Laboratorio di storia contemporanea Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Vicenza «Ettore Gallo» - Istrevi No. QM/2012/01 Quaderni su guerre e memoria del ‘900 Responsabile di collana Marco Mondini – [email protected] La Strada degli eroi: sacralizzazione della violenza guerriera, fondazione istituzionale e memoria storica. MASSIMILIANO MARANGON Comune di Schio The Road of Heroes: Sacralization of Warlike Violence, Institutional Foundation and Historical Memory. The paper explores the constitutive symbolic nexus of State power in the modern Italian society. This is culturally institutionalized, and is declined in the historical monumental cult of the dead of the Great War, in the continuous and ritual recalling to the collective memory of the violent (and "festive") sacrifice of those (young) dead; and in the cyclical refoundation and re-actualization of the national State itself. The "Road of Heroes" on the Mount Pasubio is thus not only one of many existing works on the mountains of northeastern Italy: it is also the metaphor of the "Path of the Warrior" that, with the needed caveats, can be found as a cultural essential theme also in many other modern societies. This same metaphor re-emerges up to now in public rhetoric, eg. in the ritual celebrations at the Pasubio Charnel, and is still very sensitive to the political and cultural climate in the medium and in the short term. Parole Chiave Grande Guerra, Europa, memoria storica, nation building, rituali, antropologia culturale. Massimiliano Marangon e-mail: [email protected] M. Marangon, n.1954, dirigente, dottore di ricerca in Antropologia culturale, ha tenuto corsi e seminari presso diverse Facoltà dell’Università di Padova, è stato per cinque anni docente a contratto c/o l’Università di Roma “La Sapienza”; si occupa di antropologia storica e generale, in particolare di politiche dell’identità ed ha pubblicato una quarantina di saggi e articoli ed un libro. I quaderni del Laboratorio di storia contemporanea sono pubblicati a cura dell’Istrevi e intendono promuovere la circolazione di studi ancora preliminari e incompleti sulla storia contemporanea vicentina e italiana, per suscitare commenti critici e suggerimenti. Si richiede di tener conto della natura provvisoria dei lavori per citazioni e per ogni altro uso. I quaderni del Laboratorio di storia contemporanea Istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Vicenza «Ettore Gallo» sono scaricabili all’indirizzo: www.istrevi.it c/o Museo del Risorgimento e della Resistenza – Villa Guiccioli Per contatti: [email protected] Viale X Giugno 115, I-36100 Vicenza La Strada degli eroi: sacralizzazione della violenza guerriera, fondazione istituzionale e memoria storica. 1. Delimitare il problema Questo contributo* intende attirare l'attenzione, con una prospettiva di antropologia storica e riferimenti interdisciplinari anche molto più diversificati, su un vero e proprio nesso costitutivo del potere statuale esistente nella società italiana, come in genere in quelle euroccidentali già coinvolte nel primo conflitto mondiale. Tale ganglio, culturalmente istituzionalizzato, si articola in almeno tre campi d'indagine ai quali farò riferimento, e cioè: 1) nello storico culto monumentale dei caduti, in particolare giovani, della Grande Guerra, operato negli anni postbellici e segnatamente durante il regime fascista; 2) nella continua riproposizione rituale, alla memoria collettiva successiva, del violento sacrificio dei morti in quella festa tragica (che si cumula significativamente alle celebrazioni dei più recenti caduti della Resistenza ed anche dei "caduti di tutte le guerre"); 3) nella rifondazione e successiva ri-attualizzazione simbolica delle istituzioni statali contemporanee e della stessa nazione che contestualmente è stata ed è ancora oggi operata attraverso questo processo di vera e propria sacralizzazione cerimoniale della violenza data e subita in guerra (e nelle operazioni militari in genere). * Dedicato a Mario Isnenghi, come festschrift personale. 2 2. La festa sanguinaria: teorie sulla guerra e narrazioni 1918 Occorre subito fare alcuni essenziali riferimenti teorici preliminari. Secondo la fortunata tesi del filosofo-antropologo René Girard1, all'origine di ogni mitologia e ritualità, e addirittura della stessa cultura umana, starebbe una "violenza fondatrice" che comporta implicitamente la catalizzazione della comunità contro un capro espiatorio, scelto ovunque come vittima sacrificale. Del resto già la riflessione socio-antropologica classica di epoca durkheimiana aveva portato, con l’importante studio di Hubert e Mauss, ad accentuare l’importanza del sacrificio nel sistema delle pratiche religiose antiche e primitive2: ed inoltre, già anni prima di Girard, l’opera singolare del sociologo Gaston Bouthoul3, ripresa in Italia e grandemente ampliata da Franco Fornari4, aveva evidenziato - nell’interpretazione essenzialmente psicoanalitica di quest’ultimo - come la guerra, considerata in via del tutto generale, ed in una prospettiva certo astorica (ma non, a mio avviso, necessariamente anti-storica), non fosse che una sorta di festoso sacrificio5: e precisamente un sacrificio di massa delle giovani generazioni, gradito alle divinità; un sacrificio che, più riduttivamente, in termini demografici, si configura, in ultima analisi, come un vero e proprio “infanticidio differito collettivo”. Detto per inciso, sulla connotazione festosa della guerra come uccisione sacrificale (anche moderna, il che è meno acquisito che non ad es. per la guerra “sportiva” dell’epoca cavalleresca, così come descritta ad esempio da Cardini6) ci sarebbero forse molte cose da rilevare: a cominciare ad esempio dall’ironia 1 2 René Girard, La violenza e il sacro, Milano, Adelphi, 1980 (orig.1972). Henry Hubert e Marcel Mauss, Essai sur la nature et la fonction du sacrifice, in «L’Année Sociologique», II (1897-1898), pp. 29-138. Cfr. anche i capp. VI e VII, intitolati L’omicidio, la caccia, la guerra e L’omicidio e il sacrificio del libro di Georges Bataille, L’erotismo, Milano, Es, 1991 (orig. 1957), nonché Id, La guerra e la filosofia del sacro, in R. Caillois, L’uomo e il sacro. Con tre appendici sul sesso, il gioco, la guerra nei loro rapporti con il sacro (a cura di Ugo M. Olivieri), Torino, Bollati-Boringhieri, 2001 (trad. della 2° ed.,1950, orig. 1939), pp. 179-91 (recensione al libro di Caillois, orig. 1951). 3 Gaston Bouthoul, Le guerre - Elementi di Polemologia, Milano, Longanesi & C., 1961 (I° ed. orig. 1951). 4 In: Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Milano, Feltrinelli, 1970 (I° ed. 1966). 5 Ibid., pp. 28-41. 6 Franco Cardini, Quell'antica festa crudele. Guerra e cultura della guerra dall'età feudale alla grande rivoluzione, Milano, Il Saggiatore, 1987 (I° ed orig. 1982). 3 ossimorica del linguaggio comune sull’omicidio in generale, per cui ancora si usa dire metaforicamente, nell’italiano popolare corrente, “fare la festa”; e si potrebbe continuare: ma su questo argomento è bene lasciare la parola all’analisi folgorante, e forse splendidamente definitiva, di Roger Caillois, il quale ha da tempo finemente evidenziato l’intimo rapporto che lega questa forma organizzata e di massa del sacrificio umano, che è la guerra moderna, al parossismo effervescente e fondativo, tipico della rottura del tempo ordinario, che si ingenera nella pausa festiva7. E ricordiamo solo qui, per chiudere con una fonte documentaria indiretta questa indispensabile sottolineatura, e non fosse altro per avvicinarci per un attimo ai luoghi ed all’epoca che hanno inizialmente stimolato la nostra riflessione, che nel cap. XIV° del romanzo-racconto hemingwaiano Di là dal fiume e tra gli alberi vi è un momento in cui uno dei due protagonisti, il colonnello Richard Cantwell dice all’altro, Renata: “…Sono un ragazzo del basso Piave e un ragazzo del Grappa appena arrivato dal Pertica. Sono anche un ragazzo del Pasubio, se sai quel che significa. E’ stato peggio vivere lì che combattere in qualsiasi altro posto (…) era insopportabile”. “Ma tu sei rimasto”. “Certo” disse il colonnello. “Sono sempre l’ultimo a lasciare la festa, voglio dire la fiesta…”8. Se, con Caillois possiamo così connotare la guerra come “…tempo del sacrificio, ma anche della rottura di ogni regola, del rischio mortale, ma 7 Roger Caillois, L’uomo e il sacro, Torino, Bollati-Boringhieri, 2001, pp. 157-74 (app. 3°, Guerra e sacro, orig.te apparsa nella II° ed. del 1950, cfr. pref. 1949). 8 Ernest Hemingway, Di là dal fiume e tra gli alberi, Milano, Mondadori, 1973 (orig. 1950), p. 211, corsivo dell’A.; cfr. anche A.S.G.e S., Hemingway a Schio «uno dei più bei posti della terra», Schio, Menin, 2008, p. 122-23 e nn.; qui al solo fine di avvallare l’importanza, come fonte storica – autobiografica - indiretta, del passo del romanzo citato (ma le conseguenze di questa notazione ricadono prima di tutto sulla genesi di Addio alle armi) faccio presente che, a mio avviso, non si è abbastanza sottolineato, fino ad oggi, che l’allora giovanissimo scrittore americano ebbe proprio sul Pasubio la sua prima e determinante esperienza della realtà tragica della guerra, vissuta nel 1918 tra il fronte e la retrovia di Schio come ambulanziere dell’American Red Cross; e questo, in modo documentato, non senza qualche molto giocoso e giovanile entusiasmo; mentre è stato già notato che l’autore di Addio alle armi (edito nel 1929) sarà appunto, con autobiografismo trasposto e generico, il tenente americano Frederic Henry, inquadrato come ambulanziere nell’esercito italiano di stanza a Gorizia: per Hemingway- Henry, la conseguita maturità e i fantasmi della guerra vissuta sui vari fronti italiani avevano smussato subito però la connotazione festiva del grande massacro, da cui la progressiva spirale di scanzonata amarezza tragica di A Farewell to Arms e la forma ironica e metaforica della citazione qui sopra, tratta invece dal successivo e meno noto romanzo del 1950. 4 santificante (…)” ed assumere che essa “…ha tutti i titoli per occupare il posto della festa nel mondo moderno” per cui, paradossalmente, nelle società interessate “da questo sacro ci si aspetta l’estasi più possente, la giovinezza e l’immortalità”9, in termini più psicoanalitici ed etnologici nella lettura data da Fornari all’interessante tesi «polemologica» di Bouthoul – che è però piuttosto di evidente derivazione durkheimiana e malthusiana si dovrebbe anche parlare della guerra come di uno spostamento rituale, all'esterno della comunità sociale locale, dell'aggressività edipica dei giovani, prima stimolata, all'interno del gruppo etnico, dalla violenza iniziatica dei padri; ed anche come di una vera e propria "elaborazione paranoica del lutto"10. In tale processo psichico, che pare difficile 9 Cito qui estratti di una frase di Caillois che può essere una sintesi provocatoria di molti aspetti sviluppati nel presente scritto. Cfr. op.cit., p. 171. 10 Bouthoul, op. cit., pp. 53-5, 60-6, 70. La tesi di Bouthoul, detto per inciso, si presterebbe bene ad essere aggiornata e testata antropologicamente alla luce dei principi enunciati dal materialismo culturale: storicizzando l'analisi, resterebbe comunque da vedere se tale tesi può anche interpretare adeguatamente le recenti guerre più o meno "umanitarie" e “preventive”, ad altissima intensità tecnologica. Sui gravi difetti delle teorie etologiche e sociobiologiche che vedono la guerra primitiva come mezzo diretto ed efficace nel mediolungo periodo per ridurre la sovrappopolazione e come fattore di selezione bio-culturale cfr., del padre moderno dell’antropologia materialistico-culturale Marvin Harris, La nostra specie, Milano, Rizzoli, 1991 (orig. 1989), capp. 58 ssgg., part. cap. 61, pp. 222-6 (che sintetizza studi compiuti dall’A. già negli anni ‘70); e Alexander Alland jr., L’imperativo umano. La biologia e le scienze sociali, Milano, Bompiani, 1974, (orig. 1972), cap. 6, Sulla guerra, part. pp 157-63: ciò che chiaramente si deduce dalle nutrite e documentate argomentazioni di questi antropologi è che, nel modello esplicativo complesso che spiega deterministicamente, in chiave ecologico-culturale e neo-evoluzionistica, la guerra arcaica e preindustriale, vi è semmai un nesso inscindibile tra quest’ultima e lo sviluppo di una mentalità machista - per pressioni tecno-ambientali venutesi a creare - con selezione culturale di giovani avviati a divenire guerrieri; i vantaggi demografici globali per le popolazioni interessate derivano perciò piuttosto dagli effetti negativi di un sistema educativo fortemente maschilista sul tasso di popolazione femminile che riesce a raggiungere l’età riproduttiva; questo ed altri essenziali temi collegati ai rapporti tra crescita demografica e formazioni sociali complesse sono richiamati e discussi anche da Ted C. Lewellen, Antropologia politica, Bologna, Il Mulino, 1987 (orig. 1983), cap. 3°, L’evoluzione dello stato, part. par. 4., p. 80-3; Lewellen, tenendo presenti anche gli studi di Harris ed altri precedenti autori (E. Boserup, M. Harner), tende molto argomentatamente a ridimensionare, anche se non ad eliminare, l’importanza primaria della pressione demografica nella genesi delle forme statuali di organizzazione politica. Per una ricognizione interdisciplinare recente fatta anche su Le radici della guerra da un grande biologo ed ecologo, v. Paul Ehrlich, Le nature umane. Geni, culture e prospettive, Torino, Codice edizioni, 2005 (orig. 2000), part. pp. 259 ssgg., 333 ssgg. (con notevole attenzione anche ai fatti microevolutivi della storia delle società e mondiale). Ehrlich fa un notevole uso di dati antropologici derivati dalle ricerche delle scuole neo-evoluzionistica, ecologicoculturale e della prospettiva materialistico-culturale che le ha in qualche modo sintetizzate, come del resto fa Diamond (ma cfr. sotto, n. 39). Segnalo, al momento di pubblicare, anche l'interessante approccio storico-evoluzionistico generale di Ian Morris, The Evolution of War, apparso recentemente in «Cliodynamics: The Journal of Theoretical and Mathematical 5 considerare esclusivamente in relazione alle generazioni più giovani, (e che perciò andrebbe allora certamente articolato, nell’analisi storiografica e sociologica, in riferimento alle dinamiche di età, classiste e di ceto che operarono, ed operano, nel coinvolgimento dei diversi strati sociali), vi è tuttavia – in generale - una coincidenza istituzionalizzata tra il delitto e la virtù: per cui i propri morti-dei vengono propiziati, in particolare grazie al meccanismo sociale della “vendetta del sangue”, proiettando cioè inautenticamente su un nemico esterno le parti negative del sé ed i sensi di colpa derivanti anche dalla morte, spesso attribuita - tra i “primitivi” all'effetto di sortilegi di alcuni dei membri del gruppo (quest'ultima tesi è accreditata nel libro di Fornari, fra l'altro, da fatti etnologici riportati già da Strehlow e ripresi da Geza Roheim: così tra alcuni aborigeni australiani "lo scopo delle guerre come spedizioni di vendetta (...) è quello di dare agli abitanti di un altro villaggio la stessa ragione di lutto che essi hanno avuto"11). È però l’aspetto della festosa violenza iniziatica dei padri (e più dello Stato-padre, che non dei genitori biologici) quello che ci sembra maggiormente suscitare l’interesse ed essere più adeguato alle nostre vicende, date le dinamiche psichiche e socio-demografiche che vennero in gioco, in Europa, tra il 1914 ed il 1918: “volevamo venir via dai banchi di scuola, dimostrare di essere già dei veri uomini ed esser utili alla Patria” scrisse nel suo diario il non ancora diciottenne Karl Mayr, un giovane austriaco tirolese arruolatosi volontario, col permesso dei genitori, nel 1915; e, sull’altro fronte, così esordiva maternamente la personificata e mitologica Primavera giuliana “…Oh ragazzi, ragazzi miei / con quei fieri cipigli di veterani, / grandi più dei vostri babbi, / guerrieri di vent’anni…”, e invitava i giovani italiani in trincea a prepararsi per la festa tragica, “la Sagra di History», 3 (1), 2012, irows_cliodynamics_12167 escholarship.org/uc/item/8jr9v920; l’A. vi compie un'analisi storica e macrosociologica di lungo periodo su scala planetaria, individuando anche, sulla base di alcuni indicatori che gli sembrano significativamente critici, delle prospettive relative al dialettico rapporto guerra/pace nel complesso scenario mondiale contemporaneo. 11 La citazione - estratta dal classico lavoro di Strehlow sugli aborigeni australiani si trova a p. 70 del libro di Fornari, dove vi sono anche i rif.ti bibliografici ad alcuni articoli di Geza Roheim comparsi sul «Journal of Criminal Psychopathology», nel 1943-44. 6 Santa Gorizia”; e così poi i “sottotenentini, / ragazzi imberbi e gioviali” cadevano, nelle “giornate malinconiche della Val d’Isonzo”, “colpiti mentre correvano / davanti al plotone all’assalto, / come se si trattasse / davvero di scherzare / con l’eternità”12. 3. Un sacrificio fondativo Alla luce della combinazione critica di queste teorie in una più ampia prospettiva di antropologia storica che tenga presente lo scenario del complesso e dinamico intrecciarsi dei vari modi di produzione nelle diverse società europee nell’ultimo secolo, proponiamo qui che in esse, dal primo dopoguerra, dagli anni cioé, segnati, a livello europeo e mondiale, dall'«apogeo del nazionalismo»13 sia allora possibile rintracciare quanto segue: che il meccanismo del sacrificio fondativo non tanto di un astratto "sacro" o della astratta "cultura" in sé (cfr. Girard), quanto piuttosto delle concrete, singole e storiche, istituzioni statali, abbia trovato una sua compiuta realizzazione nella memoria organizzata dei "caduti per la Patria", cioé, propriamente, nel ricordo rituale dei figli della comunità sociale sacrificati in una guerra che viene concepita come attività violenta, legittimamente organizzata, funzionale alla stessa esistenza dello stato nazionale. Si opporrà forse che non occorre tirare in ballo un così esteso corpus di riferimenti teorici per descrivere l’importanza – storiograficamente già nota - dei monumenti ai caduti della Grande Guerra: 12 Corsivi miei, M.M..Cfr. la prima citazione dal diario di Mayr in Michael Wachtler, La pace fra noi, s.l., Athesia Touristik, 2004, pp. 21-22. Le altre citazioni sono appunto dal celebre poemetto epico La Sagra di Santa Gorizia - del poeta-soldato Vittorio Locchi pubblicato postumo nel 1917 (a Milano, per i tipi de l'Eroica: un’opera che resta assai notevole sia come fonte, variamente utilizzabile, sia per molti suoi passaggi lirici). I versi qui riportati sono alle p. 34 e 31-33 dell’edizione goriziana del 1990 (Federazione provinciale dell’A.N.C.R. per la cura di A. Torrelli; pubblicata, assieme ad un interessante corredo aggiuntivo, presso la locale Tipografia sociale); la personificazione della stagione della rinascita che diviene una bellicosa deità genitoriale nell’allegoria di Vittorio Locchi fa venire alla mente subito il par. “La guerra, potenza di rigenerazione” di Roger Caillois, op.cit., p. 166: “…La mitologia della guerra consente l’accostamento (…) se ne fa una specie di dea della fecondità tragica”: ma se qui l’uso rilevato è quello di naturalizzare, divinizzandolo, un evento umano, nella poesia del Locchi accade l’inverso (un evento naturale viene “umanizzato” – meglio sarebbe dire “dis-umanizzato”), peraltro con effetti retorici tragicamente analoghi. 13 Per usare la definizione di E. J. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo, Torino, Einaudi, 1991 (orig. 1990), cap. V°. 7 ma, nella specificità di una prospettiva – com’è quella antropologica – che ha a lungo mantenuto un’ambizione nomotetica, senza peraltro mai – nemmeno nei suoi esiti estremi (uno per tutti: Claude Lévi-Strauss) – ignorare completamente la specificità particolare dei singoli eventi e delle stesse strutture storiche entro cui essi accadono, questa serie di richiami ci pare doverosa, e capace di arricchire – con alcuni apporti specifici delle scienze umane, e sinanche naturali – la sinergica riflessione interpretativa delle discipline storico-sociali. Tanto più che in anni più recenti l’antropologia culturale (come è accaduto anche per altri ambiti scientifici) si è imbevuta di correnti postmodernistiche che, se non altro, hanno posto molto l’accento sulla struttura e sulle retoriche proprie tanto del discorso dell’indagatore dei fatti simbolici, quanto dei fatti stessi che egli si trova ad interpretare: e pertanto ci sembra il caso, senza perdere la connessione felicemente stabilita – una buona volta – con la antica consapevolezza interpretativa della tradizione storiografica italiana (e non solo), di riequilibrare un po’il tiro, riportando l’approfondimento anche su un piano più teorico e non solo descrittivo. Anche perché, a ben vedere, se il discorso sta in piedi, ne seguono forse delle importanti conseguenze pratiche. Corollario logico di questo assunto è infatti la successiva convinzione politica, niente affatto scontata, che tutto l’apparato cerimoniale che ruota tutt’oggi intorno al ricordo della prima guerra mondiale non possa certo essere guardato con la sufficienza politica con cui talora lo si è liquidato, in tempi non troppo passati, come vuota retorica militarista; ma che semmai esso vada costantemente ripensato ed attualizzato, anche se in modo radicalmente diverso, sotto il profilo valoriale. Se vi è in esso infatti una ratio fondativa degli stati – nazione (pure con tutte le loro intrinseche e generative contraddizioni di classe, che, aggiornate ed attualizzate, ne costituiscono tuttavia la forma fondamentale, o, per meglio esemplificare, le fondamenta vuote entro cui si rassoda, nel tempo, la gittata simbolica delle ideologie e delle pratiche che garantiscono la presa del cemento sociale) ciò significa in altri termini che tale apparato celebrativo ha a che fare – in 8 quanto “fatto” identitario e culturale di lungo periodo14, sancito e interpretato ritualmente, con i fondamenti stessi della nostra complessa contemporaneità sociale – e tanto più ora che esso sembrerebbe dover essere superato in qualche modo dalla contraddittoria, ma via via sempre più stretta, unificazione europea. Così ad es. è stato nella festa francese per ricordare la fine della Grande Guerra (11 novembre 2008), dato che il Capo della République per antonomasia ha comunque dovuto celebrare – sia pure assieme anche a rappresentanti tedeschi ed in chiave originalmente europeistica (i giovani cadetti dell’accademia militare che cantano l’Inno alla Gioia…) – quella che in Italia resta più tradizionalmente - al di là della mutata denominazione ufficiale – “la festa della Vittoria”. Ed ha ritenuto di farlo a Verdun, assieme agli ex-alleati di un tempo, suscitando significativamente – per la scelta del luogo nella specifica occasione - la disapprovazione della Cancelleria germanica: la cui massima rappresentante, di conseguenza, non ha partecipato alla cerimonia, inviando invece a presenziarvi, come hanno sottolineato molte agenzie di stampa, il presidente del Senato tedesco15. Questo tanto per evidenziare anche taluni dei perduranti confini simbolici delle politiche nazionali entro il nuovo campo europeo. 14 La Grande Guerra è stata notoriamente a lungo connotata, in Italia, come l’ultima delle guerre del Risorgimento, quella territorialmente unificatrice par excellence – piuttosto che non come mero “primo” conflitto “mondiale”: l’interpretazione “locale”, perciò, ci riconduce qui ad inquadrarne perfettamente la memoria come ricordo (e mito) identitario, del genere appunto di quelli che, per i gruppi etnici, instaurano una “fedeltà demiurgica in rapporto agli eventi fondatori che li istituiscono nel tempo” secondo la felice espressione di Paul Ricoeur (in Lectures 2. La contrée des philosophes, Paris, Seuil, 1992, cit. s.i.p. da Philippe Poutignat e Jocelyne Streiff-Fenart, Teorie dell’etnicità, Milano, Mursia, 2000, p. 135). Il primo a parlare di “mito della Grande Guerra” rilevandone gli aspetti specificamente italiani e pedagogico-risorgimentali, è stato Mario Isnenghi nel suo omonimo e ormai classico libro (Bari, Laterza, 1970; di Isnenghi si v. anche l’ampio saggio citato qui più sotto, in n. 20, part. nelle considerazioni finali, pp. 305-09). 15 Traggo le informazioni sulle celebrazioni del 90° in terra di Francia dalla testimonianza qualificata di spettatori della diretta televisiva francese; per l’assenza polemica alla festa della cancelliera tedesca Angela Merkel cfr. le principali agenzie di stampa on-line, alla data dell’11 nov.2008 e gg. ssgg., nonché il rif.to all’articolo di Martinotti che compare nella nota finale di questo scritto. 9 4. Monumenti agli Eroi e culto nazionale della Patria Occorrerà naturalmente dimostrare la tesi più sopra sommariamente enunciata con l'appoggio di altri dati, il più possibile adeguati, ed investigare questi particolari, e tuttora attuali, "riti e simboli del potere"16, tracciando anche eventualmente, in conclusione, e sia pur molto in breve, qualche riflessione problematica in senso applicativo17. In Italia, ad esempio, il culto dei caduti comincia a realizzarsi già a partire dall'epoca risorgimentale (con la costruzione di vari monumenti ossari, fra cui, per non citarne che uno, quello di Solferino); ma più ancora esso si sviluppa dall'epoca del compimento definitivo dell'unità dello stato nazionale, appunto negli anni finali e successivi alla Grande Guerra e soprattutto, in maniera pesantemente monumentale, nell'epoca fascista antecedente il secondo conflitto mondiale. Sono infatti di quegli anni le costruzioni e le dedicazioni, soprattutto nelle ex zone di confine già teatro di cruente battaglie - ma monumenti ai caduti sorgono nelle piazze di ogni paese, sull'intero territorio nazionale - di cimiteri militari e cippi, di statue di Madonne degli Alpini e di parchi della Vittoria, di cappelle votive e di monumenti ai vari singoli eroi; di “parchi delle rimembranze” e di "strade degli eroi", come quella che vertiginosamente s’arrampica sul Pasubio; ed anche, e soprattutto, dei grandi e piccoli sacrari militari18 (nell'area veneta, fra gli altri: Pasubio 1926, Schio 1930, Monte Grappa, Montello e Fagaré 1935, Asiago 1936, 16 Il rif. è al titolo del libro dell'antropologo David I. Kertzer, Roma - Bari, Laterza, 1989 (orig. 1988). 17 Seguirò, con ciò, l'esplicito invito fatto ai partecipanti dagli organizzatori del V Congresso Nazionale dell'AISEA (Roma, 11-13 novembre 1999), in cui era stata presentata la prima, scarna, versione di questo scritto, più volte in seguito ampliata, riveduta e aggiornata – ma mai fino ad ora pubblicata in nessuna forma, per vari motivi, anche non dipendenti dalla volontà dello scrivente. Ovviamente solo la versione attuale, che tuttavia non modifica il nucleo essenziale del discorso di allora è quella che, naturalmente, fa testo. 18 Cfr. i dati riportati nei vari opuscoli sui sacrari della 1° guerra mondiale editi dal Ministero della Difesa - Commissariato generale per le onoranze ai caduti in guerra, passim. Sugli aspetti storico-artistici e conservativi di questi monumenti visti in un’ottica di valorizzazione patrimoniale, v. ora i contributi di Chiara Rigoni, Cristina Franchini e Chiara Scardellato nella sontuosa opera pubblicata dalla Soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici per le provv. di Venezia, Belluno, Padova e Treviso in occasione del 90° anniversario della fine della Grande Guerra: AA.-VV., La memoria della prima guerra mondiale: il patrimonio storico-artistico tra tutela e valorizzazione, a cura di Anna Maria Spiazzi, Chiara Rigoni, Monica Pregnolato, con pref. di Mario Isnenghi, Vicenza, Terra ferma editore, 2008. 10 per non citare che esempi territorialmente vicini, ad alcuni dei quali faremo riferimento); e sono sempre di quegli anni anche le istituzioni di vere e proprie "zone sacre", dichiarate ufficialmente tali, nei luoghi dove più aspri furono i combattimenti e più elevato il numero dei morti; come anche, sul piano organizzativo-legislativo, fu quello lo stesso periodo in cui si ebbe l'istituzione della "Commissione Nazionale per le Onoranze ai Militari d'Italia e dei Paesi Alleati Morti in Guerra" (1919) e di un ufficio centrale apposito (1920), e poi di un Commissario di Governo addetto alla "sistemazione definitiva delle salme dei caduti in guerra" (1931); ed, infine, di un Commissario generale straordinario (1935) i cui poteri verranno ulteriormente ampliati dopo il secondo conflitto mondiale19. Come hanno già indicato gli studi di storici quali Mario Isnenghi ed altri 20 , i grandi sacrari e le altre opere cimiterial-monumentali hanno costituito una forma storicamente determinata di anestetizzazione della morte in battaglia e di celebrazione della gloria dello stato nazionale italiano, che aveva ormai compiuto il suo pur contraddittorio processo di unificazione etnico-territoriale. 19 Cfr., sotto quest'ultimo profilo Ministero della Difesa - Commissariato generale per le onoranze ai caduti in guerra, Relazione sull'attività del Commissariato generale per le onoranze ai caduti in guerra negli anni 1988-1997, Roma, 1998, pp. 1-3. 20 V. la sintesi data dallo stesso Isnenghi, La Grande Guerra, in Mario Isnenghi (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell'Italia unita, Roma - Bari, Laterza, 1997, pp. 273-309, in particolare pp. 301-06. Il pioniere italiano di queste tematiche è stato forse Claudio Canal, col suo articolo La retorica della morte. I monumenti ai caduti nella Grande guerra, in « Rivista di Storia Contemporanea», 4 (1982), pp. 959-69. Cfr. anche l’organico tentativo di rassegna di Gian Marco Vidor, Riti e monumenti per i morti della Grande guerra, in «Studi Tanatologici-Thanatological Studies-Etudes Thanatologiques», 1 (2005), pp. 139-159. E, da ultimo, cfr. la corposa ricerca audio visuale congiunta delle due università veneziane Il Veneto tra le due guerre 1918-1940, nel sito: circe.iuav.it/Venetotra2guerre/index.html: la cui sezione La memoria di pietra, presentata da Daniele Pisani e sviluppata da vari autori, è ricca di informazioni scientifiche, bibliografiche e di documentazione su tutta questa materia; l’Ossario pasubiano del colle Bellavista vi viene giustamente indicato (assieme a quello del Cimone di Tonezza) come un modello transizionale, “l’ultimo degli ossari” risorgimentali ed, al contempo, “il primo dei sacrari” del regime fascista. 11 5. Esempi: tra Pasubio e Asiago L’analisi della struttura architettonica e funzionale dei sacrari-ossari e dei cimiteri militari comporterebbe tuttavia una individualizzazione di ciascuno di essi che ne evidenzierebbe le peculiarità, legate a fatti e ad interpretazioni sia locali, sia nazionali: gli esempi, quasi contigui, dei citati ossari vicentini del Pasubio, di Schio e di Asiago (tra i primi ad essere edificati unificando e centralizzando alcuni dei 1840 cimiteri campali che costellavano l'arco dell'intero fronte bellico21 ) mostrano così una varietà di soluzioni che, pure nella generale magniloquenza di fondo, rinvierebbero, come a variazioni sul tema, alla considerazione dell'importanza di vari fattori specifici che hanno agito nella loro particolare costruzione. Così, se è un isolato torrione piramidale a svettare in quota di fronte alle guglie dolomitiche dell'assai conteso massiccio del Pasubio22 - quasi cima tra le cime di quelle che furono annoverate all'epoca tra le "montagne sante d'Italia, azzurre e bianche torri a guardia della Patria"23 - diversa è invece l'ecologia del vicino sacrario di Schio. Là nell'alta pianura, alla base del combattuto monte Novegno, il primitivo cimitero militare, originariamente posto in una porzione del vecchio cimitero civile, è stato trasformato24 in un chiostro che ne riecheggia un altro non lontano (attiguo ad una chiesa quattrocentesca); ed è stato poi via via integrato dal tessuto urbano. Mentre è invece un mastodontico e quadriportico arco romano a dominare, dalla sommità del colle Laiten, l'ondulata conca verde dove si adagiano il paese e le contrade sparse di Asiago, nel centro di quell'Altopiano dei Sette Comuni già grandemente insanguinato da 21 Come si può evincere dal cap. XXIV, Fasti e monumenti della Vittoria di G. De Mori, Vicenza nella guerra 1915-1918, Vicenza, G. Rumor, 1931. Cfr. ora i dati catalografici riportati da Cristina Franchini in AA.-VV., La memoria..., cit., pp. 333-36. 22 Sul quale v. Ministero della Difesa - Commissariato generale..., Sacrari militari della 1° Guerra mondiale - Pasubio, Roma, 1998; e, per gli aspetti pittorici e progettuali di questo primo e, per certi versi, atipico sacrario, Chiara Rigoni, “Fra severe allegorie ed eloquenti stilizzazioni di alti pensieri”*: la decorazione di Tito Chini nell’Ossario del Monte Pasubio, in AA.-VV., La memoria..., cit., pp. 362-87. 23 La citazione è ancora dei versi di Vittorio Locchi, dall’edizione 1990, cit., de La Sagra di Santa Gorizia…, p. 41. 24 Cfr. Ministero della Difesa - Commissariato generale..., Relazione..., cit., p. 45, e, più approfonditamente, G. De Mori, Chiostro ossario dei caduti di guerra alla SS. Trinità di Schio, Schio, P. Marzari, 1930. 12 numerose e ripetute offensive e controffensive durante l’intero arco della Grande Guerra25 Generalmente gli ossari allineano i caduti in loculi per la maggior parte tutti uguali nella dimensione e nella disposizione spaziale (scandita dal solo ordine alfabetico), e ciò secondo parametri che sembrano volti a sancire l’uguale dignità del “supremo sacrificio”, al di là di ogni differenza gerarchica (pur ricordata dal richiamo del grado sulle lapidi) e di ogni differenza sociale: tali differenze sono infatti ora appiattite e sfocate dall'esito, violento e totale, degli eventi. Sono però riuniti a gruppi i militi ignoti (i cui resti sono stati spesso confusi dai bombardamenti) mentre una particolare evidenza viene data ai morti che hanno compiuto particolari atti di valore26. Tra gli esempi qui considerati, significativa è a tale riguardo la struttura dell'ossario del Pasubio27: in esso i morti “per la Patria” sono collocati secondo un asse verticale che va dal noto all'ignoto (gli ignoti stanno, a gruppi, più in alto, più vicini all'apoteosi celeste, ma sono anche più inavvicinabili e quindi fatalmente ed ulteriormente più soggetti alla corrosione di una memoria sociale che già a priori non li può ri-conoscere); mentre, tra i caduti di cui è noto il nome - che stanno individualmente sepolti in una cripta ed in una galleria semi-sotterranee più alla portata dei visitatori e della loro capacità di memorizzare - si può constatare una gerarchizzazione orizzontale, sostanzialmente di merito: sono così inumati nella cripta al centro i resti di 70 decorati al V.M., assieme alla salma del 25 Sull'ossario di Asiago cfr. Ministero della Difesa - Commissariato generale..., Sacrari militari della 1° Guerra mondiale - Asiago Pasubio, Roma, 1974, pp. 5-14; mi permetto inoltre di rimandare a quanto ho scritto nel libro Antenati e fantasmi sull'Altopiano. Un'identità etnica "cimbra" e le sue modulazioni antropologiche, Roma, EUROMA, 1996, pp. 69, 72. 26 Si allude qui solo ai sacrari ufficiali: un discorso a parte, molto interessante, riguarderebbe le forme monumentali più o meno subalterne che utilizzavano i residuati delle battaglie e che vennero spontaneamente costruite dai combattenti direttamente sul campo, come ad es. avvenne sul colle Sant'Elia presso Redipuglia (traggo queste notizie dalla bella comunicazione di Fred Licht al convegno “Retrovie - avanguardia 1918-2000 dalle trincee all'Europa” tenutosi presso il Museo del Risorgimento di Vicenza il 22. 10. 1999). Cfr. anche le brevi notizie date da A. Torrelli a margine de La Sagra di Santa Gorizia…, cit., pp. 74-76. 27 Cfr. i riff. della prec. nota 22 e ora, per una sintesi descrittiva della struttura architettonica dell’Ossario, nel cit. contributo di C. Rigoni a La memoria..., cit., le pp. 37274. 13 loro ex comandante, mentre i semplici caduti non decorati giacciono nella galleria che dall'esterno contorna la cripta. È da notare che il merito particolare della virtù guerriera è ugualmente enfatizzato dalle lapidi poste a ricordo di 15 decorati di medaglia d'oro al V.M. che ritmano il passo lungo la c.d. ‘Strada degli Eroi’, che sale alla zona monumentale del Pasubio (dichiarata tale nel 1922 "a consacrazione nei secoli della gratitudine della Patria verso i figli che per la sua grandezza vi combatterono" 28). 6. L’utilità del dolore Come rammentava tuttavia, alla fine degli anni ‘90, l’allora Commissario Generale, il ricordo deve essere continuamente riattualizzato: “l’onorare non può prescindere dal ricordare (...) perché, in caso contrario, la mera ‘monumentalizzazione del ricordo’(...) potrebbe nel tempo trasformarsi (...) attenuando il testamento spirituale del patrimonio morale che voleva e doveva tramandare”. Tutt’oggi occorre insomma essere “attenti 28 Ministero della Difesa - Commissariato generale..., Sacrari..., cit., p. 5; corsivo mio, M.M.; esplicito appena qui in nota, a questo riguardo, il gioco di parole del titolo di questo saggio, che – nel riferirsi alla vertiginosa strada militare qui sopra nominata richiama metaforicamente anche il famoso codice d’onore dei Samurai (Bushidō = la Via del Guerriero); sui kamikaze nipponici, loro (presunti) eredi spirituali della II° guerra mondiale, segnalo il recente e approfondito studio, svolto, con largo uso di algoritmi e riferimenti alla disequazione hamiltoniana, da John Orbell e Tomonori Morikawa: i due coautori in An Evolutionary Account of Suicide Attacks: The Kamikaze Case, apparso on-line sulla rivista «Political Psychology», Vol. xx, No. xx, 2011, icds.uoregon.edu/wpcontent/uploads/2011/08/The_Kamikaze_Case.pdf discutono il problema dei volontari suicidi giapponesi (con molti altri appropriati riferimenti storico-comparativi) in una chiave psico-evoluzionistica e sociobiologizzante: xenofobia e solidarietà fraterna vi vengono individuati alla fine, più in generale, come probabili fattori cruciali cognitivamente capaci di motivare, all’interno di retoriche parentali allargate, il sacrificio volontario di sé; di cui si postula peraltro una funzionalità genetica originaria in particolari condizioni di minaccia estrema percepita per la sopravvivenza del proprio gruppo genetico-parentale, et ultra, verso il gruppo sociale di appartenenza. Sul rapporto tra la distorta (re)invenzione dell’ideologia nipponica della “bella morte” per i giovani kamikaze e le ideologie europee più reazionarie del secolo e mezzo precedente, v. Ian Buruma, Avishai Margalit, Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici, Roma, Gr. Edit. L’Espresso, 2007 (orig. 2004), pp. 54-61. Per i massacri “sacrificali” di giovani nel primo conflitto mondiale, v. ivi p. 46, con cit. da Mosse, Le guerre mondiali: dalla tragedia al mito dei caduti, RomaBari, Laterza, 1990, p. 79; nonché, per le analogie con il culto della morte in alcuni ben delimitati settori del radicalismo islamico contemporanei ed in particolare tra i martiri neojihâdisti seguaci di Osama bin Laden, le pp. 62 ssgg., con i necessari distinguo (che vengono ancor meglio esplicitati, relativamente agli chahîd della recente rivoluzione tunisina ed alla loro siderale distanza dai precedenti, da Fethi Benslama nel suo illuminante libretto Soudain la Révolution! Géopsycanalyse d’un soulèvement, Tunis, Cérès éditions, 2011, pp. 58 ssgg., part. 68-9 e passim). 14 a non disperdere l'utilità del dolore” (e qui si cita addirittura Sant'Agostino)29. Alla fase di fondazione definitiva dello stato nazionale territorialmente compiuto - attuatasi totalitaristicamente negli anni ‘20 e ‘30 anche con l’erezione e l’inaugurazione di questi e molti altri sacri complessi monumentali da parte delle massime autorità, civili, militari e religiose 30 - è subentrato così un culto della memoria che è continuato poi, dopo la caduta del regime fascista, anche nell'Italia repubblicana, e che perdura tuttora. Ogni anno si svolgono infatti, nei sacrari, raduni di associazioni d'arma e cerimonie commemorative con discorsi ufficiali di autorità politiche locali e nazionali, alla presenza di reparti militari armati, ed anche di reduci (finché ve ne sono stati) e di gruppi di attuali rappresentanti delle diverse forze allora in campo: ed un complesso di simboli ri-fonda così continuamente, con la sua esibizione, la connessione tra quei morti di morte violenta e la saldezza e continuità dello stato nazionale, e delle sue componenti territoriali, anche alla luce delle vicende politiche più recenti. Sul colle di Bellavista, in faccia al Pasubio, si sono così potuti vedere, verso la fine del “secolo breve”, sia il gonfalone ufficiale della Provincia di Vicenza (che inquarta significativamente, nello scudo effigiato, le immagini dei quattro sacrari più noti delle montagne vicentine), sia le uniformi ed i labari dei discendenti dei kaiserjager austriaci, venuti europeisticamente in delegazione a celebrare il ricordo di quei fatti d'arme assieme ai loro attuali confratelli alpini. E le orazioni ufficiali di ministri, senatori e sindaci che, in diverse ricorrenze, ogni anno rinnovano la memoria pubblica, riattualizzando in vario modo il sacrificio degli eroi, riempiono gli archivi. Così ad esempio il senatore Giovanni Spagnolli il 7 luglio 1963 poteva citare l’epitaffio di Pericle di fronte al Pasubio e di fronte all'atomizzazione culturale che si profilava negli anni dell'espansione del consumismo; ed assimilava i caduti della Grande Guerra agli ateniesi antichi, “uomini di coraggio, di intuito pronto, di onesta condotta”: e invitava infine i suoi 29 30 Ministero della Difesa - Commissariato generale..., Relazione..., cit., p. VII e V. Cfr. i vari e per lo più retoricissimi interventi delle varie autorità nazionali e provinciali riportati ad es. nei due testi degli anni '30 sopracitati riguardanti il vicentino, passim. 15 contemporanei ad esaltare il sacrificio dei morti del Pasubio coll’operare in modo individuale, responsabile ed armonico, per una bontà di radice giovannea e una pace universale in cui trovassero “fondamento vero la giustizia, la libertà, la democrazia, il progresso”31. Sette anni dopo - in anni segnati dalle lotte operaie e studentesche - toccava invece al ministro Flaminio Piccoli di richiamare alle coscienze “il monito del Pasubio”, in un discorso che richiamava l'eredità spirituale di quei caduti come un valore che già aveva consentito la rigenerazione degli italiani dopo il buio della seconda guerra mondiale e che ora avrebbe permesso, nel “periodo difficile” che l'Italia stava allora attraversando, di “impedire che la faziosità di pochi rechi un ricupero di violenza ad un popolo che vuole ordine, pace, libertà e giustizia”32. Come si vede le diverse congiunture politiche ed economiche influenzano inevitabilmente la reviviscenza istituzionalizzata dei morti in guerra33: bisognerà così attendere gli anni novanta dello scorso secolo ed il riaccendersi della guerra in Europa per sentire nominare sul Pasubio parole che attribuiscano funzioni di pace agli eserciti 34: secondo un concetto che va, in generale, ancora di moda, come hanno dimostrato i discorsi ufficiali delle più alte cariche dello stato italiano alle più recenti celebrazioni della “festa dell’Unità Nazionale e giornata delle Forze armate”, e questo anche nei primi giorni del novembre 2008 dedicati al novantesimo anniversario del I° conflitto mondiale; nella quale festa tuttavia si è continuato ancora a ribadire, in ogni caso, già col semplice pellegrinaggio ai vari sacrari e altari della patria, il valore fondativo e identitario del violento sacrificio dei 31 Giovanni Spagnolli, Monte Pasubio, discorso pronunciato il 7 luglio 1963 al Sacello Ossario del Pasubio, s.d., s.l. (v. c/o Biblioteca civica di Schio), pp. 17, 20. 32 F. Piccoli, Il monito del Pasubio, discorso tenuto il 5 luglio 1970 al Sacello del Pasubio dall'on., Vicenza, Rumor, s.d. (ma 1971, per cura della Fondazione “3 novembre 1918”), p. 7. 33 Come risulta evidente ad es., anche dalla lettura del discorso tenuto dal Sindaco di Rovereto al Sacello Ossario del Pasubio il giorno 5 luglio 1987, dattiloscritto (arch. Bibl. civ. Schio, fondo Dalla Ca’, b. 17), che peraltro ricorda anche il popolino neutralista e analfabeta divenuto guerriero per forza. 34 Discorso del Sindaco di Schio al Sacello del Pasubio del 4 luglio 1993, dattiloscritto (arch. Bibl. civ. Schio, ibidem). 16 (giovani) morti della Grande Guerra (e delle guerre dell’Italia unitaria precedenti e successive). 7. Giovani, padri, nonni Anche in tempi recentissimi infine, il 24 giugno 2012, sul piazzale dell’ossario pasubiano35 si è udita l’eco di tali concetti: infatti il sindaco di Vicenza Achille Variati – cui spettavano le funzioni di oratore ufficiale36 – richiamava la considerazione pubblica sia sui giovani combattenti della Grande Guerra, sia sui giovani militari - quelli presenti in picchetto od impegnati in missione di pace, sia infine sui giovani della società civile attuale, che sono sempre più cittadini cosmopoliti di un’Europa pacificata, se non ancora politicamente unita in modo adeguato ed economicamente solidale. E chi scrive ha potuto anche udire, per bocca del ministro Annamaria Cancellieri (già prefetto della provincia di Vicenza anni fa) un esplicito e testuale richiamo alla fondatività del legàto sacrificale lasciato alle giovani generazioni: il quale rimane eredità essenziale per l’esistenza unitaria stessa dello stato-nazione; che fu donata, nella sua intangibile pienezza, proprio dal sacrificio “dei nostri nonni” (di ogni regione d’Italia, come ha sottolineato il ministro): il tutto secondo una perfetta, quanto forse inconscia – ma proprio per questo ancora più efficace – coerenza narrativa. La rappresentante ufficiale del governo ha introdotto così infatti il registro parentale più affettuoso e scherzoso nella retorica della festa commemorativa, ovvero quello del rapporto tra nonni e nipoti37. E se l’asserito rapporto tra “nonni” e nipoti è da un lato ovviamente necessitato, quale metafora utilizzabile al di là dell’esperienza personale propria, dalla 35 (note etnografiche raccolte dall’A. al momento dell’ultima revisione di questo testo; v. anche la cronaca dell’evento nell’ampio servizio di cronaca apparso sulle pp. del Giornale di Vicenza del successivo 25 giugno 2012, con citazioni dai discorsi delle autorità intervenute). 36 annualmente turnarie tra i quattro comuni di Vicenza, Schio, Valdagno e Rovereto, che gestiscono la cerimonia – promossa dalla Fondazione 3 Novembre 1918, secondo una logica di contiguità territoriale relativa e di complementarietà simbolica. 37 Tutti i corsivi sono sottolineature mie, M.M. Cfr. le citt. del ministro Annamaria Cancellieri a p. 10 del Giornale di Vicenza del 25 giugno 2012 cit., fra cui, estrapolata dal testo ed evidenziata in corpo maggiore: “Su questi monti sono state scritte pagine fondanti della nostra storia”. 17 molto aumentata distanza generazionale dei giovani d’oggi rispetto a quelli, ormai per loro lontanissimi, del luglio 1916, e non è quindi più realistico in alcuna misura, esso può anche essere forse letto come una fortissima immagine intergenerazionale e continuista, che tocca pedagogicamente le zone emozionali più profonde38: sono infatti i nonni (e non i severi padri) che, nello stereotipo culturale più consolidato, sono deputati primariamente a narrare le fiabe ai nipoti. E questa è, per così dire, una “fiaba essenziale”, la “fiaba” propriamente del sangue. 8. Per una religione civile della Patria In conclusione dobbiamo onestamente chiederci, alla luce di tutti questi dati, se gli Stati-nazione contemporanei, ed in particolare lo Stato italiano (erede in ciò di quello totalitario uscito in fondo, per molti versi, proprio dalla Grande Guerra), di questo monopolio della violenza guerriera e della memoria sacralizzata dei corpi sacrificati dei figli della Patria possano permettersi realmente di fare a meno39: non rispondere 38 Sul legame strutturale di lunghissimo periodo che legherebbe la “kin selection”, le varie forme di socializzazione, e le retoriche patriottiche di tipo “famigliare” nei complessi statuali più vari, segnalo due articoli, che non ho tuttavia potuto consultare, di Gary R. Johnson: In the name of the fatherland: An analysis of kin term usage in patriotic speech and literature, in «International Political Science Review»,. 1987, 8 (2), pp.165-74; e, Id., The role of kin recognition mechanisms in patriotic socialization: Further reflections, in «Politics and the Life Sciences», 1989, 8, pp. 62–69. Circa il perdurare attuale, in generale, della connotazione filiale dei giovani morti in guerra v. le fondate argomentazioni del biologo Paul Ehrlich in Le nature umane, cit., p. 321: “Non servono gli impulsi ormonali per incitare alla violenza di massa. Il modello dell’uomo maturo che in perfetta sicurezza e secondo una pianificazione precisa manda ad ammazzare e a farsi ammazzare degli adolescenti emotivi continua anche nel XXI secolo. Si potrebbe ricordare che la radice della parola “fanteria” viene dal termine latino infans (“infante”)”. 39 Cfr. ad es., per l’analisi approfondita di queste tematiche in una guerra recente e geograficamente vicina, Lucia Rodeghiero, Riesumazioni e definizione del suolo nazionale nell’ex-Jugoslavia, in «Quaderni del CREAM», VI (2007), pp. 77-94 (in part. il par. finale su Corpi e nazione, alle pp. 86 ssgg.); ma le radici lunghe di quest’ambito di ricerca, molto più in generale dovrebbero comprendere anche dei riferimenti innanzitutto al classico saggio del 1951 Pro patria mori di Ernst H. Kantorowicz, ora in Id. I misteri dello Stato, a cura di Gianluca Solla, Genova-Milano, Marietti 1820, 2005, pp. 67-97; e tutta una serie di successivi contributi, fino alle domande poste da Francesco Caberlin, in Legittimazione della Grande Guerra e culto dei caduti. Il caso delle Università toscane, apparso nel 2010 su questa stessa rivista on-line dell’I.S.T.R.E.V.I. (Laboratorio di Storia Contemporanea, «Quaderni su guerre e memoria del ‘900», 2010, 1, www.istrevi.it/lab/page/qe_map.php?p=17-LB-QM01-Caberlin ). Qui mi limito a citare il corposo saggio, interamente consultabile on-line, dei quattro co-autori (di diverse discipline) Oleg Smirnov, Holly Arrow, Doug Kennet, e John Orbell,, Heroism in Warfare, 2006, «Hendricks Symposium--Department of Political Science», Paper 3, 18 affermativamente tout court a questa domanda significherebbe allora forse obbligarsi comunque a ridiscutere a fondo non tanto e non solo dei casi isolati in cui riaffiora dal buio il culto della violenza guerriera come rito iniziatico, tollerato e talora incoraggiato dalle gerarchie militari (come i tragici episodi di “nonnismo” dell’estate 1999 – opera di altri “nonni” oggi ormai quasi dimenticati – forse potevano disvelare per l'ennesima volta); ma significherebbe anche interrogarsi sugli stessi modelli culturali che governano intimamente le nostre istituzioni pubbliche, sapendo tuttavia che essi hanno fondato simbolicamente, e contribuiscono annualmente a rifondare, le basi territoriali dello stato unitario nazionale in cui ci troviamo a vivere. Alla luce dei riferimenti teorici che ho ripreso all'inizio esiste infatti, probabilmente, un'inscindibile nesso tra le funzioni dei rituali iniziatici “camerateschi”che accadono in certe caserme e quelle dei rituali pubblici di commemorazione dei Caduti. I primi mi pare servano a legittimare le gerarchie e ad emarginare i “deboli” (o più semplicemente i giovani diversi ed i poco convinti a vario titolo) da gruppi che potenzialmente sono di combattenti che devono poter contare ciecamente uno sull'altro; i secondi, come abbiamo visto, servono ad unire le coscienze civiche religiosamente e civilmente, legittimando - nel nome del sacrificio degli antenati guerrieri - la liceità della violenza accettata e subìta in guerra40. Ciò, peraltro, secondo digitalcommons.unl.edu/politicalsciencehendricks/3: con complesse simulazioni matematiche e con riferimenti empirici molto variegati nel tempo e nello spazio, essi pervengono a dimostrare, in linea astrattamente teorica, la fitness altruistica tendenzialmente essenziale dell’eroismo bellico nella lotta per la sopravvivenza affrontata dalla specie umana durante la sua evoluzione (anche rispetto ad altre forme “comunitaristiche”, pure altruistiche, di solidarietà civile). 40 In questo senso, aggiornando l’originaria stesura di questo scritto, ho trovato conferma nelle argomentazioni ben documentate sulla Kameradschaft di P. Ehrlich, op. cit., p. 260-1: “Gli uomini che combattono generalmente lo fanno non per i principi, ma per i loro compagni” (con rif.ti etologici e storico-comparativi); e nella congettura macroevolutiva dello stesso A.; per cui “le cerimonie pubbliche potrebbero essersi evolute come espediente per contribuire alla definizione dei gruppi e delle loro interrelazioni, così come per preparare psicologicamente i gruppi alla difesa territoriale …” (v. e cfr., ivi, pp. 308-9); v. anche i cenni ai rapporti funzionali tra religione e patriottismo nelle società centralizzate e “cleptocratiche” nella fortunata sintesi interdisciplinare (che attinge a piene mani anche al materialismo culturale antropologico-culturale, peraltro senza riconoscerlo in modo adeguato) di un altro biologo, molto alla moda in questi ultimi anni, Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Torino, Einaudi, 1998 (orig. 1997), pp. 219-23.; cfr. anche, per i soli aspetti di legittimazione 19 una logica molto più generale e diffusa che, ad es. nei paesi germanici stereotipo nel XX° secolo del militarismo organizzato europeo - è ben sintetizzata dalle ricorrenti performance ‘alla memoria’ dell’inno “Ich hatt’ einen Kameraden“ (“Avevo un camerata”, un famoso lied militare ottocentesco su musica di origine folklorica, tradotto ed importato anche in altri eserciti europei, e tutt’ora usato41). Non voglio confondere i problemi. Ma abbandonare modelli di comportamento eticamente riprovevoli come quelli espressi nel “nonnismo” (intendendo, per questo, ogni rito iniziatico informale violento che si tollera o incoraggia nell'ambiente militare) e non giustificarlo nemmeno equiparandolo alla goliardia, può essere anche la causa ed al tempo stesso l'effetto di un ripensamento critico dei nostri consolidati rituali pubblici di memoria bellica. Non per dimenticare quei morti rendendoci postumi “schernitori di carne umana” (secondo la connotazione di una famosa e bellissima canzone di quei combattenti, Gorizia); ma invece proprio per amore dei figli di ieri e di oggi e per ridare voce anche a quanti semplicemente subirono una sorte amara solo per dovere e costrizione: anch’essi erano cittadini di questo Stato e ad essi perciò è forse da tributare uguale rispetto, con una concezione più laica e meno sacrificale della loro vita e della nostra storia42. Tanto più che oggi, nei dettami della sua religiosa interna nelle società premoderne, il cap. 4., La religione nella politica del libro cit. di Lewellen, part. pp. 98-100; e, prima, e più dettagliatamente, l’ormai classico Antropologia politica di Georges Balandier, Milano, Etas Kompass, 1969 (orig. 1967), cap. 5, Religione e potere. 41 Anche come titolo di significativo richiamo per i casi analizzati in questo saggio, v. sul n. 134 del gennaio 2012, p. 48 della rivista «ŐSK» – bollettino dell’associazione austriaca Schwarzes Kreuz, l’articolo di Ernest Murrer, “Ich hatt’ einen Kameraden“, dedicato proprio alla cronaca della traslazione nell’ossario del Pasubio del 1° settembre 2011: si trattava dei resti di tre caduti austriaci, recentemente recuperati; assieme agli oltre 5000 italiani riposano quindi ormai nel sacello-ossario anche circa 400 caduti austriaci. Le cerimonie nel tempo hanno sottolineato in chiave europeistica anche questa raggiunta pacificazione mortuaria, ospitando occasionalmente, come si è detto, delegazioni militari e reducistiche della Repubblica austriaca: sull’unico pennone vicino alla svettante torre del sacrario sventola però sempre solo la bandiera nazionale italiana, probabilmente secondo la disciplina militare delle forze armate italiane, che eccede, per espressa disposizione di legge, (v. D.p. r. n. 121 del 7 aprile 2000, art. 11) la normativa sull’esposizione delle bandiere, la quale imporrebbe ora in via generale la compresenza della bandiera europea accanto al tricolore: un ennesima prova simbolica del legame strutturale perdurante tra monopolio della forza e identità statuale esclusiva. 42 Significativo in questo senso mi pare il discorso citato nella prec. nota 33. Aggiungo che, nelle celebrazioni del 90° di cui si è già parlato, l’allora Presidente francese 20 Costituzione (oltre che della sua religione sociologicamente dominante e politicamente privilegiata) l’Italia repubblicana si vuole pacifica e internazionalmente pacifista, benché, su almeno uno dei grandi scenari mondiali su cui è impegnata, l’Afghanistan, il suo esercito sia ancora attivo in una guerra pacificatrice, di cui peraltro si comincia ad intravvedere il tramonto43. Nell’attuale presunto “conflitto di civiltà” che è stato di fatto combattuto negli ultimi anni con alcune parti del mondo islamico, ed anche più in generale in ogni tipo di conflitto attuale e futuro, occorre perciò agire seguendo l’unica “strada degli eroi” che è realisticamente data oggi al mondo intero, davanti alla risorgente possibilità di un’apocalisse nucleare: quella della diplomazia cooperativa e, ancora più, della costruzione di una “religione civile” internazionale: in ciò guidati da un ben determinato eroismo laico, che riconosca prudentemente in primo luogo le ragioni e le religioni di tutti (minoranze comprese) ed abbia la maturità per vedere l’opzione bellica non come un’entusiasmante avventura giovanile e identitaria, ma come un pericoloso orizzonte politico, consapevole che esso è certamente minaccioso e soprattutto per molti versi imprevedibile44. I rituali pubblici – civili e religiosi - della memoria bellica e quelli della cooptazione militare, in quanto meccanismi culturali, cioè cognitivi ed Sarkozy – a quanto si è appreso dalla stampa - ha clamorosamente ricordato i molti disertori, disubbidienti e ammutinati della Grande Guerra, “fucilati per l’esempio” dall’esercito francese, riscattandone di fatto l’umanità e la memoria secondo un modello già adottato – con legge riabilitativa dello Stato - in Gran Bretagna, ma che forse varrebbe la pena di generalizzare ovunque, e prima di tutto in Italia: v. Giampietro Martinotti, Grande Guerra, strappo di Sarkozy “Onore ai fucilati per diserzione”, in “La Repubblica”, a. 33, n. 269, 12 novembre 2008, p. 18. 43 Alludo a quanto già a suo tempo enunciato dal nuovo Presidente degli USA, Barack Hussein Obama, nel discorso pronunciato al Cairo il 4 giugno 2009. 44 V. le note e gli appunti sulla guerra e sulla paura atomica riportati nel grande libro postumo di Ernesto de Martino dedicato a La fine del mondo, Torino, Einaudi, 1977 (a cura di Clara Gallini), part. pp. 118, 475-8, 482-4, 639 e cfr. con le problematiche dell’attuale congiuntura mondiale descritte dal Nobel Amartya Sen in Identità e violenza, Bari, Laterza, 2006 (orig. 2006). Sulle necessarie prospettive di una nuova storiografia europea “posteroica” e definitivamente disgiunta dall’«arte monumentale» di nicciana derivazione v. il paragrafo, dedicato ai rapporti tra storia e memoria dei caduti, del recentissimo libro di Andreas Wirsching, Der preis der Freiheit. Geschichte Europas in unserer zeit, Munchen, C.H. Beck, 2012, pp. 337-84; con (v. n. 79, p. 381, 463) i relativi rimandi bibliografici agli scritti di Herfried Münkler, Die postheroische Gesellschaft und ihre jüngste Herausforderung, in Id., Der Wandel des Krieges. Von der Symmetrie zur Asymmetrie, Weilerswirst, 2006, pp. 310-54; e di Mannfred Hettling, Politischer Totenkult im internationalen Vergleich, in «Berliner Debatte initial» 20 (2009), pp. 104-16. 21 educativi capaci di determinare comportamenti concreti, dovrebbero perciò a mio avviso distaccarsi ancor più – e sia pur relativamente - dalle retoriche patriottiche e “tribali” più arcaiche (che necessariamente manterranno comunque una loro funzione di rassicurazione sociale, ma in ambiti via via internazionalmente più ampi) e dovrebbero invece ribadire sempre, in primo luogo, i valori di pace (variamente ispirati dal punto di vista filosofico e religioso45, ma in ogni caso chiaramente e non equivocamente indicati dall’art. 11, 1° comma della Costituzione italiana: la quale, fin dal 1947, ha prescritto nel penultimo dei suoi principi fondamentali, e sia pure con espressa riserva di legge, il ripudio della guerra anche come forma ordinaria di risoluzione dei conflitti internazionali46. 45 In questo senso occorre cominciare a pensare di costruire un nuovo umanesimo interculturale, necessariamente più ampio di quello, euroccidentale e cristiano indicato da Girard nella sua ultima “apocalittica” opera, Portando Clausewitz all’estremo, Milano, Adelphi, 2008 (orig. 2007); e la riflessione propositiva di un grande teologo cattolico come Hans Küng, benché ovviamente centrata soprattutto sul dialogo interreligioso, ci conforta a tale riguardo (cfr. Id., L’intellettuale nell’Islam (a cura di Gerardo Cunico), Reggio Emilia, Edizioni Diabasis, 2005). In questo senso si può forse ripensare anche l’ethos demartiniano del trascendimento (sul quale ethos, v. , nell’op. cit. La fine…, p. 668 ssgg. – bbrr. 381401). 46 Costituzione della Repubblica Italiana (1947), v. edizioni varie. Qui si è fatto rif.to a quella edita nel 2006 dalla UTET di Torino (con l’introduzione di Tullio De Mauro e una nota storica di Lucio Villari), p. 6. 22 9. Riferimenti bibliografici Nota dell’A.: i riferimenti a singoli documenti d’archivio non pubblicati a stampa sono dati solo nelle note a piè di pagina. AA. VV., La memoria della prima guerra mondiale: il patrimonio storicoartistico tra tutela e valorizzazione, a cura di Anna Maria Spiazzi, Chiara Rigoni, Monica Pregnolato, con pref. di Mario Isnenghi, Vicenza, Terra ferma editore, 2008. AA. VV., Il Veneto tra le due guerre 1918-1940, circe.iuav.it/Venetotra2guerre/index.html Sezione La memoria di pietra. 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