Gli artisti della cartapesta leccese
nella pubblicistica salentina
(continuazione)
IV
RAFFAELE CARETTA (1871 - 1950)
Nacque a Lecce il 18 febbraio 1871. Allievo-apprendista del Mac._agnani, fu discepolo prima e « capogiovane » poi nella « bottega » del
Manzo fino al 1895: anno in cui, morto il De Pascalis, si decise ad aprire
la sua « bottega » al n. 8 sulla piazzetta Panzera (sotto il palazzo Tinelli), che trentatrè anni dopo avrebbe trasferito al n. 2 sulla via Dei
Sotterranei per trasmetterla in eredità al figlio Giovanni.
Nel 1898 riscosse il suo primo successo personale (una medaglia
d'argento) all'Esposizione Internazionale di Torino, con una statua
della Giuditta. Successivamente conseguì la medaglia d'oro: nel 1899
all'Esposizione Campionaria Mondiale di Roma, dove si riaffermò nuovamente nel 1901 conseguendo un gran premio d'onore, e nel 1903 conseguendo, oltre alla medaglia d'oro, una croce al merito e un gran
premio d'onore; nel 1900 alle Esposizioni Internazionali di Parigi e
Bordeaux; e nel 1908 alle Esposizioni di Firenze e Livorno. Altri riconoscimenti ufficiali e di prestigio li riscosse alle Esposizioni di Venezia
nel 1908 e Milano nel 1909.
Il meglio di sè lo ha espresso nei quadri ad alto e basso rilievo
per altare: accostando abilmente nella loro composizione, alla maniera
del Manzo, suo « maestro », scenografia, pittura e scultura, ora con
sfarzo, ora con discrezione, impegnato in ogni circostanza a superare
i limiti del proprio autodidattismo.
« Perfetta l'armonia delle linee, l'intonazione dei colori, la naturalezza delle pieghe, la cura di ogni minimo particolare...' » è la « nota »
comune a tutte le lettere di consenso ricevute dai committenti le sue
opere (I).
Tra i pubblicisti suoi ammiratori, il più entusiasta fu senza dubbio
(1) — Dal catalogo dello statuario stampato a Noci nello Stabilimento Tipo:
grafico dei F.11i Cressati
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il Prof. Filippo Maria Pugliese che, nella rivista « Arte Nostra » di
Mario Olivieri, nell'ottobre 1930, pubblicò un articolo dal titolo: « Una
meraviglia della cartapesta », in cui, novello Winckelemann, esaltò
una « Deposizione » modellata dall'amico come il Laocoonte della
cartapesta.
Dello stesso Prof. Pugliese ho rinvenuto un articolo rimasto inedito, scritto nel 1934, dal titolo « Una visita alla "bottega" del Caretta »,
che pubblico qui di seguito integralmente nel suo testo originale,
(perfino nell'interpunzione).
* * *
--
Permesso, cavaliere?
-- Avanti! Prego, professore!
...e vedo venire dal fondo, tardigrada, la figura ieratica del cav. Raffaele Caretta. Alto, robusto in policromizzato camice da lavoro, barbella brizzolata, occhi francescanamente buoni, dietro occhiali a stanghetta a cavalcioni sul naso, il plasmatore in cartapesta mi viene incontro, mostrandomi le mani impiastricciate di creta e colori, a scusarsi di non potermi stringere la destra amicale.
— Si lavora, cavaliere?
— Come la crisi permette... Ed anche l'ultima « campagna », che...
Qualche passo appena: San Giovanni Bosco... Figura coreografica
nel sottostante nembo di arcangeli e serafini. quasi di grandezza naturale, ma in movenze di putti raffaelleschi. La statua gigantesca sembra fissarmi con gli occhietti tanto piccoli e penetranti, sotto la pienezza dell'« Ardore Divino ». Ha le rughe frontali ed orbitali tutte tese,
come nello sforzo di una volontà assillatrice: volontà di dedizione sacrificale peir tutto quanto il prossimo cristiano. Il sorriso serafico
sembra rubato ad uno di questi putti del coro angelicale; è il sorriso
del trionfo dell'uomo che ha vinto appieno la sua battaglia più dura,
e p uò indulgere alle sue ambasce passate, enumerate ad una ad una
dinnanzi al Martire della Redenzione. La bocca tanto piccola sotto
la fronte tanto grande, sembra spirare il « sinite parvulos » del Cristo
di Gerusalemme, tanto, quanto più la preghiera divinizza l'uomo al
ramo dell'ulivo, nell'accettazione del Calice sacrificale.
-- ...dicevo dell'ultima « campagna » prima del Congresso per l'arte
sacra (2) — Ripiglia il cavaliere, che certo non s'è accdrto di tutta la
mia tumultuosa tempesta di sentimenti vari, dinanzi al Titano della
carità cristiana. Egli forse mi crede tutto intento a squadrare solo
(2) — Si riferisce alla Seconda Settimana di Arte Sacra svoltasi a Roma nello
Lttobre 1934.
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l'evanescente veste talare, in alto alla quale il candore del viso brilla
più che sole fecondatore sovra l'ultimo brullo del solco tracciato.
— Già... I soliti « improvvisatori » dell'arte plastica — faccio io, e
giro gli occhi, come alla ricerca della frase adatta, quando... Una
Giovanna d'Arco, la mistica Pulcella d'Orleans, sembra sbarrare il
cammino del mio sguardo, con la sua spada sguainata e lucente, l'elmo
da guerriero, l'egida sfolgorante, come in testa ad una colonna che
marcia, sotto l'infocato occhio di Dio.
E' figura reale o strana visione d'una fantasmagorica epopea di
patriottismo e di fede insieme? E' la dolce, mistica Pulcella d'Orleans,
che ha lasciato da poco il suo bordone di pastorella, scalza e discinta,
o la terribile Nemesi, scagliata dal cielo al fiammeggiante anatema
dell'Arcangelo: « Quis ut Deus? » Io vedo gli occhi della Santa brillare
di fede senza fine, tra gente incupita dal suo destino di schiavitù. Io
vedo quegli occhi stranamente vibrare, come a ricercare sulla terra
ancora un nemico da trafiggere, sull' altare della propria patria, nel
nome santo del proprio Dio, poi che Dio e Patria sono una sola forza
dentro il cuore della Vergine, amazzonizzata dalla Grazia Divina, e
fanno da sprone alla lotta per la redenzione: in terra, dinnanzi al nemico prepotente ed invasore; in cielo, dinnanzi al Dio della pietà e
del perdono divino.
— Questa statua? — Chiedo al cavaliere.
— Opera giovanile... Oh! Ne è trascorsa dell'acqua sotto il ponte della
mia vita ... La mandai alla seconda Esposizione di Parigi... Mi fu premiata. Premiata a Parigi!!!... Dunque, i francesi seppero ri provarsi in
essa, come nelle pagine di quella storia loro, aureolata di misticismo
ed adombrata di leggenda... Dunque, i parigini si « rimirarono » nella
Pastorella guerriera, come a risentire ancora la loro fede nella divina
libertà, sotto il sacro usbergo del Redentore.
— Anche questa Giuditta — mi accenna il Caretta — mi fu premiata...
All'esposizione d'arte sacra di Torino.
Giuditta?!... Ma è una Giuditta, questa, divinizzata dalla spettrale
cianotica testa di Oloferne che sostiene per le chiome uncinate ed ancora'gronda sangue sotto la mano che l'artiglia? E' fanciulla provocante,
ma ha luce divina negli occhi tanto belli. Ieratica nella veste scomposta,
sotto il macabro della spada insanguinata nella destra vibratile, è
simbolica fanciulla, datrice di vita e di morte, di redenzione e di dominio. E' vitalità; questa, di cuore da eroina, di volontà senza tentennamenti, di dedizione completa al sacrificio di propria gente. Chè chi
ha potuto mentire tanto amore di sensualità, può solo per Divina Grazia
adergersi a violenta giustiziere di concussa libertà patria. Quella che
dall'ebbro sghignazzante fu creduta schiava da gozzoviglia, appare più
alla di ogni simbolo di vendetta; quella che fu creduta etelra per il carnale piacere è sublime giustizia di Dio. Tutto il terribile dramma biblico
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in due teste, in quattro occhi: dramma angoscioso dí follia e di dominio;
di caduta e di sublimazione; di infernale perdizione e di indiscutibile
grazia illuminante.
— Cavaliere.. Questa Giuditta mi fa paura.
— Dice davvero, professore?... Gli è che io plasmo solo dopo che, con
lunghi studi di letteratura biblica, di figurazione agiografica e di « assaggi » in creta, mi sono reso veramente padrone dell'idea, che...
Io capito... Lo « spirar dentro dell'amore » dantesco... Del resto,
anche Michelangelo diceva che si dipinge più col cervello che col
pennello.
— Troppa grazia, sant'Antonio!... Nè Dante, nè Michelangelo... Io sono
il modesto « appassionato » delle mie statue.
— Ma... sempre a soggetti biblici ed agiografici?
— Tutt'altro! Ecco qui una pastorella pugliese... Ha il fascio dell'erba
verde; la docile pecorella che la segue; il fazzoletto rosso ed attaccato
alla tarantina, sui capelli ricciuti e folleggianti allo zeffiro, negli occhi'
il sogno del « moroso » lontano, come evanescente nell'ultimo cirro del
tramonto... I1 tema, si capisce, è del Michetti, ma l'adattamento è mio
personale...
— Leopardi, cavaliere?
— Ma no! Io non leggo tanti poeti... E' la vita quotidiana, come la
vedo, come la sento, come la rubo al « mondo » che passa. Sa? Ho
« creato » anche il contadino di Puglia... Ed anche la venditrice di uova
fresche: è caratteristica del Salento. Ah! starei fresco per tutti i miei
« soggetti di vita », se non me li vedessi sempre nascere, e crescere,
e vivere, vivere, si, nella mia mente... Come in un film cinematografico:
sicuro! E donde caverei allora, i mille e mille « pupi » dei Presepi che
mi commissionano continuamente? Spesse volte, sa anche con necessità
di veridica cronologia e per i costumi, e la «vita » e finanche l'« ambiente » ebraico-romano dell'età imperiale.E questo vale anche per le
moltiplicate « viae crucis »; ognuna delle quali richiede un individuale
« patos » genetico, col quale armonizzare le varie sincronie delle « Stazioni »...Veda! Ogni nuovo lavoro è una nuova mia « creazione ». No! No!
Non saprei mai lavorare « a serie », come fanno gli arfasatti ed i guastamestieri, accozzanti le dieci lire per la campatella quotidiana.
Nè, intendiamoci bene, nessun maestro della statuaria settecentesca
leccese si permetterebbe di farlo. Ed è perciò che ognuno di noi dà
alle sue statue la propria « personalità artistica » e, con essa, il proprio
vita e di fede cristiana. I « guastamestieri » da fiere sono
patos
in generale, degli ex-apprendisti che non maneggiarono mai un bulino;
al massimo impararono a rivestire qualche « manichino » di paglia;
a maneggiare qualche ferro da saldatura o da bruciatura; fors'anche
a tirare la colorazione a larghe pennellate sovra il manto d'un santo
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RAFFAELE CARETTA
nella sua bottega intento
a dare 1' ultimo ritocco a
«l'Annunziata» opera premiata con medaglia d'oro
e diploma all' Esposizione
Internazionale di Parigi
(1900).
mediceo? Ma non hanno mai tentato sul serio la plasmazione d'una
testa in creta, sia pure di « pupo » infrangibile. La tecnica è quella, si
capisce; e tutti la sanno; ma l'arte... Come diceva lei?... Ecco, si; spira
dentro e non fa dipingere senza cervello. Insomma, l'arte vera e personale consiste nel sapere fondere armonicamente il mistico della visione celeste con l'umano della anatomia dinamicizzantesi. E' così per
la Passione Divina, per i Cristi, per le Maddalene, le Addolorate... Bisogna « copiare » dall'uomo che abbia avuto un povero morto in casa
sua; dalla mamma, che abbia perduto l'unico figliolo; dalla vergine
che abbia dato il suo sposo al sacrificio d'un morbo letale... Umanità:
ecco il mistero! Nè barocchismo, né coreografia... Guai a staticizzare
il moto, la vita, l'anima!... La « maschera », individualmente, incon,
fondibilmente, sagomata: ecco il vero fulcro della nostra arte; ed
arte assolutamente personale... Veda questa Susanna al bagno...
La guardo, la fisso. La fanciulla (scoverta dai rabbini catoniani, lurchi di sensuale edonismo, mentre è nuda per bagnarsi) ha nello sguardo
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cli pudica e di severa tutta l'amara condanna per quella gente, sepolcri
imbiancati, come li definiva il Figlio del falegname di Nazareth. Piegato
il corpo scultoreo, con svelta movenza di gazzella, all'atteggiamento istintivo di chi voglia un lembo qualunque per ricoprirsi, ella affonda nei due
vecchi satireggianti l'acuta lama delle sue pupille, come alla sconsacrazione del terribilmente infernale. Chè è assai terrifica la giustizia della innocenza sovra il lascivo peccato adamizzato..
Poco lontano, in un quadro, un Battista cola la sua conchiglia battesimale sovra al capo del Cristo. C'è tutto il sacro della prassi liturgica;
c'è la ascesi mistica di chi s'inceli, sotto l'atto battesimale. Sembra gorgheggio d'angeli il verde scorrere della fonte giordanea, ritmante al frusciare delle palme nel deserto. Il bordone crociato del Battista ha il
monito dell'« Ecce Agnus Dei », ma la figura giganteggia a piedi nudi,
coverta a mezzo dorso di pelle felina, su due rocce del. fiume fatidico,
quasi a ripetere il terribile grido profetico: « Ego sum vox in deserto
clamantis »... E questo « Cristo Risorto? » Come ricorda la terribile angoscia del Sodoma quando purificava l'anima peccatrice nell'artistica
espiazione!...
Il Caretta, rammenta che dei suoi lavori a base mitologica: Apollo,
Minerva, la letteratura, la scienza; statue dell'altezza di circa due metri, adornanti l'ampio scalone del gesuitico Collegio Argento di Lecce;
statue plasmate ed eseguite con serena coreografia ornamentale, come
st conviene ad un collegio di educazione e d'istruzione, « ad maiorem
Gloriam Dei ».
— Ho anche qualche lavoro a sfondo teologico - accenna il cavaliere,
mostrandomi il bozzetto di un lavoro eseguito per la « prima messa »
di un neo-sacerdote.
Il lavoro, plasmato a quadro, rappresenta la rituale distinzione della Chiesa in: Militante, Purgante e Trionfante. Un sacerdote, all'altare
del suo sacrificio Divino, celebra, servito da un angelo pargoleggiato; ai
lati, in alto, l'Eterno Padre che porge al sacrificante lo scettro della sacerdotale « potestas », ed il Cristo del Golgota che dona la corona delle
sue spine. In un angolo, Anime Purganti, tutte intente al Sacrificio invocare il suffragio del « Requiem Aeternam ».
— Congratulazioni, cavaliere! Congratulazioni di cuore!... L'hanno
premiato più volte: è vero? Parecchie medaglie, vinte in Esposizioni
anche d'oltr'Alpi... Poi, l'ambitissima onorificenza del Vaticano: no? E
poi, il suo laboratorio è stato onorato e ammirato da Eminenze Cardinali, veri luminari della letteratura e della scienza, e ferventi Pastori di
fede cristiana:... le Alte Eminenze De Laj, Laurenzi, Pompili, Ascalesi...
M'aiuti a ricordare...
— Ma no, professore... Lasci stare!... Il merito maggiore della mia
arte è la coscienza del lavoro, fatto ad acquetare la mia stessa vampata
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creatrice, prima che la giusta esigenza dei commissionari. Chè io sento,
it: ogni mio lavoro, di riplasmare me stesso; di farmi più buono e più
credente, se lo potessi; e più ricco di Santa Grazia Divina, che m'illumina nella fede piena, quotidiana, in me, nella mia famiglia, nella mia stessa azienda... Anche in tempi così difficili, veda! Poichè ogni mio lavoro
mi fa « ritrovare » me stesso, come il San Giuseppe di quest'arazzo, come il San Francesco di quest'altro..
Li guardo a lungo, poichè mi addita gli « arazzi », attaccati quasi al
mio fianco e sostenuti da aste montate.
— Tutto è stato eseguito in cartapesta, sa, grofessore?
Ammiro, ammiro... Penso che questo San Giuseppe, fidente nell'attesa dell'alba radiosa, dopo il lungo silente errare della fuga in Egitto:
questo Poverello d'Assisi, chino alla più fervida preghiera, sovra il picco
della Verna... Mi dicono dell'uomo che ha fede nella sua via; del credente che sa, in fine all'« ars longa, vita brevis », ritrovare la pace del suo
sogno compiuto, e piega il ginocchio a rendere, con cuore serafico, la
sua Ostia di gratitudine al Signore dei Cieli....
— Cavaliere Caretta, grazie!... Arrivederla!...
*
Volutamente retorico, l'articolo del Prof. Pugliese si denuncia, letto
oggi, ingenuo ed estemporaneo. Riferito, però, al momento (storico per
la cartapesta leccese) in cui fu scritto, cioè subito dopo la Settimana
di Arte Sacra svoltasi a Roma nell'ottobre 1934, durante la quale le statue di cartapesta furono ufficiosamente e di sotto banco bandite dalle
chiese di tutta Italia, esso testimonia l'entusiasmo pubblicistico di un
credente praticante per una espressione di arte sacra avviata a decadere.
In esso, inoltre, è, bozzata la figura dell'amico cortapestaio — tutto casa,
chiesa e « bottega », per dirla con le parole del figlio Giovanni
Cavaliere Pro Ecclesia et Pontifice e Commendatore dell'ordine di
San Silvestro Papa, Raffaele Caretta morì il 17 giugno 1950, quasi ottantenne. Nel suo necrologio fu scritto: « Dette il prezioso contributo della
sua esperienza. Ebbe semplicità di fanciullo ed entusiasmo di giovane.
Artista geniale e fecondo amò religiosamente il lavoro ». (3)
ENZO ROSSI
(.' — L'ORDINE — Settimanale cattolico salentino del 21 giugno 1950.
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MICHELE PAONE (Artas) - « Artisti e artigiani della cartapesta nel primo novecento leccese » - in «Voce del Sud», Anno VI n. 15, - pag. 2
- Lecce 1959.
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ENZO ROSSI - « Definitivo tramonto della cartapesta » - in « Voce del
Sud », Anno VII n. 37 - Lecce 1961.
ENZO ROSSI - « Gli artisti della cartapesta leccese nella pubblicistica salentina » - in « La Zagaglia » fasc. 10-11-12-20 - Lecce 1961-1962
1963.
* * *
Altre notizie sull'argomento sono state pubblicate periodicamente da
« L'Ordine », settimanale cattolico salentino, dal 1906 al 1950; dalla rivista « ORIZZONTI SALENTINI », a Roma, nell'estate-autunno 1948; e da « La dazzetta del Mezzogiorno » il 28 marzo 1957.
E. R.
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