villacambiaso DIMORA STORICA • MUSEO CAMBIASO • ASSOCIAZIONE D’ARTE, CULTURA E COLLEZIONISMO Pubblicazione di informazione, arte e cultura • N. 13, gennaio 2002 • Reg. Trib. di Savona, reg. period., n. 519/2001 • Sped. in a. p. art. 2 comma 20/C, legge 662/96 Savona Direttore editoriale: Pio Vintera • Direttore responsabile: Ferdinando Molteni • www.villacambiaso.it • [email protected] • tel. 019822546 • fax 019806657 Editore: Editoriale Darsena • Direzione, redazione e amministrazione: via Torino 10, Savona • Stampa: Cooptipograf, c.so Viglienzoni 78r, Savona • Stampato e distribuito in 6000 copie Piccoli equivoci Priamàr e dinamite Qualche anno fa, un consigliere del comune di Savona offrì di pagare di tasca propria la dinamite occorrente a far saltare in aria il Priamàr. Ogni volta che il bilancio comunale viene pubblicato, l’ardita proposta trova nuovi sostenitori, tanto è lo sconforto per i miliardi di risorse pubbliche divorate dal simbolo della prevaricazione e della vendetta genovesi. Una vendetta che, più ancora che nel calamitoso XVI secolo, sembra aver sortito i suoi effetti ai giorni nostri, costringendo la città a dissanguarsi per tenere in piedi la sinistra fortezza. Dinamite e vendette a parte, resta il fatto che il Priamàr è tra le croci più pesanti che le amministrazioni cittadine si son trovate a portare negli ultimi decenni. Senza peraltro fare mai niente per alleviarne il peso. Anni fa ci guadagnavamo da vivere scrivendo cronache per “Il Secolo XIX”. Erano gli anni, tra fine Ottanta e primi Novanta, di amministrazioni i cui membri, in quanto a capacità improvvisative, avrebbero fatto indivia al più celebrato complesso be-bop. Un giorno, tanto per dimostrare che del Priamàr ci si continuava ad occupare, uno sparuto manipolo di consiglieri e giornalisti, guidati da un allampanato vicesindaco, si arrampicò fin sul desolato promontorio. I lavori di ripristino erano di là da venire, la vegetazione dominava ancora il paesaggio intra-moenia e gli amministratori, col naso all’insù e coll’indice puntato, parevano sfidarsi alla proposta più intelligente: «qui ci metterei un ristorante» diceva uno, «qua non vedrei male un solarium» aggiungeva l’altro, «che ne direste di un piano-bar proprio sotto la Sibilla?» osava un terzo. Dalla jam-session di proposte uscimmo, il collega de “La Stampa” e noi, francamente intristiti. Più di un decennio è trascorso, ma la vocazione jazzistica delle nostre amministrazioni non è mai venuta meno. Il Priamàr ha rischiato di diventare una sorta di Disneyland del Ponente ligure, la necropoli bizantina ha vibrato agli ipnotici ritmi della dance contemporanea, il frangersi delle onde che consolava Mazzini prigioniero è stato sostituito dal vociare di osti e avventori, sul pavimento — non è molto — sono spuntati turgidi funghi porcini. Fortunatamente, apprendiamo dai giornali, alcuni imprenditori milanesi avrebbero inviato al Comune una lettera (sic) nella quale sarebbe contenuta una proposta concreta di gestione della fortezza. Nient’altro è dato sapere. Palazzo Sisto, solitamente prodigo di notizie ai giornali, sul contenuto e sui mittenti della misteriosa epistola nicchia. Sempre ai tempi in cui sbarcavamo il lunario nell’amato quotidiano cittadino, ci capitò di discutere del problema-Priamàr con due esperti al di sopra d’ogni sospetto: il gentile Edoardo Benvenuto, allora preside della facoltà d’architettura di Genova e Bruno Zevi, che disturbammo all’ora del té. I compianti Benvenuto e Zevi, alla domanda su cosa fare della fortezza di Savona ci dettero la stessa risposta, che così sintetizziamo: «Fate come hanno fatto gli altri. Non c’è nulla da inventare, ma solo da imparare da chi ha affrontato il problema prima di voi. Guardate a Castel dell’Ovo di Napoli, alla fortezza di Montepulciano o di Siena…». Non ricordiamo se l’opinione di Benvenuto e Zevi fu pubblicata. Ma immaginiamo di sì. Ferdinando Molteni Dal 25 gennaio al 15 febbraio due personali di maestri savonesi da tempo assenti dal capoluogo PODESTA’E VINTERA: RITORNO ASAVONA Due rassegne d’arte, presentate da Silvia Bottaro, e dedicate alla nostra città R enato Podestà e Pio Vintera appartengono a due universi artistici piuttosto lontani. Figli di due generazioni e temperie culturali differenti, hanno un pubblico di fedeli appassionati che forse, nell’amare uno, tende ad ignorare l’altro. Eppure, Podestà e Vintera, un tratto comune l’hanno: la naturale ritrosìa non tanto nell’esporre le proprie opere, quanto nell’imbarcarsi nell’impresa (perché d’impresa, sempre, si tratta) di una mostra personale. A dire il vero, la ritrosìa di Podestà è stata di recente vinta (il maestro non esponeva dalla morte di Luigi Pennone, gallerista savonese spesso evocato su queste pagine) da Silvia Bottaro che, con l’ausilio del marito Roberto Debenedetti, ha stretto all’angolo il maestro e lo ha convinto ad una rentrée — che si è Pio Vintera, Millesimo, olio su tela, 1982 rivelata trionfale — al Santuario di Savona. Ma, come si dice, l’appetito vien mangiando e dunque, visto il successo della rassegna e il fatto che tanti, in città, non avevano potuto Renato Podestà, Incontro in Via alla Stazione, olio su cartone, 2001 arrampicarsi fin nel cuore della valle del Letimbro, si è pensato ad una sorta di “replica urbana” della mostra. Anche se di replica, a dire il vero, non si tratterà. Podestà ha pro- dotto alcuni nuovi straordinari dipinti dedicati al centro di Savona che andranno ad aggiungersi ad altri, esclusi dalla mostra del Santuario, perché “fuori tema” (l’esposizione era, infatti, dedicata alla valle e ai luoghi di Nostra Signora di Misericordia). E, nella mostra di Villa Cambiaso, dovrebbero trovar posto — se le ultime resistenze del maestro saranno vinte — alcune tavole della sua imponente autobiografia per immagini. Un documento ricco di umorismo, autoironia, amore per l’arte e per le persone, che testimonia di un talento, invero un po’ nascosto, di disegnatore e vignettista davvero fuori dal comune. Alla mostra di Podestà, che aprirà la stagione 2002 delle attività della villa, seguirà quella di Pio Vintera che della villa, è inutile tacerlo, è appassionato animatore. L’impresa di convincere Vintera ad affrontare una nuova personale dopo anni di silenzio, è toccata, ancora una volta, ad alcuni amici. Il maestro, che a realizzare una personale all’interno della dimora storica era stato vicino più volte (sempre rinunciando all’ultimo momento), obiettava che il suo poteva apparire come lo sfruttamento di una “posizione dominante”, in quanto patron della villa. Tuttavia, le insistenze di colleghi, collezionisti, appassionati della sua pittura e, da ultimo, la disponibilità di Silvia Bottaro e chi scrive a curare la rassegna, lo hanno convinto. Sarà, dunque, un’occasione da non perdere per ammirare dipinti mai esposti, tele di grandi dimensioni e opere più contenute tutte dedicate alla particolare ricerca di Vintera sulla città di Savona ma, anche, ad alcuni luoghi cari all’artista, mete affettive e spirituali. F.M. • Mostre e incontri a Villa Cambiaso • Gennaio, febbraio e marzo 25 gennaio-2 febbraio Dipinti dagli anni 70 ad oggi opere di Renato Podestà 3-15 febbraio Il volto della città opere di Pio Vintera 16-26 febbraio Silenzi e ombre dall’estremo Ponente fotografie di Luigi Betocchi 2-15 marzo Antologica opere di Remo A. Borzini 16-22 marzo Personale opere di Maristella Bono 23-29 marzo Collettiva d’arte 6-12 aprile Ceramiche e dipinti opere di Caterina Massa Novità!!! Premio Villa Cambiaso 2002 Il bando a pagina 4 Un anno fa, improvvisamente, moriva uno dei più originali e generosi pittori liguri Muore un grande artista «Per lui la figura umana si trasfigura in una realtà libera e incondizionata» Fu un eccellente pittore e scultore ulla scia dei ricordi… quando a proposito del nostro cammino terreno gli incontri lasciano tracce più o meno evidenti, quando le emozioni o le passioni coinvolgono in un reciproco dialogo, nel momento della sosta, la realtà a posteriori ci appare come se avessimo vissuto più vite. Frazioni dall’intensità sincera di quel momento ormai trascorso per sempre. Ripetendo gesti, sorrisi, parole, lacrime, entusiasmi, illusioni, fatiche e quant’altro? Mentre il sole tramonta e si leva nuovamente al nuovo giorno sul sentiero del nostro cammino verso l’ineluttabile meta. «L’uomo è colui che è», sembra dire Giuseppe Bertolazzi con tutto il bagaglio delle proprie aspettative o dei propri drammi. Ogni tempo della storia vede l’affannarsi verso i bisogni primari insieme alla ricerca intellettuale e spirituale, inevitabile la violenza nel “violarsi” per mezzo dell’errore. Per Bertolazzi la figura umana si trasfigura in una realtà libera e incondizionata lontana dalle problematiche conflittuali tra uomo e società, tra angosce esistenziali e piaceri materiali. Per Bertolazzi, che non si pone come spettatore ma vive sulla propria pelle ogni esperienza, l’uomo a confronto con il prossimo è sostanzialmente simile, dallo scienziato all’uomo d’affari, dall’analfabeta all’artista, dallo scellerato all’asceta. on è azzardato affermare che con la scomparsa di Antonio Sabatelli (in arte Saba Telli), una straordinaria stagione artistica si chiude inesorabilmente. Ricorderemo, com’è doveroso, il grande artista in un prossimo numero di “Villa Cambiaso. Nella foto: Omaggio a Govi, Confucio di Genova, olio su tela, cm. 100x70, 1980 circa. GIUSEPPE BERTOLAZZI, ARTISTAROMANTICO ADDIO SABATELLI S Con questa impronta, la personalità dell’artista si fa romantica e bohemien. L’opera d’arte viene alla luce con qualsiasi oggetto che abbia suscitato un qualche interesse, le mani improvvisano come un abile prestigiatore un momento cosciente e insieme allusivo, giocando come un bambino carpisce allo spazio la bellezza poetica del soffio creatore e, per magia, intorno il silenzio si fa musica. Un desiderio ci prende, confondendo per un secondo l’aspetto esteriore di Bertolazzi, quello di poter ascoltare rapiti, i trilli del Guarneri, il violino dal quale non si separò mai l’enigmatico Paganini… Ed ancora: dalle profondità antiche sentire giungere l’eco della conturbante poesia di un Tristan Corbière: «Mon passé: c’est ce que j’oublie. / La seule chose qui me lie, / c’est ma main dans mon autre main. / Mon souvenir: Rien. / C’est une trace / mon présent: c’est tout ce qui passe. / Mon avenir: demain demain». Di Giuseppe Bertolazzi: «Io qua, tu là: / io e te. / Comunque, oggi. / Domani? / Domani». Lasciando ai critici d’arte la lettura della produzione artistica di Giuseppe Bertolazzi, mi sono permessa di rammentarlo a modo mio, in un saluto che abbraccia coloro che sono prematuramente scomparsi e che hanno dato, nei più svariati compiti, un’impronta alla contemporaneità della provincia di Savona. Silvana Alliri Venturino N La scomparsa di Luciano De Giovanni, cantore del paesaggio Qualche anno fa un gruppo di cittadini savonesi visitò, accolto con calore, l’omonima cittadina canadese In uscita, proprio in questi giorni, la ristampa dei primi tre volumi di versi Una proposta di gemellaggio, a suo tempo presentata, non fu presa in considerazione dalla nostra amministrazione MORTE DI UN POETA SAVONANELPAESE DELLE GIUBBE ROSSE N ella pressoché totale apatia e distrazione di giornali e riviste letterarie, è d’obbligo segnalare la recente scomparsa di un grand’uomo, poeta ed amico: Luciano De Giovanni. Cara e umanissima presenza, rimane a noi, tuttavia, prepotentemente avvinto alla sua pagina: Io poi quando sarete andati e avrò sparecchiato e lavato i piatti e tolte le cicche dai portaceneri mi sdraierò per terra e guarderò dal basso questo mondo inutile ancora sporco di chiasso. Vi è, in lui, il bisogno di salvare il paesaggio, di eternarlo. Il paesaggio, luogo ove nasce, vive e muore l’esperienza del creato, è nello spazio e nel tempo e l’autore definisce Dio non un’essenza ricavata da un’ansia religiosa, ma il sub-strato che dà continuità al paesaggio medesimo: La pioggia annega fanali il selciato è umide stelle preme la notte sul mio parapioggia. Trascino il peso delle amaritudini nel tremolio delle pozzanghere. Mi regge Gesù il Signore mio fratello maggiore. Tempo, sogni, nuvole, vento, sono gli elementi di cui si nutre la poesia di Luciano De Giovanni e tutti conservano, nella loro assidua presenza, la connotazione di “rifugio” che pervade l’intera produzione dell’autore e che è, forse, la metafora del suo dire poetico: I miei sogni sono volati sulla collina. Io con loro come una nube inseguita e combattuta dal vento. La sua vena è lineare, d’una semplicità che commuove, rivolta a persone ch’egli ama e che il suo amico pittore Enzo Maiolino ha effigiato. Luciano nasce a Sanremo nel 1922, da padre piemontese e madre francese (“Francese, dolce lingua / di mia madre // dolce come il suo cuore // timido / come il suo amore / nascosto // come i rintocchi / d’una mia nostalgia.”). Tale condizione ha sicuramente influenzato la sua natura; non a caso, l’altro grande d’occidente, Francesco Biamonti, è intriso di cultura francese. Disponibile alle amicizie con assolutezza (ed io ne sono, immeritatamente, testimone), ha fortuna negli incontri letterari con persone come lui, miti e non ossessionate, quanto inadatte al successo: Carlo Betocchi, Camillo Sbarbaro, Angelo Barile, Enzo Maiolino, Luigi Betocchi, Bruno Fonzi, Giacomo Natta, Mariella Rolfo - “pittrice di silenzi”1, ma l’elenco potrebbe ancora continuare. Nella sua minuta casa, al riparo dalle traversie della vita che lo hanno duramente visitato, Luciano ha conservato, con inesausta e maniacale cura, i “fragili” manoscritti, che ci dicono di lui. Fra di essi uno stupendo inedito, Le case vicino al torrente, opera narrativa che ho avuto il privilegio di leggere e che aspetterebbe un editore, in una società libraria meno cieca. Sentire parlare Luciano con tono pacato, da nonno a nipote, è una esperienza che ringrazio d’aver avuto. Affascinata dalla sua persona e dalla sua opera (non dimentico certo l’affettuosa premura con cui ha seguito la mia tesi di laurea sulla sua produzione poetica, il pudore con cui mi ha fornito tutto ciò che il suo archivio possedeva e il dissapore con il quale mi comunicò, malato, di non poter percorrere la distanza da Sanremo a Genova, per presenziare alla discussione del mio lavoro), ho avuto modo di realizzare un’amicizia che è uno degli affetti più tenaci che posseggo. Al pubblico dei lettori rimane oggi l’ultima testimonianza del poeta di Sanremo. Per le edizioni Philobiblon di Ventimiglia, esce, in queste ore, il cofanetto che raduna, in un’unicum davvero straordinario, le tre prime prove poetiche degiovannee, Viaggio che non finisce (Rebellato, Padova, 1957), Cautamente presente (Managò, Bordighera, 1987), Il bosco (Managò, Bordighera, 1986), introdotte da un illuminante saggio critico di Stefano Verdino e accompagnate, quasi per mano, da una plaquette di Domenico Astengo, Caro Domenico…, che si configura quale saggio-intervista, da oggi indispensabile strumento per la comprensione della poetica dell’autore. Paola Mallone 1 Cfr. Luciano De Giovanni, Mariella Rolfo, pittrice di silenzi, in “Provincia d’Imperia”, n. 49, 1991, p. 27. In alto, Luciano De Giovanni visto da Enzo Maiolino in un disegno del 1957. In basso, il poeta in occasione della presentazione (Sanremo, 1993) di Tentativo di cantare una nuvola. Oltre a De Giovanni si riconoscono, da sinistra, Luigi Betocchi, Stefano Verdino e Vanni Scheiwiller. N el precedente numero di “Villa Cambiaso” abbiamo raccontato di come all’altro capo del mondo, nel continente nordamericano, esistano ben tre città chiamate Savona, due delle quali situate negli Stati Uniti, la terza in Canada. Tutte e tre, abbiamo detto, furono fondate all’inizio della seconda metà del secolo XIX da alcuni savonesi emigrati nel Nuovo Mondo in cerca di fortuna. Concittadini di cui, purtroppo, non sappiamo nulla, neppure il nome, ma che, evidentemente, ebbero sempre cara la terra di Liguria che aveva dato loro i natali. Dell’esistenza di quelle tre città, in verità, si è sempre saputo: nel civico Archivio di Stato sono conservate, infatti, alcune lettere scritte nel lontano 1933 dai sindaci di quelle città al podestà di Savona Giuseppe Aonzo. L’interesse verso questa realtà ai piú sconosciuta ha spinto, poco piú di tre anni fa, i dirigenti dell’associazione “A-Storia” a tentare di stabilire un qualche tipo di rapporto con le Savona d’Oltreoceano e con quella canadese in particolare. Ad un primo contatto stabilito l’8 ottobre 1998, è seguita un’intensa corrispondenza: il Major dell’amministrazione civica di Kamloops, Cliff G. Branchflower, ha immediatamente manifestato apertamente l’intenzione di porre le basi per un vero e proprio gemellaggio tra la Savona italiana e quella canadese. Il 14 luglio 1999, addirittura, inviato appositamente da Branchflower per sondare il terreno sulla fattibilità di questa iniziativa, è giunto nella nostra città il Chief Administrative Officer di Kamloops, Joe E. Martignago (dalle lontane origini trevigiane): questi si è incontrato con Ignazio Polizzi e Giuseppe Ciccone, presidente de “A-Storia”, e ha dato loro carta bianca relativamente all’attuazione del progetto di gemellaggio tra la sua città e la nostra. Una richiesta ufficiale, in tal senso, fu dunque presentata alla nostra giunta comunale nell’autunno di quel 1999: ma la cosa, come è evidente, non ha avuto alcun seguito. A tutt’oggi, dunque, non esiste alcun tipo di legame o rapporto diretto tra la nostra amministrazione civica e quella del paese delle Giubbe Rosse. Fortunatamente, della Savona canadese, in questi ultimi giorni, abbiamo appreso qualcosa di più grazie alla testimonianza di Elvio Montecucco, già titolare della Agenzia di viaggi “Priamar”, gentilmente indicatoci dal professor Stefano Giacardi, l’attuale titolare con Silvia Frumento. «Mi sono recato a Savona, in Canada, insieme ad una quarantina di nostri concittadini, alla fine dell’estate del 1995 — ha raccontato Montecucco — in occasione di un viaggio turistico organizzato dalla nostra agenzia e che si svolse tra il 27 agosto ed il 13 settembre di quell’anno. Il corrispondente locale dell’agenzia organizzatrice, in America, ci aveva detto di aver scoperto casualmente che in Canada, nella regione High Country, nello Stato della British Columbia, pareva esistesse una città omonima della nostra, affacciata sul lago di Kamloops. Incuriositi della cosa, decidemmo dunque di visitarla, desiderosi di scoprire il motivo di quell’omonimia. Durante la tappa di trasferimento in pullman da Vancouver a Kamloops, compiendo una breve deviazione, giungemmo così in quella città. La prima cosa che notammo, non appena la Savona canadese si presentò di fronte ai nostri occhi, nel momento in cui, col nostro pullman, arrivammo sulla sommità di un promontorio panoramico, fu la sua incredibile somiglianza con una delle tante cittadine della nostra Riviera ligure. Giunti poi in città, venimmo accolti dalla popolazione locale in un’atmosfera di simpatica cordialità. Naturalmente avevamo preannunciato il nostro arrivo nei giorni precedenti. Portavamo con noi i saluti del nostro sindaco di allora, Francesco Gervasio, dell’associazione “A Campanassa” e dell’Ente Provinciale per il Turismo, da noi debitamente informati dell’esistenza di questa cittadina americana. Nell’occasione, il Sindaco di Savona ci aveva pregato di far dono alla comunità canadese di alcuni opuscoli e depliants sulle bellezze della nostra città. Il presidente de “A Campanassa”, Rocco Peluffo, ci aveva invece incaricato di consegnare al Sindaco della cittadina americana un bel piatto di ceramica e, analogamente, i 2 dirigenti dell’Ente Provinciale per il Turismo ci avevano affidato un elegante vaso in ceramica bianca e blu. L’accoglienza che la comunità di Savona ci riservò fu a dir poco calorosa: il Sindaco e la moglie ci riservarono lo stesso trattamento che, di solito, si dedica alle alte autorità. Tutti ci accolsero in modo commovente, semplice e spontaneo, quasi fossimo stati dei lontani parenti. Fummo subito festosamente circondati da moltissime persone, alcune delle quali indossavano delle vistose bluse gialle recanti in grandi caratteri la scritta “Savona Lions Club”. Ricordo anche che fummo intervistati da una simpatica giornalista di una emittente televisiva regionale e, che, nell’occasione, fu realizzato un servizio che fu poi trasmesso in tv quella sera stessa. Consegnammo al Sindaco i doni che ci erano stati affidati dalle nostre autorità cittadine, ricevendo in cambio da questi un martelletto di legno: il Mayor della Savona canadese era infatti anche un giudice. Naturalmente, rientra- Savona, British Columbia (Canada). Il “Balancing Rock” sul lago di Kamloops (foto fornita da E. Montecucco) ti in Italia, provvedemmo a consegnare al sindaco Gervasio il prezioso oggetto. L’incontro proseguì poi in un pub, dove era stato allestito un bel rinfresco in nostro onore. Ci ritrovammo, così, quasi senza accorgercene, davanti ad un numero incredibile di grandi boccali di birra e ad alcuni invitanti prodotti della cucina locale. Il Sindaco, o meglio il Presidente della Comunità, era una persona davvero squisita e affabile; ricordo ancora come si distinguesse per la sua snellezza dai suoi concittadini, tutti invece decisamente panciuti, ma comunque di carattere allegro, sempre pronti alla risata e gran bevitori di birra... tipici soggetti da film western americani. Le signore, poi, esprimevano la simpatia delle persone semplici, gentili e sempre sorridenti. Parlando con l’impiegata postale della cittadina canadese, apprendemmo inoltre come, negli anni successivi alla fine dell’ultima guerra mondiale, molta corrispondenza spedita dagli Stati Uniti o da altri stati americani venisse a volte erroneamente recapitata in Canada, creando difficoltà e confusione. Situata 300 km. a Nord Est di Vancouver, la città di Savona è adagiata sulle rive della punta occidentale del lago di Kamloops (nome che, nella lingua indiana Shuswap, sta a significare “Punto d’incontro”), a Nord del Logan Lake, lungo la Highway n. 1 (autostrada anche conosciuta col nome di Transcanada Highway), ai piedi delle Montagne Rocciose, nella regione High Country, nello Stato della British Columbia, la più grande delle dieci provincie che compongono il Canada. È davvero una piacevole cittadina, totalmente immersa nella rigogliosa vegetazione canadese, incastonata in un panorama naturale di stupenda bellezza. A Sud di Savona si innalza il Mount Savona, una montagna dall’aspetto un po’ selvaggio. L’area in cui sorge Savona è compresa all’interno di un altipiano caratterizzato in particolar modo da alcuni dei più grandi ranches per l’allevamento del bestiame esistenti in tutto il Nord America. Visitando il territorio circostante, tra l’altro, è possibile compiere dei bellissimi percorsi guidati a cavallo, arrivando ad esplorare l’area desertica della Deadman’s Creek Valley, punteggiata da cactus e da stupefacenti formazioni rocciose. Fra le colline aride, punteggiate da piccoli cespugli di artemisia, ma prevalentemente desertiche, che si incontrano prima di giungere al lago di Kamloops, si incontrano molte piantagioni di GinSeng: proprio qui, nella Savona canadese, se ne trova la piantagione più grande del mondo. La comunità di Savona vive di agricoltura, industria del legno e turismo; un migliaio di persone, che, durante la stagione turistica, possono anche arrivare a superare il numero di tremila. Diffusi sono lo sport acquatico e la pesca delle trote, che vivono in abbondanza nel lago di Kamloops. Nel suo complesso, la Savona canadese si presenta formata da un’agglomerato di casette a uno o due piani, tutte circondate da giardini curatissimi ed eleganti. La comunità ha il centro della sua vita religiosa in una bella chiesetta anglicana, posta al centro della cittadina. Numerosi sono i parchi ben tenuti, con le grandi aiuole fiorite. Meravigliosi i paesaggi che si possono osservare di fronte e alle spalle del centro abitato. La strada che costeggia il lago, per oltre due km., è caratterizzata da splendidi boschetti di conifere e di pini, in un’oasi di autentica pace e tranquillità. L’attrattiva turistica della cittadina è rappresentata dal “Balancing Rock”, ossia “la roccia in equilibrio” una grossa pietra rimasta in bilico sulla sommità di una colonna di pietra dai tempi dell’ultima glaciazione: una formazione rocciosa molto simile al nostro “fungo” di Piana Crixia. Il “Balancing Rock” rappresenta il simbolo di Savona in Canada, così come la Campanassa o la Torretta sono il simbolo della nostra Savona. Naturalmente, quindi, suscitò grande meraviglia nella popolazione locale una fotografia che, fra le tante che avevamo portato dalla nostra città, riproduceva proprio il “fungo di Piana Crixia”. La città di Savona fu fondata nel 1850 da un nostro concittadino, un certo Giovanni Velatti, all’epoca emigrato in Nordamerica in cerca di fortuna. Il Velatti si guadagnava da vivere traghettando tra una sponda e l’altra del lago di Kamloops i cercatori d’oro, che a quel tempo confluivano nella zona dagli Stati Uniti e dal Canada. In breve tempo, Giovanni Velatti ben comprese come le possibilità di ricchezza sarebbero a lui derivate più dall’uso di quel traghetto che dalla frenesia della caccia al prezioso metallo: decise quindi di stabilirsi in quel luogo e di dar vita ad un nucleo abitato. Secondo quanto si racconta, il Velatti decise di battezzare il villaggio da lui fondato col nome della sua città natale poichè l’aspetto paesaggistico di quel luogo, affacciato sul lago, gli ricordava moltissimo quello della terra in cui aveva vissuto gli anni più belli della sua giovinezza. Tutt’intorno, rapidamente, si andò così formando un fiorente centro urbano, processo che si intensificò ancor più quando, intorno al 1870, la linea ferroviaria raggiunse la cittadina. Insieme al Velatti viveva allora nel villaggio un altro suo conterraneo ligure, Angelo Pendola, tuttora ricordato per aver fondato in quel luogo una famosa fabbrica di birra. Tornati che fummo in Italia, compimmo alcune ricerche su questi due personaggi, purtroppo infruttuose: pare che il Velatti avesse origini varazzine, ma, su questo, non v’è nulla di sicuro. Ad ogni buon conto, una lapide commemorativa, posta a poca distanza dal “Balancing Rock”, ricorda ancora oggi a tutti i visitatori come la cittadina canadese sia stata fondata nel 1850 dal savonese Giovanni Velatti. La nostra permanenza nella cittadina candese durò appena lo spazio di un pomeriggio, il tempo sufficiente, comunque, per lasciare in ciascuno di noi un indelebile ricordo. Inevitabilmente, esaurimmo le esigue riserve di cartoline e souvenirs presenti nell’unico supermercato. La nostra visita, come ho già detto, venne trasmessa, in serata, in televisione: un modo, questo, per portare nelle case di migliaia di Canadesi i saluti della “nostra” Savona». Sarebbe davvero bello se, qualcuno, prima o poi, si occupasse di riprendere ed approfondire i contatti tra la nostra città e i nostri “cugini” canadesi. Un atto quasi doveroso, ora che, almeno, tutti sappiamo della loro esistenza. Giuseppe Milazzo Personale, dal 25 gennaio al 2 febbraio, con opere degli ultimi trent’anni A Villa Cambiaso, dal 3 al 15 febbraio, si potranno anche ammirare le grandi tele dedicate a Savona In mostra i dipinti savonesi e quelli del “periodo francese” «L’artista sembra compiere un’osservazione astronomica del cielo della nostra quotidianità» LA POESIA DI PODESTA’ PIO VINTERA, ILRACCONTO DELLACITTA’ D Q opo il grande successo della mostra personale di Renato Podestà, in buona parte dedicata al Santuario di Savona, tenutasi lo scorso autunno nel Palazzo delle Azzarie — un contenitore storico che dal mese di marzo 2001 ospita appuntamenti culturali di indubbio interesse (la prima mostra qui organizzata da chi scrive, ha visto quale protagonista la personale pittura di Arturo Santillo) — Podestà si ripropone all’attenzione della critica e del pubblico con una rassegna di opere dal carattere più antologico. La timidezza, la riservatezza dell’uomo, lo spingono ad essere presente nella cornice particolare di Villa Cambiaso per stupirci, ancora una volta, con i suoi quadri datati 1970-2001. Una sorta di viaggio nel suo far pittura dal vivo e attraverso ricordi vivaci ed attenti. In questa sorta di “diario di viaggio” nei luoghi meglio conosciuti da Podestà è di aiuto al nostro autore, non solo una creati dal vivo durante la sua frequentazione francese: opere ampie, dai colori più tersi e luminosi propri di un pittore pastellista dove l’atmosfera è completamente diversa da quella che si respira nelle opere aventi per tema Savona. Da questo contrasto pare emergere la voce di Podestà ad invitarci, in qualche modo, ad approfondire la cultura francese, quella voglia di passeggiare insieme, di guardare le costruzioni dei vari luoghi, di vivere in consonanza di intenti per conoscere meglio la propria storia, la propria civiltà. Non vi è nostalgia, ma solo desiderio del bello. Il colore è un comune denominatore dell’opera pittorica di Podestà, un decano savonese in tal senso, che ha ancora una tavolozza vivida, vivace, fresca come è la sua voglia di dialogo che le sue tavolette e tele sono capaci di inventare. Ecco perché la pittura di Podestà ha così successo. Colori originali, nei verdi delle sue ubertose uanti giovani personalità si sono avvicinate al mondo dell’arte attraverso sì una propria inclinazione e sensibilità ma grazie, pure, ad un certo clima culturale che viveva e lievitava nella città di Savona con l’attività costante della Galleria Sant’Andrea, in piazza dei Consoli, ove il poeta-gallerista Luigi Pennone sapeva incoraggiare chi voleva esprimersi con i pennelli, oppure con i versi e le parole. In tale ambiente (anni Sessanta-Settanta) ha iniziato a maturare la vena artistica di Pio Vintera, docente di materie geografico-economiche presso il locale Istituto Nautico “L. Pancaldo”, le prime sue mostre, anche collettive, le ha proprio svolte da Pennone e lì ha conosciuto gli altri artisti savonesi (da Caldanzano a Tinti, dalla Minuto a Carlo Giusto), già affermati alcuni, altri alle prime armi. Vintera ricorda con lucido rimpianto quei momenti di crescita assieme a quello che, in allora, era un mondo culturale molto vivace e capace di suscitare opinioni, riflessioni. Tale sentimento non è mera nostalgia ma voglia di risvegliare, nuovamente, canali memoria formidabile, ma pure il “diario” quotidiano da lui vergato di volta in volta con arguti bozzetti e caricature riguardanti gli incontri della giornata e gli avvenimenti accaduti nella più viva contemporaneità. Podestà lo custodisce con geloso riguardo e evita piante, negli azzurri luminosi dei suoi cieli al Santuario, nei rossi-viola di alcune sue nature morte (le sapide rape e cipolle), nei gialli smorzati e poetici delle corolle di alcuni suoi fiori dal silente richiamo alle sfumature di De Pisis, colori personali di una sguardi impertinenti ma, qualche volta, gli sfugge un riferimento oppure, per gli amici più veri, sfoglia qualche pagina e… allora si vedono i suoi tratti sapienti e ironici ricordare visivamente le persone che frequentavano il suo studio — da Renzo Aiolfi a Pennone —, gli incontri casuali, l’animazione presso la Galleria Sant’Andrea. Questo “diario” è una sorta di cronaca per immagini di una Savona che, purtroppo, è sempre più rara. L’amore per la sua città è, poi, sottolineato dai tanti quadri aventi per tema via Paleocapa, piazza dei Popolo, via Luigi Corsi, piazza dei Consoli, alcune facciate delle chiese cittadine, alcuni momenti vissuti all’interno di esse (un’opera ricorda il senatore Varaldo). Una Savona ricca di vita partecipativa, una città amata per il suo grande passato che diviene propedeutico, secondo Podestà, per una qualità della vita fatta di cultura, di colori, di architetture da salvare, da conoscere, da amare di più. Messaggi senza tempo e che inducono alla riflessione. Si potranno, inoltre, osservare i quadri tavolozza che nel tempo si è affinata, ha perso gli accenti forti per regalarci una poesia ricca ed interiore. Questa è la magia della pittura di Renato Podestà. Un artista da scoprire quadro dopo quadro nella semplice verità del suo segno, della sua composizione, dei suoi colori. Mi sembrano appropriati i versi di Anna Merlotti (pittrice e scrittrice) per concludere queste brevi note: «Guardare tra le foglie deliranti del fico / a ridosso dei vecchio muro di pietra a secco, / i colori irrecuperabili del cielo / certi surreali guizzi di luce, / certe tenere ambre azzurre dardeggiate / di gocciole d’oro, / certe curiose silhouettes che hanno un che, appena un che, / di ossessivo, / è andare oltre, di là / della stessa follia. (A. Merlotti, Colori, in Quasi vero, Editrice Liguria, Savona 1991, p. 25). di comunicazioni ove ognuno possa ritrovarsi e confrontare le idee. Con una silenziosa caparbietà, da allora, Vintera ha continuato a dipingere con la verità del suo tratto inconfondibile (linee decise e schiette, molto spesso delimitanti i soggetti raffigurati come fossero una sottolineatura ulteriore del “pensiero” visivo che si vuole esplicitare), spesso ha ritratto scorci di Savona (alcune strade, muri, finestre) in una sorta di “geografia” interiore della città per cercare di “congelare” la realtà che osserva sulla tela. Pare applicare, in un certo modo, la filosofia dell’arte della fotografia: catturare una porzione di tempo attraverso l’immaterialità della luce, fissare una realtà p ercepibile visivamente. Via Paleocapa diviene, in tal modo, dilatata quasi otticamente e fissata nel rosario degli archi dei suoi portici ottocenteschi. L’osservatore, così, s’immerge in una veduta sì reale ma che attraverso il miracoloso, in un certo senso, far pittura di Vintera, diviene un sogno: creare una sorta di mondo illusorio. Le facciate delle eleganti case, alcune con forti accenti Liberty, si confondono nel colore unico che le rende eguali, in fila, contigue in una varietà di frase di una prosa senza tempo. Scompaiono gli spigoli, gli angoli di queste nostre architetture pensate con i vertici acuti, una specie di repulsione verso chi si avvicina, a guisa di barriera architettonica culturale che Vintera vuole appianare, limare nel suo racconto. Sembra che in questo ampio ciclo di opere si cerchi di dialogare in modo “piano”, riscoprendo la forza del parlare e la grande importanza dell’ascoltare. La quotidianità (le case dentro le quali scorre la nostra routine e la nostra vita) diviene l’“oggettivazione” del potenziale descrittivo e creativo della raffigurazione pittorica. Vintera si pone senza alcun filtro di fronte alla realtà, così come avviene per la fotografia, ma supera tale limite” perché non celebra la banalità, non crea il mondo nel suo insieme, non avverte il bisogno di accumulare un enorme numero di fotogrammi per attuare una banca dati dentro una specie di gigantesca memoria comune. Invece, mi pare di poter dire che compia esattamente l’opera- Silvia Bottaro Nelle immagini: due opere di Renato Podestà (La polenta, olio su cartone, cm. 50x40, 1996 e Mercato a Digione, olio su cartone, cm. 50x40, 1979) e il pittore accanto ad un’opera dedicata al Santuario. 3 zione inversa: l’immagine dipinta della realtà che lo interessa è singola, è una pagina originale di una sua personale riflessione sulla qualità della vita. Non viene mai a mancare la citazione storica, non si rinnegano le radici di appartenenza culturale, etnica, sociale ma si esaltano i motivi comuni da cui partire per capire meglio dove siamo, chi siamo. Tale lingua non è circoscritta alla mera immagine pittorica, è un “esperanto” senza confini che può dare luogo ad una realtà diversa che Vintera non vuole far rimanere solo virtuale. Da questo genere di “lingua universalis” scaturisce, naturalmente, un linguaggio artistico: la sua comunicazione visiva. Non ci dobbiamo soffermare ed arrestare al mero impatto estetico, questa pittura, apparentemente semplice, ingenua nella composizione, sottende una continua interazione con la cultura contemporanea, con la possibilità di nuovi dialoghi con la tradizione, con il sentimento di appartenenza ad una comunità. Tra gli ultimi lavori di Vintera troviamo, infatti, muri di case antiche, di nicchie votive inserite sugli incroci delle vecchie “crose” dove l’immagine sacra, o la sua parvenza lasciata quale “presenza” dal segno del tempo e delle temperie, è la memoria, quella vera, è il sentimento profondo di tutte quelle generazioni che lì hanno lavorato e vissuto. Il segno forte e deciso, il colore netto della tavolozza di Vintera (predilige i verdi in tutta la loro vasta gamma di cromie: dal verde marcio a quello bandiera, in un verdeggiare di toni e mezzi toni), la luce radente usata, quasi come un “occhio di bue” per sottolineare certi aspetti dell’urbanistica contemporanea, mettono in luce il desiderio di dialogo che cerca con le sue opere. Oggi inserisce, pure, dell’oro o comunque dei guizzi lampeggianti di faville dorate per rendere più aulico il suo riferimento alla cultura tradizionale a cui ogni uomo si riferisce. Nascono, così, alcuni quadri che paiono essere degli exvoto: dedicati al recupero di certe tradizioni, di alcuni riti, di diversi canti. È’ attento osservatore dell’uomo, interroga sé, si guarda intorno e va oltre l’anonimato di certe strade, delle case: dietro quell’infilata di finestre pare ascoltare la voce del ragazzino che risponde in malo modo alla madre, oppure ascolta la parola dell’anziano nonno che racconta le traversie della propria vita. Vintera sembra compiere una sorta di “uranometria” con i suoi quadri: un’osservazione astronomica del cielo della nostra quotidianità, della rete delle strade delle nostre città e vuole scrivere una toponomastica nuova delle relazioni tra uomini e cose. Con urbanità compositiva ci dimostra di essere “un appartenente alla città attento, riflessivo, creativo, si può definire, in un certo senso, un pittore urbico? Probabilmente sì se intendiamo il suo far pittura legato, anche, alla promozione di un discorso, di un dibattito stretto insieme a chi vive nella città per cercare di dare delle risposte alla lunga e articolata serie dei bisogni delle persone che risiedono e vivono la proprio quotidianità nell’urbe. Non si può, però, incanalare in senso stretto tale personalità artistica in questo o in quel gruppo: egli è un uomo libero sempre. Tale bisogno di dialogo vuole, anche, sottolineare la solitudine che certa vita produce e come tale condizione sia la meno “umana” possibile. Vintera ama stare insieme con gli altri, gli piace il verde tenero dell’erba di un “verde urbano” sempre più depredato dal cemento, dall’incuria e dalla non cultura dell’uomo, gli “alberi” di Vintera sono gli intonaci delle varie facciate delle case, sono i sentimenti, sono le relazioni serie tra gli uomini. Persona schiva dal fare sue mostre personali, ma capace di catalizzare l’attenzione con la sua vivacità, persona disponibile a lavorare per progetti, persona che saprà incuriosirci con la presentazione dei suoi trittici, delle sue grandi opere: quadri che faranno parlare perché parlano. Savona ed il territorio limitrofo (il Vadese e le Albisole) per tutto il Novecento hanno originato, accolto artisti locali, italiani e stranieri divenendo luogo d’incontro, di lavoro, di crescita comune, di coinvolgimento del territorio antropizzato. Pio Vintera con la sua attività, in senso lato, creativa e propositiva per le arti desidera continuare a percorrere tale strada, senza nostalgie, per dar vita a nuove occasioni culturali per sé, per gli altri e per chi vorrà vedere, commentare questi lavori e tali azioni. S.B. Nelle immagini, tre opere di Pio Vintera. In alto Trento (olio su tela, 2001), al centro Palazzo Ducale (olio su tela con applicazioni, 2000), in basso Zuccarello (olio su tela, I parte 1985, II parte 1995). Le foto di questa pagina e di pagina 1 sono di R. Debenedetti. Presentato al pubblico lo scorso dicembre, parte il grande concorso Riceviamo e pubblichiamo Grande successo delle numerose iniziative natalizie Un’occasione per una panoramica sull’arte contemporanea italiana Continua il dibattito sul gallerista Grande interesse anche per la collettiva degli artisti di Villa Cambiaso “PREMIO VILLACAMBIASO”: ILBANDO ANCORASU PENNONE ILTRANSYLVANIAAGONFIE VELE L ’associazione “Museo Cambiaso” organizza la prima edizione del concorso nazionale biennale “Premio Villa Cambiaso” riservato agli allievi delle accademie di Belle Arti, dei Licei artistici e ai creativi operanti nel mondo dell’arte italiana e straniera. Perché il “Premio Villa Cambiaso” Produrre arte, oggi, è una sfida. Significa essere ancora capaci di misurarsi con le idee e le emozioni, soprattutto in un momento come questo nel quale lo strapotere dei media si è fatto quasi assoluto. Articolo 1: dei fini Il concorso ha come unico fine quello di promuovere l’opera di artisti italiani e stranieri, allievi di accademie di Belle Arti e di Licei artistici. Le opere selezionate verranno esposte — per un massimo di 3 settimane — nell’estate 2002 nelle sale messe a disposizione da Villa Cambiaso in Savona. Nel periodo in oggetto potranno essere organizzati seminari, incontri, laboratori. Alle opere selezionate sarà data ampia divulgazione attraverso la stampa locale e nazionale, le radio-televisioni, internet. Le opere selezionate saranno inserite in un catalogo pubblicato l’anno successivo la mostra. Articolo 2: partecipazione al concorso La partecipazione al concorso è riservata, per la categoria “Allievi”, ai giovani di età fino al 25 anni, per la categoria “Maestri” a quanti operino con continuità nel mondo dell’arte italiana da almeno un decennio. Articolo 3: modalità di partecipazione I candidati potranno presentare un’opera significativa della loro produzione, mai esposta o presentata su cataloghi o riviste d’arte. La documentazione di cui all’articolo 4 dovrà essere presentata entro e non oltre il 15 maggio 2002 presso la sede di Villa Cambiaso, via Torino 10, Savona. La quota di partecipazione è fissata in lire 150.000 a parziale copertura delle spese organizzative e di segreteria. Articolo 4: documenti occorrenti I documenti occorrenti per la partecipazione sono: 1) Curriculum del candidato 2) Eventuali materiali illustrativi (cataloghi, depliant, ecc.) 3) Scheda tecnica dell’opera proposta 4) Presentazione dell’artista (max 15 righe di 60 battute) che illustri, oltre all’attività svolta, anche i punti della riflessione compiuta con l’opera proposta. 5) Un’immagine dell’opera idonea per la riproduzione a stampa (fotografia a colori, dia o altro) Articolo 5: dimensione e caratteristiche delle opere Le opere bidimensionali dovranno avere misure non superiori a 100 cm x 100 cm; le opere tridimensionali dovranno avere misure non superiori a 120 cm x 120 cm x 120 cm. L’organizzazione si occuperà dell’allestimento della mostra delle opere selezionate con materiali standard già a disposizione. Non possono essere previsti allestimenti complessi (con ausilio di tecnologie, supporti particolari, ecc.). Articolo 6: commissione giudicatrice La commissione giudicatrice sarà composta da artisti, storici e critici d’arte. I nomi dei componenti la giuria saranno divulgati prima della chiusura dei termini di presentazione delle opere. Il giudizio della Commissione è insindacabile. Articolo 7: trasporto, assicurazione Le opere dovranno pervenire adeguatamente imballate con materiali riutilizzabili. L’assicurazione e il trasporto sono a carico del concorrente. Articolo 8: accettazione delle condizioni I concorrenti sono garanti dell’originalità dell’opera presentata e partecipando all’iniziativa accettano implicitamente le norme del presente bando. Articolo 9: premi La commissione proclamerà un vincitore per la categoria “Maestri” ed uno per la categoria “Allievi”. Saranno anche indicati i secondi e i terzi classificati. La commissione si riserva di conferire premi speciali o segnalare opere di particolare significato. Ai vincitori sarà consegnata una targa in oro. L eggo sul numero 11 del novembre 2001 del giornale “Villa Cambiaso” un articolo su Pennone dal titolo Pennone borghese? con il sottotitolo Ma favori l’esordio di molte pittrici, altrimenti discriminate. Sono curioso di continuare la lettura. All’istante mi ritorna alla mente un altro scritto su Pennone che lessi, sempre sul giornale “Villa Cambiaso” nell’aprile 2001. In esso c’è proprio quello che cerco da contrapporre al giudizio, tutto personale, di Silvana Alliri su Pennone gallerista: la sua grande apertura mentale. L’articolo porta la firma di Giovanni Farris, docente universitario, studioso, uomo di vasta cultura che, pur con tutte queste doti, quando ricorda il suo incontro con Eso Peluzzi non esita a dire con molta umiltà «fui presentato», al contrario di chi, forse non altrettanto dotato, proclama «Achille Cabiati mi presentò Farfa», «Dante Tiglio mi presentò Tullio d’Albisola e Maria Ferrero Gussago». Ma ritorniamo all’articolo di Giovanni Farris a proposito di Pennone. «Non amava chiusure di alcun tipo — scrive —. Ricordo che un giorno entrando nella sua galleria vidi esposti dei quadri che mi apparivano di limitato valore. Egli se ne accorse e mi disse: “Vede, esporre un quadro vuol talvolta indicare una partecipazione del gallerista ai problemi umani della persona che espone, specie se giovane. Non sta al gallerista spegnere le speranze”. Questo giudizio mi colpì, così da accondiscendere a pubblicare, su “Il Letimbro” alcune sue recensioni di mostre che erano particolarmente lontane dai miei gusti. Tuttavia, attraverso questa esperienza, scoprii quell’umanità così grande che lo costituiva perno di solide amicizie e faceva della sua galleria un luogo d’incontro culturale di artisti». Mi sembra che quanto ho riportato dell’articolo possa essere una efficace risposta allo scritto di Silvana Alliri. Alla Sant’ Andrea c’era posto per tutti, dal giovane esordiente — possiamo citare un giovanissimo Mario Rossello fino ad arrivare ad Aligi Sassu che ricordo molto fiero del suo Porto di Savona, mostra (alla Sant’ Andrea) traboccante di chiglie di navi nere e rosse — ed essi non erano «pittrici dal buon gusto borghese con acquirenti adagiati su atmosfere idilliache». Il recente riconoscimento de “A Campanassa” I l biennio 2000-2001 resterà, nella vita artistica di Renata Minuto, come uno dei più ricchi di soddisfazione. La mostra Gli stemmi dei papi dei Giubilei ha portato il lavoro nella nota artista savonese a Roma e Firenze, mentre ai suoi concittadini ha regalato la splendida rassegna della Cappella Sistina svoltasi a cavallo tra 2000 e 2001. Un intenso periodo di lavoro a contatto con un mondo, quello della Chiesa, che sembra aver adottato l’arte della Minuto, prima donna, ricordiamolo, a ricevere una commessa vaticana per la realizzazione dell’immagine della Madonna di Misericordia posta nei giardini papali. A chiudere l’intenso periodo è giunto, ora, il riconoscimento dell’associazione “A Campanassa”. Un attestato significativo perché giunge alla Minuto dalla sua città. R.V.C. Renata Minuto, Stemma di Pio XI. Giubilei del 1925 e 1933. L’opera è tratta dalla serie di stemmi dedicati ai papi giubilari realizzata in occasione dell’anno santo del 2000. Il successo della collettiva d’arte costituisce indubbiamente il presupposto per nuove proposte, mentre la mostra dedicata alla tragedia del mare che, nel 1917, coinvolse militari inglesi e popolazione rivierasca, sarà proposta, a richiesta di alcune amministrazioni comunali, in varie località del Ponente. Molte le collaborazioni (pubbliche e private) delle manifestazioni, per un modello organizzativo che, ci auguriamo, possa avere un futuro. R.V.C. La sala principale della collettiva d’arte organizzata per il Natale 2001. Tra i maestri presenti: Chapel, Cestino, Augusto e Pietro De Paoli, Locci, Malmignati, Morelli, Podestà, Rita Spirito, Tinti… Lo stand della Croce Rossa ha riscosso un suo “personale” successo. Grande interesse per i problemi del volontariato in città e grande curiosità per la collaborazione tra l’ente di pubblica assistenza e il mondo della cultura savonese. Lettera firmata RENATAMINUTO ARTISTADELL’ANNO S La straordinaria mostra sugli stemmi papali anche a Firenze U n Natale davvero intenso, quello appena trascorso. Due serate musicali di straordinario interesse, con l’esibizione del coro “La Ginestra” e del Circolo Mandolinistico Savonese, una affollatissima collettiva d’arte con la partecipazione di pittori e ceramisti che gravitano intorno a Villa Cambiaso e una splendida mostra sull’affondamento del Transylvania e sul fumetto avventuroso dell’età d’oro hanno costituito il menù, assai ricco, di quest’anno. i può definire artista «dal buon gusto borghese» chi ha la fortuna e le capacità di esporre con successo in una galleria d’arte molto nota e soprattutto condotta da un critico d’ arte, giornalista, poeta, da tutti stimato per la sua apertura mentale e ricnoosciuto come esperto? A me pare che la definizione sminuisce e denigra quelle pittrici e scultrici che a distanza di decenni sono riconosciute tali esponendosi al giudizio della critica e del pubblico per fortuna ben più vasto e preparato degli «acquirenti adagiati su atmosfere idilliache». Non è forse più “borghese” fare sfoggio di conoscenza di personaggi noti e non andare oltre, invece di mettersi alla prova attraverso la costante ricerca e impegno nell’arte? Ritengo che il tempo trascorso e le soddisfazioni e attestazioni di stima ricevute dimostrino che chi era valida abbia superato ogni esame aldilà di qualsiasi “etichetta”. Vilma Fenoglio 4 Uno dei motivi di interesse della mostra sull’affondamento del Transylvania è stato il modellino del transatlantico gentilmente concesso dal Comune di Noli. Molto ammirate le sedici tavole originali della riduzione a fumetti della tragedia, realizzate da Maurizio Grosso su testo di Sergio Giuliani.