villacambiaso
DIMORA STORICA • MUSEO CAMBIASO • ASSOCIAZIONE D’ARTE, CULTURA E COLLEZIONISMO
Pubblicazione di informazione, arte e cultura • N. 13, gennaio 2002 • Reg. Trib. di Savona, reg. period., n. 519/2001 • Sped. in a. p. art. 2 comma 20/C, legge 662/96 Savona
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Piccoli equivoci
Priamàr
e dinamite
Qualche anno fa, un consigliere del comune
di Savona offrì di pagare di tasca propria la
dinamite occorrente a far saltare in aria il
Priamàr. Ogni volta che il bilancio comunale
viene pubblicato, l’ardita proposta trova
nuovi sostenitori, tanto è lo sconforto per i
miliardi di risorse pubbliche divorate dal simbolo della prevaricazione e della vendetta
genovesi. Una vendetta che, più ancora che
nel calamitoso XVI secolo, sembra aver sortito i suoi effetti ai giorni nostri, costringendo
la città a dissanguarsi per tenere in piedi la
sinistra fortezza.
Dinamite e vendette a parte, resta il fatto che
il Priamàr è tra le croci più pesanti che le
amministrazioni cittadine si son trovate a portare negli ultimi decenni. Senza peraltro fare
mai niente per alleviarne il peso.
Anni fa ci guadagnavamo da vivere scrivendo
cronache per “Il Secolo XIX”. Erano gli anni,
tra fine Ottanta e primi Novanta, di amministrazioni i cui membri, in quanto a capacità
improvvisative, avrebbero fatto indivia al più
celebrato complesso be-bop. Un giorno, tanto
per dimostrare che del Priamàr ci si continuava ad occupare, uno sparuto manipolo di consiglieri e giornalisti, guidati da un allampanato vicesindaco, si arrampicò fin sul desolato
promontorio. I lavori di ripristino erano di là
da venire, la vegetazione dominava ancora il
paesaggio intra-moenia e gli amministratori,
col naso all’insù e coll’indice puntato, parevano sfidarsi alla proposta più intelligente:
«qui ci metterei un ristorante» diceva uno,
«qua non vedrei male un solarium» aggiungeva l’altro, «che ne direste di un piano-bar proprio sotto la Sibilla?» osava un terzo. Dalla
jam-session di proposte uscimmo, il collega
de “La Stampa” e noi, francamente intristiti.
Più di un decennio è trascorso, ma la vocazione jazzistica delle nostre amministrazioni non
è mai venuta meno. Il Priamàr ha rischiato di
diventare una sorta di Disneyland del Ponente
ligure, la necropoli bizantina ha vibrato agli
ipnotici ritmi della dance contemporanea, il
frangersi delle onde che consolava Mazzini
prigioniero è stato sostituito dal vociare di
osti e avventori, sul pavimento — non è
molto — sono spuntati turgidi funghi porcini.
Fortunatamente, apprendiamo dai giornali,
alcuni imprenditori milanesi avrebbero inviato al Comune una lettera (sic) nella quale
sarebbe contenuta una proposta concreta di
gestione della fortezza. Nient’altro è dato
sapere. Palazzo Sisto, solitamente prodigo di
notizie ai giornali, sul contenuto e sui mittenti
della misteriosa epistola nicchia.
Sempre ai tempi in cui sbarcavamo il lunario
nell’amato quotidiano cittadino, ci capitò di
discutere del problema-Priamàr con due
esperti al di sopra d’ogni sospetto: il gentile
Edoardo Benvenuto, allora preside della
facoltà d’architettura di Genova e Bruno
Zevi, che disturbammo all’ora del té. I compianti Benvenuto e Zevi, alla domanda su
cosa fare della fortezza di Savona ci dettero la
stessa risposta, che così sintetizziamo: «Fate
come hanno fatto gli altri. Non c’è nulla da
inventare, ma solo da imparare da chi ha
affrontato il problema prima di voi. Guardate
a Castel dell’Ovo di Napoli, alla fortezza di
Montepulciano o di Siena…».
Non ricordiamo se l’opinione di Benvenuto e
Zevi fu pubblicata. Ma immaginiamo di sì.
Ferdinando Molteni
Dal 25 gennaio al 15 febbraio due personali di maestri savonesi da tempo assenti dal capoluogo
PODESTA’E VINTERA: RITORNO ASAVONA
Due rassegne d’arte, presentate da Silvia Bottaro, e dedicate alla nostra città
R
enato Podestà e Pio Vintera appartengono a due universi artistici piuttosto
lontani. Figli di due generazioni e
temperie culturali differenti, hanno un pubblico di fedeli appassionati che forse, nell’amare uno, tende ad ignorare l’altro. Eppure,
Podestà e Vintera, un tratto comune l’hanno:
la naturale ritrosìa non tanto nell’esporre le
proprie opere, quanto nell’imbarcarsi nell’impresa (perché d’impresa, sempre, si tratta) di una mostra personale.
A dire il vero, la ritrosìa di Podestà è stata di
recente vinta (il maestro non esponeva dalla
morte di Luigi Pennone, gallerista savonese
spesso evocato su queste pagine) da Silvia
Bottaro che, con l’ausilio del marito Roberto
Debenedetti, ha stretto all’angolo il maestro
e lo ha convinto ad una rentrée — che si è
Pio Vintera, Millesimo, olio su tela, 1982
rivelata trionfale — al Santuario di Savona.
Ma, come si dice, l’appetito vien mangiando
e dunque, visto il successo della rassegna e il
fatto che tanti, in città, non avevano potuto
Renato Podestà, Incontro in Via alla Stazione,
olio su cartone, 2001
arrampicarsi fin nel cuore della valle del
Letimbro, si è pensato ad una sorta di “replica urbana” della mostra. Anche se di replica,
a dire il vero, non si tratterà. Podestà ha pro-
dotto alcuni nuovi straordinari dipinti dedicati al centro di Savona che andranno ad
aggiungersi ad altri, esclusi dalla mostra del
Santuario, perché “fuori tema” (l’esposizione era, infatti, dedicata alla valle e ai luoghi
di Nostra Signora di Misericordia). E, nella
mostra di Villa Cambiaso, dovrebbero trovar
posto — se le ultime resistenze del maestro
saranno vinte — alcune tavole della sua
imponente autobiografia per immagini. Un
documento ricco di umorismo, autoironia,
amore per l’arte e per le persone, che testimonia di un talento, invero un po’ nascosto,
di disegnatore e vignettista davvero fuori dal
comune.
Alla mostra di Podestà, che aprirà la stagione
2002 delle attività della villa, seguirà quella
di Pio Vintera che della villa, è inutile tacerlo, è appassionato animatore. L’impresa di
convincere Vintera ad affrontare una nuova
personale dopo anni di silenzio, è toccata,
ancora una volta, ad alcuni amici.
Il maestro, che a realizzare una personale
all’interno della dimora storica era stato vicino più volte (sempre rinunciando all’ultimo
momento), obiettava che il suo poteva apparire come lo sfruttamento di una “posizione
dominante”, in quanto patron della villa.
Tuttavia, le insistenze di colleghi, collezionisti, appassionati della sua pittura e, da ultimo, la disponibilità di Silvia Bottaro e chi
scrive a curare la rassegna, lo hanno convinto. Sarà, dunque, un’occasione da non perdere per ammirare dipinti mai esposti, tele di
grandi dimensioni e opere più contenute tutte
dedicate alla particolare ricerca di Vintera
sulla città di Savona ma, anche, ad alcuni
luoghi cari all’artista, mete affettive e spirituali.
F.M.
• Mostre e incontri a Villa Cambiaso •
Gennaio, febbraio e marzo
25 gennaio-2 febbraio
Dipinti dagli anni 70 ad oggi
opere di
Renato Podestà
3-15 febbraio
Il volto della città
opere di
Pio Vintera
16-26 febbraio
Silenzi e ombre dall’estremo Ponente
fotografie di
Luigi Betocchi
2-15 marzo
Antologica
opere di
Remo A. Borzini
16-22 marzo
Personale
opere di
Maristella Bono
23-29 marzo
Collettiva d’arte
6-12 aprile
Ceramiche e dipinti
opere di
Caterina Massa
Novità!!!
Premio
Villa Cambiaso
2002
Il bando a pagina 4
Un anno fa, improvvisamente, moriva uno dei più originali e generosi pittori liguri
Muore un grande artista
«Per lui la figura umana si trasfigura in una realtà libera e incondizionata»
Fu un eccellente pittore e scultore
ulla scia dei ricordi… quando a proposito del
nostro cammino terreno gli incontri lasciano tracce
più o meno evidenti, quando le emozioni o le passioni coinvolgono in un reciproco dialogo, nel momento
della sosta, la realtà a posteriori ci appare come se avessimo vissuto più vite.
Frazioni dall’intensità sincera di quel momento ormai trascorso per sempre.
Ripetendo gesti, sorrisi, parole, lacrime, entusiasmi, illusioni, fatiche e quant’altro? Mentre il sole tramonta e si
leva nuovamente al nuovo giorno sul sentiero del nostro
cammino verso l’ineluttabile meta.
«L’uomo è colui che è», sembra dire Giuseppe Bertolazzi
con tutto il bagaglio delle proprie aspettative o dei propri
drammi. Ogni tempo della storia vede l’affannarsi verso i
bisogni primari insieme alla ricerca intellettuale e spirituale, inevitabile la violenza nel “violarsi” per mezzo dell’errore.
Per Bertolazzi la figura umana si trasfigura in una realtà
libera e incondizionata lontana dalle problematiche conflittuali tra uomo e società, tra angosce esistenziali e piaceri materiali.
Per Bertolazzi, che non si pone come spettatore ma vive
sulla propria pelle ogni esperienza, l’uomo a confronto
con il prossimo è sostanzialmente simile, dallo scienziato
all’uomo d’affari, dall’analfabeta all’artista, dallo scellerato all’asceta.
on è azzardato affermare che con la
scomparsa di Antonio Sabatelli (in
arte Saba Telli), una straordinaria stagione artistica si chiude inesorabilmente.
Ricorderemo, com’è doveroso, il grande artista in un prossimo numero di “Villa
Cambiaso.
Nella foto: Omaggio a Govi, Confucio di
Genova, olio su tela, cm. 100x70, 1980 circa.
GIUSEPPE BERTOLAZZI, ARTISTAROMANTICO ADDIO SABATELLI
S
Con questa impronta, la personalità dell’artista si fa
romantica e bohemien. L’opera d’arte viene alla luce con
qualsiasi oggetto che abbia suscitato un qualche interesse,
le mani improvvisano come un abile prestigiatore un
momento cosciente e insieme allusivo, giocando come un
bambino carpisce allo spazio la bellezza poetica del soffio creatore e, per magia, intorno il silenzio si fa musica.
Un desiderio ci prende, confondendo per un secondo l’aspetto esteriore di Bertolazzi, quello di poter ascoltare
rapiti, i trilli del Guarneri, il violino dal quale non si
separò mai l’enigmatico Paganini…
Ed ancora: dalle profondità antiche sentire giungere l’eco
della conturbante poesia di un Tristan Corbière: «Mon
passé: c’est ce que j’oublie. / La seule chose qui me lie, /
c’est ma main dans mon autre main. / Mon souvenir:
Rien. / C’est une trace / mon présent: c’est tout ce qui
passe. / Mon avenir: demain demain».
Di Giuseppe Bertolazzi: «Io qua, tu là: / io e te. /
Comunque, oggi. / Domani? / Domani».
Lasciando ai critici d’arte la lettura della produzione artistica di Giuseppe Bertolazzi, mi sono permessa di rammentarlo a modo mio, in un saluto che abbraccia coloro
che sono prematuramente scomparsi e che hanno dato,
nei più svariati compiti, un’impronta alla contemporaneità della provincia di Savona.
Silvana Alliri Venturino
N
La scomparsa di Luciano De Giovanni, cantore del paesaggio
Qualche anno fa un gruppo di cittadini savonesi visitò, accolto con calore, l’omonima cittadina canadese
In uscita, proprio in questi giorni, la ristampa dei primi tre volumi di versi
Una proposta di gemellaggio, a suo tempo presentata, non fu presa in considerazione dalla nostra amministrazione
MORTE DI UN POETA SAVONANELPAESE DELLE GIUBBE ROSSE
N
ella pressoché totale apatia e
distrazione di giornali e riviste
letterarie, è d’obbligo segnalare
la recente scomparsa di un grand’uomo,
poeta ed amico: Luciano De Giovanni.
Cara e umanissima presenza, rimane a
noi, tuttavia, prepotentemente avvinto
alla sua pagina:
Io poi
quando sarete andati
e avrò sparecchiato
e lavato i piatti
e tolte le cicche
dai portaceneri
mi sdraierò per terra
e guarderò dal basso
questo mondo inutile
ancora sporco di chiasso.
Vi è, in lui, il bisogno di salvare il paesaggio, di eternarlo. Il paesaggio, luogo
ove nasce, vive e muore l’esperienza del
creato, è nello spazio e nel tempo e l’autore definisce Dio non un’essenza ricavata da un’ansia religiosa, ma il sub-strato
che dà continuità al paesaggio medesimo:
La pioggia annega fanali
il selciato è umide stelle
preme la notte
sul mio parapioggia.
Trascino il peso delle amaritudini
nel tremolio delle pozzanghere.
Mi regge Gesù il Signore
mio fratello maggiore.
Tempo, sogni, nuvole, vento, sono gli
elementi di cui si nutre la poesia di
Luciano De Giovanni e tutti conservano,
nella loro assidua presenza, la connotazione di “rifugio” che pervade l’intera
produzione dell’autore e che è, forse, la
metafora del suo dire poetico:
I miei sogni
sono volati
sulla collina.
Io con loro
come una nube inseguita
e combattuta dal vento.
La sua vena è lineare, d’una semplicità
che commuove, rivolta a persone ch’egli
ama e che il suo amico pittore Enzo
Maiolino ha effigiato.
Luciano nasce a Sanremo nel 1922, da
padre piemontese e madre francese
(“Francese, dolce lingua / di mia madre //
dolce come il suo cuore // timido / come
il suo amore / nascosto // come i rintocchi / d’una mia nostalgia.”). Tale condizione ha sicuramente influenzato la sua
natura; non a caso, l’altro grande d’occidente, Francesco Biamonti, è intriso di
cultura francese.
Disponibile alle amicizie con assolutezza
(ed io ne sono, immeritatamente, testimone), ha fortuna negli incontri letterari con
persone come lui, miti e non ossessionate, quanto inadatte al successo: Carlo
Betocchi, Camillo Sbarbaro, Angelo
Barile, Enzo Maiolino, Luigi Betocchi,
Bruno Fonzi, Giacomo Natta, Mariella
Rolfo - “pittrice di silenzi”1, ma l’elenco
potrebbe ancora continuare.
Nella sua minuta casa, al riparo dalle traversie della vita che lo hanno duramente
visitato, Luciano ha conservato, con inesausta e maniacale cura, i “fragili” manoscritti, che ci dicono di lui. Fra di essi
uno stupendo inedito, Le case vicino al
torrente, opera narrativa che ho avuto il
privilegio di leggere e che aspetterebbe
un editore, in una società libraria meno
cieca.
Sentire parlare Luciano con tono pacato,
da nonno a nipote, è una esperienza che
ringrazio d’aver avuto. Affascinata dalla
sua persona e dalla sua opera (non
dimentico certo l’affettuosa premura con
cui ha seguito la mia tesi di laurea sulla
sua produzione poetica, il pudore con cui
mi ha fornito tutto ciò che il suo archivio
possedeva e il dissapore con il quale mi
comunicò, malato, di non poter percorrere la distanza da Sanremo a Genova, per
presenziare alla discussione del mio lavoro), ho avuto modo di realizzare un’amicizia che è uno degli affetti più tenaci che
posseggo.
Al pubblico dei lettori rimane oggi l’ultima testimonianza del poeta di Sanremo.
Per le edizioni Philobiblon di
Ventimiglia, esce, in queste ore, il cofanetto che raduna, in un’unicum davvero
straordinario, le tre prime prove poetiche
degiovannee, Viaggio che non finisce
(Rebellato, Padova, 1957), Cautamente
presente (Managò, Bordighera, 1987), Il
bosco (Managò, Bordighera, 1986),
introdotte da un illuminante saggio critico di Stefano Verdino e accompagnate,
quasi per mano, da una plaquette di
Domenico Astengo, Caro Domenico…,
che si configura quale saggio-intervista,
da oggi indispensabile strumento per la
comprensione della poetica dell’autore.
Paola Mallone
1 Cfr. Luciano De Giovanni, Mariella Rolfo, pittrice di
silenzi, in “Provincia d’Imperia”, n. 49, 1991, p. 27.
In alto, Luciano De Giovanni visto da Enzo Maiolino in un disegno del 1957. In basso, il poeta in
occasione della presentazione (Sanremo, 1993) di Tentativo di cantare una nuvola. Oltre a De
Giovanni si riconoscono, da sinistra, Luigi Betocchi, Stefano Verdino e Vanni Scheiwiller.
N
el precedente numero di “Villa
Cambiaso” abbiamo raccontato di
come all’altro capo del mondo, nel
continente nordamericano, esistano ben tre
città chiamate Savona, due delle quali situate
negli Stati Uniti, la terza in Canada. Tutte e tre,
abbiamo detto, furono fondate all’inizio della
seconda metà del secolo XIX da alcuni savonesi emigrati nel Nuovo Mondo in cerca di
fortuna. Concittadini di cui, purtroppo, non
sappiamo nulla, neppure il nome, ma che, evidentemente, ebbero sempre cara la terra di
Liguria che aveva dato loro i natali.
Dell’esistenza di quelle tre città, in verità, si è
sempre saputo: nel civico Archivio di Stato
sono conservate, infatti, alcune lettere scritte
nel lontano 1933 dai sindaci di quelle città al
podestà di Savona Giuseppe Aonzo.
L’interesse verso questa realtà ai piú sconosciuta ha spinto, poco piú di tre anni fa, i dirigenti dell’associazione “A-Storia” a tentare di
stabilire un qualche tipo di rapporto con le
Savona d’Oltreoceano e con quella canadese in
particolare. Ad un primo contatto stabilito l’8
ottobre 1998, è seguita un’intensa corrispondenza: il Major dell’amministrazione civica di
Kamloops, Cliff G. Branchflower, ha immediatamente manifestato apertamente l’intenzione di porre le basi per un vero e proprio gemellaggio tra la Savona italiana e quella canadese.
Il 14 luglio 1999, addirittura, inviato appositamente da Branchflower per sondare il terreno
sulla fattibilità di questa iniziativa, è giunto
nella nostra città il Chief Administrative
Officer di Kamloops, Joe E. Martignago (dalle
lontane origini trevigiane): questi si è incontrato con Ignazio Polizzi e Giuseppe Ciccone,
presidente de “A-Storia”, e ha dato loro carta
bianca relativamente all’attuazione del progetto di gemellaggio tra la sua città e la nostra.
Una richiesta ufficiale, in tal senso, fu dunque
presentata alla nostra giunta comunale nell’autunno di quel 1999: ma la cosa, come è evidente, non ha avuto alcun seguito.
A tutt’oggi, dunque, non esiste alcun tipo di
legame o rapporto diretto tra la nostra amministrazione civica e quella del paese delle
Giubbe Rosse.
Fortunatamente, della Savona canadese, in
questi ultimi giorni, abbiamo appreso qualcosa
di più grazie alla testimonianza di Elvio
Montecucco, già titolare della Agenzia di viaggi “Priamar”, gentilmente indicatoci dal professor Stefano Giacardi, l’attuale titolare con
Silvia Frumento.
«Mi sono recato a Savona, in Canada, insieme
ad una quarantina di nostri concittadini, alla
fine dell’estate del 1995 — ha raccontato
Montecucco — in occasione di un viaggio
turistico organizzato dalla nostra agenzia e che
si svolse tra il 27 agosto ed il 13 settembre di
quell’anno. Il corrispondente locale dell’agenzia organizzatrice, in America, ci aveva detto
di aver scoperto casualmente che in Canada,
nella regione High Country, nello Stato della
British Columbia, pareva esistesse una città
omonima della nostra, affacciata sul lago di
Kamloops. Incuriositi della cosa, decidemmo
dunque di visitarla, desiderosi di scoprire il
motivo di quell’omonimia. Durante la tappa di
trasferimento in pullman da Vancouver a
Kamloops, compiendo una breve deviazione,
giungemmo così in quella città. La prima cosa
che notammo, non appena la Savona canadese
si presentò di fronte ai nostri occhi, nel
momento in cui, col nostro pullman, arrivammo sulla sommità di un promontorio panoramico, fu la sua incredibile somiglianza con una
delle tante cittadine della nostra Riviera ligure.
Giunti poi in città, venimmo accolti dalla
popolazione locale in un’atmosfera di simpatica cordialità. Naturalmente avevamo preannunciato il nostro arrivo nei giorni precedenti.
Portavamo con noi i saluti del nostro sindaco
di allora, Francesco Gervasio, dell’associazione “A Campanassa” e dell’Ente Provinciale
per il Turismo, da noi debitamente informati
dell’esistenza di questa cittadina americana.
Nell’occasione, il Sindaco di Savona ci aveva
pregato di far dono alla comunità canadese di
alcuni opuscoli e depliants sulle bellezze della
nostra città. Il presidente de “A Campanassa”,
Rocco Peluffo, ci aveva invece incaricato di
consegnare al Sindaco della cittadina americana un bel piatto di ceramica e, analogamente, i
2
dirigenti dell’Ente Provinciale per il Turismo
ci avevano affidato un elegante vaso in ceramica bianca e blu. L’accoglienza che la comunità
di Savona ci riservò fu a dir poco calorosa: il
Sindaco e la moglie ci riservarono lo stesso
trattamento che, di solito, si dedica alle alte
autorità. Tutti ci accolsero in modo commovente, semplice e spontaneo, quasi fossimo
stati dei lontani parenti. Fummo subito festosamente circondati da moltissime persone, alcune delle quali indossavano delle vistose bluse
gialle recanti in grandi caratteri la scritta
“Savona Lions Club”. Ricordo anche che
fummo intervistati da una simpatica giornalista
di una emittente televisiva regionale e, che,
nell’occasione, fu realizzato un servizio che fu
poi trasmesso in tv quella sera stessa.
Consegnammo al Sindaco i doni che ci erano
stati affidati dalle nostre autorità cittadine,
ricevendo in cambio da questi un martelletto di
legno: il Mayor della Savona canadese era
infatti anche un giudice. Naturalmente, rientra-
Savona, British Columbia (Canada). Il
“Balancing Rock” sul lago di Kamloops
(foto fornita da E. Montecucco)
ti in Italia, provvedemmo a consegnare al sindaco Gervasio il prezioso oggetto. L’incontro
proseguì poi in un pub, dove era stato allestito
un bel rinfresco in nostro onore. Ci ritrovammo, così, quasi senza accorgercene, davanti ad
un numero incredibile di grandi boccali di
birra e ad alcuni invitanti prodotti della cucina
locale. Il Sindaco, o meglio il Presidente della
Comunità, era una persona davvero squisita e
affabile; ricordo ancora come si distinguesse
per la sua snellezza dai suoi concittadini, tutti
invece decisamente panciuti, ma comunque di
carattere allegro, sempre pronti alla risata e
gran bevitori di birra... tipici soggetti da film
western americani. Le signore, poi, esprimevano la simpatia delle persone semplici, gentili e
sempre sorridenti.
Parlando con l’impiegata postale della cittadina canadese, apprendemmo inoltre come, negli
anni successivi alla fine dell’ultima guerra
mondiale, molta corrispondenza spedita dagli
Stati Uniti o da altri stati americani venisse a
volte erroneamente recapitata in Canada,
creando difficoltà e confusione.
Situata 300 km. a Nord Est di Vancouver, la
città di Savona è adagiata sulle rive della punta
occidentale del lago di Kamloops (nome che,
nella lingua indiana Shuswap, sta a significare
“Punto d’incontro”), a Nord del Logan Lake,
lungo la Highway n. 1 (autostrada anche conosciuta col nome di Transcanada Highway), ai
piedi delle Montagne Rocciose, nella regione
High Country, nello Stato della British
Columbia, la più grande delle dieci provincie
che compongono il Canada.
È davvero una piacevole cittadina, totalmente
immersa nella rigogliosa vegetazione canadese, incastonata in un panorama naturale di stupenda bellezza. A Sud di Savona si innalza il
Mount Savona, una montagna dall’aspetto un
po’ selvaggio. L’area in cui sorge Savona è
compresa all’interno di un altipiano caratterizzato in particolar modo da alcuni dei più grandi ranches per l’allevamento del bestiame esistenti in tutto il Nord America. Visitando il territorio circostante, tra l’altro, è possibile compiere dei bellissimi percorsi guidati a cavallo,
arrivando ad esplorare l’area desertica della
Deadman’s Creek Valley, punteggiata da cactus e da stupefacenti formazioni rocciose.
Fra le colline aride, punteggiate da piccoli
cespugli di artemisia, ma prevalentemente
desertiche, che si incontrano prima di giungere
al lago di Kamloops, si incontrano molte piantagioni di GinSeng: proprio qui, nella Savona
canadese, se ne trova la piantagione più grande
del mondo.
La comunità di Savona vive di agricoltura,
industria del legno e turismo; un migliaio di
persone, che, durante la stagione turistica, possono anche arrivare a superare il numero di
tremila. Diffusi sono lo sport acquatico e la
pesca delle trote, che vivono in abbondanza
nel lago di Kamloops.
Nel suo complesso, la Savona canadese si presenta formata da un’agglomerato di casette a
uno o due piani, tutte circondate da giardini
curatissimi ed eleganti. La comunità ha il centro della sua vita religiosa in una bella chiesetta anglicana, posta al centro della cittadina.
Numerosi sono i parchi ben tenuti, con le grandi aiuole fiorite. Meravigliosi i paesaggi che si
possono osservare di fronte e alle spalle del
centro abitato. La strada che costeggia il lago,
per oltre due km., è caratterizzata da splendidi
boschetti di conifere e di pini, in un’oasi di
autentica pace e tranquillità.
L’attrattiva turistica della cittadina è rappresentata dal “Balancing Rock”, ossia “la roccia
in equilibrio” una grossa pietra rimasta in bilico sulla sommità di una colonna di pietra dai
tempi dell’ultima glaciazione: una formazione
rocciosa molto simile al nostro “fungo” di
Piana Crixia. Il “Balancing Rock” rappresenta
il simbolo di Savona in Canada, così come la
Campanassa o la Torretta sono il simbolo della
nostra Savona. Naturalmente, quindi, suscitò
grande meraviglia nella popolazione locale una
fotografia che, fra le tante che avevamo portato dalla nostra città, riproduceva proprio il
“fungo di Piana Crixia”.
La città di Savona fu fondata nel 1850 da un
nostro concittadino, un certo Giovanni Velatti,
all’epoca emigrato in Nordamerica in cerca di
fortuna. Il Velatti si guadagnava da vivere traghettando tra una sponda e l’altra del lago di
Kamloops i cercatori d’oro, che a quel tempo
confluivano nella zona dagli Stati Uniti e dal
Canada. In breve tempo, Giovanni Velatti ben
comprese come le possibilità di ricchezza
sarebbero a lui derivate più dall’uso di quel
traghetto che dalla frenesia della caccia al prezioso metallo: decise quindi di stabilirsi in
quel luogo e di dar vita ad un nucleo abitato.
Secondo quanto si racconta, il Velatti decise di
battezzare il villaggio da lui fondato col nome
della sua città natale poichè l’aspetto paesaggistico di quel luogo, affacciato sul lago, gli
ricordava moltissimo quello della terra in cui
aveva vissuto gli anni più belli della sua giovinezza. Tutt’intorno, rapidamente, si andò così
formando un fiorente centro urbano, processo
che si intensificò ancor più quando, intorno al
1870, la linea ferroviaria raggiunse la cittadina. Insieme al Velatti viveva allora nel villaggio un altro suo conterraneo ligure, Angelo
Pendola, tuttora ricordato per aver fondato in
quel luogo una famosa fabbrica di birra.
Tornati che fummo in Italia, compimmo alcune
ricerche su questi due personaggi, purtroppo
infruttuose: pare che il Velatti avesse origini
varazzine, ma, su questo, non v’è nulla di sicuro. Ad ogni buon conto, una lapide commemorativa, posta a poca distanza dal “Balancing
Rock”, ricorda ancora oggi a tutti i visitatori
come la cittadina canadese sia stata fondata nel
1850 dal savonese Giovanni Velatti.
La nostra permanenza nella cittadina candese
durò appena lo spazio di un pomeriggio, il
tempo sufficiente, comunque, per lasciare in
ciascuno di noi un indelebile ricordo.
Inevitabilmente, esaurimmo le esigue riserve
di cartoline e souvenirs presenti nell’unico
supermercato. La nostra visita, come ho già
detto, venne trasmessa, in serata, in televisione: un modo, questo, per portare nelle case di
migliaia di Canadesi i saluti della “nostra”
Savona».
Sarebbe davvero bello se, qualcuno, prima o
poi, si occupasse di riprendere ed approfondire
i contatti tra la nostra città e i nostri “cugini”
canadesi. Un atto quasi doveroso, ora che,
almeno, tutti sappiamo della loro esistenza.
Giuseppe Milazzo
Personale, dal 25 gennaio al 2 febbraio, con opere degli ultimi trent’anni
A Villa Cambiaso, dal 3 al 15 febbraio, si potranno anche ammirare le grandi tele dedicate a Savona
In mostra i dipinti savonesi e quelli del “periodo francese”
«L’artista sembra compiere un’osservazione astronomica del cielo della nostra quotidianità»
LA POESIA DI PODESTA’ PIO VINTERA, ILRACCONTO DELLACITTA’
D
Q
opo il grande successo della
mostra personale di Renato
Podestà, in buona parte dedicata al Santuario di Savona, tenutasi
lo scorso autunno nel Palazzo delle
Azzarie — un contenitore storico che
dal mese di marzo 2001 ospita appuntamenti culturali di indubbio interesse
(la prima mostra qui organizzata da
chi scrive, ha visto quale protagonista
la personale pittura di Arturo Santillo)
— Podestà si ripropone all’attenzione
della critica e del pubblico con una
rassegna di opere dal carattere più
antologico. La timidezza, la riservatezza dell’uomo, lo spingono ad essere presente nella cornice particolare di
Villa Cambiaso per stupirci, ancora
una volta, con i suoi quadri datati
1970-2001. Una sorta di viaggio nel
suo far pittura dal vivo e attraverso
ricordi vivaci ed attenti. In questa
sorta di “diario di viaggio” nei luoghi
meglio conosciuti da Podestà è di
aiuto al nostro autore, non solo una
creati dal vivo durante la sua frequentazione francese: opere ampie, dai
colori più tersi e luminosi propri di un
pittore pastellista dove l’atmosfera è
completamente diversa da quella che
si respira nelle opere aventi per tema
Savona. Da questo contrasto pare
emergere la voce di Podestà ad invitarci, in qualche modo, ad approfondire la cultura francese, quella voglia di
passeggiare insieme, di guardare le
costruzioni dei vari luoghi, di vivere
in consonanza di intenti per conoscere
meglio la propria storia, la propria
civiltà. Non vi è nostalgia, ma solo
desiderio del bello.
Il colore è un comune denominatore
dell’opera pittorica di Podestà, un
decano savonese in tal senso, che ha
ancora una tavolozza vivida, vivace,
fresca come è la sua voglia di dialogo
che le sue tavolette e tele sono capaci
di inventare. Ecco perché la pittura di
Podestà ha così successo. Colori originali, nei verdi delle sue ubertose
uanti giovani personalità si sono
avvicinate al mondo dell’arte attraverso sì una propria inclinazione e
sensibilità ma grazie, pure, ad un certo
clima culturale che viveva e lievitava nella
città di Savona con l’attività costante della
Galleria Sant’Andrea, in piazza dei Consoli,
ove il poeta-gallerista Luigi Pennone sapeva
incoraggiare chi voleva esprimersi con i
pennelli, oppure con i versi e le parole. In
tale ambiente (anni Sessanta-Settanta) ha
iniziato a maturare la vena artistica di Pio
Vintera, docente di materie geografico-economiche presso il locale Istituto Nautico “L.
Pancaldo”, le prime sue mostre, anche collettive, le ha proprio svolte da Pennone e lì
ha conosciuto gli altri artisti savonesi (da
Caldanzano a Tinti, dalla Minuto a Carlo
Giusto), già affermati alcuni, altri alle prime
armi. Vintera ricorda con lucido rimpianto
quei momenti di crescita assieme a quello
che, in allora, era un mondo culturale molto
vivace e capace di suscitare opinioni, riflessioni. Tale sentimento non è mera nostalgia
ma voglia di risvegliare, nuovamente, canali
memoria formidabile, ma pure il “diario” quotidiano da lui vergato di volta
in volta con arguti bozzetti e caricature riguardanti gli incontri della giornata e gli avvenimenti accaduti nella
più viva contemporaneità. Podestà lo
custodisce con geloso riguardo e evita
piante, negli azzurri luminosi dei suoi
cieli al Santuario, nei rossi-viola di
alcune sue nature morte (le sapide
rape e cipolle), nei gialli smorzati e
poetici delle corolle di alcuni suoi
fiori dal silente richiamo alle sfumature di De Pisis, colori personali di una
sguardi impertinenti ma, qualche
volta, gli sfugge un riferimento oppure, per gli amici più veri, sfoglia qualche pagina e… allora si vedono i suoi
tratti sapienti e ironici ricordare visivamente le persone che frequentavano
il suo studio — da Renzo Aiolfi a
Pennone —, gli incontri casuali, l’animazione presso la Galleria
Sant’Andrea. Questo “diario” è una
sorta di cronaca per immagini di una
Savona che, purtroppo, è sempre più
rara. L’amore per la sua città è, poi,
sottolineato dai tanti quadri aventi per
tema via Paleocapa, piazza dei
Popolo, via Luigi Corsi, piazza dei
Consoli, alcune facciate delle chiese
cittadine, alcuni momenti vissuti
all’interno di esse (un’opera ricorda il
senatore Varaldo).
Una Savona ricca di vita partecipativa, una città amata per il suo grande
passato che diviene propedeutico,
secondo Podestà, per una qualità della
vita fatta di cultura, di colori, di architetture da salvare, da conoscere, da
amare di più. Messaggi senza tempo e
che inducono alla riflessione.
Si potranno, inoltre, osservare i quadri
tavolozza che nel tempo si è affinata,
ha perso gli accenti forti per regalarci
una poesia ricca ed interiore. Questa è
la magia della pittura di Renato
Podestà. Un artista da scoprire quadro
dopo quadro nella semplice verità del
suo segno, della sua composizione,
dei suoi colori. Mi sembrano appropriati i versi di Anna Merlotti (pittrice
e scrittrice) per concludere queste
brevi note: «Guardare tra le foglie
deliranti del fico / a ridosso dei vecchio muro di pietra a secco, / i colori
irrecuperabili del cielo / certi surreali
guizzi di luce, / certe tenere ambre
azzurre dardeggiate / di gocciole
d’oro, / certe curiose silhouettes che
hanno un che, appena un che, / di
ossessivo, / è andare oltre, di là / della
stessa follia. (A. Merlotti, Colori, in
Quasi vero, Editrice Liguria, Savona
1991, p. 25).
di comunicazioni ove ognuno possa ritrovarsi e confrontare le idee.
Con una silenziosa caparbietà, da allora,
Vintera ha continuato a dipingere con la
verità del suo tratto inconfondibile (linee
decise e schiette, molto spesso delimitanti i
soggetti raffigurati come fossero una sottolineatura ulteriore del “pensiero” visivo che
si vuole esplicitare), spesso ha ritratto scorci
di Savona (alcune strade, muri, finestre) in
una sorta di “geografia” interiore della città
per cercare di “congelare” la realtà che
osserva sulla tela. Pare applicare, in un
certo modo, la filosofia dell’arte della fotografia: catturare una porzione di tempo
attraverso l’immaterialità della luce, fissare
una realtà p ercepibile visivamente. Via
Paleocapa diviene, in tal modo, dilatata
quasi otticamente e fissata nel rosario degli
archi dei suoi portici ottocenteschi.
L’osservatore, così, s’immerge in una veduta sì reale ma che attraverso il miracoloso,
in un certo senso, far pittura di Vintera,
diviene un sogno: creare una sorta di mondo
illusorio. Le facciate delle eleganti case,
alcune con forti accenti Liberty, si confondono nel colore unico che le rende eguali, in
fila, contigue in una varietà di frase di una
prosa senza tempo. Scompaiono gli spigoli,
gli angoli di queste nostre architetture pensate con i vertici acuti, una specie di repulsione verso chi si avvicina, a guisa di barriera architettonica culturale che Vintera
vuole appianare, limare nel suo racconto.
Sembra che in questo ampio ciclo di opere
si cerchi di dialogare in modo “piano”,
riscoprendo la forza del parlare e la grande
importanza dell’ascoltare. La quotidianità
(le case dentro le quali scorre la nostra routine e la nostra vita) diviene l’“oggettivazione” del potenziale descrittivo e creativo
della raffigurazione pittorica. Vintera si
pone senza alcun filtro di fronte alla realtà,
così come avviene per la fotografia, ma
supera tale limite” perché non celebra la
banalità, non crea il mondo nel suo insieme,
non avverte il bisogno di accumulare un
enorme numero di fotogrammi per attuare
una banca dati dentro una specie di gigantesca memoria comune. Invece, mi pare di
poter dire che compia esattamente l’opera-
Silvia Bottaro
Nelle immagini: due opere di Renato Podestà
(La polenta, olio su cartone, cm. 50x40, 1996
e Mercato a Digione, olio su cartone, cm.
50x40, 1979) e il pittore accanto ad un’opera
dedicata al Santuario.
3
zione inversa: l’immagine dipinta della
realtà che lo interessa è singola, è una pagina originale di una sua personale riflessione
sulla qualità della vita. Non viene mai a
mancare la citazione storica, non si rinnegano le radici di appartenenza culturale, etnica, sociale ma si esaltano i motivi comuni
da cui partire per capire meglio dove siamo,
chi siamo. Tale lingua non è circoscritta alla
mera immagine pittorica, è un “esperanto”
senza confini che può dare luogo ad una
realtà diversa che Vintera non vuole far
rimanere solo virtuale. Da questo genere di
“lingua universalis” scaturisce, naturalmente, un linguaggio artistico: la sua comunicazione visiva. Non ci dobbiamo soffermare
ed arrestare al mero impatto estetico, questa
pittura, apparentemente semplice, ingenua
nella composizione, sottende una continua
interazione con la cultura contemporanea,
con la possibilità di nuovi dialoghi con la
tradizione, con il sentimento di appartenenza ad una comunità. Tra gli ultimi lavori di
Vintera troviamo, infatti, muri di case antiche, di nicchie votive inserite sugli incroci
delle vecchie “crose” dove l’immagine
sacra, o la sua parvenza lasciata quale “presenza” dal segno del tempo e delle temperie, è la memoria, quella vera, è il sentimento profondo di tutte quelle generazioni che
lì hanno lavorato e vissuto. Il segno forte e
deciso, il colore netto della tavolozza di
Vintera (predilige i verdi in tutta la loro
vasta gamma di cromie: dal verde marcio a
quello bandiera, in un verdeggiare di toni e
mezzi toni), la luce radente usata, quasi
come un “occhio di bue” per sottolineare
certi aspetti dell’urbanistica contemporanea,
mettono in luce il desiderio di dialogo che
cerca con le sue opere. Oggi inserisce, pure,
dell’oro o comunque dei guizzi lampeggianti di faville dorate per rendere più aulico il
suo riferimento alla cultura tradizionale a
cui ogni uomo si riferisce. Nascono, così,
alcuni quadri che paiono essere degli exvoto: dedicati al recupero di certe tradizioni,
di alcuni riti, di diversi canti.
È’ attento osservatore dell’uomo, interroga
sé, si guarda intorno e va oltre l’anonimato
di certe strade, delle case: dietro quell’infilata di finestre pare ascoltare la voce del
ragazzino che risponde in malo modo alla
madre, oppure ascolta la parola dell’anziano
nonno che racconta le traversie della propria vita.
Vintera sembra compiere una sorta di “uranometria” con i suoi quadri: un’osservazione astronomica del cielo della nostra quotidianità, della rete delle strade delle nostre
città e vuole scrivere una toponomastica
nuova delle relazioni tra uomini e cose. Con
urbanità compositiva ci dimostra di essere
“un appartenente alla città attento, riflessivo, creativo, si può definire, in un certo
senso, un pittore urbico? Probabilmente sì
se intendiamo il suo far pittura legato,
anche, alla promozione di un discorso, di un
dibattito stretto insieme a chi vive nella città
per cercare di dare delle risposte alla lunga
e articolata serie dei bisogni delle persone
che risiedono e vivono la proprio quotidianità nell’urbe. Non si può, però, incanalare
in senso stretto tale personalità artistica in
questo o in quel gruppo: egli è un uomo
libero sempre. Tale bisogno di dialogo
vuole, anche, sottolineare la solitudine che
certa vita produce e come tale condizione
sia la meno “umana” possibile. Vintera ama
stare insieme con gli altri, gli piace il verde
tenero dell’erba di un “verde urbano” sempre più depredato dal cemento, dall’incuria
e dalla non cultura dell’uomo, gli “alberi”
di Vintera sono gli intonaci delle varie facciate delle case, sono i sentimenti, sono le
relazioni serie tra gli uomini.
Persona schiva dal fare sue mostre personali, ma capace di catalizzare l’attenzione con
la sua vivacità, persona disponibile a lavorare per progetti, persona che saprà incuriosirci con la presentazione dei suoi trittici,
delle sue grandi opere: quadri che faranno
parlare perché parlano. Savona ed il territorio limitrofo (il Vadese e le Albisole) per
tutto il Novecento hanno originato, accolto
artisti locali, italiani e stranieri divenendo
luogo d’incontro, di lavoro, di crescita
comune, di coinvolgimento del territorio
antropizzato. Pio Vintera con la sua attività,
in senso lato, creativa e propositiva per le
arti desidera continuare a percorrere tale
strada, senza nostalgie, per dar vita a nuove
occasioni culturali per sé, per gli altri e per
chi vorrà vedere, commentare questi lavori
e tali azioni.
S.B.
Nelle immagini, tre opere di Pio Vintera. In alto Trento
(olio su tela, 2001), al centro Palazzo Ducale (olio su
tela con applicazioni, 2000), in basso Zuccarello (olio su
tela, I parte 1985, II parte 1995). Le foto di questa pagina e di pagina 1 sono di R. Debenedetti.
Presentato al pubblico lo scorso dicembre, parte il grande concorso
Riceviamo e pubblichiamo
Grande successo delle numerose iniziative natalizie
Un’occasione per una panoramica sull’arte contemporanea italiana
Continua il dibattito sul gallerista
Grande interesse anche per la collettiva degli artisti di Villa Cambiaso
“PREMIO VILLACAMBIASO”: ILBANDO ANCORASU PENNONE ILTRANSYLVANIAAGONFIE VELE
L
’associazione “Museo Cambiaso” organizza la prima edizione del
concorso nazionale biennale “Premio Villa Cambiaso” riservato agli
allievi delle accademie di Belle Arti, dei Licei artistici e ai creativi
operanti nel mondo dell’arte italiana e straniera.
Perché il “Premio Villa Cambiaso”
Produrre arte, oggi, è una sfida. Significa essere ancora capaci di misurarsi
con le idee e le emozioni, soprattutto in un momento come questo nel quale
lo strapotere dei media si è fatto quasi assoluto.
Articolo 1: dei fini
Il concorso ha come unico fine quello di promuovere l’opera di artisti italiani e stranieri, allievi di accademie di Belle Arti e di Licei artistici. Le opere
selezionate verranno esposte — per un massimo di 3 settimane — nell’estate 2002 nelle sale messe a disposizione da Villa Cambiaso in Savona. Nel
periodo in oggetto potranno essere organizzati seminari, incontri, laboratori. Alle opere selezionate sarà data ampia divulgazione attraverso la stampa
locale e nazionale, le radio-televisioni, internet. Le opere selezionate saranno inserite in un catalogo pubblicato l’anno successivo la mostra.
Articolo 2: partecipazione al concorso
La partecipazione al concorso è riservata, per la categoria “Allievi”, ai giovani di età fino al 25 anni, per la categoria “Maestri” a quanti operino con
continuità nel mondo dell’arte italiana da almeno un decennio.
Articolo 3: modalità di partecipazione
I candidati potranno presentare un’opera significativa della loro produzione, mai esposta o presentata su cataloghi o riviste d’arte. La documentazione di cui all’articolo 4 dovrà essere presentata entro e non oltre il 15 maggio 2002 presso la sede di Villa Cambiaso, via Torino 10, Savona. La quota
di partecipazione è fissata in lire 150.000 a parziale copertura delle spese
organizzative e di segreteria.
Articolo 4: documenti occorrenti
I documenti occorrenti per la partecipazione sono:
1) Curriculum del candidato
2) Eventuali materiali illustrativi (cataloghi, depliant, ecc.)
3) Scheda tecnica dell’opera proposta
4) Presentazione dell’artista (max 15 righe di 60 battute) che illustri, oltre
all’attività svolta, anche i punti della riflessione compiuta con l’opera
proposta.
5) Un’immagine dell’opera idonea per la riproduzione a stampa (fotografia
a colori, dia o altro)
Articolo 5: dimensione e caratteristiche delle opere
Le opere bidimensionali dovranno avere misure non superiori a 100 cm x
100 cm; le opere tridimensionali dovranno avere misure non superiori a 120
cm x 120 cm x 120 cm. L’organizzazione si occuperà dell’allestimento
della mostra delle opere selezionate con materiali standard già a disposizione. Non possono essere previsti allestimenti complessi (con ausilio di tecnologie, supporti particolari, ecc.).
Articolo 6: commissione giudicatrice
La commissione giudicatrice sarà composta da artisti, storici e critici d’arte.
I nomi dei componenti la giuria saranno divulgati prima della chiusura dei
termini di presentazione delle opere. Il giudizio della Commissione è insindacabile.
Articolo 7: trasporto, assicurazione
Le opere dovranno pervenire adeguatamente imballate con materiali riutilizzabili. L’assicurazione e il trasporto sono a carico del concorrente.
Articolo 8: accettazione delle condizioni
I concorrenti sono garanti dell’originalità dell’opera presentata e partecipando all’iniziativa accettano implicitamente le norme del presente bando.
Articolo 9: premi
La commissione proclamerà un vincitore per la categoria “Maestri” ed uno
per la categoria “Allievi”. Saranno anche indicati i secondi e i terzi classificati. La commissione si riserva di conferire premi speciali o segnalare opere
di particolare significato. Ai vincitori sarà consegnata una targa in oro.
L
eggo sul numero 11 del novembre 2001 del giornale “Villa
Cambiaso” un articolo su
Pennone dal titolo Pennone borghese?
con il sottotitolo Ma favori l’esordio
di molte pittrici, altrimenti discriminate.
Sono curioso di continuare la lettura.
All’istante mi ritorna alla mente un
altro scritto su Pennone che lessi,
sempre sul giornale “Villa Cambiaso”
nell’aprile 2001.
In esso c’è proprio quello che cerco
da contrapporre al giudizio, tutto personale, di Silvana Alliri su Pennone
gallerista: la sua grande apertura mentale.
L’articolo porta la firma di Giovanni
Farris, docente universitario, studioso,
uomo di vasta cultura che, pur con
tutte queste doti, quando ricorda il suo
incontro con Eso Peluzzi non esita a
dire con molta umiltà «fui presentato», al contrario di chi, forse non
altrettanto dotato, proclama «Achille
Cabiati mi presentò Farfa», «Dante
Tiglio mi presentò Tullio d’Albisola e
Maria Ferrero Gussago».
Ma ritorniamo all’articolo di Giovanni
Farris a proposito di Pennone. «Non
amava chiusure di alcun tipo — scrive
—. Ricordo che un giorno entrando
nella sua galleria vidi esposti dei quadri che mi apparivano di limitato valore. Egli se ne accorse e mi disse:
“Vede, esporre un quadro vuol talvolta
indicare una partecipazione del gallerista ai problemi umani della persona
che espone, specie se giovane. Non
sta al gallerista spegnere le speranze”.
Questo giudizio mi colpì, così da
accondiscendere a pubblicare, su “Il
Letimbro” alcune sue recensioni di
mostre che erano particolarmente lontane dai miei gusti. Tuttavia, attraverso questa esperienza, scoprii quell’umanità così grande che lo costituiva
perno di solide amicizie e faceva della
sua galleria un luogo d’incontro culturale di artisti».
Mi sembra che quanto ho riportato
dell’articolo possa essere una efficace
risposta allo scritto di Silvana Alliri.
Alla Sant’ Andrea c’era posto per
tutti, dal giovane esordiente — possiamo citare un giovanissimo Mario
Rossello fino ad arrivare ad Aligi
Sassu che ricordo molto fiero del suo
Porto di Savona, mostra (alla Sant’
Andrea) traboccante di chiglie di navi
nere e rosse — ed essi non erano «pittrici dal buon gusto borghese con
acquirenti adagiati su atmosfere idilliache».
Il recente riconoscimento de “A Campanassa”
I
l biennio 2000-2001 resterà, nella
vita artistica di Renata Minuto, come
uno dei più ricchi di soddisfazione.
La mostra Gli stemmi dei papi dei
Giubilei ha portato il lavoro nella nota
artista savonese a Roma e Firenze, mentre ai suoi concittadini ha regalato la
splendida rassegna della Cappella Sistina
svoltasi a cavallo tra 2000 e 2001.
Un intenso periodo di lavoro a contatto
con un mondo, quello della Chiesa, che
sembra aver adottato l’arte della Minuto,
prima donna, ricordiamolo, a ricevere
una commessa vaticana per la realizzazione dell’immagine della Madonna di
Misericordia posta nei giardini papali.
A chiudere l’intenso periodo è giunto,
ora, il riconoscimento dell’associazione
“A Campanassa”. Un attestato significativo perché giunge alla Minuto dalla sua
città.
R.V.C.
Renata Minuto, Stemma di Pio XI. Giubilei
del 1925 e 1933. L’opera è tratta dalla serie
di stemmi dedicati ai papi giubilari realizzata
in occasione dell’anno santo del 2000.
Il successo della collettiva d’arte costituisce indubbiamente il presupposto
per nuove proposte, mentre la mostra
dedicata alla tragedia del mare che, nel
1917, coinvolse militari inglesi e
popolazione rivierasca, sarà proposta,
a richiesta di alcune amministrazioni
comunali, in varie località del Ponente.
Molte le collaborazioni (pubbliche e
private) delle manifestazioni, per un
modello organizzativo che, ci auguriamo, possa avere un futuro.
R.V.C.
La sala principale della collettiva d’arte organizzata per il Natale 2001. Tra i maestri presenti: Chapel,
Cestino, Augusto e Pietro De Paoli, Locci, Malmignati, Morelli, Podestà, Rita Spirito, Tinti…
Lo stand della Croce Rossa ha riscosso un suo “personale” successo. Grande interesse per i problemi del volontariato
in città e grande curiosità per la collaborazione tra l’ente di pubblica assistenza e il mondo della cultura savonese.
Lettera firmata
RENATAMINUTO ARTISTADELL’ANNO S
La straordinaria mostra sugli stemmi papali anche a Firenze
U
n Natale davvero intenso,
quello appena trascorso. Due
serate musicali di straordinario
interesse, con l’esibizione del coro “La
Ginestra” e del Circolo Mandolinistico
Savonese, una affollatissima collettiva
d’arte con la partecipazione di pittori e
ceramisti che gravitano intorno a Villa
Cambiaso e una splendida mostra sull’affondamento del Transylvania e sul
fumetto avventuroso dell’età d’oro
hanno costituito il menù, assai ricco,
di quest’anno.
i può definire artista «dal buon
gusto borghese» chi ha la fortuna e le capacità di esporre con
successo in una galleria d’arte molto
nota e soprattutto condotta da un critico d’ arte, giornalista, poeta, da tutti
stimato per la sua apertura mentale e
ricnoosciuto come esperto?
A me pare che la definizione sminuisce e denigra quelle pittrici e scultrici
che a distanza di decenni sono riconosciute tali esponendosi al giudizio
della critica e del pubblico per fortuna
ben più vasto e preparato degli
«acquirenti adagiati su atmosfere idilliache».
Non è forse più “borghese” fare sfoggio di conoscenza di personaggi noti e
non andare oltre, invece di mettersi
alla prova attraverso la costante ricerca e impegno nell’arte?
Ritengo che il tempo trascorso e le
soddisfazioni e attestazioni di stima
ricevute dimostrino che chi era valida
abbia superato ogni esame aldilà di
qualsiasi “etichetta”.
Vilma Fenoglio
4
Uno dei motivi di interesse della mostra sull’affondamento del Transylvania è stato il modellino
del transatlantico gentilmente concesso dal Comune di Noli.
Molto ammirate le sedici tavole originali della riduzione a fumetti della tragedia, realizzate da
Maurizio Grosso su testo di Sergio Giuliani.
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podesta`e vintera: ritorno asavona giuseppe