la Biblioteca di via Senato
mensile, anno iii
Milano
n.2 – febbraio 2011
UNA MOSTRA
NELLA MOSTRA
Mortillaro
Martini
Sommaruga
Sorge Delfico
Mussolini
Borges
Malaparte
Tomasi
di Lampedusa
L’EVENTO
11 – 13 marzo:
Milano capitale
del Libro Antico
“In tanta
frivolezza”
Documenti autografi
dai Fondi BvS
Vigorelli
De Micheli
Manzù
Altri
manoscritti:
Manzoni
Canzio
Palazzeschi
Tommaseo
Gentile
Capuana
ARMANDO TESTA
T H E
R E A L
E X P E R I E N C E
w w w. l a v a z z a . c o m
la Biblioteca di via Senato - Milano
MENSILE
DI
BIBLIOFILIA
–
ANNO
III
–
N.2/20
–
MILANO,
FEBBRAIO
2011
Sommario
5 LA MOSTRA: LETTERE,
AUTOGRAFI E PAGINE
“DEDICATE” DAI FONDI
DELLA BIBLIOTECA
6 VINCENZO MORTILLARO
E LA CULTURA SICILIANA
13 GIUSEPPE MARTINI
UNA CARRIERA DA LIBRAIO
20 ANGELO SOMMARUGA,
L’EDITORE GIRAMONDO
26 VINCA SORGE DELFICO,
LETTRICE DANNUNZIANA
31 BENITO MUSSOLINI
E IL GIALLO DEI DIARI
36 JORGE LUIS BORGES,
UN SOGNO DI BIBLIOTECA
41 SPECIALE MOSTRA
DEL LIBRO ANTICO
50 CURZIO MALAPARTE,
L’ITALIANO D’EUROPA
56 LETTERE A LUCIO PICCOLO
DI TOMASI DI LAMPEDUSA
64 GIANCARLO VIGORELLI
E LE SUE “PRIME” DEL ’900
70 ADA E MARIO DE MICHELI,
UNA STORIA DELL’ARTE
76 TRA GIACOMO MANZÙ
E NINO BERTOCCHI
84 RACCONTI MANOSCRITTI
DELLA NOSTRA STORIA
Consiglio di amministrazione della
Fondazione Biblioteca di via Senato
Marcello Dell’Utri (presidente)
Giuliano Adreani, Carlo Carena,
Fedele Confalonieri, Maurizio Costa,
Ennio Doris, Fabio Perotti Cei,
Fulvio Pravadelli, Miranda Ratti,
Carlo Tognoli
Segretario Generale
Angelo De Tomasi
Collegio dei Revisori dei conti
Achille Frattini (presidente)
Gianfranco Polerani,
Francesco Antonio Giampaolo
Fondazione Biblioteca di via Senato
Elena Bellini segreteria mostre
Arianna Calò sala consultazione
Sonia Corain segreteria teatro
Giacomo Corvaglia sala consultazione
Margherita Dell’Utri sala consultazione
Claudio Ferri direttore
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Laura Mariani Conti archivio
Malaparte
Matteo Noja responsabile dell’archivio
e del fondo moderno
Donatella Oggioni responsabile teatro
e ufficio stampa
Annette Popel Pozzo responsabile
del fondo antico
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© 2011 – Biblioteca di via Senato
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Bollettino mensile della
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distribuito gratuitamente
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Milano
L’editore si dichiara disponibile
a regolare eventuali diritti per
immagini o testi di cui non sia stato
possibile reperire la fonte
Immagine in copertina:
Lettera autografa di Giacomo
Leopardi scritta il 26 luglio 1836
al marchese Vincenzo Mortillaro;
ritratto del giovane scrittore
disegnato da Lolli.
Organizzazione Mostra del Libro Antico
e del Salone del Libro Usato
Ines Lattuada
Margherita Savarese
Alessia Villa
Ufficio Stampa
Ex Libris Comunicazione
Questo periodico è associato alla
Unione Stampa Periodica Italiana
Reg. Trib. di Milano n. 104 del
11/03/2009
Editoriale
Q
uesto “bollettino” di febbraio
è specialmente dedicato alla Mostra
del Libro Antico che si ripete
puntualmente nel mese di marzo
per la ventiduesima volta. Quest’anno
alla “Permanente” di Milano la Biblioteca
di via Senato – che sostiene l’onere
dell’organizzazione – si mette per la prima
volta in mostra con i suoi manoscritti
e autografi, documenti quasi tutti inediti
o per lo più sconosciuti.
Viene così ad arricchirsi il vasto materiale
presentato dalle sessantuno librerie antiquarie
italiane e straniere e si dà modo di conoscere più
da vicino alcune importanti rarità bibliografiche.
Questa mostra – il cui titolo prende spunto
da una lettera di Giacomo Leopardi al marchese
Vincenzo Mortillaro (nella quale il poeta
ringraziandolo per l’invio di un libro dichiara
di apprezzarlo particolarmente “in tanta
frivolezza di pubblicazioni di ogni genere”) –
continuerà poi nella sede della Fondazione di via
Senato 12 a Milano sino al prossimo giugno.
A questa selezione si aggiunge una serie
di libri di letteratura del Novecento con dedica
autografa dell’autore e perciò considerati “unici”.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
5
LA MOSTRA: LETTERE,
AUTOGRAFI E PAGINE
“DEDICATE” DAI FONDI
DELLA BIBLIOTECA
L
Memoria est gloriosum
et admirabile naturæ donum,
qua præterita recolimus,
presentia complectimur
et futura per præterita
similitudinarie contemplamur.
e biblioteche hanno una redusa al cugino Lucio Piccolo, le lettere
sponsabilità: preservare la
di Giacomo Manzù, alcuni manomemoria del passato perché si
scritti di Niccolò Tommaseo, il manopossa meglio capire il presente e prescritto La Riforma dell’educazione
vedere più acutamente il futuro. La
di Giovanni Gentile, l’autografo
memoria acquista maggiore signifiPomponio e Cirillo di Aldo PalazBoncompagno da Signa,
cato se rappresentata da documenti
zeschi (stampato con il titolo Storia di
Rhetorica novissima, 1235
originali, lettere e manoscritti, che
un’amicizia), i Diari sulla Spediziohanno originato e alimentato quel
ne dei Mille del genero di Giuseppe
mondo culturale di cui i libri sono la
Garibaldi, Stefano Canzio, una comtestimonianza più evidente. Lo studio di questo tipo di media manoscritta di Luigi Capuana in dialetto siciliadocumenti – non sempre organizzati, anzi nel più dei ca- no, le lettere di Marino Moretti all’amico e collaboratore
si accumulatisi involontariamente ma in maniera fun- Francesco Cazzamini Mussi, e il manoscritto di memorie
zionale all’attività di chi li ha raccolti –, ci consente di co- manzoniane del canonico Giulio Ratti.
noscere meglio e più direttamente sia il soggetto che li ha
In occasione della XXII edizione del Salone del Liprodotti, sia i caratteri e le circostanze della nostra storia bro Antico che si terrà dall’11 al 13 marzo prossimo alla
culturale che li ha visti nascere.
Permanente di via Turati a Milano, la Biblioteca di via
Nella sua ormai più che decennale attività, la Bi- Senato ha organizzato una mostra dal titolo In tanta friblioteca di via Senato ha raccolto un cospicuo numero di volezza… Manoscritti e autografi della Biblioteca di
importanti archivi e biblioteche di uomini di cultura del- via Senato nella quale saranno esposti documenti manol’Otto-Novecento.
scritti o dattiloscritti e alcuni libri con dedica provenienti
Tra gli ultimi arrivati, la sterminata raccolta delle dai diversi Fondi.
carte di Curzio Malaparte, la biblioteca di Mario De MiI testi sugli archivi, carteggi e manoscritti sono
cheli (che oltre ai libri presenta un gran numero di manoscritti, dattiloscritti e fotografie, a documentare l’intensa di: Flaminio Gualdoni (Giacomo Manzù); Laura
attività del grande critico), i Diari di Mussolini (ancora Mariani Conti (Curzio Malaparte); Gianluca Monoggi in attesa di essere studiati e discussi) e lo schedario tinaro e Annette Popel Pozzo (Vincenzo Mortillaro);
personale del libraio antiquario Giuseppe Martini. L’ar- Salvatore Silvano Nigro (Giuseppe Tomasi di Lamperivo di questi ultimi archivi non ci fa dimenticare però la dusa); Matteo Noja (Angelo Sommaruga, Vinca Sorge
presenza di altre raccolte come l’archivio dell’editore An- Delfico, Jorge Luis Borges, Giancarlo Vigorelli, Ada e
gelo Sommaruga, l’epistolario del grande letterato sici- Mario de Micheli); Patrizio Perlini (Benito Mussolini);
liano Vincenzo Mortillaro, le lettere di Tomasi di Lampe- Annette Popel Pozzo (Giuseppe Martini, Manoscritti)
6
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
VINCENZO MORTILLARO
E LA CULTURA SICILIANA
L’
archivio epistolare Vincenzo Mortillaro è stato acquisito dalla Fondazione Biblioteca di via Senato nel 2000.
Tra gli intellettuali siciliani più
in vista della sua epoca, il barone palermitano Vincenzo Mortillaro
(1806-1888), marchese di Villarena,
incarna la figura dell’erudito e poligrafo ottocentesco par excellence.
Mortillaro si interessa fin da giovane
di matematica e astronomia, divenendo l’allievo prediletto dell’astronomo Niccolò Cacciatore. Apprende l’arabo sotto la guida dell’orientalista Salvatore Morso e a soli ventitré anni viene nominato professore
di arabo all’università di Palermo.
Nel 1830 pubblica i Rudimenti
di lingua arabica (Palermo, Regale
Stamperia). Sotto la tutela di un altro influente erudito, l’abate Domenico Scinà, studia paleografia e redige l’indice degli incunaboli della Biblioteca Comunale di Palermo. A
soli vent’anni, nel 1826, aveva già
pubblicato il Compendio storico delle
ultime romane vicende durante la invasione dei francesi (Palermo, per le
stampe di De Luca), nel 1827 lo Studio bibliografico (Palermo, Lorenzo
Dato) e nel 1829 la prima edizione
della Guida di Palermo e suoi dintorni
(Palermo, eredi di Graffeo), che ebbe numerose ristampe, l’ultima delle
quali tradotta in francese dal figlio
Carlo. Nel 1836 riceve l’incarico di
studiare il Tabulario della Cattedrale
di Palermo, nel 1837 viene eletto senatore municipale di Palermo, in seguito membro della R. Commissione Superiore per la Pubblica Istruzione e più volte deputato della Biblioteca Comunale di Palermo. Socio di varie Accademie, oltre all’arabo insegna lingua, letteratura e algebra.
A lui si deve il Nuovo Dizionario
siciliano-italiano (prima pubblicazione dal 1838 al 1844). Durante la ri-
voluzione del 1848 è nominato Pari
del Parlamento siciliano. Collabora
a diversi periodici e dirige Il Vapore
assieme ai fratelli Linares, le Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia,
e il Giornale di Scienze, Lettere ed Arti
per la Sicilia. Dopo lo sbarco dei Mille, nel 1860, dirige i giornali politici
il Presente e L’Inaspettato.
Vivaci testimonianze della
sterminata erudizione di Mortillaro
si trovano nel volume I Mortillaro di
Villarena 1250-1896. Cenni storici ed
albero genealogico (Palermo, Remo
Sandron, 1896), nella sua biografia
Vincenzo di Mortillaro marchese di Villarena la vita - le opere. 1806-1888.
Pubblicato a 27 luglio 1906 nel primo
centenario della nascita, a cura del nipote Luigi Maria Majorca Mortillaro (Palermo, 1906) e, soprattutto,
nelle Opere in 16 volumi (18431888), di taglio memorialistico e
dunque ricche di numerose sue vicende personali.
L’archivio epistolare è disposto in nove cofanetti: i primi due
conservano un primo gruppo di “illustri”, tre cofanetti compongono
un secondo gruppo, altri due un terzo, e gli ultimi due la corrispondenza
estera e le firme varie. Rimasto intatto dalla morte di Mortillaro, l’archi-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
vio contiene oltre 2.000 lettere. Si rimane stupiti davanti all’immenso
numero di corrispondenti. Si tratta
delle più importanti firme dell’Ottocento europeo, provenienti da noti personaggi della vita pubblica siciliana, da un lato, e dalla comunità
scientifica ed erudita internazionale,
dall’altro lato.
Fanno da testimoni al ruolo di
primo piano svolto da Mortillaro
nella cultura e nella politica dell’epoca: Carlo Botta, Niccolò Cacciatore, Cesare Cantù, Massimo d’Azeglio, Giuseppe de Spuches, Ferdinand Gregorovius, Francesco Domenico Guerrazzi, Joseph von
Hammer-Purgstall, Giacomo Leopardi, Guglielmo Libri Carucci dalla Sommaja, Angelo Mai, Giovanni
Battista Niccolini, Niccolò Palmeri,
Michele Rapisardi, Giuseppe Scarabelli, padre Angelo Secchi, Clemente Solaro della Margarita, Carlo
Troya.
Come esemplare specimen valga proprio la lettera autografa del venerato Giacomo Leopardi. Quando
Vincenzo Mortillaro indirizza, nel
1836, una lettera piena di ammirazione verso chi considerava «la gloria moderna dell’Italia», che accompagna una copia del primo volume
dei suoi Opuscoli di vario genere (Palermo, Tipografia del Giornale Letterario, 1836), la risposta del poeta (il
cui autografo le edizioni dell’Epistolario leopardiano avevano sempre dato per disperso), datata Napoli, 26
luglio 1836, non si fa attendere: «Ho
ricevuto il dono di cui ella mi ha voluto onorare, e gliene rendo le maggiori grazie ch’io posso. Il suo libro a
me pare piacevolissimo per la varietà
delle materie, utile per l’importanza
delle medesime, pieno di erudizione, pieno di dottrina, e da proporsi
come esempio in tanta frivolezza di
pubblicazioni di ogni genere. Se gli
occhi me lo consentissero, mi distenderei maggiormente circa i pregi
de’ suoi Opuscoli: ella si contenti di
queste poche righe, e sia certa che
vengono dall’animo».
Che le espressioni di Leopardi
fossero sincere e non ispirate da
semplice cortesia verso uno dei tanti
ammiratori viene confermato da un
appunto di Ronaldo Damiani nel
suo Leopardi e Napoli 1833-1837:
«Era sincero, e il volume di Mortillaro scampò al “triste governo” che
Leopardi faceva, secondo la tarda testimonianza di Ranieri, di tanti avuti
in dono, “servendosene ove la carta
non fosse morbida per le sue consuetudini mattinali e facendone insino
parte agli amici per l’uso medesimo”». Di certo, nel riguardo utilizzato dal poeta di Recanati verso il barone siciliano, giocava anche la bella
recensione dei Canti, firmata da
Pompeo Inzegna e ospitata sulle pagine del Giornale di Scienze, Lettere ed
Arti per la Sicilia diretto proprio da
Mortillaro.
Molti gli ammiratori e studiosi
che, di passaggio a Palermo vengono ricevuti dal marchese nel suo palazzo. Fra essi anche l’insigne storico Ferdinand Gregorovius, che nel
1886 visita l’anziano luminare, rimanendo poi, una volta rientrato a
Monaco, in contatto epistolare con
lui. Nella lettera del 23 giugno 1886,
dà una precisa descrizione della situazione in Baviera, considerando la
morte misteriosa del re Lodovico II,
avvenuta dieci giorni prima: «In
quanto a cotesta crisi, vedo che la si
7
interpreta del tutto erroneamente in
Italia. Stia pur sicura che non si tratti
punto di rivoluzione di palazzo […]
ma semplicemente delle inevitabili e
già da lungo tempo aspettate consequenze della malatia mentale del
disgraziato re. Il quale, finalmente
rivelato pazzo, non poté più governare né se stesso, né lo stato. Nessuno però era in grado di prevedere
una fine così tremenda, né mai udita
nelle storie dinastiche. Il popolo qui
osserva un contegno dignitoso e calmo, mentre le camere si sono riunite. Non ci è da temere nulla di sinistro essendo ogni cosa regolata dalle
leggi costituzionali».
Il letterato e politico palermitano Giuseppe de Spuches in una sua
lettera del 1884 ringrazia il marchese per il dono delle appena uscite
Nuove Pagine di cronaca recente. Continuazione della Cronografia contemporanea, specificando «che ho letto
con sommo piacere e profitto, e che
vorrei che fossero lette da quanti regolano i pubblici affari, affinché apprendessero molte massime di morale e di finanza, che purtroppo sembrano da molti dimenticate».
L’erudizione del marchese e il
desiderio di far conoscere le proprie
pubblicazioni traspaiono nell’epistolario quando Cesare Cantù, in
una lettera del 3 luglio 1863, ringrazia per il Medagliere arabo-siculo del
1861 e avendone due copie propone
«anzi in doppio esemplare, uno de’
quali passerei ad una biblioteca a Suo
nome», o quando padre Angelo Secchi, fondatore della spettroscopia
astronomica e direttore dell’Osservatorio Vaticano, ringrazia dei «preziosi volumi di memorie storiche»,
precisando: «La devo ringraziare
8
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
per la favorevole maniera con cui
giudica le cose della corporazione a
cui appartengo».
Il cardinale Angelo Mai, nativo
di Bergamo e considerato noto filologo e bibliofilo (Giacomo Leopardi
nel 1820 gli dedica la canzone Ad Angelo Mai) loda le Opere di Mortillaro
chiamandole «un vero Tesoro di antica filologia, e posso asserire di averlo scorso pagina per pagina con vero
diletto ed ammirazione».
Di Niccolò Tommaseo, sono
presenti nell’archivio Vincenzo
Mortillaro tre lettere, rispettivamente del 1862, 1866 e 1871, che
sono esempio del lungo e continuo
contatto epistolare tra i due, ma soprattutto delle profonde riflessioni
storiche e politiche di Tommaseo:
«L’uno, che, dividendo le coscienze, mal si prepara unità; l’altro, che
unità vera non venne in alcun tempo, e può adesso men che mai, a
nessun popolo, e all’Italia men che
ad altri, dal restringere in una parte
del corpo sociale la vita, in una parte che non n’è né il cuore né il capo,
e non mostra di poter divenire», o
«Questo volume dimostra quanto
nella regione meridionale d’Italia
già si studiasse, e, nell’apparente
divisione, i vincoli intellettuali e
morali fossero meglio conservati e
avuti cari che adesso».
Ancora più che la quantità,
impressiona la qualità dei rapporti
personali di Mortillaro e la rete di
corrispondenze con le più prestigiose istituzioni scientifiche ed
erudite d’Europa. Era in stretto
contatto con il Congrès scientifique parigino, con la Société Géologique de France, con l’Ateneo
Ciéntifico y Literario di Madrid,
con il Museo di Storia Naturale di
Torino e con l’Annuario Geografico Italiano, per citarne soltanto alcune; senza dimenticare una sterminata quantità di istituzioni culturali siciliane di primissimo piano.
Al centro di una fitta rete di
contatti fra le più diverse fazioni e tra
i più distanti campi di attività, Mortillaro intesse rapporti con gli uomini più influenti della Sicilia, dall’aristocrazia alle alte gerarchie ecclesiastiche, studiosi di provincia e giuristi
di grido, diplomatici, letterati e militari. Il suo archivio è dunque una solida fonte per la ricostruzione della
storia della cultura siciliana.
Il cardinale Angelo Mai,
nativo di Bergamo e tra l’altro
considerato noto filologo
e bibliofilo (Giacomo Leopardi
nel 1820 gli dedica la canzone
Ad Angelo Mai) loda le Opere
di Mortillaro chiamandole
nella sua lettera del 17 giugno
1847 “un vero Tesoro di antica
filologia, e posso asserire
di averlo scorso pagina per pagina
con vero diletto ed ammirazione”.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Lettera manoscritta di Giacomo
Leopardi, datata Napoli,
26 luglio 1836 (il cui autografo
le edizioni dell’Epistolario
leopardiano avevano sempre
dato per disperso): “Ho ricevuto
il dono di cui ella mi ha voluto
onorare, e gliene rendo
le maggiori grazie ch’io posso.
Il suo libro a me pare
piacevolissimo per la varietà delle
materie, utile per l’importanza
delle medesime, pieno
di erudizione, pieno di dottrina,
e da proporsi come esempio in
tanta frivolezza di pubblicazioni
di ogni genere. Se gli occhi me
lo consentissero, mi distenderei
maggiormente circa i pregi
de’ suoi Opuscoli: ella si contenti
di queste poche righe, e sia certa
che vengono dall’animo”.
Sopra: ritratto a olio di Giacomo
Leopardi eseguito da Domenico
Morelli
A sinistra: cartelle con le lettere
di Carlo Botta e del duca
di Buckingham
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nella pagina accanto: lettera
autografa di Niccolò Tommaseo
datata 22 marzo 1866: “Questo
volume dimostra, quanto nella
regione meridionale d’Italia
già si studiasse, e, nell’apparente
divisione, i vincoli intellettuali
e morali fossero meglio conservati
e avuti cari che adesso”.
Sopra: l’insigne storico tedesco
Ferdinand Gregorovius,
in una lettera del 23 giugno 1886,
dà una precisa descrizione
della situazione in Baviera,
considerando la morte misteriosa
del re Lodovico II, avvenuta dieci
11
giorni prima: “Stia pur sicura che
non si tratti punto di rivoluzione di
palazzo […] ma semplicemente
delle inevitabili e già da lungo
tempo aspettate consequenze della
malatia mentale del disgraziato re.
Il quale, finalmente rivelato pazzo,
non poté più governare né se stesso,
né lo stato. Nessuno però era in
grado di prevedere una fine così
tremenda”.
A sinistra: lettera autografa
di Cesare Cantù del 3 luglio 1863,
in cui si ringrazia il marchese
per il Medagliere arabo-siculo
del 1861.
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Sopra: lettera autografa del padre
Angelo Secchi (30 agosto 1875),
fondatore della spettroscopia
astronomica e direttore
dell’Osservatorio Vaticano:
“La devo ringraziare per
la favorevole maniera
con cui giudica le cose della
corporazione a cui appartengo”.
Sopra a destra: una
delle numerose lettere
del cardinale Angelo Mai,
presenti nell’archivio epistolare
del marchese Mortillaro.
A sinistra: Giuseppe de Spuches
in una sua lettera del 1884
ringrazia il marchese per il dono
delle appena uscite Nuove Pagine
di cronaca recente.
Continuazione della Cronografia
contemporanea, specificando
“che ho letto con sommo piacere
e profitto, e che vorrei che fossero
lette da quanti regolano i pubblici
affari, affinche apprendessero
molte massime di morale
e di finanza, che purtroppo
sembrano da molti dimenticati”.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: “In tanta frivolezza”
GIUSEPPE MARTINI UNA
CARRIERA DA LIBRAIO
L’
archivio Giuseppe Martini
è stato acquisito dalla Fondazione Biblioteca di via
Senato nel 2010.
Giuseppe Martini (1870-1944)
– contemporaneo di Leo S. Olschki
(1861-1940), di Ulrico Hoepli
(1847-1935), di Tammaro de Marinis (1878-1969) e del direttore della
Libreria Antiquaria Hoepli in quel
periodo, Mario Armanni (18781956) – figura tra i più celebri librai
antiquari italiani della prima metà
del Novecento. Le più note biblioteche del mondo conservano manoscritti e incunaboli con la sua provenienza, e tracce dei libri passati per le
sue mani si ritrovano – sia in forma di
nota manoscritta “Coll. Compl.” per
indicare “collazionato completo”,
sia in forma di ex libris – nei repertori, nei cataloghi dei librai antiquari e
nelle schede delle case d’asta.
Lucchese d’origine, operò tra il
1898 e il 1910 proprio nella sua città
natale, dove pubblicò i suoi primi otto cataloghi, oggi quasi tutti introvabili e con pochissimi esemplari censiti. All’inizio del ventesimo secolo,
Martini si sposta negli Stati Uniti, a
New York, e tra il 1912 e il 1922 pubblica i suoi cataloghi 9-18. Contatti
importanti con il mondo bibliofilo
americano esistevano sicuramente
già prima, visto che nel 1904 la più
nobile associazione bibliofila americana, il Grolier Club di New York,
pubblica il Catalogue of an exhibition of
original and early editions of Italian
books selected from a collection designed
to illustrate the development of Italian
literature, specificando che «for the
material used as the basis of this catalogue the club is indebted to Mr. Joseph Martini». Negli anni compresi
tra la Prima e la Seconda guerra
mondiale, Martini torna in Europa,
stabilendosi a Lugano, dove tra il
1929 e il 1942 pubblica gli ultimi cataloghi 19-30.
L’archivio Giuseppe Martini,
rispecchiandone l’eccezionale carriera di libraio antiquario, consiste
nello schedario personale contenente oltre 7.900 schede autografe per li-
bri a stampa, incunaboli e manoscritti. Comprende anche la copia personale - numerata 1 su 300 - del Catalogo della libreria di Giuseppe Martini
compilato dal possessore. Da servire come
saggio per una nuova bibliografia di storia e letteratura italiana. Parte prima
incunaboli (Milano, Hoepli, 1934),
che descrive nei dettagli 405 incunaboli, e i due volumi dell’asta che Martini organizzò nel 1934 e 1935 con le
sue valutazioni manoscritte del materiale esposto (Bibliothèque Joseph
Martini. Première partie e deuxième
partie, Milano 1934 e Ginevra 1935).
Lo schedario viene raggruppato in ordine alfabetico (normalmente per autore). Ogni scheda contiene
la trascrizione diplomatica del titolo
e delle note tipografiche, a cui si aggiunge una minuziosa collazione e la
segnalazione di eventuali illustrazioni e di diversi repertori, oltre a una
dettagliata descrizione bibliografica
che fa capire come Martini «fut vraiment l’homo bibliographicus», con un
apparato «si élaboré, le raisonnement si convaincu, qu’on peut difficilement s’y opposer […] Il donne les
détails les plus minutieux avec une
précision absolue et il parle des auteurs, qu’elle qu’en soit l’époque,
comme de ses contemporains» (Introduzione di Mario Armanni, Bibliothèque bibliographique, Vente aux
14
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
enchères à Genève, salle Kundig, 1946,
p. 5). Similmente viene ricordato in
un articolo su La Bibliofilia, indicando che «per lui la ricerca bibliografica non si esauriva mai con gli scopi
pratici ai quali essa avrebbe dovuto
mirare. Ne conseguiva che i suoi cataloghi, modelli di precisione, avevano un carattere erudito tutto speciale
e parevano diretti più a una ristretta
cerchia di studiosi che non ad una
folla di compratori [...] Le conoscenze bibliografiche del Martini si irraggiavano in tutte le direzioni dello scibile, ma egli eccelleva particolarmente in quelle attinenti agli incunaboli, alla letteratura italiana e ai manoscritti» (La Bibliofilia XLVII,
1945, p. 128).
Impressiona la ricchezza del
materiale illustrato nelle schede.
Una descrizione di sei pagine mette
in rilievo un eccezionale manoscritto
su pergamena Thesauro di cavalli (o
Libro di Mascalcia) di Bonifacio di Calabria, probabilmente eseguito «in
the South of Italy, possibly Naples,
or the province, towards the middle
of the 14th century, and very likely in
the year 1345». Martini indica che il
manoscritto contenente 8 disegni a
piena pagina e 151 a metà pagina è
«apparently the earliest known manuscript, at least in its Italian translation, of this very important treatise of
farriery, and with all probability the
only one known with pictures».
Anche la provenienza si rivela
celebre, considerando la nota manoscritta («Questo libro si e del magnifico et generoso cavaliere M. Gioan
Maria dalla Salla alias ditto M. Ponteghino magistro de stalla del Illustrissimo et Excellentissimo Signore
D. Alfonso Estense Duca de Ferra-
ra») e il fatto che nel ’600 si trovò nella biblioteca del giurista napoletano
Giuseppe Valletta (1636-1714), come viene censito nel tomo XXIV del
Giornale Storico dei Letterati d’Italia.
L’erudizione assoluta e la conoscenza profonda di Martini traspaiono da tutte le schede. Per la prima edizione del raro Trattato di scientia d’arme del milanese Camillo
Agrippa (Roma, Blado, 1553) si legge «First Edition, and perhaps the
most beautiful book from the press
of Blado. The illustrations have been
ascrive to a pupilo of Marcantonio
Raimondi; but Torquato Tasso, who
was an authority on matters of chivalry and duelling, and who was in a
position to know something about
this book, had written on the title page of his copy, afterwards owned by
the well known bibliographer and
bookseller Molini, le figure intagliate
da Michelangelo Buonarroti». Per la
mitica Ventisettana del Decamerone,
elenca numerose varianti e rivela che
«nella Libreria Melzi esisteva il solo
esemplare conosciuto impresso in
carta grande, già appartenuto a Girardot de Prefond, Gaignat e P. A.
Haurott, poi passato in mie mani, ed
ora nella biblioteca del fu principe
Piero Ginori Conti di Firenze».
A proposito della prima edizione secentesca della Divina Commedia
(Padova, 1613), leggiamo che la copia fu l’«esemplare proveniente dalla
biblioteca di George John Warren
Vernon, quinto barone Vernon. I disegni a penna sulla copertina mostrano chiaramente la maniera di Dante
Gabriel Rossetti, e con tutta probabilità sono suo lavoro; sappiamo
inoltre che Lord Vernon era amicissimo del Rossetti, il quale come segno di amicizia reciproca gli avrà abbellita la legatura del Dante». Si ag-
giunga che Vernon fu il massimo collezionista dantesco dell’Ottocento.
L’incunabolo Prognostico per il
1482/83 di Girolamo Manfredi,
stampato presumibilmente a Bologna per Henricus de Colonia nel
1483 (presente anche nel Catalogo
della Libreria di Giuseppe Martini, Incunaboli, scheda 245), si rivela l’unica
copia conosciuta al mondo con, nella
scheda, l’indicazione manoscritta
«Apparently the only known copy of
this edition witherto undescribed».
L’esemplare, in seguito passato nel
possesso del famosissimo libraio antiquario newyorkese Hans P. Kraus,
viene censito oggi nell’Incunable
Short Title Catalogue della British Library sotto «Martini-Kraus copy».
Alla descrizione della prima
edizione commentata della Divina
Commedia, stampata nel 1477 a Venezia da Vindelino da Spira (numero
144), legata in marocchino rosa da
Bredford, corrisponde la scheda manoscritta: «Folio, rose marocco, […]
by the well known English binder
Francis Bredford”. Oltre alla copia in
legatura di Bredford, lo schedario riporta altre due copie della stessa edizione, una in “late 16th century Italian binding in vellum. a very fine and
large copy” e una in “18th century
Italian vellum binding».
Martini cita con grande agio
repertori sei-settecenteschi, miniere
di informazioni utili, oggi purtroppo
spesso dimenticati a favore di repertori più moderni.
Per esempio in una scheda sull’incunabolo Liber de homine, Libro
del Perchè (Bologna, Ugo Rugerius
and Doninus Bertochus, 1474) del
già citato medico e astrologo bolognese Girolamo Manfredi (1430-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
1493), cita l’opera settecentesca di
Johann Albert Fabricius, Bibliotheca
Latina (Padova, 1754) che contiene
cenni sulla biografia dell’autore. Per
quanto riguarda la vita del bresciano
Domenico Mantova, indica l’opera
di Ottavio Rossi, Elogi historici di bresciani illustri (Brescia, 1620).
Molti anche i repertori e le fonti anglosassoni, chiara traccia dell’importanza del soggiorno americano nella sua vita professionale. Del
resto, una gran quantità di schede sono redatte in inglese.
Oltre alla descrizione generica
dell’edizione, le schede contengono
informazioni sull’esemplare, la legatura e la provenienza, e molto spesso
sui prezzi d’acquisto o vendita. Il tema del prezzo aiuta nell’ambito di ricerche sulla valutazione storica dei
libri. Sicuramente le schede erano
destinate a essere inserite almeno
parzialmente nei libri in vendita
presso la libreria antiquaria.
Le schede sono vivo esempio di
descrizioni ricche di dettagli importanti. Ad esempio nel commento sulla princeps di De gli Hecatommithi di
Giovanni Battista Giraldi (Mondovì,
Leonardo Torrentino, 1565), nella
scheda manoscritta di sei pagine, aggiunge un interessante dettaglio sull’impresa tipografica usata da Leonardo Torrentino: «L’impresa dell’elefante assunta dallo stampatore
Leonardo Torrentino è probabilmente un’allusione all’altra dell’elefante in mezzo al gregge portata da
Emanuele Filiberto duca di Savoia, il
quale volendo fondare un’università
o accademia a Mondovì, aveva chiamato i Torrentino per stabilirvi una
tipografia».
La copia descritta in una «legatura eseguita da Riviere di Londra» è
15
proprio quella conservata presso la
nostra biblioteca. Oltre a un esemplare della più piccola Divina Commedia mai stampata (Salmin e Hoepli
1878), Martini possedeva un esemplare della limitatissima tiratura del
1879 (Milano, Ulrico Hoepli […]
con 30 fotografie eseguite sui disegni
di Francesco Scaramuzza […]
«Esemplare N. Di questa edizione
illustrata del DANTINO esistono
cinquantuno esemplari numerati
portanti la firma di [lettera cancellata]» [manca il numero dell’esemplare e la firma – parole cancellate – che
dovevano essere apposti da Hoepli];
Medesima edizione della precedente, ma coll’occhietto e il frontespizio
ristampati e l’aggiunta di 2 altre cc.
contenenti la dichiarazione del [alcune parole cancellate] degli esemplari pubblicati colle fotografie e
l’indice di queste».
16
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Nella pagina precedente:
descrizione della più piccola
Divina Commedia mai stampata
(Salmin e Hoepli 1878)
della limitatissima tiratura
con “30 fotografie eseguite
sui disegni di Francesco
Scaramuzza”.
Sopra: per la mitica Ventisettana
del Decamerone di Giovanni
Boccaccio (Firenze, Giunta, 1527)
Martini elenca numerose varianti
(“di questa edizione esistono
due varieta di esemplari,
cosa rimasta fino ad ora ignota
ai bibliografi”) e rivela che
“nella Libreria Melzi esisteva
il solo esemplare conosciuto
impresso in carta grande,
già appartenuto a Girardot
de Prefond, Gaignat
e P. A. Haurott, poi passato
in mie mani, ed ora nella
biblioteca del fu principe Piero
Ginori Conti di Firenze”.
A sinistra: le più note biblioteche
del mondo conservano manoscritti
e incunaboli con la provenienza
di Giuseppe Martini, e tracce
dei libri passati per le sue mani
si ritrovano – spesso in forma
di un suo ex libris (accanto quello
allegorico, eseguito probabilmente
su disegno di Domenico Martini)
– nei repertori, nei cataloghi dei
librai antiquari e nelle schede
delle case d’asta.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Continuazione della descrizione
di quattro pagine della
Ventisettana di Boccaccio,
in cui si indicano altre varianti.
A destra: l’erudizione assoluta
e la conoscenza profonda
di Martini traspaiono dalla
descrizione del raro Trattato
di scientia d’arme del milanese
Camillo Agrippa del 1553: “It is
very improbable that the
engravings are by Michaelangelo
himself, but he must have
furnished the designs, as in some
there is much of his manner and
strength”.
17
18
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Scheda manoscritta che descrive
la prima edizione commentata
della Divina Commedia del 1477.
Una gran quantità di schede
non sono redatte in italiano,
ma in inglese, chiara traccia
dell’importanza del soggiorno
americano nella vita professionale
del libraio antiquario.
A sinistra: la scheda del manoscritto
su pergamena Thesauro di cavalli
(o Libro di Mascalcia) di Bonifacio
di Calabria, probabilmente eseguito
nel 1345, e appartenuto
“al magnifico et generoso cavaliere
M. Gioan Maria dalla Salla
alias ditto M. Ponteghino magistro
de stalla del Illustrissimo
et Excellentissimo Signore D. Alfonso
Estense Duca de Ferrara”.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
19
20
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
ANGELO SOMMARUGA,
L’EDITORE GIRAMONDO
A
ngelo Sommaruga, editore
della Cronaca Bizantina, nasce a Milano il 23 dicembre
del 1857 nella centralissima via Cerva, in una famiglia dedita al commercio del carbone e del legname. A 18
anni il padre gli trova lavoro come
impiegato in una miniera vicino a
Cagliari, ma ciò non gli impedisce di
frequentare con successo il mondo
letterario e artistico che, all’indomani dell’Unità d’Italia, si va organizzando nella “metropoli” meneghina.
In un breve lasso di tempo,
fonda e dirige alcuni giornali: La
Farfalla, il Brougham e la Rivista Paglierina, tutti ricchi di eleganza e
buongusto. La Farfalla, il più importante, stampato a Cagliari e poi a Milano [con testata disegnata da Tranquillo Cremona], riunisce sulle proprie colonne molti giovani scrittori
che si stanno affermando, quasi tutti
collaboratori gratuiti: il fedelissimo
Papiliunculus (Cesario Testa), Remigio Zena, Primo Levi, Cletto Arrighi, Felice Uda, Antonio Ghislanzoni, Felice Cavallotti, Ferdinando
Fontana, Lorenzo Stecchetti, Ottone Baccaredda, per citare i maggiori.
Indebitato per la gestione del
giornale e della vita spensierata che
conduce a Milano, deve cedere la te-
Da qui la nascita della famosissima e apprezzatissima rivista Cronaca Bizantina, che in brevissimo
tempo fu pronta. I collaboratori premevano alle porte per scrivere.
L’ambiente politico e letterario era
favorevole per essere coinvolto, ma
anche sconvolto.
stata ai fratelli Bignami, e a quel punto intuisce che la vita culturale milanese è ormai stagnante per lui: pensando senza modestia a un futuro da
grande editore, si reca a Roma.
Quando arriva nella Capitale,
nella primavera del 1881, ha 24 anni
e con sé poche cose: una lettera di
presentazione di Carducci, conosciuto poco prima passando da Bologna, qualche biglietto da mille e soprattutto la certezza di diventare il
più grande editore italiano. Lo sorregge inoltre un’intuizione che si rivelerà strategica: per essere un grande editore avrebbe dovuto avere una
rivista o un giornale che promuovesse i suoi titoli e i suoi autori.
Il giovane editore Sommaruga
ha poi il gran fiuto di capire, tra i primi in Italia, il valore della pubblicità;
la copertina della Bizantina – un
quartino a sé – è infatti piena di pubblicità delle sue edizioni, pubblicate
o in corso di stampa, e addirittura di
quelle che non venivano poi neanche stampate. Oltre alla pubblicità
editoriale, riempie queste sottili pagine gialle o azzurrine con réclame
d’ogni genere: dalla fiaschetteria all’albergo, dall’ottico ai bagni pubblici, dai cosmetici alle pillole per
rassodare il seno, ogni articolo, ogni
negozio e stabilimento trova decantate le proprie virtù in piccoli e divertenti racconti o filastrocche. Così
i suoi libri cominciano a diffondersi.
Gli editori concorrenti, quelli
di fama come i fratelli Treves, il Barbèra e lo Zanichelli, si preoccupano:
i loro autori sempre più in massa si
muovono verso i tipi sommarughiani. Anche il candido Edmondo de
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Amicis tradisce per la nuova sigla il
vecchio amico Emilio Treves, consegnando ad Angiolino il suo Alle
porte d’Italia, libro che, nonostante il
parere contrario di Carducci – che
chiama l’autore di Cuore «Emondo
dai languori» – ha grande successo e
numerose edizioni.
Se il rapporto con Carducci,
suo mentore e principale sostenitore, è improntato sin dall’inizio a una
amicizia sincera da parte del Poeta e
a una devozione filiale da parte di
Sommaruga, diverso è il rapporto
che l’editore ha con Gabriele d’Annunzio, che arriva in redazione alla
Bizantina a 18 anni. Ha già pubblicato presso un modesto tipografo di
Chieti un libro, Primo Vere, a spese di
don Francesco, il padre, e Chiarini
l’ha appena salutato come l’astro nascente della lirica italica.
I giovani collaboratori bizantini vedono subito in lui un fratello ma
anche un modello; tra tutti, Scarfoglio ne diviene ardente difensore.
D’Annunzio è consapevole della sua
bravura, è conscio di quale potrebbe
essere il suo futuro e già sa vendersi
come un grande scrittore. Del pari è
un accorto agente di se stesso, badando alle percentuali e stilando i
contratti con abilità di provetto avvocato. Nelle lettere al Sommaruga
[oggi conservate nella Biblioteca di
via Senato], fissa con avara lucidità i
prezzi delle sue collaborazioni: un
tanto a sonetto, un tanto a novella…
altro che quello che andava proclamando, di essere pochissimo esigente e di scrivere per la Bizantina in
cambio di scatole di biscotti e cesti di
fiori freschi.
Gabriele scrive per il giornale
sommarughiano versi, prose e anche
cronache mondane. La pubblicazione di Intermezzo di rime, che aveva
indignato il buon Chiarini, suo primo recensore – dando poi corso alla
polemica cosiddetta della “verecondia”, cui parteciparono Nencioni,
Panzacchi e Luigi Lodi –, di fatto accresce il suo fascino nei salotti mondani. Il poeta li frequenta assiduamente per trarne spunti vivaci e piccanti, e per farsi ammirare dalle signore del bel mondo; alla fine saranno queste che lo cercheranno per invitarlo, bramose di leggere poi sulla
Bizantina la descrizione delle loro
toilettes o curiose di vedere con quale
aggettivo le avrebbe dipinte il giovane scrittore.
In Sommaruga, da principio
egli vede un amico fraterno, poco
più vecchio di lui, con il quale, all’occasione, confidarsi; gli chiede gentilmente di comprare dei fiori per il
compleanno della madre, di cercare
di tenere a bada lo scandalo intorno
alla sua fuga e al conseguente matrimonio con Maria Gallese di Hardouin, di pagare eventuali creditori,
fossero a Roma o a Parigi.
La rottura però si ebbe nell’estate del 1884, dopo la pubblicazione del Libro delle Vergini. Il Poeta
scrive all’editore annunciandogli
che il libro contiene pagine caste e
miti accanto ad altre di un’audacia
inusitata: «La scena si svolge tra un
bordello e una chiesa, tra l’odore
dell’incenso e il lezzo del fradiciume». Sommaruga sceglie, non si sa
se per non aver letto bene il manoscritto o di proposito, una copertina
brutta e volgare con tre donnine nude in atteggiamento equivoco, certo
non dello stesso livello di quelle delle altre sue pubblicazioni, con un disegno adatto invece a un tipo di editoria volgare e sconcia (tanto che fu
21
riusata da un tipografo napoletano
per un libro del cavalier Marino,
Notti di piacere, libro poi sequestrato
e processato per oscenità).
Sommaruga acquista anche la
mtica Domenica Letteraria, diretta da
Ferdinando Martini prima e da Ermete Zanghellini dopo; ma l’immaginifico editore non si ferma qui,
fondando un giornale molto raffinato, il quotidiano politico-liberale
Nabab, che doveva essere il Figaro
italiano, il giornale «più letterario,
meglio informato, più vario di quanti siano stati fatti finora in Italia».
Diretto da Enrico Panzacchi, vi collaborano Navarro della Miraglia,
Masi, Colautti, Ragusa Moleti e altri. Nonostante la «magnificenza tipografica», ha vita breve, risucchiato dal vortice delle vicende sfortunate del suo editore.
Di lì a poco, sottovalutando
l’infausto effetto di essere l’editore
delle Forche Caudine – giornale diretto da Pietro Sbarbaro, personaggio
controverso, polemico politico antimonarchico –, Sommaruga va incontro a una penosa serie di disavventure giudiziarie che lo getteranno sul lastrico.
Infatti, per togliersi di mezzo
l’indisponente Sbarbaro che col suo
giornale rischiava di scoperchiare
scandali politici imbarazzanti, l’intero Parlamento decide di sbarazzarsi del suo editore.
Segue un processo che coinvolge l’intero mondo artistico e letterario, chiamato a testimoniare
contro Sommaruga. Nonostante le
imputazioni vengano smontate dalle
dichiarazioni dei testimoni, Sommaruga viene condannato in via definitiva a sei anni di carcere e a una
22
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
multa. Mentre è in libertà provvisoria, il giovane, ormai ex-editore, riesce a fuggire, partendo da Genova
alla volta del Sud America.
Non ha soldi con sé, ma un
baule pieno di quadri che gli aveva
regalato l’amico Francesco Paolo
Michetti: questo baule si rivelerà per
lui un tesoro permettendogli di iniziare una nuova vita.
Angelo Sommaruga, infatti,
giunge a Buenos Aires dove apre una
libreria italiana; pubblica qualche
classico della nostra letteratura e una
fortunata guida alla città e all’Argentina per gli emigranti italiani in cerca
di fortuna; non pago di quanto gli è
appena accaduto a Roma, fonda un
giornale quotidiano, La Patria Italiana, e poi un’altra rivista, il Periodico de los Niños. Ha appena 29 anni, ma
ha già l’esperienza – e, forse, la cinica
amarezza – di un uomo maturo.
Probabilmente incontra alcune difficoltà, ma di questo periodo
non si sa molto. Si sa, dai documenti
e dalle lettere tra lui e Michetti [anch’esse conservate alla Biblioteca di
via Senato] che incomincia con successo a commerciare in quadri, spostandosi in tutto il Sud America,
molto spesso a Valparaiso, comprando alle aste di Parigi e rivendendo alla ricca borghesia locale.
Incerto è l’anno del ritorno in
Europa: probabilmente è il 1890
quando arriva a Parigi. Qui apre una
galleria d’arte che agli inizi del Novecento è nominata come una delle
più belle della capitale francese.
Negli anni Trenta diventa un
importante mercante d’arte, rivalutando e proponendo pittori fino ad
allora dimenticati, come Zandomeneghi e De Nittis.
Il Fondo Sommaruga della Biblioteca di via Senato comprende,
oltre a tutto il pubblicato della Cronaca Bizantina – copia appartenuta
all’editore, su carta di lusso – e all’edizione completa delle Forche Caudine (collezione difficile a reperirsi per
i continui sequestri e le quotidiane
censure della polizia), tutte le edizioni della casa editrice di Angelo
Sommaruga, alcuni volumi della sua
biblioteca personale e le carte superstiti del suo archivio.
Tali carte – per lo più lettere e,
nel caso di Carducci, bozze corrette
dagli autori – sono rese ancora più
preziose dalle vicende che le hanno
portate in Argentina, poi a Parigi, e
ancora in Italia.
Le lettere provengono da una
novantina di diversi corrispondenti,
molti dei quali gli scrivono durante
l’epoca della Cronaca Bizantina. I nomi sono quelli che ricorrono nel catalogo editoriale e sulle colonne della rivista: i già citati Carducci e d’Annunzio, ma anche Dossi, De Amicis,
Guerrini, Faldella, Contessa Lara,
Ferdinando Fontana, Leone Fortis e
molti altri.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
23
Carlo Dossi. Lettera
a Angelo Sommaruga.
Datata 8 dicembre 1882
«Editore mio, nel segnarti
ricevuta delle lire 30 da te
rimessemi jeri qual prezzo del
capitolo “Les Gueux” [Anno
II, vol. III, n. 12 – 1 dicembre
1882, p. 89] apparso sulla
Cronaca Bizantina del mese
scorso, approvo e confermo
quanto fu pattuito fra te e
Luigi Perelli per la riedizione
della Colonia Felice e dei
Ritratti umani dal calamajo
di un medico, nonché pei
bozzetti che io offrii alla
suaccennata rivista tua […]
Carlo Dossi. Lettera
a Angelo Sommaruga.
Datata R.[oma] 2 luglio 1883
«Carissimo, i tuoi servitori
non mi hanno voluto
annunciare a te, dicendo
che eri occupato col barone
De Renzy […] D’oggi innanzi
i nostri rapporti
continueranno, ove occorre,
per via d’avvocato. Carlo
Dossi»
Carlo Alberto Pisani Dossi
[1849-1910] grande scrittore,
scapigliato della prima ora,
conosceva bene Sommaruga,
sin dai tempi del “Brougham”
e della “Farfalla”, le riviste
sommarughiane del periodo
milanese. Le due lettere
segnano la sua breve
collaborazione con la Casa
editrice che pubblicherà le
ristampe di Colonia felice
[1883] e dei Ritratti umani
[1883].
24
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Sopra: Gabriele d’Annunzio
Senza data [estate 1884]
« […] Voi avete mancato verso
di me doppiamente; non mandandomi
a vedere il disegno prima della
pubblicazione, e disonorando il mio
libro con quella porcheria. […]
Non venite a incepparmi il passo con
la vostra réclame rovinosa! Non fate
credere ch’io sia d’accordo con voi nel
richiamare il pubblico a colpi di gran
cassa dinanzi a un quadro plastico!
Il mio libro sia semplicissimo. Abbia
una copertina bianca col nome mio e
col titolo; nulla più». Con questa lettera
finisce l’amicizia con d’Annunzio
[1863-1938] che Sommaruga conosce
quando diciottenne arriva a Roma.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
25
Sotto: Giosuè Carducci
Datata Bologna 15 giugno 1881
«Caro sign. Sommaruga, Il fascicolo
primo di Bizantina è bellissimo […]»
L’avallo di Carducci [1835-1907]
è decisivo perché Sommaruga attui
l’audace progetto di fondare una casa
editrice e una rivista che la sostenga.
E il Poeta vuole bene a questo giovane
intraprendente e sfrontato, da quando
l’incontra la prima volta; dopo
il famoso processo, quando,
abbandonato da tutti, l’editore fugge,
è ancora il vecchio poeta, solo,
ad andare alla stazione, sotto
una furiosa nevicata, per salutarlo
e dirgli «Si ricordi che io le voglio
sempre un po’ di bene».
26
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
VINCA SORGE DELFICO,
LETTRICE DANNUNZIANA
Vi ringrazio tanto del libro che
mi mandaste. L’ho letto con avidità, ed
è stato per me un gusto finissimo legger
il vostro romanzo, anzi troppo intenso.
[…] Ma perché scrivete voi
di questi libri?... Un giorno dovrete
renderne conto a Dio; io ve lo dico.
E come farete allora? […]
Voi siete Andrea Sperelli, vi siete
ricopiato in ogni minima piega
dell’animo, altrimenti con la sola
immaginazione come avreste potuto
concepire un tale personaggio? Il vostro
eroe sarebbe stato inverosimile! – Io
non so capire come siete voi, chi vi ha
traviato così… Come potete scrivere
perennemente in un’atmosfera
corrotta… Io non so capire…
Donna Vinca Sorge Delfico
a Gabriele d’Annunzio,
minuta di una lettera non inviata,
datata Nereto, 21 maggio ’89
C
osì donna Vinca Delfico De
Filippis [1861-1911] accoglie Il Piacere, inviatole pochi
giorni prima da Gabriele d’Annunzio; lo legge nel suo eremo a Nereto,
vicino Teramo, in Abruzzo. Lei, figlia di Filippo Delfico (patriota risorgimentale, come il fratello Troiano) e nipote del noto filosofo illuminista Melchiorre Delfico, è moglie di
Simone Sorge, proprietario terriero.
strate nelle cronache mondane dell’epoca (anche in quelle dannunziane), fanno sensazione: gli uomini
portano in suo onore un fiore di pervinca all’occhiello, affascinati dalla
sua freschezza e dalla sua raffinata
eleganza» [così Paola Sorge, nipote
della signora, riporta nel suo Sogno di
una sera d’estate. D’Annunzio e il Cenacolo Michettiano, Chieti, Ianieri
Editore 2004].
La figura di donna Vinca rimane una delle più importanti in quello
scorcio di fine Ottocento per lo sviluppo dell’attività letteraria e artistica di tutto l’Abruzzo.
La sua «bellezza selvaggia»
colpisce di certo molti intellettuali
che non riescono a sottrarsi al fascino di questa donna colta e gentile che
con il suo sguardo illumina le riunioni del cenacolo letterario e artistico
tenute nel Convento di proprietà di
Francesco Paolo Michetti a Francavilla a Mare: il pittore, anch’egli ammaliato dalle sue grazie, la ritrae più
volte in quegli anni Ottanta dell’800.
«Le sue apparizioni ai concerti
estivi e alle feste di Francavilla, regi-
Ma è soprattutto d’Annunzio
che si invaghisce di lei e lo dice apertamente; è lui che sin dai 16 anni
l’ammira e la segue con lo sguardo:
«…Ero un fanciullo e camminavo
lungo la riva del mare alla ventura,
con la vaga speranza d’incontrarvi.
Sono un uomo corrotto dalla esperienza della vita, provato dal dolore,
e tendo le braccia verso di voi come
verso la mia chimera più desiderabile. Che avete voi? Qual segreta attrazione è ne’ vostri occhi varianti come
un’acqua profonda che chiuda in sé
strani tesori?», le confessa in una lettera del settembre 1888.
È ancora lui che «colpito da
quel nome rarissimo “il nome di un
fiore cupo e vellutato che cresce all’ombra delle siepi” – la pervinca», lo
impone «al personaggio di una sua
novella, Favola sentimentale, entrata
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
poi a far parte della raccolta Il libro
delle vergini. Ma curiosamente, Vinca De Rosa, l’avvenente e decisamente sexy zia di Cesare, che conquista cinicamente il nipote e fa morire di crepacuore la sua innamorata,
Galatea, è l’opposto della riservata e
religiosissima sposa di Simone che si
ritrae costantemente di fronte alle
avances del poeta» [P. Sorge, op.cit.].
Sempre il Poeta ricorderà poi
le discussioni, i giochi, i canti e i sogni di quegli incontri (che spesso avvengono a Nereto, ospiti di casa Sorge) e nelle lettere che le invia cercherà di rievocare i giorni la cui «“memoria sarà assai lunga e assai dolce in
tutti”, le serate passate ad ascoltare
gli “incantesimi vocali” di Tosti, il
mago di Francavilla, le passeggiate
per la Via Larga, fuori di Nereto, le
lunghe chiacchierate “sotto la pergola già carica di grappoli”».
Assieme a d’Annunzio e a Michetti, vi parteciperanno Francesco
Paolo Tosti, Vittorio Pepe, Carmelo
Errico, Alfonso Muzii, lo scultore
Costantino Barbella «che “passa le
giornate intere nell’aer perso della
fonderia” e Guido Boggiani, “pronto a partire per l’America dove va a
cercar la fortuna e a trovar mogli belle e ricche alli amici brutti e poveri”»
(Boggiani, pittore, si distinse anche
come valente esploratore in America
meridionale, dove fu ucciso dagli indios Chamacoco, che avendolo ospitato per lungo tempo, non condividevano alcune sue idee).
Però donna Vinca, come abbiamo visto, rimane sconvolta dalla
lettura de Il Piacere e attraverso questa conosce l’amico sotto una luce diversa. Se pure d’Annunzio continuerà a frequentare con Michetti la casa
dei Sorge ancora negli anni seguenti,
sino al 1894, e continuerà imperter-
rito nel suo corteggiamento, non ci
sarà più l’affiatamento dei primi
tempi. Se tra loro non fu mai vera
rottura, da parte di Vinca vi fu un
continuo dibattersi tra l’ammirazione per lo scrittore e la disapprovazione per l’uomo dissoluto.
Nel 1910, Vinca Sorge si ammala di una malattia che neanche il
celebre luminare della medicina di
allora, Augusto Murri, riesce a riconoscere e muore nel maggio dell’anno successivo, confortata dall’affetto
del marito e dei suoi sette figli.
Il Fondo dannunziano Sorge
Delfico, nato dai libri dedicati dal
Poeta a donna Vinca e accresciuto
notevolmente dalla nipote Paola
Sorge [1930-2007], infaticabile collezionista delle opere del Vate, è stato acquisito dalla Fondazione Biblioteca di via Senato nel 1999.
Consta di oltre 800 volumi
(opere di Gabriele d’Annunzio, riviste con le sue collaborazioni, compresa Cronaca Bizantina, e testi scritti
su di lui), più l’importante manoscritto Sur une image de la France croisée peinte par Romaine Brooks, scritto
nel marzo 1915.
Il manoscritto consta di 6 carte
non numerate (cm.27x22,5) con filigrana “Per Non Dormire”, più una
tavola fotografica che riproduce il
quadro della pittrice americana Romaine Brooks (1874-1970), dove
l’attrice e ballerina Ida Rubinstein è
ritratta in veste di infermiera. I sonetti di d’Annunzio vengono pubblicati su Le Figaro del 5 marzo 1915,
insieme a una lettera indirizzata ad
Alfred Capus, e vengono ristampati
su Il Giornale d’Italia il 1º settembre
dello stesso anno. I 4 sonetti sono poi
stampati, in facsimile di autografo, in
27
un opuscolo destinato a finanziare
gli interventi della Croce Rossa francese sui campi di guerra: questo facsimile d’autografo inaugurerà una
vera e propria moda dannunziana.
Il nostro manoscritto è rilegato
in piena pelle a grana grossa, di color
blu con una croce rossa in pelle inserita al centro del piatto anteriore; la
riproduzione del quadro è posteriore, su carta Agfa, probabilmente inserita dalla Sorge.
La Brooks è citata nelle Faville
del maglio, con un curioso gioco di
parole in inglese: «Ella diceva ridendo, per grazioso gioco di parole sul
suo casato: – Do not fish the moon in
the brook – Non cercate di pescare la
lune nel ruscello» (Guabello, Raccolta dannunziana, Biella 1948, p. 161].
Come abbiamo ricordato sopra, uno dei volumi più importanti
presenti nella raccolta è quello della
prima edizione de Il Piacere (Milano,
Fratelli Treves, 1889), che donna
Vinca non apprezzerà e anzi deplorerà come esempio della malvagia e
dissoluta natura del Poeta.
Il volume reca la dedica autografa di d’Annunzio alla prima carta
– «A donna Vinca Sorge ricordo affettuoso di Gabriele d’Annunzio.
Maggio 1889» – ed è ricoperto dalla
carta con cui era stato confezionato
per la spedizione; al piatto anteriore
riporta tre francobolli e la dicitura
«A donna Vinca Sorge | Nereto |
prov. di Teramo | (Abruzzi) | (un libro)», autografa del Poeta.
All’interno una mano ignota
scrive «Gran miseria del Secolo Illuminato»; probabilmente si tratta del
giudizio rapido ma perentorio della
signora Vinca, che aveva visto specchiarsi nella dissolutezza di Sperelli
28
la mentalità malata di d’Annunzio.
La prefazione-dedica del volume a
Francesco Paolo Michetti è datata
«Dal Convento, secondo Carmine,
1889», mentre la data in fine al romanzo è «Francavilla al Mare: luglio-dicembre 1888».
Altro volume importante è
quello della prima edizione, su carta
normale (ne esiste una di lusso, su
carta a mano forte, di 100 copie, con
copertina in pergamena), di Giovanni Episcopo, edito a Napoli da Luigi
Pierro nel 1892. Alla prima carta, la
dedica: «A donna Vinca si ricorda
Gabriele d’Annunzio e Ciccillo Michetti la saluta tanto tanto, 21 gennaio 92, Napoli».
Il primo libro che d’Annunzio
dedica e invia a donna Vinca è Isaotta
Guttadauro, stampato a Roma da La
Tribuna nel 1886. La dedica recita
«A donna Vinca Delfico-Sorge
umilmente Gabriele d’Annunzio.
Agosto, ’87». Michetti, nel 1894, le
invierà poi un volume dell’amico, il
Trionfo della Morte, edito a Milano
dai Fratelli Treves; la copia porta
stranamente l’indicazione di seconda edizione, ma con la data del 1894:
le edizioni di quell’anno recano solo
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
l’indicazione del migliaio. La dedica,
meno partecipe delle precedenti, dice: « Alla gentile Comare Vinca. Michetti. 12 giugno ’94».
Molto importanti dal punto di
vista bibliografico, sono, nel fondo,
quelle edizioni che paradossalmente
sembrano meno interessanti, cioè
quelle che Guabello definisce «le
gloriose edizioni napoletane»: sia
quelle degli anni ‘90 dell’Ottocento,
sia quelle successive, per la maggior
parte non autorizzate, dei primi anni
del Novecento.
Napoli in quel voltare di secolo
è all’avanguardia in campo culturale;
Scarfoglio e sua moglie, Matilde Serao, vi fondano due importanti quotidiani: il Corriere di Napoli e poi il
Mattino. E il nostro Poeta, che versava fino ad allora in cattive acque finanziarie, anche grazie a loro e alle
loro conoscenze, vi trova ampio respiro e sostentamento, collaborando
sui giornali napoletani, affermandosi anche presso gli editori della città,
Ferdinando Bideri e Luigi Pierro.
Ma soprattutto, ciò che si
stampa a Napoli ha una larga eco an-
Gabriele d’Annunzio
Manoscritto di Sur une image de
la France croisée peinte par
Romain Brooks
Datato Parigi, 5 marzo 1915
Contiene 4 sonetti. Pubblicato
nello stesso giorno da “Le
Figaro”, viene poi stampato sotto
forma di opuscolo e messo in
vendita per finanziare
l’intervento della Croce rossa
francese sui campi di guerra.
La pittrice Romain Brooks [18741970] al momento ha una
relazione con d’Annunzio ma
contemporaneamente anche con la
donna ritratta nel quadro che
diede l’ispirazione per i sonetti,
l’attrice e ballerina d’origine
russa Ida Rubinstein. Per
l’attrice, d’Annunzio ha già
scritto il Martyre de Saint
Sebastien, rappresentato a Parigi
il 12 maggio 1911, dove, con
grande scandalo, la Rubinstein
impersona il santo.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
29
che all’estero. Guabello racconta:
«Da Napoli spiccò il volo la rinomanza internazionale di d’A. Ecco
come: Georges Hérelle abbonato al
Corriere di Napoli vi scorse nel dicembre 1891 un singolare romanzo, se
ne innamorò e concepì il disegno di
tradurlo in francese per farlo conoscere ai compatrioti. Il romanzo era
l’Innocente, e prima ancora che uscisse in volume in Italia (aprile 1892) fu
letto in Francia tradotto, sul giornale
Le Temps, tra i consensi ammirati della critica dove militavano dei Dechamps e dei Brunetière. Dopo di allora ogni nuovo romanzo del nostro
scrittore fu disputato come una primizia dai vari cotidiani e riviste parigine, mentre le traduzioni delle varie
opere si susseguivano in tutte le lingue europee (ad eccezione della russa, greca, portoghese) ed in americano» [Guabello, op. cit., p. 51].
Altro documento importante è
la raccolta pressoché completa del
Bollettino ufficiale del Comando di
Fiume d’Italia, edito nel 1920; la collezione permette di conoscere da vicino molte vicende dell’impresa fiumana e riporta numerose testimonianze scritte dal Poeta condottiero.
I testi del Fondo Sorge Delfico
si intrecciano e si completano con
quelli di altri fondi come quello dedicato alla letteratura del ’900 o
quello Sommaruga, dove, attraverso
lettere indirizzate al quasi coetaneo
editore, la figura del giovane d’Annunzio lascia intravedere la grandezza indiscussa dello scrittore, ma anche il carattere bizzoso e poco riconoscente, impegnato nella ricerca
spasmodica di quelle somme di denaro che gli permettessero di vivere
in modo a dir poco principesco.
Gabriele d’Annunzio
Il piacere
Milano, Fratelli Treves, 1889
Invio autografo del poeta
«A donna Vinca Sorge ricordo
affettuoso di Gabriele d’Annunzio.
Maggio 1889»
Il libro, arriva, fresco di stampa,
il 16 maggio a Nereto, dove risiede
col marito Simone la giovane
donna Vinca Sorge [1861-1911].
A lei il libro non piace, sembrandole
la dissolutezza di Sperelli troppo
simile a quella dell’amico scrittore,
e lo scrive in una lettera che forse
non invia mai.
30
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Sopra: Gabriele d’Annunzio
Il piacere
Milano, Fratelli Treves, 1889
La copertina del libro
è curiosamente ricoperta con
la carta usata per la spedizione.
Sul piatto anteriore campeggiano
il nome e l’indirizzo della signora
scritte da d’Annunzio.
All’interno della carta,
una mano ignota, ma si
presume quella di Vinca Sorge,
scrive: «Gran miseria
del Secolo Illuminato».
Sotto:
Gabriele d’Annunzio
Sur une image
de la France croisée
peinte par Romain Brooks
Legatura del manoscritto
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
31
BvS: “In tanta frivolezza”
BENITO MUSSOLINI
E IL GIALLO DEI DIARI
I
Diari di Mussolini vengono acquisiti dalla Biblioteca di via Senato nell’aprile del 2010. Si tratta
di cinque agende prive di copertina,
comprendenti gli anni dal 1935 al
1939 per complessive 1.900 pagine
circa. Sono tutte complete e in buono stato di conservazione, tranne
quella del ’39, le cui pagine successive al 16 dicembre sono slegate e
strappate all’altezza della data senza
tuttavia perdita di testo.
Il loro ritrovamento viene annunciato da Marcello Dell’Utri per
la prima volta a Sulmona, il 26 settembre 2006, passando praticamente inosservato. Dopo alcuni mesi, invece, il 10 febbraio 2007 a Udine,
complice la presenza di alcuni giornalisti per un convegno dei Circoli
del Buongoverno, la lettura di pochi
estratti basta ad amplificare la notizia
a livello nazionale e a scatenare un dibattito tra storici che non ha ancora
trovato una sintesi definitiva.
L’emersione di materiale diaristico attribuibile a Benito Mussolini
non avviene per la prima volta nel
2007, ma anzi «è una saga nazionale
che nasce praticamente il 25 luglio
1943, con la seduta del Gran Consiglio che decreta la fine del regime fascista […] Il caso scoppia nel 1957, riesplode dieci anni dopo, si intravede
come incombente nel 1983 (salvo re-
stare in sordina per la malaugurante
concomitanza dei diari attribuiti a
Hitler e rovinosamente sbugiardati),
torna alla grande nel 1994 dopo sette
anni di laboriosa gestazione» (E.
Mannucci, Caccia grossa ai diari del
Duce, Bompiani, Milano, 2010, p. 7).
Si può affermare con ragionevole certezza che le agende acquisite
dalla Biblioteca e in corso di pubblicazione per Bompiani siano le stesse
proposte nel 1994 al giornale inglese
Sunday Telegraph e nel 2004 al settimanale L’Espresso.
Il Sunday Telegraph e in particolare il giornalista Nicholas Farrell,
nonostante fosse ancora ben presente nell’opinione pubblica il ricordo
dei falsi diari di Hitler, non sottovalutarono il materiale e diedero incarico di studiarlo dal punto di vista
storico a Brian Sullivan, Senior research professor all’Istituto per gli
studi strategici della National Defence University, e dal punto di vista
chimico-grafologico a Nicolas Barker, Viceconservatore della British
Library. Inoltre, fu chiesto un parere
allo storico Denis Mack Smith, già
autore di una biografia di Mussolini
di grande successo in Inghilterra.
Il risultato di questi studi e pareri, tutti sostanzialmente favorevoli
all’autenticità degli autografi mussoliniani, venne condensato in una serie di articoli a firma dello stesso Farrell, successivamente anch’egli autore di una ricca biografia di Mussolini.
Esattamente dieci anni dopo, il
settimanale L’Espresso chiese a Emilio Gentile una perizia storiografica e
al prof. Roberto Travaglini una grafologica. Entrambi, pur giungendo a
conclusioni nel complesso sfavorevoli all’ipotesi dell’autenticità, riconoscono un esito controverso dei loro esami, tale da non potergli permettere di dichiarare con certezza la
falsità dei manoscritti. Scrive infatti
Travaglini nella sua perizia: «la scrittura apparente sui diari potrebbe es-
32
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
sere un’altra manifestazione grafica
di Mussolini, perfettamente e logicamente rientrante tra quelle invece
più note […]: si tratterebbe di diari
intimi segreti, di una sorta di narrazione quasi postuma di un lato nascosto di sé».
Al di là delle analisi e degli studi
storici, grafologici o di qualsiasi altro
genere, i diari di Mussolini costituiscono uno straordinario documento
per le impressioni che si ricavano
dalla lettura integrale. Non ci sono
infatti pagine “noiose”, prive di contenuto o scadenti dal punto di vista
linguistico. Mussolini, o perlomeno
il Mussolini autore di queste pagine,
scrive bene come potrebbe farlo un
giornalista che a soli 29 anni diventa
direttore de L’Avanti e lo rimane,
non ufficialmente ma di fatto nel Popolo d’Italia, per tutta la vita.
Nella quotidiana scrittura dei
diari, infatti, con stile asciutto ed essenziale, affronta tutti gli aspetti della sua vita di uomo prima ancora che
di capo del Governo italiano. Descrive e racconta sia gli avvenimenti storici di quegli anni come la guerra in
Etiopia, il congresso di Monaco, l’inizio della II guerra mondiale, sia i
fatti della vita quotidiana: il rapporto
con la moglie e i figli, i ricordi del fratello Arnaldo, le descrizioni delle
persone a lui più vicine ma anche dello stesso popolo italiano.
Dopo averli avuti in visione,
Romano Mussolini, ultimo dei suoi
cinque figli, rilasciò una dichiarazione ufficiale a un notaio svizzero: «Ho
letto integralmente e con attenzione
tutti e cinque i volumi indicati, costitutivi di diari personali e privati che
io personalmente attribuisco al mio
defunto padre Benito Mussolini. I
suddetti manoscritti sono in particolare ricchi di fatti e di elementi anche
strettamente relativi alla vita privata,
segnatamente a quella della nostra
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
famiglia, che ricordo con perfezione.
Personalmente riconosco la bontà
dei suddetti manoscritti di mio padre, di cui riconosco anche la calligrafia ed al quale io li attribuisco e li
ritengo suoi autentici».
Tre anni dopo, nonostante le
divergenze di opinione degli storici
che difficilmente potranno stabilirne
con ragionevole certezza falsità o autenticità, i Diari sono a disposizione
di tutti. La casa editrice Bompiani ha
già pubblicato, integralmente e con
la riproduzione anastatica dell’originale, l’agenda del ’39, prima della serie cui faranno seguito le altre quattro con cadenza semestrale.
Nella pagina accanto: particolare
della pagina datata 10 marzo
1935, con il commento di Mussolini
alla figura dell’imperatore romano
Cesare, come letto nella
trasposizione della tragedia
di Shakespeare: “Il testo ha
dei punti vitali, ma il Cesare
della realtà storica è diverso
da quello del dramma”.
33
In questa pagina: l’esaltazione
della forza e del coraggio
dei giovani (12 maggio),
per la quale Mussolini confida
di aver ricevuto l’elogio da parte
di tutta la stampa internazionale,
contro la lentezza dei vecchi
(“sono lenti, pesanti nell’anima
e barbosi - e hanno quella
stanchezza naturale verso le novità,
verso le conquiste - hanno
abbandonato il coraggio che spinge
i giovani nella meravigliosa
avventura della vita!”).
Accanto, le confidenze
su Honoré de Balzac, letto e
apprezzato nei suoi insegnamenti.
34
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Nella pagina del 21 dicembre il
giornalista Mussolini annota
le idee per il rinnovamento
de Il Popolo d’Italia: “Il Popolo
va ridimensionato – rinnovato”:
“Basta con le elucubrazioni dei
giullari del fascismo che fanno
crescere la barba persino alle
rotative”. Servono articoli “brevi
conclusivi scattanti” per tenere
desta l’attenzione del pubblico;
grande evidenza doveva essere
data ai servizi degli inviati
speciali, la cronaca di Milano
“efficace”, lo sport “diffuso”,
da eliminare invece
“le tragicommedie della vita
quotidiana, le tirature alla Carolina
Invernizzio”. E ancora, annuncia
che avrebbe continuato la
pubblicazione dei suoi articoli
anonimi che “saranno come
il formaggio grattugiato sulle
tagliatelle, ne aumentano il sapore”.
Accanto, lo sdegno verso i circoli
salottieri borghesi, dove si perde
tempo in “conversari inutili,
maldicenti, dove si parla a schiovere,
come si dice a Napoli”, che diventa
una nota da lasciare ai posteri.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: la pagina del 1 Marzo
1938 riassume i lavori alla Camera
per l’approvazione dell’esercizio
finanziario, movimentati dalla
presenza di “uno strano personaggio
si chiama Coselschi offre opuscoli
quaderni e volumi una quantità
impressionante e ingombrante
- tutto a sfondo antibolscevico”.
Ma soprattutto riporta in calce
una “notizia ferale”, la morte
improvvisa di Gabriele D’Annunzio
“per emorragia cerebrale.
Il poeta non stava male e si muoveva
per le stanze”, poi, improvvisamente,
il crollo.
35
A destra, il commento ad una
massima di Goethe nella pagina del 5
dicembre; la massima “Agire è facile,
pensare difficile” diventa lo spunto
per fermare la propria opinione in
merito e stabilire l’esaltazione del
pensiero che guida l’azione:
“Capovolgerei la prima frase - per
me pensare non è affatto difficile tutt’altro - agire invece è più difficile
per chi riflette e valuta come me. No,
non è per niente incomodo realizzare
quanto prima si è pensato”.
36
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
JORGE LUIS BORGES,
UN SOGNO DI BIBLIOTECA
In seguito a un banale incidente occorsogli la Vigilia di Natale del
1938, cominciò a perdere la vista sino a diventare progressivamente
cieco. Lavorò come professore universitario e come bibliotecario, e alla caduta di Perón (1955) fu nominato direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires; tenne numerose conferenze (soprattutto sulla filosofia e sulle letterature italiana, inglese e tedesca); molto significativa fu l’amicizia con Adolfo Bioy
Casares, coautore di «svariate imprese letterarie».
En el sueño del hombre que
soñaba, el soñado se despertó.
Nel sogno dell’uomo che
lo sognava, il sognato si svegliò.
J.L.Borges,
Las ruinas circulares.
C
ome se si fosse alla fine di un
sogno, quando il confine tra
il sognatore e l’essere sognato si fa labile, o come quando il
sogno stesso induce a interrogarsi
su chi sta sognando chi, noi non possiamo sapere quanto la biblioteca di
Borges uomo (colui che sogna) abbia potuto contenere Borges scrittore (colui che è sognato) e quanto
da lui, ombra creata dal sogno, possa
essere stata formata e raccolta anche
nella realtà.
La fortuna di possedere tra i
fondi della Biblioteca di via Senato
alcuni libri appartenuti al grande
scrittore argentino ci permette, però, di entrare direttamente nei sogni
(o negli incubi) di uno degli autori
che più hanno influenzato la letteratura mondiale del Novecento.
Nato a Buenos Aires il 24 agosto 1899 da una famiglia colta e benestante, originaria in parte dell’In-
ghilterra (dalla nonna paterna imparò a parlare prima in inglese che
in spagnolo), Borges visse e studiò
in Svizzera dal 1914 al 1919. In seguito, fino al 1921, fu in Spagna, dove partecipò all’ultraismo, movimento artistico d’avanguardia.
Tornato in patria, pubblicò tra
il 1924 e il 1925 tre numeri della rivista Proa, con la collaborazione di
Ricardo Güiraldes e altri. Dal 1924
al 1927 collaborò a Martin Fierro, rivista d’avanguardia che determinò
una sorta di svolta generazionale: il
movimento di Florida, o «martinfierrista», poi confluito nella rivista
Sur, fondata e diretta da Victoria
Ocampo.
Nel 1961, a Formentor, gli fu
conferito, insieme a Beckett, il Premio internazionale degli editori. Da
allora, la sua fama si è sviluppata in
tutto il mondo. Ha vinto il premio
“Cervantes” e ha ottenuto la laurea
honoris causa in varie università, ultima quella di Roma, nel 1984.
Intraprese molti viaggi, negli
Stati Uniti, in Europa, in Giappone,
in Israele. Si sposò due volte: nel
1967 con Elsa Astete Millán, da cui
divorziò tre anni dopo, e poi, nel
1986, per procura, in Paraguay, con
l’allieva e segretaria María Kodama.
L’altra amatissima donna della
sua vita, la madre Léonor [18761975], gli fu sempre vicina leggen-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
dogli i libri quando la cecità fu totale
e scrivendo ciò che lui dettava.
Dopo poco meno di due mesi
dal secondo matrimonio, il 14 giugno 1986, Jorge Luis Borges morì
per un enfisema polmonare, a Ginevra, assistito dalla giovane moglie.
La prima attività letteraria di
Borges è prevalentemente in versi e
di “argomento” argentino: Fervor de
Buenos Aires (1923), Luna de enfrente
(l925), Cuaderno San Martín (1929).
Il passaggio alla prosa si compie attraverso la biografia, in gran
parte inventata, di Evaristo Carriego
(1930) e soprattutto con i racconti di
História universal de la infamia
(1933) e con i saggi di Discusión
(1932) e di História de la eternidad
(1935). Egli si rivela infine grandissimo scrittore di racconti con Ficciones (1944) e con El Aleph (1949).
L’arte di Borges si esplica attraverso l’uso costante ed erudito di
una personale mitologia letteraria
dove primeggiano i simboli del labirinto, della biblioteca, degli scacchi,
degli specchi e una riflessione originale sul tema del tempo e dello spazio. Col passare degli anni, egli ha
reso ancor più essenziali il proprio
stile e la propria fantasia; tanto nelle
prose e nelle poesie di raccolte miste
come El hacedor (1960) o El elogio de
la sombra (1965), quanto nei racconti de El informe de Brodie (1970), de
El congreso (1971) e de El libro de arena (1975), nonché nelle pagine di
viaggio di Atlas (1984).
Altri libri di poesia sono El
otro, el mismo (1964), El oro de los tigres (1972), La moneda de hierro
(1976). Altre raccolte di saggi, Otras
inquisiciones (1960) e Nueve ensayos
dantescos (1982).
Molte le opere scritte in collaborazione: con Bioy Casares: Seis
problemas para Don Isidro Parodi
(1942), Un modelo para la muerte
(1946, illustrato dall’amico pittore
Xul Solar), Crónicas de Bustos Domecq
(1967); con Margarita Guerrero, il
Manual de zoología fantástica (1957).
Il Fondo Borges è costituito da
circa cinquecento opere. Vi sono i
volumi scritti da Borges in prima
persona – da solo o in collaborazione con amici e allievi –, e le opere di
diversi autori che recano un suo
prologo o una sua prefazione, i volumi che hanno fatto parte della biblioteca personale dello scrittore o
della sua famiglia (la madre, la sorella e il cognato) e molti fascicoli di riviste che hanno ospitato i suoi scritti. Molti di questi libri hanno la sua
dedica o le sue note.
Tutti questi volumi furono
raccolti negli anni ’80-’90 dal nipote
dello scrittore, Miguel de Torre (figlio di Norah Borges e Guillermo
de Torre), che per anni girò per ogni
dove cercandoli e acquistandoli nel
tentativo di ricostituire la biblioteca
del “tio”; vennero poi dispersi agli
inizi del 2000 in un’importante vendita all’asta a New York.
La raccolta è impreziosita dalla presenza del manoscritto Las ruinas circulares. Il racconto, pubblicato per la prima volta nel 1940 sul numero 75 (dicembre) della rivista
Sur, viene inserito, assieme ad altri
racconti, nella raccolta El jardín de
senderos que se bifurcan (Buenos Aires, Sur, 1941).
Il libro, stampato a fine dicembre del 1941, sarà distribuito l’anno
seguente; El jardin… diventerà poi
la prima metà di Ficciones (Buenos
37
Aires, Sur, 1945; la seconda parte,
dal titolo Artificios contiene racconti
scritti tra il 1941 e il 1944).
Racconto tra i più intensi di
Borges, narra di un uomo che sogna
un altro uomo. Il tema del sogno
(caro a Borges che ai sogni dedica un
intero libro) viene qui inteso come
creazione dell’uomo, sorta di androgenesi mentale e onirica. La narrazione termina con la scoperta dell’uomo di essere a sua volta un sogno
di un altro uomo.
«Con alivio, con humillación,
con terror, comprendió que él también era una apariencia, que otro
estaba soñando». Con sollievo, con
umiliazione, con terrore, comprese che
era anche lui una parvenza, che un altro lo stava sognando.
Tra i volumi, un opuscolo poco appariscente ma rarissimo (se ne
conoscono solo cinque copie al
mondo), La Leche Cuajada de La
Martona. Estudio dietético sobre las leches ácidas. Folleto con recetas (Buenos
Aires, La Martona, s.d. [1937]).
Si tratta del primo testo scritto
insieme da Borges e Bioy Casares e
riporta notizie sulle virtù curative
dello yogurt prodotto dall’azienda
“La Martona”, di proprietà del padre di Bioy, azienda che derivava il
nome da quello della madre, Marta.
Bioy raccontava che un giorno uno
zio gli propose di scrivere un opuscolo su questo prodotto a 16 pesos
per pagina; subito pensò all’amico
Jorge come estensore, insieme a lui,
di queste pagine.
Questa esperienza di scrittura
a quattro mani fu una sorta di apprendistato per Bioy Casares, che
confessò di esserne uscito come un
altro scrittore, più consapevole.
38
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Come già detto, molti dei libri presenti nel fondo hanno la dedica autografa di Borges, molti altri
recano a margine note e postille autografe dello scrittore. Notevole
tra questi è la prima edizione del libro Discusion (Buenos Aires, M.
Gleizer Editor, 1932), la quinta
raccolta di saggi di Borges, volume
appartenuto allo scrittore con le
annotazioni, le variazioni e le cancellazioni per la seconda edizione
del 1957.
Altri libri riportano anche le
note dei famigliari, la madre soprattutto, ma anche il nipote che
collezionando i libri appartenuti
allo zio, ne ricorda aneddoti e manie.
Tra i libri appartenuti a Borges – oltre a titoli e autori classici e
moderni che compaiono più volte
nei suoi saggi a proteggere le sue
funamboliche elucubrazioni – un
libro stampato a Palma di Majorca
nel 1921. Si tratta de El Caudillo,
unico romanzo pubblicato da Jorge
Guillermo, padre di Jorge Luis.
Una dedica autografa lo invia
a una cugina, Aurora de Haedo,
Aurorita. Rapporto di grande affetto e di molto pudore quello col padre, avvocato, che non riuscì a seguire la propria vocazione e per
compensazione indirizzò il figlio
alla letteratura, facendo sì che questa non fosse una semplice occupazione, ma un destino tale da vincere
ogni impedimento, come la cecità
che gli lasciò in eredità.
Jorge Luis Borges
Las ruinas circulares
Manoscritto autografo
Il racconto è pubblicato
per la prima volta nel 1940
sul n. 75 (dicembre)
della rivista “Sur”,
farà poi parte di Ficciones
[Buenos Aires, Sur, 1941].
Scritto minuziosamente
su carta da computisteria,
come la gran parte dei racconti
di quel periodo, il racconto,
che è tra i più intensi di Borges,
narra di un uomo che sogna
un uomo, e signandolo lo crea
dal nulla.
Il racconto termina
con la scoperta di chi sogna
di essere a sua volta il sogno
di un altro uomo.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Sotto: Jorge Guillermo Borges
El Caudillo. Novela
[Palma de Mallorca], [Imprenta
Juan Guasp Reinés], 1921
Al frontespizio, dedica dell’Autore
a Aurora de Haedo de Haedo:
«Para Aurorita con afecto Jorge».
Unica edizione dell’unico
romanzo scritto dal padre
di Borges.
Jorge Luis Borges
El Aleph. Segunda edición
Buenos Aires,
Editorial Losada, 1952
Al frontespizio, firma autografa
dell’Autore. La copia fu comprata
nella libreria “Fray Mocho”
dal nipote Miguel de Torre
espressamente per lo zio
che non la possedeva più.
39
40
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Jorge Luis Borges
Las ruinas circulares
Manoscritto autografo
Il racconto si chiude con la frase
«Con alivio, con humillación, con
terror, comprendió que él también
era una apariencia, que otro
estaba soñando».
Con sollievo, con umiliazione,
con terrore, comprese che era
anche lui una parvenza, che un
altro stava sognandolo.
La scrittura di Borges in queste
pagine si va facendo più incerta,
complice la vista che sin
dall’infanzia peggiora ogni anno.
Diventerà completamente cieco
dodici anni dopo.
SPECIALE MOSTRA LIBRO ANTICO, MILANO DALL’11 AL 13 MARZO 2011
BvS: l’Appuntamento
TRE GIORNI DI LIBRIDINE
TRA PRINCEPS E RARITÀ
Palazzo della Permanente, appuntamento con 61 librai antiquari
ANNETTE POPEL POZZO
al tempo della sua invenzione, il libro incanta
l’uomo per tutte le proprie sfaccettature e fa
parte della sua vita quotidiana. Basti ricordare
che le fiere e i cataloghi di Francoforte e Lipsia, con la
loro tradizione cinquecentenaria, sono espressione del
suo successo e del suo fascino. Certamente, un’opera
come il De monade di Giordano Bruno, stampata nel
1591 e quello stesso anno annunciata e pubblicizzata
nel catalogo della fiera di Francoforte, col passar dei secoli è divenuta un libro molto raro e desiderato dai bibliofili. I volumi offerti in vendita nei cataloghi dei libri
disponibili delle fiere di Francoforte e Lipsia al nostro
tempo sono divenuti oggetto delle passioni dei collezionisti e degli amanti dei libri.
D
degli espositori che hanno contribuito al successo della
fiera, intervallati da racconti dedicati al mondo del libro.
L’edizione di quest’anno comprende sessantuno
librerie antiquarie provenienti da ogni parte d’Italia
come pure da Francia, Austria, Germania, Inghilterra
e Stati Uniti. Anche presenti, come tutti gli anni, le librerie antiquarie specializzate in incisioni, stampe e litografie (DANStampe, Il Bulino Antiche Stampe, Sergio Trippini Stampe Antiche, Stampe Antiche Buzzanca e Stanza del Borgo).
Uno sguardo al catalogo dà subito un’idea della
vastità del materiale offerto. Lo Studio Bibliografico di
Giuseppe Solmi, specializzato in manoscritti medievaAlla sempre esistente fiera del libro “disponibile”
li e miniature, presenta un libro d’oro all’uso di Rouen,
si affianca la fiera del libro introvabile e raro. Ed è da
miniato in latino e francese su pergamena e databile ai
questo punto di vista che vogliamo parlare della “Moprimi anni del XVI secolo. Le miniature sono opera
stra del Libro Antico” di Milano,
del Maître d’Ango, attivo durante i
da ventidue anni il più importante
primi decenni del XVI secolo e aupalcoscenico italiano per amanti,
tore di codici destinati a nobili di
LA XXII MOSTRA DEL LIBRO ANTICO
collezionisti, bibliofili e curiosi del
rango quali erano Anna Bolena e
va in scena dall’11 al 13 marzo,
ospitata come di consueto negli
libro antico e moderno di pregio.
Margherita di Valois. Nel catalogo
spazi del Palazzo della Permanente
Per rendere omaggio a questa condella Mostra si presentano, con
di
Milano.
61
i
librai
antiquari
suetudine annuale, la Mostra vede
materiale manoscritto, anche le liselezionati, in arrivo da tutta
per l’edizione del 2011 la realizzabrerie antiquarie Il Cartiglio, Prel’Italia, come pure da Francia,
zione del libro-catalogo La Mostra
gliasco, Alberto Govi e BibliopaAustria, Germania, Gran Bretagna
del Libro Antico di Milano: 1990thos – l’ultima con una collezione
e Stati Uniti.
2011. Tra due secoli di libri, che condi trentasette manoscritti di Cabala
Info: www.mostradellibroantico.it
tiene una selezione di testi e illunumerica (databili ai secoli XVIIIstrazioni del meglio dei volumi e
XIX), particolarmente suggestivi
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
43
Nella pagina accanto: La visione di Galileo dell’Inferno di Dante, incisione di Cornelis Galle su disegno del pittore
Ludovico Cardi detto il Cigoli (Antonio Pettini, Roma). Sopra da sinistra: copia dell’Opera di Cornelio Tacito,
appartenuta a Eugène de Beauharnais, viceré del Regno d’Italia (Tusculum Rare Books Limited, Londra); La Geografia di
Claudio Ptolemeo alessandrino, Venezia, 1548 (Meda Riquier Rare Books LTD., Londra)
per le implicazioni mistiche ed esoteriche, alle quali
furono fortemente interessati autori tardo-medievali e
rinascimentali come Egidio da Viterbo, Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola.
Più di una libreria antiquaria si segnala per dei testi scientifici. Norbert Donhofer di Vienna offre la prima edizione di Georg Peurbach e Johann Müller (meglio noto come Regiomontano), Tabulae eclypsium, Tabula primi mobilis, stampata a Vienna nel 1514 a cura di
Georg Tannstetter. L’opera dell’astronomo e matematico Peurbach (1423-1461), probabilmente completata attorno al 1459, fu, anche se in maniera critica, ancora usata da Tycho Brahe alla fine del Cinquecento presso la corte di Rodolfo II di Praga.
La libreria antiquaria Bado e Mart di Padova, invece, presenta l’editio princeps dell’Istoria e dimostrazioni
intorno alle macchie solari di Galileo Galilei (Roma, Giacomo Mascardi, 1613), opera che Federico Cesi propose di intitolare Helioscopia e che è di fondamentale
importanza nella storia della scienza moderna poiché
contiene la definizione della vera natura delle macchie
solari e la ragione del loro movimento. Si tratta inoltre
della prima opera di Galileo stampata a cura dell’Acca-
demia dei Lincei. La copia presentata dalla libreria antiquaria padovana è completa delle tre lettere inviate
da Christoph Scheiner (usando lo pseudonimo di “Il
finto Apelle”) al banchiere Marcus Velserius, che mancano in molti esemplari. Galilei confuta con vigore le
ipotesi addotte da Scheiner sulla natura del fenomeno
delle macchie solari, della cui scoperta il gesuita aveva
rivendicato la priorità. La corretta attribuzione della
scoperta delle macchie solari, infatti, non è ancora stata stabilita.
Il legame con Galilei è presente anche nella scheda presentata dal libraio antiquario romano Antonio
Pettini. Si tratta dell’incisione di Cornelis Galle (15761650) su disegno del pittore Ludovico Cardi detto il
Cigoli (1559-1613), raffigurante il Lucifero Dantesco.
Durante tutto il Cinquecento, iniziando con la descrizione della morfologia scientifica dell’Inferno dantesco da parte di Antonio Manetti, l’Accademia Fiorentina discute la controversa topografia degli inferi. Forse
su invito diretto del console Baccio Valori, venne chiesto al giovane Galileo di tenere due lezioni all’Accademia Fiorentina sulla figura, il sito e la grandezza dell’Inferno di Dante, considerando anche gli aspetti ma-
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Alberto Giacometti, Paris sans fin, 1969, in legatura d’artista firmata da Pierre-Lucien Martin (Sims Reed, Londra)
tematico-scientifici della statura di Lucifero (le due lezioni conservate in originale e in una copia sincrona
vennero rinvenute e presentate da Ottavio Gigli negli
Studi sulla Divina Commedia, Firenze, Felice Le Monnier, 1855).
Galilei accompagnò le sue specificazioni con
esemplificazioni grafiche che purtroppo non sono state conservate, ma il Lucifero nell’incisione di Galle
corrisponde esattamente alle ipotesi proposte dal Pisano. Per quel che riguarda Dante, ricordiamo anche la
prima mitica edizione uscita dai torchi di Aldo Manuzio il vecchio nel 1502, presentata dallo Studio Bibliografico Paolo Pampaloni. Questa princeps aldina o vulgata fu stampata in due tirature, rispettivamente senza
e con l’àncora aldina nel colophon (cfr. AhmansonMurphy 59 e 59.5). L’esemplare molto marginoso
(160x95 mm) offerto da Pampaloni si distingue per la
presenza dell’àncora e della carta bianca l2 tra Inferno e
Purgatorio, che è molto spesso mancante.
In Mostra ci saranno anche edizioni di notevole
importanza per l’Umanesimo. Peter Harrington di
Londra presenta l’editio princeps di tutti gli scritti attribuiti a Omero, comprese Iliade e Odissea, stampate il 9
dicembre 1488 (i.e. non prima del 13 gennaio del
1488/1489) a Firenze per Bernardo e suo fratello Nero
Nerli, con il supporto finanziario di Giovanni Acciaiuoli. Questa monumentale prima edizione in greco fu curata da Demetrio Calcondila (che dal 1491 insegnò greco a Milano presso la corte di Lodovico il Moro), usando i caratteri creati dal greco Demetrio Damila.
Nel libro offerto da Wolfgang Kaiser della Tusculum Rare Books Limited si sposa invece l’importanza dell’edizione con quella della copia: l’Opera di
Cornelio Tacito, stampata da Giambattista Bodoni nel
1795, si presenta a fogli chiusi in legatura in mezzo marocchino bordeaux alle armi di Eugène de Beauharnais
(1781-1824), viceré del Regno d’Italia e principe di
Venezia, e di sua moglie Amalie-Auguste.
In gran parte all’esemplare fa riferimento il titolo
proposto dal libraio antiquario romano Prometheos.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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Sotto da sinistra: Collezione di 37
manoscritti di Cabala numerica
(Bibliopathos, Milano); Libro d’Ore
all’uso di Rouen, manoscritto del XVI
secolo (Giuseppe Solmi Studio
Bibliografico, Bologna)
A sinistra: Editio princeps di tutti gli scritti attribuiti a
Omero, compreso l’Iliade e l’Odissea, Firenze, 1488 (Peter
Harrington, Londra)
La sua Epitome iuris viarum et fluminum, praxim rei aedilis compraehendens & aliquid de immunitate opusculum
di Alessandro Brugiotti (Roma, Michele Ercole, 1669)
appartenne al cardinale Pallavicino e al papa Clemente
IX (al secolo Giulio Rospigliosi) e si presenta in una legatura in piena pergamena, senz’altro opera di Gregorio Andreoli. Il testo affronta tematiche relative a strade e a corsi d’acqua dal punto di vista giuridico e fiscale,
con un’interessante analisi dedicata ai problemi delle
vie di Roma.
Molti librai antiquari hanno scelto come scheda
di rilievo in catalogo una pubblicazione d’argomento
geografico. Alessandro Meda Riquier presenta La
geografia di Claudio Ptolemeo alessandrino, stampata a
Venezia nel 1548 da Giovanni Battista Pedrezano per
Niccolò Bascarini. Si tratta della prima edizione italiana nella traduzione di Andrea Mattioli, basata sul
testo di Sebastian Münster del 1540, contenente le
carte geografiche su disegno di Giacomo Gastaldi. La
particolarità dell’edizione risiede nel fatto che la
maggior parte delle trentaquattro carte raffiguranti il
cosiddetto “mondo nuovo” furono disegnate appositamente per l’edizione. La tavola intitolata Nueva Hispania tabula nova che rappresenta il Mississippi e la
Florida, è la prima carta geografica separata di questa
regione.
Sebbene il titolo stesso della Mostra faccia riferi-
46
mento al Libro Antico, sono numerose le schede dedicate al Libro Moderno di Pregio. Non v’è dubbio, infatti, che negli ultimi anni i libri d’artista e le edizioni
di pregio abbiano visto un rapido aumento di interesse
da parte del mondo bibliofilo. La Librairie 123 offre
con Anonyme Skulpturen – Eine Typologie technischer
Bauten di Bernd & Hilla Becher del 1970 un’opera interessante nel contesto del movimento dell’arte fotografica concettuale.
Il Polifilo impressiona con La Guerre. Une Poésie
di Giuseppe Ungaretti (Parigi, 1919) in un esemplare
appartenente alla limitatissima tiratura di ottanta copie firmate dall’artista, mentre lo Studio Bibliografico Marini presenta Los Versos del Capitan di Pablo Neruda (Napoli, 1952) nella prima edizione di 44 esemplari numerati fuori commercio (copia n. 19 per Salvatore Quasimodo). Sicuramente non passa inosservato il manoscritto autografo redatto su 138 schede
bibliografiche dell’ultimo romanzo incompiuto di
Vladimir Nabokov, The Original of Laura (Dying is
Fun), che fu pubblicato solo nel 2009 da Knopf, a
trent’anni dalla scomparsa dell’autore, e nello stesso
anno anche in traduzione italiana da Adelphi. Le
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
schede manoscritte sarebbero dovute essere distrutte
per volontà di Nabokov, ma non rispettandone il desiderio, il figlio Dmitri alla fine decise di rendere
pubblico il testo. Il manoscritto offerto proviene dall’archivio del figlio Dmitri e fu venduto nel 2010 da
Christie’s a Londra. Last but not least anche il londinese Sims Reed ha scelto un libro d’artista, Paris sans fin
di Alberto Giacometti (Teriade, 1969). Contenente
150 litografie originali dell’artista svizzero, la copia
proveniente dalla biblioteca del bibliofilo Henri Paricaud, si presenta in legatura amatoriale di PierreLucien Martin (1913-1985), che appartiene al gruppo dei più rinomati legatori della seconda metà del
XX secolo, famoso per la sua attenzione ai materiali e
per l’uso del cosiddetto “décor de lettres”.
Per quanto piccola, quest’anteprima dei libri
esposti basta per dare un’idea della ricchezza e vastità
del materiale in Mostra. Se si pensa che il catalogo rappresenta soltanto una tranche minima di tutti i libri
esposti, va considerato con attenzione l’invito di venire
a visitare la Mostra del Libro Antico.
Da sinistra: copia di Alessandro Brugiotti, Epitome iuris viarum et fluminum, Roma, 1669, alle armi di papa Clemente
IX (Prometheos, Roma); copia n. 19 per Salvatore Quasimodo di Pablo Neruda, Los Versos del Capitan, Napoli, 1952
(Studio Bibliografico Marini, Bari); Georg Peurbach e Regiomontano, Tabulae eclypsium, Tabula primi mobilis, Vienna,
1514 (Antiquariat Norbert Donhofer, Vienna)
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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BvS: la Mostra del Libro Antico
UN VIAGGIO D’INCANTO
TRA INFINITE SORPRESE
Pagine antiche e raffinate novità, manoscritti e fogli d’autore
ualcuno sostiene che le mostre-mercato, le fiere, si assomiglino un po’ tutte. Quelle dei libri
non fanno eccezione. Le hostess all’ingresso,
qualche dépliant, l’alveare degli stand, i venditori sornioni e quelli più esuberanti, uno stuolo di curiosi e qualche manipolo di compratori “veri”, fintamente distratti
in chiacchiere di ogni tipo, ma in realtà impegnatissimi
nel dissimulare il proprio specifico interesse. Non questa volta, però.
E l’eccezione, certamente non l’unica, dipende
non solo dall’eleganza e dal prestigio degli spazi, quelli
del Palazzo della Permanente, che dall’11 al 13 marzo
ospitano la XX edizione della Mostra del Libro Antico,
ma soprattutto dal suo “oggetto”, squisitamente di nicchia, eppure incontrovertibilmente (e fortunatamente)
ancora poco à la page. Qui non c’è spazio, infatti, né per
gli ultimi ritrovati della tecnica né per spegiudicate provocazioni culturali (o presunte tali), e tantomeno si dà
notizia di nuove vacuità legate alle mode del momento o
di futuribili soluzioni tecnologiche.
Anzi, di soluzioni, qui, non se ne vedono proprio,
né se ne vogliono vedere. Perché ogni bibliofilo - non a
caso, più o meno scherzosamente definito anche bibliomane o libridinoso - sa di firmare la propria condanna,
varcando quella soglia. Necessariamente, infatti, si imbatterà in una chicca che per una ragione o per l’altra non
potrà permettersi di acquistare, oppure troverà quella
che dovrà comprare per forza, a cui non potrà rinunciare,
senza se e senza ma; portandosela via, però, sentirà fin da
subito che la soddisfazione sarà breve, intensa ma caduca, perché già sa che un rimando bibliografico, una chiosa manoscritta, un timbro o una nota editoriale gli indicheranno presto un nuovo imprescindibile oggetto del
desiderio, genereranno in lui una nuova passione.
Q
Per non parlare dello sventurato caso in cui, per indecisione o titubanza, per l’inutile e assurda vanità di provare a dimostrare a se stesso la propria morigeratezza o il
proprio buon senso, il “nostro” rimandasse l’acquisto di
quel tanto (o quel poco) da farselo soffiare. Apriti cielo!
Prima ancora di esserne l’inferno, però, la Mostra
del Libro Antico di Milano è il paradiso di ogni bibliofilo
italiano e non solo, l’occasione quasi unica di ammirare,
tutti in una volta, capolavori della nostra arte e del nostro
più raffinato sapere artigiano, capisaldi della nostra civiltà, colonne portanti delle nostre lettere e della nostra
cultura: “oggetti” che sommano al valore intrinseco della propria rarità e della propria fattura quello della storia
che hanno vissuto, del mondo che testimoniano, quello
delle mani da cui sono passati, del sapere e delle tradizioni che tramandano.
Carte sgualcite dall’uso, fogli ingialliti dal tempo,
copertine e legature sbiadite dalla polvere, caratteri ormai un po’ sbavati eppure sempre netti, decisi, leggibilissimi. E quel fruscìo delle pagine, quell’odore inconfondibile, la morbidezza di certi pellami e le asperità di certe
torchiature, l’incredibile lucentezza di alcune miniature
i cui colori hanno resistito ai secoli: non è certo per tutti il
fascino dell’antico, del “sopravvissuto”. Perché non è di
tutti - e oggi a maggior ragione - la consapevolezza dell’importanza del conservare, del farsi custodi, del ricostruire secondo un senso di coerenza con noi stessi e con
un passato che sentiamo appartenerci.
Un passato, più o meno lontano, che in queste occasioni viene celebrato anche nella novità, nell’attenta
selezione di quei pochi prodotti a noi contemporanei
tanto “di pregio” da poter fare il paio con gli splendidi
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“monumenti” qui collezionati dai principali librai antiquari del mondo. Come nel raffinato “Il fuoco nel mare”
presentato in queste stesse pagine, infatti, le edizioni dei
giorni nostri che trovano spazio alla Mostra perpetuano
la celebrazione di quel gusto ormai quasi desueto per il
bello in sé, discostandosi a tutti gli effetti dalle produzioni “di massa” a loro contemporanee, che non perdono
occasione di umiliare la carta in favore di qualsivoglia altro supporto, meglio se digitale.
Il tatto che ancora vince sul touch, lo sfogliare e
non lo scorrere, materiali, caratteri e ritmi compositivi
scelti con accuratezza, per essere conservati, impreziositi dai disegni e dalle incisioni (parole quasi impronunciabili nell’art-system di oggidì) di artisti colti e raffinati, attenti alle tecniche e capaci di mettere il proprio estro al
servizio di un altro linguaggio, consapevoli di dover essere dei “creatori” e non dei creativi.
Ed è proprio questo concetto di creazione, forse, a
fare da trait-d’union alla Mostra e alle sue atmosfere.
Perché quello che vi si incontra è un mondo sempre nuovo, frutto di epoche e terre lontane tra loro, che qui convergono per fondersi quasi alchemicamente attraverso il
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
distillato delle loro pagine più intense e preziose, o attraverso le carte, i documenti e le mappe appartenuti ai loro
più luminosi intelletti, a quegli uomini che con le proprie
azioni e con i propri pensieri, secolo dopo secolo, hanno
forgiato il nostro sapere.
Quel sapere che ogni bibliofilo cerca di custodire e
tramandare alla propria maniera, modellando la propria
biblioteca secondo uno specifico interesse o una peculiare visione del mondo, raramente inseguendo la rarità fine a se stessa, ma andando alla ricerca di quel tomo o di
quel foglio che non possono più mancare nelle sue specifiche collezioni. Ogni acquisto sarà un affare, allora, senza alcun bisogno di fare affari a tutti i costi.
È questa la sensazione che si avverte tra i corridoi
della Mostra del Libro Antico, quella di una famiglia di
appassionati che si godono il piacere di essere proprio
dove vorrebbero. Forse tutto ciò è anche il motivo per
cui sempre più “profani” scelgono di lasciarsene incantare, con il rischio di trasformarsi per qualche ora in libridinosi inclini alla follia.
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
CURZIO MALAPARTE,
L’ITALIANO D’EUROPA
K
urt Erich Suckert – Curzio
Malaparte (Prato, 1898 –
Roma, 1957), scrittore dalla vocazione cosmopolita, ha vissuto in un’epoca di grandi tragedie,
ma anche di grande fermento culturale, sfidando tutte le convenzioni del suo tempo e facendo fiorire
sul proprio conto, da un capo all’altro del pianeta, miti e leggende d’ogni tipo.
Uomo d’azione, romanziere,
giornalista, drammaturgo, è stato
un instancabile viaggiatore e perciò
attaccatissimo alle sue radici, a
quella “pratesità” intesa come
complesso insieme di condizioni
storiche, sociali, economiche e culturali.
Di padre tedesco e di madre
lombarda, talento precoce, “brucia” tutto nella sua prima giovinezza, scosso dalle carneficine del
1914, di cui fa esperienza diretta
come volontario in Francia.
Inviato speciale su tutti i fronti di guerra, e altrettanto “speciale”
sorvegliato negli anni del confino
politico prima a Lipari, poi a Ischia
e infine a Forte dei Marmi, esperto
cospiratore, capace di passare dai
salotti alle trincee, dalle fabbriche
alle lunghe marce, dai roghi alle ac-
quasantiere, da Lenin a Hitler, da
Mussolini a Mao, dagli anarchici al
Papa, militante di tutte le cause e
del loro contrario, Malaparte è stato un impareggiabile precursore
dell’intellettuale impegnato.
Teatrale, esibizionista, esteta,
dandy (non è un caso che abbia studiato nello stesso collegio – il Cicognini di Prato – frequentato dal
1874 al 1881 da Gabriele D’Annunzio), seduttore incallito, innamorato di sé - c’è chi ha detto che la
sua opera e la sua vita sono un’instancabile e variegata monografia
dell’io -, “camaleonte” pronto a
servire e a servirsi di tutti i poteri,
l’autore famoso nel mondo per la
Tecnica del colpo di Stato, Kaputt e La
Pelle ha fatto di tutto per nasconde-
re il suo vero volto, la sua vera pelle,
quella di uomo generoso e tutto
sommato fragile e inquieto.
Anche in letteratura ha incarnato due “tipi” opposti, da quello
strapaesano, pseudopopolaresco
dei suoi primi romanzi e pamphlets e
della collaborazione al Selvaggio di
Mino Maccari a quello allucinato e
surreale che sarà alla base delle sue
opere migliori, i libri della sua maturità. In mezzo ai due momenti letterari, l’opposizione al provincialismo culturale di Strapaese e l’anelito
a un allargamento in senso europeo
delle prospettive culturali italiane,
avvicinandosi al movimento di
Stracittà e fondando con Massimo
Bontempelli la rivista 900.
La sensibilità internazionale
di Malaparte è dimostrata non solo
dai suoi numerosi viaggi, ma anche
dall’elezione della Francia a sua
“seconda patria”: due sono i suoi
lunghi soggiorni a Parigi, dove
stringe amicizie importanti con politici e letterati – per lo storico e critico Daniel Halévy e sua moglie
proverà un rispetto e una venerazione quasi filiali e loro lo ospiteranno spesso nella casa di Jouy-enJosas - e arrivando a padroneggiare
perfettamente la lingua francese.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Ma a Parigi proverà anche, a cavallo tra il 1948 e il 1949, una cocente
delusione, in seguito alla stroncatura da parte di pubblico e critica
delle sue commedie teatrali Das
Kapital e Du côté de chez Proust.
Anni fondamentali per la sua
carriera di scrittore e di giornalista
sono quelli che trascorre alla direzione della Stampa di Torino
(1929-1931). Sa dare grande impulso al giornale e, aperto com’è al
richiamo dei grandi fatti che hanno
inciso nell’Europa contemporanea, sviluppa soprattutto il settore
delle cronache dall’estero, ospitando grandi inchieste sulla condizione operaia in Italia e in Europa.
Proprio per questa attività controcorrente, mal sopportata dal Regime e per il suo spirito indipendente, viene allontanato anche in seguito al diretto interessamento di
Mussolini.
Profeta della decadenza dell’Europa di fronte alle potenze globali (URSS, Stati Uniti e Cina) e alle ideologie di massa (fascismo, comunismo, terzomondismo), acuto
storiografo (la sua rilettura della
tragedia di Caporetto fu accolta
sessant’anni dopo), anticipatore di
mode e tendenze (individua nella
Coca Cola un possibile sponsor per
un viaggio in bici negli U.S.A.;
mette in guardia contro un’eccessiva meccanizzazione della vita moderna e propaganda un ritorno alla
natura), resta il grande sconosciuto
tra i grandi interpreti del XX secolo, colui che, Malaparte-Bonaparte, volle “perdere a Austerlitz e vincere a Waterloo”.
Muore nel 1957 a soli 59 anni.
Peccato: gli anni Sessanta, tra Dol-
ce Vita e contestazione, gli sarebbero piaciuti.
Nel 2009 la Biblioteca di via
Senato ha acquistato dagli eredi di
Malaparte tutto il suo Archivio, che
era stato pazientemente e minuziosamente costituito dalla sorella, Edda Suckert in trent’anni di lavoro.
Si tratta di 300 faldoni che
contengono manoscritti, dattiloscritti, ritagli di giornale, documenti privati riguardanti tutta la vita di Curzio Malaparte, dalla nascita sino alla morte, oltre alla sua corrispondenza.
Quest’ultima è stata ricostruita da Edda Suckert recuperando e trascrivendo anche la maggior
parte delle lettere inviate da Malaparte stesso.
Vi sono inoltre i manoscritti
di diversi romanzi, da La Pelle a Kaputt (di quest’ultimo ci sono tutti i
materiali, gli appunti e i taccuini
che vi daranno vita), da Mamma
marcia a Viaggio in inferno, che servirà per la stesura di Maledetti toscani, fino a Il ballo al Cremlino.
C’è la serie completa di Prospettive, la rivista fondata nel 1937
dallo scrittore e a cui tanto teneva.
A questa inusuale rivista collaborarono tutte le migliori penne
dell’epoca, come Elio Vittorini, Libero De Libero, Oreste Macrì, Enrico Falqui, Giancarlo Vigorelli,
Tommaso Landolfi, Elsa Morante,
Renato Guttuso, sotto il coordinamento della fida segretaria Luisa
Pellegrini - vero e proprio factotum - e con il contributo di Orfeo
Tamburi per la parte grafica. Nel
1940, quando Malaparte si trovò al
fronte, fu Alberto Moravia a prenderne le redini.
51
L’epistolario contiene emozionanti lettere scambiate con Piero Gobetti, con il quale Malaparte
intrattenne una breve ma intensa
amicizia dal 1922 al 1926; con politici, ambasciatori, editori (Arnoldo
Mondadori, Daria Guarnati) e direttori di giornale (Aldo Borelli);
con Giuseppe Prezzolini, con l’amico-nemico Leo Longanesi, e
con un giovanissimo Giorgio Napolitano. Oltre 3000 corrispondenti diversi, politici, letterati, artisti, tralasciando i comuni lettori
della popolarissima rubrica Battibecco sul settimanale Tempo.
Numerosissime le testimonianze di affetto giuntegli durante
la malattia, dapprima in Cina in occasione del ricovero nei primi mesi
del 1957 e poi alla clinica Sanatrix di
Roma, dove lo scrittore si spegnerà
quattro mesi dopo il ritorno in Italia; tra lettere, biglietti, telegrammi,
auguri, consigli e rimedi per la guarigione, voti a questo o a quest’altro
santo, raccomandazioni di medici
cui affidarsi, santini e immagini sacre benedette da tenere sul petto, si
percepisce la sua popolarità. Per
non parlare dei messaggi di condoglianze giunti alla famiglia dopo la
sua morte. Di questo momento della vita di Malaparte, l’Archivio conserva anche le fotografie di illustri
politici quali Togliatti, Fanfani e
Tambroni che si avvicendano al suo
capezzale, e quelle dei funerali in
forma pubblica a Prato, nonché della traslazione della salma a Spazzavento quattro anni dopo.
Curioso il carteggio con la famiglia Amitrano di Napoli, titolari
dell’impresa incaricata della costruzione della famosa casa di Ca-
52
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
pri, della quale Malaparte si occupò
personalmente sia dal punto di vista progettuale che da quello esecutivo, con tutte le difficoltà logistiche che comportava edificare – alla
fine degli anni Trenta – sulla cima
rocciosa del suggestivo Capo Massullo, in un luogo raggiungibile solo a piedi o via mare e molto lontano dall’abitato. Di questa dimora
Malaparte amava dire, a chi visitandola rimaneva a bocca aperta per
tanta bellezza, con la sua solita punta di narcisismo e ironia: «La casa
l’ho trovata così. Io ho disegnato il
paesaggio».
L’archivio Malaparte è stato
notificato dalla Soprintendenza
Archivistica come «estremamente
importante per la storia del nostro
Paese e soprattutto per la storia
della nascita e dello sviluppo del fascismo».
Quanto basta per ricostruire
dettagliatamente i primi cinquanta
anni del nostro Novecento.
Ugo Ojetti [1871-1946]
Firenze, il Salviatino, 5 nov. 1929
«Caro nemico, sa dirmi qualcosa
delle Cose viste che Grasset doveva
pubblicare in francese? Né da
Prezzolini ormai americano
né dal traduttore Rival né da
Crémieux riesco a sapere qualcosa di
preciso. Ne ho chiesto a Fracchia che
ha la sua Angela nelle stesse
condizioni di demi-vierge. Mi aiuti
lei. Spero venir presto a Torino,
vederla e liticare con lei a viva voce
che è sempre il modo migliore.
Affettuosamente suo Ojetti»
Nella pagina accanto,
in senso orario, alcune lettere
dell’Archivio Malaparte:
Leo Longanesi [1905-1957],
su carta intestata de “L’assalto”,
rivista bolognese, con un lapidario:
«Manda porco! Ti può giovare!»;
una bella lettera di Elio Vittorini
[1908-1966] nella quale scrive
del suo lavoro e dice «ma spero anche,
e moltissimo, nel lavoro degli altri
perché spero nella “civiltà”
e nessuno al mondo può avere
“civiltà” per conto proprio…»;
una delle molte lettere di Piero
Gobetti [1901-1926] che attestano
una affettuosa amicizia densa
di rispetto e stima reciproca
(qui l’editore torinese lo mette
in guardia contro il partito fascista);
infine, una lettera tra quelle
che il giovanissimo Giorgio
Napolitano [1925] invia da Capri
nell’estate del 1944 quando l’attuale
Presidente della Repubblica
incontra spesso lo scrittore pratese,
insieme con Antonio Ghirelli,
Gianni Scognamiglio, Massimo
Caparra e altri giovani partenopei.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nella pagina precedente:
Giuseppe Ungaretti
Biglietto a Curzio Malaparte
Marino 2 marzo 1930
«Illustre Direttore, ricevo la Sua
lettera del 25 u.s. ed accetto l’onore
di far parte della Commissione che
dovrà assegnare il premio istituito
dalla “Stampa”. La ringrazio
e Le porgo gli atti del mio cordiale
ossequio Giuseppe Ungaretti».
I rapporti non furono molto intensi
ma sempre molto più cordiali di
quanto non trapeli da questo
biglietto. Giuseppe Ungaretti
[1888-1970] collaborò anche
a “Prospettive”.
Sopra: Louis-Ferdinand Céline
Copenhagen 19 novembre 1947
«Cher Malaparte, je suis très
vivement touché par votre joli geste
si chaleureux, si confraternel! Refuser
serait impie! Mais je me suis entendu
aussi de mon cote [sic] avec Tosi pour
que cette somme providentielle soit
mise a [sic] votre service a [sic] Paris
d’autre façon… Kaputt est ici sur
toutes les lèvres. Je veux dire les
lèvres des membres de l’élite lisante,
bien timorée par exemple, mais pour
le Danemark c’est un triomphe.
Encore merci, freternellement,
et a [sic] bientôt j’espere! Embrassez
Camus pour moi, mon colonel! L.F.
55
Céline».
Louis-Ferdinand Céline [LouisFerdinand Auguste Destouches,
1894-1961], ancora in Danimarca,
scrive a Malaparte per ringraziarlo
di avergli messo a disposizione una
cifra considerevole dei suoi diritti
francesi. Il fatto che la lettera non
fosse mai stata ritrovata, ha generato
una serie di dubbi sull’autenticità
dell’episodio. In realtà, il gesto di
Malaparte, vero e proprio atto di
stima e amicizia, anche se i due non
si conoscono mai di persona, rimane
unico. Il Camus citato è Clement,
medico, amico sia di Céline, sia del
nostro scrittore.
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
LETTERE A LUCIO PICCOLO
DI TOMASI DI LAMPEDUSA
«Molto divertente, principe,
davvero spassoso! Lei dovrebbe scrivere
dei romanzi, racconta
così bene queste frottole!».
Giuseppe Tomasi di Lampedusa,
Il Gattopardo, 1958
I
l Fondo Tomasi di Lampedusa
comprende, oltre ad altri documenti, una trentina di lettere inviate dal grande scrittore siciliano ai
cugini Lucio e Casimiro Piccolo durante i suoi viaggi in Europa dal 1925
al 1930. Le lettere sono state pubblicate dalla Silvio Berlusconi Editore
con il titolo L’Utopia del Mostro, nella
collana dell’Utopia nel 2006, e quindi da Mondadori con il titolo Viaggio
in Europa. Epistolario 1925-1930. Riproduciamo dall’introduzione di
Salvatore Silvano Nigro a questa edizione, alcuni passi che spiegano l’importanza e la storia dell’epistolario.
Nella primavera del 1967, una
troupe della televisione raggiunse la
villa magica dei Piccolo, a Capo
d’Orlando: là dove, diceva Montale,
si sentiva risuonare ancora il corno
del paladino Orlando. I tre fratelli
Piccolo, cugini di Lampedusa, erano
squisitamente eccentrici. Nel giardino incantato, accudito da Agata
Giovanna, sognavano di allevare salamandre, fatine svolazzanti, silfi, elfi, folletti e genietti con cappucci a
pan di zucchero, gnomi e gnomidi:
avrebbero voluto coltivarli come fiori, tra le aiuole rigogliose e fruscianti,
e i venti carichi di mare.
Lucio, poeta e “musico”, era
“mezzo occultista”: si incontrava
con le anime latranti dei cani morti
che bussavano alla porta, così come
Casimiro, il pittore, dava udienza
agli spettri di antichi maghi con il
cappello a punta e la bacchetta stellante. In casa, gli ectoplasmi di giorno sonnecchiavano nelle loro culle
di ragnatele, in attesa di svegliarsi; e
di mettersi in posa, esibizionisti e innocui: pronti a farsi fotografare al
buio da Casimiro, orgogliosi della
loro fosforica luminescenza di fantasmi. I Piccolo maneggiavani il fiabesco, e il magico, come cose ovvie, naturali, e riposanti. Con familiarità e
tenerezza. E con tutti i rispetti. Per il
mondo invisibile avevano una seconda vista.
Vivevano in un angolo appartato di Sicilia, ma al confine con un
altro mondo. Colti, coltissimi, e poliglotti. Assistiti dai libri di mezza
Europa. E monarchi assoluti del loro
regno di chimere. Come nell’Irlanda
delle Fiabe di Yeats, nella Piana dei
baroni Piccolo di Calanovella la poesia e la pittura erano misteriosamente collegate alla magia.
Vanni Ronsisvalle, che guidava
la troupe, sorprese Lucio Piccolo
nell’atto di cavalcare una ferrata cassapanca barocca. Il poeta non si
scompose. E anzi rivelò all’ospite il
segreto che, cavalcando, covava. In
quella cassapanca, irta di chiavistelli,
custodiva le “lettere privatissime”
che Lampedusa aveva spedito ai cugini dall’estero: «un giorno» aggiunse «qualcuno le leggerà e si divertirà un mondo».
Nella conversazione televisiva
con Ronsisvalle, Lucio Piccolo tornò a parlare delle lettere di Lampedusa: «Ho trovato recentemente
(ma di questo non ne deve parlare)…
ho trovato le lettere di Lampedusa
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
interessantissime, di un ventennio,
dirette a me e a mio fratello, lettere
dall’Inghilterra, dalla Germania…
alcune sono dei veri e propri bozzetti
letterari, del gusto di Chesterton
verso il ’26, ’27… ’30… ’31… non le
posso pubblicare … Perché l’erede
di Lampedusa è la principessa e dovrei mettermi d’accordo con la principessa, perciò preferisco per ora
serbarle… le serberò a Solicchiata, le
conserverò lì». La vedova lettone di
Lampedusa era, per i Piccolo, un’orsa baltica: imponente e irsuta, e tanto
più temibile in quanto addestrata nei
circhi massimi della psicoanalisi/
Le lettere Lucio le aveva ritrovate l’anno prima. E s’era proposto
di pubblicarle. Ne aveva scritto ad
Antonio Pizzuto: «Ho ritrovato e
raccolto un gruppo di lettere di
Lampedusa, di molti anni addietro –
da Londra ecc. – di tono umoristico –
alcune di carattere privato altre veri e
propri bozzetti – atmosfera chestertoniana. Pensi che potrebbero interessare qualche rotocalco – giornale
o rivista? Debbo farle trascrivere a
macchina». Pizzuto pensò alla rivista “L’Approdo Letterario”. E si
consultò con Contini e con Vanni
Scheiwiller.
Le lettere diventarono subito
“le Lampedusa”: una “ghiotta avida
preda per una rivista”. Ma Piccolo
per un po’ fece cadere il discorso.
Pizzuto lo aveva messo in allarme.
Gli aveva suggerito di “chiedere”
una preventiva “autorizzazione alla
principessa di Lampedusa”. Alla fine, dopo tre mesi di rimuginamento,
Lucio rinunciò al progetto. Me
scrisse a Pizzuto il 1º marzo del 1967:
«Carissimo, non ho più parlato delle
lettere di Lampedusa perché smessa
del tutto l’idea di pubblicarle – esse
sono in gran parte scherzi e sberleffi
riguardanti personaggi di Palermo
in quell’epoca, oppure trattanti cose
di famiglia – le poche pubblicabili sarebbero quelle che sono veri e propri
bozzetti letterari – durante il suo ripetuto soggiorno a Londra, riflettono Chesterton-Cecchi che ammirava allora moltissimo. D’altra parte
informatomi con persona legalmente competente – non mi sarebbe possibile pubblicarle senza trattative e
consenso della vedova. Ora questo
rende del tutto irrealizzabile la cosa.
Questa signora ha un carattere pessimo e non vogliamo assolutamente
averci d’affare. Le lettere verranno
romanticamente conservate in un
possente mobile in una casa che abbiamo sulla fiumara di Naso – dove
c’è la grande pressa elettrica dell’olio. Casa quanto mai spiritata e suggestiva. Ci penserà poi nel futuro l’erede dei “Piccioliti” (così ci chiamano a Ficarra)».
[…]
Qualcuno ha dubitato pure
della loro effettiva esistenza. Ma sono state recuperate. Sottratte alla
dispersione, alle arcane fatture, alle
mani empie, sono ora custodite nella
Biblioteca di via Senato a Milano.
Piccolo riteneva che “poche”
fossero le lettere pubblicabili. Tolte
le familiari, le scanzonate, e le sbertuccianti o di “bbabbìu”, avrebbe voluto consegnare alle stampe solo i
«bozzetti letterari» improntati all’estro ironico e umoristico di Chesterton, che Lampedusa aveva imparato
ad ammirare sulle pagine della
“Ronda”: quando Emilio Cecchi vi
pubblicò a puntate, tra il 1921 e il
1922, la sua traduzione di Manalive.
Al di là di ogni buona intenzione, lo
sforbiciamento avrebbe sfilacciato la
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trama dell’epistolario, che una delle
sue unità trova nell’assunzione a modello degli stendhaliani Mémoires
d’un touriste: «pieni di aneddoti aciduli, del resto mirabilmente raccontati» dirà Lampedusa nelle sue lezioni di letteratura francese.
Ma forse Piccolo giocava a nascondere le lettere che lo riguardavano. Un mite rancore, un bofonchiamento affiora qua e là nelle sue
dichiarazioni: una stizza neppure
tanto nascosta. Lucio aveva qualche
volta viaggiato con il cugino: «Il
viaggio a Londra di me con Lampedusa avvenne – salvo errori – nel ’3031, anche il ’29, non ricordo… Comunque posso dire non fu privo di
un certo colore, perché Lampedusa
era un umorista; specialmente io ero
la mira dei suoi benevoli e affettuosi
sarcasmi: s’era fitto in capo di creare
di me la macchietta del giovane…
così, di tendenze letterarie, che si recava per la prima volta a Parigi e a
Londra; voleva creare senz’altro la
macchietta del giovane di provincia… Debbo dire che non ci riuscì
naturalmente, perché “monsieur”
visto che si comportava così cercava
in ogni modo di sfuggire ai suoi frizzi».
Anche nelle lettere, Lampedusa bersaglia Lucio: con salda perseveranza e con placide infamie. Lucio
è, nella commedia che per celia di
volta in volta il cugino gli improvvisa
attorno, la “maschera” Lucien de
Calenouvelle, chevalier; il Grammatico senza lingua; il Poeta peccatore,
diviso tra le muscolosità portuali e le
blasonature degli «esteti» («eufemismo a sua volta per indicare cose peggiori», nel racconto I gattini ciechi).
Lampedusa arriva a intestarsi
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una clamorosa scoperta bibliografica: tra gli scarti di un bouquiniste ha
scovato un libello inglese di primissimo Seicento, che ragguaglia sugli
amori celebri di Lucius of Newport e
dell’«esteta» Faulkes (futuro disegnatore di gioielli per Paul Iribe e
Coco Chanel), duca di Verdura e
marchese di Murata la Cerda. Alla
“persecuzione” sollazzevole delle
lettere, alle burle scritte, Lucio non
poteva «sfuggire». Lampedusa era
incorreggibile. […]
“Le Lampedusa” sono però, in
gran parte, le lettere di un umorista
che pratica il wicked joke: lo scherzo
maligno e canzonatorio. Sono, nella
finzione “romanzesca” ce le unifica e
sorregge, il journal de route (alla
Stendhal) e i racconti di un corrispondente pickwickiano (dickensianamente «esagerato») del circolo
nobiliare Bellini di Palermo: un Cir-
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
colo Pickwick provincialmente siciliano, i cui soci palleggiano tra loro
«invidie, rancori, timori», «frottole» e «barzellette», come si conviene
a una classe tragicamente comica che
ha perso il proprio «primato» e «fa
scarso consumo di idee generali»
(secondo l’analisi che Lampedusa affiderà al racconto I gattini ciechi).
Decidere di partire e scegliere
l’equipaggiamento, sono operazioni che impongono a Lampedusa una
sosta preliminare in biblioteca. È il
guardaroba del narratore, il camerino dei trucchi. Lampedusa è «mostruosamente letterario». Ed è un
«mostro» di curiosità, e di indiscrezione aneddotica, come lo Stendhal
dei Memoires d’un touriste. Viaggia
per l’Europa «col monogramma sul
didietro», un cartello appeso al collo su cui si legge il nomignolo «Mostro», e una batteria di mostrine in-
solenti al petto. Calza i sandali di
Ulisse e indossa a rovescio lo stiffelio dello Chateaubriand dei Memoires d’Outre-Tombe. Tutto ha visto,
tutto sa, tutto ha provato, tutto ha
letto. Ha attraversato l’Odissea, ma
ora viaggia «per svago e istruzione» come Pickwick. E del personaggio dickensiano ha il «cervello
gigantesco» e la «gravità» del fisico. Pingue e corpulento, attratto
dalle colazioni più sgomentevoli, si
specchia negli occhi di un oste; e
come su un giornale vi legge il suo
nome di briccone e di bisboccione:
è senz’altro Falstaff. Il Mostro è
«angelo e porco» […] Il Mostro,
tonificato dalla propria mostruosità, si impegna e si disimpegna, di
volta in volta, nelle maschere tutte
del suo teatrino. Entra ed esce dai
costumi e dalle maschere che la biblioteca gli fornisce […]
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: Parigi, 27 luglio 1925
«Caro Casimiro, sono eccitatissimo
per la politica. […]
In una strada secondaria
c’è una specie di fiera e fra
le altre cose una ‘roulette’
in cui invece di numeri ci sono
bandiere delle varie nazioni;
dopo un po’ che stavo a guardare
la pallina s’è fermata sulla bandiera
italiana; e l’uomo ha annunziato:
“C’est l’Italie qui a gagné”.
E nella folla un giovane dice
all’amico: “Je te crois; avec leur
Mussolini!”. Piccoli sintomi…»
Sopra: Londra, 5 luglio 1927
«[…] Vuole avvertire i cavalieri
Casimiro e Lucio che se un giorno
(che egli spera prossimo)
si decideranno a visitare queste rive,
è perfettamente inutile che
lo facciano senza il Mostro,
perché da soli essi vedranno
sì Westminster,
la Torre di Londra e i musei;
ma della città e della sua anima,
senza il mostro che ne detiene
le chiavi, non capiranno niente
di niente. Il Mostro “over-fed”».
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nella pagina precedente:
Da Londra, 10 agosto del 1927,
nel capitolo dedicato a «Casimiro,
dipintore» Tomasi loda
“l’eccellenza” del pittore
John S. Sargent.
Ne decanta la bravura,
soprattutto per la realizzazione
del ritratto della famiglia
Wertheimer, per la resa perfetta
dei caratteri dei personaggi,
che escono dalla tela tanto che
«il Mostro ci si è seduto davanti
e si è divertito come se fosse
a teatro».
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Sopra: Da Londra, 20 luglio
1927, il «Mostro offeso»
apostrofa malamente i cugini
colpevoli di non distogliersi
dalle occupazioni sedentarie
per rispondergli.
A fianco: Londra nel giugno
del 1928 è diventata ormai
«Mostropoli». Tra le lettere
più compiute letterariamente,
è strutturata in cinque gustosi
bozzetti. Alla fine, si firma
«Il Mostro metropolitano».
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
GIANCARLO VIGORELLI
E LE SUE “PRIME” DEL ’900
«Se non scrivessi, so che tradirei»
Teilhard de Chardin,
citato in Giancarlo Vigorelli,
Il gesuita proibito, Milano,
Il Saggiatore, 1963
N
essuna frase meglio di questa riesce a evocare la figura
di Giancarlo Vigorelli.
Egli stesso la cita nel libro dedicato al
grande pensatore cristiano, padre
Teilhard de Chardin – mai scritta peraltro, solo riferita da padre Leroy,
suo biografo –, senza accorgersi che
forse l’avrebbe potuta tranquillamente sottoscrivere.
Nato a Milano nel 1913, Vigorelli sin da giovanissimo ha “servito”
la letteratura. Addirittura calcando
la terra calpestata, almeno idealmente, dal suo mito personale, quel Manzoni la cui casa e le cui memorie custodirà poi per anni. Da bambino infatti abitava nella casa della nonna a
Olate, vicino a Lecco, la casa che la
tradizione vuole sia stata quella di
Lucia Mondella.
Scrittore, saggista, critico letterario, inizia a collaborare con le più
importanti riviste degli anni Trenta e
Quaranta del ’900 (tra queste, sicuramente intensa è l’esperienza con
Prospettive, di Malaparte, testimoniata da una lunga serie di lettere e
cartoline).
Dopo aver militato nella Resistenza, alla fine della guerra fonda Il
Corriere Lombardo. Dirige quindi Il
Momento e La Settimana Incom. Nel
1958 dà vita alla Comunità Europea
degli scrittori, fonda e dirige l’Europa Letteraria e Nuova Rivista Europea.
Scrive per le maggiori testate
italiane ed europee, ed è per molti
anni presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani di Milano.
Ha fatto il critico letterario, da
militante, come usava nel Novecento, mostrando una capacità di analisi
che ha pochi esempi anche tra i suoi
contemporanei: forse solo nell’amato sodale Carlo Bo, o nel tanto ammirato Pasolini.
Ha visto passare accanto a sé
tanti personaggi, tanti amici – ma anche nemici – e ha promosso intere
generazioni di scrittori: a ognuno di
loro ha dedicato un’attenzione, una
lettura, un consiglio, magari intriso
di quel fare spiccio, quasi burbero ma
bonario che lo contraddistingueva.
Per questo suo mestiere ha raccolto nel corso degli anni migliaia di
libri, sino a costituire una notevole
biblioteca con delle specializzazioni
spiccate: la letteratura a lui contemporanea, quella della sua terra, Milano e la Lombardia, quella dell’Ottocento con grande attenzione alla
Scapigliatura e al verismo, quella
francese tra Otto e Novecento, quella dei grandi autori russi.
Di questa biblioteca, una cospicua parte è conservata nella nostra
Biblioteca, circa 5.000 volumi, per lo
più prime edizioni di gran parte della
letteratura italiana del Novecento.
Per tutta la vita ha inseguito alcuni specifici autori, arrivando anche
a essere un colto bibliofilo, a cominciare ovviamente dal Manzoni (non è
difficile immaginare che il periodo in
cui è stato presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani sia stato
per lui uno tra i più felici).
Nel nostro Fondo però la presenza di autori ottocenteschi è circoscritta alla Scapigliatura. Sono infat-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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ti presenti alcuni autori come Ghislanzoni, da cui discendeva per parte
di madre, e il commediografo Fontana. Altri, anche se più tardi, come
Dossi, Lucini e Paolo Valera, quest’ultimo ingiustamente dimenticato dai più.
Ma gli scrittori di riferimento,
quelli più amati, erano i suoi contemporanei. A cominciare da Malaparte, con il quale aveva per lungo
tempo collaborato e del quale ricambiava un’affettuosa amicizia, testimoniata da le molte lettere presenti
nel nostro Archivio Malaparte e anche da alcune significative dediche
sui libri. Accanto allo scrittore pratese, il suo “gemello” bolognese, Longanesi, è ben presente nella biblioteca di Vigorelli, che ne ha raccolto
quasi tutto il pubblicato.
Moravia è stato un amico e un
autore seguito dal grande critico che
ne ha conservato tutti i volumi, di cui
molti con dedica; Pasolini, letto e
studiato a lungo e poi pianto; Svevo,
e tutti gli scrittori giuliani; alcuni futuristi, come certo il milanese Marinetti; Gadda, ovviamente, che anche
se residente a Roma mantenne quell’umore lombardo che Vigorelli
condivideva appieno. E poi i poeti:
Montale, Quasimodo, Ungaretti,
Bertolucci, Marin e molti altri.
Ma oltre ai testi originali dei
vari scrittori – come abbiamo detto
Vigorelli privilegiava sempre le prime edizioni – egli ha raccolto anche i
libri di critica su di loro, per documentarsi e per approfondire facendo
diventare la sua biblioteca un luogo
ideale per chi voglia affrontare certi
autori.
A questa parte di biblioteca vigorelliana si innesta poi la grande
raccolta di prime edizioni della letteratura italiana del Novecento, che
consta ormai di 9000 titoli, dalla Litolatta e il libro imbullonato di Depero sino agli autori più significativi
degli ultimi decenni del secolo scorso, come Sciascia o i poeti Edoardo
Sanguineti e Franco Loi.
È evidente che, una volta affiancati tanti autori, tante storie per
così dire parallele, nasce l’esigenza di
una sintesi con cui rispondere – sia
pure per approssimazione – alla domanda: quale quadro unitario disegnare di un secolo di letteratura.
Ma è altrettanto evidente che
questo è il compito di una biblioteca
come la nostra, di conservazione e
non solo di consultazione: quello di
fornire degli elementi originali, magari anche una filigrana disegnata da
altri, come Giancarlo Vigorelli, per
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
meglio intendere quello che è avvenuto ed è stato scritto, per meglio
comprendere – parafrasando Robert
Darnton – in che modo le idee che
hanno mosso la nostra nazione si siano sviluppate e siano state trasmesse
attraverso i libri e come il contatto
con essi abbia influito sul nostro
pensiero e sul nostro comportamento nell’ultimo secolo.
Attraverso i libri del Fondo del
Novecento e del Fondo Vigorelli,
forse è possibile ricostruire il complesso percorso, molto spesso sotterraneo e ben poco evidente ma
molto affascinante, della storia “reale” delle idee degli ultimi cento anni.
Nella pagina precedente,
dal Fondo del ’900:
Federico De Roberto
I vicerè
Milano, Casa editrice Galli
di C. Chiesa e F. Guindani, 1894
Dedica autografa dell’Autore
ad Alberto Albertini [1879-1954],
fratello di Luigi con cui dal ’21 al
’25 condivise la carica di direttore
del “Corriere della Sera”, dopo di che i
due fratelli, invisi al fascismo, furono
costretti a dimettersi e a cedere le
proprie quote alla famiglia Crespi.
Sopra, a sinistra:
Piero Chiara
Itinerario svizzero
Lugano, Edizioni del “Giornale del
Popolo”, [1950]
Chiara [1913-1986] e Vigorelli
furono molto amici.
Qui lo scrittore di Luino ringrazia
l’amico per averlo accompagnato, e
forse spronato sulla strada della poesia.
Il libro di poesie Itinerario svizzero
segue Incantavi edito a Poschiavo
nel 1945.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A sinistra:
Ignazio Silone
Ed egli si nascose.
Dramma in 4 atti
Roma, Documento,
Libraio Editore, 1945
Ignazio Silone [Secondo
Tranquilli, 1900-1978]
dedica qui la riduzione teatrale
di Pane e Vino. Il libro viene
pubblicato nel 1944 prima
in tedesco e poi in inglese,
tradotto dalla moglie Darina
Laracy; in Italia il dramma
appare solo l’anno successivo.
Sopra a sinistra:
Carlo Bo
Otto studi
Firenze, Vallecchi Editore, 1939
Oltre all’amicizia, vi era una grande
stima che legava Giancarlo Vigorelli
a Carlo Bo [1911-2001].
Di lui, nella biblioteca, sono conservati
tutti i libri pubblicati.
Carlo Betocchi, Altre poesie
Firenze, Vallecchi Editore, 1939
Carlo Betocchi [1899-1986]
menziona nella dedica l’“aspra
amicizia” di Vigorelli; forse
alludendo al carattere di
quest’ultimo, severo e brusco
nelle sue espressioni, burbero
a prima vista, ma sempre
“benefico” con gli amici.
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
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A sinistra: Luigi Pirandello,
Elegie Renane. (1889-90) Roma,
Tipografia dell’Unione Coop.
Editrice, 1895
Luigi Pirandello [1867-1936]
è presente nella biblioteca del ’900
con numerosi titoli, quasi tutto
il pubblicato. Qui una delle sue
plaquette più rare, in un esemplare
con dedica.
Sotto: Arturo Onofri, Poemi
tragici (1906-1907). Roma,
a spese dell’Autore, 1908.
Tra le prime pubblicazioni
del metafisico Onofri [1885-1928],
con dedica a Raffaello Piccoli,
critico letterario [1888-1933].
Nella pagina accanto:
Alberto Moravia
La noia
Milano, Bompiani, 1960
L’amicizia con Moravia
[Alberto Picherle, 1907-1990]
dura dagli anni Trenta quando,
sotto la direzione di Malaparte,
collaborano entrambi
a “Prospettive”.
A sinistra:
G. P. Lucini
La solita canzone del Melibeo
Milano, Edizioni di “Poesia”
Grande bibliofilo, Vigorelli
compulsava regolarmente
i cataloghi antiquari per cercare
gli autori che amava. Tra questi,
senz’altro Gian Pietro Lucini
[1867-1914] che dedica il libro
all’amico pittore Achille Guerra
[1832-1903].
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la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
ADA E MARIO DE MICHELI,
UNA STORIA DELL’ARTE
Gertrude Stein […] che ha seguito
attentamente l’intero periodo
cubista, ha scritto che Picasso non
s’interessava dello spirito perché
era troppo occupato con le cose.
[…] Se insomma Kandinsky ha
distrutto l’antica idolatria del
pittore per il mondo, Picasso l’ha
furiosamente ribadita. […] egli
[Picasso] afferma … «…Nella
pittura come nella vita bisogna
agire direttamente».
M. De Micheli,
Avanguardie artistiche del Novecento
S
e nell’arte bisogna agire direttamente, pochi in Italia vi
hanno agito per così tanti anni
e in modo così diretto come Mario
De Micheli. La passione della critica lo ha portato sempre a confrontarsi intellettualmente con il suo
tempo e a incidervi, civilmente e
moralmente.
Nato a Genova nel 1914, De
Micheli si trasferisce a Milano nel
1938, dove si laurea con una tesi sui
poeti del surrealismo. Conosce ed
entra in amicizia con alcuni giovani
artisti e intellettuali come Ernesto
Treccani, Raffaele De Grada, Giacomo Manzù, Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo. Partecipa con
molti di loro al movimento di Cor-
rente, in cui si fa apprezzare come
teorico e poeta. Nel 1941 sposa Ada
Tommasi, da cui avrà due figli, Anna
e Gioxe. Accanto a lei, sin dai tempi
dell’Università, si interessa di arte e
letteratura, con lei partecipa alla
Resistenza nel gruppo di Eugenio
Curiel. Durante questo periodo
Mario De Micheli viene arrestato e
solo l’intraprendenza della moglie
lo salverà da una morte certa.
All’indomani della fine della
guerra, alla rinascita di tutti i progetti civili e culturali, si avvicina al
Partito Comunista, per il quale accetta nel 1947 di andare a insegnare
nelle scuole della minoranza italia-
na in Istria. Sarà per De Micheli e la
sua famiglia un periodo molto duro: «L’Ada e il Mario … criticano la
“congiura del silenzio” verso le voci
dissenzienti» ricordano i figli. Conoscerà ancora la galera e la fame,
tentando di ritornare in patria in
molti modi, alcuni veramente rocamboleschi: alla fine la famiglia
tornerà nascosta nel doppio fondo
di un camion.
Rientrato a Milano, riprende
le antiche occupazioni. Nel 1953 è
tra i curatori e allestisce la grande
mostra di Picasso a Palazzo Reale.
La moglie insegna al liceo e lo sostiene. Sono anni duri ma nei quali
il giovane critico scrive libri, saggi,
presentazioni di cataloghi. Per il
quotidiano del Partito Comunista
“l’Unità” tiene la cronaca d’arte.
Nel 1959 esce il libro che lo
farà conoscere internazionalmente, Le avanguardie artistiche del Novecento, riflessione sull’arte moderna e sul suo sviluppo nel ’900 sotto
l’egida di una frase di Rimbaud, «Il
faut être absolument moderne»,
dove absolument è per De Micheli il
categorico imperativo del modo di
intendere l’arte: sciolta da ogni
conformismo e vissuta con fede, direttamente sino alla fine.
I figli ne descrivono l’attività
di quegli anni così: «… essenzial-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
mente il Mario è un critico militante, un critico, cioè, che vive con gli
artisti, li appoggia, sprona, conforta, cresce assieme a loro e al loro lavoro; come quando, in quegli anni,
difende e valorizza la pittura dei
“ragazzi” che in seguito, con felice
definizione, Marco Valsecchi
avrebbe chiamato del “realismo
esistenziale” […] Certo non è interessato alle “cose” della moda-mercato-potere; l’arte, la cultura sono
per lui la risposta “alta” ai nodi dell’esistenza, per questo lavora, operando attraverso una scelta di campo ben definita ma lontana da dogmatismi ideologici o settarismi».
Dalla fine degli anni Sessanta
conosce un periodo di tranquillità
economica e di grande successo.
Organizza grandi mostre internazionali che gli decretano la fama:
Siqueiros, Orozco, Marino Marini,
Arturo Martini, Henry Moore sono i nomi degli artisti. Escono le
prestigiose monografie su Picasso,
Guttuso, Manzù.
Ottiene la cattedra di Sociologia dell’Arte al Politecnico di Milano e contemporaneamente continua a seguire gli artisti, giovani come anche meno giovani, con la stessa foga e impegno di quando seguiva
gli amici della Bottega di Corrente.
Mario De Micheli muore nel
2004 a Milano ed è sepolto a Trezzo
sull’Adda, cittadina dove era nata la
madre e dove risiedeva da alcuni
anni, che, pur essendo vicina a Milano, gli pareva avere la qualità di
vita necessaria per un uomo: «E poi
Trezzo è a un salto da Milano, un
nitido e gradevole paese che ha
conservato parte della sua vecchia
fisionomia, è un luogo ricco di me-
morie storiche, c’è il fiume di Leonardo».
La sua opera è sempre stata
pervasa da una visione interdisciplinare che accosta l’immagine alla
parola e che trova nella dimensione
poetica il momento della loro sintesi e del loro confronto.
La sua formazione umanistica
e letteraria si è avvertita nel suo lavoro in campo artistico e viceversa:
è proprio partendo dagli studi su
personaggi come Apollinaire o
Mallarmè che egli comincia a interrogarsi sulla nascita delle avanguardie artistiche. E per capire meglio la direzione della sua attività
critica, bisogna ricordare le magistrali traduzioni che lui ha condotto sui testi di Majakovskij [Il poema
di Lenin, Feltrinelli, 1951], di
Eluard [A Pablo Picasso, Forlì, Edizioni di Pattuglia, 1943] e su quelli
dei poeti romeni contemporanei
[Parma, Guanda, 1967]. Tali traduzioni infatti illustrano meglio di
molti discorsi il suo insistere sulla
poesia come luogo di incontro di
tutte le attività culturali e come
luogo privilegiato per riflettere sulla vita e quindi agire.
La Biblioteca e l’Archivio di
Mario De Micheli erano già stati donati al Comune di Trezzo e nel giugno del 2010 sono arrivati alla Fondazione Biblioteca di via Senato.
Il cospicuo fondo consta di
circa 14.000 monografie, 1500
opere di Mario De Micheli, 8000
opuscoli.
Oltre alle pubblicazioni sulla
storia e critica d’arte e ai cataloghi
di mostre da tutto il mondo, il Fondo di Mario De Micheli rispecchia i
personali interessi del critico: la
71
letteratura italiana e straniera con
particolare riguardo alla poesia, la
filosofia e la politica, la storia della
Resistenza.
Accanto a questa biblioteca, si
trovano una serie ancora imprecisata di documenti manoscritti e
dattiloscritti che ne testimoniano
l’incessante attività.
Parimenti importante, la fototeca ancora da catalogare e studiare: un impressionante insieme
di fotografie di opere d’arte, pubblicate poi nei vari testi dell’autore;
fotografie di artisti e dei loro studi;
immagini originali di monumenti e
dipinti scattate da De Micheli stesso; diapositive utilizzate per l’insegnamento.
L’importanza del Fondo librario di De Micheli è ormai confermata da più parti; crediamo che
sarà dallo studio delle fotografie
che potranno venire le sorprese
maggiori, essendo queste un ricchissimo patrimonio iconografico
della storia dell’arte internazionale
e italiana.
La Fondazione Biblioteca di
via Senato ha accolto con grande
entusiasmo il fondo che costituisce
una solida base per gli studi sull’arte in generale e in particolare della
seconda metà del Novecento, mettendolo a disposizione di quanti vi
vorranno approfondire le proprie
ricerche.
Nell’esporre qui per la prima
volta alcune pubblicazioni della biblioteca con due dei molti manoscritti, abbiamo voluto dare risalto
alle relazioni umane e personali che
sottendono a questi libri e a questa
biblioteca, proponendo alcuni volumi con dedica autografa che gli
amici artisti e letterati “lasciarono”al grande critico.
72
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Il percorso intellettuale di De
Micheli, dai tempi di Corrente, si
interseca con quello di molti altri
personaggi del mondo culturale
italiano e straniero.
Anche per questo si trovano
alcuni libri che per vari motivi si sono fermati sugli scaffali della sua biblioteca anche se provenienti da altrove, come quelli dedicati a Giacomo Manzù da Renato Birolli, quello di Sereni dedicato a Vasco Pratolini e quello di Arthur Miller e sua
moglie, la fotografa austriaca Inge
Morath, dedicato allo scultore russo Ernst Neizvestny.
Ma sono casi sporadici, il
gruppo delle dediche a De Micheli
è di per sé già cospicuo: da quelle di
Tristan Tzara a quelle degli amici
del gruppo di Corrente – come
Treccani, Quasimodo, Sereni, tra
gli altri –, da quelle dei poeti dell’Est, come il rumeno Tudor Arghezi e la sua compatriota Maria
Banus, a quella di Pablo Neruda e
di David Alfaro Siqueiros.
David Alfaro Siqueiros
No hay mas ruta que la nuestra
Mexico, s.i.t., 1945
Dedica autografa dell’Autore
a Mario De Micheli:
«Para Mario De Micheli camarada
y amigo con la solidaridad del [?]
DASiqueiros, Genova el 11 de
octubre del 1951».
Nel 1976 De Micheli cura
a Firenze una grande mostra
dell’amico Siqueiros [1896-1974],
grande artista messicano a cui
aveva già dedicato numerosi scritti.
Accanto:
Bruno Caruso
Manicomio
[Milano], Edizioni della Colonna
Infame, 1969
Alla prima carta, dedica autografa
dell’Autore: «A Mario De Micheli,
con l’affetto del suo Bruno Caruso».
Bruno Caruso [1927] grande
artista palermitano.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
73
Sotto:
Vittorio Sereni
Diario d’Algeria
Firenze, Vallecchi editore, 1947
Finito tra i libri di De Micheli
un volumetto di poesie dell’amico
Sereni [1913-1983] (amico sin
dai tempi di Corrente), dedicato
però a Vasco Pratolini [1913-1991].
Sopra:
Tudor Arghezi
Versuri
Bucuresti, Editura de Stat Pentru
Literatura Si Arta, 1959
Il grande poeta romeno Arghezi
[1880-1967] rende omaggio al fine
conoscitore della letteratura del suo
paese, l’amico De Micheli, che nel
1967 curerà per Guanda una
fortunata antologia di poeti romeni
[Poeti romeni del dopoguerra
presentati e tradotti da Mario De
Micheli, Parma, Guanda, 1967].
A destra:
Pablo Neruda.
A cura di Giuseppe Bellini
Milano, Nuova Accademia
Editrice, 1960
Per De Micheli la poesia
è sempre stata il luogo di incontro
e confronto di tutte le attività
artistiche.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
75
Vittorio Sereni
Stella variabile
Milano, Garzanti, 1981
All’occhietto, dedica autografa
dell’Autore: «A Mario
De Micheli e ai comuni ricordi
il suo Vittorio Sereni. Nov. ’82».
Altro libro di Sereni, questa volta
con dedica all’amico Mario.
Nella pagina precedente:
Attilio Rossi
Buenos Aires en tinta china […]
Prólogo de Jorge Luis Borges.
Poema de Rafael Alberti
Buenos Aires,
Editorial Losada S.A., 1951
Simpatica dedica del pittore
e grafico Attilio Rossi
[1909-1994];
naturalmente, parlando
di “un pittore e un poeta
comunisti” allude a se stesso
e a Rafael Alberti.
Sopra:
Inge Morath; Arthur Miller
In Russia
New York, Viking Press, 1970
Altro libro “estraneo” nella biblioteca
di De Micheli. Lo dedicano allo
scultore russo dissidente Ernst
Neizvestny [1925] i coniugi Miller.
Il celebre drammaturgo americano
[1915-2005], dopo aver divorziato
con Marylin Monroe, nel 1962
sposa la fotografa di origine
austriaca Inge Morath.
76
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
TRA GIACOMO MANZÙ
E NINO BERTOCCHI
L’
archivio Giacomo Manzù
(1908-1991) consiste di un
gruppo di lettere, scritte
dallo scultore a Nino Bertocchi
(1900-1956), e dipanantesi lungo
un arco temporale che va dall’agosto 1936 alla morte dell’amico, nel
1956. Questi documenti epistolari
ci illuminano su uno dei sodalizi intellettuali più intensi dell’arte italiana del Novecento.
Già in occasione della Mostra
Giacomo Manzù. Le opere e i libri (a
questa pubblicazione si rimanda anche per una biobibliografia generale
sull’Artista) tenutasi nel 2000 presso
la Fondazione Biblioteca di via Senato, un primo censimento delle lettere di Manzù conservate nell’archivio di Ardea ne ha mostrato tutto il
valore di documenti fondamentali
per l’intendimento dei complessi, e
sovente sofferti, percorsi biografici e
creativi dell’Artista.
Proprio in quella circostanza,
e sulla base di tale consapevolezza, è
avvenuta l’acquisizione da parte
della Biblioteca del prezioso epistolario. Grazie a un’accurata opera di
trascrizione, l’importanza dell’epistolario ne esce amplificata, sia per
la messe di notizie che ci offre, sia
per il tono complessivo di confiden-
za intellettuale, di idem sentire che
può leggersi, al di là delle occasioni,
in seno a una generazione tutta –
che era anche quella dei Luigi Bartolini, degli Aldo Salvadori, degli
Umberto Vittorini, per non citare
che alcuni degli esponenti di quella
cerchia cospicua – che fece una scelta di modernità non legata alle ansie
di aggiornarsi sull’art-en-train-dese-faire, sui portati ogni volta ulteriori del dibattito, ma in una prospettiva di identità artistica forte,
autorevole, ben cosciente d’un radicamento profondo, e insieme non
ortopedico, nella storia.
Di tale determinazione, della
quale Manzù è il frutto più alto in
termini di esiti qualitativi, Bertoc-
chi ha rappresentato il versante di
massima consapevolezza intellettuale. Fatale, verrebbe da dire, è
dunque il loro incontro; cruciale il
loro rapporto, tale da riverberarsi
su un orizzonte ben più ampio di
quello delle singole biografie.
Manzù, l’autodidatta che s’assetta un’espressione lavorando con
rigore giansenista e insieme con
sguardo fragrante e meravigliato
sui testi del passato, trova in Bertocchi il primo degli interlocutori colti
(saranno, poi, figure come Giuseppe De Luca e Cesare Brandi) ai quali affidare, verrebbe da dire con parole d’oggi, l’editing intellettuale
del proprio lavoro, uno specchiamento critico che non valga garanzia mondana, ma autentica e risentita nourriture.
Bertocchi, dal canto suo, vede
nello scultore l’inverarsi in un linguaggio alto, altissimo, in una personalità fondativa, dei propri ragionari sull’Ottocento come humus d’una modernità non nominalistica, un «clima di poesia figurativa ostile ad ogni contaminazione
letteraria, i diritti di una fantasia
che si alimenta nella quotidiana osservazione del reale», come scrive
nel 1945.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
Nino Bertocchi, pittore e studioso d’arte, attento sin dalla gioventù alle ragioni della critica militante, si consegna ai posteri per
opere fondamentali come la monografia su Luigi Bertelli, 1946, e la
grande mostra dell’Ottocento emiliano, 1955. Ma parimenti conta la
sua fittissima attività pubblicistica,
che lo fa annoverare tra i collaboratori di testate come Il Resto del Carlino e Il Popolo d’Italia, Arte Mediterranea e La Fiera Letteraria, Frontespizio e Primato, Domus e Casabella, oltre che tra i fondatori de L’Orto.
Il suo incontro critico con
Manzù è precoce. Alla XX Biennale, 1936, scopre nel giovane pittore
e scultore bergamasco “la bellezza
di certi chiaroscuri leonardeschi”,
così come il talento dei suoi compagni di via milanesi Salvadori e Sassu.
Di lì a due anni, ecco Manzù celebrato come autentico “caso” della
XXI Biennale.
Il critico legge in Manzù una
tutta affatto particolare e inequivoca “italianità”, maturata sul rapporto profondo la tradizione e l’Ottocento e parimenti sull’amore senza
sudditanze per la grande scuola
francese, che l’artista ha esplicitato
senza mezzi termini in un’inchiesta
di Domus voluta da Lamberto Vitali:
«Lascio il mio spirito libero a tutte
le forme del bello e posso così emozionarmi davanti a un’opera greca,
d’un primitivo come davanti a una
cera di Rosso. […] I nostri anziani
hanno cercato la via del compromesso, lasciandoci in una situazione
di equivoco. Essi hanno trascurato
di continuare la strada tracciata dagli impressionisti e da Cézanne e
quella di Rosso, di Degas e di Renoir scultori, e di Rude e Carpeaux,
la cui tradizione non si poteva spe-
gnere se non grazie una spiritualità
nuova. Per questo credo che l’opera
del Novecento, o meglio del Novecentismo, sia condannata alla sterilità. […] La mia generazione deve
rifiutare proprio questi vezzi formalistici degli ‘ismi’. La tradizione
dell’Ottocento, che conclude quella di secoli, ci lascia una profonda
eredità spirituale. Come gli impressionisti, forti dell’insegnamento romantico, hanno trovato il loro linguaggio, così noi sul loro esempio
sapremo esprimere con mezzi nostri quello che è profondamente nostro. […] Un fatto plastico puro esiste quando gli elementi contingenti
diventano universali» (G. Manzù,
risposta all’inchiesta Dove va l’arte
italiana, in Domus XV: 110, Milano,
febbraio 1937).
Di tono affine, d’altronde, in
quello stesso 1937 era stata la lettura di un altro pittore e critico attentissimo a tali snodi culturali, Carlo
Carrà, che presentando Manzù alla
romana Cometa scriveva: «In linea
di principio stilistico, Manzù si appoggia, da qualche tempo, sulla
scultura classica, ma in linea di fatto
non si saprebbe indicare esempi a
cui si richiami. Ciò vuol dire che,
pur profittando degli insegnamenti
del glorioso passato, Manzù cerca
soprattutto di chiarire se stesso, cosa più importante che tutto il resto.
Nelle opere che ora presenta alla
Cometa, si ritrovano i punti più salienti di questa accanita e singolare
ricerca. Massimamente nel David, e
nella Donna che si pettina parmi vedere le attitudini stilistiche dell’autore» (C. Carrà, Manzu alla ‘Cometa’, in Meridiano di Roma, 23 marzo
1937).
77
Quando, nel 1942, Bertocchi
pubblicherà l’album Manzù per l’Editoriale Domus (alla rivista ha preso a collaborare l’anno precedente),
sulla cui gestazione il carteggio ci
offre testimonianza illuminante, oltre che il prototipo con gli originali
fotografici delle tavole, non potrà
esordire che indicando «Le suggestioni donatelliane e correggesche,
gli amori per il Pollaiuolo e per Michelangelo, le infinite curiosità di
un cervello attentissimo ad ogni
emergenza dello stile…».
Tali ragionamenti, tali prese
di posizione, coraggiose d’un coraggio che è difficile misurare con il
metro d’oggi, ma che in quel biennio 1941-1942, fatto più di silenzi e
acquiescenze che di dichiarazioni
nette come quelle contenute nell’articolo Un grande scultore del
1941, dovevano avere pregio inestimabile, raffermano Manzù nel passaggio forse più delicato del suo lavoro, quello che lo porta ai risultati
definitivi dell’immediato dopoguerra.
Bertocchi è davvero una sorta
di guida solidale, in questo momento. E un amico sulle cui spalle appoggiare anche le crisi personali grandi e
piccole, gli ancor stringenti problemi economici, offrendo in cambio
una complicità che le glorie degli anni successivi mai adombreranno, e se
mai renderanno più vivida.
Colpisce, al termine di questo
epistolario, la sollecitudine che
Manzù dimostra a Renata Colliva,
moglie di Bertocchi e sorella di Lea,
valente pittrice, dopo la scomparsa
dell’amico: quasi a coronamento di
una vicenda umana, ancor più che
culturale, d’impareggiabile spessore.
78
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
A sinistra: il critico Nino
Bertocchi fu interprete
privilegiato di Manzù
e anche suo intimo amico,
come rivela la lettera del 17
febbraio 1941: “mi chiedi
della Susannina. È qui nello
studio a tua disposizione”.
Alla lettera allega una fotografia
nella quale Manzù regge in
braccio il piccolo Pio, suo figlio.
79
A sinistra: ritratto della signora
Vitali (bronzo, 1938/1939)
con il messaggio di Manzù
scritto sul verso della
riproduzione fotografica
originale: “caro Bertocchi - non
puoi immaginare quanto
sii costernato - a giorni tornerò
a Milano e puoi immaginare
in che stato d’animo”.
Sopra: schizzo a matita su una
busta diventata carta da riuso.
80
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Schizzo raffigurante l’Artista
nel suo atelier in un momento
di riflessione. Il disegno si trova
proprio nel mezzo di una lettera
non datata, indirizzata come
al solito al “carissimo Bertocchi”.
Manzù nella lettera del 29
dicembre 1947 si lamenta
con Bertocchi del suo “improvviso
impoverimento causato dalla
completa mancanza di opere
nello studio”, però felice di avere
“in marzo […] una personale
a New York alla galleria Hugo”.
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
81
Lettera del 25 marzo 1944:
“Ho mandato a Roma della foto
della mia Pietà (Bozzetto)
perché sembra che la vogliano
proporre al Papa per dedicare
al monumento a Papa Pio XI
come mia intenzione.
L’interessamento viene da Brandi
e Don Giuseppe De Luca,
comunque io questa cosa la farò lo
stesso perché rientra nelle mie
necessità spirituali”.
Felicissimo in quanto “sto finendo
i Bronzi per la mia mostra
a New York”, la lettera
del 8 gennaio 1948
viene decorata da un abbozzo.
L’impegno di Med
6.000 spot gr
iaset per il sociale
atuiti all’anno
6.000
i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con
Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale.
Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti
no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività.
250
i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa.
Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno,
utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare
l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale.
3
società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite
nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione,
realizzazione e promozione di eventi per la raccolta
fondi da destinare a progetti di interesse collettivo.
84
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
BvS: “In tanta frivolezza”
RACCONTI MANOSCRITTI
DELLA NOSTRA STORIA
IL LIBRO D’ORE DI
SAN CARLO BORROMEO
(1538-1584)
Officium B. Mariae ad usum
Em[inentiae] suae Dominus Carolus Boromeus S.R.E. Card. Tit.
S. Praxedis Archiep. Mediol.
Manoscritto miniato su pergamena. Lombardia, probabilmente
Milano, datato 1560. Legatura coeva
seicentesca in pieno marocchino bordeaux, bordura dorata ai piccoli ferri
sui piatti e fregi dorati al dorso, tagli
dorati e cesellati, entro marmotta.
207 carte (99x64 mm), testo su
21 linee, scritto con inchiostro bruno
in carattere tondo con interventi di
carattere corsivo umanistico. Tutte
le pagine sono incorniciate da una
doppia filettatura bruna e dorata.
Capilettera miniati in oro su fondo
rosso, arancione o blu oppure in rosso su fondo dorato.
Sul recto della prima carta reca
il ritratto miniato a piena pagina del
giovane Carlo Borromeo, realizzato
a penna a tratti fini. Viene raffigurato
il santo a mezzo busto nel suo studiolo davanti a un crocefisso, con in basso le armi cardinalizie. Il ritratto in
ovale entro cornice, con fleurons dorati negli angoli e la scritta Officium
B. Mariae ad usum Em[inentiae] suae
Dominus Carolus Boromeus S.R.E.
Borromeo, considerando gli scarsi
esempi di ritratti giovanili del santo
milanese.
Le carte dalla 190 alla 197 contengono l’Ultima volontà dell’Anima
fatta in forma di testamento e le Proteste
fatte da me Carolus misero peccatore, il
quale desidero in questo poco di vita che
mi resta, stare apparecchiato, per non esser colto dalla morte all’improvviso. La
firma autografa di Carlo Borromeo
“Carolus” si trova ripetuta due volte
sul recto della carta 190 e sul recto
della carta 197 in fine al testamento
spirituale con luogo e data “di Milano. 20 dec 1560”.
LA SPEDIZIONE DEI MILLE
(1860)
Card. Tit. S. Praxedis Archiep. Mediol.
in rosso è da attribuire al pittore e miniaturista dalmata Giorgio Giulio
Clovio (1498-1578), del quale Giorgio Vasari nelle Vite de più eccellenti
pittori scultori ed architetti (Firenze,
Lorenzo Torrentino, 1550) scrive
che le miniature riproducono in scala
ridotta gli argomenti del venerato
pittore rinascimentale: “Onde possiàn dire che don Giulio abbia, come
si disse a principio, superato in questo gl’antichi e ‘ moderni, e che sia
stato a’ tempi nostri un piccolo e
nuovo Michelagnolo”. La miniatura
è importante per l’iconografia di
Canzio, Stefano (1837-1909).
Memorie della spedizione volontaria in Sicilia - di Stefano Canzio di Genova Maggio - 1860.
Manoscritto cartaceo autografo (84x140 mm) in lapis grigio di 69
carte. Taccuino confezionato da
Henry Penny’s Metallic Memorandum Books N.o 42 1/2 in piena pelle
nera con fermaglio di metallo e aletta
porta penna.
Il diario copre la preparazione
e il periodo intero della Spedizione
dei Mille, e contiene numerose e dettagliate informazioni su questo im-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
portante periodo del Risorgimento,
come ad esempio orari di partenza,
punti di combattimento, la consistenza delle squadre e un elenco dei
caduti. Gli eventi non sono riportati
necessariamente in ordine cronologico. Inoltre si nota che il diario contiene anche semplici informazioni
sul quotidiano, come le spese per la
sartoria e i profumi. Sotto la data del
27 Maggio, giorno nel quale Stefano
Canzio fu ferito, si legge “alle ore 3.
ant. restai ferito mentre incalzavo il
nemico alle Baj fu portato in un portico di poi all’Ospitale di S. Anna ma
preso di nuovo dai Bombardieri Napoletani dovettimo sloggiare una
bomba Cadde proprio nel Cortile vicino alla mia Stanza Mi portarono
nell’Ospitale dello Spasimo qui siamo al sicuro presso un antico fabbricato saraceno tutto a volte Il Bombardamento cominciò”. Il diario è
arricchito da disegni e schizzi: Garibaldi viene raffigurato più volte e numerosi sono gli schizzi dei luoghi di
battaglia.
A sinistra il ritratto miniato
a piena pagina del giovane Carlo
Borromeo, realizzato a penna
a fini tratti, da attribuire al pittore
e miniaturista dalmata Giorgio
Giulio Clovio (1498-1578);
sopra il testamento spirituale
del santo milanese con la sua firma
e data “di Milano. 20 dec 1560”.
Canzio, Stefano (1837-1909).
Spedizione nella Sicilia 1860. Il
Lombardo Com. di Bixio [Il] Piemonte [di] Garibaldi.
Manoscritto cartaceo autografo (92x150 mm) in lapis grigio e inchiostro bruno di 28 carte, con molte
pagine lasciate bianche, probabilmente da datare al 1876, considerando l’ultima data riportata del 3 Ottobre 1876. Taccuino confezionato da
Henry Penny’s Metallic Memorandum Books N.o 43 in piena pelle nera con fermaglio di metallo e aletta
porta penna. La prima data riportata
è del 5 Maggio 1860. Il diario riassume la Spedizione dei Mille, ripetendo in parte le informazioni del taccuino precedente e aggiungendo in-
85
Disegno raffigurante Garibaldi
nel diario manoscritto da Stefano
Canzio durante la Spedizione
dei Mille. Le memorie contengono
numerose e dettagliate
informazioni su questo importante
periodo del Risorgimento, come
ad esempio orari di partenza, punti
di combattimento, la consistenza
delle squadre e un elenco dei caduti.
formazioni mancanti nel primo. Sul
verso della carta 20 si legge: “il resto
nel altro libretto”. Contiene alcune
note in inchiostro che sembrano essere state aggiunte in un secondo
momento.
Stefano Canzio, nativo di Genova, nel 1859 fece parte dei Cacciatori delle Alpi con i carabinieri genovesi. Entusiasta di Garibaldi e considerato tra i garibaldini più ferventi,
lavorò alla preparazione della spedizione dei Mille. Lo si vede a Villa
Spada, con Bixio e Bertani. Ha il gra-
86
do di sergente. Quando viene deliberata la formazione, torna a far parte
del drappello dei carabinieri genovesi e sbarca con essi a Marsala. Partecipa alla battaglia di Calatafimi. Numerosi schizzi nel diario riportano
l’evento. Il 27 maggio viene ferito al
ponte dell’Ammiraglio, durante la
presa di Palermo. Dopo un breve periodo di convalescenza a Genova, ritorna in campo, militando fino alla
fine della guerra. È presente a Teano
all’incontro tra Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele II. Nel novembre
accompagna Garibaldi a Caprera,
dove conosce la figlia Teresita, che
sposa nel 1861, a Genova, nella chiesa della Maddalena. Prende parte a
tutte le azioni garibaldine. Lo ritroviamo con il grado di maggiore e
braccio destro di Garibaldi nella battaglia di Bezzecca, dove si fa tanto
onore da meritare la Medaglia d’oro
al Valor Militare. Durante la battaglia di Mentana salva la vita di Giuseppe Garibaldi. Nel 1870 partecipa
in Francia alla battaglia di Digione
con il grado di generale a soli 34 anni.
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Ritiratosi a vita privata, con una sola
parentesi come deputato nel 1891,
Canzio è nominato il 25 giugno 1903
primo presidente del Consorzio Autonomo del Porto di Genova. Chiamato in aiuto durante un incendio al
porto, Canzio si espone alle intemperie, viene colpito da polmonite e
muore il 14 giugno del 1909, ricevendo solenni funerali.
IL TEATRO DIALETTALE
SICILIANO
Capuana, Luigi (1839-1915).
Nicola Feola di Valcorona. ‘ntrichi e ... ‘ntrichi! - cumedia in tri atti - tradutta ‘n dialettu sicilianu da
Luigi Capuana.
Manoscritto cartaceo autografo (275x225 mm) di 2 carte non numerate e di 56 carte numerate a mano. Testo in inchiostro bruno sul recto delle carte, con sottolineature dei
nomi, titoli, argomenti degli atti e
paginazione in rosso. Correzioni
manoscritte in lapis e inchiostro. Sovraccoperta in brossura muta con ti-
Pagina del titolo dell’Autografo
della traduzione di ‘ntrichi e ‘ntrichi
di Luigi Capuana; a destra
una lettera manoscritta autografa
(Catania 15 settembre 1907)
che dimostra il continuo lavoro sulle
commedie in dialetto siciliano, anche
se questi progetti rimasero talvolta
inediti: “Ribolle è già pronta, e spero
che potrà essere rappresentata nella
prossima stagione invernale,
dove e da chi non so, nel periodo
d’incertezza che oggi il teatro
italiano attraversa”; a destra
Per i cittadini di D’Annunzio, letta
dal poeta alla Scala di Milano il 19
gennaio 1916.
tolo manoscritto di una seconda mano “Autografo della traduzione di
Intrighi e intrichi di Luigi Capuana”.
Luigi Capuana si interessa di
letteratura fin da piccolo, e fa le prime prove come scrittore negli anni
passati come scolaro del Real Collegio di Bronte. Pubblica un giornaletto tra il serio e l’umoristico e scrive
una commedia che faceva la caricatura delle abitudini dei suoi insegnanti.
Nel 1861, a Unità d’Italia avvenuta,
si trasferisce a Firenze, dove vivono
due suoi quasi coetanei di Catania, il
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
87
pittore Michele Rapisardi e Giovanni Verga. Capuana frequenta salotti
letterari ed è instancabile frequentatore di spettacoli teatrali, una passione che si rifletterà più tardi nel Teatro
dialettale siciliano. Lo stimolo per la
letteratura dialettale deriva sicuramente anche dall’amicizia con Leonardo Vigo, che fu il primo appassionato raccoglitore di canti popolari siciliani. A Milano Capuana lavora come critico letterario e teatrale per il
Corriere della Sera, e frequenta l’ambiente degli scapigliati; a Roma dirige Il Fanfulla della domenica e conosce
lo scrittore francese Emile Zola.
Una lettera manoscritta autografa inclusa al manoscritto ‘ntrichi
e ‘ntrichi, datata Catania il 15 settembre 1907, dimostra il continuo
lavoro sulle commedie in dialetto
siciliano, anche se questi progetti
come del resto ‘ntrichi e ‘ntrichi rimarranno inediti: “Ribolle è già
pronta, e spero che potrà essere
rappresentata nella prossima stagione invernale, dove e da chi non
so, nel periodo d’incertezza che oggi il teatro italiano attraversa”.
D’Annunzio, Gabriele (18631938). Preghiera per i cittadini *
XXII gennaio MCMXVI*
Manoscritto cartaceo autografo (320x220 mm) in versi, datato 22
gennaio 1916, di 8 carte sciolte numerate da D’Annunzio in alto sulla
destra. Ciascuna carta è montata su
cartoncino, protetto da velina. La
Preghiera per i cittadini (pubblicata
con il titolo Per i cittadini), contenente una toccante supplica all’”Iddio
verace” affinché possa alleviare le
sofferenze di tutti coloro che hanno
conosciuto loro malgrado gli orrori
della guerra, fu letta dal poeta insieme a Per i combattenti alla Scala di Mi-
lano durante un intermezzo della
Battaglia di Legnano di Verdi il 19
gennaio 1916. Entrambi gli scritti
vennero pubblicati rispettivamente
il 21 e il 22 gennaio sul Corriere della
Sera. Nella pubblicazione sul Corriere viene ricordato che “Questa ‘Preghiera per i cittadini’ di Gabriele
d’Annunzio non è più inedita perché
è stata abusivamente riprodotta da
un giornale romano che poté avere –
l’autore non sa come – una copia del
testo” ma che la redazione ha co-
munque deciso la pubblicazione “per
diffondere parole alate di altissima
propaganda civile”. La pubblica dizione e la destinazione dei testi a un
largo pubblico giustifica l’uso di un
metro “facile”. Entrambe le poesie
fanno parte dei Canti della guerra latina, la cui titolatura definitiva (rispetto alla provvisoria e liquidata Asterope) dimostra l’eccentricità della raccolta rispetto alle quattro parti precedenti (Maia, Elettra, Alcyone, e Merope). I Canti formano una quasi oc-
88
casionale collezione di canti, odi e
salmi che scandiscono il calendario
della “guerra sacra e giusta”. Per
un’introduzione critica, cfr. Gabriele D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, a cura di Annamaria Andreoli e
Niva Lorenzini, Milano, Arnoldo
Mondadori, 1984 (I Meridiani).
Dudovich, Marcello (18781962). Marcello Dudovich di 1°
elementare nella Scuola di pittura.
Sopra, il Quaderno di Marcello
Dudovich di 1o elementare
nella Scuola di Pittura;
a destra il manoscritto cartaceo
La riforma dell'educazione
di Giovanni Gentile, che, rispetto
alla versione edita, presenta
moltissime varianti e importanti
aggiunte di mano dell’Autore.
Il manoscritto fu donato da Gentile
a Valeria Benetti Brunelli
nel 1922 (particolare della dedica).
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
Manoscritto cartaceo autografo (207x150mm ) in inchiostro blu,
intitolato Quaderno di Marcello Dudovich di 1o elementare nella Scuola di
Pittura di 16 carte. Il quaderno, fittamente scritto, contiene l’evoluzione
della pittura dalla preistoria attraverso l’Egitto, la Grecia, Roma, il Rinascimento (anche appunti sulla pittura a olio) e la Francia. Una seconda
parte, iniziata al rovescio, contiene
note sulla pittura a fresco. Due schizzi in inchiostro nel testo e qualche
schizzo in lapis sui contropiatti. Lo
scritto si costituisce come significativa testimonianza di una profonda
passione per la storia dell’arte che accompagnerà il triestino per tutta la
vita.
Dudovich, trasferendosi da
Trieste a Milano nel 1897, viene assunto come litografo alle Officine
grafiche Ricordi. Notato dal famoso
cartellonista triestino Leopoldo
Metlicovitz, viene incaricato di realizzare bozzetti per la pubblicità.
Trasferitosi a Bologna su chiamata
dell’editore Edmondo Chappuis,
inizia a creare cartelloni pubblicitari,
copertine e illustrazioni per varie riviste (Italia Ride nel 1900 e Fantasio
nel 1902). Sempre per le Officine
grafiche Ricordi crea nuovi manifesti, tra i più famosi quelli per i magazzini Mele di Napoli e per Borsalino.
Nel 1911 è chiamato a Monaco di
Baviera per sostituire Reznicek come disegnatore nella redazione della
rivista satirica Simplicissimus. A Torino, tra il 1917 e il 1919, crea per il cinema diversi cartelloni e lavora per
varie aziende (Carpano, Fiat, Pirelli,
Alfa Romeo e le Assicurazioni Generali). Per La Rinascente di Milano
realizza diversi manifesti (tra il 1920
e il 1929) e nel 1922 viene nominato
direttore artistico dell’Igap. Nel
1930 disegna il celebre manifesto per
i copertoni Pirelli. Dopo la Prima
guerra mondiale lascia da parte l’attività pubblicitaria per dedicarsi alla
pittura.
LA RIFORMA SCOLASTICA
Gentile, Giovanni (18751944). Giovanni Gentile. La Riforma dell’educazione. Discorsi ai
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
maestri di Trieste.
Manoscritto cartaceo autografo (245x185 mm) di 265 pagine, contenuto in una rilegatura tutta tela con
il titolo in oro al piatto anteriore, entro cofanetto con il titolo al dorso La
riforma dell’educazione. Discorsi ai
maestri di Trieste. Si tratta della versione integralmente autografa - firmata da Gentile sulla carta di risguardo che avvolge le carte del manoscritto stesso - dei discorsi tenuti
da Gentile ai docenti triestini tra l’agosto e il settembre del 1919, e pubblicati l’anno successivo da Laterza e
presentati nella prefazione nella speranza, scrive l’Autore, “che i miei discorsi triestini possano essere letti
non senza frutto da quanti hanno a
cuore l’educazione di queste nuove
generazioni, a cui si schiude innanzi
un nuovo mondo, e sentono il bisogno di un rinnovamento intero e sostanziale di tutta la scuola”. Rispetto
alla versione edita, il manoscritto
presenta moltissime varianti e importanti aggiunte di pugno dell’Autore. Si trattò, per il filosofo, di
un’occasione imperdibile per rinsaldare la propria idea di educazione come autoeducazione, e per precisare
la propria concezione di Nazione, la
quale ebbe come si sa un’influenza
determinante nell’evoluzione dell’ideologia fascista dello Stato. Gentile, celebre filosofo e sodale di Benedetto Croce, poi suo acerrimo avversario, aderisce nel 1923 al Partito Fascista, dal 1922 al 1924 è ministro
della Pubblica Istruzione e si fa promotore della riforma scolastica del
1923, definita da Mussolini “la più
fascista delle riforme”, che per molti
aspetti è ancora valida, e della quale il
manoscritto costituisce in qualche
modo il cartone preparatorio. Il manoscritto reca una dedica autografa
89
Il manoscritto delle Preghiere
di Niccolò Tommaseo. Particolare
la forma con cui l’Autore raccolse
il materiale, trascrivendolo di volta
in volta su piccoli fogli di carta
e dandone talvolta delle piccole scelte
alle stampe in pubblicazioni minori
o periodiche (dettaglio in alto).
“Alla gentile amica
Prof. Valeria Benetti
per ricordo delle esercitazioni da Lei fatte intorno a questo libro nel
1922, e in segno di gratitudine” in data di “Roma, 26 luglio
1922”. Valeria Benetti Brunelli fu
docente di pedagogia e di storia della
pedagogia, collaborò con Giuseppe
Lombardo Radice alla riforma della
scuola elementare, e pubblicò numerose opere sull’argomento. Non occorre aggiungere che il manoscritto
gentiliano rappresenta un
testo chiave su un argomento che negli anni è
tornato a pieno titolo al
centro delle discussioni,
anche al di là delle polemiche suscitate dai più o
meno interessati tentativi
di revisione della storia del
Novecento italiano.
LE PREGHIERE DI
NICCOLÒ TOMMASEO
Tommaseo, Niccolò (18021874). Preghiere edite ed inedite
di Niccolò Tommaseo autografe
tutte proprietà di Vincenzo Miagostovich.
90
Manoscritto cartaceo autografo (280x230 mm) di 826 pagine delle
Preghiere (Preghiere edite e inedite raccolte e ordinate nel 1903 da Vincenzo Miagostovich, e pubblicate a Firenze dai successori di Le Monnier),
considerato perduto fino a pochi anni fa. Lo scrittore dalmata, noto soprattutto per il suo Nuovo Dizionario
de’ Sinonimi della lingua italiana, lavora dopo la laurea come giornalista e
saggista tra Padova e Milano, frequentando intellettuali del mondo
cattolico come Rosmini e Manzoni.
In questi anni inizia anche la collaborazione all’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux. A Tommaseo si devono anche meditazioni sui Vangeli,
elaborate in parte durante la prigionia veneziana. Le Preghiere formano
una raccolta delle più diverse espressioni rivolte a Dio nelle forme più ingenue. Mentre nei Canti popolari italiani, corsi, illirici, greci del 1841,
Tommaseo sceglie la forma dei versi
(pur sperimentando metri inconsueti), nella trascrizione e “personalizzazione” delle Preghiere, fa uso di
una particolare forma di prosa “d’arte”, percepibilmente ritmica, alternata a una prosa non ritmica (nel
concetto baudelairiano di “poèmes
en prose” e “poèmes sans rhytme”),
ma scolpita di accensioni cromatiche
e alterne evanescenze in clausola.
Particolare anche la forma nella quale Tommaseo raccolse il materiale, trascrivendolo di volta in volta
su piccoli fogli di carta e dandone talvolta delle piccole scelte alle stampe
in pubblicazioni minori o periodiche. Un probabile previsto lavoro di
riordino in vista di una pubblicazione integrale rimane però incompiuto. Lo fece per lui l’amico e discepolo
dalmata Vincenzo Miagostovich, il
quale, venuto in possesso dell’intera
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
raccolta (fu proprietario anche di altri manoscritti e documenti di Tommaseo), si mise a ordinarla seguendo
un ordinamento tematico, che non è
dato sapere se corrispondesse effettivamente alle intenzioni di Tommaseo. Nell’introduzione all’opera
stampata del 1903 Miagostovich indica: “Delle Preghiere inedite che tra
queste pagine occorrono, e della
massima parte dell’edite posseggo,
in fogliolini scritti di mano dell’Autore, gli originali; e qui se ne vedranno segnati i tratti corrispondenti da due lineine tra cui li
rachiusi. Su questi manoscritti riscontrai le
stampe del tempo
ch’egli viveva, e ne
seguii la lezione,
perchè certo fatti
da lui i mutamenti;
e in simil guisa e per
la ragione medesima,
nelle varianti tra esse
stampe, m’attenni all’edizione ultima”. Il manoscritto
riflette la complessa stratificazione
nel tempo del lavoro di Tommaseo,
come si vede nell’alternarsi delle grafie e nella varietà di inchiostri e di
supporti cartacei, pur nell’uniformità tendenziale dei formati e della
grammatura. Proprio dallo studio
dei diversi supporti, pare possibile ricostruire una datazione interna dell’opera che prescinda dall’ordinamento fatto da Miagostovich seguendo un criterio tematico. Il manoscritto viene raccolto in diciotto
fascicoli cartacei (a loro volta legati in
un fascicolo di cartone rigido con aggiunto il titolo a penna di mano di
Miagostovich) che recano ciascuno
un titoletto sempre di mano di Miagostovich. Ciascun cartiglio a sua
volta contiene in calce una sorta di ri-
chiamo di concordanza in
matita, probabilmente sempre di mano del
curatore dell’edizione. Questa
guida alla lettura si rivela fondamentale, anche
per futuri studi filologici. I diciotto
fascicoli riflettono l’ordinamento,
come risulta dalla stampa: contiene I.
Il Giorno (34 carte), II. Messa (23 carte), III. Confessione-Comunione (54
carte), IV. Chiesa (34 carte), V. La Festa (17 carte), VI. Commemorazioni
solenni (75 carte), VII. Mondo fisico (22
carte); VIII. Il corso della vita. Virtù e
vizi. Gioia e dolore (62 carte), IX. Famiglia (59 carte), X. Utilità esteriori
(52 carte), XI. Tribolazioni varie (35
carte), XII. Carità (18 carte), XIII.
Occupazioni campestri (20 carte), XIV.
Vita civile (152 carte), XV. Gli studi e
l’educazione (71 carte), XVI. Professioni, arti, mestieri, industrie (57 carte),
XVII. Morte (41 carte), XVIII. Avvenire (10 carte). Le Preghiere sono un
vero prontuario dei temi che percor-
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
rono l’intera produzione letteraria di
Tommaseo. La Preghiera intitolata
Nel contemplare le bellezze della terra o
del cielo (compresa nel fascicolo VII.
Mondo fisico) anticipa i toni cosmici
dell’ultima parte dell’autoraccolta
delle Poesie: “Vedete, o figliuoli degli
uomini. Leggete questo libro scritto,
entro e fuori, di maraviglia. Ogni cosa che noi contempliamo, è visione di
Dio in ispirito: ogni luogo è orma del
grande amor suo. Ogni suono è armonia che ci annunzia l’entrare della
gloria di Dio sulla terra. Ogni giorno
è giorno memorabile di glorificazione. Sappia la famiglia de’ popoli che
voi siete il Signore, il Dio loro. Nel
mezzo delle nazioni sia noto il santo
nome vostro”.
Il manoscritto Pomponio
e Cirillo di Aldo Palazzeschi
che nel 1971 appare a stampa
con il titolo Storia di un’amicizia.
Palazzeschi regalò il manoscritto
“Al mio caro Domenico Porzio
questa curiosità per ricordo
dal suo vecchio amico Aldo Roma,
23.5.73”.
Palazzeschi, Aldo (18851974). Pomponio e Cirillo [Storia
di un’amicizia].
Fascicolo che rilega insieme
due manoscritti autografi di Aldo
Palazzeschi (pseudonimo di Aldo
Giurlani), il primo, intitolato Pomponio e Cirillo, di 1 pagina non numerata
e 213 pagine numerate (210x150
mm); il secondo, anepigrafo, di 160
pagine numerate (240x160 mm).
Il primo manoscritto, sulla pagina non numerata, reca oltre al titolo la dedica in inchiostro blu “Al mio
caro Domenico Porzio questa curiosità per ricordo dal suo vecchio amico Aldo Roma, 23.5.73”. La dedica è
vergata con mano incerta, metà nello
stesso inchiostro nero dei due manoscritti, metà in biro blu. I due manoscritti sono due stesure successive del
romanzo Storia di un’amicizia, uscito
nel 1971. Entrambi, il primo in misura maggiore del secondo, recano
numerosi interventi correttori di pugno dell’Autore, talvolta nel verso
del foglio. Tali interventi correttori
91
si presentano come altrettante varianti. Nelle note sul testo nel secondo volume di Tutti i romanzi di Aldo
Palazzeschi nella collana de I Meridiani viene indicato che “Domenico
Porzio, amico di Palazzeschi dal
1961, ha dichiarato nel 1975 di avere
ricevuto in regalo dall’autore ‘il manoscritto della prima stesura di Pomponio e Cirillo (che divenne, poi, Storia
di un’amicizia)’ (Porzio 1976 [i.e. Aldo Palazzeschi, in Primi piani, Milano,
Mondadori], p. 134) e dalla lettera di
Aldo ad Arnoldo Mondadori, del 26
novembre 1970, […] siamo informati dell’esistenza di ‘tre’ copie (‘e dall’una all’altra la differenza è notevole’): la ‘prima stesura’ donata a Porzio, MSAa e MSAb (l’esemplare passato in tipografia). Il titolo orignario
Pomponio e Cirillo – poi scartato, stando alla testimonianza riferita a Prezzolini il 23 luglio 1971, per non
‘emulare un libro consacrato dal
tempo, un capolavoro famoso [Bouvard et Pécuchet]’ – non sappiamo se
sia sopravissuto in MSAa (mutilo
della c. 1), ma è certo che diventa Storia di un’amicizia in MSAb”. Il romanzo forma il terzo volume della
“trilogia del vegliardo”, dopo Il Doge
del 1967 e Stefanino del 1969. Nelle
due bandelle della prima edizione si
legge che si tratta di una “favola surreale e grottesca, […], permeata di
palesi riferimenti all’odierna realtà
sociale, questo nuovo romanzo di
Palazzeschi si contraddistingue per il
fatto che alla trama, sia pure scarna,
succinta e volutamente essenziale,
viene ad incorporarsi, giusta il titolo,
un bizzarro trattatello sull’amicizia
[…] Che cosa sembra voler dimostrare Palazzeschi con questa sua storia esemplare? Che l’amicizia non
nasce sul terreno d’affinità fisica e
spirituale, ma su quello dell’incon-
92
scia rivalità, della mutua sopraffazione, che temprano ed esaltano, per la
continua tensione, il carattere individuale”.
Jacques Prévert (1900-1977).
Le Fil de la Soie.
Manoscritto cartaceo autografo di 6 carte numerate a mano, con
testo solo sul recto (430x255 mm).
Due volte presente è la carta numerata 5, che contiene l’ultima parte del
testo ma con varianti fra le due versioni manoscritte. Rispetto alla versione pubblicata per la prima volta
nella raccolta Spectacle nel 1951 (una
prima versione integrale con testo
italiano a fronte fu pubblicata sotto il
titolo Spettacolo nel 2007), il manoscritto rivela varianti della mise en page ma anche del testo stesso. Pensando che la poesia di Prévert è scritta
per essere detta, dunque parlata più
che scritta, le varianti - comunque
giocando con le parole chiave pre-
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
senti nella versione definitiva stampata – trovano una propria motivazione estetico-linguistica. Al 1951 risale anche la pubblicazione del cartone animato pubblicitario La légende
de la soie di Paul Grimault (19051994), con il quale Jacques Prévert
collaborò per numerosi anni. La scena finale del cartone raffigura la Place Vendôme citata in Le Fil de la Soie
di Prévert.
Ratti, Giulio (1801-1869).
Manoscritto cartaceo autografo
di 6 carte della poesia
Le Fil de la Soie di Jacques
Prévert, pubblicata
per la prima volta nella
raccolta Spectacle nel 1951.
Rispetto alla versione
definitiva si notano
varianti nella mise en page,
ma anche nel testo stesso.
Memorie intime sulla vita di Alessandro Manzoni aneddoti e scritti
inediti raccolte dal suo parocco in
S. Fedele di Milano dall’anno
1831 del sacerdote don Giulio
Ratti preposto parroco di detta
parocchia.
32 cartelle contenenti le Memorie intime sulla vita di A. Manzoni
manoscritte e Memorie manzoniane
varie manoscritte (285x195 mm) in
inchiostro bruno, raccolte da don
Giulio Ratti, prevosto di San Fedele
a Milano, e per 35 anni confessore e
confidente di Alessandro Manzoni.
Le cartelle contengono tra l’altro osservazioni su Verità e fantasie su
Donna Teresa Borri vedova Stampa,
Un’epigrafe inedita del Manzoni in
memoria di Rosmini, Del conte Stefano Stampa figliastro del Manzoni,
suo carattere, stravaganze e relazioni
col padrino, Vere ragioni per cui il
Manzoni declinò la candidatura a deputato del Collegio di Arona e sue
febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano
93
Memorie sulla vita di don Pietro
Manzoni e di donna Giulia
Beccaria genitori di Alessandro
Manzoni e la Biografia di donna
Teresa Borri vedova del Conte
Decio Stampa seconda moglie
di Alessandro Manzoni, entrambe
raccolte da don Giulio Ratti,
che, prevosto di San Fedele a Milano,
fu per 35 anni confessore e confidente
di Alessandro Manzoni. I manoscritti
contengono numerose osservazioni
curiose sulla biografia manzoniana.
lettere sconosciute in proposito,
Della scarsa affettività del Manzoni e
sue ragioni, Relazioni fra il Manzoni
e Cesare Cantù, loro rottura e cause,
una poesia contro il Cantù, Chi fu veramente l’Agnese dei Promessi Sposi, La grave malattia del Manzoni
nell’anno 1858, particolari e ricordi
personali, Come morì l’ultima figlia
del Manzoni Matilde, Donde veramente il Manzoni trasse da un manoscritto sulla peste di Domodossola la
primissima idea della sua descrizione
della peste di Milano e della morte di
padre Cristoforo, La cronologia dei
Promessi Sposi ed una scomessa nella villa Stampa a Lesa fatta col Manzoni nel 1849, Un accenno conviviale di don Abbondio al cardinale Borromeo ed il pranzo di Perpetua in
una pagina ignorata del Manzoni,
Memoria sulla suocera di Alessandro
Manzoni donna Marianna Borri
Meda scritta dal sac. don Giulio Ratti
preposto parroco di S. Fedele in Milano. anno 1859, Memorie storiche e
genealogiche sulla famiglia Manzoni
di Milano, di Val Toleggio e di Valsassina dalla quale uscì il grande
scrittore Alessandro Manzoni, raccolte dal dr. Giuseppe Garzari di
Lecco e trascritte con altri documenti inediti e sconosciuti dal sac. don
Giulio Ratti, Di una amorosa simpatia di Alessandro Manzoni per una
poetessa di nobile casato piemontese, I personaggi minori e minimi dei
Promessi Sposi. Conversazioni critiche avute a Milano con Giuseppe
Rovani.
Ratti, Giulio (1801-1869), e
Ratti, Innocenzo (1806-1883). Riservate Memorie su Alessandro
Manzoni e la sua Famiglia con
versi inediti contro di Lui ed una
copiosa raccolta di aneddoti manzoniani sconosciuta ed inedita del
prevosto di S. Fedele in Milano
don Giulio Ratti dal 1831 al 1869
parroco del Manzoni ordinati e
completati dal d.r Innocenzo Ratti suo fratello anni 1872 - 78 - 79.
Manoscritto cartaceo di 68 car-
te non numerate (180x120 mm), raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di
San Fedele a Milano, e per 35 anni
confessore e confidente di Alessandro Manzoni, ordinato e completato
da suo fratello Innocenzo Ratti. Legatura in piena pergamena.
Ratti, Giulio (1801-1869). 1.
Memorie sulla vita di don Pietro
Manzoni e di donna Giulia Beccaria genitori di Alessandro Manzoni raccolte dal sac. don Giulio Ratti dal 1831 parroco di casa Manzoni in San Fedele.
Manoscritto cartaceo di 84
pagine numerate (180x115 mm),
raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35
anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni. Legatura in mezza
pergamena.
Ratti, Giulio (1801-1869).
Biografia di donna Teresa Borri
vedova del Conte Decio Stampa
seconda moglie di Alessandro
94
Manzoni 1799 - 1861 scritta dal
suo parroco don Giulio Ratti prevosto di S. Fedele in Milano. 1867.
Manoscritto cartaceo di carte
2, pagine 3-26, carte 27-28, pagine
29-70, carte 71-72, pagine 73-94 (alcune carte in parte ripiegate) numerate in rosso (190x130 mm), raccolto
da don Giulio Ratti, prevosto di San
Fedele a Milano, e per 35 anni confessore e confidente di Alessandro
Manzoni. Legatura in mezza pelle.
Ratti, Giulio (1801-1869), e
Ratti, Innocenzo (1806-1883). Memorie manzoniane.
Manoscritto cartaceo di 107
carte non numerate (180x115 mm),
raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35
anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni, e ordinato dal fratello Innocenzo Ratti. Legatura in
mezza pelle di riuso. Il manoscritto
contiene “Ricordi ed episodi della vita di Alessandro Manzoni a Lesa dal
1839 al 1857 con lettere dello stesso e
scritti inediti”, una “Raccolta di
la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011
LXXI aneddoti manzoniani sconosciuti o poco noti fatta dal prevosto di
San Fedele in Milano don Giulio
Ratti dal 1831 al 1869 ... di Alessandro Manzoni ordinati dal di lui fratello dr. Innocenzo Ratti l’anno 1880
con scritti inediti del Manzoni”.
Il caso dei manoscritti attribuiti a Giulio Ratti, e in parte al fratello Innocenzo Ratti, contenenti
varie memorie manzoniane, non è
nuovo. Come del resto le numerose
discussioni sul fatto che le memorie
manzoniane siano autografe o apocrife. Per maggiori dettagli, cfr.
Claudio Cesare Secchi, Don Giulio
Ratti prevosto di S. Fedele in Milano …
e vescovo mancato, estratto da Studi in
onore di mons. Carlo Castiglioni (Milano, Giuffrè, 1957), Paolo Bellezza,
Aneddoti manzoniani, a cura di Claudio Cesare Secchi (Milano, Allegretti, 1978) e la più recente pubblicazione di Pier Carlo Masini, Manzoni (Pisa, Masini, 1996, Collana
perduti e ritrovati I).
Il ritratto di Manzoni in ovale
in fotografia, preso dall’album
Vedute prese dal vero nei
dintorni di Lecco di G.B. Ganzini;
le Riservate Memorie su
Alessandro Manzoni
e la sua Famiglia e la Cronologia
dei Promessi Sposi, entrambe
raccolte da Giulio Ratti
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