LA PIA PRATICA DEI CINQUE PRIMI SABATI DEL MESE La Grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria è questa: «A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia quindici minuti meditando i misteri, con l'intenzione di offrirmi riparazioni, io prometto di assisterli nell'ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza». Questa Grande Promessa fu fatta dalla Vergine Immacolata a suor Lucia di Fatima il 10 dicembre 1925. La Madonna era apparsa con Gesù Bambino che parlò per primo e disse a suor Lucia: «Abbi compassione del Cuore della tua Madre Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli infliggono continuamente, mentre non vi è chi faccia atti di riparazione per strappargliele». CONDIZIONI PER OTTENERE LA PROMESSA DEL CUORE DI MARIA 1) Confessione, fatta entro gli otto giorni precedenti (e non successivi), con l'intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria. Se uno nella confessione si dimentica di fare tale intenzione, può formularla nella confessione seguente. 2) Comunione, fatta in grazia di Dio con la stessa intenzione della confessione. 3) La Comunione deve essere fatta nel primo sabato del mese. 4) La Confessione e la Comunione devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione, altrimenti si deve ricominciare da capo. 5) Recitare almeno una corona del Rosario, con la stessa intenzione della confessione. 6) Meditazione: per un quarto d'ora fare compagnia alla SS.ma Vergine meditando sui misteri del Rosario. Padre Gonçalves, allora confessore della suora, chiese perché proprio cinque sabati e non, ad esempio, nove (come i primi venerdì del mese) o sette (in onore dei sette dolori della Madonna). Questa è la risposta di Gesù: «Figlia mia, il motivo è semplice. Ci sono cinque specie di offese e di bestemmie proferite contro il Cuore Immacolato di Maria: 1) le bestemmie contro l'Immacolata Concezione, 2) le bestemmie contro la Sua verginità, 3) le bestemmie contro la Sua Maternità Divina, rifiutando al tempo stesso di riconoscerLa come Madre degli uomini, 4) le bestemmie di coloro che cercano pubblicamente di infondere nel cuore dei bambini l'indifferenza o il disprezzo od anche l'odio nei riguardi di questa Madre Immacolata, 5) le offese di coloro che La oltraggiano direttamente nelle Sue sante immagini». L’ECO DELLA DELLA DEVOZIONE EVOZIONE ALLA ALLA MADONNA ADONNA DI DI CAMPOCAVALLO AMPOCAVALLO Anno VIII - Numero 21 - II Quadrimestre 2009 L'ECO DELLA DEVOZIONE ALLA MADONNA DI CAMPOCAVALLO Aut. Trib. di Ancona N° 17/02 Reg. Period. Del 29/11/02 Poste Italiane S.p.A. Spediz. in Abb. Post. Art. 2 comma 20/c legge 662/96 Div. Corr. D.C.B. Ancona E D I TO R I A L E Siamo nel pieno dell’estate: tempo di vacanze, soprattutto per gli studenti. Utilizziamo bene il tempo, che è dono di Dio! Meditiamo ogni giorno un passo del Vangelo. È la meditazione che ci fa crescere spiritualmente! Apriamo il catechismo, ripassiamo le verità di fede. Ma ce l’abbiamo in casa il Catechismo? Se non ce l’abbiamo corriamo a comprarlo! Come possiamo essere dei buoni cristiani senza il catechismo in casa! Facciamo ogni giorno una visita a Gesù Sacramentato, partecipiamo qualche volta in più alla Santa Messa! Curiamo come si deve la nostra anima! Non possiamo rimanere indifferenti di fronte ad alcuni fedeli che ogni sabato rimangono in adorazione tutta la notte nel “nostro Santuario”, infatti da sabato 13 giugno, si è dato inizio all’adorazione eucaristica notturna (dalle 21,30 alle 5,30) e che per ora si fa ogni sabato. Il rinnovamento interiore dell’uomo non può prescindere dal culto eucaristico. In questi tempi preoccupanti di tenebra dilagante, tutto deve ripartire dall’Eucarestia, fonte e apice della vita di tutta cristiana (L.G. 11). L’aveva capito molto bene il santo Curato d’Ars (San Giovanni Maria Vianney), modello di tutti i parroci che il Santo Padre in occasione del 150° anniversario della morte del santo ha proclamato “Patrono di tutti i sacerdoti del mondo“ e indetto uno speciale Anno Sacerdotale, dal 19 giugno 2009 al 19 giugno del 2010, che avrà come tema: “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”. Durante tutto l’Anno Sacerdotale sia i sacerdoti sia i fedeli potranno lucrare l’indulgenza plenaria. Per i fedeli laici le condizioni sono le seguenti: distacco dal peccato, assistere alla Messa e offrire per i sacerdoti della Chiesa preghiere a Cristo e qualsiasi opera buona. Saranno necessari il sacra- mento della confessione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa nel giorno in cui si chiude l’Anno Sacerdotale, nel giorno del 150° anniversario del pio transito di San Giovanni Maria Vianney, nel primo giovedì del mese o in qualche altro giorno stabilito dal vescovo per l’utilità dei fedeli. Gli anziani, i malati e tutti coloro che per motivi legittimi non possano uscire di casa potranno ottenere l’indulgenza plenaria se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato e con l’intenzione di adempiere, non appena possibile, le tre solite condizioni, nei giorni sopra determinati, reciteranno preghiere per la santificazione dei sacerdoti, e offriranno con fiducia a Dio per mezzo di Maria, Regina degli Apostoli, le malattie e i disagi della loro vita. Si concede inoltre l’indulgenza parziale a tutti i fedeli che reciteranno cinque Padre Nostro, Ave Maria e Gloria o altra preghiera appositamente approvata in onore del Sacratissimo Cuore di Gesù, per ottenere che i sacerdoti si conservino in purezza e santità di vita. Il 28 giugno 2009, in occasione della chiusura della visita pastorale, il nostro arcivescovo Mons. Edoardo Menichelli, ha consacrato la città di Ancona e l’intera diocesi alla Madonna. Questa decisione è stata presa, ha spiegato il presule, per contrastare il preoccupante avanzare del peccato e delle pratiche occulte. Non possiamo che ringraziarlo per questa scelta sapiente e coraggiosa. Ora abbiamo una protezione in più in quanto siamo stati messi sotto il manto dell’Immacolata dal nostro pastore. Da parte nostra resta però il dovere di pregare spesso la Madonna con la quotidiana recita del Santo Rosario, affinché arrivino presto i frutti di conversione. Il parroco e rettore P. Giuseppe M. Grioni FI 2 S (Prima serie Anno 117° - N° 452) Terza serie Anno VIII - N° 21 II Quadrimestre 2009 Fondatore Don Giovanni Sorbellini (1892) OMMARIO EDITORIALE Rappresentante Legale Padre Giuseppe Maria Grioni FI 2 STORIA DEL SANTUARIO 4-5 SPIRITUALITÀ MARIANA 6-7 CATECHISMO 8-9 Direttore responsabile Padre Settimio Maria Manelli FI Redattore Padre Giuseppe Maria Grioni FI Impaginazione Giuseppe Polverini Foto Archivio Redazione STORIA DEI SANTI Redazione e Direzione Santuario B.V. Addolorata di Campocavallo Via Cagiata,101 - 60027 Osimo AN tel. e fax 071-7133003 QUAL È LA VERA RELIGIONE? 12-14 Aut. Trib. di Ancona N° 17/02 Reg. Period. del 29/11/02 LA SOFFERENZA NEGLI SCRITTI DI S. M. KOLBE 15 Poste Italiane S.p.a. spediz. in abbonamento postale Art. 2 comma 20/c legge 662/96 Div. Corr. D.C.B. Ancona IL MIRACOLO EUCARISTICO DI TRANI Tipografia Tipoluce - Osimo 16 LA CONVERSIONE DI NAPOLEONE 17 Per ricevere l’ECO direttamente a casa spedisci la tua offerta tramite C/C 17007600 Intestato a: Santuario della B.V. Addolorata di Campocavallo Siti internet www.santuariocampocavallo.it www.immacolata.com www.missiomariae.com curiaffi.immaculatum.net/tvimmacolata www.settimanaleppio.it www.mediatrice.net In copertina Vetrata dell’abside: San Giovanni Evangelista 10-11 IL PRECETTO DELLA CONFESSIONE ANNUALE 18 LE INDULGENZE 19 AVVENIMENTI 3 19-23 S A CURA DI DON MARINO CECCONI tor ia d e l S antuario Il presente vive del passato. Rivivere insieme le origini del proprio paese è una cosa entusiasmante. La lettura di questa sezione della Rivista farà ripercorrere le tappe della storia di Campocavallo e del suo Santuario. (continua…) CAPITOLO XIII LA TIPOGRAFIA Per stampare L’ECO don Giovanni ricorreva alla Tipografia Quercetti di Osimo. Per stampare LE MERAVIGLIE in italiano si serviva della Tipografia San Bernardino, con sede a Siena. È da ritenere che le prime edizioni de LE MERAVIGLIE nelle lingue straniere d’Europa siano state pubblicate dalla stessa Tipografia senese. Le copie che si hanno in Archivio, essendo edizioni successive alla prima o ristampa della stessa, sono state impresse con la Tipografia del Santuario di Campocavallo, eccettuata quella tedesca, stampata in Germania. Quanto costasse di tempo e anche di danaro, per mezzo delle Poste, l’invio degli scritti da pubblicare, il ritorno delle bozze da correggere e il nuovo invio delle bozze corrette e l’ultima spedizione degli stampati, si può facilmente immaginare. Il lavoro, cui don Giovanni doveva sobbarcarsi, era enorme. Questo sarebbe stato notevolmente ridotto, qualora il Santuario di Campocavallo avesse posseduto una Tipografia. Don Giovanni Sorbellini, dall’età di 14 all’età di 22 anni, aveva lavorato alla Tipografia Quercetti di Osimo e aveva imparato assai bene il mestiere. Egli pensava da tempo a procurarsi quanto gli occorreva per le sue stampe, ma i soldi, impegnato com’era nella costruzione del Santuario, gli mancavano sempre. Ne parlava ogni tanto ne L’ECO. Però il momento propizio tardava a venire. Don Giovanni aveva un fratello, minore di lui d’età, di nome Cesare, che faceva il tipografo. Questi, non trovando lavoro in Osimo, si era trasferito con la famiglia a San Benedetto del Tronto, pensando di poter lavorare con tranquillità, ma un po’ per il suo carattere singolare e difficile, un po’ per la concorrenza, non riusciva a guadagnare quanto era necessario per la famiglia e ricorreva spesso alla carità del fratello, che, come si può ben immaginare, era povero quanto lui. Tuttavia don Giovanni volle venirgli incontro e pensò di assumerlo come tipografo del Santuario. Questi lavorava con un torchietto e pochi carat- 4 teri che appartenevano al suocero, quel Nazzareno Taddioli che aveva costruito la chiesuola, che don Giovanni aveva comprato. Don Giovanni, da principio, fu tormentato dallo scrupolo che la Tipografia, più che al Santuario, dovesse servire per dar lavoro al fratello. Ne parlò col Vescovo e questi approvò il disegno e lo liberò da ogni scrupolo, ché la Tipografia avrebbe potuto servire egregiamente ai due scopi suddetti. Acquistò per 350 lire quel poco che aveva il Taddioli, col quale lavorava il fratello. Però, per avere un minimo sufficiente, gli occorrevano 1000 lire. Per averle si rivolse a un Istituto di Credito, ma questo gliele negò. Non se ne accorò, tanto più che egli aborriva i debiti. Quando gli giunse una lettera con un assegno di 500 lire, con la facoltà di impiegarle come meglio credesse, pensò subito a procurarsi i caratteri necessari alla stampa de L’ECO. Si rivolse a un fonditore milanese, pregandolo di fargli i maggiori ribassi possibili. Questi si mostrò generoso col Santuario e soddisfece al desiderio di don Giovanni. Più tardi acquistò una pressa, fece venire altre macchine in numero di dieci; e tra queste il torchio e la rifilatrice. Nel suo piccolo, quella Tipografia non mancava di nulla ed era atta a produrre qualsiasi stampa. Possedeva circa 14 quintali di caratteri, di getto e fregi e filetti d’ottone, in 162 cassetti. Caratteri in legno, maiuscoli e minuscoli, completi e assortiti per i manifesti murali. Un certo deposito di carte cromo, leggere, cilindrate. Un assortimento di inchiostri neri e colorati. “Tutto compreso, dice don Giovanni nel 1903, io non esiterei a dire che la nostra Tipografia ha attualmente un valore di circa 15000 lire. Questo capitale non esisteva affatto: è nato dal niente, come dal niente è nato il nuovo Santuario”. Da quei tipi usciva il periodico L’ECO, LE MERAVIGLIE in varie lingue, come s’è detto sopra, testi di catechismo, libri di pietà, opuscoli religiosi vari e perfino il primo volume della STORIA DELLA MADONNA DI LOURDES, pubblicata a puntate ne L’ECO, di Henri Lasserre. In quella tipografia lavorava il fratello Cesare, e, quando il tempo glielo permetteva, lavorava egli stesso. Ne è a testimone chi scrive queste note, che ricorda tutto molto bene. A Cesare Sorbellini, che, dopo la morte di don Giovanni, lasciò quel lavoro e con la famiglia emigrò altrove, successe Cesare Antonelli, che vi lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1944. Quella tipografia all’inizio fu collocata nella stanza al piano terreno della Foresteria, vi rimase fino alla morte di don Giovanni. In seguito fu trasferita, sempre al piano terreno, nei locali del Ricreatorio. Più tardi ancora tornò dove era all’inizio. Con la morte di Cesare Antonelli, ebbe termine ogni attività tipografica nel Santuario. Nel 1948 vennero i Servi di Maria, tra i quali nessuno conosceva l’arte del tipografo. Nessuno di loro pensò a imparare il mestiere, così facile del resto, di comporre, né pensò a far venire qualcuno dello stesso Ordine che fosse pratico di quell’arte. Allora si rivolsero ai Superiori diocesani, chiedendo di poter trasferire altrove macchine e tipi tipografici. I superiori diocesani acconsentirono. Così quella tipografia, che aveva costato tanti sacrifici a don Giovanni Sorbellini e che aveva reso immensi servizi al Santuario, è stata alienata per sempre e pare sia andata a finire a Dinazzano di Reggio Emilia. (continua...) 5 S M PIRITUALITÀ ARIANA Continuiamo, con questa rubrica, a far conoscere ai nostri cari lettori l’importanza della devozione alla Madonna per ogni cristiano, attraverso le parole del fondatore dei Francescani dell’Immacolata, P. Stefano Maria Manelli. Caterina da Siena e S. Teresina di Gesù Bambino, insieme a quei due meravigliosi ragazzi che furono S. Luigi Gonzaga e S. Gerardo Maiella, i quali recitavano l’Ave Maria anche salendo le scale, magari inginocchiandosi ad ogni scalino. S. Alfonso, S. Leonardo da Porto Maurizio, S. Vincenzo Pallotti, S. Gabriele dell’Addolorata, il S. Curato d’Ars, e molti altri Santi, recitavano un’Ave Maria ogni volta che l’orologio suonava le ore. E quanti Santi non recitavano l’Ave Maria prima di ogni azione, prima dei pasti, prima del riposo o della ricreazione? L’Ave Maria potrebbe fiorire sul nostro labbro con grande facilità, potrebbe accompagnarci ovunque come un costante sguardo dell’anima a Maria e di Maria all’anima. S. Bernardino ci assicura: “Sappi che come tu saluti la Beata Vergine con le parole “Ave Maria”, subito Ella saluta te”. Sul culto domestico verso la Madonna, ricordiamo l’esempio della famiglia di S. Massimiliano M. Kolbe. Nonostante la ristrettezza dello spazio in casa, non poteva mancare un cantuccio in cui tenere l’altarino con l’immagine di Maria Santissima che vedeva ogni giorno riunita tutta la famiglia per le preghiere in comune. In quel cantuccio il piccolo S. Massimiliano trascorreva lungo tempo in orazione, e l’amore alla Madonna metteva radici in profondità nel suo cuore, per dare un giorno i suoi frutti meravigliosi. Se in tutte le case cristiane si tornasse a questa santa tradizione del piccolo altarino a Maria per le orazioni, le famiglie rifiorirebbero sotto lo sguardo e il sorriso di Maria! Sulla venerazione alle edicole della B. Vergine, ricordiamo l’esempio del giovane S. Bernardino da Siena, che si recava ogni sera al suo appuntamento con la Regina del cuore, dinanzi a un’immagine di Maria Santissima posta fuori le mura della città. La buona zia che non sapeva spiegarsi con chi mai il santo giovane potesse avere incontri fuori città, rimase commossa allorché, seguitolo di nascosto, lo vide prostrato in amorosa venerazione dinanzi all’immagine della Santa Vergine. Ugualmente, doveva essere edificante, per le strade di Pietrelcina, vedere quel ragazzo che nell’andare e nel tornare da scuola, con i libri sotto il braccio, ordinato e raccolto, si fermava ogni volta a pregare sulla strada davanti a un’edicola della Celeste Mamma. Quel ragazzo sarà un giorno P. Pio da Pietrelcina, grande innamorato della “Bella Vergine”. E anche a Foggia, da giovane sacerdote, P. Pio si recava ogni giorno a fare visita alla Madonna dei sette veli, la prodigiosa immagine che una volta rapì in Venerarla in tutti i modi Gli atti di venerazione alla Madonna vanno da quelli più grandi e solenni a quelli più semplici e comuni. Edificare per l’Immacolata due piccole “Città” interamente consacrate a Lei, come fece S. Massimiliano M. Kolbe in Polonia e in Giappone, non è certo cosa da tutti. Costruire splendide chiese in onore della B. Vergine, come fecero, ad esempio, S. Giovanni Bosco a Torino, e il Beato Bartolo Longo a Pompei, sono opere di venerazione imponente che solo pochi possono compiere. Ugualmente, dedicare alla B. Vergine un monastero di vergini consacrate, e coltivarlo come “colombaio della Vergine”, tenendo la Madonna quale Priora della comunità, come fece S. Teresa di Gesù, non è venerazione ordinaria, ma straordinaria, e non è possibile a chiunque. Si deve dire lo stesso della fondazione di Ordini, Congregazioni e associazioni mariane; della composizione di opere mariane (libri, pitture, sculture, musiche...), e anche della dedicazione di cappelle e altari alla B. Vergine. [...] Ma se non tutti possono offrire alla Madonna questi grandi atti e opere di venerazione, tutti però possono compiere quegli atti ordinari di venerazione che sono alla portata anche dei piccoli, come la preghiera quotidiana alla Madonna, il culto delle immagini di Maria, la visita ai santuari, alle cappelle, agli altari della Beata Vergine, il saluto alle edicole mariane che si incontrano lungo la strada, la recita di pie giaculatorie alla Celeste Mamma, la gentile premura di ornare con fiori le immagini di Maria Santissima, il culto di un piccolo altarino o di un quadro della Madonna nella nostra casa, di un Rosario portato in tasca, di una medaglina al collo, di un’immaginetta della Madonna nel portafogli, nel libro di studio, sul tavolo di lavoro... Chi non potrebbe fare queste cose? Piccoli esempi per noi Anzitutto deve starci a cuore venerare la Madonna con la recita devota e frequente dell’Ave Maria. S. Tommaso d’Aquino ebbe talmente vivo il culto dell’Ave Maria che un anno predicò l’intero quaresimale sull’Ave Maria. Lo stesso fece S. Lorenzo da Brindisi. Non ci può essere preghiera più bella di venerazione per la Celeste Mamma. S. Lucia Filippini diceva che la Madonna gradisce l’Ave Maria perché con essa fu salutata Madre di Dio dall’angelo Gabriele e da S. Elisabetta. E noi ricordiamo quelle due incantevoli bimbe che furono S. 6 estasi S. Alfonso mentre predicava. Lo stesso faceva S. Leopoldo da Castelnuovo, che ogni giorno, a Padova, aveva per meta del suo breve passeggio l’immagine di Maria nella chiesa parrocchiale di Santa Croce. E S. Pio X santificava il suo passeggio pomeridiano con la visita devota all’Immacolata nella grotta di Lourdes costruita nei giardini vaticani. Non sciupiamo questi esempi! età amava ornare di fiori l’altarino della Madonna in casa sua; dovremmo ricordare S. Pasquale Baylon, S. Bernardetta, S. Domenico Savio, S. Maria Goretti... e tanti altri santi. Anche S. Leopoldo da Castelnuovo, come ci teneva a mettere ogni giorno fiori freschi dinanzi alla Madonnina che aveva nella celletta delle confessioni!... Ecco un altro esempio delizioso. La piccola S. Giovanna d’Arco, angelica contadinella, ogni giorno raccoglieva un mazzetto di fiori freschi da mettere dinanzi all’immagine della Madonna. Anche nel periodo invernale, ella cercava in tutti i cespugli dei campi per trovare qualche fiorellino. Ma capitava anche di non trovare proprio nulla, perché il gelo faceva morire tutto. Che fare allora? La piccola non si disarmava, ma con sublime candore toglieva alle sue pecorelle alcuni boccoli di lana bianca, li riuniva a mazzetto, e offriva quelli alla sua Madonnina. Quando si ama! I fiori a Maria Offrire i fiori a Maria è stato sempre uno dei più gentili atti di venerazione, che stava molto a cuore ai Santi. S. Crispino, già da ragazzo, lavorando in bottega, ogni sabato riceveva in regalo una moneta d’argento, e ogni volta correva subito a comprare un bel fascio di fiori freschi. Il fioraio s’incuriosì, e volle sapere a che cosa mai servissero quei fiori ogni sabato. Una volta seguì di nascosto il santo ragazzo, e scoprì che andava subito in chiesa con il fascio di fiori, si recava alla cappella della Beata Vergine e ne ornava l’altare con il volto trasfigurato d’amore. Anche S. Gabriele dell’Addolorata aveva molto a cuore portare i fiori a Maria. Non c’era giorno, per quanto rigido, che non trovasse un fiore per Maria. Li coltivava lui stesso in un’aiuola, e più volte, mentre accudiva alle piante, fu udito bisbigliare quasi sopraffatto dall’amore: “Maria mia... Maria mia...”. Con S. Crispino e con S. Gabriele dell’Addolorata dovremmo ricordare S. Teresina, che già a cinque anni di Almeno un segno di venerazione Insistiamo sul bisogno di venerare la Madonna, almeno con un piccolo segno di venerazione. Insistiamo con ragione, perché la misericordia di Maria è tale che anche una sola particella di venerazione può bastare a farle salvare un’anima dall’inferno. Ricordiamo alcuni esempi. Al S. Curato d’Ars si presentò un giorno una signora in preda alla disperazione perché il marito, incredulo, si era suicidato precipitandosi dalla finestra. Appena il S. Curato vide quella signora, le si avvicinò e senza essere interrogato le disse: “Signora, suo marito è salvo, è salvo... Prima del colpo mortale la Madonna gli diede il tempo di fare un atto di contrizione... Ricorda che durante il mese di maggio egli ornava con fiori l’immagine di Maria, e accettò di pregarla pur essendo lontano dalla fede?... Per quella venerazione verso la Santa Vergine ottenne la salvezza, ed ora è in Purgatorio, bisognoso di suffragi”. Un piccolo proposito di venerazione della Madonna può ottenere la salvezza eterna. Ci pensiamo? A S. Giuseppe Cafasso, santo dei condannati alla forca, capitò un condannato il quale rifiutava irremovibilmente i Sacramenti. E non ci fu proprio nulla da fare. Le guardie vennero a prendere il condannato per portarlo alla forca. Lungo la strada da percorrere c’era un’edicola della Madonna. Passandoci davanti, il condannato guardò l’immagine e fece un bell’inchino alla Vergine, secondo la pia abitudine che aveva. Appena S. Giuseppe Cafasso vide il condannato fare quell’atto di venerazione alla Madonna, esclamò convinto e commosso: “È salvo, è salvo. La Madonna lo salverà!”. Difatti, avvicinatosi a lui, riuscì a confessarlo immediatamente prima del supplizio. Lo stesso capitò a un giovane di Napoli, che aveva la stessa pia abitudine di salutare con le parole “Ave Maria” ogni immagine della B. Vergine. Sebbene schiavo dei suoi vizi, prima della morte la Madonna gli ottenne di incontrare S. Francesco De Gironimo, che lo riconciliò con Dio. Aveva ragione S. Giovanni Berchmans di dire: “Per meritare la protezione di Maria, basta la più piccola cosa, purché si faccia con costanza”. 7 C AT E C H I S M O P E R T U T T I I SACRAMENTI Il segno è una cosa che cade sotto i sensi (e quindi si può vedere, o sentire, o toccare, o gustare), che fa conoscere una cosa nascosta distinta dal segno, con la quale il segno ha una certa relazione di somiglianza o di causalità. Il fumo è il segno e l’effetto del fuoco; la medaglia decorativa è il segno che significa il valore. Che cosa sono i sacramenti? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci. Perché i sacramenti sono segni efficaci della grazia? I sacramenti sono segni efficaci della grazia, perché con le loro parti che sono sensibili, significano o indicano quella grazia invisibile che conferiscono; e ne sono segni efficaci, perché significando la grazia realmente la conferiscono. I segni possono essere naturali (p. es. il fumo è il segno naturale del fuoco), oppure convenzionali, come le decorazioni che indicano il valore, il ramo d’olivo, che significa la pace. I sacramenti sono segni istituiti da Cristo. Condussero a Gesù un sordomuto, supplicandolo perché gli imponesse le mani. Egli presolo in disparte dalla folla, gli mise le dita; negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua, poi levando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: « Effeta », cioè « apriti! » E immediatamente gli orecchi di quest’uomo si aprirono e la sua lingua si sciolse ed egli parlava speditamente (Mr 7, 33-35). I. I sacramenti sono segni indicativi della grazia, perché con le loro parti, che sono sensibili, significano o indicano quella grazia invisibile che conferiscono. - I sacramenti sono riti: sensibili, in quanto constano di elementi sensibili (materia remota, materia prossima e forma) che indicano o significano la grazia. Il Battesimo, ad esempio, ha l’acqua naturale come materia remota, l’applicazione dell’acqua al battezzando nell’atto di essere versata sul suo capo come materia prossima, e le parole: « Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » come forma, che viene pronunciata nell’atto in cui è applicata l’acqua al battezzando. Questo rito significa la grazia che conferisce il sacramento, la quale lava e monda l’anima da ogni macchia di peccato originale e attuale, se c’è. Nostro Signore avrebbe potuto ridare l’udito e la parola al sordomuto col semplice comando della sua volontà, senza servirsi del contatto delle sue dita e saliva per esprimere e conferire la salute. Il contatto delle dita e della saliva del Salvatore esprimevano o significavano e conferirono realmente la grazia della guarigione. Abbiamo qui un’immagine dei sacramenti, o segni sensibili, che significano la grazia e significandola la conferiscono. II. I sacramenti sono segni efficaci della grazia, perché significandola, la conferiscono realmente. - Il fumo indica soltanto il fuoco, ma non lo produce; la decorazione significa soltanto il valore, ma non lo conferisce. I sacramenti invece sono segni, i quali oltre che significare, producono realmente, e conferiscono a chi li riceve, la grazia significata. Il Battesimo non solo significa la purificazione dell’anima dal peccato, ma la purifica realmente; non solo significa la rinascita spirituale, ma realmente la conferisce, facendo morire al peccato e nascere alla vita soprannaturale e divina, L’Eucaristia, presa come cibo, non solo significa il nutrimento spirituale, ma nutre effettivamente ed efficacemente le nostre anime con le carni immacolate del corpo santissimo di Cristo. Erano chiamati sacramenti (in greco « mysteria ») le cose divine, nascoste all’intelligenza, cioè misteriose (p. es. l’unità e la trinità di Dio, l’Incarnazione, la Redenzione, ecc.). Si dicevano sacramenti anche le verità nascoste sotto il velo delle parabole, i riti e le cerimonie con le quali l’uomo credeva di unirsi alla divinità. Nella Chiesa per sacramenti s’intendono i riti istituiti da Cristo, che significano la grazia nascosta e la conferiscono. La grazia per se stessa è una realtà nascosta, che non cade sotto la percezione dei sensi. Dio potrebbe conferirla direttamente, in modo invisibile, ma per adattarsi al nostro modo di conoscere per via delle cose sensibili, e per impressionarci di più, ordinariamente comunica la grazia per mezzo di segni sensibili nei sacramenti. I sacramenti hanno tuttavia un significato più este- 8 il contatto fisico e sensibile di Gesù produsse la sanità invisibile. so della loro efficacia. Infatti oltre che indicare la grazia che conferiscono (e a questo riguardo conferiscono quanto indicano), significano pure la causa meritoria della grazia, cioè la passione di Cristo (a questo riguardo sono soltanto significativi, non efficaci; anzi ricevono la loro efficacia dalla passione di Cristo) e l’effetto della grazia stessa, cioè la vita eterna, cui danno diritto. 2. Se tuo padre ti dà un anello come caparra del regalo promesso, non ti dà solamente un segno tangibile del suo affetto, ma ti dà il diritto al dono. Analogamente, per mezzo di cose sensibili (acqua, olio, parole, ecc.) Gesù Cristo conferisce un bene invisibile, la grazia che dà il diritto alla vita eterna, che ci ha promesso. III. I sacramenti sono istituiti da Gesù Cristo per santificare le anime. - Nei numeri seguenti spiegheremo come i singoli sacramenti sono stati istituiti da Cristo. Solo il Salvatore poteva istituire i sacramenti, perché Egli solo meritò la grazia e a Lui solo spettava determinare il modo e i mezzi di comunicarla. Lo scopo per cui furono istituiti i sacramenti è la santificazione degli uomini, che si opera mediante la grazia, conferita specialmente dai sacramenti. Quale grazia conferiscono i sacramenti? I sacramenti conferiscono la grazia santificante e la grazia sacramentale. I. I sacramenti conferiscono la grazia. - I sacramenti, quando sono costituiti con l'unione della forma e della materia, per la loro istituzione divina producono la grazia. Se il battesimo non fosse stato istituito da Gesù Cristo non basterebbe unire tutta l'acqua di un fiume con tutte le parole del Vangelo nemmeno per cancellare un solo peccato grave. Dio è la fonte prima della grazia; l'umanità di Cristo è lo strumento principale congiunto alla divinità; i ministri, che fanno i sacramenti, sono la causa strumentale animata secondaria; i sacramenti sono i mezzi o strumenti secondari inanimati ed efficienti, che producono e conferiscono la grazia perché operano per virtù di Dio, come sacramenti di Cristo; perciò si dice che operano « ex opere operato» (San Gregorio Nisseno). RIFLESSIONE. - L’istituzione dei sacramenti è un dono dell’infinita misericordia divina, che volle adattarsi alle nostre necessità conferendoci la grazia con segni sensibili, che c’impressionano maggiormente. Noi comprendiamo più difficilmente le cose non sensibili, le dimentichiamo prima e più facilmente, perché c’impressionano di meno. Che i sacramenti conferiscano la grazia è verità di fede, definita dal Concilio di Trento: Se qualcuno osasse dire che i sacramenti della Nuova Legge non contengono la grazia che significano e che non la conferiscono a chi non vi pone ostacolo..., sia scomunicato (Sess. 7, can. 6, DB 849). II. ..., la grazia santificante e la grazia sacramentale. - La grazia conferita dai sacramenti in quanto ci santifica, facendoci somiglianti a Dio e a Cristo, giusti, amici e figli di Dio, fratelli di Cristo e membra del corpo mistico, si chiama santificante; in quanto dà il diritto ad avere al momento opportuno le grazie attuali o aiuti necessari per conseguire il fine di ciascun sacramento, si chiama grazia sacramentale. ESEMPI. - 1. Entrato poi nella casa di Pietro, Gesù ne trovò la suocera a letto in preda alla febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò, tanto che si levò e si diede a servirlo (Mt 8, 14-15). I sacramenti operano come segni sensibili e producono effetti soprasensibili (remissione del peccato, guarigione dalle malattie spirituali, infusione della grazia), come RIFLESSIONE. - Dobbiamo guardare i sacramenti con l'occhio della fede, e saper scorgere, sotto il segno sensibile, le ricchezze divine che contengono e conferiscono. 9 I nostri modelli di vita: i S Beata Pierina Morosini Martire per la Purezza Non si può non provare orrore di fronte al male, di cui quotidianamente, nelle più svariate forme, abbiamo notizia; non si può parimenti non provare orrore di fronte al male scatenatosi tempo addietro, eppure tanto simile a quello dei nostri giorni… Era il 4 aprile del 1957, tra le 15 e le 15,30, quando Pierina tornava a casa su per la dorsale del monte Misma, nella Val Seriana, percorrendo un sentiero, a lei ben noto, che la riportava alla sua casa, la cascina rosa della Cedrina Alta (poco distante, a Cedrina Bassa, abitavano la nonna e gli zii), fra gli sconfinati prati verdi e i neri filari dei boschi, tornava a casa col rosario fra le mani, recitando come di consueto, sia che fosse da sola, sia che fosse in compagnia della zia o di una compagna di lavoro, le Ave Maria. Quel 4 aprile, purtroppo, tornava a casa da sola, dopo aver terminato la sua giornata di lavoro al cotonificio Honegger di Albino; indossava, come sempre in ogni stagione dell’anno, quella che un po’ considerava la sua divisa: un grembiule nero, uno scialle, spesse calze nere, ai piedi calzava semplici zoccoli. Non sapeva che quel giorno si sarebbe compiuto il suo destino, non sapeva che nell’ombra, acquattato, c’era un uomo che l’attendeva per darle la morte terrena e consegnarla alla vita eterna. Il suo carnefice la bloccò, cercò di indurla al peccato, l’aggredì, lei si difese, lui la colpì, lei continuò a difendersi, infine la colpì più duramente, con una grossa pietra strappata alla vittima che l’aveva afferrata soltanto per intimorirlo, lei non si piegò, anti (1931-1957) di Francesca Santucci continuò a resistere, finché lui non la ridusse in fin di vita ed abusò della sua innocenza. Pierina fu ritrovata in un lago di sangue dal fratello Santino che, preoccupato per il suo ritardo, le era corso incontro; arrivò in ospedale già in coma profondo, e qui morì senza più riprendere conoscenza. Nella biografia di Pierina Morosini distribuita in Vaticano, così viene ricostruita il tragico avvenimento:… il ragazzo si avvicinò a Pierina, con l’intenzione di indurla al peccato e piegarla ai propri voleri… di fronte alla insuperabile opposizione della ragazza, egli perdette il controllo di sé. Tentò di baciarla; questa cercò di dargli uno schiaffo e lui la gettò in un cespuglio; la giovane raccolse un sasso per difendersi, ma lui riuscì ad impossessarsene, colpì con violenza e ripetutamente la nuca della vittima. Il sasso venne poi requisito dai Carabinieri; era appuntito e pesava 1593 grammi. La ragazza tentò di uscire dal cespuglio e percorse qualche metro barcollando; per il giovane fu facile gettarla terra e colpirla ancora. Ridottala così all’impotenza, ne abusò. Fu portata all’ospedale già in coma profondo e irreversibile. Per l’Italia del tempo fu un giallo che fece grande scalpore quella morte, anche perché avveniva in una zona tranquilla, tra quelle valli bergamasche che sembravano così lontane dal resto dell’Italia che ferveva nella ripresa, già proiettata verso il boom economico. Gli accertamenti durarono a lungo, infine fu arrestato un giovane di Albino che era stato notato nella zona il giorno dell’assassinio; processato e condan- 10 nato a dieci anni e undici mesi di reclusione nel 1960, dopo alterne vicende, tornò libero nel 1965. Ma chi era questa giovane che preferì morire pur di non piegare la sua dignità di donna, che difese a costo della vita la sua scelta di purezza e castità? Chi era Pierina Morosini? Pierina Morosini era nata, in una famiglia poverissima, a Fiobbio, nel Comune di Albino, in provincia di Bergamo, il 7 gennaio del 1931; era la maggiore di otto fratelli e sorelle dei quali, insieme ad altri bambini presi a balia dai genitori per arrotondare le entrate, fin da piccola si era presa cura affiancando la madre, Sara Noris, donna devotissima, dalla quale aveva ricevuto i primi insegnamenti religiosi. Ben presto cominciò a frequentare la Parrocchia, ad assistere alla Messa ogni mattina e a partecipare attivamente all’Aziona Cattolica, ma già da tempo nel suo cuore ardeva il richiamo alla vocazione, che aveva ripetutamente manifestato, di cui tutti erano a conoscenza, e che era sul punto di abbracciare quando la sorprese la barbara furia omicida. una piccola preghiera, né mai mi alzerò senza aver compiuto una mortificazione di gola”. “Mi sforzerò di tenere la pace in famiglia”. “Avrò sommo rispetto verso la mamma”. “Non cercherò di sapere cose altrui”. “Non dirò mai parole in mia lode e procurerò di stare lontana agli occhi degli uomini”. La morte di Pierina, nei luoghi e nelle tragiche modalità in cui avvenne, in circostanze analoghe a quelle di Maria Goretti, la Santa che più di ogni altra venerava (a Roma, dove si era recata in pellegrinaggio con l’Azione Cattolica, in occasione della cerimonia della sua santificazione, così aveva esclamato: Come mi piacerebbe fare la morte di Maria Goretti!), si carica, allora, di valenze estremamente simboliche: essere fermata lungo la risalita al monte che la riportava a casa diviene, al contrario, invece della morte, la vita, invece della fine l’approdo, la spinta decisiva all’ascesa verso la sua vera casa, naturale compimento di quel destino di fede, di amore e dedizione verso il prossimo che sin da bambina aveva guidato i suoi passi. Pierina Morosini amava molto questa frase di Santa Teresa: La verginità è un profondo silenzio di tutte le cose della terra. La sua santità, nascosta, umile, scaturita dalla bontà, dalla fede, dalla preghiera, dalla quotidiana disponibilità agli altri, alla famiglia, alla parrocchia, all’Associazione cattolica, dapprima come semplice iscritta, poi in cariche di maggiori responsabilità, zelatrice delle opere missionarie e del seminario, scaturisce proprio dall’intima purezza, profondo silenzio verso le effimere cose terrene, intimo raccoglimento verso il Signore e verso gli insegnamenti della Chiesa. Dai quaderni di Pierina Morosini, ritrovati dopo la sua morte, apprendiamo questi umili insegnamenti e proponimenti che liberamente, spontaneamente, aveva deciso di impartire a se stessa e di seguire: Ogni mia azione la farò in unione con Maria e, nelle contrarietà, mi abbandonerò, come una bambina, sul suo cuore materno, invocando il suo aiuto e quello del mio caro angelo custode”. “Curerò sommamente la modestia nel vestito, nello star seduta e nel camminare; con nessuno mi permetterò leggerezze di parole o di mani”. “Non mi metterò mai a tavola senza aver fatto Perdono di Mamma Sara all’uccisore della figlia Pierina Rev. Don Rota, la ringrazio che mi manda sempre notizie... Il pensiero di mia figlia Pierina è sempre nella mia mente. Io ho già dato e torno a dare il mio perdono all’uccisore di mia figlia, perché siamo cristiani e poi so che Pierina gli avrebbe perdonato se avesse potuto parlare dopo che era sta colpita col sasso. La mia Pierina perdonava sempre. Noris Sara Morosini 11 Qual è la vera religione? Ai giorni nostri, a causa di un certo irenismo, cioè della volontà di stare in pace con tutti, si è diffuso il pensiero che essere cattolico o non cattolico non fa grande differenza, e che una religione, in fondo in fondo, vale l’altra, e può donare la salvezza. Questo è gravissimo e contrario alla Fede e alla ragione. di Giuseppe Polverini grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici.» (Ibid., n. 22). Ecco perché il detto patristico – assunto dal Magistero della Chiesa (cf. CCC 846) – «Extra Ecclesiam nulla salus» (fuori della Chiesa non c’è salvezza): chi non è nella Chiesa per propria colpa (non ne conosce l’esistenza, o non sa che deve aderirvi) si può salvare se vive secondo i dettami della legge naturale, o almeno prima di morire si pente di dolore perfetto dei suoi peccati. In questo caso una persona si dice unita all’anima della Chiesa, perché l’amore di carità (che fa detestare il peccato per amore di Dio, e non, ad esempio, per la paura dell’inferno) unisce a Dio e, in spirito, anche alla Chiesa: si salva quindi non per la propria religione, ma per il sacrificio di Cristo sul Golgota. Ma senza i mezzi di santificazione che il Signore ha donato alla Sua Sposa (Santo Sacrificio della Messa, Sacramenti, eccetera), si capisce quanto questa strada sia ardua! Le religioni non sono tutte uguali: ognuna ha una visione diversa dell’uomo, della sua origine e del suo destino; non tutte credono in un Dio unico (alcune adorano più dèi, altre, come il buddismo, neanche parlano di divinità), altre, errando sulla stessa sua natura, confondono Dio con la creazione (panteismo), mentre le altre monoteiste non credono alla Santissima Trinità. Non essendo tutte uguali, neanche possono essere tutte vere, perché sarebbe come dire che 2+2 fa 4, ma anche 5 o un altro risultato! Qual è allora la vera religione? Quella rivelata da Dio: la nostra. Le altre - umane, cioè non rivelate da Dio - sono sorte per rispondere alle domande fondamentali che sorgono spontanee nel profondo del cuore dell’uomo. Da qui deduciamo che l’uomo è un essere religioso per sua natura: anche l’ateismo in realtà porta in sé una fede – nichilista – e mostra così la sua contraddizione. L’ebraismo fu voluto da Dio, ma come preparazione al cristianesimo: Gesù è il Messia atteso dai Patriarchi e dai Profeti, e la nostra religione non è altro che il compimento dell’Antico Patto. «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» dice il Signore in Gv 14, 6. «Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio» (1Gv 4, 2-3). Poiché nello stesso capitolo San Giovanni parla di Gesù come Figlio di Dio, si capisce che non basta vedere in Lui un grande uomo o un profeta per essere nella Verità. «Con la venuta di Gesù Cristo salvatore, Dio ha voluto che la Chiesa da Lui fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta l’umanità (cf. At 17,30-31)». (Cf. Istruzione Dominus Iesus, n. 22). «Per coloro i quali non sono formalmente e visibilmente membri della Chiesa, “la salvezza di Cristo è accessibile in virtù di una grazia che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito Santo.”» (Ibid., n. 20) «Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la All’interno del cristianesimo vediamo però varie denominazioni: Cattolici, Ortodossi, Protestanti… Gli Ortodossi si sono separati dai Cattolici nel 1054, e pur condividendo con la nostra Fede la maggior parte dei dogmi, non ne riconoscono alcuni (ad es. l’Immacolata Concezione e il Primato del Sommo 12 Pontefice), altri li hanno differenti (non credono al Purgatorio come lo intendiamo noi, ma ammettono una purificazione dopo la morte e pregano per i defunti). Sono suddivisi in chiese nazionali autocèfale, cioè autonome, ognuna retta da un patriarca o un primate. Alcune sono in buoni rapporti con la Chiesa di Roma, altre no: addirittura per alcune i nostri sacramenti non sarebbero validi, cosa ovviamente falsa! I loro sacramenti sono validi, perché i loro vescovi non hanno perso la Successione Apostolica (di cui parleremo in seguito), ma restano comunque fuori della comunione con il Papa. Attenzione però che in Oriente possiamo trovare anche Cattolici che sembrano Ortodossi, perché grazie a Dio, nel corso dei secoli, ci sono state delle riconciliazioni con Roma; pur essendo in comunione col Papa, non hanno dovuto abbandonare la loro Liturgia e certi loro costumi. Diamo uno sguardo veloce ai Protestanti: sono divisi in una miriade di denominazioni, a causa del libero esame, vale a dire del diritto che ognuno avrebbe di interpretare la Bibbia come vuole: lo stesso Lutero lamentava che «vi sono (nel mondo protestante) tante Sette e tanti Credo quante sono le teste: un tizio non vuole saperne del Battesimo; un altro nega i Sacramenti; altri insegnano che Cristo non è Dio; altri dicono questo, altri quello» (Grisar, Luther pag. 386-407). Questo principio dimostra l’assoluta derivazione umana del protestantesimo, ed è contrario allo Spirito Santo, che fa scrivere a S. Pietro: «Nessuna Scrittura va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1, 20), e ancora: «In esse (le lettere di S. Paolo) ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2Pt 3, 16). Un altro caposaldo del protestantesimo è il sola Scriptura, vale a dire la fede incondizionata in quello che dice la Bibbia, e solo in quello! Quindi, sommando sola Scriptura e libero esame abbiamo questo (s)ragionamento: la Sacra Scrittura dice chiaramente che non la si deve interpretare da soli, e poiché è infallibile e dobbiamo crederle, allora ce la interpretiamo ognuno come vuole… Credere soltanto a quello che è stato trasmesso nella Bibbia è un assurdo, perché gli Apostoli cominciarono la predicazione oralmente, e quando presero a circolare molti vangeli, atti e lettere, la Chiesa decise quali fossero in linea con quello che si insegnava a voce. È curioso: i Protestanti credono in una serie di Testi scelti da un’Istituzione (la Chiesa Cattolica) che non riconoscono come valida! Inoltre per loro basta aver fede in Gesù che ci ha riscattato dal peccato, e si è salvi. Lutero diceva: «Pecca fortemente, ma credi più fortemente». È l’opposto della ricerca della santità attraverso le opere della Fede: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14, 15). Difatti Lutero non apprezzava la Lettera di San Giacomo, che parla dell’importanza delle buone opere (il giudizio su questo Testo Sacro è molto offensivo e preferiamo non riportarlo). Questi, ed altri principi non santi, sono la radice di molti mali, perché ogni mattone che si toglie dall’edificio della Fede allontana sempre più dalla Verità: ad esempio i testimoni di Geova non credono alla divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, credono in un dio che non è vera Carità e che non è onnisciente, negano la vita dopo la morte (verremo poi ricreati per il Giudizio Finale), non hanno neanche un sacramento (persino il loro battesimo è invalido poiché non è più fatto nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo) e hanno ancora il coraggio di definirsi cristiani! E come possono vivere nella Carità, se hanno abbandonato la Fonte della Grazia? Inoltre il Protestantesimo è l’inizio del famigerato percorso Cristo sì, Chiesa no ’ Cristo no, Dio sì ’ Dio no. Dal protestantesimo all’ateismo il passo è più breve di quanto non si creda: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Farsi arbitri della Parola di Dio e della guida dello Spirito Santo è staccarsi da Cristo. Chi è che invece è rimasta unita in Lui? La Chiesa Cattolica. Ogni domenica, alla recita del Credo, proclamiamo che la Chiesa di Cristo è una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa è una: il Corpo Mistico di Gesù Cristo non può essere che uno solo. «Cristo è stato forse diviso?» si chiedeva già S. Paolo (1Cor 1, 13). Ma l’unità si fonda sull’unica Fede professata ovunque e in ogni tempo e confermata dai Sommi Pontefici, che ereditano l’autorità data da Gesù a S. Pietro: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 17-19), e ancora: «e tu … conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32). Solo al Papa e i Vescovi in comunione con lui è permesso insegnare le verità e le leggi divine, perché è a loro che fu promesso lo Spirito di verità (cf. Gv 15, 26). 13 La Chiesa è santa: non potrebbe essere altrimenti, essendo il Corpo Mistico di Cristo. Dio Santissimo è il suo autore, Cristo ha dato se stesso per lei, e lo Spirito Santo la vivifica con la carità. La santità è la vocazione di ogni suo membro e il fine di ogni sua attività (cf Compendio CCC n.165). Da duemila anni l’opera di Dio risplende nei santi, uomini comuni che hanno potuto trasformare sé stessi e il mondo attorno a sé per mezzo del dono soprannaturale della grazia conferita principalmente dai sacramenti. I sacramenti a loro volta attingono al Sacrificio di Cristo sul Calvario, ripresentato ogni giorno sui nostri altari, dove Gesù cambia il pane e il vino nel Suo Corpo e nel Suo Sangue… La Santa Eucaristia è il sacramento dei sacramenti, è Cristo stesso, «il Santo di Dio» (Mc 1, 24; Lc 4, 34; Gv 6, 69)! Ecco che eliminando il Sacerdozio ordinato e perdendo la Fede nella Presenza Reale si abbandona Gesù Cristo - la fonte della grazia - che ha detto: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5)! Come si può pensare di lasciare tutti i tesori che Lui ha dispensato alla Sua vera Chiesa e ottenere la salvezza con le proprie forze? La Chiesa è cattolica, cioè universale, fondata dal Signore per la salvezza di tutti e in ogni tempo. Questo purtroppo non significa che tutti si salvino, perché con il nostro libero arbitrio dobbiamo aderire a Cristo: dobbiamo essere suoi seguaci, imitatori, non certo solo estimatori! La Chiesa è quindi per forza di cose missionaria, perché deve portare Gesù a tutti gli uomini. Anche se oggi termini come conversione e proselitismo ci fanno quasi orrore (si lederebbe un qualche diritto dell’uomo - sì, il diritto di restare fuori della Chiesa e perdere il Paradiso!), il comandamento di Gesù, «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28, 19), resta sempre valido, perché le Sue parole non passeranno (cf Mt 24, 35; Mc 13, 31; Lc 21, 33). La Chiesa è apostolica: «…per la sua origine, essendo costruita sul “fondamento degli Apostoli” (Ef 2,20); per il suo insegnamento, che è quello stesso degli Apostoli; per la sua struttura, in quanto istruita, santificata e governata, fino al ritorno di Cristo, dagli Apostoli, grazie ai loro successori, i Vescovi, in comunione col successore di Pietro. La successione apostolica è la trasmissione, mediante il Sacramento dell’Ordine, della missione e della potestà degli Apostoli ai loro successori, i Vescovi. Grazie a questa trasmissione, la Chiesa rimane in comunione di fede e di vita con la sua origine, mentre lungo i secoli ordina, per la diffusione del Regno di Cristo sulla terra, tutto il suo apostolato» (Compendio CCC n.174175). I Vescovi, per essere fedeli a questa missione, devono essere immagine del Buon Pastore, che offre la vita per le pecore (cf. Gv 10, 11). Che grandissima responsabilità! E ancor più grande è quella del Papa, che sta a capo di tutti i Vescovi, li deve sorvegliare, guidare e confermare nella Fede. È come una piramide rovesciata, e il Santo Padre, Vicario di Cristo venuto «per servire» (Mt 20, 28; Mc 10, 45) ha tutti sulle proprie spalle. È davvero il servo dei servi di Dio, come dice San Gregorio Magno. Ecco perché dobbiamo pregare per lui e per tutto il clero, affinché siano santi e facciano santi anche noi. Detto questo, facciamoci veri discepoli di Cristo, e conquistiamo anime a Lui. Con la preghiera, con i sacramenti, con una vita esemplare, con la predicazione. Con tutti i mezzi leciti, mettendo a disposizione le nostre capacità e confidando nella grazia. Dio ha voluto una Sua Chiesa per portare la salvezza agli uomini, noi non possiamo inventarcene una, ma dobbiamo aderire al Suo progetto e chiamare il nostro prossimo ad aderirvi. È un dono troppo grande, non possiamo tenerlo solo per noi. Dobbiamo essere luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5, 13-14), verso tutti, non solo per gli atei, ma anche per gli altri cristiani e per i credenti di altre religioni. 14 LS a offerenza negli scritti di S. Massimiliano M. Kolbe nelle umiliazioni e nella sofferenza accettate per amor di Dio (SK 1190). Come arrivare a godere nelle sofferenze? San Massimiliano ce lo insegna: amando l’Immacolata. Quando l’amore all’Immacolata ci avrà afferrato e compenetrato, allora i sacrifici diverranno una necessità per l’anima. L’anima desidererà presentare costantemente dimostrazioni sempre nuove, sempre più profonde di amore, e tali dimostrazioni non sono niente altro che i sacrifici (SK 503). E quando ci imbattiamo in una difficoltà che non siamo in grado di superare, oppure qualche tentazione incomincia a tormentarci con insistenza, non perdiamoci d’animo, ma rivolgiamoci sempre all’Immacolata con piena fiducia, come i figli alla madre, ed Ella ci infonderà la luce e la forza necessarie, ci stringerà al cuore e addolcirà le più grandi amarezze. Non rifuggiamo dallo sperimentare nemmeno le amarezze, se è l’Immacolata che ce le manda (SK 751). Dalle mani dell’Immacolata bisogna accettare tutto ciò che Ella si degna di mandare, quando e come vuole, piacevole o meno. Le croci sono necessarie ovunque, perché anche l’Immacolata è vissuta su questa terra passando attraverso le croci, anzi lo stesso Gesù non ha scelto una via diversa (SK 609). Ogni giorno, sovente e nei momenti più difficili, fissiamo lo sguardo sul Crocifisso, immerso nella più estrema povertà, nelle più grandi sofferenze e disprezzato da tutti, e impariamo ad imitare Gesù nudo, in tante tribolazioni e deriso; e obbediamo a Dio, in tutto, sempre, completamente, senza indugio e ciecamente (SK 966). In ogni cosa non dimentichiamo di ripetere con Gesù nell’orto degli ulivi: «Sia fatta non la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42). E se, come avvenne nell’orto degli ulivi, Dio riterrà opportuno non mandare ad effetto la nostra richiesta e inviarci un calice da bere fino all’ultima goccia, non dimentichiamo che Gesù non solo ha sofferto, ma è altresì risorto gloriosamente, e che noi tendiamo verso la risurrezione anche attraverso la sofferenza (SK 1264) (SK sta per “Scritti Kolbiani”) Non esiste al mondo un angoletto privo di croci; del resto, se queste non ci fossero, non avremmo nemmeno la possibilità di guadagnarci il paradiso (SK 751). Le croci sono soltanto una scuola, aggiungono meriti; opprimono, ma nello stesso tempo elevano spiritualmente e insegnano a non confidare nelle proprie ingannevoli forze, ma unicamente nell’Immacolata: Iddio, perciò, le manda per sua misericordia (SK 429). Nella sofferenza l’anima si purifica, si stacca dalle illusioni passeggere che il mondo chiama felicità, e si eleva sempre più in alto, infinitamente più in alto, fino alla sorgente di ogni felicità, a Dio (SK 1102). La sofferenza è un fuoco, e senza questo fuoco l’anima non s’infiamma, non brilla e si confonde nel grigiore della massa (cf. SK 67). Nella vita le prove sono indispensabili perché l’oro dell’amore deve purificarsi nel fuoco delle afflizioni, anzi la sofferenza è l’alimento che rafforza l’amore (SK 755). Quanto può durare la sofferenza? Solamente fino alla morte. Ma se questo dovesse accrescere anche di un solo grado la nostra gloria in paradiso per tutta l’eternità, allora senza dubbio essa procurerebbe un vantaggio infinito. La vita passa in fretta, anche la sofferenza passa, mentre l’eternità durerà sempre. Ne vale la pena (SK 101). Dio manda le sofferenze perché ama. Colui che è maggiormente amato da Dio, da Gesù, e colui che ama maggiormente Gesù, costui ha un maggior numero di sofferenze. Se in paradiso potessimo bramare qualcosa, allora brameremmo che Dio ci avesse mandato una maggior quantità di sofferenze durante la vita terrena (SK 962). Quant’è breve la vita, non è vero? Come fugge in fretta il tempo!… Vendiamolo, o piuttosto doniamolo, offriamolo a caro prezzo, al prezzo più elevato possibile. Quanto maggiori sono le sofferenze, tanto meglio è, poiché dopo la morte non si può più soffrire. È breve il tempo in cui si può dimostrare l’amore (SK 499). Senza sacrificio non c’è amore (SK 503). La vera amicizia assapora la felicità nel soffrire per la persona amata. Nulla di strano, quindi, che i santi abbiano trovato il loro paradiso qui sulla terra non nei piaceri, negli onori e nelle ricchezze, ma nella povertà, 15 M E iracolo Intorno all’anno mille, un donna ebrea, con la complicità di una cristiana compiacente, durante la Santa Messa riuscì a procurarsi un’Ostia consacrata, che portò a casa per profanare con atto sacrilego: accese il fuoco, vi pose su una padella con olio, e quando l’olio cominciò a friggere, vi immerse la santa Ostia. Fra Bartolomeo Campi, nel suo libro “L’innamorato di Gesù Cristo” del 1625, racconta quello che poi accadde: «A contatto con l’olio bollente, la particola divenne miracolosamente carne sanguinolenta e l’emorragia di sangue, chiamiamola così, non si arrestò immediatamente» anzi «sparse tanto sangue fuor dalla padella che correva e allagava per tutto quella maledetta ed esecranda casa». «Dinanzi a tale imprevista reazione e a tale folgorante mutazione, l’incredula donna ebrea, presa da tremore e terrore, in un primo momento cercò di occultare il misfatto. Ma poi constatata l’impossibilità di disfarsi del corpo del reato, vinta dal rimorso, si sciolse in lacrime amare e fece risuonare per l’aria alte grida di dolore. Dalle vie adiacenti fu un accorrere di gente curiosa e sgomenta. Alla vista dell’accaduto, tutti rimasero trasecolati e la notizia del prodigio, in un baleno, fece il giro della città». «Intanto, dopo le grida della donna, disperata, dopo la costernazione della gente accorsa, qualcuno giustamente si precipitò ad informare il Vescovo. Il Pastore sgomento per l’orrendo sacrilegio, si portò tosto sul posto, sì prostrò in un gesto d’adorazione e d’implorazione, indisse una processione penitenziale di riparazione. I resti dell’ostia furono devotamente raccolti e portati in Cattedrale processionalmente, tra due ali di folla, che andavano ingrossando strada facendo, come arteria di fiume che scende verso la foce.» T ucaristico di rani Fra Bartolomeo Campi testimonia che quella santa particola fu custodita con ogni riverenza e devozione in Cattedrale ove è anche oggi ed ogni anno, il giorno delle Palme si mostra al popolo. Nel 1706 la casa della sventurata ebrea fu trasformata in cappella col titolo del S.S. Salvatore. La reliquia santa, tolta dall’insieme delle altre reliquie, fu messa dentro ad un antico reliquiario, dono del tranese Fabrizio de Cunio nel 1616. È un reliquiario d’argento che ha la forma di una casetta, con quattro colonnine sormontate da una cupoletta. Al centro del reliquiario vi è un tubicino di cristallo, dentro il quale, in un batuffolo di bambagia (ovatta) si trovano due pezzi ineguali di ostia “fritta”, di colore bruno nerastro nella parte superiore e di colore bruno rossastro lucente in quella inferiore. Su questa santa reliquia furono fatti molti controlli e molte verifiche in diverse epoche e tutte furono concordi nell’ammettere il “terribile” miracolo eucaristico. 16 LC a onversione di N apoleone di Corrado Gnerre sta. Non poteva mancare la classica domanda: «Se tornasse indietro, quale errore non rifarebbe?». Il giornalista si attendeva una risposta di ordine strategico-militare, per esempio la conquista della Russia, conquista fallita e da cui iniziò irrimediabilmente la fine dell’epopea napoleonica. No, Napoleone non diede questa risposta. Anzi, disse al giornalista che quell’errore non fu l’errore determinante, e che con un poco di accortezza si sarebbe potuto evitare. «L’errore più grande che ho fatto - continuò Napoleone - è qualcosa a cui nessuno pensa. E cioè la pretesa di distruggere la Chiesa cattolica. Io credevo che la Chiesa fosse come una sorta di serpente, per cui, schiacciata la testa, sarebbe morta. E invece più schiacciavo questa testa (l’allusione all’esilio di Pio VI e Pio VII è chiarissima), e più mi accorgevo che la Chiesa mi rinasceva tra le mani. Ho combattuto contro potentissimi eserciti, eppure non ho mai dubitato di combattere contro realtà limitate; ma combattendo contro la Chiesa, mi sono accorto di combattere non solo contro degli uomini!», Ora, detto da uno come Napoleone che di faccende militari se ne intendeva, c’è da crederci. Napoleone arrivò alle estreme conseguenze di queste sue considerazioni. Prima di morire si riconciliò con la Chiesa, si confessò, riprese la Comunione e spirò santamente. Delle sue belle parole sono legate al giorno in cui riprese l’Eucaristia dopo tantissimi anni, in pratica dall’adolescenza. Dopo il ringraziamento, disse: «La gioia che ho dentro è immensa. Adesso capisco perché, anche nei momenti più bui, della mia vita e in cui ero più lontano da Cristo, non ho mai dimenticato che il giorno più felice della mia vita fu quando presi la mia prima Comunione». Bellissime parole! Un uomo che ebbe tutto, il potere, la ricchezza, la gloria ..., disse di non essersi mai sentito più felice se non con Gesù sacramentato nel cuore! Quello che è toccato a Napoleone deve far riflettere sulla vera natura della Chiesa cattolica, indistruttibile contro ogni umana previsione e convinzione. Se la Chiesa cattolica fosse formata solamente dagli uomini, sarebbe finita il giorno dopo la sua nascita. Essa non solo non è finita, ma ha fatto sempre finire male chi ha preteso di distruggerla. Che Napoleone Bonaparte non fosse uno stinco di santo, lo si sa; ma che nutrisse un profondo odio nei confronti della Chiesa cattolica, forse non tutti lo sanno. Napoleone, dotato sì di grandi capacità, ebbe, però, per far carriera, la fortuna - si fa per dire - di avere gli amici «giusti» che incontrò in ambienti massonici. La «massoneria» è una società segreta (o società segrete, perché c’è chi preferisce parlare - io non sono tra quelli - di «massonerie» e non di «massoneria») che ebbe, e ancora ha, come tratto distintivo, una forte avversione nei confronti della dottrina cattolica tradizionale. Dico «tradizionale» perché se si chiede ad un massone che cosa pensa del cattolicesimo, vi dirà tutto il bene possibile, a patto però che questo cattolicesimo sia come lo vuole lui, e cioè: pluralista, relativista, progressista, ecc. Ma torniamo a Napoleone. Ebbene, il generale Corso, da buon massone e soprattutto da persona in debito nei confronti della massoneria, fece di tutto per decattolicizzare l’Europa. Prima di tutto, si fece paladino e artefice della diffusione delle idee giacobine. Furono tanti i provvedimenti presi nei governi napoleonici per avversare e distruggere la tradizione cattolica. Ma Napoleone non si limitò ad attaccare la cultura e i costumi cattolici. Alzò il mirino (come si suol dire) e puntò dritto dritto alla Chiesa cattolica. Riuscì ad imprigionare due Papi, Pio VI e Pio VII. Al secondo andò meglio, perché riuscì a sopravvivere alla fine di Napoleone e, per questo, poté ritornare a Roma. Ma per Pio VI non fu così. Questo povero Papa fu fatto morire - da Napoleone, e non da altri! - in carcere, precisamente a Valence. E quando morì, un funzionario giacobino così scrisse nel certificato inviato al Direttorio: «Oggi è morto Gian Angelo Braschi, di professione papa, in arte Pio Sesto. E ultimo». Verrebbe da pensare alle «ultime parole famose»: Pio VI non fu l’ultimo Papa, mentre Napoleone e il suo giacobinismo fecero la fine che fecero! Ma Napoleone era un uomo troppo intelligente, e non solo. Forse qualche merito privato dovette averlo dinanzi a Dio. Chissà quando, forse in gioventù! C’è di fatto che il Signore lo afferrò per i capelli. Stava ormai all’isola di Sant’Elena, era ammalato e non gli restava molto da vivere. Ebbene, si racconta che andò da lui un giornalista francese per fargli un’intervi- 17 Il Precetto della Confessione annuale di Padre Addolorato Di Maria Ebbene: non si può credere nelle Verità di fede e osservare la Legge di Dio senza la grazia di Dio, senza l’aiuto divino. E la grazia di Dio si ottiene e si conserva tramite i Sacramenti (in special modo la Confessione) ricevuti frequentemente (è cosa buona la Confessione mensile, ma è migliore la Confessione settimanale). Per sé è obbligato all’osservanza del Precetto della Confessione annuale soltanto chi ha commesso peccati mortali e non si è ancora confessato. In realtà, anche chi non ha peccati gravi può essere obbligato, per dare buon esempio. Per chi è colpevole di soli peccati veniali la Confessione è utile e conveniente. In conclusione dell’articolo, riportiamo integralmente la risposta del Santo Padre, Benedetto XVI data ad una bambina presente all’incontro del Papa con i bambini della Prima Comunione: «Santo Padre – è la bambina che parla – prima del giorno della mia Prima Comunione mi sono confessata. Mi sono poi confessata altre volte. Ma volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione? Anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli». Ecco la risposta del Romano Pontefice: «Direi due cose: la prima, naturalmente, è che non devi confessarti sempre prima della Comunione, se non hai fatto peccati così gravi che sarebbe necessario confessarsi. Quindi, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione eucaristica. Questo è il primo punto. Necessario è soltanto nel caso che hai commesso un peccato realmente grave, che hai offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso, quando si è in peccato “mortale”, cioè grave, è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi prima di ogni Comunione, è molto utile confessarsi con una certa regolarità. Quante volte dobbiamo confessarci? Certamente si deve ricevere il Sacramento della Penitenza tutte le volte che sappiamo di aver commesso dei peccati mortali, perché la grazia di Dio è più importante di qualsiasi altro bene. In ogni caso il Catechismo della Chiesa Cattolica, citando il Codice di Diritto Canonico (nn. 916 e 914), ricorda l’obbligo della Confessione annuale: «Secondo il precetto della Chiesa, ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno [...] I fanciulli devono accostarsi al Sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la Santa Comunione» (n. 1457). Nei primi tempi della Chiesa i cristiani erano ben consapevoli della necessità della Confessione e vi si accostavano spesso; in seguito, con il diminuire del fervore nelle pratiche religiose e quindi della frequenza alla Confessione, la Chiesa, nel Concilio Lateranense IV (1215), dovette fissare un numero minimo di Confessioni annue. La Chiesa, in quella circostanza, non inventò la Confessione, come dicono i protestanti e altri come loro, ma stabilì, semplicemente, quante volte ci sia l’obbligo di confessarsi. Ognuno che è giunto all’età in cui è capace di discernere il bene dal male è tenuto a confessarsi. Solitamente l’uso di ragione s’acquista verso i sette anni. Qual è il tempo determinato per la Confessione? La legge della Chiesa non determina il tempo; dice solo che non si deve far passare un anno intero senza farla. Però, avendo la Chiesa ordinato anche la Comunione pasquale, logicamente la Confessione deve precedere la Comunione; quindi sarà opportuno farla in quel tempo. La parola almeno (che non significa solo) esprime chiaramente il desiderio che ha la Chiesa di vedere i suoi figli avvicinarsi più spesso al Sacramento della Confessione. Chi è caduto anche in un solo peccato grave dovrebbe ricorrere alla Confessione subito, per non esporsi al pericolo di morire in disgrazia di Dio. Cosa dire a riguardo dei cosiddetti “natalini” e “pasqualini”, ossia di coloro che si accostano alla Confessione solo a Natale e a Pasqua? Difficilmente potranno condurre una vita autenticamente cristiana. Vita autenticamente cristiana significa: 1° credere in tutte le Verità di fede rivelate da Dio e presentate dalla Chiesa; 2° vivere secondo i Comandamenti di Dio. 18 LI e ndulgenze di Padre Francesco P. All’interno di una catechesi sul Sacramento della Confessione, non si può evitare di trattare il tema delle indulgenze, in quanto «la dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono strettamente legate agli effetti del Sacramento della Penitenza» (CCC, n. 1471). Indulgenza deriva da indulgere (perdonare, rimettere). È la remissione, cancellazione totale (Indulgenza plenaria) o parziale (Indulgenza parziale) dinanzi a Dio della pena temporale (quindi non dei peccati) dovuta ai peccati commessi e non ancora scontata dall’assoluzione e dalla penitenza. L’Indulgenza plenaria è come un secondo Battesimo, in quanto rimette pienamente (da cui il termine plenaria) la pena dovuta ai peccati commessi. Chi l’acquista non ha più nulla da scontare. Se muore prima di aver contratto altri debiti con la Giustizia divina, va direttamente in Paradiso, senza passare per il Purgatorio. ro della Chiesa”, ossia la soddisfazione infinita ottenuta dai meriti di Gesù Cristo, della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi. In questo modo, la Chiesa supplisce alla nostra evidente insufficienza. La Chiesa collega l’Indulgenza all’attuazione di certe opere penitenziali (come la preghiera, il digiuno e l’elemosina), ma la cosa principale, che deve sempre esserci, è la conversione del cuore (il distacco dal peccato, anche veniale. I peccati veniali insieme ai mortali sono la causa della pena temporale). Le opere indulgenziate sono tutte quelle riportate nel Manuale delle indulgenze. Ricordiamo che per ottenere l’Indulgenza plenaria sono sufficienti le seguenti opere di facile attuazione: a)mezz’ora di Adorazione davanti al Santissimo Sacramento; b)mezz’ora di lettura devota della Sacra Scrittura; c)il Santo Rosario recitato in chiesa, in famiglia o in gruppo; d)la Via Crucis. Per ottenere l’Indulgenza parziale invece occorrono le seguenti opere: a)se nel compiere i propri doveri e nel sopportare le avversità della vita si innalza con umile preghiera l’anima a Dio, aggiungendo, anche solo mentalmente, una pia invocazione; b)se con spirito di fede e con animo misericordioso uno pone se stesso o i suoi beni a servizio dei fratelli che si trovano in difficoltà; c)se in spirito di penitenza uno si priva spontaneamente e con suo sacrificio di qualche cosa lecita; d)se in particolari circostanze della vita quotidiana si rende spontaneamente aperta testimonianza della propria fede davanti agli altri, anche semplicemente facendo bene in pubblico il segno della Croce. La Chiesa è ministra della Redenzione e come, in base «al potere di legare e sciogliere accordatole da Gesù Cristo» (CCC, n. 1478), concede il perdono dei peccati, così accorda l’Indulgenza ai suoi figli bisognosi, a determinate condizioni, concedendo loro l’Indulgenza plenaria o parziale. A tale scopo utilizza, a nostro vantaggio, il “teso- 19 A V V E N I Tutte le sere di maggio: Fioretto con esposizione del Santissimo Sacramento, santo rosario, meditazione mariana e benedizione eucaristica Mercoledì 13 maggio: Atto di affidamento a Maria di alcuni membri del cenacolo mariano M.I.M. Sabato 2 maggio: Ritiro dei bambini della prima comunione 29 Maggio – 10 giugno: Mostra sui Miracoli Eucaristici del Prof. Sergio Meloni Domenica 3 maggio: Prime Comunioni Domenica 31 maggio: Pellegrinaggio delle Parrocchie di Osimo e chiusura del mese di maggio Giovedì 7 maggio: Conferenza alle Acli sul tema l’inquisizione della Chiesa tenuta dal Prof. Matteo D’Amico 20 I M E N T I Sabato 13 giugno: Tappa al Santuario della Fiaccolata della Pace Sabato 4 luglio: Ritiro con i chierichetti Sabato 13 giugno: Prima Adorazione Eucaristica tutta la notte Domenica 12 - domenica 16 luglio: Campo scuola dei bambini a San Cassiano Domenica 14 giugno: Processione del Corpus Domini attorno al Santuario Pellegrinaggi Venerdì 1 maggio: Parrocchia San Biagio di Marina di Minturno (Latina) Giovedì 7 maggio: Varie parrocchie della diocesi di Versailles (Francia) Domenica 10 maggio: Parrocchia Ognissanti di Firenze Martedi 16 giugno: Festa del Prodigio, con triduo di preparazione Domenica 17 maggio: Parrocchia Sam Pio X di Fermo Domenica 28 giugno: Conferenza alle Acli sul tema Vangelo e crociate tenuta dal Prof. Roberto de Mattei Domenica 24 maggio: Parrocchia San Francesco e Santa Eurosia di Bagnolo (Macerata) - Parrocchia S. Stefano di Castelfidardo Lunedì 25 maggio: Associazione disabili Gruppo Noialtri di Albino (Bergamo) Domenica 7 maggio: Parrocchia Santa Casa di Loreto; Parrocchia San Biagio e Beato Domenico di Monte Ceriniano (Pesaro Urbino) 21 I bambini delle Prime Comunioni Abolagan Edwige Baleani Alice Barbini Celeste Barzetti Alessia Carancini Camilla Cesarini Camilla Censori Martina Chiarenza Sofia Coppari Federica Dantino Cristian Frezzotti Lucia Fioretti Sara Gabrielloni Emmanuele Lasca Beniamino (durante la Messa in Rito Antico) Mattia Lorenzo Pasqualini Loris Pizzichini Mattia Stacchiotti Elena Stortoni Asia Viglione Tommaso Zagalia Alessio Marchegiani Laura Battesimi della Parrocchia 25 aprile 2009: 26 aprile 2009: 02 maggio 2009: 04 luglio 2009: Cappelletti Rosario Pio Camilletti Leonardo 22 Abalogan Giuliette Urtoni Lorenzo I volontari che hanno lavorato alla Cappellina Carlo Trabocchi Gino Attaccalite I Lavori di rifacimento della Cupola 23