89° anno LXXXIX N. 10 Ottobre 2010 in cruce gloriantes MENSILE DELL’AZIONE CATTOLICA TICINESE In questo numero: 2 Uomini di Dio, martiri per amore 3 Quando il Papa e il Vescovo non bastano 4 Forte e coerente fino alla fine 5-7 Sorprendentemente duro e sorprendentemente mite 8 Colletta Sant’Elisabetta 9-15 Spazio giovani 16 Il teologo risponde La santità di Bacciarini dall’associazione Invito al cinema: la vicenda dei sette monaci francesi assassinati in Algeria Uomini di Dio, martiri per amore “Uomini di Dio” di Xavier Beauvois è un film liberamente ispirato alla tragedia di Tibhirine, quando nel 1996 sette monaci francesi di un monastero algerino furono rapiti da un gruppo del GIA (Gruppo Islamico Armato) e assassinati. Il film, che esamina gli ultimi mesi vissuti da una piccola comunità di monaci cristiani in “terra mussulmana”, è incentrato più sulla ricerca del significato degli eventi e di ciò che era in gioco per la comunità, che sul racconto dei dettagli di ciò che realmente accadde. La storia ha inizio diverse settimane prima che i terroristi lanciassero un ultimatum ordinando a tutti gli stranieri di lasciare il paese. Un gruppo armato terrorista arriva perfino a fare irruzione nel monastero alla vigilia di Natale. Il dilemma dei monaci, laten- 2 Spighe Ottobre 2010 te fino a quel momento, si fa allora esplicito: restare o andarsene? La decisione deve essere presa di concerto dal gruppo. Ma per loro la scelta di andare o di rimanere, nonostante le minacce, è carica di conseguenze. Quando rifiutano la protezione militare, il governo chiede loro di tornare in Francia. Ciascun monaco prende la sua decisione ottemperando a principi umani, politici e religiosi e sondando le profondità della propria anima e della propria coscienza. Questa tensione drammatica accompagna la vita quotidiana mistica e pratica della comunità: il loro stretto legame con gli abitanti del villaggio e la carità con la quale cercano di contrastare la violenza che divora il Paese. “Uomini di Dio” testimonia il reale impegno dei monaci e la forza del messaggio di pace che desideravano attestare restando in mezzo ai loro fratelli mussulmani: la possibilità di trovare un comune terreno di fraternità e spiritualità tra cristianità e islam. Il film di Xavier Beauvois adotta il punto di vista dei monaci e mostra il ritmo di vita di un monastero cistercense. Il film – già insignito del premio della giuria ecumenica al recente Festival di Cannes – è nelle sale del Ticino dal 22 ottobre. Una pellicola che vuole essere un ulteriore invito a non dimenticare quanto successo in Algeria nel 1996 e che continua purtroppo a succedere troppo spesso ancora oggi in terra africana come in altre parti del mondo dilaniate dai conflitti. Evitando toni celebrativi, è un lucido appello alla solidarietà e all’amore verso il prossimo. dal presidente La presenza dell’Azione Cattolica nelle parrocchie e nelle zone della diocesi Quando il Papa e il Vescovo non bastano 2 marzo 1922: mons. Aurelio Bacciarini presenta alla diocesi il nuovo “Ordinamento dell’Azione Cattolica”, con cui l’AC viene promossa con forza e suddivisa in quattro rami. Troviamo anche queste parole: “Se di questa azione [promuovere l’AC] non è anima il Parroco, essa sarà sempre sulla carta degli statuti, non mai nella realtà della pratica.” 28 agosto 2010: mons. Pier Giacomo Grampa scrive nella sua lettera pastorale “Come il Padre ha mandato me… io mando voi”: “Darei priorità alla formazione di un laicato corresponsabile, prendendo spunto dal 150° di fondazione dell’Azione Cattolica [...]. Faccio miei e propongo a tutta la diocesi i punti qualificanti di questo rilancio”. Tra le due date è cambiato il mondo, ma il magistero della Chiesa continua a proporre l’AC perché si rende conto che essa è una forma importante nella vita della Chiesa (Benedetto XVI, 2008: “Questa vocazione dell’AC resta valida ancor oggi”. Purtroppo dobbiamo constatare che questa fiducia nell’AC presente nei vescovi e nel Papa viene meno tra i parroci. E nel territorio il Papa e il Vescovo non bastano, se non si realizza ciò che viene proposto. Per quali motivi? Ne riparleremo un’altra volta, ma di sicuro la grande riflessione e rivoluzione del Concilio Vaticano II sulla visione della Chiesa come popolo di Dio, con il comune e universale ufficio profetico, regale, sacerdotale, nelle nostre contrade non è stata pienamente colta o non ha prodotto i frutti sperati. Il laicato cattolico nelle parrocchie – compli- ce anche la stasi (e il boicotto) dell’Azione Cattolica della fine degli anni ’60 – si è ritrovato affievolito e sballottato dai cambiamenti sociali. La presenza dell’Azione Cattolica nel territorio, a maggior ragione per il suo carattere parrocchiale e diocesano, potrebbe essere una delle risposte ai bisogni della pastorale odierna , a condizione però che si superino resistenze anacronistiche e i pregiudizi ancora presenti e ci si dia da fare per formare e aggregare un laicato maturo. Ma in concreto cosa potrebbe essere questa nuova AC? Un gruppo di persone attive in parrocchia o nelle zone che con i parroci vivono insieme un cammino che parta da una vita spirituale forte, da una comunione fattiva e vitale, per arrivare al servizio nella catechesi, nella pastorale giovanile, famigliare, per gli ammalati, ecc. Questo gruppo sarebbe aperto alla dimensione diocesana partecipando agli appuntamenti proposti, tra cui momenti formativi specifici, campi scuola per i giovani, corsi e ritiri. Essere AC significa avere a cuore la Chiesa e il territorio in cui vivi, significa occuparsi di quello che farebbe il Signore se fosse in mezzo a noi, non piani pastorali e belle parole ma stare con la gente e portare il Vangelo. Chi ci sta? Davide De Lorenzi Ottobre 2010 Spighe 3 in diocesi Il vescovo Aurelio Bacciarini nel 75° anniversario della morte Forte e coerente fino alla fine Domenica 27 giugno, in un caldo pomeriggio di inizio estate, una grande folla ha voluto rendere omaggio a monsignor Aurelio Bacciarini nel 75° anniversario della sua scomparsa, nella chiesa parrocchiale di Lavertezzo, in Valle Verzasca. Oltre alla popolazione locale, ancora molto legata a questo suo illustre vallerano, erano presenti in gran numero adulti e famiglie di Azione Cattolica, e alcuni suoi confratelli guanelliani. Aurelio Bacciarini era nato l’8 novembre 1873 proprio a Lavertezzo, settimo figlio di una famiglia molto povera. Ha ricevuto il sacramento del battesimo il giorno dopo la sua nascita e la Cresima all’età di 7 anni. Sin dalla sua prima infanzia ha dimostrato segni molto forti e determinati, dalla sua fede in famiglia ed in parrocchia. Diventato sacerdote diocesano il 12 giugno 1897 ha esercitato il suo primo apostolato ad Arzo ed è stato anche educatore e professore nei Seminari di Lugano e Pollegio. Bacciarini è stato un sacerdote e poi un vescovo dalla fede forte ed esigente con sé e con gli altri. Nel 1906, all’età di 33 anni, ha ottenuto dal Vescovo il permesso di entrare nella nuova Congregazione dei Servi della Carità del Beato Luigi Guanella. Nella comunità nascente e popolosa di San Giuseppe al Trionfale a Roma, don Bacciarini è diventato parroco, apprezzato per le sue virtù teologali e cardinali. Il Papa lo riporta in diocesi a Lugano per ricoprire – da Vescovo – l’incarico di amministratore diocesano. Il servizio episcopale di monsignor Bacciarini è durato 17 anni. A Bacciarini dobbiamo molte scelte 4 Spighe Ottobre 2010 opportune ed idonee in campo pastorale. Infatti affermava il vescovo Eugenio Corecco (1931-1995) che “tutte le scelte pastorali, operate da monsignor Bacciarini, le avrei nuovamente sottoscritte”. Molte attività ancora oggi presenti nella Diocesi di Lugano le dobbiamo a lui. L’idea dell’edificazione della basilica del Sacro Cuore di Lugano, è stata proprio di Bacciarini, che al Sacro Cuore era particolarmente devoto. Infatti scriveva a riguardo: “sono certo che il Santuario sarà un trono di grazia per tutti, sarà una benedizione per l’intero Ticino”. E proprio nella cripta della basilica, oggi riposa accanto agli altri vescovi diocesani. Nel 1926 ha realizzato l’idea di creare un quotidiano cattolico per tutti i fedeli, dando vita al “Giornale del Popolo”. Monsignor Bacciarini è rimasto forte e coerente fino alla fine, anche se non sono mancate le dure prove quali la divisione in seguito la malattia, che lo ha afflitto fino al termine della sua esistenza terrena. Durante il suo servizio episcopale Bacciarini ripeteva sempre alla sua gente il monito: Salvate l’anima. ”Salvate l’anima alla sua gente durante gli incontri”. Il suo motto episcopale era “in omnibus caritas” dimostrata attivamente con la costruzione di case di accoglienza in molte località del Cantone Ticino, come ad esempio a Faido, Cevio, Gordola, Sonvico, Medoscio, Ascona, Pollegio e Riva San Vitale. Nel suo stemma episcopale ha messo il simbolo del pellicano, l’uccello che nell’immaginario popolare si squarcia il petto per poter nutrire i suoi piccoli, come vero segno della carità cristiana, manifestata sempre da monsignor Bacciarini. Aurelio Bacciarini si è spento alla vigilia della solennità del Sacro Cuore di Gesù, il 27 giugno 1935. La figura di monsignor Bacciarini è ancora molto viva e presente nella nostra diocesi e a Roma nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale. In occasione dell’anniversario celebrato a Lavertezzo, è stata pure inaugurata la ristrutturata casa natale, che grazie all’opera dei Guanelliani è diventata casa di accoglienza per i periodi ricreativi e di riposo. Monsignor Aurelio Bacciarini – che è stato dichiarato Venerabile e per il quale è in corso il processo di beatificazione – rimane vivo e presente nella nostra esistenza, nella misura in cui possiamo ammirare le opere volute e create nella nostra Diocesi di Lugano. Marco Papa in diocesi Il Vescovo Pier Giacomo Grampa ricorda il Venerabile Aurelio Bacciarini Sorprendentemente duro e sorprendentemente mite Il Vangelo ci invita a ricordare il Vescovo Aurelio Bacciarini nel 75° della sua morte, sottolineandone due tratti: quello della severità e della mitezza che emergono dalla pagina di Vangelo di Luca a proposito di Gesù. Gesù ci appare infatti qui con questo duplice volto: sorprendentemente duro e sorprendentemente mite. Le risposte di Gesù sembrano di una sconcertante durezza, tanto che una grande santa, come Teresa d’Avila, si è permessa di scrivere con un’intonazione di affettuoso rimprovero: “capisco, Signore, che tu abbia così pochi amici, quando vedo come li tratti”. Ma è proprio vero che questi amici, incontrati sulla strada verso Gerusalemme, siano stati trattati male? Gesù, con un linguaggio particolarmente forte, voleva semplicemente far capire che quando il Signore chiama, bisogna saper scommettere tutto. Già è possibile osservare nella vita di tutti i giorni che certe scelte fondamentali non possono essere affrontate senza correre un certo rischio. Certo è importante riflettere, soppesare, tener conto di tutte le situazioni, ma, se si accampano cento scuse, non ci si decide più. A maggior ragione questo vale quando nasce nel cuore qualche impulso generoso a seguire Gesù sulla strada della sua donazione. Bisogna decidersi subito: aspettare e rimandare può voler dire spesso smarrire per sempre quel momento di grazia, in cui il Signore aveva posto gli occhi su di noi e ci aveva invitati a seguirlo, per condividere la sua meravigliosa libertà. Il Vescovo Aurelio ha saputo essere estremamente duro ed esigente innanzitutto con se stesso. Nato l’8 novembre 1873 in questa valle verde, come le acque del suo impareggiabile fiume, ma anche aspra e rocciosa come le sue cave di granito, settimo figlio di una famiglia molto povera, ricevette il battesimo in questa chiesa il giorno seguente la nascita e la cresima a 7 anni. Già nell’infanzia mostrò un vivo ingegno e un’indole determinata. In questo fondamento naturale s’innesta la sua vocazione, che seguì con volontà decisa nella costante partecipazione alle preghiere in famiglia e in parrocchia. Divenuto prete il 12 giugno 1897 esercitò il primo apostolato ad Arzo e poi fu educatore e professore nei Seminari di Lugano e Pollegio, dove don Aurelio lasciò una fulgida testimonianza di fede. Spinto dal desiderio di una maggiore perfezione, nel 1906 ottenne dal Vescovo il permesso di entrare nella nascente Congregazione dei Servi della Carità del Beato Luigi Guanella; aveva trentatré anni. Abbiamo letto nel Vangelo: “Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme”. L’avverbio decisamente non traduce bene il testo originale greco, che suona “rese dura la sua faccia, “indurivit faciem suam”, dice il testo latino. La faccia di Gesù è dura, non perché rifletta qualche risentimento, ma perché è tutta tesa al raggiungimento del suo scopo. Gesù sa di camminare verso la croce e non si lascia sviare da nulla: è determinato, deciso. Così fu il Vescovo Aurelio quando, Casa natale di mons. Aurelio Bacciarini a Lavertezzo Ottobre 2010 Spighe 5 I sacerdoti che hanno celebrato la Messa del 75° dopo essere stato parroco della nascente comunità di San Giuseppe al Trionfale alla periferia di Roma, venne chiamato a ricoprire l’incarico di amministratore della Diocesi di Lugano. Nonostante la riluttanza iniziale, nonostante la difficile situazione di divisione, peggio di vera ed aperta spaccatura del clero e dei fedeli, don Aurelio Bacciarini accettò e portò fino in fondo la sua missione, anche quando la malattia ne mise a dura prova le forze fisiche, ma non quelle morali. Anche il vescovo Aurelio “indurivit faciem suam”, strinse i denti, si affidò alla preghiera, restò fedele e coerente fino all’ultimo giorno, senza indugio nonostante i tentennamenti, le incomprensioni e le prove. Quante volte chiese al Papa di sollevarlo da tanto peso, ma poi rimase paziente e risoluto fino alla fine. Guardiamo all’esempio di Eliseo, che ci veniva riferito dalla prima lettura. Eliseo, chiamato da Elia, che cosa fa? Lo incontriamo che sta arando. Subito dopo leggiamo che, con gli attrezzi per arare, ha preparato il fuoco per cuocere il pranzo del congedo. Quell’aratro convertito in legna da ardere è l’emblema di una scelta irrevocabile: Eliseo ha tagliato i ponti con il passato. Lo stesso fece 6 Spighe Ottobre 2010 mons. Bacciarini, quando, chiamato dal Papa, abbandonò la responsabilità di superiore dei Guanelliani e accettò di portare la croce di Vescovo del Ticino. Il Vangelo di oggi ci presentava due tipologie di personaggi: quella dei volitivi e quella dei velleitari. Che differenza passa tra un volitivo e un velleitario ? Il volitivo è una persona di carattere, risoluta, ostinata, paziente, fedele. Può darsi che non raggiunga gli obiettivi che si prefissa, ma non per colpa sua. Il velleitario invece è uno che si entusiasma, progetta, promette a sé e agli altri, ma non sa dare concretezza ai suoi desideri. I tre giovani che Gesù incontra nel Vangelo di oggi sembrano essere piuttosto dei velleitari che dei volitivi. Sono pieni di grandi ideali e di grandi desideri, ma non sono capaci di operare il passo decisivo per raggiungerli. Rimangono prigionieri del loro passato, mentre dovrebbero trasferirsi nel futuro e saper rinunciare a qualche cosa dell’oggi, per realizzare il traguardo del domani. Il vescovo Aurelio appartiene certamente alla categoria dei volitivi. Sa di dover camminare, come Gesù, verso la croce e non si lascia sviare da nulla: è determinato e deciso. Dice anche a noi che dobbiamo uscire dai nostri dilettantismi, dalla nostra superficialità ed emotività. Occorre che anche noi tagliamo qualche ponte, qualche abitudine o attaccamento o compiacimento. Ci viene richiesto di compiere questa progressiva continua conversione, altrimenti vivremo sempre soltanto di desideri, di velleità, di slanci momentanei. Ecco quello che ci richiede il Signore Gesù, sull’esempio del vescovo Aurelio: non essere velleitari, ma con il suo aiuto, sul suo esempio vincere gli abituali tentennamenti e consegnarci con un sì totale all’amore, che lui ha per noi. Ma c’è un altro atteggiamento su cui riflettere, ed è quello della mitezza. Sulla strada verso Gerusalemme, Gesù con i suoi discepoli attraversa il territorio dei Samaritani, che, come si sa, non erano in buoni rapporti con i Giudei. Li meraviglia il fatto che un villaggio di Samaritani si sia rifiutato di ospitare Gesù, ed i suoi discepoli ci rimangono così male, che Giacomo e Giovanni, i figli del tuono, cioè i più focosi del gruppo, chiedono al Signore: “vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò. Certi manoscritti, a questo punto del vangelo di Luca, hanno conservato questa frase di Gesù molto significativa: “il figlio dell’uomo non è venuto per perdere le vite, ma per salvarle”. Ci faccia riflettere questa risposta di Gesù, perché di cristiani che assomigliano a Giacomo e Giovanni ce ne sono ancora oggi. Sono cristiani che si distinguono per un particolare spirito polemico, che amano il linguaggio ironico e sfer- zante, che non ammettono gli errori che la comunità cristiana può avere commesso in passato, quando ha usato la forza dell’imposizione invece che la forza dell’evangelizzazione. Anche Gesù ha amato la forza, ma riteneva che la vera forza fosse quella della mitezza. Se vogliamo essere discepoli suoi, il fuoco non lo dobbiamo invocare sui nemici, ma sulle nostre intolleranze e sulle nostre presunzioni. Il vescovo Aurelio era convinto che compito del vescovo fosse quello non di “perdere le vite, ma di salvarle”. “Salvate l’anima”: era un monito che continuamente rivolgeva alla sua gente in occasione di incontri. In queste parole semplici ed incisive sta racchiuso il suo impegno e anche la sua sofferenza per il popolo che gli era stato affidato. Il suo motto episcopale è significativo da questo punto di vista, “in omnibus caritas”, ci spinge, ci motiva e ci sostiene l’amore totale di Cristo per le anime. Succedeva ad un vescovo, mons. Alfredo Peri-Morosini, che era stato costretto a dimettersi, lasciando profondamente spaccata la diocesi, nella quale le polemiche Folla alla celebrazione della ricorrenza erano accese e aspre. Per questo al sommo pontefice, Benedetto XV, che lo promuoveva all’episcopato cercò di opporsi, non sentendosi idoneo. Il papa per risposta gli donò il suo anello e la sua croce pettorale Nel suo stemma episcopale mise il simbolo del pellicano, l’uccello che nell’immaginario popolare, si squarcia il petto per nutrire i suoi piccoli. Altro che fuoco dal cielo. Dare la vita fino al sangue. Don Bacciarini entrando in diocesi, espresse con queste parole la via che intendeva seguire nel servizio episcopale: “Depongo la mia povera vita sulle vostre teste come su di un altare e voglio assumerla e immolarla per la prosperità e la salvezza di tutti”. Dall’inizio indicò il cuore di Cristo come sorgente di santità per il suo popolo e favorì la consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore, che pure aveva voluto con la croce nel suo stemma. Non abbiamo oggi il tempo per ripercorrere i diciassette anni del suo generoso e tribolato episcopato con tutto quello che lo caratterizzò in parole, scritti, azioni, opere, esempi. Ci limitiamo a ricordare che esigente e rigoroso con se stesso e nell’impostazione del suo ministero episcopale, fu mite e misericordioso con il suo popolo. Mi si conceda solo una citazione. Nella lettera pastorale per la Quaresima del 1920, così esortava: “Non sia discaro agli uomini dell’azione, che io raccomandi la carità verso l’avversario, come esige la nostra professione cristiana, come esige la qualità del nostro prossimo, che dobbiamo sempre riconoscere nell’avversario, chiunque esso sia e in qualunque campo combatta; senza tregua in confronto dell’errore, il cristiano deve però essere cortese, delicato, caritatevole in confronto degli erranti”. Bastino questi cenni per ricordare la figura grande di questo vescovo bruciato dall’amore di Cristo. “L’amore di Cristo ci incalza”, era il motto del suo maestro don Luigi Guanella, ripreso dalla lettera di Paolo ai Corinzi. Questa affermazione accendeva anche il cuore del vescovo Aurelio e dirigeva le sue scelte e la sua attività. “Caritas Christi urget nos”. L’amore di Cristo incalzi anche i nostri cuori e li muova ad essere fedeli ai suoi insegnamenti e a vivere come il vescovo Bacciarini ha vissuto, le virtù teologali di fede, speranza e carità, come pure quelle cardinali di prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Lui, in modo eroico, noi almeno in modo più fermo, coerente e costante. E preghiamo il venerabile Aurelio Bacciarini perché compia quel segno miracoloso che permetta alla Chiesa di proclamarlo Beato ad edificazione, guida e protezione del suo popolo. † Pier Giacomo Grampa dall’associazione Per Burundi e India Colletta Sant’Elisabetta 2010 Adrienne Ndinzemenshi, responsabile del centro handicappati ASBL JEHOKUKI (Burundi) − da noi conosciuta personalmente − sarebbe felice di ricevere un aiuto finanziario per un progetto di autofinanziamento del centro, che attualmente accoglie 138 disabili, con due dormitori (uno per le ragazze e uno per i ragazzi) e tre classi per l’insegnamento di un mestiere. Inoltre ospita bambini handicappati per aiutare la loro scolarizzazione nella scuola primaria situata nel centro stesso. Il progetto Burundi vuol sostenere delle attività generatrici di utili per cercare di non appoggiarsi troppo su aiuti esterni difficili da ottenere. La proposta attuale sarebbe l’acquisto di 300 sedie da noleggiare a enti e famiglie che ne facessero richiesta, insieme al noleggio di un furgoncino per il loro trasporto. La spesa totale si aggira sui 5.150.000 franchi burundesi, equivalenti a circa 4.000 franchi. Conosciamo la dedizione delle donne cattoliche del Burundi in tutti i servizi. Queste donne, già ora ci ringraziano per la nostra generosità. Oltre a questo progetto africano, la Colletta Sant’Elisabetta per il 2010 sosterrà anche un progetto India. Per poter sostenere questi progetti come sempre contiamo sulla generosità delle lettrici e dei lettori di Spighe. GRAZIE DI CUORE! Invitiamo i titolari di CCP o CCB a fare eventuali versamenti tramite questi conti per evitare spese postali elevate dovute ai versamenti effettuati allo sportello. NOVITÀ! Il 24 ottobre nasceva l’Unione Femminile È uscito in questi giorni l’opuscolo “L’Unione fa la donna”: storia dell’associazionismo cattolico femminile ticinese, nel 90° di fondazione dell’Unione Femminile Cattolica Ticinese. Una storia di donne. Di donne ticinesi che si sono messe insieme per conquistare uno spazio che a loro e ad altre donne era negato, vivendo questa emancipazione femminile nel singolare e generoso servizio alla Chiesa e alla realtà sociale nella quale erano inserite. Non un gruppo di donne dell’alta società. Ma donne del popolo. Figlie di famiglie benestanti e contadine. Madri e mogli. Impiegate, operaie, sarte, maestre. Il 24 ottobre 1920 questa condivisione diventa associazione. A Lugano, nel salone dell’Istituto femminile Sant’Anna, si tiene il primo congresso diocesano dell’associazionismo cattolico femminile. È l’atto di nascita dell’Unione Femminile Cattolica Ticinese, che di fatto riunisce in una organizzazione cantonale quei nove circoli cattolici femminili già attivi e ai quali aderivano centinaia di donne e giovani ragazze. Nel 2010 l’Unione Femminile ricorda senza alcuna enfasi i novant’anni di un’attività ininterrotta, costante, discreta. Un’associazione composta da donne che ad essa hanno dedicato – letteralmente – tutta la loro vita, con una fedeltà e una dedizione comparabile soltanto ad una vocazione consacrata. Questo opuscolo vuole essere un omaggio a loro, alle tante donne cattoliche che in novant’anni hanno cambiato il volto e il cuore del Ticino perché hanno semplicemente vissuto quotidianamente la loro fede incrollabile. Copie dell’opuscolo possono essere richieste in Segretariato dell’Azione Cattolica (tel. 091 950 8464 oppure per mail a [email protected]) al prezzo di 2 franchi a copia (sconti per ordinativi superiori alle 15 copie). 8 Spighe Ottobre 2010 G.A.B. 6600 LOCARNO 4 Ritorni a Amministrazione «Spighe» Corso Elvezia 35 6900 Lugano il teologo risponde Terra Santa, potenziale modello di convivenza In ottobre c’è il Sinodo sul Medio Oriente. Intanto in Terra Santa sempre più cristiani sono costretti a scappare perché perseguitati da ebrei e mussulmani. Cosa possiamo fare noi cattolici per questi nostri fratelli nella fede? 1. Mi permetto di invitare noi occidentali a pensare che non siamo soltanto chiamati a dare, ma anche a ricevere. Dalla Chiesa orientale (che si è cercato in modo errato, per la parte unita a Roma, di occidentalizzare a forza) abbiamo molto da imparare: così, ad esempio, il rispetto delle singole Chiese con le loro diverse, policrome tradizioni, la tenerissima devozione per Maria e i Santi, l’austera pratica del digiuno quaresimale, la possibilità di celebrare le seconde nozze in una liturgia modesta quando il primo matrimonio è dichiarato “morto”, la capillarità della presenza dei preti con le loro famiglie anche nei villaggi più remoti, l’abbondanza di vocazioni al ministero presbiterale, la forza di queste Chiese di resistere prima alla persecuzione islamica e poi a quella comunista, il legame di comunione che sussisteva con la chiesa di Roma nel primo Millennio. Se si proclamasse chiaro e tondo che la divisione è venuta non tanto per motivi dottrinali, quanto per stupide questioni di prestigio, e se si ammettesse che ciò che le Chiese hanno deciso per se stesse dopo il Mille riguarda solo loro e non verrà imposto alle altre, noi avremmo posto le basi per ritrovare la piena comunione sacramentale, pur nel rispetto di tradizioni molto diverse. L’unità ritrovata 16 Spighe Ottobre 2010 sarebbe un impulso eccezionale per l’evangelizzazione e per la pace del mondo. 2. Circa il problema della Terra Santa dobbiamo ricordare che la preghiera per essa non cambia l’infinito amore trinitario, ma cambia noi. Pur consci dei nostri limiti, dobbiamo denunciare l’occupazione abusiva da parte d’Israele di territori palestinesi. I confini riconosciuti internazionalmente sono quelli tracciati nel 1967, e gli insediamenti israeliani dovrebbero pertanto passare sotto sovranità palestinese. Per assicurare la pace sui confini del 1967, una forza internazionale dovrebbe controllarli interamente, demolendo quel muro della vergogna, costruito su suolo palestinese, che è un insulto alla dignità umana. Se Israele spegne la sua arroganza, anche i suoi nemici estremisti capiranno che l’ora della pace è scoccata e rinunceranno ai loro ignobili e insensati attentati. Lo Stato palestinese dovrà farsi carico dei profughi, sostenuto dall’aiuto internazionale, e dovrà limitarsi a un corpo di polizia per l’ordine interno, garantendo così al suo vicino una pace non armata. Gerusalemme dovrà essere internazionalizzata, con un settore arabo che possa essere capitale del nuovo Stato. I luoghi santi e tutti i cristiani dovrebbero essere riconosciuti nei loro diritti millenari da tutti gli Stati. Grandi opere potrebbero essere intraprese, come una condotta d’acqua dal Mediterraneo al Mar Morto, che metta in funzione diverse centrali elettriche. La Terra Santa potrebbe diventare modello di convivenza tra popoli diversi. Se si pensa che queste sono visioni utopiche e che Israele non cederà sulle espansioni arraffate, si sappia però che con questa politica egemonica nell’arco di un secolo al massimo, pressato dalle popolazioni arabe e non più sostenuto dagli Stati Uniti, finirà per svanire nel nulla. Solo un compromesso saggio lo salverà dall’annientamento. don Sandro Vitalini Responsabile: Luigi Maffezzoli Redazione Davide De Lorenzi Chiara Ferriroli Isabel Indino Chantal Montandon Carmen Pronini Redazione-Amministrazione Corso Elvezia 35 6900 Lugano Telefono 091 950 84 64 Fax 091 968 28 32 [email protected] CCP 69-1067-2 Abbonamento annuo fr. 25.– Sostenitori fr. 35.– TBL Tipografia Bassi Locarno