Lucio Sciacca “I catanesi com’erano” Vito Cavallotto Editore Anno 1975 Pagine 274 Formato cm. 17 x 24,5 Prezzo lire 15.000 - € 7,74 “Realizzare un’opera pubblica a Catania, realizzarla senza intralci e in tempi brevi , è stata sempre cosa ardua, se non addirittura impossibile. E ciò non tanto per le obiettive difficoltà di carattere tecnico e finanziario che spesso comporta la realizzazione di un’opera pubblica, quanto per le pervicaci interferenze dei privati, ciascuno dei quali ha sempre creduto di saperne, in tema di opere pubbliche, molto più degli altri” La lunga attesa del teatro Agli inizi dell' Ottocento, il molo e il teatro erano il chiodo fisso dei catanesi. Tutti ne parlavano e ne scrivevano. Tra lamentele, frizzi e motteggi, ogni discorso toccava quel tasto e si concludeva invariabilmente con questo ritornello: Teatro e molo sono ancora per via. Con lo stesso detto i piú spiritosi aprivano le loro missive, specialmente quelle indirizzate ai pubblici amministratori. E il Tempio cantava: ... Ccà un molu, ddà un tiatru, ma 'n prugettu, e chiu di chistu non si vidi nenti, ca lu disignu di lu so architettu nell' archetipa idea ristau a li venti! Passato il fervore della rinascenza settecentesca, si segnò il passo in fatto di opere pubbliche, e i catanesi dovettero loro malgrado inaugurare il periodo delle lunghe o lunghissime attese che non si esaurisce col completamento del molo e del teatro, ma continua con la villa, la ferrovia, l’ ospedale, la passeggiata a mare e tante altre opere la cui realizzazione si trascinerà fino agli inizi del corrente secolo. Il teatro non poteva sfuggire a questo destino. Dal 1812, allorché ne furono gettate le fondazioni, al giorno della inaugurazione passarono ottant' anni, uno dopo l’ altro. E se vogliamo essere pedanti, il conteggio ci porta ad un risultato assai piú lungo perché, in effetti, la mancanza di un pubblico teatro era stata avvertita sin dagli inizi del Settecento: quando, non potendosi disporre di adeguate strutture, si dovette ripiegare sul piano degli Studi dove vennero allestite diverse pubbliche rappresentazioni. D' estate, naturalmente. Poi, all' incirca verso la metà del secolo, mentre i nobili si accontentavano dei concerti in casa, gli studenti prepararono una sorta di teatro nel Siculorum Gymnasium. Ma servì soltanto a loro e non fu nemmeno sufficiente a soddisfare le esigenze dei giovani stessi. D' altra parte, l’ idea di costruire un teatro dentro la casa comunale, che ne aveva ospitato uno nel Seicento, abortì prima di nascere, per difetto non tanto di quattrini quanto di volontà. Talché, il primo teatro coperto si dovette all' iniziativa di un privato, al principe Ignazio di Biscari. Questo autentico mecenate riuscì a trasformare, con la collaborazione dell' architetto Francesco Battaglia, alcuni locali del suo palazzo e, nel giro di pochi mesi, il Teatro Comunale alla Marina fu un fatto compiuto. "Trovavisi in alcuni magazzini del Principe Biscari, e propriamente nell' attuale via Dusmet, al n. 53 il palcoscenico, al n. 55 la platea del pubblico. Si vedono ancora pendenti dal tetto gli anelli di ferro ai quali si attaccavano le scene ed il sipario. La volta del proscenio mostra tracce di pittura. In una parete del magazzino adibito a palcoscenico - in alto - esiste anche una piccola porta che va negli appartamenti del Principe, il quale aveva il diritto di potere assistere alla rappresentazione. Gli affittuari ricordano che il loro padre raccontava che in alto del proscenio, nel centro, v' era un grande stemma dei Borboni" (1). Si giunge così agli inizi dell' Ottocento. L' idea di costruire un pubblico teatro era nel frattempo maturata nella coscienza degli amministratori catanesi, e nel 1812, su progetto dell' architetto maltese Zhara-Buda, furono avviati lavori per la costruzione del Gran Teatro Nuovaluce da elevarsi sulla piazza omonima, lato di ponente (attuale piazza Bellini). Purtroppo, quel seme non era destinato a fruttificare. Anzi, non germinò neppure. 1 lavori furono sospesi prima di cominciare e i fondi stornati nella costruzione del Molo. Sei anni dopo, il 25 novembre 1818,' "vista l’ impossibilità di affrontare la spesa per il grandioso teatro, e conoscendo ad evidenza quanto sia difetto sensibilissimo quello di avere un teatro solo in progetto ...- il Comune deliberò 800 onze per costruirne uno in legno" (2). Nel quartiere del Vecchio Bastione, alla Marina, nasceva così il futuro teatro Coppola che sarà distrutto dai bombardamenti aerei nel 1943, dopo 125 anni di vita. In prosieguo, essendosi trovate le somme necessarie, viene riaperto il cantiere di piazza Nuovaluce, e la fabbrica comincia gradualmente a crescere. Tanto che nel 1841, il Carcaci può scrivere: "Onde restasse eternamente impresso nella mente dei catanesi il nome dell' attuale regina che nel 1838 qui si intrattenne tre giorni... il Teatro di piazza Nuovaluce ad ovest, dall’ anno scorso si nomina Teatro Maria Teresa. Non vi ha compì to che le mura esterne e due ordini del prospetto. L' idea del disegno fu così grandiosa che dopo trent' anni e piú, da che vi si diede principio, non è potuta recarsi a compimento..." (3). Il disegno di cui parla il Carcaci non era quello originario, era un altro. Infatti, nel 1833 - disatteso il progetto dell' architetto Zhara Buda - il Comune incaricò tre architetti catanesi (Musumeci, Ittar, Lanzerotti) di redigere ciascuno un suo progetto per il gran teatro di piazza Nuovaluce. Si sarebbe scelto il migliore. E poiché dopo sei anni, nessuno dei detti professionisti aveva tracciato una linea, malgrado varie volte sollecitati, il Comune si rivolse all' architetto Carimazzi di Bergamo. Fu una mossa che generò soltanto polemiche. Di fatto, nulla si concluse, all' infuori dell' allestimento di un baraccone di legno, impiantato sulle precedenti strutture murarie, chiamato Politeama Nuovaluce e poi Arena Pacini (da non confondere con l’ Arena Pacini che sorgerà in seguito nei pressi di via Tevere, attuale largo Paisiello). Per una quarantina d' anni, Catania non ebbe che due baracconi di legno per teatro: il Coppola e il Pacini. La questione di un teatro vero e proprio o, quanto meno, di un politeama capace di ospitare anche spettacoli equensi venne ripresa nel 1873 allorché "una società di gentiluomini catanesi domandò al Comune la concessione dell' Arena Pacini per costruirvi un edifizio piú decoroso e solido" (4). Della redazione del progetto fu incaricato il celebre Andrea Scala di Milano che, eseguito il disegno, inviò sul posto, per la realizzazione dell' opera, I' architetto Carlo Sada, suo valente collaboratore. Quando tutto sembrava procedere per il verso giusto, e il nuovo Politeama si preannunciava come uno dei piú grandiosi fin allora progettati, finirono i soldi. Non restava che licenziare le maestranze, chiudere il cantiere, offrire il manufatto al Comune perché lo portasse a compimento. Il Comune accettò l'offerta e rilevò il cantiere per 230mila lire. Da quel momento una tempesta di polemiche si abbatté su quanti, per un motivo o per un altro, ebbero da fare col Teatro. Dicevamo all' inizio che a Catania la realizzazione di un' opera pubblica di un certo impegno è stata preceduta sempre da una lunga attesa, e sempre accompagnata da polemiche. Le polemiche non sono mancate mai: nate spesso dalla presunta furbizia di alcuni, sono servite solo a far perdere tempo e a gettare discredito sugli stessi catanesi, come s' è visto. Poteva sfuggire alla regola il Teatro? Nemmeno a pensarci. Questa volta la polemica si presenta come un' idra dalle sette teste: velenosa, composita, sconcertante. Il Teatro lo vogliono tutti. Ma ognuno lo vuole a modo suo, ognuno ha una propria idea da far prevalere, qualcosa da proporre in alternativa ai deliberati comunali. - Il Comune, rilevando il Politeama, ha salvato dal fallimento una società privata. Dunque, ha fatto solamente gli interessi di alcuni privati cittadini. - Il Comune, rilevando il Politeama, ha guardato soltanto ai propri interessi. E anzi, ha approfittato dell' occasione per strozzare alcuni privati cittadini in difficoltà. - Il Comune deve costruire un teatro, anche modesto ma subito. - Il Comune deve costruire un gran teatro, il piú grande possibile, anche a costo di rinviarne la realizzazione. - Con degli ottimi professionisti residenti a Catania, il Comune va a provvedersi sul mercato di Milano... - Ha fatto bene il Comune a incaricare un architetto milanese, perché qui non ci sono professionisti all' altezza della situazione. Il Comune qua, il Comune là. Sono tanti i pro e i contro, tante le recriminazioni e le proteste che affiorano dalle carte in nostro possesso da esser tentati di riporre queste carte nelle custodie dalle quali le abbiamo tirate, e non parlarne piú. Il rispetto che abbiamo della verità (e del lettore) ci spinge a proseguire nell' indagine e a focalizzare quei fatti che sembrano indicativi d' uno stato d' animo e forse anche d' un costume. Dunque, chiusosi il primo capitolo della polemica, se ne riapre subito un altro. Come dovrà essere il Teatro? Grandioso o modesto? Fra quelli che auspicano la costruzione di un "favoloso edificio" e gli altri che si accontentano del "solito baraccone da fiera" pur di avere un teatro, c' è chi indica la strada di mezzo. E' Carlo Sada. " ...Dovendo il Comune da gran tempo appagare i voti di parecchie generazioni, è giusto che dia al paese un teatro che sia decoro e lustro della patria dell' immortale Bellini, ed anzi proponghiamo che a questi venga dedicato. Taluni vogliono che il Municipio faccia un' opera colossale come l’ Opera di Parigi, di Vienna, di Londra, di Palermo e via via che si potrebbe enumerare. Altri, invece, vorrebbero darvi un' intonacata alla meglio e così sarebbe fatto il teatro. Errano gli uni e gli altri. Catania non si trova al livello di quelle grandi città... e sono pochissimi anni che Parigi possiede l’ Opera d' oggi, Vienna lo stesso, quello di Palermo è ancora in costruzione e chi sa quando sarà terminato, perché sebbene Palermo sia una grande città, pure le sue risorse non le permettevano di fare un passo molto piú lungo della gamba. In quanto a quelli che si contenterebbero dell' intonacata alla meglio, crediamo che convenga di piú, tanto per non perdere il frutto del capitale, affittarlo come magazzino, e continuare a contentarsi del cassone della Marina..." (5). A questo punto, prendendo posizione a favore della strada di mezzo, il Comune avvia trattative con l’ architetto Scala per la realizzazione di un decoroso teatro massimo. Fra Catania e Milano s' intreccia una fitta corrispondenza. Alla fine si giunge ad un accordo e Scala propone il Sada come l’ uomo piú adatto a realizzare l’ opera. Sada è il suo piú valente collaboratore, è stato a Catania, conosce la questione, ha diretto i lavori del Politeama. Ora si tratta di elaborare un progetto di trasformazione che tenga conto delle vecchie strutture, risparmiando ciò che risulti compatibile col decoro e la funzione del costruendo teatro, demolendo ciò che non sia possibile utilizzare, aggiungendo quant' altro occorra per la migliore riuscita dell' opera. Chi meglio del Sada può far tutto questo? Non la pensano così un gruppo di catanesi. E mentre sui banchi dei consiglieri comunali piovono proposte, suggerimenti, lagnanze, esortazioni, si dà la stura ad una campagna di stampa acida e pungente. Stralciamo da un opuscolo fra i tanti stampati in quell' occasione. "...Si osservi per un istante la consorella Palermo. Qual differenza di concetto non vi scopriamo coi nostri? Come si tende in quella nobile città al grandioso, al monumentale, alla bellezza? Il Teatro Massimo di quel paese sarà il piú completo di quelli che attualmente sono o si costruiscono nella nostra Italia. Che cosa intende fare, invece, il Municipio di Catania?... Facendo plauso all' egregio Scala per altre sue opere, diciamo ora il fatto nostro e come l’ intendiamo. Noi siamo per un teatro da costruirsi di sana pianta, grandioso, monumentale... e se i mezzi pecuniari presenti al Municipio non lo permettono, lasciamo dormire il tutto in tale arnese, per isvegliarlo quando la cassa ribocca di numerario, alfin di vestirlo e nutrirlo convenientemente..." (6). Si analizzano faziosamente i vari aspetti del problema, si giudica con avventatezza, si condanna con preconcetta determinazione. Dimenticando che quel sito era stato scelto un secolo prima, si scrive: "La figura planimetrica del costruendo teatro è irregolare. Il suo fronte è a levante, e prospetta sul largo Nuovaluce; i laterali fronteggiano su due stradelle. Una delle quali, quella a nord, denominata vico del Segreto (attuale via Perrotta) larga mt. 5,70 in circa, incomincia col sudetto largo e sbocca sulla strada dei Morti (attuale via S.Orsola); quella a sud, invece, denominata vico della Birreria è strettissima e per male maggiore non confina con tutto il prospetto..." (7). Malgrado questi (e altri) tentativi diretti a boicottare l’ iniziativa del Municipio, il 18 maggio del 1880 Carlo Sada giunge a Catania con la sua brava Relazione del progetto di completamento del Teatro Nuovaluce. In essa il valente architetto illustra i criteri che dovranno presiedere alla costruzione del Teatro Massimo Bellini, ne analizza, con ricchezza di dettaglio, gli aspetti strutturali, architettonici, decorativi, prevedendo l’ ampiezza della sala e del palcoscenico, l’ articolazione dei palchi e dei corridoi, la dimensione del ridotto e del vestibolo, le prese d' aria, l’ acustica, l’ illuminazione, l’ arredamento e così via. Il suo progetto, naturalmente, tiene conto della lezione e della esperienza "dell' esimio cav. Scala che ebbe la bella fortuna di costruire sino ad oggi 14 teatri" ed è tale da offrire "non uno spettacolbso monumento e nemmeno un qualche meschino fabbricato, ma un' opera dignitosa, informata alle esigenze attuali e future del paese, da completarsi con lusso decorativo sia dall' esterno che dall’ interno". Infine, una prospettiva confortante: la spesa complessiva sarà contenuta entro limiti tollerabili e "l’ opera pel bisogno di Catania ben poco lascerà a desiderare, tanto piú pensando al famoso detto d' un esimio professore d' estetica secondo cui senza gusto e senza economia può architettare chicchessia" (8). Non parvero. Due mesi dopo cominciano i lavori. Durano dieci anni, e il Sada, trapiantatosi con la famiglia a Catania, ha tutto il tempo per dimostrare il suo talento, l’ amore per la Città, la nobiltà del suo sentire. Ma tutte queste cose insieme non bastano a far tacere le male lingue. E mentre i pubblici amministratori gli accordano fiducia affidandogli la direzione dell' opera nel suo complesso (decorazione, pittura e arredamento compresi), mentre alcuni privati lo incaricano di progettare case, scuole, ville, dentro e fuori Catania, altri lo pongono al centro d'una assurda e ingenerosa polemica. Gli attacchi sono orientati su diversi fronti. Reclami in Consiglio Comunale contro "gli sconvenienti portici" agli imbocchi delle vie che fiancheggiano il Teatro (9); proteste contro la ventilata espropriazione di alcune casupole contigue alla fabbrica; censure sul tipo di illuminazione; critiche sul modo di condurre i lavori; riserve sulla qualità del materiale,e così di seguito. Il valente professionista, assillato da rapporti, reclami, lettere e memoriali che si abbattono quotidianamente sul suo tavolo, distratto dalle beghe che gli rovesciano addosso gli appaltatori, è costretto spesso a lasciare il lavoro per provvedere alla propria difesa. E nondimeno tiene testa a questa guerra a oltranza, durante la quale gli si fa carico di tutto. Di aver preferito il gas alla luce elettrica (era di pubblico dominio che il Comune, legato alla Società Belga del Gas con un contratto a lunga scadenza, non aveva altra scelta), di aver chiamato artisti mediocri per decorare gli interni, d' aver impiegato porporina di ottone invece di oro zecchino nel quadro centrale della volta, e persino d' essere responsabile della morte d'. un ragazzo entrato di soppiatto nel cantiere e rimasto vittima d' una disgrazia (gli cadde sulla testa una secchia piena di calce). Dài e dài, il Comune è costretto a nominare una commissione di esperti per indagare sui lavori e, in particolare, sulle decorazioni interne che - secondo quanto aveva scritto qualcuno - "facevano ridere anche i paperi di Villa Pacini". 1 docenti universitari, membri di questa commisssione, indagarono e, avendo riscontrato ogni cosa ben fatta, assolsero con formula piena il Sada. L' esito del processo non valse a nulla; anzi indispettì gli avversari del Sada i quali insistettero con pervicace ostinazione nei loro attacchi. Ecco un esempio fra i piú illuminanti: "...Respingo l’ accusa d' aver calunniato il Sada... e non ostante che la stampa siasi dichiarata a me ostile e ripugnante ad accogliere le mie ragioni, procurerò di fare ricredere i giornali di buona fede e ridurre al silenzio i venduti. Oggi o domani, una classe di cittadini che comincia a comprendere di aver doveri e diritti domanderà se era lecito all' Amministrazione Comunale addossarsi enormi debiti, che dovranno essere pagati con le contribuzioni di tutti, per realizzare opere di lusso, destinate al godimento di una classe privilegiata, quando c' era bisogno di altre opere di utilità economica..." (10). Tutto considerato, non sappiamo se il Sada, in cuor suo, abbia maledetto il momento in cui decise di accettare l’ incarico di progettare e costruire il Teatro Massimo di Catania. Osiamo sperare di no. Alla fine, seppure in mezzo alla tempesta, egli riuscì a condurre in porto la sua barca: il Teatro, bello e luccicante come una bomboniera, fu inaugurato il 31 maggio 1890. Dopo la lunga attesa, i catanesi lo applaudirono. Ma ci fu anche chi si compiacque di definirlo "un vaso di porcellana con gli orli di terracotta, ospitante un mazzo di cipolle" (11). Quel vaso di porcellana con gli orli di terracotta era costato al Comune 975mila lire. Al Sada, dieci anni di amarezze, piú il prezzo del biglietto, acquistato la sera dell' inaugurazione (12).