la Biblioteca di via Senato mensile, anno v Milano n.11 – novembre 2013 FONDO MODERNO L’anticonformista Alfredo Cattabiani di gianfranco de turris CASO OSTELLINO Libertà e liberalismo: un’utopia in Italia? di gianluca montinaro BIBLIOFILIA L’astro che manca: ‘not in Cantamessa’ di giancarlo petrella PUNTURE DI PENNA Consigli intellettuali per il vero Maître à penser di luigi mascheroni LIBRO DEL MESE Italia postunitaria: “Viva il Re, abbasso il Re!” di giampietro berti Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO V – N.11/45 – MILANO, NOVEMBRE 2013 Sommario 6 BvS: Fondo Moderno L’ANTICONFORMISTA ALFREDO CATTABIANI di Gianfranco De Turris 14 Il caso Ostellino LIBERTÀ E LIBERALISMO: UN’UTOPIA IN ITALIA? di Gianluca Montinaro 18 BvS: Bibliofilia L’ASTRO CHE MANCA: ‘NOT IN CANTAMESSA’ di Giancarlo Petrella 29 Editoria MONDADORI, EDITORE A VOLTE “NON VENALE” seconda parte di Massimo Gatta 33 IN SEDICESIMO - Le rubriche LE MOSTRE – LO SCAFFALE LA NOTIZIA – LA RIVISTA a cura di Luca Pietro Nicoletti, Augusto Grandi e Sandro Giovannini 50 Punture di penna CONSIGLI INTELLETTUALI PER IL VERO MAÎTRE À PENSER di Luigi Mascheroni 56 Il libro del mese ITALIA POSTUNITARIA: “VIVA IL RE, ABBASSO IL RE!” di Giampietro Berti 60 L’altro scaffale LA PAROLA SCRITTA, L’IMMAGINE DIPINTA di Alberto Cesare Ambesi 66 Filosofia delle parole e delle cose DESERTO: IL NULLA DELLE COSE E DELLE PAROLE di Daniele Gigli 70 BvS: il ristoro del buon lettore FULMINE, IL RISOTTO DI GADDA! di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Fondazione Biblioteca di via Senato Biblioteca di via Senato – Mostre Biblioteca di via Senato – Edizioni Presidente Marcello Dell’Utri - Mostra del Libro Antico - Salone del Libro Usato Consiglio di Amministrazione Marcello Dell’Utri Giuliano Adreani Fedele Confalonieri Ennio Doris Fabio Pierotti Cei Fulvio Pravadelli Carlo Tognoli Organizzazione Ines Lattuada Margherita Savarese Redazione Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Ufficio Stampa Ex Libris Comunicazione Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Segretario Generale Angelo de Tomasi Coordinamento pubblicità Margherita Savarese Collegio dei Revisori dei conti Presidente Achille Frattini Revisori Gianfranco Polerani Francesco Antonio Giampaolo Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Referenze fotografiche Saporetti Immagine d’Arte - Milano Immagine di copertina Alfredo Cattabiani a Roma nel 1982 Stampato in Italia © 2013 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale N on solo e non più segnali. Ma fatti, e – purtroppo – anche tanti. Presi nella singolarità possono destare perplessità. Ma, se visti nella loro globale insorgenza, sono preoccupanti perché disegnano una realtà culturale e politica – quella italiana – di sistematica intolleranza nei confronti di chiunque e qualunque cosa non siano allineati alla comoda mediocrità del pensiero comune. È facile quindi imbattersi negli insulti quotidiani rivolti a una celebre firma del giornalismo (Piero Ostellino) colpevole di dichiararsi liberale; nel boicottaggio da parte di una larga fetta della stampa culturale (sobillata dall’Anpi) di un premio di saggistica storica (l’Acqui Storia) reo di aver insignito un libro sui fratelli Cervi (scritto peraltro da Dario Fertillo, giornalista del «Corriere della Sera») non in linea con la vulgata resistenziale... fino a giungere all’operato di un Parlamento che da un lato sta istituendo un reato (quello di negazionismo) che, in barba all’articolo 21 della Costituzione, introduce di fatto il divieto a manifestare liberamente il proprio pensiero, e dall’altro è pronto a “eliminare” il capo del principale schieramento politico italiano. Che l’Italia sia un paese immaturo e alieno alla cultura liberale è cosa nota. Che sia un paese ove sistematicamente si ricorre alla violenta emarginazione per annientare il nemico (come – su questo numero della rivista – Gianfranco de Turris ricorda essere accaduto ad Alfredo Cattabiani, grande solitario della cultura non conformista) è cosa altrettanto nota. Più preoccupante è che la maggioranza degli Italiani consideri normale questo clima di intolleranza, che nega alla base il principio della libertà personale e della libera espressione individuale. Gianluca Montinaro 6 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 7 BvS: Fondo Moderno L’ANTICONFORMISTA ALFREDO CATTABIANI A dieci anni dalla scomparsa di un intellettuale non allineato GIANFRANCO DE TURRIS N on è nuova, anzi è usuale, la lamentela per la superficialità e la smemoratezza della nostra cultura ufficiale e giornalistica che sempre più spesso dimentica autori, anche importanti e significativi, scomparsi magari da non troppo tempo non ristampandone i libri e obliando gli anniversari che li riguardano. Tendenza purtroppo accentuatasi negli ultimi dieci anni, cioè dall’avvento di internet e delle cosiddette Reti Sociali che, alla fin fine, al di là di alcuni positivi aspetti pratici, si sono dimostrati media che, grazie alla quantità abnorme delle informazioni e alla loro velocità che tende a scalzarle fra loro e a porre sullo stesso piano fatti importanti e fatti banali, vero e falso, hanno propiziato il consolidarsi della superficialità e della tendenza alla smemoratezza personale e collettiva. Non passa giorno in cui qualcuno non denunci che il tale scrittore, o pensatore, o filosofo, o poeta, o scienziato sia caduto nel dimenticatoio, nessuno lo ricorda più, le sue opere fuori catalogo. Ma è il Nella pagina accanto: Alfredo Cattabiani, in occasione del Premio Editoriale Rusconi (Milano, 1974). Sopra: sempre Cattabiani, ritratto nel suo studio, a Santa Marinella (2001) “mercato” che funziona così, la cruda legge del best seller o pseudo tale, della rincorsa all’autore d’effetto possibilmente giovane e donna, del caso clamoroso. La merce cattiva scaccia la merce buona. A soccorrerci e ad aiutarci a ricordare possono però essere i libri. Nel Fondo Moderno della Biblioteca di via Senato sono conservate molte opere di un intellettuale che da molti è stato dimenticato: Alfredo Cattabiani (Torino, 26 maggio 1937 - Santa Marinella, 18 maggio 2003), una personalità per di più penalizzata dal fatto di essere stato del tutto controcorrente rispetto alla cultura dominante in questo Paese. Uno egli episodi che Cattabiani ricordava spesso era quel che avvenne durante il suo esame di laurea. Avvenne che il professor Norberto Bobbio gli scagliasse contro la tesi. Indignato perché era scritta con i piedi o insostenibile scientificamente? No. Indignato perché era dedicata al pensiero politico di Joseph de Maistre! Una intollerabile provocazione, secondo un tipico modo di dire della Sinistra. Alfredo ritornava su quel fatto per dimostrare quale fosse il clima di faziosità e intimidazione nella Torino azionista del 1960. E a quali “maestri di vita” facesse essa riferimento: ap- 8 punto un Bobbio, che come in seguito si apprese grazie a Pietrangelo Buttafuoco, non solo prestò giuramento al fascismo per poter diventare docente universitario, ma scrisse anche lettere di piaggeria a Mussolini per far carriera. Ma oggi si può ben dire che quella scena è veramente emblematica della sua vita, della sua battaglia editoriale, e riassume un po’ tutto il destino di un’area culturale. Combattere incessantemente contro chi non sa far altro che scagliarsi contro di te sol perché hai idee differenti. A priori. Per principio. Nessun “dialogo” (del quale tanto si fa l’apologia), nessuna discussione, nessun confronto pari a pari. Nulla. E di questo Cattabiani fece le spese sulla propria pelle. Una esperienza che lo segnò per sempre, probabilmente anche nel corpo. Un clima, a oltre mezzo secolo dall’episodio e a dieci anni dalla sua morte, che non è poi molto cambiato. la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Delle sue molte attività culturali - direttore editoriale e traduttore, giornalista e saggista, conferenziere e conduttore di programmi radiofonici io credo che in questa sede sia necessario ricordare soprattutto la prima, anche se non si deve dimenticare la sua opera di saggista: quella appunto di organizzatore culturale e direttore di case editrici. Lo fece per quasi vent’anni, dal 1962 al 1979, prima per le Edizioni dell’Albero e per la Borla a Torino, poi per la Rusconi Libri a Milano. È qui, con il suo lavoro e la sua intelligenza, che ha dimostrato concretamente come fosse possibile opporsi alla “egemonia culturale comunista” (come la definì alla fine degli anni Ottanta il politologo liberale Nicola Matteucci, anche se nessuno se lo ricorda più) quando se ne hanno le possibilità: sia traducendo autori del tutto trascurati o rimossi, sia scoprendo nuove firme italiane e straniere nella narrativa e nella saggistica. Che avesse capito quel che si doveva fare per contrastare il monopolio marxista e illuminista, stanno a dimostrarlo da un lato il successo commerciale delle sue scelte, dall’altro la forsennata ostilità della intellighezia progressista, incontrastata su riviste e giornali dell’epoca. Fosse stato un incapace e un mediocre non lo avrebbero preso in considerazione. Con la sua direzione delle tre case editrici, Alfredo si propose in crescendo di mezzi di organizzare una produzione alternativa a quella egemone (la cattocomunista, per usare un termine coniato dal filosofo Augusto Del Noce, suo maestro a Torino e dopo) su diversi piani: culturale, ideale, religioso e meta politico. Non amava le definizioni e le contrapposizioni Destra/Sinistra, che sapeva troppo di politica politicante, e amava definire l’altra cultura tradizionale o meglio sapienziale, la cultura della perennità contro l’effimero, del sacro e dello spirito contro il materialismo, della fantasia contro il neorealismo, della libertà contro il determinismo, della classicità contro il modernismo, dell’idealismo contro lo storicismo e lo scientismo. Era per la civiltà del commento rispetto a quella della critica, come direbbe novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano Zolla, o per la civiltà del tempo rispetto a quella dello spazio, come direbbe Evola. E nelle sue case editrici accolse tutte le varie anime di questa cultura, perché tutte si opponevano al degrado materialista e becero dominante allora come purtroppo ancora oggi. Ecco perché pubblicò nelle Edizioni dell’Albero ad esempio La grande paura dei benpensanti di Bernanos, o il saggio contro Emmanuel Mounier di Primo Siena, o L’uomo in allarme, il primo libro di Fausto Gianfranceschi; ecco perché per Borla scopri organicamente (in precedenza si conoscevano in italiano solo un paio di opere) Mircea Eliade messo al bando dagli storici delle religioni progressisti e marxisti con scuse politiche (è noto lo scontro Pavese-De Martino) traducendone diverse altre, la cui lettura ha aperto molte menti, e diede vita sia ad una collana di profili critici di scrittori italiani dove trovò spazio il primo mai pubblicato su Dino Buzzati, sia ad un’altra sotto la direzione di Augusto Del Noce ed Elémire Zolla, quei “Documenti di cultura moderna” che coperti da un titolo tutto sommato anodino riuniva autori “tradizionali” delle più diverse tendenze, da Schuon a Rosmini, da Burckhardt a Weil, da Pallis a Seldmayr: 9 autori e opere che offrivano una diversa “visione del mondo” ai giovani lettori di allora e che sono stati poi ripresi da altre case editrici sovente immemori di chi per primo li scoprì. Molte di queste firme trasmigrarono alla Rusconi, una realtà organizzativa ed economica che permise a Cattabiani di impegnarsi a fondo nel suo progetto: ambizioso, al limite del temerario e della incoscienza, ma in parte riuscito, almeno fino a che la casa editrice appoggiò il suo direttore. Cattabiani operava a tutto campo: collane prestigiose e costose, ma anche collane tascabili e a basso prezzo, classici di filosofia trascurati o riscoperti ma anche narrativa da premi letterari. Possiamo ricordare alcuni filoni che aprì Alfredo? Dalla fantasy nel senso più alto e nobile con Il Signore degli Anelli (immediatamente respinto e boicottato dalla cultura di sinistra con Eco in testa) alla presentazione “vera” della civiltà dei pellerossa, dalla valorizzazione di autori sofisticati come Cristina Campo (poi riscoperta da Adelphi) a Guido Ceronetti (il cui romanzo Aquilegia ignorato quando uscì da Rusconi, venne salutato come capolavoro quando fu ristampato da Einaudi), dal revisionismo Sotto, a destra: Alfredo Cattabiani nella sua casa di Santa Marinella, nell’ottobre 2002 10 ante litteram di Carlo Alianello, al primo serio contributo scientifico contro il darwinismo con le opere di Sermonti e Fondi; impose un filosofo emarginato perché non progressita come Augusto Del Noce, oggi ritenuto un maestro; offrì al grande pubblico l’opera difficile ma fondamentale di René Guénon, sino a quel momento confinata ai suoi adepti (anch’esso ripreso da Adelphi). Anche sottrasse alla cosiddetta “grande editoria” narratori di spicco, come tra gli altri Giuseppe Berto e Giorgio Saviane, che improvvisamente divennero dei poco di buono. Un vero scandalo, un attentato ai sacri principi, un complotto dei reazionari, una intollerabile provocazione! Appunto. Insomma, Alfredo Cattabiani non aveva la minima paura di gettare sassi nello stagno o, meglio, in piccionaia: e i piccioni non solo protestarono, ma attaccarono tramutandosi in corvi, calunniarono, insinuarono, iniziarono campagne diffamatorie e insultanti, non perdevano occasione per stroncare o per silenziare. Insomma, si comportavano come si era comportato il prof. Bobbio. Anzi, fecero ancora di peggio, perché almeno quello di Bobbio fu un atto diretto ed esplicito. I “padroni della cultura” (per la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 riprendere il titolo di un pamphlet a più mani che Alfredo provocatoriamente pubblicò) usarono l’arma subdola dell’insinuazione: la Rusconi Libri era nata proprio nel 1969-1970 perché faceva parte di un più ampio progetto di “restaurazione” non solo culturale ma politica in opposizione alla rivoluzione democratica e liberatrice del Sessantotto. Dietro c’erano la DC, i servizi segreti, i fascisti, la CIA. Follie? No, carta canta. Parole pericolosissime: quelli erano gli anni della “contestazione”, di Piazza Fontana, stavano iniziando gli “anni di piombo”, le Brigate Rosse sequestravano e sparavano, gli scontri di piazza fra destra e sinistra frequentissimi, Milano in specie era un campo di battaglia permanente. Le insinuazioni, più o meno esplicite, servivano a ghettizzare, a mettere in difficoltà la Rusconi nei confronti non solo degli autori italiani che pubblicavano con lei, ma anche i recensori, addirittura i distributori ed i librai. Una casa editrice che si batteva contro il comunismo, il progressismo, il materialismo, lo scientismo, i luoghi comuni storici e culturali dei progressisti, doveva essere isolata e distrutta. Ci fu chi scrisse che intorno ad essa bisognava creare “un cordone sanitario”, quasi fosse un morbo epidemico... E alla fine ci riuscirono. novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano Il risultato fu che la Rusconi, assediata da ogni parte, non riuscì più a sopportare quell’attacco: l’unica cosa da fare era prima affiancare, poi spostare, esautorare poco a poco e alla fine costringere a gettare la spugna il responsabile di tanto scandalo. Nel 1979 Alfredo Cattabiani abbandonò la Rusconi, abbandonò il lavoro editoriale, abbandonò Milano e si trasferì a Roma dove inizierà una nuova vita e un nuovo lavoro. Non fu persecuzione, quella? Che qualcuno osi negarlo ed osi dire si era all’interno di una normale “dialettica culturale. E’ sufficiente sfogliare i fascicoli degli anni Settanta di riviste allora molto politicizzate (alcune delle quali nel frattempo scomparse), da L’Espresso a Panorama, da L’Europeo a Epoca, da Vie Nuove a Rinascita, le “terze pagine” dei giornali di partito (L’Unità, l’Avanti!, Paese Sera) o di opinione, dal Corriere della Sera a La Stampa, da La Repubblica a Il Messaggero. Ne verrebbe fuori non solo una storia veritiera della cultura italiana durante la “contestazione” e gli “anni di piombo” in cui le parole venivano usate come pallottole per decretare la morte civile e intellettuale 11 di una casa editrice e del suo direttore. Nei successivi ventitre anni Alfredo ha fatto il giornalista (Il Settimanale, Il Tempo, il Giornale), il conduttore radiofonico (RAI), ma soprattutto il saggista (come testimoniano anche i tanti suoi volumi conservati presso la Biblioteca di via Senato) pubblicando molti titoli (alcuni con la moglie Marina Cepeda Fuentes) e, riordinando vecchie opere e progettandone nuove ha iniziato quella che aveva chiamato Storia dell’Immaginario, l’analisi del simbolismo insito nel mondo che ci circonda e che l’uomo moderno laicizzato non percepisce più non riuscendo più a leggere il Libro della Natura, il microcosmo e il macrocosmo. Un’opera d’immensa erudizione ma di stile piacevole e accattivante: per ultimi, nonostante la malattia che lo aveva aggredito, pubblicò nel 2000 Volario, nel 2001 Zoario e nel 2002 Acquario tutti editi da Mondadori. Rimane incompiuto e inedito Terrario, e interrotto il suo enciclopedico progetto: Alfredo aveva soltanto 66 anni quando morì e avrebbe potuto avere il tempo per completarlo se il Fato non avesse deciso diversamente. Non si sa che fine ab- Da sinistra: Georges Bernanos (1888-1948), Joseph de Maistre (1753-1821) e Mircea Eliade (1907-1986) 12 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 bia fatto Terrario. E’ ancora presso Mondadori? Ma se dopo dieci anni non è stato ancora pubblicato, possibile che non sia possibile sganciarlo da Segrate? Per tutto quel che fece - ed è stato moltissimo e solo oggi se ne raccoglie qualche frutto - Alfredo non ha ricevuto praticamente nulla, anche sul piano materiale: nonostante tanta ingratitudine ha lasciato un segno: tutti i filoni culturali da lui valorizzati e moltissimi degli autori da lui scoperti sono stati poi ripresi e rilanciati da altri, spesso - purtroppo - senza rendere merito a chi per primo li lanciò o li fece conoscere. La sua è stata una lezione ed una testimonianza, l’individuazione di un metodo, di un percorso e di uno stile. Quel che ha lasciato come retaggio culturale (compresa la sua opera di saggista) oggi ci appare fondamentale, e non glielo hanno ancora perdonato: non solo il silenzio assoluto o le striminzite notizie di agenzia pubblicate da alcuni “grandi giornali” alla sua morte dieci anni fa (oggi ancor meno), ma anche il ridimensionamento o la minimizzazione della sua persecuzione stanno lì a provarlo. Volava forse troppo alto? Non direi. Era forse troppo intransigente? Nemmeno. Purtroppo lui, come alcuni altri, andava troppo contro il suo tempo, contro la cultura mercificata e banale da un lato, cinica e secolarizzata, ideologizzata sino alle midolla dall’altro: la cultura del mondo moderno, in poche parole. Però ci ha lasciato, oltre ai suoi libri, una immensa eredità di indicazioni e suggestioni, di coraggio intellettuale e di esempio morale che non deve essere assolutamente dispersa. Ci ha soprattutto insegnato che non è impossibile lottare contro un establishment che si riteneva e ancora si ritiene consolidato e intoccabile avendo ben capito, invece, come potesse essere combattuto con le sue stesse armi: quelle dei libri e della cultura. Chi non capisce questo, come sino ad ora a quanto pare non è stato capito, sarà sempre un born loser, un nato perdente, per quanti soldi possieda, per quante elezioni possa vincere. Se questo mondo che fugge ha come suo dio l’effimero e quindi l’oblio, Alfredo Cattabiani, che pure è stato costretto a lasciarci troppo presto come avviene per i migliori, ci ha indicato il permanente e la memoria. BIBLIOGRAFIA MINIMA • Bestiario (Editoriale Nuova, 1984; • • • • De Agostini, 1990). Erbario (Rusconi, 1985) Bestiario di Roma, con Marina Cepeda Fuentes (Newton Compton, 1986) Calendario (Rusconi, 1988) Simboli, miti e misteri di Roma • • • • (Newton Compton, 1990) Santi d’Italia (Rizzoli, 1993) Lunario (Mondadori, 1994; nuova edizione riveduta e ampliata negli Oscar Mondadori, 2002) Florario (Mondadori, 1996; Oscar Mondadori, 1998) Planetario (Mondadori, 1998; • • • • • Oscar Mondadori, 2001) Breve storia dei giubilei. 13002000 (Bompiani, 1999) Volario (Mondadori 2000; Oscar Mondadori 2001) Zoario (Mondadori, 2001) Acquario (Mondadori, 2002) Santi del Novecento (Rizzoli, 2005) 14 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 15 Il caso Ostellino LIBERTÀ E LIBERALISMO: UN’UTOPIA IN ITALIA? L’insofferenza verso la cultura liberale: un male italiano GIANLUCA MONTINARO C È inutile negarlo: questa he l’Italia non sia procarenza (innanzi tutto culturale, priamente la patria della eppoi politica) da anni si ripercultura liberale è fatto cuote, sempre più negativamennoto. Pochi sono gli elementi, te, sul Paese, lasciando campo per lo più recepiti “di sponda” aperto all’insofferenza, al pedal mondo anglosassone, della renne compromesso, ai persogrande tradizione liberale che nali egoismi. Tante volte, e con albergano nella società e nella numerose dimostrazioni, lo ha politica del nostro Paese. Per sottolineato una firma di primo storia e impostazione, l’Italia livello del giornalismo italiano: pare vivere in continua altalena Piero Ostellino. Il quale, in un fra un cattolicesimo non troppo recente articolo pubblicato sul credente e uno svogliato comu«Corriere della Sera», denuncia nismo, immersa in uno stato di il clima di violenta intolleranza torpore fatto indistintamente che quotidianamente egli stesso da entrambe le “fazioni” - di Sopra: Piero Ostellino (1935). subisce e, fatto ancora più peri«moralismo d’accatto» e «me- Nella pagina accanto: Santi di Tito coloso, il connivente silenzio di schina intolleranza». (1536-1603), Niccolò Machiavelli, quegli intellettuali autodefinitiCerto, le eccezioni “libera- Firenze, Palazzo Vecchio si liberal ma che nella realtà libeli” ci sono. Ma sono riconducibili più a esperienze e testimonianze individuali rali non sono. Le uniche colpe di Ostellino sono che a vere e proprie correnti. Nel mondo culturale quelle di essere dichiaratamente liberale e di aver si possono ricordare i nomi di Benedetto Croce, messo in discussione, da posizioni garantiste, la siLuigi Einaudi e Mario Pannunzio. Nella storia tuazione giudiziaria di Silvio Berlusconi, come politica Cavour, Giovanni Giolitti, Enrico De Ni- esempio di una questione che, oltre il caso persocola e Vittorio Emaneuele Orlando. Ma, a dimo- nale, più in generale riguarda lo Stato di diritto. In strare la mancanza di un filone, è la stessa espe- un suo articolo, apparso lo scorso 21 settembre, rienza del Partito Liberale (Pli): marginale rispet- Ostellino aggiunge anche che, vista la carenza di to agli altri raggruppamenti politici della cosid- cultura liberale che alberga nel nostro Paese, episodi come quello di «un fantoccio con le sembiandetta Prima Repubblica. 16 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Da sinistra: Benedetto Croce (1866-1952) in un ritratto del 1921; Luigi Einaudi (1874-1961), in una foto del 1951 ze del Cavaliere, impiccato a un albero di piazza 24 Maggio a Milano non sono l’espressione di una legittima opposizione politica al capo d’un partito che non è il proprio (com’è normale in qualsiasi democrazia) ma la manifestazione d’una malattia mentale, la paranoia, e di una precisa intenzione politica, la violenta eliminazione dell’avversario». Questo generale clima di ostilità («che - scrive Ostellino - ricorda quello del 1922») non viene riservato solo agli avversari politici ma anche a tutti coloro che (come Ostellino) «la pensano in modo differente e, pur non essendo berlusconiani, non si associano al linciaggio». L’articolo di Ostellino termina con un appello: ci si batta tutti contro la strisciante violenza che sta ammorbando il Paese: «il linciaggio dell’avversario politico e l’insulto verso chi disapprova certi fanatismi e parla di garanzie anche per il peggiore dei criminali, minaccia di ripristinare il clima dell’immediato secondo dopoguerra. Quando chi, ancorché antifascista, ma non comunista, rischiava la pelle». Un appello che la nostra rivista, «La Biblioteca di via Senato», raccoglie e rilancia, testimoniando solidarietà a Ostellino, e condannando ogni atteggiamento di intolleranza nei confronti di chi manifesta un pensiero differente. Direttore Ostellino, perché in Italia, a parti rari casi individuali, non si può parlare dell’esistenza di una reale cultura liberale, fondativa e formante? Per rispondere mi rifaccio a Machiavelli. Nel Principe il Segretario fiorentino ricorda come ci si debba attenere alla realtà effettuale e non alla realtà quale dovrebbe essere. La libertà vive nella realtà: nella realtà quale essa è. Così la politica: può incidere e riformare la realtà solo a patto che ne prenda coscienza. Laddove, invece, l’agire umano è inficiato dalla realtà come dovrebbe essere, rifiutando quindi la realtà effettuale, non si giunge ad altro che al rifiuto della libertà e alla sistematica novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano distorsione del concetto di politica. Perché quest’ultima è realismo. Il problema è appunto che in Italia si legge poco Machiavelli. E il poco che si è letto si è letto male… Nelle scuole farei leggere Machiavelli, come libro di testo. Anche Antonio Gramsci, nelle Note su Machiavelli, individua nel Segretario fiorentino il fondatore del pensiero politico moderno… In effetti l’interpretazione di Gramsci, che letta nel suo contesto ha alcuni punti di validità, vede nella figura del Principe l’immagine di ciò che dovrebbe essere il Nuovo Principe, ovvero il Partito Comunista. E’ una lettura piegata alle esigenze dell’epoca. In fondo i vecchi comunisti erano dei seri realisti. Quanto ai nuovi… Sciascia li definirebbe dei quaquaraquà. Come si spiega l’intolleranza, che lei giunge a definire paranoide, verso Berlusconi? E’ un sentimento irrazionale e pericoloso. Ed è riconducibile alla forte intolleranza nutrita da coloro che rifiutano la realtà effettuale verso chiunque non la pensi nel medesimo modo. Nel fatto specifico io non sono berlusconiano. Ciononostante sono fatto oggetto di insulti quotidiani perché esprimo mie opinioni (del tutto legittime) in campo filosofico e/o di diritto. Mi dispiace dirlo ma una parte degli Italiani non è liberale e si comporta in modo del tutto opposto a ciò che dovrebbe essere lo spirito di una società moderna e liberale. Se avessi criticato Berlusconi e il berlusconismo sono sicuro che non sarei stato fatto oggetto della sequela di contumelie che quotidianamente ricevo. Nel suo articolo lei evoca i tragici momenti del secondo dopoguerra, paragonandoli ai nostri tempi. C’è davvero questo rischio? Sì, c’è. Perché tutti i dopoguerra finiscono 17 per assomigliarsi. Dopo il primo conflitto mondiale è nato il fascismo. Dopo il secondo l’antifascismo. Ora la nuova intolleranza: l’antiberlusconismo. Ma così dicendo, implicitamente indica come anni di guerra “l’epoca berlusconiana”… Noi Italiani siamo sempre stati in guerra. Una perenne guerra civile. Fra Guelfi e Ghibellini, fra Stato e Chiesa, fra fascisti e comunisti, fra berlusconiani e antiberlusconiani. Ingenuamente abbiamo pensato che gli scontri avevano avuto termine con la Costituzione del 1948. In realtà è stato solo un effimero armistizio. E ancora oggi ci si scontra sullo stesso terreno: il duello fra berlusconiani e antiberlusconiani non è altro che la riedizione delle tante lotte intestine che hanno attraversato la storia del nostro “immaturo” Paese. Mario Pannunzio (1910-1968), ritratto nella redazione de «Il Mondo» 18 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 BvS: Bibliofilia L’ASTRO CHE MANCA: ‘NOT IN CANTAMESSA’ I libri di astrologia e una bibliografia senza fine GIANCARLO PETRELLA C’ era da aspettarselo. L’avvocato Leandro Cantamessa Arpinati ha pronta la terza edizione della sua never-ending bibliografia astrologica. Per ripercorrerne la storia basta affacciarsi nella Sala Consultazione della Biblioteca di via Senato ove, nei palchetti dedicati alle bibliografie, si trovano tutte le precedenti versioni di questa “ricerca senza fine”. Non si era ancora conclusa la stampa della prima edizione, accolta nella prestigiosa collana ‘Biblioteca di Bibliografia Italiana’ dell’editore Leo S. Olschki di Firenze (Astrologia. Opere a stampa 1472-1900, I-II, Firenze, Leo S. Olschki, 2007, pp. XXX, 1105), nella quale era riuscito nell’impresa di registrare circa 5.000 titoli per un totale di oltre 20.000 edizioni impresse nell’arco di più di quattro secoli, che aveva già la necessità di aggiungere in tutta fretta alla fine tre paginette di Addenda introdotti da quella che potrebbe suonare una resa bibliografica: «ammetto che le trouvailles sono infinite. Almeno tre delle quattro che aggiungo, a stampa già chiusa, valgono però la pena d’essere nominate». Si trattava di due almanacchicalendari francesi dell’Ottocento e di due edizioni seicentesche, la seconda delle quali semi sconosciuta. Evidentemente però nel cassetto dovevano esserne rimaste molte altre, che costrinsero l’avvocato milanese a rimettere mano all’intero progetto per allestire una bibliografia del tutto nuova che dilata i limiti cronologici di circa un trentennio (com- prende infatti le edizioni astrologiche stampate dal 1468 al 1930 anziché dal 1472 al 1900). Il risultato furono non più 5.045 schede bibliografiche (più 4 di addenda, si ricordi) ma addirittura 8.986, necessariamente distribuite non in due, ma in quattro corposissimi volumi pubblicati nel 2011 (Astrologia. Ins & Outs opere a stampa 1468-1930, Milano, Otto/Novecento editore, 2011, pp. 3313) introdotti dalla necessaria spiegazione al lettore: «mi sono deciso a rimettere mano al lavoro con cui avevo convissuto per qualche anno. Inizialmente avevo pensato a un volume di errata (o, meglio, di integrazioni alle schede già presenti nell’edizione precedente) e a un altro volume di addenda, giustificato dall’elevatissimo numero di schede nuove: è il sistema usualmente utilizzato dai bibliografi e dai loro editori. Strada facendo mi sono però reso conto sia dell’impossibilità di realizzare, per me e per chi leggesse, comprensibili collegamenti tra un’opera e l’altra, sia dell’estrema difficoltà di consultazione che ne sarebbe derivata». Infine, la confessione, che dovrebbe mandare a memoria chiunque si accinga a compilare una bibliografia: «se non si può chiedere a una bibliografia di far parte della razza dei libri di amena lettura, si deve però certamente pretendere che essa sia strumento facile da maneggiare quando si è impegnati novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano in una ricerca». Ogni bibliografia, come si intuisce anche dalla vicenda biografica qui evocata, corre inevitabilmente il rischio di essere, o apparire, incompleta. Presta il fianco a critiche, spesso ingrate, di chi la consulta impugnando la matita rossa e blu, e mette in angoscia il suo compilatore che teme invece di imbattersi, presso un antiquario, una biblioteca o compulsando un repertorio che ancora non aveva consultato, nell’inevitabile edizione sconosciuta e non registrata. Ricordo bene come alcuni anni fa Luigi Balsamo, noto storico del libro e bibliografo scomparso un anno fa, mi mettesse in guardia dai rischi di simili lavori, evocando la sua esperienza degli annali del tipografo milanese Giovann’Angelo Scinzenzeler che lo costrinsero, trent’anni più tardi, a un’inevitabile (peraltro ancora og- 19 gi passibile di ulteriori aggiunte) integrazione.1 Lì si trattava, peraltro, di un ambito assai limitato, ossia gli annali di un tipografo che, per quanto prolifico, sono comunque circoscritti a pochi decenni. Costruire una bibliografia astrologica pressoché universalis, cioè, parafrasando per i meno avvezzi alla disciplina, censire e descrivere tutto quanto sull’argomento sia stato prodotto dalle origini della stampa al Novecento, bisogna ammetterlo, è impresa oltremodo ardua, forse improba per una persona sola. Se dal punto di vista collezionistico (l’avvocato Cantamessa diventa infatti bibliografo strada facendo, dapprima è soltanto un bibliofilo) circoscrivere l’iniziale bulimia nel recinto del genere astrologico può essere salutare, non può dirsi invece altrettanto dal punto di vista bibliografico. Non c’è Hyginus, De mundi et sphera declaratione, Venezia, M. Sessa, 1512 20 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Silografie tratte da Johannes Lichtenberger, Pronosticatio, Venezia, Nicolò e Domenico del Gesù, 23 agosto 1511 infatti genere editoriale più indecifrabile, prolifico, labile, sfuggente e destinato a cattiva conservazione di quello che definiamo, spesso impropriamente, astrologico. Se il primo passo, in termini tecnici, è quello di individuare l’ambito di una bibliografia, qui non è così agevole, essendo il campo invaso non solo da edizioni di chiaro argomento astrologico, ma anche da parecchie che non lo sono, nonostante vengano spacciate come tali, per effetto di un’inveterata confusione fra astronomia e astrologia, o fra astrologia e arti magiche, che porta a includere nella bibliografia, fra l’altro, le opere di meteorologia, geomanzia, medicina, fisiognomica e chiromanzia («a condizione che in esse si trattasse, come pressoché sempre è, anche di astrologia»). A sparigliare le carte c’è poi la delicata questione delle cosiddette plaquettes astrologiche, ossia quei pronostici di poche carte per l’anno a venire che a partire dal tardo Quattrocento venivano compilati senza sosta, stampati alla buona con altrettanta fretta e infine consumati con avidità da un pubblico eterogeneo senza alcuna inclinazione alla loro conservazione, con buona pace dei bibliografi di oggi. Ciò vuol dire che se le edizioni di lusso destinate al pubblico colto sono ben conservate, come a esempio la prima edizione illustrata di Igino stampata a Venezia nel 1482 di cui sopravvivono, solo in biblioteche pubbliche italiane, almeno una cinquantina di esemplari (ISTC ih00560000), molto più accidentata fu la circolazione e la conservazione della miriade di pronostici che puntualmente, a ogni scadere di anno, uscivano dalla penna di astrologi professionisti o semplici ciarlatani per rivolgersi a un pubblico molto più vasto. Approfittando di un’ansia di cono- 22 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Silografie tratte da Johannes Lichtenberger, Pronosticatio, Venezia, Nicolò e Domenico del Gesù, 23 agosto 1511 scenza del futuro rinnovata dalle vicende tumultuose degli ultimi anni del Quattrocento,2 la nuova arte tipografica si affretta a divulgare una messe di testi profetico-divinatori, in latino o in volgare, in prosa o in versi, di alcune decine o di poche carte destinati a vita effimera e di cui oggi, infatti, non sopravvivono che pochissimi esemplari, spesso addirittura uno soltanto. E l’unicum, così usuale nel campo astrologico (come accertano le centinaia di schede di Cantamessa relative a iudicia e vaticini), gioia di antiquari e collezionisti che ne vengono in possesso, diventa l’ossessione del bibliografo! Da qui l’inesausta caccia all’unico esemplare di edizione sconosciuta, che costringe a prendere in esame, per allestire una bibliografia, non solo i repertori già esistenti (i sei scaffali di bibliografie sull’argomento dichiarati da Cantamessa!), ma, come già evocava Conrad Ge- sner nel Cinquecento, anche i cataloghi delle biblioteche pubbliche e soprattutto quelli dei librai, autentica miniera di ephemera. «Ho quasi pronto un nuovo addendum», mi ha anticipato l’avvocato Cantamessa nei primi mesi di quest’anno. «Ci sto ancora lavorando. Andrà in stampa nel 2014, ma se ti fa piacere ti invio le schede». Poi, qualche giorno fa, ricevo una nuova mail: «nel frattempo ho aggiunto, alla nuova aggiunta, qualche altra scoperta ‘carina’». Vediamo allora di sfogliare quest’impresa ammirevole, che, pur perfettibile e ancora soggetta a ulteriori integrazioni e nonostante gli inevitabili errori bibliologici e le imprecisioni bibliografiche in cui è incorso un bibliografo non professionista, è destinata a rimanere in futuro lo strumento di riferimento per collezionisti, studiosi e bibliotecari alle prese con tale genere di novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Silografie tratte da Johannes Lichtenberger, Pronosticatio, Venezia, Nicolò e Domenico del Gesù, 23 agosto 1511 pubblicazioni. Procedo per interessi personali. Uno dei temi più affascinanti nella storia editoriale del genere è quello degli astrologi preannuncianti un nuovo disastroso diluvio per il giorno 20 febbraio 1524 interpretando ad litteram una malaugurata congiunzione dei pianeti nel segno d’acqua dei Pesci. L’angoscia fu tale che il primo cittadino di Tolosa corse persino a costruirsi un’arca, mentre la questione divenne così dibattuta da offrire l’opportunità ai tipografi di esaurire il mercato con opuscoli di facile smercio, salvo, post eventum, gettare discredito sull’intera categoria, al punto da assurgere, nell’uso comune, a sinonimo di castroneria («Per non parere busardo come gl’astrologhi del diluvio» recita Maestro Andrea nel II atto de La Cortigiana di Pietro Aretino). La vicenda, si intuirà, è bibliograficamente intricatissima e avremmo ben poche possi- bilità di raccapezzarci fra opuscoli di poche carte, spesso conservati in copia unica, ed edizioni semisconosciute se non venisse in soccorso l’apposito indice degli astrologi che si sono cimentati sull’argomento (scopro addirittura una cinquantina) allestito nel quarto e ultimo volume interamente di indici (ne contiene anche uno, non così ovvio, dedicato alle donne che si sono cimentate nel genere astrologico). Aver ripreso in mano le carte giudiziare, o qui meglio bibliografiche, consente persino di allontanare le responsabilità da Johann Stöffler, autore di un fortunatissimo Almanach, per addossarle invece all’assai meno noto Steve Rollan (scheda 6823), il cui Pronostich admirable in catalano (un opuscoletto in ottavo di 12 carte stampato a Barcellona nel 1513 «di formidabile rarità» conservato in copia unica presso la Biblioteca Capitolare Colombina di Sivi- 24 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Sopra, da sinistra: uno dei numerosi testi annuncianti il diluvio del 1524: Tommaso Rangoni, De vera diluvii; Hyginus, De mundi et sphera declaratione, Venezia, M. Sessa, 1512 glia) sembra davvero contenere la prima esplicita ipotesi del diluvio universale per il 1524. Come accadeva soprattutto nei secoli scorsi (oggi bibliografo e collezionista raramente coincidono), questa ponderosa bibliografia attinge anche alla ragguardevole collezione personale del suo compilatore. Quella per il libro antico è una passione che l’avvocato Cantamessa ha ereditato, assieme ai volumi drammaticamente sfuggiti al saccheggio della biblioteca, dal nonno Leandro Arpinati, brutalmente ucciso il 22 aprile del 1945. Spigolando in quella riserva cito qui, per deformazione professionale, innanzitutto due raffinati prodotti dei primi decenni dell’arte tipografica: il primo è l’incunabolo partenopeo, licenziato nel 1477 dal tipografo di origini alemanne Henricus Alding, dell’Astrologia seu Opusculum de totius orbis divisione dell’astronomo di origini lucane Cristiano Proliano (scheda 6385). Edizione peraltro intrigante per gli incunabolisti in ragione di alcune varianti al colophon (ISTC ip01009000). L’altro è la bellissima prima edizione (scheda 143) dell’Introductorium in astronomiam dell’astrologo arabo Albumasar (nacque a «Balkh, avamposto ellenistico nell’attuale Afghanistan» come recita l’introduzione biografica che in modo intelligente e inusuale arricchisce quasi ogni scheda) corredata da 45 silografie impressa il 7 febbraio 1489 ad Augsburg da Erhard Ratdolt (ISTC ia00359000). Il Ratdolt, autocelebratosi al colophon («Erhardi ratdolt mira imprimendi arte qua nuper venetijs nunc auguste vindelicorum excellit notatissimus 7 Idus Februarij 1489») era da poco rientrato Mindshare Italia Assago (MI) Viale del Mulino, 4 Roma Via C.Colombo, 163 Verona Via Leoncino, 16 +39 02480541 +39 06518391 +39 0458057211 www.mindshare.it www.mindshareworld.com 26 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Hyginus, De mundi et sphera declaratione, Venezia, M. Sessa, 1512 in patria dopo la stagione veneziana nella quale aveva già stampato altri straordinari testi astrologici e scientifici illustrati, come nel 1482 l’Astronomicon di Igino, la seconda edizione in assoluto dopo la princeps ferrarese del 1475, ma la prima corredata da un corpus di 47 silografie raffiguranti costellazioni, pianeti e segni zodiacali (scheda 3866). Nell’Addendum astrologico, la cui uscita è prevista per il prossimo anno, figura un’importante integrazione (scheda 3689bis) ancora quattrocentesca (di cui sopravvivono una dozzina di copie): l’in folio non datato (ma circa 1492, GW data post 13 giugno 1492) sottoscritto a Venezia da Luigi di Santa Lucia di Hermes Trismegistus, Centiloquium Divi Hermetis contenente anche i Praecepta in quibus est scire quid astra velint di Almansor (ISTC ih00075500). Non stupisce che il numero maggiore di integrazioni ri- guardi edizioni dei secoli successivi. In prima e seconda battuta erano comprensibilmente sfuggite parecchie plaquettes relative a prodigi celesti e pronostici. A esempio, il mezzo foglio in ottavo (fasc. A4, cc. [4]) tipograficamente ben curato, segno quindi di una tipografia non così dimessa (sole inciso al frontespizio; capilettera e fregio xilografici, verso della prima carta bianco) con prolifico e fantasiosissimo titolo Novo Ragguaglio de’ maravigliosi e horrendi segni e prodigi apparsi in aria sopra il Castello di Matalone vicino a Napoli alli 24 di Marzo del presente anno 1629 dove s’intende come siano stati maravigliosamente veduti tre soli di color sanguigno con torcie e fiamme accese e anco huomini armati a combattere in aria, sottoscritto «Napoli, Roma, e in Bologna, per Nicolò Tebaldini 1629». Se poi lo si legge (Cantamessa ha infatti il vizio di leggere quasi tutte le edizioni che registra, co- novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano sì da costruire quella che mi piace definire una bibliografia ragionata e commentata) si scopre una bellissima pagina di panico collettivo: il fenomeno durò otto ore; dai soli si staccarono alcune fiammelle di fuoco, che restarono a lungo sospese nell’aria. Alla sera i Napoletani, che si erano rinchiusi in casa per la paura, udirono un’esplosione fortissima che lasciò nel cielo una nuvola dentro la quale «pareva esservi huomini armati a piedi e a cavallo affrontarsi». L’anonimo cronista si sforza di spiegare che il fenomeno ha spiegazioni scientifiche (è cioè un’esalazione atmosferica), ma, conclude, simili fenomeni tal volta sono anche «nuntij di futuro male, che Dio non voglia». Un fenomeno simile è quello registrato da un altro opuscoletto fin qui inedito dal titolo 27 «El Gran Prodigio di tre Soli apparsi in Franza adi noue de Setembrio a hore tredese. In di de sabbato cosa molto stupenda» sottoscritto «Impressa in Roma per Albertin Zanelli M.CCCCC.XXXVI (1536)». Composto addirittura di sole due carte (scheda 3252bis), se ne conservano due esemplari presso la British Library e la Comunale di Trento. Assolutamente delizioso, oltre che un’autentica rarità del genere per chi abbia una qualche esperienza nel campo dei fogli volanti,3 è il fin qui sconosciuto Pronostico perpetuo di Carlo Nicolini sottoscritto Mantova 1664 (scheda 5561bis). Si tratta di un unico foglio a stampa (cm 51 x 40), vivacemente colorato, raffigurante una grande ruota al cui centro è rappresentato un globo retto da mano divina con il Pagina tratta da Johann Stoffler, Tabulae astronomicae (Tübingen, 1514) relativa al mese di febbraio 1524 in cui un anonimo lettore, evidentemente terrorizzato dalla previsione del nuovo diluvio, ha annotato le condizioni climatiche di ogni giorno 28 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 motto Nil sine Deo. Nella parte inferiore sono presenti le allegorie del Sole, della Luna, di Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno, raffigurati sopra carri volanti. Alla destra di ciascuno figurano invece le caratteristiche delle stagioni, gli eventi meteorologici, i raccolti, le epidemie, i fatti d’arme e la natura di base delle persone, a seconda dei dati offerti dalle nozioni elementari della disciplina astrologica, riferite a ciascuno dei sette pianeti. A complicare ulteriormente il lavoro, come si accennava all’inizio, è poi la caparbia volontà del NOTE 1 LUIGI BALSAMO, Giovann’Angelo Scinzenzeler tipografo in Milano 1500-1526, Firenze, Sansoni, 1959; L. Balsamo, Annals of G. A. Scinzenzeler printer in Milan (1500-1526). A supplement, in The Italian book, 1465-1800. Studies presented to compilatore di cercare riferimenti all’astrologia anche in testi ufficialmente di tutt’altro argomento. Propongo solo un paio di esempi. L’Addendum scova cenni astrologici (che valgono quindi nuove registrazioni bibliografiche: 6170bis e 6491bis) nei fin qui insospettati trattati sulla peste di Baldassarre Pisanelli, Discorso sopra la peste (Roma, eredi di Antonio Blado, 1577] e l’anonima Raccolta di avvertimenti et Raccordi per conoscer la Peste, Venezia 1682. Un riferimento all’astrologia si rinviene anche nel Giuoco del chiromante, il trentaseiesimo di una fortunata edizione di giochi di società rinascimentali: Innocenzio Ringhieri, Cento giuochi liberali e d’ingegno, Bologna, Anselmo Giaccarelli, 1551 (scheda 6741bis) con tanto di dedica a Caterina de’ Medici (la consorte di Enrico II di Francia cui lo stesso tipografo l’anno prima aveva indirizzato la princeps della Descrittione d’Italia di Leandro Alberti). Nonostante due edizioni e un succoso aggiornamento, qualche nuova edizione, c’è da giurarsi, verrà comunque a galla. Personalmente in questi giorni sono dovuto ricorrere ai quattro tomi della bibliografia del 2011 per identificare due pronostici tedeschi del secondo Cinquecento scovati sui palchetti della biblioteca dei conti Thun di Castel Thun. Soltanto di uno ho trovato conferma. A questo punto, se pure capiterà in futuro di imbattersi in schede bibliografiche, soprattutto di antiquari, che recitano ‘not in Cantamessa’, il bibliografo non se la prenda a male. Non si tratta di un’offesa personale, né di una sfida a compilare l’ennesima aggiunta alle aggiunte, ma la conferma, indiretta, dell’impossibilità di fare oggi a meno della sua bibliografia astrologica. Dennis E. Rhodes on his 70th birthday, ed. by D. V. Reidy, London, The British library, 1993, pp. 65-87. 2 OTTAVIA NICCOLI, Profeti e popolo nell’Italia del Rinascimento, Roma-Bari, Laterza, 1987 (20062); GIANCARLO PETRELLA, La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger. Un testo profetico nell’Italia del Rinascimento, presentazione di O. Niccoli, Udine, Forum, 2010. 3 UGO ROZZO, La strage ignorata. I fogli volanti a stampa nell’Italia dei secoli XV e XVI, Udine, Forum, 2008. novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 29 Editoria MONDADORI, EDITORE A VOLTE “NON VENALE” Sui volumi fuori commercio della Mondadori MASSIMO GATTA – seconda parte. La prima parte è stata pubblicata sul numero di ottobre I l carattere Pastonchi verrà utilizzato, oltre che per le opere letterarie dello stesso critico-letterato, anche per le Opere di Antonio Fogazzaro, di cui venne stampato un raffinato Programma editoriale fuori commercio, nella migliore tradizione mondadoriana27. Di tematica analoga, ma in carattere Baskerville, sarà sia il Programma delle opere complete di Giovanni Pascoli, stampato fuori commercio dalla Mondadori nel ‘3528, sia quello per le opere di Sem Benelli29. Sulla medesima impostazione grafico-filologica era intanto apparso, nel ‘35, un grande volume antologico di oltre 460 pagine (in commercio a lire 12), Scrittori nostri, oggi di non facile reperibilità, arricchito da 32 facsimili e 83 illustrazioni fuori testo di Bruno Angoletta; volume impostato nel tipico stile editoriale mondadoriano: fornire al lettore, oltre che un testo valido, anche un utile apparato bibliografico e iconografico30. Il grande illustratore lo ritroveremo a proposito della celebre collana ‘La Medusa’. A Pastonchi e Mardersteig è legata una delle 30 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 imprese tipografico-editoriali più importanti del Novecento, non solo italiano: la pubblicazione dell’Opera omnia di Gabriele d’Annunzio in 49 volumi (l’ultimo per gli Indici), capolavoro assoluto dell’ingegno mondadoriano, della sua volontà e della sua capacità seduttoria (è del 21 giugno 1926 la firma dell’accordo per l’Edizione Nazionale delle opere complete di d’Annunzio), impresa per la quale Mondadori chiese anche la collaborazione del celebre architetto e designer Gio Ponti, che realizzò una serie di disegni per varie tipologie di librerie che avrebbero dovuto ospitare i 49 volumi dell’opera dannunziana31. Non è certo questa la sede per rievocare il complesso iter di un tale capolavoro tipografico-editoriale32, né di fare la storia del lungo e travagliato percorso che portò il poeta abbruzzese (allora sicuramente lo scrittore italiano più famoso, e pagato, al mondo) prima alla rottura con l’editore Treves33 (nel ‘26 infatti scioglierà il lucroso contratto che lo legava all’editore), quindi alla collaborazione con la casa editrice milanese34. A noi interessa solo ricordare che in occasione di quell’ampio e articolato progetto fu stampato un Prospetto, oggi di assoluta rarità, soprattutto perché le prime cinquanta copie, messe in commercio nell’agosto del ’27 a 30 lire l’una, nonostante le cu- NOTE 27 Tutte le opere di Antonio Fogazzaro. Programma, a cura di Piero Nardi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, novembre 1931 (ma Verona, Grafiche Mondadori). 28 Tutte le opere di Giovanni Pascoli. Programma, a cura di Angelo Sodini e una nota dell’editore, Verona, Arnoldo Mondadori, luglio 1935, composto in caratteri Baskerville. 29 Cfr. Tutte le Opere di Sem Benelli. Programma, a cura di Gino Marchiori, Verona, Mondadori, 1934. 30 Scrittori nostri. Raccolta antologica di scritti inediti, con 32 facsimili, 83 illustrazioni f.t. e una nota dell’editore, Verona, Mondadori, 25 aprile 1935. Questo volume, illustrato da Angoletta, stranamente non viene citato nel saggio sull’illustratore Dalla A alla Ang. Bruno Angoletta prefessione illustratore, a cura di Erik Balzaretti, Torino, Little Nemo, 2001. 31 Venne stampata nel 1931 una rarissima plaquette, interamente illustrata dai disegni a colori di Gio Ponti e dalle foto dei prototipi delle librerie realizzate da un ebanista milanese; l’opuscolo ha copertina muta sulla quale è insiso solo il celebre motto dannunziano Io ho quel che ho donato, ed è legato da un cordoncino. Risulta non presente in SBN, una copia è conservata al Vittoriale degli Italiani di Gardone. 32 Per il quale rimando a Massimo Gatta, Da Ostiglia a Villa Cargnacco. L’Opera Omnia di Gabriele D’Annunzio, «Notizie dalla Dèlfico», Teramo, Biblioteca provinciale “Melchiorre Delfico, a. XXI (2007), n. 2/3, pp. 6-16, ristampata ora con aggiunte, e titolo cambiato in Da Ostiglia a Villa Cargnacco. L’Opera omnia di Gabriele D’Annunzio, pubblicata da Arnoldo Mon- novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano re e le svariate revisioni a cui era stato sottoposto dallo stesso d’Annunzio e da Angelo Sodini, non riportava a stampa la tragedia La Nave del 1908, per errore dello stesso manoscritto dannunziano stampato in facsimile dov’è evidente il salto tra il n. 38 di Più che l’amore del 1907 e il n. 39 di Fedra del 1909. Errore che fu subito risolto con una seconda edizione del Programma che conteneva un poco elegante, ma necessario, 38 bis. Intanto la prima ti- dadori, stampata da Hans Mardersteig e conservata sugli scaffali disegnati da Gio Ponti, in Arnoldo Mondadori, Giovanni Mardersteig, Carteggio inedito per l’Opera omnia di Gabriele D’Annunzio, premessa di Agostino Contò e Camilla Cobianchi, a cura, e con uno scritto, di Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2013, pp.75-100 [edizione limitata a 75 copie f.c. stampate in occasione della mostra bibliografica su D’Annunzio, Mondadori e Mardersteig alla Biblioteca civica di Verona, marzo 2013]. E’ in corso presso l’editore Biblohaus la ristampa del volume per la vendita 31 ratura, mandata interamente al macero, aveva lasciato libere appunto cinquanta copie con il refuso, che raggiunsero per i collezionisti dannunziani prezzi folli35. La bellezza tipografica e l’importanza di questo Programma sono evidenti fin dalla copertina dove campeggia in rosso il motto dannunziano Io ho quel che ho donato, racchiuso in una cornucopia. E’ forse il motto dannunziano più celebre, inciso in commercio, identico alla precedente stampa limitata. 33 Utile sull’argomento è Nicola Tranfaglia, Albertina Vittoria, Mondadori: «Io ingoierò casa Treves», in Id., Storia degli editori italiani. Dall’Unità alla fine degli anni Sessanta, Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 140-145; ma cfr. anche Franco Di Tizio, Antonietta Treves e d’Annunzio. Carteggio inedito (1909-1938), Altino, Ianieri Editore, 2005; Massimo Grillandi, Treves, Torino, UTET, 1977 e infine Gabriele d’Annunzio, Lettere ai Treves, a cura di Gianni Oliva, Milano, Garzanti, 1999. 34 Per il quale rimando all’imprescindibile Franco Di Tizio, D’Annunzio e Mondadori. Carteggio inedito (1921-1938), con molte foto, Pescara, Ianieri Editore, 2006. Ma cfr. anche Vito Salierno, Mondadori e l’”Opera omnia”, in Id., D’Annunzio e i suoi editori, Milano, Mursia, 1987, pp.205224, Id., D’Annunzio e Mondadori, in Sogni di terre lontane: dall’«Adria velivolo» al «Benaco Marino», Atti del XXV Convegno nazionale di Studi dannunziani, Pescara, Ediars, 1998, pp. 117-145 ; [Stefano De Laurentiis], La grande impresa. Hans Mardersteig e l’opera omnia di Gabriele d’An- 32 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 sul frontone all’ingresso del Vittoriale a Gardone e impresso anche sui sigilli, sulla carta da lettere e su tutte le opere dannunziane pubblicate dall’Istituto Nazionale e dall’Oleandro. D’Annunzio amava ripetere che la frase l’aveva scoperta incisa su una pietra di un camino del ‘400; in realtà è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis. Sarà anche utilizzato, in un trattato seicentesco dell’abate Giovanni Ferro, come motto di un cavaliere spagnolo del ‘50036. Nel Prospetto mondadoriano sono riprodotti autografi e cartigli dannunziani applicati alle pagine, una ricca iconografia con 34 tavole e infine i facsimili delle varie tipologie di legature dell’Opera omnia. Il complesso rapporto che legò Mondadori allo stampatore tedesco Giovanni Mardersteig rappresenta anche uno spaccato del legame dell’editore con la Svizzera italiana e in particolare con il Ticino37. Fine seconda parte. La terza e ultima parte sarà pubblicata sul numero di dicembre nunzio, in Diario Mondadori 1998. Le innovazioni, Milano, Mondadori, 1998, senza numerazione di pagina, Piero Chiara, D’Annunzio e Mondadori, «Nuova Antologia», 1981, aprile-giugno, pp. 203210, Maria Giovanna Sanjust, Carteggio d’Annunzio-Mondadori. Appunti per l’edizione del complesso delle lettere, «Rassegna dannunziana», a. XVIII (2000), n. 38, pp. I-X. 35 Tutte le opere di Gabriele D’Annunzio, a cura dell’Istituto Nazionale per la Edizione di tutte le Opere di Gabriele D’Annunzio, prefazione di Pietro Fedele, Verona, Officina Bodoni per Arnoldo Mondadori Editore, giugno 1927. Su questo volume cfr. Mario Guabello, “Raccolta dannunziana”. Catalogo ragionato, Biella, 1948, pp. 235-236, scheda n. 405; per la seconda edizione del programma cfr. Id., “Raccolta dannunziana”. Catalogo ragionato, cit. p. 236, scheda n. 406. La rarità di una delle cinquanta copie contenente l’errore è attestata dalla quotazione del volume che nel 2002 era posto in vendita, presso un libraio antiquario milanese, a 3.100,00 ?. L’esemplare da noi collazionato è il n. IX stampato ad personam per Giulio Santini. Cfr. inoltre Giovanni Mardersteig a Montagnola. La nascita dell’Officina Bodoni 1922-1927, a cura di Letizia Tedeschi e Ottavio Besomi, Verona, Edizioni Valdonega, 1993 [catalogo della mostra di Montagnola, 15 ottobre-21 no- vembre 1993]. 36 Devo queste notizie ad un aureo libretto di Paola Sorge, Motti dannunziani. Detti e parole d’ordine di un maestro di vita che hanno segnato un’epoca, Roma, Newton tascabili economici, 1994, p. [69], ristampato, con aggiornamenti, dall’editore Carabba di Lanciano nel 2010. 37 Sul quale vedi Fabio Soldini, Arnoldo Mondadori e il Ticino. Scheda per una storia dell’editoria novecentesca nella Svizzera italiana, «Fogli. Rivista dell’Associazione Biblioteca Salita dei Frati», n.27, Lugano, 2006, pp. 1-11. Cfr. anche Arnoldo Mondadori, Tre inediti sulla fuga in Svizzera, «Nuova Antologia», 1990, pp. 304315. novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO LE MOSTRE – LO SCAFFALE – LA NOTIZIA – LA RIVISTA LA MOSTRA/1 ENNIO MORLOTTI A IMBERSAGO. Omaggio alla Fondazione Corrente di Milano a cura di luca pietro nicoletti n nessun artista del secondo dopoguerra, credo, si incontra un legame non tanto con la natura, ma con la terra nella sua materialità e umoralità, quando in Ennio Morlotti: «sono lombardo dalla radice», confidava del resto l’artista in un’intervista a Marco Valsecchi nel 1964. È un legame fortissimo, che la critica ha ripetutamente ribadito lungo quasi tutta la sua carriera e oltre. Lo ribadisce la piccola ma I ENNIO MORLOTTI A IMBERSAGO MILANO, FONDAZIONE CORRENTE 24 settembre 15 novembre 2013 www.fondazionecorrente.org preziosa mostra curata da Giorgio Seveso con la collaborazione di Aldo Mari presso la Fondazione Corrente di Milano: una mostra di “Omaggio”, che non pretende, con i suoi undici dipinti e quindici disegni di collezione privata, di esaurire il percorso dell’artista nella sua interessa, ma che non rinuncia per questo ad offrire degli spunti di riflessione. È buona abitudine delle mostre a “Corrente”, ad esempio, unire “monumenti” e “documenti”, dipinti e libri, mescolando fonti bibliografiche “alte” a pubblicazioni periodiche, documenti d’archivio e fotografie. È così che si dipana, o si rievoca, la vicenda di quell’“insetto nella natura”, come Morlotti disse di se stesso. E non mancano, ovviamente, le lettere scambiate con Ernesto Treccani, a ricordo dell’esperienza di “Corrente”, appunto, e della comune tensione di rinnovamento. La mostra, però, vuole rievocare soprattutto il soggiorno dell’artista a Imbersago, dove soggiorna con costanza nel decennio 1955-1965 e oltre. «Imbersago», scrive Seveso in catalogo, «con la sua particolarissima mistura d’atmosfere e panorami, con l’assorta cordialità della sua gente, ha dato a Morlotti, in quegli anni, le più acute conferme emotive e razionali della sua chimica espressiva». Infatti, prosegue, «i fiori, le spighe, i granturchi, penetrati e appena Ennio Morlotti, Adda a Imbersago, 1960, olio su tela, cm 50x65, collezione privata 34 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 A sinistra: Ennio Morlotti, Sera in Brianza, 1953, olio su tela, cm 79x77, collezione privata, courtesy Montrasio Arte, Monza e Milano. Sotto: Ennio Morlotti, Rocce, 1982, pastello su carta telata, cm 28x36, collezione privata accennati dalla nervosità appuntita del segno; i corpi della bagnante o della contadina, ribadita con commozione nell’accenno acuto e spigoloso di un gesto, sulle rive affocate della calura estiva o all’ombra fonda degli arbusti; il trascorrere pigro della corrente, la densità di un panorama, il tessuto fermentato e violento delle superfici… Una sostanza straordinaria, insomma, pittorica e lirica, rammentata nel volgere di un riassunto che, tenendosi qui nelle sale della Fondazione “Corrente” segna anche la concretezza di quell’intenso rapporto che il giovane Morlotti ebbe con il movimento di Corrente, con i suoi protagonisti». La mostra, tuttavia, permette anche altri percorsi e altre considerazioni, partendo dal limitato ma scelto nucleo di opere esposte. Non si fugge, per esempio, alla tentazione di vedere, in quelle lunghe e spesse barre verticali nere della Sera in Brianza del 1953, tela prestata dalla Galleria Montrasio, un punto di contatto, pur momentaneo, con le ricerche del francese Pierre Soulages. La cronologia e la storia lo consentirebbero, dato che entrambi, in quell’anno, erano esposti alle pareti della Promotrice torinese nella kermesse Francia-Italia. Pittori d’oggi voluta da Vittorio Viale e Luigi Carluccio. Se un incontro ci fu, e se i due reciprocamente si fossero visti, in ogni caso quel mezzo stilistico sarebbe stato usato con accezioni differenti: se il francese creava una rete di fitti tronchi di pura astrazione, Morlotti si serviva invece di quella gestualità ampia, di inaudita violenza, per uscire dalle secche del picassismo e dare struttura alla composizione, cui la materia avrebbe dato corpo: era una via d’uscita, insomma, da quel “cloisonnisme” di spessi contorni che richiudono campiture di materia spessa. E dentro quella materia Morlotti ritrovava il sentimento di cose autentiche: «son contento», scriveva nel 1955, «di credere ora a poche piccole cose, a un volto caro, a pochi amici, alle penombre di questa mia dolcissima terra, al melo che dà le mele e di pensare che al libertà devo, se la voglio, difendermela e pagarmela personalmente giorno per giorno, ora per ora». Si trattava però anche di una materia non priva di conseguenze, per le successive generazioni di pittori milanesi, che dovranno fare i conti con quella sensualità di impasti abbondanti e generosi, modellati con la spatola, come barbariche oreficerie di campo. 36 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 LA MOSTRA/2 QUATTRO CURATRICI PER QUATTRO MAESTRI A Novate, a Casa Testori ALDO ROSSI, ALBERTO MARTINI, GUIDO GUIDI, GIACOMO POZZI-BELLINI NOVATE, CASA TESTORI 18 ottobre 2013 6 gennaio 2014 www.associazionetestori.it Associazione Giovanni Testori mette alla prova Casa Testori con un progetto innovativo e mai tentato in Italia. La grande casa dell’intellettuale verrà infatti divisa in quattro spazi definiti, affidati a quattro giovani studiose chiamate a trasformare la propria tesi di laurea o dottorato in una mostra. Nasce così 4 curatrici per 4 maestri, un format innovativo in cui l’Associazione Testori, il suo staff e il suo comitato scientifico mettono a disposizione la propria esperienza perché quattro studi L’ destinati a rimanere in un cassetto o comunque confinati in ambiti specialistici, possano trovare la meritata visibilità pubblica Aldo Rossi. L’idea di abitare, a cura di Claudia Tinazzi, si interroga sula definizione dello spazio dell’abitare attraverso alcuni progetti dell’architetto Aldo Rossi (1931-1997). Dalla casa al quartiere Gallaratese, ai progetti rimasti sulla carta per la Casa dello studente a Chieti, dalle Cabine dell’Elba alla Casa Abbandonata, il visitatore scoprirà in mostra il procedere di Rossi grazie alle fotografie di Gabriele Basilico e Luigi Ghirri, al materiale originale proveniente dalla Fondazione Aldo Rossi e attraverso i modelli architettonici fatti realizzare appositamente per la mostra. Alberto Martini. Un rivoluzionario a fascicoli, a cura di Federica Nurchis, è la storia breve e avvincente di un critico d’arte morto a 34 anni ma responsabile di una rivoluzione culturale. In un’ambientazione anni ’60, va in scena l’esito del “fatale” incontro tra Martini e Dino Fabbri (1922-2001) da cui nacquero, esattamente cinquant’anni 38 fa, i fascicoli de I Maestri del Colore, che fecero della storia dell’arte un fenomeno di “massa”, non più riservata ad un’elite colta, ma distribuita in edicola, senza rinunciare a un alto livello scientifico e a uno straordinario apparato fotografico a colori realizzato ad hoc. In mostra, documenti originali provenienti dall’archivio Martini e una selezione di disegni, incisioni, sculture e dipinti degli amici artisti (Ottone Rosai, Mino Maccari, Renato Guttuso, Carlo Carrà, Gianfranco Ferroni, Emilio Tadini, Luciano Minguzzi, Mattia Moreni…), ma anche un rarissimo dipinto a olio attribuito da Martini a Medardo Rosso e lettere, saggi inediti, disegni originali e fotografie che danno conto dell’amicizia tra Alberto Martini, Giorgio Morandi e Alberto Giacometti. Guido Guidi. Il mio Carlo Scarpa, a cura di Giulia Lambertini, propone il lavoro del fotografo che, dall’inizio degli anni Sessanta, in un percorso conoscitivo che ad oggi non è ancora terminato, avvicina con la sua macchina fotografica l’opera dell’architetto Carlo Scarpa (1906-1978), suo primo e più la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 importante maestro a Venezia. Grazie alle foto originali e ricche di appunti autografi, conservate al Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio (CISA) di Vicenza si compie un viaggio sorprendente: dal Negozio Olivetti di Piazza San Marco, alla Gipsoteca Canoviana di Possagno, dal Museo di Palazzo Abatellis, che conserva la celebre Annunciata di Antonello da Messina, a quello di Castelvecchio a Verona, uno degli allestimenti museali più ammirati e copiati del mondo, fino al Complesso Monumentale Brion di San Vito di Altivole (TV), opera-testamento di Carlo Scarpa. Giacomo Pozzi-Bellini. Un fotografo tra arte e vita, a cura di Carlotta Crosera, presenta un grande fotografo e regista di documentari grazie a una galleria di suoi ritratti fotografici, posti a raccontare una vita di amicizie e incontri con alcuni protagonisti della storia culturale del Novecento, tra cui: Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Vittorio De Sica, Emilio Cecchi, Alberto Arbasino, Jean Genet e Jean Renoir. In mostra, il documentario Il Pianto delle Zitelle (1939), l’unica testimonianza della sua attività come regista, è presentato nella versione originale (senza i tagli imposti dal fascismo) che gli valse il primo premio alla Mostra del Cinema di Venezia. A completare il ritratto, le grandi foto d’arte, destinate a diventare il terreno privilegiato degli esperimenti di Pozzi-Bellini e la storia per immagini del sodalizio con il critico Giovanni Testori, la cui visione delle opere d’arte, e quella della pittura in particolare, si lega profondamente a quella di PozziBellini. universo pittorico di Antonio Verga è fatto di piccoli racconti sognanti. Elusa la legge di gravità e le sue leggi, le sue apparenze impositive, le figure si librano su un campo oscuro, notturno, le sue sono, come scrive Francesco Pagliari in catalogo, «opere che si interrogano, opere che con L’ La casa, 2013, smalto su tela, 60x60 cm delicatezza riflettono sui costituenti profondi della realtà». Da qui, infatti, sono desunti gli elementi fuori contesto della ricerca di Verga: la casa, le piante e altri elementi di una sintassi volutamente elementare. Il pittore infatti compie un’operazione di sintesi che recupera (e rivaluta) un approccio istintivo alla creazione artistica: nella loro geometria semplificata, non esente da una certa intenzionale naiveté, infatti, questi oggetti dell’immaginario domestico e quotidiano sono anche i primi e più tipici soggetti delle immagini infantili. Rifarsi, coscientemente o meno, a quell’immaginario, per tradurlo poi in novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 39 LA MOSTRA/3 PIERANTONIO VERGA A MILANO Alla galleria Scoglio di Quarto PIERANTONIO VERGA MILANO, GALLERIA SCOGLIO DI QUARTO VIA ASCANIO SFORZA 3 6 - 26 novembre www.galleriascogliodiquarto.com pittura, non è ovviamente un’operazione ingenua: significa, piuttosto, recuperare un gradiente di purezza archetipica. Ecco che allora questi oggetti da tratto spesso e ruvido, galleggianti sulla superficie, diventano emblemi del quotidiano e della sua dimensione onirica: «appaiono silhouettes», scrive ancora Pagliari, «tracce che si rendono geometrie sensoriali: la casa diviene essenza e ne fa parte, come in un desiderio lontano, e diviene una lamina luminosa di colore, un riferimento che vibra nell’atmosfera». Gli oggetti di Pierantonio Verga, la cui opera più recente vira verso una disseminazione del segno sul campo visivo, non sono sul punto di trasformarsi in scrittura sull’ordito della tela: pur usando i limiti della tela come luogo in cui dilatare uno spazio avulso da coordinate percettive, e pur lasciando libero corso al fluire immaginativo, Verga non perde mai di vista la consistenza dell’immagine, e le sue «Essenze», come le definisce sempre Pagliari, sono ben lontane da qualsiasi tentativo di automatismo psicologico. Il suo, piuttosto che scavo auto-psicanalitico, è un sommesso racconto di poesia. A sinistra: Grande seme, 2013, tecnica mista su tela, 80x80 cm. Sopra dall’alto: Fioritura triste, 2013, pastello a olio su carta, 70x100 cm; Piccola montagna, 2013, tecnica mista e collages, 50x70 cm 42 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 LA MOSTRA/4 FULMINI E VENTI SUL LAGO Piangiamore ad Arco per “Der Blitz” rriva alla sua seconda tappa il progetto “Der Blitz. Ricerca, azione e cultura contemporanea”, curato da Veronica Caciolli, Denis Isaia e Federico Mazzonelli per il Museo Alto Garda di Riva del Garda e in collaborazione con il Mart di Trento e Rovereto. L’idea di un approccio critico al contemporaneo passa attraverso una A selezione di ricerche radicate sul territorio, ma che uniscano il radicamento locale con operazioni di senso complessivo di più ampio respiro. Approda così ad Arco la ricerca che Alessandro Piangiamore sta svolgendo, a partire dal 2008, di una utopica schedatura di tutti i venti del mondo. Com’è possibile, infatti, raffigurare il vento attraverso le arti visive? Le strade intraprese dall’artista, in parallelo, sono due. Un primo aspetto del lavoro è di carattere iconografico: attraverso una capillare ricerca condotta in proprio e attraverso la rete, infatti, seleziona ALESSANDRO PIANGIAMORE. TUTTO IL VENTO CHE C’È. ARCO (TRENTO), GALLERIA CIVICA GIOVANNI SEGANTINI 12 ottobre -1 dicembre 2013 www.museoaltogarda.it/it immagini in cui l’azione del vento sul paesaggio sia particolarmente evidente. Da queste, poi, trae delle matrici calcografiche, di cui affida a più mani la realizzazione materiale, in una vera e propria operazione di traduzione: l’immagine, nella sua imprendibilità virtuale della rete, novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano diventa improvvisamente qualcosa di concreto attraverso la mediazione artigianale. Attraverso questa operazione, dunque, arriva a una mappatura “esteriore” dell’azione del vento. Il passo successivo per completare l’opera, poi, consiste in un vero e proprio “ritratto” di ogni vento che richiede una presenza in prima persona nei luoghi. Piangiamore, infatti, realizza dei blocchi monolitici di terra del luogo in cui si svolgerà l’intervento, che lascerà poi “modellare”, o meglio scalfire, dai venti che soffiano in quello stesso territorio. Ecco dunque concretizzarsi sette venti diversi che soffiano sul lago di Garda tradotti in segni, in tracce: il vento non è quello che rimane, ma quello che sparisce nel corso dell’operazione. Si sarebbe tentati, a un primo sguardo, di pensare a certi sviluppi dell’informale Tutte le fotografie sono di Pierluigi Faggion che avevano usato l’aria compressa come strumento di intervento sulla forma plastica. Non va invece sottovalutata una intrinseca monumentalità di questi piccoli monoliti di terra. Ma ad una pur veloce analisi dell’intervento nel 43 suo complesso e nelle sue implicazioni, la questione diventa più articolata e concettualmente problematica: l’effetto visivo finale, in fondo, diventa secondario nel momento in cui ci si rende conto della poetica dell’effimero dell’opera che si autoconsuma, che si nega alle regole della durata e della conservazione. L’aspetto primario di questa ricerca di Piangiamore, infatti, è nella messa a punto del meccanismo, come si trattasse di un rituale: una volta innescato il processo, l’artista si sottrae da un punto di vista operativo, lasciando che questo segua il suo corso. L’arte diventa dunque qualcosa “a perdere”, che assomma un valore virtuale per quello che queste cose sono state: ciò che si sta fermando per un istante in un’impronta, in fondo, è già passato. Il vento lo ha spazzato via. 44 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 LO SCAFFALE Pubblicazioni recenti, fra libri, tomi e volumi di piccoli e grandi editori Claudia Tripodi, “Gli Spini tra XIV e XV secolo. Il declino di un antico casato fiorentino”, Firenze, Olschki, 2013, pp. 284, 35 euro. Gli Spini, banchieri e mercanti fiorentini che raggiunsero l’apice del successo nel XIII secolo, conobbero una lunga permanenza ai vertici del potere economico e politico che si protrasse fino ai primi decenni del Quattrocento quando, col delinearsi della supremazia medicea, e la scomparsa di alcuni elementi chiave del casato, si trovarono ad attraversare una fase di decadenza. Il libro, che analizza gli aspetti in cui il declino del casato si rese visibile, osserva come l’ampia ramificazione di questo grande clan seppe dare vita a situazioni diversificate, e tenta di distinguere, con ricerche di prima mano, quali elementi decretarono l’estinzione di alcuni nuclei familiari e quali consentirono ad altri di affrontare un rinnovato percorso di ascesa. Ne emerge un quadro variegato dove, sotto lo stesso cognome, si raccolgono profili sociali estremamente distanti l’uno dall’altro e dove il recupero dello status, possibile per alcuni Spini in forma ormai di gregari della casa Medici dominante e non più di leader come era stato alle origini del loro successo, si avvale anche di un forte attaccamento alla memoria e alle radici comuni. Anita Fiderer Moskowitz, “Forging authenticity. Giovanni Bastianini and the Neo-Renaissance in Nineteenth-Century Florence”, Firenze, Olschki, 2013, pp. 192, 80 euro. Giovanni Bastianini, probabilmente il miglior imitatore fiorentino della scultura italiana rinascimentale dell’Ottocento, è stato oggetto di una controversia che continua ancora oggi. Analizzando la dicotomia tra il suo stile pseudo-rinascimentale e contemporaneo, Moskowitz pone saldamente la sua figura nel contesto economico, politico e culturale del Risorgimento. Europei e Americani, desiderosi di assimilare l’atmosfera di una perduta Età dell’Oro, rappresentarono un mercato pronto a incoraggiare la produzione di arte neorinascimentale Gabriella Capecchi, Donatella Pegazzano, Sara Faralli, “Visitare Boboli all’epoca dei Lumi. Il giardino e le sue sculture nelle incisioni delle ‘Statue di Firenze’”, Firenze, Olschki, 2013, pp. 250, 28 euro. Nel 1791 Giovanni Chiari, ‘cartolaro’ fiorentino, mise in vendita a cadenza mensile fogli incisi con quattro vignette, da ritagliare come biglietti da visita o rilegare in volumetto, con Premessa e Catalogo a stampa forniti a parte dall’editore. Il soggetto erano le Statue di Firenze, e, per il lancio dell’iniziativa, la prima serie di venticinque fogli fu dedicata al Giardino di Boboli, che usciva fresco e splendente da un quindicennio di riallestimenti. Al bulino di Gaetano Vascellini fu affidata l’illustrazione di cento delle sculture allora presenti nel complesso. Fino a epoca molto recente questa curiosa documentazione insuperata per numero e qualità delle immagini - è rimasta quasi sconosciuta. Il volume la ripropone per la prima volta nella bellissima copia appartenuta alla biblioteca granducale, affiancandole immagini moderne, un catalogo critico parallelo, documenti coevi, concordanze e una grande tavola pieghevole con l’itinerario suggerito al visitatore del tempo. Il confronto con la realtà attuale dà un’immagine attraente e immediata del Giardino settecentesco, con i mutamenti che ne hanno segnato la storia. LA PIASTRA A ROTANTE TA DI NUOVA N VA GENERAZIONE GENERAZIONE La certezza di realizzare la pettinatura che ogni donna ha sempre sognato to pe i suoi capelli, nel modo più facile e veloce, nel pieno rispetto dei capelli. elli. per U Una nuova esperienza, un passo in avanti nel fascino e nella tecnologia.. Innovativa tecnologia automatica per capelli modellati e lucenti in una sola passata BELLISSIMA REVOLUTION regala ad ogni donna il suo stile www.bellissima.imetec.com 46 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 LA NOTIZIA DEL MESE Insigni premiati al 46° Premio Acqui Storia. Un ambito riconoscimento per tanti instancabili protagonisti della ricerca storica di augusto grandi era una volta il Premio Acqui Storia, creato nel 1969 per onorare il ricordo della “Divisione Acqui” ed i caduti di Cefalonia nel settembre del 1943. Gestito gramscianamente sulla base dell’egemonia culturale di una parte sola. E con una media di libri partecipanti che, per 40 anni, è oscillata tra i 20 ed i 30 titoli per ogni edizione. C’è ora il Premio Acqui Storia che riesce ad onorare il ricordo C’ con un riconoscimento diventato uno dei più prestigiosi a livello europeo. E con una partecipazione in costante crescita tanto da aver toccato, quest’anno, i 178 titoli nonostante l’impegno richiesto agli editori di inviare 20 copie per ogni libro in concorso. In mezzo c’è la gestione affidata a Carlo Sburlati, il responsabile esecutivo del Premio che ha puntato sulla libertà assoluta delle giurie, i cui componenti sono stati individuati sulla base delle competenze e non delle tessere di partito. Non a caso il premio gemello, l’Acqui Ambiente, ha visto la partecipazione in concorso dell’allora Papa Benedetto XVI, novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano risultato vincitore di una delle sezioni dopo le dimissioni. D’altronde l’importanza di un premio letterario è data anche dalla partecipazione, dalla qualità dei candidati. Non più anonimi funzionari di partito, ma scrittori che si confrontano nelle tre sezioni in cui è articolato l’Acqui Storia: romanzo storico, storico-divulgativa e storicoscientifica. Sabato 19 ottobre, ad Acqui (Alessandria), i riconoscimenti sono stati assegnati a Maurizio Serra (per il volume Malaparte. Vite e leggende, Marsilio Editori) e Ottavio Barié (Dalla guerra fredda alla grande crisi. Il nuovo mondo delle relazioni internazionali, Il Mulino), vincitori ex aequo del premio per la sezione storico-scientifica; a Giuseppe Marcenaro (Una sconosciuta moralità. Quando Verlaine sparò a Rimbaud, Bompiani) per la sezione storicodivulgativa; a Dario Fertilio (L’ultima notte dei fratelli Cervi. Un giallo nel triangolo della morte, Marsilio Editori) per il romanzo storico. Ma sul palco del Teatro Ariston di Acqui sono sfilate anche le personalità insignite degli altri riconoscimenti previsti dall’Acqui Storia. In particolare il premio come “Testimone del Tempo” è stato assegnato al regista Pupi Avati, al giornalista e scrittore Giampaolo Pansa, al direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano ed all’autore e regista teatrale e cinematografico Pier Francesco Pingitore. Al grande medievista Franco Cardini è andato il premio speciale 47 alla carriera, con medaglia del Capo dello Stato Giorgio Napolitano mentre per “La storia in tv” il riconoscimento è stato consegnato a Graziano Diana, regista e sceneggiatore de Gli anni spezzati. Il giudice, tratto dal libro Nella prigione delle Brigate Rosse, scritto dal giudice Mario Sossi e dal giornalista Luciano Garibaldi. Nella pagina accanto: Franco Di Mare e Antonia Varini, presentatori all'Acqui Storia, insieme a Carlo Sburlati. In questa pagina dall’alto: i vincitori del premio Testimone del Tempo 2013: Giampaolo Pansa, Pier Francesco Pingitore, Pupi Avati con il sindaco di Acqui Terme, e Roberto Giacobbo 48 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 LA RIVISTA DEL MESE Con Castore e Polluce: un trimestrale “sensibile” alla ricerca della teorica ultima di sandro giovannini a «Rivista dei Dioscuri» è la continuazione ideale dei «Fascicoli dei Dioscuri», editi nei primi anni ‘70. Periodico a scadenza trimestrale, la «Rivista dei Dioscuri» si definisce «policulturale, politeista, scientificamente sensibile». I temi preferiti sono quelli che investigano l’ermetismo confrontato con la contemporaneità e la ricerca teorica ultima, ove s’incontrano mille indicazioni e suggestioni olistiche, ma non in una versione new age, quanto in una coraggiosa e partecipe rivisitazione del nostro passato grecoromano e relazionalmente della più spinta ricerca delle scienze ultime. In particolare la psicologia mitoarchetipale di matrice junghiana L e hillmaniana, la ricerca filosofica meno riferibile ai sistemi dogmatici prevalsi negli ultimi secoli, le arti coralmente legate al mondo archetipale ed immaginale, la cultura dell’innovazione con le sue molteplici applicazioni civili e sociali della Fuzzy Logic. Ovvero quell’indirizzo speculativo che, valorizzando i paradossi e le ricorsività proprie della realtà, facilita la modellizzazione di sintemi complessi, mediante l’applicazione del principio filosofico basale della possibile coesistenza degli opposti, superando le aporie della logica classica e della fisica deterministica. Approssimando anche le investigabili funzioni reali con modalità simili a quelle attivate nella mente umana nel corso della soluzione dei problemi quotidiani, divenendo in più un incredibile potenziatore innestato nei sistemi digitali intelligenti sulle architetture neurali di calcolo, modalità tutte supportate però dal rigore della logica matematica. Peraltro premessa indispensabile di un punto di sintesi, ormai condivisibilmente maturo e non più solamente “alternativo”, sempre attento al passato meno conosciuto e mai disattento del futuro più ricercato, fra filosofie orientali e pensiero occidentale. Quindi anche fra antico/occidente ed estremo/oriente, con la consapevolezza di aver rimesso in circolo il metodo alchemico della circumambulatio, in modo da rendere visibile, socraticamente, l’intima natura delle cose, costituita di uno e di molti. Con la capacità dialogica della forma discorsiva e affrontando alcune questioni fortemente differenziate fra loro, ma con in comune i caratteri propri della complessità del mondo: la variabilità delle poste in gioco, la mutevolezza delle stesse, l’interazione reciproca e spesso ricorsiva del tempo. I principali scriventi della «Rivista dei Dioscuri» sono indirizzati da un compatto Comitato Editoriale composto dal coordinatore Francesco Franci, e da Moreno Neri, Sandro Salerno, e Giovanni Sessa, esperti nei vari temi sopraindicati a livello nazionale e internazionale. «RIVISTA DEI DIOSCURI» www.ips.it/rivistadioscuri Tel: 06/7008933 50 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 51 Punture di penna Consigli intellettuali per il vero Maître à penser Ovvero: come furoreggiare nei salotti ALIBI Sempre meglio aver- LUIGI MASCHERONI anti-Cav, anti-Tac soprattutto, perché il vero intellettuale non crede nelle diagnosi computerizzate, e comunque, essendo un Umanista, diffida sempre della Scienza. E anche anti-TicTac, che - in dosi eccessive, e in particolare quelli all’arancio fanno venire il maldipancia. Da cui la nota espressione: “intellettuali malpancisti” ne uno. ABITI Sempre meglio aver- ne molti. Ad esempio: dolcevita nouveaux philosophes, giacche velluto a coste à la Cacciarì, Clarks fuori corso, molti abiti interi ma non spezzati (da cui la locuzione “Mi piego ma non mi…”), pochette ma anche pochade, livrea (sempre utile, quando si deve servire qualcuno), almeno un paio di stivali neri (metti che si debba fare il passo dell’oca), un colbacco (per nostalgia), l’eskimo (un capo che non passa mai di moda), e cappello, tanti cappelli. Da togliersi tutte le volte che si omaggia qualcuno. AFORISMI L’intellettuale li usa solo se scandalizzano, o se non significano nulla, ad esempio: “Nelle guerre coi giganti vincono i deboli”. Oppure: “Io ho una mia dignità!”. BARZELLETTE Chi le racconta in pubblico è un cretino che ci fa fare figuracce all’e- stero. Ma alle cene fra giornalisti, scrittori ed editori, si può. Soprattutto quelle sporche. Usare molte volte la parola “tette”, mai più di un “cazzo”, al limite si può usare “puzzette”. Citare Dante: “ed elli avea del cul fatto trombetta”. DÉJÀ VU Tutto per voi è déjà vu. ANTI Il vero intellettuale de- ti, fanno diventare intelligenti. ve sempre essere “anti”. Anti-Tav, GIORNALI Il vero intellettuale non legge mai i giornali. Li sfoglia. MIRTILLI Mangiarne tan MARTELLI Ottimi, insieme alle falci. Sopra: Luigi Mascheroni. Nella pagina accanto: Johan Joseph Zoffany (1733-1810), La tribuna degli Uffizi (1772-1777), part., Royal Collection, Castello di Windsor CULTURA DIGITALE Battersi per. Un’ottima dichiarazione in caso di intervista sul tema: “La rete non è un ambiente separato dalla vita, ma uno 52 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Johan Joseph Zoffany (1733-1810) La famiglia Gore insieme a George, terzo marchese Cowper, circa 1775, Yale Center for British Art, New Haven, Connecticut spazio che fa parte della nostra esistenza”. Non significa un cazzo, ma le agenzie la riprenderanno di sicuro. CLASSICI Prefarli, intro- durli, commentarli. Preferibilmente senza leggerli. PLAGIO genere letterario molto frequentato nell’ambiente. Da non disdegnare. DRINK PREFERITO Negroni. Ma se è finito, va bene anche un Toni Negri. te…”, “io ho un sacco di amici omosessuali”. Per quanto sarebbe più politicamente corretto ordinare un “Toni Neri”. Il barman potrebbe denunciarvi per reato di discriminazione e razzismo. tuale è sempre un mattatore, ma un po’ anche mattacchione. ORWELL, GEORGE Stron- COSA DA PENSARE, SENZA DIRE “Handicappato”, “negro”, “cieco di merda”, “frocio del cazzo”. COSE DA DIRE, SENZA PENSARE “Disabile”, “persona di colore”, “ohhh, aspetta che aiuto quel povero non veden- MATTATORE L’intellet- carlo. Come critico letterario non ne azzeccò una. “Se non avesse scritto 1984, non lo ricorderebbe nessuno” (e comunque, il film è meglio del libro…). SOCIAL MEDIA L’intellettuale, notoriamente, non ne novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 53 James Gillray (1757-1815), L’Assemblée Nationale or Grand Cooperative Meeting at St. Ann’s Hill Respectfully Dedicated to the admirers of “A Broad-Bottom’d Administration”, 1804 ha bisogno. Criticarli. Una buona spiegazione potrebbe essere: “Uso la tecnologia ma non credo renda il mondo migliore”. LIBERAL Come shampoo va bene. Il famoso shampoo “Liberal e bella”. LIBRI Sono in crisi. “Ma devo dire che il mio ultimo, sta andando bene…” SMARTPHONE Attività consigliate: navigare su Internet, … e il navigar m’è dolce in questo mare; utilizzare app a caso, Zig Zang Tumb Tumb; consultare il meteo, la nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e pepe; guardare video online, anche quello porno di Bélen; scaricare giochi, ad esempio quello delle perle di vetro; acquistare biglietti per il Milan. Perché il vero intellettuale adora le tribune. RESPONSABILITÀ De- PESCI ROSSI Non camclinarle. E’ meglio. biargli mai l’acqua, così muoio- no in un paio di settimane. Gli unici che vi piacciono del resto sono quelli di Emilio Cecchi. Per inciso, un critico da rivalutare. FESTIVAL Ma per l’intel- lettuale è sempre festival! PALLONI L’intellettuale li adora. Quelli gonfiati. VESTI Stracciarsele. VERDI, Giuseppe Il vero intellettuale preferisce Wagner, Richard. 54 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 PROGRAMMI TV Noiosissimi quelli di Sky Art, tutte cose che sapete già. Ottimi i talent show: mai visti tanti cretini tutti insieme, neanche quando fate gli esami in università. Non male le serie tv, a parte quelle italiane (“Gli americani, come sanno fare loro la televisione…”). Al limite, si può vedere ogni tanto Gerry Scotti. Perché? Non si sa. Peccato non facciano più La Pupa e il secchione. Anicet Charles Gabriel Lemonnier (1743–1824), Lettura della tragedia “L’orfano della Cina” di Voltaire, nel salotto di madame Geoffrin, 1812, Museo nazionale del castello della Malmaison, Rueil-Malmaison DE SICA, Christian Il vero glio averci niente a che fare!” A COLAZIONE COL PREMIER? A pranzo, anche il secondo. A cena persino il dessert. intellettuale preferisce Boldi, Massimo. FLORIS, Giovanni Il vero intellettuale preferisce essere invitato da Cruciani, Giuseppe. IMPEGNO Pensarci bene, TANGENTI Una tantum, perché no? perché è un bell’impegno… LUSSO Un lusso che ci si può concedere. LACRIME E SANGUE Se sono per gli altri, come non condividerle? ANDARSENE VIA DAL- NABOKOV, Vladimir Un sopravvalutato. “Del resto Lolita prima di essere pubblicato a Parigi, fu rifiutato da tutti gli editori americani che lo videro” (e comunque, fra i due film, meglio quello di Kubrick). POLITICA “Con la politica ci mangiano tutti, io non vo- L’ITALIA Minacciarlo ogni anno. Prima delle vacanze. FALCHI Da non sottovalutare le nemmeno le colombe. Di Pasqua. Quelle con la glassa al cioccolato, con un calice di Chambave Muscat passito, sono ottime. SCALA C’è chi la scende e chi la sale. Citare Dante e Bartolomeo Della Scala... Voi ci andate soltanto il 7 dicembre. Ma se non nevica, altrimenti si va al Boeucc a cena, che è lì vicino. DONNE Per voi aveva già detto tutto San Tommaso d’Aquino nei Commentari: “Oggetto necessario per preservare la specie”. LACUNE Voi in realtà pre- ferite le lagune. Ad esempio, il “Chia Laguna Resort”, in Sardegna, è bellissimo, si sta tranquilli, il mare è bello, non ti disturba nessuno, puoi leggere tutto quello che ti pare, e colmare un sacco di lacune. SPAZI INCLUSI Spesso la parte più interessante di un articolo. TOLLERANZA Verso certa gente, intollerabile. 56 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 Il libro del mese Italia postunitaria: “Viva il Re, abbasso il Re!” Vicende di repubblicani, anarchici e socialisti GIAMPIETRO BERTI È noto che lo Stato liberale nato dal Risorgimento soffrì fino all’avvento del fascismo di un deficit di legittimità a fronte delle grandi masse popolari rappresentate dai cattolici, dal movimento socialista e dal movimento repubblicano. Una ennesima conferma di questa tesi ci è data ora da Stefano Orazi (valente studioso di fatti e vicende postrisorgimentali) che, nella sua opera “Viva il Re, abbasso il Re”. Vicende giudiziarie di repubblicani, anarchici e socialisti nelle Marche settentrionali (18651899), ricostruisce con grande acribia le vicende giudiziarie e politiche di repubblicani, anarchici e socialisti nelle Marche settentrionali. Sebbene si tratti di un “piccolo campione”, ciò che ci viene offerto è istruttivo perché le Marche, come è noto, sono state al centro di importanti A sinistra: una caricatura di Umberto I apparsa su «Vanity Fair» il 3 agosto 1878 lotte politiche; costituiscono insomma, rispetto alla realtà nazionale, un test molto significativo. Attraverso le carte processuali relative ai militanti di varia Stefano Orazi, «“Viva il Re, abbasso il Re”. Vicende giudiziarie di repubblicani, anarchici e socialisti nelle Marche settentrionali (1865-1899)», Urbino, Argalia, 2013, pp. 153, 18,60 euro estrazione politica - per l’appunto le molteplici espressioni del sovversivismo del tempo -, Orazi ci mostra infatti come vi sia stata una contrapposizione notevole fra il potere costituito e tutti coloro non accettavano la realtà istituzionale, politica ed economica rappresentata dalla monarchia e dal ceto borghese. Pur trattandosi di minoranze, la loro combattiva presenza testimonia un diffuso senso di insofferenza di natura sia politica che sociale. Inoltre questa stessa documentazione illumina alcuni aspetti organizzativi - ad esempio la situazione della stampa - e specifici risvolti umani e psicologici relativi ad alcuni personaggi che animarono la scena politica e sociale del tempo. L’opera è corredata da una preziosa ed inedita appendice documentaria. Complessivamente, dunque, il volume risulta molto istruttivo. L’arco cronologico preso in esame contempla gli anni che vanno dal 1865 al 1899. 58 Il pregio principale del lavoro di Orazi consiste nel mostrare come lo spaccato di una realtà regionale possa per molti versi riflettere, sia pur nella sua ovvia specificità, lo svolgimento della vita politica nazionale. Vediamo infatti all’opera, in progressiva sequenza temporale (per gli anni Sessanta), i repubblicani mazziniani, i garibaldini e i primi internazionalisti. Seguono - anni Settanta - l’internazionalismo anarchico e socialista, la contrapposizione fra internazionalisti e repubblicani e, successivamente (e siamo agli anni Ottanta), le varie diatribe fra i seguaci di Andrea Costa e i suoi detrattori; infine, anni Novanta, i momenti drammatici della “crisi di fine secolo”. L’osmosi tra la dialettica regionale e la dialettica nazionale è evidente e, in questo senso, le ricerche di Orazi ci fanno vedere da vicino aspetti e momenti che a volte sfuggono all’attenzione dello studioso, se il suo sguardo rimane fermo ad un’analisi generale. Dal volume emerge con evidenza la seguente considerazione: si può dire, in generale, che la magistratura risentiva dell’orientamento liberale dei vari governi (a seguito del retaggio risorgimentale), ma che, allo stesso tempo, mostrava un’eccesiva volontà repressiva per la paura che le opposizioni prendessero la strada radicale di una vera rivoluzione sociale. Si pen- la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Sopra: Stefano Orazi (1964), fotografato nella sua biblioteca. A sinistra: Sua Maestà Umberto I Re d’Italia in un ritratto d’epoca si, ad esempio, all’equiparazione fra anarchici e malfattori diretta a far passare gli internazionalisti come un’associazione di delinquenti al pari di mafiosi, camorristi, contrabbandieri. Questa paura troverà la sua conferma nell’ulteriore fase del conflitto fra il potere costituito e i movimenti di opposizione, specialmente l’ultimo decennio del secolo: il Primo maggio, i Fasci siciliani, le rivolte in Lunigiana e l’emblematica conclusione di questo periodo con l’assassinio di Umberto I per opera di Gaetano Bresci. Non si può dimenticare che proprio la “crisi di fine secolo” ha il suo inizio nel gennaio del 1898 con i moti del pane ad Ancona. Anche nel circondario i tumulti assumeranno toni da jacquerie. Vengono dati pieni poteri al generale Baldisserra e nei giorni seguenti la città vivrà in una situazione di panico per la paura di nuove sommosse popolari. Nei tre mesi seguenti la protesta contro il caro-pane si allargherà a tutte le Marche e a questo proposito Orazi illustra quanto avvenne a Fano. 60 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 L’altro scaffale La parola scritta, l’immagine dipinta Piccole ma preziose proposte di collezionismo ALBERTO CESARE AMBESI L o confesso. Non amo la (cosiddetta) cultura pop e resto per lo più indifferente, se non ostile, di fronte agli esiti artistici del neodadaismo. Eppure, in un paio di circostanze, un pittore, quale Robert Rauschenberg (19252008), sempre in bilico fra i due atteggiamenti suddetti, si è imposto al mio rispetto. Alludo al ciclo delle sue XXXIV illustrazioni dedicate all’Inferno di Dante, forse meno magistrali delle corrispettive e impressionanti ideazioni di Salvador Dalì (1904-1989), pressappoco coeve, ma non meno degne di apprezzamento, sia nella prima edizione litografata (1964) sia nelle altre, successive versioni incisorie, sempre controllate dall’artista. Mi riferisco qui, in particolare, alla scatola editoriale, in piena tela, pubblicata da Edgardo Marcolini (Milano, 1965), in 250 esemplari, con completa fedeltà all’originale edizione newyorkese, tanto nel formato (46x46 cm.) quanto Nella pagina accanto: Robert Rauschenberg, Canto XIV, 1959. Sopra: Dante Alighieri, in una incisione del 1920 di Adolfo de Carolis (1874-1928) nell’accuratezza della riproduzione, in facsimile, delle originali soluzioni grafiche e coloristiche. Non per nulla, tutte le XXXIV tavole di questa edizione milanese recano la firma autografa dell’autore e ognuna di esse risulta custodita in un’apposita cartella di cartoncino, colore avorio. Occorre difatti sottolineare che, nell’esecuzione dell’opera, l’artista aveva assommato e alternato tempere e matite colorate, pastello e collages, acquerello e riversamenti fotografici: un insieme di media con qualche fragilità conservativa anche nelle repliche a stampa. Perché ho voluto ricordare l’esistenza di una “vecchia” versione italiana dell’impegno dantesco di Rauschenberg? Prima di tutto, perché di recente lo Studio Bibliografico di Alessandro Chello e Maria Calabrò (a Trevignano Romano) ha offerto all’acquisto a 6.500 euro la copia numero 102 della tiratura suddetta; in secondo luogo, perché la stessa libreria, con lo stesso catalogo, ha proposto tre dissimili “ristampe” della massima opera dantesca, implicitamente rivolgendosi a un pubblico con propensioni di lettura piuttosto variegate. E’ certo, certissimo, per esempio, che l’edizione del- 62 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 la Commedia, il cosiddetto “Dantino”, stampata a Padova nel 1878 dalla tipografia Fratelli Salmin, per Ulrico Hoepli Editore, è opera tuttora appetibile dalle cerchie dei bibliofili più “curiosi” e raffinati. Basti rammentare che le è stata attribuita la controversa qualifica di “Libro più piccolo del mondo”, avendo un formato in 128° (mm. 52x34) e - per di più - caratteri a 2 punti, fusi col corpo tre (a occhio di mosca); quindi, leggibili soltanto con una lente. Da segnalarsi, inoltre, che l’opera in parola, pubblicata in mille esemplari, per essere completa, deve presentare nell’antiporta (la pagina che precede il frontespizio) il ritratto di Dante, nonché una solida legatura, per poter essere tramandata. Come l’esemplare posto in ven- dita a 3.800 euro, caratterizzato da una copertura coeva di colore marocchino scuro, dorso a cinque scomparti con titoli in oro. Sguardie marmorizzate, tagli colorati in rosso. La copia ha una lievissima abrasione al dorso, ma è molto ben conservata. Dissimile, sia sotto un riassuntivo profilo critico-bibliografico sia con specifico riferimento all’opera, il discorso nei confronti de La Commedia di Dante Allighieri illustrata da Ugo Foscolo (1778-1827). Questo libro (tra l’altro conservato addirittura in due esemplari presso la Biblioteca di via Senato) è offerto a 1.200 euro. E non per capricciosa sovrastima. Si tratta, infatti, di un’edizione, in quattro volumi, in 8°, pubblicata a Londra da Pietro Rolandi, fra il 1842 e il 1843, dunque molti anni dopo la morte del curatore; il suo pregio maggiore, comunque, può dirsi duplice, sotto il profilo letterario, in quanto il puntuale commento foscoliano è preceduto da una pertinente prefazione di venti pagine, con numerazione romana, scritta da Giuseppe Mazzini (1805-1872), servendosi del vago pseudonimo di: Un Italiano. Parimenti valida la componente tipografica, giacché concretata con caratteri nitidi ed eleganti. L’esemplare in vendita, tuttavia, ha alcuni difetti, o trascurabili o facilmente rimediabili: manchevolezze ai dorsi e alla copertine in brossura; varie annotazioni scritte con una matita molto fine; mancanza, altresì, delle tavole vendute separatamente con apposito fascicolo, il cui acquisto era facoltativo. La consistenza dei quat- BLOCK NOTES APPUNTI ELEMENTARI DI BIBLIOLOGIA quarta puntata i prosegue qui nel proporre l’elenco delle principali convenzioni e abbreviazioni bibliografiche dei tempi attuali, ma si preannunzia anche volentieri che - con ogni probabilità - sarà questo il penultimo contributo, perfettamente incardinato nell’argomento. Poi, poco a poco, questa “micro- S sotto-rubrica” sarà chiamata a conquistare qualche riga in più, acquisendo spesso un’impronta cronistorica, ma non mai soltanto aneddotica. Almeno, nelle intenzioni. ft: fuori testo, su pagine non numerate (o con numerazione a sé stante). Fig./figg.: figura/figure. Front.: frontespizio, pagina con il titolo e i riferimenti editoriali. Ill.: illustrazione/i, illustrato. Intonso: libro, per lo più antico, o di vecchia edizione, a cui non sono state tagliate le piegature dei fogli. m.pelle: mezza pelle, tipo di legatura rigida con il dorso di pelle. m.tela: mezza tela, tipo di legatura rigida con dorso di tela. mod.: moderno, successivo all’anno di edizione. muta: legatura che non riporta autore/titolo. n.t.: nel testo, su pagine numerate. or. - orig.: originale, editoriale. piatto: copertina rigida, anteriore. novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Da sinistra: Robert Rauschenberg, Inferno, Canto XVI; ancora Rauschenberg, Inferno, Canto XV tro volumi è la seguente: pp. XXX, 467, (1); 395, (1); 560; 418. Che dire, invece, de La Divina Commedia, novamente illustrata da artisti italiani, a cura di Vittorio Alinari (opera anche questa presente anche nella raccolte della Biblioteca di via Senato)? Si tratta di un’edizione uscita fra il 1902 e il 1903, in tre tomi, in 4° (35 cm.), ma quivi presentata in unico volume con solida legatura coeva in pieno cuoio e con rifiniture “neomedievali”: titoli impressi a secco al piatto anteriore, sbalzi e gigli in rilievo a entrambi i piatti, fermagli costituiti da due liste di cuoio, terminanti con un minu- scolo uncino metallico da agganciarsi al bordo della coperta. L’integra numerazione impaginativa risulta la seguente: 1 carta bianca, pp. XVI, 1 c. non numerata, pp. 140; 1 c. bianca, 2 cc. n.n., pp. 146; 2 c. bianche, 2 c. n.n., pp.166. L’opera ha soltanto qualche lievissima abrasione alla legatura, purtuttavia conservata in modo eccellente e cosa ancora più importante - è completa di tutte le illustrazioni a piena pagina, nel testo, e nelle tavole fuori testo conservate su cartoncini protetti da veline. Gli autori? Buona parte dei più importanti protagonisti della stagione d’arte liberty. Nell’or- dine: Alberto Martini (18761954) e Duilio Cambellotti (1876-1960), Leonardo Balestrieri (1874-1958) e Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), Plinio Nomellini (1866-1943) e Pietro Chiesa (1876-1959). Prezzo dell’elegante volume: 1000 euro. Debbo chiedermi ora: quando la parola e l’immagine s’incontrano, chiamate a sviluppare un identico tema, a quali delle componenti si dovrà dare maggior peso? Non è facile rispondere di primo acchito. E tuttavia… tuttavia si creano a 64 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Domenico di Michelino (1417-1491), Dante illumina Firenze con Firenze col suo pomea (1456), Firenze, Santa Maria del Fiore volte dei casi in cui si può essere certi che, almeno per breve tempo, il segno e/o la figura riusciranno pur sempre a suscitare una maggiore curiosità, indipendentemente dal fatto che il contenuto sia del tutto nuovo o già conosciuto. Per esempio, per quanto si possa essere propensi a lasciarsi incantare nella lettura di testi come I Fioretti di San Francesco, Il cantico del Sole e Le considerazioni sulle stimmate, non vi è dubbio che, davanti a una congiunta pubblicazione di tali opere degli inizi del Novecento, in 1000 esemplari numerati, a cura dell’Editrice San Francesco di Roma, l’attenzione si riverserà subito, e con crescente interesse, sul suo aspetto grafico e materico, poiché si presen- ta con una legatura in seta di Antonio Casciani, su disegno di Duilio Cambellotti. Proprio a lui si può e si deve altresì ascrivere tutto l’accurato apparato iconografico del volume: le 15 tavole a colori (protette da veli- INDIRIZZO E RECAPITI STUDIO BIBLIOGRAFICO MARIA CALABRÒ E ALESSANDRO CHELLO via Mosca, 29 - 00069 Trevignano Romano (Rm). Tel. 06/9998073 LIBRERIA ANTIQUARIA BONGIORNO via Lana, 72 - 41124 Modena Tel. 059/244466 www.bongiornolibri.it ne), le illustrazioni e i fregi nel testo. Doverosa precisazione: il libro è un in folio (cm. 42,5) di 176 pagine e la sua pubblicazione, il IV ottobre 1926, avvenne in coincidenza con il VII centenario della morte del santo. Il suo prezzo è di 1350 euro. Molti lo ricordano: prima d’essere una parte della famosa raccolta Ed è subito sera (1942), le diverse poesie radunate sotto il titolo l’Oboe sommerso, erano state, dieci anni prima, un importante approdo nell’iniziale evoluzione stilistica del futuro Premio Nobel per la Letteratura (1959), Salvatore Quasimodo (1901-1969). Potrei persino asserire che proprio nell’Oboe sommerso, il Poeta sembra consapevolmente tentato, per la prima volta, di assommare, nella morfologia e nella sintassi del verso, e l’eredità classica, in senso lato, e il contemporaneo sperimentalismo ermetico. Come è ovvio con esiti diseguali, ma anche con singoli risultati di grande fascino. Un esemplare, in 8° (cm. 20), integro e perfetto, della prima edizione di 500 copie numerate (121 pp. +7), curata da Adriano Grande, può quindi considerarsi una piccola preziosità antiquariale meritevole d’essere offerta a 850 euro. Quasi dimenticavo: sia il testo francescano sia l’Oboe sommerso sono stati posti in vendita dalla Libreria Antiquaria Bongiorno di Modena. 66 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 novembre 2013 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 Filosofia delle parole e delle cose Deserto: il nulla delle cose e delle parole L’orrore di un mondo vuoto, di una terra senza confini DANIELE GIGLI L iguria di primo Novecento, domenica, forse, e forse autunno: «Perduta ha la sua voce/ la sirena del mondo, e il mondo/ è un grande deserto».1 Che cosa scopre in questi versi Camillo Sbarbaro, che cosa mostra cent’anni più tardi a noi, suoi compagni postumi nell’avventura del vivere? È un mal de vivre, quello narrato nella poesia che apre Pianissimo, che non è di un’epoca ma di ogni epoca e di ogni uomo. È il male delle cose, il male nelle cose, la sofferenza scandalizzata per un mondo di colpo così privo di attrattiva che «la vicenda di gioja e di dolore/ non ci tocca»,2 e gli alberi, le case, le donne che passano, tutto, «è quello/ che è, soltanto quel che è».3 Un grande deserto, dice Sbarbaro, e si fa presto – riferendoci al nostro parlare abituale – a pensare per metafora il vuoto. Come spesso accade, tuttavia, scavare un poco nella forma delle parole, nella storia che esse attraversano per definirsi e raggiungerci, ci aiuta a liberarne i signifi- Sopra: Lucio Fontana (1899-1868), Concetto spaziale. Attese (1966). Nella pagina accanto: Costantin Brancusi (1876-1957), Colonna senza fine (1918), Targu Jiu cati reconditi, a riscoprire i sentimenti, le paure, le attese a cui sorgendo hanno tentato di dare risposta. Che cos’è, secondo la struttura della parola che lo definisce, il deserto? È il luogo senz’argini, senza confini, non legato, non circondato né definito. De-serere, ci dice infatti l’etimologia, ovvero «non più legato», e già troviamo l’indicazione di un legame interessante tra significa- ti. Perché se è evidente che nell’immaginario collettivo il deserto come luogo fisico è associato a un’esperienza negativa, di durezza e privazione, è senz’altro meno ovvio – tanto più nel twittering world che Eliot preconizzava in Burnt Norton – associare tale negatività all’assenza di legami. Possiamo allora immaginarci l’uomo antico che, osservando i propri luoghi recintati e curati, si accorge dell’infecondità di quelli aperti, sì che de-serto a poco a poco viene a indicare per antonomasia qualunque luogo arido e inospitale, fino a descrivere metaforicamente l’aridità, il vuoto che abita le cose e il nostro rapporto con esse, il disperante tentativo di abbrancarle e l’ineludibile velo che ce ne tiene a distanza. Così, mentre parrebbe, oggi, che l’assenza di legami sia il desiderio più alto cui l’uomo possa e debba tendere, ecco che ci ritroviamo incrostata nella metafora del deserto una percezione opposta. Che cosa ci dice infatti questa metafora, cosa indica della 68 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 Alberto Burri (1915-1995), Grande nero cretto G7 (1974), Città di Castello, Fondazione Palazzo Albizzini percezione profonda che l’uomo ha di sé, se non che proprio quel legame oggettivo che abbiamo con l’Essere, quindi con le cose, quel legame che contro ogni evidenza e con sempre più pervicacia tentiamo di negare è in realtà, al fondo di noi, sentito come un bene necessario? Scriveva san Tommaso, commentando la Seconda lettera ai Corinzi, che dalla scoperta della sua natura, dalla percezione dello scorrere apparente di ogni cosa verso la corruzione, insorge nell’uomo il terrore della morte. Se pensiamo alle nostre giornate, ad alcuni istanti nascosti delle nostre giornate, è un terrore di cui tutti, più o meno larvatamente, abbiamo esperienza, quando dal fondo del NOTE 2 1 3 Camillo Sbarbaro, «Taci, anima stanca di godere», 22-24, in Pianissimo. Ibidem, 21-22. Ibidem, 19-20. 4 Salmo 29, 8 sangue ci si desta il sospetto che il nostro passare nelle cose e nel tempo sia del tutto indifferente e alle cose e al tempo. È il grido spaventato del signor Kurtz in faccia al suo ultimo respiro, l’orrore piatto che Eliot riprenderà nel suo Waste Land: Terra desolata nella vulgata comune o, dantescamente, Paese guasto in cui l’assenza di desiderio e il solipsismo incosciente dell’uomo sono a un tempo sintomo e concausa della morte delle cose. È l’orrore del vuoto e della solitudine, di un legame intuito e perso, e perciò nostalgicamente cercato, con il Creato e con il Creatore, come ben sapeva il salmista: «Nella tua bontà o Signore/ mi hai posto su un monte sicuro;/ ma quando hai nascosto il tuo volto/ io sono stato turbato».4 Dalla natura il terrore della morte, scriveva san Tommaso, tuttavia continuando: «dalla grazia, l’audacia». E se la grazia è offerta e a noi indisponibile, è invece di ogni uomo la capacità di chiederla, di riconoscere nella propria carne quella spina dolorosa che è a un tempo segno del male e promessa del bene: «Tutti riceviamo un dono./ Poi, non ricordiamo più/ né da chi, né che sia./ Soltanto, ne conserviamo/ – pungente e senza condono –/ la spina della nostalgia».5 5 Giorgio Caproni, Generalizzando, in Res amissa. MOMENTACT_168x216.indd 1 15/05/13 11:11 70 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 BvS: il ristoro del buon lettore Fulmine, il risotto di Gadda! La vera cucina lombarda a Trescore Cremasco GIANLUCA MONTINARO O ltre quella porta, dipinta di nero e con gialli vetri smerigliati, si apre un mondo. Un mondo “antico”, che non esiste più, se non in pochi angoli di una pianura un tempo bella. Un tempo verde, e non deturpata da fabbriche e magazzini. Ricca, di una ricchezza pulita, data dalla terra. E felice, perché in armonia col battere del tempo della natura. Oltre quella porta, nel pieno centro di un paese come tanti - Trescore Cremasco -, si apre il Fulmine, il piccolo regno di Gianni e Clemy Bolzoni. Due vite, le loro, trascorse in questa trattoria: un tempo osteria ora blasonato ristorante. Oltre la sala del bar (che ricorda immagini del Novecento di Bertolucci), i pochi tavoli. Un camino acceso. Alcuni fiori. I bicchieri di cristallo. E le posate d’argento. Ci sarebbe venuto volentieri, in questo regno di lombarda pianura, il gran ingegnere Carlo Emilio Gadda. A mangiare uno dei celebri piatti di Clemy: il risotto allo zafferano. Un piatto semplice, ma non facile. Il risotto alla milanese, o “risotto giallo”, è una preparazione che grande maestria richiede. Lo sottolinea anche Gadda, in un Trattoria Fulmine Via Carioni, 12 Trescore Cremasco (Cr) Tel. 0373/273103 breve e sconosciuto scritto intitolato Risotto patrio. Rècipe, pubblicato nella raccolta Verso la Certosa, un raro volumetto (di cui la Biblioteca di via Senato conserva una copia, con dedica autografa dell’autore al critico Giancarlo Vigorelli) stampato da Riccardo Ricciardi nel 1961 (e che contiene anche un disegno di Leonetta Cecchi Pieraccini). «L’approntamento di un buon risotto alla milanese domanda riso di qualità, come il tipo Vialone. E il recipiente classico per la cottura del risotto: la casseruola rotonda, e la ovale pure, di rame stagnato», si raccomanda l’ingegnere. Ma non è tutto. Necessari sono anche «minimi pezzi di cipolla tenera, un quarto di ramaiolo di brodo e burro lodigiano di classe, ma solo quantum sufficit, non più, ve ne prego; non deve fare bagna, o intingolo sozzo: deve untare ogni chicco non annegarlo». Come ben sa Clemy «il risotto alla milanese non deve essere scotto, ohibò, no! Solo un po’ più che al dente sul piatto». Il gaddiano godimento è assicurato! Ma come non completarlo poi, coi consigli di Gianni, voce soffusa e sorriso franco? Gadda avrebbe ordinato la scaloppa di fegato grasso con riduzione al Picolit, i tortelli cremaschi (dal dolce ripieno) e l’oca con le verze. Tanto chiede tanto. E quindi nel bicchiere niente di meno di un grande Borgogna. Magari un Vosne Romanée 1er cru Les Orveaux di Mongeard-Mugneret, lasciato teneramente a maturare per alcuni anni in una voltata nobile cantina. Un ultimo calice, di fronte al camino. La legna sbriciola. La nebbia già si abbassa, annegando i contorni della pianura. E, una volta fuori, a riscaldare il cuore, il ricordo del gaddiano risotto del Fulmine. 72 la Biblioteca di via Senato Milano – novembre 2013 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO ALBERTO C. AMBESI GIAMPIETRO BERTI GIANFRANCO DE TURRIS MASSIMO GATTA SANDRO GIOVANNINI Alberto Cesare Ambesi (1931), scrittore e saggista, ha insegnato storia dell’arte e semiotica all’International College of Sciences and Arts e all’Istituto Europeo del Design. Fra le sue opere si ricordano qui: Oceanic Art (1970), L’enigma dei Rosacroce (1990), Atlantide e Le Società esoteriche (1994), Il panteismo (2000), Scienze, Arti e Alchimia (riedizione ampliata e rinnovata di un precedente saggio, Hermatena, Riola, 2007) e le particolari monografie Nella luce di Mani (2007) e Il Labirinto (2008). È stato critico musicale del quotidiano «L’Italia» e ha collaborato alle pagine culturali de «La Stampa». Giampietro Berti, è professore ordinario di Storia contemporanea nell’Università di Padova, dove insegna anche Storia delle ideologie del Novecento. È direttore del Centro per la storia dell’Università di Padova. Pubblicazioni principali: Un naturalista dall’ancien régime alla Restaurazione. Giambattista Brocchi (1772-1826); Censura e circolazione delle idee nel Veneto della Restaurazione; Francesco Saverio Merlino; Storia di Bassano; Un’idea esagerata di libertà. Introduzione al pensiero anarchico; Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale. Ha curato antologie di scritti scritti di Proudhon e Bakunin. Gianfranco de Turris ha lavorato in Rai dal 1983 al 2009, come vice-caporedattore dei servizi culturali del Giornale Radio. Ha ideato e condotto la trasmissione di approfondimento culturale L'Argonauta, con cui ha vinto nel 2004 il Premio Saint-Vincent di giornalismo. Si occupa di politica culturale da un lato e di letteratura dell'Immaginario dall'altro, scrivendo di questi argomenti su quotidiani, settimanali e mensili, nonché su enciclopedie e dizionari, dirigendo riviste e collane, curando l' edizione e l'introduzione di centinaia fra romanzi e saggi, e pubblicando una quindicina di libri. È direttore responsabile della rivista «Antares». Massimo Gatta (1959) insegna presso l’Università Federico II di Napoli. Dal 2001 è bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. Sandro Giovannini (1947), poeta e saggista, collabora a vari quotidiani e riviste. Con il Centro Studi Heliopolis (costituito nel 1985) porta avanti un’esperienza d’indagine sulle tecniche dell’antico confrontandole, in chiave creativa, con le logiche di ricerca contemporanea (poesia concreta, poesia visiva, mail-art, istallazione, performance). È stato fondatore e redattore della rivista «Letteratura-Tradizione». Fra le sue pubblicazioni: Atemporale (1985); Carme si-no (1986); Il piano inclinato (1995); L’armonioso fine (2005); Poesie complete (1960-2006). ...come vacuità e destino (2013). AUGUSTO GRANDI LUIGI MASCHERONI GIANCARLO PETRELLA DANIELE GIGLI GIANLUCA MONTINARO Augusto Grandi, torinese, giornalista del «Sole 24 Ore», è senior fellow del Centro studi Nodo di Gordio e del Centro Studi Vox Populi. Nel 1997 ha vinto il premio St. Vincent di giornalismo. Ha pubblicato libri di narrativa (Un Galeone tra i monti; Baci e bastonate; Razz, politici d’azzardo") e saggistica (Lassù i primi, la montagna che vince; Eroi e cialtroni, 150 anni di contro storia; Il Grigiocrate, Mario Monti nell’era dei mediocri). L’ultima opera, a più mani, è Da Baikonur alle stelle, il Grande gioco spaziale. Luigi Mascheroni ha lavorato per «Il Sole24 Ore», «Il Foglio» e, dal 2001, per «il Giornale». Scrive soprattutto di Cultura, Spettacoli e Costume. Ha una cattedra di Teoria e tecnica dell’informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, il pamphlet Manuale della cultura italiana (2010) e Scegliere i libri è un’arte. Collezionarli una follia (2012). Sta lavorando a un saggio sui plagi letterari e giornalistici. È fra i fondatori del blog “Dcult” (difendere la cultura): http://www.dcult.it/. Dal 2011 ha un videoblog, primo in Italia, di videorecensioni: http://blog.ilgiornale.it/mascheroni. Giancarlo Petrella insegna discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Si occupa di letteratura geografico-antiquaria fra Medioevo e Rinascimento (L’officina del geografo. La Descrittione di tutta Italia di Leandro Alberti e gli studi geografico-antiquari tra Quattro e Cinquecento, 2004) e di storia del libro a stampa fra Quattro e Cinquecento in numerosi articoli e monografie (fra cui l’ultimo L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume, 2012). Collabora con il «Giornale di Brescia» e con la «Domenica del Sole 24 ore». Daniele Gigli (Torino, 1978) lavora nella conservazione dei beni culturali. Studioso di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e Ash-Wednesday, di imminente uscita. Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro Fuoco unanime. Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è titolare di contratto presso l’università IULM di Milano. Si interessa particolarmente ai problemi interpretativi storici e letterari fra XV e XVIII secolo e ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012). LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2014).