la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vi
Milano
n. 12 – dicembre 2014
SPECIALE
ALDO MANUZIO
Aldo,
imprenditore
ma non troppo
di giancarlo petrella
Aldo, l’astrologia
e il duca di Urbino
di gianluca montinaro
Il grande enigma:
Franciscus
Columna
di massimo gatta
Festina lente,
l’Ancora
e il Delfino
di alberto cesare ambesi
Aldo alla
Biblioteca
di via Senato
di giancarlo petrella
SPECIALE V CENTENARIO DI ALDO MANUZIO
la Biblioteca di via Senato
mensile, anno vi
Milano
n. 11 – novembre 2014
BVS: ARTE
Elena Schiavi
e il sale della terra
di luca piva
STORIE DI CARTA
Fra gli scaffali:
librerie da leggere
di massimo gatta
BVS: ARCHIVIO
MARTINI
Fra le carte di
Giuseppe Martini
di giancarlo petrella
LIBRO DEL MESE
La Comedia
di Dante con
figure dipinte
di gianluca montinaro
GUERRA
E LETTERATURA
Agli inizi del ’900:
fra militanza
e intervento
di marco cimmino
la Biblioteca di via Senato – Milano
MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VI – N.12/57 – MILANO, DICEMBRE 2014
Sommario
4 SPECIALE ALDO MANUZIO
ALDO, IMPRENDITORE
MA NON TROPPO
di Giancarlo Petrella
20 SPECIALE ALDO MANUZIO
ALDO, L’ASTROLOGIA
E IL DUCA DI URBINO
di Gianluca Montinaro
32 SPECIALE ALDO MANUZIO
IL GRANDE ENIGMA:
FRANCISCUS COLUMNA
di Massimo Gatta
40 SPECIALE ALDO MANUZIO
FESTINA LENTE,
L’ANCORA E IL DELFINO
di Alberto Cesare Ambesi
45 SPECIALE ALDO MANUZIO
ALDO ALLA BIBLIOTECA
DI VIA SENATO
di Giancarlo Petrella
56 Il libro del mese
LIBRI BELLI COME OPERE
D’ARTE FRA AVANGUARDIE
E LETTERATURA
di Luca Pietro Nicoletti
63 Editoria
LA COLLEZIONE DI POESIA
EINAUDI (1964-2014)
di Massimo Gatta
67 La mostra del mese
LUCIO DEL PEZZO
DA MARCONI
di Luca Pietro Nicoletti
68 Sartoria delle parole e delle cose
PERCHÉ ESISTONO I LIBRI?
PERCHÉ LI SCRIVIAMO?
di Daniele Gigli
70 BvS: il ristoro del buon lettore
UN COL ALT,
FRA LE MONTAGNE
di Gianluca Montinaro
72 HANNO COLLABORATO
A QUESTO NUMERO
SI RINGRAZIANO LE AZIENDE
CHE SOSTENGONO
QUESTA RIVISTA CON
LA LORO COMUNICAZIONE
Biblioteca di via Senato
Redazione
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Referenze fotografiche
Saporetti Immagine d’Arte - Milano
Immagine di copertina
Antonio Frasconi, Ritratto di Aldo
Manuzio, 1982 (pubblicato in
Theodore Low DeVinne, The First
Editor Aldus Pius Manutius,
Greenwich, Targ Editions), particolare
Stampato in Italia
© 2014 – Biblioteca di via Senato
Edizioni – Tutti i diritti riservati
L’Editore si dichiara disponibile a regolare
eventuali diritti per immagini o testi di cui
non sia stato possibile reperire la fonte
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
S
e un anno indubbiamente difficile
si chiude per la Biblioteca di via
Senato, buone prospettive sembra
portare il 2015. Lo apriamo (con un
pizzico di anticipo) con questo numero
speciale della rivista: un semi-monografico
su Aldo Manuzio (1450 ca.-1515),
in occasione del V centenario della morte.
Principe dei tipografi, intellettuale
raffinato, creatore di autentiche opere
d’arte (come l’Hypnerotomachia
Poliphili, da molti definito il più bel libro
mai stampato dall’uomo), Manuzio
è stato colui che più di chiunque altro,
all’alba dell’evo moderno, ha compreso
la “potenza” del libro, come veicolo di idee.
Una prospettiva di speranza, quindi,
per la Biblioteca di via Senato inaugurare
questo 2015 insieme a Manuzio.
A questi sentimenti positivi
si aggiunge, però, anche quello del dolore.
Alberto Cesare Ambesi, da due anni
collaboratore fisso della nostra pubblicazione,
si è spento poche settimane fa,
solo tre giorni dopo aver inviato
(secondo la puntualità che lo distingueva)
il suo articolo per la rivista.
Lo pubblichiamo, postumo, e a lui –
persona oltremodo schiva e studioso serio –
dedichiamo questo numero.
Gianluca Montinaro
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
SPECIALE ALDO MANUZIO
ALDO, IMPRENDITORE
MA NON TROPPO
Cultura, affari e collezionismo all’insegna dell’Ancora
GIANCARLO PETRELLA
S
eduto su un solenne seggiora un agile libretto da tasca che
lone, Federico da Montefeltiene appoggiato verticalmente
con un dito tra le pagine, quasi a
tro, nel ben noto Ritratto col
non voler perdere il segno di una
figlio Guidobaldo attribuito, ma
privata lettura interrotta per
con riserve, a Pedro Berruguete
mettersi in posa. Lettori e lettrici
circa 1475, è alle prese con la non
silenziosi, pronti a esibire il comagevole lettura di un ponderoso
pagno di una pratica intima e
volume (qui poco importa se a
personale, si affacciano con semstampa o piuttosto manoscritto a
pre maggiore frequenza nella rigiudicare da quanto di lui ractrattistica del nuovo secolo.1 Coconta Vespasiano da Bisticci)
aperto davanti a sé sul leggio.
s’è successo? Il responsabile
Nel Ritratto di giovane con libro
principale di questo cambiamenverde (1502 c.) di Giorgione il
to risponde al nome di Aldo Magiovane con abiti cortigiani
nuzio (c. 1450-1515), il ben noto
stringe in mano un libretto di
maestro di humanae litterae e
piccole dimensioni con raffinata Sopra: Aldi Manutii Romani
precettore privato di giovani
legatura verde smeraldo con Grammaticae institutiones graecae,
rampolli di nobili casate originaborchia centrale e angoli in oro. novembre 1515, c. 1r.
rio di Bassiano, nei pressi di RoÈ sufficiente una sola mano, in- Nella pagina accanto: Pedro
ma, che, giunto al fatidico giro di
guainata da guanto grigio che la- Berruguete (1450-1504), Federico
boa dei quarant’anni, si era affacscia volutamente scoperto un di- da Montefeltro col figlio Guidobaldo
ciato, quasi imprevedibilmente,
to per poter meglio sfogliare le (c. 1475), Urbino, Galleria nazionale
sul palcoscenico dell’editoria per
carte, a reggerne il peso. Il volto delle Marche
allontanarsene, vent’anni più
del lettore è qui tutt’altro che setardi, da indiscusso protagonivero, quasi assorto. Il gentiluomo dipinto da Agno- sta.2 Il mito di Aldo è universalmente legato, ça va
lo Bronzino nel Ritratto di giovane uomo con libro da- sans dire, alle cosiddette aldine e al gusto raffinato
tabile al 1540 circa guarda dritto negli occhi l’os- di antiquari e bibliofili che ancora ne prolungano
servatore e ostenta, come insegna distintiva del l’eco. Edizioni come il Virgilio in ottavo del 1501 o
proprio rango, un raffinatissimo abito nero e anco- il Dante del 1502 segnano autentici spartiacque
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la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Decimus Iunius Iuvenalis; Flaccus Aulus Persius, Satirae, agosto 1501, dedica
nella storia dell’editoria. La venerazione per l’Hypnerotomachia Polifili rasenta per certi versi il feticismo e l’edizione, da sola, è stata in grado di eclissare ben più significative edizioni partorite dai torchi
manuziani, oltre che di irretire lo studio della ben
più articolata stagione del libro italiano illustrato
del Rinascimento. È necessario sgombrare il terreno da alcuni facili equivoci evidentemente duri a
morire, come si evince da recenti saggi di qualche
cultore della materia. Aldo è sì l’artefice di un’autentica rivoluzione, correttamente intesa come un
processo di cambiamento repentino e irreversibile,
nel campo della produzione libraria, ma non possono essergli addebitati meriti o tantomeno finalità
che non gli competono. Mi spiego meglio. Ancora
si indulge nella leggenda di Manuzio inventore del
libro tascabile (le cosiddette aldine, appunto) o,
peggio ancora, del libro economico. Entrambe le
affermazioni non rispondono al vero. Il libro tascabile, se così vogliamo chiamare il libro nel più maneggevole formato in ottavo, era già ampiamente
diffuso nei decenni precedenti. È curioso che ne facesse discreto uso proprio quell’Andrea Torresani
da Asola che sarà socio del Manuzio fin dal 1495,
per poi divenirne qualche anno più tardi suocero.
Un pur superficiale controllo bibliologico conferma che nei trent’anni circa che precedono la famigerata invenzione manuziana del libro portatile risultano già oltre tremila (!) edizioni nell’agile formato in ottavo, una trentina delle quali recano
esplicita sottoscrizione «Andreas Torresanus de
Asula». In cosa consisteva dunque la novità di Al-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
7
Decimus Iunius Iuvenalis; Flaccus Aulus Persius, Satirae, agosto 1501, colophon
do, evidentemente così forte da apparire, nella storiografia, come una sorta di ‘re-invenzione’ dell’in
ottavo? Se altri prima di lui già avevano fatto largo
impiego del formato più piccolo, ciò era però per lo
più confinato a libri di carattere devozionale e liturgico, come i libri d’ore o i breviari, o scolastico,
come grammatiche ed Esopi. L’unica occasione per
portare il libro con sé sembrava dunque confinata
al rito della preghiera quotidiana o a quello, più laico, dell’apprendimento sostanzialmente mnemonico del latino e del volgare. Aldo intuisce che esiste una fetta importante del mercato sostanzialmente sgombra dalla concorrenza e si getta alla sua
conquista. Si trattava di riproporre testi e autori
ampiamente noti che già circolavano in numerose
edizioni, ma con una veste tale da apparire ora au-
tentiche novità. Quello che Aldo vara è sostanzialmente un vero e proprio progetto embrionale di
collana – sebbene ufficialmente spetti qualche decennio più tardi al collega Gabriele Giolito l’adozione del termine ormai abituale in campo editoriale – di autori per lo più latini, con qualche prudente concessione sul fronte del volgare. Classici
in piccolo formato, liberati dalle pastoie dei commenti marginali sedimentatisi in decenni di edizioni di grande formato, e perciò offerti non più allo
studio e alla lettura sul leggio dello studiolo o sul
pluteo della biblioteca, ma alla più intima lettura
personale, condotta a diretto contatto con le parole
dell’autore. Aldo ardisce insomma fornire Virgilio
e Cicerone, il Petrarca volgare e Giovenale alla
stregua dei breviari e dei libri di preghiere. Una
8
Decimus Iunius Iuvenalis; Flaccus Aulus Persius, Satirae,
agosto 1501, c. A2r.
sorta di liturgia laica, per un pubblico d’élite che
per la prima volta è messo nelle condizioni di consumare i classici lontano dalle aule universitarie o
dagli abituali luoghi di studio. Il formato ridotto
innesca in qualche modo una sorta di reazione a catena che ha come immediata conseguenza quella di
fare del libro a stampa un oggetto ambito, cercato,
persino ostentato, che non ha più nulla da invidiare
al prodotto manoscritto in termini di appeal. Le ragioni di tale successo vanno anche a quell’inconfondibile carattere corsivo che per la prima volta
trasferiva dalla pagina manoscritta al libro a stampa
la sensualissima scrittura umanistica corrente, caratterizzata da ductus frettoloso ma aggraziatissi-
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
mo, lieve inclinazione a destra ed eleganti legature
fra alcuni gruppi di lettere. Manuzio, evidentemente non soddisfatto dalla possibilità di adottare,
nei cosiddetti enchiridia, un carattere romano di
corpo più piccolo, ne aveva affidato il disegno all’incisore Francesco Griffo da Bologna. La scelta
nasceva da indubbie motivazioni estetico-culturali
piuttosto che economiche, come facilmente si intuisce. Se l’obiettivo fosse stato stipare più testo in
ogni pagina, riducendo i costi di produzione, non
avrebbe avuto senso investire capitali nel disegno e
nell’incisione di una nuova polizza di caratteri, tanto più che il corsivo non garantiva maggior risparmio di carta rispetto a un romano di corpo affine.
Contrastano infine con le ipotesi di un pragmatismo tutto mercantile anche gli ampi margini bianchi lasciati nella pagina. Dopo un lancio pubblicitario, o piuttosto un sondaggio, nella silografia in
apertura delle Epistole di s. Caterina (1500) su cui si
è potuta fornire qualche novità ancora su queste
pagine (Santa Caterina, Aldo e le origini del corsivo.
La misteriosa nascita di un carattere, «la Biblioteca di
via Senato», VI, 3, marzo 2014, pp. 21-28), il corsivo faceva il suo esordio ufficiale come carattere di
testo, in fedele abbinamento al formato ridotto, nel
Virgilio del 1501.
Le aldine ostentate nei ritratti per certi versi
sono, mi si passi il paragone, anche autentici status
symbol. Al pari di certe librerie, che fanno oggi da
fondale a tante interviste televisive, vogliono suggerire le condizioni sociali del personaggio e il suo
grado di aggiornamento in termini culturali. Il formato ridotto decreta inoltre un’autentica rivoluzione nei modi e nei tempi della pratica di lettura:
non più mediata dall’apparato critico e praticabile
in circostanze prima impensabili, come, banalmente, quelle del viaggio. Libri da passeggio, dunque, e pertanto destinati a essere aperti, socchiusi,
assaggiati, centellinati. Il progetto di quelli che Aldo chiamava i suoi libelli portatiles o, con snobistico
grecismo, enchiridia, ossia, alla lettera, ‘che stanno
in una mano’, è avviato nei primi mesi del 1501,
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
con un susseguirsi di uscite che ha tutt’ora dell’incredibile. Ad aprile è immessa sul mercato l’edizione in ottavo di Virgilio (ufficialmente dunque prima edizione aldina in ottavo e prima edizione interamente in corsivo, così da giustificare la venerazione dei collezionisti nei confronti di una reliquia
culturale). Seguono, a brevissima distanza, Orazio
a maggio, Petrarca volgare a luglio, Giovenale e
Persio ad agosto, Marziale a dicembre (presente
nel fondo antico della Biblioteca di via Senato). I
lettori non fanno in tempo a consumare quanto
hanno appena comprato che la collana già si arricchisce di un altro classico. A gennaio dell’anno successivo gli amanti della poesia latina possono godere dell’edizione tascabile che cuce assieme Catullo
Tibullo e Properzio, mentre i sostenitori della prosa ciceroniana attendono aprile per assaporare le
Familiares. Nello stesso mese esce anche Lucano;
in piena estate al già fitto catalogo si aggiungono la
Commedia (ma col titolo Le terze rime) e Stazio; entro la fine dell’anno anche un doppio Ovidio (Metamorfosi ed Eroidi). Nel 1504 entra a far parte del
piano editoriale anche Omero e un anno più tardi il
piccolo formato accoglie il primo autentico inedito
della letteratura contemporanea, ossia Gli Asolani
dell’amico e collaboratore Pietro Bembo, già curatore dell’edizione petrarchesca e dantesca, nella
duplice tiratura con e senza la compromettente dedica a Lucrezia Borgia (entrambe presenti nel fondo antico della Biblioteca di via Senato).3
Le pubblicazioni, pur con ritmo meno intenso, si prolungarono sino alle settimane immediatamente precedenti la prematura scomparsa di Aldo
avvenuta il 6 febbraio 1515. Nel gennaio di quell’anno fece ancora in tempo a licenziare l’edizione
di Lucrezio, indirizzata all’allievo e protettore di
un tempo Alberto Pio di Carpi, con la sottoscrizione, ormai consueta, «in aedibus Aldi et Andreae soceri» (edizione presente nel fondo antico della Biblioteca di via Senato).
9
Titus Lucretius Carus, De rerum natura, gennaio 1515,
c. 1r.
Nonostante l’innegabile successo di vendite,
di cui portano testimonianza indiretta i cataloghi
del 1503 e del 1513, le nuove edizioni in piccolo
formato avevano creato ad Aldo anche non poche
apprensioni. Non esiste prova più sincera della fortuna arrisa alle aldine della repentina immissione
sul mercato di palesi contraffazioni a opera di una
concorrenza sleale e spregiudicata. Ciò vuol dire,
da un lato, che il prodotto aveva colto nel segno,
dall’altro che esisteva una fascia di pubblico che
poteva anche accontentarsi, probabilmente in virtù di un prezzo inferiore, di un’edizione che avesse
solo le fattezze dell’originale. Mi sono sempre
chiesto se comprando una falsa aldina made in Lio-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
11
Nella pagina accanto: Dante Alighieri, Le terze rime,
agosto 1502, c. a2r. A destra: s. Caterina da Siena, Epistole
devotissime, settembre 1500, c. 1r.
ne l’acquirente fosse interessato semplicemente al
testo o piuttosto all’oggetto, che gli appariva carico
del fascino della novità? Non so dire se ci troviamo
di fronte al medesimo atteggiamento culturale che
induce oggi ad alimentare il mercato dei falsi, al solo scopo di ostentare il prodotto di marca che non si
può possedere, ma evidentemente la vicenda andrebbe più attentamente indagata nei suoi risvolti
sociologici. In realtà Manuzio era già abituato a essere preso di mira da colleghi disonesti visto che
nel 1499, a un anno esatto di distanza dal suo in folio
degli Opera omnia di Poliziano, sul mercato era apparsa un’edizione identica che ostentava al colophon
la falsissima sottoscrizione Firenze, Leonardo Arigi. L’edizione non era affatto fiorentina, ma era stata prodotta a Brescia, entro i confini della Serenissima, su probabile iniziativa della consorteria locale dei fratelli Britannico, contravvenendo dunque
all’esplicito privilegio che impediva a chiunque per
i successivi dieci anni di ristampare l’edizione.
Quanto alle aldine, già a pochi mesi di distanza dalla loro uscita ufficiale furono impresse a Lione alcune contraffazioni prive di sottoscrizione
esplicita che imitavano ad litteram gli originali veneziani nel formato, nella mise en page e persino nel
nuovissimo carattere corsivo, grossolanamente
imitato («characteribus simillimis nostri»), sottraendo ampie quote di mercato alla produzione
manuziana autentica e arrecando gravi danni a chi
aveva investito in termini di ricerca e materiali.4 A
nulla era valso il privilegio, concesso dal Senato di
Venezia in data 23 marzo 1501, di cui Manuzio si
era premunito, forse consapevole di quanto sarebbe accaduto. Il privilegio, cosa assolutamente nuova, non tutelava i titoli e i testi pubblicati, ma i due
autentici elementi di novità introdotti dall’officina
aldina, vale a dire il formato portatile e il carattere.
Da qui una nuova supplica rivolta nell’ottobre del
1502 per ottenere maggiori tutele «perché li vengono tolte le sue fatiche et guasto quello che lui
conza, come è stato fatto in Bressa, che hanno
stampato una de sue opere et falsato, dicendo impressum Florentiae et al presente li sono state contrafacte le sue lettere et mandate a Lione, et cum
esse contrafacto i suoi libri et più messoli el nome
de esso Aldo et la sua epistola et scripto stampato in
Venetia in casa de Aldo Romano, et lì sono molte
incorrectione che è vergogna de questa terra et de
esso supplicante». La supplica sortì, sul piano giuridico, l’immediato rinnovamento e successiva
conferma del privilegio in data 14 novembre, ma,
sul piano pratico, non impedì affatto che il mercato
fosse inondato dalle false aldine lionesi, in qualche
modo riconducibili alla famiglia dei da Gabiano, o
12
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Sopra: Decimus Iunius Iuvenalis; Flaccus Aulus Persius, Satirae, [Lione, s.d.], cc. A1v-A2r: contraffazione lionese
dell’originale aldina dell’agosto 1501. Nella pagina a destra: Titus Lucretius Carus, De rerum natura, gennaio 1515,
dedica ad Alberto Pio da Carpi
dalle fedeli ristampe dei potenti Giunta fiorentini.
Aldo provò allora a giocare l’ultima carta, facendo
appello direttamente ai suoi fedeli lettori e clienti.
Quest’ultimi avrebbero dovuto guardarsi dalle
contraffazioni che circolavano fraudolentemente.
Ma come riconoscere un’aldina autentica da una
taroccata? La risposta, dettagliatissima, in un Monitum in Lugdunenses typographos del 16 marzo 1503
che conteneva l’elenco delle grossolane differenze:
l’assenza di datazione topica e cronologica, l’impiego di carta di bassa qualità e persino maleodo-
rante («deterior in illis charta et nescio quid grave
olens»), mancanza di legatura fra le consonanti e le
vocali.5 Il risultato fu peggiore del previsto, perché
i Lionesi, che finirono con l’impiegare il Monitum a
proprio vantaggio, ripresero a stampare con le suggerite correzioni. Una curiosità, in anteprima da
un ampio volume in corso di stampa per i tipi di
Olschki. Ancora in pieno Ottocento un collezionista di aldine, il conte Matteo Thun di Trento, è
perplesso di fronte a un paio di edizioni presunte
aldine e non sa rassegnarsi a essere stato gabbato:
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
«Theophrasto senza data ed editore sembra aldino» e «Catulus Tibulus Propertius Aldo o contraf.
aldina senza anno», segna in margine al suo personale catalogo.
A dire il vero Aldo era arrivato ai classici latini
solo in seconda battuta, optando, in tempi di crisi,
per una più appetibile riconversione della propria
proposta editoriale fino a quel momento tutta sbilanciata sul fronte della grecità. All’epoca la scelta
aveva lasciato di stucco alcuni fidi amici. Giano Lascaris lo accusava apertamente di affarismo. Scipio
Forteguerra, scrivendo da Roma nella primavera
del 1505, esprimeva la sua ansia per l’improvvisa
13
interruzione delle pubblicazioni in greco. Se fosse
dipeso da lui probabilmente avrebbe continuato a
stampare i ponderosi e costosissimi in folio di Teocrito e Aristotele che faticavano però a essere venduti, tanto da essere ancora disponibili, pur a prezzo sensibilmente ridotto, persino nel catalogo del
1513. Sfortunatamente Manuzio non aveva però le
mani libere nella conduzione dell’azienda, essendo
socio di minoranza di una «Societas impressionis
librorum» costituita nel 1495 nella quale le quote
di maggioranza spettavano al patrizio Pietro Francesco Barbarigo, di famiglia dogale, e al futuro suocero Andrea Torresani da Asola.6 Sono queste le
rassicuranti condizioni economiche (ai più meno
note) che permisero a un quarantenne precettore
14
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Aristoteles, Opera (in greco), 1495
con poca esperienza nel campo editoriale di avviare
nel 1495 l’ambiziosissimo progetto di stampare
per la prima volta i testi originali della letteratura e
della filosofia greca.7
È questo il terreno nel quale fiorisce, tra il
1495 e il 1498, l’editio princeps di Aristotele in cinque volumi con dedica all’allievo Alberto Pio lasciato a Carpi, presto seguita, fra le altre, dalle edizioni di Museo, Teocrito ed Esiodo, Aristofane, gli
Scriptores Astronomici, Dioscoride e importanti
strumenti grammaticali e lessicografici per lo studio della lingua greca. La difficoltà di smercio di tali edizioni doveva però aver messo in allarme gli
azionisti di maggioranza che dovettero in qualche
modo sollecitare l’idealista Aldo ad apportare le
dovute modifiche a un piano editoriale al momen-
to poco vantaggioso. È nel contesto della crisi economica e politica dei tardi anni Novanta del Quattrocento che maturano dunque le novità testuali e
bibliologiche destinate a imporsi nel decennio successivo, nonché alcune occasionali proposte editoriali in palese contrasto rispetto ai reali interessi
manuziani. Ragioni di opportunità economica costringono Aldo ad acconsentire nel 1497 alla pubblicazione dell’Epiphyllides in dialecticis dell’aristotelico Lorenzo Maioli (ma nella prefazione rivela il
suo originario rifiuto e di aver ceduto solo dietro la
rassicurazione, così attuale, che l’opera sarebbe
stata adottata dagli studenti del corso). Nel 1499
acconsente alla stampa del Vaticinium poetico di
Girolamo Amaseo e soprattutto della Cornucopia di
Nicolò Perotti, uno strumento lessicografico nien-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
t’affatto congeniale al metodo di insegnamento del
latino praticato da Manuzio ma all’epoca ancora richiestissima, come documenta la rapida vendita
dell’intera tiratura e la necessità di una seconda
edizione nel 1513. Manuzio dovette forse digerire
contro voglia persino la pubblicazione, sempre nel
1499, della famigerata Hypnerotomachia Poliphili, il
romanzo composto in un curioso ibrido di volgare
e latino dal domenicano Francesco Colonna (anch’essa presente nel fondo antico della Biblioteca
di via Senato in una copia con prestigiosa provenienza della famiglia milanese Archinto e più tardi
del bibliofilo inglese Charles Fairfax Murray, a
lungo evocato a proposito dell’antiquario Giuseppe Martini il mese scorso).
L’edizione, uno dei più affascinanti esempi del
libro illustrato del Rinascimento, era stata commissionata e finanziata dall’influente patrizio veronese Leonardo Crasso e non poteva pertanto essere rifiutata, sebbene non corrispondesse certo ai
gusti letterari di Aldo. Poco importa, a questo punto, che il prezzo elevato e la bizzarria del testo ne
rendessero poi impervia la commercializzazione,
tanto da suscitare l’irritazione del finanziatore che
a distanza di anni aveva il magazzino ancora pieno
delle copie invendute (oggi è uno dei libri meglio
conservati, o almeno nient’affatto raro a dispetto
del prezzo, tanto che deve esserne giunta sino a noi
una buona metà della tiratura a giudicare dalle copie censite solo in biblioteche pubbliche). Manuzio, forse a disagio ma impossibilitato a rifiutare
una lauta commenda in tempi di magra, scelse
quantomeno di defilarsi, stampando il proprio nome a caratteri minuscoli in fondo a una pagina di
correzioni («in aedibus Aldi Manutii accuratissime»). Ad Aldo non restava che sfogarsi, come abitudine, dalle pagine proemiali. Così, a esempio,
nella prefazione al Dioscoride del 1499: «Nescio
quid sit … quod ex eo tempore quo non paruo meo
incommodo et labore renascentibus in Italia bonis
15
litteris quocunque potui modo coepi opem afferre,
omnia mihi aduersa nunc hominum perfidia nunc
temporum infelicitate contigerint. Nisi id graecorum infortunio adscribendum est. Quod erumnosi
futuri sint quicunque ex nostris graecitati opitulantur» («Io non so come avvenga che da quando ho
cominciato tutte le circostanze mi siano state contrarie, ora per il malvolere degli uomini, ora per le
avversità dei tempi. Salvo che ciò non si debba attribuire a qualche maledizione che pesi sui Greci,
che cioè sia disgraziato chiunque di noi cerchi di
giovare alla grecità»). La necessità, e le lagnanze di
chi investiva di suo nella Societas impressionis librorum, lo costringevano a pubblicare libri che bussassero più facilmente alle porte dei lettori. Da qui,
per certi versi, la brusca sterzata verso i classici latini e la più fortunata, in termini di vendite, stagione
degli enchiridia. L’amico Lascaris lo aveva intuito e
glielo rinfacciava impietosamente: «benché pensiate di resarcire el damno loro cum le cose latine et
accusate li tempi … la vera causa de la vostra transmigratione dela Graecia alla Italia asseverano essere lo guadagno, lo quale senza dubio è indecente
cosa che sia primo proposito ad homo docto … et
che non solamente de le guerre ma molto più de simile imprese per quanto importano sono nervi li
dinari». Ossia, ‘Senza dinare nun se cantano messe’! La legge impietosa del mercato già in passato
aveva costretto il dotto Manuzio a indossare i panni
a lui così poco congeniali del mercante che invita in
modo plateale ad acquistare le proprie edizioni.
Solo così avrebbe potuto proseguire nell’audace
progetto, sulla carta auspicato da tutti, di offrire le
opere degli autori greci. Pertanto in apertura
dell’Opusculum Musaei de Herone et Leandro (149597) rivolgeva un accorato appello (in greco) ai suoi
colti clienti. Vale la pena rileggerlo nella sua interezza: «Accogliete dunque questo libretto, non è
però gratis. Datemi anche del denaro, affinchè da
parte mia io possa procurarvi tutti i migliori testi
della grecità; e veramente se voi darete anch’io darò giacché senza molto denaro mi è impossibile
16
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
stampare. Credete a chi si è posto al cimento rischiando di persona e principalmente a Demostene che così disse “C’è bisogno di denaro, senza di
esso non è possibile far nulla di ciò ch’è necessario”. Ho detto questo non perché io sia avido di denaro, al contrario persone cosiffatte mi ripugnano,
ma certo senza denaro non si può procurare alcunchè di quanto voi ardentemente desiderate e per
cui non senza tregua e con molto affanno e spesa ci
affatichiamo».8
In effetti le cose migliorarono con la nuova
collana di classici latini e volgari in ottavo e Manuzio poté riprendere la promessa di un tempo, facendo uscire dai suoi torchi, tra il 1501 e il 1515,
ancora una ventina di autori greci in lingua originale, tra cui la princeps degli Opera omnia di Platone.
L’interesse di Aldo non era affatto rivolto alla
massa indistinta dei semialfabetizzati, ma a una ristretta élite di amici, studiosi e colti lettori, esigenti
e benestanti, che potevano permettersi edizioni
tutt’altro che economiche, a dispetto di facili supposizioni.9
Un altro equivoco duro a morire è infatti
quello che abbia introdotto il formato in ottavo per
ridurre i prezzi dei libri e raggiungere in tal modo
un pubblico più vasto. Se così fosse ben diverse sarebbero state, innanzitutto, le sue scelte testuali:
non i classici greco-latini in lingua originale, ma
piuttosto autori e testi di larga circolazione che potessero solleticare l’appetito di chi frequentava la
piazza e la taverna. Basti un esempio, che reputo
esemplificativo. Nel 1499 Manuzio dà alle stampe,
con inevitabile cospicuo investimento per un carattere greco corsivo assai minuto, Dioscoride e
Nicandro. Nello stesso giro di anni parecchi colleghi si accontentano di raggranellare quattrini
stampando e ristampando alla buona un opuscolo
di medicina popolare noto col titolo di Cibaldone. Il
costoso Dioscoride sarebbe finito, nelle speranze
dell’editore, nelle mani di studiosi e medici e sui
banchi dell’università contribuendo alla riscoperta
della scienza greca. Il Cibaldone invece nelle saccocce di popolani che ne avrebbero consumato le carte
leggendo i rimedi per catarri e stipsi. In folio o nel
rivoluzionario formato in ottavo, i prodotti con il
logo dell’ancora e il delfino non erano affatto a
buon mercato, né allora né oggi. Isabella d’Este ne
fornisce una testimonianza involontaria allorché
rimanda ad Aldo quattro copie impresse su pergamena, lamentando che valevano la metà di quanto
richiesto ma che i soci non si accontentavano di una
somma inferiore: «li quattro volumi de libri in carta membrana che ne haveti mandati al juditio di
ogniuno sono cari dil doppio che non valeno; havemoli restituiti al messo vostro, il qual ha negato esser il vero, ma scusatovi che li compagni vostri non
ni voleno mancho». Persino il grecista bolognese
Codro Urceo, amico personale di Aldo, aveva di
che lamentarsi nel 1498, protestando che avrebbe
potuto acquistare addirittura una decina di buoni
manoscritti latini con la somma che aveva sborsato
per l’Aristotele greco. Difficilmente studenti e artigiani avrebbero potuto dunque accedere a tali
edizioni. Né è immaginabile che Aldo, antesignano dei più raffinati imprenditori del ‘made in Italy’
(penso, a esempio, a Marinella di cui ricorrono
proprio quest’anno i cento anni dall’apertura nel
1914 del glorioso negozio in piazza Vittoria
287/A), avesse la benché minima intenzione di raggiungere un mercato di massa. Il suo obiettivo era
un pubblico esclusivo, che ancora guardava al libro
a stampa con un certo sospetto, se non addirittura
con una punta di disapprovazione snobistica. Per
vincere i residui pregiudizi di chi, alla stregua di
Federico da Montefeltro, mai avrebbe affiancato
(«che se ne sarebbe vergognato») un prodotto industriale ancora relativamente giovane e spesso
non immune da errori e carenze estetiche a una copia manoscritta made to order, Aldo doveva elevarne
il prestigio, così da competere con il secolare manoscritto e convincere anche una clientela aristocratica ed esigente. Cosa che alla fine gli riuscì be-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
17
Aristoteles, Opera (in greco), 1495, colophon e privilegio ad Aldo Manuzio
nissimo, tramite una rete di amicizie influenti, una
ben controllata campagna pubblicitaria diffusa a
mezzo di dediche e introduzioni, scelte formali innovative capaci di trasformare definitivamente l’aspetto ancora troppo tradizionale del libro a
stampa. Il francese Jean Grolier incarna bene la
figura di collezionista sinceramente invaghito
delle scelte anche estetiche adottate dall’officina
aldina. Non si spiegherebbero altrimenti le oltre
centocinquanta edizioni aldine a lui riconducibili,
fra cui una quarantina pubblicate da Aldo il Vecchio, alcune delle quali addirittura in copia multipla: quattro dell’edizione di Giovenale del 1501,
altrettante del Polifilo, sei della princeps in ottavo
di Marziale, cui si aggiungono numerosi esemplari su pergamena, destinati a una clientela ristrettissima. Non c’è perciò da stupirsi che nel 1515 il
Musuro dedicasse al Grolier l’edizione postuma
della grammatica di Aldo e nel 1521 ancora a lui
fosse indirizzata l’edizione di Terenzio a suo tem-
po promessagli da Aldo in persona. La produzione manuziana trova definitiva consacrazione nella
lista degli acquisti di Francesco I di Francia negli
anni Venti del Cinquecento. Tra gli stampati greci che avrebbero dovuto trovare collocazione sugli scaffali della Bibliothèque Royale ben trentuno sono edizioni aldine, sedici delle quali pubblicate da Aldo il Vecchio. Anche questa circolazione presso un pubblico piuttosto facoltoso, propenso più alla conservazione dell’oggetto libro
che al suo consumo, ha in qualche modo influito
sulla buona conservazione del catalogo editoriale
aldino, che sembra conservarsi pressoché integro
e in un discreto numero di esemplari. Il mito delle
aldine comincia Manuzio ancora vivente (si pensi,
appunto, alle contraffazioni) né il fascino del
brand sembra aver subito sostanziali contraccolpi.
Pur con fisiologiche oscillazioni, l’investimento
in titoli manuziani, che diventa autentica mania a
partire dal tardo Settecento, si è sempre rivelato
18
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
vantaggioso, garantendo il capitale investito. Mi
piace qui citare, un po’ fortuitamente, ancora il
caso poco noto del conte Matteo Thun, che nel
1829, a soli diciassette anni, è già sinceramente
votato alla causa manuziana, tanto da dichiarare
di possederne alcune centinaia ed essere pronto a
incrementarne la collezione a suon di scambi.
In circa un ventennio Aldo ottenne per il libro, ormai non solo elevato al rango del manoscritto ma pronto a sostituirlo anche nei canoni
NOTE
1
Un buona prima lettura sul tema offre NOVELLA MACOLA, Sguardi e scritture. Figure con libro nella ritrattistica italiana
della prima metà del Cinquecento, Venezia, Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, 2007.
2
La bibliografia sul personaggio, che
presumibilmente si arricchirà nel prossimo anno, di nuovi contributi, più o meno
utili, è sterminata. Il lettore trarrà giovamento da uno scaffaletto quantomeno
essenziale che comprende LUIGI BALSAMO,
Tecnologia e capitali nella storia del libro,
in Studi offerti a Roberto Ridolfi, a cura di
Berta Maracchi Biagiarelli e Dennis E.
Rhodes, Firenze, Olschki, 1973, pp. 77-94
(ora in Per la storia del libro. Scritti di Luigi
Balsamo raccolti in occasione dell’80°
compleanno, Firenze, Olschki, 2006, pp. 125); Aldo Manuzio editore: dediche, prefazioni, note ai testi, introduzione di Carlo
Dionisotti, testo latino con traduzione e
note a cura di Giovanni Orlandi, Milano, Il
Polifilo, 1975; LUIGI BALSAMO, Alberto Pio e
Aldo Manuzio: editoria a Venezia e Carpi
fra ’400 e ’500, in Società, politica e cultura
estetici delle classi aristocratiche, la definitiva patente di rispettabilità. Per sé un riconoscimento al
limite dell’ammirazione. Uno stuolo di devoti fan
delle edizioni aldine che ancora arruola adepti e
giustifica le sistematiche celebrazioni. Nel 2039
ricorre il quinto centenario della nascita del collega Michele Tramezzino, prolificissimo editore
che per primo importò in Italia la moda del romanzo spagnolo cavalleresco, Amadis de Gaula e
suoi discendenti, per intenderci. Dubito che qualcuno vorrà celebrarne la ricorrenza, magari decidendosi a studiarne sul serio la produzione.
a Carpi ai tempi di Alberto III Pio, Padova,
Antenore, 1981, I, pp. 133-166 (ora in Per
la storia del libro. Scritti di Luigi Balsamo
raccolti, pp. 27-71); MARTIN LOWRY, Il mondo di Aldo Manuzio. Affari e cultura nella
Venezia del Rinascimento, Roma, Il Veltro,
1984; HARRY GEORGE FLETCHER, New Aldine
Studies. Documentary essays on the life
and work of Aldus Manutius, San Francisco, Rosenthal, 1988; Aldo Manuzio tipografo, 1494-1515, Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana 17 giugno-30 luglio
1994. Catalogo a cura di Luciana Bigliazzi
– Angela Dillon Bussi – Piero Scapecchi,
Firenze, Octavo Cantini, 1994; PIERO SCAPECCHI, Aldo Manuzio: i suoi libri, i suoi amici tra XV e XVI secolo. Libri, biblioteche e
guerre in Casentino, Firenze, Octavo Cantini, 1994; CARLO DIONISOTTI, Aldo Manuzio
umanista e editore, Milano, Il Polifilo,
1995.
3
CONOR FAHY, Nota sulla stampa dell’edizione aldina del 1505 degli «Asolani» di
Pietro Bembo, in CONOR FAHY, Saggi di bibliografia testuale, Padova, Antenore,
1988, pp. 145-154.
4
DAVID J. SHAW, The Lyons counterfeit
of Aldus’s italic type: a new chronology, in
The Italian book, 1465-1800. Studies presented to Dennis E. Rhodes on his 70h
birthday, ed. by D. V. Reidy, London, The
British Library, 1993, pp. 117-133; CARLO
PULSIONI, I classici italiani di Aldo Manuzio e
le loro contraffazioni lionesi, «Critica del
testo», 5/2, 2002, pp. 478-487.
5
Aldi Monitum in Lugdunenses typographos, Venezia, 16 marzo 1503 (LUIGI
BALSAMO – ALBERTO TINTO, Origini del corsivo
nella tipografia italiana del Cinquecento,
Milano, il Polifilo, 1967, pp. 25-41: p. 39
nota 20).
6
M. LOWRY, Il mondo di Aldo Manuzio,
pp. 99-136.
7
M. LOWRY, Il mondo di Aldo Manuzio,
pp. 150 ss.; LUIGI BALSAMO, Aldo Manuzio e
la diffusione dei classici greci, in L’eredità
greca e l’ellenismo veneziano, a cura di Gino Benzoni, Firenze, Olschki, 2002, pp.
171-188.
8
Aldo Manuzio editore: dediche, prefazioni, note ai testi, I, p. 5; II, p. 197.
9
KLAUS WAGNER, Aldo Manuzio e i prezzi
dei suoi libri, «La Bibliofilia», 77, 1975, pp.
77-82.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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SPECIALE ALDO MANUZIO
ALDO, L’ASTROLOGIA
E IL DUCA DI URBINO
Gli Scriptores astronomici veteres alla Biblioteca di via Senato
GIANLUCA MONTINARO
I
l Fondo Antico della BiAuienio paraphraste. Arati eiusdem Phoenomena graece Theonis
blioteca di via Senato annocommentaria copiosissima in Arati
vera, fra le decine di miPhoenomena graece. Procli Diadogliaia di volumi, numerose aldichi Sphaera graece Procli eiusdem
ne. Molte fra esse rare e prezioSphaera, Thoma Linacro Britanse. Come noto non manca
no interprete. Il colophon reca,
l’Hypnerotomachia Poliphili (dicome data di pubblicazione, il
cembre 1499), su cui in questa
1
giugno 1499. Al verso della pasede si è già scritto. Ma non
gina del titolo figura invece la
manca neppure un’altra ediziodata «Venetiis decimosexto Cane quasi altrettanto preziosa,
lendas novem MID» (Venezia,
benché sconosciuta ai più: gli
17 ottobre 1499), posta in calce
Scriptores astronomici veteres. Sopra: Scriptores Astronomici Veteres,
alla lettera dedicatoria di Aldo a
Questo libro, pubblicato da Al- rappresentazione dello Zodiaco,
Guidobaldo di Montefeltro
do Manuzio nel medesimo anno presente negli Astronomica di Marco
(1472-1508), duca di Urbino.
del Polifilo, è a quest’ultimo le- Manilio. Nella pagina accanto: ritratto
Il volume si apre con il cegato, per vari (e ancora oggi per di Aldo Manuzio, tratto dal volume
lebre testo dello scrittore latino
lo più misteriosi) motivi.
di Joseph Cundall, A Brief History
Giulio Firmico Materno (IV
Il volume, un in-folio di 376 of Wood-Engraving from its Invention
sec. d.C.), Astronomicorum (più
carte, raccoglie alcuni scritti di (London, Sampson Low, Marston,
conosciuto col nome di De natiargomento astrologico di autori & Company, 1895)
vitatibus sive matheseos) al quale
classici, e da qui la dizione di comodo Scriptores astronomici veteseguono altri scritti più brevi:
res. Il vero titolo è invece: Iulii Firmici Astronomi- gli Astronomica di Marco Manilio (I sec. d.C.) e i
corum libri octo integri, & emendati, ex Scythicis oris Phoenomena dello scrittore greco Arato di Soli
ad nos nuper allati. Marci Manilii astronomicorum (315-240 a.C.) nelle traduzioni latine di Germalibri quinque. Arati Phoenomena Germanico Caesare nico, Cicerone e Postumio Rufio Festo Avienio, e
interprete cum commentariis & imaginibus. Arati quindi in greco con il commento di Teone di Aleseiusdem phoenomenon fragmentum Marco. T. C. in- sandria (il tutto preceduto da una biografia di
terprete. Arati eiusdem Phoenomena Ruffo Festo Arato, stesa dallo stesso Manuzio); infine si con-
22
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
A sinistra: Raffaello Sanzio (1483-1520),
Ritratto di Baldassarre Castiglione, 1515,
Lens, Museo del Louvre-Lens.
Sotto: Bernardino Loschi (1460-1540), Aldo Manuzio
a fianco del principe Alberto III Pio (particolare di affresco),
1510, Carpi, Palazzo dei Principi Pio.
Nella pagina accanto: Raffaello Sanzio (1483-1520),
Ritratto di Guidobaldo di Montefeltro, 1507, Firenze,
Galleria degli Uffizi
clude con la Sphaera di Proclo Licio Diadoco
(412-485), prima nell’originale greco, poi nella
traduzione latina curata da Thomas Linacre.
Altra particolarità degli Scriptores astronomici
veteres è che sono la prima aldina a presentare un
ricco e diffuso apparato iconografico. Le 39 xilografie in buona parte riproducono quelle presenti
nell’edizione del Poeticon Astronomicon di Caio
Giulio Igino (Venezia, Radtolt, 1482) e dell’Introductorium in astronomiam di Albumasar (Augusta,
Radtolt, 1489). Le rimanenti vi si ispirano più o
meno liberamente. Importante è però notare che
almeno uno dei creatori delle matrici che lavorò
agli Scriptores ha pure concorso alle xilografie dell’Hypnerotomachia Poliphili, utilizzando probabilmente i medesimi legni. Per esempio è straordinaria la somiglianza fra la xilografia delle Pleiadi
del Polifilo e una xilografia di medesimo soggetto
interna al testo di Arato; così come per quella raffigurante la costellazione di Boote.
C’è poi un altro aspetto che accomuna gli
Scriptores al Polifilo. Entrambe le opere hanno un
medesimo dedicatario: Guidobaldo di Montefeltro. Nel primo caso è lo stesso Aldo che si rivolge
al duca di Urbino. Nel secondo il finanziatore
della stampa, il nobile veronese Leonardo Crasso.
Come noto i primi anni di attività della stamperia di Aldo Manuzio furono principalmente dedicati alla ricerca e alla stampa di opere di autori
greci. Aldo si sentiva soprattutto uno studioso, un
umanista (tanto da giungere a scrivere e pubblicare una grammatica greca). Come altri intellettuali
del XV secolo credeva fermamente nella cultura
classica, soprattutto in quella greca, e nella ricerca
della purezza della lingua come mezzo espressivo
di verità e razionalità. Come ricorda in termini
concisi ed efficaci Mario Infelise
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
23
la conoscenza della lingua è per Manuzio «preludio alle fatiche e spese gravissime e ai grandi preparativi» intrapresi per mettere in stampa «ogni
sorta di libri greci» e per risolvere la miriade di
problemi tecnici ed economici che la ostacolavano. Tale scelta non costituiva una fuga nell’erudizione fine a se stessa, ma era dettata dalla situazione politica determinatasi a seguito della discesa del re di Francia Carlo VIII in Italia. Manuzio
rivendicava il valore formativo della cultura umanistica in un momento tormentato da «guerre
immani che devastano tutta l’Italia e tra breve par
che sommoveranno il mondo intero fin dalle fondamenta». Il suo intento è quello di «dedicare la
vita al vantaggio dell’umanità» al costo di sacrificare «un’esistenza tranquilla e pacifica» per «una
piena di preoccupazioni e di fatiche». […]La conoscenza della letteratura greca per Manuzio era
una «necessità» per i giovani e per gli adulti in
«tempi tumultuosi e tristi in cui è più comune l’uso delle armi che quello dei libri».2
Da ciò discende, da parte di Aldo, un rispetto
assoluto dei testi fatti oggetto di studio e di pubblicazione: il rigore della ricostruzione filologica
sottende tutte le edizioni della stamperia aldina. A
questo sacro rispetto della perfezione testuale si
può far risalire la decisione di pubblicare il testo di
Giulio Firmico Materno, a soli due anni di distanza dall’edizione, sempre veneziana, promossa da
Simone Bevilacqua. Quest’ultima infatti presentava numerosi errori testuali, dovuti a una curatela approssimativa e affrettata. Aldo si affidò invece al sacerdote veneto (nonché precettore del cardinale Ippolito d’Este), Francesco Negri (14521523), noto per i suoi spiccati interessi filologici
ed ermetici e per la perfetta conoscenza del greco
antico. Negri, che già aveva dimestichezza con
l’opera di Firmico Materno, avendo ritrovato anni prima in Ungheria un codice contenente il testo dei Matheseos, emendò in diversi passaggi le
precedenti edizioni, fornendo finalmente una le-
zione testuale filologicamente ineccepibile. La
soddisfazione di Manuzio per il lavoro intrapreso
trapela nella lettera dedicatoria a Guidobaldo di
Montefeltro.
[Il testo di Giulio Materno] ritorna integro e perfetto in Italia fin dalla terra dei Goti, e torna a rivedere la sua gente e la sua patria. Infatti quello
che in precedenza circolava era quanto mai corrotto e mutilo e quasi dimezzato.
Gli otto libri dei Matheseos, che occupano
quasi la metà del volume, sono stati più volte indicati come il più vasto trattato sull’astrologia dei
tempi antichi. Scritta probabilmente, secondo
Theodor Mommsen, fra il 335 e il 337 e dedicata
al governatore della Campania Egnazio Lolliano
Mavorzio, l’opera di Firmico Materno è imbevuta
di neoplatonismo. È per questo ascrivibile alla
prima parte della vita dell’autore (un avvocato e
24
In alto da sinistra: Scriptores Astronomici Veteres, Indice del
volume; Frontespizio delle Institutionum grammaticarum
di Aldo Manuzio (Venezia, 1514). Qui sopra: due xilografie
dall’Hypnerotomachia Poliphili (dicembre 1499)
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
senatore di origine siracusana), ovvero prima che
si convertisse al cristianesimo e concepisse il De
errore profanarum religionum (testo datato intorno
al 346-350 contenente tesi diametralmente opposte a quelle dei Matheseos). Nelle prime pagine dei
Matheseos, Firmico stende una vera apologia morale della astrologia. Egli afferma che l’influenza
degli astri si esercita sulla parte divina dell’anima
umana e che solo un animo puro e libero da ogni
peccato può accostarsi all’astrologia, disciplina
che pone in costante contatto con la divinità. È dimostrata poi l’importanza dell’influsso delle stelle nel determinare la vita umana, e la spiegazione
della storia del mondo fin dall’età di Saturno alla
luce di tale principio. Ma Materno si lascia andare
anche a considerazioni sul crepuscolo della sua civiltà e sul diffuso senso di insicurezza dato dalla
criminalità, dalla corruzione e dalla decadenza dei
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
valori familiari che finora erano stati alla base dell’Impero romano. I restanti libri espongono diverse nozioni tecniche relative alla materia, con
uno stile spesso compilatorio che però rende conto della sintesi di una lunga tradizione precedente. I Matheseos, per via della loro esaustività e leggibilità (migliore rispetto, per esempio, al testo di
Manilio) continuarono a essere studiati anche in
epoca medievale, subendo però mutilazioni e corruzioni testuali sempre maggiori. Da qui l’esigenza sentita da Manuzio di riportare il testo alla “purezza” originale.
Di Marco Manilio si sa che visse al tempo degli imperatori Cesare Augusto e Tiberio (nel I libro degli Astronomica sono ricordati la Battaglia di
Teutoburgo e il successore di Augusto) ma niente
altro si conosce con certezza. La sua opera, gli
Astronomica, è un poema didascalico in esametri
che ha come modello strutturale il De rerum natura di Lucrezio e come modello ideale i Phoenomena di Arato di Soli (benché Manilio, nel proemio
del II libro, dichiari: «racconterò una mia storia,
senza nulla dovere a nessun poeta che mi ha preceduto; su un carro solitario solcherò il cielo, con
una barca tutta mia fenderò le onde»). Seguace
dello stoicismo, Manilio sostiene che stelle e pianeti si muovano secondo un ordine e che i loro influssi condizionino il comportamento e il destino
degli uomini: sarebbe la simpatia cosmica a saldare l’universo nelle sue parti e a unire la mente
umana alla mente divina, espressione di un tutto
organico. Una ratio universale muoverebbe la
grande macchina dell’universo, determinando la
storia umana. Manilio, nei cinque libri in cui sono
divisi gli Astronomica, dopo una iniziale descrizione del cosmo e una esposizione di alcune ipotesi
sulla sua origine, analizza le caratteristiche dei segni dello zodiaco e le possibilità offerte dalle loro
congiunzioni, descrive il modo di determinare
l’oroscopo, analizza le “dodici sorti” sofferman-
Ritratto di fantasia di Giulio Firmico Materno
(acquaforte, 1820)
dosi sul Locus Fortunae e quindi termina esaminando i decani dei segni zodiacali (ogni segno
consta di tre unità o decani - di dieci gradi ciascuno - per un totale di 36 decani) e i segni extra-zodiacali. L’opera finisce in modo brusco: si è quindi
pensato che sia rimasta incompiuta a causa della
morte dell’autore. La lettura degli Astronomica è
tutta’altro che agevole: le frasi costruite in modo
molto complesso e la larga presenza di neologismi
e grecismi, impiegati per spiegare i concetti
astratti, rendono l’opera oscura e a tratti incomprensibile. Alcune parti tradiscono però molto
chiaramente il sostrato stoico dal quale Manilio
trae i concetti fondamentali. Nel V libro, per
esempio, paragona l’ordine della natura alla struttura gerarchica della società umana:
26
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Sopra: Scriptores Astronomici Veteres, immagine dal testo di Giulio Firmico Materno. Nella pagina accanto da sinistra:
Scriptores astronomici veteres, lettera dedicatoria di Aldo Manuzio a Guidobaldo di Montefeltro; una pagina dagli Scriptores
Astronomoci Veteres
E come è suddiviso il popolo nelle grandi città,
ove i senatori occupano il posto più elevato e il
più vicino a questo i cavalieri, e tu potresti vedere
i cittadini seguire i cavalieri e il volgo senza qualità i cittadini e poi la folla senza nome, così anche
nell’universo c’è una forma di stato fatta dalla natura, che ha creato nel cielo una città.
Così come la città degli uomini è basata su
una gerarchia fissata dal destino (e quindi non rovesciabile) così anche in cielo tutto è disciplinato
da un ordine non sovvertibile. Non si deve quindi
cercare di piegare il mondo al nostro volere, peccando di hybris, ma piuttosto piegare il nostro vo-
lere alla ratio del cosmo, accentando la realtà. Perché, per Manilio, «nulla vi è di più mirabile, nell’immensità dell’universo, del fatto stesso che tutto debba obbedire a leggi immutabili». Così l’esortazione che rivolge ai lettori, nel proemio del
IV libro, diventa quasi un manifesto esistenziale.
Liberate i vostri animi, o mortali, alleviate gli affanni, svuotate la vita di tanti, inutili lamenti. I fati reggono il mondo, tutto è determinato da leggi
precise, e le lunghe età sono segnate da vicende
prestabilite. Nascendo moriamo e la fine dipende
dall’inizio.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
Dei Phoenomena di Arato di Soli (315-240
a.C.), gli Scriptores astronomici veteres forniscono il
testo originale in greco con il commento di Teone
di Alessandria (335-405) - padre della nota Ipazia
- nonché il testo della parziale (poco più di 700
esametri) traduzione latina di Germanico (15
a.C.-19 d.C.), il frammento superstite di 480 versi
della traduzione attribuita a Cicerone (106-43
a.C.) e la versione completa parafrasata (il testo
raggiunge la lunghezza di ben 1878 esametri!) di
Postumio Rufio Sesto Avienio (IV sec.).
A differenza di Firmico Materno e di Manilio, su Arato si hanno diverse notizie. Di formazione stoica, si recò a Pella, capitale del regno di
Macedonia, su richiesta del re Antigono Gonata
(276-239 a.C.). La tradizione biografica (esistono
numerose vite tramandate dai manoscritti, oltre
all’articolo del lessico della Suda dedicato al poe-
27
ta) riferisce di un suo soggiorno anche ad Antiochia, alla corte di Antioco I Sotere, dove avrebbe
prodotto una revisione critica del testo dell’Iliade.
Non è dato sapere se Arato sia mai stato ad
Alessandria d’Egitto e se, quindi, egli possa essere
identificato con quell’Arato cui Teocrito indirizza
gli Idilli V e VII. Arato compose inni, epigrammi,
elegie, epicedi; ma le preferenze del poeta andarono a temi di matrice scientifica e pseudo-scientifica, come il poema in esametri di argomento
medico Iatrikà o i cinque libri di Astrica («Sulle
stelle»). Della sua produzione rimangono però
solo i 1154 esametri dei Phoenomena. L’opera in
realtà non è un originale: è la trasposizione in versi della materia già esposta dal matematico e
astronomo Eudosso di Cnido, discepolo di Archita di Taranto e di Platone. Dopo un proemio a
Zeus, Arato descrive le costellazioni della zona
28
Hypnerotomachia Poliphili, Il sogno di Polifilo
(xilografia, 1499)
settentrionale e meridionale, il loro sorgere e tramontare, nonché i circoli che dividono la sfera celeste. La parte conclusiva del poema espone le
prognoseis, gli indizi che segnalano le variazioni
prossime del tempo, tratti da alcuni fenomeni del
mondo naturale e animale. Per la notevole eleganza formale i Phoenomena ebbero grandissimo
successo, sia nella Roma tardo-repubblicana e
imperiale che in epoca medievale quando rimasero l’unica opera di poesia greca letta e conosciuta
in tutta l’Europa occidentale.
È infine la Sfera di Proclo Licio Diadoco
(412-485) a chiudere il volume. Si tratta di un breve trattato nel quale si rilegge e interpreta la filosofia di Parmenide. Come noto Parmenide pensa
l’Essere come una totalità in sé conchiusa: secondo l’interpretazione esposta da Proclo (mutuata
da alcuni passi delle Leggi di Platone) l’Essere sarebbe quindi una sfera e il suo pensiero un movimento sferico. Fra i massimi esponenti delle ultime correnti neoplatoniche, Proclo fu uno degli
ultimi diadochi dell’Accademia platonica. Dall’età di 25 anni visse quasi sempre ad Atene, dedicandosi allo studio e all’insegnamento. La tradizione
ci ha lasciato l’immagine di un uomo molto mori-
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
gerato, che osservava i giorni nefasti degli egiziani, celebrava i noviluni e, ogni anno, si recava a visitare le tombe degli eroi e dei filosofi, offrendo
sacrifici espiatori per le anime dei defunti. Scrisse
molti inni dedicandoli agli dei greci ma anche a
divinità di altri popoli, e per questo venne spesso
osteggiato dai cristiani.
Gli Scriptores astronomici veteres riportano sia
il testo originale in greco della Sfera, che una preziosa traduzione latina approntata dall’umanista
inglese Thomas Linacre (1460-1524). Quest’ultimo, medico e letterato, maestro e amico di Erasmo da Rotterdam (che lo ricorda anche nell’Elogio della follia) e Tommaso Moro, aveva conosciuto Aldo in occasione di un lungo soggiorno di studi in Italia (culminato con una laurea in medicina
conseguita a Padova), avvenuto fra il 1485 e il
1491. Era entrato in contatto inoltre con Angelo
Poliziano ed Ermolao Barbaro, oltre che con
Lorenzo il Magnifico e suo figlio Giovanni (il futuro Leone X). Profondo esperto di greco (tanto
da insegnarlo a Oxford), Linacre tradusse numerosi testi, per lo più di medicina galenica.
Rimangono due sostanziali questioni al quale tentare di fornire una risposta. Perché Aldo si
impegnò nella pubblicazione degli Scriptores
astronomici veteres? E perché dedicò il libro a Guidobaldo di Montefeltro?
Se rispondere in modo definitivo pare, almeno al momento, impossibile si può però affermare, con ragionevole certezza, che la decisione di
pubblicare un tal libro e di farlo dedicandolo al
duca di Urbino siano due eventi strettamente legati. Come noto Manuzio si sentiva più uno studioso che un editore, più un letterato che un tipografo e un imprenditore. La sua padronanza delle
lingue classiche, e del greco in particolare (che era
in grado addirittura di parlare in modo perfetto e
corrente), lo spingeva ogni giorno di più verso lo
studio dei testi antichi, con l’intento di ricostruire
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
le lezioni corrette. Da qui anche il sogno, più volte vagheggiato, di un’accademia dedita completamente allo studio del mondo greco (che avrebbe
poi preso corpo, nel 1502, nell’Accademia Aldina). La stamperia, se da un lato garantiva un introito economico e la circolazione delle opere restituite filologicamente alla loro purezza originale, dall’altro era fonte di preoccupazioni molto
materiali (problemi inerenti alla stampa, approvvigionamenti, distribuzione dei libri…) che distoglievano Aldo dalla sua primaria vocazione.
Avrebbe certo desiderato un mecenate che gli garantisse una sistemazione stabile, consentendogli
di concentrarsi sugli amati studi. Nella prefazione
alle sue Institutiones grammaticae (1493) rimproverava i potenti e i ricchi di non comportarsi come
autentici mecenati. L’aiuto che Manuzio ricevette
a più riprese da Alberto Pio, signore di Carpi, non
si dimostrò sufficiente: era necessario individuare
un altro possibile mecenate, più ricco e potente. È
più che lecito supporre che Manuzio pensò, fra i
possibili, a Guidobaldo di Montefeltro, figlio del
grande Federico, la cui fama di uomo dotto, nonostante la giovane età, aveva da tempo superato i
confini del ducato di Urbino. Baldassarre Castiglione ricorda, nel Cortegiano, come Guidobaldo
«fosse erede di tutte le virtù paterne e subito con
meravigliosa indole cominciò a promettere tanto
di sé quanto non parea che fusse licito sperare da
uno uom mortale». Guidobaldo, che era stato
educato da Ludovico Odasi (altro grande esperto
di greco), era già stato il dedicatario di un’opera di
carattere scientifico molto importante: la Summa
de arithmetica di Luca Pacioli, stampata a Venezia
nel 1494 per i tipi di Paganino de’ Paganini. Pacioli nella dedica specificò come, oltre ad avere
funzioni di grande utilità pratica, l’aritmetica illumini la strada che porta alla «sacra theologia».
Proprio come tutte le opere contenute negli
Scriptores astronomici veteres.
Mescolando sottili richiami al proprio lavoro e alle condizioni fisiche di Guidobaldo (affetto
29
Hypnerotomachia Poliphili, Triumphus quartus
(xilografia, 1499)
da una invalidante podagra e dalla impossibilità di
avere figli), Aldo rammenta, nella dedica, come
gli autori stampati dalla sua tipografia «dopo attente ricerche», siano quasi «richiamati da morte
a vita, dopo esser giaciuti malconci e spogli per
tanti secoli» e come questo lavoro comporti
«aspre fatiche» e «spese». Ricorda poi, citando
Socrate, come «con la potenza della virtù e della
saggezza, quei vizi che il corpo aveva ricevuto dalla sua mal formazione, la divinità di un animo ben
cosciente di sé li ha repressi. Donde si può comprendere come sia da attribuire agli astri ciò che
noi subiamo e che tuttavia spetta alla divinità dell’animo il resistervi». Anche Castiglione, scrivendo di Guidobaldo, ebbe a esprimersi in termini
consonanti, mettendo in risaltò la sua forza d’animo data dall’instancabile esercizio della virtù.
La fortuna in ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch’egli rare volte trasse ad effetto cosa che
desiderasse; e benché in esso fosse il consiglio sapientissimo e l’animo invitissimo, parea che ciò
che incominciava, e nell’arme o in ogni altra cosa
o piccola o grande, sempre male gli succedesse: e
di ciò fanno testimonio molte diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigor d’animo sempre
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la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Ritratto di Thomas Linacre di autore anonimo (XVI secolo)
tollerò, che mai la virtù dalla fortuna non fu superata.
Il veronese Leonardo Grassi (il finanziatore
della stampa del Polifilo) nella dedicatoria al duca
di Urbino, fa riferimento invece solo al noto amore del principe per «le lettere e le virtù» nonché
alla sua sterminata cultura, invitandolo a leggere
l’opera perché in essa non sono presenti solo
«tutti i libri degli antichi, ma anche i misteri stessi
della natura»: la sua materia «non è da divulgare
alla gente comune, da decantare nei trivi, ma è
tratta dal santuario della Filosofia». Grassi scelse
di dedicare l’opera a Guidobaldo certo per i noti
motivi che legavano la sua famiglia al duca di Urbino ma anche perché a Guidobaldo Manuzio
aveva da poco dedicato gli Scriptores Astronomici
Veteres (testi che l’autore del Polifilo certo conosceva). Ma in più, da considerare, c’è anche il fatto
che Guidobaldo aveva esperienza dei testi neoplatonici e delle pratiche astrologiche. Conosceva
le opere dei filosofi greci. Aveva letto Marsilio Ficino. Al consiglio degli astrologi si era rivolto nella speranza di concepire il tanto designato erede.
Sui suggerimenti degli astrologi aveva fatto affidamento per pianificare eventi militari ai quali
aveva preso parte.
Alla corte urbinate, serena e prospera, massima espressione dell’eccellenza umana, in quello
scorcio di fine secolo, guardavano in molti colmi
di fiducia. Certo Leonardo Crasso. Di sicuro Aldo Manuzio, nella speranza divenisse proprio
Guidobaldo il suo mecenate. Ecco quindi perché
dedicargli, a pochi mesi di distanza l’una dall’altra, due opere - gli Scriptores Astonomici Veteres e il
Polifilo - che attingono la loro sapienza dal medesimo humus culturale. Lo stesso humus nel quale
era cresciuto Guidobaldo e di cui quotidianamente si nutriva Urbino, «città in forma di palazzo».
Sfogliando gli Scriptores astronomici veteres si
matura un’impressione di “enciclopedismo”.
Questo libro così denso ha infatti un’anima “conclusiva”. Come se Aldo avesse voluto raccogliere
in un unico tomo non solo i quattro testi cardine
dell’astrologia antica ma anche tutto ciò che di
importante avevano suscitato, come per gemmazione: le traduzioni, i commenti, le raffigurazioni
grafiche. Come se avesse voluto dare prova del
suo valore intellettuale, dando forma, attraverso
la stampa di un libro (o meglio due, se si considera
il Polifilo facente parte del medesimo itinerario),
di un progetto culturale teso a rinnovare il mondo
partendo dalle idee. Idee che Guidobaldo, principe di rara virtù, avrebbe dovuto trasformare in
realtà.
NOTE
1
Vedi «la Biblioteca di via Senato», n. 1, gennaio 2011 e n. 3,
marzo 2011.
2
M. Infelise, «Aldo Manuzio il Vecchio» in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Treccani, n. 69, 2007.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
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SPECIALE ALDO MANUZIO
IL GRANDE ENIGMA:
FRANCISCUS COLUMNA
Nel nome di Aldo Manuzio l’estremo omaggio di Charles Nodier
MASSIMO GATTA
I
l 27 gennaio del 1844 doveva essere una di quelle fredde e plumbee mattine invernali che solo Parigi sa offrire.
Insieme a Honoré de Balzac e a
Tony Johannot il corteo funebre era composto, oltre che dalla moglie e dall’amatissima figlia Marie, da librai antiquari,
editori, rilegatori, bibliofili e
bibliomani, sodali di un culto
esoterico e assoluto: l’amore
per i libri antichi. Ora uno di loro, l’ancor giovane Charles Nodier (64 anni) aveva svoltato
l’angolo per sempre e si avviava al Père-Lachaise,
la più famosa dimora al mondo di grandi spiriti.
Nodier (Besançon 29 aprile 1780 – Parigi 27
gennaio 1844), una manciata d’anni prima (1833)
era stato nominato Accademico di Francia, succedendo sul seggio numero 25 a Jean-Louis Laya;
egli aveva anche ricoperto, fin dal 1824, la carica di
bibliotecario della Bibliothèque de l’Arsenal del
conte d’Artois, il futuro Carlo x di Francia, fondando dieci anni dopo (1834) il celebre «Bulletin
du Bibliophile». L’uomo che molti ora piangevano
aveva anche istituito all’interno dell’Arsenal un celebre salon litteraire, il “Cenacolo”, dove si promuoveva il nascente movimento romantico francese, e i vari Dumas, Lamartine, Hugo, de Musset,
Sainte-Beuve, de Vigny vi si davano appuntamento. Insomma
una grave perdita per la letteratura francese di metà Ottocento:
Il 27 gennaio del 1844, un mesto
corteo di bibliofili e di intellettuali
accompagnò al Père-Lachaise le
spoglie mortali di Charles Nodier,
scrittore, giornalista, membro
dell’Académie Française, e direttore
della Biblioteca de l’Arsenal. Seguivano il feretro Honoré de Balzac e
Tony Johannot, Hetzel e Grenier,
Techener, Duplessis e una folta
rappresentanza di librai antiquari e accaniti bibliomani affaetti dall’inguaribile morbo che l’illustre scomparso aveva definito con il nome di
monomanie du maroquin.
Del resto era stato lo stesso scrittore a sovrapporre il “corpo” immortale dell’amato libro
antico al “corpo” mortale del “buon Théodore”,
il protagonista del suo racconto forse più celebre,
Le Bibliomane (1831) ponendovi alla fine questo
epitaffio, ripreso in parte da quello di Benjamin
Franklin:
Ci-gît / sous sa reliure de bois, / un exemplaire infolio / de la meilleure édition / de l’homme, / écrit
34
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
dans une langue de l’age d’or / que le monde ne
comprend plus. / C’est aujourd’hui / un bouquin /
gâté, / maculé, / mouillé, dépareillé, / imparfait du
frontispice, / piqué des vers, / et fort endommagé
de pourriture. / On n’ose attendre pour lui / les
honneurs tardifs / et inutiles / de la réimpression.
Com’era d’uso in quel secolo le celebri raccolte bibliografiche private, dopo la morte dei collezionisti, venivano messe all’asta, sovente corredate da sontuosi e documentati cataloghi di vendita. Anche la sceltissima, benché “petite bibliothèque”, di Nodier seguì il medesimo destino, segno
della volontà di rimettere nel maremagnum bibliografico opere raccolte con grande e tenace passione e che potevano, attraverso la vendita, approdare in nuove, non meno appassionate, private biblioteche. Così pochi mesi dopo la morte di No-
dier, la sua preziosa raccolta di libri antichi, 2234
opere suddivise in 5 tematiche principali e in molteplici sottosezioni, tra il 27 aprile e l’11 maggio
del 1844 venne dispersa al numero 6 di Place de
l’Oratoire. Furono necessarie ben dodici tornate
d’asta prima che tutti i volumi raccolti dallo scrittore e bibliografo francese approdassero in altre
mani. Fu il libraio-editore J. Téchener, insieme al
commissaire-priseur Husson, ad occuparsi dell’incanto, del quale ci resta il prezioso benché “modesto cataloghetto” (Mario Scognamiglio). Infatti
Nodier, da esperto bibliografo e appassionato bibliofilo, aveva provveduto tempo prima a redigere
personalmente una importante opera bibliografica, rimasta inedita, e pubblicata da Téchener solo
in occasione della morte dello scrittore. Questo
volume, di mitica rarità, oltre alla descrizione bibliografica dei volumi della sua collezione, conte-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
neva una serie di dotte e curiose notazioni redatte
dallo stesso Nodier rappresentando in tal modo,
oltre che la sua opera più voluminosa, anche il
compendio della sua scienza bibliografica. Per la
verità quest’ultima vendita all’asta era stata preceduta, anni prima, da altre due vendite (1823 e
1826), non corredate però da cataloghi; mentre
quelle del 1827 (399 articoli) e del 1829 (917 articoli) saranno documentate dai due rari cataloghi
pubblicati per l’occasione. In quel caso, però, le
note non erano di mano dello scrittore; mentre le
note al primo catalogo del 1827 erano in effetti riproduzioni di appunti privati che Nodier apponeva sui margini dei propri libri.
Tra i preziosi volumi della sua ricca collezione, che ora veniva dispersa, spiccava quello che è
unanimemente considerato il più importante volume del tardo Umanesimo italiano, l’Hypneroto-
35
machia Poliphili, stampato a Venezia mense decembri 1499, in ædibus Aldi Manutii; un collegamento
quasi scontato tra l’erudito bibliofilo e scrittore
francese e il principe degli stampatori italiani di
ogni tempo, Aldo Manuzio. Un libro “irregolare,
torbido e allucinato” (Giuseppe Billanovich),
nonché “bizzarro e confuso nelle invenzioni, arduo nel lessico, intricato nella sintassi” (Giovanni
Pozzi) ma di straordinaria bellezza, che Nodier
possedeva in una copia particolarmente pregiata,
rilegata in pieno marocchino rosso da Duru, come lo stesso bibliofilo giustamente sottolineava
nella sua nota al catalogo:
Exemplaire presque grand papier, d’une conservation admirable, sauf quelques réparations aux
marges inférieurs d’un petit nombre de feullets, et
parfaitement relié en maroquin.
36
In effetti l’incontro tra Nodier e lo stampatore di Bassano (che è bene ricordare “considerò con
malumore quello che noi oggi riteniamo il suo capolavoro tipografico” (Giovanni Pozzi)) era avvenuto giusto dieci anni prima, e proprio grazie al
volume forse più celebre stampato da Manuzio.
Nel 1834, infatti, lo stesso anno nel quale Nodier
fonda il «Bulletin du Bibliophile», proprio sul numero 7 di quel periodico lo scrittore pubblicava
l’articolo De quelques Livres satiriques et de leur Clef,
dove prendeva in esame, tra gli altri, il Polifilo di
Manuzio (nell’occasione indicato però come Le
Songe de Polyphile). L’anno successivo, sul numero
15 di maggio sempre del «Bulletin», sarà invece la
volta di un suo articolo-recensione alla seconda
edizione degli Annales manuziani del Renouard;
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
infine nel numero 21 del «Bulletin» del novembre
1835 scriveva ancora intorno al Polifilo di Manuzio, nell’ambito dei “folli letterari” o “eccentrici”.
In questa seconda occasione Nodier attribuiva al
frate Francesco Colonna la paternità del più misterioso volume mai apparso in Europa e sul quale si è
pubblicato una abnorme quantità di studi e saggi.
Proprio il supposto autore del Polifilo, Francesco
Colonna, tornerà nella vita intellettuale ed erudita
di Nodier l’anno prima della prematura morte,
quando in ottobre pubblica sul «Bulletin de l’Ami
des Arts», il suo estremo omaggio allo stampatore
veneziano, edito postumo in volume nel 1844, appunto il Franciscus Columna.
Sembra davvero emblematico che l’ultimo
racconto di questo poligrafo e scrittore, nato però
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
come entomologo, e in seguito autore di molteplici lavori di filologia e linguistica, di bibliografia,
bibliofilia e tipografia che riuscì a padroneggiare
come pochi, fosse dedicato a Manuzio e al suo libro
più misterioso. Ad uno sguardo più attento, però,
si comprende meglio come l’universo tipografico,
soprattutto la protostampa, abbia fortemente condizionato la sua visione del mondo. Al 1830 risale
infatti uno degli scritti nodieriani più emblematici
e rivelatori in tal senso, dove lo scrittore francese
metteva in stretto rapporto la stampa ad un possibile perfezionamento dell’uomo e della civiltà,
non lontano dalla posizione che fu di Nicolas de
Chamfort, quella “civiltà perfezionata” che non a
caso Leonardo Sciascia prenderà a modello per
battezzare la celebre prima Collana editoriale della Sellerio, da lui creata e diretta.
Lo scritto di Nodier, De la perfectibilité de l’homme, et de l’influence de l’imprimerie sur la civilisation, fin dall’inizio prendeva a modello quell’âge
d’or della civiltà occidentale da lui identificata col
Medioevo dei codici miniati e dei manoscritti, e dove il Quattrocento della protostampa veniva identificata come l’inizio della barbarie, il tutto inserito
in una vera e propria visione filosofica negativa e
37
disincantata; come se quel libro ideale da lui ricercato (materialmente e moralmente), definito e costruito, non appartenesse ormai più al dominio della cosa impressa, come se un buon libro non fosse
più per Nodier un prodotto industriale ma un simbolo di un’anima (Didier Barrière). Lo scrittore
sembra chiedersi, criticamente, quanto la produzione “Industriale” di libri (in fondo anche l’invenzione gutenberghiana dei caratteri mobili sposta,
per Nodier, la tipografia su un piano industriale)
obbedisca più alle leggi economiche che non all’evoluzione della letteratura (e alla civiltà dell’uomo):
[…] Il est vrai que ses idées fondamentales sont
dominées par la nostalgie de certaines périodes
mytiques: le XVI siècle et ses grands imprimeurs,
le Moyen Age et ses riches manuscrits…Plus généralement, nostalgie d’un âge d’or (quoi qu’il en
dise), en comparaison duquel l’age de l’imprimerie est synonyme de barbarie.
In effetti tale destino sembra in un certo senso
collimare con lo stile peculiare di Nodier in ambito bibliografico. Ai suoi occhi, infatti, la bibliografia non era solo la scienza del titolo esatto di un li-
38
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
bro, della sua data precisa, del formato e della rilegatura. Ognuno degli antichi e pregiati volumi che
conservava sui propri scaffali, infatti, era un tesoro
nuovo e diventava per lui l’occasione per delicate
riflessioni, originali ma anche filosofiche. Cosa avrà
dunque “letto” Nodier nel Polifilo manuziano tanto da indurlo a dedicargli articoli preparatori e un
racconto altrettanto misterioso e, biograficamente, estremo?
Charles Nodier è autore abbastanza conosciuto in Italia dove ad esempio Le Bibliomane è stato pubblicato in varie edizioni. Di certo meno fortunato è il Franciscus Columna, il “racconto commovente” ricordato dall’amico Gerard de Nerval,
e che solo di recente ha ricevuto una certa attenzione critica e una prima traduzione italiana. Nodier fu un esploratore inesausto della letteratura
misteriosa e insondabile che poggia sull’oscuro,
sul sogno, sul complesso anagrammarsi del mon-
do, tutto ciò anche grazie alla sua professione di bibliotecario e alla sua bibliofilia passionale e totale.
Anche la sua lingua è molto personale, come in
quest’ultimo racconto, legata com’è ai suoi interessi di linguista, di attento studioso della tradizione letteraria francese ma anche di fine raccoglitore
di antichi testi sulle facezie, le etimologie, il patois,
i poeti maccheronici e burleschi. E proprio la vicinanza linguistica di Francesco Colonna, supposto
autore del Polifilo, con i poeti maccheronici (Teofilo Folengo) o dialettali (Ruzzante) spiega forse
l’interesse di Nodier per quell’opera ardua e magmatica dell’Umanesimo italiano. Giustamente
Pietro Citati così inquadrava Nodier, in un secolo
peraltro simmetrico a queste esigenze intellettuali:
Charles Nodier diventò uno dei più appassionati
bibliotecari e bibliofili del suo tempo. Sperava di
scovare tutti i libri degni di essere conservati e di
custodirli nei suoi scaffali come dei pesci giapponesi in un acquario, come degli uccelli esotici in
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una grande voliera. Amava i volumi rari: l’editio
princeps della Hypnerotomachia Poliphili e l’esemplare dell’Imitazione di Cristo annotato da Rousseau: le raccolte delle facezie infernali, le storie dei
vampiri, le elucubrazioni dei pazzi, le monografie
sulle società segrete, i libri che hanno bisogno di
una chiave, gli autori illustri nascosti dietro un
anagramma […] leggeva i cabalisti e gli alchimisti,
Swedenborg e Saint-Martin; gli stessi libri che,
qualche anno dopo, avrebbero acceso la curiosità
di Gérard de Nerval. All’ombra delle grandi biblioteche, tra i codici e i libri rari, crescono qualche volta le più strane creature d’aria.
Forse fu davvero un “sogno nel sogno”, anzi
un triplice sogno, tormentato e tormentoso, quest’ultimo estremo di Nodier, complice la figura
mitizzata della bellissima figlia Marie alla quale
venne immolata, con la vendita all’asta del 1829, la
ricca biblioteca dello scrittore per poter fornire alla giovane una dote adeguata; “sogno” come fu
quello di Francesco per Polia, sogno romanzesco
che, come in Leopardi, prometteva di non distruggere l’oggetto amato. Insomma un “Polifilo autobiografico”, così come ben rilevato da Giovanni Fazzini a chiusura del suo scritto. Certamente
un soffuso legame sembra unire
il protagonista, Polifilo, anche
alla filosofia tipografica manuziana, così ben rappresentata
dalla sua marca tipografica, l’àncora col delfino. Una riflessione
di Edgar Wind sul carattere di
Polifilo sembra condurci verso
questa simmetria di intenti.
Scrive Wind:
[…] l’eroe del Polifilo è guidato
con prudenti allettamenti verso i più riposti arcani, imparando lungo il cammino a unire la
39
prudenza all’audacia.
Cos’altro era, infine, quell’àncora e quel delfino sinuoso se non la rappresentazione iconografica
della prudenza (àncora) e dell’audacia (delfino)? o
meglio, come ormai universalmente noto e non solo in ambito antiquario, Festina lente, “affrettati lentamente”, in una visione unitaria di perfezione:
Il marchio tipografico di Aldo Manuzio, un delfino attorcigliato intorno a un’ancora, che Erasmo
proponeva come emblema della massima Festina
lente, può anche raffigurare lo spirito di perfezione, quest’arte di vivere nella quale il movimento e
la costanza si conciliano.
Cosa in verità ebbe in mente Nodier scegliendo proprio la vicenda di Polifilo e di Polia per testimoniare i propri fantasmi interiori non lo sapremo
mai; resta il fatto che tra i tanti possibili spunti letterari, Nodier, questo straordinario erudito, abbia
preso a modello, nel suo congedo dalla vita, proprio uno dei più misteriosi ed arcani libri della letteratura di ogni tempo; il volume più rappresentativo e conosciuto uscito dalla
stamperia veneziana di Aldo Manuzio, e nello stesso tempo, e
paradossalmente, quello da lui
meno amato.
(*) Questo scritto costituisce la nota finale a Charles Nodier, Franciscus Columna, trad. it.
di Giovanni Fazzini, contributi
di Gianluca Montinaro e Giovanni Fazzini, a cura di Massimo
Gatta, Macerata, Biblohaus,
2015, pubblicato in occasione del
V centenario della morte di Aldo
Manuzio. Si ringrazia l’editore
per averne autorizzato la pubblicazione in questa sede.
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SPECIALE ALDO MANUZIO
FESTINA LENTE,
L’ANCORA E IL DELFINO
Un’opinabile interpretazione di una preziosa marca tipografica
ALBERTO CESARE AMBESI
L’
immagine è nota: rappresenta un delfino,
che, con un movimento
discendente, si attorciglia a
un’ancora. Figura da sempre celeberrima fra i bibliofili, poiché
immaginata da Aldo Manuzio a
emblema delle sue preziose edizioni. Parimenti conosciuto è il
significato attribuibile a tale
marchio tipografico, comprendente anche il nome di Aldus. Si
potrebbe asserire, infatti, di primo acchito, che nell’insieme
grafico si trovi racchiuso un muto ma trasparente richiamo alla
esortazione festina lente (“affrettati lentamente”)
attribuita da Svetonio ad Augusto: audacia e circospezione, rapidità e ponderatezza, perfino congiunzione e coincidenza degli opposti e altro ancora, quando si vada con la memoria a ulteriori, similari raffigurazioni: una lince bendata, una vela
attaccata a una colonna, un tartaruga sovrastata da
una vela e così via. Non appare perciò pleonastico
A sinistra: Antonio Frasconi, Ritratto di Aldo Manuzio,
1982 (pubblicato in Theodore Low DeVinne, The First
Editor Aldus Pius Manutius, Greenwich, Targ Editions).
Sopra: la celebre “ancora con il Delfino”, il marchio della
stamperia di Aldo Manuzio in una marca tipografica
che si sia riscontrato che nell’Hypnerotomachia Poliphili, l’opera capolavoro edita da Aldo
Manuzio, siano enumerabili almeno ottanta illustrazioni che si
presentano come varianti figurative del motto che qui c’interessa e ci coinvolge.
Chiaro. Chiarissimo. Forse fin troppo, volendo considerare con una certa attenzione le
frequentazioni di Manuzio entro e fuori la sua Nea Academia
(1502): da Pietro Bembo a Erasmo da Rotterdam, da Giovanni
Pico della Mirandola al grecista
Marco Musuro. Investiremo dunque il sigillo tipografico aldino di sottintesi significati neoplatonici, ancorché trasparenti? Risposta affermativa
per metà, giacché proprio il motto festina lente ci
suggerisce di procedere con «audace prudenza»
entro il regno della simbologia. Quivi, difatti, può
accadere che, di analogia in analogia, si presuma
di aver conseguito chissà quale illuminazione interpretativa dopo aver stabilito, per esempio, che
l’episodio biblico dell’agnello (o montone) sacrificato da Abramo al posto del proprio figlio, non
sia già la rievocazione di un barbarico rito primordiale, ma bensì un allegorico racconto che raccomanderebbe d’avere umiltà e innocenza, affinché
42
la preghiera salga al Signore. Ora, a parte la lapalissiana constatazione che, in siffatto brano, non
risultano innocenti né il Dio che avrebbe messo alla
prova il capostipite d’Israele, né il suo angelo, né
Abramo stesso, resta d’altro canto certo che, nel
prosieguo, ci si dovrà bene intendere sul significato da attribuire a ogni vocabolo o espressione. Se
non altro, a titolo convenzionale e per evitare
fraintendimenti o equivoci, a proposito dei concetti di emblema, simbolo e allegoria, per altro ricorrenti in qualunque discorso iconologico che si soffermi sul valore di una determinata figurazione.
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Vediamo allora, prima di riaccostarci al delfino e all’ancora manuziane, di avvicinarci alla terna
d’immagini e di idee che si è qui sopra enunciata
ed enumerata. Sintetica precisazione che si dimostrerà più che utile, fra breve. Primo elemento da
considerare: l’emblema (dal greco emblema, ciò che
è inserito, dal verbo emballo, introduco, immetto),
ovvero raffigurazione di un’idea, servendosi o delle arti figurative o della parola scritta. Si può asserire che l’emblematismo fu un tipico prodotto
della nostra cultura occidentale cinquecentesca,
tanto in ambito letterario, quanto nell’ambito
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della grafica e con una graduale chiarificazione rispetto ai caratteri maggiormente “ermetici” del
simbolo e dell’allegoria. Secondo e basilare principio da esaminare: il simbolo (dal greco simbolon,
contrassegno, motto d’ordine o di riconoscimento, segno di cosa che avverrà, presagio e augurio).
Fondante segnacolo allusivo, mediante il quale si
raffrontano, s’interpretano e si unificano i fenomeni della Natura e le sfaccettate realtà del Soprannaturale, fino e pervenire - stando ad alcune
testimonianze - alla percezione intuitiva dell’Altrove Assoluto. In linea di massima, il simbolo non
può non distinguersi dall’emblema e dall’allegoria,
in quanto racchiude in sé uno sprone di natura essenzialmente anagogica, pur prestandosi - anzi
ispirando - plurime e differenziate interpretazioni; una prova in più che l’innervatura dell’Universo è di per sé simbolica e come tale non è rappresentazione che si possa trovare ovunque, se non ricorrendo a grossolane falsificazioni. Da rammentarsi, inoltre, che la viva e palpitante presenza del
simbolo può dirsi comunque presente in tutte le
massime creazioni delle arti: nell’alveo musicale e
in quello architettonico, primariamente, nelle
espressioni letterarie, oltre che nelle ideazioni figurative, come è ovvio. Ed eccoci, infine, davanti
all’ enigma, bello e sottile, costituito dall’allegoria
(dal greco allegoria, da allegoreo, prova, rappresentazione figurata, testimonianza palese). È questo
un paradossale strumento cognitivo. Ha sempre
una specifica e suggestiva connotazione, ma cela
puntualmente un significato autre, completamente autre, pur non essendovi antitesi fra il suo senso
palese e il senso nascosto. Da ciò, la comprendibile tentazione di confondere l’allegorico con il metaforico, indipendentemente dal linguaggio usato.
Complicazione tutt’altro che disutile, quando si
rifletta sulla parallela constatazione che un’allegoria figurativa, o un discorso di genere allegorico, possono inglobare uno o più simboli, per cui
sembrerà, a volte, che l’una dimensione trascolori
nell’altra, a dispetto di ogni logica distinzione
43
A sinistra: l’ancora con il delfino continuò a essere la
marca tipografica della stamperia, anche dopo la morte di
Aldo. Sopra: Ritratto di Aldo Manuzio (vignetta di metà
Ottocento)
proponibile in sede di filosofia dell’arte.
Ma procediamo oltre. Anzi, ritorniamo al
nostro spunto iniziale ponendoci il più semplice
dei quesiti: la marca tipografica voluta da Aldo
Manuzio quali “valori” illustra di là dalla sua connotazione emblematica? Mitologia e psicologia
del profondo, iconologia e semiotica concorrono
nel mormorarci che sono per prime le fonti classiche (Orazio, Odi, I, 35; Ovidio, Fasti, II, 79-118;
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, IXX, 20-34 )
a suggerirci che il delfino è l’immagine, anche fonica, dell’elemento che meglio guizza tra le “acque
superiori” e le “acque inferiori” (fra l’ultravioletto
psichico e l’infrarosso), per cui converrà che sia
evocato, figurativamente, dalla sua proiezione nel
cielo boreale e, musicalmente, dal poema sinfoni-
44
Marca aldina
co La mer di Claude Debussy (1862-1918). Nella
accezione astronomica, infatti, collocandosi tale
costellazione come emergente, fra la tarda estate
e l’autunno, essa mostra come possano raccogliersi nascostamente frutti o messi che le costellazioni maggiori ignorano: come se si indagasse
sulla sapienza disseminata dal conte della Mirandola, laddove, nelle diverse sue opere, riconobbe
(o attribuì) a Zoroastro la virtù dell’intelletto virile, a Pitagora la saggezza, piena e profonda, e a
Parmenide la capacità di rappresentare i poteri
della Sfera intelligibile. Un gioco di rinvii e di
rapporti che nulla ha perso di validità, quando si
consideri che esso potrebbe formularsi anche nell’ambito della problematica cosmologica e della
logica algebrica. Discorso analogico che ci condurrebbe entro un orizzonte che qui non possiamo contemplare.
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Per converso, ma non per avverso, risulta indubbio che il delfino che abbiamo scorto muoversi
fra i tre schizzi sinfonici de La Mer (“Dall’alba al
mezzogiorno sul mare”, “Giuoco delle onde” e
“Dialogo del vento e del mare”), ci aiuta a meglio
comprendere come la sua presenza entro la costruzione del marchio di Manuzio debba riguardarsi come una sorta di omaggio al vario spettacolo della Natura, e ai suoi aspetti più profondi, tanto che la sua discesa a spirale - e non appaia un
paradosso - rinvia al passo che si trova nel Vangelo
copto di Tommaso (IV sec.) laddove è detto: «Se vi
domanderanno: qual è il segno del Padre vostro
che è in voi? Risponderete: il movimento e il riposo». Movimento e riposo (espansione e contrazione) di tutti gli ospiti effimeri di questo Universo manifesto, in conformità con la teoria cosmologica che ipotizza, a sua volta, la ricorsività di uno o
più universi ciclici, ma mutazioni, altresì, che forse - non sono condannate ad ancorarsi a una sola brana.
Già, perché è parimenti verosimile, accettando quest’ottica, che quivi l’immagine dell’àncora non sia né il richiamo a un fattore psicologicamente ritardante né un’allusiva illustrazione di
un elemento di mistica salvezza, come supponeva
San Paolo nell’Epistola agli Ebei (6,19). In essa si
dovrà piuttosto vedere, a nostro sommesso avviso, e nella fattispecie grafica ed editoriale, un disegno che, in modo traslato, invita a sognare l’approdo a rive lontane. Un desiderio intellettivo
che è anche sul punto d’indurre matematica e
geometria a conquistare le equazioni non lineari e
la prospettiva geometrica (anamorfosi comprese,
peraltro), alla stregua della grammatica musicale
di inizio Cinquecento che, tramite la pratica dei
ricercare e delle fantasie sugli strumenti da tasto, si
stava accingendo ad avventurarsi nel vasto oceano
della fuga, per lo più strumentale, e dei sontuosi e
stereofonici cori battenti della “scuola” dei Gabrieli, perfetta risonanza compositiva dell’Hypnerotomachia Poliphili.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
45
SPECIALE ALDO MANUZIO
ALDO ALLA BIBLIOTECA
DI VIA SENATO
Per un primo catalogo delle edizioni aldine presso la BvS
GIANCARLO PETRELLA
A
ll’alba delle celebrazioni
del quinto centenario
della scomparsa di Aldo
Manuzio - sarebbe eccessivo dire
quasi a inaugurarle, ma certo
esaudendo un voto espresso dal
più valido studioso di Aldo - , si
offre qui il non disprezzabile catalogo delle edizioni prodotte da
Aldo il Vecchio e dai suoi eredi
conservate presso la Biblioteca di
via Senato. Testimonianza del fascino che Aldo ancora esercita,
tale catalogo risponde, forse con
irreparabile ritardo, all’invito di Martin Lowry a
portare avanti «l’indagine presso biblioteche che
possiedono collezioni di ridotta entità, alcune delle
quali non ancora pienamente investigate» perché
non passi «chissà quanto tempo prima che si possano portare alla luce queste tracce che riguardano il
fascino che Aldo promana sui contemporanei, sui
loro successori, su noi stessi». La proposta, lungimirante se non preveggente, di un catalogo degli
esemplari aldini della BvS risale a una decina di anni fa. Ne accennai anche, distrattamente, a Luigi
Balsamo, all’epoca collaboratore del trimestrale
«L’Erasmo» di cui l’attuale rivista ha raccolto l’eredità. Non se ne fece nulla. Un catalogo, qualunque
esso sia, ha il merito di fissare una volta per tutte
l’immagine e la consistenza di una collezione a una
certa data, prima di inevitabili
dispersioni. È la fotografia scattata in un momento di quiete.
Non sempre i libri, come le persone, possono goderne. Oggi per
censire quegli esemplari, registrati nel catalogo informatico
della BvS, mi sono anche avvalso
di alcuni faticosi appunti raccolti
negli anni e in margine al catalogo della mostra petrarchesca Libri mei peculiares del 2005.1 L’elenco che segue offre lo spaccato
di una collezione privata tutt’altro che ‘di ridotta entità’. Raccoglie infatti 46 delle
131 edizioni stampate Aldo vivente, più di un terzo
dell’intera produzione di Aldo il Vecchio (alcune
addirittura in due esemplari, se con varianti, come
la ben nota edizione de Gli Asolani del 1505).2
A queste si aggiungono (e qui si registrano:
schede n° 47-78) una trentina di edizioni firmate
dal Torresani e dagli eredi di Aldo o risalenti semNOTE
1
GIANCARLO PETRELLA, ‘Libri mei peculiares’. Petrarca e le sue letture
nella Biblioteca di via Senato. Catalogo della mostra, Milano, Biblioteca di Via Senato Edizioni, 2005.
2
PIERO SCAPECCHI, Annali delle edizioni di Aldo Manuzio, in Serie
delle edizioni aldine per ordine cronologico ed alfabetico, Bologna, Arnaldo Forni editore, 2013, pp. XVII-XXX.
46
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
pre al 1515 ma di pochi mesi successive alla scomparsa di Aldo avvenuta il 6 febbraio di quell’anno.
Infine, il fondo antico della BvS comprende circa
110 edizioni stampate da Paolo e Aldo Manuzio il
giovane di cui si offrirà il catalogo nel numero successivo della rivista assieme all’indice dei possessori e delle provenienze dell’intero catalogo. Alcuni
esemplari, già segnalati alla macchia, confessano
infatti provenienze illustri, a conferma di un pubblico di collezionisti di rango, tra cui le nobili famiglie milanesi degli Speciano e degli Archinto, l’umanista tedesco Johannes Reuchlin, Ludovico Antonio Muratori, parecchi bibliofili d’Oltremanica,
tra cui Richard Heber e Fairfax Murray. Assai interessante infine, ma qui solo accennabile, il discorso
sulle tracce di lettura e consultazione di questi
esemplari, alcuni dei quali furono impiegati non
solo come amena lettura ma come strumenti di studio e collazione, come lasciano intendere appunti e
fitte postille marginali e interlineari.
Abbreviazioni bibliografiche:
AHMANSON-MURPHY: The Aldine Press Catalogue
of the Ahmanson-Murphy Collection of Books by or Relating to the Press in the Library of the University of California, Los Angeles Incorporating Works Recorded
Elsewhere, Berkeley-Los Angeles-London, University of California Press, 2001
PETRELLA: GIANCARLO PETRELLA,‘Libri mei peculiares’. Petrarca e le sue letture nella Biblioteca di via Senato. Catalogo della mostra, Milano, Biblioteca di Via
Senato Edizioni, 2005
SCAPECCHI: PIERO SCAPECCHI, Annali delle edizioni di Aldo Manuzio, in Serie delle edizioni aldine per ordine cronologico ed alfabetico, Bologna, Arnaldo Forni
editore, 2013, pp. XVII-XXX
RENOUARD: ANTOINE-AUGUSTIN RENOUARD,
Annales de l’imprimerie des Aldes, Paris, J. Renouard,
18342
1. THEOCRITUS, Idyllia (con Hesiodus, Opera et
dies, Theogonia [et alia]), febbraio 1495 [1496]. In folio, cc. [140].
Renouard 5-3; BMC V, p. 554; Ahmanson-Murphy
7; Scapecchi 7; ISTC it00144000.
Milano, BvS: legatura firmata Drechsler (Vienna).
2. IAMBLICHUS, De mysteriis Aegyptiorum, settembre 1497. In folio, cc. [186].
Renouard 13-6; BMC V, p. 557; Ahmanson-Murphy
15; Scapecchi 16; ISTC ij00216000.
Milano, BvS. Esemplare con timbro di provenienza
«Bibliotheca Heberiana» da identificarsi con la straordinaria collezione del filologo e maniacale bibliofilo inglese Richard Heber (1773-1833) sul quale si veda ovviamente Seymour de Ricci, English collectors of
books and manuscripts (1530-1930) and their marks of
ownership, Cambridge, University Press, 1930, pp.
102-104 e la scheda relativa in A catalogue of books
printed in the fifteenth century now in the Bodleian Library, by Alan Coates et alii, VI, Oxford, University
Press, 2005, p. 2875. La biblioteca è ricostruibile attraverso gli oltre dieci cataloghi dell’infinita asta londinese Bibliotheca Heberiana: Catalogue of the library of
the late Richard Heber esq., London, Sotheby, 18341837.
3. ANGELO POLIZIANO, Opera, luglio 1498. In
folio, cc. [452].
Renouard 17-4; BMC V, p. 559; Ahmanson-Murphy
26; Scapecchi 27; ISTC ip00886000.
Milano, BvS: legatura di area tedesca coeva in piena
pelle di scrofa con impressioni a secco su piatti di legno; tracce di fermagli.
4. ARISTOPHANES, Aristophanus Komodiai Ennea (Aristophanis Comoediae Novem), 15 luglio 1498. In
folio, cc. [348].
Renouard 16-3; GW 2333; BMC V, p. 559; Ahmanson-Murphy 25; Scapecchi 26; ISTC ia00958000.
Milano, BvS: legatura otto-novecentesca a firma
«Levasseur ainé».
5. MARCUS MUSURUS (a cura di), Epistolai diaphoron philosophon, rhetoron, sophiston, hex pros tois eikosi (Epistolae diversorum philosophorum oratorum rhetorum sex & viginti), 1499. 4°, cc. [266], [138].
GW 9367; BMC V, p. 560; Renouard 18-1; Ahmanson-Murphy 30; Scapecchi 31; ISTC ie00064000.
Milano, BvS.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
6. Scriptores astronomici (Firmicus Maternus Iulius, Astronomicorum libri octo; Marcus Manilius, Astronomicorum libri quinque; Aratus, Phaenomena [et alia]),
giugno, ottobre 1499. In folio, cc. [184] [192]; ill.
Renouard 20-3; GW 9981; BMC V, p. 560; Ahmanson-Murphy 34; Scapecchi 35; ISTC if00191000.
Milano, BvS. Nota di possesso al frontespizio «Specianus», che rimanda a un membro della nobile famiglia milanese degli Speciano. Non è possibile identificare a quale degli Speciano rimandi, se al capostipite
Giovanni Battista († 1545) o a qualcuno dei suoi discendenti, tra cui Cesare (1539-1607), vescovo di
Novara e Cremona, nunzio apostolico presso la corona di Spagna e l’imperatore Rodolfo II. Anni fa individuai una copia della Cosmographia di Sebastian
Münster (ora Milano, Biblioteca Braidense, OO XII
47) appartenuta alla stessa famiglia (G. PETRELLA, Libri proibiti e inquisizione a Milano nel secondo Cinquecento. Un esemplare espurgato de La Cosmografia di Sebastian Münster, in G. PETRELLA, Uomini, torchi e libri
nel Rinascimento, Udine, Forum, 2007, pp. 310-336).
7. FRANCESCO COLONNA, Hypnerotomachia
Poliphili, dicembre 1499. In folio, cc. 234, ill.
Renouard 21-5; GW 7223; BMC V, p. 561; Ahmanson-Murphy 35; Scapecchi 36; ISTC ic00767000.
Milano, BvS: ex libris del patrizio milanese Carlo Archinto (1669-1732), la cui collezione andò dispersa
nell’Ottocento (Catalogue d’une petite collection de livres rares et précieux, imprimés et manuscripts, provenant
de la bibliothèque de feu monsieur le comte Archinto de
Milan, Paris, L. Potier, 1863). Esemplare poi giunto
alla collezione del preraffaellita Charles Fairfax Murray (1849-1919). A c. a1 la parola «Saneque» è stata
corretta in «Sanequam» con l’aiuto di un timbro come in molti esemplari.
8. s. CATERINA DA SIENA, Epistole devotissime,
settembre 1500. In folio, cc. [10] i-ccccxiiii [1].
Renouard 23-2; BMC V, p. 562; GW 6222; Ahmanson-Murphy 36; Scapecchi 38; ISTC ic00281000.
Milano, BvS.
9. Poetae christiani veteres, vol. I, Prudentii poetae
Opera, gennaio 1501. 4°, cc. [234].
Renouard 24-26; Scapecchi 40; Edit16 CNCE
47
36115.
Milano, BvS.
10. DECIMUS IUNIUS IUVENALIS; FLACCUS
AULUS PERSIUS, Satirae, agosto 1501. 8°, cc. [78].
Renouard 29-6; Ahmanson-Murphy 36, 44; Petrella
31; Scapecchi 46; Edit16 CNCE 36104.
Milano, BvS: esemplare con sottolineature, postille,
segni di paragrafo e iniziali rosse e blu in tutto il volume. A carta A2r iniziale miniata in oro su fondo verde.
Legatura alle armi in marocchino rosso con motto
«Je maintiendrai. Tria juncta in uno» che rimanda
molto probabilmente a James Harris, 1st Earl of Malmesbury (1746-1820); filettatura e fregi ai piatti e al
dorso; tagli dorati; risguardi in carta marmorizzata.
Milano, BvS: esemplare della ristampa con stessa data
1501 ma [1515?], con marca aldina e sottoscrizione
«in aedibus Aldi et Andreae soceri» (Scapecchi 46).
Esemplare con fitte postille marginali cinque-seicentesche. Legatura settecentesca in pergamena rigida
con titolo manoscritto al dorso.
11. MARCUS VALERIUS MARTIALIS, Epigrammata, dicembre 1501. 8°, cc. [192].
Renouard 30-7; Ahmanson-Murphy 47; Scapecchi
47; Edit16 CNCE 36108.
Milano, BvS: legatura a firma C. Smith, privo dell’ultima carta bianca.
12. GAIUS VALERIUS CATULLUS; ALBIUS
TIBULLUS; SEXTUS PROPERTIUS, Carmina, gennaio
1502. 8°, cc. [44] [36] [70] [2].
Renouard 39-16; Ahmanson-Murphy 52; Petrella
34; Scapecchi 54; Edit 16 CNCE 10356.
Milano, BvS: esemplare con refuso «Propetius» al titolo e variante erronea (primo stato) «Benedicti filio»
invece di «Leonardi filio» nella prefazione di Aldo.
Nota di possesso «Henry de Cepole» cui rimandano
anche un paio di altre edizioni italiane registrate in
MARIE F. VIALLON, Catalogue du Fonds italien XVI
[XVII] siècle Auguste Boullier de la Bibliothèque Municipale de Roanne, Saint-Étienne, Pubblications de L’Université de Saint-Étienne, 1995 [1997], pp. 21, 211.
Sottolineature a testo e tracce di sporadiche postille
marginali lavate del sec. XVI. Foglietto sciolto con
note manoscritte di contenuto bibliografico, firmate
48
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
A.T. (sec. XVIII). Legatura ottocentesca in marocchino rosso con filettatura in oro ai piatti, fregi e titolo in oro al dorso; tagli dorati; risguardi in carta marmorizzata.
13. STEPHANUS BYZANTINUS, Stephanos Peripoleon (Stephanus de urbibus), gennaio, marzo 1502. In
folio, cc. [80].
Renouard 38-15; Ahmanson-Murphy 53; Scapecchi
55; Edit16 CNCE 36142.
Milano, BvS.
14. MARCUS ANNAEUS LUCANUS, Pharsalia,
aprile 1502. 8°, cc. [140].
Renouard 33-3; Ahmanson-Murphy 56; Scapecchi
58; Edit16 CNCE 36129.
Milano, BvS.
15. THUCYDIDES, Historiae, maggio 1502. In
folio, cc. [124].
Renouard 33-4; Ahmanson-Murphy 57; Scapecchi
59; Edit16 CNCE 55824.
Milano, BvS: al foglio di guardia anteriore nota manoscritta «Anno Domini 1533 Benedictione Dei
conservantur familiae Dionysius Capnion junior
Waiblingense» che rimanda al nipote dell’umanista
tedesco Johannes Reuchlin (1455-1522), che la ebbe
probabilmente proprio dallo zio. Legatura coeva di
area tedesca in pelle di scrofa con impressioni a secco
e due fermagli.
16. Poetae christiani veteres, vol. II, Sedulii mirabilium diuinorum libri quatuor, giugno 1502. 4°, cc.
[293].
Renouard 24-26; Scapecchi 60; Edit16 CNCE
36115.
Milano, BvS.
17. DANTE ALIGHIERI, Le terze rime, agosto
1502. 8°, cc. [244].
Renouard 34-5; Ahmanson-Murphy 59; Scapecchi
62; Edit16 CNCE 1144.
Milano, BvS: esemplare privo della marca con ancora aldina all’ultima carta H4v (variante C: Edit16
CNCE 1144); iniziali rubricate; tagli dorati e cesellati.
18. HERODOTUS, Erodotou logoi ennea oiper epikalountai Mousai (Herodoti libri novem quibus musarum
indita sunt nomina), settembre 1502. In folio, cc.
[140].
Renouard 35-8; Ahmanson-Murphy 62; Scapecchi
64; Edit16 CNCE 22655.
Milano, BvS: postille di mano coeva.
19. PUBLIUS NASO OVIDIUS, Metamorphoseon
libri quindecim, ottobre 1502. 8°, cc. [64] [204].
Renouard 37-12; Ahmanson-Murphy 66; Scapecchi
68; Edit16 CNCE 55826.
Milano, BvS.
20. VALERIUS MAXIMUS, Dictorum et factorum
memorabilium libri novem, ottobre 1502. 8°, cc. [212].
Renouard 36-10; Ahmanson-Murphy 65, 71; Scapecchi 67; Edit16 CNCE 36147.
Milano, BvS: esemplare con il fascicolo A contenente
8 carte, cioè variante A con 212 cc. Legatura settecentesca in mezza pelle e pergamena con tassello in marocchino rosso al dorso.
Milano, BvS: esemplare con il fascicolo A contenente
12 carte, cioè variante B con 216 cc.
21. PUBLIUS PAPINIUS STATIUS, Sylvarum libri
quinque; Thebaidos libri duodecim; Achilleidos duo, agosto, novembre 1502. 8°, cc. [40] [256].
Renouard 35-7; Ahmanson-Murphy 61; Petrella 32;
Scapecchi 63; Edit16 CNCE 36141.
Milano, BvS: esemplare con nota di possesso (XVI
sec.) di un membro della famiglia fiorentina dei Pandolfini «Ian(n)octij petri philippi De pandulphinis».
Legatura coeva in piena pelle decorata a secco con tagli dorati e cesellati; fogli di guardia da codice pergamenaceo con tracce di scrittura gotica.
22. AMMONIUS, Hypomnena eis to peri hermeneias Aristotelous (Ammonii Hermei commentaria in librum peri Hermenias), giugno 1503. In folio, cc. [144].
Renouard 40-4; Ahmanson-Murphy 76; Scapecchi
76; Edit16 CNCE 1595.
Milano, BvS: privo delle carte bianche H4, L4.
23. GIOVANNI BESSARIONE, In calumniatorem
Platonis, giugno 1503. In folio, cc. [8] 112.
Renouard 40-5; Ahmanson-Murphy 75; Scapecchi
77; Edit16 CNCE 5644.
Milano, BvS.
24. Poetae christiani veteres, vol. III, Gregorii
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
episcopi Nazanzeni Carmina, giugno 1504. 4°, cc.
[234].
Renouard 46-4; Ahmanson-Murphy 84; Scapecchi
85; Edit16 CNCE 36115.
Milano, BvS.
25. DEMOSTHENES, Demosthenous Logoi duo
kai exekonta (Demosthenis Orationes duae & sexaginta), novembre 1504. In folio, 2 parti, pp. [28] 320;
[288] [8].
Renouard 47-7; Ahmanson-Murphy 87; Scapecchi
88; Edit16 CNCE 16732.
Milano, BvS.
26. QUINTUS SMYRNAEUS, Kointou Kalabrou
Paraleipomenon Omerou biblia tessareskaideka. Quinti
Calabri Derelictorum ab Homero libri quatuordecim,
[1504-1505]. 8°, cc. [172].
Renouard 261-14; Ahmanson-Murphy 95; Scapecchi 89; Edit16 CNCE 36102.
Milano, BvS.
27. PIETRO BEMBO, Gli Asolani, marzo 1505.
4°, cc. [98].
Renouard 48-1; Ahmanson-Murphy 88; Scapecchi
90; Edit16 CNCE 4986.
Milano, BvS (esemplare con errata corrige ma senza
dedica a Lucrezia Borgia).
Milano, BvS (esemplare del I stato con dedica a Lucrezia Borgia ed errata corrige).
28. GIOVANNI AURELIO AUGURELLI, Carmina, aprile 1505. 8°, cc. [128].
Renouard 49-2; Ahmanson-Murphy 89; Scapecchi
91; Edit16 CNCE 3381.
Milano, BvS.
29. GIOVANNI PONTANO, Opera, maggioagosto 1505. 8°, cc. [242].
Renouard 49-4; Ahmanson-Murphy 91; Scapecchi
93; Edit16 CNCE 36164.
Milano, BvS.
30. AESOPUS, Vita et fabellae Aesopi cum interpretatione latina, ottobre 1505. In folio, pp. [140] [68].
Renouard 49-6; Ahmanson-Murphy 93; Scapecchi
95; Edit16 CNCE 334.
Milano, BvS.
49
31. EURIPIDES, Hecuba et Iphigenia in Aulide
Euripidis tragoediae in Latinum tralatae Erasmo Roterodamo interprete. Eiusdem Ode de laudibus Britanniae, regisque Henrici septimi, ac regnorum liberorum eius. Eiusdem Ode de senectutis incommodis, dicembre 1507. 8°,
cc. [80].
Renouard 51-1; Ahmanson-Murphy 96; Scapecchi
97; Edit16 CNCE 18374.
Milano, BvS: tracce di espurgazione (il nome di Erasmo alle prime due carte è cassato e più tardi riscritto
a penna); legatura ottocentesca a firma François Bozerian le Jeune.
32. CAECILIUS SECUNDUS GAIUS PLINIUS,
Epistolarum libri decem, novembre 1508. 8°, pp. [24]
525 [3].
Renouard 53-3; Ahmanson-Murphy 100; Scapecchi
100; Edit16 CNCE 37420.
Milano, BvS.
33. FLACCUS QUINTUS HORATIUS, Poemata,
marzo 1509. 8°, pp. [48] 310 [2].
Renouard 56-2; Ahmanson-Murphy 102; Petrella
38; Scapecchi 103; Edit16 CNCE 22679.
Milano, BvS: esemplare con numerose postille marginali, privo delle carte bianche a8 e x4. Legatura settecentesca in pelle con fregi in oro e due tasselli al
dorso; risguardi in carta marmorizzata; taglio dorato;
tracce di restauri marginali.
34. CRISPUS GAIUS SALLUSTIUS, De coniuratione Catilinae; De bello Iugurthino; Orationes, aprile
1509. 8°, pp. [16] 279 [1].
Renouard 57-3; Ahmanson-Murphy 103; Petrella
39; Scapecchi 104; Edit16 CNCE 37431.
Milano, BvS: esemplare con fitte postille (sei-settecentesche) marginali e interlineari. Ex libris di Édmé
Hermitte (s. XX) al risguardo anteriore, di cui rintraccio almeno un’altra aldina (Orazio 1555) presso la
ben nota Ahmanson-Murphy Collection. Nota «Versaille 1846 Lemazurier» al primo foglio di guardia.
Legatura ottocentesca in mezza pelle e carta verde;
carta marmorizzata ai risguardi e al primo foglio di
guardia; titolo in oro al dorso.
35. COSTANTINUS LASCARIS, De octo partibus
orationis (et alia), ottobre 1512. 4°, cc. [274] [20].
50
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Renouard 58-1; Ahmanson-Murphy 105; Scapecchi
108 (ma con attribuzione a Janus Lascaris); Edit16
CNCE 36173.
Milano, BvS: legatura cinquecentesca tedesca in pelle
di scrofa con impressioni a secco.
36. ERCOLE e TITO VESPASIANO STROZZI,
Strozii poetae pater et filius, gennaio 1513. 8°, cc. [8] 99
[1] 152.
Renouard 65-10; Ahmanson-Murphy 110; Scapecchi 111; Edit16 CNCE 37457.
Milano, BvS.
37. Oratores graeci (Logoi toutoni ton retoron, Aiskinou, Lysiou, Alkidamantos ... Orationes horum rhetorum Aeschinis, Lysiae, Alcidamantis ... ), aprile-maggio
1513. In folio, cc. [2] pp. 197 [3]; pp. 163 [1].
Renouard 60-2; Ahmanson-Murphy 112; Scapecchi
114; Edit16 CNCE 37441.
Milano, BvS: esemplare con nota di dedica datata
1821.
38. NICCOLÒ PEROTTI, Cornucopiae sive linguae latinae commentarii, settembre-novembre 1513.
In folio, cc. 372.
Renouard 63-6; Ahmanson-Murphy 115; Scapecchi
117; Edit16 CNCE 37444.
Milano, BvS.
39. GIOVANNI PONTANO, Opera, 1513. 8°, cc.
255 [1].
Renouard 63-7; Ahmanson-Murphy 109; Scapecchi
109; Edit16 CNCE 36456.
Milano, BvS: legatura cinquecentesca in pelle.
40. SUIDAS, Suida. Soyida. To men paron biblion,
Soyida. Hoi de syntaxamenoi toyto, andres sophoi
(Lexicon), febbraio 1514. In folio, cc. [392].
Renouard 70-11; Ahmanson-Murphy 119; Scapecchi 120; Edit16 CNCE 37492.
Milano, BvS: esemplare con ex libris Leonis S. Olschki, mutilo dell’ultima carta.
41. MARCUS TULLIUS CICERO, Rhetoricorum
ad Herennium libri,
marzo 1514. 4°, cc. [6] 245
[3].
Renouard 65-1; Ahmanson-Murphy 120; Scapecchi
121; Edit16 CNCE 1997.
Milano, BvS: legatura coeva in pelle, piatti decorati in
oro, tagli dorati e cesellati, con due fermagli.
42. Scriptores rei rusticae, maggio 1514. 4°, cc.
[34] 308.
Renouard 66-2; Ahmanson-Murphy 141; Scapecchi
122; Edit16 CNCE 37471.
43. MARCUS FABIUS QUINTILIANUS, Institutionum oratoriarum libri XII, agosto 1514. 4°, cc. [4] 230.
Renouard 68-5; Ahmanson-Murphy 124; Scapecchi
125; Edit16 CNCE 54150.
Milano, BvS.
44. VALERIUS MAXIMUS, Exempla quatuor et viginti nuper inventa ante caput de ominibus, ottobre
1514. 8°, cc. 216.
Renouard 69-9; Ahmanson-Murphy 128; Scapecchi
129; Edit16 CNCE 37496.
Milano, BvS: esemplare postillato.
45. ALDO MANUZIO, Institutionum grammaticarum libri quatuor, dicembre 1514. 4°, cc. [214].
Renouard 69-10; Ahmanson-Murphy 129; Scapecchi 130; Edit16 CNCE 37481.
Milano, BvS: esemplare privo delle cc. aa-bb8 cc4
contenenti l’Appendice e l’Introductio ad hebraicam
linguam.
46. TITUS LUCRETIUS CARUS, De rerum natura, gennaio 1515. 8°, cc. [8] 125 [3].
Renouard 74-11; Ahmanson-Murphy 130; Scapecchi 109; Edit16 CNCE 37499.
Milano, BvS: nota di possesso di Francesco Bocchi,
forse da identificarsi con il letterato fiorentino intimo
di Lorenzo Salviati (1548-1613/1618) sul quale si veda la voce a cura di Silvana Menchi, in Dizionario Biografico degli Italiani, XI, pp. 72-74.
Eredi di Aldo il Vecchio (6 febbraio 1515-1529):
47. GAIUS VALERIUS CATULLUS; ALBIUS
TIBULLUS; SEXTUS PROPERTIUS, Carmina, marzo
1515. 8°, cc. 148 [2].
Renouard 70-1; Ahmanson-Murphy 131; Edit16
CNCE 10358.
Milano, BvS.
48. LUCIUS CAECILIUS FIRMIANUS LACTANTIUS, Divinarum institutionum libri [et alia], aprile
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
1515. 8°, 2 parti, cc. [16] 348 [12]; [4] 48.
Renouard 70-2; Ahmanson-Murphy 132; Edit16
CNCE 45472.
Milano, BvS; opera presente in BvS anche con un secondo esemplare.
49. MARCUS ANNAEUS LUCANUS, Pharsalia,
luglio 1515. 8°, cc. 137 [3].
Renouard 72-6; Ahmanson-Murphy 135; Petrella
43; Edit16 CNCE 37522.
Milano, BvS: legatura settecentesca in piena pelle con
tagli dorati e cesellati.
50. DANTE ALIGHIERI, Dante col sito, et forma
dell’inferno tratta dalla istessa descrittione del poeta, agosto 1515. 8°, cc. [2] 244 [4], ill.
Renouard 73-8; Ahmanson-Murphy 136; Edit16
CNCE 1150.
Milano, BvS; opera presente in BvS anche con un secondo esemplare.
51. AULUS GELLIUS, Noctium Atticarum libri
undeviginti, settembre 1515. 8°, cc. [32] 289 [51].
Renouard 73-9; Ahmanson-Murphy 138; Edit16
CNCE 20605.
Milano, BvS: esemplare con variante «duerniorem»
invece di «duernionem» al colophon (c. V4r). Legatura
in piena pergamena rigida con titolo manoscritto al
dorso. Tagli dorati e cesellati.
52. PUBLIUS OVIDIUS NASO, Heroidum epistolae; Amorum libri III; De arte amandi libri III; De remedio amoris libri II [et alia]; Fastorum libri VI; Tristium libri V [et alia]; Metamorphoseon libri XV, maggio 1515,
gennaio-febbraio 1516. 8°, 3 parti, cc. [16] 172 [10];
[48] 204; [22] 223 [1].
Renouard 72-3, 78-9, 78-10; Ahmanson-Murphy
133, 141, 142; Edit16 CNCE 47168.
Milano, BvS.
53. LUDOVICO RICCHIERI, Sicuti antiquarum
lectionum commentarios concinnarat olim Vindex Ceselius, ita nunc eosdem per incuriam interceptos reparavit
Lodovicus Caelius Rhodiginus, in corporis unam velut
molem aggestis primum linguae utrisque floribus … , febbraio 1516. In folio, pp. [40] 862 [6].
Renouard 79-11; Ahmanson-Murphy 143; Edit16
CNCE 47593.
51
Milano, BvS: esemplare con nota di provenienza del
Collegio dei Gesuiti di Firenze e armorial bookplate
«Ex Libris Liechtensteinianis» riconducibile ai Principi del Liechtenstein.
54. LUCIANUS, Opuscula Erasmo Roterodamo interprete, maggio 1516. 8°, cc. 236 [2].
Edit16 CNCE 36166.
Milano, BvS: legatura seicentesca in piena pergamena semirigida con titolo manoscritto al dorso.
55. GAIUS SUETONIUS TRANQUILLUS, In hoc
volumine haec continentur C. Suetonij Tranquilli XII
Caesares; Sexti Aurelij Victoris a d. Caesare Augusto
usque ad Theodosium excerpta; Eutropij de gestis Romanorum lib. X; Pauli Diaconi libri VIII ad Eutropij historiam additi, agosto 1516. 8°, cc. [32] 320.
Renouard 77-5; Ahmanson-Murphy 147; Edit16
CNCE 53872.
Milano, BvS.
56. LUCIUS ANNAEUS SENECA, Tragoediae, ottobre 1517. 8°, cc. [4] 207 [5].
Renouard 80-4; Ahmanson-Murphy 155; Edit16
CNCE 37581.
Milano, BvS.
57. DECIMUS MAGNUS AUSONIUS, Opera, novembre 1517. 8°, cc. 107 [1].
Renouard 80-7; Ahmanson-Murphy 158; Edit16
CNCE 3482.
Milano, BvS: legatura coeva con tagli cesellati.
58. MUSAEUS GRAMMATICUS, Mousaiou
Poiemation ta kath’Hero kai Leandron. Orpheos argonautika. Tou autou hymnoi Orpheos peri lithon (Musaei
opusculum de Herone & Leandro. Orphei argonautica.
Eiusdem hymni. Orpheus de lapidibus), novembre 1517.
8°, cc. 80.
Renouard 81-8; Ahmanson-Murphy 159; Edit16
CNCE 37563.
Milano, BvS.
59. AESCHYLUS, Aischyloy Tragodiai (Aeschyli
tragoediae sex), febbraio 1518. 8°, cc. 113 [1].
Renouard 85-9; Ahmanson-Murphy 164; Edit16
CNCE 328.
Milano, BvS.
60. GIOVANNI GIOVIANO PONTANO, Amorum
52
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
libri II [et alia], febbraio 1518. 8°, cc. 170 [2].
Renouard 85-10; Ahmanson-Murphy 165; Edit16
CNCE 37595.
Milano, BvS.
61. CAECILIUS SECUNDUS PLINIUS, Epistolarum libri X, giugno 1518. 8°, pp. [56] 525 [3].
Renouard 82-1; Ahmanson-Murphy 166; Edit16
CNCE 37589.
Milano, BvS: legatura in pelle coeva con impressioni
a secco.
62. POMPONIUS MELA, Pomponius Mela Iulius
Solinus Itinerarium Antonini Aug. Vibius Sequester P.
Victor de regionibus urbis Romae Dionysius Afer de situ
orbis Prisciano interprete, ottobre 1518. 8°, cc. 233 [3].
Renouard 83-6; Ahmanson-Murphy 171; Petrella
44; Edit16 CNCE 46864.
Milano, BvS: legatura moderna in marocchino verde
con fregi in oro a imitazione di stile aldino (firmata
Sangorski & Sutcliffe, London); titolo in oro al dorso; risguardi in carta marmorizzata policroma; ex libris «John Lowe e G.R. Airth».
63. Scriptores Historiae Augustae, agosto 1519.
8°, cc. [8] 422 [2].
Renouard 87-8; Ahmanson-Murphy 181; Edit16
CNCE 17204.
Milano, BvS: nota di possesso datata di Ludovico Antonio Muratori al foglio di guardia anteriore («Ludovici Ant. Muratori 1693»); legatura ottocentesca in
piena pergamena rigida. Ancora impressa in oro al
piatto anteriore.
Milano, BvS: armorial bookplate «Syston Park», che
rimanda alla biblioteca della residenza della famiglia
Thorold, avviata da Sir John Thorold (1734-1815) e
proseguita da Sir John Hayford Thorold (17731831) (Catalogue of an important portion of the extensive and valuable library of the late Sir John Hayford Thorold, London, Dryden Press, 1884; S. de Ricci, English collectors, pp. 159-160; A catalogue of books printed in the fifteenth century now in the Bodleian Library,
VI, p. 2924); ex libris «Carolus Jacobus Stuart Baronettus» da identificarsi con lo stesso Charles Jacob
Stuart (1824-1901) cui rimandano altre edizioni aldine in biblioteche d’Oltreoceano (Ahmanson-
Murphy 250, 283).
64. GIOVANNI GIOVIANO PONTANO, Opera
omnia soluta oratione composita; De Aspiratione libri duo
[et alia]; Centum Ptolemaei sententiae ad Syrum Fratrem a Pontano e graeco in latinum tralatae atque expositae Eiusdem Pontani libri XIIII de reb. Coelestibus, giugno 1518; aprile 1519; settembre 1519. 4°, 3 parti, cc.
[4] [327] [1]; 318; 301 [19].
Renouard 82-3, 87-6, 87-7; Ahmanson-Murphy 168,
178, 183; Edit16 CNCE 47484.
Milano, BvS.
65. LUCIUS APULEIUS, Metamorphoseos [et alia],
1521. 8°, cc. 266 [28].
Renouard 91-8; Petrella 47; Ahmanson-Murphy
202; Edit16 CNCE 2231.
Milano, BvS: legatura ottocentesca in mezzo marocchino rosso con titolo impresso in oro al dorso; taglio
spruzzato di rosso; risguardi in carta marmorizzata;
ex libris Yardley.
66. GAIUS SUETONIUS TRANQUILLUS, In hoc
volumine haec continentur C. Suetonij Tranquilli XII
Caesares; Sexti Aurelij Victoris a d. Caesare Augusto
usque ad Theodosium excerpta; Eutropij de gestis Romanorum lib. X; Pauli Diaconi libri VIII ad Eutropij historiam additi, maggio 1521. 8°, cc. [60] 320.
Renouard 91-7; Ahmanson-Murphy 201; Petrella
46; Edit16 CNCE 37658.
Milano, BvS: legatura in marocchino scuro con
stemma araldico (scudo con 6 oche sorretto da un
leone e un grifone rampanti) impresso in oro al piatto anteriore e titolo in oro al dorso; tagli dorati; risguardi e fogli di guardia in carta decorata su fondo
dorato; ex libris araldico ottocentesco «P. de la Morandière», la cui collezione è dispersa sul mercato
antiquario e di cui si rintracciano con frequenza disiecta membra, parecchi dei quali già della biblioteca
du Plessis; nota di possesso (XVI sec.) al frontespizio
e al verso dell’ultima carta (G. Alberganti).
67. FRANCESCO PETRARCA, Canzoniere;
Trionfi, luglio 1521. 8°, cc. 184 [24].
Renouard 92-12; Ahmanson-Murphy 206; Petrella
6; Edit16 CNCE 37648.
Milano, BvS: ex libris Thomas Westwood probabil-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
mente da ricondursi al poeta e bibliografo inglese
Thomas Westwood (1814–1888); legatura settecentesca in piena pelle scura con ai piatti duplice cornice
dorata a filetti e a secco, piccoli fregi a secco negli angoli e riquadro al centro; al dorso filetti, fregi e titolo
in oro; unghiatura con fregio a secco; taglio dorato;
risguardi in seta.
68. TITUS MACCIUS PLAUTUS, Comoediae,
luglio 1522. 4°, cc. [14] 284.
Renouard 94-2; Ahmanson-Murphy 211; Edit16
CNCE 37687.
Milano, BvS: legatura parigina ottocentesca a firma
Gruel.
69. LUCIANUS, Loukianou Dialogoi kai alla polla
syngrammata hon elenchos estin en tais ephexes selisi (Luciani Dialogi et alia multa opera quorum index est in proximis paginis), ottobre 1522. In folio, pp. [10] 572 [2].
Renouard 95-4; Ahmanson-Murphy 213; Edit16
CNCE 37673.
Milano, BvS: nota di possesso «Joaquim Soares de
Lima 1763», postille marginali.
70. PETRUS ALCYONIUS, Petri Alcyonii medices
legatus de exsilio, novembre 1522. 4°, cc. [70].
Renouard 95-6; Ahmanson-Murphy 215; Edit16
CNCE 859.
Milano, BvS: legatura ottocentesca in marocchino a
firma Bozerian le jeune.
71. GIOVANNI BOCCACCIO, Il Decamerone, novembre 1522. 4°, cc. 317 [9].
Renouard 95-5; Ahmanson-Murphy 214; Edit16
CNCE 6258.
Milano, BvS.
72. QUINTUS ASCONIUS PAEDIANUS, Expositio
in IIII orationes M. Tullii Ciceronis contra C. Verrem [et
alia], dicembre 1522. 8°, cc. [12] 283 [1].
Renouard 96-8; Ahmanson-Murphy 216; Edit16
CNCE 3254.
Milano, BvS.
73. CLAUDIUS CLAUDIANUS, Opera, marzo
1523. 8°, cc. 176.
Renouard 96-1; Ahmanson-Murphy 218; Edit16
CNCE 12668.
Milano, BvS.
53
74. ALDO MANUZIO, Aldi Pii Manutii Institutionum grammaticarum libri quatuor. Erasmi Roterodami opusculum de octo orationis partium constructione, luglio 1523. 4°, cc. [8] 204 [4].
Renouard 98-7; Ahmanson-Murphy 224; Edit16
CNCE 46706.
Milano, BvS.
75. HOMERUS, Opera (in greco), aprile 1524.
8°, 2 voll., cc. [56] 277 [1]; 251 [1].
Renouard 98-1; Ahmanson-Murphy 226; Petrella
50; Edit16 CNCE 22952.
Milano, BvS: nota di possesso in entrambi i volumi
«M. Crackanthorpe». Primo volume con legatura
settecentesca a imitazione aldina in pelle con filettatura e impressioni in oro al dorso; taglio rosso; risguardi
in carta marmorizzata a pettinatura diritta. Secondo
volume in legatura settecentesca a imitazione aldina
in pelle con filettatura e impressioni in oro al dorso;
due tasselli al dorso; marca di Aldo impressa in oro; taglio azzurro; risguardi in carta marmorizzata caillouté.
76. PRISCIANUS CAESARIENSIS, Libri omnes,
maggio 1527. 4°, cc. [14] 299 [3].
Renouard 103-2; Ahmanson-Murphy 243; Edit16
CNCE 47512.
Milano, BvS; opera presente in BvS anche con un secondo esemplare.
77. BALDASSARRE CASTIGLIONE, Il libro del cortegiano, aprile 1528. In folio, cc. [122].
Renouard 105-3; Ahmanson-Murphy 252; Edit16
CNCE 10055.
Milano, BvS.
78. AMBROSIUS AURELIUS THEODOSIUS MACROBIUS, In Somnium Scipionis ex Ciceronis VI libro de
Rep. eruditissima explanatio. Eiusdem Saturnaliorum libri VII. Censorinus De die natali, aprile 1528. 8°, cc.
[16] 322 [2].
Renouard 105-2; Ahmanson-Murphy 251; Petrella
52; Edit16 CNCE 37753.
Milano, BvS: sottolineature a testo e occasionali postille marginali di mano cinquecentesca; legatura coeva in pergamena floscia con tracce di bindelle e titolo manoscritto al dorso; frammenti di codice pergamenaceo di riuso nella legatura.
56
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
57
Il libro del mese
Libri belli come opere d’arte
fra avanguardie e letteratura
L’avventura di Gualtieri di San Lazzaro fra l’Italia e Parigi
LUCA PIETRO NICOLETTI
S
ono molto affezionato al
nome di Gualtieri di San
Lazzaro (Catania 1904Parigi 1974), personaggio tanto
affascinante quanto sfuggente
che sembrava destinato a restare
in un denso cono d’ombra. Per
anni ho rincorso questa figura
cercando di radunare i frammenti di una storia che sembrava non volersi ricomporre, di cui
affioravano piccoli tasselli che,
una volta riuniti, non facevano
mai un insieme coerente: da una
parte c’erano le sue memorie
raccolte in un volume, da prendere con tutte le cautele necessarie coi libri autobiografici,
dall’altra una bibliografia che
non si completava e i brandelli
di un epistolario che con molta
fatica è stato ricomposto. Per
molti anni, dunque, San Lazzaro
A sinistra: copertina di XXe Siecle,
disegno di Joan Miro. A destra
dall’alto: Gualtieri di San Lazzaro in
una fotografia degli anni Settanta;
pieghevole mostra dell’opera grafica
di Kandinsky alla Galleria del
Cavallino di Venezia
ha accompagnato il mio cammino,
fra entusiasmi e scoraggiamenti,
ma con l’idea che la sua storia
costituisse una pedina tutt’altro
che secondaria nella storia della
cultura dei decenni centrali del
Novecento. Fino a quando non
cominciai ad occuparmene, egli
era una figura dai contorni leggendari, di cui si sapeva pochissimo (talvolta nemmeno gli estremi anagrafici) e a cui non si era
disposti a riconoscere quel ruolo
“cerniera” nei rapporti fra Italia e
Francia di cui era fra i protagonisti. È questa la storia di cui ho ricomposto i frammenti in un quadro organico in Gualtieri di San
Lazzaro. Scritti e incontri di un editore d’arte a Parigi (Macerata,
Quodlibet 2014), con l’ambizione di ricostruire, attraverso i modi della biografia intellettuale,
uno snodo dei rapporti fra Italia e
Francia fra arte, critica, letteratura ed editoria. Si trattava di una
storia che affondava le proprie radici negli anni più vivi del XX secolo, in una delle capitali della
modernità: Parigi.
Quando vi approda per la
58
prima volta, poco più che ventenne nel 1924, Gualtieri di San Lazzaro sogna di fare lo scrittore.
Era arrivato lì come corrispondente per un giornale italiano,
ma soprattutto con il desiderio di
trovare una propria dimensione
in un ambiente meno provinciale
dell’Italia degli anni Venti. Eppure, in tenerissima età, anche Roma era stata generosa con lui,
quando frequenta il Caffè Aragno insieme ad Orio Vergani ed
Ercole Patti: è qui che conosce
Cardarelli e incontra Pirandello.
Ma soprattutto, è qui che lo nota
Anton Giulio Bragaglia, che decide di pubblicare due suoi racconti sulle sue “Cronache d’attualità”, quando è ancora poco
più che adolescente, nel 1921.
Era la prima volta che un suo cimento letterario aveva una sede a
stampa, per la quale aveva già
scelto di non firmarsi con il proprio nome d’anagrafe, Giuseppe
Papa, ma con questo pseudonimo “araldico”, misterioso quanto molti aspetti della sua carriera:
stando a un racconto tardo, infatti, Gualtieri e San Lazzaro erano i
due paesi della bassa padana che
era riuscito a raggiungere in due
tentativi di fuga giovanili dalla
città di Parma, dove allora risiedeva. A quei due paesi, dunque,
sarebbe rimasto legato quel desiderio di libertà che lo avrebbe poi
portato a Parigi.
Ma qui, presto, la sua vita
avrebbe avuto una svolta del tutto
inaspettata. Sulla sua strada, in-
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Dall’alto: copertina di Parigi era viva,
disegno di Domenico Cantatore;
copertina di Laglio e la rosa, collage
di Franco Gentilini
fatti, non incontra le muse della
letteratura, ma Leopold Zborowsky, il mercante d’arte che
aveva protetto Amedeo Modi-
gliani, morto nel 1920. Dopo un
primo tentativo di istradarlo sul
mercato dell’arte, questi deciderà infatti di affidargli la direzione
di una rivista d’arte e letteratura:
nascevano così, come una prosecuzione francese della rivista di
Bragaglia, le “Chroniques du
jour”. Il primo numero della
nuova rivista, infatti, figurava come settimo anno di edizione, come se riprendessero lì le sei annate della defunta rivista romana.
Ma presto, anche “Chroniques”
avrebbe avuto un destino diverso:
accanto alla rivista nascono infatti le edizioni d’arte, in cui San
Lazzaro si butta a capofitto con
l’idea che anche un libro, come la
pittura o la scultura, possa essere
un’opera d’arte. Un’impresa non
facile, come racconta in un breve
scritto apparso sul “Bollettino
della Galleria del Milione” nel
1934 (e qui riproposto), in cui però troverà una fidata controparte
italiana in Giovanni Scheiwiller.
È con questo spirito che nel
1938 arriva a immaginare una
nuova rivista di grande formato,
“XXe Siècle”, nella quale ha l’intuizione di inserire delle litografie originali fatte da artisti moderni: oltre all’informazione e alla critica, dunque, la rivista diventava un oggetto da collezione che
permetteva, a prezzi modici, di
acquistare i grandi nomi dell’arte
moderna. Ecco quindi succedersi, su quelle pagine, i nomi di Matisse, Magnelli, Arp, Pevsner e
tutti i maggiori maestri dell’a-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
vanguardia parigina. A inaugurare la serie di grafiche rilegate nella rivista, oltretutto, sono sei xilografie di Kandinsky, che deciderà
di dare un generoso patrocinio
all’attività del giovane siciliano, e
persino Picasso, negli anni Cinquanta, acconsentirà a fare una litografia per un numero della rivista. Tutti artisti, questi, di cui San
Lazzaro aveva guadagnato la stima e l’amicizia. San Lazzaro si
era fatto l’idea che l’arte dovesse
essere un momento di grande libertà espressiva: avrebbe voluto
che le parole uscissero dalla sua
penna con la stessa facilità con cui
il colore scendeva dal pennello
dei pittori. Invidiava, forse, questa libertà a cui gli scrittori arrivavano con meno facilità, e che per
gli editori, fra limti e scadenze,
diventava quasi un miraggio.
Non aveva tuttavia rinun-
ciato alla propria vena letteraria.
Il primo “XXe Siècle” sopravive
solo per quattro numeri: nel
1939, quando già soffiano venti
di guerra, è costretto a chiudere.
Nel 1943, poi, dovrà addirittura
abbandonare Parigi e tornare a
Roma insieme alla prima moglie,
una donna ebrea lituana. Non sono tuttavia anni inoperosi: San
Lazzaro si accorge che una stagione leggendaria si sta per chiudere, e che anche il mondo di
Montparnasse, per chi sarebbe
sopravvissuto al conflitto, non sarebbe più stato lo stesso. Lontano
dalla Ville Lumière comincia a
scrivere le proprie memorie in
terza persona: ma in queste, come racconta all’amico Raffaele
Carrieri, egli è solo un testimone
che, malcelato sotto le mentite
spoglie di tale Silvio, editore a
Parigi, assiste a un mondo in cui
LUCA PIETRO NICOLETTI,
“GUALTIERI DI SAN LAZZARO.
SCRITTI E INCONTRI DI UN
EDITORE D’ARTE A PARIGI”,
Macerata, Quodlibet, 2014
sta di lusso «XXe Siècle», da lui fondata nel 1938, ebbero un’incidenza non
trascurabile sulla diffusione dell’arte
francese e italiana, facendo del loro
direttore una decisiva figura cerniera
negli scambi fra i due versanti delle
Alpi. Alle opere d’arte,
scrisse, preferì collezionare l’amicizia degli artisti, divenendo sodale, se
non intimo, di Picasso,
Matisse, Chagall, Fontana e Capogrossi. Tutto
questo trovava nella letteratura uno sbocco na-
ditore e scrittore d’arte, Gualtieri di San Lazzaro (Catania
1904- Parigi 1974) ha vissuto
da testimone diretto la stagione più
vivace dell’avanguardia artistica parigina, a cui ha dato, per un cinquantennio, il suo contributo attraverso
l’editoria d’arte di pregio. Le edizioni
«Chroniques du Jour» e la mitica rivi-
E
59
Picasso, Matisse e Soutine non
sono giganti dell’arte moderna
ma persone che si conoscono e si
frequentano tutti i giorni. In questo senso capisce, come recita il
titolo del romanzo, che allora
davvero Parigi era viva come non
lo sarà più. Con quel libro, per
San Lazzaro comincia come una
doppia vita: in Francia rimane
l’editore di una delle riviste più
belle che si trovino sul mercato;
in Italia, invece, punta ad affermarsi come scrittore. È Orio
Vergani, infatti, a pubblicare il
romanzo con Garzanti nel 1948.
Ed era stato lui, l’anno precedente, ad averlo obbligato a radunare
alcuni suoi articoli di costume
scritti negli anni di guerra in un
volume, edito sempre da Garzanti, anch’esso con un titolo lapidario: Parigi era morta.
Ma la vita di San Lazzaro era
turale: scrittore fine e acuto osservatore dei costumi, la sua attività letteraria restituisce una vivace testimonianza di quando, come recita il suo
libro più famoso, Parigi era viva.
Questo libro traccia per la prima
volta la biografia intellettuale di San Lazzaro,
restituendo la sinopia
della fitta rete di rapporti intessuta con le sue
due patrie (di nascita e
d’adozione) che, disse,
considerava due province della stessa nazione.
60
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Copertina di XXe Siecle, disegno di Hans Arp
destinata a dividersi ancora: a Roma sente l’attrazione di tornare a
Parigi, dove rientra nel 1949.
Continua a tenere rapporti stretti
con l’Italia. Ora i collezionisti,
dalla penisola, gli scrivono chiedendogli di procurare loro opere
dei maestri moderni. A fare queste richieste, oltretutto, sono alcuni dei più grandi collezionisti
italiani del Novecento: Jucker,
Mattioli, Jesi e, per un certo periodo e per il tramite di Cesare
Zavattini, anche Vittorio De Si-
ca. In lui trova un fidato punto
d’appoggio anche uno dei più importanti galleristi italiani del Novecento: il veneziano Carlo Cardazzo.
Nel 1951 decide che i tempi
sono maturi per riprendere l’avventura di “XXe Siècle”, con una
veste nuova. Gli artisti che aveva
difeso fin dagli anni Trenta, ora,
tornano a disegnare ciascuno una
copertina per la rivista: ecco allora Picasso donare un disegno da
riprodurre sul piatto della rivista
su un vivacissimo fondo giallo, o
Arp preparare un orologio, addirittura Mirò consigliare il colore
del numero illustrato da lui, con
l’idea che, esposti come dei quadri, dovesse esserci una certa armonia cromatica fra i singoli numeri. A questi seguiranno, poi gli
italiani Lucio Fontana, Giuseppe
Capogrossi e Franco Gentilini,
amici di lunga data e, insieme ad
Alberto Magnelli e Serge Poliakoff fra le persone a lui più vicine.
Si stava apprestando un decennio
di esperienze entusiasmanti, sebbene San Lazzaro fosse cosciente
che quello era davvero il crepuscolo di una stagione favolosa.
Per questo, dopo poco meno di
vent’anni, decide di riscrivere il
suo libro più importante, Parigi
era viva, facendone una nuova
edizione per Mondadori (1966):
Parigi non era morta con l’invasione dei tedeschi, ma con l’arrivo
della Pop Art alla Biennale di Venezia. La nostalgia che lo colse allora non lo avrebbe più abbandonato, facendo anzi da basso continuo degli scritti di quegli anni, fino agli ultimi romanzi, pubblicati
entrambi dalla Galleria del Naviglio: L’aglio e la rosa (1971) e L’uomo meraviglioso (1972).
Lo scrittore e l’editore, però, non erano per lui attività separate. Lo aveva intuito bene Giuseppe Marchiori, che lo ricordò
osservando come non fosse semplicemente un critico militante:
«la sua era un’azione critica e affettiva insieme, basata sull’impegno morale e perseguita sino al
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
raggiungimento della notorietà,
con fedele costanza, poiché ogni
scelta era motivata e confermata
soltanto dopo una lunga serie di
confronti e di esami. […] Fra i
molti artisti italiani, le scelte del
cuore erano per Marini e Magnelli […]. Marini da Milano e
Magnelli da Meudon, guardavano al piccolo, taciturno siciliano
come a un amico fedele, a un uomo che non lasciava perdere una
sola occasione per scrivere o far
scrivere di loro e per esporne le
opere».
UN ARTICOLO RARO
DI GUALTIERI
DI SAN LAZZARO
L’articolo seguente uscì
sul “Bollettino della Galleria
del Milione” con il titolo
redazionale Un editore italiano
a Parigi: Gualtieri di San
Lazzaro, nel 1934
L
e Chroniques du Jour furono fondate nel 1925
con pochi soldi dati da
Zborowski. Fui costretto però a
simulare che si trattava d’una vecchia rivista italiana che riprendeva in Francia le sue pubblicazioni,
sicché si cominciò con una grossa
bugia. La rivista (prima serie, copertina arancione) portò per il
mondi il nome e l’opera di Modigliani. Ricevevo in quegli anni
lettere di collezionisti che mi supplicavano di procurar loro dei
Modi. Nulla m’era più facile, però
non mi è mai riuscito di vendere
un quadro con profitto: abilità
questa, che non ho mai posseduto.
Con Zborowski, al quale, se
non fossi ingrato, dovrei una certa
riconoscenza, non ho mai potuto
far nulla di serio.
Quando, nel 1927, cominciai a stampare libri, con mezzi di
fortuna, da molti mesi ormai incontrandoci ci guardavamo con
occhi biechi. Mi rimproverava di
non far gran caso alle sue poesie;
io non potevo perdonargli di aver
fatto pubblicare da un russo, capitato allora a Parigi, una grande
monografia di Modiglioni per la
quale avevo lavorato due anni,
raccogliendo le fotografie e decidendo con garbo Zborowski ad
anticipare i fondi richiesti dall’edizioni.
Un critico italiano (non si
tratta di Lionello venturi) doveva
scrivere il testo. Gli feci dire da un
amico comune di venire a Parigi:
Zborowski aveva promesso di
rimborsagli o di anticipargli le
spese di viaggio. Il critico italiano
non si decideva. Pensammo allora
di rivolgerci ad André Salmon che
aveva pubblicato nelle Chroniques
du Jour il più bell’articolo che sia
mai apparso su Modiglioni.
Quando tutto fu pronto,
Zborowski, forse per piacere a un
ministro che gli aveva raccomandato l’editore russo, mi mise da
parte. (Nel frattempo, per tranquillizzare un po’ la sua coscienza,
m’aveva ordinato un Kisling con
testo di André Salmon). Povero
Zborowski. Non rimangono di
lui che i superbi ritratti fattigli da
Modiglioni, dove appare qual’e-
61
ra, un uomo di razza, attivo ma
inoperoso, e soprattutto un sadico dell’improvvisazione. Nel
1927-28 il libro d’arte era ancora
considerato come un manuale, e
doveva essere tetro e noioso. Con
Dufy, il Darain e soprattutto l’Henry Matisse ( che ottenne un
successo unico negli annali dell’edizione d’arte francese) mi è parso
di fare della monografia non un
oggetto di studio ma di godimento. Il libro, secondo me, doveva
entusiasmare, come una bella
esposizione. Mi hanno riferito
che Paul Guillaume avrebbe detto a Bignou d’uno dei miei volumi: «ce n’est pas français», e che
Mignon avrebbe risposto: «c’est
pour ça que c’est bien».
Tutto andava meglio quando l’arte moderna non aveva che
qualche centinaio di difensori.
Ma dopo il salvamento del franco
operato da Poincaré, poco a poco
le cose cominciarono a guastarsi. I
turisti non andavano più al Louvre perché non c’era nulla da
comprare; gli autocarri delle
agenzie di viaggio ostruivano il
traffico di Rue la Boetie e di Rue de
Seine. I mercanti di quadri e gli artisti si arricchivano. Sulle tele finissime colori di prima qualità e i
mercanti non lesinavano sulle
cornici. In quegli anni mi parve
interessante stabilire qualche
classifica, all’americana, per sapere dove andavano a finire i miei libri: il 70% partiva per l’estero
(l’America del Nord veniva in testa con il 40%) il 30% si vendeva
in Francia: 25% a Parigi e 5% in
62
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Copertina di XXe Siecle, disegno di Pablo Picasso
provincia. Il 20% dei libri comprati dalle librerie parigine era rivenduto a stranieri di passaggio o
domiciliati nella capitale francese. La stessa classifica fatta oggi
darebbe i risultati seguenti: estero
5%, Parigi 5%, provincia 1%.
Ossia 89% dei libri stampati oggi
su artisti di grande notorietà, rimarrebbe negli scaffali, in attesa
di tempi migliori. Altra statistica:
80% dei volumi era acquistato da
artisti giovani, il 5% dalle biblioteche, il 10% dagli amatori.
Si grida tanto oggi contro
quell’epoca, e da tanti imbecilli,
che mi vien voglia di commemorarla, rammaricandomi che non
sia più. Si tirano in ballo tutte le
corbellerie fatte in quegli anni di
“prosperità”, come se le corbellerie fossero finalmente finite e non
siano invece proprio quelle che
resistono di più. Alle follie della
prosperità sono successe le follie
della crisi. Ma si dimentica invece
metodicamente tutto quello che è
stato fatto di bello e di buono. Per
quanto mi riguarda non trovo
nulla a rimproverare a quei dieci
anni in cui era il pubblico che pagava le spese di un’edizione, e non
l’artista.
Il quegli anni eravamo “editori”, mestiere onorabile e lucrativo, mentre oggi se vogliamo
continuare a vivere nell’ambiente
che ci piace, dobbiamo, conformandoci alle nuove esigenze, diventare quasi agenti di pubblicità,
alla ricerca continua di “conti
d’autore”.
Dieci anni di entusiasmo e
di discussioni, di azioni e non di
parole. Oggi si ritorna, a Parigi,
alle conferenze, ai manifesti, alle
polemiche, alle “eterne battaglie”, a tutto quel fradiciume di
prima della guerra. Ma in compenso non si combina nulla, non
si vende più un quadro senza protezioni politiche, non si pubblica
più un libro se l’editore non è garantito, almeno in parte. Ho ancora nel cassetto i contratti per
l’edizione americana e inglese
d’una storia dell’Arte Europea, in
10 volumi tipo Flandre, con 8000
illustrazioni. Questa collezione
non si farà mai. L’anno scorso per
esaurire i due libri più importanti
su cinque apparsi sul mercato
d’arte francese: Sculpteurs d’Aujoud’hui e Dix Années d’Art en Italie ho dovuto inviare 250 kg. di
lettere.
Ma che gli amici non si allarmino. Domani escono Les Vagabondages Heraldiques di Kurt Seligmann e Pierre Courthion.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
63
Editoria
La Collezione di poesia
Einaudi (1964-2014)
Compie 50 anni la dama bianca della poesia italiana
MASSIMO GATTA
Timida, un po’ più in là sopra il mio treno,
stava leggendo, con gli occhi riversi
sopra un piccolo libro della ‘bianca’ […].
C
inquant’anni e davvero
non li dimostra, neanche un capello fuori posto, sempre elegante, raffinata,
snella. Un dama colta amante
della poesia, e come potrebbe
essere diversamente. “Una sera
del 1964, dopo diversi incontri,
Bruno Munari presentò a Giulio Einaudi la versione finale
della copertina destinata alla
nuova collana di poesia. L’editore la approvò, ma volle aggiungervi il breve tratto a penna
che ancora oggi, a due terzi di
pagina, separa l’intestazione vera e propria (nome dell’autore,
titolo dell’opera, logo dello
struzzo) dal testo poetico sottostante […]”1.
Non è certamente la prima
Collana italiana dedicata alla
poesia, essendo quella di Neri
Pozza nata nel 1953 “sotto il segno dell’autore vicentino e so-
(Alessandro Fo)
dale Barolini […]”2, o quella di
Garzanti che, pur se non ufficialmente come Collana, inizia
nel 1957 con Le ceneri di Gramsci
di Pasolini3 o la celebre mondadoriana “Lo Specchio” degli
anni Quaranta4; per non parlare
della decana “Fenice poesia”
fondata da Guanda (Ugo Guandalini) a Parma nel 19395. Purtuttavia la Collezione bianca
creata dal genio grafico di Munari e dal fiuto indiscutibile di
Giulio Einaudi, è certamente la
più riconoscibile e iconograficamente pregnante, o meglio
64
“una tra le più originali partiture
tipografiche del dopoguerra –
frutto di una attenzione verso il libro inteso al contempo come progetto e oggetto”.6 Einaudi forse intuì che bisognava “far uscire” la
poesia (il testo) fuori dal libro, inteso come supporto paratestuale, e
ciò fu possibile stampando in copertina alcuni versi della raccolta
che veniva pubblicata. Un dentro-fuori poetico-tipografico che
superava il rigido schema della
copertina illustrata o muta, siamo
nel 1964 e l’intuizione appare di
estrema modernità al punto che
in 50 anni non è mai stata messa in
discussione nei tanti restyling che
altre Collane einaudiane (e non
solo einaudiane) hanno subito.
Era un gesto simbolicamente for-
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
te: la poesia all’esterno, condivisibile subito dal lettore fin dalla copertina che in genere “sigilla” il
testo, lo protegge e in fondo lo
esclude da una immediata fruizione.
L’incursione in uno spazio
relativamente recente7 del paratesto editoriale come la
copertina8, utilizzata non come
semplice e accattivante attributo
esornativo del volume (con illustrazioni, disegni, foto o altra iconografia), o all’opposto come sobrio involucro (copertina tipografica con autore, titolo, editore), ma come vero e proprio veicolo testuale, fu indubbiamente una
novità assoluta. Quello che fino
ad allora era stata l’area principale
del paratesto, il frontespizio9, ve-
niva ora retrocesso a luogo secondario e “muto” del libro. Fu questa “azione poetica” a suggerire,
forse, la pubblicazione a fine anni
Novanta di un librino celebrativo
della Collana10, con un bello scritto introduttivo del poeta Valerio
Magrelli, e che riuniva, semplicemente impaginate e ristampate,
sessanta copertine della collezione, (da La fine del Titanic di H.M.
Enzensberger a La ballata del vecchio marinaio di S.T. Coleridge),
cioè a dire sessanta poeti storici
pubblicati in questa collezione, da
Anna Achmatova a William Butler Yeats in una ipotetica e personale quadreria poetica senza tempo.
Il primo titolo della collezione bianca (settembre 1964) fu-
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
rono le Poesie di Fëdor Tjutčev,
traduzione di Tommaso Landolfi
e prefazione del grande slavista
Angelo Maria Ripellino; l’ultimo
titolo ad oggi11, il numero 423, è
l’opera poetica completa di Giovanni Raboni, una produzione
che si è attestata sugli 8/9 titoli
l’anno. In questi 50 anni di vita
editoriale e poetica la Collana einaudiana attesta il feroce ottimismo per un genere che, almeno
dal punto di vista economico-editoriale, non ha avuto in Italia un
grande supporto di lettori; la crisi
generale dell’editoria ha nel settore della poesia uno dei suoi vertici assoluti ed è di pochi giorni fa
l’appello rivolto all’imprenditore
Luca Cordero di Montezemolo
perché salvi dal rischio chiusura,
coi suoi denari, la longeva e benemerita rivista «Poesia» di Nicola
NOTE
1
Valerio Magrelli (a cura di), Poesie in
prima pagina. 60 copertine della «Collana Bianca», Torino, Einaudi, s.d. (1997?),
senza numerazione di pagina. Edizione
f.c. Vedi anche Severino Cesari, Colloquio
con Giulio Einaudi, Roma-Napoli, Theoria, 1991 e ristampa Torino, Einaudi,
2007.
2
Gian Carlo Ferretti, Giulia Iannuzzi,
Poesia (Neri Pozza), in Id., Storie di uomini
e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, Roma, minimum fax,
2014, pp. 172-177 [173].
3
Id., Poesia (Garzanti), in Id., Storie di
uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, cit., pp. 198204 [199].
Crocetti.
La collezione einaudiana,
pur avendo pubblicato grandi
classici della poesia di ogni tempo, dalla fine degli anni Ottanta si
è maggiormente concentrata sulla poesia contemporanea rappresentando, spesso, un ideale “cantiere” per le nuove voci della poe-
4
Id., Lo Specchio, in Id., Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, cit., pp. 85-92 [85].
5
Id., Fenice, in Id., Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, cit., pp. 81-84 [81].
6
Valerio Magrelli, in Poesie in prima
pagina. 60 copertine della «Collana Bianca», cit., corsivo mio.
7
Inizi dell’Ottocento.
8
Cfr. sull’argomento almeno il classico Gérard Genette, Soglie. I dintorni del
testo, a cura di Camilla Maria Cederna,
Torino, Einaudi, 1989.
9
Non è casuale, infatti, che in biblioteconomia la catalogazione del volume
viene realizzata basandosi sui dati presenti sul frontespizio, non su quelli in co-
65
sia, fin dagli inizi una collezione
non di tendenza dove “[…] nomi
italiani di prima importanza senza legami di scuola si trovano affiancati ad autori classici e moderni delle letterature mondiali, facendo della collana una elitaria
universale di poesia che arriva ai
giorni nostri in buona salute”.12
Così in occasione dei 50 anni l’Einaudi ha voluto omaggiare i suoi
tanti amici ed estimatori con un
analogo raffinato librino, stampato fuori commercio in 19.500
copie13, che raccoglie 50 poesie
inedite di poeti italiani contemporanei, da Balestrini a Viviani.
Ulteriore testimonianza,
editoriale, grafica e culturale,
del ruolo centrale nel contesto
editoriale non solo italiano della casa editrice fondata nel lontano 1933 da Giulio Einaudi.
pertina.
10
Poesie in prima pagina. 60 copertine della «Collana Bianca», cit.
11
Ottobre 2014.
12
Gian Carlo Ferretti, Giulia Iannuzzi,
Collezione di poesia, in Id., Storie di uomini e libri. L’editoria letteraria italiana attraverso le sue collane, pp. 211-217 [211],
corsivo nel testo. Si rimanda a questo capitolo che costituisce, ad oggi, la più ampia analisi storico-letteraria della Collezione di poesia einaudiana. Dello studioso segnalo anche, sull’argomento, Storia
dell’editoria letteraria in Italia, 19452003, Torino, Einaudi, 2004.
13
50 anni di Bianca 1964-2014, con
una nota introduttiva non firmata, Torino, Einaudi, 2014.
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
67
La mostra del mese
Lucio Del Pezzo da Marconi
Il costruttore di quadri moderni
LUCA PIETRO NICOLETTI
N
el 2002 Lea Vergine osservava che l’opera di
Del Pezzo sottolineava
«una dimensione tardo romantica della comunicazione visiva».
Un meccanismo surrealista, se si
vuole, che si nutriva però di altri
stimoli, dalla cultura popolare
degli ex-voto alla riscoperta, nel
corso degli anni Sessanta, della
Metafisica e di altre esperienze
dell’arte italiana fra le due guerre.
Le sue nature morte con oggetti
dialogano all’indietro con altre
“vite silenti” della prima metà del
secolo, ma gli danno nuova vita
con un uso del colore che non ha
precedenti. Del Pezzo, oltretutto,
non rinunciava al lavoro artigianale, costruendo pazientemente
uno per volta i singoli elementi
con cui sarebbe andato poi a realizzare i propri quadri o le proprie
forme tridimensionali: la base, insomma, di un alfabeto da montare
secondo una logica di variazioni e
di percezioni illusorie, fra parti in
rilievo ed elementi soltanto dipinti che obbligano il fruitore a un approccio ravvicinato che distingue
il reale dall’illusione, gli oggetti
veri da quelli dipinti.
Proprio su questo si basa Sagittarius, la mostra proposta dalla
Fondazione Marconi che rimette in
scena una sua mostra del 1969. A introdurla, come allora, è Tommaso
Trini. Del Pezzo aveva già superato
il «costruttore di quadri», come era
stato definito nel 1965: i Sagittarius,
scriveva Trini, sono «sculture da
combinare. Dopo aver oggettualizzato gli elementi figurali del suo discorso, Del Pezzo li affida allo spazio
e all’intervento esterno; possibilità
ludiche e combinatorie erano presenti in molta produzione di questi
anni recenti, adesso sono esplicitamente dichiarate. A noi di penetrare
attivamente e non senza sospetto
nelle relazioni possibili tra quegli
LUCIO DEL PEZZO.
SAGITTARIUS
Testi di Tommaso Trini
MILANO, FONDAZIONE MARCONI
11 novembre 2014
10 gennaio 2015
elementi: i birilli, le sfere, le piramidi, le scatole, i cilindri, le folgori attendono di rientrare nell’ordine dei
rapporti formali». Rispetto al quadro che diventa uno stipo pieno di
oggetti, insomma, Del Pezzo si è
espanso alla dimensione ambientale, all’installazione che compartecipa all’ambiente della galleria: in
questo modo ha dato consistenza
concreta ai fulmini, agli Zig-zag, a
dato solidità alla linea e l’ha collocata
nello spazio. Sta al fruitore interagire con gli oggetti, attraversarli,
guardarli da vicino e da lontano, seguire le indicazioni date dalla traiettoria dei segni. Eppure in tutto questo, Trini ritrovava allora qualcosa di
“neoclassico”: «Del Pezzo s’inventa
neoclassico prima ancora che i vari
super-realismi accolgano nei loro
schemi linguistici il revival stilistico,
vedi Lichtenstein e certa pop inglese. Del neoclassicismo condivide e
pratica l’antistoricità: non c’è possibile recupero dell’umanesimo come
natura (e dunque, conseguentemente, nessuna regressione all’infanzia, come si è detto a proposito
del suo mondo apparentemente
giocoso). Se prima la cultura era per
lui archeologia, adesso è razionalità
nell’ordine geometrico e decorativo:
ordine astorico, razionalità falsa».
68
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
Sartoria delle parole e delle cose
Perché esistono i libri?
Perché li scriviamo?
Chiarire gli strumenti del pensiero: la sfida della letteratura
DANIELE GIGLI
«D
opo il 1848 venne osservato, in
Germania, che
qualcuno pensava. Era necessario delimitare questa perniciosa
attività, ai pensanti fu dato un
uovo di porcellana con l’etichetta “erudizione”, e man mano essi furono resi inabili alla vita attiva, o ad alcun contatto con
la vita in genere. La letteratura
fu permessa solo come oggetto
di studio. E il suo studio fu così
calcolato da allontanare la mente dello studioso dalla letteratura e attirarla entro il vuoto» (Ezra Pound, Opere scelte, Mondadori, Milano 2005, p. 926).
Parole chiare, parole dure
e spesse come pietre. Parole con
cui Ezra Pound, già avviato a diventare il «vecchio Ez», certifica – siamo nel 1927, l’articolo è
Come bisogna leggere, il giornale
che ospita l’articolo è il «New
York Herald Tribune Books» –
quell’avvilimento della parola e
del suo fine che pochi anni prima aveva espresso luminosamente nello Hugh Selwyn Mauberley. «Perché esistono i libri?»
(p. 926), si chiede Pound, e perché li studiamo come li studiamo? E se per rispondere alla seconda domanda possiamo accusare «le forze della superstizione, della consuetudine» (p.
924), per cui «la gente considera la letteratura come qualcosa
di molto più fiacco e fluttuante
e impreciso della matematica»,
della prima – sostiene il nostro –
possiamo dire che semplicemente «non è stata mai posta»
(p. 926). Ma se qualcuno volesse
porsela, che cosa potrebbe riEzra Pound (1885-1972), in una foto
del 1963
dicembre 2014 – la Biblioteca di via Senato Milano
spondere? Se quel qualcuno,
per esempio, fosse proprio il
vecchio Ez? «Mi pare si possa
decisamente sostenere che la
funzione della letteratura come
energia umana degna di ricompensa è precisamente quella di
incoraggiare, come fa in effetti,
l’umanità a continuare a vivere;
di liberare l’animo dalla tensione e nutrirlo, dico decisamente
come nutrimento di energia» (p.
927). È un compito alto, per sua
natura sovversivo, perché contesta e contrasta l’ammorbidimento del significato, la sua cristallizzazione abitudinaria. Un
compito che «può preoccupare
gli amanti dell’ordine», allo
stesso modo in cui «spesso li
preoccupa la buona letteratura»
(p. 927). Per questo il potere
odia la letteratura ma ama gli
eruditi: perché gli eruditi ammirano e fanno ammirare monumenti dai quali non imparano e non desiderano imparare.
Per loro la letteratura non è metodo, non è fuoco di conoscenza, è decoro culturale, perciò –
sempre – sterile, anche quando
tenta di figliare.
Per Pound, al contrario, la
funzione sociale della letteratura, la funzione che essa ha «nello stato, nella comunità, nella
repubblica, nella res publica […]
non è la coercizione o la persuasione per via emotiva, né l’intimidire o il forzare la gente all’accettazione di un dato complesso, o di sei dati complessi di
opinioni, in contrasto a un altro
dato complesso (o mezza dozzina di complessi) di opinioni»
(pp. 927-928). Non è, insomma, l’asservimento a un sistema
di pensiero, ma al contrario «riguarda la chiarezza e il vigore di
“qualsivoglia” pensiero e opinione. Riguarda la preservazione della pulizia stessa degli strumenti, la salute della sostanza
stessa del pensiero». Riguarda,
cioè, la possibilità stessa dell’uomo di essere uomo, cioè a
un tempo uno e comunità:
«l’individuo non può pensare e
comunicare il suo pensiero, il
reggitore o il legislatore non
può agire e redigere le sue leggi,
senza le parole, e la solidità e la
validità di queste parole sono
affidate alla cura dei maledetti e
69
disprezzati litterati». Disprezzati, s’intenda, spesso a ragione,
perché a chi tanto è stato dato,
tanto sarà chiesto. E, sottolinea
ancora Pound, «quando il loro
lavoro degenera – e con ciò non
voglio dire quando esprimono
pensieri indecorosi – ma quando il loro stesso strumento: l’essenza stessa della loro opera,
l’applicazione della parola alla
cosa, si corrompe, cioè diventa
torbido o inesatto, o eccessivo e
rigonfio, allora tutto il meccanismo del pensiero e dell’ordine
sociali e individuali va in malora» (p.928). È questa, per
Pound, «una lezione della storia» che «non s’è ancora imparata per metà» (p. 928). Vogliamo impararla da lui? Da tutti
quelli come lui?
70
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
BvS: il ristoro del buon lettore
Un Col Alt, fra le montagne
Grande cucina a 2000 metri, con vista sui Monti Pallidi
GIANLUCA MONTINARO
L
e Dolomiti. Cosa nascondano non si conosce. Cosa
siano davvero è un enigma.
Un’atmosfera arcana sembra avvolgerle. Uno stato di sospensione
sembra aleggiare su esse. Le vette
dei Monti Pallidi, scenario delle
leggende ladine e della complessa
saga del popolo dei Fanes, dominano le valli e rapiscono lo spirito
di coloro che le amano. «Non assomigliano veramente a torri, non
a castelli né a chiese in rovina, ma
solo a se stesse, così come sono,
con le frane bianche, le fessure, le
cenge ghiaiose, gli spigoli senza fine a strapiombo piegati fuori nel
vuoto». Uno spettacolo immenso,
solo da contemplare. Come fa
Barnabo, il protagonista del primo
romanzo di Dino Buzzati, Barnabo
delle montagne, di cui la Biblioteca
di via Senato possiede una copia
della prima edizione (Milano-Roma; Treves, Treccani, Tumminelli; 1933). Per mirarle e rimirarle si
sarebbe certo recato sulla più bella
terrazza delle Dolomiti: quella del
rifugio Col Alt, giusto a 2000 metri, sopra Corvara, in Alta Badia.
Qui, ove il silenzio in inverno è
rotto solo dal suono delle lamine
dello sci che tagliano il manto
bianco, avrebbe goduto di uno
Rifugio Col Alt
Corvara in Badia (Bz)
Tel. 0471/836324
spettacolo senza pari. Qui «si sente come non mai la vicinanza delle
montagne, con i loro valloni deserti, con le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille
antichissime storie e tutte le altre
cose che nessuno potrà dire mai».
Approdo sicuro per sciatori e
scalatori il rifugio Col Alt è un unicum nel mondo della ristorazione
d’alta quota. L’intraprendente Fabio Targhetta, insieme a sua moglie Karin, ne ha fatto un locale
elegante. Dalla cucina, guidata dal
giovane Enrico Vespani, escono
pietanze d’alta scuola. In nulla
mancano: né nella sostanza, né nel
gusto, né negli accostamenti, né
nel rispetto della tradizione, né
nell’approccio innovativo, né nell’estetica del piatto. Come i complessi spaghetti cav. Cocco con sal-
siccia, puntarelle condite e briciole
di pucia o le più “semplici” (solo in
apparenza) tagliatelle all’uovo con
ragù di cervo. Come il gustoso canederlo al formaggio grigio con
insalatina di cavolo o lo straordinario, e sottilmente provocatorio,
cheeseburger di capriolo con patate fritte e salsa BBQ: ovvero come
rendere un famigerato cibo da fast
food un piatto di raffinata cucina.
Ottimo abbinamento a queste pietanze potrebbe essere un Barthenau Vigna S. Urbano di Hofstätter: un Pinot Noir di razza. Borgognone nello spirito. Altoatesino
nel carattere. I sentori di amarena
e lampone, e la raffinata speziatura, esplodono al naso mentre in
bocca il vino presenta tannini soffici e integrati, una caratteristica
mineralità legata al mondo del carbone nonché una acidità lineare e
bilanciata. Un bicchiere ancora,
guardando lo splendido e arcano
panorama. Eppoi non resta che rimettersi gli sci. Nel frattempo il
sole d’inverno inizia a calare, dietro le Conturines. Tutto si tinge
nell’ora dell’enrosadira. E ai più attenti, fra cui sicuramente Barnabo,
può capitare di vedere, alto nel cielo, il volteggio lieve della magica
Siriola…
BEVI RESPONSABILMENTE
IL PRIMO CREMAMARO
BEVILO GHIACCIATO.
72
HANNO
COLLABORATO
A QUESTO
NUMERO
la Biblioteca di via Senato Milano – dicembre 2014
ALBERTO C. AMBESI
Alberto Cesare Ambesi (1931-2014), scrittore e
saggista, ha insegnato
storia dell’arte e semiotica
all’International College
of Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art
(1970), L’enigma dei Rosacroce (1990), Atlantide e
Le Società esoteriche
(1994), Il panteismo
(2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena,
Riola, 2007) e le particolari
monografie Nella luce di
Mani (2007) e Il Labirinto
(2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle
pagine culturali de «La
Stampa».
MASSIMO GATTA
Massimo
Gatta
(1959) ricopre l’incarico,
dal 2001, di bibliotecario
presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli
Studi del Molise dove ha
organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali
del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al
periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di
Macerata specializzata in
bibliografia, bibliofilia e
“libri sui libri” (books
about books), e fa parte del
comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli.
DANIELE GIGLI
Daniele Gigli (Torino,
1978) lavora nella conservazione dei beni culturali come archivista
documentalista. Studioso e amante di T.S. Eliot,
ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di
The Hollow Men (2010) e
Ash-Wednesday (2013).
Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e
Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al
libro Fuoco unanime.
Scrive di poesia e filosofia su «Studi cattolici» e
sul quotidiano on-line «Il
sussidiario».
GIANLUCA MONTINARO
Gianluca Montinaro
(Milano, 1979) è docente
a contratto presso l’università IULM di Milano.
Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del
quotidiano «il Giornale».
Fra le sue monografie
si ricordano: Lettere di
Guidobaldo II della Rovere
(2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e
Fabio Barignani (2006);
L’epistolario di Ludovico
Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto
dei della Rovere (2009);
Ludovico Agostini, lettere
inedite (2012); Martin Lutero (2013).
LUCA PIETRO NICOLETTI
Luca Pietro Nicoletti,
storico dell’arte, si interessa di arte e critica del
Secondo Novecento in
Italia e in Francia.
Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti
e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata
2013).
GIANCARLO PETRELLA
Giancarlo
Petrella
(1974) è docente a contratto di discipline del libro
presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel
2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del
libro e del documento. È
autore di numerose monografie fra cui: L’officina del
geografo; Uomini, torchi e
libri nel Rinascimento; La
Pronosticatio di Johannes
Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010); L’oro di Dongo
ovvero per una storia del
patrimonio librario del convento dei Frati Minori di
Santa Maria del Fiume
(2012). Collabora con «Il
Giornale di Brescia» e la
«Domenica del Sole24ore».
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