Cap 1 +++ Il Signore bussa. Perchè non aprire? Figura gigante e poliedrica è quella di s. Antonio abbate. Il suo nome fatidico deriva dal greco Anthos, che significa Fiore. E’ un nome antichissimo, forse etrusco e risale ai tempi di Roma repubblicana. Antonio nacque nel 250 o 251 a Coma oggi Quemar, sulla costa occidentale del Nilo, nel medio Egitto. I suoi genitori, cristiani, ricchi non solo di beni ma anche di virtù, furono sempre preoccupati che il loro figlio crescendo non perdesse l’innocenza, pertanto, si adoperarono perché non frequentasse scuole, né amicizie, ma crescesse nell’orto della propria casa, lavorando e attento a coltivare semplicità, sobrietà e Figura 1 Anonimo olandese 1520-25 La vocazione purezza. The Metropolitan museum of New York Morti i suoi genitori egli fu investito da una doppia responsabilità: prendersi cura della sorella e dell’ingente patrimonio familiare. S. Atanasio, quando parla di questi avvenimenti, lo descrive preoccupato della sua spiritualità e meditabondo. Il dolore per la perdita dei genitori lo aiutava a considerare la vanità della vita. Lo aveva fortemente impressionato il “subito” con cui l’evangelista sottolinea la prontezza degli apostoli nel seguire Gesù. Quel “subito” lo tormentava. Come lo tormentava il brano degli atti nel quale si racconta di Barnaba che proprietario di un campo a Cipro lo vendette per darne il ricavato ai poveri. Perché non avrebbe potuto farlo anche lui? In preda a tali generosi pensieri rallenta i suoi passi cosicché giungendo in chiesa sente risuonare quest’invito: se vuoi essere perfetto, và,vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi. Il Signore ha bussato. Perché non aprire? 1 Generosamente dona ai suoi vicini i campi, vende i beni riservando per sé e la sorella poca cosa, ma ritornando al tempio, la voce di Dio si fa più esigente: non preoccupatevi per il domani: guardate i gigli del campo… E allora rinunciare anche a quel poco diventa una esigenza dello spirito. Ora può seguire la voce del Signore. Alla sorella provvederanno delle vergini consacrate. Nei pressi del borgo c’era un vecchio che viveva nella solitudine. Antonio lo conobbe e decise di ritirarsi presso di lui per imitarne la vita. (270-275?) Nell’umiltà del suo cuore sentiva sempre il bisogno di essere guidato alle sublime ascensioni dello spirito e spesso si recava preso altri solitari asceti per chiedere consigli. Ritornava poi al suo eremo confermato nelle sue decisioni. Con il suo lavoro manuale bastava a sé ed esercitava la carità coi poveri. La scrittura santa era il suo pane tanto che né conosceva a memoria molti Figura 1 Maestro dell’Osservanza brani. S.Antonio dona i suoi beni ai poveri 1440 Austero con se stesso, amabile con tutti, The National gallery of Washingrton non invidioso dei doni che Dio concede ad ognuno. Ammirava nei conoscenti la mansuetudine, la pietà, l’amore per Gesù. E allora nasce in lui il desiderio di superarli nelle virtù. Già si intravede in lui la grandezza futura e già appaiono le prime schermaglie con l’invisibile nemico: è il ricordo dei beni donati, l’abbandono della propria sorella in mani estranee , la dolcezza dei cibi d’una volta, la comodità e gli agi lasciati. M ora risuona con più forza l’invito del divin Maestro: vieni e seguimi. Cap 2 chi sei tu? Sono l’amico dell’impurità S. Atanasio nella biografia del nostro santo dà largo spazio alla lotta dell’eremita col demonio. Egli vuol solo sottolineare che i demoni sconfitti, come dice il Vangelo,non trovano riposo e vanno in cerca di spiriti peggiori di loro per tornare 2 all’assalto delle anime pure. Che i santi siano tormentati dai demoni è cosa certa. Anche nelle biografie dei santi dei nostri tempi si parla delle loro lotte contro il maligno. Del resto la storia dell’umanità è la storia di questa lotta tra Dio, il Signore della storia, e il suo antagonista che sarà necessariamente perdente. Perciò dice la scrittura la vita dell’uomo sulla terra è una milizia. Satana dunque ritorna da Antonio con nuove armi. Fame, sete, disagio confermano sempre più i buoni propositi dell’anacoreta. Ma egli è giovane. Bisogna perciò turbarne i sogni con visioni oscene, tormentarne le veglie con pensieri impuri. Figura 2 Henry Met de Bles 1550-60 Le tentazioni the metropolitan museum of N.Y Tutto il corpo è una fiamma, l’anima è oscurata dalle tenebre. L’eremita reagisce: invoca il Signore, prega, si vergogna. Digiuna ancora di più. Ma il nemico si trasforma in una seducente ragazza che con movimenti lascivi cerca di sedurlo. Ma Antonio pensando intensamente a Cristo, nel suo nome , allontana il seduttore, che umiliato fugge. La sua potenza era stata vinta da un giovane che sentiva la vicinanza vigorosa di Colui che prendendo carne umana diede alla nostra umanità la possibilità di sconfiggere le tenebre e di cantare dopo la vittoria. Non io, ma la grazia di Dio che è in me (ha vinto)-Il demone dell’impurità si vince solo con la preghiera incessante e con il digiuno. In un’altra occasione, il demonio si presenta sotto forma di un piccolo negretto che con voce insinuante apre la conversazione. Ho vinto le resistenze di tutti, ma con te sono debole. Chi sei tu? Sono l’amico dell’impurità rispose il piccolo negretto, sono lo spirito della fornicazione: “Sono io che corrompo i giovani. Il profeta parla di me quando accenna a quelli che sono stati ingannati dallo spirito della fornicazione,sono io che li ho vinti.Ma da te sono stato sempre respinto”. E Antonio: “Non mi fai paura perché il Signore è con me, piccolo e sozzo spirito. Dio è mia forza e mio scudo”. E il demone mai più si ripresentò. Nasce nel frattempo la decisione di più aspre penitenze. Notti insonni nella preghiera, il cibo una volta al giorno, dopo il tramonto,, digiuno per più giorni consecutivi, riposare sulla nuda terra, ma senza trascurare il lavoro perché diceva :quando sono debole è allora che sono forte. Il suo modello di vita era il profeta Elia. Nel suo cuore c’è il desiderio di essere trovato pronto per le nozze eterne, quando Dio avrebbe voluto. Trova allora una nuova dimora, una tomba nella montagna nella quale si 3 rinchiude per restare solo con Dio e aprendo soltanto per ricevere dalla carità fraterna quel poco di pane necessario per la sopravvivenza. Ed è qui che lo trovarono talmente bastonato dai demoni da lasciarlo pieno di piaghe, mezzo morto.. Nonostante tanto dolore si riprese ben presto, e continuamente li sfidava dicendo loro: venite pure, io non ho paura di voi, né temo le vostre ferite. E allora questa volta si presentano come fiere: leoni, orsi, leopardi, tori, aspidi, serpenti. Lo strepito che facevano era orrendo. Feroci gli sguardi, ma egli li irrideva. Se voi foste forti davvero, esclamava non c’era proprio bisogno che vi affannaste in tanti, bastava uno solo. Ma il Signore vi ha tolto ogni potenza. Il Signore è la mia fortezza.. Ancora una volta erano vinti. S Atanasio con questi racconti vuol solo insegnare quel che dice la scrittura, san Pietro, che il demonio come leone che ruggisce cerca chi divorare. Ma Dio è la forza di chi lo teme Aveva 35 anni. Cap 3 Le tentazioni del denaro Le tentazioni e l’ascesi rafforzano la fede e irrobustiscono la carità. Questo accade in colui che si fida di Dio.Il vecchio eremita che era stato la guida spirituale del giovane Antonio si senti proporre di vivere insieme nell’eremo per essere vicini nella preghiera e nella penitenza, ma rifiutò perché l’età non gli avrebbe consentito di seguire le ascesi durissime del giovane e anche perché la vita eremitica per ora non ammetteva compagnia. Antonio ritenendo che la vicinanza del paese non avrebbe giovato allo spirito decise di andare attraverso il deserto, verso un monte, dove, gli avevano detto, c’era un castello abbandonato. Partenza non senza dolore, ma bisognava obbedire a Dio che lo chiamava. Che giova Figura 3 Maestro dell’Osservanza 1435 La all’uomo guadagnare il mondo intero se poi tentazione dell’oro the metropolitan museum perde l’anima? Of N.Y. E mentre rifletteva sulla necessità di considerare polvere i pensieri contrari alla decisione, andava verso il castello 4 abbandonato. E Satana lo precedeva facendo cadere per terra una gran quantità di monete d’argento.: la tentazione del denaro, a cui tutti soccombono. Antonio rimaneva meravigliato nel trovare la strada colma di monete e non vedendo nessuno sul suo cammino capì che il demonio aveva scelto quel modo ridicolo per farlo desistere dal proposito di salire in alto. Il tuo denaro perisca con te. Con le parole di S. Pietro ottenne che le monete d’argento svanissero come il fumo davanti al fuoco. Andando oltre nel cammino, questa volta è oro vero quello che egli si trova davanti. E’ nuovamente il demonio a tentarlo o è Dio che vuole metterlo alla prova? Non lo sapremo mai. Ma Antonio non fermò il passo finchè non lo vide più. Si inoltra così nel deserto, passa il Nilo e arriva al monte dove nel castello abbandonato trova solo molti serpenti che fuggono al suo arrivo Con sé porta del pane che durerà a lungo.Per lungo tempo si ritrovò completamente solo senza veder alcuno. Due volte all’anno lo raggiungeva qualcuno per dargli del pane. Anche qui, però, vennero i suoi discepoli che Antonio irremovibile nel suo proposito di solitudine , non volle mai ricevere. Questi gruppi di asceti pellegrini, nelle loro notti insonni sentivano uscire dal castello abbandonato voci di lamenti, strepiti orrendi, alte grida: Vattene via dalla nostra casa. Quando incuriositi, pensando a liti tra uomini, si avvicinarono per spiare , non vedendo nessuno, capirono che erano i demoni e spaventati chiedevano l’aiuto di Antonio. Segnatevi col segno della Croce, aggiungeva, e fiduciosi ritornate alle vostre case, lasciando che i diavoli si ingannino vicendevolmente. Le visite diventavano sempre più numerose e da lontano si sentiva il santo eremita che col canto dei salmi metteva in fuga i suoi diabolici nemici. E in questa solitudine visse per quasi venti anni, senza mai uscire dal castello. 5 L’ideale di Antonio nel castello abbandonato è quello di riparare per chi non sente l’urgenza della salvezza, è quello di adorare in spirito e verità, è quello di amare Dio tanto da poter dire con S. Paolo : non sono io che vivo ma è Cristo che vive in me. Altri particolari di questi anni di vita non è possibile conoscere. Sappiamo solo che non c’era il culto, l’Eucarestia. In seguito però l’oratorio diventerà il centro della vita monastica. Cap 4 Luce nelle tenebre Gli uomini poiché hanno paura della morte si agitano moltissimo per accumulare e divertirsi, quasi non dovessero morire mai. I santi invece si preoccupano solo di una cosa: salvare la propria anima. Dopo venti anni di segregazione si decide ad uscire dal castello, 305-306, spinto soprattutto dalla richiesta incessante di quanti venivano e sostavano presso il castello per il desiderio di vedere e di sentire l’uomo di Dio, per il desiderio di vivere nell’ascesi come lui. Quanti lo videro rimasero meravigliati quasi che il tempo non avesse lasciato i suoi segni su di lui, tanto era giovanile il suo aspetto e dignitosa la sua persona. A vederlo tu sentivi la presenza di Dio. Sentivi che era un uomo di Dio. Quanta differenza con alcuni monaci dediti a cibi delicati e smaniosi di mostrare una spiritualità che non avevano e che s. Girolamo frusta nei suoi sermoni. In quel tempo di nascondimento e di umiliazioni la sua fede si era così irrobustita da compiere miracoli. Così aveva promesso Gesù Cristo a quelli che credono in lui: se hai una fede piccola come un granellino di senapa potrai muovere le montagne. L’eremita del Pispir consolava i cuori afflitti e tristi, guariva i malati, liberava gli ossessi. Era giunto il momento di glorificare Dio non solo con la preghiera ma anche con le opere. Da quel castello abbandonato ora si sprigionava una luce che non si sarebbe mai più spenta. Si sviluppa così la vita eremitica intorno a lui. S. Antonio diviene Padre. Durante la persecuzione di Diocleziano Rufino ne conta fino a 6000, ma è una esagerazione. Monasteri oltre il fiume Nilo, nella Tebaide, nell’Egitto, infine in Palestina dal 310 in poi per opera di s. Ilarione che lo aveva conosciuto. Ora ci sono monaci dovunque. E’ veramente padre di una moltitudine chi aveva rinunciato alle pur dolcissime e legittime gioie della paternità fisica 6 Cap 5 Maestro di vita Ciò che avete sentito nelle tenebre ditelo nella luce. Quanto hai imparato dal Signore, nella meditazione giornaliera sulla bellezza della natura, nella preghiera continua, nel lavoro silenzioso, nei digiuni severi, insegnalo ora agli altri perché anch’essi incontrino il Signore. Dei suoi insegnamenti poco è giunto a noi. Un lungo discorso riportato da s. Atanasio, alcuni detti riportati da Palladio e da Cassiano e dagli Apophtegmata Patrum, e tutto va accolto con riserbo. Una cosa è certa: Antonio, nonostante avesse scelto il nascondimento come stile di vita, fu costretto dagli avvenimenti a diventare maestro di vita spirituale per gli altri. Insegnamento semplici e incoraggiamento alle virtù. Antonio dichiarava che nella sacra scrittura c’era scritto tutto quanto era necessario per la vita ascetica, tuttavia aggiungeva che per una fede più viva giova incitarsi a vicenda e aiutarsi con le parole. Pertanto invitava i monaci ad aprire il cuore al vecchio padre ed egli metteva a loro disposizione la sua esperienza. Sovente li invitava a non smarrirsi davanti ai sacrifici della vita ascetica. Egli diceva che nel mondo le cose importanti si comprano a caro prezzo, invece il regno dei cieli si compra proprio con poco. Perché’? Che cosa sono cent’anni di vita di sacrifici e digiuni davanti all’eternità? Niente, piccola cosa. “Né riguardo al mondo crediamo di aver rinunziato a cose grandi, giacchè tutta la terra è nulla in confronto del cielo. Se anche la possedessimo tutta questa terra, e a tutto poi rinunciassimo, non avremmo fatto ancora cosa degna del cielo: come colui che disprezza una moneta di bronzo per lucrarne cento di oro .così chi padrone del mondo, lo abbandona per il cielo, poco veramente lascia per ottenerne il centuplo. E non ti vantare del gesto compiuto perché in ogni caso dovremo lasciare qui tutto con la morte. La rinuncia ai beni è degna di lode se è stata fatta per amore della virtù. “non lasciamoci quindi prendere dal desiderio di possedere perché non guadagneremo nulla nel possesso di quelle cose che non possiamo portare con noi. Piuttosto cerchiamo di acquistare i beni che potremo portare con noi, la giustizia, la temperanza, l’intelligenza delle cose celesti, la carità, l’amore verso i poveri, l’ospitalità. In queste parole c’è l’apertura al sociale. I poveri, l’ospitalità. L’eremo non è scuola di egoismo. Non c’è solo l’insegnamento al distacco e quindi a continuamente purificarsi, ma c’è la constatazione che servire il Signore è fonte di gioia. Affinché le difficoltà dell’ascesi non spaventasse i suoi discepoli diceva di confidare tantissimo nell’aiuto di Dio, perché dice la scrittura, Dio coopera con colui che sceglie il bene. E li invitava sovente a meditare le parole di s. Paolo: ogni giorno sono messo a morte come pecora al macello. Perché se tu pensi che questo potrebbe essere il tuo ultimo giorno di vita non avresti cupidità alcuna, non ti adireresti con nessuno, non ti attaccheresti ai beni della terra. Il timore intenso e la paura delle pene smorzano le passioni e sollevano gli spiriti vacillanti. 7 Invitava sovente i discepoli a perseverare ricordando loro l’episodio della moglie di Lot e le parole del Signore: chi mette mano all’aratro e si volge indietro , non è degno di me. Guardare indietro è pentirsi. C’è gente che si reca oltre il mare per crescere nell’istruzione. Noi invece siamo facilitati. Per crescere nelle virtù non è necessario andare lontano perché il Regno di Dio è già in noi. Essere virtuosi non è difficile: basta perseverare nella rettitudine ed eliminare ogni vizio. Evidentemente questi concetti sono stati elaborati da s. Atanasio perché il parlare di Antonio doveva essere certamente più semplice. Per conservare la virtù e far crescere il regno di Dio in noi è necessario combattere, sempre, in ogni momento. Nell’aria c’è vicino a noi una gran turba di spiriti, tra di loro discordi, intorno ai quali si può certo parlare a lungo, ma basterà invece che io vi dica le cose più importanti. Cap 6 Temere Dio Le dolorose esperienze e le cadute di molti solitari, dipendono dal fatto che essi non conoscono la tattica da usare per vincere la guerra contro il nemico. I demoni non furono creati perversi perché tutto ciò che Dio ha creato è buono. Caddero perché lo vollero. Ingannarono i gentili con false immagini, gli idoli da adorare a cui sacrificare, e tentano i cristiani al male perché invidiosi. Non vogliono che entrino nella gioia, della quale furono privati. Perciò è necessario munirsi di molte preghiere e molta discrezione per conoscere come evitare i loro inganni. E così porta la sua esperienza. Al demonio non piace il lavoro e l’ascesi dei monaci perciò turbano la loro fantasia con immagini e desideri cattivi, che possono essere eliminati dalla preghiera e dal digiuno. Se il piacere osceno non scuote il cuore ritornano assumendo forme paurose: donne, fiere, rettili, schiere armate. Il segno della croce però vanifica tutto. Ecco come Antonio descrive Satana: “Il suo starnuto è uno splendore di fuoco e gli occhi suoi come le ciglia dell’aurora; dalla sua bocca escono faci, come fiaccole di vivo fuoco; dalle sue narici vien fuori fumo, come da caldaia accesa e bollente; il suo alito accende tizzoni, ed una vampa dalla sua bocca esce” E mentre nel raccontare li terrorizza, contemporaneament e apriva il loro cuore alla speranza: 8 Figura 4 Pieter Huys le tentazioni del Santo 1600 circa The metropolitan museum of N.Y non temete.Satana è bugiardo. Minaccia. Ha parole dure. Ma è già stato vinto dal Signore. E ricordando le parole del Vangelo: nel mio Nome curate i malati, guarite i lebbrosi, cacciate i demoni, li rassicurava. Satana può fare tanto, ma mai togliervi la libertà di progredire nella spiritualità. Il diavolo è un ingannatore sapiente. Conoscono a memoria la scrittura e cantano i salmi rimanendo invisibili, ma solo per distrarvi dalla vostra intimità con Dio. Se dormiamo ci svegliano per la preghiera e questo lo fanno spesso per turbarne il riposo. Spesso vestiti da monaci ci invitano a pregare o a digiunare con parole che, ultime, generano in noi la considerazione che la vita monastica è inutile. Qualche volta sono costretti a dire la verità come quando confessavano che Gesù è il Figlio di Dio, ma non bisogna ascoltarli, perché la uniscono alla menzogna e poi perché abbiamo la scrittura che ci insegna il vero; non ci è consentito essere alunni di colui che è menzognero, assassino e invidioso. Nessuna paura anche se minaccia di possederci. “sono dei poveri disarmati, gridano, gridano, ma non possono nulla”. Ripetendo s. Paolo, Antonio, insegna che i demoni sono tra noi, nell’aria, ed hanno un solo scopo: quello fermarci el cammino della pietà e della virtù. Se veramente fossero forti ci avrebbero già uccisi. L’odio contro di noi è enorme. Ma essi in realtà sono deboli, molto deboli, sono impotenti. Guarda l’angelo che il Signore mandò sull’esercito assiro. In una sola volta colpì un esercito intero, senza una parola, senza chiedere il permesso a nessuno. Perché l’angelo è veramente forte della fortezza che gli viene da Dio. Dio solo dobbiamo temere. Ai suoi monaci spiega poi che se i demoni profetizzano dicendo qualche volta il vero, non è perché vedano in Dio la realtà ma perché, intelligenti più di noi,guardando la realtà, là dove per i nostri limiti siamo incapaci di intuire, profetizzano l’avvenimento, per esempio la piena del Nilo, ed è in forza di ciò che hanno profetato nei secoli passati negli antri delle sibille così hanno ingannato generazioni di Pagani. Temete Dio e abbandonatevi in Lui. Siate puri. Perché il Signore ai puri di cuore rivela i suoi segreti, qualche volta anche le cose future. Quando l’apparizione mette in te tristezza, malinconia, disperazione sappi che essa è demoniaca. Siamo chiamati a non esaltarci se riusciamo a dominare il demonio e a guarire gli infermi. Non ammiriamo troppo chi riesce a fare tali cose, né disprezziamo chi non sa fare tutto questo. Ma guardiamo gli altri solo per imitarne la carità e le virtù, perché l’operare i miracoli è del Signore. Ricordatevi,diceva, delle sue parole: “ non rallegratevi perché gli spiriti si sottomettono a voi, rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nel cielo”. Chiediamo il dono del discernimento per non avere la disgrazia di credere ad ogni spirito ma solo a quelli che vengono da Dio. Ora Antonio, dice Atanasio, sente l’esigenza di raccontare i suoi combattimenti spirituali non per vantarsene ma per edificare. 9 ++cap 7 la lotta Il demonio gli si presentò, una volta, vestito da monaco, mentre egli digiunava, e gli portò del pane, persuadendolo a mangiare e a smetterla di morir di fame, perché si sarebbe ammalato. Appena si accorse del falso monaco, si levò per pregare e subito il demonio uscì per la porta chiusa, come fosse un fumo. Se nel deserto gli gettava davanti delle monete d’oro per indurlo a prenderle o almeno a fissarle, egli tirava innanzi, dicendo i salmi e disprezzandole. Talvolta era bastonato da loro e coperto di piaghe, allora ripeteva: Nessuno mi separerà dall’amore di Cristo, così essi litigavano fra loro bastonandosi a vicenda. Una volta venne uno a picchiare alla mia porta,racconta. Aprii e mi si presentò davanti un gigante di smisurata statura: “cerchi me? Chi sei tu?” Rispose: Io sono Satana. Di nuovo gli chiesi: che cosa fai qui? Disse: Perché i monaci e i cristiani mi accusano falsamente? Perchè non fanno altro che maledirmi? Ed io a lui: Certamente, perché li molesti? Non io li molesto, disse, ma son loro che si turbano per un nulla; io sono un debole! Non lessero forse: Del nemico son finite le spade per sempre, e le loro città hai distrutte? Non ho più patria per me, non ho dardi, non ho città Dovunque vivono i cristiani non c’è più posto per me. Che questi badano a sé, né se la prendano ingiustamente con me. Allora io, ammirando la grazia di Dio: “ per quanto tu sia un bugiardo, risposi, e non dica mai il vero, ora sei stato costretto a confessare la verità: Gesù Cristo venendo nel mondo ti ha rotto le corna, e ti ha rivelato la tua malizia, dopo averti sconfitto. Appena quel mostro senti il nome del Salvatore scomparve. Cap 8 Le persecuzioni Benché Antonio amasse la solitudine e vivesse nelle caverne quasi fossero stupendi palazzi, tuttavia, al momento opportuno, quando le circostanze lo richiedevano, egli ne usciva: ora sono gli altri eremiti che vogliono essere incoraggiati, ora sono i martiri che dall’arena lo invocano quale consolatore. Ed egli esce dal suo eremo. Non ha paura degli uomini chi abitualmente combatte ben altre battaglie: Egli è il buon soldato di Cristo. Benché Costantino avesse nel 311 posto fine alle persecuzioni contro i cristiani, quest’editto non fu tenuto in considerazione in quelle parti dell’impero, le province danubiane e balcaniche, governate da Licinio, succeduto a Galerio. Più fortunati invece perchè liberi di professare la fede furono, grazie a Costantino, i cristiani di Spagna e della Gallia. Nelle diocesi dell’oriente Massimino Daia che nel 311 si era annessa tutta l’Asia minore, senza considerare il decreto di Gallio, firmato prima di morire, scatenò una durissima persecuzione che fu breve per il tempo, Licinio lo 10 sconfisse nel 313, ma crudelissima per i molti martiri. Così la chiesa di Alessandria, in Egitto, fu duramente colpita. Antonio lo seppe e pensò subito di lasciare la sua solitudine per recarsi in mezzo ai confessori della fede onde confortarli nelle prigioni e sostenerli nella lotta. Disse: Andiamo anche noi, per combatter e morire con loro o per assisterli combattenti. Egli aveva un grande desiderio del martirio, ma non stimava opportuno consegnarsi da sé in mano ai tiranni; sarebbe stata una inutile imprudenza. Senza però nascondersi, si recava nelle prigioni o dove i cristiani erano occupati nei duri lavori nelle miniere, per recar cibo e conforto. Presente ai processi li esortava a non temere il supplizio e li confortava fino a che non li vedeva coronati della gloria del martirio. Cessata la persecuzione durante la quale lasciò la vita anche il vescovo Pietro di Alessandria, Antonio ritornò all’eremo, e inasprì la penitenza : ora è un cilicio che egli porterà sotto la tunica di pelle fino al giorno della sua morte. Non volle mai fare il bagno per rendere il suo corpo più pulito, né lavò alcuna volta i piedi, che solo, quando la necessità lo obbligava, immergeva nella corrente. Nessuno lo vide mai senza il suo abito, o nudo. Solo per seppellirlo si dovette svestire il suo corpo. Tutto questo ci fa rabbrividire, per l’amore che abbiamo per l’igiene, ammiriamo, però, il suo candore. Cap 9 Nella Tebaide superiore S.Atanasio racconta come molti bussassero alla porta del santo eremita per il potere che aveva di guarire gli ammalati e liberare i posseduti dal demonio. Si presenta un giorno all’eremo un certo Martiniano, comandante delle milizie, enormemente angosciato perché la figlia era posseduta dal demone. Insistette molto il povero uomo perché Antonio aprisse ed ascoltasse la sua richiesta. L’unica speranza dell’uomo era nel potente eremita. Antonio non rispondeva, e Martiniano continuava a picchiare sull’uscio, gridando fortemente che uscisse per carità e pregasse Dio per la sua povera figlia. Antonio che continuava a non aprire si affaccia alla finestra e dice: Perché mi chiami? Io sono come te, un povero uomo. Se tu credi come credo io,in Gesù Cristo, và pure e prega Dio con fede e otterrai quel che chiedi. Martiniano credette, invocò il nome di Cristo e si riportò a casa la figlia liberata dal demonio. Molti sofferenti si recavano dal santo e siccome egli mai apriva, si fermavano fuori dal monastero, vi passavano le notti persino, e siccome pregavano con fede sincera, se ne ritornavano guariti. Preoccupato per tanti visitatori e impaurito dalla possibilità di insuperbirsi decise di inoltrarsi nella Tebaide superiore per potersi nascondere nuovamente dagli uomini. Accampato sulla sponda del fiume aspettava qualche imbarcazione di passaggio allorquando all’improvviso una voce gli parlò: Antonio, dove vai? Perché vuoi partire? Egli non si turbò affatto. Non era la prima volta che gli accadeva. Siccome la gente non mi dà risposo, ho deciso di inoltrami nella Tebaide superiore, per evitare queste continue visite e anche perché mi chiedono cose superiori alle mie forze. La voce aggiunse: Sappi che ovunque andrai dovrai sopportare fatiche sempre maggiore. 11 Ora però inoltrati pure. Antonio domandò chi gli avrebbe indicato la via e subito la voce gli mostrò una carovana di saraceni che doveva fare proprio quella strada. Antonio ammesso nella carovana camminò con essi per tre giorni verso il mar Rosso giungendo al monte Coltzum, che poi sarà chiamato monte di S. Antonio, in una oasi, poche palme e una sorgente. Da questo monte alto e impervio si potevano vedere le acque del Nilo. Qui visse per molto tempo, solo, ricevendo rare visite. Erano i suoi fratelli monaci o alcuni saraceni che sentivano il dovere di provvedere al pane per lui, finchè egli stesso pensando di essere di fastidio decise di coltivare in un orticello un po’ di frumento e qualche legume, pane per sé e modesto alimento per qualche raro visitatore. Si intravede in questa decisione quella che poi sarà la tradizionale ospitalità dei monasteri. Figura 5 Sacchi Andrea 1627 SS Antonio e Francesco The national Gallery of London Anche le fiere di quel deserto, avvicinandosi al sorgente per dissetarsi finirono per nuocere al campicello. Allora egli ne prese una con molto garbo e disse a tutte: perché mi fate del male? Io non vi reco alcun male! Andatevene in nome di Dio e non tornate più qui. Da quel giorno, timorose di disubbidire, non si recarono più in quel luogo. Questo dialogo ricorda l’episodio di s. Francesco quando predica agli uccelli quando ammonisce il lupo di Gubbio. Anche se i tempi sono diversi e le situazioni pure, i santi agiscono tutti nella stessa maniera perché sono manifestazioni dell’Amore grande di Dio per gli uomini. Quanti gli facevano visite raccontavano le solite storie: strepiti, tumulto d’armi, voci paurose. Nonostante l’età, il combattimento contro l’invisibile era ancora più aspro. Era stupendo vedere quest’uomo, indebolito dai molti anni, fermo nelle tempeste come una montagna, per niente impaurito dai demoni che metteva in fuga invocando il nome santissimo del Salvatore. Quando vigilava di notte, il nemico gli mandava le fiere: e quasi tutte le iene del deserto, uscendo dalle loro tane, circondavano il vecchio eremita, minacciandolo di morte con le fauci spalancate. E il vecchio: se avete potere di divorarmi, eccomi pronto; ma se siete mandate dal demonio, è meglio che ve ne andiate, poichè io sono il servo di Cristo. A queste parole esse fuggivano. Antonio lavorava intrecciando ceste che poi regalava ai visitatori. Un giorno gli si fermò davanti uno che si divertiva a disturbarlo, tirando le cordicelle delle sporte e quindi disfacendole. Si levò in piedi e si accorse di avere davanti una bestia metà uomo e metà asino. Appena si segnò con la croce e si dichiarò servo di Cristo il mostro fuggì, lasciandolo finalmente lavorare tranquillo.Neanche qui però trovò 12 tranquillità. Si racconta che un diacono noleggiasse cammelli per quanti desideravano vederlo. Tre giorni di cammino frettoloso solo per vederlo, proprio come avviene ai nostri giorni. Il monastero ora è diventato faro di luce. Cap 10 In pericolo di vita Senza che Antonio lo avesse voluto, era diventato veramente padre, abba, di una moltitudine di figli. Figli spirituali, è vero, e perciò più cari.: da educare, consolare, incoraggiare. Vivere da solo in una orribile caverna, ora non era più possibile. Erano così tanti che Antonio, l’abba, era spesso costretto a far loro visita per spronarli, nelle loro difficoltà, a non desistere. Il cammino della santità è erto, ma il premio è sicuro. Viaggiare però, oggi, è per lui enormemente faticoso. Bisogna appoggiarsi al bastone: non è giovane, inoltre l’aspra penitenza lo ha debilitato. Tuttavia lo spirito è ancora vigoroso tanto che accetta l’invito di alcuni eremiti e su un cammello carico d’acqua inizia un viaggio verso le mete lontane. Fidando in Dio , salmeggiando, digiunando, portavano l’abba a consolare i figli lontani. Questa volta neanche il diavolo appare preoccupato di interrompere il cammino. Dovettero però camminare moltissimo se mancò l’acqua. E poiché il calore era eccessivo si trovarono in pericolo di vita. Giacevano avviliti per terra e senza speranza abbandonarono il cammello. Antonio che vedeva i suoi compagni in così grave pericolo, pianse amaramente, poi allontanatosi da loro pregò cosi intensamente il Signore che lo esaudì facendo scaturire in quel luogo una polla d’acqua. Tutti bevvero abbondantemente, riempirono gli otri e poi si misero alla ricerca del cammello che nel frattempo si era allontanato dai loro sguardi, trovandolo legato con la corda che si era avviluppata intorno ad un grosso masso. Lo condussero a dissetarsi, e caricatolo di nuovo con gli otri, si rimisero in cammino giungendo finalmente ai monasteri che erano fuori dal monte accolti con grande gioia ed esultanza. Con Antonio, quali doni insuperabili arrivavano i suoi insegnamenti, i suoi incoraggiamenti e fortificati sentivano che camminare era sacrificante ma il premio dei sacrifici era superiore ad ogni aspettativa, la gioia di stare in eterno con Dio. Anche Antonio fu ricolmato di gioia vedendo quanto zelo animava i suoi discepoli e poi perché potè incontrare l’anziana sorella, che nella verginità consacrata era anch’essa ricolma di meriti. Ritornato sul monte riprendeva la vita di sempre, insegnando ai suoi monaci quanto riteneva indispensabile per progredire sulla via della santità. In particolare diceva che non bisognava far tramontare il sole sulla propria ira. Evidentemente dovevano essere frequenti i litigi fra i discepoli. A sera bisognava riposare con animo tranquillo: via i rancori, ma via anche gli altri peccati. E a tal proposito raccomandava l’esame di coscienza. 13 Tutti i giorni, diceva, ognuno esamini il proprio operato. Se ha peccato non perseveri in esso, non sia pigro, non faccia del male al prossimo, non ostenti la sua santità. E insistendo con forza sulla necessità dell’esame di coscienza serale aggiungeva che sarebbe stato anche utile mettere per scritto. Sarebbe così aumentata la vergogna pensando che qualcuno li avesse potuto leggere e aumentando la vergogna, il proposito di non ricaderci diventa così più forte. Anche l’esame di coscienza scritto non è dunque un suggerimento dell’ascetico moderna. Capitolo 11 I miracoli Solo Dio, maestoso in santità, è operatore di prodigi. Eppure Gesù ha promesso a coloro che credono in Lui il potere di guarire, sanare, risuscitare i morti, di rimanere incolumi anche quando si è morsicati da serpenti. La scrittura chiama insipiente, sciocco, l’uomo che non crede che il cristiano, per la sua grande fede in Dio, ha questo potere. Forse nel raccontare la vita dei santi, nel passato, si è potuto esagerare alquanto, ma che essi siano stati testimoni dell’amore di Dio per i loro contemporanei e li abbiano beneficati con prodigi, questo non può essere negato. Atanasio che è stato esule, presso di lui, nel 356, ha sentito e ora racconta i miracoli compiuti dal’abbate. Si recò da lui, un giorno, Frontone, un nobile signore della famiglia imperiale, colpito da una strana malattia: si mozzava la lingua coi denti e soffriva agli occhi. Figura 6 Monastero ortodosso di Aprilia Implorava da Antonio la guarigione. E l’abbate diceva: và, e guarirai. Ma l’infermo non si muoveva e rimaneva nei paraggi, nonostante che il vecchio insistesse dicendo: se rimani qui non otterrai la guarigione. Và e quando arriverai in Egitto vedrai in te il miracolo. Quegli credette e partì. Era appena arrivato ai confini dell’Egitto che si trovò sano secondo la promessa di Antonio, che per lui aveva molto pregato il Salvatore. Nel deserto due fratelli, per il lungo e faticoso viaggio e per la conseguente mancanza di acqua, si trovarono in grave pericolo di vita tanto è vero che uno morì e l’altro 14 agonizzava. Antonio, lontano nell’eremo,in preghiera, sentì quando accadeva lontano e chiamati due suoi discepoli che erano in visita presso di lui, li mandò in loro aiuto. “Affrettatevi, diceva, pregando ho avuto questa visione” Poiché non erano lontani che il cammino di un giorno, riuscirono a salvare l’agonizzante. Seppellito il morto, condussero il superstite all’eremo. Un’altra volta, sempre in orazione, vide, in alto, un corteo di angeli che portavano al cielo l’anima di Ammone di Nitria, un villaggio distante tredici giorni di cammino, che era vissuto piamente, sempre nella vita eremitica. Erano amici ed usavano visitarsi sovente. Si racconta che anche Ammone operasse miracoli come quando passò il fiume in piena miracolosamente non volendosi mostrare nudo al compagno Teodoro. Gli amici di Ammone un mese dopo confermarono ad Antonio che costui era morto proprio quando Antonio aveva avuto la visione. Il conte Archelao, incontrando fuori dal monte il santo eremita, lo pregò con insistenza per la vergine Policrazia di Laodicea, ammalatasi gravemente per le molte penitenze. Con gioia, ritornando a casa, potè vedere che Dio aveva esaudito la preghiera dell’eremita perché trovò la vergine guarita e proprio nell’ora in cui Antonio aveva rivolto a Dio la sua supplica Un giorno Antonio per far visita ad alcuni discepoli si servi di una piccola imbarcazione per attraversare il fiume e durante il viaggio, egli solo, senti un fetore insopportabil. Interrogati i marinai risposero che era il pesce pescato abbondantemente che puzzava là nella stiva. All’improvviso dalla stessa stiva uscì un govane ed era indemoniato. Si era nascosto alla partenza. Gridava forte era terrorizzato dalla presenza del santo che con voce severa e con la potenza che è nel nome di Cristo liberò quel giovane. Un giorno mentre all’ora nona si accingeva a pregare fu rapito in estasi ed ebbe una visione. Sentì di volare quando all’improvviso dei tristi figuri, enormi, terribili e tetri, si opposero risolutamente al suo volo. Vi appartiene? Domandavano agli spiriti che lo sollevavano in volo. Si, è nostro, risposero gli angeli, perché nel battesimo gli erano stati rimessi i peccati ed egli da quel giorno in poi era stato sempre del Signore. Apparteneva dunque a Dio. I nemici si ritirarono ed Antonio si ritrovò nell’eremo come prima privo di appetito. Trascorse quella notte in una intensa orazione. Ebbe da Dio il dono di una illuminazione interiore. I suoi dubbi venivano risolti nell’orazione secondo la promessa del Signore: Tutti i tuoi figli saranno ammaestrati dal Signore. Anche Gesù aggiunge: saranno tutti ammaestrati da Dio. Capitolo 12 Avversario degli eretici S. Atanasio nel parlare di Antonio, sottolinea con forza la sua grande umiltà. Nonostante fosse per l’orazione e l’ascesi un grande maestro di vita, tuttavia, alla presenza di ecclesiastici, zittiva e chiedeva che fossero essi a parlargli di Dio. Racconterà anche di sacerdoti pagani che, desiderosi di sentirlo, si recavano nel tempio del Signore ad Alessandria. Questa notizia ci consente di pensare che gli 15 eremiti, quando per determinati motivi, potevano recarsi in un centro abitato, fossero soliti partecipare alla divina liturgia per ricevere i santi sacramenti. Nel descriverlo annota solamente che era di una dolcezza infinita nel volto. Egli si distingueva dagli altri solo per l’incedere dignitoso e per la purezza dello sguardo. Come è vero e lo dice la scrittura che il cuore rasserena il volto e dalla purezza degli occhi tu conosci l’innocenza del cuore. In tale candore d’animo inoltre rifulgeva una fede ammirabile. Pensando che l’ amicizia con gli eretici fosse molto pericolosa per l’anima, mai volle comunicare con i Meleziani e i Manichei. I due patriarchi di Alessandria, Pietro, +311, ed Alessando, particolarmente indulgenti verso i cristiani che nella persecuzione avevano tradito tanto da riammetterli nella comunione in punto di morte, furono fortemente contrastati dal severo vescovo di Licopoli, Melezio, che autoproclamatosi patriarca diede luogo a uno scisma che durò parecchio. Fu deposto infatti nel 325. I Manichei discendenti di Mani, nato nel 216, a Babilonia professavano un dualismo esasperato mettendo sullo stesso piano per essenza e potere Dio e il Demonio Antonio che non volle mai comunicare con i meleziani e i manichei fu anche un terribile avversario di Ario, un prete alessandrino di grande integrità morale e anche di una certa religiosità il quale andava affermando, trovando anche consensi tra i vescovi, che il Figlio di Dio, nel seno della Trinità, è inferiore per natura e potere a Dio Padre perché non generato ma creato prima della fondazione del mondo. A Nicea nel 325 questa dottrina fu dichiarata eretica ma era abbastanza tardi perché già si era enormemente diffusa nella cristianità. Nel concilio avversario di Ario e dei suoi potenti Figura 7 Robert Campin 1440-60 La sacra Famiglia con s. Antonio ab. The seguaci fu Atanasio national gallery of Washington diacono di Alessandro al quale successe come vescovo, nel 328 e così incominciò per lui un periodo di persecuzione. 16 Nel 335 venne esiliato a Treviri dall’imperatore Costantino. S.Antonio dice lo storico Sozomeno, scrisse parecchie lettere all’imperatore per ottenere il ritorno di Atanasio che conosceva personalmente, perchè era stato suo ospite, nel deserto varie volte. E l’imperatore non credendo che un’assemblea così numerosa si potesse ingannare su Atanasio, termina dichiarando che costui era un insolente, un orgoglioso, uomo di discordia. S. Atanasio di queste lettere non né parla. Perché? Gli anni che seguiranno vedranno Atanasio combattere ancora contro i suoi nemici per difendere la fede di Nicea e lo vedranno soffrire molto. E’ allora che, pochi anni prima che Antonio morisse, ricevette la sua visita. Era venuto a confortarlo. Poiché qualcuno diceva in giro che anche Antonio fosse seguace di Ario Atanasio, in occasione della sua visita, lo invitò a tenere nella cattedrale di Alessandria un sermone contro Ario e in difesa della divinità di Cristo, generato dal Padre, prima della creazione. E diceva: Non unitevi sotto lo stesso giogo con gli infedeli. Non c’è consorzio tra la giustizia e l’iniquità, tra la luce e le tenebre. Voi cristiani siete nella verità. Gli ariani invece dicendo che il Cristo è creatura del Padre sono come i pagani i quali amano servire le creature piuttosto che Dio. Tutto il creato è sdegnato contro gli ariani perché considerano come creatura colui che è invece il creatore e il padrone dell’universo. Antonio, uomo di Dio, si vide stretto da gran folla e tutti avevano qualcosa da chiedere e tutti volevano toccarlo, anche solo per un istante. E ci furono guarigioni e liberazioni. Per nulla turbato da tanta gente esclamò che il numero di quanti lo attorniavano era ben inferiore al numero dei demoni che continuamente lo combattevano. Il 6 gennaio 356 Atanasio è strappato dalla cattedra episcopale e nella fuga troverà riparo nel deserto presso Antonio pochi giorni prima che costui morisse. Era il 17 gennaio del 356. E qui visse Atanasio fino al 362. Cap 13 I saggi pagani Il cristiano vero e autentico non cerca nel mondo la sapienza o la potenza ma si lascia sedurre dalla stoltezza e dalla impotenza di Dio. Non ama né troni, né cattedre, ama la Croce perché è sulla croce che ha trovato l’Amore! E chi si distende sulla Croce ama la povertà della vita e la semplicità del linguaggio e allora diventa spettacolo per il mondo, oggetto di curiosità e di indagine. Ecco perché spesso i sapienti di questo mondo che noi chiamiamo impropriamente filosofi si presentano da Antonio per indagare se, tutto sommato, la semplicità di quest’uomo che la gente chiama sapienza non sia in verità una terribile stoltezza. I due filosofi greci vengono prevenuti: Antonio sarà probabilmente un rinnovatore dei misteri di Serapide o un fenomeno di apatheia (godevano di questa impassibilità o insensibilità ai turbamenti esteriori i seguaci di Epicureo e gli stoici. I seguaci di Seneca la chiameranno invece invulnerabilità dell’animo). Classificandolo dunque come cinico i due pervennero all’eremo di Antonio, che era, dice Atanasio, di una singolare prudenza e per quanto fosse illetterato era però dotato di ingegno acuto e sagace. 17 Perché, o filosofi, avete fatto tanta fatica per venire a trovare un povero stolto? Essi risposero: noi sappiamo invece che tu non sei uno stolto ma un uomo di grande prudenza. Rispose l’eremita: se mi credete stolto allora avete perduto molto tempo nel venirmi a trovate, ma se mi ritenete un uomo prudente allora imitatemi perché è saggezza imitare le cose buone. Se io fossi venuto da voi lo avrei fatto per imitarvi, ma visto che siete voi venuti da me, allora imitate me: io son cristiano. In un’altra occasione, il santo dice ad altri visitatori: Che cosa dite voi: vale più la ragione o la scienza? E qual’è causa dell’altra? La ragione è causa della scienza o viceversa? Con prontezza risposero che la ragione precedeva la scienza. Allora è evidente, rispose Antonio, che non sono necessarie le scienze a colui che ha la sana ragione. Ciò che di più sorprendeva i filosofi era il modo cortese con cui Antonio li riceveva e li trattava.Sebbene allevato nell’orrido della montagna e là invecchiato, non aveva nulla di agreste nei modi,ma era affabile e gentile. Il suo dire era anche molto arguto ed egli risultava anche simpatico. E quando gli facevano notare che egli non possedeva libri, rispondeva che aveva la natura e la scrittura. Ambedue sono la sorgente della gioia. I successivi incontri del vecchio eremita con i sapienti greci, per mezzo di un espertissimo interprete, hanno come tema il mistero della Croce che è fortezza di chi crede in Gesù Cristo e disprezzo totale della morte che è stata vinta, per sempre e per tutti, dal Redentore. Il culto degli dei ,al contrario, dimostra Antonio, è impudico e misero e mette l’uomo nella melma perché lo rende schiavo di Satana. E’ chiaro che quanto scrive Atanasio è una sua rielaborazione con fine arte greca dei sermoni d iAntonio che dovevano per necessità essere molto più semplici. Capitolo 14 I messi imperiali Costantino, vincitore di Massenzio e poi di Licinio col quale a Milano nel 313 aveva deciso di dar pace alla chiesa, rimasto unico imperatore nel 324 si mostra favorevole al cristianesimo verso il quale si era sentito attratto già all’inizio delle sue campagne militari. Uomo temerario, ardito stratega, amico del popolo, grande politico non privo di ambizioni, seguendo un suo pensiero si sente rappresentante di Dio come capo dello stato e allora seguirà con particolare interesse le dispute religiose per preservarle, pensava, da qualunque eresia. Amico della chiesa la proteggerà e costei uscita dalla bufera delle persecuzioni, dovrà sperimentare nuovamente la prova, l’onerosa protezione dello stato, per mezzo dei Cesari cristiani. Morto il 22 maggio 337 ad Achirone, la sua villa preso Nicomedia, dopo aver ricevuto, qualche giorno prima di morire, il battesimo per Figura 8 Martino di bartolomeo 1400c the metropolitan museum of N.Y. 18 opera del vescovo di Nicomedia, Eusebio, lascia tre figli: Costantino II, Costanzo, Costante, molto giovani. Atanasio racconta nella sua vita di Antonio che Costantino il grande e i suoi due figli Costanzo e Costante, c’è silenzio sul primo, Costantino II, mandarono delle lettere all’eremita. Pensando però che Antonio nel 311 era stato ad Alessandria per confortare i martiri nella persecuzione di Massimino, che aveva suscitato l’intervento di Costantino nel 312, e sapendo da Sozomeno che egli era intervenuto presso l’imperatore a favore di Atanasio dopo il concilio di Tiro nel 335, è facile pensare che le lettere siano arrivate prima del 336 Atanasio ricorda l’episodio per illuminare il distacco di Antonio a cui faceva forte contrapposizione la gioia dei suoi monaci che in quelle lettere vedevano l’approvazione della vita ascetica e promessa di benefici futuri. Ad essi diceva: Non meravigliatevi se mi ha scritto l’imperatore; egli è un uomo come noi; meravigliatevi invece che Dio abbia scritto una legge per gli uomini, e che ci abbia parlato per mezzo del Figlio. Inoltre egli non intendeva neanche ricevere le lettere poichè si sentiva, per cultura, incapace di rispondervi. Ma i monaci lo scongiurarono di non far così, perché gli imperatori erano cristiani, e vi era pericolo che si sdegnassero del rifiuto, quasi fosse disprezzo. Allora concesse che si leggessero e rispose lodando gli Augusti perché ora adoravano Cristo e aggiungendo dei consigli per la salute della loro anima. Ricordava ad essi che la gloria del mondo è transitura , che c’è un giudizio e che l’unico vero imperatore è il Signore Gesù. Li invitava a moltiplicare le opre di carità e di amministrare saggiamente la giustizia. Dirà così un giorno l’Imitazione di Cristo: In verità ogni umana gloria, ogni onore temporale, ogni altezza mondana, al cospetto della tua gloria eterna, non è che vanità e stoltezza. Come è vero che certe verità sono valide per tutti i tempi. Benché non amasse la gloria , non poteva tuttavia esimersi dalle frequenti visite che lo turbavano alquanto, così che spesso si immergeva in un prolungato silenzio come avveniva per Daniele: Allora Daniele, cominciò tacito a pensare dentro di sé per quasi un’ora, e i suoi pensieri lo turbavano. E quando di nuovo ricominciava a parlare essi sentivano che il Padre aveva avuto qualche visione. Spesso raccontava al vescovo Serapione di Thmuis, amico di Atanasio, alcuni avvenimenti accaduti nel lontano Egitto. Qualche volta al termine delle visioni lo vedevano piangere come quando raccontò di vedere i muli prendere a calci l’altare del Signore e di sentire un rumore di cavalli recalcitranti. Pochi anni dopo Ario avrebbe incominciato la sua predicazione perversa contro la divinità di Nostro Signore Gesù. Si intensificano così le veglie e i digiuni, secondo le testimonianze date da Palladio e Cassiano, mentre gli angeli scendono per aiutarlo a confezionare quelle ceste che donava ai visitatori, così racconta s. Nilo. 19 Capitolo 15 Altri prodigi Al termine della sua biografia Atanasio sente nuovamente il bisogno di raccontare altri prodigi operati dal santo. Perché non credere? Non ha forse detto Gesù Cristo: qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, Egli ve la concederà? Ed è il Nome di Gesù invocato con fede che opera i prodigi a imitazione di quanto avveniva con gli apostoli , nei primi tempi del cristianesimo:Non ho né oro, né argento, ma quello che ho te lo do: nel Nome di Gesù, alzati e cammina. Un giorno, pregato insistentemente da un duca di scendere dal monte, il santo disse a lui e agli altri che lo aspettavano poche parole intorno alla salvezza delle loro anime e poi li pregò di ripartire subito. Quando la richiesta di fermarsi un po’ più a lungo divenne insistente, Antonio rispose con un sorriso arguto che non gli era possibile, perché come i pesci muoiono fuori dall’acqua, così i monaci, rimanendo molto con i laici perdono il fervore. I pesci devono ritornare all’acqua, noi al monte, perché aspettando fuori non abbiamo a dimenticare la vita interore. Si racconta come un altro duca, Balac, perseguitasse i cristiani di Alessandria per favorire gli ariani. Erano i tempi in cui l’ariano cappadoce Gregorio, vescovo, nel 339, forte della scorta militare, usurpò la cattedra di Atanasio. Balac era particolarmente crudele con le vergini consacrate e con i monaci che faceva fustigare a sangue. Antonio, informato di tutto quanto accadeva nella città imperiale, gli scrisse una lettera: Vedo che sei particolarmente irato. Smettila di perseguitare i cristiani, prima che l’ira di Dio ti colpisca. Essa è prossima. Balac, nel riceverla, rise spudoratamente, la gettò per terra e vi sputò sopra: dal momento che ti pendi cura dei monaci, verrò presto ad Figura 9 Giovanni di Nicola 1360 the national assalirti. gallery of london Gli mancò il tempo per questa azione punitiva. Cinque giorni dopo, l’ira di Dio lo colse. Montato a cavallo con Nestore, il governatore dell’Egitto, avvenne che i cavalli incominciarono a saltellare. Il cavallo di Nestore che era sempre stato mansueto, si scagliò su Balac, lo rovesciò e incominciò a morsicarli una coscia con ferocia al punto tale che il poveretto tre giorni dopo morì. La predicazione di Antonio convertì non solo molti ricchi ma anche molti soldati che lasciato tutto si fecero monaci. 20 Antonio era stato da Dio concesso all’Egitto come un medico. Nessun afflitto lo avvicinava senza ripartirsene lieto; chi piangeva i propri morti, ritornava a casa consolato, gli iracondi diventava miti, chi si lamentava della propria povertà, al vedere la vita misera che conduceva, ritornava disprezzando le ricchezze, il monaco pigro trovava in lui la forza per risollevarsi, i giovani tentati nella purezza trovavano l’incoraggiamento per una strada difficile ma gioiosa, gli ossessi venivano liberati e quanti erano turbati da pensieri osceni riacquistavano la serenità dello spirito. Capitolo 16 La morte Il racconto degli ultimi giorni di vita di Antonio, nella mente di Atanasio, vuole essere un insegnamento per tutti i religiosi, soprattutto per quelli dell’occidente, forse gli italiani, presso i quali era stato parecchio tempo. Atanasio racconta con grande cura gli avvenimenti forte della sua conoscenza personale: gli offrii l’acqua per lavarsi le mani, e del racconto di quanti erano stati vicino al santo vecchio. Avendo conosciuto in visione il momento della sua morte volle scendere dl monte per visitare i suoi discepoli per l’ultima volta. Si presentava ad essi con la gioia nel cuore consapevole che ben presto avrebbe incontrato il suo Signore. Li esortava ad essere rigidi nella vita ascetica, puri di pensieri, lontani da meleziani ed ariani, e a credere in Gesù Cristo secondo quanto insegnava la chiesa e le scritture. Tra gli intimi nelle ultime ore vi furono i discepoli prediletti Macario e Amathas. S Girolamo lo dice nella vita di S. Paolo eremita. Macario di Alessandria desiderava essere tenuto come l’erede delle sue virtù e del suo spirito. Ma Antonio non ebbe mai intenzione di creare intorno a sé una famiglia organizzata: solo dava a quanti lo avvicinano l’esempio e i consigli di una vita ascetica. Contrario all’uso antichissimo e proprio degli egizi di imbalsamare i morti, poiché diceva che i profeti e lo stesso Gesù erano stati seppelliti, egli chiese ai suoi amici che quando fosse morto avessero seppellito e nascosto il corpo per evitare che gli avessero reso culto. Sentendosi prossimo a morire chiamò i discepoli che lo avevano assistito negli ultimi quindici anni e diede loro questi insegnamenti. Questo è il momento in cui entro nella via dei Padri, poiché vedo che il Signore mi chiama.Voi intanto vigilate, per non perdere il frutto della vostra lunghissima esercitazione nella vita di penitenza; ma come foste ancora al principio di questa vita, 21 Figura 10 carlo innocenzo Carloni sec XVIII la Gloria the metropolitan museum of N.Y. procurate di mantenerne il fervore. Avete conosciuto le insidie del demonio, come siano truci, ma conoscete di questi spiriti l’impotenza. Non temeteli dunque; ma sperate in Cristo e in lui credete. Vivete come se doveste morire ogni giorno, e badate a voi stessi ricordando i miei insegnamenti. Non comunicate con gli eretici. Voi sapete quanto li abbia combattuto, perché la loro dottrina è contraria alla verità su Gesù Cristo. Procuratevi di unirvi prima a Cristo e poi ai santi affinchè dopo la morte essi vi ricevano nelle dimore eterne, come amici e familiari. Se mi volete bene, ricordatevi di me, e non lasciate portare il mio corpo in Egitto, perché venga imbalsamato e conservato nelle case. Perciò ho voluto ritornare su questo monte. Voi sapete quanto io abbia sempre riprovato questa consuetudine. Seppellite il mio corpo e ricopritelo di terra.. Non rivelate a nessuno questi miei ordini e fate che nessuno conosca il luogo della mia sepoltura. Il giorno della resurrezione il Signore mi restituirà il corpo incorrotto. Dividete le mie vesti: date al vescovo Atanasio una delle mie pelli di pecora e il mantello col quale io mi avvolgevo, l’altra pelle datela al vescovo Serapione. Voi prendetevi la veste di cilicio. Figlioli, Antonio se né va. Io vi saluto. Addio. Al termine i due discepoli gli diedero un bacio e mentre distendeva i piedi e sorrideva come se avesse contemplato amici che si avvicinavano a lui, col volto ilare spirò. Fu seppellito e nessuno sa dove. La morte di S. Antonio avvenne nell’anno 356, probabilmente il 17 gennaio, giorno in cui lo ricordano antichi martirologi e nel quale i greci, e i romani poi, incominciarono a celebrarne il ricordo. Atanasio confessa di aver dato solo una pallida idea di questo grande uomo che visse sempre nello stesso fervore di spirito. Il ritmo di vita che aveva avuto in gioventù lo ha accompagnato anche in questa veneranda età: lo stesso cibo e i digiuni frequenti nonostante ora fosse vecchio e infermo. Eppure rimase sempre sano. Ebbe sempre gli occhi limpidi e buoni per vedere senza sforzo, non gli mancava un dente e solo per l’età avanzata qualcuno era guasto. I suoi piedi e le sue mani erano sanissimi, sembrava più vegeto di quanti si cibavano bene , si lavavano con delicatezza e vestivano di lusso. Ed era ancora robusto. Lo ammiravano tutti e molti desideravano vederlo. Non per gli scritti, non per la sapienza fu celebre il santo eremita, ma per il suo amore a Dio. Dono di Dio è stato che quest’uomo, vissuto negli anfratti di una montagna sia stato conosciuto ovunque. Dio solo manifesta a tutta la terra quanti a lui si consacrano fedelmente. Anche se essi cercano il nascondimento, Dio li pone come lampade sopra i monti perché alla loro scuola si impari la sapienza del Vangelo. Noi ci uniamo alla Chiesa per offrire a S. Antonio l’omaggio della nostra venerazione, per esaltare i doni che lo Spirito gli ha elargito, rendendolo padre di un gran popolo, di un potente aiuto della chiesa di Dio, l’ordine monastico di cui aveva visto in visione la futura espansione. Imploriamolo perché il monachesimo fiorisca e si rinnovi, perché tutte le membra della chiesa si santifichino, perché tutti i cristiani combattano fieramente, nonostante l’opposizione del grande nemico, per l’espansione del Regno di Dio su questa terra. 22 Cap 17 Racconti apocrifi Per indicare la bontà d’animo di Antonio, in un antico codice apocrifo, si legge di un giovane cacciato da un monastero per particolari mancanze commesse. Questi si recò dal santo che lo tenne un po’ con sé, quindi lo rimandò al primo monastero, dove però non vollero accoglierlo. Ritornato dal padre disse: non mi hanno voluto prendere, Padre. Egli allora lo rimandò con queste parole: Una nave fu sconquassata nel naufragio e dopo molta fatica si riuscì a menarla in porto; ora ciò che è stato salvato volete voi affondare nell’abisso? Così il giovane fu riammesso nel monastero. Tutti gli anni tre vecchi si recavano da Antonio per dargli conto della loro coscienza e chiedere a lui consigli sulla salute dell’anima. Uno di questi però non parlava mai. Dopo molto tempo fu interrogato da Antonio: è da molto tempo che vieni a visitarmi e non domandi mai niente. Perché? Ed egli: mi basta vederti. Un giovane desiderando di farsi monaco andò da Antonio: il santo gli impose di recarsi in città, di comprare della carne e poi, dopo averla tagliata a pezzettini, si spogliasse e ritornasse da lui carico di quei brandelli. Il giovane ubbidì, ma nel viaggio i cani e gli uccelli rapaci lo assalirono per cui arrivò malconcio. Avendolo visto, il vecchio lo interrogò se avesse obbedito. Egli lamentandosi , mostrò le sue ferite: Già, disse Antonio, a chi disprezza il mondo, anche se ritenga con sé poca cosa, gli avverrà così, di essere ferito dal diavolo, e di soccombere, lacerato nella lotta. Un giorno in preghiera Antonio domandò a Dio perché spesso un bambino muore e un vecchio vive tantissimo, perchè alcuni prosperano nella ricchezza ed altri non hanno pane. E mentre così si tormentava una voce gli rispose: O Antonio, pensa a te e non scrutare i giudizi di Dio. Cap 18 La traslazione delle sue reliquie Il luogo della sua sepoltura, ignoto perfino al suo biografo, venne finalmente scoperto se nel 561 si trova il ricordo della traslazione del santo ad Alessandria. Il fatto che ha destato molti sospetti nei critici più delicati, è riportato nelle Cronache di Vittore, vecovo di Tunnuna nell’Africa settentrionale,morto nel 569 a Costantinopoli, esule, perché aveva avversato Giustiniano nella questione dei Tre capitoli. Isidoro di Siviglia e il venerabile Beda lo hanno ripetuto. Quando i Saraceni invasero l’Egitto nel 635 le reliquie furono trasferite a Costantinopoli come riferiscono i Bollandisti In Francia arrivarono alla fine del decimo secolo o all’inizio dell’undicesimo per opera di un certo Giosselino e furono deposte nella diocesi di Vienna nel delfinato, nella chiesa della Motte Saint Didier. Giosselino le aveva ricevute in dono dall’imperatore di Costantinopoli. 23 La chiesa, consacrata da Callisto II nel 1119,fu affidata all’ordine di S.Antonio per la cura degli ammalati. L’ordine fu fondato da Gastone di Vienna e da suo figlio Giraldo che dal santo era stato guarito miracolosamente, e da altri sette amici e si distinse particolarmente durante una epidemia di fuoco sacro. Bonifacio VIII elevò il priorato di Motte saint Didier al rango di Badia, concedendo ai membri di usare la regola di S. Agostino e di avere un abbate generale col nome di Abbate dei canonici regolari di S. Antonio. Nel secolo XVIII si estinsero e i beni passarono all’ordine di Malta. Sulla fine dl secolo XIV alcune reliquie furono collocate nella badia di Montmajour les Arles e poi ,chiuse in un ricco reliquiario, deposte nella chiesa parrocchiale di S. Giuliano d’Arles. Il culto di S.Antonio conobbe un nuovo impulso e più ampia diffusione in Occidente quando la Legenda aurea di Jacopo da Varagine sec Xiii ne fa conoscere la figura arrichita anche da tradizioni popolari che la resero più colorita e suggestiva. Da allora fu soprattutto la gente dei campi ad leggerlo universalmente come protettore degli animali domestici estremamente importanti in una società essenzialmente agricola. Che i contadini e gli allevatori abbiano posto sotto la protezione del Santo eremita gli animali che servivano per il lavoro dei campi e per l’alimentazione non deve meravigliare. Antonio era figlio di gente che lavorava la terra, di qui il suo amore per la campagna e per gli animali domestici amici e collaboratori dell’uomo. Inoltre S. Attanasio ci informa che Antonio stesso si dedicava al lavoro della terra dalla quale traeva il suo sostentamento e anche di che fare la carità a chi andava a trovarlo. Nonostante i cambiamenti della società e dei metodi di lavoro agricolo, la devozione a S. Antonio abate è rimasta sempre viva ed ha saputo trovare nuove motivazioni e nuove forme per invocare ancora oggi il patrocinio di questo Santo sugli animali domestici. La sua lunghissima vita fu contemplativa, ma anche attiva ed il più preciso elogio è quello che ne fa il breviario al 17 gennaio. In solitudinem recessit, vitam poenitentiae amare coepit. Multos discipulos habuit: pro Ecclesia laboravit, confessores sustinuit in persecutione Diocletiani, et Sanctum Athanasium contra Arianos adiuvit. Traduco: si ritirò nella solitudine, amò una vita di penitenza, ebbe molti discepoli, lottò per la Chiesa, sostenne i martiri nella persecuzione di Diocleziano, aiutò s. Atanasio contro gli ariani. A proposito dell’adiuvit, Atanasio per ben due volte, nell’esilio, trovò asilo nel deserto presso di lui. Bousset dirà: Atanasio, dal cuore di Antonio prese quel fuoco dello zelo che trionfò sull’eresia che, come scrive s. Girolamo, aveva contagiato tutto il mondo cristiano. 24 Capitolo 19 La leggenda del porcellino Da Antonianae historiae compendium Lugduni 1534 Una scrofa trascinò un porcellino zoppo e malato che aveva appena partorito. Lo depose dinanzi ai piedi del Santo con lamenti e grugniti quasi a chiedere, come poteva, aiuto e guarigione. Mentre i presenti si meravigliavo di quanto stava accadendo, s. Antonio immediatamente operò la guarigione dell’animale malato tracciando un segno di croce.. Per tale miracolo il santo fu da tutti riconosciuto e fu accompagnato presso il re gravemente ammalato al quale, con l’aiuto di Dio, restituì la salute convertendo poi lui e la città al culto del vero Dio. Perciò gli abitanti di quella regione vollero rappresentare per immagine il ricordo del prodigio di quel santo eremita e aggiunsero ai piedi di lui il maiale Cap 20 Una tradizione antichissima Da un opuscolo di Mario Brizi edizioni BiEmme 1996 Viterbo Il 17 gennaio i sagrati e le piazze di molte chiese, dal sud al nord, brulicano di animali condotti dai loro proprietari per la benedizione di S.Antonio. Cani di ogni razza, gatti, uccelli, ma anche tartarughe, criceti, pesciolini. In alcuni casi non mancano agnelli, capre, pecore, cavalli. Si rinnova così, nel giorno della festa una tradizione plurisecolare che, negli anni, ha ripreso vigore grazie anche alla riscoperta della natura, alla cultura ecologista, all’amore verso gli animali. Questa ricorrenza è accompagnata anche da una serie di manifestazioni di origine antichissime attraverso le quali la gente dei campi esprimeva la propria devozione a S. Antonio e rappresentava le ansie e le gioie di una vita spesso troppo grama e insidiata da mille difficoltà. Oggi, in una società fortemente dominata dalla tecnologia, la simpatica figura di s.Antonio si ripropone come simbolo di amore e di rispetto per il mondo animale anche se con modalità diverse che nel passato. 25 Solo pochi decenni fa la cultura dominante nel nostro paese era quella contadina, legata a tradizioni e valori rimasti intatti per secoli. In questo mondo, che oggi ci appare lontano anni luce, gli animali svolgevano una funzione essenziale: tiravano l’aratro e le macchine per il lavoro della terra, trasportavano i raccolti dei campi, le merci e le persone..persino il letame che producevano diventava prezioso fertilizzante. Per non parlare dell’apporto alimentare che offrivano: il latte, le uova, la carne provenivano alle famiglie contadine dai loro piccoli allevamenti a conduzione familiare. Gli animali domestici quindi, fonte di forza –lavoro e di approvvigionamento alimentare, dovevano essere posti sotto un protettore che li salvasse dalle malattie e ne favorisse la prolificità. A tal scopo venne scelto s. Antonio abate. La devozione a s. Antonio non può non farci riflettere sul rapporto uomo ambiente. Per un lunghissimo periodo nel quale l’uomo si sentiva minacciato dalle forze incontrollabili della natura S. Antonio fu scelto come protettore degli animali domestici, uno dei più grandi beni posseduti dalla gente dei campi. Oggi invece è l’uomo a minacciare la natura, sottoponendola ad uno sfruttamento sistematico ed irresponsabile. L’esempio di s. Antonio, che visse la sua lunga esistenza in stretto contatto con l’ambiente, gli animali e le piante prendendo da essi solo ciò che gli era estremamente necessario per vivere, ci riporta al significato autentico del messaggio cristiano sul rapporto uomo natura contenuto nel libro della Genesi Qui leggiamo che l’uomo non è solo parte della natura ma è anche il vertice della creazione. A lui unica creatura dotata di ragione, Dio ha affidato il dominio su tutto il creato. Questo però non significa che l’uomo può disporre arbitrariamente dell’ambiente e degli esseri umani e vegetali, ma che egli può utilizzare con parsimonia e prudenza la natura nel rispetto delle finalità della natura stessa. Senza dilapidarne le risorse, senza appestare l’ambiente, senza stravolgere gli equilibri dell’ecosistema. Semmai migliorando il mondo in cui viviamo per poterlo consegnare non impoverito ma migliore di come lo abbiamo trovato alle generazioni future. Capitolo 21 Il fuoco L’ergotismo detto anche fuoco di s. Antonio, citato da Plinio come ignis sacer, fuoco sacro, fu nel medioevo una delle malattie più temute che periodicamente mieteva numerose vittime. Si trattava di una intossicazione di origine alimentare provocata dall’ingestione di farine cereali contenenti gli sclerozi della segale cornuta. La malattia cominciava con 26 un senso d’intenso bruciore e provocava nel malato il disseccamento dei tessuti e la cancrena portando alla perdita degli arti. Questi talvolta venivano amputati per impedire il diffondersi dell’infezione. Scomparso l’ergotismo il fuoco di s. Antonio indicò l’herpes zoster, un’affezione che colpisce le cellule nervose e si manifesta con fenomeni epidermici localizzati lungo il decorso dei nervi. Capitolo 22 Il Folklore Nel corso dei secoli la devozione a s. Antonio abate ha dato vita ad innumerevoli manifestazioni di carattere religioso folkloristico in tutta la penisola, molte delle quali ancora sopravvivono, mentre altre vengono via via riscoperte e rivitalizzante. Vogliamo ricordare alcune delle più significative. La benedizione degli animali, delle fave e del pane. Il 17 gennaio sui sagrati delle chiese si svolge la benedizione degli animali abbelliti per l’occasione con nastri variopinti. Talvolta vengono presentati per la benedizione anche varie sementi. In molte località permane ancora l’usanza di distribuire il pane e le fave benedette che possono anche essere dati da mangiare agli animali rimasti nelle stalle. In molti paesi il giorno della festa del Santo non si facevano lavorare gli animali. Il fuoco La sera della vigilia della festa viene acceso un fuoco, di solito di grandi dimensioni, che brucerà per molte ore della notte. Intorno ci si intrattiene a lungo conversando e arrostendo salsicce e carne di maiale. La modalità di accensione di questi fuochi varia notevolmente secondo le tradizioni locali. In molte parti il giorno della festa vengono prelevati i carboni spenti e portati nelle stalle come gesto propiziatorio La galoppata Di frequente dopo la benedizione degli animali, i proprietari che portano cavalli, asini e muli, lanciano gli animali in una corsa sfrenata che può avere come punto di partenza e di arrivo due diverse porte della città. La questua. In occasione della festa del santo gruppi di giovani e uomini mascherati vanno di casa in casa cantando appositi canti e ricevendo in compenso generi alimentari che poi verranno mangiati in compagnia. La lotta In molte località vige ancora la tradizione di rappresentare scenicamente gli assalti portati dal demonio al santo eremita. Personaggi vestiti da demoni ingaggiano una battaglia con un attore che rappresenta il Santo che, alla fine, riesce a metterli in fuga a farli cadere a terra sconfitti. Il porco 27 Una usanza ora scomparsa era quella di allevare un maialino che poteva girare liberamente per l’abitato e che veniva alimentato da tutta la popolazione. L’animale, detto il porco di s Antonio, veniva ucciso e le sue carni vendute per finanziare la festa. Capitolo 23 Proverbi e detti S. Antonio con la barba bianca, se non piove la neve non manca. S. Antonio di gennaio porta grano nel granaio e mezza paglia nel pagliaio. La Befania tutte le feste porta via; rispose s. Antonio: piano, piano, che c’è la mia. S. Lorenzo della gran caldura, s. Antonio della gran freddura, l’una e l’altra poco dura. Andare di porta in porta come il porco di S. Antonio: si dice di qualcuno che ha l’abitudine di chiedere o farsi prestare le cose da tutti o di un intrigante che và ora da uno ora da un’ altro. Deve aver rubato il porco di S. Antonio: si dice di chi è vittima di una serie di disgrazie .Capitolo 24 il canto abruzzese della questua Voi, gran Dio onnipotente, siam venuti, buona gente, e nel lungo camminare sant’Antonio per cantare. Sant’Antonio l’è un gran santo Che ci libera tutti quanti E la gente di questo luogo Che ci libera dal fuoco 28 Sant’Antonio l’era un vecchiotto Dalla barba incanutita, e l’andava vestito da frato, quello è sant’Antonio abbato. Sant’Antonio alla sua casella Ci comparse una donna bella. Te lo disse in armonia: vogliamo stare in compagnia. Se mi chiedo la panetta, non me la potrai negare, non me la potrai negare ‘nnonore di sant’Antonio abbato. Cala presto, signora padrona, siamo venuti con canti e suoni siamo venuti con canti e suoni per cantarvi sant’Antonio. Cala presto, signora padrona, che dobbiamo far colazione. Cala presto e non tardare, all’altre case dobbiamo andare. Capitolo 25 Iconografia S. Antonio viene di solito rappresentato come un vecchio monaco, dalla fluente barba bianca, avvolto in una tunica bianca e mantello scuro, con cintura di cuoio e la lettera Tau sul lato sinistro del mantello. I due colori sono simbolo della purezza e della penitenza. La cintura rievoca il Sint lumbi vestri praecincti. Alcuni elementi caratteristici accompagnano la figura del santo: Il bastone- Questo nella iconografia più antica si presentava nella sua forma normale. In seguito prese la forma del tau, cioè la croce egiziana a cui si dava il valore della vita futura. Questo simbolo in alcuni casi verrà anche applicato come distintivo sul mantello del santo. Il campanello. Questo elemento si può ricollegare all’usanza degli Antoniani di allevare maiali vaganti in libertà e mantenuti dalla carità pubblica. Questi animali avevano appunto come segno di riconoscimento un campanello attaccato al collo o ad un orecchio. Il porco-Il motivo per cui ai piedi del santo viene rappresentato un maialino è controverso: potrebbe significare la protezione del santo su questo animale e per 29 estensione su tutti gli animali domestici, oppure rappresentare il demonio che, sconfitto dal santo, è condannato a seguirlo docilmente. Altro motivo potrebbe venire dal fatto che gli Antoniani allevavano maiali con il grasso dei quali curavano il cosiddetto fuoco di S. Antonio. La fiamma: il fuoco che appare nelle rappresentazioni del santo può essere ricollegato all’azione di S. Antonio contro il fuoco infernale oppure si potrebbe riferire alla sua protezione sui malati di ergotismo o fuoco si S. Antonio. Solo più tardi venne invocato come protettore degli incendi, soprattutto quelli causati da fulmini. Ma il fuoco può avere anche significato allegorico, e significare l’amore per Dio e i fratelli. S. Filippo Neri che era molto devoto di S. Antonio diceva spesso: che ti prenda il fuoco di s. Antonio. Il libro: che il santo regge nella mano in molte raffigurazioni richiama la regola da lui concepita per i monaci e da lui dettata a S. Macario, suo discepolo Capitolo 26 Preghiera Di mons Gaspare Cinque O gloriosissimo protettore nostro, s. Antonio, che, morto al mondo, ti nascondesti nel deserto per vivere una vita di penitenza e di preghiera, intercedi per noi, perché disprezzando la vanità di questa terra, desideriamo, solo le cose celesti. O Grande patriarca degli eremiti, Padre e Maestro di numerose legioni di Monaci e Santi, intercedi per noi, perché, imitando i tuoi esempi, viviamo solo per la conquista del Cielo. O Fortissimo Atleta, vindice della Divinità di Gesù Cristo contro l’eresia, o Invincibile difensore della fede contro gli inutili assalti del mondo pagano, o Dolce Consolatore dei Martiri, intercedi per noi, perché conosciamo e amiamo solo Gesù, nostra Via, Verità e Vita. O invitto Dominatore dell’inferno, che nella potenza del Nome Divino vincesti tutte le forze di abisso prega per noi perché vinciamo sempre le insidie del nemico: O Gloriosissimo s. Antonio, il cui Nome grande suona in benedizione da dove sorge fin dove tramonta il sole, insegnaci la via del Paradiso, accendi di santo ardore il nostro cuor così freddo e accoglici sotto l’ombra del tuo potente patrocinio: nelle lotte della vita, tra i pericoli e le tentazioni e, soprattutto nell’ultima ora difendici, aiutaci perchè si schiudano per noi le porte del Cielo. 30 Capitolo 27 Chiesa di S. Antonio abate In via foria 302 Napoli Gennaro Aspreno Galante Guida sacra della città di Napoli A cura di Nicola Spinosa SEI Sorge da tempo, presso piazza Carlo III, a Napoli, poco distante dalla ferrovia, un tempio in onore di S. Antonio abate, vetusto per arte e tradizioni. Di fronte al Real Albergo de’ poveri, al termine del borgo omonimo, vicinissimo al Real Orto Botanico, “trovasi la famosa Badia di S. Antonio abate dai napoletani volgarmente conosciuta col nome di s. Antuono.1 Lapide celebrativa 1749 in marmo bianco Templum Antonio abati patrono urbis dedicatum Antonius Card Sersale tutela Clemente XIII pont. demissis altius 1 Notizie del bello dell’antico e del curioso Della città di Napoli del can. CarloMDCCXLIX Celano a cura di Giovanni Battista fundatore Figura Capitello binato in marmo grigio 17491775 Chiarini Stamperia di Agostino de Pascale Napoli 1860 31 Sotto il pontificato di papa Gregorio XI, Giovanna2 regina di Napoli edificò in questo luogo che diceasi campo de’ nostri, o la vela, la chiesa sacra a S. Antonio Abate con monastero de’ monaci Antoniani, a’ quali affidò pure l’ospedale3 ivi eretto per gli infermi del fuoco sacro, morbo frequentissimo in quei tempi, che curavasi da quei monaci col lardo porcino, e però faceansi loro grandi offerte di porci, specialmente di quelli che nascevano con qualche segno particolare, per riguardo al Tau segnato sulla tunica bianca de monaci. E però i cittadini alimentavano quelle bestie che vagavano a torme, e, quando erano ben pasciute le recavano ai monaci, e si uccideano nel macello che era nell’atrio del empio. Di qui l’uso di figurare s. Antonio col fuoco e col porco. I questuanti di questa badia, che fino ai nostri giorni son durati, recavano ai divoti quel lardo avvolto nell’immaginetta del santo che usavano nei morbi; e poiché talora non resatvano sani, nacque il proverbio restare co lo llardo dint’ a fiura, cioè non ottenere lo scopo. Nella metà del sec XV quel morbo andò cedendo, ed indi del tutto si estinse, e poco dopo, verso il 1480, i monaci ne emigrarono al sorgere del dominio aragonese: ma il concorso de’ popoli e la divozione al santo non venne mai meno, e l’uso di alimentare i porci crebbe tanto che tutte le vie di Napoli ne erano ingombre. Nella solenne processione delle reliquie di s. Gennaro il 16 dicembre 1663 4, sulla via dell’arcivescovado un porco di tutta carriera s’intromise tra le gambe de’ canonici che portavano sulle spalle la santa reliquia e fu sul momento di rovesciare a terra il viceré card Pasquale d’Aragona, che coll’arcivescovo card. Buoncompagno seguiva il pallio. Per tal motivo il card Viceré comandò che sgombrassero dalla città tutti gli animali immondi. Quando i monaci nel 1480 abbandonarono la badia, essa divenne una commenda con l’obbligo di mantenere l’ospedale, e il primo abbate commendatario fu Giuliano della Rovere, poi papa Giulio II; nella seconda metà del secolo XVII l’ospedale fu distrutto 2 Il Celano dice. Pretendesi fondata da Giovanna I, ma la data apposta alla tavola dell’altare maggiore del 1271 la fa reputare di tempo anteriore, essendo che il tempo della dominazione di Giovanna corse dal 1343 al 1381. Autore di quella tavola è Nicola Tommaso di Fiore, come vi si legge in caratteri alemanni. Il prof Spinosa dice: La chiesa esisteva già nel 1313 come attesta un documento dei Registri Angioini trascritto parzialmente in De Blasiis. Per quanto riguarda la data del trittico, il prof Spinosa dice: il Galante legge male il testo del Sigismondo; quest’ultimo infatti scrive esattamente Nicola Tommaso di Fiore, ma sbaglia invece nell’indicare la data come 1271. Il trittico datato 1371 è opera quindi del pittore fiorentino Niccolò di Tommaso ed è ora conservato nel Museo di Capodimonte. Il de Flore della firma fu letto per la prima volta come abbreviazione di Firenze, Florentia 3 L‘ospedale di cui si parla è il palazzo edificato di fronte alla chiesa in condizioni, ora, di massimo degrado. L’ingresso alla Badia era alle spalle del palazzo dove ora c’è un autolavaggio. In alto, sulla facciata c’è ancora una gigantesca e stupenda statua del Santo, fine XII sec e il portale con lo stemma dell’abate Francesco D’Afflitto. La strada tra il palazzo, ex ospedale, e il tempio era chiusa a destra a sinistra e si saliva al tempio attraverso quel che restava del cimitero. Non vi erano ancora le scale del tempio. Nel 1850 furono abbattute le mura di collegamento con il tempio e furono sostituite a destra e a sinistra con dei muretti sul quale poggiavano grosse cancellate. La strada fu aperta al traffico verso il 1950. 4 Spinosa annota: L’anno in cui avvenne l’episodio è il 1665, data scritta dal Celano che trova riscontro con il breve periodo di viceregno, 1664-66, del card Pasquale d’Aragona. L’arcivescovo quindi non poteva essere Buoncompagni,1626-41, ma Ascanio Filomarino,1641-66.. 32 da un incendio,5 e con esso anche la chiesa che passò per commenda al priore dell’ordine Costantiniano. Nel 1699 l’abate card Giacomo Cantelmo nostro arcivescovo la rifece,e nuovi restauri le diede nel 1769 e 1775 l’altro abate arc. Card Sersale, e per ultimo fu rimodernata, come vedesi, dall’abate Della Porta, confessore di Ferdinando I nel 18256. Non ometteremo di notare anche qui l’uso antichissimo che hanno i nostri di recare i cavalli, ed una volta ogni sorta di animali,a benedirsi alla chiesa di S. Antonio, uso che ne’ remoti tempi superstiziosamente faceasi inorno al simulacro del cavallo alla porta piccola del Duomo, indi cristianamente alla chiesa di S. Eligio e finalmente a quella di S. Antonio, per preservare appunto quelle bestie da’ malori. Notiamo ancora la popolare processione di S. Antonio; il giorno dell’Epifania estraevasi dal Tesoro del Duomo l’argenteo imbusto di S. Antonio7 accompagnato da preti dell’abbazia, preceduti da trombettisti del Reclusorio, e la si menava per tutte le vie e piazze della città, e a sera custodivasi in alcuna chiesa, e il di seguente continuavasi l’itinerario, e tutt’i devoti gareggiavano perché la statua del santo patrono si recasse a loro magazzini, e vi sostasse qualche momento, per ricolmarla di ogni sorta di doni, mentre con grandi tumulti il popolo facea de’ fuochi, finche nel di’ 5 Ricostruito successivamente fu infine soppresso nel sec XVIII. Divenne così palazzo abbaziale e quindi successivamente locato a famiglie della zona e poi definitivamente venduto agli inizi del 1900 dall’allora abbate Di Sangro 6 Il restauro del presbiterio dovuto all’architetto Tommaso Senese risale al 1787. Un ulteriore restauro è quello dovuto al rettore Carmine Cinque nel 1888. 7 Il busto di s. Antonio abate, rifatto nel XIX secolo, è conservato nella Real Cappella del Tesoro di s. Gennaro. Nella sacrestia della chiesa di S. Antonio abate esiste il modello in gesso per la testa del santo, probabilmente di Lorenzo Vaccaro o dei suoi collaboratori. Un documento del 1698 relativo a quattro modelli in creta per il busto in argento fa riferimento a Giuseppe Troccola come scultore e a Domenico Viola, Giovanni Fattorusso e Giuseppe Simonelli come supervisori. Uno di questi modelli potrebbe anche essere identificato con la scultura conservata nella sacrestia della chiesa. 33 festivo 16 gennaio la statua fosse pervenuta alla sua chiesa. Nel 1808 quando i ladri rubarono la statua d’argento di s. Biagio, recaronsi a rubare anche quella di s. Antonio abate in questa chiesa, e da un finestrone calarono un cappio col quale avvinta la statua la traevano su, ma al mezzo rotta la fune, la statua ricadde nella chiesa, e i ladri fuggirono; e ne resta memoria nel motto, che sogliamo dire , quando dopo la venuta di alcuna persona o il conseguimento di una cosa, dopo cui dee venire o seguire altra, ripetesi con impazienza nell’aspettare: saglia Antuono, che Biase è sagliuto, parole che è fama dicessero i ladri, mentre tiravano su la statua di S. Antonio, dopo rubata quella di s Biagio. Figura 11 particolare del portale stemma Ora osserviamo la magnifica basilica della quale però poco avanza della sua costruzione angioina, cioè le grosse murazioni, gli archi delle due porte, i tre gigli nella fascia delle fornice8, e tre rozze statuette di s. Antonio abbate, di s. Paolo9, e della Vergine col bambino . La chiesa è una gran nave con tre cappelle da un lato, e tre dall’altro, e senza crociera. Nella prima a manca è da osservare una bella Madonnina che sembra del 400 in un piccolo 8 Si tratta dello stemma del Capano(Maresca di Serracapriola). Il portale che reca scolpite a mezzo rilievo le figure di due oranti e l’Agnello mistico, è vicino allo smembrato portale di S. Pietro martire commissionato da Giacomo Capano. I battenti lignei sono databili all’ultimo ventennio del sec XIV. 9 Si tratta di s. Giacomo , è vicina ai modi dei fratelli Bertini. 34 quadro10. Il soffitto11 e i quadri della nave sono del cav. Viola fatti nel restauro del Card. Cantelmo, e rappresentano storie della vita del santo. L’altare e il presbiterio12 sono architettura di Tommaso Senese nel restauro del Card Sersale. Quivi richiamano attenzione tre classiche tavole dell’antica scuola napoletana, che mostrano come la perfezione dei nostri artisti non la cedeva punto ad altre scuole dell’epoca. Quella di mezzo rappresentava Figura 12 soffitto a cassetoni e un suo particolare di Giovanni De Iscla metà sec XVI 10 Si tratta della Madonna di Guadalupe, tela seicentesca inserita in un dipinto più grande recante le raffigurazioni delle ss. Agata e Lucia di ambiente napoletano del XVIII. 11 Il soffitto a cassettoni risale alla metà del XVI sec.. Per D’orsi si deve al restauro del11888. La tela che rappresentava la Gloria del santo è irreperibile. In alto vi sono 12 tele raffiguranti I santi: Atanasio, Ilarione, Macario, Gerolamo, Simeone Stilita, Romualdo, Pietro Celestino, Brunone, Bernardo, Benedetto, Agostino, Basilio. Due tele ovali raffigurano la morte di s. Antonio abate e la morte di s. Paolo eremita. Tutte opere di Domenico Viola. 12 L’altare maggiore reca gli stemmi del card: Cantelmo ed è documentato al 1701, su disegno di Arcangelo Guglielmelli,marmoraro Tommaso Tammaro. Il paliotto con la raffigurazione di S. Antonio abate è avvicinabile a quello dell’altare maggiore di S. Andrea delle dame, che per Borrelli è di Sanmartino e per Bavarese è da ricondurre a Bartolomeo Ghetti. La balaustra reca gli stemmi del card. Pignatelli. 35 S. Antonio abate, le laterali, che con essa facevano tutt’uno, raffigurano i ss Pietro e Francesco, Giovanni ed Agostino.13 Si disputa sull’autore di esse benché vi si legga il nome, il quale secondo il Sigismondo, è Nicola Antonio del Fiore nel 1375; ma il D’Aflitto avendo copiato il fac simile della cifra lesse 1371 Nicholaos Tomasi de Flore picto. Altre opere sono: l’affresco del XIV sec raffigurante la Madonna col bambino scoperto nel 1888 nella seconda cappella a sinistra e collocato nel 1925 sul lato destro della navata vicino l’ingresso, l’affresco del sec Xvi raffigurante la crocifissione con S. Antonio abate e s. Caterina d’Alessandria nella seconda cappella a destra, la tela con l’immagine di s. Nicola nella terza cappella a destra attribuibile a Giuseppe Simonelli, l’affresco con la crocifissione e s. Antonio abate scoperto nel 1922 e collocato sulla parete a sinistra della navata opera del XIV secolo di un pittore che per Molisani si richiama a Paolo di Giovanni Fei, la madonna di Pompei di Federico Maldarelli nella seconda cappella a sinistra rubata nel 2000,la tela raffigurante s. Gennaro di ambito giodanesco nella terza cappella a sinistra e sapientemente restaurata nel 2001. . 13 L’ultimo santo è invece s. Ludovico di Tolosa. 36 Capitolo 28 Stemmi e lapidi Figura Stemma nobiliare gentilizio 1534 sulla tomba di Salina Ferdinando ultima cappella a sinistra Figura stemma religioso della prima metà del sec XVI : Cappello cardinalizio con simbolo francescano e castello aperto con gigli angioini e cavaliere armato su cavallo Figura 14 Sulla controfacciata stemma nobiliare rligioso del card Cantelmo 1699 leone rampante con bilancia Figura 13real stemma dell’ordine costantinopolitano ultimo quarto del sec XV 37 Lapide sulla controfacciata del 1699 in latino: Divo Antonio abbati tutelari neapol. Numini anachoreticae vitae exemplo aegyptum universamque coenobitarum institutione ecclesiam taumaturgo domitorique daemonum maximo templum hoc nova supra veterem forma exornatum et solemni ritu inauguratum de X januar. MDCXCIX Jacobus Card. Cantelmus archiep. Neap. Et abbas D.D. Lapide prescrittiva del 1888 nella prima cappella a sinistra: Le anime cui sono in questo altare applicate le messe godono plenaria indulgenza. A modo di sufragio concessa da SS Leone XIII con breve del 29 maggio 1888 Lapide prescrittiva del 1888 nella prima cappella a sinistra dove si legge: I fedeli che almeno per cinque volte nel novenario sacro a Maria SS del Rosario assisteranno alle sacre preci che qui si fanno lucrar possonol’indulgenze plenarie in un giorno che essi sceglieranno. Coloro poi che pregheranno per l’esaltazione della chiesa in ogni giorno del novenario suddetto potranno acquistare 300 giorni di indulgenza. Sia le prime che le altre sono applicabili ai defunti: Leone XIII con breve 18 maggio 1888 Lapide sepolcrale del 1699 nella cappella a sinistra la cui iscrizione in gran parte è illeggibile.IOSEPHO NICOLAO sarebbe qui sepolto 38 Lapide sepolcrale del 1534 nella terza cappella a sinistra. Si legge:Ferdinando salinae hispano iuveni non minus virtute ac moribus elegantiquem inter iudices magnae curiae iussu caes. ascitum mox a proregi ab audientia mors insperata intercepit Jacobus quadra a consiliis caes. Et Vicentius amatus amico opt. Ex testamento fac. Curarunt cautum quoq.bis ex stato censu quaq. Hebdomade hoc in sacello pro eius eorumq. Manibus sacra fieri sublatus e medio ann. Natus XXVII cal November XIII Lapide documentaria del 1921 nell’abside. Si legge: Absis haec temporis iniuria atque hominum incuria squalida auspice exc. Ioanne de Sangro abbate Gasparis Cinque vicarii curati zelo ac sollecitudine populique impensis ad splendiorem formam fuit restituta lapide celebrativa del 1923 nell’abside: Iesu hostiae salutari ac divo antonio abati presbiterio ampliato ciborio primum sublato postea deposito hoc marmoreum pavimentum et columellarum stratum populus devotus aere suo 39 dicavit Lapide sepolcrale del 1480 dietro l’altare maggiore . Frammento: Militaeq. Alfonso et Ferdinando neapolitanorum regibus primos maxime accepto Berardinus filius officiit et pietatis non immemor obiit Lapide celebrativa dietro l’altare maggiore del 1825. Si legge: In segno di riconoscenza alla memoria del revdo d. Gaetano Sorrentino trapassato nel 1813 e del rev.do d. Gennaro Sorrentino rettore di questa real chiesa S.Antonio abbate trapassato a X del 1825 questa lapide si è posta dal germano affezionato Gioacchino Sorrentino 40 Capitolo 29 Marmi e stucchi Entrando in chiesa sulla sinistra c’è Madonna con bambino in marmo della prima metà del XIV sec. Di Camaino Tino. Si dice che per essa abbia posato la stessa regina Giovanna I. Così si spiega perché nel corso dei secoli non sia mai stata venerata dai fedeli. E’ chiamata comunemente madonna del cardellino. Nel l’ufficio parrocchiale c’è un bassorilievo della seconda metà del XIX secolo rafigurante una madonna con Bambino. Autore Mossuti senior In alto sulla sinistra in direzione dell’ufficio parrocchiale c’è una statua della metà del XIV secolo di Bertini Giovanni raffigurante s. Bacolo oppure come dicono altri S. Paolo eremita ma che molto probabilmente invece raffigura s. Giacomo(di Campostella) 41 In alto, sulla destra, di fronte all’ufficio parrocchiale,c’è una statua di s. Antonio abate in marmo della metà del XIV secolo di Bertini Giovanni. Nel presbiterio, dietro l’altare maggiore, ci sono tre edicole: sulla destra: angeli con simboli della passione, ultimo quarto XIX secolo, sulla sinistra: angeli che sorreggono le sacre scritture, ultimo quarto del XIX secolo, al centro: due angeli, ultimo quarto del secolo XIX. Manca la lapide celebrativa di un organo a canne del ‘700. 42 Al centro della navata ci sono quattro edicole murali dell’ultimo quarto del XIX sec. sul tipo di questa: . su la lesena della navata ci sono semicapitelli della prima metà del XVIII sec. Sull’arco delle cappelle ci sono decorazioni plastiche, cherubini, ognuno in posa diversa, della prima metà del secolo XVIII 43 Capitolo 30 Dipinti murali Nella navata, a destra e a sinistra, ci sono due affreschi in condizioni pessime: a destra: Una crocifissione con s. Antonio abate in ginocchio della prima metà del sec. XIV di Sei Paolo di Giovanni A sinistra:Ma donna con bambino della prima metà del sec XIV. L’affresco è stato strappato nel 1925. Nella prima cappella a destra Una deposizione di Cristo dalla croce con s. Antonio abate e s. Caterina d’Alessandria della prima metà del sec XVI 44 Capitolo 31 Presbiterio L’altare maggiore è del 1701, opera di Guglielmelli Arcangelo in marmi policromi. Balaustrata policromi in marmi Particolare della balaustra: stemma centrale in marmo giallo di Verona della prima metà del sec XVIII .E’ lo stemma gentilizio del card Francesco Pignatelli. Tre pignate 45 Stemma in arme civile del card Cantelmo in marmo giallo di Verona della prima metà del sec XVIII Cancello di balaustrata della seconda metà del XVIII sec in ottone dorato Altorilievo in marmo bianco 46 Cornucopia in marmi policromi della prima metà del XVIII sec della bott Capitolo 32 Sculture in legno Candeliere in legno dorato per l’altare maggiore ,inizio XIX sec. Urna cineraria della seconda metà del XIX secolo in legno dorato. Si usava secondo la liturgia preconciliare per deporre l’Eucarestia al giovedì santo. Capitolo 33 47 Porticine di tabernacoli Porticina di tabernacolo dell’altare maggiore raffigurante l’agnus Dei. Prima metà del sec XVIII in lamina di rame Sportello di tabernacolo nella cappella a destra raffigurante calice ed ostia dell’ultimo quato del sec XIX in lega metallica Nella capella a sinistra lo sportello con una gigantesca M in argento brunito è della prima metà del sec XVIII 48