18,20 n. 2 - Domenica 24 Febbraio 2008
Mt 18,20 “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”
Supplemento a Voce del Logudoro n. 7
Frase di Marzo: “Solo chi passa per il gelo del dolore arriva all’incendio dell’amore”
EDITORIALE
Penitenza: cammino
per l’amore vero
don Nino Carta
chiaro nel cristianesimo il passaggio dall’esperienza
di un Dio della penitenza a un Dio dell’amore. L’essenza cristiana non è l’ascetica, ma la conoscenza (biblicamente come esperienza) della vita divina. Per questo
essere cristiano è vivere la comunione e di comunione,
attraverso la speranza, già realtà come seme e nella fede,
nella carità.
È un annuncio allora più mistico che ascetico. Si tratta
di vivere le così dette virtù teologali, fede, speranza e
carità, dono di Dio, più che una conquista dello sforzo dell’uomo.
Il regno che Gesù è venuto a portarci non è nella sua
essenza essere umili, poveri, pazienti ecc…, ma essere
amore e comunione.
Ma allora che senso ha parlare di penitenza,di sacrificio: parlare di quaresima?
Ha senso e come. Il Regno di Dio è tra di noi e per
averlo Gesù dice: “Convertitevi e credete al vangelo”.
Ossia la salvezza sta nel credere e quindi nel cammino di
speranza verso questa meta che poi è Lui stesso tra di noi
come comunione.
Ma bisogna convertirsi, ossia lasciare l’uomo vecchio,
rinnovare il cuore, e questo solo è possibile vivendo le così
dette virtù negative. È impossibile essere Regno, comunione, senza essere povero, umile, paziente e così via.
Quaresima allora è cammino, passaggio attraverso il
deserto. È il vivere in profondità il silenzio per ascoltare
la Parola, il sacrificio per immergersi nella solidarietà, la
rinuncia per la condivisione, il dolore per l’amore.
Questo ci vuol dire l’invito della Chiesa a vivere le 3
penitenze classiche della liturgia quaresimale:
Digiuno, preghiera, elemosina.
1 - Il digiuno ci parla di sacrificio e di sofferenza. Ricorda
il dono della mirra al Signore da parte dei Re Magi. È tutto
ciò che mi fa soffrire che sarà poi riassunto in modo totale
dall’esperienza del venerdì santo. È il senso profondo
della frase proposta per la quaresima nella nostra chiesa
parrocchiale e sopra nel nostro giornale: “Solo chi passa
per il gelo del dolore arriva all’incendio dell’amore”.
2 - La preghiera ci ricorda invece l’incenso dei Magi e ci
fa vivere in profondità la virtù dell’umiltà di fronte a Dio
sperimentato come Padre dal nostro nulla che per amore
suo diventa figliolanza.
3 - L’elemosina ricorda il dono dell’oro, come espressione profonda della carità, che si esprime poi in condivisione e solidarietà.
Hanno senso quindi il digiuno, certamente più del
cuore che del corpo; la preghiera come ascolto sempre più
profondo della Parola e come sacramento della riconciliazione; l’elemosina come espressione del cammino della
condivisione. Digiuniamo, preghiamo e facciamo l’elemosina perché la vita divina sia pienamente in noi come
persone e come comunità e così il progetto trinitario sulla
storia e su ogni persona si realizzi concretamente in noi e
tra di noi.
Non siamo allora la chiesa del dolore o del sacrificio
per il sacrificio: tutto è in funzione della vita divina in
noi, che è vita d’amore.
“Solo chi passa per il gelo del dolore arriva all’incendio
dell’amore”: sì il dolore, il sacrificio, la penitenza sono
solo un”passare”, perché lo stare e quindi l’essere, quello
vero, è e sempre sarà solo l’Amore.
È
L’EROICITÀ DI CERTI “NO”
Ha senso oggi educare
al sacrificio e alla rinuncia?
di Claudia Fodde
uotidianamente,assisto meravigliata ad accesi dialoghi tra
genitori, che, suppongo rassegnati, esaminano la propria impotenza
di fronte ai figli e la loro perdita di prestigio e autorevolezza. Riflessione che
muta in certezza quando è alimentata
dalla diffusa convinzione di tanti genitori che bisogna essere amici dei figli,
perdendo completamente la distinzione
tra auspicabile dialogo fermo e sereno,nel pieno rispetto dei ruoli, a un rapporto in cui, invece, genitori e figli stanno in una posizione alla pari. Per effetto
appagano capricci e desideri irragionevoli, convinti che ormai non ci siano più
rimedi efficaci per ristabilire un sano
equilibrio. Paradossalmente percepisco
il loro disgusto quando si verificano
fatti di cronaca funesti operati da giovani contro adulti, nonché episodi sintomatici che ci fanno percepire la situazione di conflitto tra questi due mondi.
Attualmente inoltre,uno stuolo di
psicologi, sociologi e psichiatri,raccomandano tolleranza da parte degli
adulti, giustificando anche i più nefasti
crimini commessi dai giovani, come se
essere genitori fosse una colpa da
espiare. È addirittura devastante con un
giovane parlargli di punizioni, di obbli-
Q
ghi nell’affrontare certe questioni legate
al senso del dovere, del rispetto verso se
stessi e gli altri,della rinuncia e sacrificio. Guai oggi riprendere un bambino,
c’è da aspettarsi una crisi violenta, uno
shock, uno sbandamento se non addirittura una fuga di casa improvvisa. Del
resto, non appagare sempre e comunque
i capricci dei bambini in un crescendo
senza fine, risulta sconveniente e inopportuno.
Percepisco però seppur inconsciamente l’esigenza di una svolta, ed è proprio la famiglia che per prima deve
intervenire per un’efficace risoluzione,
facendosi anche aiutare da chi è di competenza. Proprio i genitori, anziché perseverare irragionevolmente a rimanere
giovani, dovrebbero essere partecipi,
disposti all’ascolto e al confronto, ma
determinati nel punire i propri figli,
qualora assumano comportamenti
impertinenti. Si tratta infatti, di punizioni rivolte ad un’effettiva crescita, che
non si limitano ad una semplice condanna. Devono inoltre essere consapevoli che tutto questo non si compra
come una qualsiasi altra merce, ma è il
risultato di pazienza e costante lavoro e
non basta mettere a disposizione dei
propri figli opportunità e risorse per
riceverne soddisfazioni. Conta più un
solo minuto di ascolto, piuttosto che un
regalo di valore, del resto è una consuetudine di ogni genitore andare a parlare
con gli insegnanti e avvertire meravigliati un momentaneo sbandamento dei
figli, come se vivessimo una sorta di
doppia vita, nella quale assumiamo
comportamenti differenti a seconda
delle circostanze e dei luoghi in cui ci
troviamo. Abbiamo quindi bisogno non
di adulti affetti dalla sindrome di peter
pan, ma di punti di riferimento stabili e
sicuri, soprattutto nel periodo adolescenziale dove dobbiamo affrontare il
risolutivo passaggio da ragazzi a giovani, avendo bisogno di un sostegno
costante, un supporto che ci aiuti ad
affrontare i nostri perché che richiedono
valide risposte. Cari adulti, io per prima
apprezzo la vostra freschezza e vigore,
il vostro modo di vestire che assomiglia
al mio, sappiate però che noi giovani
abbiamo bisogno di ben altro, ossia di
punti di riferimento solidi poiché
abbiamo sperimentato che il relativismo
non ci giova affatto. Penso che gli adulti
debbano scommettere maggiormente
sull’educarci a rinunciare a qualcosa,
altrimenti sarebbe ridicolo il loro sbigottimento davanti ad episodi drammatici, frutto magari non sempre di problemi psicologici o disadattamento
sociale, ma anche di semplici vizi sempre assecondati.
18,20 - n° 2
IV
Vita parrocchiale
Supplemento a V.d.L - no 7
Domenica 24 Febbraio 2008
Riflessioni sul dolore e sulla speranza
Come possiamo parlare ai bambini della sofferenza?
di Lucia Meloni
on c’è genitore al
mondo che non voglia
proteggere il figlio sulla sofferenza. Naturale no? Eppure
dei dolori dei bambini vale la
pena di parlarne, soprattutto a
loro, ai bambini. Neanche i
più piccoli sono esclusi dal
limite della sofferenza, che
anche a loro rivela l’essenziale della persona umana: la fragilità, il bisogno degli altri.
Non è facile parlarne ai bambini; sembra che manchino le
storie e le parole, per trattare
temi così difficili e toccare
questioni così profonde della
persona umana. Sulla scia di
queste premesse provo a cercare le parole. Che cosa
abbiamo da raccontare ai
bambini, del loro dolore?
Come? Ci sono sempre più
adulti che sfuggono ai bisogni
dei ragazzi, alle loro domande, fingendo di non sentire
che le più profonde riguarda-
N
no proprio il dolore e la
morte. Mi vengono in mente
le fiabe, che sono sempre tutte
vere, come credeva Calvino.
Si, perché le fiabe offrono la
spiegazione della vita in ogni
suo aspetto. Non raccontano
altro che la verità della vita e
del mondo. Credo tra tutte le
fiabe siano quelle d’Andersen
a raccontare meglio il dolore
dei bambini; egli in fondo
narrava la sofferenza della
sua infanzia. La Piccola
Fiammiferaia, Il Bambino
nella Tomba, Mignolina, la
Regina delle Nevi sono fiabe
in cui c’è sempre il lieto fine.
Pur nella consapevolezza che
la sofferenza di questi bambini non si può cancellare,
Andersen raccontava di un
dolore che prepara la gioia.
L’Ultima Perla (è anche il
titolo della storia) è quella del
dolore, ed è quella che moltiplica lo splendore delle altre.
Le fiabe non negano la vita,
anzi, la illuminano senza
▲ ANTONELLO FODDE È STATO PER 18
ANNI UN TESTIMONE DELLA SOFFERENZA
pietà, ma hanno sempre lo
scopo di rassicurare il bambino. Tra i tanti disponibili oggi
bisogna privilegiare quelli
che assolvono questo compito; entrare nel cuore, anche
doloroso, della vita e donargli
senso. Il Giardino Segreto
dove Mary è una bambina
antipatica e dispotica, orfana,
affidata ad uno zio depresso.
Quante sfaccettature ha il suo
dolore! Nello Stralisco di Piu-
mini riprende l’idea che la
ricerca dell’amicizia e della
bellezza siano possibili vie
per percorrere il dolore. In
Sirena è il racconto autobiografico di Barbara Garlaschelli: a 16 anni si tuffa in
mare, cade su un sasso, quindi la paralisi.” Scrivo perché i
miei amici mi amino di più”,
ha detto. L’elemento che
maggiormente colpisce in
questo libro è la carica d’affetti che ha sempre accompagnato, anche i suoi giorni più
cupi. I genitori, poi i compagni di scuola, i coetanei decisi
a non escluderla mai dal gruppo, che organizzano persino
turni di visite frequenti e le
scrivono moltissime lettere.
Non è racconto del dolore, ma
di una miriade d’incontri con
altre degenti, bambine vittime
d’analoghi incidenti, anziani
ecc. Alla fine si comprende il
segreto di Barbara: riuscire a
raccontare il proprio dolore
è già dominarlo.
E quelli chi sono? La confraternita
di S. Croce e della Madonna del Rosario
di Angela e Antonello
quelli chi sono? La confraternita. Confraternita
di che? La confraternita di
Santa Croce e della Madonna
del Rosario. Ah! Sono due.
Due gruppi in un’unica Confraternita. Quella di Santa
Croce rappresenta i discepoli
che deposero dalla Croce
Gesù e lo accompagnarono al
Santo Sepolcro. Gli altri,
quelli della Madonna del
Rosario, rappresentano il
gruppo degli amici di Gesù
che sostennero il dolore della
Madonna per la perdita del
proprio Figlio.
…Son vestiti diversamente. …Devi sapere che i
confratelli, (fratelli insieme),
hanno tutti un abito bianco
che simboleggia l’abito del
candore e della luce del Battesimo per diventare e donare
a loro volta Luce alla comunità parrocchiale. Loro ci
richiamano alla responsabilità del nostro Battesimo, ed
a interrogarci sulla maturità
della nostra fede cristiana.
Quelli di Santa Croce portano la mantellina rossa che
simboleggia la Passione di
Cristo e lo scapolare con l’icona di Gesù mentre quelli
della Madonna del Rosario
hanno la mantellina nera che
simboleggia il lutto per la
morte del Redentore e lo scapolare con l’icona di Maria.
…Perché non li avviciniamo
per cercare di conoscerli
meglio?... Entriamo nel
salone parrocchiale. Si pre-
E
parano alla celebrazione di
ammissione e vestizione ufficiale. …Sono emozionati.
…E appaiono gioiosi.
…Guarda! Lui è di un buon
livello sociale. Come mai si
trova qui? Chiediamoglielo.
“... Ho voglia di donare gratuitamente un po’ del mio
tempo al servizio della parrocchia. C’è urgentemente
bisogno di gente volenterosa e matura che collabori
con i sacerdoti per il bene
di tutti”. Che sorriso che
aveva… Andiamo a sentire
quel semplice operaio.
“…Ho deciso di fare questa
scelta per l’Amore e la Fratellanza, anche a costo di
grandi sacrifici”! … Lui ha
gravi problemi di salute. Se
la prenderà con Dio e con
tutti per la situazione in cui si
trova? “…Nonostante le
mie sofferenze, da quando
sono entrato nella confraternita, mi sento più vicino
a Dio e a tutta la comu-
nità”. …Mi ha stupito! È
proprio vero che Dio sceglie
le persone più disparate per
abbellire il giardino del
mondo. Il giardino della
nostra parrocchia! C’è anche
una bella donna. …Esistono
anche le consorelle. È l’unica
donna del gruppo. Lei è la
segretaria e coordinatrice
della compagnia. “…La confraternita è un tramite che
mi accosta a Dio e alla vita
parrocchiale. Ho notato
che la comunità è più partecipe, unita e gioiosa
quando, anche noi, siamo
presenti alle celebrazioni”.
…Svolge un ruolo trainante
nel gruppo. …Non da sottovalutare.
…Ho visto brillare nei
loro occhi una grande sete di
Dio e l’entusiasmo di conoscerlo attraverso questa
nuova avventura di fede.
…Non si può camminare da
soli. …Da diversi anni sono
stati seguiti e formati da Don
Nino. Qualche giorno prima
di questa celebrazione hanno
persino fatto un ritiro spirituale unito alla Confessione…
Lui chi è? È il vicario
generale della nostra diocesi:
Mons. Gavino Leone.
È ora di andare a sederci
ed assistere alla messa. Sì,
andiamo! …Ascoltiamo con
attenzione l’omelia che ci
darà ulteriori informazioni
sulla Confraternita.
“…Questi confratelli
sono come piantine tenere
che presto, daranno i loro
frutti! Con la santificazione
essi compiono il loro dovere
rinunciando a frammenti
di vita per ottenere qualcosa di migliore che solo
Gesù sa dare. Con il culto
pubblico vivono la religiosità insieme rispecchiando
la preghiera del Padre
Nostro, espressione più alta
della nostra spiritualità,
attestando una verità del
Vangelo: “ dove due o tre
sono riuniti nel mio nome,
io sono in mezzo a loro”. La
promozione di opere fraterne: carità reciproca tra
loro e verso la comunità”.
Adesso ho capito tante
cose su quel gruppo. Nutro
molta ammirazione per
quelle persone. Mi è piaciuto
anche il canto d’ingresso
processione perché penso
rifletta il loro cammino di
fede: “Se porti la sua Croce,
in Lui tu regnerai; se muori
unito a Cristo, in Lui rinascerai”.
AGENDA DI MARZO
FEBBRAIO
DOMENICA 24
ore 17.30: messa
gruppo passioniste
LUNEDÌ 25
Pastorale familiare
diocesana
MARTEDÌ 26
OFS
MERCOLEDÌ 27
40 ore in parrocchia con
confessioni quaresimali
GIOVEDÌ 28
prove delle corali
VENERDÌ 29
Via crucis
MARZO
SABATO 1
ore 17: scambio Alà dei Sardi
- ore 19 corso fidanzati
DOMENICA 2
Compleanno di don Nino Vengono i seminaristi del
seminario diocesano
LUNEDÌ 3
Santa Reparata
MERCOLEDÌ 5
scuola di teologia
GIOVEDÌ 6
Prove corali
VENERDÌ 14
Via crucis - Buddusò 1
SABATO 15
Santa Luisa de Marillac
(Casa di riposo)
DOMENICA 16
Celebrazione delle Palme
LUNEDÌ SANTO (17)
Cimitero monumentale Via crucis solenne
nelle strade
MARTEDÌ SANTO (18)
Visita ai malati - Confessioni
MERCOLEDÌ SANTO (19)
ore 11: precetto pasquale
delle scuole - Confessioni
GIOVEDÌ SANTO (20)
Mattina: cattedrale, messa
del crisma - ore 20: Messa
in coena Domini - Lavanda
dei piedi - Processione de
‘sa chilca’ - adorazione
VENERDÌ SANTO (21)
Astinenza e digiuno ore15: celebrazione della
morte di Cristo ore 19: s’iscravamentu
SABATO SANTO (22)
ore 21: Veglia pasquale
DOMENICA (23) PASQUA
Messe con gli orari normali ore 11: processione
de s’incontru
VENERDÌ 7
Visita malati - Via crucis Buddusò 4
LUNEDÌ (24) PASQUETTA
Giornata dell’OFTAL
a Santa Reparata
SABATO 8
ore 17 scambio
con Alà dei Sardi
MARTEDÌ 25
Inizio benedizione delle case
- OFS - incontro cresimandi
e padrini
DOMENICA 9
Messa Volontariato
vincenziano
MERCOLEDÌ 26
Incontro I Eucaristia
LUNEDÌ 10
Madonnina – Buddusò 2
GIOVEDÌ 27
redazione 18.20
MERCOLEDÌ 12
Scuola di teologia
VENERDÌ 28
veglia dei martiri missionari
GIOVEDÌ 13
Corali
DOMENICA 30
Incontro diocesano
dei fidanzati a Ozieri
18,20
SUPPLEMENTO
DEL SETTIMANALE
VOCE DEL LOGUDORO
COLLABORATORI: DON NINO CARTA • MARIA SOLINAS •
TOMASO TUCCONE • LUIGINABECCU • ROSALIAFERRERI • PINUCCIO SATTA • LUCIA MELONI • ANNA ZORODDU • MARIANTONIA
SANCIU • MIRIAM PUNZURUDU • SALVATORE PORCU • ANGELA
DELEDDA • PIERA PITTALIS • CLAUDIA FODDE.
Redazione: Parrocchia Sant’Anastasia - 07020 Buddusò (OT)
Telefono e fax 079 714044 - mail: [email protected]
18,20 - n° 2
II
Storia • Cultura
• FIGURE
DEL PASSATO
•
DOMANDA & RISPOSTA
Padre Luca Cubeddu, il poeta
che amava la vita agro-pastorale
di Tomaso Tuccone
SA FEMINA ONESTA
B’idu bi l’azis su padre ballende
lunis e martis de carrasegare;
cun s’abitu pijadu anninnijende
ballu a bolos faghiat andare.
Sa femina onesta, in questo componimento,di cui si propongono le prime
due strofe, il poeta fa vibrare le corde
dell’ amore e della religione. E’ ricca di
sentimento e abbastanza originale.
Unu caddu de linna sun formende
mannu e altu cantu una muntagna
subra rodas de ferru est caminende
Pienas de fogu giughet sas intragnas;
icordo che queste sono due
delle tante quartine, quelle che
mi sono rimaste maggiormente
impresse nella memoria, che trenta
quarant’anni fa, spesse volte, nel corso
di festeggiamenti sia pubblici che privati, non avendo a disposizione un’armonica oppure una fisarmonica, si cantavano per cadenzare il ritmo del ballo
sardo buddusoino “ su passu”.
Quartine e ottave che sentivo spesso
declamare negli anni della mia infanzia
e giovinezza senza sapere chi fosse
l’autore ma, assorbendo involontariamente nella memoria quei versi sia per
la loro semplicità che per la loro musicalità .
In seguito seppi che l’autore di quelle
ottave e quartine era il poeta di origini
pattadesi Giovanni Pietro Cubeddu
conosciuto come Padre Luca
Cubeddu o Padre Solle.
Pasquale Tola nel Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna scriveva che era nato a Pattada il 6
aprile 1748, mentre Padre Pietro Martini in Biografia Sarda affermava che
era nato il 20 marzo 1749. Il padre un
modesto e povero pastore, vedendo che
il figlio possedeva un’ intelligenza
superiore alla media decise di farlo studiare, mandandolo all’ età di 11 anni a
Sassari dove si distinse nello studio del
latino, della grammatica e delle lettere
umanistiche.
Emanuele Scano nell’opuscolo
Padre Luca Cubeddu nella vita e nell’arte scriveva, era il 1892, che il poeta
apparteneva ad una famiglia di modesta
agiatezza che potè consentire al giovane
Cubeddu di frequentare le scuole minori
a Pattada e di poter proseguire gli studi
nel collegio degli Scolopi a Tempio e
che molto probabilmente abbia continuato gli studi a Roma.
Già dai 16 anni si divertiva a com-
Clori, non pro esser dama ricca e bella
Benit dae su Parnasu celebrada;
Ma pro chi est innocente et calunniada
Triunfat, et risplendet che un’istella.
R
porre ottimi versi in lingua sarda logudorese. Frequentò l’Istituto delle Scuole
Pie dove fu ordinato sacerdote. In
seguito insegnò grammatica latina
presso diversi istituti degli Scolopi della
provincia di Sassari: in questo periodo
compose poesie dal contenuto sacro e
profano di vario metro.
Dopo alcuni anni, a causa del suo
temperamento incostante ed insofferente ai regolamenti e al continuo contrasto con i suoi superiori, si ammalò di
ipocondria spasmodica, come si poteva
rilevare dalla diagnosi scritta nel
novembre del 1798 dal suo medico ed
amico Professor Antonio Virdis. Il poeta
chiede al Viceré e al Delegato Apostolico di Sassari una licenza di tre anni da
trascorrere fuori dal chiostro habitu
vestendo. (Svestì le lane dell’ ordine
scolopio, e ritirossi alla sua patria in
fortuna più misera di quella in cui ne
era partito Tola: Dizionario biografico
degli uomini illustri di Sardegna 1837).
Ottenuto il permesso cominciò un’altra vita, dura e selvaggia tra i pastori
dell’altopiano di Buddusò e di diverse
zone del Nuorese. Qui per necessità di
vita fu costretto a custodire il bestiame
di alcuni pastori che vivevano in queste
contrade: questo fu il periodo in cui
compose la maggior parte e le migliori
opere della sua produzione poetica. Per
molti anni sopravvisse in queste contrade ed in particolare nella regione di
Solle, tra i territori di Buddusò e Bitti. I
pastori del luogo lo chiamavano con
l’appellativo di Padre Solle. Un giorno
ad un pastore che lo chiamò con questo
sopranome rispose: A numene mi naro
Non canto sos amores de Endimione
Cum sa Triforme dea de su monte,
Non canto sas victorias de Nelsone,
Chi mandesit che raju, a s’Acheronte
Sa terribile flotta de Tolone;
Ca non cheret s’antigu Anacreonte
Chi cante amores, ne aspera guerra,
Ma una ninfa de sa sarda terra.
Padre Luca – a provegliu mi naran
Padre Solle, - sos versos chi mi essin
dae ucca – parent esser bettados a su
molle.
Famosa è rimasta la colossale quercia detta Su chercu de su liberu, ove
Padre Lucca, in un buco del tronco di
questa era solito mettere il suo breviario. Lo Spano in Emendamenti e
aggiunte all’itinerario di Alberto
Lamarmora affermava che questa fessura, nel tempo, era diventata una vera e
propria capanna di metri 2,5 di diametro
e di un’altezza di metri 2,25. Il tronco di
questa quercia aveva una circonferenza
di 11 metri, e l’altezza di 7,25 metri. I
rami che si diramavano dal tronco erano
20 e sembravano tanti alberi. Questi,
intorno alla pianta, ricoprivano un’area
di circa 300 metri. Purtroppo questa
quercia è scomparsa, sicuramente a
causa dell’ annuale diradamento a cui
era sottoposta dai pastori del luogo per
fornire frasche al bestiame e dai continui incendi che periodicamente attraversavano quei territori.
Sempre il canonico Spano affermava
che nella parte esterna del tronco si
potevano leggere delle frasi. Si diceva,
inoltre, che il poeta vi avesse lasciato
un’iscrizione, e per questo era chiamato, anche su chercu iscriptu.
FINE PRIMA PARTE
INTERVISTA AL SEMINARISTA ARDIT
I ragazzi e la vita consacrata:
scelta di grande responsabilità
rdit frequenta il seminario minore di Ozieri. Lo abbiamo incontrato e
gli abbiamo rivolto alcune
domande.
Quali i motivi che ti
hanno spinto ad entrare
in seminario?
«I motivi che mi hanno
spinto a fare questo passo
sono diversi. Ecco i principali:
A
Supplemento a V.d.L - no 7
Domenica 24 Febbraio 2008
Prima di tutto in assoluto è
stata la figura del prete, la
quale mi ha affascinato
moltissimo.
Poi la preghiera grazie alla
quale ho preso questa
strada e fino ad ora non mi
sono pentito di aver fatto
questa scelta».
Cosa diresti ai giovani di
oggi?
«I giovani di oggi ritengo
opportuno incoraggiarli
con le parole di Giovanni
Paolo II: “Spalancate le
porte a Cristo”, perché
molti giovani di oggi non
conoscono Gesù in nessun
modo. Ecco perché mi pare
fondamentale ricordare
loro “Aprite il vostro cuore
a Cristo: in Lui troverete la
vera libertà e la vera gioia
che non tradisce mai”».
Il cristianesimo parla tanto d’amore e insiste
nella grandezza dell’amare tutti. Ma come fare?
Ci sembra impossibile. 18,20 può dare qualche
suggerimento?
Un gruppo di giovani
roprio in questi giorni nella rubrica “Pubblico e
privato” a cura di Francesco Alberoni pubblicata
dal Corriere della Sera ogni lunedì, abbiamo trovato
una piccola riflessione che ci sembra risponda in qualche modo a questa domanda. Ne riproponiamo qualche
spunto:
“Come possiamo amare gli altri? Chi giudica, chi
condanna non può amare. E non credo nemmeno che si
possano amare ‘tutti gli uomini’ come genere umano.
Amare gli altri vuol dire sempre amare ogni singola
persona così come è, prima questa, poi quella, poi quell’altra via via che le incontri, e accettarle in qualche
modo per come sono, con i loro difetti, le loro debolezze, la loro antipatia.
Come si fa ad amare un bambino che piange in
modo stizzoso, oppure un impiegato che risponde in
modo scorbutico allo sportello, o un vecchio malato
che non vuol mangiare? È difficile perché hanno comportamenti aggressivi, di protesta: se reagisci d’impulso sei perduto. Per poter amare qualcuno non devi
P
parlare all’aggressore, ma alla persona umana che c'è
dietro, rispondere al bisogno che nasce dal suo desiderio di vita e di gioia che è diventata un grido. Devi trovare il gesto che lo raggiunge e lo rassicura.
L’amore non è solo un sentimento che provo io, è
sempre un’azione che apre il cuore dell’altro, gli da
gioia. Riesco ad amare il bambino capriccioso se
accetto la sua vitalità, mi metto dalla sua parte e, con
poche parole o con un gesto appropriato, lo distraggo e
riesco a fargli capire quello che sua madre non ha ottenuto con cento sgridate.
Riesco ad amare l’impiegato scontroso dietro il
banco se scopro come rabbonirlo con una battuta
scherzosa o un complimento. E posso amare il vecchio
malato che non vuol più mangiare se mi siedo accanto
a lui, lo ascolto, chiamo l’infermiera e insieme lo facciamo sorridere. L’amore è quindi allo stesso tempo
sempre un sentire ed un agire.
C’è un bellissimo libro, la città della gioia, che si
svolge nello slum più povero, disperato, miserabile di
Calcutta. Ma, leggendolo, ti trasmette un intenso
amore pera la vita perché, anche là dove l’esistenza è
più dura e la disperazione è sempre alle porte, basta un
gesto d’amore, una gentilezza, un piccolissimo aiuto,
per suscitare gioia e riconoscenza che riscalda l’anima.
Ma l’amore quando non è ricambiato provoca sofferenza. È perciò sempre anche rischio. Lo è fin dall’inizio. Fin da quando il bambino si innamora a cinque
anni della compagna di banco. L’amore è un buttarci al
di là di noi stessi producendo un beneficio che ci
ritorna come dono. Qualcuno non ne è capace. Ma chi
sa farlo apre le porte, apre i cuori e crea un’allegria e
una fiducia contagiosa che rende la vita dolce per tutti.”
Molto interessante questa riflessione pubblicata in
un giornale così detto “laico”. Se possiamo aggiungere
una cosa, diremmo: Tutto questo è vero, ma lo diventa
sempre di più se ne facciamo l’esperienza concreta noi
stessi. Provare per credere.
La redazione
18,20 - n° 1
III
Giovani • Attualità
Supplemento a V.d.L - no 7
Domenica 24 Febbraio 2008
• IL PROBLEMA DEL CONSUMO DELLE DROGHE LEGGERE •
La Ss Buddusò Karate-Do
Ottavo vizio capitale: l’indifferenza
Occorre cercare di capire e aiutare chi ne fa uso
di Maria Solinas
l ricorso alla droga è
una protesi per una
personalità malfunzionante di fronte ai problemi cui la vita ci chiama:
sopportazione del dolore,
ricerca della felicità,
assunzione di responsabilità. Il drogato mette in
atto una modalità malata
per risolvere i propri
disagi: l'utilizzo patologico di certe sostanze"
(Bertolli-Ravera, Un
buco nell'anima, Mondadori).
I
Uno dei tanti articoli
sulle droghe leggere che si
trovano cercando con una
parola chiave nei tanti
motori di ricerca su Internet. Problemi lontani, si
penserebbe a prime vista,
invece anche nella nostra
piccola realtà la droga è
presente, spesso in forma
di droga leggera, ma a volte
anche in altre forme.
Andare ad analizzare un
problema senza cadere in
facili accuse o moralismi è
molto difficile, soprattutto
trattandosi di un articolo
inserito in un giornale parrocchiale come il 18.20.
Ma l’indifferenza non ha
mai aiutato molto, quindi
sapere e cercare di capire
alcuni problemi semi
Dire ciao oppure buongiorno,
è così difficile?
proprio vero, i tempi sono cambiati; tutti abbiamo
fretta, nessuno ha più tempo, i minuti sono contati,
e così nella vita caotica quotidiana non abbiamo più
tempo neanche per salutarci.
Perché? È così bello salutare; scambiare due chiacchiere con qualcuno ci fa sentire vivi, in certi casi può
anche farci trascorrere una giornata diversa, più
serena... ed aiutarci ad'affrontare meglio qualche piccolo problema e sopratutto pensare “anche io esisto”.
Mi chiedo come mai si è persa questa bella abitudine; in
fondo dire “CIAO” oppure "BUONGIORNO" è così
semplice.
Credo sia buona regola insegnare ai nostri bambini a
salutare, penso che perseverando nel dire “CIAO”
prima o poi tutti avremo acquisito il gusto di farlo,
facendolo diventare un gesto naturale. Del resto la vita
è fatta anche di piccole cose e ritengo che il saluto faccia parte di esse. Come si dice “un sorriso e un saluto
non costano niente ma arricchiscono tutti”, chi lo fa e
chi lo riceve.
Piera Pittalis
È
nascosti è già un inizio di
presa di coscienza.
Si dice appunto, anche
nell’articolo esposto, che
chi utilizza droghe ne
abusa per sfuggire alla
realtà, ad una vita infelice e
insoddisfacente. Ma le
motivazioni sono più che
varie. Credo sia più che
altro una moda, un’abitudine, come fumare una
sigaretta o bere un bic-
chiere di birra al bar con 4
amici. Oramai è quasi
insito nella cultura occidentale, e in ambiti più
ampi non crea nemmeno
più sconcerto o disagio.
Se nel nostro paese crea
ancora imbarazzo discutere
su certi argomenti è solamente perché per troppo
tempo si è fatto silenzio e
indifferenza
Il problema in realtà non
è troppo esteso, rientra
ancora nei limiti della normalità, se per normalità si
intende una media di uno
spinello alla settimana a
testa ovviamente.
Penso che finché non
sopraggiunga l’abuso,
qualsiasi sostanza, dalla
sigaretta, all’alcool e perfino al caffè, non ci sia
motivo di accusare o demonizzare niente o nessuno;
finché la libertà di chi
assume certe sostanze non
va a ledere quella altrui non
sussiste alcun problema
sociale e personale.
Con questo non intendo
dire che tutto ciò che si
assume sia giusto assumerlo a priori, anzi, sono
sempre stata sfavorevole a
tutto ciò che provoca stati
di semi-incoscienza e surrogati vari. Penso però che
criticare inutilmente sia
come lottare contro i
mulini a vento, chi le usa lo
continuerà a fare anche
dopo questo e altri mille
articoli. Spetta a genitori,
amici e compagni più sensibili e responsabili aprire
gli occhi, e vigilare su certe
situazioni che potrebbero
essere pericolose o quasi
irrecuperabili, aiutare e
comprendere per poter
migliorare la vita di chi
erroneamente pensa “tanto
smetto quando voglio”.
Il come... è che mi offende
“Insultare quando si ha paura è una regola molto popolare:
chiunque è in grado di metterla in pratica” (Schopenhauer)
di Rosalia Ferreri
circa un mese dal fattaccio mi stuzzica lo
stuzzicarvi la memoria. E’
risaputo che qualsiasi notizia di cronaca fa eco sui
mass-media per qualche
settimana, poi finisce nel
dimenticatoio come se niente fosse. E’ soprattutto questo niente fosse che turba
assai, sembra quasi tutto
normalità. Pare, infatti, che
i rifiuti dalla Campania
siano stati persino portati e
scaricati in Parlamento e
hanno suscitato così tanto
esagerato ribrezzo che a
A
qualcuno è venuto istintivo
girarsi per sputarne le esalazioni .
Tutti i giorni dopo la
caduta del governo, non si
sente dire altro dai leader
che “ Bisogna fare un nuovo
governo in cui ci sia
Responsabilità Nazionale e
Giustizia”. Ci si dovrebbe
vergognare di nominare
queste rispettose e doverose
riflessioni poche ore dopo
aver assistito a delle immagini televisive in cui si
vedono delle azione ingiustificate ed ingiustificabili.
Ecco le immagini incriminate: il sospetto sputo,
sospetto perché non
essendo molto chiara l’immagine non si può incriminare il presunto colpevole
anche se in ogni caso le sue
intenzioni non sembravano
rassicuranti dato che era
tenuto a bada da diversi buttafuori; un chiaro insulto ed
il festeggiamento con lo
spumante come in un party.
Sinceramente vi devo confessare che mi vergogno in
quanto le immagini sono
andate in onda in tutte le
emittenti internazionali; che
mi vergogno anche perché è
l’ennesima volta che assistiamo a questi comportamenti sgradevoli fatti da
rispettabili persone da cui ti
aspetti un onorevole comportamento in un luogo che
rappresenta la nostra identità; che mi vergogno perché sono figli di un Paese
presunto civile, ma sopratutto vi confesso che mi vergogno perché essendo Cattolica Cristiana, li dovrei
considerare miei fratelli e
perdonarli ed in questo
momento non mi riesce,
infatti li rinnego tutti.
Eppure mi è stato insegnato
da un illustre maestro, di
nome Gesù, che il rispetto
verso l’altro è il principio
fondamentale su cui basare
le proprie sane radici comportamentali. Però…riflettendoci bene e ripartendo da
questi insegnamenti forse
non è troppo tardi se accomunando il nostro impegno
cristiano ricominciassimo a
dare esempi di vera ed
autentica Responsabilità e
Giustizia, rispettando e
accettando l’altro con le sue
evidenti e diverse espressioni culturali e politiche,
accettandolo con le sue
diversità fisiche, di colore,
di culto e soprattutto rispettando la parte migliore di
ogni individuo che è racchiusa nell’espressione
della propria civile libertà in
qualsiasi sua forma; allora
riusciremo a dare un senso
ai termini di Responsabilità
e Giustizia che siano nazionali, internazionali, civili,
sportive e familiari poco
importa, quel che importa è
che dovremo stare molto
attenti al… come lo faremo.
randi le novità alla ripresa agonistica dell’anno sportivo 2007/2008 avvenuta nel settembre scorso in seno
alla società sportiva Buddusò Karate-Do, presieduta dal
signor Ignazio Canu, con la vicepresidenza del signor Salvatore Saba, l’aiuto dell’aspirante allenatore Giovanni
Marongiu C.N.3DAN e con la nuova direzione tecnica del
noto maestro federale Timoteo Scanu C.N.6° DAN Karate.
Se l’inizio non è stato semplice sul piano tecnico, la serietà
e la competenza che contraddistinguono da sempre il maestro Scanu da una parte e il grande impegno che tutti gli
atleti di Buddusò consentiranno a tutti i tesserati il conseguimento di risultati positivi in termini di conoscenza teorico-pratica, regolamentare, sportiva e attitudinale del
moderno Karate federale.Un piccolo traguardo è già stato
raggiunto dagli atleti del A.S.D. Buddusò Karate-Do infatti
lo scorso 7 dicembre tutti i tesserati che ne avevano diritto
hanno potuto sostenere gli esami di passaggio o di convalida dei gradi tecnici KYU di fronte allo stesso maestro
Scanu e a un pubblico che ha gremito il palazzotto dello
sport di Buddusò. Tutti gli allievi hanno superato gli esami
(alcuni con menzione di merito) tutto ciò, considerato
anche il notevole impegno delle famiglie, fa ben sperare in
un futuro pieno di miglioramenti tecnici e sportivi e in una
crescita culturale sempre più marcata dell’arte marziale del
Karate federale Fijlcam/coni. (Pinuccio Satta)
G
Calcio, Buddusò da play off
inito il girone di andata del campionato di promozione
girone B al giro di boa la marcia del Buddusò e da
PLAY-OFF. I numeri non mentono mai 28 punti conquistati in virtù nove vittorie ( 5 casalinghe e 4 fuori) un solo
pareggio (in casa) cinque le sconfitte (2 tra le mura amiche
3 fuori). Trenta sono le reti segnate 20 quelle subite quindi
strameritato il 3° posto in classifica e pensare che i programmi iniziali della società parlavano di raggiungere una
salvezza tranquilla. Ma grazie prima di tutto al sapiente
lavoro del mister Mariano Sotgia e alla determinazione dei
calciatori la squadra piano piano ha preso fiducia e sono
arrivati i risultati che la portano nelle alte sfere della graduatoria dietro alle sole Ittiri e Portorotondo. Ma la soddisfazione per il presidente Tore Fumu e company è doppia se si
considera che la formazione è quasi tutta composta da giocatori locali, un fatto difficile da riscontrare in squadre di
promozione. (Pinuccio Satta)
F
Ozieri •Via Umberto I, 32
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