problemi economici e dalle incessanti
responsabilità educative. Non riuscendo però a trovare un'intesa sulle tematiche politiche, l'unica soluzione che
resta loro per evitare dissapori e tensioni è bandire l'argomento dai loro discorsi e più volte si ripropongono di
farlo, ma senza riuscirvi, essendo per ciascuno la passione politica un ideale centrale della vita, un tema al
quale i pensieri tornano costantemente. Comunque, come si è detto, Alba e Gabriele riescono ugualmente, al
di là delle difficoltà e delle discussioni, al di là delle divergenze di opinioni, a mantenere in vita il profondo
affetto che li lega sin dagli anni trascorsi insieme a Genova e a ricostruire di volta in volta l'intesa e la fiducia tra
loro dopo ogni periodo di tensione e di disaccordo.
Alba Coralli ritratta dopo il matrimonio con Gabriele Camozzi
A partire dal 1866 le loro opinioni politiche tornano ad avvicinarsi, le discussioni sulle vicende nazionali
diminuiscono e questo facilita la ricomposizione del loro rapporto. E' Gabriele tra i due a modificare il proprio
atteggiamento in particolare sulla questione dell'unità nazionale: abbandona la fiducia e l'ottimismo dei primi
anni, divenendo sempre più critico e sempre più disilluso nei confronti del governo e arrivando a condividere le
idee espresse da Alba tanti anni prima sull'incapacità e sulla disonestà di coloro che reggono le sorti del paese.
Alba invece si mantiene sempre fedele alle proprie convinzioni ed anzi le radicalizza: ostile ai ministeri di
destra, rafforza nell'animo i principi e gli ideali democratici dell'unità e della democratizzazione dello stato e
proprio sulla base di questi arriva ad auspicare, dopo la guerra del 1866, addirittura una "guerra del popolo" di
mazziniana memoria per risanare l'Italia, rovinata ai suoi occhi economicamente e politicamente. La III guerra
d'indipendenza segna il primo momento di riavvicinamento tra Alba e Gabriele. Entrambi seguono
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assiduamente e con intensa partecipazione le vicende belliche: Gabriele, che si trova a Palermo, alla notizia
dell'aprirsi delle ostilità si sente euforico, sicuro della vittoria finale e rimpiange di non poter essere con gli amici
al fronte; Alba invece è preoccupata per la durata della guerra e scettica sull'esito finale, perchè dubita delle
capacità e della volontà del governo. La conclusione della guerra, con le sconfitte di Custoza e di Lissa, le
incertezze dimostrate dai comandanti La Marmora e Cialdini, la cessione del solo Veneto all'Italia per mezzo di
Napoleone III, delude entrambi. Gabriele è perplesso e critico ed accetta la pace solo perchè non esistono
alternative: "Della guerra non ne posso più e desidero che sia finita in qualche modo [...]. Bisognerà purtroppo
ritornare alle armi da qui [ad] alcuni anni ancora. E' una fatalità. Però in allora io spero che le armi italiane si
purgheranno anche di quella parte di ridicolo che tu ben dici, che i loro capi (non certo per mala volontà o per
tradimento) hanno loro procacciato con questa guerra così mal condotta". Alba invece è profondamente
indignata per le sconfitte subite dall'Italia, adirata contro il governo che accetta l'umiliazione inflittagli da
Napoleone III: "E' un'infamia questa pace che ci impone l'imperatore dei francesi e infamia più grande è
l'accettarla", scrive al figlio Rodolfo, "Io sono avvilita e penso come e quando potrà l'Italia alzar la fronte dopo
questi ultimi umilianti fatti"5. Anche lei accetta la pace solo quando si rende conto dell'ineluttabilità degli eventi e
la accetta anche perchè offre agli italiani l'opportunità di prepararsi ad una rivoluzione per abbattere il governo,
che si è mostrato incapace e succube di Napoleone III: "Ma io spero la pace e la desidero nelle attuali nostre
contingenze", scrive Alba al figlio Piero, "onde non espormi a nuovi fatti vergognosi quanto la pace e per di più
con sagrificio d'uomini che ci varranno quando l'Italia, sbarazzata d'ogni gesuitica pastoia prenderà non armi
inservibili ma di precisione e bandirà la vera guerra nazionale, la guerra del popolo. [...]Ogni cittadino deponga
l'inservibile fucile, ritorni alle sue occupazioni, allo studio, al lavoro, questo vuole ora l'Italia dai suoi figli
ingannati. S'eserciti alle armi ammaestrato da una prova crudele, [...] formino fondi per acquistare buoni fucili a
suo tempo, concorrano tutti con una ferrea volontà a purgare il paese da gente inetta codarda, vile". In
definitiva sia Alba che Gabriele, delusi, si trovano d'accordo nel considerare la guerra una prova disonorevole
per l'esercito e per il governo, ma con valutazioni diverse: per Gabriele l'accaduto è una fatalità, che esprime
incapacità più che viltà e che tutto sommato ha dato un risultato utile, mentre per Alba l'accaduto è frutto di
codardia e del servilismo da sempre mostrato verso la Francia ed è il risultato di un sistema politico da
condannare, che sta portando l'Italia alla rovina morale e materiale. La delusione, filtrata e indirizzata da queste
differenti valutazioni, esercita su entrambi una forte influenza sulla considerazione delle vicende politiche
nazionali negli anni successivi, spingendoli ad opporsi in modo più o meno deciso alla classe dirigente al
potere: in Gabriele alimenta la delusione già sentita in precedenza nei confronti del mondo politico italiano, nel
quale vede spenti gli ideali e la determinazione del Risorgimento, e lo spinge sia a distaccarsi sempre di più da
questo mondo, sia ad assumere una posizione, per quanto riguarda il problema unitario, nuovamente
favorevole all'iniziativa insurrezionale; in Alba l'esperienza del 1866 accentua l'ostilità da sempre sentita verso i
moderati al potere e rafforza il credo democratico, portandola, come s'è detto, a desiderare l'abbattimento del
sistema politico vigente.
In occasione del tentativo garibaldino di conquistare Roma nell'autunno del 1867, nuovamente
Alba e Gabriele assumono posizioni simili. L'uomo assiste all'impresa ancora da spettatore, ma non più critico,
come per i fatti di Apsromonte: crede sia giunto ormai il momento di unire Roma all'Italia per comporre le
discordie interne sul tema dell'unità e per concentrare le forze della nazione sulle questioni più urgenti e
l'occasione dell'autunno 1867 gli pare opportuna. Anche Alba approva l'impresa, ma, dopo le esperienze del
1862, del 1864 e del 1866, si mantiene scettica sull'esito e non concede alcuna fiducia a quel governo al quale
5
Le lettere di Alba ai figli mi sono state gentilmente segnalate da Silvana Agazzi, che per la sua tesi di laurea
ha consultato i carteggi intercorsi tra Alba, i figli e i nipoti: Silvana Agazzi, Impegno politico e azione sociale:
Alba Coralli 1852-1886, Università degli studi di Milano, a.a. 1997/98
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ormai è profondamente ostile: è convinta che anche questa volta re e ministri non rispetteranno le aspirazioni
popolari e l'evolversi dei fatti conferma i suoi timori. Dopo la sconfitta dell'insurrezione romana la donna così
commenta l'accaduto in una lettera al figlio Piero, ironizzando sull'atteggiamento fiducioso di Gabriele: "Noi
pure siamo qui agitatissimi tutti, meno Gabriele il quale è tranquillo e crede, al solito, che imperatori e re ci
vogli[a]no liberi e felici. [...] Le cose sono a mal partito [...]. Commedie sempre. Vergogna eterna. Il rossore mi
sale proprio alla fronte. Cialdini e Menabrea padroni del paese, sappiamo qual conto fanno dell'opinione
pubblica codesti due eroi. E' la tattica dello scorso anno, aspettar sempre finchè gli altri abbiano vinto". In realtà
la sconfitta dell'insurrezione in Roma raffredda anche le speranze di Gabriele, che però confida ancora
nell'intervento del governo. Quando poi il 27 ottobre il re e il parlamento decidono di sconfessare l'impresa
garibaldina condannandola all'insuccesso e decretando ancora una volta la rinuncia a Roma, l'uomo si
abbandona allo sconforto: "[...] mi sopraggiunse un po' di melanconia, di stizza, di rivoltamento d'animo per il
tutto insieme dell'ultimo episodio che dopo Novara è il più funesto registrato nella nostra storia. Sono prostrato
d'animo e abbattuto". Alba, che definisce "un'infamia" la condotta del governo, assiste con piacere al
modificarsi dell'atteggiamento di Gabriele verso il ministero, un risveglio secondo lei tardivo, giunto dopo anni di
acquiescenza durante i quali l'uomo, come altri del suo pensiero, è stato manovrato senza accorgersene:
scrive in proposito al figlio Piero "Gabriele è sulle furie contro il re e con lui sono tutti quelli del suo colore che si
mantennero per principio fedeli alla monarchia e che furono rimorchiati sempre dalla consorteria, senza che
essi se ne accorgessero".
Alla fine del 1867, la sconfitta dei garibaldini, la condotta del governo e i nuovi dissapori diffusi in
seno al parlamento e nel paese amareggiano Gabriele, che vede fratumato ormai il sogno di un'Italia
completamente indipendente, unita e concorde. Inoltre la mancata risposta del governo alle sue richieste di
rimborso per il biennio 1848-496 e alla domanda di ottenere un altro incarico retribuito al nord, in sostituzione di
quello palermitano ormai concluso, lo riempiono di rabbia e di frustrazione. Il mondo politico gli appare sempre
più difficile ed estraneo, animato da interessi individuali o di gruppo anzichè dal supremo interesse nazionale e
si conferma nel suo animo il desiderio di ritirarsi dall'incarico parlamentare, un desiderio che già in passato era
affiorato in lui quando le necessità economiche e familiari richiedevano la sua attenzione: "Tutti fatti personali,
tutte passioni individuali, tutti pettegolezzi inutili all'interesse d'Italia che vanno mettendosi in piazza per far
ridere i preti, i francesi e gli altri molti nostri nemici. E ciò sia da destra che da sinistra, [...] insomma da tutti
coloro che calcolano più se stessi che il paese. Io sono stanco di fare il deputato, perchè mi piace esser nel
giusto e nel maggior vero possibile per me, e tutte queste lotte individuali mi pajono fanciullaggini, quando non
si avessero a qualificare per qualche cosa di peggio". Sembra riecheggiare Gabriele le parole scrittegli da Alba
qualche anno prima anche se con movente diverso: se Alba le scriveva mossa dall'opposizione alla destra al
potere, Gabriele le scrive dopo anni di delusioni personali e politiche e non contro un partito, ma contro un
modo di fare politica che è comune a più schieramenti. Si trovano d'accordo dunque Gabriele ed Alba dopo
tanti anni sul tipo di vita politica che vorrebbero in Italia, anche se non sullo schieramento da sostenere.
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Gabriele sin dal 1860 aveva chiesto al governo unitario il rimborso delle spese da lui sostenute personalmente
in occasione dei fatti insurrezionali del 1848 e del 1849 ed anche il rimborso della pesante tassa di guerra a lui
imposta dall'Austria, che aveva sequestrato una parte dei beni di famiglia di Gabriele e Giovan Battista.
Nessuna decisione in merito viene però presa dal governo italiano sino alla morte di Gabriele, nonostante
l'uomo abbia avviato sia una causa in tribunale, sospesa al processo d'appello, sia una lunga serie di petizioni,
proposte e richieste a diversi uomini politici. Gabriele conta molto sul rimborso per risollevare le condizioni
economiche familiari e la mancanza di risposte da parte del governo non solo aumenta le sue difficoltà, ma lo
rende via via più amareggiato e ostile nei confronti della classe dirigente italiana, nella quale aveva riposto in
passato tanta fiducia. Dopo la morte di Gabriele sarà Alba a continuare per lui la vertenza.
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IL RAPPORTO DI COPPIA - Il rapporto tra Alba e Gabriele offre spunti anche nell'ambito
della storia delle relazioni affettive, del matrimonio e della vita familiare perchè si rivela particolare come
rapporto di coppia. Sin dagli esordi la loro relazione è intima e confidenziale e soprattutto è informata ad un
certo anticonformismo, evidente ad esempio nella decisione, presa dopo pochi mesi di conoscenza, nell'estate
del 1851, di passare dal "voi" al "tu" nelle missive, una decisione che è segno tangibile dell'intimità creatasi tra i
due esuli e che non tiene conto della prassi del tempo, quando l'uso del "tu" tra un uomo e una donna era
criticato, soprattutto nelle classi più elevate, e permesso solo dopo le nozze. Inoltre, elemento ancor più
singolare per l'epoca, Alba e Gabriele sin dall'inizio della loro conoscenza convivono nella medesima
abitazione, in una promiscuità temperata dalla presenza dei familiari di Alba, legata forse anche a motivi
finanziari e generata dal clima di comunanza di vita e di risorse instauratosi tra gli esuli, tuttavia eccezionale e
decisiva per lo sviluppo del loro rapporto: come si può immaginare infatti, sotto lo stesso tetto le occasioni di
incontro tra Alba e Gabriele sono continue e continuamente si offrono ai due opportunità per conoscersi e
frequentarsi e dunque per approfondire la simpatia iniziale. La convivenza, casuale all'inizio, diviene ben presto
una piacevole abitudine per entrambi, un modo di vita al quale non intendono rinunciare, per il profondo affetto
che con il passare degli anni li lega e per il desiderio di mantenere in vita il nucleo familiare e di amicizie che li
circonda. Così anche quando nel 1852 i Camozzi lasciano la villa ad Albaro in procinto di partire per l'esilio e
Alba trova un nuovo appartamento per sè e i figli, nè lei nè Gabriele pensano ad una separazione definitiva: la
donna, durante uno dei brevi soggiorni del patriota ad Albaro nell'estate del 1852 e poi al suo ritorno dall'esilio,
lo ospita nella propria casa e anche nella propria camera; Gabriele tornato a Genova, abbandona ben presto
l'idea di cercare un alloggio autonomo per sè e il fratello, intenzionato a condividerlo ancora con Alba: "Ho
tutt'altro che intenzione di lasciare la mia attuale dimora e dividermi da te. Non lo farei per qualunque cosa. [...]
voglio avere assolutamente un punto d'appoggio nella casa ove sei tu. [...] te lo dico chiaro, io conto e voglio
restar con te [...] Io voglio bene a te ed ai tuoi figli ed alla tua famiglia. Dunque non desidero che vedervi e
starvi assieme".
Particolare è anche la confidenza che si crea tra Alba e Gabriele già nei primi mesi di conoscenza, una
confidenza profonda, alimentata dalla condivisione dell'alloggio, dei legami familiari e di amicizia, delle idee
politiche, una confidenza che si approfondisce attraverso il rapporto epistolare. Costretti per due anni, dal 1850
al 1852, a incontrarsi quasi esclusivamente attraverso le lettere, Alba e Gabriele affidano pensieri e sentimenti
alla parola scritta, che così diviene in quel periodo densa di significato, destinata a sostituirsi tra loro alla
gestualità e all'espressività del discorso. Le lettere si aprono a note sempre più intime e si svincolano dalla
necessità di inviarsi comunicazioni politiche e familiari per affrontare argomenti diversi. Tra i due cresce il
desiderio di conversare e di raccontarsi mille cose e ognuno narra all'altro di sè con sempre maggior
spontaneità, dalla vita quotidiana, alle preoccupazioni, ai moti dell'animo, ai progetti, agli eventi dolorosi, un
gesto spontaneo che con il passare degli anni diviene abituale, una caratteristica del loro rapporto. La
confidenza è legata anche al fatto che ognuno dei due è per l'altro un ascoltatore attento e partecipe, una fonte
di consiglio ed aiuto, morale e concreto. Gabriele segue Alba nei tanti dolori provocati dai lutti e dalle
preoccupazioni familiari, confortandola, invitandola alla calma e dichiarandosi pronto ad aiutarla in ogni modo:
"Vorrei esser qui e costì nel medesimo tempo. Sei sempre tanto disgraziata che mi fa male il non esserti vicino
perchè temo sempre che qualche cosa di peggio ti succeda e vorrei poter esser buono a schivarti qualche
male. Ricordati che mi farai un sommo piacere scrivendomi proprio tutto [...]. Tu, i tuoi figli, le tue sorelle siete
come la mia seconda famiglia". Inoltre la consiglia e la appoggia nell'educazione dei figli e dei nipoti e nelle
molteplici incombenze legali conseguenti la malattia e la morte di Belcredi e la gestione del collegio Coralli.
Alba da parte sua si preoccupa costantemente della salute di Gabriele, del suo umore, lo incoraggia se lo sente
depresso e lo esorta a reagire con parole ferme: "La tua lettera d'oggi mi ha fatto male. Coraggio amico, i nostri
dolori non sono finiti. Facciamo che essi ci trovino saldi al nostro posto". Allo stesso tempo non manca di
esprimere all'amico il proprio affetto -"[Le tue lettere] sono scritte con tanto affetto, con tanto cuore, che provo
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in leggerle una vera commozione e le rileggo, ed ogni volta scopro una frase che m'era prima sfuggita [...]. Se
mi fosse possibile risponderti con modi e frasi altrettanto cordiali ed affettuosi lo farei con gioia perchè sento
per te e cordialità ed affetto, ma non so esprimerle come usi tu"-, perchè l'importanza che Gabriele riveste per
lei è grande: "Quello che so e sento e provo ogni dì si è che mi hai abituata troppo bene alle tue cure, a' tuoi
consigli, e quando tu non sei qui, io sono senza energia, decisa a nulla. Il tuo affetto è tutto per me, le tue
lettere mi scuotono a guisa della voce de' miei figli, la quale ha pur sempre un potere fortissimo per ridestarmi
alla vita quando anche i dolori più forti mi opprimono".
E' particolare soprattutto il fatto che questa confidenza, questo legame fatto di consiglio e aiuto vicendevole, di
affinità di ideali e di sentimenti, di attrazione e di affetto, preceda e sia causa del matrimonio anzichè seguirlo
ed esserne effetto, come avveniva generalmente all'epoca, quando gli incontri prematrimoniali soprattutto tra le
classi più elevate erano rari e si svolgevano sotto la sorveglianza di genitori e parenti e i due promessi
imparavano a conoscersi e a rapportarsi solo dopo le nozze. Alba e Gabriele invece arrivano al matrimonio già
conoscendosi l'un l'altro, già con alle spalle un lungo vissuto di coppia e per di più con una relazione stabile e
dai caratteri ben delineati.
L'anticonformismo e la libertà con la quale Alba e Gabriele gestiscono il loro rapporto di coppia si mantengono
invariati nel corso della loro relazione. Certamente è Alba tra i due, perchè di temperamento più determinato e
indipendente, ad essere meno influenzata dalle consuetudini e lo dimostra ad esempio il suo primo rifiuto alla
proposta di matrimonio che Gabriele le fa nel 1857. E' un progetto che Gabriele annuncia ad Alba tra le righe di
una lettera, forse intenzionato a preparare l'amica prima del loro incontro, forse incoraggiato ad esprimersi dal
filtro protettivo della parola scritta. E Alba, sempre per lettera, gli risponde di non poterlo accettare, non perchè i
suoi sentimenti non siano profondi, ma perchè, come gli scrive, ritiene che le proprie condizioni economiche e
familiari la renderebbero per lui un pesante fardello da portare, impedendogli di vivere liberamente:
Alba Coralli negli anni del soggiorno genovese
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"[...] urterei colla mia coscienza, co' miei principii i quali per prima cosa vogliono riconoscere la tua assoluta
libertà. E questo non è il risultato della meditazione d'un'ora ma di una serie di notti, nelle quali
incessantemente ho calcolata ogni cosa. E tu stesso devi esserti avveduto del mio silenzio intorno certo
argomento da me accarezzato per molto e al cui pensiero ora stesso sento venir meno il mio proposito. Le
nostre condizioni distano troppo l'una dall'altra perchè io acconsenta mai di cambiare la mia. Non offenderti, ho
anch'io il mio orgoglio e la mia parte di pregiudizi. Noi non saremo adunque mai più di quel che siamo. Amarci
di più impossibile. Niun altro vincolo che quest'affetto deve esser fra noi. Egli conta sei anni e da quell'epoca
forma il solo bene della mia vita e tronca ogn'altro desiderio[...]. La sempre tua Alba". Sono parole che
riassumono l'insieme contraddittorio di sentimenti, desideri e preoccupazioni che scuote l'animo di Alba. Sulla
sua decisione pesano diverse considerazioni: certo, come lei scrive, la preoccupazione per il futuro di Gabriele
come uomo e come patriota, che avrebbe potuto essere condizionato negativamente dal peso economico e
morale di una famiglia trovata più che voluta, ma anche il desiderio di mantenere la propria autonomia di scelta
nella conduzione degli affari di famiglia e nella cura dei ragazzi a lei affidati, il timore di veder spegnersi l'amore
che in quel momento lei e Gabriele nutrono spontaneamente uno per l'altra sotto l'obbligo imposto da un
contratto legale e non ultimo il timore di vedersi sottrarre la tutela dei figli in seguito ad un nuovo matrimonio,
come previsto dalla legge vigente7. Con la sua decisione Alba rivela ulteriormente la particolarità del proprio
carattere, l'anticonformismo che la contraddistingue e secondo il quale vive il rapporto con Gabriele e
soprattutto la sua distanza dai modelli femminili dell'epoca. Alba infatti sembra identificarsi più nella figura di
madre, di educatrice, di patriota che in quella di moglie, in un'epoca nella quale all'inverso le donne trovano
quasi esclusivamente con il matrimonio la loro collocazione sociale e la loro identificazione, di fronte a se
stesse e agli altri, soprattutto se vedove. Su Alba questi meccanismi sembrano non avere influenza. Alba ha
un'identità ben precisa, che non necessità del matrimonio per formarsi ed esprimersi, ma già prima delle nozze
con il marchese Belcredi agisce attraverso l'impegno politico ed educativo e, dopo le nozze, trova nuova fonte
di arricchimento e nuovo campo di espressione nell'affetto materno. In lei l'indifferenza se non l'ostilità al
matrimonio si manifestano con maggior vigore dopo la vedovanza -"Non puoi immaginare cosa sia per una
donna un tal legame" scrive in proposito a Gabriele-, quando aumentano i suoi compiti di madre e di educatrice
e quando teme con le nuove nozze di perdere l'indipendenza e la libertà e di vedersi sottrarre la tutela dei figli.
Non pesa dunque ad Alba la sua condizione di vedova, anche perchè comunque può contare sull'affetto e sulla
presenza di un compagno: il suo status anzi le offre l'opportunità di vivere pienamente, con libertà di iniziativa,
nel doppio ruolo di madre capofamiglia e di patriota, ruolo nel quale trova la sua identità e la sua collocazione
sociale e nel quale la sua forte personalità si dispiega completamente.
La relazione tra Alba e Gabriele è particolare e anticonformista rispetto agli usi del tempo anche perchè
sostanzialmente paritaria, impostata sulla collaborazione, sulla stima e sul rispetto reciproco, sentimenti che
hanno la loro radice oltre che nella mentalità aperta dei due anche nel profondo affetto che li lega. Ciascuno è
non solo libero di esprimere opinioni e consigli, ma viene sempre sollecitato dal compagno a farlo; inoltre
ciascuno collabora strettamente con l'altro e non prende una decisione su nessun argomento, dall'educazione
dei figli alla gestione del patrimonio, senza aver consultato il compagno. Anche nelle discussioni, che
testimoniano appunto la libertà di espressione garantita nel loro rapporto, ciascuno dei due evidenzia con
chiarezza e fermezza il proprio pensiero e non rinuncia alle proprie idee nel caso di divergenza d'opinioni. E' un
atteggiamento che può sorprendere soprattutto da parte di Gabriele, al quale, come marito, la legge attribuiva
all'apoca la più ampia autonomia nella conduzione della famiglia, ma che per lui in realtà è la conseguenza
7
In base alla legislazione vigente il consiglio di famiglia poteva revocare alla vedova la tutela dei figli in caso di
nuovo matrimonio. Vedi in proposito il Codice civile per gli stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino, Libreria della
Minerva subalpina, 1843
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naturale del tipo di rapporto instaurato sin dall'inizio con Alba, fondato appunto sul rispetto e sulla
collaborazione, e delle capacità e della forte personalità della donna, che non avrebbe mai accettato di essere
messa a tacere dalla volontà del marito. A differenza di molte altre donne dei suoi tempi, Alba riceve una valida
cultura, si interessa di problemi educativi e politici, per la soluzione dei quali il suo carattere determinato ed
attivo la spinge ad intervenire di persona, con le parole e con i fatti. Alba vuol essere protagonista del mondo
familiare, relazionale e politico del quale fa parte: non solo ha delle opinioni precise e non solo le esprime
liberamente, ma agisce in conformità a queste idee per raggiungere obiettivi nei quali crede. Gabriele è
rispettoso e tollerante verso di lei: dopo il matrimonio, durante le frequenti discussioni riguardanti i figli e la
gestione del patrimonio, cerca sempre di soddisfare i desideri di Alba, di uniformare i propri progetti a quelli
della moglie: "Io godo veramente che si possa venire con calma a decidere del nostro avvenire e sarà mia cura
di occuparmi con tutte le mie forze pell'attuazione del progetto quando venga trovato possibile ed opportuno da
tutte le parti". L'uomo esercita la sua autorità di marito in una sola occasione, quando le impone il trasferimento
da Torino alle proprietà di campagna nel marzo 1867, ma poi, di fronte al rancore e alla sofferenza di Alba,
torna sui suoi passi e la lascia libera di tornare in Piemonte, restituendole l'autonomia e la libertà d'azione che
per lei sono essenziali: "[...] io devo e doveva rispettare i sentimenti del tuo cuore, e per ciò non poteva nè
doveva insistere perchè tu procurassi di cambiare domicilio"; "[...] mia cara Albina scorgo dalle tue lettere un
dolore talmente profondo, mantenuto certamente dall'idea malcompresa della maniera di vedere e dal progetto
da me proposto ed in parte attuato, che devo ritenere di aver mal fatto, e mi convinco che se avessi anche
ragione, non l'avrei certo di lasciare le cose in modo che tu ne soffra, che tutti moralmente ne soffriate o per
meglio dire ne soffriamo, poichè il mio scopo non era e non è di volere il male vostro, ma bensì il vostro bene
morale e materiale, e ciò sarebbe assolutamente impossibile ottenere se io ti lasciassi nello stato di animo in
cui ti trovi e sempre in quella supposizione che io abbia fatto ciò che feci per distaccarti da tutti massime dai
tuoi figli. Siccome ciò non è, io ti prego se lo credi a ritornare anche a Torino [...]. [...]Almeno [...] rimarrai meno
agitata e più tranquilla. Se credi deciditi pure a fissare il domicilio tuo stabile a Torino insieme con Piero e con
gli altri. In quanto a me [...] mi terrò abbastanza soddisfatto se potrò avere almeno per sei mesi dell'anno la
Lisa, te e qualcuno dei nostri figli e nipoti con me. [...] Ho perciò pensato [...] che io abbia ad accontentarmi,
lasciando in questo modo soddisfatta anche te stessa".
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