4 aprile 2003 – 4 aprile 2004 “Un anno di particolare santificazione per la Famiglia Paolina” Proposta di animazione spirituale per la celebrazione dell’anno alberioniano Don Alberione, esattamente 40 anni fa, nel 1963, invitava la Famiglia Paolina a vivere un “anno di particolare santificazione”. In quella circostanza scriveva: “La santità assicura il frutto all'apostolato. Dall'amor di Dio procede l'amor del prossimo. Dall'abbondanza della preghiera, dei doni divini, dell'amor di Dio segue il desiderio di togliere l'offesa a Dio e portare l'amore e la salvezza alle anime: si vorrebbe che il Padre Celeste fosse amato da tutti i suoi figli: così come Gesù amò: “Sicut Filius hominis non venit ministrari, sed ministrare et dare animam suam redemptionem pro multis”. “L'anima perfetta ben volentieri darebbe mille volte la vita per compiacere Dio”. Il vero amore a Dio suscita nell'anima uno zelo puro, calmo, acceso, costante, forte, fino a dar la vita. Invece quando l'anima non è del tutto unita a Dio, morta a se stessa, distaccata da tutto, si avrà uno zelo impetuoso, instabile, turbolento, collerico: allora cerca se stessa, non Dio e le anime. La vita perfetta si raggiunge come viene spiegato da San Paolo “Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus”; “Io vivo, ma non sono più io che vivo, in realtà è Gesù Cristo che vive in me”. Il primo passo perché viva Gesù Cristo in noi è conoscere e credere il Cristo totale come Via e Verità e Vita. Conoscere, meditare, credere, imitare, sentire, amare con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze”. (SP, gennaio 1963). La Famiglia Paolina sente di voler applicare a sé oggi l’invito alla santificazione che il padre comune rivolgeva nel 1963, ribadito senza stancarsi in ogni circostanza. L’evento della beatificazione del Fondatore costituisce per ogni suo/a figlio/a una opportunità quanto mai preziosa per un serio impegno di cammino nella santità, assumendo oggi con rinnovata fede e disponibilità le esigenze della sequela del Signore per la missione affidataci e coltivando una mentalità e un sentire di Famiglia. n Un obiettivo comune: Accogliere nella novità del cuore e della vita le abbondanti ricchezze dell’esperienza spirituale di Don Alberione, per apprendere, dal suo cammino di conformazione a Cristo Maestro Pastore Via Verità Vita, i percorsi della santità apostolica che siamo chiamati a vivere come Famiglia Paolina. n Don Alberione indica l’itinerario: Circa il cammino di santificazione il Fondatore è rimasto sostanzialmente fedele a quanto aveva proposto fin dalla prima circolare (ripubblicata poi nel SP del febbr.-mar-apr. 1965): «Il processo di santificazione è un processo di cristificazione: “donec formetur Christus in vobis” (Gal 4, 19). Perciò saremo santi nella misura in cui viviamo la vita di Gesù Cristo; o, meglio, secondo la misura in cui Gesù Cristo vive in noi: “Christianus alter Christus”; ed è quello che san Paolo dice di sé: “Vivo io, ma non più io, bensì vive in me Cristo”. Questo si forma in noi gradatamente sino “all’età virile di Gesù Cristo”; come gradatamente cresce il bambino sino a uomo adulto. Gesù Cristo è Via e Verità e Vita: nel lavoro spirituale vi è l'impegno: a) Di imitare la santità di Gesù Cristo che ci segnò la via con i suoi esempi e con l'insegnamento: “siate perfetti”. b) Nello spirito di fede secondo Gesù Cristo-Verità: pensare secondo il Vangelo, il Nuovo Testamento, la Chiesa che ce lo comunica. c) Nella grazia che è partecipazione della vita di Gesù Cristo, nei Sacramenti e in tutti i mezzi di grazia. Così si forma in noi il Cristo Via e Verità e Vita: “conformes fieri”». La via paolina alla santità apostolica è pertanto vivere “la vita di Gesù Cristo”; e la misura della santità corrisponde alla “misura in cui Gesù Cristo vive in noi”. È la grande consegna che il Fondatore ha affidato alla Famiglia Paolina fin dal 1932, con l’opera Donec formetur Christus in vobis (DF)1, e che non si è stancato di richiamare in tutti i suoi scritti e in tutta la sua predicazione. Lasciarsi santificare comporta, quindi, che il Cristo Gesù cresca in tutta la nostra persona “fino all’età virile”, cioè fino a che sia pienamente formato in ognuno di noi: § Gesù-Verità interpella la mente e, se questa si apre all’ascolto, la riempie dei Suoi pensieri e dei Suoi giudizi, portandola ad assumere la stessa Sua mentalità. Risultato ultimo: la santificazione della mente. § Gesù-Via opera sulla volontà e la spinge ad operare sempre scelte evangeliche, costituendola luogo un cui Egli stesso prolunga oggi lo stile di vita oblativo tenuto in terra. Risultato ultimo: la santificazione della volontà. § Gesù-Vita penetra nella profondità dell’essere e porta il cuore ad avere gli stessi “sentimenti” di Gesù, fino alla “unione abituale” con Lui. Sarà Gesù-Vita-in-noi a volersi comunicare e donare all’uomo di oggi valorizzando tutte le nostre energie. § La meta è il “vive in me il Cristo”: il Cristo vivente in noi ci costituisce apostoli e rende apostolico tutto il servizio che svolgiamo nella Chiesa nella specificità delle diverse forme n Le tappe dell’anno: 4 aprile 2003 Celebrazione di apertura dell’anno alberioniano “La mano del Signore è sopra di me” 1a Tappa: dal 5 aprile all’ 11 maggio Festa di Gesù buon Pastore “Il Pastore che è Via Verità e Vita, il Pastore divino” 2a Tappa: dal 12 maggio al 7 giugno Festa di Maria Regina degli apostoli “Con Maria nel cenacolo per ottenere l’effusione dello Spirito santo” 3a Tappa: dal 9 giugno al 30 giugno Solennità di San Paolo apostolo San Paolo: “il più fedele interprete del Maestro Divino” 4a Tappa: da1° luglio al 20 agosto Fondazione della Famiglia Paolina Profondo esame sopra l’ “ad quid venisti?” 5a Tappa: dal 21 agosto al 12 settembre Don Alberione è incaricato della stampa diocesana di Alba L’ “anno in cui sono stato chiamato alla missione” 6a Tappa: dal 13 settembre al 26 ottobre Solennità di Gesù Cristo Divino Maestro “Il Padre stesso ha mandato il Figlio suo, il Maestro …” 7a Tappa: dal 27 ottobre al 26 novembre Festa del Beato Giacomo Alberione “La formazione deve modellarsi sul Divino Maestro” 8a Tappa: dal 27 novembre al 21 dicembre 4a domenica del Tempo di Avvento “Dobbiamo seguire questo Maestro supremo” 9a Tappa: dal 22 dicembre al 25 gennaio 2004 Festa della Conversione di san Paolo, apostolo “Questo periodo deve portare in noi Gesù Cristo Verità, Via e Vita onde risulti l’uomo nuovo” 1 G. Alberione, Donec formetur Christus in vobis, Edizione a cura del Centro di Spiritualità Paolina, Società San Paolo, Casa Generalizia, Roma 2001. Questo volume riporta il testo dell’ “edizione critica”, curata dal Fondatore e stampata nel 1932: i numeri marginali rimandano alle pagine di quell’edizione. Perciò i passi del DF suggeriti per le diverse tappe dell’anno alberioniano fanno riferimento alle pagine dell’edizione del 1932. 2 10a Tappa: dal 26 gennaio al 29 febbraio 2004 1a Domenica del Tempo di quaresima “La volontà divina in ogni cosa” 11a Tappa: dal 1° marzo al 25 marzo 2004 Solennità dell’Annunciazione del Signore “Gesù è la grazia” 4 aprile 2004 Celebrazione di chiusura dell’anno alberioniano “Fanne un programma pratico di luce e di vita” Le modalità: • Le tappe vogliono segnare un percorso di fede e di riflessione attraverso le ricchezze spirituali e carismatiche della Famiglia Paolina. • Il testo di riferimento attraverso cui si snoda l’itinerario è il Donec Formetur Christus in vobis. • Ogni tappa inizia con una giornata celebrativa, sull’esperienza spirituale del Fondatore e in sintonia con il tempo liturgico e con le feste della Famiglia Paolina, in modo che tutto il mese o periodo successivo abbia quella connotazione tematica e spirituale. • La giornata celebrativa può essere vissuta come ritiro spirituale o come momento di speciale animazione carismatica. Queste modalità possono essere realizzate anche nei giorni immediatamente precedenti alla giornata. • E’ importante che ognuno personalmente si accosti ai testi proposti, ne faccia oggetto di meditazione ed approfondimento, dia continuità nella preghiera personale a quanto celebrato comunitariamente. • Ogni momento sia vissuto come Famiglia Paolina o, dove questo non fosse possibile, per comunità. • L’itinerario dell’anno è accompagnato da un sussidio il cui scopo è di facilitare un’esperienza comune, creando l’attenzione sugli stessi temi, attingendo agli stessi contenuti, prevedendo la necessità di adattamenti in base alle circostanze. • I responsabili di Circoscrizione avranno premura di facilitare la conoscenza di questa proposta, in modo che sia integrata nella programmazione annuale della propria circoscrizione. Il sussidio: struttura, contenuti, modalità di uso. Attraverso il sussidio desideriamo offrire indicazioni e contenuti, con la speranza che possano aiutare fratelli e sorelle ad assumere sempre meglio lo stile paolino di santità apostolica, che è stata la prima e principale premura del nostro Fondatore. Il sussidio contiene 11 schede, una per ogni tappa, e una appendice. Le schede delle celebrazioni di apertura (4 aprile 2003) e di chiusura (4 aprile 2004) dell’anno propongono schemi di preghiera da utilizzare nella forma della liturgia della Parola o dell’adorazione eucaristica. Nella appendice sono riportati testi di Don Alberione per l’approfondimento di ogni tappa, e una proposta per meditare e pregare la Coroncina a san Paolo. Struttura di ogni scheda: § Periodo della tappa con la giornata celebrativa § Titolo tematico § Testi biblici § Testi di Don Alberione § Spunti di attualizzazione (La Parola interpella) § In preghiera con Alberione 3 Contenuti: § I testi di Alberione sono tratti dal Donec formatur Christus in vobis. Le preghiere, di cui sono sempre indicate le fonti, sono quelle con cui Don Alberione ha pregato e che ha affidato al cammino spirituale dei suoi figli. Modalità di uso: § Sia nel caso del ritiro spirituale che dell’animazione carismatica o di momenti di preghiera (contesti tutti a cui queste schede possono essere applicate con i dovuti accorgimenti) è importante: § che si faccia una scelta del contenuto proposto, curando la centralità del tema; § che ci siano spazi di interiorizzazione per facilitare l’incontro personale con la Parola di Dio e del Fondatore; § che il ritrovarsi come Famiglia favorisca momenti di condivisione sul tema proposto; § che si crei continuità tra le diverse tappe. Sigle AAP Alberione alle Suore di Gesù Buon Pastore AD Abundantes Divitiae gratiae suae CISP Carissimi in San Paolo. CVV Considerate la vostra vocazione PD Alle Pie Discepole del Divin Maestro SdC Spiegazione delle Costituzioni (Figlie di San Paolo) SdM Santificazione della mente SP San Paolo (bollettino interno della Società San Paolo) UCBS Unione Cooperatori Buona Stampa UPS Ut perfectus sit homo Dei VC Vita Consecrata 4 4 aprile 2003 Celebrazione di apertura dell’anno Alberioniano “La mano di Dio è su di me” Guida: Questa celebrazione segna l’inizio dell’anno spirituale alberioniano, che vogliamo vivere per “approfondire la poliedrica personalità del nostro Fondatore, comprenderne meglio il carisma e testimoniarlo con maggiore trasparenza in tutta la Chiesa”. Nella memoria della nascita di Don Giacomo Alberione contempliamo, con occhi nuovi, pieni di riconoscente stupore, la vita del nostro Fondatore come storia di salvezza e, nella sua, quella della nostra Famiglia Religiosa. Canto d’inizio Mentre l’assemblea canta, il celebrante, con l’Evangeliario, si reca in processione verso l’altare accompagnato da alcuni rappresentati della Famiglia Paolina, due dei quali portano: è La foto di Don Alberione che si potrà collocare in un angolo adatto vicino alla Parola è Una lampada, possibilmente, quella della Famiglia Paolina, che si depone sull’altare. Gli altri portano un simbolo del loro Istituto che deporranno vicino alla foto di Don Alberione (vederne l’opportunità e la possibilità). Orazione Celebrante: Dio nostro Padre, che in preparazione alla beatificazione del nostro padre Giacomo Alberione, ci hai convocati per celebrare le ricchezze che, per mezzo di lui, hai dato alla nostra Famiglia, noi ti rendiamo grazie e ti preghiamo perché il Cristo tuo Figlio viva in noi e noi innestati in Lui e affidati alla sapienza della tua volontà, sappiamo comunicare al mondo la parola di salvezza. Te lo chiediamo per Cristo nostro Maestro e Pastore. Tutti: Amen Ascolto della Parola Paolo ha coscienza di essere l’infimo tra gli apostoli, ma per grazia di Dio il portatore della missione inaudita di illuminare i popoli ponendoli a contatto con Gesù, via al Padre, luce che illumina e dà vita. Sa che deve restare infimo perché il dono di Dio rifulga in tutto il suo splendore. Anche Don Alberione vive nella sua ‘carne’ la coscienza di essere l’infimo, ma ricolmo di grazia (AD 350). Dalla lettera agli Efesini (3,8-13) A me, che sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia di annunziare ai Gentili le imperscrutabili ricchezze di Cristo, e di far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio, creatore dell’universo, perché sia manifestata ora nel cielo, per mezzo della Chiesa, ai Principati e alle Potestà la multiforme sapienza di Dio, secondo il disegno eterno che ha attuato in Cristo Gesù nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio per la fede in lui. Vi prego quindi di non perdervi d’animo per le mie tribolazioni per voi; sono gloria vostra. Parola di Dio Salmo responsoriale Rendiamo grazie a Dio (Salmo 78) Rit. Diremo alla generazione futura le meraviglie che il Signore ha compiuto Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento, ascolta le parole della mia bocca. Aprirò la mia bocca in parabole, 5 rievocherò gli arcani dei tempi antichi. Rit. Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto. Rit. Ha stabilito una testimonianza in Giacobbe, ha posto una legge in Israele: ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro figli, perché le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Rit. Anch’essi sorgeranno a raccontarlo ai loro figli perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma osservino i suoi comandi. Rit. Lode a te, o Cristo «Io sono la Via e la Verità e la Vita, dice il Signore, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». (Gv 14,6) Lode a te, o Cristo Solo Gesù è la Via che è anche stile di Verità, pienezza di Vita a cui tutta l’umanità anela anche senza saperlo. Questo Gesù è la ricchezza che Don Alberione, sentendosi debitore dell’amore di Dio, vuole dare a questo mondo povero ed orgoglioso (AD 182). Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 14,6-12) Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre». Parola del Signore Lode a te, o Cristo Breve omelia o silenzio Guida: Il Fondatore condivide con noi la sua esperienza vocazionale, riassumendola in queste parole: “Ho sentito la mano di Dio su di me”. Accompagniamo la sua testimonianza con l’espressione della nostra lode a Dio grande e misericordioso, cantando, possibilmente, il ritornello Grande e ammirabile o come voleva Don Alberione “un bel Gloria a Dio” (AD 183). Lettore: «La mano di Dio sopra di me, dal 1900 al 1960. La volontà di Dio si è compita, nonostante la miseria di chi doveva esserne lo strumento indegno ed inetto. Dal Tabernacolo: la luce, la grazia, i richiami, la forza, le vocazioni: in partenza e nel cammino… Comunque sia Don Alberione è lo strumento eletto da Dio per questa missione, per cui ha operato per Dio e secondo l’ispirazione ed il volere di Dio; e perché tutto fu approvato dalla maggiore Autorità che esiste sulla terra, fu seguito finora da tante anime generose. Posso accertare tutti che tutto, solo, sempre è stato fatto con la luce del Tabernacolo ed in obbedienza…». (UPS I, 374-375). 6 Risposta in canto con il ritornello scelto Lettore: «Sono un uomo carico di debiti verso Dio e verso gli uomini! Ed in questa occasione la lista di questi debiti ancora si è allungata. Ma ne ho anche pagati… Poiché io non ho né oro né argento, vi dono di quello che ho: Gesù Cristo: Via Verità e Vita». (SP, aprile 1936). Risposta in canto Lettore: «È utile ricordare qualche particolarità riguardante la nostra carissima Congregazione. Mi trovo vicino alla conclusione della vita, e non mi faccio illusioni; e parlo dinanzi a voi, Fratelli qualificati e di molti meriti. Per tutto quanto riguarda l’istituzione delle singole parti della famiglia Paolina, feci ogni passo guidato dall’obbedienza: l’inizio, lo sviluppo, lo spirito, l’espansione, l’apostolato. In cosa di così grande responsabilità sono stati necessari tre elementi: l’ispirazione divina ben accertata, il consiglio del Direttore Spirituale, la dipendenza dai legittimi superiori. Ho sentito la mano di Dio; mano paterna e sapiente, nonostante le innumerevoli insufficienze, per le quali recito con piena fiducia nell’offerta dell’Ostia: “pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentiis meis”… Il Canonico Chiesa ebbe parte notevole; dopo il suo passaggio all’eterno riposo, mi trovai avviato sotto la direzione di un venerando padre di Torino…». (UPS I, 16-17). Risposta in canto Lettore: «In questo momento mi sento carico di debiti verso Dio e verso gli uomini; perciò: 1) A Dio: Agimus tibi gratias, omnipotens Deus, pro universis beneficiis tuis, qui vivis et regnas in saecula saeculorum. a. Signore ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, sacerdote, conservato e sopportato per 80 anni. b. Per aver per primo fatta la professione religiosa paolina, secondo la Santa Sede; c. Per aver, dall’anno 1900, praticato e predicato la devozione a Gesù Maestro Via Verità e Vita, alla Regina Apostolorum, a san Paolo Apostolo; d. per l’inizio della Famiglia Paolina, 50 anni or sono, 20 agosto 1914. Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. (…) Dio ha fatto ciò che voleva si facesse; nonostante che io sia stato inutile servo, invece di essere costruttore». (SP, marzo-aprile 1964). Risposta in canto Lettore: «...Pensiero di guida: l’azione è alimentata dall’orazione... Principi direttivi sono: lo spirito pastorale, l'apostolato liturgico, i mezzi delle comunicazioni sociali per dare il messaggio della salvezza. Tutti si sentono servitori della Chiesa secondo il nostro voto di fedeltà al Papa. Riguardo alla mia povera persona; il Signore, anche qui, ha seguito il suo stile, che è divino: “Dio scelse le cose ignobili del mondo e le spregevoli, e quelle che non sono, per distruggere quelle che sono: affinché nessuna carne possa gloriarsi davanti a Dio” (1Cor 1,28)… Il salmo dice: “Dopo gli 80 anni il tempo è un travaglio, passa veloce e noi ci dileguiamo”; ma aggiungiamo: per la Divina misericordia si va al di là; dove s’incomincia veramente a vivere in eterno». (SP, marzo-aprile 1964). Risposta in canto Se questa proposta si vive come ora di adorazione si rimane in un adeguato spazio di silenzio per l’esame di coscienza. Possono guidare queste domande del Fondatore: 2 è è è Mi glorio o compiaccio di qualche cosa? Do sempre e solo e di tutto la gloria a Dio? Cerco davvero la gloria di Dio? Mi riposo nel Padre celeste? Canto Guida: Un rappresentante per Istituto si reca all’altare per ricevere dal celebrante una lampada che accende da quella posta sull’altare e la porterà nel proprio Istituto, come segno d’inizio del nostro cammino nell’anno alberioniano. Tornati al proprio posto preghiamo questa preghiera del Fondatore Alberione. 3 2 G. Alberione, Taccuini, 1964. 7 Solista: Gesù Maestro: che io pensi con la tua intelligenza, e la tua sapienza, Che io ami con il tuo Cuore… Che io veda in tutto con i tuoi occhi. Che io parli con la tua lingua. Tutti: Gesù Maestro che io pensi con la tua intelligenza Solista: Che io oda solo con le tue orecchie. Che io assapori quello che tu gusti. Che le mie mani siano tue. Che i miei piedi siano sui tuoi passi. Tutti: Gesù Maestro che i miei piedi siano sui tuoi passi Solista: Che io preghi con le tue preghiere. Che io tratti con il tuo tratto. Che io celebri come tu t’immolasti. Che io sia in te e tu in me; tanto che io scompaia. Tutti: Gesù Maestro che io sia in te e tu in me. Guida: «...Questa è la sua volontà, che dalla allora minacciata Famiglia Paolina doveva partire grande luce...». Altre preghiere d’intercessione a cui ci si unisce dicendo: – Fa’ Signore, che dalla nostra Famiglia possa partire una grande luce. Dopo un adeguato spazio di silenzio, un lettore proclama il testamento spirituale del Fondatore. § Cari membri della Famiglia paolina, nel separarci temporaneamente: in fiducia: di riunirci eternamente tutti. Ringrazio tutti e tutte della pazienza usata con me; chiedo perdono di quanto non fatto, o fatto male. Sono tuttavia sicuro che tutto l’indirizzo dato è sostanzialmente conforme a Dio e alla Chiesa. § Di infinito valore, come vita e devozione, Gesù Cristo, Divino Maestro, Via Verità e Vita; che illumini tutto il perfezionamento religioso ed apostolico. § Sempre seguire san Paolo Apostolo, maestro e padre; sempre seguire, amare, predicare Maria nostra madre, maestra e Regina degli Apostoli. Benedicat omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus. § La mia conclusione: Ho seguito l’ufficio dell’Apostolato dal 1914 al 1968, con la grazia divina. Ora sono arrivato a 84 anni della mia vita; che si chiude col tempo e passa all’eternità; in ogni ora ripeto la fede, la speranza, la carità a Dio e alle anime. Riuniti tutti nel gaudio eterno. (6 agosto 1967 – confermato il 19 marzo 1968). Orazione finale Celebrante: Dio nostro Padre, concedici secondo la ricchezza della tua gloria, di essere potentemente rafforzati dal tuo Spirito nella profondità della nostra vita. Che il Cristo per la fede abiti nei nostri cuori e così, radicati e fondati, nella carità siamo in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché possiamo essere ricolmi di tutta la pienezza di Dio (cfr Ef 3,14-19). Tutti: Amen Celebrante: «Discenda larga la benedizione di Dio e il dono dello Spirito su tutti i membri della Famiglia Paolina». 3 Cfr Che io ami con il tuo cuore, a cura di S. De Blasio, Roma 1985, p. 26. 8 Tutti: Amen Canto finale Una seconda possibile conclusione. Dopo l’accensione della lampada, da parte di un rappresentante di ogni Istituto, tornati al proprio posto si proclama il testo eucologico di Paolo agli Efesini. Tutti: Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. Solista: In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. Tutti: Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. Solista: Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. Tutti: Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. Solista: In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria. Tutti: Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. Preghiamo il Segreto di riuscita, con i sentimenti del Fondatore, che puntava tutto su Dio. Gesù Maestro, accetta il patto che ti presentiamo per le mani di Maria, Regina degli Apostoli, e del nostro padre san Paolo. Noi dobbiamo corrispondere alla tua altissima volontà, arrivare al grado di perfezione e gloria celeste cui ci hai destinati, e santamente esercitare l’apostolato dei mezzi della comunicazione sociale. Ma ci vediamo debolissimi, ignoranti, incapaci, insufficienti in tutto: nello spirito, nella scienza, nell’apostolato, nella povertà. Tu invece sei la Via e la Verità e la Vita, la Risurrezione, il nostro unico e sommo Bene. Confidiamo solo in te che hai detto: «Qualunque cosa chiederete al Padre in nome mio, voi l’avrete». 9 Per parte nostra, promettiamo e ci obblighiamo: a cercare in ogni cosa e con pieno cuore, nella vita e nell’apostolato, solo e sempre, la tua gloria e la pace degli uomini. E contiamo che da parte tua voglia darci spirito buono, grazia, scienza, mezzi di bene. Moltiplica, secondo la immensa tua bontà e le esigenze della nostra vocazione speciale, i frutti del nostro lavoro spirituale, del nostro studio, del nostro apostolato, della nostra povertà. Non dubitiamo di te, ma temiamo la nostra incostanza e debolezza. Perciò, o Maestro buono, per la intercessione della nostra madre Maria, trattaci con la misericordia usata con l’apostolo Paolo, sicché fedeli nell’imitare questo nostro padre in terra, possiamo essergli compagni nella gloria in cielo. Si potrebbe leggere il Testamento di Don Alberione, come nella prima proposta Orazione finale Celebrante: Dio nostro Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore. Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. Tutti intervengono: «A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli!» Amen. Celebrante: «Discenda larga la benedizione di Dio e il dono dello Spirito su tutti i membri della Famiglia Paolina». Tutti: Amen Canto finale 10 Prima Tappa Dal 5 aprile all’ 11 maggio Domenica IV di Pasqua - Festa di Gesù buon Pastore “Il Pastore che è Via Verità e Vita, il Pastore divino: oh, questo è lo spirito della Famiglia Paolina”.4 Introduzione Dopo aver iniziato l’anno alberioniano con la celebrazione di apertura che ci ha messi in sintonia con il nostro Padre Fondatoree con la liturgia penitenziale che ci ha mostrato quanto la storia delle ‘divine misericordie’ sia ancora da compiersi in noi, entriamo nel vivo della nostra eredità spirituale carismatica, vivendo intensamente le nostre feste comuni. L’anno alberioniano in accordo con la liturgia, ci fa incontrare innanzitutto con Gesù che si rivela come il Buon Pastore. La vicinanza di questa festa con la data della beatificazione del nostro Fondatore ci ricorda come la vocazione al sacerdozio di Don Alberione e il cammino con la sua Diocesi di Alba abbiano posto in lui la radice della pastoralità, intesa come espressione della relazione vitale del Cristo con il suo popolo, radice su cui ha voluto innestare tutta la Famiglia Paolina, nella diversità degli apostolati. Questa festa viene perciò a porsi come opportunità unica per iniziare questo nostro itinerario carismatico di famiglia religiosa nell’ottica pastorale che deve caratterizzarci. Gesù Maestro, Via Verità e Vita, centro della nostra spiritualità apostolica è Maestro con cuore di Pastore. I testi biblici di questa tappa invitano ad accogliere Gesù nel suo rivelarsi l’unico vero pastore. “Io sono” è formula di autorivelazione! Egli è il Pastore buono che si prende cura delle sue pecore, le conosce una per una, instaura con esse un rapporto personale, che richiama l’alleanza. Per le pecore che già lo conoscono e per quelle che, ancora, sono affamate e disorientate, Gesù è disposto a dare la vita, gratuitamente. Ad immagine del Buon Pastore, ogni persona che nella Chiesa ha un compito di guida è invitata ad essere icona vivente di Gesù, il Pastore, che apre le strade ed offre la vita, divenendo esempio o modello di gratuità, di attenzione, di dono totale. Per questo attorno a sé costruisce la comunità. Ascoltiamo e meditiamo la Parola. Dal Vangelo secondo Giovanni 10,7-18 Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l`abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”. Dalla prima Lettera di Pietro 5,1-4 “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge che vi è stato affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce”. 4 Cf AAP 1965, 617. 11 La proposta del nostro padre Alberione Una delle disposizioni fondamentali che Don Alberione richiede ai Paolini e Paoline è la convinzione che l’orientamento della vita “verso il Cielo” è necessario. Necessario per tutti, ma “per ragione maggiore quando si deve essere forma agli altri”. A conferma di questa necessità richiama l’ esortazione che l’apostolo Pietro rivolge agli altri “anziani”, pastori del “gregge di Dio” come lui: ognuno sarà pastore se saprà riprodurre lo stile di Gesù, Pastore buono, bello, secondo il cuore del Padre! DF pp. 13-14. Necessità [dell'orientamento della vita] L'orientamento della vita verso il Cielo è necessario per chi ha deviato dalla strada, per chi non la percorre ancora bene, ed anche per chi cammina spedito, e per chi deve eleggere lo stato. Le deviazioni sono facili stante il frastuono del mondo, delle passioni, del demonio. La formazione occorre onde viviamo di Gesù Cristo: “donec formetur Christus in vobis”, e per ragione maggiore quando si deve essere forma agli altri “forma facti gregis ex animo” (I Petri V, 3). Per Don Alberione l’orientamento dell’esistenza verso Dio, il Cielo, è qualcosa di necessario. E questo per tutti: − per chi ha deviato dalla strada: perché possa ritrovare presto la via del ritorno; − per chi non la percorre ancora bene: perché riesca ad accelerare o, se necessario, correggere l'andatura; − ed anche per chi cammina spedito: perché non gli succeda di frenare il passo o addirittura smarrirsi; − e per chi deve eleggere lo stato: in quanto gli è indispensabile un preciso punto di riferimento. Ne deriva una necessità assoluta: “La formazione occorre onde viviamo di Gesù Cristo: donec formetur Christus in vobis, e per ragione maggiore quando si deve essere forma agli altri “forma factus gregis ex animo” (I Petri V, 3)”. Formarsi per formare Formare bene le persone è il primo dei ‘doveri’. Si può formare gli altri se si vive ancor prima il processo dell’autoformazione. Autoformarsi, deve diventare lo stile qualificato della Famiglia Paolina: essa nella Chiesa ha un ruolo docente e pertanto ha una responsabilità maggiore, dovendo essere “forma agli altri”! Questo stile di autoformazione è molto ben rimarcato dall’Istruzione Ripartire da Cristo” (n. 15): “Se, infatti, la vita consacrata è in se stessa una “progressiva assimilazione dei sentimenti di Cristo” [VC 65], sembra evidente che tale cammino non potrà che durare tutta l'esistenza, per coinvolgere tutta la persona, cuore, mente e forze (cf Mt 22, 37), e renderla simile al Figlio che si dona al Padre per l'umanità. Così concepita la formazione non è più solo tempo pedagogico di preparazione ai voti, ma rappresenta un modo teologico di pensare la vita consacrata stessa, che è in sé formazione mai terminata, “partecipazione all'azione del Padre che, mediante lo Spirito, plasma nel cuore (...) i sentimenti del Figlio” [VC 66]”. Lo spirito pastorale della nostra Famiglia Religiosa L’icona di Gesù Buon Pastore mentre richiama alla necessità di formarsi per essere forma o modello per gli altri, alla nostra Famiglia Religiosa richiama l’urgente e sempre nuovo compito pastorale di favorire negli altri l’incontro e la crescita in Cristo Gesù. A questo proposito l’esortazione di Pietro trova una splendida corrispondenza di toni e contenuto, nel testamento spirituale di Paolo (At 20,18-35), consegnato ai pastori della Chiesa di Efeso. L’insegnamento pastorale di Pietro e di Paolo, che scaturisce dalla loro conformazione a Cristo Pastore, converge in un unico amore pastorale che ha queste caratteristiche: • Servire il gregge di Dio non per costrizione ma volontariamente, per amore; • Liberi dalla sete di guadagno e capaci di grande generosità, fino al dono di se stessi; • Facendosi modelli del gregge, quindi senza far pesare la propria autorità, • Mossi da un amore pastorale che rende sentinelle che vigilano con attenzione, prevengono i pericoli, esponendosi per primi nel rischio perché sanno di essere responsabili della vita degli altri. Il Fondatore ricorda: “…l’azione pastorale mira a far vivere negli uomini il cristianesimo: a far l’uomo cristiano nella mente, nel cuore, nelle opere. Il cristianesimo non è un complesso di cerimonie, di atti esterni, di inchini, ecc., è una vita nuova. Esso prende l’uomo, lo integra, lo consacra quasi” (Alberione, Appunti di teologia pastorale, p. 81). Divenuti personalmente ‘forma’ per gli altri, la nostra Famiglia Paolina vive l’unico spirito pastorale: “Prima di iniziarla (Società san Paolo) si è pubblicato il volume Appunti di teologia pastorale: è pastorale. Lo spirito pastorale è comunicare alle anime Gesù Cristo, come Egli si è detto in una definizione riassuntiva: ‘Io sono la Via la Verità e la Via’: elevare e santificare tutto l’uomo: la mente, il sentimento, la volontà: con il Dogma, la Morale, 12 il Culto… Quali i parrocchiani? Tutta la plebs Christi; et ‘aliae oves quae non sunt ex ovili et illas oportet ad Christum adducere, et fiet unum ovile et unus Pastor’: parrocchia unica, attorno: • un unico pulpito, il Papa; • ad un’unica mensa, l’Eucaristia; • ad un unico regime; tutti ‘conformes imagini Filii Dei; haeredes Dei, coheredes Christi’… Sempre la preghiera del Maestro Divino: ‘Ut Unum sint’ applicata non ad un istituto soltanto, ma vissuta in tutta l’immensa parrocchia paolina, che per limiti ha solo i confini del mondo, e per gregge tanto chi già nell’ovile, come chi vuol condurre all’ovile” (UPS I, 376. 382). Considerando che molta parte dell’umanità ancora non conosce Gesù e non fa parte della Chiesa, il Fondatore conclude: “ La vera causa è la mancanza di dispensatori; mancano gli apostoli che, fattisi voce di Dio, chiamino le pecorelle all’ovile di Gesù Cristo e affrettino l’adempimento della profezia del Redentore: “ Che vi sia un solo ovile e un solo pastore” (Gv 10,16) (UPS, IV,88). Spunti per l’attualizzazione “Mi ami tu?” (Gv 21,15) Solo Gesù può mostrarci la via per amarlo, solo Lui, l’Amico, conosce fino in fondo il nostro cuore, solo Lui può cambiarlo. Dopo la prova della fede per Pietro c’è quella dell’amore, culmine e trasfigurazione dell’amicizia. La più difficile perché esige di credere all’incredibile, credere alla sua capacità di amore e di amicizia, dopo che ha riconosciuto il suo grande peccato. Il Signore Amico vuole convertire Pietro alla sua amicizia misericordiosa e al suo amore. Ecco l’ultima “certezza”, l’ultimo scoglio che ancora incaglia la barca di Pietro e non lo lascia libero nell’oceano dell’amicizia fedele di Cristo. Tutto è passato, l’entusiasmo sembra finito, la croce sembra aver cancellato ogni sogno, e Pietro è tornato alle “certezze” di un tempo: la barca, il mare, i pesci, ma anche stavolta la rete è vuota, non c’è nessun frutto della fatica di ogni giorno, né d’altra parte è possibile per chi ha gustato il Tutto, tornare ad accontentarsi del poco…!!! Ma Gesù, l’Amico Risorto, torna a ripetere il suo invito: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete!” (Gv 21,6). Ci vuole coraggio a ricominciare tutto da capo dopo il fallimento. La paura di sbagliare ancora, di dover fare di nuovo l’esperienza amara del proprio nulla, la paura di dover soffrire l’abisso tenebroso in cui si è caduti perché si è puntato troppo in alto… No, meglio il poco: almeno è sicuro, in fondo, chi sono io? Abbi fiducia Pietro, abbi fiducia nel tuo Signore! Non temere per il tuo peccato, ritrova il tuo entusiasmo e ritorna a pescare ancora! Getta la tua rete, Pietro, e apri i tuoi occhi: perché il Signore Amico è vicino a te! E Pietro si fida dell’Amico e vince: la stanchezza è finita, la gioia è tornata, l’entusiasmo si è riacceso nell’animo del pescatore di Cafarnao. Il Cristo è tornato! Egli è qui, ogni paura è scomparsa, e questa volta per sempre, perché ogni falsa certezza è sparita, ogni sogno illusorio è svanito. Finalmente Pietro ha capito: è Cristo l’unica certezza! Ora che Pietro ha fatto l’esperienza amara del suo nulla, Gesù può essere realmente e, non solo nel desiderio, il suo tutto. Ed ora Gesù dona a Pietro il sigillo della sua amicizia, perché non possa più tornare indietro, perché possa avanzare per sempre nella via del suo amore amicale: “Mi ami? Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo!” (cf Gv 21,15-17) “E aggiunse. Seguimi!” (v.19). Ancora una chiamata di amicizia: e questa volta Pietro non ha esitazioni perché ora il suo amore e la sua amicizia sono fondati sulla roccia: la triplice certezza della sua povertà e del perdono di Cristo. Per Pietro questa chiamata è quella definitiva, rappresenta un taglio netto con il passato: egli deve cambiare mestiere, e veramente abbandonare se stesso per sempre. Così Pietro, nell’amore e nell’amicizia con il suo Signore, diviene padre e pastore, perché d’ora in poi non dovrà più soltanto raccogliere come un pescatore - gli uomini nel Regno di Dio, ma nutrirli come padre e pastore nei pascoli dell’amore di amicizia di Cristo. Dovrà offrire loro il meglio fino a dare la propria vita, come l’amico e Signore Gesù gli ha insegnato e ha fatto per lui, perché lui lo faccia per gli altri. La Parola interpella la nostra vita per divenire nostra vita • Cristo sconvolge i piani di Pietro proponendogli una cosa apparentemente impossibile. Mi chiedo: sono disposto a lasciarmi mettere in discussione dal Signore, oppure pretendo che Lui si adatti a tutti i miei progetti? 13 • Gesù chiede a Pietro la sua barca, la sua vita. Mi domando: quali paure mi impediscono o mi trattengono dal dare totalmente la “barca” della mia vocazione personale e del mio essere per accogliere completamente il Gesù, Maestro e Pastore, Via, Verità e Vita, nella mia vita? • Il Maestro Pastore mi incontra nella quotidianità della “liturgia mia vita”, del mio lavoro apostolico, del mio tempo. So vedere, ascoltare e discernere ogni frammento circostanziato del suo passaggio in ogni mio “qui ed ora”? • E’ facile dire di amare, ma non si giunge alla maturità dell’amore a forza di dichiarazioni e di parole. Solo quando si è data la prova più grande, quella della morte a se stessi, si può dire di amare seriamente. Concretamente e realisticamente come sto dicendo al Signore che lo amo veramente? Preghiamo5 Sii benedetto, o Gesù, morto per noi sulla croce! E’ morto l’innocente per ridare la vita alle pecorelle colpevoli: Sono venuto perché abbiano la vita e vita più abbondante. Ci dai la tua vita nel battesimo, nella cresima, nella penitenza, nell’eucaristia. Vivi in tutti gli uomini con il tuo Spirito! Richiama nel tuo ovile quanti sono separati da te come tralcio staccato dalla vite. Ti preghiamo per la Chiesa acquistata con il tuo sangue: si dilati in tutto il mondo e sia per tutti segno di unità e di salvezza. Vogliamo amarti con tutta la mente, tutte le forze, tutto il cuore, e per amor tuo voglio spendermi totalmente per il tuo popolo. O Gesù buon Pastore Via Verità e Vita , abbi pietà di noi. Donaci il tuo cuore , o Gesù buon Pastore, che hai portato dal cielo il fuoco della tua carità. Arda in noi il desiderio della gloria di Dio E un grande amore verso i fratelli. Rendici partecipi del tuo apostolato. Vivi in noi perché ti possiamo irradiare nella parola, nella sofferenza, nell’azione pastorale, bell’esempio di vita buona. Ci offriamo a te come pecorelle docili e fedeli per diventare degne di cooperare alla missione pastorale della Chiesa. Disponi tutte le menti e i cuori ad accogliere la tua grazia. Vieni, o Pastore divino, guidaci, e sia presto uno il gregge e uno il pastore. O Gesù buon Pastore Via Verità e Vita , abbi pietà di noi. 5 Proponiamo la terza e la quinta parte della coroncina a Gesù buon Pastore, invitando nella settimana che prepara la solennità di Gesù Buon Pastore a pregarne qualche punto al giorno, meditando le singole espressioni. Si può anche pregare la Preghiera sacerdotale, Gv 17. Altri testi biblici di riferimento: Sl 23 - Ez 34 - Ger 23,1-6 - Mc 6,34 - Mt 9,35-36 - Gv 19, 25-27- Gv 21,15-19 - 1Pt 5,1-5 - Ap7,13-17. 14 Seconda Tappa Dal 12 maggio al 7 giugno Festa di Maria Regina degli Apostoli - Vigilia della Solennità di Pentecoste “Con Maria nel cenacolo per ottenere l’effusione dello Spirito Santo” Introduzione La liturgia della Chiesa ci accompagna nella celebrazione dell’anno alberioniano facendoci incontrare con Maria, Regina degli Apostoli, che nella nostra spiritualità ha un ruolo fondamentale. Il nostro Fondatore giunto all’età di 80 anni ringrazia la Trinità:”Per aver, dall’anno 1900, praticato e predicato la devozione a Gesù Maestro Via Verità e Vita, alla Regina degli Apostoli, a san Paolo Apostolo” (SP, mar-apr. 1964), e in AD ci ricorda che:” Il mondo ha bisogno di Gesù Cristo Via Verità e Vita. Maria lo dà per mezzo degli apostoli e degli apostolati. Ella li suscita, li forma, li assiste, li incorona di frutti e di gloria in cielo” (AD 182). I testi biblici proposti ci mettono dinanzi alla prima comunità cristiana che, ferita per il tradimento di Giuda, zoppicante per il rinnegamento di Pietro e timorosa per l’assenza del suo Signore, è riunita nel cenacolo con Maria che ‘conforta gli Apostoli’, favorisce la concordia e la preghiera, e nell’attesa dello Spirito, che li sanerà dalle infedeltà, li guida alla loro maturazione vocazionale apostolica. I brani biblici ci ricordano, inoltre, che lo Spirito atteso è il dono pasquale del Risorto, vincitore del peccato e della morte;è Colui che ci fa vivere le esigenze del battesimo, trasformandoci in Gesù e rendendoci sua comunicazione vivente. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dagli Atti degli Apostoli 1,13s “Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea… Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù, e con i fratelli di lui”. Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26s “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio”. Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12ss “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà”. La proposta del nostro padre Alberione Nella proposta di Don Alberione (DF p. 9) l’impegno battesimale che scaturisce dal tempo pasquale e ci chiama a vita nuova è espresso con l’affermazione: “far morire l’uomo vecchio e far vivere in noi Gesù Cristo”. La modalità suggerita è quella degli esercizi spirituali: vere esercitazioni di vita cristiano-religiosapaolina da avviarsi nella settimana di esercizi spirituali e da proseguire nell’anno spirituale apostolico: infatti, nell’esperienza degli esercizi spirituali, secondo Don Alberione, ogni Paolino/a intende “cominciare a praticare e vivere i propositi che si vogliono fare per il seguito della vita”. Le esercitazioni (“esercizi”) proposte da Don Alberione sono di tre tipi: § esercitazioni di “virtù”, cioè di quella serie di abiti buoni indispensabili alla vita cristiana; 15 § § esercitazioni di preghiera: forme di preghiera maggiormente curate. In primo luogo la preghiera meditativa sui testi biblici suggeriti; quindi altre forme, come la Via humanitatis, la Via Crucis e il rosario; o ad altri esercizi suggeriti dal desiderio di incontrare meglio il Signore; esercitazioni di “pensieri divini”... Si tratta qui del frutto della riflessione, del meditare, dell’attitudine a restare in compagnia con pensieri, considerazioni, riflessioni che hanno Dio come contenuto unico. Come vivere questo periodo liturgico Intendiamo vivere questo periodo liturgico con il cuore e le disposizioni di Maria nel cenacolo. Ci può orientare il seguente passo del Fondatore, dove occorre sottolineare la visione molto ampia che Don Alberione offre di Maria Regina degli Apostoli. DF pp. 96-97. Maria Regina degli Apostoli 1. La “Regina Apostolorum”. Di essa si deve credere: che fu la madre dell'Apostolo del Padre, il Divin Verbo; che divenne madre e maestra e regina di ogni apostolato nella nascita di Gesù loro capo; che tale fu proclamata sulla croce; che tale si mostrò cogli Apostoli specie nella Pentecoste; che fu sempre l'ispiratrice, la protettrice di ogni apostolato della parola e della penna, e la formatrice degli Apostoli d'ogni luogo e tempo. 2. Che verso di Lei dobbiamo: illuminata ed illimitata fiducia e amore; la divozione più cordiale, espansiva, tenera; le pratiche più comuni e costanti del Rosario, dell'Angelus, tre Ave Marie, coroncina, il sabato, ecc. 3. Che la si deve far onorare: con lo scriverne, con il predicarne, col darne l'esempio. La visione mariana di Alberione Di Maria Madre Maestra e Regina degli Apostoli Don Alberione coltiva una visione molto articolata. Il ruolo esercitato da Maria nel Cenacolo è preparato da momenti precedenti, attraverso i quali la Madre di Gesù è venuta prendendo coscienza della sua funzione di Regina degli Apostoli. Nella visione del Fondatore, Maria: − fu la madre dell'Apostolo del Padre, il Divin Verbo; − divenne madre e maestra e regina di ogni apostol(at)o nella nascita di Gesù loro capo; − tale fu proclamata sulla croce; − tale si mostrò cogli Apostoli specie nella Pentecoste. Maria, la Regina degli apostoli, predispone il nostro cuore ad accogliere lo Spirito Santo. Nello Spirito “tutto si compie”; da noi è richiesta umile “cooperazione con propositi speciali”, e fiduciosa “preghiera, coll’abbondanza delle pratiche”. DF p. 100. “Tutto si compie nello Spirito Santo: poiché come la vita di Gesù Cristo, così la vita della Chiesa, la vita soprannaturale delle anime è comunicata, sviluppata, perfezionata, consumata nello Spirito Santo. Perciò lo studio nostro è doppio, onde si formi in noi Gesù Cristo: Cooperazione con propositi speciali, e preghiera coll’abbondanza delle pratiche”. Spunti di attualizzazione Maria, Regina degli Apostoli, è la donna nuova, -“vergine madre, figlia del suo figlio”-, che percorre il suo pellegrinaggio di fede6, nella luce e nel calore dello Spirito, che la conduce dal “Fiat” di Nazareth, al “Magnificat” di Ain Karin, allo “Stare” del Calvario, alla gioia della Pentecoste e dell’Assunzione al Cielo. Percorriamo, sul suo esempio, una lectio esistenziale in noi del Verbo - Maestro, Via, Verità e Vita – che vuole vivere in ogni nostro “qui ed ora” la complessità e la semplicità della vocazione mariana, in noi, come liberazione e trasfigurazione del nostro Sì, che si fa graduale cristificazione di tutto il nostro essere. Gesù, mio Signore, vive dal di dentro la mia vita, nella mia mente, nella mia volontà, nel mio cuore. 6 Cf Redemptoris Mater, n. 15. 16 La Parola interpella la nostra vita per diventare nostra vita La mia Nazaret, luogo del mio essere adombrato dallo Spirito in ogni qui ed ora del mio esistere • • • • • • • • “Nel sesto mese” (Lc 1,26): Come vivo il tempo che il Signore mi concede: come tempo vuoto, scandito da minuti, ore, giorni, fatti o come tempo pieno in cui Dio sta scrivendo una storia? Individuo i tratti di questo tempo/storia come la chiamata ad essere protagonista del mio oggi, della mia libertà, della “dignità della mia vocazione” (cf Ef 4,4)? “L’angelo Gabriele” (Lc 1,26): Anche a me il Signore manda degli “angeli”, mediatori della sua volontà personale sulla mia vita. Fino ad oggi chi sono stati questi inviati, come li ho accolti, cosa mi hanno annunciato? Sento che Dio pronuncia il mio nome in modo nuovo. Lo ascolto e cerco di capire cosa dice? Mi apro alla mia personale storia di salvezza, illuminato dallo Spirito, per gustare e sentire l’amore personale di Dio per me…: “La mano di Dio su di me…”? “Non temere, Maria” (Lc 1,30): Quando ho sentito ripetere alla mia vita: “Non temere”? Cosa concretamente è successo in me e attorno a me, anche nella luce dell’esperienza del Primo Maestro? Ripenso in profondità alla mia vita di fede, al mio incontro con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita, al suo mistero di incarnazione in me. Che cosa significa che il Figlio di Dio si è fatto uomo per me? Questo mi aiuta a sentire anche la vita amata in profondità, salvata da Gesù? Quali conseguenze ne derivano? “Nulla è impossibile a Dio”(Lc 1,37): Ripercorro la mia storia con Dio e ripenso alle volte che Lui ha mantenuto le promesse, soprattutto, in ciò che mi sembrava impossibile…!!! “Allora, Maria disse:’Eccomi…” (Lc 1,38): Di fronte ai miei “eccomi”, cerco di ripensare alla mia storia di disponibilità e di fedeltà, che pone le basi per la mia scelta di riforma ed elezione di vita; mi confronto anche con la mia storia meno luminosa delle mie chiusure ed infedeltà… La forza dello Spirito riesce a generare in me Cristo-Parola, Via, Verità e Vita, come ha fatto in Maria, così che io lo possa donare al mondo? Cerco di guardare e riconoscere i segni della presenza del Cristo che vive in me e di presentarli al Padre in una rinnovata disponibilità? Sono la serva del Signore avvenga di me secondo la tua Parola! Preghiamo7 O Spirito Santo, per intercessione della Regina della Pentecoste: sana la mia mente dalla irriflessione, ignoranza, dimenticanza, durezza, pregiudizio, errore, perversione, e concepisci la Sapienza, Gesù Cristo – Verità, in tutto. Sana la mia sentimentalità dalla indifferenza, diffidenza, cattiva inclinazione, passioni, sentimenti, affezioni, e concepisci i gusti, sentimenti, inclinazioni, Gesù Cristo – Vita, in tutto. Sana la mia volontà dall’abulia, leggerezza, incostanza, accidia, ostinazione, cattive abitudini, e concepisci Gesù Cristo –Via in me, l’amore nuovo a ciò che ama Gesù Cristo e Gesù Cristo stesso. 7 Il Fondatore nel novembre del 1930 scrive:“Incarnare in me e negli altri Gesù Cristo, per opera dello Spirito Santo” . Questo suo personale desiderio e impegno è divenuto una preghiera allo Spirito che possiamo fare nostra. E’ utile valorizzare anche la preghiera Allo Spirito Santo ed il terzo punto della Coroncina alla Regina degli Apostoli. 17 Eleva divinamente: l’intelligenza col dono dell’intelletto, la sapienza col dono della Sapienza, la scienza con la Scienza, la prudenza col Consiglio, la giustizia con la Pietà, la fortezza col dono della Forza spirituale, la temperanza col Timor di Dio. Terza Tappa dal 9 giugno al 30 giugno - Solennità di San Paolo Apostolo San Paolo: “il più compìto e fedele interprete del Maestro Divino” Introduzione Nel consegnarci la sua eredità spirituale, Don Alberione si preoccupa sempre di indicarci Gesù Maestro, la Regina degli apostoli, San Paolo apostolo. Per tutti noi è certezza che la nostra origine è dall’Eucaristia. Impressiona riascoltare queste parole: “La vita della Famiglia Paolina viene dall'Eucaristia; ma comunicata da San Paolo. La riconoscenza più viva va a Gesù, Maestro Divino, nel suo Sacramento di luce e di amore; alla Regina Apostolorum Madre nostra e di ogni apostolato; a S. Paolo Apostolo, che è il vero Fondatore dell'Istituzione. Infatti egli ne è il Padre, Maestro, esemplare, protettore. Egli si è fatta questa famiglia con un intervento così fisico e spirituale che neppure ora, a rifletterci, si può intendere bene; e tanto meno spiegare. Tutto è suo. Di Lui, il più completo interprete del Maestro Divino, che applicò il Vangelo alle nazioni e chiamò le nazioni a Cristo”. (SP, luglio – agosto 1954). San Paolo infatti ha unito santità ed apostolato. Avvicinarci con cuore rinnovato a Paolo è gustare in profondità la ricchezza del carisma che il nostro Fondatore ci ha consegnato. I testi biblici paolini proposti ci aiutano a entrare nell’esperienza cristocentrica di Paolo: essa si può riassumere nella sua esperienza di essere con (chiamata), nel suo vivere in (incontro personale profondo), nello spendersi per Cristo (coinvolgimento senza risparmio) nella missione vissuta come debito di amore. Questa intensa esperienza cristocentrico-apostolica, vissuta da una persona umana come noi, affascina tanto il nostro Fondatore, il quale ce la propone come indispensabile. Il testo paolino più citato dal Fondatore è Gal 2,20. L’importanza di questa espressione consiste nel fatto che Paolo, immerso nel mistero pasquale come legge del quotidiano, non parla di imitazione di un modello esterno ma di ‘sostituzione’: Paolo ha permesso che Cristo abitasse in lui, pensasse nella sua mente, decidesse nella sua volontà, amasse con il suo cuore. Gesù per Paolo è la ‘margarita’ (DF 37) cioè la perla, dono e conquista, nello stesso tempo, per la quale vale la pena lasciare tutto. Per questo la sua vita è attraversata da una pienezza di motivazioni riguardanti Gesù, che lo fa suo apostolo e lo manda a tutti. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dalla lettera di san Paolo ai Galati 2, 19-20 “In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato e resto crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi 3,7-11 “… Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato 18 in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti”. La proposta del nostro padre Alberione Il prodigio operato dallo Spirito in Maria è stato indubbiamente altissimo. Ma chi può arrivare a quelle vette? Ecco la necessità di avere un modello …più a misura umana. A questo scopo, Don Alberione presenta la figura di san Paolo. Egli, infatti, era un uomo come noi, un uomo vero, con belle qualità ed altrettanti difetti: un uomo che si è lasciato raggiungere dall’azione di Dio, si è consegnato completamente, ed è stato trasformato in un altro Gesù “al vivo” (cf Gal 3,1). San Paolo sarà sempre per noi modello cui ispirarci, poiché la Famiglia Paolina deve essere “Paolo vivente oggi”. Egli ha vissuto in modo eminente l’esperienza dell’essere “creazione nuova”, realizzata dall’opera dello Spirito di Gesù Cristo e consiste nel lasciare che i valori di Cristo si realizzino in noi. Il Paolino o la Paolina risulta degno di questo nome in virtù della familiarità con l’Apostolo delle genti, che “fu il più compito e fedele interprete del Divin Maestro”. DF pp. 168-170 La dottrina di San Paolo Dai tratti sparsi nella rivelazione dell'antico e nuovo Testamento, Paolo, istruito da Gesù Cristo e illuminato in ogni passo dallo Spirito S., formò il corpo di dottrina, che chiamò “il suo Vangelo”, ed è tanto dogmaticamente che moralmente e liturgicamente quella che viviamo noi; meglio, che vive la Chiesa. Poiché egli fu il più compito e fedele interprete del Divin Maestro, comprese e diede elaborato da forte sintesi e stretta logica il Vangelo intiero ed applicato, di modo che l'umanità gentile trovò ciò che inconsciamente cercava. Ed ecco: Il suo sguardo penetrò la profondità della caduta originale; in essa vide l'uomo divenuto carne; il peccato che impone la legge alle sue membra e ne fa produrre frutti di morte; la volontà incapace quasi sempre a liberarsi dalla schiavitù e impotente del tutto ad arrivare alla giustizia, viene elevata ad altezza divina. La giustizia infatti non si limita alla legge naturale o alla virtù naturale, ma è la stessa santità divina di Gesù Cristo comunicata alle anime nostre per lo Spirito Santo, compiendo la uniformità della nostra volontà con la volontà divina. E donde deriva questa comunione con la giustizia eterna? Dalla fede, descritta da S. Paolo nella lettera ai Romani, come quella che ha un potere soprannaturale. La fede, operando per mezzo della carità, ci unisce a Gesù Cristo in cui si è incarnata la santità, la vita divina. Essa fa di più: crea in noi l'essere nuovo, animato dallo spirito di Gesù Cristo. Uniti, abbandonati in Lui per questa vita, noi possiamo fare e facciamo ciò che egli ha fatto; noi moriamo in Lui alla carne e al peccato, per rinascere alla vita spirituale. Parlando più esattamente: Il Cristo solo vive, pensa, opera, ama, vuole, prega, soffre, muore e risuscita in noi. Capo dell'umanità rigenerata, Egli forma, di tutti i credenti, un corpo mistico le cui membra sono strettamente unite dalla carità che anima una medesima vita, ove batte un sol cuore, il Cuore di Gesù Cristo. Paolo modello della nostra trasformazione in Dio Proprio perché san Paolo ha vissuto in modo eminente l’esperienza di uomo “nuovo”, realizzato dall’opera dello Spirito di Gesù Cristo, ogni membro della Famiglia Paolina potrà modellarsi su di lui. Per Don Alberione il nostro impegno di santificazione approda “nella trasformazione nostra in Dio”. Questa meta è quella che Paolo nel suo continuo rispondere a Cristo è riuscito a raggiungere, proponendoci il suo stesso cammino: “Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo”. Un’imitazione come relazione trasformante: in essa vita e missione sono le due facce di una stessa medaglia. Questa trasformazione si vive come dono di Dio che richiede la nostra fedele collaborazione. DF pp. 11-12. L'azione santificatrice dell'anima, sta nella trasformazione nostra in Dio “ut homo fieret Deus” attraverso al cibo Gesù Cristo: nutrendoci ogni giorno di Gesù Cristo via, verità, vita. Questo il cibo da Dio dato all'uomo: Occorre la manducazione e l’assimilazione. Dio ha imbandita la mensa; “compelle intrare” [Lc 14,23]. Da una parte quindi grazia: Eucaristia, Vangelo (Messa, Comunione, Visita); dall'altra: cooperazione, meditazione, esame di coscienza, confessione, direzione spirituale. “Non ego autem, sed gratia Dei mecum” [1Cor 15,10], “Cooperatores enim Dei sumus” [2Cor 3,9]. 19 La meta della nostra trasformazione Un’autentica divinizzazione è prevista per ogni membro della Famiglia Paolina. A tale scopo è a disposizione, da sempre, il nutrimento, che si identifica addirittura con la Persona di Gesù. Di tale cibo – Gesù Cristo Via e Verità e Vita – siamo invitati a nutrirci ogni giorno, perché è il cibo “da Dio dato all’uomo”. Sarà proprio Gesù, nostro nutrimento quotidiano, a trasformarci in Lui: e noi scopriremo con sorpresa che si verifica quanto scrive san Paolo: “veniamo trasformati in quella medesima immagine”, cioè in Gesù, immagine del Dio invisibile! Spunti per l’attualizzazione Paolo si propone alla nostra vita ed al nostro cammino di sequela e di cristificazione come l’uomo nuovo, perché afferrato e conquistato da Gesù Cristo (cf.Fil 3,12). La Parola interpella la nostra vita per diventare nostra vita • Per la vita di Paolo c’è un prima e un dopo segnato dall’incontro con Cristo. Nelle sue lettere Paolo richiama il “prima” della sua vita sottolineando il grande cambiamento portato dall’incontro con Cristo. Confronta: 1Cor 9,1; 1Cor 15,8-9; Fil 3,4-9, 1Tm 1,12-16. La novità assoluta, il cambio di prospettiva, la comprensione della sua vita, Paolo ha scoperto nell’incontro con Cristo. Ripensa a quali sono i momenti in cui, nella tua vita, puoi dire che il Signore ti si è fatto incontro e ti si è rivelato. • Come ti ha afferrato e conquistato l’amore di Cristo? Quando ti arrendi a Lui? Momenti di crisi, di dubbio, di impostazione della tua vita, di scelta, anche di fronte alla proposta del Vangelo: in quale cammino ti stanno davvero dirigendo? • Una domanda fondamentale vuole risuonare con forza nella tua vita come in quella di Paolo: “Che cosa devo fare, Signore?” (At 22,10). E’ la domanda che apre alla disponibilità al Suo progetto e alla Sua proposta. Cerca di fare il punto del tuo cammino di sequela e di cristificazione: quali risposte hai maturato fino ad ora, quali momenti di crisi e quali di slancio vissuti… ‘finché Cristo non sia formato in te…’ (cf Gal 4,19)? • L’incontro con Gesù sulla via di Damasco fa intravedere a Paolo che Dio chiama per affidare una missione. Che cosa sei riuscito a comprendere della tua missione, che ti viene affidata da Dio in favore di Lui? Cosa senti di dover fare per concretizzarla ed incarnarla sempre di più? • “Per me vivere è Cristo”(Fil 1,21). “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che io vivo nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”(Gal 2,20). Con molta semplicità, ma con profonda verità e trasparenza trasfigurativa, di’ al tuo cuore ed alla tua mente a quale realtà vitale, nel tuo “qui ed ora”, nella tua realtà comunitaria e di Famiglia Paolina ti provocano queste espressioni paoline, racconto e provocazione di un’esperienza di vita. • Anche a te, come a Timoteo, Paolo si rivolge come a un figlio dando alcuni criteri per essere saldamente radicato nella scelta per Gesù Cristo: 2Tm 1, 6-11; 1Tm 1,18-20, 1Tm 4, 8-11; 1Tm 6,11-16.20-21. Cerca di comprendere quali “consigli” Paolo dà anche alla tua vita e fanne viva preghiera perché, come ti vengono donati, così tu possa accoglierli e renderli esperienza autentica in un quotidiano sempre più cristificato…!! Preghiamo O santo Apostolo, che con la tua dottrina e la tua carità hai ammaestrato il mondo intero, volgi benigno lo sguardo sopra di noi, tuoi figli e discepoli. Tutto aspettiamo dalla tua preghiera presso il Maestro divino e presso Maria, Regina degli Apostoli. Fa', o Dottore delle genti, che viviamo di fede, che ci salviamo per la speranza, che sola regni in noi la carità. 20 Ottienici, o vaso di elezione, docile corrispondenza alla grazia divina, affinché essa in noi non rimanga infruttuosa. Fa' che possiamo sempre meglio conoscerti, amarti, imitarti; che siamo le membra vive della Chiesa, corpo mistico di Gesù Cristo. Suscita molti e santi apostoli. Passi sul mondo il caldo soffio della vera carità. Fa' che tutti conoscano e glorifichino Iddio e il Maestro divino, Via e Verità e Vita. E tu, o Signore Gesù, che conosci come non abbiamo fiducia alcuna nelle nostre forze, per la tua misericordia, concedici di essere difesi contro ogni cosa avversa dalla potente intercessione di san Paolo, nostro maestro e padre. Quarta Tappa Dal 1° luglio al 20 agosto, memoria di San Bernardo - Fondazione della Famiglia Paolina Profondo esame sopra l’ “ad quid venisti?” Introduzione “Don Alberione che, a quanto pare, era ormai impaziente di veder realizzati i piani che gli ribollivano in mente da troppo tempo, il 24 luglio, appigionò uno stabile… sito in Piazza Cherasca. In quel modestissimo stabile nacque la Società san Paolo con il nome di Scuola Tipografica Piccolo Operaio, nome troppo lungo, che fu presto abbreviato abitualmente in “Scuola Tipografica”. La data di nascita è, per tradizione il 20 agosto, festa liturgica di san Bernardo… la sera del sabato 22 agosto, egli accolse nella sua “casa” il primo ragazzo, Desiderio Costa”. (Luigi Rolfo, Don Alberione, Edizione Paoline, pp.86-87) . “San Bernardo aprì la casa e fa da sentinella. Proprio sotto l’occhio del santo abate chiaravallese, la mente ed il cuore del secolo XII, Iddio faceva spuntare i religiosi della buona stampa. E Dio ci volle bene. S. Bernardo è il Dottore della vita religiosa e gli operai della buona stampa debbono essere prima ricchi dello spirito religioso… S. Bernardo penetrò nello spirito di Gesù Cristo tutta la vita del secolo e questa è la missione della Buona Stampa: informare del vangelo tutto l’uomo” ( UBS, A. 6, N. 8-15 agosto 1924, cf Primavera Paolina, p.222). Il richiamo a san Bernardo come ‘padrino’ della nostra Famiglia Religiosa è costante nell’insegnamento del nostro Fondatore. Questo Padre e Dottore della Chiesa è per noi richiamo a rimotivare la nostra vocazione e rimanere radicati nel cammino in cui il Signore ci ha posti, per vivere la nostra consacrazione apostolica “innestati a Cristo”. Vi è la corrente elettrica a bassa ed alta tensione. La vita religiosa è la corrente ad alta tensione, è la poesia della personalità in Cristo, la generatrice ed alimentatrice di eroismi” (SP luglio 1957, 1-3). I testi biblici indicati in questa tappa ci aiutano ad interiorizzare l’esperienza spirituale di San Bernardo. Egli, mantenendo fissi gli occhi su Gesù, nella radicalità della fede, nell’armonia di preghiera ed azione, ha immesso nella storia il lievito del Vangelo, che rinnova, dal di dentro, persone e culture. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dalla Lettera di San Paolo ai Romani 12, 1-2 “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. 21 Dalla lettera di San Paolo agli Efesini 4,20-24 “Ma voi non così avete imparato a conoscere Cristo se proprio gli avete dato ascolto e in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è Cristo, per la quale dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”. Dalla Lettera di san Paolo ai Colossesi. 3, 1- 3. 5. 9b “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra… Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore”. La proposta del nostro padre Alberione “La Pia Società San Paolo [La Famiglia Paolina] considererà spesso "ad quid venisti?” (AD 197). “Ora sentiamo il bisogno di sempre più ordinare, correggere, elevare e santificare il complesso di tutta la vita di fronte all'eternità: “Ad quid venisti? Quid hoc ad aeternitatem”? “ (SP, 15 giugno 1935). Indicendo l’anno di particolare santificazione: “Questo tempo, inizio del nuovo anno, il Signore ci invita ad un più profondo esame sopra l'ad quid venisti?” (SP, gennaio 1963). “Sempre più ordinare, correggere, elevare e santificare il complesso di tutta la vita di fronte all’eternità”: questo l’invito di Don Alberione. La via che il Fondatore ci propone è quella di fissare lo sguardo sulla Persona di Dio Padre: Padre Creatore, Provvidente, Guida, Fine di tutto. Padre che ci ha amati e ci ha arricchiti di tanti doni. Sono importanti le disposizioni con cui rapportarci con Dio Padre: DF p.17. a) Ammirazione: considerazione – prima parte della visita. b) Lode perenne, totale, “ab omni creatura”. c) Amore perfetto “come bene infinito, sopra ogni cosa”. Don Alberione ci invita a ripeterci la domanda: “ad quid venisti?”. Gesù ci insegna la strada: fissare lo sguardo in Dio, considerandoLo l’unico fine, l’altissimo fine. Dare gloria al Padre diventa, pertanto, il compito primario di ogni persona, desiderio e bisogno del cuore di ogni figlio di Dio! “Che cosa bisogna fare per attendere all'apostolato vostro? In primo luogo è necessario che ci sia la retta intenzione: gloria di Dio, santità nostra, tanto da esserne investiti in modo tale da sentire queste intenzioni affinché neppure un passo, neppure una parola, neppure un respiro sia ordinato ad altro che a questo: gloria di Dio e santità nostra. Che nulla vada perduto del tempo, che nulla vada perduto dei pensieri, dei sentimenti, della salute; tutto indirizzato alla gloria di Dio e alla pace degli uomini, alla santità e alla gloria di Dio e alla pace degli uomini, alla santità e alla salvezza”8. Da parte sua, il Fondatore, già anziano, si domanda: “Mi glorio o compiaccio di qualche cosa? Do sempre, e solo, di tutto gloria a Dio? Temo la penuria o il difetto delle cose temporali? Mi sconforto nei momenti difficili? Cerco davvero il regno di Dio? Mi riposo nel Padre celeste?” (Taccuini, 1964). DF pp. 25-26 1. Fine ultimo: gloria di Dio. (...) Deve conseguirsi attraverso l'uomo e dall'uomo, sulla terra, colla lode e la docilità della mente e del cuore a Dio; nell'eternità colla perfetta cognizione, lode, amor di Dio; cioè attraverso la felicità dell'uomo. Così vi è il fine supremo e il fine subordinato. 8 Meditazione del Primo Maestro, fasc. 1960, p. 20. 22 2. Sulla terra più si conseguisce quanto più è perfetta la scienza e l’amor di Dio. La cognizione di Dio che va dall’ignoranza, dall’errore, fino al pensare come Dio in Gesù Cristo. (...) L’istruzione religiosa, la lettura buona, ma più l’infusione della fede, della sapienza e della scienza di Dio operano questo stato. Perfezionare la cognizione di Dio; poi evitare il peccato, ed anche il timore serviliter servilis, cambiarlo in figliale. Salire quindi nei vari gradi dell'amor di Dio: tristezza del peccato; benevolenza e desiderio della gloria di Dio; compiacenza della divina gloria e perfezione; vivere di amor di Dio. 3. Si sale dall'ignoranza, dalla scienza umana, dall'odio al mortale, al veniale, e all'amor proprio: fino alla scienza di Dio, all'amor puro di Dio, ogni giorno un pochettino. Si perfeziona coll'amore a Gesù: quis vos separabit a charitate Christi? Nulla! La scala è Maria che da Dio prende la grazia per darcela, a noi toglie l'amor proprio e vi sostituisce l'amor di Dio. I gradini per ‘salire’ a Dio Se il fine ultimo è la gloria di Dio nella beatitudine e nella lode eterna del Padre, l’uomo ha il dovere grave di conoscere, di acquisire la scienza di Dio, di nutrire la mente di pensieri e considerazioni eterne. Il Fondatore torna qui su uno degli aspetti da lui più rimarcati: l’urgenza del conoscere. E, con il conoscere, il bisogno dell’amare. Del resto, è la categoria stessa della Persona di Gesù come Maestro integrale ad esigere tale dimensione. Il processo di conoscenza è estremamente ampio: parte dall’ignoranza, o anche dall’errore, e, attraverso un duro tirocinio di “istruzione religiosa”, punta decisamente ad acquisire la “mente” del Maestro, fino ad arrivare, in Lui, a “pensare come Dio” (cf Lc 2,49 e Mt 16,21-23). L’imperativo è “salire”, con l’impegno di elevare quotidianamente i pensieri e i desideri del cuore: “fino alla scienza di Dio, all’amor puro di Dio, ogni giorno un pochettino”. Così corroborato dall’opera benevola del Padre, ogni credente è chiamato a fare o confermare la sua opzione fondamentale: rispondere al Dio che lo lega a Sé, aderire al suo progetto d’amore, consegnarsi per essere luogo dove la grazia divina può operare in pienezza. Non solo: ma la benevolenza del Padre ha pensato anche a fornire una mediazione efficacissima per elevarci alle altezze spirituali: Maria, la Madre del Figlio suo e Madre nostra. Maria è la “scala”; con lei è meno arduo “scalare” i gradini della perfezione. Maria, infatti, “da Dio prende la grazia per darcela, a noi toglie l’amor proprio e vi sostituisce l’amor di Dio” (DF p. 26). Spunti di attualizzazione Paolo ed Alberione ci testimoniano, con la loro esperienza ed il loro insegnamento, che giungere a conoscere, sentire e gustare il senso profondo del proprio essere, come partecipazione della vita del Creatore, è la meta e l’approdo, consapevole o inconsapevole di ogni creatura umana. Questo mistero, ci insegna la rivelazione biblica, è depositato e sigillato nella portata semantica ed esistenziale del nome (cf Is, 43,1; Lc 10,20b). Giungere a scoprire la propria vocazione personale e di una vita vissuta in conseguenza con essa è, sicuramente, l’invito che Paolo ed Alberione ci rivolgono come aiuto ed incremento per il nostro cammino di cristificazione fino a giungere alla piena maturità del Cristo che vive in noi (cf Ef 4,12 e Gal 2,20). Discernere, scoprire ed eleggere la propria vocazione personale nella perenne tensione di trasformazione in profondità della propria vita, significa permettere a se stessi di penetrare, sempre più, nella consolante certezza di essere, nella propria irripetibilità, preziosi e fondamentali per l’intera economia della salvezza e necessari alla costruzione di quell’edificio spirituale, che ci vede come “pietre vive”, edificati sulla pietra angolare e viva, che è Cristo stesso (cf Ef 2, 19-23; 1 Pt 2,4-5). La vocazione personale, quando è conosciuta, scoperta e vissuta con una sempre maggiore crescita in essa, può divenire il criterio di discernimento per tutte le decisioni della vita. Il vero ed autentico criterio per giungere a quella “verità che ci fa liberi” (Gv 8,32) è la speranza della nostra vocazione (Ef 4,4), della quale dobbiamo sempre e comunque rendere ragione (cf 1Pt 3,15) per “splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Fil 2,15b-16). Alla luce di queste riflessioni entriamo in quella dimensione contemplativa della nostra vita, che ci fa sentire partecipi e co-protagonisti della sinfonia della salvezza. Saremo in grado di porgere con forza e con verità al nostro cuore questi tre interrogativi per orientare sempre più è meglio la nostra vita verso Colui, che è il Principio e Fondamento del nostro essere, della nostra vita, della nostra chiamata, della nostra missione: • Chi sei, Signore, per me, qui ed ora? • Cosa vuoi da me, Signore, qui ed ora? • Come vuoi viverlo in me, Signore qui ed ora? Colui che ha iniziato in noi la sua opera buona la porti a compimento! (cf. Fil 1,6). 23 Preghiamo9 “Signore, avete seminata la mia vita di prodigi di misericordia. La vostra gloria sta più nel perdonare, chi si umilia e confida nella vostra bontà. Per la nuova moltiplicazione di grazie si stabilisca il pareggio tra le grazie e doni ricevuti con la gloria a Voi e la mia santità ed il bene delle anime. Voi sapete e potete nella nuova misericordia compierlo per l’intera vostra gloria, per l’eterno amore e pace a me ed alle anime, a cui sono stato mandato. Cambiate il massimo peccatore in uno dei massimi santi e massimi apostoli: perché sovrabbondi la grazia e l’apostolato ed il frutto: a gloria vostra, e pace degli uomini; dove abbondò il peccato. Un’immensa gloria nuova a Voi; un’immensa misericordia per me; un’immensa quantità di anime santificate, aiutate, salvate; un’immensa gloria a Gesù Maestro Via, Verità,Vita; ed una larghissima divozione a Maria Regina degli Apostoli e a San Paolo Apostolo” 10. *** Cercare sempre e solo la gloria di Dio. Questo impegno non era soltanto quanto Don Alberione raccomandava a tutti, ma ciò che egli per primo si era obbligato a vivere in ogni circostanza. Ne è testimonianza probante l’accordo stipulato da Don Alberione e da don Giaccardo con le tre Divine Persone intorno al 1920, accordo intitolato “cambiale”, che qui riproduciamo. (inserire foto) Questa “cambiale” documenta bene da una parte il loro proposito di non avere altro interesse che la gloria di Dio, e dall’altra la fede incrollabile nella promessa di Gesù (Mt 6,33). In alto figura l’impegno: “Cerco prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia”. Firmato: Sac. Alberione Giacomo; Sac. Giaccardo Timoteo. In basso, l’impegno da parte della SS.ma Trinità: “Tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Firmato: Gesù Cristo; Padre; Spirito Santo. 9 Don Alberione nel 1962 esprimeva il suo desiderio profondo di vivere con il cuore rivolto verso Dio, cercando solo e sempre la sua gloria. 10 Alberione, Taccuini, 1962. 24 Quinta Tappa Dal 21 agosto al 12 settembre Don Alberione riceve l’incarico di dedicarsi alla stampa diocesana L’ “anno in cui sono stato chiamato alla missione” Introduzione Il 12 settembre 1913 per Don Alberione è un kairós: arriva il segno con il quale Dio lo rende certo della sua volontà. E’ una di quelle nuove luci che piano piano illuminano il suo cammino, per arrivare nella ‘terra’ che Dio gli aveva promesso, nella notte che divise il secolo, quando “si sentì obbligato a fare qualcosa per gli uomini del suo tempo”. Alberione, finalmente, scopre con più chiarezza la direzione verso cui la volontà di Dio lo va conducendo. Non tutto è immediatamente chiaro nei particolari, ma è “col precedere che viene di tanto in tanto illuminato”(AD 202). Egli sa che “il Signore accende le lampadine, in avanti, man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre a “tempore opportuno” (CVV 247; SP, aprile-maggio 1959 1-2). Egli stesso ricorda: “ L'autorità della gerarchia un giorno ci ha messi sopra una strada ed apostolato diversi da quello fino allora ordinariamente seguito. Questo avvenne una sera quando il Vescovo di Alba intervenne alla predica sul Nome di Maria (12 settembre), in cui io invitavo i fedeli a stabilire il regno materno di Maria che porta Gesù Cristo al mondo, come suo apostolato. Subito dopo mi chiamò per dirmi: “Ora al tuo ordinario ministero sacerdotale ne assegno ed aggiungo un altro, di molto impegno”. Me ne indicò la via: la stampa della diocesi. In tale via egli mi guidò e sostenne, in basso ed in alto, con sapienza e fortezza per circa vent'anni. Di lì tutto lo svolgimento. Ora i due venerati documenti11 confermano come si è tutto svolto nella luce, guida ed approvazione della Chiesa e più precisamente del “Pastore della Chiesa che ci guida”. Ecco la via maestra: in Cristo e nella Chiesa. Sempre come si è nati e si vive oggi” (SP, luglio 1957). La memoria di san Bernardo ci ha aiutati a focalizzare le radici della nostra vocazione; questa memoria storica di Alberione, ci aiuta a leggere nel suo cammino il nostro, per vederlo come storia sacra, nella quale anche il più insignificante dei fatti rientra nella guida provvidente di Dio Questa constatazione favorirà certamente il desiderio di sintonizzarci sempre di più con la volontà di Dio, che è volontà di un Padre che ama, che sorprende e tutto fa concorrere al nostro bene. I testi biblici indicati ci permetteranno di interpretare questo momento storico come un importante tappa di esodo, nella fede, verso la terra promessa, per Alberione verso un carisma particolare a cui il Signore lo sta chiamando. In questo cammino egli una cosa non dimentica: l’orizzonte della promessa e del suo impegno di obbedienza nella fede. La risposta di Abramo chiamato da Dio a lasciare il proprio paese per un futuro che Dio stesso gli avrebbe indicato e la sua partenza nella precarietà sarà una chiave di lettura per capire il cammino di Alberione: chiamato a qualcosa di profondamente nuovo, manca dei mezzi necessari, ma non della certezza della guida di Dio e del desiderio di percorrere le sue vie. Il testo del Deuteronomio rivolto ai figli di Abramo, ad Israele, è un invito che giunge fino a noi, figli del padre Alberione, perché non venga meno la ‘memoria’ di quanto Dio ha fatto per noi e la fede per quanto farà, eredità di vita per essere nella Chiesa ‘apostoli nuovi per i tempi nuovi’. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dal Libro della Genesi 12,1-3 “Il Signore disse ad Abram: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione”. 11 I due “venerati documenti”, entrambi elogiativi, ricevuti da Don Alberione, sono: un Autografo di Sua Santità Pio XII e una Lettera del Prefetto della Congregazione dei Religiosi, Cardinal Valerio Valeri. 25 Dal Libro del Deuteronomio 5,6-8 “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù in cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti”. La proposta del nostro padre Alberione Don Alberione così racconta il momento in cui il Signore “aprì la via all'apostolato”: “Il Vescovo quando si trattò di incominciare, fece suonare l'ora di Dio (aspettava il tocco di campana) incaricandolo di dedicarsi alla stampa diocesana, la quale aprì la via all'apostolato; e così quando si trattò dello sviluppo, poiché quando vide il cammino delle cose, assentì alla sua domanda di lasciare gli uffici a servizio della diocesi: “Ti lasciamo libero, provvederemo altrimenti; dedicati tutto all'opera incominciata”. Egli pianse amaramente, essendo assai affezionato alla diocesi; ma così aveva chiesto, ed il Direttore Spirituale aveva affermato essere tale la volontà di Dio” (AD 30). Ma erano già trascorsi tredici anni dalla notte in cui ebbe maggior comprensione dell’invito di Gesù “Venite ad me omnes”, maggior luce sulla necessità di una nuova schiera di apostoli, di servire la Chiesa e gli uomini del nuovo secolo. Alberione vive nella sua persona i tempi lunghi di Dio. Sa che “Scoprire la volontà di Dio, è cosa semplice e complicata, dolorosa e soave; naturale e meravigliosa secondo i casi” (UPS,I, 115). “La sua volontà, (di Gesù) così forte, così costante, così generosa, viene a correggere le nostre debolezze, la nostra incostanza, il nostro egoismo, comunicandoci le divine sue energie, tanto da poter dire con S.Paolo: " Io posso tutto in colui che mi fortifica” (SP, dicembre 1956). Discernere e assecondare la volontà di Dio è la disposizione fondamentale che viene chiesta ad ogni membro della Famiglia Paolina. Significativa la visione calda e propositiva con cui il Fondatore presenta la volontà di Dio: “legge suprema e massimo atto d’amore” (DF p.19). DF pp. 19-20. [Dio Padre ci guida] con la sua legge a) eterna: che necessariamente ha un fine; ordine, direzione di ogni azione e movimento…, sapientissima ogni sua ordinazione. Cui devo uniformarmi: prendendo come legge suprema e massimo atto d'amore la volontà di Dio. Dio Padre che ama e vuole il bene Il credente vede nella Legge, prima che una serie di disposizioni e norme da osservare, un preziosissimo dono di Dio. Egli intende assumere la volontà di Dio come legge suprema (superiore a qualsiasi altra normativa e punto di riferimento unico) del suo vivere e operare, e come massimo atto d’amore (intende accoglierla come atto d’amore del Padre amoroso e attuarla con l’attitudine dell’amore più alto). Ne consegue un atteggiamento di attento “esame” e di “istruzione” continua: sguardo aperto e docile alla voce di Dio per percepire e attuare in primo luogo la sua volontà. DF p. 20. Esame - Istruzione Volontà di Dio è il gran sole verso cui l’anima, come girasole, deve sempre star rivolta. Volontà di Dio: nei superiori; nei fatti; nell’interno. “Doce me facere voluntatem tuam, quia Deus meus es tu” (Ps. 142). Tutto concorre al bene di quelli che amano Dio 26 Il “grande sole” al quale la creatura umana, “come girasole”, deve sempre essere rivolta è la volontà di Dio: da questo “grande sole” si riceve luce, calore e vita. L’itinerario di conformazione si realizza, pertanto, sul percorso tracciato dal Divin Maestro stesso: “Il mio cibo è fare la volontà di Dio” (Gv 4,34) e sulla indicazione che vive in prima persona e offre, quale Maestro, ai suoi discepoli: “Beati gli affamati e assetati di giustizia perché saranno saziati”. La giustizia di cui avere fame e sete è appunto la volontà di Dio espressa nelle sue indicazioni. Alberione, anch’egli affamato e assetato della volontà di Dio, sente di dover accertare i suoi figli: “Il Signore […] ha incaricato me, il più misero tra tutti, di comunicarvi la sua sapientissima ed amabilissima volontà, le divozioni nostre, la grazia dello Spirito Santo e la particolare nostra vita. Sono certo di avere accettato questo compito per chiara volontà di Dio, manifestatasi nei modi più sicuri: nessun volere umano vi è entrato. Sono sicuro di avere sostanzialmente insegnato ciò che voleva Dio: dallo spirito sino all'amministrazione economica. Avrete benedizioni e consolazioni e figli spirituali nella misura che seguirete, vivendo la vita paolina, quale risulta dalle Costituzioni, usi ed esortazioni pubbliche o particolari. Sarete ascoltati nella misura che ascoltate” (SP, giugno luglio 1951). Spunti di attualizzazione Discernere, incarnare ed eleggere la volontà di Dio in ogni mio “qui ed ora” esistenziale è il vero cammino per realizzare in pienezza il mistero del mio essere mandato a compiere l’opera che ho da realizzare. Discernere, incarnare ed eleggere la volontà personale di Dio significa “rivestirsi” di quei sentimenti dell’uomo spirituale, che discerne tutto e non è giudicato da niente perché ha il pensiero di Cristo (cf 1Cor 2,15-16). Capire il “dettaglio circostanziato” della volontà di Dio nel pellegrinaggio esistenziale del mio essere conformato e configurato al Cristo, che vive in me, è il senso più vero di ciò che Paolo mi invita a vivere in Rom 12,2 per essere davvero”un sacrificio vivente, santo, gradito a Dio”. La liturgia della mia vita si deve fare memoria contemplativa e memoriale riattualizzante i miei sì, che compongono la storia della salvezza, che è il luogo del discernimento della mia missione personale ed originaria dentro il tessuto comune e relazionale del carisma paolino. La Parola interroga la nostra vita per divenire nostra vita • • • • Essere “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” è l’orizzonte di ogni mio impegno di missione e di apostolato? Il mio apostolato e la mia missione costituiscono un elemento importante della mia formazione permanente nella conformazione al Cristo che vive in me, la mia cristificazione? So essere un contemplativo nell’azione, sapendo vedere nell’evolversi e maturarsi delle circostanze, degli avvenimenti e degli incontri con le persone della mia vita il luogo dove lo Spirito parla al mio cuore e mi indica il mio orizzonte specifico di apostolato e di missione nella sinfonia armoniosa della comunione con gli altri componenti della mia comunità e dell’intera Famiglia Paolina, consapevole che “ se sarete quello che dovere essere metterete fuoco in tutto il mondo” (Giovanni Paolo II) ? “L’agire segue l’essere”… Faccio perché sono il riverbero e l’incarnazione della verità del Cristo che è in me, o mi agito e mi preoccupo per molte cose (cf Lc 10,41) in una tiepidezza, che genera la tristezza secondo il mondo e non la pace secondo Dio (cf 2 Cor 7,10)? Il Signore faccia della nostra missione e del nostro apostolato “un sacrificio di soave odore” (cf Ef 5,2)…! Preghiamo12 Che io veda con i Vostri occhi. Che io parli con la Vostra lingua. Che io oda solo con le Vostre orecchie. Che io assapori quello che Voi gustate. Che le mie mani siano le Vostre. Che io preghi con le Vostre preghiere. Che io tratti con il Vostro tratto. Che io celebri come Voi vi immolaste 12 Giacomo Alberione, Che io ami con il tuo cuore, Ed. Archivio Storico Generale, 1985, p. 26. 27 Che io sia Voi e Voi siate me; tanto che io scompaia. DegnateVi servirVi di questa lingua per cantare a Dio per tutti i secoli; di questo cuore per amarlo; di questo peccatore, il più disgraziato, per esaltare “Io sono il Buon Pastore, io voglio la misericordia”. Sesta Tappa Dal 13 settembre al 26 ottobre - Solennità di Gesù Cristo Divino Maestro “Il Padre stesso ha mandato il Figlio suo, Maestro” Introduzione Gesù il Maestro Pastore Via Verità e Vita è il cuore della nostra spiritualità apostolica. Il nostro Fondatore si premura di precisare che Gesù Maestro per noi non è uno dei tanti maestri, ma l’unico Maestro, Via Verità e Vita. «Il termine Maestro, fin dall’inizio, ha assunto per lui il valore d’indicazione del suo Cristo: Cristo è semplicemente per lui il “Maestro”, il “Maestro Divino”. Per indicare il tutto di Gesù Cristo gli basta dire “Il Maestro”, il “Divino Maestro” e anche il gran trinomio del suo interesse Via - Verità - Vita vi resta incluso: già è inteso per lui nel Maestro»13. Non è Maestro solo perché insegna o propone una dottrina eccellente, ma perché è il Figlio inviato dal Padre, per condurci al Padre, ponendosi come via, mediazione. La formulazione completa di questo titolo cristologico, che è una sintesi sinottica e giovannea, da parte di Don Alberione, avviene tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924. Don Alberione è certo di consegnare a noi, i suoi figli, l’unica ricchezza che possiede: Gesù Maestro, Via Verità e Vita. I valori che sorreggono la nostra vita provengono da questa luce. La conclusione si pone con evidenza: Gesù Maestro Via Verità e Vita è meta, cammino ed inizio del processo spirituale - formativo - apostolico. La celebrazione della solennità del Divino Maestro in questo nostro anno alberioniano avrà perciò una particolare solennità. I testi biblici indicati vogliono aiutarci a vivere questa centralità carismatica alla luce dell’esperienza ed insegnamento di Paolo, per il quale l’incontro con Cristo Gesù consiste nel vivere in LUI ed operare in LUI, fino ad essere una sua reale ri-presentazione. E’ un processo dinamico, di conversione o trasformazione continua, che termina con la nostra morte. A quel punto il Padre sarà compiaciuto di vedere realizzato in ciascuno di noi il disegno con il quale ci ha pensati e predistinati ad avere i tratti di quella immagine di lui che è suo Figlio. Paolo è così convinto che Dio porta a termine il suo progetto di conformazione nel Figlio, che in forza del suo amore si sente già giustificato, glorificato. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dalla Lettera di san Paolo ai Galati 4,18-19 “È bello invece essere circondati di premure nel bene sempre e non solo quando io mi trovo presso di voi, figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore fino a che il Cristo sia formato in voi!”. Dalla Lettera di san Paolo ai Romani 8,29-30 “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati”. 13 Giovanni Roatta, citato da Antonio Da Silva, “Sintesi delle relazioni del Seminario del 1984”, in: Gesù il Maestro, pp. 21-22. 28 La proposta del nostro padre Alberione Il Fondatore ha espresso con chiarezza il punto di partenza e il punto di arrivo del cammino spirituale: far morire la componente egoistica e far vivere in noi Gesù fino alla trasformazione nostra in Lui. Ha pure evidenziato la figura del Padre celeste che da sempre attende la nostra conversione, come ritorno “definitivo” (cf DF p. 99) a Lui. C’è una via paolina per raggiungere tale obiettivo. Ed è il permettere allo Spirito Santo di formare Gesù in noi (Gal 4,19), farlo crescere fino alla statura adulta (cf Ef 4,13). DF pp. 35-36. L'uomo adunque Uscito dalle mani di Dio per glorificarlo nell'eternità, l'uomo deve fare un viaggio di prova che si chiama vita. Il Padre stesso ha mandato il Figlio suo, Maestro, a indicare, percorrere, farsi veicolo dell'uomo; onde l'uomo sarà alla fine giudicato se conforme a tal Figlio si è fatto: nella mente, nella volontà, nella vita; essendo in tal conformità l'amore; perché chi ha amato continui il suo amore, compenso per l'eternità; chi non ha amato resti lontano da Dio per l'eternità. Giacché il mondo è imperfetto regno di Dio per parte dei guasti umani e della zizzania; essendo l'eternità regno di Dio perfetto anche per parte dell'uomo: eterna glorificazione di Dio. “Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram”; e l'immagine sfregiata dell'uomo, è riparata nel Figlio di Dio, e supererà in bellezza la prima per lo Spirito Santo, per sovrabbondanza di grazia. Il Padre stesso ha mandato il Figlio suo, Maestro... – Dio, dopo aver creato l'uomo e averlo collocato nel mondo, non lo abbandona al suo destino. Tutt'altro! Egli, infatti, Padre di bontà, gli ha donato quale compagno di viaggio nientemeno che il Figlio suo unigenito: per questo lo ha mandato tra noi e per noi. Il Figlio, Gesù Cristo, è inviato come il Maestro. Maestro non soltanto né principalmente perché siede in cattedra e insegna, ma soprattutto in quanto intende inserirsi nell'intreccio della vita dell'uomo e raggiungere tutte le espressioni sia del pensiero sia dell'agire umano. a indicare, percorrere, farsi veicolo dell'uomo... – Vengono qui delineati i “compiti” che il Padre ha assegnato al Figlio per la sua missione sulla terra: § indicare: in questo verbo è contenuta l’idea di insegnare, guidare, orientare. Nel Maestro-che-indica possiamo facilmente intravedere Gesù-Verità; § percorrere: anche qui l'oggetto non è precisato, pur se si debba intendere la via, l'itinerario. Il Fondatore pensa qui al Maestro-Via, modello per il credente; § farsi veicolo dell'uomo: cogliamo qui il Maestro che si china amoroso sulla fragilità umana, il Pastore che prende la pecorella sulle spalle. Per noi: il Maestro-Vita, fonte di grazia, energia, forza spirituale, e insieme insostituibile compagno di viaggio... onde l'uomo sarà alla fine giudicato se conforme a tal Figlio si è fatto: nella mente, nella volontà, nella vita; essendo in tal conformità l'amore. – Il dono che il Padre ha fatto all'uomo, mandandogli Gesù come il Maestro, ha un obiettivo preciso: guidare l'uomo nella conformazione al Figlio suo, dal momento che tale conformità sarà la materia del giudizio finale14. Abbiamo qui l’itinerario visto dalla parte dell’uomo: il Cristo che va prendendo forma nella persona tras-forma tale persona, che così si ritrova con-formata. Si tratta di un processo che interpella la persona umana nella globalità delle sue facoltà ed iniziative. La ‘forma’ di Cristo in noi nell’ottica paolino - alberioniana Data l’importanza per Alberione della via paolina nel raggiungere la ‘forma’ di Cristo, è importante domandare a Paolo che intenda con questa parola. Il termine ‘forma’ nel NT è quasi esclusivo di Paolo: ricorre 13 volte e 10 ricorrenze sono dell’epistolario paolino. La quantità è indicativa e presenta molte sfumature: modo di esistere (Fil 2,7); modo di vivere che manifesta la volontà oblativa di Gesù (Fil 3,10); le caratteristiche di Gesù che passano in noi (Fil 3,21); comunione vitale con Cristo al punto che noi cristiani siamo resi conformi al suo modo di esistere e ne riproduciamo le caratteristiche. Gli somigliamo al punto da essere realmente una sua icona (Rm 8,29). La frase “finché Cristo si formi in voi” si può parafrasare: “fino a che Cristo vivente in voi possa essere visto e 14 In un importante scritto del 1949 Don Alberione presenterà la conformazione come realtà acquisita del Paolino al momento del giudizio finale: “Quando l'anima si presenterà a Gesù Giudice, Egli scorgerà in essa come un altro Se stesso: “conformes fieri imagini Filii sui”; la presenterà a Dio che vi vedrà la somiglianza con l'Augusta Trinità, somiglianza ristabilita da Gesù Cristo medesimo. Se ne compiacerà e l'anima canterà in eterno: Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto” (Introduzione, in: S. LAMERA, Gesù Maestro Via, Verità e Vita, Appunti, E.P., Alba 1949). 29 riconosciuto da tutti”. Se ‘forma’ indica il modo interiore di esistere che si irradia all’esterno, ‘forma’ in Paolo richiama il ‘vestito che dobbiamo indossare’ che è Cristo Gesù (Rom 13,14; Gal 3,26-27). Il nostro vestito, ciò che si vede di noi, deve essere Gesù, i suoi valori, i suoi comportamenti, tutti i suoi tratti. Paolo ricorda che il Padre nella sua continua chiamata – “viaggio che si chiama vita” – ci ha anche protetto ‘rivestendoci’ di fede, speranza, carità. La speranza è come l’elmo sulla testa, la fede e la carità come corazza proteggono la nostra persona ed il cuore (1Ts 1,3; 5,8). Avere la forma di Cristo Gesù, considerarlo nostro ‘vestito’, equivale a lasciare che fede, speranza e carità siano i valori che ci determinano. Le virtù teologali nel pensiero di Alberione corrispondono al Maestro Verità, Via e Vita che prende forma nella nostra mente, volontà e cuore. Spunti per l’attualizzazione Vogliamo porci in atteggiamento di ascolto – intriso di silenzio adorante, fecondo, creativo – alla scuola del Maestro Divino. Nel cuore vogliamo avere il desiderio di imprimere ed incarnare l’icona per eccellenza del discepolato : “Ed egli reclinatosi, così, sul petto di Gesù…” (Gv 13,25). Gesù nel cuore di Giovanni, Giovanni nel cuore di Gesù per capire, vivere ed incarnare profondamente l’esperienza indicataci da Paolo in Gal 2,20. Dobbiamo penetrare nel cuore del Maestro divenendo tutto ascolto, rivestendoci ed incarnando la beatitudine dell’ascolto per divenire Colui che ascoltiamo, meditiamo, contempliamo. La Parola interroga la nostra vita per divenire nostra vita • • • Essere alla scuola del Maestro Divino, significa essere capaci di divenire silenzio, solo attesa, solo disponibilità, solo accoglienza. La mia esperienza a che punto è? La mia vita intellettuale, psicologica, spirituale che tipo di silenzio creativo vive?… Lo vive? E’ un silenzio, assenza solo di suoni, fantasie, progetti o è il luogo fecondo dell’innesto d’amore e di affettività intelligente con la Persona del Maestro per vivere la sua vita, i suoi pensieri, i suoi atteggiamenti, le sue disposizioni, le sue virtù dal di dentro ed essere costruito, corroborato e conformato dalla Sua dottrina sapiente e trasfigurante? Preghiamo15 Maestro: la tua vita mi traccia la via; la tua dottrina conferma e rischiara i miei passi; la tua grazia mi sostiene e sorregge nel cammino al cielo. Tu sei perfetto Maestro: che dai l'esempio, insegni e conforti il discepolo a seguirti. «Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum unigenitum daret, ut omnis qui credit in ipsum non pereat, sed habeat vitam aeternam». «A Deo Magister reniet» (Io. III, 22-36). 1. O Maestro, tu hai parole di vita eterna: alla mia mente, ai miei pensieri sostituisci Te stesso, o Tu che illumini ogni uomo e sei la stessa verità: io non voglio ragionare che come Tu ammaestri, né giudicare che secondo i tuoi giudizi, né pensare che Te verità sostanziale, data dal Padre a me: “Vivi nella mia mente, o Gesù Verità”. 2. La tua vita è precetto, via sicurezza unica, vera infallibile. Dal presepio, da Nazareth, dal Calvario è tutto un tracciare la via divina: d’amore al Padre, di purezza infinita, d’amor alle anime, al Sacrificio… Fa’ che io la conosca, fa’ che metta ogni giorno il piede sulle tue orme di povertà, castità obbedienza: ogni altra via è larga… non è tua. Gesù, io ignoro e detesto ogni via non segnata da Te. 15 La preghiera Al Maestro Divino posta all’inizio della ‘Via Illuminativa’ del DF (pp. 39-40), è la più bella testimonianza della profondità spirituale del nostro Fondatore. Egli mira alla ‘più alta perfezione’ e per raggiungerla ha assunto lo stile di Paolo: la consegna totale di sé al Maestro. 30 Ciò che vuoi Tu, io voglio: stabilisci la tua volontà al posto della mia volontà. 3. Al mio cuore, si sostituisca il tuo: al mio amore a Dio, al prossimo, a me stesso, si sostituisca il tuo. Alla mia vita peccatrice umana, si sostituisca la tua divina, purissima, sopra tutta la natura. “Ego sum vita”. Ecco perciò, per mettere Te in me, io darò ogni premura alla Comunione, alla Santa Messa, alla Visita al Santissimo, alla divozione alla Passione. E questa vita venga a manifestarsi nelle opere “ita ut vita Christi manifestetur in vobis”, così come accadde a san Paolo “vivit in me Christus”. Vivi in me, o Gesù Vita eterna, vita sostanziale. Settima Tappa Dal 27 ottobre al 26 novembre - Festa del beato Giacomo Alberione “La formazione deve modellarsi sul Divin Maestro” Introduzione In questo mese in cui ci avviamo verso la conclusione dell’anno liturgico, celebriamo la ‘nascita al cielo’ del nostro beato ‘Giacomo Alberione’. Nel celebrare questo evento finale della sua vita, vogliamo focalizzare alcune delle certezze che lo hanno condotto alla ‘maturità umana e sacerdotale’. Tra queste è significativa la sua visione circa il discepolato di Gesù a Nazaret, che lo renderà vero Maestro. Discepolato che è già predicazione. Gli anni di Nazareth potrebbero apparire una lunga attesa, un tempo morto, sono invece un momento di crescita, di gioiosa maturazione del suo mistero di Figlio, che già avena compreso quando era in mezzo ai dottori. Gesù adulto vive in profondità quello che aveva imparato a Nazaret, rimanendo sempre discepolo del Padre. La lettera agli Ebrei ricorda che Gesù ‘imparò l’obbedienza dalle cose che patì’, (5,8) e Paolo esplicita che fu ‘obbediente’ fino alla morte di croce (Fil 2,7). Il testo biblico per questa tappa riguarda la vita nascosta di Gesù a Nazaret, durante la quale egli ha accettato la mediazione educativa di Maria e di Giuseppe, rispondendo in tal modo al progetto del Padre su di Lui. Con gli occhi di Alberione contempliamo la vita nascosta di Gesù a Nazaret e il clima familiare che vi si respirava. Ci lasciamo affascinare dal lungo periodo di vita nascosta, quale preparazione alla missione e alla opzione fondamentale che caratterizzerà la vita di Cristo. E’ un tempo liturgico opportuno per riappropriarci del discepolato di Gesù, che nell’obbedienza ha vissuto una vita piena di frutti: sapienza e grazia. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dal Vangelo secondo Luca 2,39-40.51-52 “Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui”. “Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”. La proposta del nostro padre Alberione Il nostro itinerario di crescita in Gesù è presentato dal Fondatore come un modellarci sul Maestro Divino. La cattedra da cui imparare è, secondo il Fondatore, soprattutto l’ambiente raccolto della famiglia di 31 Nazaret, in particolare l’umile bottega di falegname. Significativo è il fatto che Gesù comincia ad insegnare da Nazaret perché a Nazaret lui per primo si è lasciato formare da Maria e Giuseppe. DF pp. 14-15. La Scuola di Nazaret “Donec formetur Christus in vobis”. (Ad Gal. IV, 19). La formazione deve modellarsi sul Divin Maestro: trent'anni di vita privata. Richiede perciò: 1. Fuga: ritiro dal mondo che è scuola opposta a quella del Divin Maestro: probandato, noviziato, professione temporanea; la solitudine e la compagnia dei Santi si cerchino. 2. Mortificazione interna della memoria, fantasia, superbia, cuore, ecc.; esterna: tatto, udito, occhi, gusto, odorato, adempimento d'un orario, programma. 3. Orazione: “Sine me nihil potestis facere” [Senza di me non petete fare nulla], dunque frequenza ai SS. Sacramenti, divozione alla Madonna, a S. Paolo, la visita, l'esame di coscienza. La parola di S. Paolo ha speciale chiarezza: “Neque volentis, neque currentis, sed miserentis est Dei” [Non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia] (Ad Rom. IX, 16). Occorre entrare nel regno della Misericordia e metterci sotto tale governo o dominio. 4. Studium perfectionis: cioè voler riuscire nella scienza divina, nella perfezione della volontà, nella santità della vita. La ‘scuola’ di Nazaret Le “lezioni” che il Maestro ci impartisce dalla scuola di Nazaret sono raggruppate in quattro aree: § il rifiuto della mentalità mondana. Il Fondatore lo chiama “fuga, ritiro dal mondo”. Condizione necessaria per questo itinerario: un clima di raccoglimento, di solitudine, da riempirsi con la compagnia dei Santi ; § radicalità nell’adesione al Cristo Gesù. Il lessico usato da Don Alberione è quello della “mortificazione”: un impegno di ascesi rigorosa, esterna ed interna, proposto come mezzo indispensabile…; § “orazione” umile e assidua, nella convinzione che senza l’opera del Signore non possiamo “far nulla”; § “studium perfectionis”: cioè il voler riuscire, il che comporta impegno, applicazione decisa e coerente verso la perfezione, senza tentennamenti. È nota l’insistenza di Don Alberione perché si meditino a lungo gli esempi di Gesù a Nazaret. Si può dire che il richiamo a tale “scuola” è continuo nella predicazione e negli scritti del Fondatore: sul Gesù della vita privata siamo chiamati a modellarci, meditando la “catena misteriosa” dei suoi esempi per noi: DF p. 42. Vita privata: Occupa 30 su 33 anni: quindi importanza 10 contro uno. È ascesa in età, sapienza e grazia. È catena misteriosa di obbedienza, di preghiera, di sacrificio, di virtù domestiche. La lezione di Nazaret La vita privata di Nazareth solo apparentemente è limitata all’attività lavorativa e alla preghiera nascosta, in realtà è scuola e predicazione attraverso l’esempio che Gesù dà all’umanità. “Gesù ha voluto lavorare. E che lavoro? Falegname, il lavoro umile. Il Padre celeste che manda il Figlio suo per tanti anni a fare il falegname sulla terra. Che mistero? E che mistero è pensare che Gesù è vissuto 33 anni circa e ne ha spesi 30 nella vita privata? Non era mandato per comunicare il messaggio della salvezza? Prima fare e poi insegnare. E quindi ci ha insegnato a esercitare l’umiltà, esercitare gli apostolati umili, perché il nostro apostolato non è solo santificativo, non è solo opera di zelo; ma l'apostolato è anche redentivo delle anime” (PD63, n. 491). “La casa di Nazareth è la casa del raccoglimento e del silenzio… là quelle tre persone santissime erano tutte intente ad onorare, amare e servire fedelmente Dio… [Gesù] amava tanto di sentire Maria e Giuseppe ed era sempre pronto ad ascoltarne le disposizioni… Era la casa del silenzio amoroso ed operoso. La casa di Nazareth è casa di lavoro: intellettuale, spirituale, manuale. La casa di Nazareth è casa di preghiera… Le case che si modellano su quella di Nazareth diventano case della pace” (Alle Figlie di san Paolo 1940-1945, pp.204-209). 32 Spunti di attualizzazione Vogliamo piegare le ginocchia del nostro cuore e penetrare nell’ampiezza, la lunghezza, la profondità e l’altezza (cf Ef 3,14) del mistero della nostra formazione e configurazione al Cristo, che vive in ciascuno di noi, secondo l’originalità ed irripetibilità del nostro essere. La scuola di Nazareth si propone alla nostra vita e la provoca chiedendoci di vivere ed incarnare il nostro quotidiano in maniera straordinaria – come ci ricordava Giovanni Paolo II nell’indizione dell’Anno Santo straordinario della Redenzione del 1983 –. Vogliamo imparare a modellarci sul Maestro Divino cercando e trovando Dio in tutte le cose: nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro assiduo, fecondo ed equilibrato e mai scomposto. La scuola di Nazareth ci propone e ci provoca sull’importanza della crescita formativa in sapienza ed equilibrio prudente, che ci permette di non perdere mai di vista la meta e l’approdo ultimi della nostra vita: lo studium perfectionis, cioè il voler riuscire a divenire e a realizzare il mistero di elezione che è ciascuno di noi. La Parola interpella la nostra vita per divenire nostra vita • • • • Considero la mia vita come un pellegrinaggio di formazione continua alla scuola del “più dell’Amore” tipico della Casa e del raccoglimento e del silenzio di Nazaret? Sono veramente nella pace e nella consolazione proprie di colui che conosce la strada della sua formazione, perché sa di essere guidato, cioè giudicato da Dio, con il suo stile pedagogico di silenzio efficace e maturante? Ho la libertà di mente e di cuore necessarie per essere in un continuo cammino di crescita e di formazione umana e spirituale; o sono schiavo del mio lavoro e dell’organizzazione dei miei progetti? Desidero sempre qualcosa di più grande (cf 1Cor 12,31) o mi accontento di quanto già ho, come il terzo servo della parabola dei talenti (cf Mt 25,24-25)? Preghiamo16 Cristo pratica le virtù individuali, domestiche, religiose, sociali. Restaura l’uomo, la famiglia, la società civile. Rinnova il popolo di Dio. Glorifica il Padre in modo degno. Conduce vita di umiltà, di obbedienza, di preghiera e di lavoro (cf Lc 2,39-52). Sii benedetto, o Maestro divino, perché ti sei fatto simile a noi, per rendere noi simili a Dio. Hai restaurato le rovine causate dal demonio e dalle passioni. Ci hai mostrato che possiamo ereditare la felicità divina Se sulla terra viviamo una vita simile alla tua. Fa che possiamo conoscere, imitare, amare te. Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace agli uomini di buona volontà. O Gesù Maestro Via, Verità e Vita, abbi pietà di noi. O Maria, Regina degli Apostoli, prega per noi. 16 Ci accompagna il nono quadro della Via Humanitatis. 33 Ottava Tappa Dal 27 novembre al 21 dicembre - IV Domenica di Avvento “Dobbiamo seguire questo Maestro supremo” Introduzione In questo tempo di Avvento, la liturgia ha destato in noi l’attesa del Messia, speranza dei popoli, che viene a donare dignità ad ogni persona ferita e prigioniera del male, che viene a liberare da ogni genere di oppressione. Sappiamo che il Signore è già venuto, che il Regno atteso è già in mezzo a noi. Egli è il “Dio con noi”, il cui amore ci strappa dalle tenebre dell’ignoranza, che ci fanno vagare disorientati nel buio. L’Avvento che stiamo celebrando ci invita ad aprire gli occhi del nostro cuore a Gesù, il Maestro, che ogni giorno bussa alla nostra porta per inondarci della sua luce che fa vivere. I testi biblici offerti alla nostra interiorizzazione ci aiutano a radicarci sempre più profondamente nella persona di Gesù, nostro unico Maestro. Egli stabilisce i criteri della vera paternità e fraternità. Questo unico Maestro offre ai suoi discepoli un programma sconvolgente di vita, che cambia il loro modo di pensare e di valutare se stessi e gli altri. Non è un codice di norme minacciose: devi fare!, al contrario è un annuncio gioioso: ti proclamo beato. Sei beato perché Dio, nel suo Figlio che ti rivela il suo volto, ti ha raggiunto con il suo amore. Puoi vivere come Dio ti desidera perché egli stesso ti rende capace di farlo. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dal vangelo secondo Matteo 23, 8ss “Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo”. La proposta del nostro padre Alberione Gesù, inviato dal Padre come Maestro Pastore, è innanzitutto Verità per la nostra intelligenza. Egli si è rivelato come la Verità, in quanto ri-vela, toglie il velo, rende manifesto il progetto salvifico della Trinità divina. Verità come sapienza del Padre, manifestazione del Padre, definitiva ri-velazione del Padre. Verità non soltanto per quello che egli dice del Padre, della Trinità e dell’uomo, ma per quello che Egli è in se stesso. In Lui noi possiamo conoscere, “vedere” il Padre, essere assorbiti nella Trinità. Gesù Maestro-Verità interpella la nostra intelligenza. Questa viene abilitata a conoscere le verità rivelate, a comprenderle grazie alla luce dello Spirito, ad assimilarle. Ma non può mancare la cooperazione umana: ecco l’impegno di “studiare la dottrina cristiana, in modo speciale il Vangelo”. DF pp. 49-50. Gesù Verità 1. Io sono la verità. Cioè la verità sulla natura dell'uomo e del suo destino; sulla natura di Dio e sulle sue attribuzioni, sulla natura della religione e sui nostri doveri… 3. Dobbiamo seguire questo Maestro supremo: perchè unico: “Magister vester unus est”, gli altri maestri in quanto si uniformano a Lui; perchè ha il più bel metodo educativo, perché è Dio; e così avremo la grazia di fare quanto insegna e piaceremo al Padre per la vita della mente. “Ex fructibus eorum cognoscetis eos”. 34 La Verità che è Gesù domanda di seguirlo. Gesù si è autorivelato come la Verità: non una verità, ma la verità, l’unica, eterna, immutabile. Egli è venuto per farci conoscere “la verità sulla natura dell'uomo e del suo destino”: solo Lui, rivelazione del pensiero del Padre, può manifestarci il destino stupendo che ci attende. Quali applicazioni per il credente? Siamo chiamati a “seguire” questo Maestro: non basta, quindi conoscere il suo insegnamento. Egli infatti è Maestro “supremo”, e pertanto unico tra un pullulare di pseudomaestri… Ma il dono di Dio non si ferma qui. Dal momento che “seguire” il Maestro è impegno superiore alle nostre forze, ecco che, con la conoscenza, il Maestro darà insieme “la grazia di fare quanto insegna”! Pertanto, i passi sono chiari: è indispensabile conoscere quanto Gesù insegna; quindi “fare” quanto Egli propone; ma a questo scopo il Signore non manca di dare l’aiuto della grazia. Non è difficile vedere qui tutto il Cristo Gesù: la Verità che insegna; la Via che porta il credente a “fare”; la Vita che assicura la grazia. In tal modo si avrà un frutto mirabile: “piaceremo al Padre per la vita della mente”. Per assimilare la mentalità di Gesù, ognuno di noi è invitato a partire da una lunga e penetrante meditazione delle beatitudini (Mt 5,1-12). DF pp. 50-51. Gesù Verità [Otto beatitudini] Verità inaudite, nuove al mondo, verità eterne. Significato di ognuna. Correggere tutto il pensiero, il sentimento, la vita. Come comprendere questo messaggio “inaudito” Don Alberione si premura di suggerire, come primo aiuto alla meditazione, alcune essenziali tracce di riflessione: si tratta di verità mai ascoltate prima (“inaudite”), del tutto nuove, e soprattutto tali che non passeranno mai (“eterne”). Molto importante tener presente lo scopo di questa meditazione: “correggere tutto il pensiero, il sentimento, la vita”: cioè far convergere tutta la persona – mente, cuore, volontà – agli insegnamenti del Maestro; o meglio, al Maestro-Verità! “Non è la santificazione della mente e del cuore la parte sostanziale del discorso della montagna?” (SP 1955). Dopo la pagina delle beatitudini, ecco l’invito alla meditazione del cosiddetto “discorso montano”, o “ discorso della montagna”. DF p.51. Discorso montano: Le perfezioni della carità e delle virtù indicate da Gesù sulla legge antica. La santificazione dello spirito e del cuore. La essenza del Sacerdozio. Due caratteri: necessità di salvarsi; necessità dell'umiltà. Anche per questo tema (Mt 5-7; Lc 6), Don Alberione suggerisce alcune tracce di riflessione, meditazione, studio. Importanti i due “caratteri”: l’urgenza di permettere a Dio di portarci alla salvezza; e la ribadita accentuazione sulla “necessità dell’umiltà”. Spunti di attualizzazione Vogliamo seguire l’ordine della preghiera al Divino Maestro (pagina sopra) e capire come giungere a liberare la nostra mente e la nostra intelligenza dalle sicurezze situate negli oscuri recessi dell’intelligenza stessa. E’ necessario che entriamo in un cammino di ricerca del nostro orientamento per comprendere quale sia il movimento della nostra mente e della nostra intelligenza. Chi si centra su se stesso, come verità autarchica, non è di Cristo. Il movimento del Cristo Maestro Verità è uscire da se stesso. Se vuoi essere perfetto ed esperto della “parola della croce”, che è la “sapienza della croce” devi rinunciare a te stesso e consegnarti al Padre! La Parola interpella la nostra vita per divenire nostra vita La pagina evangelica delle tentazioni di Gesù è il luogo privilegiato per interrogare la nostra vita su questo orientamento esistenziale di Gesù Verità, che trova il suo baricentro nell’essere nella volontà del Padre (cf Lc 4,1- 35 13). L’orientamento di Gesù è verso il Padre: è il punto di riferimento della sua vita! Non discute, non tergiversa con alchimie dialettiche o altre speculazioni razionali: va decisamente al Padre: “Io faccio sempre quello che piace al Padre” (Gv 8, 29). • • • Quale è il vero orientamento della mia mente e della verità del mio essere? E’ quello dello spirito del male, che si camuffa anche da angelo di luce (cf 2Cor 11,14), e che spinge verso le ricchezze, la vanagloria, la superbia? E’ l’orientamento di Cristo, che mi spinge, invece alla somma povertà spirituale, all’umiliazione, all’umiltà, che sole mi portano a poter essere rivestito di Cristo, dei suoi sentimenti, del suo pensiero, della sua Verità? Preghiamo17 Gesù, Maestro divino, ti adoriamo come Verbo incarnato, mandato dal Padre per istruire gli uomini nelle verità che danno la vita. Tu sei la Verità increata, l’unico Maestro, tu solo hai parole di vita eterna. Ti ringraziamo perché hai acceso in noi il lume della ragione e il lume della fede, e ci hai chiamati al lume della gloria. Noi crediamo sottomettendo tutta la nostra mente a te e alla Chiesa; mostraci i tesori della tua sapienza. Facci conoscere il Padre, rendici veri tuoi discepoli. Accresci la nostra fede, perché possiamo pervenire all’eterna visione in cielo. Gesù Maestro, Via e Verità e Vita, abbi pietà di noi. Nona Tappa Dal 22 dicembre al 25 gennaio 2004 – Festa della Conversione di San Paolo “Questo periodo deve portare in noi Gesù Cristo Verità, Via e Vita onde risulti l’uomo nuovo” Introduzione Questa tappa è compresa tra la celebrazione liturgica del Natale del Signore e il ‘natale cristiano’ di Paolo. La vivremo quindi con la gioia e l’entusiasmo dell’incontro profondo e totale con Gesù da divenire ‘persone nuove’, creazione nuova, in Lui Maestro Pastore Via Verità e Vita. “La Famiglia Paolina ha una sola spiritualità: vivere integralmente il vangelo; vivere del Divin Maestro in quanto egli è la Via, la Verità e la Vita: viverlo come lo ha compreso il suo discepolo san Paolo... “ Vivo io, ma non più io: è il Cristo che vive in me”: la mente di Gesù, il cuore di Gesù, la volontà di Gesù. Essere membra vive e operanti nel corpo mistico di Gesù Cristo” (UPS III, 187-188). La celebrazione del Natale del Signore ci ha favorito l’incontro con Cristo Verità-luce che illumina: “Noi vedemmo la sua gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). La contemplazione di questa gloria (= realtà di Dio) fa sorgere in noi il desiderio di accoglierla e viverla totalmente, come Paolo. Ci accompagna la prima parte della preghiera al Divino Maestro. (pagina Possiamo anche scegliere il primo punto della coroncina. 17 sopra) 36 I testi biblici presentano le parabole del tesoro e della perla preziosa, cioè Gesù stesso in mezzo a noi. Scoprirlo è dono ma anche ricerca. Il dono di Dio chiede di essere accolto totalmente. La ricchezza che è Gesù non ammette di essere condivisa con altre pseudo-ricchezze. Questa è l’esperienza di Paolo, che abbiamo meditato nella seconda tappa (Fil 3,7-11). Paolo conquistato dalla perla preziosa che è Cristo gli risponde permettendogli di incarnarsi in lui. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dal Vangelo secondo Matteo 13,14-15 “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va vende tutti i suoi averi e la compra” . Dalla Lettera di San Paolo ai Galati 1,15s. “Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare in me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani”. Dalla Lettera di san Paolo ai Filippesi 3,12-14 “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”. La proposta del nostro padre Alberione Dopo aver percorso il necessario cammino di conversione per dare compimento al progetto del Padre, il discepolo di Gesù è invitato ad entrare decisamente nella via maestra: quella che realizzerà la “incarnazione” e la crescita del Cristo Gesù nella sua persona. Don Alberione, con molta sapienza, pone, come premessa a questo passo, la meditazione delle parabole del tesoro e della perla preziosa. Invitandoci alla meditazione di queste parabole, il Fondatore sembra volerci dire: “Quanto ti presento è davvero il tesoro, la realtà più importante, la gemma per la quale tu devi lasciare tutto al fine di farla tua e valorizzarla al massimo!”. Di qui il chiaro obiettivo che attende ogni membro della Famiglia Paolina: la totale conformazione al Maestro Pastore, che si realizza mediante la crescita della “incarnazione” di Lui in tutta la propria persona. DF pp. 37-38. Incarnazione 1. Questo periodo deve portare in noi Gesù Cristo: Verità, Via, Vita; onde risulti l’uomo nuovo. La vita soprannaturale darà la vita eterna: “coheredes Christi”. 2. Gesù Cristo è verità: per l’intelligenza: onde seguirà il bisogno di studiare la dottrina cristiana, in modo speciale il Vangelo. Gesù Cristo è via: per la volontà, onde seguirà il bisogno di imitare Gesù Cristo, specialmente curare la S. Comunione. Gesù Cristo è vita: per il cuore, onde seguirà il bisogno di investirci di grazia santificante ed attuale, specie con la S. Messa. 3. Di qui: dividere l’ora di adorazione in tre parti: a) lettura del Vangelo e dottrina cristiana onde onorare Gesù Cristo Maestro; b) paragonare la vita nostra con Gesù Cristo modello e fare l’esame di coscienza; c) preghiera, specialmente ciò che prepara alla S. Messa (Via Crucis, Misteri dolorosi). Scopo di questo periodo • Questo periodo deve portare in noi. Si tratta di un dono, di un regalo che ci è portato, di qualcosa di bello, forse superiore alle stesse aspettative. Tale dono viene portato in noi: un dono che entra nella vita, che scende in profondità, destinato a com-penetrarsi con la nostra persona, diventando un tutt’uno con essa. • Gesù Cristo Verità, Via, Vita. Non semplicemente una dimensione (pur importante) della Persona del Cristo, ma tutto il Cristo, nella completezza dei suoi aspetti, come egli stesso si è definito (Gv 14,6): il Cristo integrale. 37 • Onde risulti l’uomo nuovo. Il dono-Gesù, accolto e vissuto, realizza una nuova realtà, la persona rinnovata. Il processo d’incarnazione di Cristo in noi Cosa comporta il processo di incarnazione? Lo esprime la parola stessa: che il Cristo Gesù prenda carne in una persona. Secondo la lettura biblica dell’incarnazione del Verbo di Dio, il riferimento a Maria, la Vergine Madre, è qui d’obbligo. Analogicamente a quanto è avvenuto in lei, il Cristo Gesù, il Maestro, si incarna quando prende carne nel credente, nel Paolino docile allo Spirito Santo. È una trasformazione lenta, faticosa, ma ri-generante. A questo punto tutto, davvero tutto, acquista colore e sapore nuovi. Le forme e i tempi di spiritualità, da “pratiche” diventano vita perdendo ogni eventuale aspetto formalistico; da “doveri” si trasformano in desideri del cuore; da espressioni spesso marginali e ininfluenti divengono centro propulsore di ogni pensiero, affetto, scelta e decisione. Spunti di attualizzazione Vogliamo incarnare, alla scuola di Paolo, l’originalità del qui ed ora della nostra vita nella Persona del Cristo, che ci ha conquistato e “sedotto” e vuole vivere sempre meglio in noi. Vogliamo entrare insieme con Paolo nel suo personalissimo memoriale di Fil 3,12 e penetrare con lui in questo discernimento contemplativo ed attualizzante la sua esperienza profondissima di incontro con Cristo. La sua vita, la sua esperienza umana e cristiana hanno ormai un unico senso: il “senso di Cristo” (cf 1Cor 2,16). Paolo corre nella formazione permanente fino ad essere uomo e testimone del discernimento cristiano perché è stato conquistato da Gesù Cristo. Si sente ed è, come Geremia, realmente e quasi “ontologicamente violentato”, appagato e sublimato dall’amore amico e seducente di Gesù. “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me…” (Gal 2,20). Paolo non potrebbe essere quello che è, se non fosse oggetto-soggetto di questo reciproco amore. Amore non solamente emotivo, e quindi necessariamente fugace e destinato a volatilizzarsi, ma amore che vede come coprotagonisti due cuori, due “Io profondo”, che trovano nell’essere oblativamente l’uno nell’altro l’unica ragione di vita e di sussistenza. E’ la logica dell’amore, celebrato nel Cantico dei Cantici, è la logica dell’amore (di sempre) del Dio fedele, che in tutta la storia della salvezza assume i connotati e la valenza di un amore sponsale, seducente e tenero, verso ogni uomo, maschio e femmina, chiamato ad essere dall’eternità l’unico ed irripetibile partner del Dio Amore trinitario. La Parola interpella la nostra vita per divenire nostra vita • Incarnare il proprio mistero di cristificazione e di lenta e graduale crescita fino alla piena maturità del Cristo che vive in me è la corsa di Paolo. E’ questo l’orizzonte della mia sequela nell’incarnazione della logica sponsale d’amore cantata dal Cantico dei cantici perché come amante sia trovato trasformato nell’Amato? • Essere il “buon profumo di Cristo” è la conseguenza di una vita trasudante l’esperienza di un incontro sempre più seducente e trasfigurante con Cristo, Signore e Novità della mia vita…o vivo di routine: monotonia di preghiera, di celebrazioni, di vita apostolica, di vita comunitaria…? • Per Paolo l’incontro con Cristo è sorgente di vita nuova. Leggi Ef 4,17-32 e 2Cor 5,14-17. Scopri quale novità Cristo sta portando nella tua vita. Preghiamo Invocazioni a Gesù Maestro. Gesù Maestro, santifica la mia mente ed accresci la mia fede. Gesù, docente nella Chiesa, attira tutti alla tua scuola. Gesù Maestro, liberami dall’errore, dai pensieri vani e dalle tenebre eterne. O Gesù, via tra il Padre e noi, tutto offro e tutto attendo da te. O Gesù, via di santità, fammi tuo fedele imitatore. O Gesù via, rendimi perfetto come il Padre che è nei cieli. 38 O Gesù vita, vivi in me, perché io viva in te. O Gesù vita, non permettere che io mi separi da te. O Gesù vita, fammi vivere in eterno il gaudio del tuo amore. O Gesù verità, ch’io sia luce del mondo. O Gesù, via, che io sia esempio e forma per le anime. O Gesù vita, che la mia presenza ovunque porti grazia e consolazione. Decima Tappa Dal 26 gennaio al 29 febbraio 2004 - Prima domenica del Tempo di Quaresima “La volontà divina in ogni cosa” Introduzione Andiamo verso il tempo liturgico quaresimale, tempo propizio per vivere la sequela di Gesù, nostra Via, assumendone lo stile di vita. I cristiani nel vangelo di Luca sono chiamati “coloro che hanno la Via”, perché hanno Gesù. La Via si realizza nella croce, che sfocia nella massima gloria. Senza Gesù nostra Via, siamo smarriti e disorientati: “L’umanità aveva perduto la strada del cielo; Gesù Cristo si fece Via e disse: ‘Venite a me’; ‘Imparate da me’, ‘Vi ho dato l’esempio’ … Se l’uomo è orgoglioso impari ad acquistare da questo Maestro l’amore alla vera gloria eterna, alla nobiltà più alta che è la santificazione: ‘chi si umilia sarà esaltato…’”(CVV 215). “Gesù conclude l’episodio della lavanda dei piedi ai suoi discepoli dicendo: “Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi”. Qui sta il riassunto, l’essenza della vita religiosa: l’imitazione di Gesù Cristo (Alle FSP, 1946-1949, p.463). I testi biblici proposti possono aiutare ad assimilare l’opzione fondamentale di Gesù, che per amore e con gioia, offre se stesso al Padre, compiendone costantemente, volentieri e fino al “segno supremo” la volontà. Paolo sulle tracce del suo Maestro Gesù, serenamente, accetta di salire a Gerusalemme perché questa è la volontà di Dio. Ognuno di noi si confronterà con la luminosa Via che è Gesù, verificherà i modelli che possono ispirare la propria vita, per ritornare all’unico modello che dice: “Io cerco di fare solo ciò che piace al Padre mio… Vi ho dato l’esempio”. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dalla Lettera agli Ebrei 10,5 “Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”. Dal Vangelo secondo Luca 9,51 “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri” . Dagli Atti degli Apostoli 21,13-14 “Ma Paolo rispose: “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù”. E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: “Sia fatta la volontà del Signore!”. 39 La proposta del nostro padre Alberione Gesù, inviato dal Padre come Maestro Pastore, si è definito la Via. Il significato che Don Alberione ha maggiormente familiare di Gesù-Via è Gesù come modello, come esempio, come Colui che ha vissuto in grado massimo il progetto del Padre... Una delle espressioni più alte di Cristo Via è certamente Gesù modello nel compiere la volontà del Padre. Cercare e compiere sempre ciò che è gradito al Padre (Gv 8,29): ecco il segreto di Gesù. DF pp. 114-116 Gesù via del merito 1. Gesù modello nel far la volontà del Signore. (…) Il far la volontà di Dio è perfezione; il far la volontà di Dio è il vero amore al Signore; il far la volontà di Dio è la via più sicura... 2. Così fece Nostro Signore Gesù Cristo: tutta la sua vita una tesi, il titolo la riassume: “In capite libri scriptum est de me, ut faciam voluntatem eius qui misit me”. Cioè la vita di Gesù Cristo si può riassumere in questo titolo: “Vita di chi fece perfettamente la volontà di Dio”. (...) 3. (...) Perciò non avere la volontà nostra, ma la volontà divina in ogni cosa. La nostra volontà ci è data per eleggere la volontà Divina: sempre, in tutto, con piena adesione e umiltà. Le condizioni per fare ciò che piace a Dio Per il credente, compiere la volontà di Dio è “perfezione”; è “la via più sicura”; è espressione di “vero amore al Signore”. La nostra volontà ha questo solo fine: “eleggere la volontà Divina: sempre, in tutto, con piena adesione e umiltà”. In questa ottica, Don Alberione non manca di enucleare: le condizioni perché un’opera risulti gradita a Dio. Tali condizioni sono quattro: che le opere siano “buone in sé”, siano fatte con retta intenzione, eseguite “in stato di grazia”, e “compiute con perfezione”. Elemento che accomuna ogni passo: Gesù modello perfetto di ogni virtù, cui riferirci sempre. Tralasciando la prima condizione, che ritiene ovvia, Don Alberione passa ad illustrare la seconda condizione: l’opera risulta gradita al Padre se è compiuta con retta intenzione. La retta intenzione comporta mirare decisamente al Padre e cercare solo la sua gloria. Ciò risulterà possibile se permetteremo al Gesù-Via in noi: Lui che “mirò solo al Padre”. Con Lui e come Lui riusciremo anche noi a cercare sempre e solo la gloria di Dio. Questa certezza è la base del Patto o Segreto di riuscita. Gesù modello nella purezza di intenzione. DF pp. 45-46. Nella purezza di intenzione. L’intenzione retta: è quella che va diritta a Dio senza tortuosità: alla sua gloria, per adempire la sua volontà!… 2. Nostro Signore Gesù Cristo mirò solo al Padre: non alla sua gloria. Infatti: nelle sue opere andò incontro a molte umiliazioni, fino all'umiliazione della Croce… 3. La retta intenzione si procura: a) condannando a priori ogni vanità; b) esplicitamente indirizzando tutto al Signore; c) espiando ogni intenzione vana. Gesù modello della intimità con Dio. Il Fondatore ci esorta a penetrare quest’altra eccelsa dimensione della Persona del Maestro ricordandoci che “terza condizione perché un’opera sia meritoria” è lo stato di grazia, il che significa “amicizia, intimità con Dio”. DF pp. 46-47. 1. Terza condizione perché un'opera sia meritoria: stato di grazia. Grazia significa amicizia, intimità con Dio... 2. N.S.G.C. visse nella più intima unione di Dio. La persona di Gesù C. è la seconda persona della SS. Trinità: e chi può dire la intimità soprannaturale tra il Figlio e il Padre? Qui ci troviamo innanzi ad una contemplazione, più che ad una meditazione... 40 Gesù modello nel metodo: che l’opera sia fatta bene. Infine, perché un’opera sia “fatta bene” occorre che sia “incominciata, continuata, terminata a dovere”. Anche in questo è urgente modellarci su Gesù; anzi, consentire a Lui di operare bene, e sempre, dentro la nostra persona, nella ferialità di ogni giorno. DF pp. 47-48. Perfezione. 1. Quarta condizione: che l'opera sia fatta bene. Significa: incominciata, continuata, terminata a dovere... 2. Ed è così che operò il Maestro Divino: il Santo Vangelo non ne lascia dubbio: “bene omnia fecit”… 3. Come iniziare: offrendo a Dio, tutto accettando dalla mano di Dio, cominciando bene, subito, volentieri; continuare, sotto l’occhio di Dio, con dolce applicazione, con energica costanza; terminando umilmente, compiutamente. La volontà di Dio nel dettaglio del quotidiano Si tratta, com’è evidente, di indicazioni estremamente concrete, tali da ispirare ogni giorno le scelte pratiche di ogni membro della Famiglia Paolina. Notare con quanta cura il Fondatore sceglie il lessico: i verbi (iniziare, continuare, terminare); gli avverbi (bene, subito, volentieri, umilmente, compiutamente); l’accostamento sostantivi-aggettivi determinando una qualificazione molto equilibrata (dolce applicazione, energica costanza). Ci ricorda ancora Alberione: “La Casa esce dalla volontà di Dio; del resto non avrebbe senso, sarebbe una follia, non vi sarebbe. Si parla di ammirazione: più mirabile è quello che non si vede: le vocazioni e il sacrifico nascosto dei cooperatori. Ma questo non l’hanno fatto gli uomini: l’ha fatto Dio nel suo amore: e la volontà di Dio guida e regge: e tutto si fa per Dio solo. Tolta la volontà di Dio, anche umanamente, è tolta ogni fecondità di vita; vi sarebbe l’aridità di tutto” (UCBS, A. 6, N. 8-15 agosto 1924, cfr Primavera Paolina, pp.223). Spunti per l’attualizzazione Per Alberione la vita di Gesù si può riassumere in questa espressione. “vita di colui che fece perfettamente la volontà del Padre”. E’ in questa immagine di Gesù che si colloca la realizzazione esistenziale dell’indispensabile atteggiamento descritto nella prima parte del DF: La “volontà di Dio è il gran sole verso cui l’anima come girasole deve sempre stare rivolta” (DF p. 20). Fare la volontà di Dio, che è la perfezione, significa per noi, alla scuola del Primo Maestro, eleggere la volontà di Dio sempre (cf Dt 30,19), in tutto (cf Col 2,17), con piena adesione (cf Is 9,7) e umiltà (cf Rom 12,3). Significa, cioè, liberare il nostro sì per essere in tutto sì, cristificati nell’Amen di Cristo al Padre (cf 2Cor 1,19). Significa fare nostra la domanda di Paolo: “Signore, cosa vuoi che io faccia?” (At 22,10) e sentirsi dire dal Signore: tu sei per me uno strumento di elezione e ti mostrerò quanto dovrai soffrire per il mio nome (cf At 9,15). La Parola interpella la nostra vita per divenire nostra vita • • La mia sequela per trovare “la volontà divina in ogni cosa” è una lotta santa per eleggere ontologicamente ed essere esistenzialmente la volontà personale del Padre, rivestendomi della Persona di Gesù che vive in me? Accetto la proposta del Padre di entrare nella logica del Getsemani dove Gesù, Divin Maestro, mi spinge e mi vuole ammaestrare alla scelta del “più dell’amore”: perdere la mia vita consapevolmente e in una crescente libertà interiore e donarla a Dio e alla sua volontà per vivere ed incarnare questa sua volontà generosamente? Preghiamo18 Prego il Signore di togliere da me ogni mia volontà, gusto, preferenza: perché Dio faccia quanto e come vuole di me e di tutto quanto mi riguarda per il tempo e per l’eternità. 18 Alberione, Taccuini 1940. 41 Desidero che il Signore possa liberamente fare e usare di me come vuole; mi riduca pure al nulla se crede per la salute, la stima, il posto, le occupazioni, le cose più interne come le esterne; tutto e solo per la gloria di Dio, per l’esaltazione eterna della sua misericordia, per isconto dei miei peccati. Chiedo aumento di fede nel Padre Provvido, nel Figlio Redentore, nello Spirito Santificatore. Desidero una pietà ispirata, fondata, diretta a glorificare la Divina Misericordia. Dio è tutto! Io sono suo, sono cristiano, religioso, sacerdote. Possa Egli trovarmi in ogni istante docile nelle sue mani, come è stato Gesù Cristo. Confido salvarmi per la Divina Misericordia, per la SS.Madre Maria, mia speranza. Undicesima Tappa Dal 1° marzo al 25 marzo 2004 - Solennità dell’Annunciazione del Signore “Gesù è la grazia” Introduzione Avviandoci verso la conclusione del nostro itinerario spirituale alberioniano, sulle tracce del DF, siamo invitati ad incontrarci con Gesù-Vita. Vivere Gesù vita è vivere la ‘grazia’. La solennità dell’Annunciazione, che costituisce il culmine del nostro cammino, ci permette di vivere questa tappa con i sentimenti di Maria, la piena di grazia. In lei la vita ha preso carne, costituendola Tabernacolo della vita. Il Fondatore ci ricorda che la presenza di Gesù-Vita in noi “deve assorbirci che quasi non sentiamo più la natura. Ma questo è l’ideale. Tuttavia è il centro della divozione. Ed è la meta che i Paolini han da raggiungere” (Da una registrazione). I testi biblici ci fanno gustare, quasi per contatto immediato, l’esperienza che di Gesù-Vita ha vissuto Paolo e come egli sia rimasto e cresciuto in essa. Le parole di Gesù nel vangelo di Giovanni ci ricordano l’importanza del ‘rimanere in Lui’ per vivere e portare frutti, che sono frutti apostolici. Questi sono le manifestazioni naturali, consequenziali dell’essere radicati, impiantati in LUI. Ascoltiamo e meditiamo la Parola Dalla Lettera di San Paolo ai Galati 6,14 “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è i infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura… D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” . Dalla Lettera di San Paolo ai Colossesi 1,24 “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” . Dal Vangelo secondo Giovanni 15,4-5 “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”. La proposta del nostro padre Alberione Terzo aspetto della crescita del Cristo Gesù “incarnato” in noi, in vista del suo essere formato in tutta la nostra persona, è la dimensione di Gesù-Vita. 42 Gesù-Vita interpella e raggiunge il fedele nella sua componente più preziosa: il cuore. Come è venuta a noi la vita? Dall’offerta sacrificale di Gesù sulla croce. E di quale vita parliamo? Della vita soprannaturale, precisa il Fondatore. Il quale aggiunge: la vita è la grazia, per arrivare al punto centrale: Gesù è la grazia! È proprio questo aspetto “personalistico” che interessa Don Alberione. Gesù è la grazia; egli è “pieno di grazia”; egli è la vera vite da cui passa la linfa nei tralci. Di conseguenza la vita della grazia nel credente va pensata esattamente come “la vita di Gesù”, cioè come Gesù-vivente-nell’uomo: DF p.55. 1. Io sono la vita: la vita soprannaturale (a differenza della vita naturale, vegetativa, sensitiva, razionale, angelica). La vita soprannaturale in noi è la grazia. La morte è il peccato: “nomen habes quod vivas et mortuus es”. 2. Gesù è la grazia, “plenum gratiæ”, e ce la comunica nel battesimo, ce la rinforza nella cresima, ce la nutre nell'Eucaristia, ce la ripara nella confessione, ce la purifica nell'estrema unzione: “veni ut vitam habeant”. Io sono la vite e voi i tralci; chi è in me ed io in lui, fa molti frutti. “Sine me nihil potestis facere”. 3. La vita di Gesù si perde col peccato. Essa ha il suo respiro, che è la preghiera; il suo alimento, che è la meditazione; le sue malattie, cioè le imperfezioni e i difetti; le risorse, cioè il fervore; le sue gioie, cioè le consolazioni; i suoi languori, cioè le desolazioni; lo sviluppo [pieno] nei Santi, perfetto in Maria Santissima. Il segreto della vita spirituale Il segreto della vitalità spirituale-apostolica è qui chiaramente indicato: essere e restare in Gesù, che è la vite buona; chi resta in Gesù, come il tralcio alla vite, porta molto frutto. Si riceve la “vita di Gesù”, e si viene trasformati in Lui! Tale vita divina si presenta con caratteristiche precise. Come la vita naturale, anche la “vita di Gesù” in noi ha: • • • • • • • il suo respiro, che è la preghiera; il suo alimento, che è la meditazione; le sue malattie, cioè le imperfezioni e i difetti; le risorse, cioè il fervore; le sue gioie, cioè le consolazioni; i suoi languori, cioè le desolazioni; lo sviluppo, che è pieno nei Santi, e perfetto in Maria Santissima. Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte ad uno dei punti nodali dell’itinerario di crescita del Maestro Pastore in noi. Con le stupende prospettive che ci si aprono! Pensiamo anche solo a cosa diventerebbe la nostra preghiera se arrivassimo a renderla davvero il respiro della vita di Gesù, cioè il respiro di Gesù vivente in noi! Altrettanto si deve dire della meditazione, presentata come l’alimento di Gesù vivente in noi; dei nostri difetti, visti come le malattie della vita di Gesù in noi; e così via per le altre espressioni seguenti, fino allo sviluppo della vita di Gesù, che è la concreta verifica della crescita! Effetti della vita di Cristo in noi «Giorno per giorno la partecipazione alla vita di Dio e di Gesù Cristo si fa sempre più abbondante: Dio vive in noi e noi in Lui. In noi, realmente, nell'unità della sua natura e nella Trinità delle Persone. E questo Dio è al massimo operoso, producendo in noi un organismo soprannaturale, che perfeziona l'organismo naturale; fa vivere una vita, non uguale, ma simile alla sua, una vita deiforme. Opera in tutto il nostro essere e tutte le facoltà; ci fa suoi cooperatori, con l'impulso divino, così che le giornate si riempiono di meriti: “noi in Lui, Egli in noi”. Vive in noi Gesù Cristo; non solo come Dio, ma anche come Dio-Uomo. Egli è il capo del Corpo Mistico, noi siamo le membra; e da Lui riceviamo movimento e vita. Con le sue preghiere e con i suoi meriti ottiene che lo Spirito Santo operi in noi come aveva operato nella sua anima. E noi viviamo in Lui, perché a Lui incorporati: Egli imprime e fruttifica in noi la vita nuova, quella che produce l'innesto di un olivo buono sopra un olivastro selvatico. E Maria partecipa alla generazione nostra in Cristo, perché fatta nostra Madre; e noi per l'unione nel corpo mistico partecipiamo a tutti i beni dei santi del cielo e della terra. Ciò nel dogma della comunione dei santi. E questa è la vita eterna. “...Concedici, o Dio, di aver parte alla divinità di Colui che si è degnato essere partecipe della nostra umanità, Gesù Cristo tuo Figlio e Signore nostro» (SP, dicembre 1956). 43 “Vi sono anime che hanno degli inviti a salire! Questo che mi sta più a cuore di dire. Vi sono anime tra di voi che hanno più inviti a salire, in un’unione più perfetta con Dio. In quella fusione di cuori quasi, di volontà e di mentalità con Gesù. Fusione di affetti. Gli affetti di Gesù siano i miei affetti: i voleri di Gesù i miei voleri; i pensieri di Gesù i miei pensieri. Anzi è Gesù che vive nella mia mente. Io gli presto il cervello per pensare, ma è Lui che pensa in me. Io gli presto il cuore affinché ami Lui con me il Padre Celeste e le anime. Gli presto la volontà, perché voglio quello che Egli vuole in me. E non solo gli presto ma- se sono docile- è Lui che vive in me. Vive Lui in me. Ama Lui in me, vuole Lui in me, opera Lui in me, fa l’apostolato Lui in me. A questa intima comunicazione con Gesù siete chiamate. Tabernacoli viventi; suore che vanno di casa in casa portando nel loro cuore, che è un tabernacolo, Gesù. E’ il realizzarsi di quella preghiera al Divin Maestro “che la mia presenza sia sempre santificatrice”. (Prediche del Primo Maestro per un ritiro mensile, fasc. 1960). Spunti di attualizzazione L’aspetto che più colpisce la nostra riflessione in questa parte finale del DF è la definizione di “vita soprannaturale in noi come grazia” e “grazia sovrabbondante”. Quest’ottica ci fa comprendere che l’essere in Gesù Cristo è fondamentalmente un’esperienza di relazione, di ”rimanere in lui”. La formula “rimanere in lui” è giovannea, ma esprime bene anche la stessa esperienza paolina di Gal 2,20, che tante volte risuona nella vita di Alberione. La Parola interpella la nostra vita per divenire nostra vita • “Rimanere in lui”, “essere trovato in lui” è il significato ultimo di tutto il nostro pellegrinaggio di sequela. E’ tutta la nostra vita una liturgia della vita, dove ogni cosa è compiuta in funzione di lui, per lui ed in lui: “Sia dunque che mangiate sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio. Come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare l’utile mio ma quello di molti, perché giungano alla salvezza” (1Cor 10,31-11,1)? • “Essere trovato in lui” è davvero essere ormai giunto a quella libertà interiore, che rende la mia vita preghiera, contemplazione, offerta, lode, comunione, discernimento, servizio perché tutto io reputo una perdita a motivo di Cristo finché lo stesso Cristo non sia formato in me, in noi? Preghiamo19 Gesù, Maestro divino, ti adoriamo come l'Unigenito di Dio, venuto al mondo per dare agli uomini la Vita, e la vita più abbondante. Ti ringraziamo perché morendo sulla croce ci hai meritato la vita, che ci comunichi nel Battesimo e nutri nell'Eucaristia e negli altri sacramenti. Vivi in noi, o Gesù, con l'effusione dello Spirito Santo, onde possiamo amarti con tutta la mente, tutte le forze, tutto il cuore; e amare il prossimo come noi stessi per amor tuo. Accresci in noi la carità, perché un giorno, richiamati dal sepolcro alla vita gloriosa, siamo a te uniti nel gaudio eterno dei cielo. Gesù Maestro, Via e Verità e Vita: abbi pietà di noi. Terza parte della preghiera al Divino Maestro.(vedere Maestro, che qui riportiamo. 19 sopra) Oppure terzo punto della coroncina a Gesù 44 4 aprile 2003 – 4 aprile 2004 Celebrazione di chiusura dell’Anno alberioniano NON TEMETE: IO SONO CON VOI. DI QUI VOGLIO ILLUMINARE. ABBIATE DOLORE DEI PECCATI. “Fanne un programma pratico di luce e di vita” Guida Abbiamo iniziato l’anno alberioniano con la celebrazione: La mano di Dio su di me, durante la quale il nostro beato, Giacomo Alberione, ci ha comunicato la lettura della sua vita come storia sacra Concludiamo quest’itinerario spirituale di Famiglia Paolina ricevendo il mandato missionario così come il nostro Fondatore l’ha ricevuto dal Maestro Eucaristico, in una sua significativa notte pasquale. Ne facciamo, brevemente, memoria: all’inizio del 1923 la salute di Don Giacomo Alberione declina visibilmente. I medici dichiarano che, nella migliore delle ipotesi, gli restano diciotto mesi di vita. Alberione stesso narra: “In momenti di particolari difficoltà, riesaminando tutta la sua condotta, se vi fossero impedimenti all’azione della grazia da parte sua, parve che il Divin Maestro volesse rassicurare l'istituto incominciato da pochi anni. (AD 151). Ecco il sogno accompagnato dalle tre frasi programmatiche: “Non temete, io sono con voi. Di qui voglio illuminare. Abbiate dolore dei peccati”.(cf AD 152). L’indicazione del suo padre spirituale, il Canonico Chiesa, è chiara: “Sogno o altro, ciò che è detto è santo: fanne un programma pratico di vita e di luce per te e per tutti i membri”. (cf AD 154) E’ questo programma che vogliamo fare nostro a conclusione dell’anno alberioniano. 1. Canto d’inizio 2. Saluto e Monizione del Presidente Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tutti: AMEN. Dio nostro Padre apra il vostro cuore con la grazia dello Spirito del suo Figlio: vi conceda la sua pace, la sua gioia e vi mandi in tutto il mondo a portare la conoscenza del Padre che rifulge sul volto di Cristo Maestro e Pastore Via Verità e Vita. Tutti: AMEN. 3. Ascolto della Parola di Dio Dal Libro della Genesi 28,10-15 E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto”. Parola di Dio Rendiamo grazie a Dio Salmo responsoriale Rit: (Sl 144, 1-9) Grande è il Signore e degno di ogni lode. 45 O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre. Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode, la sua grandezza non si può misurare. Rit. Una generazione narra all’altra le tue opere, annunzia le tue meraviglie. Proclamano lo splendore della tua gloria e raccontano i tuoi prodigi. Dicono la stupenda tua potenza e parlano della tua grandezza. Diffondono il ricordo della tua bontà immensa, acclamano la tua giustizia. Rit. Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Rit. Dalla seconda lettera ai Corinzi Diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero 2,15-17. 4,5-6 “Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. E chi è mai all’altezza di questi compiti? Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo. Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo”. Parola di Dio Rendiamo grazie a Dio Canto al Vangelo Gloria e lode a te, o Cristo! Andate e ammaestrare tutte le genti. Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo. Gloria e lode a te, o Cristo! Dal Vangelo secondo Matteo Io sono con voi tutti i giorni. 28,16-20 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Parola del Signore Lode a te o Cristo Breve omelia o riflessione silenziosa. Per richiamare il segno della luce della celebrazione iniziale, se l’assemblea lo permette, ogni presente invitato dal celebrante, può recarsi all’altare per accendere il suo lumino dalla lampada della Famiglia Paolina, o dal cero pasquale, precedentemente preparato. Nel frattempo si può eseguire un canto adatto. Tornati al proprio posto con la luce accesa tra le mani, si ascolta la parola del Fondatore e si risponde pregando. 46 Guida Ascoltiamo la parola del Fondatore che ci invita a riappropriaci della missione che egli ha ricevuto e ci invia per ‘essere luce’, secondo il carisma specifico di ogni Istituto della nostra Famiglia. 1 Lettore “Di qui voglio illuminare”. Cioè che io sono la luce vostra e che mi servirò di voi per illuminare; vi do questa missione e voglio che la compiate. Tutti: Gesù Maestro e Pastore Via Verità e Vita, ti ringraziamo della fiducia che ci rinnovi e domandiamo il dono del tuo Spirito perché possiamo trasmettere fedelmente la tua luce. 2 Lettore La luce in cui era avvolto il Divin Maestro, la forza di voce sul voglio e da qui e l'indicazione prolungata con la mano sul Tabernacolo furono così intesi: un invito a tutto prendere da Lui, Maestro Divino abitante nel Tabernacolo; che questa è la sua volontà, che dalla (allora) minacciata Famiglia doveva partire gran luce. Ognuno pensi che è trasmettitore di luce, altoparlante di Gesù, segretario degli evangelisti, di San Paolo, di San Pietro... 20 Tutti: Gesù Maestro Pastore Via Verità e Vita aumenta in noi, ogni giorno di più, il desiderio di vivere la logica pasquale che celebriamo nell’Eucaristia per essere comunicatori della tua vita ai nostri fratelli. Pausa di riflessione e canto 3 Lettore Sentire la divina sete per le anime come la sentiva Gesù Cristo; far conoscere la dottrina dogmatica, morale, liturgica di Gesù Cristo valendosi dei mezzi più celeri e fecondi; essere progressività e sentire la progressività in Cristo e nella Chiesa. Anime che attendono! A nessuno manchi, per quanto sta da noi, la luce divina. E’ la vita di san Paolo; è sentire il “vive in me il Cristo Apostolo!”. E’ accompagnare nel suo difficile cammino oggi la Chiesa. Sempre protesi in avanti: come Cristo propagandista, come Paolo camminatore di Dio.21 Tutti: Gesù Maestro Pastore Via Verità e Vita fa’ che la sete di anime che ti condusse alla croce e caratterizzò il nostro Fondatore sia sempre viva nel cuore di ogni membro della Famiglia Paolina perché possa interpretare la sete di verità del nostro tempo. 4 Lettore La missione compiuta da Gesù è stata questa: fare gli uomini figli di Dio. Che gli uomini divengano figli di Dio! Questa umanità che in parte notevole vive senza la grazia di Dio... non è figlia di Dio. L'umanità oggi si discosta poco dai tre miliardi, e cresce in generale di quaranta milioni in ogni anno; ebbene questi uomini che mostrano tanta attività a un progresso continuo su tutte le direzioni, sembrano tutti vivi, mentre in realtà sono morti, perché mancano di vita spirituale. Che cosa deve fare allora… la Famiglia Paolina nel suo complesso? Cercare di fare ciò che ha fatto il Maestro divino: "Dedit eis potestatem Filios Dei fieri"; fare dei figli di Dio, ecco tutto! Il Figlio di Dio si è fatto uomo perché diventassimo figli di Dio come Lui, suoi fratelli e suoi coeredi; perché guardando al Padre creatore dicessimo "Abba, Pater", "Padre nostro, che sei nei cieli"”. 22 Tutti: Gesù Maestro Pastore Via Verità e Vita infondi nella Famiglia Paolina il tuo stesso desiderio e impegno di operare affinché tutti divengano figli di Dio. Pausa di riflessione e canto 5 Lettore “Si è camminato assai nel corso di 45 anni (1914- 1959)… Finché vi è qualcosa ancora da fare, nulla abbiamo fatto; “dimenticando il bene compiuto, mi protendo in avanti”: nello spirito, nel sapere, nell’apostolato, nella povertà… Il Signore accende le lampadine, in avanti, man mano che si cammina ed occorre; non le accende tutte, subito all’inizio, quando ancora non occorrono; non spreca la luce; ma la dà sempre a “tempore opportuno” 23 Tutti: Gesù Maestro Pastore Via Verità e Vita, per intercessione del nostro Beato Giacomo Alberione, del Maestro Giaccardo, di Maestra Tecla e di Madre Scolastica, ti chiediamo aumento di fede come itineranza interiore, perché ogni giorno possiamo compiere il passo in avanti che tu ci indichi. 20 AD 157 CISP 979 22 SdC, n. 261, p.295 , 2003 23 CVV 247; SP, aprile-maggio 1959 1-2 21 47 6 Lettore Il santo non è un uomo sfinito, una mezza coscienza che non sa prendersi la propria parte nella vita… Per san Paolo la santità è la maturità piena dell’uomo, l’uomo perfetto. Il santo non s’involve, ma si svolge; non si ferma, ma ha come stemma il proficiebat. La santità è vita, movimento, nobiltà, effervescenza, ma di quella buona, non di ciò che cade, ma di ciò che sale. Sì. Ma lo sarà solo e sempre in proporzione dello spirito di fede e della buona volontà: Il Signore è con noi, noi siamo cooperatori di Dio24. Tutti: Gesù Maestro e Pastore Via Verità e Vita ci fidiamo di te: sappiamo che sei con noi e vuoi illuminare attraverso di noi. Trasformaci in te e rendici tuoi fedeli cooperatori. Pausa di riflessione e canto Si invitano i presenti a spegnere i ceri. Guida Ascoltiamo, come un rinnovato mandato, le parole che il Fondatore ha pronunziato in occasione della celebrazione del 50.mo di Fondazione della nostra Famiglia25. “Per la Famiglia Paolina non vi sono altri fini; i medesimi fini quindi per cui si compì la Redenzione. Vivere e operare secondo Gesù Cristo: “Per Christum, et cum Christo et in Christo”. Così San Paolo: “Mihi vivere Christus est: la mia vita è Cristo”. Cinquantesimo! E’ da paragonarsi all'esordio di un discorso; è la traccia annunziata; ora lo sviluppo in sicurezza. Si sono stabilite le rotaie nelle Costituzioni; e sono state provate e consolidate nelle esperienze. Il viaggio nel tempo sarà felice se l'Istituto nel suo complesso, ed i singoli religiosi si muoveranno sempre sulle rotaie; umiltà e fede. Oggi con questa mia Messa chiudo col Te Deum un cinquantesimo, ed apro il tempo futuro col Veni Creator. Vivere in piena ed abituale gioia la vita religiosa, che prelude ai gaudi eterni. La nostra vita, anche per ciascuno, come per l'Istituto, è una storia continuata di grazie: grazia sopra grazia. Vita religiosa per santificazione e spiritualità in Cristo; apostolato conforme ai bisogni dei tempi; sempre più splendente l'orizzonte del cielo, se siamo sempre tesi verso la perfezione. Sia piena la lode, sia sonora; sia giocondo, sia decoroso il giubilo dell'anima. Ricordo per tutti: le opere di Dio si fanno con gli uomini di Dio. Canto del Te Deum Orazione finale Dio nostro Padre, che nel tuo disegno d’amore eterno, hai arricchito la nostra Famiglia Religiosa con le ‘abbondanti ricchezze’ del tuo amore, ravviva il dono che hai infuso nei nostri Istituti, perché, con forza, amore e saggezza, possiamo comunicare le meraviglie del tuo amore. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore Maestro e Pastore. Tutti: AMEN. Il Presidente benedice l’assemblea dicendo: Il Signore guidi i vostri cuori nell’amore del Padre e nella gioia dello Spirito Santo. Tutti: AMEN. Possiate sempre camminare nella certezza che il Signore è con voi e si serve di voi per illuminare. Tutti: AMEN. E la benedizione di Dio onnipotente, Padre e Figlio + e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Tutti: AMEN. Suono d’organo 24 25 SdM 26-27 SP, luglio-agosto 1964, 1-3. 48 Appendice PRIMA TAPPA COMMENTO DI DON ALBERIONE AL VANGELO DEL BUON PASTORE SECONDO GIOVANNI (10,1-18) E SECONDO LUCA (15,4-7)26 Buone Pastorine, da qualche tempo ho constatato come la grazia divina lavora in voi, nella vostra famiglia religiosa: più luce, più carità, più lavoro interiore, più spirito pastorale, vita pastorale più intensa e più attiva. Che bel desiderio pio e meritorio un gruppo di Pastorine in tante parrocchie! Ma non un gruppo di suore comuni che vanno per l'asilo, ma un gruppo di Pastorine che comprendano e facciano la missione che vi descrivo. S. Paolo ci presenta Gesù sacerdote. E il Divino Maestro stesso ci si presenta come pastore: Ego sum pastor bonus (Gv 10,11). Questa immagine completa l'idea grandiosa del sacerdote Gesù, e ce ne fa conoscere l'azione benefica nelle anime. Perciò ci interessa studiare il brano evangelico, ove Gesù raccoglie il suo insegnamento sulle funzioni del pastore. Lo faremo, prendendo a considerare tutte e singole le parole del testo evangelico. Hoc proverbium dixit eis Jesus. (Gv 10,6). Era nelle abitudini di Gesù Cristo parlare in parabole; e già il Profeta (Sl 77,2) aveva indicato in questo un segno di riconoscimento del futuro Messia. Per farci intendere il suo ministero apostolico in mezzo al mondo, Egli si valse di questa graziosa parabola. Immaginiamo un pastore: Pastor …ovium (v.2) ma, intendiamoci, non mercenarius …cuius non sunt oves propriae (v.12), un pastore cioè pagato a custodire il gregge, che non è suo. Se il gregge è del padrone, il mercenario è poco interessato al bene delle pecorelle: non pertinet eum de ovibus (v.13). Supponiamolo proprietario del gregge; e quindi tutto impegnato alla sua conservazione e al suo benessere. Tale è di fatto Gesù. Le anime sono sue e a tanti titoli: Egli ne è il Creatore, e il provvido conservatore; Egli le ha riscattate dalla schiavitù del demonio, versando come prezzo il suo sangue prezioso. Non estis vestris, dice l’Apostolo; empti enim estis pretio magno (1 Cor 6,19). C’è dunque un'intima relazione tra il Pastore Gesù e loro. Gli sono care. Qui i sacerdoti hanno un punto di somiglianza con questo divino pastore perché si può ben dire che non siano solo mercenari, destinati a pascere anime, con la speranza della retribuzione celeste; ma sono veri pastori e in qualche senso proprietari di quelle anime che generano alla grazia ed alimentano con i Sacramenti. Debbono interessarsene dunque come di figli carissimi. Le Pastorelle fanno col sacerdote pastore un'unica missione; hanno le stesse premure, lo stesso fine, gli stessi mezzi. Ciascuno nella propria posizione. Il pastore evangelico non è solamente proprietario del gregge, ma è insieme proprietario dell'ovile; e quindi vi entra e vi esce a suo piacere: Qui intrat per ostium, pastor est ovium (Gv 10,2). Non ha certo di bisogno di passare per la finestra come un ladro: Qui non intrat per ostium in ovile ostium, sed ascendit aliunde, ille fur est latro (v.1). Al suo apparire, il portinaio immediatamente apre la porta: Huic ostiarius aperti. (v.3). Gesù non si è certo arrogato da sè il titolo di pastore, glielo ha affidato il suo Padre celeste: hoc mandatum accepi a Patre meo (v. 18). Il profeta Ezechiele ci riporta le parole del mandato:«suscitabo super 26 Il testo, che risale al 1947, è conservato nell’Archivio della Casa generalizia come doc. 271 e si ritrova in: AA.VV., Un carisma pastorale. La proposta di Giacomo Alberione alle Suore di Gesù buon Pastore. Roma 1985, pp.146-158. 49 eas Pastorem unum, qui pascat eas» (Ez 34,23). Così dovrà essere anche di noi. Dio, Dio solo chiama al sacerdozio. E chiama alla vita religiosa di Pastorine. Gesù a prima vista sembrerebbe strano, non si chiama solo pastore, ma insieme anche porta dell’ovile: Ego sum ostium ovium (v.7). Eppure le cose stanno proprio così, non solo perché egli è l’unica porta per la quale le anime debbono passare per salvarsi: Per me, si quis introierit, salvabitur (v.9); ma perché, e a più ragione, i Sacerdoti e le Pastorine da Lui debbono ricevere la vocazione: non vos me eligistis, sed ego eligi vos (Gv 15,16). La prima dote del buon pastore e delle pastorine è di conoscere le pecorelle e farsi da loro conoscere. Quello sarà la prova del loro interessamento, questa sarà la condizione perché le pecorelle non si spaventino e non temano della loro presenza. La dote la riscontriamo perfettamente in Gesù: cognosco meas (Gv 10,14), innanzitutto. Ed è da notarsi che le conosce una per una; a tutte ha assegnato il proprio nome e per nome le chiama: Proprias oves vocat nominatim (v.3). Nicodemo rimane sbalordito dalla meraviglia, quando si sentì dire da Gesù sconosciuto: Cum esse sub ficu vidi te (Gv 1,48); eppure Egli può ripetere a tutti qualcosa di simile. 27 Anche il pastore e la pastorina devono conoscere il popolo. La Chiesa impone di fare ‘lo stato d’anime’. Guai se si trascurasse! E’ interesse loro ed è il nostro. Ma poi le pecorelle debbono conoscere il pastore: Cognoscunt me meae (v.14); ed anche qui è interessante notare che la conoscenza è data più dall’udito che dalla vista: Oves vocem eium audiunt, (v.3), sciunt sciunt vocen eius, (v.4). La voce di un forestiero le spaventa: Fugiunt ab eo, quia non noverunt vocem alienorum (v.5). Quale prezioso insegnamento! Non si tratta di conoscere i corpi che si vedono, ma le anime che ascoltano. Dobbiamo farci conoscere col catechismo e col ministero della parola, che dal Maestro è stato affidato (Mt 28,19). Il Buon Pastore ogni mattina deve condurre le pecorelle fuori del chiuso: Et educit eas (v.3); le condurrà ai pascoli ubertosi e alle limpide fonti: Meditazione e Sacramenti. Ed il modo migliore di guidarle sarà quello di precederle, perché esse tengan dietro: Ante eas vadit, et oves illum sequuntur (v.4). Questo non fanno con un forestiero: alienum autem non sequuntur, sed fugiunt ab eo (v.5). Altro prezioso insegnamento: dobbiamo precedere le nostre pecorelle col buon esempio. Guai a noi se facessimo come i sacerdoti dell'antica legge dei quali Gesù diceva al popolo: omnia quaecumque dixerint vobis servate et facite; secundum opera vero illorum nolite facere (Mt 23,3). Di Gesù Cristo non è stato forse detto: Coepit facere et docere (At 1,1)? Ha pasciuto sì, con la parola il suo gregge, ma prima lo ha edificato col suo esempio. Ecco il vero Pastore! Ecco la vera pastorina! Fortunato gregge, che sotto tale condotta: Pasqua inveniet. (Gv 10,9). Ma Le pecorelle sono insidiate dai ladri da una parte e dai lupi dall’altra. I ladri vorrebbero strapparle al loro ovile, per portarle con sé, all’ovile proprio: Fur non venit, nisi ut furetur, et mactet (v.10). I lupi vorrebbero addentarle e dar loro la morte: Lupus rapit et disperdit oves (v.12). Per proteggerle e difenderle, ci vuole coraggio e sacrificio; ed è qui che si proverà il vero pastore e la vera pastorina. Mercenarius et qui non est pastor, cuius non sunt oves propriae, videt lupum venientem, et dimittit oves, et fugi. (v.12). Il buon pastore e la vera pastorina invece espongono la vita e la sacrificano per le pecorelle: Bonus pastor animan suam dat pro ovibus suis. (v.11). L’applicazione a Gesù è evidente. Le anime sono insidiate nella mente e nel cuore. Vi sono ladri che vorrebbero strapparle all’ovile di Cristo, per farle seguaci dell’errore; e vi sono lupi che vorrebbero trascinarle a quel peccato, che è morte. Il divino Pastore è venuto in terra per preservare le anime dall’errore e dal peccato, assicurando a tutti la verità e la grazia. Quest’opera caritatevole lo ha esposto alla morte. Gli amici dell’errore e del vizio lo hanno inchiodato alla croce, ed hanno preteso di distruggerlo. Ma il dolce Pastore è risorto, ed ha affidato il suo gregge ai sacerdoti, perché al suo posto, lo custodissero; lo debbono fare con la stessa generosità con cui l’ha fatto Lui: Ego venit ut vitam habeant et abundantius habeant (v.10). E le Pastorine partecipano volontariamente e si associano a questo grande ufficio pastorale del prete. Intanto Gesù insiste sulla grande prova di amore che Egli ha dato alle sue pecorelle. Nessuno si è mai trovato nelle condizioni di essere cioè padrone della vita, e quindi di sacrificarla, volendola sacrificare: Animam meam pono pro ovibus meis (v.15). Avrebbe potuto benissimo, pur che avesse voluto, risparmiarla! Ego pono animam meam, et iterum sumam eam. (v.15 e v.18). La sua morte ha ben altro valore della nostra. Per compiere il nostro dovere, dobbiamo noi saper andare sino all'estremo, accettando la morte, quando i nemici delle pecorelle e del divino Pastore l'infliggessero. 27 In realtà si tratta di Natanaele e non di Nicodemo e la citazione è di Gv 4,48 al posto di 1,48. 50 Vi è ancora un altro pericolo per le pecorelle: che cioè qualcuna si perda. Si perdiderit unam ex illis (Lc 15,4). Possibilissimo! Mentre era al pascolo, seguendo gli istinti, andando in cerca dell'erba più abbondante e più fresca, si è dilungata dal gregge; e giù di balza in balza, di burrone in burrone è andata a finire nel profondo della valle. Il buon pastore appena se ne accorge, lascia le altre pecorelle nell’ovile e giù ancor lui di balza in balza, di burrone in burrone, va sino all’abisso per trovarla: vadit ad illam, quae perierat, donec inveniat eam (v.4). E, quando finalmente l'ha trovata, non sfoga, no, contro di lei il suo dispetto, non la spinge su per l'erta della montagna a colpi di bastone, ma se la prende amorosamente sulle spalle e la riporta giubilante all'ovile: Imponit super humeros suos gaudens (v.5) Immagine questa vivissima e commovente del Redentore, che mille volte ha dichiarato: Venit Filius hominis quaerere et salvum facere quod perierat (Lc19,10). E ha riportato l’uomo peccatore all’ovile del Cielo, dal quale col peccato si era escluso. Ai sacerdoti coltivare l’amore ai peccatori ed adoperarsi per ricondurli alla Chiesa, alla grazia, al Paradiso. Ma con ugual cuore, anche facendosi vittime volontarie, lo faranno le Pastorine secondo la loro eccelsa vocazione. Purtroppo queste pecorelle sbandate e randagie non sono una sola, ma mille e mille. Ladri e lupi, in venti secoli di cristianesimo, non certo per colpa del Pastore supremo, ma per connivenza delle pecorelle, e anche per l’indifferenza e l’ignavia di alcuni pastori secondari, hanno fatto strage. Gesù, ripensandoci, mestamente diceva: Et alias oves habeo quae non sunt ex hoc ovili (Gv 10,16). Però immediatamente si riprendeva: Et illas oportet me adducere et vocem meam audient: et fiet unum ovile et unus pastor l'anelito di Gesù: et vocem meam audient: et fiet unum ovile at unus pastor. (Gv 10,16). Ecco il compito affidato al pastore e alle pastorine. Quanto maggiore sarà lo zelo tanto più generalmente e presto si attuerà questo magnifico ideale dell'unico ovile. Gesù per questo ha pregato in terra e continua a pregare in cielo: ut omnes sint unum; e mette a disposizione di tutti i suoi tesori di verità, di grazia, di misericordia. Applicarli alle anime per il loro bene e per il trionfo del Pastore divino appartiene al Pastore e alle pastorine. Ecco la tenera invocazione dell’Angelico: “Bone pastor, panis vere, Jesu nostri miserere: tu nos pasce, nos tuere, tu nos bona fac videre in terra viventium!”.(Sequen. Lauda, Sion, Salvatorem). Le Pastorine sono anime che hanno penetrato la dottrina di Gesù, che hanno acquistato la carità di Gesù, che vivono unite a Gesù e tutte e solo di Gesù; che si dividono in piccoli gruppi, che si stabiliscono in una parrocchia, ove considerano le anime come proprie per adozione; a loro si sentono legate per la vita, la morte, l'eternità, in un'unica aspirazione di tutte salvarle; e collaborano quanto all'apostolato col parroco nell’istruire e custodire; nel distruggere il male mettere il bene; nel convertire e santificare; portare alla vita cristiana e alla buona morte, col programma del parroco e dell'amore; morire ogni giorno per salvare ogni giorno, senza contentarsi della buona morte, ma suffragando i Trapassati. Esse saranno le sorelle, le madri, le maestre, le catechiste, le consolatrici di ogni dolore, un raggio di luce e di sole benefico e continuo nella parrocchia. 51 SECONDA TAPPA LA MISSIONE DI MARIA REGINA DEGLI APOSTOLI28 In questo primo sabato del mese contempliamo per un istante la statua della Regina degli Apostoli che ci sta davanti. Maria offre il suo Gesù al mondo e questo indica la sua missione di Regina degli Apostoli e di ogni apostolato. L’Arcangelo Gabriele le annunciò che doveva essere la Madre del Figlio di Dio e che il Figliuolo straordinario che si sarebbe incarnato nel suo seno sarebbe stato re e avrebbe dominato sul mondo: “e il suo regno non avrà mai fine”. Gesù avrebbe dominato non solo sul mondo fisico ma sulle menti, sui cuori, sulle volontà degli uomini. Alla risposta di Maria: “Fiat mihi secundum verbum tuum”, il Figlio di Dio scese nel suo seno e prese umana carne. Così Maria divenne Madre di Gesù A Betlemme poi, Maria dà Gesù al mondo. Prima lo aveva portato nel seno come ostia nella pisside, ma a Betlemme, nel presepio, lo espone all’adorazione degli angeli e degli uomini. Gli angeli scendono innumerevoli attorno alla culla per adorare e cantare il “Gloria in excelsis Deo”. Ma i primi adoratori sono Maria e Giuseppe. Dopo arrivano i pastori e trovano il Bambino con la Madre sua. E Maria lo mostra loro e ne riceve i doni. In seguito lo mostra anche ai Magi e poi lo presenta al Sacerdote nel tempio e lo posa tra le braccia del vecchio Simeone. Quindi lo trafuga in Egitto, lo riconduce in Palestina, a Nazareth e quando per Gesù giunge il tempo della sua manifestazione pubblica, viene rivelato per mezzo di Maria, la quale intercede perché operi il primo miracolo del cambiamento dell’acqua in vino. Gesù qui si manifesta Dio e i suoi discepoli credono in lui. Maria lo inizia così alla vita pubblica e lo presenta al popolo ebreo, compiendo in tutto la sua missione. Se i cristiani posseggono oggi la Chiesa, i sacramenti, la vita religiosa, il sacerdozio, la grazia, la salvezza… a chi lo debbono? Direttamente a Gesù, ma indirettamente a Maria, poiché lei è la Madre che ci ha donato Gesù. E Gesù per noi è il tutto: la Via, la Verità, la Vita. E’ la Verità, e ha predicato la Verità; è la Via, e ci ha insegnato coi suoi esempi a fare il bene; è la Vita e ha infuso nell’anima nostra la grande ricchezza, il grande onore della figliolanza di Dio. Facciamo qui tre riflessioni: 1) Maria dà Gesù al mondo; 2) Maria dà Gesù a ciascuno di noi; 3) anche noi, come Maria, dobbiamo dare Gesù. 1) Il Signore vedendo che gli uomini si erano allontanati da lui per il peccato, si degnò di creare una donna Immacolata, esente dal peccato e dalle conseguenze del peccato di Adamo. Essa divenne Mediatrice tra Dio e gli uomini: non che da sola potesse soddisfare per i peccati degli uomini, ma perché diede al mondo il Salvatore, Gesù, il quale soddisfece per tutti i peccati e divenne il vero Mediatore fra Dio e gli uomini. Maria ricevette da Dio, per i meriti di Gesù Cristo, l’esenzione della colpa, “ante prevista merita” e divenne la benedetta fra tutte le donne…Quale donna mai ebbe una missione così bella, così santa, così utile per l’umanità come l’ebbe Maria? Nessuno fra gli uomini, né fra quelli che insegnano alta scienza, né fra quelli che dominano i popoli, né fra quelli che si vantano come benefattori dell’umanità, né fra gli inventori… nessuno portò all’umanità tanto vantaggio quanto ne ha portato Maria. Attraverso Maria ogni bene all’umanità, perché Maria ha dato al mondo Gesù. 2) Ma non bisogna limitarci a considerare Maria sotto questo solo aspetto. Bisogna ancora considerarla in quanto offre Gesù a ciascuno di noi. Ogni mattina – se lo vogliamo – ci viene data un’Ostia che è Gesù: è ancora Maria che offre Gesù a tutti e a ciascuno; e ognuno di noi può possedere tutto intero Gesù, anche se lo stesso Gesù è dato nello stesso tempo a centinaia e migliaia di persone. Ognuno può prendere il massimo senza esaurire mai i beni che Gesù può dare e prendendo questo massimo non toglie nulla agli altri. E’ Maria che ci dà Gesù. Ella lo offre a tutti fin dal Battesimo, fin dall’uso di ragione, nella prima Comunione e in quelle successive. E continua a darcelo continuamente. Gesù che è luce alla mente, che è dolcezza al cuore, che è santità all’anima. Maria offre Gesù a noi, ogni giorno, in ogni Comunione, in ogni adorazione, in ogni santa Messa. In tutta la giornata ella ci offre Gesù, quasi ci supplica: “prendi il mio Figlio, prendi il mio Gesù: egli sarà il tutto per te, sarà la Via, la Verità, la Vita”. Noi dobbiamo allora accostarci a lei e dire: “Sì, o Madre, compi in me la tua missione. Dammi Gesù Via, Verità e Vita. Aumenta la luce nell’anima mia, gli affetti sacri nel mio cuore, aumenta la forza della mia volontà. Che io segua, che io ami Gesù ora, e poi possa goderlo in Paradiso. Dammi Gesù, e che resti sempre con me, e che io cammini con lui e per lui, fino a quando non sarò eternamente felice in paradiso”. 28 Predica del P. Maestro, tenuta a Roma il 23 ottobre 1956. Cf Spiritualità Paolina, volume primo, Devozioni della prima settimana del mese, Pia Società Figlie di San Paolo, Roma, dicembre 1962, pp. 402-408 52 Capiamo la missione di Maria verso di noi? E’ bene rappresentata nella statua della Regina degli Apostoli. Maria è lì e ci offre Gesù, quasi a dirci: “prendilo, è per te!”; Gesù fra le braccia di Maria è in atto di predicare o di benedire. Anticamente le due dita alzate indicavano l’autorità del Maestro, non tanto la benedizione. Noi consideriamo Gesù fra le braccia di Maria o benedicente, oppure come il Maestro che insegna. Nella sinistra Gesù tiene il Vangelo. Il Vangelo deve essere la nostra guida, la nostra luce, in esso noi troviamo le vere ricchezze soprannaturali. Quando si viene in Chiesa, rivolgerci a Maria e dire: “Dammi il tuo Gesù!”. Avere grande confidenza. Se noi fossimo andati con i pastori alla grotta di Betlemme, avremmo certamente chiesto a Maria di lasciarci baciare Gesù o di lasciarcelo un momento fra le braccia. Se mai si potesse avverare questo adesso, quanto saremmo felici! Quale fortuna ebbe santo Stanislao di ricevere fra le sue braccia Gesù Bambino! Anche noi lo riceviamo ogni giorno e non solo fra le braccia, ma nel cuore. Noi dobbiamo desiderare di trattare Gesù come lo trattava Maria santissima. Pensate un po’ alla delicatezza di Maria nel prendere Gesù fra le sue braccia, nel rivestirlo, fasciarlo, nutrirlo. Con quanto amore si inginocchiava davanti a lui per adorarlo e con quali affetti accesi di amore! In quei momenti il suo cuore si dilatava in un amore nuovo e potente, che si estendeva a tutti gli uomini. Pensiamo con quanto amore difese Gesù Bambino nella fuga in Egitto, come lo educò da piccolo, come lo ricondusse in Palestina e si stabilì a Nazareth, e come lo seguì fanciullo e giovinetto e adulto nella casa di Nazareth. Che anche noi riceviamo e trattiamo Gesù come Maria! Maria ne era la madre e gli prestava i servizi propri delle madri, ma intanto lo adorava, lo ringraziava, lo amava, lo pregava… Mentre gli comandava, lo pregava. E come imparava da Gesù, come ne conservava tutte le parole e le meditava nel suo cuore! Come ne ascoltava le prediche e i discorsi durante la vita pubblica e li meditava e si sforzava di praticarli! E come andava sempre più crescendo in amore man mano che vedeva il Figlio redimere il mondo con la sua verità, con la sua santità, con la sua sofferenza! Promettiamo a Maria di tenere bene Gesù nel nostro cuore, di offrirgli la mente, la volontà, il cuore, tutto il nostro essere. 3) Noi dobbiamo dare Gesù al mondo come Maria. Chiamati a dare Gesù al mondo, il sacerdote e la suora si consacrano interamente a lui per amore, e non solo per amarlo con tutto il proprio essere – il che è già una gran cosa – ma ancora per farlo amare dagli altri. Se la suora ha rinunciato alla maternità umana, è per diventare madre in senso più largo e più esteso: madre di tanti fanciulli, di tanti giovani, di tanti uomini, con la preghiera, con la sofferenza, con l’apostolato dell’esempio, della parola, delle edizioni e con tutte le possibilità che ha secondo la sua condizione. Portare Gesù al mondo! La suora è un’altra Maria e deve compiere quello che Maria ha compiuto. Tenere prima Gesù con sé, come lo tenne Maria nel suo seno durante nove mesi, poi donarlo agli uomini, come Maria lo donò a Betlemme e durante tutta la vita di Gesù. La suora santa santifica. La suora che è tutta di Gesù, dona Gesù al mondo. Non c’è da rimanere sole perché si è vergini, tutt’altro! Si diviene madri spirituali di tante anime, e non di una sola. Come è bella la preghiera: “O Gesù, prendetevi tutti i miei meriti, tutte le mie preghiere, le sofferenze mie, disponete voi come volete a favore delle anime che sono più bisognose”. Ecco il: “Cuore divino…” che recitiamo così spesso. In questo modo la vergine diviene madre di tante anime: vergine e madre. E sarà tanto più madre quanto più sarà vergine di mente, di cuore, di volontà, di corpo. In questo la sua missione si unisce a quella di Maria, ne partecipa e la ripete. Bisogna che il cuore della vergine si allarghi tanto da comprendere tutti gli uomini. Vi sono persone che sentono i bisogni solo di qualche categoria dell’umanità: es. dei sacerdoti, degli infermi dei peccatori… e questo va bene. Ma il cuore deve dilatarsi e abbracciare la Chiesa intera: militante e purgante; deve comprendere tutti gli uomini, i fedeli e gli infedeli, e quelli che hanno accolto Gesù e quelli che ancora non lo conoscono: i bambini, la gioventù, i professionisti, i maestri, i militari, gli operai, i contadini, tutti! E per quanto sta da noi sforzarci di dare Gesù a tutti. Ecco l’apostolato. Essere vergini e madri. E quanto più si sarà puri o purificati, tanto più si compirà l’apostolato di Maria e lo si renderà attuale ed efficace. Sia che si viva e sia che si muoia, sia da sani che da ammalati, sia che si debba servire gli altri o che dobbiamo essere serviti noi, sempre possiamo dare Gesù al mondo e compiere l’apostolato. Alcuni lo compiranno in una maniera, altri in un’altra, ma che si senta da tutte il “dovere” della maternità spirituale, il dovere di dare Gesù al mondo. Dunque, guardare Maria che dà Gesù al mondo, guardare Maria che dà Gesù a ciascuno di noi, e guardare Maria per imparare bene l’ufficio nostro, il “dovere” nostro di dare Gesù al mondo con l’apostolato. 53 TERZA TAPPA IL MESE DI GIUGNO DEDICATO A S. PAOLO29 E’ uso della Pia Società san Paolo dedicare il mese di giugno a san Paolo. Passare un mese in onore di san Paolo Significa compiere tre ossequi: 1. meditare san Paolo, la sua dottrina, i suoi esempi; 2. imitare san Paolo specialmente in quelle virtù che ci sono più necessarie; 3. in modo speciale pregare san Paolo, sia per la nostra santificazione che per l’apostolato, e confidare nella sua potente intercessione. Il libretto dal titolo: “Un mese a san Paolo” è bene che torni ad essere letto. Esso riassume le meditazioni fatte la prima volta quando nel 1928 si celebrò in forma un po’ solenne e da tutti un mese a san Paolo. Vi è per ogni giorno una breve meditazione, col frutto da ricavare e la domanda da presentare a san Paolo: San Paolo, noi dobbiamo considerarlo sotto tre aspetti: come maestro, modello e provveditore. 1. Come nostro “Maestro”. Egli si chiama il “Maestro delle genti”, e fu in verità il più fedele e profondo interprete del Vangelo di Gesù Cristo. Gesù disse di lui ad Anania: “Egli è vaso di elezione, affinché porti il mio nome davanti alle genti, ai re e ai figli d’Israele”. E ora che san Paolo è passato al premio eterno non ha cessato , ma intensificato la sua missione di essere in modo speciale il “Maestro delle genti”. Egli sta bene nella “gloria”, come fu scolpito sull’altare del tempio di S. Paolo in Alba. Ha attorno a sé i suoi discepoli e ammiratori: S. Timoteo, S. Tito, S. Tecla, S. Giovanni Crisostomo ecc. e a tutti indica il Maestro divino. Questa è stata la sua missione: applicare gli insegnamenti del Vangelo ai bisogni dei suoi tempi, secondo la missione che a lui era stata affidata e che compì fino alla fine, fino a quando coronò la vita col martirio, subito a Roma, centro della cristianità, nello stesso giorno in cui anche S. Pietro fu crocifisso sul colle Vaticano. Paolo è il “Maestro delle genti”: la sua vita è un insegnamento, e un insegnamento vivo e palpitante, specialmente per chi ha da scrivere o fare alti studi; insegnamento vivo e palpitante sono le sue Lettere. Anche per questo egli fu scelto a protettore della Congregazione. 2. In secondo luogo considerare san Paolo come nostro “Modello”. Egli ci dice: “Imitate me, come io imito Gesù Cristo” (1Cor 4,16). Egli stesso si propone come esempio, ma non un esempio assoluto, bensì nella forma, nel modo di imitare Gesù Cristo, il quale solo è l’esempio assoluto di ogni perfezione. S. Paolo ci dice: “mi sono fatto forma per voi”. Che cosa vuol dire con questa frase? Ecco: quando si è composto un libro e lo si è impaginato, si mette la “forma” in macchina, e su tale forma, su tale composizione si devono stampare tutte le copie. Così pure chi deve fare una statua in gesso o in cemento, prima prepara la forma, poi vi getta dentro il gesso o il cemento, e da una sola forma, trae tutte le statue successive. San Paolo è per noi la “forma”. Su di lui devono stamparsi i Paolini, le Paoline, tutti i membri delle nostre famiglie sanpaoline. Egli è per noi grazia. Il Signore ci propone e ci mette davanti questo padre affinché ci modelliamo su di lui, affinché imitiamo le sue virtù nell’apostolato e nella nostra vita privata. Consideriamolo sempre nostra forma, nostro stampo, nostro modello di ogni virtù. 3. In terzo luogo san Paolo è il “provveditore”. Si chiama anche “economo” economo spirituale, economo celeste. Egli domanda le grazie a noi necessarie alla Vergine benedetta, alla Regina degli Apostoli, le domanda a Gesù. Vede i bisogni di ognuno e quelli di tutti. Penetra nelle nostre menti, nei nostri cuori e vede i bisogni dei singoli. Pensi ognuno quale sguardo penetrante aveva san Paolo: ma ora dal cielo è immensamente più penetrante e scruta le anime nostre di cui sa lo stato, le nostre menti di cui conosce i pensieri, i nostri cuori di cui vede i bisogni. Dobbiamo farci figli di san Paolo come si fecero figli suoi san Timoteo, san Luca, san Tito, figli che diventarono santi e apostoli ed erano felici di accompagnarlo nei vari viaggi e di consacrarsi al suo stesso ministero. Per passare bene il mese a san Paolo, proponiamoci quindi tre cose: istruirsi su san Paolo e leggerne la vita e le lettere; imitarlo nella pratica di quella virtù che più ci sta a cuore; prestargli ogni giorno l’ossequio della nostra preghiera. Tutto questo si può fare in scala ancora maggiore da chi intendesse consacrare un intero anno a san Paolo. A lui già fu consacrato l’anno 1957-58 da tutte le famiglie Paoline, ma non è escluso che tale anno si possa ripetere da qualche persona o da qualche comunità, o perché spinti da speciali necessità o per incrementare maggiormente la devozione. 29 “Regina Apostolorum”, giugno 1954 e gennaio 1957. Cf Spiritualità Paolina, volume primo, Devozioni della prima settimana del mese, Pia Società Figlie di San Paolo, Roma, dicembre 1962, pp. 208-212. 54 Per chi intendesse ripeterlo, si riporta quanto fu già pubblicato su “Regina Apostolorum” circa i fini proposti in tale anno. E questi sono: 1. Mostrare la nostra riconoscenza al Padre nostro che ci ha custoditi, guidati, illuminati nel duro cammino di tanti anni, particolarmente i primi. 2. Conoscere meglio san Paolo. Sulla sua alta personalità umana e spirituale molto si è scritto, ma molto rimane ancora da dire. “Conosci tuo Padre”: la sua santa vita, il suo apostolato, la sua dottrina, il suo potere presso Dio. Conoscere l’”Apostolo di Gesù Cristo”, il “Maestro delle genti”, il “Ministro della Chiesa”, il “Vaso di elezione”, il “Predicatore del Vangelo”, il “Martire di Cristo”. Conoscere quanta parte egli ha avuto nella dogmatica, nella morale, nella liturgia, nella organizzazione della Chiesa. 3. Imitare meglio le sue virtù. Egli fu il vero homo Dei; un uomo colmato di grazia in modo eccezionale, un uomo cui furono affidate in modo particolare le cose di Dio, un uomo in modo speciale obbligato a Dio, un uomo che poté dire: “gratia eius in me vacua non fuit”. Egli è il cantore di Dio, il banditore della gloria di Dio, il promotore del suo culto, il propugnatore delle leggi di Dio, il segregato di Dio, il prigioniero di Cristo, l’uomo che vive in Cristo. 4. Pregare san Paolo, per tre ragioni: a) perché grande è il suo potere presso Dio, essendo questo proporzionato al lavoro fatto per Dio sulla terra; b) perché Egli è il Padre della nostra famiglia, e un padre pensa sempre ai figli; c) per ottenere la sua virtù con le nostre preghiere. 5. Amare l’Apostolo e ottenere che quanti sono sparsi nelle varie nazioni, Paolini e Paoline, sappiano, sull’esempio di S. Paolo, sapientemente e santamente distinguere quello in cui devono uniformarsi, quello che devono portare e comunicare, quello che devono evitare. Invocare il “Magister gentium” nostro padre e modello. E ora concludiamo con la bella preghiera a san Paolo: “Deus qui conspicis qui ex nulla nostra catione confidimus, concede propitius, ut contra adversa omnia, Doctoris gentium protectione muniamur” (Domenica di Sessagesima) Per gli argomenti svolti, (o da svolgere da chi non avesse ancora dedicato un anno a san Paolo, o da chi intendesse ripetere tale pia pratica), rivedere le circolari “Regina Apostolorum” della prima metà del 1957. E i due numeri di gennaio 1958, per una degna chiusura di detto anno. QUARTA TAPPA PREDICA DEL PRIMO MAESTRO IN OCCASIONE DEL QUARANTENNIO DELLA FONDAZIONE DELL’ISTITUTO30 Siamo qui raccolti per compiere un triplice dovere. Il 20 Agosto del 1914, con la celebrazione della Messa, un’ora di adorazione e la benedizione di una minuscola tipografia, abbiamo iniziato la Famiglia Paolina. I giovani erano pochi, la casa piccola; nella Cappella non vi era neppure lo spazio per quei pochi. Ora sono passati quarant’anni e in questo tempo noi abbiamo ricevuto innumerevoli grazie; quindi il dovere del ringraziamento. Poi abbiamo commesso molte infedeltà e incorrispondenze quindi il dovere di riparazione. Inoltre, guardando avanti, abbiamo il dovere di continuare la missione che il Signore ci ha affidata. Quarantennio: è come un giorno di ritiro in cui però non esaminiamo soltanto un breve periodo di vita; ma i quarant’anni trascorsi. E poi, con la mente rivolta verso il futuro facciamo propositi e preghiere molto umili, ma fiduciose, al Signore. Andare avanti finché potremo dire: “Cursum consumavi”: ho compiuto il cammino segnatomi da Dio. 30 G. Alberione, [ Alba, 20 agosto 1954] In occasione del Quarantesimo della Fondazione dell’Istituto. Opuscolo di 12 pag. stampato dalle Figlie di San Paolo. Meditazione tenuta, sembra a tutta la Famiglia Paolina. Non ha data. 55 1° Ringraziamento al Signore Il passato si considera per cantare il Gloria a Dio; e per imparare le lezioni che ci dà; storia che è maestra di vita. Le grazie sono state innumerevoli e di ogni ordine: di ordine spirituale, di ordine soprannaturale, di ordine materiale, di ordine intellettuale. Fra esse è da ricordarsi specialmente il dono delle vocazioni. Questa è la volontà esterna di Dio sopra un’anima; volontà che determina la via che quell’anima ha da seguire nella sua vita; e, se molte sono le vocazioni all’Istituto, è chiaro che molti sono i segni che il Signore voleva la Famiglia Paolina. Dall’eternità, nella Sua sapienza e nel Suo amore, ha destinato le persone a comporre questa Famiglia. Le vocazioni! E sono tante le persone nelle Case Paoline; ora circa cinquemila. Dovere di riconoscenza per tutte le altre grazie. Particolarmente quelle che riguardano la nostra formazione. La formazione nella Famiglia Paolina è complessa e non si è mai abbastanza formati. Vediamo ogni giorno che noi siamo ancora inferiori alla nostra missione e inferiori a compiere nelle anime quel bene che è nelle intenzioni del Signore. Questa formazione riguarda l’intelletto, riguarda la volontà, riguarda il cuore. Dobbiamo sviluppare la personalità nostra. L’intelletto, con la scienza; la volontà con la virtù; il cuore con la preghiera, con la grazia; il corpo santificando ogni senso. Chi vive castamente di occhi, di lingua, e in generale, di corpo, avrà una grande gloria al giorno del giudizio. Ringraziamo il Signore anche per quelle grazie che neppure abbiamo avvertite, delle quali noi neppure ci siamo accorti, grazie concesse agli inizi della Congregazione; e che ogni giorno continuano. Tutto è stato fatto da Dio; e soltanto da Dio. Perché? Perché noi avevamo niente, neppure ci si pensava. Niente quanto ai mezzi materiali e neppure potevamo pensare che il Signore per i bisogni di questo secolo volesse affidare a noi questo apostolato. Tutta è venuta dall’Eucaristia, la vita della Famiglia Paolina; ma fu trasmessa da S. Paolo. Dall’Eucaristia perché Gesù è la vita, ma l’Ostia santa per entrare nei nostri cuori ha bisogno di essere portata. Ed è stato S. Paolo che ha compiuto quest’opera di comunicarci la vita di Gesù Cristo. Quando diciamo: “siamo Figli” oppure “Figlie di S. Paolo” non intendiamo dire che siamo di S. Paolo del Brasile ad esempio, ma intendiamo dire quello che si intende quando ci esprimiamo così: “Quella persona, quel giovane è di Pietro”. Cosa significa? Che è nato da lui. E il nostro padre S. Paolo: “in Christo Jesu per Evangelium ego vos genui”. Tutto è suo. L’Istituto è stato ispirato da lui. Egli ne è il padre, ne è la luce, ne è il protettore, ne è il Maestro, tutto; e allora il nostro ringraziamento a Dio. Sì, il Deo gratias di questa giornata deve essere un Deo gratias sentito che parta dall’intimo della nostra anima. Ringraziamento fatto con Maria, recitando il Magnificat. 2° Dovere nostro in questa giornata si è di riparare le offese commesse. L’Epistola che si legge nella Messa di S. Bernardo dice che cosa dobbiamo essere. Eccola: “Il giusto rivolgerà il suo cuore a vegliare fin dal mattino al Signore che l’ha fatto; e farà le sue preghiere davanti all’Altissimo. Aprirà la sua bocca nell’orazione e chiederà perdono per i suoi peccati. Se poi il gran Signore vorrà, lo riempirà dello spirito di intelligenza. Ed egli spanderà come pioggia gli insegnamenti della sua sapienza; e nella preghiera darà lode al Signore. Il Signore dirigerà il suo consiglio e la sua scienza, ed egli ne mediterà i segreti. Egli esporrà pubblicamente la sua educatrice dottrina; e metterà la sua gloria nella legge dell’alleanza del Signore. Molti si uniranno a lodare la sua sapienza, che non sarà dimenticata in eterno; il suo ricordo non verrà mai meno e il suo nome sarà ripetuto di generazione in generazione. Le Nazioni parleranno della sua sapienza, e l’assemblea celebrerà le sue lodi”. (Eccli. 39,6-14) Ora, ognuno sente che non fu tutto quello che doveva essere e fare. Quando il Sacerdote offrirà l’Ostia: “Suscipe, Sancte Pater” accetta, o Padre celeste, quest’Ostia immacolata, accompagniamo il Sacerdote che aggiunge: “pro innumerabilibus peccati et offensionibus et negligentiis meis”; ti offriamo o Signore quest’Ostia per gli innumerevoli peccati, per le innumerevoli offese e per le innumerevoli negligenze commesse. E’ ben difficile che noi possiamo enumerare le ingratitudini e le incorrispondenze di 40 anni. Chissà quanto di più il Signore si aspetta da noi! E che noi in realtà non abbiamo fatto! Dobbiamo riparare perché non abbiamo corrisposto al primo fine della vita religiosa, del tutto procurata la maggior gloria di Dio. Dobbiamo riparare per non aver realizzato del tutto il secondo fine: la santificazione. Dobbiamo riparare i peccati commessi anche in riguardo all’umanità. Forse al giorno del giudizio dovremo riconoscere di non aver dato agli uomini tutto quello che potevamo dare di verità e di luce. Riparare per non aver contribuito sempre al progresso spirituale e apostolico della Famiglia Paolina. Riparare per i peccati individuali. Abbiamo sempre dato il buon esempio? Abbiamo sempre pregato come era nostro dovere? Certamente non possiamo tutti dire di sì. 56 Ciascheduno ha le sue responsabilità. Ognuno può fare il suo esame di coscienza. Ma: “Quid retribuam Domino pro omnibus quae retribuit mihi?” Come io potrò rendere o riacquistare presso Dio e l’umanità quello che per mia causa è mancato? “Calicem salutaris accipiam et nomen Domini invocabo”. Prendere il calice; avendo nulla da offrire, offriamo Colui che si è offerto sulla Croce: Gesù Cristo. I suoi meriti, il suo sangue, sono di valore infinito e bastano per ogni iniquità. Occorre solo la nostra umiliazione da una parte e la nostra fiducia dall’altra. Qui dovrebbe seguire il Miserere. 3° Dovere da compiere in questa giornata si è la rinnovazione dei nostri propositi accompagnati da preghiera. Occorre guardarsi dalla tentazione di vivere di memorie o compiacersi del passato; S. Paolo insegna (Fil 3,13): “Non che io abbia già ricevuto il premio, o che sia già perfetto; ma continuo a correre per conquistare quello per cui sono stato ancora anch’io conquistato da Gesù Cristo. Però, o fratelli, non credo di averlo io conseguito; ma faccio una cosa sola, dimenticando le cose passate, mi protendo avanti, per avvicinarmi alla mèta, al premio della superna vocazione di Dio in Gesù Cristo”. E che cosa, invece, siamo stati? Perciò: “Ne respicies peccata mea, sed fidem Ecclesiae tuae”. S. Paolo dice: “Imitatores mei estote sicut et ego Christi”. Questo invito fa per tutti i fedeli e suoi devoti, ma per noi sarebbe poco, poiché siamo figli. I figli hanno la vita dal padre: vivere perciò come lui. Per noi sono più appropriate le parole ai suoi figli di Tessalonica, ai quali ricorda di essersi fatto per loro forma: “ut nos metipsos formam daremus vobis”. Gesù Cristo è il perfetto originale: Paolo per noi si è fatto forma, onde in lui siamo forgiati per vivere secondo Gesù Cristo. S. Paolo-forma non lo è per una riproduzione fisica, ma per possedere al massimo la sua personalità: mente, pietà, cuore, virtù, zelo. La Famiglia Paolina, composta di molti membri, deve essere Paolo oggi vivente, in un corpo sociale. Alcuni propositi sono generali e altri particolari. Doveri generali: sempre si è detto che la Congregazione è come un carro che cammina su quattro ruote: lo spirito, lo studio, l’apostolato, la povertà. Questo è il carro su cui viene portato il Vangelo alle anime e su cui noi dobbiamo stare per porgere questo Vangelo alle anime. Ricordiamoci quello che è la Congregazione, quello che è la Famiglia Paolina. La Famiglia Paolina è suscitata da S. Paolo per continuare la sua opera; è S. Paolo, vivo, ma che oggi è composto di tanti membri. Non abbiamo eletto noi S. Paolo; è Lui che ha eletti e chiamati noi. Vuole che facciamo quello che egli farebbe se oggi vivesse. E se vivesse che cosa farebbe? Adempirebbe i due grandi precetti come ha saputo adempierli. Amare Iddio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente; e amare il prossimo senza nulla risparmiarsi perché egli ha vissuto Cristo: “Vivit vero in me Christus”. Egli adopererebbe i più alti pulpiti eretti dal progresso odierno: stampa, cinema, radio, televisione; i più grandi ritrovati della dottrina d’amore e di salvezza: il Vangelo di Gesù Cristo. S. Paolo si è fatto per noi come la “forma”. Quando si mette in macchina per la stampa una forma, i fogli che si fanno passare sono stampati secondo la forma preparata. Oppure se vogliamo dire: quando si fanno le piccole statue si infonde nella forma gesso o scagliola; ed ecco la statua che noi desideravamo. L’originale è Gesù Cristo; la forma è S. Paolo. E S. Paolo dice: “ut forma daretur”, ha voluto farsi forma; S. Paolo è stato la “forma” e noi dobbiamo formarci in lui. Vivere, cioè, pensare, operare, zelare, come egli ha pensato, come egli ha operato, come egli ha zelato la salute delle anime, come egli ha pregato. Essere veramente Paolini. Paolini! Quindi il proposito generale di diventare veri Paolini, vere Paoline. Volendo suddividere il proposito vediamo in primo luogo: lo spirito, prima ruota del carro. Lavorare intensamente a emendare i nostri difetti, togliere ciò che vi è di imperfetto e costruire l’uomo nuovo, fatto secondo Dio, in verità e santità; essere umili, obbedienti, casti, amanti della povertà, pazienti. Lavoro spirituale, interiore il primo e indispensabile fra tutti. Se manca questo nessuna persona può essere ammessa al noviziato, o alla professione. Seconda ruota del carro, lo studio. Non abbiamo mai finito di studiare. Dobbiamo accompagnare il mondo attuale che sempre si evolve; rispondere alle obiezioni di questo mondo e dare a questo mondo il nutrimento adatto, secondo la mentalità che oggi ha. Sempre studiare, studiare quello che riguarda l’ascetica, il catechismo, il nostro apostolato, e in modo speciale, la propaganda. Ecco: studiare, studiare per essere capaci nella redazione, capaci ad una tecnica sempre più perfetta, capaci alla propaganda collettiva, alla propaganda penetrante. Terza ruota, l’apostolato, l’esercizio dell’apostolato. Il Signore dia a noi per l’intercessione di S. Paolo, di S. Bernardo, per l’intercessione di S. Pio X, (il quale è salito al cielo nel giorno in cui abbiamo benedetto la prima minuscola Tipografia, la quale abbiamo messo anche allora sotto la sua protezione) la sapienza. Il Signore che conta ogni passo e che benedice ogni passo; il Signore tutto ha scritto nel libro della vita. Nulla si è perduto! Guadagnato sì, molto. Esercizio di redazione, esercizio tecnico, esercizio di propaganda. 57 In quarto luogo chiediamo al Signore la grazia dello spirito di povertà e, nella povertà intendiamo dire anche la salute, la buona educazione, il carattere. Intendiamo comprendere tutto quello che riguarda il vitto, l’abitazione, il vestito e quanto è necessario alla vita. Ora, la nostra povertà è un po’ diversa dalla povertà di altri Istituti. La nostra povertà in modo particolare deve portarci qui a lavorare come ha lavorato il Figlio di Dio nella casetta di Nazareth. E’ una povertà che fatica, è una povertà che procura, è una povertà che fa elemosina, è una povertà che deve ottenere i mezzi di apostolato e di sussistenza; è una povertà riparatrice ed una povertà redentrice, come era la povertà riparatrice e redentrice del Figlio di Dio, quando stava lavorando nella casetta di Nazareth. I sudori della fronte di Gesù erano preziosi come il sudore di sangue nell’orto del Getsemani. Allora: proposito generale: lavoro interiore e spirituale, lavoro intellettuale e studio, lavoro di apostolato e poi esercizio di povertà. Ciascuno di noi ha poi i suoi propositi perché ciascuno di noi pur vivendo nella Congregazione ha le sue necessità particolari; ognuno ha le sue grazie; ognuno ha la sua istruzione; ognuno ha la sua salute; ognuno ha la sua possibilità; ognuno ha avuto delle ispirazioni nel Battesimo, nella Cresima, nella Comunione. E a questo corrisponde un proposito speciale che ciascheduno porta nel cuore e che anno per anno intende di praticare. Tutto questo esige che noi ricorriamo alla divina misericordia. Se noi guardiamo le persone che sono a S. Paolo, nella Famiglia Paolina; se noi guardiamo quanti tabernacoli sono stati eretti; se noi guardiamo quante Case si sono aggiunte anno per anno; se noi guardiamo alle varie iniziative di apostolato, dobbiamo dire: “Digitus Dei est his”. “Neque qui plantat, neque qui rigat est aliquid sed qui incrementum dat Deus”. Non conta chi ha piantato, non conta chi ha irrigato, mediante le istruzioni, la formazione, ma conta colui che dà la vita, che dà il crescere. Non conterebbe niente chi portasse l’acqua per innaffiare un bastone secco, ma conta quel Dio che dà la vita alla pianta e infonde l’energia per succhiare l’alimento del terreno. Allora la preghiera. Ma sia che dobbiamo adorare, sia che dobbiamo ringraziare, sia che dobbiamo riparare, sia che dobbiamo supplicare, sempre: “Per Dominum nostrum Jesum Christus Filium tuum”. Mettiamo avanti i meriti di Gesù Cristo. Signore Dio, guarda al tuo Cristo, al tuo Figlio, che fatto uomo sta là sulla Croce e ha pregato per noi tutti; guarda ai suoi meriti e abbi misericordia di noi. In questo resto di anno quarantesimo noi continuiamo a domandare che la Famiglia Paolina cresca: in primo luogo di spirito, poi cresca di persone, e di opere. Dobbiamo anche umiliarci che pure oggi, dopo tanto tempo, non conosciamo noi stessi e non conosciamo del tutto cosa sia la Famiglia Paolina. “Videte vocationem vestram”. Sono talvolta fatte obiezioni e domande e delle proposte che fanno venire la voglia di rispondere: “Nescitis cuius spiritus estis” non sapete quale sia il vostro spirito. La luce viene dal Signore: abbiamo fiducia. La virtù viene dal Signore: abbiamo fiducia: La consolazione, viene dal Signore: abbiamo fiducia. E lanciamoci avanti, fino a quando potremo dire con Gesù Crocifisso sul letto di nostra morte: “Consummatum est”. Ho compiuto quello che Iddio voleva da me, quello che era nei suoi disegni. Poi: “In manus tuas Domine, commendo spiritum meum”. Nelle tue mani, raccomando, o Padre celeste, la mia anima. Ripensando al passato constatiamo che si è avverato la prima parte della Divina promessa: “Voi che avete lasciato tutto e mi avete seguito, riceverete il centuplo”. Siamo sicuri che, se fedeli, si avvererà anche la seconda parte: “E possederete la vita eterna”. 58 QUINTA TAPPA L’AZIONE DELLA PROVVIDENZA31 La Provvidenza operò secondo il suo ordinario metodo divino: fortiter et suaviter: preparare e far convergere le vie secondo il suo fine, illuminare e circondare degli aiuti necessari, far attendere l’ora sua nella pace; iniziare sempre da un presepio; agire così naturalmente da non poter facilmente distinguere la grazia dalla natura, ma, certo, entrambi… D’altra parte non vi è da forzare la mano di Dio, basta vigilare, lasciarsi guidare, nei vari doveri cercare d’impegnarvi mente, volontà, cuore, forze fisiche… L’uomo ha sempre tante imperfezioni, difetti, errori, insufficienze e dubbi sul suo operare da dover tutti rimettere nelle mani della Divina Misericordia e lasciarsi guidare. Mai forzare la mano alla Provvidenza. Per le Suore Pastorelle egli cominciò a pregare dal 1908, ma tale Congregazione cominciò dopo trent’anni. Veramente Egli non usò prendere annotazioni, non sa cosa dire di molte cose; sentendo insieme ripugnanza a farlo ed umiliazione per tutte le parti, lascerebbe più volentieri tutto nelle mani di Dio, sapendo che tutto Egli svelerà nel giudizio universale, alla sua gloria. Avveniva spesso che occorresse una maturazione serena, calma: il Signore disponeva un breve periodo di letto: dopo essersi chiuso in camera, ne usciva rinfrancato, con le vedute chiare, presentava al Direttore Spirituale i progetti: correggeva, accresceva, secondo il caso, e se occorreva li presentava all’Autorità Ecclesiastica, e si metteva mano alle iniziative: non sempre il momento era maturo; ma il Signore faceva conoscere le cose, lasciando al suo servo il lavoro, anche gli errori… poi interveniva a redimere gli errori ed i falli… SESTA TAPPA DEVOZIONE PRATICA A GESU’ MAESTRO VIA VERITA E VITA32 La devozione a Gesù Maestro va estendendosi gradatamente ma continuamente. E’ una devozione profonda, sublime, che ha bisogno di essere compresa per dare alla nostra pietà tutta quella profondità e quella fermezza che è destinata a portare. Preghiamo Gesù Maestro ad illuminare la nostra mente per comprendere e approfondire. Ci vuole molta grazia per arrivare a questo! Intanto anche qui cerchiamo di progredire. Ogni passo fatto nella comprensione delle nostre devozioni sarà un passo nel nostro spirito paolino. Gesù Maestro ci si è presentato come Verità, Via, Vita. Noi recitiamo sovente questa giaculatoria, ma non sempre pensiamo ai sensi profondi che contiene! Si stanno ora facendo profondi studi su Gesù Maestro; e i primi ad usufruirne saremo noi, Paolini e Paoline. Intanto possiamo concepire così la nostra devozione. 1° Gesù Verità. – Gesù Cristo è la Sapienza del Padre, Sapienza personale, increata ed eterna. Per volontà del Padre si è fatto Sapienza nostra, come dice san Paolo: “il quale da Dio è stato fatto per noi sapienza…” (1Cor 1,30). Ha apportato agli uomini le grandi verità che formano l’oggetto della nostra fede: dalla verità dell’essenza di Dio Uno e Trino a quella della nostra eterna destinazione e partecipazione ai gaudi stessi di Dio. Gesù ci comunica ora i doni della sua Sapienza per opera dello Spirito Santo, del quale Gesù stesso ha detto: “quando sia venuto lo Spirito di verità, Egli vi ammaestrerà in ogni vero; ché non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che ha udito… Riceverà del mio e ve lo annunzierà” (Gv 16,14). Or lo Spirito Santo agisce in noi per mezzo della Chiesa, della Liturgia, dei Sacramenti. 31 Abundantes Divitiae gratiae suae– Storia Carismatica della Famiglia Paolina, Edizioni Paoline 1985, nn. 43-45. Predica del P. Maestro, tenuta a Roma nel 1948. Cf Spiritualità Paolina,volume primo, Devozioni della prima settimana del mese, Pia Società Figlie di San Paolo, Roma, dicembre 1962, pp. 309-314. 32 59 Noi onoriamo Gesù Maestro, fattosi nostra sapienza, mettendoci umilmente ai suoi piedi ed ascoltando ciò che ci ha lasciato nel Vangelo e ci comunica attraverso la sua Chiesa. Onoriamo Gesù Maestro accettando e credendo tutto il suo insegnamento: ripetendo a Lui con san Pietro: “Tu solo hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Cristo, Figlio di Dio” (Gv 6,69). Esercitiamo così la prima virtù teologale: la fede. 2° Gesù Via. – “Partii dal Padre e venni al mondo” (Gv 16,28), disse Gesù dopo l’ultima Cena. E venne al mondo per assumere l’umanità decaduta e collocarla là dove il Padre Celeste l’aveva destinata. Per questo volle per primo vivere la vita che avremmo dovuto vivere noi; per primo volle percorrere la via che ci avrebbe ricondotti al Padre: riallacciò i legami che univano la Divinità all’umanità prima del peccato. Gesù ha soddisfatto per i nostri peccati, ci ha riacquistata l’amicizia di Dio: si è fatto (anche come uomo) oggetto delle compiacenze paterne; ci ha resi in modo mirabile figli di Dio; si è fatto nostra via al Padre, costituendosi nostro mediatore, nostro fratello. Noi non possiamo far nulla di buono, di gradito a Dio, se non lo compiamo con Gesù, in Gesù, per Gesù: “Nessuno viene al Padre se non per me” (Gv 14,6); e il Padre a sua volta, non accetta per figlio se non chi si presenta sotto le specie o sembianze del suo Figliuolo unigenito. Da ciò deriva la necessità assoluta per noi di imitare Gesù, nostro Modello; di servirci di Lui per andare al Padre; di far nostre le sue adorazioni, i suoi ringraziamenti, le sue propiziazioni, le sue suppliche, per aver qualcosa di degno da offrire al Padre Celeste. Onoriamo quindi Gesù nostra Via in due modi: a) Modellandoci sui suoi esempi e sulle sue virtù, cercando di copiarle in noi. Certo che guardando alla sua vita, noi ammiriamo la perfettissima armonia tra ciò che Egli ha detto e ciò che ha fatto, e sorge spontaneo, per poco che amiamo Gesù, di rassomigliargli almeno un po’, praticando nella nostra vita quotidiana qualcosa degli ammirabili esempi lasciatici. Tale imitazione, già frutto dell’amore, prova ancor più a Gesù il nostro amore, che non consiste in parole o sentimenti, ma nel fare ciò che Gesù vuole. “Chi mi ama pratica la mia parola” (Gv 14,23). Esercitiamo così la terza virtù teologale: la carità. b) Onoriamo Gesù Via servendoci di Gesù per andare al Padre: chiedendo a Lui in prestito le sue virtù, i suoi meriti, servendoci di tutto ciò che ha fatto, ben sapendo che tutto ciò che è di Gesù è nostro, perché noi, per volontà stessa del Padre, siamo innestati, incorporati, identificati “in Cristo Gesù, il quale da Dio è stato fatto per noi sapienza e giustizia e santificazione e redenzione, affinché, come sta scritto, chi si gloria si glorii nel Signore” (1Cor 1,30ss.) E’ questo l’atto supremo di fiducia e d’amore che ci porta a realizzare il “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me e questa vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figliuolo di Dio, il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Questa trasformazione di noi in Cristo, viene operata dallo Spirito Santo in unione con Maria SS., perché è continuazione dell’opera incominciata il giorno dell’Annunciazione. 3° Gesù Vita. - Gesù è ancora vita. “In Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4): e questa vita di luce e di grazia ci fa figli di Dio: “a quanti Lo accolsero, a quelli che credono nel suo nome, diede il diritto di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Egli attinge la vita dal Padre e la comunica a noi “dalla pienezza di Lui, noi tutti abbiamo ricevuto grazia sopra grazia” (Gv 1,16). Egli è la vite che porta i tralci e comunica ad essi la vita: i tralci siamo noi. Fuori di Lui non v’è che desolazione, morte, peccato, dannazione. Gesù vuole essere la nostra vita: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Ed è volontà del Padre che noi riceviamo la vita da Gesù: “Il Padre mio è glorificato in questo: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15,8). Noi onoriamo Gesù Vita chiedendo a lui l’abbondanza della sua vita, della sua grazia, della sua santità. Dinanzi alla magnificenza di virtù e di santità che riscontriamo nella vita del Maestro Divino noi sentiamo la necessità di rassomigliargli, sentiamo la necessità della preghiera d’impetrazione: ci sentiamo quanto mai miseri, meschini e completamente incapaci di fare qualunque piccola cosa in un ordine che è al di sopra della nostra natura. Spontaneo quindi il ricorso alla preghiera, con la quale otteniamo ciò che ci abbisogna, e glorifichiamo Gesù con la nostra fiducia nella sua bontà e misericordia, con la speranza di ottenere da lui tutto ciò che ci abbisogna. E Gesù, chiamato a compiere in noi ciò che è suo ardentissimo desiderio, ci concederà copioso il suo Spirito che lavorerà in noi “finché in noi non sia formato il Cristo” (Gal 4,19). Ed ora ecco alcuni mezzi pratici per onorare il Divin Maestro: 1) Istruirsi nelle cose di fede, chiedere aumento di fede; amare e servire Dio con tutta la mente, essendo questo il primo fine per cui Dio ci ha creati: conoscerlo. 60 Lo studio di Dio comincia dal catechismo, che è il più semplice e bel trattato su Dio: Unità, Trinità, Incarnazione, Redenzione, Grazia, Chiesa… Ogni anno approfondire e allargare tali verità fondamentali. Il catechismo dev’essere tenuto quindi in grande onore. La Teologia è il catechismo ampliato. Conoscere la Scrittura, particolarmente il Vangelo, la morale, l’ascetica, la mistica, la vita religiosa. 2) Fare la meditazione secondo il metodo detto Via, Verità e Vita. Così la visita al SS. Sacramento e l’esame di coscienza. Nella stessa maniera formulare i propositi, assistere alla santa Messa, compiere la preparazione e il ringraziamento alla Comunione. 3) Ricavare come frutto dai ritiri mensili e dagli esercizi annuali la distruzione dell’uomo vecchio e la sostituzione dell’uomo nuovo in Gesù Cristo, Via, Verità e Vita. Ricopiare Gesù Cristo, unirsi a Lui. 4) Mezzo eccellente è poi seguire devotamente la Liturgia nel corso dell’anno. La Chiesa, attraverso il libro della Liturgia, che si può anche chiamare il libro dello Spirito Santo, continua la missione assegnatale da Gesù Cristo: “Andate, predicate a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19). 5) Chi è il religioso perfetto? Quello che si distingue per una più completa riproduzione della vita di Gesù Cristo in sé; quello che avrà una fede più pura, più sentita, più pratica; quello che imiterà Gesù Cristo non solo in ciò che è di comando, ma anche nei consigli evangelici e arriverà a compiere in sé il “vivit vero in me Christus” (Gal 2,20). 6) L’Istituto nostro è docente. Esso mira a dare Gesù Cristo al mondo, cioè la sua dottrina, la sua morale, il suo culto. Uniamoci a Maria Regina degli Apostoli che presenta Gesù ai pastori, ai magi, al mondo. Il Cristo sezionato non ci restaura: il Cristo completo è la risurrezione, vita e salvezza per tutto il mondo. Facciamo un apostolato completo e santificatore. SETTIMA TAPPA TESTIMONIANZA DI PAOLO VI33 Vi abbiamo fatto attendere con nostro dispiacere e confidiamo sulla vostra pazienza, ma penserete che anche Noi dobbiamo averne tanta per attendere a tutte queste occupazioni e questi incontri. E adesso siamo lieti di incontrarci con voi e con tutto il cuore. Venerati Confratelli e figli carissimi! Ecco davanti a Noi la Pia Società San Paolo, di Alba (Piemonte), ed ora stabilita con la sua Casa Generalizia qui a Roma. Non è, ben lo sappiamo, un’istituzione semplice, ma una Famiglia, la “Famiglia Paolina”, composta da vari Istituti Religiosi, che oggi Ci piace accogliere presso di Noi, e quasi passare in rassegna. Qui sono: la Pia Società San Paolo, che conta ormai cinquantacinque anni di vita, da quando iniziò la sua fervida attività e la sua larga e varia espansione perché qui sono anche le Suore della Pia Società Figlie di San Paolo e con loro le Pie Discepole del Divin Maestro; le Suore Pastorelle; le Suore Apostoline; e rappresentanti degli altri Istituti Aggregati: quello di Gesù Sommo Sacerdote, quello di S. Gabriele per i giovani e quello di Maria Santissima Annunziata per le giovani. Dunque un albero fiorente con un’unica radice e con otto rami. Quanto siamo lieti di avervi oggi presenti, di riflettere sulle vostre attività, e di potervi benedire. Conosciamo coteste attività, che tutte sono caratterizzate da spirito e da scopo apostolico: vostro è l’apostolato delle edizioni, il principale; vostro è l’apostolato liturgico, l’apostolato parrocchiale, l’apostolato vocazionario, e quello per la intensità della vita cristiana in varie categorie di persone. E ben ricordiamo come il vostro apostolato abbia avuto principio mediante l’impiego moderno di quegli strumenti prodigiosi che servono alle così dette comunicazioni sociali e formano uno dei dati caratteristici della Famiglia Paolina: servono cioè per voi all’apostolato: la stampa soprattutto, poi la radio, il cinema, ed ora ci dicono che ci sono anche i dischi. Ed ognuno di questi mezzi allarga il suo servizio a scopi diversi: i libri, i periodici, le riviste, le edizioni della Sacra Scrittura, 33 Udienza Pontificia del 28 giugno 1969. 61 le pubblicazioni liturgiche, i catechismi, i corsi di cultura religiosa per corrispondenza, e così via. E a questa fioritura di forme diffusive del pensiero e della parola cristiana fa riscontro la diffusione geografica delle vostre iniziative: la vostra opera raggiunge ormai ogni continente, molte nazioni; assume carattere missionario e si apre dappertutto vie nuove di penetrazione apostolica. Se la nostra osservazione è esatta, due virtù pratiche distinguono e conferiscono efficacia al vostro metodo espansivo: e cioè la continuità, la costanza, la perseveranza, niente di dilettante o di improvviso, e proprio questa pare una delle caratteristiche del vostro Fondatore: la continuità delle varie iniziative. E la seconda virtù pratica è la capillarità della loro diffusione… Ci sono queste brave Suore, che vanno dappertutto. Dicevamo in un’udienza che ci fanno pensare alle formiche che vanno ovunque… Potremmo, stando sempre ai paragoni offertici dalla natura, pensare alle api, che fanno l’alveare e portano il miele, e vanno girando di qua e di là, e poi ritornano alla loro centrale, creando veramente anche nel campo animale, questi prodigiosi insetti, il senso della comunità e della società tra i viventi. La capillarità, dicevamo, della loro diffusione, ciò che lascia intravedere come altre virtù – morali e spirituali, queste, poiché non bastano quelle pratiche – sostengono cotesto lavoro: e sono le virtù cui rendiamo volentieri elogio che vi raccomandiamo sempre di coltivare e cioè: la saggezza amministrativa (facciamo i conti! Ce lo dice il Vangelo: prius computans sumptus), l’occhio vigile (anche qui sembra una cosa semplice) sui bisogni del nostro tempo, l’ansia di portare alimento e conforto agli uomini d’oggi, lo spirito di fedeltà e di sacrificio per dare allo strumento tecnico la sua efficacia, la carità nella verità. Quanta gente vive nel proprio tempo senza vedere niente! Si direbbe che è miope o cieca: ma non vedete che qui ci sono delle anime che hanno bisogno! Ma non vedete che qui c’è la possibilità di fare del bene! Non vedete che qui c’è urgente bisogno di intervenire! Non vedete che qui c’è un appello della carità! Non vedete che qui c’è un bisogno di qualcheduno che si sacrifichi e che serva? Ora, è questa vigilanza che il Vangelo tanto ci raccomanda: ed essa è stata virtù della vostra Istituzione. E poi, e poi… Noi ricordiamo alcuni particolari del nostro periodo pastorale a Milano: avevamo spesso occasione di intervenire a inaugurazioni di edifici molto belli, scuole o altro, e ci veniva sempre in mente questa considerazione: la civiltà moderna crea dei magnifici strumenti, come se uno creasse un bellissimo pianoforte, ma non crea chi suona questo pianoforte; crea delle scuole, ma non crea dei maestri, o maestri tali da fare del bene agli alunni, alle anime, maestri di cui hanno bisogno la loro vita, la loro salvezza. Siamo più bravi a creare strumenti che a creare movimenti spirituali veri. Il cristianesimo, invece, tante volte è spoglio di strumenti, ma ha questa virtù e questa dignità principe della parola e della grazia. E voi avete saputo unire queste due cose: lo strumento con il fine, lo scopo, il contenuto che lo strumento deve avere. E guardiamo con compiacenza e con ammirazione la rapida e grande crescita dell’opera vostra: persone e iniziative si sono moltiplicate, risultati grandi, consolanti ed insoliti sono stati raggiunti, tecniche e contenuti si sono perfezionati. La Pia Società San Paolo, con le diverse diramazioni e con il volume della sua produzione e l’abilità della sua irradiazione, è diventata così grande e vitale da costituire un fatto notevole nella vita della Chiesa in questo secolo. La Società San Paolo si iscrive davvero nella storia e nella vita della Chiesa. E Noi siamo lieti di prendere cognizione di questo fatto consolante, e di darvi testimonianza, lodando il Signore. Ci sembra facile la risposta, anche se rimane sempre ancora piena di segreti, i segreti delle opere del regno di Dio. Due fattori, pare a Noi, hanno concorso ad ottenere questo magnifico risultato, che altri ne promette: due volontà, quella d’un uomo e quella di Dio, quella di un umile e fedele servitore e quella paterna e prodiga del Signore, il Quale ha certo benedetto in misura singolare la grande impresa della Pia Società San Paolo. E poi voi Ci capite: dobbiamo al vostro Fondatore qui presente, al caro e venerato don Giacomo Alberione, la costruzione del vostro monumentale Istituto. Nel nome di Cristo, Noi lo ringraziamo e lo benediciamo. Eccolo: umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile, sempre raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera (secondo la formula tradizionale: “ora et labora”), sempre intento a scrutare i “segni dei tempi”, cioè le più geniali forme di arrivare alle anime, il nostro don Alberione ha dato alla Chiesa nuovi strumenti per esprimersi, nuovi mezzi per dare vigore e ampiezza al suo apostolato, nuova capacità e nuova coscienza della validità e della possibilità della sua missione nel mondo moderno e con mezzi moderni. Lasci, caro don Alberione, che il Papa goda di cotesta lunga, fedele e indefessa fatica e dei frutti da essa prodotti a gloria di Dio ed a bene della Chiesa; lasci che i suoi figli godano con Noi e che oggi le esprimano come forse non mai la loro affezione e la loro promessa di perseverare nell’opera intrapresa. In segno pertanto della Nostra benevolenza e della Nostra riconoscenza, a conforto di tutta la Famiglia Paolina e a stimolo di quanti si dedicano alla causa dell’apostolato cattolico mediante la generosa promozione ed il retto uso dei mezzi di comunicazione sociale, Noi vogliamo oggi conferire al venerato e venerando don Giacomo Alberione la Nostra Croce “Pro Ecclesia ed Pontifice”! E consentiteci, Figli carissimi, di corroborare con i Nostri voti il vostro coraggioso impegno apostolico. Noi sappiamo che i vari istituti facenti capo alla Pia Società San Paolo hanno iniziato, o stanno per iniziare, il loro Capitolo Generale Speciale per l’adattamento delle loro Costituzioni alle norme del recente Concilio. E’ questa 62 un’ottima occasione per voi tutti per prendere migliore coscienza della vostra appartenenza alla santa Chiesa non come semplici figli devoti, ma passivi, sì bene come figli operosi e consacrati alla sua interiore santificazione, alla sua spirituale e sociale consistenza, alla sua sempre nuova e dinamica diffusione, per il bene suo e per quello di tutto il mondo contemporaneo. Avere sempre chiara coscienza della propria vocazione è cosa molto importante. Dovete così rinnovare i vostri propositi ed i vostri programmi; dovete ritemprare i vostri cuori con quella adesione a Cristo Signore, di cui San Paolo, il vostro e Nostro ispiratore e protettore, è stato ed è maestro ed esempio. Avete abbracciato una grande causa. Ed ogni causa grande, mentre è fonte di spirituali energie e domanda amore, dedizione e sacrificio, comporta insieme grandi responsabilità, grandi doveri, e perciò anche rischi e pericoli. Sì, pensate alla vostra responsabilità: chi si propone l’apostolato come scopo della propria vita, l’apostolato potente dei mezzi di comunicazione sociale, deve avere sempre davanti alla propria coscienza questa responsabilità, quella cioè di esercitare un influsso sugli animi altrui, sulla vita degli uomini, che sono, vicini o lontani, il nostro prossimo; quel prossimo che dobbiamo amare e servire come Cristo ci ha amati e salvati. Questo senso di responsabilità e questo amore cristiano guideranno sempre i criteri direttivi e selettivi di ciò che si vuole agli altri comunicare. Voi certo conoscete ciò che il Concilio ha insegnato a tale riguardo, sia sull’informazione, sia sulla libertà di stampa e di comunicazione. Bisogna, sì, usare del buon diritto di ricercare e di dare informazione; ma non bisogna mai dimenticare i doveri a ciò inerenti. “Il retto esercizio – dice il Concilio – di questo diritto richiede che la comunicazione, nel suo contenuto, risponda sempre a verità, e nel rispetto della giustizia e della carità sia integra; inoltre, per quanto riguarda il modo, sia onesta e conveniente, rispettando rigorosamente le leggi morali, i diritti legittimi e la dignità dell’uomo, tanto nella ricerca delle notizie, quanto nella loro divulgazione” ed anche, sempre rispettando “il primato dell’ordine morale oggettivo” (Decreto “Inter mirifica”, nn. 5 e 6), come sempre badando “alla formazione ed alla manifestazione di rette opinioni pubbliche” (ibid., n. 8). Voi, che avete pubblicazioni, le quali hanno raggiunto una tanto larga e popolare diffusione, vorrete sempre essere vigilanti a questo proposito; dovrete valutare, non solo l’interesse che una notizia può suscitare, ma dovrete considerare gli effetti buoni o nocivi che la sua divulgazione può produrre, in ordine specialmente a quella vita cattolica, al cui incremento vi siete dedicati; e l’adesione agli orientamenti direttivi dell’autorità ecclesiastica responsabile conferirà non solo maggiore credito al vostro lavoro, ma merito maggiore altresì. Né opinioni particolari difformi dalla lealtà professionale ed ecclesiale, né interessi estranei alla causa dell’apostolato, né motivi di prestigio, o altro, abbiano mai a prevalere sulla rettitudine del vostro servizio apostolico! In questa fiducia, Figli carissimi, con questo voto che ciascuno di voi possa ripetere per sé la parola di San Paolo: “Tutto faccio per la causa del Vangelo!” (1Cor 9,23), di gran cuore tutti e tutte vi benediciamo. OTTAVA TAPPA LA SACRA LITURGIA: TEMPO D’AVVENTO34 Oggi è la prima Domenica di Avvento, il principio dell’anno liturgico ed ecclesiastico. L’anno che possiamo dividere in due tempi: il primo ci fa considerare la vita di Gesù Cristo, la redenzione da lui operata, la redenzione dall’errore, la redenzione dal vizio, la redenzione dall’idolatria, specialmente dall’idolatria dell’egoismo. Il secondo tempo, poi, ci porta ad applicare a noi medesimi i frutti della redenzione, cioè: considerare le verità che Gesù Cristo ha insegnato, studiare ed imitare i suoi santi esempi e unirci a Lui per mezzo della grazia, dei sacramenti, della Messa, della preghiera in generale. Il primo tempo, quindi, ci presenta l’Avvento, cioè l’aspettazione della venuta di Gesù Cristo. Si compone di quattro settimane circa e comincia oggi. Poi avviene la nascita del Divino Salvatore e la sua vita privata. Quindi l’inizio della vita pubblica e la predicazione di Gesù Cristo. Poi la vita dolorosa, la morte di Gesù Cristo, la sua risurrezione, e il Tempo Pasquale. Quindi l’Ascensione di Gesù al Cielo e la Pentecoste: Gesù salito al cielo, manda lo Spirito Santo, come aveva promesso, alla sua Chiesa. In questo tempo noi dobbiamo ricordare la massima dell’Imitazione di Cristo: “L’impegno maggiore nostro sia meditare la vita di Gesù Cristo”. 34 Prediche del Rev. Primo Maestro, Dicembre 1952 - Dicembre 1953, Edizioni Paoline, pp. 5-10. 63 Ogni anno si può dire che la Chiesa ci fa ripensare alla vita di Gesù Cristo, ce la ricorda ogni anno, ci dà il tempo di applicarci i frutti della redenzione. Ma non è una semplice ripetizione: è un progresso che noi dobbiamo fare, come ogni anno ritorna il tempo di scuola, si devono frequentare le lezioni; ma non è sempre la medesima materia che si impara: ogni anno si va avanti, si progredisce nella conoscenza della verità, della dottrina, della scienza, finché noi saremo giunti all’età perfetta, cioè finché noi saremo giunti alla pienezza della nostra unione con Gesù Cristo, lassù in cielo. E la vita è la preparazione dell’uomo a quella beata eternità, a quella vita perfetta che ci attende dopo la vita presente. Ecco allora che la Chiesa ci ricorda la venuta di Gesù Cristo, la sua venuta temporale, la nascita cioè del Figliuolo di Dio Incarnato e nello stesso tempo ci ricorda l’ultima venuta di Lui, quando cioè Egli comparirà per giudicare tutti gli uomini a dare a ogni uomo il premio o il castigo secondo il merito di ognuno. E chi potrà quel giorno avere il premio, chi potrà sentirsi ripetere l’invito: “Venite, o benedetti del Padre mio?”. Chi sulla terra è entrato nel regno di Gesù Cristo, regno di amore, regno di verità, regno di giustizia. La Chiesa ci invita oggi a prepararci a questo regno, a prepararci ad entrare in questo regno. L’Avvento è preparazione al Natale. Ecco che Gesù nel giorno di Natale aprirà la sua scuola agli uomini: scuola di verità, scuola di santità, scuola di amore. Ma noi dobbiamo sentire la necessità di questa scuola. Dobbiamo in questo tempo riconoscerci per ignoranti, per pieni di difetti, per uomini inclinati al male, alle passioni, al peccato quali siamo e quindi entrare in un certo spirito di penitenza. La Chiesa in queste domeniche fa indossare al Sacerdote le paramenta violacee che indicano penitenza. Quanti errori sono nella mente degli uomini, quante dottrine false si vanno predicando e quante massime errate sentiamo ripetere anche presso di noi! Massime mondane le quali si riducono tutte a questo: considerare soltanto la vita presente, i beni presenti mentre sappiamo che la vita presente è solo mezzo per conseguire la felicità eterna. Lo spirito del mondo sta qui, nel farci inclinare e nell’inclinarci a scambiare il fine coi mezzi e cioè a farci cercare la felicità quaggiù, la soddisfazione quaggiù. Come se noi fossimo creati solo per qualche anno e poi con noi finisse tutto. Comincia il tutto al termine della vita presente e cioè comincia quello che merita il nome di “tutto”; l’eternità interminabile. Allora riconosciamo quello che siamo. Non era solamente il mondo in generale che aveva bisogno della redenzione, che doveva invocare la venuta del Salvatore: “Rorate coeli desuper et nubes pluant Justum: aperiatur terra, et germinet Salvatorem”; è ciascheduno di noi che ha bisogno di redenzione: tutti noi abbiamo bisogno di questo Maestro, il quale si fa nostra vita, si fa nostra verità, si fa nostra vita. In Lui la salvezza, in Lui la santità, in Lui la vita religiosa, in Lui il Sacerdozio; in Lui tutto. Allora bisogna che noi tiriamo tre conclusioni. La prima è questa: seguiamo la Liturgia sacra. La Liturgia nel corso dell’anno ci mette sott’occhio, abbiamo detto, la vita di Gesù Cristo, domenica per domenica, settimana per settimana: è come una grande pellicola che scorre davanti a noi. E allora noi guardiamo a questa vita di Gesù Cristo: consideriamola nei suoi particolari e sentiamo tutte le parole di vita eterna che escono dalle labbra di Lui. Ognuno adoperi volentieri il Messalino, quando è possibile, e cioè quando non siamo occupati in altre pratiche di pietà, come per es. nei giorni ordinari cui si devono dire le orazioni durante la Messa e ci si deve preparare alla Comunione. Ma quando si ha la grazia di sentire un’altra Messa, seguire il Messalino. Poi avere grande amore alla Liturgia. La Liturgia è il complesso delle leggi che regolano il culto dovuto a Dio. La Liturgia, come suo oggetto ha precisamente questo: le parole che si devono dire a Dio, le cerimonie che si devono fare nelle varie funzioni, e più di tutto la Liturgia è un continuo insegnamento. Chi penetra la Liturgia crescerà nello spirito di fede, e conoscerà sempre meglio la via della santità e si unirà sempre più intimamente a Gesù Cristo. Cura del canto sacro, cura delle cerimonie, desiderio delle funzioni più solenni che noi possiamo fare nella nostra pochezza, volendo che le nostre funzioni, le nostre celebrazioni corrispondano almeno un poco alle solenni celebrazioni che si compiono lassù in Cielo, dove Gesù Cristo è il pontefice eterno, assistito dai patriarchi e dagli Apostoli, dai martiri e dai santi e da tutta la corte celeste degli Angeli. Eleviamoci un poco da quello che abbiamo su questa terra a quello che avremo lassù. Chi partecipa bene alle funzioni e penetra bene lo spirito della sacra Liturgia ha come in sé la garanzia che un giorno parteciperà a quella solenne eterna Liturgia del Cielo. Inoltre entriamo nello spirito dell’Avvento. S. Giovanni Battista è come l’anello di congiunzione tra il Vecchio e il Nuovo Testamento. In un senso largo si può dire che egli chiude la serie dei Profeti dell’Antico Testamento e nello stesso tempo egli indica il Salvatore venuto già vivente in mezzo agli uomini: “Ecce Agnus Dei”. Ma egli come invitava il mondo a ricevere Gesù Cristo? Con la penitenza. Egli, ritirato nel deserto, dedito ad una vita di mortificazione e di preghiera. Là accorrevano le moltitudini ed Egli tutti invitava a rientrare in se stessi, a domandare perdono al Signore dei peccati commessi, a preparare i cuori a ricevere bene il Messia, finché venuto il giorno lo indicò come arrivato. Lo spirito dell’Avvento richiede l’umiltà: dobbiamo riconoscere il gran bisogno che abbiamo del Maestro Divino. Umiltà e spirito di penitenza, riconoscendo i nostri sbagli e i nostri peccati. Umiltà e supplica, conoscendoci deboli, fragili, inclinati al male. Questo tempo ci serva specialmente per chiedere al Signore che si ripeta la 64 venuta, cioè l’Incarnazione del Figlio di Dio, ma nel mondo presente, il quale, in una parte notevole, ancora ignora oppure rifiuta di riconoscere il Salvatore. Soprattutto chiedere che il Figlio di Dio venga a nascere nei nostri cuori, nelle nostre menti; ci trasformi, perché sta qui la redenzione di ognuno: diventare simili a Gesù Cristo: “Conformes fieri imagini Filii sui”. In questa redenzione noi abbiamo la santificazione, abbiamo la salvezza. Il canto da ripetersi frequentemente in questo tempo è questo: Rorate, coeli, desuper, et nubes pluant Justum. Facciamo adesso i nostri propositi, sul modo in cui passare l’Avvento. Particolarmente chiedere l’umiltà, l’odio al peccato, il desiderio che Gesù nasca nei nostri cuori e ci trasformi in Lui; il desiderio di entrare nella sua scuola. Proposito e il canto: Rorate, coeli. NONA TAPPA CONVERSIONE DI S. PAOLO 35 Oggi, conversione di San Paolo, vediamo quale conversione dobbiamo chiedere noi. E’ il primo punto della coroncina, dove chiediamo la conversione dal difetto principale. E’ molto adatto per noi l’ultimo oremus della Messa: “ Santificati da questo mistero di salvezza, (che vuol dire: santificati nella Messa e nella Comunione, mistero di salvezza), fa o Signore, te ne preghiamo che non ci venga mai meno l’intercessione di colui (cioè di S. Paolo), al cui patrocinio ci hai affidati”. Se tutta la Chiesa oggi ripete questa domanda, soprattutto dobbiamo ripeterla noi. La Chiesa celebra la conversione di S. Paolo. E’ l’unica conversione celebrata nell’anno. Perché? 1. perché è il modello di ogni conversione: conversione totale, conversione radicale; 2. per il modo miracoloso anche esteriormente, essendo ogni conversione un miracolo di grazie interiori; 3. per il gran bene che è venuto alla Chiesa dall’avere Gesù Maestro preso questo suo avversario e fatto un suo intimo, anzi l’apostolo che ha lavorato più di tutti. Tante volte chi sembra più lontano da Dio, conquistato dalla grazia, diviene più zelante. I maggiori avversari talvolta sono diventati i più grandi apostoli del bene, della verità, dell’amore a Gesù. Deve far sempre molto impressione l’introito: “So bene in chi ho posto la mia fiducia e son certo che egli è così potente da conservare il mio deposito, di fede, fino a quel giorno in cui verrà come giusto Giudice” (2Tm 1,12). Significa: Fidiamoci di Dio, facciamo il bene e il premio non mancherà. Il giusto giudice nota tutto il bene che si fa e beato colui che riempie bene le pagine del libro della vita. Colui invece che lascia le pagine vuote, o scrive delle pagine nere? Togliamo ogni parola nera, ogni carattere nero. Fidiamoci di Dio: il premio non mancherà. Epistola: “Saulo, ancora spirante minacce e strage contro i discepoli del Signore, presentandosi al Sommo Sacerdote gli chiese lettere per la sinagoga di Damasco affine di menare legati a Gerusalemme quanti avesse trovato di quella fede, uomini e donne”. Saulo aveva già incitato e assistito al martirio di S. Stefano ed era uno dei più zelanti per la legge mosaica. Egli ancora non conosceva chi era Gesù, ma Gesù si degnò farsi suo maestro. “Per revelationem Jesu Christi” (Gal 1,12), dice, ho ricevuto il Vangelo che vi ho predicato. Egli che non aveva udito Gesù predicare mentre si mostrava visibilmente nel suo ministero pubblico. Allora Saulo zelante della legge fino all’eccesso, dopo aver istigato l’uccisione di Stefano, domanda autorizzazione di andare nelle Sinagoghe di Damasco e prendere prigionieri quanti credessero in Gesù Cristo. “E durante il viaggio avvenne che avvicinandosi a Damasco d’improvviso una luce dal cielo gli sfolgoreggiò d’intorno. E caduto per terra sentì una voce che gli disse: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ed egli domandò: “Chi sei, Signore?” E l’altro: “Io sono Gesù che tu perseguiti. Dura cosa è per te ricalcitrare contro il pungolo” (che significa resistere alla grazia). E tremante e stupefatto Saulo disse: “Signore, che vuoi ch’io faccia?” E il 35 Prediche del Rev. Primo Maestro, Gennaio - Dicembre 1955, Edizioni Paoline , pp. 31-37. 65 Signore: “Alzati ed entra in città, lì ti sarà detto quello che dovrai fare. E i suoi compagni di viaggio restarono attoniti udendo la voce, ma non vedendo nessuno. Saulo poi s’alzò da terra, ma aperti gli occhi, non vedeva niente. Allora menatolo per mano lo condussero a Damasco ove rimase tre giorni senza vista, senza prendere cibo, né bevanda. Ora c’era in Damasco un certo discepolo chiamato Anania, al quale il Signore disse in visione: “Anania!” Ed egli rispose: “Eccomi o Signore”. Ed il Signore a lui: “Alzati, va nella strada chiamata diritta e cerca in casa di Giuda uno di Tarso che si chiama Saulo. Ecco egli già prega ed ha veduto in visione un uomo di nome Anania andargli ad imporre le mani, perché ricuperasse la vista”. Anania rispose: “Signore, ho da molti sentito dire quanti mali abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme. Questi ha poi dai principi dei Sacerdoti il potere di arrestare tutti quelli che qui invocano il tuo nome”. Ma il Signore gli disse: “Va’ perché egli è uno strumento da me eletto a portare il mio nome davanti ai gentili, ai re e ai figli d’Israele ed io gli mostrerò quanto dovrà patire per il mio nome”. E andò Anania ed entrò in quella casa ed impostegli le mani disse: “Fratello Saulo, il Signore Gesù, quello che ti apparve per la strada per cui venivi mi ha mandato a te affinché ricuperi la vista e sii ripieno di Spirito Santo”. In quell’istante caddero dagli occhi di lui delle scaglie e ricuperò la vista. E alzatosi si fece battezzare. Quindi prese del cibo e riconquistò le forze. Stette alcuni giorni con i discepoli che erano a Damasco. E subito si mise a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio e tutti quelli che lo udivano dicevano stupefatti: “Non è costui che in Gerusalemme disperdeva quelli che invocavano questo nome e non è venuto per condurli legati ai Principi dei Sacerdoti? Ma Saulo diventava sempre più forte e confondeva i Giudei che abitavano in Damasco dimostrando essere Gesù il Cristo”. Quando ci siamo inginocchiati davanti all’altare là in Damasco dove è rappresentato nell’icona il Battesimo di S. Paolo per mezzo di Anania, abbiamo pregato perché tutti abbiamo questa grazia: convertirci un po’ ogni giorno: “Converte nos Deus salutaris noster” (Sl 84,4). Ogni giorno operare un po’ la nostra conversione. Vedete che conversione profonda? S. Paolo, prima Saulo, il nemico di Gesù, diviene il suo intimo fino a vivere di Lui: “Vivit vero in me Christus” (Gal 2,20). “Quis ergo separabit a caritate Christi? Tribulatio, an augustia, an fame, an sitis?” (Rm 8,35), ecc. “Certus sum” (Rm 3,38) che niente, né la morte, né la vita mi separerà dall’amore di Gesù Cristo. E non lo separò né la vita né la morte: cioè né le fatiche che dovette sostenere, né le carceri che santificò, né le catene che portò, né i naufragi che fece, né le battiture, né le flagellazioni. “Certus sum” dice: Son sicuro! Sicuro era nella grazia di Dio, nella forza che gli veniva da Gesù Cristo. Neppure la morte lo separò. Qui siamo vicino al posto dove S. Paolo mostrò il suo amore a Gesù Cristo fino all’estremo. Nessuno ama di più di colui che dà la vita per l’amato. Qui sparse il sangue suo, dopo aver esaurito le sue forze nell’evangelizzazione che fece sentire in tante parti del mondo, egli eletto apostolo delle genti. Infatti secondo la sua vocazione egli operò, e la vocazione gli fu data. “Egli è uno strumento da me eletto”, la vocazione “a portare il mio nome davanti ai Gentili” ed è l’apostolo dei Gentili, “ai re e anche ai figli di Israele” in quella misura che gli Israeliti accettarono la sua predicazione. Rimane sempre un monumento dell’affetto ai suoi compatrioti l’epistola ad Hebreos. Conversione totale! Mentre voleva legare e mettere a morte tutti i discepoli di Gesù e mentre incitò, istigò gli avversari del nome di Gesù a lapidare Stefano che si mostrava così pieno di Spirito Santo e operava tanti prodigi, divenne l’apostolo infaticabile, l’apostolo più zelante. Vedete come è rappresentato nel nostro quadro? Ha la mano sul petto quasi voglia dire: “Quis me separabit a charitate Christi?” (Rm 8.35). E nello stesso tempo pare che dica: “Chi è che s’inferma ed io non lo compatisca, chi è che soffre e non abbia la mia consolazione e io non soffra con lui nel mio cuore?” (2Cor 11,29). Sento – voleva dire – i bisogni e le pene di tutti. Oh se vivesse ora con quali mezzi si muoverebbe da una parte all’altra del mondo, per guadagnare le anime a Gesù Cristo! La conversione per essere totale si opera prima nella mente. Bisogna che il nostro esame di coscienza prima venga sulla mente, poi sul cuore, poi sulla vita e poi sul corpo stesso. Chi potrebbe essere umile se non ha pensieri umili in primo luogo? Potrebbe far degli inchini e magari inginocchiarsi ed essere pieno di se stesso, mirare ad essere stimato, ad essere amato. Che cosa valgono le genuflessioni degli orgogliosi, quando si piegano le ginocchia e non si piega la testa, non si fa cioè l’atto di fede e non ci sprofondiamo davanti a Gesù: Signore abbi pietà di me perché sono peccatore? Che genuflessioni alle volte! Anche esteriormente qualche volta mostrano che non c’è fede. E’ un segno fatto in fretta, precipitosamente. Allora manca il sentimento del cuore: manca il “mi umilio”. Conversione all’interno; cambiare i pensieri, cambiare i sentimenti. Gesù lo disse: “Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore” (Mt 11,29). Uno potrebbe sedere sulla cattedra di San Pietro come Pio X ed essere sempre l’umile figlio di Riese; potrebbe essere un carbonaio o un pecoraio ed essere pieno di orgoglio e d’invidia. Non laviamo l’esterno del bicchiere soltanto: laviamo l’interno. La conversione quindi deve partire dalla mente e dal cuore; poi verrà l’esterno. L’umile chiede consiglio, non si fida di sé, prega volentieri. Quello che più manca, è bene che lo accenni, è l’iniziativa della preghiera. Si va appresso con stento. Vorrei far punto fermo perché è troppo importante in questo momento la cosa. Occorre che abbiamo l’iniziativa della preghiera, perché l’iniziativa è quella che dimostra che nell’interno si è umili, si sente il bisogno di Dio, si sente il bisogno del consiglio, dell’ispirazione, si sente che abbiamo bisogno della misericordia del Signore per i nostri peccati, che abbiamo bisogno che il Signore ci tenga la mano sul capo, perché possiamo cadere in qualsiasi precipizio. 66 Quando c’è l’iniziativa della preghiera? Quando al mattino si è solleciti; quando non si aspetta a pregare quando si è in Chiesa e si devono seguire le pratiche, ma si previene. E nell’apostolato giaculatorie, e mentre si ascendono le scale per arrivare in Chiesa, già si prega. E si prega anche per strada con giaculatorie, non solo quando si fanno certi viaggi lunghi, in cui naturalmente rimane parecchio tempo da dedicare alla preghiera. L’iniziativa! Quando non c’è l’iniziativa che precede, non si sente il bisogno della preghiera: la preghiera diventa una pratica esteriore, che stanca facilmente, di cui si cerca di abbreviare i momenti, il tempo. Ecco, come distingue il Signore quelli che sono suoi. Ad Anania dice Gesù: Va’ nella via diritta, cerca nella casa di Giuda uno di Tarso che si chiama Saulo”: E da che cosa si conosce? Come puoi sperare che egli si disponga a ricevere la grazia del Battesimo e a farsi mio discepolo? Il Signore lo dice: “Ecco egli già prega”. Ecco come sorgono le vocazioni, ecco come vengono le benedizioni di Dio sulla vita, ecco come si arriva alla santità. Potrebbe essere che dobbiamo portare con noi l’umiliazione per le nostre mancanze, ma qualunque sia l’errore nostro, se preghiamo risorgiamo e possiamo salire alle maggiori altezze, all’apostolato. Dobbiamo domandare la grazia della conversione quotidiana dall’orgoglio, dall’invidia, dall’avarizia, dalla sensualità, dalla pigrizia, dalla curiosità. Ogni giorno operare un po’ la nostra conversione. In che cosa abbiamo bisogno oggi di convertirci? Quale proposito abbiamo fatto stamattina a Gesù dopo la Comunione? Che cosa abbiamo promesso nell’ultima confessione? Almeno convertirci un po’ ogni settimana. Se la confessione non è anche conversione, forse c’è da temere che manchi delle disposizioni necessarie. Domandiamo a San Paolo le disposizioni necessarie ogni mattina, per cominciare bene ogni giornata e per correggerci di quei difetti che ancora abbiamo; per cominciare bene la settimana col promettere fermamente nella confessione e ottenere un miglioramento, un cambiamento. DECIMA TAPPA MORIRE AL PECCATO 36 Può essere che dopo la meditazione sopra la penitenza venga la tentazione: non mangiare più, non dormir più, adoperare i flagelli e stare in chiesa anche in tempo di ricreazione. La vita comune! La vita comune è maggior penitenza. Andar a far ricreazione quando è tempo, e mangiare come le altre e praticare invece la vita comune e la carità, e adempiere quanto è possibile quell’ufficio vostro, rispondendo alla vocazione, con la buona preparazione al futuro ministero e con l’esercizio del ministero quando arriverete, andrete… La Quaresima poi ci suggerisce la mortificazione. La mortificazione ha sempre due sensi, uno negativo e l’altro positivo. Ad esempio: “Chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso” (cfr. Mc 8,34). Sì, rinnegarsi in quello che ci darebbe soddisfazione umana. Et sequatur me! (Mc 8,34), e mi ami, non ami un’altra cosa, ami me, ecco. Non ami altro, rinnegarsi nelle altre cose, parte negativa. E sequatur me, venga dietro di me, parte positiva. Così la mortificazione: non essere negligenti, parte negativa; esser diligenti nelle cose da farsi, parte positiva. Perché tutto il bene richiede fatica e di conseguenza sia per pregare, sia per studiare, sia per praticare la vita comune, sia per compier l’apostolato, occorre fatica. Ecco la mortificazione positiva. Mortificazione positiva: non si ameranno cose che non si devono amare e invece si ama il Signore, con tutto il cuore sopra ogni cosa, sì! Quindi, la mortificazione c’è sempre, quando si cerca di compiere il proprio dovere, il proprio ufficio. La mortificazione è necessaria. Necessaria! Mortificazione della mente: non pensieri cattivi, invece pensieri buoni. Mortificazione del cuore: non desideri cattivi, invece desideri buoni. Non superbia ma umiltà, pensieri di umiltà. Non attaccamento alle cose della terra, invece attaccamento a Gesù, desiderio di santità. Non invidia, ma la bontà per tutte. E non la tiepidezza, ma il fervore, la diligenza. Ecco, la mortificazione così: parte negativa e parte positiva. E’ necessaria dunque la mortificazione? E’ necessaria la mortificazione per osservare i consigli evangelici. Osservare i consigli evangelici dell’obbedienza è una mortificazione della volontà, è mortificazione anche del nostro giudizio. Osservare la castità è mortificazione per tutto il corpo e intanto ci porta all’amor di Dio. 36 Alle Suore di Gesù Buon Pastore, Opera Omnia Alberione 9/II, Suore di Gesù Buon Pastore, 25 gennaio 1984, pp 5664. 67 Osservanza della povertà è mortificazione perché si deve stare al cibo comune quando si può, all’orario comune quando si può e all’adempimento degli uffici che si hanno da compiere per quanto è possibile. Così è necessaria questa mortificazione per vivere bene la vita religiosa, osservare i consigli evangelici. La vita della religiosa importa sempre mortificazione. Se c’è la regola, ad esempio, di non stare da sole quando si ha da andare in qualche posto o quando si tratta con qualche persona, con certe persone, ecco è già una mortificazione. Se si scrive una lettera e si deve dare aperta, è già una mortificazione. Per l’osservanza in sostanza dei consigli evangelici, è sempre necessaria la mortificazione. Del resto questa mortificazione ha un grande frutto: crescere nell’amore di Dio. Quanto più togliamo l’egoismo, che è una immortificazione, tanto più viene nel nostro cuore l’amore al Signore. E si può fare un gran progresso in quest’amore a Dio che sta nel compimento della sua volontà, quest’amor di Dio, compiere la volontà del Signore! Qui è il vero amore al Signore, sì. La mortificazione è necessaria per non cadere in peccato. Gli occhi che siano tenuti a freno e quindi si adoperino in quel che è buono per esempio a leggere i libri di scuola, leggere i libri di preghiera, la meditazione, e con questi occhi non guardare quello che può portare al male. Sì. Non è necessario camminare con gli occhi chiusi ma è necessario ritirare lo sguardo se questi occhi s’incontrano con qualche oggetto pericoloso. Mortificazione degli occhi. Così se si sentono discorsi o anche canzoni che non sono buone, allora ci allontaniamo. Invece i nostri orecchi li apriamo a sentire nella scuola le spiegazioni, a sentire gli avvisi che ci vengono dati o in comunità o anche in confessionale, e tutto quello che ci serve per progredire. Mortificazione della lingua parlando quando è necessario parlare, dicendo la verità e tacendo quando non è tempo di parlare oppure si tratta di cose che non è conveniente dire. Così la mortificazione del tatto: stare composte, stare in posizione giusta e comportarsi esteriormente con quella delicatezza e riguardo che è conveniente per una persona consacrata al Signore. E così si può dire del gusto. Alle volte questo gusto si mortifica prendendo qualche cosa che non ci piace, fosse una medicina ad esempio, e lasciando invece quello che forse ci piacerebbe, ma meglio di tutto è prendere con indifferenza quello che è dato: Manducate quae apponuntur vobis (Lc 10,8), dice San Paolo, con semplicità, per servire il Signore, per dar gloria a lui: “Sia che mangiate, sia che beviate, tutto nel nome di Dio” (cfr. 1Cor 10,31). Così il riposo. Mortificazione del corpo: il faticare. Le penitenze che estenuano, tolgon le forze, non si facciano; invece si adoperan tutte le forze per il Signore. Averle le forze per darle al Signore! Impiegarle per il servizio di Dio e per l’apostolato. Noi non dobbiamo buttar via il denaro, ma non usarne e a scopi vani e intanto più se ne ha e più si fan delle opere buone, sì. Come chi ha più intelligenza, dovrebbe prendere delle medicine per non averne? Per arrivare a qualche malattia psichiatrica? No! Si benedice il Signore e si usa l’intelligenza per servire a lui, per capire meglio le cose, per spiegarle meglio le cose, per penetrare quelle verità quella dottrina e tutto quel complesso di materie scolastiche. E poi, per capire anche poi le anime, quando si è nell’apostolato, capire i mezzi perché l’apostolato renda al massimo per Dio e per le anime stesse. Mortificarsi vuol dire reggersi bene, governarsi bene. E più si acquista questa padronanza di noi, di non lasciarsi guidare dal senso, più ci si lascia guidare dal Signore. Mortificazione della fantasia. La fantasia può essere che porti a ricordare, a riprodurre, meglio, certi fatti veduti e certe parole sentite, ma fatti e parole che si dovrebbe lasciar da parte e allora non seguire la fantasia. La fantasia è facile che ritorni sopra fatti veduti o cose lette, ma se non sono fatti buoni e cose buone, voltar la fantasia ad altro, ad esempio allo studio, a ricordare cose sante. Se la fantasia ci riproduce un po’ di paradiso, se la fantasia ci serve a ricordare il calvario dove Gesù sta morendo, oppure la scena del presepio, ecc., se ci porta a ricordare i fatti della scrittura o fatti di vita di santi allora la fantasia fa un ottimo servizio. E astenersi dalle fantasie che non son buone per nutrire e favorire le fantasie buone, è una doppia mortificazione. Così bisogna anche dire riguardo al futuro. Si possono, per il futuro, pensare cose molto sante, buone che si vogliono fare, per esempio si vuol raggiungere un certo grado di santità, ecco. E questi progetti, che si fanno per raggiungere la santità, quando sono regolati bene sono meriti. Se invece uno immaginasse di fare una cosa che non è buona nel futuro, magari una piccola vendetta, eh, certo non sarebbe a posto. E mortificare quel desiderio o quella immaginazione di cose future, non buone, ecco, mortificare è un merito. Sempre, quindi la mortificazione ci deve accompagnare. E in generale si deve dire lo stesso della nostra vita. Avete lasciato la famiglia e siete qui raccolte per restare con Gesù. Lasciar la famiglia è una mortificazione, un sacrificio. E quante volte verrà in mente qualcheduno della famiglia. 68 Lasciar la famiglia è una mortificazione e un sacrificio, ma voi lo fate per unirvi di più a Gesù, per mettervi sulla via della santità e dell’apostolato, ecco, un’altra mortificazione! Quando si lascia il male, oppure si lascia quello che è meno bene, per quello che è più bene, allora doppia mortificazione. La pratica della mortificazione. Per incoraggiarci, bisogna che ricordiamo tre pensieri. Il primo pensiero è questo: Gesù crocifisso. Vediamo le sofferenze e le pene che ha sopportato Gesù durante la sua passione: i flagelli, gli sputi, l’incoronazione di spine, la condanna a morte; il viaggio al calvario, la crocifissione, l’agonia, la morte. Ecco Gesù ci ha amato fino a morire per noi: Dilexit me, et tradidit semetipsum pro me (Gal 2,20). E allora se Gesù tanto si è mortificato, tanto ha sofferto… e noi che vogliamo amarlo? Lo lasceremo da solo sul calvario? No, seguire Gesù crocifisso. Secondo pensiero: la Vergine. Eccola ai piedi della croce. Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat Filium. Pensare a una mamma che assiste il figliuolo agonizzante! E’ una gran pena quando questa mamma ama tanto il figliuolo. Ma una mamma che assiste il figliuolo in quella agonia, condannato a morte, inchiodato sulla croce, egli innocentissimo, eh, allora il dolore è inesprimibile. Tuam ipsius animam pertransibit gladius (Lc 2,35). E vogliamo rassomigliare a Maria. Regina Martyrum, è la regina dei martiri. Allora mortifichiamoci in cose piccole pensando così: noi non siam capaci di grosse mortificazioni, facciamo le piccole, quelle necessarie e quelle comandate e quelle che s’incontrano nella giornata. Qualche volta può anche esser la salute che è meno buona; e qualche volta qualche travaglio interno, qualche delusione, qualche umiliazione, qualche rimprovero, qualche richiamo. Ecco, accettiamo queste mortificazioni. Sono piccole cose in confronto di quanto ha sofferto Maria. Siamo capaci solo di piccole cose ma accettiamole con grande amore. Il grande amore, cioè l’accettarlo con gran amore a Gesù che tanto ha sofferto per noi, ci guadagna tanto merito. Terzo pensiero, questo: i protettori San Pietro e San Paolo. Tutti e due sono stati martirizzati: Pietro crocifisso, Paolo decapitato. Ecco fino a che punto hanno amato il Signore! Ma questo, dopo una vita di tanti anni di apostolato, tanti anni di predicazione, tanti anni di preghiera, tanti anni impiegati nel ricercare le anime, nell’adoperarsi per la loro conversione, nel fondare chiese. E nella loro vita erano stati quante volte in carcere! Quante volte battuti con le verghe, schiaffeggiati, sputacchiati! E quante volte avevano dovuto sopportare il freddo, il caldo, la fame! Oh, l’apostolato richiede tante volte sacrificio! Pensare: i nostri protettori come sono stati generosi! E’ sempre poco quel che facciamo noi rispetto a questi grandi nostri protettori, questi grandi pastori di anime, è sempre poco; ma almeno farlo con umiltà e poi con amore. Così la nostra vita sarà sempre più santa, la Quaresima passerà bene e si avranno più abbondanti grazie nella Pasqua. Se passiamo bene il tempo quaresimale saremo molto benedetti nel tempo pasquale, particolarmente nel giorno della Risurrezione e nel giorno della Pentecoste. Il Signore pagherà bene ogni mortificazione e lo Spirito Santo ci infonderà i suoi doni, di scienza, di intelligenza, di consiglio, di pietà, di fortezza, di timor di Dio. I doni dello Spirito Santo! Eh, sì sì! Allora santificare la Quaresima per accettare e ricevere con maggior abbondanza i doni pasquali. UNDICESIMA TAPPA MARIA REGINA DEGLI APOSTOLI37 La Vergine SS. viene onorata, invocata e venerata sotto il titolo di Regina degli Apostoli. E noi intendiamo imitarla in quel suo grande e unico apostolato, il quale forma un grado a sé. Nessuno infatti poté mai esercitare un apostolato come lo esercitò la Vergine Maria. Una tale Apostola è così grande, che Dio non potrebbe farne una maggiore, perché non potrebbe fare una Madre più grande della Madre di Dio. Rivolgiamoci quindi alla nostra Madre. Non ci si può mai raccogliere assieme senza chiamare la Madre in mezzo a noi. E meditiamo: Perché Maria è chiamata Regina degli Apostoli? Per tre ragioni: 1) Maria ha esercitato l’apostolato in sommo grado; 2) suscita e sostiene le vocazioni; 3) protegge tutti gli apostolati. Maria esercitò l’apostolato in sommo grado. L’Apostolato sta tutto qui: portare il bene agli uomini. Ora, ogni bene che si porta agli uomini è una partecipazione al Sommo Bene: Dio, Gesù Cristo. Maria ci ha dato il Cristo interamente e pienamente. Già fin dall’Antico Testamento Dio, parlando di Maria, ce la fece conoscere come l’Apostola, poiché annunciò nel paradiso terrestre: “Inimicitias ponem inter te et mulierem, inter semen tuum et 37 “Esercizi spirituali”, vol. 8°, 1947. Cf Spiritualità Paolina, volume primo, Devozioni della prima settimana del mese Pia Società Figlie di San Paolo, Roma, dicembre 1962, pp 232-236. 69 semen illius: ipsa conteret caput tuum” (Gn 3,15). Cioè: tu, demonio, hai fatto cadere la donna, ma io susciterò un’altra Donna che ti schiaccerà il capo per mezzo del suo Figlio. Infatti la Vergine SS. Dando al mondo il Salvatore, schiacciò il capo al serpente: Gesù con la sua Morte in croce sconfisse satana, ma, ai piedi della croce vi era Maria che compiva insieme a Gesù il Sacrificio redentore. Maria è rappresentata come una verga che sostiene il fiore, come un ramo col frutto Gesù, come una Vergine che genera un Figlio. Ci è rappresentata come Colei che porta tutto il bene all’umanità, perché ci ha dato Gesù, il quale ci ha portato la Redenzione, il Sacerdozio, la vita religiosa, il Paradiso. In Lui infatti è ogni tesoro: “in quo sunt omnes thesauri sapientiae et scientiae” (Cl 2,3). Maria dunque, portò il bene massimo all’umanità. Se abbiamo qualche cosa, se siamo salvi, dobbiamo dire grazie a Maria. Giunto il momento dell’Incarnazione, l’Angelo mandato da Dio, propone alla Vergine il mistero: glielo propone, ma non le impone nulla. Tutta la salvezza dell’umanità era nelle mani di Maria, tutto dipendeva dal suo sì o dal suo no. San Bernardo sollecita Maria a dire di sì, perché altrimenti noi non saremmo salvi. Infatti se Maria non avesse detto di sì, non avremmo avuto Gesù e senza di lui nessun bene. Ma la Vergine disse di sì. E in quel momento il Figlio di Dio si incarnò “et cum hominibus conversatus est”: si fece Figlio di Maria, compagno di nostra vita, prezzo di nostra redenzione, cibo delle nostre anime e premio nostro in Paradiso. Quindi che cosa ha dato Maria al mondo? Dandoci Gesù, ci ha dato tutto. Si può dare un apostolato maggiore? Maria è la Madre di Dio, è l’Immacolata, è piena di grazia, appunto per essere apostola, per noi, per la nostra salvezza. Ella nel suo seno verginale formò l’ostia della nostra redenzione, formò la vittima per il sacrificio. La funzione della purificazione aveva per gli Ebrei il senso del riscatto dei figli; ma il Figlio di Maria non fu riscattato, perché doveva essere immolato: Egli è la vittima e il Sacerdote eterno. Maria compì la cerimonia del riscatto solo esteriormente, per obbedienza alla legge, ma le sue intenzioni erano molto più alte. Infatti al venerdì santo Ella accompagnò il Figlio al Calvario e con lui compì un unico sacrificio. Allora il dolore di Maria fu immenso come il mare; e tuttavia ella compiva volentieri l’offerta perché quella era la volontà di Dio. Il Figlio di Dio prese carne per poter morire e Maria soffrì acerbamente per quella morte volontaria e cruenta. La Prima Messa a cui assisté Maria fu veramente di grande vantaggio e interesse per tutta l’umanità. Maria compì il suo ufficio di Madre verso Gesù fino a che Egli morì; poi si prese cura della Chiesa, rappresentata da Giovanni a cui Gesù aveva detto dalla croce: “Figlio, ecco tua Madre”. Da quel momento Maria prese la Chiesa con sé e la Chiesa prese con sé Maria. Ella radunò gli Apostoli, pregò con loro, ottenne loro lo Spirito e li sostenne nei primi passi; portò la Chiesa tra le braccia e la Chiesa continuerà a camminare tra le braccia di Maria. (…) Maria illumina i Dottori, moltiplica i Sacerdoti e le vocazioni, assiste il Papa, protegge la Chiesa. Ella portò e porta alla Chiesa il massimo frutto di salvezza e sempre nuove effusioni dello Spirito Santo. Più che Regina degli Apostoli, dovremmo chiamarla l’Apostola, come la chiamiamo Corredentrice. Gesù è l’Apostolo del Padre e Maria è l’Apostola del Figlio. Il termine e l’ufficio di Apostola fu per Maria il fine di tutti gli altri titoli e privilegi: Maria è stata fatta per noi, per essere la nostra Apostola: da Lei è cominciata la Redenzione, da Lei riceveremo la salvezza finale. Tra i figli di Maria, una categoria attira di più le sue premure e le sue cure particolari: gli apostoli che tendono a salvare le anime e a continuarne la missione di bene sulla terra. Anche per noi quindi le grazie più grandi di Maria, le sue premure e le sue cure particolari. La Vergine poi è l’Apostola perché suscita, forma, protegge gli Apostoli nel loro ministero, li assiste con la sua grazia e ottiene loro frutti copiosi, riempiendo il loro cuore di gioia e preparando le anime a ricevere la loro parola. Infine Maria consola e rende lieta la morte agli Apostoli: “Qui elucidant me, vitam aeternam habebunt”. Maria protegge tutti gli Apostoli e tutti gli apostolati. Noi non invidiamo nessuno, né abbiamo gelosia per il bene degli altri, anzi vogliamo pregare Maria per tutte le Congregazioni religiose e per le vocazioni di tutti gli Istituti. Conclusioni pratiche. Dire la Coroncina alla Regina degli Apostoli. Dire i misteri della Regina degli Apostoli: 1° gaudioso, 5° doloroso, 3° 4° 5° glorioso. Leggere qualche volta la Messa della Regina degli Apostoli e i libri che parlano di Lei. Ricordare il fioretto del 1° Sabato in onore della Regina. Imitare poi le sue virtù: la prudenza, lo zelo, l’amore per Dio e per le anime. Invocarla nei nostri lavori tecnici e di propaganda. Maria prepara i cuori: molte iniziative, cominciate dapprima con titubanza ebbero poi successi imprevisti perché c’era la Madre a benedire. Maria non è un’estranea o una ricca Signora che si invita qualche volta in casa: è la Madre che sta sempre con noi. Ella ha salvato le vite nostre materiali e spirituali, ci usa un’assistenza continua che è quasi prodigiosa: vivere in mezzo al mondo senza essere imbrattati, continuare un apostolato che trova tante difficoltà: sono grazie straordinarie che noi non avvertiamo più perché sembrano diventate ordinarie. Ogni giorno si esplica su di noi la sua materna assistenza; ogni giorno quindi salga a Lei la lode e la supplica ininterrotta. E voi amate Maria e aiutate a preparare per Lei un trono sempre più bello con la nostra Chiesa38. Contribuite tutte, come le vostre 38 Allude al santuario “Regina Apostolorum” che si doveva costruire. 70 forze, lo permettono: nessuna infatti vorrà essere privata delle grazie della Madre. E Maria preparerà un bel trono di gloria per noi in Paradiso accanto al suo Cuore. Coroncina a san Paolo 39 I (voce solista) o Lettore: Ti benedico, Gesù, per la grande misericordia concessa a san Paolo nel mutarlo da fiero persecutore, in ardente apostolo della Chiesa. Gal 1, 11-17 ; Fil 3, 4-8 q “Vedete che conversione profonda? S. Paolo, prima Saulo, il nemico di Gesù, diviene il suo intimo fino a vivere di Lui: “Vivit vero in me Christus” (Gal. 2, 20).“Quis ergo nos separabit a caritate Christi? Tribulatio, an angustia, an fame, an sitis?” (Rm. 8,35), ecc. “Certus sum” (Rm. 8, 38) che niente, né la morte, né la vita mi separerà dall'amore di Gesù Cristo. E non lo separò né la vita né la morte: cioè né le fatiche che dovette sostenere, né le carceri che santificò, né le catene che portò, né naufragi che fece, né le battiture, né le flagellazioni. “Certus sum” dice: Son sicuro! Sicuro era nella grazia di Dio, nella forza che gli veniva da Gesù Cristo…. Oh, se vivesse ora con quali mezzi si muoverebbe da una parte all'altra del mondo, per guadagnare le anime a Gesù Cristo!La conversione per essere totale si opera prima nella mente”40. Tutti: E tu, o grande santo, ottienimi un cuore docile alla grazia, la conversione dal mio difetto principale, e una piena configurazione a Gesù Cristo. San Paolo apostolo, prega per noi II (voce solista) o Lettore: Ti benedico, Gesù, per aver eletto l’apostolo Paolo a modello e predicatore della santa verginità. 1Cor 7, 7. 32-34 q q “La castità è il più grande amore” 41. “Il voto di castità è un modo di donare a Dio tutto l’affetto, di accendersi di amore di Dio, di sentire sempre più immedesimato il nostro cuore con quello di Gesù : “in Christo Jesu”, e allora capite, come si progredisce”.42 Tutti: E tu, o san Paolo, caro mio padre, custodisci la mia mente, il mio cuore, i miei sensi, perché possa conoscere, amare, servire soltanto Gesù, e consacrare alla sua gloria tutte le mie forze. San Paolo apostolo: prega per noi 39 E’ una delle prime preghiere a san Paolo e risale al 1917. In essa Paolo è considerato modello di vita consacrata apostolica. Prediche 1955 41 CVV p. 519 42 Alle FSP, 1946 – 49, p.45 40 71 III (voce solista) o Lettore: Ti benedico, Gesù, per aver dato per mezzo di san Paolo esempi ed insegnamenti di perfetta obbedienza. 2Cor 1,17-24 ( cfr Gal 2,1-2) “L’obbedienza è la più grande libertà” .43 q “Donare a Dio la libertà con l’obbedienza: quelli che fanno il voto di obbedienza, danno al Signore ciò che hanno di più caro, di più prezioso”. 44 q “Per maggior tranquillità e fiducia egli deve dire: - Che tanto l’inizio come il proseguimento della Famiglia paolina sempre procedettero nella doppia obbedienza: ispirazione ai piedi di Gesù Ostia confermata dal Direttore Spirituale; ed insieme per la volontà espressa dai Superiori Ecclesiastici”.45 Tutti: E tu, o grande santo, ottienimi umile docilità a tutti i miei superiori, sicuro che nell’obbedienza troverò la vittoria contro i miei nemici. q San Paolo apostolo: prega per noi IV (voce solista)o Lettore: Ti benedico, Gesù, per avermi insegnato con le opere e con le parole di san Paolo, il vero spirito di povertà. 2Cor 8,9; Fil 4,11-13 q q q “La Povertà è la più grande ricchezza”.46 “Pratica la povertà l’anima che volge l’occhio verso il cielo, butta via tutte le cose per correre più liberamente. S. Paolo dice che quelli che corrono nello stadio non si caricano di fagotti e valigie, ma vestono solo il necessario per essere più spediti nella corsa”.47 “Talora le necessità erano urgenti e gravi: e tutte le risorse e speranze umane erano chiuse: si pregava e si cercava di evitare il peccato ed ogni mancanza contro la povertà: e soluzioni intervenivano”.48 Tutti: E tu, o grande santo, ottienimi lo spirito evangelico della povertà, affinché, dopo averti imitato in vita, possa esserti accanto nella gloria in cielo. San Paolo apostolo: prega per noi V (voce solista) o Lettore: Ti benedico, Gesù, per aver dato a san Paolo un cuore tanto pieno di amore a Dio e alla Chiesa, e di aver salvato per il suo zelo tante anime. 1Cor 9,19-23; cfr 2Cor 5,14; Rom 1, 5. Rom 15,17-20 q 43 44 44 “Noi dobbiamo vivere i tempi, non possiamo dire che il 1960 è il 1930, o il 1914 o il 1915! Le anime a cui dobbiamo fare del bene sono quelle che troviamo oggi. Le persone che sono vissute antecedentemente sono già a destinazione, o sono salve o sono perdute. Noi dobbiamo fare del bene a chi vive oggi, e dobbiamo formare il personale paolino che vi è oggi. E la parola "paolina" deve essere anche presa nel suo senso giusto CVV, p.519 Alle FSP, 1946-1949, p. 45 AD 29 45 AD 29 46 CVV, p.519 FSP, 1940-45, p. 390 47 48 AD166 72 e cioè: il Vangelo come è visto da san Paolo. Questo spirito non ha patria ma è universale, perciò nessuno ne ha la esclusività”.49 Tutti: e tu, o mio amico, ottienimi vivo desiderio di esercitare l’apostolato della comunicazione sociale, della preghiera, dell’esempio, delle opere e della parola, perché possa meritare il premio promesso ai buoni apostoli. San Paolo apostolo: prega per noi. 49 SdC, p. 244 73