89° anno
LXXXIX
N. 10
Ottobre
2010
in cruce gloriantes
MENSILE DELL’AZIONE CATTOLICA TICINESE
In questo
numero:
2
Uomini di Dio,
martiri per amore
3
Quando il Papa e il
Vescovo non bastano
4
Forte e coerente
fino alla fine
5-7
Sorprendentemente duro
e sorprendentemente mite
8
Colletta Sant’Elisabetta
9-15
Spazio giovani
16
Il teologo risponde
La santità
di Bacciarini
dall’associazione
Invito al cinema: la vicenda dei sette monaci francesi assassinati in Algeria
Uomini di Dio, martiri per amore
“Uomini di Dio” di Xavier Beauvois è
un film liberamente ispirato alla tragedia di Tibhirine, quando nel 1996
sette monaci francesi di un monastero algerino furono rapiti da un gruppo del GIA (Gruppo Islamico Armato) e assassinati.
Il film, che esamina gli ultimi mesi
vissuti da una piccola comunità di
monaci cristiani in “terra mussulmana”, è incentrato più sulla ricerca del
significato degli eventi e di ciò che
era in gioco per la comunità, che sul
racconto dei dettagli di ciò che realmente accadde.
La storia ha inizio diverse settimane
prima che i terroristi lanciassero un
ultimatum ordinando a tutti gli stranieri di lasciare il paese. Un gruppo
armato terrorista arriva perfino a fare
irruzione nel monastero alla vigilia di
Natale. Il dilemma dei monaci, laten-
2 Spighe Ottobre 2010
te fino a quel momento, si fa allora
esplicito: restare o andarsene? La decisione deve essere presa di concerto
dal gruppo. Ma per loro la scelta di
andare o di rimanere, nonostante le
minacce, è carica di conseguenze.
Quando rifiutano la protezione militare, il governo chiede loro di tornare
in Francia.
Ciascun monaco prende la sua decisione ottemperando a principi umani, politici e religiosi e sondando le
profondità della propria anima e della
propria coscienza. Questa tensione
drammatica accompagna la vita quotidiana mistica e pratica della comunità: il loro stretto legame con gli abitanti del villaggio e la carità con la
quale cercano di contrastare la violenza che divora il Paese.
“Uomini di Dio” testimonia il reale
impegno dei monaci e la forza del
messaggio di pace che desideravano
attestare restando in mezzo ai loro
fratelli mussulmani: la possibilità di
trovare un comune terreno di fraternità e spiritualità tra cristianità e
islam.
Il film di Xavier Beauvois adotta il
punto di vista dei monaci e mostra il
ritmo di vita di un monastero cistercense. Il film – già insignito del premio della giuria ecumenica al recente
Festival di Cannes – è nelle sale del
Ticino dal 22 ottobre. Una pellicola
che vuole essere un ulteriore invito a
non dimenticare quanto successo in
Algeria nel 1996 e che continua purtroppo a succedere troppo spesso ancora oggi in terra africana come in
altre parti del mondo dilaniate dai
conflitti. Evitando toni celebrativi, è
un lucido appello alla solidarietà e
all’amore verso il prossimo.
dal presidente
La presenza dell’Azione Cattolica nelle parrocchie e nelle zone della diocesi
Quando il Papa e il Vescovo non bastano
2 marzo 1922: mons. Aurelio Bacciarini presenta alla diocesi il nuovo
“Ordinamento dell’Azione Cattolica”, con cui l’AC viene promossa
con forza e suddivisa in quattro rami. Troviamo anche queste parole:
“Se di questa azione [promuovere
l’AC] non è anima il Parroco, essa sarà sempre sulla carta degli statuti,
non mai nella realtà della pratica.”
28 agosto 2010: mons. Pier Giacomo
Grampa scrive nella sua lettera pastorale “Come il Padre ha mandato
me… io mando voi”: “Darei priorità
alla formazione di un laicato corresponsabile, prendendo spunto dal
150° di fondazione dell’Azione Cattolica [...]. Faccio miei e propongo a
tutta la diocesi i punti qualificanti di
questo rilancio”.
Tra le due date è cambiato il mondo,
ma il magistero della Chiesa continua a proporre l’AC perché si rende
conto che essa è una forma importante nella vita della Chiesa (Benedetto XVI, 2008: “Questa vocazione
dell’AC resta valida ancor oggi”.
Purtroppo dobbiamo constatare che
questa fiducia nell’AC presente nei
vescovi e nel Papa viene meno tra i
parroci. E nel territorio il Papa e il
Vescovo non bastano, se non si realizza ciò che viene proposto. Per quali motivi? Ne riparleremo un’altra
volta, ma di sicuro la grande riflessione e rivoluzione del Concilio Vaticano II sulla visione della Chiesa
come popolo di Dio, con il comune
e universale ufficio profetico, regale,
sacerdotale, nelle nostre contrade
non è stata pienamente colta o non
ha prodotto i frutti sperati. Il laicato
cattolico nelle parrocchie – compli-
ce anche la stasi (e il boicotto)
dell’Azione Cattolica della fine degli
anni ’60 – si è ritrovato affievolito e
sballottato dai cambiamenti sociali.
La presenza dell’Azione Cattolica
nel territorio, a maggior ragione per
il suo carattere parrocchiale e diocesano, potrebbe essere una delle risposte ai bisogni della pastorale
odierna , a condizione però che si superino resistenze anacronistiche e i
pregiudizi ancora presenti e ci si dia
da fare per formare e aggregare un
laicato maturo. Ma in concreto cosa
potrebbe essere questa nuova AC?
Un gruppo di persone attive in parrocchia o nelle zone che con i parroci vivono insieme un cammino che
parta da una vita spirituale forte, da
una comunione fattiva e vitale, per
arrivare al servizio nella catechesi,
nella pastorale giovanile, famigliare, per gli ammalati, ecc. Questo
gruppo sarebbe aperto alla dimensione diocesana partecipando agli
appuntamenti proposti, tra cui momenti formativi specifici, campi
scuola per i giovani, corsi e ritiri.
Essere AC significa avere a cuore la
Chiesa e il territorio in cui vivi, significa occuparsi di quello che farebbe il Signore se fosse in mezzo a
noi, non piani pastorali e belle parole ma stare con la gente e portare
il Vangelo. Chi ci sta?
Davide De Lorenzi
Ottobre 2010 Spighe 3
in diocesi
Il vescovo Aurelio Bacciarini nel 75° anniversario della morte
Forte e coerente fino alla fine
Domenica 27 giugno, in un caldo pomeriggio di inizio estate, una grande
folla ha voluto rendere omaggio a
monsignor Aurelio Bacciarini nel 75°
anniversario della sua scomparsa,
nella chiesa parrocchiale di Lavertezzo, in Valle Verzasca. Oltre alla popolazione locale, ancora molto legata a
questo suo illustre vallerano, erano
presenti in gran numero adulti e famiglie di Azione Cattolica, e alcuni
suoi confratelli guanelliani.
Aurelio Bacciarini era nato l’8 novembre 1873 proprio a Lavertezzo,
settimo figlio di una famiglia molto
povera. Ha ricevuto il sacramento del
battesimo il giorno dopo la sua nascita e la Cresima all’età di 7 anni. Sin
dalla sua prima infanzia ha dimostrato segni molto forti e determinati,
dalla sua fede in famiglia ed in parrocchia. Diventato sacerdote diocesano il 12 giugno 1897 ha esercitato il
suo primo apostolato ad Arzo ed è
stato anche educatore e professore
nei Seminari di Lugano e Pollegio.
Bacciarini è stato un sacerdote e poi
un vescovo dalla fede forte ed esigente con sé e con gli altri. Nel 1906,
all’età di 33 anni, ha ottenuto dal Vescovo il permesso di entrare nella
nuova Congregazione dei Servi della
Carità del Beato Luigi Guanella. Nella comunità nascente e popolosa di
San Giuseppe al Trionfale a Roma,
don Bacciarini è diventato parroco,
apprezzato per le sue virtù teologali e
cardinali. Il Papa lo riporta in diocesi
a Lugano per ricoprire – da Vescovo
– l’incarico di amministratore diocesano. Il servizio episcopale di monsignor Bacciarini è durato 17 anni.
A Bacciarini dobbiamo molte scelte
4 Spighe Ottobre 2010
opportune ed idonee in campo pastorale.
Infatti affermava il vescovo Eugenio
Corecco (1931-1995) che “tutte le
scelte pastorali, operate da monsignor
Bacciarini, le avrei nuovamente sottoscritte”. Molte attività ancora oggi
presenti nella Diocesi di Lugano le
dobbiamo a lui. L’idea dell’edificazione della basilica del Sacro Cuore di
Lugano, è stata proprio di Bacciarini,
che al Sacro Cuore era particolarmente devoto. Infatti scriveva a riguardo: “sono certo che il Santuario
sarà un trono di grazia per tutti, sarà
una benedizione per l’intero Ticino”.
E proprio nella cripta della basilica,
oggi riposa accanto agli altri vescovi
diocesani. Nel 1926 ha realizzato
l’idea di creare un quotidiano cattolico per tutti i fedeli, dando vita al
“Giornale del Popolo”.
Monsignor Bacciarini è rimasto forte
e coerente fino alla fine, anche se
non sono mancate le dure prove quali
la divisione in seguito la malattia,
che lo ha afflitto fino al termine della
sua esistenza terrena.
Durante il suo servizio episcopale
Bacciarini ripeteva sempre alla sua
gente il monito: Salvate l’anima.
”Salvate l’anima alla sua gente durante gli incontri”. Il suo motto episcopale era “in omnibus caritas” dimostrata
attivamente con la costruzione di case di accoglienza in molte località del
Cantone Ticino, come ad esempio a
Faido, Cevio, Gordola, Sonvico, Medoscio, Ascona, Pollegio e Riva San
Vitale. Nel suo stemma episcopale ha
messo il simbolo del pellicano, l’uccello che nell’immaginario popolare
si squarcia il petto per poter nutrire i
suoi piccoli, come vero segno della
carità cristiana, manifestata sempre
da monsignor Bacciarini.
Aurelio Bacciarini si è spento alla vigilia della solennità del Sacro Cuore
di Gesù, il 27 giugno 1935.
La figura di monsignor Bacciarini è
ancora molto viva e presente nella
nostra diocesi e a Roma nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale.
In occasione dell’anniversario celebrato a Lavertezzo, è stata pure inaugurata la ristrutturata casa natale,
che grazie all’opera dei Guanelliani è
diventata casa di accoglienza per i periodi ricreativi e di riposo. Monsignor
Aurelio Bacciarini – che è stato dichiarato Venerabile e per il quale è in
corso il processo di beatificazione –
rimane vivo e presente nella nostra
esistenza, nella misura in cui possiamo ammirare le opere volute e create
nella nostra Diocesi di Lugano.
Marco Papa
in diocesi
Il Vescovo Pier Giacomo Grampa ricorda il Venerabile Aurelio Bacciarini
Sorprendentemente duro e sorprendentemente mite
Il Vangelo ci invita a ricordare il Vescovo Aurelio Bacciarini nel 75° della sua morte, sottolineandone due
tratti: quello della severità e della
mitezza che emergono dalla pagina
di Vangelo di Luca a proposito di
Gesù.
Gesù ci appare infatti qui con questo duplice volto: sorprendentemente duro e sorprendentemente mite.
Le risposte di Gesù sembrano di una
sconcertante durezza, tanto che una
grande santa, come Teresa d’Avila, si
è permessa di scrivere con un’intonazione di affettuoso rimprovero:
“capisco, Signore, che tu abbia così
pochi amici, quando vedo come li
tratti”. Ma è proprio vero che questi
amici, incontrati sulla strada verso
Gerusalemme, siano stati trattati
male? Gesù, con un linguaggio particolarmente forte, voleva semplicemente far capire che quando il Signore chiama, bisogna saper
scommettere tutto. Già è possibile
osservare nella vita di tutti i giorni
che certe scelte fondamentali non
possono essere affrontate senza correre un certo rischio. Certo è importante riflettere, soppesare, tener conto di tutte le situazioni, ma, se si
accampano cento scuse, non ci si decide più.
A maggior ragione questo vale
quando nasce nel cuore qualche impulso generoso a seguire Gesù sulla
strada della sua donazione.
Bisogna decidersi subito: aspettare e
rimandare può voler dire spesso
smarrire per sempre quel momento
di grazia, in cui il Signore aveva posto gli occhi su di noi e ci aveva invitati a seguirlo, per condividere la sua
meravigliosa libertà.
Il Vescovo Aurelio ha saputo essere
estremamente duro ed esigente innanzitutto con se stesso.
Nato l’8 novembre 1873 in questa
valle verde, come le acque del suo
impareggiabile fiume, ma anche
aspra e rocciosa come le sue cave di
granito, settimo figlio di una famiglia molto povera, ricevette il battesimo in questa chiesa il giorno seguente la nascita e la cresima a 7
anni. Già nell’infanzia mostrò un vivo ingegno e un’indole determinata.
In questo fondamento naturale s’innesta la sua vocazione, che seguì con
volontà decisa nella costante partecipazione alle preghiere in famiglia e
in parrocchia.
Divenuto prete il 12 giugno 1897
esercitò il primo apostolato ad Arzo
e poi fu educatore e professore nei
Seminari di Lugano e Pollegio, dove
don Aurelio lasciò una fulgida testimonianza di fede. Spinto dal desiderio di una maggiore perfezione, nel
1906 ottenne dal Vescovo il permesso di entrare nella nascente Congregazione dei Servi della Carità del
Beato Luigi Guanella; aveva trentatré anni.
Abbiamo letto nel Vangelo: “Gesù si
diresse decisamente verso Gerusalemme”. L’avverbio decisamente non
traduce bene il testo originale greco,
che suona “rese dura la sua faccia,
“indurivit faciem suam”, dice il testo
latino. La faccia di Gesù è dura, non
perché rifletta qualche risentimento,
ma perché è tutta tesa al raggiungimento del suo scopo.
Gesù sa di camminare verso la croce
e non si lascia sviare da nulla: è determinato, deciso.
Così fu il Vescovo Aurelio quando,
Casa natale di mons. Aurelio Bacciarini a Lavertezzo
Ottobre 2010 Spighe 5
I sacerdoti che hanno celebrato la Messa del 75°
dopo essere stato parroco della nascente comunità di San Giuseppe al
Trionfale alla periferia di Roma,
venne chiamato a ricoprire l’incarico di amministratore della Diocesi
di Lugano. Nonostante la riluttanza
iniziale, nonostante la difficile situazione di divisione, peggio di vera ed
aperta spaccatura del clero e dei fedeli, don Aurelio Bacciarini accettò
e portò fino in fondo la sua missione,
anche quando la malattia ne mise a
dura prova le forze fisiche, ma non
quelle morali.
Anche il vescovo Aurelio “indurivit
faciem suam”, strinse i denti, si affidò
alla preghiera, restò fedele e coerente fino all’ultimo giorno, senza indugio nonostante i tentennamenti, le
incomprensioni e le prove.
Quante volte chiese al Papa di sollevarlo da tanto peso, ma poi rimase
paziente e risoluto fino alla fine.
Guardiamo all’esempio di Eliseo,
che ci veniva riferito dalla prima lettura. Eliseo, chiamato da Elia, che
cosa fa? Lo incontriamo che sta
arando. Subito dopo leggiamo che,
con gli attrezzi per arare, ha preparato il fuoco per cuocere il pranzo del
congedo. Quell’aratro convertito in
legna da ardere è l’emblema di una
scelta irrevocabile: Eliseo ha tagliato
i ponti con il passato. Lo stesso fece
6 Spighe Ottobre 2010
mons. Bacciarini, quando, chiamato
dal Papa, abbandonò la responsabilità di superiore dei Guanelliani e accettò di portare la croce di Vescovo
del Ticino.
Il Vangelo di oggi ci presentava due
tipologie di personaggi: quella dei
volitivi e quella dei velleitari.
Che differenza passa tra un volitivo
e un velleitario ?
Il volitivo è una persona di carattere,
risoluta, ostinata, paziente, fedele.
Può darsi che non raggiunga gli
obiettivi che si prefissa, ma non per
colpa sua.
Il velleitario invece è uno che si entusiasma, progetta, promette a sé e
agli altri, ma non sa dare concretezza
ai suoi desideri.
I tre giovani che Gesù incontra nel
Vangelo di oggi sembrano essere
piuttosto dei velleitari che dei volitivi.
Sono pieni di grandi ideali e di grandi desideri, ma non sono capaci di
operare il passo decisivo per raggiungerli. Rimangono prigionieri del
loro passato, mentre dovrebbero trasferirsi nel futuro e saper rinunciare
a qualche cosa dell’oggi, per realizzare il traguardo del domani.
Il vescovo Aurelio appartiene certamente alla categoria dei volitivi. Sa
di dover camminare, come Gesù,
verso la croce e non si lascia sviare
da nulla: è determinato e deciso. Dice anche a noi che dobbiamo uscire
dai nostri dilettantismi, dalla nostra
superficialità ed emotività.
Occorre che anche noi tagliamo
qualche ponte, qualche abitudine o
attaccamento o compiacimento. Ci
viene richiesto di compiere questa
progressiva continua conversione,
altrimenti vivremo sempre soltanto
di desideri, di velleità, di slanci momentanei.
Ecco quello che ci richiede il Signore Gesù, sull’esempio del vescovo
Aurelio: non essere velleitari, ma
con il suo aiuto, sul suo esempio vincere gli abituali tentennamenti e
consegnarci con un sì totale all’amore, che lui ha per noi.
Ma c’è un altro atteggiamento su cui
riflettere, ed è quello della mitezza.
Sulla strada verso Gerusalemme,
Gesù con i suoi discepoli attraversa
il territorio dei Samaritani, che, come si sa, non erano in buoni rapporti con i Giudei. Li meraviglia il fatto
che un villaggio di Samaritani si sia
rifiutato di ospitare Gesù, ed i suoi
discepoli ci rimangono così male,
che Giacomo e Giovanni, i figli del
tuono, cioè i più focosi del gruppo,
chiedono al Signore: “vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo
e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li
rimproverò.
Certi manoscritti, a questo punto
del vangelo di Luca, hanno conservato questa frase di Gesù molto significativa: “il figlio dell’uomo non è
venuto per perdere le vite, ma per
salvarle”. Ci faccia riflettere questa
risposta di Gesù, perché di cristiani
che assomigliano a Giacomo e Giovanni ce ne sono ancora oggi.
Sono cristiani che si distinguono per
un particolare spirito polemico, che
amano il linguaggio ironico e sfer-
zante, che non ammettono gli errori
che la comunità cristiana può avere
commesso in passato, quando ha
usato la forza dell’imposizione invece
che la forza dell’evangelizzazione.
Anche Gesù ha amato la forza, ma
riteneva che la vera forza fosse quella
della mitezza. Se vogliamo essere discepoli suoi, il fuoco non lo dobbiamo invocare sui nemici, ma sulle nostre intolleranze e sulle nostre
presunzioni. Il vescovo Aurelio era
convinto che compito del vescovo
fosse quello non di “perdere le vite,
ma di salvarle”.
“Salvate l’anima”: era un monito che
continuamente rivolgeva alla sua
gente in occasione di incontri. In
queste parole semplici ed incisive sta
racchiuso il suo impegno e anche la
sua sofferenza per il popolo che gli
era stato affidato.
Il suo motto episcopale è significativo da questo punto di vista, “in omnibus caritas”, ci spinge, ci motiva e
ci sostiene l’amore totale di Cristo
per le anime. Succedeva ad un vescovo, mons. Alfredo Peri-Morosini,
che era stato costretto a dimettersi,
lasciando profondamente spaccata
la diocesi, nella quale le polemiche
Folla alla celebrazione della ricorrenza
erano accese e aspre. Per questo al
sommo pontefice, Benedetto XV,
che lo promuoveva all’episcopato
cercò di opporsi, non sentendosi idoneo. Il papa per risposta gli donò il
suo anello e la sua croce pettorale
Nel suo stemma episcopale mise il
simbolo del pellicano, l’uccello che
nell’immaginario popolare, si squarcia il petto per nutrire i suoi piccoli.
Altro che fuoco dal cielo. Dare la vita fino al sangue.
Don Bacciarini entrando in diocesi,
espresse con queste parole la via che
intendeva seguire nel servizio episcopale: “Depongo la mia povera vita sulle vostre teste come su di un
altare e voglio assumerla e immolarla per la prosperità e la salvezza di
tutti”. Dall’inizio indicò il cuore di
Cristo come sorgente di santità per il
suo popolo e favorì la consacrazione
delle famiglie al Sacro Cuore, che
pure aveva voluto con la croce nel
suo stemma.
Non abbiamo oggi il tempo per ripercorrere i diciassette anni del suo
generoso e tribolato episcopato con
tutto quello che lo caratterizzò in
parole, scritti, azioni, opere, esempi.
Ci limitiamo a ricordare che esigente e rigoroso con se stesso e nell’impostazione del suo ministero episcopale, fu mite e misericordioso con il
suo popolo. Mi si conceda solo una
citazione. Nella lettera pastorale per
la Quaresima del 1920, così esortava: “Non sia discaro agli uomini
dell’azione, che io raccomandi la carità verso l’avversario, come esige la
nostra professione cristiana, come
esige la qualità del nostro prossimo,
che dobbiamo sempre riconoscere
nell’avversario, chiunque esso sia e
in qualunque campo combatta; senza tregua in confronto dell’errore, il
cristiano deve però essere cortese,
delicato, caritatevole in confronto
degli erranti”.
Bastino questi cenni per ricordare la
figura grande di questo vescovo bruciato dall’amore di Cristo.
“L’amore di Cristo ci incalza”, era il
motto del suo maestro don Luigi
Guanella, ripreso dalla lettera di Paolo ai Corinzi.
Questa affermazione accendeva anche il cuore del vescovo Aurelio e
dirigeva le sue scelte e la sua attività.
“Caritas Christi urget nos”.
L’amore di Cristo incalzi anche i nostri cuori e li muova ad essere fedeli
ai suoi insegnamenti e a vivere come
il vescovo Bacciarini ha vissuto, le
virtù teologali di fede, speranza e carità, come pure quelle cardinali di
prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Lui, in modo eroico, noi almeno in modo più fermo, coerente e
costante.
E preghiamo il venerabile Aurelio
Bacciarini perché compia quel segno
miracoloso che permetta alla Chiesa
di proclamarlo Beato ad edificazione, guida e protezione del suo popolo.
† Pier Giacomo Grampa
dall’associazione
Per Burundi e India
Colletta Sant’Elisabetta 2010
Adrienne Ndinzemenshi, responsabile del centro handicappati ASBL
JEHOKUKI (Burundi) − da noi conosciuta personalmente − sarebbe felice di ricevere un aiuto finanziario
per un progetto di autofinanziamento
del centro, che attualmente accoglie
138 disabili, con due dormitori (uno
per le ragazze e uno per i ragazzi) e tre
classi per l’insegnamento di un mestiere. Inoltre ospita bambini handicappati per aiutare la loro scolarizzazione nella scuola primaria situata nel
centro stesso.
Il progetto Burundi vuol sostenere
delle attività generatrici di utili per
cercare di non appoggiarsi troppo su
aiuti esterni difficili da ottenere.
La proposta attuale sarebbe l’acquisto
di 300 sedie da noleggiare a enti e famiglie che ne facessero richiesta, insieme al noleggio di un furgoncino
per il loro trasporto.
La spesa totale si aggira sui 5.150.000
franchi burundesi, equivalenti a circa
4.000 franchi.
Conosciamo la dedizione delle donne
cattoliche del Burundi in tutti i servizi. Queste donne, già ora ci ringraziano per la nostra generosità. Oltre a
questo progetto africano, la Colletta
Sant’Elisabetta per il 2010 sosterrà
anche un progetto India.
Per poter sostenere questi progetti come sempre contiamo sulla generosità
delle lettrici e dei lettori di Spighe.
GRAZIE DI CUORE!
Invitiamo i titolari di CCP o CCB a
fare eventuali versamenti tramite
questi conti per evitare spese postali
elevate dovute ai versamenti effettuati allo sportello.
NOVITÀ!
Il 24 ottobre nasceva l’Unione Femminile
È uscito in questi giorni l’opuscolo “L’Unione fa la donna”: storia dell’associazionismo cattolico femminile ticinese, nel 90° di fondazione dell’Unione Femminile Cattolica Ticinese.
Una storia di donne. Di donne ticinesi che si sono messe insieme per conquistare uno spazio che a loro e ad altre
donne era negato, vivendo questa emancipazione femminile nel singolare e generoso servizio alla Chiesa e alla
realtà sociale nella quale erano inserite.
Non un gruppo di donne dell’alta società. Ma donne del popolo. Figlie di famiglie benestanti e contadine. Madri
e mogli. Impiegate, operaie, sarte, maestre. Il 24 ottobre 1920 questa condivisione diventa associazione. A Lugano, nel salone dell’Istituto femminile Sant’Anna, si tiene il primo congresso diocesano dell’associazionismo
cattolico femminile. È l’atto di nascita dell’Unione Femminile Cattolica Ticinese, che di fatto riunisce in una
organizzazione cantonale quei nove circoli cattolici femminili già attivi e ai quali aderivano centinaia di donne
e giovani ragazze. Nel 2010 l’Unione Femminile ricorda senza alcuna enfasi i novant’anni di un’attività ininterrotta, costante, discreta. Un’associazione composta da donne che ad essa hanno dedicato – letteralmente – tutta
la loro vita, con una fedeltà e una dedizione comparabile soltanto ad una vocazione consacrata.
Questo opuscolo vuole essere un omaggio a loro, alle tante donne cattoliche che in novant’anni hanno cambiato il volto e il cuore del Ticino perché hanno semplicemente vissuto quotidianamente la loro fede incrollabile.
Copie dell’opuscolo possono essere richieste in Segretariato dell’Azione Cattolica (tel. 091 950 8464 oppure per
mail a [email protected]) al prezzo di 2 franchi a copia (sconti per ordinativi superiori alle 15 copie).
8 Spighe Ottobre 2010
G.A.B. 6600 LOCARNO 4
Ritorni a
Amministrazione «Spighe»
Corso Elvezia 35
6900 Lugano
il teologo risponde
Terra Santa, potenziale modello di convivenza
In ottobre c’è il Sinodo sul Medio Oriente. Intanto in Terra Santa sempre più
cristiani sono costretti a scappare perché perseguitati da ebrei e mussulmani.
Cosa possiamo fare noi cattolici per questi nostri fratelli nella fede?
1. Mi permetto di invitare noi occidentali a pensare che non siamo soltanto chiamati a dare, ma anche a ricevere. Dalla Chiesa orientale (che si
è cercato in modo errato, per la parte
unita a Roma, di occidentalizzare a
forza) abbiamo molto da imparare: così, ad esempio, il rispetto delle singole
Chiese con le loro diverse, policrome
tradizioni, la tenerissima devozione
per Maria e i Santi, l’austera pratica
del digiuno quaresimale, la possibilità
di celebrare le seconde nozze in una liturgia modesta quando il primo matrimonio è dichiarato “morto”, la capillarità della presenza dei preti con le loro
famiglie anche nei villaggi più remoti,
l’abbondanza di vocazioni al ministero
presbiterale, la forza di queste Chiese
di resistere prima alla persecuzione
islamica e poi a quella comunista, il legame di comunione che sussisteva con
la chiesa di Roma nel primo Millennio. Se si proclamasse chiaro e tondo
che la divisione è venuta non tanto
per motivi dottrinali, quanto per stupide questioni di prestigio, e se si ammettesse che ciò che le Chiese hanno
deciso per se stesse dopo il Mille riguarda solo loro e non verrà imposto
alle altre, noi avremmo posto le basi
per ritrovare la piena comunione sacramentale, pur nel rispetto di tradizioni molto diverse. L’unità ritrovata
16 Spighe Ottobre 2010
sarebbe un impulso eccezionale per
l’evangelizzazione e per la pace del
mondo.
2. Circa il problema della Terra Santa
dobbiamo ricordare che la preghiera
per essa non cambia l’infinito amore
trinitario, ma cambia noi. Pur consci
dei nostri limiti, dobbiamo denunciare
l’occupazione abusiva da parte d’Israele di territori palestinesi. I confini riconosciuti internazionalmente sono
quelli tracciati nel 1967, e gli insediamenti israeliani dovrebbero pertanto
passare sotto sovranità palestinese. Per
assicurare la pace sui confini del 1967,
una forza internazionale dovrebbe
controllarli interamente, demolendo
quel muro della vergogna, costruito su
suolo palestinese, che è un insulto alla
dignità umana. Se Israele spegne la
sua arroganza, anche i suoi nemici
estremisti capiranno che l’ora della pace è scoccata e rinunceranno ai loro
ignobili e insensati attentati. Lo Stato
palestinese dovrà farsi carico dei profughi, sostenuto dall’aiuto internazionale, e dovrà limitarsi a un corpo di
polizia per l’ordine interno, garantendo così al suo vicino una pace non armata. Gerusalemme dovrà essere internazionalizzata, con un settore arabo
che possa essere capitale del nuovo
Stato. I luoghi santi e tutti i cristiani
dovrebbero essere riconosciuti nei loro
diritti millenari da tutti gli Stati. Grandi opere potrebbero essere intraprese,
come una condotta d’acqua dal Mediterraneo al Mar Morto, che metta in
funzione diverse centrali elettriche. La
Terra Santa potrebbe diventare modello di convivenza tra popoli diversi. Se
si pensa che queste sono visioni utopiche e che Israele non cederà sulle
espansioni arraffate, si sappia però che
con questa politica egemonica nell’arco di un secolo al massimo, pressato
dalle popolazioni arabe e non più sostenuto dagli Stati Uniti, finirà per svanire nel nulla. Solo un compromesso
saggio lo salverà dall’annientamento.
don Sandro Vitalini
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2010_10_ottobre - Azione Cattolica Ticinese