18,20 n. 2 - Domenica 24 Febbraio 2008 Mt 18,20 “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” Supplemento a Voce del Logudoro n. 7 Frase di Marzo: “Solo chi passa per il gelo del dolore arriva all’incendio dell’amore” EDITORIALE Penitenza: cammino per l’amore vero don Nino Carta chiaro nel cristianesimo il passaggio dall’esperienza di un Dio della penitenza a un Dio dell’amore. L’essenza cristiana non è l’ascetica, ma la conoscenza (biblicamente come esperienza) della vita divina. Per questo essere cristiano è vivere la comunione e di comunione, attraverso la speranza, già realtà come seme e nella fede, nella carità. È un annuncio allora più mistico che ascetico. Si tratta di vivere le così dette virtù teologali, fede, speranza e carità, dono di Dio, più che una conquista dello sforzo dell’uomo. Il regno che Gesù è venuto a portarci non è nella sua essenza essere umili, poveri, pazienti ecc…, ma essere amore e comunione. Ma allora che senso ha parlare di penitenza,di sacrificio: parlare di quaresima? Ha senso e come. Il Regno di Dio è tra di noi e per averlo Gesù dice: “Convertitevi e credete al vangelo”. Ossia la salvezza sta nel credere e quindi nel cammino di speranza verso questa meta che poi è Lui stesso tra di noi come comunione. Ma bisogna convertirsi, ossia lasciare l’uomo vecchio, rinnovare il cuore, e questo solo è possibile vivendo le così dette virtù negative. È impossibile essere Regno, comunione, senza essere povero, umile, paziente e così via. Quaresima allora è cammino, passaggio attraverso il deserto. È il vivere in profondità il silenzio per ascoltare la Parola, il sacrificio per immergersi nella solidarietà, la rinuncia per la condivisione, il dolore per l’amore. Questo ci vuol dire l’invito della Chiesa a vivere le 3 penitenze classiche della liturgia quaresimale: Digiuno, preghiera, elemosina. 1 - Il digiuno ci parla di sacrificio e di sofferenza. Ricorda il dono della mirra al Signore da parte dei Re Magi. È tutto ciò che mi fa soffrire che sarà poi riassunto in modo totale dall’esperienza del venerdì santo. È il senso profondo della frase proposta per la quaresima nella nostra chiesa parrocchiale e sopra nel nostro giornale: “Solo chi passa per il gelo del dolore arriva all’incendio dell’amore”. 2 - La preghiera ci ricorda invece l’incenso dei Magi e ci fa vivere in profondità la virtù dell’umiltà di fronte a Dio sperimentato come Padre dal nostro nulla che per amore suo diventa figliolanza. 3 - L’elemosina ricorda il dono dell’oro, come espressione profonda della carità, che si esprime poi in condivisione e solidarietà. Hanno senso quindi il digiuno, certamente più del cuore che del corpo; la preghiera come ascolto sempre più profondo della Parola e come sacramento della riconciliazione; l’elemosina come espressione del cammino della condivisione. Digiuniamo, preghiamo e facciamo l’elemosina perché la vita divina sia pienamente in noi come persone e come comunità e così il progetto trinitario sulla storia e su ogni persona si realizzi concretamente in noi e tra di noi. Non siamo allora la chiesa del dolore o del sacrificio per il sacrificio: tutto è in funzione della vita divina in noi, che è vita d’amore. “Solo chi passa per il gelo del dolore arriva all’incendio dell’amore”: sì il dolore, il sacrificio, la penitenza sono solo un”passare”, perché lo stare e quindi l’essere, quello vero, è e sempre sarà solo l’Amore. È L’EROICITÀ DI CERTI “NO” Ha senso oggi educare al sacrificio e alla rinuncia? di Claudia Fodde uotidianamente,assisto meravigliata ad accesi dialoghi tra genitori, che, suppongo rassegnati, esaminano la propria impotenza di fronte ai figli e la loro perdita di prestigio e autorevolezza. Riflessione che muta in certezza quando è alimentata dalla diffusa convinzione di tanti genitori che bisogna essere amici dei figli, perdendo completamente la distinzione tra auspicabile dialogo fermo e sereno,nel pieno rispetto dei ruoli, a un rapporto in cui, invece, genitori e figli stanno in una posizione alla pari. Per effetto appagano capricci e desideri irragionevoli, convinti che ormai non ci siano più rimedi efficaci per ristabilire un sano equilibrio. Paradossalmente percepisco il loro disgusto quando si verificano fatti di cronaca funesti operati da giovani contro adulti, nonché episodi sintomatici che ci fanno percepire la situazione di conflitto tra questi due mondi. Attualmente inoltre,uno stuolo di psicologi, sociologi e psichiatri,raccomandano tolleranza da parte degli adulti, giustificando anche i più nefasti crimini commessi dai giovani, come se essere genitori fosse una colpa da espiare. È addirittura devastante con un giovane parlargli di punizioni, di obbli- Q ghi nell’affrontare certe questioni legate al senso del dovere, del rispetto verso se stessi e gli altri,della rinuncia e sacrificio. Guai oggi riprendere un bambino, c’è da aspettarsi una crisi violenta, uno shock, uno sbandamento se non addirittura una fuga di casa improvvisa. Del resto, non appagare sempre e comunque i capricci dei bambini in un crescendo senza fine, risulta sconveniente e inopportuno. Percepisco però seppur inconsciamente l’esigenza di una svolta, ed è proprio la famiglia che per prima deve intervenire per un’efficace risoluzione, facendosi anche aiutare da chi è di competenza. Proprio i genitori, anziché perseverare irragionevolmente a rimanere giovani, dovrebbero essere partecipi, disposti all’ascolto e al confronto, ma determinati nel punire i propri figli, qualora assumano comportamenti impertinenti. Si tratta infatti, di punizioni rivolte ad un’effettiva crescita, che non si limitano ad una semplice condanna. Devono inoltre essere consapevoli che tutto questo non si compra come una qualsiasi altra merce, ma è il risultato di pazienza e costante lavoro e non basta mettere a disposizione dei propri figli opportunità e risorse per riceverne soddisfazioni. Conta più un solo minuto di ascolto, piuttosto che un regalo di valore, del resto è una consuetudine di ogni genitore andare a parlare con gli insegnanti e avvertire meravigliati un momentaneo sbandamento dei figli, come se vivessimo una sorta di doppia vita, nella quale assumiamo comportamenti differenti a seconda delle circostanze e dei luoghi in cui ci troviamo. Abbiamo quindi bisogno non di adulti affetti dalla sindrome di peter pan, ma di punti di riferimento stabili e sicuri, soprattutto nel periodo adolescenziale dove dobbiamo affrontare il risolutivo passaggio da ragazzi a giovani, avendo bisogno di un sostegno costante, un supporto che ci aiuti ad affrontare i nostri perché che richiedono valide risposte. Cari adulti, io per prima apprezzo la vostra freschezza e vigore, il vostro modo di vestire che assomiglia al mio, sappiate però che noi giovani abbiamo bisogno di ben altro, ossia di punti di riferimento solidi poiché abbiamo sperimentato che il relativismo non ci giova affatto. Penso che gli adulti debbano scommettere maggiormente sull’educarci a rinunciare a qualcosa, altrimenti sarebbe ridicolo il loro sbigottimento davanti ad episodi drammatici, frutto magari non sempre di problemi psicologici o disadattamento sociale, ma anche di semplici vizi sempre assecondati. 18,20 - n° 2 IV Vita parrocchiale Supplemento a V.d.L - no 7 Domenica 24 Febbraio 2008 Riflessioni sul dolore e sulla speranza Come possiamo parlare ai bambini della sofferenza? di Lucia Meloni on c’è genitore al mondo che non voglia proteggere il figlio sulla sofferenza. Naturale no? Eppure dei dolori dei bambini vale la pena di parlarne, soprattutto a loro, ai bambini. Neanche i più piccoli sono esclusi dal limite della sofferenza, che anche a loro rivela l’essenziale della persona umana: la fragilità, il bisogno degli altri. Non è facile parlarne ai bambini; sembra che manchino le storie e le parole, per trattare temi così difficili e toccare questioni così profonde della persona umana. Sulla scia di queste premesse provo a cercare le parole. Che cosa abbiamo da raccontare ai bambini, del loro dolore? Come? Ci sono sempre più adulti che sfuggono ai bisogni dei ragazzi, alle loro domande, fingendo di non sentire che le più profonde riguarda- N no proprio il dolore e la morte. Mi vengono in mente le fiabe, che sono sempre tutte vere, come credeva Calvino. Si, perché le fiabe offrono la spiegazione della vita in ogni suo aspetto. Non raccontano altro che la verità della vita e del mondo. Credo tra tutte le fiabe siano quelle d’Andersen a raccontare meglio il dolore dei bambini; egli in fondo narrava la sofferenza della sua infanzia. La Piccola Fiammiferaia, Il Bambino nella Tomba, Mignolina, la Regina delle Nevi sono fiabe in cui c’è sempre il lieto fine. Pur nella consapevolezza che la sofferenza di questi bambini non si può cancellare, Andersen raccontava di un dolore che prepara la gioia. L’Ultima Perla (è anche il titolo della storia) è quella del dolore, ed è quella che moltiplica lo splendore delle altre. Le fiabe non negano la vita, anzi, la illuminano senza ▲ ANTONELLO FODDE È STATO PER 18 ANNI UN TESTIMONE DELLA SOFFERENZA pietà, ma hanno sempre lo scopo di rassicurare il bambino. Tra i tanti disponibili oggi bisogna privilegiare quelli che assolvono questo compito; entrare nel cuore, anche doloroso, della vita e donargli senso. Il Giardino Segreto dove Mary è una bambina antipatica e dispotica, orfana, affidata ad uno zio depresso. Quante sfaccettature ha il suo dolore! Nello Stralisco di Piu- mini riprende l’idea che la ricerca dell’amicizia e della bellezza siano possibili vie per percorrere il dolore. In Sirena è il racconto autobiografico di Barbara Garlaschelli: a 16 anni si tuffa in mare, cade su un sasso, quindi la paralisi.” Scrivo perché i miei amici mi amino di più”, ha detto. L’elemento che maggiormente colpisce in questo libro è la carica d’affetti che ha sempre accompagnato, anche i suoi giorni più cupi. I genitori, poi i compagni di scuola, i coetanei decisi a non escluderla mai dal gruppo, che organizzano persino turni di visite frequenti e le scrivono moltissime lettere. Non è racconto del dolore, ma di una miriade d’incontri con altre degenti, bambine vittime d’analoghi incidenti, anziani ecc. Alla fine si comprende il segreto di Barbara: riuscire a raccontare il proprio dolore è già dominarlo. E quelli chi sono? La confraternita di S. Croce e della Madonna del Rosario di Angela e Antonello quelli chi sono? La confraternita. Confraternita di che? La confraternita di Santa Croce e della Madonna del Rosario. Ah! Sono due. Due gruppi in un’unica Confraternita. Quella di Santa Croce rappresenta i discepoli che deposero dalla Croce Gesù e lo accompagnarono al Santo Sepolcro. Gli altri, quelli della Madonna del Rosario, rappresentano il gruppo degli amici di Gesù che sostennero il dolore della Madonna per la perdita del proprio Figlio. …Son vestiti diversamente. …Devi sapere che i confratelli, (fratelli insieme), hanno tutti un abito bianco che simboleggia l’abito del candore e della luce del Battesimo per diventare e donare a loro volta Luce alla comunità parrocchiale. Loro ci richiamano alla responsabilità del nostro Battesimo, ed a interrogarci sulla maturità della nostra fede cristiana. Quelli di Santa Croce portano la mantellina rossa che simboleggia la Passione di Cristo e lo scapolare con l’icona di Gesù mentre quelli della Madonna del Rosario hanno la mantellina nera che simboleggia il lutto per la morte del Redentore e lo scapolare con l’icona di Maria. …Perché non li avviciniamo per cercare di conoscerli meglio?... Entriamo nel salone parrocchiale. Si pre- E parano alla celebrazione di ammissione e vestizione ufficiale. …Sono emozionati. …E appaiono gioiosi. …Guarda! Lui è di un buon livello sociale. Come mai si trova qui? Chiediamoglielo. “... Ho voglia di donare gratuitamente un po’ del mio tempo al servizio della parrocchia. C’è urgentemente bisogno di gente volenterosa e matura che collabori con i sacerdoti per il bene di tutti”. Che sorriso che aveva… Andiamo a sentire quel semplice operaio. “…Ho deciso di fare questa scelta per l’Amore e la Fratellanza, anche a costo di grandi sacrifici”! … Lui ha gravi problemi di salute. Se la prenderà con Dio e con tutti per la situazione in cui si trova? “…Nonostante le mie sofferenze, da quando sono entrato nella confraternita, mi sento più vicino a Dio e a tutta la comu- nità”. …Mi ha stupito! È proprio vero che Dio sceglie le persone più disparate per abbellire il giardino del mondo. Il giardino della nostra parrocchia! C’è anche una bella donna. …Esistono anche le consorelle. È l’unica donna del gruppo. Lei è la segretaria e coordinatrice della compagnia. “…La confraternita è un tramite che mi accosta a Dio e alla vita parrocchiale. Ho notato che la comunità è più partecipe, unita e gioiosa quando, anche noi, siamo presenti alle celebrazioni”. …Svolge un ruolo trainante nel gruppo. …Non da sottovalutare. …Ho visto brillare nei loro occhi una grande sete di Dio e l’entusiasmo di conoscerlo attraverso questa nuova avventura di fede. …Non si può camminare da soli. …Da diversi anni sono stati seguiti e formati da Don Nino. Qualche giorno prima di questa celebrazione hanno persino fatto un ritiro spirituale unito alla Confessione… Lui chi è? È il vicario generale della nostra diocesi: Mons. Gavino Leone. È ora di andare a sederci ed assistere alla messa. Sì, andiamo! …Ascoltiamo con attenzione l’omelia che ci darà ulteriori informazioni sulla Confraternita. “…Questi confratelli sono come piantine tenere che presto, daranno i loro frutti! Con la santificazione essi compiono il loro dovere rinunciando a frammenti di vita per ottenere qualcosa di migliore che solo Gesù sa dare. Con il culto pubblico vivono la religiosità insieme rispecchiando la preghiera del Padre Nostro, espressione più alta della nostra spiritualità, attestando una verità del Vangelo: “ dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. La promozione di opere fraterne: carità reciproca tra loro e verso la comunità”. Adesso ho capito tante cose su quel gruppo. Nutro molta ammirazione per quelle persone. Mi è piaciuto anche il canto d’ingresso processione perché penso rifletta il loro cammino di fede: “Se porti la sua Croce, in Lui tu regnerai; se muori unito a Cristo, in Lui rinascerai”. AGENDA DI MARZO FEBBRAIO DOMENICA 24 ore 17.30: messa gruppo passioniste LUNEDÌ 25 Pastorale familiare diocesana MARTEDÌ 26 OFS MERCOLEDÌ 27 40 ore in parrocchia con confessioni quaresimali GIOVEDÌ 28 prove delle corali VENERDÌ 29 Via crucis MARZO SABATO 1 ore 17: scambio Alà dei Sardi - ore 19 corso fidanzati DOMENICA 2 Compleanno di don Nino Vengono i seminaristi del seminario diocesano LUNEDÌ 3 Santa Reparata MERCOLEDÌ 5 scuola di teologia GIOVEDÌ 6 Prove corali VENERDÌ 14 Via crucis - Buddusò 1 SABATO 15 Santa Luisa de Marillac (Casa di riposo) DOMENICA 16 Celebrazione delle Palme LUNEDÌ SANTO (17) Cimitero monumentale Via crucis solenne nelle strade MARTEDÌ SANTO (18) Visita ai malati - Confessioni MERCOLEDÌ SANTO (19) ore 11: precetto pasquale delle scuole - Confessioni GIOVEDÌ SANTO (20) Mattina: cattedrale, messa del crisma - ore 20: Messa in coena Domini - Lavanda dei piedi - Processione de ‘sa chilca’ - adorazione VENERDÌ SANTO (21) Astinenza e digiuno ore15: celebrazione della morte di Cristo ore 19: s’iscravamentu SABATO SANTO (22) ore 21: Veglia pasquale DOMENICA (23) PASQUA Messe con gli orari normali ore 11: processione de s’incontru VENERDÌ 7 Visita malati - Via crucis Buddusò 4 LUNEDÌ (24) PASQUETTA Giornata dell’OFTAL a Santa Reparata SABATO 8 ore 17 scambio con Alà dei Sardi MARTEDÌ 25 Inizio benedizione delle case - OFS - incontro cresimandi e padrini DOMENICA 9 Messa Volontariato vincenziano MERCOLEDÌ 26 Incontro I Eucaristia LUNEDÌ 10 Madonnina – Buddusò 2 GIOVEDÌ 27 redazione 18.20 MERCOLEDÌ 12 Scuola di teologia VENERDÌ 28 veglia dei martiri missionari GIOVEDÌ 13 Corali DOMENICA 30 Incontro diocesano dei fidanzati a Ozieri 18,20 SUPPLEMENTO DEL SETTIMANALE VOCE DEL LOGUDORO COLLABORATORI: DON NINO CARTA • MARIA SOLINAS • TOMASO TUCCONE • LUIGINABECCU • ROSALIAFERRERI • PINUCCIO SATTA • LUCIA MELONI • ANNA ZORODDU • MARIANTONIA SANCIU • MIRIAM PUNZURUDU • SALVATORE PORCU • ANGELA DELEDDA • PIERA PITTALIS • CLAUDIA FODDE. Redazione: Parrocchia Sant’Anastasia - 07020 Buddusò (OT) Telefono e fax 079 714044 - mail: [email protected] 18,20 - n° 2 II Storia • Cultura • FIGURE DEL PASSATO • DOMANDA & RISPOSTA Padre Luca Cubeddu, il poeta che amava la vita agro-pastorale di Tomaso Tuccone SA FEMINA ONESTA B’idu bi l’azis su padre ballende lunis e martis de carrasegare; cun s’abitu pijadu anninnijende ballu a bolos faghiat andare. Sa femina onesta, in questo componimento,di cui si propongono le prime due strofe, il poeta fa vibrare le corde dell’ amore e della religione. E’ ricca di sentimento e abbastanza originale. Unu caddu de linna sun formende mannu e altu cantu una muntagna subra rodas de ferru est caminende Pienas de fogu giughet sas intragnas; icordo che queste sono due delle tante quartine, quelle che mi sono rimaste maggiormente impresse nella memoria, che trenta quarant’anni fa, spesse volte, nel corso di festeggiamenti sia pubblici che privati, non avendo a disposizione un’armonica oppure una fisarmonica, si cantavano per cadenzare il ritmo del ballo sardo buddusoino “ su passu”. Quartine e ottave che sentivo spesso declamare negli anni della mia infanzia e giovinezza senza sapere chi fosse l’autore ma, assorbendo involontariamente nella memoria quei versi sia per la loro semplicità che per la loro musicalità . In seguito seppi che l’autore di quelle ottave e quartine era il poeta di origini pattadesi Giovanni Pietro Cubeddu conosciuto come Padre Luca Cubeddu o Padre Solle. Pasquale Tola nel Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna scriveva che era nato a Pattada il 6 aprile 1748, mentre Padre Pietro Martini in Biografia Sarda affermava che era nato il 20 marzo 1749. Il padre un modesto e povero pastore, vedendo che il figlio possedeva un’ intelligenza superiore alla media decise di farlo studiare, mandandolo all’ età di 11 anni a Sassari dove si distinse nello studio del latino, della grammatica e delle lettere umanistiche. Emanuele Scano nell’opuscolo Padre Luca Cubeddu nella vita e nell’arte scriveva, era il 1892, che il poeta apparteneva ad una famiglia di modesta agiatezza che potè consentire al giovane Cubeddu di frequentare le scuole minori a Pattada e di poter proseguire gli studi nel collegio degli Scolopi a Tempio e che molto probabilmente abbia continuato gli studi a Roma. Già dai 16 anni si divertiva a com- Clori, non pro esser dama ricca e bella Benit dae su Parnasu celebrada; Ma pro chi est innocente et calunniada Triunfat, et risplendet che un’istella. R porre ottimi versi in lingua sarda logudorese. Frequentò l’Istituto delle Scuole Pie dove fu ordinato sacerdote. In seguito insegnò grammatica latina presso diversi istituti degli Scolopi della provincia di Sassari: in questo periodo compose poesie dal contenuto sacro e profano di vario metro. Dopo alcuni anni, a causa del suo temperamento incostante ed insofferente ai regolamenti e al continuo contrasto con i suoi superiori, si ammalò di ipocondria spasmodica, come si poteva rilevare dalla diagnosi scritta nel novembre del 1798 dal suo medico ed amico Professor Antonio Virdis. Il poeta chiede al Viceré e al Delegato Apostolico di Sassari una licenza di tre anni da trascorrere fuori dal chiostro habitu vestendo. (Svestì le lane dell’ ordine scolopio, e ritirossi alla sua patria in fortuna più misera di quella in cui ne era partito Tola: Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna 1837). Ottenuto il permesso cominciò un’altra vita, dura e selvaggia tra i pastori dell’altopiano di Buddusò e di diverse zone del Nuorese. Qui per necessità di vita fu costretto a custodire il bestiame di alcuni pastori che vivevano in queste contrade: questo fu il periodo in cui compose la maggior parte e le migliori opere della sua produzione poetica. Per molti anni sopravvisse in queste contrade ed in particolare nella regione di Solle, tra i territori di Buddusò e Bitti. I pastori del luogo lo chiamavano con l’appellativo di Padre Solle. Un giorno ad un pastore che lo chiamò con questo sopranome rispose: A numene mi naro Non canto sos amores de Endimione Cum sa Triforme dea de su monte, Non canto sas victorias de Nelsone, Chi mandesit che raju, a s’Acheronte Sa terribile flotta de Tolone; Ca non cheret s’antigu Anacreonte Chi cante amores, ne aspera guerra, Ma una ninfa de sa sarda terra. Padre Luca – a provegliu mi naran Padre Solle, - sos versos chi mi essin dae ucca – parent esser bettados a su molle. Famosa è rimasta la colossale quercia detta Su chercu de su liberu, ove Padre Lucca, in un buco del tronco di questa era solito mettere il suo breviario. Lo Spano in Emendamenti e aggiunte all’itinerario di Alberto Lamarmora affermava che questa fessura, nel tempo, era diventata una vera e propria capanna di metri 2,5 di diametro e di un’altezza di metri 2,25. Il tronco di questa quercia aveva una circonferenza di 11 metri, e l’altezza di 7,25 metri. I rami che si diramavano dal tronco erano 20 e sembravano tanti alberi. Questi, intorno alla pianta, ricoprivano un’area di circa 300 metri. Purtroppo questa quercia è scomparsa, sicuramente a causa dell’ annuale diradamento a cui era sottoposta dai pastori del luogo per fornire frasche al bestiame e dai continui incendi che periodicamente attraversavano quei territori. Sempre il canonico Spano affermava che nella parte esterna del tronco si potevano leggere delle frasi. Si diceva, inoltre, che il poeta vi avesse lasciato un’iscrizione, e per questo era chiamato, anche su chercu iscriptu. FINE PRIMA PARTE INTERVISTA AL SEMINARISTA ARDIT I ragazzi e la vita consacrata: scelta di grande responsabilità rdit frequenta il seminario minore di Ozieri. Lo abbiamo incontrato e gli abbiamo rivolto alcune domande. Quali i motivi che ti hanno spinto ad entrare in seminario? «I motivi che mi hanno spinto a fare questo passo sono diversi. Ecco i principali: A Supplemento a V.d.L - no 7 Domenica 24 Febbraio 2008 Prima di tutto in assoluto è stata la figura del prete, la quale mi ha affascinato moltissimo. Poi la preghiera grazie alla quale ho preso questa strada e fino ad ora non mi sono pentito di aver fatto questa scelta». Cosa diresti ai giovani di oggi? «I giovani di oggi ritengo opportuno incoraggiarli con le parole di Giovanni Paolo II: “Spalancate le porte a Cristo”, perché molti giovani di oggi non conoscono Gesù in nessun modo. Ecco perché mi pare fondamentale ricordare loro “Aprite il vostro cuore a Cristo: in Lui troverete la vera libertà e la vera gioia che non tradisce mai”». Il cristianesimo parla tanto d’amore e insiste nella grandezza dell’amare tutti. Ma come fare? Ci sembra impossibile. 18,20 può dare qualche suggerimento? Un gruppo di giovani roprio in questi giorni nella rubrica “Pubblico e privato” a cura di Francesco Alberoni pubblicata dal Corriere della Sera ogni lunedì, abbiamo trovato una piccola riflessione che ci sembra risponda in qualche modo a questa domanda. Ne riproponiamo qualche spunto: “Come possiamo amare gli altri? Chi giudica, chi condanna non può amare. E non credo nemmeno che si possano amare ‘tutti gli uomini’ come genere umano. Amare gli altri vuol dire sempre amare ogni singola persona così come è, prima questa, poi quella, poi quell’altra via via che le incontri, e accettarle in qualche modo per come sono, con i loro difetti, le loro debolezze, la loro antipatia. Come si fa ad amare un bambino che piange in modo stizzoso, oppure un impiegato che risponde in modo scorbutico allo sportello, o un vecchio malato che non vuol mangiare? È difficile perché hanno comportamenti aggressivi, di protesta: se reagisci d’impulso sei perduto. Per poter amare qualcuno non devi P parlare all’aggressore, ma alla persona umana che c'è dietro, rispondere al bisogno che nasce dal suo desiderio di vita e di gioia che è diventata un grido. Devi trovare il gesto che lo raggiunge e lo rassicura. L’amore non è solo un sentimento che provo io, è sempre un’azione che apre il cuore dell’altro, gli da gioia. Riesco ad amare il bambino capriccioso se accetto la sua vitalità, mi metto dalla sua parte e, con poche parole o con un gesto appropriato, lo distraggo e riesco a fargli capire quello che sua madre non ha ottenuto con cento sgridate. Riesco ad amare l’impiegato scontroso dietro il banco se scopro come rabbonirlo con una battuta scherzosa o un complimento. E posso amare il vecchio malato che non vuol più mangiare se mi siedo accanto a lui, lo ascolto, chiamo l’infermiera e insieme lo facciamo sorridere. L’amore è quindi allo stesso tempo sempre un sentire ed un agire. C’è un bellissimo libro, la città della gioia, che si svolge nello slum più povero, disperato, miserabile di Calcutta. Ma, leggendolo, ti trasmette un intenso amore pera la vita perché, anche là dove l’esistenza è più dura e la disperazione è sempre alle porte, basta un gesto d’amore, una gentilezza, un piccolissimo aiuto, per suscitare gioia e riconoscenza che riscalda l’anima. Ma l’amore quando non è ricambiato provoca sofferenza. È perciò sempre anche rischio. Lo è fin dall’inizio. Fin da quando il bambino si innamora a cinque anni della compagna di banco. L’amore è un buttarci al di là di noi stessi producendo un beneficio che ci ritorna come dono. Qualcuno non ne è capace. Ma chi sa farlo apre le porte, apre i cuori e crea un’allegria e una fiducia contagiosa che rende la vita dolce per tutti.” Molto interessante questa riflessione pubblicata in un giornale così detto “laico”. Se possiamo aggiungere una cosa, diremmo: Tutto questo è vero, ma lo diventa sempre di più se ne facciamo l’esperienza concreta noi stessi. Provare per credere. La redazione 18,20 - n° 1 III Giovani • Attualità Supplemento a V.d.L - no 7 Domenica 24 Febbraio 2008 • IL PROBLEMA DEL CONSUMO DELLE DROGHE LEGGERE • La Ss Buddusò Karate-Do Ottavo vizio capitale: l’indifferenza Occorre cercare di capire e aiutare chi ne fa uso di Maria Solinas l ricorso alla droga è una protesi per una personalità malfunzionante di fronte ai problemi cui la vita ci chiama: sopportazione del dolore, ricerca della felicità, assunzione di responsabilità. Il drogato mette in atto una modalità malata per risolvere i propri disagi: l'utilizzo patologico di certe sostanze" (Bertolli-Ravera, Un buco nell'anima, Mondadori). I Uno dei tanti articoli sulle droghe leggere che si trovano cercando con una parola chiave nei tanti motori di ricerca su Internet. Problemi lontani, si penserebbe a prime vista, invece anche nella nostra piccola realtà la droga è presente, spesso in forma di droga leggera, ma a volte anche in altre forme. Andare ad analizzare un problema senza cadere in facili accuse o moralismi è molto difficile, soprattutto trattandosi di un articolo inserito in un giornale parrocchiale come il 18.20. Ma l’indifferenza non ha mai aiutato molto, quindi sapere e cercare di capire alcuni problemi semi Dire ciao oppure buongiorno, è così difficile? proprio vero, i tempi sono cambiati; tutti abbiamo fretta, nessuno ha più tempo, i minuti sono contati, e così nella vita caotica quotidiana non abbiamo più tempo neanche per salutarci. Perché? È così bello salutare; scambiare due chiacchiere con qualcuno ci fa sentire vivi, in certi casi può anche farci trascorrere una giornata diversa, più serena... ed aiutarci ad'affrontare meglio qualche piccolo problema e sopratutto pensare “anche io esisto”. Mi chiedo come mai si è persa questa bella abitudine; in fondo dire “CIAO” oppure "BUONGIORNO" è così semplice. Credo sia buona regola insegnare ai nostri bambini a salutare, penso che perseverando nel dire “CIAO” prima o poi tutti avremo acquisito il gusto di farlo, facendolo diventare un gesto naturale. Del resto la vita è fatta anche di piccole cose e ritengo che il saluto faccia parte di esse. Come si dice “un sorriso e un saluto non costano niente ma arricchiscono tutti”, chi lo fa e chi lo riceve. Piera Pittalis È nascosti è già un inizio di presa di coscienza. Si dice appunto, anche nell’articolo esposto, che chi utilizza droghe ne abusa per sfuggire alla realtà, ad una vita infelice e insoddisfacente. Ma le motivazioni sono più che varie. Credo sia più che altro una moda, un’abitudine, come fumare una sigaretta o bere un bic- chiere di birra al bar con 4 amici. Oramai è quasi insito nella cultura occidentale, e in ambiti più ampi non crea nemmeno più sconcerto o disagio. Se nel nostro paese crea ancora imbarazzo discutere su certi argomenti è solamente perché per troppo tempo si è fatto silenzio e indifferenza Il problema in realtà non è troppo esteso, rientra ancora nei limiti della normalità, se per normalità si intende una media di uno spinello alla settimana a testa ovviamente. Penso che finché non sopraggiunga l’abuso, qualsiasi sostanza, dalla sigaretta, all’alcool e perfino al caffè, non ci sia motivo di accusare o demonizzare niente o nessuno; finché la libertà di chi assume certe sostanze non va a ledere quella altrui non sussiste alcun problema sociale e personale. Con questo non intendo dire che tutto ciò che si assume sia giusto assumerlo a priori, anzi, sono sempre stata sfavorevole a tutto ciò che provoca stati di semi-incoscienza e surrogati vari. Penso però che criticare inutilmente sia come lottare contro i mulini a vento, chi le usa lo continuerà a fare anche dopo questo e altri mille articoli. Spetta a genitori, amici e compagni più sensibili e responsabili aprire gli occhi, e vigilare su certe situazioni che potrebbero essere pericolose o quasi irrecuperabili, aiutare e comprendere per poter migliorare la vita di chi erroneamente pensa “tanto smetto quando voglio”. Il come... è che mi offende “Insultare quando si ha paura è una regola molto popolare: chiunque è in grado di metterla in pratica” (Schopenhauer) di Rosalia Ferreri circa un mese dal fattaccio mi stuzzica lo stuzzicarvi la memoria. E’ risaputo che qualsiasi notizia di cronaca fa eco sui mass-media per qualche settimana, poi finisce nel dimenticatoio come se niente fosse. E’ soprattutto questo niente fosse che turba assai, sembra quasi tutto normalità. Pare, infatti, che i rifiuti dalla Campania siano stati persino portati e scaricati in Parlamento e hanno suscitato così tanto esagerato ribrezzo che a A qualcuno è venuto istintivo girarsi per sputarne le esalazioni . Tutti i giorni dopo la caduta del governo, non si sente dire altro dai leader che “ Bisogna fare un nuovo governo in cui ci sia Responsabilità Nazionale e Giustizia”. Ci si dovrebbe vergognare di nominare queste rispettose e doverose riflessioni poche ore dopo aver assistito a delle immagini televisive in cui si vedono delle azione ingiustificate ed ingiustificabili. Ecco le immagini incriminate: il sospetto sputo, sospetto perché non essendo molto chiara l’immagine non si può incriminare il presunto colpevole anche se in ogni caso le sue intenzioni non sembravano rassicuranti dato che era tenuto a bada da diversi buttafuori; un chiaro insulto ed il festeggiamento con lo spumante come in un party. Sinceramente vi devo confessare che mi vergogno in quanto le immagini sono andate in onda in tutte le emittenti internazionali; che mi vergogno anche perché è l’ennesima volta che assistiamo a questi comportamenti sgradevoli fatti da rispettabili persone da cui ti aspetti un onorevole comportamento in un luogo che rappresenta la nostra identità; che mi vergogno perché sono figli di un Paese presunto civile, ma sopratutto vi confesso che mi vergogno perché essendo Cattolica Cristiana, li dovrei considerare miei fratelli e perdonarli ed in questo momento non mi riesce, infatti li rinnego tutti. Eppure mi è stato insegnato da un illustre maestro, di nome Gesù, che il rispetto verso l’altro è il principio fondamentale su cui basare le proprie sane radici comportamentali. Però…riflettendoci bene e ripartendo da questi insegnamenti forse non è troppo tardi se accomunando il nostro impegno cristiano ricominciassimo a dare esempi di vera ed autentica Responsabilità e Giustizia, rispettando e accettando l’altro con le sue evidenti e diverse espressioni culturali e politiche, accettandolo con le sue diversità fisiche, di colore, di culto e soprattutto rispettando la parte migliore di ogni individuo che è racchiusa nell’espressione della propria civile libertà in qualsiasi sua forma; allora riusciremo a dare un senso ai termini di Responsabilità e Giustizia che siano nazionali, internazionali, civili, sportive e familiari poco importa, quel che importa è che dovremo stare molto attenti al… come lo faremo. randi le novità alla ripresa agonistica dell’anno sportivo 2007/2008 avvenuta nel settembre scorso in seno alla società sportiva Buddusò Karate-Do, presieduta dal signor Ignazio Canu, con la vicepresidenza del signor Salvatore Saba, l’aiuto dell’aspirante allenatore Giovanni Marongiu C.N.3DAN e con la nuova direzione tecnica del noto maestro federale Timoteo Scanu C.N.6° DAN Karate. Se l’inizio non è stato semplice sul piano tecnico, la serietà e la competenza che contraddistinguono da sempre il maestro Scanu da una parte e il grande impegno che tutti gli atleti di Buddusò consentiranno a tutti i tesserati il conseguimento di risultati positivi in termini di conoscenza teorico-pratica, regolamentare, sportiva e attitudinale del moderno Karate federale.Un piccolo traguardo è già stato raggiunto dagli atleti del A.S.D. Buddusò Karate-Do infatti lo scorso 7 dicembre tutti i tesserati che ne avevano diritto hanno potuto sostenere gli esami di passaggio o di convalida dei gradi tecnici KYU di fronte allo stesso maestro Scanu e a un pubblico che ha gremito il palazzotto dello sport di Buddusò. Tutti gli allievi hanno superato gli esami (alcuni con menzione di merito) tutto ciò, considerato anche il notevole impegno delle famiglie, fa ben sperare in un futuro pieno di miglioramenti tecnici e sportivi e in una crescita culturale sempre più marcata dell’arte marziale del Karate federale Fijlcam/coni. (Pinuccio Satta) G Calcio, Buddusò da play off inito il girone di andata del campionato di promozione girone B al giro di boa la marcia del Buddusò e da PLAY-OFF. I numeri non mentono mai 28 punti conquistati in virtù nove vittorie ( 5 casalinghe e 4 fuori) un solo pareggio (in casa) cinque le sconfitte (2 tra le mura amiche 3 fuori). Trenta sono le reti segnate 20 quelle subite quindi strameritato il 3° posto in classifica e pensare che i programmi iniziali della società parlavano di raggiungere una salvezza tranquilla. Ma grazie prima di tutto al sapiente lavoro del mister Mariano Sotgia e alla determinazione dei calciatori la squadra piano piano ha preso fiducia e sono arrivati i risultati che la portano nelle alte sfere della graduatoria dietro alle sole Ittiri e Portorotondo. Ma la soddisfazione per il presidente Tore Fumu e company è doppia se si considera che la formazione è quasi tutta composta da giocatori locali, un fatto difficile da riscontrare in squadre di promozione. (Pinuccio Satta) F Ozieri •Via Umberto I, 32 Tel 079 788012 - Fax 079 787262 www.otticamuscas.it e-mail: [email protected]