I Opera Omnia di Francesco Antonio Marcucci 3.2 II III Istituto Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione “Agli amanti di Maria” nel 150° anniversario delle apparizioni di Maria Immacolata a santa Bernardetta e nel 20° della “Mulieris Dignitatem” di sua santità Giovanni Paolo II MARCUCCIANA OPERA OMNIA PIANO GENERALE Sezione 1. storico-letteraria 2. biblico-teologica 3. mariologica 4. filosofica 5. omiletica 6. varie 7. epistolare VOLUMI PUBBLICATI Dino Ferrari, Apparizione dell’Immacolata a santa Bernardetta, olio su tavola, 1962, Ascoli Piceno, Chiesa dell’Immacolata delle Suore Pie Operaie Concezioniste, lato sinistro dell’abside. IV 1.1 Artis Historicae Specimen. Riflessioni sopra di alcuni precetti più importanti dell’Arte Istorica, 2002 1.2 De Asculo Piceno. De Inscriptionibus Asculanis. Delle Sicle e Breviature, 2004 3.1 Sermoni per il triduo e per la festa dell’Immacolata Concezione, 2004 3.2 Sermoni per le feste Mariane, 2008 V FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI Sermoni per le Feste Mariane (1746-1789) A cura di Suor Maria Paola Giobbi Stemma di mons. Francesco Antonio Marcucci, scelto nel 1741 quando diventa sacerdote. Egli utilizza lo stemma della sua famiglia, riportato sulla metà a destra, dove sono raffigurati tre monti, simboli delle virtù della giustizia, della clemenza e dell’equità; la stadera rafforza il simbolo della giustizia. Sulla parte sinistra, introduce l’immagine dello Spirito Santo e dell’Immacolata “delizia del suo cuore e scala per salire al cielo”. Lo stemma fu mantenuto per tutta la vita. Il cappello al di sopra dell’ovato fu aggiunto quando divenne Vescovo. La croce con due aste trasversali indica la carica di Patriarca di Costantinopoli, ricevuta nel 1781. VI Istituto Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione VII In I di copertina Anonimo, La Madre di Dio con il Bambino Gesù, olio su tela, sec. XVII, dipinto appartenente all’antica famiglia Marcucci, oggi nella Casa Madre dell’Istituto. In IV di copertina Medaglione della Beata Vergine Maria che le Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, fino agli anni sessanta del Novecento, portavano sul petto, cucito sullo scapolare; oggi l’immagine è stata sostituita da una medaglia appesa ad una catenina. Indice Presentazione di Madre Daniela Volpato, Vicaria Generale XIX Presentazione di Mons. Silvano Montevecchi, Vescovo di Ascoli Piceno XXI Introduzione di P. Stefano de Fiores XXIII Nota redazionale XXIX Ricetta per fare il vero e buono Inchiostro XXXIII Descrizione dei manoscritti XXXIV Criteri di trascrizione dei manoscritti CAP. I XXXVIII SERMONI ED INNI MARIANI DEL 1746 SI RINGRAZIANO Suor Maria Giuditta Mosca, Don Benito Masci, Maria Gabriella Mazzocchi, Massimo Papetti, Don Vincenzo Catani, Sara Paolini. Abbozzo di panegirico in onore della SS.ma Annunciazione della Gran Madre di Dio Maria sempre Vergine, Ascoli Piceno databile 1746. 6 Abbozzo di panegirico dei dolori della SS.ma Vergine Immacolata nel venerdì della domenica di Passione, Ascoli Piceno 1746. 23 IN PARTICOLARE Istruzione sopra il sacro scapolaretto o sia abitino ceruleo, o vogliamo dirlo torchino dell’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine, 1746, stampato in Ascoli, per Niccola Ricci. 35 Sopra i privilegi di Nostra Immacolata Signora. Canzonetta sull’aria marcuccina, Ascoli Piceno databile 1746. 39 Volgarizzamento poetico dell’Ave Maris Stella, Ascoli Piceno 17 marzo 1746. 41 Breve sermone sopra la gloriosa Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno databile 15 agosto 1746. 47 Sacro discorsetto sopra l’Aspettazione del Parto di Maria Vergine SS.ma, Ascoli Piceno databile 1746. 51 PER LE TRASCRIZIONI: Suor Maria Vanessa Hilario ed Elvezia Di Girolamo. PER LE TRADUZIONI DAL LATINO: Pietro Alesiani. PER AIUTO REVISIONE E CONFRONTO MANOSCRITTI: FOTO: Domenico Oddi ed inoltre Enzo Morganti. © 2008 – Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione Via S. Giacomo, 3 - 63100 Ascoli Piceno E-mail: [email protected] Casa generalizia, via Cosimo Tornabuoni, 12 - 00166 Roma Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo elettronico, in fotocopia, in disco o in altro modo, senza l’autorizzazione scritta dell’Editore Stampa: Croma Group srl - Grottammare (AP) VIII Elvezia Di Girolamo. CAP. II SERMONCINI PER OGNI SABATO DELL’ANNO 1752 Il solennizzare e celebrare il sabato con varie divozioni in onor della Vergine è di suo gran piacere e vien da lei molto ben ricompensato, Ascoli Piceno 1 gennaio 1752. 60 IX La tenera divozione verso la SS.ma Vergine è di gran giovamento per ravvivar la nostra fede verso il SS.mo Sacramento, Ascoli Piceno 8 gennaio 1752. 65 Quanto gradisca la SS.ma Vergine l’esser salutata con l’Ave Maria, Ascoli Piceno 17 giugno 1752 155 La divozione della SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona confessione sacramentale, Ascoli Piceno 15 gennaio 1752. 71 Essendo stato San Giovanni Battista così caro a Nostra Signora, non vi è mezzo più proprio per ottenere la protezione di questa, che interporvi l’intercessione di quello, Ascoli Piceno 24 giugno 1752. 160 Quanto riesca di gradimento alla SS.ma Vergine la nostra divozione verso di lei e quanto le sia di dispiacere la mancanza di nostra fedeltà, Ascoli Piceno 22 gennaio 1752. 76 Il reputarsi indegno di ricevere le dolcissime Visite di Maria SS.ma e nel tempo stesso far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle, Ascoli Piceno 1 luglio 1752. 167 La divozione professata da San Francesco di Sales verso la SS.ma Vergine, e le finezze della Vergine usate verso S. Francesco di Sales, risvegliar debbono e la nostra diligenza in fedelmente servir la stessa Regina del Cielo e la nostra fiducia in esser da lei protetti, Ascoli Piceno 29 gennaio 1752. 81 Chi vuol grazie dalla Vergine ricorra a Lei con fiducia e con perseveranza nelle sue Chiese, Ascoli Piceno 8 luglio 1752. 174 179 Quanto dispiaccia alla SS.ma Vergine il Carnevale, Ascoli Piceno 5 febbraio 1752. 90 L’essere ascritti al sacro abitino del Carmine ed il portarlo con divozione, impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra, Ascoli Piceno 15 luglio 1752. 184 La divozione verso la SS.ma Vergine riesce di gran conforto nella morte, Ascoli Piceno 12 febbraio 1752. 95 L’Amore che la Maddalena portò a Maria SS.ma deve essere il modello del nostro amor verso la Vergine, Ascoli Piceno 22 luglio 1752. 103 La divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine, che l’ha impegnata sempre mai ad operar maraviglie, anche in favore di chi solamente lo ha portato indosso, Ascoli Piceno 29 luglio 1752. 190 La divozione verso il gran padrone e patriarca San Giuseppe è un mezzo efficacissimo per ottenere la protezione e il patrocinio di Maria SS.ma, Montalto Marche 18 marzo 1752; Ascoli Piceno 8 aprile 1752. 110 L’averci posti il nostro gran Padre e protettore Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la protezione e tutela di Maria SS.ma, fu la gloria del suo apostolato e la sorgente di tutte le nostre fortune, Ascoli Piceno 5 agosto 1752. 196 La gran Regina del Cielo ha un mirabile potere nel difendere i suoi divoti da tutti gli assalti del nemico infernale, Ascoli Piceno 15 aprile 1752. Il concorrere e portarsi nelle Chiese a venerar le sacre Immagini di Maria, è un bel mezzo per essere da Lei protetti, Ascoli Piceno 22 aprile 1752. 116 203 L’intercessione di Maria SS.ma è molto efficace per placar l’ira divina, Ascoli Piceno 29 aprile 1752. 123 L’apparecchiarsi a celebrar con divozione la festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora la impegna ad esercitar verso di noi l’uffizio che ella ha di Rifugio dei Peccatori, Ascoli Piceno 12 agosto 1752. 208 La divozione verso Maria SS.ma rende buona la nostra speranza e ce la ravviva ed accresce, Ascoli Piceno 13 maggio 1752. 129 Sotto la similitudine del cedro si dimostra essere stata Maria SS.ma nella sua gloriosa Assunta e di stupore al mondo e di allegrezza e maraviglia al cielo e di giovamento a tutti, specialmente ai peccatori, Ascoli Piceno 15 agosto 1752. Maria SS.ma impetra ai suoi divoti la pienezza dello Spirito Santo, Ascoli Piceno 20 maggio 1752. 135 Il ringraziare la SS.ma Trinità delle Grazie concesse alla SS.ma Vergine, ed il congratularsi con la Vergine per la gloria ed onore dato alla SS.ma Trinità esser deve l’esercizio più frequente dei veri divoti di Maria, Ascoli Piceno 27 maggio 1752. 141 Il concorrere alle fabbriche o al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma, viene da Lei molto ben ricompensato anche in questa vita, Ascoli Piceno 10 giugno 1752. 149 X CAP. III SERMONCINI PER OGNI SABATO DELL’ANNO 1753 Il vero divoto della Vergine deve procurar di avere buona memoria, miglior ingegno ed ottimo giudizio, sì per maggiormente promuovere il culto di Lei, che per ottenere più efficace il suo patrocinio, Ascoli Piceno 12 maggio 1753. 220 Per ricevere, per conoscere e per eseguire gli impulsi dello Spirito Santo non vi è il più bel mezzo che farsi divoto di Maria SS.ma, Ascoli Piceno 9 giugno 1753. 227 XI Godendo molto la Vergine che da sua parte si ringrazi la SS.ma Trinità, deve ognuno aiutarsi a farlo come essa stessa insegnò e desidera, Ascoli Piceno 16 giugno 1753. 229 Sermoncino VI. Si spiega il significato degli abiti sacerdotali e dell’apparecchio; e particolarmente dell’entrata in Sagrestia che fa il Sacerdote e del lavarsi le mani e delle orazioni preparatorie, Ascoli Piceno 16 febbraio 1754. 254 Nella festa della visitazione, siccome si ravvivano più che mai le nostre speranze, così deve più che mai risvegliarsi la nostra divozione, Ascoli Piceno 2 luglio 1753. 231 Sermoncino VII. Uno tra gli ottimi apparecchi per udir con profitto la S. Messa è il ricorrer con calde preghiere alla gran Vergine Nostra Signora, Ascoli Piceno 23 febbraio 1754. 256 Sermoncino per la SS.ma natività di Maria, Ascoli Piceno 8 settembre 1753. 234 259 Per ottener una vera felicità non vi è più bel mezzo che esser divoto del SS.mo nome di Maria, Ascoli Piceno 15 settembre 1753. 236 Sermoncino VIII. Per degnamente assistere alla S. Messa si richiede una gran fede e bisogna far divoto ricorso alla Gran Vergine, che della fede è maestra, Ascoli Piceno 2 marzo 1754. Essendo il SS.mo nome di Maria un nome ricolmo di virtù, benedizioni e di grazie, non può esser mai da noi invocato senza nostro grandissimo utile e vantaggio, Ascoli Piceno 22 settembre 1753. 237 Sermoncino IX. Quanta ricompensa Maria dia a chi ad onor suo assiste divotamente alla Messa, Ascoli Piceno 15 giugno 1754. 261 264 Il nome augustissimo di Maria essendo di grande efficacia e virtù per ben morire, pronunziato nelle ultime agonie dai suoi divoti, impegna il gran protettore dei moribondi l’Arcangelo San Michele, di cui oggi celebriamo, ad assisterci con più premura in quel punto tremendo, Ascoli Piceno 29 settembre 1753. 239 Sermoncino X. L’umile confessione ed il pentimento sincero di nostre colpe, innanzi alla Vergine; e l’umile invocazione del suo Aiuto; è un gran mezzo per ottenere il perdono, Ascoli Piceno 22 giugno 1754. Sermoncino XI. Quanto abbiam bisogno e in tempo di Messa e fuori di Messa della Intercessione di Maria (Kyrie eleison), Ascoli Piceno 6 luglio 1754. 267 Sermoncino XII. Sopra il Gloria in excelsis Deo, il Dominus vobiscum che segue e l’oremus prima dell’Epistola. Ascoli Piceno 13 luglio 1754. 271 Sermoncino XIII. Dell’Epistola e graduale e il trasferir del Messale. Ascoli Piceno 20 luglio 1754. 275 Sermoncino XIV. Evangelio e Credo. Ascoli Piceno 27 luglio 1754. 278 Sermoncino XV. Si ripete il Credo. Ascoli Piceno 3 agosto 1754. 280 Sermoncino XVI. Ascoli Piceno agosto 1754. 283 Sermoncino XVII. Il Lavabo, Offerimus, Orate fratres, Ascoli Piceno 31 agosto 1754. 283 Sermoncino XVIII. Segrete e Prefazio, Ascoli Piceno 14 settembre 1754. 284 CAP. IV SERMONCINI ABBOZZATI SOPRA LA SACRA LITURGIA DELLA SANTA MESSA RECITATI NEI SABATI (16 NOVEMBRE 1753 - 14 SETTEMBRE 1754) Sermoncino I. Quanto piaccia a Maria SS.ma il considerar l’istituzione ed i misteri della S. Messa, Ascoli Piceno 16 novembre 1753. 244 Sermoncino II. Vuole la Vergine che tutti i cristiani si mostrino grati con la rimembranza del sacrificio fatto per loro dal suo Divin Figlio, Ascoli Piceno 24 novembre 1753. 247 Sermoncino III. L’assister con somma divozione e riverenza alla S. Messa, è lo stesso che impegnar la Vergine a farci singolari finezze, Ascoli Piceno 1 dicembre 1753 249 Sermoncino IV. La gran premura che ha la Vergine che noi ascoltiamo divotamente la S. Messa ci prova esser la Messa di un gran valore per noi, Ascoli Piceno 12 gennaio 1754. 250 CAP. V Sermoncino V. Il soccorrer le anime benedette del purgatorio ad onor di Maria col mezzo della S. Messa, sia lo stesso che impegnar Maria SS.ma a soccorrerci particolarmente in vita e dopo morte, Ascoli Piceno 19 gennaio 1754. 252 Iddio con il darci la sua Madre per nostro rifugio, ci ha dato un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci, Ascoli Piceno 15 agosto 1754. 290 Sopra la gloriosa Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno 15 agosto 1758. 296 XII SERMONCINI PER LA FESTA DI MARIA SS.MA ASSUNTA (1754-1769) XIII Refugium meum es tu, Ascoli Piceno 15 agosto 1759. 300 Breve discorso sopra la gloriosa Assunta di Nostra Signora. Supra modum Mater mirabilis, Ascoli Piceno 15 agosto 1759. 305 Abbozzo del discorsetto sopra l’Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno 15 agosto 1768. 310 Per la gloriosissima Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno 15 agosto 1769. 314 CAP. VI SERMONCINI FAMILIARI RECITATI NEI SABATI E IN VARIE FESTE MARIANE (1756-1764) Sermone familiare sopra la Presentazione di Nostra Signora, recitato in sedia alle piissime Religiose Benedettine di S. Egidio di questa città di Ascoli, 22 novembre 1756. 320 Missus est Angelus Gabriel a Deo in Civitatem Galileae, cui nomen Nazareth, ad Virginem, Ascoli Piceno 10 dicembre 1756. 331 Spiegandosi di chi fosse figlio il patriarca San Giuseppe, si conchiude dimostrando quanto sia efficace il patrocinio di San Giuseppe per ottener le grazie da Maria Santissima, Ascoli Piceno 31 dicembre 1757. 336 Descrivendosi la nobile parentela di Maria SS.ma, si conchiude esser essa nostra parente in primo grado di adozione spirituale, cioè nostra amantissima Madre, Ascoli Piceno 7 gennaio 1758. Spiegandosi la fuga nell’Egitto, memorata da San Matteo, si esalta la sofferenza e insieme la prudenza di Maria SS.ma e se ne raccomanda l’imitazione, Ascoli Piceno 11 febbraio 1758. 388 Dilucidandosi la Strage degli Innocenti, di cui ci parla San Matteo, si viene a dedurre quanto dispiaccia a Maria SS.ma il perseguitar gli Innocenti, Ascoli Piceno 4 marzo 1758. 389 Maria SS.ma è un rifugio sicuro senza chiederlo e pronto senz’aspettarlo, Ascoli Piceno 31 aprile 1764. 398 La custodia e protezione di Maria è sicura, pronta e durevole a favor di chi le vive ossequioso tra le sue mistiche vigne, Ascoli Piceno 4 aprile 1769. 403 CAP. VII SERMONI PER IL TRIDUO E LA FESTA DI MARIA BAMBINA (1767-1769) La bellezza di Maria Bambina, Ascoli Piceno 5 settembre 1767. 417 La bontà di Maria Bambina, Ascoli Piceno 6 settembre 1767. 426 La beneficenza di Maria Bambina, Ascoli Piceno 7 settembre 1767 433 343 Maria Bambina, essendo nata Regina dell’Universo, stando ancor nella culla, esercita la sua mirabile potenza in Cielo, in Terra e nell’Inferno, Ascoli Piceno 8 settembre 1768. 442 Dilucidandosi, se quando avvenisse il purissimo sacro sposalizio tra la Vergine e S. Giuseppe, si conchiude con l’esaminare il modo, come possiamo contrarre uno spirituale sposalizio con la suddetta Regina del Cielo, Ascoli Piceno 14 gennaio 1758. 353 Sopra la SS.ma natività di Nostra Immacolata Signora, Ascoli Piceno 8 settembre 1769. 455 Incominciandosi a spiegar il capo secondo di San Matteo, si pone in chiaro, in che tempo nacque Gesù Signor nostro e quali prodigi principali accompagnarono la sua SS.ma nascita; conchiudendosi con una Congratulazione alla SS.ma Vergine per la sua maternità, Ascoli Piceno 21 gennaio 1758. 365 CAP. VIII SERMONI PER LE FESTE MARIANE RECITATI NELLA CATTEDRALE DI MONTALTO E NELLE CHIESE DELLA DIOCESI (1771-1789) Ponendosi in chiarezza maggiore i due singolarissimi privilegi di Maria, cioè la sua verginità perpetua e la sua maternità di Dio, si conclude che l’onorar questi due privilegi è il più bel modo di acquistarsela benevola avvocata e protettrice, Ascoli Piceno 28 gennaio 1758. 375 Sopra la gloriosa Assunta di Nostra Immacolata Signora, Montalto 15 agosto 1771. 462 467 Dilucidandosi la venuta e l’offerta dei Santi Re Magi, di cui favella San Matteo, si conchiude quanto Iddio gradisca i doni, che gli si danno per le mani della sua SS.ma Madre, Ascoli Piceno 4 febbraio 1758. 386 Sopra la purificazione di Nostra Immacolata Signora. Ai tre miracoli che nel giorno della sua purificazione veder ci fece Maria Santissima, cioè di ubbidienza, di umiltà e di edificazione, molti e molte ardiscono di contrapporre tre altri prodigi, cioè di ostinazione, di superbia e di scandalo, Montalto 2 febbraio 1772. XIV XV Sermone della gran Misericordia di Maria SS.ma. La SS. Vergine impegna il suo divin Figlio ad aspettare i peccatori con pazienza, a ricercarli con premura e ad accoglierli con amorevolezza: così essa usando verso dei peccatori la sua grande misericordia, Castignano 16 agosto 1772. 473 Pastorale della SS.ma natività di Maria. L’allegrezza universale che la Gran Vergine arrecò a tutto il mondo col suo nascimento, Force 8 settembre 1772. Dialogo sopra l’apparizione del Redentore risorto alla sua SS.ma Madre, e sopra la doppia Alleluja della Pasqua, Montalto 18 aprile 1772. 546 475 554 Sermone nella purificazione di Maria. La doppiezza intanto è sì comune in oggi tra noi Cristiani, in quanto passa quasi comunemente tra noi per una lodevole accortezza di tratto e non si apprende per quel vizio, com’è, sì abominevole agli occhi di Dio e sì pregiudizievole al prossimo ed a noi stessi, Montalto 2 febbraio 1773. 477 Dialogo della Santa Casa di Loreto, tra Timesia, Filomata e Critesio, Montalto 3 maggio 1772. Dialoghetto in quattro educande per la Festa della Presentazione di Maria, Montalto 21 novembre 1786. 562 Per la purificazione di Maria SS.ma, Montalto 2 febbraio 1774. 494 Indice dei nomi notevoli di persone 567 Omelia della gloriosa Assunta di Nostra Immacolata Signora. L’amore dimostrato a noi da Maria SS.ma nel suo felicissimo transito da questa all’altra vita, ci vien perpetuato nella Assunta sua gloriosa in Cielo, Montalto 15 agosto 1776. 496 Repertorio di persone menzionate nell’opera 573 Bibliografia generale 595 Bibliografia del repertorio 597 Omelia della natività di Nostra Signora. Non sente gaudio nella natività di Maria chi non comprende l’infinito bene, che da Maria ne ridonda, Montalto 8 settembre 1776. 502 Sermone della natività di Nostra Signora. Non sente gaudio nella natività di Maria chi non comprende l’infinito bene, che da Maria ne ridonda, Montalto 8 settembre 1776, mandato alle Pie Operaie dell’Immacolata di Ascoli. 509 Omelia per l’Assunta di nostra Signora, Montalto 15 agosto 1786. 512 Morale omelia. Benedicta sit Peccatorum Refugium, Christianorum Auxilium, necnon Prædicatorum Præssidium, Deipara Virgo Maria, Quæ Et Dicentis Verba complevit Et Audientium corda contrivit. Impleti sunt dies Purgationis Maria, Montalto 2 febbraio 1787. 518 Omelia per l’Assunta di nostra Signora, Montalto 15 agosto 1787. 524 Omelia per la SS.ma natività di nostra Signora, Montalto 8 settembre 1788. 530 Omelia della gloriosa Assunta di Nostra Signora. Impercettibili essendo i sorprendenti trionfi di Maria nella sua gloriosa Assunta, si dimostra il trionfo della sua materna clemenza e misericordia, come più adattato al nostro Umano Intendimento, Montalto 15 agosto 1789. 535 XVI CAP. IX DIALOGHI PER LE FESTE MARIANE MANDATI MONTALTO ALLE RELIGIOSE DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI ASCOLI (1772-1786) DA XVII Presentazione Madre Daniela Volpato, Vicaria Generale Ascoli Piceno 11 Febbraio 2008, festa della Madonna di Lourdes “I o sono l’Immacolata Concezione”: con queste parole la “bella Signora” si è definita apparendo alla giovane Bernardetta Soubirous 150 anni fa a Lourdes. Stiamo quindi vivendo un anno speciale, un anno giubilare che intende celebrare la memoria di quelle importanti apparizioni che si possono leggere come una conferma della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria avvenuta quattro anni prima, ossia nel 1854. Ci sembra, quindi, non casuale il fatto che, proprio in quest’anno venga dato alla stampa questo nuovo volume dell’Opera omnia di Mons. Marcucci: “Sermoni per le feste mariane”. È una raccolta delle sue omelie che vuole dimostrare come Egli abbia voluto cogliere tutte le occasioni per onorare Colei che amava chiamare “Nostra Immacolata Signora” già più di cento anni prima che il dogma venisse ufficialmente proclamato. Mons. Marcucci, fervente innamorato di Maria proprio sotto il titolo di “Immacolata Concezione”, non lasciava infatti passare sotto silenzio nessuna ricorrenza mariana, anzi di ciascuna di esse sapeva approfittare per diffondere il culto e la vera devozione all’Immacolata e questo Egli ha trasmesso alle Sue Figlie, le Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, perché continuassero sul suo esempio. Questo è sicuramente il motivo che ha spinto Suor M. Paola Giobbi a impegnarsi perché venisse pubblicata tale opera proprio in questo anno giubilare, che, oltre a ricordare come già detto l’anniversario delle apparizioni a Lourdes, per noi Pie Operaie ricorda anche i 151 anni dalla visita effettuata nella nostra Casa Madre ad Ascoli Piceno dal Papa Pio IX, dal quale è stato proclamato appunto il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. XVIII XIX Suor M. Paola, quindi, ha voluto onorare in questa circostanza la Vergine Immacolata: per questo a lei va il ringraziamento di tutta la Congregazione e anche di coloro che, dopo essersi accostati alla conoscenza di Mons. Marcucci, ne hanno compreso tutta la portata culturale e spirituale e desiderano sempre più approfondirla sotto ogni aspetto, ma soprattutto desiderano rafforzare la loro fede nel mistero dell’Immacolata Concezione di Maria. Un ringraziamento sincero e profondo va anche al Reverendo Padre Stefano De Fiores che, pur tra i suoi mille impegni, si è prodigato con la sua competenza e con il suo caratteristico entusiasmo a curare l’introduzione al volume, manifestando ancora una volta l’apprezzamento e la stima per il nostro Fondatore, ma anche per l’intera nostra Congregazione. A tutti colo che avranno l’opportunità di prendere in mano questo volume auguriamo di crescere sempre più nella vera devozione all’Immacolata Concezione, dalla quale imploriamo per tutti le più grandi benedizioni, affidando ciascuno all’intercessione del Servo di Dio Mons. Francesco Antonio Marcucci, che desideriamo vedere presto elevato agli onori degli altari. Presentazione Mons. Silvano Montevecchi, Vescovo di Ascoli Piceno Ascoli Piceno 25 Febbraio 2008, 267° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del Servo di Dio mons. F. A. Marcucci L’ impegno con il quale le Pie Operaie della Immacolata Concezione stanno conducendo gli studi e le dovute attività per favorire nel più breve tempo possibile l’auspicata beatificazione del loro fondatore Mons. Francesco Antonio Marcucci, è connotato anche dall’impegnativo programma di consegnare al pubblico la “Marcucciana Opera Omnia” nella varie sezioni: storica, letteraria, biblico-teologica, mariologica, filosofica, omiletica, oltre al ricco epistolario. Il volume, che viene posto nelle mani del lettore, presenta temi dedicati alla sezione mariologica. Sono prevalentemente meditazioni o sermoni e poesie dedicati ai momenti della vita della Beata Vergine verso la quale il Marcucci nutriva un affetto tenerissimo. In calce alla “Istruzione sopra il sacro scapolaretto o sia abitino ceruleo o vogliam dire torchino dell’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine”, il nostro si firma “Abate don Francesco Antonio Marcucci, detto dell’Immacolata Concezione, Sacerdote Secolare di Ascoli e Missionario Apostolico”. La firma ci aiuta a intravedere le caratteristiche della sua personalità: egli è un sacerdote ascolano che nelle sua produzione letteraria offre uno spaccato della vita e della religiosità popolare dell’amata città e del suo carattere mariano “con cui da secoli si truova a presentare tutta umile ai sacratissimi piedi della eccelsa Immacolata Regina un annuo tributo, e sotto quello i cuori dei cittadini” (cfr Orazione per l’Immacolata Concezione…1760). Una caratteristica, questa, che permane ancora viva tra noi. Egli ama essere definito “dell’Immacolata Concezione”. Il nostro autore in tutti i suoi scritti ha sempre l’intento di essere di utilità al popolo e di formarlo nella crescita spirituale. È convinto che la conoscenza e la devozione verso la Madonna sia la via maestra per la trasmissione della fede. D’altra parte i suoi Sermoni sono costruiti come le grandi chiese barocche nelle quali XX XXI la mobilità delle forme e la convergenza verso l’altare esprime il desiderio dell’anima di essere condotta alla devozione attraverso la ricchezza delle citazioni bibliche, la profonda semplicità della riflessione teologica, la dolcezza delle indicazioni ascetiche pratiche e i riferimenti di ordine devozionale. Attraverso i Sermoni alla Madonna vengono passati in rassegna tutte le grandi verità dell’esperienza cristiana. Infine sottolinea di sentirsi “Missionario Apostolico”. E come non pensare alla sue giovani esperienze allorché a piedi scalzi si recava nei paesi a predicare al popolo, ispirandosi al grande modello di S. Leonardo da Porto Maurizio. Ma fu mosso da intento missionario anche la istituzione di una famiglia religiosa dedicata alla educazione delle fanciulle. Dalla lettura del volume si potrà conoscere la delicatezza di questa anima sacerdotale e l’influenza che i suoi scritti hanno avuto nella storia della città. La nostra Diocesi ha avuto dalla Divina Provvidenza il dono di questa grande personalità e la gioia di custodire le sue spoglie mortali proprio nelle chiesa dove tante volte parlò delle virtù della Vergine e dei doni riservati ai suoi fedeli. Ringrazio cordialmente le brave suore, e particolarmente suor Maria Paola Giobbi, per l’impegno di far conoscere il pensiero del Marcucci non solo agli studiosi, ma anche ai ragazzi delle scuole, perché sia apprezzato e venerato. Introduzione Stefano De Fiores Ascoli Piceno 2 Febbraio 2008 S aluto questo nuovo volume dell’Opera Omnia di Francesco Antonio Marcucci che raccoglie i Sermoni per le Feste Mariane (1746-1789) e mi congratulo con le Pie Operaie dell’Immacolata, in particolare con Suor Maria Paola Giobbi, per l’intelligenza e l’amore con cui hanno curato l’edizione. L’apertura di un altro scrigno contenente ulteriori espressioni di culto e di dottrina concernente la Madre di Gesù da parte di un testimone convinto e di un maestro illuminato come il servo di Dio Francesco Antonio Marcucci, rappresenta per la Chiesa un arricchimento e uno sprone. Trarre dall’oblio i manoscritti che conservano i Sermoni per le Feste Mariane pronunciati dal Marcucci negli anni 1746-1789 (98 componimenti omiletici), è un’opera meritoria, che si risolve in una maggiore risonanza del pensiero del Fondatore nell’immenso areopago del nostro tempo e in un argomento supplementare per affrettare il riconoscimento della santità e dottrina del servo di Dio. La prima impressione alla lettura dell’elenco degli argomenti trattati è che essi offrano uno spaccato della vita religiosa di Ascoli, nonché dell’inserimento in essa della Vergine Maria con una funzione educativa, etica e spirituale. È una conferma del carattere mariano della città - come la descrive mons. Marcucci - † Silvano Montevecchi sì cospicua non meno per l’antichità immemorabile delle sue vaste mura [...] e per la nobiltà de’ suoi cittadini, [è] molto più illustre per l’amor singolare, con cui da secoli vincolata si truova a presentar tutta umile ai sacratissimi piedi della eccelsa immacolata Regina un annuo tributo, e sotto quello i cuori tutti de’ cittadini1. 1 XXII F. A. MARCUCCI, Orazione per l’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine, recitata in Ascoli agli 8 di dicembre del corrente 1760, Ascoli 1760, 30. XXIII CARATTERE LITURGICO Si tratta di una vita ritmata dalle feste liturgiche mariane mediante le quali la parola di Dio s’inserisce nella quotidianità, sia che riguardi il parto, il carnevale o la morte2. Il Marcucci valorizza le ricorrenze dedicate a Maria dall’Aspettazione del parto, alla natività, al Nome di Maria, all’annunciazione, alla visitazione, alla purificazione, all’Addolorata e all’Assunta, dedicando ad ognuna di esse un’omelia appositamente composta, includente un riferimento concreto all’impegno cristiano. I Sermoni qui pubblicati contengono riferimenti di ordine devozionale, come l’indossare l’abitino del Carmine o quello ceruleo dell’Immacolata, ma la loro stragrande maggioranza riguarda la liturgia, segno del primato attribuita a questa nella prassi della vita devota del settecento ascolano. In tale contesto si spiega la sequenza di Sermoncini abbozzati sopra la sacra liturgia della santa messa recitati nei sabati (16 novembre 1753 - 14 settembre 1754), in cui mons. Marcucci svolge una catechesi accurata sia circa l’Istituzione ed i Misteri della S. Messa, e il modo devoto di parteciparvi (allora si diceva assistervi), sia circa il significato degli abiti sacerdotali delle varie parti della Messa: dal Gloria in excelsis Deo, all’epistola, al vangelo, al Credo... fino al prefazio. La sua esegesi è certamente inculturata ed espressa nel linguaggio allora corrente, come appare per esempio dal seguente brano: Spedito questi dall’augustissima Triade alla picciola stanza, dove stavasi allora ritirata la Divina Donzella, assorta in altissima contemplazione del gran Mistero, che una Vergine concepir dovea senza umana operazione, Ecce Virgo concipiet; e appena giunto, con profonda riverenza la inchina, graziosamente la saluta, e con ogni più umile ossequio le espone la cagione della sua venuta, com’ella era stata già eletta per Madre di Dio, Ecce concipiet con quel che siegue nel sagro Testo. Similmente il Marcucci, al contrario di certi presbiteri che fanno l’omelia all’insegna dell’improvvisazione, prepara e struttura i suoi discorsi secondo le norme dell’oratoria che prevedono il prologo, le varie parti e l’epilogo. Al di là della struttura colpisce la formazione teologica dell’autore che presenta Maria non già come una monade chiusa in se stessa, ma come una persona in relazione con la Trinità e con le singole persone divine. Egli la saluta: Ave figlia di Dio Padre, ave Madre di Dio Figlio, ave Sposa dello Spirito Santo, ave o Tempio della SS.ma Trinità. E non manca di rimandare al Magnificat per lodare Dio unitrino con Maria: Voglio che soltanto l’altezza della gloria ed onore che la Gran Vergine diede alle tre Divine Persone lo ricaviate da quel ch’essa medesima ne disse nel suo mirabilissimo Cantico con quelle sole misteriose parole, Magnificat Anima mea Dominum. Attenti Uditori, giacchè in così alto Mare dolcemente ci troviamo ingolfati. Disse dunque la Vergine, l’Anima mia rende grande Iddio, gli dà una gran gloria, un grande onore, Magnificat Anima mea Dominum3. ISPIRAZIONE BIBLICA Nelle feste mariane, dovendo commentare gli eventi biblici o misteri di Cristo in cui è presente Maria, il Marcucci mette a diretto contatto con la Parola di Dio e con i suoi contenuti vitali e storico-salvifici. Così egli snoda dinanzi ai nostri occhi i brani evangelici proclamati nelle varie celebrazioni in onore di Maria, con un’esegesi analitica ed insieme sintetica, cioè fedele al testo e nello stesso tempo ricca di risonanze dell’Antico e del Nuovo Testamento. Insomma un’esegesi unitaria e spirituale basata sull’unicità dell’autore divino di tutti i testi ispirati. 2 Cf. nel presente volume: Sagro discorsetto sopra l’Aspettazione del Parto di Maria Vergine SS.ma. Desiderium meum audiat Omnipotens. In Giobbe al capo trentesimoprimo, databile 1746; Quanto dispiaccia alla SS. Vergine il Carnevale, Ascoli Piceno 5 febbraio 1752; La devozione verso la SS.ma Vergine riesce di gran conforto nella morte, Ascoli Piceno 12 febbraio 1752. XXIV POESIA E DRAMMATIZZAZIONE Infine il Marcucci non disdegna le composizioni poetiche e drammatiche ma le utilizza a lode della Vergine. In questo egli s’inserisce in una tradizione ascolana collaudata almeno da un secolo: 3 Sermoncino decimo quinto recitato nel Sabato della SS.ma Trinità a’ 27 di Maggio del corrente anno 1752. XXV Le celebrazioni delle ricorrenze mariane offrivano spesso pretesto per pubblicazioni di carattere poetico-devozionale, quali la Publica supplicatio di Giuseppe Lenti, edita nel 16214, la raccolta di Tullio Lazzari, pubblicata a Macerata nel 16985, e gli Affetti di compunzione di Angelo M. Lenti, stampata a Fermo nel 16926, dove troviamo una composizione dal significativo titolo Imperatrice del Cielo, e Regina Immacolata degli Angioli7, nella quale viene esaltato l’«Illibato Mistero».8 Vergine amabilissima, [...] volgetevi verso di noi con occhi misericordiosi. Sollevateci dagli affanni di questa misera vita; fortificateci contra tutti gli assalti de’ nostri Nemici visibili ed invisibili; otteneteci il pieno perdono di tutte le nostre colpe e la grazia di non più commetterle; dateci un cuore, una fedeltà da vostri figli e da amantissimi figli; e fate in fine, che siccome, anche vostra mercè, fummo redenti, così col vostro favore siam fatti in eterno tutti salvi. O allora sì che giungeremo a conoscere perfettamente quanto Amore vi portò quel Dio, che s’impiegò tutto in farvi grande; e quanto amore voi portaste a noi in impiegarvi tutta in tanto beneficarci; e così dando anche noi il tributo di ringraziamenti e di lodi e a Dio e a voi, vi ameremo, vi benediremo, vi godremo con tutti i Santi e Angeli del cielo per tutta l’eternità. Amen.9 In questa scia di utilizzazione della poesia non sorprende il fatto che il volume ora editato contenga un Volgarizzamento Poetico dell’Ave Maris Stella (1746), un Dialogo sopra l’apparizione del Redentore risorto alla sua SS.ma Madre (1772), un Dialogo della Santa Casa di Loreto, tra Timesia, Filomata e Critesio (1772) e infine un Dialoghetto in quattro Educande per la Festa della Presentazione di Maria (21 novembre 1786). Sono componimenti che destano il desiderio di conoscerli, per ammirare la fantasia inventiva del Marcucci e il messaggio sempre vitale che contengono. In tutti i discorsi il servo di Dio lascia trasparire l’immagine di Maria impressa nel suo cuore: una Maria biblica che vive il mistero di Cristo con atteggiamento di fede sia nella sofferenza che nella gioia, ma anche una Maria vivente che assunta in cielo non depone la sua missione di salvezza. Il Marcucci non nasconde la sua pietà e intensa devozione verso la Madre di Cristo, divenuta nostra Madre, e a lei dirige numerose preghiere, tra cui la seguente: 4 G. LENTI, Publica suplicatio Argentea Virginis Asculi celebrata, Ascoli 1621. T. LAZZARI, Le pompe festive celebrate alli 2 luglio 1698 dalla ven. Compagnia di Maria delle Grazie dell’ill.ma città di Ascoli, Macerata 1698. 6 A. M. LENTI, Aff.etti di compunzione in poesie sacre divise a canti in ottava, che contengono morali e sostanziosi ammaestramenti estratti capo per capo dal p. Tomaso da Kempi, per frutto spirituale dell’anime devote, Fermo 1692. Si tratta della trasposizione in versi (ottave) dell’Imitazione di Cristo e di altre opere di T. da Kempis. 7 Ibid., 3-4. 8 A. ANSELMI, «Mons. Francesco Antonio Marcucci e la devozione al “Gran Mistero” dell’Immacolata nel contesto ascolano», in F.A. MARCUCCI, Orazione per l’Immacolata concezione di Maria sempre Vergine, Riproduzione anastatica dell’edizione del 1760. Studi storicomariologici di Andrea Anselmi e Stefano De Fiores, Edizioni monfortane, Roma 1998, 69. 5 XXVI 9 Abbozzo di Panegirico in onore della SS.ma Annunciazione della Gran Madre di Dio Maria sempre Vergine. XXVII Nota redazionale Suor Maria Paola Giobbi, Pia Operaia dell’Immacolata Concezione Ascoli Piceno 31 Marzo 2008, solennità dell’Annunciazione di Maria SS.ma C on il Volume Sermoni per le feste mariane si conclude la pubblicazione della sezione mariologica dei manoscritti del Servo di Dio, mons. Francesco Antonio Marcucci. Con ammirazione, ci riappropriamo della predicazione popolare mariana di due secoli fa del nostro territorio Piceno, con l’auspicio che essa possa continuare ad illuminare la mente e a riscaldare il cuore dei contemporanei e dei posteri. Ringrazio i miei superiori per la fiducia che mi hanno dato e il professor P. Stefano de Fiores per la guida cordiale ed esperta nella cura di questo volume e di quello precedente, Sermoni per il Triduo e per la Festa dell’Immacolata Concezione (1739-1786), stampato a Dolo, Venezia nel 2004. Ringrazio Sua eccellenza il vescovo Silvano Montevecchi che accompagna sempre con la sua parola calda e illuminata ogni pubblicazione su mons. Marcucci; presiede le numerose manifestazioni che la Congregazione propone per far conoscere ed amare sempre più un grande testimone della fede, della carità e della cultura e, come vigile Pastore, interpreta il desiderio suo e delle Diocesi Picene, di veder presto riconosciuti dalla Madre Chiesa i meriti di mons. Marcucci. Ringrazio, infine, tutti quelli che mi hanno incoraggiato, compreso ed aiutato a realizzare la pubblicazione, in particolar modo la signora Elvezia Di Girolamo che con costanza, entusiasmo e competenza ha dedicato molto del suo tempo libero. Il volume raccoglie 98 brani di predicazione mariana popolare tratti da varie miscellanee autografe dell’Autore e presentati in ordine cronologico; a volte, a questo criterio, è prevalso quello della omogeneità dei destinatari o del luogo dove i brani sono stati scritti o recitati. XXVIII XXIX Per facilitare la lettura, ogni brano è preceduto da una breve introduzione come pure ogni capitolo. Le immagini che accompagnano i testi sono riferite a temi trattati e ai luoghi dove si è svolta la predicazione. Gran parte di esse sono state commissionate dall’Autore stesso. Che la Vergine Santa, nel 150° anniversario delle sue apparizioni a Bernardetta Soubirou, con il titolo di Immacolata, ci tenga sotto la sua speciale protezione e ci renda sempre più graditi a Gesù, suo divin Figlio. XXX XXXI Pagine manoscritte Pag. XXXI - Frontespizio dell’Opera ASC 23. Pag. XXXII - Prima pagina del Sermoncino Ventesimo in ASC 23, trascritto a pag. 166. Si notano due numerazioni in alto a destra, entrambe successive all’Autore, apposte al momento della rilegatura dei vari fascicoli che compongono il volume. La grafia dell’Autore è regolare e chiara. La buona conservazione dei manoscritti dipende dalla qualità della carta e dell’inchiostro. In terza di copertina di un libro conservato nella biblioteca antica dell’Istituto n. 553, leggiamo la seguente nota autografa che ci fa comprendere la cura dell’Autore nel preparare l’inchiostro. Ricetta per fare il vero e buono Inchiostro Per fare il vero e buon Inchiostro da scrivere ci vogliono tre libre di Vino, tre once di Galla, mezz’oncia di Gomma, e due once di Vetriolo. La Galla va pistata fina, e passata per setaccio, e poi si mette in infusione nel Vino dentro una pignatta, o altrove; e così si fa stare per nove dieci giorni, col mescolarla una volta al giorno. La Gomma pur si mette in infusione in un poco di Vino, levato da quelle tre libre; e si fa star così in una Tazza, o altrove, senza mescolarla, per nove dieci giorni. Passati poi i nove giorni, si cola il Vino Gallato, e anche l’altro Vino Gommato, e si mescola insieme; e ci si pone il Vetriolo, che deve essere pur passato per setaccio. E così si fa subito il vero e buono Inchiostro da scrivere. XXXII XXXIII Descrizione dei manoscritti I l presente volume raccoglie 98 componimenti omiletici per le feste mariane, provenienti da vari volumi o miscellanee conservate nell’Archivio delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione della Casa Madre di Ascoli Piceno, che verranno indicati con la sigla ASC e nella biblioteca antica dello stesso Istituto che verranno indicati con la sigla BSC. Di seguito, vengono descritti i singoli volumi nelle loro caratteristiche particolari. Il volume ASC 10 contiene solo un brano autografo della raccolta, composto il 5 febbraio 1752, misura cm 13,50x20. La copertina è in cartoncino con decorazioni a piccole stelle di color ruggine e paglierino, lacera ai bordi e lungo la linea centrale; misura 14x21. Il dorso è rilegato in pergamena con fregi dorati, in alto compare il titolo manoscritto “Marcucci Ms Miscellanea”. Il volume è composto di 13 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto. La numerazione è originale in alcuni brani; quella progressiva è di altra mano e va dai numeri 1-272. Un fascicolo contiene, in fondo, varie pagine bianche non contate nella numerazione progressiva. La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto. Il volume ASC 22 contiene 5 brani autografi della raccolta, composti tutti nel 1752 , misura cm 14x20. La copertina in pergamena, decorata con delicati fregi dorati, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Sermoni dei santi. Il volume è composto di 18 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto. La numerazione è originale solo in alcuni brani; quella progressiva è di altro mano e va dai numeri 1-279. La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è buono. Il volume ASC 23 contiene 35 brani autografi della raccolta, composti tra il 1746 e il 1769, misura cm 14x20. La copertina in pergamena, decorata con delicati fregi dorati, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Sermoni sopra la SS.ma Vergine. Il volume è composto di 31 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto. XXXIV La numerazione è originale solo in alcuni brani; quella progressiva è di altro mano e va dai numeri 1-306. La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La grafia è chiara e quasi sempre ben leggibile. Lo stato di conservazione è discreto. Il volume ASC 33 contiene sette brani autografi della raccolta, recitati nella cattedrale di Montalto tra il 1773 e il 1789, misura cm 19,5x27. La copertina è in cartoncino leggero di colore grigio, messa successivamente; il dorso è decorato con linee verticali di colore bleu. Sul frontespizio si legge il titolo manoscritto “Omelie e discorsi (1756-1794)”. Il volume è composto di 21 fascicoletti liberi, ognuno dei quali contiene un’omelia recitata a Montalto, tranne quella del 1756 sul 1 Libro dei Maccabei, cap. 3. Il frontespizio dei fascicoli riporta il titolo, la data e piccoli fregi dell’Autore. La numerazione è originale in tutti i brani; quella progressiva è di altra mano e va dai numeri 1-217. La carta utilizzata è filigranata, proveniente dalla cartiera di Ascoli. La grafia è chiara e ben leggibile; pochissime le cancellature. Lo stato di conservazione del volume è buono. Il volume ASC 35 contiene 21 brani autografi della raccolta, composti tra il 1752 e il 1756, misura cm 14x20. La copertina in pergamena, decorata con delicati fregi dorati, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Prediche pel Sacro Avvento. Il volume è composto di 12 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto. La numerazione è originale solo in alcuni brani; quella progressiva è di altro mano e va dai numeri 1-276. La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La grafia è abbastanza chiara e leggibile. Alcuni fogli, di formato leggermente più grande degli altri, sono consumati nella parte inferiore ed alcune parole sono illeggibili. Lo stato di conservazione del volume è discreto. Il volume ASC 37 contiene 8 brani autografi della raccolta, composti tra il 1757 e il 1758, misura cm 14x20. La copertina in pergamena ha i bordi decorati con delicati fregi dorati, al centro è ben visibile uno stemma papale, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Sermoni sul Nuovo Testamento. Il volume è composto di 7 fascicoli cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto. La numerazione è originale, ma il volume non è impaginato in modo progressivo; il titolo si trova dopo la p. 124. Il volume contiene 171 pagine più alcune bianche. XXXV La carta utilizzata è filigranata e proviene dalla cartiera di Ascoli. La grafia è chiara e ben leggibile; pochissime le cancellature. Lo stato di conservazione del volume è buono. Il volume ASC 47 contiene due brani autografi della raccolta, composti nel 1746 e misura cm 13x20. La copertina, cm 14x20,50, è in cartoncino, ricoperto da carta decorata a righe e palline di colore ruggine. Il dorso è rilegato in pelle con fregi dorati; è lacero in basso e forato in vari punti; il titolo, a caratteri dorati, “Miscella(nea)” è inserito dentro una cornice anch’essa con fregi dorati. Il volume è composto di 19 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, alcuni dei quali bianchi. La numerazione è originale in alcuni brani; manca quella progressiva. La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto. Il volume ASC 51 contiene sermoni ed omelie per il triduo e la festa dell’Immacolata Concezione, pubblicati nel 2004, in Marcucciana Opera omnia, vol. III. L’unico brano che si distacca dal tema è quello sulla Natività di Maria, dell’8 settembre 1753, che viene pubblicato nella presente raccolta; esso è costituito da un foglio, rilegato con filo di refe nel volume, alle pp. 299-301 (19-21) e misura cm 13x20. La copertina, in pergamena, decorata con fregi dorati, misura cm 15,4x22,3; sul dorso, si legge Sermoni sopra l’Imm. Concezio. La numerazione progressiva è di altro mano e va dai numeri 1-334. La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto. Il volume ASC 63 contiene unicamente i quattro brani, in onore di Maria Bambina, inseriti nella raccolta, scritti nel 1767-1768; misura cm 13,5x19,5. La copertina è in cartoncino decorato a fiorellini color paglierino su sfondo ruggine sfumato. Sul dorso c’è un’etichetta successiva all’Autore con il titolo manoscritto “Discorsi sopra la S. Bambina”; misura cm 14x20,50. Il volume è composto da tre fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, alcuni dei quali bianchi, numerati dall’Autore. Manca la numerazione progressiva. La carta utilizzata è resistente, la grafia è chiara e leggibile con qualche cancellatura. Lo stato di conservazione del volume è buono. Il manoscritto ASC 92 non fa parte di nessuna raccolta; è uno autografo del 21 novembre 1786 formato da due fogli cuciti al centro che formano XXXVI otto facciate di cui tre bianche, con numerazione originale, di cm 13,50x19,50. Sulle pagine bianche ci sono alcuni appunti e cancellature di altra mano. La carta utilizzata è uguale a quella di altre raccolte; la grafia è un po’ affaticata. Lo stato di conservazione è discreto. Il manoscritto ASC 141 non fa parte di nessuna raccolta; è uno autografo giovanile, scritto su un foglio di quattro facciate, con numerazione originale, databile 1746; misura cm 14x20. È custodito in una cartellina di colore celeste sul cui frontespizio si legge il titolo “Sacro discorsetto sopra l’aspettazione del parto di Maria”. La carta utilizzata è resistente, la grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione è discreto. Il Volume BSC 1519 è una miscellanea che si trova nella Biblioteca delle Suore Concezioniste della Casa Madre di Ascoli Piceno e contiene dieci brani autografi della raccolta, recitati a Montalto tra il 1771 e il 1776; misura cm 18,5x26,5. La copertina è in cartone, ricoperto da carta decorata con fiorellini gialli e foglie verdi su sfondo color paglierino, misura cm 19x28. Il dorso è rilegato in pelle con fregi dorati; è lacero e forato in vari punti; il titolo, a caratteri dorati, è inserito dentro una cornice anch’essa con fregi dorati, ma illeggibile perché deteriorato. Sul frontespizio interno si legge il titolo “Opuscoli in parte dell’abate Marcucci ascolano, in parte di mons. Marcucci, dall’anno 1768 sino al 1784, parte seconda”. Il volume è composto di 28 fascicoli cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, alcuni dei quali bianchi. La numerazione è in parte originale e in parte apposta da altra mano; manca quella progressiva. La carta utilizzata è filigranata e proveniente dalla cartiera di Ascoli. La grafia è per lo più chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto. XXXVII Criteri di trascrizione dei manoscritti L a trascrizione è sostanzialmente fedele all’originale. Sono state apportate soltanto alcune modifiche per adeguare il testo alla forma ortografica corrente, ad esempio si è ritenuto opportuno omettere l’apostrofo dopo l’articolo un, davanti ad un nome maschile iniziante per vocale, oppure dopo alcune particelle, ad esempio n’è è stato reso ne è. Alcune parole tronche, sono state completate con la vocale, ad esempio: sen’, è stato reso con se ne; alcune forme verbali molto antiquate sono state aggiornate, come negli esempi: Troveressimo = troveremmo Vedrassi = si vedrà Debbe = deve Alcuni sostantivi con la doppia sono stati resi come negli esempi: Sabbato = sabato Davidde = Davide Saulle = Saul. L’uso delle maiuscole è stato lasciato come nell’originale; per quanto riguarda la punteggiatura, sono state omesse le virgole prima della e congiunzione; le sottolineature sono state rese graficamente con il carattere corsivo per rendere il testo più leggibile. Le note con numerazione alfabetica sono dell’autore; quelle con numerazione araba sono della curatotrice. L’abbreviazione “ver. gr.” che spesso si incontra nel testo significa “per esempio”. Scorcio della Casa Madre dell’Istituto delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione costruita da mons. Marcucci. Sullo sfondo la Chiesa ottagonale dell’Immacolata e la torre campanaria. XXXVIII 1 CAP. I SERMONI E INNI MARIANI DEL 1746 2 3 Introduzione al capitolo Questo primo capitolo raccoglie quattro brani di predicazione giovanile di don Marcucci dell’anno 1746, dedicati a Maria SS.ma. Sono meditazioni sui momenti della sua vita: l’Annunciazione, l’attesa del parto, il dolore del venerdì santo, l’Assunta, i suoi privilegi. L’autore attinge i contenuti dei suoi discorsi alla Sacra Scrittura, alla dottrina dei Padri della Chiesa e al magistero, che conosce già in modo ampio ed approfondito. La sua esposizione chiara, scorrevole ed organizzata secondo le regole dell’arte retorica, mira a scaldare il cuore degli ascoltatori e muovere la loro volontà verso una devozione mariana sincera, fondata sulla totale fiducia in lei e sulla imitazione delle sue virtù. Nel capitolo sono stati raccolti anche due inni mariani tradotti dal latino e musicati dall’Autore per renderli più piacevoli ai fedeli ed un testo riguardante la devozione al sacro abitino, legato alla festa della Madonna del Carmine, già stampato nel 1746. I testi di meditazione sono raccolti nelle miscellanee ASC 23 e ASC 141; mentre gli Inni nella miscellanea ASC 47. 4 5 Abbozzo di Panegirico in onore della SS.ma Annunciazione della Gran Madre di Dio Maria sempre Vergine Il testo è senza data. Il confronto con altri scritti datati 1746 e collocati nella stessa miscellanea che presentano le medesime caratteristiche: la calligrafia, la struttura dei paragrafi, le frasi iniziali “Dio ti salvi” e conclusive “Laus Deo…”, e il formato, inducono a pensare che anche questo scritto possa essere datato nel 1746. È dunque uno scritto giovanile dell’Autore. I destinatari non sono indicati: potrebbero essere le Religiose dell’Immacolata e/o i fedeli della parrocchia di don Marcucci, Santa Maria Inter Vineas, dove era solito predicare, o di qualche altra chiesa della città. Il panegirico, pur considerato dall’Autore un abbozzo, è organizzato in modo ampio e completo. È diviso in due parti: la prima si apre con una introduzione e si sviluppa in 12 paragrafi; la seconda parte, più breve, si sviluppa nei paragrafi 13-16 e si conclude con una fervente preghiera alla Vergine. L’argomento del panegirico è un commento al brano evangelico di san Luca sull’annunciazione di Maria. Don Marcucci si propone di dimostrare che Maria è stata la più amata da Dio tra tutte le pure creature, Colei che più ci ama e di conseguenza la più degna di essere da noi riamata. Nella prima parte vengono spiegati i primi due punti; nella seconda parte l’ultimo. La richiesta di Dio a Maria per avere il suo consenso a diventare la Madre del suo Figlio è segno dell’amore speciale di Dio per Lei. Egli si fa “dipendente dalla risposta della SS.ma donzella”. Dio aveva preparato questo mirabile colloquio amandola più di tutte le sante donne dell’Antico Testamento: Anna, Ester, Giuditta e Rachele, l’aveva ricolmata di doni e di bontà. La sua bellezza era stata paragonata all’orto chiuso dei sacri Cantici, alla fonte sigillata di Gioele, alla porta orientale vista in spirito da Ezechiele, al vello rugiadoso di Gedeone, alla torre di David, all’arca dell’Antico Testamento, alla verga sacerdotale senza nodi e corteccia ed ancora alla rosa e al giglio, al cedro e alla vite, al platano e al cipresso, alla palma e all’ulivo, all’aurora e al sole, alla luna e alle stelle. Maria, così amata da Dio, rispose sì alla sua proposta di diventare Madre di Gesù suo divin Figlio e in questo modo dimostrò all’umanità il suo amore. Il consenso di Maria a Dio, afferma don Marcucci, fu un atto eroico di magnanimità e di fortezza. Infatti, “ben arricchita da Dio della più nobile scienza infusa, pienamente consapevole delle Divine Scritture, da lei tante e tante volte meditate e lette, Ella sapeva molto bene quante amarezze, dolori e affanni doveva patire la Madre del Messia”. 6 Nella seconda parte del panegirico, l’Autore invita i suoi ascoltatori a ricambiare l’amore grande di Maria verso l’umanità che rese possibile ed “affrettò” la nostra redenzione e conclude con una fervente preghiera rivolta alla Vergine amabilissima per ringraziarla del suo amore, chiederle di ottenerci la forza contro il male e darci un cuore di figli amatissimi e fedeli per godere poi con Lei e con tutti i santi il premio eterno. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 145-165. Bartolomeo Vitelli, Annunciazione, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. Dio ti salvi, Maria, ecc. Missus est Angelus Gabriel a Deo ad Virginem ... et illa dixit: Ecce Ancilla Domini; Fiat mihi secundum Verbum tuum1 (Lc. 1, 26-38) Il proporre ad una Creatura, che si reputa la più vile di quante sieno al Mondo, una dignità la più sublime, che dopo Dio dar si possa, egli è un porre, se non m’inganno ad un cimento il più grande, una virtù la più eroica. Iddio, che come ben dice San Giacomo Apostolo, intentator malorum est, pure si compiace talora 1 Fu mandato da Dio l’Angelo Gabriele ad una Vergine… ed Ella disse: Ecco la serva del Signore, sia fatto a me secondo la tua Parola. 7 di provarci su questa Terra, affin si scopra anche agli altri, se noi veramente lo amiamo. Tentat vos Dominus Deus vester, così abbiamo dal sagro Testo, ut palam fiat, utrum diligatis eum, an non2 (Deut. 13,7). Quindi troviamo, che il Patriarca Abramo, tra gli altri, fu provato da Dio più volte, non già perché l’Altissimo non sapesse, anche senza prova veruna, quanto riprometter si poteva dalla fedeltà del suo servo, sino al confronto del paterno Amore, che invano avrebbe fatti i suoi sforzi nel duro comando di sacrificare il suo Figlio Isacco, ma volle così provarlo, affin di far conoscere al Mondo chi era Abramo, vale a dire, quanto giusto, quanto amante, quanto fedele, fecit eum cognoscere, così Agostino, quod timebat Deum3. Per ugual modo io mi figuro, R(iveriti) U(ditori), che in questo dì felicissimo facesse Dio con la Gran Vergine; mentre nello spedirle in suo Nome l’Arcangelo Gabriele ad annunziarle il mistero inneffabile dell’Incarnazione del Divin Verbo, pare che provar volesse l’umiltà di Lei, non già perché egli non sapesse di qual tempra fossero quelle impareggiabili sublimissime virtù, di cui era ben adorna questa Divina Donzella; ma acciocché conosciuta fosse nel Mondo chi Ella era. Che però, dovend’io in questa mattina, con sommo giubilo del mio cuore, parlarvi sopra l’Annunziazione a Lei fatta, aderendo a’ disegni amabilissimi del cuor di Dio, nel modo, onde all’umana debolezza e specialmente alla mia, ragionar sopra sì gran Signora si permette, vi additerò chi ella sia, col farvi riflettere e al modo, che Dio tenne nello spedirle la solenne ambasciata; e al modo che tenne l’Angelo in eseguirla e alla risposta che diede la stessa Vergine al Messaggiero Celeste. Così, fattavi una divota parafrasi alle misteriose parole, missus est Gabriel Angelus a Deo ad Virginem ... et illa dixit, Ecce ancilla Domini, fiat secundum Verbum tuum, vedrete, come la Nostra Immacolata Signora, Maria SS.ma fu tra tutte le pure Creature la più amata da Dio e la più amante di noi e in conseguenza la più degna di essere da noi riamata. Favoritemi di benigna attenzione. E son da capo. 1. 2 3 8 nel Mondo da gran Personaggi nelle spedizioni di rimarco. Noi pur sappiamo, che nel Mondo, dalla dignità del Personaggio, che spedisce gli Ambasciatori, dalla nobiltà di questi e dal modo con cui essi si portano, argomentasi la stima, che si ha di quella persona, alla quale siffatta spedizione è diretta e con la stima si deduce anche l’amore che se le porta. Ed essendo così, o come incomincia bene a scoprirsi l’Amor grande, che Dio manifestò alla Gran Vergine in questo felice Giorno, in cui con istupore dei cieli si vidde il Creatore spedire ad una Creatura e spedirle uno tra i più nobili Principi della sua Celeste Corte e spedirlo per un’opra così eccelsa e sublime, che tra le Opre Divine ad extra era la più gloriosa! Poteva, non può negarsi, Dio manifestare a Nostra Signora i suoi voleri in mille modi, o facendole udir la sua Voce, come fece con Samuele, o illustrandole la mente, come praticò con Profeti, o parlandole da solo a solo al Cuore, come stilò con la sagra sposa de’ Cantici. Ma no: volle servirsi di una solenne ambasciata fatta per mezzo di un Arcangelo, acciocché il Mondo, riflettendo alla Maestà infinita di chi spediva e alla nobiltà grande di chi era spedito, risapesse quanto era amata al sommo da Lui Maria SS.ma, alla quale tale spedizione era inviata. 2. Che dal modo, che Dio tenne nello spedire alla Gran Vergine l’ineffabile annunzio e dal modo che l’Angelo tenne in eseguirlo, possa conoscersi come la Gran Signora tra tutte le pure Creature era la più amata dall’Altissimo, chiaro apparisce, se ben si considera lo stile tenuto anche Il vostro Signore Dio vi mette alla prova perché sia manifesto se lo amate o no. Lo fece conoscere che temeva Dio. 4 Io ben so, che gran contrassegno di Amore fu quello, che Iddio diede ad Abramo nel manifestargli alcuni de’ suoi segreti, prima di porli in esecuzione, Numquid celare potero Abraham quae gesturus suum?4 Ma che han che fare i segreti palesati ad Abramo col sublimissimo Arcano dell’Incarnazione del Divin Verbo, promessa, è vero, da Dio tanti secoli avanti, però quanto al tempo, in cui dovea effettuarsi, tenuta sempre segreta anche ai più Cari, fuorché alla Vergine; la quale in tutta la discendenza di Adamo fu la prima a risapere da Dio, com’era giunto quel Felicissimo Giorno, in cui il Figliuol Divino voleva discender dal Cielo in Terra a prender carne umana nel purissimo di Lei Ventre per virtù dello Spirito Santo? Che però, chi non vede, che bel contrassegno di amore debba dirsi questo, di essere stata Nostra Signora la prima ad esser partecipe de’ segreti del Cuor di Dio in una Opra così sublime, ed ineffabile e cosìpure, quanto al tempo, nascosta? Forse che potrò nascondere ad Abramo ciò che io sto per fare? 9 3. Ma piano. Vi è ancor di vantaggio. Iddio non solamente manifestò in tal giorno a Maria SS.ma un segreto, quanto al tempo, a niuno degli Uomini palesato, ma di più tal manifestazione la fece con un modo sì singolare, che non si legge con veruno del Genere Umano praticata. Date di grazia un’occhiata alle divine Scritture e ditemi semmai l’Altissimo nel palesare i suoi Voleri ai Profeti, o ad altri suoi servi, volesse dipendere dalla loro volontà in eseguirli? Voi nol troverete. Lo rinverrete bensì molto bene, qualor si tratta della Gran Vergine, come creatura da Lui la più amata. Avea Dio insin dall’eternità stabilita nella sua Mente la grande Opra dell’Incarnazione e sin da secoli eterni avea pur determinato di eleggere questa Divina Donzella a vestirlo nel tempo prefisso, nel di lei illibato seno di Umana Carne. Or l’aver poi egli spedito a Lei per averne il Consenso in un’Opra già da lui decretata che altro fu, se non un voler dipendere dai Voleri di Lei? Sì, si R(iveriti) U(ditori) ecco quanto fu amata da Dio la Nostra Immacolata Signora, che non volle farsi uomo nel purissimo seno di Lei senza il di lei consenso. Poteva egli, chi può negarlo? Senza saputa della Vergine penetrare in quel Sagrosanto Seno, di cui mostrossi vago per lo spazio de’ secoli sempiterni e in cui, per usar la bella frase di San Pier Damiani, doveano esser le sue delizie, Non est locus voluntatis, nisi uterus Virginis5, ed ivi senza di lei volere, per virtù del Divin Paraclito assumer umana carne, Potuit ex ea carnem assumere, non dante ipsa6. Pure, benché potesse, non volle; ma da lei aspettò il consenso con formule espresse; e fattosi dipendente dalla risposta della SS.ma Donzella, a Lei inviò il Messaggero celeste, affinché fosse, diciam così, l’esploratore della volontà di Lei. O stupori, o maraviglie non più udite! Che il Figlio di Dio, fatto Uomo, rimirasse poi sempre la Vergine, come la più cara Pupilla degli occhi suoi e a lei volesse esser soggetto, Erat subditus illi7, s’intende perché gli era madre: che insin sulla croce, tra le più dolorose agonie, ne mostrasse una cura sollecita con raccomandarla a Giovanni, Ecce Mater tua, si capisce, perché gli era Madre: che poi assunta in Cielo la volesse assisa alla sua destra, Astitit Regina ad dextris tuis8, arbitra di una Onnipotenza partecipata, si penetra bene perché gli era Madre. Ma che prima di essergli Madre attuale, mostrasse di lei tanta stima sino a dipender dai di lei voleri e rimettere alla libera elezione di lei l’esecuzione della grande Opra dell’Incarnazione, o questo sì che fu un eccesso del suo infinito Amore, con cui palesar volle al Mondo quanto gli fosse cara e quanto da lui fosse amata tra tutte le Creature. 4. Ma come non esser la più amata, se era la più bell’Opra uscita dalle sue mani? Ed oh, cari U(ditori), potess’io ingolfarmi in sì bel mare, dove il far naufragio egli è una somma felicità, come non esser la più amata; vorrei dirvi; s’ella nella mente di Dio era stata la prediletta e la prescelta da tutta l’eternità ad essergli madre, chiamata perciò con ragione da San Bernardo, il bel Lavoro di tutti i secoli, Negotium omnium seculorum?9 E se intorno a lei venne Iddio, in un certo modo di dire, ad impoverirsi dei suoi Tesori e se gradite la frase del Venerabil Beda; sino ad impiegare tutta la sua Onnipotenza, Sapienza ed Amore in arricchirla e in santificarla in tal guisa, che sin nell’istante solo dell’Immacolata di Lei Concezione superò di gran lunga la santità, che avean acquistata tutti gli Angioli e Santi insieme nel colmo de’ loro meriti, come fondatamente registrò l’esimio Suarez? Ma via, che questo sarebbe un uscir fuori del mio assunto: onde, non senza mio dolore, son costretto a tacerlo, con quel molto di più che dir potrei in prova dell’infinito Amor di Dio verso di lei; e son forzato a rimettermi sulle leggi, se meglio nol direi, sulle angustie del mio argomento e farvi riflettere al modo, che tenne l’Arcangelo Gabriele nell’eseguire l’incarico di Messaggero. 5. Spedito questi dall’augustissima Triade alla picciola stanza, dove stavasi allora ritirata la Divina Donzella, assorta in altissima contemplazione del gran Mistero, che una Vergine concepir dovea senza umana operazione, Ecce Virgo concipiet10; e appena giunto, con profonda riverenza la inchina, grazio- 5 8 6 9 Non si tratta di volontà, ma del seno della Vergine. Avrebbe potuto assumere la carne da Lei, se Ella non l’avesse concessa. 7 Era soggetto a Lei. 10 La Regina si assise alla sua destra. Il lavoro di tutti i secoli. 10 Ecco la Vergine concepirà. 11 samente la saluta e con ogni più umile ossequio le espone la cagione della sua venuta, com’ella era stata già eletta per Madre di Dio, Ecce concipiet con quel che siegue nel sagro Testo. Io non so, cari U(ditori), se avete fatta mai riflessione alla maniera, con cui espresse l’Evangelista San Luca questa spedizione Angelica. Noi pur sappiamo, che San Gabriele era Arcangelo, vale a dire uno tra i più nobili serafini del Cielo; eppure egli non così lo chiamò, ma lo intitolò col semplice nome di Angelo, Missus est Gabriel Angelus. Ve ne dirò la cagione. Appunto, fu perché Gabriele, nel salutar la Vergine, depose ogni maestà di Arcangelo, si considerò come umile servo dinanzi alla sua Gran Regina: e così convenivasi, giacché al cospetto di sì eccelsa Signora, ogni più alto e nobile Serafino appena meritar poteva di semplice Angelo il Nome; in quella guisa, che vediamo accadere nel Mondo, che quei principi, i quali nelle private Città riscuotono i primi onori, qualora si portano innanzi al loro Monarca, par che non sieno più quei di prima; sembra che spariscano, come le stelle innanzi al sole. 6. Gran cosa! Io osservo nelle Sagre Scritture, che qualora gli Angioli su questa Terra sono apparsi anche a’ personaggi celebri in Santità, han sempre ritenuto, come Ministri dell’Altissimo, un certo contegno di maestà. Osservate se io dica il vero. Appare a nome di Dio un Angelo a Mosè nel misterioso roveto e ode questi intuonarsi, che non si accosti a calpestar quel Terreno santificato dalla sua presenza se non col piede ignudo, solve calceamenta de Pedibus tuis11. Presentasi un altro Angelo a Giacobbe, e perché questi nella misteriosa lotta non volea lasciarlo, egli lo sgrida con voce imperiosa, lo atterrisce, lo abbatte: Tetigit femur eius, et emarcuit 12. Scende di tanto in tanto un altro Spirito celeste nel tempio di Salomone e riscuote molti ossequi dall’innumerabile Popolo ivi adunato. Alberga Abramo tre Angioli in forma di pellegrini e presta loro umili adorazioni. Ne appare un altro all’Apostolo Pietro, qualor trovavasi tra dure catene e lo percuote nei fianchi, Percusso latere Petri excitavit eum13. Conduce un altro Angelo in ispirito l’Evangelista Giovanni, egli parla con voce simile a un tuono. Ma con la gran Vergine tenne forse lo stesso modo, lo stesso portamento l’Arcangelo Gabriele? No certamente! Vedeste mai, U(ditori), quei fiumi reali, che ovunque passano vanno orgogliosi ed alteri ed allagano, con terrore di chi li mira e le campagne e i prati; giunti poi al mare, par che non sieno più quei, ma fatti tutti umili gli offrono ubbidienti il loro tributo dell’acque. Così l’angelico messaggero con la Vergine, la quale era un mare di grazia, vestitosi di affabilità, di umiltà e di sommo rispetto, a lei si umiliò e si inchinò, lei salutò e con tutta la riverenza da servo le espose la solenne ambasciata. Or se egli è vero, come verissimo, che dal rispetto, col quale si portano gli Ambasciatori verso quel Personaggio, cui vengon mandati, argomentasi la stima e l’amore di chi gli invia; quale Amore non dovrà dirsi, che portasse Iddio a Nostra Signora, se con tanta umiltà e riverenza volle che con lei si portasse uno tra i più nobili Serafini, destinatole per suo Messaggero? 7. Ma udite maraviglie maggiori. Al felicissimo ricevuto annunzio della Divina Maternità, Maria SS.ma, come nell’Umiltà e nella Verginità non avea pari, si turbò alquanto, Turbata est in sermone eius14. Ripeteva seco stessa, se qual novità di saluto egli era mai questa della pienezza di Grazia, Ave Gratia plena, e qual fecondità mai di seno misteriosa, Ecce concipies et paries15; considerava, aver ella sin dall’utero materno consagrato a Dio il vaghissimo fiore di sua sovrangelica purità verginale; perciò alquanto rimase turbata, Turbata est. Non già, R(iveriti) U(ditori), che ella dubitasse punto nel credere a Dio e alla sua divina Virtù e onnipotenza; perciocché esercitò anzi allora un atto di fede così eroica, che con questa diede l’ultima disposizione all’esser di Madre di Dio, come ben divisò Agostino: Singulari fide subnixa, Dei Filium, Filium suum fecit16, chiamata perciò con molta ragione beata da Santa Elisabetta, beata, quae credidisti17. Non dubitò dunque, no; ma volle con somma 14 11 Sciogli i calzari dai tuoi piedi. 12 Toccò il suo femore e lo atrofizzò. 13 Avendo toccato il fianco di Pietro, lo svegliò. 12 Ella si turbò alle sue parole. Ecco tu concepirai e partorirai. 16 Sostenuta da singolar fede, fece il Figlio di Dio suo Figlio. 17 Beata te che hai creduto. 15 13 prudenza sentir le maniere, com’ella dovea esser Madre e a tal fine rispose all’Annunciatore, Quomodo fiet istud?18 E qui, cari Ascoltanti, vi sovvenga il modo come si portarono gli Angioli nel rispondere alle interrogazioni fatte loro da altri. Annunziò un Angelo alla Consorte di Manuel la nascita di Sansone, ma se le diede a vedere con un volto ripien di terrore, Terribilis nimis19; e interrogato altra volta da Manuel a voler palesare il suo nome, l’Angelo fu sì lontano di secondar queste brame, che anzi lo riprese in dicendo, che non era decente esser consapevole di un Nome del tutto mirabile, Cur quaeris nomen meum, quod est mirabile?20 Annunziò un Arcangelo e fu lo stesso Gabriele, al sommo sacerdote Zaccaria la concezione del Gran Battista suo Figlio e perché alquanto si mostrò restio nel dargli fede, lo fece restar muto senza parola. Ma, qualor si trattò di rispondere alle giustissime dimande della Vergine, Quomodo fiet istud? Osservate con che di rispetto, con che di affabilità egli si portò; con qual piacevolezza si fece a discacciarle il timore, a raddoccirle il turbamento, animandola e confortandola, Ne timeas, ne timeas Maria: invenisti Gratiam apud Deum21. 8. Cuore, Vulnerasti Cor meum23. Per tal fine vi fece profetizzare da tanti oracoli, adombrare in tante figure. Essendo appunto voi quell’orto chiuso de’ Sagri Cantici, quel fonte sigillato di Gioele, quella Porta orientale veduta in ispirito da Ezechiele, quel vello rugiadoso di Gedeone quella torre di David, quell’arca del Testamento, quella verga sacerdotale senza nodi e corteccia. Essendo voi quella per la vostra bellezza e bontà che foste paragonata or alla rosa e al giglio, or al cedro e alla vite, or al platano e al cipresso, or alla palma e all’ulivo, or all’aurora e al sole, ed or alla luna e alle stelle. E però, non temete, torno a ripetere, mia eccelsa Signora, state pur di buon animo, Ne timeas, ne timeas, Maria. Così mi figuro, U(ditori), che le dicesse l’Angelo. 9. Quindi io mi figuro, che le spiegasse parte a parte il profondo senso di queste misteriose parole; e le dicesse: Non temere, o eccelsa Signora, mia Sovrana Regina della propostavi divina Maternità. Sappiate che Iddio per farvi sua degna Madre vi preservò e dalla colpa di Adamo e dal debito prossimo di contrarla e vi ricolmò poi l’Anima di tanta Grazia, che non vi è tra le pure creature chi vi avanzi, anzi neppure chi vi uguagli. Gli furono care, è vero, le Anne, le Ester, le Giuditte e le Racheli, ma voi siete la più cara a lui, la sua diletta, la sua colomba, la sua illibata Sposa. Di voi egli disse appunto ne’ Sagri Cantici, Adolescentularum non est numerus, una est columba mea, una est22. Egli perciò vi fece tanto bella, che della vostra bellezza disse, che gli avea ferito il suo Divino 18 Come avverrà questo? Troppo terribile. 20 Perché cerchi il mio nome che è mirabile? 21 Non temere, non temere, Maria: hai trovato grazia presso Dio. 22 Non c’è numero delle adolescenti, una sola è la mia colomba, una sola è. Ma voi stupite ed io più di voi stupisco. Voleva Maria SS.ma, come udiste, sentire la maniera com’ella dovea esser Madre, Quomodo fiet istud? Ma l’Angelo, stimandosi indegno di essere Maestro e illustratore di quella gran Mente, che sol da Dio dovea ricevere i lumi, rimise la spiegazione del profondo arcano allo Spirito Santo, per virtù di cui dovea eseguirsi nell’utero verginale di lei la grande Opra dell’Incarnazione del Divin Verbo; onde le disse, Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus Altissimi obumbrabit tibi24. Quasi dir le volesse, io già so, o mia gran Regina che voi diverrete Madre del nostro Dio, senza operazione di uomo, ma per sola virtù divina; onde sarete e Madre e Vergine nel tempo istesso: ma pure, non convenendo a me, vostro umile servo, in ciò illuminarvi, ecco che lo Spirito Santo discenderà in voi, da lui sarete a pieno informata; e quella sua divina Virtù, di cui sarete ripiena e per cui sarete Madre ammirabile del nostro Creatore, vi sarà degna illuminatrice e Maestra. A me basta trattanto, che fatto estatico in contemplar e la più che celeste bellezza del vostro modestissimo volto e l’eccellenza molto grande del vostro altissimo merito e l’altezza impareggiabile della vostra dignità infinita, mi basta, dico, che rimanga genuflesso ai vostri SS.mi piedi ad aspettare il tanto sospirato vostro consenso di quell’ammirabile Fiat, che sarà la gioia di tutto il Paradiso, la consola- 19 14 23 24 Hai ferito il mio cuore. Lo Spirito Santo verrà su di Te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà. 15 zione e salvezza di tutto il Mondo. O Dio, cari U(ditori), che maraviglie son queste! Or vada pure chi vuole, ricercando altri motivi per dedurre della gran Vergine il merito sublimissimo e singolare e il grande Amore di Dio verso di lei; che quanto a me e dal modo che Dio tenne nello spedirle il Messaggero celeste e dal modo che tenne questi nell’eseguire l’incarico, stimo già dedursi ad evidenza. Sì, sì ad evidenza, perciocché Dio tenne un modo, il qual convenivasi tenere con la sua Madre. L’Angelo si portò, come dovevasi, verso chi era stata eletta alla Divina Maternità. E così nell’una ed altra maniera si mostrò chi era Maria SS.ma, cioè che era eletta in Madre di Dio, vale a dire, che era stata innalzata ad una dignità, che non poteva darsi maggiore; e in conseguenza che era amata con un Amore senza pari. E siccome in questo giorno riseppe il Mondo, che ella era stata destinata alla Maternità divina, perciò ebb’io ragion di asserire che in questo giorno appunto fece Iddio conoscere che ella era da lui la più amata tra tutte le creature. 10. Restandomi ora dar l’ultima mano al discorso, contentatevi, R(iveriti) A(scoltatori), che io vi additi brevemente come la nostra Immacolata Signora con la risposta che diede all’Angelo, Ecce Ancilla Domini; fiat mihi secundum Verbum tuum25, si diede a conoscere la più amante di noi. Se io vi dicessi, che ella, in accettando di essere Madre di Dio, esercitasse un atto di magnanimità e di fortezza il più eroico, voi forse rimarreste ammirati. Eppure tanto avvenne. Era la Vergine, come ben arricchita da Dio della più nobile Scienza infusa, pienamente consapevole delle Divine Scritture, da lei tante e tante volte meditate e lette. Sapeva molto bene quanto di amarezze, di dolori e di affanni dovea patire quella fortunatissima Verginella, che del venturo Messia dovea esser la Madre. Quindi io mi figuro che prima di dare il suo consenso le venisse tosto alla mente il discorrere così seco stessa: “Io dunque dovrò vedere il mio Divin Figlio, il mio dolce Gesù, il mio caro Dio straziato da mani barbare con tanto scempio, coronato di pungentissime spine e poi lacero, ignudo ed esangue morire su di una croce? Non avrò, è vero, verun dolore nel partorirlo, ma questo dolore mi si riserva al tempo dei suoi pati- 25 Ecco la serva del Signore; avvenga a me secondo la tua parola. 16 menti. Io dunque lo partorirò, non so se più mi dica, alla vita o alle pene o alla morte? Avrò sì il contento di alimentarlo col mio purissimo latte, ma nel tempo istesso m’intorbiderà la gioia del cuore il funesto pensiero che quella divina bocca ha da essere un giorno amareggiata dal fiele. Vagheggerò quel volto, in cui desiderano di specchiarsi i Serafini, ma questo contento rimarrà affocato dalla funesta memoria che questo volto medesimo sarà un giorno vilipeso con gli sputi e percosso con gli schiaffi. Godrò in udirmi chiamare col dolce nome di Madre; ma, o Dio, e questo Figlio così amabile e grazioso, avrò un giorno ad accogliere estinto tra le mie Braccia; misero avanzo della giudaica empietà”? 11. Così m’immagino, ripiglio, U(ditori), che ella seco stessa dicesse, pria di dare il consenso: anzi che pur nella sua mente venisse, come ella avrebbe goduto di tenerlo ben nove mesi nel verginale seno, ma che ogni momento le sarebbe parso un martirio, perché veduto avrebbe avvicinarsi quell’ora di partorirlo in paese straniero, in Betlemme, tra le miserie di una diruta Grotta e appena nato sarebbe stata costretta a condurlo in disastrosa fuga sino all’Egitto, per sottrarlo dallo sdegno dell’empio Erode. Come pure che l’avrebbe osservato adagiato a ciel sereno sovra pochi cespugli, che gli sarebbon serviti di duro letto. Così, che l’avrebbe veduto languir di sete là ne’ deserti arenosi di Bersabea ed ella non già avrebbe tentata la fuga, come Agar, la quale per non veder morire di sete il suo pargoletto Ismaele fu in procinto di abbandonarlo, ma sarebbe andata correndo anelante per i vicini monti ad implorar pietà da quei duri sassi e ad incontrar qualche benigno fonte, onde dissetar il suo Bene. Tutto ciò e altro molto di più, cred’io che si presentasse alla Mente della Gran Vergine, prima di deliberar circa la sua volontà; e sono a persuadermi, che poi soggiungesse: “Ed io adunque dovrò dare il consenso a sì grande Opra che mi renderà, è vero, la Madre più beata, ma insieme la più dolente, sino a farmi piu che martire, anzi Regina dei Martiri? Ah, che non ho cuore di reggere a tanti affanni! Altra intrepidezza!... Ma e il Genere Umano (notate che amore verso di noi, amati Uditori) e il genere umano avrà più da gemere sotto la barbara schiavitù del demonio, senza riavere la sua perduta libertà? Ed io poi avrò cuore, per non sottopormi alle pene, vedere tante Anime nel Seno di Abramo prive della bella faccia di Dio, senza muovermi a pietà di tanti sospiri di tanti figli di Adamo? Ah no; si spezzino pure le dure catene infernali, si consolino tante 17 lagrime, si soccorrano tanti Miseri! Venga pure il Promesso da tanti secoli, il desiderato da tutte le Genti, piovano le nubi il Giusto, stillino i Cieli quella Divina rugiada, venga pure il Figlio di Dio a salvare il Mondo! E giacché egli vuole servirsi di me, vuol prender carne umana nel mio Verginal Ventre e richiede su di ciò il mio consenso, la mia volontà, eccomi pronta, prontissima, Ecce Ancilla Domini! Patirò è vero, un martirio sì atroce, che non potrà mai esprimersi appieno; ma non curo: Ecce Ancilla Domini! Saremo due ad offrire all’eterno Padre il sacrificio per l’uomo perduto. Il mio Figlio col sangue che spargerà dal suo corpo ed io col sangue che spargerò dal mio cuore per il vivo ed intenso dolore. E l’unico conforto che avrò nel mio gran patire sarà il riflesso di vedere al Genere Umano riaperte le porte del Paradiso. Eccomi adunque pronta ad offrire all’Eterno Padre ubbidienza da figlia; all’Eterno Figlio il Verginal grembo di Madre; all’Eterno Spirito Santo il Cuore di Sposa”. E appena ciò ebbe detto, Uditori, che uniformandosi perfettamente al divino Volere, proferì quelle, diciam così, onnipotenti parole, Fiat mihi secundum Verbum tuum. Parole che se diedero a Dio tanto di gloria, recarono ancor a noi tanto di bene. Il fiat proferito una volta da Dio creò tutto il mondo; pronunziato poi in questo giorno da Maria diede la vita all’istesso mondo. Senza quel primo fiat il mondo non sarebbe stato: senza questo secondo fiat, non sarebbe redento. 12. O amore adunque sopra ogni amore di Maria SS.ma verso di noi! O viscere di Madre veramente amante e di pietà sovraumana! Vergine gloriosissima, chi può far di meno di non ammirar, estatico per la gioia e per lo stupore, l’eccesso di quel tenerissimo amore che ci mostraste in questo Giorno! In cui, se Dio fece conoscere al mondo, che voi eravate la creatura la più amata da lui; voi faceste altresì conoscere che eravate di noi la più amante. O Dio, o Dio! Il mio povero cuore si sente struggere di tenerezza e di amore! Ecco quel dì lieto da segnarsi a caratteri d’oro nei fatti dell’eternità, in cui tutte e tre le Divine Persone acquistarono per voi, o SS.ma Signora, una nuova particolar gloria accidentale ed estrinseca: l’eterno Padre fatto Signore del suo umanato Figlio, Dixit Dominus Domino meo26; l’eterno Figlio fatto Redentore; l’eterno Spirito Santo fatto fecondo. Quel dì lieto, dissi, nel quale voi foste innalzata ad una dignità di cui dopo Dio non può darsi maggiore. Quel glorioso giorno, ripiglio, in cui il Paradiso si riempì di giubilo; la Terra vide vicina quell’ora del suo salvamento e l’Inferno tremò da capo a piè per lo spavento e per il cruccio delle sue perdite. Onde io sopraffatto da un eccesso di allegrezza e di amore, ringraziandovi col cuor sulle labbra di tanto amore a noi dimostrato e rallegrandomi di tante vostre grandezze, darò fine al mio dire in esclamando, Bella Figlia del più gran Padre; bella Madre del più degno Figlio; bella Sposa del più sagrosanto Sposo! O dignità sublimissima! O mistero ineffabile! O incomprensibile amore! Riposiamo. SECONDA PARTE 13. Maria SS.ma adunque è la Creatura più amata e stimata da Dio? Dunque ella è la più amabile, cioè la più degna di essere da noi amata dopo Dio. Maria SS.ma è di noi la più amante? Dunque dev’esser da noi la più riamata. Se lei non si ama da noi, essendo la più amabile, si fa gran torto al suo altissimo Merito. Se non si ama poi, essendo la più amante, si fa grande affronto al suo grande amore. Cari Uditori, adunque che facciamo? Voi pur udiste quanto dobbiamo a sì amabile ed amantissima nostra Madre! Ella fu che con i suoi accesi sospiri affrettò la nostra Redenzione: onde di lei ebbe a dire Isaia che il Messia sarebbe nato da una Terra sitibonda e ardente, Sicut radix de Terra sitienti, idest come chiosa Ugon Cardinale, idest de Maria27, la quale con i suoi sospiri e con i suoi intensissimi affetti, non solamente trasse il Divin Verbo dal seno dell’eterno Padre, ma lo rapì, come disse San Bernardino da Siena: anzi fu in un certo modo da lei comprato col prezzo della sua umiltà profondissima, della sua purità sovrangelica e delle altre virtù sue singolarissime, Illud quodammodo emit a Patre, uditelo da Riccardo di San Lorenzo, praetio humilitatis, virginitatis, et aliarum virtutum28. Sentiste pure, Ascoltanti miei cari, se a costo di quali pene ella accettò 27 26 Disse il Signore al mio Signore. 18 28 Come radice da terra assetata, cioè da Maria. In certo qual modo lo comprò dal Padre, a prezzo dell’umiltà, della verginità e delle altre virtù. 19 per nostro amore la Divina Maternità; di sorta tale che potè scrivere San Bernardo che ella fu crocifissa nel concepir quegli che per nostro amore esser dovea crocifisso, crucifixa crucifixum concepit29; ed ella stessa poi ebbe a dire a Santa Brigida vedova, che fu molto ripiena di dolori e di affanni sin da quando accettò l’esser di Madre del Divin Verbo, Ego fui plena tribulatione, et dolore a conceptione Filii mei30, sino a meritarsi dai Santi Padri il bel titolo di Corredentrice del Genere Umano, come la chiamò in particolare Sant’Antonino Arcivescovo di Firenze; e come ella medesima pur palesò alla memorata Santa Brigida, Ego, et Filius meus redemimus mundum quasi uno corde31. certo Giovine che milantando di esser divoto di Nostra Signora, ogniqualvolta passava innanzi alla sagra Immagine di lei, la salutava con dirle, Mostrati mia Madre, Monstra te esse matrem34; mi ricordo, dico, che un giorno Nostra Signora gli rispose, Se vuoi, che io ti sia Madre, mostrati mio Figlio, monstra te esse filium35. Or vogliam dire che tra voi non vi sia chi, pensando di esser divoto di sì gran Madre, meriti giustamente un tal rimprovero? Ed a cui ella potesse dire, dov’è quel l’orrore al peccato, se tu dici di amarmi? Dov’è quella purità, quell’umiltà che io tanto gradisco di vedere ne’ figli miei? Amati Uditori, credetelo a me, giacché vi amo molto. La gran Madre di Dio una cosa in particolare vuol da voi, consimile a quella che richiese il re Davide dai suoi valorosi Guerrieri. Combattete, disse questi loro, sedate i miei Ribelli, ma non mi toccate il mio caro Figlio Assalonne, Servate mihi puerum Absalom36. Così ella a voi fa sentire, nelle vostre operazioni, nelle vostre parole, nei vostri pensieri, non offendete il mio caro Figlio Gesù, servate, servate mihi Puerum Jesum37; ed allora vedrete, toccherete con mani, se quali benedizioni, quali favori pioverò io sopra di voi, io come vostra Madre amantissima, io come Tesoriera delle Grazie, come Regina di misericordia; che quasi non per altro godo di vedermi tanto amata da Dio, sino ad esser l’arbitra dei suoi Tesori e del suo Divin Cuore, se non per mostrarmi di voi amante la più benefica, se non per arricchirvi, per salvarvi, come miei cari figli, come miei fedeli servi ed amanti: Ego in altissimis habito, ut ditem diligentes me38. Udiste, udiste, cari Ascoltatori? Dunque le mani all’opra! Ed io trattanto, lasciate che rivolto con affetto a sì gran Signora, a nome vostro e mio le dica: 14. Aggiungete poi, che la Nostra Immacolata Signora col divenir Madre del Redentore divenne anche Madre di tutti noi redenti. Però l’Evangelista San Luca disse, che ella partorì il suo Figlio primogenito: Peperit Filium suum primogenitun32; non già che la Vergine avesse, secondo la natura, altri figli secondo e terzogeniti; no, perché ella fu sol Madre naturale del suo unico Figlio Gesù, vero Dio e vero Uomo; ma pure fu chiamata Madre del Figlio primogenito, perché secondo lo spirito e la Grazia fu Madre spirituale di tutte le Anime redente, che furono come sue secondogenite: Virgo Maria, così i sacri espositori, et si carnaliter genuit unicum Filium, tamen spiritualis effecta est Mater multitudinis Viventium, quorum primogenitus est Christus33. Sicché, voi ben vedete, Uditori, se da quanti titoli nascono le nostre somme obbligazioni verso una Madre così benefica, così amante e così cara. 15. Dov’è adunque la nostra gratitudine, la nostra corrispondenza? O Dio, o Dio! Quanti son pochi coloro, che verso di Lei si portano da veri figli, vale a dire, da figli amanti e fedeli! Io mi ricordo di aver letto di un 16. Vergine amabilissima, noi ci rallegriamo grandemente di quella Gloria singolarissima che riceveste in questo giorno, coll’esser fatta Madre di Dio: e vi ringraziamo infinitamente di quel grande Amor, che ci portaste. Ah per pietà, a contemplazione dell’una e dell’altro, volgetevi verso 29 Ella crocifissa concepì il Crocifisso. Io fui piena di tribolazione per il dolore derivante dal concepimento di mio Figlio. 31 Io e mio Figlio abbiamo redento il mondo per così dire con un sol cuore. 32 Partorì il Figlio suo primogenito. 33 La Vergine Maria sebbene generò nella carne un unico Figlio, tuttavia nello spirito diventò Madre della moltitudine dei viventi dei quali Cristo è il Primogenito. 30 20 34 Mostra di essere Madre. Mostra di essere Figlio. 36 Conservatemi il Fanciullo Assalonne. 37 Conservatemi, Conservatemi il Fanciullo Gesù. 38 Io abito in luoghi altissimi per arricchire coloro che mi amano. 35 21 di noi con occhi misericordiosi, Illos tuos misericordes oculos ad nos converte!39 Sollevateci dagli affanni di questa misera vita; fortificateci contra tutti gli assalti de’ nostri Nemici visibili ed invisibili; otteneteci il pieno perdono di tutte le nostre colpe e la grazia di non più commetterle; dateci un cuore, una fedeltà da vostri figli e da amantissimi figli; e fate in fine, che siccome, anche vostra mercè, fummo redenti, così col vostro favore siam fatti in eterno tutti salvi. O allora sì che giungeremo a conoscere perfettamente quanto Amore vi portò quel Dio, che s’impiegò tutto in farvi grande; e quanto amore voi portaste a noi in impiegarvi tutta in tanto beneficarci; e così dando anche noi il tributo di ringraziamenti e di lodi e a Dio e a voi, vi ameremo, vi benediremo, vi godremo con tutti i Santi e Angioli del cielo per tutta l’eternità. Amen. Il Fine Laus Deo, eiusque Matri Virgini sine labe conceptae40. 39 40 Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi. Lode e Dio e alla sua Madre Vergine, concepita senza macchia. 22 Abbozzo di Panegirico dei Dolori della SS.ma Vergine Immacolata Venerdì della Domenica di Passione, 1° Aprile 1746 L’argomento del panegirico è un commento al brano evangelico di san Giovanni 19,25 e si propone di dimostrare che il dolore è figlio dell’amore, cioè ad esso strettamente legato. Esso fu recitato qualche giorno dopo quello sull’Annunciazione di Maria, nel venerdì di passione dell’anno 1746. L’Autore si rivolge ai destinatari come a “riveriti ascoltatori” e “cristiani miei”, anche se non ci dice esattamente chi siano; sono probabilmente i fedeli della Chiesa parrocchiale di Santa Maria Inter Vineas o di qualche altra Chiesa della città. Ignoto, Addolorata, Olio su tela, sec. Lo scritto, pur considerato dall’Autore un XVII. Dipinto appartenente all’anti- abbozzo, è organizzato in modo ampio e completo. ca famiglia Marcucci, oggi nella Casa È diviso in due parti: la prima, molto più ampia Madre. della seconda, si apre con una introduzione e si sviluppa a sua volta in tre sezioni: nella prima, dai paragrafi 1-5, don Marcucci spiega come l’amore dei genitori per i figli sia il più forte e dunque quello più sottoposto al dolore. Nella seconda sezione, ai paragrafi 6-7, offre una meditazione sul dolore di Maria in quanto Madre di Gesù. “Ella amava Gesù con amore che supera ogni umano ed angelico intendimento: lo amava più di quello, che giunger potrebbe ad amare un suo figlio una donna che nel suo cuore avesse accolto l’amore di tutti i cuori delle madri che siano vissute nell’universo”. Il vederlo dunque soffrire gli strazi della passione fu per lei un dolore del cuore senza confini che sopportò con fortezza e senza lamenti. Nella terza, ai paragrafi 8-11, l’Autore si sofferma a contemplare il dolore di Maria durante la passione del Figlio e di questi nel pensare al dolore della Madre: “Languiva la Vergine perché pativa Gesù:, pativa Gesù perché languiva la Madre: e questo stesso patire del Figlio nel vedere languire la Madre era a questa nuova cagione di tormento”. Per questo Ella è invocata come Vergine dolorosissima e grande Regina dei martiri. La seconda parte del panegirico, più breve della prima, si sviluppa nei paragrafi 12-14 e si conclude con una fervente preghiera alla Vergine addolorata. Per rendere più partecipi gli ascoltatori del dolore di Maria e suscitare in loro gratitudine, l’Autore ricorda che il motivo di tanti dolori sopportati dalla Vergine Santa 23 furono e sono i nostri peccati. Ella, per salvarci, patì volentieri per noi tante pene. Per questo motivo i santi Padri la chiamano corredentrice del genere umano. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 269-285 (55-71). Dio ti salvi Stabat iuxta crucem Jesu Mater eius dolori di Madre di così gran Figlio: Stabat iuxta crucem Jesu Mater eius44. E queste appunto, contentatevi, che sieno le tre circostanze da cui e voi ed io possiamo cavar motivi di cordiale compatimento alle pene di Nostra Gran Signora. Di grazia, datemi campo di elucidarle. Ed incomincio. 1. L’amor dei Genitori verso i Figli fu con grande accortezza chiamato dal Crisostomo gran tirannia della Natura, Grandem naturae tyrannidem, perché con tirannica crudeltà si rende assoluto padrone dei loro petti, sospingendo violentemente i loro cuori ad affetti stranissimi. Quindi non mi si rende difficoltoso il creder per vero ciò che disse il Filosofo, essere ugualmente cara ai Genitori la Vita dei Figli, che la lor propria, anzi più che la propria: tanto vero, che quest’amore strano fa che maggior dolore essi sentano in veder la lor prole tra le pene, di quello che sentirebbero se a tali tormenti essi stessi fossero sottoposti; come ben lo disse il Crisostomo, Gravius est Parentibus videre Filios suppliciis offici, quam si ipsi forent iisdem obnoxii45. 2. Or tutto questo fortissimo amore e tenerissimo affetto noi dobbiam concedere e credere nel sagro Cuor di Maria verso di Gesù Signor nostro. Ella l’amava con amore di Madre e tanto basta per venire in cognizione che essa lo amava più che se medesima e che assai più di dolore le avrebbe recata ogni pena del figlio, che qualunque proprio tormento. Pensate dunque, Uditori miei cari, quanto fossero grandi i suoi dolori, per le pene atrocissime che pativa il suo caro e amato Figlio, flagellato, schiaffeggiato, coronato di spine, strascinato, straziato in mille guise ed insin barbaramente crocifisso in mezzo a due Ladroni in un duro tronco di Croce? O Dio, o Dio! Povera Madre, dolentissima Madre e chi mai potrà concepir appieno la vivezza dei suoi affanni? 3. Si aggiunga poi di più che a tante inaudite pene del suo Divin Figlio fu costretta trovarsi essa stessa presente e vedere con i propri occhi, contemplarle con i propri sguardi. Stabat iuxta, ecc. Chi c’è tra voi, Uditori, che 41 44 42 45 Stava in piedi presso la croce di Gesù la Madre. È più grave per i genitori vedere i figli essere colpiti da supplizi che essi stessi fossero soggetti ai medesimi. (Joan. 19, 25) Io non so, cari Uditori, se con facilità troverò subito credito presso di voi in questa mattina col dirvi, che il dolore è figlio dell’Amore; tantochè quanto più questo è grande, tanto più quello è forte e sensibile. Ma pure converrà che mi crediate, non solo sulla parola del grande Agostino che dice: Omnis dolor fundatur in amore41, ma ancor se riflettete, come avendo per proprietà l’amore di formare di due cuori un solo e di legar due Anime con uno strettissimo vincolo fa che chi ama isperimenti come propri i dolori e le pene dell’oggetto amato: come pur lo disse il Filosofo, habet Amator easdem contristationes Amati, quia anima magis est ubi amat, quam ubi animat42. Che perciò dovendo io stamane esporre alla vostra pietà, Uditori miei stimatissimi, la serie dolorosa di quei martiri e pene, che si unirono a tormentar crudelmente il sagro Cuore di Nostra Immacolata Signora nella Passione del suo Divin Figlio, per formar di questi dolori un concetto adeguato, converrebbe che io vi mostrassi di qual’altra e nobile tempra fosse il suo Amore. Ma oimè! Chi mai potrà concepir l’Amor di Maria verso Gesù? Chi varrà mai ad esprimerlo? Se io mi rivolgo all’Evangelista Giovanni, trovo che egli per palesar gli eccessi dell’incomparabile amor di Lei, altro non dice, se non che ella era Madre, Mater eius43 . Me però fortunato, che con sì poco, disse tanto, che non poteva dirsi di più dell’Amor della gran Vergine, perché fu un Amor di Madre e di così gran Madre e di Madre verso un così gran Figlio: Mater eius. E in così dicendo, chi non vede, quanto mirabilmente il Santo Evangelista espresse in poco la grandezza dei dolori di Lei, i quali furono grandi, perché dolori di Madre; maggiori, perché dolori di così gran Madre; massimi, perché Ogni dolore è fondato sull’amore. Chi ama ha le medesime tristezze dell’amato poiché l’anima sta più dove ama che dove opera. 43 Sua Madre. 24 25 non sappia avere il dolore vari modi di ferire un cuore amante? Or può farlo per mezzo dell’orecchio in facendogli udire i tormenti del suo diletto, benché lontano: ma questa ferita per altro può aver qualche sollievo dal dubbio. Or per mezzo del pensiero; ma la mente può divertirsi. Ed or finalmente può saettar per mezzo degli occhi; e questa ferita senza fallo è la più atroce: perciocché qual conforto mai può avere un’anima, che è spettatrice dell’unica cagione del suo gran dolore? Dicendo saggiamente Erodiano, che Multo magis misericordiam provocant quae oculis usurpantur46. L’infelice Agar, voi di già ne siete informati, allorché si trovò nelle solitudini di Bersabea col suo unico pargoletto Ismaele, che fece per non vederselo morir di sete innanzi agli occhi? Risolvette di abbandonarlo e così con la fuga scemar la grandezza del suo dolore; che sempre più si sarebbe accresciuta col vederselo con i propri occhi spirare innanzi: onde tutta afflitta sull’allontanarsi andava mischiando con le lagrime, le parole, dicendo, no che non voglio veder io morire il mio caro Figlio, no, non mi dà il cuore, non mi dà l’animo, Non videbo morientem Filium meum47. 4. Quando adunque la gran Vergine non si fosse trovata presente alla Passione del Figlio, ma l’avesse solo udita distintamente narrata dall’Evangelista Giovanni, ditemi, non sarebbe stato questo bastevole a recarle un tormento capace a privarla mille volte di vita, nonché una sola? E qual è quel cuor di una Madre che non resti sopravvinto dal dolore all’udire la morte di un suo unico amato Figlio ucciso? Multum dolet Mater, così il Devoragine, Si horribili morte Filium audit fuisse occisum48. Come? Avrebbe detto tra gemiti e sospiri la Vergine (seppure l’atrocità del dolore accordato le avesse o il piangere, o il favellare) come? Il mio caro Divin Figlio così straziato, così empiamente ucciso? Quel giglio eletto? Quell’Agnello innocente e immacolato? Ah crudeli carnefici, ah inumani! Ed è possibile che tra le Turbe niuno si rammentasse di tanti miracoli, di tanti benefici? Niuno a pietà si movesse di tanto sangue, di tante ferite, di tanti tormenti? ... Sì, così mi figuro, che detto avesse, se dal memorato Evangelista gliene fosse giunta notizia. Ma no: per maggior dolore di Lei le toccò di esserne spettatrice e vedere con i suoi propri occhi uno spettacolo così fiero, cioè di un Figlio, che agonizzava in una doppia morte della sua vita e del suo onore, deriso dalla plebe stolta, straziato da mani barbare. 5. 6. Estinta già la figlia della donna cananea si portò tosto tutta affannosa dal Salvatore; e udite, come gli disse: Miserere mei Fili David 49. Che parlare è mai questo? Invece di dire, Signore abbi misericordia della defunta mia figlia, gli dice, abbi misericordia di me. Eppur tanto accadde, perché, come nota il Crisostomo, l’aver la madre innanzi agli occhi morta la figlia, le era un tormento troppo eccessivo, avendo perciò maggior bisogno di conforto la madre, che la figlia di vita: Miserere mei, così chiosa il sopraccitato dottore, Spectatricis miseriae meae50. Che se tanto a questa fu di affanno il vedere una figlia estinta, di quanto maggior dolore, dovrà dirsi, che fosse a Maria SS.ma il trovarsi presente a tanti strazi ferali, fatti al suo caro dilettissimo Figlio? O che dolore, che affanno penosissimo! II A meglio intendere però la maggiore gravezza di questo dolore, giova molto, Uditori miei, riflettere particolarmente qual Madre ella fosse, voglio dir quanto amante. Amava ella Gesù con amore che supera ogni Umano ed Angelico intendimento: lo amava più di quello che giunger potrebbe ad amare un suo figlio [una] donna, che nel suo cuore avesse accolto l’amore di tutti i cuori di quante Madri siano vissute nell’Universo. Insomma non vi fu mai al Mondo Madre più amante di Lei perché non vi fu mai al mondo Figlio più amabile del suo. Onde al vederlo sospeso ad un tronco di croce, come gelsomino che langue sul proprio stelo, lacero, sanguinoso, denudato, dovette al certo dolersi in estremo, perché in estremo vide penare il suo Figlio. E sebbene stette taciturna a piè della croce, dolendosi ma senza sfogo, senza lamenti, con fortezza più che virile ed insieme con angoscia piucchè mortale, solo fu perché non volle neppure quel conforto che recato le avrebbe il palesare ad altrui la sua gran pena. Del resto la tenerezza, la 46 Molto di più suscitano pietà quelle cose che vengono percepite dagli occhi. Non vedrò morire mio figlio 48 Molto si duole la madre se sente che il figlio è stato ucciso con una morte terribile. 47 26 49 50 Abbi pietà di me Figlio di Davide. Abbi pietà di me spettatrice della mia miseria. 27 simpatia, l’amore fortissimo, onde scambievolmente si riguardavano, rendevano del tutto comuni le angoscie loro penosissime. Che perciò se il dolore si misura dall’amore, ebbe ragione Girolamo di asserire che la Vergine fu di tutti la più tormentata, perché fu la più amante Plus omnibus doluit, quia plus onmibus dilexit51: insomma siccome essa nell’amore non ebbe pari, così nel dolore non ebbe esempio. E qui, se mi sia lecito il dirlo, io aggiungerò che il dolore interno di tal Madre fu maggiore dei dolori esterni del Figlio; perciocché, essendo verissimo, che patì ella nel cuore, quanto Gesù patì nel corpo, Omnia et singula vulnera per eius corpus sparsa in suo corde sunt unita52, come osservò San Bonaventura, o come disse il Crisostomo, quod Filius eius in corpore, illa sustinebat in corde53, tra i dolori suoi e quei del Figlio vi fu questa differenza, cioè che tutto quel che Gesù patì sparso nel corpo, ella lo patì unito nel cuore. Onde uniti, noi miriamo, nel bel cuor di Maria, tutt’i i dolori, le spine, i flagelli, i chiodi, le agonie della croce e quanto altro di penoso soffrì il suo Figlio. Quindi, miei cari Uditori, non ci si deve render difficile il darci a credere per vero ciò che disse il Serafino da Siena, cioè che se il dolor della Vergine si dividesse fra tutte le creature dell’Universo, sarebbe valevole a privarle tutte di vita, Inter omnes creaturas distributus, omnes simul perimeret54. Dica pur dunque la nostra Immacolata Signora alla sua diletta Brigida che essa patì più di tutte le creature del Mondo, Plena fuit tribulatione, et dolore super omnem creaturam55; e dica, che tutti i dolori di Gesù furono suoi propri, perché il cuore del Figlio era il cuor suo, dolor eius erat dolor meus, quia cor eius erat cor meum56, che ne ha ben giusta ragione. Ma noi nel frattempo, compassionando molto i suoi atrocissimi dolori, confessiamoli pur così grandi, che siano, come già sono, impercettibili dal nostro basso intendimento. Imperciocchè sinché non giungasi a capir bene qual Madre ella fosse, non potrà mai intendersi appieno quanto acerbi fossero i suoi dolori. 51 Più di tutti si dolse perché più di tutti amò. Tutte e singole le ferite sparse attraverso il suo corpo sono unite nel suo cuore. 53 Ciò che il Figlio sopportava nel corpo, Ella lo sopportava nel cuore. 54 Distribuito il dolore tra tutte le creature le farebbe perire tutte contemporaneamente. 55 Fu piena di tribolazione e dolore sopra ogni creatura. 56 Il suo dolore era il miio dolore perché il suo cuore era il mio cuore. 52 28 7. Ma pure per isforzarci a più in dentro penetrarli per quanto ci è possibile, basta ridursi alla mente, che la Vergine fu una Madre anche obbligata a vivere in seno alla morte. Ed ecco qual Madre ancor ella fosse. Non avrebbe essa al certo potuto resistere a tante pene, se non fosse stata sostenuta in vita con gran miracolo, come notò Sant’Anselmo, Vere quidem interiisset quae magnitudine doloris, nisi fuisset mirabilius preservata57. Sì, sì Iddio diè vigore alle naturali forze di Lei, facendo un gran prodigio: ma, oimè, che questo prodigio non fu ad altro, che affin più lungamente durasse il Martirio di lei. Quell’amore, sì quell’amore con cui Gesù amò sempre la Madre lo violentò dolcemente a sostenerla in vita, per non privarsi, cred’io, di chi era la più cara pupilla degli occhi suoi. Santo amore, tu fosti in tal caso, se mi sia lecito il dirlo, troppo pietosamente crudele. Ecco, che il cuor di Maria fa naufragio in un gran mare di pene, capaci a privarla mille volte di vita, non che una sola, e tu gli impedisci il morire? Ad un cuore, che langue tra martiri ed affanni l’unico sollievo è la morte e tu gli prolungasti la vita? Ed oh Amor SS.mo, giacché il prolungar la vita in tal caso è lo stesso che prolungare il martirio, lascia pur di essere così pietoso, che sarai meno crudele. Vergine addolorata, in quali angustie, io mi figuro trovarsi dovesse il vostro afflittissimo spirito, costretto a vivere in braccio alla morte! Or sì che intendo, come il vostro diletto vi pose: Desolatam, tota die merore confectam58; tantochè non potendo voi più reggere a tante pene, arrivaste a mandare [lacrime] dai vostri purissimi occhi vivi di sangue, come diceste a S. Brigida, Ex oculis meis erumpebant lachrymae, sicut sanguis e venis59. E così, cari Uditori, siccome Gesù sparse acqua dal suo sagro Costato, per non aver più sangue, Maria sparse dagli occhi il sangue per non aver più lagrime: ond’ebbe ragione di affermare Arnoldo, Unum holocaustum pariter offerebant Deo, Christus in sanguine carnis, Maria in sanguine cordis60. 57 Certamente sarebbe morta per la grandezza del dolore se non fosse stata alquanto mirabilmente preservata. 58 Desolata tutto il giorno colpita dal dolore. 59 Dai miei occhi sgorgavano lacrime come sangue dalle vene. 60 Un solo olocausto parimenti offrivano a Dio, Cristo nel sangue della carne; Maria nel sangue del cuore. 29 III Ed oh! Io mi credeva, che il sin qui detto fosse stato della Vergine il massimo dei dolori: eppure non è cosi; imperciòcchè il massimo apparisce, se si rifletta, com’ella pena al sommo, perché Madre di così gran Figlio. Ed infatti, se vi fu tra le pure Creature chi arrivasse a conoscere appieno chi fu Gesù, voglio dir, quanto caro e amabile per ogni verso, questa fu al certo la sua SS.ma Madre. Or se è pur troppo vero, che qui addit scentiam, addit dolorem61, come disse il Savio, deducete voi al presente, Uditori miei, quanto da queste vive e piene cognizioni dovette in nostra Signora crescere il dolore, in veder poi un sì Divino e amabilissimo Figlio così straziato crudelmente in mille guise. O Dio, che acutissimo dolore! Dolore, che io non saprei esprimerlo con termini più adeguati di quei di San Bernardo, qualor disse, Tantum fuisse credamus, quantum unquam dolere potuit de tali Filio talis Mater62. Aggiungasi poi, che questi le era un Figlio, in cui andavano a terminare tutti i suoi affetti. Le altre Madri, voi di già lo sapete, per quanto amino teneramente i loro figli, non possono però amarli con tutto il loro amore; imperciocchè essendo tenute ad amare Iddio di sopra ogni cosa, sono necessitate a divider l’affetto loro con Dio e con la prole; anzi a dare a questa la minor parte. Nella Vergine però non accadde così; perciocché amando essa il suo Figlio, veniva ed amare il suo Dio; ed amando il suo Dio, amava il suo Figlio; onde Egli era il solo oggetto di tutto il suo Amore, di tutto il suo cuore. Or pensate voi ora, quanto dovette essere atroce il suo dolore, in vederlo poi morir tutto lacero dal capo sino alle piante [piedi], con una morte la più barbara e allor la più obrobriosa, tra mille derisioni e abbandonamenti, senza conforto, senza sollievo, senza soccorso! O che dolori, che acutissimi dolori!… 8. 9. Sì; ma questi ancor si accrescono dallo stesso infinito amore che le portava un tal Figlio. Quell’amore immenso che Gesù portava alla Madre, l’obbligava a compatir molto tutte le pene grandi di lei, anzi a sentirle come sue proprie: e ciò conoscendo bene la Madre, penava maggiormente per l’affli- 61 Chi aggiunge consapevolezza, aggiunge. Vogliamo credere che il dolore fosse così grande quanto mai potè dolersi di un tal Figlio una tale Madre. 62 30 zione che di lei aveva il caro Figlio. O Dio, o Dio! ... Languiva la Vergine perché pativa Gesù: pativa Gesù, perché languiva la Madre: e questo stesso patir del Figlio in veder languire la Madre, era a questa, nuova cagion di tormento, Ipsa enim dolebat Christum de suo dolore affligi, et dolere63, come osservò l’erudito A. Lapide. La mira Gesù dalla croce, ove langue e par che le dica: “Cara Madre, se vuoi che io più non languisca, lascia di compiangere le mie pene”; ed essa: “Caro Figlio, e se voi volete che io più non peni, cessate di compatirmi”. E così ripercotendosi insieme nei loro SS.mi Cuori il dolorosissimo strale, veniva a straziare più il Figlio e a tormentar più la Madre. O incomparabile tormento addunque, o crudele scambievolezza di pene! Crudelis reciprocatio, lasciate che esclami col mellifluo, Crudelis reciprocatio64! Vi basti sol sapere, che Gesù per alleggerir la Madre da tanti affanni, si affrettò a morire, Matrem doloribus tumulatam aspiciens, così S. Lorenzo Giustiniano, properabat ad mortem65. 10. Ma, o Dio! Fosse cessato almeno col morir di tal Figlio il dolor di tal Madre! Da quella lancia crudele, che aprì il costato a Gesù, ne ebbe egli la piaga, ma non il dolore, perché già morto: ferì quella però al vivo il cuor di Maria; che avendolo poi estinto tra le illanguidite braccia, o Dio che acuti dolori si accrebbero al suo afflittissimo cuore! Di fatto, quanto pianse David il suo, benché ribelle Assalonne, ripetendo tra mille gemiti quelle dolenti parole, Absalom fili mi! Quanto Giacobbe il suo creduto morto Giuseppe! Quanto Iefte l’unica sua! Quanto Rachele i suoi parti! Ma che han da far questi pianti col dolor della Vergine? In quali lagrime di amarissimo pianto non sciolse essa allora gli occhi dolenti in vedersi prender dalle sue braccia il suo caro estinto Unigenito? “Questo è quel capo, diceva, che tante volte appoggiato al mio seno prendeva dolce sonno ed ora trafitto lo miro da tante spine? Questo è quel volto amabile, che innamorava il Cielo ed ora offuscato lo veggo da pallori di morte? Questi i begli occhi, che rapivano ogni alma ed ora estinti li ravviso? Queste son quelle Carni, candide più de’ gigli ed or tutte lacere e illividite? Queste le mani che 63 Ella infatti si rattistava che Cristo si affliggesse del suo dolore e se ne dolesse. Crudele reciprocità. 65 Vedendo la Madre ricoperta da dolori si affrettava a morire. 64 31 lavorarono i Cieli? Questi i piedi che andavano in cerca delle anime, or traforati li miro da’ duri chiodi?” In somma, osservando or in questa ed ora in quella parte del sagratissimo Corpo, per tutto trovava nuova materia di lutto, nuova cagione di pena: e pena talmente atroce, che al suo confronto perde quasi il nome di pena quanto si è mai patito da tutti i Martiri insiememente uniti: Quidquid crudelitatis inflictum est corporibus martyrum, così Sant’Anselmo, leve fuit, aut potius nihil, comparationi tue passionis, o Virgo66. 11. O quanto adunque vi compassiono, o Vergine dolorosissima, gran Regina dei martiri! Vinceste voi veramente nel vostro martirio l’umanità: mentre quel dolore, che non avrebbe potuto soffrir tutto insieme il Genere Umano, come ben disse il B. Amedeo, voi sola soffrir lo poteste. O adunque dolore sopra ogni dolore, pena sopra ogni pena! Tant’è, cari Uditori; e se voi al riflesso de’ grandissimi dolori, che patì la Nostra Gran Signora come Madre, come tal Madre, e come Madre di tal Figlio, voi non vi movete a pietà, io dirò, o che voi non siete umani, o che racchiudete nei vostri petti cuori di bronzo. Riposiamo. Padri quella prontezza, con cui essa offrì il suo Divin Figlio alla morte e se stessa alle pene, la chiamarono col bel titolo di corredentrice del Genere Umano; come la intitolò Sant’Antonino; e com’essa medesima disse a S. Brigida, Ego et Filius meus redemimus mundum, quasi uno corde68. Chi non vede adunque quanto le siamo obbligati? 13. Eppure, ci è veramente tra di noi chi spesso si ricorda de’ suoi atrocissimi dolori? Ci è chi la compatisca, la ringrazi? Io ben so, che essa stessa querelandosi un giorno con S. Brigida della umana ingratitudine, disse, che andava in cerca di questi tali, ma che pochi ne trovava: respitio si forte sint aliqui, ecc.69. Deh, non sia mai egli vero, Uditori miei, che tra di noi ci sia veruno, di cui lamentar si possa la Vergine, rimproverandolo come ingrato, o come spietato traditore, che aggiunga i suoi dolori con nuove colpe! No, non sia mai! Anzi tutti protestiamoci, ecc. L’esempio, ecc. Allora poi ci fu data per Madre, ecc. Omnis qui est discipulus Christi, così S. Bernardino, est Virginis Filius constitutus a Christo, et sic dixit ad discipulum, non ad Joannem. E Tertulliano dice, Traditionem esse Apostolorum omnium christianum verum esse filium Mariae70. SECONDA PARTE 12. Per darvi poi qualche particolar motivo di compatir maggiormente i dolori di Nostra Signora e di mostrarvi grati a tante sue pene, io qui non saprei oprar meglio, se non rammentarvi della cagione di tanti suoi tormenti. Sapete voi, Cristiani miei, qual fu la cagione di tante pene? Quella appunto che fu della Passione e morte del Figlio. Furono insomma i nostri peccati. Oltre che riflettete che la SS.ma Vergine non solamente patì per noi tante pene, ma le patì volentieri: perciocché se il suo addolorato cuore poteva esser capace di qualche conforto, questo era appunto il ricordarsi della nostra eterna salute, Non tam spectabat pignoris mortem, uditelo da Sant’Ambrogio, quam mundi salutem 67. Onde, considerando i Santi 66 Tutta la crudeltà che fu inflitta ai corpi dei martiri fu lieve o anzi niente in confronto alla tua passione o Vergine. 67 Non tanto mirava alla morte del pegno quanto la salvezza del mondo. 32 Ah Vergine dolorosissima, vi chiediamo mille volte perdono dei nostri falli, che furono la cagione di tante vostre pene. Voi intanto in memoria dei vostri dolori, imprimeteci nel cuore le piaghe del vostro divin Figlio; e così feriti sarem sicuri di amarlo. E giacchè io, più di ogni altro, ho peccato, concedetemi una stilla delle vostre Lagrime, una parte dei vostri dolori, Fac me tecum pie flere, crucifixo condolere, donec ego vixero71. E giacchè sempre errai per il passato, sempre pianga di vero cuore le mie colpe in avvenire. Laus Deo, deiparaeque Virgini Reginae Martyrum72. 68 Io e il mio Figlio abbiamo redento il mondo con un solo cuore. Vedo se per caso ci siano alcuni… 70 Ogni discepolo di Cristo è costituito da Cristo figlio della Vergine e così disse al discepolo, non a Giovanni. E Tertulliano dice: È tradizione di tutti gli apostoli che il cristianovero è figlio di Maria. 71 Fammi piangere piamente con te dolermi con il Crocifisso. 72 Lode a Dio e alla Vergine Madre di Dio, Regina dei Martiri. 69 33 Istruzione sopra il sacro scapolaretto o sia abitino ceruleo È un testo stampato ad Ascoli per Niccola Ricci, Stampatore Camerale e con licenza dei Superiori nel 1746 per diffondere la devozione all’Immacolata Concezione ed ottenere i benefici spirituali concessi dai Papi a cominciare dal 1671. Essa fu introdotta dai Padri Teatini in Spagna e da loro stessi diffusa privatamente tra i fedeli; visto poi l’entusiasmo degli stessi, i Religiosi ottennero “dalla Santa Sede la facoltà di poterlo benedire e dispensare ai fedeli dell’uno ed altro sesso”. Don Marcucci lo stampa ad Ascoli per diffondere e coinvolgere quanti più fedeli possibili nella devozione all’Immacolata. Nel frontespizio della pagellina, accanto alla sua firma, egli aggiunge due lemmi: “Detto dell’Immacolata Concezione” e “missionario apostolico”. Il primo a conferma della notorietà della sua consacrazione all’Immacolata Signora, a motivo anche della fondazione del monastero delle Religiose dell’Immacolata Concezione, avvenuta ad Ascoli Piceno l’8 dicembre 1744; l’altro, di missionario apostolico, era il riconoscimento che Papa Benedetto XIV gli aveva concesso nel 1742, all’età di 25 come approvazione delle missioni popolari predicate nel territorio Piceno ed Aprutino. Ignoto, L’Assunta contemplata da San Filippo Neri (sinistra) e da San Andrea Avellino, (destra), olio su tela, sec. XVIII, Ascoli Piceno, Casa Madre. San Filippo Neri (Firenze, 1515 - Roma, 26 maggio 1595). Fondò l’Oratorio che da lui prese il nome. Fu catechista e guida spirituale di straordinario talento, diffondeva attorno a sé un senso di letizia che scaturiva dalla sua unione con Dio. Fu anche grande devoto della Vergine Santa. Sant’Andrea Avellino fu un teatino, canonizzato da Clemente XI nel 1712. Certamente il giovane sacerdote Marcucci commissionò la tela di cui sopra per onorare santi devoti dell’Immacolata. Inoltre, poiché i Teatini e tutti gli ascritti alla devozione del sacro abitino si erano impegnati a raccomandare ogni giorno alla Vergine Immacolata la conversione dei peccatori, don Marcucci espone questa immagine il giorno dell’Assunzione di Maria nella chiesetta dell’Immacolata del monastero, oggi parlatorio, con il titolo di Rifugio dei peccatori. 34 Istruzione sopra il sagro scapolaretto o sia abitino ceruleo o vogliam dirlo torchino dell’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine, proposta a tutti quei Fedeli, che bramano ascrivercisi, dall’Abate Don FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI, Detto dell’Immacolata Concezione, Sacerdote Secolare di Ascoli, e Missionario Apostolico. I. Il Sagro Scapolare o sia ABITINO CERULEO o torchino dell’IMMACOLATA CONCEZIONE di Maria sempre Vergine ebbe la sua antica origine nella Spagna, e la riconosce dai RR. PP. Teatini: i quali, comecchè spezialmente ossequiosi verso l’adorabile Mistero accennato, affinché maggiormente ne crescesse ne’ Popoli la divozione, incominciarono ad introdurre, e a distribuire, benché privatamente, il sudetto Abitino ceruleo, ammettendo alla partecipazione di tutto il Bene spirituale della loro Religione Teatina tutti quei, che ricevevano il sagro Scapolaretto menzionato e promettevano nel tempo stesso di raccomandar quotidianamente a Dio, e alla di lui Madre Immacolata la Conversione di tutti i Peccatori. 35 plenaria Indulgenza e remissione di tutti i peccati nel Giorno in cui ricevessero l’Abitino, purchè si fossero confessati e comunicati. II. La medesima Indulgenza plenaria, se in articolo di morte si confessassero e comunicassero o non potendo ciò eseguire, se contriti invocassero il Santissimo Nome di GESÙ con la bocca, o almeno col Cuore. III. La stessa Indulgenza plenaria, se nella Festa dell’Immacolata Concezione (da intendersi da’ primi Vespri della Vigilia sino alla prim’Ave Maria della sera del Giorno festivo) confessati e comunicati, visitassero qualche Chiesa o Cappella o Oratorio della Congregazione Teatina ed ivi pregassero Dio per l’unione e pace fra Principi Cristiani per l’estirpazione dell’Eresie e per l’essaltazione di Santa Madre Chiesa. IV. Finalmente l’Indulgenza di sette anni e altrettante Quarantene, se in ogni Festa della Santissima Vergine, confessati e comunicati visitassero qualche Chiesa, Oratorio o Capella come sopra e pregassero, come poc’anzi si è detto. II. Vedendo in progresso di tempo i detti Padri, che questo Abitino veniva universalmente abbracciato con molto vantaggio delle Anime, procurarono di ottener dalla Santa Sede la facoltà di poterlo benedire e dispensare ai Fedeli dell’uno ed altro sesso: e difatti la ottennero per Breve del Sommo Pontefice Clemente Decimo, segnato sotto il dì 30 di Gennaio del 1671; ma non però con tutte quelle Indulgenze che si esprimevano in quel Libricino dell’Abitino Ceruleo, stampato in Verona nel 1711, già proibito dalla S. Congregazione dell’Indulgenze, ecc. con decreto sotto i 22 di Febbraio del 1712, in cui asserì non esservi altre Indulgenze per l’Abitino Ceruleo, che quelle concedute dal Sommo Pontefice Clemente Undecimo per Breve de’ 17 Maggio 1710. III. Ottenutasi pertanto da’ RR. PP. Teatini la suddetta facoltà Apostolica, non può esprimersi il felicissimo progresso, che mediante il loro zelo, fece il sagro Abitino quasi in tutta l’Europa, sì per la quantità delle Anime, che per la qualità ancora di molti Personaggi, che ne vollero esser decorati: tantochè si mossero i zelantissimi Padri a supplicar la Santità di Clemente XI, allor Regnante, affinché si degnasse aprire i Tesori di Santa Chiesa in favore di chiunque ascritto si fosse all’Abitino Ceruleo dell’Immacolata Concezione. Alle quali suppliche benignamente condiscendendo il Pontefice, con un Breve, che incomincia Coelestium munerum thesaurus, segnato sotto i 17 Maggio 1710, concesse molte Indulgenze a favore degli Ascritti al detto sagro Abitino (che sono le vere ed autentiche che qui si frappongono), approvò il Rito e Formula propria di benedirlo e dispensarlo, e diede maggiormente a conoscere al Mondo qual’era la tenerezza di devozione, che egli portava all’Immacolata Concezione, esprimendosi nel breve, ch’egli ardeva di desiderio, che il culto verso il sagrosanto Mistero da giorno in giorno vieppiù crescesse e si dilatasse, Nos, ecco le dilui tenere ed auree parole, Nos laudahilem Christi fidelium erga Mysterium Conceptionis Beatae Mariae Virginis Immaculatae devotionem magis, magisque in dies augeri, et propagari cupientes. IV. Ecco poi il catalogo di tutte quelle Indulgenze, che furono concedute dal menzionato Pontefice a tutti quei Fedeli, che si fossero ascritti al detto sagro Abitino Ceruleo dell’Immacolata Concezione. I. Concedette la 36 V. Fu incredibile il giubilo di tutta la Religione Teatina per un Breve sì santo e favorevole al culto dell’Immacolata Concezione, per mezzo del predetto Abitino; e per vieppiù animare i Fedeli a riceverlo anch’ella si estese a concedere a tutti gli Ascritti la particolar partecipazione di tutto il Bene Spirituale e di tutte le opere meritorie, che col Divino ajuto si sarebbono fatte sì da essa Religione Teatina, che dalle Monache Teatine Romite. Così per Beneplacito Apostolico e per opera de’ mentovati fervorosissimi Padri fu propagata e semprepiù si propaga pel Mondo Cattolico la devozione dello Scapolare Ceruleo di Nostra Immacolata Signora, con utile grandissimo delle Anime Cristiane, stanti le Conversioni mirabili di molti che con questo mezzo si son vedute, le liberazioni da fulmini e da cento e mille altre disgrazie: parendo, che la Regina del Cielo siasi con modo particolare impegnata a proteggere in vita e massimamente in Morte, tutti quei, che devotamente portano la Livrea o sia Abito della sua Immacolata Concezione che sia in eterno adorata, glorificata e benedetta. Amen. VI. Sono adunque premurosamente invitati tutti i Divoti di questa nostra Città a farsi benedire e ad ascriversi in questo Sagro Abitino Ceruleo, in occasione che Chi sì premurosamente gl’invita ritrovasi già provveduto delle necessarie facoltà: tantopiù che chiunque vi è ascritto non è tenu- 37 to a lunga recita di Orazioni; bastando solamente che reciti ogni giorno sei Ave Marie e altrettanti Gloria Patri in onore dell’Immacolata Concezione, partitamene in tre volte, cioè due nella mattina, due nel dopo pranzo, e due nella sera, pregando Nostra Signora, in onore di questo suo Mistero, per la Conversione de’ Peccatori; e che qualche volta nella mattina, nel dopopranzo, e nella sera dica devotamente quella Giaculatoria, Benedetta sia la Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria, in cui, per ogni volta che si dica, vi sono cento Anni d’Indulgenza, conceduti dal Sommo Pontefice Gregorio XV, al 13 di Aprile del 1621 e confermati da Clemente XII nel mese di Novembre del 1731. Viva l’Immacolata Concezione di Maria! Rame della SS.ma Vergine del Carmine con custodia in carta, commissionata da mons. Marcucci nel 1777 al costo di 1 scudo. Il cliché veniva usato per stampare il sacro abitino e diffonderne la devozione tra le suore e tra i fedeli. 38 Sopra i Privilegi di Nostra Immacolata Signora Canzonetta sull’Aria della Marcuccina Il testo non datato, per le ragioni sopra esposte, si presume possa appartenere all’anno 1746. L’aria della Marcuccina, dal nome del compositore, potrebbe essere quella della Sacra Lode che il Marcucci musicò nel 1739 per i fedeli della sua parrocchia di Santa Maria Inter Vineas con un aria ben orecchiabile e facile da impararsi; essa veniva cantata nella ricorrenza dell’Immacolata. La canzonetta è incompleta: si interrompe alla terza strofa, lasciando solo indicato il numero della successiva, inoltre il contenuto del titolo è appena accennato. Il componimento, pur discostandosi in parte dagli schemi tradizionali, da un punto di vista stilistico, segue le modalità ed i procedimenti retorici dell’oratoria sacra del tempo e, nel suo metro senario a rima ABBC, si rifà a modelli metrici molto diffusi tra il 1600 e il 1700. Il testo è stato trascritto dall’autografo ASC 47, pp. 25 r-v. 1. Cedan’il Sol, la Luna, Le Stelle, i Fiori grati, Le Gemme, i Prati Cedano alla beltà. Di chi in se stessa aduna Ogni beltà creata. Beata pur beata, Che in se macchia non ha! 2. Questa è l’eccelsa Donna Vergine e Madre insieme, Che preme preme L’altero capo ognor Del serpe: ed è colonna Forte di chi la onora, Ed adora, adora Con tenero buon cuor. 39 3. In quel primiero Istante In cui fu Lei Concetta, Diletta diletta Al caro Dio sì fu, Che tante grazie e tante Versò in quel Cor beato, Immacolato; Che non si può dir più. 4.73 Volgarizzamento Poetico dell’Ave Maris Stella Il testo, datato 17 Marzo 1746, è una traduzione poetica nella lingua corrente dell’inno mariano Ave Maris Stella. Don Marcucci traduce l’inno a Musciano (TE) dove sta svolgendo una missione popolare74 e lo invia alla superiora Madre Tecla Relucenti della neo congregazione di Religiose dell’Immacolata Concezione di cui si dichiara essere “indegnissimo primo Servo”. È un dono spirituale a Tecla e alle altre Religiose per aiutarle a comprendere e godere uno scritto antico della Liturgia mariana. Il testo è scritto con una grafia molto curata su un foglio piegato in due. Sulla 4ª facciata l’Autore raccomanda di conservare il testo “con pulizia” ed aggiunge: “Inver la povertà sempre mi piacque, ma non la sordidezza; poiché la candidezza del cuor seco non è, né mai vi giacque (San Bernardo). Pulizia per chi ne tien bisogno”. Il testo è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 47, pp. 22-24. I Ave Maris Stella, Dei Mater alma, Atque semper Virgo, Felix Coeli porta. Ave Maris Stella, Lucida Stella di oro, Che in questo Mar del Mondo Ci guidi al Ciel giocondo, Umil ti adoro. Dei Mater alma, Madre, chiamar ti dei, Grande, perché di Dio, Del caro Gesù mio Tu fosti, e sei. 73 Si interrompe qui la canzonetta. 40 74 Essa si svolse dal 6 al 19 maggio 1742. 41 Atque semper Virgo, Solve vincla Reis, Profer lumen Caecis, Mala nostra pelle, Bona cuncta posce. III Vergine al tempo stesso Fu sempre il tuo bel Seno. O Dio, che vengo meno A tal riflesso! Felix Coeli porta Porta del Ciel ti chiami Felice, perché il tieni In Man, e a dar lo vieni A chi ben ti ami. Solve vincla Reis, Tra ceppi, e tra catene Afflitti Rei gemiamo: Deh fa, che sciolti siamo Da sì gran pene! Profer lumen Caecis, II Sumens illud ave Gabrielis ore; Funda nos in pace, Mutans Hevae nomen. Sumens illud ave, Prendi, Madre di Amore, Quel grato, e bel saluto, Che ti è dal Ciel venuto Dal tuo Signore. Gabrielis ore; Per via di un Messaggiero, Qual fu Gabriel beato, Che a te fece svelato Il Gran Mistero. Funda nos in pace, Tu che bel Trono eletto Di Pace sei chiamata, Di tal Pace beata Empi il mio petto. Mutans Hevae nomen. S’Eva nel Paradiso Madre fu ben del pianto; Tu il nome suo trattanto Mutast’in riso. 42 Un raggio di tua luce Concedi a nostre menti, E questo a te contenti Ben ci conduce. Mala nostra pelle, Tutt’i pensieri vani, I Mali, che ad ogni ora Ci affliggon, deh Signora Tieni lontani. Bona cuncta posce. Giacché tu in Ciel comandi, Ed hai tutti gli onori; I Beni, i tuoi favori Sopra noi spandi. IV Monstra te esse Matrem, Sumat per te praeces Qui pro nobis natus Tulit esse tuus. Monstra te esse Matrem, Figli pur tuoi già siamo, A te ci diè il gran Padre; Mostrati nostra Madre: A te ci diamo. 43 Sumat per te praeces Fa tu le nostre veci; Per le tue Man dilette, Sieno care, e accette Le nostre preci, Mites fac, et castos. Reprimi il nostro sdegno, E fa’ che miti siamo; Che casti ancor viviamo Ad alto segno. Qui pro nobis natus VI A chi con tanto amore Nascer volle per noi, E volle insiem con voi Rubarci il Cuore; Tulit esse tuus. E col nascer grazioso Mostrossi vostro Figlio; E noi dal gran periglio Scampò pietoso. V Vitam praesta puram, Iter para tutum, Ut videntes Jesum Semper collaetemur. Vitam praesta puram, Pura la nostra Vita Sia, e di macchia priva; Del che a te, Madre Diva, Chiediamo aita. Virgo singularis, Inter omnes mitis, Nos culpis solutos, Mites fac, et castos. Iter para tutum, Il nostro gran Viaggio All’eterne maggioni, A noi, per Te, si doni Senza dissaggio: Virgo singularis, Vergine singolare, Tuo pregio, ugual non ha, Né simil si potrà Giammai trovare. Ut videntes Jesum Affin dopo sto essiglio, Vedendo in Ciel l’amato Gesù glorificato, Il vostro Figlio, Inter omnes mitis, Tra tutti la più mite, La più dolce, e pietosa, La più cara, e graziosa. Cieli, che dite! Sempre collaetemur Sotto il vostro bel Manto, Sempre in grande allegrezza, Sempre in Mar di dolcezza Viviamo in canto. Nos culpis solutos, Da nostre colpe sciolti Fa’ che noi siam; e poi Lodi daremo a voi, A voi rivolti. 44 45 VII Sit laus Deo Patri, Summo Christo decus, Spiritui Sancto Tribus honor unus. Amen. Al Padre, al Figlio sia, Al Santo Spirito Amore, Lode, gloria, ed onore, Per te, o MARIA. Così sia. Il Fine Qui non soggiungo altro, se non che la lascio nel sagro Cuor di Gesù e di Nostra Immacolata Signora. Di V(ostra) M(adre) R(reverendissi)ma Musciano 17 Marzo 1746. Indeg.mo primo Servo F(rancesco) A(ntonio) M(arcucci) D(ominus) D(ella) I(mmacolata) C(concezione) Breve Sermone sopra la gloriosa Assunta di nostra Signora Il testo non datato a motivo della grafia si presume possa appartenere all’anno 1746. Non conosciamo il luogo e i destinatari del Sermone; l’Autore si rivolge ad essi come a “riveriti ascoltatori”. Introduce l’argomento con la sua solita sensibilità pedagogica, partendo dall’esperienza degli uditori: è risaputo che i sovrani nel giorno anniversario della loro elezione usano dispensare favori ai loro sudditi, a maggior ragione Maria SS.ma è premurosa nel beneficare e proteggere le anime che ossequiano la sua gloriosa Assunta. Ma quale tipo di ossequio e devozione gradisce Maria? Certamente “sono buoni i rosari, sono ottimi i digiuni e le visite delle chiese, i tridui e le novene”, purchè uniti alla devozione del cuore che consiste nel mantenersi lontani da ogni peccato, esercitarsi nella pazienza e nelle altre virtù. Questa fu la devozione che ebbero tutte le anime sante beneficate da Maria e che don Marcucci cita con esattezza storica perché siano di esempio e di incoraggiamento. Il Sermone si conclude con una breve preghiera rivolta alla stessa Regina del Cielo per invocare la sua protezione. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 176-179. Bonifazio Nardini, Assunzione di Maria al cielo, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. 46 47 1. 2. 48 Sogliono i Monarchi della Terra nel Giorno anniversario della loro assunzione al Trono dispensar vari favori e grazie a quei Sudditi, che rallegrandosene con essi, ne fan loro dimanda in contemplazione dell’assunto Real diadema e comando. E ciò avviene, a mio giudizio, perché la rimembranza delle prosperità avute rallegrando molto i cuori di chi le godette e a goderle pur segue, gli sprona a beneficar a larga mano quei che delle dette prosperità se ne congratulano. Or se tanto spesse fiate accade nel Mondo, altrettanto, e molto più, R(iveriti) U(ditori), succede sempre nel cielo. I Santi nel giorno della lor festa, giorno della loro assunzione all’alto trono della Gloria, sogliono dispensar a gran copia le Grazie ai loro divoti, che con vari atti di pietà cristiana ne hann fatte con essi le loro congratulazioni, le dimostrazioni di giubilo: tanto essi godono di una tal gloriosa rimembranza. Ma che dissi i Santi, la Regina medesima dei Santi, Maria SS.ma, non ha forse usato e non usa anche questo? Sì per certo. Anzi essa, siccome trapassa tutti i Santi nella gloria, così supera tutti i Santi nel beneficar quei suoi Divoti, che con vari apparecchi e tenerezze di affetto, si congratulano con Lei di qualche sua eccellente prerogativa, di qualche suo singolar privilegio. Ed eccovene la conferma, Uditori. Osservate com’essa abbia beneficato a larga mano quelle Anime, che con particolari ossequi di pietà han festeggiata la ricorrente festa della sua gloriosa Assunzione in Anima e in corpo in cielo, festa in cui ella fu assunta sopra tutti i cori degli Angioli alla destra del Figlio e fu con mille pompe, applausi e giubili di tutta la corte celeste, incoronata Regina del Paradiso, Signora e padrona dell’Universo. Vostra sia la pazienza in ascoltarmi, mia l’incombenza di mostrarvi quel che vi ho proposto. E qui sulle prime mi si presenta innanzi l’Istoria di Giovanni Re di Portogallo. Avete mai, Uditori stimatissimi, considerata la cagione per cui questo piissimo Re nella vigilia dell’Assunzione gloriosa di Nostra Immacolata Signora, disfece tanti Nemici, distrusse tante contrarie Armate e riportò tante Vittorie? Chiedetela al Tursellino Istorico (lib. 2, cap. 26) e udirete, che appunto fu, perché tutto lo studio di questo Monarca era di onorar con mille ossequi la Festa che celebriamo: per cui fu tanto grato alla Vergine, che insino nella detta Vigilia volle condurselo al cielo, come piamente si crede. Per questi medesimi ossequi in onor dell’Assunta, consolò la Regina del cielo nell’anno 1338 i Padri Minori della città di Parigi, facendosi loro veder tutt’allegra col Santo Bambino in braccio, mentre cantavano in coro in questo giorno. Per tal motivo pur fu degna Santa Geltrude di veder in questa festa l’Immacolata Signora, vestida ed ornata di rose e di gigli, denotanti, come spiegò, le varie opere pie fatte dai suoi Divoti in affettuoso apparecchio. 3. Ma chi può ridire i favori straordinari che altri ottennero per essere stati particolari ossequiatori dell’Assunzione di Maria? Leggete, leggete, di grazia, le sagre Istorie, miei Riveriti Ascoltanti e stupirete in vedere tanto impegnata la gran Madre di Dio in beneficare a larga mano i Divoti della sua Assunta gloriosa. Ah se qui fosse un San Giacinto Domenicano, udireste da lui quel grato racconto, come ei vidde calar dal Cielo vaga nuvoletta, dentro cui era la sua eccelsa Signora, la quale dopo averlo confortato con mille contentezze di paradiso, lassù in quella Patria Beata se lo condusse in questo glorioso giorno. E quasi lo stesso attestar vi potrebbero, se qui si trovassero, il Beato Sovore Fondatore dell’Ospedale di Siena, Sant’Arnolfo Vescovo Svesionense, Santo Stefano re di Ungheria, Santo Stanislao Kosca della Compagnia di Gesù e cento e mille altri con loro. 4. Io quanto a me, vi confesso, Uditori miei stimatissimi, che rimanendo quasi fuori di me per la maraviglia non ho più lena di addurvi altri esempi in valida prova dell’assunto mio intrapreso. Vi prego soltanto, non già a considerar le finezze di amore che gustò la Beata Agnese di Montepulciano coll’aver avuto tra le braccia il Santo Bambino Gesù nella notte di questa festa, non già quelle che esperimentò la gran Serva di Dio Suor Cecilia di Palermo, o Suor Rosa Maria di Sant’Antonio con altre molte Anime fortunatissime; no, no, perché se a tutto questo aggiunger anche si dovesse la considerazione di quanti furono liberati da fiere tentazioni e malattie, quanti da strani pericoli e accidenti, quanti … ma a che tanto allungarmi in una cosa, che non avrebbe per ora fine, se aggiunger, dico, anche ciò dovesse, la vostra considerazione, Uditori, non sarebbe per aver termine dentro i limiti di poco tempo; vi prego dunque soltanto a riflettere a quel che vide e udì in questa festa 49 la Beata Cristina dell’Ordine Cistercense. Stava questa tutta assorta in alta contemplazione, quando osservò che la granVergine calava dal Cielo una catena d’oro con una pietra molto preziosa, in cui eravi scolpito il SS.mo Nome di Maria unitamente co’ nomi di alcuni suoi Divoti; e sentì dire da Nostra Signora così, Come oggi son io nella mia Gloria, così tutti questi saranno meco in eterno. E questo sol vi basti per farvi rimaner persuasi, quanto sia premurosa Maria SS.ma in beneficare e proteggere le Anime ossequiose alla sua gloriosa Assunta. 5. Ed essendo ciò verissimo, come dunque possiamo noi aver cuore in petto senza le ardenti fiamme di Amore verso una sì potente Benefattrice e Avvocata? Come non ci sentiamo riempiti di un desiderio grande di essere suoi veri Divoti e in particolare dell’Assunzione sua al Cielo? Ma che credete voi, in che consista questa vera divozione? Sono buone le corone e i rosari, ottimi sono i digiuni e le visite delle chiese fatte in suo onore e così pur sono i Tridui e le novene. Al certo piacciono molto alla gran Vergine, chi può negarlo? Ma se a tutto ciò non stia unita la nostra divozione del cuore, la divozione non sarà buona, non sarà vera. Quel mantenere il cuore e l’anima lontana da ogni peccato per amor di Maria, quell’esercitarsi nella pazienza e nelle altre virtù a suo riguardo, questo, questo fa che la divozione sia buona e vera, sia di cuore e sia gratissima alla suddetta Regina del Paradiso. E questa appunto fu la divozione principale che ebbero tutte quelle Anime Sante, che furono tanto beneficate, come udito avete. A questa adunque, appigliatevi, cari uditori. E voi, o Vergine gloriosissima, degnatevi di porgerci il vostro potentissimo aiuto, affinché con tal cuore ossequiandovi in questo mondo, possiamo poi giunger felicemente a godervi e glorificarvi nel Cielo. Amen. Sacro discorsetto sopra l’Aspettazione del Parto di Maria Vergine SS.ma Il testo non datato, a motivo della grafia, si presume possa appartenere all’anno 1746. Il discorsetto viene recitato di sera ad “Ascoltanti devotissimi”, in prossimità della solennità del santo Natale. L’argomento, sviluppato in cinque punti, è una meditazione sui sentimenti di attesa e di desiderio vissuti dalla SS.ma Vergine Maria dal momento dell’Annunciazione alla nascita del suo suo divin Figlio. Don Marcucci li paragona a quelli di Giobbe, espressi al capitolo 31 del libro omonimo. Ella desiderava con gli angeli la nascita di Gesù Salvatore perché finalmente fossero risarcite le loro cadute, come pure quelle dell’intero genere umano. E se gli angeli sono infinitamente grati a Maria SS.ma per il dono di Gesù, altrettanto dobbiamo esserlo noi e considerarla nostra Corredentrice. Don Marcucci conclude il discorsetto invitando gli ascoltatori “a voler da qui in poi essere tutti di Maria con umili ringraziamenti, con ardentissimo amore, con servirla costantemente e voler ricevere Gesù Bambino nel nostro cuore per mezzo di una buona Confessione, e di una vera mutazione di vita”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 141, pp. 1-4. Desiderium meum audiat Omnipotens75 (Giobbe cap. 31) Desideri, senza difetto alcuno d’impazienza, ma bensì con gran cumulo di meriti e di grazie, voglio, o Ascoltanti divotissimi, in questa sera dimostrarvi nella gran Regina del Cielo Maria V. SS.ma. Ella sin da quel felicissimo Giorno, in cui l’Arcangelo Gabriele le arrecò la felice ambasciata, che doveva esser Madre del Figlio di Dio, incominciò a sperimentare i dolci tormenti dei desideri per la sua Nascita. Questi furono quegli affanni beatissimi che la facevano esclamare e ripeter con le pazienti speranze di Giobbe: Desiderium meum audiat Omnipotens! E tai desideri erano di veder nato al Mondo questo suo Divin Figlio per la Redenzione del Mondo. Dalla quale Redenzione principalmente risultar poi ne dovea e la Riparazione degli Angioli e la mani- 75 50 L’Onnipotente ascolti il mio desiderio. 51 festazione della divina misericordia a pro del Genere umano. Pertanto, non siavi discaro, se bramate sapere quali fossero i desideri della gran Vergine, udir le incessanti brame di lei per i due suddetti Benefici. Incominciamo. 1. 2. 52 Dolcissimi tormenti che affliggono con decoro gli affetti in Maria Vergine, sono i desideri della Nascita del suo amabilissimo Unigenito, del suo caro Gesù. Desideri veramente eccelsi, perché nati in Lei da questa riflessione, cioè che dalle sue purissime viscere uscir dovea il Riparatore delle cadute degli Angioli col redimere il Genere umano. Quindi è che l’Angelo Gabriele annunziandola, la pregò istantemente, come riflette S. Bernardino, a voler prestare il consenso di essere Madre dell’Eterno Verbo e la prega per parte di tutti gli Angelici cori, affinché fossero riempite quelle loro sedie, che erano vuote per la deplorabile caduta di Lucifero e dei suoi seguaci. Ed essa, che sopra tutti quei Cori si vedea in quel punto eletta, come loro Regina, s’immagini chi può, con qual veemenza di desideri sospirava il termine dei nove mesi della sua Verginale Gravidanza e quell’ora felicissima della Nascita Divina del suo caro Figlio. Dal vedersi Maria ossequiata, venerata e servita da quegli Spiriti celesti, che servono a Dio in Cielo, le pareva ogni istante antecedente alla Divina Nascita, un lungo intervallo di più secoli, perocchè ognuno di quegl’istanti si frapponeva alle sue brame di veder consolate le Angeliche Schiere. O beati adunque o Desideri sagrosanti di Maria sempre Vergine! Voi nel di lei cuore introduceste tutte le fiamme dei Serafini! Voi nel di lei purissimo Cuore ardeste il Divin fuoco dello Spirito Santo! Voi precorreste la Venuta del Verbo Incarnato, facendo sapere agli Angioli, per mezzo delle vostre vampe, che nell’Utero Verginale di Maria cresceva il loro Riparatore! Gli Angioli poi, che tutto ciò udivano non si partivano mai dalla loro Regina, ma standole sempre assistenti, pareva in un non so che modo, che anch’essi con i loro desideri uniti a quei della gran Vergine Madre procurassero di affrettare la nascita del loro Creatore. Sicchè le brame di Maria sembravano desideri degli Angioli e i desideri degli Angioli sembravano brame di Maria. Or riflettete al presente divoti Uditori in quali celesti vampe di brame divine si disfaceva il Sagro Cuore della nostra Immacolata Signora, desiderosa che creature sì nobili, quali sono gli Angioli, vedessero finalmente il risarcimento alle loro cadute. 3. Ma non erano questi soli i desideri dell’Imperatrice dei Cieli. Bramava essa di dar presto alla luce il suo Divin Figlio, affinché ancora si manifestasse la divina misericordia a pro di noi tutti, a pro di tutto il Genere umano. Portava la nostra eccelsa Signora un Cuor tale nel suo sagro Petto, che quanto più si avvicinava il tempo del suo purissimo Parto, tanto più bramava di darlo alla luce: Cruciabatur, ut pareret76 (Apoc. 12). E ciò non per altro, se non per veder noi tutti con il restante de l’uman Genere, tolti dalle misere catene della schiavitù del peccato, incorsa per la disubbidienza del nostro primo Padre Adamo: tanto era bramosa della manifestazione della Divina Misericordia verso di noi. Rifletteva nelle sue contemplazioni al nostro estremo bisogno e lo compassionava; vedeva di aver nel proprio seno il Liberatore delle nostre afflizioni e desiderava di consegnarcelo col partorirlo o che crucis beatissimi! O che ardentissimi desideri! 4. Se voi nol sapete, Uditori, erano le nostre colpe giunte a tal eccesso, che non si poteva arrecar loro rimedio, se questo non era infinito. Depositò la Misericordia Divina questo infinito rimedio dentro le purissime viscere di Maria Vergine, nascondendo sotto umana spoglia il Figliuol di Dio. E la gran Vergine, che dentro di sè il portava, tutta piena di desideri di partorirlo, in quali dolcissime smanie non lasciava cadersi il suo Cuore? O felicissimo San Giuseppe, che più volte ascoltò gli affannosi desideri di Lei, ora disciolti in copiose Lagrime, ora compartiti in infuocati sospiri, ora esalati in amorosi colloqui! Noi, noi, Uditori miei, giacevamo nelle più dense tenebre, che giammai produrre potesse la colpa; e Maria Vergine, la nostra cara Signora, che portava nel Sagro Ventre il vero Sole di Giustizia, immaginatevi se intensamente bramava, che uscisse fuora del suo Verginal Seno. Ella che fu predetta Madre di santo Amore, di bella dilezione: Mater pulchrae dilectionis77, come non dovea essere ancora Madre di tenera compassione? Ecco quanto siamo obbligati a Maria SS.ma! Ecco quanto le siam tenuti! 76 77 Soffriva per il parto. Madre di amore santo. 53 5. E se gli Angioli in cielo non fanno altro che adorarla, ringraziarla e amarla come loro Riparatrice, perché dunque anche noi qui in terra non l’adoriamo, non la ringraziamo, non l’amiamo come Apportatrice della nostra salute, come nostra Corredentrice? Se il Beneficio è uguale, perché uguale non deve essere la Gratitudine? Ella partorisce Gesù Bambino per noi, per porcelo nel nostro cuore; e noi perché vogliamo esser tant’ostinati, tanto ingrati col non riceverlo? Ah dunque, non più ingratitudine, non più ingratitudine verso una sì cara nostra Madre! Siccome essa desiderò la nostra salute, così noi desideriamo la sua Gloria: siccome essa ci amò come teneri figli, così noi riamiamola come tenera Madre: siccome essa ci diede con Amore il suo caro Bambino, così noi con amore riceviamolo per sempre nel nostro cuore. Su via, facciamo questa sera questo santo proposito, di voler da qui in poi esser tutti di Maria con umili ringraziamenti, con ardentissimo Amore, con servitù costantissima. Facciamo questo santo proposito, di voler ricevere Gesù Bambino nel nostro cuore per mezzo di una buona Confessione e di una vera mutazion di vita. Sì, si, Uditori cari, queste son pur le Brame della Regina del Cielo e noi dobbiamo compiacerla a tutto costo, perché non meno le sono obbligati gli Angioli per la loro Riparazione, di quel che le siamo noi obbligati per la nostra Redenzione. Ci ha concepito Gesù: ci ha partorito Gesù: ci ha donato Gesù. E tanto basta. Viva Gesù e Maria, a cui sia Lode ora e sempre per tutti i secoli dei secoli. Amen Il Fine. Ignoto, quadretto dell’Immacolata che il Servo di Dio teneva a capo del letto, olio su rame, sec. XVIII, Ascoli Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”. 54 55 CAP. II SERMONCINI PER OGNI SABATO DELL’ANNO 1752 56 57 Introduzione al capitolo I Sermoncini per i sabati dell’anno 1752 sono 25 e furono proposti da don Marcucci, dal 1 gennaio al 15 agosto dello stesso anno, festa dell’Assunzione di Maria al cielo, ai fedeli e alle Religiose dell’Immacolata, nella chiesetta omonima, ricavata l’anno precedente dalla ristrutturazione di un fondaco del monastero. Don Marcucci realizzava così il desiderio di ripristinare un’antica tradizione della Chiesa romana della devozione dei sabati mariani, proponendo alla riflessione dei presenti un tema mariano, durante l’esposizione del SS.mo Sacramento che si concludeva con il canto delle litanie alla Vergine Santa. Al Vescovo di Ascoli Piceno mons. Tommaso Marana, così il Servo di Dio comunicava l’iniziativa: “Affin di far partecipare al vicinato del Monistero qualche Bene della Parola di Dio, giacché le Persone povere di quei contorni di rado la sentono, ho incominciato già, secondo il concertato, a raccontar ogni Sabato a sera in pubblica Chiesa un esempio della SS.ma Vergine e poi o recito, o fo recitare le Litanie. La gente vi concorre ed io vi vado frammischiando anche qualche cosa della dottrina o della confessione o Santa Messa, secondo che più vedo caderci a proposito”1. I Sermoncini sono trattazioni brevi, in stile familiare, volte a promuovere la santità di vita, fulcro della devozione mariana, attraverso l’esempio di tanti devoti di Maria. L’argomento viene sviluppato in sei o sette punti circa; è sempre introdotto da un proemio per motivare i fedeli all’ascolto e renderlo più interessante e si conclude spesso con una fervente preghiera rivolta alla SS.ma Vergine per impetrare il suo aiuto e la sua protezione. Quando il sabato coincide con la vigilia di grandi feste liturgiche o di santi significativi, don Marcucci unisce con grande abilità l’argomento mariano con il tema dettato dalla circostanza. Le suddette composizioni sono uno dei frutti più concreti della grande e convinta devozione mariana di don Marcucci e dello zelo costante e tenace nel diffonderla come il bene più grande per tutti. Pur nella loro semplicità stilistica e di linguaggio esse costituiscono un prezioso esemplare della migliore oratoria sacra del tempo, ricca di sana dottrina mariologica e teologica, ancorata alla Sacra Scrittura, alla dottrina dei Padri della Chiesa e della Tradizione. La maggior parte dei sermoncini 19 su 25 fanno parte della miscellanea n. 23; 4 su 25 riguardanti la devozione di alcuni santi con la Madre di Dio, fanno parte della miscellanea n. 22 ed infine uno, riguardante la SS.ma Trinità in rapporto a Maria, fa parte della miscellanea n. 35. 1 58 FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI, Relazione o sia Ragguaglio annuale dello stato temporale e spirituale della Congregazione e Convitto delle Religiose dell’Immacolata Concezione di Ascoli del 1752 a Mons. Marana Vescovo, ASC 111, p. 58. 59 SERMONCINO PRIMO Recitato il primo dell’anno 1752, ricorrendo il giorno del Sabato Con animo grato alla Vergine Santa e pieno di confidenza nel suo aiuto, don Marcucci comunica agli ascoltatori la sua gioia di poter iniziare, nella piccola chiesa dell’Immacolata posta sotta la sua cura, la devozione dei sabati mariani, da tempo desiderata; essa consiste nel recitare con stile familiare “qualche esempio devoto” di chi già l’ha praticata, per essere motivati a fare altrettanto; gli esempi vengono tratti dall’opera “Affetti scambievoli” del gesuita P. Auriemma. L’Autore si premura di esporre i motivi del perchè la tradizione abbia scelto il giorno di sabato per onorare la Vergine; anzitutto per ricordare la sua costanza nel credere che Gesù, morto nel giorno antecedente, sarebbe risorto, poi per partecipare al suo grande dolore per la perdita del Figlio divino ed infine, secondo alcuni studiosi, perché lo Spirito Santo dispose che la sua purissima Sposa, fosse concepita senza macchia originale in giorno di sabato. L’argomento del primo sermoncino dell’anno 1752 cade il primo gennaio ed è: “Il celebrare il sabato con qualche particolare divozione ad onor della Vergine, è una cosa di suo gran piacere e vien da lei molto ben ricompensata”. Viene sviluppato in sei punti con una introduzione. La funzione si conclude con la recita o con il canto delle litanie. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 1-6. Argomento Il solennizzare e celebrare il Sabato con varie divozioni in onor della Vergine è di suo gran piacere e vien da Lei molto ben ricompensato Ave Maria Quel lodevole ed antichissimo uso, praticato da tanti e tanti, di riverir con particolari ossequi la Gran Vergine, nostra Immacolata Signora, nel venerando Giorno a Lei dalla Chiesa consagrato, voglio dire nel SABATO, fu sempremai, Uditori miei stimatissimi, quella cosa, che al mio povero cuore apportò singolar gioia e contento. Ma cio chè più mi innamorò fu il risaper che in tante Città cattoliche e specialmente in Roma, si era sì lodevolmente introdotto di contar ogni Sabato al Pubblico un qualche esempio e miracolo della predetta Regina del Cielo, affin maggiormente la sua divozione nei 60 Cuori dei fedeli crescesse da giorno in giorno e si dilatasse. Ed oh quante le volte una tal gratissima rimembranza esclamare mi ha fatto, ed oh potessi pur io in questa mia diletta Patria aver il comodo di una benchè piccola chiesa, dedicata alla Vergine, quanto ben volentieri ne assumerei l’incarico di recitare ogni Sabato in stile famigliare qualche esempio divoto! Ma lodi pur mille e mille siano all’Immacolata Signora che consolarmi si degnò. Ecco di fresco qui aperto ad onore e titolo dell’Immacolata sua Concezione un nuovo sacro Tempio: ed essendosi degnata di darne a me la cura; mi ha dato anche il modo di adempiere i miei desideri, di eseguir le mie brame. Pertanto, riponendo in Lei tutta la mia confidenza, sin da questo giorno (giorno sì memorabile, perchè primo dell’anno ed insieme di sabato) vo(glio) porre in pratica il da tanto tempo premeditato disegno. Udite adunque su di che in questa prima volta ho ideato di favellarvi: Il celebrare il Sabato con qualche particolare divozione ad onor della Vergine, egli è una cosa di suo gran piacere e vien da Lei molto ben ricompensata. Favoritemi di attenzione; ed incomincio. 1. Chiunque il pensiero rivolge sopra il motivo per cui il Giorno del sabato sia stato consagrato da Santa Chiesa alla Gran Vergine, non proverà molta fatica in rimaner tosto persuaso che riesca di gran piacer della stessa il celebrarlo con qualche particolare ossequio ed affetto. Vogliono alcuni Santi Padri ed in particolar San Bernardo (a), che anticamente fosse questo giorno dedicato alla Vergine ed onorato da’ suoi Divoti, in memoria della costanza, con la quale essa stette ferma nella fede, indubitatamente credendo ed aspettando che il suo Divin Figlio, già morto nel giorno antecedente, risorger dovea e verificar si dovevano tutte le sue Divine Promesse. Aggiungono altri, che un altro motivo fu per far rimembranza de’ dolori acerbissimi, nei quali ella stette, senza il suo caro Divin Figlio, immersa in questo Giorno. Ed altri finalmente son di parere, che una delle cagioni, per cui lo Spirito Santo dispose, che il Sabato fosse consagrato alla sua purissima Sposa, fu perchè in tal giorno ella fu concetta senza macchia originale, onde senza menomo neo di colpa unita fu l’Anima sua SS.ma col suo purissimo corpo (b). (a) S. Bernardo, De Passione c. 2. (b) Ven. Maria de Agreda, lib. 2. Myst. Civv. c. 15. num. 220. 61 2. 3. 4. Ciò presupposto, senza che andiam rintracciando altri mille motivi che si potrebbero addurre e come adunque non riuscirà di gran piacere di Nostra Signora l’onorare il suo Sabato, se appunto in questo giorno, come fu detto, si onora la sua fede costante, si rammemorano i suoi acerbi dolori, si glorifica l’Immacolata sua Concezione? Gradisce molto la Vergine, chi può negarlo, che questi suoi misteri siano con ossequi particolari divotamente onorati; e perciò gradisce molto la celebrazione divota del Sabato; perchè appunto ogni ossequio fattole in questo giorno, ad onor dei predetti suoi cari Misteri viene diretto. Chi può qui ridire pertanto se con quanta liberalità una copiosa ricompensa essa dare si degna? Udite. Eravi in Sardegna una fanciulla di dodici anni di età, la quale essendo esortata dalla Madre a recitare ogni giorno la Corona alla Vergine e a digiunarle ogni Sabato, si mostrò ubbidiente circa la corona, ma non già quanto al digiuno del sabato; adducendo a quante mai d’istanze facevale la buona Madre, adducendo, dissi, mille scuse e con un finto non posso ricoprir, cercava il vero non voglio. Alla fine, ecco che una notte si sentì la fanciulla chiamar per nome: si desta, guarda chi la chiama e vede essere una bellissima e risplendente Signora; e sente dirsi così: Ubbidisci a tua Madre, digiuna il mio Sabato: e sel farai, io ti sarò di aiuto in tutti i tuoi bisogni. Si arrese tosto la figliuola, promise di farlo, e lo fece e perseverò per trent’anni nel suo Digiuno e nella sua Divozione del Sabato. Ma e la ricompensa, mi direte? Eccola e datene fede al P. Auriemma Gesuita, che nel to(mo) I. dei suoi Affetti scambievoli lo accenna (c), cioè sperimentò sempre mai in tutte le sue necessità di Anima e di Corpo un pronto aiuto di Maria SS.ma e particolarmente nel Sabato; che chiamar lo poteva Giorno del suo Soccorso e delle sue ricchezze. Bramate udirne altre ricompense? Interrogatene un poco quell’Assassino Capo dei Banditi, riferito da Giovanni Evolto (d) e vi dirà che pel Digiuno fatto nel sabato ad onor di Maria, questa non permise (c) P. Auriemma, Tomo I. cap. 17. (d) G. Erolto, Il Prato fior. lib.3. cap.7. esemp.2. 62 che morisse senza una buona confessione, allorchè da certi suoi Nemici gli fu tagliata la testa; mentre quel capo reciso dal busto gridò sempre confessione, sinchè non corse un Sacerdote a confessarlo; e a cui raccontò questa sua divozione. 5. Dimandatene di vantaggio a San Gerlaco Romito in Fiandra e ditegli chi fu che gli mandò in punto di morte San Servazio sacerdote ad assistergli in quell’estremo su di quanto aveva bisogno? Se non la gran Madre di Dio in premio di quella visita che le faceva in ogni Sabato, portandosi dal suo Romitorio a piedi scalzi a visitarla nel Tempio di Aquisgrana, lontano da lui tre miglia (e). Su su Uditori, richiedetene ancora il Beato Ambrosio Domenicano ... ma a che più dimandarne, quanto già ne son ripiene le storie di tante singolarissime grazie e strepitosi miracoli oprati dalla Regina del Cielo in comprova di quanto le sia gradita la celebrazione ed onoranza del suo prediletto Sabato. 6. Deh rivolgete piuttosto gli animi vostri a fermamente risolvere di prender, anche voi da qui innanzi, la divozione del Sabato ad onoranza della Nostra Immacolata Signora che sì lo gradisce. In più modi potete in tal giorno onorarla. Primieramente col far tal giorno in quaresima e col digiuno alla sera. Per altro i Santi con più rigore ancora lo digiunarono. La Beata Giovanna Carmelitana lo digiunava in pane ed acqua. Così pur facevano ad onore di Maria la Beata Dorotea vedova, San Nicola da Tolentino, San Diego Francescano, Santa Elisabetta Regina di Portogallo, Santa Giuliana Falconieri e tanti altri. Potreste anche onorar il Sabato con visitar qualche chiesa dedicata alla Vergine. Così si portava San Gerlaco, di cui sopra favellammo; così il piissimo Cardinal Francesco Toledo in Roma, che in ogni Sabato si portava a piedi a visitar Santa Maria Maggiore; nè potevan trattenerlo o cocenti raggi di sole, o grossi nembi di pioggia. Finalmente celebrar potreste il Sabato con far limosine ai Poveri o con esercitarvi in altre opere di cristiana pietà. Così operava Giovanni Chetelio mercante, che in ogni Sabato si vestiva di misero panno di lino e si portava ad esercitar gli uffizi più vili e fatico- (e) P. Auriemma, Tomo I, cap.17. 63 si in qualche Luogo alla Vergine grato. Si cingeva di cilizio Santa Elisabetta Regina di Ungheria. Serviva ai lebbrosi in tal giorno Santa Radegonda Regina. Ed altre molte pie opere esercitate troviamo dai Santi in questo giorno a Maria dedicato. Aiutatevi pur voi da qui innanzi a far quanto potete per dar gusto alla Vergine; e poi vedrete per isperienza in voi stessi, quanto le sia grata la divozione del Sabato e con qual liberale munificenza la ricompensi. Ho finito. Noi per dar principio a qualche ossequio, le reciteremo ora divotamente le sue Laudi o sieno Litanie: che poi in ciascun Sabato a sera, dopo il Sermòncino, recitar seguiteremo. SERMONCINO SECONDO Recitato l’otto Gennaio 1752 Il secondo sermoncino si sviluppa in sette punti e una introduzione. L’argomento “La tenera devozione verso la SS.ma Vergine è di gran giovamento per ravvivar la nostra fede verso il SS.mo Sacramento” è motivato dalla decisione di cominciare a svolgere la funzione dei sabati mariani alla presenza del SS.mo Sacramento esposto. Nella introduzione don Marcucci riconosce che sarebbe più opportuno parlare di Gesù anziché della Madre, giacché Egli viene esposto alla pubblica adorazione, ma sapendo “benissimo che l’onore del Figlio ridonda tutto ad onore della Madre e che gli elogi che si fanno della Madre sono tutti elogi del Figlio”, si “ingegnerà ad accoppiare un succinto discorso su dell’uno e dell’altra” perché siano entrambi più glorificati e lo fa attingendo all’insegnamento dei Padri della chiesa e attraverso l’esempio di tanti devoti di Maria che da essa furono aiutati ad onorare meglio l’Eucarestia. Le correlazioni tra Maria e Gesù sono tante afferma l’Autore. Secondo i Padri greci, fu la stessa Vergine Santa ad ottenere dal suo divin Figlio l’istituzione del Sacramento dell’Eucarestia, prefigurato nel miracolo delle nozze di Cana. Ella è anche paragonata “ad una ricca nave, che da lontano ci ha recato nel mondo il suo e nostro Pane Celeste”. Nell’Eucarestia c’è in qualche modo la carne di Maria avendo Ella generato Gesù nella carne; inoltre quando riceviamo la santa Comunione, possiamo ricorrere alla Madre che con tanta riverenza lo accolse e lo portò nel suo seno per nove mesi. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, 7-14. Argomento La tenera divozione verso la SS.ma Vergine è di gran giovamento per ravvivar la nostra Fede verso il SS.mo Sacramento Ave Maria Non so, Uditori riveriti se poteasi dare per me cosa più difficile, quanto è quella che mi si presenta in questa sera, cioè di dovervi favellar della Gran Vergine, a tenor della nostra già incominciata divozione del Sabato, quando in questa sera appunto si incomincia in questa Chiesa a far l’esposizione dell’Augustissimo Divin Sacramento; che in avvenire ogni ottavo Giorno di ciascun Mese si seguiterà. Ogni ragion vorrebbe che io, dispensandomi per questa volta dal favellar della Madre, discorressi solo del Figlio; il quale 64 65 così, o portarci ad adorare Gesù Sacramentato, o pascerci delle sue Divine Carni, senza far memoria della sua SS.ma Madre, per cui mezzo tanto Bene ci venne. Che perciò tutto il giorno noi osserviamo e ne restiam’istruiti dall’uso lodevolissimo e comune di Santa Chiesa, che quante le volte si faccia l’esposizione dell’augustissimo Sacramento, prima di riceverne la santa benedizione, si fa la commemorazion della Vergine col dolce Canto delle sue Lodi o Litanie, come dir le vogliamo: volendoci così istruir la stessa Chiesa nostra Maestra, che per degnamente onorar Gesù Sacramentato, per più ossequiarlo, per ravvivar la nostra fede verso di lui, altro mezzo più proprio non si trova, se non ricorrere alla sua amantissima Madre, se non invocar la sua protezione, il suo aiuto. Onde avrebbe pur avuto da sentir ben grande ribrezzo (e ciò sia detto come episodio) chi con tanta franchezza disapprovò nei suoi Libri l’uso delle sacre Lodi di Maria in occasione dell’esposizione del SS.mo Sacramento (a). appunto comparir sull’Altare sotto i veli del Pane alla pubblica adorazione si degna, affine di riscuotere da noi più umili gli ossequi, più fervorosi gli affetti, la divozione più cordiale e sincera. Ma pure, sapendo io benissimo che l’onore del Figlio ridonda tutto ad onore della Madre e che gli elogi che si fan della Madre son tutti elogi del Figlio, sono a persuadermi senz’altro che non sarà discaro al Figlio, se a maggiore sua gloria, vi parlerò della Madre. Ciò nonostante, ingegnar mi vo(glio) in questa sera di accoppiar un succinto discorso su dell’uno e dell’altra; e far che parlandovi di Maria resti più glorificato Gesù; e favellandovi di Gesù resti più glorificata Maria. A noi pertanto. Eccovi il mio assunto. La Divozione verso la SS.ma Vergine ravviva molto la nostra fede ed il nostro ossequio verso Gesù Sacramentato. Alcune poche ragioni ed alcuni succinti esempiucci vi mostreranno la verità dell’assunto, se avrete la bontà di ascoltarmi. Diamo principio. 1. 2 3 La grande e maravigliosa correlazione che passa tra la Gran Vergine ed il SS.mo Sacramento fa chiaramente vedere quanto sia propria, anzi necessaria la devozione della prima per esser’ossequiosi ed amanti dell’altro. Lo credereste, Uditori? Noi questo ricco Tesoro che abbiamo del Divin Sacramento, dobbiamo pur riconoscerlo per mille titoli da quella beneficentissima Mano e da quell’amorosissimo Cuore di Nostra Immacolata Signora. Essa fu, al parer de’ Santi Padri Greci, che dal suo Divin Figlio l’Istituzione di così gran Sacramento richiese per beneficio comune e ne ottenne; allorchè nelle nozze di Cana con la dimanda della prodigiosa mutazione dell’Acqua in Vino, la miracolosa mutazione ancora del Pane in Corpo e del Vino in Sangue del suo Divin Figlio, allo stesso richiese, come i Padri predetti ce ne assicurano; e come dalla stessa misteriosa risposta che Gesù le diede del Nondum venit hora mea2, può a meraviglia dedursi. Quindi a gran ragione del Savio è somigliata Nostra Signora ad una ricca Nave, che da lontano ci ha recato nel Mondo il suo e nostro Pane Celeste, Facta est quasi Navis Institoris, de longe portans Panem suum3. Onde ne viene, che noi qualor con i segni di gratitudine abbiam fregiato il cuore nel petto, non possiam, per dir Non è ancora venuta la mia ora. Ella è diventata per così dire una nave che da lontano porta il suo Pane. 66 2. Ma facciam ritorno al nostro proposito. Come la divozion della Vergine non esser un efficacissimo mezzo per più ossequiar Gesù Sacramentato, se oltre all’obbligo che ci corre di riconoscer da Lei così gran benefizio, abbiam di più la bella sorte di venerar le sue Carni e di pascercene ancora, qualor divotamente ci comunichiamo. Mi spiego. Caro Christi caro Marie4, dice il grande Agostino. La Divina Carne di Gesù è Carne preziosa di Maria. Non già che nel Divin Sacramento vi sia il Corpo purissimo di Maria: no, perchè ciò credere, sarebbe un’orrenda eresia: sapendo noi di certo per fede, che solamente vi è in realtà e sostanza il Divinissimo Corpo di Gesù Cristo. Ma è verissimo bensì che, siccome questo corpo Sacrosanto di Gesù fu formato per virtù dello Spirito Santo dal Sangue purissimo di Maria, perciò nel Divin Sacramento ancorchè non vi sia, nè vi possa essere il Corpo di Maria, pure vi è un corpo adorabile formato dal suo Sangue; onde in qualche modo può dirsi, come lo disse Agostino, che la carne di Gesù è carne preziosa di Maria. Quindi noi o prostrati avanti il SS.mo Sacramento, oppur ascondendolo nel (a) Lamindo Pritanio, nella sua Regolata Divozione. 4 Carne di Cristo Carne di Maria. 67 nostro petto, dir possiamo con tutta verità, ecco, o Gran Vergine che io adoro, ecco che io tengo quello stesso vero Corpo Divino che dal vostro Sangue purissimo fu formato: adoro il vostro Figlio; tengo quelle Carni Divine che vostre pur sono! 3. 4. Aggiungete di vantaggio, cari miei Uditori, che noi o accogliendo con umili e divoti affetti il Sacramentato Signore, o tenendolo con tutta divozione e riverenza dentro di noi, veniamo ad assimigliarci in qualche modo, mi sia qui lecito il dirlo, alla Gran Madre di Dio; la quale con profonda riverenza ed umiltà lo accolse nel suo purissimo Seno e con atti eroici ed inesplicabili di finissimo Amore nelle sue Viscere Verginali lo tenne. Così ebbe la sorte di udirlo da un Angelo un dì della Comunione il B. Samuele Domenicano: Samuele, gli disse, la tua Comunione è stata in certo modo somigliante al maraviglioso congiungimento che fece il Divin Verbo nell’Utero purissimo di Maria: onde tu sei divenuto in qualche parte a Lei simile; inperocchè la Carne Divina di Gesù si è molto intimamente congiunta al Cuor tuo (b). Dal che raccorre possiamo che non essendo possibile venerare o ricevere Gesù Sacramentato, senza far rimembranza della sua SS.ma Madre per le tante correlazioni che passano tra Lei ed il Sacramentato Signore; perciò non vi sia mezzo più efficace per venerare questo con più di affetto divoto, che ricorrere a quella ed ossequiarla. significato dell’Amore e di sette principali virtù con cui essa lo accolse: onde la Santa con sì nobile ornamento più disposta si rese a venerare e ricevere Gesù Sacramentato. Il che avendo Geltrude insegnato alle sue Religiose, vide che nel mentre ciascuna si comunicava, la Vergine la ricopriva col suo Manto e diceva al Divin Figlio, Causa mei hanc aspice, dulcissime Fili5: A mio riguardo, o mio dolcissimo Figlio rimira con occhi benigni costei che con le mie virtù viene a riceverti (c). 5. Vide nella mattina del S. Natale sopra l’Altare un grazioso Fanciullo grondante di vivo sangue un santo Monaco Cistercense, detto Gereone e fortemente temendo di detta Visione, stimandosi indegno di accostarsi alla Sacra Mensa, lasciò di comunicarsi. Ma siccome Gereone era molto divoto di Maria SS.ma, fu questa pronta a consolarlo con la sua presenza, a levargli il timore e ad istruirlo col dirgli che in avvenire non lasciasse più di comunicarsi per timore d’indegnità, perchè niuno veramente, per gran Santo che fosse, ne era degno: ma che si disponesse con la purità di coscienza e con l’esercizio delle virtù e si comunicasse: ed essa gli sarebbe stata in aiuto. Onde il Santo Monaco ne rimase molto consolato e contento (d). 6. Si trovava un Sacerdote, per tacer di altri mille esempi, molto tentato dal demonio circa la verità del SS.mo Sacramento; e siccom’era molto ossequioso verso di Nostra Signora, a lei ricorreva continuamente con molte lacrime. Dopo qualche tempo di prova, celebrando egli una mattina, appena consacrato, sparir si vide dagli occhi la sacra Ostia. Pensi ognuno come egli rimanesse e con qual misto di dolore e spavento. Ricorse tosto alla consolatrice degli Afflitti; e questa pronta apparendogli e portando tra le Braccia il suo SS.mo Figlio, Ecco, Figlio, gli disse quello che veramente e realmente sotto quelle specie di Pane e di Vino si contiene. Ricevilo con somma riverenza; accoglilo con grande amore; trattalo con vera divozione. Ed in così dicendo glielo pose sopra il Corporale: ed il Divino In maggior comprova di ciò, più e più volte la stessa Regina del Cielo si è degnata palesar ciò ai suoi Divoti ed esserle essa medesima mezzana e maestra. Bramava Santa Geltrude di comunicarsi degnamente e pensando non potersi trovare mezzo più efficace che ricorrere alla SS.ma Vergine, a questa fece ricorso, pregandola caldamente che le insegnasse il modo di venerar Gesù Sacramentato e di ben riceverlo. Pronta la Gran Signora le apparve e consolandola con un buono ammaestramento, le disse che offerisse al suo caro Divin Figlio quelle accoglienze che ella gli fece nel riceverlo entro il suo Verginal Seno e tutte le sue virtù: e le pose poi in petto un vago gioiello, tempestato di sette preziose gemme, in 5 (b) P. Marches. in Diar. Sacr. 68 Per me guarda Costei o dolcissimo Figlio. (c) In vita S. Gertrude, et P. Marches, par. I, Diar. Sacr. 20, Januar. (d) P. Marches, par. I, Diar. Sacr. Tomo 3, die 1 Augusti. 69 Fanciullo ritornò come prima sotto le specie dell’Ostia. Quanto rimanesse compunto e consolato il pio Sacerdote, ciascun lo consideri. Non sapeva saziarsi di adorare e benedir nel tempo stesso e la Maestà del Divin Figlio e la benignità della Madre (e). 7. Tanto serve di aiuto la divozione della Vergine per ravvivar la nostra fede, i nostri ossequi, gli affetti nostri verso l’augustissimo Sacramento. Se adunque noi, non già per una pietà di supererogazione e di elezione, ma per divozione di obbligo e di indispensabile professione cristiana, esser dobbiamo ossequiossimi verso il Sacramentato Signore; chi vi sarà tra di noi che a tale effetto non ricorrerà alla Regina del Cielo, che non sarà da qui in poi con più di premura suo divoto, suo Servo? O che non fecero, che non studiarono i Santi! San Giovanni Crisostomo fece porre nella sua Liturgia o sia Rituale per la Messa, una divota preghiera da farsi alla Nostra Signora prima della S. Comunione (f). San Carlo Borromei, non può esprimersi, se con quali affetti ricorreva a Maria SS.ma dopo di essersi comunicato (g). Lo stesso praticava San Pasquale Baylon, come può vedersi nella sua vita. Chi può ridire quali e quanti fossero gli ossequi fatti alla gran Madre di Dio da Santa Metilde affin la facesse degna di Gesù Sacramentato? Non si accostava mai alla mensa degli Angeli, se prima non si gettava ai Piedi della Vergine. Così stilarono ancor, per finirla, tanti altri Santi; che tutta quella vivezza di fede e tenerezza di affetti ch’ebbero verso il SS.mo eucaristico Sacramento, dalla singolar divozione verso la Regina del cielo la riconobbero. E la riconosceremo ancor noi per esperienza, cari Uditori, se nel nostro cuore vincerà sempre l’Amore di Maria; come io in tutti desidero e a tutti caldamente raccomando. Diceva. (e) G. Erolto, Il Prato fior. lib. 1, cap. 2. esemp. 3. (f) P. Marches, Diar. Sacr. Tomo 1, die 5 feb. (g) Diar. Sacr. loc. cit. 70 SERMONCINO TERZO Recitato Sabato 15 Gennaio 1752 Il terzo sermoncino si sviluppa in cinque punti. Nell’introduzione don Marcucci riprende dalle visioni di Santa Teresa un’immagine molto forte per affermare che moltissimi cristiani vanno all’inferno a motivo di una cattiva confessione; il loro numero si può paragonare ai fiocchi di neve che d’inverno cadono sulle nostre montagne. Il rimedio a tanto male costituisce l’argomento del Sermoncino: “La devozione della SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona confessione sacramentale”. A sostegno dell’argomento porta gli esempi del Domenicano Enrico de Castro, a cui apparve la Vergine Santa per raccomandargli di fare bene la confessione e di una devota Matrona che, nonostante le sue numerose opere buone, morì senza aver confessato un peccato della giovinezza. La Vergine Santa le ottenne di ritornare in vita per confessarsi bene e così essere in eterno salva. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 23-30. Argomento La divozione della SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona Confessione Sacramentale Ave Maria Egli è così necessario il ben confessarsi, voi lo sapete, Uditori carissimi, che senza la buona sacramental Confessione non vi è nè perdono, nè Grazia, nè Cielo. Quindi non fia maraviglia se dei Cristiani se ne dannano tanto e poi tanti, che piomban giù all’Inferno in quella foggia che nei nostri Monti a gran copia cade la Neve, come diceva Santa Teresa; perchè appunto tanti e tante son quelle che si confessano malamente e con sacrilegio: dal che ne ridonda al demonio una messe così copiosa di Anime Cristiane; come segue a dire la Santa predetta. Osservate di grazia s’è così. Molti e molte mancano nell’esame di coscienza; perchè trovandosi talora con l’Anima aggravata di colpe gravi, non pongono quasi studio veruno in ricercarle con un diligente esame; onde lasciandole nella accusa, è come se a bella posta le tralasciassero; perchè la loro dimenticanza può dirsi per loro volontaria. Moltissimi poi e moltissime sono manchevoli nel pentimento e dolore vero e sincero delle lor colpe commesse e nel fermo ed efficace proposito di non più farle; portandosi però alla confessione come per uso, senz’animo vero 71 di far pace perpetua con Dio. Altri poi ed altre difettano nell’accusa dei peccati, o tralasciandone dei gravi talora per ripugnanza, o scusandosi con ridare tutta la colpa ad altri, o tacendo le occasioni cattive che frequentano. Alcuni ed alcune per finirla mancano ancora nell’adempier la Penitenza imposta loro dal Confessore e talor grave, o non facendola in conto veruno o strapazzandola. Tantochè egli è pur troppo vero, che eziandio il ben confessarsi sia così necessario, quanto lo è il salvarsi, pure da tanti e tante vien sì trascurato che per questa trascuratezza vien di Anime a riempirsi l’Inferno. Che rimedio adunque, direte voi, può apprestarsi per risarcire ad un tanto disordine? Due ve ne suggerirò, l’uno a voi lo rimetto ed è disporsi meglio e far dal suo canto quanto si può per ben confessarsi: l’altro, e di questo oggi vi parlerò, è il raccomandarsi di cuore a Nostra Immacolata Signora affin ci impetri da Dio lume per conoscer le nostre colpe, contrizione vera per piangerle e mutarsi e grazia per ben confessarsi. Perciocchè, dovete voi sapere, ed eccovi l’Assunto, che la Divozione verso la SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona Confessione Sacramentale. Uditelo da alcuni esempi: e do principio. 1. Ottimo e comune stile dei Santi e degno mille volte di essere da noi imitato, è stato quello di ricorrer con calde preghiere alla Gran Madre di Misericordia e sicuro Rifugio dei Peccatori, prima di portarsi ai piedi del confessore. L’esempio di Santa Maria Egiziaca, di Santa Margherita di Cortona e di altri innumerabili, ci contestano quanto mai di giovamento ritraessero da sì lodevole pratica. E per parlarvene di uno. Singolarissimo era nella tenera divozione di Maria un venerabile Religioso dell’Ordine illustrissimo Domenicano, chiamato Errigo del Casto Fiammingo (a). Questi alla Vergine tutti i suoi pensieri ed affetti dirigeva, alla Vergine i suoi studi, le sue fatiche, i suoi patimenti, i suoi impieghi; alla Vergine insomma consacrava più volte al giorno tutto se stesso. E particolarmente poi, qualora avea da confessarsi, chi può qui ridire le calde suppliche che alla Celeste Signora faceva; chi può spiegar gli affetti, le lacrime, i sospiri che innanzi al suo Altare o alla sua Sacra immagine tramandava, affin si degnasse di dargli lume per conoscer le (a) P. Marches. Tomo 4, Diar. Sacr., 17 ottobre. 72 sue colpe, contrizion gli impetrasse per piangerle amaramente e maniera per saperle ben accusare al Confessore (ah, Uditori, tanto facevano i Santi, sia detto per breve digressione e noi che facciam che siamo sì peccatori?). Giudicate voi qui se che speciale assistenza poteva al suo diletto Errigo prestare la Vergine? Ricavatelo sol da questo. Gli comparve un giorno, mentr’egli a confessarsi era disposto, e dopo avergli dati alcuni ammaestramenti intorno alla buona confessione, Accusati, Figlio, gli soggiunse, che ti sei trattenuto più tempo di quel che dovevi, ragionando alla Porta co’ Secolari; e di poi dicesti la Messa con poco fervore. Da’ quali grazie Errigo del Casto divenuto sempreppiù grato verso la sua Celeste Maestra, si studiò di insinuare ad altri ancora questo lodevole uso di riccorrere a Lei divotamente per ottenere una buona confessione. E ciò avendo appreso tra gli altri un Religioso dello stesso Ordine; allorchè questi si trovava agitato dall’ultima malattia (Udite maraviglia maggiore); tosto Nostra Signora ad Errigo comparve, dicendogli, Va va, mio Diletto; portati ad ascoltar la confessione di quel Religioso che me invoca in aiuto; digli, rammentagli i tali e tali peccati (e glieli nominò) da lui dimenticati; acciocchè possa io favorirlo di mia assistenza nel passaggio, che ei farà da questa vita. 2. Or che ve ne sembra, Uditori? Ah che è pur vero, che per fare una buona Confessione la divozion verso la Vergine egli è di un grandissimo aiuto. Lo credereste? S’impegna talora la gran Madre di pietà di metter mano a stupendi Miracoli, affin di ritoglier dalla Morte e dalle fiere spaventevoli zanne de’ dragoni infernali, qualche Anima che a Lei continuamente per una confessione ben fatta ebbe ricorso. Un solo celebre e maravigliosissimo fatto, narrato da un altro Errigo, cognominato Gran, nel suo Specchio degli esempi, potrà vederne buona testimonianza. Rinnovatemi l’attenzione. Vi fu una nobile vedova Matrona, tutta dedita alla pietà; alla divozione, all’esemplarità tutta intenta; e quel che è più per la pia educazione di un’unica sua figliuola tutta premurosa e zelante. L’ossequio poi verso la gran Madre di Dio lo professava talmente, che giornalmente le offriva corone e rosari; a suo riguardo dispensava limosine: e bene spesso innanzi ad un Altare della suddetta Regina del Cielo con molte lacrime e calde preghiere ore ed ore se la passava. Una sola cosa aveva di male; ma che dissi di male, quando di peggio e di pessimo per lei potea io nominarla, a motivo che a lei rubava il valo- 73 re ed il merito di tutto il ben che faceva. La deplorabilissima cosa era che sin dalla sua gioventù si confessava dimezzatamente e sacrilegamente; perchè un certo peccato in quell’età giovanile da lei commesso, non potè mai indursi per motivo di erubescenza a chiaramente confessarlo. Ai rimorsi continui di sua rea coscienza ella talor si risolveva di mutar Confessore ed uno trovarne straniero a cui senza tanto ribrezzo aprirsi potesse. Ma giunta anche ai piedi di questo; oimè, riserbava per ultimo quel che sulle prime palesar si doveva: onde a quell’estremo ridotta, vinta pur da ripugnanza, con un nuovo sacrilegio le sue reitadi accresceva; e sempreppiù nuovi chiodi al suo cuore, nuove spine al suo spirito calcando andava. Misera, infelicissima donna! E che prò caverai da tante tue Orazioni, da tante tue Lacrime, da tante tue Opere di Cristiana pietà; che giovamento, che utile, quando nell’essenziale tu manchi? 3. Udite, e stupite Ascoltanti miei riveriti. Tuttochè a questa sfortunata Signora, la sua divozione e pietà nulla serviva di merito, le serviva non di meno per muover la Madre di Misericordia, tanto da Lei giornalmente implorata, ad usarle qualche finezza con impetrarle da Dio lume per ravvedersi, forza per vincersi, vittoria per emendarsi. Benchè, oimè, cedendo essa sempre alle sue ripugnanze e non corrispondendo agli influssi benefici che dal Ciel della Vergine continuamente le grondavano sopra, persister volle sino alla morte con la sua ritardanza, con l’erubescenza sua troppo ostinata. Ma, e l’Imperadrice dell’Universo che farà, che fece? Eh via, ch’ella non è già Rifugio dei Peccatori ostinati e protervi: Rifugio è sol dei Peccatori convertiti o efficacemente a convertirsi disposti; come essa medesima lo disse a S. Brigida, Ego sum Refugium Peccatorum paenitentiam agentium6. Non vuol già essa esser tentata a Miracoli contra l’ordine giustissimo delle Sante Leggi ordinarie: non vuol già che sotto la speranza di sua Protezione si prenda aura, baldanza, sicurezza eccedente. Eh, che chi suo rischio vuol, suo rischio pianga! 4. Eppure, lo pensereste mai, Uditori? La Regina de’ Cieli per questa volle che si dispensasser le Leggi, per questa si dasse mano a stupendi mira- 6 coli. E come? Eccolo. Appena spirata la misera donna, nel mentre che accorrono tutti festosi a rapirla gli Spiriti di Abisso, pronta si fa loro incontro la Celeste Regina: “Olà, lor dice, olà, che ardire mai è il vostro, porre le Mani in quest’Anima, quando essa per esser liberata da voi a me ricorre? Si ha essa stessa, è vero, procacciata con le sue Confessioni sacrileghe questa morte infelice; ma pure sapete voi molto bene quante suppliche a me ha fatte, quante lacrime innanzi al mio Altare ha essa sparse per impetrar Grazia di una buona Confessione. Olà adunque, ho ben io tutta l’autorità dal Divino mio Figlio: riportate quest’Anima nel suo Corpo: torni essa in vita: abbia spazio di ben confessarsi: e voi, audaci, maligni, Nemici giurati del comun bene, partitevi di qui e veloci tornate a piombare negli Abissi”. O portenti, o Miracoli, o prodigi della Protezion di Maria! 5. Tanto infatti avvenne alla fortunata Matrona. Tornò essa in vita. Raccontò tutto il successo alla sua unica Figlia, che intorno al suo Letto tutta bagnata di Lacrime singhiozzando sen stava; e a tutti gli Astanti, che in parte atterriti, ed in parte sopraffatti da maraviglia, con un profondo silenzio le facevan corona. Indi chiamato un Confessore, con molte lacrime di pentimento sincero del suo tanto tempo taciuto peccato fece prima l’accusa; poi di tutte le sue Confessioni e Comunioni malfatte e di tutta la vita sua scolpata si volle. Infine ricevutane l’assoluzione; tra mille benedizioni, tra mille cordiali ringraziamenti che dava alla sua potente Liberatrice, tornò ad esalare il suo Spirito, si riposi con pace: lasciando a noi un bellissimo documento, non già di tentar la Vergine a far tali miracoli, ma bensì di raccomandarci a Lei continuamente per la Grazia di ben confessarci. Mentre e dal presente esempio, e dall’altro sopramemorato e da cento e mille altri che contar se ne potrebbero, uniti a mille ragioni, si cava esser vero, verissimo, che la Divozione verso la SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona Confessione Sacramentale. Diceva. A tal’effetto adunque, per ottener anche noi tal grazia, le reciteremo ora divotamente le Litanie. Io sono rifugio dei peccatori che fanno penitenza. 74 75 SERMONCINO QUARTO Recitato Sabato 22 Gennaio 1752 Il Sermoncino è sviluppato in otto punti ed una introduzione e si propone di dimostrare che la SS.ma Vergine gradisce molto la nostra devozione, nonostante i nostri demeriti e le dispiace la nostra infedeltà. Come Madre tenerissima, Avvocata, Tesoriera e dispensatrice dei divini tesori, ella gradisce ogni gesto d’amore a lei rivolto e soffre di ogni trascuratezza o infedeltà. Dimostra l’argomento con l’esempio di quel giovane che stava godendo la sua giovinezza tra giochi e frivolezze. Un giorno entrò in chiesa per mettere al riparo il suo prezioso anello, ma colpito dallo sguardo di un’immagine della Vergine, le chiese se poteva essere suo Sposo e fece cenno di donarle il suo anello. La Vergine in segno di condiscendenza prese l’anello e se lo infilò nel dito. Uscito fuori però il giovane dimenticò il suo speciale sposalizio, allora gli apparve la Vergine santa per ricordarglielo ed egli, tutto confuso, cambiò finalmente vita e visse con fedeltà la promessa fatta alla Vergine santa. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 15-22. de necessità di esserle buoni e fedelissimi Servi, umili e veri Divoti? Tutti i Cattolici già chiaramente ciò ravvisano e a pieni voti lo accordano ed ancor lo confessano. Ma il punto sta, che non tutti poi se ne servono per professar quella servitù e divozione, che sì necessaria conoscono. Mi direte: Ah, la gran maestà della Vergine, la Dignità e Santità sua ineffabile, chi sa, se permettale abbassarsi tanto ad ascoltar nostre povere suppliche, gradir nostre misere offerte? Felici noi, se del suo gradimento fossimo degni, ed alla sua servitù fossimo ammessi! O Dio, che dite, che dite, Uditori? E che? Credete voi forse che la Vergine, perchè si vede elevata in posto sì sublime sdegni i nostri ossequi, le nostre offerte? Eh via! Anzi essa gode molto di esser sì sublimata, appunto perché vede aver mille modi di rimunerar la nostra divozione verso di Lei. Credetemi pure pertanto e vi serva per argomento del mio succinto discorso che riescono di molto suo gradimento i nostri osssequi che le facciamo; laddove tralasciando di farglieli, le diamo gran dispiacere. Ne bramate ragioni, ne desiderate esempi? Uditemi attentamente e soddisfatti sarete. 1. Che l’immenso onnipotente Iddio, ripieno perfettamente in se stesso di ogni perfezione, di ogni ricchezza; senza punto aver bisogno di noi, vilissime e miserabili sue Creature; pure tutto giorno lo vediamo e lo sperimentiamo, cortese e benigno in ricolmarci di mille grazie, beni e favori; non è già tanto, Uditori, un effetto delle nostre suppliche, delle nostre divote offerte; quanto egli è al certo un prodigio della somma sua liberalità, della sua misericordia infinita. Perciocchè, se Iddio rimirar sempre volesse la qualità della nostra divozione ed il peso dei meriti nostri; miseri, infelicissimi noi, che trovandoci tanto indivoti e tanto per ogni verso colpevoli; altro che fulmini, ed altri mille furori della Giustizia Divina, aspettar ben potessimo e meritarci. E perciò, che fa egli, il clementissimo Dio? Senza badar talora ai nostri demeriti si fissa solo e si fonda nella sua infinita Bontà e misericordia; come degnamente riflette l’Angelico S. Tommaso; si ricorda che ci è Padre, che ci è Redentore e che da lui solo può venirci ogni bene: ed una tal ricordanza lo muove, un tal riguardo lo spinge a gradir nostre suppliche e ad usarci pietà. 2. Lo stesso, dite voi con proporzione, Uditori carissimi, succede rispetto al gradimento che dei nostri umili ossequi aver si degna la Vergine. Non è già che ella si muova a gradirli e ad accettarli perchè in noi un Argomento Quanto riesca di gradimento alla SS.ma Vergine la nostra divozione verso di Lei e quanto le sia di dispiacere la mancanza di nostra Fedeltà Ave Maria L’eterna, adorabile, Divina Provvidenza, che a tutte le create cose una disposizione sì giusta diede, sì ordinata, sì bella, dispose ancora ab eterno, che Colei, la quale vestir dovea nel tempo per opra Divina di umana Carne il Divin Verbo, fosse e dei Cieli e della Terra l’Arbitra, la Signora, l’Imperadrice: onde a Lei soggettar si dovessero umili e riverenti e quante mai di SS.me pure Creature accoglie l’empireo; quanti mai di viventi contiene il Mondo; e quanti mai ancora di Spiriti traditori e ribelli asconde l’Abisso. Ammirando noi dunque, Uditori, con profonda riverenza queste adorabili disposizioni della Provvidenza Divina e riconoscendo in sì sublime posto di Padrona universale e Regina l’Immacolata nostra Signora Maria SS.ma; chi vi ha tra di noi che nel tempo stesso non scorga l’estremo bisogno che abbiamo del suo Patrocinio potente ed in conseguenza la gran- 76 77 gran fondo di virtù e di pietà riconosca, oppur un gran cumulo di meriti ritrovi (ed oh pur al ciel piacesse, che tanto capitale avessimo in noi!): si muove bensì e così dobbiamo noi persuadercelo, dal rammentarsi che ella fa, che ci è Madre, che ci è Avvocata e di tutte le grazie ne è la Tesoriera, la dispensatrice benefica. 3. 4. Ed essendo già tale, come dubitar dunque che non riescano di molto suo gradimento i nostri ossequi, che le facciamo, se come Madre, con una tenerezza cordialissima ci ama e di un invincibile amore verso di noi, suoi cari figli, il suo purissimo Cuore continuamente pur arde? Come Avvocata poi, chi esprimer può le premure che ella conserva delle nostre sostanziali fortune, delle nostre vittorie? E per finirla, come Tesoriera dei divini Tesori e dispensatrice, son io pure ad assicurarvi che tutte le sue più grandi allegrezze, qualor ci benefica, le isperimenta, qualor ci ricopre di Beni, qualor ci ricolma di Grazie. Un cuore pertanto sì amante, sì premuroso, sì benefico, com’è quel di Maria, sdegnar nostri ossequi, ricusar nostre offerte, non gradir nostri servigi? Eh via, Uditori, eh via! Saper anzi dovete, che stante questo suo Cuore, di sommo dispiacere sarebbe, qualor noi o suoi ossequiosi non fossimo, o per nostra trascuratezza dalla sua divozione ci ritirassimo. Potrei ben qui con varie altre ragioni sì il gradimento, che il suo dispiacer dimostrarvi: ma per maggiore chiarezza vo(glio) che queste cedano ad un mirabile fatto, che qui in comprova l’ho pronto. Udite di grazia! Uno spiritoso e gentil Giovanetto, così dedito alle vanità giovanili si trovava, come il Bellovacense riporta (a), che tutti i suoi pensieri ed affetti ad una nobil, ma stolta Donzella avea rivolti. E questa per vieppiù impegnarlo ad una stretta e malconsiderata corrispondenza, di un bell’anello fatto gli avea il dono. Avvenne un dì, che trovandosi il Giovane obbligato con alcuni suoi Amici al divertimento della palla, affin di non correre rischio o di rompersi, o di smarrirsi il sì stimato anello, se ne entra in una Chiesa vicina dedicata alla Vergine, con intenzione d’ivi riporlo per tutto il tempo del gioco. Or quivi appunto lo (a) Vincent. Bellov. in Special. Historial. lib. 8, cap. 7. 78 aspettava la misericordiosa Regina del cielo. E siccome in quella Chiesa una bellissima e divota statua della predetta Nostra Signora si conservava; a questa rivolse gli occhi il Giovane; e sentendosi a tal vista come rapire il cuore dal petto, “Vergine sacrosanta, esclamò, o quanto siete bella, o quanto degna siete di essere amata! Voi m’innamorate, rapite i miei affetti, tutto il cuor mi rubate. Ora sì che risolvo di abbandonare per sempre ogni affetto terreno e di consacrarmi all’intutto al vostro dolcissimo Amore. Ah foss’io pure sì felice, così a dir seguitava il ravveduto Giovane, pur felice deh fossi, che voi degnar vi voleste di accettarmi per Sposo; come io sin da questo punto vi giuro e vi prometto di accettarvi per Sposa: e se il mio ardire tanto eccedente non fosse, nè a voi discaro, in segno della mia fedeltà questo anello medesimo, che prima tenevo sì caro, vorrei porvi nel dito”. 5. Ma piano, direte voi, Uditori; era egli questa un’audacia somma il pretender con i soli quattro sospiri, con quattro semplici divote parole, con una misera offerta di un avanzo di mondo, com’era l’anello, il pretender, dico, dalla Vergine gradimenti e finezze tali; che chi sa, se avessero avuto cuor di desiderarle, nonché di aspettarle, Anime pure, innocenti e sante. Eppure, lo credereste? Gradì nostra Signora prontamente le suppliche del Giovane, accettò le promesse e l’offerta: ed in contrassegno più chiaro, nel mentre che egli si accostò all’Altare per porre riverente l’anello nel sacro dito della Statua della Vergine; questa distese la mano e ricevuto l’anello nel dito, tostamente la stessa mano restrinse: dando con ciò a di vedere al Giovane, che bagnato di lacrime e ripien di stupore, estatico era rimasto; e a tutti gli altri, che alle esclamazioni del Giovane erano accorsi; dando, dissi, a divedere, che ella non voleva che quell’anello le fosse mai stato ritolto e che notamente divenissero le ricevute promesse dal suo Sposo novello. 6. O prodigi della benignità di Maria! Ma non ve lo dicevo io, cari miei Ascoltatori, che riescono alla Regina del Cielo di molto gradimento gli ossequi, i doni e le promesse che le facciamo? Vuole essa, è vero, che affin le siano più grati, facciam ogni sforzo di presentar le nostre offerte con animo puro, innocente e santo: ed in ciò dobbiamo sempre porre ogni studio. Ma pure, se per nostra somma disgrazia senza bontà, senza 79 virtù ci troviamo, non per questo rattener ci dobbiamo dal farle ossequi riverenti e divoti. Si ricorda ben essa che ci è Madre, che ci è Avvocata e che per suo mezzo aver possiamo ogni Bene: una tal gioconda ricordanza la fa talora dimenticar de’ nostri demeriti, la fa esser verso di noi tutta misericordiosa e benigna: e con tanta premura, che assolutamente non vuole che tralasciamo di ossequiarla, che le manchiam di parola: riuscendo ciò di un sommo suo dispiacere. 7. Lo stesso così aggraziato Giovane, di cui favellavamo poch’anzi, seguirà a darvene il contesto. Egli, passato qualche tempo, fattosi dimentico del suo contratto Sposalizio con la Gran Vergine, precipitando da tepidezza in tepidezza, giunse l’ingrato, il traditore a segno tal di sfacciataggine; che riattuato l’affetto ad una vana donzella, con questa gli sponsali contrasse. Sua buona sorte, però fu, che se egli all’intutto spensierato viveva della Sposa Celeste, questa dimenticata non si era del suo, benchè ingratissimo Sposo. Quindi tutta sdegnata gli comparve una notte; e mostrandogli quell’anello che una volta in caparra di costante fedeltà aveva da lui ricevuto, “Ingrato, gli disse, vedi, che ancorchè ora son da te ricusata, pure il tuo anello io conservo e con esso le viscere ancor di Madre e l’amor puro di Sposa ritengo. Torna a te stesso; che fai? Abbandona il Mondo: salva l’Anima tua: mantieni le fatte promesse. Via su, risolviti: non voler disgustarmi con le tue mancanze, con le tue infedeltà, con le tue tepidezze”. Tanto gli disse la Vergine; e poi disparve. Ed il Giovane, ai suoi sensi tornato, tutto confuso, umiliato e compunto; dopo aver chiesto perdono ben mille e mille volte alla sua Celeste Sposa e Signora; dopo averle col cuor sulle labbra resi mille ringraziamenti; ripigliando con tutto fervore una vita distaccata dal Mondo, timorata e divota, puntualmente la ubbidì; con sequestrarsi dal Secolo ed entrare in una Religione osservante; ove con molta esemplarità e con una tenera divozione verso la Vergine, tirò tutto il corso restante di sua ottima Vita. 8. Da tutto il cui celebre fatto, apprender dunque noi dobbiam, Uditori, che se con molta fiducia prestar dobbiamo alla Vergine i nostri ossequi, sapendo che si degna gradirli: con altrettanta diligenza dobbiam fedelmente seguitarli, sapendo che il raffreddarsi e mancarle di parola, le danno grave disgusto. 80 SERMONCINO QUINTO Recitato Sabato 29 Gennaio 1752, ricorrendo la Festa di S. Francesco di Sales Il Sermoncino è sviluppato in dodici punti ed una introduzione e tratta della devozione di San Francesco di Sales verso la Vergine Santa e delle finezze di cui Ella lo ricambiò. Questo rapporto di amore può essere un esempio per gli ascoltatori. L’Autore fonda il suo argomento, come al solito, sugli esempi perché questi, come dice Seneca, muovono la volontà meglio di ogni ragionamento. Benché la bontà di Dio sia infinita verso ogni sua creatura, Egli ne predilige qualcuna; secondo don Marcucci, San Francesco di Sales fu una di queste anime predilette ed anche per questo egli lo aveva scelto per suo protettore. San Francesco di Sales visse, fin dall’infanzia, nella devozione verso la Vergine santa; nella giovinezza le fece dono perpetuo della sua verginità e lo rinnovò più volte in particolare nei due Pellegrinaggi che fece con tanto fervore al Santuario di Loreto. San Francesco di Sales faceva ogni cosa per piacere a Maria e, secondo la testimonianza della Santa di Sciantàl, non commise mai nessuna colpa grave e sempre si guardò da quelle veniali. Quale amante di Maria, egli la invocava spesso e talvolta andava in estasi, recitava ogni giorno il suo Ufficio, più di un rosario al giorno ed il sabato digiunava in suo onore. Diventato vescovo di Ginevra, fece crescere e fiorire con la parola e con gli scritti, presso ogni ceto di persone, la pietà e la devozione verso l’Immacolata Concezione di Maria; istituì e fondò in suo onore l’ordine delle Religiose della Visitazione di Santa Maria ed ancora, in sua devozione, indossò sempre la corona della Vergine, pendente alla cinta. La Vergine Santa che, come afferma San Pier Damiani, ci ama di amore invincibile, ricambiò grandemente l’amore che il suo devoto le dimostrava. Anzitutto lo salvò dal pericolo di morte che corse appena nato e durante i primi mesi di vita, gli donò poi “un cuore dolce e mansueto, caritatevole e pacifico; un intelletto aperto, nobile ed ingegnoso, un sembiante modesto, gioviale ed allegro”. In seguito, lo liberò da tanti pericoli e lo provvide in ogni bisogno. Il Sermoncino si conclude con una preghiera rivolta al Santo per chiedergli di impetrarci la protezione della Vergine Santa, maggiore fiducia in Lei e il desiderio di essere suoi veri amanti. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 225-237. 81 Argomento La Divozion professata da San Francesco di Sales verso la SS.ma Vergine e le finezze della Vergine usate verso S. Francesco di Sales, risvegliar debbono e la nostra diligenza in fedelmente servir la stessa Regina del Cielo e la nostra fiducia in esser da lei protetti Per risvegliare in noi un certo appetito, dirò così, di appigliarci ad una giovevole impresa, o di evitarne qualche altra come dannosa; e per muovere la nostra volontà a darne le sue ultime deliberazioni; non tanto sono valevoli ed efficaci le ragioni, voi lo sapete Uditori, quanto lo sono gli esempi: tantochè e il sentimento comune dei Savi e l’esperienza medesima a confessare ci sforza con Seneca (a), che plus ex moribus, quam ex verbis trahimus. E ciò o sia perché dagli esempi altrui siamo fatti più animosi ad eseguir quel che in altri osserviamo possibile e praticabile: oppure perché il nostro Cuore allora venga anche spronato dalla forza dei sentimenti esterni; ovvero, perché gli esempi s’insinuano alla volontà per una via più corta, secondo che fu di parere il mentovato Morale Filosofo, longum iter est per praecepta, breve et efficax par exempla (b); sfuggendo quella lunghezza di tempo, che nelle ragioni richiede il nostro Intelletto, per rimaner egli prima illuminato e poi far le sue proposte alla Volontà, come suo Ministro: o sia per altro qualsivoglia motivo riesce sempre verissimo, che più siamo noi eccitati e mossi dagli esempi altrui che dalle ragioni e parole. Ed essendo così, lodi pur mille siano all’Altissimo, che bramando io in questa sera destar di nuovo in voi, cari miei Ascoltanti, una tenera pietà verso la gran Regina del Cielo, una bella occasione mi presenta dell’annua ricorrenza della gloriosa memoria dell’inclito Vescovo e Taumaturgo, San Francesco di Sales. Questi che della Gran Vergine fu un sì tenero e zelantissimo Amante, che per lei languì ed arse continuamente di amore, si esercitò in tanti esercizi divoti e si impiegò tanto per propagarne il culto; questi, ripeto, risparmiando a me ogni persuasiva, sarà valevole ed efficace col suo nobile esempio ad accendervi maggiormente nella divozion della Vergine. Altro dunque far non voglio stasera che esporvi, benché alla sfuggita, sotto degli occhi, gli affetti scambievoli che passarono tra la Nostra (a) Seneca, Epistulae 6. (b) Loc. cit. 82 Immacolata Signora e San Francesco di Sales. Onde voi e dal veder quanto fece il Santo per la Vergine, vi accendiate di maggior zelo e premura; e dall’osservar quanto operò la Vergine pel Santo, acquistiate maggior fiducia. Do principio. 1. Benché il Cuore amorosissimo di Dio Signor nostro far gustare si degni le sue beneficenze alle Anime tutte; talchè per tutte e per ciascuna di loro abbia egli oprato tanto, sino ad incarnarsi e a dar tutto il suo preziosissimo Sangue in un tronco di Croce; onde per quanti mai vissero nel Mondo, vivono e vivranno, stette e sarà sempremai aperto il Tesoro inesausto delle Divine Grazie e dei Divini lumi e soccorsi; da’ quali ciascuno di bastevole aiuto ritrae, quanto gli è necessario per condurre la vita sua in verità di credenza, in bontà di costumi ed in eterna salvezza; senza che in ciò possa mai darsi parzialità ed accettazion di Persone presso la giustissima amorosa Divina Provvidenza: venendo perciò ella nel Vangelo paragonata ad un chiarissimo Sole, che i suoi splendidi raggi spande, ed i suoi benefichi influssi, tanto sopra dei monti, che nelle valli e pianure: pure, certi straordinari soccorsi, certe particolari finezze, senza far torto od ingiustizia a veruno, le tien Dio riserbate e le usa a favore di chi la sua infinita Sapienza esser proprie conosce. 2. Or una di queste Anime predilette, appunto fu l’inclito nostro Protettore San Francesco di Sales; il quale dalla Bontà Divina sperimentò sì particolari finezze, che può dirsi che con le benedizioni di dolcezza prevenuto egli fosse. E siccome una di queste benedizioni dolcissime, con le quali Dio previene le Anime sue dilette, è l’infonder loro una particolarissima divozione verso la gran Regina del Cielo: con questa divozione, non so se io dica, il nostro Santo nascesse, oppur l’avesse anche prima di giungere a quella età, nella quale l’uomo di sua Ragione incomincia a far’uso. Quel ch’io posso dire, egli è, che dopo nato, le prime sue parole furono queste, Iddio e mia Madre mi amano molto: dando con ciò a divedere, che in quel picciolo cuore, ancor tenero da Bambino, incominciavano già a sentirsi que’ mirabili effetti, che e l’Amor di Dio, e della Gran Vergine, nostra Celeste Madre, cagionar suole; onde dalla gran copia dell’amor infuso di Maria, forzata fosse la Lingua, come ministra del cuore a sciogliersi nelle lodi della Madre Celeste, anche prima di aver appreso di favellare la maniera e l’uso. 83 3. Pervenuto poi il nostro eroe ad un’età di maggiore cognizione e discernimento, chi ridirci può, Uditori, quanto giornalmente crescesse nell’amor di Maria? Conobbe egli esser molto grato ed odoroso alla Vergine il bel giglio della Purità: tanto bastò per far che sin nell’età più giovanile gliene facesse un dono con un voto perpetuo di Verginità; che poi in altre occasioni rinnovò nelle mani della stessa Regina del Cielo: ed in particolare nei due Pellegrinaggi che fece con tanto fervore al Santuario di Loreto; ove liquefatto, dirò così, in lagrime, ed in sospiri, poco mancò che per la veemenza e molteplicità degli affetti entro quelle adorabili mura dalla Presenza real della Vergine consacrate, non lasciasse la Vita. 4. Sebbene, questa gran tenerezza di amore del Salesio verso Nostra Signora un picciol preludio possiam chiamarla, rispetto a quel gran fondo di soda pietà e divozione che possedette. Aveasi egli proposto di non tralasciar mai cosa, che far potesse, purchè fosse per piacere a Maria: e siccome avea ben’appreso, che la prima cosa che vuol la Vergine dai suoi veri Divoti, egli è il guardarsi da ogni offesa Divina: da questa, più che dalla morte, si guardò con tal diligenza Francesco, che per attestato comune dei suoi Confidenti e della Beata di Sciantàl, non solo non commise mai colpa grave in tempo di sua Vita; ma ancora da ogni colpa veniale per quanto da lui dipendette, con cautela si guardò. 5. 84 Ma ciò non bastò per appagare il suo cuore, che tutto il suo godimento nell’amor di Maria tenea riposto. Sapeva ben’egli, che i veri Amanti della Vergine conservan di Lei continua memoria, a Lei aspirano spesso, Lei di frequente invocano. Che perciò sì fissa era in Francesco la rimembranza della Regina del Cielo, che talvolta lo alienava da’ sensi, ed estatico rimanere lo faceva: onde voi l’aveste veduto, Uditori, or tutto bagnato di Lagrime di tenerezza, desiderar che dalla Gran Vergine gli fosse tolto il cuore; ed or con amorosi sospiri e dolci aspirazioni invocarla, benedirla, ringraziarla e chiamarla spessissimo col caro nome di Madre e di Madre la più amabile, la più amante e la più amata. Ma siccome Nostra Signora, non solamente l’affetto dai servi suoi richiede, ma ancor l’affetto e l’opra gradendo ella che fatichino per amor suo e che ne promuovan l’onore e la gloria. O qui sì che il nostro Santo si segnalò talmente, che siccome nell’affetto non ebbe chi l’uguagliasse ai suoi tempi, così chi lo superasse nell’effetto non lo vide. Egli nella sua Gioventù, oltre altre molte orazioni e divozioni che avea, in ogni giorno con attenzione e compostezza maravigliosa recitava ad onor della Vergine il suo Officio: diceale di più la corona; che poi per quaranta anni continui puntualmente lo eseguì. Così in tutta la sua vita di digiunarle il Sabato ebbe il buon uso; e di consacrare a Lei i suoi studi, le sue fatiche, le sue pene, i suoi viaggi, la sua Predicazione e quanto mai egli fece. In occorrenza poi delle feste di Maria SS.ma, oh li divoti apparecchi di digiuni, penitenze e Novene che premetteva! Oh le virtù, gli esercizi divoti che praticava! Mutava sino sembiante, comparendo con un volto da Angelo; tanta era la gioia, che in tali occorrenze sperimentava, la tenerezza, il contento. 6. Che se bramaste udir di più quanto egli si adoprò per promuovere alla Gran Vergine il Culto, io non ho lingua a ridirlo. Parlino pure in mia vece la Francia, l’Italia e la Savoia: parlino le corti dei Principi, le Religioni, gli Ecclesiastici, i Cavalieri, le dame ed ogni ceto di Gente; ed in particolare parlino la sua vasta diocesi di Ginevra, di cui era SS.mo Vescovo; la gran provincia dello Sciablè, di cui fu prodigioso Missionario ed Apostolo; e la fortunata Città di Annesì, che come città di sua ordinaria Residenza, lo godette per tanti e tanti anni: parli insomma tutto il Cattolico Mondo e vi ridica se quanto crescesse e fiorir si vide dappertutto per opra del dolce Santo di Sales la pietà e divozion della Vergine ed in particolar dell’Immacolata Concezione; di cui n’era tanto devoto. Vi basti solo sapere, che egli a tal’effetto, oltre le Lettere che ne scriveva ai suoi Amorevoli, le Prediche ed i privati discorsi, che ne faceva, benespesso ancor ne trattava nei suoi dottissimi e mirabili Scritti; come da tutte le opere sue può vedersi: a tal fine eresse in Annesì la compagnia dell’Immacolata Concezione; a tal’effetto istituì e fondò il SS.mo ordine di Religiose della Visitazione di Santa Maria: e per finirla, a tal fine pensò ancora di farsi veder sempre con la corona della Vergine, pendente alla cinta; e di farsi consagrar Vescovo in un giorno alla stessa Celeste Sovrana consagrato, che il giorno fu dell’Immacolato di Lei Concepimento, affin ciascuno ne ritraesse esempio da lui, di non risparmiare e tralasciar mezzo veruno, che giovar potesse a tesser coro- 85 ne di gloria alla Regina del Cielo. Tanto, anzi molto più che tralascio, fece San Francesco di Sales per la gran Vergine. Rimane ora il dare un’occhiata a quant’oprasse la Vergine in pro del Santo. 7. 8. 86 Quell’eccelso sublimissimo posto, che sovra tutti i Santi gode Nostra Signora, come ci insegna la Santa Cattolica Fede, non solo è per rapporto della Dignità e della Gloria, che ella ha sovra tutti; ma ancor per riguardo de’ meriti e delle virtudi che sovra tutti possiede. Quindi con tutto fondamento e ragione giova a noi di dedurre, che un solo atto di Virtù della Vergine, in peso e qualità sia, comeppur fu sempremai, superiore, non solo a qualunque virtuoso atto eroico di qualsivoglia gran Santo, ma eziandio dei Santi tutti insiememente uniti: ond’essa negli affetti scambievoli con i suoi divoti, non si faccia, anzi far non si possa mai uguagliare e molto meno vincere; per esser sempre la sua beneficenza, ed il suo Amore inarrivabile ed invincibile; come ben disse San Pier Damiano, Maria amat nos amore invincibili. Ciò presupposto, come certissimo: se grande fu l’amor di San Franceco di Sales verso Maria; assai maggior senza verun paragone fu quello di Maria verso del Santo: se molto egli oprò per lei; molto più di gran lunga convien dir che ella per lui operasse. Osservate se io dica il vero coi fatti. Da nobil generosa antica prosapia nacque Francesco, ma nella nascita sua si incominciarono tosto ad osservar di Maria le finezze: perciocché se nato egli fosse nel termine comune di nove mesi, secondo che io raccolgo, non sarebbe nato in un tempo da qualche solennità della Vergine consagrato: che fece dunque Nostra Signora? Volle che ei nascesse di sette mesi; e così farlo nascer entro l’ottava dell’Assunta sua gloriosa (finezza che dal Santo medesimo poi con varie dimostrazioni di gratitudine fu ben notata). Appena nato, parve per attestato de’i medici che per il solo sepolcro avvenuto ciò fosse, tanta era la sua dilicatezza e malcilenza: così vero che per più e più mesi, affin di non piagarlo, non potè mai fasciarsi, venendo sol sostenuto in vita entro una picciola cuna di bambagia ripiena. La Regina del Cielo però, che ne avea tutta la cura, pensò a mantenerlo; e contra l’aspettativa comune farlo divenir ben complesso e robusto. Divenuto poi grandicello, chi fu che istillò in quell’Anima un grande aborrimento ad ogni sorta di vizio ed una tota- le propensione ad ogni qualità di esercizi divoti? Chi fu, che gli diede un cuor tutto dolce e mansueto, caritatevole e pacifico; un Intelletto così aperto, nobile ed ingegnoso; un sembiante tutto modesto, gioviale e allegro? Se non la Vergine, ch’essendo sua amantissima madre, esercitava anche con lui per via d’interni lumi l’ufizio di premurosa Maestra. 9. Ma a me non dà l’animo, Ascoltanti miei riveriti, andarvi minutamente scifrando tutti i particolari avvenimenti, in cui veder si può quanto amore portasse Maria verso il Salesio e quanto per lui operasse. Vi dirò in succinto quanto basti per ben capirlo: in quella guisa che esperto cosmografo, pone innanzi agli occhi tutto l’orbe Terraqueo sotto corte linee e pochi punti ristretto. Patì in Parigi Francesco di orrida disperazione, tentazioni fierissime; e sorpreso da funeste angosce e timori, infermatosi a morte, a lasciar ci volle la vita. Ma dopo la prova della sua fedeltà, pronta accorse la Vergine a liberarlo, ed a riempirlo nella Divina Pietà di una confidenza ben grande. Si aiutano in Parigi, ed in Padova maliziosi Scolari a far perdere al Salesio l’onestà e l’innocenza, portandolo sotto apparenti convenienze alla visita di una femmina rea: ma egli assistito dalla sua Liberatrice invocata, salvo da ogni periglio ed innocente riesce. Si studia il demonio prepargli una fiera tempesta nel nostro Mare Adriatico, allorché egli dal Porto di Ancona partir dovea per far ritorno alla Patria: ma tutta l’orditura va a vuoto, perché la sua Protettrice preservato e libero lo rende. 10. Non accade che gli eretici dello Sciablè tentino di avvelenarlo e di ucciderlo quei di Ginevra, perché la Regina del Cielo le loro trame ed insidie inutili rende. Che in Savoia altri l’infamino e perseguitino, lo minaccino altri con pugnali ed altri un colpo di pistola scarichino contra di lui: il tutto riesce invano, attesochè la potente sua Signora, nelle cui Mani riponeva sempre ogni sua causa, pensa a riporlo in maggior credito e stima, a calmar ogni animo contra lui adirato e da ogni mortal colpo sottrarlo. Risolve Francesco di propagare a costo di qualunque travaglio e fatica il culto di Maria; e perciò a fondare intraprende in onor della Visitazione di Lei l’Ordine novello di pie Religiose, ed in onor dell’Immacolato di Lei concepimento una Compagnia di timorati Signori: e poi e con la voce e con scritti e con opere e con viaggi, qua e 87 là da ogni parte a propagarne la divozione si accinge. E Maria? Maria SS.ma vuole star sempre al di sopra; e a tal’effetto a tutto potere s’impegna a mandargli sufficienti soccorsi e mezzi opportuni. Affin la fondazion si esegua, si riempia di Anime fervorose e zelanti e si dilati: e di più si conosca se chi sia il suo servo, con aiutarlo nella conversione d’innumerabili Peccatori e di settantadue mila eretici; nella prodigiosa liberazione di ottocento ossessi; nel ridar la vita a diciotto Morti; nella predizione delle cose venture per via di profezie: e così con ricolmarlo di mille e mille altri doni sovrannaturali e divini. E quasi ciò non bastasse per coronar in vita il Santo di mille glorie ed onori; volle la sua Celeste Signora far rivelare ad un’Anima, che egli avea ricevuto per custode, non già un semplice Angelo, ma un Serafino del Cielo. E di questo neppur paga, essa stessa la Vergine, volle farsene Panegirista, canonizzandolo per Santo di sua propria bocca, in occasion che comparve ad una nobile e divota donzella in Lion di Francia, mentre Francesco ivi si tratteneva. Aggiungete poi, che… Regina, impegnatela a pro di noi, suoi e vostri divoti; e fate che dall’aver noi risaputo quanto essa oprò in favor vostro, acquistiam verso di Lei maggior fiducia; e dall’aver osservato quanto voi per Lei operaste, ci accendiamo a vostro esempio di un gran zelo e premura di esserne veri Amanti. Tanto speriamo dalla clemenza dell’Imperadrice del Cielo per vostra intercessione; e tanto ancor dal vostro Cuore dolcissimo a contemplazion della Vergine stessa, ad onor di cui vi preghiamo. Diceva. 11. Ma via, tralasciamo ogni ulteriore racconto; giacchè sarebbe un non mai finirla, se proseguir io più avanti volessi. Serva per chiusa e per corona di ogni prova di quanto mai di stupendo oprò Nostra Signora per contraccambiare al Salesio la sua gran divozione e pietà verso di Lei. Nel dì dell’Immacolata Concezione, facendosi egli consagrar Vescovo, come altrove fu divisato, si vide in quell’atto, tutta gloriosa, dolce e benigna, venir incontro la Imperatrice del Cielo; la quale confortandolo con la sicurezza di sua continua assistenza, lo ricoprì col suo Manto e così, qual tenero amato Figlio, sinchè la funzione fine non ebbe, se lo tenne: dando con ciò a diveder molto bene, che in ricompensa di quanto il suo fedel servo avea fatto per Lei, lo avea dichiarato il suo caro, il suo familiare, il suo diletto; e che essa per lui pronta impiegava il suo Braccio, il suo Cuore, la sua Protezione, la sua Assistenza, il suo Poter, il suo Affetto. 12. Ah sì sì, così avvenne, felicissimo Eroe, fortunatissimo San Francesco di Sales. Godeste pur voi giustamente il frutto della vostra grande divozione, il contraccambio dell’Amor vostro ardentissimo verso la Gran Madre di Dio. Deh per pietà, ora che di tutto godendo vieppiù la nobile e gloriosa corona; ora che più da vicino amate e glorificate la Celeste 88 Ignoto ascolano, L’Immacolata tra S. Emidio e S. Francesco di Sales, olio su tela, sec. XVIII, Ascoli Piceno, Oratorio della Casa Madre Suore Pie Operaie dell’Immacolata. 89 SERMONCINO SETTIMO Recitato nel Sabato antecedente alla Sessagesima, 5 Febbraio 1752 Il Sermoncino Sesto non è stato inserito perché non tratta un argomento mariano. In prossimità del Carnevale di cui don Marcucci aveva sperimentato gli inganni e dai quali subito si era ritratto7, si propone di presentare agli ascoltatori quanto esso dispiaccia alla SS.ma Vergine. L’argomento è sviluppato in sette punti. In quanto Madre e colonna della religione cattolico-cristiana la Vergine Santa ha in orrore il Carnevale, giunto a noi dai pagani con la differenza che, mentre gli antichi che ancora non avevano ben sviluppato il lume della ragione lo celebravano in un solo giorno, nei giorni odierni, dove la ragione ha fatto molti progressi, viene celebrato in più giorni. L’accostamento è chiaramente ironico. L’Autore porta poi vari esempi, tratti dalle visioni della Vergine a Santa Brigida e a Santa Geltrude che mostrano il suo impegno ad evitare nei cristiani i pericoli e gli abusi del carnevale che tanto dispiacciano a Maria SS.ma. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 10, pp. 241-246. il maledetto Carnovale con tutti i suoi abominevoli abusi e per ritirarvi, o pur preservarvi da ogni cieca aderenza; tralasciando di esporvi tutti i mali che seco portan sì diabolica consuetudine; di altro mezzo servir non mi voglio, se non che porre alla vostra considerazione quanto mai dispiaccia alla Gran Vergine Nostra Signora il festeggiar il Carnovale.Questo sol, mi persuado, basterà a voi, come a quei che sì divoti son della Vergine, a far avere un orrore continuo di sì detestabili feste. Non vi rincresca l’udirmi. Sono a servirvi. 1. Quell’amor indispensabile e grande che la Regina del Cielo, come Colonna, Madre e Maestra della nostra Santa Religione Cristiana Cattolica, al viver giusto ed illibato secondo gli adorabili insegnamenti del Vangelo porta e dimostra, fa che necessariamente abbia in odio sommo ed orrore tutto ciò che al viver cristiano si oppone e ne senta gran dispiacere. Quindi poco ci vuol, Uditori, a ben capire quanto odiate sien dalla suddetta Nostra Signora le feste Carnovalesche e qual dispiacimento cagionino a Lei; qualor si rifletta ben bene essere queste feste appunto all’intutto contrarie al santo Vangelo, all’intutto disdicevoli ai Cristiani, all’intutto pregiudiziali al viver timorato. 2. Osservate se è così. Le feste Carnovalesche, voi lo saprete, inventate furono dai Gentili, o per dir meglio dal demonio col mezzo de’ Gentili, suoi ciechi adoratori e confederati. Solevano questi nel primo di Gennaio celebrar le feste a loro ridicolo e favoloso Nume Bacco, sopra alcuni Monti vicini a Tebe; ove adunandosi e uomini e donne travestite e mascherate, facevansi degli urli, balli, mangiamenti, giuochi e si commettevano tante laidezze e sacrileghe superstizioni, che io non ho cuore a ridirle (a). Queste poi, circa il tempo di Tazio Re dei Sabini, furono introdotte presso gli antichi Gentili Romani; e plauso ebbero ancora ed aderenza presso tutta l’altra cieca Gentilità. E siccome, feste erano dedicate a Bacco, ch’essi con altro nome di Libero e Dionisio intitolavano; perciò feste Baccanali, Libere e Dionisie venivan da loro appellate (b); ed ora dalla nostra stoltezza Carnovalesche. Argomento Quanto dispiaccia alla SS.ma Vergine il Carnovale La diabolica e sempremai pessima consuetudine introdotta in questo lagrimevolissimo tempo nel Mondo di festeggiar con tutta pompa e vanità di maschere, conversazioni, balli, commedie, ed altre mille Gentilesche invenzioni il maledetto Carnovale, fu e sempre sarà un ben forte motivo di dolore e di pianto a quanti con seria riflessione ne ponderarono i danni ed i mali innumerabili di Anima, di Corpo, di Stima, di Robba che ne derivano. Quindi quei giudiziosi e timorati Cristiani che tali funestissime conseguenze ebbero innanzi agli occhi, oltre all’aver con tutto lo zelo armate le loro dotte penne e le loro sante Lingue contra sì detestabili e diaboliche usanze, posero ogni diligenza per viverne sempre alieni ed ogni sforzo pur fecero per ritirarne gli altri, che alla cieca, come stolte pecore al bagno, a tal precipizio se ne correvano. Io poi, che benché giudizioso e timorato intitolar con verità non mi possa, pure dei giudiziosi e timorati dovendo farmi seguace; per porre presso voi in discredito 7 Cf. ROSSI-BRUNORI ARCANGELO, La vita e la istituzione di Mons. Francesco Antonio Marcucci dell’Immacolata Concezione, Ascoli Piceno 1917, pp. 7-10. 90 (a) Tito Livio, lib. 39, cap. 8; Thomassinus lib. 2, De festis, cap.8. (b) Facciolati in Lexic. v. Bacchanalia. 91 3. 4. 5. Or pare a voi, Ascoltanti, che feste così empie e profane, inventate dal demonio, discese addirittura dal Gentilesimo, aver possano mai coerenza veruna con le Massime sacrosante del Vangelo e col viver Cristiano e timorato? Come possibile? Ed in conseguenza, come è possibile, che dalla Regina e Madre della Cristiana Religione, voglio dir da Maria, non vengano odiate al sommo ed aborrite? O come la Vergine sacrosanta rinnovati si vede i suoi atroci Dolori in questi profanissimi giorni del Carnovale dai suoi medesimi figli (giacchè di tutti i Cattolici ella è pur Madre)! Li rimira ben’essa con occhi dolenti, quasi dimenticati dell’esser di Cristiani, voltar le spalle al Vangelo, alle Chiese, alle Orazioni, ai Sacramenti e dichiararsi apertamente seguace dei riti gentilizi; e con tanta maggior mostruosità, quanta è l’osservare, che alla fine i Gentili erano privi del Lume dell’eterne veritàdi e consistevano quelle lor feste in un sol Giorno dell’Anno; ed i Cristiani, fatti degni del Lume Divino e perciò più tenuti ad abominar feste così profane, pure con tanta audacia le tirano per giorni e giorni e settimane ancor replicate. Chi può esprimer però quanto gran dispiacere ne provi la Vergine? 6. Più strepitoso però fu quel che avvenne nell’anno mille secento undici nel Monte Vergine ai confini della Campagna felice nel Regno di Napoli (d). Concorsavi era in quel Monte un giorno per una Sagra della gran Gente; e tra questa molti uomini ve n’erano mascherati e travestiti da donne e molte donne da uomini: vi si ballò una buona pezza del Giorno, vi si cantò; e oltre a mille giuochi, crapole ed ubriachezze, altre libere danze e mostruosità vi si commisero; ne più, ne meno che se quel giorno a Bacco fosse dedicato e di un licenzioso Carnovale fosse il giorno più grasso. Accade, che moltissime rimasero anche la notte in quel Monte a compier le feste del giorno in un grande Albergo che era ivi costrutto. Quando sulla mezzanotte, da cinque persone, che per loro buona sorte fuori dell’albergo erano rimaste, fu veduta scender dal Cielo Maria SS.ma con un volto tutto severo e sdegnato; e portando nelle mani due torce accese fu osservata essa stessa dar fuoco all’Albergo; ed in meno di un’ora e mezza lo atterrò tutto con tanta strage di coloro che vi si erano ricoverati, che più di mille e cinquecento rimasero morti, parte tra le fiamme, parte tra le rovine. Fatto pure stupendo fu … 7. Ma che serve, Uditori, più dilungarci con i fatti. È indubitato, che le danze, i balli, le maschere, le scorrette commedie, le libertadi, in somma e le feste Carnovalesche sono di un sommo dispiacer della Vergine; son da Lei odiate ed aborrite. Che far dunque dovrebbero i Cristiani tutti, come Figli di sì Gran Madre, odiarle anch’essi, astenersene, detestarle per non disgustar Colei, da cui, dopo Dio, ogni Bene deriva. Mi direte, eppur tutti non lo fanno. Senza invidia, rispondo, senza invidia. Al punto della lor morte li rivoglio. Badiamo noi a quel che far si debbe e non a quel che altri fanno. Procuriamo almeno noi tenerci a caro l’amicizia della Gran Vergine: guardiamoci con diligenza Ah che essa medesima un giorno di questi calamitosissimi tempi palesar lo volle alla sua diletta Brigida la santa; allorché comparendole tutta mesta e addolorata, Figlia, le disse, ecco come mi trattano i Cristiani con le loro libertà, con le loro vanità e colpe: al mio Divin Figlio rinnovan tutto il giorno le Piaghe e a me i Dolori! Che se bramaste ulteriori riprove di quanto dispiacciano a Nostra Signora le feste solite a farsi nel Carnovale, ricavatelo da alcuni fatti, che sono qui succintamente a contarvi. Giocavano e danzavano con varie immodeste parole e vari atti scomposti, alcuni Giovani in Duaco (c), e trovandosi innanzi ad una Statua della Vergine suddetta; questa, per correggerli del loro mal oprare e per dimostrar il dispiacer che ne aveva, alzò all’improvviso il suo Sacrosanto Braccio in atto di percuoterli: onde tutt’intimoriti i Giovani, lasciando e giuochi e danze, sen corsero a darne conto ai Parenti: e questi con altra Gente concorsi ammirar tutti (c) P. Auriemma, par. 2, Aff., cap. 2. 92 tremanti il miracoloso successo, per otto giorni continui con gran divozioni e frequenza si portarono processionalmente a chiederne ivi perdono all’Imperadrice del Cielo e a placarla pel dispiacer grande datole da quei Giovinastri. (d) P. Segneri in Christ. Instr. par. 3, Ser. 21, n. 22. 93 dal darle dispiacere e disgusto: e piuttosto facciamo ogni sforzo di darci in questo tempo alla ritiratezza, alle orazioni, a far mortificazioni e a pianger le nostre ed altrui colpe. Così, alleggeriremmo i Dolori che in tali Giorni alla nostra Madre Celeste dai Peccatori piucchè mai son rinnovati. Beati noi, se così ci porteremo; e faremo ogni sforzo che altri ancora si portino. Chi può ridir le care finezze che otterremo dalla nostra eccelsa Signora? Questo è il tempo per mostrarsi a Lei fedele ed il tempo per ottener da Lei qualunque favore. Santa Geltrude in un’estasi vide che Gesù scriver faceva a caratteri di oro tutte le buone opere, le mortificazioni e le divozioni che si facevano da’ buoni Cristiani nel Carnovale, per rimunerarle a peso di oro con grandi e spezialissime Grazie. Molta maggior rimunerazione possiamo noi sperare, qualor per noi in questi tempi s’impegni ad aiutarci presso il suo Divin Figlio la Vergine Sagrosanta. Animo adunque maledetto sia sempre il Carnovale con tutti i suoi diabolici abusi; lontano sempre sia da noi. Esso dà gran dispiacer a Maria: questo basti, per farcelo sempre aborrire e detestare. Amen. SERMONCINO OTTAVO Recitato Sabato 12 Febbraio 1752 Il Sermoncino è sviluppato in otto punti. Nell’introduzione don Marcucci prepara gli ascoltatori alla spiegazione del suo argomento e cioè come “la devozione verso la SS.ma Vergine sia di grande conforto nel momento della morte”. Porta gli esempi di vari devoti di Maria che da Lei furono assistiti e consolati nel momento della morte. Conclude con una accorata preghiera di totale fiducia nella sua Immacolata Signora e nella misericordia divina di essere assistito e soccorso nel momento della morte, quando il demonio scatena tutte le sue astuzie, “non vi scostate da me, altrimenti perderete in eterno un figlio, che benchè tanto infame e ingrato, pure si protestò sempre e si protesta di voler vivere e morire vostro Divoto”. Chiede alla Vergine, davanti ai suoi ascoltatori, di concedergli nella sua bontà, per il giuramento fattole di difendere sempre la sua Immacolata Concezione, di morire nella vigilia o nella festa della sua Immacolata Concezione, nella sua città, anzi nella stessa chiesa dell’Immacolata Concezione dove desidera ardentemente essere sepolto, affinchè vivo e morto appartenga sempre alla sua Immacolata Concezione. Conclude ricordando alla sua “fedelissima amorosa Signora” che Ella ha promesso di non negare grazie a chi gliele chiede con umile perseveranza. E ciò si è avverato perché mons. Marcucci è stato sepolto davanti l’altare maggiore della chiesa dell’Immacolata ad Ascoli sua città, che egli farà costruire in suo onore e benedirà il 13 settembre 17958. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 31-40. Argomento La divozione verso la SS.ma Vergine riesce di gran conforto nella morte Se vi ha cosa nel Mondo, cui apparecchiarsi convenga con tutta la più grande serietà ed attenzione dell’Animo nostro, egli è, Uditori, senza fallo la morte. Tanto di mille triboli e di mille e mille pericoli è intrigato quel passo da questa all’altra vita; che se consideriamo i dolori del corpo, che allor si 8 94 DANIELE DI FLAVIO in Guida al Museo Biblioteca “Francesco Antonio Marcucci” al convento e alla chiesa dell’Immacolata a cura di MARIA PAOLA GIOBBI - FRANCO LAGANÀ, Ascoli Piceno 2006, pp. 159-169. 95 sperimentano, i rimproveri della coscienza, le tentazioni dei nemici e gli spaventi e minacce del demonio, possiam pur chiamarlo un punto il più spaventoso, il più pericoloso, il più terribile. Non giovano allora Nobilitadi o Ricchezze; non servono Amicizie e corrispondenze; non porgon sollievo quante mai di speranze somministrar possa questo Mondo traditore e fallace. O quanti in quel passo tremendo bramarono di non esser mai stati su questa misera Terra! Quanti desiderarono di non aver avuti mai onori, ricchezze ed amicizie! Quanti sospirarono l’aver fatta una vita tutta penitente, mortificata e divota! I peccatori, o quanti in quel punto disperati sen piombarono all’Inferno! I Giusti, o quanti atterriti, poco mancò che non uscissero da ogni speranza di loro eterna Salvezza! Che perciò, cari miei Uditori, chi esprimer può quanto grande esser debba la nostra premura per disporci a far una buona e felicissima morte e per trovarci confortati e soccorsi in quel tremendo estremo passaggio da cui un’eternità di gloria dipende ovver di tormenti? Io, quanto a me, vi confesso, che trovandomi per quel terribile punto più di voi spaventato, non saprei a qual mezzo appigliarmi, per rendermi in qualche modo sicuro per ben passarlo. Già so e voi pur lo sapete che per chi è stato Peccatore, come me, darsi ad una vita contrita e divota abbisogna per far una buona morte. Ma il timor che mi sovrasta con quel chi sa se il mio pentimento sia vero, chi sa se in quel punto starò forte agli assalti, oh come mi fa sospirar talora, oh come di gran tremor mi ricolma! Vergine Sacrosanta, sicuro e possente Rifugio de’ miseri Peccatori, io non so ove volgermi, se non alla vostra clemenza, alla vostra misericordia per ricever conforto, aiuto ed assistenza particolare per far santamente quell’estremo sì pericoloso passaggio. A voi perciò ora per allora con tutto il cuor mio ricorro, ora sotto l’alta vostra tutela mi pongo, ora per sempre di essere vostro vero e fedele divoto costantemente risolvo. Nè invan mi opposi, Uditori, perciocchè la divozione verso la SS.ma Vergine è un ottimo mezzo appunto per fare una santa morte. In questa sera sì una grande attenzione richieggo. L’assunto è di troppa importanza. Eccone pronte le prove. 1. 96 L’esser stata Maria SS.ma, a piè della Croce dichiarata dal suo Divin Figlio per Madre del diletto Giovanni ed in persona di questi, per Madre ancor di tutti i Cristiani, fu cagione, Uditori, che ella con tenerezza e premura maggiore sotto la sua cura e protezione tutti noi pigliasse; e che a pro di noi avesse sempre viscere pietose di Madre e di Madre la più amante, la più sollecita, la più graziosa e benigna. Or siccome tutto lo sforzo dell’amor delle tenere Madri allor principalmente apparisce, qualor si tratti di dar soccorso ai figli che bisognosi, languidi e tremanti si ritrovano in qualche estremo e grave pericolo; chi può ridire perciò quali e quanti siano gli sforzi e le premure che usa la nostra Celeste amantissima Madre in soccorrer in mille guise quei cristiani, che con la lor divozione si mostrarono suoi buoni figli, allorchè nell’estremo e tremendo pericolo della morte si trovan ed agonizzano? 2. Essa primieramente sapendo ed osservando che in quel terribile punto fa tutto il possibile sforzo il demonio e con orride apparizioni e con tentazioni gagliardissime o di infedeltà o di superbia, o di disperazione, o di mille altre infamitadi e sciagure, contra dei miseri Moribondi; come quei che sa molto bene da qual punto dipendere o il perderli per sempre, oppure guadagnarli; cosa fa la nostra eccelsa Signora? Divenuta tutta fortezza e vigore in favor dei suoi divoti agonizzanti figli, si fa tosto incontro al Tentatore Infernale; e a guisa di invitta ed invincibile forte e generosa Guerriera, per loro combatte contra di lui, lo supera, lo atterra, lo discaccia. Indi tutta amorosa volgendosi ai suoi Moribondi divoti, col suo Volto benigno li rasserena, con le sue dolci parole li conforta, li incoraggia; e con le sue celesti istruzioni va lor insinuando quegli atti che efficaci ben sono per fare santamente quel sì periglioso passaggio. E di ciò neppur pago quel suo Materno affettuosissimo Cuore, oh quante le volte essa medesima, la gran Madre di Dio, diminuir loro gli stessi dolori del corpo si degna; asciugar loro i sudori; e farli poi dolcemente spirar tra le sue SS.me Braccia, tra mille sfinimenti di soavissimo contento ed amore! Felice adunque e cento e mille volte beato, lasciate pure che con ragione qui esclami, Uditori, beato chi è divoto di Maria! Beato in vita sì, ma in morte o quanto più mille volte beato! 3. Vagliano alcuni esempi, che qui pronti mi cadono, per porre più in chiaro la cosa. Carlo figlio di Santa Brigida, allevato dalla Madre sin da teneri anni con una grande divozione verso la SS.ma Vergine, con quella anche nella sua più florida giovanile età si mantenne talmente, che ogni occasione cercava per servire la sua Celeste Signora; a cui solito era sfogar bene spesso i suoi affetti con dire, che avrebbe pur volentieri per 97 lei sacrificata la vita (a). Avvenne, che applicatosi lo spiritoso Giovane alla vita militare, dagli strapazzi delle Guerre fu sul verde fiore degli anni ad una infermità mortale ridotto. Ed ecco che nel mentre Carlo agonizzante se ne stava, vede scatenarsi tutto l’Inferno contro di lui e già a piena carriera tutto mostruoso e spumante venirsi incontro Lucifero. Povero Giovane, che farà mai? Era egli sì spiritoso nelle battaglie del Mondo; ma oimè nella giornata campale con l’Inferno perde lo spirito, il vigore e tremante all’aspetto sol dei Nemici sen resta. Non volle però la sua amata Signora, che egli sì intimorito restasse, nè che di combattere si esponesse al cimento. Pronta essa accorse nella stanza di Carlo, si accostò al suo Letto, al suo Capo; l’animò a confidar nella Misericordia Divina e che non temesse. Indi rivolta al demonio, olà, traditore, con voce imperiosa gli dice, che audacia è mai la tua tentar in questo punto chi è mio divoto? Va, maligno; vatti a sprofondare negli Abissi. Sparì tosto il Nemico. Ed ella rimasta a consolare il suo Divoto; sino all’ultimo respiro di vita seco star volle. O Beato chi è divoto di Maria lo ripeto di nuovo, beato in vita, ma molto più poi nella morte! 4. Non minor favore di questo fu quello che isperimentò Adolfo Conte di Alsazia. Questi, nonostante che Principe di Altezza, considerando un dì quanto è pieno di lacci il mondo e di inganni, risolvendo di dargli un calcio, rinunzia generosamente il Trono, le grandiosità, le ricchezze; abbandona tutti gli stati; ed a riserrarsi in un chiostro col sacro Abito Francescano sen corre. Quivi ad apparecchiarsi a ben morire si pone, ed a servir con molta tenerezza di affetto la Regina del Cielo. Dopo vari anni venne anche per lui quel giorno, che onninamente è determinato per tutti, voglio dir della morte. Or chi di voi, Ascoltanti miei, crederebbe, che un Uomo, che avea di buon cuore lasciato tutto per Iddio, che avea fatte tante penitenze e che con tenerezza ed amor così grande servita avea la Gran Vergine, non si fosse trovato in quel punto in un mar di pace e di gioia? Eppure l’indovinereste? Adolfo ridotto a quel punto, incominciò a tremar tutto, rappresentandoglisi molto al vivo il rigore del Divino Giudizio. Ahi misero Adolfo, tra sospiri e tremori ansando (a) Turlot. p. 2. Tomo. 2, Doctr. Christ. cap. 8, lect. 8. 98 esclamava, misero Adolfo, che ne sarà di te? Come innanzi al supremo Giudice or or comparirai? Ahi chi ora aiuto ti porge, chi ti soccorre! La Vergine, che ben vedeva e sentiva le angosce del suo Divoto, contener più non volendo le viscere materne di sua amorosa misericordia, se le fa tosto vedere tutta gioviale e benigna, con un corteggio fiorito di Angeli; e con gli amorosi suoi Sguardi, con la sua gioconda Presenza gli rasserena prima il Cuore; poi riprendendolo dolcemente, Figlio, gli dice, Adolfo carissimo perchè temi, perchè tanto paventi? Non sei tu forse mio? E se mio sei, perchè temi la morte? Vieni, vieni pure sicuro, perchè il mio Divin Figlio, cui tu hai fedelmente servito, preparata ti tiene la corona di Gloria (b). La consolazione, la gioia, il contento, con cui restasse il fortunato Adolfo non ho lingua a ridirvelo: saper solo vi basti, che egli di tal contentezza soavemente morì. O Beato chi è Divoto di Maria, perdonatemi se a replicarlo ancora son costretto, Beato in vita, ed assai più nella morte! 5. Notatelo ben bene, Uditori, da quest’altro non meno celebre e giocondissimo fatto. All’estremo di sua vita giunto era un Giovane nobile, memorato da Antonio Balingo (c), che, tuttochè immerso nel libertinaggio vissuto fosse, pure di digiunare in pane ed acqua le vigilie tutte di Nostra Signora ebbe in buon uso. Poco pensava egli all’Anima; e siccome raffidato nella sua Gioventù stoltamente vivea, era egli l’ultimo a persuadersi di quella morte, verso cui a gran passi correva. Veruno dei suoi Parenti e buoni Amici era riuscito nel capacitarlo che egli di accomodar sollecitamente le partite dell’Anima sua col mezzo di una buona confessione tenea bisogno. Ci riuscì molto bene però la pietosissima Vergine; la quale a tal effetto gli mandò un suo divotissimo Religioso Domenicano (d), acciocchè l’inducesse a confessarsi con pentimento sincero ed a ricever divotamente gli altri Sacramenti. Si arrese puntualmente il Giovane e con molte lacrime di vera contrizione eseguì il tutto e si dispose a morire. Ma a questo gran passo poi non si contentò Nostra (b) Turlot. Tomo 1, Doctr. Christ. p. 2, cap. 8, lect. 8; et Ap. Auriem. par. 1, Aff. cap. 1. (c) Calend. 1 feb. (d) Era il B. Errigo da Castro. 99 Signora che lo assistesse altri in suo nome; gelosa del suo compunto ed appien ravveduto Divoto, volle degnarsi di venir essa stessa in Persona ad assisterlo, in compagnia di molte sante che seco dal cielo condusse. E qui divenuta sua amorosa confortatrice e Maestra, oh i bei atti di fede, di speranza, di carità, di contrizione, che suggerendo gli andava! E con tal dolce efficacia, che di veemente contrizione ed amor perfetto morir lo fece; e con le sue SS.me Mani accolse la bella di lui Anima e seco all’eterno riposo se la condusse. O fortunatissimo Giovine, che avesti ancor tu la bella sorte di servirci con l’esperienza per comprova, che per fare una Santa Morte egli è un validissimo mezzo la divozione verso la Regina del Cielo! 6. Ma io Ascoltanti miei riveriti, di tai fatti tesser qui ve ne potrei un ben lungo catalogo. Non vo(glio) però più abusare della vostra sofferenza in udirmi. Serva per tutti quel che la Vergine stessa di sua propria bocca a San Giovanni di Dio a tal proposito disse. Trovavasi il Santo all’estremo del vivere e travagliato da dolori del corpo e da timori dell’Animo, mandava dalla fronte copiosi freddi sudori. In questo mentre per alleggerirgli le pene, gli si fece vedere tutta amorosa la gran Madre di Dio; e dopo avergli con un fino panno asciugati i sudori, così a nostra comun consolazione gli disse, Non est meum, Joannes, in hac hora meos devotos destituere (e): non è mio stile Giovanni, lasciare abbandonati in quest’ora della morte i miei Divoti. 7. Non comportano, adunque, o Maria SS.ma, le vostre materne Viscere di abbandonar i vostri divoti Figli nella lor morte? O quanto mi riempie di gioia e di fondata speranza di ben morire un tal graditissimo annunzio! In altro caso, misero me infelicissimo, come mi troverei? Vi confesso, Immacolata mia Signora, che se la Misericordia ed il Sangue del vostro Divin Figlio e la materna vostra Protezione, non mi soccorre in quel punto tremendo, io quanto a me son disperato. Io non ho forze per resistere alle fiere battaglie dell’Infernale Nemico; non ho petto da reggere all’orrende sue visioni; non ho cuore da stare saldo ai rigori del (e) P. Auriem. p. 1, Aff. cap. 1. 100 vicino particolare Giudizio; non ho bontà, che contrapporre possa alle mie innumerabili enormi scelleratezze. E perciò, non mi lasciate mai per pietà in quel punto, mia Gran Signora; non vi scostate da me, altrimenti perderete in eterno un figlio, che benchè tanto infame e ingrato, pure si protestò sempre e si protesta di voler vivere e morire vostro Divoto. Lo so, e voi meglio di me lo sapete, o eccelsa Regina, che io non merito e non potrò mai meritare né in vita e molto meno in morte, la vostra amorosa assistenza per le mie continue e gravissime infedeltà a voi usate: e perciò non ardisco chiederlo per giustizia, ve ne prego per Grazia, per pura vostra finezza. Si attribuirà ad un eccesso, ad uno strepitoso Miracolo della Materna vostra pietà e misericordia, è vero; ma così comparirete voi più gloriosa e benigna quando si risaprà dal mondo, che voi usaste in morte mille finezze ad un perverso Peccatore, che meritava ben mille volte l’Inferno. Io adunque, clementissima Madre, se vi ho da palesar qui in pubblico il mio cuore, che voi già sapete, affinchè altri si impegnino con le orazioni presso di voi per ottenermi con le loro suppliche quel che io valevole non son ad ottenerlo con le mie: lo farò volentieri. Trovandomi così gran Peccatore e così sfornito di virtù, di buoni abiti, di forze e di meriti; non può darsi al Mondo Uomo che pel punto della morte, resti più di me timido e sbigottito. Che perciò, che sarebbe a voi, potentissima Signora, a dispensarmi da ogni agonia, da ogni combattimento, da ogni penosissimo pericoloso affanno? Potreste voi degnarvi di farmi con qualche mezzo sicuro, e non sospetto, consapevole del tempo che a Dio piacerà sprigionarmi da questa vita; darmi Grazia di santamente dispormi e poi tra le vostre materne Braccia, morir di subitanea morte. Sarebbe un gran Miracolo, lo so, una straordinaria Grazia: ma Miracoli appunto e Grazie straordinarie ci vogliono per salvare un vostro figlio così scellerato e indegno. Ma perdonatemi, Signora mia, neppure ciò mi basta: so che tutto voi potete, qualor vogliate. Voi sapete, che io porto nel cuor da voi impresso un tenero affetto alla vostra Immacolata Concezione: di questa intitolarmi mi glorio; di questa difendere ho insino il legame del giuramento: ed in questa per finirla tutte le mie contentezze ritrovo e godimenti. Non sarebbe dunque tanto disdicevole, che la vostra Misericordia s’impegnasse a far seguir la mia morte nella Vigilia o nella festa della vostra Immacolata Concezione; adorando e benedicendo la vostra Immacolata 101 Concezione; ed in questa mia Patria, anzi in questa stessa chiesa della vostra Immacolata Concezione: ove ardentemente bramo e voglio restin sepolte le mie povere ceneri; affinchè e vivo e morto sempre io sia della vostra Immacolata Concezione. Sarebbe eccesso del vostro finissimo amore, lo so, il così consolarmi. Ma di questi eccessi ho io estremo bisogno: e questi eccessi appunto vi chiedo, non per mio riguardo, perchè io non potrò mai meritarli, ma a riguardo vostro e della medesima vostra Inmacolata Concezione: in riverenza di cui ve ne supplico caldamente e ve ne supplicherò sinchè durerà questa mia misera vita. Rammentatevi, o mia fedelissima amorosa Signora, che voi avete promesso di non negare mai Grazie che in riverenza di questo vostro caro Mistero dimandate con umiltà vi vengano, e con perseveranza. 8. Supplicatela, dunque, miei cari Uditori, anche voi caldamente, e continuamente in riverenza del suddetto mistero per la mia buona morte, come io la desidero; che spero non esservi poi ingrato. E tenete sempre fisso alla mente a vostro ed altrui vantaggio, che la divozione verso la SS.ma Vergine è un ottimo mezzo per fare una Santa Morte. SERMONCINO NONO Recitato nel Sabato in Albis, 8 Aprile 1752 Don Marcucci riprende la predicazione dei sabati mariani dopo l’interruzione della quaresima durante la quale ha accettato di sostituire a Montalto l’assenza del missionario. Per non interrompere però la devozione dei sabati mariani nel monastero dell’Immacolata si fa sostituire, come annota alla fine del sermoncino ottavo del 12 febbraio 1752: “In assenza del missionario in tempo di Quaresima sono stati recitati sette Sermoncini dai suoi amici nei sette sabbati di Quaresima”9. L’argomento del Sermoncino vuole dimostrare che la devozione a San Giuseppe, di cui da poco si è celebrata la festa, è un mezzo efficacissimo per ottenere la protezione di Maria SS.ma”10. Il testo, sviluppato in sei punti, è lo stesso recitato dall’Autore a Montalto, Sabato 18 Marzo dello stesso anno, a conclusione del Settenario di San Giuseppe e vigilia della sua festa. Nell’introduzione egli ricorda il bisogno che tutti gli uomini hanno della protezione di Maria e quanto importante sia cercarla e trovarla come hanno fatto i santi. San Giuseppe, quale sposo purissimo di Maria, può aiutarci ad ottenerla in forza della purissima ed intima unione di cuore che ci fu tra di loro. Maria desiderava solo far contento Giuseppe ed adempiere i suoi santi voleri, viceversa Giuseppe nei confronti della sua Sposa. Vengono portati vari esempi di devoti di San Giuseppe che, attraverso lui, ottennero una speciale tenerezza e protezione di Maria. L’Autore conclude raccomandando la devozione a San Giuseppe; suggerisce a tal fine vari mezzi: la recita quotidiana della Coroncina dei suoi sette dolori ed allegrezze; la confessione e santa comunione nel giorno della sua festa, la visita al suo Altare, l’affidamento al suo patrocinio di case, averi e famiglie, come usava fare ogni anno Santa Teresa che ne fu largamente ricompensata. Infine, un ossequio gratissimo a San Giuseppe sarebbe fare in suo onore qualche elemosina ai poveri, in particolare per chi ne avesse possibiltà offrire nel giorno della sua festa un pranzo a tre poveri, in onore alla Sacra famiglia. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 55-62. 9 Cf. ASC 23, p. 40. Cf. ASC 23, p. 71. 10 102 103 Argomento Il Patriarca San Giuseppe gran Protettore per ottenere la Protezione di Maria SS.ma. L’eterna, adorabile, Divina Provvidenza, che a tutte le create cose una disposizione sì giusta diede, sì ordinata, sì bella, dispose ancora ab eterno, che Colei, la quale goder dovea la bella singolarissima sorte di vestir nel tempo per opra Divina di Umana Carne il Divin Verbo, fosse e de’ Cieli, e della Terra l’Arbitra, la Signora, l’Imperadrice: onde a Lei sogettarsi dovessero umili e riverenti e quante mai di SS.me pure Creature accoglie l’Empireo; quanti mai di Viventi contiene il Mondo; e quanti mai ancora di Spiriti traditori e ribelli asconde l’Abisso. Ammirando noi dunque, Uditori, con riverenza profonda queste adorabili disposizioni della Provvidenza Divina; e riconoscendo in sì sublime posto di Padrona universale e Regina l’Immacolata Nostra Gran Signora, MARIA SS.ma; chi vi ha tra di noi, che nel tempo medesimo non scorga l’estremo bisogno che abbiamo della sua Protezione potente e Patrocinio. Ed oh, noi cento e mille volte felici perciò se tra tante nostre miserie stendess’ella verso di noi la sua benefica Mano e gli Occhi suoi pietosi su di noi poverini ella volgesse! Un atto solo di sua graziosa clemenza, un solo Sguardo suo amoroso, basterebbe purtroppo a renderci temporalmente ed eternamente beati: dicendo ottimamente Sant’Anselmo (a), che siccome non può in conto veruno ripromettersi di sua salute chi avrà per Nemica la Gran Regina del Cielo; così aver può ogni fondata speranza di esser salvo chi la gran sorte godrà di averla per Amica e di esser da Lei riguardato con dolci Sguardi di Avvocata e di Madre: sicut impossibile est, ut ii, a quibus Maria averterit oculos suos, salventur; ita impossibile est, ut ii, ad quos ipsa converterit Oculos suos, pro eis advocans, damnentur11. Ah perciò con quanta ben grande ragione andavano impazziti, diciam così e giorno e notte i Santi tutti per dar sul genio alla Celeste Sovrana; e tentavano mille mezzi, usavan mille maniere per rendersela cara, amorosa, benigna! Or sì che intendo perché di continuo ne sospiravano tanto il Patrocinio e la Protezione chiedevan con mille lagrime tanti Peccatori ravveduti e compunti. E mi sovviene pure al presente, o mia (a) La nota è solo indicata, ma non ha contenuto. 11 Come è impossibile che coloro dai quali Maria abbia allontanato i suoi occhi si salvino, così è impossibile che coloro ai quali ella abbia rivolto i suoi occhi facendo invocazioni per essi, si dannino. 104 Celeste Immacolata Signora, perché il mio povero Cuore, tuttoché di un Peccator si perverso qual’io ben sono, a voi aspira e ricorre, voi invoca, per voi sospira, in voi si abbandona e su di voi tutte le sue speranze ripone, tutti i suoi contenti ritrova. Ah ah, quante volte Signora mia, o pure esclamato, ed esclamo, Protezion di Maria dove sei? Patrocinio di Maria, dove abiti? Amor della mia Immacolata Signora dove dimori? Se tu sei nel Cielo, or lassù mi slancio di volo: se di là dai Mari, ora mi getto nell’acque: se sotto Terra, or laggiù mi profondo. Ah, mille volte beato chi vi serve di cuore e vi ama; chi da voi è patrocinato e protetto! Or se è così, cari i miei Uditori, che la Protezion di Nostra Signora tanto è necessaria per noi e vantaggiosa; come faremo poi per ottenerla? Ma buon per noi, che la dolce rimembranza ricorre del suo purissimo Sposo Giuseppe. A questi dunque premuroso ricorso facciamo per impetrarla; per esser’egli appunto un Grande Avvocato per ottener la Protezione di Maria. Per chiusa di questo sacro Settenario tanto dimostrarvi mi impegno. Attendete. Incomincio. 1. Quella sacra, purissima ed intima Unione dei Cuori che il Santo Patriarca Giuseppe ebbe con l’Imperadrice del Cielo Maria, per mezzo dell’ineffabile Divino Sposalizio, che tra i Gigli illibati di Purità Verginale con Lei contrasse e sempre inalterabilmente mantenne, fece pur che la Vergine lo rendesse in alto grado partecipe dei suoi più teneri affetti; lo riguardasse come suo caro Nutrizio e Custode; e da umile divotissima Suddita, come a suo amato Superiore, gli si sogettasse ancor e l’ubbidisse. Chi può ridir pertanto quanto possenti ed efficaci siano presso di Nostra Signora le preghiere del suo Purissimo Sposo, se presso Lei ordini tutti sono e rispettosi comandi? Non brama altro Maria che dar sul genio a Giuseppe; ed in adempier i suoi santi Voleri tutta la gioia ella pruova, tutto il contento. O quanto ben lo chiamò adunque il suo tenero divoto Gersone (b), un possente ed efficace Avvocato presso la sua purissima Sposa, potentem, et imperiosum Patronum apud Sponsam suam! Ed o con quanta ragione ancora dalla Ven. Suor Maria di Agreda troviamo noi scritto, essere stato a Lei rivelato dal Cielo (c), che col mezzo della divozione verso il Santo Patriarca Giuseppe si otteneva sicuramente la Grazia e Protezion di Maria! (b) Ser. De S. Joseph. (c) Tomo 3, Myst. Civ. § 892. 105 2. 3. Tutto ciò molto bene sapendo il Beato Ermanno, Canonico dell’Ordine Premostratense, siccome altra mira non aveva, altra premura, se non di rendersi propizia ed amante la gran Sovrana del Cielo, si appigliò perciò con calore ad ossequiar grandemente il Santissimo Patriarca Giuseppe. E tanto vi volle, affin si movesse la Vergine ad usargli ben presto le più care finezze, che ella mostrar potesse su questa Terra ad un suo prediletto Divoto; voglio dire col farsi sua Sposa. Perciocché ritrovandosi Ermanno una notte ad orar nella Chiesa, si vide apparir corteggiata dagli Angeli la Celeste Regina; la quale con la sua sacra Destra prendendo quella di lui, fece da un Angelo dirgli nel tempo stesso, Questa purissima Vergine, o Ermanno, ti vien conceduta in Isposa, come già fu sposata a San Giuseppe; affinché tu per tale Sposalizio prendi il nome di lui; ed in poi Giuseppe ti chiami (d). Ma non finirono qui le finezze di Maria verso di Ermanno. Ah, egli pur fortunato! Il Santo Patriarca perorava continuamente per lui. Quindi un’altra notte, trovandosi il divoto Religioso in orazione, fu favorito di nuovo dalla gran Madre di Dio, che seco in Braccio teneva il suo Divin Pargoletto; e consegnandoglielo nelle Mani, Tieni, gli disse, porta il mio Divin Figlio, come portato fu dal mio purissimo Sposo Giuseppe. Tanto è vero, Uditori, che per far acquisto sicuro della Grazia e Protezion di Maria non ci è mezzo più proprio ed efficace, che quello del nostro potentissimo Santo. E come no, se la Vergine stessa non altro brama se non che glorificato sia il suo Sposo, riverito venga da noi ed ossequiato; e si protesta esser questo il bel modo per divenir partecipi delle finezze più tenere del suo amorosissimo Cuore? Mentisco io forse? No no, di certo. E Santa Teresa me ne fa cento e mille attestati. Ognuno sa con quanto calore si operasse la Santa in promover e in voce e in Lettere per tutta la Spagna e dir possiamo ancor in tutta l’Europa, la tenera divozione verso il suo prediletto Protettor San Giuseppe. Or quali ricompense poi non ne ottenne dalla Gran Vergine? In una Visione la ringraziò grandemente di tanto zelo e fervore avuto per l’onor del suo Sposo (e). In un’altra apparizione (d) Surius, Tomo 7, De Vit. SS., die 8 April., P. De la Crux in Nortulo Mariam., Ave pl. 3, cap. 1, pag. 130. (e) S. Teres. in Vit., cap. 33. 106 la vestì di un candido Manto, le rinnovò la dimostrazione del gran contento che avea nel vederla tutta divota del SS.mo Patriarca e le pose al collo una collana di oro con una bella Croce pendente (f). Ed in poi quando Teresa ricorreva per qualche grazia alla suddetta Regina del Cielo; questa la rimandava al suo caro Sposo Giuseppe per conseguirla; come racconta essa stessa la Santa. 4. Grandi furono pur le espressioni di tenerezza che a tal proposito alla sua diletta Suor Maria di Agreda la gran Vergine fece, quando apparendole un giorno (g), Per l’avvenire, le disse, procurerai di avanzarti nella divozione del mio santo Sposo Giuseppe. In tutte le tue necessità hai da valerti della sua Intercessione: movendo alla divozione del Santo quanti ne potrai; e molto più le tue Religiose, acciocché si avvanzino in essa. Che non ne disse poi Nostra Signora al suo divoto Religioso Baldassarro Alvarez, stato Confessor tanto tempo di Santa Teresa? Trovavasi egli in Vagliádolid, quando apparendogli un dì la Regina del Cielo e predicendogli una grave malattia che avea tra poco a soffrire, comandogli che di buon cuore al suo Sposo Giuseppe ei ricorresse (h). Or potea darci sicurezze maggiori la Vergine per farci capire, che per incontrare il suo genio, il suo gradimento, per goder della sua Protezione, del suo Patrocinio, amar conveniva il suo Sposo purissimo esserne vero Divoto e il culto ancor propagarne con tutto lo zelo? 5. E qual fine, credete voi, Uditori, se non questo, essere stato quello di Maria SS.ma in comparir tante e tante le volte a’ suoi Divoti in compagnia di San Giuseppe? Ah che l’Immacolata Signora volea ben’innamorarli del suo Sposo con far loro veder l’impareggiabile di lui bellezza, con far loro ascoltar le voci di lui amabilissime! Così di fatto ne accrebbe l’Amore a Santa Teresa, allorché col Santo Patriarca le apparve e la vestì di quel bianchissimo Manto, che poc’anzi dicemmo. Così alla Ven. Suor Francesca del SS.mo Sagramento, vera Imitatrice e figlia di S. Teresa, allorquando ed una e due volte gli portò il purissimo di Lei Sposo a con- (f) S.Teres. cap. 2, Fundat. Monast. Abul. (g) Tomo 3, Mist. Civ., §. 894. (h) Grassetti Jesuit., lib.1, c. 13, pag. 194. 107 fortarla nei suoi gravi dolori di una malattia penosissima (i). E per finirla, così ossequioso rese di San Giuseppe insino uno schiavo etiope in Napoli, qualor insiem col suo Sposo gli apparve, lo ridusse alla fede e di Giuseppe il nome glorioso gl’impose (k). Non andiam più cercando adunque ulteriori testimonianze, di grazia, avanzando purtroppo le sin qui addotte, affin di rimaner persuasi, che il mezzo per sicuramente goder la Grazia della Nostra Celeste Sovrana è di farsi divoto di San Giuseppe; attesochè e questa divozion del suo Sposo le ruba il Cuore e questo Sposo ottien da Lei quel che vuole. 6. Deh se è così, Ascoltanti miei cari, io in questa sera col cuor sulle labbra a consacrarvi agli ossequi di questo SS.mo Patriarca vi scongiuro e vi prego. Ogni sera la divota recita della sua Coroncina dei sette suoi Dolori ed Allegrezze raccomandata vi ho con calore; ma in questa sera vi supplico di ben nuovo a non mai tralasciarla in tutto il vostro rimanente di vita. Altre divote pratiche ancora in onor suo, per maggiormente impegnarlo presso la Nostra comune Signora a vostro vantaggio, voi far da quando in quando potreste. Primieramente confessarvi divotamente e comunicarvi dimani, ch’è la sua gloriosissima festa, visitare il suo Altare e passarvela una buona parte del giorno in recitare orazioni a suo onore, in dedicarvi per suoi e dedicargli ancor sotto il suo Patrocinio le vostre Case, i vostri Averi, le vostre Famiglie: e ciò rinnovarlo con puntualità fervorosa in ogni anno. Così stilava Santa Teresa e ne fu sì largamente ricompensata. Secondariamente, provvedervi di una sua divota Immagine e tenerla a capo dell’Inginocchiatoio o del Letto, per riverirla mattina e sera, o tra giorno; e così rinnovare ogni tanto verso di lui i vostri teneri affetti; e a lui pronti ricorrere in tutti i vostri bisogni; come la poc’anzi memorata Santa praticare soleva. In terzo Luogo, quando possibilità aveste, potreste nelle vostre più urgenti necessità di soccorso, far celebrar, in onor suo qualche Messa, come usava la detta S. Teresa ed in suffragio di quei Defunti, che quando vissero, furono i più divoti di lui: o almeno sentirne qualcuna a tal’effetto. (i) Lanuzza in vit. Lib. 1, c. 2, n. 12. (k) Massi exempl.77. 108 In quarto luogo potreste far dentro l’anno nove Comunioni a sua gloria, precedenti alla sua festa i nove giorni che corrispondessero alla qualità del Giorno in cui la festa sua celebrata esser debba: conforme per ordine medesimo del Santo stilò di fare la Ven. Giovanna degli Angeli Orsolina, sua molto cara e divota (l). Finalmente, un ossequio gratissimo al S. Patriarca sarebbe il fare in suo onore una qualche limosina ai poverelli e in particolare chi di voi possibiltà si trovasse, potrebbe in ciascun’anno nel Giorno di dimani fare un pranzo a tre Poveri, voglio dire, ad una povera Donna con un fanciullo e ad un povero Vecchio, ad onor di Maria, di Gesù e di Giuseppe. In Roma ed in tante altre parti viene ciò praticato da vari Divoti; e con tanto vantaggio che potrebbe ridircelo quel sì pio Mercatante; il qual con una Morte dolcissima e con una eternità di beatissima Gloria dal nostro gran Santo di tale atto di pietà la ricompensa ne ottenne (m). Insomma o l’uno, o l’altro di questi ossequi o tutti, praticar voi potreste. O allora sì impegnato sempre vedreste, ve l’assicuro, il SS.mo Patriarca in vostro favore presso la sua possente purissima Sposa in tutti i vostri bisogni! Allora, chi più di voi fortunati, godreste le più tenere finezze del Patrocinio e Protezion di Maria; la quale, non solo, a contemplazion del suo Sposo, vi feliciterebbe in questa vita; ma insiem col suo Sposo vi farebbe eternamente beati. Amen. (l) Barius in Alim. Pietat. (m) S. Vinc. Ferr., Ser. De Nativ. Domine. 109 SERMONCINO DECIMO Recitato Sabato 15 Aprile 1752 Il Sermoncino sviluppa l’argomento in sette punti ed una introduzione. Si propone di dimostrare la cura della gran Vergine nel difendere i suoi devoti dai continui ed insidiosi assalti del demonio. I Padri della Chiesa riconoscono a Maria SS.ma tutto il potere concessole da Dio contro il demonio. Esso è stato sperimentatato da tanti devoti e dunque possiamo confidare anche noi di sperimentarlo. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 71-74; poi riprende a p. 91-94. Argomento La gran Regina del Cielo ha un mirabile potere nel difendere i suoi Divoti da tutti gli assalti del Nemico Infernale La spaventevole ed irreparabile caduta del superbo ed orgoglioso Lucifero e dei suoi protervi seguaci (a), fu senza fallo, Uditori, non meno a lui di un indicibile precipizio, che a noi ed al Mondo tutto di una ben grande e lacrimevole rovina. Perciocchè vedendosi egli con i suoi fautori discacciato dal Cielo, mutato in orribil demonio e condannato ad eterni supplizi, pigliarsela non potendo direttamente contra il suo tremendo ed onnipotente Giudice supremo, pensò di sfogar la sua rabbia contra di noi miseri mortali e verso noi volger tutti i suoi più furibondi ed inesplicabili sdegni. Che perciò, prevedendo ben tutto questo l’evangelista Giovanni, compassionando tali nostre sventure, guai alla misera Terra, al Mare, all’Universo tutto, ad esclamare si pose, perchè su di voi discende, precipitato dall’empireo, Lucifero spumante di rabbia, Vae Terrae, et Mari, quia descendit Diabolus ad vos, habens iram magnam (b)12. Di fatto, quali mai effetti del suo furor noi non isperimentiamo tutt’ora? Tentazioni di mille sorti, insidie ed inganni di mille specie, dispetti e danneggiamenti di mille guise son le occupazioni sue continue, sempre intente (a) Apoc. 12, 9. (b) Apoc. 12, 12. 12 Guai alla terra e al mare perché discende a voi il diavolo con una grande ira. 110 alle nostre rovine. Ora ci combatte apertamente ed or alla nascosta: or con pessime suggestioni ed or sotto apparenza di bene: senza che mai si riposi e giorno e notte; o che condoni a fatiche, o si sgomenti per perdite. Non la perdona nè alle Anime nostre, nè ai nostri Corpi, nè ad Averi, nè a case: non la risparmia nè ai Giovani, nè ai Vecchi, nè ai Peccatori, nè ai Giusti: anzi contro di questi alza le batterie più potenti, muove battaglie le più vigorose: insomma come ben disse il poc’anzi Santo memorato Giovanni, seducit Universum orbem (c)13; e sempre infierito, come un affamato rabbioso Leone, va girando ogni strada, ogni luogo, per minimo che sia, per fare luttuosissima strage di ogni Anima, di ogni Persona, di ogni Mortale: conforme il Principe degli Apostoli San Pietro ce ne diede l’avviso, tamquam Leo rugens circuit, quaerens quem devoret (d)14. Miseri dunque, infelicissimi noi, Ascoltanti miei cari, destinati a vegliar continuamente sulle trame di un Traditor così scaltro e maligno; a combatter di frequente con un Nemico sì infierito e possente! Come faremo mai per non imbatter nei suoi Lacci, per non dar nelle sue reti, per rigettar i suoi colpi, per resister alle sue battaglie? Egli è vero, che la Scrittura ci ammonisce a star sempre perciò vigilanti (e) e a non fidarci delle sue lusinghe, a non badare alle sue minacce, a non atterrirci dei suoi assalti ed a fortificarci con la bontà dei costumi e con le orazioni contro dei suoi combattimenti (f). Ma con tutto questo, o quanto pur siamo costretti a star del continuo con palpitazioni di cuore! Lodi però siano all’Altissimo Iddio, che provveder ci ha voluti di uno Scudo così forte, di un Riparo così inespugnabile, voglio dir della sua SS.ma Madre e Nostra Immacolata Signora, Maria SS.ma. Udite di grazia, se che mirabil potere Ella abbia in difendere i suoi Divoti da tutti gli assalti del Nemico Infernale. Incomincio. 1. Che la nostra eccelsa Signora di un dominio e Poter così alto, singolare, maraviglioso, arricchita fosse da Dio; talchè sin dal primo felicissimo Istante dell’Immacolata di lei Concezione ottenesse la Monarchia (c) Apoc. 12, 9. 13 Seduce tutto il mondo. (d) 1 Pet. 5, 8. 14 Come un leone ruggente circuisce cercando chi divorare. (e) S. Bern. Sen., Tomo 4, co. 61, ar. 1, cap. 7. (f) Greg. de Valent., Tomo 4, p. 3, d. 3, q. 1, pun. 2. 111 dell’Universo ed una plenipotenza meritasse all’intutto mirabile sovra del Cielo, su della Terra e dell’Inferno; egli è, Uditori, una verità così certa, che non solo dai Santi ci si addita ed in specie da San Bernardino da Siena (g), ove dice In primo instanti suae Conceptionis Monarchiam promeruit Maria totius, et obtinuit Universi15; ma eziandio dalla stessa ragione ci si dimostra. Perciocchè, siccome l’altissimo Dio, avendo sin da secoli sempiterni prescelta la Gran Vergine per sua Madre e per Arbitra e Padrona di tutto, la considerò ancora ed la onorò per tale in ogni istante nella pienezza dei tempi; così fu duopo secondo le adorabili e giustissime Leggi della Provvidenza Divina, che al sublime, singolare e degnissimo posto e pregio di sì gran Signora tutte le altre nobili sue Prerogative corrispondessero e specialmente il Potere, di cui sì riccamente fu adorna. Quindi supera di gran lunga la sua Potenza quanta mai ne posseggon gli Spiriti tutti dell’Abisso, gli uomini e potentati tutti della Terra, gli Angeli e Santi tutti del Cielo. E qualora al suo Potere o l’imperfezione ed indecenza, oppur la contraddizione non si opponga, non ha esso limite. Che lo termini, non misura che lo circoscriva, non intelligenza creata che lo comprenda: perchè è un Poter di Madre dell’Onnipotente; come riflette San Bernardo, non deest Mariae potestas, quia Mater est Onnipotentis16; a cui solo, allo scriver del Suarez, è riserbato il comprenderlo: giacchè Dio solo supera il poter della sua Madre; e come una partecipazione dell’Onnipotenza sua divina lo riconosce: potentia Virginis, così Gregorio di Valenza, potentia Dei (h)17. Onde io non sono punto a farmi maraviglia, Uditori, se il Dottor Serafico a chiamar Nostra Signora si pose col titolo di Onnipotente, Domina nostra onnipotens post Dominum (i)18: e se la Chiesa santa, come ammaestrata all’intutto e guidata sempre dallo Spirito Santo, per antonomasia con ragione la chiama Vergine potente, Virgo potens. (g) S. Bern. Sen., Tomo 4, co. 61, ar. 1, cap. 7. 15 Nel primo istante della sua Concezione Maria meritò e ottenne la monarchia di tutto l’universo. 16 Non manca la potestà di Maria perché è Madre dell’Onnipotente. (h) Greg. de Valent., Tomo 4, p. 3, d. 3, q. 1, pun. 2. 17 Potenza di Maria, potenza di Dio. (i) San Bonav. in Psalm. 18 La nostra Signora onnipotente dopo il Signore. 112 2. E quanto sia essa potente, ben lo sa il Principe delle Tenebre a suo marcio dispetto, ben lo sa tutto l’Inferno. Rammentasi ben egli Lucifero e spumante di sdegno freme tutt’ora ed arrabbia delle sue totali sconfitte che la nostra possente Signora gli diede sin dal primo Immacolato momento di sua Concezione: avendo egli allora sperimentato il formidabile peso di quella divina minaccia, Ipsa conteret caput tuum (k)19. Se ne rammenta sì, sì, lo ripeto; e tutto giorno i deplorabili effetti ne prova. Perciocché se la vede il demonio a scorno e danno suo, sempre armata per combatterlo e trionfare di lui, a guisa di un terribil vittorioso esercito di una ben’ordinata Soldatesca e valorosa, Terribilis, ut Castrorum acies ordinata (l)20; ed è pur forzato il Superbo a confessare che la potente Regina del Cielo manda in aria tutte le mine e gli stratagemmi di lui; essa rovina tutte le sue macchine ed artifizi; essa taglia tutte le sue trame ed orditure maligne; essa atterra tutte le sue tentazioni e gli sforzi; gli toglie le più care e veterane conquiste; gli annulla ogni qualunque padronanza e dominio e a viva forza lo caccia; come egregiamente disse il sapientissimo Idiota (cioè il Beato Raimondo Gìordano che sul principio del secolo X visse), Maria jugum diaboli extrudit (m)21. Insomma, che essa è la rovina, il terror di tutto l’Inferno, come scrisse San Bonaventura, Virgo Beata terror demonum22; e che al solo Nome sacrosanto di Maria va sottosopra in tremor tutto l’Abisso, urlano di spavento i demoni e si caccian precipitosi entro le più profonde sotterranee caverne della loro penosissima Carcere. 3. Sì, sì, tutto ciò, a gloria maggiore del mirabile ed altissimo Poter della Vergine, è purtroppo forzato il demonio a confessarlo. Che se voi ne bramaste, Uditori, di qualche fatto il contesto, vel dia qui sulle prime quel vago gentil Giovanetto del Messico, che avendo valorosamente rigettati gli assalti di una donna impudica e venendo poi fieramente tormentato dal (k) Gen. 3. 19 Ella schiaccerà il tuo capo. (l) Cant. 3, 6. 20 Terribile come esercito schierato. (m) Idiot. ap. lib.3, Bibl. SS. PP. 21 Maria allontana il giogo del diavolo. 22 La beata Vergine, terrore dei demoni. 113 Traditore Infernale con le laide e vive rappresentanze della sua Assalitrice; appena fatto ricorso al gran poter della Vergine, che tosto cedette confuso il demonio; ed al divoto Giovine una specie così orrida fu infusa di quella rea donna, che a guisa di una furia d’Inferno ad occhi aperti la ravvisò e continuamente la abborrì (n). Un altro contesto vel porga quella famosa e tanto rinomata Penitente Aleide della città di Bona in Alemagna. Questa, come voi ben saprete, fattasi Religiosa, era divenuta il bersaglio, direm così, di Lucifero: tanto la travagliava giorno e notte e con fiere tentazioni e con visioni spaventose e con orribili minacce. Molti sacri rimedi le furono consigliati, ma le eran di giovamento per allora soltanto e poi si trovava sempre ai soliti cimenti. Una Religiosa vi fu che consigliolla un giorno, che qualora tornato fosse il Maligno a molestarla, dicesse essa tosto ad alta voce Ave Maria. Tanto eseguì Aleide: e tanto vi volle, affinchè il demonio tutto tremante si ritirasse, dando mille maledizioni a chi così consigliata l’aveva (o). 4. 5. Chi fu mai, Uditori, che dalle zanne del Principe delle tenebre preservò quell’altra divotissima donna, memorata dal De Voragine (p), cui essendo sortita la disgrazia di imbattersi in un Marito sì empio; aveva questi patteggiato col demonio di portargliela in un certo sito e consegnargliela in dono? La nostra eccelsa Signora fu quella che col suo Potere ed in Persona a dar pronto soccorso alla sua divota si mosse: perciocché pigliando la forma ed il sembiante di colei, si fece portar innanzi a Lucifero nel destinato sito; e colà giunta, fulminando quel Mostro di Abisso subbissare lo fece; e riprendendo severamente quel Maluomo a penitenza lo ridusse. Tanto egli è grande il potere della Vergine in difendere i suoi divoti da tutti gli assalti del Nemico Infernale. Ne bramate altri contesti? Su, su, parli il Beato Angelino Carmelitano e vi ridica, se con qual mezzo egli si difendesse da Satana, allorché in sembianza di fier Leone gli apparve, in atto di volerlo sbranare? Ed udirete, che col solo stender la Corona di Nostra Signora che egli fece verso (n) Auriem., Tomo 1, Af. cap. 16, prop. fin. (o) Cesarius in Spec. exempl.2. (p) Non è indicato nulla. 114 l’orrida bestia, tra mille ruggiti in precipitosa fuga lo pose (q). Parli il divoto Vincenzo Andria Francescano e vi conti se con qual’arte egli si difese dal demonio, qualor, permettendolo Dio, lo tirò fuori del letto, lo trascinò pel dormitorio e lo caricò di percosse? E sentirete ridirvi esser’egli scampato con l’invocazion di Maria; la quale, accorrendo, fece provare gli effetti del suo gran Potere e al suo divoto col liberarlo e al suo Nemico col farlo partir tosto vinto, svergognato e confuso (r). Parli ancora il celebre ... Ma che accade cercar altri contesti; se la stessa esperienza, che abbiamo anche noi forse più e più volte goduta del potente Patrocinio di Nostra Immacolata Signora, ci fa anche toccar con mani di qual peso sia la sua possanza contro il nostro comune Nemico. 6. Rimane solo adunque, Uditori, che noi, giacché ai continui assalti di Nemico sì implacabile, sì astuto, sì fiero siamo esposti tutt’ora, gettiamo con tutto il cuore nella potentissima Vergine tutte le nostre speranze, facciamo Lei condottiera e regolatrice delle nostre battaglie; a Lei ricorriamo sovente con viva fiducia: e a guisa di suoi buoni e fedelissimi soldati, cresciamo sempre più nel suo tenero amore, nel suo puntuale servizio; e così ci manteniamo costantemente sino alla morte. 7. O allora sì, o mia potente Immacolata Signora, si scateni pur contra noi tutto l’Inferno, ci combatta pure, ci assalti a suo talento: qualor voi combatterete per noi, qualor il vostro eccelso potere teniate a favor nostro impiegato, qualor come vostri fedeli servi e cari figli ci sosteniate; tante al certo saranno a gloria vostra le vittorie, quante saran le battaglie. Ah per pietà, adunque, per la vostra Immacolata Concezione, non ci abbandonate mai, mia Gran Signora; tenete sempre impiegato il vostro Braccio potente in nostro aiuto e difesa; e fate, che a confusione eterna del vostro e comune nostro Nemico, possiamo anche noi esclamar tutti giulivi, come fecero tanti vostri divoti, che ora han la bella sorte di godervi in Cielo, Si Maria pro nobis, quis contra nos? Ipsa nos adiuvante, salvi erimus23. Amen. (q) Sandeus. Hist. lib. 8. (r) Auriem. Tomo 2, Affect. cap. 8. 23 Se Maria è a nostro favore chi contra di noi? Se Ella ci aiuta, noi saremo salvi. 115 SERMONCINO UNDECIMO Argomento Recitato Sabato 22 Aprile 1752, nella Chiesa Prepositurale di San Giacomo Apostolo Il concorrere e portarsi nelle Chiese a venerar le sacre Immagini di Maria è un bel mezzo per essere da Lei protetti Don Marcucci recita questo Sermoncino nella vicina chiesa di San Giacomo24 “in occasione che ivi, secondo il solito giro, si trovava collocata ed esposta alla pubblica adorazione la miracolosa immagine di Maria SS.ma, detta la Madonna del Clero”25. Ad ascoltarlo ci saranno state le religiose dell’Immacolata e i fedeli, soliti alla devozione dei sabati mariani che si svolgeva nella vicina chiesa dell’Immacolata. Nell’introduzione l’Autore prepara i fedeli all’esposizione dell’argomento. Trae spunto dall’Apostolo San Giacomo a cui è dedicata la Chiesa; secondo la tradizione storica, il santo predicò il Vangelo per cinque anni in Spagna. Un giorno, mentre si trovava a Saragozza, le apparve la Vergine Santa e gli chiese di farle costruire una Chiesa dove sarebbe accorsa tanta gente a venerarla ed Ella avrebbe preso sotto la sua speciale protezione quella parte della Nazione. Don Marcucci si propone di dimostrare che il concorrere e portarsi a venerare nelle Chiese le sacre immagini di Maria è un bel mezzo per essere da Lei protetti. Ricorda la lotta che durante alcuni secoli è stata fatta contro le immagini sacre, ma, “nonostante tante menzogne e bestemmie, il venerare le sacre immagini è cosa degna di lode, necessaria, santa e di indicibile giovamento a chiunque devotamente la pratica”. Conclude con una preghiera alla Vergine Santa per chiederle, con accenti di vero innamorato, di concedere ai presenti i favori promessi alla Spagna per mezzo di San Giacomo ed invita gli ascoltatori a ripetere con lui: “O mia Immacolata Signora, prendi sotto la tua tutela e protezione questa città e tutti i suoi abitanti”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 113-120. 24 La costruzione della chiesa parrocchiale di san Giacomo apostolo risale al 1100. Nella sua prima costruzione ebbe la facciata anteriore ad occidente della Piazza, di fronte all’ingresso del monastero delle Pie Operaie dell’Immacolata Concezione (Cf. CIANNAVEI GIUSEPPE IGNAZIO, Compendio di Memorie Istoriche, 1797, ristampa con note e indici di Giannino Gagliardi, Ascoli Piceno 1995, pp. 64-78). 25 Cf. ASC 23, 113. 116 Non vi sembri strano, Uditori miei Riveriti, se da un piccolo sacro Tempio alla Nostra Immacolata Signora dedicato, ad un altro più sontuoso e magnifico, ove di presente la sua sacrosanta miracolosa Immagine alla pubblica venerazione, in ricco Altare collocata, ed esposta si adora, io, seguitando la solita divozione del Sabato, faccio in questa sera passaggio. Quella stessa ragione, per cui voi mossi vi siete ad intervenirvi, quella stessa, ripeto, a così risolver mi ha mosso. La tenera divozion della Vergine e la premura della sua maggior gloria, vi ha qui al certo portati. Lo stesso dite di me; che (benché nella divozione effettiva son senza fallo da voi superato, non così però crederei, almen nel buon cuore e nell’affetto) conoscendo da questo Luogo potersi ampliar maggiormente il Culto e le Glorie di Nostra Signora stante il numero maggiore che avrei goduto di pii e divoti Uditori, a sceglier questo sacro Tempio perciò risoluto mi sono. Sebbene, cosa mai potrò dirvi stasera, che alla maggior Gloria della Vergine ridondi e al merito vostro ed alla vostra pietà adattato riesca? Su; lo stesso Apostolo San Giacomo il maggiore ci suggerisca intorno a ciò qualche ottimo insegnamento, giacché entro le Sacre Mura a lui consacrate noi or ci troviamo. Ed appunto egli, che fu tra gli Apostoli così ossequioso verso la Gran Madre del suo Divino Maestro, con un fatto a lui accaduto, ce ne porge già pronto un bel documento. Voi ben saprete, Uditori, come il Santo Apostolo per attestato, dirò così, comune degli Storici e della stessa Chiesa nelle sue lezioni, si portò a predicar nella Spagna (ove si trattenne cinque anni). Fermatosi nella Città di Saragozza in Facciata della Chiesa di San Giacomo apostoAragona, vicino al tanto celebre lo di Ascoli Piceno, sec. XIII. 117 fiume Ebro, gli apparve sopra una Colonna di Giaspido, che ivi era, Maria SS.ma; e gli ordinò che ivi in onore di Lei fabbricasse una Chiesa (la quale fu la prima nella Spagna, che sino ad oggi si conserva sotto il titolo di Nuestra Señora del Pivar); e gli aggiunse la Vergine, che ivi sarebbe concorsa molta Gente a venerarla e che perciò ella sin da allora prendeva quella parte della Spagna sotto la sua Protezione e Tutela; et ego usque modo hanc Hispaniae partem sub mea tutela suscipio ac protetione (a)26. Questo è il fatto, avvenuto a San Giacomo Apostolo. Eccone l’epifonema, il documento. Il concorrere e portarsi a venerare nelle Chiese le sacre Immagini di Maria, è un bel mezzo per esser da Lei protetti. Bramate rimanerne più certiorati? Favoritemi di attenzione. Sarò a soddisfarvi. 1. Tuttochè con cento e mille diabolici raggiri e con esecrande bestemmie si aiutassero quasi sul principio del Secolo ottavo a discreditare e togliere affatto il culto dovuto alle Sacre Immagini, gli orientali eretici Iconomaci o Iconoclasti, come vogliam chiamarli; allorché nel settecentoventitre diede loro l’origine l’iniquissimo Giudeo Tiberiadiano, nominato Savantapeco; e prestò loro tutto il braccio, con tanta strage delle Sacre Immagini e de’ pii Cattolici, prima il Re dei Saraceni Gezido e poco dopo il Mostro dell’empietà Leone Isaurico Imperador dell’Oriente e l’infame Costantino Copronimo suo successore e figlio; insieme col perverso Anastasio Vescovo di Frigia, ed altri 338 Vescovi Greci, tutti empi iconoclasti (b): e per quanto mai si armassero con inaudite crudeltà a danno delle Immagini Sacre nel nono Secolo gli altri non meno iniqui Imperadori orientali Leone Armeno, Michele Balbo e Teofilo; come pur nel Secolo decimoquarto l’Eresiarca Giovanni Uriclefo Inglese; e nel Secolo decimo quinto il diabolico Lutero, Calvino, Dalleo suo Discepolo, coloro iniqui Settatori (c): nulla di meno ad onta e confusione di tutte le loro barbarie, menzogne e bestemmie, fu e sarà sempre mai vero in eterno, che il prestar gli ossequi, la venerazione e il culto alle Sacre Immagini, è una cosa di mille lodi ben degna, necessaria, santa e di indicibil giovamento a chiunque divotamente la pratica. (a) Villegas in Festo S. Jacob., die 25 Julii; et alii. 26 Ed io sin d’ora prendo questa parte della Spagna sotto la mia tutela e protezione. (b) Baron. in Ann., et Graveson, Tomo 3, Hist. Eccl. Nov. Test. Saec. 7, colloq. 3, fol. mihi 49-50 ss. (c) Graveson, loc. cit. 118 2. Questa gran verità ci additarono le Divine Scritture e nell’Esodo (d) con que’ due Cherubini d’oro, collocati per ordine del medesimo Dio sopra il Propiziatorio; ed in altri luoghi (e). Ce la decretarono tanti Sommi Pontefici ed in particolare Gregorio II e Gregorio III che con tutto zelo si opposero all’Isaurico e al Copronimo. Ce la decisero tanti Sacrosanti Concili, il Romano sotto il mentovato Gregorio III; il Niceno Secondo, ove nel settecentottantuno ebbero la totale sconfitta gli Iconomaci od Iconoclasti; e tralasciando altri Concili a tale effetto convocati nel Secolo ottavo in Roma, ed in Francia, il Costanziense, in cui fu condannato Uriclefo e il Tridentino (f). Ce la insegnarono tanti Santi Padri, tra i quali basti far menzione di San Germano Patriarca di Costantinopoli; San Giovanni Damasceno e Santo Stefano il Giovine, martire e Vescovo di Antiochia, che furono i tre forti antemurali del culto e del giovamento delle Sacre Immagini contra i due primi Imperatori iconoclasti (g). Ce la contestarono tanti stupendi Miracoli ed in specie quello dell’essersi dalla Regina del Cielo restituita la Mano al suo Difensor San Giovanni Damasceno nel giorno dopo che gli era stata recisa (h); quello di aver con una Sacra Immagine di Maria restituita Santo Stefano il Giovane la perfetta salute ad un soldato che perduta avea mezza vita, sugli occhi dell’empio Imperador Copronimo (i); quello per finirla, di aver confessato forzatamente lo stesso perverso Imperadore, che pel male del fuoco, con cui fu punito dal Cielo, esso per sentenza della Vergine era ancor vivo condannato al fuoco eterno (k). Ce la contesta ancora per finirla la ragion naturale, che accordando l’onor dei ritratti ad Uomini illustri, ci dimostra che qualor quei venissero spregiati, tutto il dileggio a questi ridonderebbe: così appunto, col porsi il poc’anzi detto Santo Stefano una Moneta dell’Imperador Copronimo sotto i piedi, con la stessa naturalezza lo convinse, benché non con altro frutto che col riportarne il glorioso martirio (l). (d) Exod. 25. (e) 3 Reg. 6. (f) Trid. sess. 25; Graveson, loc. cit. (g) Graveson, loc. cit. (h) Graveson, loc. cit. (i) Baron in Annal. (k) Baron in Annal. (l) Baron in Annal. 119 3. 4. Quindi da tanti monumenti e dall’antico, universale, lodevolissimo uso (m) di nostra Santa Madre Chiesa Cattolica di prestare il culto alle Sacre figure ed Immagini, noi veniam ad essere più che certi, Uditori riveriti, su di quanto a noi sia necessario e vantaggioso riesca il venerarle e quelle particolarmente della Nostra eccelsa Signora, Maria SS.ma. Si aggiunga, che siccome la venerazione e l’onore che noi diamo alle sacre figure, nol prestiamo già a quel pezzo di tela, o carta, o legno, o pietra, né ivi il nostro culto si ferma (n), quasi che ivi qualche intrinseca virtù o divinità risiedesse (come scioccamente a creder si davano i ciechi Gentili ed empiamente gli eretici a rimpoverarci si aiutano); ma il nostro culto e venerazione al prototipo passa, voglio dir lodiamo a quel Mistero, o Santo in quella Figura ed Immagine rappresentato; conforme egregiamente dice il Pontefice San Gregorio (o), Imagines non adorantur, sed quod per imagines repraesentatur27: venerando perciò noi le Sacre Immagini di Maria, veniamo a prestare a Lei medesima gli omaggi, le servitù e divozione nostra. Onde allora rinnoviamo la nostra fede intorno a Lei, credendola nostra Regina e fatta da Dio di mille onori ben degna, aumentiamo la nostra Speranza, rammentandoci essere essa nostro Rifugio; esercitiamo il nostro Amore, considerandola degna di tutta la nostra stima ed affetto. Che però non può essere a meno, che ella, vedendo ben dal Cielo e ricevendo nelle sue Immagini, come in Persona, tali nostri ossequi; non può essere a meno, ripeto, che il suo Cuore tutto grazioso e benigno non si muova a ricompensarci con la sua Protezione amorosa e col prenderci sotto la sua potente Tutela. Or benché ciascuno riprometter si possa di tanto, nel venerare in qualunque Luogo le Sacre Figure ed Immagini di nostra Signora; un più valido mezzo però è quello di concorrere e portarsi nelle Chiese a venerarle. La ragione si è, che essendo le Chiese Luoghi destinati al Sacro (m) Graveson, Tomo 1, Hist. Eccl. Nov. Test. Saec. 4, coll. 3, pag. 125-126. (n) Trid., sess. 25. De Invoc. SS.ma. (o) San Greg. in Registr. 27 Non si adorano le immagini ma ciò che tramite le immagini è rappresentato. 120 Culto e Santuari di favori e di grazie; come le Divine Scritture ci insegnano (p); quivi però più gradisce la Vergine gli omaggi e da più larga mano i favori dispensa: tanto più che nelle Chiese più rimane esaltata la sua Gloria, più vi risplende l’onor suo, più vien mossa la sua Misericordia dal divoto concorso di tanti, dalle ferventi preghiere di molti. Quindi da cento e mille fatti dell’ecclesiastiche storie noi risappiamo, che qualora la Regina del Cielo si sia voluta glorificar maggiormente in qualche sua immagine, questa tosto o è stata collocata alla pubblica venerazione nelle Chiese, o la Vergine stessa ha ordinato che nuovo sacro Tempio vi si erigesse in suo onore. Segni tutti manifesti, che il più bel mezzo per goder le sue Grazie, la sua Protezione, alle Chiese convien portarsi e concorrere a venerar le sue Immagini. 5. Servano alcuni succinti esempi per contesto e per chiusa. Il Sommo Pontefice San Gregorio VII, essendo ancor Cardinale, si portava spesso a visitar nella sontuosa Basilica di San Pietro una divota Immagine della Gran Madre di Dio. Avvenne che da suoi Malevoli fu calunniato gravemente presso del Papa. Buon per lui, che mentre ardeva la calunnia alla solita Visita si ritrovava: perciocché, in ricompensa, la Vergine medesima da quella Sacra Immagine gliene diede prima l’indizio col pianto; e poi con la giovialità del sembiante lo assicurò della difesa che avea presa di lui e dell’Innocenza scoperta (q). Qual fu mai il mezzo, con cui il piissimo Cardinal Antonio di Santa Croce ottenne nel 1531 sopra di sé e della città di Bologna, in cui era Legato, oppressa da fiera pestilenza, la protezion della Vergine e con essa dal contagio lo scampo? Se non col portarsi scalzo insieme col Popolo a visitare e prestar gli omaggi e le suppliche all’Immagine di Nostra Signora del Rosario (r). Non accade però il riportar qui altri fatti, mentre noi medesimi e la nostra città tutta, ne facciam aperta testimonianza, che qualor sperimentar vogliamo della Vergine i singolari favori, basta che nelle Chiese, ove la sua Sacra Immagine giace esposta, a riverirla e supplicarla corriamo. (p) Psal. 20; Isaia 11, 10; Psal. 1, 8. (q) Auriem. part. I, cap. II. (r) Auriem. loc. cit. 121 Aggiungo solo cosa di gran maraviglia, che la Regina del Cielo in attestato maggiore del mio Assunto, ha fatti godere i frutti della sua Beneficenza agli stessi Nemici suoi, qualor ravveduti a venerarla ne’ Sacri Tempi se ne corsero. Così un eretico Calvinista, trovandosi un dì nella Chiesa di Nostra Signora in Dola e burlandosi dei nostri Riti; punito con fiera paralisi, ed in sè rientrato: si gettò innanzi ad una divota Immagine di Maria, qui vi chiese soccorso, pianse le sue colpe, ne ottenne la salute del corpo e nel tempo stesso dell’Anima con l’abiura del Calvinismo (s) e col farsi Cattolico. 6. 7. Giudicate ora voi, Uditori miei cari, quante e quali finezze voi potete aspettarvi dalla clementissima Vergine, voi, dissi, che sì premurosi vi mostrate in venirla a riverire in questa Chiesa e nelle altre, nella sua Immagine sì miracolosa e divota. Seguitate pur di buon animo e con perseveranza sì lodevole uso. Sperate ogni soccorso, chiedete ogni Grazia e particolarmente per il sodo bene dell’Anima; e vedrete poi in pratica quanto sia vero, quel che io vi dicea, cioè che il concorrere e portarsi a venerare nelle Chiese le Sacre Immagini di Maria, è un bel mezzo per esser da Lei protetti. Tanto speriamo da voi, Vergine Sacrosanta: e siccome per gli ossequi, che dovevano a voi prestarsi nella Spagna, prometteste a quella fortunata Monarchia, per mezzo dell’Apostolo San Giacomo, la vostra singolare Protezione e Tutela, con quelle dolci parole, da me sul principio rammentate, Hanc Hispaniae partem sub mea Tutela suscipio et protectione: così per gli ossequi, che a voi abbiam noi prestato e a costo ancora della Vita e in pubblico ed in privato a tributarvi per sempre siam pronti, degnatevi per intercessione dello stesso Apostolo di pigliar anche noi e questa nostra Città tutta sotto l’alta vostra Tutela e Patrocinio. Ripetete anche per noi, o mia Immacolata Signora, Hanc Civitatem, et omnes Habitantes in ea sub mea Tutela suscipio, et Protectione28. Amen. (s) Auriem. loc. cit. 28 Prendo sotta la mia tutela e protezione questa città e tutti i suoi abitanti. 122 SERMONCINO DUODECIMO Recitato Sabato 29 Aprile 1752 Il Sermoncino si sviluppa in nove punti. Don Marcucci constata che molti confidano nella misericordia di Dio ma continuano ad offenderlo, così si attirano i suoi castighi. Il rimedio è il pentimento dei peccati e il fare penitenza, ma occorre anche l’intercessione di Maria SS.ma, così come per mitigare lo sdegno di qualche personaggio occorre un intercessore appropriato che possieda almeno tre qualità: cioè le belle maniere, la grazia e il merito. Spiega in che modo e perché Maria SS.ma possiede queste tre qualità e conclude con una preghiera fiduciosa verso nostra Immacolata Signora per ottenere da Dio per sé e per gli ascoltatori il totale perdono delle sue colpe, la vera conversione, la santità della vita e la felicità della morte. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 75-82 Argomento L’intercessione di Maria SS.ma è molto efficace per placar l’Ira Divina Non so, Uditori, se dar si possa perniziosa stupidezza maggiore di quella, di cui si trovan ripieni certi miserabili ciechi Peccatori, che vivono tutti riposati e sicuri della loro eterna salvezza, quasi che avessero essi quel ricco capitale della Grazia Divina e delle buone operazioni, di cui provvedute ben sono le Anime giuste e timorate. Quello che io so è che il sapientissimo tra tutti i Mortali, voglio dir Salomone, a chiamar giunse una tale sicurezza dei Peccatori per una delle più solenni e perniziose follie e stoltezze che fossero sopra la Terra: Sunt Impii, qui ita securi sunt, quasi Justorum facta habeant, uditelo come si esprime, sed et hoc vanissimum judico (a)29. Dicono essi e tutto il giorno per la bocca lo hanno, che la Misericordia di Dio è grande, senza misura, senza fine; ed in conseguenza, eziandio che seguitino ad offenderla, ad oltraggiarla, avrà compassione di loro, rimetterà loro tutta la moltitudine delle colpe. Questa è la solenne pazzia appunto, di cui li rimprovera Salomone: et ne dicas, facendo a (a) Eccl. 8, 14. 29 Ci sono degli empi che sono talmente sicuri come se compissero le opere dei giusti, ma anche questo io reputo molto stolto. 123 ciascun di loro sentire, et ne dicas, Miseratio Domini magna est: multitudinis peccatorum meorum miserebitur (b)30. Eccone la ragione. Quello stesso Dio che è sommamente Misericordioso è ancora sommamente Giusto: infinita è la sua Misericordia, ed infinita pur è la sua tremenda Giustizia: e sì l’una, come l’altra di un subito, in un istante, può venire all’esecuzion dei suoi atti: ma verso dei Peccatori attuali però tien sempre pronti i suoi fulmini la Divina Giustizia; e tutti i suoi più terribili furori e tremendi castighi pendono ogni momento sopra degli empi. Misericordia enim, et Ira cito proximant a Domino, a dir segue il Savio, o per meglio esprimermi, lo stesso Dio per bocca del Savio; et in Peccatores respicit Ira illius (c)31. Quindi, se noi siam Peccatori, cari miei Ascoltanti, chi vi ha ora tra voi che non vegga di qual’alto e santo timore imbever ci dobbiamo della Giustizia Divina, irritata sì lungamente e gravemente da noi e contra noi sì giustamente adirata? Ah, di grazia, detestando perciò ogni vana e presuntuosa sicurezza, diamoci giù piuttosto con tutta l’attenzione e premura a placar l’Ira divina, a rattener la Divina Giustizia, affin non ci fulmini, non ci disperda, non ci danni, come meriteremmo purtroppo. Il sincero pentimento delle nostre reitadi commesse, la vera mutazione di costumi, la vita penitente, è l’unico mezzo per placare lo Sdegno Divino, voi lo sapete. La Chiesa ce ne dà infallibile l’attestato, ove dice a Dio, Deus, qui culpa offenderis, paenitentia placaris (d)32. Sebbene, credete voi, che con tutto questo noi soli come da noi, potremo placar perfettamente l’Ira di Dio? No, dice Davide, Homo non dabit Deo placationem suam (e)33. Dobbiam noi pentirci sì della nostra mala vita, pianger le nostre colpe e farne penitenza qua in Terra; ma teniam anche bisogno nel tempo stesso di chi efficacemente per noi perori ed interceda nel Cielo. Chi mai però può con efficacia farci un tal’ufizio? Eccola, (b) Ecclesiastic. 5, 6. 30 E non dire la misericordia del Signore è grande: avrà compassione della moltitudine dei miei peccati. (c) Ecclesiastic. 5, 7. 31 La misericordia infatti e l’ira si susseguono subito da parte del Signore e la sua ira si riversa sui peccatori. (d) In Orat. post Psal. Paenitential. 32 O Dio che vieni offeso dalla colpa, sei placato dal pentimento. (e) Psal. 48, 8. 33 L’uomo non placherà Dio. 124 l’Immacolata nostra Signora, Maria SS.ma. Su dunque, uniamo col nostro pentimento una tenerissima divozione verso di Lei; gettiamoci all’intutto nelle sue misericordiose Braccia; lasciamo fare a Lei; perciocché la sua Intercessione è molto efficace a placar l’Ira Divina. Mi impegno a mostrarvelo, se favorirete di ascoltarmi. Incominciamo. 1. Il placare un Personaggio, un Giudice sdegnato, non altro importa che mitigare il suo sdegno, il raddolcirlo, il chetarlo e farlo divenir tutto pacifico ed amorevole. Or tuttoché per ottener tanto la stessa ragion naturale ci insegna esservi duopo una qualche mezzanità ed Intercessione; l’esperienza medesima però ci dimostra non esser valevole a tanto ogni qualunque Intercessore; ma solamente quei, che almeno tre qualità possegga, cioè la bella maniera, la grazia presso il Giudice ed il merito. 2. Ciò accordato, o quanto chiaro appare l’efficacia impareggiabile dell’Intercessione di Maria per placar l’Ira del Giudice Supremo contra noi giustamente sdegnato. Perciocché chi più di Lei gode in Cielo delle belle maniere, della grazia, del merito? E per alquanto posarci sulla prima sua dote, le sole voci della Gran Vergine sono così dolci e grate alle Orecchie Divine, che appena udite da Dio, non può farsi a meno che tutto raddolcito e pacificato non resti. Quindi nel libro dei Sacri Cantici espressa ci viene la delizia del Cuore Divino in sentir i soavi accenti della Celeste Regina, talché egli stesso a favellar la invita, a perorare la sprona: Sonet vox tua in auribus meis: vox enim tua dulcis (f)34. 3. Che diremo poi della Grazia che gode Nostra Signora presso il Divin Giudice? Non vi è in tutto il Mondo Anima quanto siasi Santa, né in tutto l’Empireo vi è Spirito, o Beato, che amato sia da Dio quanto la Vergine: anzi se voi, Uditori, da un canto considerate tutte le Anime buone della Terra e gli Angeli tutti e Santi del Cielo; e dall’altro canto poniate l’occhio alla Vergine sola; troverete esser questa sola assai più (f) Cant. 2, 14. 34 Risuoni la tua voce nelle mie orecchie, infatti, la tua voce è dolce. 125 cara all’Altissimo, che tutto il rimanente dei Santi insieme uniti e compresi: come con tutto il fondamento disse il Suarez: Deus plus solam Virginem amat, quam reliquos sanctos omnes35. Vi basti sapere che è tanto diletta a Dio, che in Lei trovò sempre tutto il suo contento, tutte le sue delizie sin da secoli sempiterni; e l’averla sempre innanzi agli occhi suoi Divini fece che Egli con tanto di piacere desse mano alla creazione e perfezione del Mondo; vedendola sempre presente, delineata nell’Aurora, nella Luna, ne’ fiori e in tante altre Figure; e considerandola tutta amabile, tutta dilettevole, tutta graziosa: onde di Lei disse il Savio, Cum eo eram cuncta componens ... delectabar per singulos dies, ludens coram eo omni tempore (g), ludens in orbe Terrarum36. 6. Quindi io non so dar altro che cento e mille ragioni al Serafico San Bonaventura e a San Bernardino da Siena, qualora dissero, il primo, che la Vergine non poteva mai patir ripulsa da Dio, per esser per ogni verso di rimaner esaudita ben degna, Maria tanti apud Deum est meriti, ut non possit repulsam pati, cum sit digna in omnibus exaudiri (i)38: ed il secondo, che le preghiere della gran Regina passano nel Divin Tribunale per tanti imperiosi comandi, Accedit ad Divinum Tribunal non rogans, sed imperans39. Onde Santa Brigida attesta aver’ella udito il Redentore Divino, che favellando alla Madre, così le disse, egli è impossibile che io non esaudisca ogni tua dimanda, Nulla erit petitio tua in me, quae non exaudiatur (k)40. 4. Chi potrà parlar poi del suo altissimo Merito che ha presso Dio? O questo sì, non vi è lingua Angelica, non che Umana, che possa ridirlo. Il solo pensar, che Maria fu dal Monarca de’ Cieli considerata di tanta virtù, che la fece sua Madre e se la soggettò come Suddito, Erat subditus illi (h)37, è il più grande Panegirico che su dell’incomprensibile altezza del Merito suo possa farsi. 7. 5. Alto, Uditori. Se dunque quegli solo è valevole ed efficace Intercessore per placare un Giudice sdegnato, che abbia delle belle e grate maniere, che goda la pregevole di lui grazia ed amore, che sia di gran merito; sapendo già noi e per raziocinio e per fede, essere appunto Nostra Signora quella, che tutte le suddette tre qualità e doti in grado altissimo gode presso il supremo Giudice Divino, come dunque non esser efficacissima la sua Intercessione per placarlo e renderlo tutto dolce, pietoso e benigno? Ah sì sì, basta che essa parli un tantino a favor nostro ed ecco sedato lo sdegno, rattenuti i castighi e cambiata l’Ira Divina in Pietà graziosa, in amorosa Misericordia. Contestiamolo con alcuni fatti, se pur vi aggrada, Uditori. Ed il primo sia quello tanto celebre, avvenuto nel 1624 nelle Indie Orientali ad una Cristiana Indiana e riferito da Lorenzo Grisogono (l). Si trovava questa misera donna con molte confessioni mal fatte, sì per mancamento di dolore, che per difetto di accusa di alcuni gravi peccati. Irato giustamente Iddio, ecco pone mano ai castighi, la priva di sensi, di respiro, di vita. Vien portata la donna al Divin Tribunale; la riguarda con occhi tremendi il Divin Giudice; l’accusa il Demonio; rimane essa confusa, atterrita, convinta. Già si sta per pronunziar contro di lei l’eterna, amara irrevocabil sentenza. In questo mentre, si alza la Regina del Cielo ivi presente: rappresenta al Divin Figlio una Limosina fatta per amor suo da quella donna ad un Povero; lo supplica di placarsi, di farla tornar in vita per tre giorni, affin pianga le colpe, se ne confessi e si salvi. Non appena ciò uditosi dal Supremo Giudice, si placa, si pacifica e quanto gli vien chiesto benignamente accorda a riguardo della Madre, a ravvedimento e salvazion della Rea: la quale tornata in vita narrò il 35 Dio ama di più la sola Vergine di tutti gli altri santi. (g) Prov. 8, 30. 36 Con lui io componevo tutte le cose… ogni giorno mi dilettavo, scherzando dinanzi a lui ogni momento scherzando sulla faccia della terra. (h) Luc. 2, 51. 37 Era sottomesso a Lui. 126 (i) S. Bon., Tomo 3. Ser. 3, De Virg. 38 Maria è presso Dio di così grande merito che non può soffrire un rifiuto essendo Ella degna di essere esaudita in tutto. 39 Si accosta al tribunale divino non pregando ma comandando. (k) Lib. 1, Revel. cap. 50. 40 Non ci sarà alcuna tua petizione a me rivolta che non sia esaudita. (l) Auriem. par. 2, cap. 17, fol. 230. 127 tutto, fece una buona confession generale; ed in capo a tre giorni, assistita dalla sua celeste Avvocata, lo Spirito rese a Dio con placidezza indicibile. O Intercession di Maria quanto sei dunque efficace per placare lo sdegno Divino! 8. 9. Ma uditene fatto più di rimarco, e stupendo, raccontato da Giovanni Erolto (m). Vi fu un Sacerdote di SS.ma vita, che orando un giorno per la conversion dei Peccatori e per la riforma di tutto il Mondo, che compiangeva in vederlo tanto rilasciato; vide in alto supremo Tribunale assiso Gesù Signor nostro, da Giudice severo, in atto di voler fulminare onninamente e subbissar tutto il Mondo. Osserva di fatto, che il Giudice comanda ad un Angelo che suoni una spaventosa sonora Tromba: ed al cui suono, sente il pio Sacerdote venire scossa con orribile tremuoto tutta la Terra. Appena finito, ode comandarsi di nuovo un altro tocco di Tromba: ma la clementissima Regina del Cielo, conoscendo che a questo secondo suono doveva già tutto il Mondo rimaner subbissato, si alza dal suo Trono, si getta ai piedi del Figlio, lo prega per la sua Passione, per l’Amor che le porta, a sospender il fiero castigo, a placare il giusto sdegno, ad aver pietà e misericordia. Tanto disse, tanto perorò, supplicò tanto, che ottenne alla fin quanto volle: ed a suo solo riguardo, a gloria della sua Intercessione efficacissima ebbe il Mondo tutto lo scampo, il tempo, la vita. Ed io, o mia Immacolata Signora, a vostro solo riguardo e a vostra gloria, pure spero il pieno e totale perdono di tutte le mie gravissime ed innumerabili colpe; con le quali ho tanto irritata contro me la Divina Giustizia; spero la vera conversione, la Santità della vita, la felicità della morte: spero ogni Bene per me e per tutti. Intercedete voi per me, parlate a mio favore: io sarò salvo. Lo stesso dite di voi, miei cari Uditori. Confidate molto nell’Intercession di Maria e vedrete poi per esperienza quanto efficace pur sia per placar l’Ira Divina. (m) Prat. fior. par. 1. lib. 3, cap. 8. 128 SERMONCINO DECIMO TERZO Recitato Sabato 13 Maggio 1752 Don Marcucci spiega che nel sabato precedente, 6 maggio, non ha potuto offrire ai fedeli la sua riflessione, per prestare assistenza “ad una religiosa ridotta all’estremo”; si tratta di Suor Maria Agnese Desio (1732-1810) che guarirà per intercessione della stessa Vergine Santa. Vengono, tuttavia cantate le litanie. Il Sermoncino si sviluppa in sette punti. Nell’introduzione Don Marcucci prepara gli ascoltatori all’argomento constatando che tutti gli uomini sperano, ma non tutti lo fanno in modo esatto perché in molti la speranza è ingiusta, in molti temeraria, in molti difettosa e mancante. Essa deve essere invece giusta, umile e soda confidando nella misericordia di Dio e nell’intercessione di Maria SS.ma. La devozione verso di Lei, infatti, rende buona la nostra speranza e soprattutto ce la ravviva ed accresce. L’Autore dimostra l’argomento citando vari esempi di santi e di devoti che sperimentarono il soccorso di Maria per la salute del corpo e dell’anima, infine ripropone la suggestiva visione delle due scale avuta da fra Leone, compagno di san Francesco. Conclude con una preghiera dove ricorda alla SS.ma Vergine di essere stata dichiarata da Dio “scala della misericordia”, attraverso la quale egli vuole che noi ascendiamo al cielo, non potendo percorrere, a motivo delle nostre colpe, la scala della giustizia. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 83-94. Argomento La Divozione verso Maria SS.ma rende buona la nostra Speranza e ce la ravviva ed accresce Essendo la Speranza una Virtù dataci da Dio, per la quale con certa confidenza noi aspettiamo i Beni della nostra Salute e la Vita eterna; ogni cristiano crede di averla, come ne è già tenuto; ogni Uomo spera: eppure non ogni Cristiano spera bene, non ogni Uomo a questa necessaria virtù teologica sodamente e giustamente si appoggia. Lo Spirito Santo in vari luoghi delle Scritture Divine ce lo attesta, ove chiama or con termini di vacua la speranza di molti, Vacua est spes illorum (a)41; ed or d’inutile, Spes impiorum (a) Sap. 3, 11. 41 È vacua la loro speranza. 129 perivit (b)42. La ragione n’è chiarissima, perché in Molti la Speranza è ingiusta, in molti temeraria, in molti difettosa e mancante. È ingiusta in molti, perché tengono per certa di fede la loro fiducia di salvarsi, onde credono indubitatamente di esser predestinati alla Gloria: e questi sono gli eretici. È temeraria in altri, perché presumono di salvarsi, nonostante la moltitudine e gravezza delle loro colpe, senza emendarsene e farne penitenza: e questi sono vari, anzi moltissimi Peccatori. Alla per fine è la speranza in altri difettosa e mancante, perché disperano della Divina Misericordia e diffidano di ottener da Dio il perdono della lor vita malvagia: e tali Peccatori, tuttoché non siano molti, pure non ve ne son tanto pochi, come si crede. Quindi affin la nostra Speranza sia per noi giovevole e buona, potete voi ora dedurlo, Uditori miei riveriti e conchiudere, che essa deve essere giusta, umile e soda. Dissi giusta cioè che la fiducia e confidenza di salvarci non è certa quanto a noi di fede, ma di sola fondata Speranza; voglio intendere, ch’è sempre congiunta col timore della nostra debolezza ed istabilità; benché quando a Dio ella sia certissima. Inoltre, dissi umile, cioè non elevata a temeraria presunzione, ma accompagnata sempre col nostro pentimento delle colpe commesse e con la nostra buona vita. Sotto nome di Speranza soda poi qui a divedere dar volli, che essa non deve mai vacillare, nonostante che i peccati tutti del Mondo fossero stati raccolti in noi; ma deve essere stabile e ferma, confidando pienamente e totalmente nell’Onnipotenza e Misericordia infinita di Dio (che sono le due fortissime basi della nostra Speranza) e nel prezioso Sangue di Gesù Cristo (che è il Lavacro delle Anime nostre), che noi otterremo il pieno perdono, se lo chiediamo davvero e di cuore; e ci salveremo, se ci daremo ad una Vita cristiana, timorata e divota. Or chi dunque, cari miei Uditori, ci porgerà dell’aiuto per acquistare e possedere questa buona Speranza, questa Confidenza giusta, umile e soda? Appunto l’Immacolata Signora nostra Maria SS.ma. A lei dunque ricorriamo, diamoci sempre più ad esser suoi teneri e veri divoti: giacché la divozione verso di Lei rende buona la nostra Speranza; e vieppiù ce la ravviva ed accresce. Non vi sia discaro il soffrirmi per breve tempo; e lo vedrete. (b) Prov. 10, 28. 42 Perì la speranza degli empi. 130 1. Da tre monumenti principalmente, pare a me, possiamo noi ricavare, Uditori, che Maria SS.ma renda buona la nostra Speranza e vieppiù ce la ravvivi ed accresca. Primieramente dalla sua efficacia maravigliosa presso Dio Signor nostro. Secondariamente dalla sua amorosa premura del nostro Bene e della nostra eterna Salvezza. In terzo luogo dalla sua gran Ricchezza. Quanto al primo, siccome i fondamenti e le basi della Speranza nostra sono l’Onnipotenza e la Misericordia di Dio, ditemi, chi più della Vergine può muover la prima ad oprar a pro nostro, ed eccitar la seconda ad usarci pietà? Certo è, che Iddio, se dalle nostre colpe vien bene spesso rattenuto dal ricoprirci di Grazie; dall’efficace intercessione di Maria viene ancor benespesso tirato a compartirci mille favori di sua pietosa Misericordia. Onde, come ben’udì un giorno Santa Brigida, che la gran Vergine chiedendo al suo Divin Figlio Misericordia e soccorso per noi miseri Peccatori, disse pronto Gesù, che a suo riguardo tanto a loro si concedeva; Per Te o Mater, omnes qui petunt Misericordiam ... habebunt (c)43; onde si dassero pure all’emenda della lor vita e ravvivassero pure la loro Speranza. 2. Quanto al secondo, voglio dir, l’amorosa premura che conserva di noi la Celeste Sovrana, chi può spiegarla, se al dir di San Gregorio VII, è una premura superiore a quella di qualunque sollecita tenerissima Madre del Mondo. Quindi non può esprimersi quanto ella si aiuti ad eccitare in noi una buona Speranza, or con ravvivarci la fede delle felicitadi a noi promesse; or con spronarci al pentimento di nostre colpe ed alla buona vita, affin di preservarci da uno sperar presuntuoso; or con farci comprendere l’infinito Potere ed il buon cuore di Dio, affin di non farci mai disperar del perdono: e così con altri mille mezzi ella si adopra, acciocché giusta, umile, soda e viva sia la nostra Speranza: dovendo noi, dopo Dio da Lei riconoscerla, a Lei ascriverla con ogni ragione; come ben disse San Bernardo, Si quid spei, si quid salutis, si quid gratiae in nobis est, a Maria noverimus redundare (d)44. (c) Revel. lib. 1, cap. 50. 43 Per Te o Madre tutti quelli che chiedono misericordia… l’avranno. (d) San Bern. Serm. de Nat. Virg. 44 Se in noi c’è un po’ di speranza, un po’ di salvezza, un po’ di grazia, sappiamo che pro- 131 3. Che dirò poi, Uditori, della sua incomprensibil Ricchezza, con la quale ancor accresce molto tutte le nostre Speranze? Udite un nobil pensiero. Quando la Vergine Nostra Signora fu fatta Madre ineffabile del Divin Verbo e Sposa purissima dello Spirito Santo fu da questi dotata, non solo col farla Regina del Mondo, ma di tutto il Paradiso ancora: ond’essa non solo la Terra, ma il Cielo tutto riconosce in sua dote e in suo pieno dominio. Quindi, quei che o con la Innocenza, o con la Penitenza, divengono suoi figli divoti, possono sicuramente sperare non tanto ogni Soccorso in Terra, ma ancora di giungere al Paradiso, come dote della lor Madre e Sovrana. Se vi piace un tal gentilissimo e ben fondato pensiero, datene elogi a Sant’Epifanio che fu il primo ad averlo ed all’Angelico San Tommaso e a San Bernardino da Siena che vi si sottoscrissero. 4. Ed ora ben capirete, Ascoltanti miei, se con quanta proprietà e ragione ci fa sentire la Celeste Signora per bocca del Savio, che in Lei trovar noi possiamo ogni fondata e buona Speranza di acquistar le virtù su questa Terra e l’eterna Vita nel Cielo, In me omnis spes vitae et virtutis (e)45: e che essa è appunto della Santa Speranza, la Madre, ego Mater sanctae spei (f)46; e come chiosa Riccardo di San Vittore, idest firmae spei: e se quanto aggiustatamente la santa Chiesa per antonomasia Nostra Speranza la chiami, Spes nostra salve. Quindi, che maraviglia se i Santi tutti una dolce eco alle Scritture Divine ed alla Chiesa facendo, rivolti a sì eccelsa ed amorosa Signora, chi la chiamava nostra stabile e permanente Speranza, Spes nostra solida es, come San Bonaventura; chi, di tutti i Popoli afflitti il Sollievo e la Speme, Spes omnium Populorum adversis casibus afflictorum47, come Sant’Efrem; e chi per finirla, si protestava, come San Giovanni Damasceno, che in Lei tutte le sue speranze avea con tutto il cuore riposte, In te spem meam totam collocavi ex anima48. (e) Eccles. 24, 25. 45 In me ogni speranza di vita e di virtù. (f) Eccles. 24, 24. 46 Io sono la Madre della santa speranza cioè di ferma speranza. 47 Speranza di tutti i popoli colpiti colpiti da avversità. 48 Il te ho riposto tutta la mia speranza per la mia salvezza. 132 5. Ma per darvi, Uditori, un più evidente contesto del mio Assunto, contentatevi che di alcuni fatti mi serva; e primieramente riguardo alla Speranza circa la salute del corpo. Nella Spagna (g), nella Città di Caravacca vi fu un Pittor molto celebre e molto divoto di Nostra Signora. Avea questi dipinti vari quadri bellissimi di sacre Immagini in un Luogo, ove fu chiamato: e siccome, quando si trattava della dipintura delle Immagini di Maria, solito era rilasciar per amor di Lei qualche somma del patto già stabilito, rilasciò in quel Luogo cinquanta Scudi; sperando che la Regina del Cielo lo avrebbe rimunerato con la sua Protezione in questo Mondo e nell’altro. Tanto gli avvenne. Uditene il come. Parte il buon Pittore dal Luogo per far ritorno a Caravacca sua Patria. Per strada, forse per invidia, o per altro, eccolo assalito da certi Malviventi: gli sono sopra, lo pestano e lo caricano di ventiquattro mortali ferite con tal barbarie, che su di un osso restò rotta una punta, non so se di pugnale o di spada. Maria, Speranza mia, soccorrimi, gridava trattanto il misero assalito divoto. Accorre della Gente alle grida, lo compiange, lo solleva dal suolo ove intriso nel suo proprio sangue giaceva; e così, mezzo morto, all’ospedale lo conduce. Corrono a folla Medici e Chirurghi; lo mirano, tentano di curarlo; ma trovando particolarmente quattro di quelle ferite troppo sfondate, lo giudicano incurabile, lo dichiarano spedito, gli intimano a momenti la Morte; e con poca semplice fasciatura lo lasciano e si ritirano. Si aiutava intanto il Pittore a riporre in Maria tutte le sue Speranze. Mia celeste Signora, le andava col cuor dicendo, vana affatto è la Speranza che si pone negli Uomini, non è vana però, ma ben sicura quella che in voi si ripone. Io già a morte sentenziato pur sono, disperato è umanamente il mio male. Voi non di meno potete ben tutto, se volete. Tanto ei disse; e la Vergine, che mostrar gli volle che essa era la Madre della Speranza e che sulla fiducia i disperati stessi riporre poteva, gli voltò un semplice suo benigno sguardo ed in un subito da tutte le ferite lo sanò: come egli stesso la mattina seguente, alzandosi sano da Letto, raccontò a Chirurghi ed a quanti accorsero a folla alla novità del Miracolo; che fu poi con autentiche testimonianze ai Posteri reso fuor di ogni dubbio. (g) Auriem. par. 2, cap. 7, fol. 347. 133 6. 7. Che se per la salute del Corpo si è mostrata Maria SS.ma il più sicuro conforto delle nostre Speranze, pensate quanto più ella sia tale in riguardo alla salvezza dell’Anima, che è cosa di tanto maggiore rimarco e di maggiore premura. Io non so, Uditori, se avete fatta mai seria riflessione su quella stupenda Visione, che si legge, avuta dal gran Servo di Dio Fra Leone, uno dei più cari compagni di San Francesco. Uditela e finisco. Vid egli un giorno una gran pianura, ove rappresentandosi il Giudizio Universale, vi era adunata gran moltitudine di Gente ed si udiva un rimbombo roco e lugubre di Trombe. Osservò in tal mentre, che apertosi il Cielo, furono di lassù calate due Scale, una di color vermiglio, rappresentante la Scala della Giustizia, alla cima di cui stava poggiato Gesù Signore e Giudice nostro; l’altra Scala era di color bianco, figurante la Scala della Misericordia, alla cima della quale poggiava Maria SS.ma, Speranza nostra. Sul più bello di tal visione, ecco che il Servo di Dio sentì una voce dal Cielo, che invitava la Gente a salire per le Scale e vide che molti, anche di vita perfetta, incominciarono a salir quella di vermiglio colore, cioè quella della Giustizia; ma giunti chi al terzo, chi al quarto, chi al decimo gradino, cadevano precipitosamente all’indietro. Ciò avvenendo, fu udita un’altra voce dal Cielo, che diceva, andate alla Scala di color bianco, cioè della Misericordia, salite e sarete soccorsi. Moltissimi tosto lo fecero; e Nostra Immacolata Signora, che tutta pietosa alla cima se ne stava, li veniva animando con le sue voci, veniva loro porgendo soccorso, ed alla fine stendendo loro le sue SS.me Mani, con somma facilità e gioia dentro il Cielo li conduceva (h). Vergine Sacrosanta, già di questa celebre Visione ne intendo il Mistero. Dunque lo stesso vostro Divin Figlio vi ha costituita Madre della nostra giusta, umile, soda, viva e perfetta Speranza: egli stesso vi ha dichiarata per noi Scala della Misericordia; per cui vuol che ascendiamo al Cielo, non potendo per quella della Giustizia, giacchè abbiamo purtroppo irritato quel Giudice tremendo che posa sulla cima di essa. A voi dunque oggi più che mai ricorro; in voi ripongo tutta la mia fiducia pel pieno perdono delle mie colpe e per la vera mutazione di vita: in voi colloco tutta la mia Speranza per la mia eterna Salvezza. Amen. (h) Auriem. par. 2, cap. 7. 134 SERMONCINO DECIMO QUARTO Recitato nel Sabato di Pentecoste, 20 Maggio 1752 Il Sermoncino è sviluppato in sei punti. Per l’argomento don Marcucci si ispira alla festa liturgica della Pentecoste che dal greco vuol dire cinquantesimo giorno. Si augura che, come nella legge ebraica l’anno cinquantesimo era l’anno del giubileo in cui gli schiavi ottenevano la libertà e tutti rientravano in possesso dei loro beni, nella legge cristiana, la venuta dello Spirito Santo possa essere il giorno di remissione, di favori e di grazie in cui noi ritorniamo alla perduta libertà della grazia ed amicizia di Dio e rientriamo in possesso dei preziosissimi doni dello Spirito Santo i quali, come dice San Tommaso, sono quei mezzi efficaci e necessari che ci permettono di conseguire la vita eterna. Per essere degni di tanta grazia, l’Autore porta varie prove, riprese anche dall’insegnamento dei Padri della Chiesa, per dimostrare che è importante chiederla per mezzo della sua purissima e dilettissima sposa, l’Immacolata Vergine Maria. Conclude con una preghiera di affidamento fiducioso alla Celeste Sovrana perché mandi su ognuno la consolante presenza dello Spirito Santo e ci aiuti a riceverlo degnamente. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 63-70. Argomento Maria SS.ma impetra ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo La solennità gloriosissima di Pentecoste, di cui oggi la Vigilia ricorre, non può farsi a meno, R(iveriti) U(ditori), che non si attivi in questa sera tutto l’anino mio, affin di farvi sopra qualche ponderazione e discorso. Pentecoste è una voce Greca, che in nostro linguaggio significa cinquantesimo: onde Festa di Pentecoste non altro importa, secondo il suo significato, che festa del cinquantesimo Giorno. E come gli Apostoli ricevettero lo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la Risurrezione del Divin Redentore; perciò quel cinquantesimo Giorno così per loro e per il Mondo tutto glorioso ed avventurato, lo intitolarono Festa di Pentecoste; come se avessero detto, festa del Giorno cinquantesimo in cui venne lo Spirito Santo visibilmente sopra di loro. Or questo numero di cinquanta nella Sacra Scrittura è un numero di Giubileo e di remissione; come può vedersi nel sacro Libro del Levitico (25,10); talché può dirsi con verità, che la festa del nostro felicissimo cinquantesimo Giorno, che appelliam Pentecoste, sia il Giubileo dello Spirito Santo. In quella guisa, che nella Legge vecchia ebraica l’anno cinquantesimo era 135 l’anno del Giubileo, in cui gli Schiavi ottenevano la libertà e tutti rientravano in possesso de’ loro Beni, benché li avessero prima impegnati o venduti; così nella nuova Legge Cristiana il cinquantesimo Giorno in cui venne lo Spirito Santo, sia il Giorno del Giubileo, cioè di Remissione; di Favori e di Grazie; in cui noi miseri Peccatori, schiavi per l’addietro del Demonio, ritorniamo alla perduta libertà della Grazia ed Amicizia di Dio; e rientriamo in possesso dei Beni, purtroppo da noi prima alienati, cioè dei preziosissimi Doni dello Spirito Santo; i quali, come dice l’Angelico San Tommaso (a), sono quei mezzi efficcaci e necessari, che ci portano al conseguimento degli altri Beni che sempiterni saranno nell’altra Vita. O felice pur dunque quell’Anima Cristiana, che in questa sacra festa di Pentecoste, disposta si troverà ed apparecchiata a ricevere lo Spirito Santo! Che prezioso Giorno di Giubileo e di Grazie sarà per Lei! Se essa era cieca, lo Spirito Santo sarà il suo Illuminatore: se povera, lo Spirito Santo sarà la sua Ricchezza: se desolata ed afflitta, lo Spirito Santo sarà il suo Consolatore e Refrigerio. Se debole, in lui troverà la Fortezza; in lui il Fervore, se arida; in lui il Riposo, se affaticata; in lui la Purità ed il Lavacro, se sordida: in lui il totale Perdono, se colpevole. Insomma nello Spirito Santo troverà ogni Grazia, ogni Aiuto, ogni Bene, ogni Conforto. Deh s’è così, o Spirito Divinissimo, che siete l’eterno sostanziale Amore del Padre e del Figlio, e dall’uno e dall’altro procedete ab eterno ed unitamente con l’uno e con l’altro siete unico mio Dio, Creatore, Santificatore e Tutto; Spirito Santo, ripeto, giacché io vostra vil Creatura son pur quello che tra mille miserie mi trovo e bisognosissimo sono della vostra Onnipotenza, Bontà, Misericordia ed Amore, scendete pure, vi prego e venite a purificarmi l’Anima tutta, ad illuminarmi la Mente, a fortificarmi lo Spirito, ad infiammarmi il Cuore! Veni Sancte Spiritus, reple cor meum, et tui Amoris in me ignem accende49! Vengano in me i vostri altissimi Doni, i vostri maravigliosissimi Frutti, le vostre dolcissime Grazie! ... Ma, oimè, Uditori, troppo noi siamo indegni di tanta sorte; inefficaci son troppo le nostre preghiere. Poniamoci di mezzo perciò la sua purissima e dilettissima Sposa, voglio dir, l’Immacolata Signora nostra, Maria SS.ma; a Lei ricorriamo con tutta la premura ed affetto: giacché essa è quella che impetra ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo. Osservate se con qual fondamento ciò vi propongo. Incomincio. (a) S. Tho. 1, 2, qu. 68, art. 1, ad. 2. 49 Vieni Spirito Santo, riempi il mio cuore e accendi in me il fuoco del tuo amore. 136 1. Quella ineffabile Divina Unione, che Nostra Signora ebbe con lo Spirito Santo; e quella pienezza di Grazia e di Amore di lui che sempremai possedette, sin dal primo sagratissimo Istante di sua Immacolata Concezione, come ben dice San Francesco di Sales (b); è un forte argomento, Uditori, il quale a chiare note ci addita il bel modo che abbia la Vergine di ottener dal suo Divinissimo Sposo la dovizia dei Doni e delle Grazie in pro dei suoi umili ed affettuosi Divoti. Il Divin Paraclito, che sin dai secoli sempiterni avendola predestinata e prescelta ad esser sua Sposa purissima ed illibata, creandola poi nella pienezza dei tempi, allorché l’Anima di Lei SS.ma infuse nel purissimo Corpo, la arrichì nell’istante medesimo di tal pienezza di Santo perfettissimo Amore, che tosto tutto il Cuor le rapì e con maravigliosa intima spirituale Unione in sacrosanto Divino Sposalizio a sé la congiunse, Totam sibi rapuit Spiritus Sanctus 50, come egregiamente disse San Pier Damiani (c): ed allor egli fece, lo Spirito Santo, che non solo apparisse lo sforzo della sua Onnipotenza in impiegar per arricchir la sua Sposa di tutti i suoi immensi Tesori; ma ancor comparisse in trionfo lo sforzo del Divino Amore, con renderla tra tutte le pure Creature la più amata, la più cara, la prediletta, la delizia del Cuor suo, il bellissimo suo Tempio animato, il suo Sacrario, il suo Riposo: conforme con cento e mille ragioni la intitolò Andrea Cretense, Animatum Templum Spiritus Sancti, Spiritus Sancti Sacrarium, Nova Dei Arca in qua Spiritus Dei requiescit51. 2. Or pare a voi, Uditori, che essendo dunque la nostra Immacolata Signora così al sommo grata al suo Divinissimo Sposo e con lui sì perfettamente unita, possa egli poi mostrarsi ritroso in secondar le brame e voleri di Lei? Eh via! Se Iddio si protestò prontissimo di secondar i voleri di ogni altra Anima a lui cara, tuttoché di gran lunga inferiore alla Vergine, Voluntatem timentium se faciet52; come disse il Profeta: quanto più dovrà dirsi che prontissimo sia di dar sul genio a Colei, che è (b) Ser. 4, De Purific. Virg. 50 Lo Spirito Santo la rapì tutta per sé. (c) Ser. De Annunc. 51 Tempio animato, sacrario dello Spirito Santo, nuova arca di Dio nella quale riposa lo Spirito di Dio. 52 Farà la volontà di coloro che lo temono. 137 l’oggetto delle sue Divine Delizie e che con lui ha un Cuor solo, per dir così, un solo volere? Basta però, che il Divino Sposo, non dico senta le suppliche, ma i desideri conosca soltanto delle sua purissima Sposa, intenti tutti al nostro vantaggio; che tosto ecco questo Spirito Consolatore. tutto propenso, a riguardo di Lei e pronto a comunicarsi con i suoi Lumi e Doni celesti, con le sue fiamme di Amor vivo, ai nostri Cuori, alle nostre Menti, alle Anime nostre. 3. Aggiungasi di vantaggio, che lo stesso Spirito Santo è quello che si compiace dispensare i suoi Doni e la pienezza dell’Amor suo per mezzo di questa sua amatissima Sposa? Onde tanto sia l’esser veri divoti ed ossequiosi Figli di Maria, quanto l’esser disposti e fatti degni di ricevere i Doni e la Grazia dello Spirito Santo. Udite se con qual fondamento. Predisse Davide che la Colomba aveva già trovato il suo Nido, il suo Ricetto, ove posar potesse se stessa ed i suoi piccioli figli, Turtur invenit nidum sibi, ubi ponat pullos suos (d)53. La Colomba, esser figura dello Spirito Santo, che sotto tal sembianza al Precursore Giovanni veder si fece, voi già lo sapete. Qual sia questo Nido e Ricetto, dalla Divina Colomba trovato, nol cercate, perché esso è Maria. Sentitene Riccardo di San Vittore (e). Maria nidus columbae; idest receptaculum Spiritus Sancti54. Chi siano poi questi piccioli figli in sì sacro Nido collocati, siam noi, che per creazione; e per adozione siamo Figli dello Spirito Santo, da lui consegnati alla cura materna della sua purissima Sposa. Che ne risulta da ciò? Cosa mirabile, gioconda e vera. Se noi adunque sarem veri divoti di Maria e con una costante divozione ed affetto ci manterremo sotto la sua Cura materna, ove dallo Spirito Santo siam collocati; ci riconoscerà ben’egli per suoi cari ed amati figli: e come tali, chi non vede, che per mezzo della Gran Vergine questo Spirito Consolatore ci illustrerà con i suoi splendidissimi raggi, ci purificherà e santificherà con la sua Grazia, ci fortificherà con i suoi doni e ci stemprerà il Cuore in vive fiamme di santo dolcissimo Amore. (d) Psal. 83. 53 La tortora trova il nido per sé dove porre i propri figli. (e) Lib. 10. 54 Maria nido di colomba cioè ricettacolo dello Spirito Santo. 138 4. Ed ora sì aperta vieppiù mi viene la Mente a capire il Mistero del perché San Luca negli Atti Apostolici, descrivendoci l’Adunanza degli Apostoli, fatta nel Cenacolo di Gerosolima, dopo l’Ascenzione del Signore, per aspettar la venuta dello Spirito Santo, dice che in mezzo di loro trovavasi Maria SS.ma: Erant perseverantes unanimiter in oratione cum Maria Mater Jesus (f)55. L’intendo sì, l’intendo. L’amabilissima Presenza di Nostra Signora, che come Madre e Maestra presiedeva a quella sacra fortunata Adunanza, per una parte conferì molto all’unanime perseveranza degli Apostoli nelle Orazioni e Preghiere e dispose maggiormente i loro Cuori a rendersi capaci di ricever la pienezza dello Spirito Santo; e dall’altra, operò essa, come io penso, che lo Spirito Santo medesimo accellerasse la sua Venuta visibile e la facesse sì maravigliosa sotto forma di tante vive fiammelle di soavissimo Fuoco. Perciocché siccome di queste vive fiamme ne era la Vergine come una Officina ed una Fornace, ove tutte accese stavan conservate e raccolte; dicendola perciò San Bernardino da Siena, Fornax et Officina Spiritus Sancti56 non poté farsi a meno che Ella tutta la premura non ne facesse al suo Sposo Divino, affin a guisa, di soavi e prodigiose fiamme scendesse sopra gli Apostoli ed accendesse i loro Cuori, illustrasse le loro Menti, infuocasse le loro Lingue come Cuori, Menti e Lingue, dei suoi amati Figli alla materna di Lei cura commessi. 5. Sicché chiaro rimane per ogni verso, miei cari Uditori, che i veri Divoti di Maria sono i fortunati, i prescelti dallo Spirito Santo, a ricever la pienezza dei suoi Lumi e Doni celesti; e che essi sono quei ai quali Nostra Signora impetra la pienezza di Grazia e di Amore del suo Divinissimo Sposo. Serva per comprova un esempio. Bramava ardentemente Santa Metilde ricever la pienezza dello Spirito Santo; e perciò in un anno, più che in altri, ad apparecchiarsi premurosamente si pose in questi Santi Giorni con varie orazioni e pratiche virtuose e devote: or siccome sapeva ben’essa, che una tanta Grazia, ottenerla poteva per mezzo della Regina del Cielo, a questa rivolse i suoi sospiri, le sue calde preghiere. Avvenne, che nel Giorno appunto di domani, (f) Luc. 1, 14. 55 Erano perseveranti unanimemente nella preghiera con Maria Madre di Gesù. 56 Fornace e officina dello Spirito Santo. 139 che è di Sacra Pentecoste, stando la Santa tutta raccolta e divota aspettando la tanto sospirata venuta dello Spirito Santo, le comparve Maria SS.ma, tutta riccamente alla Reale vestita con un Abito messo ad oro e tempestato di alcune piccole sfere che si andavan continuamente rivolgendo (g). Capì Metilde che sotto la Figura dell’Abito tutto di oro, le veniva significata la pienezza del perfettissimo Amore, di cui lo Spirito Santo riempì la Gran Vergine; e sotto figura di quelle piccole sfere, in continuo moto agitate, le veniva spiegato l’incessante continuo desiderio, che nutriva la stessa Vergine di vedere così vestite tutte le Anime dei suoi cari ed affettuosi Divoti. E tanto vi volle, affin Metilde, presa confidenza maggiore, si slanciasse tosto tra le amorose Braccia di Maria; la quale l’accolse benignamente, la strinse con amore materno e le ottenne tal pienezza di Spirito Santo; che d’indi in poi arse continuamente la Santa di un acceso soavissimo Amore. 6. 7. Deh se è così, ecco che tutti, o Celeste Sovrana, a voi ricorriamo umilmente ed interamente ci gettiamo nelle vostre amorosissime Braccia. Voi pur vedete le nostre estreme miserie, i nostri bisogni gravissimi. Teniam duopo di lume, di forza, di grazia e di amore. Qualora si degni lo Spirito Santo scender su di noi, avremo tutto. Ma a voi spetta, come a sua purissima Sposa di muoverlo ad avere di noi pietà e a consolarci con la sua dolce e graziosa venuta. A voi, ancor tocca, come a nostra Madre, di aiutarci affin a degnamente riceverlo siamo tutti disposti... Veni, adunque, veni Sancte Spiritus! Scendi dall’alte sfere; Eterno Amore, deh scendi! Vieni, o Spirito Santo, nelle nostre Menti, nei nostri Cuori, nelle Anime nostre! La tua Sposa diletta così desidera: la nostra amatissima Madre e Signora così vuole. E noi, a nome suo, a suo riguardo, benché all’intutto immeritevoli, così ardentemente bramiamo ed incessantemente siamo a pregarti. Confidenza pertanto, Uditori. Rammentiamoci esser Maria SS.ma quella che impetra ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo; e tanto ci basti per ricolmarci di ogni sicura Speranza di ottenerlo. (g) In vit. S. Metild.; Marches. Tomo 2, Diar. Sacr., pag. 432. 140 SERMONCINO DECIMO QUINTO Recitato nel Sabato della SS.ma Trinità, 27 Maggio 1752 Il Sermoncino viene recitato la vigilia della festa della SS.ma Trinità e, in nove punti, sviluppa il seguente argomento: “L’esercizio frequente dei veri devoti di Maria deve essere ringraziare la SS.ma Trinità per le Grazie concesse alla Vergine e congratularsi con Lei per la gloria e l’onore che Ella ha dato alle Divine Persone. Il più grande privilegio che la divina Trinità concesse a Maria fu quello “di esser’ella Figlia dell’Eterno Padre, Madre dell’Eterno Figlio e Sposa dell’Eterno Spirito Santo”. La Vergine gradisce molto riceverne le congratulazioni dai suoi devoti perché le rinnova la gioia che provò nel corrispondere a Dio con tutte le sue forze. Il suo sì permise a Dio di incarnarsi nel suo castissimo seno e così essere conosciuto ed amato in tutto il mondo come Signore, Redentore e Santificatore. Conclude proponendo di salutare la sua Immacolata Signora con le parole del suo diletto Servo Simone Garzia dell’Ordine dei Minimi: Ave figlia di Dio Padre, ave Madre di Dio Figlio, ave Sposa dello Spirito Santo, ave o Tempio della SS.ma Trinità. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 218-227. Argomento Il ringraziare la SS.ma Trinità delle Grazie concesse alla SS.ma Vergine ed il congratularsi con la Vergine per la gloria ed onore dato alla SS.ma Trinità, esser deve l’esercizio più frequente dei veri Divoti di Maria Chi vi ha tra di noi, Uditori, che sapendo ricorrer dimani la solennità gloriosissima del più alto, del più venerabile e sacrosanto tra tutti i Misteri, voglio dir quello della SS.ma Trinità; chi vi ha tra di noi, ripeto, che non si senta in quest’oggi eccitato ad apparecchiarvisi con atti della più umile e profonda adorazione e del più vivo ed affettuoso rendimento di grazie? Per ravvivare appunto la nostra Fede e risvegliare i nostri doverosissimi ossequi verso l’augustissima Trinità Sagrosanta, pensarono alcuni Cristiani dei secoli più antichi, che accenna il Micrologo (a), di celebrarne privatamente in un Giorno a parte la Festa; sinchè poi nel secolo nono, secondo che alcuni (a) Microl. cap. 6. 141 sostengono (b) fu dal Sommo Pontefice Gregorio IV circa l’835 istituita; ed in Roma dopo Alessandro III nel duodecimo secolo solennizata (c); e da Giovanni XXI (detto XXII) circa l’anno 1440 ordinata in tutto il Mondo Cattolico (d): affinchè, come riflette il Durando (e), siccome la Santa Chiesa nel giro dell’anno avea a ciascuna delle tre Divine Persone assegnato un giorno particolare, come giorno di sua propria particolar festa, in cui da noi le umili adorazioni ed ossequi se le prestassero; all’Eterno Padre il Giorno di Natale, nel quale nacque al Mondo il suo Divin Unigenito, fatto Uomo per noi; all’Eterno Figlio il Giorno di Pasqua, in cui tutto glorioso dalla Morte risorse; all’Eterno Spirito Santo il Giorno di Pentecoste, in cui apparve visibile sopra gli Apostoli: così alle glorie di tutte e tre insieme le Persone Divine un giorno particolare ancor consagrato vi fosse, nel quale noi a tutte tre nel tempo stesso riattestare potessimo la nostra ferma, verissima, ed infallibile fede e la nostra umilissima servitù, adorando, credendo e glorificando l’unichissima indivisibile eterna Unità dell’Essenza Divina nella Trinità delle Persone; e le tre reali, distinte, eterne Persone Divine nell’Unità dell’essenza. Aggiungete poi, che siccome l’altezza e profondità di questo incomprensibil Mistero oltrepassa ogni Angelico, non che Umano nostro intendimento, che fece la Chiesa, nostra saggia e provvida Madre? Ne assegnò la Festa nell’Ottava appunto di Pentecoste, che è dimani; vale a dire, dopo la solennità della Venuta dello Spirito Santo: appunto, come degnamente pensa San Ruperto Abate (f), perché dopo disceso visibilmente nel Mondo lo Spirito Santo fu incominciato tosto a credersi e a predicarsi l’altissimo, eterno, infallibil Mistero della Trinità Sagrosanta: ed io aggiungo, perché ancora apprendessimo noi a ricorrer al dator di ogni lume per ottenere ed esercitar quella vivezza di Fede e quella divota, umile e profonda venerazione, che vi abbisogna per onorarlo. Sebbene, siccome ogni qualunque adorazione, lode ed onore dato da noi all’augustissima Trinità, sempre è difettoso e manchevole, perciò io stimerei ottimo l’aggiungere il ricorrere all’Immacolata Nostra (b) Auctor Libri Lignum vitæ Lib. 5. (c) Cap. Quoniam de feriis. (d) Pisanella verb. feria, §. 3; Graveson Tomo 5, Hist. nov. Test. sec. 15. (e) Durand. lib. 7, cap. 4. (f) Lib. II. cap. 1. 142 Signora Maria SS.ma e far con Lei un patto, cioè che essa si degni ringraziar per noi in Cielo la Trinità Sagrosanta per gl’i infiniti benefici e favori a noi compartiti; mentre noi la ringrazieremo incessantemente per Lei quaggiù in Terra. Su, Uditori, facciamo tal patto con la gran Vergine; anzi si abbia per fatto: e per vieppiù impegnarvici, contentatevi che io vi dimostri, come l’esercizio frequente dei veri Divoti di Maria deve essere appunto il ringraziar la SS.ma Trinità per le Grazie concesse alla Vergine; ed il congratularsi con la Vergine per la gloria ed onore da Lei dato alla SS.ma Trinità. Attendete. Do principio. 1. Che i veri e saggi Amanti non altre premura abbiano, che di dar sul genio al buono oggetto da loro saviamente amato; ed in quelle cose si esercitino, nelle quali il maggior di lui gradimento veggan consistere: è, Uditori, una verità così potente, che e la stessa Naturalezza e l’Esperienza si uniscono a dimostrarcela. Che dunque i veri Divoti ed Amanti di Maria esercitar si debban di frequente in ciò che alla loro Celeste Signora è più grato, resta così chiaro, che non ha bisogno di prova. 2. Or qual, credete voi, sia la cosa che alla Gran Vergine possa esser più grata nei suoi veri Divoti? Quella primieramente al certo di rendere essi affettuose ed incessanti grazie in suo nome alla SS.ma Trinità per le singolarissime Grazie e Privilegi a Lei compartiti. Eccone la ragione. La gratitudine, che è una virtù la quale di sua natura tende continuamente a trovar modi per ricompensare un cortese Benefattore, fa che il maggior piacere che aver possa un Cuor grato, nel trovar aiuto consista in prestar gli ossequi e le amorose rimostranze verso chi lo ricolmò di benefizi. Quindi possedendo la Vergine in grado sì perfetto ogni Virtù e spezialmente la gratitudine, non può farsi a meno che ella estremamente non gioisca e non si dichiari persino obbligata ai suoi Divoti nel vederli continuamente impiegati in aiutarla a ringraziar da sua parte la Trinità Sagrosanta per li singolarissimi Privilegi ed innumerabili Grazie, che in ogni tempo ha sopra di Lei a larga mano piovuti. 3. Ed oh se sapeste, Uditori, il peso e la misura dei Privilegi e Grazie, di cui le tre Divine Persone ricolmarono Nostra Immacolata Signora, v’impegnereste al certo con più di premura e fervore ad aiutarla: non 143 già perché ella abbia punto bisogno del nostro aiuto, ma per maggiormente incontrar il suo genio, il suo gradimento. Le sue Grazie e suoi Privilegi, se nol sapeste, sono di tal nobile e singolarissima tempra, che il comprenderli bene, non è cosa che riuscir possa all’Angelico, non che Umano basso nostro intendimento. Uditene il perché. La Regina del Cielo o venga considerata nei suoi Doni naturali, o nei suoi Doni di Grazia, o in quei di Gloria, si troverà sempre aver impiegata l’Eterno Padre tutta la sua Onnipotenza in arricchirla; l’Eterno Figlio tutta la sua Sapienza in glorificarla; l’Eterno Spirito Santo in santificarla tutto nel suo Amore; e tutte e tre le Persone Divine aver fatto tutto lo sforzo in privilegiarla sopra tutti i Santi, sovra tutti gli Angioli, in somma sovra tutto il creato. Onde essendo essa un’Opra di Dio così nobile, singolare e perfetta, a Dio solo riservato resta il pienamente conoscer la misura ed il peso della Perfezione di Lei: come tutto attonito disse il Suarez, Mensura Privilegiorum Virginis est Potentia Dei: e S. Bernardino da Siena Tanta est perfectio Virginis, ut soli Deo cognoscenda reservatur57. 4. 57 Nulladimeno nel modo cui è permesso alla nostra bassezza il formar de’ concetti e discorsi di sì eccelsa Signora, un solo suo singolarissimo Privilegio, come fonte e centro di tutti gli altri, tentar vo(glio) qui di esporvi; cioè quello di essere ella Figlia dell’Eterno Padre, Madre dell’Eterno Figlio e Sposa dell’Eterno Spirito Santo. L’Eterno Padre adunque la scelse per sua dilettissima Figlia: ma non senza sforzo della sua onnipotenza. Affin la Vergine fosse tale, compartir le volle una parte, direm così, dell’onor suo stesso Divino, facendola con stupore dei Cieli Madre naturale per temporal generazione di quel medesimo Divino Unigenito, di cui egli per Generazione eterna era natural Padre: e così, siccome il suddetto Unigenito era ed è, come Dio, uguale in tutto al Padre, immenso, eterno, infinito, onnipotente; in simil guisa fosse, come Uomo, della medesima Umanità della Madre, passibile, finito e mortale. L’Eterno Figlio poi, che appunto nel purissimo Ventre di Misura dei privilegi della Vergine è la potenza di Dio. Così grande è la perfezione della Vergine che è riservata al solo Dio la sua conoscenza. 144 Vergine così eccelsa prender voleva per noi Umana Carne, osservate se come tutta l’infinita sua Sapienza impiegò in costituirsela sua degna Madre. La arricchì di doni e di una dignità tale, che non potesse mai uscir dalle mani dell’Onnipotenza e Sapienza Divina una Madre più degna della sua; come fondatamente furon di sentimento l’Angelico San Tommaso e San Bonaventura. Onde può ben dar l’essere Iddio, qualor ei voglia, ad innumerabili Cieli ed infiniti Mondi e può farli più grandi, più bei di questo unico che ha fatto: non può far però una Madre più degna di Maria SS.ma. Che dirò poi della pienezza delle singolari prerogative, di cui la riempì lo Spirito Santo, che per sua prediletta, illibatissima Sposa l’avea prescelta? Da un atto solo voglio che deduciate lo sforzo che egli fece del suo infinito Amore verso di Lei. Avea lo Spirito Santo sino ab eterno decretato l’ineffabil Mistero dell’Incarnazione del Divin Verbo, che solo per virtù sua effettuar si dovea nel Verginal purissimo Ventre di Maria: onde qualor giunse l’ora beatissima da lui decretata, non avea punto bisogno per eseguirlo, di spedir alla Vergine un Angelo per ottenerne ed aspettarne il consenso di Lei. Poteva il Divin Paraclito operar di sua assoluta potenza. Eppur non volle. Anzi per dimostrar l’alta stima che facea della Vergine e l’Amor infinito che le portava, volle, per dir così, a Lei soggettarsi, dipender dal volere di Lei ed aspettarne il consenso per farla sua dilettissima e purissima Sposa. 5. Dal sin qui detto argomentate ora voi, Uditori, se di quali Grazie, Doni e Privilegi singolarissimi sì di Natura, che di Grazia, che di Gloria, dotata fosse dalla SS.ma Trinità la Nostra Immacolata Signora: ed in conseguenza, se qual godimento estremo ella abbia in vedere i suoi Divoti impiegati in dare in suo Nome alle tre Divine Persone milioni di Benedizioni e di Grazie; e se qual ricompensa larghissima loro conceda. Io dir vi posso in contesto, che la Vergine stessa raccomandò con premura un tal divoto esercizio alle sua dilette Santa Metilde (g) e Francesca Vacchinia Domenicana (h); e disse loro anche il modo, come ringraziar (g) in Vita lib. 1. c. 46. (h) in Vita. 145 dovevano da sua parte l’Augustissima Triade, particolarmente per averla preservata all’intutto dalla colpa originale: ed un’altra volta apparendo ad un suo Divoto, Sappi, gli disse, esser molto a me caro e sommamente accetto l’aiutarmi a render grazie alla SS.ma Trinità dei Doni incomprensibili, che mi ha dati: ed a chiunque ciò farà prometto la mia particolar Protezione e qualunque Grazia purchè ridondi in sua eterna salvezza (i). Onde io, che per mia buona sorte mi trovo di aver posto alla fine del mio Libro stampato dei Dodici Privilegi un Rendimento di Grazie alle tre Divine Persone per tutti i Privilegi concessi a Nostra Signora, spezialmente nella sua Immacolata Concezione; quanto mi fo animo per un verso a raccomandarne il divoto esercizio; altrettanto ne tripudio sulla viva speranza del gradimento della stessa mia eccelsa Signora. 6. Quello però che ancor molto gradisce la Vergine è il riceverne nel tempo stesso le congratulazioni dai suoi Divoti, particolarmente per la gloria ed onore da Lei scambievolmente dato alla Triade sagrosanta. La ragione si è, perché un tal congratularsi, rinnovando alla Vergine quel gran contento che ebbe in corrispondere a Dio con tutte le sue forze, viene ad essere ancora nei suoi Divoti un gran contrasegno ed esercizio di Amore verso di Lei. Or quale stimate voi, Uditori, fosse la Gloria ed onore che alla SS.ma Trinità diede Nostra Signora? Chi può abbastanza comprenderlo? Io non vi parlo di quelle sue sublimi ed eroiche virtudi e di quegli esercizi di Santo Amor perfettissimo, con i quali superò di gran lunga in perfezione tutta la Corte Celeste insieme unita e diede a Dio una gloria ed un piacer così grande, che al dir del Serafino da Siena, l’obbligò a scender nel purissimo di Lei Ventre e lo trasse dal Cielo, anche prima del tempo. Di ciò, ripiglio, non vi favello, come di cosa a voi tutti già nota. Voglio che soltanto l’altezza della gloria ed onore che la Gran Vergine diede alle tre Divine Persone lo ricaviate da quel che essa medesima ne disse nel suo mirabilissimo Cantico con quelle sole misteriose parole, Magnificat Anima mea Dominum. Attenti Uditori, giacchè in così alto Mare dolcemente ci troviamo ingolfati. (i) Una tal Rivelazione con la sua Pratica sta in un Libriccino già noto di poche carte. 146 7. Disse dunque la Vergine, l’Anima mia rende grande Iddio, gli dà una gran gloria, un grande onore, Magnificat Anima mea Dominum. E qui non tanto intender bisogna, che lo magnificasse sommamente in se stessa, cioè con le sue Virtù e con la sua perfetta corrispondenza; come pocanzi dicemmo; ma che lo magnificasse sommamente anche negli altri. Mi spiego. Prima che Iddio si incarnasse nel castissimo di Lei Verginal Seno, era soltanto conosciuto ed adorato in un angolo della Terra, voglio dir nella Giudea, come dicea Davide, Notus in Judea Deus58. Dopo però che ella lo vestì di Umana Carne, divenne in breve notissimo all’Universo tutto: crescendogli così per mezzo della Madre un grande onore, una gloria grande. Ma io ho detto poco. Giunse Nostra Signora a render grande Iddio e magnificarlo persino, starei quasi per dire, in lui medesimo. Non già che Iddio ricever possa aggiunta alla sua essenziale perfezione e grandezza infinita; mentre non sarebbe Dio se di un minimo che di perfezione idear si potesse bisognoso e mancante. Nulladimeno, quasi per ripeter sarei, che la SS.ma Trinità magnificata fosse e glorificata in se medesima dalla Vergine; perché da Lei le fu data quella grandezza e quella gloria che prima non avea. Eccomi a scifrarvi il tutto: e finisco. 8. L’eterno Padre era stato sì ab eterno Padre del Divin Figlio; ma non potè però mai suo Signore chiamarsi e suo Dio; se non dopo che Uomo si fece nel Ventre purissimo di Maria: onde essa fu che la grandezza e l’onore gli diede di Signore e Dio dello stesso suo Umanato Unigenito. L’eterno Figlio era stato sì ab eterno consostanziale al Padre, Creatore, Signore unico unichissimo insiem col Padre; ma non valse mai intitolarsi Redentore del Mondo, se non dopo che prese Umana Carne: quindi la Madre fu, che da Redentore lo ingrandì. L’eterno Spirito Santo poi era stato sì ab eterno insiem col Padre e col Figlio dalla stessa unica Sostanza ed essenza Divina, Creatore e Santificatore unico, unichissimo, insiem col Padre e col Figlio; ma non potè mai chiamarsi Autore dell’Opera Divina più eccelsa, che ad extra esser mai vi potesse, voglio dir Autore dell’Incarnazione del Divin Verbo: solo dopo che nel Ventre Verginal di 58 Dio è conosciuto in Giudea. 147 Maria fu eseguita, potè gloriarsene. Quindi può quasi dirsi, che Nostra Immacolata Signora della SS.ma Trinità fosse il compimento; conforme giunse a chiamarla Esìchio con quell’elogio, Tu Trinitatis complementum59; dandole quella grandezza, gloria ed onore, che prima non avea, come dissi; all’eterno Padre la grandezza di Signore e Dio del Divin Figlio Umanato, Gesù Signor nostro; all’eterno Figlio l’onor di Redentore; all’eterno Spirito Santo la gloria di Fecondo. Chi dunque potrà ora vantarsi di esser divoto di Maria e non sentirsi eccitato a congratularsi infinitamente con Lei di tutta la gloria ed onore che essa diede e che dà alla Trinità sagrosanta. Animo pertanto, cari miei Uditori. Concludiamo. Il ringraziar la SS.ma Trinità per le Grazie e Privilegi concessi alla Vergine; ed il congratularsi con la Vergine per la gloria ed onore da Lei dato alla SS.ma Trinità, sia da qui in poi il nostro più premuroso e frequente esercizio. Io quanto a me così di buon cuore risolvo: ed in attestato, rivolto alla mia Immacolata Signora, passo a salutarla col cuor sulle labbra con quel bel saluto del suo diletto Servo Simone Garzia dell’Ordine dei Minimi, Ave Filia Dei Patris, Ave Mater Dei Filii, Ave Sponsa Spiritus Sancti, Ave Templum SS.mæ Trinitatis60. 9. SERMONCINO DECIMO SETTIMO Recitato Sabato 10 Giugno 1752 Si consacrano Chiese a Maria affinché le protegga, offra a Dio tutte le orazioni e preghiere che ivi si fanno ed ancora perché “la Chiesa a lei dedicata sia come uno specchio delle sue sublimi virtù” che i fedeli possono contemplare e imitare. Don Marcucci elenca vari nomi di persone pie che hanno costruito e dedicato Chiese alla Vergine Santa e ricorda con dolcezza e gratitudine l’opportunità che anche lui ha avuto di poter erigere, ad onore dell’Immacolata, la medesima Chiesa ove ora si trovano. E poichè molti dei presenti lo hanno aiutato a realizzare l’opera e tuttora la sostengono, in segno di gratitudine verso di loro, tratterà brevemente, in cinque punti, l’argomento, cioè “Il concorrere alle fabbriche o al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma viene da lei molto ben ricompensato anche in questa vita”. Come esempio, racconta l’episodio accaduto al cittadino San Cristanziano che vide centuplicata miracolosamente la sua offerta quotidiana di un anno per la costruzione della nuova Chiesa di Santa Maria Inter Vineas. Conclude con l’invito “a fare ogni sforzo per formare del nostro cuore un sacro tempio a Maria, ove essa possa abitare in perpetuo con la sua grazia ed il suo amore”: questa sarà la più preziosa ricompensa che noi possiamo avere in questa vita. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 95-105. Argomento Il concorrere alle Fabbriche o al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma, vien da Lei molto ben ricompensato anche in questa vita Ave Maria 59 60 Tu, complemento della Trinità. Ave figlia di Dio Padre, ave madre di Dio Figlio, ave Sposa dello Spirito Santo, ave o tempio della SS.ma Trinità. 148 L’eriger le Chiese e dedicarle ad onor di Maria, sebbene fu più volte empiamente chiamato dagli eretici un atto della più abominevole superstizione; pure a loro eterna confusione e rimprovero fu e sarà sempre mai un atto più sacrosanto della nostra Religione purissima, autorizzato da’ Concili e da’ Padri, tramandato a noi sin da secoli più antichi e a maraviglia sostenuto da mille congruenze e fondate ragioni. È verissimo, chi può contraddirlo?, che a Dio solo propriamente e direttamente si possono e debbono eriger le Chiese, dedicare gli Altari, offerire i Sacrifici e vadasi discorrendo: perché appartenendo tutto ciò al sovrano culto Divino, da Teologi chiamato di 149 Latria, a Dio solo offerir si può e consacrarsi. E tuttociò appunto noi Cattolici intendiamo di fare, anche quando ad onor di Maria o dei Santi, ergiamo le Chiese, dedichiamo gli Altari e simili: e non possiam rattenerci dal compianger nel tempo stesso la cecità maliziosa de’ nostri Emuli ostinati, che sotto finto pretesto dell’Onore Divino e di ridicola Riforma di Religione, tolgono e a Dio e alla sua Madre ed ai Servi suoi ogni culto; non essendo valevoli ad altro, che a diroccar sacri Tempi, distrugger Altari, vilipender Sacrifizi ed ogni altro Sacro Rito; per vivere appunto empiamente senza pietà, come già bestialmente e liberamente vivono senza Fede e senza Legge. A Dio solo adunque, ritorniam donde partimmo, a Dio solo intendiam noi Cattolici di ergere e dedicare le Chiese, anche quando le dedichiamo all’onor della sua SS.ma Madre e col sacrosanto Nome di Lei le intitoliamo. Perciocché questa dedica di sacri Tempi fatta ad onor di nostra Signora (lo stesso dite voi, R(iveriti) U(ditori), con proporzione di ogni altro Santo) non altro importa, se non che noi raccomandiamo quel sacro Luogo a Maria SS.ma ed a Lei lo consacriamo, affin particolar cura ne abbia e protezione: di più, acciocché essa si degni di offerire a Dio tutte quelle Orazioni e Preghiere che nel Tempio di Lei si fanno e ne ottenga dal suo Divin Figlio un favorevol rescritto: di vantaggio, affinché la Chiesa a lei dedicata, sia come uno Specchio delle sue sublimi Virtù, donde i Fedeli contemplar le possano e copiar in se stessi; e sia come una fornace, donde cavar si possa un amore ardente ed una viva ed accesa divozione verso sì gran Signora. Cose tutte, che non solo non ripugnano punto all’onor sovrano di Dio (e possono sino i ciechi vederlo), ma che riescono anzi di sua maggior gloria e decoro. Quindi, siccome il Re Salomone per suo decoro maggiore fabbricar fece a parte un sontuoso Palaggio per la sua Regina (a); così il gran Monarca dei Cieli volle e dispose, per sua maggior gloria, che a parte sotto il titolo e protezion della sua Madre SS.ma, Regina nostra, si fabbricassero Chiese, si ergessero Tempi ed Altari: affin credo io ancora, di contraccambiarle quella gloria che gli diede, allorché con tanta purità ed amore nel purissimo di Lei Seno, come in un prezioso Tempio animato, per nove mesi lo tenne. Che perciò, non sia stupore, Uditori, se noi troviamo che sino al tempo degli Apostoli, fossero stati eretti degli Oratori e delle Chiese ad onor di Maria, essendo ancor vivente. (a) 3 Reg. 7, 8. 150 Così l’eressero i discendenti di Elia Profeta nel Monte Carmelo e furono i primi; come ce lo dice il Breviario Romano (b): così pur fece nella Spagna San Giacomo Maggiore; e ce lo contestano il Beutero, il Vigliegas ed il Ribadeneira (c): e non mancano gravi Autori che ci contano così pur aver fatto gli Apostoli San Pietro e San Giovanni (d). Tantochè dai primi secoli della cristianità sino al presente, quando più, quando meno, rinveniamo essersi sempre per tutto il Cattolico Mondo eretti degli Oratori privati e dedicate delle pubbliche Chiese alle Glorie Immortali di Nostra Signora. Io poi, a tal dolce rimembranza, non posso dispensarmi dal congratularmene con Lei e ringraziarla vivamente di essersi degnata di aver data a me miserino tanta sorte di erigerle sì di fresco ad onore della sua Immacolata Concezione questa medesima Chiesa, ove noi or siamo. Ma siccome, a dire il vero, più voi con altri Benefattori, che io, siete concorsi ad erigerla e concorrete a mantenerla; perciò in attestato di mia gratitudine e per vostra consolazione, voglio in questa sera succintamente mostrarvi, come il concorrere alle fabbriche, od al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma, vien da Lei molto ben ricompensato, anche in questa vita. Lo caverete da alcuni fatti. Incomincio. 1. Non vi ha sinora nel Mondo persona, che una qualche picciola cosa ad onor della Vergine con buon cuore operasse, che da questa liberalissima Signora, la quale sta rigorosamente sul punto di non farsi mai vincere in cortesia e gentilezza, non rimanesse a larga mano ricompensata, anche in questa vita. Così ci attestava San Bernardo, sino ai suoi tempi: e così cento e mille autentici fatti, sino ai giorni nostri ce lo contestano. Pensate ora voi, Uditori, se quanta potrà esser la ricompensa che dalla clementissima Regina del Cielo aspettar si può chi con cuor divoto concorre alle fabbriche o al mantenimento delle Chiese a Lei dedicate. Ogni sacro Tempio alla gran Vergine consagrato può chiamarsi un bel Teatro aperto, ove si fanno spiccar le sue glorie; ed una Scuola, ove si insegna quanto necessaria ed utile sia la tenera divozione verso di Lei: onde chi a tanto Bene concorre può dir con verità di (b) Brev. Rom., die 16 Jul. (c) Beuter. lib. 1, Chron. Aragon. c. 23; Vigliegas p. 1, Hos SS. In vit. B. V., cap. 23, Ribad. In vit. S. Jacob. Apost. (d) Auriem. par. 2, cap. 1. 151 esser lo strumento dell’onor di Maria, il propagator delle sue Glorie, della sua Divozione; ed in conseguenza non ha che dubitare di vedersela seriosamente impegnata a rimunerarlo, eziandio in questo Mondo, con mille finezze. 2. Ce lo può ridire tra gli altri Giacomo I, re di Aragona. Questi, come molto divoto e zelante dell’onor della Vergine, ispirato da Lei, affin di ottenere il potente Patrocinio sopra di sé e del suo Regno, allora vessato da tanti Nemici, tutto l’animo suo rivolse ad edificar per tutta Aragona dei Sacri Tempi alla sua Celeste Sovrana dedicati. Quanti, credete voi, fabbricar ne facesse? Duemila Chiese appunto fabbricar fece; e tutte, affin avessero il decoroso mantenimento, le dotò. Queste furono del Re Giacomo I i fortissimi Castelli, che a costo dei suoi Tesori piantò in difesa contro i suoi Nemici: e queste gli portarono tante palme e tante vittorie, che lo resero sempre glorioso nelle Guerre; e gli diedero il soprannome di Giacomo il Vincitore (e). Era un bel vedere al certo, il pio Monarca tutto intento a dilatar le glorie di Maria con gli edifizi e con le doti delle sue Chiese; e Maria SS.ma tutta premurosa in innalzar le glorie del suo divoto con le continue Vittorie. 3. Ma non solo da Nostra Signora ebbero larga ricompensa, anche in questa Vita, quei che con donativi copiosi concorsero e con ricche limosine all’edifizio e mantenimento dei suoi sacri Tempi; ma coloro eziandio che con cuore divoto fecero picciole offerte, secondo le loro tenui forze. Vaglia per tutti il celebre autentico fatto, forse non a tutti voi ben noto, avvenuto in questa nostra stessa Città, circa l’anno 418, nell’erezione che fu fatta della nostra Chiesa oggi Parrocchiale, ed anticamente Colleggiata, sotto il titolo di Sancta Maria Inter Vineas (f). Scopertasi adunque, circa 1234 anni sono, tra le Vigne di questi nostri contorni, in un muro vecchio, una Immagine miracolosa della Gran Madre di Dio col suo Divin Figlio in braccio, fu dalla divozione de’ nostri antichi Ascolani processionalmente trasferita qui dentro la città, (e) Auriem. par. 2, cap. 1. (f) Appian. In Vita S. Emygd, cap. 22; Lazzar. In Ascol. In prospet., cap. 29. 152 affin d’innalzarle una Chiesa, come fu fatto. Mentre pertanto se ne gettavano le fondamenta, vi fu uno zelante sacro oratore, che per affrettarne al possibile l’edifizio, andò inculcando che chi concorreva con limosine a quella pia fabbrica, avrebbe dalla Regina del Cielo ottenuta, anche in questo Mondo, la centuplicata ricompensa. Si trovò presente al fervoroso Sermone, che nel dì dell’Assunta appunto cadde, un Funaio, il quale del nostro illustrissimo Martire Cittadino portava il nome, voglio dir di Cristanziano; e mosso dall’affetto alla Vergine e dalle promesse dell’Oratore, diè principio in quel giorno medesimo a porre un danaio, corrispondente ad un baiocco dei nostri tempi, in un cassettino, che esposto nel Duomo tenevasi a tal’effetto; con animo di proseguir per un anno tal limosina in ciascun giorno; come già fece. Venuto pertanto nel seguente anno il dì della gloriosa Assunta, si portò pronto Cristanziano a compiere la sua offerta nel cassettino. Ma, oimè! Ecco si avvede essergli stata tolta, tra la calca di Gente, da un incognito Ladro una ricca borsa; ove tenea conservate certe monete, che al valor rispondevano di cento scudi alla nostra, poco prima ritratti da una sua mercanzia. Le smanie, le grida, le lacrime del pover’uomo, lascio a voi considerarle. Posso soltanto ridirvi, che fatto fuor di se stesso, Ah Maria SS.ma, ad esclamar si pose, questo dunque è il centuplo già promesso dal vostro Panegerista? Ho fatta ben’io la Limosina per la vostra nuova Chiesa e voi soffrite che altri mi rubino ed assassinino? Indi con un misto di duolo e di sconfidenza, uscito tutto sconsolato di Chiesa, se ne va alla sua povera casa a terminare quel giorno e passar la sera e la notte in continuo pianto: sinchè sopravvinto da funeste riflessioni e precipitosi pensieri, risolve di terminar disperatamente i suoi guai con l’appiccarsi. Quindi, provvedutosi di un capestro, esce da Città, entra in un Bosco vicino, sale su di un albero e da se stesso si accomoda l’infame patibolo. 4. Io qui mi figuro, Uditori, che voi rattener più non possiate le smanie vostre con dirmi, e dove poi fu veramente per Cristanziano il guidernone, il centuplo delle sue Limosine, fatte per la Chiesa novella a Maria dedicata? Sarei per dirvi, che indegno troppo se ne mostrò il Misero col suo disordinato attacco ad un vile interesse e col suo precipitoso e disperato consiglio. Pure, anche questa di lui Indegnità 153 superar volle la clementissima Vergine, affin più strepitosa apparisse la grazia e più stimabile la ricompensa. Udite come. Nel mentre che Cristanziano su di quell’albero si affaticava a legar bene il capestro, ecco vi scopre un’apertura con entro un involtino nascosto: spinto da curiosità venturosa lo prende, lo apre e con stupore vi vede gran quantità di monete. Rientrato in se stesso dal pessimo risoluto partito, scende tutto festoso dall’albero, conta il danaio e trova esser 365 scudi appunto per la centupla ricompensa di 365 baiocchi da lui dati in limosina ad onor di Maria. Le feste che Cristanziano fece; i ringraziamenti, le benedizioni che diede a nostra Signora; il pentimento che ebbe della sua inconsiderata disperazione, potete voi considerarlo. Ma non finì qui il miracolo. Volle la Vergine dare un degno castigo al Ladro, che ebbe ardimento di porre mano al suo Divoto. Perciocché egli fuggendo dalla Città, ed entrando a nascondersi in quel medesimo Bosco, da cui pocanzi partito era Cristanziano; e vedendo in quell’albero accomodato il capestro, ivi salì precipitoso e disperatamente da se stesso si appiccò. 5. Or che ve ne pare, Uditori, di sì bel fatto? Vedete se quanto è vero quel che io vi diceva, che il concorrere alle fabbriche, o al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma, vien da Lei molto ben ricompensato anche in questa Vita. Speratene dunque anche voi la ricompensa di tante Limosine fatte a questa Chiesa novella dell’Immacolata Concezione; mentre io sono ad assicurarvene che l’otterrete. Ed intanto, pensiamo tutti a fare ogni sforzo di concorrere a formare dal nostro Cuore un sacro Tempio a Maria, ove essa abitar possa in perpetuo con la sua Grazia ed Amore; che sarà la più preziosa rimunerazione, che aver noi possiamo in questa vita. SERMONCINO DECIMO OTTAVO Recitato Sabato 17 Giugno 1752 Il Sermoncino si sviluppa in sei punti e vuole dimostare che l’Ave Maria è il saluto più gradito alla Vergine Santa come Ella stessa rivelò a Santa Metilde. Ciò a motivo della dignità di chi le ha rivolto per prima questo saluto e per il suo contenuto stesso. La preghiera dell’Ave Maria contiene infatti le parole di saluto che le rivolsero l’angelo Gabriele, Santa Elisabetta e, nell’ultima parte, quelle stabilite dalla Chiesa durante il concilio di Efeso, quando le riconobbe il titolo di Madre di Dio ed avvocata del genere umano. La preghiera dell’Ave Maria contiene anche i titoli più belli che possiamo rivolgerle: piena di grazia, benedetta tra tutte le donne, Madre di Dio e nostra. Ci rimane l’impegno di recitare spesso e con il cuore questa preghiera. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 77-82 (293-298). Argomento Quanto gradisca la SS.ma Vergine l’esser salutata con l’Ave Maria Ave Maria Lodi pur mille siano al Beato Alberto Magno, che eccitar volendo i fedeli alla tenera divozione verso la Regina del Cielo, diede loro questo ricordo, cioè che la salutassero di frequente, Salutemus eam frequenter (a)61. Perciocché essendo il saluto, non solamente un segno di benevolenza verso il soggetto che si saluta, ma ancora un attestato di stima verso di Lui e talora di rendimento di grazie alle sue dispensate cortesie; ne segue, che noi salutando frequentemente di buon cuore la Vergine, veniamo ad acquistar sempre più una tenera divozione verso di Lei; atteso che col frequente divoto saluto le attestiamo nel tempo stesso il nostro amore, la nostra venerazione, la gratitudine nostra. Quindi, osserviamo già noi, che la Santa Chiesa, nostra provvida Madre, premurosissima di vederci tutti ossequiosi verso di Maria SS.ma, stabilir ci ha voluto il salutarla tre volte al giorno; cioè nella Mattina e nella Sera; secondo che dispose Gregorio IX, Sommo Pontefice (b); e nel Mezzogiorno, conforme ordinò (a) Luc. 1. 61 Salutiamola frequentemete. (b) Calend. Marian. 4 Decemb. 154 155 Giovanni XXII o come altri vogliono, Callisto III (c). Tra le orazioni però, con le quali vien dai suoi Divoti salutata Nostra Signora, qual credete voi, Uditori, sia quella che a Lei riesca più grata? Quanto a me, tengo certo sia l’Angelica salutazione che comunemente intitoliamo l’Ave Maria. Osservate di grazia, quanto la gradisca: mentre tanto ho ideato mostrarvi in questa sera, per più animarvi a dar gusto alla Vergine. Favoritemi di attenzione. Mi fo’ da capo. 1. 2. Per due capi principalmente può riuscir grato un saluto, o per riguardo degli elogi che esso contiene o per rapporto di chi lo fa. Favellando del primo, come non esser molto grato a Nostra Immacolata Signora il sacro saluto dell’Ave Maria, se questa orazione contiene gli elogi più nobili, più alti e più divini; che a Lei dare si possano? In essa si esprime la pienezza di Grazia che la Gran Vergine sempre mai possedette; il singolar privilegio di esser benedetta fra tutte le donne; la dignità infinita di esser Madre di Dio; e la gran prerogativa di essere Avvocata di tutto il Genere Umano e spezialmente de’ poveri Peccatori. Certo è, Uditori, che ogni elogio di questi riesce grato alla Vergine: or come un serto di tutti non riuscirle gratissimo? Che se all’altro capo, per cui è gradito un saluto, cioè per rapporto di chi lo fa, volger vogliamo il pensiero; chi vi ha tra di voi, che non sappia essere stato fatto e composto il sacro saluto, di cui favelliamo, da Personaggi in santità molto celebri; e per conseguenza molto cari alla Regina del Cielo? L’Arcangelo Gabriele fu il primo a pronunziarlo con tutto l’ossequio e ad esserne dei tre primi elogi l’Autore; allorché annunziando alla comune Signora l’ineffabil Mistero dell’Incarnazione del Divin Verbo, la salutò dicendo, Dio ti salvi, piena di Grazia; il Signore è teco; Benedetta tu fra le Donne (d). Santa Elisabetta poi dell’elogio quarto fu l’Autrice, allorquando visitata dalla predetta Madre di Dio, rattener non volendo il giubilo, di cui il cuor le inondava, ad esclamare si pose, Benedetto il frutto del Tuo Ventre (e). Finalmente la Chiesa, aggiun- (c) Auriem. p. 1, cap. 5. (d) Luc. 1. (e) Luc. 1. 156 ger volendo a sì nobile e degno saluto anche gli elogi suoi; in occasione che nell’anno 431 fu convocato il tanto celebre Concilio Efesino, nel quale condannato fu l’empio eresiarca Nestorio, che con sacrilega ostinatezza negar ardiva alla Vergine l’altissimo pregio di esser Madre di Dio; a confusione di sì temerario e diabolico Menzognero, a gloria maggiore di Nostra Signora e ad istruzione del Cristianesimo tutto, ordinò che in aggiunta dell’Ave Maria si dicesse, Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi Peccatori, con quel che segue sino alla fine (f). Or un saluto adunque sì sacrosanto da Personaggi sì celebri fatto, come possibile non esser dalla Vergine oltremodo gradito? 3. Vero è, non lo nego, che la sola nostra freddezza ed indegnità serve di grande impedimento. Ma pure io sostengo, che benché l’indisposizione nostra in recitando l’Ave Maria serve alla Vergine di molto dispiacere; nulladimeno, e per riguardo degli altissimi elogi, che una tale Orazione contiene, e per rapporto dei suoi Santi Istitutori, non possa farsi a meno che non rechi per se stessa un gran godimento a Nostra Signora e che non l’ascolti volentieri da chiunque divotamente la recita: come ben diceva Tommaso da Kempis, Salutate Mariam Angelica Salutatione, quia vocem hanc audit valde libenter (g)62. Anzi, fondato sugli stessi riguardi, ad aggiunger mi fo’ con l’asserire per certo, che se le altre orazioni divote alla Regina del Cielo sono pur grate, questa dell’Ave Maria sia tra le preghiere tutte la più gradita; ed il più caro ed accetto tra tutti i sacri saluti, che a Lei dare si possano. 4. Sottentri alle ragioni di alcuni esempi il contesto. Santa Metilde (che dell’Amor di Maria sì grandemente ardeva, talché esclamava bene spesso di desiderare in sé raccolti i Cuori di tutte le creature, affin di amarla con i Cuori di tutti), Santa Metilde, ripeto, supplicando bene spesso la Vergine, affin si degnasse istruirla su di un qualche sacro saluto, che le fosse più grato e che migliore trovar non si potesse, restò un dì con- (f) Calend. Marian. 22 Jun.; Auriem. p. 1, cap. 5. (g) Ser. 21 Ad Na. 62 Salutate Maria con il saluto angelico poiché ascolta molto volentieri questo saluto. 157 solata in tal guisa (h). Le comparve Nostra Signora, portando scritta a caratteri d’oro sovra del Sacro Petto l’Ave Maria; e a Lei rivolta, Sappi, le disse, che non potrà veruno salutarmi meglio che con questo Saluto. Lo stesso udì dirsi dalla Regina del Cielo la Beata Eulalia Monaca Cistercense; la quale anche riseppe che quelle parole Dominus tecum erano alla Vergine di grandissimo gusto (i). Lo stesso, per finirla fu rivelato alla Beata Giovanna di Francia (k). Tanto è vero, Uditori, che l’Angelica salutazione riesce così grata a Maria SS.ma, che tra tutte le Preghiere, che a Lei si fanno, questa le è più accetta e più cara. 5. Noi dunque, Ascoltanti miei cari, che tutta la grande premura aver dobbiamo di dar sul genio alla nostra Celeste Sovrana, quale studio ed attenzione dobbiamo porre in così salutarla di frequente? Io ben so, che voi tutti tra giorno più e più volte riverite la Vergine con l’Ave Maria: onde parrebbe superfluo il raccomandarvi un tale ossequio. Ma vogliam credere, che tutti poi la recitiate con attenzione e con affetto? Piacesse pure al Cielo che così fosse! Ah che alcuni, o per esser con semplicità troppo carichi di divozioni e di recite, o per esser troppo tiepidi ed indivoti, salutano Nostra Signora con tal fretta e con tali storpiature di Ave Maria, che neppur si accorgono di quel che dicono, di quel che lasciano, di quel che imbrogliano. Per altro, io stimo, non esser questi in verun modo saluti, Preghiere ed Orazioni; ma piuttosto Ciance e quasi starei per dirle, villanie ed improperi; da muover sino alle risa lo stesso demonio; come appunto fecesi beffe una volta di certe precipitose ed indivote Ave Maria, che recitava un Giovinastro. Semmai, Uditori, qualcuno di questo taglio si trovasse tra voi, si muti. 6. Ecco pertanto il bel modo di dar gusto alla Regina del Cielo col saluto dell’Ave Maria. Recitarla da quando in quando con tutta l’attenzione e divozione a noi possibile. Così stilava ed ai suoi Religiosi raccomandava caldamente San Dionisio Cartusiano dicendo, Salutationem Angelicam (h) Auriem. par. 1., Affet. Scarab., cap. 5. (i) Maracci In Lib. Marian. pag. 28. (k) Maracci loc. cit. 158 quanto frequentius, tanto attentius, affectuosiusque dicamus (l)63. Anzi la Vergine stessa una dolce ammonizione ne fece alla sua diletta Eulalia Cistercense, di cui poc’anzi favellammo. Era solita la divota Religiosa recitar moltissime Ave Maria e giorno e notte; e siccome per vari impieghi che aveva, non poteva arrivare a recitarle sempre tutte con pausa ed attenzione, si dava alle volte fretta in recitarle. Quando in una notte comparir si vide Nostra Signora, che così dolcemente la ammonì, Eulalia, se mi vuoi dar contento, e giovar più all’Anima tua, quando mi saluti con l’Ave Maria, non la dire così all’infretta (m). Dal che prontamente si emendò la Santa, ed ammaestrata rimase, che qualora accoppiar non si potevano con gli impieghi del proprio Stato numerose e lunghe Recite divote, era meglio usarne più poche e dirle bene; che usarne molte e strapazzarle. Serva ciò anche per nostro ammaestramento in tutte le nostre orazioni e particolarmente in questa dell’Ave Maria; la quale, essendo con divozion recitata, rapisce il cuore alla Vergine, tanto le riesce accetta e gradita; come io vi diceva. (l) Ser. 6 In Annunc. 63 Recitiamo l’Ave Maria quanto più frequentemente tanto più attentamente e affettuosamente. (m) Maracci In Lib. Marian., pag. 28. 159 SERMONCINO DECIMO NONO Recitato Sabato 24 Giugno 1752, ricorrendo la festa della Natività del gloriosissimo Precursore S. Giovanni Battista L’argomento del Sermoncino, sviluppato in sette punti, mette in relazione la festa liturgica della natività di San Giovanni Battista con la tematica mariana dei sabati. Nell’introduzione don Marcucci afferma di non essere all’altezza di parlare dei privilegi del santo. Si soffermerà invece a trattare gli effetti che la visita di Maria a Santa Elisabetta ha prodotto nel figlio Giovanni. Egli crede che l’abbraccio di Maria alla cugina Elisabetta abbia donato al bimbo l’uso perfetto di ragione, la cancellazione della macchia originale e la pienezza dello Spirito Santo. L’Autore crede con Sant’Ambrogio che San Giovanni ricevette dalla Vergine il battesimo di Spirito Santo prima della sua nascita e divenne suo primo figlio spirituale. Ella volle donare al piccolo anche l’esempio del servizio e della dolce carità trattenendosi con sua madre per tre mesi. Se dunque Maria SS.ma amò tanto San Giovanni Battista, questi ci otterrà volentieri la protezione di Maria. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 259-265 Argomento Essendo stato San Giovanni Battista così caro a Nostra Signora, non vi è mezzo più proprio per ottenere la Protezione di questa, che interporvi l’Intercessione di quello Ave Maria Non aspettaste già, Riveriti Uditori, che in questa ricorrente antichissima Festa, celebrata con molta solennità sin sulla fine del secolo quarto, ai tempi di S. Agostino e di S. Massimo, voglio dir della Natività di S. Giovanni Battista; non già aspettaste, ripeto, che io esporre vi volessi tutte le Prerogative del SS.mo Precursore e farvi considerare quanto singolari esse fossero, nobili ed eccellenti: atteso che un tale assunto, stimando io riuscire anche difficoltoso a chi un Angelico intendimento avesse, od una Celeste facondia; molto più lo ravviso impossibile ad essere intrapreso e sostenuto dalle mie deboli forze. E come no? Se io vi dicessi essere stato il Battista, grande in virtù e perfezione, sarebbe poco; perciocchè egli non solo comparve Grande presso degli Uomini, ma sino al cospetto di Dio, innanzi a cui per 160 altro ogni più smisurata grandezza sparisce, erit magnus coram Domino (a)64. Se ve lo mostrassi Profeta, nulla direi; atteso che il Redentore medesimo lo disse più che Profeta, Plusquam Propheta (b); e lo nominò sino Angelo suo Precursore, Hic est, de quo scriptum est, Ecce mitto Angelum meum ante faciem tuam, qui praeparabit viam tuam (c)65. Insomma, se io ve lo predicassi Patriarca, Apostolo, Dottore, Innocente, Vergine, Confessore, Penitente, Martire e Santo di alta sfera, che mai ve ne direi, se lo stesso Gesù di sua propria Bocca a più sublime posto, lo innalzò allorquando lo canonizzò per Maggiore tra quanti mai nati eran da donna? Non surrexit inter Natos Mulierum Major Joanne Baptista (d)66. Lungi adunque dalla vostra aspettativa, U(ditori) e dal mio pensiero sia il raggiuger o il novero o l’altezza delle eccellenti sue Prerogative. Vi basti l’udirne una sola; la quale, se mi riuscirà di esporvela almeno come in abozzo, spero risveglierà maggiormente in voi quell’alto concetto, che del Gran Battista già avete. Bramate saper qual sarà questa singolar Prerogativa? Eccola. L’essere stato San Giovanni Battista molto amato dall’Immacolata Signora nostra Maria SS.ma, ed a Lei molto caro. Favorite di ascoltarne attentamente le prove: e confido che allor da voi medesimi capirete, non esservi mezzo più proprio per ottener la Protezione della Vergine, che interporvi l’efficacissima Intercessione del Battista. Diamo principio. 1. Una delle ragioni per cui resta chiaro, che San Giovanni Battista fosse molto caro alla Vergine e da Lei molto amato è, Uditori, l’essere egli stato suo stretto Parente. Ognun sa, quanta possanza abbia di suscitare in un Cuore un tenero giustissimo affetto la stretta Parentela: giacchè la Natura medesima ha stampato in ciascuno un tal documento. Quindi è che se Nostra Immacolata Signora dalla sua Benignità incomparabile e Misericordia viene, dirò così, costretta ad amare noi tutti teneramente; (a) Luc. 1, 15. 64 Sarà grande dinanzi al Signore. (b) Luc. 7, 27. (c) Luc. 7, 28. 65 Costui è quello di cui è stato scritto, ecco io mando il mio angelo davanti al tuo cospetto, che ti preparerà la strada. (d) Matth. 11, 11. 66 Non sorse tra i figli di donne uno più grande di Giovanni Battista. 161 nell’Amor tenero però verso il Battista obbligata si trovò doppiamente, perché vi concorse anche il vincolo stretto di Sangue ad obbligarla. Notatene di grazia la Genealogia. Che la Vergine fosse Parente di Santa Elisabetta, Madre di San Giovanni, è così indubitato, che è un articolo di fede; dicendoci espressamente il Vangelo, che le era Cognata, Ecce Elisabeth cognata tua (e). Ben so, che non mancano sacri Espositori che, giusta lo stile quasi ordinario nelle Scritture di intitolarsi Cognato, Fratello o Sorella qualunque Parente, intendono quel Cognata tua per un titolo generico di Parentela e Cognazione, senza individuarne il grado: e voi vederlo potete presso il Toleto, che diffusamente ne scrive (f). Ma io, appoggiato sull’autorità del Menologio Greco (g), sulla Storia di Niceforo (h) e sulla sentenza del celebre Lirano e di altri molti (i), intendo quel passo del Vangelo così, cioè che Nostra Signora fosse nel tempo stesso e vera Cognata Cugina di Santa Elisabetta e sua Sorella Cugina. Cognata Cugina per riguardo del Patriarca San Giuseppe, suo purissimo Sposo; il cui Padre, chiamato Giacobbe e la Madre di Santa Elisabetta, chiamata Sobe, eran carnali; amendue figlie di Mathan della discendenza di Abramo e della stirpe Reale di Davide. Fu poi Sorella Cugina per riguardo della gloriosa Sant’Anna, sua SS.ma Madre; la quale era Sorella Carnale di Sobe, Madre di Santa Elisabetta e di Giacobbe Padre di S. Giuseppe e figlia anch’essa di Mathan. Onde per ogni verso appare e per ciascun grado, che Nostra Signora fosse Zia cugina del gran Battista. Argomentate ora voi qual tenero singolarissimo amor gli portasse: giacchè la stessa sua frettolosa partenza da Nazareth per andare a santificarlo sin nel Ventre Materno, di un finissimo Amore ve ne dà sempre più chiaro argomento. 2. Sebbene lo stretto vincolo di Sangue non è la sola cagione, da cui dedurre noi possiamo l’Amor grande che Maria SS.ma portò a San Giovanni. Vi è un altro motivo più rilevante, cioè di essere stato il Battista suo (e) Luc. 1, 36. (f) Tolett. In Luc. 1; annot. 108. (g) Men. Graec., Die 8 settembris. (h) Nicephor., Lib. 2, Hist. cap. 3. (i) Tirin. In scriptur. Tomo 1, Tab. 4 in fol. 162 primo Figlio Spirituale; come egregiamente il De Voragine scrisse, Joannes Baptista fuit Virginis Mariae spiritualis Filius (k)67. Possiamo noi dire, tre figli avev avuti la Vergine, cioè uno Naturale e fu Gesù Signore nostro; un altro adottivo e fu San Giovanni Evangelista, che per comando del suo Divino Unigenito se lo adottò a piè della Croce; un altro spirituale e questo fu San Giovanni Battista. Il primo Figlio, cioè l’unico naturale che ebbe, lo amò infinitamente sopra tutte le cose con tutto il suo Cuore, come suo caro Dio. Il secondo, cioè l’adottivo, lo amò la Vergine teneramente. Il terzo, poi cioè lo spirituale, non solo lo amò con tenerezza, ma eziandio con prodigio. Concepito era stato il Battista, come gli altri discendenti di Adamo, con l’originale peccato; e già da più mesi così privo di Grazia sen giaceva racchiuso nel Seno Materno. Pronta Nostra Signora vi accorse; ed appena giunta, non così tosto ebbe dato il dolce saluto ed abbraccio alla sua Cugina, che subito infonde al racchiuso Pargoletto l’uso perfetto di ragione, lo ricolma di gioia e di giubilo, lo monda dall’originaria macchia, lo riempie di Spirito Santo: Ad salutationem Mariae exultavit Infans in Utero, odasi Sant Ambrogio, repletus est Spiritu Sancto (l)68. Onde può dirsi, che la Vergine in un certo modo lo battezzasse prima della di lui nascita; e che il Battista in virtù del Saluto della sua potentissima Zia Cugina ricevesse il Battesimo di Spirito Santo; conforme degnamente riflette il De Voragine, Virtute Verbi Virginei Baptismum recepit Spiritus Sancti (m)69; e così primo Spirituale suo Figlio divenisse. Or può darsi Amor più tenero ed insieme più prodigioso di questo? 3. Ma notatene alcune più particolari finezze. Maria SS.ma che sin di allora incominciò ad amarlo come suo prediletto spirituale Figliuolo, come tale volle anche istruirlo nelle più eroiche sublimi virtudi, mi spiego. Si trattenne Nostra Signora nella casa di Santa Elisabetta, quasi per tre (k) De Vorag. Ser. 4. De S. Joan Bapt. 67 Giovanni Battista fu figlio spirituale di Maria Vergine. (l) S. Ambr. in Luc. lib. 3. 68 Al saluto di Maria esultò il bimbo nell’utero… fu ripieno di Spirito Santo. (m) De Vorag., Ser. 4, De S. Joan. Bapt. 69 In virtù del saluto della Vergine ricevette il Battesimo dello Spirito Santo. 163 mesi, Mansit autem Maria cum illa quasi Mensibus tribus (n)70. Or di questo suo trattenimento, non solo il contento e vantaggio della sua Cognata ne fu la cagione, come osserva Sant’Ambrogio; ma ancora il profitto che al suo amato Nipote ne ridondava, Sed etiam tanti Viri profectus (o)71. Vedeva molto bene il picciol Giovanni, ancor che imprigionato nell’Utero Materno, come appien dotato di uso di ragione e di lume Profetico; vedeva, disse, molto bene tutte le eccellenti Virtù praticate dalla SS.ma Zia, sentiva tutti i divini discorsi ed ammaestramenti di Lei; e così, al dire di Ambrogio, andava in sè copiando la perfezione ed approfittandosi di tale Scuola Divina. E la Vergine, che tutto ciò ben sapeva, chi esprimer può, se con qual tenerezza di affetto la Santità comunicando gli andava? 4. Or che vi sembra, Uditori? Tutti questi addotti motivi non son forse tutti validi fondamenti, dai quali manifesto rimane esser stato il Battista molto caro a Maria e da Lei molto amato? Eppure, se ho da dirvela, penso che da un’altra ragione resti più chiaro il mio Assunto. Notate. Ciascuno ama il simile a se stesso; come la Scrittura ci dice (p): atteso che, al fondato scriver dell’Angelico (q), la similitudine è, propriamente parlando, la cagione dell’Amore, Similitudo, proprie loquendo, est causa Amoris72. Ciò presupposto, chi giunger varrà mai a comprendere l’amore finissimo ed ineffabile di Nostra Signora verso San Giovanni Battista, se tanto simile a sè lo vide per mille capi? Udite e stupite. L’Argangelo Gabriele annunziò a San Giovacchino la Concezione e la Nascita di Maria SS.ma, come con l’antico Germano Costantino Politano ce lo attestan mille altri (r). Lo stesso Arcangelo annunziò a San Zaccaria la Concezione e la Nascita di San Giovanni. I Nomi glorio- (n) Luc. 1, 56. 70 E Maria rimase con lei quasi tre mesi. (o) S.Ambr. in Luc. lib. 3. 71 Ma anche di un così grande uomo il profotto. (p) Ecclesiast. 13, 19. (q) 1. 2 q. 27, av. 3 in c. 72 La similitudine è propriamente parlando la causa dell’amore. (r) Ger. De encom. Virg., Fulbertus Episcopus Carnotens., Ser. De Nat. Virg. 164 sissimi di amendue annunziati furon dall’Angelo e molto coerenti furon nel lor significato di Grazia. Sì l’una, che l’altro generati furon per miracolo da sterili vecchi Genitori. Nella Nascita poi ebbero tal somiglianza, che Santa nacque la Vergine e la sua Natività apportò una grande allegrezza a tutto il Mondo; come c’insegna la Chiesa; e Santo ancor nacque il Battista e col suo nascer un gaudio grande recò ed alla sua casa ed ai Popoli tutti di quei contorni. Vergine fu sempre Maria; così pur Vergin si mantenne Giovanni. E se Nostra Signora, come Madre di Dio, fu la Regina dei Santi; il Battista, come Precursore del Divin Verbo Umanato, fu tra i Santi il maggiore. In Cielo Grande Imperatrice è la prima: colassù Gran Principe è l’altro. O che bella somiglianza, che convenienza maravigliosa! Or se questa appunto è il proprio costitutivo di un forte tenerissimo Amore: che più evidenti prove di queste vogliamo, Uditori, per toccar con mano, che San Giovanni Battista fosse in altissimo grado caro a Maria e da Lei teneramente amato? 5. Giacchè adunque purtroppo ne restiam persuasi; chi esser vi può ora tra noi sì grossolano, che da se medesimo non intenda, non esservi dunque mezzo più proprio per ottener la tanto necessaria e sospirata Protezione della Vergine, che interporvi l’efficacissima Intercessione del Battista. Qui non fan duopo ragioni: bensì, per promuoverne la pratica, vi bisognano esempi. Sentitene alcuni, che succintamente sono a contarvi: e finisco. 6. Paolo Diacono di Aquileja, poi Monaco Cassinese, Scrittor così celebre e pio, al Mondo tutto già noto e così stimato dall’Imperador Carlo Magno, Paolo Diacono, dico, travagliato trovandosi da una fiera raucedine, per quanti mai rimedi umani adoperasse, non fu mai possibile ne sperimentasse sollievo. Cresceva ogni giorno il male; ed egli afflitto tutto per vedersi preclusa ogni strada di impiegarsi per la gloria di Dio, alla Regina del Cielo, di cui era molto devoto, fece più volte ricorso. Parendogli però che l’eccelsa Signora muover punto non si volesse ai suoi bisogni, si rivolse a pregar San Giovanni Battista, a cui singolar affetto portava. Oh, disse, a Voi tocca, Santo mio potentissimo e grazioso, di ottenermi da Dio e dalla sua Madre SS.ma la guarigione da questa così imperversata ed inasprita raucedine, che mi tra- 165 vaglia! Tanto disse Paolo Diacono con viva fiducia e tanto ottenne per Intercessione del Santo, rimanendo miracolosamente guarito. Della qual grazia memore egli e grato, volle confessarla ai Posteri sul principio di quel bellissimo Inno, che noi sino ad ora diciam nell’Uffizio, Ut queant laxis resonare fibris73, che poi, circa la fine del secolo ottavo, ad onore di San Giovanni, in bei versi Saffici con l’aggiunta dell’Adonico ad ogni strofa, compose (s). 7. Cosìppur, quanto valida fosse l’Intercessione del Battista presso Nostra Signora, sperimentarono nell’anno 1490 i Cavalieri Gerosolimitani ossien di Malta. Intrapresero essi coraggiosamente una fiera battaglia Navale contra dei Turchi. Dubbia ancor era la Vittoria per ambe le inferocite Parti: e sino i Venti e le Onde, pareva che concorressero a renderla incerta, con l’imperversare or contro degli uni ed or contro degli altri. Imploravano intanto per l’ottimo esito i coraggiosi e Pii Cavalieri il Patrocinio dell’Imperadrice del Cielo ed il soccorso del loro Tutelare e singolare Protettore della loro Religione San Giovanni Battista. Quando eccoti all’improvviso apparir loro Maria SS.ma insieme col Santo Precursore: e tosto li anima al combattimento, li ripara da colpi nemici, li rinvigorisce negli assalti; e pone alla fine nelle loro mani la gloriosa Vittoria (t). Tanto fu efficace per loro l’Intercession del Battista presso della Gran Vergine. E tanto, credetelo a me, sarà sempre efficace anche per noi, miei cari Uditori, in tutti i nostri bisogni; se lo porremo sempre per Mezzano affin di goder la Protezione potente di Nostra Immacolata Signora. E come no? Rammentatevi sempre, essere stato San Giovanni Battista molto a Lei caro, ed amato da Lei teneramente: e tanto vi basti per ravvivarvi la fiducia e per spronarvi alla pratica. SERMONCINO VENTESIMO Recitato Sabato 1 Luglio 1752 Il Sermoncino, sviluppato in sette punti, viene recitato nella vigilia della festa della visita di Maria a Santa Elisabetta. L’Autore si dilunga un po’ sull’introduzione per rispondere ad alcune domande che le circostanze della festa pongono. Dopo un accenno alle sublimi virtù dell’umiltà e della carità, praticate dalla Madre di Dio in questa circostanza, spiega l’origine storica della festa. Essa fu istituita nel 1359 dal Sommo Pontefice Urbano VI per implorare l’aiuto di Maria SS.ma, Madre dell’unione e della pace, contro lo scisma dell’Antipapa Clemente VII. Alcuni secoli prima la festa, promossa dai Francescani, veniva celebrata privatamente. Don Marcucci sostiene con Sant’Ambrogio ed altri Padri della Chiesa che la Vergine avesse circa 14 anni e che impiegasse almeno tre giorni per giungere dalla cugina. La data della festa, due luglio, non è verosimile perché se si celebra la natività di San Giovanni il 24 giugno e dal Vangelo sappiamo che Maria si trattenne tre mesi con la cugina, prima della nascita del Precursore, la festa della visitazione dovrebbe cadere intorno al 28 marzo, subito dopo l’Annunciazione, ma a motivo delle feste pasquali la Chiesa la sposta a questa data. L’argomento del Sermoncino è di carattere morale e mira a preparare l’animo degli ascoltatori alle dolcissime visite di Maria SS.ma. La condizione più importante è la vera umiltà di cuore, cioè fondata sulla propria pochezza e piena di opere buone per far piacere a Dio e all’Immacolata sua Madre. Questo è l’esempio che ci hanno lasciato la stessa Vergine Santa, Santa Elisabetta ed altri. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 249-256 (37-44). Argomento Il reputarsi indegno di ricevere le dolcissime Visite di Maria SS.ma e nel tempo stesso far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle Ave Maria 73 Perché possano risuonare con pieno trasporto. (s) Gavant. in Comment. Rubr. Brev., Sect. 7, cap. 8, n. 24. (t) Marches. in Diar. Sacr., die 24 junii. 166 In questa sera sì, R(iveriti) U(ditori), che sarà pur gentile e curiosa! Voi qui adunati, mi persuado, con gran desiderio di sentirmi favellar sopra la SS.ma Visitazione di Nostra Immacolata Signora, fatta a Santa Elisabetta, nella cui Vigilia già siamo, sull’aspettativa starete di udir forse da me cose grandi su 167 del ricorrente sacrosanto Mistero: ed io, che estatico a pien son rimasto dalla considerazione delle ineffabili Virtù sublimissime e spezialmente dell’Umiltà e Carità, praticate in questa Visita dalla Gran Madre di Dio, ed ammirate insino con ben’alto stupore da tutti gli Angeli e Serafini del Cielo; costretto a venerarle con un profondo silenzio, sono appunto salito su questa Cattedra al fin di pregarvi a dispensarmi dal farvene in questa sera discorso. Sintantochè qualche storica notizia bramaste intorno alla antichità di detta Festa, pure: ve ne darei di buon cuore quella contezza vorreste, col dirvi essere stata ella istituita nell’anno 1389 dal Sommo Pontefice Urbano VI (a), per implorare aiuto dalla Madre dell’Unione e Pace, Maria SS.ma, contro lo Scisma XXVI, che allor regnava ostinato dell’Antipapa Clemente VII Genevrino contro il legittimo memorato Successor di San Pietro: e per l’effetto medesimo nell’anno appresso, cioè nel 1390 essersi pubblicata dal Pontefice Bonifacio IX. Anzi sarei ad assicurarvi di più esser stata solennizzata tal Festa, anche alcuni secoli innanzi, privatamente da qualche particolare Adunanza divota; come appunto sin dall’anno 1263, essersi celebrata dai Francescani, nei loro Annali si legge. Così se vorreste qualche altro istorico lume, ver. gr., dell’Età che allora avea la Vergine, quando dalla Città di Nazareth intraprese il lungo e disastroso viaggio per le montagne della Giudea sino alla città di Giuda, vicino a Gerusalemme, ove Santa Elisabetta abitava, vi direi, che dovendosi onninamente riggetar come bizzarra la poco accorta sentenza del Gaetano, cioè che fosse nostra Signora allora di anni diciannove, oppur ventiquattro di età (b), vi direi, ripeto, che secondo il comune e più fondato parere dei Sacri Scrittori (c), era allora la Vergine di anni quattordici non ancor compiti. Insomma, Uditori, qual sarebbe mai quella notizia da voi bramata, alla dichiarazione di cui non mi soggetterei volentieri per esser da voi esentato dal favellarvi dell’ineffabil Mistero? Purché per dispensato mi abbiate, vi esporrò eziandio quel tanto non meno grato, che ricercato dubbio, cioè se veramente la Visitazione di Nostra Signora avvenne nel giorno di domani, al 2 di luglio; oppur se in altro dì, perché dimani se ne solennizzi la Festa? Certo è che al 2 di luglio non potè mai succeder la (a) Gavant. in Comment. Rubr. Brev. sect. 7, cap. 9, n. 2; Auriem. par. 1, cap. 24. (b) Caiet. Luc. 1. (c) Graveson Tomo 1, De Ann. Christ, dissert. 2, fol. 23. 168 Visitazione della Vergine a Santa Elisabetta: perciocché essendo essa avvenuta dopo l’Annunciazione, come dice il Vangelo (d), la quale successe ai 25 di marzo, ne viene che l’arrivo di Nostra Signora in casa della sua Cognata e Cugina pochi dì dopo seguisse, cioè circa lì 28 di marzo. Eccone la ragione. Partì la Vergine poco dopo essere stata annunziata, come dal Vangelo si cava e tutti i Santi Padri ci affermano; aggiungendo anzi Origene, Sant’Ambrogio e San Beda (e), che nello stesso giorno dell’Annunciazione partisse. Il viaggio veramente fu montuoso ed incomodo e lungo sopra miglie cinquanta, conforme nota S. Francesco di Sales e di circa sessanta, allo scriver dei Viaggiatori di Terra Santa (f): quindi creder si può, che Nostra Signora, così delicata e tenera di anni quattordici, facendo anche un tal disastroso viaggio a piedi, tuttoché frettolosamente andasse, ci mettesse circa tre giorni; onde giungesse alla Casa della sua Cugina circa al 28 di marzo; come si disse; e non già al 2 di luglio: tanto più che essendo nato San Giovanni al 24 di giugno, se si ammettesse essere succeduta la Visitazione nel giorno di domani, si direbbe avvenuta dopo nato il Battista: il che sarebbe eresia, perché contra il Vangelo (g). Che se dunque la Visitazione accadde circa il 28 di marzo, perché dimani al 2 di luglio vien celebrata? Vi dirò. La Santa Chiesa l’ha trasferita al giorno di domani, sì perché negli ultimi giorni di marzo sta per lo più occupata nella rimembranza dolorosa della Passione di Gesù Signor Nostro (h); e sì ancora perché nel giorno di domani finì la Visita della Vergine partendo dalla sua Cognata per far ritorno a Nazareth, come nota l’Azorio (i). Ne volete di più, Uditori, per esentarmi dal formarvi discorso sopra il suddetto Mistero della Visitazione? Mi è pur costato un Proemio più lungo di un Panegirico. Contentatevi adunque: e datemi libertà che io piuttosto in questa sera, per rapporto del memorato Mistero, una Proposizione morale vi additi e succintamente vi esponga, cioè che il riputarsi indegno di ricever le dolcissime Visite di Maria SS.ma e nel tempo stesso far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle. Volete vederlo? Attendete. (d) Luc. 1. (e) Carthagena, hom. 1. (f) P. Ant. de Hadria. in Medit. de vit. Christ. (g) Luc. 1. (h) Viglieg., par. 2, Flos. SS.; 2 jul. (i) Azor. p. 2, lib. 2, c. 23, q. 2. 169 1. Sono le Visite di Nostra Immacolata Signora così dolci benefiche e doviziose di mille grazie e favori (come le sperimentò appunto nel ricorrente Mistero tutta la casa fortunatissima di Zaccaria), che non vi ha al certo Anima Cristiana al Mondo, la quale estremamente non le desideri e caldamente non le dimandi. Eppure, tuttoché Maria SS.ma di sua benigna Natura sia assai più pronta a dare, di quel che a chiedere noi siamo; eppure, ripiglio, il veder tutto giorno, che non tutti delle sue dolcissime Visite sono partecipi, voglio dir, delle sue straordinarie illustrazioni e grazie, dei suoi favori speziali, del suo tenero amore; da altro, penso, non derivar loro tal disgrazia, se non dal non servirsi essi di quel gran segreto, da me divisato, cioè di riputarsi indegni di riceverle e far nel tempo stesso quel che si deve per ottenerle. 2. Questo è un segreto, Uditori, così efficace ed isperimentato, e così fondato su di valide e convincenti ragioni, che temere non può di non riceverne sicuro l’ottimo effetto chiunque a servirsene porge pronto la mano. Osservate se io punto mi allontani dal vero. Egli è un decreto già uscito dalla Sapienza Divina negar voi non lo potete che le Celesti finezze, le esaltazioni, i favori, le grazie non si dispensano all’Uomo per altro canale, che per quello dell’Umiltà vera di cuore: Qui se humiliat exaltabitur (k). Deus Superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (l)74. Questo decreto, voi pur lo sapete, dalla Madre della Sapienza Divina che fu ancor sottoscritto: avendo pur essa detto, Dispersit superbos ... et exaltavit Humiles (m). Or questa Umiltà pertanto, che è la sola apportatrice delle sovrane celesti dolcissime visite al nostro Cuore, affin sia tale, aver deve necessariamente due inseparabili qualità, cioè che sia di cuore e vera. 3. L’Umiltà è allora di cuore, quando rientra e s’interna nella propria viltà, reputandosi affatto indegna di esser onorata con visite, arricchita di grazie, decorata con celesti favori. Allora poi è vera, quando è operativa, (k) Luc. 18, 14. (l) Jhac. 4, 6. 74 Chi si umilia sarà esaltato. Dio resiste ai superbi, ma dà la grazia agli umili… Disperse i superbi ed esaltò gli umili. (m) Luc. 1. 170 cioè che nonostante il riputarsi indegnissima, pure fa ed opera nel tempo stesso tutto il Bene che può e che deve per dar gusto a Dio ed all’Immacolata sua Madre. Alto, Uditori. Se adunque l’Umiltà vera di cuore è quella, che ruba il cuore alla Vergine ed ottien da Lei le più care visite delle sue amorose finezze: datemi un Umile vero di cuore, cioè che si reputi indegno e che operi nel tempo stesso; e poi negatemi, se potete, non aver esso il grande segreto per esser sicuramente visitato da Nostra Signora. 4. Ma io voglio ancora provarvelo con un’altra forte ragione, tanto mi trovo impegnato per la verità del mio Assunto. Il riputarsi indegno di ricever le visite dolcissime di Maria e nel tempo medesimo far quello che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle; appunto perché chi così si porta, si fa imitator fortunato del mondo, come si portò la Vergine per esser visitata dal Cielo; ed in conseguenza la sprona a rimirarlo con occhi benigni, vedendolo fatto a sè alquanto conforme; ed a visitarlo da vicino con le sue amorose finezze; come dice Bernardo, Prope est Virgo invocantibus se praesertim iis, quos videt conformes sibi factos in humilitate (n)75. Or notate, come si portò Maria. Era ella sulla fine del quattordicesimo anno, quando un dì in altissima contemplazione assorta, ammirando trovavasi su quel Passo del Profeta Isaia, Ecce Virgo concipiet et pariet 76, chi mai esser dovea tra la Real Discendenza di Davide quella Vergine, la quale tanta singolarissima sorte godrebbe di concepir nel suo casto Ventre, per virtù sola Divina, il venturo Messia, Figlio di Dio. Guardi, che Nostra Signora in contemplando tal passo, volgesse mai il pensiero sopra di sé, talché credesse ella poter’essere quella. Si riputava anzi tanto indegna, che andava esclamando (o), esser’ella fortunatissima se avesse potuto servire in qualche modo la venturata Madre del Salvatore promesso e baciar quel Terreno da Lei (n) S. Bern. Ser. sup. Salv. Reg. 75 La Vergine è vicina a coloro che la invocano, specialmente a quelli che vede essere divenuti conformi a sé nell’umiltà. 76 Ecco la Vergine concepirà e partorirà. (o) In Vita B.M.V., vide Vigliegas, aliosque Scriptores. 171 calpestato. Ecco l’eroica profondissima Umiltà di cuore di Nostra Signora. Osservatene l’Umiltà vera. Tuttoché indegna riputavasi di tanta sorte, non cessava però di esercitarsi del continuo in virtù sublimissime e andar crescendo ad ogni istante nella più alta perfezione, che trovar mai si potesse tra tutte le pure Creature qua in Terra: non già affine di meritar la Maternità Divina, perché questa neppur le cadeva in pensiero, tanto si stimava vile; ma affin di dar sempre più gusto a Dio, così degno di esser’amato e servito. Così appunto si portava la Vergine; quando ecco nel mentre sì indegna si credeva di esser Madre di Dio e sì perfettamente operava nel tempo stesso; ecco, all’improvviso la visita l’Angelo, le annunzia esser ella la Vergine alla Divina Maternità destinata; e tale alla fine diviene. O prodigi dell’Umiltà vera di cuore! A noi Uditori. Chi così adunque si porta, ad imitazion di Maria per rapporto de’ favori del Cielo, come possibile non esser da Lei visitato e favorito, se suo fedele Seguace lo vede? Lo disse pur Sant’Ambrogio (p), Quicumque sibi Mariae optat praemium, imitetur exemplum77. Che è quanto a dire, l’imitar Maria SS.ma, lo stesso è che impegnarla a dar singolari premi e favori. 5. Testimonia esser ce ne può la medesima Santa Elisabetta le cui fortune sin da oggi ricorrono. Che essa umile vera di cuore già fosse, indegna si riputasse dei doni celesti e nel tempo medesimo operasse molto perfettamente, non vi può esser punto di dubbio, descrivendocela il Vangelo per una gran Santa. E buon per Lei, che sì gran segreto ebbe per esser sicuramente favorita da Nostra Signora, quando meno lo pensava. Le giunge improvvisa la Vergine: la osserva Elisabetta e reputandosi indegna di riceverla, grida, esclama, “E dove mai ho io meritata tanta fortuna di essere visitata dalla Madre del mio Dio e Signore?”. Unde hoc mihi, ut Mater Domini mei veniat ad me (q)78? Ma vieppiù meritando con questo la benevolenza della Gran Vergine, questa la ricolmò di mille benedizioni Celesti. Tanto dunque è (p) S. Ambr., lib. 2, De Virg. 77 Chiunque desidera per sé un premio di Maria, ne imiti l’esempio. (q) Luc. 1. 78 Donde viene a me questo, che la Madre del mio Signore venga a me? 172 fuor di ogni dubbio, Uditori, che il riputarsi indegno di ricever le dolcissime Visite di Maria e, nel tempo stesso, far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle. 6. E con tal mezzo appunto le ricevette ancora (e finisco) il B. Cedonio Servita, che essendo nato nel giorno di domani, fu egli poi divotissimo della Visitazion di Maria. Con umiltà vera di cuore si credeva indegno di esser favorito dalla Vergine; ma non cessava nel mentre stesso di fare in onor della Vergine quanto bene poteva. Tanto bastò per le sue fortune. Poiché Maria SS.ma si impegnò talmente in visitarlo di continuo con i suoi Favori, che appunto nella Festa della Visitazione si aprivan a pro di Lui gli erari tutti del Paradiso. Ed in più chiaro contrassegno, essendo egli nato alla vita e rinato alla Grazia nel Giorno della Visitazione; nella festa ancor della Visitazione volle Nostra Signora che nell’Ordine dei Servi suoi si facesse Religioso; nel dì della Visitazione che professasse; e celebrasse la prima Messa; e per finirla, nel Giorno della Visitazione dell’anno 1526, tra le amorose di Lei Braccia morisse (r) per dargli eternamente quel premio agli Umili veri di cuore infallantemente preparato e promesso. 7. Se noi dunque, Uditori, tali amorose visite bramiamo di Nostra Signora, ne abbiamo già il gran segreto; che or per chiusa ripeto, cioè il reputarci indegni di esser da Lei favoriti e far nel tempo stesso quanto possiamo per darle gusto ed onore. (r) Auriem. par. 1, cap. 25 in fin. 173 SERMONCINO VENTESIMO PRIMO Chiese e Templi sacri chiamiamo; quivi perciò più che altrove si degna egli glorificarsi col ricolmarci a larga mano di benefizi: conforme si protesta egli medesimo, Domum maiestatis meae glorificabo (a)79. Quindi ogni nostra Chiesa, ogni sacro Tempio, non vi ha dubbio, può chiamarsi un Tesoro aperto ed un Banco Celeste, in cui si dispensano gratis le Grazie e Misericordie Divine a chiunque vi concorre divotamente a dimandarle e riceverle: come ce lo contesta il Reale Profeta, Suscepimus, Deus, Misericordiam tuam in medio Templi tui (b)80. Recitato Sabato 8 Luglio 1752 In otto punti l’Autore sviluppa l’argomento di quanto sia utile frequentare le Chiese dedicate a nostra Immacolata Signora. I suoi ascoltatori che già praticano ogni sabato questa devozione non ne avrebbero bisogno, ma egli li invita a farlo anche “ogni giorno, visitando questa o qualche altra Chiesa o cappella di nostra Immacolata Signora”. Questo perché la Chiesa è come un tesoro aperto di grazie che Dio ci dona attraverso Maria. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp.127-133. 2. Lo stesso, dite voi, aver Iddio saggiamente disposto per riguardo all’Immacolata sua Madre. Questa, tuttoché in ogni luogo, ed in ciascuna parte del Mondo eserciti continuamente l’uffizio, commessole da Dio, di graziosa Dispensatrice delle Grazie Celesti; tantochè non vi sia parte in tutta la vastissima mole dell’Universo, che da Lei rimasta non sia beneficata e tutt’ora non venga; come egregiamente San Bernardo lo disse (c): pure nelle Chiese o Cappelle a Lei dedicate, ella si è sempre mostrata in modo particolare graziosa e benefica: quivi ha sempre con più di liberalità tenuti aperti gli erari de’ suoi singolari favori: quivi, insomma, come da un sontuoso Trono ha data la nostra eccelsa Regina pubblica udienza a tutti coloro che ad esporre i propri bisogni accorsi vi sono. Onde può dirsi con verità, che il visitar divotamente le sue Chiese o Cappelle sia un valido mezzo per ottener da Lei molte Grazie. 3. Che se di ciò qualche altra ragione gustar ne vorreste; basta che voi, cari U(ditori), riflettiate per un verso esser nelle sue Chiese la Vergine con più particolarità riverita ed onorata dai suoi divoti, che in altri Luoghi; e da un altro canto, i Divoti ancora esser maggiormente disposti a ricever le Grazie, perché nelle Chiese più raccolti, più compunti, Argomento Chi vuol grazie dalla Vergine ricorra a Lei con fiducia e con perseveranza nelle sue Chiese Ave Maria La vostra, dirò così, diligente pietà, con la quale vi portate ogni Sabato a sera in questa Chiesa, dedicata alle glorie di Nostra Immacolata Signora, ad udir le sue Lodi, pare che dispensar mi dovesse dal raccomandarvi, Uditori, il frequentar divotamente le visite delle Chiese alla Regina del Cielo consacrate. Ma pure, essendo tanta la premura, che ho dell’onor della Vergine ed ancor de’ vostri vantaggi, esentarmi non posso, non già per offuscar punto la singolare pietà vostra, ma per aumentarla piuttosto; dispensarmi, dico, non voglio dal premurosamente esortarvi il frequentar, non solo ogni Sabato, ma ogni giorno le Visite o a questa, o a qualche altra Chiesa o Cappella di Nostra Immacolata Signora. Eccone il forte motivo. Perché so, che il visitar devotamente le Chiese dedicate alla Vergine, è un valido mezzo per ottenere da Lei molte Grazie. Volete ben saperlo anche voi? Onoratemi con la vostra attenzione; e soddisfatti sarete. 1. 174 Il grande, misericordiosissimo Iddio, benché in ogni luogo, ed in ciascuna parte del Mondo faccia continuamente provare a noi miseri Mortali gli effetti della sua Benignità infinita e Beneficenza; pure è certo, Uditori Riveriti, che avendosi egli scelti certi particolari Luoghi per Case e Troni della sua Maestà Divina, destinati al suo culto, che noi e (a) Isai. 60, 7. 79 Glorificherò la casa della mia maestà. (b) Psal. 47, 10. 80 Abbiamo ottenuto, Dio, la tua misericordia in mezzo al tuo Tempio. (c) S. Bern., Ser. De Assumpt. 175 più umiliati si mostrano alla loro eccelsa Signora: talché per l’uno ed altro verso voi vedete, che il visitar le Chiese di Nostra Signora, ed ivi divotamente pregarla, lo stesso è che l’impetrar da Lei favorevol rescritto in tutti i nostri bisogni e potente grazioso soccorso in tutti i nostri travagli. 4. È così chiara la cosa, che non vi abbisognano ulteriori ragioni per dimostrarla. Mi vaglio solo pertanto di alcuni esempi, affin maggiormente infervorati voi ne restiate. Avvenne adunque nell’anno 1601 che nella Città di Messina un divoto giovane studente si trovava; il quale ogni giorno, finita la Scuola, a visitar si portava la Chiesa della Madonna, detta colà del Peliero (d). Molte erano le preghiere, che ivi alla Celeste Signora ogni giorno faceva il buon giovine: due però erano tra le altre le più ferventi, cioè che la Vergine dalle lingue calunniose e mordaci lo liberasse e da una morte cattiva. Non andarono invano le suppliche. Sentite come. Abitava vicino alla Chiesa un certo Uomo, che poco curante dell’onor suo e della sua famiglia, ne trascurava molto la buona educazione; talché affrontato ne restò in petto di una sua figlia sfrontata, ingannata e delusa. Dando il Padre sulle furie a tal funesto avvenimento e pensando esser sortito l’inganno per opra del pio studente che ogni giorno si portava alla chiesa vicina; senza punto riflettere se validi erano i fondamenti di sì strano pensare, se ne corre dal Giudice, lo accusa per colpevole, ne chiede soddisfazione, ne dimanda rigorosa giustizia. 5. Avvisatone il buon giovine, non mancarono suoi buoni Amici, che a fuggire e scansar le prime furie lo consigliarono. Ma egli, che col testimonio della sua buona coscienza aveva ancora una confidenza ben grande nella sua Liberatrice Celeste; invece di fuggire, a frequentar più che mai con premura si pose la sua solita quotidiana visita alla Chiesa predetta di Nostra Signora; raccomandandone a Lei tutto il buon esito. Incominciasi intanto con tutto il bollore il Giudizio, si cercano con calore indizi sufficienti, prove, testimonianze, amminnic- (d) Auriem. par. 2, cap. 1. 176 coli contro l’accusato studente: ma dopo tanti esami e ricerche non trovandosi nulla contro di Lui, ne riconosce il Giudice l’innocenza e come Innocente lo dichiara e lo assolve. Ecco una grazia, riportata dalla visita divota della Chiesa dedicata a Maria. Sentitene un’altra più strepitosa. 6. Il Calunniatore vedendo nulla aver profittato contro dell’innocente giovane con le sue accuse ed istanze, chiamandosi offeso dal Giudice, giura di farsi da se stesso giustizia, risolve di farne vendetta. Sapeva il crudele essere solito il pio giovine, portarsi in una cert’ora alla Chiesa; chiama perciò altri del suo diabolico partito in aiuto, si pone con loro in agguato ad un certo sito, talché il giovine passando, non avesse potuto sfuggire una barbara morte. O chi avesse saputo e potuto farne avvisato il pio studente! Vergine Sacrosanta, voi almeno che il tutto sapete da Dio ed il tutto potete, deh inviate dal Cielo un Angelo al vostro divoto, affin salvo si renda: o almeno almeno dispensatelo con interno lume in tal congiuntura dal portarsi alla Chiesa a voi consacrata! Ma no; la Vergine nulla far volle di questo: anzi non vi fu mai giorno, in cui il giovane più si sentisse internamente mosso a portarsi alla solita visita, quanto che in quel dì, non so se io ora lo dica, per lui fortunato, od infelice. Trovandosi dunque egli innocente, né sospettar nulla potendo della mortale congiura, si avvia verso la Chiesa: e giunto nel sito appunto, ove e dal suo indemoniato rivale e da altri era aspettato, si accorge il meschino esser già dato nella rete e ne’ lacci. Oimè! Il fuggire non gli era permesso: il difendersi gli riusciva impossibile. Si ferma alquanto tutto tremante, pensa che far debba: ma illustrato da un lume superiore, si riempie di confidenza, di coraggio, d’intrepidezza. Olà, dice a se stesso, non son’io inviato alla Chiesa della Regina del Cielo? Essa penserà ad aiutarmi, se vuol che vivo vi giunga: in altro caso, vi sarò almeno portato morto; e tanto la mia visita adempirò; e data avrò la mia vita allora per amor della Vergine. Ella vi pensi: nelle sue Mani tutto me stesso rimetto. 7. Così dunque facendosi cuore, segue il suo cammino. E oh miracolo portentosissimo! Passa in mezzo dei suoi armati rivali: e questi, divenuti tutti immobili, come di sasso, appena tanto di vigore si sento- 177 no, quanto possan guardarlo: lo lascian pertanto passare: ed egli, tutto coraggioso, se ne va alla Chiesa; ivi rende mille Grazie alla sua potente Liberatrice del Salvocondotto da Lei ricevuto per venire a visitarla nella di Lei Casa; e ne rinnova le più forti promesse di sua fedel servitù e costante divozione. Intanto, toccati anche nel cuore i suoi rivali, si portano tutti compunti a trovarlo; ed ivi nella Chiesa di Nostra Signora depongono gli odi, si pentono degli eccessi, risolvono l’emenda; e sperimentano e confessano tutti ad una voce, che il visitar devotamente le Chiese di Maria è un valido mezzo per ottenere da Lei molte Grazie. 8. Così pur lo confessarono tanti altri (dei quali forse altra volta sarò a favellarvene), che sperimentarono le Visite divote fatte alle Chiese di Nostra Signora aver loro fruttati mille beni sì nell’Anima, che nel Corpo. E lo confesseremo e sperimenteremo ancor noi se con tutta divozione ci appiglieremo a tal mezzo. SERMONCINO VENTESIMO SECONDO Recitato Sabato 15 Luglio 1752, ricorrendo la Vigilia della Madonna del Carmine L’Argomento del Sermoncino, sviluppato in cinque punti, trae spunto dalla circostanza della festa liturgica di nostra Signora del Carmine. I Carmelitani riconoscono la loro origine dai due gran Profeti dell’Antico Testamento Elia ed Eliseo che abitarono nel Monte Carmelo in Palestina. L’origine dello scapolare o pazienza risale all’anno 1240 circa, quando nostra Signora apparve al beato Simone Stoch Inglese, generale dell’Ordine Carmelitano e gli diede lo scapolare, come livrea e contrassegno della sua divisa. Da allora i Carmelitani sempre più infervorati nella devozione e nel servizio di Maria, vedendosi da Lei tanto protetti, cominciarono a dilatare le sue glorie per mezzo del sacro scapolaretto o sia Abitino, che fu intitolato del Carmine, la cui devozione fu approvata nel 1673 da papa Clemente X con concessione di moltissime indulgenze. Come i sovrani riconoscono e proteggono i sudditi che indossano la loro livrea, così la Vergine del Carmelo protegge in vita e dopo morte i devoti che indossano il suo scapolaretto o Abitino. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 261-267 (48-54). Argomento L’essere ascritti al sacro Abitino del Carmine ed il portarlo con divozione impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra Ave Maria Eccoci, Uditori, alla vigilia della Festa di Nostra Signora del Carmine. E voi che qui ad udirmi in questa sera siete concorsi, ne aspettate senz’altro, mi persuado, qualche notizia e racconto. Ma siccome favellarsi non può di Nostra Signora sotto questo titolo glorioso del Carmine, senza toccar le glorie di tutto il sacro Ordine Carmelitano; io perciò per servirvi e dell’una e dell’altro succintamente mi porrò a favellarvi. I Carmelitani adunque, uditene la storia, riconoscono la loro origine da due gran Profeti dell’Antico Testamento, Elia ed Eliseo, che abitarono nel Monte Carmelo in Palestina; e come i loro discendenti furono nominati Carmelitani. Questa loro sì antica e gloriosa origine, tuttoché sia stata non poco combattuta da vari Critici; nulladimeno chiara ed 178 179 indubbia rimane dagli attestati dei Sommi Pontefici Sisto IV, San Pio V e Sisto V (a); ed anche dalla relazione che Santa Chiesa ce ne dà nel Breviario. Potrei qui rammentarvi in comprova quei validi autentici monumenti, che ne registrarono Tritemio, il Mireo, il Lezana e tra molti altri con più di accuratezza Filippo della SS.ma Trinità, nelle loro opere. Ma siccome una semplice relazione della Chiesa ha sopra tutti autorità maggiore perciò su di questa fondato, io risò da Lei (b) essere stati i Romiti del Monte Carmelo (così allora si chiamavano) o sieno i Carmelitani, discendenti di Elia, quei che alla predicazion del Santo Vangelo fatta dagli Apostoli, dopo la Pentecoste, in Palestina, tosto si arresero; e si fecero Cristiani; quei che ebbero la sorte di trattar famigliarmente Maria SS.ma e sentir dalla divina Bocca di Lei vari Documenti Celesti; quei, che sortiron la fortuna di esser posti sotto la sua protezione, di dedicarsi al suo servizio, sin con erigerle una chiesolina nel Monte Carmelo, onde il titolo ottennero di Romiti o fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo. Che se ne bramate altra notizia, risappiamo ancora di certo, che in quei primi secoli della Cristianità ed in altri appresso, fiorirono nella Palestina ed in altre parti della Siria e dell’Egitto moltissimi Carmelitani, celebri in Santità e Dottrina; come i due Santi Cirilli, un Giovanni Patriarca Gerosolimitano e tanti e tanti altri: tra i quali basti il citarvi il Beato Alberto Patriarca di Gerusalemme, che circa l’anno 1210 diede ai Carmelitani della Palestina una succinta Regola. La quale dopo il passaggio, che essi dall’Oriente fecero nel 1220 nel nostro Occidente e nella nostra Europa, fu confermata dal Sommo Pontefice Onorio III nel 1226, per avviso datogli in una Visione dalla Vergine stessa: e poi tal Regola fu mitigata da molti rigori ed accresciuta di nuove costituzioni da Innocenzo IV nel 1248. Circa poi la divisa o sia abito, che i Carmelitani Orientali portavano, abbiamo noi dagli storici, che essi usavano un Pallio o sia Cappa di panno bianco rigato di color fosco o sia Terreo; e tale la portarono anche dopo venuti nella nostra Europa, sino all’anno 1285; nel quale il Pontefice Onorio IV concedette loro la Cappa tutta bianca e Bonifacio VIII nel 1295 la confermò (c). Bramate ancora notizia circa il loro Scapolare o sia Pazienza? Essi ne stettero senza sino all’anno 1240 in circa: ma in tale anno essendo apparsa Nostra Signora al Beato Simone Stoch Inglese, Generale allora di tutto l’Ordine Carmelitano, gli diede di sua mano lo Scapolare, come per contrassegno di sua Livrea e divisa (d). Dal che i Carmelitani sempre più infervorati nella divozione e servizio di Maria, vedendosi così a Lei cari e da Lei protetti, si diedero a dilatarne le glorie col mezzo del sacro Scapolaretto o sia Abitino, che fu intitolato del Carmine, sinché ne ottennero l’approvazione Apostolica nel 1673 con Breve di Clemente X e con concessione di moltissime Indulgenze (e). Ond’essi in memoria di tanti favori ricevuti dalla Regina del Cielo, ed in attestato di gratitudine, ne istituirono col beneplacito e conferma della Santa Sede una Festa a parte, col titolo della Madonna del Carmine, nel giorno appunto di domani, 16 del corrente; per essere stato il giorno nel quale la Vergine diede lo Scapolare o sia Pazienza al predetto Beato Simone (f). Ed eccovi appagati con una succinta Istoria, mista tutta di glorie e della Vergine, come singolar Protettrice dei Carmelitani e dei Carmelitani come figli benaffetti alla Vergine. Che ne caveremo pertanto a nostro vantaggio? Eccolo: una grande venerazione a sì Santo Istituto e nel tempo stesso una tenera divozione circa il sacro Abitino del Carmine, a cui tutti vi suppongo già ascritti. Contentatevi perciò ve ne formi un Assunto. Uditelo. L’essere ascritti al sacro Abitino del Carmine, ed il portarlo con divozione, impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra. Volete vederlo? Attendete: e con poche parole sarò a soddisfarvi. (a) Graveson, Tomo 5, Hist. Eccl., saec. 23. colloq. 6, pag. 211. (b) Eccles. in Festo B. V. de Monte Carmelo, 16 Julii. (c) Graves. loc. cit. (d) Graves. loc. cit. (e) Graves. loc. cit. (f) Diar. Sacr. Marches., die 16 Julii. 180 1. Che la Vergine resti impegnata a protegger singolarmente chiunque è ascritto al suo sacro Abitino del Carmine e con divozione lo porta, resta chiaro da una ragione tanto naturale, quanto è quella che ogni Principe ed ogni Signore impegnato si trova a protegger chi la sua Livrea e divisa porta con riputazione e decoro. Livrea e divisa appunto della Regina del Cielo è il Sacro Scapolare o Pazienza del Carmine; perché dato da Lei al suo diletto Beato Simone, come vi accennai, in contrassegno di distinzione di tutti quei che sotto il suo glorioso stendardo e servizio arruolati si fossero. Onde appare qual debba essere il suo impegno in proteggerli in tutti i loro non meno spirituali che temporali bisogni. 181 2. 3. Si aggiunga che la stessa Nostra Immacolata Signora di tal singolare protezione un indizio manifesto ne diede al predetto Beato Simone, allorché stendendogli la Pazienza o sia Scapolare, gli disse così, Prendi,o figlio, questo segno di Amore e di Pace (g). Adunque se contrassegno di pace e di amore è, per attestato della Vergine, il suo sacro Abitino del Carmine; beato al certo chi divotamente lo porta; perché può dirsi godere una moral sicurezza di star con pace con Maria e di esser amato da Lei; ed in conseguenza di esser da Lei singolarmente protetto. Innumerabili prodigi e miracoli si son sempre mai veduti in comprova di quanto vi ho sin qui divisato. Uno tra tanti ne scelgo per raccontarvelo; accaduto in persona di un certo Alfiere di armata, che per sua buona sorte si trovava ascritto al sacro Abitino del Carmine, ed indosso non senza gran fede e venerazione il portava (h). Assalito fu questi un giorno da alcuni suoi Nemici; i quali con armi di fuoco alla mano, gli minacciarono tosto la morte. Poco divario vi fu tra le minacce e l’effetto: perciocché dato uno di mano ad un moschetto e voltatolo verso l’Alfiere tutto impallidito e tremante, senza punto dargli di tempo, se non quanto invocar poté più col cuor, che con le labbra, in soccorso la Madonna del Carmine, scaricò verso del petto l’orribile colpo. Misero Alfiere, direte voi, precipitato con una morte sì spaventevole e violenta! Piano, Uditori, non precipitate voi nel dar la sentenza. La Vergine, che ad incarico ed impegno suo aveva di protegger specialmente chi con divozione portava il sacro Abitino; volle anche in favor di questo Alfiere mostrarlo. Onde, permise sì che lo scarico egli lo avesse nel petto; ma non volle che la palla infuocata ardire avesse di ferirlo: quindi senza recarle minimo danno, cadde, direm così, tutta umile a terra, ai piedi di Colui, che avrebbe naturalmente ucciso; affin col vederla, riconoscesse egli stesso maggiormente il singolar Patrocinio che ha la potente Signora di chi con la Livrea di Lei sen va vestito. Vi sono degli Autori, che aggiungono, che questo Alfiere si trovava per sua mala sorte in peccato mortale e che nel- (g) Marches. in Diar. Sacr. 16 Jul. (h) Marches. loc. cit. 182 l’atto dello scarico contro Lui minacciato, pregasse la Vergine a non farlo morire in quel misero stato. Se ciò fosse vero, maggiormente spiccherebbe il gran Poter della Vergine e la sua special protezione a riguardo del sacro Abitino; mentre anche sopra chi ne era all’intutto immeritevole avrebbe per sua sola clemenza mostrato in tal’occasione l’impegno. 4. Ma non solo Maria SS.ma si è mostrata impegnata in difender gli ascritti al sacro Abitino in questa vita, ma ancora e maggiormente, nell’altra; voglio dire in Purgatorio. Perciocché dopo che Nostra Signora disse al più volte citato Beato Simone queste parole, chi divotamente porterà quest’Abito, potrà sperare di ottener dal Signore la Vita Eterna (i); è comune opinione che la Vergine si degni liberar presto dal Purgatorio, chi trovandosi ascritto al suo sacro Abitino, andato vi fosse: e la Chiesa, facendo buon passaporto a tal pia credenza, così si esprime, Filios in scapularis societatem relatos…, dum igne Purgatorii expiantur… in coelestem Patriam obtentu suo quantocius pie creditur efferre (k)81. Onde si crede ciò avvenire nel primo Sabato. 5. Molti e poi molti sarebbero gli esempi, che al proposito contar qui vi potrei in conferma; ma per non più abusarmi della vostra sofferenza li tralascio, rimettendovi ai Libri che trattano di Nostra Signora del Carmine: bastandomi intanto, che persuasi restiate a vostro profitto di quanto io vi proposi, cioè che l’essere ascritti al sacro Abitino del Carmine, ed il portarlo con divozione, impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra. (i) Marches. in Diar. Sacr. 16 Jul. (k) In Festo, 16 Julii. 81 I figli iscritti alla Confraternita dello scapolare… mentre espiano il fuoco del Purgatorio… si crede piamente che Ella quanto prima per suo intervento conduca nella Paria celeste. 183 SERMONCINO VENTESIMO TERZO Recitato Sabato 22 Luglio 1752, ricorrendo la Festa di Santa Maria Maddalena Penitente Don Marcucci per l’argomento si ispira come altre volte alla festa liturgica che coniuga in rapporto a Maria. In questo caso, vigilia della festa di santa Maria Maddalena, si propone di dimostrare il grande amore della santa per la Madre di Gesù e di additarlo come esempio per noi. Sorvola la questione se la Maddalena82 fosse una sola persona, due o tre ed entra subito nell’argomento. Maria Maddalena amò davvero Maria SS.ma, infatti “tra mille lagrime e dolori la seguì nel Pretorio, nel Calvario e fin sotto la croce” e rimase immobile con Lei, “abbracciata a quel caro Tronco su cui la sua cara Vita pendeva”. Maria Maddalena fu soprattutto molto cara alla Madre di Dio perché ella amò con tutto il cuore e con tutte le forze Gesù e ciò le meritò il privilegio di poter seguire Gesù, insieme ai discepoli, durante la sua predicazione. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 111-118. Argomento L’Amore che la Maddalena portò a Maria SS.ma deve essere il modello del nostro Amor verso la Vergine Ave Maria Ecco, Riveriti Uditori, il dì gloriosissimo, in cui trionfando la Divina Misericordia e l’Amore Divino di Santa Maria Maddalena Penitente, dal deserto di Marsiglia in Francia, dov’ella trasportata stette in una più celeste che terrena vita per trent’anni continui, come sentono gravi Autori, fu a forza di soavissimi svenimenti amorosi in mezzo ad un Angelico Coro sciolta dal Corpo; e da quegli Spiriti beati tra mille cantici e feste portata alla Gloria. Ragion vuole pertanto, che di sì gran Santa qualche cosa in questa sera io vi ridica. Non voglio qui però tentar sulle prime di sincerarvi essere stata real- 82 Don Marcucci riprenderà successivamente lo studio sulla Maddalena: Cf in BSC 1518, Dell’unità della Maddalena Controversia. Rediviva ed indi redimorta in Ascoli nel Settembre e Ottobre del 1764, Ascoli Piceno, Settembre e Ottobre 1764 e in ASC 54, Dell’unità della Maddalena, controversia rediviva, ed indi redimorta, Ascoli Piceno 6 Ottobre 1764. 184 mente una sola la Maddalena, cioè quella stessa che Sorella fu di Lazzaro e di Marta; quella medesima che fu peccatrice; e che poi, ferita di amore, tutta dolente ai Piedi si gettò del Redentore Divino; mentre non vi suppongo tanto bizzarri, che una sola creder non la vogliate, dopo che una sola essere stata vari Concili e la stessa Chiesa Romana ci insegnano; e moltissimi Santi Padri ce la contestano, come un Agostino, un Ambrogio, un Gregorio Papa, un Beda, un Leone Pontefice e tanti e tanti altri: i quali ci fanno appieno conoscer l’abbaglio e di Teofilatto che disse tre essere state le Maddalene; e di Origene, del Crisostomo e di Girolamo, che essere state due sostennero. Stimerei ancora un perditempo, se io trattener vi volessi con l’esporvi la nobiltà e le ricchezze di Siro e di Eucaria, Genitori di Lazzaro, di Marta e di Santa Maria Maddalena, che era la più Giovane; e farvi vedere, come nella divisione tra il fratello e tra le due sorelle, al primo vennero in sorte vari Poderi, vicini a Gerosolima; a Marta il feudo della picciola Città di Betania; ed a Maria toccò il Castello di Maddalo, dal cui Luogo Essa come Signora il cognome ne trasse di Maddalena, tuttoché per lo più nella Città di Gerusalemme abitasse. Vi parlerei piuttosto della sua pronta e generosa Penitenza, tosto che i suoi falli conobbe; e di tutti quei cordialissimi umili atti di pentimento sincero, che in pubblico senza alcuno umano rispetto ai Piedi dell’amabile Redentore ella fece: vi favellerei di buon cuore ancora di quella Piacevolezza somma, con la quale il Redentore la accolse e la trattò mai sempre sino a pigliarne più volte le sue difese, ad encomiarla e ad ordinare che le singolari virtù di Lei per tutto il Mondo ridette fossero e palesate (a); e sino a farle goder la di lui Presenza prima di tutti dopo la sua Risurrezion gloriosa e a destinarla Apostola sua prediletta per recarle l’avviso agli stessi Discepoli (b). Ma siccome tutto questo non sarebbe cosa da potersi restringere dentro le angustie di poco tempo, che a me vien concesso; tutto tralascio: e per ridirvi alcuna cosa di sì gran Santa, vi parlerò soltanto del singolare Amore suo per rapporto di Nostra Immacolata Signora, a cui fu tanto familiare ed amica. Eccovene dunque l’Assunto: l’Amore che la Maddalena portò a Maria SS.ma, deve essere il modello del nostro Amor verso la Vergine. Favorite ascoltarmi; e lo vedrete. (a) Matth. 26, 13. (b) Joan. 20, 17-18. 185 1. 2. 3. 186 Tosto che la Maddalena il suo grave errore conobbe ed ai Piedi adorabili del Divin Redentore con le lagrime lavò le sue macchie, seguace si fece della Gran Madre dello stesso suo Divin Maestro. E qui, o come subito giunse al grado di Amor più perfetto; o quanta intrinsichezza e familiarità seco lei prese; o quali dolci ferite riceveva nel cuore dalle parole soavi della Gran Madre di Amore; o quali tenerezze di sacro purissimo affetto tra loro scambievolmente seguirono! Si degnò Maria SS.ma di accoglierla con tutta benignità; ed a guisa di sua prediletta Figlia e Discepola seco lei in sua compagnia la ritenne. Rapita la Maddalena da tante sovra celesti finezze, facendola da Amante generosa e sincera di sì gran Signora, a Lei si dedicò tutta di cuore; e come Serva fedele non la abbandonò giammai. Gran modello egli è questo, U(ditori), dell’amor che dobbiamo alla Regina del Cielo. Ed oh se trovati ci fossimo a quei fortunatissimi tempi e potuto avessimo contemplare il Cuor della Vergine tutto dolce ed amorevole verso la Maddalena, ed il Cuore di questa tutto ferito dell’Amor della Vergine; grandi scoperte al certo avessimo fatte in materia di Santo perfettissimo Amore. Che se al dir del Filosofo l’Amor quando è vero ha una tal forza, che uscir fa un Amante fuori di sé, e tutto estatico viver lo fa con l’affetto, e con il pensiero più nella Persona che ama che non in se stesso, Extasim facit amor… quia Anima magis est ubi amat, quàm ubi animat: avremmo ben allor ravvisata Santa Maria Maddalena tutta estatica fuor di se stessa, abitar con la mente e con il Cuore nel sacro Cuor della Gran Madre di Dio; quivi fissando i suoi più seri pensieri; quivi dirigendo i suoi più infuocati sospiri; quivi depositando i suoi più teneri affetti. O che bella Scuola di Amore. Ma Amanti nunquam satis, dice il Filosofo; sempre a chi ama par poco di far ciò che faccia; né mai di quel che ha fatto si appaga. Non si contentò perciò la Maddalena di amar Nostra Signora con un semplice amor affettivo e tenero; amare ancora la volle con un amore operativo e sodo. Quindi sua indivisibil Compagna esser volle non tanto tra le consolazioni o delle Visite del suo Divin Figlio pria che morisse, o della Ascensione gloriosa di Lui dopo risorto, o della venuta dello Spirito Santo (nelle cui occasioni sempre con la Vergine stette); ma ancor tra le pene più dure, tra i dolori più gravi, tra i martiri più atroci. E se l’Amico vero e l’Amor si conosce ne’ travagli e bisogni, chi Amica più vera e più fedele Amante verso di Maria SS.ma esser potè della Maddalena, se tra mille lagrime e dolori la seguitò nel Pretorio, nel Calvario e sin sotto la Croce con lei immobile stette, abbracciata a quel caro Tronco, su cui la sua cara Vita pendeva. O che bello esemplare del vero Amore verso la Regina del Cielo! 4. Sebbene non fu già questo il colmo dell’amor della nostra gran Santa per rapporto della Gran Madre di Dio! Volete udirlo? Attendete. Non vi ha cosa che più sia grata alla Vergine quanto l’amor che si porta al caro suo Divin Figlio. Chi questi ama con tutto il cuore e con tutte le forze, può dir di esser giunto alla perfezione dell’Amore verso Nostra Signora. Ed essendo così, ceda pure Chiunque alla Maddalena nell’Amor di Maria, mentre nell’amor di Gesù non solo essa non ebbe chi superar la potesse, ma starei per dire, che neppur ebbe pari. 5. Lo stesso Redentore Divino, allorché qual cerva di amor ferita, o di limpide acque sitibonda, venir se la vide tutta dolente, compunta, amorosa a suoi Piedi Divini, la canonizzò per un’Anima molto amante, Dilexit multum (c)83. Disse di Lei che a forza di amore cancellate avea tutte le sue Macchie: Remittuntur ei peccata, quoniam dilexit multum84: di Lei sentenziò, che già ascritta era nel numero dei Predestinati e che pure in pace vivesse (d): Fides tua te salvam fecit: vade in pace85. Eppure si trovava allor la Maddalena sulle prime mosse della sua Conversione amorosa. Pensate qual fosse il suo Amore, qualor nella via della Perfezione fortemente si incaminò. Ricavatelo sol da questo che a dir giunse l’Evangelista Giovanni, cioè che la Maddalena molto amata veniva da Gesù Signor nostro, Diligebat Jesus Mariam (e)86. Quindi egli (c) Luc. 7, 47. 83 Ha molto amato. 84 Le vengono perdonati i peccati poiché ha molto amato. (d) Luc. 7, 50. 85 La tua fede ti ha salvato, vai in pace. (e) Joan. 11, 5. 86 Gesù amava Maria. 187 le permise che insieme con i suoi Discepoli nella sua Predicazione alcune volte lo seguisse; come ci conta San Luca (f). Non sapeva ella staccarsene mai con la presenza; come non se ne partiva mai con la memoria. Osservatelo da un altro fatto. 6. 7. Corsero i Discepoli al Sepolcro per vedere Gesù, dopo che era sepolto e risorto; ma non trovandocelo, se ne fecero tutti mesti ritorno. Corse essa amore saucia87, come dice la Chiesa; ma se gli altri tornarono, essa come di tutti più amante, vi stette ferma, immobile, piena di angosce, di dolori, di spasimi, perché non trovava il suo Bene. Insomma, amaron Gesù le altre Donne seguaci, lo amaron i Discepoli sì, non può negarsi: ma che accade? La Maddalena optimam partem elegit (g)88; giunse all’ottimo, al superlativo grado di amore. Alto, Uditori. E siccome ella così al sommo amò Gesù; al sommo ancor amò Maria SS.ma, cui l’Amor verso il Figlio tanto preme e desidera dai suoi veri Amanti e Divoti. 8. Sì, sì, cari miei Uditori. Tale esser deve il nostro vero e sincero Amor verso Maria. Tale ce lo insegnò con la pratica Santa Maria Maddalena nostra Maestra: giacchè l’amor, che ella portò alla Gran Madre di Dio, esser deve il modello del nostro Amor verso la Vergine: come io vi diceva. Eccovi pertanto quanto amore portò a Nostra Immacolata Signora Santa Maria Maddalena. E se l’Amor suo esser deve per noi il modello, su poniamo all’opra le mani per imitarla. Tanto la stessa Vergine disse a S. Caterina da Siena. Desiderosa questa un giorno più che mai di fare gran passi nella strada del Santo Amore, alla Regina del Cielo ebbe ricorso. Le apparve ella tutta graziosa insieme con Santa Maria Maddalena Penitente e con brevi sì ma molto pesanti parole le disse, Caterina, ti assegno Maddalena per Maestra del Divino Amore (h). Or immaginiamoci, Uditori, che a ciascun di noi così pure dica Nostra Signora. Onde noi sotto la scorta ed esempio di tanta Maestra apprendiamo bene una volta, che l’Amor verso la Regina del Cielo Maria SS.ma consister deve: (f) Luc. 8, 3. 87 Ferita d’amore. (g) Luc. 10, 42. 88 La Maddalena ha scelto la parte migliore. (h) In vita S. Cathar. 188 I. in dedicarsi prontamente e generosamente di cuore al suo Servizio. II. in esserle fedeli col non abbandonarla giammai. III. col depositar nel di lei sacro Cuore tutti i nostri pensieri, ed affetti, col tenerli in continuo esercizio a sua maggior gloria. IV. Col mostrarle la nostra inviolabile fedeltà, particolarmente in tempo di tentazioni, angustie e travagli. V. in amar fortemente e costantemente sopra tutte le cose il suo Divin Figlio. Ignoto, L’apparizione di Gesù risorto alla Maddalena, olio su tela, sec. XVII, dipinto appartenente all’antica famiglia Marcucci, oggi nel Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”. 189 SERMONCINO VENTESIMO QUARTO Recitato Sabato 29 Luglio 1752 Il sermoncino è sviluppato in otto punti e si propone di dimostrare quanto sia gradita alla Vergine la devozione del santo Rosario che la impegna a compiere meraviglie anche in chi solo lo indossa. La rosa è il simbolo della vaghezza e delle prerogative eccellenti di Maria SS.ma; dal nome di questo fiore è derivata la devozione del santo Rosario che vuol dire serto di rose. Questa devozione fu introdotta nella Chiesa da San Domenico. Un giorno, mentre pregava con grande fervore pensando come combattere gli eretici Albigesi, gli apparve Maria SS.ma corteggiata da tre regine, ciascuna delle quali aveva un seguito di cinquanta verginelle. La prima regina era vestita di bianco e rappresentava i misteri gaudiosi; la seconda, vestita di rosso e vermiglio, alludeva ai misteri dolorosi e la terza, con vesti dorate, rappresentava i misteri gloriosi. Con questa visione Nostra Signora chiese al santo di istituire il Rosario e di propagarlo per tutto il mondo per impetrare la divina misericordia, abbattere le eresie e promuovere le virtù cristiane. Don Marcucci conclude raccomandando anche lui ogni giorno la recita di una terza parte del santo rosario, di portarlo sempre devotamente e soprattutto di vivere nel timore di Dio perché ciò impegna Nostra Immacolata Signora a portarci, dopo questo esilio, alla patria beatissima del Paradiso. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 299-306 (83-90). Argomento La divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine che l’ha impegnata sempre ad oprar maraviglie, anche in favore di chi solamente lo ha portato indosso amorque veris89: la descrivano sì la delizia delle Muse, la vivezza dei colori, la delicatezza di tutti i profumi, la bellezza dei campi, la gloria dei giardini per la porpora che la circonda e per l’oro che la incorona; e giungano persino a chiamarla fiore celeste, diletto dei Mortali e delle Grazie decoro; conforme Anacreonte la disse, Rosa flos, odorque Divum, Hominumque voluptas, et decus Gratiarum90. Ma che serve? Quando poi la deturpano in un tratto col decantarla un fiore in modo particolar consagrato e gratissimo per la soavità e bellezza alla più lasciva di tutte le loro ridicole e bugiarde Deità, voglio dir Venere (a). Noi sì, qualor a tesser’encomi a sì vago odorifero fiore invitati pur fossimo, potremo ben onorarlo col descriverlo Simbolo della vaghezza e delle Prerogative eccellenti di Nostra Immacolata Signora Maria SS.ma; la quale assimigliar appunto si volle alla Rosa, allorché di sé disse per bocca del Savio, Ego quasi plantatio rosae in Jerico (b)91: ed un tal fiore ebbe sempre sì caro, che del suo nome e misterioso significato servir si volle per istituir un mistico serto e corona, con cui incoronata ella poi venisse da tutto il Cattolico Mondo, e specialmente da’ suoi Divoti; voglio dir con la divozione del SS.mo Rosario. Ma se non vi è chi ad encomiar la Rosa c’inviti; vi ha però chi della mistica corona di Rose, o sia del Santo Rosario, a favellare ci sproni; ed è il risaper noi di certo quanto sia grato alla Vergine e quanto giovevole a noi. Contentatevi adunque, R(iveriti) U(ditori), che di questa materia stasera io succintamente vi parli. Eccovene un Assunto: La Divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine, che l’ha impegnata sempre ad oprar maraviglie, anche in favore di chi solamente lo ha portato indosso. Onoratemi con la vostra attenzione e lo vedrete. 1. Ave Maria Cessino pure i favolosi Poeti e quanti mai bizzarri Scrittori il Gentilesimo ebbe, di tessere encomi alla Regina dei fiori, voglio dire alla Rosa. Altro essi non fanno che deturparne piuttosto le belle sue qualità, di quel che illustrarle. La chiamino sì l’onor della Primavera ed aggiungano pure, che questa tutta la cura amorosa ripone a produrre il bello, il brio e la maestà della Rosa; come disse quel Greco spiritoso Poeta, Rosa cura 190 Facilissimo riesce a rimaner persuaso di quanto sia cara a Nostra Immacolata Signora la Divozion del Santo Rosario chiunque il pensier seriamente rivolge agli alti misteri, con i quali questo mistico Serto di Rose viene intrecciato e dai quali viene composto. Ivi commemorazio- 89 La rosa premura e amor di primavera. La rosa fiore e profumo degli dei e diletto degli uomini e decoro delle grazie. (a) Facciolat. Verbo Rosa. (b) Ecclesiast. 24. 91 Io quasi pianta di rosa in Gerico. 90 191 ne si fa e si contemplano le opere più sacrosante e Divine che l’amabilissimo ed amantissimo Dio fece e per glorificare la sua Madre e per salvare noi tutti. Onde quando altra prova non si adducesse che questa per dimostrare il Rosario esser molto grato alla Vergine, pur basterebbe per dimostrarlo tale ad evidenza. Ma io, che in sì vasto mare non ho tempo di ingolfarmi, né modo; affin di contenermi dentro i limiti di un parlar breve e succinto, mi riporto ad un’altra ragione. 2. Il Santo Rosario, non vi ha dubbio veruno, fu dalla Vergine stessa istituito, allorché al Santo Patriarca Domenico essa comparendo in Ispagna, lo istruì del modo di recitarlo insieme e propagarlo. E checché in contrario ne dican con le loro bugiarde e sacrileghe lingue gli eretici; noi e da varie Bolle dei Sommi Pontefici e dall’universale consenso della Cattolica Chiesa per tanti secoli avuto, e da una infinità di stupendi Miracoli, ne siam più che certi della verità della cosa e persuasi. Uditene pertanto il modo, come la Istituzione ne avvenne; ed al Pontefice San Pio V, ed al Beato Alano, ambedue figli del suddetto gran Patriarca, abbiatene del racconto tutta la fede (c). Pregava un dì San Domenico più che mai con fervore per li bisogni di Santa Chiesa, vessata allora dagli eretici Albigesi e dal libertinaggio. Ecco all’improvviso apparire si vede tutta gloriosa l’Imperatrice del Cielo Maria SS.ma, corteggiata da tre Regine; ciascuna delle quali avea di seguito cinquanta Verginelle. La prima Regina era con tutto il suo seguito vestita di bianco, rappresentante i gaudiosi Misteri; la seconda di color rosso e vermiglio, allusivo ai dolorosi; la terza vestita era con tutta la sua Schiera con vesti dorate, allusive ai gloriosi Misteri. Indi accostandosi Nostra Signora al Santo, tutta graziosa e premurosa insieme, gli dice, Rosarium institue92. Hai veduto, mio diletto Domenico, ne hai scoperto il significato? Questo è un bel modo di orare, che mi incorona di mistiche Rose e perciò Rosario lo chiamo; e tu va, istituisci questo Rosario, predicalo, propagalo per tutto il Mondo: Rosarium institue. (c) Odesc., disc. 12; Auriem. p. I, cap. 7. 92 Istituisci il rosario. 192 3. Or come dunque, Uditori, non esser gratissima alla Vergine la Divozion, del Santo Rosario, se essa medesima sì premurosa Istitutrice ne fu e con tanto zelo la propagazione ne ordinò? Argomentatelo ora voi stessi, giacché al vostro retto e divoto discernimento mi appello. Sebbene non vo(glio) che molto vi affatichiate neppure in questo. Lo attesti essa stessa Nostra Immacolata Signora e di sua propria bocca lo dica. Di fatto, qualora al Santo Patriarca la riferita Istituzione del Rosario impose con quel Rosarium institue; immediatamente seguì a dirgli, Hoc genus orandi est Filio meo, mihique gratissimum93: questo modo di orare, o Domenico, io ti assicuro, che molto grato al mio Divin Figlio, ed a me certamente riesce. Ne bramate, Uditori, pruova maggiore di questa? Io darvela non oserei al certo, se la Vergine medesima data non ce l’avesse. Udite e stupite. 4. Qual comprova più grande può darsi, di grazia, per far vedere esserci molto cara una cosa, se non mostrarsi sempre impegnati con tutto lo sforzo a sostenerla. La ragion naturale stessa ci spronerebbe allora purtroppo a crederla ben radicata nel nostro cuore. Or tale comprova appunto ne diede Maria SS.ma per rapporto del Santo Rosario. Essa si impegnò così fortemente col Santo Patriarca, che avrebbe in pro di tal divozione oprate tante e tali maraviglie; che giunse a dirgli, che ciascuno avrebbe confessato e veduto, che la divozion del Santo Rosario sarebbe stata l’unico, per dir così, e grande soccorso della Chiesa, il mezzo efficace per implorar la Divina Misericordia sopra di tutto il Mondo, per abbatter le eresie, per estinguere i vizi e per promover le Cristiane virtudi: Hoc erit unicum ad evertendas haereses, ecco le sue proprie parole, vitia extinguenda, virtutes promovendas, et Misericordiam Dei implorandam, magnum in Ecclesia praesidium94. Or vedete voi, se quanto il Santo Rosario le è caro. 93 Questo genere di preghiera è molto grato a mio Figlio e a me. Questo sarà l’unico grande presidio nella Chiesa per distruggere le eresie, estinguere i vizi, promuovere le virtù e implorare la misericordia di Dio. 94 193 5. 6. Chi può spiegare pertanto gli effetti continui di tal maraviglie dalla Gran Vergine oprate ed i frequenti strepitosi miracoli; tutti chiari testimoni dell’amor suo incomparabile e del suo fortissimo impegno in pro del Santo Rosario? Io non vo(glio) qui neppur toccarvi di passaggio quel che Nostra Signora ha fatto per protegger chi divotamente lo recitava: ma solo di quel che ha fatto in favore di chi solamente lo ha portato indosso: affin argomentar voi possiate che sperar possa chi divotamente lo reciti. Serva un sol fatto per mille; e finisco. Nel Regno del Cile, nelle Indie Orientali, una Donna Cristiana vi fu che stando al servizio di una divota Signora, era anche la Pietra sua di paragone, come suol dirsi; tante erano le stravaganze e le libertà con le quali, ad onta degli avvisi continui della sofferente Signora, viveva. Avvenne, che dopo una vita così rilasciata e dopo molti anni di confessioni e comunioni sacrileghe che fece, cadde la misera sfortunata donna gravemente inferma a morte (d). Il parlarle solo di ben confessarsi in quel punto, era per Lei un linguaggio non solo sconosciuto, ma irritante a mille atti di disperazione esecranda. Si aiutò quanto poté la buona sua Signora a persuaderla; ma vedendo vano ed infruttuoso ogni discorso, la abbandonò. Ed eccoti all’improvviso, comparire all’Inferma, molti spaventosi demoni, tutti in atto di soffocarla e di rapirla seco loro all’Inferno. Dà la misera in altissime grida: vi accorre la Padrona; e trovandosi anch’essa mezzo smarrita, dà di piglio al Santo Rosario e frettolosamente all’inferma indosso lo pone. O prodigi del SS.mo Rosario! Fuggono tosto i demoni tutti rabbiosi e spaventati. Scende dal Cielo un raggio di luce su della disperata Agonizzante; ed illuminandole prima l’Intelletto la riscuote dalla sua mortal cecità; indi toccandole il cuore, la compunge, le spreme dagli occhi un profluvio di lagrime di pentimento e dolore. Grida perciò la ravveduta Inferma, Confessione! Vi accorre tosto un buon Confessore. Si confessa da lui interamente con molta contrizione. Indi baciando e ribaciando quel Santo Rosario, che era stato il mezzo della sua Vita e della sua salute; e dando mille benedizioni alla Regina del Cielo, che per mezzo del Santo Rosario così si era impegnata a favor suo; lasciò, morendo, una fondata speranza di sua eterna salvezza. Tanto è vero, Uditori, che la divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine, che l’ha impegnata sempre ad oprar maraviglie, anche in favore di chi solamente lo ha indosso portato. 7. Apprendiamo noi dunque di appigliarci con tutto fervore alla divozione del Santo Rosario; non solo col portarlo sempre divotamente, ma ancor con divotamente recitarne la terza parte ogni giorno: e quel che è più con accoppiar una vita molto timorata, affin questa divozione riesca sempre per noi valevole ed efficace; ed impegni maggiormente la Nostra Immacolata Signora ad oprar quella singolar maraviglia di portarci, dopo questo misero esilio, alla Patria beatissima del Paradiso. Amen. (d) Auriem. par. I, cap. 7. 194 195 SERMONCINO VENTESIMO QUINTO Recitato Sabato 5 Agosto 1752, ricorrendo la Festa del nostro gloriosissimo Protettore e primo Vescovo e Martire Sant’Emidio. Ancora una volta la devozione del sabato mariano si incontra con una importante festa liturgica di cui la sensibilità di don Marcucci non può non tenere conto. Questa volta la coincidenza è con l’amato e gloriosissimo Patrono Sant’Emidio, martirizzato nel 309, all’età di 30 anni nella città di Ascoli. Fra i numerosi pregi che il Santo Patrono ha avuto, l’oratore del Sermoncino considera il grande ossequio che egli professò alla Nostra Immacolata Signora. Affronta l’argomento in sette punti. Sant’Emidio venne da Treveri in Italia per predicare il Vangelo e, come i primi apostoli, si pose sotto la protezione di Maria e pose Ascoli e tutti i suoi cittadini sotto la sua tutela. Fu questa “la sorgente di tutte le nostre fortune”, anzitutto della costanza nella fede in tanti secoli di storia e il riconoscimento di tutto il vescovado Ascolano di essere sotto la tutela di Santa Maria Maggiore e di Sant’Emidio. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 271-279. Argomento L’averci posti il nostro gran Padre e Protettor Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la Protezione e Tutela di Maria SS.ma, fu la gloria del suo Apostolato e la sorgente di tutte le nostre fortune Tra tante pompose feste ed acclamazioni di giubilo e di gioia, nelle quali doverosamente ritrovasi oggi questa nostra fortunata Città di Ascoli per la solenne ricorrenza della gloriosa preziosissima Morte, che il nostro primo Vescovo e Martire e principal Protettor Sant’Emidio in Giorno di Giovedì sostenne nel trentesimo anno dell’età sua e nel 309 del Nascimento del Salvadore; è ancora dovere, Riveriti Uditori, che noi pure in questa sera ne diamo qui a parte contrassegni di tenerezza, col ridir alcune cose in lode di sì gran Santo; a cui della vera Fede, delle nostre Vite e di tutti i Beni nostri ogni obbligazione ne abbiamo. Sebbene, che potrò mai io ridirvi di Emidio? Sono tali e tante le maraviglie da lui oprate, ed è così straordinaria e sublime la sua Santità, che al suo riverbero, io stimo, ogni qualunque più acuto creato Intelletto, nonché il mio di penetrazione sì corta, rimarrebbe offuscato; e balbuziente resterebbe ogni più sciolta ed eru- 196 dita Lingua, non che la mia rozza. Osservate se è così. Il suo fedele Diacono ed indivisibil Compagno e Martire San Valentino, al comando avutone da San Melchiade Papa di registrarne le gloriose Gesta, così pavido e sbigottito ne restò, che tuttoché ubbidisse con scriverne una succinta fedelissima Storia, pure non potette contenersi dall’incominciar con quel doloroso lamento, cioè che non era da lui porre mano ad un’Opera tanto difficile e ardua quale era quella di registrar la Vita di Emidio, poiché inserta di tante maraviglie e stupori: Opus perarduum et non mearum virium, o Pater optime, aggredi iubes (a)95. Pure se entro un sì gran Carolus Ram (…) I.F., Vergine con il Bambino, Santuario fissare gli sguardi concedu- S. Emidio e S. Francesco, olio su tela, 1739, Ascoli to mi fosse, ve ne ridirei che Emidio Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”. col suo Nome medesimo esprimesse la sua gran Santità e il suo gran Potere. Perciocché se noi rintracciam del suo Nome l’etimologia e l’origine, troverem non a caso poter ella derivar da due Greche Voci, cioè Emi, che vuol dir mezzo, e Theos che val Divino; onde Emidius sit quasi emitheos idest Semidivinus96; cioè che Emidio fosse un Uomo per dir così mezzo Divino; atteso che Iddio costituir lo volle un Santo così portentoso e mirabile che più del Divino avesse, che dell’Umano. Ma tralasciando tal’ingegnoso argomento e riservandolo ad altra occasione opportuna che di encomiar sì gran Santo mi si presentasse; voglio che in questa sera lo consideriamo unicamente per rapporto di quel suo grande ossequio, che sempre professò alla Nostra Immacolata Signora. Eccovene perciò il mio Assunto: L’averci posti il nostro gran (a) S.Valentin. in Prolog. Vit. S. Emygd. 95 O ottimo Padre tu mi comandi di compiere un’opera molto difficile e non delle mie forze. 96 Onde Emidio sia, per così dire, semidio, cioè semidivino. 197 Padre e Protettor Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la Protezione e Tutela di Maria SS.ma, fu la gloria del suo Apostolato e la sorgente di tutte le nostre fortune. Animatemi al Discorso con l’attenzione vostra, Uditori: e do principio. 1. 2. Allorché il Redentore Divino gli Apostoli suoi destinò alla Predicazione del Vangelo, affin di manifestar per loro mezzo la sua Onnipotenza, vietò loro il portarsi vitto, danaio, ed ogni altra qualunque mai provvigione, che l’umana ingordigia, non sazia mai di comodi e di averi, somministrare avesse loro potuto e suggerire: imponendo bensì a Ciascuno il portar seco soltanto una Verga o Bastone, su cui le stanche e debilitate membra appoggiare e riposare potesse: Praecepit eis ne quid tollerent in via, nisi Virgam tantum (Marc. 6, 8)97. Sul cui misteriosissimo passo, riflettendo il gran Riccardo di San Lorenzo (b), esser la Vergine simboleggiata presso Isaia Profeta sotto nome di Verga prodigiosa (c), ci lasciò scritto un bel Commento, dicendo essere appunto Maria SS.ma la Verga ed il sostegno della Predicazione Apostolica, che sola vien concessa a portarsi da tutti quei che il Ministero Apostolico esercitano, affin su di essa appoggiati ricuperino le forze smarrite e così rinvigoriti operino maraviglie e prodigi: Maria est Virga praedicationis ac doctrina, uditelo di grazia, quae sola datur Praedicatoribus ac Doctoribus ad portandum in Via98. Perciocché, segue a dire egli chi aver potesse per compagna nel suo Apostolato questa mistica prodigiosissima Verga non gli mancherebbe certo né Dottrina, né Grazia, né cosa veruna necessaria per l’ottima riuscita del suo Apostolico impiego: Qui enim habere posset hanc Virgam comitem, non deesset ei Gratia, non Doctrina, non aliquid necessarium99. molto più nel cuore, voglio dir con la Protezione della Gran Madre del loro Divino Maestro, operaron tante maraviglie, che atterrando da ogni parte e Idoli e Idolatria e movendo guerra al Gentilesimo tutto, ne riportaron la gloriosa vittoria col disseminar per ogni parte il Santo Vangelo e piantar la vera Fede nell’Universo. 3. In simil guisa il nostro inclito Padre e gran Protettore si portò. Emidio, che sulla sua età incominciata del ventesimo terzo anno, abominando quanto mai nelle Scuole di Pitagora, di Platone e di altri ciechi Filosofi appreso aveva di più sofistico e raffinato Gentilesimo e non curando né Parentadi cospicui, né ricchezze copiose, né sublimi cariche, che procacciate gli avevan i suoi nobili Genitori, abbracciato aveva di buon cuore per mezzo del Santo Battesimo la vera Fede; sentendosi tosto chiamato con Angelica voce all’Apostolico ministero della conversione e santificazione delle Anime, abbandonò la cospicua Città di Treveri sua Patria e senza verun soccorso, né provvedimento, che di tre suoi fedeli Compagni, Euplo, Germano e Valentino, alla nostra bella Italia, che era il Teatro destinatogli a far la comparsa di Apostolo, diritto se ne venne. 4. Ma buon per lui, che eseguendo a puntino il precetto Vangelico, diede tosto di piglio nel suo viaggio a quella mistica Verga, che gli servì di maraviglioso sostegno; poiché gettando subito tutte le sue premure nell’ossequiar la Regina del Cielo e nella Protezione di Lei riponendo le sue speranze, questa lo assistette con tanto impegno, che del suo Apostolato la singolar gloria divenne. Non gli mancò mai grazia e facondia nel predicare, confutare e convincere anche i più ostinati; non gli mancò mai assistenza Divina in far dei più stupendi miracoli: non mai cosa insomma gli mancò, che risultar potesse a costituirlo un Apostolo Santo, dotto, potente, prodigiosissimo. Tutto gli ottenne Maria SS.ma, tutto ella prontamente gli somministrò. Habuit enim hanc Virgam comitem100, qui ripeterebbe Riccardo di S. Lorenzo, ideo non defuit ei Gratia, non Doctrina, non aliquid necessarium. 100 Infatti egli ebbe per compagno questo bastone per cui non gli mancò grazia, né dottrina, né alcunché di necessario. Or tanto adempirono puntualmente gli Apostoli, perché spogliati di quanto avevano, o potevano avere, con quel solo sostegno alla Mano, e 97 Comandò loro di non prendere alcunché per strada se non solo un bastone. (b) Libr. 12, De Laod. Virgin. (c) Isai. 11, 1. 98 Maria è il bastone e la dottrina della predicazione, che sola viene data ai predicatori e ai dottori per portarli sulla strada. 99 Infatti chi potesse avere per compagno questo bastone non gli mancherebbe la grazia, né la dottrina né alcunché di necessario. 198 199 5. Io però non vo(glio) già qui ridirvi quel che operasse Emidio sostenuto su di questa mistica Verga, anche prima di uscir di Treveri sua Patria, allorché a forza rapito nel profano Tempio di Giove, con uno strepitoso Tremuoto mandò tosto in rovina e Idolo e Tempio. Tralascio quel che fece poi in Milano, ove ordinato Sacerdote da San Materno, si trattenne per tre anni, convertendo alla Fede innumerabile Gente e sempre operando prodigi. Passo sotto silenzio le sue gran maraviglie oprate in Roma, ove dal Pontefice San Marcello fu consacrato Vescovo; mentre lo stesso sacrilego Tempio, Altare, ed Idolo di Esculapio, ridotto da lui in cenere; la conversione de’ Sacerdoti Idolatri e di altre 1660 Persone, oltre le innumerabili donne coi loro fanciulli, che da lui ricevettero il Santo Battesimo; e la miracolosa liberazione di tanti ossessi e di altri mille disperati Infermi; son cose tutte che da se medesime vi enunziano qual fosse di Emidio la santità ed il potere sotto la protezion di Maria. Neppur far vi voglio parola di quel che facesse nell’antica, ed ora diroccata Città di Pitino, ove avendo mandati per forieri del suo arrivo i Tremuoti, giunto poi la liberò da’ demoni e dopo la guarigion prodigiosa di 150 Infetti di Lebbra e di altri malori, in pochi giorni la ridusse tutta alla Fede. Tralascio ancor per finirla tutto l’altro stupendo da lui oprato in Fermo, in Atri, in Teramo ed in altri moltissimi Luoghi, ove ei passò: e solo di quel che in questa nostra Città fortunata, ove egli era destinato, operasse sotto gli auspici dell’Imperadrice del Cielo, favellar succintamente vi voglio. 6. Al primo suo Ingresso, non vi fu in questa Città allor cieca, feroce ed idolatra, non vi fu, dico, Idolo che con tremendi muggiti non urlasse, non vi fu casa che scossa non venisse da orribil Tremuoto. Pone egli il Piè sacrosanto entro delle nostre mura ed osservandovi sparsi per la Città da più di quaranta pubblici Tempi profani, al suo imperioso comando in virtù di Gesù, e di Maria ecco tosto ventidue ne vanno in precipizio e rovina. Corrono tutti tremanti quegli antichi Ascolani a ritrovarlo ed egli accogliendoli grazioso fa loro la prima fervorosa Predica; e con questa ne riduce tosto tanti alla Fede, che bastarono a diroccar subito dodici altri Tempi profani, unitamente col principale, che era quello alla favolosa Ancària, Protettrice allor primaria della cieca città, consegrato. Ben si accorgeva Emidio, che tutti questi prodigi per mezzo di quella sì benefica e potente Mano venivano, che sempre l’avea sostenuto; voglio dir di Maria SS.ma: 200 onde e in attestato di gratitudine e per maggiormente ampliarne le glorie e per sempre più impegnarla a proteggerlo con tutta la Cristianità sua novella, eresse tosto in onore di Lei, come pure fece in Pitino, una sontuosa Basilica e fu il secondo sacro Tempio da lui dedicato alla Vergine: Tres Basilicas Sanctus Vir dedicavit, così di lui S. Valentino, primam in honorem Sancti Salvatoris, secundam Sanctae Mariae101: così avendoci posti, sin dal suo arrivo, sotto l’alma protezione e tutela di sì eccelsa Signora; ciò sempre più poi in gloria ridondò del suo sì maraviglioso Apostolato. Posciachè col favor di Maria, ubbidienti poi si vide a suoi cenni gli elementi tutti e l’Acqua in specie con lo scaturir da duri macigni: arresa tosto a suoi Piedi si mirò cercando il Battesimo la grande Polisia, figlia del Prefetto Polimio; e con Lei altre mille e settanta Persone: e così, sempre più mostrandosi il Cielo a favor suo impegnato, in poco tempo di veder la Città quasi tutta, convertita alla Fede e divenuta Suddita della Regina del Cielo ebbe il contento. Che se il Tiranno Polimio restar volle ostinato e di far recidere il capo ad Emidio tanto animo ebbe, ciò non fu che per far spiccare più glorioso l’Apostolato del nostro Santo; perciocchè raccogliendo con le sue Mani il suo capo reciso, per trecento passi lo portò: restando presso tutti indeciso se morto Emidio allor fosse, oppure vivo. Lo risappiam bensì noi, che Emidio non era allor morto, perché tutto in Maria egli viveva e Maria SS.ma in lui; la quale non volle mai da lui scompagnarsi, per render sempre più glorioso l’Apostolato di un sì fedele e zelante suo Servo. 7. Resterebbe a vedere, Uditori, come l’averci il nostro Santo posti, tosto dopo il suo arrivo, sotto la protezione e Tutela di Maria SS.ma, fu ancor la sorgente di tutte le nostre fortune. Ma siccome ciò non è cosa da trattarsi a diffuso entro le angustie di sì poco tempo, che mi vien conceduto, mi restringo ad accennarvene i soli motivi; e sono: I. per la costanza della vera Fede, in cui per lo spazio di 1443 anni è stata sempre ferma ed immobile la Città nostra; come quella che dal suo Apostolo fu posta sotto la Madre e Maestra della fede Maria. 101 Il santo uomo dedicò tre basiliche, la prima in onore di san Salvatore, la seconda di Santa Maria. 201 II. per l’amorosa premura, con la quale sempre ci ha protetti e ci protegge, per intercessione del nostro Santo sì potente Signora: essendo appunto da ciò derivato, che non solamente la nostra principale Chiesa sotto il glorioso titolo e la potente tutela fosse di Santa Maria Maggiore insieme e di Sant’Emidio; ma insino così denominato e riconosciuto venisse tutto il Vescovado nostro Ascolano; come appare dal Pontificio Diploma di Leone IX spedito a Bernardo II, Vescovo di questa Città, ove si dice Ecclesia et Episcopatus Sanctae Dei Genitricis Virginis Mariae, et Beatissimi Martyris Emygdii102. Lascio al vostro sagace e retto discernimento il rifletter ora se dagli addotti due motivi risultar possa la sorgente di tutte le nostre fortune, come io diceva; e questa riconoscer si debba, o no dall’averci posti il nostro gran Padre e Protettor Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la Protezione e Tutela di Maria SS.ma. SERMONCINO VENTESIMO SESTO Recitato Sabato 12 Agosto 1752, in occasione che si incominciava il Sacro Triduo in apparecchio alla Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora, ed insieme dell’altra sua Festa sotto il titolo di Rifugio dei Peccatori, che cade ai 15 di Agosto Don Marcucci sviluppa il Sermoncino in sei punti e si propone di aiutare i fedeli a prepararsi devotamente alla festa dell’Assunzione di Maria al cielo. Essa si può paragonare a quella dell’elezione di un sovrano. In quel giorno si dispensano grazie ai sudditi, si concede il perdono e la libertà. Molto di più accade nell’anniversario dell’Assunzione al trono dei cieli di Maria SS.ma. Possiamo dunque sperare che quel giorno otterremo il perdono di tutte le nostre colpe, il proscioglimento da tutti i vizi e il ristabilimento alla preziosa libertà della grazia. Don Marcucci stabilisce che nel giorno dell’Assunzione, nella Chiesa del suo monastero si celebri anche la festa della Vergine sotto il titolo di Rifugio dei Peccatori, tenendo esposta alla pubblica venerazione la miracolosa immagine da lui usata durante le sacre missioni (vedi pag. 34). Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 134-141. Argomento L’apparecchiarsi a celebrar con divozione la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora la impegna ad esercitar verso di noi l’uffizio che ella ha di Rifugio dei Peccatori Ave Maria 102 Ove si dice, la Chiesa e l’Episcopato della Santa Vergine Maria Madre di Dio e del beatissimo martire Emidio. 202 Le due vicine gloriosissime Feste di Nostra Immacolata Signora, le quali da qui a tre giorni, cioè a’ 15 del corrente, sarem noi col favor Divino a celebrare qui in questo Sacro Tempio di Maria, cioè una universale e solenne a tutta la Cattolica Chiesa, che sarà quella della sua gloriosa Assunta, l’altra particolare a questo Tempio, che sarà quella della sua Miracolosa Immagine, che con me ho portata e porto nelle Sacre Missioni, sotto il glorioso titolo di Rifugio dei Peccatori (la quale Immagine miracolosa in ciascun anno qui si esporrà alla pubblica adorazione nel Giorno dell’Assunta); queste due vicine Feste, ripeto, hanno richiamato dal profondo del mio Spirito un vivo desiderio di invitarvi questa sera, miei Riveriti Uditori, ad incominciar sin da oggi a prepararvi per divotamente celebrarle; e mi ha fatto risolvere a discorrervi appun- 203 to su di un tale Apparecchio. Ben so per altro, che ad Anime amanti di Nostra Signora, come voi siete, e già forse da più giorni impiegate in qualche fervorosa particolar Novena in preparamento alla principal Festa, non accadrebbe che io parlassi di Apparecchio divoto: pure affin questo sia fatto con più di fervore e con maggior confidenza, dispensarmi non posso dal farvene motto. Senza dunque spender più tempo in preamboli, vengo all’Assunto. Uditelo, se vi sia a grado: l’apparecchiarsi a celebrar con divozione la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora la impegna ad esercitar verso di noi l’uffizio che ella ha di Rifugio dei Peccatori. Favoritemi di attenzione. Do principio. 1. 2. 204 Fu sempre lodevole piissimo uso de’ divoti di Maria SS.ma il prepararsi per vari antecedenti giorni con molti esercizi di pietà a celebrar divotamente le sue Feste. E se la Vergine per sua somma benignità si sia sempre degnata di gradir questi divoti Apparecchi, bisogna però confessare che in favore di chi si preparò a celebrar la sua Assunta, aprisse con particolarità grande gli erari della sua Misericordia. Io non saprei, Uditori, darvene ora altra ragione, che quella dell’esser questa solennità molto cara alla Vergine, ed in conseguenza molto grati riuscirle gli ossequi che in preparamento di tal Festa si fanno. Di fatto, nella sua gloriosissima Assunta in Cielo restò Nostra Signora glorificata più che in altro qualunque tempo; attesochè allora fu, che salita sopra tutti i Cori degli Angeli, e collocata alla Destra del suo Divin Figlio, da tutta la Triade sacrosanta venne ad essere incoronata Regina de’ Cieli e della Terra e dichiarata Arbitra e Tesoriera dei Divini Tesori, Conforto e Fortezza dei Giusti, Speranza e Rifugio dei miseri Peccatori. Onde chi a festeggiar nel Mondo si prepara così grande Solennità, viene a ricordare alla Vergine ed a congratularsi con lei con più tenerezza ed affetto, di tutte quelle Allegrezze e Grandiosità immense, che ella nella sua gloriosa Assunta ricevette e nella sua ineffabile Incoronazione. Quindi che maraviglia che un tal divoto Apparecchio più di qualunque altro la impegni ad esercitar verso di noi la sua misericordia ed in particolare l’uffizio datole da Dio di essere essa Rifugio di noi miseri Peccatori? 3. SS.ma Fede! E non è forse vero, che avvien ancora tra di noi quaggiù nel Mondo, che nell’Assunzione dei Grandi al Trono e nella loro pubblica Incoronazione si dispensano le grazie ai sudditi; e particolarmente ai Rei, sciogliendoli da ceppi e catene, concedendo loro il perdono e la libertà loro accordando? Or quanto maggiormente giova a noi credere, che molto più ciò succede nell’Anniversario dell’Assunzione al Trono dei Cieli e della Incoronazione della Nostra Gran Signora Maria SS.ma? Eh sì, sì, che milita a favor nostro ogni ragione di benignità e di clemenza, per sperare con tutto il fondamento che quel Giorno glorioso sarà piucchè mai per noi il Giorno del pieno perdono di tutte le nostre colpe, del nostro proscioglimento da tutti i vizi e del nostro ristabilimento alla preziosa libertà della Grazia. Che perciò, o quanto bene dunque in quel giorno si fa ricorrere in questa Chiesa anche la Festa della Vergine sotto il titolo di Rifugio dei Peccatori, col tenere esposta all’adorazione pubblica la sua Miracolosa Immagine delle nostre sacre Missioni. 4. Apparecchiamoci pertanto, cari miei Uditori, a celebrar con particolare divozione l’Assunta di Maria; e lasciamo poi a Lei tutto l’impegno, in cui si trova, dimostrarsi nostro benigno Rifugio. Uditene al proposito un fatto e vi servirà di comprova di quanto sinora inteso avete. Riferisce Santa Brigida (a) nelle sue autentiche Rivelazioni, che vi fu un Giovine di vita molto libera e scellerata. Questi però tra tante sue malvagie cecità pur conservava un barlume per far qualche opera buona, che gli servisse almeno a disporlo alla vera conversione. Il bene che egli faceva era il festeggiare con qualche specie di divoto Apparecchio tutte le Solennità di Maria SS.ma ed in particolar la gloriosa Assunta di Lei in preparazion della quale cantava le sue Lodi, recitava l’Uffizio, ne digiunava ancor la Vigilia. Ma che pro? Era per lui una divozione, può dirsi, materiale. Tanto con tutto questo si tornava al vomito primiero; come suol dirsi. La Vergine, che pur avrebbe voluto premiarlo in ricompensa degli ossequi da lui fatti nelle sue feste ed in particolar dell’Assunta, trovando che il giovine scostumato sempre vi frapponeva degli ostacoli con la sua libe- (a) Lib. Revel. cap. 39, 40. 205 ra vita; volle provarci a ravvederlo con l’Infermità e con la morte. Udite e stupite. Si inferma pertanto gravemente il Giovine; ed in un subito sente dirsi al cuore che tosto si confessasse bene per tempo, perché il suo male era mortale. Si spaventa egli, ed invece di tosto accomodar con Dio le partite della sua Coscienza, va prolungando la confessione da giorno in giorno; resiste agli impulsi della Vergine; agli inviti dei buoni Amici; sinchè perduta con la parola le forze, si pone il Misero in Agonia. Or che più far poteva Maria SS.ma per rimunerar quest’Ingrato dagli Apparecchi da lui fatti alla Festa dell’Assunta? Ma giacché rimunerazione non curò e non volle, vada pure senza rimunerazione in eterno disperso. Ma no; che la Vergine avea l’impegno di mostrarsi per lui Rifugio dei Peccatori. Quindi, che fece Ella? Or notate. Gli impetrò dal suo Divin Figlio in quegli estremi un atto interno di vera Contrizione prima che spirasse. Morto che fu appena, eccoti pronto il Demonio con un gran libraccio alla mano, intitolato Inobedientia, che conteneva sette altri libri di peccati mortali. Lo accusa tosto al Divin Giudice. Vi accorre pronta Maria SS.ma; ordina che si apran li Libri e tutti cancellati si trovano dal vero Atto di contrizione da Lei impetrato al suo divoto. Parte confuso il Nemico Infernale e tutto spumante di rabbia se ne piomba agli Abissi. Viene portato il divoto in Purgatorio. Ma Nostra Signora volendo pienamente esser suo potente Rifugio, gli ottiene anche dal Divin Figlio de plenitudine potestatis la condonazione di tutta la pena; e lo porta seco ad esser di gloria coronato nel Cielo. 5. 206 6. Veniam, se è così, alla chiusa. Che farem dunque per questo divoto Apparecchio? Io non voglio già proporvi o i lunghi rigorosi Digiuni che facevan precedere a questa gran Festa San Pietro Celestino V, San Francesco di Assisi, Santa Elisabetta Regina di Portogallo e Santa Francesca Romana; oppure quelle grosse Limosine che ai Poveri dispensavano in onor di Maria SS.ma, Leone IV Sommo Pontefice ed il Cardinal Errigo di Evora: no, non voglio così spaventarvi, lasciando ciò alle forze e qualità di ciascuno di voi. Voglio soltanto, che qui in questa Chiesa facciate un Triduo divoto, incominciando sin da questa sera a praticarlo. Questo consisterà: I. in recitar divotamente tre Pater e Gloria Patri in rendimento di Grazie alla SS.ma Trinità per li favori concessi alla Vergine nella sua Assunta gloriosa. II. in recitar poi tre Ave Marie alla Vergine stessa in congratulazione della sua Assunta, pregandola di esser nostro Rifugio. III. in recitar divotamente le sue Litanie, ripetendo tre volte quel caro elogio Refugium Peccatorum, ora pro nobis. Ecco quanto da voi richieggo in divoto Apparecchio all’Assunta: lasciando tutto l’altro alla vostra pietà, che so esser molto liberale verso Nostra Signora. Che ne dite, Uditori, di fatto così mirabile? lo non voglio già qui inferire, che dunque possiamo pur viver come ci piace: no, perché oltre che sarebbe troppo mostruosa ingratitudine, sarebbe ancor troppo temeraria presunzione il pretender di salvarsi a forza di strepitosi Miracoli. Voglio dir solo, che qualora noi procuriam dal nostro canto vivere cristianamente, possiamo col mezzo di questo Apparecchio divoto che farem alla solennità dell’Assunta di Maria SS.ma, possiam, dico, sperar con tutto il fondamento, che essa ci rifuggerà sotto la sua potente Tutela e ci farà sperimentar la sua amorosa Misericordia: giacché l’ho detto e lo replico, che l’apparecchiarsi a celebrar con divozione la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora, la impegna ad esercitar verso di noi l’uffizio che ella ha di Rifugio dei Peccatori. 207 SERMONCINO VENTESIMO SETTIMO Recitato Martedì 15 Agosto 1752, ricorrendo la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora L’Autore teme di approfittare della disponibilità dei suoi fedeli che, oltre il sabato, devono ascoltare le sue lodi a Maria anche in una festa infrasettimanale. Il ricordo dell’esempio del Beato Errigo lo motiva a farlo. Egli, infatti, una volta fu rimproverato dalla Vergine perché si era rifiutato di parlare di Lei nel giorno di una sua festa, rassicurato dal fatto che l’avrebbero fatto predicatori più bravi di lui. Don Marcucci non può fare questa omissione confessa ai suoi ascoltatori, perché è troppo tenuto alla sua Immacolata Signora, “sapere vi basti -ricorda- che della vita del corpo e dell’anima le vivo obbligato, né altro modo ho di compensarla se non con l’impiegar la mia rozza lingua in acquistarle adoratori col pubblicar le sue lodi”. Tratterà in dieci punti l’argomento. Con la similitudine del cedro dimostrerà in che modo Maria SS.ma nella sua gloriosa Assunta è stata di stupore al mondo, di allegrezza e meraviglia al cielo e di giovamento a tutti, specialmente ai miseri peccatori. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 166-173. Argomento Sotto la similitudine del Cedro si dimostra esser stata Maria SS.ma nella sua gloriosa Assunta e di stupore al Mondo e di Allegrezza e Maraviglia al Cielo e di giovamento a tutti, specialmente ai Peccatori Ave Maria Salgo stasera tutto confuso su questo alto Luogo, miei Riveriti Uditori, a favellarvi della Solennità ricorrente della gloriosissima Assunta di Nostra Immacolata Signora; e vi confesso, che io starei per darvi non una, ma cento e mille ragioni, se mi chiamaste tedioso e se non basta, ardito. Come? Dir voi mi potreste: non è forse valevole il solo Sabato, per appagar le tue brame, che vuoi ancora in altri Dì porre a cimento la nostra gran sofferenza? E poi, in questo festosissimo Giorno, in cui altri sacri Oratori assai più di te degni sciolgon le loro Lingue erudite in formar serti di glorie alla Regina del Cielo? Onde ripeter mi potreste con l’eccellente nostro Poeta Teologo, voglio dire con Dante (a). 208 Or tu chi sei che vuoi sedere a scranna? Ma pure, tuttoché con non poco rossore io qui mi presenti a voi innanzi, mi fo animo addurvene una scusa, che vi prego ora ad udirla, ristretta su di un celebre fatto, riferito dal Bollando nella vita mirabile del Beato Errigo Susone Domenicano. Professava Errigo molte obbligazioni alla Vergine; ed in attestato di gratitudine procurava bene spesso con i discorsi infervorarne alla Divozione la Gente, particolarmente nelle feste alla Gran Vergine dedicate. Accadde un anno, che in questa festa dell’Assunta, osservando egli predicarsi da tanti Oratori le Glorie di Maria, stimandosi indegno di noverarsi tra loro, tralasciò di farlo. Nel giorno appresso, elevato trovandosi in altissima estasi, vide aperto il Cielo; e bramoso di veder lassù l’immensa Gloria della sua amata Signora, cercò tosto di entrarvi: ma arrestato sulle prime da un Angelo, Piano, questi gli disse, che la nostra Regina è teco sdegnata, perché ieri lasciasti di predicar le sue Lodi: e sebbene le predicarono altri, pure le era molto grato che anche tu mostrassi il tuo zelo con predicarle. Prometti dunque l’emenda in avvenire; e farai pace con la tua celeste Signora. Tanto promise subito Errigo con molte lacrime: e restituito poi ai sensi, non lasciò mai più di predicar le glorie di Maria nelle sue Feste. Or che vi sembra, Uditori umanissimi? Non è questa una valida scusa che ancor me giustificar può presso voi? Sono io assai più del B. Errigo tenuto alla mia Immacolata Signora: saper vi basti, che della vita del corpo e dell’anima le vivo obbligato: né altro modo ho di compensarla alquanto, se non con l’impiegar la mia rozza lingua in acquistarle Adoratori col pubblicar le sue Lodi. Dubitar non posso della sua somma Benignità in gradir che così io la serva. Or vorreste voi, che io non lo facessi e che dopo averla io disgustata innumerabili volte con tante mie empietà, le aggiungessi anche con questa mancanza altri disgusti? Mi guardi il Cielo dal solo idearlo. Sicché e voi abbiate anche oggi la sofferenza in udirmi (come ve ne prego sin da ora ad averla in ogni altra sua festa, ancorché fuori di sabato); e lasciate pure che ancor altri sacri Oratori nel tempo stesso esaltino Nostra Signora, che io dietro le loro orme mi terrò per imitarli: e particolarmente in questa sera, in cui per farvi un tantino ammirare, come di passaggio, le sue ineffabili Glorie, avute nella sua Assunta; affin non vi resti abbagliato e disperso il pensiero al riverbero di tante Grandiosità, ve le restringerò sotto la sola similitudine del (a) Parad. 19. 209 Cedro: onde voi fissi su di questa comparazione, vedrete con più agio esser stata Maria SS.ma nella sua gloriosa Assunta e di stupore al Mondo e di allegrezza e maraviglia al Cielo e di giovamento a tutti, specialmente ai miseri Peccatori. Ecco, mi accingo all’impresa. Non altro che attenzione io chiedo. 1. Qualora la nostra Celeste Sovrana, compassionando il nostro bassissimo e limitato intendimento sovra l’Assunta sua gloriosa ed esaltazione all’Empireo, indicantene un saggio si compiacque, affin di adattarsi al nostro corto modo di intendere, dichiarar ce la volle sotto figura del Cedro, che tra gli Alberi tutti giocondo di vista, maraviglioso di altezza, grato di odore e di virtù prodigioso spicca colà in gran copia nel Monte Libano in Palestina: ond’essa al cedro assimigliandosi, ci lasciò di sè detto per bocca del Savio (b). Quasi Cedrus exaltata sum in Libano103; secondo che col senso accomodatizio della Chiesa gravi Espositori spiegano egregiamente tal passo (c). Quindi noi dalle proprietà e virtù del Cedro del Libano (che è molto diverso da quello che nell’Italia nostra germoglia), raffigurar potessimo i singolarissimi Privilegi ch’ella ebbe in occasione della sua Assunta; e principalmente di essere stata di stupore al Mondo tutto. 2. Osservate di grazia se è così. La prima e maravigliosa proprietà del Cedro è di conservar sempre nelle sue frondi una fresca e gioconda verdura, qualora sia vivo, ad onta di quanto mai lo combattan o gli Acquiloni con la loro rigidezza, o le Nebbie e le Manne con i loro cattivi effetti, o la Terra con la sua siccità: che se a sorte reciso venga dal suolo, incorrotto sempre si mantiene, senza che ardir abbia verme o tignola un menomo ricovero trovar su di esso, Cedrus, uditene il gran Maestro ed Investigator delle cose naturali, voglio dir Plinio, Cedrus, arbor est perpetuo virens, quae a tinea immunis est, et corruptionem non sentit (d)104. (b) Eccles. 24, 17. 103 Sono stata esaltata per così dire come cedro del libano. (c) De Vorag. Ser 6. De Assumpt.; Lhoner in Bibl. Annual. V. Hyperd. n. 37. 104 Il cedro è un albero perennemente verdeggiante che è immune dalla tignola e non è soggetto a corruzione. (d) ex Plinio, lib. II, c. 40. 210 3. Or tutte queste stupende proprietà ammirò attonito il Mondo sulla fine della vita mortale di Nostra Signora. Essa, che in tutti quegli adorabili sessantadue anni che visse, come vuol San Giovan Damasceno, tra tanti martirii di pene atrocissime e di acuti dolori, quasi Cedrus perpetuo virens, sì intrepida, forte e costante si mantenne, e sempre uguale a se stessa; giunta poi all’ultimo del Viver suo, quasi Cedrus a tinea immunis, non fu no soggetta ai fieri assalti e voraci morsi di morte: non avendo questa avuto tanto cuor di assalirla, né di dar mano alla sua falce fatale per reciderle la preziosissima Vita. Non già con ciò dir voglio, Uditori, che la Vergine realmente non morisse (attesochè la sua Morte e dall’antica Tradizione e dalla Chiesa medesima (e) ci viene posta fuor di ogni dubbio). Ma intender voglio soltanto, che la sua Morte non può col terribile nome di Morte appellarsi, ma bensì, come fu, di un dolcissimo Sonno amoroso, di un soave e potente Rapimento di Amore, che con estrema dolcezza per la gloriosa e gioconda Presenza del suo Divin Figlio, che maestosamente corteggiato da tutte le Angeliche schiere era dal Ciel disceso in persona ad invitarla al possesso del suo Regno beato, separò quell’Anima SS.ma dal suo purissimo Corpo sapendo noi benissimo dalle Divine Scritture non esser meno valevole ed atta la Morte a troncar con i suoi furori il corso alla Vita, di quel che sia coi suoi dolci rapimenti l’Amore, Fortis est ut Mors dilectio (f)105. Onde i Padri Greci saggiamente tutti d’accordo non chiamaron con altra espressione il Passaggio di Nostra Signora, che con quella soltanto graziosa di dolce Dormizione o Sonno; e di Sonno di più che fregiata aveva di miracoli, e di maraviglie la medesima Morte; se vi piace il pensiero del Damasceno (g): avvalorato ancor da quel che la Vergine stessa a Santa Brigida disse, Ego quasi obdormivi in separatione Animae et Corporis; et evigilavi in gaudio perpetuo (h)106. (e) Ecclesia in Orat. Secret. Missae. (f) Cant. 8, 6. 105 L’amore è forte come la morte. (g) S. Damasc. orat. 2, De Assumpt. Virg. (h) S. Brigit., lib. 4, Revel. cap. 13. 106 Io, nella separazione dell’anima e del corpo, per così dire mi addormentai e mi destai in un gaudio perenne. 211 4. Ma non finirono qui gli stupori del Mondo in ammirar in Maria una Morte all’intutto diversa da quella del restante del Genere Umano; ma crebbero a dismisura le sue maraviglie, qualor si avvide che tosto essa divenne come il Cedro incorrotta, Quasi Cedrus a tinea immunis, et corruptionem non sentiens. Io saziarmi non voglio, Uditori, ve lo confesso, di encomiare il gentilissimo garbo, con cui San Giovan Damasceno, tutto estatico anch’egli, esprime la maraviglia degli Apostoli e di Gerosolima tutta nell’avvedersi della Incorruttibilità, con la quale il Sacro Corpo della Gran Vergine, a guisa di Cedro, fu rivestito. Uditene il suo racconto (i); che egli attesta fondato su di vera antichissima Tradizione. Nell’avvicinarsi il soave Passaggio di Nostra Signora, gli Apostoli, la cui maggior parte assente trovatasi, e ripartita in vari Regni e Provincie, furon di un subito da Mano Celeste portati in Gerosolima a far corona alla loro gran Regina e Maestra. Eccoti una maraviglia. Ma tosto a questa una maggiore ne segue. Giunti, o per meglio dire, portati, ecco al cospetto di tutti scendere a mille schiere e mille gli Spiriti Celesti con il loro monarca e Riparadore Gesù Signor nostro, sciogliendo intanto le loro Angeliche Lingue in cantici soavissimi di lode in onor della loro Sovrana. Quindi stupefatti tutti quei SS. mi e sapientissimi Uomini, se la veggon spirare innanzi agli occhi a forza di estrema Gioia e contento. Trasferiscono essi quel sacratissimo Corpo in Getsemani in un decente Sepolcro; ma qui vengon raddoppiati gli stupori dall’Angelica Melodia, che per tre giorni continui udir si fece. Indi al terzo dì tornano tutti ad aprir la Sacra Urna; ed eccoli alla massima di tutte le maraviglie ingolfati. Non più rinvengono quel caro Divin Pegno ivi depositato: lo cercano, ma invano; lo sospiran, ma indarno. Onde eius obstupefacti miraculo, come il Damasceno nobilmente conchiude; si avveggo essere stata la loro Regina, tamquam Cedrum Libani incoruptibilitate dotatam107, e con il Corpo non men che con l’Anima al Ciel trasferita ed assunta. (i) S. Damascen., orat. 2, De Dormit. Virg. sub fin. 107 Essi, stupefatti per quel suo miracolo, si avvedono essere stata la loro Regina come cedro del Libano dotata di incorruttibilità. 212 5. Sebbene, a dire il vero, non tanto sorprender ci deve se la Vergine esaltata a guisa del Cedro, fosse nella sua Assunta di stupore al Mondo. Non era alla fine mai ancor assuefatta la Terra veder tra le pure Creature mistici Cedri incorrotti esser dal Libano di questo Mondo interamente trasportati ed eternati nel Cielo. Quel che tutto mi sorprende, Uditori, è che alle maraviglie del Mondo un’eco più sonora facessero le maraviglie del Cielo. Angeli santi, beatissimi Spiriti e qual novità è mai questa dei vostri stupori nell’Assunta della vostra Sovrana in andar tra di voi richiedendo chi essa sia? E quali mai fastosi Apparecchi siano quei che per il suo pomposo Ingresso all’Empireo si fanno? Quae est ista, quae ascendit de deserto deliciis affluens (k)108? Sapevate pur voi, che essendo ella paragonata al Cedro, esser doveva come il Cedro esaltata, quasi Cedrus exaltata. E se il Cedro, inter ceteras arbores maiestate excellens, altitudine eminet109, non era forse dovere che per Lei si apparecchiasse Incontro il più maestoso, Trono il più bello ed il Posto più alto lassù sopra di voi nel Cielo? Ma stolto me! Lo sapevan pur bene gli Angeli tutti, ma pure idear non si potevano tanto: onde sorpassando le feste e gli Apparecchi la loro aspettativa, a dar negli eccessi di maraviglia furono costretti. 6. E come no? Al portar che essi facevano Nostra Signora al Cielo, ecco all’approssimarsi alla Luna, veggon tosto correr questa sotto i beati Piedi di Lei a servirle tutta umile di sgabello e riposo, Luna sub Pedibus eius (Apoc. 12)110. Si avvicinano indi al Sole e lo miran vestito di insoliti più purgati e lucenti splendori per circondarla ed abbellirla d’intorno con gli aureati suoi raggi, Amicta Sole. Si approssimano al Firmamento ed ecco staccarsi le Stelle più luminose e brillanti per formarle sul Capo un ricco prezioso Diadema, In Capite eius Corona Stellarum111. Giungon finalmente all’Empireo, e veggon il Re dei Re e gran Monarca dei Cieli venirle tutto festoso insieme e grazioso all’in- (k) Cant. 8. 108 Chi è Costei che ascende dal deserto piena di delizie? 109 E se il cedro primeggiando per maestà tra gli altri alberi sovrasta in altitudine… 110 La luna sotto i suoi piedi. 111 Sul suo capo una corona di dodici stelle. 213 tata fu a guisa del Cedro, Quasi Cedrus exaltata sum: questo, allo scriver di Dioscoride (lib. 1, c. 86) essendo un albero assai vasto e grande, latissime ramos diffundit, spande i suoi odoriferi e benefici rami in grande distanza. Così essa nell’Assunta sua gloriosa fu a Tutti di giovamento e specialmente a noi miseri Peccatori. Quindi Santa Chiesa a riempirci anche noi di gaudio, non meno che gli Angeli, tutta festosa ci invita, Hodie Maria Virgo Coelos ascendit: gaudete115 (Antiph. ad Magnif. in 2 vesp.) e ce ne adduce la ragione, dicendo perché essa ha col suo Divin Figlio il beatissimo Regno: gaudete, quia cum Christo regnat in aeternum. Che arcano egli è mai questo, Uditori? Giacché il tempo per fuggirmi ha impennate troppo veloci le ali, ve lo dica per me l’Angelico San Tommaso e ve lo spieghi per chiusa del mio Discorso. Allorché Nostra Signora fu Assunta in Cielo, divise il suo Figlio Divino quel Regno Beato; e la metà per lui ne ritenne come Re di Giustizia, l’altra metà ne cedette alla Madre come Regina di Misericordia: così essa, come Arbitra, fosse a tutti di giovamento e ai Giusti per aiutarli a salir nel Regno della giustizia ed ai Peccatori compunti per porger loro la Mano e tirarli nel Regno della misericordia. Hodie, dunque, Maria Virgo Coelos ascendit: gaudete, lasciate che io con la Chiesa a vostra e mia gran consolazione lo ripeta, gaudete, quia cum Christo regnat in aeternum. contro, Surrexit Rex in occursum eius (3 Reg. 2)112. Entrano in quella Patria beata ed ivi risuonando tutta di Evviva, di Cantici e di Inni, l’osservano sulle prime innalzata di gran lunga sovra de’ Cori più alti dei Serafini; indi collocata in altissimo Trono alla destra del Divin Verbo Umanato, Astitit Regina a dextris113; poi incoronata dalla Triade sacrosanta, dall’eterno Padre come Regina di Potenza ed Arbitra dei Tesori Divini; dall’eterno Figlio come Regina di Sapienza e fida Interprete dei Divini Arcani; dallo Spirito Santo come Regina di Amore e Dispensatrice delle Divine Grazie; e da tutte e tre le Divine Persone come Imperadrice e Sovrana del Cielo, della Terra e di tutto il Creato. 7. Ora pensate voi, se far poteva a meno il Cielo tutto spettatore di tanta Gloria e Grandezza di Maria, non riempirsi di gran maraviglia. Che perciò di nobile e gentil sentimento fu il Damasceno, qualora disse, che intanto il Redentore Divino nella sua Ascensione non condusse seco la Madre, appunto affin la Corte Celeste vedendola tanto simile a Lui nella bellezza e nella maestà della Gloria, non rimanesse titubante se a chi de’ due far doveva accoglienze maggiori, se alla Madre, se al Figlio: Ideo Matris in Coelum dilectus ascensus, ne forte coelesti curiae veniret in dubium cui potius occurreret, così gentilmente il Santo, Domino videlicet, vel Dominae ascendenti (De Excell. Virg. c. 7)114. 8. Da tante maraviglie pertanto nacquero lassù nell’Empireo tutte quelle indicibil gioie ed allegrezze, di cui l’Assunta ed esaltazione sì gloriosa della Vergine lo fece ricolmo. Quindi non mancaron dotti Scrittori, che dissero, ed in specie Sant’Idelfonso, che la Festa dell’Assunta più propriamente chiamarsi potrebbe festa degli Angeli, che nostra, per esser stata l’origine di tanta loro Allegrezza. 9. Ma non è però, Uditori, che ancor festa nostra noi non possiamo con tutta ragione chiamarla. Perciocché se la nostra Sovrana, per attestato suo esal- 10. Sì, sì, già pieni di giubilo ricrearsi si sentono i nostri Spiriti, o eccelsa nostra Signora; già i nostri Cuori dal tripudio dilatati pur sono. Dunque voi, essendo nella vostra Assunta, esaltata come il Cedro del Libano, foste di stupore a tutto il Mondo, di maraviglia ed allegrezza a tutto il Cielo ed a Tutti di giovamento, specialmente a noi miseri Peccatori? O siano pur mille benedizioni al grande Iddio ed a voi mille congratulazioni ed evviva! Speriamo noi dunque, vostra mercè, avere un giorno la bella sorte di goder con la presenza tutte le vostre esaltazioni e grandezze, che or così ci ricreano con la sola memoria. Ma intanto ci sia almen da voi permesso con voi abitar col cuore lassù nel Cielo. Sì, sì, Trahe nos post Te, o Sancta Mater116, conchiuderò col vostro diletto Giovanni Leonardo: Madre del mio Gesù e del mio Dio, tirate al Ciel con voi anche il cuor mio. Amen. 112 Sorse il re per incontrarla. Stette la regina alla destra. 114 Perciò fu cara l’ascesa al cielo della Madre, perché non venisse in dubbio alla celeste curia a chi piuttosto dovesse andare incontro: cioè al Signore o alla Signora ascendente. 113 214 115 116 Oggi la Vergine Maria sale al cielo: rallegratevi perché con Cristo regna in eterno. Traeteci dietro di Te o santa Madre. 215 CAP. III SERMONCINI FAMILIARI PER OGNI SABATO DELL’ANNO 1753 217 Introduzione al capitolo I Sermoncini per i sabati dell’anno 1753 sono 11 e furono proposti dal 12 maggio al 1 dicembre con l’interruzione del mese di ottobre, perché vacanza. I primi otto sono abbozzati secondo lo stile dell’anno precedente, con un argomento ben definito, l’introduzione e i vari punti; questi ultimi sono quasi sempre proposti in forma schematica. Lo stile si mantiene chiaro e familiare e rimane vivissima la finalità dell’Autore di promuovere e diffondere la devozione mariana. Dal 16 novembre fino al 14 settembre dell’anno successivo i Sermoncini trattano la spiegazione delle varie parti della santa Messa ed il rapporto di Maria con i Santi Misteri. Per non interrompere la trattazione tematica, gli ultimi tre Sermoncini dell’anno 1753 vengono inseriti con quelli dell’anno successivo. In questo modo il gruppo di quelli dell’anno 1753 è costituito da otto composizioni. La maggior parte di esse 5/8 fanno parte della miscellanea n. 23; 2/8 fanno parte della miscellanea n. 35; infine uno sulla natività di Maria fa parte della miscellanea n. 51, che raccoglie le omelie per il triduo e la festa dell’Immacolata. Pietro Alemanno, Madonna delle Grazie o del Clero che veniva e viene esposta a turno nelle varie parrocchie della città, tempera su tavola, 1480-1490, Ascoli Piceno, Cattedrale. 218 219 SERMONCINO FAMILIARE SOPRA LA SS.ma VERGINE Argomento Recitato Sabato 12 Maggio 1753 nella Chiesa Prepositurale di San Giacomo Apostolo, in occasione della miracolosa Immagine della SS. Vergine, detta del Clero, ivi, secondo il giro, esposta Il vero Divoto della Vergine deve procurar di avere buona Memoria, miglior Ingegno ed ottimo Giudizio, sì per maggiormente promuovere il culto di Lei, che per ottenere più efficace il suo Patrocinio Il Sermoncino è sviluppato ampiamente in dieci punti, anche se l’ultimo si interrompe con l’indicazione di un esempio da portare; nel fascicolo seguono poi pagine bianche. È stato abbozzato dall’Autore in sei ore1 e recitato nella chiesa di San Giacomo, vicina all’Istituto, come l’anno precedente, in occasione della venuta della miracolosa immagine della SS.ma Vergine che si tratteneva esposta alla devozione dei fedeli, per una settimana, nelle Chiese parrocchiali o più grandi della città. Questa bella tradizione continua fino ad oggi. Don Marcucci propone un argomento che definisce un po’ spiritoso e cioè: “Per onorar la Vergine e per impetrare da Lei le grazie, si richiede buona memoria, miglior ingegno ed ottimo giudizio”. Inizia spiegando il significato dei termini memoria, ingegno e giudizio e le cause naturali e volontarie da cui dipendono. La “buona memoria” per il vero devoto di Maria consiste nel conoscere i continui favori che la celeste Signora gli concede, ricordarsene spesso e mostrarle gratitudine; il “migliore ingegno” consiste nell’inventare sempre nuovi mezzi, ossequiarla e farla sempre più ossequiare da altri. “L’ottimo giudizio” consiste nello scegliere con prudente riflessione e consiglio i mezzi più propri, più cari alla Vergine e più profittevoli per raggiungere l’intento. Don Marcucci porta poi le prove al contrario, cercando di immaginare con esempi concreti gli atteggiamenti di chi, pur essendo stato beneficato dalla Vergine santa, lo dimentica. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 103-112. 1 Così si legge tra parentesi accanto al titolo. 220 Inerendo agli alti, sapientissimi, amorosi disegni della Provvidenza Divina in ordinare e disporre nella Chiesa Cattolica le funzioni sacre, ed in particolare i gloriosi Trasporti dei divoti Simulacri processionalmente da un Tempio in un altro; sono io in questa sera, come nell’anno scorso, a recitar qui tra voi ed alla vostra presenza, Uditori Riveriti, il mio solito famigliare Ragionamento del Sabato; tuttoché, come voi ben sapete, per altro Luogo esser destinato doveva. Or buon per me, che vedendomi stasera onorato con un assai più numeroso Uditorio, con un numero maggiore ancor m’imbatto di Animi divoti e sagaci; che per poco io loro proponga le cose, già mi precorrono con l’intendimento, ed ogni mia aspettazione prevengono. Perciocché chi vi è mai tra voi, Ascoltanti, che non sappia aver Iddio nella sua Chiesa disposto sin da’ secoli primi della Cristianità le traslazioni divote processionalmente fatte o delle sacre Reliquie, o delle sacre Statue ed Effigie, non con altro disegno, se non affin il Culto ed onor suo rimanesse quaggiù tra noi maggiormente esaltato; ed i pii Fedeli per tal mezzo vieppiù di favori e di grazie ricolmati venissero? I Dottori tutti al certo a gran ragione concordano che i divini disegni in funzioni tali siano, ob maiorem Dei Cultum promovendum, et ob uberiores a Deo gratias obtinendas2. Cosicché e voi ed io dedurre con tutto fondamento possiamo, che intanto in questi giorni codesta sacra veneratissima Effige di Nostra eccelsa Signora Maria SS.ma si trovi processionalmente trasportata, ed in ricco Altare esposta in questo sacro Tempio, appunto, ob maiorem Deiparae cultum promovendum, ac ob uberiores a Deipara gratias obtinendas. La Vergine, insomma, qui ora si trova e per la sua maggior gloria e per il nostro maggior bene. Questi sono i suoi alti Disegni e del suo Divin Figlio. Vuole esser Ella vieppiù onorata; e vuol che noi impetriamo da Lei più segnalati favori. Or per aderire a tali amorosi ed ineffabili disegni, che mai potrò dirvi io in questa sera, Uditori? Sentite 2 Per promuovere maggior culto di Dio e per ottenere da Dio grazie più copiose. 221 ra Ingegno grande, Memoria mediocre, Giudizio scarso. Onde non errò chi disse di quell’Uomo acutissimo di Caramuele, che egli ebbe Ingenium ut octo, Memoriam ut quatuor,Judicium ut unum3. E lo stesso dir si potrebbe del celebre Giovanni Pico della Mirandola, del nostro Cecco di Ascoli e di tanti altri, che al formidabile naturale Ingegno, accoppiarono una sola passabil Memoria e sì poco Giudizio. Chi poi è di temperamento malinconico ed umido, è naturalmente di Mente confusa e di fantasia assai viva e gagliarda, facile però a dar nel fanatismo ed a creder per visioni i suoi sogni e deliri. Un misto poi di qualità di Memoria, d’Ingegno e Giudizio possiede chi è di un misto temperamento, tuttoché sempre penda al suo predominante temperamento. un mio pensiero. So, lo chiamerete sulle prime spiritoso, vivace e bizzarro piuttosto, che divoto. Ma pure uditelo e riponete alla fine il censurarlo. Eccolo. Per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie, si richiede buona Memoria, miglior Ingegno, ottimo Giudizio. L’attenzione non la chiedo, giacché una curiosità innocente che nel vostro stesso sembiante io ravviso, già da sé la riscuote. Incomincio pertanto. 1. 2. 222 E qui affin di sfuggire ogni oscurità ed abbaglio, è duopo che sveli sulle prime con ogni più possibil chiarezza cosa io intenda sotto nome di Memoria, d’Ingegno e di Giudizio. Per Memoria dunque denotar qui voglio soltanto quella cognizione e ricordanza che noi abbiamo delle cose già conosciute altre volte, con la riflessione bensì ed avvertenza che già altre volte le conoscemmo. Per Ingegno intendo quella perspicacità e sottigliezza o sia acutezza e vivacità della Mente nostra nell’intender e capire le cose e nell’inventar dei nuovi pensieri, dei nuovi mezzi, delle nuove ragioni. Per Giudizio poi intender voglio quel saper sceglier tra le cose le migliori, le più proprie, le più profittevoli: il che si dice appunto da noi Italiani Buon Gusto. Or nel sentirmi che per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie, si richiede buona Memoria, miglior Ingegno ed ottimo Giudizio, veruno aspetti da me, Uditori, che dettare io voglia un qualche gentile e curioso Trattato di Animistica, e spiegare le cagioni per cui talora si abbia Memoria cattiva, Ingegno debole, Giudizio guasto; oppur decifrare i rimedi ed i mezzi per aver Memoria pronta e tenace, Ingegno vivace e sottile, e Giudizio sano e prudente. Non è questo il mio Assunto, la mia meta, lo scopo. Potrei sì non lo nego, per soddisfare ad una vostra innocente curiosità, come per digressione dimostrarvi, fondato su di sode ragioni e di osservati esperimenti, come le qualità della Memoria, dell’Ingegno e del Giudizio, talora da naturali cagioni e talora da volontarie cause dipendono. Da naturali cagioni, cioè dai nostri temperamenti, più o meno atti ad abilitare, o impedire gli uffizi delle nostre spirituali Potenze. Perciocché chi è di temperamento tardo o sia pigro e pituitoso o sia flemmatico, è naturalmente di buona Memoria, ma di tenue Giudizio e di debolissimo e grosso Ingegno. Chi poi è di temperamento sanguigno, ardente e vivace, possiede di sua natu- 3. 3 4 Tutto ciò ripiglio, dimostrar vi potrei, come per episodio; ed aggiungervi, che anche le volontarie cagioni influiscono, e forse forse con più di efficacia, sulle qualità buone o cattive della Memoria, dell’Ingegno e Giudizio. Al certo, chi con l’Orazione e con l’esercizio la Memoria coltiva e l’Ingegno, a sufficienza almeno, eziandio il temperamento gli sia contrario, sempre ne possiede: laddove la pigrizia, l’ozio e l’ignoranza ingrossano e l’una e l’altro, e per dir così le inabilitano, ancorché naturalmente fossero di grado eminente. Così chi con la scelta di buoni Metodi, di ottimi Condottieri e Maestri, di ben ponderate e spassionate riflessioni regolasse il suo Giudizio e molto più col chieder lume dal celeste Datore di ogni Bene; al certo, benché ogni temperamento gli fosse contrario, di un ottimo Giudizio si troverebbe fornito. Ma quis est hic?4 Converrebbe certamente, che siccome l’Uomo è assai pronto a rimediar i mali temperamenti col beneficio dei naturali ripari, consistenti nella qualità dei cibi, dell’aria e somiglianti: così prontissimo vièppiù fosse a riparar le volontarie storture e svogliatezze con i rimedi poc’anzi accennati. Ed allora ognuno al certo possederebbe, se non in eminenza, a sufficienza almeno, una buona Memoria, un Ingegno acuto, un sodo e prudente Giudizio. Ebbe un ingegno come fossero otto, la memoria come quattro, il giudizio come uno solo. Chi è costui? 223 4. Ma io, lo ripeto, non voglio su di ciò far parola. Non è questo il mio Assunto. Chi tra voi è erudito, lo veda da sé presso i filosofi moderni, che sono in ciò senza fallo i più purgati, i più esperti, i più saggi. Il solo celebre Antonio Genovese, ancora vivente e stupore, per dir così, del secolo nostro, può nella sua Logico-Critica darne a tutti una lezione maestrale. 5. Rientriamo sulla meta. Col proporvi io dunque, che per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie si richiede buona Memoria, miglior Ingegno, ottimo Giudizio, altro intender non volli, se non che il vero Divoto di Maria conoscer doveva i continui favori che dalla Celeste Signora gli venivano concessi e con ricordarsene spesso mostrargliene la Gratitudine. Ecco la buona Memoria. Inoltre, che per mostrarsele grato, andar doveva ripensando ed inventando dei nuovi mezzi per più ossequiarla e per farla più ossequiare da altri. Ecco il miglior Ingegno. Finalmente, per eseguire il tutto, doveva con prudente riflessione e consiglio considerare e sceglier i mezzi più propri, più cari alla Vergine, più profittevoli per sé e per altrui, affin la Vergine rimanesse vieppiù onorata e servita. Ed ecco l’ottimo Giudizio. Chi vi ha dunque ora tra voi, Uditori Riveriti, che non accordi con me per molto proprio il mio Assunto, che cioè per onorar la Vergine, come dissi, e per impetrar da Lei le Grazie, si richiede buona Memoria, migliore Ingegno, ottimo Giudizio. 6. 5 7. Ispirato da Dio un buon Giovane, domandò l’Abito santo della sacra Certosa. Non aveva egli a suo favore per essere ammesso certe Lettere, che si dicono di Raccomandazione, voglio dir Lustro di Natali, di facoltà di sapere. Era nato bassamente, povero e rozzo. Onde altro capitale non si ritrovata, se non quello da noi desiderato, per rapporto della Divozion della Vergine, cioè una molto buona Memoria, un miglior Ingegno, un ottimo Giudizio. E ci par poco? Disse ai suoi Monaci, tosto che se ne avvide il Priore allor vivente della Gran Certosa, chiamato Guidone; e ci par poco? Anzi questo è il più gran capitale che aver possa, non dico un Giovinetto Secolare, ma un Religioso provetto. Via su, si ammetta pure per nostro Converso. Così accettato fu ed ammesso, nell’anno appunto di Nostra Salute 1082. 8. Io non voglio star qui, Uditori, a raccontarvi diffusamente la vita virtuosa ed esemplarissima in tutto di questo fortunato Certosino. Vi dirò solo in sommario che egli aveva talmente impressi nella mente i favori Deducetelo voi stesso a contrariis5 e poi alla vostra giustizia mi appello. Fingete un Cristiano, ricoperto continuamente di favori dalla Regina del Cielo (come già ricopre ciascuno) e poi ingrato, sconoscente, non facesse mai rimembranza costui di sì cortese Benefattrice e di più neppur da Lei tante finezze riconoscesse. Qual mai onore, di grazia, darebbe alla Vergine un Uomo di sì cattiva Memoria? Quali favori da Lei aspettar più potrebbe? Anzi qual dispiacere a Lei non darebbe e quali castighi non si meriterebbe tuttora? Fingete di vantaggio, che tuttoché alla fine conoscesse il suo obbligo, pure tutto freddo, pigro ed istupidito, non sapesse risolversi, né tentar qualche esercizio divoto per glorifi- Da argomenti contrari. 224 care e servire la Celeste Signora; onde così neghittoso e di grossolano rustichissimo Ingegno se la passasse tuttora: ditemi, che più stomachevole Uomo di questo agli occhi della Gran Madre di Dio, dar si potrebbe? Finalmente fingete, che alla fine pensati e ripensati vari mezzi per mostrarsi divoto, scegliesse o i meno efficaci, come sono certe semplici Recite, fatte Dio sa con quale Anima e con qual cuore; oppure i meno durevoli, come sono certi impetuosi trasporti di eccessive penitenze o di lunghissime ed innumerabili orazioncine: favoritemi, di quale scarso, anzi storto e bistorto Giudizio non sarebbe costui? Di quali Grazie potrebbe mai ripromettersi, qualor la sua semplicità ed il suo buon cuore non lo scusasse ed insiem non l’aiutasse? Deducetelo dunque voi stessi, Uditori, ripiglio, argomentando a contrariis, quanto sia vero che per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie, si richiede buona Memoria, miglior Ingegno, ottimo Giudizio. Quanto a me, per non offender punto l’alto vostro discernimento in apprender sì felicemente il molto dal poco; non volendone formar più raziocinio, passo a darvene con un bel fatto il contesto: e del successo abbiatene tutta la fede ad Errigo Gran, che nel suo Specchio Istoriale, alla nona distinzione, ed all’esempio centesimo decimo terzo lo riporta. 225 di Maria SS.ma, e così spesso gliene rendeva le grazie, che voi quasi del continuo trovato lo avreste genuflesso avanti una divota Immagine di Maria e bagnato per tale effetto di copiose lagrime. Qualora poi, passava camminando innanzi a qualche sacra di Lei effigie, i ringraziamenti erano i primi suoi affetti e sospiri, che alla Gran Regina del Cielo inviava. O che buona Memoria, che Memoria pronta, tenace, felicissima! Inoltre, siccome per quanto mai di fedele e puntuale servizio alla sua Signora prestava, non si trovava mai pago e soddisfatto (giacché il proverbio non falle, Amanti numquam satis6), pensava sempre altri modi, inventava altri mezzi, tentava nuove vie per più servirla. O che felice Ingegno, che Ingegno sottile, nobile ed elevato! Per finirla, trovati i mezzi, procurava sempre di sceglier quei che più onorevoli alla Gran Vergine le sembravano; quei che più propri alle sue forze, al suo stato; quei che da’ più savi e giudiziosi maestri di spirito gli venivan lodati ed approvati. O che ottimo Giudizio, che Giudizio sano, nobile e prudentissimo! 9. Pensate ora voi, Uditori, se con sì eccellente capitale di Memoria, d’Ingegno e di Gudizio, quanto restar glorificata dovesse Maria SS.ma da codesto suo divoto Converso; e quanti mai favori continuamente a larga mano gli dispensasse. Troppo vasto sarebbe il campo che qui mi si aprirebbe, se di tutto favellar vi volessi. Uditelo da un sol fatto; che nel tempo stesso condurrà e me alla chiusa del mio discorso e voi alla fine del tedio in ascoltarmi. 10. Fremendo il demonio delle fortune di codesto buon Certosino, né ammirare e tollerar più potendo da lungi quel suo gran fondo di pietà e di divozione verso l’Imperadrice del Cielo; giurò di fargli perdere ad un tratto ogni felicità di Memoria, di Giudizio e d’Ingegno. Quindi mentre il buon monaco se ne stava una notte nel suo camerino a coltivar con l’Orazione la sua Mente e il suo Cuore, eccoti tutto improvviso. 6 SERMONCINO Recitato nel Sabato di Pentecoste 9 Giugno 1753 Il Sermoncino sviluppa l’introduzione ed indica in cinque punti lo schema della trattazione dell’argomento. L’Autore ricorda quello trattato l’anno precedente nella stessa occasione della vigilia di Pentecoste e si propone di approfondirlo presentando aspetti nuovi in stile ancor più familiare. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 214-215. Argomento Per ricevere, per conoscere e per eseguire gli impulsi dello Spirito Santo non vi è il più bel mezzo che farsi divoto di Maria SS.ma La ricorrenza delle Feste solenni, ognun lo sa, essere stata istituita e affin Iddio sempre più resti in esse da noi glorificato; ed affin noi sempre più acquistiam in quelle maggior divozione e maggiori grazie. Or ecco uno de’ Fini, per cui sin dagli Apostoli e poi sempre dalla Cattolica Chiesa, ordinata venne in ciascun’anno, nel cinquantesimo giorno dopo Pasqua, la Pentecoste o sia la rimembranza gloriosa della Venuta dello Spirito Santo. Appunto, affin e lo Spirito Santo, ecc. e noi, ecc. Or se nello scorso anno vi parlai in tale occasione sopra come Maria SS.ma impetrava ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo, acciocché procurasse di crescer vieppiù nella divozione verso sì eccelsa Signora: voglio ancor in questa sera, con un modo però più famigliare, affin maggiormente v’impegniate ad esser veri Ossequiosi della Vergine, voglio, dissi, mostrarvi come per ricevere, ecc. Attenti di Grazia all’esposizione del mio Assunto, ed incomincio. 1. Cosa s’intendano per Impulsi, ecc., cioè illustrazioni di mente, ed eccitamenti buoni di cuore, ecc. Tre sono le principali Grazie che far suole lo Spirito Santo alle Anime, che trova disposte o almen che si mostrano grate col corrispondere; cioè il donare, l’illuminare, l’infiammare, ecc. E tre gradi ancor vi sono di corrispondenza per parte delle Anime, cioè ricevere, conoscere, eseguire gli Impulsi, ecc. Per chi ama non è mai abbastanza. 226 227 2. Grazia singolarissima, non può negarsi, è il donare, ecc. ed il ricevere, ecc. Qui si spieghino gli Impulsi generali ecc. e particolari ecc. Maggiore il conoscere, ecc. Massima l’eseguire, ecc. 3. Or notate, come Maria SS.ma, ecc. 4. Esempio di quel Predicatore malvagio convertito, ecc. 5. Nella Perorazione dir gli Impulsi di cose di obbligo, ecc. e di cose di consiglio, ecc. SERMONCINO FAMIGLIARE Recitato Sabato 16 Giugno 1753, Sabato precedente alla Festa della SS.ma Trinità L’Autore ricorda nell’introduzione il tema svolto l’anno precedente nella stessa circostanza della vigilia della SS.ma Trinità e, per non ripetersi, tratterà un argomento affine, non però in modo oratorio, bensì istruttivo e cioè come dobbiamo ringraziare la SS.ma Trinità per i benefici concessi a Maria SS.ma e quale ricompensa possiamo sperarne. Viene indicato uno schema di cinque punti per trattare l’argomento. Il motivo del nostro ringraziamento alla SS.ma Trinità è per la grande Potenza, la somma Sapienza e l’immenso Amore che concedette alla Regina del cielo. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 210-212. Argomento Godendo molto la Vergine che da sua parte si ringrazi la SS.ma Trinità, deve ognuno aiutarsi a farlo come essa stessa insegnò e desidera In un giorno, come oggi, in cui si incomincia a far memoria della solennità gloriosissima, che dimani ricorre, della SS.ma Trinità; al certo ogni vero Divoto di Nostra Immacolata Signora, incominciare ancor deve con più di fervore a ringraziar da parte della medesima Signora nostra le tre augustissime Divine Persone per li tanti favori ad lei compartiti. Ben io mi ricordo, R(iveriti) U(ditori), avervi nell’anno scorso da questo Luogo e con ragioni e con esempi dimostrato quanto era e sia grato alla Vergine il ringraziar da sua parte la Triade Sacrosanta. Onde in questa sera, affin di non ripetervi lo stesso, basterà a voi ed a me che altro non vi additi se non il modo come far noi dobbiamo questo Ringraziamento; e qual ricompensa sperar ne possiamo. Il discorso sarà, non oratorio, ma tutto istruttivo. Onde maggior attenzione richiede si da voi in udirlo, che da me in farlo. Incominciamo. 1. 228 A tre Capi ridurre si possono tutti i Favori e tutte le Grazie, per cui dobbiamo noi ringraziar di buon cuore a nome della Gran Vergine la Trinità Sacrosanta; cioè alla Potenza, alla Sapienza, all’Amore o sia Carità. 229 Perciocché per attestato della Vergine stessa ad un suo Divoto, di queste tre Virtù fu singolarmente molto arricchita da Dio; e su di queste tre Virtù può dirsi esser racchiuse tutte le altre Grazie singolarissime che ricevette. Onde ne viene che il più bel modo che tener noi possiamo in ringraziar la SS.ma Trinità da parte di Nostra Signora, è il renderle grazie della Gran Potenza, della Somma Sapienza, dell’immenso Amore che le concedette. 2. 3. Ed oh, Uditori, che altissimi Misteri io ravviso sotto queste tre Virtù sublimissime, Potenza, Sapienza ed Amore, concesse a larga mano alla Vergine. Primo, io vi ravviso le ineffabili operazioni e gli eccessi di finezze del donatore. Perciocché, siccome favellando noi dei Divini Attributi, la Potenza si attribuisce all’Eterno Padre, ecc., la Sapienza all’Eterno Figlio, ecc.; l’Amore all’Eterno Spirito Santo, ecc.; perciò noi ringraziando, ecc. Secondo, vi ravviso ancora le perfezioni singolarissime dell’Anima di Maria, ecc. La Potenza e l’Amore denotano l’efficacia e santità della sua Volontà nell’amare e servire a Dio: la nobiltà ed eccellenza del suo illuminato Intelletto e Divina Memoria nell’altezza delle cognizioni, ecc. Terzo ravviso la nobiltà e l’altissimo grado delle sue eroiche virtù, ecc. Fede, ecc., Potenza, ecc., Speranza, ecc., Sapienza, ecc., Carità, ecc., Amore, ecc. Io trovo, che la Vergine disse a S. Metilde, ecc. che ringraziasse, ecc. per la Potenza, ecc. nella sua Immacolata Concezione, ecc. Ad un suo divoto poi ecc. nella sua Assunzion, ecc. 4. Onde ecco il modo, ecc. così l’insegnò la Vergine a S. Metilde (che ogni giorno lo faceva, ecc.); e ad un suo divoto, ecc. 5. Il Proemio, ecc. L’esempio, ecc. di S. Lutgarda. SERMONCINO FAMILIARE Recitato il 2 Luglio 1753, ricorrendo la Festa della SS.ma Visitazione di Nostra Signora a Santa Elisabetta Il Sermoncino per il sabato mariano, che cade nella festa della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta, offre all’Autore lo spunto dell’argomento. Tale festa, infatti, ravviva le nostre speranze di avere dalla Vergine efficace rimedio e riparo a tutte le nostre sventure perché si degna in persona di effettuare le promesse fatte di visitare e confortare i suoi servi. Vengono annotati in modo schematico, negli ultimi punti del Sermoncino, vari nomi di persone che furono consolate dall’aiuto della Vergine santa. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC; 23, pp. 257-259 (45-47). Bonifazio Nardini, Visita di Maria a Sant’Elisabetta, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. 230 231 Argomento facciamo alla certezza delle avute Promesse una ferma e viva credenza, ed una vita divota e fervorosa; non è però che talvolta Iddio e la sua Madre SS.ma non si degnino ravvivarcela con l’oprar maraviglie in comprova delle date assicurazioni e promesse. Nella Festa della Visitazione, siccome si ravvivano più che mai le nostre Speranze, così deve più che mai risvegliarsi la nostra Divozione A Persone, come noi siamo, misere albergatrici di questa Valle di Lagrime, soggette a mille disgrazie e di Anima e di Corpo, ricolme di imperfezioni e difetti senza numero, travagliate poi del continuo da passioni sconcertate e sconvolte e da innumerabili tentazioni; a Persone tali, ripeto, come non siamo, io non so, Uditori, se possa loro presentarsi un Giorno più lieto e più proficuo, quanto è quello, in cui abbiam forte motivo di ravvivar più che mai le loro troppo languide e quasi abbattute Speranze? Or ecco quel Giorno appunto, Uditori, dedicato alla SS.ma Visitazione di Nostra Immacolata Signora, fatta a S. Elisabetta; Giorno in cui le Speranze nostre ravvivate vengono talmente di aver noi dalla Vergine pronto ed efficace rimedio e riparo a tutte le nostre sventure; onde io, favellar dovendovi della suddetta festa, dispensarmi non posso dal formarvene questo Assunto, cioè In questa festa della Visitazione ravvivandosi più che mai le nostre Speranze, deve più che mai risvegliarsi la nostra Divozione. Favorite di ascoltarmi: e poi decidete della verità dell’Assunto. 3. Or io per me, vi assicuro, Uditori, che se in tutti i misteri della gran Vergine le speranze nostre hanno sempre per mille versi un forte motivo di una grande vivezza; in questo però della Visitazione, bisogna pur confessare, che vengano più che mai ravvivate. Uditene la ragione, il fondamento. In tutti gli altri Misteri di Maria, contempliamo noi sì ed ammiriamo le sovra eroiche sue virtù, le sue ineffabili Grandezze; e sperimentiamo sempre, nol nego, gli effetti misericordiosi della sua liberalissima Beneficenza. Ma l’osservare di più in questo mistero della Visitazione essa medesima la Gran Signora dell’Universo degnarsi in Persona di effettuar le Promesse fatte di visitare e confortare i suoi Servi; o questo sì, che è un animarci molto a porre in Lei tutta, tutta la nostra confidenza; ed è un risvegliare in noi tutte le più vive Speranze. 4. Lo provò sì S. Elisabetta, ecc. 1. 5. Ma non solo essa: ma altri innumerabili ancora; e tra gli altri le due Pastorelle di Fiesole in Toscana, ecc.; quel Giovane di nazione Francese, cui tagliata era stata la Lingua, ecc. L’altro giovane Engelberto Imeléo attratto nelle membra e deforme come un mostro, ecc.; la B. Veronica di Binasco, ecc. (vedi Auriemma). 6. Che se questo Giorno dunque, ecc., deve anche in esso più che mai risvegliarsi la nostra divozione. L’esempio di Paola Centurioni, ecc., e del B. Gualtero di Birbach Monaco di Cistercio, ecc. (vedi Auriemma). 2. 7 Essendo la Speranza una Virtù che si fonda sulla verità e certezza delle ricevute Promesse, ne viene che quanto più sono certe e sicure le Promesse; e quanto più fermamente si tengono e si credono; tanto più la Speranza è ben fondata e ben viva. Or certe ed infallibili son senza fallo, Uditori, tutte le Promesse che Iddio ci ha fatte sì per quel che riguarda l’Anima, che il corpo; sì il temporale, che l’eterno. E lo stesso dite voi per quel che riguarda la Vergine Nostra Signora, che appunto è intitolata Mater Sanctae Spei7. Onde per tal verso son le nostre Speranze assai bene e fortemente fondate. Così pur fossero sempre vive e non bene spesso quasi titubanti e languide. Questa vivezza però tuttoché dipenda da noi, mediante l’unir che Madre della Santa speranza. 232 233 SERMONCINO PER LA SS.ma NATIVITÀ DI MARIA quella deplorabile disunione tra Dio e l’Uomo: Iddio col tener sempre armata la destra di fulmini per atterrar l’Uomo; e l’Uomo sempre carico di mille sventure, castigato meritamente da Dio. Recitato a braccio Sabato 8 Settembre 1753 Il Sermoncino, annota l’Autore, è “tirato a braccio” e sviluppato in due punti. Egli si propone di esporre l’argomento “con familiarità e chiarezza”, dimostrando con varie prove che la nascita della Vergine Santa, poiché può chiamarsi un giorno di pace tra Dio e l’uomo, così deve essere un giorno di conversione dell’uomo a Dio. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 51, pp. 299-301(19-21). 1. Non aspetti veruno di voi in questo Festosissimo Giorno, Uditori, che io discorrer voglia della ineffabile e maravigliosa Natività di Nostra Immacolata Signora; talché io per appunto salito sia su questa Cattedra per ridirvene o la gran dovizia della Grazia che ella ebbe nel suo Nascimento o la propensione dell’Amore e delle altre eccelse Virtù o la sontuosità delle pompe che ne fecero gli Angeli o la grande allegrezza e gioia che Iddio stesso con vari segni ne mostrò. Lascio tutto ciò ad altri Oratori di me più esperti e facondi; giacché a me che privo son di fervore e di eloquenza, e in questo Luogo ancora a parlar famigliarmente sol destinato, tanto competer non può e non conviene. Vi dirò dunque solo in riguardo alla Festa presente quanto basti per risvegliare in voi un più tenero ossequio verso Nostra Signora e verso questo suo gran Mistero, che veneriamo in quest’oggi. Eccovene pertanto un Assunto: la Natività di Maria siccome può chiamarsi il Giorno della pace tra Dio e l’Uomo, così deve essere il Giorno della vera conversione dell’Uomo a Dio. L’Assunto ve lo esporrò con ogni familiarità e chiarezza, se della vostra attenzione a favorirmi sarete. 1. 234 Quel misericordioso ed amorosissimo Iddio, che con tanto buon cuore creò dal nulla tutte quante le Cose, creò anche l’Uomo, affin di riscuotere da questi quegli omaggi che eran si doverosi di amore, di servitù, di ubbidienza; e così poter godere con lui una pace perpetua e trovar in lui le delizie tutte del cuor suo divino. Ma l’Uomo, appena venuto all’essere, vedendosi adornato di un’Anima nobile e di libero arbitrio; quasi parendogli che anche senza Dio regger si potesse e oprar gran cose senza di Lui; poco curando la divina Amicizia e la Pace col suo supremo Signore, mostruosamente la ruppe; e poi vieppiù con l’aggiunta di nuove colpe ingratissimamente sempre l’avrebbe: donde nacque poi Una molto esprimente figura tra mille di quanto sinora vi ho detto, noi la ritroviamo nella Sacra Scrittura in persona del Patriarca Giacobbe. Si trovava egli all’aperto in una notte, ed eccoti all’improvviso apparirgli un Giovane, quanto nobile di aspetto, altrettanto snello, forte e robusto: era egli un Angelo, ecc. In Nativitate Virginis facta est pax, et cessavit lucta: ideo dixit Angelus ad Jacob: dimitte me: jam ascendit Aurora, noctem peccati finiens, et dies gratiae inchoans8, così Zenone. Bartolomeo Vitelli, Natività di Maria, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. 8 Nella natività della Vergine fu fatta la pace e cessò la lotta: pertanto disse l’Angelo a Giocobbe: - Lasciami andare, già sale l’aurora che fa terminare la notte del peccato e incominciare i giorni della grazia. 235 SERMONCINO FAMILIARE SERMONCINO FAMILIARE Recitato Sabato 15 Settembre 1753 sopra il SS.mo Nome di Maria Recitato Sabato 22 Settembre 1753 pure sopra il SS.mo Nome di Maria L’Autore si propone di parlare dell’ineffabile nome di Maria per più sabati, lo farà infatti per altri due successivi, scegliendo un argomento comune. Qui spiega, in tre punti appena abbozzati, in che cosa consista la vera felicità e alcune qualità del nome di Maria. Conclude, come al solito, con alcuni esempi. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, p. 289 (73). Assunto Per ottener una vera Felicità non vi è più bel mezzo che esser divoto del SS.mo Nome di Maria L’Autore ricorda agli ascoltatori il tema del sabato precedente circa le qualità del Nome di Maria: “ripieno di potenza e di misericordia e come tale apportatore della vera felicità” a chiunque ne sia devoto. Vorrebbe ancora trattenersi su di esso, ma poiché resta solo un sabato, prima delle vacanze di ottobre, cercherà di proseguire con l’argomento generale10. Avvalendosi della dottrina di San Pier Damiani e di San Girolamo, enumera tre cause della potenza del nome di Maria e conclude con alcuni esempi. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 289-291(73-75). Il Proemio si tiri su di quanto si vive impegnato di favellar di tal augustissimo Nome; del quale, tuttoché sia ineffabile, pure se ne discorrerà per più sabati, si propone un assunto generale, ecc. Assunto Essendo il SS.mo Nome di Maria un Nome ricolmo di Virtù, di Benedizioni e di Grazie, non può esser mai da noi invocato senza nostro grandissimo utile e vantaggio L’orazione sia tirata: 1. spiegando in che consista la vera nostra Felicità, cioè qualora a nostro pro sia impiegata l’Onnipotenza e la Misericordia di Dio, ecc.; 2. che il SS.mo Nome di Maria è un Nome potentissimo e misericordioso, ecc.; 3. l’esempio di S. Filippo Benizi, ecc.; di quel Priore Agostiniano Romano, ecc.; di quel novello Cristiano Giapponese, ecc. vedi il P. Moscati sopra il Nome SS.mo di Maria; 4. si conchiuda con S. Bernardo, In periculis, ecc. Mariam cogita, Mariam invoca, ecc.9 9 Nei pericoli pensa a Maria, invoca Maria. Sull’architrave della porta dell’oratorio della casa madre delle Pie Operaie, Don Marcucci fa scrivere: “Mariam cogita” come invito a pensare a Maria. 236 Il Proemio si può tirar con far veder quanto siano bene concatenate tra di loro le virtù, ecc., ver. gr. incominciando, sono sì bene concatenate tra loro, ecc. Lo stesso accade a me in favellar dovendovi delle Virtù all’intutto mirabili del Nome augustissimo di Maria, ecc. Ve lo mostrai appena nel sabato scorso un Nome ripieno di Potenza e di Misericordia, e come tale apportatore della vera felicità di chiunque ne era ossequioso e divoto; ed eccoti, che per via di una concatenazione indissolubile di mille e mille altre virtù e prerogative, mi si apre un campo vastissimo di palesarvi altre nuove maraviglie di tal Nome augustissimo. Ma perché un altro Sabato solo a parlarvi mi resta su di questo Luogo (entrando le imminenti vacanze di ottobre), voglio in questa sera tentar di epilogarvi in poco una gran parte, ecc. Eccovi pertanto l’Assunto: essendo il SS.mo Nome di Maria, ecc. 10 Nel mese di ottobre si sospendevano anche le scuole. 237 Che l’augustissimo Nome di Maria sia un Nome ricolmo di Virtù, di Benedizioni e di Grazie, da tre cause ed origini noi possiamo provarlo a priori, come parlan le Scuole e a maraviglia ricavarlo; cioè a. dalla Potenza di Dio che lo nominò e lo impose (così S. Pier Damiano e ne mandò l’avviso a S. Giovacchino, ecc., così S. Girolamo, ecc.); b. dalla dignità infinita di Madre di Dio, che con tal nome doveva nominarsi; c. dai meriti infiniti di Gesù Cristo, che in un modo maraviglioso riconoscano in esso Nome vari dottissimi Autori, ecc. 1. Onde a gran ragione disse S. Metodio, Tuum, Dei Genitrix, nomen divinis benedictionibus et gratiis et omni parte refertum11, ecc. Quindi che maraviglia se non possa mai mensionarsi sine mentionantis utilitate12, come dice S. Bonaventura. Sì, sì, da che si udì risuonare la prima volta in Cielo, ecc. crebbe ineffabilmente nel Paradiso l’Allegrezza degli Angeli, ecc.: dopo che fu dal Cielo comunicato alla terra e si nominò, ecc., respirò il Mondo un’aria di Paradiso e già incominciarono a dileguarsi le tenebre, che entro il buio della colpa e dei mali lo tenevano oppresso, ecc.: non vi è alcun altro Nome, dopo quello di Costei, come dice S. Dionisio Cantusiano, che tanto ci incoraggia, ci compunga, ci fortifichi, ci infiammi, quanto quello di Maria. 2. 3. 11 12 SERMONCINO Recitato Sabato 29 settembre 1753 Il Sermoncino è appena abbozzato e mette in relazione, come altre volte, l’Argomento mariano con il riferimento al santo di cui si celebra la festa, Michele Arcangelo. Il santo protettore dei moribondi può infatti impetrarci con efficacia la grazia di pronunciare il nome di Maria per ben morire nelle sue braccia. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, p. 292 (76). Assunto Il Nome augustissimo di Maria essendo di grande efficacia e virtù per ben morire, pronunziato nelle ultime agonie dai suoi divoti, impegna il gran Protettor dei Moribondi l’Arcangelo San Michele, di cui oggi celebriamo, ad assisterci con più di premura in quel punto tremendo 1. Il proemio si tiri su del problema se sia meglio stare all’impegno di favellar del Nome di Maria; oppur discorrer di San Michele Arcangelo, ecc. Si dica di voler unir e l’uno e l’altro, ecc. 1. L’Orazione si tiri… (incompleto). Ma per discorrer del nostro particolar utile, ecc. La promessa fatta da Gesù alla sua Madre alla presenza di S. Brigida, ecc. Insin si sperimenta l’utile da chi si trovava per sua disgrazia in man del demonio; come a S. Brigida rivelò la Vergine, ecc. L’esempio di quel Religioso, quasi disperato per le colpe commesse quando era soldato, ecc., vedi il P. Moscati sopra il SS.mo Nome di Maria. Il tuo nome o Madre di Dio è pieno di divine benedizioni e grazie in ogni parte. Senza utilità del menzionante. 238 239 CAP. IV SERMONCINI ABBOZZATI SOPRA LA SACRA LITURGIA DELLA SANTA MESSA RECITATI NEI SABATI (16 NOVEMBRE 1753-14 SETTEMBRE 1754) 240 241 Introduzione al capitolo Dopo la predicazione dei sabati mariani, svolta per un anno, su vari argomenti, don Marcucci decide di proporre un tema unico riguardante la Sacra Liturgia della Santa Messa e di cogliere, di volta in volta, la relazione che Maria SS.ma ha con il divino sacrificio. Tra il 16 novembre 1753 e 14 settembre 1754, l’Autore tratta l’argomento in 18 Sermoncini da lui stesso definiti “abbozzi”, infatti, dopo un proemio ben sviluppato, si presentano in forma schematica; risultano, tuttavia, indicate le fonti usate e vari esempi, portati per sollecitare la devozione dei fedeli. Alla fine del Sermoncino recitato nel sabato 2 Marzo 1754, l’Autore annota che a motivo della malattia da lui sofferta1, lo sostituì sul tema degli Abiti sacerdotali, il Signor Abate Ferrucci, suo cugino. Egli riprende la predicazione sabato 15 Giugno 1754, ottava del Corpus Domini, sul tema dell’introito della Messa e della ricompensa che Maria SS.ma dona a chi assiste devotamente e in suo onore alla santa Messa. Tutti i brani sono conservati nella miscellanea ASC 35. Prima Chiesa della Casa Madre dell’Istituto, a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. 1 242 Il protrarsi dei molteplici impegni minarono le condizioni di salute del Marcucci e ne rallentarono l’intensa attività, sino ad annullarla per alcuni mesi, agli inizi del 1754, quando fu colpito da una malattia che lo rese inabile fino a tutto maggio (Cf CONGREGATIO DE CAUSIS SANCTORUM, Positio super Vita, fama sanctitatis et Virtutibus di Mons. Marcucci, Asculana in Piceno, in 2 voll., Roma 2003, pp.428-429). 243 SERMONCINO I Recitato Sabato 16 Novembre 1753 Don Marcucci introduce l’argomento dei sermoncini familiari per il sabato sulla Liturgia della santa Messa spiegando la differenza tra devozione necessaria e devozione di supererogazione. La prima è necessaria per la salvezza ed ha come oggetto Dio e di conseguenza la gran Vergine; la seconda, di supererogazione, è quella che ci offre gli aiuti per la salvezza, come l’orazione e le devozioni varie che si fanno senza l’obbligo di qualche voto. La devozione per eccellenza è quella che dobbiamo al SS.mo Sagramento dell’Altare ed al SS.mo Sacrificio della Messa. Don Marcucci tratterà appunto di quest’ultima mostrando quanto ciò sia gradito a Maria SS.ma. Segue lo schema della trattazione in cinque punti. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.135-139. Argomento Quanto piaccia a Maria SS.ma il considerar l’Istituzione ed i Misteri della S. Messa (Cena e significato di Messa) Cosa molto degna di lode, non può negarsi, è quella di promuover nel Cuor dei Fedeli or una divozione, ed ora un’altra; e tanto è più degna di lode, quanto più l’intenzione di chi la promuove è pura, cioè lontana da ogni proprio interesse e da ogni fine mondano e solo diretta a glorificare Iddio ed a coadiuvar i fedeli per eternamente salvarsi. Pure, se tra divozione e divozione si facesse dai sacri Oratori quella distinzion che si deve; e sapessero essi far discernere al Popolo Cristiano qual è divozione necessaria, e qual è di supererogazione; e quale quella di necessità assoluta e quale di necessità consecutiva; oh quanta più soda e più regolata pietà si vedrebbe tra i Cristiani e quanta maggior premura si osserverebbe in loro in quelle divozioni che sono necessarie, le quali son talora troppo dimenticate forse per attender a quelle arbitrarie di supererogazione. Io per me, tuttoché tanta abilità non abbia, pure in premessa a questo mio Sermoncino famigliare aiutar mi voglio, Uditori, a farvi discerner la differenza che verte tra divozione e divozione. Quella dunque è divozion necessaria, senza la quale un Cristiano adulto o non può in alcun modo salvarsi, e molto difficilmente si salverà. Quella poi è divozion di supererogazio- 244 ne, con la quale uno avrà più soccorsi, ma senza la quale uno anche facilmente può conseguir l’eterna salute. Della prima specie è quella divozione che dobbiamo a Dio ed a Gesù Cristo Signor nostro, ed anche alla gran Vergine; ma con questa distinzione, che quella divozione e culto che a Dio e a Gesù Cristo si deve é divozione di una necessità assoluta, senza la quale in niun conto, ecc.; quella poi che si deve alla Vergine, è di necessità consecutiva, senza la quale pur si potrebbe, ma molto difficilmente, ecc. Della seconda specie poi, cioè di supererogazione, è quella divozione ed orazione, che noi facciamo, non già per necessità o per obbligo di qualche Voto o Penitenza ricevuta, ecc., ma per pura divozione nostra, ver. gr. il dire il Rosario, il fare una Novena, ecc. Or la buona regola e la regolata divozione di un Cristiano richiede che le nostre maggiori premure siano tutte dirette a quelle divozioni che sono necessarie e principalmente a quelle che sono di necessità assoluta. Una tra queste, ce lo insegna la Fede e tutti voi già lo sapete, è quella divozione ed ossequio che dobbiamo all’augustissimo Sagramento dell’Altare, ed al SS.mo Sacrificio della Messa. La divozion delle divozioni, ecc. Di questa dunque voglio io incominciare a favellarvi in questa sera è spiegarvi l’Istituzione sua, ed il primo Mistero che rappresenta (la Cena, ecc.): e per più animarvi a riaccender nel vostro cuore la tanto necessaria divozione, vi mostrerò quanto piaccia a Maria SS.ma che noi consideriamo l’Istituzione ed i Misteri della Santa Messa. Favoritemi e mi fo da capo. 1. Si entri con la ragione, dicendo che avendo la Vergine un sol cuore col Figlio, non può farsi a meno che non desideri e si compiaccia, ecc. 2. Or una tra le cose più ammirabili, divine e sacrosante che fece il suo Divin Figlio, fu l’istituir la S. Messa: essendo articolo di fede che fu istituita, ecc. 3. È una rinnovazion della cena, ecc., fu celebrata dagli Apostoli, ecc. 4. Si chiama Messa, per significare, ecc. I greci la dissero or Telete cioè Mistero; or Prosfora cioè Oblazione; or Misiagogia cioè Sommo ministero; or Jerurgia cioè Cerimonia Sacra; e più comunemente Liturgia cioè Cerimonia pubblica, ecc. 245 5. Considerate dunque quanto se ne compiaccia la Vergine. Ce ne diede essa il primo esempio. Perciocché tutto che non si trovò nella stanza della Cena, stava però nella casa, contemplando, ecc. come dicono rivelato a Suor Maria di Agreda, ecc. SERMONCINO II Recitato Sabato 24 Novembre 1753 Don Marcucci ricorda agli ascoltatori che ha promesso loro di parlare per un anno sul tema della Santa Messa. In questo sabato si soffermerà a spiegare che essa, come afferma S. Paolo, è una vera rappresentazione della passione e morte di Gesù Cristo. Egli tratterà l’argomento parlando di Gesù e della sua Madre. Segue lo schema articolato in quattro punti. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.139-140 Argomento Vuole la Vergine che tutti i Cristiani si mostrino grati con la rimembranza del Sacrifizio fatto per loro dal suo Divin Figlio Che la S. Messa sia il più alto divino Mistero e la Funzione più sacrosanta della nostra S. Chiesa Cattolica: che essa sia stata istituita da Gesù Cristo medesimo nella sua ultima Cena con gli Apostoli; e che sia una vera Rinnovazione di quella ultima Cena e Convito; già l’udiste nel Sabato scorso, Uditori; e come cose tutte di fede, non vi è veruno tra voi, che punto ne dubiti. Udiste dunque molto intorno alla S. Messa, sì, ma non udiste il tutto, anzi la minor parte. Che perciò, volendo io osservar a puntino la promessa fattavi di favellarvene per un anno, sono oggi a proporvene un’altra verità, pur di fede, che ci insegna S. Paolo, cioè che la S. Messa sia inoltre una vera Rappresentazione della Passione e Morte di Gesù Cristo. E siccome, stante il nostro Istituto, non dobbiam dal discorso del Figlio separar quello della Madre, eccovi in unione di amendue il mio argomento ed assunto: vuole la Vergine che tutti i Cristiani si mostrino grati con la rimembranza del Sacrifizio fatto per loro dal suo Divin Figlio. Favoritemi di attenzione; e lo vedrete. 1. 2 246 Se tra tutte le pure Creature non meno Umane, che Angeliche, vi fu chi senza (…)2 giungesse a pienamente conoscere l’alto mistero della Redenzione del Mondo, fatta a costo del Sangue Prezioso e del Sacrificio di Morte dolorosissima di Gesù Signor nostro; certo che sopra ogni altra Creatura lo conobbe la Vergine, ecc. E perciò essa, tuttoché addolorata, ecc., sarebbe stata ben pronta, ecc. Parola illeggibile perché logora. 247 2. 3. Questa gratitudine può mostrarsi con la considerazione e divozione, ecc. 4. Circa la Considerazione, ecc. venendo Gesù nell’Ostia, ecc. si offre, ecc.; e rinnova, ecc.: con questa sola differenza, ecc. incruento e cruento, ecc. che perciò tutta la Sacra Liturgia della Messa, tutta è misteriosa, allusiva alla Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo, ecc. Queste orazioni, ecc. ed ordine che si tien nella Messa, il primo ad istituirle fu S. Pietro Apostolo, come lo attestano S. Clemente suo discepolo e S. Isidoro, ecc. Egli celebrò la Messa la prima volta in Gerosolima nel Cenacolo di Sion, nel giorno di Pentecoste in Pane azimo (in cui gli Ebrei offrivano la missula, ecc.). E benché nei Sacri Canoni si dica essere stato S. Giacomo minore, che celebrò la prima, ecc.; ciò s’intende, che S. Pietro prescrisse l’ordine e S. Giacomo lo divulgò, ecc. (vide Gavantum in Rubr. De Miss. p. 1 in primo esempio di quel Capo di Casa, caduto schiavo, ecc.). 248 SERMONCINO III Or avendoci Gesù di questa sua Passione e Morte, in una parola di questo suo Sacrifizio, lasciata una vera e viva memoria nella S. Messa, ecc., considerate qual volere e desiderio abbia la Vergine, ecc. Sabato 1 Dicembre 1753 Don Marcucci sviluppa l’argomento in quattro punti di cui presenta solo lo schema. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 140-141. Argomento L’assistere con somma divozione e riverenza alla S. Messa è lo stesso che impegnar la Vergine a farci singolari finezze Parrebbe superfluo, che dopo che la S. Fede Cattolica l’ha Iddio così universalizzata, ibusorata e con tanti indubitabili motivi ed incontrastabili fondamenti, si ponesse un Sacro dicitore a proporre ai Fedeli, che la professano varie ragioni, e ad addurre vari motivi che la risvegliassero molto viva ne’ loro Cuori. Sì, sì, parrebbe ciò superfluo e sarebbe quasi non molto plausibile il farlo; se tutto giorno non si vedesse, che talora molti di quegli stessi fedeli che professan una fede così ibusorata, autenticata ed infallibile, non fossero poi i primi a disonorarla con la languidezza della loro credenza, con la freddezza della loro divozione e talora con la malizia della lor vita. Uno degli articoli certi della fede è che la S. Messa sia stata istituita, ecc., sia una rinnovazione, ecc. eppure, chi il crederebbe che i Cristiani non la ascoltassero, e ad essa non assistessero con tutta divozione, ecc. Eppure è così? ecc. Orsù, dovere è dunque, che io in questa sera per risvegliare in voi tutti, ecc., vi proponga, come l’assister, ecc. Favoritemi, ecc. 1. Sempre la Vergine è pronta a farvi le grazie, ecc., questo è il suo ufizio, ecc. perciò, si chiama dalla Chiesa Mater Gratiae, Mater Misericordiae, Auxilium Christianorum, Refugium Peccatorum, ecc. 2. Non sempre però ci s’impegna, ecc. solo allorché in suo onore si adempie da noi gli obblighi, ecc. 3. Le parti della Messa, ecc. Anche gli Assistenti offrono, ecc. 4. Esempio di quella Zitella franzese, che avea la Cappella in sua Casa, e nel dì della Purificazione, ecc. 249 SERMONCINO IV 1. Iddio non opera, e non può mai operare a caso; altrimenti non sarebbe Dio. Quindi tutto ciò ch’egli opera, sempre è secondo gli eterni suoi altissimi e giustissimi fini e disegni. Quindi è, che qualora egli nelle Divine Scritture ci fa sentir le sue premure su di qualche cosa o da farsi, o da fuggirsi; convien sempre dire, che ciò non sia a caso, ma con alto fine o del suo divino onore, o del nostro grande utile e vantaggio. Mi sia qui lecito in consimil guisa argomentare della gran Vergine, Uditori, supposta però sempre la debita disparità che passa tra Lei e Dio. Qualora la gran Vergine adunque dimostra tanta premura, ecc., come io vi provai negli altri miei sermoni sopra la Messa, che noi, ecc.; bisogna pur conchiudere e dire, che ciò sia perché, ecc. 2. Or qual credete voi, sia il valor della S. Messa? ecc. Vedi Turlot to 2, par. 4 fol. 641 e vedi i miei Manoscritti sopra la Messa nella dottrina, ecc. ove si spiega valore illimitato, e limitato; e questo diviso in generale, speziale e spezialissimo, ecc. 3. I buoni ne partecipano, ecc. Ai cattivi giova, ecc. (è vero che non è stato istituito per conferire la Grazia e santificare i Peccatori, come sono stati istituiti i Sagramenti; ma bensì per dare onore a Dio, ecc. Vedi Turlot loc. cit. fol 639): con tutto ciò aiuta molto l’uomo a santificarsi, in quanto placa la Divina Giustizia e ancora la Divina Misericordia, ecc. (qui si ripetano i quattro fini, ecc.). 4. Le Indulgenze che vi sono, ecc.; e il merito, ecc. 5. Il modo di udirla, ecc. attenzion virtuale o sia morale presenza ed assistenza, ecc. 6. Esempio di quel divoto di Maria di Bisanzone, raccontato dal P. Auriemma, par. 2 cap. 6. Sabato 12 Gennaio 1754 Don Marcucci, prima di riprendere la spiegazione del tema della Santa Messa dopo le feste Natalizie, ricorda in breve i temi trattati, quindi propone il nuovo che sviluppa in sei punti. Anche se, come al solito, il Sermoncino si presenta in modo schematico, risultano chiari i vari passaggi, le citazioni e le fonti di supporto. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 142-144. Argomento La gran premura che ha la Vergine che noi ascoltiamo divotamente la S. Messa ci prova esser la Messa di un gran Valore per noi: come l’esser la Messa di un gran valore ci dimostra che meritamente la Vergine ha una grande premura, ecc. Se la già passata ricorrenza delle S. Natalizie Feste fu la cagione, Uditori, per cui sospeso restò ogni promesso nostro discorso sopra la S. Messa; ora che libero ci si ridona il tempo a seguitarlo, ogni dovere richiede che alla sacra Liturgia sopra quel sacrosanto Divino Sacrifizio facciam ritorno. Ed affin di riprenderne il filo, udiste già essere la S. Messa istituita da Gesù Signor nostro; come pure essere una vera rinnovazione e rimembranza di quell’ultima Divina Cena fatta dal Redentor con gli Apostoli; e di quel cruento Sacrifizio da lui fatto per nostro Amor sulla Croce. Udiste ancora esser tre le parti principali ed essenziali della Messa, cioè Oblazione, che noi diciamo ancora Offertorio, Consecrazione e Comunione: e come non solo il Sacerdote in nome suo offriva a Dio il Sacrosanto Sacrifizio, ma in nome ancor di tutti gli Assistenti; onde anche questi facevano insiem con lui la divina Offerta. Tuttociò fu spiegato e come ben vi rammenterete; e da ogni capo risultò ancora, se quanto gradiva la Vergine che a sì tremendo Sacrifizio avessimo data tutta la più divota ed ossequiosa assistenza. Or in questa sera, Uditori, in continuazione della stessa materia, son risoluto favellarvi sopra l’alto Valore della S. Messa. Ed affin abbia una qualche relazione alla Gran Vergine, eccovene l’Assunto, tirato a foggia di un contrapposto, le cui parti servano l’una di comprova dell’altra. Uditelo, se vi piaccia. La gran premura, ecc. Favoritemi di attenzione; e lo vedrete. 250 251 SERMONCINO V 1. Si dimostri l’amore e la compassione che ha la Vergine a quelle Anime, ecc., e come si dichiari obbligata a chi le soccorre, ecc. Esempio del Ximenez, ecc.; esempio del P. Girolamo Carraglio (Auriem. par. 2, fol. 325). Quel che disse a S. Brigida, ecc. (Auriem fol. 330). 2. Quanto s’impegneranno appo la Vergine le stesse Anime liberate, ecc. 3. Perché più con la S. Messa, che con altri mezzi? Non già perchè anche con altri, ecc. (vedi Manoscritti dottrin.). Vedi infine del Messale dei Morti i testi dei SS. Padri, ecc. Sabato 19 Gennaio 1754 L’Autore prepara i suoi ascoltatori all’argomento, che sviluppa schematicamente in tre punti, ricordando l’esempio della Donna citata nel II libro dei Re la quale, non solo si preoccupava della salute corporale dei suoi figli, ma anche di quella eterna; così fa la Vergine Santa con le anime del Purgatorio che Ella gradisce aiutare anche attraverso di noi con la partecipazione alla Santa Messa. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.145-146. Argomento Il soccorrere le Anime benedette del Purgatorio ad onor di Maria col mezzo della S. Messa, sia lo stesso che impegnar Maria SS.ma a soccorrerci particolarmente in Vita e dopo Morte Resta, donna cotanto rinomata nelle Divine Scritture, ci vien descritta nel secondo Libro de’ Re (cap. 22) per una Madre così amante dei propri Figli, che non contenta di aver loro assistito in vita con una premura veramente materna, anche qualora succedeva la morte dei Figli, tutta anziosa della loro salvezza, se ne stava sopra i loro corpi, sinchè dal cielo non stillasse un po’ di rugiada o di acqua benefica sopra di loro, donec stillaret aqua super eos de coelo3. Una figura molto viva può esser questa, miei Riveriti Uditori, dell’amorosa premura che ha di noi Cristiani la nostra benignissima Madre delle misericordie, Maria SS.ma. Non contenta essa di tanto assisterci e proteggerci in vita, ecc., si mostra ancor tutta sollecita dopo la morte, ecc., sintanto che, ecc. Ma siccome sa essa molto bene, che noi con le nostre buone operazioni e divozioni, possiam molto soccorrer quelle Anime benedette del Purgatorio, ed in particolar con la S. Messa, perciò (e servirà per mio Assunto) può dirsi pur francamente che il soccorrer le Anime benedette del Purgatorio ad onor di Maria col mezzo della S. Messa, sia lo stesso che impegnar Maria SS.ma a soccorrerci particolarmente in Vita e dopo Morte. 3 Finchè stillasse acqua dal cielo sopra di loro. 252 253 SERMONCINO VI Sabato 16 Febbraio 1754 Dopo aver spiegato il significato della Santa Messa, la grande riverenza che le si deve e i benefici che da essa vengono per i vivi e i defunti, don Marcucci presenta ai suoi ascoltatori la spiegazione dell’entrata del Sacerdote in sagrestia, prima di celebrare; della sua preparazione per la Messa e del lavarsi le mani prima di vestirsi degli abiti sacerdotali. Ciò deve servire per stimare sempre più la Messa e per parteciparvi con una grande disposizione devota. L’argomento viene sviluppato in sei punti, in modo più ampio del solito. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 146-149. Argomento Cerimonie, debbono servir a tutti e di motivo per far semprepiù una grande stima della Messa e per ascoltarla con una grande disposizione divota. Chi sarà divoto di Maria SS.ma ben capirà quanto ciò sia vero. Vediamolo intanto; ed attendete. 1. Le cose, a parlar con giusta proporzione e con relazione adeguata, le cose, dico, quanto più sono nobili e preziose, o di rimarco, tantopiù riscuotono anche nel mondo un nobile apparato ed accompagnamento. L’Incoronazione di un Re, a cagion di esempio, per esser cosa di sì alta stima e dignità nel Mondo; perciò grandiosi apparati le precedono; e di tutto ciò che in apparecchio a tal funzione si premette, minima cosa si stima a caso; ma tutto con alto e buon’ordine ha il suo significato allusivo alla funzione solenne e nobilissima da farsi. 2. Or se ciò accade nelle cose e funzioni del Mondo, molto più, Uditori, succede nelle funzioni senza paragone di gran lunga più nobili, quali son quelle celesti, ecc. Or la S. Messa, voi lo sapete, è la principale e più degna funzione, ecc., istituita, ecc. Sicchè tutte le Cerimonie che la precedono, od acompagnano, ecc, non sono state inventate a caso, ecc., ma con alta Divina Provvidenza, ecc. 3. Ma per discorrer solo del principio di tali cerimonie e delle prime tre cose che occorrono, ecc. ecco che l’entrata del Sacerdote in Sagrestia, od in altro sito della Chiesa per celebrare, rappresenta l’entrata di Gesù Cristo in questo Mondo, cioè quando si incarnò per noi, ecc. per andare poi a celebrar egli stesso quel Sacrifizio che fece di sé sull’Altar della Croce, ecc. 4. La Preparazione, ecc. significa quell’apparecchio che Gesù fece nell’Orazione dell’Orto di Getsemani, ecc. Il Lavarsi delle mani denota che quell’Agnello Divino che da se stesso andava ad offrirsi, era tutto Puro, Santo ed Immacolato, ecc. 5. Questo è il senso allegorico che serve per la stima, ecc. veniamo al Tropologico. L’Entrata, ecc. significa entrar con attenzione, ecc. e non svagato. La Preparazione, esser tutto raccolto, ecc. Il Lavarsi, netto di coscienza, ecc. Il che serve per accostarsi con disposizione, ecc. 6. Esempio del Sacerdote di Lovanio, ecc. (Auriemma, par. 2, fol. 159). Si spiega il significato degli Abiti Sacerdotali e dell’apparecchio; e particolarmente dell’entrata in Sagrestia che fa il Sacerdote e del lavarsi delle mani e delle orazioni preparatorie Dilucidati ormai abbastanza e spiegati almeno in generale tutti i principali Divini Misteri della S. Messa ed il suo gran valore sì a pro dei Vivi che a giovamento dei buoni Fedeli defunti; ed accennata la gran riverenza che si deve a sì Sacrosanto Sacrifizio e la stima grande che deve farsene da ognuno: è pur’ora, Uditori, d’incominciare a discendere al particolare e così farvi parte a parte riflettere agli alti misteriosi significati di tutte quelle cose e cerimonie sacre che precedono la S. Messa, che l’accompagnano e che la seguitano. Ed affin di non cagionarvi confusione, ma di proceder con tutto l’ordine, contentatevi che per oggi io mi contenga sulla spiegazione di tre sole cose, cioè dell’entrata del Sacerdote in Sagrestia affin di celebrare; della sua Preparazione per la Messa; e del suo Lavarsi le mani prima di vestirsi degli Abiti Sacerdotali. Mi direte, non esser queste di quelle cose che a tutti voi appartengono, spettando solo a noi Sacerdoti il farle. Vi rispondo, a noi tocca farle realmente, a voi poi, che tanta parte avete nel Santo Sacrifizio a cui assistete, a voi, dico, tocca farle spiritualmente per cavar profitto dalla S. Messa. Eccovi pertanto l’Assunto: L’entrata del Sacerdote per celebrar la sua Preparazione e il suo lavarsi delle mani prima di vestirsi, con tutti quei Misteri che rappresentano tali 254 255 SERMONCINO VII 1. Che una delle migliori preparazioni e degli efficaci apparecchi, in riguardo a noi Sacerdoti per degnamente celebrar la S. Messa ed in riguardo a voi Laici per degnamente udirla, sia il raccomandarsi di buon cuore ed il ricorrer con tutto l’affetto alla Gran Vergine, è, Uditori miei, così evidente; che chiunque a rifletter si pone a quel gran Sacrifizio della Croce, che nella S. Messa si rappresenta, non potrà non conoscer chiaro quanto io vi proposi. 2. Voi lo sapete, che mentre lassù nel Calvario in sù la Croce stava Gesù pendente ed agonizzante per noi, sacrificando se stesso all’eterno Padre per la salute di tutto il Mondo, la più vicina alla Croce, la più divota ed ossequiosa Assistente a quel Sacrifizio cruento fu la Gran Vergine: stabat juxta, ecc. Or se la S. Messa è una viva e vera rappresentanza di quel Sacrifizio, bisogna pur dire, che la Vergine tra tutte le pure Creature più di ogni altra assista a quei Sacerdoti, che a nome del suo Divin Figlio, a nome loro e di tutta la Chiesa fanno il Sacrifizio suddetto. Quindi il pregarla con tutto il cuore e con tutto l’affetto della sua speziale Assistenza, non è altro che un supplicarla a rinnovar quell’Assistenza che ella fece al suo caro Figlio; e per conseguenza averla tutta pronta, tutta fedele, tutta benigna e premurosa all’aiuto. 3. E tale appunto è il motivo, che pone la Chiesa per muover la Vergine ad assisterci in occasion della Messa in quella Orazione da me pocanzi citata. Uditelo: Ut sicut dulcissimo Filio tuo in cruce pendenti adstitisti, ita mihi... clementer assistere digneris4, ecc. 4. Quindi, a che querelarci talvolta noi Sacerdoti delle distrazioni, del poco fervore e profitto? ecc. A che lamentarvi voi Laici del poco frutto in udirla? ecc. Eccone uno dei motivi. Non ricorriamo alla Vergine, non la preghiamo di cuore, ecc. Sabato 23 Febbraio 1754 Don Marcucci si sofferma a riflettere sulla preghiera che il sacerdote rivolge alla Vergine Santa, invocata come Madre di pietà e di misericordia, prima della celebrazione eucaristica per chiedere la sua assistenza. Anche i fedeli devono ricorrere con tutto l’affetto alla Vergine per partecipare con grande profitto alla Santa Messa. L’Autore sviluppa l’argomento in cinque punti. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 149-154. Assunto Uno tra gli ottimi apparecchi per udir con profitto la S. Messa è il ricorrer con calde preghiere alla gran Vergine Nostra Signora Dato già di piglio alla spiegazione della Sacra Liturgia o sien Cerimonie Sacre della Messa e dilucidate le tre prime cose, che fa il Sacerdote prima che dei Paramenti Sacri si vesta, cioè l’Ingresso nella Sagrestia, la Preparazione e la Lavanda delle mani; ogni dover vorrebbe che io in questa sera a scifrarvi incominciassi gli alti Misteri, che sotto i Paramenti Sacri si ascondono. Ma, siccome nella Preparazione sola, tuttoché in gran parte spiegata, varie altre cose nuove da dilucidarsi vi restano; contentatevi che io anche di questa vi favelli in questa sera. Or dovete voi sapere, che tra le divote orazioni e suppliche, che la Santa Chiesa ha per modo di consiglio e di doverosa pietà prescritte a noi Sacerdoti nell’Apparecchio o sia Preparazion che facciamo per celebrare, una ve ne ha divotissima e molto tenera, diretta alla Gran Vergine Nostra Immacolata Signora, che incomincia con una dolce Invocazione O Mater pietatis et Misericordiae, Beatissima Virgo Maria, ego miser et indignus peccator ad te confugio toto corde et affectu, che vale a dire o Madre di pietà e di misericordia, Maria V. Beatissima, ecco che io miserabile ed indegno Peccatore a te ricorro con tutto l’affetto del mio cuore, affin mi assisti in sì tremendo Sacrifizio. Alto, Uditori. Che vuol dir questo? Vuol dir, che siccome per noi Sacerdoti uno dei migliori apparecchi per la S. Messa è il ricorrer con tutto l’affetto alla Vergine; così lo deve esser per voi affin di udirla degnamente e con grande profitto. Questo sarà l’Assunto di questa sera, se favorirete con la vostra attenzione darmi campo di dimostrarvelo. Incominciamo. 256 4 Perché come hai assistito il tuo dolcissimo Figlio pendente in croce così ti possa degnare di assistere me pietosamente. 257 5. Del resto se la pregassimo, ecc., chi potrebbe ridire le care assistenze, ecc. Lo dica S. Bernardo, che indispensabilmente prima di celebrare divotamente ricorreva alla Vergine con una Supplica molto divota, ecc. Lo dica S. Idelfonso Arcivescovo di Toledo, ecc. (a cui dalla Vergine fu data una ricca Pianeta). Lo dica S. Francesco di Sales, che prima di celebrar recitava ed esortava a recitar o l’Ave Maris Stella, o altra Orazione, ecc. E così tanti e tanti altri. Ma per tutti serva il celebre fatto ed esempio del B. Gondisalvo Arcivescovo di Toledo, che vivea nel secolo duodecimo. Questi era visitato dalla Vergine prima di celebrare, ecc. Ricevette una Pianeta Bianca nella mattina dell’Immacolata Concezione e la Rivelazion del mistero, ecc. Vedi i Dodici Privilegi al Privilegio 3, n. 10. SERMONCINO VIII Sabato 2 Marzo 1754 Don Marcucci comincia a spiegare il significato delle vesti che il sacerdote indossa per celebrare la santa Messa. Il primo indumento è l’ammitto che, nel suo significato mistico-allegorico, rappresenta il lino o velo con il quale fu coperto il capo e il volto di Gesù nel pretorio di Pilato. L’ammitto, in senso mistico-tropologico, ossia morale, ci ricorda che dobbiamo armarci e coprirci con la santa Fede che è l’elmo della salute per degnamente assistere al santo Sacrificio. Poiché la Madre di Dio è maestra della fede, dobbiamo ricorrere a Lei per ben partecipare alla Santa Messa. L’argomento viene sviluppato in tre punti, presentati in forma schematica. Alla fine del Sermoncino l’Autore annota che per la malattia da lui sofferta, sino a tutto maggio, il Signor Abate Ferrucci, suo cugino, seguitò i sermoncini sopra gli Abiti sacerdotali. Anche l’anno precedente, a motivo della predicazione del Quaresimale a Montalto, don Marcucci affidò quella dei sabati mariani ad alcuni amici. Ciò mostra il suo interesse per la continuità di questa iniziativa culturale-devozionale, presa con tanta convinzione e zelo e della sua capacità di coinvolgere altri. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 154-156. Argomento Per degnamente assistere alla S. Messa si richiede una gran Fede e bisogna far divoto ricorso alla Gran Vergine, che della Fede è maestra Lodi pur siano al Pontefice S. Gregorio. Questo illuminato dottore del Cristianesimo, riflettendo alle opere Sacrosante e divine fatte in sua vita da Gesù Signore nostro, pensò e fondatamente pensò e disse, che il divin Redentore con le opere sue divine insegnar sempre ci volle, non solo il fatto che ai nostri occhi appariva, ma ancor qualche mistero e significato che a pro di noi sotto quel fatto ei teneva recondito ed intendeva. Aliud ipse nos docet rebus, aliud sensu5. Serva, a cagion di esempio, il fatto obbrobrioso che il Redentore Divino per noi soffrir volle di farsi dai manigoldi coprire e velare il Volto nel Pretorio di Pilato. Due cose con questo egli insegnar ci volle; una 5 258 Egli ci insegna una cosa con i fatti, un’altra con il significato. 259 cioè che egli quella obbrobriosa copertura e velatura di volto soffrir volle, (e questo si dice fatto, Istoria o Senso Letterale); l’altra cosa è, che così ancor noi dovevamo volentieri a suo riguardo velarci gli occhi ed il volto con la S. Fede, credendo a lui fermamente senza curarci di ragioni e di prove (e questo è il mistero e si dice Senso Mistico - Allegorico). Or una consimil ragione milita, R(iveriti) U(ditori), nei fatti e nelle Cerimonie di Chiesa Santa: aliud ipsa nos docet rebus, aliud sensu. Quel che essa ci presenta agli occhi, quegli Abiti, quei Riti che ci fa vedere, non solo ci rappresentano quel fatto e quell’eterna azione; ma qualche altra cosa mistica ed ascosa cosa significa. E giacché della S. Messa seguitar dobbiamo la spiegazione e racconto e sulla Liturgia dei Paramenti Sacri Sacerdotali siam giunti; prendete voi per esempio la prima cosa che il Sacerdote si pone in parandosi, voglio dire il Sacro Ammitto. Con questo tre cose c’insegna la Chiesa; cioè primo, che il Sacerdote così deve incominciarsi a vestire, ecc.: e questo è il puro fatto. Secondo, che quell’Ammitto rappresenta quel Lino o Velo col quale fu coperto il Capo e il Volto sacro di Gesù Cristo dai manigoldi nel Pretorio di Pilato: e questo è il Senso Mistico-Allegorico. Terzo, che così dobbiam armarci e coprirci con la S. Fede, che è l’elmo della Salute, per degnamente assistere al S. Sacrifizio: e questo è il Senso Mistico-Tropologico o sia morale. Or fermiamoci qui in questa sera: e formiamone un Assunto. Giacché per degnamente assistere alla S. Messa si richiede una gran Fede e bisogna far divoto ricorso alla Gran Vergine, che della Fede è maestra. Attenti e lo vedrete. 1. Si provi che la Fede è necessaria per la S. Messa, ecc. 2. Che la Vergine è la Maestra della Fede, ecc. 3. Il vantaggio di chi a Lei abbia fatto ricorso, ecc. (Vedi Auriemma, ecc., Prato fiorito, ecc.) 260 SERMONCINO IX Sabato 15 Giugno 1754 Dopo la lunga malattia, durante la quale è stato sostituito nella predicazione sul tema degli abiti che indossa il sacerdote per celebrare la Santa Messa, don Marcucci riprende il tema, nell’ottava del Corpus Domini parlando dell’introito della Messa e della ricompensa che Maria SS.ma dona a chi vi assiste devotamente e in suo onore. L’argomento è sviluppato in modo completo in sette punti. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 157-161. Argomento Quanta ricompensa Maria dia a chi ad onor suo assiste divotamente alla Messa (uscita del Sacerdote, introito, ecc.) Mille e ben mille ragioni voi avreste, Uditori miei Riveriti, di querelarvi di me, se dopo la tante volte ratificata promessa di spiegarvi a minuto tutto ciò che riguarda il S. Sacrifizio della Messa; alla fine, dopo sì lungo, benché forzato, silenzio tenuto su di tal Mistero, non ridassi principio una volta a favellarvene. Certo è che pare che il Cielo stesso e tutta la Chiesa Cattolica si uniscano in questi tempi ed a risvegliare i pii desideri vostri, ed a rammentare a me le mie obbligazioni con l’occasione dell’amorosa e sacrosanta Ottava che ora in tutto il Cattolico Mondo si celebra del SS.mo Sagramento. Per soddisfarvi adunque, richiamando prima alle vostre menti, quanto negli scorsi mesi udiste sopra la S. Messa, e cioè come essa era una viva Rappresentazione e Rinnovazione della ultima Cena fatta dal Redentore agli Apostoli, e di quel Sacrifizio che egli fece di se stesso sulla Croce per la Redenzione di tutto il Mondo: ed inoltre, che essa era di un sommo valore sì per li Vivi, che per li pii fedeli Defunti: e che non solo il Sacerdote era quegli che offriva a Dio il Sacrifizio; ma gli Assistenti tutti l’offrivano insiem con Lui, tanta era la parte che essi ci avevano: e rammentandovi anche quanto da me, ed in mia mancanza udiste dagli altri sopra i Sacri Abiti Sacerdotali: eccomi finalmente che ripigliando in quest’oggi la Sacra Liturgia, do principio a favellarvi sopra l’uscita del Sacerdote per celebrare e sopra l’Introito della Messa. La gran Regina del Cielo e Nostra Immacolata Signora assister si degni e voi e me in questo famigliare discorso: tanto più che voi vedrete quanta ricompensa essa dia a chi ad onor suo assiste divotamente alla Messa ed io m’ingegnerò di mostrarvelo succintamente. Incominciamo. 261 1. Vestito pertanto dei Paramenti Sacri il Sacerdote, ecco tutto raccolto (almeno così succeder dovrebbe) parte dal Luogo ove si apparecchiò e si vestì; e s’invia verso il Sacro Altare; ed ivi giunto si apparecchia ad incominciare l’Introito o vogliam dire Entrata della Messa. 2. Io per me, Uditori, lo confesso che al rifletter su di questo sol fatto, non so come il Sacerdote estatico tutto di Amore non si trovi in tal congiuntura; e non capisco, come voi ogni qualvolta vi assistete, non vi troviate a tal vedere tutti bagnati di lacrime per la gran tenerezza. Voi già sapete, che tutte le funzioni sacre che o precedono, o accompagnano, o seguono la S. Messa; sono tutte cose misteriose, allusive alla Vita, Passione e Morte del nostro Signor Gesù Cristo. Or quali misteri, credete voi che da questa uscita del Sacerdote parato e da questa sua andata all’Altare, si rappresentino? Ve li dica per me Ugone di S. Vittore (in Spec. cap. 7). Uditelo di grazia: Procedit Sacerdos ad Altare: hic admirare Verbum Divinum Passioni destinatum, quod egreditur de Sinu Patris6. E vuol dire a chiare note, ecco, o Cristiani, qualora vedete voi uscire parato il Sacerdote e portarsi al Sacro Altare per ivi dir Messa, riempitevi di alto stupore e di una molto tenera maraviglia; poiché questo vi rammenta come il Verbo Divino ab eterno generato dal divin Padre, giunto il tempo da lui determinato, dal Seno del Padre discese nel Seno della Gran Vergine; e come già Vittima volontariamente destinata alla Croce per la Redenzione del Mondo, diede principio al suo Sacrifizio. Cosicché alla vista del Sacerdote che si porta all’Altare dovete pur dire voi, Uditori miei, ecco che il mio Gesù per me si porta a sacrificare se stesso al suo Divin Padre per ottenermi il perdono e col perdono tutti i Beni e l’eterna salvezza. 3. 6 Dispostesi poi dal Sacerdote o da altri in sua vece, le cose per il Sacrifizio; egli disceso a piè dell’Altare, fatta la debita riverenza, oppur genuflessione, dà con il Segno di Santa Croce e con alcuni Sacri Versetti, del Salmo 42, dà, dissi principio all’Introito ossia entrata della Messa. Procede il Sacerdote verso l’altare: qui ammira il Verbo Divino destinato alla passione che esce dal seno del Padre. 262 Qui fermiamoci alquanto in questa sera, Uditori. E siccome desidero che minutamente intorno alla Messa restiate istruiti; qui sono a rammentarvi, che la S. Messa, quanto alle sue tre Parti essenziali, cioè Oblazione, Consecrazione e Comunione, fu istituita dal nostro Signor Gesù Cristo; e ciò è di fede. Quelle Orazioni e funzioni sacre poi che la precedono, o la accompagnano, o la seguono, furono istituite in parte dagli Apostoli, e in particolar S. Pietro e da S. Giacomo minore; ed in altra parte dai Sommi Pontefici e da altri Santi Vescovi. Tanto vero, che noi sappiamo dall’Epistola che S. Gregorio Papa scrive a Giovanni Vescovo di Siracusa, che ai tempi degli Apostoli alle tre Parti sopraddette essenziali della Messa non si aggiungeva altro che la divota Recita del Pater Noster. In progresso poi di tempi, furono aggiunte dalla Chiesa le altre Preghiere e Cerimonie Sacre. 4. Bene, direte voi, s’è così; chi dunque vi aggiunse e vi stabilì l’Introito, di cui favelliamo? Rispondo, che volendo noi seguitar la Cronologia Liturgica del Bellarmino, l’Introito fu aggiunto e stabilito circa l’anno 425 da S. Celestino Papa; e si raccoglie dalla Vita dello stesso S. Pontefice. 5. Incomincia pertanto il Sacerdote a dire col segnarsi, In Nome del Padre, ecc. Io mi presenterò all’Altare di Dio. Risponde il Servente a nome suo e vostro, Di quel Dio, che mi empie di allegrezza e di robustezza tale, come se mi ringiovanisse. Ripiglia il Sacerdote, dicendo a Dio che sia suo Giudice, che lo liberi dalla Gente non santa e dalle Persone inique e fraudolenti. E così a vicenda col Servente, va supplicando Iddio, or che lo illumini, or che lo conforti ed animi; or che lo riempia di Speranza, così tirando sino al Confiteor (che tralasceremo per altro Sabato). 6. E voi intanto all’udir ciò che fate? Io mi figuro che nei secoli antichi, quando i Cristiani tutti intendevano il Linguaggio della Messa, ecc. Ma voi forse, perché, ecc. 7. E su ricorrete alla Vergine, ecc. Il B. Pietro Cisterzio che con grande divozione assisteva a molte Messe in onor di Maria; fu veduto dopo morte da un S. Monaco, circondato di grande splendore tra i cittadini del Cielo (March., Diar. Sacr., 11 Genn.). 263 SERMONCINO X Sabato 22 Giugno 1754 Nel X Sermoncino, don Marcucci spiega in sette punti la preghiera del Confiteor che definisce una devota ed umile confessione di tutti i nostri peccati dinanzi a Dio, alla Vergine, agli angeli, ai santi e ai presenti. Essa fu introdotta nella Santa Messa circa l’anno 233 dal Sommo Pontefice San Ponziano martire che probabilmente compose egli stesso. Il sacerdote, che pure rappresenta Gesù, la recita per imitare la sua umiltà nel farsi uomo e nell’addossarsi tutte le nostre colpe. La preghiera del Confiteor nella Messa e fuori della Messa cancella i peccati veniali. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 161-164;170. alla Vergine e l’invocarne calorosamente il suo aiuto, riesce di grande efficacia per impetrarne, sua mercè, dal suo Divin Figlio il perdono. Non mi mancate di attenzione; e do principio. 1. Animatisi e sempre più isperanzatisi vicendevolmente ai piedi dell’Altare il Sacerdote ed il Popolo o sia il Servente, con quelle Orazioni dell’Introito, spiegatevi nel Sabato scorso; appena dettosi dal Sacerdote, che egli spera e crede che tutto l’aiuto per degnamente offrire il Sacrifizio tremendo ha da venir dalla parte di Dio; Adiutorium nostrum in nomine Domini7: ed appena udito ciò ratificarsi dal Servente, che a nome suo e del Popolo tutto assistente, gli risponde, dicendo, sì, sì, per certo: ha da venire il nostro aiuto dalla parte di quel Dio onnipotente, che di nulla ha fatto il Cielo e la Terra, Qui fecit Coelum et Terram8. Appena ciò avvenuto, ripeto, ecco che il Sacerdote passa alla umile e divota Recita del Confiteor. 2. È questo Confiteor una divota ed umile Confession generale, come voi sapete, che noi facciamo di aver peccato con i pensieri, con le parole e con le opere; Confessione che facciamo innanzi a Dio, innanzi alla Vergine, innanzi agli Angeli, ai Santi tutti ed al cospetto ancor di chiunque ci si trova presente: ed uniamo sempre a questa Confessione una divota Preghiera alla Vergine, agli Angeli, ai Santi tutti e a tutti gli Astanti che preghino caldamente Iddio per noi, per il perdono delle nostre colpe commesse. 3. Fu ordinato ed aggiunto al principio ed Introito della S. Messa questo Confiteor circa l’anno 233 di Nostra Salute, dal Sommo Pontefice San Ponziano Martire: e siccome noi non abbiamo dalle Istorie Ecclesiastiche memoria, che una tal Confessione o Confiteor si fosse mai recitata dai Cristiani antichi prima di S. Ponziano, perciò convien pur asserire, che egli ne fosse ancora il primo Autore che la componesse e che poi ne ordinasse la Recita nella Messa, come già fece. Argomento L’umile confessione ed il pentimento sincero di nostre colpe, innanzi alla Vergine; e l’umile Invocazione del suo Aiuto; è un gran mezzo per ottenere il perdono (Confiteor con l’altro rimanente dell’Introito) Se ne stava presso all’Altare uno dei Sommi Sacerdoti del vecchio Testamento, chiamato dagli Ebrei Jehosciúah, che noi diremmo Jesúa, Figliuolo di Josedecco. E se ne stava, come lo vidde il Profeta Zaccaria, vestito tutto di abiti sordidi e bersagliato e tentato dal demonio, che a lui vicino, anzi posto alla sua destra, non cessava di affliggerlo e molestarlo. Quando alla fine il Sommo Sacerdote, alzando insiem con gli occhi il Cuor tutto umiliato e compunto al Cielo, confessando sinceramente le colpe sue, ed implorando e di Dio e degli Angioli santi il soccorso; ecco che lo stesso Profeta Zaccaria vide, che tosto un Angelo, spogliandolo di quelle sordide vestimenta, rivestir lo fece di nobili e ricche e coronare ancora con un diadema di molto vivi ed illuminati splendori: talchè così degnamente offrire a Dio potesse i suoi Sacrifizi (Zach. 3, 23). Figura ancor fu questa, Uditori riveriti, di quel che tuttodì avvenir suole e a noi Sacerdoti e a voi assistenti al divin Sacrifizio, qualor con la debita divozione a tanto Mistero ci andiam preparando con quella general Confessione, che noi Confiteor diciamo; e che oggi, come vi promisi, spiegar appunto vi voglio. Da cui poi caveremo, che il Confessar le nostre colpe con grande compunzione innanzi 264 7 8 Il nostro aiuto è nel nome del Signore. Che ha fatto cielo e terra. 265 4. 5. Dice dunque il Sacerdote a capo chino, tutto umiliato, divoto e compunto (così almeno esser dovrebbe), Io confesso a Dio onnipotente, ecc. Indi risponde il Popolo e a nome del Popolo il Servente, Abbia misericordia, ecc. Ma come, direte voi, come mai il Sacerdote recita il Confiteor? Non fa egli la figura di Gesù Cristo? ecc. Rispondo, a gran ragione lo recita e come rappresenta la Persona, ecc.; e come riconosce se stesso per Peccatore, ecc. Come rappresenta la Persona di Gesù Cristo, perché la Recita del Confiteor, come degnamente riflette il Durando lib. 4, cap. 7, significa l’abbassamento del Verbo Divino nel farsi Uomo e pigliar la forma di Peccatore; e, come aggiunge dottamente il piissimo Cardinal Corsi Vescovo di Rimini, significa ancora quell’addossarsi che fece sopra di sè tutti i peccati del Mondo, affin di pagarli a costo di tanto Sangue e della sua Vita su nel calvario. SERMONCINO XI Sabato 6 Luglio 1754 Don Marcucci spiega in otto punti ben sviluppati il significato allegorico e morale dell’invocazione greca Kyrie eleison. Gli storici pensano che essa sia stata introdotta nella Santa Messa al tempo di S. Iginio I Papa e Martire, di nazione Greca, che morì nella metà del secondo secolo circa. L’insistente richiesta della misericordia di Dio con il Kyrie è un bisogno dell’uomo dopo il peccato di origine che ha colpito l’intero universo. I fiori percepiscono il danno subito con la presenza delle spine e perfino il sole con le sue macchie. Dio ha però promesso nella pienezza dei tempi la salvezza attraverso il Figlio che si incarna in Maria, ecco perché abbiamo tanto bisogno della sua intercessione, durante e fuori la Santa Messa. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 165-170. Argomento 6. 7. 266 Lo recita poi per se stesso il Sacerdote, perché dovete voi sapere che è certissimo ed indubitato che la divota Recita del Confiteor, cancella i Peccati veniali. Essendo appunto a tal’effetto stata istituita ed ordinata la Recita sì nella Messa, che fuori della Messa. Onde il Sacerdote per purgarsi, ecc. (vedi Murat. Regol. Divoz., fol. mihi 207). Or da qui argomentar voi potete ancora quanto giovi confessar innanzi alla Vergine, ecc. Esempio di quel Soldato, che andando per sfogar, ecc., ed entrato in una Chiesa della Vergine, ecc. Quanto abbiam bisogno e in tempo di Messa e fuori di Messa della Intercessione di Maria Kyrie eleison Peccò l’incauto nostro Progenitore Adamo e con lui anche noi tutti peccammo. E da questo peccato riconobbe tosto il Mondo tutte le sue sciagure, sino i fiori le loro spine, sino il Sol le sue macchie. Più di tutti però le riconobbe l’Uomo col vedersi esiliato dal diritto della Patria beata, ricolmato di infiniti guai, ridotto misero schiavo dell’Infernale Dragone. Grazie bensì al misericordiosissimo Iddio, che appena Adamo ebbe peccato, pubblicò colà nel Paradiso Terrestre gli alti suoi eterni disegni di volersi, in un giorno nella pienezza dei tempi vestir di Umana Carne, e così redimer l’Uomo da tanti gran mali. Ciò palesò ad Adamo, anzi sino allo stesso Serpente. Ciò promise al Patriarca Abramo, divisandogli sino la stirpe, da cui nascer dovea: ciò rinnovò con tutti gli altri Patriarchi e Profeti dell’antico Testamento. Or da questa infallibil promessa, da questa certissima Rivelazione avuta e continuata per più migliaia di secoli, nacquer, Uditori miei, quei sì vivi ed infocati desideri della Venuta del Messia e Redentore promesso, che ebbero mai sempre tutti i Santi Padri della Legge vecchia e che noi non senza tenerezza udiam talora dal sacro Testo. Or siccome di tutto ciò che riguarda la venuta, 267 e la vita e morte di Gesù Cristo vero ed unico Redentore e Messia, di tutto ripeto, ne abbiam e facciam la Memoria, nella S. Messa; perciò anche di questo vivo ed acceso desiderio dei Padri, viva figura e memoria è l’Introito ed entrata della Messa; che perciò dal Sacerdote si replica due volte, cioè una volta ai piè dell’Altare, ed un’altra volta in diversa maniera, salito sull’Altare, qualor segnandosi incomincia a legger il Messale: due volte, dico, si replica, per meglio esprimer le vive brame e gli accesi desideri dei Padri intorno alla Venuta del Redentore Divino. Mi trovo io già di avervi spiegato l’Introito, che benché replicato, gode il significato medesimo: e vi ricordo avervi divisato, significar esso non solo il desiderio dei Padri, ma la stessa Venuta ed entrata di Gesù Cristo nel Mondo, mediante l’ineffabil mistero della sua divina Incarnazione nel purissimo Ventre di Maria. Contentatevi dunque, che io in questa sera dal secondo Introito passi a quel che immediatamente segue, cioè al Kyrie eleison: e vi assicuro, che da lì poi capirete quanto abbiam bisogno e in tempo di Messa e fuori di Messa della Intercession di Maria. Di grazia attendete. Incomincio. 1. Dettosi dunque dal Sacerdote l’altro Introito nel messale, se ne passa divotamente in mezzo all’Altare e dice a vicenda col Popolo, rappresentato dal Servente, il Kyrie eleison,Christe eleison; replicandosi ciò nove volte vicendevolmente insieme. Ed eccovene il significato, l’istoria e il mistero. Attenti. 2. Quanto al significato. La voce Kyrie è una voce puro Greca, che significa Signore. Così eleison pure è voce tutta Greca, che vuol dire abbi misericordia di noi, ecc. 3. Quanto all’Istoria, ecc. se vogliamo andar rintracciando chi fossero gli Inventori del Kyrie, non si pone in dubbio che non fossero i Padri Greci; e che essi fossero i primi che l’aggiungessero nella S. Messa. Io qui non voglio porre già in questione se la S. Messa fosse prima detta dai Sacerdoti Cristiani in Lingua Greca, o in Lingua Latina. Mentre, siccome è certo che tutto il nuovo Testamento fu dagli Apostoli ed Evangelisti scritto in Lingua Greca (eccettuandone l’Evangelio di S. Matteo, che fu scritto in Ebraico): essendo a quei tempi la Lingua Greca molto capita e parlata non solo nell’Oriente, ma insino nel nostro 268 Occidente, ed insino in Roma, ove da quaranta e più mila Greci erano impiegati chi su di un Magistero e chi su di un altro: così pare fuor di ogni dubbio, che le prime Orazioni che recitasse la Cristianità, ver. gr. il Pater Noster, il Credo, l’Ave Maria, le recitasse in Greco: e poi col tempo; essendo tradotte in Latino, fossero anche in Latino recitate, come oggi. 4. Quindi lo stesso può e deve dirsi della S. Messa, che prima fosse stata dagli Apostoli e dai loro Successori recitata in Lingua Greca; indi trasportata in Lingua Latina. Ciò chiaramente appare dallo stesso Kyrie eleison, che se vogliam credere al Durando lib. 2, cap. 13, si ritrova nella Sacra Liturgia Greca, che S. Marco ordinò in Alessandria e S. Giacomo minore in Gerosolima. 5. Il più forte istorico appoggio si è che noi troviamo che i Santi Vescovi e Padri Greci accomodarono e stabilirono le orazioni e le loro cerimonie della S. Messa (non già a tempo di Adriano I Pontefice, come forse per abbaglio disse il Gavanti), ma bensì al tempo di S. Iginio I Papa e Martire, di nazione Greca e che ordinò il canto della Messa e morì circa la metà del secondo Secolo della Chiesa. Onde al detto S. Pontefice Iginio attribuir si deve l’aggiunta del Kyrie nella Messa in Lingua Greca. 6. Ai tempi poi di S. Silvestro Papa, cioè circa un Secolo e mezzo dopo, fu dallo stesso Sommo Pontefice (cioè da Silvestro) aggiunto il Kyrie nella Messa in Lingua Latina e abbracciato da tutta la Cristianità latina. Vero è però che eziandio sin di allora si incominciò a dire il Kyrie nella Messa Latina, non si ripeteva se non una o due volte. S. Gregorio Magno Papa poi, che morì sul principio del Secolo settimo, stabilì che tra il Sacerdote e il Popolo o sia Servente si replicasse nove volte, cioè tre volte all’eterno Padre, tre volte all’eterno Figlio Umanato, e tre volte all’eterno Spirito Santo; come poi ce lo spiegò Innocenzo III Sommo Pontefice e dopo di lui l’Angelico S. Tommaso. Eccovi l’Istoria. 7. Passiamo al misterioso significato della Recita del Kyrie eleison nella Messa. Significa: 269 I. (senso allegorico) le Orazioni e le calde Preghiere degli antichi Patriarchi e Profeti, i quali chiedevano a Dio Misericordia sopra di loro e di tutto il Mondo, con il mandare il promesso e tanto sospirato Messia, ecc. II. (senso morale) significa il bisogno che ha il Sacerdote e il Popolo della divina Misericordia per celebrar ed offrir degnamente sì santo Sacrificio, ecc. III. significa il bisogno che abbiamo che Iddio ci usi pietà sempre e venga spiritualmente con la sua S. Grazia nell’Anima nostra, ecc. 8. Or da qui argomentate voi, Uditori, il gran bisogno che abbiamo dell’Intercessione di Maria SS.ma per essere esauditi nel Kyrie eleison, ecc. SERMONCINO XII Sabato 13 Luglio 1754 Don Marcucci continua con tenacia ed accuratezza la spiegazione della santa Messa che qui affronta in modo approfondito in dieci punti. Paragona la vastità dell’argomento al Continente americano; ricorda lo stupore dei suoi ascoltatori quando, all’inizio della trattazione della santa Messa, disse loro che avrebbe impiegato un anno a spiegare l’argomento, un po’ come accadde a Cristoforo Colombo che, dopo aver scoperto l’America, ci vollero tanti altri navigatori per esplorarla e conoscerla. L’argomento del Sermoncino è la spiegazione del Gloria in excelsis, del Saluto Dominus vobiscum, dell’Oremus prima dell’Epistola e del rapporto che esse hanno con Maria SS.ma. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 171-177. Argomento Sopra il Gloria in excelsis, il Dominus vobiscum che segue e l’oremus prima dell’Epistola Allorché il grande e sempre memorabile piissimo Cristoforo Colombo, Gloria della nostra Italia e particolarmente di Genova sua Patria, allorché, dissi, verso la fine del secolo decimoquinto, propose a Ferdinando V Re di Spagna ed alla Regina Donna Isabella, la scoperta di una nuova gran parte del Mondo, che appellarsi poteva un Mondo nuovo: vi furono al certo in Toledo ed in altre parti della Spagna, chi stupefatti di tale proposta, la stimarono falsa non solo, anziché impossibile. Ma poi quando il Colombo la pose in effetto con i suoi Viaggi e con le sue nuove Scoperte; tutti si arresero e confessarono che il Colombo solo non bastava a raggiugner e scoprir sì gran parte del Mondo; ma vi volle il grande Americo ancora pur Italiano e Fiorentino: e tanti e tanti altri Viaggiatori, che tuttodì scoprono nuove Isole e nuove Terre delle Indie Americane. Un consimil successo, mi sia qui lecito suggerirvelo, è avvenuto sul sacro nostro Fatto della Santa Messa. Qualor io vi proposi di volervene favellar per un anno intero, vi fu al certo chi tra voi restò sopraffatto, dicendo cosa mai costui vorrà dir sempre di nuovo intorno alla S. Messa. Ma ora che ci siamo ingolfati in sì vasto mare ed andiamo scoprendo sempre più Misteri nuovi: e voi ed io, è duopo, che confessiamo, che se non per un anno, ma per tutta ancor la mia Vita discorrer ve ne volessi; non finirei: e neppur finirebbero quanti mai altri vi fossero, che seguis- 270 271 sero le mie pedate. Nulla di meno, mi protesto che per esser breve al possibile, varie cose tralascio; ed altre che vi ridico, voi lo vedete, se quanto succintamente ve ne favello. Or in questa sera vi discorrerò di tre cose, cioè dell’Inno Gloria in excelsis, del Saluto Dominus vobiscum che segue e dell’Oremus che viene appresso, prima della Epistola. Da tutte e tre le cose vedrete quanta parte abbia Maria SS.ma nella S. Messa e quanta necessità abbiam noi del suo soccorso. Di grazia attendete e do principio (si raccomandi infine la frequenza e la premura, ecc.). 1. Affine di non modificare l’ordine altre volte tenuto, cioè di spiegarvi prima il significato delle Parole, poi la storia, indi il Mistero; eccomi al significato. Dettosi pertanto dal Sacerdote in mezzo all’Altare il Kyrie eleison qualor non sia Messa Votiva o di Requie, o altra eccettuata nelle Rubriche, dice egli immediatamente l’Angelico Inno Gloria in excelsis Deo, poi dà il sacrosanto Saluto del Dominus vobiscum, indi si porta al Messale a recitar l’Oremus di una o più Orazioni. 2. Quale sia il significato delle Parole dell’Inno Gloria in excelsis Deo et in Terra pax hominibus bonae voluntatis, voi tutti facilmente lo raffigurerete, giacché più volte avrete tutti udito, aver così cantato gli Angeli nella Notte del S. Natale, come ci assicura il Vangelo; ed aver detto, Sia glorificato Dio in Cielo ed abbiano pace in Terra gli uomini di buona volontà. Sin qui dissero gli Angeli; e perciò da noi vien chiamato Angelico Inno. Quelle Lodi poi e glorificazioni che vi aggiunge la Chiesa, cioè Laudamus te, benedicimus te con quel che segue sino al fine, essendo così chiare ed intelligibili da ognuno che vi stia attento; mentre ognuno intende che ivi si danno lodi, benedizioni, adorazioni e ringraziamenti a Gesù Cristo; e che si prega replicate volte che abbia pietà e misericordia di noi, essendo egli solo il Santo, egli solo il Padrone, egli solo l’Altissimo insieme con lo Spirito Santo nella Gloria di Dio Padre. Quindi basta lo starci attento per parte del Popolo ed il recitarlo con posatezza e divozione per parte del Sacerdote, affin che sia già da tutti capito. 3. 272 Finito il Gloria rivolgendosi il Sacerdote al Popolo, lo saluta col Dominus vobiscum, cioè a dire il Signore sia con voi; rispondendo il Servente a nome del Popolo et cum spiritu tuo, cioè sia ancora nel tuo Spirito. Il che si fa più volte dal Sacerdote nella Messa: I. Per rinnovar e ricordar con tal saluto l’attenzione a tutti gli Assistenti; II. Per ricordare a tutti che per cavar profitto dalla S. Messa, si richiede l’assistenza del Signore e perciò convien disporsi a riceverla con la contrizione e divozione. 4. Indi passa il Sacerdote al Messale e dice al Popolo tutto, Oremus, cioè facciamo Orazione, preghiamo Iddio invitando con ciò il Popolo a dimandar insieme con Lui le Grazie da Dio per li meriti infiniti del Sangue di Gesù: terminando perciò sempre l’Orazione dell’Oremus, con quel Per Jesum Christum Dominum nostrum. Or questa Orazione che il Sacerdote dice in quest’Oremus si chiama col nome di Colletta, appunto perché tale Orazione si fa dal Sacerdote anche da parte del Popolo colletto, cioè radunato insieme, come spiega Alcuino; ed anche si dice Colletta per significare che il Popolo se debet colligere, ut oret, come dice S. Bonaventura, cioè deve star tutto raccolto, affin d’implorar da Dio quel che dal Sacerdote a Dio si chiede in quella Orazione. E ciò sia detto quanto al significato delle Parole del Gloria, del Dominus vobiscum e dell’Oremus o sia Colletta seguente. 5. Passiamo brevemente alla Storia, vedendo per erudizione chi aggiunse alla Messa le tre cose suddette. Il Gloria in excelsis Deo fu aggiunta alla S. Messa circa 130 anni dopo la Nascita di Gesù Cristo, da S. Telesforo Papa, di Nazione Greco: così ci attesta Innocenzo III nel suo Libro 2 De Mysteriis Missae, al capo 20; e lo ricaviamo anche dall’Epistola 1 scritta dallo stesso Santo Pontefice Telosforo e fu quel Papa che ordinò tre Messe nel dì del S. Natale: onde a Lui deve ascriversi tutto ciò che segue al Gloria, cioè che egli compose Laudamus te, benedicimus te, ecc. sino al fine; ma lo compose in Greco; e perciò per la Messa in Lingua Greca. Al tempo poi di S. Ilario Vescovo Pictaviense, cioè di Poitiers in Francia, cioè circa il 350, essendo stato dallo stesso Santo tradotto in Latino il Gloria intero, vi fu aggiunto nella Messa in Lingua Latina; come dice il Bovio. 6. Circa il Saluto del Dominus vobiscum, essendo antichissimo sino ai tempi dei Profeti, non vi ha dubbio che ai tempi degli Apostoli si usasse. Possiamo noi ascrivere a S. Celestino I, cioè a quello che stabilì l’Introito, averlo inserito nella Messa. 273 7. 8. 9. Che dirò poi intorno all’Oremus cioè all’Orazione o sia Colletta? Certo è che anche gli Apostoli recitavano nella Messa alcune Orazioni o Collette; come ce ne assicura Origene Hom 11 in Jevem . Questi Oremus e queste Orazioni e Collette che ora sono nella Messa in Lingua Latina, siccome sono varie; così vari ne sono stati gli Autori, sempre però con l’approvazion dei Pontefici e della Chiesa. Molti Oremus e molte Orazioni e Collette del Messale, furono composte da S. Ambrogio e disposte da S. Gelasio Papa. Altre varie ne compose e dispose il Pontefice San Gregorio Magno. E ciò quanto alla Istoria. Veniamo ai Misteri delle tre cose suddette. Il Gloria in excelsis ci rappresenta la Nascita di Gesù Cristo: il Segno di Croce, infine del Gloria, ci figura la sua Circoncisione: il Dominus vobiscum la manifestazione che Gesù fece di sé ai Santi Re Magi: l’Oremus con l’Orazione e Colletta ci rappresenta le Orazioni fatte in tempo che Gesù dalla sua SS.ma Madre fu presentato al Tempio nelle Braccia del Vecchio Simeone. Così c’insegnano vari Pontefici e moltissimi Sacri Dottori. O quanti adorabili Misteri! Chi non stupisce, chi non rimane perciò estatico nella S. Messa? ecc. Vedete dunque, Uditori, se quanta gran parte ha Maria SS.ma nella S. Messa, ecc. Ben ciò lo conobbero gli antichi Cristiani. Prima che il Sommo Pontefice S. Pio V riformasse il Messale Romano, io trovo in gravi Autori (Gavant. Rubr. De Missal, part. 1, tit. 8, prop. fin.) che in fine del Gloria nella Messa in onor della Vergine si diceva dai Sacerdoti antichi, Tu solus sanctus Mariam sanctificans; tu solus Dominus Mariam gubernans: tu solus Altissimus, Mariam coronans9, ecc. SERMONCINO XIII Sabato 20 Luglio 1754 Il sermoncino è sviluppato in 11 punti e si sofferma a spiegare il significato dell’Epistola, del Graduale e dello spostamento del Messale, quando e perché entrarono in uso. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.178-180. Argomento Dell’Epistola e Graduale e il trasferir del Messale Se mai ho da voi bramata, Uditori, l’attenzione, oggi sì, ecc. Io vi spiegherò: i misteri che nell’Epistola, nel Graduale e nella traslazione del Messale da una parte all’altra, si contengono. E da ciò vedrete ancora sempre più la grande efficacia del Patrocinio di Maria. 1. Recitatesi pertanto dal Sacerdote nel Messale quella Orazione (o Orazioni), chiamata Colletta, come dicemmo nello scorso Sabato. Si passa da Lui alla recita della Epistola. Indi, rispostosi dal Servente Deo Gratias, si recita il Graduale composto di alcuni versetti dei Salmi o di altro Libro della Scrittura. Poi cessa il Sacerdote di leggere e si porta a recitar inchinato in mezzo all’Altare alcune orazioni sotto voce, ed intanto il Servente trasferisce il Messale da una parte all’altra dell’Altare, ecc. 2. Qui, Uditori, vi protesto, che tuttoché il mio stile sia di spiegarvi prima il senso delle Parole dal Latino in Italiano, indi contarvene l’Istoria, poi discifrarvene il Mistero; non posso in questa sera soddisfarvi quanto al primo, cioè al tradurvi in nostra Lingua l’Epistola e il Graduale, perché non sempre si leggono e corrono le medesime Epistole ed i Graduali medesimi. Onde lasciate che io venga alla storia. 3. Che l’Epistola si fosse introdotta nella Messa sino ai tempi degli Apostoli nei primi secoli della chiesa, non mancano classici Autori che ce lo testificano, per certo ed indubitato. Vero è non di meno, che sul principio del secondo secolo della chiesa Sant’Alessandro Papa e Martire stabilì che sempre nella Messa si recitasse l’Epistola; forse perché prima or si recitava, ed or no. 10. L’esempio di S. Lorenzo Giustiniano, divotissimo della Vergine, che celebrando nella Notte del S. Natale, vide il S. Bambino, ecc. 9 Tu solo il Santo che santifica Maria; Tu solo il Signore che governa Maria; Tu solo l’Altissimo che incorona Maria. 274 275 4. Il quesito, Epistola vuol dir Lettera, ecc. Or se nella Messa non solo si leggono le Epistole, ma ancor le Lezioni dei Libri Sapienziali, dei Proverbi, dei Cantici, dell’Ecclesiastico, ecc.; come allora si può chiamar Epistola? R. Perché quando fu introdotta l’Epistola, si leggevano solo le Epistole di S. Paolo; sul principio poi del quinto secolo, dopo S. Anastasio Papa e Martire, furono incominciate a leggere anche le Epistole di altri Apostoli e le Lezioni di altri Libri della Sacra Scrittura. 5. Quanto al Deo Gratias, cioè sia ringraziato Iddio, fu incominciato ad usare ai tempi di S. Agostino, cioè circa il quarto e quinto secolo: avendo allora questo in uso tutti i Monaci e Religiosi e Cristiani di così salutarsi quando si incontravano. Anticamente però, quando l’Epistola era di S. Paolo, invece di Deo gratias, si rispondeva Pax tecum cioè la Pace sia con voi, come ci racconta S. Agostino nella sua Lettera 163. 6. Quel che il Sacerdote poi dice dopo l’Epistola vien chiamato Graduale vi fu aggiunto da S. Celestino I Pontefice circa l’anno 428; fu detto Graduale, perché talora si cantava dagli Assistenti nel primo ed infimo gradino dell’Altare; talvolta vicino ai Gradini dell’antico Ambone che era una specie di Pulpito. (In tempo però Pasquale si lascia il Graduale ed in sua vece si dicono soltanto due Sacri Versetti). Vi si aggiunge poi l’Alleluja dopo il Graduale; fuorché nei tempi lugubri, come di Settuagesima, ecc., invece dell’Alleluja si dice il Tratto, aggiuntovi da S. Celestino Papa e così detto perché anticamente si cantava con voce tratta cioè contratta, mesta, lugubre. 7. Veniamo alla spiegazione dei Misteri. L’Epistola che si dice al Corno sinistro o alla sinistra parte dell’Altare, significa la Predicazione di S. Giovanni Battista, che invitava gli Uomini a Penitenza e così a prepararsi con la Penitenza a ricevere e seguitare il Nostro Signore Gesù Cristo, vero ed unico Messia e Redentore del Mondo. 8. E qui, Uditori, dite su, a quante Messe, ecc.? Or ogni volta vi è stata predicata la Penitenza, ecc. e voi, ecc.? 276 9. Il Graduale significa il pianto e le Lagrime dei Giudei e degli altri Peccatori convertiti da S. Giovanni Battista. Vedete, se mai ha significato, Uditori, le vostre Lagrime, ecc. Dopo il Graduale segue immediatamente l’Alleluja, Voce Ebraica composta, che ha molti significati, uno dei quali è Nobiscum Deus, Sii con noi, o Signore; ed è anche come una Intersezione di allegrezza, significando l’allegrezza degli Angeli e di tutto il Cielo per la conversione dei Peccatori. 10. Finalmente il trasferir del Messale da una parte all’altra denota, che non avendo voluto gli Ebrei riconoscere ed accettar Gesù Cristo, sono stati abbandonati da Dio e lasciati nel loro errore e nella loro ostinata perfidia; e fu trasportata l’evangelica predicazione al Popolo Gentile, ecc. 11. (Sopra la Madonna SS.ma, ecc.; quanto necessario il suo Patrocinio, affin ci arrendiamo, ecc. e facciam penitenza; ed otteniamo il perdono, ecc.). 277 4. Il Mistero, ecc. (Evangelium vox greca, idest bonum nuntium, ecc.); il Vangelo significa la Predicazione di Gesù Cristo, ecc. Il sermoncino si presenta come schema sviluppato in 8 punti; si sofferma a spiegare il significato della lettura del Vangelo e della proclamazione del Credo. Per comprendere e vivere bene il Vangelo e le verità di fede occorre l’assistenza di Maria. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 181-182. 5. Segna il Sacerdote sopra il Messale e si segna sulla fronte, bocca e petto, per denotar che a faccia scoperta, con la Lingua e con il cuore deve predicare e confessar Gesù Cristo crocefisso e la sua S. Fede. E così far deve ogni fedel Cristiano. Argomento 6. Si alza il Popolo in piedi per significar la prontezza in ubbidirlo e difenderlo (cioè il Vangelo, ecc.). 7. Si dice immediatamente il Credo, per denotar che il frutto, ecc. è la confession dei Misteri ed Articoli: ed il Credo significa la conversion degli Apostoli e dei Discepoli; e la promulgazione fatta della S. Fede. 8. Or quanto dunque sia necessaria l’assistenza di Maria, ecc. un esempio, ecc. SERMONCINO XIV Sabato 27 Luglio 1754 Evangelio e Credo Pare strano, Uditori, a prima vista, che ai Cristiani seguaci del S. Vangelo, predicar si debba il Vangelo medesimo, ecc. Vi spiegherò i misteri che nel S. Vangelo e nel Credo si contengono; da cui caverete quanto sia necessaria l’Assistenza di Maria, ecc. 1. E per ripigliare il solito stile di spiegare il senso, l’istoria ed i misteri, ecc. Finita dunque l’Epistola ed il Graduale, passa il Sacerdote nel mezzo dell’Altare a prepararsi per la pubblicazion del S. Vangelo, pregando il Signore a mondarlo, farlo degno, benedirlo ed assisterlo, ecc. Indi passando al corno destro, alquanto rivolto al Popolo, lo saluta col Dominus, ecc. Poi seguita Sequentia, ecc. e si segna. Indi dice il Vangelo. Risponde il chierico Laus tibi. Indi lo bacia, ecc. Il Popolo in piedi, ecc. Indi passa a recitare il Credo, che è il Simbolo del Concilio Costantinopolitano I. Indi dice Dominus, ecc. 2. Istoria, ecc. Anche gli Apostoli leggevano il Vangelo nella Messa. Lo confermò poi con decreto circa il principio del 2 secolo S. Alessandro I, Pontefice e Martire. 3. Il Simbolo, ai tempi degli Apostoli si diceva il loro, come ci conta S. Dionisio Aeropagita. S. Marco Papa, successor di S. Silvestro, decretò la recita del Simbolo Niceno. Quello poi che oggi si dice, cioè il Simbolo Costantinopolitano, lo decretò S. Damaso circa il secolo quarto. 278 279 SERMONCINO XV 2. Neppur aspettar potrete da me la spiegazione del Mistero che vien contenuto nella recita del Credo nella Messa, giacché altra volta vi dissi, significar la Conversione fatta dagli Apostoli in tutto il Mondo; a significare ancora, come in noi il sentire il S. Vangelo e la Parola di Dio, deve tosto produrre il prender una Vita a tenor del Vangelo medesimo. 3. Contentatevi adunque che ve ne dia qualche notizia istruttiva ed istorica e poi qualche documento. Quel che noi adunque chiamiamo comunemente il Credo, dai Sacri Concili e dai Santi Padri fu detto Simbolo. Questa voce Simbolo è voce Greca, che in nostra Lingua direbbe Segno, Indizio, Regola: onde Simbolo della Fede non vuol dir’altro che Segno della Fede, o Regola della Fede e del nostro Credere. Or quando gli Apostoli incominciarono a predicar la S. Fede di Gesù Cristo, siccome i Cristiani novelli non potevano ritener a mente tutti in una volta gli articoli che dovevano credere; e di più venivano inquietati e dagli ebrei e dai Gentili, chi con impugnare una cosa, chi con il trasentire un’altra; che fecero gli Apostoli; convenuti insieme prima di prepararsi tra loro alla predicazione, ecc.; composero una Regola, dove racchiusero tutta la Fede in dodici Articoli, ecc.; la quale servisse per Norma stabile, immutabile e certa della Fede in tutto il Cattolico Mondo. E questa Norma, questa Regola la dissero Simbolo ecc. Così ci attesta S. Leone Papa, S. Agostino e gli altri Padri tutti. 4. Essendo poi insorte contro la S. Fede e la S. Chiesa Cattolica varie empie eresie, particolarmente dell’empio Ario, ecc., nel concilio Niceno I nell’anno 325, sotto San Silvestro Papa, fu fatto un altro Simbolo, non già diverso da quello degli Apostoli; ma in difesa di quello degli Apostoli, ecc. Ma siccome vari empi eresiarchi, come Marcione, Fotino, Apollinare, Macedonio ed altri, avevan disseminate varie altre eresie, contra il Simbolo Niceno, stiracchiandolo chi in un modo e chi in un altro; perciò lo stesso Simbolo Niceno fu più chiaramente spiegato dal Concilio Costantinopolitano I., sotto San Damaso Papa: ed è quello che noi diciam nella Messa, ecc. 5. Ma siccome nell’Oriente, andavan sossopra le cose, per la malignità degli Ariani, che accusavano Sant’Atanasio, come loro Partitante, ecc.; perciò egli fece in un foglio volante un Simbolo sopra il Mistero della Sabato 3 Agosto 1754 Don Marcucci riprende la spiegazione del Credo iniziata il sabato precedente, non per esaurirne la spiegazione perché ciò richiederebbe troppo tempo, ma soltanto per aiutare i fedeli a recitarlo con più fede e devozione. Ciò è molto gradito alla Santa Vergine, definita da San Idelfonso “signaculum fidei”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 182-185. Argomento Si ripete il Credo Non lo abbiate a discaro10, Uditori, se avendovi io già ultimamente favellato in generale del Simbolo o sia Credo, in questa sera, dispensandomi da ogni altra spiegazione della Messa, ridia mano al Credo stesso per favellarvene a parte. Essa è un’orazione di troppa importanza, che dovrebbe essere al certo spiegata parte a parte su di ogni Articolo. Ma lasciando ciò all’incarico dei Parrochi e dei Catechisti, a me basta in questa sera dirvene a parte tanto, quanto basti per farvelo in avvenire o sentir con più riverenza, o recitar quel che sapete con più divozione. Dal mio discorso poi caverete se quanto gradisca la Vergine, recitato sia il Credo con viva fede e con gran riverenza, come già esser deve recitato. Basta mi favoriate di attenzione: e lo vedrete. 1. 10 E qui non aspettiate da me, che io seguendo il mio stile, voglia stare a recitarvi e tradurvi in nostra Lingua volgare quel Simbolo o sia Credo, che per ordine e decreto del Pontefice San Damaso, noi Sacerdoti nei giorni non impediti recitar dobbiamo nella Messa. No, non aspettate questo: perciocché sapete già voi tutti in Lingua anche volgare quel Simbolo o Credo, composto dagli Apostoli, che in sostanza è lo stesso che quello che diciam noi nella Messa. Non abbiatelo a male. 280 281 SERMONCINO XVI SS. Trinità e della Persona di Gesù Cristo nell’anno 360, che è quello da noi recitato nell’Uffizio a Prima, ecc. così riconosciuto da S. Gregorio Nazianzeno, da Eugenio IV, da S. Tommaso e dalla Chiesa nella Rubrica, ecc. Altri lo attribuiscono a Vigilio Tappense, ecc.: ma è del secolo V, ecc. 6. Onde tre sono i simboli, uno ad Instructionem, alterum ad defensionem, alterum ad explorationem, ecc. 7. Dev’esser recitato con viva fede e con grande riverenza, ecc. Perciò deve esser ben saputo in Lingua volgare. Così si usava nei primi secoli della Chiesa, ecc. Recitato così con fede viva e riverenza giova contro le tentazioni, ecc.; fa fuggire i demoni, ecc.; fortifica, ecc. Gli esempi di quel Nobile raccontato da Cesareo, ecc., di S. Pietro Martire, ecc.; di quella buona donna, ecc. La Vergine detta signaculum fidei da S. Idelfonso. Agosto 1754 ASC 35, p. 18511 SERMONCINO XVII Sabato 31 Agosto 175412 Argomento Il Lavabo, Offerimus et Orate fratres ASC 35, p. 185 11 12 282 Solo titolo. Il Sermone ha soltanto i titoli seguenti della trattazione: Il Lavabo ecc., Offerimus ecc., Orate fratres ecc. 283 furono numerati ed approvati dal Pontefice Pelagio II, circa gli Anni 585. Prima di questi nove ve ne è uno, il più antico, ed è il comune, istituito ed approvato da S. Leone Papa I circa l’Anno 450. L’ultimo, cioè l’undecimo, è quello della Madonna SS.ma, aggiunto ed istituito da Urbano II circa il 1095 di Nostra Salute. SERMONCINO XVIII Sabato 14 Settembre 1754 Il XV Sermoncino è l’ultimo sull’argomento della Santa Messa iniziato da vari mesi. L’Autore sceglie di concludere il tema benché ricorra la vigilia liturgica della festa del nome di Maria di cui ha parlato l’anno precedente. L’esposizione si snoda su cinque punti in modo molto schematico, come la maggior parte dei Sermoncini di questa serie. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.185a (137-138). 4. (Si spieghi il Prefazio, ecc.) Si conchiude sempre il Prefazio con l’Inno o sia Trisagio Angelico Sanctus, ecc.; conchiudendosi poi sotto voce, con il Tripudio dei fanciulli ebrei Benedicans qui venit13, ecc. Argomento 5. Il Mistero, ecc. Le Segrete rappresentano i Negoziati che facevano gli ebrei occultamente contro il Redentore. Il Prefazio significa l’entrata solenne ed il Trionfo di Gesù in Gerusalemme nel Giorno delle Palme ed il Canto dei fanciulli con Hosanna, ecc. (Innocens III lib. 2 cap. 61). Segrete e Prefazio Si dica nel Proemio, che correndo la vigilia dell’augustissimo Nome di Maria, non si sa se debba parlarsi di tal Nome, oppur ripigliar il filo della S. Messa; si conchiuda, che avendo nell’Anno scorso detto molto del primo, è più proprio dir della seconda: tanto più che in tal’occasione cade anche in acconcio commemorarsi dell’augustissimo Nome, ecc. 1. Dettosi dunque dal Sacerdote l’orate fratres, ed aspettatosi che si risponda dal Servente, ecc., passa egli sotto voce a recitar certe orazioni, che appunto dal dirsi segretamente, vengon chiamate Segrete. Indi nella lor chiusa Per dominum nostrum, dicendola pur segreta, alza la voce al Per omnia saecula saeculorum, ed incomincia il Prefazio, ecc. 2. Queste orazioni Segrete sono antiche e di numero son tante, quante son quelle della Colletta, in principio, ove dice l’Oremus prima dell’Epistola, ecc. 3. Prefazio, idest Praelocutio, cioè è un parlare che si fa al Popolo, un Canto prima d’incominciare il SS.mo canone. Al certo è antichissimo. Undici sono i Prefazi, ovvero il Prefazio è di undici parti, secondo le feste. Nove dei quali sono i più antichi, cioè quello di Pasqua, dell’Ascensione, di Pentecoste, del Natale (che si dice anche nel Corpus Domini), dell’Epifania, della SS. Trinità, della Croce, degli Apostoli e della Quaresima: e tutti e nove, come molto antichi 284 13 Benedetto colui che viene. 285 CAP. V SERMONCINI PER LA FESTA DI MARIA SS.MA ASSUNTA (1754-1769) 286 287 Introduzione al capitolo Il capitolo raccoglie sei brani sulla festa dell’Assunta conservati tutti nella miscellanea ASC 23. Il primo sermone del 1754, fu recitato nel monastero delle Vergini, mentre gli altri nella chiesetta dell’Immacolata delle Religiose omonime. L’Autore prepara l’uditorio all’ascolto del racconto della gloria di Maria in cielo con vari esempi. Immagina che Gesù le venga incontro e la porti al trono del Padre dove è incoronata regina degli angeli, dei santi e nostra. Ella è nostra Avvocata, Madre e Rifugio presso il trono della divina misericordia! Spesso don Marcucci conclude il sermone con una preghiera di lode a Maria e di invito agli ascoltatori perché si affidino alla sua dolce intercessione. 288 289 SERMONCINO FAMILIARE Argomento Recitato nel venerabile monastero delle Vergini nella festa della SS.ma Vergine detta del Rifugio (il 15 Agosto) 1754 Iddio con il darci la sua Madre per nostro Rifugio, ci ha dato un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci Il Sermoncino, scritto in bella e chiara grafia dal Marcucci, fu recitato da una religiosa dell’Immacolata Concezione “dentro il venerabile monistero delle Vergini, nel 1754”1. Un bell’esempio di promozione della donna consacrata e di comunione tra Istituti religiosi. Fin dall’inizio della fondazione, don Marcucci aveva scritto omelie, sermoncini e catechesi per le sue Religiose Pie Operaie che poi esse proclamavano ai vari destinatari2. Il Sermoncino, dopo il proemio, si sviluppa in sette punti e si propone di spiegare come “Iddio con il darci la sua Madre per nostro Rifugio, ci ha dato un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci”, Ella è infatti definita Rifugio dei peccatori. Don Marcucci già dal 1752 aveva deciso di celebrare questa festa il giorno dell’Assunzione di Maria3. Possiamo dunque dedurre che l’attuale sermoncino venga recitato il 15 agosto. È così grande il combattimento che vien cagionato al mio povero cuore da due affezioni troppo vive e contrarie, voglio dir dal dispiacere e dal contento, che in me ora provo; che vi assicuro, Ascoltatrici mie stimatissime, mi fanno star titubante senza potermi appieno risolvere, se in quest’oggi tacere, oppur favellare io vi debba. Se per un verso io rifletto a quanto misteriosa e degna sia la Solennità ricorrente dell’eccelsa e gran Regina del Cielo sotto il glorioso Titolo di Nostro Rifugio; io sopravvinta me ne resto da un dispiacer molto vivo, che a me di doverne parlare toccata sia l’incombenza. Una Festività così degna, che abbaglia insino, per così dire, le Serafiche Menti e le Angeliche Lingue ammutolisce; come mai da una d’intendimento sì corto e di eloquenza sì scarsa, come appunto son io, potrà essere con i suoi vivi colori rappresentata? Che se poi dall’altro verso io penso a quanto gradisca la benignissima Vergine, che insin le più semplici lingue ed inette promulghino le alte glorie sue e ne ridican le lodi; io vi confesso, che sento di un indicibil contento e piacere il mio cuore ripieno, in vedermi destinata a consacrar per la prima volta la mia eziandio rozza lingua con il ridirvi di Maria Nostro Rifugio le glorie e le grandezze. Ma intanto a qual verso e partito volger mai mi dovrò ad appigliarmi? Eh ceda pure per questa volta il dispiacere al contento! Sì, sì, voglio sì favellarvi, al miglior modo che io possa, su della Solennità che ricorre. Eccovi pertanto un Pensiero che ne ho formato. Iddio con il darci la sua Madre per nostro Rifugio, ci ha dato un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci. La vostra benigna attenzione accompagni il mio breve Ragionamento. Ed incomincio. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 49-56. 1 Il monastero di santa Maria delle Vergini ad Ascoli Piceno confinava con quello di Sant’Egidio e si trovavano, lungo Corso Mazzini. Nel 1774 mons. Marcucci, mentre era Vicegerente di Roma, ricevette dal papa Clemente XIV l’incarico di delegato apostolico per quietare i due monasteri, entrati in attrito a motivo di una costruzione. Le monache di Santa Maria delle Vergini volevano erigere una sacrestia nella proprietà delle monache di Sant’Egidio, fuori della clausura. Queste ultime rifiutarono di dare il permesso perché ciò avrebbe tolto molta luce al loro refettorio. Mons. Marcucci difese i diritti delle monache di sant’Egidio, bloccando la costruzione (Cf. MARIA PAOLA GIOBBI in Il Palazzo Marcucci ad Ascoli Piceno, dal XVI al XX secolo, Ascoli Piceno 2007, pp. 78-79). 2 Il Triduo e sermone per la festa dell’Immacolata Concezione del 1747, scritti dal Fondatore, furono recitati rispettivamente, Suor Maria Giacoma del SS.mo Sacramento, Suor Maria Rosa dell’Amor di Gesù, Madre Tecla dell’Immacolata Concezione e Suor Maria Dionisia dello Spirito Santo (Cf. FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI, Sermoni per il triduo e la festa dell’Immacolata Concezione (1739-1786), Marcucciana Opera Omnia, vol. III, Dolo-VE, 2004, pp. 22-40). 3 F. M. MARCUCCI, Sermoncino ventesimosesto, sabato 12 agosto 1752, in occasione che incominciavasi il Sacro Triduo in apparecchio alla Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora, ed insieme dell’altra sua Festa sotto il titolo di Rifugio de’ Peccatori, che cade ai 15 di agosto (Cf. ivi pag. 203). 290 1. 4 Il grande e sempiterno Iddio, che dopo aver creato l’Uomo ad Immagine sua, se ne mostrò tanto invaghito, sino a chiamarlo l’oggetto delle sue delizie, Deliciae meae esse cum Filiis Hominum4; non una no, ma mille volte e mille si degnò di tener impiegato a pro dell’Uomo il suo amorosissimo Cuore. Voi osservar ciò potreste, Riverite Ascoltanti, È mia delizia stare con i figli degli uomini. 291 in mille fatti accaduti all’antico Israelitico Popolo il qual’era appunto nel Testamento vecchio il Popolo eletto da Dio per le sue Divine delizie. Quanto a me, un solo di tanti avvenuti successi è bastante per rappresentarvi la Provvidenza di Dio amorosissima. Giunta l’Ebraica Gente al tanto sospirato possesso della Terra di Canaan ossia Terra Promessa (che noi diciam Palestina o Terra Santa); e ripartitesi ivi le dodici Tribù o sieno Generazioni, in cui era diviso tutto l’innumerabile Popolo; ordina Iddio con premura, che affin il governo ne sia fatto sempre con tutta equità, ed abbia tra tanta Gente il suo vigor la Giustizia; ordina, ripeto, che vi sieno eletti dei rettissimi Giudici ed aperti dei regolatissimi Tribunali. Oimè, miseri infelicissimi Rei! Ecco non solo a voi doverosamente tolta ogni baldanza e sfrenatezza di vivere; ma di più rigorosamente preclusa ogni strada di sospender con la fuga ogni sdegno dei Giudici e di sfuggire i rigori del meritato castigo. Sì, diciamo noi in tal guisa; ma non così però disse il clementissimo Iddio. La sua infinita clemenza e misericordia anche verso dei miseri Rei fece volger l’occhio benigno. Pertanto impose che tra vari Luoghi e le tante Cittadi di quel vasto Paese, erette e stabilite ve ne fossero alcune, le quali non sol si chiamasser, ma in realtà divenissero Città di Rifugio; e così a chi di tanto Popolo la mala sorte avvenisse di cader in qualche reità, facile si desse lo scampo, se lo volesse, dalla Giustizia; e tempo si concedesse con il porsi in sicuro nella Città di Rifugio di aggiustar la sua Causa e di muovere gli animi irritati dei Giudici alla clemenza. 2. 292 Or le stesse, anzi molto più amorose finezze ha voluto mostrar la Divina Misericordia sopra di noi Cristiani, che siam’ora il caro e prediletto Popolo del Testamento nuovo. Si è pur degnato l’Altissimo di stabilir anche per noi una Città di Rifugio, non già però vile e materiale come qualcuna delle antiche Cittadi, ma bensì una Città viva ed animata, rispettata dal Mondo tutto non solo ma ancor da tutto l’Empireo. Richiamate di grazia, Ascoltatrici mie, alle menti vostre quel che in ispirito previde e predisse della Regina del Cielo il Reale Profeta. Previde ben’egli che il grande Iddio sarebbe un giorno disceso ad abitar personalmente per nove mesi nel purissimo Ventre di Lei; e perciò con bella allegoria chiamar la volle con il titolo di sontuosa ed animata Città di Dio: Gloriosa dicta sunt de te, Civitas Dei5. E questa appunto è quella bella ed animata Città rispettabile, che ha stabilita il Gran Padre delle Misericordie per nostro sicuro Rifugio; conforme tutta gioliva la decanta la Chiesa Refugium Peccatorum. 3. Che se è così, chi vi ha tra voi che non scorge chiarissimo, che avendoci Iddio assegnata per Rifugio la sua medesima Madre, ci ha dato ancor un Mezzo assai sicuro per eternamente salvarci? Abbia la ragione il suo Luogo. È certo presso tutti i Teologi che la sapientissima Provvidenza Divina qualor addossa ad un Anima prediletta un qualche uffizio ed incarico, la fornisce nel tempo stesso di tutte quelle cose che le son necessarie, affin riuscir possa felice nell’eseguirlo. Or avendo addossato alla Vergine il grande incarico di far da nostro Rifugio, cioè a dire, di far come da Mediatrice e Mezzana per placarci la Divina Giustizia, per imploraci la Divina Misericordia, per impetrarci il perdono, la pace e la salvezza: chi vorrà dir mai, che Iddio non l’abbia nel mentre stesso fornita di tutto ciò che vi era duopo, affin questa mezzanità riuscisse dal canto suo valevole, efficace e assai sicura? 4. Due cose indispensabilmente erano necessarie alla gran Vergine affin fosse per parte sua nostro valevol Rifugio e Mezzo assai sicuro per la nostra salute; cioè a dire, le era necessario un gran potere, ed un pronto volere o sia un Cuor molto amoroso, che val lo stesso. Or chi può mai qui ridirvi, Ascoltanti, quanto sia grande il Poter di Maria? Se io qui vi ridicessi in succinto, quanto mai attoniti e stupefatti i Santi Padri tutti ne dissero; voi al certo ne udireste gran cose; ma pure ne udireste il minimo. Se io vi assicurassi, che anche di Nostra Signora può ripetersi con la debita proporzione quel che del suo divin Figlio sta scritto, Data est illi omnis potestas in Coelo, et in Terra6: e di più, che le sue Preghiere in Cielo, non sono suppliche no, ma tanti imperiosi 5 6 Di te sono state dette cose stupende, o città di Dio. Le è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 293 comandi: voi all’udir ciò, udireste molto, ma non anche il tutto. E perciò affin entriate più addentro nel gran Potere di Maria, figuratevi questo per altro impossibile caso, cioè che uniti da una parte gli Angioli tutti, ed insiem con lor quanti mai di innumerabili Abitatori accoglie in seno il Paradiso; uniti così, ripeto, dimandassero a piene voci e con calorose istanze dal Trono della Divina Giustizia l’eterna mia dannazione: ma che dall’altro canto, figuratevi, che la Vergine sola, come mio potente Rifugio, chiedesse per me pietà al Trono della divina Misericordia: credete pure per certo che io già mi terrei per sicura e per salva. O Poter altissimo dunque di Maria e chi potrà mai comprenderti! 5. Ma su, che a questo gran Potere un egual pronto volere in Lei va sempremai unito. Lo credereste? Non così tenera affezionatissima Madre è pronta a prestare soccorso ad un suo unico amatissimo Pargoletto, com’è pronta Maria SS.ma a somministrare a noi il suo efficacissimo aiuto. Così con San Gregorio VII e con San Pier Damiano tutti gli altri Santi Padri ce la descrivono; e con tutta la ragione e fondamento. Perciocché l’amor siasi tenero quanto si voglia di tutte le Madri del Mondo, può chiamarsi un amor da nulla rispetto all’Amor di Maria verso di noi. Onde ne viene esser’ella così sollecita della nostra Salute, che è assai essa più pronta ad aiutarci e rifugiarci con il suo Patrocinio potente, di quel che noi stesse pronti siamo a fare a Lei umile e confidente ricorso. 6. Alto, Ascoltanti. Se Iddio adunque si è degnato di darci un Rifugio ed un Mezzo di sì gran Potere e di sì pronto amoroso volere: confessiamola pure, che è purtroppo vero che ci ha dato ancora un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci. 7. Deh s’è così e che più angustiarci tra tante nostre miserie? Che più avvilirci fra tante nostre imperfezioni? Che più perderci di animo tra tante passioni sconvolte? Su su, coraggio! Al nostro potente e amoroso Rifugio facciam pronto ricorso. A Lei presentiamo pure le nostre lagrime; a Lei esponiamo i nostri bisogni: nelle sue Mani riponiamo i nostri buoni e risoluti propositi. A Maria, nostro Rifugio i nostri pensieri; 294 a Maria i nostri affetti, i nostri Cuori e tutte noi stesse. Essa vi penserà: essa ci rifugerà: essa ci salverà. Procuriam noi con tutto lo sforzo esserle fedeli divote: e non dubitiamo che ci manchi di fedeltà in proteggerci ed aiutarci. 8. Sì, si, così teniam di certo, Vergine gloriosissima: e speriam senza altro, che dopo di aver noi goduto e celebrato il vostro potente ed amoroso Rifugio quaggiù in Terra, giungeremo un dì ad encomiarlo nel Cielo. Amen. Dino Ferrari, L’incoronazione di Maria in cielo, tempera, 1965, Ascoli Piceno, ovato nel soffitto del parlatorio della Casa Madre. 295 SERMONCINO FAMILIARE SOPRA LA GLORIOSA ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA Recitato in sedia nel giorno della sua festa, Martedì 15 Agosto 1758, nella Chiesa dell’Immacolata L’Autore prepara l’uditorio all’ascolto dell’argomento, immaginando i sontuosi festeggiamenti dell’illustre concittadino ascolano Ventidio Basso, a Roma, in occasione della gloriosa vittoria riportata comtro i fieri ed ostinatissimi Parti, popoli della Siria. Certamente, ancora più emozionanti e sontuosi saranno stati i festeggiamenti riservati a Maria SS.ma nel giorno della sua gloriosa Assunzione al cielo. “L’eterno Padre la rivestì di sua onnipotenza, il divin Figlio della sua sapienza, lo Spirito Santo del suo amore”. In quel giorno, Maria fu incoronata di dodici stelle, Regina per sempre degli apostoli e dei profeti, tra le acclamazioni e le meraviglie degli angeli e dei santi; il suo trono fu collocato alla destra di Dio. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 121-126. Ave Maria 1. Non vi è chi non brami di essere spettatore di un eroe che trionfa; perciocché le magnificenze di un eroe trionfante sorpassano di qualsivoglia spettatore ogni credenza. Il sempre grande Agostino, che nella vincita di se stesso e nel disprezzo del mondo, divenne sì glorioso maestro; nulla di meno (lo credereste mai, Uditori?) era così sorprendente l’idea, che dell’antico Trionfo cùrule o sia maggiore di Roma, in solamente leggendolo, si era formata; che a confessare si fece, che tra le cose, di cui avess’egli a desiderare di essere spettatore su questa terra, una sarebbe stata, il trovarsi cioè una volta presente alle grandiosi feste di Roma nel glorioso ritorno di qualche suo capitano supremo, che sopra carri superbi trionfali faceva trionfante e vittorioso in quella gran dominante l’ingresso. Sebbene, cosa mai di grazia avrebbe egli alla fine osservato? Avrebb’egli veduto, a cagione di esempio, il più sontuoso dei Trionfi Romani, che fu quello del nostro illustre concittadino P. Ventidio Basso, per la gloriosa vittoria dai fieri ed ostinatissimi Parti, popoli della Siria, con tanto onor riportata (a). E quindi avrebb’egli sulle prime osservato spedirsi al nostro vittorioso duce cospicui ambascia- (a) Appian. Alex., lib. 5, De Bell. civil.; Sigon. in Fast. de P. Ventid. 296 dori dall’augusto Senato a portargli il glorioso titolo di Imperadore Romano ed all’approssimarsi poi di Ventidio, moversi i Senatori tutti, di bianche toghe maestosamente vestiti, per fargli l’onorevole incontro. Indi veduto avrebbe l’Imperadore novello, coperto di ricca Porpora, tutta ricamata ad oro, con varie figure rappresentanti le segnalate sue imprese e conquiste, aver nelle gambe i suoi borzacchini o sieno stivaletti, guarniti di grosse perle; portare una imperial corona di oro sul capo; ed impugnar nella destra il gran baston di comando ed un bel ramo di alloro nella sinistra; assiso poi alla cima di un maestosissimo carro trionfale, ornato tutto di avorio e di lamine di oro, tirato da due leoni riccamente bardati (b). Ed inoltre circa la bella ordinanza di un siffatto trionfo, osservato egli avrebbe proceder alle prime un folto stuolo di scelti musici e sonatori con belle corone in capo, facendo risuonar l’aria delle lodi del trionfatore glorioso. In seguito, venir vari vaghissimi carri, ripieni di città e provincie conquistate, lavorate tutte in rilievo. Indi, seguir i carri di tutte le spoglie, tende, macchine ed altre robe prese ai nemici. Poscia venire i Re prigionieri e tutti gli altri Duci soggiogati e vinti. In appresso, proceder tutti in gala sfarzosa i Capitani dell’Esercito Romano vincitore, con ricche corone in capo e con la spade denudate e risplendenti alla destra. Dopo questi, comparire il maestosissimo carro trionfale dell’Imperadore Ventidio; davanti a cui venivasi spargendo di fiori tutto il terreno. Dietro al maestoso carro, avrebbe veduto venir tutto pomposo l’augusto Senato. Indi tutti quei Cittadini Romani, che dal trionfatore erano stati alla libertà ridonati. Alla fine, i Flamini o sieno gran Sacerdoti con la vittima principale del bue bianco, che sacrificar si doveva nel Campidoglio. Ed intanto, osservati anche avrebbe aperti e ben addobbati tutti i Templi di Roma; gli Altari carichi tutti di incensi e di offerte; e le Piazze e le Strade ripiene di giuochi festosi e di allegrie. Giunto poi al Campidoglio il gran carro e discesone il gran Ventidio, veduti avrebbe i Senatori tutti, in mezzo a suoni di spiritose trombe ed agli evviva d’innumerabile popolo, passar seco delle congratulazioni più tenere ed obbliganti; ed insiem con lui della vittima principale eseguire l’offerta. Tuttociò, ripeto, osservato avrebbe Agostino, se a seconda dei suoi desideri trovato si fosse presente al maggior Trionfo di Roma. Eppure non sarebbe stato alla fine spettatore di altro, che di un Trionfo di poche ore (b) ex Chamborj v. Trionfo, Tomo 8. 297 e di pochissimo conto, perché formato dalla debole industria dell’uomo e dalla fievol potenza di questa misera terra. Io per me, avrei piuttosto bramato, Uditori, di vedere un altro Trionfo di una assai più nobile e sontuosa magnificenza e di un’eterna durata. M’intenderete, già credo. Ecco quel dì glorioso, in cui la gran Vergine, essendo Assunta in cielo, vi fece l’ingresso con il più maestoso Trionfo che mai dir si possa e così trionfante, coronata perpetuamente ne restò. In perpetuum, così ce lo rammenta tutto festoso il Savio (Sap. 4, 2), in perpetuum coronata triumphat. A questo sì, oh quanto di buona voglia mi sarei pur trovato! O allora al certo in questo dì festivo, qualora mi fosse stato promesso, avrei potuto contarvene delle gran cose. Sebbene di questo Mariano Trionfo, le lingue ancora di tutti i comprensori beati non sarebbero bastevoli, allo scriver di Girolamo, di pubblicarne le glorie. Troppo in eccesso fu esso mirabile, magnifico, glorioso. Ed a costituirlo in tal guisa vi concorse Iddio, la Vergine, il Cielo ed il Mondo: Iddio con la sua onnipotenza e sapienza infinita, la Vergine con le sue virtudi e conquiste, il Cielo con le sue acclamazioni e meraviglie, il Mondo con le sue umiliazioni e preghiere. Pertanto, di un Trionfo così ineffabile, siccome indarno vi affatichereste voi per comprenderne tutte le magnificenze, così invano aspettereste da me sentirne dilucidate le circostanze. Basti a voi di creder sempre più grande il Trionfo di Maria in questo dì glorioso, di quanto mai alto pensar ne poteste. E basti a me di proporvene succintamente un abbozzo di tutte quelle grandezze, di cui a pura creatura veruna favellar pienamente non lice. 2. 7 E senza perder punto di tempo, ecco come concorse Iddio con la sua Onnipotenza e Sapienza infinita a costituir mirabile, magnifico e glorioso il Trionfo di Maria in questo giorno del suo ingresso nel Cielo. Non vi ha dubbio, che all’ingresso di ogni anima gloriosa in quella Patria beata, spicca talmente l’Onnipotenza e Sapienza di Dio nel costituire magnifico e sontuoso il di lei Trionfo, che ogni Anima vien costretta a confessar con Davide, esser opera della sola mano di Dio la sua esaltazione e Trionfo: Dextera Domini exaltavit me7 (Psal. 117,16). Di ciò ne fu dato un saggio all’evangelista Giovanni: Vidi Jerusalem novam La destra del Signore mi ha esaltato. 298 descendentem a Deo8. Ma queste sono vie ordinarie ed ordinari Trionfi con la Madre sua tener volle lo straordinario, ecc. Fecit potentiam in brachio suo9. Non suole il Re muoversi dalla sua Reggia all’incontro: ma qui si mosse: Surrexit rex in occursum eius10 (2 Reg.), a guisa che Salomone fece con Bersabea. Volle che la sua veste fosse quomodo intuar illa? (Cant. 5), tutta nuova, tutta singolare, non mai più veduta. Mulier amicta sole11. L’eterno Padre la rivestì di sua onnipotenza, il divin Figlio della sua sapienza, lo Spirito Santo del suo amore. Mulier amicta sole. Quanto poi al luogo, al Trono, positus est Thronus mei Regis, quae sedit ad dexteram eius12 (2 Reg.). 3. Ineffabile già il trionfo per l’incontro, per l’abito, per il trono; vediamo ora di qual corona venga Ella coronata. In capite eius corona stellarum duodecim, Regina Apostolorum, Prophetarum13. 4. Le acclamazioni e maraviglie del cielo, quae est ista quae ascendit sicut aurora consurgens, pulchra ut luna et cantabant canticum novum: Assumpta est Maria in coelum gaudent angeli, laudantes14. Visione del B. Giovanni Menesio sopra San Michele Arcangelo. 5. Il mondo con le sue umiliazioni e preghiere: Luna sub pedibus eius15, ecc. Accede, adiunge te ad currum ipsum, et Elia16, ecc.: così a san Filippo Benizi, a S. Arnolfo vescovo di Scippon, ecc. San Bernardo: Praecessit nos Regina nostra et tam gloriose suscepta est, ut fiduciosi sequantur Dominam servuli, clamantes: Trahe nos post te, in odorem unquentorun tuorum currimus17, ecc. 8 Vidi la nuova Gerusalemme discendere da Dio. Dio fece meraviglie con il suo braccio. 10 Si alzò il Re in suo aiuto. 11 Una donna vestita di sole. 12 Fu posto il trono della mia Regina che siede alla sua destra. 13 Nel suo capo una corona di dodici stelle, Regina degli Apostoli, dei Profeti. 14 Chi è Costei che sale come aurora che sorge, bella come la luna e cantavano un cantico nuovo: Maria è stata assunta in cielo godono gli angeli e inneggiano. 15 La luna sotto i suoi piedi. 16 Avvicinati, accostati al carro ed Elia… 17 Ci ha preceduto la nostra Regina ed è stata innalzata tanto gloriosamente che i servi fiduciosi seguono la Signora esclamando: Attiraci dietro di te, corriamo al profumo dei tuoi unguenti. 9 299 REFUGIUM MEUM ES TU Nel Salmo trentesimo [15 Agosto] 1759 Non vi è chi non brami, Riveritissime Madri trovar nelle sue traversie il conforto e nei pericoli suoi lo scampo ed il rifugio. A questo non tanto il bisogno ci sprona, ma lo stesso amore innato che, della nostra salvezza in noi si annida, continuamente ci porta e dirò così, non poco ancor ci violenta. Velocissima corre a rintanarsi la lepre, allorché inseguita dal cacciatore; e la timida rondinella al suo nido ritorna, qualor attorno si veda l’affamato sparviero; ed ambedue non mai si credono sicure, sinchè a quel bramato rifugio non si veggono giunte. Che se tanto in creature, prive pur di ragione, l’amor del proprio salvamento è sì possente; che sarà mai in chi e la ragione non solo soggiorna, ma ancor vi regna la fede? Qualora mosso a pietà l’Altissimo, assegnar volle agli Ebrei varie città di rifugio, ove fuggito chiunque di reità si trovasse incolpato, restasse dall’umana giustizia sicuro; non si videro città più popolate di quelle, perché più di quelle non si trovaron città più ricercate. Se vi ha nel mondo persona, che di non esser soggetta agli assalti infernali, né di esser punto in nulla colpevole, gloriare si possa; avrà ben motivo di non aspirare a qualche rifugio; perché questo a chi non soggiace a colpe o a pericoli, non fa punto bisogno. Ma se persona tale, non accade cercarla; a che dunque andar rintracciando, se chi non brami il suo scampo, esser vi possa? Ah che di questo sicuro Rifugio ne va pure in cerca ciascuno, perché utile ciascun lo conosce e necessario. Sebbene, mie riverite Madri, dove poi il trovarlo, lo ottenerlo mai dove? Io per me, se lo sguardo della mente quaggiù nel basso mondo rivolgo, non saprei dove posarmi; perciocché pericoli ed assalti e malori da ogni parte li vedo; sicurezza però io non la trovo. Alti dunque i pensieri, altronde si volgano pure le nostre ricerche. Ah che lassù in cielo ha collocato l’Altissimo il nostro Rifugio e di lassù solamente accordata ci viene la sicurezza. Ma chi sarà questa nostra sicurezza, questo nostro Rifugio? Quella appunto, che col glorioso encomio di universale Rifugio onorata viene da Santa Chiesa ed oggi specialmente da noi nella solennità ricorrente, voglio dire, la gran Regina dei cieli, la nostra Immacolata Signora, Maria SS.ma. Favorite non di altro, che di ascoltarmi benignamente; e mio sarà l’incarico di palesarvi, se con quanta ragione la chiamiamo sicuro Rifugio. L’Autore si rivolge alle religiose Concezioniste che chiama “mie divotissime Madri”, nel giorno della festa di Maria SS.ma, sotto il titolo di “nostro rifugio” che sappiamo don Marcucci aveva stabilito di celebrare nella chiesa del suo monastero, nel giorno dell’Assunzione di Maria al cielo, tenendo esposta alla pubblica venerazione la miracolosa immagine da lui usata durante le sacre missioni18. Da questa informazione, possiamo dedurre che l’attuale sermoncino venga recitato il 15 agosto dell’anno indicato. Nel proemio l’Autore prepara gli ascoltatori con efficaci e poetiche similitudini prese dal mondo della natura. Come la lepre corre velocissima a rintanarsi quando si accorge di essere inseguita dal cacciatore e la timida rondinella ritorna al suo nido quando vede il falco affamato, a maggior ragione noi, dotati di ragione e di fede, ci affidiamo nei pericoli a chi può salvarci. La Chiesa nella festività odierna propone come nostro rifugio la gran Regina dei cieli, Maria SS.ma, a motivo della sua maternità divina. Dio ha voluto, come afferma san Bernardo, che noi ricevessimo ogni grazia per mezzo di Maria. Ella è Madre di misericordia, di clemenza e di amore senza misura. L’Autore vuole “con il cuore sulle labbra ringraziare vivamente” Maria SS.ma perché lo voglia “fra le rifugiate aggregato”, cioè fra le sue religiose ed abbia anche a lui “diretti i suoi dolcissimi inviti”. Conclude con una intensa preghiera alla Vergine per ringraziarla, a nome di tutte, per essere “nostro caro e sicuro rifugio”. Si propone di ripetere continuamente alla Vergine santa “Refugium meum es tu” e giunto in cielo, per sua intercessione, di far festosamente rimbombare a sua gloria queste care espressioni del suo cuore. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 57-62. 1. 18 Cf. ivi pagg. 203; 209. 300 Che la gran Vergine sia nostro sicuro ed universale Rifugio, non ci vuol molto a capirlo, perché e il cielo e in terra e le creature tutte si aiutano concordemente a dimostrarlo. Da che essa eletta fu per Madre del 301 Divino Unigenito acquisrò la plenipotenza sopra tutto il creato ed Angeli ed uomini e bruti e stelle e pianeti, unitamente con tutto l’altro, che dal nulla ebbe il suo essere dal l’Onnipossente Potenza di Dio, furono soggettati a Maria; perché Maria fu di ogni cosa dichiarata signora, arbitra, imperatrice, regina. Si stende il poter suo sopra tutto l’empireo, si spande su tutto il mondo e giunge sino al più basso dell’inferno; a motivo che nell’inferno, nel mondo e nell’empireo eseguiti vengono i suoi voleri e riveriti ossequiosamente i suoi comandi. 2. Unita al gran potere, chi vi è tra noi che non sappia, mie riverite Madri, posseder anche la Vergine una uguale clemenza? Divise con Lei il suo Divin Figlio, come ad esprimer si fece l’angelico San Tommaso; divise, ripeto, il beatissimo regno dei cieli e serbandosi per se stesso quella parte, ove signoreggiava tutta gloriosa la divina giustizia, donò l’altra alla Madre ove risplendeva benigna e clemente la divina Misericordia. In quel che riguardava il dare al mondo il giusto e meritato castigo, egli solo intitolar si volle Re di giustizia il Divin Redentor. In ciò che poi concerneva l’usare delle grazie e delle gratuite non meritate finezze, volle che la sua Madre, regina di misericordia, ne fosse e di clemenza. Quindi in faccia a tutto il cielo non solo, anzi che al mondo tutto, a protestare si fece, come dice Bernardo, che veruno da lui presumesse di ottener grazie e favori, se non per mezzo sol di Maria, che benigna dispensatrice n’era stata prescelta: omnia nos habere voluit per Mariam19. 3. 4. Or se per essere universale e sicuro Rifugio in tutti i travagli, in tutti i malori, in tutti i bisogni e in tutti i tempi, egli è duopo in chi lo sia e potenza senza pari e clemenza senza limiti ed amore senza misura; trovatemi voi, Ascoltatrici, se vi dà l’animo, in terra o in cielo persona, dopo il Divin Verbo umanato, più potente di Maria e più di Lei clemente ed amorosa, od almeno a Lei uguale; che io di buona voglia cederò qui pronto al mio assunto. Che se con voi le creature tutte si uniscono a confessarla, sopra tutte di gran potere ricolma, di clemenza e di amore; ed unitevi pure anche voi con tutto il creato a riconoscerla e pubblicarla per unico nostro, caro, sicuro, ed universale Rifugio. 5. Io per me vi confesso, Riverite che mi ascoltate, che ogni qualvolta mi si ravvolge alla mente quel che la Vergine stessa, per fugar da noi ogni dubbio e timore, saper ci fa per mezzo del suo prediletto servo San Giovan Damasceno, stento molto a rattenere le lagrime di tenerezza. Olà, dice Maria, fatevi pure innanzi o anime giuste, ma che pusillanimi siete nel mio servizio; e voi pure o anime peccatrici, che risolute già di emendarvi, disperate quasi di implorare il perdono; fatevi pure innanzi, ripete, rifugiatevi in me di buona voglia, senza tanto timore e con piena fiducia: Ego refugium iis, qui ad me confugiunt; accedite20. Su, su, venite venite, a dir segue tutta premurosa e benigna, io, io sono costituita il vostro caro Rifugio, io il vostro sicuro Rifugio, io il vostro universale Rifugio, ego Refugium. Che temete, se io posso tutto per voi, se per voi sono tutta clemenza, se per voi ardo di amore? Ego Refugium. Deh, via su, accostatevi francamente: accedite. Dite su, alla vostra benigna Avvocata, alla vostra potente Signora, alla vostra amatissima Madre, dite su, che bramate? Volete il perdono? Chiedetelo pur di cuore e ad impetrarvelo già me n’impegno. Volete la grazia di trionfare in avvenir di voi stesse e del tentatore nemico? Siate voi vigilanti, vi do parola, l’avrete. Accedite, et gratiarum dona affluentissime haurite21. Via, via, ripiglia la graziosa Signora, accostatevi a me, fidatevi pure del mio dolcissimo cuore. Io vi darò il soccorso nei mali del corpo, io vi assiste- Pari alla clemenza trovasi in Lei verso di noi l’amore. E qui per troppi titoli ella è forzata ad amarci. Sì perché sin dalla croce ci fu dal Redentore donata per Madre. Sì ancora perché si vede nel sacro petto un cuore, sopra le pure creature tutte il più amoroso. Ami pur teneramente Sara il suo piccolo Isacco; ami Rebecca il suo prediletto Giacobbe; Anna il suo Samuele; ed ogni altra amatissima madre i suoi teneri figli. Ma cedano tutte all’amor di Maria verso di noi; perché appunto noi, sopra di tutte ci ama. 20 19 Volle che noi avessimo tutto attraverso Maria. 302 21 Io sono il rifugio per coloro che a me si rifugiano, venite. Venite e attingete abbondantemente i doni delle grazie. 303 rò nei bisogni dello spirito; io prenderò la cura della vostra vita. Io assumerò la gran causa della vostra felicissima morte. Basta che voi mi amiate: basta che mi serviate di cuore: basta che dal vostro canto fedeli a tutto costo mi siate sino alla morte. Del resto, non vi affliggete più, non paventate no, non temete: ego refugium; accedite, et gratiarum dona haurite. O poter di Maria! O clemenza ed amor di Maria! 6. Guardimi pure il cielo, mie divotissime Madri, che ora voglia pur io aggiunger menomo che di parola, per provar di vantaggio, che la gran Vergine è l’unico nostro universale e sicuro rifugio. Deh che farei troppo torto alle sue care esibizioni ed indubitate promesse, se l’ardire avessi io di più favellarne. Voglio piuttosto con il cuor sulle labbra vivamente ringraziarla, che me ancora fra le rifugiate aggregata mi abbia ed a me pure diretti i suoi dolcissimi inviti. 7. Sì, sì o gran Regina del cielo, io son qui ai piedi vostri SS.mi umiliata; ed a nome, non tanto mio, che di tutte, mille grazie vi rendo, che degnata vi siate di essere nostro caro e sicuro rifugio. O quanto giubila e tripudia il mio povero cuore il ripetervi: Refugium meum es tu. Ah che da qui in poi ve lo dirò cento e mille volte in ogni mia occorrenza, in ogni mia angustia, in ogni mio bisogno! Refugium meum es tu. Voi il mio caro rifugio in vita: voi il mio potente rifugio in morte: voi il mio glorioso rifugio ancor dopo la morte. Refugium meum es tu. Ed oh avess’io le lingue degli angeli tutti, per poter pubblicare al mondo intero, che voi caro siete il nostro rifugio! Refugium meum es tu. Avess’io sì i cuori di tutti i serafini del cielo, per potervi amare tanto e poi tanto in ricompensa che siete il mio dolce, il mio amato, il mio grazioso rifugio. Refugium meum es tu. Ah, che prima fugga dal mio petto il cuore, parta pure dal corpo quest’anima, muoia pure io prima; che abbia mai più a partire e ad allontanarvi da voi, rifugio mio amabilissimo. Refugium meum es tu. Spero sì e lo spero, che giungerò un giorno; e sarà quel giorno, in cui vostra mercè sarò salva; spero, dissi, di far festosamente rimbombar a vostra gloria per tutto il cielo, queste care espressioni del mio cuore: Refugium meum es tu, Refugium meum. 304 BREVE DISCORSO SOPRA LA GLORIOSA ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA, 1759 L’Autore descrive con tocchi poetici lo stupore e l’allegrezza che l’Assunzione della beatissima Vergine Maria suscita sulla terra e in cielo. Don Marcucci crede che Dio abbia dato alla SS.ma Vergine la possibilità di scegliere “di morire, oppure di volare all’Empireo” e che Maria scegliesse di morire, per imitare il suo Divin Figlio. La sua morte, però, avvenne senza dolore e, per opera dello Spirito Santo, “fu l’effetto di un vivo sforzo di amore”. Secondo la narrazione di san Giovanni Damasceno gli Apostoli portarono il corpo di Maria a Gerusalemme e lo posero in un decoroso sepolcro. Rimasero lì tre giorni continui, raccolti in preghiere di lode a cui furono udite si aggiunsero le voci degli angeli. Il terzo giorno gli Apostoli aprirono con riverenza la sacra urna e, con grande meraviglia, si accosero che il corpo di Maria era stato miracolosamente assunto in cielo. I serafini e gli angeli nel vederla giungere in cielo si chiedevano: “Chi è mai costei, chi è, che così di delizie, di grazie e di privilegi ricolma, sen viene dal basso mondo a regnar così gloriosa sopra i nostri cori qui in cielo?”. Questo interrogativo, posto sulla bocca dei serafini, è una finzione poetica per esprimere lo stupore che essi provarono nel vedere lo stesso Monarca divino venirle incontro festante. Ciò è motico di gioia per tutti, anche per i peccatori: Maria è nostra Avvocata, Madre e Rifugio presso il trono della divina misericordia! L’Autore conclude con una preghiera molto sentita dove ringrazia la SS.ma Vergine e le rinnova l’affidamento, anche a nome di chi lo ascolta, per poter un giorno contemplare le sue glorie. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 193-200. Supra modum Mater mirabilis (Nel secondo dei Maccabei al settimo) 1. Arrecar maraviglia al mondo, è cosa da poco. Ogni novità, ogni insolito avvenimento è da tanto, che seco trae la maraviglia di ognuno. Il punto sta di potere, che il cielo ancora resti talor stupefatto. O qui sì, non saprei chi mai con ragione gloriar si possa di tanto. Gentilissimi Uditori lo credereste? La gran Vergine sola è pur quella, che a gloria sua singolare ascriver può di aver fatto stupire e terra e cielo. Degli altri suoi maravi- 305 gliosissimi pregi ne taccio. Chiamo in testimonio soltanto quell’augusto e glorioso mistero, che ossequiosi veneriamo in quest’oggi, della sua Assunta. Di questa sì, mostrar vi voglio gli stupori, le meraviglie. Ed eccovene l’argomento. La Vergine fu in questo dì felicissimo di stupore alla terra e al cielo ed a tutti di universale allegrezza. Supra modum Mater mirabilis22. Se favorirete di prestarmi benignamente la vostra attenzione, spero che soddisfatti sarete. Incominciamo. 2. I primi stupori che ebbe il mondo in questo ricorrente mistero dell’Assunzion di Maria, fu per il modo meraviglioso, com’ella da questa all’altra vita fece passaggio. Pose Iddio in mano della gran Vergine la libertà di morire, oppure di volare all’Empireo senza che gustasse la morte. Scelse ben ella, nol niego, il morire, per imitar da vicino il suo Divin Figlio: ma pure, se morir volle prima di essere assunta, non fu la sua morte cagionata da eccessivi dolori, come avviene in ogni altro; ma bensì fu un forte effetto di un vivo sforzo di amor santo e divino. 3. 23 5. Sebbene, Uditori, non fu la gran Vergine di stupor solamente alla terra in questo dì glorioso; ma al cielo stesso cagionò dell’ammirazione oltre grande. Gli Angeli tutti ed insino i Serafin più alti di quella celeste magione, sapevano pur troppo quanto ricca di santità e di grazia, superiore ad ogni altra di pura creatura, fosse mai sempre dotata la loro Regina. Sapevano eziandio, non lo nego, quanto sublimata di gloria sopra tutte le celesti gerarchie, esser ella doveva. Ma pure, perché ancora così all’eccesso gloriosa veduta mai non l’avevano; al comparir ch’ella fece all’empireo, così glorificata a larga mano da Dio, talché da se sola costituiva un bel paradiso a parte; attoniti gli Angeli, i Cherubini ammirati e stupefatti i Serafini ancora, quasi più non la ravvisassero tra quell’oceano immenso di luce, di splendore e di gloria; ad interrogarsi vicendevolmente si fanno, Quae est ista, quae est ista, quae ascendit de deserto deliciis affluens?25 Chi è mai costei, chi è, che così di delizie, di grazie e di privilegi ricolma, se ne viene dal basso mondo a regnar così gloriosa sopra i nostri cori qui in cielo? Quae est ista, quae est ista? 6. Che se avessi io avuta la bella sorte a trovarmi presente a tali angeliche ammirazioni, deh beatissimi spiriti, avrei loro detto, ed è possibil, che raffigurar non possiate chi sia costei, che è divenuto l’oggetto dei vostri stupori? Ma e non foste voi quei, che fin dal primiero istante dell’Immacolato suo Concepimento insino all’ultimo respiro di sua SS.ma vita laggiù in terra, a gara faceste sempre di ossequiarla e di ser- Risappiamo pur noi dalle Divine Scritture, che l’amore celeste quando regna assoluto in cuore, si fa così forte e possente, che è valevol non solo a separare il cuore dal mondo, ma a troncar dal corpo questa misera vita: fortis est ut mors dilectio23. Or tanto accadde nella Regina del cielo, allorché sulla fine del viver suo trovossi. Lo Spirito Santo, che con la pienezza del Divino Amore fermata avea la sua sede nel sacro cuor di Maria, le accrebbe talmente l’incendio in quegli estremi, che convenne alla Vergine ceder alla forte veemenza di amore, e così dolcemente morire: fortis est, ut mors dilectio. 4. 22 a gara il tenero canto dei SS.mi Apostoli sopra il sepolcro della Vergine, far eco ne volle con una angelica melodia, che per quei tre dì continuamente da tutti udir si fece. In capo al terzo giorno tornan gli Apostoli ad aprir riveriti la sacra urna; ma con maraviglia maggiore, non rinvenendovi più quel sagro Pegno ivi depositato; obstupefacti miraculo24, come il Damasceno precitato conchiude, si avvidero che in un coll’anima beatissima glorificato, era stato lassù nell’empireo miracolosamente trasferito ed assunto. O prodigi non mai veduti! O meraviglie! Ma non finirono qui gli stupori del mondo. Morta la Vergine, ed adunati gli Apostoli in Gerosolima, trasportaron quel divinissimo corpo in Getsemani in un decente sepolcro, come distintamente ci narra San Giovan Damasceno. Tre giorni continui vi stettero a celebrar con sacri inni di lode sì felice maraviglioso passaggio, ed il cielo emulando Madre oltremodo mirabile. L’amore è forte come la morte. 306 24 25 Stupefatti per il miracolo. Chi è Costei che sale dal deserto piena di delizie? 307 virla? Non foste voi, che pocanzi sollevandola in aria, tra mille soavi e sovraumani concerti, qualor passaste vicino al ciel della luna, vedeste questa spiccarsi e correr tosto a porsi sotto i beati piedi di lei, per goder la sorte di aver servito una volta per suo sgabello e riposo? Luna sub pedibus eius26. Voi pur eravate, sì con essolei, qualora giunta più in alto al cielo del sole, vedeste questo, spander folgoreggiante tutti i suoi raggi, per vestirla da capo a piè del suo vago splendore: Mulier amicta sole27. E per finirla, allorché sollevandola più in alto al firmamento, osservaste pure spiccarsi tutte brillanti le stelle per formarle intorno al divino capo una preziosa corona: in capite eius corona stellarum28. Che più! E non foste ancor voi spettator, quando all’ingresso nel beatissimo regno, lo stesso gran Monarca celeste le venne incontro tutto festoso? Surrexit Rex in occursum eius29. 7. In tal guisa, ripeto, mi sarei fatto a ridire agli Angelici spiriti; ma senza profitto. Perciocché la gloria, con cui Nostra eccelsa Signora, fu in ciel sublimata nella sua Assunta; sino ad esser colassù collocata alla destra stessa del Figlio: Astitit Regina a dextris30, fu una gloria così sorprendente, che abbagliate ne rimasero per lo stupore le angeliche stesse pupille. 8. Non fia ammirazione adunque, se la gran Vergine, che di maraviglia servì sì alla terra, che al cielo, fosse ancor nella sua Assunta di universale, comune allegrezza. Perciocché in questo dì glorioso tripudiarono gli Angeli, perché con la presenza bellissima della loro Regina, viddero accrescersi un altro nuovo paradiso nel paradiso stesso. Riempissi di gioia ancor tutto il mondo, a motivo che in questo giorno fu coronata come Regina di Misericordia la sua potente ed amorosa Avvocata. O quanto dunque, Uditori, con gran ragione a rallegrarci in questo dì ci invita tutta festosa la chiesa, Hodie Maria coelos ascendit, ci dice, gaudete quia cum Cristo regnat in aeternum31. Che è quanto a dire, facciano pur festa quest’oggi le anime giuste, perché in cielo tien per loro apparecchiata la sede la lor amatissima Madre. Gaudete. Si facciano pur animo e si rallegrino le anime penitenti e convertite, perché al trono della Divina Grazia implora per loro la lor premurosa Avvocata. Gaudete. Non disperin giammai le anime ancor peccatrici, ma risolute all’emenda, perché al trono della divina misericordia sta supplichevole per loro il lor potente Rifugio. Gaudete. 9. Ah se è così, o grande Imperadrice dei cieli, Maria SS.ma, in questo giorno delle vostre glorie e delle nostre fortune, ci rallegriamo vivamente. Ci rallegriamo con voi, perché foste al cielo di stupore e di meraviglia alla terra. Ci rallegriamo con noi, perché essendo voi divenuta nostra Avvocata, Madre e Rifugio, ci riempiste il cuore di una ben grande allegrezza. Compite voi dall’empireo i nostri contenti, col fare, che siccome in quest’oggi celebriamo divoti le vostre glorie, così dopo la nostra morte possiamo contemplarle eternamente nel cielo. Amen. 26 La luna sotto i suoi piedi. Una donna vestita di sole. 28 Nel suo capo una corona di stelle. 29 Si levò il Re in suo aiuto. 30 Si assise la Regina alla sua destra. 27 308 31 Oggi Maria sale nei cieli, rallegratevi perché regna in eterno con Cristo. 309 ABBOZZO DEL DISCORSETTO SOPRA L’ASSUNTA DI NOSRA SIGNORA Lunedì 15 Agosto 1768 Nell’esperienza umana, osserva don Marcucci le lacrime e la mestizia precedono sempre la gioia. Anche nel solennissimo giorno della gloriosa Assunzione di Maria il cuore fu prima rattristato per la sua morte e solo dopo godette la gioia nel vederla glorificata nel cielo. Tuttavia Maria SS.ma allontanandosi da noi per andare in cielo scelse “il meglio e l’ottimo” per se stessa e per noi; è bene dunque congratularsi con lei che, nella sua somma clemenza, guarda sempre alle nostre bassezze e miserie per aiutarci. Il discorsetto, nell’ultima parte è solo abbozzato come dice il titolo ed è elaborato con un linguaggio piuttosto retorico e con parole troche che sono state riportate all’uso odierno della lingua italiana. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 180-188. È uso troppo antico nel mondo rimaner gli occhi prima offuscati dalle tenebre, che rischiariti dalla luce; ed il cuore prima oppresso dalla tristezza, che dilatato dall’allegria. Prima leggiam vesperi, indi mane (mattino) nella creazione e disposizione dell’universo (Gen. 1); e son primi gli occhi a versar amare lagrime nel nascere, che non son le labbra a dimostrarne il riso. Gran cosa! Neppur in questo solennissimo giorno della gloriosa Assunzion di Maria potè schivarsi di entrar nel cuor umano prima la mestizia, per aver perduta il mondo Maria SS.ma, che non la gioia in contemplarla tutta gloriosa nel cielo. Le dolorose querele del mondo ci vengono a meraviglia simboleggiate nell’odierno Vangelo dalle querele di Marta per vedersi abbandonata da sua sorella Maddalena: Soror mea reliquit me solam32 (Lc. 10, 40). Così appunto in quest’oggi tutta l’umana natura riconoscendosi sorella di Maria SS.ma (perché anch’essa creatura umana), si querela amorosamente con Dio, perché se portando egli al cielo la sua Madre, l’abbia in questa valle di miserie lasciata derelitta e sola: Soror mea reliquit me solam. Segue perciò tutta sollecita, come Marta, a porger suppliche, affin si degni ordinarle, che non sia di noi dimenticata, ma che tutta benigna ci aiuti: 32 Mia sorella mi ha lasciato sola. 310 Dic ergo illi, ut me audiuvet33. Tanto ci si dipinge sott’occhi dal corrente Vangelo. Querele invero e suppliche furono queste sì vigorose, che mossero il Redentore a dare il rescritto con quella sì misteriosa risposta: Maria optimam partem elegit, quae non auferetur ab ea 34. Questa risposta, voglio, Uditori, che devotamente riflettiamo stasera e vediamo, se in noi sia più ragionevole la mestizia o l’allegrezza per l’abbandono, che ha fatto Maria del mondo coll’andarsene al cielo. Attendete. Incomincio. 1. Se ne giace Elia profeta tutto angoscioso e ramingo nel deserto di Bersabea e giunto alla spelonca di Horeb, non altro conforto brama, che vedere il bel volto divino. Determina Iddio di compiacerlo e permettendo un dolce zeffiretto, gli dà indizio, che era per far passaggio innanzi ai suoi occhi: Ecce Dominus transit35 (3 Reg. 19). Elia, eccoti che all’apprestarsi Iddio, invece di aprir gli occhi, abbassa il volto e di più se lo copre col lembo del pallio: Operuit vultum suum pallio 36. Ma di grazia, si era forse pentito Elia di veder la bella faccia di Dio? Deh no, no ardeva anzi Elia di desiderio di vedere Iddio; ma l’aver l’avviso, che lo perderebbe appena visto, perché di sol passaggio: Ecce Dominus transit, più gli cagiona duolo ed amarezza che non gioia e contento: Operuit pallio. Bramavan gli Apostoli e quanti mai la bella sorte ebbero di conoscer la gran Vergine Madre, bramavano certamente di vederla cinta di quella immensa gloria, bastante a costituir da sé sola un paradiso; e tutta l’umana natura di tali desideri ardeva. Ma il rifletter poi, che con il passaggio di Maria all’Empireo, avean da perderla, oimè, questo, era un forte motivo di abbassar piuttosto le pupille piene di lagrime, che alzar le voci piene di giubilo e di contento. Questo, Uditori, è il raziocino umano. Ma pure, convien che egli ceda ad una forte ragione, a cui replicar non si puote, ed è quella addotta dal Redentore, cioè che Maria: optimam partem elegit37. Maria SS.ma coll’allontanarsi da noi e volarsene in anima e in corpo tutta gloriosa all’Empireo, scelse il meglio e l’ottimo: 33 Dille dunque che mi aiuti. Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta. 35 Ecco il Signore passa. 36 Coprì il suo volto con il mantello. 37 Ha scelto la parte migliore. 34 311 optimam partem elegit. Scelse il meglio non solamente per sé, ma ancor per noi. Sì, convien ben capirlo: optimam partem elegit, facendo con la sua lontananza, che migliorassimo piuttosto di condizione e di vantaggio, di quel che perdessimo: onde la nostra mestizia dar si dovesse per vinta dall’allegrezza. 2. Ed invero, Uditori, se la nostra gran felicità pur consiste, conforme ad una voce insegnano i Padri tutti, nel vero ossequio e rispetto alla Gran Vergine Madre, certamente più conferisce la lontananza, che la presenza a far crescere il profondo rispetto ed il vero ossequio. È un trito dogma di politica: maior ex longinquo reverentia38; la distanza dagli occhi è madre della riverenza, laddove la vicinanza è risvegliatrice piuttosto di un tenero affetto. Or per onorar Maria, come si deve, vi vuol profondo rispetto ed ossequio sodo e tenero. Dunque, stia pur essa da noi lontana, assisa in cielo gloriosa alla destra del Figlio, quando tal sua lontananza ingeneri nei nostri cuori un rispetto più umile e più filiale. Intenerita la Sacra Sposa dei Cantici verso il suo Diletto presente, lo invita, lo prega ad accostarsele: veni dilecte mi39 (Cant. 7). Ma poi, conoscendo, che la presenza dello Sposo Divino coll’ingenerar troppa tenera confidenza, poteva scemarle il rispetto e l’ossequio, si risolve a supplicarlo, che si allontani e se ne fugga: Fuge, dilecte mi, fuge40. Congratuliamoci dunque con la nostra Diletta Regina, che in questo dì se ne salisse a regnar gloriosa sopra tutti i cori degli Angeli; e congratuliamoci non solo, perché ciò fu il meglio per Lei; ma anche perché è il meglio per noi, per vieppiù crescer nella sua devozione ed ossequio. Ah sì, sì, io bramerei di averti presente per amarti con più tenerezza, o dolcissima Madre: Veni, dilecta mea41. Ma siccome non altro bramo, non altro voglio, che sinceramente ossequiarti ed esser tuo umile e rispettoso divoto, perciò Fuge, Dilecta mea, fuge: giacchè è pur vero, che con la tua Assunta e con la tua lontananza, optimam partem elegisti42 per te e per noi. 3. Ma piano, che io scopro un altro vantaggio per noi col veder Maria salita sino al più sublime posto nell’empireo. Mi direte, e quale? Quello cioè, che sempre più interessata si dichiara e propensa a soccorrerci in tutti i nostri bisogni. Non ha già la gran Vergine potuto mutar cuore col mutare stato di viatrice in comprenditrice. Deh no, anzi ha acquistato una infinità di pregi tutti amorosi per il nostro bene. Il salire in alto posto e il dimenticarsi di chi resta al basso, egli è proprio del mondo, ma non del cielo. Benché la Vergine, salita sia sul più sublime dell’empireo ed incoronata si vegga, come Sovrana Imperatrice dell’Universo, non isdegna però tener sempre fissi gli occhi della sua somma clemenza sulle nostre bassezze ed estreme miserie; né la dimenticanza può mai entrar in quella mente sua così al sommo glorificata. Anzi tanto più essa gode di vedersi così sublimata, quanto più conosce di aver modo di sollevare ad ogni cenno i nostri bisogni. 4. Osservatelo di grazia in una bella figura. Vedendosi gli Israeliti inferiori di forze e di spirito ai Filistei, risolvettero di portar l’Arca tra loro. Ma che? Ne morirono trentamila e fu presa l’Arca. Ma fece tale scempio dei Filistei: Fiebat manus Domini per singulas civitates43 (1 Re, 4). Così non mai si allontana Maria, benché sembri così lontana. 5. E poi, ben’essa si rammenta, che per noi è salita a quell’alto posto, cioè per esser l’unico nostro rifugio. Da un’Arca all’altra cioè a quella di Noè: Multiplicatae sunt acquae et elevaverunt Arcam in sublime, ecc.44. San Bernardino da Siena: salvando quei che la presero per asilo. 6. Nox auferetur ab ea, ecc. Gloria et honore coronasti eam, ecc.45. 7. (Per la perorazione). Che diranno, ecc. Mosè, ecc. Exd. 32. 38 Maggiore riverenza proviene da persona lontana. Vieni o mio diletto. 40 Fuggi o mio diletto, fuggi. 41 Vieni o mia diletta. 42 Hai scelto la parte migliore. 39 312 43 E la mano del Signore era in tutte le singole città. Si moltiplicarono le acque e innalzarono l’Arca. 45 La notte sarà tolta da lei… L’ha incoronata di gloria e di onore. 44 313 PER LA GLORIOSISSIMA ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA Riflessioni Devote recitate Martedì 15 Agosto 1769 Il Brano viene definito dall’Autore “riflessioni devote”; è infatti composto soltanto da un proemio ed è sviluppato in due punti. Si evince che esso sia stato proposto ai fedeli durante la liturgia della santa Messa pomeridiana, infatti rivolgendosi agli ascoltatori usa l’avverbio “stasera” e, per la riflessione, utilizza il passo dell’Ecclesiastico, cap. 24, riportato dalla liturgia odierna. Come al solito, don Marcucci cerca di attirare l’attenzione degli ascoltatori con qualcosa che è vicino alla loro esperienza, prima di elevarli alla contemplazione dei grandi misteri. Egli nota che, qualora in “un fatto si accoppiano la novità, la magnificenza e la specialità dell’amore, è tanta la maraviglia e la tenerezza” che procura che non è possibile sostenerle senza l’aiuto divino. Questo ci fa comprendere quanto maggiore sia stato il miracolo dell’onnipotenza divina che sperimentarono gli apostoli e tutti i discepoli di Maria SS.ma, nel vederla improvvisamente rapita in cielo con grande gloria. Don Marcucci chiede alla SS.ma Vergine di ravvivare “stasera” nei presenti la fede e l’amore filiale verso di Lei e di donare loro tanta forza, affinché come gli Apostoli la seguirono in tal giorno con gli sguardi fino all’empireo, loro possano seguirla con alcune pie riflessioni fino alla sua glorificazione, alla destra del Figlio. Don Marcucci immagina con vive raffigurazioni la visita della Vergine ad ogni coro dei beati e le loro suppliche a rimanere tra essi. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 189-192. Qualora in un fatto si accoppiano la novità, la magnificenza e la specialità dell’amore, è tanta la maraviglia e la tenerezza che ne risulta, che se una forza sovrumana non vi concorra, non è possibile che regger vi possa chi vi si trova presente e ne è a parte. Attribuisco io perciò a gran miracolo, che un Eliseo regger potesse in vita nel vedersi improvvisamente rapito verso il cielo il suo maestro Elia, sì teneramente da lui amato e rapito entro un carro di fuoco; e non so, come aver potesse tanto di forza a gridar tra mille amare lagrime: Pater mi, Pater mi, currus Israel, et Auriga eius46 (4 Reg., 2). Da qui certamente comprender voi 46 Padre mio, padre mio, carro di Israele e sua auriga. 314 potete, o signori, se quanto maggiore fosse il miracolo della onnipotenza divina, che sperimentarono quest’oggi gli Apostoli e tutti i cari prediletti Discepoli di Maria SS.ma, nel poter reggere in vedersela improvvisamente rapita, piena di maestà e di gloria, entro un gran carro trionfale dal ciel disceso; e rapita con un corteggio di tutte le angeliche gerarchie sino all’Empireo. Posso io ben ridirvi, che essi rimasti tutti attoniti, immersi in un mar di tristezza insieme e di giubilo, seguirono la loro cara Divinissima Madre, Maestra e Regina e con gli sguardi e con i sospiri, credo io, sino alle beate porte del Paradiso; e ben videro gli ossequi che sin lassù le fecero sopra la regione dell’aria e la luna e il sole e i pianeti e le stelle e le altre tutte creature, come a gran Madre del lor Creatore. Del rimanente, che gli Apostoli e i Discepoli a tanti stupori, a tante magnificenze, a tante tenerezze, regger potessero in vita, non fu opra di valore umano, ma di puro sforzo divino. E credetemi pure, cari miei Uditori, che se pur noi conservassimo in petto una fede viva e un cuor veramente filiale e amoroso verso di Maria, non vi sarebbe modo in quest’oggi di scoglire la lingua al discorso, neppur forse delle sue lodi (tanto ci troveremmo estatici nella considerazione di sue celesti grandezze); od almeno non potessimo rammemorarle, senza dolci lagrime di tenerezza. Or ravvivi in noi stasera Maria SS.ma e la fede e l’amore filiale verso di Lei e ci dia tanto di forza, che se gli Apostoli la seguirono in tal dì con gli sguardi sino all’Empireo, possiam noi seguirla con alcune pie riflessioni lassù dentro l’Empireo e tenerle dietro gli sguardi sino alla salita sull’altissimo trono, ove fu collocata alla destra del Figlio. Via su, ravviviam la fede, riaccendiamo l’amore. Incominciamo. 1. Che in cielo vi siano vari gradi, vari ordini, vari posti di gloria tra i beati, non può dubitarsene punto, senza dare un’empia negativa a tutte le divine Scritture. Gli Angeli si trovan con mirabile ordine distinti e divisi in tante gerarchie e in tanti cori. E qualora nell’Ascensione del Redentore aperte furono le porte del Paradiso, ivi entrando l’innumerabile stuolo dei Patriarchi, Profeti, Confessori, Vergini, Martiri e tutti gli altri, che salvi erano del Vecchio Testamento, da Adamo sino a quel tempo, ebber lassù in quella Patria beata vari gradi di gloria, vari posti, vari cori, tutti corrispondenti ai meriti, agli uffizi, ai patimenti sofferti ed alle opere sante, fatte qui in terra sinché l’eccelsa Nostra Signora Maria SS.ma, qualora fu in questo dì portata a pren- 315 der possesso di quel suo beatissimo regno, come Regina, non vi ha dubbio, che non vi trovasse glorificati tanti Patriarchi, Profeti, Martiri, Confessori, Vergini ed altri senza numero, disposti con ordine maraviglioso in tanti cori e gradi di gloria. Or voglio, che facciam qualche pia riflessione intorno alla visita, che la gran Vergine fece ad ogni coro dei beati, nel passare tra di loro; ed introno alle suppliche di ciascun coro dei beati nel supplicarla a rimanere tra essi. 2. Per procedere con ordine, pigliam per guida tutto quel passo dello Ecclesiastico (cap. 24), di cui oggi si serve la Chiesa, dove lo Spirito Santo fa menzione dell’esaltamento glorioso della Gran Vergine: Quasi cedrus exaltata sum in Libano47, con quel che segue. Quasi cedrus: il coro delle Vergini; Quasi cypressus: il coro dei Confessori; Quasi palma: il coro dei Martiri; Quasi plantatio rosae: il coro degli Apostoli; Quasi oliva: il coro dei Patriarchi; Quasi platanus: il coro dei Profeti; Quasi ficus cinnamomum: prima Gerarchia, Angeli, Arcangeli, Virtù; et balsamum48: la seconda Gerarchia, Potestà, Principati, Dominazioni; Quasi myrra electa49: la terza Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini. CAP. VI SERMONCINI FAMILIARI RECITATI NEI SABATI E IN ALTRE FESTE MARIANE (1756-1769) 47 Sono stata esaltata come cedro nel Libano. Come cinnamomo e balsamo. 49 Come mirra scelta. 48 316 317 Introduzione al capitolo In questo capitolo sono raccolti dodici sermoncini per varie festività mariane, compresi tra il 1756 e il 1769. I primi due, riguardano rispettivamente le feste mariane della Presentazione di Maria al Tempio, recitato, il primo, da don Marcucci alle Religiose Benedettine di S. Egidio di Ascoli (ASC 23) e l’altro, qualche giorno dopo, alle suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, in occasione della festa della Madonna di Loreto (ASC 35). Un secondo gruppo di otto sermoni, definiti dall’Autore familiari, fa parte della miscellanea ASC 37 e tratta di Maria e Giuseppe alla luce del mistero natalizio: del loro rapporto di parentela, del loro sposalizio, della nascita di Gesù, del privilegio della maternità divina di Maria, della sua verginità perpetua, della visita dei Magi alla santa famiglia, della loro fuga in Egitto a motivo della strage degli innocenti. Le composizioni di questo gruppo sono elaborate in modo ampio e curato; di un sermoncino è indicato solo il titolo. Gli ultimi due sermoni trattano della premura che ha Maria SS.ma nel soccorrerci e proteggerci senza che neppure glielo chiediamo; sono conservati entrambi nella miscellanea ASC 23. L’ultimo sermone è stato recitato nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Inter Vineas. 318 319 SERMONE FAMILIARE SOPRA LA PRESENTAZIONE DI NOSTRA SIGNORA Il Sermone fu recitato da Don Marcucci “in sedia alle piissime Religiose Benedettine di S. Egidio” di Ascoli, il 22 novembre 1756. L’Autore aveva uno stretto rapporto con il monastero anche perché la zia paterna, donna Cecilia, era lì vissuta dal 1696 fino alla morte, avvenuta l’8 settembre 1731. Benché Don Marcucci abbozzi il Sermone “in otto ore consecutive, tra giorno e notte a gloria di Maria SS.ma” 1, esso è sviluppato in modo ampio ed articolato in ben 17 punti, oltre il proemio. Viene anzitutto ricordato che Maria, fin dal primo istante della sua vità, “avanzò tutti gli angeli e serafini nell’amore e nell’offerta a Dio di tutta se stessa”; si mantenne poi “immutabile fino alla morte” in questo amore, tanto che nessuno potrà mai superarla. Per questo è modello esemplare di tutte le virtù cristiane. Nella presentazione al Tempio, Maria ci ricorda quattro virtù. Anzitutto l’umiltà; Ella, infatti, non aveva bisogno di ritirarsi al Tempio per essere educata. La seconda virtù che Maria vuole insegnarci è la “cautela”, cioè la cura ad usare tutti i mezzi possibili per orientare bene la vita fin dall’infanzia. Qui don Marcucci sottolinea Bartolomeo Vitelli, Presentazione di Maria al tempio, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. 1 Cf. MARIA PAOLA GIOBBI in Il Palazzo Marcucci, cit. pp. 77-78. 320 la sua convinzione che in tenera età si educa meglio. Chi ha comunque superato questa fase può supplire con la semplicità cristiana, il fervore, il coraggio, la rinnovazione di spirito. La terza virtù che Maria vuole insegnarci nella festa della sua presentazione al Tempio è la viva confidenza in Dio e il coraggio. Nel viaggio di sette miglia che Ella fece per giungere al Tempio, camminò in parte da sola e in parte fu portata in braccio dai suoi genitori, san Gioacchino e sant’Anna. Questo ci ricorda che nelle difficoltà del cammino, anche noi siamo portati in braccio da Dio Padre e da Maria stessa. La quarta virtù che Maria vuole insegnarci nella festa della sua presentazione al Tempio è l’offerta totale di sé a Dio. Don Marcucci suggerisce alle monache di rinnovare il tal giorno la loro totale consacrazione a Dio, come le Religiose dell’Immacolata Concezione fanno nella mattina della festa della Concezione Immacolata. Conclude con una fervente preghiera alla Vergine Santa per chiederle il dono della fedeltà generosa e totale a Dio. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 227-247 (17-36). Argomento La Presentazione di Maria, da noi ben considerata, è molto efficace per farvi ripigliare il Divino Servizio con tutto fervore, per farci in somma rinnovar nello spirito In un giorno così lieto, così tenero e così caro della Presentazione al Tempio della Divina Fanciulla e Nostra prediletta Signora, che mai potrà dirvi mia rozza Lingua, mie stimatissime Madri, che ridondar possa a maggior gloria della Gran Vergine ed a maggior vostro vantaggio? Già il Cattolico Mondo tutto, oggi è in festa per onorare Maria; già è in attenzione per apprender da sì Divina Maestra il modo nobile e singolare di presentare a Dio delle grate offerte. E voi medesime, che con tanto buon’animo qui vi siete raccolte per sentirmi favellare di sì tenero mistero, siete anche cagione di farmi restar’estatico di gioia e di maraviglia. Cosicché io, fatto quasi fuori di me per la tenerezza che provo per ogni verso, non saprei a che applicarmi, o al restarmene in silenzio tutto raccolto a contemplar il tenero e caro ricorrente Mistero della Presentazione; oppure a tentare di ridirvene, tuttoché rozzamente, qualche cosa per più accenderci nel dolce Amor di Maria e per più spronarci alla imitazion di Maria. Ma via, che già v’intendo, le mie buone figliuole, qua mi avete bramato non per tacer ma per favellarvi; non per contemplar meco stesso, ma per ridirvi della Divina Fanciulla le virtù e le glorie. Mi assista pur essa per sua Bontà, come assistette in questo Giorno al 321 Santo Patriarca Germano di Costantinopoli; qualor di lei raggionava; essa m’ispiri quel che io dir debba di questo suo Mistero, come lo suggerì a Santa Isabella vostra Benedettina; che io di buona voglia vi ubbidirò. Eccovi pertanto il mio Assunto: La Presentazione di Maria, da noi ben considerata è molto efficace per farvi ripigliare il Divino Servizio con tutto fervore, per farci in somma rinnovar nello Spirito. Favoritemi di amorevole attenzione e lo vedrete. 1. Tutta l’adorabile Vita di Maria SS.ma, se noi ben la consideriamo, non fu altro che uno Specchio tersissimo senza menomo appannamento, senza menoma ombra di difetto e di macchia; come di Lei disse il suo Divino Sposo Speculum sine macula. Tutto il viver suo SS.mo fu un continuo esemplare ottimo e nobilissimo della più eroica Perfezione, Perfectionis exemplar. Tutto il suo Divino operare e conversare, ogni pensiero, ogni respiro, ogni sospiro, ogni occhiata, ogni parola, ogni passo, ogni minimo gesto di Nostra Signora fu al certo tutto ripieno di virtù eroiche, di Grazia copiosissima; come ben osservò il suo diletto Bernardino da Siena, Tota eius conversatio et vita omni refulgebat gratia et virtute. Gli Angeli stessi, sì, gli Angeli del Cielo che a folte schiere tutti umuli ed ossequiosi la corteggiavano, rimanevano attoniti ed estatici in contemplarla; e confessavano non esservi neppure in cielo tra’ più alti serafini chi uguagliar mai la potesse in menoma cosa. 2. Osservate di grazia, mie care Madri. Sin dal primo momento in cui la gran Vergine fu da Dio creata, sin dal primo Istante della sua Concezione Immacolata, fu essa riempita di Grazia, ebbe infuse tutte le virtù ed ebbe infuso l’uso perfettissimo di ragione; talché sin da quel primo beato momento, in cui fu concetta, conobbe essa pefettamente il suo Dio e con uno slancio di sommo perfettissimo Amore subito allora tutta, tutta a Lui si consacrò e si offrì con tutto il cuore; come a mille prove insegna l’esimio Suarez, il dolcissimo San Francesco di Sales e tanti altri innumerabili dotti e pii Scrittori. Or chi l’avrebbe mai pensato, che quel primo atto di Santo amore e di Santa unione con Dio, che la Nostra Immacolata Signora fece in quel solo primo Istante in cui fu concetta, fosse stato tanto alto di grado e tanto perfetto? Eppure udite che dicono il poc’anzi citato Suarez ed il Santo di Sales, superò la Vergine allora con quel solo suo primo Atto di Amore, superò, dissi, di gran 322 lunga tutto l’Amore di tutti gli Angeli insieme e di tutti i Serafini del cielo: talché sin da allora dall’Immacolato suo concepimento divenne nell’Amore e nell’Unione Divina la gran Maestra ed il perfetto esemp1are di tutti gli Spiriti Celesti. Ma ciò fu poco. Ecco il singolarissimo Privilegio di Nostra Signora sopra tutte le pure Creature; cioè ch’essa non solo in quel beato Istante avanzò tutti gli Angeli e Serafini nell’Amore e nell’offerta a Dio di tutta se stessa; ma di più, fu poi sempre immutabile e perseverantissima fino alla morte; con l’andar da momento in momento vieppiù accrescendo, raddoppiando e moltiplicando l’ineffabile altissima sua Santità: tanto vero che giunse tanto alto, che quanti mai beati sono in cielo, quanti mai Dottori furono e sono in Terra, non possono e non potranno giunger mai a comprender l’altezza inaccessibile della sua Perfezione. Quel Dio solo, che in privileggiarla ed arricchirla impiegò tutta la sua Onnipotenza, Sapienza ed Amore; Dio solo, dico, può giungere a penetrare gli alti inaccessibili meriti, virtù e perfezioni di Maria; come tutti i Padri e Teologi unitamente con il serafino da Siena confessano. Tanta est perfectio Virginis, ut soli Deo cognoscenda reservatur. Tanto è certo, che tutta l’adorabile vita della gran Madre di Dio è una nobilissima Scuola di tutte le Virtù ed è il perfetto esemplare e modello della Cristiana perfezione; da cui possiamo e dobbiamo noi ritrarne ogni fervore, ogni rinnovazione di Spirito, ogni virtù. 3. E qui, già vi leggo in fronte, dilettissime Madri, il vivo desiderio di risaper’ora da me se che di profitto e d’imitazione ricopiar noi possiamo e ritrarre dal ricorrente Mistero della sua Presentazione al Tempio. O Dio, da un così profondo ed insieme caro e tenero mistero di Maria, qual’è anzi quel Bene, quel fervore, quel profitto che noi non ne possiamo ritrarre? E chi vi ha tra voi, mie carissime figliuole, che non riconosce Maria SS.ma divenuta nostra gran Maestra di molte virtù eccellenti in questa sua dolce e tenera festa? 4. Io non vi dico, che andiate rintracciando con la vostra mente tutto quanto essa operò e fece in tal congiuntura; perché ciò neppure alle Angeliche menti sarebbe permesso. Vi prego soltanto a considerarne con me quattro sole cose; tutte tenere, tutte amabili e care. La prima, che ella volle presentarsi e ritirarsi al Tempio di Gerusalemme in educazio- 323 ne, senza che punto avesse bisogno di tal Ritirata. La seconda, che andò a presentarsi al Tempio nella sua più tenera età, essendo Fanciulla di tre soli anni; come ci attestano quasi tutti i Santi Padri. La terza, che nel far quel viaggio da Nazareth a Gerusalemme, di circa sette miglia, fu essa un poco portata in braccio dai Santi suoi Genitori e un poco lo camminò ella stessa con i suoi adorabili Piedini. La quarta che essa si offrì tutta, tutta a Dio senz’alcuna riserva di se medesima. O Dio, mie buone Madri, queste sole quattro cose nella Presentazion di Maria, ci ammaestrano tanto che non più e son sufficienti ad infervorarci talmente con la loro cara dolcezza; che io vi confesso, che tuttoché così duro peccatore, pure a tal pensiero mi sento liquefare il cuore per tenerezza. 5. 6. 324 Di fatto, se vogliamo un tantino posarci sulla prima cosa; come possibile di grazia di non ricoprirci di confusione per tanta nostra superbia, come non umiliarci di cuore, come non infervorarci, se vediamo l’eccelsa nostra Signora presentarsi e ritirarsi al Tempio di Gerusalemme in educazione, senza che avesse punto bisogno di tal Ritirata? Si era ben essa, come dicemmo, sin dal primo momento di sua vita, sin dal primo Istante immacolato in cui fu concetta erasi, dico, tutta a Dio consecrata, tutta a Dio pienamente donata ed offerta; e tutta con Dio sì strettamente e perpetuamente unita, che non potè mai interrompere o variare in menomochè questa così forte ed indissolubile Divina Unione. Quindi non aveva punto bisogno di ritirarsi al Tempio e di rinnovar allora pubblicamente quest’offerta, giacché la vita sua era già tutta continuamente in Dio trasformata: né poteva essa punto temere, che restando in Nazareth con i suoi Genitori, così Santi, quali furono San Giovacchino e Sant’Anna, potesse patir distrazioni; o che gli oggetti esterni e le creature tutte potessero tantino divertirla mai dalla dolce ed intima Unione con Dio; giacché sin dal primo momento di sua beata concezione era stata con singolar privilegio, non solamente riempita di Grazia e di perfettissimo Amore, ma di più era stata resa impeccabile e confermata in quella Grazia ed Amore che aveva ricevuto. Eppure, tuttoché non avesse alcun timore e bisogno, volle presentarsi e ritirarsi al Tempio per insegnarci, a guisa di buona Madre e Maestra, la grande cautela, con la quale noi (che siam così variabili e tanto sogget- ti alle passioni ed alle mutazioni e che non abbiamo un sodo e stabile fondo di Perfezione) viver dobbiamo: insegnar ci volle in somma con il suo esempio, che dovevamo viver molto cauti e circospetti, ed usar tutti i mezzi possibili per stabilir bene la nostra buona Vita e per conservare e mantener fedelmente i nostri buoni Propositi o voti fatti e le nostre sante risoluzioni ed offerte. Oh come, Madri mie dilettissime, oh come al rimirarci in questo tersissimo Specchio del sacro Ritiro e Presentazion di Maria, ci troviamo difettosi e pien di macchie di presunzione, di superbia, di disattenzione e di pigrizia! Gran cosa! Siam così tepidi, siam così fragili, siam così volubili e mutabili: ogni passione risentita ci sconvolge, ogni vento di tentazione ci atterra, ogni oggetto esteriore ci distrae e ci dissipa: eppure ci rifidiam tanto di noi, che francamente talora ci esponiamo ai pericoli; non ci curiamo di orazione, né di raccoglimento, né di silenzio, né di ritiro. O maledetta superbia donde mai sei nata in Creature sì misere, come siam noi! 7. Eppure sappiamo, che un San Bernardo vostro, tuttoché Uomo così dotto, così circospetto e così Santo; sappiamo, che qualora, uscito dal suo Ritiro, gli conveniva trattar di vari affari; piangeva poi il povero Santo le intere giornate, perché mille distrazioni lo perturbavano, penando molto a poter ripigliare il solito suo Raccoglimento ed interno Ritiro. Sappiamo il memorabil successo di quella Religiosa di Cistercio detta Beatrice; la quale tuttoché donna di molta santità e di miracoli, pure per la poca cautela di se stessa e per la troppa rifidanza di frequentar le grate e trattar giornalmente, alla fine divenuta tutta dissipata e poi accecata, obbrobriosamente se ne fuggi dal Monastero: e vi volle solo uno strepitoso miracolo di Nostra Signora per farla ritornare dopo dodici anni di una vita scandalosissima e per farla dare ad una penitentissima Vita; in cui poi morì, lasciando ottime speranze di sua vera conversione fatta e di sua eterna salvezza. 8. Ecco pertanto, come la gran Madre di Dio con l’esempio della sua Presentazione e Ritirata corregge la nostra troppa presunzione, la troppa nostra rifidanza: ecco come ci istilla al cuore sentimenti di profonda umiltà e diffindenza di noi e ci fa rinnovar con più fervore i buoni propositi di viver più raccolti in avvenire, più attenti, più cauti, più circospetti. Sia pur mille volte benedetta la nostra così cara e benigna Madre e Maestra. 325 9. Ma su, che in altre cose più nobili ed eccellenti ella di ammaestrarci si degna, con la sua Presentazione, se riflettiamo ch’essa nella età sua più tenera, fanciulla essendo di soli tre anni, andar volle al Tempio a ritirarsi (ch’è la seconda cosa che a considerar vi proposi). E qui, io già tutte meste dir vi sento, mie buone Madri e Figliuole e come noi potremo in ciò imitar Nostra Signora, se ci troviamo chi più, chi meno, fuori dalla tenera età, ed avanzate negli anni? Forse potremo tornare più fanciulle? Forse tempo trasandato si riacquista di nuovo? Ma deponete pure la vostra mestizia. Io non niego, che veramente è molto grande la felicità di coloro, che si son dedicate a Dio fin dalla loro fanciullezza, come una Santa Geltrude, una Santa Caterina da Siena, una Santa Teresa. Ma pure consoliamoci. Anche ora (benché tardi invero), anche in questa nostra avanzata età, è tempo di ritornar fanciulle. La Santa Semplicità cristiana e religiosa è sufficiente a far tornare fanciulli sino i più decrepiti e senili di età: il fervore, il coraggio, la rinnovazione di spirito, sono tutti atti a farci divenire come di anni più teneri. 10. Qando la Sacra Sposa de’ Cantici disse allo Sposo Celeste, Signore il tuo amabile Nome è appunto come un olio balsamico ed odorifero, che sparso getta un odore soave, oleum effusum Nomen tuum; e perciò le Giovanette, le Fanciulle, tirate da tale vostra soavità, vi hanno amato e seguitato, ideo, Adoloscentulae, dilexerunt te: credete voi, Madri mie, che essa intendesse di parlare delle Fanciulle di età? No certamente. Parlava di Anime avanzate negli anni, ma che per il loro nuovo fervore, per il loro nuovo coraggio, per la loro rinnovazione di spirito, per la loro amorevole mansuetudine e semplicità di cuore, erano tornate ad esser santamente Fanciulle e Giovanette. Quel rifarsi ogni tanto coraggiosamente da capo nella via del Signore; quel viver con mansuetudine, accomodandosi caritatevolmente con tutte, facendosi giovani con le giovani, gioviale con le allegre, seria con le serie, inferma con le inferme; quell’essere e farsi santamente tutta di tutte, come faceva il prediletto San Paolo e San Francesco di Sales; quel camminar con santa semplicità, pigliando ogni cosa in buon verso, scusando, soffrendo, mostrandosi sempre umile, dolce, pieghevole nelle cose doverose, gioviale, caritatevole: quel forzarsi in somma a ripigliar uno Spirito fervido, dolce, semplice e buono da fanciulle: questo, questo, mie carissime figliuole, egli 326 è il ritornar all’età tenera da Bambina; questo è quello che ci venne tanto raccomandato dal Redentore Divino con quel suo misterioso dire Nisi efficiamini, ut parvulus iste; e questo è quello che ci vien proposto da imitarsi con il suo esempio da Nostra Immacolata Signora con quel suo dedicarsi al Tempio, fanciulla di soli tre anni. Su dunque, coraggio! Santo nuovo fervore, santa risoluta rinnovazione di Spirito, santa semplicità di cuore, oggi da noi a tutto sforzo si riprenda: ed eccoci tornati alla tenera età fanciullesca, che tanto piace a Dio, che ruba il cuore all’Immacolata sua Madre. 11. Sebbene, che sforzo non farà qui il demonio, ed insiem con lui la nostra abituata pigrizia ed irresolutezza? Ah che io sento le loro obiezioni e difficoltà che sotto varie rappresentanze ci oppongono. Oh, dicono e quanto durerà? Si è ciò tante volte principiato, e poi? E chi potrà durarla con tanta attenzione, con tanto rinnovamento di Spirito, con tanta semplicità? Figliuole, vi dirò. Il demonio è disperato ed il padre dei disperati; e siccome vede per lui non esserci più rimedio e riparo, perciò cerca almeno aver compagnia al suo irremediabile male. Ma sia pur egli disperato in eterno; che per noi non è, e non sarà così al certo. La nostra pigrizia poi ed il nostro Amor proprio si misurano sempre con le sole loro proprie forze. Ridicoli che sono. E noi, faremo a loro dispetto quanto potremo per rinnovarci e ringiovanirci nello Spirito oggi, ed ogni tanto; ma tutta la nostra rifidanza non la riporremo mai nelle forze nostre; ma nella certa, sicura ed infallibile assistenza di Dio e della sua purissima Madre. 12. Richiamate, richiamate di nuovo il pensier vostro, mie care Madri (e fate pure un cuor grande) alla Scuola che ci apre la Regina del Cielo in altre molte guise in questa sua amabile Presentazione. Mio caro Dio, io mi sento strugger di tenerezza al ripensare alla terza cosa che vi proposi. Qualora dalla città di Nazareth partì in questo giorno la Divina Fanciulla con i suoi Genitori per portarsi in Gerusalemme a presentarsi e ritirarsi in educazione al Sacro Tempio, ov’erano le altre Fanciulle; in quel viaggio di circa sette miglia, parte fu portata in braccio or da San Giovacchino, or da Sant’Anna; e parte camminò ella stessa con i suoi piccioli adorabili Piedi, ma sempre aiutata e tenuta per mano dai suoi Parenti. Perciocché qualora questi incontravano qualche sentiero o 327 strada scabrosa, subito se la pigliavano dolcemente in braccio: quando poi si abbattevano in qualche pianura, allora la posavano in terra per farla camminar qualche poco, per il grande piacer che prendevano in vederla formare i suoi piccioli Passi con tanta grazia, che gli Angeli tutti del Cielo rapiva di stupore, giacché a folla eran discesi per contemplarla. Ma allora, qualor camminava questa Divina Infante, recava tenerezza il vederla alzar con tanta premura le sue picciole Mani per tenersi forte ai suoi Genitori per timore di non far qualche indoveroso Passo. O Dio, quanti misteri, quanti amabili insegnamenti si ascondono sotto questo dolce cammino di Nostra Signora per andare ad offrirsi al Tempio. 13. Nella rinnovazione del nostro Spirito, nel fervoroso cammino per giungere al mistico Tempio della Perfezione, ci anima e ci incoraggia la Vergine con il rammentarci, che nei passi scabrosi di gagliarde tentazioni non volute, di passioni scatenate, di infermità, di persecuzioni, di patimenti, siam portati in braccio e dal Sommo nostro Padre celeste e da Lei nostra amantissima Madre: e lo vediam per esperienza, mentre se così portati non fossimo spesso, mai faremmo tutt’i più gran mali del Mondo e saremmo peggiori di Giuda e di tutti i demoni d’Inferno. Nelle cose poi a noi più facili ed agevoli, volendo Iddio che noi dal canto nostro in ciò che non è sopra le nostre forze ci aiutiamo a fare i nostri piccioli passi, egli però non ci lascia affatto, ma continuamente ci tien per la mano, facendoci camminare con il suo aiuto. Or chi mai dunque si perderà di coraggio? Basta che noi qualor camminiamo con i nostri piccioli passi, stiamo sempre con grande avvertenza di tenerci forti al nostro Divin Padre Iddio ed alla nostra clementissima Madre Maria. O qui sì, Madri mie, ci vuol confidenza viva e coraggio! 14. E che vi resta pertanto affin di porre le mani all’opra? Resta di imitar l’ultima cosa, che io vi proposi, fatta da Maria SS.ma nella sua Presentazione, cioè di essersi offerta tutta, tutta a Dio, senza alcuna riserva di se medesima; come ben essa lo rivelò a Santa Isabella o Elisabetta, come altri la dicono, vostra Benedettina. Rinnovò in tal giorno Nostra Signora l’offerta e la donazione irrevocabile a Dio del suo cuore con tutti i suoi voleri ed affetti; dell’Anima sua con tutti i suoi Atti e Potenze; di tutto il suo corpo con tutti i suoi sentimenti ed operazioni: rinnovò i suoi fervidi e stabili Propositi e 328 Promesse: e senza punto riserbarsi nulla, di ben nuovo si donò e consecrò interamente a Dio con quanto mai essa aveva, ed era: e diede al caro Dio una intera e totale irrevocabile offerta, tal quale egli da Lei desiderava. Or animo grande, mie care Sorelle; ecco l’ultimo compimento dell’opera; ecco che dobbiamo oggi (ed ogni tanto) far noi ad imitazione e con l’aiuto di Maria. Diamoci in tutto e per tutto al caro Dio, rinnoviamogli le promesse ed i buoni propositi; offriamogli tutto il corpo, doniamogli tutta l’Anima e per le Mani dell’Immacolata sua Madre, consecriamogli irrevocabilmente tutto il cuor nostro. Nel principio della Chiesa stilavano quei novelli fervorosi Cristiani di fare ogni anno nel giorno anniversatio ricorrente del loro Battesimo, stilavano, dissi, di rinnovar l’offerta a Dio che di loro fecero nell’esser battezzati e di far con tutto fervore la rinnovazione del loro Spirito. Noi tal cosa far la possiamo in quest’oggi. Le pie Religiose dell’Immacolata Concezione hanno per regola nella mattina della festa della Concezione Immacolata, dopo le Sante Divozioni, di rinnovar comunemente la loro Professione, i loro Voti e di far la Rinnovazione dello Spirito, in unione di quella prima Offerta che di sé fece a Dio Maria SS.ma nel primo Istante del suo Immacolato Concepimento; recitando la Superiora la formula e ripetendola divotamente le altre; né si termina tal funzione senza lagrime. Le amabili Religiose poi della Visitazione, degne figlie del caro Santo di Sales, hanno per loro Istituto di fare in comune tale offerta e rinnovazione di spirito in questo Giorno medesimo della Presentazione al Tempio, in unione di quella offerta che di se stessa rinnovò l’eccelsa Nostra Signora. 15. Su pertanto, a tali e tanti esempi divoti, infervoriamoci anche noi, mie care Figliuole, ed in unione della graditissima offerta che la Gran Vergine fece di tutta se stessa a Dio, offeriamoci tutti anche noi. Sì, si, Gesù mio, in Unione dell’accettabile offerta e donazione della tua Madre, eccovi tutto il cuore nostro: sì, Gesù mio, eccovi il cuore: Gesù mio, eccovi l’Anima: Gesù mio, eccovi tutto! Mio caro Dio, io ben so che il Cuor mio è ripieno di mille lordure, di mille difetti, di mille peccati. Ma e per questo cesserò forse di offrirvelo e di donarvelo? 16. Ah no, mie amate Figliuole. E non sapete voi, che tutto ciò che si ripone nelle mani di Dio, si converte in bene? Quando Iddio creò Adamo, prese un poco di terra e di fango. Ma che? Questa terra e questo fango 329 nelle mani di Dio si convertì in un Uomo vivo. Eh su dunque, doniamo pure a Dio il nostro cuore com’è. Egli così lo vuole. Penserà egli a convertirlo in buono e farlo tutto puro, tutto vivo, tutto santo. Dunque io lo ripeto con più viva fiducia, Gesù mio, eccovi il cuore: Gesù mio, eccovi l’Anima: Gesù mio, eccovi tutto! 17. Vergine gloriosissima e mia prediletta Immacolata Signora, giacché in unione della vostra adorabile Presentazione e per le vostre Mani noi facciamo in questo Giorno questa irrevocabile Donazione ed offerta del nostro Cuore e di tutti noi stessi al vostro Divin Figlio; non possiam dubitare al certo che gradita al sommo non sia ed accetta. Ed essendo purtroppo vero, anche per isperienza, che l’amabile vostra Presentazione è molto efficace per farci ripigliar da capo con maggior fervore il Divino Servizio e di farci di tutto proposito rinnovar nello Spirito; sia vostra cura di stenderci sempre la pietosa mano in questo nuovo più risoluto cammino che a vostra gloria abbiam intrapreso in quest’oggi. Noi dal nostro canto vi terrem sempre forte sino agli ultimi respiri di nostra vita; affin così rinnovati di spirito amandovi e servendovi fedelmente in questo Mondo; possiamo poi ardentemente amarvi, lodarvi e godervi in Paradiso. Intanto in caparra della vostra certa e sicura assistenza, di cui non dubiteremo giammai, degnatevi in onor della vostra Presentazione di darci dal Cielo la vostra Santa Benedizione. Amen. ESEMPIO Quel gran Divoto di Maria Domenico Valesio della Compagnia di Gesù, da un gran tempo si sentiva stimolato, chiamato ed invitato a darsi giù di proposito all’orazione, alle virtù ed alla perfezione. Non sapeva per altro vincer la propria pigrizia e tepidezza. Un altro giorno, diceva, bisognerà farlo; ma intanto se la passava con sole parole; parendogli troppo arduo e difficile il cammino che far doveva. Di ciò non di meno si accusava bene spesso avanti una sacra Immagine di Nostra Signora, di cui ne era assai divoto. Passato così qualche tempo, stabilì un anno di celebrar con più divozione questa Festa della Presentazione di Maria. Si pose perciò a seriamente considerar l’esempio di Nostra Signora. Chi lo crederebbe! Tanto bastò, affin di farlo dar giù di proposito alla rinnovazion del suo Spirito ed alla Perfezione, a cui attese. 330 SERMONE V FAMILIARE Nel Venerdì dopo la Seconda Domenica dell’Avvento, in occasione della Festa della Madonna SS.ma di Loreto (10 Dicembre 1756) Il Sermone è sviluppato in sette punti, preceduto da un proemio dove l’Autore ricorda il mistero dell’annunciazione raccontato dall’evangelista Luca e la misteriosa traslazione della santa casa a Loreto, segno, quest’ultimo, della predilezione di Maria per la Terra Marchigiana. Dunque, “l’Amor singolarissimo mostrato a noi dalla Vergine col trasportar qui tra noi la sua Santa Casa, ci obbliga ad aprirle il nostro cuore per darle ricetto”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 87-92 (31-36) Argomento Missus est Angelus Gabriel a Deo in Civitatem Galilae, cui nomen Nazareth, ad Virginem2 (Luc. 1, 26) Ave Maria Chi vi ha tra voi in quest’oggi, mie riverite Madri, che non ammira gli eccessi del grande Amor di Maria verso di noi? Giunge già il fortunato tempo, in cui l’Onnipotenza e Volontà Divina vuol porre mano a quell’Opra ineffabile dell’Incarnazione del Verbo, decretata già ab eterno nella Mente di Dio. Si spedisce perciò dal Cielo nella Città di Nazareth l’Angelico Messaggero in casa della gran Vergine Nostra Signora: Missus est Angelus Gabriel, ecc.; ed ecco che Nostra Signora uniformandosi tutta umile ai Divini Voleri, accetta la Maternità Divina; e nella sua propria Casa si adempie l’ineffabil Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio Gesù Signor nostro. Che ne viene in appresso? Questa Casa natalizia di Maria, così consacrata e dalla sua Presenza e molto più dalla reale presenza del Divin Figlio Umanato, non essendo dovere che resti in Galilea nella Città di Nazareth, già caduta sotto dei barbari Saraceni, sotto dei ciechi Infedeli, si leva di pianta da quella misera Città e da Angeliche Mani si porta per aria giù dall’Oriente in quassù verso di noi. O Dio, e quale mai sarà quella for- 2 Fu mandato l’angelo Gabriele da Dio in una città della Galilea che aveva nome Nazareth, ad una Vergine. 331 tunatissima Terra, quel felice Luogo, dove si depositerà un tanto Tesoro? Ah fortunata Dalmazia, tu sei fatta degna di averlo! Sì, mie buone Madri, ivi la collocarono gli Angeli la prima volta, di là dalla sponda del nostro Mare Adriatico. Ma poi, non piacque alla Regina del Cielo ivi fermarsi. Su su, intona agli Angeli, si porti di nuovo in aria la mia Casa, si passi l’Adriatico Golfo; e colà in un Campo detto Lauretano, nella Provincia della Marca, quivi si collochi, quivi si posi, quivi si fermi: mentre quivi ho poste le mie mire; quivi ho scelto il mio Popolo eletto; quivi sparger voglio in gran copia i miei favori. E così avvenne. Onde nell’anno 1294 di Nostra Salute, vale a dire 462 anni sono, nel Pontificato di S. Celestino Quinto, nel giorno di oggi, per eccesso di amore di Maria SS.ma verso di noi Marchegiani, fra noi la sua SS.ma Casa fu collocata e si fermò. Né possiam noi dubitare se sia quella stessa sua Casa ove il Figlio di Dio si fece Uomo per noi; dopo che tante Pontificie Bolle ce ne assicurano, tanti continui strepitosi miracoli ce lo confermano e la celeberrima venerazione di tutto il Cattolico Mondo ce lo contesta. O Amore dunque singolarissimo della gran Regina del Cielo verso di noi o Amore finissimo e incomparabile! Ah che ora ben lo comprendo il gran fine che ebbe in ciò la gran Vergine. Uditelo, e servirà per Assunto del mio presente discorso. L’Amor singolarissimo mostrato a noi dalla Vergine col trasportar qui tra noi la sua Santa Casa, ci obbliga ad aprirle il nostro cuore per darle ricetto. La cortese vostra attenzione mi assista; e sarò a dimostrarvelo. 1. Vantavasi e a gran ragione, il Santo Profeta Davide che la sola sua Nazione Ebrea ed Israelitica fosse stata da Dio prescelta per la sua gloria tra le Nazioni tutte del Mondo. E a chi mai, diceva il Profeta, ha Iddio palesate le sue Idee, a chi ha mostrati i suoi voleri, a chi ha usate tante finezze e della vera fede o di tanti prodigi, se non alla sola ebraica Nazione? Non fecit taliter omni Nationi, et judicia sua non manifestavit eis3 (Psal. 147, 20). 2. Or con una consimile enfatica esclamazione possiamo anche noi santamente vantarci, mie stimatissime Madri, per rapporto del singolarissi- 3 Così non ha fatto con nessun altro popolo. 332 mo Amor di Maria; noi, dico che abbiamo avuta la sorte di abitar questa Provincia così prediletta della Marca. Ama la Vergine, non vi ha dubbio, la Cristianità tutta, giacché di tutti i Cristiani Cattolici Ella fu destinata dallo stesso suo Figlio per amatissima Madre: Ecce Mater tua: e perciò dei Cristiani tutti essa si gloria di esser Protettrice ed Ausiliatrice benigna: Auxilium Cristianorum. Risappiamo pur noi da veridiche storie aver’essa più volte fatte espressioni molto tenere a certi particolari Regni suoi divoti, a certe sue più ossequiose Provincie del Cristianesimo. Così noi leggiam aver Ella detto a San Giacomo Apostolo che avrebbe sempre rimirata con occhio amorevole la sua dilettissima Spagna. Così troviamo ancora aver’ella scritto ai Messinesi che sarebbe stata particolar Protettrice di quella città e della Sicilia tutta. E così di tante altre Cattoliche Provincie potremmo anche farne il racconto. 3. 4 Ma che ha che fare mai questo amore con le finezze tutte singolari ed incomparabili, mostrate a noi Marchegiani e a questa nostra prediletta Provincia? Vuol la Regina del Cielo sbarbicar la sua Divinissima Casa dal suolo degli Infedeli; le preme molto, le sta molto a cuore: vuol collocarla e depositarla in un Luogo, ov’essa sià più onorata, più encomiata, ed ove spander possa più a larga mano le sue grazie. Le è cara la Spagna, nol nego, ma non per questa è serbato sì ricco Tesoro: Le è cara la Sicilia, è vero, ma non è per essa una Casa così sagrosanta. Le son care tante altre Provincie, tanti altri Regni del Cattolico Mondo; ma vi è un Luogo, una Provincia più cara di tutte, vi sono Popoli sopra gli altri più prediletti. E chi mai saranno? Viva Maria SS.ma! Noi, noi Marchegiani, pur siamo quei fortunati, la nostra sola Marca è quella tra tutte le altre più cara e prediletta. Qui tra noi essa con sicurezza rifida un sì caro suo Pegno, tra noi lo deposita, tra noi lo ferma. O finezze singolari dell’Amor di Maria! Sì, sì Non fecit taliter omni Nationi, possiamo noi pure con verità ripetere, sicut et nostrae fecit 4. Come ha fatto anche con il nostro. 333 4. 5. E qui contentatevi, mie riverite Madri, che io mi fermi alquanto ad individuar qualche particolarità di questo Amore finissimo della gran Vergine verso di noi dimostrato con il darci la sua Santa Casa. Primieramente ci ha voluti dichiarare apertamente al cospetto di tutto il mondo per suo caro Popolo prediletto. Vide l’evangelista Giovanni in spirito scender dal cielo, come una vaga Città e posarsi su questo basso Mondo; e nel mentre che tutto estatico a rimirar se ne stava un tal prodigiosissimo fatto, udì una gran voce che disse, Ecco il Tabernacolo di Dio posto fra gli uomini. Essi saranno il Popolo prediletto di Dio e Iddio sarà tutto di tal Popolo eletto: Ecce tabernaculum Dei cum hominibus... et ipsi Populus eius erunt, et ipse Deus cum eis5 (Apoc. 21, 3), ecc. Or così, ecc. Quel che la Vergine SS.ma disse dei Cisterciensi: Ii qui sunt de Cistercio, ii sunt filii mei, ecc. Haec requies mea in saeculum; hic habitabo quoniam elegi eam6 (Psal. 31), ecc. Elegis vos prae ceteris, ut operis mei, ecc.7. 6. Or Ella con tutto questo vuol obbligare il nostro Cuore ad amarla sopra tutte le altre Nazioni; vuol che glielo apriamo per darle ricetto, ecc. È dovere, è giustizia, ecc. Cognovi, quoniam voluisti me10, ecc. (Psal. 40) Studeas policite ad amandum, quantum potes, quia multum es amata11, disse la Vergine a S. Brigida, ecc. Su dunque, come la Sacra Sposa: Surrexi, ut aperirem dilecto meo…Pessuluta (la stanga dell’uscio) ostii mei aperui dilecto meo12 (Cant. 5, 5-6). 7. L’esempio di quel Pellegrino, a cui fu aperto il petto e cavato il cuore, ecc., raccontato dal Torsellino e dal Rozzi, ecc. Apostrofe, ecc. Secondariamente ci ha voluto dichiarare per suo caro Popolo il più beneficato. Non vi è Luogo sopra la Terra, dove la Vergine non dispensa le Grazie. Ma niuno però ne ha in deposito la Miniera, il Tesoro, l’Erario. Solamente noi, ecc. Allorché l’Arca del Signore fu levata dai Filistei, mille castighi tremendi si tiraron sopra gli Azoti e i Betsamiti: ma posta nella Casa di Abinadab in Gabaa, mille grazie giornalmente, ecc. (1 Reg. 6 et 7). Così, ecc. Exaltasti super Terram habitationem meam8 (Eccles. 51, 13), ecc. Domum majestatis meae glorificabo9, ecc. Ci ravviva la Fede e la Speranza, ci riaccende la Carità, ecc. Ci dà un Paradiso. O dunque Amore finissimo di Maria, ecc. 5 Ecco il Tabernacolo di Dio tra gli uomini… Essi saranno suo popolo e lo stesso Dio sarà con loro. 6 Coloro che sono del Cistercio sono miei figli… Questo sarà il mio riposo per sempre; qui abiterò poiché l’ho scelto. 7 Vi scelse tra gli altri affinché foste opera mia. 8 Hai esaltato sulla terra la mia abitazione. 9 Glorificherò l’abitazione della mia maestà. 334 10 Ho conosciuto poiché mi hai voluto. Cerca di amare per quanto puoi poichè sei stata molto amata. 12 Mi sono alzata per aprire al mio Diletto… ho aperto la stanga dell’uscio al mio Diletto. 11 335 SERMONE VI FAMILIARE Recitato Sabato 31 Dicembre 1757 Il Sermone è sviluppato in due parti: la prima, comprende un proemio e nove punti; la seconda due punti. Don Marcucci mette a confronto il testo di San Luca con quello di San Matteo riguardo la genealogia di San Giuseppe, sposo di Maria. Secondo San Luca (Lc. 3, 23), San Giuseppe era figlio di Heli, discendente di Natan, mentre per San Matteo (Mt. 1, 16) San Giuseppe discende da Salomone, figlio di Davide. Poiché le fonti storiche sono state incendiate nella distruzione di Gerusalemme, da parte dei Romani e ambedue gli Evangelisti dicono il vero, don Marcucci si propone di investigare quale sia la “maniera più verosimile” per conciliare le posizioni dei due Evangelisti. Dopo aver analizzato il parere di vari illustri padri e dottori della Chiesa, egli giudica più probabile la spiegagazione che Giulio Africano, vissuto poco dopo gli stessi Evangelisti, dà nella sua Epistola ad Aristide riportata da Eusebio di Cesarea. Egli afferma che Giacobbe ed Heli erano figli di una medesima madre. Heli, infatti, morì senza successione e sua moglie vedova fu presa dal fratello uterino Giacobbe da cui nacque San Giuseppe, il quale risulta essere figlio naturale di Giacobbe e figlio legale di Heli. Maria SS.ma amò ed onorò moltissimo il suo purissimo sposo e fece sempre il suo volere. Sono dunque beate le anime che ricorrono alla protezione di san Giuseppe perché avranno certamente anche quella della sua Sposa. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 53-62. Argomento Spiegandosi se di chi fosse Figlio il Patriarca San Giuseppe, si conchiude dimostrando quanto sia efficace il Patrocinio di San Giuseppe per ottener le Grazie da Maria Santissima Ave Maria, ecc. Se nella Divina Scrittura si incontra bene spesso qualche Passo così misterioso ed alto, che faccia a noi toccar con mano quanto sia grande la nostra ignoranza e che tutta l’Umana Scienza non è altro che una stoltezza al cospetto di Dio; il Passo appunto, che in questa sera a considerar ci presenta l’Evangelista Matteo, è un di quei senza fallo. Chiudendo il Santo la sua 336 Genealogia di Gesù Cristo, così dice Jacob autem genuit Joseph Virum Mariae13 (Mat. 1, 16), che è lo stesso, Giacobbe fu Padre di Giuseppe Sposo di Maria. Ma sento qui chi mi dice e qual mai difficoltà appare in questo Testo? Dicesi pur ivi a lettere chiare e rotonde da intendersi da ciascuno, che il Patriarca San Giuseppe fosse Figlio naturale di Giacobbe e che questo Giacobbe fosse il vero e natural Padre di San Giuseppe. Tutto bene, rispondo; ma se a questo infallibile Testo di San Matteo corrispondesse pur chiaramente l’altro Testo pur infallibile dell’Evangelista San Luca, ove parla di San Giuseppe, direste voi pur bene. Ma udite che ne dice San Luca, Joseph, qui fuit Heli (Luc. 3, 23), Giuseppe Sposo di Maria fu figlio di Heli. Aggiungete di più, che San Matteo fa discender San Giuseppe da Salomone figlio di Davide; e San Luca, tutto all’opposto, lo fa discender da Natan, altro figlio dello stesso Davide. Come va dunque? Di chi sarà figlio San Giuseppe? Di Giacobbe come vuol San Matteo; oppur di Heli, come vuole San Luca? Da chi mai discenderà? Da Salomone, come ci assicura il primo Evangelista; ovvero da Natan, come ce ne assicura il secondo? Che Antilogia Vincenzo Civita, San Giuseppe con il Bambino con- spinosissima è mai questa! Che cede grazie ai Santi Beatrice De Silva, Chiara, fracasso mai non fece per questo Antonio da Padova e Francesco d’Assisi, olio su tela, 1795, Ascoli Piceno, altare sinistro della con quella bocca d’Inferno l’iniquissimo Fausto (S. Aug., Lib. 2, Chiesa dell’Immacolata. 13 Giacobbe generò Giuseppe, Sposo di Maria. 337 ca. Faustum.), capo degli empi Manichei? Quali bestemmie non vomitaron perciò contra l’infallibilità dei Santi Evangelisti gli scellerati Anabattisti dell’empio manicheismo innovatori (Graves., Tomo 1, De Myst. Christ. pag. LX)? Ma ereticacci così perversi, che non seppero mai umiliarsi e confessare schiettamente la loro gran cecità ed ignoranza alla vista dei raggi troppo possenti del Divino Sole del Santo Vangelo; della loro temerità e superbia ne furono già appieno convinti e svergognati dal sempre grande Agostino e da altri Padri della Cattolica Chiesa. Noi pertanto, che Grazie al Sommo Iddio, Cattolici siamo, crediamo pur fermamente, che ambedue gli Evangelisti, circa il Padre di San Giuseppe e la sua discendenza, dicono l’infallibile e vero; adoriamone pure con profonda umiltà e riverenza i misteri; e vediamo soltanto, se possa riuscirci in questa sera di conciliare insieme questi due Testi all’intutto, secondo l’apparenza, discordi; cioè che il Patriarca San Giuseppe, sia Figlio di Giacobbe e discendente di Salomone, come S. Matteo ci dice; e nel tempo stesso sia Figlio di Heli, e discendente di Natan, come c’insegna San Luca. Di qui poi caveremo, quanto efficace sia il Patrocinio di San Giuseppe per ottener grazie dalla Regina del Cielo. Attendete di cortesia; ed incomincio. 1. 2. 338 I Se ai tempi posteriori ai Santi Evangelisti e massimamente ai nostri tempi, fosse stata a tutti nota la Genealogia degli Antenati di Gesù Cristo, come Uomo; in quella guisa che era a tutti notissima ai tempi dei Santi Evangelisti, sì perché erano viventi vari attenenti a quella Genealogia e sì anche perché nel Tempio si tenevano esposte le Tavole Genealogiche di tutti i discendenti della Tribù di Giuda e della famiglia di Davide (Grav., Tomo 1, Diss. 4, pag. 59); certamente, Uditori, né si sarebbero tanto affaticati i Santi Padri, né suderemmo tanto noi, a capire e conciliare i due Evangelisti circa l’origine del Patriarca San Giuseppe. Ma essendo decorsi tanti Secoli ed essendosi disperse ed incendiate tutte le Tavole Genealogiche nella distruzione di Gerusalemme, fatta dalle Armi vittoriose Romane, sotto l’impero di Vespasiano e Tito; non accade più sperarne, se non fosse per rivelazione Divina, di rintracciar il modo certo e giusto per conciliar i due Evangelisti e per poter dire, Ecco infallantemente quello che intendono e come si accordano. Ci resta dunque soltanto di andare investigando una maniera più verisimile di tale conciliazione: giacchè ambedue gli Evangelisti necessariamente sono infallibili, sì S. Matteo col far San Giuseppe Figlio di Giacobbe e discendente di Salomone; quanto S. Luca col farlo Figlio di Heli, e discendente di Natan. 3. Varie pertanto sono le sentenze dei Santi Padri, molti su di ciò sono i pareri dei Sacri Scrittori. Primieramente riferisce l’Angelico San Tommaso (S. Tho., 3 p., qu. 31, art. 3), che vi furon certuni sacri Interpreti, che sbrigare volendosi da questa difficoltà, dissero francamente, che Giacobbe Padre di San Giuseppe, secondo San Matteo, era la stessa Persona che Heli, di cui parla San Luca; tantochè il Padre di San Giuseppe avesse due nomi, uno di Giacobbe, come lo chiama San Matteo, l’altro di Heli, come San Luca lo nomina. Ma chi non vede che questa opinione è all’intutto falsa e non sussiste? Perciocché se Giacobbe ebbe Antenati diversi da quelli di Heli, come consta dal Vangelo: ed in oltre se Giacobbe discende da Salomone, ed Heli discende da Natan; come mai possibile, che fossero ambedue nomi di una sola persona? Onde meritamente lo stesso San Tommaso tal sentenza rigetta. Sicchè siamo pure all’oscuro. 4. Tiriamo innanzi. Il dottissimo Ugone Grozio poi la discorre diversamente e dice che così deve intendersi, che Giacobbe, ed Heli fossero ambedue Padri di San Giuseppe (Grot., cap. 3, Luc.); cioè Giacobbe, ed Heli fossero fratelli carnali; che Heli fosse vero Padre naturale di San Giuseppe; e che Giacobbe morendo senza figli, lasciasse tutta la sua eredità al suo Nipote San Giuseppe, il quale, come erede dello zio, si chiamasse pur col nome di figlio suo, cioè ereditario. Onde San Matteo chiamasse San Giuseppe figlio di Giacobbe, cioè erede di Lui; e San Luca lo chiamasse figlio di Heli, come vero di Lui natural figlio. Ma sia detto in buona pace del Grozio, Uomo per altro di acutissimo ingegno, egli qui volle farla più da Poeta, che da Interprete Sacro. E chi mai gli aveva detto, che Giacobbe, ed Heli erano Fratelli carnali? Donde mai veva egli ricavato che Giacobbe morisse senza prole? Poteva pur’egli riflettere, che San Matteo non l’avrebbe posto allora in conto veruno 339 nella Genealogia di Gesù Cristo; eppur ce lo pone, come Padre vero e naturale di San Giuseppe: Jacob autem genuit Joseph; nella guisa stessa che pone Abramo per vero Padre d’Isacco e Davide per vero Padre di Salomone. 5. Dal che si deduce ancora in quale abbaglio caddero il Possino, il Bollando, il De Marca ed il Lamy (Grav., Tomo 1, Diss. 4, pag. 62); i quali pur dissero che Giacobbe fu solamente Padre legale ed adottivo di S. Giuseppe, ed Heli poi Padre naturale e vero. Onde sinora neppur si è toccata la difficoltà; e ci troviam di bel nuovo da capo. 6. Non mancò poi, per finirla, dotto Autor Franzese anonimo, che seguendo l’autorità dei Menologi Greci, procurò così conciliar tra loro i due Evangelisti (Grav. loc. cit. pag. 63. Tirin. in Mat. 1, 16; Petr. 2); dicendo doversi intendere in tal guisa, cioè che San Giuseppe fosse vero e naturale Figlio di Giacobbe, come dice San Matteo; ma fosse ancora Genero di Heli che è lo stesso che San Giovacchino, Padre di Nostra Signora: onde Heli e Giovacchino sia uno stesso nome; come si prova a maraviglia dalla frase ebraica. Quindi siccome i Generi si chiamano anche figli dei loro Suoceri; perciò San Luca disse, che san Giuseppe era figlio di Heli, cioè Genero di S. Giovacchino Padre di Maria SS.ma. E così ambedue gli Evangelisti dicono il vero. 7. Confesso anch’io, che tra tutte le opinioni dette, questa è la più plausibile: e ad essa mi soscriverei anch’io, se non vi trovassi tre grosse difficoltà. La prima, che in tal caso San Luca avrebbe descritta la Genealogia, non di S. Giuseppe, ma bensì di Maria SS.ma; il che non pare, che dovesse farlo; mentre era contro lo stile delle Scritture, il tesser l’Albero e Genealogia degli Uomini per mezzo delle donne. L’altra difficoltà è che allora ne verrebbe, che Maria SS.ma e Gesù Cristo, non sarebber discesi da Davide per la linea di Salomone; come dovea discendere per attestato comune dei SS. Padri; ma bensì per la Linea di Natan, altro figlio di Davide e che non è da ammettersi. La terza che allora San Giuseppe e Nostra Signora, non sarebbero stati della stessa famiglia, ma solamente della stessa Tribù: il che è contro la tradizione dei Padri tutti. 340 8. Sicchè, odo chi mi ripete, giacchè tutte queste opinioni non corrono, cavate un poco fuori la vostra? Rispondo, che io non sono da tanto a poter generare opinione in un affare sì alto, che ha fatto sudare Uomini i più dotti ed eruditi. Vi posso addurre solamente la sentenza di un antichissimo Padre, che visse poco dopo gli stessi Evangelisti, cioè dell’incomparabile Giulio Africano. Questo Padre antichissimo, dico, nella sua Epistola che scrive ad Aristide e che vien riportata da Eusebio Cesariense nel libro 1 della sua Storia Ecclesiastica al capo 7; dice appunto così, cioè che Giacobbe, di cui parla San Matteo, fu vero e natural Padre di San Giuseppe; Heli poi, di cui favella San Luca, fu Padre legale solamente. Imperciocchè essendo Giacobbe, ed Heli tra loro fratelli uterini, cioè figli di una medesima Madre, Heli morì senza successione e la sua moglie Vedova fu presa dal suo fratello uterino Giacobbe (a tenor dell’antica Legge, Deut. cap. 25), e ebbe San Giuseppe. Or voleva l’antica legge, come può vedersi nel libro del Deuteronomio (Deut. 25), che quando un fratello prendeva per Moglie la Vedova dell’altro fratello defunto, allora i figli che ne aveva si chiamassero legalmente figli del defunto, tuttoché naturalmente fossero propri. Pertanto San Matteo dicendo che Giacobbe discendente da Salomone fu Padre di San Giuseppe, parla del Padre naturale e vero. San Luca poi scrivendo che Heli discendente da Natan fu Padre di San Giuseppe, favella del Padre legale, cioè che il Santo Patriarca nacque dalla Vedova di Heli, maritata con Giacobbe. Ed ecco, come ambedue i santi Evangelisti dicono la verità; né in veruna maniera uno all’altro si oppone. 9. Rendiamo a Dio mille grazie, che siam giunti al porto bramato con questa sì giusta sentenza dell’antichissimo Giulio Africano; il quale avendo trattato con vari discepoli degli Apostoli e degli Evangelisti, confessa ed attesta averla da loro appresa ed imparata: Cognati enim Servatoris nostri, ecco le sue parole, haec nobis tradiderunt14. Io ben so, quanto il Possìno con altri si aiuti per gittare a terra questa sì giusta sentenza, affine di stabilire la propria. Ma o voglia egli, o no, questa sentenza di Giulio Africano, come ottima e giusta, fu sempre riconosciuta 14 I parenti, infatti, del nostra Salvatore ci hanno tramandato queste cose. 341 ed abbracciata, non solo da Eusebio Cesariense e dagli altri Padri Greci (Grav., Tomo 1, pag. 60, 63; Tirin. In Mat. 1, 16; Petr. 2); ma ancor da’ Latini, come da San Girolamo, da S. Ambrogio, da Sant’Agostino e da altri. Onde resta fuor da ogni dubbio, che da me e da ogni altro ancora debba costantemente abbracciarsi. II 10. Or questo SS.mo Patriarca Giuseppe, adunque, natural figlio di Giacobbe e figlio legale di Heli, fu quello, come voi sapete, che tra tutti gli antichi Patriarchi ebbe la bella sorte di essere purissimo Sposo della gran Madre di Dio Maria sempre Vergine Nostra Signora: Joseph Virum Mariae (Mat. 1, 16). Ed essendo così, chi può qui ridire di quanto valore sia il suo Patrocinio e la sua Intercessione appresso la sua illibatissima Sposa? Certo è, che San Giuseppe nonostante che in merito e in dignità fosse assai meno della gran Vergine; nulladimeno la Vergine lo riguardò sempre con molta umiliazione come suo Superiore e Capo: onde al dire del divotissimo Gersone, anche nel chiamarlo, lo intitolava come suo Signore, Maria vocabat Joseph Dominum suum15. Che se tanto l’onorò e l’amò in Terra, vorrem poi dire, che anche in Cielo non lo ricolmi di onore? Eh che è duopo pur confessare, che se Iddio dispensa le Grazie tutte per le Mani della sua SS.ma Madre; questa le dispensi per le mani del suo purissimo Sposo. Basta, che Giuseppe voglia; che tutto gli accorda e gli concede la Regina del Cielo. O felici pure quelle Anime, le quali godono la protezione del Santo Patriarca Giuseppe: beate quelle che ne sono divote e che a Lui con gran fiducia e costanza ricorrono in tutti i loro bisogni, ecc. SERMONE VII FAMILIARE Recitato Sabato 7 Gennaio 1758 Il Sermone è sviluppato in due parti: nella prima, comprendente venti punti, don Marcucci si propone di spiegare la genealogia di Maria SS.ma; nella seconda, sviluppata in quattro punti, l’Autore spiega il grado di parentela che Maria ha con noi. Don Marcucci vuole anzitutto dimostare, attraverso un elaborato percorso argomentativo, fondato sulle affermazioni dei Padri della Chiesa, quale fosse il grado di parentela che univano Maria e Giuseppe. Secondo la legge ebraica, infatti, si potevavo sposare soltanto coloro che erano della stessa stirpe e della medesima Tribù. Riguardo alla parentela che Maria ha con noi, don Marcucci fa sua l’affermazione di Giovanni Gersone il quale crede che “la Vergine è a noi parente in ogni genere di parentela”. Ella è nostra sorella, benché senza colpa, come discendente da Adamo e,in quanto Madre di Gesù, è nostra nostra amantissima Madre spirituale. Ci rimane, dunque, il dovere di amare e di onorare questa Madre stupenda ed amorosissima. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 63-77. Argomento Descrivendosi la nobile Parentela di Maria SS.ma, si conchiude esser essa nostra Parente in primo grado di adozione spirituale, cioè nostra amantissima Madre 1. Che Maria SS.ma, nostra Immacolata Signora, fosse della Discendenza di Abramo, della Tribù di Giuda, e della famiglia e stirpe reale di Davide, non vi può esser dubbiezza; sì perché il cattolico dogma così c’insegna con la comune dei Padri; e sì ancora perchè benespesso, nelle solennità della Vergine, la stessa Chiesa è premurosa di ricordarcelo; dicendo Gloriosae Virginis Mariae, ex semine Abrahae, ortae de Tribu Juda, clara ex stirpe David 16 (Antiphon ad Laud. in Fest. Imm. Conc., et Nat. B.M.V.). Or l’Evangelista San Matteo, in due modi principalmente ci presenta questa gran verità. Primieramente quella Genealogia, che da Abramo, 16 Della gloriosa Vergine Maria della discendenza di Abramo, nata dalla Tribù di Giuda, dalla illustre stirpe di Davide. 11. Qui il fatto di S. Teresa, che chiedendo una grazia alla Regina del Cielo; questa la mandò da S. Giuseppe, ecc. 15 Maria chiamava Giuseppe suo signore. 342 343 Giuda, Davide, Salomone ed altri, tira sino al Patriarca San Giuseppe, egli la chiama Genealogia di Gesù Cristo, Liber Generationis Jesu Christi17 (Mat. 1, 1). Certamente, come c’insegna la Fede, Gesù Cristo non fu figlio naturale di San Giuseppe, né per opera sua fu concepito; ma per sola virtù dello Spirito Santo fu concepito e nacque da Maria sempre Vergine, senz’alcuna umana cooperazione. Sinchè essendo di Fede, che Gesù Cristo nacque dalla discendenza di Abramo, dalla Tribù di Giuda e dalla Reale Stirpe di Davide (Hebr. 7): ed essendo anche di Fede, che non poteva appartenere ad Abramo, né a Giuda, né a Davide, per via di San Giuseppe, di cui non era vero e naturale Figlio. Resta, come ottimamente conchiude il grande Agostino contra l’empio Fausto eresiarca Manicheo (Lib. 23, cap. 9), resta, dico, che egli il Redentore Divino appartenesse, come Uomo, a quella Genealogia, in quanto fu vero e natural figlio di Maria Vergine: la quale perciò, chi non vede, che necessariamente esser doveva della discendenza di Abramo, della Tribù di Giuda e della famiglia e stirpe di Davide (Grav., Tomo 1, De Myst. pagg. 48-50): come ancor chiaramente la chiama San Luca De domo et Familia David 18 (Luc. 1, 27; 2, 4). L’altro modo poi, con cui San Matteo una tal verità ci presenta, è qualora dice, esser stata nostra Signora data in purissima Sposa a San Giuseppe: Cum esset desponsata… Maria Joseph19 (Mat. 1, 18). Perciocché, com’io in altra occasione accennai (Ser. III, n. 11), nel capo 36 ed ultimo del Libro dei Numeri, aveva Iddio espressamente comandato, che niuno accasar si potesse se non con Persona della stessa sua Tribù e Famiglia: Omnes viri ducent uxores de Tribu et cognatione sua20. E da questa Legge ne era eccettuata la sola Tribù Sacerdotale di Levi, i cui discendenti accasar si potevano con chiunque di altre Tribù fosse loro piaciuto: e così veniva pure eccettuata qualunque Zitella, purchè non fosse stata ereditaria di tutta la roba di sua casa (Grav. loc. cit., pagg. 50-51); attesochè allora non poteva maritarsi se non con Persone 17 Libro della genealogia di Gesù Cristo. Della Casa e della famiglia di Davide. 19 Essendo stata Maria promessa sposa a Giuseppe. 20 Tutti gli uomini prenderanno moglie dalla propria Tribù e parentela. 18 344 della stessa sua Tribù e Agnazione: appunto, come fu Maria SS.ma, che fu l’unica Figlia ed ereditiera tuttoché di poche sostanze, di San Giovacchino suo Genitore. Cosicché, essendo certo per Fede, che San Giuseppe discese da Abramo, da Giuda e da Davide (Mat.1; Luc. 3, 24, ecc.); ed essendo egli obbligato ad osservar la Legge; non poteva sposarsi con Maria SS.ma, né questa con Lui; se ambedue stati non fossero della stirpe e famiglia stessa e della medesima Tribù e Discendenza (Grav. loc. cit., pag. 48). Bisogna pur confessare pertanto che la gran Vergine ed il Patriarca San Giuseppe fosser tra loro Parenti ed Agnati in grado molto prossimo e stretto; come dicono i Santi Padri. Ma, direte voi, in qual grado? O qui sta il punto. Il Santo Vangelo non ne parla. I Sacri Interpreti e Scrittori son di vario parere; tra la varietà dei quali non sapreste a quale positivamente appigliarvi. Or via vi dirò su di ciò il debol mio sentimento: e da questo familiare ragionamento sopra la nobilissima Reale Parentela di Nostra Signora, vedremo se in qual modo e in qual grado ci sia essa Parente e possiam noi per tale sempreppiù riconoscerla. 2. I Ponendosi l’eruditissimo Ugone Grozio (in cap. 3, Luc.) a considerar la Parentela che vi era tra Nostra Immacolata Signora ed il Patriarca San Giuseppe, prima del Divino loro Sposalizio; è di sentimento, che San Giuseppe fosse fratruele o Fratello Cugino del Bisnonno di Maria SS.ma, che si chiamò Barpantere mentre suppone che il Padre di questo Barpantere e di San Giuseppe fossero Fratelli carnali. Onde così fa discender la Vergine; cioè Barpantere di Lei Bisnonno fu Padre di Pantere; Pantere di Lei Nonno fu Padre di San Giovacchino; e questo fu Padre di Nostra Signora. Che perciò conchiude il sopraccitato Grozio, la Vergine era Pronipote del Cugino di San Giuseppe. Affin poi il Grozio di mostrare che ciò non è capricciosa sua invenzione, cita in suo favore San Giovanni Damasceno (lib. 4, De fid. Orehod, cap. 15); il quale dice chiaramente che il Padre di San Giovacchino si chiamò Pantere, ed il Nonno si nominò Barpantere: i quali due vengono pigliati da altri Autori per Matath, e per Heli, nominati da San Luca (Bolland. Possin.) 345 3. 4. 5. Ma sia detto in buona pace del Grozio ingegnosissimo, non possono mai ammettersi queste sue inezie nella spiegazione del Sacrosanto Vangelo (Grav., Tomo 1, De Myst., pag. 61) Primieramente se San Giuseppe fosse stato cugino del Bisnonno della Vergine aver doveva per lo meno cento e più anni, qualora contrasse il purissimo Sposalizio con Lei Giovinetta di circa quindici anni: il che, non avendo punto di piede, non può fingersi al certo. Inoltre facendo egli Barpantere, e Pantere discendenti da Nathan, ne verrebbe che la Vergine per parte del Padre non sarebbe discesa da Salomone, come il suo Sposo Giuseppe e non sarebbe stata della stessa sua Famiglia. È vero che San Giovanni Damasceno nomina Pantere, e Barpantere, come Padre e Nonno di San Giovacchino e come discendenti da Nathan: ma non dice mai che Barpantere fosse Cugino di San Giuseppe; come finge il Grozio. Cosicché è duopo far passaggio a considerar gli altrui sentimenti. Con assai maggior fondamento è quello, che noi troviam registrato nei Menologi Greci agli 8 di Settembre, sopra la Parentela di Maria SS.ma con il suo purissimo Sposo. Leggesi ivi, che la Vergine, per riguardo della Madre, fosse Sorella cugina di San Giuseppe; tanto che Giacobbe Padre di San Giuseppe e Sant’Anna Madre di Nostra Signora, fossero fratello e sorella carnale, ambedue Figli di Mathan, di cui parla San Matteo. Questa opinione dei Menologi Greci, fu ancor seguitata dal Galatino, dal Gaetano, dal Lirano e da altri moltissimi; e particolarmente da Cristoforo de Castro (Tirin. In Chr. Tab. IV). Formano dunque essi l’Albero così. Mathan della Tribù di Giuda, e discendente da Davide per la linea di Salomone, ebbe per Consorte una certa Maria della stessa Tribù di Giuda; e ne ebbe quattro Figli, cioè tre Femmine e un Maschio, e con tal’ordine, cioè Maria, Sobe, Giacobbe ed Anna. 6. Da Sant’Anna che fu maritata con San Giovacchino pur della stirpe Davidica, ma per linea di Nathan, nacque Maria Vergine Nostra Signora. 7. Giacobbe poi fratello carnale di Sant’Anna, ebbe due Maschi, cioè Cleofa o sia Alfeo e San Giuseppe Sposo della gran Vergine, la quale perciò, come fu detto, veniva ad essere sua Cugina. 346 8. Da Sobe, Sorella di Sant’Anna e di Giacobbe e Zia della Vergine, nacque Santa Elisabetta, che fu maritata con San Zaccaria della Tribù Sacerdotale di Levi e fu Madre di San Giovanni Battista. Onde Santa Elisabetta veniva ad essere pure Cugina di Maria SS.ma e di San Giuseppe. 9. Dalla prima Sorella poi di Sant’Anna e di Giacobbe, nominata Maria di Mathan, come fu detto sopra, e maritata con lo stesso suo Nipote Carnale, cioè con Cleofa o sia Alfeo, fratello di San Giuseppe, nacquero sei figli, vale a dire due femmine, cioè Salome e un’altra Maria, e quattro Maschi, cioè San Giacomo Minore, un altro Giuseppe nominato nel Vangelo, San Giuda Taddeo e San Simeone di Nazareth, successore di San Giacomo Minore, suo Fratello, nel Vescovado di Gerosolima (Mat. 27, 56; Marc. 15, 40; Marc. 6, 3). Onde i due Apostoli San Giacomo Minore e San Giuda Taddeo, venivano pure ad esser cugini di Nostra Signora e del suo purissimo Sposo; e nel tempo stesso Nipoti: poiché se la loro Madre era zia carnale della Vergine e di San Giuseppe; il loro Padre Cleofa però era fratello carnale di San Giuseppe e cugino di Nostra Signora. 10. Finalmente da Salome qui sopradetta, prima figlia di Cleofa e maritata con Zebedeo, nacquero gli altri due Apostoli San Giacomo Maggiore e San Giovanni Evangelista il prediletto: i quali venivano ed esser Nipoti terzi della Vergine e di San Giuseppe; a motivo che la loro Madre Salome era figlia di Cleofa o sia Alfeo, Cugino della Vergine e carnale di San Giuseppe. 11. E questo è l’Albero di tutta la Sacra Famiglia di Gesù Cristo, che da Santi Padri Greci e Latini ha raccolto e compilato con somma diligenza e studio l’incomparabile Cristoforo de Castro nel suo bel Libro dell’Istoria della Vergine (cap. 1). 12. So bene, che varie cose si potrebbero opporre intorno a tal’Albero; e la principale si è, che nel capo 1 di San Luca apertamente si dice, che Santa Elisabetta fu della Tribù di Levi, o che vale lo stesso, fu discendente da Aronne: De filiabus Aaron Elisabeth21 (Luc. 1, 5). Laddove se essa fosse stata figlia di Sobe Sorella di Giacobbe Padre di San Giuseppe, come vogliono 21 Elisabetta delle figlie di Aronne. 347 quegli Autori sopraccitati, sarebbe stata, almeno per parte di Madre, della Tribù Reale di Giuda. Or questa obiezione peraltro è di poco momento, poiché appunto San Luca parla del Padre di Santa Elisabetta, che fu della Tribù Sacerdotale di Levi e di Aaron, come lo fu il suo Marito San Zaccaria. Quindi Santa Elisabetta, come nota San Tommaso (in 3 p. , q. 31, ar. 2, ad. 2) per parte del Padre (di cui sinora non si sa precisamente il nome), fu della Sacerdotale Tribù di Levi; per parte poi della Madre, fu della Tribù Reale di Giuda. E ciò, non senza disposizione misteriosa del Cielo, come osserva San Gregorio Nazianzeno (in Carmin. De Geneal. Christ): perciocché era ben dovere che Gesù Signor nostro, come Sommo Re e Sommo Sacerdote, nascesse, come Uomo, da Stirpe nobilissima Regia, illustrata ancora dalla stretta Parentela con l’altra nobilissima Stirpe Sacerdotale. 13. Un’altra obiezione si è. Se Santa Elisabetta dunque era figlia di Sobe, zia carnale della Vergine e di San Giuseppe, sarebbe stata senz’altro Cugina di Maria SS.ma. Eppure San Luca la dice chiaramente Cognata di Nostra Signora: Ecce Elisabeth Cognata tua22 (Luc. 1, 36). Converrà dunque dire, che piuttosto fosse Sorella Carnale di San Giuseppe. Rispondo, che anche così presa, sarebbe stata nel tempo stesso Cognata e sorella Cugina; atteso che San Giuseppe, come figlio di Giacobbe, fratello carnale di Sant’Anna, era Cugino della Vergine; come fu detto. Ma la verità si è, che la voce Cognata in San Luca, non s’intende presa in rigore, come noi oggi prendiamo la voce di Cognato; ma s’intende in più largo senso, cioè per Parente. Or siccome Sant’Anna era Sorella Carnale di Sobe, Madre di Santa Elisabetta, conforme altrove dicemmo (n. 5, 8), e come attesta ancora nella sua Storia Greca Niceforo (lib. 2, cap. 3) con l’autorità dell’antichissimo Ippolito Martire, perciò sotto nome di Cognata s’intende Cugina. 14. Lodato Iddio, sento qui chi ad esclamar si pone, dunque resta conchiusa la stretta Parentela dell’esser Cugini tra loro la Vergine e San Giuseppe, per essere stata Sant’Anna Sorella Carnale di Giacobbe, Padre del Santo Patriarca. Certamente, rispondo; così dicono i Greci Menologi e tutti quei classici e dotti Scrittori, che ho poc’anzi citati. 22 Ecco Elisabetta tua parente. 348 15. Ma, e voi, Padre (odo chi mi ripiglia), non ne giudicate pure in tal guisa? Or che volete, che io vi risponda? Vi parlo chiaro, ne dubito. Mi spiego. Io non dubito punto, che Nostra Signora e San Giuseppe fossero stretti Parenti: anzi con ogni fondamento giudico che fosser Cugini tra loro. Ma dubito solo, se ciò fosse per via di Sant’Anna o per via di San Giovacchino. 16. Ma come? Direte voi. Dunque quell’Albero, poc’anzi riferito della Sacra Famiglia di Gesù Cristo e con tanta esattezza da Scrittori così dotti ed accorti compilato, per voi non sarà di autorità veruna? Dio mi guardi, rispondo, da tanta audacia. Io presto anzi ad esso tutta la venerazione e stima e gli confido ogni mia credenza ancora, salvo, che in alcune cose; nelle quali mi sembra più verisimile l’opinione di molti altri eccellenti Scrittori. Udite. 17. Dove fu detto, che Mathan, Nonno di San Giuseppe, ebbe quattro figli, cioè Maria, Sobe, Giacobbe, ed Anna (vid. n. 5); leverei Sant’Anna e ci porrei in sua vece San Giovacchino, che lo farei fratello carnale di Giacobbe, Padre di San Giuseppe; e così farei San Giovacchino della stirpe di Davide, non già per la Linea di Nathan, come vuole San Giovanni Damasceno ed il Grozio (vedi n. 3), ma bensì per la Linea di Salomone, come credono altri molti con maggior fondamento. Sant’Anna poi, invece di farla sorella carnale di Sobe, Madre di Santa Elisabetta, la farei piuttosto sorella carnale del Padre della suddetta Santa Elisabetta e della Tribù, non già Reale di Giuda, come San Giovacchino ma bensì Sacerdotale di Levi. Onde quel testo di San Luca Ecce Elisabeth Cognata tua, l’intenderei così, cioè che Santa Elisabetta fosse Cugina della Vergine, in quanto che era Nipote di Sant’Anna sorella carnale di suo Padre; come appunto altri Sacri Interpreti spiegano questa Cognazione e Parentela della Vergine con Santa Elisabetta. 18. Tutto bene, Padre, sento chi soggiunge; a noi piace più in quell’altro modo l’Albero fatto della Sacra Famiglia, senza mutarvi nulla. Ottimamente, rispondo: e tenetelo pure, perché in verità è all’intutto verisimile ed assai ben fondato. Ma ricordatevi che noi pur convenia- 349 mo insieme. Voi dite che San Giuseppe fu Cugino di Maria SS.ma; ed io replico ed attesto lo stesso. Voi tenete, che Sant’Elisabetta fosse Cugina della Vergine; ed io lo stesso tengo e confesso. E in tutto l’altro poi anch’io lodo, approvo ed abbraccio l’Albero sopraccennato della Sacra Famiglia. Est Soror ab humana Specie23: come Madre poi di Gesù Signor nostro, si è degnata di adottarci tutti per Figli e di esser per regenerazione spirituale, nostra amantissima Madre. Per questo, non senza profondo mistero, l’Evangelista Matteo, favellando del Divino Parto della Vergine, disse: Peperit Filium suum primogenitum24 (Mat. 1, 25). È di fede, che Gesù Cristo fu l’unico Figlio, che per Divina Virtù fu concepito e partorito da Maria SS.ma, la quale siccome fu sempre Vergine avanti il Parto e nel Parto purissimo, così sempre Vergine ancora fu dopo il Parto. Onde qualor San Matteo chiamar volle Gesù con il titolo di Primogenito, invece di nominarlo Unigenito, fu come avvertono i Santi Padri, perché il Santo Evangelista ben sapeva, che se la gran Vergine avea avuto per Virtù Divina un sol Figlio naturale, che fu Gesù Cristo; aveva nondimeno altri innumerabili figli spirituali, che siam noi Cristiani; dei quali tutti essendo capo Gesù Cristo, perciò in riguardo all’esser di figlio della Vergine, lo chiamò Primogenito, alludendo che noi i Secondogeniti di Maria eravamo. 19. Sì (odo replicarvi), ma noi con l’autorità dei Menologi Greci, dell’antico Galatino, del Gaetano, del Lirano e di altri dotti Scrittori moltissimi, teniamo, che Sant’Anna fosse della Tribù di Giuda, Figlia di Mathan e Sorella di Giacobbe, Padre di San Giuseppe, ed in conseguenza zia carnale del suddetto Santo Patriarca; e voi invece e nel luogo di Sant’Anna porre ci volete San Giovacchino, anche contro l’autorità del Damasceno, che lo pone nell’altro ramo di Giuda e di Davide per via di Natan. 20. È verissimo, rispondo; ma se io ripongo San Giovacchino per figlio di Mathan, per fratello carnale di Giacobbe e per zio carnale di San Giuseppe, credete voi, che a far ciò io mi muova senza autorità molto gravi? Uditele adunque. Di tal mia opinione fu Eusebio Cesariense, che assai prima di San Girolamo visse; di tal parere furono ancora San Giustino Martire antichissimo, Sant’Ambrogio, Teofilato, Eutimio, il Ven. Beda ed altri, riferiti dal dottissimo Salmerone (Tomo 3, Tract. 28, part. 1). Nulladimeno, ripeto, o sia più fondata e verosimile la vostra, o più sia la mia; a noi bastar deve tra tanto di esser giunti a scoprire se in qual grado era, tra la Vergine e San Giuseppe, quella stretta Parentela, che dal Vangelo e dai Santi Padri, veniva comunemente asserita. II 21. Così ben capire sapessimo a nostro vantaggio la Parentela strettissima, che la gran Vergine con noi ancora aver si degna. Su di questo secondo punto del mio familiare Ragionamento, è degno di nostra osservazione ciò che ne scrive quel Santo Gran Cancellier di Parigi Giovanni Gersone: Maria, dice egli (Tr. S. in Ma.), nobis affinis est in omni genere affinitatis; cioè a dire, è la Vergine a noi Parente in ogni genere di Parentela. Certamente, segue a dire egli, come Discendente da Adamo, tuttoché senza contrarne la colpa, essa è nostra Sorella, 350 22. E questo appunto fu quello, che lo stesso Redentore Divino confermar volle su nella Croce; qualora rivolto alla sua Santissima Madre, le consegnò Giovanni per figlio e sotto nome di Giovanni, come notan gli Interpreti, le assegnò tutti noi, Ecce Filius tuus: ed indi a Giovanni ed a noi tutti rivolto, destinar ce la volle per Madre, Ecce Mater tua (Joan. 19, 26-27). 23. Che se dunque così stretta Parentela qual è quella di Madre coi Figli, passa tra la Vergine e noi; perché dunque, Uditori, non poniam ogni studio e premura di riconoscerla sempre per nostra amorosissima Madre, di amarla come Madre e di servirla e trattarla sempre da Madre? Ah sì, che Maria SS.ma dal canto suo esegue a puntino verso di noi di premurosa Madre l’Uffizio; come, non meno l’autorità dei sacri Dottori ce ne assicura, ma l’esperienza medesima ce lo contesta. Noi però ci portiam forse così verso di Lei? Dov’è il rispetto e l’ossequio amoroso da 23 24 È sorella della specie umana. Partorì il suo Figlio primogenito. 351 Figli? Dove lo zelo, la diligenza, la fedeltà e la premura? Deh confondiamoci pure; confessiamo la nostra ingratitudine somma, pentiamocene pur di buon cuore; e davvero proponiam in quest’oggi l’emenda. 24. L’esempio sia di quel Giovine, che intepidito nella divozion della Vergine, passando un dì innanzi ad una Sacra Immagine di Maria e salutandola con quel Versetto: Monstra te esse Matrem25, udì rispondersi con tuono imperioso, Monstra te esse Filium26: onde spaventato si ravvide, ecc. 25 26 SERMONE VIII FAMILIARE Recitato Sabato 14 Gennaio 1758 Il Sermone è articolato in tre parti: nella prima, sviluppata nei punti 1-11, don Marcucci si propone di spiegare la divinità dello sposalizio contratto tra la gran Madre di Dio e San Giuseppe; nella seconda parte, sviluppata nei punti 12-25, viene risolto il quesito di quando avvenne tale sposalizio: se prima o dopo l’annunciazione; nella terza parte, nei punti 26-29, l’Autore spiega in che modo anche noi possiamo diventare sposi di Maria SS.ma. Don Marcucci si sofferma anzitutto a riflettere sulla probabile età dei due giovani quando contrassero il loro divino matrimonio e, dopo aver esaminato accuratamente varie interpretazioni dei Padri della Chiesa, ritiene probabile che Maria SS.ma avesse circa 15 anni e San Giuseppe 40. Riguardo all’età di quest’ultimo, don Marcucci rifiuta di pensare che San Giuseppe fosse un vecchio di 80 anni, come alcuni ritengono, perché in età così avanzata non sarebbe stato in grado di custodire né la giovane Sposa né il Figlio. La giovane età di San Giuseppe serve poi, soprattutto, a dimostrare la sua singolarissima saggezza e prudenza e la sua illibatissima castità. Don Marcucci crede anche, insieme al Gersone, al Suarez e a molti altri, che lo Sposo di Maria, al pari di San Giovanni Battista, fosse stato santificato nel ventre materno e confermato in grazia. Riguardo al quando sia avvenuto il santo matrimonio, se prima o dopo l’annunciazione, l’Autore ritiene, insieme alle maggiori personalità della Chiesa, “che Maria SS.ma, prima fosse sposata con S. Giuseppe e poi fosse annunziata dall’Angelo e concepisse per virtù dello Spirito Santo il Figlio di Dio”. Riguardo a se e come noi possiamo essere sposi di Maria, don Marcucci risponde che ciò può avvenire se noi uniamo la nostra mente, il nostro cuore e la nostra volontà a quella di Maria. Conclude poi con una fervente preghiera per chiedere a Maria SS.ma di accettarci come figli e di trattarci per sempre come fedelissimi suoi Sposi fino agli ultimi respiri della nostra Vita. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp.78-94. Dimostra di esser Madre. Dimostra di essere figlio. 352 353 Argomento fosse la Divina Fanciulla, quando al Tempio fu presentata; nonostante che Sant’Anselmo inavvertentemente scrivesse, essere stata allora la Vergine di anni sette; nulla di meno la sentenza comune dei Santi Padri sì Greci, che Latini, è che fosse di soli tre anni; e che al Tempio stesse per lo spazio di anni undici; sintanto che sposata non fu con San Giuseppe (Auriem, part.1, c. 22; Grav. loc. cit., pag. 4). Dilucidandosi, se quando avvenisse il purissimo Sacro Sposalizio tra la Vergine e San Giuseppe, si conchiude con l’esaminare il modo, come possiamo contrarre uno spirituale Sposalizio con la suddetta Regina del Cielo Dilucidata la Genealogia del Patriarca San Giuseppe e della Vergine Immacolata e spiegata la stretta Parentela, che tra loro passava; seguitando ora il medesimo ordine dei Misteri, che tien l’Evangelista Matteo nel suo primo Capo, duopo è, Uditori, trattare in questa sera del sacro purissimo Sposalizio, che tra la gran Madre di Dio, ed il Santo Patriarca, fu divinamente contratto. San Matteo così misteriosamente ne favella, Cum esset desponsata Mater eius Maria Joseph, antequam convenirent, inventa est in utero habens de Spiritu Sancto27 (Mat. 1, 18); cioè a dire, essendo stata sposata Maria Madre di Gesù con Giuseppe, innanzi che convenissero, fu trovato che aveva concepito per virtù dello Spirito Santo. Or su di questo Divinissimo Sposalizio tre osservazioni faremo. Primieramente vedremo di quanti Anni erano questi ineffabili Sposi. Secondariamente, se tale Sposalizio fosse fatto prima dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele, ovver dopo. Finalmente, se vi sia qualche modo di far che la Gran Regina del Cielo Sposa anche nostra divenga. Favoritemi di attenzione: ed incomincio. I Che la Vergine, essendo fanciulla, fosse stata dai Santi suoi Genitori, presentata al Tempio in Gerosolima; ed ivi lasciata in educazione nel chiostro che entro il recinto del Tempio vi era a bella posta per le Verginelle, sotto il magistero di pie Madrone e sotto la cura del Sommo Sacerdote: egli è tanto certo per attestato dei Santi Padri, contra certuni moderni sfacciati Critici; quanto è certo che Santa Chiesa, sin dai secoli più antichi, ne celebrò e tuttora ne celebra ai 21 di Novembre la festa (Graves., Tomo 1, De Myst. diss. 1, pagg. 3-4). Di quanti anni poi 1. 27 Sua Madre Maria essendo stata promessa sposa a Giuseppe, prima che abitassero insieme, fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo. 354 2. Quindi la più comune Sentenza tiene che Maria SS.ma sul principio de’ quindici anni dell’età sua contraesse il sacro Sposalizio Divino con il SS.mo Patriarca. Di San Giuseppe sì, non è così facile il risapere se di quanti anni allora egli mai fosse. 3. Come, Padre? Sento qui chi mi dice; e non è forse comune tradizione, che San Giuseppe allora era già vecchio ottagenario? Sin da quando eravamo per dir così Bambini ci raccontavano i nostri Antenati, che San Giuseppe essendo vecchiarello di anni ottanta e Vedovo della prima Consorte; da cui avea avuti dei Figli; portatosi a caso con un bastoncello alla mano nel Sacro Tempio, dal bastoncello uscirono vari fiori e ne uscì ancora una colomba; la quale postasi sopra il capo del Santo Patriarca, servì per dar segno al Sommo Sacerdote, che quello era l’eletto al Sacro Sposalizio con Maria Vergine; onde, tuttoché egli ricusasse molto, atterrito nulladimeno dal Sommo Sacerdote con varie minacce, condiscese alla fine. 4. Tutta questa narrativa, rispondo, è appunto una tradizione del volgo ignorante ed è una favoletta inventata in parte dagli antichi Eretici ed in parte dalla semplicità di vecchiarelle incapaci; registrata è vero in più Libri, ma apocrifi, falsi e favolosi; e meritamente insiem con la citata favoletta rigettati dai Santi Padri e da tutti i dotti e giudiziosi Scrittori dell’Ecclesiastica Istoria (vedi Graves., Tomo 1, De Myst. Christ., Diss. I pagg. 4-5). 5. Di fatto, se esaminar la vogliamo parte a parte come credibile mai, primieramente, che San Giuseppe benedetto, qualor contrasse con la gran Vergine lo Sposalizio purissimo, fosse in età di ottant’anni? È certo, che uno dei motivi, per cui Iddio volle che la sua purissima Madre fosse 355 sposata ad un Uomo santissimo, fu affin questo le servisse di sollievo, di sostegno e di aiuto in tutte le sue occorrenze. Or qual mai di sollievo le sarebbe stato e nella fuga in Egitto e in tante altre contingenze, un vecchio di età decrepita, come nella favoletta si finge? È dunque assai più convenevole ed anche più conforme al Vangelo, il credere che allora il SS.mo Patriarca fosse piuttosto di età matura sì, ma vigorosa, come di Giovane di anni quaranta. E così lo credono i più dotti e prudenti Scrittori (Graves. loc. cit.). 6. Che si chiamava e si dipinge vecchio; ciò è per due motivi. Primo, per dimostrar la singolarissima saviezza e prudenza del Santo Patriarca. Secondo, per significare la sovrangelica illibatissima sua Castità, che in ogni tempo ebbe, anche nell’età sua giovanile. 7. Quanto poi all’altro, che empiamente dalla favoletta si aggiunge, cioè che San Giuseppe fosse vedovo della prima Consorte, da cui avea avuti dei Figli: o questo sì, che altro che da penna ereticale in quegli apocrifi e bugiardi libri può essere aggiunto. Perciocché è certo che il massimo San Girolamo scrivendo contra l’eresiarca Elvidio; e San Pier Damiani (opusc. 17), costantemente sostengono, che San Giuseppe, non solamente fosse sempre castissimo, ma ancor sempre Vergine; come piamente ancor lo crede la Chiesa, al notar del Bollando (ad diem 19 Marzo): anzi allo scriver del dotto Gersone, di questa perpetua Verginità illibatissima ne ebbe il Santo Patriarca il Dono infuso da Dio, sin da quando era nel Ventre Materno; in cui al pari del Gran Battista fu santificato e confermato in Grazia; come il citato Gersone e l’esimio Suarez con altri molti sostiene. 8. 356 Riguardo poi all’improvviso prodigioso fiorire del suo bastoncello ed al riposarsi sul capo suo la Colomba, tuttoché disdicevol non fosse ad avvenire ad un Patriarca sì Santo (Graves. loc. cit. pag. 4, colonna 2); nulladimeno non ha punto del verosimile che gli avvenisse; appunto perché nella favoletta si finge che portasse il bastoncello da vecchio, quando già tale non era, come osservammo; e perché nella storiella si aggiunge, che tanto i fiori comparsi, quanto che la Colomba, furono per dar segno al Sommo Sacerdote che Giuseppe era lo scelto Sposo tra tanti; quando è certissimo, che tali segni non ci occorrevano, perché egli solo, come il più prossimo della stirpe e famiglia della Vergine, fu secondo la Legge destinato ad uno Sposalizio sì sacrosanto. 9. Mi direte, se perché poi sia stato quasi sempre dipinto San Giuseppe col bastoncello fiorito in su la cima? Rispondo, siccome si dipinge vecchio, non perché così fosse, ma per denotar la sua prudenza e castità singolarissima; così si dipinge col bastoncello fiorito, per significare la sua grande autorità, mentre ai cenni suoi si mostrava ossequiosa la Regina del Cielo ed insino lo stesso Creatore dell’Universo. Ma siccome egli questa sua autorità di Capo di Famiglia, l’univa sempre con una profonda umiltà e con altre mille virtù sovraeroiche; perciò il suo bastone era necessariamente di vaghi fiori ricolmo. Così qualora dipinto si veda con la colomba sopra il suo Capo, denota la Grazia e l’Amore dello Spirito Santo, di cui fu sempre ripieno. 10. Circa poscia alla chiusa della favoletta, cioè che egli fosse dal Sommo Sacerdote con minacce atterrito ed allo Sposalizio sacro fosse forzato; inezie son da donne e da vecchierelle. Certamente San Giuseppe vien e dal Vangelo chiamato giusto e questa somma sua Santità e giustizia viene appunto encomiata da tutti i Santi Padri, perché per ubbidire alla santa Legge di Dio non ricusò punto di collegarsi in Sposo purissimo con la Regina delle Vergini (Graves. loc. cit.); risoluto sempre di osservar rigorosamente perpetua Verginità e Modestia anche dopo lo Sposalizio contratto; come già fece con somma puntualità e diligenza. 11. Rigettata pertanto ogni favola, ritornando al nostro proposito, sì la Vergine, che Giuseppe, amendue eseguendo gli alti voleri di Dio, contrassero insieme il purissimo Sposalizio; Maria SS.ma trovandosi sul principio dell’anno suo quindicesimo; e sul quarantesimo in circa dell’età sua il SS.mo Patriarca. II 12. Quando poi avvenisse questo Sposalizio Divino tra Nostra Signora e San Giuseppe, cioè se prima che fosse la Vergine dall’Angelo annunziata, ovvero dopo seguita l’Annunciazione e l’Incarnazione del Divin Verbo; 357 non convengon tra loro i Santi Padri, né gli altri Scrittori sacri moderni si accordano in questo. Alcuni a tutta possa sostengono che Maria SS.ma prima fosse annunziata dall’Angelo e concepisse nel suo Verginal seno il Figlio di Dio umanato e poi fosse sposata con San Giuseppe. Altri poi insegnano tutto il contrario, dicendo che prima fosse sposata e poi annunziata. Il Santo Vangelo parla in un modo, che sembra or favorire ad una ed or ad un’altra Sentenza. Mi direte, e voi Padre, che ne dite? Quanto a me, vi addurrò i fondamenti di ambedue le opinioni; e poi vi discifrerò la mia. 13. Sant’Ilario pertanto (in cap. 1 Matth.), San Basilio (hom. De hum. Chr. Gener.) e Sant’Epifanio (Haeres. 78), sono di uniforme costantissimo sentimento, che la SS.ma Vergine fosse prima annunziata dall’Angelo e concepisse per virtù Divina il Verbo Incarnato e poi contraesse lo Sposalizio con San Giuseppe. Del sentimento medesimo sono stati Alfonso Tostato, il Cardinal Baronio, il Cardinal Gaetano e vari altri; ed in particolare ai tempi nostri i due dottissimi Scrittori Sorbonici Bernardo Lamỳ (cap. 3 et 8 in Harm. Evang.), ed Agostino Calmèt (in Com. Litt. in Matth.). 14. In tal guisa pertanto la discorrono essi in valida prova della loro sentenza. San Matteo descrivendo questo Sacro Sposalizio tra la Vergine e San Giuseppe, dice così: Cum esset desponsata Mater Jesu, Maria, Joseph, antequam convenirent, inventa est in utero habens de Spiritu Sancto (Mat. 1, 18). Il qual Testo non può esporsi ed interpretarsi meglio di questo, cioè essendo stata promessa per Sposa Maria SS.ma a San Giuseppe, prima che convenissero ad abitare insieme, già essa era stata annunziata ed avea concepito per virtù dello Spirito Santo il Figlio di Dio, nella propria Casa paterna. 15. Non vi ha dubbio, aggiungono, che anche nella Legge Vecchia presso gli Ebrei si stilava di prometter la Sposa, come ai nostri tempi si fa con i Capitoli; e poi dopo qualche tempo, celebrar gli Sponsali con lo Sposo e condurla alla Casa di Lui. Ciò supposto la Vergine era soltanto promessa a S. Giuseppe, ma non era con lui effettivamente sposata, quando fu annunziata dall’Angelo. E San Matteo lo dice chiaro, che avvedutosi San Giuseppe futuro Sposo, che la sua promessa Sposa era già incinta, non 358 sapendo ancora il Mistero che era in Lei avvenuto, né giudicar volendo sinistramente di una sì santa Vergine, pensò piuttosto di fuggirsene di nascosto, senza trasportarla e condurla in sua propria Casa: Joseph autem Vir ejus cum esset justus, et nollet eam traducere, voluit occulte dimittere illam28 (Mat. 1, 19). 16. Si aggiunga poi di più, seguono a dire, che ciò ad evidenza costa da quel che siegue in San Matteo, cioè che comparendo un Angelo di un subito a San Giuseppe, gli levò tosto il timore e gli disse, non temere o Giuseppe di accettare Maria in tua Consorte; perciocché quel che essa ha concepito nel suo Verginal Ventre, è per sola virtù dello Spirito Santo, Joseph, noli timere accipere conjugem tuam: quod enim in ea natum est, de Spiritu Sancto est29 (Mat. 1, 20). 17. Cosicché, conchiudono i sopraccitati Padri e Dottori, per quel che riguarda il Vangelo, si deduce a maraviglia essere stata la Vergine prima annunziata dall’Angelo e poi dopo essere stata effettivamente sposata con San Giuseppe. Per quello poi che riguarda le ragioni e le congruenze, ve ne sono tante, che non più (Graves. loc. cit. pag. 12). Primieramente è sentenza comune di S. Agostino, di S. Gregorio Nisseno, di San Beda, di S. Bernardo e di altri, che Nostra Signora sin dalla sua Fanciullezza, per impulso particolare dello Spirito Santo, si era a Dio obligata con voto perpetuo di illibata Verginità. Or come dunque la Vergine avrebbe mai dato il suo consenso allo Sposalizio con un uomo tuttoché SS.mo, se prima non fosse stata annunziata dall’Angelo e non avesse inteso da Lui, com’essa sarebbe rimasta sempre Vergine in tutta la vita sua? Risappiamo pur noi, con quanta circospezione all’Angelo stesso rispose e come a minuto voll’esser prima informata del come doveva esser Madre di Dio, innanzi che desse il suo Consenso. Or pensate se consentir voleva a sposarsi con un Uomo, qualor prima non fosse stata istruita dall’Angelo? Eh via, pare a voi. 28 Giuseppe poi suo sposo essendo giusto e non volendo ripudiarla, volle nascostamente rimandarla. 29 Giuseppe, non temere di accogliere la tua Sposa poiché ciò che in Lei è nato proviene dalla Spirito Santo. 359 Sposa (Luc. 2, 5). Ed in questo senso ancora deve intendersi San Matteo, qualora chiama la Vergine Sposa del Santo Patriarca, cioè dell’effettivo Sposalizio Sacro seguito: nominando perciò amendue i Santi Evangelisti col titolo di Marito in quei passi il glorioso San Giuseppe, come può osservarsi da ognuno, che senza impegno li legge (Matth. 1, 18-20; Luc. 1, 27). Onde si vede che tanto da San Matteo, quanto che da San Luca, risulta esser prima seguito il Sacro Sposalizio, che l’Angelico Annunzio ed il Divino Concepimento del Verbo Umanato. 18. E poi, siccome tra gli Ebrei allora si stilava, che per più mesi ancora dopo promessa, si tratteneva la Zitella futura Sposa, nella casa paterna: come lo attesta Maimónide (Tr. De Connub. Hebr.). Quindi avvenisse, che dopo che Nostra Signora era stata promessa in Sposa, fosse annunziata dall’Angelo nella propria Casa del Padre, come la più comune già tiene, (Graves. loc. cit. pag. 14); ed indi dagli stessi Parenti portata subito a visitar la sua Cugina Elisabetta, con Lei si trattenesse tre mesi (come già si trattenne); e nel ritorno poi, cioè tre mesi dopo annunziata, trovandosi già incinta del Divin Verbo, sposata fosse a Giuseppe e nella sua Casa condotta. 19. Ed in siffatta guisa con altre ragionevoli congruenze si aiutano il Lamỳ, il Calmèt, il Baronio e tutti i sopradetti Padri e Dottori, a porre bene in chiaro questa loro assai fondata sentenza. 20. Al contrario poi Sant’Ignazio Martire antichissimo a tempi degli Apostoli (in Epist. ad Ephes.), San Girolamo (in Matth. cap. 1), Sant’Ambrogio (lib. 2 in Luc.), San Bernardo (hom. 2 sup. Missus est), l’Angelico San Tommaso (in 3 p., q. 29, art. 1), ed altri molti sì antichi, che moderni Sacri Scrittori, ed in particolare l’eruditissimo Gravesòn Dottor Sorbonico (Tomo 1, De Myst. Chr. Diss. 1, pag. 6), a tutto potere sostengono con molte sode ragioni, che Maria SS.ma fosse stata prima effettivamente sposata con San Giuseppe e poi fosse stata annunziata dall’Angelo e concepito avesse il Divin Verbo, ed insieme con San Giuseppe si fosse portata all’amorevole visita di Santa Elisabetta sua Cugina. 22. Quindi resta pur chiaro, che l’Annunciazione seguì nella Casa di San Giuseppe: attesochè, come attesta Filone Ebreo e con Lui Pietro Coméstore, era stile degli ebrei nella Legge Vecchia di condurre, subito eseguito lo Sposalizio, la Donzella Sposa in Casa dello Sposo. E poi è di fede, che la Vergine SS.ma fu annunziata dall’Angelo nella città di Nazareth nella Galilea: Missus est Angelus Gabriel a Deo, così parla il Vangelo, in Civitatem Galilaeae, cui nomen Nazareth (Luc. 1, 26). Or appunto San Giuseppe aveva la sua Casa ed abitava nella predetta Città di Názaret della Provincia di Galilea; come ce ne assicura San Luca: Joseph a Galilea de Civitate Nazareth31 (Luc. 2, 4). 21. E ciò è tanto vero, dicono questi, che l’Evangelista San Luca lo dice a chiare note, che Iddio mandò l’Angelo alla Vergine già Sposata con San Giuseppe, Missus est Gabriel Angelus…ad Virginem desponsatam Joseph30 (Luc. 1, 27). E che sotto nome di Sposa intendesse San Luca l’effettivo Sacro Sposalizio seguito e non già solamente la promessa; egli stesso l’Evangelista lo dà a divedere in altro luogo, dove dicendo che San Giuseppe andò con la Vergine in Betlemme per farsi descrivere, a tenor dell’editto di Cesare Ottaviano Augusto, anche allora la chiama 23. A quella gran ragione poi, che la parte opposta adduceva, cioè che la Vergine sin dagli anni più teneri si era a Dio consegrata con voto di Verginità perpetua, talchè non avrebbe dato mai il suo Consenso a sposarsi con Uomo quantosivoglia Santissimo, se prima non fosse stata annunziata ed istruita dall’Arcangelo Gabriele: a tal ragione fortissima, ripeto, San Bernardo (hom. 4 sup. Missus est), e dopo lui San Tommaso risponde (in 3 p., qu. 28, art. 4), dicendo, che Maria SS.ma per impulso e rivelazione dello Spirito Santo già sapeva, che da codesto sacro suo Sposalizio con San Giuseppe, non avrebbe in nulla patito detrimento veruno la Verginità sua illibatissima con sì rigoroso e perpetuo voto giurata: in altro caso, neppure avrebbe mai prestato il suo consenso alla semplice promessa di esser futura Sposa di un Uomo. E così ancora la stessa Regina del Cielo di sua propria Bocca a Santa Brigida disse (Lib. 7, Revel. cap. 25). 30 31 Fu inviato l’amgelo Gabriele da Dio in una citta della Galilea che aveva nome Nazareth. 360 Giuseppe dalla Galila dalla città di Nazareth. 361 24. Sciolte dunque tutte le obiezioni avversarie, si portano i Padri e Dottori di questa sentenza e particolarmente San Girolamo e l’Angelico San Tommaso (in 3 p., qu. 29, art. 1), a conchiuder tal loro fondatissimo sentimento con questa ragione; dicendo che, una delle cause, per cui Gesù Cristo nascer volle da una Vergine sposata con un Uomo Santissimo, fu per provvedere all’onor della Madre; affinché gli ebrei ed altri non consapevoli ancora dell’alto mistero, non l’avessero lapidata, come Donna di mala vita. Questo è sentimento comune dei Santi Padri. Or posto ciò; se Maria Vergine fosse stata sposata effettivamente con San Giuseppe dopo l’Annunciazione dell’Angelo e dell’Incarnazione del Verbo, anzi dopo il ritorno da Santa Elisabetta, che vale a dire, dopo tre mesi che già era divinamente incinta di Spirito Santo; come mai sarebbe stato provveduto e riparato il suo Onore? Che non ne avrebbero bestemmiato i Giudei e l’altra Gentaglia maligna? Non mica tutti sarebbero stati degni gli Ebrei, come furono San Zaccharia e Santa Elisabetta, di risaperne dallo stesso Spirito Santo il Mistero? Adunque ogni ragion vuole (così essi conchiudono) e le più forti autorità della Scrittura e dei Santi Padri richiedono, che onninamente si dica, che Maria SS.ma, prima fosse effettivamente sposata con S. Giuseppe; e poi fosse annunziata dall’Angelo e concepisse nel suo Verginal Ventre per virtù dello Spirito Santo il Figlio di Dio fatt’uomo, Gesù Signor nostro. 25. Padre, sento qui chi mi dice, che ne deducete voi ora? Rispondo; io ne deduco, che questa seconda sentenza sia la più verisimile e la più fondata; e questa è quella, che quasi con la comune degli Scrittori e dei Padri, costantemente io tengo. III 26. Ma passiamo, se vi è in grado, giacché tanto abbiam favellato del Sacro Sposalizio della Regina del Cielo; passiamo, dissi, a succintamente vedere, se vi possa esser modo, che la Gran Vergine, Sposa anche nostra divenga. Non è già essenziale al vero e rato Sposalizio l’unione corporea; ma basta l’unione indissolubile degli animi e degli affetti, la comunione del vitto e degli averi, la fedeltà del reciproco innocente amore; come insegna, dopo il grande Agostino (lib. De Nupt. cap. 11), l’Angelico San Tommaso (in 3 p., q. 29, art. 2). Di fatto ci insegna il 362 Vangelo e la Fede, contra gli empi e sfacciati eresiarchi Gioviniano, Bonoso ed Elvidio, che Maria SS.ma siccome fu sempre illibatissima Vergine, prima dello Sposalizio con San Giuseppe, così sempre Vergine purissima si mantenne dopo lo Sposalizio Sacro, sino alla sua Morte SS.ma (Grav. loc. cit., pag. 17). Eppure il suo Sposalizio fu uno Sposalizio vero e rato con San Giuseppe; come sostengono S. Agostino e S. Tommaso (loc. cit.): a motivo che se amendue i divini Sposi si mantennero sempre intatti fra candidissimi gigli di una perpetua Purità Verginale; nulladimeno, dopo il Divino contratto che vi fu tra loro, vissero sempre indissolubilmente uniti di mente, di cuore, di volontà e di convitto, con una reciproca fedeltà costantissima e inalterabile. 27. Pertanto, per esser ora Sposo della Regina del Cielo, a me sembra necessario che v’intervengan tre cose; cioè: 1. il contratto reciproco tra essa Vergine e noi; voglio dir, se Ella degnar si voglia di accettarci per suoi Sposi e se noi risoluta mente accettar la vogliamo per nostra amabile Sposa; 2. l’unione delle nostre Menti e dei nostri Cuori col suo Cuore purissimo; 3. la fedeltà di questa sacra unione indissolubile. Or quanto a Nostra Signora, Ella è prontissima dal canto suo, ce ne assicura S. Bernardo (Ser. 98); dicendoci, esser per tutti aperte e patenti le amorevolezze misericordiose della Gran Vergine, Omnibus Misericordiae sinum aperuit Maria32; affinchè dalla pienezza dell’Amor suo prenda ciascuno quello che brama, Ut de plenitudine eius accipiant universi. Sicchè, che pretendiam noi stasera da sì amorevole Signora? L’esser fatti suoi cari Sposi, l’unirci con il Cuor suo Divino, l’esser fedeli e costanti in questa sacra Unione amorosa? Su, ricorriamo pur con fiducia alle viscere della sua Misericordia; Omnibus misericordiae sinum aperuit: ma ricorriamoci tutti dolenti e pentiti delle colpe commesse; e tutti animosi e risoluti di non più disgustarla. E dopo che così ci troviam umiliati innanzi al suo Trono; via su dimandiam con fiducia quel che vogliamo. 32 Maria aprì a tutti il seno della sua misericordia, perché dalla sua pienezza tutti attingano. 363 28. Deh sì, che io a nome mio e di tutti, o gran Madre di Misericordia, vi chiedo e lo voglio; che oltre all’esser vostri schiavi e servi perpetui, ci accettiate e ci teniate sempre per vostri Figli. Ma non basta. Vogliamo ancora, che vi degnate di accettarci e trattarci per sempre come vostri fedelissimi Sposi. A voi consagriamo in perpetuo le Menti nostre, affin di ricordarci di continuo di voi e delle vostre Grandezze. Voi dunque conservatecele a voi unite. A voi tributiamo irrevocabilmente i nostri Cuori, per amarci grandemente sino alla morte. Voi dunque teneteli a voi indissolubilmente incatenati. A voi per finirla consacriam quanto abbiamo, quanto siamo e la medesima Vita, affin di servirvi fedelmente sino agli estremi. Voi dunque abbiateci sempre sotto la vostra amorosa tutela. Certamente, che questa Unione sacra scambievole di Sposi, siccome farà, che noi siam sempre in avvenire tutti vostri; così che voi per sempre in nostra custodia pur siate. 29. Vergine graziosissima, se il Beato Alano meritò da voi ricever un vaghissimo Anello di oro, in contrassegno dello Sposalizio Divino, che con Lui contraeste; e meritò udirsi dire da voi, Diletto mio Sposo, non mi creder più da qui in poi da te lontana; nè di doverti tu più da me separarti. (B. Alan. p. 2, cap. 4, pag. 100). Noi, lo confessiamo, non meritiamo già tanto. Ci basta la Grazia vostra, il vostro Amore, la vostra benigna Tutela ed il dono di esservi da qui in poi fedelissimi Servi, Figli e Sposi, sino agli ultimi respiri di nostra Vita. Amen. Il Fine. SERMONE IX FAMILIARE Recitato Sabato 21 Gennaio 1758 Il Sermone è articolto in tre parti: nella prima, introdotta da un proemio e sviluppata nei punti 2-14, don Marcucci spiega la nascita di Gesù secondo il racconto dell’Evangelista san Matteo; nella seconda parte, sviluppata nei punti 15-20, viene spiegato quando avvenne l’Incarnazione e la nascita di Gesù; nella terza parte, nei punti 21-22, l’Autore invita gli ascoltatori a congratularsi con Maria SS.ma per il grandissimo privilegio di essere stata scelta per Madre di Dio. La nascita di Gesù avvenne nell’anno quattromila circa dalla creazione del mondo, mentre Erode Ascalonita era re della Giudea e Cesare Ottaviano Augusto era imperatore del Sacro Romano Impero. Questa interpretazione si ricava dalla Volgata e la Chiesa la ritiene la più verosimile e giusta benché ne permetta anche altre. Riguardo l’Incarcazione, essa avenne, nel ventre purissimo di Maria Vergine, il 25 Marzo, nell’equinozio di Primavera, in giorno di domenica. Dopo nove mesi, il 25 dicembre, nel solstizio d’Inverno, in giorno di domenica, circa la mezzanotte nacque Gesù, mentre tutto il mondo era in pace. Nella terza parte l’Autore invita gli ascoltatori a congratularsi con cuore umile ed affettuoso con la Vergine Madre per il singolarissimo e prodigiosissimo privilegio avuto della divina Maternità unita alla Verginità illibatissima ed incomparabile. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 95-108. Dino Ferrari, Natività di Gesù, tempera, 1965, Ascoli Piceno, lunetta nel parlatorio della Casa Madre dell’Istituto. 364 365 Herodis Regis33 (Mat. 2, 1). L’altra è, che nel tempo stesso reggeva il vasto Impero Romano Cesare Ottaviano Augusto. Ce ne fa indubitata fede San Luca, ove dice, Exiit edictum a Caesare Augusto, ut describeretur universus orbis34, con quel che segue al capo secondo. Argomento Incominciandosi a spiegare il Capo secondo di San Matteo, si pone in chiaro, se in che tempo nacque Gesù Signor nostro e quali prodigi principali accompagnarono la sua SS.ma Nascita; conchiudendosi con una Congratulazione alla SS.ma Vergine per la sua Maternità 1. 2. 366 Al sagro Sposalizio purissimo di Nostra Signora con San Giuseppe seguì l’Angelico Annunzio, come dicemmo. All’Annunciazione poi seguì immediatamente la graziosa Visita, che la Vergine far alla sua Cugina Elisabetta si degnò: indi il ritorno da Montana in Nazareth: e finalmente, pria della Nascita del Redentore, avvenne la partenza della Madre da Nazareth a Betlemme, per ivi farsi descriver con il suo purissimo Sposo, a tenor dell’Editto di Cesare Augusto. Questo è l’ordine dei Misteri, è vero: ma io chiedo scuse, Uditori, se in questa sera mi vien vietato il seguirlo. L’impegno mio è di spiegarvi primieramente di San Matteo il Vangelo. Or questo Evangelista, lasciando a San Luca l’incarico di far menzione degli altri Misteri, egli dopo il racconto del Sacro Sposalizio, passa a discorrer della Natività del Signore. Tal’ordine adunque anch’io necessariamente tenendo, passerò nel tempo stesso dal primo al secondo Capo del sovracitato Vangelo: nel cui principio appunto si favella della seguita Nascita del Redentore: proseguendosi ivi poi a parlare della Venuta dei Magi, della Strage degli Innocenti, della Fuga in Egitto e del Ritorno. Vedremo pertanto, primo in che tempo nacque Gesù Signor Nostro: secondo, quanti e quali prodigi (almeno i principali) accompagnarono la sua SS.ma Nascita, comprovando a maraviglia che egli era il vero Figlio di Dio fatt’ Uomo, ed il vero Messia promesso: terzo faremo una divota apostrofe alla Vergine, congratulandoci della sua Divina Maternità. La materia in se stessa richiede una grande attenzione. Da voi la spero. Incomincio. I Circa il tempo in cui avvenne la Nascita di Gesù Redentor nostro, due cose abbiam noi di certo dal sacrosanto Vangelo. La prima è, che il Redentore nacque nel tempo, che Erode era Re della Giudea. Ce ne assicura San Matteo, dicendo Cum natus esset Jesus in Bethleem Juda in diebus 3. Tutto bene, sento qui chi mi dice; ma in quale anno del Regno di Erode e dell’Impero di Augusto, nacque Gesù Cristo? Quanto primieramente ad Erode vi dirò: Quattro furono i Re Erodi nella Giudea. Il primo Re si chiamò Erode Ascalonita, di nazione non già ebreo, né discendente dalla stirpe ebrea; ma bensì Gentile ed Iduméo, figlio di Antipatro e nato nella Città di Ascalona, che era una Città dei Filistei: e divenne Re della Giudea per forza; mentre aiutato dal Senato Romano prese con le armi Gerusalemme, soggiogò tutti gli ebrei; e fu confermato ivi per Re tributario a Roma da Cesare Augusto. Or sotto il Regno di questo primo Erode, detto Ascalonita, avvenne la Natività del Redentore Divino e la Strage degli Innocenti (Tirin. in Cronic. c. 45, in princip.). 4. Il secondo Re Erode, fu chiamato Erode Antipa, stato per lo innanzi Tetrarca di Galilea e figlio del primo Erode ed anche fratello di Archelao, altro Tetrarca. E questo Erode Antipa fu quegli, che decollar fece San Giovanni Battista e innanzi al cui tribunale fu Gesù Signor nostro portato nella sua Passione (Tirin. loc. cit. sub. med.). 5. Il terzo Erode fu detto Erode Agrippa seniore, nipote del primo Erode e pronipote del secondo. Egli fu, che imprigionar fece San Pietro ed uccider San Giacomo Maggiore Apostolo. (Tirin. loc. cit.). Finalmente il quarto Re Erode, chiamato fu Erode Agrippa giuniore, figlio del qui sopradetto terzo Erode; e che incestuoso visse con l’empia sua sorella Berenice (Act. 25, 13); e che cercò, ma senza frutto, di persuadere agli Ebrei suoi sudditi di non ribellarsi contra l’Impero Romano: per la 33 34 Essendo nato Gesù in Bethelem di Giuda al tempo del re Erode. Uscì un editto da parte di Cesare Augusto perché venisse fatto un censimento in tutto il mondo. 367 cui ribellione successe poi quella totale distruzione data a Gerusalemme ed agli Ebrei, dagli Imperatori Vespasiano e Tito. Or questo è quell’Erode Agrippa, a cui il celebre Istorico Giuseppe Ebreo dedicò l’Istoria sua Giudaica. 6. 7. 8. 9. 368 Ma tornando al primo Re Erode, cioè all’empio Erode Ascalonita, usurpatore straniero della Giudea (Tirin. In mat. 2, 1); correva l’anno trentesimo sesto del Regno suo, cioè il penultimo della sua pessima vita, quando nacque Gesù Cristo; come concordemente dicono gli Storici (Grav., Tomo 1, De Myst., fol. 93-94, ecc.). Dell’Impero poi di Cesare Augusto, al più esatto computo dei Critici moderni, correva il quarantesimo anno; che vale a dire settecento quarantanove anni dopo Roma fondata. Dunque Padre, odo chi mi ripiglia, quante migliaia di anni erano, che Iddio aveva creato il Mondo, quando degnar si volle di farsi Uomo e nascer quaggiù fra noi? Rispondo, che eziandio siavi un’acerrima questione e disparità tra gli stessi Santi Padri ed i Sacri Scrittori, intorno a tal quesito (Tirin in Chr., c. 47); nulladimeno vi dico francamente, che io costantemente tengo, che Gesù Cristo nacque negli anni quattromila o poco più del Mondo creato (Grav. loc. cit., pag. 75; 93). Oh Padre, qui sento dirmi, voi sbagliate troppo all’ingrosso. Il Martirologio Romano, di cui si serve la Santa Chiesa, parlando del Giorno del Santo Natale dice, esser nato Gesù Cristo negli Anni cinque mila cento novantanove dopo la Creazione del Mondo. Cosicché voi col riporre tal Nascita nel quattromila o poco più, venite a far lo sbaglio grossissimo di mille e più anni. Rispondo, che non avendo su di ciò la Santa Chiesa voluto nulla decidere, ha lasciato intorno a ciò la libertà ai Sacri Scrittori di manifestare il loro computo cronologico circa gli Anni del Mondo, in cui nacque il Salvatore Divino. Quindi in tre classi noi ritroviam divisi su di ciò gli Scrittori e i Padri (Menochius, Tomo 2 in Suppl. Tab. 1 pag. 368). Alcuni dicono e sostengono esser nato il Salvatore circa il quattro mila del Mondo creato. Di tal sentimento è il massimo San Girolamo, il Lirano, Alfonso Tostato, il Bellarmino, lo Scaligero, Sisto Senese, Cornelio a Lapide, il Petavio e più di cento altri, che costantemente seguitano la Cronologia della Sacra Scrittura della nostra Edizione Volgata (Graves., Tomo 1, pag. 74-75; 93, ecc.). Questa ancora è la sentenza comune di tutti i Critici moderni. E quel che fa più maraviglia, i Rabbini stessi non meno antichi, che moderni, secondo il computo loro ebraico, son di parere, che il Messia nascer doveva circa gli anni quattromila del Mondo. (Tirin., Tomo 1, tab. Chr., c. 48). Quindi pare anche a me, questa sia l’opinione più verisimile e giusta (Morosin in Via Fid., Tomo 1). 10. Altri poi, crescendo nel computo circa mille anni, vogliono onninamente, che Gesù Cristo sia nato circa il cinque mila del Mondo. E se volete, questa è la sentenza più antica, insegnata e raccolta da Origene e poi da Eusebio Cesariense: indi sostenuta ancora da S. Agostino, da S. Isidoro Pelujota, da San Beda, dal Cardinal Baronio e da un’altra ventina di classici Autori (Menoch., Tomo 2 in Suppl., pag. 368), che seguitano la Cronologia della Scrittura secondo la Versione Greca dei Settanta: ch’è stata ancor seguitata dal Martirologio Romano, di cui si serve la Chiesa. (Grav., pag. 74). 11. Altri poscia per finirla, crescendo il computo cronologico Scritturale della Versione dei Settanta, aggiungono circa altri mille anni e sostengono esser avvenuta la Natività del Signore circa sei mila anni dopo la Creazione dell’Universo (Menochius, Tomo 2, in Supplem., tab. 1, pag. 368). Così vogliono San Cipriano, San Clemente Alessandrino, Niceforo Callisto, Lattanzio Firmiano, Isacco Vossio ed un’altra quindicina di bravi Scrittori. 12. Mi direte, se da che mai sia derivata tanta varietà e considerabile discrepanza di computo cronologico tra Santi Padri e Scrittori antichi e moderni? (Graveson, Tomo 1. Dis. 5, pag. 74). Vi dirò, e credetemi pure, da una sola cagione; cioè dalla diversità di numerar gli anni della prima, e seconda Età del Mondo, vale a dire, dal modo diverso che si è tenuto nel computar gli anni dei Patriarchi che vissero sì prima, che dopo il Diluvio. Ecco l’unica Origine di sì considerabili dispareri. La sola Sacra Scrittura del Testamento Vecchio, pigliata nel suo Testo originale ebraico, toglier poteva tutte queste gran differenze e determinar precisamente gli anni del Mondo in cui nacque il Divin Redentore. Ma sicco- 369 me il Testamento Vecchio fu per ordine di Tolomeo Filadelfio, Re di Egitto, tradotto la prima volta dall’Ebreo linguaggio in Lingua Greca dai Settantadue bravi Interpreti (Tirin. in Chr., cap. 39), che a sua richiesta gli furon mandati da Eleazaro, allora sommo Sacerdote in Gerusalemme: quindi ne venne, che discordando la Versione o sia Traduzione Greca dal Testo originale Ebreo nella computazione degli Anni de’ Patriarchi, aggiungendo i Greci sopra di anni mille dal computo degli Ebrei (Grav., Tomo 1, De Myst., Dis. 5, pag. 74): perciò quei Santi Padri e quegli Scrittori che han seguitato la Cronologia del Testo originale Ebreo, come San Girolamo, il Lirano e più di cento altri, han riposta la Nascita del Redentore negli Anni circa quattro mila del Mondo creato: quegli altri poi che han tenuto la Cronologia della Versione Greca de’ Settanta, l’han collocata chi circa il cinque mila e chi sino circa il sei mila della Creazione del Mondo. 13. E a quali dunque, voi dir mi potrete, di questi due Sacri Codici Scritturali star si deve? All’originale Ebreo, oppure alla Versione Greca? (Grav. loc. cit., pagg. 75-76). Vi rispondo, che senza dubbio star si deve all’originale Ebreo, come più puro, più certo e più sincero. Di fatto la Santa Chiesa Cattolica a quello unicamente aderisce. Perciocché nel Sacro Concilio di Trento ha riconosciuta ed approvata soltanto per vera e legittima Sacra Scrittura del Testamento Vecchio quella Versione Latina, chiamata Edizione Volgata che dall’originale Ebreo fu fatta da San Girolamo per ordine di San Damaso Papa. 14. Soggiungerà forse qualcuno, dicendo, che se è così, perché poi la Chiesa seguita nel suo Martirologio Romano la Cronologia Greca dei Settanta, riponendo la Natività del Signore, non già nel quattro mila, ma bensì sopra il cinque mila del Mondo creato? Rispondo, che ancorché la Chiesa sia tutta aderente alla Cronologia del Testo Sacro Ebraico (Graves., loc. cit., pag. 83), fedelmente trasportato nella nostra Versione Latina Volgata; nulladimeno ha lasciata nel Martirologio correr la sentenza del Computo Greco, in venerazione dell’antica Chiesa Greca e dei Santi Padri Greci, che la tennero e la dilatarono anche per le Chiese particolari del nostro Occidente (Malvenda, lib. 2, De Anticristo, cap. 16). Onde non essendo cosa che riguarda il dogma di Fede, né il buon costu- 370 me, ma la sola Cronologia dei Tempi; perciò la Chiesa Cattolica correr la permette nel suo Martirologio. Del resto, il sentimento più fondato, più verisimile e giusto, è quello dell’originale Ebreo e della nostra Volgata; da cui si raccoglie ad evidenza esser Gesù Cristo nato negli anni quattromila dopo la creazione del Mondo; come io vi diceva; e conforme ora vi mostrerei, computandovi gli anni delle sei età del Mondo, qualora dover non fosse di far passaggio al secondo punto, giacché in questo primo allungarmi più del dovere mi è convenuto. II 15. Il Figlio di Dio pertanto, che ai 25 di Marzo, nell’Equinozio di Primavera, in Giorno di Domenica spirante, circa la mezzanotte, si era degnato di incarnarsi e farsi Uomo per noi nel Ventre purissimo di Maria Vergine, (Tirin., in Chr., c. 48), in quel punto medesimo che in quella Divina Notte fu annunziata dall’Angelo; dopo il giro di nove mesi si volle degnare ancora di nascer per noi ai 25 di Decembre nel Solstizio d’Inverno, in Giorno pur di Domenica, ma entrante, cioè circa la mezza notte passata (Sarnel., in Evang., Lect. 5, cap. 5). Ma notate, Uditori, quanti e quali furono i miracolosi prodigi, almeno i principali, che precedendo o accompagnando o seguendo la sua SS.ma Nascita, contestarono a maraviglia, che egli solo era il vero Messia promesso, egli l’unico vero Figlio di Dio fatt’Uomo. 16. Non voglio far io qui menzione di quei prodigi, che tuttodì si raccontano comunemente da certuni e si leggono anche presso di alcuni Interpreti ancor moderni; cioè che nella Notte del Santo Natale si aprisse da se stesso in Roma il famoso Tempio della Pace (Grav., Tomo 1, pagg. 140-141): poiché ciò è favoloso, mentre in Roma innanzi la Natività del Signore, non vi fu mai tal Tempio, come ben dimostra il Baronio; ma bensì vi fu fabbricato dall’Imperator Vespasiano dopo l’eccidio di Gerosolima. Così, che la Sibilla facesse vedere per aria a Cesare Augusto una Vergine con un Bambino in braccio (Grav., loc. cit.); attesochè anche questo ha dell’improbabile, come siegue a dimostrare il Baronio; perciocché ai tempi di Augusto veruna delle dieci Sibille era viva; e l’ultima che fu, cioè la Sibilla Cumana, fu in Roma ai tempi del Re Tarquinio Superbo, che vale a dire 573 anni prima di Augusto. Comeppure, che tra i 371 ridicoli Oracoli dei Gentili, quello di Delfo in Roma, rispondesse ad Augusto, che da indi in poi non venisse più consultato, perché la Nascita di un Bambino Ebreo lo aveva obbligato a tacere per sempre (Grav., loc. cit., pag. 141), e che perciò Augusto facesse fabbricar nel Campidoglio un grande Altare in onor del nato Dio Bambino, con questo motto Ara primogenita Dei: essendo anche ciò così in dubbio, quanto è certo che verun degli antichi Padri menzione ne fece mai; e che anche per vari secoli dopo venne pur consultato dagli Imperatori gentili Romani nel Tempio stesso di Apollo il Delfico Oracolo. Così, che nella Notte di Natale sorgesse in Roma, una copiosa fonte di olio (Graves., loc. cit., pag. 142); e che nella mattina fosse veduto un parelio prodigioso di tre lucidissimi Soli: quando per altro sì Eusebio Cesariense, che il Baronio, attesta esser ciò avvenuto da circa quarant’anni prima della Nascita di Gesù Cristo. E così andate voi discorrendo di quell’essere stato chiuso lungo tempo in Roma il celebre Tempio di Giano in contrassegno di pace (Grav., loc. cit.); ed in simil guisa di altri o favolosi o mendicati portenti; dei quali non ha punto bisogno il Figlio di Dio fatto Uomo per esser come tale riconosciuto. 17. Guardimi il Cielo pertanto di favellar di cose che non meritano attenzione veruna. Eh, che vi sono i veri e certi Prodigi che il Vangelo ci insegna e gli Storici tutti concordemente, ad onta dei Nemici di nostra Fede cattolica, ce li contestano. Primieramente l’avveramento ed adempimento insieme di tutte le Profezie, che per migliaia di anni prima, erano state pubblicate intorno la Venuta e la Natività del vero Messia promesso. 18. Notate. Trovandosi vicino a morte il Patriarca Giacobbe, convocati a sé tutti i dodici Figli suoi, per dar loro con la benedizione paterna gli ultimi buoni Ricordi, venendo a Giuda suo quarto Figlio, gli profetizza che nella sua Tribù risiederà lo scettro e la corona Reale; e poi conchiude, che allora il Popolo Giudaico e la Tribù di Giuda perderà affatto il Regno, quando verrà il tanto aspettato vero Messia: Non auferetur Sceptrum de Juda…donec veniat qui mittendus est35 (Gen. 49, 10). Questa Profezia, da circa 1800 anni prima della Nascita di Gesù Cristo, fu fatta (Grav., Tomo 2, in Chr. Aetat., 3). Ed invero, ecco che nasce il Salvatore, in tempo appunto che nel Regno di Giudea non vi era più veruno della Tribù e stirpe Giudaica, che regnasse; ma bensì vi era uno straniero, di nazione pagana, qual fu Erode Ascalonita. Così ce ne assicura il Vangelo: Cum natus esset Jesus in diebus Herodis Regis (Mat. 2, 1). Senza che mai più, per quanto si aiutassero, potessero gli Ebrei riporre in piedi il loro Regno e lo Scettro già per sempre perduto. O questi sì sono prodigi veri, infallibili e potenti, che ad evidenza comprovano essere stato Gesù Cristo il Figlio vero di Dio, promesso al Mondo e profetizzato da tanti Secoli innanzi. 19. Osservate di più. Profetizza Balaam, da mille e seicento anni prima che, nella venuta del vero Messia si sarebbe per contrassegno veduta in Cielo una nuova Stella: Orietur Stella ex Jacob36 (Num. 24, 17). Ed ecco puntualmente nella Notte del Santo Natale appare nell’Oriente la nuova Stella; come ce ne fa indubitata fede San Matteo, Vidimus Stellam eius in Oriente37 (Mat. 2, 2). Da circa mille anni prima aveva profetizzato Davide e poi lo aveva confermato anche Isaia (Psal. 71, 10), che nato in Terra il Figlio di Dio, sarebbero tosto venuti da lontano alcuni Re Orientali ad adorarlo e ad offerirgli ricchi Doni (Isaia 60, 7). E già, pochi giorni dopo nato il Santo Bambino vennero ad ossequiarlo con adorazione e con donativi i Santi Re Magi: Ecce Magi ab Oriente venerunt (Mat. 2, 1). Predisse Isaia tra le altre cose, da circa settecento anni prima, che il venturo Messia, Dio Uomo, avrebbe apportata la pace, come Principe di Pace (Isaia 9, 6). Ed infatto, appena egli nasce, che molti cori di Angeli, dopo datone l’annunzio ai Pastori, annunziano al Mondo la Pace, in Terra pax (Luc. 2, 14); trovandosi allora in pace il Mondo tutto. 20. Ma io tralasciar voglio ogni altro meraviglioso portento. Il massimo tra i prodigi tutti fu quello dal poc’anzi citato Isaia profetizzato, cioè che il gran segno, che aver poteva il Mondo della venuta del vero Messia e che questo Messia era Dio abitante con noi, sarebbe stato, che lo avrebbe per virtù Divina onnipotente concepito e partorito una purissima 36 35 Non sarà tolto lo scettro da Giuda finchè non venga chi deve essere mandato. 372 37 Sorgerà una stella da Giacobbe. Abbiamo visto la sua stella in Oriente. 373 Vergine: Ecce Virgo concipiet, et pariet Filium38 (Isaia 7, 14). Or questo solo, che a puntino si verificò nella SS.ma Vergine Nostra Signora, con l’essere stata Madre di un Dio Uomo (Luc. 1, 35), senza punto patire minimo detrimento l’illibatissima sua Verginità; questo solo, ripeto, come il massimo tra i prodigi tutti dell’Onnipotenza Divina, bastar può per comprovar ad evidenza che Gesù Cristo fu il vero ed unico Figlio di Dio, ed il Messia unico e vero da tanti secoli promesso e per tante migliaia di anni con sospiri aspettato. III 21. Fermiamoci qui pertanto, Uditori; non cerchiam’altro. Ma piuttosto con cuor umile ed affettuoso voltiamoci alla Gran Vergine Madre, congratulandoci con Lei del sommo singolarissimo e prodigiosissimo Privilegio avuto della Divina Maternità unita sempre con una Verginità illibatissima ed incomparabile. O quanta Dignità ha arrecato a Nostra Signora questo suo Privilegio; al certo una Dignità immensa ed infinita: e tale, che Iddio con tutta l’Onnipotenza sua, come giustamente riflette l’Angelico San Tommaso, non può fare una Madre più degna della sua Madre (S. Th., In I. p., q. 28, art. 2). Aggiungete poi quante mai immense ricchezze e prerogative singolari le ha ancora apportate. Immacolata e Santa nella sua Concezione; ma perché? Perché Madre di Dio. Impeccabile e perfettissima sopra gli Angeli tutti, perché Madre di Dio. Regina insomma dei Santi tutti, Signora e Padrona del Cielo e della Terra, perché Madre di Dio. Oh quanto gode Maria SS.ma, che i suoi divoti si rallegrino seco e le chiedan le Grazie in riverenza della sua Divina Maternità e Verginità. O quanto le piace, che a nome suo se ne rendano continue Grazie alla SS.ma Triade. 22. L’esempio di Santa Metilde, a cui disse la Regina del Cielo, che seco si congratulasse della Maternità Divina e Verginità illibata; e ne ringraziasse la SS.ma Trinità, ecc. Così fece la Santa con tanto buon’animo e ne fu largamente ricompensata, ecc. Così pur facciamo anche noi miei cari Uditori. Via su, ecc. 38 Ecco la Vergine concepirà e partorirà un Figlio. 374 SERMONE X FAMILIARE Recitato Sabato 28 Gennaio 1758 Il Sermone è articolto in tre parti: nella prima, introdotta da un proemio e sviluppata nei punti 2-10, don Marcucci spiega il privilegio della verginità di Maria, prima, durante e dopo il parto; nella seconda parte, sviluppata nei punti 11-15, viene spiegata la maternità divina di Maria; nella terza parte, nei punti 16-17, l’Autore invita gli ascoltatori a congratularsi con Maria SS.ma per il grandissimo privilegio della sua perpetua verginità e maternità divina. Viene poi narrato come esempio il fatto del B. Egidio che, in ricompensa della sua tenera devozione alla perpetua Verginità ed alla Maternità divina di Maria, fu assistito contro molte tentazioni e liberò da una fiera tentazione un Teologo domenicano. Questi vide fiorire un giglio, mentre percuoteva tre volte in terra un bastoncello, ripetendo: “Virgo ante partum,Virgo in partu e Virgo post partum”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC, 37, pp. 109-124. Argomento Ponendosi in chiarezza maggiore i due singolarissimi Privilegi di Maria, cioè la sua Verginità perpetua e la sua Maternità di Dio, si conclude che l’onorar questi due Privilegi è il più bel modo di acquistarsela benevola Avvocata e Protettrice Ave Maria, ecc. 1. Allora quando Iddio metter volle la Mano sua Onnipotente alle Opre sue Divine ad extra e dare l’essere ed il principio a tutte queste cose da Lui create dal nulla; tuttoché far lo potesse in un solo istante; nulladimeno mostrar volendo, che l’Onnipotenza sua dalla sua infinita sapienza non andava, nell’oprare, mai disunita; nel dare perciò a tutte le create cose l’essere loro e la loro disposizione mirabile, impiegar vi volle sei giorni. Nel principio, cioè prima di tutte le altre cose, creò il Cielo, vale a dire l’Empireo ed insieme gli Angeli tutti; e creò la Terra, voglio dire tutto questo Universo o sia sensibile Mondo, insieme con i quattro elementi principali, che lo compongono, cioè Terra, Acqua, Aria e Fuoco (Gen. 1, 1; Conc. Later., cap. Firmis). Tutto questo ce lo manifestano quelle Divine 375 mente nel sesto Giorno, che al nostro Venerdì corrisponde, creò prima tutti gli Animali terrestri; indi creò l’Uomo, cioè Adamo; da una costola di cui poi creò Eva, che fu la prima Donna e Madre di tutti i Viventi (Gen. 1, 20-27, ecc.). Or in tutte queste grand’Opre così belle e maravigliose, che Iddio nel giro di giorni sei compir egli volle; non crediate mai, Uditori, che nella Mente Divina altro allora non si ravvolgesse che il semplice fabbricar il Cielo, la Terra e tutto l’altro, a cui l’esser pur diede. Eh pensate voi! La prima grande Opra ineffabile, che Iddio sin da secoli eterni, prevista e preordinata prima di ogni altra qualunque, ebbe nella sua Divina Mente; voi pur lo sapete, fu l’Opra Divinissima dell’Incarnazione del Verbo nel Ventre purissimo di Maria. Cosicché a Gesù Cristo eran dirette, in simbolo ed in figura, tutte le altre Operazioni Divine; le quali or in un modo, or in altro; or per una ragione ed or per un’altra; rappresentar potessero quel tanto, che questo Verbo Divino Umanato avrebbe avuto o avrebbe fatto o avrebbe patito o con cui sarebbe rimasto glorificato. E siccome Maria SS.ma, come Madre di Gesù Cristo, fu insieme col suo Divin Figlio ab eterno prevista e preordinata (ex Suarez); così non può negarsi, che anch’essa nelle Opre Divine non venisse bene spesso ad esser figurata sotto mille simboli ed adombrata sotto mille fatti e avvenimenti: essendo stata anch’essa il grande negozio di tutti i secoli; come la chiamò con ragione San Bernardo: Negotium omnium Saeculorum (Prov. 8, 27-30, ecc.). Quindi, se tuttociò che la Scrittura Divina ci attesta di Gesù Signor nostro, che fosse in mille guise figurato nella fabbrica dell’Universo e che a tutte le cose si trovava presente nella Mente Divina del suo Divin Padre e che gli serviva di un gran diletto nella creazione del Tutto: se tuttociò, dico, applicano ancora gli Interpreti Sacri a Maria SS.ma; voi lo vedete, se quanto grande ne abbiano il Fondamento. Ah sì, sì, attesta con altri mille Cornelio a Lapide: Ab inizio Mundi Mariam in variis figuris… Deus delineavit 40 (Corn. a Lap. in Prov. 8, 23 ecc.). Sì, che la sua Purità e Verginità, segue a dir egli, fu figurata negli Angeli; la sua Integrità ed illibatezza nei Cieli; la sua parole, In principio creavit Deus Coelum, et Terram39; così sempre mai intese e spiegate comunemente dai Santi Padri e dalla Cattolica Chiesa (Gen. 1, 1 et ibi Corn. a Lap., Tirin et Menoch.). Così incominciar volle Iddio il primo Giorno, che corrisponde appunto alla nostra Domenica. Ma siccome piacque all’infinita sua Sapienza di non dare in quel punto disposizione ed ornamento all’Universo creato (Gen. 1, 2); quindi è che la Terra giaceva all’intutto sepolta fra le Acque; e queste occupando uno spazio vastissimo e quasi immenso, dalla Terra giungevano sino all’Empireo: e tutto questo grande Abisso di cose ricoperto giaceva di foltissime Tenebre (Gen. 1, 2); senza che vi fosser né Luce, né Pianeti, né Stelle; né erbe, né piante; né pesci, né uccelli, né animali, né Uomo. In siffatta guisa pertanto piacque all’Onnipotente Signore di far rimaner le cose per qualche tratto di tempo in quel primo Giorno. Sinchè circa quell’ora, che noi diciam Mezzodì, come raccolgono dal Sacro Testo alcuni dotti Interpreti, si degnò di creare la Luce; cioè a dire un Corpo lucido o una lucida nube (Gen. 1, 3; Menochius, ibi v. 9), che girando a guisa del Sole, bastasse per allora ad illuminare alquanto l’Universo e formar con la sua presenza il giorno e con la sua lontananza ed assenza la notte (Gen.1, 3-4). Questa dunque fu tutta l’opra che far volle Iddio nel primo Giorno, corrispondente, come dissi, alla nostra Domenica. Proseguendo indi l’opre sue maravigliose, creò nel secondo Giorno il Firmamento, dividendo la vastissima mole delle Acque (Gen. 1, 7-8); la metà delle quali facendola restar congelata e cristallizzata sopra il Firmamento sino all’Empireo; e l’altra metà per allora la lasciò sotto del Firmamento (Sarnel in Gen. lect. 4). E questo tal Firmamento è appunto quello, che noi ancor diciamo Cielo e che di un bel vivo colore azzurro ci comparisce. Nel terzo Giorno congregò Iddio le Acque insieme a parte e fece i Mari; e così facendo apparire la Terra arida, creò tutte le erbe, tutti gli Alberi e tutte le Piante (Gen 1, 9-12). Nel quarto Giorno creò il Sole, la Luna e le Stelle con tutti i Pianeti. Nel quinto Dì creò i Pesci e gli Uccelli (Gen. 1, 13-15, ecc.). E final- 39 In principio Dio creò il cielo e la terra. 376 40 Dall’inizio del mondo Dio rappresentò Maria in varie figure. 377 Bellezza nel Sole, nella Luna e nelle Stelle; la pienezza della sua Grazia nei Mari e nelle Acque; la sua vaghezza nei Fiori e nei Prati; la sua Divina Fecondità negli Alberi e negli Animali; la sua stabilità e fermezza nella Terra; il suo Potere e Dominio nell’Uomo: e così le altre sue eccellenti Prerogative in tante altre cose; in quibus, come conchiude il dottissimo A Lapide, Deus, delineando prima tantae fabbricae fundamenta, praeludebat41. Che se tanto gioiva Iddio nell’andar delineando nella Creazione dell’Universo le Virtù e le Prerogative singolarissime della sua SS.ma Madre; voglio che anche noi, Uditori, in questa sera siamo un tantino a parte di questo Divin godimento, per quanto licer può a sì misere Creature, col rifletter ben bene, non già a tutti i Privilegi di Nostra Signora (che ciò neppur alle Angeliche Menti possibil fassi); ma a due soli; voglio dire alla sua perpetua Verginità, ed alla sua Maternità di Dio. Alcuni sacri Testi del Vangelo di San Matteo, che a certi deboli ed indemoniati Cervelli parver contrari alle due predette Prerogative della Regina del Cielo, mi necessitano intorno a ciò raggirare in questa sera il famigliare discorso. Sarò, dopo sì lungo Proemio, sarò, dissi, succinto e breve più di quel che pensate. Favoritemi di attenzione. Ed incomincio. 3. Oltre a che, ogni ragione e convenienza voleva, che la Generazione del Figlio di Dio, fatto Uomo per toglier i peccati del Mondo, fosse una Generazione distinta, che non avesse parte veruna con la concupiscenza del Mondo (Turlot, Tomo 1, p. 1, c. 4, lect. 2). E poi, siccome il primo Adamo era stato formato di una terra Vergine per sola virtù di Dio; così molto più era dovere, come ben riflette Sant’Ireneo, che il secondo Adamo, cioè Gesù Cristo, formato fosse di un purissimo Sangue Vergine, per sola Divina Onnipotenza (S. Iren., lib. 3, Cont. Haeris., c. 31-33). 4. I Favellando primieramente della perpetua Verginità di Maria, cioè che essa, come c’insegna la Cattolica Fede, fosse sempre illibatissima Vergine prima del Parto, Vergine nel Parto e Vergine perpetua dopo il suo Parto Divino: favellando, dissi, di questo suo primo Privilegio singolarissimo; certo è, che a dispetto e confusion degli Ebrei e degli empi eresiarchi Ebione e Cerinto, costa ad evidenza dalle Divine Scritture, che Maria SS.ma fu primieramente Vergine avanti il Parto e che Gesù Cristo Signor nostro non fu già concepito per opera di Uomo e nel modo umano; ma bensì fu concepito nel purissimo Ventre della Vergine per sola Virtù Onnipotente Divina, attribuita in modo speciale allo Spirito Santo. Invano adunque gli empi Ebioniti e Cerintiani; indarno i perfidi Giudei, si aiutarono unitamente a dare stiracchiate e bugiarde interpretazioni alla gran profezia d’Isaia, che abbiam commemorata di sopra (vid. Grav. Tomo 1, pagg. 17-19). Certamente che essi vennero in ciò a mostrarsi più empi e più ciechi dello stesso, per altro perverso, Maometto; il quale, tuttoché con la sua bocca esecranda vomitasse mille bestemmie contro Gesù Signor nostro; pure confessò apertamente nel suo Alcorano, che Maria Madre di Gesù fosse Vergine avanti il Parto, e che senza umana operazion concepisse (vid. Graves. loc. cit., pag. 17). 5. Che se da questa illibata Verginità avanti il Parto che godette Nostra Signora, alla sua Verginità che ancor ebbe nel Parto far vogliamo passaggio; al vederla così chiaramente predetta ed enunciata nelle Divine Scritture (Turlot, loc. cit., pag. 79), e confessata e creduta per infallibile da tutti i Santi Padri comunemente e da tutto il Cattolico Mondo (Graves., loc. cit., pagg. 20-21); deh si arrossisca pure l’infame eresiar- Nelle quali cose Dio delineando i primi fondamenti di una così grande costruzione preludeva. 42 2. 41 Così lo avea profetizzato Isaia: Ecce Virgo concipiet (Isaia 7, 14): e così necessariamente avvenne; come ce ne fa fede San Matteo: Inventa est in Utero habens de Spiritu Sancto (Matth. 1, 18); e ce lo contesta a chiare note San Luca: Spiritus Sanctus superveniet in Te, et Virtus Altissimi obumbravit tibi42 (Luc. 1, 35). 378 Lo Spirito Santo verrà sopra di Te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà. 379 ca Gioviniano ed ogni altro suo maligno seguace, se con quella linguaccia d’Inferno di temerariamente negarla ardire egli ebbe (S. Amb., S. Aug., S. Bern., apud Grav., loc. cit., pag. 20). Certo che quell’Onnipotente Iddio, che nel farsi Uomo, non violò minimamente il purissimo Claustro Verginale della sua Madre; così neppure lo violò e l’offese nel nascere. Così lo simboleggiò il misterioso Roveto ardente senza diminuzione veruna da Mosè osservato (Exod. cap. 3). Così lo profetizzò Ezechiele: Porta haec clausa erit, et non aperietur43 (Ez. cap. 44). Così lo predisse Isaia, dicendo non solo: Ecce Virgo concipiet, ma ancora: Virgo pariet Filium44 (Is. cap. 7). Onde nell’Apostolico Simbolo della Fede, non solo dicesi, Conceptus est de Spiritu Sancto, in pruova che Maria fu Vergine avanti il Parto; ma si aggiunge subito, Natus ex Maria Virgine, in attestato che fu Vergine anche nel Parto. In quella guisa appunto, che Gesù Cristo per Virtù sua Divina uscì nel suo Risorgimento dal Sepolcro, nonostante che chiuso e sigillato (Catechis. Conc. Trid. in Symbol); e nel modo che il Sole penetra con i raggi suoi il vetro o il Cristallo senza offenderlo punto (Grav. pag. 20): così Gesù per virtù sua Onnipotente, quand’egli nacque, uscì dal Ventre purissimo della sua Madre, senza di offender punto l’intatta ed illibata sua Verginità; e senza che la Madre sua purissima ne patisse minimo dolore o detrimento (Grav., pagg. 25-26). Quindi meritamente San Girolamo, come favole diaboliche ed esecrande detesta certune novelle ai tempi suoi da Giovinianisti sparse, che sacrilegamente asserivano, esservi accorse delle ostetriche assistenti al suddetto Parto Divino di Nostra Signora. Filium suum primogenitum46 (Mat. 1, 25); il terzo finalmente, ove si legge: Nonne Mater ejus dicitur Maria, et fratres ejus Jacobus, et Joseph, et Simon, et Judas; et Sorores ejus, nonne omnes apud nos sunt47? (Mat. 13, 55-56). Onde a questi sacri Testi dando Elvidio una spiegazione di mille bestemmie ripiena, vedete, diceva con quella bocca d’Inferno, se lo stesso Vangelo c’insegna, aver Maria dopo il Parto di Gesù avuti altri Figli e Figlie da Giuseppe. 7. Ma viva pure il massimo San Girolamo, che dando all’eresiarca perverso una solenne mentita, confessar ben gli fece la sua somaraggine somma su del vero e legittimo senso del sacrosanto Vangelo (Grav., pagg. 21-25). E lo stesso fecero in difesa della perpetua Verginità di Maria dopo il Parto (Turl., pag. 79, Tomo 1) il sempre grande Agostino, San Basilio, Sant’Ambrogio, Sant’Epifanio, in una parola, tutti i Santi Padri e la Cattolica Chiesa, che stabilì anche di fede essere stata Maria SS.ma perpetua Vergine dopo il suo Parto Divino (S. Tho., p. 3, q. 28, art. 3). 8. Il vero e legittimo senso pertanto di quei Testi di San Matteo, è, che ove dice: Antequam convenirent, ed ove non cognoscebat eam, donec peperit, il Santo Evangelista parla solo di quel che avvenne prima del Parto di Maria Vergine, dicendoci ivi San Matteo, che San Giuseppe non ebbe con Maria SS.ma commercio veruno (Grav., pag. 23). Tutto ciò, e non altro, importano quelle particelle antequam e donec, come appare in altri sacri Testi delle Divine Scritture (Tirin in Mat., cap. 1, v. 25). Né da ciò può dedursi, che dopo il Parto Divino fosse qualche commercio seguito; com’empiamente bestemmiava Elvidio. 9. Che poi nel Vangelo si chiami Gesù Primogenito della Vergine, ivi la voce Primogenitus è la stessa che Unigenito ed unico: avendo noi altri esempi nella Sacra Scrittura di esser così chiamati gli unigeniti (Grav. pag. 24; Tirin, loc.cit.). Finalmente che nel Vangelo siano nominati i Fratelli e 43 46 44 47 E non la conosceva finchè non partorì il Figlio suo primogenito. Non si chiama forse sua Madre Maria e i suoi fratelli Giacomo e Giuseppe e Simone e Giuda e le sue sue sorelle non sono tutte presso di noi? 6. Viva dunque Maria SS.ma Vergine nel Parto! Passiam’ora, Uditori, alla sua perpetua Verginità dopo il Parto (Grav., pag. 21). O contro di questa sì, si credeva il diabolico eresiarca Elvidio di aver conchiuso gran cosa, qualora oppose tre Testi del Santo Evangelista Matteo; cioè uno, ove dice: Antequam convenirent, inventa est in Utero habens de Spiritu Sancto45 (Mat. 1, 18); l’altro, ove sta scritto: Et non cognoscebat eam, donec peperit Questa porta sarà chiusa e non verrà aperta. La Vergine partorirà un Figlio. 45 Prima che venissero ad abitare insieme fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo. 380 381 le Sorelle di Gesù Cristo, ciò altro non significa, se non che erano Parenti della stessa Cognazione e Famiglia e discendenza della Vergine: e ciò è il solito stile delle Divine Scritture. Tanto vero, che nello stesso Vangelo viene spiegata Maria di Salóme, che era Madre di alcuni di quei chiamati Fratelli del Redentore (Marc. cap. 15). 10. E poi, chi mai tanto sfacciato ardirebbe di sospettare, che Maria SS.ma, la quale fu tanto circospetta con l’Angelo nel Divino Annuncio e che confessando essa stessa che era purissima Vergine, non avrebbe neppur consentito ad esser Madre di Dio, se avesse avuto a perder l’illibata sua Verginità: Quomodo fiet istud, quoniam virum non conosco?48 (Luc. 1, 34). Avesse poi voluto perderla, per esser Madre di altri Uomini? Eh via, che oltre all’essere un tal sospetto un mostro di orrenda eresia, sarebbe anche di una somma ingiuria ed alla gran purità della Vergine ed alla gran Santità di Giuseppe (Graves., pag. 21); come degnamente riflette l’Angelico San Tommaso (S. Tho. in 3 p., q. 28, art. 3). Muoia dunque la perfidia Giudaica e perisca l’empietà di Ebione, di Cerinto, di Gioviniano, di Elvidio e di ogni altro lor Settatore ignorante e perverso: e viva in eterno la perpetua Verginità di Nostra Immacolata Signora, Vergine avanti il Parto, Vergine nel Parto e sempre Vergine dopo il Parto. II 11. Che se dalla Verginità all’altro singolarissimo Privilegio della Maternità Divina, che ebbe Maria, dar vogliamo di sol passaggio anche un’occhiata; al certo, Uditori, se mille encomi meritaron tra gli altri San Girolamo e Sant’Agostino per aver così bene difesa la prima; elogi infiniti pur merita San Cirillo Patriarca Alessandrino per aver contra l’empio eresiarca Nestorio (S. Cirill. lib., De rect Fid., cap. 6), con sommo zelo e sapere sostenuta l’altra e difesa, cioè che la Vergine veramente e propriamente era Madre di Dio: come pure per tale la sostennero tutti gli altri Santi Padri Greci e Latini e la Cattolica Chiesa poi nel Concilio Efesino lo dichiarò anche di Fede (Grav., pag. 39). 48 Come avverrà questo poiché non conosco uomo? 382 12. Ma notate, Uditori, se che somaraggine ed empietà di quel maligno Patriarca Costantinopolitano, voglio dire Nestorio. Il Vangelo, diceva egli, non chiama la Vergine Madre di Dio, ma solo la dice Madre di Gesù. Oltredichè la Vergine (seguitava l’empio) non generò la Divinità, non fu già e non potè essere una Dea; come dunque esser potè Theótocos, o Deípara, o vera Madre di Dio? (Graves., pag. 39). E così pensava l’ignorantissimo e maligno eresiarca di aver provato molto, col toglier empiamente alla gran Vergine il suo più glorioso e più giusto titolo di vera Madre di Dio. 13. O sia pur benedetta la gran Madre di Dio, che imputridir fece e marcir con mille vermi la Lingua a siffatto Nemico suo bestemmiatore, in compruova delle esecrande bugie che vomitava (Auriem, pag. 1, car. 195). Imperciocchè vari sono i Luoghi del Vangelo e della Scrittura, dove espressamente la Vergine vien chiamata Madre di Dio, e il Figlio di Dio vien chiamato suo vero Figlio. In S. Matteo si attesta verificata in Maria SS.ma la Profezia di Isaia, ove si dice, che la Vergine sarebbe stata Madre di Colui, che si chiamava Emmanuele, cioè a dire, Iddio con noi (Matt. 1, 23). In San Luca abbiamo, che l’Angelo stesso disse alla Vergine, ch’essa era destinata Madre di un Figlio, che era insieme Filius Dei (Luc. 1, 35-43); e Santa Elisabetta la chiamò con il giusto titolo di Madre di Dio: Mater Domini mei. E per finirla l’Apostolo San Paolo, scrivendo ai Gálati (Gal. 4), disse chiaramente, che dal Sangue purissimo della Vergine era stato fatto il Figlio di Dio Umanato, Misit Deus Filium suum, factum ex muliere49. E ciò quanto al Vangelo ed alle Scritture, da cui costa la Maternità Divina di Nostra Signora. 14. Quanto poi all’altro, convien sapere, che la Chiesa Cattolica crede e dice, essere stata la Vergine veramente e propriamente Madre di Dio (Grav., pag. 39), non già perché essa fosse una dea, o generar potesse la Divinità, o guardici il Cielo da tali favole del Gentilesimo dall’empio Nestorio sognate. Ma bensì fu vera e propria Madre di Dio, perché fu vera e propria Madre di Gesù Cristo, ch’era vero Uomo insieme e vero Dio. 49 Dio inviò suo Figlio fatto da donna. 383 Fu Gesù Cristo una sola Persona Divina, come c’insegna la Fede contra lo stesso Nestorio. Ebbe non di meno due Nature, cioè la Natura Divina e la Natura Umana, la quale, nello stesso istante che egli fu concepito nel purissimo Ventre di Maria, unì sostanzialmente ed ipostaticamente alla sua Divina Persona. Tuttociò pur è dogma di Fede contro il predetto Nestorio e contra l’altro somarone eresiarca Eutíche contro dei quali si portò con tanto zelo e sapere nell’anno 451 Lucenzio terzo Vescovo nostro di Ascoli, allorché a nome di S. Leone I Papa presidette al Concilio di Calcedonia. Quindi è che, o la Vergine concorresse effettivamente e fisicamente a questa Unione Ipostatica dell’Umanità col Divin Verbo (Strugl., Tomo 2, pag. 416), o vi concorresse soltanto istrumentalmente (giacché vi è questione tra gli stessi Teologi Cattolici): il vero è, che tale Unione Ipostatica di due Nature fu fatta nel suo puro Ventre, nel punto che Ella concepì Gesù Cristo (Becan. p. 3, c. 209, q. 6). Onde avendo essa veramente e propriamente concepito e partorito un Uomo-Dio; ciò basta, come conchiude San Cirillo Alessandrino, per essere stata veramente e propriamente Madre di Dio. in veder ossequiati da noi questi due suoi Privilegi; e quanto propensa e premurosa si mostri in proteggerne gli ossequiosi; siccome ve ne dissi qualche cosa nel Sabato scorso; perciò per non tediarvi mi astengo qui dal ripeterlo. Vi basti solo questo esempio, avvenuto in persona del Beato Egidio, discepolo di S. Francesco di Assisi e riferito dal Surio nella sua Vita (Surio, Tomo 2, Vit. SS., die 23 August.). 17. Qui dunque si narri il fatto del B. Egidio, come per la sua tenera divozione alla perpetua Verginità ed alla Maternità divina di Maria, fu assistito contro molte tentazioni e liberò da una fiera tentazione quel Teologo domenicano, con il percuoter tre volte in Terra un bastoncello e ad ogni percossa nacque un Giglio, nel mentre che il Santo percuotendo diceva: Virgo ante partum, e nella seconda percossa: Virgo in partu, e nella terza: Virgo post partum50, ecc. 15. In quella guisa appunto, come segue a dir San Cirillo, che le altre Madri, ancorché esse non generino le Anime dei Figli loro, ma i soli Corpi; pur nondimeno si dicono vere Madri dei loro Figli animati (Graves. pag. 39). Così eziandio Maria SS.ma non concepisse, né generasse la Divinità di Gesù Cristo, ma la sola Umanità sacrosanta: nulladimeno perché questa Umanità nell’istante stesso, che fu generata, fu unita ipostaticamente e personalmente alla Divinità; talchè ne risultò quella Persona Divina che fu Dio ed Uomo nel tempo stesso; perciò venne ad esser la suddetta Vergine vera Madre di Dio; cioè vera e propria Madre, secondo l’umanità, di quella Persona che era insieme vero Dio e vero Uomo. III 16. Siano dunque mille lodi, e mille congratulazioni alla Regina del Cielo, per aver in sé accoppiati questi due Privilegi così ineffabili e singolari, che riescono e saranno sempre, di un’eterna gioconda maraviglia a tutto il Paradiso; cioè a dire di aver con la perpetua Verginità illibata, la Maternità di Dio ancor unita. Miei cari Uditori, quanto goda la Vergine 384 50 Vergine prima del parto, durante il parto e dopo il parto. 385 SERMONE XI FAMILIARE Recitato Sabato 4 Febbraio 1758 Il Sermone presenta un proemio ben articolato, ma si interrompe dopo la presentazione dello schema. L’Autore paragona la nostra ricerca del Paradiso Terrestre a quella dei Magi che cercano la Grotta di Betlemme. Si propone poi di spiegare chi fossero i Magi, come videro la Stella, quanto cammino fecero, quali doni portarono al Santo Bambino ed infine quanto siano a Dio graditi i doni offertigli per le mani di Maria SS.ma. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 125-127. Argomento Dilucidandosi la Venuta e l’offerta dei Santi Re Magi, di cui favella San Matteo, si conchiude quanto Iddio gradisca i doni, che gli si danno per le Mani della sua SS.ma Madre Ave Maria, ecc. 1. 386 Questione molto amena è quella, che verte tra molti Santi Padri e Scrittori, cioè se il Paradiso Terrestre, ove fu collocato il nostro Progenitore Adamo, vi sia anche adesso nel Mondo, oppur fosse distrutto nell’universale diluvio? Checchè altri ne sentano; a me sempre è piaciuta quella sentenza, che tiene, trovarsi ancor di presente il Paradiso Terrestre, né essere stato dal diluvio punto guasto e distrutto: e tantopiù mi muovo a sostenerla, quanto che leggo nella Divina Scrittura, che dopo esserne stati discacciati i nostri Progenitori, Iddio vi pose in guardia un cherubino, affinché lo custodisse e non vi lasciasse più entrare chiunque (Gen. 3, 24): quasi che riporre solo volesse e serbare tale Luogo, deliziosissimo per altre da Lui prescelte Persone (Pinel., Tratt. de al vit. p. 2, cap. 9, dub. 7). Di fatto una tale opinione, non solamente viene insegnata da S. Giustino Martire, da Sant’Ireneo, da Sant’Atanasio, da Sant’Agostino e dall’Angelico San Tommaso (S.Tho. in 3 p., q. 49, art. 5); ma di più son di parere questi gran Santi, che appunto nel Paradiso Terrestre facesse Iddio trasportare Enòc ed Elia, e che ivi ora abitino e vivano da Viatori. Mi direte, Uditori, se dove ed in che parte di Mondo sia o almeno fu, codesto Paradiso Terrestre deliziosissimo? Due cose di certo risponder vi posso. La prima è, che codesto Paradiso Terrestre fu piantato da Dio a principio (Gen. 2, 8), come dice la nostra Volgata, cioè a capo dell’Oriente, ad Orientem, come tradussero i Settanta; e come si tiene comunemente con l’Angelico San Tommaso (S. Tho. in I p., q. 102, art. 1, ad. 2). L’altra cosa è, che in mezzo a questo Paradiso Terrestre fece Iddio un copioso fonte di acque; da cui ebbero origine i quattro grossissimi fiumi, cioè il Fisone o sia il Gange, il Geóne o sia il Nilo, il Tigri e l’Eufrate (Gen. 2, 10-14). Dunque, direte voi, chi trovar potesse la bella sorgente di questi quattro fiumi, ritroverebbe il Paradiso Terrestre? Tant’è, Uditori. Ma a ritrovarla sta il punto e tutto l’intoppo. Io dir vi posso, che le scaturigini dei quattro fiumi suddetti sono già state da molto tempo scoperte (Tirin. in Genes. 2, 8). Il fiume Gange nasce nelle Indie dal Monte Cáucaso: il Nilo da un Lago del Regno del Congo: il Tigri poi e l’Eufrate dai Monti di Armenia. Eppure il Paradiso Terrestre, come guardato dal cherubino, non è stato per anche trovato, né giammai si scoprirà. Quindi a che i sacri Interpreti tengono col grande Agostino (S. Aug. lib. 8, de Gen., cap. 7) , aver è vero l’origine i quattro fiumi da quella copiosa Fonte del Paradiso Terrestre; ma questa Fonte poi, irrigato il Paradiso, sprofondandosi sotto terra, vada per sotterranei meati e canaletti ad uscire, dove le sorgenti degli accennati quattro fiumi sono state scoperte (Tirin in Gen. 2, 8). A che, a che perder pertanto inutilmente il tempo nell’andar senza frutto rintracciando quel Paradiso in Terra, che non vuol più Iddio che si trovi? Un altro bel Paradiso Terrestre, ed infinitamente più vago, più degno e più eccellente dell’altro, ci propone in questa sera l’evangelista Matteo (Matt. 2, 1); ed è la santa Grotta di Gesù Bambino in Betlemme. Or questo Paradiso sì, perché Dio voleva che ritrovato fosse, non solo da Pastori vicini, ma insino dai più remoti Orientali; fece perciò apparire in alto una nuova Stella in segno, affin servisse di fedel guida ai Magi, che tanto bramavano di poter ritrovare questo nuovo Paradiso Terrestre. Or su di ciò in questa sera discorreremo, vedendo primo, chi erano i Magi, come videro la Stella, e quanto cammino fecero. Secondo quali doni tributarono al Santo Bambino. Terzo, dal significato dei doni apprenderemo quanto siano a Dio grati quei doni che gli si offrono per le Mani di Maria SS.ma. Favoritemi della solita attenzione: ed incomincio. 387 SERMONE XII FAMILIARE SERMONE XIII FAMILIARE Recitato Sabato 11 Febbraio 1758 Recitato Sabato 4 Marzo 1758 Dall’autografo originale in ASC 37, pp. 139. Argomento Spiegandosi la Fuga nell’Egitto, memorata da S. Matteo, si esalta la sofferenza insieme e prudenza di Maria SS.ma, e se ne raccomanda l’imitazione Ave Maria Il Sermone è sviluppato in tre parti. Nel proemio l’Autore riflette sulla crudeltà della natura umana che, dopo Caino, continua a perpetrare delitti nella storia come la strage degli innocenti narrata dall’Evangelista Matteo (2, 16-18). Nella prima parte, ai numeri 2-4 viene narrata la strage degli innocenti, avvenuta un anno dopo circa la Nascita di Gesù, il 28 dicembre. Nella seconda parte, ai numeri 5-9, l’Autore presenta alcune delle ipotesi più attendibili riguardo al numero dei bambini uccisi, immagina la crudeltà della stage ed infine si chiede a quale titolo questi bambini possono considerarsi martiri se non hanno l’uso di ragione. Conclude con la risposta di san Tommaso il quale afferma che “come nei bambini il Santo Battesimo conferisce la grazia e l’eterna vita per i meriti di Gesù Cristo, senza quelli propri; così negli stessi bambini la morte avuta, a riguardo di Gesù Cristo, è sufficientissima per conceder loro la laurea del glorioso Martirio”. Nella terza parte, ai numeri 10-16, don Marcucci si pone l’ardua questione del perché Dio possa permette stagi come quella degli innocenti e risponde che attraverso sua Madre, Maria SS.ma Egli trova il modo di difendere e proteggere gli innocenti e punire i peccatori. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 153-171. Argomento Dilucidandosi la Strage degli Innocenti, di cui ci parla San Matteo, si viene a dedurre quanto dispiaccia a Maria SS.ma il perseguitar gli Innocenti 1. Ignoto, La fuga in Egitto, olio su tela, sec. XVII, dipinto appartenente all’antica famiglia Marcucci, oggi nel Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”. 388 Che un Uomo irritato ed eccitato internamente si senta a perseguitare un Nemico, effetto è della nostra Natura dal peccato scompigliata e corrotta. Quindi avviene a ciascuno, che a forza di valorose ripressioni continue la raffreniamo, per dar luogo alla Grazia ed ubbidire a quel Dio, che ad onta della nostra ripugnante Natura, vuol che amiam i Nemici e che del bene facciamo a chi ci offese. Ma che poi un Uomo a perseguitare si muova un Innocente e a lapidare si aiuti chi non mai l’offese; o questo sì che non solo è trasgredire la santa Legge di Grazia, ma è un correr bestialmente contro ai dettami della Natura medesima. Eppure, appena, per dir così, agli anni della discrezione giunge il primogenito di Adamo, voglio dir Caino (Gen. 389 4) che rinunziando qual mostro di crudeltà ad ogni sentimento di umanità, ad ogni retto dettame della Natura, si empie di sdegno contro il suo minore fratello Abele; e senza che questi o l’avesse mai irritato, o disgustato; senza causa, senza ragione, senza motivo, lo assale un giorno e tuttoché innocente, innocentissimo, non ha ribrezzo di percuoterlo, di straziarlo, di ucciderlo. Fosse almeno stato l’ultimo mostro di barbarie Caino, giacché volle l’empio la gloria di esserne stato il primo. O quanti inumani Caini ha da quando in quando veduti sopra di sè la Terra e tuttogiorno pur vede! Tra le tante migliaia, uno di Caino ancora più empio ed inumano ci presenta in questa sera il Santo Evangelista Matteo (Matt. 2, 16-18). Dopo aver’egli raccontata la fuga, che misteriosamente Gesù Bambino fece con la sua Madre in Egitto; a narrare si pone la non mai prima sentita crudeltà del Re Erode Ascalonita; il quale dato sulle furie per non vedere il ritorno a sé dei Re Magi, stimandosene offeso e deluso, pensò contro ogni legge di Natura sfogar la sua rabbia, coll’ordinare in tutta la Città di Betlemme e in tutto il suo Distretto, una barbara persecuzione e strage di tutti i Bambini di età di due anni in sotto, col pensiero di coglierci tra tante migliaia d’Innocenti l’Innocentissimo ancora Gesù Bambino. Di tanta empietà erodiana, se il Vangelo medesimo non ce ne desse sicurezza infallibile, credibil non parrebbe l’ordine uscito. Or, su di questa crudelissima Strage degli Innocenti sarà in questa sera, Uditori, il nostro spirituale trattenimento. Vedremo, primo in che tempo fu eseguita questa barbarie e dove; secondo, quanti Bambini innocenti restarono martirizzati; terzo qual condegno castigo poi ne ricevette il crudelissimo Erode. E da qui passando a dimostrar quanto dispiaccia alla Vergine il perseguitare i suoi divoti, massime se sono innocenti, conchiuderemo, che tanto è il perseguitare un vero Divoto di Maria, quanto è tirarsi sopra la terribile sua Indignazione. Diamo principio. 3. Ma piano, sento qui chi mi dice che vi è di una insuperabile antilogia, di uno inestrigabile intoppo. È certo di Fede che la strage degli Innocenti seguì dopo la partenza e ritorno dei Santi Re Magi (Mat 2, 1); comeppure dopo la Presentazione del Divino Bambino al Tempio (Lc 2, 21), anzi dopo la sua misteriosa Fuga in Egitto (Mat 2, 13). Or la venuta de’ Re Magi avvenne ai sei di Gennaio, la Presentazione al Tempio, o sia Purificazion della Vergine, successe giorni quaranta dopo il Santo Natale, cioè ai due di Febbraio; alcuni mesi dopo accadde la Fuga in Egitto; dicendo alcuni gravi Istorici che avvenisse questa Fuga di Giugno. Che se dunque, dopo tutto questo furono martirizzati gli Innocenti, come avrà poi da dirsi che la loro crudelissima strage nel quarto Giorno di Natale ed ai ventotto di Dicembre seguisse? 4. Non nego esser questa una grande difficoltà; ma non tanta però che inestrigabile sia! Lo stesso Vangelo la scioglie, qualora ci assicura aver l’empio Erode ordinato che si uccidessero tutti i Betlemiti Bambini che si trovavano in età di sotto a due anni: A bimatu et infra (Mat 2, 16). Che segno è questo? Segno certamente che la Strage suddetta non fosse fatta nell’anno stesso che nacque Gesù Cristo; ma nell’anno seguente (che l’ultimo fu ancora dell’empio Erode). Tosto che il Tiranno vide che i Magi non più tornavano a Lui, com e si era già persuaso; diede, è vero, in smanie furiose e pensò di vendicarsene barbaramente con il sangue di tanti Innocenti. Ma bersagliato dagli affari suoi domestici e dalla costernazione in cui lo avevano posto i Figli ed il Fratello, gli convenne differire ad altro tempo più opportuno l’esecrando disegno. Quindi nel venturo anno, sedate alquanto le discordie domestiche, da Giuseppe ebreo descritte; fec’egli il conto da quel che udito avea dai Magi, secondo che ne attesta il Vangelo: Secundum tempus, quod exquisierat a Magis52; I Seguì, adunque, la strage crudelissima dei Bambini innocenti per ordine dell’empio Re Erode ed in odio di Gesù Signor nostro, nella città di Betlemme ed in tutto il vasto suo Distretto: Herodes… ratus…occidit omnes Pueros qui erant in Bethlehem, et in omnibus finibus eius51 (Mat. 2, 16); 2. 51 seguì tale strage, ripeto, nel Giorno appunto, in cui da Chiesa Santa di tali Santi Innocenti se ne solennizza il glorioso Martirio; voglio dire, ai ventiotto di Dicembre, il quarto Giorno dal Santo Natale del Redentore Divino. Erode adirato… uccise tutti i fanciulli che erano in Bethlehem e in tutti i suoi territori. 390 52 Secondo il tempo che aveva chiesto ai Magi. 391 e raccogliendo che il Santo nato Bambino aver potea poco più di un anno; diede con barbarie inaudita l’esecuzione all’ordine già dato dello sterminio totale di tutti i Betlemiti Bambini di sotto a due anni. Ed ecco, conciliate le difficoltà insorte, come si verificò la strage avvenuta ai 28 di Dicembre dell’anno dopo la Nascita del Salvadore. Non ci ha voluto ridir San Matteo il numero degli innocenti Bambini depezzati dalla furia di Erode e sono a persuadermi fosse un dei motivi la molta tenerezza che ne provava il piissimo Cuore del Santo. Lo risappiamo bensì dal Menologio dei Greci e dalla Liturgia degli Etiopi che il numero de’ martirizzati Bambini fosse di quattordicimila (Graves., Tomo 1, De Myst.Christ., pag. 154). Io ben so, parere un tal numero troppo esorbitante e favoloso al P. Bollando (Tomo 1, Maii., pag. 57): ma in sua buona pace, a me piuttosto molto scarso egli pare. E sarei per dire, che quei 144 mila Innocenti, che l’Evangelista Giovanni commemora nella sua Apocalisse e li chiama nel loro Martirio divenuti primititiae Deo et Agno54 (Apoc. 15, 3-4), cioè le prime vittime a Dio offerte; sarei, dico, per asserire che appunto compissero il preciso numero dei Santi Bambini in Betlemme ed in tutto il suo popolato distretto, dall’empio Erode svenati. 8. Ma checché sia di tal numero dei Santi Innocenti, vorrei, ci spiegaste, odo qui chi mi replica, se con qual fondamento questi Innocenti vengono e dai Santi Padri e dalla Chiesa medesima chiamati Martiri. Certo è che Martiri son quei, che conoscendo e confessando Gesù Cristo, per amor suo danno il Sangue e la Vita. Or essendo stati quei Bambini in età molto tenera uccisi, assai prima che all’uso di ragione giungessero; come mai conoscere e confessar potevano Gesù Cristo; e dar volentieri il Sangue per lui ed esser in conseguenza Martiri veri? 9. Per distrigarsi da tale domanda, vi furono alcuni, al riferir dell’Angelico S. Tommaso (2. 2 qu. 124, art. 1 ad 1), i quali risposero che per speciale Divino privilegio fu accelerato a quei Bambini e donato l’uso di ragione perfetta e del libero arbitrio; ed in conseguenza conobbero molto bene il Messia vero venuto, lo confessarono e per lui sacrificarono di buon cuore la Vita e Martiri veri divennero. Ma io, tuttoché ciò non lo stimi in verun conto impossibile, anzi minimamente improbabile: nulladimeno, non vedo esservi necessità alcuna di supporre un miracolo tale, per dichiararli Martiri veri: tanto più, che Santa Chiesa II E qui, per far passaggio all’altro punto, cioè al numero sorprendente dei martirizzati Bambini, egli è duopo restiate prima informati che secondo la relazione di Giuseppe Istorico Ebreo, era la Giudea ed in particolare la Città di Betlemme con tutto il suo Distretto, popolatissima. Quindi figuratevela pure quanto mai ripiena di Bambini e Fanciulli biennali che le vostre idee sempre si appoggeranno al vero. 5. 6. 53 7. Escono pertanto da Gerusalemme per espresso ordine rigoroso di Erode da tre in quattro mila Soldati, dei più fieri e dei più scelti nella barbarie; affine la natural compassione in veder tanto sangue innocente, ed in udir tante smanie e tanti urli di migliaia di misere e non colpevoli Madri, non avesse fatta lor mitigare l’inumana ferocia. E giunti all’improvviso sullo spuntare del giorno, chi entro la Città e chi per li vicini Villaggi; denudate le spade, impugnati crudelmente i pugnali danno alla strage principio. Urlano e stridono a tutta possa le infelicissime Madri; ma a nulla serve. Vagiscono e smaniano i tenerelli Bambini, ma a nulla giova. Si sentono inconsolabili pianti ed altissime grida di smanie e di duolo in tutta Betlemme e nei suoi Contorni; come predisse Geremia dal Vangelo stesso citato: Vox in Rama audita est ploratus, et ululatus multus53 (Mat. 2, 18); ma di tutto tripudiano gli empi Carnefici. Quindi per ogni parte, per ogni casa, in ogni angolo, in ciascun vicolo, tagliando, uccidendo, depezzando; senza perdonare a qualità, né a numero; ne straziarono dalla mattina alla sera, sinchè ne trovaron pur uno; piuttosto mancando le vittime al loro furore, di quel che mancasse l’avidità di strage maggiore al loro sdegno inumano. Una voce fu udita in Rama, pianto e molto lamento. 392 54 Primizie per Iddio e per l’Agnello. 393 di loro canta che essi non confessarono Gesù Cristo con le parole e con la voce, ma bensì con la vita e con il sangue: non loquendo, sed moriendo confessi sunt55: che è lo stesso, che dire, che se essi non furono Martiri con la cognizione e con l’uso della volontà e della ragione; furono bensì veri Martiri con la Morte avuta in odio di Gesù Cristo e per riguardo suo ricevuta. Imperciocchè, come conchiude l’Angelico, siccome nei Bambini il Santo Battesimo conferisce la Grazia e l’eterna vita per li meriti soli di Gesù Cristo, senza i meriti loro propri; così negli stessi Bambini la Morte avuta, a riguardo di Gesù Cristo, è sufficientissima per conceder loro la laurea del glorioso Martirio. III 10. Ma se passio placuit, come scrisse Tertulliano dei Santi Martiri, actio displicuit: se così accetta fu e grata al Signore la passione ed il Martirio dei Santi Innocenti; altrettanto però fu abominevole e di un sommo dispiacere a Dio l’azione tirannica ed inumana dell’empio Erode persecutore. Onde non fia maraviglia, se dopo averlo tanto tempo aspettato ed anche temporalmente prosperato, affine di ottenerne la conversione e l’emenda (giacché expectat Dominus, ut misereatur56, come la Scrittura ci attesta, et per prospera vocat57, come soggiugne S. Gregorio Papa); alla fine, ostinato vedendolo e sempre più inumano, con un fiero condegno castigo recider gli volle la vita; facendogli anche di qua pagare quel fio; che poi con eterni incredibili cruciati pagar dovea nell’Inferno. 11. E uditene il come. Correva del Regno di Erode l’anno trentesimo settimo e della età sua il settantesimo (Poteva Dio più aspettarlo?). Pochi mesi già erano dalla crudelissima Strage (ex Sarnel in Br., cap.16). Eccoti gli sopraggiunge improvviso un gravissimo morbo. Gli si gonfiano i piedi; gli nasce un bollicume per tutto il corpo. E dandosi un male con l’altro la mano; gli sopraggiungono con la febbre vari svenimenti e languori: indi una fiera disperatissima colica: in seguito gli si incancrenisce il basso ventre, mandane fuora vermi puzzolentissimi. Smania il disperato e s’imperversa, ma senza vantaggio: tenta di darsi la morte con un coltello, per finir tante pene; ma non gli riesce il colpo. Quindi contorcendosi, divincolandosi e dando segni di un anticipato Inferno ch’egli provava, mandò fuori, a mille stenti, fra un foltissimo stuolo di orrendi demoni, la scelleratissima Anima. Così l’Innocenza depressa e straziata seppe alla fine vendicarsi della crudeltà e malizia cotanto baldanzosa una volta e superba. Che se il Sangue innocente di un solo Abele (Gen. 4), che gridava tutt’ora vendetta al cospetto di Dio, contra l’empio Caino, fu di Lui e della sua discendenza il totale sterminio: pensate, Uditori, quanto mai perorare ed ottenere potesse da Dio, contro di Erode, il Sangue di tante migliaia di Bambini innocenti? 12. Io ve lo accennai e ve le replico ancora, che tanto è il perseguitare e tiranneggiare un Innocente, quanto è il tirarsi sopra, o presto, o tardi, l’indignazione tremenda del Sommo Iddio e della Immacolata sua Madre. E di questa in particolare or favellando e che credete voi, che la Vergine, perché talora permette dei molti travagli e persecuzioni ai suoi Divoti, forse li abbandoni a discrezione dei tiranni Persecutori e non ne abbia più cura? Eh voi sbagliate all’ingrosso, se così stoltamente pensate. Non manca, né può mai mancare alla Regina del Cielo potenza e modo di soccorrere e liberare i suoi divoti, anche dalle tirannie di un intero mondo; perché è Madre dell’Onnipotente medesimo: Non deest Mariae potestas, ce lo rammenta Bernardo, quia Mater Onnipotentis est58. E neppur le manca no, né mancar mai le può il buon cuore e la volontà di aiutarli, perché della Misericordia appunto è Madre: non deest illi auxiliandi voluntas, segue il mellifluo, quia Mater Misericordiae est59. 13. È vero, non lo nego, che essa vedendo talora tra mille bersagli un suo divoto, par che non si curi di Lui, così renitente si mostra ad esaudirlo. Ma che vuol dir mai tutto questo? Eccolo. Passio placuit, piace alla Vergine di veder tra le pene il suo servo, perché tra le pene si umilia, 55 Confessarono non con parole, ma con la morte. Il Signore aspetta che si penta. 57 E lo chiama attraverso eventi prosperi. 56 394 59 59 Non manca la potestà di Maria poiché è Madre dell’Onnipotente. Non le manca la volontà di aiutare piochè è Madre di Misericordia. 395 tra le persecuzioni divien più cauto, tra i travagli diventa più diligente e divoto: passio placuit. Ma che però, actio displicuit60: non si glorii no il tiranno; non si vanti il persecutore; non tripudii il maligno; perché l’operar suo vien dalla Vergine condannato; ed egli sotto l’indignazione terribile si trova della gran Madre di Dio: Actio discplicuit; e cave ab ira Columbae61, lo disse pur Salomone. O presto, o tardi, si vedrà di chi sarà l’aspra vendetta e chi canterà la vittoria; chi ne riporterà il trionfo. 14. Vaglia un breve fatto in comprova, rapportato da Silvano Razzi nel libro secondo della sua Raccolta (Mirac.18). Perseguitata a morte trovavasi una pia Donna e molto divota di Nostra Signora. Suo fiero persecutore era un suo più stretto Parente; il quale non contento di averla intaccata nella fama con mille calunnie e di averle dilapidata la robba con mille ladronecci; non si quietò mai, sinchè non risolse di darla in mano della Giustizia con quest’orrido stratagemma. Ritrovavasi la pazientissima Donna sotto la sua educazione un figliuolo di un onorato Soldato. Che fece il maligno Parente? Se ne va di notte tempo; coglie il fanciullo a letto, tutto sopito nel sonno e barbaramente lo scanna; e poi sen fugge. Alquanto dopo, accortasi la pia donna dell’orrido caso, né sapendone il come, a gridare si pone ad alta voce piangendo, convoca il vicinato tutto, chiede aiuto, soccorso. Ciascuno corre, ciascuno esclama e mille frottole inventa ciascuno. Accorre il Padre dell’ucciso figliuolo: si dà conto del tutto alla Giustizia: si chiama la Corte: e la misera innocente Donna, condotta alle carceri; si esamina alla rinfusa, le si intimano tormenti i più squisiti, se nega; le si prepara una morte la più obbrobriosa, se convinta ne resti. 16. Di fatto, eccoti all’improvviso, sul più bello che dal Giudice si esaminava in pubblico la misera supposta Rea, si affaccia in Tribunale una veneranda Madrona con un bellissimo Pargoletto in braccio. Olà, dice con voce imperiosa al Giudice, olà, è dovere che giustizia retta si faccia a questa povera Donna. Per scoprir quanto sia rea, si porti qui presente l’ucciso fanciullo. Ed indi da questo mio Bambino che porto in braccio si farà l’esame e si scoprirà la verità del fatto. Tutti a tali voci attoniti restando, ecco ordina il Giudice il trasporto dell’ucciso fanciullo al Tribunale. Ed ivi portato tra la folla di molta gente concorsa; quel Bambino che stava tra le braccia della veneranda Madrona, chiama a nome il morto fanciullo; e questo con stupor di tutti vivo risorge e risponde. Indi ricevendo altro comando, che trovi il suo Uccisore; eccolo là, rispose, accennando col dito verso quell’empio Persecutore della pia donna, il quale allo spettacolo era anch’egli accorso per goderne il buon’esito. Ciò avvenuto, disparve la veneranda Madrona col suo Figliuolo in braccio; che fu Maria SS.ma. Il Giudice fece tosto prendere il vero Uccisore e fattolo legare alla coda di un cavallo, così fatto fu strascinare, sinchè così stentatamente morisse. L’innocente Donna poi non solo fu libera; ma di più cresciuta in tanto credito, fu ben provveduta di Beni ancor temporali, sinchè fu viva. Il Fanciullo risorto, fu restituito ai Parenti con indicibile gioia e contento. Così appunto la Vergine sa difendere i suoi divoti, protegger sa gli Innocenti e verso poi i Persecutori piover sa i condegni castighi del suo terribile sdegno. 15. Misera donna, che farà mai senza veruno che la assista, che la consigli, che in favor suo perori? Tutti ad una voce la voglion bruciata viva; ed il suo più stretto Parente persecutore è quello, che più degli altri si sbraccia a condannarla per degna di cruda morte. Mi direte, Uditori, ma e la gran Vergine poi non si muove a soccorrer la sua innocente Divota? State zitti. Sin ora passio placuit. Date tempo e verrà in luce l’actio displicuit. 60 61 È piaciuta la sofferenza… l’azione è dispiaciuta. Stai attento all’ira della colomba. 396 397 SERMONCINO giore fortuna è la nostra, Ascoltatrici mie riverite, se riflettiamo all’impareggiabil clemenza e premurosa sollecitudine, che ha rispetto a noi, quella gran Donna Reale e possente Signora, che si è degnato darci l’Altissimo per nostra Madre e Avvocata. Già m’intendete di chi io favelli, dir voglio, di Maria Immacolata. Il suo soccorso, il suo Patrocinio, il suo Rifugio è sicuro senz’ancor chiederlo, e pronto senz’ancora aspettarlo. Arduo a prima occhiata vi parrà il mio assunto, non lo nego. Ma se la vostra gentilezza favorirà di ascoltarne attentamente le prove, confido ne riuscirò con onore. Diamone di grazia un saggio. Ecco incomincio. Sabato 31 Aprile 1764 Il sermoncino è sviluppato in due parti, ciascuna di sei punti. l’Autore, come al solito, prepara le sue ascoltarici, “Madri e Signore gentilissime”, all’ascolto con appropriati esempi. Al tempo della dominazione Assira, fu una grande sorpresa per il Popolo eletto poter usufruire dell’intervento della profetessa Debora e della coraggiosa Giaele. A maggior ragione il soccorso, il patrocinio, il rifugio di Maria Immacolata è sicuro e pronto senza neppure chiederlo. Solitamente, nota don Marcucci, Dio ci concede le grazie che gli chiediamo, eppure ce ne sono altre, doni gratuiti della sua amorevolezza, che non possiamo meritare. Viene portato come esempio la scala misteriosa che Giacobbe vede in sogno come àncora di salvezza. Ciò sta a dire che l’infinita provvidenza di Dio e la benignità di Maria operano anche verso le anime assonnate, pigre, peccatrici, immeritevoli. Come Gioacobbe costruì un altare di pietra nel luogo dove ricevette il sogno, così l’Autore invita le sue ascoltatrici a costruire a Maria un altare, sia pure con cuori di pietra e, come segno di gratitudine a donarglieli in perpetuo, perché sia nostro rifugio anche al momento della morte. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp 41-48. 2. Benché le preghiere siano gli ordinari mezzi per ottenere le grazie, pure vi son certe grazie che da Dio clementissimo si dispensano senza preghiere e senza meriti precedenti. Quel che è puro dono gratuito e che unicamente dipende dalla mera liberalità della misericordia divina, non può mai cadere sotto il merito nostro, come per esempio è il perdono, la grazia di Dio, la perseveranza, la santa morte. Queste però, se non cadono sotto il merito, perché non vi è chi possa mai meritarle; cadono bensì sotto delle orazioni e preghiere, perché vuole Iddio, che si dimandino e suol’egli concederle a chi con umiltà e fiducia incessantemente le chiede. Maria SS.ma è un Rifugio sicuro senza chiederlo e pronto senz’aspettarlo 3. Vi son però delle altre grazie, che prevengono non solo i meriti, ma le preghiere medesime; atteso che il gran Dator di ogni bene si degna accordarle di sua pura amorevolezza e cortesia, senza esserne richiesto. Così è avvenuto l’essere state noi da Dio create e redente; l’esser nate in grembo della cattolica Chiesa; l’esser nudrite con santi sagramenti per sola bontà divina istituiti; e così dicasi di tutti quei lumi ed aiuti celesti, che prevenendoci ci eccitano e ci risvegliano al bene. 4. Ciò presupposto, mirate, mie buone Madri, come il soccorso e rifugio di Maria è per noi un rifugio sicuro senz’anche chiederlo; e cade sotto la categoria di quelle grazie, che sono state da Dio dispensate senza precedente preghiera. È certo, che allora noi e tutta la cattolica Chiesa avemmo la Gran Vergine per nostro rifugio, quando ci fu essa destinata per 1. 398 Una delle avventure più felici per chi vive in grave bisogno, è senza fallo, Madri e Signore mie gentilissime, il trovar sicuro il soccorso senza dimandarlo e pronto ancora senza aspettarlo. Non mai forse più fortunati si stimaron gli Israeliti al tempo dei Giudici, che qualora trovandosi per tanti anni oppressi dalla tirannia di Jabin re Cananeo, e di Sisara di lui capitano, videro all’improvviso alzarsi tra loro una Debora profetessa ed una Giaele coraggiosa, destinate da Dio a liberarli da tante barbarie ed a conquidere ed estirpare i crudeli insuperbiti nemici. Ed oh, esclamarono tosto, donde mai sì opportuno rimedio a nostri mali? Donde sì sospirato soccorso ai nostri bisogni? Donde sì possente Rifugio in sì calamitose disgrazie? Noi pur felici, e pur troppo avventurati! Una, non dico simigliante, ma assai mag- 399 Madre. Questo è un sentimento comune di tutti i fedeli. Ed allora ci fu destinata per Madre, quando il suo Divin Figlio sulla croce, prima che egli spirasse per noi, avendo di noi pietà, si degnò dichiararla per tale. Abbiamo il Vangelo per testimonio. 5. 6. 7. 400 Or mi sapreste voi dire, se chi mai allora dei mortali ne supplicasse il Figlio, o la Madre di tanto dono? Pensate pur quanto volete, nol troverete di certo. Rinverrete bensì, che il mondo allora sul colmo delle sue indegnità si trovava; talché fece orrore al sole stesso, che si coprì per non vedere l’esecrando sacrilego deicidio, che stavano gli uomini allor commettendo, col dare una morte crudele al suo Creatore e trafigger di acuti dolori la di lui Genitrice. Eppure allora sì, allora per l’appunto e il Divin Figlio decreta che la Vergine ci sia Madre e questa gradisce e accetta l’uffizio col pigliarci per figli. O amore liberalissimo di Gesù! O liberalità amorosissina di Maria! Madre, dunque Ella ci fu senza esser da noi supplicata; ed in conseguenza rifugio di noi miseri si dichiarò senza neppur esser richiesta. Questo è un titolo sempiterno, credetemi pure, Signore mie, di cui Maria SS.ma non può perderne la memoria; ed è un impiego, del quale non può certamente spogliarsi. Egli è sicuro, sicurissimo. Che se la sua amorevol bontà glielo fece accettare, senza esser pregata; argomentate ora voi, se come la sua connaturale clemenza glielo farà esercitare, qualor richiesta ne venga e supplicata. II Felice pur dunque potrà chiamarsi quell’anima, che raffidata su questo sicuro rifugio, ne sta con viva fede aspettando i suoi pronti e mirabili effetti. Ma che dissi aspettando? Io vi proposi, che un tal sicuro rifugio è anche pronto senza aspettarlo. Soddisfo all’impegno. Non vi è chi non veneri Maria per suo gran rifugio, perché non vi è chi non speri di sperimentarlo, non vi è chi non lo aspetti. Tutti aspettiamo dalla sua misericordia la protezione e la difesa. Sin qui va bene, anch’io lo confesso; ma dubito molto, che non bene intendiamo il mirabile del patrocinio della gran Regina del cielo. Imperciocchè il suo maraviglioso non è già l’esser da noi aspettato; ma bensì il non essere aspettato. 8. Un dono può essere e non essere aspettato. Deve aspettarlo la fiducia, perché a questa si concede. Non deve aspettarlo la giustizia, attesochè questa non merita. Esser Maria Avvocata e Rifugio con chi merita il suo soccorso, è certamente una misericordia molto bene aspettata. Ma divenirlo con chi demerita a tutta possa i suoi favori, è una clemenza non giustamente aspettata. Per la qual cosa, se Maria usa tutto giorno pietà con i peccatori e di questi ne diviene rifugio, voi lo vedete, Ascoltatrici, che il grande, il portentoso del suo patrocinio non sta nell’essere, ma bensì nel non essere aspettato. 9. Osservate se è così. Il Patriarca Giacobbe, allorché giovinetto fuggendo lo sdegno di Esaù infuriato fratello, se ne andava ramingo per le campagne di Canaan verso Mesopotania, si addormentò tutto stanco sul delizioso Monte di Betel. Ed eccoti sul più profondo del sonno gli mostra Iddio in visione una scala lunghissima misteriosa, che da terra poggiando sul cielo, reggeva numerosi Angeli, chi in atto di scendere, e chi di salire. Il più bello però fu, che a capo della scala vide starsene appoggiato Iddio stesso; che così gli diceva: Dormi pur riposato, mio prediletto; non temere i furori di tuo fratello; va pure in Mesopotamia contento, che io sarò il tuo protettore e custode: Ero custos tuus62; e qui ti ricondurrò sano e salvo: Et reducam te in terram tuam63. 10. Destasi tutto meravigliato e intenerito Giacobbe, o divina bontà, esclama con le lagrime agli occhi, o misericordia infinita di Dio! Tu sei ora meco, ed io punto non ci pensava. Mi offri il tuo gran patrocinio, senza che io lo aspettassi con tal sicurezza! Quindi in attestato di gratitudine, in riconoscimento di così gran beneficio, aduna alla meglio che può delle pietre e vi erge un altare a perpetua memoria e riconoscenza: Tulit lapidem, erexit titulum64. Trovatosi Giacobbe addormentato, non pensava allora, né aspettava il Patrocinio Divino. E questo fu che maggiormente lo spinse a mostrarsi grato ad un sì liberale e cortese benefattore, che senza essere richiesto ed aspettato gli fa sperimentare le sue care amorose finezze. 62 Sarò il tuo custode. E ti ricondurrò nella tua terra. 64 Portò una pietra, eresse un monumento. 63 401 11. Già siamo, Signore riverite, al nostro caso. La scala misteriosa di Giacobbe, che fosse figura di Maria SS.ma, ce ne assicurano tutti i Padri. Gli Angeli furono simboli dei favori continui, che per tale mezzo ci colmano il cuore. Era la scala ferma in terra, e vale a dire, sopra di noi che quaggiù viviamo. Poggiava tutta volta in cielo ed aveva Iddio a capo; appunto, perché di lassù dalla divina clemenza una tale scala ci è data per salire a salvamento. Il più mirabile però, il più grande, il più portentoso si è, che ci vien donata tal mistica scala, qualora addormentati e spensierati noi siamo. O infinita provvidenza amorosa di Dio, o singolar benignità di Maria, che anche verso di anime assonnate, tepide, pigre, peccatrici, immeritevoli, offre il soccorso, il patrocinio, il sicuro rifugio! Tanto è vero, che questo rifugio è sicuro anche senza richiederlo, è pronto anche senz’aspettarlo. 12. Deh s’è così, che facciam dunque noi, mie divotissime Madri, per corrispondere a tanto amor di Maria? Giacobbe eresse per gratitudine un altare di pietra, per denotare la fermezza e stabilità del cuor suo, tutto a Dio consacrato. E noi, facciam lo stesso a Maria. Se i nostri cuori fossero ancor di pietra, di questi ancora si ha da formare un altare in ossequio di Maria. Un amor così cortese e liberale, com’è il suo, in offrirci il suo aiuto, anche quando men noi lo meritiamo; in farsi nostro rifugio, anche in tempo di nostra insoffribile sonnolenza; si merita pure la nostra gratitudine, si merita pure i nostri cuori. Ah sì, sì, Vergine amorosissima, caro rifugio mio, ecco qui ai vostri piedi queste vostre serve e figlie. Dite su, che volete da noi? Volete i cuori? Eccoli tutti in perpetuo nelle vostre mani. E giacché vi siete degnata di farvi nostro rifugio senza esser pregata, ed aspettata; degnatevi maggiormente ad esserci tale in vita e in morte, ora che con tutto il cuore caldamente ve ne preghiamo e con grande fiducia lo aspettiamo. Amen. SERMONE Recitato nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Intervineas nel Martedì sera del 4 Aprile 1769 Il Sermone viene recitato nella Chiesa di Santa Maria Inter Vineas, parrocchia di don Marcucci 65. Nel proemio egli si chiede perchè la Regina del cielo volle che questa Chiesa fosse a lei intitolata con l’appellattivo di “tra le Vigne” e perché nell’anniversario del giro della sua immagine miracolosa, la prima sosta sia in questa Chiesa. Alla prima domanda risponde rifacendosi a fonti storiche sicure; mentre alla seconda, in mancanza di queste, risponde con una sua ipotesi. L’appellativo di Santa Maria tra le vigne deriva da una sacra effigie di nostra Signora, in tavola, rinvenuta appunto tra le vigne della zona di Parignano; ciò avvenne nell’anno 488, mentre era vescovo di Ascoli San Quinziano, il quale la trasportò nel luogo dove fu fatta costruire, in suo onore, la chiesa di Sancta Maria Inter Vineas. Riguardo alla seconda domanda don Marcucci dà questa interpretazione: siccome le vigne richiedono una continua custodia; “perciò la benignissima Vergine col farsi trovare tra le vigne e fermare la sua prima stazione tra le vigne, ci voleva indicare che essa per sua sola bontà si dichiarava speciale custode di questa Chiesa e parrocchia e di tutti coloro che qui tra le vigne si portano a venerarla”. Nella prima parte, ai numeri 2-5 l’Autore dimostra con quanta premura e prontezza Maria ha cura di noi e lo fa rifacendosi all’immagine delle vigne riportata nei brani scritturali del Cantico dei Cantici, nei Profeti e nel Vangelo stesso. I Padri della Chiesa, infatti, hanno applicato il passo del Cantico dei Cantici al capitolo 3, versetto 1, alla tenera cura e singolare custodia che la beata Vergine ha di noi per volere della SS.ma Trinità. Nella seconda parte, ai numeri 6-9, l’Autore spiega la “prontezza” di Maria nel custodirci e se a volte dovesse tardare a risponderci, ciò è per il nostro bene; tuttavia nella sua materna bontà, Ella previene anche le nostre richieste. Nella terza parte, ai numeri 10-15, don Marcucci spiega in che modo la protezione di Maria è costante e durevole nei nostri confronti. Occorre dunque contraccambiare la sicurezza con cui Ella ci custodisce e protegge con la sincerità; la sua prontezza e diligenza con la nostra costante fedeltà nel servirla. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 205-220. 65 402 Cf. MARIA PAOLA GIOBBI in Il Palazzo Marcucci ad Ascoli Piceno, cit., pp. 26; 62-64. 403 Argomento una Collegiata insigne; ridotta poi nei secoli bassi ad una illustre Pievania con il titolo sempre costante di Sancta Maria Inter Vineas, conforme sino ad oggi la abbiamo. Or siccome (io soggiungeva), or siccome l’oprare a caso, per essere un effetto di precedente ignoranza, non si può in conto veruno nella Gran Madre di Dio immaginare; così per indispensabile deduzione assegnar conviene in Maria qualche altro recondito fine da Lei ideato e voluto nel farsi ritrovar tra le vigne, intitolar tra le vigne e nell’annuo suo solenne giro far sempre qui tra le vigne la prima sua stazione e dimora. Ma qual mai sarà questo fine di Maria ideato e voluto? Ecco il forte dubbio, o Signori, che io bramava proporvi. Semmai per altro anziosi vi ritrovaste ascoltar prima il debole mio sentimento, sono a servirvi. Direi pertanto, che siccome le vigne richiedon di lor natura una continua custodia; talché tanto sia piantare e coltivare una vigna, quanto obbligarsele in perpetuo custode; perciò la benignissima Vergine col farsi trovar tra le vigne, intitolar tra le vigne e fermar la prima sua stazione tra le vigne, indicar ci volesse, che essa per sua sola bontà si dichiarava speciale custode di questa Chiesa e Parrocchia e di tutti coloro, che qui tra le vigne si portano a venerarla: onde riputar per noi dovessimo la sua custodia e protezione come sicura, come pronta, come durevole. Seppur gradite, che io ve ne abbozzi qualche ragione, favorite di alquanto pazientarmi ed incomincio. La Custodia e la Protezione di Maria è sicura, pronta e durevole a favore di chi le vive ossequioso tra le sue mistiche vigne 1. 66 Non si poteva certamente, o Signori, combinar meglio la circostanza del luogo e del tempo in mio vantaggio, quanto che questa volta in cui mi si presenta l’onore di favellarvi delle glorie di Maria; attesochè assai proprio ed opportuno lo ritrovo per comunicarvi un dubbio, che lungamente mi ha tenuto cogitabondo e per conseguenza bramoso di soggettarlo al saggio vostro esame e discernimento. Perché mai (andavo meco cercando), perché mai si volle la gran Regina del cielo in questa sua Chiesa intitolar tra le Vigne? Sancta Maria Inter Vineas?66 Perché mai nell’anniversario del giro della Immagine sua miracolosa si degna di far sempre qui tra le nostre vigne la prima sua stazione e dimora? Lo so anch’io (seguitavo a dir meco stesso), lo so dalla Storia Ascolana, come sulla fine del secolo V dell’era comune e propriamente nel 488, in tempo del nostro quinto Vescovo San Quinziano, venne scoperta tra le antiche vigne di Parignano fuor delle nostre mura, sopra del Tronto, la sacra Effigie in tavola di Nostra Signora, intitolata perciò sin da allora Sancta Maria Inter Vineas. Mi è noto inoltre, come tantotosto con processione solenne San Quinziano predetto la trasferì in questo luogo ove ora siamo ed indi dalla pietà dei nostri antenati fabbricata ci fu questa antichissima Chiesa (che ben conta Facciata e campanile della Chiesa di Santa dodici secoli e mezzo), ed eretta Maria Inter Vineas di Ascoli Piceno, sec. XIII. Santa Maria tra le vigne. 404 2. 3. I Da due capi principalmente può chicchesia dedurre la sicurezza di aver quel che brama, cioè e dalla ferma irrefragabil parola di chi promette e dall’ufficio di lui, ogni qualunque volta seco abbia inseparabilmente annesso quel che promette. Stia pur certa e sicura Bersabea di veder sul trono d’Israele Salomone suo figlio, perciocché la ferma parola data dal santo vecchio Davide ed il suo indispensabile ufficio di destinare per il regno un saggio suo successore, farà senz’altro che Salomone impugni lo scettro reale, conforme accadde. Egli è dunque ben da riflettere, Signori miei, se mai per buona sorte si trovi in favor nostro imparolata la Regina del cielo e se l’ufficio che riguardo a noi intraprese, ci possa render sicuri e certi della sua special protezione e custodia. A me sembra senz’altro di sì e lo deduco princi- 405 palmente dall’essersi, non a caso, ma con alto fine e mistero, fatta trovar Maria tra le nostre Vigne, intitolar tra le Vigne e qui tra queste nostre Vigne dall’aver sempre prescelta la prima sua stazione nell’annuale suo giro. Noi ben sappiamo l’amorosa sollecitudine che tante e poi tante volte si è degnata la provvidenza divina di mostrare verso le anime nostre sotto la vaga allegoria delle Vigne e nei Cantici e nei Profeti e nel sacrosanto Vangelo. Che altro dunque importa l’aver Iddio collocata l’Immacolata sua Madre con tante particolarità fra queste nostre Vigne, se non averla con singolari finezze dichiarata nostra custode ed averle addossato un ufficio che dalla premurosa custodia di noi è inseparabile. E ciò parrà forse a voi che non basti per rendercene fondatamente sicuri? 4. Tralasciam se è così le semplici, tuttoché ragionevoli congetture e veniamo a quel che di se stessa precisamente ha di sua bocca confessato la medesima Vergine per più assicurarci. Tra i veri mistici sensi, dallo Spirito Santo intesi nei Sacri Cantici, entra ancor propriamente Maria, per sentimento comune della Chiesa e dei Padri. Si fa pertanto la Vergine a manifestarci tutta graziosa il racconto del ritrovarsi dalle tre Divine Persone destinata Custode delle Vigne: Posuerunt me custodem in Vineis67 (Cant. 1, 6). Ne commette al suo servo Ruperto di ogni recondita allegoria una spiegazione più chiara: Deus plurimas Vineas idest Animas custodiendas Virgini est elargitus68. Segue indi ad impegnare la sua fede soggiungendo: E giacché fu in piacer dell’Altissimo collocarmi tra le Vigne alla loro custodia, giuro e prometto ogni mia più tenera e sollecita vigilanza in custodirle e proteggerle, senza perdere mai di vista e di premura:Vinea mea coram me est69 (Cant. 8, 12). Su di che, fatto pien di stupore Onorio prete Augustodunese, O mistiche Vigne fortunate, esclama, anime pur felici alla cura di Maria commesse: teneram ipsa Virgo Beata de vobis curam habet ac singularem custodiam70. 5. 6. 67 Mi posero custode nelle vigne. Dio concesse alla Vergine di custodire più vigne cioè anime. 69 La mia vigna è davanti a me. 70 La stessa Vergine beata ha tenera cura e singolare custodia di voi. Non così certamente affettuoso e sollecito giardiniere nell’andar del continuo ed a minuto i fiori, gli erbaggi e le piante in su e in giù osservando del suo giardino, si porta or ad innaffiar con gentilezza le più aride e bisognose, or a troncar con man delicata i tralci superflui, or con arte a sveller le erbe nocive ed or contro degli animali o dei landroncelli a vegliare si pone. Non così certamente, come e molto più farò io, dice la Vergine, in riguardo a voi mistiche figlie mie predilette, a me affidate, alla mia special custodia commesse. Giacchè posuerunt me costodem in vineis, giacchè piacque alla devotissima Triade che io tra le vostre vigne mi trovassi, tra le vigne m’intitolasse, tra le vigne ancor mi fermassi, siatene pur certi, vivetene pur sicuri della mia speciale protezione e custodia: vinea mea coram me est, sì, sì, coram me est e tanto vi basti. Miei cari Uditori, siccome delle parole di Maria non vi è che dubitare, così alle parole di Maria non vi è che aggiungere, se non che rammentarvi, di esser riguardo a noi, non solamente sicura la sua custodia, ma ancor ben pronta. II La prontezza nel dispensar benefici non può, a mio debol giudizio, darsi meglio a dimostrare che quando conosciutosi di qualcuno il bisogno, venga non pur sollecitamente, ma inaspettatamente ancora beneficato, voglio dire, senza che preventivamente con replicate istanze lo richieda il bisognoso, anziché no, senza che, minimamente lo aspetti. O allora sì, che la prontezza, non solamente è reale, ma racchiude un nonsochè dell’eroico e del divino. Se ne stia pur tutto tranquillo fra duri ceppi imprigionato in Egitto il casto ed innocente Giuseppe, che vi è in cielo chi ha custodia premurosa di lui. Vedrà quando meno se lo crede, se di qual nobile tempra sia quella prontezza con cui verrà dalla carcere liberato. Sia dimentico pure di lui il coppiere di Faraone, che poco importa. Giungerà tempo che all’inaspettata moverà l’Altissimo il cuore di quel monarca ad aprirgli le porte; conforme accadde: Ad Regis imperium eductus de carcere Joseph71. Ecco in trionfo il bel carattere di una pronta custodia senza l’affannosa molestia o di replicatamente richiederla o di lungamente aspettarla. 68 406 71 Giuseppe condotto dal carcere all’impero del Re. 407 7. Or io non nego, o Signori, che benespesso per nostro virtuoso esercizio e per maggior nostro vantaggio, non soglia Iddio e la sua Divinissima Madre, farci, dirò così, sospirar certe grazie e meritarle con suppliche ben lunghe e replicate. Dir voglio soltanto che qualora la Vergine con tanta parzialità di affetto si è degnata di assicurarci della sua special protezione e custodia, ci dà in mano tutto il fondamento ancor di credere, che ella in certi nostri più urgenti e più particolari bisogni si mostrerà così pronta e sollecita in custodirci e soccorrerci, talché assai sovente prevarrà le stesse nostre aspettazioni e preghiere trionfando più la prontezza di lei in beneficarci, che non la nostra risolutezza in supplicarla dei benefici. 8. Vaglia una sola ragionevole riflessione per mille e ditemi, Signori miei, se il ciel vi salvi, se dove mai alla fine battano tutte le mire della speciale custodia, che aver si degna di noi Maria SS.ma? Egli è la meta senz’altro che questa nostra mistica vigna a Lei commessa fiorisca di cristiane virtù e di opere pie e devote. Ce lo esprime essa stessa con quelle parole nei Cantici: Videamus si floruit vinea, si flores fructus parturiunt72. Or in quella guisa, che qua e là per le vigne vanno come tante ladroncelle saltellando e scorrendo le picciole volpi, in una parte rodendo i germogli più odoriferi, in un’altra scavando le radici più tenere e così poco a poco rovinando tutte le viti; per tal maniera appunto fanno tra di noi le piccole dissenzioni, le frodi leggere, le incallite tiepidezze, insomma le continue veniali cadute; le quali rodendoci il midollo della virtù e della pietà, vanno insensibilmente a rovinarci alla perfine tutta la vita timorata e divota. Oh che mali son questi di funestissime conseguenze, per cui ogni diligenza è manchevole, ogni sollecitudine è scarsa, ogni risolutezza è tardiva! Eppure, cari miei Uditori (ed è cosa da piangersi a calde lagrime) ecco quei mali, che noi stimiamo da nulla, dalla cui estirpazione meno si pensa ed assai meno la guarigion poi ne aspettiamo. 9. Ben vince niente di meno la insensataggine nostra e la previene con la sua amorosa prontezza la nostra vigilante Custode e Protettrice sovrana. Ci scuote con le sue voci dal torbido sonno e senza che da noi richiesta ne venga, alza le grida e ci intona: Deh togliete, dicendo, togliete una volta risolutamente da voi codeste sì numerose picciole voci delle continue e malabituate veniali cadute: Capite nobis vulpes parvulas73 (Cant. 2,15) e come commenta Bernardo: idest torpores et defectus74: imperciocchè le mistiche vigne delle anime vostre alla mia custodia commesse van senza pietà devastando: Capite nobis vulpes parvulas, quae demoliuntur vineas75. Alto qui, Uditori. Se tal’amorevole scuotimento da noi sì inaspettato e molto meno richiesto, non è un contrassegno manifesto della singolar prontezza di Maria nel custodirci e guardarci dai mali di lor natura leggeri, ditelo ora voi qual sarà mai? Argomentate al presente di qui, se quanto più sollecita dovrà esser la sua prontezza or nel preservarci o liberarci dai mali maggiori ed or in ottenerci nei più urgenti nostri bisogni a lei ben noti quei soccorsi più propri e più opportuni. Lascio a voi il seriamente rifletterlo; mentre io per non tanto abusarmi di vostra pazienza in udirmi, me ne passo a vieppiù rassodarvi nella viva fiducia in sì amorosa Signora, col richiamarvi a memoria che la sua speciale protezione e custodia rispetto a noi, non meno è sicura e pronta, come vi dissi, ma durevole ancora. III 10. Può la durevolezza considerarsi o in riguardo alla sua natura o per rispetto a qualche necessario aggiunto che abbia. Nel primo modo considerata ha la inincorruttibilità per sua essenza; attesochè il solo incorruttibile è di sua natura durevole. Riguardata poi nell’altro modo ha la inseparabilità di suo proprio; poiché quel che non può separarsi, ha necessariamente a durare nell’unione. Non tema, no Israele di più soggiacer nel deserto ad una sete rabbiosa, da che l’Onnipotenza Divina ha destinata una pietra che prodigiosamente di continuo sgorgando dalle acque perenni gli sia inseparabil compagna in tutto quel lungo e disastroso viaggio. Ecco come l’ufficio inseparabilmente aggiunto a tal pietra di esser perpetua consocia dispensatrice del Popolo eletto, le dà per proprietà una durevo1ezza maravigliosa nel dispensar benefici. 73 Prendete per noi le piccole volpi. Cioè torpori e difetti. 75 Prendete per noi le piccole volpi che distruggono le vigne. 74 72 Vediamo se è fiorita la vigna, se i fiori danno frutti. 408 409 11. Or noi ben risappiamo, Uditori, dall’Apostolo Paolo che a tenor del principale allegorico senso era quella pietra una molto espressiva figura delle benefiche operazioni del Divin Redentore al popolo suo prediletto cristiano a larga mano incessantemente dispensate: Petra autem erat Christus76 (1 Cor. 10). Non è però, che sotto l’allegoria medesima, in un senso men principale, intender veramente non si sia potuta dai Padri anche Maria. Deh sì, sì che la gran Vergine gode pur la durevolezza nel custodirci e beneficarci, non solamente di sua proprietà per l’inseparabile ufficio che ha di nostra custode senza limitazione alcuna di tempo: Posuerunt me indefinitivamente custodem in vineis, ma la gode inoltre di sua natura, atteso il cuor suo che è affatto immutabile e invariabile nella dilezione, di cui ne è Madre: Ego Mater dilectionis77 (Eccl. 24, 24). Come dunque dubitar mai, che mancare o raffreddar alquanto si possa verso di noi la sua amorosa custodia, se questa in Maria è troppo essenzialmente e propriamente durevole? 12. Quell’Aio premuroso e zelante che abbia da Dio sovrano un amato di lui figlio ricevuto in custodia per un lungo e pericoloso viaggio, vedeste mai, o Signori, se lasci passare, non dico i giorni, ma neppure le ore, senza invigilare attorno a quel affidatogli pegno; ma bensì persister costante con una invariabil durevolezza nell’usargli ogni attenzione possibile sino al compimento del prestabilito viaggio. E vorrem dir poi, che da meno esser possa l’amorosissima Vergine; talché noi, sue predilette mistiche vigne, a lei dal pietosissimo Dio affidate sino alla fine di questo nostro terreno pellegrinaggio, possiam un dì trovarci miseramente derelitti? Eh via di grazia, che né il cuor di Maria può ammetterlo, né comportarlo il suo ufficio. Essa, giacché sì amorosamente si addossò l’incarico di esser di queste vigne la premurosa e zelante custode ad incarico ancor suo intraprese di perpetuarci sino alla nostra morte la sua possente custodia. Super custodiam meam, così per il Profeta ce lo contesta, Super custodiam meam stabo78 (Habacuc 2, 2). Io non parto, ci dice, dalle vostre vigne con la mia protezione speciale e col mio tenero amore: stabo. Qui tra le vigne ho fissato la mia dimora: stabo e intorno a queste Vigne sta fermo e immobile il Cuor mio amoroso: Stabo: talché la mia protezione e custodia non solamente per voi è sicura e pronta, ma sarà inoltre sempre durevole. Sì, sì: Posuerunt me custodem in vineis? Or bene: Vinea mea coram me est. Super custodiam meam stabo79. Udiste, o Signori? Non oso dopo sì pesanti espressioni di Maria, non oso, dissi proferire più parola in persuasione di quant’io vi proposi. 13. Vergine sacrosanta e tra le pure creature la più potente, la più amante, la più graziosa, che farem dunque noi che con tanta sicurezza, con eguale prontezza e con pari durevolezza siam da voi per sola bontà vostra protetti e custoditi? Eccoci qua risoluti onninamente stasera di contraccambiare tante amorose finezze del vostro bel cuore. Dite su dunque, eccelsa nostra Sovrana che volete in contraccambio da questa vostra mistica vigna, con tanto impegno coltivata da voi e custodita? Che richiedete da noi? Quali sono mai le vostre mire, il genio vostro? Ma via, che già sentir ci fate nei sacri Cantici i vostri adorati voleri: Descendi, son vostre parole, ut inspicerem, si floruisset vinea ... flores fructus parturiunt80 (Cant. 6,10; 7,12). Venni tra le vostre vigne, ci dite, me ne dichiarai coltivatrice e custode e feci tra voi ritorno, descendi, affin di vedere, se mai tante mie premurose e continue fatiche nel coltivarvi e sollecitudine nel custodirvi, avesser prodotti i fiori di virtù cristiane che in voi bramo: ut inspicerem, si floruisset vinea e partorite le frutta delle opere sante che da voi richiedo: si flores fructus parturiunt. 14. Deh sì, o gran Regina del cielo che ben paga sarete voi rimasta nell’osservar tutta fiorita e bella questa vostra Mistica vigna. Sì, sì vinea nostra floruit81 (Cant. 2, 15). Codesto altar maestoso, dove voi risiedete: il sontuoso apparato di tutto questo Tempio a voi consacrato: le Funzioni decorose, l’affollato Concorso divoto, non son forse e frutta e fiori a seconda del vostro bel cuore? Vinea nostra floruit, si, sì floruit, floruit. Sebbene, oimè, voi, per quanto vi sento, non ancor soddisfatta vi dimostrate. Ci riconvenite anzi dicendo: flores mei, fructus honoris et honestatis82 (Eccl. 24, 23). Gradisco sì, ci dite, gli estremi ossequi con retto fine a me fatti e li ricevo, come fiori e frutti di 79 76 E la pietra era Cristo. 77 Io Madre d’amore. 78 Io starò sulla mia custodia. 410 La mia vigna è davanti a me. Starò sulla mia custodia. Sono sceso per vedere se era fiorita la vigna… se i fiori portano frutto. 81 Se la nosta vigna è fiorita. 82 I miei fiori, frutti di onore ed onestà. 80 411 onore: Flores mei, fructus honoris. Non bastano tuttavia per appagarmi. Ci voglio aggiunti fructus honestatis, quelle frutta, dico, che consistono in una vita tutta timorata e divota a mio riguardo intrapresa. Questi sono i fiori e i frutti degni della mia custodia che ho di voi sicura, pronta e durevole. 15. Se è dunque così, per quanto fiorita appare questa nostra vigna, non ci fermiam di grazia, cari miei Uditori, nel solo culto esterno verso Maria. Non è questo l’intero contraccambio che dar possiamo alle amorose finezze della protezione e custodia che essa ha di noi. La sicurezza con cui ci custodisce e protegge contraccambiar si deve con la sincerità nell’amarla; la sua prontezza con la diligenza in farle ossequi: e la ferma sua durevolezza con la nostra costante fedeltà nel servirla. Ecco i degni fiori, ecco le degne frutta, che da queste nostre mistiche vigne la gran Regina del cielo e nostra Custode giustamente in contraccambio richiede. Diceva. CAP. VII SERMONI PER IL TRIDUO E LA FESTA DI MARIA BAMBINA (1767-1769) Pietro Alemanno, Madonna col Bambino, affresco staccato, 1490 circa, Ascoli Piceno, altare maggiore della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta l’Icona, oggi chiesa del Crocifisso. 412 413 Introduzione al capitolo Il capitolo raccoglie cinque sermoni, quattro dei quali recitati nella Chiesa di Sant’Angelo Magno officiata dai Padri Olivetani, sulla Natività di Maria Bambina. Si tratta del Triduo in preparazione alla festa (5-7 settembre 1767) e dell’orazione per il giorno della festa dell’anno successivo, 8 Settembre 1768, conservati nel volumetto ASC 63. L’ultimo sermoncino del capitolo fu recitato l’8 settembre 1769 nella chiesa dell’Immacolata delle suore Pie Operaie dell’Immacolata ed è conservato nella miscellanea ASC 23. Il triduo tratta il tema della bellezza, della bontà e della benificenza di Maria Bambina che l’Autore affronta utilizzando i simboli della natura: l’aurora, il sole, gli astri, le gemme, i prati, i fiori, i mari e l’insegnamento dei Padri della Chiesa dai quali prende in prestito definizioni di Maria SS.ma come: casa e maestra di tutte le virtù, acquedotto divino, Madre di celeste beneficenza e dispensatrice di tutte le grazie. Il sermone per la festa del 1768 descrive i privilegi di cui fu adornata la Santa Bambina in vista della sua missione di Madre di Gesù, mentre quello dell’anno successivo riprende le tematiche precedenti. I brani sono sviluppati in modo ampio e accurato. Quello che tuttavia colpisce e conquista di più è l’amore convinto e totale dell’Autore verso Maria SS.ma alla quale si affida totalmente con una preghiera al termine di ogni sermone. Particolare del chiostro del Convento di Sant’Angelo Magno di Ascoli Piceno. 414 415 Triduo per la Festa di Maria SS.ma Bambina in occasione del santo suo Nascimento Recitato nella Chiesa di S. Angelo Magno dei Reverendi Padri Olivetani ad Ascoli Piceno SERMONE PRIMO Sabato 5 Settembre 1767 L’Autore ha ormai 50 anni, conosciuto ed apprezzato in città, viene invitato dall’abate della comunità dei Padri Olivetani P. Valeriano Malaspina di Ascoli 1 a predicare nella loro Chiesa di sant’Angelo Magno 2, il triduo in preparazione alla festa di Maria Bambina. Si rivolge agli ascoltatori dicendo che farà del suo meglio per far loro comprendere la Bellezza, la Bontà e la Benificenza di Maria Bambina affinché ella possa rapire i loro cuori per lasciarli “nella sacra culla di sì amabile Pargoletta”. Nella prima sera del triduo don Marcucci spiega la bellezza di Maria Bambina. Immagina che nel sabato della sua nascita, la natura sfoggi una inusuale bellezza per simboleggiare quella della divina Bambina. L’aurora splende con raddoppiato chiarore; la luna sembra essere diventata la regina dei pianeti; il sole spunta dall’orizzonte con il luminoso corteggio di due Pareli, secondo la descrizione di Eccl. 43, 4. La bellezza di Maria è perfetta e totale anche nella culla perché è piena di grazia, di santità e di perfezione. Dopo quella di Gesù non ce n’è una maggiore né in cielo né in terra. Con l’audacia di un innamorato l’Autore invita gli ascoltatori a dargli i loro cuori per portarli con il suo alla cara Bambina, li incoraggia a non cedere ad altra bellezza umana, come fece Sansone con la Filistea che Dio gli aveva destinato. Manifattura del sec. XVIII, Maria Bambina, cera e altri materiali, Ascoli Piceno, terzo altare di destra nella Chiesa di Sant’Angelo Magno. 1 Cf. CARLA ROSSI, Un monastero: Sant’Angelo Magno ad Ascoli nella prima età moderna (Tesi di laurea in storia moderna), Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, A. A. 1994-’95, p.177. 2 La costruzione della chiesa è anteriore al 986 ed era abitata da un ceto di monache benedettine. Quando nel 1460 esse furono cacciate vi giunsero i monaci Olivetani che vi rimasero fino alla soppressione del 1860 (Cf. CIANNAVEI GIUSEPPE IGNAZIO, Compendio di Memorie Istoriche, 1797, pp. 250251). 416 417 La conclusione è una promessa d’amore. “Si strappi prima il Cuore da questo petto… l’Anima da me stesso, che abbia a strapparsi e partire da voi, o mia bellissima reale Bambina, il mio sincero amore ed ossequio”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 1-14. nella Culla ed esser quella Bambina sin ab eterno preeletta e predestinata da Dio per sua Madre: quella Pargoletta perciò, che nella pienezza dei tempi con maniera unica e singolare fu concetta nel ventre materno senz’alcuna macchia di colpa e che piena di grazia e dotata di uso perfettissimo di ragione al Mondo nacque. Che prodigi non mai più uditi! Maria Bambina, ma la sua Culla esser adombrata in tante figure, vaticinata da tanti oracoli, sospirata da tanti secoli, che al dir del Damasceno (Orat. De On. Vir.). Facevano a gara ad ottener il vanto di averla: Certabant secula, quodnum ortu Virginis gloriaretur5. Che maraviglie non mai vedute! Maria Bambina, ma nella culla esser l’Arca del nuovo Testamento: Bambina, ma Trono del vero pacifico Salomone: Bambina, ma Tempio vivo per sé prescelto dalla Triade Sacrosanta: Bambina, ma insiem Madre di Dio: Nativitas tua, Dei Genitrix Virgo6. Ditelo voi pertanto, o Signori, se, essendo proprietà dello stupore precluder alle labbra ogni favella, dovrebb’essere piuttosto per codesta Pargoletta Divina miglior Panegirista un rispettoso silenzio? Nientedimeno, invitandoci la Chiesa a celebrarne le lodi con cuor coraggioso ed allegro, per quanto lo comporta la nostra fievolezza: Nativitatem eius cum gaudio celebremus7, non deve dunque, s’è così, o mia celeste Sovrana Bambina, rattenermi dai vostri elogi nè la debolezza mia estrema, né la vostra eminente Grandezza: perciocchè tal voi vi siete, che se cerco nella vostra Culla la Maestà che chicchesia sgomenta, m’incontro prima nella Benignità e Clemenza che a tutti pronto porge il soccorso; e se fissando in voi le pupille, vi ravviso nata, come un bel Sole splendente che abbaglia, vi trovo nel tempo stesso come un Sole benefico che riscalda ed illumina. Dirò dunque, Uditori, di Maria Bambina in queste tre sere di Sacro apparecchio alla sua Festa quel che potrò: e quel che potrò sarà tutto indirizzato a farvi concepire al miglior modo quanto sia la sua Bellezza, la sua Bontà, la sua Benificenza. Vorrei con tal’assunto rapirvi in questo Triduo i cuori per depositarli e lasciarli nella sacra culla di sì La Bellezza di Maria Bambina 1. Se non vi è cosa, o Signori che più diletti, quanto il favellar di Maria, come ogni Cuore divoto ben lo capisce; non vi è Assunto però che più spaventi un Dicitore, conforme asseriva Bernardo, quanto è quello dei Pregi di sì eccelsa Signora. È la grandezza e magnificenza di Maria, come atterrito confessava Agostino, più alta dei Cieli per l’immensa sua Dignità e più cupa ancor dell’Abisso per li profondi Misteri che in sè contiene. Gli stessi Evangelisti assai succintamente ne registraron gli elogi, perchè, al rifletter del Santo Arcivescovo di Villanova, son più atti ad ammirarsi, che a descriversi. Nella gran Vergine, esclama attonito l’Aquila degli ingegni, si muta e si perde tutta la Logica; perciocchè se in questa non vale tale argomento: Può essere, dunque è, vale bensì in Maria, a motivo che essa sola ben fu, quanto potè essere. Sembra soltanto che nella ricorrente solennità del Santo Suo Nascimento, in ravvisarla noi qual tenera Bambinella sulle fasce e graziosa Pargoletta nella sua Culla, quanto c’innamori dall’un canto il suo bel Volto, altrettanto ci faciliti il poter sciogliere la Lingua alle sue lodi. Così sembra; ma la Chiesa, che di tal Bambina ben ne ravvisa tutti i pregi singolarissimi, si fa subito a presentarcela, come un oggetto di sovraumana maraviglia. Ce la fa vedere, è vero, in sulla Culla come Bambina: Nativitas est hodie Sanctæ Mariæ Virginis3; ma nel tempo stesso c’intona, esser nata tal Pargoletta, come un bel Melagrano con sua Corona in capo qual Regina di tutto l’Universo, attesochè sin dalla culla ella è destinata Madre del Creatore del tutto: Nativitas tua, Dei Genetrix Virgo4. Che stupori da far innarcare le ciglia ai più alti serafini dell’Empireo! Maria giacer 5 3 4 Oggi è la natività di Santa Maria Vergine. La tua natività, Vergine Madre di Dio. 418 I secoli gareggiavano quale mai di essi potesse gloriarsi della nascita della Vergine. La tua nascita, Madre di Dio Vergine 7 Celebriamo la sua nascita con gioia. 6 419 amabile Pargoletta; ma non so, se la mia fievolezza ne otterrà poi l’intento. La singolar tenerezza che voi professate a Maria e mi riempie di fondata speranza, e mi accerta di vostra attenzione divota, senza che pur io ve ne prieghi. Incomincio. 2. Tre cose, al parer di Agostino e di Tommaso, rendono amabile un oggetto, cioè Bellezza, Bontà, Beneficenza. Alletta la prima ogni cuore, lo rapisce l’altra, l’ultima lo costringe. Basta vedere il Bello per invaghirsene, gustare il Buono per innamorarsene, sperimentar il Benefico per restarne vincolato. Imperciocchè la Bellezza riscuote con la vista l’amore, la Bontà con il gusto, la Benificenza con lo sperimento. L’inganno può soltanto consistere nella prescelta. Si piglia talora per Bello il Brutto, per Buono il Cattivo, per Benefico chi è cagion di ogni male. Del resto, si dia un oggetto che abbia una vera Bellezza e l’occhio lo miri; una vera Bontà e il cuore lo provi; una vera Beneficenza e la vita lo sperimenti; ed io vi dirò francamente con Agostino, che non può tale amabile Oggetto non essere amato. 3. Me dunque e tre e quattro volte felice, o Signori, che affin di rapirvi i cuori e depositarli nella sacra culla di Maria, sull’impegno mi trovo di farvi vedere, tuttochè per un lampo, quanto sì eccelsa Bambina sia bella, quanto sia buona, quanto sia benefica. Riserbando le due seconde alle sere seguenti, mi appiglio stasera alla prima, cioè alla sola Bellezza; giacchè questa sola, allo scriver di Agostino; è bastevole a guadagnarsi ogni cuore: Non amamus, nisi pulchrum8. In quel Sabato fortunato pertanto, in cui nacque Maria, splendette l’Aurora con raddoppiato chiarore; parve la Luna divenuta dei Pianeti Regina, tanto si mostrò luminosa; al Sole poi non bastando far solo in quel dì la sua sfarzosa comparsa, spuntar volle dall’Orizzonte col luminoso corteggio di due Pareli, comparendo un Sol triplicato per solennizzare tal giorno festivo con triplicato spendore, come lo vide il Savio: Tripliciter Sol 9 (Eccl. 43, 4). Ma perché, forse voi chiederete, in tanta gala non mai più veduti il Sole, la Luna, l’Aurora? Eccolo. Perché della impareggiabil Bellezza di Maria Bambina esser dovevano i simboli più espressivi e le più vive figure. 4. Osservatelo. Nasce Maria e tutte le beate Figlie della Celeste Sion, voglio dir le Angeliche schiere, scendono a corteggiar la sua culla. Attoniti insino i più alti Serafini, l’un altro mirandosi, oh quanto è mai bella questa Real Pargoletta, vanno esclamando oh quant’è mai bella! Non apparve mai tra noi nell’Empireo veruna consimil creata Bellezza. Io per me, dice uno, la rassomiglio ad una nascente lucida Aurora: Progreditur quasi Aurora consurgens10 (Cant. 6, 9). Ed io, quanto a me, un altro Serafino soggiuge, paragono la sua bellezza a quella della Luna, quand’è pienamente dal Sole investita: Pulchra, ut Luna11. Anzi a me pare, ripiglia un altro, che essa sia tanto bella, che raffiguro nel Sole istesso una immagine della sua lucente bellezza: electa, ut Sol12. Ebbero ben dunque ragione, o Signori, e l’Aurora, e il Sole, e la Luna nel dì beato del Nascimento di Maria a far la comparsa in gala oltre all’usato sfarzoso, perché rappresentar dovevano per Oracolo Angelico la singolare Bellezza della Real Pargoletta. E dissero ancor molto, non lo nego, quegli Spiriti Beati, qualor con sì vive figure la espressero, ma non dissero tutto. Potevan ben anche asserire con verità che l’eccelsa Bambina superava di gran lunga in Bellezza il sole stesso. Ciò tacquero, cred’io, gli Angeli, perché forse riseppero voler con sì magnifico elogio encomiar la Bellezza della Bambina sua Sposa lo Spirito Santo. 5. Ecco pertanto cosa egli ne dice nel settimo della Sapienza: est hæc speciosior Sole13: assai più bella del Sole è la mia prediletta: speciosior Sole. Mostra il sol le sue macchie; ma no la mia Sposa Bambina, per averla io formata bella all’intutto e senza macchia: speciosior Sole: Tota pulchra 10 Avanza come Aurora che sorge. Bella come la luna. 12 Eletta come il sole. 13 Costei è più bella del sole. 11 8 9 Non amiamo se non ciò che è bello. Un sole in tre forme. 420 421 est, et macula non est in ea14. Soggetto è il Sole agli ecclissi ed a restar dalle nubi ottenebrato: ma no Maria, in cui non sunt tenebræ, non umbra15 (Job. 34, 22), per cui restar mai possa per un solo istante ecclissata. Speciosior Sole. Tiene il Sole tra l’ordine delle creature l’infimo luogo, come creatura insensata: ma la Sposa mia Pargoletta, dice Iddio, nell’ordine delle pure creature anche più nobili e più sublimi ha, come loro Regina, il primo posto. Super hæc mulier immaculata computabitur 16. Sicchè ceda il Sole con tutti i suoi splendori alla sovrana Bellezza di Maria Bambina, giacchè essa è infinitamente più bella del Sole: speciosior Sole. Al più, al più, si accordi al Sole raffigurar lo splendore delle sue fasce; Mulier amicta Sole17: ma non ardisca mai garreggiar coll’impareggiabil Bellezza della di lei Persona: che è all’intutto speciosior Sole. 6. chiamino ancor assai belle Giuditta ed Ester, pulchra valde23 (Esth. 1); ma no la Bellezza medesima, perché non vi ha nel Genere Umano Persona, di cui qualche particella non sia difettosa o nella proporzione e chiarezza del corpo, o nella integrità e perfezion dello spirito. Sì, Uditori; ma non entra un tal filosofare riguardo a Maria, che con la sua Bellezza trascende ogni pura beltà creata e giunge a quella perfezione, cui qualsivoglia pura nobile Creatura non mai arriva. Essa perciò gode il titolo nei Sacri Cantici di bellisima tra le più belle: Pulcherrima mulierum24 (Cant. 1). Ecco l’impareggiabile privilegio della nostra Real Pargoletta che tra tutte le pure Creature e Celesti ed Umane gode l’ammirabile vanto di poter esser chiamata col nome della perfezione medesima di qualche suo pregio. Ecco, che non tanto dicesi Vergine, ma la stessa Immacolata Verginità: Sancta et Immaculata Virginitas25: non solo misericordiosa, ma la stessa Misericordia, anzi Madre di Misericordia: Mater misericordiæ26. Così in pari guisa, non solo essa è bella, bellissima sopra tutte: Pulcherrima mulierum; ma è la stessa Bellezza: Fæmina…Pulchritudo. Ed oh che bellezza è quella di Maria ancor nella Culla! Bellezza intera, cui nulla manca nella proporzione e chiarezza del gentilissimo sacro suo corpicciuolo. Bellezza perfetta e totale, in cui concorre ogni pienezza di Grazia, di santità e di perfezione. Bellezza insomma, cui dopo quella del Divin Verbo Umanato, non può trovarsi eguale in Terra e in Cielo, né idearsi maggiore: tantovero che non solamente tiene incantate tutte le Angeliche Gerarchie, che su questa Bellezza di Maria, anche tra le fasce ristretta, ritrovano un Paradiso a parte; ma quel che è sommamente stupendo, giunge a far che lo stesso Iddio se ne mostri invaghito e se ne dichiari di grande Amore impiagato: Vulnerasti Cor meum, Soror mea Sponsa, vulnerasti Cor meum27 (Cant. 4). O Bellezza dunque ineffabile, unica, singolarissima! Ed invero poggia tanto alto, o Signori, la Bellezza di Maria, anche ravvolta tra le sue fasce, che io con la scorta di Sacri Espositori la trovo in vari passi delle Scritture misticamente chiamata bella e bellissima non solo, ma la stessa Bellezza. Di fatto con il nome astratto di Bellezza la dice il Reale Profeta, su cui tenga Dio fissi i suoi sguardi: Pulchritudo in conspectu eius18 (Psal. 95). Bellezza ancor la predisse Geremia e Bellezza tale, che più decorosa fa spiccar la sua santità e giustizia: Fæmina circumdabit virum…Pulchritudo justitiæ19 (Jer. 31). Ma piano, odo chi qui ripiglia, per esser la stessa Bellezza ci vuole un Bello perfetto, totale, intero, cui nulla manchi: Ad pulchritudinem requiretur integritas seu perfectio totius 20, insegna l’Angelico, quæ enim diminuta sunt, hoc ipso turpia sunt 21 (Gen. 12). Dicasi pur troppo bella e Sara e Rachele, pulchra nimis22; ma no la stessa Bellezza, mentre di questa, alcuna cosa lor manca. Si 14 È tutta bella, e in lei non vi è macchia. Non ci sono tenebre, non c’è ombra. 16 Sopra queste cose sarà ritenuta donna Immacolata. 17 Donna vestita di sole. 18 La Bellezza al Suo cospetto. 19 La donna cingerà l’uomo… la bellezza di giustizia. 20 Per la bellezza è richiesta l’integrità o la perfezione del tutto. 21 Quelle cose a cui è tolto qualcosa, perciò stesso sono brutte. 22 Troppo bella. 15 422 23 Molto bella. La più bella tra le donne. 25 Santa ed Imacolata verginità. 26 Madre di misericordia. 27 Mi hai ferito il cuore, sorella mia sposa, mi hai ferito il cuore. 24 423 7. Deh se è così, e chi mai, cari miei Uditori, ritener più si potrà il Cuore nel petto che non corra tantotosto a tributarlo a Maria nella sua Culla. Ed oh mortali, mortali, che dietro a vane, apparenti e caduche bellezze incauti tuttodì ve ne correte, quasi lupi affamati dietro lo strascino delle carogne, deh aprite gli occhi una volta e mirate se quanta e quale Bellezza voi vi perdete! Spunti, se è così, spunti pure una volta, amabilissima Bambinella Celeste, un raggio di vostra sovraumana impareggiabil Bellezza nelle nostre offuscate menti e ne dilegui le tenebre: spunti un raggio del vostro Divin Bellissimo Volto nei nostri Cuori e ne sciolga il gelo e la durezza. Ah, Maria, Maria, se la vera Bellezza basta che vedere si faccia, deh fate, vi prego, che noi da qui in poi chiudendo gli occhi a tutte le transitorie ed apparenti bellezze terrene, li teniam sempre aperti a vagheggiar la vostra vera, durevol, perfetta Bellezza, Bellezza superiore agli Astri e Pianeti; Bellezza incantatrice degli Angeli e dei Serafini, Bellezza di cui ferito si chiama Iddio stesso. 8. Qua dunque, stasera, Uditori, datemi qua i vostri Cuori che io portar li voglio, insiem col mio, alla sacra culla di Maria per tributarglieli in dono. Che se mai altro oggetto con apparente bellezza vi si presenti innanzi per rapirvi gli affetti, deh su, io tutti coraggiosi e risoluti vi voglio, come Sansone. Aveagli Dio destinata una Filistea. Ciò non sapendo i suoi Genitori lo distoglievano ad ogni passo. Saldo e forte Sansone nel suo proposito, altra ragion non adduce, che quella spedita e risoluta: Placuit oculis meis28. Piacque agli occhi miei, ferì il mio cuore e tanto basti: Placuit oculis meis. Così, così per l’appunto, Cuor mio, hai tu coraggioso e risolutamente a rispondere: Lungi, lungi da me, e dai miei pensieri e dai miei affetti altre Bellezze. Una sola mi piacque, una sola ne prescelsi, ad una sola totalmente e irrevocabilmente consacrai me stesso e questa altro non è che Maria tra le fasce ravvolta: Placuit oculis meis: e questa unica, io voglio e questa unica sia dopo Dio di tutti gli affetti miei l’unico oggetto: Placuit oculis meis. Si svelgano dunque piut- 28 Piacque ai miei occhi. 424 tosto per man di Tiranni le viscere da questo mio Corpo, si strappi prima il Cuore da questo petto, parta piuttosto l’Anima da me stesso, che abbia a svellersi, strapparsi e partire da voi, o mia bellissima Reale Bambina, il mio sincero Amore ed ossequio. Deh, sì che tutto il cuor mi rapì il vostro bellissimo Volto, o Maria! Deh sì che troppo mi obbligò ad amarvi la vostra impareggiabil Bellezza! Placuit oculis meis. Oh quanto siete bella, non posso io saziarmi dal ripeterlo col cuor sulle labbra, oh quanto siete pur bella! Don Tommaso Nardini, Immacolata Concezione, affresco, 1716, Ascoli Piceno, volta della Chiesa di Sant’Angelo Magno. 425 Fiat Lux30. Eccovi il più vivo simbolo, esclama il grande Apostolo Valenziano San Vincenzo Ferreri, del Nascimento di Maria: Fiat lux, idest benedicta generatio Mariæ31 (Ser. 2., De Nat. Virg.). Or una sola proprietà della Luce si fa ad encomiare il sacro Testo, perché in quella sola si racchiude quanto mai in sua lode dir si potrebbe. Encomia, non già i suoi raggi e splendori, ma bensì la sua Bontà; attesochè non è proprio delle Scritture alzar Cattedra di ottica, ma Scuola di Amore. Dice perciò il sacro Testo, che la Luce era dotata di Bontà e che lo stesso Dio in vederla così buona ne avea dimostrato compiacimento: Vidit Deus Lucem, quòd esset bona32 (Gen. 1). Gran misteri qui si ascondono. Chiamasi buona la Luce tuttochè insensata; ma non tanto dicesi buona in se stessa, quanto per quella Bontà che rappresentare dovea. Or questa, già l’intendete, o Signori, è l’impareggiabil Bontà, che ebbe Maria sin dal primo istante dell’Esser suo e che spiccò maggiormente nella sua Nascita e nella sua Culla. Di tale Bontà debbo io succintamente favellarvi stasera. Pregarvi di attenzione è un offendervi. Sicchè senza più ritardo incomincio. SERMONE SECONDO Domenica 6 settembre 1767 Nella seconda sera del triduo don Marcucci spiega la bontà di Maria Bambina. Secondo san Tommaso la bontà si vede all’esterno anche se è una qualità interiore; essa può essere un dono della natura o, insieme a questo, un prodotto della virtù e della ragione. Certamente in Maria Bambina, oltre alla bontà naturale, come afferma san Giovanni Damasceno, c’è anche e soprattutto quella morale e intellettuale e non in modo passeggero e transitorio, bensì stabile e permanente. Come predestinata Madre di Dio, Maria ricevette tutte le virtù, anche quelle morali, in sommo grado sin dalla sua Concezione. Quindi essa fin dal primo momento dell’essere suo si trovò con perfetta cognizione e prontezza rispetto ad ogni virtù ed incominciò ad esercitarle in modo meraviglioso tanto da essere definita dal Damasceno “casa e maestra di tutte le virtù”. Don Marcucci conclude chiedendo alla santa Bambina di farlo partecipe della sua bontà perché sia capace di amarla; Le dona con fiducia il suo cuore senza più riprenderlo; vivrà senza cuore, ma felice di averlo fatto rapire alla “Bontà amabilissima, singolare e meravigliosa della graziosa Bambina”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 15-27. 2. La Bontà di Maria Bambina 1. È più atta la Luce che non il Sole, s’io non m’inganno, ad esser figura del Nascimento di Nostra eccelsa Signora. Nacque Maria, come ognun sa, qual Primogenita dell’Altissimo fra tutte le pure Creature, così preeletta sin dai secoli eterni nella Mente Divina: Ego ex ore Altissimi prodivi Primogenita ante omnem creaturam29 (Eccl. 24, 5). Or nel principio del Mondo non vi fu il Sole, perché essendo venuto all’essere nel quarto giorno, non ebbe la sorte di chiamarsi il Primogenito tra le cose create: cosicchè gli mancava questo pregio per divenire un abbozzo di Maria Primogenita. Ben godette un tal vanto la Luce, perché prescelta essa per Primogenita, ricevette nel primo giorno l’imperioso Divino comando a saltar fuori dal suo nulla: È la Bontà nell’Uomo, secondo la dottrina dell’Angelico, una certa qualità maravigliosa che in lui si scorge, che basta osservarne il portamento e il tratto per invaghirsene. Non già, che negli atti esteriori la Bontà principalmente consista: deh no, attesochè bonum hominis, come il precitato Dottore ne avverte, consistit principaliter in interioribus actibus33 (2, 2, qu. 27, ar. 6 ad 3). Ma dir s’intende, che essa nei portamenti esteriori riluce e si fa vagheggiare. Osservate, o Signori. S’incontran talora certe indoli dolci e così bene disposte, certi geni così docili e graziosi, certi cuori così affabili ed amorevoli che al solo osservarli rapiscono, al sol trattarli si tirano dietro gli affetti tutti dell’animo. Che Bontà amabile invero! Eppure, altro questo non è che un bel dono della Natura, non già un prodotto della virtù e della Ragione. È insomma una sola Bontà naturale. 30 Sia fatta la luce! Sia fatta la luce, cioè la benedetta nascita di Maria. 32 Dio vide che la luce era buona. 33 Il bene dell’uomo consiste principalmente negli atti interiori. 31 29 Io dalla bocca dell’Altissimo avanzai primogenita davanti ad ogni creatura. 426 427 3. Sembra in verità troppo basso il pensiero, se una Bontà di tal’infimo grado contemplar si voglia in Maria tra le fasce ravvolta. Nientedimeno il gran Damasceno per dimostrar, che niun grado di Bontà nella Reale Bambina era mancante, si accosta ossequioso alla Culla e siccome la truova per Celeste dispensa di uso perfettissimo di Ragione dotata, ne considera da vicino gli sguardi pietosi dei suoi begli Occhi lucenti, le graziose Labbra della sua ridente Bocca, i moti ben composti del suo adorabile Capo, il Genio, insomma, l’Indole, gli Accenti, ed insino i Sospiri. Quindi fatto estatico di amore, oh Dio, esclama, che vedo! In codesta sola Divina Bambinella si racchiude quanto mai di Buono, di Grazioso, di Amabile è sparso in tutta l’Umana Natura: In hac sacratissima Infantula, totius Naturæ venustas34. Che Bontà stupenda! Che attrattiva amabile! Che amabilità graziosa! 4. Ma poggiam più alto, Uditori, il discorso. La Bontà naturale, a dire il vero, sembra non meritar di Bontà il nome, qualor, all’altra che dalla soda virtù deriva, si paragoni. L’imbattersi talvolta in Persone, che al buon Naturale hanno accoppiato un maraviglioso complesso di prudenza e moderazione, di umiltà e mansuetudine, di temperanza e modestia, di liberalità e misericordia, di fedeltà e schiettezza, di ubbidienza e rispetto, di pietà e religione; talchè vengono ad essere una Scuola vivente, un emporio dovizioso di morali virtudi; oh queste sì che rapiscono il cuore ed obbligano chicchesia ad amarle. Che Bontà amabilissima da innamorar anche cuori di sasso! Sebbene, o Signori: noi siam pur sulla terra. È questa una Bontà morale che dai confini non esce per se medesima di una Bontà mezzana e terrena. Se l’esempio del gran Damasceno prelodato non mi eccitasse ad appressarmi alla Culla della nostra Celeste Sovrana, non mi arrischierei, ve lo confesso, di considerar nella Pargoletta Divina una Bontà di tempra sì bassa. Se la Bontà morale adunque negli atti nobili e virtuosi consiste e dell’Intelletto e della Volontà, e qual mai, esclama qui il Damasceno, è quella virtù Intellettuale e Morale, che io non scorgo in voi, o Maria Bambinella, come in propria sede e domicilio collocata? Tu virtutum omnium domicilium35. 5. Che se di questo sì pesante domicilium penetrar vi aggrada l’arcano, vi sovvenga, o Signori, che per quanto sfoggio mai facciano in altri le virtù Intellettuali o Morali, possono sempre paragonarsi a quelle splendide vivande, memorate dal Savio, gustate in casa altrui senza domicilio e fermezza: Epulæ splendidæ in peregre sine domicilio36 (Eccl. 29, 29). E perché ciò? Eccolo. Son’esse sempre involte in qualche imperfezione e ben soggette a perdersi da uno all’altro momento: peregre sine domicilio. Saggia e prudente quanto mai fu Giuditta, forse di animo, temperata, circospetta, modesta: talchè lo stesso Eunuco e Mastro di Camera di Oloferne ebbe a chiamarla piena di bontà singolare: bona Puella37 (Judith. 12). Umile, rispettosa e divota fu anche Ester, accorta e sagace: bona Puella. E per tacer di altre, non meno ossequiosa fu Ruth, paziente, fedele, sincera: bona Puella. Nientedimeno tutte queste gran virtù potean in loro riputarsi come pellegrine e senza permanente domicilio, perché imperfette e capaci ad essere espulse: Peregre sine domicilio. Nella sola gran Vergine Bambina pertanto ebbero le Virtù tutte e Intellettuali e Morali la lor fissa sede, il loro stabile domicilio: Tu virtutum omnium domicilium38; perché perfettissime per ogni verso, perché permanenti per ogni tempo: Tu virtutum omnium domicilium. 6. Che se anche di ciò la ragion ne bramate, chiedetela al Serafino da Siena, chiedetela al gran Salesio, chiedetela all’esimio Suarez; giacchè non è da tanto la mia rozza lingua a decifrarvi arcani sì portentosi. Tuttochè le Morali ed Intellettuali Virtudi, essi dicono, dicansi di lor natura acquistate; ebbe ciò nonostante Maria, come destinata Madre di Dio, questo singolar privilegio di riceverle infuse insiem con l’uso di Ragione dalla Mano stessa dell’Onnipotenza Divina sin dall’Istante primiero di sua Concezione. Quindi essa insin dal primo momento dell’essere suo trovandosi con le spirituali Potenze arricchite per infusione celeste di una perfetta cognizione e prontezza rispetto ad ogni virtù, incominciò sin da quel punto ad esercitarle in un modo così maraviglioso, che eziandio pic- 36 34 35 In questa santissima bambina c’è la bellezza di tutta la natura. Tu domicilio di tutte le virtù. 428 Splendidi banchetti in casa di un pellegrino senza domicilio. Buona ragazza. 38 Tu domicilio di tutte le virtù. 37 429 ciola Pargoletta quanto al tenero sacro suo Corpicciuolo, era ben grande e perfetta nella Bontà morale e virtuosa, incominciandone la carriera con una perfezione di gran lunga maggiore a quella, con cui i più gran Santi nel colmo dei loro acquisti ebbero a terminarla. O prodigi non più uditi da tutti i secoli! Maria Bambinella e nelle Virtù gran Dottoressa: Maria Pargoletta e nella Bontà eccellente Maestra. Ora sì ben intendo, se perché il Damasceno volle anche con questo nuovo titolo onorarla: Tu virtutum omnium domicilium et magistra39. O Bontà dunque impareggiabile di Maria Bambina, Bontà ammirabile e graziosa, Bontà singolare, perfetta, amabilissima! Chi non ti servirà di vero cuore? Chi non si sentirà rapito a teneramente e fortemente amarti? Oh Dio, cento e mille cuori io pur avessi, come ben volentieri… Ma piano, che non siamo ancor giunti al più sublime della Bontà della Real nostra Bambina. 7. Qual sia, Uditori, il sommo della Bontà dell’Uomo, voi ben lo sapete. È la Bontà sopranaturale di Grazia e di Amore, Bontà tutta Celeste che innamora gli stessi Serafini, Bontà essenziale e vera che da tutto il Paradiso viene ammirata. Consiste questa, conforme insegna l’Angelico, nell’Unione dell’Umano Intelletto con Dio per via di Fede viva ed operante; nell’Unione del Cuor umano con Dio per via di Amore filiale e forte; nell’Unione di tutta l’Anima con Dio per via di Grazia e di stretta cordiale Amicizia: Bonum hominis consistit in coniunctione eius ad Deum40 (1. 2. qu. 98, ar. 5 ad 2). Iddio, che è somma ed infinita Bontà per essenza, Fonte e Centro di ogni Bontà partecipata, da cui ogni altra Bontà deriva ed a cui ogni vera Bontà ritorna, quanto più seco stringe un Cuore, col farlo simile al suo, tanto più lo fa buono; quanto maggiormente partecipa ad un’Anima la sua Divina Bontà, tanto maggiormente la fa amabile, santa e perfetta. Bonum hominis consistit in coniunctione eius ad Deum. 8. 39 40 O qui sì, non avend’io formule atte ad esprimer quanto mai sublime e perfetta fosse la Bontà sopranaturale che sin dalla Culla ebbe Maria, invito a scender dall’Empireo i Serafini e far presso voi le mie veci. Tu, domicilio di tutte le virtù e maestra. Il bene dell’uomo consiste nella sua unione con Dio. 430 Ma oimè, che trovandosi per la gran maraviglia ammutoliti, ne van essi pure cercando la nobile tempra: Quæ est ista?41 Ditecelo almen voi, o Pargoletta Celeste, quanto fosse perfetta la vostra Bontà, quanto alta l’Unione con Dio. Ma che ascolto? Anch’essa non ci fa sentir altro, se non che di aver in lei oprate gran cose l’Onnipotenza Divina: Fecit mihi magna qui potens est42. Ah sì, ben’ora capisco quel che insegnò il Serafino da Siena, che poggia tanto alto la Bontà e Perfezione sovranaturale di Maria che a sé solo ha Dio riserbato il pienamente conoscerla: Tanta est perfectio Virginis, ut soli Deo cognoscenda reservatur43. Deh s’è così, riconcentrato io nel mio nulla al vostro Divino Cospetto, Onnipossente Facitore del tutto, mi fo ardimentoso a pregarvi di svelarci, quanto mai cara vi fosse codesta vostra Sposa Bambina, quanto mai buona, santa, perfetta. Or viva la Divina Clemenza, eccoci esauditi. Miratela, dice egli e contemplatene prima l’esterne sue dilicate Fattezze; ed ecco che picciola Pargoletta la rinverrete: Soror nostra parva est (Cant. 8). Ma notate nel tempo stesso qual Gigantessa sia mai nelle interne sue Perfezioni di Grazia, di Giustizia, di Amore: In abundanti iustitia virtus maxima est44 (Prov. 15, 5). Se io sono, segue Iddio, l’immensa Luce eterna, essa ne è lo Specchio limpido e chiaro, dove questa mia Luce al naturale si effigia: Candor est lucis æternæ, et Speculum sine macula45 (Sap. 7, 26). Se io la stessa essenziale infinita Bontà, essa è l’unica tra tutte le pure creature, dalle mie mani uscite, ad esserne la Copia più viva e la più consimile Immagine: Imago Bonitatis illius46 (Sap. 7, 26). 9. Udiste, Signori miei? Converrebbe pertanto poter comprendere quanto sia grande l’essenziale Bontà infinita di Dio, per aver talento a capire quanto ancor grande sia la sovranaturale Bontà di codesta Reale Bambina, che ne è il più espressivo Ritratto: Imago Bonitatis illius. O pro- 41 Chi è costei? Colui che è potente fece a me grandi cose. 43 Tanta è la perfezione della Vergine che solo a Dio ne è riservata la conoscenza. 44 In una giustizia sovrabbondante massima è la virtù. 45 È il candore della luce eterna e lo specchio senza macchia. 46 Immagine della sua bontà. 42 431 digi, o arcani, o eccessi di maraviglie! Attoniti perciò tutti i Padri noi ritroviamo, non sapendo con quali termini dover esprimer l’altezza della Bontà e Santità di Maria. Chi la dice Forma di Dio, come un Agostino, chi Trono dell’Essenza Divina, come un Epifanio, chi Abisso di Grazia, come un Giovan Damasceno e chi per finirla prossima alla Divinità, come un Andrea Cretense. È Maria Imago Bonitatis illius, e tanto basti. Deh quanto ne godo, ne tripudio, ne gioisco, amabilissima Divina Pargoletta. Contento ben sarei di non esser’io piuttosto al mondo, di quel che voi non foste di sì impareggiabil Bontà che già siete e nell’ordine della Natura e nell’ordine della Perfezione morale, e nell’ordine della Grazia ed unione con Dio. Or che vi sarebbe, o mia graziosa Sovrana a spiccar da quel vostro amabilissimo Buon Cuore una scintilletta di Bontà nel misero Cuor mio ed in quei di Coloro, che qui divotamente ascoltano le vostre Lodi? Voi siete sì buona, vi pregherò col Serafico vostro Bonaventura, deh fatelo per la vostra stessa Bontà! Bona es tu, et propter Bonitatem tuam Cor meum dirige47. Io voglio amarvi ed amarvi tanto e poi tanto, perché lo merita la vostra Bontà: ma come mai vi amerò, se di codesta Bontà non me ne fate partecipe? Or io per me stasera tutto nella vostra Bontà raffidato, ecco che prendo il mio cuore e lo lascio nella vostra Culla per non più ripigliarlo. Vivrò poi senza cuore, è vero; ma il mio gran contento sarà quello, o graziosa Bambina, dell’averselo a sè rapito la vostra Bontà, Bontà amabilissima, singolare, maravigliosa. SERMONE TERZO Lunedì 7 Settembre 1767 Nella terza sera del triduo don Marcucci spiega la beneficenza di Maria Bambina. Come suo solito, parte dall’esperienza comune e nota che, non è facile trovare persone che allo setesso tempo siano generose e possano esserlo, abbiano cioè sostanze da donare e volontà di farlo. “Non tutti hanno il cuore e la mano uniti per beneficare”. Dio donò a Maria, sin dal primo momento della sua esistenza, un cuore amoroso e materno, verso noi e la possibilità di benificarci; la ricolmò di privilegi perché fossero condivisi con l’umanità, per questo san Bernardo la chiama Acquedotto divino, Madre di celeste beneficenza e Dispensatrice di tutte le grazie, fin dalla culla. Maria ci dona le grazie divine, ma gradisce che esse portino frutto in noi; per questo Ella le dona ai soli peccatori sinceramente pentiti e ravveduti che a lei ricorrono e decidono di condurre una vita pia e timorata. L’Autore conclude con una preghiera alla celeste Bambina per ringraziarla della sua “amorosa Beneficenza”, per prometterle di amarla in avvenire con cuore operativo e sincero e di servirla con una vita timorata e devota. La invoca poi con il titolo di “Vergine clementissima”, a favore dei peccatori che giacciono nella piena notte della colpa e non hanno speranza di ottenere le sue beneficenze. Per loro e per lui stesso, che si considera peccatore, invoca la celeste Bambina affichè sia come Luna che illumina il loro cammino pericoloso e li guida al ravvedimento. Chiede e spera, allo stesso tempo, che Maria sia per lui un giorno anche Aurora e Sole e che potrà godere la bella sorte di benedire con i penitenti e con i giusti la sua amorosa e possente Beneficenza Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 29-45. La Beneficenza di Maria Bambina 1. 47 Buona sei tu e per la tua bontà dirigi il mio cuore. 432 Non è da tutti l’esser benefico, perché non tutti per beneficare hanno il Cuore unitamente e la Mano. Il far altrui del bene, che noi diciamo Beneficenza, se nasce dall’Amore, non si esegue che col Potere. Vorrebbero alcuni esser benefici, ma non possono: potrebbero ben altri, ma non vogliono. Sicchè se Amore e Potere non vadano uniti, non può la Beneficenza spuntar alla luce. Ed oh quanto e poi quanto, o Signori, siam tenuti al sommo clementissimo Iddio! Donò egli a Maria sin dal primo momento dell’esser suo un tal Cuore amoroso verso di noi, che 433 Ella sin d’allora incominciò a procurare i nostri vantaggi con Cuore materno e ad amarci con un insuperabile Amore, come degnamente riflette S. Pier Damiani: Maria amavit nos amore invincibili48. Quanto poi al gran Potere, di cui venne dotata, fu sì maraviglioso e universale, che sull’intero Universo si estese, senza che ai suoi voleri ardisse mai cavar fuori il capo un Impossibile: Fecit ei magna qui potens est49, così il prelodato Santo nell’atto di encomiare il prodigioso di Lei Nascimento, et data est ei omnis potestas in Cælo et in Terra et nihil ei impossibile50 (Ser. 1, De Nat. Virg.). Quindi la Beneficenza fu sin dalle sue Fasce così propria di Maria, che noi nell’atto di venerarla Bambina nella sua Culla dir possiamo con verità, Maria per beneficare esser nata. Or il modo maraviglioso, con cui Ella sin da Pargoletta esercitasse quest’amorosa Beneficenza, sarà stasera il soggetto del breve mio Ragionamento. Non vi sia discaro, Signori, ad onor suo per questa terza volta soffrirmi. Incomincio. 2. Se nacque Maria, come un Iride graziosa, non solo per ricrear i Mortali con vivi e vari colori delle sue eroiche sovraumane virtudi, ma ancor per placare con la sua mediazione l’Ira del Cielo e dar segni d’inalterabile pace a tutto il Genere Umano: se comparve al Mondo la sovrana Bambina, come un benefico Sole, non tanto per farci osservare quei raggi splendenti del suo perfettissimo Amore, quanto per illuminarci le Menti e riscaldarci i cuori nel Divino Sevizio: ciò pur sarebbe di avanzo, voi ben lo vedete o Signori, per mettere in chiaro, com’essa ponesse in opra a pro nostro sin dalla culla l’amorosa sua Beneficenza. Nientedimeno non ne è paga Maria, sinchè di tal sua Beneficenza non ce ne faccia sapere per bocca del Savio le precise finezze. Io, ci fa essa sentire, Io per disposizione del Cielo venni al Mondo come un Acquedotto, un Canale di limpide Acque: Sicut Aquæductus exivi de Paradiso51 (Eccl. 24, 41). Che favellar misterioso sia questo lo va rintracciando il mellifluo di Chiaravalle Bernardo e ne prende tanto piacere, che un suo nobil Sermone del Nascimento di Maria si fa ad intitolarlo De Aquæductu. 3. Mettiam fuori l’Arcano. È Iddio la Fonte perenne ed inesausta della Pietà e Misericordia. Sì, contesta Davide; ma Iddio sdegnato col Genere Umano, si riteneva raccolte in se medesimo, quasi in una immensa Conserva, queste Acque di vita e di salute: Apud te est fons vitæ52 (Psal. 35); e permetteva, che l’uomo, divenuto arido, languido, appassito e secco, se ne giacesse tutto chino e ritorto verso la Terra. Passavano i secoli, le età volavano, piangevano i Patriarchi, sospiravano i Profeti, esclamavano gli antichi Sacerdoti, ma seguitavan le Acque delle Divine Grazie e Misericordie a star racchiuse: Apud te est Fons vitæ. Non ne fate stupore, ripiglia Bernardo. Non sgorgan quell’Acque benefiche dalla lor Fonte, perché non era stato per anche formato l’Acquedotto della Beneficenza, non era ancor nel Mondo il Canale delle Grazie Celesti, non era ancor nata MARIA. Propterea Fluenta gratiæ defuerunt, quòd deerat Maria desiderabilis Aquæductus53. Nasce la Celeste Infanta, ed ecco incomincian per questo canale a scender in abbondanza le Grazie: Sicut Aquæductus exivit de Paradiso. Non ha ancor libere le delicate Manine al moto, eppur le ha ben atte a dispensar benefizi. O prodigi non più uditi! Che vuol dir questo, entra qui ad esclamare il Serafino da Siena, se non che essere stata Maria, sin dal primo esser suo, dichiarata da Dio per Madre di Celeste Beneficenza ed insin dalla Culla per Dispensatrice di tutte le Grazie: Dispensatrix Cælestium Gratiarum. Sicut Aquæductus exivit de Paradiso54. 4. Ma piano, sento qui chi ripiglia. Dipinge nei sacri Cantici lo Sposo Divino tutte le sovraumane delicate Fattezze di Maria, come di sua Madre e Sposa diletta: e così reciprocamente dipinge Maria le Fattezze Divine di Gesù, come di suo Sposo e Figlio diletto. Or nel descriver Maria le Mani del Figlio, le dice così belle e gentili, che le rappresenta 48 52 49 53 Maria ci ha amato con amore invincibile. Colui che è potente le fece grandi cose. 50 Le è stato dato ogni potere in cielo ed in terra, e niente a Lei è impossibile. 51 Come un corso d’acqua sono uscita dal Paradiso. 434 Presso di Te è la sorgente della vita. Per questo mancarono i fiumi della grazia, perché mancava Maria, desiderabile Acquedotto. 54 Dispensatrice delle grazie celesti. Come un Acquedotto uscì dal Paradiso. 435 come ben lavorate al torno con tutta la maestria e delicatezza: Manus eius tornátiles55 (Cant. 5, 14); e tutte benefiche, piene di gemme preziose per dispensarle: plenæ hyacinthis56. Ma all’incontro Gesù fece ben menzione sin del più minuto capello dell’aurato Crine della sua Madre e Sposa; ma delle mani neppur un sol cenno ne diede. Come dunque, dir potrebbe qualcuno, avrà la Reale Bambina le sue Mani così benefiche, se lo Sposo Divino la dipinge senza Mani nei sacri Cantici? Non più stupori, si fa a risponder Bernardo. Non appariscon le Mani di Maria Bambina, appunto perché Bambinella ancor sulle fasce: ma non vi è necessità che appariscan di fuori per dispensarci le Grazie, perciocchè non ha essa altre mani per dispensarle, che quelle stesse Onnipotenti del suo Divin Figlio. Descritte dunque le Mani del Figlio per tutte belle, graziose e benefiche; questo bastava per capire, che tali erano le Mani della Madre, senza che menzione alcuna a parte se ne facesse: giacchè de plenitudine Mariæ accipiunt Universi, sicut de Filio57, come il Santo conchiude. 5. asilo e rifugio. Ma s’è così, odo qui chi soggiunge, perché mai in Maria Bambina esprimersi un tal’amoroso ufizio con lodarne i Capelli e non piuttosto gli Occhi che compatiscono, o i Piedi che accorrono? Risponde Bernardo, perché son più atti i Capelli di Maria ad esprimer la sua Beneficenza. I Capelli son molti, son lunghi e crescon di bel nuovo, anzi si aumentano, qualor si taglino. Così molti e poi molti e lunghi e continui sono i Benefici, che la Pargoletta Divina a noi graziosamente comparte. Che se mai la nostra ingratidudine e le nostre colpe taglino in Mano sua i favori, e si procurin piuttosto i castighi della Divina Giustizia, non per questo finisce essa di beneficarci, anzi sempre più allor se le aumenta la premura di sottrarci dallo sdegno Divino, sempre più cresce in lei la finezza della sua Beneficenza e Misericordia, facendo quanto mai dal suo canto per toglier di mano alla Divina Giustizia la spada fulminatrice. 6. E poi, non fa forse lo Sposo Divino minuta memoria degli aurati Capelli della Pargoletta sua Sposa? Picciola, è vero, la dice, perché Bambinella: Soror nostra parva est (Cant. 8): ma tuttochè così tenera sulle Fasce, la descrive con i Capelli così lunghi e copiosi, come quelli della Gregge di Galaad: Capilli tui sicut Greges quæ ascenderunt de Galaad 58 (Cant. 4). Sotto il simbolo dei Capelli, non v’è chi non sappia significarsi i Pensieri e desideri dell’animo. Che arcano dunque è mai codesto di chiamarsi i Pensieri e Desideri di Maria Bambina col nome di Galaad? Capilli tui sicut Greges de Galaad. Ve lo dirò, Uditori. Galaad era Capo delle Città di Rifugio nell’antica Legge ed asilo principale dei Rei. Or tutti i Capelli o sien Desideri della nostra Sovrana Pargoletta, son tutti di Galaad, cioè tutti diretti a beneficarci col suo Patrocinio e ad accoglierci sotto la sua Protezione, come in sicuro Osservatene, Signori, una molto viva figura. Ecco là sulla Porta del Paradiso terrestre un Cherubino in abito da Guerriero con visiera calata, spirando da ogni parte furore e sdegno, posto da Dio, come per sentinella, con una terribile spada di Fuoco alla mano in contrasegno dell’Ira Divina, minacciando sterminio e morte a chiunque osasse appressarsi (Gen. 3, 24). Date tempo. Lasciate che si fabbrichi l’Arca del Testamento, vivo simbolo e modello e della Culla di Maria e di Maria medesima. Ordina Iddio a Mosè, che vi ponga al di sopra, come di guardia, due Cherubini: Arcam de Lignis setim compingite… Duos quoque Cherubim facies59 (Exod. 25, 10). Ma in quale atto e con quali armi in mano? Forse pur in atto di sdegno? Deh no. Forse pur vibranti spade di fuoco? Neppure. Mutano i Cherubini sopra l’Arca e genio e atto ed armi e mestiere. Cambian in stupore lo sdegno, ed in ossequiose penne le spade. Non più appaion Ministri della Divina Giustizia, ma Esecutori della Divina Misericordia. Or che strana peripezia è mai codesta? Vedon essi la figura e della Culla della loro Regina e della lor Regina medesima ed attoniti rimirandosi l’un l’al- 55 Le sue mani ben tornite. Piene di giacinti. 57 Dalla pienezza di Maria tutti attingono, come dal Figlio. 58 Le tue chiome come greggi che son venute da Galaad. 56 436 59 Fate un’arca di legno di acacia…farai anche due cherubini. 437 tro: Respicientes se mutuo60, divenuti tutti mansueti e pacifici c’indicano, che coll’essersi fabbricata già l’Arca, coll’esser già nata Maria, avea questa di tratto disarmata la destra alla Divina Giustizia, ed implorata al Mondo la pace, la misericordia e la salvezza. 7. Non vi sia discaro, Uditori, per vederne il contesto a meco assister col pensiero alla Lotta misteriosa tra Dio e Giacobbe (Gen. 32). Irritato quanto mai l’Altissimo dal Genere Umano, era già in risoluzione di atterrarlo e dispederlo. L’amor per altro verso il suo fedel Servo Giacobbe lo ratteneva. Alla fine crescendo vieppiù nel Mondo le enormità, scende Dio in persona ad eseguir la sua rigorosa Giustizia. Se ne avvede Giacobbe e con tutte le forze della sua vita innocente gli si oppone. Ed ecco si dà principio alla terribile Lotta. Oimè! Suda, si affatica e si affanna il Santo Patriarca e sembra che stanco or pieghi alquanto all’indietro, ed or vicino sia a cedere, or a cadere. Forte Giacobbe! Ma si querela il poverino della circostanza del tempo. È notte, esclama, il gran buio delle tenebre della colpa, che ricopre la Terra, mi è contrario: Nocte illa… luctabatur61. Non vedo, ove poter fermare il piede, quando mi sposta; non scorgo, ove debba appoggiarmi, qualor mi piega. Ed oh fosse pur vicino il Giorno e si affacciasse l’Aurora, quanto mi riuscirebbe propizia, quanto benefica! Nocte illa… luctabatur. Ma che? Ecco sul più caldo della misteriosa Lotta incomincia ad albeggiare alquanto su quell’Orizzonte, ecco spunta l’Aurora. Luctabatur cum eo usque mane62. Rinvigorito Giacobbe dal benefico aspetto dell’Aurora, si stringe vieppiù a Dio e lo abbraccia e lo tiene e lo ferma. Lasciami, gli dice Iddio: buon per te, che hai l’Aurora propizia: già son placato: Dimitte me: iam enim ascendit Aurora63 (Gen. 32, 26). Oh questo poi no, replica il Patriarca: non sia mai, che io ti lasci, se in contrassegno di pace, a riguardo dell’Aurora già nata non mi benedici: Non dimittam te, nisi benedixeris mihi64. Quanto disse, tanto volle, e tanto ottenne: Et benedixit ei. È troppo risaputo, o Signori, il senso di questo gran fatto. Al nascer di Maria, Mistica Aurora del Sommo Sole Divino, ebbe il suo fine l’antica ed ostinata Guerra tra Dio e l’umano Lignaggio; e fu cura della nata Bambina disarmar la destra di Dio sdegnato e renderlo tutto pacifico con noi mortali. Cesset instantia luctaminis, esclama perciò qui attonito l’eminentissimo Ailgrino, quia iam nascitur Aurora Virgo Maria65 (In Cant. 6). O grande Amore e Potere della nostra Real Pargoletta! O prodigi della possente ed amorosa sua Beneficenza! 8. Chi può ridire pertanto, cari miei Uditori, quanto grande, sincera e operativa esser debba la gratitudine nostra a sì generosa e liberale Benefattrice? Certamente quella corrispondenza che in sole voci ed in soli affetti consiste, è troppo magra. Quella divozione che si riduce ad un puro pascolo di occhi nel concorrere ad una Chiesa, chiamar si può curiosità piuttosto, che atto di pietà cristiana. È la sacra Bambina, come già udiste, quel prodigioso Canale ed Acquedotto, per cui discendon le Acque delle Grazie celesti nell’arido terreno del nostro Cuore. Or è un error troppo massiccio il poi credere, che essa voglia veder queste Acque benefiche restarsene inutili senza render fruttifero il nostro Cuore con i frutti di vita eterna. Se dispensa Maria i favori con le stesse Mani pietose e onnipossenti del suo Divin Figlio, come poi potrà soffrire, che queste mani Divine sian di bel nuovo trafitte e piagate dalle nostre colpe? Gode essa, non nego, di vedersi costituita da Dio per nostro sicuro asilo e rifugio, ma non credeste già che tal voglia essere per li presuntuosi e spensierati. Si pregia di poter placare lo Sdegno Divino e di poter muover a suo talento la Divina Misericordia ad accordare il perdono e la pace, ma bensì rispetto ai soli peccatori contriti, penitenti e di vero cuor ravveduti, che a lei con sincere lagrime fanno ricorso e si appigliano ad una soda divozione con una vita pia e timorata. Udite e finisco. 60 Guardandosi l’un l’altro. Quella notte…lottava. 62 Lottava con lui fino al mattino. 63Lasciami: ormai spunta l’aurora 61 438 64 65 Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto. Poiché ormai nasce l’aurora, la Vergine Maria. 439 9. Defunto Davide e salito sul Trono d’Israele il sapientissimo Salomone, illustrato il Giovinetto Monarca da un lume straordinario superno, spedisce un ordine strepitoso di castigo contro i tre gravi Offensori del mansueto morto suo Genitore, cioè contro di Adonia, Gioabbo e Abiatarre (2 Reg. 2). Indi comanda, che ai primi due si tolga la vita, al terzo poi si riservi. Sire, gli dice Banaia, tutti tre sono rei di morte. Sì, risponde Salomone; ma Abiatarre portavit Arcam Domini Dei66 (3 Reg. 2, 26). Quando Davide mio padre riportò l’Arca del Signore, Abiatarre non assistè con la sola presenza facendo numero e popolo, come soltanto assisteron Adonia e Gioabbo, ma sottomise di buon cuore le spalle alle leve dell’Arca e la portò tutto pietoso e divoto: quindi eziandio sia in sè reo di morte, quanto che gli altri, si riservi tuttavia in vita, in riguardo del vero servizio all’Arca prestato, a distinzione degli altri: Abiatar vir mortis est; sed non interficiam, quia portavit Arcam Domini Dei67 (3 Reg. 2, 26). Tant’è, Signori miei, l’aver effettivamente con l’opre servito un’ombra, un figura di Maria Bambina, bastò ad Abiatarre per rimaner esentato da una morte dovutagli: laddove un semplice ossequio di pure voci e di pura presenza prestato da Adonia e Gioabbo, nulla montò presso di Salomone per essere dalla morte meritata aggraziati. Applichi ciascuno il fatto ai propri bisogni. Ed io intanto, genuflesso ai beati Piedi della Pargoletta Divina, chiuderò il mio rozzo dire con una sincera e solenne protesta. giabil Bellezza (oh quanto siete bella!), lo merita la sovragrande vostra Bontà (oh quanto siete buona!), lo merita l’amorosa e possente vostra Beneficenza (oh quanto siete benefica!). Io deposito nella vostra Culla, anzi lascio in perpetuo dono nelle vostre benefiche Mani tutto il mio Cuore in pegno di questa mia volontà risoluta. Ed oh così avessi pur fatto per lo passato, delle cui mostruose mie ingratitudini ed enormità ve ne chiedo umilmente perdono. Confesso sinceramente, o mia gran Sovrana, che io mi arrossisco di starvi qui davanti nell’atto stesso che imploro la vostra clemenza. Nientedimeno, su di questa raffidato, mi fo animo di ricordarvi col gran Pontefice Innocenzo III sì vostro divoto, che voi, o Divina Bambinella, nasceste come Sole, come Aurora, come Luna per beneficarci in ogni tempo, di pieno giorno, di primo mattino, di piena notte. Cento e mille volte pur felici i Giusti, che godendo il pieno Giorno della Grazia, hanno la bella sorte di vedervi nata per loro come un Sole, electa ut Sol 68, per vieppiù illuminarli e riscaldarli nella perfezione. Ma, oimè io non son Giusto. Ben avventurati i veri Penitenti, che trovandosi nel primo mattino della sincera Penitenza, vi rimirano nata per loro come un’Aurora, quasi Aurora consurgens69, affin di ricrearli ed istradarli nell’acquisto delle virtù. Ma, me misero, neppur son vero Penitente. Vergine clementissima e gli infelici Peccatori, che giacciono nella piena notte della colpa, non potran dunque goder la speranza di vedervi nata benefica e graziosa anche per loro? Deh sì, sì, che voi nasceste per loro come una Luna, ut Luna, affin di far loro vedere la strada precipitosa che battono e farli dare indietro per appigliarsi alla strada sicura del loro ravvedimento. Siatemi pertanto, almen come Luna, giacchè son misero Peccatore; sebbene io spero, o Maria, e vivamente lo spero, che mi sarete un dì anche Aurora e Sole; e che godrò la bella sorte di poter benedire con i Penitenti e con i Giusti l’amorosa e possente vostra Beneficenza. Amen. 10. Eccelsa Regina dell’Universo, Dispensatrice dei Celesti Tesori, Madre della più amorosa Beneficenza, giacché la vera gratitudine e corrispondenza, che da noi richiedete, ha da consistere nel divenir vostri veri divoti, e questa vera divozione è quella, che non solo impiega il Cuore nel vostro Amore e la Lingua nelle vostre lodi, ma ancor le spalle e la vita nel fedele vostro servizio e del vostro Divin Figlio; eccomi qua umiliato ai Piedi vostri e onninamente risoluto di volervi amare in avvenire con cuore operativo e sincero e di volervi fedelmente servire con una vita timorata e divota. Lo merita pur troppo la vostra impareg- 66 67 Portò l’arca del Signore Dio. Abiatarre è un uomo di morte; ma non lo ucciderò, perché ha portato l’arca del Signore Dio. 440 68 69 Eletta come il sole. Come aurorache sorge. 441 ORAZIONE PER LA SANTA BAMBINA cuore, riempion nel tempo stesso di un estatico stupore ogni mente e fanno ammutolire ogni lingua; come dopo il grande Agostino lo contestava Bernardo. Non si trova vivezza di colori per dipingere la Reale Bambina, non splendore di Astri, non rarità di Gemme, non preziosità di metalli, non amenità di Prati, non vaghezza di Fiori, non vastità di Mari, che vagliano a perfettamente simboleggiarla. Imperocchè e Colori, ed Astri, e Gemme, e Metalli, e Prati, e Fiori, e Mari, e quanto mai vi ha di bello, di eccellente, di raro nell’Universo, tutto, vien di gran lunga dalla Real Pargoletta ecceduto. Basti dire, che la sua Culla è di un portentoso lavoro all’intutto celeste, intersiata per ogni parte di tutti i Privilegi dell’Onnipotenza del Divin Padre, di tutte le Perfezioni della Sapienza del Divin Figlio, di tutte le Grazie dell’Amore dello Spirito Santo. Me dunque infelicissimo che far debbo io, Signori, giacchè obbligato pur mi trovo in quest’anno a consacrar altra volta le labbra alle Glorie di sì ineffabile maravigliosa Bambina? Tentai da questo medesimo Luogo l’anno scorso di porvi sott’occhi la sua impareggiabil Bellezza, la Bontà sua singolarissima, la doviziosa sua Beneficenza. Ma poi che dissi mai? Nulla affatto e poi nulla. Deh sì, che io mi trovo perduto, o Divinissima Pargoletta, nel dover favellare di voi, se non mi prestate benigna voi stessa le idee, i concetti, le voci per alquanto lodarvi. Quanto a me, non posso far altro, che dimostrarvi il buon cuore e l’animo mio bramosissimo di esaltar le vostre Grandezze. Prendetelo adunque pur voi, o Signori, per una semplice dimostrazione del mio buon cuore verso Maria Bambina, se io ardisco in quest’oggi di esporvi, come essendo essa nata Regina dell’Universo, esercita, stando ancor nella Culla, la sua mirabil Potenza in Cielo, nella Terra e sin giù nell’Inferno. Onde qual sia la benavventurata sorte di tutti quei, che di sì possente Regina son fedeli Sudditi e Servi, potrà la stessa vostra accortezza dedurlo, senza che si adopri la mia fievolezza in ridirlo. Favorite voi intanto, di osservar la sua Culla, divenuta un Reale maestosissimo Trono; nel mentre che io, prevalendomi dei vostri favori, incomincio, come tale, a dimostrarvela. Recitata Giovedì 8 Settembre 1768 nella Chiesa Abaziale di S. Angelo Magno di Ascoli, in occasione della Festa ivi celebrata L’Orazione per la festa di Maria Bambina viene proposta dall’Autore ai fedeli della Chiesa di sant’Angelo Magno, dove l’anno precedente aveva predicato il triduo in preparazione alla stessa festività. La composizione è elaborata in modo ampio in 21 punti e attinge a tutte le figure e simboli dell’Antico Testamento per descrivere le eccelse prerogative e bellezze di Maria Bambina. Don Marcucci si rifà anche alla dottrina dei padri della Chiesa, in particolare di sant’Agostino e di san Bernardo, eppure “colori, astri, gemme, metalli, prati, fiori, mari e quanto c’è di bello, di eccellente, di raro nell’Universo, tutto, viene di gran lunga superato dalla real Pargoletta”. Ella è la Regina dell’Universo ed esercita, già nella culla, il suo ufficio verso tutti: in Cielo, in Terra e perfino nell’Inferno. Maria Bambina non nasce schiava del peccato, come noi, bensì “come un delizioso Giardino di Melograni”, nasce come regina incoronata, discendente della famiglia regale di Davide, Madre di Gesù. Nella divina maternità di Maria sono racchiuse tutte le sue altre qualità: Immacolata e Santa nella sua Concezione, piena di Grazia, dotata di perfetto uso di ragione nella sua nascita, superiore di meriti e di gloria a tutte le celesti gerarchie, collocata nell’Empireo alla destra del Figlio in corpo ed anima, dotata di una mirabil potenza sopra tutto il Creato. Maria viene descritta come porta spaziosa di Dio e finestra del Paradiso; come luna, aurora e sole che sorge, cioè rifugio dei peccatori e madre dei giusti, vincitrice del male. Beati i sudditi di tale Regina e Madre! Beati noi che siamo suoi figli e devoti! Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 1-26. Argomento Maria Bambina, essendo nata Regina dell’Universo, stando ancor nella Culla, esercita la sua mirabil Potenza in Cielo, in Terra e nell’Inferno (a favore dei suoi fedeli Sudditi e Divoti) 1. 442 In un Dì solennissimo, qual è l’odierno, alla Natività sacrosanta di MARIA consacrato, non è così agevole, come si crede, o Signori, alla sua Culla Reale intesser gli elogi. Le tante misteriose circostanze che la accompagnano, piene tutte e di prodigi e di maraviglie, se arrecar posson diletto ad ogni 2. I L’impugnare gli scettri, il cinger di corone le tempia, l’aver dal Trono dipendenti i Regni, dove la Monarchia è ereditaria, è un Gius glorioso di una Culla Reale, gratuitamente dal Cielo ottenuta. Sì, sì, tra le Fasce ancora la Maestà di Re o di Regina, a tenor del Diritto ereditario, può 443 risiedere. Quindi se con le Fasce goder si potesse un pieno discernimento della Mente e della Ragione, ben si vedrebbe allora una Culla attualmente divenuta un rispettabile Trono e si udirebbe una voce Bambina spacciare Comandi, imporre Leggi, conceder Favori e reggere Popolazioni ed Imperi. 3. Che se dalle Culle Reali Terrene aspettar non si possono tali portenti, ciò procede, perché non restan fregiate tali Culle di tutti quei singolari Privilegi, che dalla Divina Onnipotenza vennero sol riserbati per la Culla di Maria Bambina, che in questo Dì veneriamo. Deh sì, che la nostra SS.ma Pargoletta l’unica fu a nascer Regina e per Diritto di Reale Prosapia e molto più per la strettissima affinità che ebbe col Gran Monarca dell’Universo; e l’unica fu parimenti, che trovandosi insin nelle Fasce dotata di altissimo Intendimento, e di perfettissimo uso del suo Volere, esercitò ancor nella Culla il suo Reale Dominio e Potere lassù nel Cielo, quaggiù nella Terra, ed insin giù negli Abissi. 4. Non nasce dunque Maria, come Suddita, no, ma come Regina. Essa è quella mistica Melagrana dei sacri Cantici, che con la corona in capo spunta alla luce (Cant. 4). Dirò anzi di più. Essa nasce, come un delizioso Giardino di Melagrane: Paradisus malorum punicorum70; attesochè la sua Reale Corona è in tal guisa nobile e preziosa, che vien formata da quelle di tanti suoi Progenitori Re Coronati: Paradisus malorum punicorum. 5. Intenderete ora l’arcano, o Signori, se perché Santa Chiesa in tal Dì Natalizio di Maria ci proponga un Vangelo, che sembra sol proprio della Natività di Gesù Cristo, come Uomo, qual è quello della sua Genealogia: Liber Generationis Jesu Christi71. Vuol dunque la Chiesa metterci in vista il lustro Reale della nobilissima Prosapia della sacra Bambina. Ce lo canta all’aperto: Regali ex progenie Maria exorta refulget72. Vuol persuaderci, che anche il Vangelo chiaramente ci dice, se da quan- ti Re coronati sia nata Maria. Imperciocchè, siccome è di fede che Gesù come Uomo nacque dalla Stirpe Reale di Davide; non poteva egli nascere da codesti Reali Progenitori, se non ci fosse nata Maria, di cui sola, come Uomo, egli era Figlio. Onde quel Vangelo ugualmente esalta la Reale Nascita del Figlio e della Madre. Dica pur dunque S. Matteo in questo dì: Liber Generationis Jesu Christi; che noi strettamente l’intendiam con la Chiesa: Regali ex progenie Maria exorta refulget, ex stirpe David. Pertanto, se nato Re si chiamò con tutta ragione il Figlio dai Magi: Ubi est qui natus est Rex73: dicasi ancor Regina nata la Madre che tutto il diritto ne gode: Regali ex progenie esorta74. 6. Ma piano, R(iveriti) U(ditori), che io dissi poco. Non nacque soltanto Maria, come Regina, ma come universale Regina, con attuale dirò così illimitato Dominio e Potere sopra il Cielo, sopra la Terra e sopra ancora l’Inferno. Dissi molto, è vero, pur io lo confesso. Ma non è già questo un bel complesso di pie idee di una fantasia mia divota; ma è una strettissima verità e ve lo contesto. Il gran fine che ebbe Iddio sin dai secoli sempiterni nel donare al Mondo Maria nella pienezza dei tempi, non accade che Agostino col nobil corteggio di tutti i Padri ve lo rammenti, o Signori; giacchè lo sapete pur troppo. La Divina Maternità, a cui ab eterno era stata preeletta, fu l’altissimo Fine, per il quale Iddio la creò arricchita di pienezza di Grazia e la fece nascer colma e di Santità e di Intendimento e di ogni Privilegio più sublime e più raro. Cosicchè possiam dir con tutta verità di Maria che nacque Bambina agli occhi del Mondo, ma nacque Madre del Divin Verbo agli occhi di Dio. Bambina in conseguenza, ma con tutto il diritto e dominio sull’universale Patrimonio del suo Divin Figlio: Bambina perciò, ma nel tempo stesso Regina dei Cieli, della Terra e dell’intero Universo. 7. Gelosa quindi la Chiesa di sì ineffabile Prerogativa della Pargoletta Divina, se ce la propone a vagheggiare ed ossequiar nella Culla, come Bambina graziosa, ci ricorda tantotosto di raffigurarla e venerarla, 70 Giardino di melograni. Libro della genealogia di Gesù Cristo. 72 Maria, nata da stirpe regale, risplende. 71 444 73 74 Dove è il Re che è nato? Nata da stirpe regale. 445 anche così tra le Fasce, come Madre di Dio: Nativitatem hodiernam celebremus75, ma di chi? Eccolo: perpetuæ Virginis Genetricis Dei Mariæ76. Per questo ancor ci presenta il già memorato Vangelo, dove alle glorie della Reale Prosapia della Bambina, si aggiunge la massima e l’infinita della Divina Maternità: De qua natus est Jesus77. Ben picciola si rappresenta in questo dì ai nostri sguardi la vezzosa Pargoletta, quanto alle Fattezze del delicato suo Corpicciuolo; ma grande e di una quasi infinita Grandezza si rappresenta alla nostra Mente, quanto alla sua Dignità di Madre di Dio: De qua natus est Jesus. Un umile Ricovero appare ai nostri occhi la sua Culla; nientedimeno maestosissima rassembri al nostro Intelletto, come Trono di chi è Madre di Dio: De qua natus est Jesus. Di veruna forza e di verun potere, come Bambina, ci compare; ma di una Potenza e Dominio illimitato la fornisce l’esser di Madre di Dio: De qua natus est Jesus. 8. 75 E qui permettetemi, o Signori, per una breve digressione che con il celebre Giovanni di Segovia, Orator nel Concilio di Basilea, come pur con l’Apostolo Valenziano e col Serafino da Siena io vi dica, non potersi in alcun modo soffrire l’inconsideratezza di chi a persuadere si fece di essersi affatto taciuti nel Vangelo vari luminosi Privilegi di Maria, sol perché ivi non vengono espressamente nominati. Dio buono! E che altro mai indicar volle l’Evangelista San Matteo con quel suo De qua natus est Jesus (Matth. 1), San Marco col venit Mater eius78 (Marc. 3), San Luca col Mater Domini mei79 (Luc. 1) e San Giovanni col Mater Jesu80 (Joan. 2), se non compendiare, come in una cifra misteriosa, nella sola infinita Dignità di Madre di Dio tutti quei Pregi singolarissimi che per così gran Dignità erano necessari e in qualche modo ad essa corrispondenti? Deh sì, che sebbene implicitamente, nientedimeno ben compresero gli Celebriamo la natività di oggi. Della sempre Vergine Maria, Madre di Dio. 77 Da cui è nato Gesù. 78 E venne sua Madre. 79 La Madre del mio Signore. 80 La Madre di Gesù. 76 446 Evangelisti nella Divina Maternità di Maria tutte le sue singolari Prerogative, voglio dire di esser Immacolata e Santa nella sua Concezione, piena di Grazia e dotata di perfetto uso di Ragione nella sua Nascita, impeccabile e senz’alcun minimo attuale difetto in tutta la sua vita, perpetua illibatissima Vergine nella sua Fecondità Divina, superiore di meriti e di gloria a tutte le celesti Gerarchie, collocata nell’Empireo alla Destra del Figlio in Corpo ed in Anima, dotata di una mirabil Potenza sopra tutto il Creato, costituita in somma Regina e Padrona di tutto l’Universo. Imperciocchè tutti questi Privilegi ed altri infiniti che noi non sappiamo, tutti di ragione competevano e con ogni diritto competono a Maria, come a vera natural Madre di Dio. 9. Ma per far ritorno alla sacra sua Culla, donde partii, ed oh che grazioso spettacolo era mai, o Signori, agli Spiriti Beati e che orrida Scena ai demoni, il vedere una Bambina tra le Fasce imporre comandi imperiosi all’Universo intero anche con le sole Occhiate e con i semplici ben regolati Sospiri; ed ossevar Colei, che neppur libere al moto tenea le delicate Manine, goder un sì stupendo Potere, talchè alla sua Potenza riputavasi a gloria il Cielo di cedere e forzati si sentiva il Mondo e tutto l’Inferno. 10. Ed invero, Uditori, se rispetto al Cielo considerar si debba il gran Potere della Pargoletta Divina, ci si presenta tantotosto esser essa nata, come un’Iride allegra per mutare in grazioso il severo sembiante di un Dio sdegnato. Ella fu, che sin dalla Culla ferendo con i suoi sguardi amorosi il Cuor di Dio, gli tolse i fulmini dalla mano e gli rapì le chiavi del Cielo per aprirlo, giacchè sempre chiuso era stato a tutti i Mortali. Cosicchè essa sola fu quella, che sin dalle Fasce potè con i suoi desideri penetrar l’ampiezza dei Cieli e girarli ben tutti: Girum Cæli circuivi sola81 (Eccl. 24) salendo sino al Trono dell’Altissimo, per far spuntar di lassù quell’immenso Sol di giustizia, da cui illuminato rimanesse ogni vivente: Ego feci, ut in Cælis oriretur lumen indeficiens82 (Eccl. 24). 81 82 Ho percorso da sola il giro del Cielo. Io ho fatto in modo che nei Cieli nascesse una luce che non viene mai meno. 447 11. Che maraviglia dunque, se all’intorno della Culla della Reale Bambina, attoniti se ne stanno gli Spiriti Celesti, a folte schiere discesi a corteggiarla; e stupefatti i Profetti col sol vagheggiarla da lungi? La encomiano i primi, nata come una lucida Aurora: Quæ est ista, quæ progreditur quasi Aurora consurgens83 (Cant. 6): la esaltano i secondi, nata come una lieve Nuvoletta su di cui posato giace il gran Monarca dei Cieli: Ascendit Dominus super nubem levem84 (Is. 19): e sì gli uni, che gli altri ci enunciano la mirabil Potenza della Pargoletta Divina. Confessano gli Angeli che la Natività della loro Regina fu in Cielo come l’Aurora della Riparazione delle loro rovine. Predicono i Profeti che la nata Bambina fu come una Nuvoletta benigna, perché si frappose tra il Sole scottante dello Sdegno Divino e tra il Genere umano, servendo a questi di ombra refrigerante e di riparo. divotamente ricorre. Che se mai per colpa nostra ci chiuda Iddio la Porta grande, come alle Vergini stolte la chiuse la Divina Giustizia: Clausa est Janua88: che farà allora la potentissima misericordiosa Bambina? Si farà Finestra del Cielo: Cæli Fenestra facta es89; acciocchè se chiusa si trovi la Porta per rigor di Giustizia, resti almeno aperta la Finestra per Grazia affin per essa s’introducano in Cielo i suoi Divoti. Tanto è il suo Potere rispetto all’Empireo. 12. Che se ciò vi sembri poco, o Signori, per ben ravvisare l’altezza della Potenza, che ha riguardo al Cielo la Real Bambinella, saper vi basti, che essa insin tra le Fasce, come Madre di Dio preeletta, è divenuta per ogni naturale diritto la Porta di quel beato Regno? E la Finestra; conforme di Lei scrisse Agostino! E con Agostino canta la Chiesa: Janua Cæli: Cæli Fenestra facta es85. Non so, R(iveriti) U(ditori), se mai seriamente rifletteste, che qualora il Redentore nominar si volle anch’egli Porta della Salute, non si disse Janua, ma Ostium86. Uditelo in S. Giovanni: Ego sum ostium87 (Joan. 10). Or, come voi ben sapete, Ostium vuol dir picciola Porta, quasi picciola bocca ed apertura di qualche stanza. Laddove Janua val Porta grande, anzi Portone spazioso di un edifizio. Si chiama dunque il Redentore Ostium, Porta angusta, perché sebben pietosissimo Padre, nientedimeno è Giudice ancor rigoroso. Maria Bambina poi si nomina Janua, Porta del Cielo spaziosa, perché con la sua potentissima mediazione, mitigando i rigori del Divin Giudice, forma una entrata sì angusta del Paradiso, una Porta capace a ricevere innumerabile Gente che a Lei 13. Non minore però è la sua Giurisdizione in riguardo alla Terra. Godette Maria sin dalle Fasce il titolo e l’Autorità di Regina dell’Universo; e sin dalla Culla ebbe a se soggetta, come a Sovrana, tutta la Terra; giacchè per Lei, più che per altro, come degnamente riflette il Dottore Serafico, fu dal suo Divin Figlio formata. Quindi per testimonio della Chiesa l’augusta nostra Pargoletta fu quella, che sempre presente alla Mente di Dio, gli cagionò un indicibil contento nel fabbricar che faceva i Pianeti e gli Astri, nel disporre le fonti, i fiumi e i mari, nell’equilibrare i monti e le colline, nello smaltar di erbe e di fiori i Prati e le Pianure, nel compire insomma le belle opre delle sue Mani (Prov. 8); appunto, perché in esse egli raffigurava vari Simboli delle Doti di Maria; e perché al dominio potente di Maria soggettar le doveva. Con ragione pertanto il Serafino da Siena, prostrato alla Culla della Reale Bambina, le va col cuor sulle labbra ripetendo: Tibi data est post Filium tuum omnis potestas in Cælo et in Terra90. Al tuo gran Potere, o eccelsa Regina, io rimiro soggetto quanto mai vi ha nel Mondo; e tutte le creature sensate ed insensate, ragionevoli ed irragionevoli, tutte al tuo universale dominio sottoposte le vedo: Tibi omnis potestas in Cælo et in Terra91. Dai cenni tuoi dipender osservo la serenità e la pioggia, l’infermità e la salute, la guerra e la pace, la tempesta e la calma, la fertilità e la penuria, la prosperità e l’angustia, la vita e la morte: Tibi post Filium tuum omnis potestas in Cælo et in Terra92. 83 88 84 89 Chi è costei che avanza come aurora che sorge? Il Signore salì su nube leggera. 85 Porta del Cielo: sei divenuta Finestra del Cielo. 86 Janua e Ostium significano entrambi “porta”: la sfumatura lessicale è spiegata subito dopo. 87 Io sono la porta. 448 La porta è chiusa. Sei divenuta Finestra del Cielo. 90 Ti è stato dato, dopo tuo Figlio, ogni potere in cielo e in terra. 91 A te ogni potere in cielo e in terra. 92 A te, dopo tuo Figlio, ogni potere in cielo e in terra. 449 14. Quello però, s’io non m’inganno, o Signori, che più di ogni altro esalta la mirabil Potenza dell’augustissima Pargoletta sopra la Terra, è il suo sovrano dominio sopra dei Peccatori e dei Giusti. Fatemi ragione, s’io dica il vero. Qualora previde in spirito il sapientissimo Coronato di Palestina la Natività di Maria, esclamò attonito e disse, che essa nasceva come una Luna ed un Sole: Consurgens pulchra ut Luna, electa ut Sol 93 (Cant. 6). Che mistero è mai questo? La Luna è il Luminare della notte e sulla notte estende il suo dominio. Il Sole poi è il Luminare del Giorno e sul Giorno esercita la sua giurisdizione. Or è degno pensiero del Pontefice Innocenzo III, che dalla Notte simboleggiati vengano i Peccatori e dal Giorno i Giusti. Dica dunque Salomone, che Maria nasce come una Luna, che noi l’intenderemo nata come un potente Rifugio dei Peccatori, affin di illuminarli e ridurli al retto sentiero della salute: la dica ancor nata come un Sole, perché così veniamo a risaperla nata, come un potente conforto dei Giusti, affin di vieppiù riscaldarli nella pietà, e perfezionarli nelle virtù Cristiane. Consurgens ut Luna, ut Sol 94. 15. Ed invero, la Luna vien detta la Madre degli influssi; perchè quegli influssi che dal Re dei Pianeti riceve, tutti li distilla sopra la Terra per fecondarla. Così la Real Pargoletta è insin dalla Culla una Luna, perché quelle Grazie, che in sen le ha piovute l’Onnipotenza e Sapienza Divina, tutte le influisce sopra dei Peccatori, che a Lei fan ricorso, affin divengan fecondi di frutti di pentimento sincero. Si dice poi il Sole il Padre delle Produzioni, attesochè penetrando col suo calore le viscere della Terra, diffonde per tutto la virtù sua produttrice, per cui vengono a perfezione non men le piante e le frutta, che le Gemme, i Minerali e i Metalli. In tal guisa è sin dalle Fasce Maria, come un Sol penetrante, mentre col calore della immensa sua Carità insinuandosi sino al più intimo del Cuore dei Giusti, fa loro produrre ogni genere di virtù, anche le più sublimi ed eroiche. 16. Ma io, se la sofferenza vostra me lo permette, o Signori, un’altra non dispreggievole riflessione vi aggiungo. Trovo nella Scrittura che il Nascimento del Redentore è chiamato un Nascimento di Sole: Orietur vobis, così in Malachia, Sol justitiæ95 (Malach. 4). Quello poi della nostra Gran Regina è intitolato un Nascimento di Aurora ed insiem di Luna e di Sole: Aurora consurgens, pulchra ut Luna, electa ut Sol 96 (Cant. 6). Or che arcano è mai questo? Nasce Gesù Bambino, solamente come un Sole, e Sol di Giustizia, perché siccome il Sole ha il tempo suo determinato per risplendere, che è il Giorno, così il Redentore ha tempo ed ore determinate per favorire; così portando la somma sua Giustizia e così essendosi egli protestato, qualora disse: Nondum venit hora mea97 (Joan. 4). Nasce poi Maria Bambina, come Aurora insieme, e Luna, e Sole, perché tutti i tempi, tutte le ore son sue per usar pietà e misericordia. Favorisce, come Aurora, sul far del mattino i Penitenti già ravveduti: favorisce come Luna sul colmo della notte i Peccatori che vogliono emendarsi: favorisce come Sole sul pieno Giorno i Giusti, che entrati già sono tra lo stuolo dei suoi fedeli Servi e Divoti. Quindi, siccome tutta la Terra, composta noi la troviamo di Peccatori, di Penitenti e di Giusti; non fia perciò maraviglia, se la mirabile Potenza e il gran Dominio della Real nostra Bambina a tutta la Terra universalmente si estenda. E a questa universal Monarchia della Pargoletta Divina alluder, credo io, voglia in tal dì Santa Chiesa, qualor facendole tra le fasce le accoglienze e gli elogi, le va cantando, che la sua Nascita è riuscita di universal allegrezza a tutto il Mondo: Nativitas tua gaudium annunciavit universo Mundo98; perché essendo essa nata Regina, non solamente il Cielo, ma la Terra tutta ancora, è stata partecipe dei maravigliosi effetti della sua Potenza. 95 Sorgerà per voi il Sole di giustizia. Aurora che sorge, bella come la Luna, scelta come il Sole. 97 Non è ancora venuta la mia ora. 98 La tua nascita ha annunciato la gioia a tutto il mondo. 96 93 94 Sorgendo bella come la Luna, scelta come il Sole. Sorge come la Luna, come il Sole. 450 451 III 17. Sebbene, non abbiam veduta per anche tutta l’estensione del mirabil Potere della Bambina Reale, voglio dire, se quanto vaglia il suo potentissimo Braccio contra tutto l’Inferno. Ben fu preveduto in spirito nei Sacri Cantici; e udite se qual descrizione ne fosse ivi fatta. Nasce Maria e tutto l’Inferno si mette sossopra per lo spavento. La mira nata Lucifero con occhi tremanti e vedendola terribile a guisa di un fortissimo Esercito ben’ordinato, Consurgens…terribilis ut castrorum acies ordinata99 (Cant. 6), annunzia con orridi mugiti il totale sterminio a tutti gli Abissi. Mi direte, come mai la Divina Pargoletta, comparir [da] sola a Lucifero come un Esercito forte e numeroso? Ve ne spiego l’arcano. Venne Lucifero una volta alle mani con Michele e con tutto l’innumerevole Esercito delle Angeliche Gerarchie e ne riportò la disfatta, talchè con tutti i suoi restò vergognosamente vinto e cacciato: Proiectus est Draco100, ce ne assicura Giovanni (Apoc. 12). Or vedendo nata Maria, parve a Lucifero di veder in Lei sola raccolta ed unita tutta la terribile ed insuperabil Potenza delle Angeliche schiere, terribilis, ut castrorum acies ordinata. 18. Eppure, confessar non volle il superbaccio tutto il Potere della nata Bambina. Imperciocchè se da un intero Esercito degli Spiriti Angelici rimase vinto e cacciato: Proiectus est; dalla nata Regina degli Angeli, non solamente restò cacciato, ma di più totalmente fiaccato ed ab[ba]ttuto; come ce lo ridisse attonito Agostino: Maria inimicos suos, tanquam potens Regina, prosternit101 (Ser. 4, De Annunc.). Sì, sì, ecco la mirabil Potenza della Real Pargoletta contro tutto l’Inferno! Proprio degli Angeli è discacciare i demoni: Proiicere. Proprio di Maria è di sterminarli e fiaccarli: prosternere. Dirò anzi di più. Proprio solo della Sacra Bambina è di stritolar i loro alteri capi, affin più non abbiano ad alzarli superbi, secondo che lo stesso Lucifero ebbe a sperimentarlo, a tenor di quella Divina minaccia: ipsa conteret caput tuum102 (Gen. 3). 19. O ben avventurata sorte pertanto di tutti Coloro che di sì possente Regina son fedeli Sudditi e Servi! Ed oh come, facendo essi divota corona con i loro ossequi alla sua Culla reale, si riempiono di una gioconda speranza e di un’amorosa fiducia della loro prosperità per questa vita e per l’altra della loro eterna salvezza. Certamente se rimirano il Cielo, ecco lassù, dicono, il Regno, di cui è Porta per noi e Finestra la nostra Real Pargoletta e dov’essa esercita la sua mirabil Potenza. Se riguardan questa misera Terra, ecco ripetono il Luogo, che sotto il dominio giace della nostra Sovrana e dov’essa fa sperimentare la sua Misericordia a tutti e a Peccatori e a Giusti ed a Penitenti. Se fissan il pensiero giù negli Abissi, ecco laggiù, conchiudono, quella penosissima Carcere, dove il potentissimo Braccio della nostra Regina incatenati e conquisi tiene i suoi e nostri Nemici. Ben avventurata sorte, ripeto, di tutti coloro, che della Reale Bambina son fedeli Sudditi e Servi! Non han pericolo che lor sovrasti; non han risico che lor incontri, senza fondata speme di esserne amorosamente sottratti. Tengono quasi per ambizione l’imbattersi in traversie, per goder prontamente dei sollievi della lor Regina. Ed ora sì che intendo un mistero, nascoso in quel vangelico passo: Non fiat fuga vestra in Sabbato103 (Matth. 24). Essendo Maria nata di Sabato, io qui prendo per Sabato e la Natività di Maria e la stessa nata Bambina. Non fiat dunque fuga vestra in Sabbato. Qualor sovrastino mali gravissimi, laddove il timore e la fuga sarebbe forse prudenza in altro giorno; sarebbe imprudenza però e diffidenza in Giorno di Sabato cioè sotto il possente patrocinio di Maria Bambina. Imperciocchè chi ha in suo favore la Reale Bambina può star sempre sicuro di sua prosperità e salvezza. Ecco (mi giova ripeterlo), ecco la bella sorte di chi di tale Regina è fedel Suddito e Servo. 20. Pertanto, che facciam noi, cari mieri Uditori, che le altrui felicità attoniti qui ascoltiamo? Salomone qualor presente a se stesso e ai suoi doveri, si pose a chiedere a Dio che gli mandasse dall’alto la Sapienza: mitte Sapientiam 104 (Sap. 9). Ed a che fine? Reputò il Savio Monarca la 99 Sorgendo…terribile come un esercito schierato. Il Serpente è stato cacciato. 101 Maria, come potente regina, annienta i suoi nemici. 102 Ella stessa ti schiaccerà il capo. 100 452 103 104 Non avvenga la vostra fuga di sabato. Manda la sapienza. 453 Sapienza Celeste di un sì universale potere, che tenne per certo, che chiunque degnamente la possedesse, restasse per tutti gli incontri, per tutti i bisogni ben custodito e protetto: Mitte sapientiam…et custodiet me in sua potentia105. Chi vi è tra voi, che non sappia, o Signori, che non men dalla Chiesa, che dai Padri, sotto nome di Sapienza vien ancor intesa Maria? Or non abbiam noi bisogno di chiedere a Dio che ce la mandi, Ella è già mandata, è già venuta, è già nata; ecco che come graziosa Bambina la vagheggiamo in questo dì nella Culla. Abbiam bisogno bensì di porger calde suppliche, affinchè si degni con la sua sì mirabile ed universale Potenza di custodirci e proteggerci: custodiat nos in sua potentia106. 21. Deh sì, o potente pargoletta Divina, custodi nos in tua potentia! Noi vi riconosciamo, ancor nella Culla, per gran Regina e Sovrana di una mirabil Potenza in Cielo, in Terra, e sin sopra l’Inferno. Ci dedichiamo il tal Dì con cuor sincero per vostri fedeli Sudditi, per vostri servi ossequiosi, per vostri Figli amanti e divoti. Teneteci sempre sotto il vostro Dominio, fateci sempre in ogni occorrenza e in vita e in morte sperimentare gli effetti prodigiosi del Real vostro potentissimo Braccio: Custodi nos in tua potentia. Ed oh noi fortunati allora! C’affrontino pure i pericoli, c’incontrino pur le disgrazie, ci travaglino pure a lor mal talento tutti i Nemici. Che faranno mai con tutti i loro sforzi e che diranno? Sen partiranno confusi e confesseranno anch’essi lor malgrado la gloria del vostro Regno e l’invincibile forza del vostro potere: Gloriam Regni tui dicent, et potentiam tuam loquentur107 (Psal. 144). Noi poi, come custoditi e protetti dal vostro Braccio, rimasti salvi, che faremo? Quello appunto che qui oggi adempiamo, voglio dire, che depositando i nostri cuori, come in voto, ai vostri sacri Piedini sulla Culla, dandovi mille ringraziamenti in attestato di nostra fedeltà nel servirvi, esclamiamo: Viva Maria Bambina, che essendo nata Regina dell’Universo, esercita sin dalle fasce in pro dei suoi Devoti la sua mirabil Potenza, che ha sopra il Cielo e la Terra e sopra l’Inferno. 105 Manda la sapienza…ed essa mi proteggerà con la sua potenza. Ci custodisca con la sua potenza. 107 Diranno la gloria del tuo regno e parleranno della tua potenza. 106 454 SERMONCINO SOPRA LA SS.ma NATIVITÀ DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA Venerdì 8 Settembre 1769 Il Sermoncino sarà stato recitatato certamente nella Chiesa dell’Immacolata, attuale parlatorio della Casa Madre dell’Istituto. Gli argomenti sono ripresi da quello sviluppato in modo molto più ampio l’anno precedente, nella Chiesa di sant’Angelo Magno per la stessa occasione. L’Autore introduce l’argomento con una premessa: quando si parla delle prerogative di Maria si usano varie immagini affinché chi in un modo, chi in un altro, possano avvicinarsi a descrivere “le eccellentissime doti che tutte insieme in Maria si racchiudono e si contengono”. Maria viene, spesso, paragonata al sole, alla luna, alle stelle, all’aurora e ai fiori. Tra queste similitudini, don Marcucci sceglie di spiegare in che modo e perché la Natività di Maria venga paragonata ad una stella e ad una verga fiorita. Viene paragonata ad una stella per la sua materia incorruttibile e viene paragonata ad una verga che percuoterà i condottieri di Moab e dunque salverà Israele. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 142-144. Siccome la Gran Vergine nostra Signora supera di gran lunga tutte le pure creature nella dignità, nella santità e nei meriti; così non vi è tra tutte le pure creature chi posa rappresentare al vivo le sue ineffabili prerogative, i suoi singolarissimi pregi. Quindi è, R(iveriti) U(ditori), che qualora nelle sacre Carte si parla di Maria e di qualche suo mistero, sogliono pigliarsi le figure, le similitudini, i paragoni, non già da una sola creatura, ma da molte insieme, come dal sole, dalla luna, dalle stelle, dall’aurora, dai fiori e da altre mille; affinché tutte insieme concorrano, chi per un verso, chi per un altro, ad esprimerci in qualche parte le varie eccellentissime doti che tutte insieme in Maria si racchiudono e si contengono. Quel che io osservo pertanto in questa solenne festosissima ricorrenza della SS.ma Nascita della Vergine è, Uditori, che vedo le divine Scritture impegnate ad esprimerla sotto i leggiadri simboli di stella, di aurora, di verga fiorita e di altre belle figure che vagliono ad indicarci alcuni di quei singolari pregi, che ebbe Maria nel suo Nascimento. Pigliamo in mano di grazia la profezia, espressa non men per il divin Figlio, che per la divina Madre, nel sacro Libro dei Numeri ed ecco che si fa sentire in tali accenti: Orietur stel- 455 la ex Jacob, et consurget Virgo de Israel, et percutiet duces Moab 108. Mi direte, e perché mai Maria SS.ma nella sua Natività fu come una stella e come una verga fiorita e trionfatrice di Moab? Questo è quel che voglio succintamente ridirvi stasera ad onor di Maria Bambina. Attendete. Incomincio. 1. Tutte le proprietà della stella, siccome ci rappresentano le mirabili prerogative che godette la Vergine nel suo Nascimento; così non sia meraviglia, se la vaga Bambina sotto simbolo di lucida stella ci venga rammemorata dalla Scrittura: Orietur stella ex Jacob. Primieramente è sentimento di tutti i filosofi che le stelle siano state ceate da Dio di una materia incorruttibile, talché quali furon nel lor nascimento, tutte belle, lucide e indorate, tali si manterranno in tutto il tempo della loro durazione da Dio stabilita. E così fu la gran Vergine Bambina. Essa, che per singolar grazia di preservativa Redenzione fu affatto immune dalla originaria macchia, nacque ancor tutta bella, lucida e indorata di grazia e di carità e così sempre senza corruzione e alterazione veruna si mantenne in tutto il corso della sua SS.ma vita. O mistica stella sempre bella, sempre intatta! Inoltre non nacque Maria come qualunque stella, ma come una stella di Giacobbe: Orietur stella ex Jacob. Che mistero è questo?, ecc. 2. Ma piano che la gran Vergine nacque anche come una verga fiorita: Et consurget virga de Israel. E perché?, ecc. 108 Nascerà una stella da Giacobbe e sorgerà una Vergine da Israele e percuoterà i condottieri di Moab. 456 Agostino Masucci, L’educazione della Vergine, 1768, olio su tela, Ascoli Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”. Manifattura del sec. XVIII, Maria Bambina, cera ed altri materiali, Ascoli Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”. 457 CAP. VIII SERMONI PER LE FESTE MARIANE RECITATI NELLA CATTEDRALE DI MONTALTO E NELLE CHIESE DELLA DIOCESI (1771-1789) 458 459 Introduzione al capitolo Il capitolo raccoglie 15 sermoni sulle varie feste mariane, soprattutto sulla natività di Maria, sull’Assunta e sulla sua purificazione al tempio, recitati dal vescono mons. Francesco Antonio Marcucci o nella catterale di Montalto o in qualche Chiesa della diocesi durante la visita pastorale. Essi sono raccolti nelle miscellanee: BSC 1519 e ASC 33. Il contenuto dei sermoni attinge alla sacra Scrittura, alla dottrina dei Padri della Chiesa e al magistero; sono sempre organizzati secondo le regole retoriche del tempo e soprattutto attenti a muovere il cuore e la volontà degli ascoltatori; riguardo i contenuti, l’Autore spesso attinge ad immagini, figure e fonti utilizzati nel periodo della predicazione precedente la sua consacrazione episcopale. In alcuni casi il sermone presenta due redazioni: una per i fedeli di Montalto; una per le suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione di Ascoli, di cui era Fondatore e Direttore. 460 461 SERMONE SOPRA LA GLORIOSA ASSUNTA DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA Intravit Jesus in quoddam Castellum, con quel che segue in San Luca (cap. 10) nell’odierno Vangelo Recitato dal Trono nella Cattedrale nel Giovedì mattina del 15 Agosto del 1771 La curiosità di sapere non fu mai buona, quando unita non fu coll’umile sommissione alla Religione e alla Fede. L’ecclesiastica Storia di tanti ce ne somministra gli esempi che divennero miscredenti, appunto perché curiosi e superbi. L’andare indagando, se perché mai Santa Chiesa in tal Giorno solenne all’Assunta gloriosa di Nostra Signora consacrato, sempre sin da lunghi secoli addietro abbia usato il Vangelo della visita che fece il Redentore al Castello di Marta e dell’ottima parte che si prescelse Maria: Intravit Jesus in quoddam Castellum1 con quel che segue; e non piuttosto abbia fissato a tal Festa un altro Vangelo, dove espressamente si parli della Gran Vergine, come sembra fosse più proprio: l’andar ciò, dissi, indagando, è una curiosità di sapere che per quanto accenna S. Bernardo, par che in qualcuno ai tempi anche suoi si vedesse. Chiunque nientedimeno presta la debita sommissione alla Chiesa, ben può facilmente avvedersi, non essersi ciò stabilito, senza un grande mistero. Vuole in tal Dì Santa Chiesa per via di allegorie rappresentarci l’Amore immenso del Divin Figlio verso la sua Divina Madre con lo scendere in Persona a visitarla, per potarla tutta gloriosa nel Cielo, a quel sublime Posto, che essa si aveva meritato. Intravit Jesus in quoddam Castellum. Maria è quel mistico Castello, esclama Bernardo, visitato in tal Giorno dal Redentore per beatificarlo. Intravit, ecc. Maria è quella che oggi fu messa in possesso di quell’ottimo altissimo Posto, superiore di gran lunga a quello di tutte le celesti ed Angeliche Gerarchie: Maria optimam partem elegit 2. Ecco quel tanto che la Chiesa, retta dallo Spirito Santo, volle sotto così nobile Allegoria dall’Evangelo corrente indicarci. Che s’è così, rimasti già noi di sì pia curiosità soddisfatti, impieghiamo ora, Dilettissimi miei, le nostre ammirazioni, i nostri affetti, i nostri encomi nell’ossequiare le Magnificenze e le Glorie, con cui la nostra eccelsa Signora fu in Cielo assunta. Qualora di tali gloriose magnificenze bramiate udirne da me un qualche breve ragguaglio, prestatemi divota l’attenzione e sarò a soddisfarvi. Incomincio. È il primo sermone che il neo Vescovo Francesco Antonio Marcucci recita nella cattedrale di Montalto, dedicata alla Vergine Assunta, nel giorno della sua festa. Nel proemio egli si chiede perché la liturgia odierna proponga, dal Vangelo di San Luca, il racconto della visita di Gesù alla casa di Marta e Maria e risponde che probabilmente è per significare, secondo l’interpretazione che ne dà San Bernardo, che Maria SS.ma “è quel mistico Castello visitato in tal giorno dal Redentore per beatificarlo”. Il sermone interrompe la sua trattazione al sesto punto. l’Autore immagina lo stupore degli apostoli che assistono al glorioso transito di Maria; perfino la natura produce segni di giubilo: la terra fa germogliare nuovi fiori; gli alberi producono balsami profumati; le pietre fanno scaturire limpide acque; i mari si pacificano; l’aria produce soavi zeffiretti; il sole appare sette volte più luminoso del solito; la luna con una nuova bianchezza; le stelle e i pianeti appaiono con un brio più scintillante. Anche gli angeli e i serafini che sono più abituati a vedere la gloria di Dio, all’arrivo di Maria in cielo, rimangono grandemente ammirati nel vederla salire così grandiosa e trionfante e fanno a gara nel corteggiarla. Nella sacra Scrittura ci sono altre figure che i Padri paragonano al trionfo di Maria al cielo, come il trasporto dell’Arca che Davide fece al Monte Sion, ma sono esempi molto lontani dal trionfo di nostra Signora. Ella è anche paragonata ad “un’aurora gioconda, una luna risplendente, un sole maestoso e brillante”. Il prediletto San Giovanni che accompagnò la Madre più in alto che potè, la contemplò “riccamente vestita di lucidissimo oro e di luminosissime gemme, da sembrare un gran sole con la luna ai sui piedi in segno di rispetto e sul capo una corona di dodici stelle. L’Autore ripropone simboli e figure mariane già presentate in altri sermoni. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale conservato nella Biblioteca delle Suore Concezioniste (BSC 1519), pp. 34-38. 1 2 462 Entrò Gesù in un villaggio. Maria ha scelto la parte migliore. 463 1. 2. Che nel felicissimo Passaggio della Gran Vergine da questa all’altra beatissima vita e nel solenne tragitto, che con lo Spirito insieme e col corpo glorificato fece dalla Terra all’Empireo, pieni di ben alto stupore rimanessero gli Apostoli e quanti altri ebber la bella sorte di trovarvisi presenti; e che per tutto il mondo si sperimentasse allora un non so che di giocondo e festivo, talchè anche le creature insensate ne dessero manifesti contrassegni, la Terra col germogliar nuovi fiori; gli alberi con gettar balsami profumati; le Pietre con lo scaturir limpide acque; i Mari col mettersi in pacifica calma; l’aria col respirar soavi zeffiretti; il sole col comparir sette volte più luminoso; la Luna con una nuova bianchezza; le stelle, i Pianetti con un brio più scintillante; certo è, U(ditori) miei cari, che danno a noi del forte indizio delle stupende e indicibili magnificenze gloriose, che v’intervennero. Ma che poi gli Angeli stessi e i Serafini, quegli spiriti beati, cioè, che magnifici e gloriosi in se medesimi, sempre ancor, assuefatti a contemplar maraviglie, ne rimanessero grandemente ammirati nel veder la salita così grandiosa e trionfante che al Ciel faceva la loro eccelsa Regina, talchè nel mentre stesso che a gara facevano nel corteggiarla, non sapevano raffigurarla, esclamando tra loro: quæ est ista, quæ ascendit de deserto, deliciis affluens?3 (Cant. 8, 5). O questo sì, Dilettissimi miei, è la maraviglia delle maraviglie, che ci fa ben comprendere, essere stata sì magnifica e gloriosa l’Assunta di Nostra Signora, da fare ammutolir ogni lingua e trasecolare ogni Angelico non che umano intendimento. ben chiamarsi, come quei lugubri e spaventevoli echi e Mormorii che sogliono udirsi talora dall’aria riservata e ripercossa negli antri e nei deserti. Un vero Deserto fu chiamato infatti questo basso Mondo dagli Angeli, qualor tra le ammirazioni a festeggiare si mise l’Assunta di Maria: quæ est ista, quæ ascendit de deserto? L’esser discesi dall’Empireo quanti mai di Patriarchi e Profeti e di Personaggi beati lassù vi regnavano; l’esser venute tutte le Angeliche Gerarchie a far corteggio all’eccelsa Signora nella sua trionfante Salita; anzi lo stesso gran Monarca dei Cieli in Persona: altro è, Uditori, che il Trionfo dell’Arca, che il tripudio di tutto Israele, che il festoso portamento di Davide. 3. Saper vi basti U[ditori] che agli occhi di tutti quegli innumerabili Personaggi gloriosi del Cielo comparve Maria in tal Giorno come un’Aurora gioconda, una Luna risplendente, un Sole maestoso e brillante: quasi Aurora consungens, pulchra ut Luna, electa ut Sol 5 (Cant. 6). Andate ora voi, se vi dà l’animo, ad idearvi l’immensa grandezza di magnificenza e di gloria che circondò Maria nella sua Assunta. 4. La accompagnò al più che potè con gli accesi suoi sguardi sino alle Porte dell’Empireo il prediletto Giovanni. E udite che ne ridisse. Io vidi, dice egli, tutta la vastissima smisurata ampiezza del Cielo, piena di tanti e sì luminosi portenti, che eran divenuti un solo grande portento: Signum magnum apparuit in Cælo6 (Apoc. 12). Vidi l’eccelsa Donna e Signora così riccamente vestita di lucidissimo oro e di luminosissime Gemme che mi parve un gran Sole e che il Sole medesimo essendosi come disciolto, l’avesse tutta circondata con i luminosi suoi raggi: Mulier amicta sole7. Vidi la Luna che quasi vergongosa di starle a petto con i suoi argentei colori, se l’era tutta umile posta sotto dei Piedi, a guisa di ornato sgabello: Luna sub pedibus eius8. Giunta poi, Varie belle figure ne abbiam noi nelle Sacre Pagine, nol nego; ma sono alla fine figure, indicano alquanto, ma non ci rappresentano al vivo il figurato. Nel trasporto dell’Arca che far volle Davide al Monte Sion, raffigurano i Padri l’Assunta della Gran Vergine in Cielo. Si viddero adunati allora in Gerosolima quanti mai di Personaggi, di Sacerdoti, di Leviti e di Maestri e di Suono e di canto, avesse tutto il Regno d’Israele, facendo insiem col Re delle Feste e allegrezze intorno all’Arca: David et ominis Israel deducebant Arcam Domini cum gaudio, cum jubilo et clamore4. Ma che han che far tali feste del mondo con quelle del cielo? Possono 5 Come aurora che sorge, bella come la luna, eletta come il sole. Un grande segno apparve nel cielo. 7 Una donna vestita di sole. 8 La luna sotto i suoi piedi. 6 3 4 Chi è Costei che sale dal deserto piena di delizie? Davide e tutto Israele trasportavano l’Arca del Signore con gioia, giubilo e clamore. 464 465 che tra gli immensi evviva fu al firmamento, vidi spiccarsi di volo dal loro petto dodici tra le più lucide stelle, formandole sopra del capo una sfarzosa signoreggiante corona: In capite eius corona stellanum duodecim9. 5. 6. Che se così stupenda fu la magnificenza e la gloria che accompagnò Maria sino alle Porte del Cielo, giudicate ora voi, Dilettissimi miei, qual fosse quell’altra immensa di cui fu riempita, entrata che fu nell’Empireo, sino ad esser dichiarata Regina dei Santi, Signora degli Angeli, Imperadrice dei Cieli, Padrona di tutto il creato; e sino ad esser collocata alla Destra del Figlio. Ah, che troppo debole è Lingua umana quando, troppo fiacca ancora sarebbe Angelica favella, per ridir le magnificenze e le Glorie di Maria; essendo sol riservate a quel Dio che tutto il suo infinito Potere, Sapere ed Amore nel glorificarla impiegar volle. Altro dunque non possiam fare, o Signora, che a voi ora rivolgendo i nostri, ecc. Sancta Maria, ecc. SERMONE SOPRA LA PURIFICAZIONE DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA Recitato dal Pulpito nella Cattedrale in Rocchetto e Mozzetta con l’assistenza di due canonici nella Domenica mattina del 2 Febbraio 1772 Il Sermone è abbozzato e sviluppato in sei punti. Mons. Marcucci contempla l’esempio di ubbidienza, di umiltà e di edificazione che Maria SS.ma ci offre nella festa della sua purificazione al tempio. Sebbene Ella non avesse bisogno di sottoporsi alla legge ebraica della purificazione, la accettò per offrirci un esempio. Gesù ha istituito i Sacramenti come mezzi di purificazione e tra essi specialmente quello della Penitenza ossia Confessione, ma molti hanno verso di essi un atteggiamento di ostinazione, di superbia e di scandalo. Mons. Marcucci dimostra in che modo l’ostinazione sia contraria all’ubbidienza e l’umiltà sia un chiaro contrassegno di chi si è ben purificato e confessato. Infine, il segno di una buona confessione è l’edificazione, cioè una vita esemplare e rinnovata. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 43-48. Argomento Ai tre miracoli che nel Giorno della sua purificazione veder ci fece Maria Santissima, cioè di ubbidienza, di umiltà e di edificazione, molti e molte ardiscono di contraporre tre altri prodigi, cioè di ostinazione, di superbia e di scandalo 9 Nel suo capo una corona di dodici stelle. 466 Tre stupendi Miracoli, vale a dire di ubbidienza, di umiltà, e di edificazione, veder ci fece la gran Madre di Dio Maria sempre Vergine Immacolata in questo festosissimo Giorno della sua Purificazione. Osservate, Dilettissimi miei, se io dica il vero. Comandava Iddio nell’antica Legge Mosaica (Lev. 12) che una Madre, dopo il parto di un maschio, si presentasse a capo del quarantesimo giorno al Tempio col suo neonato Pargoletto ed ivi con le offerte per due sacrifici e con le preci del sacerdote, purificata restasse da ogni legale immondezza. Questa era la Legge della Purificazione. Or non poteva la Gran Vergine, come ognun sa, rimaner soggetta a tal Legge, a motivo che in Lei il concepimento e il Parto Divino, accaduto non era per opra umana, ma per sola Onnipotente virtù dello Spirito Santo, essendo restata illibata Vergine nel Parto e dopo il Parto, come innanzi al Parto lo era. Coll’essersi 467 essa poi in tal Giorno voluta soggettare spontaneamente alla Legge di Purificazione, veder certamente ci fece un gran miracolo di sovraeroica ubbidienza. Nella comparsa poscia, che ad onta della sua stima agli occhi ciechi del mondo, far volle in tal dì, quasi bisognosa fosse di rimaner purificata a guisa delle altre madri comuni, veder Maria ci fece un gran miracolo di sua umiltà sopreroica. Essendosi per finirla di buon’animo ad una tal Legge, non fatta per Lei, resa anche soggetta per dare ad altri ottimo esempio e fuggir qualche calunniosa taccia, che incontrar poteva l’inosservante appresso chi nulla risapeva dell’alto mistero, venne in tal Giorno a farci notare un gran miracolo di altrui edificazione. Cosicchè, figliuoli miei carissimi, possiam pur noi con ragione accomodare a questo festivo Giorno quel che canta la Chiesa nell’Epifania del Signore: Tribus miraculis ornatum diem sanctum colimus10, ed esclamare a gloria di Maria Santissima, che tre grandi miracoli veder ci fece in questo Santissimo giorno di sua Purificazione, cioè Miracolo di ubbidienza, Miracolo di umiltà e Miracolo di edificazione. Perdonatemi, nientedimeno, o mia Celeste Signora, benchè tutti con la lingua così di voi confessano e vi onorano; non tutti però ve lo contestano col cuore e con i loro portamenti. Ai tre vostri stupendi miracoli di ubbidienza alla Legge di Dio, di umiltà e di edificazione, ed oh quanti ed oh quanti ardiscono di contraporre tre altre prodigi di specie all’intutto diversa, voglio dire, di ostinazione, di superbia e di scandalo; quasichè per loro veruna legge di Purificazione, stabilita si fosse dal divin Redentore. Dilettissimi miei, potrebb’essere, che io fossi in abbaglio. Vediamolo attentamente. 1. 2. Paolo Vitellozzi, Presentazione di Gesù al Tempio, Affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento. I Se tanta premura ebbe Iddio di stabilire nell’antica Legge varie sorti di sacre purificazioni e per li Sacerdoti e per li Leviti e per le donne e per gli uomini, essendone piene le Scritture divine del vecchio Testamento; tuttochè alla fine si trattasse di un Popolo, istruito soltanto con le figure e con i simboli della vera Santità: quanto più dovrà dirsi premuroso essere stato Iddio nel prescriver le Leggi di una Purificazione più maravigliosa e più efficace ad un Popolo, com’è il Cristiano lavato e pasciuto col sangue preziosissimo di Gesù Cristo? Eh Cristiani carissimi, finirono le ombre di santità, cessaron le figure della vera Religione nella morte del Redentore. La Purificazione nostra, grida l’Apostolo, non più consiste nel sangue delle vitelle, negli olocausti degli agnelli e degli arieti, non più nei sacrifici delle colombe e degli altri Animali. Cessarono affatto e furon all’intutto annullate queste ombre e queste figure. Consiste dunque la nostra Purificazione nella virtù infinita del prezioso Sangue del Redentore: Sanguis Christi emundat conscientiam nostram11 (Haebr. 9, 14): e il Principe degli Apostoli ce lo contesta dicendo consistere in aspersionem Sanguinis Jesu Christi12 (1 Pet. 1): e il diletto tra i discepoli: sanguis Jesu Christi emundat nos ab omni peccato13 (1 Joan. 1). Tutto ciò è di fede infallibile che professiamo. Ed è ancor di fede che Gesù Cristo ha istituiti i Canali propri, per cui applicata ci viene l’infinita virtù purificante del Sangue suo prezioso, vale a dire i Santi Sagramenti e specialmente quello della Penitenza o sia 11 Il sangue di Cristo purifica la nostra coscienza. Nell’aspersione del sangue di Cristo. 13 Il sangue di Gesù Cristo ci purifica da ogni peccato. 12 10 Noi onoriamo il giorno santo adorno di tre miracoli. 468 469 Confessione per tutti i cristiani adulti dell’uso di ragione dotati. Quindi è, dilettissimi miei, che per tutti i cristiani adulti la Legge di Purificazione dal Redentore stabilita è questa, cioè una buona Confessione sagramentale. 3. Ciò posto, come indubitato, credete voi, fratelli cari, sorelle mie che a questa divina Legge di nostra Purificazione, tutti si siano sottoposti con ubbidienza, con umiltà, con edificazione? O Gran V(ergine) Immacolata, lume, lume per vostra misericordia. Nella vostra misteriosa Purificazione dell’antica Legge, ci faceste voi ben vedere in questo Giorno i tre gran miracoli di ubbidienza, di umiltà e di edificazione. Ma noi nella Purificazione nostra della Legge nuova che altro presentiamo innanzi ai vostri purissimi occhi, se non tre prodigi Infernali, cioè di ostinazione, di superbia e di scandalo! 4. Deh così non fosse, rispetto a tanti e a tante! Voi dunque fratel caro, sorella mia, avete coraggio di asserirmi che vi siete ben purificato di coscienza che vi siete ben confessata? Vediamolo. Il più certo contrassegno di esser restato appien purificato col Sangue di Gesù Cristo nella sagramentale Confessione, sapete voi qual è? È appunto l’ubbidienza all’obbligo che impone una tal Purificazione. Mi direte, e quale obbligo impone? Eccolo, di osservar i Precetti di Dio e della Chiesa, e adempier gli obblighi del proprio stato. L’osservate ciò voi, l’adempite? Dov’è dunque l’ubbidienza alla legge della Purificazione? Via, via! Quanti e quante di voi, non hanno più contrizione veruna, non hanno più sentimenti di pietà cristiana, non tornati alle solite occasioni, alle solite mormorazioni, alla solita vita libertina! Ecco il gran prodigio di ostinazione che voi dimostrate nel giorno ecclesiastico, capo di casa, madre di famiglia, Giovinastro, Giovinastra. Il fatto di Simon mago che alle prediche del diacono San Filippo mostrò di ubbidire: Simon et ipse credidit (Act. 8, 13). Ma poi… Onde l’Apostolo San Pietro gli disse: In felle amaritudinis, et obligatione iniquitatis video te esse14, ecc. (Act 8, 23). Cui enim non præsto sunt hæc… oblivionem accipiens purgationis veterum suorum delictorum15 (2 Pet. 1, 9), ecc. 14 15 Vedo che tu sei nel fiele dell’amarezza e nella prigionia dell’iniquità. Chi non ha queste cose…. dimentico della purificazione dei suoi antichi peccati. 470 5. Non solo l’ubbidienza, ma l’umiltà ancora è un chiaro contrassegno di essersi ben purificato e confessato. Il Sagramento della Penitenza conferisce a chi degnamente lo riceve due Grazie, ma è la santificante che toglie dall’Anima tutti i peccati e la costituisce Amica e diletta Figlia adottiva di Dio ed erede del Paradiso. L’altra è la Grazia sagramentale e consiste nel lasciar che fa nell’Anima lo spirito di umiliazion di cuore e di Penitenza. Or vi sentite voi in voi stessi un tale spirito, ecc. Il fatto di Saul che stando a desinare una mattina col suo figlio Gionata e col suo Generale Abner, non parlò mai, temendo di non essersi ben purificato: Non est locutus Saul. Cogitabat enim, quod forte evenisset ei, ut non esset mundus et purificatus16 (1 Re 20, 26)17. Eppure la sua Purificazione era una pura cerimonia che lo avrebbe purgato da una estrinseca immondezza legale, ma non già dalle colpe dell’anima. Nientidimeno dava qualche segno di umiliazione. E di voi che tutti baldanzozi, superbi e che fate vedere anzi un prodigio di superbia e di baldanza dopo accostati alla Purificazione e Confessione Sagramentale che si ha da dire? L’Apostolo S. Paolo che aveva ricevuto lo spirito di umiliazione e di penitenza nel Sagramento del Battesimo, uditelo: ego sum minimus Apostolorum, qui non sum dignus vocari Apostolus, quoniam persecutus sum ecclesiam Dei18 (1Cor. 15, 9). Purificate corda vestra, duplices animo19 (Gc. 4, 8), ecc. Eo perducta res est, ut neglecta veritate meriti, de sola opinione vivemus20 (S. Girol. Ep. Ad Demetr). Vogliam parer buoni senza esserli, contenti non già di aver buona coscienza, ma buona opinione. 6. Se poi ci manca l’edificazione con la vita esemplare e timorata, a che andarsi palpando e lusingando di essersi purificati e ben confessati? Eh pensate! Non fu mai, né mai potè esser’effetto di confessione ben 16 Saul non parlò. Infatti pensava che per caso gli fosse capitato qualcosa sicchè non fosse mondo e purificato. 17 Il 1 Libro dei Re per il Marcucci corrisponde all’attuale 1 Samuele. 18 Io sono l’infimo drgli apostoli, che non son degno di essere chiamato apostolo, poiché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 19 Purificate i vostri cuori o duplici di animo. 20 La cosa è giunta a tal punto che abbandonata la verità del merito viviamo della sola opinione. 471 SERMONE DELLA GRAN MISERICORDIA DI MARIA SS.ma fatta e di vera Purificazione avuta la vita scandalosa nel parlare, nel trattare e nel portamento (Il fatto, narrato nel libro di Giuditta, c. 16): Omnis Populus post victoriam venit in Jerusalem adorare Dominum; et mox ut purificati sunt, obtulerunt holocausta et vota, et repromissiones21. Sinchè dopo la Purificazione segue la vita divota, piena di devozione e di atti di religione (Vedi il Cattaneo nel Sermone 22 della par. 2 delle sue Buone Morti, pag. 347). Nella Perorazione far l’epilogo ed indi muovere ed eccitare all’ubbidienza, umiltà, ed edificazione coll’apostrofe alla Santissima Vergine: Postquam impeti sunt dies purgationis Mariae22, ecc. (Lc 2, 22). Recitato dal Trono in tempo di Sacra Visita nella Terra di Castignano in S. Pietro23, nella Domenica 16 Agosto 1772, in occasione che ivi si celebrava la Festa della Madonna della Misericordia Facciata della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Castignano (AP), sec. XIV. Il sermone, benchè incompleto, testimonia l’attività pastorale di mons. Marcucci nella sua Diocesi, durante la sua prima visita pastorale e il suo amore a Maria, Madre di Misericordia. Rassicura la comunità cristiana che suo Figlio aspetta i peccatori con pazienza, li cerca con premura e li accoglie con amore. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 63-64. Montalto (AP), terrazzo dell’Episcopio, antistante la camera del Servo di Dio mons. Marcucci, da dove, secondo la sua testimonianza, benediceva le sue “Figlie” che abitavano al di là del Monte san Marco, che aveva di fronte (Pellegrinaggio di un gruppo di Suore Concezioniste con la superiora generale, madre Roberta Torquati, 14 luglio 2002). 21 Tutto il popolo dopo la vittoria venne a Gerusalemme ad adorare il Signore e appena furono purificati offrirono olocausti e voti e promesse. 22 Dopo che si compirono i giorni della purificazione di Maria, ecc. 472 23 La Chiesa dei santi Pietro e Paolo sorge sulla parte più alta di Castignano (AP), dove, attorno al castello si sviluppò l’incasato medievale di ragguardevole estensione, oggi in parte perduto. Il nucleo primitivo dell’edificio risale forse al secolo XI, ma la sua attuale struttura è riferibile al Trecento. La Chiesa è tessuta interamente in laterizio dal colore rossiccio e costruita secondo i caratteri romanici, ispirati a salda robustezza e semplicità. Addossata al fianco sinistro della Chiesa e allineata con la facciata, c’è la robusta torre campanaria del Trecento che si innalza per trenta metri. L’interno della Chiesa, recentemente restaurata, è a due navate affiancate e divise da due grandi archi, con copertura a capriate. Tra gli arredi, è da notare una tela del 1756 rappresentante la Madonna con il Bambino (Cf, S. BalenaA. Rodilossi, Castignano storia, cultura, tradizione, Il Segno 1984, pp. 233-240). 473 Argomento PASTORALE DELLA SS.MA NATIVITÀ DI MARIA La SS.ma Vergine impegna il suo divin Figlio ad aspettare i Peccatori con pazienza, a ricercarli con premura e ad accoglierli con amorevolezza: così essa [usando] verso dei Peccatori la sua grande misericordia Recitata in sacra visita nella Chiesa Priorale di San Paolo in Force inter Pontificalium solemnia nella mattina di Martedì 8 Settembre 1772 Approvo ben di cuore e cento e mille volte benedico, Dilettissimi miei, codesto vostro pio Istituto di onorare in tal Giorno Maria SS.ma, solennizando la Memoria delle sue Misericordie. Son io certamente ben persuaso, non potersi far cosa più grata alla Gran Regina del Cielo, che coll’esaltarla qual Madre di misericordia, né a noi cosa più gioconda, che ravvivarci le giulive speranze nel misericordioso suo Patrocinio. Voi ben sapete che aver misericordia altro dir non vuole, se non compassionare e nel tempo stesso dar pronto ed efficace sollievo alle altrui miserie: Misericordia est miserorum ex corde levamen. Ma, dopo l’Altissimo Iddio, chi mai meglio di Maria potrà dare soccorso alle nostre sì tante miserie, se a Lei non può mancare né Braccio, né Mente, né Cuore per sollevarle? Conosce ben essa il fondo dei nostri estremi bisogni e sa ben ritrovar tutte le strade per prevenirli; perché gode24… Facciata della Chiesa Collegiata di San Paolo di Force, del sec. XVI con il portico coevo (AP). Sulla sinistra il Convento dei Benedettini. Il sermone viene recitato nella Chiesa di san Paolo a Force, officiata da una comunità Benedettina, dove egli era stato battezzato il 27 novenbre 1717. L’argomento sulla natività di Maria è incompleto. L’autore avrà certamente fatto parlare il suo cuore ed avrà attinto alla sua preparazione mariologica. Poteva Egli immaginare che a distanza di 55 anni dalla sua nascita e dal suo Battesimo sarebbe tornato in quella Chiesa per la sacra Visita della Diocesi di cui era Vescovo? Una settimana dopo, nell’ottava della festa della natività di Maria, a conclusione della Sacra visita pastorale, mons. Marcucci lascia cinque ricordi alla comunità cristiana: 1) Santificazione delle feste; 2) Rispetto delle Chiese; 3) Cura per la buona educazione dei figli per i padri di famiglia; 4) Adempimento degli obblighi del proprio stato; 5) Tenera devozione verso la Gran Vergine Immacolata. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 66; 69. 24 Il Sermone si interrompe qui. 474 475 Argomento L’Allegrezza universale che la Gran Vergine arrecò a tutto il Mondo col suo Nascimento In questo festosissimo Giorno alle Glorie del SS.mo Nascimento di Nostra Immacolata Signora consacrato, oh quanti begli argomenti mi si presentano innanzi, cari Dilettissimi miei, che25… Interno della Chiesa Priorale di San Paolo a Force (AP). A sinistra, in fondo c’è il fonte Battesimale, dove fu battezzato il Servo di Dio Monsignor Marcucci. 25 SERMONE NELLA PURIFICAZIONE DI MARIA Recitato dopo il Pontificale nella Cattedrale di Montalto nel Martedì mattina del 2 Febbraio del 1773 Il Sermone ha due redazioni: una, conservata nel volume miscellaneo BSC 1519 ed è quella recitata nella Cattedrale di Montalto; l’altra, conservata nel volume ASC 33, è quella mandata ad Ascoli Piceno alle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione. Quest’ultima redazione, dopo il proemio, aggiunge un dialogo per spiegare il genere oratoriale dello stesso. Qui viene trascritta la versione completa. Entrambe sono costituite da due parti: la prima dai numeri 2-9; la seconda dai numeri 10-13. Nel proemio, mons. Marcucci immagina di incontrare la Madre di Dio, mentre si reca al Tempio per adempiere alla legge della purificazione e tenta di trattenerla perchè, quale giglio purissimo, Ella non è tenuta ad alcuna purificazione. Intervengono tre Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione che aprono un dialogo sul Proemio, usando pseudonimi: Peritachia che vuol dire “Persona frettolosa che corre sempre tutta affaccendata”, Ginauzia e Filomata. Ginauzia chiede se il proemio del Sermone di mons. Marcucci si chiami in Oratoria congiunto, oppure separato. La risposta è che esso è separato perché dall’argomento della Purificazione di Maria si giunge a parlare della doppiezza da cui tutti dobbiamo purificarci. Mons. Marcucci prende come riferimento scritturale del suo discorso il brano di san Paolo ai Corinzi (2 Cor. 1, 12), dove l’Apostolo afferma che i veri cristiani devono avere “buona coscienza, semplicità di cuore, sincerità di animo e carità fraterna”. Invece oggi, afferma il Vescovo Marcucci, “è divenuta troppo familiare e comune la Doppiezza”. Essa è entrata nel linguaggio dei nobili e dei poveri, nelle case private e nei publici palazzi, nelle corti e nei tribunali, nelle botteghe e nelle piazze. Occorre però dire che non è doppiezza l’accortezza di tratto, un ingegno sveglio, un saggio disimpegno. Le conseguenze negative di chi vive nella doppiezza sono l’agita zione e l’incostanza. Nella seconda parte del Sermone, mons. Marcucci si propone di aiutare i suoi ascoltatori a vivere la semplicità evangelica e la sincerità nel parlare, attraverso la prudenza e una viva Confidenza in Dio. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 33, pp. 44-62; Cf BSC, pp. 101-112. Il Sermone si interrompe qui. 476 477 Ave Maria Impleti sunt dies Purgationis Mariæ. San Luca nel corrente Vangelo (Luc. 2, 22) e singolare, che eziandio senza alcun bisogno di purga, pure in ossequio della Legge comparir ne volle in tal dì bisognosa: Impleti sunt dies purgationis Mariæ. A tal’efficacissimo esempio pertanto, chi vi ha tra di noi, che mosso non si senta a soggettarsi di buona voglia ad onor di Maria alla purga del Cuore, alla mondezza della Coscienza, al lavacro dell’Anima? E da qual macchia, da qual vizio mai, dirà forse qualcuno, abbiam noi stamane a purificarci? Miei cari Uditori, se io ve lo additassi, non so qual’orecchio voi mi porgereste. Ve lo dica dunque per me l’Apostolo San Giacomo: O voi, esclama egli, che siete di animo doppio e finto, purificatevi! Purgate i vostri cuori dal vizio della doppiezza: Purificate corda, duplices animo27 (Jac. 4, 8). Ma come, sento chi mi ripiglia, la doppiezza di cuore è vizio? Converrà, s’è così, quasi tutti i Cristiani chiamar viziosi: poiché chi vi ha di grazia, che in varie cose qualche doppiezza non usi? Eh via, che alla fin delle fini la doppiezza, se ben si consideri, è piuttosto un’accortezza lodevole e talora, talora ancor necessaria. In tal guisa voi la discorrete, ma lo Spirito Santo non la discorre così: la qualifica egli per una macchia viziosa, che ha bisogno di purga: Purificate corda, duplices animo. Or non ci allunghiamo più, Dilettissimi, in tanti contrasti. Vi dirò schiettamente, come passa la cosa e mi servirà per Assunto: La Doppiezza intanto è sì comune in oggi tra noi Cristiani, in quanto passa quasi comunemente per una lodevole accortezza di tratto e non si apprende per quel vizio, com’è, sì abominevole agli Occhi di Dio e sì pregiudizievole al Prossimo e a noi stessi. Se mi favorirete di attenzione, confido, ne rimarrete convinti. Argomento La Doppiezza intanto è sì comune in oggi tra noi Cristiani, in quanto passa quasi comunemente tra noi per una lodevole accortezza di tratto e non si apprende per quel vizio, com’è, sì abominevole agli occhi di Dio e sì pregiudizievole al Prossimo ed a noi stessi 1. 26 Mi si perdoni pure in questa mattina, Uditori, se agitato trovandomi e soprafatto dalle tante e sì stupende maraviglie della Solennità ricorrente della Purificazion di MARIA, sciogliendomi da ogni legame di oratorio ordinato precetto, mi faccia qui sulle prime incontro alla Gran Vergine Madre e, col più profondo rispetto di tutto il mio cuore, Fermatevi, le dica, deh fermatevi, o mia Immacolata Signora! E dove mai col Divin Pargoletto GESÙ alle Braccia portar vi volete? Son già compiti, non lo nego, quei Giorni alla Purificazione legale destinati: Impleti sunt dies purgationis26. Ma voi, qual candido Giglio di sovrangelica Purità, non contraeste mai macchia da ripurgare: voi, qual’odorifera Rosa sempre vermiglia d’illibata Innocenza, non aveste mai nulla di che mondarvi: voi, qual’incorrotto Cedro d’Integrità Verginale, non siete stata mai bisognosa di purga. Siete Madre la più feconda, è vero, perché Madre di un Dio fatto Uomo; ma siete nel tempo stesso Vergine la più pura, perché il vostro Divin Figlio non pregiudicò punto al vostro illibato Candore. Il Concepimento e Parto vostro fu tutto sovraumano, tutto Celeste, tutto Divino. Fermate dunque il Piede, o Regina delle Vergini, o purissima Madre del Salvadore! Non ci è legge per voi, che siete sopra ogni legge: non ci è purga, perché ombra non avete di macchia. Deh a noi piuttosto e al resto dell’uman Genere, lasciate il pensiero di ben purgarci, giacchè da capo a piedi ci troviam sozzi in mille guise e macchiati. Non è così, Dilettissimi miei? Eppure l’Umiltà di Maria fu in tal modo sovraeroica Si compirono i giorni della purificazione. 478 OSSERVAZIONI SUL PROEMIO GINAUZÍA, FILOMÀTA, PERITACHÍA GIN. 27 Codesto Proemio, a dire il vero, mi piace. Ma è un po’ intricato; né senza farvi sopra delle Osservazioni a parte, può ben capirsi, se a qual sorta di Esordi Oratori debba ridursi. Purificate i cuori o voi doppi di animo. 479 FIL. Veramente anche a me sembra così. Ma quando Monsignor nostro Padre lo ha in tal forma tirato, avrà ben egli avute delle sode regole Oratorie su cui fondarsi. PER. Ci mancavan voi altre due Dottorine per interrompere il filo del mio Sermone. L’Esordio sta troppo bene. L’averlo così ordito Monsignor nostro Padre, bastar vi deve. Chetatevi. Io ho fretta. Non voglio perder tempo con voi. FIL. Cantò bene il Poeta: Conveniunt rebus nomina sæpe suis28. Chi vi pose nome di PERITACHÍA, denotar volle in voi una Persona frettolosa, che sempre corre tutta affaccendata. PER. Or io mi glorio di esser chiamata Peritarchìa, poiché la fretta, qualor moderata, giovò sempre a far per tempo le sue faccende. GIN. Sì: ma non è un perder tempo il far delle Osservazioni su di un Esordio, la cui orditura per noi è nuova. Monsignor nostro Padre, qualor ci faceva lezione, soleva talor trattenersi lungamente su di una semplice parolina, spiegandola in tante guise, affin da noi ben si fosse capita. Allora dunque piuttosto si perde tempo, quando non si capisce: dicendo il trito proverbio: legere, et non intelligere, negligere est29. PER. Primieramente saper vorrei, se codesto Esordio chiamar si debba in Oratoria Proemio congiunto, oppur separato? FIL. Se il Proemio congiunto si cava da cose congiunte e connesse coll’argomento o con l’oratore o con l’uditorio; e il separato da cose separate e non connesse; io direi, che codesto Esordio, dove si entra 29 Spesso i nomi si accordano con la sostanza delle cose. Leggere e non capire è trascurare. 480 PER. Siete in errore, Filomata mia. L’argomento di tutto il Sermone non è la Purificazione di Nostra Signora; ma bensì è il vizio detestabile della Doppiezza, come già udiste. Cosicchè l’entrar nel Proemio col favellar del Mistero della Purificazione, è un dar principio con cose tutte disparate e non connesse col disegnato argomento della Doppiezza. Quindi restate pur persuasa, che il mio Proemio in oratoria è separato. GIN. Ho capito. Di questo genere di Esordi si servono per lo più gli Oratori Quaresimali, quando dal Vangelo corrente traggono i loro argomenti. Tutto il difficile però di tali Esordi separati consiste nel saperli connettere col disegnato argomento con una certa naturalezza senza forza e violenza. PER. Una tale naturalezza appunto voi la trovate, Ginauzìa mia, nel mio Proemio. Osservate. Dal favellare della Purificazione, che per sovraeroica sua Umiltà elegger volle la Gran Vergine, si passa naturalmente, e senza violenza, a discorrere di un’altra Purificazione, come la dice l’Apostolo San Giacomo, a cui noi per verità dobbiam soggiacere, cioè al ripurgo della Doppiezza. FIL. Su di questo già son persuasa. Non saprei tuttavia ritrovare il filo dell’orditura di codesto vostro Proemio separato. Certo è, che ogni Esordio ben regolato incominciar deve con una Proposizion proemiale, a cui suol’aggiungersi la sua Ragione. Indi segue la Redizione con la sua Comprovazione. Poi l’Esito, con cui senza violenza va legato l’Assunto. Accordo ancora, che nei Proemi separati, quando s’incomincia con qualche Fatto del Vangelo corrente, serve lo stesso Fatto per Proposizione e Ragione proemiale; e l’applicazione del Fatto sta in luogo della Redizione e Comprova. Ma nel vostro esordio dove sia il filo della Proposizione e Ragione proemiale, io non saprei indovinarlo. Orsù, sia come vi piace. Quali osservazioni pertanto far bramate intorno al Proemio da me recitato? GIN. 28 immediatamente a discorrer della Solennità di Maria Santissima, fosse un Proemio congiunto, come cavato da una cosa congiunta e connessa con l’argomento sopra la Purificazione della Gran Vergine. 481 GIN. Abbiate pazienza, Peritarchìa mia: codesto Esordio separato o è irregolare, o è troppo intricato. PER. Quando il cerebro vostro non patisca irregolarità od intrico, voi avrete da accordarmi quel che mi accordano Cicerone, Quintiliano, il Segneri e tutti gli altri più eccellenti Oratori; cioè, che quanto al filo dell’orditura oratoria due spezie di Esordi si danno, cioè l’Esordio temperato, detto anche ordinario e l’Esordio veemente o sia straordinario, chiamato comunemente ex abrupto, cioè quasi precipitoso nel dar principio al Discorso. Or il primo, voglio dire il temperato ed ordinario, procede appunto con quel filo oratorio da voi addotto, poiché tende a conciliar gli animi con un parlare pacifico e ordinato. Ma il secondo, cioè il veemente o sia ex abrupto, no: poiché gode esso straordinarie regole oratorie, tutte atte a destar gli Uditor, e commuoverli con un parlare tutto impetuoso, tutto enèrgico, tutto inaspettato. FIL. Oh! È vero, Peritachìa, è vero! Ora me ne rammento. Una tal sorta di Proemi spiritosi ex abrupto denota sempre che l’oratore si trovi in una qualche grande agitazione e comozione interna o di allegrezza, o di malinconia, o di dolore, o di sdegno, o di timore, o di maraviglia, o di altra passione, che l’abbia quasi fatto uscir di sesto e di se stesso. Quindi incominciar suole talora con apostrofe rivolto a qualche terza persona, talvolta con sinnometria chiedendo scusa e permesso, altre volte con esclamazioni; talora con querele e rimproveri, e simili; tantochè la lingua al vivo esprima l’interna passione impellente al dire. GIN. Ora me ne ricordo anch’io; e mi sovviene inoltre, che siccome di rado gli Oratori si debbon supporre così internamente agitati; perciò di rado è loro permesso servirsi di tali veementi Esordi ex abrupto. PER. Per lo appunto. E di fatto tra tanti Sermoni di Monsignor nostro Padre, ecco il primo tirato con un Proemio così appassionato ex abrupto. Per esprimere egli dunque la gran maraviglia, con cui si trovava internamente agitato in occasion della solennità della 482 Purificazione nel considerar la sopraeroica Umiltà di Maria, che senza verun bisogno soggettar si volle a comparir con l’indigenza di Purga, pensò saggiamente di incominciar ex abrupto il suo Sermone, dicendo: Mi si perdoni pure in questa mattina, Uditori, se agitato trovandomi e sopraffatto, con quel che segue. FIL. Or se fossi stata io, avrei dato principio con quell’apostrofe graziosa: Fermatevi, deh fermatevi, o mia Immacolata Signora! PER. Sì, così pure avrebb’egli potuto incominciare. Ma, affin il Proemio riuscisse più accostumato e più rispettoso, premetter volle all’apostrofe la figura di sinnometia, che i Latini dissero Veniæ petitio e noi diciam chieder licenza o permesso e principiare con quel: Mi si perdoni pure in questa mattina, Uditori. GIN. Dunque in tal Proemio, tutta intera l’apostrofe e tutto il favellare rivolto alla Gran Vergine, sta in luogo di Proposizion proemiale e quell’oratoria breve seguente ad imitarla starà invece di Ragione? PER. Così è e come se detto avesse in un Proemio temperato ed ordinario: Se la Gran Vergine Madre, che non ebbe mai ombra alcuna di macchia, pronta fu a soggettarsi alla Legge di Purificazione: che dovremo far noi, che da capo a piè siamo in mille guise sozzi e macchiati? Imperocchè il soggettarsi alla purga per chi non ha colpa è un atto di sopraffina umiltà; ma per chi è ricoperto di reità, è un atto di doverosa giustizia. Con questo poco se ne sarebbe potuto sbrigare in un dire pacifico e ordinato, ma non già in un dire veemente ex abrupto. FIL. Via via, sono già, Grazie al Cielo, entrata bene nel filo di tutta l’orditura straordinaria di codesto spiritoso Esordio. Dove dunque ripiglia Monsignor nostro Padre: E da qual macchia, da qual vizio mai, dirà forse qualcuno, abbiam noi a purificarci? Dove, dissi, così ripiglia, ivi fa la Redizione proemiale, da cui passa all’Esito, con cui unisce l’Assunto sopra la rea qualità, che seco ha la Doppiezza. PER. L’avete indovinata a puntino. 483 GIN. Sull’Assunto trovo trasgredita la regola della brevità, che insegna dover esser composto di sì corto giro di parole, tantochè con facilità ritener si possa a memoria. Mi par troppo lungo. PER. Avreste ben ragione, quando tutta l’esposizione dell’Assunto fosse Assunto da esser provato. Che la Doppiezza sia quasi comune tra i Cristiani, lo dicono gli stessi Uditori: che passi quasi comunemente per una lodevole accortezza di tratto e non si apprenda per vizio, lo confessano essi medesimi. Quindi non han bisogno di ciò ritenere a memoria. Si riduce e restringe dunque l’Assunto in questo solo, cioè che la Doppiezza sia un vizio abominevole agli Occhi di Dio e pregiudizievole al Prossimo e a noi stessi. Può essere più breve e più facile ad intendersi e ritenersi? Posto in chiaro tale stato qualitativo, si è provato tutto l’Assunto; che milita sotto il Genere Oratorio deliberativo; ha per fine la purga e fuga della Doppiezza; e tende a muovere la passione dell’abborrimento ed odio contra tal vizio. seconda del santo Vangelo con quell’Est est, non non (Mat. 5, 37), con un semplice sì, con un semplice no, palesato con cuore aperto senza doppiezza. Quindi con una tal vita semplice e pura sembravano più Angeli, che uomini; e pareva, che il Paradiso fosse quaggiù in Terra disceso, come lo vide l’Evangelista Giovanni, a renderli anticipatamente beati (Apoc. 21, 2). O secoli felicissimi, dove più siete, dove mai fuggiste! 3. GIN. e FIL. Siam restate all’intutto soddisfatte. Incominciate pure il vostro Sermone oratorio. Non saremo più certo a frastornarvi. I Di tre cose si gloriava santamente l’Apostolo con i suoi Corinti, vale a dire, di sempre procedere in ogni affare con buona coscienza senza frode veruna; di parlar sempre con semplicità di cuore senza alcuna doppiezza; e di sempre trattare con sincerità di animo, come a Dio piaceva, senza inganno veruno: Gloria nostra hæc est, ecco le sue parole, testimonium conscientiæ nostræ, quod in simplicitate cordis, et sinceritate Dei30 (2 Cor. 1, 12). E questa era per l’appunto la felice invidiabile vita dei veri Cristiani dei primi Secoli fervorosi della Cattolica Chiesa; nei quali risiedeva in tutti la buona coscienza, la semplicità di cuore, la sincerità di animo, la carità fraterna. Il loro parlare era schietto senza raggiri; il loro trattare era ingenuo senza finzione e senza malizia. Vivevano a 2. 30 Questa è la nostra gloria: la testimonianza della nostra coscienza, che è nella semplicità del cuore e nella sincerità di Dio. 484 31 Or non accade, Dilettissimi miei, che io qui v’inviti a meco arrossirvi col farne il confronto con i secoli nostri; giacchè mi accordate voi stessi (e chi mai vi ha che impugnare lo possa), che oggi tra noi Cristiani è divenuta troppo familiare e comune la Doppiezza. L’aver due facce nel tempo stesso, l’usar due lingue, l’adoprar più mani, il tenere il piede in due strade, il portar due cuori, il nutrire due animi tutti differenti e contrari su di una medesima cosa, in chi mai voi non lo trovate ai tempi nostri? Si parla innanzi in un modo e dietro le spalle in un altro: si promette in una guisa in pubblico e si scrive in un’altra in segreto: si mostra un cuor tutto propenso in apparenza e si cova un cuor tutto avverso in sostanza: si opera all’aperto in una maniera, ma di nascosto in un’altra. Sembra, voi lo vedete, quasi rinnovati ai dì nostri quei lagrimevoli tempi, che ai dì suoi amaramente piangeva Geremia, esclamando, che nei Grandi e nei Piccoli, nei Nobili e nei Plebei, nei Ricchi e nei Poveri e persino nel Ceto più rispettabile delle Persone a Dio sacre, dominar si vedeva la finzione, il raggiro, la frode, la furberia, l’inganno, in una parola la dolosa doppiezza: Usque ad Sacerdotem cuncti faciunt dolum31 (Jer. 6, 13). Doppiezza nelle Case private, e nei pubblici Palazzi: Doppiezza nelle Corti e nei Tribunali: Doppiezza nelle Botteghe e nelle Piazze: Doppiezza nei Mercati e nelle Fiere: Doppiezza nelle Suppliche e nei Ricorsi: Doppiezza nelle Querele e nelle Informazioni: Doppiezza nelle Liti e nei Consigli: dopiezza negli Obblighi e nelle Promesse: Dopiezza nelle vendite, nelle compre, ed in altri contratti: Doppiezza nelle visite e nei donativi: Doppiezza nei traffici e nei negozi: che più? Doppiezza insin talora nella stessa vita divota: insomma può ben dirsi, rarissime ai nostri tempi esser quelle umane azioni che deturpate non siano da qualche dolosa finzione e doppiezza: Usque ad Sacerdotem cuncti faciunt dolum. Fino al Sacerdote tutti fanno inganno. 485 4. Io non oso, Uditori, disapprovarne la gran ragione, che voi stessi della così universalizata doppiezza a suggerir me ne fate, cioè a dire, perché quasi comunemente oggi non si apprende tra noi la doppiezza per vizio, ma passa bensì per una lodevole accortezza di tratto, per un ripiego sagace di mente, per una svegliatezza d’ingegno, con cui a dar sul genio a tutti si cerca e tutti mantenersi per buoni amici, eziandio bellamente gabbati. Mi giovi dunque dedurre che, se col favor dell’Altissimo toglier si potesse la maschera alla Doppiezza e disinganarne il comune dei Cristiani col persuaderlo, non esser la Doppiezza un’accortezza lodevole, non una lodevole sagacità, non un lodevol ripiego, non una svegliatezza lodevole, ma bensì un destestabile vizio sì abominevole agli Occhi di Dio e sì pregiudizievole al Prossimo e a Noi stessi; sperar si potrebbe allora di far mutare aspetto ai nostri tempi e far tra noi rifiorire quell’evangelica Semplicità di cuore, quella sincerità di animo e quella fraterna Carità degli antichi fervidi Cristiani. Deh, assistetemi stamane, o mia Immacolata Signora, giacchè ad onor vostro tentar penso io tal provincia. 5. 32 33 Or che dunque non possa mai la Doppiezza esser veruna di quelle qualità naturali dell’animo degne di lode, con le quali oggidì si traveste, ve ne convince alle prime, cari miei Uditori, lo Spirito Santo medesimo. La prova, dice egli, per ben ravvisare il carattere di un Uomo, è la sua propria lingua: qualor questa sia involta nella doppiezza, ditelo pur peccatore: Omnis peccator probatur in duplici lingua32 (Eccl. 5, 11): se questa sia fraudolenta, chiamatelo francamente cattivo: Fraudes labia Malorum loquuntur33 (Prov. 24, 2). Un parto dunque del peccato e della malizia, com’è la doppiezza, potrà riputarsi lodevole? Deh non in eterno. Si lodi pur quanto si voglia l’accortezza di tratto; ma questa non è doppiezza; è anziché no una cautela che non corre di volo a fidarsi della doppiezza medesima. Si chiami anche lodevole la sagacità e svegliatezza d’ingegno, che neppur questa è doppiezza; ma è bensì un prevedere della doppiezza gli inganni per evitarli. E per finirla, si dica degno Ogni peccatore viene svelato nella doppiezza del parlare. Le labbra dei cattivi pronunciano menzogne. 486 ancor di lode il prudente ripiego; che questo tanto meno è doppiezza; ma è una giusta scusa, un saggio disimpegno per non dare nei lacci della doppiezza stessa. Che se dunque nell’Uomo l’accortezza, la sagacità, la svegliatezza son piuttosto di lor natura tante sentinelle contro della doppiezza, come sue giurate nemiche; qual ragione mai vi sarà, Dilettissimi, di mascherarla per una lodevole qualità, quando essa smascherata compare purtroppo per una detestabile qualità viziosa? 6. Ed oh che vizio, che vizio abominevole agli occhi di Dio è la Doppiezza! Deh ditelo pur voi, Signor mio, di vostra propria Bocca a questi miei Uditori. Avete voi in una somma detestazione chiunque è doppio di lingua? Sì, mi rispondete, os bilingue detestor34 (Prov. 8, 13). Tenete voi in un totale abominio ogni finto, ogni ingannatore? Sì, mi replicate, abominatio Domini est omnis illusor35 (Prov. 3, 32). Conservate voi un odio sommo contro di chiunque parla con frode e con raggiro? Sì, mi ripetete, qui sophistice loquitur, odibilis est36 (Eccl. 37, 23); e mi aggiungete di più, che da tal sorta di Gente doppia tenete ben lungi ogni Dono di vostra Grazia e Sapienza Divina: non est illi data a Domino gratia: omni sapientia defraudatur37 (Eccl. Ibid.). Tant’è, Dilettissimi: segue Dio a protestarsi nelle Divine Scritture che non sarà mai per ammettere al cospetto di sua Clemenza un cuor doppio: ne accesseris ad Deum duplici corde38 (Eccl. 1, 36); poiché chi di tal abominevole vizio è reo, aspettar si deve piuttosto il colmo delle maledizioni Divine: bilinguis maledictus39, così è, bilingues maledictus (Eccl. 28, 15). Maledetto fu Caino, qualor con doppiezza di animo invitò l’innocente Abele ad uscir seco fuori a campo aperto. Maledetto fu Labàno, qualor con finte parole e promesse gabbò tante volte il paziente Giacobbe. Maledetto fu Faraone, quando con cuor doppio si mostrò pronto a dar libertà al Popolo d’Israele. 34 Io detesto una bocca bilingue. Ogni ingannatore è una esecrazione del Signore. 36 Chi parla con sofisticazione è odioso. 37 Non gli è stata data dal Signore la grazia: viene defraudato da ogni sapienza. 38 Non accostarti a Dio con cuore doppio. 39 Il bilingue è maledetto. 35 487 Maledetto fu Saul, qualora con finzione promise e a Samuele l’emenda e a Davide la pace. Maledetto fu… Ma io non porrei mai fine al mio dire, se addurre volessi i contesti di quanto abbia l’Altissimo in abominio il vizio della Doppiezza. 7. Vi basti, Dilettissimi, che io qui ve ne rammenti una delle principali ragioni. Voi ben sapete, che siccome il vicendevole amore nasce da una certa reciproca convenienza ed uguaglianza; così all’opposto da una certa disconvenienza e disuguaglianza ha origine l’odio. Or ditemi per vostra fede, non è forse di sua immutabile essenza Iddio una Somma Verità? Sì certamente. Ego sum veritas (Joan. 14, 16), ci dice egli stesso. Non si fa egli forse chiamare il Dio della verità e veracità insieme? Così è: Deus veritatis, Deus verax40 (Ps. 30, 6; Joan. 3, 33). Non c’insegna forse la Religione Cattolica che tutte le parole di Dio sono sincerissime e che sono inseparabilmente fondate sul principio dell’infallibile verità? Senza fallo: Principium verborum tuorum veritas41 (Ps. 118, 160). Come dunque volete voi, cari miei Uditori, che Iddio al vedere un finto, un ingannatore, un doppio con due facce, con due lingue, con due cuori, non abbia a sommamente odiarlo e maledirlo, se lo vede tutto a sè contrario e disconvenevole, col tener che fa sotto dei piedi conculcata la verità sincera e la sincerità cordiale e verace? O miseri adunque amanti delle doppiezze, come faranno coll’esser così da Dio odiati al sommo e maledetti! Detestate, s’è così, ve ne prego, Dilettissimi miei, detestate un tal vizio, fuggitelo a tutta possa, guardatevene con diligenza. 8. con le furberie si falsifichino le parole e i cenni, a chi mai si avrà più da credere? Di chi mai, più fidarsi? Con chi mai, più trattare? Converrà interrompere affatto l’umano commercio. Ma, e allora che ne sarà di questo Mondo? Deh intendasi pure una volta, che di assai maggior pregiudizio al Prossimo è la doppiezza di parole falsificate, di quel che sia il giro delle false monete: attesochè le parole e i cenni si usano universalmente da tutti e tutti restan soggetti al loro inganno: non così è delle monete, non correndo queste in mano di tutti e potendosene ognuno più facilmente guardare. Che però il Redentore Divino intimar volle a tutti noi Cristiani quella Semplicità Colombina, di cui ciascuno fidar si potesse con sicurezza: Estote simplices, sicut columbæ42 (Matt. 6, 22): affinchè intendessimo che se i Prossimi nostri avessero che temere di rimanere gabbati da qualche astuzia volpina trattando con gli Infedeli, non potessero mai però dubitare di restare ingannati trattando con noi Cristiani, a cui aveva ingiunta una sincera semplicità Colombina: Estote simplices, sicut columbæ. 9. Lo credereste? Un mondo intero ancora tanto da noi richiede, giacchè la Doppiezza, è un vizio assai pregiudizievole ai Prossimi nostri. O qui sì, Ascoltanti, fatemi ragione, che al vostro stesso tribunale mi appello. Qual è di grazia il mezzo più usato per l’umano commercio? La lingua, il tratto, voi mi rispondete. Per negoziare, per conversare, per provvedere alle umane indigenze, tutti gli uomini del mondo si servon delle parole, usano i cenni. Or ditemi, se con le doppiezze e con i raggiri e Ma via, che anche il proprio nostro interesse richiede che ci guardiamo ad ogni costo dalla doppiezza, per esser questa, com’io vi dissi sin dal principio, un vizio assai pregiudizievole ancora a noi medesimi. Primieramente ci sottopone, conforme udiste, all’odio ed allo sdegno tremendo di Dio. Ci fa perdere inoltre il buon concetto appresso del Prossimo. Oh il pessimo nome che corre di un Cuor doppio, di un finto, di un raggiratore! Denotatio pessima, dice lo Spirito Santo, super bilinguem43 (Eccl. 5, 17): ognun lo nota a dito per stare sull’arme contro di lui. E poi (osservate, Uditori, la vindicatrice Mano dell’Altissimo) chi professa doppiezza di animo e di lingua, vive coll’interno sempre agitato, sempre incostante, senza poter mai venire a capo di godersi con pace i suoi disegni: Vir duplex animo, così la Scrittura, inconstans est in omnibus viis suis. In omni re defraudabitur44 (Jac. 1, 8; Eccl. 37, 23). Così per l’appunto accade ad Achitòfele e ad Esebòlio, due dei più celebri Raggiratori 42 40 41 Io sono la verità…Dio della verità, Dio verace. L’inizio delle tue parole [sia] la verità. 488 Siate semplici come colombe. Pessima denotazione sul bilingue. 44 L’uomo di animo doppio è incostante in tutte le sue vie. Sarà defraudato in ogni cosa. 43 489 di due facce e di due lingue, che mémora la Storia. Vennero amendue riputati per li più astuti Consiglieri di Real Gabinetto dei tempi loro. Era il primo cioè Achitofèle alla Corte del Santo Re Davide e lo serviva da Consigliere (2 Reg. 16); ed i suoi Consigli erano tutti giusti contro del ribelle Assalonne: consultato poi da Assalonne, furono i suoi consigli tutti laidi ed empi contro del perseguitato Davide. Ah fintaccio traditore, pagherai il fio delle tue doppiezze! Si trovava l’altro, voglio dire Esebòlio, in qualità di Maestro dell’empio Giuliano Apostata (Drex. par. I, ph. 1); e fu consigliere di tre Imperadori, Giuliano, Costanzo e Gioviniano. Sotto Giuliano fu idolatra; sotto Costanzo fu eretico Ariano; sotto Gioviniano affettò di esser Cattolico. Qual fu poi la fine di questi due sì celebri Raggiratori? Fu colpito il secondo dai fulmini della Divina Giustizia. Finì il primo i suoi amarissimi Giorni col disperatamente uccidersi da se medesimo (2 Reg. 17). Guai, guai dunque ai seguaci della Doppiezza, esclama qui lo Spirito Santo, Væ duplici corde (Eccl. 2, 14)! Essa è un vizio sì abominevole a Dio e sì pregiudizievole al Prossimo e a noi stessi, com’io vi diceva. Riposiamo. II 10. Il gran fine di questo Sermone, ognuno ora se lo vede, che è di piantar bene l’evangelica Semplicità di cuore e schiettezza di animo nel parlare, nel negoziare, nel conversare. Oh come, in così facendosi, si convertirebbe il Mondo in un Paradiso! Sì, odo chi mi ripiglia, sì, se non fosse il Mondo odierno, troppo ripieno di finti, di doppi, di raggiratori. Ve ne sono certuni, simili a quei descritti da San Bernardo, oves habitu, astu vulpes, actu lupi45 (Ser. 66): se li rimirate al grazioso portamento e parlare, son tante pecorelle innocenti, oves habitu; se considerate l’animo loro, son furbi ed astuti a guisa di volpi, astu vulpes; che se poi andate indagando quel che dicono ed operano dietro le spalle, e di nascosto, son fieri come lupi, actu lupi. Tutto ciò, Dilettissimi, io torno ad accordarvelo, conforme sin dal principio non l’impugnai. Ma e per questo? Forse per schernirci da tali traditori, avrem da esser doppi e finti, come essi? Furbi e fraudolenti, com’essi? Volpi e lupi, com’essi? Deh no, no in eterno. Due rimedi efficacissimi possiam noi adoprare contro di tal razza di Gente inganatrice. Il primo si è una continua accortezza virtuosa e prudente. L’altro è una viva Confidenza in Dio, lasciandone a lui la protezione e difesa della semplicità di cuore e sincera verità. 11. Pazientate di grazia, vi dico due paroline su dell’uno e dell’altro. E primieramente quanto all’accortezza virtuosa e prudente, siate guardinghi; non correte subito a credere; non vi fidate di melate parole; sappiate prevedere gli altrui inganni; non v’impegnate tanto tosto in far promesse. Chi vi necessita ad aprir il vostro cuore con codesti tali? Si può talora, fuor di Confessioni e di Giudizio, tacere la verità e non rispondere. Si può dissimulare di non intendere e scusarsene affatto; e così in altre molte oneste maniere si può esser lecitamente accorti e guardinghi. Ma se avete a parlare, guardatevi sempre da doppiezze, da furberie, da raggiri e da inganni, e particolarmente nei contratti e nei negozi: guardatevi da adulazioni e dai tradimenti, specialmente con chi richiede i vostri consigli: guardatevi dall’aver due faccie e due lingue, dicendo innanzi una cosa e dietro un’altra. Sia il vostro parlare semplice, sincero, schietto, verace, come fatto innanzi a quel Dio, che il tutto vede, il tutto sente, il tutto giudica. Perciò egli ci dice: Verbum veritatis præcedat te46 (Eccl. 37, 20). 12. Del rimanente, usando voi dal vostro canto la dovuta virtuosa accortezza, lasciatene con viva fiducia a Dio la protezione e la difesa della vostra semplicità di cuore e della sincera verità. È cosa già trita, che presso i Mondani la verità partorisce l’odio: Veritas odium parit47. Ma non è punto da far caso di tale odiosità, né da temerla: perocchè Iddio o presto o tardi, secondo i suoi giusti Giudizi, prende la difesa del Vero; e dei Semplici e Sinceri di cuore se ne fa Protettore: Deus non projiciet Simplicem. Et cum Simplicibus sermocinatio eius48 (Job. 8, 20; Prov. 3, 32). 46 La parola di verità ti preceda. La verità genera odio. 48 Dio non umilierà il semplice. E con i semplici è la sua conversazione. 47 45 Pecore nell’aspetto, volpi per l’astuzia, lupi nell’azione. 490 491 Chiedete al Patriarca Giacobbe, chi difese la sua Semplicità dalle prepotenze di Esaù e di Labano? E sentirete rispondervi, Iddio. Chi sostenne e approvò la semplicità di Giobbe ad onta di tanti sofismi e rimproveri dei suoi crudeli Amici? Iddio. Dio fu quello, che liberò Daniele dai fieri Leoni in premio della sua Semplicità: in sua simplicitate liberatus est49 (1 Mac. 2, 57). Dio fortificò il Santo Vecchio Eleazaro contro le tiranniche doppiezze del barbaro Antioco (2 Mac. 6, 24). Dio fortificò gli Apostoli, i Martiri ed altri infiniti suoi Servi in rimunerazione dell’evangelica semplicità di cuore che professarono. Camminate dunque anche voi in questa strada della semplice e sincera verità senza finzioni e doppiezze e rimarrete da Dio fortificati e protetti. Fortitudo Simplicis, ce l’ha promesso di sua Bocca egli stesso, Fortitudo Simplicis via Domini50 (Prov. 10, 29). Udite al proposito un bel fatto e finisco. 13. In quella guisa che Erode nella Palestina fu per le sue furberie chiamato volpe scaltra dal Divin Redentore (Luc. 13, 32); così in Irlanda o sia Ibérnia chiamar si poteva pur volpe per le sue doppiezze e finzioni il Principe Veterico ai tempi del Vescovo ed Apostolo di quel Regno S. Patrizio (In vit. S. Patric.). Questi erano due, tutti all’opposto; l’uno celebre nella Semplicità sincera, cioè Patrizio; l’altro celebre nella doppiezza ingannatrice, vale a dir Veterìco. Non era così pronto e zelante il primo a detestare e riprender apertamente i tradimenti e gli inganni, quanto era franco il secondo ad inventarne degli altri con frodi e raggiri. Ah volpone d’Irlanda, gli diceva San Patrizio, guarda bene a finirla, se divenire non vuoi un volpone d’Inferno! Eh semplicione che sei, ripetevagli Veterìco, ci vuole astuzia nel Mondo e non balordaggine! Ed in tal guisa sul più bello, che il Principe andava con i suoi Cortegiani deridendo e beffando il Santo Vescovo, eccoti gli si presenta innanzi un orrido Etìope con una gran pelle di volpe in mano: ed alla presenza di tutti, che erano per la paura mezzo morti, vien qua, Veterìco (gli dice con una voce di tuono), il Re Satanasso, tuo Collega e Maestro, ti manda in regalo questa bella pelliccia di volpe, in premio delle tue eroiche furberie. 49 50 Così dicendo gli si accosta per porgliela indosso. Cade a terra Veterìco per lo spavento. Ivi lo ricopre l’Etìope da capo a piedi della pelliccia di volpe. Ma che? Coperto appena disparve l’Etìope; e Veterìco incominciando a camminar carponi con le mani e con i piedi per terra a guisa di un gran Volpone, eccoti si pone a correr qua e là per il Palazzo. Vi accorre la Gente; si grida alla disperata, ferma, para, piglia! Ma intanto Veterìco divenuto all’aspetto un volpone, salta le scale, esce, corre fuor di città; e giunto alle falde di un Monte entra in una grotta, da cui mai più uscir si vide; forse che faceva capo all’Inferno; dove restò in Anima e in Corpo eternamente serrato: così provando in effetto quel tanto che dal Santo Vescovo Patrizio gli fu minacciato. Ed ecco, Dilettissimi, come Dio glorifica i Semplici e gli amanti della verità sincera; e castiga severamente gli ingannatori ed i seguaci della finzione e doppiezza. Fuggite, fuggite dunque per sempre tal detestabile vizio, vizio sì abominevole agli Occhi di Dio, vizio sì pregiudizievole al Prossimo, e a noi medesimi, come insinora io vi dimostrava. È stata liberato nella sua semplicità. La fortezza del semplice è la via del Signore. 492 493 PER LA PURIFICAZIONE DI MARIA SS.ma Sermone parenetico (ammonitorio) Recitato in Pulpito con l’assistenza di due Canonici dopo il Pontificale, nella mattina di Mercoledì 2 Febbraio 1774 Il Sermone viene recitato nella cattedrale di Montalto dopo pochi giorni dalla nomina, da parte del papa Clemente XIV, a vicegerente di Roma51. Mons. Marcucci aveva 53 anni ed era al terzo anno del suo ministero episcopale che stava svolgendo con ammirevole zelo facendo risplendere la sua singolare esemplarità di vita. La nomina gli giunse inattesa il 19 gennaio, mentre stava preparando il Sinodo diocesano. Chiese al Papa di dispensarlo dal nuovo incarico52, ma questi gli fece rispondere di andare al più presto53. Mons. Marcucci ubbidì prontamente, anche se con grande sacrificio e il 13 febbraio partì per Roma dove il Papa lo accolse con grande affetto54. Il Sermone è appena abbozzato e contiene i ricordi che lascia ai Diocesani, insieme alla sua benedizione; si affida poi alla loro preghiera. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, p. 166. 51 Dopo la rinuncia a vicegerente di mons. Domenico Giordani del 28 agosto 1773, il Papa pensò di sostituirlo con mons. Marcucci che stimava e conosceva fin da quando era adolescente essendo stato suo discepolo di Filosofia nel convento di San Francesco ad Ascoli. Inoltre Clemente XIV lo elesse anche in vista della preparazione dell’anno santo perchè lo riteneva un fervente testimone evangelico di fronte ai pellegrini di tutto il mondo che sarebbero giunti a Roma 52 In data 20 gennaio, egli rispondeva a Sua Santità con una supplica di rinuncia, presentando tre principali ed importanti motivi che, a suo avviso, gli impedivano l’accettazione e l’assunzione dell’ufficio. Essi erano l’amministrazione della diocesi, di cui stava preparando la Relazione della visita pastorale appena conclusa e la celebrazione del sinodo, indetto per il 12, 13 e 14 giugno dell’entrante anno; le ristrettezze economiche, che non gli permettevano di reperire fondi propri di denaro; ed infine la guida della Congregazione delle Religiose Maestre Pie dell’Immacolata Concezione di Ascoli. La missiva si chiudeva con la richiesta di procrastinare almeno la suddetta nomina e soprattutto la scadenza vincolante l’assunzione della carica, per poter avere il tempo di sistemare tutte le questioni esposte e provvedere alcune degne e probe persone atte a sostituilo (Cf. MARCUCCI, Supplica alla Santità di N. S. papa Clemente XIV, Montalto 20 gennaio 1774, Autogr. orig. minuta, ASC busta 1, fasc. 3). 53 COLONNA MARCANTONIO., Lettera a Mons. Marcucci, Roma 29 gennaio 1774, ASC busta 1, fasc. 3. 54 Cf. MARIA PAOLA GIOBBI, L’attività giuridica, pastorale ed omiletica di mons. Francesco Antonio Marcucci durante il periodo della Vicegerenza (1774-1786), tesi per il magistero, Istituto superiore marchigiano di Sciene religiose “Redemtoris Mater”, A. A. 2004-2005. 494 In tal’ultimo Sermone si fa parte al Popolo della elezione inaspettatamente avuta li 19 Gennaio alla Vicegerenza di Roma, fatta dal Regnante Pontefice per sola sua somma clemenza ai 13 del predetto e si danno dei Ricordi, ecc. Dei perfecta sunt opera55 (Deut. 32, 4). Quæ perfecisti, destruxerunt56 (Psal. 20, 4). Tu perfecisti eam57 (Psal. 67, 10). Luna perfecta in æternum58 (Psal. 88, 38). Una est perfecta mea59 (Cant. 6, 8). Estore perfecti, sicut Pater vester cælestis perfectus est60 (Mat. 5, 48). Omnis Scriptura divinitus inspirata, utilis est ad docendum, ad arguendum, ad corrigendum, ad erudiendum, ut perfectus sit Homo Dei, ad omne opus bonum instructus61 (2 Tim. 3, 17). A Mileto Paulus mittens Ephesum62, ecc. (Act. 20, 17ss). I. Divozione al SS.mo Sagramento. II. Divozione all’Immacolata Concezione. III. Santificazione delle feste. IV. Rispetto alle chiese. V. Carità e Pace fra voi Qui la Benedizione e raccomandarsi alle orazioni di tutti. 55 Le opere di Dio sono perfette. Hanno distrutto le cose che tu hai compiuto. 57 Tu l’hai compiuta. 58 Luna perfetta in eterno. 59 La mia sola è perfetta. 60 Siate perfetti come è il Padre vostro celeste. 61 Ogni Scrittura divinamente ispirata è utile ad insegnare, ad arguire, a correggere, a erudire perché l’uomo di Dio sia perfetto, istruito ad ogni opera buona. 62 Da Mileto Paolo mandando ad Efeso, ecc. 56 495 OMELIA DELLA GLORIOSA ASSUNTA DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA Recitata a braccio, secondo il solito, dal Trono nella mattina di Giovedì, sua Festa solennissima, 15 Agosto del Bisestile 1776 Anche durante il faticoso periodo della Vicegerenza, mons. Marcucci continuò a curare e guidare con assidua attenzione la sua diocesi di Montalto, avvalendosi dell’aiuto del Vicario Generale e di altri ministri capaci. Nell’autunno 1774, dopo pochi mesi dall’inizio della Vicegerenza, tornò in diocesi, per adempiere alcuni compiti lasciati sospesi63, ma raggiunto dalla notizia della morte di Clemente XIV, accaduta il 22 settembre di quell’anno, ripartì immediatamente. Nel febbraio del 1776 tornò nuovamente per accudire a diversi affari del Vescovado e per assistere la sua prediletta discepola, Suor Maria Petronilla Capozi, gravemente malata che morirà qualche giorno dopo, all’età di 26 anni, il 2 marzo 177664. Nei giorni 16, 17 e 18 giugno mons. Marcucci celebrò il Sinodo Diocesano, sospeso nel gennaio 177465. Durante la permanenza in diocesi, durata otto mesi66, mons. Marcucci predicò varie volte in cattedrale, in occasione delle maggiori solennità liturgiche. L’Omelia in oggetto fu recitata in questo periodo. Mons. Marcucci immagina in modo struggente la scena del transito di Nostra Immacolata Signora al cielo. Ella è divisa tra l’amore per gli apostoli che deve lasciare e l’invito che il Figlio le rivolge: “Vieni dal Libano, sarai incoronata”. Il testo è schematizzato in undici punti, appena abbozzati. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 170-173. Cattedrale di Montalto (AP), dedicata all’Assunta, 1586, esterno. 63 Diario Ordinario, n. 289, Roma 24 settembre 1774. Cf Diario Ordinario, n. 297, Roma 24 febbraio 1776, 10. Suor Maria Petronilla, nata il 2 giugno 1749, entrò con le altre 3 sorelle nel Convento dell’Immacolata Concezione di Ascoli Piceno a 14 anni ed ivi morì il 2 marzo 1776. Di famiglia appartenente alla classe elevata, suor Maria Petronilla ebbe anche prima dell’ingresso conventuale una formazione apprezzabile; tuttavia ella dice che l’unica vera cultura la ricevette nella casa dell’Immacolata Concezione dal suo maestro Mons. Marcucci. Nel 1767, fece la professione religiosa, concluse brillantemente il corso di studi in Antropologia ed iniziò ad insegnare alle sue consorelle. Nel 1773 le sue condizioni di salute, che già avevano dato segni di preoccupazione, si aggravarono, mentre cresceva la sua competenza culturale-teologica e la sua fama. Ella intrattenne con il suo Maestro Mons. Marcucci un’intensa corrispondenza epistolare in latino che rivela, malgrado la giovanissima età, una eccezionale potenza critico-deduttiva e una grande capacità di assimilazione sintetica delle numerosissime ed ardue fonti della sua formazione culturale, quali la Sacra Scrittura, i Padri della Chiesa ed Autori di teologia. 65 Il Sinodo iniziò con la solenne processione di tutti i sacerdoti partecipanti in abiti liturgici, seguiti dal Vescovo con pastorale e mitra, dal Palazzo vescovile fino alla cattedrale di Santa Maria Assunta. Mons. Marcucci aprì i lavori con una orazione latina (Egli mandò 64 Cattedrale di Montalto (AP), interno. 496 497 Assunto do nome or di dolce dormizione, or di amoroso sonno ed or di felicissimo Transito? Non è mio Assunto sta mane favellarvi della immensa felicità e Dolcezza di un Transito così prodigioso. Me lo riserbo ad altra omelia. Mi basta porvi sotto occhi, come l’Amor dimostrato a noi da Maria SS.ma nel suo felicissimo Transito da questa all’altra vita, ci vien perpetuato nell’Assunta sua gloriosa all’Empireo. Incominciamo. L’Amore dimostrato a Noi da Maria SS.ma nel suo felicissimo Transito da questa all’altra vita ci vien perpetuato nell’Assunta sua gloriosa in Cielo 1. La morte, tuttochè originata fosse dalla colpa, non però fu neo di colpa chiunque alla morte fu sottoposto. Il Redentore Divino non potè mai avere in sè ombra di picciol difetto, eppure alla morte sottoporre si volle, per trionfare appunto di essa e dare alla sua dura cagione un’efficace riparo. Neppur la gran Vergine Madre ebbe in sè minima macchia; si elesse nondimeno la morte per imitar più da vicino che mai potesse, l’innocentissimo Suo Divin Figlio. Sebbene, Dilettissimi miei, che mai diss’io morte quella di Nostra Immacolata Signora, se i Padri tutti della Chiesa non osaron chiamarla col funesto titolo di morte, ma col giocon- la minuta dell’Orazione latina, probabilmente a Suor M. Emanuele, dicendole di averla composta in quattro giorni; essa è conservata in BSC 1519) ed animò tutte le assemblee fino alla conclusione. Una lettera, scritta alle suore, il 18 giugno, per ringraziarle delle preghiere, costituisce una cronaca dello svolgimento dello stesso; essa si apre con un sentimento di gratitudine verso la SS.ma Trinità, l’Immacolata e il glorioso martire San Vito, protettore della città, per lo svolgimento positivo dell’evento: “Il Sinodo, chiuso stasera, è riuscito di grande edificazione, compunzione, contentezza e pace universale. Tutte le sacre funzioni son riuscite piene di maestà e compostezza ecclesiastica, cosippur le due solenni Processioni, cioè della prima mattina e di questa sera. È stata una continua missione e faceva tenerezza veder tanto Clero sì ben’ordinato e disposto, esemplare, ossequioso, e devoto, e puntualissimo a tutto. Ogni cosa è andata con gran pace e carità; tutti son rimasti contenti” (Cf. MARCUCCI, Lettera alle Suore, Montalto 18 giugno 1776, ASC 135, n. 158). Impossibilitato, per i limiti di tempo, a stampare tutti gli atti ed i decreti del Sinodo, diede la priorità al Decreto per il buon regolamento del seminario (Ascoli 14 sett.1776, Stamperia Valenti, pp. 24) con il quale, in 35 articoli, regolò, con precisione, saggezza e sensibilità educativa, ogni aspetto della vita dei giovani seminaristi e convittori; istituì quattro deputati incaricati a rispettare e a far rispettare le Costituzioni stabilite, specialmente “le buone creanze, la civiltà, la pulitezza di tratto e di parlare”. Grande attenzione fu riservata allo studio (Cf. M. PAOLA GIOBBI, L’attività giuridica, pastorale ed omiletica di mons. Francesco Antonio Marcucci durante il periodo della Vicegerenza, cit pagg. 78-82). 66 Cf. Diario Ordinario, n. 302, Roma 9 novembre1776, p. 2. 498 2. Non saprei meglio rappresentarvi quel tanto, che accadde nel Transito felicissimo della gran V. Madre, che col qui richiamarvi a memoria quel che nel quarto dei Re ci si racconta di Elia (4 Reg. 2)67. È questa una Figura, non nego, in immenso lontana dal suo figurato; ma pure espressiva abbastanza per farci formare un’idea del nostro Assunto. Avvisato dal Cielo il Profeta della sua vicina traslazione a quel Luogo da Dio a Lui destinato, commosso da quell’amore, che ad Eliseo suo prediletto discepolo portava, non meno che agli altri suoi Allievi del Carmelo, di Gerico e di altre parti d’Israele e di Giuda, incomincia a persuader apertamente Eliseo, affin gli permetta allontanarsi da Lui: Sede hic: quia Dominus misit me usque ad Jordanem68 (1 Reg. 2). Tu sai, mio figlio, come il passaggio del Giordano è molto misterioso. Ma Eliseo che anch’egli preventivamente n’era stato avvisato dal Cielo, fatto pien di dolore: Ah, rispose, mi sia Dio in testimonio e mi sia tu stesso, che io non sarò mai ad allontanarmi da te: vivit Dominus, vivit Anima mea, quia non relimquam te69. Credevasi Elia di allegerire il dolor di Eliseo, col sottrarsi nascostamente da lui: ma Iddio lo avea non sol manifestata ad Eliseo questa vicina prodigiosa traslazione, ma a quanti Profeti erano in quella contrade: Quinquaginta viri de Filiis Prophetarum secuti sunt eos70, ecc. 3. In pari guisa, si trovava colma di una santità immensa e d’infiniti meriti Nostra Immacolata Signora nella fortunata Città di Efeso, insieme col suo prediletto evangelista Giovanni, a cui Dio in special modo l’avea lasciata 67 Il 4 libro dei Re corrisponde al secondo dei Re. Siedi qui: perché il Signore mi ha mandato fino al Giordano. 69 Vive il Signore, vive l’anima mia, poiché non ti abbandonerò. 70 Cinquanta uomini dei figli dei profeti li seguirono. 68 499 per madre. Avvisata dal Cielo, esser giunta quell’ora, in cui il suo Divin Figlio collocar la voleva nell’ Empireo alla sua destra e coronarla d’immensa Gloria, rivolta tutta amorosa al suo prediletto Giovanni, Figlio, gli dice, caro Figlio, mi chiama Dio di ritorno a Gerosolina: Dominus misit me usque ad Jerusalem71. Sento le sue voci divine che mi affrettano i passi: Surge, propera, et veni72 (Cant. 2, 10). È tanto l’amor che ti porto, che io non ti dico, come ad Eliseo disse Elia Sede hic: no, anzi t’invito: andiamo. Eamus, Dominus misit me73, ecc. Anche Giovanni n’era stato per Angelica mano prevenuto. Dirò di più. N’erano ancor avvisati tutti gli altri Apostoli che si trovavan ripartiti in varie parti del mondo e quanti mai discepoli fedeli erano in Efeso e in altre parti dell’Asia, tutti per onnipotenza divina si trovavano trasporanti in Gerusalemme, dove si era trasferita la Gran Vergine, al cui felicissimo Transito fecer corona e corteggio. 4. 5. E qui, Dilettissimi miei, io non ho lingua per potervi ridire gli eccessi di Amore dimostrati da Maria a tutti gli Apostoli nel suo felicissimo Transito ed insiem il vivo dolore di tutti nel vedersi vicini a perder di vista la loro Madre ed eccelsa Signora. Dirò soltanto che si udì una voce sonora dal Cielo, che aperto, mandava a mille schiere ad incontrar la loro Regina quanti mai di Angelici Spiriti e di beati comprensori ivi erano; si udì, dico, una voce ed era del suo divin Figlio, che le diceva: Veni de Libano, coronaberis74 (Cant. 4, 8). Io vado, voi restate, zelate l’onor del mio divin Figlio. 6. Commosso il cuore amantissimo di Maria, io mi figuro, che ella in tali accenti dar dovesse, come poi ad altro tempo disse l’Apostolo, parlando ai suoi Filippensi: Coartor e duobus, desiderium habens dissolvi et esse cum Cristo… perseverare autem in carne necessarium propter vos77 (1, 23). 7. Tornando ad Elia, egli disse: Postula a me quod vis, antequam tollar a te78, ecc. 8. Così, ecc. Ma intanto, disceso il divin Figlio per traportare egli stesso la Madre, questa ad esclamar si fece: Fulcite me floribus, stipate me malis, quia amore langueo: vulnerata caritate ego sum79 (Cant. 2, 5). Ma intanto, mentre gli Apostoli per tre dì continui, ecc., eccola risorta. 9. Gridò Eliseo: Pater mi, Pater mi, currus Israel 80, ecc. 10. Così esclamarono gli Apostoli: Tu gloria Jerusalem, ecc. (Giut 15, 10). 11. Perpetua in Cielo Maria l’Amor suo, ecc. Apud te est fons vitae, ecc. ego feci, ecc. ego acqueductus, ecc. cum exaltata fuero, omnia trahaam, Trahe nos post te81. Quali pianti, quali angosce, quali smanie fossero degli Apostoli, dei discepoli, io non ho cuore a ridirveli. Vi dirò soltanto che chi esclamando diceva: Quo ibimum sine te?75, ecc.; chi ripeteva: Trahe nos post te76, ecc. 77 71 Il Signore mi ha inviato fino a Gerusalemme. Alzati, affrettati, e vieni. 73 Andiamo, il Signore mi ha mandato. 74 Vieni dal Libano, sarai incoronata. 75 Dove andremo senza di te? 76 Attirami dietro di te. 72 500 Sono stretto da due alternative, poiché desidero essere sciolto e stare con Cristo... ma rimanere nella carne è necessario per voi. 78 Chiedimi ciò che vuoi, prima che io sia tolto da te. 79 Sostenetemi con i fiori, rinfrancatemi con pomi, poiché soffro d’amore: io sono ferita d’amore. 80 Padre mio, Padre mio, carro di Israele. 81 Presso di te è la fonte della vita, … Io ho fatto…io acquedotto… Quando sarò stata innalzata, attirerò tutto. Attiraci dietro di te. 501 OMELIA DELLA NATIVITÀ DI NOSTRA SIGNORA crede, poco o nulla il comprende. Vedetelo, Dilettissimi miei, in Zaccaria. Nell’annunziargli l’Arcangelo Gabriele la nascita del Gran Battista suo Figlio, gli predice quel Gaudio, che a Lui, alla sua casa e ad altri molti avrebbe arrecato (Luc. 1, 14). Rimane insensato il venerando vecchio ed invece di riempirsi di contentezza, ne piglia quasi argomento di sua mestizia. E perché mai? Dubita se l’Angelico annunzio abbia per mira il provarlo, o l’accertarlo: non comprende insomma quel Bene che dal Natale prodigioso del Figlio derivar ne doveva. Non così però titubante Santa Chiesa si porta riguardo alla Natività della sua eccelsa Regina Maria Santissima. Essa, che, e fermamente crede, e vivamente comprende quell’infinito Bene, che da tal piucchè prodigioso Natale al Mondo tutto ne ridonda, si fa assai festosa in quel Dì solennissimo ad esclamare francamente: Nativitas tua, Dei genitrix Virgo, Gaudium annunciavit universo Mundo. Deh sì, vuol dire, è tanto il vantaggio che all’Universo tutto deriva dal tuo Natale, o Gran Vergine Madre, che questo, di vero gaudio e contento il mondo intero ricolma. Sì, è dunque così, chi vi ha tra di voi, Amatissimi miei, che in tal giorno solenne della Natività di MARIA non si senta esultare il cuore di gaudio e di tripudio? Deh se mai per disgrazia vi fosse chi stupido piuttosto se ne rimanesse, ne ascolti attentamente il motivo. Imperciocché non sente Gaudio nella Natività di Maria, sol chi non comprende quell’infinito Bene che da Maria ne ridonda. Udite, se al vero io mi apponga. Recitata dal Trono dopo i Pontificali nella Cattedrale di Montalto la Domenica mattina degli 8 di Settembre del Bisestile 1776 L’Autore, come suo solito, introduce l’Omelia con un esempio: per rallegrarsi in modo conveniente della nascita di qualche personaggio, occorerebbe conoscerne in anticipo il valore. Così è della nascita di Maria; ci si può rallegrare di essa nella misura in cui si comprende il bene che da Lei ci viene. La nascita di Maria arrecò un grande gaudio alla SS.ma Trinità e all’intero Universo cioè agli angeli, agli uomini, ai Padri del Limbo e ai giusti nel purgatorio. Mons. Marcucci, con l’attenzione di un vero immamorato, ripercorre la sacra Scrittura e raccoglie, dagli antichi profeti e dalle sante donne, tutte le immagini e prefigurazioni della nascita di Maria. Noè vide Maria adombrata nell’Arca di salvezza, nella colomba e nell’ulivo di pace; ad Abramo venne promesso che essa sarebbe spuntata come un Giglio dalle sue radici; Giacobbe la prefigurò nella Scala misteriosa; Mosè nel roveto ardente, nella verga prodigiosa, nella nube, nel Tabernacolo, nell’Arca, nella Pietra da cui scaturivano acque perenni; Gedeone la venerò sotto l’ombra del suo vello rugiadoso; il re Davide testimonianò che, secondo la parola di Dio, Maria sarebbe nata dalla sua Casa Reale; Isaia la descrisse sotto il simbolo di un Monte situato sulle cime dei Monti; Ezechiele come un’aurea Porta chiusa; Sara la prefigurò nella sua fede; Rebecca nella sua ubbidienza; Rachele nella sua Bellezza; Lia nella sua fecondità; Debora nel suo sapere e coraggio; Giuditta nella sua fortezza e vittoria; Ester nella sua Intercessione e Potenza. A questo coro di onori rivolti alla Santa Bambina non può mancare la nostra debole voce per consacrarle tutti i nostri pensieri, gli affetti e il cuore “con indicibile gaudio e sommo contento”. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 33 pp. 78-88. ASSUNTO Non sente Gaudio nella Natività di Maria chi non comprende l’infinito Bene che da Maria ne ridonda 1. 502 Nel Natale dei Grandi, siccome ne aspetta ognuno o per sè o per la Repubblica un qualche vantaggio, ognuno perciò suol concepirne tripudio, ognuno riempirsi di gaudio. Colui soltanto stupido se ne rimane e talor mesto, che o non crede quel Bene che dal Natale si spera; oppur se lo 2. Non è altro il gaudio, al giusto pensar dei Morali, che un tripudio dell’animo, una ilarità di spirito, un’allegrezza interna di cuore, che nasce da un vivo conoscimento di un vero Bene che si ha, o che si aspetta (Cic. 4 Tuscul., c. 6; Tho. 4. Sent. [testo non comprensibile] 4, 49, qu. 3.) Lasciate che tal bene o non si creda, o non si comprenda, eccone piuttosto una insensatezza totale, o una grande mestizia. Notate. Scende dal Cielo sotto sembianza di Giovine l’Arcangelo Raffaele a consolare e guarire il vecchio Tobia (Tob. 5, 11). Gli propone alle prime per grato saluto lo stare allegro di cuore: Gaudium sit tibi. E Tobia che fa, che risponde? Si trova privo di luce, ridotto alle strette, rattenuto in schiavitù in Province straniere, non ravvisa alcun sollievo, non conosce alcuno aiuto, non aspetta alcun bene: quindi alla proposta di gaudio risponde anziché no con mestizia e dolore: Quale gaudium mihi erit, qui in tenebris sedeo, et lumen Coeli non video? (Tob. 5, 12). Che per pietà, parlar di gaudio ad un povero vecchio 503 derelitto, che se ne giace privo affatto di vista? Ed oh, se Tobia avesse allora compreso, come poi lo conobbe, che quegli era un Angelo, dal Ciel disceso appunto per risanarlo, per arricchirlo e per colmarlo di mille beni, oh come avrebbe esultato e si sarebbe riempito di giubilo e di contento! Tant’ è, Uditori: dal vivo conoscimento di un vivo Bene che si ha, o che si aspetta, nasce il Gaudio, o vogliam dirlo interno tripudio. 3. 4. 504 Essendo dunque così, assicurandoci Santa Chiesa, che nella Natività di MARIA l’Universo Mondo fu ricolmato di gaudio e di contento, forza è di conchiudere, aver il mondo tutto appien conosciuto quell’infinito Bene, che dal Natale di MARIA ne ridondava. E qui, Dilettissimi miei, siccome Iddio è l’eterno e sommo conoscitore e perfettissimo Comprensore di tutte le cose (Psal. 138, 4), che da Lui ebbero ed hanno l’essere ed il conservarsi, lasciate sulle prime che per quanto è permesso ad umana fievolezza tenti di entrare nel suo Divin Cuore per ammirare quel sommo Giubilo e Gaudio, che egli ne concepì nel vedere nata la sua Prediletta, su cui impiegati aveva gli sforzi di sua Onnipotenza e adempir si dovevano gli eterni amorosi Disegni dell’infinita sua carità e Misericordia. Non già, che in Dio dar si possa, come nell’Uomo, una nuova cognizione, un nuovo Gaudio, che per lo innanzi non ebbe. Deh no: perché il tutto sin dall’eternità nella sua Mente Divina e nel suo divin Cuore fu sempre presente. Si dice nientedimeno aver’egli come nuova cognizione e nuovo gaudio di una cosa, quand’egli fuori di sè la effettua ed esegue. Così dando egli l’essere al Cielo, alla Terra, alle acque, alla luce, al sole, alla luna, alle stelle, alle piante, ai pesci, agli uccelli, agli animali, all’uomo e a tutto il creato, dice il sacro Testo, che allor vedesse come il tutto era ben fatto: Vidit Deus cuncta quæ, fecerat et erant valde bona (Gen. 1, 31). Chi il tutto eseguì a seconda dell’eterne sue Idee, il tutto vidde ab eterno. Il veder dunque di nuovo nella creazione, altro significar non vuole, se non realmente eseguirlo. Vide pertanto l’Eterno Padre nata l’eccelsa Bambina e ricolmo di un sommo Gaudio, Eccoti, o Mondo, disse, la mia prediletta Primogenita, adombrata in tante figure, vaticinata da tanti oracoli, promessa a tanti Patriarchi, prevista da tanti Profetti, aspettata da tanti Giusti e ripiena sopra tutte le pure Creature di perfezione e di Grazia (Eccles. 24, 5). La vide nata l’Eterno Figlio ed esultando di un sommo giubilo, Felice Mondo, esclamò, accogli pur riverente nel tuo seno Colei che fu da me predestinata da tutti i secoli eterni per vestirmi nel tempo di Umana Carne e per venir innalzata all’infinita Dignità di essermi Madre. Nata la vide l’Eterno Spirito Santo, e tripudiando di sommo contento, Giubila o Mondo, disse del preziosissimo Dono che ora ti faccio della mia purissima Sposa, che di mia Onnipotente virtù ripiena sarà lo stupore degli Angeli, il conforto degli Uomini, il miracolo dell’intero Universo e l’allegrezza… ma lasciam, Uditori, l’incomprensibile Gaudio del Sommo Iddio, che è un abisso impenetrabile da ogni mente creata: e giacché per attestato di Santa Chiesa le Creature tutte, capaci di giubilo, lo risentirono nella Natività di MARIA: Gaudium annunciavit universo mundo, vale a dire, e gli Angeli in Cielo e gli Uomini in terra, e i Padri nel Limbo, e i Giusti nel Purgatorio; non vi sia no discaro venir meco osservando quali segni ne dettero del loro contento. 5. Nasce MARIA e concorron festose a celebrare la Nascita della loro Regina tutte le Angeliche Gerarchie. Ecco Colei, dicono l’uno con l’altro, che a noi fu predetta nel Cielo, allorché debellammo i nostri Rivali, che divenuti superbi osaron di contrastare a Lei e al suo Divin Figlio i doverosi omaggi (Apoc. 12, 7). Oh quanto è bella, oh quanto è graziosa, oh quanto è piena di maestà insieme e di terrore. Nasce gioconda come l’Aurora: Progreditur quasi aurora consurgens (Cant. 6, 9); chiara come la luna, pulchra ut Luna; risplendente come il sole, electa ut Sol; e maestosa come un esercito ben’ordinato: terribilis, ut castrorum acies ordinata. Quindi sciogliendo al canto le lingue, ne danno a Dio la Gloria, gliene porgono indicibili grazie. Tanto fecero gli Angeli in contrassegno del loro tripudio82. 6. E gli Uomini in Terra che ne sentirono? Non è mio qui l’impegno, Dilettissimi, di riferirvi l’immensità del gaudio dei suoi santissimi genitori Giovachino ed Anna nel vedersi da Dio tra tutta la posterità di 82 L’Autore passa direttamente al numero sette. 505 Adamo prescelti a dare al mondo sì celeste Bambina. Mute cred’io ne diverrebbero anche le Angeliche lingue se ridir lo volessero. Dirà bensì, che essendo nata MARIA come un Sole, rispetto ai Giusti, che allor vivevano, non può essere a meno, che non ne rimanessero e illustrati dal suo splendore, e dal Calore non poco infervorati. Se nacque, come una Luna, ciò fu riguardo ad innumerabili Peccatori, che camminando nella notte della colpa, restarono illuminati a convertirsi. Se spuntò come un’Aurora, ciò fu a vantaggio del Mondo intero, a cui fu foriera dell’Umana Redenzione. Quindi a gran ragione canta in tal Giorno la Chiesa, trovarsi in MARIA collocato il giubilo di tutti i Viventi: Lætantium omnium nostrum habitatio est in te, Sancta Dei Genitrix. 7. 506 Ma scendiamo di grazia a vedere nel Limbo degli antichi Padri il tripudio. Se laggiù dai Messaggeri Celesti manifestato fu, al riferir del Vangelo (Joan. 8, 56), il Natale del Divin Redentore; non è certamente da dubitarsi, che quello ancor della Madre Divina per lo innanzi, a conforto di quegli Eletti, rivelato non fosse. All’udire pertanto quei Santi l’esser nata MARIA, oh gli evviva di giubilo che ne dettero al Cielo. Chi disse di averla preveduta sin dal principio del Mondo raffigurata nel Paradiso terrestre, nell’albero della vita e nella fonte perenne. Così esclamò Adamo, attestando la predizione vantaggiosa, che Dio ne fece alla sua presenza. Io, soggiunse Noè, pur la vidi adombrata nella mia Arca di salvezza, nell’Iride di clemenza, nella colomba eletta, nell’ulivo di pace. Chi più di me felice, a dir si fece il gran Patriarca Abramo, a cui venne promesso dover spuntare tal Giglio dalle mie radici. Lo stesso confermò esultando Giacobbe che nella sua Scala misteriosa lo ravvisò adombrata. Io, seguitò il Patriarca Giuda, accertato pur ne venni che dalla Tribù mia Reale sarebbe discesa. Oh le allegrezze del gran Mosè che figurata la osservò nell’ardente Roveto, nella Verga prodigiosa, nella lucida Nube, nel Tabernacolo, nell’Arca, nella Pietra che scaturiva acque perenni. Anche Gedeone protestò di averla venerata sotto l’ombra del vello suo rugiadoso. Ma sopratutti giubilando il santo coronato Davide, oh io sì, disse, dar ne posso le più minute testimonianze di sì eccelsa Bambina, che, secondo la parola di Dio, è nata dalla mia stessa Casa Reale e mi venne mostrata sotto mille figure or della mia Torre fortissima, or della bella Sion, or di un vaghissimo Tempio, or del Cedro, or della Rosa, or del Platano, or di una Città, or di un Castello, or di un Sole, ed or di altri Pianeti. Insomma inondando in un mare di gaudio quei santissimi Padri per la nascita di MARIA, non sapevan saziarsi di cantarne gli elogi, chi dicendo, come Isaia, di averla a chiare note profetizzata qual Vergine Madre e dimostrata sotto simbolo di un Monte situato sulle cime dei Monti; chi affermando di averla veduta dal Carmelo a guisa di una candida Nuvoletta sul mare, come Elia; ed in figura di un aurea Porta chiusa, come Ezechiele: e per tacer di altri molti, io rappresentai MARIA nella mia fede, esclamò anche Sara; io nella mia ubbidienza, seguitò Rebecca; io nella mia Bellezza, disse Rachele; io nella mia fecondità, soggiunse Lia; io nel mio Nome e nella mia verginità, replicò la sorella di Mosè Profetessa; io nel mio sapere e coraggio, proseguì Debora; io nella mia fortezza e vittoria, aggiunse Giuditta; io nella mia Intercessione e Potenza, protestò Ester; io, io… Ma via, Uditori, che sarebbe un non finirla giammai, se le acclamazioni tutte di quei Padri del Limbo in contrasegno del loro grande tripudio riferir vi dovessi. 8. Vi dirò soltanto che nel Purgatorio ancora, a gran sollievo di quei Giusti, penetrò la grata novella del Nascimento della loro Liberatrice. Che se nel Natale dei Grandi in questa Terra si sciolgono le catene agli schiavi, si condonano le pene ai Rei, si aprono le carceri ai condannati: qual clemenza mai non diremo, che usata da Dio non venisse ad onor della Nascita di sua Madre a quelle Anime benedette? Ed oh le benedizioni che esse ne dettero chi nel vedersi sprigionate, chi sollevate, chi speranzate a presto uscirne; confessando ben tutte l’universal Bene che da MARIA ridondava a tutto il Genere Umano. 9. A noi, Amatissimi miei. In mezzo dunque ad un Gaudio sì universale del Cielo, della Terra, del Limbo dei Padri e del Purgatorio per la Natività di MARIA, ditemi per vostra fede che ne sentite, che mai nel vostro Cuore ne sperimentate? Chi mai a Sole così risplendente può trovarsi tra tenebre? Chi a Luna sì chiara può camminare all’oscuro? Chi a calor così grande può intirizzirsi tra il gelo? Ah che soltanto Colui che tra voi può non sentir Gaudio nel Nascimento di MARIA, che non comprende quell’infinito Bene, che da MARIA ne ridonda. 507 10. Del rimanente chi ben comprendesse farsi oggi solenne memoria del Nascimento di Colei, per cui venne la nostra Salute, per cui ci si dà spazio di penitenza, ci si promette da Dio il perdono e la pace, ci piovono sopra le Divine Misericordie, ci si dispensano tutte le grazie, ci si apron le beate Porte del Cielo; come possibile che non si sentisse ricolmo di estremo gaudio, se appunto da un vivo conoscimento del Bene che si ha, o che si aspetta, il gaudio deriva? Non è forse MARIA l’unica, la prediletta, la primogenita dell’augustissima Triade tra tutte le pure Creature? Non è forse la gran Madre di Dio, a cui sta soggetto tutto il creato? Non è forse la Signora degli Angeli che tutti supera in purità e bellezza? Non è forse la Regina dei Santi, che tutti passa in santità e perfezione? Non è forse, per finirla, la nostra amatissima Madre, la nostra potentissima Avvocata, il nostro sicurissimo Rifugio? E come dunque può darsi aver fede di Cristiano, portar carattere di Servo, tener cuore di Figlio e non riempersi di giubilo, di divozione, di tenerezza nel di Lei Natale? 11. Deh per pietà, Dilettissimi, non sia mai tra voi tutti pur uno, che in questo Dì festosissimo se ne rimanga nella sua stupidezza e nella sua ingratitudine! Comprenda pure ognuno e resti ben persuaso della somma dignità di MARIA, della immensa Santità di MARIA, della gran Potenza di MARIA e del Materno impareggiabile Amor di MARIA; e poi veda se in tal solennissimo Giorno, in cui l’accolse il Mondo qual vaghissima Bambinella, potrà fare a meno di non dirigere a Lei tutti i pensieri, di non tributarle gli omaggi, di non consacrarle gli affetti, di non dedicarle irrevocabilmente il Cuore e tutto se stesso con indicibile gaudio, e con sommo contento. 12. Ah sì sì, graziosissima Celeste Bambina, pur troppo degna siete, che, ecc.83. 83 Si interrompe qui il discorso. Nella Miscellanea BSC 1519 c’è una stesura schematica di questa stessa omelia. 508 SERMONE DELLA NATIVITÀ DI MARIA SS.ma Recitato dal Trono nella Domenica mattina della sua Festa, 8 settembre del 1776, dopo il Pontificale fatto nella Cattedrale di Montalto Il sermone ripropone in modo più schematico quello precedente, contenuto nella miscellanea ASC 33. Ciò si spiega dalla cura di mons. Marcucci di mandare una copia dei suoi discosi tenuti a Montalto alle Religiose Pie Operaie dell’Immacolata Concezione di Ascoli Piceno. Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 174-176. Argomento Non sente Gaudio nella Natività di Maria chi non comprende l’infinito Bene che da Maria ne ridonda84 Nel Natale dei Grandi, siccome ognuno ne spera un qualche vantaggio o per sè o per la Repubblica, ognuno perciò suol concepirne tripudio, ognun riempirsi di gaudio. Colui soltanto se ne rimane nella sua insensatezza, o ne concepisce anzi talora mestizia, che o non crede quel Bene, che da quel Natale si aspetta; o se lo crede, poco o nulla lo comprende. Osservate dilettissimi. Predice l’Arcangelo a Zaccaria la Nascita del Gran Battista suo figlio: gli annunzia che un tal Natale sarà per apportare sì a Lui, che a molti un Gaudio indicibile (Luc.1). A tal’udire che fa il venerando vecchio? Invece di riempiersi di contentezza, se ne resta come insensato e mesto. E perché? Dubita alquanto, se l’Angelo glielo abbia detto per provarlo, ovvero per accertarlo. Non apprende insomma nel suo vero senso quel Gran Bene che dal Natale del Figlio derivar ne doveva. Siamo già al caso. La Santa Chiesa che fermamente crede e vivamente apprende l’infinito Bene, che dal Santo Natale di Maria SS.ma al mondo tutto ne ridonda, perciò in questo Dì festoso, alla Natività appunto della Gran Vergine dedicato, si fa ad esclamare: Nativitas tua, Dei Genitrix Virgo, Gaudium annuntiavit universo mundo85. Ma ditemi, Amatissimi miei, voi che nutrite siete col latte salubre di sì infallibili Insegnamenti, sentite in voi stessi in tal Giorno solenne quel Gaudio che la 84 85 Questa predicazione è maggiormente sviluppata nell’op. 33 dell’ASC. La tua nascita, o Vergine Madre di Dio, annunziò gaudio a tutto il mondo. 509 Natività della Gran Madre di Dio apportò all’Universo? Oimè, che forse non tutti in sè lo sperimentano. Che funesto mai cotrassegno è codesto? Ve lo dirò: Non sente Gaudio nella Natività di Maria, chi non apprende l’infinito Bene che da Maria ne ridonda. Osservate se io dica il vero. 1. Non è altro il Gaudio, al dir dei filosofi (Cic., 4 Tusc., c. 6) che un tripudio dell’Animo, una ilarità gioconda di spirito, una interna allegrezza di cuore che nasce da un vivo conoscimento ed apprensione di un gran Bene che si ha, o che si aspetta. Se un tal Bene non si conosce e non si apprende, ne risulta ad una totale insensatezza, o talora piuttosto una grande mestizia. Osservatelo nel S. Vecchio Tobia (Tob. 5). 2. Pertanto assicurandoci la Chiesa che la Natività di Maria apportò, ecc. Nativitas tua, convien confessare che l’Universo mondo, cioè e Cielo e Terra, e Limbo allora dei SS.mi Padri, e Purgatorio conoscesse ed apprendesse veramente quel sommo ed infinito Bene che dalla Reale SS.ma Bambina ridondar ne doveva. 3. Sotto nome dunque dell’Universo mondo si ha primieramente da intendere il suo onnipotente Fattore, che è la fonte ed origine di ogni cognizione e di ogni Bene. Dica Davide: Ecce, Domine, tu cognovisti omnia, novissima et antiqua86 Psalm. 38, 4 (qui il gaudio si esprima delle tre divine Persone). Exultabo in Jerusalem, et gaudebo87 (Is. 65, 29). 4. (Indi il Gaudio degli Angeli: quae est ista) (Poi il Gaudio dei Giusti in Terra. Indi dei Padri del Limbo e delle Anime del Purgatorio). 5. Or in mezzo a tanto immenso Gaudio dell’Universo, qual ne sentite voi? Ah, che non sente, ecc. Dice il grande Agostino, lib. 9 Conf.: Est Gaudium, quod non datur ingratis, sed eis, qui te colunt88. 6. I motivi di aver gaudio. - nasce la prediletta primogenita della SS.ma Triade. - nasce la Madre di Dio. - nasce la Madre nostra. - nasce la nostra Avvocata, il nostro Rifugio. 7. L’Angelo disse ai Pastori: evangelizo vobis, gaudium magnum89 (Luc. 2). Il Gaudio maggiore è far che nasca nel nostro Cuore: e allor nasce, quando vi nascerà la sua devozione, ecc. 86 Ecco, Signore Tu conosci tutte le cose, le ultime e le antiche. Esulterò e godrò per Gerusalemme. 88 Il gaudio è quello che non si dà agli ingrati, ma a coloro ti onorano. 87 510 89 Vi annuncio una grande gioia. 511 OMELIA PER L’ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA Recitata dal Trono della Cattedrale di Montalto nella mattina della solenne Festa del 15 Agosto, Martedì, 1786 1. (Proemio) Prop(osizione) proem(iale) La Gloria a cui in tal Dì solennissimo della sua ASSUNTA in Cielo, sollevata venne Nostra Signora, fu certamente così immensa, che impossibili si rende ad ogni Lingua creata, sia Angelica, sia Umana, di compitamente ridirla ed esaltarla. Ragione Lo sfoggio di quella Onnipotenza, Sapienza e Carità infinita che in quest’oggi far volle tutta la TRIADE sacrossanta, il Divin PADRE nel sublimar la sua predilettissima Figlia, il Divin FIGLIO nel coronar la sua carissima Madre, il Divin SPIRITO nell’innlzare la sua amatissima Sposa, è uno sfoggio di Gloria troppo eccedente ogni limitato intendimento e troppo ineffabile in conseguenza per ogni creato linguaggio. Redizione Non aspettate pertanto da me stamane, Dilettissimi, che io ardisca aprir bocca su di tal Gloria immensa, ricevuta da MARIA SS.ma nella sua ASSUNTA o per ragion di Giustizia proporzionata all’altissimo suo incomparabile Merito, o per decoro della Redenzione, di cui essa sopra tutti ne fu partecipe, o per titolo di Gratitudine e Corrispondenza a Lei dovuta dall’Umanato Verbo Divino, come suo Figlio. Luigi Fontana, Maria SS.ma Assunta, stucco modellato (1785-1880), abside della Cattedrale di Montalto, AP. Mons. Marcucci recita questa Omelia pochi mesi dopo il suo rientro definitivo in Diocesi, dopo dodici anni di servizio a Roma come Vicegerente. Il testo è intermezzato dallo schema oratorio: Proemio, Ragione, Redizione, Comprovazione, Assunto di stato congetturale, Orazione, Perorazione. La SS.ma Trinità fece sfoggio della sua gloria per esaltare Maria nel giorno solennissimo della sua Assunzione al Cielo. E noi rimasti qui in terra, cosa faremo si chiede l’Autore? Ci impegneremo a difendere Maria, a venerarla e a lodarla. Conclude con una fervida preghiera di congratulazione a Maria SS.ma e con la perorazione. Il brano è stato tras