LA PIA PRATICA DEI CINQUE PRIMI SABATI DEL MESE
La Grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria è questa:
«A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno,
riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno
compagnia quindici minuti meditando i misteri, con l'intenzione di
offrirmi riparazioni, io prometto di assisterli nell'ora della morte con
tutte le grazie necessarie alla salvezza».
Questa Grande Promessa fu fatta dalla Vergine Immacolata a suor Lucia
di Fatima il 10 dicembre 1925. La Madonna era apparsa con Gesù
Bambino che parlò per primo e disse a suor Lucia: «Abbi compassione
del Cuore della tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini
ingrati gli infliggono continuamente, mentre non vi è chi faccia atti di
riparazione per strappargliele».
CONDIZIONI PER OTTENERE LA PROMESSA DEL CUORE DI MARIA
1) Confessione, fatta entro gli otto giorni precedenti (e non successivi), con l'intenzione di riparare
le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se uno nella confessione si dimentica di fare tale
intenzione, può formularla nella confessione seguente.
2) Comunione, fatta in grazia di Dio con la stessa intenzione della confessione.
3) La Comunione deve essere fatta nel primo sabato del mese.
4) La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo.
5) Recitare almeno una corona del Rosario, con la stessa intenzione della confessione.
6) Meditazione: per un quarto d'ora fare compagnia alla SS.ma Vergine meditando sui misteri del
Rosario.
Padre Gonçalves, allora confessore della suora, chiese perché proprio cinque sabati e non,
ad esempio, nove (come i primi venerdì del mese) o sette (in onore dei sette dolori della
Madonna). Questa è la risposta di Gesù:
«Figlia mia, il motivo è semplice. Ci sono cinque specie di offese e di bestemmie proferite
contro il Cuore Immacolato di Maria:
1) le bestemmie contro l'Immacolata Concezione,
2) le bestemmie contro la Sua verginità,
3) le bestemmie contro la Sua Maternità Divina, rifiutando al tempo stesso di riconoscerLa
come Madre degli uomini,
4) le bestemmie di coloro che cercano pubblicamente di infondere nel cuore dei bambini
l'indifferenza o il disprezzo od anche l'odio nei riguardi di questa Madre Immacolata,
5) le offese di coloro che La oltraggiano direttamente nelle Sue sante immagini».
L’ECO
DELLA
DELLA
DEVOZIONE
EVOZIONE
ALLA
ALLA
MADONNA
ADONNA
DI
DI
CAMPOCAVALLO
AMPOCAVALLO
Anno VIII - Numero 21 - II Quadrimestre 2009
L'ECO DELLA DEVOZIONE ALLA MADONNA DI CAMPOCAVALLO
Aut. Trib. di Ancona N° 17/02 Reg. Period. Del 29/11/02
Poste Italiane S.p.A. Spediz. in Abb. Post. Art. 2 comma 20/c legge 662/96 Div. Corr. D.C.B. Ancona
E
D I TO R I A L E
Siamo nel pieno dell’estate: tempo di vacanze,
soprattutto per gli studenti. Utilizziamo bene il
tempo, che è dono di Dio! Meditiamo ogni giorno
un passo del Vangelo. È la meditazione che ci fa
crescere spiritualmente! Apriamo il catechismo,
ripassiamo le verità di fede. Ma ce l’abbiamo in
casa il Catechismo? Se non ce l’abbiamo corriamo
a comprarlo!
Come possiamo essere dei buoni cristiani senza
il catechismo in casa! Facciamo ogni giorno una
visita a Gesù Sacramentato, partecipiamo qualche
volta in più alla Santa Messa!
Curiamo come si deve la nostra anima! Non possiamo rimanere indifferenti di fronte ad alcuni fedeli che ogni sabato rimangono in adorazione tutta la
notte nel “nostro Santuario”, infatti da sabato 13
giugno, si è dato inizio all’adorazione eucaristica
notturna (dalle 21,30 alle 5,30) e che per ora si fa
ogni sabato.
Il rinnovamento interiore dell’uomo non può prescindere dal culto eucaristico. In questi tempi preoccupanti di tenebra dilagante, tutto deve ripartire
dall’Eucarestia, fonte e apice della vita di tutta cristiana (L.G. 11). L’aveva capito molto bene il santo
Curato d’Ars (San Giovanni Maria Vianney),
modello di tutti i parroci che il Santo Padre in occasione del 150° anniversario della morte del santo ha
proclamato “Patrono di tutti i sacerdoti del mondo“
e indetto uno speciale Anno Sacerdotale, dal 19 giugno 2009 al 19 giugno del 2010, che avrà come
tema: “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.
Durante tutto l’Anno Sacerdotale sia i sacerdoti
sia i fedeli potranno lucrare l’indulgenza plenaria.
Per i fedeli laici le condizioni sono le seguenti:
distacco dal peccato, assistere alla Messa e offrire
per i sacerdoti della Chiesa preghiere a Cristo e
qualsiasi opera buona. Saranno necessari il sacra-
mento della confessione e la preghiera secondo le
intenzioni del Papa nel giorno in cui si chiude
l’Anno Sacerdotale, nel giorno del 150° anniversario del pio transito di San Giovanni Maria Vianney,
nel primo giovedì del mese o in qualche altro giorno stabilito dal vescovo per l’utilità dei fedeli.
Gli anziani, i malati e tutti coloro che per motivi
legittimi non possano uscire di casa potranno ottenere l’indulgenza plenaria se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato e con l’intenzione di adempiere, non appena possibile, le tre solite condizioni,
nei giorni sopra determinati, reciteranno preghiere
per la santificazione dei sacerdoti, e offriranno con
fiducia a Dio per mezzo di Maria, Regina degli
Apostoli, le malattie e i disagi della loro vita.
Si concede inoltre l’indulgenza parziale a tutti i
fedeli che reciteranno cinque Padre Nostro, Ave
Maria e Gloria o altra preghiera appositamente
approvata in onore del Sacratissimo Cuore di Gesù,
per ottenere che i sacerdoti si conservino in purezza
e santità di vita.
Il 28 giugno 2009, in occasione della chiusura
della visita pastorale, il nostro arcivescovo Mons.
Edoardo Menichelli, ha consacrato la città di
Ancona e l’intera diocesi alla Madonna.
Questa decisione è stata presa, ha spiegato il presule, per contrastare il preoccupante avanzare del
peccato e delle pratiche occulte. Non possiamo che
ringraziarlo per questa scelta sapiente e coraggiosa.
Ora abbiamo una protezione in più in quanto
siamo stati messi sotto il manto dell’Immacolata dal
nostro pastore. Da parte nostra resta però il dovere
di pregare spesso la Madonna con la quotidiana
recita del Santo Rosario, affinché arrivino presto i
frutti di conversione.
Il parroco e rettore P. Giuseppe M. Grioni FI
2
S
(Prima serie Anno 117° - N° 452)
Terza serie Anno VIII - N° 21
II Quadrimestre 2009
Fondatore
Don Giovanni Sorbellini (1892)
OMMARIO
EDITORIALE
Rappresentante Legale
Padre Giuseppe Maria Grioni FI
2
STORIA DEL SANTUARIO
4-5
SPIRITUALITÀ MARIANA
6-7
CATECHISMO
8-9
Direttore responsabile
Padre Settimio Maria Manelli FI
Redattore
Padre Giuseppe Maria Grioni FI
Impaginazione
Giuseppe Polverini
Foto
Archivio Redazione
STORIA DEI SANTI
Redazione e Direzione
Santuario B.V. Addolorata di Campocavallo
Via Cagiata,101 - 60027 Osimo AN
tel. e fax 071-7133003
QUAL È LA VERA RELIGIONE? 12-14
Aut. Trib. di Ancona
N° 17/02 Reg. Period. del 29/11/02
LA SOFFERENZA
NEGLI SCRITTI DI S. M. KOLBE 15
Poste Italiane S.p.a.
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Art. 2 comma 20/c legge 662/96
Div. Corr. D.C.B. Ancona
IL MIRACOLO EUCARISTICO
DI TRANI
Tipografia
Tipoluce - Osimo
16
LA CONVERSIONE DI NAPOLEONE 17
Per ricevere l’ECO direttamente a casa
spedisci la tua offerta tramite C/C 17007600 Intestato a:
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Siti internet
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In copertina
Vetrata dell’abside: San Giovanni Evangelista
10-11
IL PRECETTO
DELLA CONFESSIONE ANNUALE
18
LE INDULGENZE
19
AVVENIMENTI
3
19-23
S
A CURA DI
DON MARINO CECCONI
tor ia d e l
S
antuario
Il presente vive del passato.
Rivivere insieme le origini del proprio paese è una cosa entusiasmante.
La lettura di questa sezione della Rivista farà ripercorrere le tappe della
storia di Campocavallo e del suo Santuario.
(continua…)
CAPITOLO XIII
LA TIPOGRAFIA
Per stampare L’ECO don Giovanni ricorreva
alla Tipografia Quercetti di Osimo.
Per stampare LE MERAVIGLIE in italiano si
serviva della Tipografia San Bernardino, con sede
a Siena.
È da ritenere che le prime edizioni de LE
MERAVIGLIE nelle lingue straniere d’Europa
siano state pubblicate dalla stessa Tipografia
senese.
Le copie che si hanno in Archivio, essendo edizioni successive alla prima o ristampa della stessa, sono state impresse con la Tipografia del
Santuario di Campocavallo, eccettuata quella
tedesca, stampata in Germania.
Quanto costasse di tempo e anche di danaro,
per mezzo delle Poste, l’invio degli scritti da pubblicare, il ritorno delle bozze da correggere e il
nuovo invio delle bozze corrette e l’ultima spedizione degli stampati, si può facilmente immaginare. Il lavoro, cui don Giovanni doveva sobbarcarsi, era enorme. Questo sarebbe stato notevolmente ridotto, qualora il Santuario di Campocavallo
avesse posseduto una Tipografia.
Don Giovanni Sorbellini, dall’età di 14 all’età
di 22 anni, aveva lavorato alla Tipografia
Quercetti di Osimo e aveva imparato assai bene il
mestiere. Egli pensava da tempo a procurarsi
quanto gli occorreva per le sue stampe, ma i soldi,
impegnato com’era nella costruzione del
Santuario, gli mancavano sempre. Ne parlava
ogni tanto ne L’ECO. Però il momento propizio
tardava a venire.
Don Giovanni aveva un fratello, minore di lui
d’età, di nome Cesare, che faceva il tipografo.
Questi, non trovando lavoro in Osimo, si era trasferito con la famiglia a San Benedetto del Tronto,
pensando di poter lavorare con tranquillità, ma un
po’ per il suo carattere singolare e difficile, un po’
per la concorrenza, non riusciva a guadagnare
quanto era necessario per la famiglia e ricorreva
spesso alla carità del fratello, che, come si può
ben immaginare, era povero quanto lui. Tuttavia
don Giovanni volle venirgli incontro e pensò di
assumerlo come tipografo del Santuario.
Questi lavorava con un torchietto e pochi carat-
4
teri che appartenevano al suocero, quel Nazzareno
Taddioli che aveva costruito la chiesuola, che don
Giovanni aveva comprato.
Don Giovanni, da principio, fu tormentato
dallo scrupolo che la Tipografia, più che al
Santuario, dovesse servire per dar lavoro al fratello. Ne parlò col Vescovo e questi approvò il disegno e lo liberò da ogni scrupolo, ché la Tipografia
avrebbe potuto servire egregiamente ai due scopi
suddetti.
Acquistò per 350 lire quel poco che aveva il
Taddioli, col quale lavorava il fratello. Però, per
avere un minimo sufficiente, gli occorrevano
1000 lire. Per averle si rivolse a un Istituto di
Credito, ma questo gliele negò. Non se ne accorò,
tanto più che egli aborriva i debiti. Quando gli
giunse una lettera con un assegno di 500 lire, con
la facoltà di impiegarle come meglio credesse,
pensò subito a procurarsi i caratteri necessari alla
stampa de L’ECO. Si rivolse a un fonditore milanese, pregandolo di fargli i maggiori ribassi possibili. Questi si mostrò generoso col Santuario e
soddisfece al desiderio di don Giovanni.
Più tardi acquistò una pressa, fece venire altre
macchine in numero di dieci; e tra queste il torchio e la rifilatrice.
Nel suo piccolo, quella Tipografia non mancava di nulla ed era atta a produrre qualsiasi stampa.
Possedeva circa 14 quintali di caratteri, di getto e
fregi e filetti d’ottone, in 162 cassetti. Caratteri in
legno, maiuscoli e minuscoli, completi e assortiti
per i manifesti murali. Un certo deposito di carte
cromo, leggere, cilindrate. Un assortimento di
inchiostri neri e colorati.
“Tutto compreso, dice don Giovanni nel 1903,
io non esiterei a dire che la nostra Tipografia ha
attualmente un valore di circa 15000 lire. Questo
capitale non esisteva affatto: è nato dal niente,
come dal niente è nato il nuovo Santuario”.
Da quei tipi usciva il periodico L’ECO, LE
MERAVIGLIE in varie lingue, come s’è detto
sopra, testi di catechismo, libri di pietà, opuscoli
religiosi vari e perfino il primo volume della
STORIA DELLA MADONNA DI LOURDES,
pubblicata a puntate ne L’ECO, di Henri Lasserre.
In quella tipografia lavorava il fratello Cesare,
e, quando il tempo glielo permetteva, lavorava
egli stesso. Ne è a testimone chi scrive queste
note, che ricorda tutto molto bene.
A Cesare Sorbellini, che, dopo la morte di don
Giovanni, lasciò quel lavoro e con la famiglia
emigrò altrove, successe Cesare Antonelli, che vi
lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1944.
Quella tipografia all’inizio fu collocata nella
stanza al piano terreno della Foresteria, vi rimase
fino alla morte di don Giovanni. In seguito fu trasferita, sempre al piano terreno, nei locali del
Ricreatorio. Più tardi ancora tornò dove era all’inizio.
Con la morte di Cesare Antonelli, ebbe termine
ogni attività tipografica nel Santuario.
Nel 1948 vennero i Servi di Maria, tra i quali
nessuno conosceva l’arte del tipografo. Nessuno
di loro pensò a imparare il mestiere, così facile del
resto, di comporre, né pensò a far venire qualcuno dello stesso Ordine che fosse pratico di quell’arte. Allora si rivolsero ai Superiori diocesani,
chiedendo di poter trasferire altrove macchine e
tipi tipografici. I superiori diocesani acconsentirono. Così quella tipografia, che aveva costato tanti
sacrifici a don Giovanni Sorbellini e che aveva
reso immensi servizi al Santuario, è stata alienata
per sempre e pare sia andata a finire a Dinazzano
di Reggio Emilia.
(continua...)
5
S
M
PIRITUALITÀ
ARIANA
Continuiamo, con questa rubrica, a far conoscere ai nostri cari lettori l’importanza
della devozione alla Madonna per ogni cristiano, attraverso le parole del fondatore dei
Francescani dell’Immacolata, P. Stefano Maria Manelli.
Caterina da Siena e S. Teresina di Gesù Bambino, insieme
a quei due meravigliosi ragazzi che furono S. Luigi
Gonzaga e S. Gerardo Maiella, i quali recitavano l’Ave
Maria anche salendo le scale, magari inginocchiandosi ad
ogni scalino. S. Alfonso, S. Leonardo da Porto Maurizio, S.
Vincenzo Pallotti, S. Gabriele dell’Addolorata, il S. Curato
d’Ars, e molti altri Santi, recitavano un’Ave Maria ogni
volta che l’orologio suonava le ore. E quanti Santi non
recitavano l’Ave Maria prima di ogni azione, prima dei
pasti, prima del riposo o della ricreazione?
L’Ave Maria potrebbe fiorire sul nostro labbro con grande facilità, potrebbe accompagnarci ovunque come un
costante sguardo dell’anima a Maria e di Maria all’anima.
S. Bernardino ci assicura: “Sappi che come tu saluti la
Beata Vergine con le parole “Ave Maria”, subito Ella saluta te”.
Sul culto domestico verso la Madonna, ricordiamo l’esempio della famiglia di S. Massimiliano M. Kolbe.
Nonostante la ristrettezza dello spazio in casa, non poteva
mancare un cantuccio in cui tenere l’altarino con l’immagine di Maria Santissima che vedeva ogni giorno riunita
tutta la famiglia per le preghiere in comune. In quel cantuccio il piccolo S. Massimiliano trascorreva lungo tempo
in orazione, e l’amore alla Madonna metteva radici in
profondità nel suo cuore, per dare un giorno i suoi frutti
meravigliosi.
Se in tutte le case cristiane si tornasse a questa santa tradizione del piccolo altarino a Maria per le orazioni, le
famiglie rifiorirebbero sotto lo sguardo e il sorriso di
Maria!
Sulla venerazione alle edicole della B. Vergine, ricordiamo l’esempio del giovane S. Bernardino da Siena, che si
recava ogni sera al suo appuntamento con la Regina del
cuore, dinanzi a un’immagine di Maria Santissima posta
fuori le mura della città. La buona zia che non sapeva spiegarsi con chi mai il santo giovane potesse avere incontri
fuori città, rimase commossa allorché, seguitolo di nascosto, lo vide prostrato in amorosa venerazione dinanzi
all’immagine della Santa Vergine.
Ugualmente, doveva essere edificante, per le strade di
Pietrelcina, vedere quel ragazzo che nell’andare e nel tornare da scuola, con i libri sotto il braccio, ordinato e raccolto, si fermava ogni volta a pregare sulla strada davanti a
un’edicola della Celeste Mamma. Quel ragazzo sarà un
giorno P. Pio da Pietrelcina, grande innamorato della
“Bella Vergine”. E anche a Foggia, da giovane sacerdote, P.
Pio si recava ogni giorno a fare visita alla Madonna dei
sette veli, la prodigiosa immagine che una volta rapì in
Venerarla in tutti i modi
Gli atti di venerazione alla Madonna vanno da quelli più
grandi e solenni a quelli più semplici e comuni.
Edificare per l’Immacolata due piccole “Città” interamente consacrate a Lei, come fece S. Massimiliano M.
Kolbe in Polonia e in Giappone, non è certo cosa da tutti.
Costruire splendide chiese in onore della B. Vergine, come
fecero, ad esempio, S. Giovanni Bosco a Torino, e il Beato
Bartolo Longo a Pompei, sono opere di venerazione imponente che solo pochi possono compiere.
Ugualmente, dedicare alla B. Vergine un monastero di
vergini consacrate, e coltivarlo come “colombaio della
Vergine”, tenendo la Madonna quale Priora della comunità,
come fece S. Teresa di Gesù, non è venerazione ordinaria,
ma straordinaria, e non è possibile a chiunque.
Si deve dire lo stesso della fondazione di Ordini,
Congregazioni e associazioni mariane; della composizione
di opere mariane (libri, pitture, sculture, musiche...), e
anche della dedicazione di cappelle e altari alla B. Vergine.
[...]
Ma se non tutti possono offrire alla Madonna questi grandi atti e opere di venerazione, tutti però possono compiere
quegli atti ordinari di venerazione che sono alla portata
anche dei piccoli, come la preghiera quotidiana alla
Madonna, il culto delle immagini di Maria, la visita ai santuari, alle cappelle, agli altari della Beata Vergine, il saluto
alle edicole mariane che si incontrano lungo la strada, la
recita di pie giaculatorie alla Celeste Mamma, la gentile
premura di ornare con fiori le immagini di Maria
Santissima, il culto di un piccolo altarino o di un quadro
della Madonna nella nostra casa, di un Rosario portato in
tasca, di una medaglina al collo, di un’immaginetta della
Madonna nel portafogli, nel libro di studio, sul tavolo di
lavoro... Chi non potrebbe fare queste cose?
Piccoli esempi per noi
Anzitutto deve starci a cuore venerare la Madonna con la
recita devota e frequente dell’Ave Maria. S. Tommaso
d’Aquino ebbe talmente vivo il culto dell’Ave Maria che
un anno predicò l’intero quaresimale sull’Ave Maria. Lo
stesso fece S. Lorenzo da Brindisi.
Non ci può essere preghiera più bella di venerazione per
la Celeste Mamma. S. Lucia Filippini diceva che la
Madonna gradisce l’Ave Maria perché con essa fu salutata
Madre di Dio dall’angelo Gabriele e da S. Elisabetta. E noi
ricordiamo quelle due incantevoli bimbe che furono S.
6
estasi S. Alfonso mentre predicava.
Lo stesso faceva S. Leopoldo da Castelnuovo, che ogni
giorno, a Padova, aveva per meta del suo breve passeggio
l’immagine di Maria nella chiesa parrocchiale di Santa
Croce. E S. Pio X santificava il suo passeggio pomeridiano con la visita devota all’Immacolata nella grotta di
Lourdes costruita nei giardini vaticani. Non sciupiamo
questi esempi!
età amava ornare di fiori l’altarino della Madonna in casa
sua; dovremmo ricordare S. Pasquale Baylon, S.
Bernardetta, S. Domenico Savio, S. Maria Goretti... e tanti
altri santi. Anche S. Leopoldo da Castelnuovo, come ci
teneva a mettere ogni giorno fiori freschi dinanzi alla
Madonnina che aveva nella celletta delle confessioni!...
Ecco un altro esempio delizioso. La piccola S. Giovanna
d’Arco, angelica contadinella, ogni giorno raccoglieva un
mazzetto di fiori freschi da mettere dinanzi all’immagine
della Madonna. Anche nel periodo invernale, ella cercava
in tutti i cespugli dei campi per trovare qualche fiorellino.
Ma capitava anche di non trovare proprio nulla, perché il
gelo faceva morire tutto. Che fare allora? La piccola non si
disarmava, ma con sublime candore toglieva alle sue pecorelle alcuni boccoli di lana bianca, li riuniva a mazzetto, e
offriva quelli alla sua Madonnina. Quando si ama!
I fiori a Maria
Offrire i fiori a Maria è stato sempre uno dei più gentili
atti di venerazione, che stava molto a cuore ai Santi.
S. Crispino, già da ragazzo, lavorando in bottega, ogni
sabato riceveva in regalo una moneta d’argento, e ogni
volta correva subito a comprare un bel fascio di fiori freschi. Il fioraio s’incuriosì, e volle sapere a che cosa mai
servissero quei fiori ogni sabato. Una volta seguì di nascosto il santo ragazzo, e scoprì che andava subito in chiesa
con il fascio di fiori, si recava alla cappella della Beata
Vergine e ne ornava l’altare con il volto trasfigurato d’amore.
Anche S. Gabriele dell’Addolorata aveva molto a cuore
portare i fiori a Maria. Non c’era giorno, per quanto rigido,
che non trovasse un fiore per Maria. Li coltivava lui stesso
in un’aiuola, e più volte, mentre accudiva alle piante, fu
udito bisbigliare quasi sopraffatto dall’amore: “Maria
mia... Maria mia...”.
Con S. Crispino e con S. Gabriele dell’Addolorata
dovremmo ricordare S. Teresina, che già a cinque anni di
Almeno un segno di venerazione
Insistiamo sul bisogno di venerare la Madonna, almeno
con un piccolo segno di venerazione. Insistiamo con ragione, perché la misericordia di Maria è tale che anche una
sola particella di venerazione può bastare a farle salvare
un’anima dall’inferno. Ricordiamo alcuni esempi.
Al S. Curato d’Ars si presentò un giorno una signora in
preda alla disperazione perché il marito, incredulo, si era
suicidato precipitandosi dalla finestra. Appena il S. Curato
vide quella signora, le si avvicinò e senza essere interrogato le disse: “Signora, suo marito è salvo, è salvo... Prima
del colpo mortale la Madonna gli diede il tempo di fare un
atto di contrizione... Ricorda che durante il mese di maggio egli ornava con fiori l’immagine di Maria, e accettò di
pregarla pur essendo lontano dalla fede?... Per quella
venerazione verso la Santa Vergine ottenne la salvezza, ed
ora è in Purgatorio, bisognoso di suffragi”.
Un piccolo proposito di venerazione della Madonna può
ottenere la salvezza eterna. Ci pensiamo?
A S. Giuseppe Cafasso, santo dei condannati alla forca,
capitò un condannato il quale rifiutava irremovibilmente i
Sacramenti. E non ci fu proprio nulla da fare. Le guardie
vennero a prendere il condannato per portarlo alla forca.
Lungo la strada da percorrere c’era un’edicola della
Madonna. Passandoci davanti, il condannato guardò l’immagine e fece un bell’inchino alla Vergine, secondo la pia
abitudine che aveva. Appena S. Giuseppe Cafasso vide il
condannato fare quell’atto di venerazione alla Madonna,
esclamò convinto e commosso: “È salvo, è salvo. La
Madonna lo salverà!”. Difatti, avvicinatosi a lui, riuscì a
confessarlo immediatamente prima del supplizio.
Lo stesso capitò a un giovane di Napoli, che aveva la
stessa pia abitudine di salutare con le parole “Ave Maria”
ogni immagine della B. Vergine. Sebbene schiavo dei suoi
vizi, prima della morte la Madonna gli ottenne di incontrare S. Francesco De Gironimo, che lo riconciliò con Dio.
Aveva ragione S. Giovanni Berchmans di dire: “Per
meritare la protezione di Maria, basta la più piccola cosa,
purché si faccia con costanza”.
7
C
AT E C H I S M O P E R T U T T I
I SACRAMENTI
Il segno è una cosa che cade sotto i sensi (e quindi
si può vedere, o sentire, o toccare, o gustare), che fa
conoscere una cosa nascosta distinta dal segno, con la
quale il segno ha una certa relazione di somiglianza o
di causalità. Il fumo è il segno e l’effetto del fuoco; la
medaglia decorativa è il segno che significa il valore.
Che cosa sono i sacramenti?
I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci.
Perché i sacramenti sono segni efficaci della
grazia?
I sacramenti sono segni efficaci della grazia, perché con le loro parti che sono sensibili, significano o
indicano quella grazia invisibile che conferiscono; e
ne sono segni efficaci, perché significando la grazia
realmente la conferiscono.
I segni possono essere naturali (p. es. il fumo è il
segno naturale del fuoco), oppure convenzionali,
come le decorazioni che indicano il valore, il ramo
d’olivo, che significa la pace.
I sacramenti sono segni istituiti da Cristo.
Condussero a Gesù un sordomuto, supplicandolo
perché gli imponesse le mani. Egli presolo in disparte dalla folla, gli mise le dita; negli orecchi e con la
saliva gli toccò la lingua, poi levando gli occhi al
cielo, sospirò e gli disse: « Effeta », cioè « apriti! » E
immediatamente gli orecchi di quest’uomo si aprirono e la sua lingua si sciolse ed egli parlava speditamente (Mr 7, 33-35).
I. I sacramenti sono segni indicativi della grazia,
perché con le loro parti, che sono sensibili, significano o indicano quella grazia invisibile che conferiscono. - I sacramenti sono riti: sensibili, in quanto constano di elementi sensibili (materia remota, materia
prossima e forma) che indicano o significano la grazia. Il Battesimo, ad esempio, ha l’acqua naturale
come materia remota, l’applicazione dell’acqua al
battezzando nell’atto di essere versata sul suo capo
come materia prossima, e le parole: « Io ti battezzo nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo »
come forma, che viene pronunciata nell’atto in cui è
applicata l’acqua al battezzando. Questo rito significa
la grazia che conferisce il sacramento, la quale lava e
monda l’anima da ogni macchia di peccato originale e
attuale, se c’è.
Nostro Signore avrebbe potuto ridare l’udito e la
parola al sordomuto col semplice comando della sua
volontà, senza servirsi del contatto delle sue dita e
saliva per esprimere e conferire la salute. Il contatto
delle dita e della saliva del Salvatore esprimevano o
significavano e conferirono realmente la grazia della
guarigione. Abbiamo qui un’immagine dei sacramenti, o segni sensibili, che significano la grazia e significandola la conferiscono.
II. I sacramenti sono segni efficaci della grazia,
perché significandola, la conferiscono realmente. - Il
fumo indica soltanto il fuoco, ma non lo produce; la
decorazione significa soltanto il valore, ma non lo
conferisce. I sacramenti invece sono segni, i quali
oltre che significare, producono realmente, e conferiscono a chi li riceve, la grazia significata. Il Battesimo
non solo significa la purificazione dell’anima dal peccato, ma la purifica realmente; non solo significa la
rinascita spirituale, ma realmente la conferisce, facendo morire al peccato e nascere alla vita soprannaturale e divina, L’Eucaristia, presa come cibo, non solo
significa il nutrimento spirituale, ma nutre effettivamente ed efficacemente le nostre anime con le carni
immacolate del corpo santissimo di Cristo.
Erano chiamati sacramenti (in greco « mysteria »)
le cose divine, nascoste all’intelligenza, cioè misteriose (p. es. l’unità e la trinità di Dio, l’Incarnazione,
la Redenzione, ecc.). Si dicevano sacramenti anche le
verità nascoste sotto il velo delle parabole, i riti e le
cerimonie con le quali l’uomo credeva di unirsi alla
divinità. Nella Chiesa per sacramenti s’intendono i
riti istituiti da Cristo, che significano la grazia nascosta e la conferiscono.
La grazia per se stessa è una realtà nascosta, che
non cade sotto la percezione dei sensi. Dio potrebbe
conferirla direttamente, in modo invisibile, ma per
adattarsi al nostro modo di conoscere per via delle
cose sensibili, e per impressionarci di più, ordinariamente comunica la grazia per mezzo di segni sensibili nei sacramenti.
I sacramenti hanno tuttavia un significato più este-
8
il contatto fisico e sensibile di Gesù produsse la
sanità invisibile.
so della loro efficacia. Infatti oltre che indicare la
grazia che conferiscono (e a questo riguardo conferiscono quanto indicano), significano pure la causa
meritoria della grazia, cioè la passione di Cristo (a
questo riguardo sono soltanto significativi, non efficaci; anzi ricevono la loro efficacia dalla passione di
Cristo) e l’effetto della grazia stessa, cioè la vita eterna, cui danno diritto.
2. Se tuo padre ti dà un anello come caparra del
regalo promesso, non ti dà solamente un segno tangibile del suo affetto, ma ti dà il diritto al dono.
Analogamente, per mezzo di cose sensibili (acqua,
olio, parole, ecc.) Gesù Cristo conferisce un bene
invisibile, la grazia che dà il diritto alla vita eterna,
che ci ha promesso.
III. I sacramenti sono istituiti da Gesù Cristo per
santificare le anime. - Nei numeri seguenti spiegheremo come i singoli sacramenti sono stati istituiti da
Cristo. Solo il Salvatore poteva istituire i sacramenti,
perché Egli solo meritò la grazia e a Lui solo spettava determinare il modo e i mezzi di comunicarla. Lo
scopo per cui furono istituiti i sacramenti è la santificazione degli uomini, che si opera mediante la grazia,
conferita specialmente dai sacramenti.
Quale grazia conferiscono i sacramenti?
I sacramenti conferiscono la grazia santificante
e la grazia sacramentale.
I. I sacramenti conferiscono la grazia. - I sacramenti, quando sono costituiti con l'unione della
forma e della materia, per la loro istituzione divina
producono la grazia. Se il battesimo non fosse stato
istituito da Gesù Cristo non basterebbe unire tutta
l'acqua di un fiume con tutte le parole del Vangelo
nemmeno per cancellare un solo peccato grave.
Dio è la fonte prima della grazia; l'umanità di
Cristo è lo strumento principale congiunto alla divinità; i ministri, che fanno i sacramenti, sono la causa
strumentale animata secondaria; i sacramenti sono i
mezzi o strumenti secondari inanimati ed efficienti,
che producono e conferiscono la grazia perché operano per virtù di Dio, come sacramenti di Cristo; perciò si dice che operano « ex opere operato» (San
Gregorio Nisseno).
RIFLESSIONE. - L’istituzione dei sacramenti è
un dono dell’infinita misericordia divina, che volle
adattarsi alle nostre necessità conferendoci la grazia
con segni sensibili, che c’impressionano maggiormente. Noi comprendiamo più difficilmente le cose
non sensibili, le dimentichiamo prima e più facilmente, perché c’impressionano di meno.
Che i sacramenti conferiscano la grazia è verità di
fede, definita dal Concilio di Trento: Se qualcuno
osasse dire che i sacramenti della Nuova Legge non
contengono la grazia che significano e che non la
conferiscono a chi non vi pone ostacolo..., sia scomunicato (Sess. 7, can. 6, DB 849).
II. ..., la grazia santificante e la grazia sacramentale. - La grazia conferita dai sacramenti in
quanto ci santifica, facendoci somiglianti a Dio e a
Cristo, giusti, amici e figli di Dio, fratelli di Cristo e
membra del corpo mistico, si chiama santificante; in
quanto dà il diritto ad avere al momento opportuno le
grazie attuali o aiuti necessari per conseguire il fine
di ciascun sacramento, si chiama grazia sacramentale.
ESEMPI. - 1. Entrato poi nella casa di Pietro,
Gesù ne trovò la suocera a letto in preda alla febbre.
Le toccò la mano e la febbre la lasciò, tanto che si
levò e si diede a servirlo (Mt 8, 14-15). I sacramenti
operano come segni sensibili e producono effetti
soprasensibili (remissione del peccato, guarigione
dalle malattie spirituali, infusione della grazia), come
RIFLESSIONE. - Dobbiamo guardare i sacramenti con l'occhio della fede, e saper scorgere, sotto il
segno sensibile, le ricchezze divine che contengono e
conferiscono.
9
I
nostri modelli di vita: i
S
Beata Pierina Morosini
Martire per la Purezza
Non si può non provare orrore di fronte al male,
di cui quotidianamente, nelle più svariate forme,
abbiamo notizia; non si può parimenti non
provare orrore di fronte al male scatenatosi tempo addietro, eppure tanto
simile a quello dei nostri giorni…
Era il 4 aprile del 1957, tra
le 15 e le 15,30, quando
Pierina tornava a casa su
per la dorsale del monte
Misma, nella Val Seriana,
percorrendo un sentiero, a
lei ben noto, che la riportava alla sua casa, la
cascina rosa della Cedrina
Alta (poco distante, a
Cedrina Bassa, abitavano
la nonna e gli zii), fra gli
sconfinati prati verdi e i neri
filari dei boschi, tornava a
casa col rosario fra le mani,
recitando come di consueto, sia
che fosse da sola, sia che fosse in
compagnia della zia o di una compagna
di lavoro, le Ave Maria.
Quel 4 aprile, purtroppo, tornava a casa da sola,
dopo aver terminato la sua giornata di lavoro al
cotonificio Honegger di Albino; indossava, come
sempre in ogni stagione dell’anno, quella che un po’
considerava la sua divisa: un grembiule nero, uno
scialle, spesse calze nere, ai piedi calzava semplici
zoccoli.
Non sapeva che quel giorno si sarebbe compiuto
il suo destino, non sapeva che nell’ombra, acquattato, c’era un uomo che l’attendeva per darle la morte
terrena e consegnarla alla vita eterna.
Il suo carnefice la bloccò, cercò di indurla al peccato, l’aggredì, lei si difese, lui la colpì, lei continuò
a difendersi, infine la colpì più duramente, con una
grossa pietra strappata alla vittima che l’aveva
afferrata soltanto per intimorirlo, lei non si piegò,
anti
(1931-1957)
di Francesca Santucci
continuò a resistere, finché lui non la ridusse in fin
di vita ed abusò della sua innocenza.
Pierina fu ritrovata in un lago di sangue
dal fratello Santino che, preoccupato
per il suo ritardo, le era corso
incontro; arrivò in ospedale già
in coma profondo, e qui morì
senza più riprendere conoscenza.
Nella
biografia
di
Pierina Morosini distribuita in Vaticano, così viene
ricostruita il tragico avvenimento:… il ragazzo si
avvicinò a Pierina, con
l’intenzione di indurla al
peccato e piegarla ai propri voleri… di fronte alla
insuperabile opposizione
della ragazza, egli perdette il
controllo di sé. Tentò di
baciarla; questa cercò di dargli
uno schiaffo e lui la gettò in un
cespuglio; la giovane raccolse un
sasso per difendersi, ma lui riuscì ad
impossessarsene, colpì con violenza e ripetutamente la nuca della vittima. Il sasso venne poi
requisito dai Carabinieri; era appuntito e pesava
1593 grammi. La ragazza tentò di uscire dal cespuglio e percorse qualche metro barcollando; per il
giovane fu facile gettarla terra e colpirla ancora.
Ridottala così all’impotenza, ne abusò. Fu portata
all’ospedale già in coma profondo e irreversibile.
Per l’Italia del tempo fu un giallo che fece grande scalpore quella morte, anche perché avveniva in
una zona tranquilla, tra quelle valli bergamasche
che sembravano così lontane dal resto dell’Italia che
ferveva nella ripresa, già proiettata verso il boom
economico.
Gli accertamenti durarono a lungo, infine fu arrestato un giovane di Albino che era stato notato nella
zona il giorno dell’assassinio; processato e condan-
10
nato a dieci anni e undici mesi di reclusione nel
1960, dopo alterne vicende, tornò libero nel 1965.
Ma chi era questa giovane che preferì morire pur
di non piegare la sua dignità di donna, che difese a
costo della vita la sua scelta di purezza e castità?
Chi era Pierina Morosini?
Pierina Morosini era nata, in una famiglia poverissima, a Fiobbio, nel Comune di Albino, in provincia di Bergamo, il 7 gennaio del 1931; era la
maggiore di otto fratelli e sorelle dei quali, insieme
ad altri bambini presi a balia dai genitori per arrotondare le entrate, fin da piccola si era presa cura
affiancando la madre, Sara Noris, donna devotissima, dalla quale aveva ricevuto i primi insegnamenti religiosi.
Ben presto cominciò a frequentare la
Parrocchia, ad assistere alla Messa ogni mattina e a
partecipare attivamente all’Aziona Cattolica, ma
già da tempo nel suo cuore ardeva il richiamo alla
vocazione, che aveva ripetutamente manifestato, di
cui tutti erano a conoscenza, e che era sul punto di
abbracciare quando la sorprese la barbara furia
omicida.
una piccola preghiera, né mai mi alzerò senza aver
compiuto una mortificazione di gola”.
“Mi sforzerò di tenere la pace in famiglia”.
“Avrò sommo rispetto verso la mamma”.
“Non cercherò di sapere cose altrui”.
“Non dirò mai parole in mia lode e procurerò di
stare lontana agli occhi degli uomini”.
La morte di Pierina, nei luoghi e nelle tragiche
modalità in cui avvenne, in circostanze analoghe a
quelle di Maria Goretti, la Santa che più di ogni
altra venerava (a Roma, dove si era recata in pellegrinaggio con l’Azione Cattolica, in occasione
della cerimonia della sua santificazione, così aveva
esclamato: Come mi piacerebbe fare la morte di
Maria Goretti!), si carica, allora, di valenze estremamente simboliche: essere fermata lungo la risalita al monte che la riportava a casa diviene, al contrario, invece della morte, la vita, invece della fine
l’approdo, la spinta decisiva all’ascesa verso la sua
vera casa, naturale compimento di quel destino di
fede, di amore e dedizione verso il prossimo che
sin da bambina aveva guidato i suoi passi.
Pierina Morosini amava molto questa frase di
Santa Teresa: La verginità è un profondo silenzio di
tutte le cose della terra.
La sua santità, nascosta, umile, scaturita dalla
bontà, dalla fede, dalla preghiera, dalla quotidiana
disponibilità agli altri, alla famiglia, alla parrocchia, all’Associazione cattolica, dapprima come
semplice iscritta, poi in cariche di maggiori responsabilità, zelatrice delle opere missionarie e del
seminario, scaturisce proprio dall’intima purezza,
profondo silenzio verso le effimere cose terrene,
intimo raccoglimento verso il Signore e verso gli
insegnamenti della Chiesa.
Dai quaderni di Pierina Morosini, ritrovati dopo
la sua morte, apprendiamo questi umili insegnamenti e proponimenti che liberamente, spontaneamente, aveva deciso di impartire a se stessa e di
seguire:
Ogni mia azione la farò in unione con Maria e,
nelle contrarietà, mi abbandonerò, come una bambina, sul suo cuore materno, invocando il suo aiuto
e quello del mio caro angelo custode”.
“Curerò sommamente la modestia nel vestito,
nello star seduta e nel camminare; con nessuno mi
permetterò leggerezze di parole o di mani”.
“Non mi metterò mai a tavola senza aver fatto
Perdono di Mamma Sara all’uccisore della figlia Pierina
Rev. Don Rota,
la ringrazio che mi manda sempre notizie...
Il pensiero di mia figlia Pierina è sempre nella mia mente.
Io ho già dato e torno a dare il mio perdono all’uccisore di mia
figlia, perché siamo cristiani e poi so che Pierina gli avrebbe
perdonato se avesse potuto parlare dopo che era sta colpita col
sasso.
La mia Pierina perdonava sempre.
Noris Sara Morosini
11
Qual è la vera religione?
Ai giorni nostri, a causa di un certo irenismo, cioè della volontà di stare in pace con tutti,
si è diffuso il pensiero che essere cattolico o non cattolico non fa grande differenza, e che
una religione, in fondo in fondo, vale l’altra, e può donare la salvezza.
Questo è gravissimo e contrario alla Fede e alla ragione.
di Giuseppe Polverini
grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la
pienezza dei mezzi salvifici.» (Ibid., n. 22). Ecco perché il detto patristico – assunto dal Magistero della
Chiesa (cf. CCC 846) – «Extra Ecclesiam nulla
salus» (fuori della Chiesa non c’è salvezza): chi non è
nella Chiesa per propria colpa (non ne conosce l’esistenza, o non sa che deve aderirvi) si può salvare se
vive secondo i dettami della legge naturale, o almeno
prima di morire si pente di dolore perfetto dei suoi
peccati. In questo caso una persona si dice unita all’anima della Chiesa, perché l’amore di carità (che fa
detestare il peccato per amore di Dio, e non, ad esempio, per la paura dell’inferno) unisce a Dio e, in spirito, anche alla Chiesa: si salva quindi non per la propria religione, ma per il sacrificio di Cristo sul
Golgota. Ma senza i mezzi di santificazione che il
Signore ha donato alla Sua Sposa (Santo Sacrificio
della Messa, Sacramenti, eccetera), si capisce quanto
questa strada sia ardua!
Le religioni non sono tutte uguali: ognuna ha una
visione diversa dell’uomo, della sua origine e del suo
destino; non tutte credono in un Dio unico (alcune
adorano più dèi, altre, come il buddismo, neanche parlano di divinità), altre, errando sulla stessa sua natura,
confondono Dio con la creazione (panteismo), mentre
le altre monoteiste non credono alla Santissima
Trinità.
Non essendo tutte uguali, neanche possono essere
tutte vere, perché sarebbe come dire che 2+2 fa 4, ma
anche 5 o un altro risultato!
Qual è allora la vera religione? Quella rivelata da
Dio: la nostra. Le altre - umane, cioè non rivelate da
Dio - sono sorte per rispondere alle domande fondamentali che sorgono spontanee nel profondo del cuore
dell’uomo. Da qui deduciamo che l’uomo è un essere
religioso per sua natura: anche l’ateismo in realtà
porta in sé una fede – nichilista – e mostra così la sua
contraddizione.
L’ebraismo fu voluto da Dio, ma come preparazione al cristianesimo: Gesù è il Messia atteso dai
Patriarchi e dai Profeti, e la nostra religione non è
altro che il compimento dell’Antico Patto.
«Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me»
dice il Signore in Gv 14, 6. «Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio;
ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio»
(1Gv 4, 2-3). Poiché nello stesso capitolo San
Giovanni parla di Gesù come Figlio di Dio, si capisce
che non basta vedere in Lui un grande uomo o un profeta per essere nella Verità.
«Con la venuta di Gesù Cristo salvatore, Dio ha
voluto che la Chiesa da Lui fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta l’umanità (cf. At 17,30-31)».
(Cf. Istruzione Dominus Iesus, n. 22). «Per coloro i
quali non sono formalmente e visibilmente membri
della Chiesa, “la salvezza di Cristo è accessibile in
virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa
relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente
in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro
situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito Santo.”» (Ibid., n. 20) «Se è vero
che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la
All’interno del cristianesimo vediamo però varie
denominazioni: Cattolici, Ortodossi, Protestanti…
Gli Ortodossi si sono separati dai Cattolici nel
1054, e pur condividendo con la nostra Fede la maggior parte dei dogmi, non ne riconoscono alcuni (ad
es. l’Immacolata Concezione e il Primato del Sommo
12
Pontefice), altri li hanno differenti (non credono al
Purgatorio come lo intendiamo noi, ma ammettono
una purificazione dopo la morte e pregano per i defunti). Sono suddivisi in chiese nazionali autocèfale, cioè
autonome, ognuna retta da un patriarca o un primate.
Alcune sono in buoni rapporti con la Chiesa di Roma,
altre no: addirittura per alcune i nostri sacramenti non
sarebbero validi, cosa ovviamente falsa! I loro sacramenti sono validi, perché i loro vescovi non hanno
perso la Successione Apostolica (di cui parleremo in
seguito), ma restano comunque fuori della comunione
con il Papa.
Attenzione però che in Oriente possiamo trovare
anche Cattolici che sembrano Ortodossi, perché grazie a Dio, nel corso dei secoli, ci sono state delle
riconciliazioni con Roma; pur essendo in comunione
col Papa, non hanno dovuto abbandonare la loro
Liturgia e certi loro costumi.
Diamo uno sguardo veloce ai Protestanti: sono
divisi in una miriade di denominazioni, a causa del
libero esame, vale a dire del diritto che ognuno avrebbe di interpretare la Bibbia come vuole: lo stesso
Lutero lamentava che «vi sono (nel mondo protestante) tante Sette e tanti Credo quante sono le teste: un
tizio non vuole saperne del Battesimo; un altro nega i
Sacramenti; altri insegnano che Cristo non è Dio;
altri dicono questo, altri quello» (Grisar, Luther pag.
386-407).
Questo principio dimostra l’assoluta derivazione
umana del protestantesimo, ed è contrario allo Spirito
Santo, che fa scrivere a S. Pietro: «Nessuna Scrittura
va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1, 20), e ancora: «In esse (le lettere di S. Paolo) ci sono alcune cose
difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili
le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16).
Un altro caposaldo del protestantesimo è il sola
Scriptura, vale a dire la fede incondizionata in quello
che dice la Bibbia, e solo in quello! Quindi, sommando sola Scriptura e libero esame abbiamo questo
(s)ragionamento: la Sacra Scrittura dice chiaramente
che non la si deve interpretare da soli, e poiché è infallibile e dobbiamo crederle, allora ce la interpretiamo
ognuno come vuole…
Credere soltanto a quello che è stato trasmesso
nella Bibbia è un assurdo, perché gli Apostoli cominciarono la predicazione oralmente, e quando presero a
circolare molti vangeli, atti e lettere, la Chiesa decise
quali fossero in linea con quello che si insegnava a
voce.
È curioso: i Protestanti credono in una serie di Testi
scelti da un’Istituzione (la Chiesa Cattolica) che non
riconoscono come valida!
Inoltre per loro basta aver fede in Gesù che ci ha
riscattato dal peccato, e si è salvi. Lutero diceva:
«Pecca fortemente, ma credi più fortemente». È l’opposto della ricerca della santità attraverso le opere
della Fede: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14, 15). Difatti Lutero non apprezzava
la Lettera di San Giacomo, che parla dell’importanza
delle buone opere (il giudizio su questo Testo Sacro è
molto offensivo e preferiamo non riportarlo).
Questi, ed altri principi non santi, sono la radice di
molti mali, perché ogni mattone che si toglie dall’edificio della Fede allontana sempre più dalla Verità: ad
esempio i testimoni di Geova non credono alla divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, credono in un dio
che non è vera Carità e che non è onnisciente, negano
la vita dopo la morte (verremo poi ricreati per il
Giudizio Finale), non hanno neanche un sacramento
(persino il loro battesimo è invalido poiché non è più
fatto nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo) e hanno ancora il coraggio di definirsi cristiani! E come possono vivere nella Carità, se hanno
abbandonato la Fonte della Grazia?
Inoltre il Protestantesimo è l’inizio del famigerato
percorso
Cristo sì, Chiesa no ’ Cristo no, Dio sì ’ Dio no.
Dal protestantesimo all’ateismo il passo è più
breve di quanto non si creda: «Io sono la vite, voi i
tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto,
perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5).
Farsi arbitri della Parola di Dio e della guida dello
Spirito Santo è staccarsi da Cristo.
Chi è che invece è rimasta unita in Lui? La Chiesa
Cattolica. Ogni domenica, alla recita del Credo, proclamiamo che la Chiesa di Cristo è una, santa, cattolica e apostolica.
La Chiesa è una: il Corpo Mistico di Gesù Cristo
non può essere che uno solo. «Cristo è stato forse
diviso?» si chiedeva già S. Paolo (1Cor 1, 13). Ma l’unità si fonda sull’unica Fede professata ovunque e in
ogni tempo e confermata dai Sommi Pontefici, che
ereditano l’autorità data da Gesù a S. Pietro: «Tu sei
Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le
porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te
darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,
17-19), e ancora: «e tu … conferma i tuoi fratelli» (Lc
22, 32). Solo al Papa e i Vescovi in comunione con lui
è permesso insegnare le verità e le leggi divine, perché è a loro che fu promesso lo Spirito di verità (cf.
Gv 15, 26).
13
La Chiesa è santa: non potrebbe essere altrimenti,
essendo il Corpo Mistico di Cristo. Dio Santissimo è
il suo autore, Cristo ha dato se stesso per lei, e lo
Spirito Santo la vivifica con la carità. La santità è la
vocazione di ogni suo membro e il fine di ogni sua
attività (cf Compendio CCC n.165). Da duemila anni
l’opera di Dio risplende nei santi, uomini comuni che
hanno potuto trasformare sé stessi e il mondo attorno
a sé per mezzo del dono soprannaturale della grazia
conferita principalmente dai sacramenti. I sacramenti
a loro volta attingono al Sacrificio di Cristo sul
Calvario, ripresentato ogni giorno sui nostri altari,
dove Gesù cambia il pane e il vino nel Suo Corpo e
nel Suo Sangue… La Santa Eucaristia è il sacramento
dei sacramenti, è Cristo stesso, «il Santo di Dio» (Mc
1, 24; Lc 4, 34; Gv 6, 69)!
Ecco che eliminando il Sacerdozio ordinato e perdendo la Fede nella Presenza Reale si abbandona
Gesù Cristo - la fonte della grazia - che ha detto:
«Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5)! Come
si può pensare di lasciare tutti i tesori che Lui ha
dispensato alla Sua vera Chiesa e ottenere la salvezza
con le proprie forze?
La Chiesa è cattolica, cioè universale, fondata dal
Signore per la salvezza di tutti e in ogni tempo.
Questo purtroppo non significa che tutti si salvino,
perché con il nostro libero arbitrio dobbiamo aderire a
Cristo: dobbiamo essere suoi seguaci, imitatori, non
certo solo estimatori! La Chiesa è quindi per forza di
cose missionaria, perché deve portare Gesù a tutti gli
uomini. Anche se oggi termini come conversione e
proselitismo ci fanno quasi orrore (si lederebbe un
qualche diritto dell’uomo - sì, il diritto di restare fuori
della Chiesa e perdere il Paradiso!), il comandamento
di Gesù, «Andate dunque e ammaestrate tutte le
nazioni» (Mt 28, 19), resta sempre valido, perché le
Sue parole non passeranno (cf Mt 24, 35; Mc 13, 31;
Lc 21, 33).
La Chiesa è apostolica: «…per la sua origine,
essendo costruita sul “fondamento degli Apostoli” (Ef
2,20); per il suo insegnamento, che è quello stesso
degli Apostoli; per la sua struttura, in quanto istruita,
santificata e governata, fino al ritorno di Cristo, dagli
Apostoli, grazie ai loro successori, i Vescovi, in comunione col successore di Pietro. La successione apostolica è la trasmissione, mediante il Sacramento
dell’Ordine, della missione e della potestà degli
Apostoli ai loro successori, i Vescovi. Grazie a questa
trasmissione, la Chiesa rimane in comunione di fede e
di vita con la sua origine, mentre lungo i secoli ordina, per la diffusione del Regno di Cristo sulla terra,
tutto il suo apostolato» (Compendio CCC n.174175). I Vescovi, per essere fedeli a questa missione,
devono essere immagine del Buon Pastore, che offre
la vita per le pecore (cf. Gv 10, 11). Che grandissima
responsabilità! E ancor più grande è quella del Papa,
che sta a capo di tutti i Vescovi, li deve sorvegliare,
guidare e confermare nella Fede. È come una piramide rovesciata, e il Santo Padre, Vicario di Cristo
venuto «per servire» (Mt 20, 28; Mc 10, 45) ha tutti
sulle proprie spalle. È davvero il servo dei servi di
Dio, come dice San Gregorio Magno. Ecco perché
dobbiamo pregare per lui e per tutto il clero, affinché
siano santi e facciano santi anche noi.
Detto questo, facciamoci veri discepoli di Cristo,
e conquistiamo anime a Lui. Con la preghiera, con i
sacramenti, con una vita esemplare, con la predicazione. Con tutti i mezzi leciti, mettendo a disposizione le nostre capacità e confidando nella grazia. Dio
ha voluto una Sua Chiesa per portare la salvezza agli
uomini, noi non possiamo inventarcene una, ma dobbiamo aderire al Suo progetto e chiamare il nostro
prossimo ad aderirvi. È un dono troppo grande, non
possiamo tenerlo solo per noi. Dobbiamo essere luce
del mondo e sale della terra (cf. Mt 5, 13-14), verso
tutti, non solo per gli atei, ma anche per gli altri cristiani e per i credenti di altre religioni.
14
LS
a
offerenza
negli scritti di S. Massimiliano M. Kolbe
nelle umiliazioni e nella sofferenza accettate per amor di
Dio (SK 1190).
Come arrivare a godere nelle sofferenze? San Massimiliano ce lo insegna: amando l’Immacolata.
Quando l’amore all’Immacolata ci avrà afferrato e
compenetrato, allora i sacrifici diverranno una necessità
per l’anima. L’anima desidererà presentare costantemente dimostrazioni sempre nuove, sempre più profonde di
amore, e tali dimostrazioni non sono niente altro che i sacrifici (SK 503). E quando ci imbattiamo in una difficoltà
che non siamo in grado di superare, oppure qualche tentazione incomincia a tormentarci con insistenza, non perdiamoci d’animo, ma rivolgiamoci sempre all’Immacolata con piena fiducia, come i figli alla madre, ed Ella ci
infonderà la luce e la forza necessarie, ci stringerà al
cuore e addolcirà le più grandi amarezze. Non rifuggiamo dallo sperimentare nemmeno le amarezze, se è l’Immacolata che ce le manda (SK 751). Dalle mani dell’Immacolata bisogna accettare tutto ciò che Ella si degna di
mandare, quando e come vuole, piacevole o meno. Le croci sono necessarie ovunque, perché anche l’Immacolata è
vissuta su questa terra passando attraverso le croci, anzi
lo stesso Gesù non ha scelto una via diversa (SK 609).
Ogni giorno, sovente e nei momenti più difficili, fissiamo lo sguardo sul Crocifisso, immerso nella più
estrema povertà, nelle più grandi sofferenze e disprezzato da tutti, e impariamo ad imitare Gesù nudo, in tante
tribolazioni e deriso; e obbediamo a Dio, in tutto, sempre, completamente, senza indugio e ciecamente (SK
966).
In ogni cosa non dimentichiamo di ripetere con Gesù nell’orto degli ulivi: «Sia fatta non la mia, ma la tua
volontà» (Lc 22, 42). E se,
come avvenne nell’orto
degli ulivi, Dio riterrà opportuno non mandare ad
effetto la nostra richiesta
e inviarci un calice da bere fino all’ultima goccia,
non dimentichiamo che
Gesù non solo ha sofferto,
ma è altresì risorto gloriosamente, e che noi tendiamo verso la risurrezione
anche attraverso la sofferenza (SK 1264)
(SK sta per “Scritti Kolbiani”)
Non esiste al mondo un angoletto privo di croci; del
resto, se queste non ci fossero, non avremmo nemmeno
la possibilità di guadagnarci il paradiso (SK 751).
Le croci sono soltanto una scuola, aggiungono meriti; opprimono, ma nello stesso tempo elevano spiritualmente e insegnano a non confidare nelle proprie ingannevoli forze, ma unicamente nell’Immacolata: Iddio,
perciò, le manda per sua misericordia (SK 429).
Nella sofferenza l’anima si purifica, si stacca dalle illusioni passeggere che il mondo chiama felicità, e
si eleva sempre più in alto, infinitamente più in alto,
fino alla sorgente di ogni felicità, a Dio (SK 1102).
La sofferenza è un fuoco, e senza questo fuoco l’anima non s’infiamma, non brilla e si confonde nel grigiore della massa (cf. SK 67).
Nella vita le prove sono indispensabili perché l’oro
dell’amore deve purificarsi nel fuoco delle afflizioni, anzi la sofferenza è l’alimento che rafforza l’amore (SK
755).
Quanto può durare la sofferenza? Solamente fino
alla morte. Ma se questo dovesse accrescere anche di un
solo grado la nostra gloria in paradiso per tutta l’eternità, allora senza dubbio essa procurerebbe un vantaggio infinito. La vita passa in fretta, anche la sofferenza
passa, mentre l’eternità durerà sempre. Ne vale la pena
(SK 101).
Dio manda le sofferenze perché ama. Colui che è
maggiormente amato da Dio, da Gesù, e colui che ama
maggiormente Gesù, costui ha un maggior numero di
sofferenze. Se in paradiso potessimo bramare qualcosa,
allora brameremmo che Dio ci avesse mandato una
maggior quantità di sofferenze durante la vita terrena
(SK 962).
Quant’è breve la vita, non è vero? Come fugge in
fretta il tempo!… Vendiamolo, o piuttosto doniamolo,
offriamolo a caro prezzo, al prezzo più elevato possibile. Quanto maggiori sono le sofferenze, tanto meglio è,
poiché dopo la morte non si può più soffrire. È breve il
tempo in cui si può dimostrare l’amore (SK 499). Senza sacrificio non c’è amore (SK 503).
La vera amicizia assapora la felicità nel soffrire per
la persona amata. Nulla di strano, quindi, che i santi abbiano trovato il loro paradiso qui sulla terra non nei
piaceri, negli onori e nelle ricchezze, ma nella povertà,
15
M E
iracolo
Intorno all’anno mille, un donna ebrea, con la
complicità di una cristiana compiacente, durante
la Santa Messa riuscì a procurarsi un’Ostia consacrata, che portò a casa per profanare con atto
sacrilego: accese il fuoco, vi pose su una padella
con olio, e quando l’olio cominciò a friggere, vi
immerse la santa Ostia.
Fra Bartolomeo Campi, nel suo libro
“L’innamorato di Gesù Cristo” del 1625, racconta
quello che poi accadde:
«A contatto con l’olio
bollente, la particola
divenne miracolosamente
carne sanguinolenta e l’emorragia di sangue, chiamiamola così, non si
arrestò immediatamente» anzi «sparse tanto sangue fuor dalla padella che correva e allagava per
tutto quella maledetta ed esecranda casa».
«Dinanzi a tale imprevista reazione e a tale folgorante mutazione, l’incredula donna ebrea, presa
da tremore e terrore, in un primo momento cercò
di occultare il misfatto. Ma poi constatata l’impossibilità di disfarsi del corpo del reato, vinta dal
rimorso, si sciolse in lacrime amare e fece risuonare per l’aria alte grida di dolore. Dalle vie adiacenti fu un accorrere di gente curiosa e sgomenta.
Alla vista dell’accaduto, tutti rimasero trasecolati
e la notizia del prodigio, in un baleno, fece il giro
della città».
«Intanto, dopo le grida della donna, disperata,
dopo la costernazione della gente accorsa, qualcuno giustamente si precipitò ad informare il
Vescovo. Il Pastore sgomento per l’orrendo sacrilegio, si portò tosto sul posto, sì prostrò in un
gesto d’adorazione e d’implorazione, indisse una
processione penitenziale di riparazione. I resti
dell’ostia furono devotamente raccolti e portati in
Cattedrale processionalmente, tra due ali di folla,
che andavano ingrossando strada facendo, come
arteria di fiume che scende verso la foce.»
T
ucaristico di
rani
Fra Bartolomeo Campi testimonia che quella
santa particola fu custodita con ogni riverenza e
devozione in Cattedrale ove è anche oggi ed ogni
anno, il giorno delle Palme si mostra al popolo.
Nel 1706 la casa della
sventurata ebrea fu trasformata in cappella col
titolo del S.S. Salvatore.
La reliquia santa, tolta dall’insieme delle altre reliquie, fu
messa dentro ad un antico reliquiario, dono del tranese
Fabrizio de Cunio nel 1616. È
un reliquiario d’argento che ha
la forma di una casetta, con
quattro colonnine sormontate
da una cupoletta. Al centro del reliquiario vi è un
tubicino di cristallo, dentro il quale, in un batuffolo di bambagia (ovatta) si trovano due pezzi ineguali di ostia “fritta”, di colore bruno nerastro
nella parte superiore e di colore bruno rossastro
lucente in quella inferiore.
Su questa santa reliquia furono fatti molti controlli e molte verifiche in diverse epoche e tutte
furono concordi nell’ammettere il “terribile”
miracolo eucaristico.
16
LC
a
onversione di
N
apoleone
di Corrado Gnerre
sta. Non poteva mancare la classica domanda: «Se tornasse indietro, quale errore non rifarebbe?». Il giornalista si attendeva una risposta di ordine strategico-militare, per esempio la conquista della Russia, conquista fallita e da cui iniziò irrimediabilmente la fine dell’epopea
napoleonica. No, Napoleone non diede questa risposta.
Anzi, disse al giornalista che quell’errore non fu l’errore determinante, e che con un poco di accortezza si
sarebbe potuto evitare. «L’errore più grande che ho fatto
- continuò Napoleone - è qualcosa a cui nessuno pensa.
E cioè la pretesa di distruggere la Chiesa cattolica. Io
credevo che la Chiesa fosse come una sorta di serpente,
per cui, schiacciata la testa, sarebbe morta. E invece più
schiacciavo questa testa (l’allusione all’esilio di Pio VI
e Pio VII è chiarissima), e più mi accorgevo che
la Chiesa mi rinasceva tra le mani. Ho
combattuto contro potentissimi eserciti,
eppure non ho mai dubitato di combattere contro realtà limitate; ma
combattendo contro la Chiesa, mi
sono accorto di combattere non
solo contro degli uomini!», Ora,
detto da uno come Napoleone che
di faccende militari se ne intendeva, c’è da crederci.
Napoleone arrivò alle estreme
conseguenze di queste sue considerazioni. Prima di morire si
riconciliò con la Chiesa, si confessò, riprese la Comunione e spirò
santamente.
Delle sue belle parole sono legate al
giorno in cui riprese l’Eucaristia dopo
tantissimi anni, in pratica dall’adolescenza.
Dopo il ringraziamento, disse: «La gioia che ho
dentro è immensa. Adesso capisco perché, anche nei
momenti più bui, della mia vita e in cui ero più lontano
da Cristo, non ho mai dimenticato che il giorno più felice della mia vita fu quando presi la mia prima
Comunione». Bellissime parole! Un uomo che ebbe
tutto, il potere, la ricchezza, la gloria ..., disse di non
essersi mai sentito più felice se non con Gesù sacramentato nel cuore!
Quello che è toccato a Napoleone deve far riflettere
sulla vera natura della Chiesa cattolica, indistruttibile
contro ogni umana previsione e convinzione. Se la
Chiesa cattolica fosse formata solamente dagli uomini,
sarebbe finita il giorno dopo la sua nascita. Essa non
solo non è finita, ma ha fatto sempre finire male chi ha
preteso di distruggerla.
Che Napoleone Bonaparte non fosse uno stinco di
santo, lo si sa; ma che nutrisse un profondo odio nei confronti della Chiesa cattolica, forse non tutti lo sanno.
Napoleone, dotato sì di grandi capacità, ebbe, però,
per far carriera, la fortuna - si fa per dire - di avere gli
amici «giusti» che incontrò in ambienti massonici.
La «massoneria» è una società segreta (o società
segrete, perché c’è chi preferisce parlare - io non sono
tra quelli - di «massonerie» e non di «massoneria») che
ebbe, e ancora ha, come tratto distintivo, una forte
avversione nei confronti della dottrina cattolica tradizionale. Dico «tradizionale» perché se si chiede ad un massone che cosa pensa del cattolicesimo, vi dirà tutto il
bene possibile, a patto però che questo cattolicesimo sia
come lo vuole lui, e cioè: pluralista, relativista,
progressista, ecc.
Ma torniamo a Napoleone. Ebbene, il
generale Corso, da buon massone e
soprattutto da persona in debito nei
confronti della massoneria, fece di
tutto per decattolicizzare l’Europa.
Prima di tutto, si fece paladino e
artefice della diffusione delle idee
giacobine. Furono tanti i provvedimenti presi nei governi napoleonici
per avversare e distruggere la tradizione cattolica.
Ma Napoleone non si limitò ad
attaccare la cultura e i costumi cattolici. Alzò il mirino (come si suol dire)
e puntò dritto dritto alla Chiesa cattolica. Riuscì ad imprigionare due Papi, Pio
VI e Pio VII. Al secondo andò meglio, perché riuscì a sopravvivere alla fine di
Napoleone e, per questo, poté ritornare a Roma. Ma
per Pio VI non fu così. Questo povero Papa fu fatto
morire - da Napoleone, e non da altri! - in carcere, precisamente a Valence. E quando morì, un funzionario giacobino così scrisse nel certificato inviato al Direttorio:
«Oggi è morto Gian Angelo Braschi, di professione
papa, in arte Pio Sesto. E ultimo». Verrebbe da pensare
alle «ultime parole famose»: Pio VI non fu l’ultimo
Papa, mentre Napoleone e il suo giacobinismo fecero la
fine che fecero!
Ma Napoleone era un uomo troppo intelligente, e non
solo.
Forse qualche merito privato dovette averlo dinanzi a
Dio. Chissà quando, forse in gioventù! C’è di fatto che
il Signore lo afferrò per i capelli.
Stava ormai all’isola di Sant’Elena, era ammalato e
non gli restava molto da vivere. Ebbene, si racconta che
andò da lui un giornalista francese per fargli un’intervi-
17
Il Precetto della Confessione annuale
di Padre Addolorato Di Maria
Ebbene: non si può credere nelle Verità di fede e
osservare la Legge di Dio senza la grazia di Dio, senza
l’aiuto divino. E la grazia di Dio si ottiene e si conserva
tramite i Sacramenti (in special modo la Confessione)
ricevuti frequentemente (è cosa buona la Confessione
mensile, ma è migliore la Confessione settimanale).
Per sé è obbligato all’osservanza del Precetto della
Confessione annuale soltanto chi ha commesso peccati
mortali e non si è ancora confessato. In realtà, anche chi
non ha peccati gravi può essere obbligato, per dare buon
esempio. Per chi è colpevole di soli peccati veniali la
Confessione è utile e conveniente.
In conclusione dell’articolo, riportiamo integralmente la risposta del Santo Padre, Benedetto XVI data ad
una bambina presente all’incontro del Papa con i bambini della Prima Comunione: «Santo Padre – è la bambina
che parla – prima del giorno della mia Prima Comunione
mi sono confessata. Mi sono poi confessata altre volte.
Ma volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che
faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli stessi
peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli».
Ecco la risposta del Romano Pontefice: «Direi due
cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti
sempre prima della Comunione, se non hai fatto peccati
così gravi che sarebbe necessario confessarsi. Quindi,
non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione
eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso che hai commesso un peccato realmente
grave, che hai offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in
questo caso, quando si è in peccato “mortale”, cioè
grave, è necessario confessarsi prima della Comunione.
Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho
detto, non è necessario confessarsi prima di ogni
Comunione, è molto utile confessarsi con una certa
regolarità.
Quante volte dobbiamo confessarci?
Certamente si deve ricevere il Sacramento della
Penitenza tutte le volte che sappiamo di aver commesso
dei peccati mortali, perché la grazia di Dio è più importante di qualsiasi altro bene.
In ogni caso il Catechismo della Chiesa Cattolica,
citando il Codice di Diritto Canonico (nn. 916 e 914),
ricorda l’obbligo della Confessione annuale: «Secondo il
precetto della Chiesa, ogni fedele, raggiunta l’età della
discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno [...]
I fanciulli devono accostarsi al Sacramento della
Penitenza prima di ricevere per la prima volta la Santa
Comunione» (n. 1457).
Nei primi tempi della Chiesa i cristiani erano ben
consapevoli della necessità della Confessione e vi si
accostavano spesso; in seguito, con il diminuire del fervore nelle pratiche religiose e quindi della frequenza alla
Confessione, la Chiesa, nel Concilio Lateranense IV
(1215), dovette fissare un numero minimo di
Confessioni annue.
La Chiesa, in quella circostanza, non inventò la
Confessione, come dicono i protestanti e altri come loro,
ma stabilì, semplicemente, quante volte ci sia l’obbligo
di confessarsi.
Ognuno che è giunto all’età in cui è capace di discernere il bene dal male è tenuto a confessarsi. Solitamente
l’uso di ragione s’acquista verso i sette anni.
Qual è il tempo determinato per la Confessione?
La legge della Chiesa non determina il tempo; dice
solo che non si deve far passare un anno intero senza
farla. Però, avendo la Chiesa ordinato anche la
Comunione pasquale, logicamente la Confessione deve
precedere la Comunione; quindi sarà opportuno farla in
quel tempo.
La parola almeno (che non significa solo) esprime
chiaramente il desiderio che ha la Chiesa di vedere i suoi
figli avvicinarsi più spesso al Sacramento della
Confessione. Chi è caduto anche in un solo peccato
grave dovrebbe ricorrere alla Confessione subito, per
non esporsi al pericolo di morire in disgrazia di Dio.
Cosa dire a riguardo dei cosiddetti “natalini” e
“pasqualini”, ossia di coloro che si accostano alla
Confessione solo a Natale e a Pasqua? Difficilmente
potranno condurre una vita autenticamente cristiana.
Vita autenticamente cristiana significa:
1° credere in tutte le Verità di fede rivelate da Dio e
presentate dalla Chiesa;
2° vivere secondo i Comandamenti di Dio.
18
LI
e
ndulgenze
di Padre Francesco P.
All’interno di una catechesi sul Sacramento
della Confessione, non si può evitare di trattare il
tema delle indulgenze, in quanto «la dottrina e la
pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del Sacramento della
Penitenza» (CCC, n. 1471).
Indulgenza deriva da indulgere (perdonare,
rimettere). È la remissione, cancellazione totale
(Indulgenza plenaria) o parziale (Indulgenza parziale) dinanzi a Dio della pena temporale (quindi
non dei peccati) dovuta ai peccati commessi e non
ancora scontata dall’assoluzione e dalla penitenza.
L’Indulgenza plenaria è come un secondo
Battesimo, in quanto rimette pienamente (da cui il
termine plenaria) la pena dovuta ai peccati commessi. Chi l’acquista non ha più nulla da scontare. Se muore prima di aver contratto altri debiti
con la Giustizia divina, va direttamente in
Paradiso, senza passare per il Purgatorio.
ro della Chiesa”, ossia la soddisfazione infinita
ottenuta dai meriti di Gesù Cristo, della Beata
Vergine Maria e di tutti i Santi. In questo modo, la
Chiesa supplisce alla nostra evidente insufficienza.
La Chiesa collega l’Indulgenza all’attuazione
di certe opere penitenziali (come la preghiera, il
digiuno e l’elemosina), ma la cosa principale, che
deve sempre esserci, è la conversione del cuore (il
distacco dal peccato, anche veniale. I peccati
veniali insieme ai mortali sono la causa della pena
temporale).
Le opere indulgenziate sono tutte quelle riportate nel Manuale delle indulgenze.
Ricordiamo che per ottenere l’Indulgenza plenaria sono sufficienti le seguenti opere di facile
attuazione:
a)mezz’ora di Adorazione davanti al
Santissimo Sacramento;
b)mezz’ora di lettura devota della Sacra
Scrittura;
c)il Santo Rosario recitato in chiesa, in famiglia o in gruppo;
d)la Via Crucis.
Per ottenere l’Indulgenza parziale invece
occorrono le seguenti opere:
a)se nel compiere i propri doveri e nel sopportare le avversità della vita si innalza con
umile preghiera l’anima a Dio, aggiungendo,
anche solo mentalmente, una pia invocazione;
b)se con spirito di fede e con animo misericordioso uno pone se stesso o i suoi beni a servizio dei fratelli che si trovano in difficoltà;
c)se in spirito di penitenza uno si priva spontaneamente e con suo sacrificio di qualche
cosa lecita;
d)se in particolari circostanze della vita quotidiana si rende spontaneamente aperta testimonianza della propria fede davanti agli
altri, anche semplicemente facendo bene in
pubblico il segno della Croce.
La Chiesa è ministra della Redenzione e come,
in base «al potere di legare e sciogliere accordatole da Gesù Cristo» (CCC, n. 1478), concede il
perdono dei peccati, così accorda l’Indulgenza ai
suoi figli bisognosi, a determinate condizioni,
concedendo loro l’Indulgenza plenaria o parziale.
A tale scopo utilizza, a nostro vantaggio, il “teso-
19
A V V E N I
Tutte le sere di maggio: Fioretto con esposizione del
Santissimo Sacramento, santo rosario, meditazione
mariana e benedizione eucaristica
Mercoledì 13 maggio: Atto di affidamento a Maria di
alcuni membri del cenacolo mariano M.I.M.
Sabato 2 maggio: Ritiro dei bambini della prima
comunione
29 Maggio – 10 giugno: Mostra sui Miracoli
Eucaristici del Prof. Sergio Meloni
Domenica 3 maggio: Prime Comunioni
Domenica 31 maggio: Pellegrinaggio delle
Parrocchie di Osimo e chiusura del mese di maggio
Giovedì 7 maggio: Conferenza alle Acli sul tema l’inquisizione della Chiesa tenuta dal Prof. Matteo
D’Amico
20
I M E N T I
Sabato 13 giugno: Tappa al Santuario della
Fiaccolata della Pace
Sabato 4 luglio: Ritiro con i chierichetti
Sabato 13 giugno: Prima Adorazione Eucaristica
tutta la notte
Domenica 12 - domenica 16 luglio: Campo scuola
dei bambini a San Cassiano
Domenica 14 giugno: Processione del Corpus
Domini attorno al Santuario
Pellegrinaggi
Venerdì 1 maggio: Parrocchia San Biagio di Marina
di Minturno (Latina)
Giovedì 7 maggio: Varie parrocchie della diocesi di
Versailles (Francia)
Domenica 10 maggio: Parrocchia Ognissanti di
Firenze
Martedi 16 giugno: Festa del Prodigio, con triduo di
preparazione
Domenica 17 maggio: Parrocchia Sam Pio X di
Fermo
Domenica 28 giugno: Conferenza alle Acli sul tema
Vangelo e crociate tenuta dal Prof. Roberto de Mattei
Domenica 24 maggio: Parrocchia San Francesco e
Santa Eurosia di Bagnolo (Macerata) - Parrocchia S.
Stefano di Castelfidardo
Lunedì 25 maggio: Associazione disabili Gruppo
Noialtri di Albino (Bergamo)
Domenica 7 maggio: Parrocchia Santa Casa di
Loreto; Parrocchia San Biagio e Beato Domenico di
Monte Ceriniano (Pesaro Urbino)
21
I bambini delle Prime Comunioni
Abolagan Edwige
Baleani Alice
Barbini Celeste
Barzetti Alessia
Carancini Camilla
Cesarini Camilla
Censori Martina
Chiarenza Sofia
Coppari Federica
Dantino Cristian
Frezzotti Lucia
Fioretti Sara
Gabrielloni Emmanuele
Lasca Beniamino
(durante la Messa in Rito Antico)
Mattia Lorenzo
Pasqualini Loris
Pizzichini Mattia
Stacchiotti Elena
Stortoni Asia
Viglione Tommaso
Zagalia Alessio
Marchegiani Laura
Battesimi della Parrocchia
25 aprile 2009:
26 aprile 2009:
02 maggio 2009:
04 luglio 2009:
Cappelletti Rosario Pio
Camilletti Leonardo
22
Abalogan Giuliette
Urtoni Lorenzo
I volontari che hanno lavorato alla Cappellina
Carlo Trabocchi
Gino Attaccalite
I Lavori di rifacimento della Cupola
23
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