il contemporaneo
SUPPLEMENTO monografico di
AURORA
numero 12 – novembre 2009
Ottobre rosso
C
per l’unità comunista
ar* compagn*, il nostro Paese sta attraversando un momento
veramente particolare. È una frase che si dice spesso, ma in
questo è di particolare attualità e gravità.
Si vogliono mettere a tacere le Istituzioni che la nostra Costituzione pone a suprema garanzia della vita democratica. Si
dichiara che Esse non sarebbero più “super partes”. Ascoltiamo
quasi giornalmente provocazioni inaudite, INTOLLERABILI,
che incitano a non accettare decisioni della magistratura e di essere pronti a contrastarle con ogni mezzo, quando sono contrarie
ai propri interessi, anche ai più meschini. Un tempo per cose del
genere si sarebbe finiti immediatamente in galera, per vilipendio
delle Istituzioni, per incitamento all’odio se non alla guerra civile.
Roba d’altri tempi, appunto.
Dal punto di vista economico non possiamo far altro che stendere
un velo pietoso. Molti strati della società sono vicini alla fame, tante
persone sono oramai sotto la soglia di povertà, mentre invece i nostri
governanti ci accusano di allucinazioni e disfattismo e fanno sfoggio
sfacciato della loro ricchezza e dei loro vizi. Certi dell’impunità e
di un fantomatico “sostegno del popolo”: in realtà il sostegno dei
poteri forti economici e militari che impongono il loro dominio
senza alcuna legittimazione democratica. È in questo momento
che la Federazione Comunista che si va costituendo, in Italia e in
Europa, può e deve porsi, e ne ha le potenzialità, come unica forza
in grado di essere veramente alternativa a questo tipo di società che
sfrutta, rende i ricchi più ricchi ed i poveri più poveri, è debole con
i forti e forte con i deboli, distrugge le risorse della natura e mette
in pericolo la stessa sostenibilità e sopravvivenza del genere umano.
Questo succede nel mondo “civile”; nel nostro Paese, oltre a questo,
non si tiene più assolutamente conto dei bei principi della nostra
Carta; al contrario, incita a disobbedire alle regole e si premiano i
disobbedienti con scudi e condoni, in un dilagare di abusi, scandali,
arbitrii e vergogne. Il mondo, anche il resto del mondo capitalista,
ci ride dietro per questo. La Federazione Comunista, che nasce
dai due maggiori Partiti comunisti esistenti in Italia, può e deve
coinvolgere anche le persone che non si riconoscevano in essi,
tornando nei posti dove è necessario essere, nei posti di lavoro, di
studio, di lotta, di emarginazione. Anche per noi emigrati. Anche
noi, come in Italia, siamo chiamati a preparare in tempi rapidi – ci
viene chiesto di farlo nelle prossime settimane – le assemblea territoriali che, a loro volta, i condurranno all’Assemblea nazionale di
fine novembre, l’evento che darà di fatto il via alla fase costituente
vera e propria della “Federazione” con il PRC, il PdCI, Socialismo
2000, Lavoro e Solidarietà, Rete dei Comunisti e altre realtà politiche
e sociali della Sinistra comunista, anticapitalista, alternativa. È un
appuntamento importante, che dobbiamo preparare bene quindi
anche in Europa, anche qui nelle nostre Federazioni, nei Circoli,
nelle Sezioni, in tutte le realtà dove siamo presenti e attivi. Rivolgiamo un fraterno invito a tutte le compagne e a tutti i compagni in
Europa, affinché ci si impegni in questo appuntamento e in questo
programma di lavoro. E spiegare a quelli che interverranno che riteniamo questo passo una tappa tattica, e spiegare loro, se vogliamo
essere credibili, che questo non avrebbe senso se dietro l’angolo – e
quindi aldilà della Federazione – non ci fosse la creazione di un
unico Partito Comunista, perché ogni compagn* è convinto che
questa divisione non ha più alcun senso da tanto, troppo tempo.
E su questo sicuramente la base è molto più avanti di determinati
vertici, perché non vuole saperne delle solite alchimie politiciste
o di difesa di rendite di posizione. Già da tempo, questo è vero
in Europa e lo sappiamo da vicino, ma è vero anche in tantissime
realtà in Italia, dove le/i militanti dei nostri due Partiti lavorano di
fatto già insieme, a tutti gli effetti, nell’organizzazione come nella
presenza e le attività nei territori. Stiamo parlando finalmente di
realizzare l’Unità Comunista, che è il passaggio obbligato, necessario
anche se non sufficiente naturalmente, per la trasformazione della
nostra società in senso davvero democratico, dove trovi dimora la
presenza pubblica, dei cittadini al servizio dei cittadini, nei settori
cruciali della vita economica e produttiva, nell’istruzione, nella sanità,
nell’energia, nei trasporti, nelle comunicazioni. Dove trovino dimora
le politiche e le pratiche della democrazia, della giustizia sociale, della
solidarietà e dell’accoglienza. Contro ogni fascismo e xenofobia,
contro ogni oscurantismo clericale, contro ogni discriminazione
e ogni ingiustizia. Per uscire dal capitalismo e dallo sfruttamento
della persona sulla persona!
Mettiamoci al lavoro car* compagn* !
Massimo Recchioni Mario Gabrielli Cossellu
(Federazione Europa del PdCI) (Coordinamento Europeo del PRC)
Perché uniti di M. Congiu
Costruiamo una Federazione
o costruiamo un Partito?
di M. Gabrielli Cossellu
Se non ora, quando? di S. Rossi
...alle pagine 3 – 4 – 5
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
2
Ai Segretari provinciali PdCI e PRC
Ai Segretari regionali PdCI e PRC
Roma 25 settembre 2009
Oggetto: convocazione assemblee provinciali per far partire il processo costituente della federazione
Cari compagni e compagne,
Come vi è noto a fine novembre si terrà l’assemblea nazionale che darà via formalmente e sostanzialmente al processo
costituente della federazione.
Per dare corpo e sostanza a questo processo vi chiediamo di organizzare sul territorio di ogni federazione provinciale
una assemblea di lancio del progetto della federazione che abbia le stesse caratteristiche dell’assemblea tenutasi a Roma il
18 luglio. Al fine di garantire il carattere aperto della federazione, che coinvolga i compagni e le compagne di sinistra che
oggi non sono iscritti a rifondazione o al PdCI, vi chiediamo di organizzare le assemblee provinciali nel seguente modo:
1) Raccogliere firme di convocazione dell’assemblea su testo di convocazione del 18 luglio lavorando a coinvolgere le realtà
e i soggetti interessati non iscritti ai nostri partiti.
2) Convocazione dell’assemblea non da parte dei due partiti ma da parte delle persone che hanno firmato l’appello in
cui ovviamente devono esserci i segretari provinciali dei nostri partiti, rappresentanti di socialismo 2000 e di lavoro e
solidarietà.
3) Parallelamente la convocazione dell’assemblea provinciale può essere fatta anche con materiali che contengano il simbolo
unitario presentato alle elezioni europee.
In questo modo si dovrebbe riuscire a caratterizzare il processo di costruzione della federazione come processo partecipato, unitario, rivolto a tutta l’area della sinistra anticapitalista e comunista. La convocazione dell’assemblea ovviamente va
proposta – come abbiamo fatto a livello nazionale - anche ai rappresentanti delle altre forze di sinistra alternativa presenti
sul territorio.
Orazio Licandro
Claudio Grassi
Responsabile Organizzazione PdCI
Responsabile Organizzazione PRC - SE
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
3
Perché uniti
di Massimo Congiu (H)
È
un imperativo, è condizione imprescindibile per il nostro futuro:
bisogna unirsi, ritrovare un percorso
comune e riproporsi, in questo modo,
su una scena politica attualmente priva
di un unico soggetto veramente capace
di esprimere i valori storici e culturali
della sinistra. Per noi comunisti non c’è
altra strada: dobbiamo ricompattare le
nostre energie e riprendere a fare quello
che facevamo: osservare attentamente la
realtà, interpretarla, rappresentare istanze
sociali oggi ignorate e lottare per la dignità umana. Tutto sollecita a realizzare
questa operazione vitale per noi, per la
nostra sopravvivenza. Contrariamente a
quanto dicono certi poco attenti osservatori politici, i comunisti ci sono ancora
e non sono pochi, non sono pochi gli
ambienti e i movimenti che si collocano
entro un orizzonte culturale di derivazione marxista. Il punto è riunire tali
soggetti, trovare una sintesi politica, un
denominatore comune. Occorre andare
oltre qualsiasi particolarismo e rendersi
conto del fatto che le “diverse” anime della
sinistra possono convivere in un progetto
unitario che consideri le differenze come
altrettante possibilità di arricchimento. I
tempi sono cambiati, le trasformazioni
epocali di vent’anni fa hanno determinato
lo stabilirsi di nuovi equilibri politici e
di una situazione
generale che ha fatto
venir meno le certezze in precedenza acquisite. Viviamo in
un mondo da reinterpretare, occorre
una nuova chiave
di lettura delle dinamiche realizzatesi
in questi ultimi due
decenni. Noi abbiamo gli strumenti
per operare in tal
senso; essi ci sono offerti dall’importante
eredità culturale che
ci accomuna: quella
marxista. L’analisi
degli equilibri socio-
economici e quindi culturali, effettuata
dal pensatore tedesco è dotata degli strumenti per rinnovare se stessa; sta a noi
attivarli e operare per l’adeguamento del
pensiero marxista alla realtà che conosciamo. C’è bisogno di noi e delle nostre
peculiarità per realizzare delle società più
giuste, per gettare le basi di sistemi economici sostenibili e in grado di produrre
benessere diffuso, per combattere contro
le numerose forme di sfruttamento tuttora esistenti a livello globale. C’è bisogno
di noi uniti e compatti, di noi, tornati a
essere una forza veramente rappresentativa delle istanze che vengono dal basso.
Dobbiamo ritrovarci, confrontarci e
riflettere profondamente sul nostro ruolo
politico e culturale. Dobbiamo sviluppare capacità progettuale, attitudine alla
concretezza, dobbiamo essere presenti
sul territorio sia fisico che elettronico, e
rendere visibili le nostre iniziative. Tutto
il resto è frammentazione, dispersione di
forze e dilapidazione di un patrimonio
culturale (il nostro) che ha segnato la storia del mondo. Ravviso, oggi, la necessità
di realizzare una sorta di rivoluzione dei
costumi che riguardi il nostro rapporto
con le istituzioni, con l’economia, con i
mezzi di comunicazione di massa, con la
pubblicità, con i consumi, con la politica,
con la scuola. Ritengo che solo un movi-
mento comunista forte e unito possa farsi
interprete di tale bisogno e guidare quanti
intendano mettersi in marcia verso la
realizzazione di nuove condizioni di vita.
Disuniti, siamo più vulnerabili, privi della
massa critica necessaria per affrontare
una lotta politica e culturale concreta.
Divisi in numerosi partiti, per lo più di
piccole dimensioni, non abbiamo potere
contrattuale e capacità rappresentativa. La
nostra è una strada obbligata: uniamoci,
stimoliamo il dibattito, le nostre capacità critiche, l’attitudine all’osservazione,
mobilitiamoci contro l’apatia, diamo
luogo a provocazioni. Stiamo attenti
ai più giovani, alla loro formazione,
alla loro percezione del mondo e degli
equilibri sociali. Proviamo a coinvolgerli
in un progetto che metta al centro la
politica come attività caratterizzata da
passione sociale e civile. Non sarà facile,
ma è importante provarci. Il lavoro che ci
attende è complesso e presuppone un investimento a lungo termine, questo è bene
saperlo. Ma i più attenti saranno in grado
di intravedere già da ora delle possibilità di
intervento: attualmente esistono sistemi
di comunicazione capaci di accorciare le
distanze tra interlocutori operanti in città
e paesi diversi. Questo è uno degli aspetti
positivi della globalizzazione. Con l’aiuto
di tali sistemi messi a disposizione di idee
forti c’è la possibilità di
confrontare contesti culturali diversi, di dialogare
a distanza ed elaborare progetti comuni. Forse, grazie
anche alla tecnologia, ci
si può avvicinare alla realizzazione di una nuova
internazionale socialista,
cosa che ritengo necessaria. Bisogna fare dei passi
avanti nell’elaborazione del
concetto di “socialismo del
XXI secolo”, per questo
dobbiamo guardarci intorno e ripartire da noi,
dalle nostre esigenze e dalla
nostra identità culturale.
Torniamo a essere un movimento forte e unito.
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il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
Costruiamo una Federazione
o costruiamo un Partito?
di Mario Gabrielli Cossellu (B)
D
opo le esperienze della Lista Comunista e Anticapitalista e del
relativo Coordinamento dopo le elezioni
europee, ora stiamo costruendo quella
che in Italia è stata definita “Federazione della Sinistra di Alternativa”, tra i
due maggiori partiti comunisti italiani
– PRC/SE e PdCI – e i movimenti “Socialismo 2000” e “Lavoro e Solidarietà”,
la Rete dei Comunisti e altri soggetti
politici e sociali della sinistra comunista,
anticapitalista e alternativa, appunto.
Qui in Europa, anche sulla base del
lavoro già svolto da alcuni anni a questa
parte, preferiamo parlare di Federazione
Comunista, non solo per l’oggettiva
mancanza di corrispondenti in Europa
delle altre forze italiane che partecipano
al progetto, ma specialmente perché
abbiamo un progetto e una prospettiva
molto più chiara di quella che sembra
esserci in Italia: la (ri)costruzione di un
unico più grande e più forte soggetto unitario dei comunisti italiani, un Partito
Comunista degno di questo nome nei
principi e nelle pratiche, per il passato,
il presente e il futuro. Nel supplemento
“Il Contemporaneo” di questo numero
di AURORA riproduciamo una lettera/
appello unitario alle compagne e ai compagni in Europa per continuare a lavorare
insieme e prepararci al momento importantissimo dell’Assemblea nazionale della
Federazione in Italia a fine novembre, per
partecipare attivamente ad essa e portarci
le nostre idee, proposte ed esperienze.
Ma intanto, chiediamoci appunto: cosa
stiamo costruendo, o meglio, cosa ne
vale la pena veramente costruire, una
Federazione o un Partito?
Qui in Europa, a giudizio di chi
scrive e di tanti compagni e compagne,
quello che stiamo facendo è cercare di
rispondere all’oggettiva necessità politica
e storica di costruire un Partito che si
definisca finalmente sui propri principi
e non in funzione di altri o di espressioni
geometriche: cioè, non “di sinistra” (pura
convenzione di collocazione dei primi
parlamenti storici), né “di alternativa” (a
che e per che cosa?), né “anticapitalista”
(come “legittimando” il capitalismo)
né nessun altro “anti” (definizione in
negativo senza una chiara connotazione propositiva), ma semplicemente:
comunista. Con tutto ciò che questo
comporta per il passato, il presente e il
futuro, e i riferimenti teorici e pratici
di Marx, Engels, Lenin, Luxemburg,
Gramsci...
Spesso, in Italia e in Europa, vediamo che la nostra opzione politica
“di sinistra” è l’unica che non si presenta
con un riferimento chiaro di identità e
principi. Per esempio nelle recenti elezioni in Germania, abbiamo visto come
ci siano i cristiano-democratici, i socialdemocratici, i liberali, i verdi – tutti
facendo quindi riferimento a qualcosa,
anche mille e più mille volte usati per fini
molto diversi dagli ideali base, e in certi
casi addirittura a scopi di oppressione o
criminali, non meno anzi sicuramente di
più di quanto siano stati usati in questo
modo il socialismo e il comunismo
-, eppure continuano, giustamente, a
tenerlo quanto meno come riferimento
ideale che sappia essere riconosciuto. E
poi c’è... “la sinistra”. Che in principio
critica alla radice il sistema capitalista e
propugna l’uscita da esso verso un altro
tipo di sistema più umano e più giusto,
ma spesso non ha bene le idee chiare su
cosa voglia dire essere veramente “anticapitalista” e se si tratta di costruire una
società socialista e comunista, o semplicemente di “migliorare il capitalismo”
come hanno cercato di fare da sempre
tutti i vari “socialdemocratici” e “riformisti”, con i bei risultati che abbiamo tutti
sotto gli occhi oggi.
Questa indeterminatezza sia nell’identità e nei principi, sia negli stessi contenuti
e pratiche, sono un sintomo chiarissimo
di perché poi succedono, e sono successe,
certe cose, all’interno dei nostri partiti,
e perché abbiamo perso tanto peso e
influenza. Ritornando alla situazione
italiana, a mio avviso potrebbe non servire a nulla voler fare una “Federazione
della Sinistra di Alternativa” che già nel
nome si vede inevitabilmente come un
qualcosa di subalterno a qualcos’altro e
che neanche si distingue bene da quello
di altri gruppi che più o meno si rifanno
alla “sinistra” – anche chi in realtà è interessato solo all’occupazione del potere
di piccolo o grande cabotaggio che sia,
creando tra l’altro ancora più confusione
e sconcerto tra tanta gente e specialmente
tra la “nostra” gente. Allora, quello che
invece bisogna fare una buona e santa
volta e per tutte è un Partito Comunista
che sia serio, coerente e conseguente nella
teoria e nella prassi, nelle grandi e nelle
piccole cose, e che non si “vergogni” di
esserlo; e per questo possiamo e dobbiamo lavorare tutti insieme e ciascuno
di noi nel nostro piccolo e nel nostro
grande, non solo delegando ai nostri
dirigenti: dirigenti che tra l’altro spesso
sono ancora in sella da vent’anni o più
collezionando perle una dopo l’altra e
che però continuano a voler menare il
can per l’aia, ripetendo ancora e sempre
gli stessi errori e sollevando mille problemi e obiezioni – spesso pretestuose
o fuorvianti – al percorso dell’unità
comunista. Ma i dirigenti non solo non
sono infallibili, ma neanche eterni e, se
è necessario, si cambiano: noi comunisti
dobbiamo ricordare quella bella frase dei
compagni latinoamericani, “el pueblo
irá con los dirigentes a la cabeza o con la
cabeza de los dirigentes”. Sicuramente non
vi è alcun bisogno di traduzione…
Costruiamo un
Partito dunque,
e che sia
un Partito
Comunista!
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
5
Se non ora, quando?
di Simone Rossi (UK)
I
l premio Nobel per la Fisica andrebbe,
a buon diritto, assegnato alla Sinistra,
italiana e non, per la propria abilità nello
scindere l’atomo nella sua millesima
parte, ed oltre. A titolo di esempio, in
Italia si contano almeno cinque partiti marxisti e/o rivoluzionari, in Gran
Bretagna otto (senza contare le formazioni a carattere regionale), in Francia
quattro. Per questioni strategiche e per
pragmatismo o, all’inverso, per semplice
velleitarismo e dogmatismo, i partiti ed
i movimenti che si collocano a Sinistra
hanno mostrato nel corso dei decenni
una tendenza alla frammentazione in
entità sempre più lontane dai cittadini,
in termini di adesioni come dal punto di
vista di un’efficace rappresentatività politica. Soffermando lo sguardo sull’Italia,
a partire dall’avvento della Repubblica
abbiamo assistito alla nascita di molti
movimenti o partiti, frequentemente
per scissioni dovute a divergenze di
vedute su temi strategici in momenti
cruciali della storia nazionale. Eventi
come l’avvio della Guerra Fredda, le
prime esperienze dei governi di CentroSinistra, la contestazione studentesca ed
operaia, il Crollo del Muro di Berlino
(1989) marcarono fratture tra riformisti
e massimalisti all’interno della Sinistra
italiana, portando alla proliferazione
di piccolo formazioni le cui differenze
spesso erano poco chiare ai più. Tuttavia la classe lavoratrice, i pensionati e
le categorie sociali più deboli in genere
avevano una forte rappresentatività e
spazio nel dibattito politico, grazie al PCI
ed al PSI che, forti di un peso complessivo mediamente oscillante intorno
al 40% dell’elettorato, contribuivano
all’introduzione di norme progressiste,
volte alla creazione di un’uguaglianza
sociale in termini di accesso ai servizi
essenziali ed ai diritti.
Questa situazione venne meno dopo
l’89, con l’accettazione del modello
economico neoliberista da parte della
maggioranza del PCI e lo scioglimento
del PSI, ormai ridotto a comitato di
affari sotto la guida di Bettino Craxi. Il
Partito della Rifondazione Comunista
raccolse il testimone
del PCI, rappresentando una alternativa al
modello dominante,
senza però riuscire,
in quasi venti anni, a
raccogliere oltre il 10%
dei consensi elettorali
su scala nazionale. In
diciotto anni di vita,
per contro, il partito
ha subito dodici scissioni, talora in seguito
ad un dibattito su
temi dirimenti, come
la partecipazione alle
coalizioni di CentroSinistra ed il sostegno
ai relativi governi. La
separazione più significativa fu quella
tra il PRC ed il PdCI,
come causa e conseguenza della caduta
del primo Governo di Romano Prodi:
divergenze sull’opportunità o meno
nel continuare l’appoggio all’Esecutivo
portarono alla scissione di un partito
con un peso elettorale non marginale
in due entità sicuramente più deboli. A
prescindere dalle situazioni contingenti
e dai giudizi di merito su questo evento
storico, l’indebolimento dell’ultimo
bastione dell’alternativa al capitalismo
all’interno delle istituzioni ha privato
la fasce deboli della società e la classe
lavoratrice di una sponda con un reale
potenziale di incidere sul piano politico,
aprendo una stagione di smantellamento
dello Stato Sociale, di privatizzazioni e di
avanzamento nell’affermazione del pensiero unico alla base dell’attuale regime
autoritario in Italia. Tutto ciò assume
un sapore amaro se i fatti del 1998 sono
letti alla luce della partecipazione attiva
del PRC al secondo Governo Prodi, insieme al PdCI. Venuto meno il motivo
del dissidio tra le due forze, la logica
avrebbe voluto che si ponesse termine alla
separazione, per ricostituire un unico e
forte partito comunista che rafforzasse la
voce del mondo del lavoro nel dibattito
politico; nonostante le numerose dichi-
arazioni di intenti in questo senso ed
accordi elettorali, tre anni sono trascorsi
senza che questo soggetto abbia preso
corpo. Nel frattempo l’ennesima bolla
speculativa è scoppiata, dando luogo ad
una crisi finanziaria ed economica di
grande portata, tanto da essere definita
la peggiore dal 1929. In questo contesto,
i lavoratori e le fasce disagiate si trovano
privi di un riferimento politico che possa
finalmente portare la richiesta di diritti
sociali in primo piano, smontando le tesi
menzognere sulle virtù del libero mercato. Al contrario, ad un anno dai primi
fallimenti nel settore finanziario, temi
quali la limitazione ai flussi migratori,
il taglio della spesa pubblica e le privatizzazioni continuano a tenere banco,
mentre i partiti comunisti appaiono
concentrati su questioni interne, oppure,
nella migliore delle ipotesi, sul dibattito
in merito a se, quando e come avviare
un processo di unificazione. Per il bene
comune, è auspicabile che quest’ultimo
proceda speditamente, con l’obiettivo di
riaffermare la voce ed i diritti del mondo
del lavoro, senza che esso sia oscurato
dalla difesa di identità molto prossime tra
loro, cui spesso sottende la preservazione
di apparati interni.
6
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
Da Stato e rivoluzione, Vladimir Iľič Uľjanov “Lenin”
L’opuscolo è stato scritto nel settembre del 1917, un mese
prima della rivoluzione ed è andato in stampa nel mese
di novembre dello stesso anno. Il passo che pubblichiamo
è tratto da un’edizione italiana dell’epoca curata dalla
Federazione Comunista Napoletana e stampata a Napoli nella
Tipografia degli Artigianelli
l’elzeviro
a cura di Mariarosaria Sciglitano
La prima fase della
società comunista
N
ella sua critica al programma di
Gotha, Marx combatte acutamente
l’idea di Lassalle, secondo cui nel socialismo
il lavoratore riceverebbe “l’intero ricavo del
lavoro, senza decurtazione”. Marx dimostra
che dalla produzione totale dell’intera
società deve essere detratto un fondo di
riserva, un fondo per l’ampliamento della
produzione, un fondo d’ammortamento e di
rinnovazione per lo sciupio delle macchine
ecc., mentre dai mezzi di consumo bisogna
detrarre le spese d’amministrazione, il costo
delle scuole, degli ospedali, dei ricoveri
vecchi ecc. In luogo della frase lassalliana,
nebulosa, oscura, generica (l’intero ricavo
del lavoro al lavoratore), Marx offre un calcolo assennato del modo con cui l’economia
socialista sarà costretta ad agire. Marx inizia
l’analisi delle condizioni di vita della società
socialista e dice:
“Noi anzitutto (esaminando il programma del partito dei lavoratori) abbiamo
da fare con una società comunista non quale
essa si è sviluppata dai suoi specifici principi,
ma, al contrario, quale deriva appunto dalla
società capitalista; la quale quindi in tutti i
riguardi economici, morali, spirituali è an-
cora affetta da tutti i vizi materni della specifica società dal cui grembo proviene”.
Questa società comunista, uscita appena
alla luce dalle profondità del capitalismo,
che sotto ogni rapporto reca in sé l’impronta
dell’antica società, è designata da Marx
come “prima” o inferiore fase della società
comunista.
Già i mezzi di produzione non sono
più proprietà privata di singoli individui. I
mezzi di produzione appartengono all’intera
società. Ogni membro della società che ha
compiuto una certa parte del lavoro sociale
necessario riceve dalla società un attestato
del lavoro prestato. Sulla base di questa
attestazione egli riceve la corrispondente
quantità di prodotti dalle provviste sociali
di mezzi di consumo. Così il lavoratore,
dopo che è stata detratta una certa parte
per il fondo comune, riceve dalla società
tanto quanto le ha dato.
Apparentemente domina l’“uguaglianza”.
Ma quando Lassalle che ha presente
un simile ordinamento pubblico (che ordinariamente è designato come socialismo,
mentre Marx lo designa come prima fase del
comunismo), dice che questa sarebbe una
ripartizione “equa”, cioè “lo stesso diritto allo
stesso frutto del lavoro”, egli erra, e Marx lo
proclama in errore. Noi abbiamo certamente
qui – dice Marx – uguaglianza di diritto, ma
è ancora “diritto borghese”, che, come ogni
diritto, presuppone ineguaglianza. Ogni
diritto significa applicazione di una uguale
misura a individui non uguali, che in realtà
non sono della stessa maniera e dello stesso
valore. Il “diritto uguale” è pertanto un’offesa
all’uguaglianza e una iniquità. In realtà ciascuno, dopo aver fornito un determinato
lavoro, consegue uguale diritto sulla produzione sociale (fatte le già accennate detrazioni).
Ma a questo riguardo i singoli individui non
sono uguali. Un uomo è più forte, l’altro più
debole: uno è ammogliato, l’altro no; l’uno
ha più figli, l’altro meno, ecc.
“…Data la stessa prestazione di lavoro
– continua Marx – e quindi la stessa quota
di compartecipazione al fondo sociale dei
consumi, l’uno riceve effettivamente più
dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così
via. Per impedire tutte queste iniquità, il
diritto anziché uguale, dovrebbe essere
disuguale”.
Quindi questa prima fase del comunismo non può ancor dare equità ed
uguaglianza. Rimangono superstiti differenze di benessere, e differenze inique.
Ma è reso impossibile lo sfruttamento di un
uomo per opera d’un altro, poiché non è
più possibile impadronirsi, come proprietà
privata, dei mezzi di produzione, fabbriche,
macchine, terreni ecc. Marx, respingendo
anzitutto la frase piccolo-borghese di Lassalle sulla “uguaglianza” ed “equità”, mostra
il processo evolutivo della società comunista,
che è costretta anzitutto a eliminare soltanto
l’”iniquità”, derivante dal fatto che i singoli
individui si sono appropriati i mezzi di produzione. La società comunista in un primo
tempo non è in grado di eliminare anche le
altre iniquità, risultanti dal fatto che i mezzi
di consumo si ripartiscono secondo il lavoro
prestato (e non secondo i bisogni).
Gli economisti volgari, compresi i
professori borghesi, tra cui anche il nostro
Turgan-Baranovsk, rimproverano continuamente ai socialisti di dimenticare la disparità
tra gli uomini e di “sognare” l’eliminazione
di tale disparità. Tale rimprovero dimostra
soltanto, come si vede, la grande ignoranza
dei signori ideologi borghesi.
Marx non soltanto tiene il più preciso
conto dell’inevitabile disparità tra gli uomini, ma considera anche che il trapasso dei
mezzi di produzione in possesso dell’intera
società (“socialismo” secondo la comune
accezione della parola) non elimina le
deficienze della ripartizione e le “iniquità
del diritto borghese”, il quale continua a
prevalere, fin che i mezzi di consumo sono
ripartiti secondo il lavoro. (…)
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
I 10 giorni
che sconvolsero
il mondo di john Reed
di Andrea Albertazzi (B)
“Ho letto con enorme interesse e con
costante attenzione il libro di John Reed,
I dieci giorni che sconvolsero il mondo.
Lo raccomando vivamente ai lavoratori
di tutti i paesi. Vorrei che quest’opera
fosse diffusa in milioni di esemplari e
tradotta in tutte le lingue, perché in essa
vi sono esposti in forma vivida e precisa
avvenimenti estremamente significativi
per comprendere che cosa sono in realtà
la rivoluzione proletaria e la dittatura del
proletariato. Tali questioni sono oggi assai discusse, ma, prima di accettare o di
respingere le idee che esse rappresentano,
è indispensabile comprendere tutto il valore della decisione che si prenderà. Senza
alcun dubbio il libro di John Reed aiuterà a
chiarire questo problema, nodo fondamentale per il movimento operaio mondiale”.
Sono le parole con le quali Vladimir Ilyich
Ulyanov, detto Lenin, commenta l’opera di John Reed,
il cui titolo “I dieci giorni
che sconvolsero il mondo”,
lo ha reso celebre in tutto il
mondo.
La delicata scelta tra accettare o respingere le idee
rappresentate dalla Rivoluzione d’Ottobre, cui Lenin
accenna, è oggi quanto mai
attuale, se soltanto si pensa a
quanto spazio hanno il revisionismo e l’anticomunismo
sui media tradizionali. Ma
l’importanza del breve ma
importante commento di
Lenin sta anche nel rivolgersi a un pubblico ampio,
invitandolo, prima di giudicare, ad informarsi su ciò che
la Rivoluzione d’Ottobre ha
significato e rappresentato.
Il libro di John Reed è molto
utile da questo punto di
vista perché si tratta di una
cronaca appassionata dei
passaggi chiave della rivoluzione ed ha il
merito di farne emergere i lati più “umani”
e concreti, senza mai cadere in narrazioni
astratte di una certa iconografia.
La storia di John Reed, giornalista
comunista statunitense, è affascinante:
nel 1913 è in Messico per raccontare la
rivoluzione messicana e le gesta di Pancho
Villa, che riesce ad intervistare. Durante la
prima guerra mondiale è in Europa dalla
quale scrive articoli dai fronti tedeschi,
russi, serbi, rumeni e bulgari. Gli sviluppi
della situazione in Russia non lo lasciano
indifferente: Reed decide di partire per
la capitale San Pietroburgo, dalla quale
è capace di descrivere un clima dove le
tensioni di classe sono straordinariamente
visibili e riconoscibili. Memorabile a
questo proposito è la sua intervista al
rockfeller russo Liazanov, ripresa anche
7
recensione
nel libro, dove il magnate definisce la
rivoluzione una malattia, richiedendo
l’intervento delle potenze straniere per
fermare il contagio del bolscevismo ed
elenca quali sono le attività controrivoluzionarie dei padroni: inondazione
delle miniere, distruzione dei macchinari
nelle fabbriche e nelle officine, sabotaggio
delle linee ferroviarie, ecc.
Nel libro si parla sempre di pace,
delle condizioni inumane dei soldati russi
al fronte e del loro ruolo fondamentale
nella rivoluzione e si sottolinea l’ipocrisia
e le distanze tra parole e fatti del governo di Kerensky, espressione dei poteri
dominanti. Il mancato raggiungimento
della pace e delle riforme promesse, in
campo agrario ed industriale, da parte
del governo corrotto di Kerensky hanno
di fronte la coerenza della politica dei
bolscevichi che hanno risposte chiare e
radicali e che denunciano il tradimento
degli ideali rivoluzionari.
Reed, nel suo libro, è capace di raccogliere le reali aspirazioni del proletariato
russo in tutte le sue componenti: soldati, contadini ed operai e descrive come
questi raggiungano una consapevolezza
di classe riunendosi sotto le bandiere dei
bolscevichi.
“I dieci giorni che sconvolsero il
mondo” è un narrazione appassionata,
di taglio giornalistico, della Rivoluzione
d’Ottobre e ha molto da insegnare anche
ai lettori di oggi: dall’egemonia che i
bolscevichi riescono ad avere alla questione morale rispetto alla situazione del
governo, dal pericolo dei compromessi
socialdemocratici che servono soltanto ai
poteri dominanti al ruolo della stampa e
delle manipolazioni mediatiche.
Il libro si trova abbastanza facilmente
sia nuovo che usato. È inoltre possibile
leggerlo e scaricarlo integralmente e in
italiano all’indirizzo: http://www.marxists.org/italiano/reed/10giorni/index.
htm.
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
8
I bolscevichi devono
prendere il potere
1
Lettera al Comitato centrale e ai comitati di Pietrogrado e di Mosca del POSDR
da Lenin, Opere Complete, vol. 26, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 9-11
trascrizione a cura del CCDP nel 90° anniversario della rivoluzione d’ottobre
Scritto il 12-14 (25-27) settembre 1917.
Pubblicato per la prima volta in
Proletarskaia Revoliutsia. n. 2, 1921.
I
bolscevichi, avendo ottenuto la maggioranza nei soviet dei deputati degli
operai e dei soldati delle due capitali, possono e devono prendere il potere statale
nelle proprie mani.
Possono farlo, perché la maggioranza
attiva degli elementi rivoluzionari popolari
delle due capitali basta a trascinare le masse,
a vincere la resistenza dell’avversario, a
schiacciarlo, a conquistare il potere e a
conservarlo. Perché, proponendo immediatamente una pace democratica, dando
immediatamente la terra ai contadini,
restaurando le istituzioni democratiche e
le libertà mutilate e distrutte da Kerenski,
i bolscevichi formeranno un governo che
nessuno potrà rovesciare.
La maggioranza del popolo è per noi.
La strada lunga e aspra percorsa dal 6
maggio al 31 agosto e al 12 settembre2 lo
ha dimostrato: la maggioranza dei soviet
nelle capitali è il frutto dell’evoluzione
del popolo verso di noi. Le esitazioni dei
socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi
e il rafforzarsi degli internazionalisti nelle
loro file lo dimostrano egualmente.
La Conferenza democratica non rappresenta la
maggioranza del popolo rivoluzionario, ma solo i gruppi
dirigenti piccolo-borghesi conciliatori. Non bisogna lasciarsi
ingannare dalle cifre delle elezioni; la questione non sta nelle
elezioni: paragonate le elezioni
delle Dume municipali di Pietrogrado o di Mosca con le
elezioni dei soviet. Paragonate
le elezioni di Mosca con lo sciopero del 12
agosto nella stessa città: ecco i dati obiettivi
sulla maggioranza degli elementi rivoluzionari, che guidano le masse.
La Conferenza democratica inganna i
contadini, perché non dà loro né la pace
né la terra.
Solamente un governo bolscevico darà
soddisfazione ai contadini.
Perché i bolscevichi devono prendere il
potere proprio in questo momento?
Perché l’imminente resa di Pietrogrado diminuirà di cento volte le nostre
probabilità.
Ora, con un esercito comandato da
Kerenski e compagni noi non siamo in
grado di impedire la resa.
E non si può «attendere» l’Assemblea
costituente, perché, con la resa di Pietrogrado, Kerenski e compagni potranno sempre toglierla di mezzo. Solamente il nostro
partito, preso il potere, potrà assicurare la
convocazione di una Assemblea costituente
e, preso il potere, accuserà gli altri partiti di
averla ritardata e proverà questa accusa.3
Solo un’azione pronta può e deve impedire la conclusione di una pace separata
tra gli imperialisti inglesi e tedeschi.
Le lettere di Lenin I bolscevichi debbono prendere il potere e I! marxismo e l’insurrezione furono discusse dal Comitato centrale del partito
bolscevico nella seduta del 15 (28) settembre 1917. Il Comitato centrale decise di convocare a breve scadenza una nuova riunione dedicata
alle questioni tattiche. Fu posto in votazione il problema se si dovesse conservare un solo esemplare delle lettere di Lenin. I voti furono sei
a favore, quattro contro, sei astenuti. Kamenev, che avversava la linea del partito volta alla rivoluzione socialista. propose al CC un progetto
di risoluzione contrario alle direttive di Lenin di organizzare l’insurrezione armata. Il CC respinse la risoluzione di Kamenev.
2
Il 6 maggio fu annunciata la formazione del primo governo provvisorio di coalizione; il 31 agosto il Soviet dei deputati operai e soldati di
Pietrogrado approvò una risoluzione bolscevica che esigeva la creazione di un governo dei soviet; il 12 settembre è la data fissata per la convocazione della Conferenza democratica dal Comitato esecutivo centrale dei soviet dei deputati operai e dal Comitato esecutivo del soviet
dei deputati contadini di Russia, due organismi nei quali prevalevano i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi. La Conferenza si tenne a
Pietrogrado dal 14 al 22 settembre (27 settembre-5 ottobre) 1917. Per quanto riguarda la Conferenza democratica cfr. il presente volume
pp. 33-47.
3
Il governo provvisorio aveva annunciato la convocazione dell’Assemhlea costituente in una dichiarazione del 2 (15) marzo 1917; le elezioni
erano state fissate per il 17 (30) settembre 1917. Tuttavia il governo provvisorio aggiornò la convocazione, dopo aver annunciato che le
elezioni erano state rinviate al 12 (25) novembre 1917. L’Assemblea costituente fu inaugurata dal governo dei soviet il 5 (18) gennaio 1918
a Pietrogrado. Essendosi rifiutata di esaminare la Dichiarazione dei diritti del popolo lavoratore e sfruttato e diconfermare i decreti sulla pace.
sulla terra e sul passaggio del potere ai soviet, approvati dal II Congresso dei soviet. essa fu sciolta il 6 (19) gennaio 1918, per decisione del
Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia.
1
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
Il popolo è stanco delle esitazioni dei
menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari.
Solo il nostro trionfo nelle capitali trascinerà i contadini al nostro seguito.
Non si tratta né del « giorno » né del
«momento» dell’insurrezione, nel senso
stretto della parola. Questo lo deciderà
solo il voto generale di coloro che sono
in contatto con gli operai e con i soldati,
con le masse.
Si tratta di questo, che il nostro partito,
oggi, alla Conferenza democratica, tiene di
fatto il proprio congresso e questo congresso
deve decidere (deve, voglia o non voglia)
il destino della rivoluzione.
Si tratta di rendere evidente a tutto
il partito il suo compito, che è di porre
all’ordine del giorno l’insurrezione armata
a Pietrogrado e a Mosca (e nella regione
di Mosca), la conquista del potere, il
rovesciamento del governo. Riflettere sul
modo di fare propaganda per questo senza
esprimersi così sulla stampa.
Ricordare, meditare profondamente
le parole di Marx sull’insurrezione:
«L’insurezione è un’arte»4 ecc.
1 bolscevichi sarebbero degli ingenui
se attendessero di avere «formalmente» la
maggioranza: nessuna rivoluzione aspetta
questo. Kerenski e compagni non attendono, ma preparano la resa di Pietrogrado.
Sono appunto le pietose esitazioni della
«Conferenza democratica» che devono
far perdere e faranno perdere la pazienza
9
agli operai di Pietrogrado e di Mosca! Se
non prendiamo il potere adesso, la storia
non ci perdonerà.
Non vi è apparato? L’apparato c’è: i
soviet e le organizzazioni democratiche. E
la situazione internazionale appunto oggi,
alla vigilia della pace separata tra inglesi
e tedeschi, è per noi. Proporre, proprio
in questo momento, la pace ai popoli
significa vincere.
Prendendo il potere subito e a Mosca e a
Pietrogrado (poco importa chi comincerà;
forse anche Mosca può cominciare), noi
vinceremo assolutamente e indubitabilmente. N. Lenin
Cfr. F. Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, in K Marx-F Engels, Opere scelte. Roma. Editori Riuniti. 1966, p 589.
4
Lo scoppio della rivoluzione
in letteratura
L
o scoppio della rivoluzione d’ottobre del 1917, con la conseguente trasformazione
dello stato da monarchia a repubblica socialista, comporta fondamentali trasformazioni in tutti i campi della vita economica, politica, sociale e culturale della Russia.
Anche in letteratura, la necessità di dare una svolta di centottanta gradi si manifesta
con forza sempre crescente. Già nella produzione letteraria degli anni immediatamente
precedenti il 1917 si avverte un mutamento di rotta: l’acquisita rinomanza delle
avanguardie rivoluzionarie, capeggiate da Majakòvskij; l’importanza raggiunta dalla
letteratura proletaria e dalla critica letteraria legata a quel movimento, ambedue vicine
a Gòr’kij; e la crisi decisa della letteratura che non tratta temi sociali, come quella del
movimento simbolista. Anche le frange non rivoluzionarie della vita culturale russa si
avvicinano al mondo della rivoluzione, e l’accettazione della rivoluzione diviene un fatto
comune tra i letterati russi. Gli irriducibili avversari del nuovo ordine sono costretti
ad emigrare e chi osteggia in maniera fattiva la rivoluzione viene immancabilmente
boicottato. La letteratura proletaria comincia ad assumere una posizione di supremazia:
su riviste e giornali cominciano ad
uscire critiche negative riguardo agli scrittori meno allineati. Una notevole libertà
creativa si mantiene peraltro fino all’epoca del primo piano quinquennale, allorché
la pressione del regime sull’arte comincia a farsi pesante, e, dal primo congresso degli
scrittori sovietici (1934), non sarà più ammessa nessuna forma d’arte svincolata
dalla politica del partito o che fuoriesca dall’ambito del realismo socialista. Dopo la
rivoluzione del 1917 nascono alcuni gruppi di letterati desiderosi di imporsi come
portavoce della rivoluzione in letteratura. Questi gruppi, denominati “proletari”,
acquistano un’importanza sempre maggiore grazie al sostegno dei funzionari sovietici addetti alla cultura e ai maggiori critici letterari del periodo. Alla fine degli
anni Venti in URSS si ha quasi soltanto letteratura proletaria, opere costruite per
glorificare le masse lavoratrici e la costruzione della nuova società sovietica. Ne
fanno le spese gli autori non allineati, come nel caso di Michaìl Bulgàkov, e anche
i gruppi d’avanguardia di sinistra, come il LEF di Majakòvskij. Nel 1932 avviene
la costituzione della “Unione degli scrittori sovietici”.
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
10
20 anni dal crollo
del muro di Berlino
“Non ci appartengono i muri, accettiamo la complessità della storia” di Davide Rossi, direttore del
Centro Studi “Anna Seghers” (www.annaseghers.it)
Riportiamo il testo della lettera che Davide Rossi scrisse lo scorso
gennaio a Liberazione, direttore, allora, l’anticomunista Sansonetti
L
eggo su “Liberazione”, senza condividerle, critiche rivolte ad un
giovane dirigente di Rifondazione,
Simone Oggionni, per aver espresso
l’opinione che la caduta del muro di
Berlino non sia un buon simbolo per
i comunisti. Ho letto gli interventi del
direttore Sansonetti e di Rina Gagliardi, e pur nel rispetto di idee differenti, dissento fortemente da entrambi.
Nella mia qualità di direttore del centro studi “Anna Seghers” mi sento di
proporre alcune considerazioni. In quel
novembre del 1989 ho compiuto diciotto anni, ero appena stato eletto nel
consiglio di istituto del Virgilio di
Milano, la nostra “lista culturale”,
questo il nome, creata contro le altre
tre che da anni dominavano la scuola,
quella anomala che univa fascisti e
arrivisti, quella dei ciellini e quella
residuale “Ribellarsi è giusto”, abbiamo
ottenuto tutti e quattro i seggi. Era il
tempo triste della “Milano da bere” e
dei “fighetti”, noi abbiamo portato a
scuola dibattiti sul Cile, stava finendo
la dittatura, con una studentessa di
ritorno da Santiago e ancora con il
console sudafricano, mentre Mandela,
febbraio 1990, ritrovava la libertà.
Intanto la DDR crollava. Ricordo che
anche io ho partecipato ad una manifestazione studentesca per “festeggiare”
l’avvenimento, nel mio archivio ancora devo avere copia dei quotidiani
di quei giorni. Oggi che insieme a
tanti, come docente, lotto dentro
l’Onda, di quella mia manifestazione
del novembre ’89 mi vergogno e
chiedo scusa. Cercherò di spiegare
perché. Dall’estate del 1991 per diversi anni, mentre studiavo Lettere, ma
soprattutto storia, all’università, ho
viaggiato per tutto l’Est. Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia (allora si chiamava così) e dentro quegli stati che
erano sorti dall’Unione Sovietica: Estonia, Ucraina e soprattutto Russia,
con il mio russo precario e accidentato e oggi purtroppo quasi dimenticato. Più tardi ex – DDR, Albania, i
mille rivoli della ex- Jogoslavia, …
Viaggiavo per ostelli, ospite di russi,
polacchi, …, di giovani italiani che
avevano lasciato un bigliettino attaccato ad un pannello della Statale offrendo ospitalità per l’estate, a indirizzi
trovati per caso da inserzioni su “Avvenimenti”, rivista che leggevamo,
come “Cuore”, nella stagione della
nostra rabbia contro la tangentopoli
di allora. A ripensarci, io e i miei coetanei, faremmo ridere i diciottenni di
oggi, noi, senza internet, senza mail,
senza cellulare. Il viaggio, i viaggi,
soprattutto verso Est, erano delle vere
e proprie avventure, con qualche contante in tasca e molta buona volontà.
Di ritorno da ogni viaggio sono stato
attraversato da una furia matta che mi
ha portato a studiare e a conoscere la
storia di quei paesi socialisti. Lo confesso avevo creduto al segretario generale del PCUS, Gorbaciov, che aveva
scritto in un suo libro “Casa comune
europea”, bello e del tutto irrealistico,
che avremmo messo insieme il meglio
dell’Occidente, le libertà e i diritti
civili, e il meglio dell’Est, le libertà e i
diritti sociali. Nel 1989 non c’era in
Occidente crisi come oggi, ma le preoccupazioni di noi giovani occidentali erano il lavoro difficile da trovare
e mal pagato, la casa sempre più costosa e inarrivabile, i costi crescenti per
la cultura, la scuola e la sanità. Tutto
questo a Est, sino a quel 1989 era garantito, per carità, tra mille limiti e
incongruenze, ma garantito. Eppure
io mi sforzavo di credere che la “casa
comune” fosse una buona idea, ma i
viaggi, di anno in anno, smentivano
Gorbaciov e le mie convinzioni. A Est
sempre più poveri, sempre più disoccupati, sempre più tristi e non parlo di
persone astratte, non faccio macroanalisi sociologica, parlo di ragazzi in
carne ed ossa, come me, che se nel 1991
si esaltavano per tutto quello che
odorava d’Occidente, tra il nostro
stupore e il nostro invito alla cautela,
tre anni dopo mostravano sguardi
opachi, perplessi, rassegnati. Se uno di
loro si era arricchito, ci era riuscito
fregando gli altri. Il mito pure della
“libertà di stampa” occidentale vacillava, milioni di libri stampati, migliaia di film girati, una ricchezza espressa
per anni dai paesi socialisti, era scomparsa, la censura del denaro si era
mostrata per quello che è, più grande
e peggiore di quella del partito. Pure i
cosiddetti “dissidenti” di prima ora non
servivano più alla propaganda occidentale, ne ricordo uno moscovita, che
consolava con la vodka, in una serata
da amici comuni, in un quartiere
della periferia meridionale di Mosca,
quello che lui riteneva “un tradimento”
dell’Occidente. Negli stessi anni mi
documentavo sulla libertà
dell’Occidente. Ho scoperto che non
era e non è poi così autentica, potrei
citare decine di scrittori che il nostro
Occidente censura ferocemente nel
1989, come nel 2008. Anna Seghers,
è una di loro, presidentessa degli scrittori della DDR, ha costruito quella
nazione dopo l’esilio, dopo che i na-
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
zisti hanno cercato di ucciderla e
hanno bruciato i suoi libri nel rogo del
10 maggio 1933 a Berlino. Di Anna
Seghers il nostro centro studi edita
qualche libro, ci rimettiamo di tasca
nostra, lo facciamo perché crediamo
nella libertà, perché ci piace vedere chi
ha quindici o diciotto anni oggi, mettere in tasca un suo libro. Eppure alcuni testi di Anna sono di tale bellezza
che potrebbero interessare qualche
editore occidentale, ma qui nel mondo
libero, accade molto, molto raramente.
Noi la editiamo perché frequentando
spesso Berlino e in particolare la parte
orientale di quella città, conoscendo,
ascoltando tanti amici che di quella
nazione, la DDR, hanno fatto parte
scopriamo quello che non si vuole dire
o ricordare. I muri sono sempre odiosi e vanno tutti abbattuti, ma quello
di Berlino, certo tra i più disgraziati
della storia, ha una vicenda tanto
complessa che occorrerebbe un libro,
che vorrei scrivere, ma che poi non
scrivo mai perché tanto non lo pubblicherebbe nessuno. Intanto la Germania Ovest nel 1945 aveva mantenuto funzionari, docenti, militari nazisti ai loro posti, la DDR no, allontanandoli. Anna Seghers o Bertolt
Brechet quando tornano dall’esilio non
hanno dubbi, scelgono di vivere in
DDR. Berlino Ovest è stata poi l’arma
pacifica con la quale l’Occidente ha
vinto la guerra fredda. Non solo per i
negozi stracolmi di prodotti e tenuti
volontariamente a prezzi più bassi che
nel resto della Germania Ovest, ma è
stata la sola città in cui i ragazzi che
fossero scappati da Est avrebbero potuto evitare il militare, obbligatorio
nelle due Germanie. Berlino Ovest era
la città in cui i medici della DDR
potevano esercitare la professione con
stipendi astronomici e pochissimi
pazienti, un grande incentivo alle
fughe. Nella primavera del 1961 diverse bombe scoppiano a Berlino Est,
messe dai servizi segreti occidentali con
basi a Berlino Ovest, le più sanguinose in un mercato di quartiere e
all’università Humboldt. Altro problema per i cittadini di Berlino Est, la
spesa, infatti le cameriere dell’Ovest
venivano mandate a est di buon mattino per fare incetta di frutta e ver-
dura di migliore qualità e buon prezzo,
le massaie di Berlino Est nell’agosto
del 1961 hanno organizzato vere e
proprie manifestazioni di gioia, spontanee, per l’erezione del muro. Può
bastare questo per giustificare il muro?
Certo no, ma dalle massaie arrabbiate,
alle bombe sanguinarie piazzate
dall’Ovest, alla libera circolazione tra
le due Berlino che favoriva la “campagna acquisti” dei laureati provenienti della DDR, “acquistati” e pagati
lautamente per un lavoro minimo, ma
utili per sbandierare il concetto chiave
della guerra fredda: la libertà
dell’Occidente contro la repressione
dell’Est, tutto giocava, in quella
guerra, che guerra è stata, anche se
fredda, a svantaggio della DDR. In un
altro mio viaggio, questa volta dall’altra
parte del mondo, nel febbraio 1999,
ospite dei giovani del partito comunista cileno, conosciuti a Cuba nel 1997
al Festival mondiale della Gioventù, ho
incontrato donne e uomini che grazie
alla DDR hanno trovato scampo alla
dittatura fascista di Pinochet e grazie
ai soldi ricevuti nel 1989 dalla DDR,
come liquidazione dopo avervi lavorato per 15 anni, avevano una possibilità
di integrazione delle misere pensioni
del Cile liberista di dieci anni fa. Dire
DDR per loro era parlare di una seconda patria e avevano le lacrime agli
occhi. A Milano la compagna Carla,
che oggi lavora in bar adiacente al Piccolo, può raccontarvi delle sue estati
nei campi dei pionieri della DDR, con
emozione uguale ad allora, qurant’anni
dopo. La DDR, mentre la Germania
Ovest intratteneva scambi commerciali con i politici razzisti del Sudafrica
(la Baviera negli anni ottanta era il
primo partner per scambi commerciali della nazione dell’apartheid), inviava aiuti di ogni tipo a Cuba e ai
sandinisti in Nicaragua, ricevendone
caffé, zucchero e banane, assolutamente “eque e solidali”, come diremmo
oggi. Trovo allora che parlare male
della DDR e dei paesi socialisti,
definirli come il direttore Sansonetti
“un sistema di dittature”, sia una semplificazione dannosa per provare a riflettere sul passato. Torno a ripetere che
con questo non voglio giustificare il
muro di Berlino, ma ci sentiamo in
11
obbligo, almeno noi del centro studi,
di restituire la complessità di luoghi e
avvenimenti che anche Rina Gagliardi, parlando dell’autostrada che
veniva da ovest, sembra non voler
prendere in considerazione. La notte
del 9 novembre 1989 e quelle dei
giorni seguenti, la metà di Berlino Est
che non si è mai riconosciuta nei
valori del socialismo ha invaso Berlino
Ovest, comperato e festeggiato
l’accesso al consumismo. Credo che i
comunisti, come coloro che si iscrivono a Rifondazione, debbano ricordare quell’altra metà di berlinesi di
quella mezza città che era la capitale
della DDR, che in quei giorni non
festeggiavano e non hanno festeggiato
nei giorni e negli anni seguenti. La
storia della DDR non è la storia del
paese degli orrori, è la storia dolorosa
e complessa di un pezzo di Germania
che tra mille contraddizioni ha provato a fare, forse malamente, forse
riuscendoci o forse no, il socialismo.
Ma questo è un interessante tema di
ricerca storica, uno tra i tanti che noi
del centro studi cerchiamo di condurre, ci pare che il muro e la DDR
abbiano poco a che vedere con la
quotidianità politica. Il muro che cade
a Berlino nel novembre 1989 e sancisce
la fine della DDR tuttavia non mi pare
possa essere annoverato tra i simboli
per coloro che in cuor loro credono
nei valori di giustizia, uguaglianza e
fratellanza. La caduta del muro di
Berlino ha portato con sé problemi,
ambiguità, speranze deluse e sogni
traditi. È forse, insieme ad essere il
simbolo della vittoria della destra
liberista sul nemico storico del socialismo, più o meno di aderenza sovietica, nella guerra fredda, il simbolo di
un’Europa che non ha saputo diventare
subito, nei giorni di allora, Europa dei
popoli e che oggi tanto fatica e arranca per affermarsi come tale. Non
mi azzardo ad entrare nel merito di
socialismo e comunismo, idee meravigliose e ancora più grandi, ma se
possiamo discutere e approfondire
quale sia stata eventualmente la loro
relazione con la DDR, di un fatto sono
sufficientemente convinto, comunismo e socialismo non abitano le macerie del muro e della DDR.
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
12
“Chi lotta può perdere,
chi non lotta ha già perso”
Ernesto “Che” Guevara
“Che” Guevara è stato assassinato in Bolivia il 9 ottobre 1967
I
l soprannome di “Che” venne attribuito a Guevara dai compagni
di lotta cubani, e deriva dal fatto che Guevara, come tutti gli
argentini, pronunciava spesso l’allocuzione “che”. La parola deriva
dalla lingua mapuche (gli indio nativi) e significa “uomo” o “persona”,
e venne ripresa nello spagnolo parlato in Argentina ed Uruguay, per
chiamare l’attenzione di un interlocutore, o più in generale, come
un’esclamazione simile a “ehi”.
“He nacido en la Argentina; no es un secreto para nadie. Soy
cubano y también soy argentino y, si no se ofenden las ilustrísimas
señorías de Latinoamérica, me siento tan patriota de Latinoamérica,
de cualquier país de Latinoamérica, como el que más y, en el momento en que fuera necesario, estaría dispuesto a entregar mi vida
por la liberación de cualquiera de los países de Latinoamérica, sin
pedirle nada a nadie, sin exigir nada, sin explotar a nadie.”
Sintesi biogrAfica di Ernesto Che Guevara de la Serna
D
estacado revolucionario, expedicionario del Granma, una de las
más notables figuras de la Revolución
Cubana y combatiente internacionalista.
Nació en Rosario, Argentina, el 14
de junio de 1928. Se graduó de médico
en 1953 y por segunda vez viajó por
las Américas. En 1954, se encuentra en
Guatemala, donde ejercía sus primeras
armas revolucionarias, oponiéndose a
los planes de la CIA contra el pueblo
guatemalteco. Al ser derrocado el gobierno de Jacobo Arbenz, emigró a
México donde conoció a Fidel Castro
y se enroló en 1956 como médico en
la expedición del yate Granma.
Durante la Guerra de liberación
nacional en Cuba, que se inició en
diciembre de 1956 en la Sierra Maestra, se destacó por su valor y arrojo,
por lo que llegó a obtener el grado
de comandante. En julio de 1957,
se le designa Jefe de la Segunda Columna creada, la No. 4 del I Frente
y a finales de agosto de 1958, jefe de
la Columna Invasora No. 8 “Ciro
Redondo”, después del Frente Sur y
Centro en Las Villas y jefe de todas
la unidades rebeldes del Movimiento
26 de Julio en esa provincia, tanto en
las zonas rurales como urbanas y con
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
la misión de integrar al resto de las
fuerzas revolucionarias del territorio.
Dirigió el combate de la toma de Santa
Clara, tercera ciudad en importancia
de Cuba, en diciembre de 1958.
Después del triunfo revolucionario, desempeñó distintos cargos, entre
los que se destacan la presidencia
del Banco Nacional de Cuba y el
de titular de Ministro de Industrias.
Además, representó a nuestro país en
diferentes eventos internacionales,
tales como la Asamblea General de
la ONU y la Reunión en Punta del
Este, Uruguay, en 1961. Impulsor
y ejemplo del trabajo voluntario y
cronista de la Revolución, entre sus
escritos más notables se encuentran:
Pasajes de la guerra revolucionaria,
La guerra de guerrillas, Mensaje a
la Tricontinental, El Socialismo y el
hombre en Cuba.
En 1965, se despide de Fidel Castro y del pueblo cubano para ir a otras
tierras del mundo a combatir por el
triunfo de los humildes y contra el
imperialismo yanqui. Ese mismo año,
a solicitud de Gastón Soumialot del
movimiento “Patricio Lumumba”,
brinda ayuda en el Congo (hoy Zaire),
al movimiento antiimperialista allí
fundado, donde estuvo al frente de
un destacamento con voluntarios
cubanos.
13
De noviembre de 1966 a octubre
de 1967, dirige el movimiento guerrillero en Bolivia, que había de ser el
inicio de la lucha por la liberación
americana.
Capturado el 8 de octubre de 1967
en la Quebrada del Yuro es conducido
a la escuelita de La Higuera donde es
asesinado el día 9.
Arquetipo de intelectual revolucionario, sus trabajos sobre la acción y
teoría revolucionaria son sumamente
valiosos. El Diario del Che en Bolivia
–su diario de campaña nos ofrece una
rica información sobre los meses finales de su ejemplar y heroica vida.
Hasta siempre Comandante
Carlos Puebla (1965)
Aprendimos a quererte
desde la histórica altura
donde el sol de tu bravura
le puso un cerco a la muerte.
Tu amor revolucionario
te conduce a nueva empresa
donde esperan la firmeza
de tu brazo libertario.
Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.
Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.
Tu mano gloriosa y fuerte
sobre la historia dispara
cuando todo Santa Clara
se despierta para verte.
Seguiremos adelante
como junto a ti seguimos
y con Fidel te decimos:
hasta siempre Comandante.
Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.
Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.
Vienes quemando la brisa
con soles de primavera
para plantar la bandera
con la luz de tu sonrisa.
Aquí se queda la clara,
la entrañable transparencia,
de tu querida presencia
Comandante Che Guevara.
Quando saprai
che sono morto
di Ernesto Che Guevara
Quando saprai che sono morto
non pronunciare il mio nome
perché si fermerebbe
la morte e il riposo.
Quando saprai che sono morto
di sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape,
lagrima, pane, tempesta.
Non lasciare che le tue labbra
trovino le mie undici lettere.
Ho sonno, ho amato, ho
raggiunto il silenzio.
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
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Rivoluzione cinese:
60 anni fa
Il passaggio dell’esercito popolare
di liberazione all’offensiva strategica
Il programma politico ed economico del Partito
Comunista Cinese
da Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale
vol. XI, Teti Editore, Milano, 1975. A sessanta anni dalla
fondazione della Repubblica Popolare Cinese (01/10/1949) –
trascrizione a cura del Centro di Cultura e Documentazione
Popolare, dal sito www.resistenze.org
I
l passaggio dell’esercito popolare di
liberazione all’offensiva generale, che
ebbe luogo nel giugno 1947, incominciò
con un possente attacco delle truppe comandate da Liu Po-cheng. Attraversato
il Fiume Giallo esse sostennero una serie
di vittoriosi combattimenti con il nemico e occuparono estesi territori a sud del
fiume. Le avanguardie di questo esercito
si spinsero fino alle rive dello Yangtze.
A questo successo contribuirono le
azioni militari delle truppe della Cina
orientale, che avevano respinto gli attacchi dell’esercito di Chiang Kai-shek
e aperto la strada alle regioni della
27 settembre 1949. Mao annuncia alla
radio la costituzione della Repubblica
popolare cinese.
pianura centrale. Nell’agosto 1947 il
gruppo di armate di Chen Keng forzava
il Fiume Giallo, tagliava la strada ferrata
di Lunghai e, battendo le truppe del
Kuomintang, si spingeva nell’Honan
occidentale. Grazie a questa marcia le
regioni liberate dello Shansi, Shantung,
Honan e Anchoi venivano a costituire
un tutto unico, ciò che creava condizioni
favorevoli per l’estensione delle operazioni militari. Una grande importanza
ha avuto l’offensiva del gruppo di armate
di Chen Yi, incominciata nel settembre
1947 e coronata da un successo che
consentì alle unità dell’esercito popolare
l’esercito popolare durante la lungamarcia che ha portato al potere
il popolo cinese.
di liberazione di liberare immensi territori nelle province dell’Honan, Anchoi
e Shensi. Grazie a queste operazioni
tre gruppi di armate si riunivano e nel
dicembre 1947 le regioni liberate, prima
isolate, si fondevano in un unico massiccio: il territorio libero della Pianura
centrale. Parecchie città e villaggi erano
rimasti nelle mani del Kuomintang ma,
essendo bloccati, non costituivano una
seria minaccia militare. I contrattacchi
delle truppe del Kuomintang venivano
respinti con successo. Nell’agosto e settembre 1947 passarono all’offensiva le truppe dei gruppi
di armate nord-occidentali al comando
di Pen Teh-huai e unità dell’esercito
popolare di liberazione dei gruppi
dello Shantung e nord-orientale, al
comando di Lin Piao. Nel dicembre
1947 il gruppo di truppe nord-orientale
passò all’offensiva e nell’aprile 1948,
sconfitte le divisioni del Kuomintang,
liberò quasi tutta la Cina nord-orientale,
isolando le città di Shenyang (Mukden)
e Changchun. Nell’inverno 1947 e
nella primavera 1948 l’esercito popolare di liberazione passò a vittoriose
azioni offensive anche su altri fronti,
eliminando il Kuomintang non solo
dalle zone rurali, ma anche da grandi
città. L’offensiva vittoriosa dell’esercito
popolare di liberazione allarmò i circoli
dirigenti degli USA. Già nel luglio 1947
era stata inviata in Cina una missione
speciale guidata dal generale Wedemeyer
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
che aveva il compito di studiare le misure
atte a salvare il regime del Kuomintang.
Dopo un mese di lavoro la missione
giunse a conclusioni poco rassicuranti.
Gli esperti americani riconobbero che il
Kuomintang non era in grado di vincere
i comunisti con la forza militare, che il
governo del Kuomintang era incompetente e corrotto, che era necessario
risanarlo e rafforzarlo con provvedimenti
d’urgenza. La missione affermò anche
di ritenere che senza l’attuazione di
riforme politiche e economiche, tra cui
la riforma agraria, non c’era neanche
da pensare al rafforzamento del regime
del Kuomintang ormai imputridito.
Nello stesso tempo, però, Wedemeyer
riteneva che Chiang Kai-shek fosse una
figura insostituibile e che non ci fossero
in Cina altri capi capaci di far fronte ai
comunisti. Nonostante le critiche rivolte
all’attività del Kuomintang, Wedemeyer raccomandò l’aumento degli aiuti
militari ed economici a Chiang Kai-shek.
Tenendo conto che il suo governo non
era in grado di utilizzare da solo in modo
efficace l’aiuto americano, egli suggeriva
altresì l’accrescimento del controllo dei
rappresentanti statunitensi sull’attività
dell’apparato militare e amministrativo di Chiang Kai-shek. Il governo
statunitense respinse formalmente le
proposte di Wedemeyer, temendo che
un suo intervento diretto e aperto nelle
vicende interne della Cina potesse condurre a un pericoloso confronto con
l’Unione Sovietica in Asia. Ma gli USA
continuarono ad aiutare il regime di
Chiang Kai-shek, anche se il loro aiuto
non poteva più esercitare un’influenza
sull’esito della guerra civile. Nell’ottobre
1947 il governo del Kuomintang dichiarò
fuori legge la Lega democratica e ne
vietò l’attività. Questo passo veniva a
dimostrare una volta di più agli strati
oscillanti degli intellettuali e della piccola
borghesia che il Kuomintang non intendeva affatto rinunciare alla sua politica
reazionaria. Alla Lega democratica e agli
altri gruppi intermedi non rimaneva altra
via che quella di schierarsi con il partito
comunista, accettando le sue proposte
di fronte unico. Nell’autunno 1947,
basandosi sulle vittorie conseguite sui
campi di battaglia, il partito comunista
Mao Tze Tung
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incita l’esercito popolare alla lotta.
iniziò un’attiva offensiva politica. Nella
nuova situazione di generale ascesa rivoluzionaria e di disfacimento del regime
del Kuomintang, il Comitato centrale
del partito comunista pose l’obiettivo di
completare la rivoluzione democraticopopolare. Il programma politico ed
economico del partito nella fase finale
della rivoluzione fu formulato nella dichiarazione dell’esercito popolare di
liberazione della Cina, pubblicata il 10
ottobre 1947. Nella dichiarazione venivano indicati obiettivi generali nazionali e
democratici. Nel campo politico era prevista l’eliminazione del regime dittatoriale marcio di Chiang Kai-shek con mezzi
militari e l’instaurazione di un regime
popolare democratico nel quale sarebbe
garantita al popolo la libertà di stampa, di
parola, di riunione e di organizzazione, la
fine delle concussioni e delle malversazioni, e la creazione di un’amministrazione
onesta e disinteressata; il riconoscimento
del diritto all’autonomia di tutte le
minoranze nazionali; l’annullamento
di tutti i contratti e degli accordi capestro conclusi dal governo di Chiang
Kai-shek e l’avvio di una politica estera
indipendente. Nel campo economico
era prevista la confisca di tutto il grande
capitale monopolistico di Stato (“burocratico”); lo sviluppo dell’industria e del
commercio nazionali; il miglioramento
delle condizioni di vita degli operai e
degli impiegati; assistenza ai colpiti dalle
calamità e a tutti i bisognosi; liquidazione
del sistema agricolo feudale e passaggio
della terra in proprietà dei contadini. La
dichiarazione faceva appello all’unione
di tutte le classi e gli strati oppressi della
popolazione - operai, contadini, soldati,
intellettuali, piccoli commercianti in un
unico fronte nazionale il cui programma
generale sarebbe consistito nelle rivendicazioni avanzate dalla dichiarazione
stessa. Questo programma, per il suo
contenuto economico e sociale, non
usciva dal quadro di una rivoluzione
democratico-borghese e quindi era accettabile anche per la borghesia nazionale. Il
pilastro sociale fondamentale dell’esercito
e la sua base di massa continuavano a
essere rappresentati dai contadini, perciò l’attuazione di una radicale riforma
agraria antifeudale era considerata dalla
direzione del partito comunista come
“la premessa più fondamentale per una
lunga lotta e il conseguimento della vittoria in tutto il paese”. Perciò il Comitato
centrale del partito, contemporaneamente alla dichiarazione dell’esercito
popolare di liberazione, rese di pubblica
ragione i lineamenti generali di una legge
fondiaria per la Cina, elaborati dalla
conferenza agraria pancinese del partito
comunista, che aveva avuto luogo nel
16
settembre 1947. In questo documento
si prevedeva la completa liquidazione
delle proprietà degli agrari con la distribuzione egualitaria della terra, in base
al numero dei componenti la famiglia,
soprattutto ai contadini più poveri. Risultato inevitabile di questa ripartizione era
l’esproprio dei contadini ricchi. Grande
importanza politica rivestiva 1’articolo
10 dei lineamenti generali, che prevedeva
la distribuzione delle terre delle famiglie
dei soldati e degli ufficiali dell’esercito
Chou En Lai,
primo Primo ministro
del governo della Repubblica Popolare cinese, numero due del Paese
e grande diplomatico.
il contemporaneo – supplemento AURORA n. 12 – novembre 2009
del Kuomintang, dei funzionari del
governo del Kuomintang, dei membri
del Kuomintang e di quanti altri si erano
schierati con il nemico. Con questa
politica il partito comunista attrasse
dalla sua parte una grande quantità di
uomini che erano stati avvelenati dalla
propaganda del Kuomintang, contribuì
a provocare divisioni nell’esercito del
Kuomintang e indebolì il fronte nemico.
Inoltre i traditori e i criminali di guerra,
i responsabili dello scatenamento della
guerra, venivano privati del diritto alla
terra. I lineamenti generali riconoscevano
il diritto allo sfruttamento della terra,
alla sua compravendita e, in determinate
circostanze, anche il diritto di affittarla.
Le proprietà e le imprese degli industriali
e dei commercianti che avevano gestito
le loro aziende con i metodi capitalistici
non erano soggette a confisca, ed erano
tutelate dalla legge. Questa politica era
appoggiata dalla borghesia nazionale, i
cui interessi erano stati lesi dal regime
del Kuomintang. Nel corso delle trasformazioni agrarie nelle campagne si
erano create le unioni dei contadini
poveri che, congiungendo i loro sforzi a
quelli dei contadini medi, avevano fatto
crollare il regime dei grandi proprietari
fondiari. Dal febbraio al maggio 1948 il
Comitato centrale del partito comunista
limitò la distribuzione delle terre alle
sole zone liberate prima dell’offensiva
Mao Tze Tung al Congresso de Partito Comunista Cinese del 1927.
generale dell’esercito popolare di liberazione. Nelle zone di nuova liberazione la
riforma agraria fu rinviata alla fine della
guerra. Contemporaneamente furono
prese decisioni intese a salvaguardare
gli interessi della borghesia nazionale e a
conservare nelle mani degli agrari le loro
imprese industriali e commerciali. Sullo
sviluppo della rivoluzione antifeudale e
antimperialistica, i lineamenti generali,
con le modifiche apportatevi nel 1948,
hanno avuto una grande funzione per
la mobilitazione delle masse contadine
per abbattere il regime del Kuomintang
e instaurare il potere democraticopopolare.
Il Libretto rosso di Mao
viene pubblicato a Pechino
Citazioni dalle Opere del presidente Mao Zedong (毛主席
语录 Pinyin: Máo Zhǔxí Yǔlù), meglio noto come Libretto
Rosso o Il libro delle Guardie Rosse, fu pubblicato la prima
volta nel 1966. Si compone di una antologia di citazioni tratte
dagli scritti e dai discorsi di Mao Zedong. Il titolo “Libretto
Rosso” gli fu dato in occidente a causa del colore della
copertina e dal formato, adatto ad essere infilato in una tasca
superiore della giacca cinese allora maggiormente in uso: la
zhongshanzhuang, cosiddetta “giacca maoista”. In Cina però
questo titolo alternativo non fu mai impiegato.
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Aurora supplemento al numero 12 completo