LE GRAPPISTE DI MONTELUCO
C’è un aspetto della vita di Joseph Crabtree (1754-1854) che non
ha ricevuto fino a oggi la meritata attenzione da parte degli studiosi e che invece rappresenta un elemento non trascurabile
per ampliare gli orizzonti conoscitivi sulla complessa personalità del poeta e uomo d’ingegno inglese, cui è intitolata la Fondazione costituitasi presso l’University College London.
Nell’ottobre del 1817 esce a Roma per i tipi dell’editore
Franco Bonfantini un opuscoletto di 32 pagine (più otto tavole), scritto in francese, intitolato Le langage endophasique
et la phasigraphie de l’ordre religieux des Grappistes de Mon teluco a firma di un certo Ph. Breterac, da poco ristampato in
anastatica dall’editore belga Augustin Renaudet di Anversa
(pp. 62, Fr. B. 25,00).
Soltanto in epoca recente, ovvero dopo la scoperta di una
lettera scritta il 15 giugno 1818 al conte Giulio Crespini, proprietario terriero oltre che cultore di studi sull’origine del linguaggio, lettera ritrovata per caso sul fondo di un vecchio
baule del nobile italiano, si è potuto accertare che “Ph. Breterac” altri non è che lo pseudonimo di Joseph Crabtree.
Nella lettera, dopo aver svelato all’amico il giochetto dell’anagramma nascosto nel finto nome dell’autore francese, Crabtree invita il conte italiano a mantenere il segreto perché – aff e rma – la maschera dello pseudonimo è una burla che lo diverte molto, ma soprattutto che lo protegge dall’assalto noioso
di possibili dispute accademiche sull’argomento da lui trattato.
Il libretto di Crabtree si apre con una piccola cronistoria dell’ordine religioso delle “Grappiste”. Si tratta di un gruppo di re-
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ligiose francesi, trasferitesi nel 1682 da Rouen a Monteluco,
monte a sud-est di Spoleto, luogo sacro fin dall’antichità. Nel
secolo V s’insediò infatti a Monteluco una comunità eremitica e
successivamente, nel 1218, S. Francesco vi fondò un convento,
t r a s f o rmato poi in santuario. In virtù della sacralità del posto, le
religiose francesi decisero di costruire lì, su un verde pendìo
del Monteluco, il loro convento di clausura e di chiamare la
nuova congregazione con il nome di “grappiste”, dal francese
grappe, cioè “grappolo”, volendo significare con ciò lo spirito
di forte comunione che caratterizzava il loro sodalizio, oltre
che fissare con quella parola l’anima geografica del rifugio spoletino che si affacciava davanti a un grande terreno a vigna.
Sul motivo della fuga da Rouen, Crabtree non dà alcuna
spiegazione, limitandosi a ricordare che durante il burrascoso viaggio verso Spoleto morirono due anziane religiose per
i postumi della caduta da una carrozza, sbalzata fuori della
strada a causa dell’impennata di un cavallo impauritosi alla vista di un branco di lupi.
Le ultime notizie sulle Grappiste si perdono negli anni
1731-1732, quando le cronache locali riferiscono di un incendio nel convento delle religiose francesi di Monteluco.
Nella biblioteca municipale di Rouen esiste un voluminoso
dossier intitolato “Antologia di documenti vari raccolti da Gustave Flaubert per la preparazione di Bouvard e Pécuchet” .
Sono otto fascicoli rilegati contenenti circa trecento fogli ciascuno: ritagli di stampa, schede di lettura e note diverse, quest’ultime quasi tutte di mano dello scrittore francese. Fra le
schede, una riguarda le Grappiste e si limita a questa esortazione: “Approfondire!”
La vita delle Grappiste, modellata sulle rigide regole della
clausura, notoriamente più severe per le donne, non off r irebbe alcuno spunto interessante per il lettore e si perd e re bbe come una goccia d’acqua nell’immenso oceano delle vocazioni religiose, se non fosse per le bizzarre elaborazioni
linguistiche sperimentate fra le mura silenziose del convento
di Monteluco.
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Le Grappiste di Monteluco
Di questa felice scoperta Crabtree parla con grande org oglio nella parte iniziale del suo volumetto. Egli racconta di
aver sentito parlare per la prima volta del linguaggio delle
Grappiste nel 1786 a Velletri, durante una cena nella villa di
campagna del conte Crespini. Fra gli ospiti del conte, figura
un certo Paul Sicard, giovane elegante, poliglotta e raffinato
c o n v e r s a t o re, nipote dell’abate francese Roch-Ambroise Cucurron de Sicard che da lì a qualche anno, esattamente nel
1808, avrebbe pubblicato a Parigi il libro Théorie des Signes
pour l’instruction des Sourds-Muets.
È proprio un accenno alle Grappiste e al loro linguaggio figurato, fatto da Paul Sicard fra un brindisi e l’altro, che colpisce la curiosità di Crabtree che, per approfondire l’argomento, prolunga il suo soggiorno italiano e si reca nei giorni successivi alla Biblioteca Vaticana dove, con sua grande gioia,
trova una miscellanea del 1704 contenente un saggio intitolato L’esperienza delle monache Grappiste di Monteluco, con
un’appendice di preghiere fasigrafiche a firma L.D.L., canonico di una chiesa padovana.
Per quanto si sa le notizie contenute nello scritto di Crabtree
sono tratte quasi esclusivamente dal reseconto di quest’anonimo ricercatore.
Una delle regole principali delle Grappiste, e di molti altri
o rdini monastici (come il cluniacense e il cistercense) prescrive il silenzio assoluto. Per ovviare a questo divieto, nei
monasteri di clausura furono escogitati in epoche diverse vari accorgimenti, fra cui, il più diffuso, è la creazione di un linguaggio di tipo gestuale.
Su questo piano, come ricorda Crabtree, le Grappiste furono più originali. A tre anni dalla fondazione dell’ordine, alcune grappiste elaborarono una sorta di sistema di comunicazione basato sui borbottii provocati dal ventre, ma non solo.
Secondo il giudizio di L.D.L., riportato da Crabtree, l’origine
di questo linguaggio va individuata nell’alimentazione delle
s u o re grappiste. Esse infatti avevano fra i piatti più diffusi della loro dieta vegetariana una zuppa a base di fagioli e di un
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radicchio amaro di colore rosso, molto diffuso nella zona
spoletina, miscela vegetale che, a sentire L.D.L., avrebbe favorito nelle religiose la produzione di un gorgoglìo addominale spontaneo, conseguenza del rapido spostamento dei gas
e liquidi intestinali.
Ispirate a questi rumori corporali, motivo d’ilarità da parte
delle religiose francesi più che di preoccupazione, alcune di
esse pensarono di codificare un vero e proprio “linguaggio
interiore” strutturato in emissioni di suoni o voci interne al
corpo (e perciò stesso battezzato da Crabtree “linguaggio endofasico”) in modo da poter aggirare la regola del silenzio.
Sfruttando i diversi modi di produzione dei suoni interni
(appoggiandosi di più al ventre, al palato, alle labbra, ecc.,
tanto che L.D.L. si sentì in obbligo, da fonetico ante litteram,
di distinguere i “suoni ventrali” da quelli “palatali”, “labiali”,
ecc.) e inoltre le diff e renti altezze delle vibrazioni, alcune
grappiste escogitarono una sorta di “alfabeto sonoro”, pronunciato a labbra chiuse, senza l’ausilio di nessuna forma di
mimica facciale o di altro tipo di gestualità, grazie al quale
erano in grado di costruire tutte le frasi che volevano, preferendo, com’è ovvio, quelle brevi, telegrafiche e dunque meno complesse, in ciò facilitate anche dal fatto d’aver semplificato al massimo le regole grammaticali.
Di linguaggi simili – “endofasici”, cioè basati su rumori provenienti dall’interno del corpo – Crabtree non ne ricorda altri
prima di allora. Solo verso la fine del secolo XVIII, egli aggiunge, si hanno notizie da più fonti di esperienze di trasmissioni
endofasiche del pensiero, ad esempio, fra i membri di una setta segreta cinese e all’interno di una comunità americana di
ventriloqui che, pare, abbia influenzato Samuel Finley Breese
Morse nell’invenzione del suo alfabeto a linee e punti.
L’esperimento delle Grappiste, tuttavia, non durò a lungo e
questo per una ragione molto semplice, facilmente intuibile.
Se usato contemporaneamente da più suore, il “linguaggio
endofasico” finiva per trasformarsi in un brusìo continuo, in
una musica bisbigliante che andava a infrangere la dolce
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quiete del monastero di Monteluco. Poiché nell’arco della
giornata le occasioni d’incontro fra le suore grappiste si limitivano alle ore dei pasti, non di rado accadeva che in quei
momenti dal refettorio si alzasse un ronzìo cupo e sostenuto,
simile a quello prodotto da uno sciame di api, per di più amplificato dalle alti pareti che racchiudevano l’antica mensa.
Tutto ciò indusse nel 1694 la Badessa del monastero a pre ndere una drastica decisione: abolire l’uso individuale e collettivo, in qualsiasi luogo e per ogni evenienza, del “linguaggio
endofasico”.
Ma le Grappiste non si arre s e ro e dopo qualche tempo
escogitarono un altro artificio. Prima di avventurarsi nella descrizione di questo nuovo esperimento linguistico, Crabtre e
nota a pagina 18 del suo opuscoletto:
La natura femminile, per quanto camuffata sotto ogni
sembianza e latitudine, e per quanto si manifesti in forma religiosa oppure frivola o in altra ancora a noi non
s e m p re riconoscibile, racchiude in sé una forza vitale che
la sposa inscindibilmente alla parola, alle saporite note
della loquacità. La ruota libera del verbigerare come
quella variopinta del pavone è mossa in primo luogo da
una molla femminile.
Racconta Crabtree che una sera, durante la consueta ora di
p reghiera prima del rientro nelle celle, una grappista, suor
Philomène, con lo sguardo fisso rivolto verso l’unica fines t rella che si apriva in alto nella parete di fronte a lei, vide
comparire a un tratto un puntino fosforescente da cui s’irraggiava un’intensa luce bianca. L’improvviso bagliore la rapì.
Come preso da un incantesimo, il suo sguardo s’incollò alla
piccola fessura affacciata su quel pezzetto di cielo e vi rimase
lì, in estasi, fino a che la sfera luminosa della luna non ebbe
attraversato tutto lo spazio del minuscolo spiraglio.
Lentamente suor Philomène vide cre s c e re dal basso, dentro
la finestrella, la luna piena nel suo magnifico pallore e altret-
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tanto lentamente la vide poi scomparire in alto. Ora, bisogna
aggiungere che l’apertura era ostruita da cinque sbarre di ferro, particolare importante perché la cosa fece venire in mente a suor Philomène la struttura del pentagramma.
Fu così che, quella notte stessa, suor Philomène pensò d’inventare una pasigrafia, cioè una lingua “muta”, una lingua
esclusivamente scritta, composta di segni convenzionali non
p ronunciabili, in modo da comunicare con le altre sore l l e
senza infrangere la regola del silenzio.
L’idea non era nuova. Sull’argomento Crabtree si era ben
documentato appurando che il primo sistema pasigrafico
completo si doveva all’ingegno di un professore di medicina
tedesco, Johannes J. Becher (1635-1682), autore di un progetto di lingua a chiave numerica esposto nel libro Character
pro notitia linguarum universali, inventum steganographi cum hactenus inauditum, quo quilibet suam legendo verna culum, diversas imo omnes linguas, unius etiam diei infor matione, explicare et intelligere potest pubblicato a Francoforte nel 1661. Il procedimento di Becher consisteva nell’aggiungere al numero che esprimeva un concetto generale,
separato da un punto, un altro numero indicante il caso della
declinazione oppure la forma verbale nei verbi, il comparativo negli aggettivi, ecc. Così, il numero “9.406” significava
“vulpes” (volpe), il “9.406.8” “vulpium” (delle volpi) essendo
che il numero 8 indicava il genitivo plurale. Tali numeri applicati a tutti i dizionari vernacoli insieme a quello latino offrivano la possibilità, secondo Becher, di una rapida traduzione da una lingua all’altra. Per ovviare al fatto che alcune
nazioni potevano non conoscere la notazione numerica araba, Becher inventò un complesso e ingegnoso sistema di grafia, da lui chiamato delografia, in cui ogni numero era descrivibile graficamente con un segno composto di linee rette e
curve, agli angoli del quale si applicavano linee e puntini
esprimenti i segni dei numeri ausiliari delle declinazioni e delle coniugazioni, dando vita così a una delle più antiche pasigrafie che si conoscano.
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Ma torniamo all’invenzione di suor Philomène, databile con
un piccolo margine di errore verso l’anno 1710.
Essa adottò come segno-base un cerchio, raffigurazione
elementare della luna che, com’è noto, in tempi antichi è stata spesso considerata il simbolo della “Madre generatrice”, e
quindi della Creazione. A questo proposito Crabtree ricorda
di aver letto in un libro di astrologia mistica, di cui però non
fornisce alcuna indicazione, che:
la Luna sembra dare dell’esistenza del Creatore una
prova scritta. Infatti nel suo ciclo mensile, essa comincia a crescere e prende la forma di una D, poi quella di
una O, infine quella di una C. Queste tre lettere,
D.O.C., ripetute eternamente nel cielo, formano un misterioso acronimo la cui interpretazione può essere risolta solo pensando alle iniziali della giaculatoria latina: “Deus Orbem Creavit, Delebit Orbem Creator”, che
significa “Dio ha creato il mondo, il Creatore distruggerà il mondo”.
I tratti distintivi fondamentali della lingua artificiale di suor
Philomène erano cinque; un cerchio vuoto:
un cerchio pieno]:
un semicerchio (“croissant” nella terminologia di suor Philomène) con gobba a sinistra:
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un semicerchio con gobba a destra:
e un cerchio con una macchia nera all’interno:
simbolo dell’eclissi lunare. Ogni segno assumeva un significato
diverso a seconda della riga del pentagramma in cui era collocato. In questo modo, con cinque segni e cinque righe si ottenevano tutte le possibili combinazioni corrispondenti alle lettere dell’alfabeto francese. Per gli accenti, la cediglia e la punteggiatura, suor Philomène inventò poi una serie di segni particolari. Ogni frase si leggeva da sinistra verso destra come la musica sul pentagramma. La spaziatura fra una parola e un’altra era
indicata da una barra verticale o da un quadratino nero.
Così un cerchio pieno sulla prima riga era una A, mentre
nella seconda riga indicava una E, nella terza una I, nella quarta una O, nella quinta una U; la S era un semicerchio con gobba a sinistra nella quinta riga; una T un cerchio vuoto nella
prima riga, e via di seguito.
Poiché si era ispirata al ciclo lunare ossia in qualche modo
alle fasi della rotazione della luna, suor Philomène chiamò la
sua lingua fasigrafia.
A proposito del ricorso al pentagramma, Crabtree fa notare come l’espediente fosse già conosciuto e segnala, fra i
tanti, l’esempio di lingua lunare inventata dal vescovo inglese Francis Godwin (1562-1633) nel romanzo The Man in
the Moone or a Discourse of a Voyage thither by Domingo
Gonzales, the Speedy Messenger pubblicato a Londra nel
1638. L’eroe del romanzo, Domingo Gonzales, scopre che,
a differenza dei terrestri, sulla luna tutti parlano una stessa
lingua che non consiste di parole e di lettere, ma di strani
toni; si esprimono cioè attraverso un linguaggio musicale.
Ad esempio, i lunatici si salutano con la frase “Solo gloria a
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Dio” che può essere rappresentata, senza parole, in questo
modo:
Ugualmente essi esprimono i nomi degli uomini; ecco allora che il nome Gonzales viene indicato così:
Per far compre n d e re meglio la struttura della lingua artificiale di suor Philomène, Crabtree riporta alcuni esempi di scrittura fasigrafica (l’inizio del Pater noster e altre pre g h i e re), fra cui
questa locuzione che significa “Vive Jésus-Christ, fils de Dieu”:
Una delle cose più strabilianti del racconto di Joseph Crabtree resta tuttavia l’ipotesi sull’identità di suor Philomène che
soltanto nel finale del suo libretto viene svelata, con un colpo
di scena da far invidia alla migliore tradizione della letteratura poliziesca inglese.
Citando a sostegno della sua tesi alcuni libri consultati nella Biblioteca Vaticana, fra cui la famosa Storia universale de gli ordini monastici dall’antichità fino ai nostri tempi, con
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una particolare riflessione sui loro contributi all’economia,
all’agricoltura, alla cultura e alla liturgia (Roma, PierLuigi
Ferrari e figli, 1785) del benedettino Carlo Volgiati, Crabtre e
afferma con estrema sicurezza che il vero nome di suor Philomène è Isabelle De Maimieux, personaggio che, nell’albero
genealogico da lui pazientemente ricostruito, risulta essere
un’antenata – per l’esattezza la zia del padre – di Joseph De
Maimieux (1753-1820), letterato francese cui si deve un famoso progetto di pasigrafia filosofica riassunto nel libro Pasi graphie, ou premiers éléments du nouvel art-science d’écrire
et d’imprimer en une langue de manière à être lu et entendu
dans toute autre langue sans traduction pubblicato a Parigi
nel 1797, con prefazione, guarda caso, dell’abate Roch-Ambroise Cuccuron de Sicard, a sua volta zio di quel Paul Sicard
che è, come abbiamo già visto, l’ispiratore del lavoro di Crabtree sulla fasigrafia delle Grappiste di Monteluco.
Il cerchio delle coincidenze, come quello del simbolo fasigrafico di suor Philomène, a questo punto si chiude e si chiude anche l’opuscolo di Crabtree che, nel congedarsi dal lettore, si lascia andare a una mesta considerazione che in qualche
modo tradisce il vero motivo del suo interesse per il linguaggio fasigrafico:
Al di là di ogni valore umano e scientifico – scrive Crabtree
– l’esperienza storica dell’ingegno comunicativo delle
Grappiste di Monteluco, sia pure in modo emblematico,
dimostra ancora una volta l’essenza profondamente lunatica del carattere delle donne.
“Tèchne”, 6, 1997, pp. 64-72, in collaborazione con Berlinghiero Buonarroti.
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