la Biblioteca di via Senato mensile, anno iii Milano n.2 – febbraio 2011 UNA MOSTRA NELLA MOSTRA Mortillaro Martini Sommaruga Sorge Delfico Mussolini Borges Malaparte Tomasi di Lampedusa L’EVENTO 11 – 13 marzo: Milano capitale del Libro Antico “In tanta frivolezza” Documenti autografi dai Fondi BvS Vigorelli De Micheli Manzù Altri manoscritti: Manzoni Canzio Palazzeschi Tommaseo Gentile Capuana ARMANDO TESTA T H E R E A L E X P E R I E N C E w w w. l a v a z z a . c o m la Biblioteca di via Senato - Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO III – N.2/20 – MILANO, FEBBRAIO 2011 Sommario 5 LA MOSTRA: LETTERE, AUTOGRAFI E PAGINE “DEDICATE” DAI FONDI DELLA BIBLIOTECA 6 VINCENZO MORTILLARO E LA CULTURA SICILIANA 13 GIUSEPPE MARTINI UNA CARRIERA DA LIBRAIO 20 ANGELO SOMMARUGA, L’EDITORE GIRAMONDO 26 VINCA SORGE DELFICO, LETTRICE DANNUNZIANA 31 BENITO MUSSOLINI E IL GIALLO DEI DIARI 36 JORGE LUIS BORGES, UN SOGNO DI BIBLIOTECA 41 SPECIALE MOSTRA DEL LIBRO ANTICO 50 CURZIO MALAPARTE, L’ITALIANO D’EUROPA 56 LETTERE A LUCIO PICCOLO DI TOMASI DI LAMPEDUSA 64 GIANCARLO VIGORELLI E LE SUE “PRIME” DEL ’900 70 ADA E MARIO DE MICHELI, UNA STORIA DELL’ARTE 76 TRA GIACOMO MANZÙ E NINO BERTOCCHI 84 RACCONTI MANOSCRITTI DELLA NOSTRA STORIA Consiglio di amministrazione della Fondazione Biblioteca di via Senato Marcello Dell’Utri (presidente) Giuliano Adreani, Carlo Carena, Fedele Confalonieri, Maurizio Costa, Ennio Doris, Fabio Perotti Cei, Fulvio Pravadelli, Miranda Ratti, Carlo Tognoli Segretario Generale Angelo De Tomasi Collegio dei Revisori dei conti Achille Frattini (presidente) Gianfranco Polerani, Francesco Antonio Giampaolo Fondazione Biblioteca di via Senato Elena Bellini segreteria mostre Arianna Calò sala consultazione Sonia Corain segreteria teatro Giacomo Corvaglia sala consultazione Margherita Dell’Utri sala consultazione Claudio Ferri direttore Luciano Ghirelli servizi generali Laura Mariani Conti archivio Malaparte Matteo Noja responsabile dell’archivio e del fondo moderno Donatella Oggioni responsabile teatro e ufficio stampa Annette Popel Pozzo responsabile del fondo antico Beatrice Porchera sala Campanella Gaudio Saracino servizi generali Stampato in Italia © 2011 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Direttore responsabile Angelo Crespi Ufficio di redazione Matteo Tosi Progetto grafico e impaginazione Elena Buffa Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Direzione e redazione Via Senato, 14 – 20121 Milano Tel. 02 76215318 Fax 02 782387 [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Bollettino mensile della Biblioteca di via Senato Milano distribuito gratuitamente Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagini d’Arte Snc, Milano L’editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Immagine in copertina: Lettera autografa di Giacomo Leopardi scritta il 26 luglio 1836 al marchese Vincenzo Mortillaro; ritratto del giovane scrittore disegnato da Lolli. Organizzazione Mostra del Libro Antico e del Salone del Libro Usato Ines Lattuada Margherita Savarese Alessia Villa Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Editoriale Q uesto “bollettino” di febbraio è specialmente dedicato alla Mostra del Libro Antico che si ripete puntualmente nel mese di marzo per la ventiduesima volta. Quest’anno alla “Permanente” di Milano la Biblioteca di via Senato – che sostiene l’onere dell’organizzazione – si mette per la prima volta in mostra con i suoi manoscritti e autografi, documenti quasi tutti inediti o per lo più sconosciuti. Viene così ad arricchirsi il vasto materiale presentato dalle sessantuno librerie antiquarie italiane e straniere e si dà modo di conoscere più da vicino alcune importanti rarità bibliografiche. Questa mostra – il cui titolo prende spunto da una lettera di Giacomo Leopardi al marchese Vincenzo Mortillaro (nella quale il poeta ringraziandolo per l’invio di un libro dichiara di apprezzarlo particolarmente “in tanta frivolezza di pubblicazioni di ogni genere”) – continuerà poi nella sede della Fondazione di via Senato 12 a Milano sino al prossimo giugno. A questa selezione si aggiunge una serie di libri di letteratura del Novecento con dedica autografa dell’autore e perciò considerati “unici”. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 LA MOSTRA: LETTERE, AUTOGRAFI E PAGINE “DEDICATE” DAI FONDI DELLA BIBLIOTECA L Memoria est gloriosum et admirabile naturæ donum, qua præterita recolimus, presentia complectimur et futura per præterita similitudinarie contemplamur. e biblioteche hanno una redusa al cugino Lucio Piccolo, le lettere sponsabilità: preservare la di Giacomo Manzù, alcuni manomemoria del passato perché si scritti di Niccolò Tommaseo, il manopossa meglio capire il presente e prescritto La Riforma dell’educazione vedere più acutamente il futuro. La di Giovanni Gentile, l’autografo memoria acquista maggiore signifiPomponio e Cirillo di Aldo PalazBoncompagno da Signa, cato se rappresentata da documenti zeschi (stampato con il titolo Storia di Rhetorica novissima, 1235 originali, lettere e manoscritti, che un’amicizia), i Diari sulla Spediziohanno originato e alimentato quel ne dei Mille del genero di Giuseppe mondo culturale di cui i libri sono la Garibaldi, Stefano Canzio, una comtestimonianza più evidente. Lo studio di questo tipo di media manoscritta di Luigi Capuana in dialetto siciliadocumenti – non sempre organizzati, anzi nel più dei ca- no, le lettere di Marino Moretti all’amico e collaboratore si accumulatisi involontariamente ma in maniera fun- Francesco Cazzamini Mussi, e il manoscritto di memorie zionale all’attività di chi li ha raccolti –, ci consente di co- manzoniane del canonico Giulio Ratti. noscere meglio e più direttamente sia il soggetto che li ha In occasione della XXII edizione del Salone del Liprodotti, sia i caratteri e le circostanze della nostra storia bro Antico che si terrà dall’11 al 13 marzo prossimo alla culturale che li ha visti nascere. Permanente di via Turati a Milano, la Biblioteca di via Nella sua ormai più che decennale attività, la Bi- Senato ha organizzato una mostra dal titolo In tanta friblioteca di via Senato ha raccolto un cospicuo numero di volezza… Manoscritti e autografi della Biblioteca di importanti archivi e biblioteche di uomini di cultura del- via Senato nella quale saranno esposti documenti manol’Otto-Novecento. scritti o dattiloscritti e alcuni libri con dedica provenienti Tra gli ultimi arrivati, la sterminata raccolta delle dai diversi Fondi. carte di Curzio Malaparte, la biblioteca di Mario De MiI testi sugli archivi, carteggi e manoscritti sono cheli (che oltre ai libri presenta un gran numero di manoscritti, dattiloscritti e fotografie, a documentare l’intensa di: Flaminio Gualdoni (Giacomo Manzù); Laura attività del grande critico), i Diari di Mussolini (ancora Mariani Conti (Curzio Malaparte); Gianluca Monoggi in attesa di essere studiati e discussi) e lo schedario tinaro e Annette Popel Pozzo (Vincenzo Mortillaro); personale del libraio antiquario Giuseppe Martini. L’ar- Salvatore Silvano Nigro (Giuseppe Tomasi di Lamperivo di questi ultimi archivi non ci fa dimenticare però la dusa); Matteo Noja (Angelo Sommaruga, Vinca Sorge presenza di altre raccolte come l’archivio dell’editore An- Delfico, Jorge Luis Borges, Giancarlo Vigorelli, Ada e gelo Sommaruga, l’epistolario del grande letterato sici- Mario de Micheli); Patrizio Perlini (Benito Mussolini); liano Vincenzo Mortillaro, le lettere di Tomasi di Lampe- Annette Popel Pozzo (Giuseppe Martini, Manoscritti) 6 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” VINCENZO MORTILLARO E LA CULTURA SICILIANA L’ archivio epistolare Vincenzo Mortillaro è stato acquisito dalla Fondazione Biblioteca di via Senato nel 2000. Tra gli intellettuali siciliani più in vista della sua epoca, il barone palermitano Vincenzo Mortillaro (1806-1888), marchese di Villarena, incarna la figura dell’erudito e poligrafo ottocentesco par excellence. Mortillaro si interessa fin da giovane di matematica e astronomia, divenendo l’allievo prediletto dell’astronomo Niccolò Cacciatore. Apprende l’arabo sotto la guida dell’orientalista Salvatore Morso e a soli ventitré anni viene nominato professore di arabo all’università di Palermo. Nel 1830 pubblica i Rudimenti di lingua arabica (Palermo, Regale Stamperia). Sotto la tutela di un altro influente erudito, l’abate Domenico Scinà, studia paleografia e redige l’indice degli incunaboli della Biblioteca Comunale di Palermo. A soli vent’anni, nel 1826, aveva già pubblicato il Compendio storico delle ultime romane vicende durante la invasione dei francesi (Palermo, per le stampe di De Luca), nel 1827 lo Studio bibliografico (Palermo, Lorenzo Dato) e nel 1829 la prima edizione della Guida di Palermo e suoi dintorni (Palermo, eredi di Graffeo), che ebbe numerose ristampe, l’ultima delle quali tradotta in francese dal figlio Carlo. Nel 1836 riceve l’incarico di studiare il Tabulario della Cattedrale di Palermo, nel 1837 viene eletto senatore municipale di Palermo, in seguito membro della R. Commissione Superiore per la Pubblica Istruzione e più volte deputato della Biblioteca Comunale di Palermo. Socio di varie Accademie, oltre all’arabo insegna lingua, letteratura e algebra. A lui si deve il Nuovo Dizionario siciliano-italiano (prima pubblicazione dal 1838 al 1844). Durante la ri- voluzione del 1848 è nominato Pari del Parlamento siciliano. Collabora a diversi periodici e dirige Il Vapore assieme ai fratelli Linares, le Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia, e il Giornale di Scienze, Lettere ed Arti per la Sicilia. Dopo lo sbarco dei Mille, nel 1860, dirige i giornali politici il Presente e L’Inaspettato. Vivaci testimonianze della sterminata erudizione di Mortillaro si trovano nel volume I Mortillaro di Villarena 1250-1896. Cenni storici ed albero genealogico (Palermo, Remo Sandron, 1896), nella sua biografia Vincenzo di Mortillaro marchese di Villarena la vita - le opere. 1806-1888. Pubblicato a 27 luglio 1906 nel primo centenario della nascita, a cura del nipote Luigi Maria Majorca Mortillaro (Palermo, 1906) e, soprattutto, nelle Opere in 16 volumi (18431888), di taglio memorialistico e dunque ricche di numerose sue vicende personali. L’archivio epistolare è disposto in nove cofanetti: i primi due conservano un primo gruppo di “illustri”, tre cofanetti compongono un secondo gruppo, altri due un terzo, e gli ultimi due la corrispondenza estera e le firme varie. Rimasto intatto dalla morte di Mortillaro, l’archi- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano vio contiene oltre 2.000 lettere. Si rimane stupiti davanti all’immenso numero di corrispondenti. Si tratta delle più importanti firme dell’Ottocento europeo, provenienti da noti personaggi della vita pubblica siciliana, da un lato, e dalla comunità scientifica ed erudita internazionale, dall’altro lato. Fanno da testimoni al ruolo di primo piano svolto da Mortillaro nella cultura e nella politica dell’epoca: Carlo Botta, Niccolò Cacciatore, Cesare Cantù, Massimo d’Azeglio, Giuseppe de Spuches, Ferdinand Gregorovius, Francesco Domenico Guerrazzi, Joseph von Hammer-Purgstall, Giacomo Leopardi, Guglielmo Libri Carucci dalla Sommaja, Angelo Mai, Giovanni Battista Niccolini, Niccolò Palmeri, Michele Rapisardi, Giuseppe Scarabelli, padre Angelo Secchi, Clemente Solaro della Margarita, Carlo Troya. Come esemplare specimen valga proprio la lettera autografa del venerato Giacomo Leopardi. Quando Vincenzo Mortillaro indirizza, nel 1836, una lettera piena di ammirazione verso chi considerava «la gloria moderna dell’Italia», che accompagna una copia del primo volume dei suoi Opuscoli di vario genere (Palermo, Tipografia del Giornale Letterario, 1836), la risposta del poeta (il cui autografo le edizioni dell’Epistolario leopardiano avevano sempre dato per disperso), datata Napoli, 26 luglio 1836, non si fa attendere: «Ho ricevuto il dono di cui ella mi ha voluto onorare, e gliene rendo le maggiori grazie ch’io posso. Il suo libro a me pare piacevolissimo per la varietà delle materie, utile per l’importanza delle medesime, pieno di erudizione, pieno di dottrina, e da proporsi come esempio in tanta frivolezza di pubblicazioni di ogni genere. Se gli occhi me lo consentissero, mi distenderei maggiormente circa i pregi de’ suoi Opuscoli: ella si contenti di queste poche righe, e sia certa che vengono dall’animo». Che le espressioni di Leopardi fossero sincere e non ispirate da semplice cortesia verso uno dei tanti ammiratori viene confermato da un appunto di Ronaldo Damiani nel suo Leopardi e Napoli 1833-1837: «Era sincero, e il volume di Mortillaro scampò al “triste governo” che Leopardi faceva, secondo la tarda testimonianza di Ranieri, di tanti avuti in dono, “servendosene ove la carta non fosse morbida per le sue consuetudini mattinali e facendone insino parte agli amici per l’uso medesimo”». Di certo, nel riguardo utilizzato dal poeta di Recanati verso il barone siciliano, giocava anche la bella recensione dei Canti, firmata da Pompeo Inzegna e ospitata sulle pagine del Giornale di Scienze, Lettere ed Arti per la Sicilia diretto proprio da Mortillaro. Molti gli ammiratori e studiosi che, di passaggio a Palermo vengono ricevuti dal marchese nel suo palazzo. Fra essi anche l’insigne storico Ferdinand Gregorovius, che nel 1886 visita l’anziano luminare, rimanendo poi, una volta rientrato a Monaco, in contatto epistolare con lui. Nella lettera del 23 giugno 1886, dà una precisa descrizione della situazione in Baviera, considerando la morte misteriosa del re Lodovico II, avvenuta dieci giorni prima: «In quanto a cotesta crisi, vedo che la si 7 interpreta del tutto erroneamente in Italia. Stia pur sicura che non si tratti punto di rivoluzione di palazzo […] ma semplicemente delle inevitabili e già da lungo tempo aspettate consequenze della malatia mentale del disgraziato re. Il quale, finalmente rivelato pazzo, non poté più governare né se stesso, né lo stato. Nessuno però era in grado di prevedere una fine così tremenda, né mai udita nelle storie dinastiche. Il popolo qui osserva un contegno dignitoso e calmo, mentre le camere si sono riunite. Non ci è da temere nulla di sinistro essendo ogni cosa regolata dalle leggi costituzionali». Il letterato e politico palermitano Giuseppe de Spuches in una sua lettera del 1884 ringrazia il marchese per il dono delle appena uscite Nuove Pagine di cronaca recente. Continuazione della Cronografia contemporanea, specificando «che ho letto con sommo piacere e profitto, e che vorrei che fossero lette da quanti regolano i pubblici affari, affinché apprendessero molte massime di morale e di finanza, che purtroppo sembrano da molti dimenticate». L’erudizione del marchese e il desiderio di far conoscere le proprie pubblicazioni traspaiono nell’epistolario quando Cesare Cantù, in una lettera del 3 luglio 1863, ringrazia per il Medagliere arabo-siculo del 1861 e avendone due copie propone «anzi in doppio esemplare, uno de’ quali passerei ad una biblioteca a Suo nome», o quando padre Angelo Secchi, fondatore della spettroscopia astronomica e direttore dell’Osservatorio Vaticano, ringrazia dei «preziosi volumi di memorie storiche», precisando: «La devo ringraziare 8 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 per la favorevole maniera con cui giudica le cose della corporazione a cui appartengo». Il cardinale Angelo Mai, nativo di Bergamo e considerato noto filologo e bibliofilo (Giacomo Leopardi nel 1820 gli dedica la canzone Ad Angelo Mai) loda le Opere di Mortillaro chiamandole «un vero Tesoro di antica filologia, e posso asserire di averlo scorso pagina per pagina con vero diletto ed ammirazione». Di Niccolò Tommaseo, sono presenti nell’archivio Vincenzo Mortillaro tre lettere, rispettivamente del 1862, 1866 e 1871, che sono esempio del lungo e continuo contatto epistolare tra i due, ma soprattutto delle profonde riflessioni storiche e politiche di Tommaseo: «L’uno, che, dividendo le coscienze, mal si prepara unità; l’altro, che unità vera non venne in alcun tempo, e può adesso men che mai, a nessun popolo, e all’Italia men che ad altri, dal restringere in una parte del corpo sociale la vita, in una parte che non n’è né il cuore né il capo, e non mostra di poter divenire», o «Questo volume dimostra quanto nella regione meridionale d’Italia già si studiasse, e, nell’apparente divisione, i vincoli intellettuali e morali fossero meglio conservati e avuti cari che adesso». Ancora più che la quantità, impressiona la qualità dei rapporti personali di Mortillaro e la rete di corrispondenze con le più prestigiose istituzioni scientifiche ed erudite d’Europa. Era in stretto contatto con il Congrès scientifique parigino, con la Société Géologique de France, con l’Ateneo Ciéntifico y Literario di Madrid, con il Museo di Storia Naturale di Torino e con l’Annuario Geografico Italiano, per citarne soltanto alcune; senza dimenticare una sterminata quantità di istituzioni culturali siciliane di primissimo piano. Al centro di una fitta rete di contatti fra le più diverse fazioni e tra i più distanti campi di attività, Mortillaro intesse rapporti con gli uomini più influenti della Sicilia, dall’aristocrazia alle alte gerarchie ecclesiastiche, studiosi di provincia e giuristi di grido, diplomatici, letterati e militari. Il suo archivio è dunque una solida fonte per la ricostruzione della storia della cultura siciliana. Il cardinale Angelo Mai, nativo di Bergamo e tra l’altro considerato noto filologo e bibliofilo (Giacomo Leopardi nel 1820 gli dedica la canzone Ad Angelo Mai) loda le Opere di Mortillaro chiamandole nella sua lettera del 17 giugno 1847 “un vero Tesoro di antica filologia, e posso asserire di averlo scorso pagina per pagina con vero diletto ed ammirazione”. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 9 Lettera manoscritta di Giacomo Leopardi, datata Napoli, 26 luglio 1836 (il cui autografo le edizioni dell’Epistolario leopardiano avevano sempre dato per disperso): “Ho ricevuto il dono di cui ella mi ha voluto onorare, e gliene rendo le maggiori grazie ch’io posso. Il suo libro a me pare piacevolissimo per la varietà delle materie, utile per l’importanza delle medesime, pieno di erudizione, pieno di dottrina, e da proporsi come esempio in tanta frivolezza di pubblicazioni di ogni genere. Se gli occhi me lo consentissero, mi distenderei maggiormente circa i pregi de’ suoi Opuscoli: ella si contenti di queste poche righe, e sia certa che vengono dall’animo”. Sopra: ritratto a olio di Giacomo Leopardi eseguito da Domenico Morelli A sinistra: cartelle con le lettere di Carlo Botta e del duca di Buckingham 10 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Nella pagina accanto: lettera autografa di Niccolò Tommaseo datata 22 marzo 1866: “Questo volume dimostra, quanto nella regione meridionale d’Italia già si studiasse, e, nell’apparente divisione, i vincoli intellettuali e morali fossero meglio conservati e avuti cari che adesso”. Sopra: l’insigne storico tedesco Ferdinand Gregorovius, in una lettera del 23 giugno 1886, dà una precisa descrizione della situazione in Baviera, considerando la morte misteriosa del re Lodovico II, avvenuta dieci 11 giorni prima: “Stia pur sicura che non si tratti punto di rivoluzione di palazzo […] ma semplicemente delle inevitabili e già da lungo tempo aspettate consequenze della malatia mentale del disgraziato re. Il quale, finalmente rivelato pazzo, non poté più governare né se stesso, né lo stato. Nessuno però era in grado di prevedere una fine così tremenda”. A sinistra: lettera autografa di Cesare Cantù del 3 luglio 1863, in cui si ringrazia il marchese per il Medagliere arabo-siculo del 1861. 12 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Sopra: lettera autografa del padre Angelo Secchi (30 agosto 1875), fondatore della spettroscopia astronomica e direttore dell’Osservatorio Vaticano: “La devo ringraziare per la favorevole maniera con cui giudica le cose della corporazione a cui appartengo”. Sopra a destra: una delle numerose lettere del cardinale Angelo Mai, presenti nell’archivio epistolare del marchese Mortillaro. A sinistra: Giuseppe de Spuches in una sua lettera del 1884 ringrazia il marchese per il dono delle appena uscite Nuove Pagine di cronaca recente. Continuazione della Cronografia contemporanea, specificando “che ho letto con sommo piacere e profitto, e che vorrei che fossero lette da quanti regolano i pubblici affari, affinche apprendessero molte massime di morale e di finanza, che purtroppo sembrano da molti dimenticati”. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 BvS: “In tanta frivolezza” GIUSEPPE MARTINI UNA CARRIERA DA LIBRAIO L’ archivio Giuseppe Martini è stato acquisito dalla Fondazione Biblioteca di via Senato nel 2010. Giuseppe Martini (1870-1944) – contemporaneo di Leo S. Olschki (1861-1940), di Ulrico Hoepli (1847-1935), di Tammaro de Marinis (1878-1969) e del direttore della Libreria Antiquaria Hoepli in quel periodo, Mario Armanni (18781956) – figura tra i più celebri librai antiquari italiani della prima metà del Novecento. Le più note biblioteche del mondo conservano manoscritti e incunaboli con la sua provenienza, e tracce dei libri passati per le sue mani si ritrovano – sia in forma di nota manoscritta “Coll. Compl.” per indicare “collazionato completo”, sia in forma di ex libris – nei repertori, nei cataloghi dei librai antiquari e nelle schede delle case d’asta. Lucchese d’origine, operò tra il 1898 e il 1910 proprio nella sua città natale, dove pubblicò i suoi primi otto cataloghi, oggi quasi tutti introvabili e con pochissimi esemplari censiti. All’inizio del ventesimo secolo, Martini si sposta negli Stati Uniti, a New York, e tra il 1912 e il 1922 pubblica i suoi cataloghi 9-18. Contatti importanti con il mondo bibliofilo americano esistevano sicuramente già prima, visto che nel 1904 la più nobile associazione bibliofila americana, il Grolier Club di New York, pubblica il Catalogue of an exhibition of original and early editions of Italian books selected from a collection designed to illustrate the development of Italian literature, specificando che «for the material used as the basis of this catalogue the club is indebted to Mr. Joseph Martini». Negli anni compresi tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, Martini torna in Europa, stabilendosi a Lugano, dove tra il 1929 e il 1942 pubblica gli ultimi cataloghi 19-30. L’archivio Giuseppe Martini, rispecchiandone l’eccezionale carriera di libraio antiquario, consiste nello schedario personale contenente oltre 7.900 schede autografe per li- bri a stampa, incunaboli e manoscritti. Comprende anche la copia personale - numerata 1 su 300 - del Catalogo della libreria di Giuseppe Martini compilato dal possessore. Da servire come saggio per una nuova bibliografia di storia e letteratura italiana. Parte prima incunaboli (Milano, Hoepli, 1934), che descrive nei dettagli 405 incunaboli, e i due volumi dell’asta che Martini organizzò nel 1934 e 1935 con le sue valutazioni manoscritte del materiale esposto (Bibliothèque Joseph Martini. Première partie e deuxième partie, Milano 1934 e Ginevra 1935). Lo schedario viene raggruppato in ordine alfabetico (normalmente per autore). Ogni scheda contiene la trascrizione diplomatica del titolo e delle note tipografiche, a cui si aggiunge una minuziosa collazione e la segnalazione di eventuali illustrazioni e di diversi repertori, oltre a una dettagliata descrizione bibliografica che fa capire come Martini «fut vraiment l’homo bibliographicus», con un apparato «si élaboré, le raisonnement si convaincu, qu’on peut difficilement s’y opposer […] Il donne les détails les plus minutieux avec une précision absolue et il parle des auteurs, qu’elle qu’en soit l’époque, comme de ses contemporains» (Introduzione di Mario Armanni, Bibliothèque bibliographique, Vente aux 14 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 enchères à Genève, salle Kundig, 1946, p. 5). Similmente viene ricordato in un articolo su La Bibliofilia, indicando che «per lui la ricerca bibliografica non si esauriva mai con gli scopi pratici ai quali essa avrebbe dovuto mirare. Ne conseguiva che i suoi cataloghi, modelli di precisione, avevano un carattere erudito tutto speciale e parevano diretti più a una ristretta cerchia di studiosi che non ad una folla di compratori [...] Le conoscenze bibliografiche del Martini si irraggiavano in tutte le direzioni dello scibile, ma egli eccelleva particolarmente in quelle attinenti agli incunaboli, alla letteratura italiana e ai manoscritti» (La Bibliofilia XLVII, 1945, p. 128). Impressiona la ricchezza del materiale illustrato nelle schede. Una descrizione di sei pagine mette in rilievo un eccezionale manoscritto su pergamena Thesauro di cavalli (o Libro di Mascalcia) di Bonifacio di Calabria, probabilmente eseguito «in the South of Italy, possibly Naples, or the province, towards the middle of the 14th century, and very likely in the year 1345». Martini indica che il manoscritto contenente 8 disegni a piena pagina e 151 a metà pagina è «apparently the earliest known manuscript, at least in its Italian translation, of this very important treatise of farriery, and with all probability the only one known with pictures». Anche la provenienza si rivela celebre, considerando la nota manoscritta («Questo libro si e del magnifico et generoso cavaliere M. Gioan Maria dalla Salla alias ditto M. Ponteghino magistro de stalla del Illustrissimo et Excellentissimo Signore D. Alfonso Estense Duca de Ferra- ra») e il fatto che nel ’600 si trovò nella biblioteca del giurista napoletano Giuseppe Valletta (1636-1714), come viene censito nel tomo XXIV del Giornale Storico dei Letterati d’Italia. L’erudizione assoluta e la conoscenza profonda di Martini traspaiono da tutte le schede. Per la prima edizione del raro Trattato di scientia d’arme del milanese Camillo Agrippa (Roma, Blado, 1553) si legge «First Edition, and perhaps the most beautiful book from the press of Blado. The illustrations have been ascrive to a pupilo of Marcantonio Raimondi; but Torquato Tasso, who was an authority on matters of chivalry and duelling, and who was in a position to know something about this book, had written on the title page of his copy, afterwards owned by the well known bibliographer and bookseller Molini, le figure intagliate da Michelangelo Buonarroti». Per la mitica Ventisettana del Decamerone, elenca numerose varianti e rivela che «nella Libreria Melzi esisteva il solo esemplare conosciuto impresso in carta grande, già appartenuto a Girardot de Prefond, Gaignat e P. A. Haurott, poi passato in mie mani, ed ora nella biblioteca del fu principe Piero Ginori Conti di Firenze». A proposito della prima edizione secentesca della Divina Commedia (Padova, 1613), leggiamo che la copia fu l’«esemplare proveniente dalla biblioteca di George John Warren Vernon, quinto barone Vernon. I disegni a penna sulla copertina mostrano chiaramente la maniera di Dante Gabriel Rossetti, e con tutta probabilità sono suo lavoro; sappiamo inoltre che Lord Vernon era amicissimo del Rossetti, il quale come segno di amicizia reciproca gli avrà abbellita la legatura del Dante». Si ag- giunga che Vernon fu il massimo collezionista dantesco dell’Ottocento. L’incunabolo Prognostico per il 1482/83 di Girolamo Manfredi, stampato presumibilmente a Bologna per Henricus de Colonia nel 1483 (presente anche nel Catalogo della Libreria di Giuseppe Martini, Incunaboli, scheda 245), si rivela l’unica copia conosciuta al mondo con, nella scheda, l’indicazione manoscritta «Apparently the only known copy of this edition witherto undescribed». L’esemplare, in seguito passato nel possesso del famosissimo libraio antiquario newyorkese Hans P. Kraus, viene censito oggi nell’Incunable Short Title Catalogue della British Library sotto «Martini-Kraus copy». Alla descrizione della prima edizione commentata della Divina Commedia, stampata nel 1477 a Venezia da Vindelino da Spira (numero 144), legata in marocchino rosa da Bredford, corrisponde la scheda manoscritta: «Folio, rose marocco, […] by the well known English binder Francis Bredford”. Oltre alla copia in legatura di Bredford, lo schedario riporta altre due copie della stessa edizione, una in “late 16th century Italian binding in vellum. a very fine and large copy” e una in “18th century Italian vellum binding». Martini cita con grande agio repertori sei-settecenteschi, miniere di informazioni utili, oggi purtroppo spesso dimenticati a favore di repertori più moderni. Per esempio in una scheda sull’incunabolo Liber de homine, Libro del Perchè (Bologna, Ugo Rugerius and Doninus Bertochus, 1474) del già citato medico e astrologo bolognese Girolamo Manfredi (1430- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 1493), cita l’opera settecentesca di Johann Albert Fabricius, Bibliotheca Latina (Padova, 1754) che contiene cenni sulla biografia dell’autore. Per quanto riguarda la vita del bresciano Domenico Mantova, indica l’opera di Ottavio Rossi, Elogi historici di bresciani illustri (Brescia, 1620). Molti anche i repertori e le fonti anglosassoni, chiara traccia dell’importanza del soggiorno americano nella sua vita professionale. Del resto, una gran quantità di schede sono redatte in inglese. Oltre alla descrizione generica dell’edizione, le schede contengono informazioni sull’esemplare, la legatura e la provenienza, e molto spesso sui prezzi d’acquisto o vendita. Il tema del prezzo aiuta nell’ambito di ricerche sulla valutazione storica dei libri. Sicuramente le schede erano destinate a essere inserite almeno parzialmente nei libri in vendita presso la libreria antiquaria. Le schede sono vivo esempio di descrizioni ricche di dettagli importanti. Ad esempio nel commento sulla princeps di De gli Hecatommithi di Giovanni Battista Giraldi (Mondovì, Leonardo Torrentino, 1565), nella scheda manoscritta di sei pagine, aggiunge un interessante dettaglio sull’impresa tipografica usata da Leonardo Torrentino: «L’impresa dell’elefante assunta dallo stampatore Leonardo Torrentino è probabilmente un’allusione all’altra dell’elefante in mezzo al gregge portata da Emanuele Filiberto duca di Savoia, il quale volendo fondare un’università o accademia a Mondovì, aveva chiamato i Torrentino per stabilirvi una tipografia». La copia descritta in una «legatura eseguita da Riviere di Londra» è 15 proprio quella conservata presso la nostra biblioteca. Oltre a un esemplare della più piccola Divina Commedia mai stampata (Salmin e Hoepli 1878), Martini possedeva un esemplare della limitatissima tiratura del 1879 (Milano, Ulrico Hoepli […] con 30 fotografie eseguite sui disegni di Francesco Scaramuzza […] «Esemplare N. Di questa edizione illustrata del DANTINO esistono cinquantuno esemplari numerati portanti la firma di [lettera cancellata]» [manca il numero dell’esemplare e la firma – parole cancellate – che dovevano essere apposti da Hoepli]; Medesima edizione della precedente, ma coll’occhietto e il frontespizio ristampati e l’aggiunta di 2 altre cc. contenenti la dichiarazione del [alcune parole cancellate] degli esemplari pubblicati colle fotografie e l’indice di queste». 16 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Nella pagina precedente: descrizione della più piccola Divina Commedia mai stampata (Salmin e Hoepli 1878) della limitatissima tiratura con “30 fotografie eseguite sui disegni di Francesco Scaramuzza”. Sopra: per la mitica Ventisettana del Decamerone di Giovanni Boccaccio (Firenze, Giunta, 1527) Martini elenca numerose varianti (“di questa edizione esistono due varieta di esemplari, cosa rimasta fino ad ora ignota ai bibliografi”) e rivela che “nella Libreria Melzi esisteva il solo esemplare conosciuto impresso in carta grande, già appartenuto a Girardot de Prefond, Gaignat e P. A. Haurott, poi passato in mie mani, ed ora nella biblioteca del fu principe Piero Ginori Conti di Firenze”. A sinistra: le più note biblioteche del mondo conservano manoscritti e incunaboli con la provenienza di Giuseppe Martini, e tracce dei libri passati per le sue mani si ritrovano – spesso in forma di un suo ex libris (accanto quello allegorico, eseguito probabilmente su disegno di Domenico Martini) – nei repertori, nei cataloghi dei librai antiquari e nelle schede delle case d’asta. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Continuazione della descrizione di quattro pagine della Ventisettana di Boccaccio, in cui si indicano altre varianti. A destra: l’erudizione assoluta e la conoscenza profonda di Martini traspaiono dalla descrizione del raro Trattato di scientia d’arme del milanese Camillo Agrippa del 1553: “It is very improbable that the engravings are by Michaelangelo himself, but he must have furnished the designs, as in some there is much of his manner and strength”. 17 18 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Scheda manoscritta che descrive la prima edizione commentata della Divina Commedia del 1477. Una gran quantità di schede non sono redatte in italiano, ma in inglese, chiara traccia dell’importanza del soggiorno americano nella vita professionale del libraio antiquario. A sinistra: la scheda del manoscritto su pergamena Thesauro di cavalli (o Libro di Mascalcia) di Bonifacio di Calabria, probabilmente eseguito nel 1345, e appartenuto “al magnifico et generoso cavaliere M. Gioan Maria dalla Salla alias ditto M. Ponteghino magistro de stalla del Illustrissimo et Excellentissimo Signore D. Alfonso Estense Duca de Ferrara”. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 20 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” ANGELO SOMMARUGA, L’EDITORE GIRAMONDO A ngelo Sommaruga, editore della Cronaca Bizantina, nasce a Milano il 23 dicembre del 1857 nella centralissima via Cerva, in una famiglia dedita al commercio del carbone e del legname. A 18 anni il padre gli trova lavoro come impiegato in una miniera vicino a Cagliari, ma ciò non gli impedisce di frequentare con successo il mondo letterario e artistico che, all’indomani dell’Unità d’Italia, si va organizzando nella “metropoli” meneghina. In un breve lasso di tempo, fonda e dirige alcuni giornali: La Farfalla, il Brougham e la Rivista Paglierina, tutti ricchi di eleganza e buongusto. La Farfalla, il più importante, stampato a Cagliari e poi a Milano [con testata disegnata da Tranquillo Cremona], riunisce sulle proprie colonne molti giovani scrittori che si stanno affermando, quasi tutti collaboratori gratuiti: il fedelissimo Papiliunculus (Cesario Testa), Remigio Zena, Primo Levi, Cletto Arrighi, Felice Uda, Antonio Ghislanzoni, Felice Cavallotti, Ferdinando Fontana, Lorenzo Stecchetti, Ottone Baccaredda, per citare i maggiori. Indebitato per la gestione del giornale e della vita spensierata che conduce a Milano, deve cedere la te- Da qui la nascita della famosissima e apprezzatissima rivista Cronaca Bizantina, che in brevissimo tempo fu pronta. I collaboratori premevano alle porte per scrivere. L’ambiente politico e letterario era favorevole per essere coinvolto, ma anche sconvolto. stata ai fratelli Bignami, e a quel punto intuisce che la vita culturale milanese è ormai stagnante per lui: pensando senza modestia a un futuro da grande editore, si reca a Roma. Quando arriva nella Capitale, nella primavera del 1881, ha 24 anni e con sé poche cose: una lettera di presentazione di Carducci, conosciuto poco prima passando da Bologna, qualche biglietto da mille e soprattutto la certezza di diventare il più grande editore italiano. Lo sorregge inoltre un’intuizione che si rivelerà strategica: per essere un grande editore avrebbe dovuto avere una rivista o un giornale che promuovesse i suoi titoli e i suoi autori. Il giovane editore Sommaruga ha poi il gran fiuto di capire, tra i primi in Italia, il valore della pubblicità; la copertina della Bizantina – un quartino a sé – è infatti piena di pubblicità delle sue edizioni, pubblicate o in corso di stampa, e addirittura di quelle che non venivano poi neanche stampate. Oltre alla pubblicità editoriale, riempie queste sottili pagine gialle o azzurrine con réclame d’ogni genere: dalla fiaschetteria all’albergo, dall’ottico ai bagni pubblici, dai cosmetici alle pillole per rassodare il seno, ogni articolo, ogni negozio e stabilimento trova decantate le proprie virtù in piccoli e divertenti racconti o filastrocche. Così i suoi libri cominciano a diffondersi. Gli editori concorrenti, quelli di fama come i fratelli Treves, il Barbèra e lo Zanichelli, si preoccupano: i loro autori sempre più in massa si muovono verso i tipi sommarughiani. Anche il candido Edmondo de febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Amicis tradisce per la nuova sigla il vecchio amico Emilio Treves, consegnando ad Angiolino il suo Alle porte d’Italia, libro che, nonostante il parere contrario di Carducci – che chiama l’autore di Cuore «Emondo dai languori» – ha grande successo e numerose edizioni. Se il rapporto con Carducci, suo mentore e principale sostenitore, è improntato sin dall’inizio a una amicizia sincera da parte del Poeta e a una devozione filiale da parte di Sommaruga, diverso è il rapporto che l’editore ha con Gabriele d’Annunzio, che arriva in redazione alla Bizantina a 18 anni. Ha già pubblicato presso un modesto tipografo di Chieti un libro, Primo Vere, a spese di don Francesco, il padre, e Chiarini l’ha appena salutato come l’astro nascente della lirica italica. I giovani collaboratori bizantini vedono subito in lui un fratello ma anche un modello; tra tutti, Scarfoglio ne diviene ardente difensore. D’Annunzio è consapevole della sua bravura, è conscio di quale potrebbe essere il suo futuro e già sa vendersi come un grande scrittore. Del pari è un accorto agente di se stesso, badando alle percentuali e stilando i contratti con abilità di provetto avvocato. Nelle lettere al Sommaruga [oggi conservate nella Biblioteca di via Senato], fissa con avara lucidità i prezzi delle sue collaborazioni: un tanto a sonetto, un tanto a novella… altro che quello che andava proclamando, di essere pochissimo esigente e di scrivere per la Bizantina in cambio di scatole di biscotti e cesti di fiori freschi. Gabriele scrive per il giornale sommarughiano versi, prose e anche cronache mondane. La pubblicazione di Intermezzo di rime, che aveva indignato il buon Chiarini, suo primo recensore – dando poi corso alla polemica cosiddetta della “verecondia”, cui parteciparono Nencioni, Panzacchi e Luigi Lodi –, di fatto accresce il suo fascino nei salotti mondani. Il poeta li frequenta assiduamente per trarne spunti vivaci e piccanti, e per farsi ammirare dalle signore del bel mondo; alla fine saranno queste che lo cercheranno per invitarlo, bramose di leggere poi sulla Bizantina la descrizione delle loro toilettes o curiose di vedere con quale aggettivo le avrebbe dipinte il giovane scrittore. In Sommaruga, da principio egli vede un amico fraterno, poco più vecchio di lui, con il quale, all’occasione, confidarsi; gli chiede gentilmente di comprare dei fiori per il compleanno della madre, di cercare di tenere a bada lo scandalo intorno alla sua fuga e al conseguente matrimonio con Maria Gallese di Hardouin, di pagare eventuali creditori, fossero a Roma o a Parigi. La rottura però si ebbe nell’estate del 1884, dopo la pubblicazione del Libro delle Vergini. Il Poeta scrive all’editore annunciandogli che il libro contiene pagine caste e miti accanto ad altre di un’audacia inusitata: «La scena si svolge tra un bordello e una chiesa, tra l’odore dell’incenso e il lezzo del fradiciume». Sommaruga sceglie, non si sa se per non aver letto bene il manoscritto o di proposito, una copertina brutta e volgare con tre donnine nude in atteggiamento equivoco, certo non dello stesso livello di quelle delle altre sue pubblicazioni, con un disegno adatto invece a un tipo di editoria volgare e sconcia (tanto che fu 21 riusata da un tipografo napoletano per un libro del cavalier Marino, Notti di piacere, libro poi sequestrato e processato per oscenità). Sommaruga acquista anche la mtica Domenica Letteraria, diretta da Ferdinando Martini prima e da Ermete Zanghellini dopo; ma l’immaginifico editore non si ferma qui, fondando un giornale molto raffinato, il quotidiano politico-liberale Nabab, che doveva essere il Figaro italiano, il giornale «più letterario, meglio informato, più vario di quanti siano stati fatti finora in Italia». Diretto da Enrico Panzacchi, vi collaborano Navarro della Miraglia, Masi, Colautti, Ragusa Moleti e altri. Nonostante la «magnificenza tipografica», ha vita breve, risucchiato dal vortice delle vicende sfortunate del suo editore. Di lì a poco, sottovalutando l’infausto effetto di essere l’editore delle Forche Caudine – giornale diretto da Pietro Sbarbaro, personaggio controverso, polemico politico antimonarchico –, Sommaruga va incontro a una penosa serie di disavventure giudiziarie che lo getteranno sul lastrico. Infatti, per togliersi di mezzo l’indisponente Sbarbaro che col suo giornale rischiava di scoperchiare scandali politici imbarazzanti, l’intero Parlamento decide di sbarazzarsi del suo editore. Segue un processo che coinvolge l’intero mondo artistico e letterario, chiamato a testimoniare contro Sommaruga. Nonostante le imputazioni vengano smontate dalle dichiarazioni dei testimoni, Sommaruga viene condannato in via definitiva a sei anni di carcere e a una 22 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 multa. Mentre è in libertà provvisoria, il giovane, ormai ex-editore, riesce a fuggire, partendo da Genova alla volta del Sud America. Non ha soldi con sé, ma un baule pieno di quadri che gli aveva regalato l’amico Francesco Paolo Michetti: questo baule si rivelerà per lui un tesoro permettendogli di iniziare una nuova vita. Angelo Sommaruga, infatti, giunge a Buenos Aires dove apre una libreria italiana; pubblica qualche classico della nostra letteratura e una fortunata guida alla città e all’Argentina per gli emigranti italiani in cerca di fortuna; non pago di quanto gli è appena accaduto a Roma, fonda un giornale quotidiano, La Patria Italiana, e poi un’altra rivista, il Periodico de los Niños. Ha appena 29 anni, ma ha già l’esperienza – e, forse, la cinica amarezza – di un uomo maturo. Probabilmente incontra alcune difficoltà, ma di questo periodo non si sa molto. Si sa, dai documenti e dalle lettere tra lui e Michetti [anch’esse conservate alla Biblioteca di via Senato] che incomincia con successo a commerciare in quadri, spostandosi in tutto il Sud America, molto spesso a Valparaiso, comprando alle aste di Parigi e rivendendo alla ricca borghesia locale. Incerto è l’anno del ritorno in Europa: probabilmente è il 1890 quando arriva a Parigi. Qui apre una galleria d’arte che agli inizi del Novecento è nominata come una delle più belle della capitale francese. Negli anni Trenta diventa un importante mercante d’arte, rivalutando e proponendo pittori fino ad allora dimenticati, come Zandomeneghi e De Nittis. Il Fondo Sommaruga della Biblioteca di via Senato comprende, oltre a tutto il pubblicato della Cronaca Bizantina – copia appartenuta all’editore, su carta di lusso – e all’edizione completa delle Forche Caudine (collezione difficile a reperirsi per i continui sequestri e le quotidiane censure della polizia), tutte le edizioni della casa editrice di Angelo Sommaruga, alcuni volumi della sua biblioteca personale e le carte superstiti del suo archivio. Tali carte – per lo più lettere e, nel caso di Carducci, bozze corrette dagli autori – sono rese ancora più preziose dalle vicende che le hanno portate in Argentina, poi a Parigi, e ancora in Italia. Le lettere provengono da una novantina di diversi corrispondenti, molti dei quali gli scrivono durante l’epoca della Cronaca Bizantina. I nomi sono quelli che ricorrono nel catalogo editoriale e sulle colonne della rivista: i già citati Carducci e d’Annunzio, ma anche Dossi, De Amicis, Guerrini, Faldella, Contessa Lara, Ferdinando Fontana, Leone Fortis e molti altri. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Carlo Dossi. Lettera a Angelo Sommaruga. Datata 8 dicembre 1882 «Editore mio, nel segnarti ricevuta delle lire 30 da te rimessemi jeri qual prezzo del capitolo “Les Gueux” [Anno II, vol. III, n. 12 – 1 dicembre 1882, p. 89] apparso sulla Cronaca Bizantina del mese scorso, approvo e confermo quanto fu pattuito fra te e Luigi Perelli per la riedizione della Colonia Felice e dei Ritratti umani dal calamajo di un medico, nonché pei bozzetti che io offrii alla suaccennata rivista tua […] Carlo Dossi. Lettera a Angelo Sommaruga. Datata R.[oma] 2 luglio 1883 «Carissimo, i tuoi servitori non mi hanno voluto annunciare a te, dicendo che eri occupato col barone De Renzy […] D’oggi innanzi i nostri rapporti continueranno, ove occorre, per via d’avvocato. Carlo Dossi» Carlo Alberto Pisani Dossi [1849-1910] grande scrittore, scapigliato della prima ora, conosceva bene Sommaruga, sin dai tempi del “Brougham” e della “Farfalla”, le riviste sommarughiane del periodo milanese. Le due lettere segnano la sua breve collaborazione con la Casa editrice che pubblicherà le ristampe di Colonia felice [1883] e dei Ritratti umani [1883]. 24 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Sopra: Gabriele d’Annunzio Senza data [estate 1884] « […] Voi avete mancato verso di me doppiamente; non mandandomi a vedere il disegno prima della pubblicazione, e disonorando il mio libro con quella porcheria. […] Non venite a incepparmi il passo con la vostra réclame rovinosa! Non fate credere ch’io sia d’accordo con voi nel richiamare il pubblico a colpi di gran cassa dinanzi a un quadro plastico! Il mio libro sia semplicissimo. Abbia una copertina bianca col nome mio e col titolo; nulla più». Con questa lettera finisce l’amicizia con d’Annunzio [1863-1938] che Sommaruga conosce quando diciottenne arriva a Roma. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 25 Sotto: Giosuè Carducci Datata Bologna 15 giugno 1881 «Caro sign. Sommaruga, Il fascicolo primo di Bizantina è bellissimo […]» L’avallo di Carducci [1835-1907] è decisivo perché Sommaruga attui l’audace progetto di fondare una casa editrice e una rivista che la sostenga. E il Poeta vuole bene a questo giovane intraprendente e sfrontato, da quando l’incontra la prima volta; dopo il famoso processo, quando, abbandonato da tutti, l’editore fugge, è ancora il vecchio poeta, solo, ad andare alla stazione, sotto una furiosa nevicata, per salutarlo e dirgli «Si ricordi che io le voglio sempre un po’ di bene». 26 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” VINCA SORGE DELFICO, LETTRICE DANNUNZIANA Vi ringrazio tanto del libro che mi mandaste. L’ho letto con avidità, ed è stato per me un gusto finissimo legger il vostro romanzo, anzi troppo intenso. […] Ma perché scrivete voi di questi libri?... Un giorno dovrete renderne conto a Dio; io ve lo dico. E come farete allora? […] Voi siete Andrea Sperelli, vi siete ricopiato in ogni minima piega dell’animo, altrimenti con la sola immaginazione come avreste potuto concepire un tale personaggio? Il vostro eroe sarebbe stato inverosimile! – Io non so capire come siete voi, chi vi ha traviato così… Come potete scrivere perennemente in un’atmosfera corrotta… Io non so capire… Donna Vinca Sorge Delfico a Gabriele d’Annunzio, minuta di una lettera non inviata, datata Nereto, 21 maggio ’89 C osì donna Vinca Delfico De Filippis [1861-1911] accoglie Il Piacere, inviatole pochi giorni prima da Gabriele d’Annunzio; lo legge nel suo eremo a Nereto, vicino Teramo, in Abruzzo. Lei, figlia di Filippo Delfico (patriota risorgimentale, come il fratello Troiano) e nipote del noto filosofo illuminista Melchiorre Delfico, è moglie di Simone Sorge, proprietario terriero. strate nelle cronache mondane dell’epoca (anche in quelle dannunziane), fanno sensazione: gli uomini portano in suo onore un fiore di pervinca all’occhiello, affascinati dalla sua freschezza e dalla sua raffinata eleganza» [così Paola Sorge, nipote della signora, riporta nel suo Sogno di una sera d’estate. D’Annunzio e il Cenacolo Michettiano, Chieti, Ianieri Editore 2004]. La figura di donna Vinca rimane una delle più importanti in quello scorcio di fine Ottocento per lo sviluppo dell’attività letteraria e artistica di tutto l’Abruzzo. La sua «bellezza selvaggia» colpisce di certo molti intellettuali che non riescono a sottrarsi al fascino di questa donna colta e gentile che con il suo sguardo illumina le riunioni del cenacolo letterario e artistico tenute nel Convento di proprietà di Francesco Paolo Michetti a Francavilla a Mare: il pittore, anch’egli ammaliato dalle sue grazie, la ritrae più volte in quegli anni Ottanta dell’800. «Le sue apparizioni ai concerti estivi e alle feste di Francavilla, regi- Ma è soprattutto d’Annunzio che si invaghisce di lei e lo dice apertamente; è lui che sin dai 16 anni l’ammira e la segue con lo sguardo: «…Ero un fanciullo e camminavo lungo la riva del mare alla ventura, con la vaga speranza d’incontrarvi. Sono un uomo corrotto dalla esperienza della vita, provato dal dolore, e tendo le braccia verso di voi come verso la mia chimera più desiderabile. Che avete voi? Qual segreta attrazione è ne’ vostri occhi varianti come un’acqua profonda che chiuda in sé strani tesori?», le confessa in una lettera del settembre 1888. È ancora lui che «colpito da quel nome rarissimo “il nome di un fiore cupo e vellutato che cresce all’ombra delle siepi” – la pervinca», lo impone «al personaggio di una sua novella, Favola sentimentale, entrata febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano poi a far parte della raccolta Il libro delle vergini. Ma curiosamente, Vinca De Rosa, l’avvenente e decisamente sexy zia di Cesare, che conquista cinicamente il nipote e fa morire di crepacuore la sua innamorata, Galatea, è l’opposto della riservata e religiosissima sposa di Simone che si ritrae costantemente di fronte alle avances del poeta» [P. Sorge, op.cit.]. Sempre il Poeta ricorderà poi le discussioni, i giochi, i canti e i sogni di quegli incontri (che spesso avvengono a Nereto, ospiti di casa Sorge) e nelle lettere che le invia cercherà di rievocare i giorni la cui «“memoria sarà assai lunga e assai dolce in tutti”, le serate passate ad ascoltare gli “incantesimi vocali” di Tosti, il mago di Francavilla, le passeggiate per la Via Larga, fuori di Nereto, le lunghe chiacchierate “sotto la pergola già carica di grappoli”». Assieme a d’Annunzio e a Michetti, vi parteciperanno Francesco Paolo Tosti, Vittorio Pepe, Carmelo Errico, Alfonso Muzii, lo scultore Costantino Barbella «che “passa le giornate intere nell’aer perso della fonderia” e Guido Boggiani, “pronto a partire per l’America dove va a cercar la fortuna e a trovar mogli belle e ricche alli amici brutti e poveri”» (Boggiani, pittore, si distinse anche come valente esploratore in America meridionale, dove fu ucciso dagli indios Chamacoco, che avendolo ospitato per lungo tempo, non condividevano alcune sue idee). Però donna Vinca, come abbiamo visto, rimane sconvolta dalla lettura de Il Piacere e attraverso questa conosce l’amico sotto una luce diversa. Se pure d’Annunzio continuerà a frequentare con Michetti la casa dei Sorge ancora negli anni seguenti, sino al 1894, e continuerà imperter- rito nel suo corteggiamento, non ci sarà più l’affiatamento dei primi tempi. Se tra loro non fu mai vera rottura, da parte di Vinca vi fu un continuo dibattersi tra l’ammirazione per lo scrittore e la disapprovazione per l’uomo dissoluto. Nel 1910, Vinca Sorge si ammala di una malattia che neanche il celebre luminare della medicina di allora, Augusto Murri, riesce a riconoscere e muore nel maggio dell’anno successivo, confortata dall’affetto del marito e dei suoi sette figli. Il Fondo dannunziano Sorge Delfico, nato dai libri dedicati dal Poeta a donna Vinca e accresciuto notevolmente dalla nipote Paola Sorge [1930-2007], infaticabile collezionista delle opere del Vate, è stato acquisito dalla Fondazione Biblioteca di via Senato nel 1999. Consta di oltre 800 volumi (opere di Gabriele d’Annunzio, riviste con le sue collaborazioni, compresa Cronaca Bizantina, e testi scritti su di lui), più l’importante manoscritto Sur une image de la France croisée peinte par Romaine Brooks, scritto nel marzo 1915. Il manoscritto consta di 6 carte non numerate (cm.27x22,5) con filigrana “Per Non Dormire”, più una tavola fotografica che riproduce il quadro della pittrice americana Romaine Brooks (1874-1970), dove l’attrice e ballerina Ida Rubinstein è ritratta in veste di infermiera. I sonetti di d’Annunzio vengono pubblicati su Le Figaro del 5 marzo 1915, insieme a una lettera indirizzata ad Alfred Capus, e vengono ristampati su Il Giornale d’Italia il 1º settembre dello stesso anno. I 4 sonetti sono poi stampati, in facsimile di autografo, in 27 un opuscolo destinato a finanziare gli interventi della Croce Rossa francese sui campi di guerra: questo facsimile d’autografo inaugurerà una vera e propria moda dannunziana. Il nostro manoscritto è rilegato in piena pelle a grana grossa, di color blu con una croce rossa in pelle inserita al centro del piatto anteriore; la riproduzione del quadro è posteriore, su carta Agfa, probabilmente inserita dalla Sorge. La Brooks è citata nelle Faville del maglio, con un curioso gioco di parole in inglese: «Ella diceva ridendo, per grazioso gioco di parole sul suo casato: – Do not fish the moon in the brook – Non cercate di pescare la lune nel ruscello» (Guabello, Raccolta dannunziana, Biella 1948, p. 161]. Come abbiamo ricordato sopra, uno dei volumi più importanti presenti nella raccolta è quello della prima edizione de Il Piacere (Milano, Fratelli Treves, 1889), che donna Vinca non apprezzerà e anzi deplorerà come esempio della malvagia e dissoluta natura del Poeta. Il volume reca la dedica autografa di d’Annunzio alla prima carta – «A donna Vinca Sorge ricordo affettuoso di Gabriele d’Annunzio. Maggio 1889» – ed è ricoperto dalla carta con cui era stato confezionato per la spedizione; al piatto anteriore riporta tre francobolli e la dicitura «A donna Vinca Sorge | Nereto | prov. di Teramo | (Abruzzi) | (un libro)», autografa del Poeta. All’interno una mano ignota scrive «Gran miseria del Secolo Illuminato»; probabilmente si tratta del giudizio rapido ma perentorio della signora Vinca, che aveva visto specchiarsi nella dissolutezza di Sperelli 28 la mentalità malata di d’Annunzio. La prefazione-dedica del volume a Francesco Paolo Michetti è datata «Dal Convento, secondo Carmine, 1889», mentre la data in fine al romanzo è «Francavilla al Mare: luglio-dicembre 1888». Altro volume importante è quello della prima edizione, su carta normale (ne esiste una di lusso, su carta a mano forte, di 100 copie, con copertina in pergamena), di Giovanni Episcopo, edito a Napoli da Luigi Pierro nel 1892. Alla prima carta, la dedica: «A donna Vinca si ricorda Gabriele d’Annunzio e Ciccillo Michetti la saluta tanto tanto, 21 gennaio 92, Napoli». Il primo libro che d’Annunzio dedica e invia a donna Vinca è Isaotta Guttadauro, stampato a Roma da La Tribuna nel 1886. La dedica recita «A donna Vinca Delfico-Sorge umilmente Gabriele d’Annunzio. Agosto, ’87». Michetti, nel 1894, le invierà poi un volume dell’amico, il Trionfo della Morte, edito a Milano dai Fratelli Treves; la copia porta stranamente l’indicazione di seconda edizione, ma con la data del 1894: le edizioni di quell’anno recano solo la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 l’indicazione del migliaio. La dedica, meno partecipe delle precedenti, dice: « Alla gentile Comare Vinca. Michetti. 12 giugno ’94». Molto importanti dal punto di vista bibliografico, sono, nel fondo, quelle edizioni che paradossalmente sembrano meno interessanti, cioè quelle che Guabello definisce «le gloriose edizioni napoletane»: sia quelle degli anni ‘90 dell’Ottocento, sia quelle successive, per la maggior parte non autorizzate, dei primi anni del Novecento. Napoli in quel voltare di secolo è all’avanguardia in campo culturale; Scarfoglio e sua moglie, Matilde Serao, vi fondano due importanti quotidiani: il Corriere di Napoli e poi il Mattino. E il nostro Poeta, che versava fino ad allora in cattive acque finanziarie, anche grazie a loro e alle loro conoscenze, vi trova ampio respiro e sostentamento, collaborando sui giornali napoletani, affermandosi anche presso gli editori della città, Ferdinando Bideri e Luigi Pierro. Ma soprattutto, ciò che si stampa a Napoli ha una larga eco an- Gabriele d’Annunzio Manoscritto di Sur une image de la France croisée peinte par Romain Brooks Datato Parigi, 5 marzo 1915 Contiene 4 sonetti. Pubblicato nello stesso giorno da “Le Figaro”, viene poi stampato sotto forma di opuscolo e messo in vendita per finanziare l’intervento della Croce rossa francese sui campi di guerra. La pittrice Romain Brooks [18741970] al momento ha una relazione con d’Annunzio ma contemporaneamente anche con la donna ritratta nel quadro che diede l’ispirazione per i sonetti, l’attrice e ballerina d’origine russa Ida Rubinstein. Per l’attrice, d’Annunzio ha già scritto il Martyre de Saint Sebastien, rappresentato a Parigi il 12 maggio 1911, dove, con grande scandalo, la Rubinstein impersona il santo. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 che all’estero. Guabello racconta: «Da Napoli spiccò il volo la rinomanza internazionale di d’A. Ecco come: Georges Hérelle abbonato al Corriere di Napoli vi scorse nel dicembre 1891 un singolare romanzo, se ne innamorò e concepì il disegno di tradurlo in francese per farlo conoscere ai compatrioti. Il romanzo era l’Innocente, e prima ancora che uscisse in volume in Italia (aprile 1892) fu letto in Francia tradotto, sul giornale Le Temps, tra i consensi ammirati della critica dove militavano dei Dechamps e dei Brunetière. Dopo di allora ogni nuovo romanzo del nostro scrittore fu disputato come una primizia dai vari cotidiani e riviste parigine, mentre le traduzioni delle varie opere si susseguivano in tutte le lingue europee (ad eccezione della russa, greca, portoghese) ed in americano» [Guabello, op. cit., p. 51]. Altro documento importante è la raccolta pressoché completa del Bollettino ufficiale del Comando di Fiume d’Italia, edito nel 1920; la collezione permette di conoscere da vicino molte vicende dell’impresa fiumana e riporta numerose testimonianze scritte dal Poeta condottiero. I testi del Fondo Sorge Delfico si intrecciano e si completano con quelli di altri fondi come quello dedicato alla letteratura del ’900 o quello Sommaruga, dove, attraverso lettere indirizzate al quasi coetaneo editore, la figura del giovane d’Annunzio lascia intravedere la grandezza indiscussa dello scrittore, ma anche il carattere bizzoso e poco riconoscente, impegnato nella ricerca spasmodica di quelle somme di denaro che gli permettessero di vivere in modo a dir poco principesco. Gabriele d’Annunzio Il piacere Milano, Fratelli Treves, 1889 Invio autografo del poeta «A donna Vinca Sorge ricordo affettuoso di Gabriele d’Annunzio. Maggio 1889» Il libro, arriva, fresco di stampa, il 16 maggio a Nereto, dove risiede col marito Simone la giovane donna Vinca Sorge [1861-1911]. A lei il libro non piace, sembrandole la dissolutezza di Sperelli troppo simile a quella dell’amico scrittore, e lo scrive in una lettera che forse non invia mai. 30 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Sopra: Gabriele d’Annunzio Il piacere Milano, Fratelli Treves, 1889 La copertina del libro è curiosamente ricoperta con la carta usata per la spedizione. Sul piatto anteriore campeggiano il nome e l’indirizzo della signora scritte da d’Annunzio. All’interno della carta, una mano ignota, ma si presume quella di Vinca Sorge, scrive: «Gran miseria del Secolo Illuminato». Sotto: Gabriele d’Annunzio Sur une image de la France croisée peinte par Romain Brooks Legatura del manoscritto febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 31 BvS: “In tanta frivolezza” BENITO MUSSOLINI E IL GIALLO DEI DIARI I Diari di Mussolini vengono acquisiti dalla Biblioteca di via Senato nell’aprile del 2010. Si tratta di cinque agende prive di copertina, comprendenti gli anni dal 1935 al 1939 per complessive 1.900 pagine circa. Sono tutte complete e in buono stato di conservazione, tranne quella del ’39, le cui pagine successive al 16 dicembre sono slegate e strappate all’altezza della data senza tuttavia perdita di testo. Il loro ritrovamento viene annunciato da Marcello Dell’Utri per la prima volta a Sulmona, il 26 settembre 2006, passando praticamente inosservato. Dopo alcuni mesi, invece, il 10 febbraio 2007 a Udine, complice la presenza di alcuni giornalisti per un convegno dei Circoli del Buongoverno, la lettura di pochi estratti basta ad amplificare la notizia a livello nazionale e a scatenare un dibattito tra storici che non ha ancora trovato una sintesi definitiva. L’emersione di materiale diaristico attribuibile a Benito Mussolini non avviene per la prima volta nel 2007, ma anzi «è una saga nazionale che nasce praticamente il 25 luglio 1943, con la seduta del Gran Consiglio che decreta la fine del regime fascista […] Il caso scoppia nel 1957, riesplode dieci anni dopo, si intravede come incombente nel 1983 (salvo re- stare in sordina per la malaugurante concomitanza dei diari attribuiti a Hitler e rovinosamente sbugiardati), torna alla grande nel 1994 dopo sette anni di laboriosa gestazione» (E. Mannucci, Caccia grossa ai diari del Duce, Bompiani, Milano, 2010, p. 7). Si può affermare con ragionevole certezza che le agende acquisite dalla Biblioteca e in corso di pubblicazione per Bompiani siano le stesse proposte nel 1994 al giornale inglese Sunday Telegraph e nel 2004 al settimanale L’Espresso. Il Sunday Telegraph e in particolare il giornalista Nicholas Farrell, nonostante fosse ancora ben presente nell’opinione pubblica il ricordo dei falsi diari di Hitler, non sottovalutarono il materiale e diedero incarico di studiarlo dal punto di vista storico a Brian Sullivan, Senior research professor all’Istituto per gli studi strategici della National Defence University, e dal punto di vista chimico-grafologico a Nicolas Barker, Viceconservatore della British Library. Inoltre, fu chiesto un parere allo storico Denis Mack Smith, già autore di una biografia di Mussolini di grande successo in Inghilterra. Il risultato di questi studi e pareri, tutti sostanzialmente favorevoli all’autenticità degli autografi mussoliniani, venne condensato in una serie di articoli a firma dello stesso Farrell, successivamente anch’egli autore di una ricca biografia di Mussolini. Esattamente dieci anni dopo, il settimanale L’Espresso chiese a Emilio Gentile una perizia storiografica e al prof. Roberto Travaglini una grafologica. Entrambi, pur giungendo a conclusioni nel complesso sfavorevoli all’ipotesi dell’autenticità, riconoscono un esito controverso dei loro esami, tale da non potergli permettere di dichiarare con certezza la falsità dei manoscritti. Scrive infatti Travaglini nella sua perizia: «la scrittura apparente sui diari potrebbe es- 32 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 sere un’altra manifestazione grafica di Mussolini, perfettamente e logicamente rientrante tra quelle invece più note […]: si tratterebbe di diari intimi segreti, di una sorta di narrazione quasi postuma di un lato nascosto di sé». Al di là delle analisi e degli studi storici, grafologici o di qualsiasi altro genere, i diari di Mussolini costituiscono uno straordinario documento per le impressioni che si ricavano dalla lettura integrale. Non ci sono infatti pagine “noiose”, prive di contenuto o scadenti dal punto di vista linguistico. Mussolini, o perlomeno il Mussolini autore di queste pagine, scrive bene come potrebbe farlo un giornalista che a soli 29 anni diventa direttore de L’Avanti e lo rimane, non ufficialmente ma di fatto nel Popolo d’Italia, per tutta la vita. Nella quotidiana scrittura dei diari, infatti, con stile asciutto ed essenziale, affronta tutti gli aspetti della sua vita di uomo prima ancora che di capo del Governo italiano. Descrive e racconta sia gli avvenimenti storici di quegli anni come la guerra in Etiopia, il congresso di Monaco, l’inizio della II guerra mondiale, sia i fatti della vita quotidiana: il rapporto con la moglie e i figli, i ricordi del fratello Arnaldo, le descrizioni delle persone a lui più vicine ma anche dello stesso popolo italiano. Dopo averli avuti in visione, Romano Mussolini, ultimo dei suoi cinque figli, rilasciò una dichiarazione ufficiale a un notaio svizzero: «Ho letto integralmente e con attenzione tutti e cinque i volumi indicati, costitutivi di diari personali e privati che io personalmente attribuisco al mio defunto padre Benito Mussolini. I suddetti manoscritti sono in particolare ricchi di fatti e di elementi anche strettamente relativi alla vita privata, segnatamente a quella della nostra febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano famiglia, che ricordo con perfezione. Personalmente riconosco la bontà dei suddetti manoscritti di mio padre, di cui riconosco anche la calligrafia ed al quale io li attribuisco e li ritengo suoi autentici». Tre anni dopo, nonostante le divergenze di opinione degli storici che difficilmente potranno stabilirne con ragionevole certezza falsità o autenticità, i Diari sono a disposizione di tutti. La casa editrice Bompiani ha già pubblicato, integralmente e con la riproduzione anastatica dell’originale, l’agenda del ’39, prima della serie cui faranno seguito le altre quattro con cadenza semestrale. Nella pagina accanto: particolare della pagina datata 10 marzo 1935, con il commento di Mussolini alla figura dell’imperatore romano Cesare, come letto nella trasposizione della tragedia di Shakespeare: “Il testo ha dei punti vitali, ma il Cesare della realtà storica è diverso da quello del dramma”. 33 In questa pagina: l’esaltazione della forza e del coraggio dei giovani (12 maggio), per la quale Mussolini confida di aver ricevuto l’elogio da parte di tutta la stampa internazionale, contro la lentezza dei vecchi (“sono lenti, pesanti nell’anima e barbosi - e hanno quella stanchezza naturale verso le novità, verso le conquiste - hanno abbandonato il coraggio che spinge i giovani nella meravigliosa avventura della vita!”). Accanto, le confidenze su Honoré de Balzac, letto e apprezzato nei suoi insegnamenti. 34 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Nella pagina del 21 dicembre il giornalista Mussolini annota le idee per il rinnovamento de Il Popolo d’Italia: “Il Popolo va ridimensionato – rinnovato”: “Basta con le elucubrazioni dei giullari del fascismo che fanno crescere la barba persino alle rotative”. Servono articoli “brevi conclusivi scattanti” per tenere desta l’attenzione del pubblico; grande evidenza doveva essere data ai servizi degli inviati speciali, la cronaca di Milano “efficace”, lo sport “diffuso”, da eliminare invece “le tragicommedie della vita quotidiana, le tirature alla Carolina Invernizzio”. E ancora, annuncia che avrebbe continuato la pubblicazione dei suoi articoli anonimi che “saranno come il formaggio grattugiato sulle tagliatelle, ne aumentano il sapore”. Accanto, lo sdegno verso i circoli salottieri borghesi, dove si perde tempo in “conversari inutili, maldicenti, dove si parla a schiovere, come si dice a Napoli”, che diventa una nota da lasciare ai posteri. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: la pagina del 1 Marzo 1938 riassume i lavori alla Camera per l’approvazione dell’esercizio finanziario, movimentati dalla presenza di “uno strano personaggio si chiama Coselschi offre opuscoli quaderni e volumi una quantità impressionante e ingombrante - tutto a sfondo antibolscevico”. Ma soprattutto riporta in calce una “notizia ferale”, la morte improvvisa di Gabriele D’Annunzio “per emorragia cerebrale. Il poeta non stava male e si muoveva per le stanze”, poi, improvvisamente, il crollo. 35 A destra, il commento ad una massima di Goethe nella pagina del 5 dicembre; la massima “Agire è facile, pensare difficile” diventa lo spunto per fermare la propria opinione in merito e stabilire l’esaltazione del pensiero che guida l’azione: “Capovolgerei la prima frase - per me pensare non è affatto difficile tutt’altro - agire invece è più difficile per chi riflette e valuta come me. No, non è per niente incomodo realizzare quanto prima si è pensato”. 36 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” JORGE LUIS BORGES, UN SOGNO DI BIBLIOTECA In seguito a un banale incidente occorsogli la Vigilia di Natale del 1938, cominciò a perdere la vista sino a diventare progressivamente cieco. Lavorò come professore universitario e come bibliotecario, e alla caduta di Perón (1955) fu nominato direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires; tenne numerose conferenze (soprattutto sulla filosofia e sulle letterature italiana, inglese e tedesca); molto significativa fu l’amicizia con Adolfo Bioy Casares, coautore di «svariate imprese letterarie». En el sueño del hombre que soñaba, el soñado se despertó. Nel sogno dell’uomo che lo sognava, il sognato si svegliò. J.L.Borges, Las ruinas circulares. C ome se si fosse alla fine di un sogno, quando il confine tra il sognatore e l’essere sognato si fa labile, o come quando il sogno stesso induce a interrogarsi su chi sta sognando chi, noi non possiamo sapere quanto la biblioteca di Borges uomo (colui che sogna) abbia potuto contenere Borges scrittore (colui che è sognato) e quanto da lui, ombra creata dal sogno, possa essere stata formata e raccolta anche nella realtà. La fortuna di possedere tra i fondi della Biblioteca di via Senato alcuni libri appartenuti al grande scrittore argentino ci permette, però, di entrare direttamente nei sogni (o negli incubi) di uno degli autori che più hanno influenzato la letteratura mondiale del Novecento. Nato a Buenos Aires il 24 agosto 1899 da una famiglia colta e benestante, originaria in parte dell’In- ghilterra (dalla nonna paterna imparò a parlare prima in inglese che in spagnolo), Borges visse e studiò in Svizzera dal 1914 al 1919. In seguito, fino al 1921, fu in Spagna, dove partecipò all’ultraismo, movimento artistico d’avanguardia. Tornato in patria, pubblicò tra il 1924 e il 1925 tre numeri della rivista Proa, con la collaborazione di Ricardo Güiraldes e altri. Dal 1924 al 1927 collaborò a Martin Fierro, rivista d’avanguardia che determinò una sorta di svolta generazionale: il movimento di Florida, o «martinfierrista», poi confluito nella rivista Sur, fondata e diretta da Victoria Ocampo. Nel 1961, a Formentor, gli fu conferito, insieme a Beckett, il Premio internazionale degli editori. Da allora, la sua fama si è sviluppata in tutto il mondo. Ha vinto il premio “Cervantes” e ha ottenuto la laurea honoris causa in varie università, ultima quella di Roma, nel 1984. Intraprese molti viaggi, negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone, in Israele. Si sposò due volte: nel 1967 con Elsa Astete Millán, da cui divorziò tre anni dopo, e poi, nel 1986, per procura, in Paraguay, con l’allieva e segretaria María Kodama. L’altra amatissima donna della sua vita, la madre Léonor [18761975], gli fu sempre vicina leggen- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano dogli i libri quando la cecità fu totale e scrivendo ciò che lui dettava. Dopo poco meno di due mesi dal secondo matrimonio, il 14 giugno 1986, Jorge Luis Borges morì per un enfisema polmonare, a Ginevra, assistito dalla giovane moglie. La prima attività letteraria di Borges è prevalentemente in versi e di “argomento” argentino: Fervor de Buenos Aires (1923), Luna de enfrente (l925), Cuaderno San Martín (1929). Il passaggio alla prosa si compie attraverso la biografia, in gran parte inventata, di Evaristo Carriego (1930) e soprattutto con i racconti di História universal de la infamia (1933) e con i saggi di Discusión (1932) e di História de la eternidad (1935). Egli si rivela infine grandissimo scrittore di racconti con Ficciones (1944) e con El Aleph (1949). L’arte di Borges si esplica attraverso l’uso costante ed erudito di una personale mitologia letteraria dove primeggiano i simboli del labirinto, della biblioteca, degli scacchi, degli specchi e una riflessione originale sul tema del tempo e dello spazio. Col passare degli anni, egli ha reso ancor più essenziali il proprio stile e la propria fantasia; tanto nelle prose e nelle poesie di raccolte miste come El hacedor (1960) o El elogio de la sombra (1965), quanto nei racconti de El informe de Brodie (1970), de El congreso (1971) e de El libro de arena (1975), nonché nelle pagine di viaggio di Atlas (1984). Altri libri di poesia sono El otro, el mismo (1964), El oro de los tigres (1972), La moneda de hierro (1976). Altre raccolte di saggi, Otras inquisiciones (1960) e Nueve ensayos dantescos (1982). Molte le opere scritte in collaborazione: con Bioy Casares: Seis problemas para Don Isidro Parodi (1942), Un modelo para la muerte (1946, illustrato dall’amico pittore Xul Solar), Crónicas de Bustos Domecq (1967); con Margarita Guerrero, il Manual de zoología fantástica (1957). Il Fondo Borges è costituito da circa cinquecento opere. Vi sono i volumi scritti da Borges in prima persona – da solo o in collaborazione con amici e allievi –, e le opere di diversi autori che recano un suo prologo o una sua prefazione, i volumi che hanno fatto parte della biblioteca personale dello scrittore o della sua famiglia (la madre, la sorella e il cognato) e molti fascicoli di riviste che hanno ospitato i suoi scritti. Molti di questi libri hanno la sua dedica o le sue note. Tutti questi volumi furono raccolti negli anni ’80-’90 dal nipote dello scrittore, Miguel de Torre (figlio di Norah Borges e Guillermo de Torre), che per anni girò per ogni dove cercandoli e acquistandoli nel tentativo di ricostituire la biblioteca del “tio”; vennero poi dispersi agli inizi del 2000 in un’importante vendita all’asta a New York. La raccolta è impreziosita dalla presenza del manoscritto Las ruinas circulares. Il racconto, pubblicato per la prima volta nel 1940 sul numero 75 (dicembre) della rivista Sur, viene inserito, assieme ad altri racconti, nella raccolta El jardín de senderos que se bifurcan (Buenos Aires, Sur, 1941). Il libro, stampato a fine dicembre del 1941, sarà distribuito l’anno seguente; El jardin… diventerà poi la prima metà di Ficciones (Buenos 37 Aires, Sur, 1945; la seconda parte, dal titolo Artificios contiene racconti scritti tra il 1941 e il 1944). Racconto tra i più intensi di Borges, narra di un uomo che sogna un altro uomo. Il tema del sogno (caro a Borges che ai sogni dedica un intero libro) viene qui inteso come creazione dell’uomo, sorta di androgenesi mentale e onirica. La narrazione termina con la scoperta dell’uomo di essere a sua volta un sogno di un altro uomo. «Con alivio, con humillación, con terror, comprendió que él también era una apariencia, que otro estaba soñando». Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro lo stava sognando. Tra i volumi, un opuscolo poco appariscente ma rarissimo (se ne conoscono solo cinque copie al mondo), La Leche Cuajada de La Martona. Estudio dietético sobre las leches ácidas. Folleto con recetas (Buenos Aires, La Martona, s.d. [1937]). Si tratta del primo testo scritto insieme da Borges e Bioy Casares e riporta notizie sulle virtù curative dello yogurt prodotto dall’azienda “La Martona”, di proprietà del padre di Bioy, azienda che derivava il nome da quello della madre, Marta. Bioy raccontava che un giorno uno zio gli propose di scrivere un opuscolo su questo prodotto a 16 pesos per pagina; subito pensò all’amico Jorge come estensore, insieme a lui, di queste pagine. Questa esperienza di scrittura a quattro mani fu una sorta di apprendistato per Bioy Casares, che confessò di esserne uscito come un altro scrittore, più consapevole. 38 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Come già detto, molti dei libri presenti nel fondo hanno la dedica autografa di Borges, molti altri recano a margine note e postille autografe dello scrittore. Notevole tra questi è la prima edizione del libro Discusion (Buenos Aires, M. Gleizer Editor, 1932), la quinta raccolta di saggi di Borges, volume appartenuto allo scrittore con le annotazioni, le variazioni e le cancellazioni per la seconda edizione del 1957. Altri libri riportano anche le note dei famigliari, la madre soprattutto, ma anche il nipote che collezionando i libri appartenuti allo zio, ne ricorda aneddoti e manie. Tra i libri appartenuti a Borges – oltre a titoli e autori classici e moderni che compaiono più volte nei suoi saggi a proteggere le sue funamboliche elucubrazioni – un libro stampato a Palma di Majorca nel 1921. Si tratta de El Caudillo, unico romanzo pubblicato da Jorge Guillermo, padre di Jorge Luis. Una dedica autografa lo invia a una cugina, Aurora de Haedo, Aurorita. Rapporto di grande affetto e di molto pudore quello col padre, avvocato, che non riuscì a seguire la propria vocazione e per compensazione indirizzò il figlio alla letteratura, facendo sì che questa non fosse una semplice occupazione, ma un destino tale da vincere ogni impedimento, come la cecità che gli lasciò in eredità. Jorge Luis Borges Las ruinas circulares Manoscritto autografo Il racconto è pubblicato per la prima volta nel 1940 sul n. 75 (dicembre) della rivista “Sur”, farà poi parte di Ficciones [Buenos Aires, Sur, 1941]. Scritto minuziosamente su carta da computisteria, come la gran parte dei racconti di quel periodo, il racconto, che è tra i più intensi di Borges, narra di un uomo che sogna un uomo, e signandolo lo crea dal nulla. Il racconto termina con la scoperta di chi sogna di essere a sua volta il sogno di un altro uomo. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Sotto: Jorge Guillermo Borges El Caudillo. Novela [Palma de Mallorca], [Imprenta Juan Guasp Reinés], 1921 Al frontespizio, dedica dell’Autore a Aurora de Haedo de Haedo: «Para Aurorita con afecto Jorge». Unica edizione dell’unico romanzo scritto dal padre di Borges. Jorge Luis Borges El Aleph. Segunda edición Buenos Aires, Editorial Losada, 1952 Al frontespizio, firma autografa dell’Autore. La copia fu comprata nella libreria “Fray Mocho” dal nipote Miguel de Torre espressamente per lo zio che non la possedeva più. 39 40 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Jorge Luis Borges Las ruinas circulares Manoscritto autografo Il racconto si chiude con la frase «Con alivio, con humillación, con terror, comprendió que él también era una apariencia, que otro estaba soñando». Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo. La scrittura di Borges in queste pagine si va facendo più incerta, complice la vista che sin dall’infanzia peggiora ogni anno. Diventerà completamente cieco dodici anni dopo. SPECIALE MOSTRA LIBRO ANTICO, MILANO DALL’11 AL 13 MARZO 2011 BvS: l’Appuntamento TRE GIORNI DI LIBRIDINE TRA PRINCEPS E RARITÀ Palazzo della Permanente, appuntamento con 61 librai antiquari ANNETTE POPEL POZZO al tempo della sua invenzione, il libro incanta l’uomo per tutte le proprie sfaccettature e fa parte della sua vita quotidiana. Basti ricordare che le fiere e i cataloghi di Francoforte e Lipsia, con la loro tradizione cinquecentenaria, sono espressione del suo successo e del suo fascino. Certamente, un’opera come il De monade di Giordano Bruno, stampata nel 1591 e quello stesso anno annunciata e pubblicizzata nel catalogo della fiera di Francoforte, col passar dei secoli è divenuta un libro molto raro e desiderato dai bibliofili. I volumi offerti in vendita nei cataloghi dei libri disponibili delle fiere di Francoforte e Lipsia al nostro tempo sono divenuti oggetto delle passioni dei collezionisti e degli amanti dei libri. D degli espositori che hanno contribuito al successo della fiera, intervallati da racconti dedicati al mondo del libro. L’edizione di quest’anno comprende sessantuno librerie antiquarie provenienti da ogni parte d’Italia come pure da Francia, Austria, Germania, Inghilterra e Stati Uniti. Anche presenti, come tutti gli anni, le librerie antiquarie specializzate in incisioni, stampe e litografie (DANStampe, Il Bulino Antiche Stampe, Sergio Trippini Stampe Antiche, Stampe Antiche Buzzanca e Stanza del Borgo). Uno sguardo al catalogo dà subito un’idea della vastità del materiale offerto. Lo Studio Bibliografico di Giuseppe Solmi, specializzato in manoscritti medievaAlla sempre esistente fiera del libro “disponibile” li e miniature, presenta un libro d’oro all’uso di Rouen, si affianca la fiera del libro introvabile e raro. Ed è da miniato in latino e francese su pergamena e databile ai questo punto di vista che vogliamo parlare della “Moprimi anni del XVI secolo. Le miniature sono opera stra del Libro Antico” di Milano, del Maître d’Ango, attivo durante i da ventidue anni il più importante primi decenni del XVI secolo e aupalcoscenico italiano per amanti, tore di codici destinati a nobili di LA XXII MOSTRA DEL LIBRO ANTICO collezionisti, bibliofili e curiosi del rango quali erano Anna Bolena e va in scena dall’11 al 13 marzo, ospitata come di consueto negli libro antico e moderno di pregio. Margherita di Valois. Nel catalogo spazi del Palazzo della Permanente Per rendere omaggio a questa condella Mostra si presentano, con di Milano. 61 i librai antiquari suetudine annuale, la Mostra vede materiale manoscritto, anche le liselezionati, in arrivo da tutta per l’edizione del 2011 la realizzabrerie antiquarie Il Cartiglio, Prel’Italia, come pure da Francia, zione del libro-catalogo La Mostra gliasco, Alberto Govi e BibliopaAustria, Germania, Gran Bretagna del Libro Antico di Milano: 1990thos – l’ultima con una collezione e Stati Uniti. 2011. Tra due secoli di libri, che condi trentasette manoscritti di Cabala Info: www.mostradellibroantico.it tiene una selezione di testi e illunumerica (databili ai secoli XVIIIstrazioni del meglio dei volumi e XIX), particolarmente suggestivi febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 43 Nella pagina accanto: La visione di Galileo dell’Inferno di Dante, incisione di Cornelis Galle su disegno del pittore Ludovico Cardi detto il Cigoli (Antonio Pettini, Roma). Sopra da sinistra: copia dell’Opera di Cornelio Tacito, appartenuta a Eugène de Beauharnais, viceré del Regno d’Italia (Tusculum Rare Books Limited, Londra); La Geografia di Claudio Ptolemeo alessandrino, Venezia, 1548 (Meda Riquier Rare Books LTD., Londra) per le implicazioni mistiche ed esoteriche, alle quali furono fortemente interessati autori tardo-medievali e rinascimentali come Egidio da Viterbo, Marsilio Ficino e Giovanni Pico della Mirandola. Più di una libreria antiquaria si segnala per dei testi scientifici. Norbert Donhofer di Vienna offre la prima edizione di Georg Peurbach e Johann Müller (meglio noto come Regiomontano), Tabulae eclypsium, Tabula primi mobilis, stampata a Vienna nel 1514 a cura di Georg Tannstetter. L’opera dell’astronomo e matematico Peurbach (1423-1461), probabilmente completata attorno al 1459, fu, anche se in maniera critica, ancora usata da Tycho Brahe alla fine del Cinquecento presso la corte di Rodolfo II di Praga. La libreria antiquaria Bado e Mart di Padova, invece, presenta l’editio princeps dell’Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari di Galileo Galilei (Roma, Giacomo Mascardi, 1613), opera che Federico Cesi propose di intitolare Helioscopia e che è di fondamentale importanza nella storia della scienza moderna poiché contiene la definizione della vera natura delle macchie solari e la ragione del loro movimento. Si tratta inoltre della prima opera di Galileo stampata a cura dell’Acca- demia dei Lincei. La copia presentata dalla libreria antiquaria padovana è completa delle tre lettere inviate da Christoph Scheiner (usando lo pseudonimo di “Il finto Apelle”) al banchiere Marcus Velserius, che mancano in molti esemplari. Galilei confuta con vigore le ipotesi addotte da Scheiner sulla natura del fenomeno delle macchie solari, della cui scoperta il gesuita aveva rivendicato la priorità. La corretta attribuzione della scoperta delle macchie solari, infatti, non è ancora stata stabilita. Il legame con Galilei è presente anche nella scheda presentata dal libraio antiquario romano Antonio Pettini. Si tratta dell’incisione di Cornelis Galle (15761650) su disegno del pittore Ludovico Cardi detto il Cigoli (1559-1613), raffigurante il Lucifero Dantesco. Durante tutto il Cinquecento, iniziando con la descrizione della morfologia scientifica dell’Inferno dantesco da parte di Antonio Manetti, l’Accademia Fiorentina discute la controversa topografia degli inferi. Forse su invito diretto del console Baccio Valori, venne chiesto al giovane Galileo di tenere due lezioni all’Accademia Fiorentina sulla figura, il sito e la grandezza dell’Inferno di Dante, considerando anche gli aspetti ma- 44 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Alberto Giacometti, Paris sans fin, 1969, in legatura d’artista firmata da Pierre-Lucien Martin (Sims Reed, Londra) tematico-scientifici della statura di Lucifero (le due lezioni conservate in originale e in una copia sincrona vennero rinvenute e presentate da Ottavio Gigli negli Studi sulla Divina Commedia, Firenze, Felice Le Monnier, 1855). Galilei accompagnò le sue specificazioni con esemplificazioni grafiche che purtroppo non sono state conservate, ma il Lucifero nell’incisione di Galle corrisponde esattamente alle ipotesi proposte dal Pisano. Per quel che riguarda Dante, ricordiamo anche la prima mitica edizione uscita dai torchi di Aldo Manuzio il vecchio nel 1502, presentata dallo Studio Bibliografico Paolo Pampaloni. Questa princeps aldina o vulgata fu stampata in due tirature, rispettivamente senza e con l’àncora aldina nel colophon (cfr. AhmansonMurphy 59 e 59.5). L’esemplare molto marginoso (160x95 mm) offerto da Pampaloni si distingue per la presenza dell’àncora e della carta bianca l2 tra Inferno e Purgatorio, che è molto spesso mancante. In Mostra ci saranno anche edizioni di notevole importanza per l’Umanesimo. Peter Harrington di Londra presenta l’editio princeps di tutti gli scritti attribuiti a Omero, comprese Iliade e Odissea, stampate il 9 dicembre 1488 (i.e. non prima del 13 gennaio del 1488/1489) a Firenze per Bernardo e suo fratello Nero Nerli, con il supporto finanziario di Giovanni Acciaiuoli. Questa monumentale prima edizione in greco fu curata da Demetrio Calcondila (che dal 1491 insegnò greco a Milano presso la corte di Lodovico il Moro), usando i caratteri creati dal greco Demetrio Damila. Nel libro offerto da Wolfgang Kaiser della Tusculum Rare Books Limited si sposa invece l’importanza dell’edizione con quella della copia: l’Opera di Cornelio Tacito, stampata da Giambattista Bodoni nel 1795, si presenta a fogli chiusi in legatura in mezzo marocchino bordeaux alle armi di Eugène de Beauharnais (1781-1824), viceré del Regno d’Italia e principe di Venezia, e di sua moglie Amalie-Auguste. In gran parte all’esemplare fa riferimento il titolo proposto dal libraio antiquario romano Prometheos. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 45 Sotto da sinistra: Collezione di 37 manoscritti di Cabala numerica (Bibliopathos, Milano); Libro d’Ore all’uso di Rouen, manoscritto del XVI secolo (Giuseppe Solmi Studio Bibliografico, Bologna) A sinistra: Editio princeps di tutti gli scritti attribuiti a Omero, compreso l’Iliade e l’Odissea, Firenze, 1488 (Peter Harrington, Londra) La sua Epitome iuris viarum et fluminum, praxim rei aedilis compraehendens & aliquid de immunitate opusculum di Alessandro Brugiotti (Roma, Michele Ercole, 1669) appartenne al cardinale Pallavicino e al papa Clemente IX (al secolo Giulio Rospigliosi) e si presenta in una legatura in piena pergamena, senz’altro opera di Gregorio Andreoli. Il testo affronta tematiche relative a strade e a corsi d’acqua dal punto di vista giuridico e fiscale, con un’interessante analisi dedicata ai problemi delle vie di Roma. Molti librai antiquari hanno scelto come scheda di rilievo in catalogo una pubblicazione d’argomento geografico. Alessandro Meda Riquier presenta La geografia di Claudio Ptolemeo alessandrino, stampata a Venezia nel 1548 da Giovanni Battista Pedrezano per Niccolò Bascarini. Si tratta della prima edizione italiana nella traduzione di Andrea Mattioli, basata sul testo di Sebastian Münster del 1540, contenente le carte geografiche su disegno di Giacomo Gastaldi. La particolarità dell’edizione risiede nel fatto che la maggior parte delle trentaquattro carte raffiguranti il cosiddetto “mondo nuovo” furono disegnate appositamente per l’edizione. La tavola intitolata Nueva Hispania tabula nova che rappresenta il Mississippi e la Florida, è la prima carta geografica separata di questa regione. Sebbene il titolo stesso della Mostra faccia riferi- 46 mento al Libro Antico, sono numerose le schede dedicate al Libro Moderno di Pregio. Non v’è dubbio, infatti, che negli ultimi anni i libri d’artista e le edizioni di pregio abbiano visto un rapido aumento di interesse da parte del mondo bibliofilo. La Librairie 123 offre con Anonyme Skulpturen – Eine Typologie technischer Bauten di Bernd & Hilla Becher del 1970 un’opera interessante nel contesto del movimento dell’arte fotografica concettuale. Il Polifilo impressiona con La Guerre. Une Poésie di Giuseppe Ungaretti (Parigi, 1919) in un esemplare appartenente alla limitatissima tiratura di ottanta copie firmate dall’artista, mentre lo Studio Bibliografico Marini presenta Los Versos del Capitan di Pablo Neruda (Napoli, 1952) nella prima edizione di 44 esemplari numerati fuori commercio (copia n. 19 per Salvatore Quasimodo). Sicuramente non passa inosservato il manoscritto autografo redatto su 138 schede bibliografiche dell’ultimo romanzo incompiuto di Vladimir Nabokov, The Original of Laura (Dying is Fun), che fu pubblicato solo nel 2009 da Knopf, a trent’anni dalla scomparsa dell’autore, e nello stesso anno anche in traduzione italiana da Adelphi. Le la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 schede manoscritte sarebbero dovute essere distrutte per volontà di Nabokov, ma non rispettandone il desiderio, il figlio Dmitri alla fine decise di rendere pubblico il testo. Il manoscritto offerto proviene dall’archivio del figlio Dmitri e fu venduto nel 2010 da Christie’s a Londra. Last but not least anche il londinese Sims Reed ha scelto un libro d’artista, Paris sans fin di Alberto Giacometti (Teriade, 1969). Contenente 150 litografie originali dell’artista svizzero, la copia proveniente dalla biblioteca del bibliofilo Henri Paricaud, si presenta in legatura amatoriale di PierreLucien Martin (1913-1985), che appartiene al gruppo dei più rinomati legatori della seconda metà del XX secolo, famoso per la sua attenzione ai materiali e per l’uso del cosiddetto “décor de lettres”. Per quanto piccola, quest’anteprima dei libri esposti basta per dare un’idea della ricchezza e vastità del materiale in Mostra. Se si pensa che il catalogo rappresenta soltanto una tranche minima di tutti i libri esposti, va considerato con attenzione l’invito di venire a visitare la Mostra del Libro Antico. Da sinistra: copia di Alessandro Brugiotti, Epitome iuris viarum et fluminum, Roma, 1669, alle armi di papa Clemente IX (Prometheos, Roma); copia n. 19 per Salvatore Quasimodo di Pablo Neruda, Los Versos del Capitan, Napoli, 1952 (Studio Bibliografico Marini, Bari); Georg Peurbach e Regiomontano, Tabulae eclypsium, Tabula primi mobilis, Vienna, 1514 (Antiquariat Norbert Donhofer, Vienna) febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 47 BvS: la Mostra del Libro Antico UN VIAGGIO D’INCANTO TRA INFINITE SORPRESE Pagine antiche e raffinate novità, manoscritti e fogli d’autore ualcuno sostiene che le mostre-mercato, le fiere, si assomiglino un po’ tutte. Quelle dei libri non fanno eccezione. Le hostess all’ingresso, qualche dépliant, l’alveare degli stand, i venditori sornioni e quelli più esuberanti, uno stuolo di curiosi e qualche manipolo di compratori “veri”, fintamente distratti in chiacchiere di ogni tipo, ma in realtà impegnatissimi nel dissimulare il proprio specifico interesse. Non questa volta, però. E l’eccezione, certamente non l’unica, dipende non solo dall’eleganza e dal prestigio degli spazi, quelli del Palazzo della Permanente, che dall’11 al 13 marzo ospitano la XX edizione della Mostra del Libro Antico, ma soprattutto dal suo “oggetto”, squisitamente di nicchia, eppure incontrovertibilmente (e fortunatamente) ancora poco à la page. Qui non c’è spazio, infatti, né per gli ultimi ritrovati della tecnica né per spegiudicate provocazioni culturali (o presunte tali), e tantomeno si dà notizia di nuove vacuità legate alle mode del momento o di futuribili soluzioni tecnologiche. Anzi, di soluzioni, qui, non se ne vedono proprio, né se ne vogliono vedere. Perché ogni bibliofilo - non a caso, più o meno scherzosamente definito anche bibliomane o libridinoso - sa di firmare la propria condanna, varcando quella soglia. Necessariamente, infatti, si imbatterà in una chicca che per una ragione o per l’altra non potrà permettersi di acquistare, oppure troverà quella che dovrà comprare per forza, a cui non potrà rinunciare, senza se e senza ma; portandosela via, però, sentirà fin da subito che la soddisfazione sarà breve, intensa ma caduca, perché già sa che un rimando bibliografico, una chiosa manoscritta, un timbro o una nota editoriale gli indicheranno presto un nuovo imprescindibile oggetto del desiderio, genereranno in lui una nuova passione. Q Per non parlare dello sventurato caso in cui, per indecisione o titubanza, per l’inutile e assurda vanità di provare a dimostrare a se stesso la propria morigeratezza o il proprio buon senso, il “nostro” rimandasse l’acquisto di quel tanto (o quel poco) da farselo soffiare. Apriti cielo! Prima ancora di esserne l’inferno, però, la Mostra del Libro Antico di Milano è il paradiso di ogni bibliofilo italiano e non solo, l’occasione quasi unica di ammirare, tutti in una volta, capolavori della nostra arte e del nostro più raffinato sapere artigiano, capisaldi della nostra civiltà, colonne portanti delle nostre lettere e della nostra cultura: “oggetti” che sommano al valore intrinseco della propria rarità e della propria fattura quello della storia che hanno vissuto, del mondo che testimoniano, quello delle mani da cui sono passati, del sapere e delle tradizioni che tramandano. Carte sgualcite dall’uso, fogli ingialliti dal tempo, copertine e legature sbiadite dalla polvere, caratteri ormai un po’ sbavati eppure sempre netti, decisi, leggibilissimi. E quel fruscìo delle pagine, quell’odore inconfondibile, la morbidezza di certi pellami e le asperità di certe torchiature, l’incredibile lucentezza di alcune miniature i cui colori hanno resistito ai secoli: non è certo per tutti il fascino dell’antico, del “sopravvissuto”. Perché non è di tutti - e oggi a maggior ragione - la consapevolezza dell’importanza del conservare, del farsi custodi, del ricostruire secondo un senso di coerenza con noi stessi e con un passato che sentiamo appartenerci. Un passato, più o meno lontano, che in queste occasioni viene celebrato anche nella novità, nell’attenta selezione di quei pochi prodotti a noi contemporanei tanto “di pregio” da poter fare il paio con gli splendidi 48 “monumenti” qui collezionati dai principali librai antiquari del mondo. Come nel raffinato “Il fuoco nel mare” presentato in queste stesse pagine, infatti, le edizioni dei giorni nostri che trovano spazio alla Mostra perpetuano la celebrazione di quel gusto ormai quasi desueto per il bello in sé, discostandosi a tutti gli effetti dalle produzioni “di massa” a loro contemporanee, che non perdono occasione di umiliare la carta in favore di qualsivoglia altro supporto, meglio se digitale. Il tatto che ancora vince sul touch, lo sfogliare e non lo scorrere, materiali, caratteri e ritmi compositivi scelti con accuratezza, per essere conservati, impreziositi dai disegni e dalle incisioni (parole quasi impronunciabili nell’art-system di oggidì) di artisti colti e raffinati, attenti alle tecniche e capaci di mettere il proprio estro al servizio di un altro linguaggio, consapevoli di dover essere dei “creatori” e non dei creativi. Ed è proprio questo concetto di creazione, forse, a fare da trait-d’union alla Mostra e alle sue atmosfere. Perché quello che vi si incontra è un mondo sempre nuovo, frutto di epoche e terre lontane tra loro, che qui convergono per fondersi quasi alchemicamente attraverso il la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 distillato delle loro pagine più intense e preziose, o attraverso le carte, i documenti e le mappe appartenuti ai loro più luminosi intelletti, a quegli uomini che con le proprie azioni e con i propri pensieri, secolo dopo secolo, hanno forgiato il nostro sapere. Quel sapere che ogni bibliofilo cerca di custodire e tramandare alla propria maniera, modellando la propria biblioteca secondo uno specifico interesse o una peculiare visione del mondo, raramente inseguendo la rarità fine a se stessa, ma andando alla ricerca di quel tomo o di quel foglio che non possono più mancare nelle sue specifiche collezioni. Ogni acquisto sarà un affare, allora, senza alcun bisogno di fare affari a tutti i costi. È questa la sensazione che si avverte tra i corridoi della Mostra del Libro Antico, quella di una famiglia di appassionati che si godono il piacere di essere proprio dove vorrebbero. Forse tutto ciò è anche il motivo per cui sempre più “profani” scelgono di lasciarsene incantare, con il rischio di trasformarsi per qualche ora in libridinosi inclini alla follia. 50 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” CURZIO MALAPARTE, L’ITALIANO D’EUROPA K urt Erich Suckert – Curzio Malaparte (Prato, 1898 – Roma, 1957), scrittore dalla vocazione cosmopolita, ha vissuto in un’epoca di grandi tragedie, ma anche di grande fermento culturale, sfidando tutte le convenzioni del suo tempo e facendo fiorire sul proprio conto, da un capo all’altro del pianeta, miti e leggende d’ogni tipo. Uomo d’azione, romanziere, giornalista, drammaturgo, è stato un instancabile viaggiatore e perciò attaccatissimo alle sue radici, a quella “pratesità” intesa come complesso insieme di condizioni storiche, sociali, economiche e culturali. Di padre tedesco e di madre lombarda, talento precoce, “brucia” tutto nella sua prima giovinezza, scosso dalle carneficine del 1914, di cui fa esperienza diretta come volontario in Francia. Inviato speciale su tutti i fronti di guerra, e altrettanto “speciale” sorvegliato negli anni del confino politico prima a Lipari, poi a Ischia e infine a Forte dei Marmi, esperto cospiratore, capace di passare dai salotti alle trincee, dalle fabbriche alle lunghe marce, dai roghi alle ac- quasantiere, da Lenin a Hitler, da Mussolini a Mao, dagli anarchici al Papa, militante di tutte le cause e del loro contrario, Malaparte è stato un impareggiabile precursore dell’intellettuale impegnato. Teatrale, esibizionista, esteta, dandy (non è un caso che abbia studiato nello stesso collegio – il Cicognini di Prato – frequentato dal 1874 al 1881 da Gabriele D’Annunzio), seduttore incallito, innamorato di sé - c’è chi ha detto che la sua opera e la sua vita sono un’instancabile e variegata monografia dell’io -, “camaleonte” pronto a servire e a servirsi di tutti i poteri, l’autore famoso nel mondo per la Tecnica del colpo di Stato, Kaputt e La Pelle ha fatto di tutto per nasconde- re il suo vero volto, la sua vera pelle, quella di uomo generoso e tutto sommato fragile e inquieto. Anche in letteratura ha incarnato due “tipi” opposti, da quello strapaesano, pseudopopolaresco dei suoi primi romanzi e pamphlets e della collaborazione al Selvaggio di Mino Maccari a quello allucinato e surreale che sarà alla base delle sue opere migliori, i libri della sua maturità. In mezzo ai due momenti letterari, l’opposizione al provincialismo culturale di Strapaese e l’anelito a un allargamento in senso europeo delle prospettive culturali italiane, avvicinandosi al movimento di Stracittà e fondando con Massimo Bontempelli la rivista 900. La sensibilità internazionale di Malaparte è dimostrata non solo dai suoi numerosi viaggi, ma anche dall’elezione della Francia a sua “seconda patria”: due sono i suoi lunghi soggiorni a Parigi, dove stringe amicizie importanti con politici e letterati – per lo storico e critico Daniel Halévy e sua moglie proverà un rispetto e una venerazione quasi filiali e loro lo ospiteranno spesso nella casa di Jouy-enJosas - e arrivando a padroneggiare perfettamente la lingua francese. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Ma a Parigi proverà anche, a cavallo tra il 1948 e il 1949, una cocente delusione, in seguito alla stroncatura da parte di pubblico e critica delle sue commedie teatrali Das Kapital e Du côté de chez Proust. Anni fondamentali per la sua carriera di scrittore e di giornalista sono quelli che trascorre alla direzione della Stampa di Torino (1929-1931). Sa dare grande impulso al giornale e, aperto com’è al richiamo dei grandi fatti che hanno inciso nell’Europa contemporanea, sviluppa soprattutto il settore delle cronache dall’estero, ospitando grandi inchieste sulla condizione operaia in Italia e in Europa. Proprio per questa attività controcorrente, mal sopportata dal Regime e per il suo spirito indipendente, viene allontanato anche in seguito al diretto interessamento di Mussolini. Profeta della decadenza dell’Europa di fronte alle potenze globali (URSS, Stati Uniti e Cina) e alle ideologie di massa (fascismo, comunismo, terzomondismo), acuto storiografo (la sua rilettura della tragedia di Caporetto fu accolta sessant’anni dopo), anticipatore di mode e tendenze (individua nella Coca Cola un possibile sponsor per un viaggio in bici negli U.S.A.; mette in guardia contro un’eccessiva meccanizzazione della vita moderna e propaganda un ritorno alla natura), resta il grande sconosciuto tra i grandi interpreti del XX secolo, colui che, Malaparte-Bonaparte, volle “perdere a Austerlitz e vincere a Waterloo”. Muore nel 1957 a soli 59 anni. Peccato: gli anni Sessanta, tra Dol- ce Vita e contestazione, gli sarebbero piaciuti. Nel 2009 la Biblioteca di via Senato ha acquistato dagli eredi di Malaparte tutto il suo Archivio, che era stato pazientemente e minuziosamente costituito dalla sorella, Edda Suckert in trent’anni di lavoro. Si tratta di 300 faldoni che contengono manoscritti, dattiloscritti, ritagli di giornale, documenti privati riguardanti tutta la vita di Curzio Malaparte, dalla nascita sino alla morte, oltre alla sua corrispondenza. Quest’ultima è stata ricostruita da Edda Suckert recuperando e trascrivendo anche la maggior parte delle lettere inviate da Malaparte stesso. Vi sono inoltre i manoscritti di diversi romanzi, da La Pelle a Kaputt (di quest’ultimo ci sono tutti i materiali, gli appunti e i taccuini che vi daranno vita), da Mamma marcia a Viaggio in inferno, che servirà per la stesura di Maledetti toscani, fino a Il ballo al Cremlino. C’è la serie completa di Prospettive, la rivista fondata nel 1937 dallo scrittore e a cui tanto teneva. A questa inusuale rivista collaborarono tutte le migliori penne dell’epoca, come Elio Vittorini, Libero De Libero, Oreste Macrì, Enrico Falqui, Giancarlo Vigorelli, Tommaso Landolfi, Elsa Morante, Renato Guttuso, sotto il coordinamento della fida segretaria Luisa Pellegrini - vero e proprio factotum - e con il contributo di Orfeo Tamburi per la parte grafica. Nel 1940, quando Malaparte si trovò al fronte, fu Alberto Moravia a prenderne le redini. 51 L’epistolario contiene emozionanti lettere scambiate con Piero Gobetti, con il quale Malaparte intrattenne una breve ma intensa amicizia dal 1922 al 1926; con politici, ambasciatori, editori (Arnoldo Mondadori, Daria Guarnati) e direttori di giornale (Aldo Borelli); con Giuseppe Prezzolini, con l’amico-nemico Leo Longanesi, e con un giovanissimo Giorgio Napolitano. Oltre 3000 corrispondenti diversi, politici, letterati, artisti, tralasciando i comuni lettori della popolarissima rubrica Battibecco sul settimanale Tempo. Numerosissime le testimonianze di affetto giuntegli durante la malattia, dapprima in Cina in occasione del ricovero nei primi mesi del 1957 e poi alla clinica Sanatrix di Roma, dove lo scrittore si spegnerà quattro mesi dopo il ritorno in Italia; tra lettere, biglietti, telegrammi, auguri, consigli e rimedi per la guarigione, voti a questo o a quest’altro santo, raccomandazioni di medici cui affidarsi, santini e immagini sacre benedette da tenere sul petto, si percepisce la sua popolarità. Per non parlare dei messaggi di condoglianze giunti alla famiglia dopo la sua morte. Di questo momento della vita di Malaparte, l’Archivio conserva anche le fotografie di illustri politici quali Togliatti, Fanfani e Tambroni che si avvicendano al suo capezzale, e quelle dei funerali in forma pubblica a Prato, nonché della traslazione della salma a Spazzavento quattro anni dopo. Curioso il carteggio con la famiglia Amitrano di Napoli, titolari dell’impresa incaricata della costruzione della famosa casa di Ca- 52 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 pri, della quale Malaparte si occupò personalmente sia dal punto di vista progettuale che da quello esecutivo, con tutte le difficoltà logistiche che comportava edificare – alla fine degli anni Trenta – sulla cima rocciosa del suggestivo Capo Massullo, in un luogo raggiungibile solo a piedi o via mare e molto lontano dall’abitato. Di questa dimora Malaparte amava dire, a chi visitandola rimaneva a bocca aperta per tanta bellezza, con la sua solita punta di narcisismo e ironia: «La casa l’ho trovata così. Io ho disegnato il paesaggio». L’archivio Malaparte è stato notificato dalla Soprintendenza Archivistica come «estremamente importante per la storia del nostro Paese e soprattutto per la storia della nascita e dello sviluppo del fascismo». Quanto basta per ricostruire dettagliatamente i primi cinquanta anni del nostro Novecento. Ugo Ojetti [1871-1946] Firenze, il Salviatino, 5 nov. 1929 «Caro nemico, sa dirmi qualcosa delle Cose viste che Grasset doveva pubblicare in francese? Né da Prezzolini ormai americano né dal traduttore Rival né da Crémieux riesco a sapere qualcosa di preciso. Ne ho chiesto a Fracchia che ha la sua Angela nelle stesse condizioni di demi-vierge. Mi aiuti lei. Spero venir presto a Torino, vederla e liticare con lei a viva voce che è sempre il modo migliore. Affettuosamente suo Ojetti» Nella pagina accanto, in senso orario, alcune lettere dell’Archivio Malaparte: Leo Longanesi [1905-1957], su carta intestata de “L’assalto”, rivista bolognese, con un lapidario: «Manda porco! Ti può giovare!»; una bella lettera di Elio Vittorini [1908-1966] nella quale scrive del suo lavoro e dice «ma spero anche, e moltissimo, nel lavoro degli altri perché spero nella “civiltà” e nessuno al mondo può avere “civiltà” per conto proprio…»; una delle molte lettere di Piero Gobetti [1901-1926] che attestano una affettuosa amicizia densa di rispetto e stima reciproca (qui l’editore torinese lo mette in guardia contro il partito fascista); infine, una lettera tra quelle che il giovanissimo Giorgio Napolitano [1925] invia da Capri nell’estate del 1944 quando l’attuale Presidente della Repubblica incontra spesso lo scrittore pratese, insieme con Antonio Ghirelli, Gianni Scognamiglio, Massimo Caparra e altri giovani partenopei. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Nella pagina precedente: Giuseppe Ungaretti Biglietto a Curzio Malaparte Marino 2 marzo 1930 «Illustre Direttore, ricevo la Sua lettera del 25 u.s. ed accetto l’onore di far parte della Commissione che dovrà assegnare il premio istituito dalla “Stampa”. La ringrazio e Le porgo gli atti del mio cordiale ossequio Giuseppe Ungaretti». I rapporti non furono molto intensi ma sempre molto più cordiali di quanto non trapeli da questo biglietto. Giuseppe Ungaretti [1888-1970] collaborò anche a “Prospettive”. Sopra: Louis-Ferdinand Céline Copenhagen 19 novembre 1947 «Cher Malaparte, je suis très vivement touché par votre joli geste si chaleureux, si confraternel! Refuser serait impie! Mais je me suis entendu aussi de mon cote [sic] avec Tosi pour que cette somme providentielle soit mise a [sic] votre service a [sic] Paris d’autre façon… Kaputt est ici sur toutes les lèvres. Je veux dire les lèvres des membres de l’élite lisante, bien timorée par exemple, mais pour le Danemark c’est un triomphe. Encore merci, freternellement, et a [sic] bientôt j’espere! Embrassez Camus pour moi, mon colonel! L.F. 55 Céline». Louis-Ferdinand Céline [LouisFerdinand Auguste Destouches, 1894-1961], ancora in Danimarca, scrive a Malaparte per ringraziarlo di avergli messo a disposizione una cifra considerevole dei suoi diritti francesi. Il fatto che la lettera non fosse mai stata ritrovata, ha generato una serie di dubbi sull’autenticità dell’episodio. In realtà, il gesto di Malaparte, vero e proprio atto di stima e amicizia, anche se i due non si conoscono mai di persona, rimane unico. Il Camus citato è Clement, medico, amico sia di Céline, sia del nostro scrittore. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” LETTERE A LUCIO PICCOLO DI TOMASI DI LAMPEDUSA «Molto divertente, principe, davvero spassoso! Lei dovrebbe scrivere dei romanzi, racconta così bene queste frottole!». Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 1958 I l Fondo Tomasi di Lampedusa comprende, oltre ad altri documenti, una trentina di lettere inviate dal grande scrittore siciliano ai cugini Lucio e Casimiro Piccolo durante i suoi viaggi in Europa dal 1925 al 1930. Le lettere sono state pubblicate dalla Silvio Berlusconi Editore con il titolo L’Utopia del Mostro, nella collana dell’Utopia nel 2006, e quindi da Mondadori con il titolo Viaggio in Europa. Epistolario 1925-1930. Riproduciamo dall’introduzione di Salvatore Silvano Nigro a questa edizione, alcuni passi che spiegano l’importanza e la storia dell’epistolario. Nella primavera del 1967, una troupe della televisione raggiunse la villa magica dei Piccolo, a Capo d’Orlando: là dove, diceva Montale, si sentiva risuonare ancora il corno del paladino Orlando. I tre fratelli Piccolo, cugini di Lampedusa, erano squisitamente eccentrici. Nel giardino incantato, accudito da Agata Giovanna, sognavano di allevare salamandre, fatine svolazzanti, silfi, elfi, folletti e genietti con cappucci a pan di zucchero, gnomi e gnomidi: avrebbero voluto coltivarli come fiori, tra le aiuole rigogliose e fruscianti, e i venti carichi di mare. Lucio, poeta e “musico”, era “mezzo occultista”: si incontrava con le anime latranti dei cani morti che bussavano alla porta, così come Casimiro, il pittore, dava udienza agli spettri di antichi maghi con il cappello a punta e la bacchetta stellante. In casa, gli ectoplasmi di giorno sonnecchiavano nelle loro culle di ragnatele, in attesa di svegliarsi; e di mettersi in posa, esibizionisti e innocui: pronti a farsi fotografare al buio da Casimiro, orgogliosi della loro fosforica luminescenza di fantasmi. I Piccolo maneggiavani il fiabesco, e il magico, come cose ovvie, naturali, e riposanti. Con familiarità e tenerezza. E con tutti i rispetti. Per il mondo invisibile avevano una seconda vista. Vivevano in un angolo appartato di Sicilia, ma al confine con un altro mondo. Colti, coltissimi, e poliglotti. Assistiti dai libri di mezza Europa. E monarchi assoluti del loro regno di chimere. Come nell’Irlanda delle Fiabe di Yeats, nella Piana dei baroni Piccolo di Calanovella la poesia e la pittura erano misteriosamente collegate alla magia. Vanni Ronsisvalle, che guidava la troupe, sorprese Lucio Piccolo nell’atto di cavalcare una ferrata cassapanca barocca. Il poeta non si scompose. E anzi rivelò all’ospite il segreto che, cavalcando, covava. In quella cassapanca, irta di chiavistelli, custodiva le “lettere privatissime” che Lampedusa aveva spedito ai cugini dall’estero: «un giorno» aggiunse «qualcuno le leggerà e si divertirà un mondo». Nella conversazione televisiva con Ronsisvalle, Lucio Piccolo tornò a parlare delle lettere di Lampedusa: «Ho trovato recentemente (ma di questo non ne deve parlare)… ho trovato le lettere di Lampedusa febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano interessantissime, di un ventennio, dirette a me e a mio fratello, lettere dall’Inghilterra, dalla Germania… alcune sono dei veri e propri bozzetti letterari, del gusto di Chesterton verso il ’26, ’27… ’30… ’31… non le posso pubblicare … Perché l’erede di Lampedusa è la principessa e dovrei mettermi d’accordo con la principessa, perciò preferisco per ora serbarle… le serberò a Solicchiata, le conserverò lì». La vedova lettone di Lampedusa era, per i Piccolo, un’orsa baltica: imponente e irsuta, e tanto più temibile in quanto addestrata nei circhi massimi della psicoanalisi/ Le lettere Lucio le aveva ritrovate l’anno prima. E s’era proposto di pubblicarle. Ne aveva scritto ad Antonio Pizzuto: «Ho ritrovato e raccolto un gruppo di lettere di Lampedusa, di molti anni addietro – da Londra ecc. – di tono umoristico – alcune di carattere privato altre veri e propri bozzetti – atmosfera chestertoniana. Pensi che potrebbero interessare qualche rotocalco – giornale o rivista? Debbo farle trascrivere a macchina». Pizzuto pensò alla rivista “L’Approdo Letterario”. E si consultò con Contini e con Vanni Scheiwiller. Le lettere diventarono subito “le Lampedusa”: una “ghiotta avida preda per una rivista”. Ma Piccolo per un po’ fece cadere il discorso. Pizzuto lo aveva messo in allarme. Gli aveva suggerito di “chiedere” una preventiva “autorizzazione alla principessa di Lampedusa”. Alla fine, dopo tre mesi di rimuginamento, Lucio rinunciò al progetto. Me scrisse a Pizzuto il 1º marzo del 1967: «Carissimo, non ho più parlato delle lettere di Lampedusa perché smessa del tutto l’idea di pubblicarle – esse sono in gran parte scherzi e sberleffi riguardanti personaggi di Palermo in quell’epoca, oppure trattanti cose di famiglia – le poche pubblicabili sarebbero quelle che sono veri e propri bozzetti letterari – durante il suo ripetuto soggiorno a Londra, riflettono Chesterton-Cecchi che ammirava allora moltissimo. D’altra parte informatomi con persona legalmente competente – non mi sarebbe possibile pubblicarle senza trattative e consenso della vedova. Ora questo rende del tutto irrealizzabile la cosa. Questa signora ha un carattere pessimo e non vogliamo assolutamente averci d’affare. Le lettere verranno romanticamente conservate in un possente mobile in una casa che abbiamo sulla fiumara di Naso – dove c’è la grande pressa elettrica dell’olio. Casa quanto mai spiritata e suggestiva. Ci penserà poi nel futuro l’erede dei “Piccioliti” (così ci chiamano a Ficarra)». […] Qualcuno ha dubitato pure della loro effettiva esistenza. Ma sono state recuperate. Sottratte alla dispersione, alle arcane fatture, alle mani empie, sono ora custodite nella Biblioteca di via Senato a Milano. Piccolo riteneva che “poche” fossero le lettere pubblicabili. Tolte le familiari, le scanzonate, e le sbertuccianti o di “bbabbìu”, avrebbe voluto consegnare alle stampe solo i «bozzetti letterari» improntati all’estro ironico e umoristico di Chesterton, che Lampedusa aveva imparato ad ammirare sulle pagine della “Ronda”: quando Emilio Cecchi vi pubblicò a puntate, tra il 1921 e il 1922, la sua traduzione di Manalive. Al di là di ogni buona intenzione, lo sforbiciamento avrebbe sfilacciato la 57 trama dell’epistolario, che una delle sue unità trova nell’assunzione a modello degli stendhaliani Mémoires d’un touriste: «pieni di aneddoti aciduli, del resto mirabilmente raccontati» dirà Lampedusa nelle sue lezioni di letteratura francese. Ma forse Piccolo giocava a nascondere le lettere che lo riguardavano. Un mite rancore, un bofonchiamento affiora qua e là nelle sue dichiarazioni: una stizza neppure tanto nascosta. Lucio aveva qualche volta viaggiato con il cugino: «Il viaggio a Londra di me con Lampedusa avvenne – salvo errori – nel ’3031, anche il ’29, non ricordo… Comunque posso dire non fu privo di un certo colore, perché Lampedusa era un umorista; specialmente io ero la mira dei suoi benevoli e affettuosi sarcasmi: s’era fitto in capo di creare di me la macchietta del giovane… così, di tendenze letterarie, che si recava per la prima volta a Parigi e a Londra; voleva creare senz’altro la macchietta del giovane di provincia… Debbo dire che non ci riuscì naturalmente, perché “monsieur” visto che si comportava così cercava in ogni modo di sfuggire ai suoi frizzi». Anche nelle lettere, Lampedusa bersaglia Lucio: con salda perseveranza e con placide infamie. Lucio è, nella commedia che per celia di volta in volta il cugino gli improvvisa attorno, la “maschera” Lucien de Calenouvelle, chevalier; il Grammatico senza lingua; il Poeta peccatore, diviso tra le muscolosità portuali e le blasonature degli «esteti» («eufemismo a sua volta per indicare cose peggiori», nel racconto I gattini ciechi). Lampedusa arriva a intestarsi 58 una clamorosa scoperta bibliografica: tra gli scarti di un bouquiniste ha scovato un libello inglese di primissimo Seicento, che ragguaglia sugli amori celebri di Lucius of Newport e dell’«esteta» Faulkes (futuro disegnatore di gioielli per Paul Iribe e Coco Chanel), duca di Verdura e marchese di Murata la Cerda. Alla “persecuzione” sollazzevole delle lettere, alle burle scritte, Lucio non poteva «sfuggire». Lampedusa era incorreggibile. […] “Le Lampedusa” sono però, in gran parte, le lettere di un umorista che pratica il wicked joke: lo scherzo maligno e canzonatorio. Sono, nella finzione “romanzesca” ce le unifica e sorregge, il journal de route (alla Stendhal) e i racconti di un corrispondente pickwickiano (dickensianamente «esagerato») del circolo nobiliare Bellini di Palermo: un Cir- la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 colo Pickwick provincialmente siciliano, i cui soci palleggiano tra loro «invidie, rancori, timori», «frottole» e «barzellette», come si conviene a una classe tragicamente comica che ha perso il proprio «primato» e «fa scarso consumo di idee generali» (secondo l’analisi che Lampedusa affiderà al racconto I gattini ciechi). Decidere di partire e scegliere l’equipaggiamento, sono operazioni che impongono a Lampedusa una sosta preliminare in biblioteca. È il guardaroba del narratore, il camerino dei trucchi. Lampedusa è «mostruosamente letterario». Ed è un «mostro» di curiosità, e di indiscrezione aneddotica, come lo Stendhal dei Memoires d’un touriste. Viaggia per l’Europa «col monogramma sul didietro», un cartello appeso al collo su cui si legge il nomignolo «Mostro», e una batteria di mostrine in- solenti al petto. Calza i sandali di Ulisse e indossa a rovescio lo stiffelio dello Chateaubriand dei Memoires d’Outre-Tombe. Tutto ha visto, tutto sa, tutto ha provato, tutto ha letto. Ha attraversato l’Odissea, ma ora viaggia «per svago e istruzione» come Pickwick. E del personaggio dickensiano ha il «cervello gigantesco» e la «gravità» del fisico. Pingue e corpulento, attratto dalle colazioni più sgomentevoli, si specchia negli occhi di un oste; e come su un giornale vi legge il suo nome di briccone e di bisboccione: è senz’altro Falstaff. Il Mostro è «angelo e porco» […] Il Mostro, tonificato dalla propria mostruosità, si impegna e si disimpegna, di volta in volta, nelle maschere tutte del suo teatrino. Entra ed esce dai costumi e dalle maschere che la biblioteca gli fornisce […] febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: Parigi, 27 luglio 1925 «Caro Casimiro, sono eccitatissimo per la politica. […] In una strada secondaria c’è una specie di fiera e fra le altre cose una ‘roulette’ in cui invece di numeri ci sono bandiere delle varie nazioni; dopo un po’ che stavo a guardare la pallina s’è fermata sulla bandiera italiana; e l’uomo ha annunziato: “C’est l’Italie qui a gagné”. E nella folla un giovane dice all’amico: “Je te crois; avec leur Mussolini!”. Piccoli sintomi…» Sopra: Londra, 5 luglio 1927 «[…] Vuole avvertire i cavalieri Casimiro e Lucio che se un giorno (che egli spera prossimo) si decideranno a visitare queste rive, è perfettamente inutile che lo facciano senza il Mostro, perché da soli essi vedranno sì Westminster, la Torre di Londra e i musei; ma della città e della sua anima, senza il mostro che ne detiene le chiavi, non capiranno niente di niente. Il Mostro “over-fed”». 59 60 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Nella pagina precedente: Da Londra, 10 agosto del 1927, nel capitolo dedicato a «Casimiro, dipintore» Tomasi loda “l’eccellenza” del pittore John S. Sargent. Ne decanta la bravura, soprattutto per la realizzazione del ritratto della famiglia Wertheimer, per la resa perfetta dei caratteri dei personaggi, che escono dalla tela tanto che «il Mostro ci si è seduto davanti e si è divertito come se fosse a teatro». 61 Sopra: Da Londra, 20 luglio 1927, il «Mostro offeso» apostrofa malamente i cugini colpevoli di non distogliersi dalle occupazioni sedentarie per rispondergli. A fianco: Londra nel giugno del 1928 è diventata ormai «Mostropoli». Tra le lettere più compiute letterariamente, è strutturata in cinque gustosi bozzetti. Alla fine, si firma «Il Mostro metropolitano». 64 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” GIANCARLO VIGORELLI E LE SUE “PRIME” DEL ’900 «Se non scrivessi, so che tradirei» Teilhard de Chardin, citato in Giancarlo Vigorelli, Il gesuita proibito, Milano, Il Saggiatore, 1963 N essuna frase meglio di questa riesce a evocare la figura di Giancarlo Vigorelli. Egli stesso la cita nel libro dedicato al grande pensatore cristiano, padre Teilhard de Chardin – mai scritta peraltro, solo riferita da padre Leroy, suo biografo –, senza accorgersi che forse l’avrebbe potuta tranquillamente sottoscrivere. Nato a Milano nel 1913, Vigorelli sin da giovanissimo ha “servito” la letteratura. Addirittura calcando la terra calpestata, almeno idealmente, dal suo mito personale, quel Manzoni la cui casa e le cui memorie custodirà poi per anni. Da bambino infatti abitava nella casa della nonna a Olate, vicino a Lecco, la casa che la tradizione vuole sia stata quella di Lucia Mondella. Scrittore, saggista, critico letterario, inizia a collaborare con le più importanti riviste degli anni Trenta e Quaranta del ’900 (tra queste, sicuramente intensa è l’esperienza con Prospettive, di Malaparte, testimoniata da una lunga serie di lettere e cartoline). Dopo aver militato nella Resistenza, alla fine della guerra fonda Il Corriere Lombardo. Dirige quindi Il Momento e La Settimana Incom. Nel 1958 dà vita alla Comunità Europea degli scrittori, fonda e dirige l’Europa Letteraria e Nuova Rivista Europea. Scrive per le maggiori testate italiane ed europee, ed è per molti anni presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani di Milano. Ha fatto il critico letterario, da militante, come usava nel Novecento, mostrando una capacità di analisi che ha pochi esempi anche tra i suoi contemporanei: forse solo nell’amato sodale Carlo Bo, o nel tanto ammirato Pasolini. Ha visto passare accanto a sé tanti personaggi, tanti amici – ma anche nemici – e ha promosso intere generazioni di scrittori: a ognuno di loro ha dedicato un’attenzione, una lettura, un consiglio, magari intriso di quel fare spiccio, quasi burbero ma bonario che lo contraddistingueva. Per questo suo mestiere ha raccolto nel corso degli anni migliaia di libri, sino a costituire una notevole biblioteca con delle specializzazioni spiccate: la letteratura a lui contemporanea, quella della sua terra, Milano e la Lombardia, quella dell’Ottocento con grande attenzione alla Scapigliatura e al verismo, quella francese tra Otto e Novecento, quella dei grandi autori russi. Di questa biblioteca, una cospicua parte è conservata nella nostra Biblioteca, circa 5.000 volumi, per lo più prime edizioni di gran parte della letteratura italiana del Novecento. Per tutta la vita ha inseguito alcuni specifici autori, arrivando anche a essere un colto bibliofilo, a cominciare ovviamente dal Manzoni (non è difficile immaginare che il periodo in cui è stato presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani sia stato per lui uno tra i più felici). Nel nostro Fondo però la presenza di autori ottocenteschi è circoscritta alla Scapigliatura. Sono infat- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 65 ti presenti alcuni autori come Ghislanzoni, da cui discendeva per parte di madre, e il commediografo Fontana. Altri, anche se più tardi, come Dossi, Lucini e Paolo Valera, quest’ultimo ingiustamente dimenticato dai più. Ma gli scrittori di riferimento, quelli più amati, erano i suoi contemporanei. A cominciare da Malaparte, con il quale aveva per lungo tempo collaborato e del quale ricambiava un’affettuosa amicizia, testimoniata da le molte lettere presenti nel nostro Archivio Malaparte e anche da alcune significative dediche sui libri. Accanto allo scrittore pratese, il suo “gemello” bolognese, Longanesi, è ben presente nella biblioteca di Vigorelli, che ne ha raccolto quasi tutto il pubblicato. Moravia è stato un amico e un autore seguito dal grande critico che ne ha conservato tutti i volumi, di cui molti con dedica; Pasolini, letto e studiato a lungo e poi pianto; Svevo, e tutti gli scrittori giuliani; alcuni futuristi, come certo il milanese Marinetti; Gadda, ovviamente, che anche se residente a Roma mantenne quell’umore lombardo che Vigorelli condivideva appieno. E poi i poeti: Montale, Quasimodo, Ungaretti, Bertolucci, Marin e molti altri. Ma oltre ai testi originali dei vari scrittori – come abbiamo detto Vigorelli privilegiava sempre le prime edizioni – egli ha raccolto anche i libri di critica su di loro, per documentarsi e per approfondire facendo diventare la sua biblioteca un luogo ideale per chi voglia affrontare certi autori. A questa parte di biblioteca vigorelliana si innesta poi la grande raccolta di prime edizioni della letteratura italiana del Novecento, che consta ormai di 9000 titoli, dalla Litolatta e il libro imbullonato di Depero sino agli autori più significativi degli ultimi decenni del secolo scorso, come Sciascia o i poeti Edoardo Sanguineti e Franco Loi. È evidente che, una volta affiancati tanti autori, tante storie per così dire parallele, nasce l’esigenza di una sintesi con cui rispondere – sia pure per approssimazione – alla domanda: quale quadro unitario disegnare di un secolo di letteratura. Ma è altrettanto evidente che questo è il compito di una biblioteca come la nostra, di conservazione e non solo di consultazione: quello di fornire degli elementi originali, magari anche una filigrana disegnata da altri, come Giancarlo Vigorelli, per 66 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 meglio intendere quello che è avvenuto ed è stato scritto, per meglio comprendere – parafrasando Robert Darnton – in che modo le idee che hanno mosso la nostra nazione si siano sviluppate e siano state trasmesse attraverso i libri e come il contatto con essi abbia influito sul nostro pensiero e sul nostro comportamento nell’ultimo secolo. Attraverso i libri del Fondo del Novecento e del Fondo Vigorelli, forse è possibile ricostruire il complesso percorso, molto spesso sotterraneo e ben poco evidente ma molto affascinante, della storia “reale” delle idee degli ultimi cento anni. Nella pagina precedente, dal Fondo del ’900: Federico De Roberto I vicerè Milano, Casa editrice Galli di C. Chiesa e F. Guindani, 1894 Dedica autografa dell’Autore ad Alberto Albertini [1879-1954], fratello di Luigi con cui dal ’21 al ’25 condivise la carica di direttore del “Corriere della Sera”, dopo di che i due fratelli, invisi al fascismo, furono costretti a dimettersi e a cedere le proprie quote alla famiglia Crespi. Sopra, a sinistra: Piero Chiara Itinerario svizzero Lugano, Edizioni del “Giornale del Popolo”, [1950] Chiara [1913-1986] e Vigorelli furono molto amici. Qui lo scrittore di Luino ringrazia l’amico per averlo accompagnato, e forse spronato sulla strada della poesia. Il libro di poesie Itinerario svizzero segue Incantavi edito a Poschiavo nel 1945. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 A sinistra: Ignazio Silone Ed egli si nascose. Dramma in 4 atti Roma, Documento, Libraio Editore, 1945 Ignazio Silone [Secondo Tranquilli, 1900-1978] dedica qui la riduzione teatrale di Pane e Vino. Il libro viene pubblicato nel 1944 prima in tedesco e poi in inglese, tradotto dalla moglie Darina Laracy; in Italia il dramma appare solo l’anno successivo. Sopra a sinistra: Carlo Bo Otto studi Firenze, Vallecchi Editore, 1939 Oltre all’amicizia, vi era una grande stima che legava Giancarlo Vigorelli a Carlo Bo [1911-2001]. Di lui, nella biblioteca, sono conservati tutti i libri pubblicati. Carlo Betocchi, Altre poesie Firenze, Vallecchi Editore, 1939 Carlo Betocchi [1899-1986] menziona nella dedica l’“aspra amicizia” di Vigorelli; forse alludendo al carattere di quest’ultimo, severo e brusco nelle sue espressioni, burbero a prima vista, ma sempre “benefico” con gli amici. 68 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 69 A sinistra: Luigi Pirandello, Elegie Renane. (1889-90) Roma, Tipografia dell’Unione Coop. Editrice, 1895 Luigi Pirandello [1867-1936] è presente nella biblioteca del ’900 con numerosi titoli, quasi tutto il pubblicato. Qui una delle sue plaquette più rare, in un esemplare con dedica. Sotto: Arturo Onofri, Poemi tragici (1906-1907). Roma, a spese dell’Autore, 1908. Tra le prime pubblicazioni del metafisico Onofri [1885-1928], con dedica a Raffaello Piccoli, critico letterario [1888-1933]. Nella pagina accanto: Alberto Moravia La noia Milano, Bompiani, 1960 L’amicizia con Moravia [Alberto Picherle, 1907-1990] dura dagli anni Trenta quando, sotto la direzione di Malaparte, collaborano entrambi a “Prospettive”. A sinistra: G. P. Lucini La solita canzone del Melibeo Milano, Edizioni di “Poesia” Grande bibliofilo, Vigorelli compulsava regolarmente i cataloghi antiquari per cercare gli autori che amava. Tra questi, senz’altro Gian Pietro Lucini [1867-1914] che dedica il libro all’amico pittore Achille Guerra [1832-1903]. 70 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” ADA E MARIO DE MICHELI, UNA STORIA DELL’ARTE Gertrude Stein […] che ha seguito attentamente l’intero periodo cubista, ha scritto che Picasso non s’interessava dello spirito perché era troppo occupato con le cose. […] Se insomma Kandinsky ha distrutto l’antica idolatria del pittore per il mondo, Picasso l’ha furiosamente ribadita. […] egli [Picasso] afferma … «…Nella pittura come nella vita bisogna agire direttamente». M. De Micheli, Avanguardie artistiche del Novecento S e nell’arte bisogna agire direttamente, pochi in Italia vi hanno agito per così tanti anni e in modo così diretto come Mario De Micheli. La passione della critica lo ha portato sempre a confrontarsi intellettualmente con il suo tempo e a incidervi, civilmente e moralmente. Nato a Genova nel 1914, De Micheli si trasferisce a Milano nel 1938, dove si laurea con una tesi sui poeti del surrealismo. Conosce ed entra in amicizia con alcuni giovani artisti e intellettuali come Ernesto Treccani, Raffaele De Grada, Giacomo Manzù, Alfonso Gatto, Salvatore Quasimodo. Partecipa con molti di loro al movimento di Cor- rente, in cui si fa apprezzare come teorico e poeta. Nel 1941 sposa Ada Tommasi, da cui avrà due figli, Anna e Gioxe. Accanto a lei, sin dai tempi dell’Università, si interessa di arte e letteratura, con lei partecipa alla Resistenza nel gruppo di Eugenio Curiel. Durante questo periodo Mario De Micheli viene arrestato e solo l’intraprendenza della moglie lo salverà da una morte certa. All’indomani della fine della guerra, alla rinascita di tutti i progetti civili e culturali, si avvicina al Partito Comunista, per il quale accetta nel 1947 di andare a insegnare nelle scuole della minoranza italia- na in Istria. Sarà per De Micheli e la sua famiglia un periodo molto duro: «L’Ada e il Mario … criticano la “congiura del silenzio” verso le voci dissenzienti» ricordano i figli. Conoscerà ancora la galera e la fame, tentando di ritornare in patria in molti modi, alcuni veramente rocamboleschi: alla fine la famiglia tornerà nascosta nel doppio fondo di un camion. Rientrato a Milano, riprende le antiche occupazioni. Nel 1953 è tra i curatori e allestisce la grande mostra di Picasso a Palazzo Reale. La moglie insegna al liceo e lo sostiene. Sono anni duri ma nei quali il giovane critico scrive libri, saggi, presentazioni di cataloghi. Per il quotidiano del Partito Comunista “l’Unità” tiene la cronaca d’arte. Nel 1959 esce il libro che lo farà conoscere internazionalmente, Le avanguardie artistiche del Novecento, riflessione sull’arte moderna e sul suo sviluppo nel ’900 sotto l’egida di una frase di Rimbaud, «Il faut être absolument moderne», dove absolument è per De Micheli il categorico imperativo del modo di intendere l’arte: sciolta da ogni conformismo e vissuta con fede, direttamente sino alla fine. I figli ne descrivono l’attività di quegli anni così: «… essenzial- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano mente il Mario è un critico militante, un critico, cioè, che vive con gli artisti, li appoggia, sprona, conforta, cresce assieme a loro e al loro lavoro; come quando, in quegli anni, difende e valorizza la pittura dei “ragazzi” che in seguito, con felice definizione, Marco Valsecchi avrebbe chiamato del “realismo esistenziale” […] Certo non è interessato alle “cose” della moda-mercato-potere; l’arte, la cultura sono per lui la risposta “alta” ai nodi dell’esistenza, per questo lavora, operando attraverso una scelta di campo ben definita ma lontana da dogmatismi ideologici o settarismi». Dalla fine degli anni Sessanta conosce un periodo di tranquillità economica e di grande successo. Organizza grandi mostre internazionali che gli decretano la fama: Siqueiros, Orozco, Marino Marini, Arturo Martini, Henry Moore sono i nomi degli artisti. Escono le prestigiose monografie su Picasso, Guttuso, Manzù. Ottiene la cattedra di Sociologia dell’Arte al Politecnico di Milano e contemporaneamente continua a seguire gli artisti, giovani come anche meno giovani, con la stessa foga e impegno di quando seguiva gli amici della Bottega di Corrente. Mario De Micheli muore nel 2004 a Milano ed è sepolto a Trezzo sull’Adda, cittadina dove era nata la madre e dove risiedeva da alcuni anni, che, pur essendo vicina a Milano, gli pareva avere la qualità di vita necessaria per un uomo: «E poi Trezzo è a un salto da Milano, un nitido e gradevole paese che ha conservato parte della sua vecchia fisionomia, è un luogo ricco di me- morie storiche, c’è il fiume di Leonardo». La sua opera è sempre stata pervasa da una visione interdisciplinare che accosta l’immagine alla parola e che trova nella dimensione poetica il momento della loro sintesi e del loro confronto. La sua formazione umanistica e letteraria si è avvertita nel suo lavoro in campo artistico e viceversa: è proprio partendo dagli studi su personaggi come Apollinaire o Mallarmè che egli comincia a interrogarsi sulla nascita delle avanguardie artistiche. E per capire meglio la direzione della sua attività critica, bisogna ricordare le magistrali traduzioni che lui ha condotto sui testi di Majakovskij [Il poema di Lenin, Feltrinelli, 1951], di Eluard [A Pablo Picasso, Forlì, Edizioni di Pattuglia, 1943] e su quelli dei poeti romeni contemporanei [Parma, Guanda, 1967]. Tali traduzioni infatti illustrano meglio di molti discorsi il suo insistere sulla poesia come luogo di incontro di tutte le attività culturali e come luogo privilegiato per riflettere sulla vita e quindi agire. La Biblioteca e l’Archivio di Mario De Micheli erano già stati donati al Comune di Trezzo e nel giugno del 2010 sono arrivati alla Fondazione Biblioteca di via Senato. Il cospicuo fondo consta di circa 14.000 monografie, 1500 opere di Mario De Micheli, 8000 opuscoli. Oltre alle pubblicazioni sulla storia e critica d’arte e ai cataloghi di mostre da tutto il mondo, il Fondo di Mario De Micheli rispecchia i personali interessi del critico: la 71 letteratura italiana e straniera con particolare riguardo alla poesia, la filosofia e la politica, la storia della Resistenza. Accanto a questa biblioteca, si trovano una serie ancora imprecisata di documenti manoscritti e dattiloscritti che ne testimoniano l’incessante attività. Parimenti importante, la fototeca ancora da catalogare e studiare: un impressionante insieme di fotografie di opere d’arte, pubblicate poi nei vari testi dell’autore; fotografie di artisti e dei loro studi; immagini originali di monumenti e dipinti scattate da De Micheli stesso; diapositive utilizzate per l’insegnamento. L’importanza del Fondo librario di De Micheli è ormai confermata da più parti; crediamo che sarà dallo studio delle fotografie che potranno venire le sorprese maggiori, essendo queste un ricchissimo patrimonio iconografico della storia dell’arte internazionale e italiana. La Fondazione Biblioteca di via Senato ha accolto con grande entusiasmo il fondo che costituisce una solida base per gli studi sull’arte in generale e in particolare della seconda metà del Novecento, mettendolo a disposizione di quanti vi vorranno approfondire le proprie ricerche. Nell’esporre qui per la prima volta alcune pubblicazioni della biblioteca con due dei molti manoscritti, abbiamo voluto dare risalto alle relazioni umane e personali che sottendono a questi libri e a questa biblioteca, proponendo alcuni volumi con dedica autografa che gli amici artisti e letterati “lasciarono”al grande critico. 72 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Il percorso intellettuale di De Micheli, dai tempi di Corrente, si interseca con quello di molti altri personaggi del mondo culturale italiano e straniero. Anche per questo si trovano alcuni libri che per vari motivi si sono fermati sugli scaffali della sua biblioteca anche se provenienti da altrove, come quelli dedicati a Giacomo Manzù da Renato Birolli, quello di Sereni dedicato a Vasco Pratolini e quello di Arthur Miller e sua moglie, la fotografa austriaca Inge Morath, dedicato allo scultore russo Ernst Neizvestny. Ma sono casi sporadici, il gruppo delle dediche a De Micheli è di per sé già cospicuo: da quelle di Tristan Tzara a quelle degli amici del gruppo di Corrente – come Treccani, Quasimodo, Sereni, tra gli altri –, da quelle dei poeti dell’Est, come il rumeno Tudor Arghezi e la sua compatriota Maria Banus, a quella di Pablo Neruda e di David Alfaro Siqueiros. David Alfaro Siqueiros No hay mas ruta que la nuestra Mexico, s.i.t., 1945 Dedica autografa dell’Autore a Mario De Micheli: «Para Mario De Micheli camarada y amigo con la solidaridad del [?] DASiqueiros, Genova el 11 de octubre del 1951». Nel 1976 De Micheli cura a Firenze una grande mostra dell’amico Siqueiros [1896-1974], grande artista messicano a cui aveva già dedicato numerosi scritti. Accanto: Bruno Caruso Manicomio [Milano], Edizioni della Colonna Infame, 1969 Alla prima carta, dedica autografa dell’Autore: «A Mario De Micheli, con l’affetto del suo Bruno Caruso». Bruno Caruso [1927] grande artista palermitano. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 73 Sotto: Vittorio Sereni Diario d’Algeria Firenze, Vallecchi editore, 1947 Finito tra i libri di De Micheli un volumetto di poesie dell’amico Sereni [1913-1983] (amico sin dai tempi di Corrente), dedicato però a Vasco Pratolini [1913-1991]. Sopra: Tudor Arghezi Versuri Bucuresti, Editura de Stat Pentru Literatura Si Arta, 1959 Il grande poeta romeno Arghezi [1880-1967] rende omaggio al fine conoscitore della letteratura del suo paese, l’amico De Micheli, che nel 1967 curerà per Guanda una fortunata antologia di poeti romeni [Poeti romeni del dopoguerra presentati e tradotti da Mario De Micheli, Parma, Guanda, 1967]. A destra: Pablo Neruda. A cura di Giuseppe Bellini Milano, Nuova Accademia Editrice, 1960 Per De Micheli la poesia è sempre stata il luogo di incontro e confronto di tutte le attività artistiche. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 75 Vittorio Sereni Stella variabile Milano, Garzanti, 1981 All’occhietto, dedica autografa dell’Autore: «A Mario De Micheli e ai comuni ricordi il suo Vittorio Sereni. Nov. ’82». Altro libro di Sereni, questa volta con dedica all’amico Mario. Nella pagina precedente: Attilio Rossi Buenos Aires en tinta china […] Prólogo de Jorge Luis Borges. Poema de Rafael Alberti Buenos Aires, Editorial Losada S.A., 1951 Simpatica dedica del pittore e grafico Attilio Rossi [1909-1994]; naturalmente, parlando di “un pittore e un poeta comunisti” allude a se stesso e a Rafael Alberti. Sopra: Inge Morath; Arthur Miller In Russia New York, Viking Press, 1970 Altro libro “estraneo” nella biblioteca di De Micheli. Lo dedicano allo scultore russo dissidente Ernst Neizvestny [1925] i coniugi Miller. Il celebre drammaturgo americano [1915-2005], dopo aver divorziato con Marylin Monroe, nel 1962 sposa la fotografa di origine austriaca Inge Morath. 76 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” TRA GIACOMO MANZÙ E NINO BERTOCCHI L’ archivio Giacomo Manzù (1908-1991) consiste di un gruppo di lettere, scritte dallo scultore a Nino Bertocchi (1900-1956), e dipanantesi lungo un arco temporale che va dall’agosto 1936 alla morte dell’amico, nel 1956. Questi documenti epistolari ci illuminano su uno dei sodalizi intellettuali più intensi dell’arte italiana del Novecento. Già in occasione della Mostra Giacomo Manzù. Le opere e i libri (a questa pubblicazione si rimanda anche per una biobibliografia generale sull’Artista) tenutasi nel 2000 presso la Fondazione Biblioteca di via Senato, un primo censimento delle lettere di Manzù conservate nell’archivio di Ardea ne ha mostrato tutto il valore di documenti fondamentali per l’intendimento dei complessi, e sovente sofferti, percorsi biografici e creativi dell’Artista. Proprio in quella circostanza, e sulla base di tale consapevolezza, è avvenuta l’acquisizione da parte della Biblioteca del prezioso epistolario. Grazie a un’accurata opera di trascrizione, l’importanza dell’epistolario ne esce amplificata, sia per la messe di notizie che ci offre, sia per il tono complessivo di confiden- za intellettuale, di idem sentire che può leggersi, al di là delle occasioni, in seno a una generazione tutta – che era anche quella dei Luigi Bartolini, degli Aldo Salvadori, degli Umberto Vittorini, per non citare che alcuni degli esponenti di quella cerchia cospicua – che fece una scelta di modernità non legata alle ansie di aggiornarsi sull’art-en-train-dese-faire, sui portati ogni volta ulteriori del dibattito, ma in una prospettiva di identità artistica forte, autorevole, ben cosciente d’un radicamento profondo, e insieme non ortopedico, nella storia. Di tale determinazione, della quale Manzù è il frutto più alto in termini di esiti qualitativi, Bertoc- chi ha rappresentato il versante di massima consapevolezza intellettuale. Fatale, verrebbe da dire, è dunque il loro incontro; cruciale il loro rapporto, tale da riverberarsi su un orizzonte ben più ampio di quello delle singole biografie. Manzù, l’autodidatta che s’assetta un’espressione lavorando con rigore giansenista e insieme con sguardo fragrante e meravigliato sui testi del passato, trova in Bertocchi il primo degli interlocutori colti (saranno, poi, figure come Giuseppe De Luca e Cesare Brandi) ai quali affidare, verrebbe da dire con parole d’oggi, l’editing intellettuale del proprio lavoro, uno specchiamento critico che non valga garanzia mondana, ma autentica e risentita nourriture. Bertocchi, dal canto suo, vede nello scultore l’inverarsi in un linguaggio alto, altissimo, in una personalità fondativa, dei propri ragionari sull’Ottocento come humus d’una modernità non nominalistica, un «clima di poesia figurativa ostile ad ogni contaminazione letteraria, i diritti di una fantasia che si alimenta nella quotidiana osservazione del reale», come scrive nel 1945. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano Nino Bertocchi, pittore e studioso d’arte, attento sin dalla gioventù alle ragioni della critica militante, si consegna ai posteri per opere fondamentali come la monografia su Luigi Bertelli, 1946, e la grande mostra dell’Ottocento emiliano, 1955. Ma parimenti conta la sua fittissima attività pubblicistica, che lo fa annoverare tra i collaboratori di testate come Il Resto del Carlino e Il Popolo d’Italia, Arte Mediterranea e La Fiera Letteraria, Frontespizio e Primato, Domus e Casabella, oltre che tra i fondatori de L’Orto. Il suo incontro critico con Manzù è precoce. Alla XX Biennale, 1936, scopre nel giovane pittore e scultore bergamasco “la bellezza di certi chiaroscuri leonardeschi”, così come il talento dei suoi compagni di via milanesi Salvadori e Sassu. Di lì a due anni, ecco Manzù celebrato come autentico “caso” della XXI Biennale. Il critico legge in Manzù una tutta affatto particolare e inequivoca “italianità”, maturata sul rapporto profondo la tradizione e l’Ottocento e parimenti sull’amore senza sudditanze per la grande scuola francese, che l’artista ha esplicitato senza mezzi termini in un’inchiesta di Domus voluta da Lamberto Vitali: «Lascio il mio spirito libero a tutte le forme del bello e posso così emozionarmi davanti a un’opera greca, d’un primitivo come davanti a una cera di Rosso. […] I nostri anziani hanno cercato la via del compromesso, lasciandoci in una situazione di equivoco. Essi hanno trascurato di continuare la strada tracciata dagli impressionisti e da Cézanne e quella di Rosso, di Degas e di Renoir scultori, e di Rude e Carpeaux, la cui tradizione non si poteva spe- gnere se non grazie una spiritualità nuova. Per questo credo che l’opera del Novecento, o meglio del Novecentismo, sia condannata alla sterilità. […] La mia generazione deve rifiutare proprio questi vezzi formalistici degli ‘ismi’. La tradizione dell’Ottocento, che conclude quella di secoli, ci lascia una profonda eredità spirituale. Come gli impressionisti, forti dell’insegnamento romantico, hanno trovato il loro linguaggio, così noi sul loro esempio sapremo esprimere con mezzi nostri quello che è profondamente nostro. […] Un fatto plastico puro esiste quando gli elementi contingenti diventano universali» (G. Manzù, risposta all’inchiesta Dove va l’arte italiana, in Domus XV: 110, Milano, febbraio 1937). Di tono affine, d’altronde, in quello stesso 1937 era stata la lettura di un altro pittore e critico attentissimo a tali snodi culturali, Carlo Carrà, che presentando Manzù alla romana Cometa scriveva: «In linea di principio stilistico, Manzù si appoggia, da qualche tempo, sulla scultura classica, ma in linea di fatto non si saprebbe indicare esempi a cui si richiami. Ciò vuol dire che, pur profittando degli insegnamenti del glorioso passato, Manzù cerca soprattutto di chiarire se stesso, cosa più importante che tutto il resto. Nelle opere che ora presenta alla Cometa, si ritrovano i punti più salienti di questa accanita e singolare ricerca. Massimamente nel David, e nella Donna che si pettina parmi vedere le attitudini stilistiche dell’autore» (C. Carrà, Manzu alla ‘Cometa’, in Meridiano di Roma, 23 marzo 1937). 77 Quando, nel 1942, Bertocchi pubblicherà l’album Manzù per l’Editoriale Domus (alla rivista ha preso a collaborare l’anno precedente), sulla cui gestazione il carteggio ci offre testimonianza illuminante, oltre che il prototipo con gli originali fotografici delle tavole, non potrà esordire che indicando «Le suggestioni donatelliane e correggesche, gli amori per il Pollaiuolo e per Michelangelo, le infinite curiosità di un cervello attentissimo ad ogni emergenza dello stile…». Tali ragionamenti, tali prese di posizione, coraggiose d’un coraggio che è difficile misurare con il metro d’oggi, ma che in quel biennio 1941-1942, fatto più di silenzi e acquiescenze che di dichiarazioni nette come quelle contenute nell’articolo Un grande scultore del 1941, dovevano avere pregio inestimabile, raffermano Manzù nel passaggio forse più delicato del suo lavoro, quello che lo porta ai risultati definitivi dell’immediato dopoguerra. Bertocchi è davvero una sorta di guida solidale, in questo momento. E un amico sulle cui spalle appoggiare anche le crisi personali grandi e piccole, gli ancor stringenti problemi economici, offrendo in cambio una complicità che le glorie degli anni successivi mai adombreranno, e se mai renderanno più vivida. Colpisce, al termine di questo epistolario, la sollecitudine che Manzù dimostra a Renata Colliva, moglie di Bertocchi e sorella di Lea, valente pittrice, dopo la scomparsa dell’amico: quasi a coronamento di una vicenda umana, ancor più che culturale, d’impareggiabile spessore. 78 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano A sinistra: il critico Nino Bertocchi fu interprete privilegiato di Manzù e anche suo intimo amico, come rivela la lettera del 17 febbraio 1941: “mi chiedi della Susannina. È qui nello studio a tua disposizione”. Alla lettera allega una fotografia nella quale Manzù regge in braccio il piccolo Pio, suo figlio. 79 A sinistra: ritratto della signora Vitali (bronzo, 1938/1939) con il messaggio di Manzù scritto sul verso della riproduzione fotografica originale: “caro Bertocchi - non puoi immaginare quanto sii costernato - a giorni tornerò a Milano e puoi immaginare in che stato d’animo”. Sopra: schizzo a matita su una busta diventata carta da riuso. 80 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Schizzo raffigurante l’Artista nel suo atelier in un momento di riflessione. Il disegno si trova proprio nel mezzo di una lettera non datata, indirizzata come al solito al “carissimo Bertocchi”. Manzù nella lettera del 29 dicembre 1947 si lamenta con Bertocchi del suo “improvviso impoverimento causato dalla completa mancanza di opere nello studio”, però felice di avere “in marzo […] una personale a New York alla galleria Hugo”. febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 81 Lettera del 25 marzo 1944: “Ho mandato a Roma della foto della mia Pietà (Bozzetto) perché sembra che la vogliano proporre al Papa per dedicare al monumento a Papa Pio XI come mia intenzione. L’interessamento viene da Brandi e Don Giuseppe De Luca, comunque io questa cosa la farò lo stesso perché rientra nelle mie necessità spirituali”. Felicissimo in quanto “sto finendo i Bronzi per la mia mostra a New York”, la lettera del 8 gennaio 1948 viene decorata da un abbozzo. L’impegno di Med 6.000 spot gr iaset per il sociale atuiti all’anno 6.000 i passaggi tv che Mediaset, in collaborazione con Publitalia’80, dedica ogni anno a campagne di carattere sociale. Gli spot sono assegnati gratuitamente ad associazioni ed enti no profit che necessitano di visibilità per le proprie attività. 250 i soggetti interessati nel 2008 da questa iniziativa. Inoltre la Direzione Creativa Mediaset produce ogni anno, utilizzando le proprie risorse, campagne per sensibilizzare l'opinione pubblica su temi di carattere civile e sociale. 3 società - RTI SpA, Mondadori SpA e Medusa SpA costituite nella Onlus Mediafriends per svolgere attività di ideazione, realizzazione e promozione di eventi per la raccolta fondi da destinare a progetti di interesse collettivo. 84 la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 BvS: “In tanta frivolezza” RACCONTI MANOSCRITTI DELLA NOSTRA STORIA IL LIBRO D’ORE DI SAN CARLO BORROMEO (1538-1584) Officium B. Mariae ad usum Em[inentiae] suae Dominus Carolus Boromeus S.R.E. Card. Tit. S. Praxedis Archiep. Mediol. Manoscritto miniato su pergamena. Lombardia, probabilmente Milano, datato 1560. Legatura coeva seicentesca in pieno marocchino bordeaux, bordura dorata ai piccoli ferri sui piatti e fregi dorati al dorso, tagli dorati e cesellati, entro marmotta. 207 carte (99x64 mm), testo su 21 linee, scritto con inchiostro bruno in carattere tondo con interventi di carattere corsivo umanistico. Tutte le pagine sono incorniciate da una doppia filettatura bruna e dorata. Capilettera miniati in oro su fondo rosso, arancione o blu oppure in rosso su fondo dorato. Sul recto della prima carta reca il ritratto miniato a piena pagina del giovane Carlo Borromeo, realizzato a penna a tratti fini. Viene raffigurato il santo a mezzo busto nel suo studiolo davanti a un crocefisso, con in basso le armi cardinalizie. Il ritratto in ovale entro cornice, con fleurons dorati negli angoli e la scritta Officium B. Mariae ad usum Em[inentiae] suae Dominus Carolus Boromeus S.R.E. Borromeo, considerando gli scarsi esempi di ritratti giovanili del santo milanese. Le carte dalla 190 alla 197 contengono l’Ultima volontà dell’Anima fatta in forma di testamento e le Proteste fatte da me Carolus misero peccatore, il quale desidero in questo poco di vita che mi resta, stare apparecchiato, per non esser colto dalla morte all’improvviso. La firma autografa di Carlo Borromeo “Carolus” si trova ripetuta due volte sul recto della carta 190 e sul recto della carta 197 in fine al testamento spirituale con luogo e data “di Milano. 20 dec 1560”. LA SPEDIZIONE DEI MILLE (1860) Card. Tit. S. Praxedis Archiep. Mediol. in rosso è da attribuire al pittore e miniaturista dalmata Giorgio Giulio Clovio (1498-1578), del quale Giorgio Vasari nelle Vite de più eccellenti pittori scultori ed architetti (Firenze, Lorenzo Torrentino, 1550) scrive che le miniature riproducono in scala ridotta gli argomenti del venerato pittore rinascimentale: “Onde possiàn dire che don Giulio abbia, come si disse a principio, superato in questo gl’antichi e ‘ moderni, e che sia stato a’ tempi nostri un piccolo e nuovo Michelagnolo”. La miniatura è importante per l’iconografia di Canzio, Stefano (1837-1909). Memorie della spedizione volontaria in Sicilia - di Stefano Canzio di Genova Maggio - 1860. Manoscritto cartaceo autografo (84x140 mm) in lapis grigio di 69 carte. Taccuino confezionato da Henry Penny’s Metallic Memorandum Books N.o 42 1/2 in piena pelle nera con fermaglio di metallo e aletta porta penna. Il diario copre la preparazione e il periodo intero della Spedizione dei Mille, e contiene numerose e dettagliate informazioni su questo im- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano portante periodo del Risorgimento, come ad esempio orari di partenza, punti di combattimento, la consistenza delle squadre e un elenco dei caduti. Gli eventi non sono riportati necessariamente in ordine cronologico. Inoltre si nota che il diario contiene anche semplici informazioni sul quotidiano, come le spese per la sartoria e i profumi. Sotto la data del 27 Maggio, giorno nel quale Stefano Canzio fu ferito, si legge “alle ore 3. ant. restai ferito mentre incalzavo il nemico alle Baj fu portato in un portico di poi all’Ospitale di S. Anna ma preso di nuovo dai Bombardieri Napoletani dovettimo sloggiare una bomba Cadde proprio nel Cortile vicino alla mia Stanza Mi portarono nell’Ospitale dello Spasimo qui siamo al sicuro presso un antico fabbricato saraceno tutto a volte Il Bombardamento cominciò”. Il diario è arricchito da disegni e schizzi: Garibaldi viene raffigurato più volte e numerosi sono gli schizzi dei luoghi di battaglia. A sinistra il ritratto miniato a piena pagina del giovane Carlo Borromeo, realizzato a penna a fini tratti, da attribuire al pittore e miniaturista dalmata Giorgio Giulio Clovio (1498-1578); sopra il testamento spirituale del santo milanese con la sua firma e data “di Milano. 20 dec 1560”. Canzio, Stefano (1837-1909). Spedizione nella Sicilia 1860. Il Lombardo Com. di Bixio [Il] Piemonte [di] Garibaldi. Manoscritto cartaceo autografo (92x150 mm) in lapis grigio e inchiostro bruno di 28 carte, con molte pagine lasciate bianche, probabilmente da datare al 1876, considerando l’ultima data riportata del 3 Ottobre 1876. Taccuino confezionato da Henry Penny’s Metallic Memorandum Books N.o 43 in piena pelle nera con fermaglio di metallo e aletta porta penna. La prima data riportata è del 5 Maggio 1860. Il diario riassume la Spedizione dei Mille, ripetendo in parte le informazioni del taccuino precedente e aggiungendo in- 85 Disegno raffigurante Garibaldi nel diario manoscritto da Stefano Canzio durante la Spedizione dei Mille. Le memorie contengono numerose e dettagliate informazioni su questo importante periodo del Risorgimento, come ad esempio orari di partenza, punti di combattimento, la consistenza delle squadre e un elenco dei caduti. formazioni mancanti nel primo. Sul verso della carta 20 si legge: “il resto nel altro libretto”. Contiene alcune note in inchiostro che sembrano essere state aggiunte in un secondo momento. Stefano Canzio, nativo di Genova, nel 1859 fece parte dei Cacciatori delle Alpi con i carabinieri genovesi. Entusiasta di Garibaldi e considerato tra i garibaldini più ferventi, lavorò alla preparazione della spedizione dei Mille. Lo si vede a Villa Spada, con Bixio e Bertani. Ha il gra- 86 do di sergente. Quando viene deliberata la formazione, torna a far parte del drappello dei carabinieri genovesi e sbarca con essi a Marsala. Partecipa alla battaglia di Calatafimi. Numerosi schizzi nel diario riportano l’evento. Il 27 maggio viene ferito al ponte dell’Ammiraglio, durante la presa di Palermo. Dopo un breve periodo di convalescenza a Genova, ritorna in campo, militando fino alla fine della guerra. È presente a Teano all’incontro tra Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele II. Nel novembre accompagna Garibaldi a Caprera, dove conosce la figlia Teresita, che sposa nel 1861, a Genova, nella chiesa della Maddalena. Prende parte a tutte le azioni garibaldine. Lo ritroviamo con il grado di maggiore e braccio destro di Garibaldi nella battaglia di Bezzecca, dove si fa tanto onore da meritare la Medaglia d’oro al Valor Militare. Durante la battaglia di Mentana salva la vita di Giuseppe Garibaldi. Nel 1870 partecipa in Francia alla battaglia di Digione con il grado di generale a soli 34 anni. la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Ritiratosi a vita privata, con una sola parentesi come deputato nel 1891, Canzio è nominato il 25 giugno 1903 primo presidente del Consorzio Autonomo del Porto di Genova. Chiamato in aiuto durante un incendio al porto, Canzio si espone alle intemperie, viene colpito da polmonite e muore il 14 giugno del 1909, ricevendo solenni funerali. IL TEATRO DIALETTALE SICILIANO Capuana, Luigi (1839-1915). Nicola Feola di Valcorona. ‘ntrichi e ... ‘ntrichi! - cumedia in tri atti - tradutta ‘n dialettu sicilianu da Luigi Capuana. Manoscritto cartaceo autografo (275x225 mm) di 2 carte non numerate e di 56 carte numerate a mano. Testo in inchiostro bruno sul recto delle carte, con sottolineature dei nomi, titoli, argomenti degli atti e paginazione in rosso. Correzioni manoscritte in lapis e inchiostro. Sovraccoperta in brossura muta con ti- Pagina del titolo dell’Autografo della traduzione di ‘ntrichi e ‘ntrichi di Luigi Capuana; a destra una lettera manoscritta autografa (Catania 15 settembre 1907) che dimostra il continuo lavoro sulle commedie in dialetto siciliano, anche se questi progetti rimasero talvolta inediti: “Ribolle è già pronta, e spero che potrà essere rappresentata nella prossima stagione invernale, dove e da chi non so, nel periodo d’incertezza che oggi il teatro italiano attraversa”; a destra Per i cittadini di D’Annunzio, letta dal poeta alla Scala di Milano il 19 gennaio 1916. tolo manoscritto di una seconda mano “Autografo della traduzione di Intrighi e intrichi di Luigi Capuana”. Luigi Capuana si interessa di letteratura fin da piccolo, e fa le prime prove come scrittore negli anni passati come scolaro del Real Collegio di Bronte. Pubblica un giornaletto tra il serio e l’umoristico e scrive una commedia che faceva la caricatura delle abitudini dei suoi insegnanti. Nel 1861, a Unità d’Italia avvenuta, si trasferisce a Firenze, dove vivono due suoi quasi coetanei di Catania, il febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 87 pittore Michele Rapisardi e Giovanni Verga. Capuana frequenta salotti letterari ed è instancabile frequentatore di spettacoli teatrali, una passione che si rifletterà più tardi nel Teatro dialettale siciliano. Lo stimolo per la letteratura dialettale deriva sicuramente anche dall’amicizia con Leonardo Vigo, che fu il primo appassionato raccoglitore di canti popolari siciliani. A Milano Capuana lavora come critico letterario e teatrale per il Corriere della Sera, e frequenta l’ambiente degli scapigliati; a Roma dirige Il Fanfulla della domenica e conosce lo scrittore francese Emile Zola. Una lettera manoscritta autografa inclusa al manoscritto ‘ntrichi e ‘ntrichi, datata Catania il 15 settembre 1907, dimostra il continuo lavoro sulle commedie in dialetto siciliano, anche se questi progetti come del resto ‘ntrichi e ‘ntrichi rimarranno inediti: “Ribolle è già pronta, e spero che potrà essere rappresentata nella prossima stagione invernale, dove e da chi non so, nel periodo d’incertezza che oggi il teatro italiano attraversa”. D’Annunzio, Gabriele (18631938). Preghiera per i cittadini * XXII gennaio MCMXVI* Manoscritto cartaceo autografo (320x220 mm) in versi, datato 22 gennaio 1916, di 8 carte sciolte numerate da D’Annunzio in alto sulla destra. Ciascuna carta è montata su cartoncino, protetto da velina. La Preghiera per i cittadini (pubblicata con il titolo Per i cittadini), contenente una toccante supplica all’”Iddio verace” affinché possa alleviare le sofferenze di tutti coloro che hanno conosciuto loro malgrado gli orrori della guerra, fu letta dal poeta insieme a Per i combattenti alla Scala di Mi- lano durante un intermezzo della Battaglia di Legnano di Verdi il 19 gennaio 1916. Entrambi gli scritti vennero pubblicati rispettivamente il 21 e il 22 gennaio sul Corriere della Sera. Nella pubblicazione sul Corriere viene ricordato che “Questa ‘Preghiera per i cittadini’ di Gabriele d’Annunzio non è più inedita perché è stata abusivamente riprodotta da un giornale romano che poté avere – l’autore non sa come – una copia del testo” ma che la redazione ha co- munque deciso la pubblicazione “per diffondere parole alate di altissima propaganda civile”. La pubblica dizione e la destinazione dei testi a un largo pubblico giustifica l’uso di un metro “facile”. Entrambe le poesie fanno parte dei Canti della guerra latina, la cui titolatura definitiva (rispetto alla provvisoria e liquidata Asterope) dimostra l’eccentricità della raccolta rispetto alle quattro parti precedenti (Maia, Elettra, Alcyone, e Merope). I Canti formano una quasi oc- 88 casionale collezione di canti, odi e salmi che scandiscono il calendario della “guerra sacra e giusta”. Per un’introduzione critica, cfr. Gabriele D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini, Milano, Arnoldo Mondadori, 1984 (I Meridiani). Dudovich, Marcello (18781962). Marcello Dudovich di 1° elementare nella Scuola di pittura. Sopra, il Quaderno di Marcello Dudovich di 1o elementare nella Scuola di Pittura; a destra il manoscritto cartaceo La riforma dell'educazione di Giovanni Gentile, che, rispetto alla versione edita, presenta moltissime varianti e importanti aggiunte di mano dell’Autore. Il manoscritto fu donato da Gentile a Valeria Benetti Brunelli nel 1922 (particolare della dedica). la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 Manoscritto cartaceo autografo (207x150mm ) in inchiostro blu, intitolato Quaderno di Marcello Dudovich di 1o elementare nella Scuola di Pittura di 16 carte. Il quaderno, fittamente scritto, contiene l’evoluzione della pittura dalla preistoria attraverso l’Egitto, la Grecia, Roma, il Rinascimento (anche appunti sulla pittura a olio) e la Francia. Una seconda parte, iniziata al rovescio, contiene note sulla pittura a fresco. Due schizzi in inchiostro nel testo e qualche schizzo in lapis sui contropiatti. Lo scritto si costituisce come significativa testimonianza di una profonda passione per la storia dell’arte che accompagnerà il triestino per tutta la vita. Dudovich, trasferendosi da Trieste a Milano nel 1897, viene assunto come litografo alle Officine grafiche Ricordi. Notato dal famoso cartellonista triestino Leopoldo Metlicovitz, viene incaricato di realizzare bozzetti per la pubblicità. Trasferitosi a Bologna su chiamata dell’editore Edmondo Chappuis, inizia a creare cartelloni pubblicitari, copertine e illustrazioni per varie riviste (Italia Ride nel 1900 e Fantasio nel 1902). Sempre per le Officine grafiche Ricordi crea nuovi manifesti, tra i più famosi quelli per i magazzini Mele di Napoli e per Borsalino. Nel 1911 è chiamato a Monaco di Baviera per sostituire Reznicek come disegnatore nella redazione della rivista satirica Simplicissimus. A Torino, tra il 1917 e il 1919, crea per il cinema diversi cartelloni e lavora per varie aziende (Carpano, Fiat, Pirelli, Alfa Romeo e le Assicurazioni Generali). Per La Rinascente di Milano realizza diversi manifesti (tra il 1920 e il 1929) e nel 1922 viene nominato direttore artistico dell’Igap. Nel 1930 disegna il celebre manifesto per i copertoni Pirelli. Dopo la Prima guerra mondiale lascia da parte l’attività pubblicitaria per dedicarsi alla pittura. LA RIFORMA SCOLASTICA Gentile, Giovanni (18751944). Giovanni Gentile. La Riforma dell’educazione. Discorsi ai febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano maestri di Trieste. Manoscritto cartaceo autografo (245x185 mm) di 265 pagine, contenuto in una rilegatura tutta tela con il titolo in oro al piatto anteriore, entro cofanetto con il titolo al dorso La riforma dell’educazione. Discorsi ai maestri di Trieste. Si tratta della versione integralmente autografa - firmata da Gentile sulla carta di risguardo che avvolge le carte del manoscritto stesso - dei discorsi tenuti da Gentile ai docenti triestini tra l’agosto e il settembre del 1919, e pubblicati l’anno successivo da Laterza e presentati nella prefazione nella speranza, scrive l’Autore, “che i miei discorsi triestini possano essere letti non senza frutto da quanti hanno a cuore l’educazione di queste nuove generazioni, a cui si schiude innanzi un nuovo mondo, e sentono il bisogno di un rinnovamento intero e sostanziale di tutta la scuola”. Rispetto alla versione edita, il manoscritto presenta moltissime varianti e importanti aggiunte di pugno dell’Autore. Si trattò, per il filosofo, di un’occasione imperdibile per rinsaldare la propria idea di educazione come autoeducazione, e per precisare la propria concezione di Nazione, la quale ebbe come si sa un’influenza determinante nell’evoluzione dell’ideologia fascista dello Stato. Gentile, celebre filosofo e sodale di Benedetto Croce, poi suo acerrimo avversario, aderisce nel 1923 al Partito Fascista, dal 1922 al 1924 è ministro della Pubblica Istruzione e si fa promotore della riforma scolastica del 1923, definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”, che per molti aspetti è ancora valida, e della quale il manoscritto costituisce in qualche modo il cartone preparatorio. Il manoscritto reca una dedica autografa 89 Il manoscritto delle Preghiere di Niccolò Tommaseo. Particolare la forma con cui l’Autore raccolse il materiale, trascrivendolo di volta in volta su piccoli fogli di carta e dandone talvolta delle piccole scelte alle stampe in pubblicazioni minori o periodiche (dettaglio in alto). “Alla gentile amica Prof. Valeria Benetti per ricordo delle esercitazioni da Lei fatte intorno a questo libro nel 1922, e in segno di gratitudine” in data di “Roma, 26 luglio 1922”. Valeria Benetti Brunelli fu docente di pedagogia e di storia della pedagogia, collaborò con Giuseppe Lombardo Radice alla riforma della scuola elementare, e pubblicò numerose opere sull’argomento. Non occorre aggiungere che il manoscritto gentiliano rappresenta un testo chiave su un argomento che negli anni è tornato a pieno titolo al centro delle discussioni, anche al di là delle polemiche suscitate dai più o meno interessati tentativi di revisione della storia del Novecento italiano. LE PREGHIERE DI NICCOLÒ TOMMASEO Tommaseo, Niccolò (18021874). Preghiere edite ed inedite di Niccolò Tommaseo autografe tutte proprietà di Vincenzo Miagostovich. 90 Manoscritto cartaceo autografo (280x230 mm) di 826 pagine delle Preghiere (Preghiere edite e inedite raccolte e ordinate nel 1903 da Vincenzo Miagostovich, e pubblicate a Firenze dai successori di Le Monnier), considerato perduto fino a pochi anni fa. Lo scrittore dalmata, noto soprattutto per il suo Nuovo Dizionario de’ Sinonimi della lingua italiana, lavora dopo la laurea come giornalista e saggista tra Padova e Milano, frequentando intellettuali del mondo cattolico come Rosmini e Manzoni. In questi anni inizia anche la collaborazione all’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux. A Tommaseo si devono anche meditazioni sui Vangeli, elaborate in parte durante la prigionia veneziana. Le Preghiere formano una raccolta delle più diverse espressioni rivolte a Dio nelle forme più ingenue. Mentre nei Canti popolari italiani, corsi, illirici, greci del 1841, Tommaseo sceglie la forma dei versi (pur sperimentando metri inconsueti), nella trascrizione e “personalizzazione” delle Preghiere, fa uso di una particolare forma di prosa “d’arte”, percepibilmente ritmica, alternata a una prosa non ritmica (nel concetto baudelairiano di “poèmes en prose” e “poèmes sans rhytme”), ma scolpita di accensioni cromatiche e alterne evanescenze in clausola. Particolare anche la forma nella quale Tommaseo raccolse il materiale, trascrivendolo di volta in volta su piccoli fogli di carta e dandone talvolta delle piccole scelte alle stampe in pubblicazioni minori o periodiche. Un probabile previsto lavoro di riordino in vista di una pubblicazione integrale rimane però incompiuto. Lo fece per lui l’amico e discepolo dalmata Vincenzo Miagostovich, il quale, venuto in possesso dell’intera la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 raccolta (fu proprietario anche di altri manoscritti e documenti di Tommaseo), si mise a ordinarla seguendo un ordinamento tematico, che non è dato sapere se corrispondesse effettivamente alle intenzioni di Tommaseo. Nell’introduzione all’opera stampata del 1903 Miagostovich indica: “Delle Preghiere inedite che tra queste pagine occorrono, e della massima parte dell’edite posseggo, in fogliolini scritti di mano dell’Autore, gli originali; e qui se ne vedranno segnati i tratti corrispondenti da due lineine tra cui li rachiusi. Su questi manoscritti riscontrai le stampe del tempo ch’egli viveva, e ne seguii la lezione, perchè certo fatti da lui i mutamenti; e in simil guisa e per la ragione medesima, nelle varianti tra esse stampe, m’attenni all’edizione ultima”. Il manoscritto riflette la complessa stratificazione nel tempo del lavoro di Tommaseo, come si vede nell’alternarsi delle grafie e nella varietà di inchiostri e di supporti cartacei, pur nell’uniformità tendenziale dei formati e della grammatura. Proprio dallo studio dei diversi supporti, pare possibile ricostruire una datazione interna dell’opera che prescinda dall’ordinamento fatto da Miagostovich seguendo un criterio tematico. Il manoscritto viene raccolto in diciotto fascicoli cartacei (a loro volta legati in un fascicolo di cartone rigido con aggiunto il titolo a penna di mano di Miagostovich) che recano ciascuno un titoletto sempre di mano di Miagostovich. Ciascun cartiglio a sua volta contiene in calce una sorta di ri- chiamo di concordanza in matita, probabilmente sempre di mano del curatore dell’edizione. Questa guida alla lettura si rivela fondamentale, anche per futuri studi filologici. I diciotto fascicoli riflettono l’ordinamento, come risulta dalla stampa: contiene I. Il Giorno (34 carte), II. Messa (23 carte), III. Confessione-Comunione (54 carte), IV. Chiesa (34 carte), V. La Festa (17 carte), VI. Commemorazioni solenni (75 carte), VII. Mondo fisico (22 carte); VIII. Il corso della vita. Virtù e vizi. Gioia e dolore (62 carte), IX. Famiglia (59 carte), X. Utilità esteriori (52 carte), XI. Tribolazioni varie (35 carte), XII. Carità (18 carte), XIII. Occupazioni campestri (20 carte), XIV. Vita civile (152 carte), XV. Gli studi e l’educazione (71 carte), XVI. Professioni, arti, mestieri, industrie (57 carte), XVII. Morte (41 carte), XVIII. Avvenire (10 carte). Le Preghiere sono un vero prontuario dei temi che percor- febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano rono l’intera produzione letteraria di Tommaseo. La Preghiera intitolata Nel contemplare le bellezze della terra o del cielo (compresa nel fascicolo VII. Mondo fisico) anticipa i toni cosmici dell’ultima parte dell’autoraccolta delle Poesie: “Vedete, o figliuoli degli uomini. Leggete questo libro scritto, entro e fuori, di maraviglia. Ogni cosa che noi contempliamo, è visione di Dio in ispirito: ogni luogo è orma del grande amor suo. Ogni suono è armonia che ci annunzia l’entrare della gloria di Dio sulla terra. Ogni giorno è giorno memorabile di glorificazione. Sappia la famiglia de’ popoli che voi siete il Signore, il Dio loro. Nel mezzo delle nazioni sia noto il santo nome vostro”. Il manoscritto Pomponio e Cirillo di Aldo Palazzeschi che nel 1971 appare a stampa con il titolo Storia di un’amicizia. Palazzeschi regalò il manoscritto “Al mio caro Domenico Porzio questa curiosità per ricordo dal suo vecchio amico Aldo Roma, 23.5.73”. Palazzeschi, Aldo (18851974). Pomponio e Cirillo [Storia di un’amicizia]. Fascicolo che rilega insieme due manoscritti autografi di Aldo Palazzeschi (pseudonimo di Aldo Giurlani), il primo, intitolato Pomponio e Cirillo, di 1 pagina non numerata e 213 pagine numerate (210x150 mm); il secondo, anepigrafo, di 160 pagine numerate (240x160 mm). Il primo manoscritto, sulla pagina non numerata, reca oltre al titolo la dedica in inchiostro blu “Al mio caro Domenico Porzio questa curiosità per ricordo dal suo vecchio amico Aldo Roma, 23.5.73”. La dedica è vergata con mano incerta, metà nello stesso inchiostro nero dei due manoscritti, metà in biro blu. I due manoscritti sono due stesure successive del romanzo Storia di un’amicizia, uscito nel 1971. Entrambi, il primo in misura maggiore del secondo, recano numerosi interventi correttori di pugno dell’Autore, talvolta nel verso del foglio. Tali interventi correttori 91 si presentano come altrettante varianti. Nelle note sul testo nel secondo volume di Tutti i romanzi di Aldo Palazzeschi nella collana de I Meridiani viene indicato che “Domenico Porzio, amico di Palazzeschi dal 1961, ha dichiarato nel 1975 di avere ricevuto in regalo dall’autore ‘il manoscritto della prima stesura di Pomponio e Cirillo (che divenne, poi, Storia di un’amicizia)’ (Porzio 1976 [i.e. Aldo Palazzeschi, in Primi piani, Milano, Mondadori], p. 134) e dalla lettera di Aldo ad Arnoldo Mondadori, del 26 novembre 1970, […] siamo informati dell’esistenza di ‘tre’ copie (‘e dall’una all’altra la differenza è notevole’): la ‘prima stesura’ donata a Porzio, MSAa e MSAb (l’esemplare passato in tipografia). Il titolo orignario Pomponio e Cirillo – poi scartato, stando alla testimonianza riferita a Prezzolini il 23 luglio 1971, per non ‘emulare un libro consacrato dal tempo, un capolavoro famoso [Bouvard et Pécuchet]’ – non sappiamo se sia sopravissuto in MSAa (mutilo della c. 1), ma è certo che diventa Storia di un’amicizia in MSAb”. Il romanzo forma il terzo volume della “trilogia del vegliardo”, dopo Il Doge del 1967 e Stefanino del 1969. Nelle due bandelle della prima edizione si legge che si tratta di una “favola surreale e grottesca, […], permeata di palesi riferimenti all’odierna realtà sociale, questo nuovo romanzo di Palazzeschi si contraddistingue per il fatto che alla trama, sia pure scarna, succinta e volutamente essenziale, viene ad incorporarsi, giusta il titolo, un bizzarro trattatello sull’amicizia […] Che cosa sembra voler dimostrare Palazzeschi con questa sua storia esemplare? Che l’amicizia non nasce sul terreno d’affinità fisica e spirituale, ma su quello dell’incon- 92 scia rivalità, della mutua sopraffazione, che temprano ed esaltano, per la continua tensione, il carattere individuale”. Jacques Prévert (1900-1977). Le Fil de la Soie. Manoscritto cartaceo autografo di 6 carte numerate a mano, con testo solo sul recto (430x255 mm). Due volte presente è la carta numerata 5, che contiene l’ultima parte del testo ma con varianti fra le due versioni manoscritte. Rispetto alla versione pubblicata per la prima volta nella raccolta Spectacle nel 1951 (una prima versione integrale con testo italiano a fronte fu pubblicata sotto il titolo Spettacolo nel 2007), il manoscritto rivela varianti della mise en page ma anche del testo stesso. Pensando che la poesia di Prévert è scritta per essere detta, dunque parlata più che scritta, le varianti - comunque giocando con le parole chiave pre- la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 senti nella versione definitiva stampata – trovano una propria motivazione estetico-linguistica. Al 1951 risale anche la pubblicazione del cartone animato pubblicitario La légende de la soie di Paul Grimault (19051994), con il quale Jacques Prévert collaborò per numerosi anni. La scena finale del cartone raffigura la Place Vendôme citata in Le Fil de la Soie di Prévert. Ratti, Giulio (1801-1869). Manoscritto cartaceo autografo di 6 carte della poesia Le Fil de la Soie di Jacques Prévert, pubblicata per la prima volta nella raccolta Spectacle nel 1951. Rispetto alla versione definitiva si notano varianti nella mise en page, ma anche nel testo stesso. Memorie intime sulla vita di Alessandro Manzoni aneddoti e scritti inediti raccolte dal suo parocco in S. Fedele di Milano dall’anno 1831 del sacerdote don Giulio Ratti preposto parroco di detta parocchia. 32 cartelle contenenti le Memorie intime sulla vita di A. Manzoni manoscritte e Memorie manzoniane varie manoscritte (285x195 mm) in inchiostro bruno, raccolte da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35 anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni. Le cartelle contengono tra l’altro osservazioni su Verità e fantasie su Donna Teresa Borri vedova Stampa, Un’epigrafe inedita del Manzoni in memoria di Rosmini, Del conte Stefano Stampa figliastro del Manzoni, suo carattere, stravaganze e relazioni col padrino, Vere ragioni per cui il Manzoni declinò la candidatura a deputato del Collegio di Arona e sue febbraio 2011 – la Biblioteca di via Senato Milano 93 Memorie sulla vita di don Pietro Manzoni e di donna Giulia Beccaria genitori di Alessandro Manzoni e la Biografia di donna Teresa Borri vedova del Conte Decio Stampa seconda moglie di Alessandro Manzoni, entrambe raccolte da don Giulio Ratti, che, prevosto di San Fedele a Milano, fu per 35 anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni. I manoscritti contengono numerose osservazioni curiose sulla biografia manzoniana. lettere sconosciute in proposito, Della scarsa affettività del Manzoni e sue ragioni, Relazioni fra il Manzoni e Cesare Cantù, loro rottura e cause, una poesia contro il Cantù, Chi fu veramente l’Agnese dei Promessi Sposi, La grave malattia del Manzoni nell’anno 1858, particolari e ricordi personali, Come morì l’ultima figlia del Manzoni Matilde, Donde veramente il Manzoni trasse da un manoscritto sulla peste di Domodossola la primissima idea della sua descrizione della peste di Milano e della morte di padre Cristoforo, La cronologia dei Promessi Sposi ed una scomessa nella villa Stampa a Lesa fatta col Manzoni nel 1849, Un accenno conviviale di don Abbondio al cardinale Borromeo ed il pranzo di Perpetua in una pagina ignorata del Manzoni, Memoria sulla suocera di Alessandro Manzoni donna Marianna Borri Meda scritta dal sac. don Giulio Ratti preposto parroco di S. Fedele in Milano. anno 1859, Memorie storiche e genealogiche sulla famiglia Manzoni di Milano, di Val Toleggio e di Valsassina dalla quale uscì il grande scrittore Alessandro Manzoni, raccolte dal dr. Giuseppe Garzari di Lecco e trascritte con altri documenti inediti e sconosciuti dal sac. don Giulio Ratti, Di una amorosa simpatia di Alessandro Manzoni per una poetessa di nobile casato piemontese, I personaggi minori e minimi dei Promessi Sposi. Conversazioni critiche avute a Milano con Giuseppe Rovani. Ratti, Giulio (1801-1869), e Ratti, Innocenzo (1806-1883). Riservate Memorie su Alessandro Manzoni e la sua Famiglia con versi inediti contro di Lui ed una copiosa raccolta di aneddoti manzoniani sconosciuta ed inedita del prevosto di S. Fedele in Milano don Giulio Ratti dal 1831 al 1869 parroco del Manzoni ordinati e completati dal d.r Innocenzo Ratti suo fratello anni 1872 - 78 - 79. Manoscritto cartaceo di 68 car- te non numerate (180x120 mm), raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35 anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni, ordinato e completato da suo fratello Innocenzo Ratti. Legatura in piena pergamena. Ratti, Giulio (1801-1869). 1. Memorie sulla vita di don Pietro Manzoni e di donna Giulia Beccaria genitori di Alessandro Manzoni raccolte dal sac. don Giulio Ratti dal 1831 parroco di casa Manzoni in San Fedele. Manoscritto cartaceo di 84 pagine numerate (180x115 mm), raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35 anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni. Legatura in mezza pergamena. Ratti, Giulio (1801-1869). Biografia di donna Teresa Borri vedova del Conte Decio Stampa seconda moglie di Alessandro 94 Manzoni 1799 - 1861 scritta dal suo parroco don Giulio Ratti prevosto di S. Fedele in Milano. 1867. Manoscritto cartaceo di carte 2, pagine 3-26, carte 27-28, pagine 29-70, carte 71-72, pagine 73-94 (alcune carte in parte ripiegate) numerate in rosso (190x130 mm), raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35 anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni. Legatura in mezza pelle. Ratti, Giulio (1801-1869), e Ratti, Innocenzo (1806-1883). Memorie manzoniane. Manoscritto cartaceo di 107 carte non numerate (180x115 mm), raccolto da don Giulio Ratti, prevosto di San Fedele a Milano, e per 35 anni confessore e confidente di Alessandro Manzoni, e ordinato dal fratello Innocenzo Ratti. Legatura in mezza pelle di riuso. Il manoscritto contiene “Ricordi ed episodi della vita di Alessandro Manzoni a Lesa dal 1839 al 1857 con lettere dello stesso e scritti inediti”, una “Raccolta di la Biblioteca di via Senato Milano – febbraio 2011 LXXI aneddoti manzoniani sconosciuti o poco noti fatta dal prevosto di San Fedele in Milano don Giulio Ratti dal 1831 al 1869 ... di Alessandro Manzoni ordinati dal di lui fratello dr. Innocenzo Ratti l’anno 1880 con scritti inediti del Manzoni”. Il caso dei manoscritti attribuiti a Giulio Ratti, e in parte al fratello Innocenzo Ratti, contenenti varie memorie manzoniane, non è nuovo. Come del resto le numerose discussioni sul fatto che le memorie manzoniane siano autografe o apocrife. Per maggiori dettagli, cfr. Claudio Cesare Secchi, Don Giulio Ratti prevosto di S. Fedele in Milano … e vescovo mancato, estratto da Studi in onore di mons. Carlo Castiglioni (Milano, Giuffrè, 1957), Paolo Bellezza, Aneddoti manzoniani, a cura di Claudio Cesare Secchi (Milano, Allegretti, 1978) e la più recente pubblicazione di Pier Carlo Masini, Manzoni (Pisa, Masini, 1996, Collana perduti e ritrovati I). Il ritratto di Manzoni in ovale in fotografia, preso dall’album Vedute prese dal vero nei dintorni di Lecco di G.B. Ganzini; le Riservate Memorie su Alessandro Manzoni e la sua Famiglia e la Cronologia dei Promessi Sposi, entrambe raccolte da Giulio Ratti la Biblioteca di via Senato la Milano Questo “bollettino” mensile è distribuito gratuitamente presso la sede della Biblioteca in via Senato 14 a Milano. ia Senato teca di v la Biblio Milano anno II zo 2010 n.3 – mar mensile Chi volesse riceverlo al proprio domicilio, può farne richiesta rimborsando solamente le spese postali di 20 euro per l’invio dei 10 numeri l’affaire Pasolini: ”, “Petrolio stra e una moe libri di scatti cheroni Luigi Mas Tosi e Matteo anni , Dopo 30ova bio una nu arte? di Malap Guerri Bruno Giordano I furti di ne Napoleoal Louvre esposti Bonfatti Chiara MODALITÀ DI PAGAMENTO: Nome Cognome indirizzo a cui si intende ricevere la rivista Milano la Biblioteca di via Senato • Inviare la scheda di abbonamento sottostante, unitamente a un assegno bancario intestato a “Fondazione Biblioteca di via Senato” • Pagamento in contanti presso la nostra sede: Fondazione Biblioteca di via Senato, via Senato 14, Milano telefono mail firma consento che i miei dati personali siano trasmessi ad altre aziende di vostra fiducia per inviarmi vantaggiose offerte commerciali (Legge 675/96) Barri la casella se intende rinunciare a queste opportunità Carina! simpatica E DOLCE OGNI GIORNO DI PIU’