I
Opera Omnia
di Francesco Antonio Marcucci
3.2
II
III
Istituto Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione
“Agli amanti di Maria”
nel 150° anniversario delle apparizioni
di Maria Immacolata a santa Bernardetta
e nel 20° della “Mulieris Dignitatem”
di sua santità Giovanni Paolo II
MARCUCCIANA OPERA OMNIA
PIANO GENERALE
Sezione 1. storico-letteraria
2. biblico-teologica
3. mariologica
4. filosofica
5. omiletica
6. varie
7. epistolare
VOLUMI PUBBLICATI
Dino Ferrari, Apparizione dell’Immacolata a santa
Bernardetta, olio su tavola, 1962, Ascoli Piceno, Chiesa
dell’Immacolata delle Suore Pie Operaie Concezioniste,
lato sinistro dell’abside.
IV
1.1 Artis Historicae Specimen. Riflessioni sopra di alcuni precetti più importanti dell’Arte
Istorica, 2002
1.2 De Asculo Piceno. De Inscriptionibus Asculanis. Delle Sicle e Breviature, 2004
3.1 Sermoni per il triduo e per la festa dell’Immacolata Concezione, 2004
3.2 Sermoni per le feste Mariane, 2008
V
FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI
Sermoni
per le Feste Mariane
(1746-1789)
A cura di Suor Maria Paola Giobbi
Stemma di mons. Francesco Antonio Marcucci, scelto nel
1741 quando diventa sacerdote. Egli utilizza lo stemma
della sua famiglia, riportato sulla metà a destra, dove sono
raffigurati tre monti, simboli delle virtù della giustizia,
della clemenza e dell’equità; la stadera rafforza il simbolo
della giustizia. Sulla parte sinistra, introduce l’immagine
dello Spirito Santo e dell’Immacolata “delizia del suo cuore
e scala per salire al cielo”.
Lo stemma fu mantenuto per tutta la vita. Il cappello al di
sopra dell’ovato fu aggiunto quando divenne Vescovo.
La croce con due aste trasversali indica la carica di Patriarca
di Costantinopoli, ricevuta nel 1781.
VI
Istituto Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione
VII
In I di copertina
Anonimo, La Madre di Dio con il Bambino Gesù, olio su tela, sec. XVII, dipinto appartenente all’antica famiglia Marcucci, oggi nella Casa Madre dell’Istituto.
In IV di copertina
Medaglione della Beata Vergine Maria che le Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione,
fino agli anni sessanta del Novecento, portavano sul petto, cucito sullo scapolare; oggi l’immagine è stata sostituita da una medaglia appesa ad una catenina.
Indice
Presentazione di Madre Daniela Volpato, Vicaria Generale
XIX
Presentazione di Mons. Silvano Montevecchi, Vescovo di Ascoli Piceno
XXI
Introduzione di P. Stefano de Fiores
XXIII
Nota redazionale
XXIX
Ricetta per fare il vero e buono Inchiostro
XXXIII
Descrizione dei manoscritti
XXXIV
Criteri di trascrizione dei manoscritti
CAP. I
XXXVIII
SERMONI ED INNI MARIANI DEL 1746
SI RINGRAZIANO
Suor Maria Giuditta Mosca, Don Benito Masci, Maria Gabriella Mazzocchi,
Massimo Papetti, Don Vincenzo Catani, Sara Paolini.
Abbozzo di panegirico in onore della SS.ma Annunciazione della Gran
Madre di Dio Maria sempre Vergine, Ascoli Piceno databile 1746.
6
Abbozzo di panegirico dei dolori della SS.ma Vergine Immacolata nel venerdì
della domenica di Passione, Ascoli Piceno 1746.
23
IN PARTICOLARE
Istruzione sopra il sacro scapolaretto o sia abitino ceruleo, o vogliamo dirlo torchino dell’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine, 1746, stampato in Ascoli, per Niccola Ricci.
35
Sopra i privilegi di Nostra Immacolata Signora. Canzonetta sull’aria
marcuccina, Ascoli Piceno databile 1746.
39
Volgarizzamento poetico dell’Ave Maris Stella, Ascoli Piceno 17 marzo 1746.
41
Breve sermone sopra la gloriosa Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno
databile 15 agosto 1746.
47
Sacro discorsetto sopra l’Aspettazione del Parto di Maria Vergine SS.ma,
Ascoli Piceno databile 1746.
51
PER LE TRASCRIZIONI:
Suor Maria Vanessa Hilario ed Elvezia Di Girolamo.
PER LE TRADUZIONI DAL LATINO:
Pietro Alesiani.
PER AIUTO REVISIONE E CONFRONTO MANOSCRITTI:
FOTO:
Domenico Oddi ed inoltre Enzo Morganti.
© 2008 – Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione
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essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con
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senza l’autorizzazione scritta dell’Editore
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VIII
Elvezia Di Girolamo.
CAP. II
SERMONCINI PER OGNI SABATO DELL’ANNO 1752
Il solennizzare e celebrare il sabato con varie divozioni in onor della
Vergine è di suo gran piacere e vien da lei molto ben ricompensato,
Ascoli Piceno 1 gennaio 1752.
60
IX
La tenera divozione verso la SS.ma Vergine è di gran giovamento per ravvivar la nostra fede verso il SS.mo Sacramento, Ascoli Piceno 8 gennaio
1752.
65
Quanto gradisca la SS.ma Vergine l’esser salutata con l’Ave Maria, Ascoli
Piceno 17 giugno 1752
155
La divozione della SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una
buona confessione sacramentale, Ascoli Piceno 15 gennaio 1752.
71
Essendo stato San Giovanni Battista così caro a Nostra Signora, non vi è
mezzo più proprio per ottenere la protezione di questa, che interporvi l’intercessione di quello, Ascoli Piceno 24 giugno 1752.
160
Quanto riesca di gradimento alla SS.ma Vergine la nostra divozione verso di
lei e quanto le sia di dispiacere la mancanza di nostra fedeltà, Ascoli Piceno
22 gennaio 1752.
76
Il reputarsi indegno di ricevere le dolcissime Visite di Maria SS.ma e nel tempo
stesso far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle, Ascoli Piceno 1 luglio 1752.
167
La divozione professata da San Francesco di Sales verso la SS.ma Vergine, e
le finezze della Vergine usate verso S. Francesco di Sales, risvegliar debbono e
la nostra diligenza in fedelmente servir la stessa Regina del Cielo e la nostra
fiducia in esser da lei protetti, Ascoli Piceno 29 gennaio 1752.
81
Chi vuol grazie dalla Vergine ricorra a Lei con fiducia e con perseveranza
nelle sue Chiese, Ascoli Piceno 8 luglio 1752.
174
179
Quanto dispiaccia alla SS.ma Vergine il Carnevale, Ascoli Piceno 5 febbraio 1752.
90
L’essere ascritti al sacro abitino del Carmine ed il portarlo con divozione,
impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra,
Ascoli Piceno 15 luglio 1752.
184
La divozione verso la SS.ma Vergine riesce di gran conforto nella morte,
Ascoli Piceno 12 febbraio 1752.
95
L’Amore che la Maddalena portò a Maria SS.ma deve essere il modello del
nostro amor verso la Vergine, Ascoli Piceno 22 luglio 1752.
103
La divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine, che l’ha impegnata
sempre mai ad operar maraviglie, anche in favore di chi solamente lo ha portato indosso, Ascoli Piceno 29 luglio 1752.
190
La divozione verso il gran padrone e patriarca San Giuseppe è un mezzo
efficacissimo per ottenere la protezione e il patrocinio di Maria SS.ma,
Montalto Marche 18 marzo 1752; Ascoli Piceno 8 aprile 1752.
110
L’averci posti il nostro gran Padre e protettore Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la protezione e tutela di Maria SS.ma, fu la gloria del suo apostolato e la
sorgente di tutte le nostre fortune, Ascoli Piceno 5 agosto 1752.
196
La gran Regina del Cielo ha un mirabile potere nel difendere i suoi divoti da
tutti gli assalti del nemico infernale, Ascoli Piceno 15 aprile 1752.
Il concorrere e portarsi nelle Chiese a venerar le sacre Immagini di Maria,
è un bel mezzo per essere da Lei protetti, Ascoli Piceno 22 aprile 1752.
116
203
L’intercessione di Maria SS.ma è molto efficace per placar l’ira divina,
Ascoli Piceno 29 aprile 1752.
123
L’apparecchiarsi a celebrar con divozione la festa della gloriosa Assunta di
Nostra Signora la impegna ad esercitar verso di noi l’uffizio che ella ha di
Rifugio dei Peccatori, Ascoli Piceno 12 agosto 1752.
208
La divozione verso Maria SS.ma rende buona la nostra speranza e ce la ravviva ed accresce, Ascoli Piceno 13 maggio 1752.
129
Sotto la similitudine del cedro si dimostra essere stata Maria SS.ma nella sua
gloriosa Assunta e di stupore al mondo e di allegrezza e maraviglia al cielo e di
giovamento a tutti, specialmente ai peccatori, Ascoli Piceno 15 agosto 1752.
Maria SS.ma impetra ai suoi divoti la pienezza dello Spirito Santo, Ascoli
Piceno 20 maggio 1752.
135
Il ringraziare la SS.ma Trinità delle Grazie concesse alla SS.ma Vergine,
ed il congratularsi con la Vergine per la gloria ed onore dato alla SS.ma
Trinità esser deve l’esercizio più frequente dei veri divoti di Maria, Ascoli
Piceno 27 maggio 1752.
141
Il concorrere alle fabbriche o al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria
SS.ma, viene da Lei molto ben ricompensato anche in questa vita, Ascoli
Piceno 10 giugno 1752.
149
X
CAP. III
SERMONCINI PER OGNI SABATO DELL’ANNO 1753
Il vero divoto della Vergine deve procurar di avere buona memoria, miglior
ingegno ed ottimo giudizio, sì per maggiormente promuovere il culto di Lei,
che per ottenere più efficace il suo patrocinio, Ascoli Piceno 12 maggio 1753.
220
Per ricevere, per conoscere e per eseguire gli impulsi dello Spirito Santo non vi
è il più bel mezzo che farsi divoto di Maria SS.ma, Ascoli Piceno 9 giugno
1753.
227
XI
Godendo molto la Vergine che da sua parte si ringrazi la SS.ma Trinità, deve
ognuno aiutarsi a farlo come essa stessa insegnò e desidera, Ascoli Piceno
16 giugno 1753.
229
Sermoncino VI. Si spiega il significato degli abiti sacerdotali e dell’apparecchio;
e particolarmente dell’entrata in Sagrestia che fa il Sacerdote e del lavarsi le
mani e delle orazioni preparatorie, Ascoli Piceno 16 febbraio 1754.
254
Nella festa della visitazione, siccome si ravvivano più che mai le nostre speranze, così deve più che mai risvegliarsi la nostra divozione, Ascoli Piceno
2 luglio 1753.
231
Sermoncino VII. Uno tra gli ottimi apparecchi per udir con profitto la
S. Messa è il ricorrer con calde preghiere alla gran Vergine Nostra Signora,
Ascoli Piceno 23 febbraio 1754.
256
Sermoncino per la SS.ma natività di Maria, Ascoli Piceno 8 settembre 1753.
234
259
Per ottener una vera felicità non vi è più bel mezzo che esser divoto del SS.mo
nome di Maria, Ascoli Piceno 15 settembre 1753.
236
Sermoncino VIII. Per degnamente assistere alla S. Messa si richiede una gran
fede e bisogna far divoto ricorso alla Gran Vergine, che della fede è maestra,
Ascoli Piceno 2 marzo 1754.
Essendo il SS.mo nome di Maria un nome ricolmo di virtù, benedizioni e di
grazie, non può esser mai da noi invocato senza nostro grandissimo utile e vantaggio, Ascoli Piceno 22 settembre 1753.
237
Sermoncino IX. Quanta ricompensa Maria dia a chi ad onor suo assiste divotamente alla Messa, Ascoli Piceno 15 giugno 1754.
261
264
Il nome augustissimo di Maria essendo di grande efficacia e virtù per ben morire, pronunziato nelle ultime agonie dai suoi divoti, impegna il gran protettore
dei moribondi l’Arcangelo San Michele, di cui oggi celebriamo, ad assisterci con
più premura in quel punto tremendo, Ascoli Piceno 29 settembre 1753.
239
Sermoncino X. L’umile confessione ed il pentimento sincero di nostre colpe,
innanzi alla Vergine; e l’umile invocazione del suo Aiuto; è un gran mezzo per
ottenere il perdono, Ascoli Piceno 22 giugno 1754.
Sermoncino XI. Quanto abbiam bisogno e in tempo di Messa e fuori di Messa
della Intercessione di Maria (Kyrie eleison), Ascoli Piceno 6 luglio 1754.
267
Sermoncino XII. Sopra il Gloria in excelsis Deo, il Dominus vobiscum che
segue e l’oremus prima dell’Epistola. Ascoli Piceno 13 luglio 1754.
271
Sermoncino XIII. Dell’Epistola e graduale e il trasferir del Messale. Ascoli
Piceno 20 luglio 1754.
275
Sermoncino XIV. Evangelio e Credo. Ascoli Piceno 27 luglio 1754.
278
Sermoncino XV. Si ripete il Credo. Ascoli Piceno 3 agosto 1754.
280
Sermoncino XVI. Ascoli Piceno agosto 1754.
283
Sermoncino XVII. Il Lavabo, Offerimus, Orate fratres, Ascoli Piceno
31 agosto 1754.
283
Sermoncino XVIII. Segrete e Prefazio, Ascoli Piceno 14 settembre 1754.
284
CAP. IV
SERMONCINI ABBOZZATI SOPRA LA SACRA LITURGIA
DELLA SANTA MESSA RECITATI NEI SABATI
(16 NOVEMBRE 1753 - 14 SETTEMBRE 1754)
Sermoncino I. Quanto piaccia a Maria SS.ma il considerar l’istituzione ed i
misteri della S. Messa, Ascoli Piceno 16 novembre 1753.
244
Sermoncino II. Vuole la Vergine che tutti i cristiani si mostrino grati con la
rimembranza del sacrificio fatto per loro dal suo Divin Figlio, Ascoli Piceno
24 novembre 1753.
247
Sermoncino III. L’assister con somma divozione e riverenza alla S. Messa, è lo
stesso che impegnar la Vergine a farci singolari finezze, Ascoli Piceno 1
dicembre 1753
249
Sermoncino IV. La gran premura che ha la Vergine che noi ascoltiamo divotamente la S. Messa ci prova esser la Messa di un gran valore per noi, Ascoli
Piceno 12 gennaio 1754.
250
CAP. V
Sermoncino V. Il soccorrer le anime benedette del purgatorio ad onor di Maria
col mezzo della S. Messa, sia lo stesso che impegnar Maria SS.ma a soccorrerci particolarmente in vita e dopo morte, Ascoli Piceno 19 gennaio 1754.
252
Iddio con il darci la sua Madre per nostro rifugio, ci ha dato un mezzo assai
sicuro per eternamente salvarci, Ascoli Piceno 15 agosto 1754.
290
Sopra la gloriosa Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno 15 agosto 1758.
296
XII
SERMONCINI PER LA FESTA DI MARIA SS.MA ASSUNTA
(1754-1769)
XIII
Refugium meum es tu, Ascoli Piceno 15 agosto 1759.
300
Breve discorso sopra la gloriosa Assunta di Nostra Signora. Supra modum
Mater mirabilis, Ascoli Piceno 15 agosto 1759.
305
Abbozzo del discorsetto sopra l’Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno 15
agosto 1768.
310
Per la gloriosissima Assunta di Nostra Signora, Ascoli Piceno 15 agosto 1769.
314
CAP. VI
SERMONCINI FAMILIARI RECITATI NEI SABATI
E IN VARIE FESTE MARIANE (1756-1764)
Sermone familiare sopra la Presentazione di Nostra Signora, recitato in
sedia alle piissime Religiose Benedettine di S. Egidio di questa città
di Ascoli, 22 novembre 1756.
320
Missus est Angelus Gabriel a Deo in Civitatem Galileae, cui nomen
Nazareth, ad Virginem, Ascoli Piceno 10 dicembre 1756.
331
Spiegandosi di chi fosse figlio il patriarca San Giuseppe, si conchiude dimostrando quanto sia efficace il patrocinio di San Giuseppe per ottener le grazie
da Maria Santissima, Ascoli Piceno 31 dicembre 1757.
336
Descrivendosi la nobile parentela di Maria SS.ma, si conchiude esser essa
nostra parente in primo grado di adozione spirituale, cioè nostra amantissima
Madre, Ascoli Piceno 7 gennaio 1758.
Spiegandosi la fuga nell’Egitto, memorata da San Matteo, si esalta la sofferenza e insieme la prudenza di Maria SS.ma e se ne raccomanda l’imitazione, Ascoli Piceno 11 febbraio 1758.
388
Dilucidandosi la Strage degli Innocenti, di cui ci parla San Matteo, si viene
a dedurre quanto dispiaccia a Maria SS.ma il perseguitar gli Innocenti,
Ascoli Piceno 4 marzo 1758.
389
Maria SS.ma è un rifugio sicuro senza chiederlo e pronto senz’aspettarlo,
Ascoli Piceno 31 aprile 1764.
398
La custodia e protezione di Maria è sicura, pronta e durevole a favor di chi le
vive ossequioso tra le sue mistiche vigne, Ascoli Piceno 4 aprile 1769.
403
CAP. VII
SERMONI PER IL TRIDUO
E LA FESTA DI MARIA BAMBINA (1767-1769)
La bellezza di Maria Bambina, Ascoli Piceno 5 settembre 1767.
417
La bontà di Maria Bambina, Ascoli Piceno 6 settembre 1767.
426
La beneficenza di Maria Bambina, Ascoli Piceno 7 settembre 1767
433
343
Maria Bambina, essendo nata Regina dell’Universo, stando ancor nella
culla, esercita la sua mirabile potenza in Cielo, in Terra e nell’Inferno, Ascoli
Piceno 8 settembre 1768.
442
Dilucidandosi, se quando avvenisse il purissimo sacro sposalizio tra la Vergine
e S. Giuseppe, si conchiude con l’esaminare il modo, come possiamo contrarre uno
spirituale sposalizio con la suddetta Regina del Cielo, Ascoli Piceno 14 gennaio 1758.
353
Sopra la SS.ma natività di Nostra Immacolata Signora, Ascoli Piceno 8
settembre 1769.
455
Incominciandosi a spiegar il capo secondo di San Matteo, si pone in chiaro, in
che tempo nacque Gesù Signor nostro e quali prodigi principali accompagnarono la sua SS.ma nascita; conchiudendosi con una Congratulazione alla
SS.ma Vergine per la sua maternità, Ascoli Piceno 21 gennaio 1758.
365
CAP. VIII SERMONI PER LE FESTE MARIANE RECITATI
NELLA CATTEDRALE DI MONTALTO E NELLE
CHIESE DELLA DIOCESI (1771-1789)
Ponendosi in chiarezza maggiore i due singolarissimi privilegi di Maria, cioè
la sua verginità perpetua e la sua maternità di Dio, si conclude che l’onorar
questi due privilegi è il più bel modo di acquistarsela benevola avvocata e protettrice, Ascoli Piceno 28 gennaio 1758.
375
Sopra la gloriosa Assunta di Nostra Immacolata Signora, Montalto 15
agosto 1771.
462
467
Dilucidandosi la venuta e l’offerta dei Santi Re Magi, di cui favella
San Matteo, si conchiude quanto Iddio gradisca i doni, che gli si danno per le
mani della sua SS.ma Madre, Ascoli Piceno 4 febbraio 1758.
386
Sopra la purificazione di Nostra Immacolata Signora. Ai tre miracoli che nel
giorno della sua purificazione veder ci fece Maria Santissima, cioè di ubbidienza, di umiltà e di edificazione, molti e molte ardiscono di contrapporre tre
altri prodigi, cioè di ostinazione, di superbia e di scandalo, Montalto 2 febbraio 1772.
XIV
XV
Sermone della gran Misericordia di Maria SS.ma. La SS. Vergine impegna
il suo divin Figlio ad aspettare i peccatori con pazienza, a ricercarli con premura e ad accoglierli con amorevolezza: così essa usando verso dei peccatori la
sua grande misericordia, Castignano 16 agosto 1772.
473
Pastorale della SS.ma natività di Maria. L’allegrezza universale che la Gran
Vergine arrecò a tutto il mondo col suo nascimento, Force 8 settembre 1772.
Dialogo sopra l’apparizione del Redentore risorto alla sua SS.ma Madre,
e sopra la doppia Alleluja della Pasqua, Montalto 18 aprile 1772.
546
475
554
Sermone nella purificazione di Maria. La doppiezza intanto è sì comune in
oggi tra noi Cristiani, in quanto passa quasi comunemente tra noi per una
lodevole accortezza di tratto e non si apprende per quel vizio, com’è, sì abominevole agli occhi di Dio e sì pregiudizievole al prossimo ed a noi stessi,
Montalto 2 febbraio 1773.
477
Dialogo della Santa Casa di Loreto, tra Timesia, Filomata e Critesio,
Montalto 3 maggio 1772.
Dialoghetto in quattro educande per la Festa della Presentazione di Maria,
Montalto 21 novembre 1786.
562
Per la purificazione di Maria SS.ma, Montalto 2 febbraio 1774.
494
Indice dei nomi notevoli di persone
567
Omelia della gloriosa Assunta di Nostra Immacolata Signora. L’amore dimostrato a noi da Maria SS.ma nel suo felicissimo transito da questa all’altra
vita, ci vien perpetuato nella Assunta sua gloriosa in Cielo, Montalto 15
agosto 1776.
496
Repertorio di persone menzionate nell’opera
573
Bibliografia generale
595
Bibliografia del repertorio
597
Omelia della natività di Nostra Signora. Non sente gaudio nella natività di
Maria chi non comprende l’infinito bene, che da Maria ne ridonda,
Montalto 8 settembre 1776.
502
Sermone della natività di Nostra Signora. Non sente gaudio nella natività di
Maria chi non comprende l’infinito bene, che da Maria ne ridonda, Montalto
8 settembre 1776, mandato alle Pie Operaie dell’Immacolata di Ascoli.
509
Omelia per l’Assunta di nostra Signora, Montalto 15 agosto 1786.
512
Morale omelia. Benedicta sit Peccatorum Refugium, Christianorum
Auxilium, necnon Prædicatorum Præssidium, Deipara Virgo Maria, Quæ
Et Dicentis Verba complevit Et Audientium corda contrivit. Impleti sunt dies
Purgationis Maria, Montalto 2 febbraio 1787.
518
Omelia per l’Assunta di nostra Signora, Montalto 15 agosto 1787.
524
Omelia per la SS.ma natività di nostra Signora, Montalto 8 settembre 1788.
530
Omelia della gloriosa Assunta di Nostra Signora. Impercettibili essendo i sorprendenti trionfi di Maria nella sua gloriosa Assunta, si dimostra il trionfo
della sua materna clemenza e misericordia, come più adattato al nostro
Umano Intendimento, Montalto 15 agosto 1789.
535
XVI
CAP. IX
DIALOGHI PER LE FESTE MARIANE MANDATI
MONTALTO ALLE RELIGIOSE DELL’IMMACOLATA
CONCEZIONE DI ASCOLI (1772-1786)
DA
XVII
Presentazione
Madre Daniela Volpato, Vicaria Generale
Ascoli Piceno 11 Febbraio 2008, festa della Madonna di Lourdes
“I
o sono l’Immacolata Concezione”: con queste parole la “bella
Signora” si è definita apparendo alla giovane Bernardetta Soubirous
150 anni fa a Lourdes.
Stiamo quindi vivendo un anno speciale, un anno giubilare che intende
celebrare la memoria di quelle importanti apparizioni che si possono leggere come una conferma della proclamazione del dogma dell’Immacolata
Concezione di Maria avvenuta quattro anni prima, ossia nel 1854.
Ci sembra, quindi, non casuale il fatto che, proprio in quest’anno venga
dato alla stampa questo nuovo volume dell’Opera omnia di Mons. Marcucci:
“Sermoni per le feste mariane”.
È una raccolta delle sue omelie che vuole dimostrare come Egli abbia
voluto cogliere tutte le occasioni per onorare Colei che amava chiamare
“Nostra Immacolata Signora” già più di cento anni prima che il dogma
venisse ufficialmente proclamato.
Mons. Marcucci, fervente innamorato di Maria proprio sotto il titolo di
“Immacolata Concezione”, non lasciava infatti passare sotto silenzio nessuna
ricorrenza mariana, anzi di ciascuna di esse sapeva approfittare per diffondere il culto e la vera devozione all’Immacolata e questo Egli ha trasmesso alle
Sue Figlie, le Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, perché continuassero sul suo esempio.
Questo è sicuramente il motivo che ha spinto Suor M. Paola Giobbi a
impegnarsi perché venisse pubblicata tale opera proprio in questo anno
giubilare, che, oltre a ricordare come già detto l’anniversario delle apparizioni a Lourdes, per noi Pie Operaie ricorda anche i 151 anni dalla visita effettuata nella nostra Casa Madre ad Ascoli Piceno dal Papa Pio IX,
dal quale è stato proclamato appunto il dogma dell’Immacolata
Concezione di Maria.
XVIII
XIX
Suor M. Paola, quindi, ha voluto onorare in questa circostanza la Vergine
Immacolata: per questo a lei va il ringraziamento di tutta la Congregazione
e anche di coloro che, dopo essersi accostati alla conoscenza di Mons.
Marcucci, ne hanno compreso tutta la portata culturale e spirituale e desiderano sempre più approfondirla sotto ogni aspetto, ma soprattutto desiderano rafforzare la loro fede nel mistero dell’Immacolata Concezione di Maria.
Un ringraziamento sincero e profondo va anche al Reverendo Padre
Stefano De Fiores che, pur tra i suoi mille impegni, si è prodigato con la sua
competenza e con il suo caratteristico entusiasmo a curare l’introduzione al
volume, manifestando ancora una volta l’apprezzamento e la stima per il
nostro Fondatore, ma anche per l’intera nostra Congregazione.
A tutti colo che avranno l’opportunità di prendere in mano questo volume auguriamo di crescere sempre più nella vera devozione all’Immacolata
Concezione, dalla quale imploriamo per tutti le più grandi benedizioni, affidando ciascuno all’intercessione del Servo di Dio Mons. Francesco Antonio
Marcucci, che desideriamo vedere presto elevato agli onori degli altari.
Presentazione
Mons. Silvano Montevecchi, Vescovo di Ascoli Piceno
Ascoli Piceno 25 Febbraio 2008,
267° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del Servo di Dio mons. F. A. Marcucci
L’
impegno con il quale le Pie Operaie della Immacolata Concezione
stanno conducendo gli studi e le dovute attività per favorire nel più
breve tempo possibile l’auspicata beatificazione del loro fondatore
Mons. Francesco Antonio Marcucci, è connotato anche dall’impegnativo
programma di consegnare al pubblico la “Marcucciana Opera Omnia” nella
varie sezioni: storica, letteraria, biblico-teologica, mariologica, filosofica,
omiletica, oltre al ricco epistolario.
Il volume, che viene posto nelle mani del lettore, presenta temi dedicati
alla sezione mariologica. Sono prevalentemente meditazioni o sermoni e poesie dedicati ai momenti della vita della Beata Vergine verso la quale il
Marcucci nutriva un affetto tenerissimo. In calce alla “Istruzione sopra il sacro
scapolaretto o sia abitino ceruleo o vogliam dire torchino dell’Immacolata Concezione
di Maria sempre Vergine”, il nostro si firma “Abate don Francesco Antonio
Marcucci, detto dell’Immacolata Concezione, Sacerdote Secolare di Ascoli e
Missionario Apostolico”.
La firma ci aiuta a intravedere le caratteristiche della sua personalità: egli
è un sacerdote ascolano che nelle sua produzione letteraria offre uno spaccato della vita e della religiosità popolare dell’amata città e del suo carattere
mariano “con cui da secoli si truova a presentare tutta umile ai sacratissimi piedi
della eccelsa Immacolata Regina un annuo tributo, e sotto quello i cuori dei cittadini” (cfr Orazione per l’Immacolata Concezione…1760). Una caratteristica, questa, che permane ancora viva tra noi.
Egli ama essere definito “dell’Immacolata Concezione”. Il nostro autore
in tutti i suoi scritti ha sempre l’intento di essere di utilità al popolo e di formarlo nella crescita spirituale. È convinto che la conoscenza e la devozione
verso la Madonna sia la via maestra per la trasmissione della fede. D’altra
parte i suoi Sermoni sono costruiti come le grandi chiese barocche nelle quali
XX
XXI
la mobilità delle forme e la convergenza verso l’altare esprime il desiderio
dell’anima di essere condotta alla devozione attraverso la ricchezza delle citazioni bibliche, la profonda semplicità della riflessione teologica, la dolcezza
delle indicazioni ascetiche pratiche e i riferimenti di ordine devozionale.
Attraverso i Sermoni alla Madonna vengono passati in rassegna tutte le
grandi verità dell’esperienza cristiana.
Infine sottolinea di sentirsi “Missionario Apostolico”. E come non pensare alla sue giovani esperienze allorché a piedi scalzi si recava nei paesi a predicare al popolo, ispirandosi al grande modello di S. Leonardo da Porto
Maurizio.
Ma fu mosso da intento missionario anche la istituzione di una famiglia
religiosa dedicata alla educazione delle fanciulle.
Dalla lettura del volume si potrà conoscere la delicatezza di questa anima
sacerdotale e l’influenza che i suoi scritti hanno avuto nella storia della città.
La nostra Diocesi ha avuto dalla Divina Provvidenza il dono di questa
grande personalità e la gioia di custodire le sue spoglie mortali proprio nelle
chiesa dove tante volte parlò delle virtù della Vergine e dei doni riservati ai
suoi fedeli.
Ringrazio cordialmente le brave suore, e particolarmente suor Maria
Paola Giobbi, per l’impegno di far conoscere il pensiero del Marcucci non
solo agli studiosi, ma anche ai ragazzi delle scuole, perché sia apprezzato e
venerato.
Introduzione
Stefano De Fiores
Ascoli Piceno 2 Febbraio 2008
S
aluto questo nuovo volume dell’Opera Omnia di Francesco Antonio
Marcucci che raccoglie i Sermoni per le Feste Mariane (1746-1789) e
mi congratulo con le Pie Operaie dell’Immacolata, in particolare con
Suor Maria Paola Giobbi, per l’intelligenza e l’amore con cui hanno curato
l’edizione.
L’apertura di un altro scrigno contenente ulteriori espressioni di culto e
di dottrina concernente la Madre di Gesù da parte di un testimone convinto e di un maestro illuminato come il servo di Dio Francesco Antonio
Marcucci, rappresenta per la Chiesa un arricchimento e uno sprone.
Trarre dall’oblio i manoscritti che conservano i Sermoni per le Feste Mariane
pronunciati dal Marcucci negli anni 1746-1789 (98 componimenti omiletici), è un’opera meritoria, che si risolve in una maggiore risonanza del pensiero del Fondatore nell’immenso areopago del nostro tempo e in un argomento supplementare per affrettare il riconoscimento della santità e dottrina del servo di Dio.
La prima impressione alla lettura dell’elenco degli argomenti trattati è
che essi offrano uno spaccato della vita religiosa di Ascoli, nonché dell’inserimento in essa della Vergine Maria con una funzione educativa, etica e spirituale. È una conferma del carattere mariano della città - come la descrive
mons. Marcucci -
† Silvano Montevecchi
sì cospicua non meno per l’antichità immemorabile delle sue vaste mura [...]
e per la nobiltà de’ suoi cittadini, [è] molto più illustre per l’amor singolare,
con cui da secoli vincolata si truova a presentar tutta umile ai sacratissimi
piedi della eccelsa immacolata Regina un annuo tributo, e sotto quello i cuori
tutti de’ cittadini1.
1
XXII
F. A. MARCUCCI, Orazione per l’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine, recitata in
Ascoli agli 8 di dicembre del corrente 1760, Ascoli 1760, 30.
XXIII
CARATTERE LITURGICO
Si tratta di una vita ritmata dalle feste liturgiche mariane mediante le
quali la parola di Dio s’inserisce nella quotidianità, sia che riguardi il parto,
il carnevale o la morte2. Il Marcucci valorizza le ricorrenze dedicate a Maria
dall’Aspettazione del parto, alla natività, al Nome di Maria, all’annunciazione, alla visitazione, alla purificazione, all’Addolorata e all’Assunta, dedicando ad ognuna di esse un’omelia appositamente composta, includente un riferimento concreto all’impegno cristiano.
I Sermoni qui pubblicati contengono riferimenti di ordine devozionale,
come l’indossare l’abitino del Carmine o quello ceruleo dell’Immacolata, ma
la loro stragrande maggioranza riguarda la liturgia, segno del primato attribuita a questa nella prassi della vita devota del settecento ascolano.
In tale contesto si spiega la sequenza di Sermoncini abbozzati sopra la sacra
liturgia della santa messa recitati nei sabati (16 novembre 1753 - 14 settembre
1754), in cui mons. Marcucci svolge una catechesi accurata sia circa
l’Istituzione ed i Misteri della S. Messa, e il modo devoto di parteciparvi
(allora si diceva assistervi), sia circa il significato degli abiti sacerdotali delle
varie parti della Messa: dal Gloria in excelsis Deo, all’epistola, al vangelo, al
Credo... fino al prefazio.
La sua esegesi è certamente inculturata ed espressa nel linguaggio allora
corrente, come appare per esempio dal seguente brano:
Spedito questi dall’augustissima Triade alla picciola stanza, dove stavasi allora
ritirata la Divina Donzella, assorta in altissima contemplazione del gran Mistero,
che una Vergine concepir dovea senza umana operazione, Ecce Virgo concipiet; e
appena giunto, con profonda riverenza la inchina, graziosamente la saluta, e con
ogni più umile ossequio le espone la cagione della sua venuta, com’ella era stata
già eletta per Madre di Dio, Ecce concipiet con quel che siegue nel sagro Testo.
Similmente il Marcucci, al contrario di certi presbiteri che fanno l’omelia all’insegna dell’improvvisazione, prepara e struttura i suoi discorsi secondo le norme dell’oratoria che prevedono il prologo, le varie parti e l’epilogo.
Al di là della struttura colpisce la formazione teologica dell’autore che
presenta Maria non già come una monade chiusa in se stessa, ma come una
persona in relazione con la Trinità e con le singole persone divine. Egli la
saluta: Ave figlia di Dio Padre, ave Madre di Dio Figlio, ave Sposa dello Spirito
Santo, ave o Tempio della SS.ma Trinità. E non manca di rimandare al
Magnificat per lodare Dio unitrino con Maria:
Voglio che soltanto l’altezza della gloria ed onore che la Gran Vergine diede
alle tre Divine Persone lo ricaviate da quel ch’essa medesima ne disse nel suo
mirabilissimo Cantico con quelle sole misteriose parole, Magnificat Anima mea
Dominum. Attenti Uditori, giacchè in così alto Mare dolcemente ci troviamo
ingolfati. Disse dunque la Vergine, l’Anima mia rende grande Iddio, gli dà una
gran gloria, un grande onore, Magnificat Anima mea Dominum3.
ISPIRAZIONE BIBLICA
Nelle feste mariane, dovendo commentare gli eventi biblici o misteri di
Cristo in cui è presente Maria, il Marcucci mette a diretto contatto con la
Parola di Dio e con i suoi contenuti vitali e storico-salvifici. Così egli snoda
dinanzi ai nostri occhi i brani evangelici proclamati nelle varie celebrazioni
in onore di Maria, con un’esegesi analitica ed insieme sintetica, cioè fedele al
testo e nello stesso tempo ricca di risonanze dell’Antico e del Nuovo
Testamento. Insomma un’esegesi unitaria e spirituale basata sull’unicità dell’autore divino di tutti i testi ispirati.
2
Cf. nel presente volume: Sagro discorsetto sopra l’Aspettazione del Parto di Maria Vergine
SS.ma. Desiderium meum audiat Omnipotens. In Giobbe al capo trentesimoprimo, databile 1746;
Quanto dispiaccia alla SS. Vergine il Carnevale, Ascoli Piceno 5 febbraio 1752; La devozione
verso la SS.ma Vergine riesce di gran conforto nella morte, Ascoli Piceno 12 febbraio 1752.
XXIV
POESIA E DRAMMATIZZAZIONE
Infine il Marcucci non disdegna le composizioni poetiche e drammatiche
ma le utilizza a lode della Vergine. In questo egli s’inserisce in una tradizione ascolana collaudata almeno da un secolo:
3
Sermoncino decimo quinto recitato nel Sabato della SS.ma Trinità a’ 27 di Maggio del corrente anno
1752.
XXV
Le celebrazioni delle ricorrenze mariane offrivano spesso pretesto per pubblicazioni di carattere poetico-devozionale, quali la Publica supplicatio di
Giuseppe Lenti, edita nel 16214, la raccolta di Tullio Lazzari, pubblicata a
Macerata nel 16985, e gli Affetti di compunzione di Angelo M. Lenti, stampata
a Fermo nel 16926, dove troviamo una composizione dal significativo titolo
Imperatrice del Cielo, e Regina Immacolata degli Angioli7, nella quale viene esaltato l’«Illibato Mistero».8
Vergine amabilissima, [...] volgetevi verso di noi con occhi misericordiosi.
Sollevateci dagli affanni di questa misera vita;
fortificateci contra tutti gli assalti de’ nostri Nemici visibili ed invisibili;
otteneteci il pieno perdono di tutte le nostre colpe e la grazia di non più commetterle;
dateci un cuore, una fedeltà da vostri figli e da amantissimi figli;
e fate in fine, che siccome, anche vostra mercè, fummo redenti,
così col vostro favore siam fatti in eterno tutti salvi.
O allora sì che giungeremo a conoscere perfettamente quanto Amore
vi portò quel Dio, che s’impiegò tutto in farvi grande;
e quanto amore voi portaste a noi in impiegarvi tutta in tanto beneficarci;
e così dando anche noi il tributo di ringraziamenti e di lodi e a Dio e a voi,
vi ameremo, vi benediremo, vi godremo
con tutti i Santi e Angeli del cielo per tutta l’eternità.
Amen.9
In questa scia di utilizzazione della poesia non sorprende il fatto che il
volume ora editato contenga un Volgarizzamento Poetico dell’Ave Maris Stella
(1746), un Dialogo sopra l’apparizione del Redentore risorto alla sua SS.ma Madre
(1772), un Dialogo della Santa Casa di Loreto, tra Timesia, Filomata e Critesio
(1772) e infine un Dialoghetto in quattro Educande per la Festa della
Presentazione di Maria (21 novembre 1786). Sono componimenti che destano
il desiderio di conoscerli, per ammirare la fantasia inventiva del Marcucci e
il messaggio sempre vitale che contengono.
In tutti i discorsi il servo di Dio lascia trasparire l’immagine di Maria
impressa nel suo cuore: una Maria biblica che vive il mistero di Cristo con
atteggiamento di fede sia nella sofferenza che nella gioia, ma anche una
Maria vivente che assunta in cielo non depone la sua missione di salvezza.
Il Marcucci non nasconde la sua pietà e intensa devozione verso la Madre
di Cristo, divenuta nostra Madre, e a lei dirige numerose preghiere, tra cui
la seguente:
4
G. LENTI, Publica suplicatio Argentea Virginis Asculi celebrata, Ascoli 1621.
T. LAZZARI, Le pompe festive celebrate alli 2 luglio 1698 dalla ven. Compagnia di Maria delle
Grazie dell’ill.ma città di Ascoli, Macerata 1698.
6 A. M. LENTI, Aff.etti di compunzione in poesie sacre divise a canti in ottava, che contengono morali e sostanziosi ammaestramenti estratti capo per capo dal p. Tomaso da Kempi, per frutto spirituale
dell’anime devote, Fermo 1692. Si tratta della trasposizione in versi (ottave) dell’Imitazione
di Cristo e di altre opere di T. da Kempis.
7 Ibid., 3-4.
8 A. ANSELMI, «Mons. Francesco Antonio Marcucci e la devozione al “Gran Mistero”
dell’Immacolata nel contesto ascolano», in F.A. MARCUCCI, Orazione per l’Immacolata concezione di Maria sempre Vergine, Riproduzione anastatica dell’edizione del 1760. Studi storicomariologici di Andrea Anselmi e Stefano De Fiores, Edizioni monfortane, Roma 1998, 69.
5
XXVI
9
Abbozzo di Panegirico in onore della SS.ma Annunciazione della Gran Madre di Dio Maria sempre Vergine.
XXVII
Nota redazionale
Suor Maria Paola Giobbi,
Pia Operaia dell’Immacolata Concezione
Ascoli Piceno 31 Marzo 2008, solennità dell’Annunciazione di Maria SS.ma
C
on il Volume Sermoni per le feste mariane si conclude la pubblicazione
della sezione mariologica dei manoscritti del Servo di Dio, mons.
Francesco Antonio Marcucci.
Con ammirazione, ci riappropriamo della predicazione popolare mariana di
due secoli fa del nostro territorio Piceno, con l’auspicio che essa possa continuare ad illuminare la mente e a riscaldare il cuore dei contemporanei e dei posteri.
Ringrazio i miei superiori per la fiducia che mi hanno dato e il professor
P. Stefano de Fiores per la guida cordiale ed esperta nella cura di questo volume e di quello precedente, Sermoni per il Triduo e per la Festa dell’Immacolata
Concezione (1739-1786), stampato a Dolo, Venezia nel 2004.
Ringrazio Sua eccellenza il vescovo Silvano Montevecchi che accompagna
sempre con la sua parola calda e illuminata ogni pubblicazione su mons.
Marcucci; presiede le numerose manifestazioni che la Congregazione propone per far conoscere ed amare sempre più un grande testimone della fede,
della carità e della cultura e, come vigile Pastore, interpreta il desiderio suo
e delle Diocesi Picene, di veder presto riconosciuti dalla Madre Chiesa i
meriti di mons. Marcucci.
Ringrazio, infine, tutti quelli che mi hanno incoraggiato, compreso ed
aiutato a realizzare la pubblicazione, in particolar modo la signora Elvezia Di
Girolamo che con costanza, entusiasmo e competenza ha dedicato molto del
suo tempo libero.
Il volume raccoglie 98 brani di predicazione mariana popolare tratti da
varie miscellanee autografe dell’Autore e presentati in ordine cronologico;
a volte, a questo criterio, è prevalso quello della omogeneità dei destinatari
o del luogo dove i brani sono stati scritti o recitati.
XXVIII
XXIX
Per facilitare la lettura, ogni brano è preceduto da una breve introduzione come pure ogni capitolo.
Le immagini che accompagnano i testi sono riferite a temi trattati e ai
luoghi dove si è svolta la predicazione. Gran parte di esse sono state commissionate dall’Autore stesso.
Che la Vergine Santa, nel 150° anniversario delle sue apparizioni a
Bernardetta Soubirou, con il titolo di Immacolata, ci tenga sotto la sua speciale protezione e ci renda sempre più graditi a Gesù, suo divin Figlio.
XXX
XXXI
Pagine manoscritte
Pag. XXXI - Frontespizio dell’Opera ASC 23.
Pag. XXXII - Prima pagina del Sermoncino Ventesimo in ASC 23, trascritto a pag. 166. Si notano due numerazioni in alto a destra, entrambe successive all’Autore, apposte al momento della rilegatura dei vari fascicoli che
compongono il volume. La grafia dell’Autore è regolare e chiara.
La buona conservazione dei manoscritti dipende dalla qualità della carta
e dell’inchiostro.
In terza di copertina di un libro conservato nella biblioteca antica
dell’Istituto n. 553, leggiamo la seguente nota autografa che ci fa comprendere la cura dell’Autore nel preparare l’inchiostro.
Ricetta per fare il vero e buono Inchiostro
Per fare il vero e buon Inchiostro da scrivere ci vogliono tre libre di Vino,
tre once di Galla, mezz’oncia di Gomma, e due once di Vetriolo.
La Galla va pistata fina, e passata per setaccio, e poi si mette in infusione nel
Vino dentro una pignatta, o altrove; e così si fa stare per nove dieci giorni,
col mescolarla una volta al giorno.
La Gomma pur si mette in infusione in un poco di Vino, levato da quelle tre
libre; e si fa star così in una Tazza, o altrove, senza mescolarla, per nove dieci
giorni.
Passati poi i nove giorni, si cola il Vino Gallato, e anche l’altro Vino
Gommato, e si mescola insieme; e ci si pone il Vetriolo, che deve essere pur
passato per setaccio. E così si fa subito il vero e buono Inchiostro da scrivere.
XXXII
XXXIII
Descrizione dei manoscritti
I
l presente volume raccoglie 98 componimenti omiletici per le feste
mariane, provenienti da vari volumi o miscellanee conservate
nell’Archivio delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione della
Casa Madre di Ascoli Piceno, che verranno indicati con la sigla ASC e nella
biblioteca antica dello stesso Istituto che verranno indicati con la sigla BSC.
Di seguito, vengono descritti i singoli volumi nelle loro caratteristiche
particolari.
Il volume ASC 10 contiene solo un brano autografo della raccolta, composto il 5 febbraio 1752, misura cm 13,50x20. La copertina è in cartoncino con
decorazioni a piccole stelle di color ruggine e paglierino, lacera ai bordi e lungo
la linea centrale; misura 14x21. Il dorso è rilegato in pergamena con fregi dorati, in alto compare il titolo manoscritto “Marcucci Ms Miscellanea”. Il volume è
composto di 13 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto. La numerazione è originale in alcuni brani;
quella progressiva è di altra mano e va dai numeri 1-272. Un fascicolo contiene,
in fondo, varie pagine bianche non contate nella numerazione progressiva.
La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore.
La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto.
Il volume ASC 22 contiene 5 brani autografi della raccolta, composti
tutti nel 1752 , misura cm 14x20. La copertina in pergamena, decorata con
delicati fregi dorati, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Sermoni dei
santi. Il volume è composto di 18 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto.
La numerazione è originale solo in alcuni brani; quella progressiva è di
altro mano e va dai numeri 1-279.
La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore.
La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è buono.
Il volume ASC 23 contiene 35 brani autografi della raccolta, composti
tra il 1746 e il 1769, misura cm 14x20.
La copertina in pergamena, decorata con delicati fregi dorati, misura cm
16x23; sul dorso si legge il titolo Sermoni sopra la SS.ma Vergine. Il volume è
composto di 31 fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un numero
variabile di fogli, a seconda del contenuto.
XXXIV
La numerazione è originale solo in alcuni brani; quella progressiva è di
altro mano e va dai numeri 1-306.
La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La
grafia è chiara e quasi sempre ben leggibile. Lo stato di conservazione è discreto.
Il volume ASC 33 contiene sette brani autografi della raccolta, recitati
nella cattedrale di Montalto tra il 1773 e il 1789, misura cm 19,5x27. La
copertina è in cartoncino leggero di colore grigio, messa successivamente; il
dorso è decorato con linee verticali di colore bleu. Sul frontespizio si legge il
titolo manoscritto “Omelie e discorsi (1756-1794)”. Il volume è composto
di 21 fascicoletti liberi, ognuno dei quali contiene un’omelia recitata a
Montalto, tranne quella del 1756 sul 1 Libro dei Maccabei, cap. 3.
Il frontespizio dei fascicoli riporta il titolo, la data e piccoli fregi
dell’Autore. La numerazione è originale in tutti i brani; quella progressiva è
di altra mano e va dai numeri 1-217. La carta utilizzata è filigranata, proveniente dalla cartiera di Ascoli. La grafia è chiara e ben leggibile; pochissime
le cancellature. Lo stato di conservazione del volume è buono.
Il volume ASC 35 contiene 21 brani autografi della raccolta, composti tra
il 1752 e il 1756, misura cm 14x20. La copertina in pergamena, decorata con
delicati fregi dorati, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Prediche pel
Sacro Avvento. Il volume è composto di 12 fascicoletti cuciti con filo di refe
contenenti un numero variabile di fogli, a seconda del contenuto.
La numerazione è originale solo in alcuni brani; quella progressiva è di
altro mano e va dai numeri 1-276.
La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore.
La grafia è abbastanza chiara e leggibile. Alcuni fogli, di formato leggermente più grande degli altri, sono consumati nella parte inferiore ed alcune parole sono illeggibili. Lo stato di conservazione del volume è discreto.
Il volume ASC 37 contiene 8 brani autografi della raccolta, composti tra
il 1757 e il 1758, misura cm 14x20. La copertina in pergamena ha i bordi
decorati con delicati fregi dorati, al centro è ben visibile uno stemma papale, misura cm 16x23; sul dorso si legge il titolo Sermoni sul Nuovo Testamento.
Il volume è composto di 7 fascicoli cuciti con filo di refe contenenti un
numero variabile di fogli, a seconda del contenuto.
La numerazione è originale, ma il volume non è impaginato in modo progressivo; il titolo si trova dopo la p. 124. Il volume contiene 171 pagine più
alcune bianche.
XXXV
La carta utilizzata è filigranata e proviene dalla cartiera di Ascoli. La grafia è chiara e ben leggibile; pochissime le cancellature. Lo stato di conservazione del volume è buono.
Il volume ASC 47 contiene due brani autografi della raccolta, composti
nel 1746 e misura cm 13x20. La copertina, cm 14x20,50, è in cartoncino,
ricoperto da carta decorata a righe e palline di colore ruggine. Il dorso è rilegato in pelle con fregi dorati; è lacero in basso e forato in vari punti; il titolo, a caratteri dorati, “Miscella(nea)” è inserito dentro una cornice anch’essa
con fregi dorati. Il volume è composto di 19 fascicoletti cuciti con filo di refe
contenenti un numero variabile di fogli, alcuni dei quali bianchi. La numerazione è originale in alcuni brani; manca quella progressiva.
La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore.
La grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto.
Il volume ASC 51 contiene sermoni ed omelie per il triduo e la festa
dell’Immacolata Concezione, pubblicati nel 2004, in Marcucciana Opera
omnia, vol. III. L’unico brano che si distacca dal tema è quello sulla Natività
di Maria, dell’8 settembre 1753, che viene pubblicato nella presente raccolta; esso è costituito da un foglio, rilegato con filo di refe nel volume, alle pp.
299-301 (19-21) e misura cm 13x20. La copertina, in pergamena, decorata
con fregi dorati, misura cm 15,4x22,3; sul dorso, si legge Sermoni sopra l’Imm.
Concezio. La numerazione progressiva è di altro mano e va dai numeri 1-334.
La carta utilizzata è resistente e comune a molti altri volumi dell’Autore. La
grafia è chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto.
Il volume ASC 63 contiene unicamente i quattro brani, in onore di
Maria Bambina, inseriti nella raccolta, scritti nel 1767-1768; misura cm
13,5x19,5.
La copertina è in cartoncino decorato a fiorellini color paglierino su sfondo ruggine sfumato. Sul dorso c’è un’etichetta successiva all’Autore con il
titolo manoscritto “Discorsi sopra la S. Bambina”; misura cm 14x20,50. Il
volume è composto da tre fascicoletti cuciti con filo di refe contenenti un
numero variabile di fogli, alcuni dei quali bianchi, numerati dall’Autore.
Manca la numerazione progressiva.
La carta utilizzata è resistente, la grafia è chiara e leggibile con qualche
cancellatura. Lo stato di conservazione del volume è buono.
Il manoscritto ASC 92 non fa parte di nessuna raccolta; è uno autografo del 21 novembre 1786 formato da due fogli cuciti al centro che formano
XXXVI
otto facciate di cui tre bianche, con numerazione originale, di cm
13,50x19,50. Sulle pagine bianche ci sono alcuni appunti e cancellature di
altra mano. La carta utilizzata è uguale a quella di altre raccolte; la grafia è
un po’ affaticata. Lo stato di conservazione è discreto.
Il manoscritto ASC 141 non fa parte di nessuna raccolta; è uno autografo giovanile, scritto su un foglio di quattro facciate, con numerazione originale, databile 1746; misura cm 14x20.
È custodito in una cartellina di colore celeste sul cui frontespizio si legge
il titolo “Sacro discorsetto sopra l’aspettazione del parto di Maria”.
La carta utilizzata è resistente, la grafia è chiara e leggibile. Lo stato di
conservazione è discreto.
Il Volume BSC 1519 è una miscellanea che si trova nella Biblioteca delle
Suore Concezioniste della Casa Madre di Ascoli Piceno e contiene dieci brani
autografi della raccolta, recitati a Montalto tra il 1771 e il 1776; misura cm
18,5x26,5. La copertina è in cartone, ricoperto da carta decorata con fiorellini gialli e foglie verdi su sfondo color paglierino, misura cm 19x28. Il
dorso è rilegato in pelle con fregi dorati; è lacero e forato in vari punti; il
titolo, a caratteri dorati, è inserito dentro una cornice anch’essa con fregi
dorati, ma illeggibile perché deteriorato. Sul frontespizio interno si legge il
titolo “Opuscoli in parte dell’abate Marcucci ascolano, in parte di mons.
Marcucci, dall’anno 1768 sino al 1784, parte seconda”. Il volume è composto di 28 fascicoli cuciti con filo di refe contenenti un numero variabile di
fogli, alcuni dei quali bianchi. La numerazione è in parte originale e in parte
apposta da altra mano; manca quella progressiva. La carta utilizzata è filigranata e proveniente dalla cartiera di Ascoli. La grafia è per lo più chiara e leggibile. Lo stato di conservazione del volume è discreto.
XXXVII
Criteri di trascrizione dei manoscritti
L
a trascrizione è sostanzialmente fedele all’originale. Sono state
apportate soltanto alcune modifiche per adeguare il testo alla forma
ortografica corrente, ad esempio si è ritenuto opportuno omettere
l’apostrofo dopo l’articolo un, davanti ad un nome maschile iniziante per
vocale, oppure dopo alcune particelle, ad esempio n’è è stato reso ne è.
Alcune parole tronche, sono state completate con la vocale, ad esempio:
sen’, è stato reso con se ne; alcune forme verbali molto antiquate sono state
aggiornate, come negli esempi:
Troveressimo = troveremmo
Vedrassi = si vedrà
Debbe = deve
Alcuni sostantivi con la doppia sono stati resi come negli esempi:
Sabbato = sabato
Davidde = Davide
Saulle = Saul.
L’uso delle maiuscole è stato lasciato come nell’originale; per quanto
riguarda la punteggiatura, sono state omesse le virgole prima della e congiunzione; le sottolineature sono state rese graficamente con il carattere corsivo per rendere il testo più leggibile.
Le note con numerazione alfabetica sono dell’autore; quelle con numerazione araba sono della curatotrice.
L’abbreviazione “ver. gr.” che spesso si incontra nel testo significa “per
esempio”.
Scorcio della Casa Madre dell’Istituto delle Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione
costruita da mons. Marcucci. Sullo sfondo la Chiesa ottagonale dell’Immacolata e la torre
campanaria.
XXXVIII
1
CAP. I
SERMONI E INNI MARIANI
DEL 1746
2
3
Introduzione al capitolo
Questo primo capitolo raccoglie quattro brani di predicazione giovanile di don
Marcucci dell’anno 1746, dedicati a Maria SS.ma.
Sono meditazioni sui momenti della sua vita: l’Annunciazione, l’attesa del parto,
il dolore del venerdì santo, l’Assunta, i suoi privilegi.
L’autore attinge i contenuti dei suoi discorsi alla Sacra Scrittura, alla dottrina dei
Padri della Chiesa e al magistero, che conosce già in modo ampio ed approfondito.
La sua esposizione chiara, scorrevole ed organizzata secondo le regole dell’arte retorica, mira a scaldare il cuore degli ascoltatori e muovere la loro volontà verso una
devozione mariana sincera, fondata sulla totale fiducia in lei e sulla imitazione delle
sue virtù.
Nel capitolo sono stati raccolti anche due inni mariani tradotti dal latino e musicati dall’Autore per renderli più piacevoli ai fedeli ed un testo riguardante la devozione al sacro abitino, legato alla festa della Madonna del Carmine, già stampato
nel 1746.
I testi di meditazione sono raccolti nelle miscellanee ASC 23 e ASC 141; mentre
gli Inni nella miscellanea ASC 47.
4
5
Abbozzo di Panegirico in onore della SS.ma Annunciazione
della Gran Madre di Dio Maria sempre Vergine
Il testo è senza data. Il confronto con altri scritti datati 1746 e collocati nella
stessa miscellanea che presentano le medesime caratteristiche: la calligrafia, la struttura dei paragrafi, le frasi iniziali “Dio ti salvi” e conclusive “Laus Deo…”, e il
formato, inducono a pensare che anche questo scritto possa essere datato nel 1746. È
dunque uno scritto giovanile dell’Autore. I destinatari non sono indicati: potrebbero
essere le Religiose dell’Immacolata e/o i fedeli della parrocchia di don Marcucci,
Santa Maria Inter Vineas, dove era solito predicare, o di qualche altra chiesa della
città.
Il panegirico, pur considerato dall’Autore un abbozzo, è organizzato in modo
ampio e completo. È diviso in due parti: la prima si apre con una introduzione e si
sviluppa in 12 paragrafi; la seconda parte, più breve, si sviluppa nei paragrafi
13-16 e si conclude con una fervente preghiera alla Vergine.
L’argomento del panegirico è un commento al brano evangelico di san Luca sull’annunciazione di Maria. Don Marcucci si propone di dimostrare che Maria è stata
la più amata da Dio tra tutte le pure creature, Colei che più ci ama e di conseguenza la più degna di essere da noi riamata.
Nella prima parte vengono spiegati i primi due punti; nella seconda parte l’ultimo.
La richiesta di Dio a Maria per avere il suo consenso a diventare la Madre del
suo Figlio è segno dell’amore speciale di Dio per Lei. Egli si fa “dipendente dalla
risposta della SS.ma donzella”. Dio aveva preparato questo mirabile colloquio amandola più di tutte le sante donne dell’Antico Testamento: Anna, Ester, Giuditta e
Rachele, l’aveva ricolmata di doni e di bontà. La sua bellezza era stata paragonata
all’orto chiuso dei sacri Cantici, alla fonte sigillata di Gioele, alla porta orientale
vista in spirito da Ezechiele, al vello rugiadoso di Gedeone, alla torre di David,
all’arca dell’Antico Testamento, alla verga sacerdotale senza nodi e corteccia ed ancora alla rosa e al giglio, al cedro e alla vite, al platano e al cipresso, alla palma e
all’ulivo, all’aurora e al sole, alla luna e alle stelle.
Maria, così amata da Dio, rispose sì alla sua proposta di diventare Madre di
Gesù suo divin Figlio e in questo modo dimostrò all’umanità il suo amore. Il consenso di Maria a Dio, afferma don Marcucci, fu un atto eroico di magnanimità e di fortezza. Infatti, “ben arricchita da Dio della più nobile scienza infusa, pienamente consapevole delle Divine Scritture, da lei tante e tante volte meditate e lette, Ella sapeva
molto bene quante amarezze, dolori e affanni doveva patire la Madre del Messia”.
6
Nella seconda parte del panegirico, l’Autore invita i suoi ascoltatori a ricambiare
l’amore grande di Maria verso l’umanità che rese possibile ed “affrettò” la nostra redenzione e conclude con una fervente preghiera rivolta alla Vergine amabilissima per ringraziarla del suo amore, chiederle di ottenerci la forza contro il male e darci un cuore di
figli amatissimi e fedeli per godere poi con Lei e con tutti i santi il premio eterno.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 145-165.
Bartolomeo Vitelli, Annunciazione, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta
nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento.
Dio ti salvi, Maria, ecc.
Missus est Angelus Gabriel a Deo ad Virginem ... et illa dixit:
Ecce Ancilla Domini; Fiat mihi secundum Verbum tuum1
(Lc. 1, 26-38)
Il proporre ad una Creatura, che si reputa la più vile di quante sieno al Mondo,
una dignità la più sublime, che dopo Dio dar si possa, egli è un porre, se non
m’inganno ad un cimento il più grande, una virtù la più eroica. Iddio, che come
ben dice San Giacomo Apostolo, intentator malorum est, pure si compiace talora
1
Fu mandato da Dio l’Angelo Gabriele ad una Vergine… ed Ella disse: Ecco la serva del
Signore, sia fatto a me secondo la tua Parola.
7
di provarci su questa Terra, affin si scopra anche agli altri, se noi veramente lo
amiamo. Tentat vos Dominus Deus vester, così abbiamo dal sagro Testo, ut palam
fiat, utrum diligatis eum, an non2 (Deut. 13,7). Quindi troviamo, che il Patriarca
Abramo, tra gli altri, fu provato da Dio più volte, non già perché l’Altissimo
non sapesse, anche senza prova veruna, quanto riprometter si poteva dalla fedeltà del suo servo, sino al confronto del paterno Amore, che invano avrebbe fatti
i suoi sforzi nel duro comando di sacrificare il suo Figlio Isacco, ma volle così
provarlo, affin di far conoscere al Mondo chi era Abramo, vale a dire, quanto
giusto, quanto amante, quanto fedele, fecit eum cognoscere, così Agostino, quod
timebat Deum3. Per ugual modo io mi figuro, R(iveriti) U(ditori), che in questo
dì felicissimo facesse Dio con la Gran Vergine; mentre nello spedirle in suo
Nome l’Arcangelo Gabriele ad annunziarle il mistero inneffabile
dell’Incarnazione del Divin Verbo, pare che provar volesse l’umiltà di Lei, non
già perché egli non sapesse di qual tempra fossero quelle impareggiabili sublimissime virtù, di cui era ben adorna questa Divina Donzella; ma acciocché
conosciuta fosse nel Mondo chi Ella era. Che però, dovend’io in questa mattina,
con sommo giubilo del mio cuore, parlarvi sopra l’Annunziazione a Lei fatta,
aderendo a’ disegni amabilissimi del cuor di Dio, nel modo, onde all’umana
debolezza e specialmente alla mia, ragionar sopra sì gran Signora si permette, vi
additerò chi ella sia, col farvi riflettere e al modo, che Dio tenne nello spedirle
la solenne ambasciata; e al modo che tenne l’Angelo in eseguirla e alla risposta
che diede la stessa Vergine al Messaggiero Celeste. Così, fattavi una divota parafrasi alle misteriose parole, missus est Gabriel Angelus a Deo ad Virginem ... et illa
dixit, Ecce ancilla Domini, fiat secundum Verbum tuum, vedrete, come la Nostra
Immacolata Signora, Maria SS.ma fu tra tutte le pure Creature la più amata da
Dio e la più amante di noi e in conseguenza la più degna di essere da noi riamata. Favoritemi di benigna attenzione. E son da capo.
1.
2
3
8
nel Mondo da gran Personaggi nelle spedizioni di rimarco. Noi pur sappiamo, che nel Mondo, dalla dignità del Personaggio, che spedisce gli
Ambasciatori, dalla nobiltà di questi e dal modo con cui essi si portano,
argomentasi la stima, che si ha di quella persona, alla quale siffatta spedizione è diretta e con la stima si deduce anche l’amore che se le porta.
Ed essendo così, o come incomincia bene a scoprirsi l’Amor grande, che
Dio manifestò alla Gran Vergine in questo felice Giorno, in cui con istupore dei cieli si vidde il Creatore spedire ad una Creatura e spedirle uno
tra i più nobili Principi della sua Celeste Corte e spedirlo per un’opra così
eccelsa e sublime, che tra le Opre Divine ad extra era la più gloriosa!
Poteva, non può negarsi, Dio manifestare a Nostra Signora i suoi voleri in
mille modi, o facendole udir la sua Voce, come fece con Samuele, o illustrandole la mente, come praticò con Profeti, o parlandole da solo a solo
al Cuore, come stilò con la sagra sposa de’ Cantici. Ma no: volle servirsi
di una solenne ambasciata fatta per mezzo di un Arcangelo, acciocché il
Mondo, riflettendo alla Maestà infinita di chi spediva e alla nobiltà grande di chi era spedito, risapesse quanto era amata al sommo da Lui Maria
SS.ma, alla quale tale spedizione era inviata.
2.
Che dal modo, che Dio tenne nello spedire alla Gran Vergine l’ineffabile
annunzio e dal modo che l’Angelo tenne in eseguirlo, possa conoscersi
come la Gran Signora tra tutte le pure Creature era la più amata
dall’Altissimo, chiaro apparisce, se ben si considera lo stile tenuto anche
Il vostro Signore Dio vi mette alla prova perché sia manifesto se lo amate o no.
Lo fece conoscere che temeva Dio.
4
Io ben so, che gran contrassegno di Amore fu quello, che Iddio diede ad
Abramo nel manifestargli alcuni de’ suoi segreti, prima di porli in esecuzione, Numquid celare potero Abraham quae gesturus suum?4 Ma che han
che fare i segreti palesati ad Abramo col sublimissimo Arcano
dell’Incarnazione del Divin Verbo, promessa, è vero, da Dio tanti secoli avanti, però quanto al tempo, in cui dovea effettuarsi, tenuta sempre
segreta anche ai più Cari, fuorché alla Vergine; la quale in tutta la
discendenza di Adamo fu la prima a risapere da Dio, com’era giunto
quel Felicissimo Giorno, in cui il Figliuol Divino voleva discender dal
Cielo in Terra a prender carne umana nel purissimo di Lei Ventre per
virtù dello Spirito Santo? Che però, chi non vede, che bel contrassegno
di amore debba dirsi questo, di essere stata Nostra Signora la prima ad
esser partecipe de’ segreti del Cuor di Dio in una Opra così sublime, ed
ineffabile e cosìpure, quanto al tempo, nascosta?
Forse che potrò nascondere ad Abramo ciò che io sto per fare?
9
3.
Ma piano. Vi è ancor di vantaggio. Iddio non solamente manifestò in tal
giorno a Maria SS.ma un segreto, quanto al tempo, a niuno degli
Uomini palesato, ma di più tal manifestazione la fece con un modo sì
singolare, che non si legge con veruno del Genere Umano praticata.
Date di grazia un’occhiata alle divine Scritture e ditemi semmai
l’Altissimo nel palesare i suoi Voleri ai Profeti, o ad altri suoi servi,
volesse dipendere dalla loro volontà in eseguirli? Voi nol troverete. Lo
rinverrete bensì molto bene, qualor si tratta della Gran Vergine, come
creatura da Lui la più amata. Avea Dio insin dall’eternità stabilita nella
sua Mente la grande Opra dell’Incarnazione e sin da secoli eterni avea
pur determinato di eleggere questa Divina Donzella a vestirlo nel
tempo prefisso, nel di lei illibato seno di Umana Carne. Or l’aver poi
egli spedito a Lei per averne il Consenso in un’Opra già da lui decretata che altro fu, se non un voler dipendere dai Voleri di Lei? Sì, si R(iveriti) U(ditori) ecco quanto fu amata da Dio la Nostra Immacolata
Signora, che non volle farsi uomo nel purissimo seno di Lei senza il di
lei consenso. Poteva egli, chi può negarlo? Senza saputa della Vergine
penetrare in quel Sagrosanto Seno, di cui mostrossi vago per lo spazio
de’ secoli sempiterni e in cui, per usar la bella frase di San Pier Damiani,
doveano esser le sue delizie, Non est locus voluntatis, nisi uterus Virginis5,
ed ivi senza di lei volere, per virtù del Divin Paraclito assumer umana
carne, Potuit ex ea carnem assumere, non dante ipsa6. Pure, benché potesse,
non volle; ma da lei aspettò il consenso con formule espresse; e fattosi
dipendente dalla risposta della SS.ma Donzella, a Lei inviò il
Messaggero celeste, affinché fosse, diciam così, l’esploratore della volontà di Lei. O stupori, o maraviglie non più udite! Che il Figlio di Dio,
fatto Uomo, rimirasse poi sempre la Vergine, come la più cara Pupilla
degli occhi suoi e a lei volesse esser soggetto, Erat subditus illi7, s’intende perché gli era madre: che insin sulla croce, tra le più dolorose agonie, ne mostrasse una cura sollecita con raccomandarla a Giovanni, Ecce
Mater tua, si capisce, perché gli era Madre: che poi assunta in Cielo la
volesse assisa alla sua destra, Astitit Regina ad dextris tuis8, arbitra di una
Onnipotenza partecipata, si penetra bene perché gli era Madre. Ma che
prima di essergli Madre attuale, mostrasse di lei tanta stima sino a
dipender dai di lei voleri e rimettere alla libera elezione di lei l’esecuzione della grande Opra dell’Incarnazione, o questo sì che fu un eccesso del suo infinito Amore, con cui palesar volle al Mondo quanto gli
fosse cara e quanto da lui fosse amata tra tutte le Creature.
4.
Ma come non esser la più amata, se era la più bell’Opra uscita dalle sue
mani? Ed oh, cari U(ditori), potess’io ingolfarmi in sì bel mare, dove il
far naufragio egli è una somma felicità, come non esser la più amata;
vorrei dirvi; s’ella nella mente di Dio era stata la prediletta e la prescelta da tutta l’eternità ad essergli madre, chiamata perciò con ragione da
San Bernardo, il bel Lavoro di tutti i secoli, Negotium omnium seculorum?9
E se intorno a lei venne Iddio, in un certo modo di dire, ad impoverirsi
dei suoi Tesori e se gradite la frase del Venerabil Beda; sino ad impiegare tutta la sua Onnipotenza, Sapienza ed Amore in arricchirla e in
santificarla in tal guisa, che sin nell’istante solo dell’Immacolata di Lei
Concezione superò di gran lunga la santità, che avean acquistata tutti gli
Angioli e Santi insieme nel colmo de’ loro meriti, come fondatamente
registrò l’esimio Suarez? Ma via, che questo sarebbe un uscir fuori del
mio assunto: onde, non senza mio dolore, son costretto a tacerlo, con
quel molto di più che dir potrei in prova dell’infinito Amor di Dio verso
di lei; e son forzato a rimettermi sulle leggi, se meglio nol direi, sulle
angustie del mio argomento e farvi riflettere al modo, che tenne
l’Arcangelo Gabriele nell’eseguire l’incarico di Messaggero.
5.
Spedito questi dall’augustissima Triade alla picciola stanza, dove stavasi
allora ritirata la Divina Donzella, assorta in altissima contemplazione del
gran Mistero, che una Vergine concepir dovea senza umana operazione, Ecce
Virgo concipiet10; e appena giunto, con profonda riverenza la inchina, grazio-
5
8
6
9
Non si tratta di volontà, ma del seno della Vergine.
Avrebbe potuto assumere la carne da Lei, se Ella non l’avesse concessa.
7 Era soggetto a Lei.
10
La Regina si assise alla sua destra.
Il lavoro di tutti i secoli.
10 Ecco la Vergine concepirà.
11
samente la saluta e con ogni più umile ossequio le espone la cagione della
sua venuta, com’ella era stata già eletta per Madre di Dio, Ecce concipiet con
quel che siegue nel sagro Testo. Io non so, cari U(ditori), se avete fatta mai
riflessione alla maniera, con cui espresse l’Evangelista San Luca questa spedizione Angelica. Noi pur sappiamo, che San Gabriele era Arcangelo, vale
a dire uno tra i più nobili serafini del Cielo; eppure egli non così lo chiamò,
ma lo intitolò col semplice nome di Angelo, Missus est Gabriel Angelus. Ve
ne dirò la cagione. Appunto, fu perché Gabriele, nel salutar la Vergine,
depose ogni maestà di Arcangelo, si considerò come umile servo dinanzi
alla sua Gran Regina: e così convenivasi, giacché al cospetto di sì eccelsa
Signora, ogni più alto e nobile Serafino appena meritar poteva di semplice
Angelo il Nome; in quella guisa, che vediamo accadere nel Mondo, che
quei principi, i quali nelle private Città riscuotono i primi onori, qualora si
portano innanzi al loro Monarca, par che non sieno più quei di prima; sembra che spariscano, come le stelle innanzi al sole.
6.
Gran cosa! Io osservo nelle Sagre Scritture, che qualora gli Angioli su
questa Terra sono apparsi anche a’ personaggi celebri in Santità, han
sempre ritenuto, come Ministri dell’Altissimo, un certo contegno di
maestà. Osservate se io dica il vero. Appare a nome di Dio un Angelo a
Mosè nel misterioso roveto e ode questi intuonarsi, che non si accosti a
calpestar quel Terreno santificato dalla sua presenza se non col piede
ignudo, solve calceamenta de Pedibus tuis11. Presentasi un altro Angelo a
Giacobbe, e perché questi nella misteriosa lotta non volea lasciarlo, egli
lo sgrida con voce imperiosa, lo atterrisce, lo abbatte: Tetigit femur eius,
et emarcuit 12. Scende di tanto in tanto un altro Spirito celeste nel tempio di Salomone e riscuote molti ossequi dall’innumerabile Popolo ivi
adunato. Alberga Abramo tre Angioli in forma di pellegrini e presta
loro umili adorazioni. Ne appare un altro all’Apostolo Pietro, qualor
trovavasi tra dure catene e lo percuote nei fianchi, Percusso latere Petri
excitavit eum13. Conduce un altro Angelo in ispirito l’Evangelista
Giovanni, egli parla con voce simile a un tuono. Ma con la gran Vergine
tenne forse lo stesso modo, lo stesso portamento l’Arcangelo Gabriele?
No certamente! Vedeste mai, U(ditori), quei fiumi reali, che ovunque
passano vanno orgogliosi ed alteri ed allagano, con terrore di chi li mira
e le campagne e i prati; giunti poi al mare, par che non sieno più quei,
ma fatti tutti umili gli offrono ubbidienti il loro tributo dell’acque.
Così l’angelico messaggero con la Vergine, la quale era un mare di grazia, vestitosi di affabilità, di umiltà e di sommo rispetto, a lei si umiliò
e si inchinò, lei salutò e con tutta la riverenza da servo le espose la solenne ambasciata. Or se egli è vero, come verissimo, che dal rispetto, col
quale si portano gli Ambasciatori verso quel Personaggio, cui vengon
mandati, argomentasi la stima e l’amore di chi gli invia; quale Amore
non dovrà dirsi, che portasse Iddio a Nostra Signora, se con tanta umiltà e riverenza volle che con lei si portasse uno tra i più nobili Serafini,
destinatole per suo Messaggero?
7.
Ma udite maraviglie maggiori. Al felicissimo ricevuto annunzio della
Divina Maternità, Maria SS.ma, come nell’Umiltà e nella Verginità non
avea pari, si turbò alquanto, Turbata est in sermone eius14. Ripeteva seco
stessa, se qual novità di saluto egli era mai questa della pienezza di
Grazia, Ave Gratia plena, e qual fecondità mai di seno misteriosa, Ecce
concipies et paries15; considerava, aver ella sin dall’utero materno consagrato a Dio il vaghissimo fiore di sua sovrangelica purità verginale; perciò alquanto rimase turbata, Turbata est. Non già, R(iveriti) U(ditori),
che ella dubitasse punto nel credere a Dio e alla sua divina Virtù e onnipotenza; perciocché esercitò anzi allora un atto di fede così eroica, che
con questa diede l’ultima disposizione all’esser di Madre di Dio, come
ben divisò Agostino: Singulari fide subnixa, Dei Filium, Filium suum
fecit16, chiamata perciò con molta ragione beata da Santa Elisabetta,
beata, quae credidisti17. Non dubitò dunque, no; ma volle con somma
14
11
Sciogli i calzari dai tuoi piedi.
12 Toccò il suo femore e lo atrofizzò.
13 Avendo toccato il fianco di Pietro, lo svegliò.
12
Ella si turbò alle sue parole.
Ecco tu concepirai e partorirai.
16 Sostenuta da singolar fede, fece il Figlio di Dio suo Figlio.
17 Beata te che hai creduto.
15
13
prudenza sentir le maniere, com’ella dovea esser Madre e a tal fine
rispose all’Annunciatore, Quomodo fiet istud?18 E qui, cari Ascoltanti, vi
sovvenga il modo come si portarono gli Angioli nel rispondere alle
interrogazioni fatte loro da altri. Annunziò un Angelo alla Consorte di
Manuel la nascita di Sansone, ma se le diede a vedere con un volto ripien
di terrore, Terribilis nimis19; e interrogato altra volta da Manuel a voler
palesare il suo nome, l’Angelo fu sì lontano di secondar queste brame,
che anzi lo riprese in dicendo, che non era decente esser consapevole di
un Nome del tutto mirabile, Cur quaeris nomen meum, quod est mirabile?20
Annunziò un Arcangelo e fu lo stesso Gabriele, al sommo sacerdote
Zaccaria la concezione del Gran Battista suo Figlio e perché alquanto si
mostrò restio nel dargli fede, lo fece restar muto senza parola. Ma, qualor si trattò di rispondere alle giustissime dimande della Vergine,
Quomodo fiet istud? Osservate con che di rispetto, con che di affabilità
egli si portò; con qual piacevolezza si fece a discacciarle il timore, a raddoccirle il turbamento, animandola e confortandola, Ne timeas, ne timeas Maria: invenisti Gratiam apud Deum21.
8.
Cuore, Vulnerasti Cor meum23. Per tal fine vi fece profetizzare da tanti
oracoli, adombrare in tante figure. Essendo appunto voi quell’orto chiuso de’ Sagri Cantici, quel fonte sigillato di Gioele, quella Porta orientale
veduta in ispirito da Ezechiele, quel vello rugiadoso di Gedeone quella
torre di David, quell’arca del Testamento, quella verga sacerdotale senza
nodi e corteccia. Essendo voi quella per la vostra bellezza e bontà che
foste paragonata or alla rosa e al giglio, or al cedro e alla vite, or al platano e al cipresso, or alla palma e all’ulivo, or all’aurora e al sole, ed or
alla luna e alle stelle. E però, non temete, torno a ripetere, mia eccelsa
Signora, state pur di buon animo, Ne timeas, ne timeas, Maria. Così mi
figuro, U(ditori), che le dicesse l’Angelo.
9.
Quindi io mi figuro, che le spiegasse parte a parte il profondo senso di
queste misteriose parole; e le dicesse: Non temere, o eccelsa Signora,
mia Sovrana Regina della propostavi divina Maternità. Sappiate che
Iddio per farvi sua degna Madre vi preservò e dalla colpa di Adamo e dal
debito prossimo di contrarla e vi ricolmò poi l’Anima di tanta Grazia,
che non vi è tra le pure creature chi vi avanzi, anzi neppure chi vi uguagli. Gli furono care, è vero, le Anne, le Ester, le Giuditte e le Racheli,
ma voi siete la più cara a lui, la sua diletta, la sua colomba, la sua illibata Sposa. Di voi egli disse appunto ne’ Sagri Cantici, Adolescentularum
non est numerus, una est columba mea, una est22. Egli perciò vi fece tanto
bella, che della vostra bellezza disse, che gli avea ferito il suo Divino
18
Come avverrà questo?
Troppo terribile.
20 Perché cerchi il mio nome che è mirabile?
21 Non temere, non temere, Maria: hai trovato grazia presso Dio.
22 Non c’è numero delle adolescenti, una sola è la mia colomba, una sola è.
Ma voi stupite ed io più di voi stupisco. Voleva Maria SS.ma, come udiste, sentire la maniera com’ella dovea esser Madre, Quomodo fiet istud?
Ma l’Angelo, stimandosi indegno di essere Maestro e illustratore di
quella gran Mente, che sol da Dio dovea ricevere i lumi, rimise la spiegazione del profondo arcano allo Spirito Santo, per virtù di cui dovea eseguirsi nell’utero verginale di lei la grande Opra dell’Incarnazione del
Divin Verbo; onde le disse, Spiritus Sanctus superveniet in te, et virtus
Altissimi obumbrabit tibi24. Quasi dir le volesse, io già so, o mia gran
Regina che voi diverrete Madre del nostro Dio, senza operazione di
uomo, ma per sola virtù divina; onde sarete e Madre e Vergine nel
tempo istesso: ma pure, non convenendo a me, vostro umile servo, in
ciò illuminarvi, ecco che lo Spirito Santo discenderà in voi, da lui sarete
a pieno informata; e quella sua divina Virtù, di cui sarete ripiena e per
cui sarete Madre ammirabile del nostro Creatore, vi sarà degna illuminatrice e Maestra. A me basta trattanto, che fatto estatico in contemplar
e la più che celeste bellezza del vostro modestissimo volto e l’eccellenza molto grande del vostro altissimo merito e l’altezza impareggiabile
della vostra dignità infinita, mi basta, dico, che rimanga genuflesso ai
vostri SS.mi piedi ad aspettare il tanto sospirato vostro consenso di
quell’ammirabile Fiat, che sarà la gioia di tutto il Paradiso, la consola-
19
14
23
24
Hai ferito il mio cuore.
Lo Spirito Santo verrà su di Te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà.
15
zione e salvezza di tutto il Mondo. O Dio, cari U(ditori), che maraviglie son queste! Or vada pure chi vuole, ricercando altri motivi per
dedurre della gran Vergine il merito sublimissimo e singolare e il grande Amore di Dio verso di lei; che quanto a me e dal modo che Dio tenne
nello spedirle il Messaggero celeste e dal modo che tenne questi nell’eseguire l’incarico, stimo già dedursi ad evidenza. Sì, sì ad evidenza,
perciocché Dio tenne un modo, il qual convenivasi tenere con la sua
Madre. L’Angelo si portò, come dovevasi, verso chi era stata eletta alla
Divina Maternità. E così nell’una ed altra maniera si mostrò chi era
Maria SS.ma, cioè che era eletta in Madre di Dio, vale a dire, che era
stata innalzata ad una dignità, che non poteva darsi maggiore; e in conseguenza che era amata con un Amore senza pari. E siccome in questo
giorno riseppe il Mondo, che ella era stata destinata alla Maternità divina, perciò ebb’io ragion di asserire che in questo giorno appunto fece
Iddio conoscere che ella era da lui la più amata tra tutte le creature.
10. Restandomi ora dar l’ultima mano al discorso, contentatevi, R(iveriti)
A(scoltatori), che io vi additi brevemente come la nostra Immacolata
Signora con la risposta che diede all’Angelo, Ecce Ancilla Domini; fiat
mihi secundum Verbum tuum25, si diede a conoscere la più amante di noi.
Se io vi dicessi, che ella, in accettando di essere Madre di Dio, esercitasse un atto di magnanimità e di fortezza il più eroico, voi forse rimarreste ammirati. Eppure tanto avvenne. Era la Vergine, come ben arricchita da Dio della più nobile Scienza infusa, pienamente consapevole delle
Divine Scritture, da lei tante e tante volte meditate e lette. Sapeva molto
bene quanto di amarezze, di dolori e di affanni dovea patire quella fortunatissima Verginella, che del venturo Messia dovea esser la Madre.
Quindi io mi figuro che prima di dare il suo consenso le venisse tosto
alla mente il discorrere così seco stessa: “Io dunque dovrò vedere il mio
Divin Figlio, il mio dolce Gesù, il mio caro Dio straziato da mani barbare con tanto scempio, coronato di pungentissime spine e poi lacero,
ignudo ed esangue morire su di una croce? Non avrò, è vero, verun dolore nel partorirlo, ma questo dolore mi si riserva al tempo dei suoi pati-
25
Ecco la serva del Signore; avvenga a me secondo la tua parola.
16
menti. Io dunque lo partorirò, non so se più mi dica, alla vita o alle pene
o alla morte? Avrò sì il contento di alimentarlo col mio purissimo latte,
ma nel tempo istesso m’intorbiderà la gioia del cuore il funesto pensiero che quella divina bocca ha da essere un giorno amareggiata dal fiele.
Vagheggerò quel volto, in cui desiderano di specchiarsi i Serafini, ma
questo contento rimarrà affocato dalla funesta memoria che questo volto
medesimo sarà un giorno vilipeso con gli sputi e percosso con gli schiaffi. Godrò in udirmi chiamare col dolce nome di Madre; ma, o Dio, e questo Figlio così amabile e grazioso, avrò un giorno ad accogliere estinto
tra le mie Braccia; misero avanzo della giudaica empietà”?
11. Così m’immagino, ripiglio, U(ditori), che ella seco stessa dicesse, pria di
dare il consenso: anzi che pur nella sua mente venisse, come ella avrebbe
goduto di tenerlo ben nove mesi nel verginale seno, ma che ogni momento le sarebbe parso un martirio, perché veduto avrebbe avvicinarsi quell’ora
di partorirlo in paese straniero, in Betlemme, tra le miserie di una diruta
Grotta e appena nato sarebbe stata costretta a condurlo in disastrosa fuga
sino all’Egitto, per sottrarlo dallo sdegno dell’empio Erode. Come pure che
l’avrebbe osservato adagiato a ciel sereno sovra pochi cespugli, che gli sarebbon serviti di duro letto. Così, che l’avrebbe veduto languir di sete là ne’
deserti arenosi di Bersabea ed ella non già avrebbe tentata la fuga, come
Agar, la quale per non veder morire di sete il suo pargoletto Ismaele fu in
procinto di abbandonarlo, ma sarebbe andata correndo anelante per i vicini
monti ad implorar pietà da quei duri sassi e ad incontrar qualche benigno
fonte, onde dissetar il suo Bene. Tutto ciò e altro molto di più, cred’io che
si presentasse alla Mente della Gran Vergine, prima di deliberar circa la sua
volontà; e sono a persuadermi, che poi soggiungesse: “Ed io adunque dovrò
dare il consenso a sì grande Opra che mi renderà, è vero, la Madre più beata,
ma insieme la più dolente, sino a farmi piu che martire, anzi Regina dei
Martiri? Ah, che non ho cuore di reggere a tanti affanni! Altra intrepidezza!... Ma e il Genere Umano (notate che amore verso di noi, amati Uditori)
e il genere umano avrà più da gemere sotto la barbara schiavitù del demonio, senza riavere la sua perduta libertà? Ed io poi avrò cuore, per non sottopormi alle pene, vedere tante Anime nel Seno di Abramo prive della bella
faccia di Dio, senza muovermi a pietà di tanti sospiri di tanti figli di
Adamo? Ah no; si spezzino pure le dure catene infernali, si consolino tante
17
lagrime, si soccorrano tanti Miseri! Venga pure il Promesso da tanti secoli,
il desiderato da tutte le Genti, piovano le nubi il Giusto, stillino i Cieli
quella Divina rugiada, venga pure il Figlio di Dio a salvare il Mondo! E
giacché egli vuole servirsi di me, vuol prender carne umana nel mio
Verginal Ventre e richiede su di ciò il mio consenso, la mia volontà, eccomi pronta, prontissima, Ecce Ancilla Domini! Patirò è vero, un martirio sì
atroce, che non potrà mai esprimersi appieno; ma non curo: Ecce Ancilla
Domini! Saremo due ad offrire all’eterno Padre il sacrificio per l’uomo perduto. Il mio Figlio col sangue che spargerà dal suo corpo ed io col sangue
che spargerò dal mio cuore per il vivo ed intenso dolore. E l’unico conforto
che avrò nel mio gran patire sarà il riflesso di vedere al Genere Umano riaperte le porte del Paradiso. Eccomi adunque pronta ad offrire all’Eterno
Padre ubbidienza da figlia; all’Eterno Figlio il Verginal grembo di Madre;
all’Eterno Spirito Santo il Cuore di Sposa”. E appena ciò ebbe detto,
Uditori, che uniformandosi perfettamente al divino Volere, proferì quelle,
diciam così, onnipotenti parole, Fiat mihi secundum Verbum tuum. Parole che
se diedero a Dio tanto di gloria, recarono ancor a noi tanto di bene. Il fiat
proferito una volta da Dio creò tutto il mondo; pronunziato poi in questo
giorno da Maria diede la vita all’istesso mondo. Senza quel primo fiat il
mondo non sarebbe stato: senza questo secondo fiat, non sarebbe redento.
12. O amore adunque sopra ogni amore di Maria SS.ma verso di noi!
O viscere di Madre veramente amante e di pietà sovraumana! Vergine
gloriosissima, chi può far di meno di non ammirar, estatico per la gioia e
per lo stupore, l’eccesso di quel tenerissimo amore che ci mostraste in
questo Giorno! In cui, se Dio fece conoscere al mondo, che voi eravate la
creatura la più amata da lui; voi faceste altresì conoscere che eravate di noi
la più amante. O Dio, o Dio! Il mio povero cuore si sente struggere di
tenerezza e di amore! Ecco quel dì lieto da segnarsi a caratteri d’oro nei
fatti dell’eternità, in cui tutte e tre le Divine Persone acquistarono per
voi, o SS.ma Signora, una nuova particolar gloria accidentale ed estrinseca: l’eterno Padre fatto Signore del suo umanato Figlio, Dixit Dominus
Domino meo26; l’eterno Figlio fatto Redentore; l’eterno Spirito Santo fatto
fecondo. Quel dì lieto, dissi, nel quale voi foste innalzata ad una dignità
di cui dopo Dio non può darsi maggiore. Quel glorioso giorno, ripiglio,
in cui il Paradiso si riempì di giubilo; la Terra vide vicina quell’ora del
suo salvamento e l’Inferno tremò da capo a piè per lo spavento e per il
cruccio delle sue perdite. Onde io sopraffatto da un eccesso di allegrezza
e di amore, ringraziandovi col cuor sulle labbra di tanto amore a noi
dimostrato e rallegrandomi di tante vostre grandezze, darò fine al mio
dire in esclamando, Bella Figlia del più gran Padre; bella Madre del più
degno Figlio; bella Sposa del più sagrosanto Sposo! O dignità sublimissima! O mistero ineffabile! O incomprensibile amore! Riposiamo.
SECONDA PARTE
13. Maria SS.ma adunque è la Creatura più amata e stimata da Dio?
Dunque ella è la più amabile, cioè la più degna di essere da noi amata
dopo Dio. Maria SS.ma è di noi la più amante? Dunque dev’esser da noi
la più riamata. Se lei non si ama da noi, essendo la più amabile, si fa
gran torto al suo altissimo Merito. Se non si ama poi, essendo la più
amante, si fa grande affronto al suo grande amore. Cari Uditori, adunque che facciamo? Voi pur udiste quanto dobbiamo a sì amabile ed
amantissima nostra Madre! Ella fu che con i suoi accesi sospiri affrettò
la nostra Redenzione: onde di lei ebbe a dire Isaia che il Messia sarebbe
nato da una Terra sitibonda e ardente, Sicut radix de Terra sitienti, idest
come chiosa Ugon Cardinale, idest de Maria27, la quale con i suoi sospiri e con i suoi intensissimi affetti, non solamente trasse il Divin Verbo
dal seno dell’eterno Padre, ma lo rapì, come disse San Bernardino da
Siena: anzi fu in un certo modo da lei comprato col prezzo della sua
umiltà profondissima, della sua purità sovrangelica e delle altre virtù
sue singolarissime, Illud quodammodo emit a Patre, uditelo da Riccardo di
San Lorenzo, praetio humilitatis, virginitatis, et aliarum virtutum28.
Sentiste pure, Ascoltanti miei cari, se a costo di quali pene ella accettò
27
26
Disse il Signore al mio Signore.
18
28
Come radice da terra assetata, cioè da Maria.
In certo qual modo lo comprò dal Padre, a prezzo dell’umiltà, della verginità e delle altre virtù.
19
per nostro amore la Divina Maternità; di sorta tale che potè scrivere San
Bernardo che ella fu crocifissa nel concepir quegli che per nostro amore
esser dovea crocifisso, crucifixa crucifixum concepit29; ed ella stessa poi
ebbe a dire a Santa Brigida vedova, che fu molto ripiena di dolori e di
affanni sin da quando accettò l’esser di Madre del Divin Verbo, Ego fui
plena tribulatione, et dolore a conceptione Filii mei30, sino a meritarsi dai
Santi Padri il bel titolo di Corredentrice del Genere Umano, come la chiamò in particolare Sant’Antonino Arcivescovo di Firenze; e come ella
medesima pur palesò alla memorata Santa Brigida, Ego, et Filius meus
redemimus mundum quasi uno corde31.
certo Giovine che milantando di esser divoto di Nostra Signora, ogniqualvolta passava innanzi alla sagra Immagine di lei, la salutava con
dirle, Mostrati mia Madre, Monstra te esse matrem34; mi ricordo, dico, che
un giorno Nostra Signora gli rispose, Se vuoi, che io ti sia Madre,
mostrati mio Figlio, monstra te esse filium35. Or vogliam dire che tra voi
non vi sia chi, pensando di esser divoto di sì gran Madre, meriti giustamente un tal rimprovero? Ed a cui ella potesse dire, dov’è quel l’orrore
al peccato, se tu dici di amarmi? Dov’è quella purità, quell’umiltà che
io tanto gradisco di vedere ne’ figli miei? Amati Uditori, credetelo a
me, giacché vi amo molto. La gran Madre di Dio una cosa in particolare vuol da voi, consimile a quella che richiese il re Davide dai suoi valorosi Guerrieri. Combattete, disse questi loro, sedate i miei Ribelli, ma
non mi toccate il mio caro Figlio Assalonne, Servate mihi puerum
Absalom36. Così ella a voi fa sentire, nelle vostre operazioni, nelle vostre
parole, nei vostri pensieri, non offendete il mio caro Figlio Gesù, servate, servate mihi Puerum Jesum37; ed allora vedrete, toccherete con mani, se
quali benedizioni, quali favori pioverò io sopra di voi, io come vostra
Madre amantissima, io come Tesoriera delle Grazie, come Regina di
misericordia; che quasi non per altro godo di vedermi tanto amata da
Dio, sino ad esser l’arbitra dei suoi Tesori e del suo Divin Cuore, se non
per mostrarmi di voi amante la più benefica, se non per arricchirvi, per
salvarvi, come miei cari figli, come miei fedeli servi ed amanti: Ego in
altissimis habito, ut ditem diligentes me38. Udiste, udiste, cari Ascoltatori?
Dunque le mani all’opra! Ed io trattanto, lasciate che rivolto con affetto a sì gran Signora, a nome vostro e mio le dica:
14. Aggiungete poi, che la Nostra Immacolata Signora col divenir Madre
del Redentore divenne anche Madre di tutti noi redenti. Però
l’Evangelista San Luca disse, che ella partorì il suo Figlio primogenito:
Peperit Filium suum primogenitun32; non già che la Vergine avesse, secondo la natura, altri figli secondo e terzogeniti; no, perché ella fu sol
Madre naturale del suo unico Figlio Gesù, vero Dio e vero Uomo; ma
pure fu chiamata Madre del Figlio primogenito, perché secondo lo spirito e la Grazia fu Madre spirituale di tutte le Anime redente, che furono come sue secondogenite: Virgo Maria, così i sacri espositori, et si carnaliter genuit unicum Filium, tamen spiritualis effecta est Mater multitudinis
Viventium, quorum primogenitus est Christus33. Sicché, voi ben vedete,
Uditori, se da quanti titoli nascono le nostre somme obbligazioni verso
una Madre così benefica, così amante e così cara.
15. Dov’è adunque la nostra gratitudine, la nostra corrispondenza? O Dio,
o Dio! Quanti son pochi coloro, che verso di Lei si portano da veri figli,
vale a dire, da figli amanti e fedeli! Io mi ricordo di aver letto di un
16. Vergine amabilissima, noi ci rallegriamo grandemente di quella Gloria
singolarissima che riceveste in questo giorno, coll’esser fatta Madre di
Dio: e vi ringraziamo infinitamente di quel grande Amor, che ci portaste. Ah per pietà, a contemplazione dell’una e dell’altro, volgetevi verso
29
Ella crocifissa concepì il Crocifisso.
Io fui piena di tribolazione per il dolore derivante dal concepimento di mio Figlio.
31 Io e mio Figlio abbiamo redento il mondo per così dire con un sol cuore.
32 Partorì il Figlio suo primogenito.
33 La Vergine Maria sebbene generò nella carne un unico Figlio, tuttavia nello spirito diventò Madre della moltitudine dei viventi dei quali Cristo è il Primogenito.
30
20
34
Mostra di essere Madre.
Mostra di essere Figlio.
36 Conservatemi il Fanciullo Assalonne.
37 Conservatemi, Conservatemi il Fanciullo Gesù.
38 Io abito in luoghi altissimi per arricchire coloro che mi amano.
35
21
di noi con occhi misericordiosi, Illos tuos misericordes oculos ad nos converte!39 Sollevateci dagli affanni di questa misera vita; fortificateci contra
tutti gli assalti de’ nostri Nemici visibili ed invisibili; otteneteci il
pieno perdono di tutte le nostre colpe e la grazia di non più commetterle; dateci un cuore, una fedeltà da vostri figli e da amantissimi figli;
e fate in fine, che siccome, anche vostra mercè, fummo redenti, così col
vostro favore siam fatti in eterno tutti salvi. O allora sì che giungeremo
a conoscere perfettamente quanto Amore vi portò quel Dio, che s’impiegò tutto in farvi grande; e quanto amore voi portaste a noi in impiegarvi tutta in tanto beneficarci; e così dando anche noi il tributo di ringraziamenti e di lodi e a Dio e a voi, vi ameremo, vi benediremo, vi
godremo con tutti i Santi e Angioli del cielo per tutta l’eternità. Amen.
Il Fine
Laus Deo, eiusque Matri Virgini sine labe conceptae40.
39
40
Volgi a noi i tuoi occhi misericordiosi.
Lode e Dio e alla sua Madre Vergine, concepita senza macchia.
22
Abbozzo di Panegirico dei Dolori della SS.ma Vergine Immacolata
Venerdì della Domenica di Passione, 1° Aprile 1746
L’argomento del panegirico è un commento
al brano evangelico di san Giovanni 19,25 e si
propone di dimostrare che il dolore è figlio dell’amore, cioè ad esso strettamente legato.
Esso fu recitato qualche giorno dopo quello
sull’Annunciazione di Maria, nel venerdì di
passione dell’anno 1746. L’Autore si rivolge ai
destinatari come a “riveriti ascoltatori” e “cristiani miei”, anche se non ci dice esattamente chi
siano; sono probabilmente i fedeli della Chiesa
parrocchiale di Santa Maria Inter Vineas o di
qualche altra Chiesa della città.
Ignoto, Addolorata, Olio su tela, sec.
Lo scritto, pur considerato dall’Autore un
XVII. Dipinto appartenente all’anti- abbozzo, è organizzato in modo ampio e completo.
ca famiglia Marcucci, oggi nella Casa
È diviso in due parti: la prima, molto più ampia
Madre.
della seconda, si apre con una introduzione e si sviluppa a sua volta in tre sezioni: nella prima, dai paragrafi 1-5, don Marcucci spiega come
l’amore dei genitori per i figli sia il più forte e dunque quello più sottoposto al dolore.
Nella seconda sezione, ai paragrafi 6-7, offre una meditazione sul dolore di
Maria in quanto Madre di Gesù. “Ella amava Gesù con amore che supera ogni umano
ed angelico intendimento: lo amava più di quello, che giunger potrebbe ad amare un
suo figlio una donna che nel suo cuore avesse accolto l’amore di tutti i cuori delle madri
che siano vissute nell’universo”. Il vederlo dunque soffrire gli strazi della passione fu
per lei un dolore del cuore senza confini che sopportò con fortezza e senza lamenti.
Nella terza, ai paragrafi 8-11, l’Autore si sofferma a contemplare il dolore di Maria
durante la passione del Figlio e di questi nel pensare al dolore della Madre: “Languiva la
Vergine perché pativa Gesù:, pativa Gesù perché languiva la Madre: e questo stesso patire del Figlio nel vedere languire la Madre era a questa nuova cagione di tormento”.
Per questo Ella è invocata come Vergine dolorosissima e grande Regina dei martiri.
La seconda parte del panegirico, più breve della prima, si sviluppa nei paragrafi 12-14 e si conclude con una fervente preghiera alla Vergine addolorata. Per
rendere più partecipi gli ascoltatori del dolore di Maria e suscitare in loro gratitudine, l’Autore ricorda che il motivo di tanti dolori sopportati dalla Vergine Santa
23
furono e sono i nostri peccati. Ella, per salvarci, patì volentieri per noi tante pene.
Per questo motivo i santi Padri la chiamano corredentrice del genere umano.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 269-285
(55-71).
Dio ti salvi
Stabat iuxta crucem Jesu Mater eius
dolori di Madre di così gran Figlio: Stabat iuxta crucem Jesu Mater eius44.
E queste appunto, contentatevi, che sieno le tre circostanze da cui e voi ed io
possiamo cavar motivi di cordiale compatimento alle pene di Nostra Gran
Signora. Di grazia, datemi campo di elucidarle. Ed incomincio.
1.
L’amor dei Genitori verso i Figli fu con grande accortezza chiamato dal
Crisostomo gran tirannia della Natura, Grandem naturae tyrannidem, perché
con tirannica crudeltà si rende assoluto padrone dei loro petti, sospingendo violentemente i loro cuori ad affetti stranissimi. Quindi non mi si rende
difficoltoso il creder per vero ciò che disse il Filosofo, essere ugualmente
cara ai Genitori la Vita dei Figli, che la lor propria, anzi più che la propria:
tanto vero, che quest’amore strano fa che maggior dolore essi sentano in
veder la lor prole tra le pene, di quello che sentirebbero se a tali tormenti
essi stessi fossero sottoposti; come ben lo disse il Crisostomo, Gravius est
Parentibus videre Filios suppliciis offici, quam si ipsi forent iisdem obnoxii45.
2.
Or tutto questo fortissimo amore e tenerissimo affetto noi dobbiam
concedere e credere nel sagro Cuor di Maria verso di Gesù Signor nostro.
Ella l’amava con amore di Madre e tanto basta per venire in cognizione
che essa lo amava più che se medesima e che assai più di dolore le avrebbe recata ogni pena del figlio, che qualunque proprio tormento. Pensate
dunque, Uditori miei cari, quanto fossero grandi i suoi dolori, per le
pene atrocissime che pativa il suo caro e amato Figlio, flagellato, schiaffeggiato, coronato di spine, strascinato, straziato in mille guise ed insin
barbaramente crocifisso in mezzo a due Ladroni in un duro tronco di
Croce? O Dio, o Dio! Povera Madre, dolentissima Madre e chi mai
potrà concepir appieno la vivezza dei suoi affanni?
3.
Si aggiunga poi di più che a tante inaudite pene del suo Divin Figlio fu
costretta trovarsi essa stessa presente e vedere con i propri occhi, contemplarle con i propri sguardi. Stabat iuxta, ecc. Chi c’è tra voi, Uditori, che
41
44
42
45
Stava in piedi presso la croce di Gesù la Madre.
È più grave per i genitori vedere i figli essere colpiti da supplizi che essi stessi fossero soggetti ai medesimi.
(Joan. 19, 25)
Io non so, cari Uditori, se con facilità troverò subito credito presso di voi in
questa mattina col dirvi, che il dolore è figlio dell’Amore; tantochè quanto
più questo è grande, tanto più quello è forte e sensibile. Ma pure converrà
che mi crediate, non solo sulla parola del grande Agostino che dice: Omnis
dolor fundatur in amore41, ma ancor se riflettete, come avendo per proprietà
l’amore di formare di due cuori un solo e di legar due Anime con uno strettissimo vincolo fa che chi ama isperimenti come propri i dolori e le pene dell’oggetto amato: come pur lo disse il Filosofo, habet Amator easdem contristationes Amati, quia anima magis est ubi amat, quam ubi animat42. Che perciò
dovendo io stamane esporre alla vostra pietà, Uditori miei stimatissimi, la
serie dolorosa di quei martiri e pene, che si unirono a tormentar crudelmente il sagro Cuore di Nostra Immacolata Signora nella Passione del suo Divin
Figlio, per formar di questi dolori un concetto adeguato, converrebbe che io
vi mostrassi di qual’altra e nobile tempra fosse il suo Amore. Ma oimè! Chi
mai potrà concepir l’Amor di Maria verso Gesù? Chi varrà mai ad esprimerlo? Se io mi rivolgo all’Evangelista Giovanni, trovo che egli per palesar gli
eccessi dell’incomparabile amor di Lei, altro non dice, se non che ella era
Madre, Mater eius43 . Me però fortunato, che con sì poco, disse tanto, che non
poteva dirsi di più dell’Amor della gran Vergine, perché fu un Amor di
Madre e di così gran Madre e di Madre verso un così gran Figlio: Mater eius.
E in così dicendo, chi non vede, quanto mirabilmente il Santo Evangelista
espresse in poco la grandezza dei dolori di Lei, i quali furono grandi, perché
dolori di Madre; maggiori, perché dolori di così gran Madre; massimi, perché
Ogni dolore è fondato sull’amore.
Chi ama ha le medesime tristezze dell’amato poiché l’anima sta più dove ama che dove opera.
43 Sua Madre.
24
25
non sappia avere il dolore vari modi di ferire un cuore amante? Or può
farlo per mezzo dell’orecchio in facendogli udire i tormenti del suo diletto, benché lontano: ma questa ferita per altro può aver qualche sollievo dal
dubbio. Or per mezzo del pensiero; ma la mente può divertirsi. Ed or
finalmente può saettar per mezzo degli occhi; e questa ferita senza fallo è
la più atroce: perciocché qual conforto mai può avere un’anima, che è spettatrice dell’unica cagione del suo gran dolore? Dicendo saggiamente
Erodiano, che Multo magis misericordiam provocant quae oculis usurpantur46.
L’infelice Agar, voi di già ne siete informati, allorché si trovò nelle solitudini di Bersabea col suo unico pargoletto Ismaele, che fece per non vederselo morir di sete innanzi agli occhi? Risolvette di abbandonarlo e così con
la fuga scemar la grandezza del suo dolore; che sempre più si sarebbe accresciuta col vederselo con i propri occhi spirare innanzi: onde tutta afflitta
sull’allontanarsi andava mischiando con le lagrime, le parole, dicendo, no
che non voglio veder io morire il mio caro Figlio, no, non mi dà il cuore,
non mi dà l’animo, Non videbo morientem Filium meum47.
4.
Quando adunque la gran Vergine non si fosse trovata presente alla Passione
del Figlio, ma l’avesse solo udita distintamente narrata dall’Evangelista
Giovanni, ditemi, non sarebbe stato questo bastevole a recarle un tormento capace a privarla mille volte di vita, nonché una sola? E qual è quel cuor
di una Madre che non resti sopravvinto dal dolore all’udire la morte di un
suo unico amato Figlio ucciso? Multum dolet Mater, così il Devoragine,
Si horribili morte Filium audit fuisse occisum48. Come? Avrebbe detto tra
gemiti e sospiri la Vergine (seppure l’atrocità del dolore accordato le avesse o il piangere, o il favellare) come? Il mio caro Divin Figlio così straziato, così empiamente ucciso? Quel giglio eletto? Quell’Agnello innocente
e immacolato? Ah crudeli carnefici, ah inumani! Ed è possibile che tra le
Turbe niuno si rammentasse di tanti miracoli, di tanti benefici? Niuno a
pietà si movesse di tanto sangue, di tante ferite, di tanti tormenti? ...
Sì, così mi figuro, che detto avesse, se dal memorato Evangelista gliene
fosse giunta notizia. Ma no: per maggior dolore di Lei le toccò di esserne
spettatrice e vedere con i suoi propri occhi uno spettacolo così fiero, cioè
di un Figlio, che agonizzava in una doppia morte della sua vita e del suo
onore, deriso dalla plebe stolta, straziato da mani barbare.
5.
6.
Estinta già la figlia della donna cananea si portò tosto tutta affannosa dal
Salvatore; e udite, come gli disse: Miserere mei Fili David 49. Che parlare
è mai questo? Invece di dire, Signore abbi misericordia della defunta mia
figlia, gli dice, abbi misericordia di me. Eppur tanto accadde, perché,
come nota il Crisostomo, l’aver la madre innanzi agli occhi morta la
figlia, le era un tormento troppo eccessivo, avendo perciò maggior bisogno di conforto la madre, che la figlia di vita: Miserere mei, così chiosa il
sopraccitato dottore, Spectatricis miseriae meae50. Che se tanto a questa fu
di affanno il vedere una figlia estinta, di quanto maggior dolore, dovrà
dirsi, che fosse a Maria SS.ma il trovarsi presente a tanti strazi ferali, fatti
al suo caro dilettissimo Figlio? O che dolore, che affanno penosissimo!
II
A meglio intendere però la maggiore gravezza di questo dolore, giova
molto, Uditori miei, riflettere particolarmente qual Madre ella fosse, voglio
dir quanto amante. Amava ella Gesù con amore che supera ogni Umano ed
Angelico intendimento: lo amava più di quello che giunger potrebbe ad
amare un suo figlio [una] donna, che nel suo cuore avesse accolto l’amore di
tutti i cuori di quante Madri siano vissute nell’Universo. Insomma non vi
fu mai al Mondo Madre più amante di Lei perché non vi fu mai al mondo
Figlio più amabile del suo. Onde al vederlo sospeso ad un tronco di croce,
come gelsomino che langue sul proprio stelo, lacero, sanguinoso, denudato, dovette al certo dolersi in estremo, perché in estremo vide penare il suo
Figlio. E sebbene stette taciturna a piè della croce, dolendosi ma senza
sfogo, senza lamenti, con fortezza più che virile ed insieme con angoscia
piucchè mortale, solo fu perché non volle neppure quel conforto che recato
le avrebbe il palesare ad altrui la sua gran pena. Del resto la tenerezza, la
46
Molto di più suscitano pietà quelle cose che vengono percepite dagli occhi.
Non vedrò morire mio figlio
48 Molto si duole la madre se sente che il figlio è stato ucciso con una morte terribile.
47
26
49
50
Abbi pietà di me Figlio di Davide.
Abbi pietà di me spettatrice della mia miseria.
27
simpatia, l’amore fortissimo, onde scambievolmente si riguardavano, rendevano del tutto comuni le angoscie loro penosissime. Che perciò se il dolore si misura dall’amore, ebbe ragione Girolamo di asserire che la Vergine fu
di tutti la più tormentata, perché fu la più amante Plus omnibus doluit, quia
plus onmibus dilexit51: insomma siccome essa nell’amore non ebbe pari, così
nel dolore non ebbe esempio. E qui, se mi sia lecito il dirlo, io aggiungerò
che il dolore interno di tal Madre fu maggiore dei dolori esterni del Figlio;
perciocché, essendo verissimo, che patì ella nel cuore, quanto Gesù patì nel
corpo, Omnia et singula vulnera per eius corpus sparsa in suo corde sunt unita52,
come osservò San Bonaventura, o come disse il Crisostomo, quod Filius eius
in corpore, illa sustinebat in corde53, tra i dolori suoi e quei del Figlio vi fu questa differenza, cioè che tutto quel che Gesù patì sparso nel corpo, ella lo patì
unito nel cuore. Onde uniti, noi miriamo, nel bel cuor di Maria, tutt’i i
dolori, le spine, i flagelli, i chiodi, le agonie della croce e quanto altro di
penoso soffrì il suo Figlio. Quindi, miei cari Uditori, non ci si deve render
difficile il darci a credere per vero ciò che disse il Serafino da Siena, cioè che
se il dolor della Vergine si dividesse fra tutte le creature dell’Universo,
sarebbe valevole a privarle tutte di vita, Inter omnes creaturas distributus, omnes
simul perimeret54. Dica pur dunque la nostra Immacolata Signora alla sua
diletta Brigida che essa patì più di tutte le creature del Mondo, Plena fuit
tribulatione, et dolore super omnem creaturam55; e dica, che tutti i dolori di Gesù
furono suoi propri, perché il cuore del Figlio era il cuor suo, dolor eius erat
dolor meus, quia cor eius erat cor meum56, che ne ha ben giusta ragione. Ma noi
nel frattempo, compassionando molto i suoi atrocissimi dolori, confessiamoli pur così grandi, che siano, come già sono, impercettibili dal nostro
basso intendimento. Imperciocchè sinché non giungasi a capir bene qual
Madre ella fosse, non potrà mai intendersi appieno quanto acerbi fossero i
suoi dolori.
51
Più di tutti si dolse perché più di tutti amò.
Tutte e singole le ferite sparse attraverso il suo corpo sono unite nel suo cuore.
53 Ciò che il Figlio sopportava nel corpo, Ella lo sopportava nel cuore.
54 Distribuito il dolore tra tutte le creature le farebbe perire tutte contemporaneamente.
55 Fu piena di tribolazione e dolore sopra ogni creatura.
56 Il suo dolore era il miio dolore perché il suo cuore era il mio cuore.
52
28
7.
Ma pure per isforzarci a più in dentro penetrarli per quanto ci è possibile, basta ridursi alla mente, che la Vergine fu una Madre anche obbligata
a vivere in seno alla morte. Ed ecco qual Madre ancor ella fosse. Non
avrebbe essa al certo potuto resistere a tante pene, se non fosse stata sostenuta in vita con gran miracolo, come notò Sant’Anselmo, Vere quidem interiisset quae magnitudine doloris, nisi fuisset mirabilius preservata57. Sì, sì Iddio
diè vigore alle naturali forze di Lei, facendo un gran prodigio: ma, oimè,
che questo prodigio non fu ad altro, che affin più lungamente durasse il
Martirio di lei. Quell’amore, sì quell’amore con cui Gesù amò sempre la
Madre lo violentò dolcemente a sostenerla in vita, per non privarsi, cred’io, di chi era la più cara pupilla degli occhi suoi. Santo amore, tu fosti
in tal caso, se mi sia lecito il dirlo, troppo pietosamente crudele. Ecco, che
il cuor di Maria fa naufragio in un gran mare di pene, capaci a privarla
mille volte di vita, non che una sola, e tu gli impedisci il morire? Ad un
cuore, che langue tra martiri ed affanni l’unico sollievo è la morte e tu gli
prolungasti la vita? Ed oh Amor SS.mo, giacché il prolungar la vita in tal
caso è lo stesso che prolungare il martirio, lascia pur di essere così pietoso, che sarai meno crudele. Vergine addolorata, in quali angustie, io mi
figuro trovarsi dovesse il vostro afflittissimo spirito, costretto a vivere in
braccio alla morte! Or sì che intendo, come il vostro diletto vi pose:
Desolatam, tota die merore confectam58; tantochè non potendo voi più reggere a tante pene, arrivaste a mandare [lacrime] dai vostri purissimi occhi
vivi di sangue, come diceste a S. Brigida, Ex oculis meis erumpebant lachrymae, sicut sanguis e venis59. E così, cari Uditori, siccome Gesù sparse acqua
dal suo sagro Costato, per non aver più sangue, Maria sparse dagli occhi
il sangue per non aver più lagrime: ond’ebbe ragione di affermare
Arnoldo, Unum holocaustum pariter offerebant Deo, Christus in sanguine carnis, Maria in sanguine cordis60.
57
Certamente sarebbe morta per la grandezza del dolore se non fosse stata alquanto mirabilmente preservata.
58 Desolata tutto il giorno colpita dal dolore.
59 Dai miei occhi sgorgavano lacrime come sangue dalle vene.
60 Un solo olocausto parimenti offrivano a Dio, Cristo nel sangue della carne; Maria nel sangue del cuore.
29
III
Ed oh! Io mi credeva, che il sin qui detto fosse stato della Vergine il massimo dei dolori: eppure non è cosi; imperciòcchè il massimo apparisce, se
si rifletta, com’ella pena al sommo, perché Madre di così gran Figlio.
Ed infatti, se vi fu tra le pure Creature chi arrivasse a conoscere appieno
chi fu Gesù, voglio dir, quanto caro e amabile per ogni verso, questa fu al
certo la sua SS.ma Madre. Or se è pur troppo vero, che qui addit scentiam,
addit dolorem61, come disse il Savio, deducete voi al presente, Uditori miei,
quanto da queste vive e piene cognizioni dovette in nostra Signora crescere il dolore, in veder poi un sì Divino e amabilissimo Figlio così straziato crudelmente in mille guise. O Dio, che acutissimo dolore! Dolore, che
io non saprei esprimerlo con termini più adeguati di quei di San
Bernardo, qualor disse, Tantum fuisse credamus, quantum unquam dolere
potuit de tali Filio talis Mater62. Aggiungasi poi, che questi le era un
Figlio, in cui andavano a terminare tutti i suoi affetti. Le altre Madri, voi
di già lo sapete, per quanto amino teneramente i loro figli, non possono
però amarli con tutto il loro amore; imperciocchè essendo tenute ad
amare Iddio di sopra ogni cosa, sono necessitate a divider l’affetto loro con
Dio e con la prole; anzi a dare a questa la minor parte. Nella Vergine però
non accadde così; perciocché amando essa il suo Figlio, veniva ed amare
il suo Dio; ed amando il suo Dio, amava il suo Figlio; onde Egli era il solo
oggetto di tutto il suo Amore, di tutto il suo cuore. Or pensate voi ora,
quanto dovette essere atroce il suo dolore, in vederlo poi morir tutto lacero dal capo sino alle piante [piedi], con una morte la più barbara e allor
la più obrobriosa, tra mille derisioni e abbandonamenti, senza conforto,
senza sollievo, senza soccorso! O che dolori, che acutissimi dolori!…
8.
9.
Sì; ma questi ancor si accrescono dallo stesso infinito amore che le portava
un tal Figlio. Quell’amore immenso che Gesù portava alla Madre, l’obbligava a compatir molto tutte le pene grandi di lei, anzi a sentirle come sue
proprie: e ciò conoscendo bene la Madre, penava maggiormente per l’affli-
61
Chi aggiunge consapevolezza, aggiunge.
Vogliamo credere che il dolore fosse così grande quanto mai potè dolersi di un tal Figlio
una tale Madre.
62
30
zione che di lei aveva il caro Figlio. O Dio, o Dio! ... Languiva la Vergine
perché pativa Gesù: pativa Gesù, perché languiva la Madre: e questo stesso
patir del Figlio in veder languire la Madre, era a questa, nuova cagion di
tormento, Ipsa enim dolebat Christum de suo dolore affligi, et dolere63, come
osservò l’erudito A. Lapide. La mira Gesù dalla croce, ove langue e par che
le dica: “Cara Madre, se vuoi che io più non languisca, lascia di compiangere le mie pene”; ed essa: “Caro Figlio, e se voi volete che io più non peni,
cessate di compatirmi”. E così ripercotendosi insieme nei loro SS.mi Cuori
il dolorosissimo strale, veniva a straziare più il Figlio e a tormentar più la
Madre. O incomparabile tormento addunque, o crudele scambievolezza di
pene! Crudelis reciprocatio, lasciate che esclami col mellifluo, Crudelis reciprocatio64! Vi basti sol sapere, che Gesù per alleggerir la Madre da tanti affanni, si affrettò a morire, Matrem doloribus tumulatam aspiciens, così S. Lorenzo
Giustiniano, properabat ad mortem65.
10. Ma, o Dio! Fosse cessato almeno col morir di tal Figlio il dolor di tal
Madre! Da quella lancia crudele, che aprì il costato a Gesù, ne ebbe egli la
piaga, ma non il dolore, perché già morto: ferì quella però al vivo il cuor
di Maria; che avendolo poi estinto tra le illanguidite braccia, o Dio che
acuti dolori si accrebbero al suo afflittissimo cuore! Di fatto, quanto pianse David il suo, benché ribelle Assalonne, ripetendo tra mille gemiti quelle dolenti parole, Absalom fili mi! Quanto Giacobbe il suo creduto morto
Giuseppe! Quanto Iefte l’unica sua! Quanto Rachele i suoi parti! Ma che
han da far questi pianti col dolor della Vergine? In quali lagrime di amarissimo pianto non sciolse essa allora gli occhi dolenti in vedersi prender
dalle sue braccia il suo caro estinto Unigenito? “Questo è quel capo, diceva, che tante volte appoggiato al mio seno prendeva dolce sonno ed ora trafitto lo miro da tante spine? Questo è quel volto amabile, che innamorava
il Cielo ed ora offuscato lo veggo da pallori di morte? Questi i begli occhi,
che rapivano ogni alma ed ora estinti li ravviso? Queste son quelle Carni,
candide più de’ gigli ed or tutte lacere e illividite? Queste le mani che
63
Ella infatti si rattistava che Cristo si affliggesse del suo dolore e se ne dolesse.
Crudele reciprocità.
65 Vedendo la Madre ricoperta da dolori si affrettava a morire.
64
31
lavorarono i Cieli? Questi i piedi che andavano in cerca delle anime, or traforati li miro da’ duri chiodi?” In somma, osservando or in questa ed ora
in quella parte del sagratissimo Corpo, per tutto trovava nuova materia di
lutto, nuova cagione di pena: e pena talmente atroce, che al suo confronto
perde quasi il nome di pena quanto si è mai patito da tutti i Martiri insiememente uniti: Quidquid crudelitatis inflictum est corporibus martyrum, così
Sant’Anselmo, leve fuit, aut potius nihil, comparationi tue passionis, o Virgo66.
11. O quanto adunque vi compassiono, o Vergine dolorosissima, gran
Regina dei martiri! Vinceste voi veramente nel vostro martirio l’umanità: mentre quel dolore, che non avrebbe potuto soffrir tutto insieme
il Genere Umano, come ben disse il B. Amedeo, voi sola soffrir lo poteste. O adunque dolore sopra ogni dolore, pena sopra ogni pena! Tant’è,
cari Uditori; e se voi al riflesso de’ grandissimi dolori, che patì la Nostra
Gran Signora come Madre, come tal Madre, e come Madre di tal Figlio,
voi non vi movete a pietà, io dirò, o che voi non siete umani, o che racchiudete nei vostri petti cuori di bronzo. Riposiamo.
Padri quella prontezza, con cui essa offrì il suo Divin Figlio alla morte e
se stessa alle pene, la chiamarono col bel titolo di corredentrice del Genere
Umano; come la intitolò Sant’Antonino; e com’essa medesima disse a
S. Brigida, Ego et Filius meus redemimus mundum, quasi uno corde68. Chi non
vede adunque quanto le siamo obbligati?
13. Eppure, ci è veramente tra di noi chi spesso si ricorda de’ suoi atrocissimi dolori? Ci è chi la compatisca, la ringrazi? Io ben so, che essa stessa querelandosi un giorno con S. Brigida della umana ingratitudine,
disse, che andava in cerca di questi tali, ma che pochi ne trovava: respitio si forte sint aliqui, ecc.69. Deh, non sia mai egli vero, Uditori miei, che
tra di noi ci sia veruno, di cui lamentar si possa la Vergine, rimproverandolo come ingrato, o come spietato traditore, che aggiunga i suoi
dolori con nuove colpe! No, non sia mai! Anzi tutti protestiamoci, ecc.
L’esempio, ecc.
Allora poi ci fu data per Madre, ecc. Omnis qui est discipulus Christi, così
S. Bernardino, est Virginis Filius constitutus a Christo, et sic dixit ad discipulum, non ad Joannem. E Tertulliano dice, Traditionem esse Apostolorum
omnium christianum verum esse filium Mariae70.
SECONDA PARTE
12. Per darvi poi qualche particolar motivo di compatir maggiormente i
dolori di Nostra Signora e di mostrarvi grati a tante sue pene, io qui non
saprei oprar meglio, se non rammentarvi della cagione di tanti suoi tormenti. Sapete voi, Cristiani miei, qual fu la cagione di tante pene? Quella
appunto che fu della Passione e morte del Figlio. Furono insomma i
nostri peccati. Oltre che riflettete che la SS.ma Vergine non solamente
patì per noi tante pene, ma le patì volentieri: perciocché se il suo addolorato cuore poteva esser capace di qualche conforto, questo era appunto il
ricordarsi della nostra eterna salute, Non tam spectabat pignoris mortem, uditelo da Sant’Ambrogio, quam mundi salutem 67. Onde, considerando i Santi
66
Tutta la crudeltà che fu inflitta ai corpi dei martiri fu lieve o anzi niente in confronto alla
tua passione o Vergine.
67 Non tanto mirava alla morte del pegno quanto la salvezza del mondo.
32
Ah Vergine dolorosissima, vi chiediamo mille volte perdono dei nostri falli,
che furono la cagione di tante vostre pene. Voi intanto in memoria dei
vostri dolori, imprimeteci nel cuore le piaghe del vostro divin Figlio; e così
feriti sarem sicuri di amarlo. E giacchè io, più di ogni altro, ho peccato, concedetemi una stilla delle vostre Lagrime, una parte dei vostri dolori, Fac me
tecum pie flere, crucifixo condolere, donec ego vixero71. E giacchè sempre errai per
il passato, sempre pianga di vero cuore le mie colpe in avvenire.
Laus Deo, deiparaeque Virgini Reginae Martyrum72.
68
Io e il mio Figlio abbiamo redento il mondo con un solo cuore.
Vedo se per caso ci siano alcuni…
70 Ogni discepolo di Cristo è costituito da Cristo figlio della Vergine e così disse al discepolo, non a Giovanni. E Tertulliano dice: È tradizione di tutti gli apostoli che il cristianovero è figlio di Maria.
71 Fammi piangere piamente con te dolermi con il Crocifisso.
72 Lode a Dio e alla Vergine Madre di Dio, Regina dei Martiri.
69
33
Istruzione sopra il sacro scapolaretto o sia abitino ceruleo
È un testo stampato ad Ascoli per Niccola Ricci, Stampatore Camerale e con licenza
dei Superiori nel 1746 per diffondere la devozione all’Immacolata Concezione ed ottenere i benefici spirituali concessi dai Papi a cominciare dal 1671. Essa fu introdotta
dai Padri Teatini in Spagna e da loro stessi diffusa privatamente tra i fedeli; visto poi
l’entusiasmo degli stessi, i Religiosi ottennero “dalla Santa Sede la facoltà di poterlo
benedire e dispensare ai fedeli dell’uno ed altro sesso”. Don Marcucci lo stampa ad Ascoli
per diffondere e coinvolgere quanti più fedeli possibili nella devozione all’Immacolata.
Nel frontespizio della pagellina, accanto alla sua firma, egli aggiunge due lemmi:
“Detto dell’Immacolata Concezione” e “missionario apostolico”. Il primo a conferma
della notorietà della sua consacrazione all’Immacolata Signora, a motivo anche della
fondazione del monastero delle Religiose dell’Immacolata Concezione, avvenuta ad
Ascoli Piceno l’8 dicembre 1744; l’altro, di missionario apostolico, era il riconoscimento che Papa Benedetto XIV gli aveva concesso nel 1742, all’età di 25 come approvazione delle missioni popolari predicate nel territorio Piceno ed Aprutino.
Ignoto, L’Assunta contemplata da San Filippo Neri (sinistra) e da San Andrea
Avellino, (destra), olio su tela, sec. XVIII, Ascoli Piceno, Casa Madre.
San Filippo Neri (Firenze, 1515 - Roma, 26 maggio 1595). Fondò
l’Oratorio che da lui prese il nome. Fu catechista e guida spirituale di straordinario talento, diffondeva attorno a sé un senso di letizia che scaturiva
dalla sua unione con Dio. Fu anche grande devoto della Vergine Santa.
Sant’Andrea Avellino fu un teatino, canonizzato da Clemente XI nel 1712.
Certamente il giovane sacerdote Marcucci commissionò la tela di cui sopra
per onorare santi devoti dell’Immacolata. Inoltre, poiché i Teatini e tutti
gli ascritti alla devozione del sacro abitino si erano impegnati a raccomandare ogni giorno alla Vergine Immacolata la conversione dei peccatori, don
Marcucci espone questa immagine il giorno dell’Assunzione di Maria nella
chiesetta dell’Immacolata del monastero, oggi parlatorio, con il titolo di
Rifugio dei peccatori.
34
Istruzione sopra il sagro scapolaretto
o sia abitino ceruleo o vogliam dirlo torchino
dell’Immacolata Concezione di Maria sempre Vergine,
proposta a tutti quei Fedeli, che bramano ascrivercisi,
dall’Abate Don FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI,
Detto dell’Immacolata Concezione, Sacerdote Secolare di Ascoli,
e Missionario Apostolico.
I.
Il Sagro Scapolare o sia ABITINO CERULEO o torchino
dell’IMMACOLATA CONCEZIONE di Maria sempre Vergine ebbe la sua
antica origine nella Spagna, e la riconosce dai RR. PP. Teatini: i quali,
comecchè spezialmente ossequiosi verso l’adorabile Mistero accennato,
affinché maggiormente ne crescesse ne’ Popoli la divozione, incominciarono ad introdurre, e a distribuire, benché privatamente, il sudetto Abitino
ceruleo, ammettendo alla partecipazione di tutto il Bene spirituale della
loro Religione Teatina tutti quei, che ricevevano il sagro Scapolaretto menzionato e promettevano nel tempo stesso di raccomandar quotidianamente
a Dio, e alla di lui Madre Immacolata la Conversione di tutti i Peccatori.
35
plenaria Indulgenza e remissione di tutti i peccati nel Giorno in cui ricevessero l’Abitino, purchè si fossero confessati e comunicati. II. La medesima Indulgenza plenaria, se in articolo di morte si confessassero e comunicassero o non potendo ciò eseguire, se contriti invocassero il
Santissimo Nome di GESÙ con la bocca, o almeno col Cuore. III.
La stessa Indulgenza plenaria, se nella Festa dell’Immacolata Concezione
(da intendersi da’ primi Vespri della Vigilia sino alla prim’Ave Maria
della sera del Giorno festivo) confessati e comunicati, visitassero qualche Chiesa o Cappella o Oratorio della Congregazione Teatina ed ivi
pregassero Dio per l’unione e pace fra Principi Cristiani per l’estirpazione dell’Eresie e per l’essaltazione di Santa Madre Chiesa. IV. Finalmente
l’Indulgenza di sette anni e altrettante Quarantene, se in ogni Festa della
Santissima Vergine, confessati e comunicati visitassero qualche Chiesa,
Oratorio o Capella come sopra e pregassero, come poc’anzi si è detto.
II. Vedendo in progresso di tempo i detti Padri, che questo Abitino veniva universalmente abbracciato con molto vantaggio delle Anime, procurarono di ottener dalla Santa Sede la facoltà di poterlo benedire e
dispensare ai Fedeli dell’uno ed altro sesso: e difatti la ottennero per
Breve del Sommo Pontefice Clemente Decimo, segnato sotto il dì 30 di
Gennaio del 1671; ma non però con tutte quelle Indulgenze che si
esprimevano in quel Libricino dell’Abitino Ceruleo, stampato in
Verona nel 1711, già proibito dalla S. Congregazione dell’Indulgenze,
ecc. con decreto sotto i 22 di Febbraio del 1712, in cui asserì non esservi altre Indulgenze per l’Abitino Ceruleo, che quelle concedute dal
Sommo Pontefice Clemente Undecimo per Breve de’ 17 Maggio 1710.
III. Ottenutasi pertanto da’ RR. PP. Teatini la suddetta facoltà Apostolica,
non può esprimersi il felicissimo progresso, che mediante il loro zelo,
fece il sagro Abitino quasi in tutta l’Europa, sì per la quantità delle
Anime, che per la qualità ancora di molti Personaggi, che ne vollero
esser decorati: tantochè si mossero i zelantissimi Padri a supplicar la
Santità di Clemente XI, allor Regnante, affinché si degnasse aprire i
Tesori di Santa Chiesa in favore di chiunque ascritto si fosse all’Abitino
Ceruleo dell’Immacolata Concezione. Alle quali suppliche benignamente condiscendendo il Pontefice, con un Breve, che incomincia
Coelestium munerum thesaurus, segnato sotto i 17 Maggio 1710, concesse
molte Indulgenze a favore degli Ascritti al detto sagro Abitino (che
sono le vere ed autentiche che qui si frappongono), approvò il Rito e
Formula propria di benedirlo e dispensarlo, e diede maggiormente a
conoscere al Mondo qual’era la tenerezza di devozione, che egli portava
all’Immacolata Concezione, esprimendosi nel breve, ch’egli ardeva di
desiderio, che il culto verso il sagrosanto Mistero da giorno in giorno
vieppiù crescesse e si dilatasse, Nos, ecco le dilui tenere ed auree parole,
Nos laudahilem Christi fidelium erga Mysterium Conceptionis Beatae Mariae
Virginis Immaculatae devotionem magis, magisque in dies augeri, et propagari
cupientes.
IV. Ecco poi il catalogo di tutte quelle Indulgenze, che furono concedute
dal menzionato Pontefice a tutti quei Fedeli, che si fossero ascritti al
detto sagro Abitino Ceruleo dell’Immacolata Concezione. I. Concedette la
36
V.
Fu incredibile il giubilo di tutta la Religione Teatina per un Breve sì
santo e favorevole al culto dell’Immacolata Concezione, per mezzo del
predetto Abitino; e per vieppiù animare i Fedeli a riceverlo anch’ella si
estese a concedere a tutti gli Ascritti la particolar partecipazione di tutto il
Bene Spirituale e di tutte le opere meritorie, che col Divino ajuto si sarebbono
fatte sì da essa Religione Teatina, che dalle Monache Teatine Romite. Così per
Beneplacito Apostolico e per opera de’ mentovati fervorosissimi Padri
fu propagata e semprepiù si propaga pel Mondo Cattolico la devozione
dello Scapolare Ceruleo di Nostra Immacolata Signora, con utile grandissimo delle Anime Cristiane, stanti le Conversioni mirabili di molti che
con questo mezzo si son vedute, le liberazioni da fulmini e da cento e
mille altre disgrazie: parendo, che la Regina del Cielo siasi con modo
particolare impegnata a proteggere in vita e massimamente in Morte,
tutti quei, che devotamente portano la Livrea o sia Abito della sua
Immacolata Concezione che sia in eterno adorata, glorificata e benedetta. Amen.
VI. Sono adunque premurosamente invitati tutti i Divoti di questa nostra
Città a farsi benedire e ad ascriversi in questo Sagro Abitino Ceruleo, in
occasione che Chi sì premurosamente gl’invita ritrovasi già provveduto
delle necessarie facoltà: tantopiù che chiunque vi è ascritto non è tenu-
37
to a lunga recita di Orazioni; bastando solamente che reciti ogni giorno sei
Ave Marie e altrettanti Gloria Patri in onore dell’Immacolata Concezione,
partitamene in tre volte, cioè due nella mattina, due nel dopo pranzo, e due nella
sera, pregando Nostra Signora, in onore di questo suo Mistero, per la
Conversione de’ Peccatori; e che qualche volta nella mattina, nel dopopranzo, e nella sera dica devotamente quella Giaculatoria, Benedetta sia la
Santa ed Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria, in cui, per
ogni volta che si dica, vi sono cento Anni d’Indulgenza, conceduti dal
Sommo Pontefice Gregorio XV, al 13 di Aprile del 1621 e confermati da
Clemente XII nel mese di Novembre del 1731.
Viva l’Immacolata Concezione di Maria!
Rame della SS.ma Vergine del Carmine con custodia in carta, commissionata da mons.
Marcucci nel 1777 al costo di 1 scudo. Il cliché veniva usato per stampare il sacro abitino e
diffonderne la devozione tra le suore e tra i fedeli.
38
Sopra i Privilegi di Nostra Immacolata Signora
Canzonetta sull’Aria della Marcuccina
Il testo non datato, per le ragioni sopra esposte, si presume possa appartenere
all’anno 1746. L’aria della Marcuccina, dal nome del compositore, potrebbe essere
quella della Sacra Lode che il Marcucci musicò nel 1739 per i fedeli della sua parrocchia di Santa Maria Inter Vineas con un aria ben orecchiabile e facile da impararsi; essa veniva cantata nella ricorrenza dell’Immacolata.
La canzonetta è incompleta: si interrompe alla terza strofa, lasciando solo indicato il numero della successiva, inoltre il contenuto del titolo è appena accennato.
Il componimento, pur discostandosi in parte dagli schemi tradizionali, da un
punto di vista stilistico, segue le modalità ed i procedimenti retorici dell’oratoria sacra
del tempo e, nel suo metro senario a rima ABBC, si rifà a modelli metrici molto diffusi tra il 1600 e il 1700.
Il testo è stato trascritto dall’autografo ASC 47, pp. 25 r-v.
1.
Cedan’il Sol, la Luna,
Le Stelle, i Fiori grati,
Le Gemme, i Prati
Cedano alla beltà.
Di chi in se stessa aduna
Ogni beltà creata.
Beata pur beata,
Che in se macchia non ha!
2.
Questa è l’eccelsa Donna
Vergine e Madre insieme,
Che preme preme
L’altero capo ognor
Del serpe: ed è colonna
Forte di chi la onora,
Ed adora, adora
Con tenero buon cuor.
39
3.
In quel primiero Istante
In cui fu Lei Concetta,
Diletta diletta
Al caro Dio sì fu,
Che tante grazie e tante
Versò in quel Cor beato,
Immacolato;
Che non si può dir più.
4.73
Volgarizzamento Poetico dell’Ave Maris Stella
Il testo, datato 17 Marzo 1746, è una traduzione poetica nella lingua corrente
dell’inno mariano Ave Maris Stella.
Don Marcucci traduce l’inno a Musciano (TE) dove sta svolgendo una missione
popolare74 e lo invia alla superiora Madre Tecla Relucenti della neo congregazione di
Religiose dell’Immacolata Concezione di cui si dichiara essere “indegnissimo primo
Servo”. È un dono spirituale a Tecla e alle altre Religiose per aiutarle a comprendere
e godere uno scritto antico della Liturgia mariana. Il testo è scritto con una grafia
molto curata su un foglio piegato in due. Sulla 4ª facciata l’Autore raccomanda di
conservare il testo “con pulizia” ed aggiunge: “Inver la povertà sempre mi piacque, ma
non la sordidezza; poiché la candidezza del cuor seco non è, né mai vi giacque
(San Bernardo).
Pulizia per chi ne tien bisogno”.
Il testo è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 47, pp. 22-24.
I
Ave Maris Stella,
Dei Mater alma,
Atque semper Virgo,
Felix Coeli porta.
Ave Maris Stella,
Lucida Stella di oro,
Che in questo Mar del Mondo
Ci guidi al Ciel giocondo,
Umil ti adoro.
Dei Mater alma,
Madre, chiamar ti dei,
Grande, perché di Dio,
Del caro Gesù mio
Tu fosti, e sei.
73
Si interrompe qui la canzonetta.
40
74
Essa si svolse dal 6 al 19 maggio 1742.
41
Atque semper Virgo,
Solve vincla Reis,
Profer lumen Caecis,
Mala nostra pelle,
Bona cuncta posce.
III
Vergine al tempo stesso
Fu sempre il tuo bel Seno.
O Dio, che vengo meno
A tal riflesso!
Felix Coeli porta
Porta del Ciel ti chiami
Felice, perché il tieni
In Man, e a dar lo vieni
A chi ben ti ami.
Solve vincla Reis,
Tra ceppi, e tra catene
Afflitti Rei gemiamo:
Deh fa, che sciolti siamo
Da sì gran pene!
Profer lumen Caecis,
II
Sumens illud ave
Gabrielis ore;
Funda nos in pace,
Mutans Hevae nomen.
Sumens illud ave,
Prendi, Madre di Amore,
Quel grato, e bel saluto,
Che ti è dal Ciel venuto
Dal tuo Signore.
Gabrielis ore;
Per via di un Messaggiero,
Qual fu Gabriel beato,
Che a te fece svelato
Il Gran Mistero.
Funda nos in pace,
Tu che bel Trono eletto
Di Pace sei chiamata,
Di tal Pace beata
Empi il mio petto.
Mutans Hevae nomen.
S’Eva nel Paradiso
Madre fu ben del pianto;
Tu il nome suo trattanto
Mutast’in riso.
42
Un raggio di tua luce
Concedi a nostre menti,
E questo a te contenti
Ben ci conduce.
Mala nostra pelle,
Tutt’i pensieri vani,
I Mali, che ad ogni ora
Ci affliggon, deh Signora
Tieni lontani.
Bona cuncta posce.
Giacché tu in Ciel comandi,
Ed hai tutti gli onori;
I Beni, i tuoi favori
Sopra noi spandi.
IV
Monstra te esse Matrem,
Sumat per te praeces
Qui pro nobis natus
Tulit esse tuus.
Monstra te esse Matrem,
Figli pur tuoi già siamo,
A te ci diè il gran Padre;
Mostrati nostra Madre:
A te ci diamo.
43
Sumat per te praeces
Fa tu le nostre veci;
Per le tue Man dilette,
Sieno care, e accette
Le nostre preci,
Mites fac, et castos.
Reprimi il nostro sdegno,
E fa’ che miti siamo;
Che casti ancor viviamo
Ad alto segno.
Qui pro nobis natus
VI
A chi con tanto amore
Nascer volle per noi,
E volle insiem con voi
Rubarci il Cuore;
Tulit esse tuus.
E col nascer grazioso
Mostrossi vostro Figlio;
E noi dal gran periglio
Scampò pietoso.
V
Vitam praesta puram,
Iter para tutum,
Ut videntes Jesum
Semper collaetemur.
Vitam praesta puram,
Pura la nostra Vita
Sia, e di macchia priva;
Del che a te, Madre Diva,
Chiediamo aita.
Virgo singularis,
Inter omnes mitis,
Nos culpis solutos,
Mites fac, et castos.
Iter para tutum,
Il nostro gran Viaggio
All’eterne maggioni,
A noi, per Te, si doni
Senza dissaggio:
Virgo singularis,
Vergine singolare,
Tuo pregio, ugual non ha,
Né simil si potrà
Giammai trovare.
Ut videntes Jesum
Affin dopo sto essiglio,
Vedendo in Ciel l’amato
Gesù glorificato,
Il vostro Figlio,
Inter omnes mitis,
Tra tutti la più mite,
La più dolce, e pietosa,
La più cara, e graziosa.
Cieli, che dite!
Sempre collaetemur
Sotto il vostro bel Manto,
Sempre in grande allegrezza,
Sempre in Mar di dolcezza
Viviamo in canto.
Nos culpis solutos,
Da nostre colpe sciolti
Fa’ che noi siam; e poi
Lodi daremo a voi,
A voi rivolti.
44
45
VII
Sit laus Deo Patri,
Summo Christo decus,
Spiritui Sancto
Tribus honor unus.
Amen.
Al Padre, al Figlio sia,
Al Santo Spirito Amore,
Lode, gloria, ed onore,
Per te, o MARIA.
Così sia.
Il Fine
Qui non soggiungo altro, se non che la lascio nel sagro Cuor di Gesù e di
Nostra Immacolata Signora.
Di V(ostra) M(adre) R(reverendissi)ma
Musciano 17 Marzo 1746.
Indeg.mo primo Servo
F(rancesco) A(ntonio) M(arcucci) D(ominus)
D(ella) I(mmacolata) C(concezione)
Breve Sermone sopra la gloriosa Assunta di nostra Signora
Il testo non datato a motivo della grafia si presume possa appartenere all’anno
1746. Non conosciamo il luogo e i destinatari del Sermone; l’Autore si rivolge ad essi
come a “riveriti ascoltatori”. Introduce l’argomento con la sua solita sensibilità pedagogica, partendo dall’esperienza degli uditori: è risaputo che i sovrani nel giorno
anniversario della loro elezione usano dispensare favori ai loro sudditi, a maggior
ragione Maria SS.ma è premurosa nel beneficare e proteggere le anime che ossequiano
la sua gloriosa Assunta.
Ma quale tipo di ossequio e devozione gradisce Maria? Certamente “sono buoni i
rosari, sono ottimi i digiuni e le visite delle chiese, i tridui e le novene”, purchè uniti
alla devozione del cuore che consiste nel mantenersi lontani da ogni peccato, esercitarsi nella pazienza e nelle altre virtù. Questa fu la devozione che ebbero tutte le anime
sante beneficate da Maria e che don Marcucci cita con esattezza storica perché siano
di esempio e di incoraggiamento.
Il Sermone si conclude con una breve preghiera rivolta alla stessa Regina del Cielo
per invocare la sua protezione.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 176-179.
Bonifazio Nardini, Assunzione di Maria al cielo, affresco, 1751, Ascoli Piceno,
Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato
come sala di ricevimento.
46
47
1.
2.
48
Sogliono i Monarchi della Terra nel Giorno anniversario della loro
assunzione al Trono dispensar vari favori e grazie a quei Sudditi, che rallegrandosene con essi, ne fan loro dimanda in contemplazione dell’assunto Real diadema e comando. E ciò avviene, a mio giudizio, perché la
rimembranza delle prosperità avute rallegrando molto i cuori di chi le
godette e a goderle pur segue, gli sprona a beneficar a larga mano quei
che delle dette prosperità se ne congratulano. Or se tanto spesse fiate
accade nel Mondo, altrettanto, e molto più, R(iveriti) U(ditori), succede sempre nel cielo. I Santi nel giorno della lor festa, giorno della loro
assunzione all’alto trono della Gloria, sogliono dispensar a gran copia le
Grazie ai loro divoti, che con vari atti di pietà cristiana ne hann fatte
con essi le loro congratulazioni, le dimostrazioni di giubilo: tanto essi
godono di una tal gloriosa rimembranza. Ma che dissi i Santi, la Regina
medesima dei Santi, Maria SS.ma, non ha forse usato e non usa anche
questo? Sì per certo. Anzi essa, siccome trapassa tutti i Santi nella gloria, così supera tutti i Santi nel beneficar quei suoi Divoti, che con vari
apparecchi e tenerezze di affetto, si congratulano con Lei di qualche sua
eccellente prerogativa, di qualche suo singolar privilegio. Ed eccovene
la conferma, Uditori. Osservate com’essa abbia beneficato a larga mano
quelle Anime, che con particolari ossequi di pietà han festeggiata la
ricorrente festa della sua gloriosa Assunzione in Anima e in corpo in
cielo, festa in cui ella fu assunta sopra tutti i cori degli Angioli alla
destra del Figlio e fu con mille pompe, applausi e giubili di tutta la
corte celeste, incoronata Regina del Paradiso, Signora e padrona
dell’Universo. Vostra sia la pazienza in ascoltarmi, mia l’incombenza di
mostrarvi quel che vi ho proposto.
E qui sulle prime mi si presenta innanzi l’Istoria di Giovanni Re di
Portogallo. Avete mai, Uditori stimatissimi, considerata la cagione per
cui questo piissimo Re nella vigilia dell’Assunzione gloriosa di Nostra
Immacolata Signora, disfece tanti Nemici, distrusse tante contrarie
Armate e riportò tante Vittorie? Chiedetela al Tursellino Istorico (lib. 2,
cap. 26) e udirete, che appunto fu, perché tutto lo studio di questo
Monarca era di onorar con mille ossequi la Festa che celebriamo: per cui
fu tanto grato alla Vergine, che insino nella detta Vigilia volle condurselo al cielo, come piamente si crede. Per questi medesimi ossequi in
onor dell’Assunta, consolò la Regina del cielo nell’anno 1338 i Padri
Minori della città di Parigi, facendosi loro veder tutt’allegra col Santo
Bambino in braccio, mentre cantavano in coro in questo giorno. Per tal
motivo pur fu degna Santa Geltrude di veder in questa festa
l’Immacolata Signora, vestida ed ornata di rose e di gigli, denotanti,
come spiegò, le varie opere pie fatte dai suoi Divoti in affettuoso apparecchio.
3.
Ma chi può ridire i favori straordinari che altri ottennero per essere stati
particolari ossequiatori dell’Assunzione di Maria? Leggete, leggete, di
grazia, le sagre Istorie, miei Riveriti Ascoltanti e stupirete in vedere
tanto impegnata la gran Madre di Dio in beneficare a larga mano i
Divoti della sua Assunta gloriosa. Ah se qui fosse un San Giacinto
Domenicano, udireste da lui quel grato racconto, come ei vidde calar
dal Cielo vaga nuvoletta, dentro cui era la sua eccelsa Signora, la quale
dopo averlo confortato con mille contentezze di paradiso, lassù in quella Patria Beata se lo condusse in questo glorioso giorno. E quasi lo stesso attestar vi potrebbero, se qui si trovassero, il Beato Sovore Fondatore
dell’Ospedale di Siena, Sant’Arnolfo Vescovo Svesionense, Santo Stefano
re di Ungheria, Santo Stanislao Kosca della Compagnia di Gesù e cento
e mille altri con loro.
4.
Io quanto a me, vi confesso, Uditori miei stimatissimi, che rimanendo
quasi fuori di me per la maraviglia non ho più lena di addurvi altri
esempi in valida prova dell’assunto mio intrapreso. Vi prego soltanto,
non già a considerar le finezze di amore che gustò la Beata Agnese di
Montepulciano coll’aver avuto tra le braccia il Santo Bambino Gesù
nella notte di questa festa, non già quelle che esperimentò la gran Serva
di Dio Suor Cecilia di Palermo, o Suor Rosa Maria di Sant’Antonio con
altre molte Anime fortunatissime; no, no, perché se a tutto questo
aggiunger anche si dovesse la considerazione di quanti furono liberati
da fiere tentazioni e malattie, quanti da strani pericoli e accidenti,
quanti … ma a che tanto allungarmi in una cosa, che non avrebbe per
ora fine, se aggiunger, dico, anche ciò dovesse, la vostra considerazione,
Uditori, non sarebbe per aver termine dentro i limiti di poco tempo;
vi prego dunque soltanto a riflettere a quel che vide e udì in questa festa
49
la Beata Cristina dell’Ordine Cistercense. Stava questa tutta assorta in
alta contemplazione, quando osservò che la granVergine calava dal
Cielo una catena d’oro con una pietra molto preziosa, in cui eravi scolpito il SS.mo Nome di Maria unitamente co’ nomi di alcuni suoi
Divoti; e sentì dire da Nostra Signora così, Come oggi son io nella mia
Gloria, così tutti questi saranno meco in eterno. E questo sol vi basti per farvi
rimaner persuasi, quanto sia premurosa Maria SS.ma in beneficare e
proteggere le Anime ossequiose alla sua gloriosa Assunta.
5.
Ed essendo ciò verissimo, come dunque possiamo noi aver cuore in
petto senza le ardenti fiamme di Amore verso una sì potente
Benefattrice e Avvocata? Come non ci sentiamo riempiti di un desiderio grande di essere suoi veri Divoti e in particolare dell’Assunzione sua
al Cielo? Ma che credete voi, in che consista questa vera divozione?
Sono buone le corone e i rosari, ottimi sono i digiuni e le visite delle
chiese fatte in suo onore e così pur sono i Tridui e le novene. Al certo
piacciono molto alla gran Vergine, chi può negarlo? Ma se a tutto ciò
non stia unita la nostra divozione del cuore, la divozione non sarà
buona, non sarà vera. Quel mantenere il cuore e l’anima lontana da ogni
peccato per amor di Maria, quell’esercitarsi nella pazienza e nelle altre
virtù a suo riguardo, questo, questo fa che la divozione sia buona e vera,
sia di cuore e sia gratissima alla suddetta Regina del Paradiso. E questa
appunto fu la divozione principale che ebbero tutte quelle Anime
Sante, che furono tanto beneficate, come udito avete. A questa adunque, appigliatevi, cari uditori. E voi, o Vergine gloriosissima, degnatevi di porgerci il vostro potentissimo aiuto, affinché con tal cuore ossequiandovi in questo mondo, possiamo poi giunger felicemente a godervi e glorificarvi nel Cielo. Amen.
Sacro discorsetto sopra l’Aspettazione del Parto
di Maria Vergine SS.ma
Il testo non datato, a motivo della grafia, si presume possa appartenere all’anno
1746. Il discorsetto viene recitato di sera ad “Ascoltanti devotissimi”, in prossimità
della solennità del santo Natale.
L’argomento, sviluppato in cinque punti, è una meditazione sui sentimenti di attesa e di desiderio vissuti dalla SS.ma Vergine Maria dal momento dell’Annunciazione
alla nascita del suo suo divin Figlio. Don Marcucci li paragona a quelli di Giobbe,
espressi al capitolo 31 del libro omonimo. Ella desiderava con gli angeli la nascita di
Gesù Salvatore perché finalmente fossero risarcite le loro cadute, come pure quelle dell’intero genere umano.
E se gli angeli sono infinitamente grati a Maria SS.ma per il dono di Gesù,
altrettanto dobbiamo esserlo noi e considerarla nostra Corredentrice.
Don Marcucci conclude il discorsetto invitando gli ascoltatori “a voler da qui in
poi essere tutti di Maria con umili ringraziamenti, con ardentissimo amore, con servirla costantemente e voler ricevere Gesù Bambino nel nostro cuore per mezzo di una
buona Confessione, e di una vera mutazione di vita”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 141, pp. 1-4.
Desiderium meum audiat Omnipotens75
(Giobbe cap. 31)
Desideri, senza difetto alcuno d’impazienza, ma bensì con gran cumulo di
meriti e di grazie, voglio, o Ascoltanti divotissimi, in questa sera dimostrarvi nella gran Regina del Cielo Maria V. SS.ma. Ella sin da quel felicissimo
Giorno, in cui l’Arcangelo Gabriele le arrecò la felice ambasciata, che doveva esser Madre del Figlio di Dio, incominciò a sperimentare i dolci tormenti dei desideri per la sua Nascita. Questi furono quegli affanni beatissimi che
la facevano esclamare e ripeter con le pazienti speranze di Giobbe: Desiderium
meum audiat Omnipotens! E tai desideri erano di veder nato al Mondo questo
suo Divin Figlio per la Redenzione del Mondo. Dalla quale Redenzione
principalmente risultar poi ne dovea e la Riparazione degli Angioli e la mani-
75
50
L’Onnipotente ascolti il mio desiderio.
51
festazione della divina misericordia a pro del Genere umano. Pertanto, non siavi
discaro, se bramate sapere quali fossero i desideri della gran Vergine, udir le
incessanti brame di lei per i due suddetti Benefici. Incominciamo.
1.
2.
52
Dolcissimi tormenti che affliggono con decoro gli affetti in Maria
Vergine, sono i desideri della Nascita del suo amabilissimo Unigenito, del
suo caro Gesù. Desideri veramente eccelsi, perché nati in Lei da questa
riflessione, cioè che dalle sue purissime viscere uscir dovea il Riparatore
delle cadute degli Angioli col redimere il Genere umano. Quindi è che
l’Angelo Gabriele annunziandola, la pregò istantemente, come riflette
S. Bernardino, a voler prestare il consenso di essere Madre dell’Eterno
Verbo e la prega per parte di tutti gli Angelici cori, affinché fossero riempite quelle loro sedie, che erano vuote per la deplorabile caduta di Lucifero
e dei suoi seguaci. Ed essa, che sopra tutti quei Cori si vedea in quel punto
eletta, come loro Regina, s’immagini chi può, con qual veemenza di desideri sospirava il termine dei nove mesi della sua Verginale Gravidanza e
quell’ora felicissima della Nascita Divina del suo caro Figlio. Dal vedersi
Maria ossequiata, venerata e servita da quegli Spiriti celesti, che servono a
Dio in Cielo, le pareva ogni istante antecedente alla Divina Nascita, un
lungo intervallo di più secoli, perocchè ognuno di quegl’istanti si frapponeva alle sue brame di veder consolate le Angeliche Schiere.
O beati adunque o Desideri sagrosanti di Maria sempre Vergine! Voi nel
di lei cuore introduceste tutte le fiamme dei Serafini! Voi nel di lei purissimo Cuore ardeste il Divin fuoco dello Spirito Santo! Voi precorreste la
Venuta del Verbo Incarnato, facendo sapere agli Angioli, per mezzo delle
vostre vampe, che nell’Utero Verginale di Maria cresceva il loro
Riparatore! Gli Angioli poi, che tutto ciò udivano non si partivano mai
dalla loro Regina, ma standole sempre assistenti, pareva in un non so che
modo, che anch’essi con i loro desideri uniti a quei della gran Vergine
Madre procurassero di affrettare la nascita del loro Creatore. Sicchè le
brame di Maria sembravano desideri degli Angioli e i desideri degli
Angioli sembravano brame di Maria. Or riflettete al presente divoti
Uditori in quali celesti vampe di brame divine si disfaceva il Sagro Cuore
della nostra Immacolata Signora, desiderosa che creature sì nobili, quali
sono gli Angioli, vedessero finalmente il risarcimento alle loro cadute.
3.
Ma non erano questi soli i desideri dell’Imperatrice dei Cieli. Bramava
essa di dar presto alla luce il suo Divin Figlio, affinché ancora si manifestasse la divina misericordia a pro di noi tutti, a pro di tutto il Genere
umano. Portava la nostra eccelsa Signora un Cuor tale nel suo sagro
Petto, che quanto più si avvicinava il tempo del suo purissimo Parto,
tanto più bramava di darlo alla luce: Cruciabatur, ut pareret76 (Apoc. 12).
E ciò non per altro, se non per veder noi tutti con il restante de l’uman
Genere, tolti dalle misere catene della schiavitù del peccato, incorsa per
la disubbidienza del nostro primo Padre Adamo: tanto era bramosa
della manifestazione della Divina Misericordia verso di noi. Rifletteva
nelle sue contemplazioni al nostro estremo bisogno e lo compassionava;
vedeva di aver nel proprio seno il Liberatore delle nostre afflizioni e
desiderava di consegnarcelo col partorirlo o che crucis beatissimi! O che
ardentissimi desideri!
4.
Se voi nol sapete, Uditori, erano le nostre colpe giunte a tal eccesso, che
non si poteva arrecar loro rimedio, se questo non era infinito. Depositò
la Misericordia Divina questo infinito rimedio dentro le purissime
viscere di Maria Vergine, nascondendo sotto umana spoglia il Figliuol
di Dio. E la gran Vergine, che dentro di sè il portava, tutta piena di
desideri di partorirlo, in quali dolcissime smanie non lasciava cadersi il
suo Cuore? O felicissimo San Giuseppe, che più volte ascoltò gli affannosi desideri di Lei, ora disciolti in copiose Lagrime, ora compartiti in
infuocati sospiri, ora esalati in amorosi colloqui! Noi, noi, Uditori miei,
giacevamo nelle più dense tenebre, che giammai produrre potesse la
colpa; e Maria Vergine, la nostra cara Signora, che portava nel Sagro
Ventre il vero Sole di Giustizia, immaginatevi se intensamente bramava, che uscisse fuora del suo Verginal Seno. Ella che fu predetta Madre
di santo Amore, di bella dilezione: Mater pulchrae dilectionis77, come non
dovea essere ancora Madre di tenera compassione? Ecco quanto siamo
obbligati a Maria SS.ma! Ecco quanto le siam tenuti!
76
77
Soffriva per il parto.
Madre di amore santo.
53
5.
E se gli Angioli in cielo non fanno altro che adorarla, ringraziarla e
amarla come loro Riparatrice, perché dunque anche noi qui in terra non
l’adoriamo, non la ringraziamo, non l’amiamo come Apportatrice della
nostra salute, come nostra Corredentrice? Se il Beneficio è uguale, perché uguale non deve essere la Gratitudine? Ella partorisce Gesù
Bambino per noi, per porcelo nel nostro cuore; e noi perché vogliamo
esser tant’ostinati, tanto ingrati col non riceverlo? Ah dunque, non più
ingratitudine, non più ingratitudine verso una sì cara nostra Madre!
Siccome essa desiderò la nostra salute, così noi desideriamo la sua
Gloria: siccome essa ci amò come teneri figli, così noi riamiamola come
tenera Madre: siccome essa ci diede con Amore il suo caro Bambino,
così noi con amore riceviamolo per sempre nel nostro cuore. Su via, facciamo questa sera questo santo proposito, di voler da qui in poi esser
tutti di Maria con umili ringraziamenti, con ardentissimo Amore, con
servitù costantissima. Facciamo questo santo proposito, di voler ricevere Gesù Bambino nel nostro cuore per mezzo di una buona Confessione
e di una vera mutazion di vita. Sì, si, Uditori cari, queste son pur le
Brame della Regina del Cielo e noi dobbiamo compiacerla a tutto costo,
perché non meno le sono obbligati gli Angioli per la loro Riparazione,
di quel che le siamo noi obbligati per la nostra Redenzione. Ci ha concepito Gesù: ci ha partorito Gesù: ci ha donato Gesù. E tanto basta.
Viva Gesù e Maria,
a cui sia Lode ora e sempre per tutti i secoli dei secoli.
Amen
Il Fine.
Ignoto, quadretto dell’Immacolata che il Servo di Dio teneva a capo del letto, olio su rame,
sec. XVIII, Ascoli Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”.
54
55
CAP. II
SERMONCINI
PER OGNI SABATO
DELL’ANNO 1752
56
57
Introduzione al capitolo
I Sermoncini per i sabati dell’anno 1752 sono 25 e furono proposti da don
Marcucci, dal 1 gennaio al 15 agosto dello stesso anno, festa dell’Assunzione di
Maria al cielo, ai fedeli e alle Religiose dell’Immacolata, nella chiesetta omonima,
ricavata l’anno precedente dalla ristrutturazione di un fondaco del monastero.
Don Marcucci realizzava così il desiderio di ripristinare un’antica tradizione
della Chiesa romana della devozione dei sabati mariani, proponendo alla riflessione
dei presenti un tema mariano, durante l’esposizione del SS.mo Sacramento che si concludeva con il canto delle litanie alla Vergine Santa.
Al Vescovo di Ascoli Piceno mons. Tommaso Marana, così il Servo di Dio comunicava l’iniziativa: “Affin di far partecipare al vicinato del Monistero qualche Bene
della Parola di Dio, giacché le Persone povere di quei contorni di rado la sentono, ho
incominciato già, secondo il concertato, a raccontar ogni Sabato a sera in pubblica
Chiesa un esempio della SS.ma Vergine e poi o recito, o fo recitare le Litanie. La gente
vi concorre ed io vi vado frammischiando anche qualche cosa della dottrina o della
confessione o Santa Messa, secondo che più vedo caderci a proposito”1.
I Sermoncini sono trattazioni brevi, in stile familiare, volte a promuovere la santità
di vita, fulcro della devozione mariana, attraverso l’esempio di tanti devoti di Maria.
L’argomento viene sviluppato in sei o sette punti circa; è sempre introdotto da un proemio
per motivare i fedeli all’ascolto e renderlo più interessante e si conclude spesso con una fervente preghiera rivolta alla SS.ma Vergine per impetrare il suo aiuto e la sua protezione.
Quando il sabato coincide con la vigilia di grandi feste liturgiche o di santi significativi, don Marcucci unisce con grande abilità l’argomento mariano con il tema dettato dalla circostanza. Le suddette composizioni sono uno dei frutti più concreti della
grande e convinta devozione mariana di don Marcucci e dello zelo costante e tenace nel
diffonderla come il bene più grande per tutti.
Pur nella loro semplicità stilistica e di linguaggio esse costituiscono un prezioso esemplare della migliore oratoria sacra del tempo, ricca di sana dottrina mariologica e teologica, ancorata alla Sacra Scrittura, alla dottrina dei Padri della Chiesa e della Tradizione.
La maggior parte dei sermoncini 19 su 25 fanno parte della miscellanea n. 23;
4 su 25 riguardanti la devozione di alcuni santi con la Madre di Dio, fanno parte
della miscellanea n. 22 ed infine uno, riguardante la SS.ma Trinità in rapporto a
Maria, fa parte della miscellanea n. 35.
1
58
FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI, Relazione o sia Ragguaglio annuale dello stato temporale e
spirituale della Congregazione e Convitto delle Religiose dell’Immacolata Concezione di Ascoli del
1752 a Mons. Marana Vescovo, ASC 111, p. 58.
59
SERMONCINO PRIMO
Recitato il primo dell’anno 1752, ricorrendo il giorno del Sabato
Con animo grato alla Vergine Santa e pieno di confidenza nel suo aiuto,
don Marcucci comunica agli ascoltatori la sua gioia di poter iniziare, nella piccola
chiesa dell’Immacolata posta sotta la sua cura, la devozione dei sabati mariani, da
tempo desiderata; essa consiste nel recitare con stile familiare “qualche esempio devoto” di chi già l’ha praticata, per essere motivati a fare altrettanto; gli esempi vengono tratti dall’opera “Affetti scambievoli” del gesuita P. Auriemma.
L’Autore si premura di esporre i motivi del perchè la tradizione abbia scelto il
giorno di sabato per onorare la Vergine; anzitutto per ricordare la sua costanza nel
credere che Gesù, morto nel giorno antecedente, sarebbe risorto, poi per partecipare al
suo grande dolore per la perdita del Figlio divino ed infine, secondo alcuni studiosi,
perché lo Spirito Santo dispose che la sua purissima Sposa, fosse concepita senza macchia originale in giorno di sabato.
L’argomento del primo sermoncino dell’anno 1752 cade il primo gennaio ed è:
“Il celebrare il sabato con qualche particolare divozione ad onor della Vergine, è una
cosa di suo gran piacere e vien da lei molto ben ricompensata”. Viene sviluppato in sei
punti con una introduzione.
La funzione si conclude con la recita o con il canto delle litanie.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 1-6.
Argomento
Il solennizzare e celebrare il Sabato con varie divozioni in onor della Vergine
è di suo gran piacere e vien da Lei molto ben ricompensato
Ave Maria
Quel lodevole ed antichissimo uso, praticato da tanti e tanti, di riverir con
particolari ossequi la Gran Vergine, nostra Immacolata Signora, nel venerando Giorno a Lei dalla Chiesa consagrato, voglio dire nel SABATO, fu sempremai, Uditori miei stimatissimi, quella cosa, che al mio povero cuore
apportò singolar gioia e contento. Ma cio chè più mi innamorò fu il risaper
che in tante Città cattoliche e specialmente in Roma, si era sì lodevolmente
introdotto di contar ogni Sabato al Pubblico un qualche esempio e miracolo
della predetta Regina del Cielo, affin maggiormente la sua divozione nei
60
Cuori dei fedeli crescesse da giorno in giorno e si dilatasse. Ed oh quante le
volte una tal gratissima rimembranza esclamare mi ha fatto, ed oh potessi
pur io in questa mia diletta Patria aver il comodo di una benchè piccola chiesa, dedicata alla Vergine, quanto ben volentieri ne assumerei l’incarico di
recitare ogni Sabato in stile famigliare qualche esempio divoto! Ma lodi pur
mille e mille siano all’Immacolata Signora che consolarmi si degnò. Ecco di
fresco qui aperto ad onore e titolo dell’Immacolata sua Concezione un nuovo
sacro Tempio: ed essendosi degnata di darne a me la cura; mi ha dato anche
il modo di adempiere i miei desideri, di eseguir le mie brame. Pertanto,
riponendo in Lei tutta la mia confidenza, sin da questo giorno (giorno sì
memorabile, perchè primo dell’anno ed insieme di sabato) vo(glio) porre in
pratica il da tanto tempo premeditato disegno. Udite adunque su di che in
questa prima volta ho ideato di favellarvi: Il celebrare il Sabato con qualche particolare divozione ad onor della Vergine, egli è una cosa di suo gran piacere e vien da
Lei molto ben ricompensata. Favoritemi di attenzione; ed incomincio.
1.
Chiunque il pensiero rivolge sopra il motivo per cui il Giorno del sabato sia stato consagrato da Santa Chiesa alla Gran Vergine, non proverà
molta fatica in rimaner tosto persuaso che riesca di gran piacer della
stessa il celebrarlo con qualche particolare ossequio ed affetto. Vogliono
alcuni Santi Padri ed in particolar San Bernardo (a), che anticamente
fosse questo giorno dedicato alla Vergine ed onorato da’ suoi Divoti, in
memoria della costanza, con la quale essa stette ferma nella fede, indubitatamente credendo ed aspettando che il suo Divin Figlio, già morto
nel giorno antecedente, risorger dovea e verificar si dovevano tutte le
sue Divine Promesse. Aggiungono altri, che un altro motivo fu per far
rimembranza de’ dolori acerbissimi, nei quali ella stette, senza il suo
caro Divin Figlio, immersa in questo Giorno. Ed altri finalmente son di
parere, che una delle cagioni, per cui lo Spirito Santo dispose, che il
Sabato fosse consagrato alla sua purissima Sposa, fu perchè in tal giorno ella fu concetta senza macchia originale, onde senza menomo neo di
colpa unita fu l’Anima sua SS.ma col suo purissimo corpo (b).
(a) S. Bernardo, De Passione c. 2.
(b) Ven. Maria de Agreda, lib. 2. Myst. Civv. c. 15. num. 220.
61
2.
3.
4.
Ciò presupposto, senza che andiam rintracciando altri mille motivi che
si potrebbero addurre e come adunque non riuscirà di gran piacere di
Nostra Signora l’onorare il suo Sabato, se appunto in questo giorno,
come fu detto, si onora la sua fede costante, si rammemorano i suoi acerbi dolori, si glorifica l’Immacolata sua Concezione? Gradisce molto la
Vergine, chi può negarlo, che questi suoi misteri siano con ossequi particolari divotamente onorati; e perciò gradisce molto la celebrazione
divota del Sabato; perchè appunto ogni ossequio fattole in questo giorno, ad onor dei predetti suoi cari Misteri viene diretto.
Chi può qui ridire pertanto se con quanta liberalità una copiosa ricompensa essa dare si degna? Udite. Eravi in Sardegna una fanciulla di
dodici anni di età, la quale essendo esortata dalla Madre a recitare ogni
giorno la Corona alla Vergine e a digiunarle ogni Sabato, si mostrò
ubbidiente circa la corona, ma non già quanto al digiuno del sabato;
adducendo a quante mai d’istanze facevale la buona Madre, adducendo,
dissi, mille scuse e con un finto non posso ricoprir, cercava il vero non
voglio. Alla fine, ecco che una notte si sentì la fanciulla chiamar per
nome: si desta, guarda chi la chiama e vede essere una bellissima e
risplendente Signora; e sente dirsi così: Ubbidisci a tua Madre, digiuna il
mio Sabato: e sel farai, io ti sarò di aiuto in tutti i tuoi bisogni. Si arrese tosto
la figliuola, promise di farlo, e lo fece e perseverò per trent’anni nel suo
Digiuno e nella sua Divozione del Sabato. Ma e la ricompensa, mi direte? Eccola e datene fede al P. Auriemma Gesuita, che nel to(mo) I. dei
suoi Affetti scambievoli lo accenna (c), cioè sperimentò sempre mai in
tutte le sue necessità di Anima e di Corpo un pronto aiuto di Maria
SS.ma e particolarmente nel Sabato; che chiamar lo poteva Giorno del
suo Soccorso e delle sue ricchezze.
Bramate udirne altre ricompense? Interrogatene un poco
quell’Assassino Capo dei Banditi, riferito da Giovanni Evolto (d) e vi dirà
che pel Digiuno fatto nel sabato ad onor di Maria, questa non permise
(c) P. Auriemma, Tomo I. cap. 17.
(d) G. Erolto, Il Prato fior. lib.3. cap.7. esemp.2.
62
che morisse senza una buona confessione, allorchè da certi suoi Nemici
gli fu tagliata la testa; mentre quel capo reciso dal busto gridò sempre
confessione, sinchè non corse un Sacerdote a confessarlo; e a cui raccontò
questa sua divozione.
5.
Dimandatene di vantaggio a San Gerlaco Romito in Fiandra e ditegli chi
fu che gli mandò in punto di morte San Servazio sacerdote ad assistergli
in quell’estremo su di quanto aveva bisogno? Se non la gran Madre di
Dio in premio di quella visita che le faceva in ogni Sabato, portandosi
dal suo Romitorio a piedi scalzi a visitarla nel Tempio di Aquisgrana,
lontano da lui tre miglia (e). Su su Uditori, richiedetene ancora il Beato
Ambrosio Domenicano ... ma a che più dimandarne, quanto già ne son
ripiene le storie di tante singolarissime grazie e strepitosi miracoli oprati dalla Regina del Cielo in comprova di quanto le sia gradita la celebrazione ed onoranza del suo prediletto Sabato.
6.
Deh rivolgete piuttosto gli animi vostri a fermamente risolvere di prender, anche voi da qui innanzi, la divozione del Sabato ad onoranza della
Nostra Immacolata Signora che sì lo gradisce. In più modi potete in tal
giorno onorarla. Primieramente col far tal giorno in quaresima e col
digiuno alla sera. Per altro i Santi con più rigore ancora lo digiunarono.
La Beata Giovanna Carmelitana lo digiunava in pane ed acqua. Così pur
facevano ad onore di Maria la Beata Dorotea vedova, San Nicola da
Tolentino, San Diego Francescano, Santa Elisabetta Regina di Portogallo,
Santa Giuliana Falconieri e tanti altri. Potreste anche onorar il Sabato
con visitar qualche chiesa dedicata alla Vergine. Così si portava San
Gerlaco, di cui sopra favellammo; così il piissimo Cardinal Francesco
Toledo in Roma, che in ogni Sabato si portava a piedi a visitar Santa
Maria Maggiore; nè potevan trattenerlo o cocenti raggi di sole, o grossi nembi di pioggia. Finalmente celebrar potreste il Sabato con far
limosine ai Poveri o con esercitarvi in altre opere di cristiana pietà. Così
operava Giovanni Chetelio mercante, che in ogni Sabato si vestiva di
misero panno di lino e si portava ad esercitar gli uffizi più vili e fatico-
(e) P. Auriemma, Tomo I, cap.17.
63
si in qualche Luogo alla Vergine grato. Si cingeva di cilizio Santa
Elisabetta Regina di Ungheria. Serviva ai lebbrosi in tal giorno Santa
Radegonda Regina. Ed altre molte pie opere esercitate troviamo dai
Santi in questo giorno a Maria dedicato. Aiutatevi pur voi da qui
innanzi a far quanto potete per dar gusto alla Vergine; e poi vedrete per
isperienza in voi stessi, quanto le sia grata la divozione del Sabato e con
qual liberale munificenza la ricompensi. Ho finito. Noi per dar principio a qualche ossequio, le reciteremo ora divotamente le sue Laudi o
sieno Litanie: che poi in ciascun Sabato a sera, dopo il Sermòncino, recitar seguiteremo.
SERMONCINO SECONDO
Recitato l’otto Gennaio 1752
Il secondo sermoncino si sviluppa in sette punti e una introduzione. L’argomento
“La tenera devozione verso la SS.ma Vergine è di gran giovamento per ravvivar la
nostra fede verso il SS.mo Sacramento” è motivato dalla decisione di cominciare a svolgere la funzione dei sabati mariani alla presenza del SS.mo Sacramento esposto.
Nella introduzione don Marcucci riconosce che sarebbe più opportuno parlare di
Gesù anziché della Madre, giacché Egli viene esposto alla pubblica adorazione, ma
sapendo “benissimo che l’onore del Figlio ridonda tutto ad onore della Madre e che gli
elogi che si fanno della Madre sono tutti elogi del Figlio”, si “ingegnerà ad accoppiare un succinto discorso su dell’uno e dell’altra” perché siano entrambi più glorificati e
lo fa attingendo all’insegnamento dei Padri della chiesa e attraverso l’esempio di tanti
devoti di Maria che da essa furono aiutati ad onorare meglio l’Eucarestia.
Le correlazioni tra Maria e Gesù sono tante afferma l’Autore. Secondo i Padri
greci, fu la stessa Vergine Santa ad ottenere dal suo divin Figlio l’istituzione del
Sacramento dell’Eucarestia, prefigurato nel miracolo delle nozze di Cana. Ella è
anche paragonata “ad una ricca nave, che da lontano ci ha recato nel mondo il suo e
nostro Pane Celeste”.
Nell’Eucarestia c’è in qualche modo la carne di Maria avendo Ella generato Gesù
nella carne; inoltre quando riceviamo la santa Comunione, possiamo ricorrere alla
Madre che con tanta riverenza lo accolse e lo portò nel suo seno per nove mesi.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, 7-14.
Argomento
La tenera divozione verso la SS.ma Vergine è di gran giovamento
per ravvivar la nostra Fede verso il SS.mo Sacramento
Ave Maria
Non so, Uditori riveriti se poteasi dare per me cosa più difficile, quanto è
quella che mi si presenta in questa sera, cioè di dovervi favellar della Gran
Vergine, a tenor della nostra già incominciata divozione del Sabato, quando
in questa sera appunto si incomincia in questa Chiesa a far l’esposizione
dell’Augustissimo Divin Sacramento; che in avvenire ogni ottavo Giorno di
ciascun Mese si seguiterà. Ogni ragion vorrebbe che io, dispensandomi per
questa volta dal favellar della Madre, discorressi solo del Figlio; il quale
64
65
così, o portarci ad adorare Gesù Sacramentato, o pascerci delle sue Divine
Carni, senza far memoria della sua SS.ma Madre, per cui mezzo tanto
Bene ci venne. Che perciò tutto il giorno noi osserviamo e ne restiam’istruiti dall’uso lodevolissimo e comune di Santa Chiesa, che quante le volte si faccia l’esposizione dell’augustissimo Sacramento, prima di
riceverne la santa benedizione, si fa la commemorazion della Vergine
col dolce Canto delle sue Lodi o Litanie, come dir le vogliamo: volendoci così istruir la stessa Chiesa nostra Maestra, che per degnamente
onorar Gesù Sacramentato, per più ossequiarlo, per ravvivar la nostra
fede verso di lui, altro mezzo più proprio non si trova, se non ricorrere alla sua amantissima Madre, se non invocar la sua protezione, il suo
aiuto. Onde avrebbe pur avuto da sentir ben grande ribrezzo (e ciò sia
detto come episodio) chi con tanta franchezza disapprovò nei suoi Libri
l’uso delle sacre Lodi di Maria in occasione dell’esposizione del SS.mo
Sacramento (a).
appunto comparir sull’Altare sotto i veli del Pane alla pubblica adorazione si
degna, affine di riscuotere da noi più umili gli ossequi, più fervorosi gli
affetti, la divozione più cordiale e sincera. Ma pure, sapendo io benissimo che
l’onore del Figlio ridonda tutto ad onore della Madre e che gli elogi che si
fan della Madre son tutti elogi del Figlio, sono a persuadermi senz’altro che
non sarà discaro al Figlio, se a maggiore sua gloria, vi parlerò della Madre.
Ciò nonostante, ingegnar mi vo(glio) in questa sera di accoppiar un succinto discorso su dell’uno e dell’altra; e far che parlandovi di Maria resti più
glorificato Gesù; e favellandovi di Gesù resti più glorificata Maria. A noi pertanto. Eccovi il mio assunto. La Divozione verso la SS.ma Vergine ravviva molto
la nostra fede ed il nostro ossequio verso Gesù Sacramentato. Alcune poche ragioni
ed alcuni succinti esempiucci vi mostreranno la verità dell’assunto, se avrete la bontà di ascoltarmi. Diamo principio.
1.
2
3
La grande e maravigliosa correlazione che passa tra la Gran Vergine ed
il SS.mo Sacramento fa chiaramente vedere quanto sia propria, anzi
necessaria la devozione della prima per esser’ossequiosi ed amanti dell’altro. Lo credereste, Uditori? Noi questo ricco Tesoro che abbiamo
del Divin Sacramento, dobbiamo pur riconoscerlo per mille titoli da
quella beneficentissima Mano e da quell’amorosissimo Cuore di Nostra
Immacolata Signora. Essa fu, al parer de’ Santi Padri Greci, che dal suo
Divin Figlio l’Istituzione di così gran Sacramento richiese per beneficio comune e ne ottenne; allorchè nelle nozze di Cana con la dimanda
della prodigiosa mutazione dell’Acqua in Vino, la miracolosa mutazione ancora del Pane in Corpo e del Vino in Sangue del suo Divin Figlio,
allo stesso richiese, come i Padri predetti ce ne assicurano; e come dalla
stessa misteriosa risposta che Gesù le diede del Nondum venit hora mea2,
può a meraviglia dedursi. Quindi a gran ragione del Savio è somigliata Nostra Signora ad una ricca Nave, che da lontano ci ha recato nel
Mondo il suo e nostro Pane Celeste, Facta est quasi Navis Institoris, de
longe portans Panem suum3. Onde ne viene, che noi qualor con i segni di
gratitudine abbiam fregiato il cuore nel petto, non possiam, per dir
Non è ancora venuta la mia ora.
Ella è diventata per così dire una nave che da lontano porta il suo Pane.
66
2.
Ma facciam ritorno al nostro proposito. Come la divozion della Vergine
non esser un efficacissimo mezzo per più ossequiar Gesù Sacramentato, se
oltre all’obbligo che ci corre di riconoscer da Lei così gran benefizio,
abbiam di più la bella sorte di venerar le sue Carni e di pascercene ancora, qualor divotamente ci comunichiamo. Mi spiego. Caro Christi caro
Marie4, dice il grande Agostino. La Divina Carne di Gesù è Carne preziosa di Maria. Non già che nel Divin Sacramento vi sia il Corpo purissimo di Maria: no, perchè ciò credere, sarebbe un’orrenda eresia: sapendo noi di certo per fede, che solamente vi è in realtà e sostanza il
Divinissimo Corpo di Gesù Cristo. Ma è verissimo bensì che, siccome
questo corpo Sacrosanto di Gesù fu formato per virtù dello Spirito Santo
dal Sangue purissimo di Maria, perciò nel Divin Sacramento ancorchè
non vi sia, nè vi possa essere il Corpo di Maria, pure vi è un corpo adorabile formato dal suo Sangue; onde in qualche modo può dirsi, come lo
disse Agostino, che la carne di Gesù è carne preziosa di Maria. Quindi
noi o prostrati avanti il SS.mo Sacramento, oppur ascondendolo nel
(a) Lamindo Pritanio, nella sua Regolata Divozione.
4 Carne di Cristo Carne di Maria.
67
nostro petto, dir possiamo con tutta verità, ecco, o Gran Vergine che io
adoro, ecco che io tengo quello stesso vero Corpo Divino che dal vostro Sangue
purissimo fu formato: adoro il vostro Figlio; tengo quelle Carni Divine che
vostre pur sono!
3.
4.
Aggiungete di vantaggio, cari miei Uditori, che noi o accogliendo con
umili e divoti affetti il Sacramentato Signore, o tenendolo con tutta
divozione e riverenza dentro di noi, veniamo ad assimigliarci in qualche modo, mi sia qui lecito il dirlo, alla Gran Madre di Dio; la quale
con profonda riverenza ed umiltà lo accolse nel suo purissimo Seno e
con atti eroici ed inesplicabili di finissimo Amore nelle sue Viscere
Verginali lo tenne. Così ebbe la sorte di udirlo da un Angelo un dì
della Comunione il B. Samuele Domenicano: Samuele, gli disse, la tua
Comunione è stata in certo modo somigliante al maraviglioso congiungimento che
fece il Divin Verbo nell’Utero purissimo di Maria: onde tu sei divenuto in qualche parte a Lei simile; inperocchè la Carne Divina di Gesù si è molto intimamente congiunta al Cuor tuo (b). Dal che raccorre possiamo che non essendo possibile venerare o ricevere Gesù Sacramentato, senza far rimembranza della sua SS.ma Madre per le tante correlazioni che passano tra
Lei ed il Sacramentato Signore; perciò non vi sia mezzo più efficace
per venerare questo con più di affetto divoto, che ricorrere a quella ed
ossequiarla.
significato dell’Amore e di sette principali virtù con cui essa lo accolse:
onde la Santa con sì nobile ornamento più disposta si rese a venerare e
ricevere Gesù Sacramentato. Il che avendo Geltrude insegnato alle sue
Religiose, vide che nel mentre ciascuna si comunicava, la Vergine la
ricopriva col suo Manto e diceva al Divin Figlio, Causa mei hanc aspice,
dulcissime Fili5: A mio riguardo, o mio dolcissimo Figlio rimira con
occhi benigni costei che con le mie virtù viene a riceverti (c).
5.
Vide nella mattina del S. Natale sopra l’Altare un grazioso Fanciullo
grondante di vivo sangue un santo Monaco Cistercense, detto Gereone e
fortemente temendo di detta Visione, stimandosi indegno di accostarsi
alla Sacra Mensa, lasciò di comunicarsi. Ma siccome Gereone era molto
divoto di Maria SS.ma, fu questa pronta a consolarlo con la sua presenza, a levargli il timore e ad istruirlo col dirgli che in avvenire non
lasciasse più di comunicarsi per timore d’indegnità, perchè niuno veramente, per gran Santo che fosse, ne era degno: ma che si disponesse con
la purità di coscienza e con l’esercizio delle virtù e si comunicasse: ed
essa gli sarebbe stata in aiuto. Onde il Santo Monaco ne rimase molto
consolato e contento (d).
6.
Si trovava un Sacerdote, per tacer di altri mille esempi, molto tentato
dal demonio circa la verità del SS.mo Sacramento; e siccom’era molto
ossequioso verso di Nostra Signora, a lei ricorreva continuamente con
molte lacrime. Dopo qualche tempo di prova, celebrando egli una mattina, appena consacrato, sparir si vide dagli occhi la sacra Ostia. Pensi
ognuno come egli rimanesse e con qual misto di dolore e spavento.
Ricorse tosto alla consolatrice degli Afflitti; e questa pronta apparendogli e portando tra le Braccia il suo SS.mo Figlio, Ecco, Figlio, gli disse
quello che veramente e realmente sotto quelle specie di Pane e di Vino si contiene.
Ricevilo con somma riverenza; accoglilo con grande amore; trattalo con vera
divozione. Ed in così dicendo glielo pose sopra il Corporale: ed il Divino
In maggior comprova di ciò, più e più volte la stessa Regina del Cielo
si è degnata palesar ciò ai suoi Divoti ed esserle essa medesima mezzana e maestra. Bramava Santa Geltrude di comunicarsi degnamente e
pensando non potersi trovare mezzo più efficace che ricorrere alla SS.ma
Vergine, a questa fece ricorso, pregandola caldamente che le insegnasse
il modo di venerar Gesù Sacramentato e di ben riceverlo. Pronta la Gran
Signora le apparve e consolandola con un buono ammaestramento, le
disse che offerisse al suo caro Divin Figlio quelle accoglienze che ella gli
fece nel riceverlo entro il suo Verginal Seno e tutte le sue virtù: e le pose
poi in petto un vago gioiello, tempestato di sette preziose gemme, in
5
(b) P. Marches. in Diar. Sacr.
68
Per me guarda Costei o dolcissimo Figlio.
(c) In vita S. Gertrude, et P. Marches, par. I, Diar. Sacr. 20, Januar.
(d) P. Marches, par. I, Diar. Sacr. Tomo 3, die 1 Augusti.
69
Fanciullo ritornò come prima sotto le specie dell’Ostia. Quanto rimanesse compunto e consolato il pio Sacerdote, ciascun lo consideri.
Non sapeva saziarsi di adorare e benedir nel tempo stesso e la Maestà
del Divin Figlio e la benignità della Madre (e).
7.
Tanto serve di aiuto la divozione della Vergine per ravvivar la nostra
fede, i nostri ossequi, gli affetti nostri verso l’augustissimo Sacramento.
Se adunque noi, non già per una pietà di supererogazione e di elezione,
ma per divozione di obbligo e di indispensabile professione cristiana,
esser dobbiamo ossequiossimi verso il Sacramentato Signore; chi vi sarà
tra di noi che a tale effetto non ricorrerà alla Regina del Cielo, che non
sarà da qui in poi con più di premura suo divoto, suo Servo? O che non
fecero, che non studiarono i Santi! San Giovanni Crisostomo fece porre
nella sua Liturgia o sia Rituale per la Messa, una divota preghiera da
farsi alla Nostra Signora prima della S. Comunione (f). San Carlo
Borromei, non può esprimersi, se con quali affetti ricorreva a Maria
SS.ma dopo di essersi comunicato (g). Lo stesso praticava San Pasquale
Baylon, come può vedersi nella sua vita. Chi può ridire quali e quanti
fossero gli ossequi fatti alla gran Madre di Dio da Santa Metilde affin la
facesse degna di Gesù Sacramentato? Non si accostava mai alla mensa
degli Angeli, se prima non si gettava ai Piedi della Vergine. Così stilarono ancor, per finirla, tanti altri Santi; che tutta quella vivezza di fede
e tenerezza di affetti ch’ebbero verso il SS.mo eucaristico Sacramento,
dalla singolar divozione verso la Regina del cielo la riconobbero. E la
riconosceremo ancor noi per esperienza, cari Uditori, se nel nostro cuore
vincerà sempre l’Amore di Maria; come io in tutti desidero e a tutti caldamente raccomando. Diceva.
(e) G. Erolto, Il Prato fior. lib. 1, cap. 2. esemp. 3.
(f) P. Marches, Diar. Sacr. Tomo 1, die 5 feb.
(g) Diar. Sacr. loc. cit.
70
SERMONCINO TERZO
Recitato Sabato 15 Gennaio 1752
Il terzo sermoncino si sviluppa in cinque punti. Nell’introduzione don Marcucci
riprende dalle visioni di Santa Teresa un’immagine molto forte per affermare che moltissimi cristiani vanno all’inferno a motivo di una cattiva confessione; il loro numero si può paragonare ai fiocchi di neve che d’inverno cadono sulle nostre montagne.
Il rimedio a tanto male costituisce l’argomento del Sermoncino: “La devozione della
SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona confessione sacramentale”. A sostegno dell’argomento porta gli esempi del Domenicano Enrico de Castro, a
cui apparve la Vergine Santa per raccomandargli di fare bene la confessione e di una
devota Matrona che, nonostante le sue numerose opere buone, morì senza aver confessato un peccato della giovinezza. La Vergine Santa le ottenne di ritornare in vita per
confessarsi bene e così essere in eterno salva.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 23-30.
Argomento
La divozione della SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo
per fare una buona Confessione Sacramentale
Ave Maria
Egli è così necessario il ben confessarsi, voi lo sapete, Uditori carissimi, che
senza la buona sacramental Confessione non vi è nè perdono, nè Grazia, nè
Cielo. Quindi non fia maraviglia se dei Cristiani se ne dannano tanto e poi
tanti, che piomban giù all’Inferno in quella foggia che nei nostri Monti a
gran copia cade la Neve, come diceva Santa Teresa; perchè appunto tanti e
tante son quelle che si confessano malamente e con sacrilegio: dal che ne
ridonda al demonio una messe così copiosa di Anime Cristiane; come segue
a dire la Santa predetta. Osservate di grazia s’è così. Molti e molte mancano nell’esame di coscienza; perchè trovandosi talora con l’Anima aggravata di colpe gravi, non pongono quasi studio veruno in ricercarle con un
diligente esame; onde lasciandole nella accusa, è come se a bella posta le
tralasciassero; perchè la loro dimenticanza può dirsi per loro volontaria.
Moltissimi poi e moltissime sono manchevoli nel pentimento e dolore vero
e sincero delle lor colpe commesse e nel fermo ed efficace proposito di non
più farle; portandosi però alla confessione come per uso, senz’animo vero
71
di far pace perpetua con Dio. Altri poi ed altre difettano nell’accusa dei
peccati, o tralasciandone dei gravi talora per ripugnanza, o scusandosi con
ridare tutta la colpa ad altri, o tacendo le occasioni cattive che frequentano. Alcuni ed alcune per finirla mancano ancora nell’adempier la Penitenza
imposta loro dal Confessore e talor grave, o non facendola in conto veruno
o strapazzandola. Tantochè egli è pur troppo vero, che eziandio il ben confessarsi sia così necessario, quanto lo è il salvarsi, pure da tanti e tante vien
sì trascurato che per questa trascuratezza vien di Anime a riempirsi
l’Inferno. Che rimedio adunque, direte voi, può apprestarsi per risarcire ad
un tanto disordine? Due ve ne suggerirò, l’uno a voi lo rimetto ed è disporsi meglio e far dal suo canto quanto si può per ben confessarsi: l’altro, e di
questo oggi vi parlerò, è il raccomandarsi di cuore a Nostra Immacolata
Signora affin ci impetri da Dio lume per conoscer le nostre colpe, contrizione vera per piangerle e mutarsi e grazia per ben confessarsi. Perciocchè,
dovete voi sapere, ed eccovi l’Assunto, che la Divozione verso la SS.ma
Vergine è di giovamento grandissimo per fare una buona Confessione Sacramentale.
Uditelo da alcuni esempi: e do principio.
1.
Ottimo e comune stile dei Santi e degno mille volte di essere da noi
imitato, è stato quello di ricorrer con calde preghiere alla Gran Madre
di Misericordia e sicuro Rifugio dei Peccatori, prima di portarsi ai piedi
del confessore. L’esempio di Santa Maria Egiziaca, di Santa Margherita
di Cortona e di altri innumerabili, ci contestano quanto mai di giovamento ritraessero da sì lodevole pratica. E per parlarvene di uno.
Singolarissimo era nella tenera divozione di Maria un venerabile
Religioso dell’Ordine illustrissimo Domenicano, chiamato Errigo del
Casto Fiammingo (a). Questi alla Vergine tutti i suoi pensieri ed affetti
dirigeva, alla Vergine i suoi studi, le sue fatiche, i suoi patimenti, i suoi
impieghi; alla Vergine insomma consacrava più volte al giorno tutto se
stesso. E particolarmente poi, qualora avea da confessarsi, chi può qui
ridire le calde suppliche che alla Celeste Signora faceva; chi può spiegar
gli affetti, le lacrime, i sospiri che innanzi al suo Altare o alla sua Sacra
immagine tramandava, affin si degnasse di dargli lume per conoscer le
(a) P. Marches. Tomo 4, Diar. Sacr., 17 ottobre.
72
sue colpe, contrizion gli impetrasse per piangerle amaramente e maniera per saperle ben accusare al Confessore (ah, Uditori, tanto facevano i
Santi, sia detto per breve digressione e noi che facciam che siamo sì peccatori?). Giudicate voi qui se che speciale assistenza poteva al suo diletto Errigo prestare la Vergine? Ricavatelo sol da questo. Gli comparve un
giorno, mentr’egli a confessarsi era disposto, e dopo avergli dati alcuni
ammaestramenti intorno alla buona confessione, Accusati, Figlio, gli
soggiunse, che ti sei trattenuto più tempo di quel che dovevi, ragionando alla
Porta co’ Secolari; e di poi dicesti la Messa con poco fervore. Da’ quali grazie
Errigo del Casto divenuto sempreppiù grato verso la sua Celeste Maestra,
si studiò di insinuare ad altri ancora questo lodevole uso di riccorrere a
Lei divotamente per ottenere una buona confessione. E ciò avendo
appreso tra gli altri un Religioso dello stesso Ordine; allorchè questi si
trovava agitato dall’ultima malattia (Udite maraviglia maggiore); tosto
Nostra Signora ad Errigo comparve, dicendogli, Va va, mio Diletto; portati ad ascoltar la confessione di quel Religioso che me invoca in aiuto; digli,
rammentagli i tali e tali peccati (e glieli nominò) da lui dimenticati; acciocchè
possa io favorirlo di mia assistenza nel passaggio, che ei farà da questa vita.
2.
Or che ve ne sembra, Uditori? Ah che è pur vero, che per fare una buona
Confessione la divozion verso la Vergine egli è di un grandissimo aiuto.
Lo credereste? S’impegna talora la gran Madre di pietà di metter mano
a stupendi Miracoli, affin di ritoglier dalla Morte e dalle fiere spaventevoli zanne de’ dragoni infernali, qualche Anima che a Lei continuamente per una confessione ben fatta ebbe ricorso. Un solo celebre e
maravigliosissimo fatto, narrato da un altro Errigo, cognominato Gran,
nel suo Specchio degli esempi, potrà vederne buona testimonianza.
Rinnovatemi l’attenzione. Vi fu una nobile vedova Matrona, tutta dedita alla pietà; alla divozione, all’esemplarità tutta intenta; e quel che è
più per la pia educazione di un’unica sua figliuola tutta premurosa e
zelante. L’ossequio poi verso la gran Madre di Dio lo professava talmente, che giornalmente le offriva corone e rosari; a suo riguardo dispensava limosine: e bene spesso innanzi ad un Altare della suddetta Regina
del Cielo con molte lacrime e calde preghiere ore ed ore se la passava.
Una sola cosa aveva di male; ma che dissi di male, quando di peggio e
di pessimo per lei potea io nominarla, a motivo che a lei rubava il valo-
73
re ed il merito di tutto il ben che faceva. La deplorabilissima cosa era
che sin dalla sua gioventù si confessava dimezzatamente e sacrilegamente; perchè un certo peccato in quell’età giovanile da lei commesso, non
potè mai indursi per motivo di erubescenza a chiaramente confessarlo.
Ai rimorsi continui di sua rea coscienza ella talor si risolveva di mutar
Confessore ed uno trovarne straniero a cui senza tanto ribrezzo aprirsi
potesse. Ma giunta anche ai piedi di questo; oimè, riserbava per ultimo
quel che sulle prime palesar si doveva: onde a quell’estremo ridotta,
vinta pur da ripugnanza, con un nuovo sacrilegio le sue reitadi accresceva; e sempreppiù nuovi chiodi al suo cuore, nuove spine al suo spirito
calcando andava. Misera, infelicissima donna! E che prò caverai da tante
tue Orazioni, da tante tue Lacrime, da tante tue Opere di Cristiana
pietà; che giovamento, che utile, quando nell’essenziale tu manchi?
3.
Udite, e stupite Ascoltanti miei riveriti. Tuttochè a questa sfortunata
Signora, la sua divozione e pietà nulla serviva di merito, le serviva non
di meno per muover la Madre di Misericordia, tanto da Lei giornalmente implorata, ad usarle qualche finezza con impetrarle da Dio lume per
ravvedersi, forza per vincersi, vittoria per emendarsi. Benchè, oimè,
cedendo essa sempre alle sue ripugnanze e non corrispondendo agli
influssi benefici che dal Ciel della Vergine continuamente le grondavano sopra, persister volle sino alla morte con la sua ritardanza, con l’erubescenza sua troppo ostinata. Ma, e l’Imperadrice dell’Universo che farà,
che fece? Eh via, ch’ella non è già Rifugio dei Peccatori ostinati e protervi: Rifugio è sol dei Peccatori convertiti o efficacemente a convertirsi
disposti; come essa medesima lo disse a S. Brigida, Ego sum Refugium
Peccatorum paenitentiam agentium6. Non vuol già essa esser tentata a
Miracoli contra l’ordine giustissimo delle Sante Leggi ordinarie: non
vuol già che sotto la speranza di sua Protezione si prenda aura, baldanza, sicurezza eccedente. Eh, che chi suo rischio vuol, suo rischio pianga!
4.
Eppure, lo pensereste mai, Uditori? La Regina de’ Cieli per questa volle
che si dispensasser le Leggi, per questa si dasse mano a stupendi mira-
6
coli. E come? Eccolo. Appena spirata la misera donna, nel mentre che
accorrono tutti festosi a rapirla gli Spiriti di Abisso, pronta si fa loro
incontro la Celeste Regina: “Olà, lor dice, olà, che ardire mai è il vostro,
porre le Mani in quest’Anima, quando essa per esser liberata da voi a
me ricorre? Si ha essa stessa, è vero, procacciata con le sue Confessioni
sacrileghe questa morte infelice; ma pure sapete voi molto bene quante
suppliche a me ha fatte, quante lacrime innanzi al mio Altare ha essa
sparse per impetrar Grazia di una buona Confessione. Olà adunque, ho
ben io tutta l’autorità dal Divino mio Figlio: riportate quest’Anima nel
suo Corpo: torni essa in vita: abbia spazio di ben confessarsi: e voi, audaci, maligni, Nemici giurati del comun bene, partitevi di qui e veloci
tornate a piombare negli Abissi”. O portenti, o Miracoli, o prodigi della
Protezion di Maria!
5.
Tanto infatti avvenne alla fortunata Matrona. Tornò essa in vita.
Raccontò tutto il successo alla sua unica Figlia, che intorno al suo Letto
tutta bagnata di Lacrime singhiozzando sen stava; e a tutti gli Astanti,
che in parte atterriti, ed in parte sopraffatti da maraviglia, con un profondo silenzio le facevan corona. Indi chiamato un Confessore, con
molte lacrime di pentimento sincero del suo tanto tempo taciuto peccato fece prima l’accusa; poi di tutte le sue Confessioni e Comunioni
malfatte e di tutta la vita sua scolpata si volle. Infine ricevutane l’assoluzione; tra mille benedizioni, tra mille cordiali ringraziamenti che
dava alla sua potente Liberatrice, tornò ad esalare il suo Spirito, si riposi con pace: lasciando a noi un bellissimo documento, non già di tentar
la Vergine a far tali miracoli, ma bensì di raccomandarci a Lei continuamente per la Grazia di ben confessarci. Mentre e dal presente esempio,
e dall’altro sopramemorato e da cento e mille altri che contar se ne
potrebbero, uniti a mille ragioni, si cava esser vero, verissimo, che la
Divozione verso la SS.ma Vergine è di giovamento grandissimo per fare una
buona Confessione Sacramentale. Diceva.
A tal’effetto adunque, per ottener anche noi tal grazia, le reciteremo ora
divotamente le Litanie.
Io sono rifugio dei peccatori che fanno penitenza.
74
75
SERMONCINO QUARTO
Recitato Sabato 22 Gennaio 1752
Il Sermoncino è sviluppato in otto punti ed una introduzione e si propone di dimostrare che la SS.ma Vergine gradisce molto la nostra devozione, nonostante i nostri
demeriti e le dispiace la nostra infedeltà. Come Madre tenerissima, Avvocata,
Tesoriera e dispensatrice dei divini tesori, ella gradisce ogni gesto d’amore a lei rivolto e soffre di ogni trascuratezza o infedeltà. Dimostra l’argomento con l’esempio di
quel giovane che stava godendo la sua giovinezza tra giochi e frivolezze. Un giorno
entrò in chiesa per mettere al riparo il suo prezioso anello, ma colpito dallo sguardo di
un’immagine della Vergine, le chiese se poteva essere suo Sposo e fece cenno di donarle
il suo anello. La Vergine in segno di condiscendenza prese l’anello e se lo infilò nel
dito. Uscito fuori però il giovane dimenticò il suo speciale sposalizio, allora gli apparve la Vergine santa per ricordarglielo ed egli, tutto confuso, cambiò finalmente vita e
visse con fedeltà la promessa fatta alla Vergine santa.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 15-22.
de necessità di esserle buoni e fedelissimi Servi, umili e veri Divoti?
Tutti i Cattolici già chiaramente ciò ravvisano e a pieni voti lo accordano ed
ancor lo confessano. Ma il punto sta, che non tutti poi se ne servono per professar quella servitù e divozione, che sì necessaria conoscono. Mi direte: Ah,
la gran maestà della Vergine, la Dignità e Santità sua ineffabile, chi sa, se
permettale abbassarsi tanto ad ascoltar nostre povere suppliche, gradir nostre
misere offerte? Felici noi, se del suo gradimento fossimo degni, ed alla sua
servitù fossimo ammessi! O Dio, che dite, che dite, Uditori? E che? Credete
voi forse che la Vergine, perchè si vede elevata in posto sì sublime sdegni i
nostri ossequi, le nostre offerte? Eh via! Anzi essa gode molto di esser sì
sublimata, appunto perché vede aver mille modi di rimunerar la nostra divozione verso di Lei. Credetemi pure pertanto e vi serva per argomento del mio
succinto discorso che riescono di molto suo gradimento i nostri osssequi che le facciamo; laddove tralasciando di farglieli, le diamo gran dispiacere. Ne bramate
ragioni, ne desiderate esempi? Uditemi attentamente e soddisfatti sarete.
1.
Che l’immenso onnipotente Iddio, ripieno perfettamente in se stesso di
ogni perfezione, di ogni ricchezza; senza punto aver bisogno di noi, vilissime e miserabili sue Creature; pure tutto giorno lo vediamo e lo sperimentiamo, cortese e benigno in ricolmarci di mille grazie, beni e favori;
non è già tanto, Uditori, un effetto delle nostre suppliche, delle nostre
divote offerte; quanto egli è al certo un prodigio della somma sua liberalità, della sua misericordia infinita. Perciocchè, se Iddio rimirar sempre
volesse la qualità della nostra divozione ed il peso dei meriti nostri;
miseri, infelicissimi noi, che trovandoci tanto indivoti e tanto per ogni
verso colpevoli; altro che fulmini, ed altri mille furori della Giustizia
Divina, aspettar ben potessimo e meritarci. E perciò, che fa egli, il clementissimo Dio? Senza badar talora ai nostri demeriti si fissa solo e si
fonda nella sua infinita Bontà e misericordia; come degnamente riflette
l’Angelico S. Tommaso; si ricorda che ci è Padre, che ci è Redentore e
che da lui solo può venirci ogni bene: ed una tal ricordanza lo muove, un
tal riguardo lo spinge a gradir nostre suppliche e ad usarci pietà.
2.
Lo stesso, dite voi con proporzione, Uditori carissimi, succede rispetto
al gradimento che dei nostri umili ossequi aver si degna la Vergine.
Non è già che ella si muova a gradirli e ad accettarli perchè in noi un
Argomento
Quanto riesca di gradimento alla SS.ma Vergine
la nostra divozione verso di Lei
e quanto le sia di dispiacere la mancanza di nostra Fedeltà
Ave Maria
L’eterna, adorabile, Divina Provvidenza, che a tutte le create cose una disposizione sì giusta diede, sì ordinata, sì bella, dispose ancora ab eterno, che
Colei, la quale vestir dovea nel tempo per opra Divina di umana Carne il
Divin Verbo, fosse e dei Cieli e della Terra l’Arbitra, la Signora,
l’Imperadrice: onde a Lei soggettar si dovessero umili e riverenti e quante
mai di SS.me pure Creature accoglie l’empireo; quanti mai di viventi contiene il Mondo; e quanti mai ancora di Spiriti traditori e ribelli asconde
l’Abisso. Ammirando noi dunque, Uditori, con profonda riverenza queste
adorabili disposizioni della Provvidenza Divina e riconoscendo in sì sublime
posto di Padrona universale e Regina l’Immacolata nostra Signora Maria
SS.ma; chi vi ha tra di noi che nel tempo stesso non scorga l’estremo
bisogno che abbiamo del suo Patrocinio potente ed in conseguenza la gran-
76
77
gran fondo di virtù e di pietà riconosca, oppur un gran cumulo di meriti ritrovi (ed oh pur al ciel piacesse, che tanto capitale avessimo in noi!):
si muove bensì e così dobbiamo noi persuadercelo, dal rammentarsi che
ella fa, che ci è Madre, che ci è Avvocata e di tutte le grazie ne è la
Tesoriera, la dispensatrice benefica.
3.
4.
Ed essendo già tale, come dubitar dunque che non riescano di molto suo
gradimento i nostri ossequi, che le facciamo, se come Madre, con una
tenerezza cordialissima ci ama e di un invincibile amore verso di noi,
suoi cari figli, il suo purissimo Cuore continuamente pur arde? Come
Avvocata poi, chi esprimer può le premure che ella conserva delle nostre
sostanziali fortune, delle nostre vittorie? E per finirla, come Tesoriera dei
divini Tesori e dispensatrice, son io pure ad assicurarvi che tutte le sue
più grandi allegrezze, qualor ci benefica, le isperimenta, qualor ci ricopre di Beni, qualor ci ricolma di Grazie. Un cuore pertanto sì amante,
sì premuroso, sì benefico, com’è quel di Maria, sdegnar nostri ossequi,
ricusar nostre offerte, non gradir nostri servigi? Eh via, Uditori, eh via!
Saper anzi dovete, che stante questo suo Cuore, di sommo dispiacere
sarebbe, qualor noi o suoi ossequiosi non fossimo, o per nostra trascuratezza dalla sua divozione ci ritirassimo.
Potrei ben qui con varie altre ragioni sì il gradimento, che il suo dispiacer dimostrarvi: ma per maggiore chiarezza vo(glio) che queste cedano
ad un mirabile fatto, che qui in comprova l’ho pronto. Udite di grazia!
Uno spiritoso e gentil Giovanetto, così dedito alle vanità giovanili si
trovava, come il Bellovacense riporta (a), che tutti i suoi pensieri ed
affetti ad una nobil, ma stolta Donzella avea rivolti. E questa per vieppiù impegnarlo ad una stretta e malconsiderata corrispondenza, di un
bell’anello fatto gli avea il dono. Avvenne un dì, che trovandosi il
Giovane obbligato con alcuni suoi Amici al divertimento della palla,
affin di non correre rischio o di rompersi, o di smarrirsi il sì stimato
anello, se ne entra in una Chiesa vicina dedicata alla Vergine, con intenzione d’ivi riporlo per tutto il tempo del gioco. Or quivi appunto lo
(a) Vincent. Bellov. in Special. Historial. lib. 8, cap. 7.
78
aspettava la misericordiosa Regina del cielo. E siccome in quella Chiesa
una bellissima e divota statua della predetta Nostra Signora si conservava; a questa rivolse gli occhi il Giovane; e sentendosi a tal vista come
rapire il cuore dal petto, “Vergine sacrosanta, esclamò, o quanto siete
bella, o quanto degna siete di essere amata! Voi m’innamorate, rapite i
miei affetti, tutto il cuor mi rubate. Ora sì che risolvo di abbandonare
per sempre ogni affetto terreno e di consacrarmi all’intutto al vostro
dolcissimo Amore. Ah foss’io pure sì felice, così a dir seguitava il ravveduto Giovane, pur felice deh fossi, che voi degnar vi voleste di accettarmi per Sposo; come io sin da questo punto vi giuro e vi prometto di
accettarvi per Sposa: e se il mio ardire tanto eccedente non fosse, nè a
voi discaro, in segno della mia fedeltà questo anello medesimo, che
prima tenevo sì caro, vorrei porvi nel dito”.
5.
Ma piano, direte voi, Uditori; era egli questa un’audacia somma il pretender con i soli quattro sospiri, con quattro semplici divote parole, con
una misera offerta di un avanzo di mondo, com’era l’anello, il pretender, dico, dalla Vergine gradimenti e finezze tali; che chi sa, se avessero avuto cuor di desiderarle, nonché di aspettarle, Anime pure, innocenti e sante. Eppure, lo credereste? Gradì nostra Signora prontamente le
suppliche del Giovane, accettò le promesse e l’offerta: ed in contrassegno più chiaro, nel mentre che egli si accostò all’Altare per porre riverente l’anello nel sacro dito della Statua della Vergine; questa distese la
mano e ricevuto l’anello nel dito, tostamente la stessa mano restrinse:
dando con ciò a di vedere al Giovane, che bagnato di lacrime e ripien di
stupore, estatico era rimasto; e a tutti gli altri, che alle esclamazioni del
Giovane erano accorsi; dando, dissi, a divedere, che ella non voleva che
quell’anello le fosse mai stato ritolto e che notamente divenissero le
ricevute promesse dal suo Sposo novello.
6.
O prodigi della benignità di Maria! Ma non ve lo dicevo io, cari miei
Ascoltatori, che riescono alla Regina del Cielo di molto gradimento gli
ossequi, i doni e le promesse che le facciamo? Vuole essa, è vero, che
affin le siano più grati, facciam ogni sforzo di presentar le nostre offerte con animo puro, innocente e santo: ed in ciò dobbiamo sempre porre
ogni studio. Ma pure, se per nostra somma disgrazia senza bontà, senza
79
virtù ci troviamo, non per questo rattener ci dobbiamo dal farle ossequi
riverenti e divoti. Si ricorda ben essa che ci è Madre, che ci è Avvocata
e che per suo mezzo aver possiamo ogni Bene: una tal gioconda ricordanza la fa talora dimenticar de’ nostri demeriti, la fa esser verso di noi
tutta misericordiosa e benigna: e con tanta premura, che assolutamente
non vuole che tralasciamo di ossequiarla, che le manchiam di parola:
riuscendo ciò di un sommo suo dispiacere.
7.
Lo stesso così aggraziato Giovane, di cui favellavamo poch’anzi, seguirà
a darvene il contesto. Egli, passato qualche tempo, fattosi dimentico del
suo contratto Sposalizio con la Gran Vergine, precipitando da tepidezza
in tepidezza, giunse l’ingrato, il traditore a segno tal di sfacciataggine;
che riattuato l’affetto ad una vana donzella, con questa gli sponsali contrasse. Sua buona sorte, però fu, che se egli all’intutto spensierato viveva
della Sposa Celeste, questa dimenticata non si era del suo, benchè ingratissimo Sposo. Quindi tutta sdegnata gli comparve una notte; e mostrandogli quell’anello che una volta in caparra di costante fedeltà aveva da
lui ricevuto, “Ingrato, gli disse, vedi, che ancorchè ora son da te ricusata, pure il tuo anello io conservo e con esso le viscere ancor di Madre e
l’amor puro di Sposa ritengo. Torna a te stesso; che fai? Abbandona il
Mondo: salva l’Anima tua: mantieni le fatte promesse. Via su, risolviti:
non voler disgustarmi con le tue mancanze, con le tue infedeltà, con le
tue tepidezze”. Tanto gli disse la Vergine; e poi disparve. Ed il Giovane,
ai suoi sensi tornato, tutto confuso, umiliato e compunto; dopo aver
chiesto perdono ben mille e mille volte alla sua Celeste Sposa e Signora;
dopo averle col cuor sulle labbra resi mille ringraziamenti; ripigliando
con tutto fervore una vita distaccata dal Mondo, timorata e divota, puntualmente la ubbidì; con sequestrarsi dal Secolo ed entrare in una
Religione osservante; ove con molta esemplarità e con una tenera divozione verso la Vergine, tirò tutto il corso restante di sua ottima Vita.
8.
Da tutto il cui celebre fatto, apprender dunque noi dobbiam, Uditori,
che se con molta fiducia prestar dobbiamo alla Vergine i nostri ossequi,
sapendo che si degna gradirli: con altrettanta diligenza dobbiam fedelmente seguitarli, sapendo che il raffreddarsi e mancarle di parola, le
danno grave disgusto.
80
SERMONCINO QUINTO
Recitato Sabato 29 Gennaio 1752,
ricorrendo la Festa di S. Francesco di Sales
Il Sermoncino è sviluppato in dodici punti ed una introduzione e tratta della devozione di San Francesco di Sales verso la Vergine Santa e delle finezze di cui Ella lo
ricambiò. Questo rapporto di amore può essere un esempio per gli ascoltatori. L’Autore
fonda il suo argomento, come al solito, sugli esempi perché questi, come dice Seneca,
muovono la volontà meglio di ogni ragionamento.
Benché la bontà di Dio sia infinita verso ogni sua creatura, Egli ne predilige
qualcuna; secondo don Marcucci, San Francesco di Sales fu una di queste anime predilette ed anche per questo egli lo aveva scelto per suo protettore. San Francesco di Sales
visse, fin dall’infanzia, nella devozione verso la Vergine santa; nella giovinezza le
fece dono perpetuo della sua verginità e lo rinnovò più volte in particolare nei due
Pellegrinaggi che fece con tanto fervore al Santuario di Loreto.
San Francesco di Sales faceva ogni cosa per piacere a Maria e, secondo la testimonianza della Santa di Sciantàl, non commise mai nessuna colpa grave e sempre si
guardò da quelle veniali. Quale amante di Maria, egli la invocava spesso e talvolta
andava in estasi, recitava ogni giorno il suo Ufficio, più di un rosario al giorno ed
il sabato digiunava in suo onore. Diventato vescovo di Ginevra, fece crescere e fiorire
con la parola e con gli scritti, presso ogni ceto di persone, la pietà e la devozione verso
l’Immacolata Concezione di Maria; istituì e fondò in suo onore l’ordine delle Religiose
della Visitazione di Santa Maria ed ancora, in sua devozione, indossò sempre la corona della Vergine, pendente alla cinta.
La Vergine Santa che, come afferma San Pier Damiani, ci ama di amore invincibile, ricambiò grandemente l’amore che il suo devoto le dimostrava. Anzitutto lo
salvò dal pericolo di morte che corse appena nato e durante i primi mesi di vita, gli
donò poi “un cuore dolce e mansueto, caritatevole e pacifico; un intelletto aperto, nobile ed ingegnoso, un sembiante modesto, gioviale ed allegro”. In seguito, lo liberò da
tanti pericoli e lo provvide in ogni bisogno.
Il Sermoncino si conclude con una preghiera rivolta al Santo per chiedergli di
impetrarci la protezione della Vergine Santa, maggiore fiducia in Lei e il desiderio di
essere suoi veri amanti.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 225-237.
81
Argomento
La Divozion professata da San Francesco di Sales verso la SS.ma Vergine
e le finezze della Vergine usate verso S. Francesco di Sales,
risvegliar debbono e la nostra diligenza in fedelmente servir
la stessa Regina del Cielo e la nostra fiducia in esser da lei protetti
Per risvegliare in noi un certo appetito, dirò così, di appigliarci ad una giovevole impresa, o di evitarne qualche altra come dannosa; e per muovere la
nostra volontà a darne le sue ultime deliberazioni; non tanto sono valevoli ed
efficaci le ragioni, voi lo sapete Uditori, quanto lo sono gli esempi: tantochè
e il sentimento comune dei Savi e l’esperienza medesima a confessare ci sforza con Seneca (a), che plus ex moribus, quam ex verbis trahimus. E ciò o sia perché dagli esempi altrui siamo fatti più animosi ad eseguir quel che in altri
osserviamo possibile e praticabile: oppure perché il nostro Cuore allora venga
anche spronato dalla forza dei sentimenti esterni; ovvero, perché gli esempi
s’insinuano alla volontà per una via più corta, secondo che fu di parere il
mentovato Morale Filosofo, longum iter est per praecepta, breve et efficax par exempla (b); sfuggendo quella lunghezza di tempo, che nelle ragioni richiede il
nostro Intelletto, per rimaner egli prima illuminato e poi far le sue proposte
alla Volontà, come suo Ministro: o sia per altro qualsivoglia motivo riesce
sempre verissimo, che più siamo noi eccitati e mossi dagli esempi altrui che
dalle ragioni e parole. Ed essendo così, lodi pur mille siano all’Altissimo, che
bramando io in questa sera destar di nuovo in voi, cari miei Ascoltanti, una
tenera pietà verso la gran Regina del Cielo, una bella occasione mi presenta
dell’annua ricorrenza della gloriosa memoria dell’inclito Vescovo e
Taumaturgo, San Francesco di Sales. Questi che della Gran Vergine fu un sì
tenero e zelantissimo Amante, che per lei languì ed arse continuamente di
amore, si esercitò in tanti esercizi divoti e si impiegò tanto per propagarne
il culto; questi, ripeto, risparmiando a me ogni persuasiva, sarà valevole ed
efficace col suo nobile esempio ad accendervi maggiormente nella divozion
della Vergine. Altro dunque far non voglio stasera che esporvi, benché alla
sfuggita, sotto degli occhi, gli affetti scambievoli che passarono tra la Nostra
(a) Seneca, Epistulae 6.
(b) Loc. cit.
82
Immacolata Signora e San Francesco di Sales. Onde voi e dal veder quanto fece il
Santo per la Vergine, vi accendiate di maggior zelo e premura; e dall’osservar
quanto operò la Vergine pel Santo, acquistiate maggior fiducia. Do principio.
1.
Benché il Cuore amorosissimo di Dio Signor nostro far gustare si degni
le sue beneficenze alle Anime tutte; talchè per tutte e per ciascuna di
loro abbia egli oprato tanto, sino ad incarnarsi e a dar tutto il suo preziosissimo Sangue in un tronco di Croce; onde per quanti mai vissero
nel Mondo, vivono e vivranno, stette e sarà sempremai aperto il Tesoro
inesausto delle Divine Grazie e dei Divini lumi e soccorsi; da’ quali ciascuno di bastevole aiuto ritrae, quanto gli è necessario per condurre la
vita sua in verità di credenza, in bontà di costumi ed in eterna salvezza;
senza che in ciò possa mai darsi parzialità ed accettazion di Persone
presso la giustissima amorosa Divina Provvidenza: venendo perciò ella
nel Vangelo paragonata ad un chiarissimo Sole, che i suoi splendidi
raggi spande, ed i suoi benefichi influssi, tanto sopra dei monti, che
nelle valli e pianure: pure, certi straordinari soccorsi, certe particolari
finezze, senza far torto od ingiustizia a veruno, le tien Dio riserbate e le
usa a favore di chi la sua infinita Sapienza esser proprie conosce.
2.
Or una di queste Anime predilette, appunto fu l’inclito nostro
Protettore San Francesco di Sales; il quale dalla Bontà Divina sperimentò sì particolari finezze, che può dirsi che con le benedizioni di dolcezza prevenuto egli fosse. E siccome una di queste benedizioni dolcissime,
con le quali Dio previene le Anime sue dilette, è l’infonder loro una particolarissima divozione verso la gran Regina del Cielo: con questa divozione, non so se io dica, il nostro Santo nascesse, oppur l’avesse anche
prima di giungere a quella età, nella quale l’uomo di sua Ragione incomincia a far’uso. Quel ch’io posso dire, egli è, che dopo nato, le prime
sue parole furono queste, Iddio e mia Madre mi amano molto: dando con
ciò a divedere, che in quel picciolo cuore, ancor tenero da Bambino,
incominciavano già a sentirsi que’ mirabili effetti, che e l’Amor di Dio,
e della Gran Vergine, nostra Celeste Madre, cagionar suole; onde dalla
gran copia dell’amor infuso di Maria, forzata fosse la Lingua, come
ministra del cuore a sciogliersi nelle lodi della Madre Celeste, anche
prima di aver appreso di favellare la maniera e l’uso.
83
3.
Pervenuto poi il nostro eroe ad un’età di maggiore cognizione e discernimento, chi ridirci può, Uditori, quanto giornalmente crescesse nell’amor di Maria? Conobbe egli esser molto grato ed odoroso alla
Vergine il bel giglio della Purità: tanto bastò per far che sin nell’età più
giovanile gliene facesse un dono con un voto perpetuo di Verginità; che
poi in altre occasioni rinnovò nelle mani della stessa Regina del Cielo:
ed in particolare nei due Pellegrinaggi che fece con tanto fervore al
Santuario di Loreto; ove liquefatto, dirò così, in lagrime, ed in sospiri,
poco mancò che per la veemenza e molteplicità degli affetti entro quelle adorabili mura dalla Presenza real della Vergine consacrate, non
lasciasse la Vita.
4.
Sebbene, questa gran tenerezza di amore del Salesio verso Nostra
Signora un picciol preludio possiam chiamarla, rispetto a quel gran
fondo di soda pietà e divozione che possedette. Aveasi egli proposto di
non tralasciar mai cosa, che far potesse, purchè fosse per piacere a
Maria: e siccome avea ben’appreso, che la prima cosa che vuol la
Vergine dai suoi veri Divoti, egli è il guardarsi da ogni offesa Divina:
da questa, più che dalla morte, si guardò con tal diligenza Francesco, che
per attestato comune dei suoi Confidenti e della Beata di Sciantàl, non
solo non commise mai colpa grave in tempo di sua Vita; ma ancora da
ogni colpa veniale per quanto da lui dipendette, con cautela si guardò.
5.
84
Ma ciò non bastò per appagare il suo cuore, che tutto il suo godimento
nell’amor di Maria tenea riposto. Sapeva ben’egli, che i veri Amanti
della Vergine conservan di Lei continua memoria, a Lei aspirano spesso,
Lei di frequente invocano. Che perciò sì fissa era in Francesco la rimembranza della Regina del Cielo, che talvolta lo alienava da’ sensi, ed estatico rimanere lo faceva: onde voi l’aveste veduto, Uditori, or tutto
bagnato di Lagrime di tenerezza, desiderar che dalla Gran Vergine gli
fosse tolto il cuore; ed or con amorosi sospiri e dolci aspirazioni invocarla, benedirla, ringraziarla e chiamarla spessissimo col caro nome di
Madre e di Madre la più amabile, la più amante e la più amata. Ma siccome Nostra Signora, non solamente l’affetto dai servi suoi richiede, ma
ancor l’affetto e l’opra gradendo ella che fatichino per amor suo e che ne
promuovan l’onore e la gloria. O qui sì che il nostro Santo si segnalò
talmente, che siccome nell’affetto non ebbe chi l’uguagliasse ai suoi
tempi, così chi lo superasse nell’effetto non lo vide. Egli nella sua
Gioventù, oltre altre molte orazioni e divozioni che avea, in ogni giorno con attenzione e compostezza maravigliosa recitava ad onor della
Vergine il suo Officio: diceale di più la corona; che poi per quaranta anni
continui puntualmente lo eseguì. Così in tutta la sua vita di digiunarle il Sabato ebbe il buon uso; e di consacrare a Lei i suoi studi, le sue
fatiche, le sue pene, i suoi viaggi, la sua Predicazione e quanto mai egli
fece. In occorrenza poi delle feste di Maria SS.ma, oh li divoti apparecchi di digiuni, penitenze e Novene che premetteva! Oh le virtù, gli
esercizi divoti che praticava! Mutava sino sembiante, comparendo con
un volto da Angelo; tanta era la gioia, che in tali occorrenze sperimentava, la tenerezza, il contento.
6.
Che se bramaste udir di più quanto egli si adoprò per promuovere alla
Gran Vergine il Culto, io non ho lingua a ridirlo. Parlino pure in mia
vece la Francia, l’Italia e la Savoia: parlino le corti dei Principi, le
Religioni, gli Ecclesiastici, i Cavalieri, le dame ed ogni ceto di Gente;
ed in particolare parlino la sua vasta diocesi di Ginevra, di cui era SS.mo
Vescovo; la gran provincia dello Sciablè, di cui fu prodigioso
Missionario ed Apostolo; e la fortunata Città di Annesì, che come città
di sua ordinaria Residenza, lo godette per tanti e tanti anni: parli
insomma tutto il Cattolico Mondo e vi ridica se quanto crescesse e fiorir si vide dappertutto per opra del dolce Santo di Sales la pietà e divozion della Vergine ed in particolar dell’Immacolata Concezione; di cui
n’era tanto devoto. Vi basti solo sapere, che egli a tal’effetto, oltre le
Lettere che ne scriveva ai suoi Amorevoli, le Prediche ed i privati
discorsi, che ne faceva, benespesso ancor ne trattava nei suoi dottissimi
e mirabili Scritti; come da tutte le opere sue può vedersi: a tal fine eresse in Annesì la compagnia dell’Immacolata Concezione; a tal’effetto istituì
e fondò il SS.mo ordine di Religiose della Visitazione di Santa Maria: e per
finirla, a tal fine pensò ancora di farsi veder sempre con la corona della
Vergine, pendente alla cinta; e di farsi consagrar Vescovo in un giorno
alla stessa Celeste Sovrana consagrato, che il giorno fu dell’Immacolato
di Lei Concepimento, affin ciascuno ne ritraesse esempio da lui, di non
risparmiare e tralasciar mezzo veruno, che giovar potesse a tesser coro-
85
ne di gloria alla Regina del Cielo. Tanto, anzi molto più che tralascio,
fece San Francesco di Sales per la gran Vergine. Rimane ora il dare un’occhiata a quant’oprasse la Vergine in pro del Santo.
7.
8.
86
Quell’eccelso sublimissimo posto, che sovra tutti i Santi gode Nostra
Signora, come ci insegna la Santa Cattolica Fede, non solo è per rapporto della Dignità e della Gloria, che ella ha sovra tutti; ma ancor per
riguardo de’ meriti e delle virtudi che sovra tutti possiede. Quindi con
tutto fondamento e ragione giova a noi di dedurre, che un solo atto di
Virtù della Vergine, in peso e qualità sia, comeppur fu sempremai,
superiore, non solo a qualunque virtuoso atto eroico di qualsivoglia
gran Santo, ma eziandio dei Santi tutti insiememente uniti: ond’essa
negli affetti scambievoli con i suoi divoti, non si faccia, anzi far non si
possa mai uguagliare e molto meno vincere; per esser sempre la sua
beneficenza, ed il suo Amore inarrivabile ed invincibile; come ben disse
San Pier Damiano, Maria amat nos amore invincibili.
Ciò presupposto, come certissimo: se grande fu l’amor di San Franceco di
Sales verso Maria; assai maggior senza verun paragone fu quello di
Maria verso del Santo: se molto egli oprò per lei; molto più di gran
lunga convien dir che ella per lui operasse. Osservate se io dica il vero
coi fatti. Da nobil generosa antica prosapia nacque Francesco, ma nella
nascita sua si incominciarono tosto ad osservar di Maria le finezze: perciocché se nato egli fosse nel termine comune di nove mesi, secondo che
io raccolgo, non sarebbe nato in un tempo da qualche solennità della
Vergine consagrato: che fece dunque Nostra Signora? Volle che ei
nascesse di sette mesi; e così farlo nascer entro l’ottava dell’Assunta sua
gloriosa (finezza che dal Santo medesimo poi con varie dimostrazioni di
gratitudine fu ben notata). Appena nato, parve per attestato de’i medici che per il solo sepolcro avvenuto ciò fosse, tanta era la sua dilicatezza e malcilenza: così vero che per più e più mesi, affin di non piagarlo,
non potè mai fasciarsi, venendo sol sostenuto in vita entro una picciola
cuna di bambagia ripiena. La Regina del Cielo però, che ne avea tutta
la cura, pensò a mantenerlo; e contra l’aspettativa comune farlo divenir
ben complesso e robusto. Divenuto poi grandicello, chi fu che istillò in
quell’Anima un grande aborrimento ad ogni sorta di vizio ed una tota-
le propensione ad ogni qualità di esercizi divoti? Chi fu, che gli diede
un cuor tutto dolce e mansueto, caritatevole e pacifico; un Intelletto
così aperto, nobile ed ingegnoso; un sembiante tutto modesto, gioviale
e allegro? Se non la Vergine, ch’essendo sua amantissima madre, esercitava anche con lui per via d’interni lumi l’ufizio di premurosa Maestra.
9.
Ma a me non dà l’animo, Ascoltanti miei riveriti, andarvi minutamente scifrando tutti i particolari avvenimenti, in cui veder si può quanto
amore portasse Maria verso il Salesio e quanto per lui operasse.
Vi dirò in succinto quanto basti per ben capirlo: in quella guisa che
esperto cosmografo, pone innanzi agli occhi tutto l’orbe Terraqueo sotto
corte linee e pochi punti ristretto. Patì in Parigi Francesco di orrida
disperazione, tentazioni fierissime; e sorpreso da funeste angosce e
timori, infermatosi a morte, a lasciar ci volle la vita. Ma dopo la prova
della sua fedeltà, pronta accorse la Vergine a liberarlo, ed a riempirlo
nella Divina Pietà di una confidenza ben grande. Si aiutano in Parigi,
ed in Padova maliziosi Scolari a far perdere al Salesio l’onestà e l’innocenza, portandolo sotto apparenti convenienze alla visita di una femmina rea: ma egli assistito dalla sua Liberatrice invocata, salvo da ogni
periglio ed innocente riesce. Si studia il demonio prepargli una fiera
tempesta nel nostro Mare Adriatico, allorché egli dal Porto di Ancona
partir dovea per far ritorno alla Patria: ma tutta l’orditura va a vuoto,
perché la sua Protettrice preservato e libero lo rende.
10. Non accade che gli eretici dello Sciablè tentino di avvelenarlo e di ucciderlo quei di Ginevra, perché la Regina del Cielo le loro trame ed insidie inutili rende. Che in Savoia altri l’infamino e perseguitino, lo
minaccino altri con pugnali ed altri un colpo di pistola scarichino contra di lui: il tutto riesce invano, attesochè la potente sua Signora, nelle
cui Mani riponeva sempre ogni sua causa, pensa a riporlo in maggior
credito e stima, a calmar ogni animo contra lui adirato e da ogni mortal colpo sottrarlo. Risolve Francesco di propagare a costo di qualunque
travaglio e fatica il culto di Maria; e perciò a fondare intraprende in
onor della Visitazione di Lei l’Ordine novello di pie Religiose, ed in
onor dell’Immacolato di Lei concepimento una Compagnia di timorati
Signori: e poi e con la voce e con scritti e con opere e con viaggi, qua e
87
là da ogni parte a propagarne la divozione si accinge. E Maria? Maria
SS.ma vuole star sempre al di sopra; e a tal’effetto a tutto potere s’impegna a mandargli sufficienti soccorsi e mezzi opportuni. Affin la fondazion si esegua, si riempia di Anime fervorose e zelanti e si dilati: e di
più si conosca se chi sia il suo servo, con aiutarlo nella conversione d’innumerabili Peccatori e di settantadue mila eretici; nella prodigiosa liberazione di ottocento ossessi; nel ridar la vita a diciotto Morti; nella predizione delle cose venture per via di profezie: e così con ricolmarlo di
mille e mille altri doni sovrannaturali e divini. E quasi ciò non bastasse per coronar in vita il Santo di mille glorie ed onori; volle la sua
Celeste Signora far rivelare ad un’Anima, che egli avea ricevuto per
custode, non già un semplice Angelo, ma un Serafino del Cielo. E di
questo neppur paga, essa stessa la Vergine, volle farsene Panegirista,
canonizzandolo per Santo di sua propria bocca, in occasion che comparve ad una nobile e divota donzella in Lion di Francia, mentre Francesco
ivi si tratteneva. Aggiungete poi, che…
Regina, impegnatela a pro di noi, suoi e vostri divoti; e fate che dall’aver noi risaputo quanto essa oprò in favor vostro, acquistiam verso di
Lei maggior fiducia; e dall’aver osservato quanto voi per Lei operaste, ci
accendiamo a vostro esempio di un gran zelo e premura di esserne veri
Amanti. Tanto speriamo dalla clemenza dell’Imperadrice del Cielo per
vostra intercessione; e tanto ancor dal vostro Cuore dolcissimo a contemplazion della Vergine stessa, ad onor di cui vi preghiamo. Diceva.
11. Ma via, tralasciamo ogni ulteriore racconto; giacchè sarebbe un non mai
finirla, se proseguir io più avanti volessi. Serva per chiusa e per corona
di ogni prova di quanto mai di stupendo oprò Nostra Signora per contraccambiare al Salesio la sua gran divozione e pietà verso di Lei. Nel dì
dell’Immacolata Concezione, facendosi egli consagrar Vescovo, come altrove fu divisato, si vide in quell’atto, tutta gloriosa, dolce e benigna, venir
incontro la Imperatrice del Cielo; la quale confortandolo con la sicurezza di sua continua assistenza, lo ricoprì col suo Manto e così, qual tenero amato Figlio, sinchè la funzione fine non ebbe, se lo tenne: dando con
ciò a diveder molto bene, che in ricompensa di quanto il suo fedel servo
avea fatto per Lei, lo avea dichiarato il suo caro, il suo familiare, il suo
diletto; e che essa per lui pronta impiegava il suo Braccio, il suo Cuore,
la sua Protezione, la sua Assistenza, il suo Poter, il suo Affetto.
12. Ah sì sì, così avvenne, felicissimo Eroe, fortunatissimo San Francesco di
Sales. Godeste pur voi giustamente il frutto della vostra grande divozione, il contraccambio dell’Amor vostro ardentissimo verso la Gran
Madre di Dio. Deh per pietà, ora che di tutto godendo vieppiù la nobile e gloriosa corona; ora che più da vicino amate e glorificate la Celeste
88
Ignoto ascolano, L’Immacolata tra S. Emidio e S. Francesco di Sales,
olio su tela, sec. XVIII, Ascoli Piceno, Oratorio della Casa Madre
Suore Pie Operaie dell’Immacolata.
89
SERMONCINO SETTIMO
Recitato nel Sabato antecedente alla Sessagesima, 5 Febbraio 1752
Il Sermoncino Sesto non è stato inserito perché non tratta un argomento mariano.
In prossimità del Carnevale di cui don Marcucci aveva sperimentato gli inganni
e dai quali subito si era ritratto7, si propone di presentare agli ascoltatori quanto esso
dispiaccia alla SS.ma Vergine. L’argomento è sviluppato in sette punti.
In quanto Madre e colonna della religione cattolico-cristiana la Vergine Santa ha
in orrore il Carnevale, giunto a noi dai pagani con la differenza che, mentre gli antichi che ancora non avevano ben sviluppato il lume della ragione lo celebravano in un
solo giorno, nei giorni odierni, dove la ragione ha fatto molti progressi, viene celebrato in più giorni. L’accostamento è chiaramente ironico.
L’Autore porta poi vari esempi, tratti dalle visioni della Vergine a Santa Brigida
e a Santa Geltrude che mostrano il suo impegno ad evitare nei cristiani i pericoli e gli
abusi del carnevale che tanto dispiacciano a Maria SS.ma.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 10, pp. 241-246.
il maledetto Carnovale con tutti i suoi abominevoli abusi e per ritirarvi, o pur
preservarvi da ogni cieca aderenza; tralasciando di esporvi tutti i mali che seco
portan sì diabolica consuetudine; di altro mezzo servir non mi voglio, se non
che porre alla vostra considerazione quanto mai dispiaccia alla Gran Vergine
Nostra Signora il festeggiar il Carnovale.Questo sol, mi persuado, basterà a voi,
come a quei che sì divoti son della Vergine, a far avere un orrore continuo di
sì detestabili feste. Non vi rincresca l’udirmi. Sono a servirvi.
1.
Quell’amor indispensabile e grande che la Regina del Cielo, come
Colonna, Madre e Maestra della nostra Santa Religione Cristiana
Cattolica, al viver giusto ed illibato secondo gli adorabili insegnamenti del Vangelo porta e dimostra, fa che necessariamente abbia in odio
sommo ed orrore tutto ciò che al viver cristiano si oppone e ne senta
gran dispiacere. Quindi poco ci vuol, Uditori, a ben capire quanto odiate sien dalla suddetta Nostra Signora le feste Carnovalesche e qual
dispiacimento cagionino a Lei; qualor si rifletta ben bene essere queste
feste appunto all’intutto contrarie al santo Vangelo, all’intutto disdicevoli ai Cristiani, all’intutto pregiudiziali al viver timorato.
2.
Osservate se è così. Le feste Carnovalesche, voi lo saprete, inventate
furono dai Gentili, o per dir meglio dal demonio col mezzo de’ Gentili,
suoi ciechi adoratori e confederati. Solevano questi nel primo di
Gennaio celebrar le feste a loro ridicolo e favoloso Nume Bacco, sopra
alcuni Monti vicini a Tebe; ove adunandosi e uomini e donne travestite e mascherate, facevansi degli urli, balli, mangiamenti, giuochi e si
commettevano tante laidezze e sacrileghe superstizioni, che io non ho
cuore a ridirle (a). Queste poi, circa il tempo di Tazio Re dei Sabini,
furono introdotte presso gli antichi Gentili Romani; e plauso ebbero
ancora ed aderenza presso tutta l’altra cieca Gentilità. E siccome, feste
erano dedicate a Bacco, ch’essi con altro nome di Libero e Dionisio intitolavano; perciò feste Baccanali, Libere e Dionisie venivan da loro
appellate (b); ed ora dalla nostra stoltezza Carnovalesche.
Argomento
Quanto dispiaccia alla SS.ma Vergine il Carnovale
La diabolica e sempremai pessima consuetudine introdotta in questo lagrimevolissimo tempo nel Mondo di festeggiar con tutta pompa e vanità di maschere, conversazioni, balli, commedie, ed altre mille Gentilesche invenzioni il
maledetto Carnovale, fu e sempre sarà un ben forte motivo di dolore e di pianto a quanti con seria riflessione ne ponderarono i danni ed i mali innumerabili di Anima, di Corpo, di Stima, di Robba che ne derivano. Quindi quei giudiziosi e timorati Cristiani che tali funestissime conseguenze ebbero innanzi
agli occhi, oltre all’aver con tutto lo zelo armate le loro dotte penne e le loro
sante Lingue contra sì detestabili e diaboliche usanze, posero ogni diligenza
per viverne sempre alieni ed ogni sforzo pur fecero per ritirarne gli altri, che
alla cieca, come stolte pecore al bagno, a tal precipizio se ne correvano. Io poi,
che benché giudizioso e timorato intitolar con verità non mi possa, pure dei
giudiziosi e timorati dovendo farmi seguace; per porre presso voi in discredito
7
Cf. ROSSI-BRUNORI ARCANGELO, La vita e la istituzione di Mons. Francesco Antonio Marcucci
dell’Immacolata Concezione, Ascoli Piceno 1917, pp. 7-10.
90
(a) Tito Livio, lib. 39, cap. 8; Thomassinus lib. 2, De festis, cap.8.
(b) Facciolati in Lexic. v. Bacchanalia.
91
3.
4.
5.
Or pare a voi, Ascoltanti, che feste così empie e profane, inventate dal
demonio, discese addirittura dal Gentilesimo, aver possano mai coerenza veruna con le Massime sacrosante del Vangelo e col viver Cristiano e
timorato? Come possibile? Ed in conseguenza, come è possibile, che
dalla Regina e Madre della Cristiana Religione, voglio dir da Maria,
non vengano odiate al sommo ed aborrite? O come la Vergine sacrosanta rinnovati si vede i suoi atroci Dolori in questi profanissimi giorni del
Carnovale dai suoi medesimi figli (giacchè di tutti i Cattolici ella è pur
Madre)! Li rimira ben’essa con occhi dolenti, quasi dimenticati dell’esser di Cristiani, voltar le spalle al Vangelo, alle Chiese, alle Orazioni, ai
Sacramenti e dichiararsi apertamente seguace dei riti gentilizi; e con
tanta maggior mostruosità, quanta è l’osservare, che alla fine i Gentili
erano privi del Lume dell’eterne veritàdi e consistevano quelle lor feste
in un sol Giorno dell’Anno; ed i Cristiani, fatti degni del Lume Divino
e perciò più tenuti ad abominar feste così profane, pure con tanta audacia le tirano per giorni e giorni e settimane ancor replicate. Chi può
esprimer però quanto gran dispiacere ne provi la Vergine?
6.
Più strepitoso però fu quel che avvenne nell’anno mille secento undici
nel Monte Vergine ai confini della Campagna felice nel Regno di
Napoli (d). Concorsavi era in quel Monte un giorno per una Sagra della
gran Gente; e tra questa molti uomini ve n’erano mascherati e travestiti da donne e molte donne da uomini: vi si ballò una buona pezza del
Giorno, vi si cantò; e oltre a mille giuochi, crapole ed ubriachezze, altre
libere danze e mostruosità vi si commisero; ne più, ne meno che se quel
giorno a Bacco fosse dedicato e di un licenzioso Carnovale fosse il giorno più grasso. Accade, che moltissime rimasero anche la notte in quel
Monte a compier le feste del giorno in un grande Albergo che era ivi
costrutto. Quando sulla mezzanotte, da cinque persone, che per loro
buona sorte fuori dell’albergo erano rimaste, fu veduta scender dal Cielo
Maria SS.ma con un volto tutto severo e sdegnato; e portando nelle
mani due torce accese fu osservata essa stessa dar fuoco all’Albergo; ed
in meno di un’ora e mezza lo atterrò tutto con tanta strage di coloro che
vi si erano ricoverati, che più di mille e cinquecento rimasero morti,
parte tra le fiamme, parte tra le rovine. Fatto pure stupendo fu …
7.
Ma che serve, Uditori, più dilungarci con i fatti. È indubitato, che le
danze, i balli, le maschere, le scorrette commedie, le libertadi, in
somma e le feste Carnovalesche sono di un sommo dispiacer della
Vergine; son da Lei odiate ed aborrite. Che far dunque dovrebbero i
Cristiani tutti, come Figli di sì Gran Madre, odiarle anch’essi, astenersene, detestarle per non disgustar Colei, da cui, dopo Dio, ogni Bene
deriva. Mi direte, eppur tutti non lo fanno. Senza invidia, rispondo,
senza invidia. Al punto della lor morte li rivoglio. Badiamo noi a quel
che far si debbe e non a quel che altri fanno. Procuriamo almeno noi
tenerci a caro l’amicizia della Gran Vergine: guardiamoci con diligenza
Ah che essa medesima un giorno di questi calamitosissimi tempi palesar lo volle alla sua diletta Brigida la santa; allorché comparendole tutta
mesta e addolorata, Figlia, le disse, ecco come mi trattano i Cristiani
con le loro libertà, con le loro vanità e colpe: al mio Divin Figlio rinnovan tutto il giorno le Piaghe e a me i Dolori!
Che se bramaste ulteriori riprove di quanto dispiacciano a Nostra
Signora le feste solite a farsi nel Carnovale, ricavatelo da alcuni fatti, che
sono qui succintamente a contarvi. Giocavano e danzavano con varie
immodeste parole e vari atti scomposti, alcuni Giovani in Duaco (c), e
trovandosi innanzi ad una Statua della Vergine suddetta; questa, per
correggerli del loro mal oprare e per dimostrar il dispiacer che ne aveva,
alzò all’improvviso il suo Sacrosanto Braccio in atto di percuoterli: onde
tutt’intimoriti i Giovani, lasciando e giuochi e danze, sen corsero a
darne conto ai Parenti: e questi con altra Gente concorsi ammirar tutti
(c) P. Auriemma, par. 2, Aff., cap. 2.
92
tremanti il miracoloso successo, per otto giorni continui con gran divozioni e frequenza si portarono processionalmente a chiederne ivi perdono all’Imperadrice del Cielo e a placarla pel dispiacer grande datole da
quei Giovinastri.
(d) P. Segneri in Christ. Instr. par. 3, Ser. 21, n. 22.
93
dal darle dispiacere e disgusto: e piuttosto facciamo ogni sforzo di darci
in questo tempo alla ritiratezza, alle orazioni, a far mortificazioni e a
pianger le nostre ed altrui colpe. Così, alleggeriremmo i Dolori che in
tali Giorni alla nostra Madre Celeste dai Peccatori piucchè mai son rinnovati. Beati noi, se così ci porteremo; e faremo ogni sforzo che altri
ancora si portino. Chi può ridir le care finezze che otterremo dalla
nostra eccelsa Signora? Questo è il tempo per mostrarsi a Lei fedele ed
il tempo per ottener da Lei qualunque favore. Santa Geltrude in un’estasi vide che Gesù scriver faceva a caratteri di oro tutte le buone opere, le
mortificazioni e le divozioni che si facevano da’ buoni Cristiani nel
Carnovale, per rimunerarle a peso di oro con grandi e spezialissime
Grazie. Molta maggior rimunerazione possiamo noi sperare, qualor per
noi in questi tempi s’impegni ad aiutarci presso il suo Divin Figlio la
Vergine Sagrosanta. Animo adunque maledetto sia sempre il Carnovale
con tutti i suoi diabolici abusi; lontano sempre sia da noi. Esso dà gran
dispiacer a Maria: questo basti, per farcelo sempre aborrire e detestare.
Amen.
SERMONCINO OTTAVO
Recitato Sabato 12 Febbraio 1752
Il Sermoncino è sviluppato in otto punti. Nell’introduzione don Marcucci prepara
gli ascoltatori alla spiegazione del suo argomento e cioè come “la devozione verso la
SS.ma Vergine sia di grande conforto nel momento della morte”.
Porta gli esempi di vari devoti di Maria che da Lei furono assistiti e consolati nel
momento della morte. Conclude con una accorata preghiera di totale fiducia nella sua
Immacolata Signora e nella misericordia divina di essere assistito e soccorso nel
momento della morte, quando il demonio scatena tutte le sue astuzie, “non vi scostate
da me, altrimenti perderete in eterno un figlio, che benchè tanto infame e ingrato, pure
si protestò sempre e si protesta di voler vivere e morire vostro Divoto”.
Chiede alla Vergine, davanti ai suoi ascoltatori, di concedergli nella sua bontà,
per il giuramento fattole di difendere sempre la sua Immacolata Concezione, di morire nella vigilia o nella festa della sua Immacolata Concezione, nella sua città, anzi
nella stessa chiesa dell’Immacolata Concezione dove desidera ardentemente essere sepolto, affinchè vivo e morto appartenga sempre alla sua Immacolata Concezione.
Conclude ricordando alla sua “fedelissima amorosa Signora” che Ella ha promesso di non negare grazie a chi gliele chiede con umile perseveranza. E ciò si è avverato
perché mons. Marcucci è stato sepolto davanti l’altare maggiore della chiesa
dell’Immacolata ad Ascoli sua città, che egli farà costruire in suo onore e benedirà il
13 settembre 17958.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 31-40.
Argomento
La divozione verso la SS.ma Vergine riesce
di gran conforto nella morte
Se vi ha cosa nel Mondo, cui apparecchiarsi convenga con tutta la più grande serietà ed attenzione dell’Animo nostro, egli è, Uditori, senza fallo la
morte. Tanto di mille triboli e di mille e mille pericoli è intrigato quel passo
da questa all’altra vita; che se consideriamo i dolori del corpo, che allor si
8
94
DANIELE DI FLAVIO in Guida al Museo Biblioteca “Francesco Antonio Marcucci” al convento e
alla chiesa dell’Immacolata a cura di MARIA PAOLA GIOBBI - FRANCO LAGANÀ, Ascoli Piceno
2006, pp. 159-169.
95
sperimentano, i rimproveri della coscienza, le tentazioni dei nemici e gli spaventi e minacce del demonio, possiam pur chiamarlo un punto il più spaventoso, il più pericoloso, il più terribile. Non giovano allora Nobilitadi o
Ricchezze; non servono Amicizie e corrispondenze; non porgon sollievo
quante mai di speranze somministrar possa questo Mondo traditore e fallace. O quanti in quel passo tremendo bramarono di non esser mai stati su
questa misera Terra! Quanti desiderarono di non aver avuti mai onori, ricchezze ed amicizie! Quanti sospirarono l’aver fatta una vita tutta penitente,
mortificata e divota! I peccatori, o quanti in quel punto disperati sen piombarono all’Inferno! I Giusti, o quanti atterriti, poco mancò che non uscissero da ogni speranza di loro eterna Salvezza! Che perciò, cari miei Uditori, chi
esprimer può quanto grande esser debba la nostra premura per disporci a far
una buona e felicissima morte e per trovarci confortati e soccorsi in quel tremendo estremo passaggio da cui un’eternità di gloria dipende ovver di tormenti? Io, quanto a me, vi confesso, che trovandomi per quel terribile punto
più di voi spaventato, non saprei a qual mezzo appigliarmi, per rendermi in
qualche modo sicuro per ben passarlo. Già so e voi pur lo sapete che per chi
è stato Peccatore, come me, darsi ad una vita contrita e divota abbisogna per
far una buona morte. Ma il timor che mi sovrasta con quel chi sa se il mio
pentimento sia vero, chi sa se in quel punto starò forte agli assalti, oh come
mi fa sospirar talora, oh come di gran tremor mi ricolma! Vergine
Sacrosanta, sicuro e possente Rifugio de’ miseri Peccatori, io non so ove volgermi, se non alla vostra clemenza, alla vostra misericordia per ricever conforto, aiuto ed assistenza particolare per far santamente quell’estremo sì pericoloso passaggio. A voi perciò ora per allora con tutto il cuor mio ricorro, ora
sotto l’alta vostra tutela mi pongo, ora per sempre di essere vostro vero e
fedele divoto costantemente risolvo. Nè invan mi opposi, Uditori, perciocchè la divozione verso la SS.ma Vergine è un ottimo mezzo appunto per fare una santa
morte. In questa sera sì una grande attenzione richieggo. L’assunto è di troppa importanza. Eccone pronte le prove.
1.
96
L’esser stata Maria SS.ma, a piè della Croce dichiarata dal suo Divin
Figlio per Madre del diletto Giovanni ed in persona di questi, per
Madre ancor di tutti i Cristiani, fu cagione, Uditori, che ella con tenerezza e premura maggiore sotto la sua cura e protezione tutti noi
pigliasse; e che a pro di noi avesse sempre viscere pietose di Madre e di
Madre la più amante, la più sollecita, la più graziosa e benigna. Or siccome tutto lo sforzo dell’amor delle tenere Madri allor principalmente
apparisce, qualor si tratti di dar soccorso ai figli che bisognosi, languidi e tremanti si ritrovano in qualche estremo e grave pericolo; chi può
ridire perciò quali e quanti siano gli sforzi e le premure che usa la nostra
Celeste amantissima Madre in soccorrer in mille guise quei cristiani,
che con la lor divozione si mostrarono suoi buoni figli, allorchè nell’estremo e tremendo pericolo della morte si trovan ed agonizzano?
2.
Essa primieramente sapendo ed osservando che in quel terribile punto
fa tutto il possibile sforzo il demonio e con orride apparizioni e con tentazioni gagliardissime o di infedeltà o di superbia, o di disperazione, o
di mille altre infamitadi e sciagure, contra dei miseri Moribondi; come
quei che sa molto bene da qual punto dipendere o il perderli per sempre, oppure guadagnarli; cosa fa la nostra eccelsa Signora? Divenuta
tutta fortezza e vigore in favor dei suoi divoti agonizzanti figli, si fa
tosto incontro al Tentatore Infernale; e a guisa di invitta ed invincibile
forte e generosa Guerriera, per loro combatte contra di lui, lo supera, lo
atterra, lo discaccia. Indi tutta amorosa volgendosi ai suoi Moribondi
divoti, col suo Volto benigno li rasserena, con le sue dolci parole li conforta, li incoraggia; e con le sue celesti istruzioni va lor insinuando quegli atti che efficaci ben sono per fare santamente quel sì periglioso passaggio. E di ciò neppur pago quel suo Materno affettuosissimo Cuore,
oh quante le volte essa medesima, la gran Madre di Dio, diminuir loro
gli stessi dolori del corpo si degna; asciugar loro i sudori; e farli poi dolcemente spirar tra le sue SS.me Braccia, tra mille sfinimenti di soavissimo contento ed amore! Felice adunque e cento e mille volte beato,
lasciate pure che con ragione qui esclami, Uditori, beato chi è divoto di
Maria! Beato in vita sì, ma in morte o quanto più mille volte beato!
3.
Vagliano alcuni esempi, che qui pronti mi cadono, per porre più in
chiaro la cosa. Carlo figlio di Santa Brigida, allevato dalla Madre sin da
teneri anni con una grande divozione verso la SS.ma Vergine, con quella anche nella sua più florida giovanile età si mantenne talmente, che
ogni occasione cercava per servire la sua Celeste Signora; a cui solito era
sfogar bene spesso i suoi affetti con dire, che avrebbe pur volentieri per
97
lei sacrificata la vita (a). Avvenne, che applicatosi lo spiritoso Giovane
alla vita militare, dagli strapazzi delle Guerre fu sul verde fiore degli
anni ad una infermità mortale ridotto. Ed ecco che nel mentre Carlo
agonizzante se ne stava, vede scatenarsi tutto l’Inferno contro di lui e
già a piena carriera tutto mostruoso e spumante venirsi incontro
Lucifero. Povero Giovane, che farà mai? Era egli sì spiritoso nelle battaglie del Mondo; ma oimè nella giornata campale con l’Inferno perde
lo spirito, il vigore e tremante all’aspetto sol dei Nemici sen resta. Non
volle però la sua amata Signora, che egli sì intimorito restasse, nè che
di combattere si esponesse al cimento. Pronta essa accorse nella stanza
di Carlo, si accostò al suo Letto, al suo Capo; l’animò a confidar nella
Misericordia Divina e che non temesse. Indi rivolta al demonio, olà, traditore, con voce imperiosa gli dice, che audacia è mai la tua tentar in
questo punto chi è mio divoto? Va, maligno; vatti a sprofondare negli
Abissi. Sparì tosto il Nemico. Ed ella rimasta a consolare il suo Divoto;
sino all’ultimo respiro di vita seco star volle. O Beato chi è divoto di
Maria lo ripeto di nuovo, beato in vita, ma molto più poi nella morte!
4.
Non minor favore di questo fu quello che isperimentò Adolfo Conte di
Alsazia. Questi, nonostante che Principe di Altezza, considerando un dì
quanto è pieno di lacci il mondo e di inganni, risolvendo di dargli un
calcio, rinunzia generosamente il Trono, le grandiosità, le ricchezze;
abbandona tutti gli stati; ed a riserrarsi in un chiostro col sacro Abito
Francescano sen corre. Quivi ad apparecchiarsi a ben morire si pone, ed
a servir con molta tenerezza di affetto la Regina del Cielo. Dopo vari
anni venne anche per lui quel giorno, che onninamente è determinato
per tutti, voglio dir della morte. Or chi di voi, Ascoltanti miei, crederebbe, che un Uomo, che avea di buon cuore lasciato tutto per Iddio, che
avea fatte tante penitenze e che con tenerezza ed amor così grande servita avea la Gran Vergine, non si fosse trovato in quel punto in un mar
di pace e di gioia? Eppure l’indovinereste? Adolfo ridotto a quel punto,
incominciò a tremar tutto, rappresentandoglisi molto al vivo il rigore
del Divino Giudizio. Ahi misero Adolfo, tra sospiri e tremori ansando
(a) Turlot. p. 2. Tomo. 2, Doctr. Christ. cap. 8, lect. 8.
98
esclamava, misero Adolfo, che ne sarà di te? Come innanzi al supremo
Giudice or or comparirai? Ahi chi ora aiuto ti porge, chi ti soccorre! La
Vergine, che ben vedeva e sentiva le angosce del suo Divoto, contener
più non volendo le viscere materne di sua amorosa misericordia, se le fa
tosto vedere tutta gioviale e benigna, con un corteggio fiorito di
Angeli; e con gli amorosi suoi Sguardi, con la sua gioconda Presenza gli
rasserena prima il Cuore; poi riprendendolo dolcemente, Figlio, gli
dice, Adolfo carissimo perchè temi, perchè tanto paventi? Non sei tu
forse mio? E se mio sei, perchè temi la morte? Vieni, vieni pure sicuro,
perchè il mio Divin Figlio, cui tu hai fedelmente servito, preparata ti
tiene la corona di Gloria (b). La consolazione, la gioia, il contento, con
cui restasse il fortunato Adolfo non ho lingua a ridirvelo: saper solo vi
basti, che egli di tal contentezza soavemente morì. O Beato chi è Divoto
di Maria, perdonatemi se a replicarlo ancora son costretto, Beato in
vita, ed assai più nella morte!
5.
Notatelo ben bene, Uditori, da quest’altro non meno celebre e giocondissimo fatto. All’estremo di sua vita giunto era un Giovane nobile,
memorato da Antonio Balingo (c), che, tuttochè immerso nel libertinaggio vissuto fosse, pure di digiunare in pane ed acqua le vigilie tutte
di Nostra Signora ebbe in buon uso. Poco pensava egli all’Anima; e siccome raffidato nella sua Gioventù stoltamente vivea, era egli l’ultimo a
persuadersi di quella morte, verso cui a gran passi correva. Veruno dei
suoi Parenti e buoni Amici era riuscito nel capacitarlo che egli di accomodar sollecitamente le partite dell’Anima sua col mezzo di una buona
confessione tenea bisogno. Ci riuscì molto bene però la pietosissima
Vergine; la quale a tal effetto gli mandò un suo divotissimo Religioso
Domenicano (d), acciocchè l’inducesse a confessarsi con pentimento sincero ed a ricever divotamente gli altri Sacramenti. Si arrese puntualmente il Giovane e con molte lacrime di vera contrizione eseguì il tutto
e si dispose a morire. Ma a questo gran passo poi non si contentò Nostra
(b) Turlot. Tomo 1, Doctr. Christ. p. 2, cap. 8, lect. 8; et Ap. Auriem. par. 1, Aff. cap. 1.
(c) Calend. 1 feb.
(d) Era il B. Errigo da Castro.
99
Signora che lo assistesse altri in suo nome; gelosa del suo compunto ed
appien ravveduto Divoto, volle degnarsi di venir essa stessa in Persona
ad assisterlo, in compagnia di molte sante che seco dal cielo condusse.
E qui divenuta sua amorosa confortatrice e Maestra, oh i bei atti di fede,
di speranza, di carità, di contrizione, che suggerendo gli andava! E con
tal dolce efficacia, che di veemente contrizione ed amor perfetto morir
lo fece; e con le sue SS.me Mani accolse la bella di lui Anima e seco
all’eterno riposo se la condusse. O fortunatissimo Giovine, che avesti
ancor tu la bella sorte di servirci con l’esperienza per comprova, che per
fare una Santa Morte egli è un validissimo mezzo la divozione verso la
Regina del Cielo!
6.
Ma io Ascoltanti miei riveriti, di tai fatti tesser qui ve ne potrei un ben
lungo catalogo. Non vo(glio) però più abusare della vostra sofferenza in
udirmi. Serva per tutti quel che la Vergine stessa di sua propria bocca a
San Giovanni di Dio a tal proposito disse. Trovavasi il Santo all’estremo del vivere e travagliato da dolori del corpo e da timori dell’Animo,
mandava dalla fronte copiosi freddi sudori. In questo mentre per alleggerirgli le pene, gli si fece vedere tutta amorosa la gran Madre di Dio;
e dopo avergli con un fino panno asciugati i sudori, così a nostra comun
consolazione gli disse, Non est meum, Joannes, in hac hora meos devotos destituere (e): non è mio stile Giovanni, lasciare abbandonati in quest’ora
della morte i miei Divoti.
7.
Non comportano, adunque, o Maria SS.ma, le vostre materne Viscere di
abbandonar i vostri divoti Figli nella lor morte? O quanto mi riempie
di gioia e di fondata speranza di ben morire un tal graditissimo annunzio! In altro caso, misero me infelicissimo, come mi troverei? Vi confesso, Immacolata mia Signora, che se la Misericordia ed il Sangue del
vostro Divin Figlio e la materna vostra Protezione, non mi soccorre in
quel punto tremendo, io quanto a me son disperato. Io non ho forze per
resistere alle fiere battaglie dell’Infernale Nemico; non ho petto da reggere all’orrende sue visioni; non ho cuore da stare saldo ai rigori del
(e) P. Auriem. p. 1, Aff. cap. 1.
100
vicino particolare Giudizio; non ho bontà, che contrapporre possa alle
mie innumerabili enormi scelleratezze. E perciò, non mi lasciate mai
per pietà in quel punto, mia Gran Signora; non vi scostate da me, altrimenti perderete in eterno un figlio, che benchè tanto infame e ingrato,
pure si protestò sempre e si protesta di voler vivere e morire vostro
Divoto. Lo so, e voi meglio di me lo sapete, o eccelsa Regina, che io non
merito e non potrò mai meritare né in vita e molto meno in morte, la
vostra amorosa assistenza per le mie continue e gravissime infedeltà a
voi usate: e perciò non ardisco chiederlo per giustizia, ve ne prego per
Grazia, per pura vostra finezza. Si attribuirà ad un eccesso, ad uno strepitoso Miracolo della Materna vostra pietà e misericordia, è vero; ma
così comparirete voi più gloriosa e benigna quando si risaprà dal
mondo, che voi usaste in morte mille finezze ad un perverso Peccatore,
che meritava ben mille volte l’Inferno. Io adunque, clementissima
Madre, se vi ho da palesar qui in pubblico il mio cuore, che voi già sapete, affinchè altri si impegnino con le orazioni presso di voi per ottenermi con le loro suppliche quel che io valevole non son ad ottenerlo con
le mie: lo farò volentieri. Trovandomi così gran Peccatore e così sfornito di virtù, di buoni abiti, di forze e di meriti; non può darsi al Mondo
Uomo che pel punto della morte, resti più di me timido e sbigottito.
Che perciò, che sarebbe a voi, potentissima Signora, a dispensarmi da
ogni agonia, da ogni combattimento, da ogni penosissimo pericoloso
affanno? Potreste voi degnarvi di farmi con qualche mezzo sicuro, e non
sospetto, consapevole del tempo che a Dio piacerà sprigionarmi da questa vita; darmi Grazia di santamente dispormi e poi tra le vostre materne Braccia, morir di subitanea morte. Sarebbe un gran Miracolo, lo so,
una straordinaria Grazia: ma Miracoli appunto e Grazie straordinarie ci
vogliono per salvare un vostro figlio così scellerato e indegno. Ma perdonatemi, Signora mia, neppure ciò mi basta: so che tutto voi potete,
qualor vogliate. Voi sapete, che io porto nel cuor da voi impresso un
tenero affetto alla vostra Immacolata Concezione: di questa intitolarmi mi
glorio; di questa difendere ho insino il legame del giuramento: ed in
questa per finirla tutte le mie contentezze ritrovo e godimenti. Non
sarebbe dunque tanto disdicevole, che la vostra Misericordia s’impegnasse a far seguir la mia morte nella Vigilia o nella festa della vostra
Immacolata Concezione; adorando e benedicendo la vostra Immacolata
101
Concezione; ed in questa mia Patria, anzi in questa stessa chiesa della
vostra Immacolata Concezione: ove ardentemente bramo e voglio restin
sepolte le mie povere ceneri; affinchè e vivo e morto sempre io sia della
vostra Immacolata Concezione. Sarebbe eccesso del vostro finissimo amore,
lo so, il così consolarmi. Ma di questi eccessi ho io estremo bisogno: e
questi eccessi appunto vi chiedo, non per mio riguardo, perchè io non
potrò mai meritarli, ma a riguardo vostro e della medesima vostra
Inmacolata Concezione: in riverenza di cui ve ne supplico caldamente e ve
ne supplicherò sinchè durerà questa mia misera vita. Rammentatevi, o
mia fedelissima amorosa Signora, che voi avete promesso di non negare
mai Grazie che in riverenza di questo vostro caro Mistero dimandate
con umiltà vi vengano, e con perseveranza.
8.
Supplicatela, dunque, miei cari Uditori, anche voi caldamente, e continuamente in riverenza del suddetto mistero per la mia buona morte,
come io la desidero; che spero non esservi poi ingrato. E tenete sempre
fisso alla mente a vostro ed altrui vantaggio, che la divozione verso la
SS.ma Vergine è un ottimo mezzo per fare una Santa Morte.
SERMONCINO NONO
Recitato nel Sabato in Albis, 8 Aprile 1752
Don Marcucci riprende la predicazione dei sabati mariani dopo l’interruzione
della quaresima durante la quale ha accettato di sostituire a Montalto l’assenza del
missionario. Per non interrompere però la devozione dei sabati mariani nel monastero
dell’Immacolata si fa sostituire, come annota alla fine del sermoncino ottavo del 12
febbraio 1752: “In assenza del missionario in tempo di Quaresima sono stati recitati sette Sermoncini dai suoi amici nei sette sabbati di Quaresima”9.
L’argomento del Sermoncino vuole dimostrare che la devozione a San Giuseppe, di
cui da poco si è celebrata la festa, è un mezzo efficacissimo per ottenere la protezione
di Maria SS.ma”10. Il testo, sviluppato in sei punti, è lo stesso recitato dall’Autore a
Montalto, Sabato 18 Marzo dello stesso anno, a conclusione del Settenario di San
Giuseppe e vigilia della sua festa.
Nell’introduzione egli ricorda il bisogno che tutti gli uomini hanno della protezione di Maria e quanto importante sia cercarla e trovarla come hanno fatto i santi. San
Giuseppe, quale sposo purissimo di Maria, può aiutarci ad ottenerla in forza della
purissima ed intima unione di cuore che ci fu tra di loro. Maria desiderava solo far
contento Giuseppe ed adempiere i suoi santi voleri, viceversa Giuseppe nei confronti
della sua Sposa. Vengono portati vari esempi di devoti di San Giuseppe che, attraverso lui, ottennero una speciale tenerezza e protezione di Maria.
L’Autore conclude raccomandando la devozione a San Giuseppe; suggerisce a tal
fine vari mezzi: la recita quotidiana della Coroncina dei suoi sette dolori ed allegrezze; la confessione e santa comunione nel giorno della sua festa, la visita al suo Altare,
l’affidamento al suo patrocinio di case, averi e famiglie, come usava fare ogni anno
Santa Teresa che ne fu largamente ricompensata. Infine, un ossequio gratissimo a San
Giuseppe sarebbe fare in suo onore qualche elemosina ai poveri, in particolare per chi
ne avesse possibiltà offrire nel giorno della sua festa un pranzo a tre poveri, in onore
alla Sacra famiglia.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 55-62.
9
Cf. ASC 23, p. 40.
Cf. ASC 23, p. 71.
10
102
103
Argomento
Il Patriarca San Giuseppe gran Protettore
per ottenere la Protezione di Maria SS.ma.
L’eterna, adorabile, Divina Provvidenza, che a tutte le create cose una disposizione sì giusta diede, sì ordinata, sì bella, dispose ancora ab eterno, che Colei, la
quale goder dovea la bella singolarissima sorte di vestir nel tempo per opra
Divina di Umana Carne il Divin Verbo, fosse e de’ Cieli, e della Terra l’Arbitra,
la Signora, l’Imperadrice: onde a Lei sogettarsi dovessero umili e riverenti e
quante mai di SS.me pure Creature accoglie l’Empireo; quanti mai di Viventi
contiene il Mondo; e quanti mai ancora di Spiriti traditori e ribelli asconde
l’Abisso. Ammirando noi dunque, Uditori, con riverenza profonda queste adorabili disposizioni della Provvidenza Divina; e riconoscendo in sì sublime posto
di Padrona universale e Regina l’Immacolata Nostra Gran Signora, MARIA
SS.ma; chi vi ha tra di noi, che nel tempo medesimo non scorga l’estremo bisogno che abbiamo della sua Protezione potente e Patrocinio. Ed oh, noi cento e
mille volte felici perciò se tra tante nostre miserie stendess’ella verso di noi la
sua benefica Mano e gli Occhi suoi pietosi su di noi poverini ella volgesse! Un
atto solo di sua graziosa clemenza, un solo Sguardo suo amoroso, basterebbe
purtroppo a renderci temporalmente ed eternamente beati: dicendo ottimamente Sant’Anselmo (a), che siccome non può in conto veruno ripromettersi di
sua salute chi avrà per Nemica la Gran Regina del Cielo; così aver può ogni fondata speranza di esser salvo chi la gran sorte godrà di averla per Amica e di esser
da Lei riguardato con dolci Sguardi di Avvocata e di Madre: sicut impossibile est,
ut ii, a quibus Maria averterit oculos suos, salventur; ita impossibile est, ut ii, ad quos
ipsa converterit Oculos suos, pro eis advocans, damnentur11. Ah perciò con quanta ben
grande ragione andavano impazziti, diciam così e giorno e notte i Santi tutti per
dar sul genio alla Celeste Sovrana; e tentavano mille mezzi, usavan mille maniere per rendersela cara, amorosa, benigna! Or sì che intendo perché di continuo
ne sospiravano tanto il Patrocinio e la Protezione chiedevan con mille lagrime
tanti Peccatori ravveduti e compunti. E mi sovviene pure al presente, o mia
(a) La nota è solo indicata, ma non ha contenuto.
11 Come è impossibile che coloro dai quali Maria abbia allontanato i suoi occhi si salvino,
così è impossibile che coloro ai quali ella abbia rivolto i suoi occhi facendo invocazioni
per essi, si dannino.
104
Celeste Immacolata Signora, perché il mio povero Cuore, tuttoché di un
Peccator si perverso qual’io ben sono, a voi aspira e ricorre, voi invoca, per voi
sospira, in voi si abbandona e su di voi tutte le sue speranze ripone, tutti i suoi
contenti ritrova. Ah ah, quante volte Signora mia, o pure esclamato, ed esclamo, Protezion di Maria dove sei? Patrocinio di Maria, dove abiti? Amor della
mia Immacolata Signora dove dimori? Se tu sei nel Cielo, or lassù mi slancio di
volo: se di là dai Mari, ora mi getto nell’acque: se sotto Terra, or laggiù mi profondo. Ah, mille volte beato chi vi serve di cuore e vi ama; chi da voi è patrocinato e protetto! Or se è così, cari i miei Uditori, che la Protezion di Nostra
Signora tanto è necessaria per noi e vantaggiosa; come faremo poi per ottenerla? Ma buon per noi, che la dolce rimembranza ricorre del suo purissimo Sposo
Giuseppe. A questi dunque premuroso ricorso facciamo per impetrarla; per esser’egli appunto un Grande Avvocato per ottener la Protezione di Maria. Per chiusa di
questo sacro Settenario tanto dimostrarvi mi impegno. Attendete. Incomincio.
1.
Quella sacra, purissima ed intima Unione dei Cuori che il Santo Patriarca
Giuseppe ebbe con l’Imperadrice del Cielo Maria, per mezzo dell’ineffabile Divino Sposalizio, che tra i Gigli illibati di Purità Verginale con Lei
contrasse e sempre inalterabilmente mantenne, fece pur che la Vergine lo
rendesse in alto grado partecipe dei suoi più teneri affetti; lo riguardasse
come suo caro Nutrizio e Custode; e da umile divotissima Suddita, come
a suo amato Superiore, gli si sogettasse ancor e l’ubbidisse. Chi può ridir
pertanto quanto possenti ed efficaci siano presso di Nostra Signora le preghiere del suo Purissimo Sposo, se presso Lei ordini tutti sono e rispettosi comandi? Non brama altro Maria che dar sul genio a Giuseppe; ed in
adempier i suoi santi Voleri tutta la gioia ella pruova, tutto il contento.
O quanto ben lo chiamò adunque il suo tenero divoto Gersone (b), un possente ed efficace Avvocato presso la sua purissima Sposa, potentem, et imperiosum Patronum apud Sponsam suam! Ed o con quanta ragione ancora dalla
Ven. Suor Maria di Agreda troviamo noi scritto, essere stato a Lei rivelato dal Cielo (c), che col mezzo della divozione verso il Santo Patriarca
Giuseppe si otteneva sicuramente la Grazia e Protezion di Maria!
(b) Ser. De S. Joseph.
(c) Tomo 3, Myst. Civ. § 892.
105
2.
3.
Tutto ciò molto bene sapendo il Beato Ermanno, Canonico dell’Ordine
Premostratense, siccome altra mira non aveva, altra premura, se non di
rendersi propizia ed amante la gran Sovrana del Cielo, si appigliò perciò con calore ad ossequiar grandemente il Santissimo Patriarca
Giuseppe. E tanto vi volle, affin si movesse la Vergine ad usargli ben presto le più care finezze, che ella mostrar potesse su questa Terra ad un suo
prediletto Divoto; voglio dire col farsi sua Sposa. Perciocché ritrovandosi Ermanno una notte ad orar nella Chiesa, si vide apparir corteggiata dagli Angeli la Celeste Regina; la quale con la sua sacra Destra prendendo quella di lui, fece da un Angelo dirgli nel tempo stesso, Questa
purissima Vergine, o Ermanno, ti vien conceduta in Isposa, come già fu sposata
a San Giuseppe; affinché tu per tale Sposalizio prendi il nome di lui; ed in poi
Giuseppe ti chiami (d). Ma non finirono qui le finezze di Maria verso di
Ermanno. Ah, egli pur fortunato! Il Santo Patriarca perorava continuamente per lui. Quindi un’altra notte, trovandosi il divoto Religioso in
orazione, fu favorito di nuovo dalla gran Madre di Dio, che seco in
Braccio teneva il suo Divin Pargoletto; e consegnandoglielo nelle Mani,
Tieni, gli disse, porta il mio Divin Figlio, come portato fu dal mio purissimo
Sposo Giuseppe. Tanto è vero, Uditori, che per far acquisto sicuro della
Grazia e Protezion di Maria non ci è mezzo più proprio ed efficace, che
quello del nostro potentissimo Santo.
E come no, se la Vergine stessa non altro brama se non che glorificato
sia il suo Sposo, riverito venga da noi ed ossequiato; e si protesta esser
questo il bel modo per divenir partecipi delle finezze più tenere del suo
amorosissimo Cuore? Mentisco io forse? No no, di certo. E Santa Teresa
me ne fa cento e mille attestati. Ognuno sa con quanto calore si operasse la Santa in promover e in voce e in Lettere per tutta la Spagna e dir
possiamo ancor in tutta l’Europa, la tenera divozione verso il suo prediletto Protettor San Giuseppe. Or quali ricompense poi non ne ottenne
dalla Gran Vergine? In una Visione la ringraziò grandemente di tanto
zelo e fervore avuto per l’onor del suo Sposo (e). In un’altra apparizione
(d) Surius, Tomo 7, De Vit. SS., die 8 April., P. De la Crux in Nortulo Mariam., Ave pl. 3,
cap. 1, pag. 130.
(e) S. Teres. in Vit., cap. 33.
106
la vestì di un candido Manto, le rinnovò la dimostrazione del gran contento che avea nel vederla tutta divota del SS.mo Patriarca e le pose al
collo una collana di oro con una bella Croce pendente (f). Ed in poi
quando Teresa ricorreva per qualche grazia alla suddetta Regina del
Cielo; questa la rimandava al suo caro Sposo Giuseppe per conseguirla;
come racconta essa stessa la Santa.
4.
Grandi furono pur le espressioni di tenerezza che a tal proposito alla sua
diletta Suor Maria di Agreda la gran Vergine fece, quando apparendole un
giorno (g), Per l’avvenire, le disse, procurerai di avanzarti nella divozione del
mio santo Sposo Giuseppe. In tutte le tue necessità hai da valerti della sua
Intercessione: movendo alla divozione del Santo quanti ne potrai; e molto più le tue
Religiose, acciocché si avvanzino in essa. Che non ne disse poi Nostra Signora
al suo divoto Religioso Baldassarro Alvarez, stato Confessor tanto tempo
di Santa Teresa? Trovavasi egli in Vagliádolid, quando apparendogli un
dì la Regina del Cielo e predicendogli una grave malattia che avea tra
poco a soffrire, comandogli che di buon cuore al suo Sposo Giuseppe ei
ricorresse (h). Or potea darci sicurezze maggiori la Vergine per farci capire, che per incontrare il suo genio, il suo gradimento, per goder della sua
Protezione, del suo Patrocinio, amar conveniva il suo Sposo purissimo
esserne vero Divoto e il culto ancor propagarne con tutto lo zelo?
5.
E qual fine, credete voi, Uditori, se non questo, essere stato quello di
Maria SS.ma in comparir tante e tante le volte a’ suoi Divoti in compagnia di San Giuseppe? Ah che l’Immacolata Signora volea ben’innamorarli del suo Sposo con far loro veder l’impareggiabile di lui bellezza,
con far loro ascoltar le voci di lui amabilissime! Così di fatto ne accrebbe l’Amore a Santa Teresa, allorché col Santo Patriarca le apparve e la
vestì di quel bianchissimo Manto, che poc’anzi dicemmo. Così alla Ven.
Suor Francesca del SS.mo Sagramento, vera Imitatrice e figlia di S. Teresa,
allorquando ed una e due volte gli portò il purissimo di Lei Sposo a con-
(f) S.Teres. cap. 2, Fundat. Monast. Abul.
(g) Tomo 3, Mist. Civ., §. 894.
(h) Grassetti Jesuit., lib.1, c. 13, pag. 194.
107
fortarla nei suoi gravi dolori di una malattia penosissima (i). E per finirla, così ossequioso rese di San Giuseppe insino uno schiavo etiope in
Napoli, qualor insiem col suo Sposo gli apparve, lo ridusse alla fede e
di Giuseppe il nome glorioso gl’impose (k). Non andiam più cercando
adunque ulteriori testimonianze, di grazia, avanzando purtroppo le sin
qui addotte, affin di rimaner persuasi, che il mezzo per sicuramente
goder la Grazia della Nostra Celeste Sovrana è di farsi divoto di San
Giuseppe; attesochè e questa divozion del suo Sposo le ruba il Cuore e
questo Sposo ottien da Lei quel che vuole.
6.
Deh se è così, Ascoltanti miei cari, io in questa sera col cuor sulle labbra a consacrarvi agli ossequi di questo SS.mo Patriarca vi scongiuro e
vi prego. Ogni sera la divota recita della sua Coroncina dei sette suoi
Dolori ed Allegrezze raccomandata vi ho con calore; ma in questa sera
vi supplico di ben nuovo a non mai tralasciarla in tutto il vostro rimanente di vita. Altre divote pratiche ancora in onor suo, per maggiormente impegnarlo presso la Nostra comune Signora a vostro vantaggio,
voi far da quando in quando potreste. Primieramente confessarvi divotamente e comunicarvi dimani, ch’è la sua gloriosissima festa, visitare
il suo Altare e passarvela una buona parte del giorno in recitare orazioni a suo onore, in dedicarvi per suoi e dedicargli ancor sotto il suo
Patrocinio le vostre Case, i vostri Averi, le vostre Famiglie: e ciò rinnovarlo con puntualità fervorosa in ogni anno. Così stilava Santa Teresa e
ne fu sì largamente ricompensata. Secondariamente, provvedervi di una
sua divota Immagine e tenerla a capo dell’Inginocchiatoio o del Letto,
per riverirla mattina e sera, o tra giorno; e così rinnovare ogni tanto
verso di lui i vostri teneri affetti; e a lui pronti ricorrere in tutti i vostri
bisogni; come la poc’anzi memorata Santa praticare soleva. In terzo
Luogo, quando possibilità aveste, potreste nelle vostre più urgenti
necessità di soccorso, far celebrar, in onor suo qualche Messa, come
usava la detta S. Teresa ed in suffragio di quei Defunti, che quando vissero, furono i più divoti di lui: o almeno sentirne qualcuna a tal’effetto.
(i) Lanuzza in vit. Lib. 1, c. 2, n. 12.
(k) Massi exempl.77.
108
In quarto luogo potreste far dentro l’anno nove Comunioni a sua gloria,
precedenti alla sua festa i nove giorni che corrispondessero alla qualità
del Giorno in cui la festa sua celebrata esser debba: conforme per ordine medesimo del Santo stilò di fare la Ven. Giovanna degli Angeli
Orsolina, sua molto cara e divota (l). Finalmente, un ossequio gratissimo al S. Patriarca sarebbe il fare in suo onore una qualche limosina ai
poverelli e in particolare chi di voi possibiltà si trovasse, potrebbe in
ciascun’anno nel Giorno di dimani fare un pranzo a tre Poveri, voglio
dire, ad una povera Donna con un fanciullo e ad un povero Vecchio, ad
onor di Maria, di Gesù e di Giuseppe. In Roma ed in tante altre parti
viene ciò praticato da vari Divoti; e con tanto vantaggio che potrebbe
ridircelo quel sì pio Mercatante; il qual con una Morte dolcissima e con
una eternità di beatissima Gloria dal nostro gran Santo di tale atto di
pietà la ricompensa ne ottenne (m). Insomma o l’uno, o l’altro di questi ossequi o tutti, praticar voi potreste. O allora sì impegnato sempre
vedreste, ve l’assicuro, il SS.mo Patriarca in vostro favore presso la sua
possente purissima Sposa in tutti i vostri bisogni! Allora, chi più di voi
fortunati, godreste le più tenere finezze del Patrocinio e Protezion di
Maria; la quale, non solo, a contemplazion del suo Sposo, vi feliciterebbe in questa vita; ma insiem col suo Sposo vi farebbe eternamente beati.
Amen.
(l) Barius in Alim. Pietat.
(m) S. Vinc. Ferr., Ser. De Nativ. Domine.
109
SERMONCINO DECIMO
Recitato Sabato 15 Aprile 1752
Il Sermoncino sviluppa l’argomento in sette punti ed una introduzione. Si propone
di dimostrare la cura della gran Vergine nel difendere i suoi devoti dai continui ed
insidiosi assalti del demonio.
I Padri della Chiesa riconoscono a Maria SS.ma tutto il potere concessole da Dio
contro il demonio. Esso è stato sperimentatato da tanti devoti e dunque possiamo confidare anche noi di sperimentarlo.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 71-74; poi
riprende a p. 91-94.
Argomento
La gran Regina del Cielo ha un mirabile potere nel difendere
i suoi Divoti da tutti gli assalti del Nemico Infernale
La spaventevole ed irreparabile caduta del superbo ed orgoglioso Lucifero e
dei suoi protervi seguaci (a), fu senza fallo, Uditori, non meno a lui di un indicibile precipizio, che a noi ed al Mondo tutto di una ben grande e lacrimevole rovina. Perciocchè vedendosi egli con i suoi fautori discacciato dal Cielo,
mutato in orribil demonio e condannato ad eterni supplizi, pigliarsela non
potendo direttamente contra il suo tremendo ed onnipotente Giudice supremo, pensò di sfogar la sua rabbia contra di noi miseri mortali e verso noi volger tutti i suoi più furibondi ed inesplicabili sdegni. Che perciò, prevedendo
ben tutto questo l’evangelista Giovanni, compassionando tali nostre sventure, guai alla misera Terra, al Mare, all’Universo tutto, ad esclamare si pose,
perchè su di voi discende, precipitato dall’empireo, Lucifero spumante di rabbia, Vae Terrae, et Mari, quia descendit Diabolus ad vos, habens iram magnam (b)12.
Di fatto, quali mai effetti del suo furor noi non isperimentiamo tutt’ora?
Tentazioni di mille sorti, insidie ed inganni di mille specie, dispetti e danneggiamenti di mille guise son le occupazioni sue continue, sempre intente
(a) Apoc. 12, 9.
(b) Apoc. 12, 12.
12 Guai alla terra e al mare perché discende a voi il diavolo con una grande ira.
110
alle nostre rovine. Ora ci combatte apertamente ed or alla nascosta: or con
pessime suggestioni ed or sotto apparenza di bene: senza che mai si riposi e
giorno e notte; o che condoni a fatiche, o si sgomenti per perdite. Non la perdona nè alle Anime nostre, nè ai nostri Corpi, nè ad Averi, nè a case: non la
risparmia nè ai Giovani, nè ai Vecchi, nè ai Peccatori, nè ai Giusti: anzi contro di questi alza le batterie più potenti, muove battaglie le più vigorose:
insomma come ben disse il poc’anzi Santo memorato Giovanni, seducit
Universum orbem (c)13; e sempre infierito, come un affamato rabbioso Leone, va
girando ogni strada, ogni luogo, per minimo che sia, per fare luttuosissima
strage di ogni Anima, di ogni Persona, di ogni Mortale: conforme il Principe
degli Apostoli San Pietro ce ne diede l’avviso, tamquam Leo rugens circuit, quaerens quem devoret (d)14. Miseri dunque, infelicissimi noi, Ascoltanti miei cari,
destinati a vegliar continuamente sulle trame di un Traditor così scaltro e
maligno; a combatter di frequente con un Nemico sì infierito e possente!
Come faremo mai per non imbatter nei suoi Lacci, per non dar nelle sue reti,
per rigettar i suoi colpi, per resister alle sue battaglie? Egli è vero, che la
Scrittura ci ammonisce a star sempre perciò vigilanti (e) e a non fidarci delle
sue lusinghe, a non badare alle sue minacce, a non atterrirci dei suoi assalti ed
a fortificarci con la bontà dei costumi e con le orazioni contro dei suoi combattimenti (f). Ma con tutto questo, o quanto pur siamo costretti a star del
continuo con palpitazioni di cuore! Lodi però siano all’Altissimo Iddio, che
provveder ci ha voluti di uno Scudo così forte, di un Riparo così inespugnabile, voglio dir della sua SS.ma Madre e Nostra Immacolata Signora, Maria
SS.ma. Udite di grazia, se che mirabil potere Ella abbia in difendere i suoi Divoti
da tutti gli assalti del Nemico Infernale. Incomincio.
1.
Che la nostra eccelsa Signora di un dominio e Poter così alto, singolare,
maraviglioso, arricchita fosse da Dio; talchè sin dal primo felicissimo
Istante dell’Immacolata di lei Concezione ottenesse la Monarchia
(c) Apoc. 12, 9.
13 Seduce tutto il mondo.
(d) 1 Pet. 5, 8.
14 Come un leone ruggente circuisce cercando chi divorare.
(e) S. Bern. Sen., Tomo 4, co. 61, ar. 1, cap. 7.
(f) Greg. de Valent., Tomo 4, p. 3, d. 3, q. 1, pun. 2.
111
dell’Universo ed una plenipotenza meritasse all’intutto mirabile sovra del
Cielo, su della Terra e dell’Inferno; egli è, Uditori, una verità così certa,
che non solo dai Santi ci si addita ed in specie da San Bernardino da Siena
(g), ove dice In primo instanti suae Conceptionis Monarchiam promeruit Maria
totius, et obtinuit Universi15; ma eziandio dalla stessa ragione ci si dimostra.
Perciocchè, siccome l’altissimo Dio, avendo sin da secoli sempiterni prescelta la Gran Vergine per sua Madre e per Arbitra e Padrona di tutto, la
considerò ancora ed la onorò per tale in ogni istante nella pienezza dei
tempi; così fu duopo secondo le adorabili e giustissime Leggi della
Provvidenza Divina, che al sublime, singolare e degnissimo posto e pregio di sì gran Signora tutte le altre nobili sue Prerogative corrispondessero e specialmente il Potere, di cui sì riccamente fu adorna. Quindi supera di gran lunga la sua Potenza quanta mai ne posseggon gli Spiriti tutti
dell’Abisso, gli uomini e potentati tutti della Terra, gli Angeli e Santi
tutti del Cielo. E qualora al suo Potere o l’imperfezione ed indecenza,
oppur la contraddizione non si opponga, non ha esso limite. Che lo termini, non misura che lo circoscriva, non intelligenza creata che lo comprenda: perchè è un Poter di Madre dell’Onnipotente; come riflette San
Bernardo, non deest Mariae potestas, quia Mater est Onnipotentis16; a cui solo,
allo scriver del Suarez, è riserbato il comprenderlo: giacchè Dio solo supera il poter della sua Madre; e come una partecipazione dell’Onnipotenza
sua divina lo riconosce: potentia Virginis, così Gregorio di Valenza, potentia
Dei (h)17. Onde io non sono punto a farmi maraviglia, Uditori, se il
Dottor Serafico a chiamar Nostra Signora si pose col titolo di
Onnipotente, Domina nostra onnipotens post Dominum (i)18: e se la Chiesa
santa, come ammaestrata all’intutto e guidata sempre dallo Spirito Santo,
per antonomasia con ragione la chiama Vergine potente, Virgo potens.
(g) S. Bern. Sen., Tomo 4, co. 61, ar. 1, cap. 7.
15 Nel primo istante della sua Concezione Maria meritò e ottenne la monarchia di tutto
l’universo.
16 Non manca la potestà di Maria perché è Madre dell’Onnipotente.
(h) Greg. de Valent., Tomo 4, p. 3, d. 3, q. 1, pun. 2.
17 Potenza di Maria, potenza di Dio.
(i) San Bonav. in Psalm.
18 La nostra Signora onnipotente dopo il Signore.
112
2.
E quanto sia essa potente, ben lo sa il Principe delle Tenebre a suo marcio
dispetto, ben lo sa tutto l’Inferno. Rammentasi ben egli Lucifero e spumante di sdegno freme tutt’ora ed arrabbia delle sue totali sconfitte che la
nostra possente Signora gli diede sin dal primo Immacolato momento di
sua Concezione: avendo egli allora sperimentato il formidabile peso di
quella divina minaccia, Ipsa conteret caput tuum (k)19. Se ne rammenta sì, sì,
lo ripeto; e tutto giorno i deplorabili effetti ne prova. Perciocché se la vede
il demonio a scorno e danno suo, sempre armata per combatterlo e trionfare di lui, a guisa di un terribil vittorioso esercito di una ben’ordinata
Soldatesca e valorosa, Terribilis, ut Castrorum acies ordinata (l)20; ed è pur forzato il Superbo a confessare che la potente Regina del Cielo manda in aria
tutte le mine e gli stratagemmi di lui; essa rovina tutte le sue macchine ed
artifizi; essa taglia tutte le sue trame ed orditure maligne; essa atterra tutte
le sue tentazioni e gli sforzi; gli toglie le più care e veterane conquiste; gli
annulla ogni qualunque padronanza e dominio e a viva forza lo caccia;
come egregiamente disse il sapientissimo Idiota (cioè il Beato Raimondo
Gìordano che sul principio del secolo X visse), Maria jugum diaboli extrudit
(m)21. Insomma, che essa è la rovina, il terror di tutto l’Inferno, come scrisse San Bonaventura, Virgo Beata terror demonum22; e che al solo Nome sacrosanto di Maria va sottosopra in tremor tutto l’Abisso, urlano di spavento
i demoni e si caccian precipitosi entro le più profonde sotterranee caverne
della loro penosissima Carcere.
3.
Sì, sì, tutto ciò, a gloria maggiore del mirabile ed altissimo Poter della
Vergine, è purtroppo forzato il demonio a confessarlo. Che se voi ne bramaste, Uditori, di qualche fatto il contesto, vel dia qui sulle prime quel vago
gentil Giovanetto del Messico, che avendo valorosamente rigettati gli assalti di una donna impudica e venendo poi fieramente tormentato dal
(k) Gen. 3.
19 Ella schiaccerà il tuo capo.
(l) Cant. 3, 6.
20 Terribile come esercito schierato.
(m) Idiot. ap. lib.3, Bibl. SS. PP.
21 Maria allontana il giogo del diavolo.
22 La beata Vergine, terrore dei demoni.
113
Traditore Infernale con le laide e vive rappresentanze della sua Assalitrice;
appena fatto ricorso al gran poter della Vergine, che tosto cedette confuso il
demonio; ed al divoto Giovine una specie così orrida fu infusa di quella rea
donna, che a guisa di una furia d’Inferno ad occhi aperti la ravvisò e continuamente la abborrì (n). Un altro contesto vel porga quella famosa e tanto
rinomata Penitente Aleide della città di Bona in Alemagna. Questa, come
voi ben saprete, fattasi Religiosa, era divenuta il bersaglio, direm così, di
Lucifero: tanto la travagliava giorno e notte e con fiere tentazioni e con visioni spaventose e con orribili minacce. Molti sacri rimedi le furono consigliati, ma le eran di giovamento per allora soltanto e poi si trovava sempre ai
soliti cimenti. Una Religiosa vi fu che consigliolla un giorno, che qualora
tornato fosse il Maligno a molestarla, dicesse essa tosto ad alta voce Ave
Maria. Tanto eseguì Aleide: e tanto vi volle, affinchè il demonio tutto tremante si ritirasse, dando mille maledizioni a chi così consigliata l’aveva (o).
4.
5.
Chi fu mai, Uditori, che dalle zanne del Principe delle tenebre preservò quell’altra divotissima donna, memorata dal De Voragine (p), cui
essendo sortita la disgrazia di imbattersi in un Marito sì empio; aveva
questi patteggiato col demonio di portargliela in un certo sito e consegnargliela in dono? La nostra eccelsa Signora fu quella che col suo
Potere ed in Persona a dar pronto soccorso alla sua divota si mosse: perciocché pigliando la forma ed il sembiante di colei, si fece portar innanzi a Lucifero nel destinato sito; e colà giunta, fulminando quel Mostro
di Abisso subbissare lo fece; e riprendendo severamente quel Maluomo
a penitenza lo ridusse. Tanto egli è grande il potere della Vergine in
difendere i suoi divoti da tutti gli assalti del Nemico Infernale.
Ne bramate altri contesti? Su, su, parli il Beato Angelino Carmelitano e
vi ridica, se con qual mezzo egli si difendesse da Satana, allorché in sembianza di fier Leone gli apparve, in atto di volerlo sbranare? Ed udirete, che col solo stender la Corona di Nostra Signora che egli fece verso
(n) Auriem., Tomo 1, Af. cap. 16, prop. fin.
(o) Cesarius in Spec. exempl.2.
(p) Non è indicato nulla.
114
l’orrida bestia, tra mille ruggiti in precipitosa fuga lo pose (q). Parli il
divoto Vincenzo Andria Francescano e vi conti se con qual’arte egli si
difese dal demonio, qualor, permettendolo Dio, lo tirò fuori del letto,
lo trascinò pel dormitorio e lo caricò di percosse? E sentirete ridirvi
esser’egli scampato con l’invocazion di Maria; la quale, accorrendo, fece
provare gli effetti del suo gran Potere e al suo divoto col liberarlo e al
suo Nemico col farlo partir tosto vinto, svergognato e confuso (r). Parli
ancora il celebre ... Ma che accade cercar altri contesti; se la stessa esperienza, che abbiamo anche noi forse più e più volte goduta del potente
Patrocinio di Nostra Immacolata Signora, ci fa anche toccar con mani
di qual peso sia la sua possanza contro il nostro comune Nemico.
6.
Rimane solo adunque, Uditori, che noi, giacché ai continui assalti di
Nemico sì implacabile, sì astuto, sì fiero siamo esposti tutt’ora, gettiamo con tutto il cuore nella potentissima Vergine tutte le nostre speranze, facciamo Lei condottiera e regolatrice delle nostre battaglie; a Lei
ricorriamo sovente con viva fiducia: e a guisa di suoi buoni e fedelissimi soldati, cresciamo sempre più nel suo tenero amore, nel suo puntuale servizio; e così ci manteniamo costantemente sino alla morte.
7.
O allora sì, o mia potente Immacolata Signora, si scateni pur contra noi
tutto l’Inferno, ci combatta pure, ci assalti a suo talento: qualor voi combatterete per noi, qualor il vostro eccelso potere teniate a favor nostro
impiegato, qualor come vostri fedeli servi e cari figli ci sosteniate; tante al
certo saranno a gloria vostra le vittorie, quante saran le battaglie. Ah per
pietà, adunque, per la vostra Immacolata Concezione, non ci abbandonate
mai, mia Gran Signora; tenete sempre impiegato il vostro Braccio potente in nostro aiuto e difesa; e fate, che a confusione eterna del vostro e comune nostro Nemico, possiamo anche noi esclamar tutti giulivi, come fecero
tanti vostri divoti, che ora han la bella sorte di godervi in Cielo, Si Maria
pro nobis, quis contra nos? Ipsa nos adiuvante, salvi erimus23. Amen.
(q) Sandeus. Hist. lib. 8.
(r) Auriem. Tomo 2, Affect. cap. 8.
23 Se Maria è a nostro favore chi contra di noi? Se Ella ci aiuta, noi saremo salvi.
115
SERMONCINO UNDECIMO
Argomento
Recitato Sabato 22 Aprile 1752,
nella Chiesa Prepositurale di San Giacomo Apostolo
Il concorrere e portarsi nelle Chiese a venerar le sacre Immagini
di Maria è un bel mezzo per essere da Lei protetti
Don Marcucci recita questo Sermoncino nella vicina chiesa di San Giacomo24
“in occasione che ivi, secondo il solito giro, si trovava collocata ed esposta alla pubblica adorazione la miracolosa immagine di Maria SS.ma, detta la Madonna del
Clero”25. Ad ascoltarlo ci saranno state le religiose dell’Immacolata e i fedeli, soliti
alla devozione dei sabati mariani che si svolgeva nella vicina chiesa dell’Immacolata.
Nell’introduzione l’Autore prepara i fedeli all’esposizione dell’argomento. Trae
spunto dall’Apostolo San Giacomo a cui è dedicata la Chiesa; secondo la tradizione
storica, il santo predicò il Vangelo per cinque anni in Spagna. Un giorno, mentre si
trovava a Saragozza, le apparve la Vergine Santa e gli chiese di farle costruire una
Chiesa dove sarebbe accorsa tanta gente a venerarla ed Ella avrebbe preso sotto la sua
speciale protezione quella parte della Nazione.
Don Marcucci si propone di dimostrare che il concorrere e portarsi a venerare
nelle Chiese le sacre immagini di Maria è un bel mezzo per essere da Lei protetti.
Ricorda la lotta che durante alcuni secoli è stata fatta contro le immagini sacre,
ma, “nonostante tante menzogne e bestemmie, il venerare le sacre immagini è cosa
degna di lode, necessaria, santa e di indicibile giovamento a chiunque devotamente
la pratica”.
Conclude con una preghiera alla Vergine Santa per chiederle, con accenti di vero
innamorato, di concedere ai presenti i favori promessi alla Spagna per mezzo di
San Giacomo ed invita gli ascoltatori a ripetere con lui: “O mia Immacolata Signora,
prendi sotto la tua tutela e protezione questa città e tutti i suoi abitanti”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 113-120.
24
La costruzione della chiesa parrocchiale di san Giacomo apostolo risale al 1100. Nella sua
prima costruzione ebbe la facciata anteriore ad occidente della Piazza, di fronte all’ingresso del monastero delle Pie Operaie dell’Immacolata Concezione (Cf. CIANNAVEI GIUSEPPE
IGNAZIO, Compendio di Memorie Istoriche, 1797, ristampa con note e indici di Giannino
Gagliardi, Ascoli Piceno 1995, pp. 64-78).
25 Cf. ASC 23, 113.
116
Non vi sembri strano, Uditori miei Riveriti, se da un piccolo sacro Tempio alla
Nostra Immacolata Signora dedicato, ad un altro più sontuoso e magnifico, ove
di presente la sua sacrosanta miracolosa Immagine alla pubblica venerazione, in
ricco Altare collocata, ed esposta si adora, io, seguitando la solita divozione del
Sabato, faccio in questa sera passaggio. Quella stessa ragione, per cui voi mossi
vi siete ad intervenirvi, quella stessa, ripeto, a così risolver mi ha mosso. La tenera divozion della Vergine e la premura della sua maggior gloria, vi ha qui al certo
portati. Lo stesso dite di me; che (benché nella divozione effettiva son senza fallo
da voi superato, non così però crederei, almen nel buon cuore e nell’affetto) conoscendo da questo Luogo potersi ampliar maggiormente il Culto e le Glorie di
Nostra Signora stante il numero maggiore che avrei goduto di pii e divoti
Uditori, a sceglier questo sacro Tempio perciò risoluto mi sono. Sebbene, cosa
mai potrò dirvi stasera, che alla maggior Gloria della Vergine ridondi e al
merito vostro ed alla vostra pietà
adattato riesca? Su; lo stesso Apostolo
San Giacomo il maggiore ci suggerisca
intorno a ciò qualche ottimo insegnamento, giacché entro le Sacre Mura a
lui consacrate noi or ci troviamo. Ed
appunto egli, che fu tra gli Apostoli
così ossequioso verso la Gran Madre
del suo Divino Maestro, con un fatto
a lui accaduto, ce ne porge già pronto
un bel documento. Voi ben saprete,
Uditori, come il Santo Apostolo per
attestato, dirò così, comune degli
Storici e della stessa Chiesa nelle sue
lezioni, si portò a predicar nella
Spagna (ove si trattenne cinque anni).
Fermatosi nella Città di Saragozza in Facciata della Chiesa di San Giacomo apostoAragona, vicino al tanto celebre lo di Ascoli Piceno, sec. XIII.
117
fiume Ebro, gli apparve sopra una Colonna di Giaspido, che ivi era, Maria SS.ma;
e gli ordinò che ivi in onore di Lei fabbricasse una Chiesa (la quale fu la prima
nella Spagna, che sino ad oggi si conserva sotto il titolo di Nuestra Señora del
Pivar); e gli aggiunse la Vergine, che ivi sarebbe concorsa molta Gente a venerarla e che perciò ella sin da allora prendeva quella parte della Spagna sotto la sua
Protezione e Tutela; et ego usque modo hanc Hispaniae partem sub mea tutela suscipio
ac protetione (a)26. Questo è il fatto, avvenuto a San Giacomo Apostolo. Eccone
l’epifonema, il documento. Il concorrere e portarsi a venerare nelle Chiese le sacre
Immagini di Maria, è un bel mezzo per esser da Lei protetti. Bramate rimanerne più
certiorati? Favoritemi di attenzione. Sarò a soddisfarvi.
1.
Tuttochè con cento e mille diabolici raggiri e con esecrande bestemmie si
aiutassero quasi sul principio del Secolo ottavo a discreditare e togliere
affatto il culto dovuto alle Sacre Immagini, gli orientali eretici Iconomaci o
Iconoclasti, come vogliam chiamarli; allorché nel settecentoventitre diede
loro l’origine l’iniquissimo Giudeo Tiberiadiano, nominato Savantapeco; e
prestò loro tutto il braccio, con tanta strage delle Sacre Immagini e de’ pii
Cattolici, prima il Re dei Saraceni Gezido e poco dopo il Mostro dell’empietà Leone Isaurico Imperador dell’Oriente e l’infame Costantino Copronimo
suo successore e figlio; insieme col perverso Anastasio Vescovo di Frigia, ed
altri 338 Vescovi Greci, tutti empi iconoclasti (b): e per quanto mai si
armassero con inaudite crudeltà a danno delle Immagini Sacre nel nono
Secolo gli altri non meno iniqui Imperadori orientali Leone Armeno, Michele
Balbo e Teofilo; come pur nel Secolo decimoquarto l’Eresiarca Giovanni
Uriclefo Inglese; e nel Secolo decimo quinto il diabolico Lutero, Calvino,
Dalleo suo Discepolo, coloro iniqui Settatori (c): nulla di meno ad onta e
confusione di tutte le loro barbarie, menzogne e bestemmie, fu e sarà sempre mai vero in eterno, che il prestar gli ossequi, la venerazione e il culto
alle Sacre Immagini, è una cosa di mille lodi ben degna, necessaria, santa
e di indicibil giovamento a chiunque divotamente la pratica.
(a) Villegas in Festo S. Jacob., die 25 Julii; et alii.
26 Ed io sin d’ora prendo questa parte della Spagna sotto la mia tutela e protezione.
(b) Baron. in Ann., et Graveson, Tomo 3, Hist. Eccl. Nov. Test. Saec. 7, colloq. 3, fol. mihi
49-50 ss.
(c) Graveson, loc. cit.
118
2.
Questa gran verità ci additarono le Divine Scritture e nell’Esodo (d) con que’
due Cherubini d’oro, collocati per ordine del medesimo Dio sopra il
Propiziatorio; ed in altri luoghi (e). Ce la decretarono tanti Sommi Pontefici
ed in particolare Gregorio II e Gregorio III che con tutto zelo si opposero
all’Isaurico e al Copronimo. Ce la decisero tanti Sacrosanti Concili, il Romano
sotto il mentovato Gregorio III; il Niceno Secondo, ove nel settecentottantuno ebbero la totale sconfitta gli Iconomaci od Iconoclasti; e tralasciando altri
Concili a tale effetto convocati nel Secolo ottavo in Roma, ed in Francia, il
Costanziense, in cui fu condannato Uriclefo e il Tridentino (f). Ce la insegnarono tanti Santi Padri, tra i quali basti far menzione di San Germano
Patriarca di Costantinopoli; San Giovanni Damasceno e Santo Stefano il
Giovine, martire e Vescovo di Antiochia, che furono i tre forti antemurali
del culto e del giovamento delle Sacre Immagini contra i due primi
Imperatori iconoclasti (g). Ce la contestarono tanti stupendi Miracoli ed in
specie quello dell’essersi dalla Regina del Cielo restituita la Mano al suo
Difensor San Giovanni Damasceno nel giorno dopo che gli era stata recisa (h);
quello di aver con una Sacra Immagine di Maria restituita Santo Stefano il
Giovane la perfetta salute ad un soldato che perduta avea mezza vita, sugli
occhi dell’empio Imperador Copronimo (i); quello per finirla, di aver confessato forzatamente lo stesso perverso Imperadore, che pel male del fuoco,
con cui fu punito dal Cielo, esso per sentenza della Vergine era ancor vivo
condannato al fuoco eterno (k). Ce la contesta ancora per finirla la ragion
naturale, che accordando l’onor dei ritratti ad Uomini illustri, ci dimostra
che qualor quei venissero spregiati, tutto il dileggio a questi ridonderebbe:
così appunto, col porsi il poc’anzi detto Santo Stefano una Moneta
dell’Imperador Copronimo sotto i piedi, con la stessa naturalezza lo convinse, benché non con altro frutto che col riportarne il glorioso martirio (l).
(d) Exod. 25.
(e) 3 Reg. 6.
(f) Trid. sess. 25; Graveson, loc. cit.
(g) Graveson, loc. cit.
(h) Graveson, loc. cit.
(i) Baron in Annal.
(k) Baron in Annal.
(l) Baron in Annal.
119
3.
4.
Quindi da tanti monumenti e dall’antico, universale, lodevolissimo
uso (m) di nostra Santa Madre Chiesa Cattolica di prestare il culto alle
Sacre figure ed Immagini, noi veniam ad essere più che certi, Uditori
riveriti, su di quanto a noi sia necessario e vantaggioso riesca il venerarle e quelle particolarmente della Nostra eccelsa Signora, Maria
SS.ma. Si aggiunga, che siccome la venerazione e l’onore che noi
diamo alle sacre figure, nol prestiamo già a quel pezzo di tela, o carta,
o legno, o pietra, né ivi il nostro culto si ferma (n), quasi che ivi qualche intrinseca virtù o divinità risiedesse (come scioccamente a creder
si davano i ciechi Gentili ed empiamente gli eretici a rimpoverarci si
aiutano); ma il nostro culto e venerazione al prototipo passa, voglio
dir lodiamo a quel Mistero, o Santo in quella Figura ed Immagine
rappresentato; conforme egregiamente dice il Pontefice San Gregorio
(o), Imagines non adorantur, sed quod per imagines repraesentatur27: venerando perciò noi le Sacre Immagini di Maria, veniamo a prestare a Lei
medesima gli omaggi, le servitù e divozione nostra. Onde allora rinnoviamo la nostra fede intorno a Lei, credendola nostra Regina e fatta
da Dio di mille onori ben degna, aumentiamo la nostra Speranza,
rammentandoci essere essa nostro Rifugio; esercitiamo il nostro
Amore, considerandola degna di tutta la nostra stima ed affetto. Che
però non può essere a meno, che ella, vedendo ben dal Cielo e ricevendo nelle sue Immagini, come in Persona, tali nostri ossequi; non può
essere a meno, ripeto, che il suo Cuore tutto grazioso e benigno non
si muova a ricompensarci con la sua Protezione amorosa e col prenderci sotto la sua potente Tutela.
Or benché ciascuno riprometter si possa di tanto, nel venerare in qualunque Luogo le Sacre Figure ed Immagini di nostra Signora; un più
valido mezzo però è quello di concorrere e portarsi nelle Chiese a venerarle. La ragione si è, che essendo le Chiese Luoghi destinati al Sacro
(m) Graveson, Tomo 1, Hist. Eccl. Nov. Test. Saec. 4, coll. 3, pag. 125-126.
(n) Trid., sess. 25. De Invoc. SS.ma.
(o) San Greg. in Registr.
27 Non si adorano le immagini ma ciò che tramite le immagini è rappresentato.
120
Culto e Santuari di favori e di grazie; come le Divine Scritture ci insegnano (p); quivi però più gradisce la Vergine gli omaggi e da più larga
mano i favori dispensa: tanto più che nelle Chiese più rimane esaltata la
sua Gloria, più vi risplende l’onor suo, più vien mossa la sua
Misericordia dal divoto concorso di tanti, dalle ferventi preghiere di
molti. Quindi da cento e mille fatti dell’ecclesiastiche storie noi risappiamo, che qualora la Regina del Cielo si sia voluta glorificar maggiormente in qualche sua immagine, questa tosto o è stata collocata alla
pubblica venerazione nelle Chiese, o la Vergine stessa ha ordinato che
nuovo sacro Tempio vi si erigesse in suo onore. Segni tutti manifesti,
che il più bel mezzo per goder le sue Grazie, la sua Protezione, alle
Chiese convien portarsi e concorrere a venerar le sue Immagini.
5.
Servano alcuni succinti esempi per contesto e per chiusa. Il Sommo
Pontefice San Gregorio VII, essendo ancor Cardinale, si portava spesso a
visitar nella sontuosa Basilica di San Pietro una divota Immagine della
Gran Madre di Dio. Avvenne che da suoi Malevoli fu calunniato gravemente presso del Papa. Buon per lui, che mentre ardeva la calunnia alla
solita Visita si ritrovava: perciocché, in ricompensa, la Vergine medesima da quella Sacra Immagine gliene diede prima l’indizio col pianto; e
poi con la giovialità del sembiante lo assicurò della difesa che avea presa
di lui e dell’Innocenza scoperta (q). Qual fu mai il mezzo, con cui il
piissimo Cardinal Antonio di Santa Croce ottenne nel 1531 sopra di sé e
della città di Bologna, in cui era Legato, oppressa da fiera pestilenza, la
protezion della Vergine e con essa dal contagio lo scampo? Se non col
portarsi scalzo insieme col Popolo a visitare e prestar gli omaggi e le
suppliche all’Immagine di Nostra Signora del Rosario (r). Non accade
però il riportar qui altri fatti, mentre noi medesimi e la nostra città
tutta, ne facciam aperta testimonianza, che qualor sperimentar vogliamo della Vergine i singolari favori, basta che nelle Chiese, ove la sua
Sacra Immagine giace esposta, a riverirla e supplicarla corriamo.
(p) Psal. 20; Isaia 11, 10; Psal. 1, 8.
(q) Auriem. part. I, cap. II.
(r) Auriem. loc. cit.
121
Aggiungo solo cosa di gran maraviglia, che la Regina del Cielo in attestato maggiore del mio Assunto, ha fatti godere i frutti della sua
Beneficenza agli stessi Nemici suoi, qualor ravveduti a venerarla ne’
Sacri Tempi se ne corsero. Così un eretico Calvinista, trovandosi un dì
nella Chiesa di Nostra Signora in Dola e burlandosi dei nostri Riti;
punito con fiera paralisi, ed in sè rientrato: si gettò innanzi ad una divota Immagine di Maria, qui vi chiese soccorso, pianse le sue colpe, ne
ottenne la salute del corpo e nel tempo stesso dell’Anima con l’abiura
del Calvinismo (s) e col farsi Cattolico.
6.
7.
Giudicate ora voi, Uditori miei cari, quante e quali finezze voi potete
aspettarvi dalla clementissima Vergine, voi, dissi, che sì premurosi vi
mostrate in venirla a riverire in questa Chiesa e nelle altre, nella sua
Immagine sì miracolosa e divota. Seguitate pur di buon animo e con
perseveranza sì lodevole uso. Sperate ogni soccorso, chiedete ogni
Grazia e particolarmente per il sodo bene dell’Anima; e vedrete poi in
pratica quanto sia vero, quel che io vi dicea, cioè che il concorrere e portarsi a venerare nelle Chiese le Sacre Immagini di Maria, è un bel mezzo per
esser da Lei protetti.
Tanto speriamo da voi, Vergine Sacrosanta: e siccome per gli ossequi,
che dovevano a voi prestarsi nella Spagna, prometteste a quella fortunata Monarchia, per mezzo dell’Apostolo San Giacomo, la vostra singolare Protezione e Tutela, con quelle dolci parole, da me sul principio rammentate, Hanc Hispaniae partem sub mea Tutela suscipio et protectione: così
per gli ossequi, che a voi abbiam noi prestato e a costo ancora della Vita
e in pubblico ed in privato a tributarvi per sempre siam pronti, degnatevi per intercessione dello stesso Apostolo di pigliar anche noi e questa nostra Città tutta sotto l’alta vostra Tutela e Patrocinio. Ripetete
anche per noi, o mia Immacolata Signora, Hanc Civitatem, et omnes
Habitantes in ea sub mea Tutela suscipio, et Protectione28. Amen.
(s) Auriem. loc. cit.
28 Prendo sotta la mia tutela e protezione questa città e tutti i suoi abitanti.
122
SERMONCINO DUODECIMO
Recitato Sabato 29 Aprile 1752
Il Sermoncino si sviluppa in nove punti. Don Marcucci constata che molti confidano nella misericordia di Dio ma continuano ad offenderlo, così si attirano i suoi
castighi. Il rimedio è il pentimento dei peccati e il fare penitenza, ma occorre anche
l’intercessione di Maria SS.ma, così come per mitigare lo sdegno di qualche personaggio occorre un intercessore appropriato che possieda almeno tre qualità: cioè le belle
maniere, la grazia e il merito.
Spiega in che modo e perché Maria SS.ma possiede queste tre qualità e conclude con
una preghiera fiduciosa verso nostra Immacolata Signora per ottenere da Dio per sé e
per gli ascoltatori il totale perdono delle sue colpe, la vera conversione, la santità della
vita e la felicità della morte.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 75-82
Argomento
L’intercessione di Maria SS.ma è molto efficace
per placar l’Ira Divina
Non so, Uditori, se dar si possa perniziosa stupidezza maggiore di quella, di
cui si trovan ripieni certi miserabili ciechi Peccatori, che vivono tutti riposati
e sicuri della loro eterna salvezza, quasi che avessero essi quel ricco capitale
della Grazia Divina e delle buone operazioni, di cui provvedute ben sono le
Anime giuste e timorate. Quello che io so è che il sapientissimo tra tutti i
Mortali, voglio dir Salomone, a chiamar giunse una tale sicurezza dei Peccatori
per una delle più solenni e perniziose follie e stoltezze che fossero sopra la
Terra: Sunt Impii, qui ita securi sunt, quasi Justorum facta habeant, uditelo come si
esprime, sed et hoc vanissimum judico (a)29. Dicono essi e tutto il giorno per la
bocca lo hanno, che la Misericordia di Dio è grande, senza misura, senza fine;
ed in conseguenza, eziandio che seguitino ad offenderla, ad oltraggiarla, avrà
compassione di loro, rimetterà loro tutta la moltitudine delle colpe. Questa è
la solenne pazzia appunto, di cui li rimprovera Salomone: et ne dicas, facendo a
(a) Eccl. 8, 14.
29 Ci sono degli empi che sono talmente sicuri come se compissero le opere dei giusti, ma
anche questo io reputo molto stolto.
123
ciascun di loro sentire, et ne dicas, Miseratio Domini magna est: multitudinis peccatorum meorum miserebitur (b)30. Eccone la ragione. Quello stesso Dio che è sommamente Misericordioso è ancora sommamente Giusto: infinita è la sua
Misericordia, ed infinita pur è la sua tremenda Giustizia: e sì l’una, come l’altra di un subito, in un istante, può venire all’esecuzion dei suoi atti: ma verso
dei Peccatori attuali però tien sempre pronti i suoi fulmini la Divina Giustizia;
e tutti i suoi più terribili furori e tremendi castighi pendono ogni momento
sopra degli empi. Misericordia enim, et Ira cito proximant a Domino, a dir segue il
Savio, o per meglio esprimermi, lo stesso Dio per bocca del Savio; et in
Peccatores respicit Ira illius (c)31. Quindi, se noi siam Peccatori, cari miei
Ascoltanti, chi vi ha ora tra voi che non vegga di qual’alto e santo timore imbever ci dobbiamo della Giustizia Divina, irritata sì lungamente e gravemente
da noi e contra noi sì giustamente adirata? Ah, di grazia, detestando perciò
ogni vana e presuntuosa sicurezza, diamoci giù piuttosto con tutta l’attenzione e premura a placar l’Ira divina, a rattener la Divina Giustizia, affin non ci
fulmini, non ci disperda, non ci danni, come meriteremmo purtroppo. Il sincero pentimento delle nostre reitadi commesse, la vera mutazione di costumi,
la vita penitente, è l’unico mezzo per placare lo Sdegno Divino, voi lo sapete.
La Chiesa ce ne dà infallibile l’attestato, ove dice a Dio, Deus, qui culpa offenderis, paenitentia placaris (d)32. Sebbene, credete voi, che con tutto questo noi soli
come da noi, potremo placar perfettamente l’Ira di Dio? No, dice Davide,
Homo non dabit Deo placationem suam (e)33. Dobbiam noi pentirci sì della nostra
mala vita, pianger le nostre colpe e farne penitenza qua in Terra; ma teniam
anche bisogno nel tempo stesso di chi efficacemente per noi perori ed interceda nel Cielo. Chi mai però può con efficacia farci un tal’ufizio? Eccola,
(b) Ecclesiastic. 5, 6.
30 E non dire la misericordia del Signore è grande: avrà compassione della moltitudine dei
miei peccati.
(c) Ecclesiastic. 5, 7.
31 La misericordia infatti e l’ira si susseguono subito da parte del Signore e la sua ira si riversa sui peccatori.
(d) In Orat. post Psal. Paenitential.
32 O Dio che vieni offeso dalla colpa, sei placato dal pentimento.
(e) Psal. 48, 8.
33 L’uomo non placherà Dio.
124
l’Immacolata nostra Signora, Maria SS.ma. Su dunque, uniamo col nostro pentimento una tenerissima divozione verso di Lei; gettiamoci all’intutto nelle sue
misericordiose Braccia; lasciamo fare a Lei; perciocché la sua Intercessione è molto
efficace a placar l’Ira Divina. Mi impegno a mostrarvelo, se favorirete di ascoltarmi. Incominciamo.
1.
Il placare un Personaggio, un Giudice sdegnato, non altro importa che
mitigare il suo sdegno, il raddolcirlo, il chetarlo e farlo divenir tutto
pacifico ed amorevole. Or tuttoché per ottener tanto la stessa ragion
naturale ci insegna esservi duopo una qualche mezzanità ed
Intercessione; l’esperienza medesima però ci dimostra non esser valevole a tanto ogni qualunque Intercessore; ma solamente quei, che almeno
tre qualità possegga, cioè la bella maniera, la grazia presso il Giudice ed
il merito.
2.
Ciò accordato, o quanto chiaro appare l’efficacia impareggiabile
dell’Intercessione di Maria per placar l’Ira del Giudice Supremo contra
noi giustamente sdegnato. Perciocché chi più di Lei gode in Cielo delle
belle maniere, della grazia, del merito? E per alquanto posarci sulla
prima sua dote, le sole voci della Gran Vergine sono così dolci e grate
alle Orecchie Divine, che appena udite da Dio, non può farsi a meno che
tutto raddolcito e pacificato non resti. Quindi nel libro dei Sacri Cantici
espressa ci viene la delizia del Cuore Divino in sentir i soavi accenti
della Celeste Regina, talché egli stesso a favellar la invita, a perorare la
sprona: Sonet vox tua in auribus meis: vox enim tua dulcis (f)34.
3.
Che diremo poi della Grazia che gode Nostra Signora presso il Divin
Giudice? Non vi è in tutto il Mondo Anima quanto siasi Santa, né in
tutto l’Empireo vi è Spirito, o Beato, che amato sia da Dio quanto la
Vergine: anzi se voi, Uditori, da un canto considerate tutte le Anime
buone della Terra e gli Angeli tutti e Santi del Cielo; e dall’altro canto
poniate l’occhio alla Vergine sola; troverete esser questa sola assai più
(f) Cant. 2, 14.
34 Risuoni la tua voce nelle mie orecchie, infatti, la tua voce è dolce.
125
cara all’Altissimo, che tutto il rimanente dei Santi insieme uniti e compresi: come con tutto il fondamento disse il Suarez: Deus plus solam
Virginem amat, quam reliquos sanctos omnes35. Vi basti sapere che è tanto
diletta a Dio, che in Lei trovò sempre tutto il suo contento, tutte le sue
delizie sin da secoli sempiterni; e l’averla sempre innanzi agli occhi suoi
Divini fece che Egli con tanto di piacere desse mano alla creazione e
perfezione del Mondo; vedendola sempre presente, delineata
nell’Aurora, nella Luna, ne’ fiori e in tante altre Figure; e considerandola tutta amabile, tutta dilettevole, tutta graziosa: onde di Lei disse il
Savio, Cum eo eram cuncta componens ... delectabar per singulos dies, ludens
coram eo omni tempore (g), ludens in orbe Terrarum36.
6.
Quindi io non so dar altro che cento e mille ragioni al Serafico San
Bonaventura e a San Bernardino da Siena, qualora dissero, il primo, che
la Vergine non poteva mai patir ripulsa da Dio, per esser per ogni verso
di rimaner esaudita ben degna, Maria tanti apud Deum est meriti, ut non
possit repulsam pati, cum sit digna in omnibus exaudiri (i)38: ed il secondo,
che le preghiere della gran Regina passano nel Divin Tribunale per
tanti imperiosi comandi, Accedit ad Divinum Tribunal non rogans, sed
imperans39. Onde Santa Brigida attesta aver’ella udito il Redentore
Divino, che favellando alla Madre, così le disse, egli è impossibile che
io non esaudisca ogni tua dimanda, Nulla erit petitio tua in me, quae non
exaudiatur (k)40.
4.
Chi potrà parlar poi del suo altissimo Merito che ha presso Dio? O questo sì, non vi è lingua Angelica, non che Umana, che possa ridirlo. Il
solo pensar, che Maria fu dal Monarca de’ Cieli considerata di tanta
virtù, che la fece sua Madre e se la soggettò come Suddito, Erat subditus illi (h)37, è il più grande Panegirico che su dell’incomprensibile
altezza del Merito suo possa farsi.
7.
5.
Alto, Uditori. Se dunque quegli solo è valevole ed efficace Intercessore
per placare un Giudice sdegnato, che abbia delle belle e grate maniere,
che goda la pregevole di lui grazia ed amore, che sia di gran merito;
sapendo già noi e per raziocinio e per fede, essere appunto Nostra
Signora quella, che tutte le suddette tre qualità e doti in grado altissimo gode presso il supremo Giudice Divino, come dunque non esser
efficacissima la sua Intercessione per placarlo e renderlo tutto dolce,
pietoso e benigno? Ah sì sì, basta che essa parli un tantino a favor nostro
ed ecco sedato lo sdegno, rattenuti i castighi e cambiata l’Ira Divina in
Pietà graziosa, in amorosa Misericordia.
Contestiamolo con alcuni fatti, se pur vi aggrada, Uditori. Ed il primo
sia quello tanto celebre, avvenuto nel 1624 nelle Indie Orientali ad una
Cristiana Indiana e riferito da Lorenzo Grisogono (l). Si trovava questa
misera donna con molte confessioni mal fatte, sì per mancamento di
dolore, che per difetto di accusa di alcuni gravi peccati. Irato giustamente Iddio, ecco pone mano ai castighi, la priva di sensi, di respiro, di
vita. Vien portata la donna al Divin Tribunale; la riguarda con occhi
tremendi il Divin Giudice; l’accusa il Demonio; rimane essa confusa,
atterrita, convinta. Già si sta per pronunziar contro di lei l’eterna,
amara irrevocabil sentenza. In questo mentre, si alza la Regina del Cielo
ivi presente: rappresenta al Divin Figlio una Limosina fatta per amor
suo da quella donna ad un Povero; lo supplica di placarsi, di farla tornar in vita per tre giorni, affin pianga le colpe, se ne confessi e si salvi.
Non appena ciò uditosi dal Supremo Giudice, si placa, si pacifica e
quanto gli vien chiesto benignamente accorda a riguardo della Madre,
a ravvedimento e salvazion della Rea: la quale tornata in vita narrò il
35
Dio ama di più la sola Vergine di tutti gli altri santi.
(g) Prov. 8, 30.
36 Con lui io componevo tutte le cose… ogni giorno mi dilettavo, scherzando dinanzi a lui
ogni momento scherzando sulla faccia della terra.
(h) Luc. 2, 51.
37 Era sottomesso a Lui.
126
(i) S. Bon., Tomo 3. Ser. 3, De Virg.
38 Maria è presso Dio di così grande merito che non può soffrire un rifiuto essendo Ella
degna di essere esaudita in tutto.
39 Si accosta al tribunale divino non pregando ma comandando.
(k) Lib. 1, Revel. cap. 50.
40 Non ci sarà alcuna tua petizione a me rivolta che non sia esaudita.
(l) Auriem. par. 2, cap. 17, fol. 230.
127
tutto, fece una buona confession generale; ed in capo a tre giorni, assistita dalla sua celeste Avvocata, lo Spirito rese a Dio con placidezza
indicibile. O Intercession di Maria quanto sei dunque efficace per placare lo sdegno Divino!
8.
9.
Ma uditene fatto più di rimarco, e stupendo, raccontato da Giovanni
Erolto (m). Vi fu un Sacerdote di SS.ma vita, che orando un giorno per
la conversion dei Peccatori e per la riforma di tutto il Mondo, che compiangeva in vederlo tanto rilasciato; vide in alto supremo Tribunale
assiso Gesù Signor nostro, da Giudice severo, in atto di voler fulminare
onninamente e subbissar tutto il Mondo. Osserva di fatto, che il
Giudice comanda ad un Angelo che suoni una spaventosa sonora
Tromba: ed al cui suono, sente il pio Sacerdote venire scossa con orribile tremuoto tutta la Terra. Appena finito, ode comandarsi di nuovo un
altro tocco di Tromba: ma la clementissima Regina del Cielo, conoscendo che a questo secondo suono doveva già tutto il Mondo rimaner subbissato, si alza dal suo Trono, si getta ai piedi del Figlio, lo prega per la
sua Passione, per l’Amor che le porta, a sospender il fiero castigo, a placare il giusto sdegno, ad aver pietà e misericordia. Tanto disse, tanto
perorò, supplicò tanto, che ottenne alla fin quanto volle: ed a suo solo
riguardo, a gloria della sua Intercessione efficacissima ebbe il Mondo
tutto lo scampo, il tempo, la vita.
Ed io, o mia Immacolata Signora, a vostro solo riguardo e a vostra gloria, pure spero il pieno e totale perdono di tutte le mie gravissime ed
innumerabili colpe; con le quali ho tanto irritata contro me la Divina
Giustizia; spero la vera conversione, la Santità della vita, la felicità della
morte: spero ogni Bene per me e per tutti. Intercedete voi per me, parlate a mio favore: io sarò salvo. Lo stesso dite di voi, miei cari Uditori.
Confidate molto nell’Intercession di Maria e vedrete poi per esperienza
quanto efficace pur sia per placar l’Ira Divina.
(m) Prat. fior. par. 1. lib. 3, cap. 8.
128
SERMONCINO DECIMO TERZO
Recitato Sabato 13 Maggio 1752
Don Marcucci spiega che nel sabato precedente, 6 maggio, non ha potuto offrire ai
fedeli la sua riflessione, per prestare assistenza “ad una religiosa ridotta all’estremo”;
si tratta di Suor Maria Agnese Desio (1732-1810) che guarirà per intercessione
della stessa Vergine Santa. Vengono, tuttavia cantate le litanie.
Il Sermoncino si sviluppa in sette punti. Nell’introduzione Don Marcucci prepara
gli ascoltatori all’argomento constatando che tutti gli uomini sperano, ma non tutti
lo fanno in modo esatto perché in molti la speranza è ingiusta, in molti temeraria, in
molti difettosa e mancante. Essa deve essere invece giusta, umile e soda confidando
nella misericordia di Dio e nell’intercessione di Maria SS.ma. La devozione verso di
Lei, infatti, rende buona la nostra speranza e soprattutto ce la ravviva ed accresce.
L’Autore dimostra l’argomento citando vari esempi di santi e di devoti che sperimentarono il soccorso di Maria per la salute del corpo e dell’anima, infine ripropone
la suggestiva visione delle due scale avuta da fra Leone, compagno di san Francesco.
Conclude con una preghiera dove ricorda alla SS.ma Vergine di essere stata dichiarata da Dio “scala della misericordia”, attraverso la quale egli vuole che noi ascendiamo al cielo, non potendo percorrere, a motivo delle nostre colpe, la scala della giustizia.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 83-94.
Argomento
La Divozione verso Maria SS.ma rende buona la nostra Speranza
e ce la ravviva ed accresce
Essendo la Speranza una Virtù dataci da Dio, per la quale con certa confidenza noi aspettiamo i Beni della nostra Salute e la Vita eterna; ogni cristiano crede di averla, come ne è già tenuto; ogni Uomo spera: eppure non
ogni Cristiano spera bene, non ogni Uomo a questa necessaria virtù teologica sodamente e giustamente si appoggia. Lo Spirito Santo in vari luoghi
delle Scritture Divine ce lo attesta, ove chiama or con termini di vacua la
speranza di molti, Vacua est spes illorum (a)41; ed or d’inutile, Spes impiorum
(a) Sap. 3, 11.
41 È vacua la loro speranza.
129
perivit (b)42. La ragione n’è chiarissima, perché in Molti la Speranza è ingiusta, in molti temeraria, in molti difettosa e mancante. È ingiusta in molti,
perché tengono per certa di fede la loro fiducia di salvarsi, onde credono
indubitatamente di esser predestinati alla Gloria: e questi sono gli eretici.
È temeraria in altri, perché presumono di salvarsi, nonostante la moltitudine e gravezza delle loro colpe, senza emendarsene e farne penitenza: e questi sono vari, anzi moltissimi Peccatori. Alla per fine è la speranza in altri
difettosa e mancante, perché disperano della Divina Misericordia e diffidano di ottener da Dio il perdono della lor vita malvagia: e tali Peccatori, tuttoché non siano molti, pure non ve ne son tanto pochi, come si crede.
Quindi affin la nostra Speranza sia per noi giovevole e buona, potete voi
ora dedurlo, Uditori miei riveriti e conchiudere, che essa deve essere giusta, umile e soda. Dissi giusta cioè che la fiducia e confidenza di salvarci non
è certa quanto a noi di fede, ma di sola fondata Speranza; voglio intendere, ch’è sempre congiunta col timore della nostra debolezza ed istabilità;
benché quando a Dio ella sia certissima. Inoltre, dissi umile, cioè non elevata a temeraria presunzione, ma accompagnata sempre col nostro pentimento delle colpe commesse e con la nostra buona vita. Sotto nome di
Speranza soda poi qui a divedere dar volli, che essa non deve mai vacillare,
nonostante che i peccati tutti del Mondo fossero stati raccolti in noi; ma
deve essere stabile e ferma, confidando pienamente e totalmente
nell’Onnipotenza e Misericordia infinita di Dio (che sono le due fortissime
basi della nostra Speranza) e nel prezioso Sangue di Gesù Cristo (che è il
Lavacro delle Anime nostre), che noi otterremo il pieno perdono, se lo
chiediamo davvero e di cuore; e ci salveremo, se ci daremo ad una Vita cristiana, timorata e divota. Or chi dunque, cari miei Uditori, ci porgerà dell’aiuto per acquistare e possedere questa buona Speranza, questa
Confidenza giusta, umile e soda? Appunto l’Immacolata Signora nostra
Maria SS.ma. A lei dunque ricorriamo, diamoci sempre più ad esser suoi
teneri e veri divoti: giacché la divozione verso di Lei rende buona la nostra
Speranza; e vieppiù ce la ravviva ed accresce. Non vi sia discaro il soffrirmi per
breve tempo; e lo vedrete.
(b) Prov. 10, 28.
42 Perì la speranza degli empi.
130
1.
Da tre monumenti principalmente, pare a me, possiamo noi ricavare,
Uditori, che Maria SS.ma renda buona la nostra Speranza e vieppiù ce la
ravvivi ed accresca. Primieramente dalla sua efficacia maravigliosa presso
Dio Signor nostro. Secondariamente dalla sua amorosa premura del nostro
Bene e della nostra eterna Salvezza. In terzo luogo dalla sua gran Ricchezza.
Quanto al primo, siccome i fondamenti e le basi della Speranza nostra sono
l’Onnipotenza e la Misericordia di Dio, ditemi, chi più della Vergine può
muover la prima ad oprar a pro nostro, ed eccitar la seconda ad usarci pietà?
Certo è, che Iddio, se dalle nostre colpe vien bene spesso rattenuto dal ricoprirci di Grazie; dall’efficace intercessione di Maria viene ancor benespesso tirato a compartirci mille favori di sua pietosa Misericordia. Onde, come
ben’udì un giorno Santa Brigida, che la gran Vergine chiedendo al suo
Divin Figlio Misericordia e soccorso per noi miseri Peccatori, disse pronto
Gesù, che a suo riguardo tanto a loro si concedeva; Per Te o Mater, omnes qui
petunt Misericordiam ... habebunt (c)43; onde si dassero pure all’emenda della
lor vita e ravvivassero pure la loro Speranza.
2.
Quanto al secondo, voglio dir, l’amorosa premura che conserva di noi la
Celeste Sovrana, chi può spiegarla, se al dir di San Gregorio VII, è una
premura superiore a quella di qualunque sollecita tenerissima Madre
del Mondo. Quindi non può esprimersi quanto ella si aiuti ad eccitare
in noi una buona Speranza, or con ravvivarci la fede delle felicitadi a noi
promesse; or con spronarci al pentimento di nostre colpe ed alla buona
vita, affin di preservarci da uno sperar presuntuoso; or con farci comprendere l’infinito Potere ed il buon cuore di Dio, affin di non farci mai
disperar del perdono: e così con altri mille mezzi ella si adopra, acciocché giusta, umile, soda e viva sia la nostra Speranza: dovendo noi, dopo
Dio da Lei riconoscerla, a Lei ascriverla con ogni ragione; come ben disse
San Bernardo, Si quid spei, si quid salutis, si quid gratiae in nobis est, a
Maria noverimus redundare (d)44.
(c) Revel. lib. 1, cap. 50.
43 Per Te o Madre tutti quelli che chiedono misericordia… l’avranno.
(d) San Bern. Serm. de Nat. Virg.
44 Se in noi c’è un po’ di speranza, un po’ di salvezza, un po’ di grazia, sappiamo che pro-
131
3.
Che dirò poi, Uditori, della sua incomprensibil Ricchezza, con la quale
ancor accresce molto tutte le nostre Speranze? Udite un nobil pensiero.
Quando la Vergine Nostra Signora fu fatta Madre ineffabile del Divin
Verbo e Sposa purissima dello Spirito Santo fu da questi dotata, non solo
col farla Regina del Mondo, ma di tutto il Paradiso ancora: ond’essa non
solo la Terra, ma il Cielo tutto riconosce in sua dote e in suo pieno dominio. Quindi, quei che o con la Innocenza, o con la Penitenza, divengono
suoi figli divoti, possono sicuramente sperare non tanto ogni Soccorso in
Terra, ma ancora di giungere al Paradiso, come dote della lor Madre e
Sovrana. Se vi piace un tal gentilissimo e ben fondato pensiero, datene
elogi a Sant’Epifanio che fu il primo ad averlo ed all’Angelico San
Tommaso e a San Bernardino da Siena che vi si sottoscrissero.
4.
Ed ora ben capirete, Ascoltanti miei, se con quanta proprietà e ragione
ci fa sentire la Celeste Signora per bocca del Savio, che in Lei trovar noi
possiamo ogni fondata e buona Speranza di acquistar le virtù su questa
Terra e l’eterna Vita nel Cielo, In me omnis spes vitae et virtutis (e)45: e che
essa è appunto della Santa Speranza, la Madre, ego Mater sanctae spei (f)46;
e come chiosa Riccardo di San Vittore, idest firmae spei: e se quanto
aggiustatamente la santa Chiesa per antonomasia Nostra Speranza la
chiami, Spes nostra salve. Quindi, che maraviglia se i Santi tutti una
dolce eco alle Scritture Divine ed alla Chiesa facendo, rivolti a sì eccelsa ed amorosa Signora, chi la chiamava nostra stabile e permanente
Speranza, Spes nostra solida es, come San Bonaventura; chi, di tutti i
Popoli afflitti il Sollievo e la Speme, Spes omnium Populorum adversis casibus afflictorum47, come Sant’Efrem; e chi per finirla, si protestava, come
San Giovanni Damasceno, che in Lei tutte le sue speranze avea con tutto
il cuore riposte, In te spem meam totam collocavi ex anima48.
(e) Eccles. 24, 25.
45 In me ogni speranza di vita e di virtù.
(f) Eccles. 24, 24.
46 Io sono la Madre della santa speranza cioè di ferma speranza.
47 Speranza di tutti i popoli colpiti colpiti da avversità.
48 Il te ho riposto tutta la mia speranza per la mia salvezza.
132
5.
Ma per darvi, Uditori, un più evidente contesto del mio Assunto, contentatevi che di alcuni fatti mi serva; e primieramente riguardo alla Speranza
circa la salute del corpo. Nella Spagna (g), nella Città di Caravacca vi fu
un Pittor molto celebre e molto divoto di Nostra Signora. Avea questi
dipinti vari quadri bellissimi di sacre Immagini in un Luogo, ove fu chiamato: e siccome, quando si trattava della dipintura delle Immagini di
Maria, solito era rilasciar per amor di Lei qualche somma del patto già
stabilito, rilasciò in quel Luogo cinquanta Scudi; sperando che la Regina
del Cielo lo avrebbe rimunerato con la sua Protezione in questo Mondo e
nell’altro. Tanto gli avvenne. Uditene il come. Parte il buon Pittore dal
Luogo per far ritorno a Caravacca sua Patria. Per strada, forse per invidia,
o per altro, eccolo assalito da certi Malviventi: gli sono sopra, lo pestano
e lo caricano di ventiquattro mortali ferite con tal barbarie, che su di un
osso restò rotta una punta, non so se di pugnale o di spada. Maria,
Speranza mia, soccorrimi, gridava trattanto il misero assalito divoto.
Accorre della Gente alle grida, lo compiange, lo solleva dal suolo ove
intriso nel suo proprio sangue giaceva; e così, mezzo morto, all’ospedale
lo conduce. Corrono a folla Medici e Chirurghi; lo mirano, tentano di
curarlo; ma trovando particolarmente quattro di quelle ferite troppo sfondate, lo giudicano incurabile, lo dichiarano spedito, gli intimano a
momenti la Morte; e con poca semplice fasciatura lo lasciano e si ritirano.
Si aiutava intanto il Pittore a riporre in Maria tutte le sue Speranze. Mia
celeste Signora, le andava col cuor dicendo, vana affatto è la Speranza che
si pone negli Uomini, non è vana però, ma ben sicura quella che in voi si
ripone. Io già a morte sentenziato pur sono, disperato è umanamente il
mio male. Voi non di meno potete ben tutto, se volete. Tanto ei disse; e
la Vergine, che mostrar gli volle che essa era la Madre della Speranza e che
sulla fiducia i disperati stessi riporre poteva, gli voltò un semplice suo
benigno sguardo ed in un subito da tutte le ferite lo sanò: come egli stesso la mattina seguente, alzandosi sano da Letto, raccontò a Chirurghi ed
a quanti accorsero a folla alla novità del Miracolo; che fu poi con autentiche testimonianze ai Posteri reso fuor di ogni dubbio.
(g) Auriem. par. 2, cap. 7, fol. 347.
133
6.
7.
Che se per la salute del Corpo si è mostrata Maria SS.ma il più sicuro conforto delle nostre Speranze, pensate quanto più ella sia tale in riguardo alla
salvezza dell’Anima, che è cosa di tanto maggiore rimarco e di maggiore
premura. Io non so, Uditori, se avete fatta mai seria riflessione su quella
stupenda Visione, che si legge, avuta dal gran Servo di Dio Fra Leone, uno
dei più cari compagni di San Francesco. Uditela e finisco. Vid egli un giorno una gran pianura, ove rappresentandosi il Giudizio Universale, vi era
adunata gran moltitudine di Gente ed si udiva un rimbombo roco e lugubre di Trombe. Osservò in tal mentre, che apertosi il Cielo, furono di lassù
calate due Scale, una di color vermiglio, rappresentante la Scala della
Giustizia, alla cima di cui stava poggiato Gesù Signore e Giudice nostro;
l’altra Scala era di color bianco, figurante la Scala della Misericordia, alla cima
della quale poggiava Maria SS.ma, Speranza nostra. Sul più bello di tal
visione, ecco che il Servo di Dio sentì una voce dal Cielo, che invitava la
Gente a salire per le Scale e vide che molti, anche di vita perfetta, incominciarono a salir quella di vermiglio colore, cioè quella della Giustizia; ma giunti chi al terzo, chi al quarto, chi al decimo gradino, cadevano precipitosamente all’indietro. Ciò avvenendo, fu udita un’altra voce dal Cielo, che
diceva, andate alla Scala di color bianco, cioè della Misericordia, salite e sarete soccorsi. Moltissimi tosto lo fecero; e Nostra Immacolata Signora, che
tutta pietosa alla cima se ne stava, li veniva animando con le sue voci, veniva loro porgendo soccorso, ed alla fine stendendo loro le sue SS.me Mani,
con somma facilità e gioia dentro il Cielo li conduceva (h).
Vergine Sacrosanta, già di questa celebre Visione ne intendo il Mistero.
Dunque lo stesso vostro Divin Figlio vi ha costituita Madre della nostra
giusta, umile, soda, viva e perfetta Speranza: egli stesso vi ha dichiarata per noi Scala della Misericordia; per cui vuol che ascendiamo al Cielo,
non potendo per quella della Giustizia, giacchè abbiamo purtroppo irritato quel Giudice tremendo che posa sulla cima di essa. A voi dunque
oggi più che mai ricorro; in voi ripongo tutta la mia fiducia pel pieno
perdono delle mie colpe e per la vera mutazione di vita: in voi colloco
tutta la mia Speranza per la mia eterna Salvezza. Amen.
(h) Auriem. par. 2, cap. 7.
134
SERMONCINO DECIMO QUARTO
Recitato nel Sabato di Pentecoste, 20 Maggio 1752
Il Sermoncino è sviluppato in sei punti. Per l’argomento don Marcucci si ispira
alla festa liturgica della Pentecoste che dal greco vuol dire cinquantesimo giorno.
Si augura che, come nella legge ebraica l’anno cinquantesimo era l’anno del giubileo
in cui gli schiavi ottenevano la libertà e tutti rientravano in possesso dei loro beni,
nella legge cristiana, la venuta dello Spirito Santo possa essere il giorno di remissione, di favori e di grazie in cui noi ritorniamo alla perduta libertà della grazia ed
amicizia di Dio e rientriamo in possesso dei preziosissimi doni dello Spirito Santo i
quali, come dice San Tommaso, sono quei mezzi efficaci e necessari che ci permettono
di conseguire la vita eterna.
Per essere degni di tanta grazia, l’Autore porta varie prove, riprese anche dall’insegnamento dei Padri della Chiesa, per dimostrare che è importante chiederla per
mezzo della sua purissima e dilettissima sposa, l’Immacolata Vergine Maria.
Conclude con una preghiera di affidamento fiducioso alla Celeste Sovrana perché mandi
su ognuno la consolante presenza dello Spirito Santo e ci aiuti a riceverlo degnamente.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 63-70.
Argomento
Maria SS.ma impetra ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo
La solennità gloriosissima di Pentecoste, di cui oggi la Vigilia ricorre, non può
farsi a meno, R(iveriti) U(ditori), che non si attivi in questa sera tutto l’anino
mio, affin di farvi sopra qualche ponderazione e discorso. Pentecoste è una voce
Greca, che in nostro linguaggio significa cinquantesimo: onde Festa di Pentecoste
non altro importa, secondo il suo significato, che festa del cinquantesimo Giorno.
E come gli Apostoli ricevettero lo Spirito Santo cinquanta giorni dopo la
Risurrezione del Divin Redentore; perciò quel cinquantesimo Giorno così per
loro e per il Mondo tutto glorioso ed avventurato, lo intitolarono Festa di
Pentecoste; come se avessero detto, festa del Giorno cinquantesimo in cui venne lo
Spirito Santo visibilmente sopra di loro. Or questo numero di cinquanta nella Sacra
Scrittura è un numero di Giubileo e di remissione; come può vedersi nel sacro
Libro del Levitico (25,10); talché può dirsi con verità, che la festa del nostro felicissimo cinquantesimo Giorno, che appelliam Pentecoste, sia il Giubileo dello Spirito
Santo. In quella guisa, che nella Legge vecchia ebraica l’anno cinquantesimo era
135
l’anno del Giubileo, in cui gli Schiavi ottenevano la libertà e tutti rientravano in
possesso de’ loro Beni, benché li avessero prima impegnati o venduti; così nella
nuova Legge Cristiana il cinquantesimo Giorno in cui venne lo Spirito Santo, sia il
Giorno del Giubileo, cioè di Remissione; di Favori e di Grazie; in cui noi miseri Peccatori, schiavi per l’addietro del Demonio, ritorniamo alla perduta libertà della Grazia ed Amicizia di Dio; e rientriamo in possesso dei Beni, purtroppo da noi prima alienati, cioè dei preziosissimi Doni dello Spirito Santo; i quali,
come dice l’Angelico San Tommaso (a), sono quei mezzi efficcaci e necessari, che
ci portano al conseguimento degli altri Beni che sempiterni saranno nell’altra
Vita. O felice pur dunque quell’Anima Cristiana, che in questa sacra festa di
Pentecoste, disposta si troverà ed apparecchiata a ricevere lo Spirito Santo! Che
prezioso Giorno di Giubileo e di Grazie sarà per Lei! Se essa era cieca, lo Spirito
Santo sarà il suo Illuminatore: se povera, lo Spirito Santo sarà la sua Ricchezza: se
desolata ed afflitta, lo Spirito Santo sarà il suo Consolatore e Refrigerio. Se debole, in lui troverà la Fortezza; in lui il Fervore, se arida; in lui il Riposo, se affaticata; in lui la Purità ed il Lavacro, se sordida: in lui il totale Perdono, se colpevole. Insomma nello Spirito Santo troverà ogni Grazia, ogni Aiuto, ogni Bene,
ogni Conforto. Deh s’è così, o Spirito Divinissimo, che siete l’eterno sostanziale
Amore del Padre e del Figlio, e dall’uno e dall’altro procedete ab eterno ed unitamente con l’uno e con l’altro siete unico mio Dio, Creatore, Santificatore e
Tutto; Spirito Santo, ripeto, giacché io vostra vil Creatura son pur quello che tra
mille miserie mi trovo e bisognosissimo sono della vostra Onnipotenza, Bontà,
Misericordia ed Amore, scendete pure, vi prego e venite a purificarmi l’Anima
tutta, ad illuminarmi la Mente, a fortificarmi lo Spirito, ad infiammarmi il
Cuore! Veni Sancte Spiritus, reple cor meum, et tui Amoris in me ignem accende49!
Vengano in me i vostri altissimi Doni, i vostri maravigliosissimi Frutti, le
vostre dolcissime Grazie! ... Ma, oimè, Uditori, troppo noi siamo indegni di
tanta sorte; inefficaci son troppo le nostre preghiere. Poniamoci di mezzo perciò la sua purissima e dilettissima Sposa, voglio dir, l’Immacolata Signora
nostra, Maria SS.ma; a Lei ricorriamo con tutta la premura ed affetto: giacché
essa è quella che impetra ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo. Osservate se
con qual fondamento ciò vi propongo. Incomincio.
(a) S. Tho. 1, 2, qu. 68, art. 1, ad. 2.
49 Vieni Spirito Santo, riempi il mio cuore e accendi in me il fuoco del tuo amore.
136
1.
Quella ineffabile Divina Unione, che Nostra Signora ebbe con lo Spirito
Santo; e quella pienezza di Grazia e di Amore di lui che sempremai possedette, sin dal primo sagratissimo Istante di sua Immacolata Concezione, come
ben dice San Francesco di Sales (b); è un forte argomento, Uditori, il quale
a chiare note ci addita il bel modo che abbia la Vergine di ottener dal suo
Divinissimo Sposo la dovizia dei Doni e delle Grazie in pro dei suoi umili
ed affettuosi Divoti. Il Divin Paraclito, che sin dai secoli sempiterni avendola predestinata e prescelta ad esser sua Sposa purissima ed illibata, creandola poi nella pienezza dei tempi, allorché l’Anima di Lei SS.ma infuse
nel purissimo Corpo, la arrichì nell’istante medesimo di tal pienezza di
Santo perfettissimo Amore, che tosto tutto il Cuor le rapì e con maravigliosa intima spirituale Unione in sacrosanto Divino Sposalizio a sé la congiunse, Totam sibi rapuit Spiritus Sanctus 50, come egregiamente disse San
Pier Damiani (c): ed allor egli fece, lo Spirito Santo, che non solo apparisse lo sforzo della sua Onnipotenza in impiegar per arricchir la sua Sposa di
tutti i suoi immensi Tesori; ma ancor comparisse in trionfo lo sforzo del
Divino Amore, con renderla tra tutte le pure Creature la più amata, la più
cara, la prediletta, la delizia del Cuor suo, il bellissimo suo Tempio animato, il suo Sacrario, il suo Riposo: conforme con cento e mille ragioni la intitolò Andrea Cretense, Animatum Templum Spiritus Sancti, Spiritus Sancti
Sacrarium, Nova Dei Arca in qua Spiritus Dei requiescit51.
2.
Or pare a voi, Uditori, che essendo dunque la nostra Immacolata
Signora così al sommo grata al suo Divinissimo Sposo e con lui sì perfettamente unita, possa egli poi mostrarsi ritroso in secondar le brame
e voleri di Lei? Eh via! Se Iddio si protestò prontissimo di secondar i
voleri di ogni altra Anima a lui cara, tuttoché di gran lunga inferiore
alla Vergine, Voluntatem timentium se faciet52; come disse il Profeta: quanto più dovrà dirsi che prontissimo sia di dar sul genio a Colei, che è
(b) Ser. 4, De Purific. Virg.
50 Lo Spirito Santo la rapì tutta per sé.
(c) Ser. De Annunc.
51 Tempio animato, sacrario dello Spirito Santo, nuova arca di Dio nella quale riposa lo
Spirito di Dio.
52 Farà la volontà di coloro che lo temono.
137
l’oggetto delle sue Divine Delizie e che con lui ha un Cuor solo, per dir
così, un solo volere? Basta però, che il Divino Sposo, non dico senta le
suppliche, ma i desideri conosca soltanto delle sua purissima Sposa,
intenti tutti al nostro vantaggio; che tosto ecco questo Spirito
Consolatore. tutto propenso, a riguardo di Lei e pronto a comunicarsi
con i suoi Lumi e Doni celesti, con le sue fiamme di Amor vivo, ai
nostri Cuori, alle nostre Menti, alle Anime nostre.
3.
Aggiungasi di vantaggio, che lo stesso Spirito Santo è quello che si compiace dispensare i suoi Doni e la pienezza dell’Amor suo per mezzo di questa
sua amatissima Sposa? Onde tanto sia l’esser veri divoti ed ossequiosi Figli
di Maria, quanto l’esser disposti e fatti degni di ricevere i Doni e la Grazia
dello Spirito Santo. Udite se con qual fondamento. Predisse Davide che la
Colomba aveva già trovato il suo Nido, il suo Ricetto, ove posar potesse se
stessa ed i suoi piccioli figli, Turtur invenit nidum sibi, ubi ponat pullos suos
(d)53. La Colomba, esser figura dello Spirito Santo, che sotto tal sembianza
al Precursore Giovanni veder si fece, voi già lo sapete. Qual sia questo
Nido e Ricetto, dalla Divina Colomba trovato, nol cercate, perché esso è
Maria. Sentitene Riccardo di San Vittore (e). Maria nidus columbae; idest
receptaculum Spiritus Sancti54. Chi siano poi questi piccioli figli in sì sacro
Nido collocati, siam noi, che per creazione; e per adozione siamo Figli
dello Spirito Santo, da lui consegnati alla cura materna della sua purissima
Sposa. Che ne risulta da ciò? Cosa mirabile, gioconda e vera. Se noi adunque sarem veri divoti di Maria e con una costante divozione ed affetto ci
manterremo sotto la sua Cura materna, ove dallo Spirito Santo siam collocati; ci riconoscerà ben’egli per suoi cari ed amati figli: e come tali, chi non
vede, che per mezzo della Gran Vergine questo Spirito Consolatore ci illustrerà con i suoi splendidissimi raggi, ci purificherà e santificherà con la
sua Grazia, ci fortificherà con i suoi doni e ci stemprerà il Cuore in vive
fiamme di santo dolcissimo Amore.
(d) Psal. 83.
53 La tortora trova il nido per sé dove porre i propri figli.
(e) Lib. 10.
54 Maria nido di colomba cioè ricettacolo dello Spirito Santo.
138
4.
Ed ora sì aperta vieppiù mi viene la Mente a capire il Mistero del perché San Luca negli Atti Apostolici, descrivendoci l’Adunanza degli
Apostoli, fatta nel Cenacolo di Gerosolima, dopo l’Ascenzione del
Signore, per aspettar la venuta dello Spirito Santo, dice che in mezzo di
loro trovavasi Maria SS.ma: Erant perseverantes unanimiter in oratione cum
Maria Mater Jesus (f)55. L’intendo sì, l’intendo. L’amabilissima Presenza di
Nostra Signora, che come Madre e Maestra presiedeva a quella sacra fortunata Adunanza, per una parte conferì molto all’unanime perseveranza
degli Apostoli nelle Orazioni e Preghiere e dispose maggiormente i loro
Cuori a rendersi capaci di ricever la pienezza dello Spirito Santo; e dall’altra, operò essa, come io penso, che lo Spirito Santo medesimo accellerasse
la sua Venuta visibile e la facesse sì maravigliosa sotto forma di tante vive
fiammelle di soavissimo Fuoco. Perciocché siccome di queste vive fiamme ne era la Vergine come una Officina ed una Fornace, ove tutte accese
stavan conservate e raccolte; dicendola perciò San Bernardino da Siena,
Fornax et Officina Spiritus Sancti56 non poté farsi a meno che Ella tutta la
premura non ne facesse al suo Sposo Divino, affin a guisa, di soavi e prodigiose fiamme scendesse sopra gli Apostoli ed accendesse i loro Cuori,
illustrasse le loro Menti, infuocasse le loro Lingue come Cuori, Menti e
Lingue, dei suoi amati Figli alla materna di Lei cura commessi.
5.
Sicché chiaro rimane per ogni verso, miei cari Uditori, che i veri Divoti di
Maria sono i fortunati, i prescelti dallo Spirito Santo, a ricever la pienezza dei
suoi Lumi e Doni celesti; e che essi sono quei ai quali Nostra Signora impetra la pienezza di Grazia e di Amore del suo Divinissimo Sposo. Serva per
comprova un esempio. Bramava ardentemente Santa Metilde ricever la pienezza dello Spirito Santo; e perciò in un anno, più che in altri, ad apparecchiarsi premurosamente si pose in questi Santi Giorni con varie orazioni e
pratiche virtuose e devote: or siccome sapeva ben’essa, che una tanta Grazia,
ottenerla poteva per mezzo della Regina del Cielo, a questa rivolse i suoi
sospiri, le sue calde preghiere. Avvenne, che nel Giorno appunto di domani,
(f) Luc. 1, 14.
55 Erano perseveranti unanimemente nella preghiera con Maria Madre di Gesù.
56 Fornace e officina dello Spirito Santo.
139
che è di Sacra Pentecoste, stando la Santa tutta raccolta e divota aspettando
la tanto sospirata venuta dello Spirito Santo, le comparve Maria SS.ma, tutta
riccamente alla Reale vestita con un Abito messo ad oro e tempestato di
alcune piccole sfere che si andavan continuamente rivolgendo (g). Capì
Metilde che sotto la Figura dell’Abito tutto di oro, le veniva significata la pienezza del perfettissimo Amore, di cui lo Spirito Santo riempì la Gran Vergine;
e sotto figura di quelle piccole sfere, in continuo moto agitate, le veniva spiegato l’incessante continuo desiderio, che nutriva la stessa Vergine di vedere
così vestite tutte le Anime dei suoi cari ed affettuosi Divoti. E tanto vi volle,
affin Metilde, presa confidenza maggiore, si slanciasse tosto tra le amorose
Braccia di Maria; la quale l’accolse benignamente, la strinse con amore
materno e le ottenne tal pienezza di Spirito Santo; che d’indi in poi arse continuamente la Santa di un acceso soavissimo Amore.
6.
7.
Deh se è così, ecco che tutti, o Celeste Sovrana, a voi ricorriamo umilmente ed interamente ci gettiamo nelle vostre amorosissime Braccia. Voi pur
vedete le nostre estreme miserie, i nostri bisogni gravissimi. Teniam duopo
di lume, di forza, di grazia e di amore. Qualora si degni lo Spirito Santo scender su di noi, avremo tutto. Ma a voi spetta, come a sua purissima Sposa di
muoverlo ad avere di noi pietà e a consolarci con la sua dolce e graziosa
venuta. A voi, ancor tocca, come a nostra Madre, di aiutarci affin a degnamente riceverlo siamo tutti disposti... Veni, adunque, veni Sancte Spiritus!
Scendi dall’alte sfere;
Eterno Amore, deh scendi!
Vieni, o Spirito Santo, nelle nostre Menti, nei nostri Cuori, nelle Anime
nostre! La tua Sposa diletta così desidera: la nostra amatissima Madre e
Signora così vuole. E noi, a nome suo, a suo riguardo, benché all’intutto immeritevoli, così ardentemente bramiamo ed incessantemente
siamo a pregarti.
Confidenza pertanto, Uditori. Rammentiamoci esser Maria SS.ma
quella che impetra ai suoi Divoti la pienezza dello Spirito Santo; e tanto ci
basti per ricolmarci di ogni sicura Speranza di ottenerlo.
(g) In vit. S. Metild.; Marches. Tomo 2, Diar. Sacr., pag. 432.
140
SERMONCINO DECIMO QUINTO
Recitato nel Sabato della SS.ma Trinità, 27 Maggio 1752
Il Sermoncino viene recitato la vigilia della festa della SS.ma Trinità e, in nove
punti, sviluppa il seguente argomento: “L’esercizio frequente dei veri devoti di Maria
deve essere ringraziare la SS.ma Trinità per le Grazie concesse alla Vergine e congratularsi con Lei per la gloria e l’onore che Ella ha dato alle Divine Persone. Il più grande privilegio che la divina Trinità concesse a Maria fu quello “di esser’ella Figlia
dell’Eterno Padre, Madre dell’Eterno Figlio e Sposa dell’Eterno Spirito Santo”.
La Vergine gradisce molto riceverne le congratulazioni dai suoi devoti perché le
rinnova la gioia che provò nel corrispondere a Dio con tutte le sue forze.
Il suo sì permise a Dio di incarnarsi nel suo castissimo seno e così essere conosciuto
ed amato in tutto il mondo come Signore, Redentore e Santificatore. Conclude proponendo di salutare la sua Immacolata Signora con le parole del suo diletto Servo
Simone Garzia dell’Ordine dei Minimi: Ave figlia di Dio Padre, ave Madre di Dio
Figlio, ave Sposa dello Spirito Santo, ave o Tempio della SS.ma Trinità.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 218-227.
Argomento
Il ringraziare la SS.ma Trinità delle Grazie concesse
alla SS.ma Vergine ed il congratularsi con la Vergine per la gloria
ed onore dato alla SS.ma Trinità,
esser deve l’esercizio più frequente dei veri Divoti di Maria
Chi vi ha tra di noi, Uditori, che sapendo ricorrer dimani la solennità gloriosissima del più alto, del più venerabile e sacrosanto tra tutti i Misteri,
voglio dir quello della SS.ma Trinità; chi vi ha tra di noi, ripeto, che non si
senta in quest’oggi eccitato ad apparecchiarvisi con atti della più umile e
profonda adorazione e del più vivo ed affettuoso rendimento di grazie? Per
ravvivare appunto la nostra Fede e risvegliare i nostri doverosissimi ossequi
verso l’augustissima Trinità Sagrosanta, pensarono alcuni Cristiani dei secoli più antichi, che accenna il Micrologo (a), di celebrarne privatamente in un
Giorno a parte la Festa; sinchè poi nel secolo nono, secondo che alcuni
(a) Microl. cap. 6.
141
sostengono (b) fu dal Sommo Pontefice Gregorio IV circa l’835 istituita; ed
in Roma dopo Alessandro III nel duodecimo secolo solennizata (c); e da
Giovanni XXI (detto XXII) circa l’anno 1440 ordinata in tutto il Mondo
Cattolico (d): affinchè, come riflette il Durando (e), siccome la Santa Chiesa
nel giro dell’anno avea a ciascuna delle tre Divine Persone assegnato un giorno particolare, come giorno di sua propria particolar festa, in cui da noi le
umili adorazioni ed ossequi se le prestassero; all’Eterno Padre il Giorno di
Natale, nel quale nacque al Mondo il suo Divin Unigenito, fatto Uomo per
noi; all’Eterno Figlio il Giorno di Pasqua, in cui tutto glorioso dalla Morte
risorse; all’Eterno Spirito Santo il Giorno di Pentecoste, in cui apparve visibile sopra gli Apostoli: così alle glorie di tutte e tre insieme le Persone Divine
un giorno particolare ancor consagrato vi fosse, nel quale noi a tutte tre nel
tempo stesso riattestare potessimo la nostra ferma, verissima, ed infallibile
fede e la nostra umilissima servitù, adorando, credendo e glorificando l’unichissima indivisibile eterna Unità dell’Essenza Divina nella Trinità delle
Persone; e le tre reali, distinte, eterne Persone Divine nell’Unità dell’essenza.
Aggiungete poi, che siccome l’altezza e profondità di questo incomprensibil
Mistero oltrepassa ogni Angelico, non che Umano nostro intendimento, che
fece la Chiesa, nostra saggia e provvida Madre? Ne assegnò la Festa
nell’Ottava appunto di Pentecoste, che è dimani; vale a dire, dopo la solennità della Venuta dello Spirito Santo: appunto, come degnamente pensa San
Ruperto Abate (f), perché dopo disceso visibilmente nel Mondo lo Spirito
Santo fu incominciato tosto a credersi e a predicarsi l’altissimo, eterno, infallibil Mistero della Trinità Sagrosanta: ed io aggiungo, perché ancora apprendessimo noi a ricorrer al dator di ogni lume per ottenere ed esercitar quella
vivezza di Fede e quella divota, umile e profonda venerazione, che vi abbisogna per onorarlo. Sebbene, siccome ogni qualunque adorazione, lode ed
onore dato da noi all’augustissima Trinità, sempre è difettoso e manchevole,
perciò io stimerei ottimo l’aggiungere il ricorrere all’Immacolata Nostra
(b) Auctor Libri Lignum vitæ Lib. 5.
(c) Cap. Quoniam de feriis.
(d) Pisanella verb. feria, §. 3; Graveson Tomo 5, Hist. nov. Test. sec. 15.
(e) Durand. lib. 7, cap. 4.
(f) Lib. II. cap. 1.
142
Signora Maria SS.ma e far con Lei un patto, cioè che essa si degni ringraziar
per noi in Cielo la Trinità Sagrosanta per gl’i infiniti benefici e favori a noi
compartiti; mentre noi la ringrazieremo incessantemente per Lei quaggiù in
Terra. Su, Uditori, facciamo tal patto con la gran Vergine; anzi si abbia per
fatto: e per vieppiù impegnarvici, contentatevi che io vi dimostri, come
l’esercizio frequente dei veri Divoti di Maria deve essere appunto il ringraziar la
SS.ma Trinità per le Grazie concesse alla Vergine; ed il congratularsi con la Vergine
per la gloria ed onore da Lei dato alla SS.ma Trinità. Attendete. Do principio.
1.
Che i veri e saggi Amanti non altre premura abbiano, che di dar sul
genio al buono oggetto da loro saviamente amato; ed in quelle cose si
esercitino, nelle quali il maggior di lui gradimento veggan consistere:
è, Uditori, una verità così potente, che e la stessa Naturalezza e
l’Esperienza si uniscono a dimostrarcela. Che dunque i veri Divoti ed
Amanti di Maria esercitar si debban di frequente in ciò che alla loro
Celeste Signora è più grato, resta così chiaro, che non ha bisogno di
prova.
2.
Or qual, credete voi, sia la cosa che alla Gran Vergine possa esser più
grata nei suoi veri Divoti? Quella primieramente al certo di rendere essi
affettuose ed incessanti grazie in suo nome alla SS.ma Trinità per le singolarissime Grazie e Privilegi a Lei compartiti. Eccone la ragione. La
gratitudine, che è una virtù la quale di sua natura tende continuamente a trovar modi per ricompensare un cortese Benefattore, fa che il maggior piacere che aver possa un Cuor grato, nel trovar aiuto consista in
prestar gli ossequi e le amorose rimostranze verso chi lo ricolmò di
benefizi. Quindi possedendo la Vergine in grado sì perfetto ogni Virtù
e spezialmente la gratitudine, non può farsi a meno che ella estremamente non gioisca e non si dichiari persino obbligata ai suoi Divoti nel
vederli continuamente impiegati in aiutarla a ringraziar da sua parte la
Trinità Sagrosanta per li singolarissimi Privilegi ed innumerabili
Grazie, che in ogni tempo ha sopra di Lei a larga mano piovuti.
3.
Ed oh se sapeste, Uditori, il peso e la misura dei Privilegi e Grazie, di
cui le tre Divine Persone ricolmarono Nostra Immacolata Signora,
v’impegnereste al certo con più di premura e fervore ad aiutarla: non
143
già perché ella abbia punto bisogno del nostro aiuto, ma per maggiormente incontrar il suo genio, il suo gradimento. Le sue Grazie e suoi
Privilegi, se nol sapeste, sono di tal nobile e singolarissima tempra,
che il comprenderli bene, non è cosa che riuscir possa all’Angelico,
non che Umano basso nostro intendimento. Uditene il perché.
La Regina del Cielo o venga considerata nei suoi Doni naturali, o nei
suoi Doni di Grazia, o in quei di Gloria, si troverà sempre aver impiegata l’Eterno Padre tutta la sua Onnipotenza in arricchirla; l’Eterno
Figlio tutta la sua Sapienza in glorificarla; l’Eterno Spirito Santo in santificarla tutto nel suo Amore; e tutte e tre le Persone Divine aver fatto
tutto lo sforzo in privilegiarla sopra tutti i Santi, sovra tutti gli
Angioli, in somma sovra tutto il creato. Onde essendo essa un’Opra
di Dio così nobile, singolare e perfetta, a Dio solo riservato resta il pienamente conoscer la misura ed il peso della Perfezione di Lei: come
tutto attonito disse il Suarez, Mensura Privilegiorum Virginis est Potentia
Dei: e S. Bernardino da Siena Tanta est perfectio Virginis, ut soli Deo
cognoscenda reservatur57.
4.
57
Nulladimeno nel modo cui è permesso alla nostra bassezza il formar
de’ concetti e discorsi di sì eccelsa Signora, un solo suo singolarissimo
Privilegio, come fonte e centro di tutti gli altri, tentar vo(glio) qui di
esporvi; cioè quello di essere ella Figlia dell’Eterno Padre, Madre
dell’Eterno Figlio e Sposa dell’Eterno Spirito Santo. L’Eterno Padre adunque la scelse per sua dilettissima Figlia: ma non senza sforzo della sua
onnipotenza. Affin la Vergine fosse tale, compartir le volle una parte,
direm così, dell’onor suo stesso Divino, facendola con stupore dei Cieli
Madre naturale per temporal generazione di quel medesimo Divino
Unigenito, di cui egli per Generazione eterna era natural Padre: e così,
siccome il suddetto Unigenito era ed è, come Dio, uguale in tutto al
Padre, immenso, eterno, infinito, onnipotente; in simil guisa fosse,
come Uomo, della medesima Umanità della Madre, passibile, finito e
mortale. L’Eterno Figlio poi, che appunto nel purissimo Ventre di
Misura dei privilegi della Vergine è la potenza di Dio. Così grande è la perfezione della
Vergine che è riservata al solo Dio la sua conoscenza.
144
Vergine così eccelsa prender voleva per noi Umana Carne, osservate se
come tutta l’infinita sua Sapienza impiegò in costituirsela sua degna
Madre. La arricchì di doni e di una dignità tale, che non potesse mai
uscir dalle mani dell’Onnipotenza e Sapienza Divina una Madre più
degna della sua; come fondatamente furon di sentimento l’Angelico
San Tommaso e San Bonaventura. Onde può ben dar l’essere Iddio, qualor ei voglia, ad innumerabili Cieli ed infiniti Mondi e può farli più
grandi, più bei di questo unico che ha fatto: non può far però una
Madre più degna di Maria SS.ma. Che dirò poi della pienezza delle
singolari prerogative, di cui la riempì lo Spirito Santo, che per sua prediletta, illibatissima Sposa l’avea prescelta? Da un atto solo voglio che
deduciate lo sforzo che egli fece del suo infinito Amore verso di Lei.
Avea lo Spirito Santo sino ab eterno decretato l’ineffabil Mistero
dell’Incarnazione del Divin Verbo, che solo per virtù sua effettuar si
dovea nel Verginal purissimo Ventre di Maria: onde qualor giunse
l’ora beatissima da lui decretata, non avea punto bisogno per eseguirlo, di spedir alla Vergine un Angelo per ottenerne ed aspettarne il consenso di Lei. Poteva il Divin Paraclito operar di sua assoluta potenza.
Eppur non volle. Anzi per dimostrar l’alta stima che facea della
Vergine e l’Amor infinito che le portava, volle, per dir così, a Lei soggettarsi, dipender dal volere di Lei ed aspettarne il consenso per farla
sua dilettissima e purissima Sposa.
5.
Dal sin qui detto argomentate ora voi, Uditori, se di quali Grazie, Doni
e Privilegi singolarissimi sì di Natura, che di Grazia, che di Gloria,
dotata fosse dalla SS.ma Trinità la Nostra Immacolata Signora: ed in
conseguenza, se qual godimento estremo ella abbia in vedere i suoi
Divoti impiegati in dare in suo Nome alle tre Divine Persone milioni di
Benedizioni e di Grazie; e se qual ricompensa larghissima loro conceda.
Io dir vi posso in contesto, che la Vergine stessa raccomandò con premura un tal divoto esercizio alle sua dilette Santa Metilde (g) e Francesca
Vacchinia Domenicana (h); e disse loro anche il modo, come ringraziar
(g) in Vita lib. 1. c. 46.
(h) in Vita.
145
dovevano da sua parte l’Augustissima Triade, particolarmente per averla preservata all’intutto dalla colpa originale: ed un’altra volta apparendo ad un suo Divoto, Sappi, gli disse, esser molto a me caro e sommamente
accetto l’aiutarmi a render grazie alla SS.ma Trinità dei Doni incomprensibili, che mi ha dati: ed a chiunque ciò farà prometto la mia particolar Protezione
e qualunque Grazia purchè ridondi in sua eterna salvezza (i). Onde io, che
per mia buona sorte mi trovo di aver posto alla fine del mio Libro stampato dei Dodici Privilegi un Rendimento di Grazie alle tre Divine Persone
per tutti i Privilegi concessi a Nostra Signora, spezialmente nella sua
Immacolata Concezione; quanto mi fo animo per un verso a raccomandarne il divoto esercizio; altrettanto ne tripudio sulla viva speranza del gradimento della stessa mia eccelsa Signora.
6.
Quello però che ancor molto gradisce la Vergine è il riceverne nel
tempo stesso le congratulazioni dai suoi Divoti, particolarmente per la
gloria ed onore da Lei scambievolmente dato alla Triade sagrosanta. La ragione si è, perché un tal congratularsi, rinnovando alla Vergine quel gran
contento che ebbe in corrispondere a Dio con tutte le sue forze, viene
ad essere ancora nei suoi Divoti un gran contrasegno ed esercizio di
Amore verso di Lei. Or quale stimate voi, Uditori, fosse la Gloria ed
onore che alla SS.ma Trinità diede Nostra Signora? Chi può abbastanza comprenderlo? Io non vi parlo di quelle sue sublimi ed eroiche virtudi e di quegli esercizi di Santo Amor perfettissimo, con i quali superò di gran lunga in perfezione tutta la Corte Celeste insieme unita e
diede a Dio una gloria ed un piacer così grande, che al dir del Serafino
da Siena, l’obbligò a scender nel purissimo di Lei Ventre e lo trasse dal
Cielo, anche prima del tempo. Di ciò, ripiglio, non vi favello, come di
cosa a voi tutti già nota. Voglio che soltanto l’altezza della gloria ed
onore che la Gran Vergine diede alle tre Divine Persone lo ricaviate da
quel che essa medesima ne disse nel suo mirabilissimo Cantico con
quelle sole misteriose parole, Magnificat Anima mea Dominum. Attenti
Uditori, giacchè in così alto Mare dolcemente ci troviamo ingolfati.
(i) Una tal Rivelazione con la sua Pratica sta in un Libriccino già noto di poche carte.
146
7.
Disse dunque la Vergine, l’Anima mia rende grande Iddio, gli dà una
gran gloria, un grande onore, Magnificat Anima mea Dominum. E qui
non tanto intender bisogna, che lo magnificasse sommamente in se stessa, cioè con le sue Virtù e con la sua perfetta corrispondenza; come
pocanzi dicemmo; ma che lo magnificasse sommamente anche negli
altri. Mi spiego. Prima che Iddio si incarnasse nel castissimo di Lei
Verginal Seno, era soltanto conosciuto ed adorato in un angolo della
Terra, voglio dir nella Giudea, come dicea Davide, Notus in Judea
Deus58. Dopo però che ella lo vestì di Umana Carne, divenne in breve
notissimo all’Universo tutto: crescendogli così per mezzo della Madre
un grande onore, una gloria grande. Ma io ho detto poco. Giunse
Nostra Signora a render grande Iddio e magnificarlo persino, starei
quasi per dire, in lui medesimo. Non già che Iddio ricever possa aggiunta alla sua essenziale perfezione e grandezza infinita; mentre non sarebbe Dio se di un minimo che di perfezione idear si potesse bisognoso e
mancante. Nulladimeno, quasi per ripeter sarei, che la SS.ma Trinità
magnificata fosse e glorificata in se medesima dalla Vergine; perché da
Lei le fu data quella grandezza e quella gloria che prima non avea.
Eccomi a scifrarvi il tutto: e finisco.
8.
L’eterno Padre era stato sì ab eterno Padre del Divin Figlio; ma non potè
però mai suo Signore chiamarsi e suo Dio; se non dopo che Uomo si fece
nel Ventre purissimo di Maria: onde essa fu che la grandezza e l’onore
gli diede di Signore e Dio dello stesso suo Umanato Unigenito. L’eterno
Figlio era stato sì ab eterno consostanziale al Padre, Creatore, Signore
unico unichissimo insiem col Padre; ma non valse mai intitolarsi
Redentore del Mondo, se non dopo che prese Umana Carne: quindi la
Madre fu, che da Redentore lo ingrandì. L’eterno Spirito Santo poi era
stato sì ab eterno insiem col Padre e col Figlio dalla stessa unica Sostanza
ed essenza Divina, Creatore e Santificatore unico, unichissimo, insiem
col Padre e col Figlio; ma non potè mai chiamarsi Autore dell’Opera
Divina più eccelsa, che ad extra esser mai vi potesse, voglio dir Autore
dell’Incarnazione del Divin Verbo: solo dopo che nel Ventre Verginal di
58
Dio è conosciuto in Giudea.
147
Maria fu eseguita, potè gloriarsene. Quindi può quasi dirsi, che Nostra
Immacolata Signora della SS.ma Trinità fosse il compimento; conforme
giunse a chiamarla Esìchio con quell’elogio, Tu Trinitatis complementum59;
dandole quella grandezza, gloria ed onore, che prima non avea, come
dissi; all’eterno Padre la grandezza di Signore e Dio del Divin Figlio
Umanato, Gesù Signor nostro; all’eterno Figlio l’onor di Redentore;
all’eterno Spirito Santo la gloria di Fecondo.
Chi dunque potrà ora vantarsi di esser divoto di Maria e non sentirsi
eccitato a congratularsi infinitamente con Lei di tutta la gloria ed onore
che essa diede e che dà alla Trinità sagrosanta. Animo pertanto, cari
miei Uditori. Concludiamo. Il ringraziar la SS.ma Trinità per le Grazie e
Privilegi concessi alla Vergine; ed il congratularsi con la Vergine per la gloria
ed onore da Lei dato alla SS.ma Trinità, sia da qui in poi il nostro più premuroso e frequente esercizio. Io quanto a me così di buon cuore risolvo: ed in attestato, rivolto alla mia Immacolata Signora, passo a salutarla col cuor sulle labbra con quel bel saluto del suo diletto Servo Simone
Garzia dell’Ordine dei Minimi, Ave Filia Dei Patris, Ave Mater Dei
Filii, Ave Sponsa Spiritus Sancti, Ave Templum SS.mæ Trinitatis60.
9.
SERMONCINO DECIMO SETTIMO
Recitato Sabato 10 Giugno 1752
Si consacrano Chiese a Maria affinché le protegga, offra a Dio tutte le orazioni e
preghiere che ivi si fanno ed ancora perché “la Chiesa a lei dedicata sia come uno specchio delle sue sublimi virtù” che i fedeli possono contemplare e imitare.
Don Marcucci elenca vari nomi di persone pie che hanno costruito e dedicato Chiese
alla Vergine Santa e ricorda con dolcezza e gratitudine l’opportunità che anche lui ha
avuto di poter erigere, ad onore dell’Immacolata, la medesima Chiesa ove ora si trovano. E poichè molti dei presenti lo hanno aiutato a realizzare l’opera e tuttora la
sostengono, in segno di gratitudine verso di loro, tratterà brevemente, in cinque punti,
l’argomento, cioè “Il concorrere alle fabbriche o al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma viene da lei molto ben ricompensato anche in questa vita”.
Come esempio, racconta l’episodio accaduto al cittadino San Cristanziano che vide
centuplicata miracolosamente la sua offerta quotidiana di un anno per la costruzione
della nuova Chiesa di Santa Maria Inter Vineas. Conclude con l’invito “a fare ogni
sforzo per formare del nostro cuore un sacro tempio a Maria, ove essa possa abitare in
perpetuo con la sua grazia ed il suo amore”: questa sarà la più preziosa ricompensa
che noi possiamo avere in questa vita.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 95-105.
Argomento
Il concorrere alle Fabbriche o al mantenimento delle Chiese dedicate a
Maria SS.ma, vien da Lei molto ben ricompensato anche in questa vita
Ave Maria
59
60
Tu, complemento della Trinità.
Ave figlia di Dio Padre, ave madre di Dio Figlio, ave Sposa dello Spirito Santo, ave o tempio della SS.ma Trinità.
148
L’eriger le Chiese e dedicarle ad onor di Maria, sebbene fu più volte empiamente chiamato dagli eretici un atto della più abominevole superstizione;
pure a loro eterna confusione e rimprovero fu e sarà sempre mai un atto più
sacrosanto della nostra Religione purissima, autorizzato da’ Concili e da’
Padri, tramandato a noi sin da secoli più antichi e a maraviglia sostenuto da
mille congruenze e fondate ragioni. È verissimo, chi può contraddirlo?, che
a Dio solo propriamente e direttamente si possono e debbono eriger le
Chiese, dedicare gli Altari, offerire i Sacrifici e vadasi discorrendo: perché
appartenendo tutto ciò al sovrano culto Divino, da Teologi chiamato di
149
Latria, a Dio solo offerir si può e consacrarsi. E tuttociò appunto noi
Cattolici intendiamo di fare, anche quando ad onor di Maria o dei Santi,
ergiamo le Chiese, dedichiamo gli Altari e simili: e non possiam rattenerci
dal compianger nel tempo stesso la cecità maliziosa de’ nostri Emuli ostinati, che sotto finto pretesto dell’Onore Divino e di ridicola Riforma di
Religione, tolgono e a Dio e alla sua Madre ed ai Servi suoi ogni culto; non
essendo valevoli ad altro, che a diroccar sacri Tempi, distrugger Altari, vilipender Sacrifizi ed ogni altro Sacro Rito; per vivere appunto empiamente
senza pietà, come già bestialmente e liberamente vivono senza Fede e senza
Legge. A Dio solo adunque, ritorniam donde partimmo, a Dio solo intendiam noi Cattolici di ergere e dedicare le Chiese, anche quando le dedichiamo all’onor della sua SS.ma Madre e col sacrosanto Nome di Lei le intitoliamo. Perciocché questa dedica di sacri Tempi fatta ad onor di nostra Signora
(lo stesso dite voi, R(iveriti) U(ditori), con proporzione di ogni altro Santo)
non altro importa, se non che noi raccomandiamo quel sacro Luogo a Maria
SS.ma ed a Lei lo consacriamo, affin particolar cura ne abbia e protezione: di
più, acciocché essa si degni di offerire a Dio tutte quelle Orazioni e Preghiere
che nel Tempio di Lei si fanno e ne ottenga dal suo Divin Figlio un favorevol rescritto: di vantaggio, affinché la Chiesa a lei dedicata, sia come uno
Specchio delle sue sublimi Virtù, donde i Fedeli contemplar le possano e
copiar in se stessi; e sia come una fornace, donde cavar si possa un amore
ardente ed una viva ed accesa divozione verso sì gran Signora. Cose tutte, che
non solo non ripugnano punto all’onor sovrano di Dio (e possono sino i ciechi vederlo), ma che riescono anzi di sua maggior gloria e decoro. Quindi,
siccome il Re Salomone per suo decoro maggiore fabbricar fece a parte un
sontuoso Palaggio per la sua Regina (a); così il gran Monarca dei Cieli volle
e dispose, per sua maggior gloria, che a parte sotto il titolo e protezion della
sua Madre SS.ma, Regina nostra, si fabbricassero Chiese, si ergessero Tempi
ed Altari: affin credo io ancora, di contraccambiarle quella gloria che gli
diede, allorché con tanta purità ed amore nel purissimo di Lei Seno, come in
un prezioso Tempio animato, per nove mesi lo tenne. Che perciò, non sia stupore, Uditori, se noi troviamo che sino al tempo degli Apostoli, fossero stati
eretti degli Oratori e delle Chiese ad onor di Maria, essendo ancor vivente.
(a) 3 Reg. 7, 8.
150
Così l’eressero i discendenti di Elia Profeta nel Monte Carmelo e furono i
primi; come ce lo dice il Breviario Romano (b): così pur fece nella Spagna
San Giacomo Maggiore; e ce lo contestano il Beutero, il Vigliegas ed il
Ribadeneira (c): e non mancano gravi Autori che ci contano così pur aver
fatto gli Apostoli San Pietro e San Giovanni (d). Tantochè dai primi secoli
della cristianità sino al presente, quando più, quando meno, rinveniamo
essersi sempre per tutto il Cattolico Mondo eretti degli Oratori privati e
dedicate delle pubbliche Chiese alle Glorie Immortali di Nostra Signora. Io
poi, a tal dolce rimembranza, non posso dispensarmi dal congratularmene
con Lei e ringraziarla vivamente di essersi degnata di aver data a me miserino tanta sorte di erigerle sì di fresco ad onore della sua Immacolata Concezione
questa medesima Chiesa, ove noi or siamo. Ma siccome, a dire il vero, più
voi con altri Benefattori, che io, siete concorsi ad erigerla e concorrete a mantenerla; perciò in attestato di mia gratitudine e per vostra consolazione,
voglio in questa sera succintamente mostrarvi, come il concorrere alle fabbriche, od al mantenimento delle Chiese dedicate a Maria SS.ma, vien da Lei molto ben
ricompensato, anche in questa vita. Lo caverete da alcuni fatti. Incomincio.
1.
Non vi ha sinora nel Mondo persona, che una qualche picciola cosa ad
onor della Vergine con buon cuore operasse, che da questa liberalissima Signora, la quale sta rigorosamente sul punto di non farsi mai vincere in cortesia e gentilezza, non rimanesse a larga mano ricompensata, anche in questa vita. Così ci attestava San Bernardo, sino ai suoi
tempi: e così cento e mille autentici fatti, sino ai giorni nostri ce lo
contestano. Pensate ora voi, Uditori, se quanta potrà esser la ricompensa che dalla clementissima Regina del Cielo aspettar si può chi con
cuor divoto concorre alle fabbriche o al mantenimento delle Chiese a
Lei dedicate. Ogni sacro Tempio alla gran Vergine consagrato può
chiamarsi un bel Teatro aperto, ove si fanno spiccar le sue glorie; ed
una Scuola, ove si insegna quanto necessaria ed utile sia la tenera divozione verso di Lei: onde chi a tanto Bene concorre può dir con verità di
(b) Brev. Rom., die 16 Jul.
(c) Beuter. lib. 1, Chron. Aragon. c. 23; Vigliegas p. 1, Hos SS. In vit. B. V., cap. 23, Ribad.
In vit. S. Jacob. Apost.
(d) Auriem. par. 2, cap. 1.
151
esser lo strumento dell’onor di Maria, il propagator delle sue Glorie,
della sua Divozione; ed in conseguenza non ha che dubitare di vedersela seriosamente impegnata a rimunerarlo, eziandio in questo Mondo,
con mille finezze.
2.
Ce lo può ridire tra gli altri Giacomo I, re di Aragona. Questi, come
molto divoto e zelante dell’onor della Vergine, ispirato da Lei, affin di
ottenere il potente Patrocinio sopra di sé e del suo Regno, allora vessato da tanti Nemici, tutto l’animo suo rivolse ad edificar per tutta
Aragona dei Sacri Tempi alla sua Celeste Sovrana dedicati. Quanti, credete voi, fabbricar ne facesse? Duemila Chiese appunto fabbricar fece; e
tutte, affin avessero il decoroso mantenimento, le dotò. Queste furono
del Re Giacomo I i fortissimi Castelli, che a costo dei suoi Tesori piantò
in difesa contro i suoi Nemici: e queste gli portarono tante palme e
tante vittorie, che lo resero sempre glorioso nelle Guerre; e gli diedero
il soprannome di Giacomo il Vincitore (e). Era un bel vedere al certo, il
pio Monarca tutto intento a dilatar le glorie di Maria con gli edifizi e
con le doti delle sue Chiese; e Maria SS.ma tutta premurosa in innalzar
le glorie del suo divoto con le continue Vittorie.
3.
Ma non solo da Nostra Signora ebbero larga ricompensa, anche in questa Vita, quei che con donativi copiosi concorsero e con ricche limosine all’edifizio e mantenimento dei suoi sacri Tempi; ma coloro eziandio che con cuore divoto fecero picciole offerte, secondo le loro tenui
forze. Vaglia per tutti il celebre autentico fatto, forse non a tutti voi
ben noto, avvenuto in questa nostra stessa Città, circa l’anno 418, nell’erezione che fu fatta della nostra Chiesa oggi Parrocchiale, ed anticamente Colleggiata, sotto il titolo di Sancta Maria Inter Vineas (f).
Scopertasi adunque, circa 1234 anni sono, tra le Vigne di questi nostri
contorni, in un muro vecchio, una Immagine miracolosa della Gran
Madre di Dio col suo Divin Figlio in braccio, fu dalla divozione de’
nostri antichi Ascolani processionalmente trasferita qui dentro la città,
(e) Auriem. par. 2, cap. 1.
(f) Appian. In Vita S. Emygd, cap. 22; Lazzar. In Ascol. In prospet., cap. 29.
152
affin d’innalzarle una Chiesa, come fu fatto. Mentre pertanto se ne gettavano le fondamenta, vi fu uno zelante sacro oratore, che per affrettarne al possibile l’edifizio, andò inculcando che chi concorreva con limosine a quella pia fabbrica, avrebbe dalla Regina del Cielo ottenuta,
anche in questo Mondo, la centuplicata ricompensa. Si trovò presente
al fervoroso Sermone, che nel dì dell’Assunta appunto cadde, un
Funaio, il quale del nostro illustrissimo Martire Cittadino portava il
nome, voglio dir di Cristanziano; e mosso dall’affetto alla Vergine e
dalle promesse dell’Oratore, diè principio in quel giorno medesimo a
porre un danaio, corrispondente ad un baiocco dei nostri tempi, in un
cassettino, che esposto nel Duomo tenevasi a tal’effetto; con animo di
proseguir per un anno tal limosina in ciascun giorno; come già fece.
Venuto pertanto nel seguente anno il dì della gloriosa Assunta, si portò
pronto Cristanziano a compiere la sua offerta nel cassettino. Ma, oimè!
Ecco si avvede essergli stata tolta, tra la calca di Gente, da un incognito Ladro una ricca borsa; ove tenea conservate certe monete, che al
valor rispondevano di cento scudi alla nostra, poco prima ritratti da una
sua mercanzia. Le smanie, le grida, le lacrime del pover’uomo, lascio a
voi considerarle. Posso soltanto ridirvi, che fatto fuor di se stesso, Ah
Maria SS.ma, ad esclamar si pose, questo dunque è il centuplo già promesso
dal vostro Panegerista? Ho fatta ben’io la Limosina per la vostra nuova
Chiesa e voi soffrite che altri mi rubino ed assassinino? Indi con un misto di
duolo e di sconfidenza, uscito tutto sconsolato di Chiesa, se ne va alla
sua povera casa a terminare quel giorno e passar la sera e la notte in
continuo pianto: sinchè sopravvinto da funeste riflessioni e precipitosi
pensieri, risolve di terminar disperatamente i suoi guai con l’appiccarsi. Quindi, provvedutosi di un capestro, esce da Città, entra in un
Bosco vicino, sale su di un albero e da se stesso si accomoda l’infame
patibolo.
4.
Io qui mi figuro, Uditori, che voi rattener più non possiate le smanie
vostre con dirmi, e dove poi fu veramente per Cristanziano il guidernone, il centuplo delle sue Limosine, fatte per la Chiesa novella a
Maria dedicata? Sarei per dirvi, che indegno troppo se ne mostrò il
Misero col suo disordinato attacco ad un vile interesse e col suo precipitoso e disperato consiglio. Pure, anche questa di lui Indegnità
153
superar volle la clementissima Vergine, affin più strepitosa apparisse
la grazia e più stimabile la ricompensa. Udite come. Nel mentre che
Cristanziano su di quell’albero si affaticava a legar bene il capestro,
ecco vi scopre un’apertura con entro un involtino nascosto: spinto da
curiosità venturosa lo prende, lo apre e con stupore vi vede gran quantità di monete. Rientrato in se stesso dal pessimo risoluto partito,
scende tutto festoso dall’albero, conta il danaio e trova esser 365 scudi
appunto per la centupla ricompensa di 365 baiocchi da lui dati in
limosina ad onor di Maria. Le feste che Cristanziano fece; i ringraziamenti, le benedizioni che diede a nostra Signora; il pentimento che
ebbe della sua inconsiderata disperazione, potete voi considerarlo. Ma
non finì qui il miracolo. Volle la Vergine dare un degno castigo al
Ladro, che ebbe ardimento di porre mano al suo Divoto. Perciocché
egli fuggendo dalla Città, ed entrando a nascondersi in quel medesimo Bosco, da cui pocanzi partito era Cristanziano; e vedendo in quell’albero accomodato il capestro, ivi salì precipitoso e disperatamente
da se stesso si appiccò.
5.
Or che ve ne pare, Uditori, di sì bel fatto? Vedete se quanto è vero quel
che io vi diceva, che il concorrere alle fabbriche, o al mantenimento delle
Chiese dedicate a Maria SS.ma, vien da Lei molto ben ricompensato anche in
questa Vita. Speratene dunque anche voi la ricompensa di tante
Limosine fatte a questa Chiesa novella dell’Immacolata Concezione; mentre io sono ad assicurarvene che l’otterrete. Ed intanto, pensiamo tutti
a fare ogni sforzo di concorrere a formare dal nostro Cuore un sacro
Tempio a Maria, ove essa abitar possa in perpetuo con la sua Grazia ed
Amore; che sarà la più preziosa rimunerazione, che aver noi possiamo in
questa vita.
SERMONCINO DECIMO OTTAVO
Recitato Sabato 17 Giugno 1752
Il Sermoncino si sviluppa in sei punti e vuole dimostare che l’Ave Maria è il saluto più gradito alla Vergine Santa come Ella stessa rivelò a Santa Metilde. Ciò a
motivo della dignità di chi le ha rivolto per prima questo saluto e per il suo contenuto stesso. La preghiera dell’Ave Maria contiene infatti le parole di saluto che le rivolsero l’angelo Gabriele, Santa Elisabetta e, nell’ultima parte, quelle stabilite dalla
Chiesa durante il concilio di Efeso, quando le riconobbe il titolo di Madre di Dio ed
avvocata del genere umano.
La preghiera dell’Ave Maria contiene anche i titoli più belli che possiamo rivolgerle: piena di grazia, benedetta tra tutte le donne, Madre di Dio e nostra. Ci rimane l’impegno di recitare spesso e con il cuore questa preghiera.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 77-82 (293-298).
Argomento
Quanto gradisca la SS.ma Vergine l’esser salutata con l’Ave Maria
Ave Maria
Lodi pur mille siano al Beato Alberto Magno, che eccitar volendo i fedeli alla
tenera divozione verso la Regina del Cielo, diede loro questo ricordo, cioè che
la salutassero di frequente, Salutemus eam frequenter (a)61. Perciocché essendo il
saluto, non solamente un segno di benevolenza verso il soggetto che si saluta,
ma ancora un attestato di stima verso di Lui e talora di rendimento di grazie
alle sue dispensate cortesie; ne segue, che noi salutando frequentemente di
buon cuore la Vergine, veniamo ad acquistar sempre più una tenera divozione
verso di Lei; atteso che col frequente divoto saluto le attestiamo nel tempo stesso il nostro amore, la nostra venerazione, la gratitudine nostra. Quindi, osserviamo già noi, che la Santa Chiesa, nostra provvida Madre, premurosissima di
vederci tutti ossequiosi verso di Maria SS.ma, stabilir ci ha voluto il salutarla
tre volte al giorno; cioè nella Mattina e nella Sera; secondo che dispose
Gregorio IX, Sommo Pontefice (b); e nel Mezzogiorno, conforme ordinò
(a) Luc. 1.
61 Salutiamola frequentemete.
(b) Calend. Marian. 4 Decemb.
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Giovanni XXII o come altri vogliono, Callisto III (c). Tra le orazioni però, con
le quali vien dai suoi Divoti salutata Nostra Signora, qual credete voi, Uditori,
sia quella che a Lei riesca più grata? Quanto a me, tengo certo sia l’Angelica
salutazione che comunemente intitoliamo l’Ave Maria. Osservate di grazia,
quanto la gradisca: mentre tanto ho ideato mostrarvi in questa sera, per più animarvi a dar gusto alla Vergine. Favoritemi di attenzione. Mi fo’ da capo.
1.
2.
Per due capi principalmente può riuscir grato un saluto, o per riguardo
degli elogi che esso contiene o per rapporto di chi lo fa. Favellando del
primo, come non esser molto grato a Nostra Immacolata Signora il
sacro saluto dell’Ave Maria, se questa orazione contiene gli elogi più
nobili, più alti e più divini; che a Lei dare si possano? In essa si esprime la pienezza di Grazia che la Gran Vergine sempre mai possedette; il
singolar privilegio di esser benedetta fra tutte le donne; la dignità infinita di esser Madre di Dio; e la gran prerogativa di essere Avvocata di
tutto il Genere Umano e spezialmente de’ poveri Peccatori. Certo è,
Uditori, che ogni elogio di questi riesce grato alla Vergine: or come un
serto di tutti non riuscirle gratissimo?
Che se all’altro capo, per cui è gradito un saluto, cioè per rapporto di
chi lo fa, volger vogliamo il pensiero; chi vi ha tra di voi, che non sappia essere stato fatto e composto il sacro saluto, di cui favelliamo, da
Personaggi in santità molto celebri; e per conseguenza molto cari alla
Regina del Cielo? L’Arcangelo Gabriele fu il primo a pronunziarlo con
tutto l’ossequio e ad esserne dei tre primi elogi l’Autore; allorché
annunziando alla comune Signora l’ineffabil Mistero dell’Incarnazione
del Divin Verbo, la salutò dicendo, Dio ti salvi, piena di Grazia; il Signore
è teco; Benedetta tu fra le Donne (d). Santa Elisabetta poi dell’elogio quarto fu l’Autrice, allorquando visitata dalla predetta Madre di Dio, rattener non volendo il giubilo, di cui il cuor le inondava, ad esclamare si
pose, Benedetto il frutto del Tuo Ventre (e). Finalmente la Chiesa, aggiun-
(c) Auriem. p. 1, cap. 5.
(d) Luc. 1.
(e) Luc. 1.
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ger volendo a sì nobile e degno saluto anche gli elogi suoi; in occasione
che nell’anno 431 fu convocato il tanto celebre Concilio Efesino, nel
quale condannato fu l’empio eresiarca Nestorio, che con sacrilega ostinatezza negar ardiva alla Vergine l’altissimo pregio di esser Madre di
Dio; a confusione di sì temerario e diabolico Menzognero, a gloria maggiore di Nostra Signora e ad istruzione del Cristianesimo tutto, ordinò
che in aggiunta dell’Ave Maria si dicesse, Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi Peccatori, con quel che segue sino alla fine (f). Or un saluto
adunque sì sacrosanto da Personaggi sì celebri fatto, come possibile non
esser dalla Vergine oltremodo gradito?
3.
Vero è, non lo nego, che la sola nostra freddezza ed indegnità serve di
grande impedimento. Ma pure io sostengo, che benché l’indisposizione
nostra in recitando l’Ave Maria serve alla Vergine di molto dispiacere;
nulladimeno, e per riguardo degli altissimi elogi, che una tale Orazione
contiene, e per rapporto dei suoi Santi Istitutori, non possa farsi a meno
che non rechi per se stessa un gran godimento a Nostra Signora e che
non l’ascolti volentieri da chiunque divotamente la recita: come ben
diceva Tommaso da Kempis, Salutate Mariam Angelica Salutatione, quia
vocem hanc audit valde libenter (g)62. Anzi, fondato sugli stessi riguardi,
ad aggiunger mi fo’ con l’asserire per certo, che se le altre orazioni divote alla Regina del Cielo sono pur grate, questa dell’Ave Maria sia tra le
preghiere tutte la più gradita; ed il più caro ed accetto tra tutti i sacri
saluti, che a Lei dare si possano.
4.
Sottentri alle ragioni di alcuni esempi il contesto. Santa Metilde (che
dell’Amor di Maria sì grandemente ardeva, talché esclamava bene spesso di desiderare in sé raccolti i Cuori di tutte le creature, affin di amarla con i Cuori di tutti), Santa Metilde, ripeto, supplicando bene spesso
la Vergine, affin si degnasse istruirla su di un qualche sacro saluto, che
le fosse più grato e che migliore trovar non si potesse, restò un dì con-
(f) Calend. Marian. 22 Jun.; Auriem. p. 1, cap. 5.
(g) Ser. 21 Ad Na.
62 Salutate Maria con il saluto angelico poiché ascolta molto volentieri questo saluto.
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solata in tal guisa (h). Le comparve Nostra Signora, portando scritta a
caratteri d’oro sovra del Sacro Petto l’Ave Maria; e a Lei rivolta, Sappi,
le disse, che non potrà veruno salutarmi meglio che con questo Saluto. Lo stesso udì dirsi dalla Regina del Cielo la Beata Eulalia Monaca Cistercense;
la quale anche riseppe che quelle parole Dominus tecum erano alla
Vergine di grandissimo gusto (i). Lo stesso, per finirla fu rivelato alla
Beata Giovanna di Francia (k). Tanto è vero, Uditori, che l’Angelica
salutazione riesce così grata a Maria SS.ma, che tra tutte le Preghiere,
che a Lei si fanno, questa le è più accetta e più cara.
5.
Noi dunque, Ascoltanti miei cari, che tutta la grande premura aver
dobbiamo di dar sul genio alla nostra Celeste Sovrana, quale studio ed
attenzione dobbiamo porre in così salutarla di frequente? Io ben so, che
voi tutti tra giorno più e più volte riverite la Vergine con l’Ave Maria:
onde parrebbe superfluo il raccomandarvi un tale ossequio. Ma vogliam
credere, che tutti poi la recitiate con attenzione e con affetto? Piacesse
pure al Cielo che così fosse! Ah che alcuni, o per esser con semplicità
troppo carichi di divozioni e di recite, o per esser troppo tiepidi ed indivoti, salutano Nostra Signora con tal fretta e con tali storpiature di Ave
Maria, che neppur si accorgono di quel che dicono, di quel che lasciano, di quel che imbrogliano. Per altro, io stimo, non esser questi in
verun modo saluti, Preghiere ed Orazioni; ma piuttosto Ciance e quasi
starei per dirle, villanie ed improperi; da muover sino alle risa lo stesso
demonio; come appunto fecesi beffe una volta di certe precipitose ed
indivote Ave Maria, che recitava un Giovinastro. Semmai, Uditori,
qualcuno di questo taglio si trovasse tra voi, si muti.
6.
Ecco pertanto il bel modo di dar gusto alla Regina del Cielo col saluto
dell’Ave Maria. Recitarla da quando in quando con tutta l’attenzione e
divozione a noi possibile. Così stilava ed ai suoi Religiosi raccomandava caldamente San Dionisio Cartusiano dicendo, Salutationem Angelicam
(h) Auriem. par. 1., Affet. Scarab., cap. 5.
(i) Maracci In Lib. Marian. pag. 28.
(k) Maracci loc. cit.
158
quanto frequentius, tanto attentius, affectuosiusque dicamus (l)63. Anzi la
Vergine stessa una dolce ammonizione ne fece alla sua diletta Eulalia
Cistercense, di cui poc’anzi favellammo. Era solita la divota Religiosa
recitar moltissime Ave Maria e giorno e notte; e siccome per vari impieghi che aveva, non poteva arrivare a recitarle sempre tutte con pausa ed
attenzione, si dava alle volte fretta in recitarle. Quando in una notte
comparir si vide Nostra Signora, che così dolcemente la ammonì,
Eulalia, se mi vuoi dar contento, e giovar più all’Anima tua, quando mi saluti con l’Ave Maria, non la dire così all’infretta (m). Dal che prontamente si
emendò la Santa, ed ammaestrata rimase, che qualora accoppiar non si
potevano con gli impieghi del proprio Stato numerose e lunghe Recite
divote, era meglio usarne più poche e dirle bene; che usarne molte e
strapazzarle. Serva ciò anche per nostro ammaestramento in tutte le
nostre orazioni e particolarmente in questa dell’Ave Maria; la quale,
essendo con divozion recitata, rapisce il cuore alla Vergine, tanto le riesce accetta e gradita; come io vi diceva.
(l) Ser. 6 In Annunc.
63 Recitiamo l’Ave Maria quanto più frequentemente tanto più attentamente e affettuosamente.
(m) Maracci In Lib. Marian., pag. 28.
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SERMONCINO DECIMO NONO
Recitato Sabato 24 Giugno 1752,
ricorrendo la festa della Natività del gloriosissimo Precursore S. Giovanni Battista
L’argomento del Sermoncino, sviluppato in sette punti, mette in relazione la festa liturgica della natività di San Giovanni Battista con la tematica mariana dei sabati.
Nell’introduzione don Marcucci afferma di non essere all’altezza di parlare dei
privilegi del santo. Si soffermerà invece a trattare gli effetti che la visita di Maria a
Santa Elisabetta ha prodotto nel figlio Giovanni. Egli crede che l’abbraccio di Maria
alla cugina Elisabetta abbia donato al bimbo l’uso perfetto di ragione, la cancellazione della macchia originale e la pienezza dello Spirito Santo.
L’Autore crede con Sant’Ambrogio che San Giovanni ricevette dalla Vergine il
battesimo di Spirito Santo prima della sua nascita e divenne suo primo figlio spirituale. Ella volle donare al piccolo anche l’esempio del servizio e della dolce carità trattenendosi con sua madre per tre mesi. Se dunque Maria SS.ma amò tanto San
Giovanni Battista, questi ci otterrà volentieri la protezione di Maria.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 259-265
Argomento
Essendo stato San Giovanni Battista così caro a Nostra Signora,
non vi è mezzo più proprio per ottenere la Protezione di questa,
che interporvi l’Intercessione di quello
Ave Maria
Non aspettaste già, Riveriti Uditori, che in questa ricorrente antichissima
Festa, celebrata con molta solennità sin sulla fine del secolo quarto, ai tempi
di S. Agostino e di S. Massimo, voglio dir della Natività di S. Giovanni
Battista; non già aspettaste, ripeto, che io esporre vi volessi tutte le
Prerogative del SS.mo Precursore e farvi considerare quanto singolari esse fossero, nobili ed eccellenti: atteso che un tale assunto, stimando io riuscire
anche difficoltoso a chi un Angelico intendimento avesse, od una Celeste
facondia; molto più lo ravviso impossibile ad essere intrapreso e sostenuto
dalle mie deboli forze. E come no? Se io vi dicessi essere stato il Battista, grande in virtù e perfezione, sarebbe poco; perciocchè egli non solo comparve
Grande presso degli Uomini, ma sino al cospetto di Dio, innanzi a cui per
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altro ogni più smisurata grandezza sparisce, erit magnus coram Domino (a)64.
Se ve lo mostrassi Profeta, nulla direi; atteso che il Redentore medesimo lo
disse più che Profeta, Plusquam Propheta (b); e lo nominò sino Angelo suo
Precursore, Hic est, de quo scriptum est, Ecce mitto Angelum meum ante faciem tuam,
qui praeparabit viam tuam (c)65. Insomma, se io ve lo predicassi Patriarca,
Apostolo, Dottore, Innocente, Vergine, Confessore, Penitente, Martire e
Santo di alta sfera, che mai ve ne direi, se lo stesso Gesù di sua propria Bocca
a più sublime posto, lo innalzò allorquando lo canonizzò per Maggiore tra
quanti mai nati eran da donna? Non surrexit inter Natos Mulierum Major Joanne
Baptista (d)66. Lungi adunque dalla vostra aspettativa, U(ditori) e dal mio
pensiero sia il raggiuger o il novero o l’altezza delle eccellenti sue Prerogative.
Vi basti l’udirne una sola; la quale, se mi riuscirà di esporvela almeno come
in abozzo, spero risveglierà maggiormente in voi quell’alto concetto, che del
Gran Battista già avete. Bramate saper qual sarà questa singolar Prerogativa?
Eccola. L’essere stato San Giovanni Battista molto amato dall’Immacolata Signora
nostra Maria SS.ma, ed a Lei molto caro. Favorite di ascoltarne attentamente le
prove: e confido che allor da voi medesimi capirete, non esservi mezzo più
proprio per ottener la Protezione della Vergine, che interporvi l’efficacissima
Intercessione del Battista. Diamo principio.
1.
Una delle ragioni per cui resta chiaro, che San Giovanni Battista fosse
molto caro alla Vergine e da Lei molto amato è, Uditori, l’essere egli
stato suo stretto Parente. Ognun sa, quanta possanza abbia di suscitare
in un Cuore un tenero giustissimo affetto la stretta Parentela: giacchè la
Natura medesima ha stampato in ciascuno un tal documento. Quindi è
che se Nostra Immacolata Signora dalla sua Benignità incomparabile e
Misericordia viene, dirò così, costretta ad amare noi tutti teneramente;
(a) Luc. 1, 15.
64 Sarà grande dinanzi al Signore.
(b) Luc. 7, 27.
(c) Luc. 7, 28.
65 Costui è quello di cui è stato scritto, ecco io mando il mio angelo davanti al tuo cospetto, che ti preparerà la strada.
(d) Matth. 11, 11.
66 Non sorse tra i figli di donne uno più grande di Giovanni Battista.
161
nell’Amor tenero però verso il Battista obbligata si trovò doppiamente,
perché vi concorse anche il vincolo stretto di Sangue ad obbligarla.
Notatene di grazia la Genealogia. Che la Vergine fosse Parente di Santa
Elisabetta, Madre di San Giovanni, è così indubitato, che è un articolo di
fede; dicendoci espressamente il Vangelo, che le era Cognata, Ecce
Elisabeth cognata tua (e). Ben so, che non mancano sacri Espositori che,
giusta lo stile quasi ordinario nelle Scritture di intitolarsi Cognato,
Fratello o Sorella qualunque Parente, intendono quel Cognata tua per un
titolo generico di Parentela e Cognazione, senza individuarne il grado: e
voi vederlo potete presso il Toleto, che diffusamente ne scrive (f). Ma io,
appoggiato sull’autorità del Menologio Greco (g), sulla Storia di
Niceforo (h) e sulla sentenza del celebre Lirano e di altri molti (i), intendo quel passo del Vangelo così, cioè che Nostra Signora fosse nel tempo
stesso e vera Cognata Cugina di Santa Elisabetta e sua Sorella Cugina.
Cognata Cugina per riguardo del Patriarca San Giuseppe, suo purissimo
Sposo; il cui Padre, chiamato Giacobbe e la Madre di Santa Elisabetta,
chiamata Sobe, eran carnali; amendue figlie di Mathan della discendenza
di Abramo e della stirpe Reale di Davide. Fu poi Sorella Cugina per
riguardo della gloriosa Sant’Anna, sua SS.ma Madre; la quale era Sorella
Carnale di Sobe, Madre di Santa Elisabetta e di Giacobbe Padre di
S. Giuseppe e figlia anch’essa di Mathan. Onde per ogni verso appare e per
ciascun grado, che Nostra Signora fosse Zia cugina del gran Battista.
Argomentate ora voi qual tenero singolarissimo amor gli portasse: giacchè la stessa sua frettolosa partenza da Nazareth per andare a santificarlo sin nel Ventre Materno, di un finissimo Amore ve ne dà sempre più
chiaro argomento.
2.
Sebbene lo stretto vincolo di Sangue non è la sola cagione, da cui dedurre noi possiamo l’Amor grande che Maria SS.ma portò a San Giovanni.
Vi è un altro motivo più rilevante, cioè di essere stato il Battista suo
(e) Luc. 1, 36.
(f) Tolett. In Luc. 1; annot. 108.
(g) Men. Graec., Die 8 settembris.
(h) Nicephor., Lib. 2, Hist. cap. 3.
(i) Tirin. In scriptur. Tomo 1, Tab. 4 in fol.
162
primo Figlio Spirituale; come egregiamente il De Voragine scrisse,
Joannes Baptista fuit Virginis Mariae spiritualis Filius (k)67. Possiamo noi
dire, tre figli avev avuti la Vergine, cioè uno Naturale e fu Gesù Signore
nostro; un altro adottivo e fu San Giovanni Evangelista, che per comando
del suo Divino Unigenito se lo adottò a piè della Croce; un altro spirituale e questo fu San Giovanni Battista. Il primo Figlio, cioè l’unico naturale
che ebbe, lo amò infinitamente sopra tutte le cose con tutto il suo Cuore,
come suo caro Dio. Il secondo, cioè l’adottivo, lo amò la Vergine teneramente. Il terzo, poi cioè lo spirituale, non solo lo amò con tenerezza, ma
eziandio con prodigio. Concepito era stato il Battista, come gli altri
discendenti di Adamo, con l’originale peccato; e già da più mesi così
privo di Grazia sen giaceva racchiuso nel Seno Materno. Pronta Nostra
Signora vi accorse; ed appena giunta, non così tosto ebbe dato il dolce
saluto ed abbraccio alla sua Cugina, che subito infonde al racchiuso
Pargoletto l’uso perfetto di ragione, lo ricolma di gioia e di giubilo, lo
monda dall’originaria macchia, lo riempie di Spirito Santo: Ad salutationem Mariae exultavit Infans in Utero, odasi Sant Ambrogio, repletus est
Spiritu Sancto (l)68. Onde può dirsi, che la Vergine in un certo modo lo battezzasse prima della di lui nascita; e che il Battista in virtù del Saluto della
sua potentissima Zia Cugina ricevesse il Battesimo di Spirito Santo; conforme degnamente riflette il De Voragine, Virtute Verbi Virginei Baptismum
recepit Spiritus Sancti (m)69; e così primo Spirituale suo Figlio divenisse.
Or può darsi Amor più tenero ed insieme più prodigioso di questo?
3.
Ma notatene alcune più particolari finezze. Maria SS.ma che sin di allora incominciò ad amarlo come suo prediletto spirituale Figliuolo, come
tale volle anche istruirlo nelle più eroiche sublimi virtudi, mi spiego.
Si trattenne Nostra Signora nella casa di Santa Elisabetta, quasi per tre
(k) De Vorag. Ser. 4. De S. Joan Bapt.
67 Giovanni Battista fu figlio spirituale di Maria Vergine.
(l) S. Ambr. in Luc. lib. 3.
68 Al saluto di Maria esultò il bimbo nell’utero… fu ripieno di Spirito Santo.
(m) De Vorag., Ser. 4, De S. Joan. Bapt.
69 In virtù del saluto della Vergine ricevette il Battesimo dello Spirito Santo.
163
mesi, Mansit autem Maria cum illa quasi Mensibus tribus (n)70. Or di questo suo trattenimento, non solo il contento e vantaggio della sua
Cognata ne fu la cagione, come osserva Sant’Ambrogio; ma ancora il
profitto che al suo amato Nipote ne ridondava, Sed etiam tanti Viri profectus (o)71. Vedeva molto bene il picciol Giovanni, ancor che imprigionato nell’Utero Materno, come appien dotato di uso di ragione e di
lume Profetico; vedeva, disse, molto bene tutte le eccellenti Virtù praticate dalla SS.ma Zia, sentiva tutti i divini discorsi ed ammaestramenti di Lei; e così, al dire di Ambrogio, andava in sè copiando la perfezione ed approfittandosi di tale Scuola Divina. E la Vergine, che tutto ciò
ben sapeva, chi esprimer può, se con qual tenerezza di affetto la Santità
comunicando gli andava?
4.
Or che vi sembra, Uditori? Tutti questi addotti motivi non son forse
tutti validi fondamenti, dai quali manifesto rimane esser stato il
Battista molto caro a Maria e da Lei molto amato? Eppure, se ho da dirvela, penso che da un’altra ragione resti più chiaro il mio Assunto.
Notate. Ciascuno ama il simile a se stesso; come la Scrittura ci dice (p):
atteso che, al fondato scriver dell’Angelico (q), la similitudine è, propriamente parlando, la cagione dell’Amore, Similitudo, proprie loquendo,
est causa Amoris72. Ciò presupposto, chi giunger varrà mai a comprendere l’amore finissimo ed ineffabile di Nostra Signora verso San Giovanni
Battista, se tanto simile a sè lo vide per mille capi? Udite e stupite.
L’Argangelo Gabriele annunziò a San Giovacchino la Concezione e la
Nascita di Maria SS.ma, come con l’antico Germano Costantino
Politano ce lo attestan mille altri (r). Lo stesso Arcangelo annunziò a
San Zaccaria la Concezione e la Nascita di San Giovanni. I Nomi glorio-
(n) Luc. 1, 56.
70 E Maria rimase con lei quasi tre mesi.
(o) S.Ambr. in Luc. lib. 3.
71 Ma anche di un così grande uomo il profotto.
(p) Ecclesiast. 13, 19.
(q) 1. 2 q. 27, av. 3 in c.
72 La similitudine è propriamente parlando la causa dell’amore.
(r) Ger. De encom. Virg., Fulbertus Episcopus Carnotens., Ser. De Nat. Virg.
164
sissimi di amendue annunziati furon dall’Angelo e molto coerenti furon
nel lor significato di Grazia. Sì l’una, che l’altro generati furon per
miracolo da sterili vecchi Genitori. Nella Nascita poi ebbero tal somiglianza, che Santa nacque la Vergine e la sua Natività apportò una grande allegrezza a tutto il Mondo; come c’insegna la Chiesa; e Santo ancor
nacque il Battista e col suo nascer un gaudio grande recò ed alla sua casa
ed ai Popoli tutti di quei contorni. Vergine fu sempre Maria; così pur
Vergin si mantenne Giovanni. E se Nostra Signora, come Madre di Dio,
fu la Regina dei Santi; il Battista, come Precursore del Divin Verbo
Umanato, fu tra i Santi il maggiore. In Cielo Grande Imperatrice è la
prima: colassù Gran Principe è l’altro. O che bella somiglianza, che
convenienza maravigliosa! Or se questa appunto è il proprio costitutivo di un forte tenerissimo Amore: che più evidenti prove di queste
vogliamo, Uditori, per toccar con mano, che San Giovanni Battista fosse
in altissimo grado caro a Maria e da Lei teneramente amato?
5.
Giacchè adunque purtroppo ne restiam persuasi; chi esser vi può ora tra
noi sì grossolano, che da se medesimo non intenda, non esservi dunque
mezzo più proprio per ottener la tanto necessaria e sospirata Protezione
della Vergine, che interporvi l’efficacissima Intercessione del Battista.
Qui non fan duopo ragioni: bensì, per promuoverne la pratica, vi bisognano esempi. Sentitene alcuni, che succintamente sono a contarvi: e
finisco.
6.
Paolo Diacono di Aquileja, poi Monaco Cassinese, Scrittor così celebre
e pio, al Mondo tutto già noto e così stimato dall’Imperador Carlo
Magno, Paolo Diacono, dico, travagliato trovandosi da una fiera raucedine, per quanti mai rimedi umani adoperasse, non fu mai possibile
ne sperimentasse sollievo. Cresceva ogni giorno il male; ed egli afflitto tutto per vedersi preclusa ogni strada di impiegarsi per la gloria di
Dio, alla Regina del Cielo, di cui era molto devoto, fece più volte
ricorso. Parendogli però che l’eccelsa Signora muover punto non si
volesse ai suoi bisogni, si rivolse a pregar San Giovanni Battista, a cui
singolar affetto portava. Oh, disse, a Voi tocca, Santo mio potentissimo e grazioso, di ottenermi da Dio e dalla sua Madre SS.ma la guarigione da questa così imperversata ed inasprita raucedine, che mi tra-
165
vaglia! Tanto disse Paolo Diacono con viva fiducia e tanto ottenne per
Intercessione del Santo, rimanendo miracolosamente guarito. Della
qual grazia memore egli e grato, volle confessarla ai Posteri sul principio di quel bellissimo Inno, che noi sino ad ora diciam nell’Uffizio,
Ut queant laxis resonare fibris73, che poi, circa la fine del secolo ottavo,
ad onore di San Giovanni, in bei versi Saffici con l’aggiunta
dell’Adonico ad ogni strofa, compose (s).
7.
Cosìppur, quanto valida fosse l’Intercessione del Battista presso Nostra
Signora, sperimentarono nell’anno 1490 i Cavalieri Gerosolimitani
ossien di Malta. Intrapresero essi coraggiosamente una fiera battaglia
Navale contra dei Turchi. Dubbia ancor era la Vittoria per ambe le inferocite Parti: e sino i Venti e le Onde, pareva che concorressero a renderla incerta, con l’imperversare or contro degli uni ed or contro degli altri.
Imploravano intanto per l’ottimo esito i coraggiosi e Pii Cavalieri il
Patrocinio dell’Imperadrice del Cielo ed il soccorso del loro Tutelare e
singolare Protettore della loro Religione San Giovanni Battista. Quando
eccoti all’improvviso apparir loro Maria SS.ma insieme col Santo
Precursore: e tosto li anima al combattimento, li ripara da colpi nemici, li rinvigorisce negli assalti; e pone alla fine nelle loro mani la gloriosa Vittoria (t). Tanto fu efficace per loro l’Intercession del Battista presso della Gran Vergine. E tanto, credetelo a me, sarà sempre efficace
anche per noi, miei cari Uditori, in tutti i nostri bisogni; se lo porremo
sempre per Mezzano affin di goder la Protezione potente di Nostra
Immacolata Signora. E come no? Rammentatevi sempre, essere stato
San Giovanni Battista molto a Lei caro, ed amato da Lei teneramente: e tanto
vi basti per ravvivarvi la fiducia e per spronarvi alla pratica.
SERMONCINO VENTESIMO
Recitato Sabato 1 Luglio 1752
Il Sermoncino, sviluppato in sette punti, viene recitato nella vigilia della festa
della visita di Maria a Santa Elisabetta. L’Autore si dilunga un po’ sull’introduzione per rispondere ad alcune domande che le circostanze della festa pongono. Dopo
un accenno alle sublimi virtù dell’umiltà e della carità, praticate dalla Madre di
Dio in questa circostanza, spiega l’origine storica della festa.
Essa fu istituita nel 1359 dal Sommo Pontefice Urbano VI per implorare l’aiuto di Maria SS.ma, Madre dell’unione e della pace, contro lo scisma dell’Antipapa
Clemente VII. Alcuni secoli prima la festa, promossa dai Francescani, veniva celebrata privatamente.
Don Marcucci sostiene con Sant’Ambrogio ed altri Padri della Chiesa che la
Vergine avesse circa 14 anni e che impiegasse almeno tre giorni per giungere dalla
cugina. La data della festa, due luglio, non è verosimile perché se si celebra la natività di San Giovanni il 24 giugno e dal Vangelo sappiamo che Maria si trattenne
tre mesi con la cugina, prima della nascita del Precursore, la festa della visitazione
dovrebbe cadere intorno al 28 marzo, subito dopo l’Annunciazione, ma a motivo delle
feste pasquali la Chiesa la sposta a questa data.
L’argomento del Sermoncino è di carattere morale e mira a preparare l’animo degli
ascoltatori alle dolcissime visite di Maria SS.ma. La condizione più importante è la
vera umiltà di cuore, cioè fondata sulla propria pochezza e piena di opere buone per
far piacere a Dio e all’Immacolata sua Madre. Questo è l’esempio che ci hanno lasciato la stessa Vergine Santa, Santa Elisabetta ed altri.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 249-256 (37-44).
Argomento
Il reputarsi indegno di ricevere le dolcissime Visite di Maria SS.ma
e nel tempo stesso far quel che si deve per ottenerle,
è il gran segreto per sicuramente riceverle
Ave Maria
73
Perché possano risuonare con pieno trasporto.
(s) Gavant. in Comment. Rubr. Brev., Sect. 7, cap. 8, n. 24.
(t) Marches. in Diar. Sacr., die 24 junii.
166
In questa sera sì, R(iveriti) U(ditori), che sarà pur gentile e curiosa! Voi qui
adunati, mi persuado, con gran desiderio di sentirmi favellar sopra la SS.ma
Visitazione di Nostra Immacolata Signora, fatta a Santa Elisabetta, nella cui
Vigilia già siamo, sull’aspettativa starete di udir forse da me cose grandi su
167
del ricorrente sacrosanto Mistero: ed io, che estatico a pien son rimasto dalla
considerazione delle ineffabili Virtù sublimissime e spezialmente dell’Umiltà
e Carità, praticate in questa Visita dalla Gran Madre di Dio, ed ammirate
insino con ben’alto stupore da tutti gli Angeli e Serafini del Cielo; costretto
a venerarle con un profondo silenzio, sono appunto salito su questa Cattedra
al fin di pregarvi a dispensarmi dal farvene in questa sera discorso.
Sintantochè qualche storica notizia bramaste intorno alla antichità di detta
Festa, pure: ve ne darei di buon cuore quella contezza vorreste, col dirvi essere stata ella istituita nell’anno 1389 dal Sommo Pontefice Urbano VI (a), per
implorare aiuto dalla Madre dell’Unione e Pace, Maria SS.ma, contro lo
Scisma XXVI, che allor regnava ostinato dell’Antipapa Clemente VII
Genevrino contro il legittimo memorato Successor di San Pietro: e per l’effetto medesimo nell’anno appresso, cioè nel 1390 essersi pubblicata dal
Pontefice Bonifacio IX. Anzi sarei ad assicurarvi di più esser stata solennizzata tal Festa, anche alcuni secoli innanzi, privatamente da qualche particolare
Adunanza divota; come appunto sin dall’anno 1263, essersi celebrata dai
Francescani, nei loro Annali si legge. Così se vorreste qualche altro istorico
lume, ver. gr., dell’Età che allora avea la Vergine, quando dalla Città di
Nazareth intraprese il lungo e disastroso viaggio per le montagne della
Giudea sino alla città di Giuda, vicino a Gerusalemme, ove Santa Elisabetta
abitava, vi direi, che dovendosi onninamente riggetar come bizzarra la poco
accorta sentenza del Gaetano, cioè che fosse nostra Signora allora di anni
diciannove, oppur ventiquattro di età (b), vi direi, ripeto, che secondo il comune e più fondato parere dei Sacri Scrittori (c), era allora la Vergine di anni
quattordici non ancor compiti. Insomma, Uditori, qual sarebbe mai quella
notizia da voi bramata, alla dichiarazione di cui non mi soggetterei volentieri per esser da voi esentato dal favellarvi dell’ineffabil Mistero? Purché per
dispensato mi abbiate, vi esporrò eziandio quel tanto non meno grato, che
ricercato dubbio, cioè se veramente la Visitazione di Nostra Signora avvenne
nel giorno di domani, al 2 di luglio; oppur se in altro dì, perché dimani se ne
solennizzi la Festa? Certo è che al 2 di luglio non potè mai succeder la
(a) Gavant. in Comment. Rubr. Brev. sect. 7, cap. 9, n. 2; Auriem. par. 1, cap. 24.
(b) Caiet. Luc. 1.
(c) Graveson Tomo 1, De Ann. Christ, dissert. 2, fol. 23.
168
Visitazione della Vergine a Santa Elisabetta: perciocché essendo essa avvenuta dopo l’Annunciazione, come dice il Vangelo (d), la quale successe ai 25 di
marzo, ne viene che l’arrivo di Nostra Signora in casa della sua Cognata e
Cugina pochi dì dopo seguisse, cioè circa lì 28 di marzo. Eccone la ragione.
Partì la Vergine poco dopo essere stata annunziata, come dal Vangelo si cava
e tutti i Santi Padri ci affermano; aggiungendo anzi Origene, Sant’Ambrogio
e San Beda (e), che nello stesso giorno dell’Annunciazione partisse. Il viaggio
veramente fu montuoso ed incomodo e lungo sopra miglie cinquanta, conforme nota S. Francesco di Sales e di circa sessanta, allo scriver dei Viaggiatori
di Terra Santa (f): quindi creder si può, che Nostra Signora, così delicata e
tenera di anni quattordici, facendo anche un tal disastroso viaggio a piedi,
tuttoché frettolosamente andasse, ci mettesse circa tre giorni; onde giungesse
alla Casa della sua Cugina circa al 28 di marzo; come si disse; e non già al 2
di luglio: tanto più che essendo nato San Giovanni al 24 di giugno, se si
ammettesse essere succeduta la Visitazione nel giorno di domani, si direbbe
avvenuta dopo nato il Battista: il che sarebbe eresia, perché contra il Vangelo
(g). Che se dunque la Visitazione accadde circa il 28 di marzo, perché dimani al 2 di luglio vien celebrata? Vi dirò. La Santa Chiesa l’ha trasferita al giorno di domani, sì perché negli ultimi giorni di marzo sta per lo più occupata
nella rimembranza dolorosa della Passione di Gesù Signor Nostro (h); e sì
ancora perché nel giorno di domani finì la Visita della Vergine partendo dalla
sua Cognata per far ritorno a Nazareth, come nota l’Azorio (i). Ne volete di
più, Uditori, per esentarmi dal formarvi discorso sopra il suddetto Mistero
della Visitazione? Mi è pur costato un Proemio più lungo di un Panegirico.
Contentatevi adunque: e datemi libertà che io piuttosto in questa sera, per
rapporto del memorato Mistero, una Proposizione morale vi additi e succintamente vi esponga, cioè che il riputarsi indegno di ricever le dolcissime Visite di
Maria SS.ma e nel tempo stesso far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per
sicuramente riceverle. Volete vederlo? Attendete.
(d) Luc. 1.
(e) Carthagena, hom. 1.
(f) P. Ant. de Hadria. in Medit. de vit. Christ.
(g) Luc. 1.
(h) Viglieg., par. 2, Flos. SS.; 2 jul.
(i) Azor. p. 2, lib. 2, c. 23, q. 2.
169
1.
Sono le Visite di Nostra Immacolata Signora così dolci benefiche e doviziose di mille grazie e favori (come le sperimentò appunto nel ricorrente Mistero tutta la casa fortunatissima di Zaccaria), che non vi ha al
certo Anima Cristiana al Mondo, la quale estremamente non le desideri e caldamente non le dimandi. Eppure, tuttoché Maria SS.ma di sua
benigna Natura sia assai più pronta a dare, di quel che a chiedere noi
siamo; eppure, ripiglio, il veder tutto giorno, che non tutti delle sue
dolcissime Visite sono partecipi, voglio dir, delle sue straordinarie illustrazioni e grazie, dei suoi favori speziali, del suo tenero amore; da altro,
penso, non derivar loro tal disgrazia, se non dal non servirsi essi di quel
gran segreto, da me divisato, cioè di riputarsi indegni di riceverle e far
nel tempo stesso quel che si deve per ottenerle.
2.
Questo è un segreto, Uditori, così efficace ed isperimentato, e così fondato su di valide e convincenti ragioni, che temere non può di non riceverne sicuro l’ottimo effetto chiunque a servirsene porge pronto la
mano. Osservate se io punto mi allontani dal vero. Egli è un decreto già
uscito dalla Sapienza Divina negar voi non lo potete che le Celesti finezze, le esaltazioni, i favori, le grazie non si dispensano all’Uomo per altro
canale, che per quello dell’Umiltà vera di cuore: Qui se humiliat exaltabitur (k). Deus Superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (l)74. Questo
decreto, voi pur lo sapete, dalla Madre della Sapienza Divina che fu
ancor sottoscritto: avendo pur essa detto, Dispersit superbos ... et exaltavit
Humiles (m). Or questa Umiltà pertanto, che è la sola apportatrice delle
sovrane celesti dolcissime visite al nostro Cuore, affin sia tale, aver deve
necessariamente due inseparabili qualità, cioè che sia di cuore e vera.
3.
L’Umiltà è allora di cuore, quando rientra e s’interna nella propria viltà,
reputandosi affatto indegna di esser onorata con visite, arricchita di grazie, decorata con celesti favori. Allora poi è vera, quando è operativa,
(k) Luc. 18, 14.
(l) Jhac. 4, 6.
74 Chi si umilia sarà esaltato. Dio resiste ai superbi, ma dà la grazia agli umili… Disperse i
superbi ed esaltò gli umili.
(m) Luc. 1.
170
cioè che nonostante il riputarsi indegnissima, pure fa ed opera nel
tempo stesso tutto il Bene che può e che deve per dar gusto a Dio ed
all’Immacolata sua Madre. Alto, Uditori. Se adunque l’Umiltà vera di
cuore è quella, che ruba il cuore alla Vergine ed ottien da Lei le più care
visite delle sue amorose finezze: datemi un Umile vero di cuore, cioè
che si reputi indegno e che operi nel tempo stesso; e poi negatemi, se
potete, non aver esso il grande segreto per esser sicuramente visitato da
Nostra Signora.
4.
Ma io voglio ancora provarvelo con un’altra forte ragione, tanto mi
trovo impegnato per la verità del mio Assunto. Il riputarsi indegno di
ricever le visite dolcissime di Maria e nel tempo medesimo far quello
che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle;
appunto perché chi così si porta, si fa imitator fortunato del mondo,
come si portò la Vergine per esser visitata dal Cielo; ed in conseguenza
la sprona a rimirarlo con occhi benigni, vedendolo fatto a sè alquanto
conforme; ed a visitarlo da vicino con le sue amorose finezze; come dice
Bernardo, Prope est Virgo invocantibus se praesertim iis, quos videt conformes
sibi factos in humilitate (n)75. Or notate, come si portò Maria. Era ella
sulla fine del quattordicesimo anno, quando un dì in altissima contemplazione assorta, ammirando trovavasi su quel Passo del Profeta Isaia,
Ecce Virgo concipiet et pariet 76, chi mai esser dovea tra la Real Discendenza
di Davide quella Vergine, la quale tanta singolarissima sorte godrebbe
di concepir nel suo casto Ventre, per virtù sola Divina, il venturo
Messia, Figlio di Dio. Guardi, che Nostra Signora in contemplando tal
passo, volgesse mai il pensiero sopra di sé, talché credesse ella poter’essere quella. Si riputava anzi tanto indegna, che andava esclamando (o),
esser’ella fortunatissima se avesse potuto servire in qualche modo la
venturata Madre del Salvatore promesso e baciar quel Terreno da Lei
(n) S. Bern. Ser. sup. Salv. Reg.
75 La Vergine è vicina a coloro che la invocano, specialmente a quelli che vede essere divenuti conformi a sé nell’umiltà.
76 Ecco la Vergine concepirà e partorirà.
(o) In Vita B.M.V., vide Vigliegas, aliosque Scriptores.
171
calpestato. Ecco l’eroica profondissima Umiltà di cuore di Nostra
Signora. Osservatene l’Umiltà vera. Tuttoché indegna riputavasi di
tanta sorte, non cessava però di esercitarsi del continuo in virtù sublimissime e andar crescendo ad ogni istante nella più alta perfezione, che
trovar mai si potesse tra tutte le pure Creature qua in Terra: non già
affine di meritar la Maternità Divina, perché questa neppur le cadeva in
pensiero, tanto si stimava vile; ma affin di dar sempre più gusto a Dio,
così degno di esser’amato e servito. Così appunto si portava la Vergine;
quando ecco nel mentre sì indegna si credeva di esser Madre di Dio e sì
perfettamente operava nel tempo stesso; ecco, all’improvviso la visita
l’Angelo, le annunzia esser ella la Vergine alla Divina Maternità destinata; e tale alla fine diviene. O prodigi dell’Umiltà vera di cuore! A noi
Uditori. Chi così adunque si porta, ad imitazion di Maria per rapporto
de’ favori del Cielo, come possibile non esser da Lei visitato e favorito,
se suo fedele Seguace lo vede? Lo disse pur Sant’Ambrogio (p),
Quicumque sibi Mariae optat praemium, imitetur exemplum77. Che è quanto
a dire, l’imitar Maria SS.ma, lo stesso è che impegnarla a dar singolari
premi e favori.
5.
Testimonia esser ce ne può la medesima Santa Elisabetta le cui fortune sin
da oggi ricorrono. Che essa umile vera di cuore già fosse, indegna si riputasse dei doni celesti e nel tempo medesimo operasse molto perfettamente,
non vi può esser punto di dubbio, descrivendocela il Vangelo per una gran
Santa. E buon per Lei, che sì gran segreto ebbe per esser sicuramente favorita da Nostra Signora, quando meno lo pensava. Le giunge improvvisa la
Vergine: la osserva Elisabetta e reputandosi indegna di riceverla, grida,
esclama, “E dove mai ho io meritata tanta fortuna di essere visitata dalla
Madre del mio Dio e Signore?”. Unde hoc mihi, ut Mater Domini mei veniat
ad me (q)78? Ma vieppiù meritando con questo la benevolenza della Gran
Vergine, questa la ricolmò di mille benedizioni Celesti. Tanto dunque è
(p) S. Ambr., lib. 2, De Virg.
77 Chiunque desidera per sé un premio di Maria, ne imiti l’esempio.
(q) Luc. 1.
78 Donde viene a me questo, che la Madre del mio Signore venga a me?
172
fuor di ogni dubbio, Uditori, che il riputarsi indegno di ricever le dolcissime Visite di Maria e, nel tempo stesso, far quel che si deve per ottenerle, è il gran segreto per sicuramente riceverle.
6.
E con tal mezzo appunto le ricevette ancora (e finisco) il B. Cedonio
Servita, che essendo nato nel giorno di domani, fu egli poi divotissimo
della Visitazion di Maria. Con umiltà vera di cuore si credeva indegno
di esser favorito dalla Vergine; ma non cessava nel mentre stesso di fare
in onor della Vergine quanto bene poteva. Tanto bastò per le sue fortune. Poiché Maria SS.ma si impegnò talmente in visitarlo di continuo
con i suoi Favori, che appunto nella Festa della Visitazione si aprivan a
pro di Lui gli erari tutti del Paradiso. Ed in più chiaro contrassegno,
essendo egli nato alla vita e rinato alla Grazia nel Giorno della
Visitazione; nella festa ancor della Visitazione volle Nostra Signora che
nell’Ordine dei Servi suoi si facesse Religioso; nel dì della Visitazione
che professasse; e celebrasse la prima Messa; e per finirla, nel Giorno
della Visitazione dell’anno 1526, tra le amorose di Lei Braccia morisse
(r) per dargli eternamente quel premio agli Umili veri di cuore infallantemente preparato e promesso.
7.
Se noi dunque, Uditori, tali amorose visite bramiamo di Nostra
Signora, ne abbiamo già il gran segreto; che or per chiusa ripeto, cioè il
reputarci indegni di esser da Lei favoriti e far nel tempo stesso quanto
possiamo per darle gusto ed onore.
(r) Auriem. par. 1, cap. 25 in fin.
173
SERMONCINO VENTESIMO PRIMO
Chiese e Templi sacri chiamiamo; quivi perciò più che altrove si degna
egli glorificarsi col ricolmarci a larga mano di benefizi: conforme si protesta egli medesimo, Domum maiestatis meae glorificabo (a)79. Quindi ogni
nostra Chiesa, ogni sacro Tempio, non vi ha dubbio, può chiamarsi un
Tesoro aperto ed un Banco Celeste, in cui si dispensano gratis le Grazie
e Misericordie Divine a chiunque vi concorre divotamente a dimandarle e riceverle: come ce lo contesta il Reale Profeta, Suscepimus, Deus,
Misericordiam tuam in medio Templi tui (b)80.
Recitato Sabato 8 Luglio 1752
In otto punti l’Autore sviluppa l’argomento di quanto sia utile frequentare le
Chiese dedicate a nostra Immacolata Signora. I suoi ascoltatori che già praticano ogni
sabato questa devozione non ne avrebbero bisogno, ma egli li invita a farlo anche “ogni
giorno, visitando questa o qualche altra Chiesa o cappella di nostra Immacolata
Signora”. Questo perché la Chiesa è come un tesoro aperto di grazie che Dio ci dona
attraverso Maria.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp.127-133.
2.
Lo stesso, dite voi, aver Iddio saggiamente disposto per riguardo
all’Immacolata sua Madre. Questa, tuttoché in ogni luogo, ed in ciascuna parte del Mondo eserciti continuamente l’uffizio, commessole
da Dio, di graziosa Dispensatrice delle Grazie Celesti; tantochè non vi
sia parte in tutta la vastissima mole dell’Universo, che da Lei rimasta
non sia beneficata e tutt’ora non venga; come egregiamente San
Bernardo lo disse (c): pure nelle Chiese o Cappelle a Lei dedicate, ella
si è sempre mostrata in modo particolare graziosa e benefica: quivi ha
sempre con più di liberalità tenuti aperti gli erari de’ suoi singolari
favori: quivi, insomma, come da un sontuoso Trono ha data la nostra
eccelsa Regina pubblica udienza a tutti coloro che ad esporre i propri
bisogni accorsi vi sono. Onde può dirsi con verità, che il visitar divotamente le sue Chiese o Cappelle sia un valido mezzo per ottener da
Lei molte Grazie.
3.
Che se di ciò qualche altra ragione gustar ne vorreste; basta che voi,
cari U(ditori), riflettiate per un verso esser nelle sue Chiese la Vergine
con più particolarità riverita ed onorata dai suoi divoti, che in altri
Luoghi; e da un altro canto, i Divoti ancora esser maggiormente disposti a ricever le Grazie, perché nelle Chiese più raccolti, più compunti,
Argomento
Chi vuol grazie dalla Vergine ricorra a Lei
con fiducia e con perseveranza nelle sue Chiese
Ave Maria
La vostra, dirò così, diligente pietà, con la quale vi portate ogni Sabato a sera
in questa Chiesa, dedicata alle glorie di Nostra Immacolata Signora, ad udir
le sue Lodi, pare che dispensar mi dovesse dal raccomandarvi, Uditori, il frequentar divotamente le visite delle Chiese alla Regina del Cielo consacrate.
Ma pure, essendo tanta la premura, che ho dell’onor della Vergine ed ancor
de’ vostri vantaggi, esentarmi non posso, non già per offuscar punto la singolare pietà vostra, ma per aumentarla piuttosto; dispensarmi, dico, non
voglio dal premurosamente esortarvi il frequentar, non solo ogni Sabato, ma
ogni giorno le Visite o a questa, o a qualche altra Chiesa o Cappella di Nostra
Immacolata Signora. Eccone il forte motivo. Perché so, che il visitar devotamente le Chiese dedicate alla Vergine, è un valido mezzo per ottenere da Lei molte
Grazie. Volete ben saperlo anche voi? Onoratemi con la vostra attenzione; e
soddisfatti sarete.
1.
174
Il grande, misericordiosissimo Iddio, benché in ogni luogo, ed in ciascuna parte del Mondo faccia continuamente provare a noi miseri Mortali
gli effetti della sua Benignità infinita e Beneficenza; pure è certo,
Uditori Riveriti, che avendosi egli scelti certi particolari Luoghi per
Case e Troni della sua Maestà Divina, destinati al suo culto, che noi e
(a) Isai. 60, 7.
79 Glorificherò la casa della mia maestà.
(b) Psal. 47, 10.
80 Abbiamo ottenuto, Dio, la tua misericordia in mezzo al tuo Tempio.
(c) S. Bern., Ser. De Assumpt.
175
più umiliati si mostrano alla loro eccelsa Signora: talché per l’uno ed
altro verso voi vedete, che il visitar le Chiese di Nostra Signora, ed ivi
divotamente pregarla, lo stesso è che l’impetrar da Lei favorevol
rescritto in tutti i nostri bisogni e potente grazioso soccorso in tutti i
nostri travagli.
4.
È così chiara la cosa, che non vi abbisognano ulteriori ragioni per
dimostrarla. Mi vaglio solo pertanto di alcuni esempi, affin maggiormente infervorati voi ne restiate. Avvenne adunque nell’anno 1601 che
nella Città di Messina un divoto giovane studente si trovava; il quale
ogni giorno, finita la Scuola, a visitar si portava la Chiesa della
Madonna, detta colà del Peliero (d). Molte erano le preghiere, che ivi alla
Celeste Signora ogni giorno faceva il buon giovine: due però erano tra
le altre le più ferventi, cioè che la Vergine dalle lingue calunniose e
mordaci lo liberasse e da una morte cattiva. Non andarono invano le
suppliche. Sentite come. Abitava vicino alla Chiesa un certo Uomo,
che poco curante dell’onor suo e della sua famiglia, ne trascurava molto
la buona educazione; talché affrontato ne restò in petto di una sua
figlia sfrontata, ingannata e delusa. Dando il Padre sulle furie a tal
funesto avvenimento e pensando esser sortito l’inganno per opra del
pio studente che ogni giorno si portava alla chiesa vicina; senza punto
riflettere se validi erano i fondamenti di sì strano pensare, se ne corre
dal Giudice, lo accusa per colpevole, ne chiede soddisfazione, ne
dimanda rigorosa giustizia.
5.
Avvisatone il buon giovine, non mancarono suoi buoni Amici, che a
fuggire e scansar le prime furie lo consigliarono. Ma egli, che col
testimonio della sua buona coscienza aveva ancora una confidenza ben
grande nella sua Liberatrice Celeste; invece di fuggire, a frequentar
più che mai con premura si pose la sua solita quotidiana visita alla
Chiesa predetta di Nostra Signora; raccomandandone a Lei tutto il
buon esito. Incominciasi intanto con tutto il bollore il Giudizio, si
cercano con calore indizi sufficienti, prove, testimonianze, amminnic-
(d) Auriem. par. 2, cap. 1.
176
coli contro l’accusato studente: ma dopo tanti esami e ricerche non
trovandosi nulla contro di Lui, ne riconosce il Giudice l’innocenza e
come Innocente lo dichiara e lo assolve. Ecco una grazia, riportata
dalla visita divota della Chiesa dedicata a Maria. Sentitene un’altra
più strepitosa.
6.
Il Calunniatore vedendo nulla aver profittato contro dell’innocente giovane con le sue accuse ed istanze, chiamandosi offeso dal Giudice, giura
di farsi da se stesso giustizia, risolve di farne vendetta. Sapeva il crudele essere solito il pio giovine, portarsi in una cert’ora alla Chiesa; chiama perciò altri del suo diabolico partito in aiuto, si pone con loro in
agguato ad un certo sito, talché il giovine passando, non avesse potuto
sfuggire una barbara morte. O chi avesse saputo e potuto farne avvisato il pio studente! Vergine Sacrosanta, voi almeno che il tutto sapete da
Dio ed il tutto potete, deh inviate dal Cielo un Angelo al vostro divoto, affin salvo si renda: o almeno almeno dispensatelo con interno lume
in tal congiuntura dal portarsi alla Chiesa a voi consacrata! Ma no; la
Vergine nulla far volle di questo: anzi non vi fu mai giorno, in cui il
giovane più si sentisse internamente mosso a portarsi alla solita visita,
quanto che in quel dì, non so se io ora lo dica, per lui fortunato, od infelice. Trovandosi dunque egli innocente, né sospettar nulla potendo della
mortale congiura, si avvia verso la Chiesa: e giunto nel sito appunto,
ove e dal suo indemoniato rivale e da altri era aspettato, si accorge il
meschino esser già dato nella rete e ne’ lacci. Oimè! Il fuggire non gli
era permesso: il difendersi gli riusciva impossibile. Si ferma alquanto
tutto tremante, pensa che far debba: ma illustrato da un lume superiore, si riempie di confidenza, di coraggio, d’intrepidezza. Olà, dice a se
stesso, non son’io inviato alla Chiesa della Regina del Cielo? Essa penserà ad aiutarmi, se vuol che vivo vi giunga: in altro caso, vi sarò almeno portato morto; e tanto la mia visita adempirò; e data avrò la mia vita
allora per amor della Vergine. Ella vi pensi: nelle sue Mani tutto me
stesso rimetto.
7.
Così dunque facendosi cuore, segue il suo cammino. E oh miracolo
portentosissimo! Passa in mezzo dei suoi armati rivali: e questi, divenuti tutti immobili, come di sasso, appena tanto di vigore si sento-
177
no, quanto possan guardarlo: lo lascian pertanto passare: ed egli,
tutto coraggioso, se ne va alla Chiesa; ivi rende mille Grazie alla sua
potente Liberatrice del Salvocondotto da Lei ricevuto per venire a
visitarla nella di Lei Casa; e ne rinnova le più forti promesse di sua
fedel servitù e costante divozione. Intanto, toccati anche nel cuore i
suoi rivali, si portano tutti compunti a trovarlo; ed ivi nella Chiesa di
Nostra Signora depongono gli odi, si pentono degli eccessi, risolvono l’emenda; e sperimentano e confessano tutti ad una voce, che il
visitar devotamente le Chiese di Maria è un valido mezzo per ottenere da Lei
molte Grazie.
8.
Così pur lo confessarono tanti altri (dei quali forse altra volta sarò a
favellarvene), che sperimentarono le Visite divote fatte alle Chiese di
Nostra Signora aver loro fruttati mille beni sì nell’Anima, che nel
Corpo. E lo confesseremo e sperimenteremo ancor noi se con tutta divozione ci appiglieremo a tal mezzo.
SERMONCINO VENTESIMO SECONDO
Recitato Sabato 15 Luglio 1752,
ricorrendo la Vigilia della Madonna del Carmine
L’Argomento del Sermoncino, sviluppato in cinque punti, trae spunto dalla circostanza della festa liturgica di nostra Signora del Carmine.
I Carmelitani riconoscono la loro origine dai due gran Profeti dell’Antico
Testamento Elia ed Eliseo che abitarono nel Monte Carmelo in Palestina.
L’origine dello scapolare o pazienza risale all’anno 1240 circa, quando nostra
Signora apparve al beato Simone Stoch Inglese, generale dell’Ordine Carmelitano e gli
diede lo scapolare, come livrea e contrassegno della sua divisa. Da allora i
Carmelitani sempre più infervorati nella devozione e nel servizio di Maria, vedendosi da Lei tanto protetti, cominciarono a dilatare le sue glorie per mezzo del sacro scapolaretto o sia Abitino, che fu intitolato del Carmine, la cui devozione fu approvata
nel 1673 da papa Clemente X con concessione di moltissime indulgenze.
Come i sovrani riconoscono e proteggono i sudditi che indossano la loro livrea, così
la Vergine del Carmelo protegge in vita e dopo morte i devoti che indossano il suo scapolaretto o Abitino.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 261-267 (48-54).
Argomento
L’essere ascritti al sacro Abitino del Carmine
ed il portarlo con divozione impegna Maria SS.ma
a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra
Ave Maria
Eccoci, Uditori, alla vigilia della Festa di Nostra Signora del Carmine. E voi
che qui ad udirmi in questa sera siete concorsi, ne aspettate senz’altro, mi persuado, qualche notizia e racconto. Ma siccome favellarsi non può di Nostra
Signora sotto questo titolo glorioso del Carmine, senza toccar le glorie di tutto
il sacro Ordine Carmelitano; io perciò per servirvi e dell’una e dell’altro succintamente mi porrò a favellarvi. I Carmelitani adunque, uditene la storia,
riconoscono la loro origine da due gran Profeti dell’Antico Testamento, Elia ed
Eliseo, che abitarono nel Monte Carmelo in Palestina; e come i loro discendenti furono nominati Carmelitani. Questa loro sì antica e gloriosa origine, tuttoché sia stata non poco combattuta da vari Critici; nulladimeno chiara ed
178
179
indubbia rimane dagli attestati dei Sommi Pontefici Sisto IV, San Pio V e Sisto
V (a); ed anche dalla relazione che Santa Chiesa ce ne dà nel Breviario. Potrei
qui rammentarvi in comprova quei validi autentici monumenti, che ne registrarono Tritemio, il Mireo, il Lezana e tra molti altri con più di accuratezza
Filippo della SS.ma Trinità, nelle loro opere. Ma siccome una semplice relazione della Chiesa ha sopra tutti autorità maggiore perciò su di questa fondato, io
risò da Lei (b) essere stati i Romiti del Monte Carmelo (così allora si chiamavano) o sieno i Carmelitani, discendenti di Elia, quei che alla predicazion del
Santo Vangelo fatta dagli Apostoli, dopo la Pentecoste, in Palestina, tosto si
arresero; e si fecero Cristiani; quei che ebbero la sorte di trattar famigliarmente Maria SS.ma e sentir dalla divina Bocca di Lei vari Documenti Celesti; quei,
che sortiron la fortuna di esser posti sotto la sua protezione, di dedicarsi al suo
servizio, sin con erigerle una chiesolina nel Monte Carmelo, onde il titolo
ottennero di Romiti o fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo. Che se ne bramate altra notizia, risappiamo ancora di certo, che in quei primi secoli della
Cristianità ed in altri appresso, fiorirono nella Palestina ed in altre parti della
Siria e dell’Egitto moltissimi Carmelitani, celebri in Santità e Dottrina; come
i due Santi Cirilli, un Giovanni Patriarca Gerosolimitano e tanti e tanti altri:
tra i quali basti il citarvi il Beato Alberto Patriarca di Gerusalemme, che circa
l’anno 1210 diede ai Carmelitani della Palestina una succinta Regola. La quale
dopo il passaggio, che essi dall’Oriente fecero nel 1220 nel nostro Occidente e
nella nostra Europa, fu confermata dal Sommo Pontefice Onorio III nel 1226,
per avviso datogli in una Visione dalla Vergine stessa: e poi tal Regola fu mitigata da molti rigori ed accresciuta di nuove costituzioni da Innocenzo IV nel
1248. Circa poi la divisa o sia abito, che i Carmelitani Orientali portavano,
abbiamo noi dagli storici, che essi usavano un Pallio o sia Cappa di panno bianco rigato di color fosco o sia Terreo; e tale la portarono anche dopo venuti nella
nostra Europa, sino all’anno 1285; nel quale il Pontefice Onorio IV concedette
loro la Cappa tutta bianca e Bonifacio VIII nel 1295 la confermò (c). Bramate
ancora notizia circa il loro Scapolare o sia Pazienza? Essi ne stettero senza sino
all’anno 1240 in circa: ma in tale anno essendo apparsa Nostra Signora al Beato
Simone Stoch Inglese, Generale allora di tutto l’Ordine Carmelitano, gli diede
di sua mano lo Scapolare, come per contrassegno di sua Livrea e divisa (d). Dal
che i Carmelitani sempre più infervorati nella divozione e servizio di Maria,
vedendosi così a Lei cari e da Lei protetti, si diedero a dilatarne le glorie col
mezzo del sacro Scapolaretto o sia Abitino, che fu intitolato del Carmine, sinché ne ottennero l’approvazione Apostolica nel 1673 con Breve di Clemente X
e con concessione di moltissime Indulgenze (e). Ond’essi in memoria di tanti
favori ricevuti dalla Regina del Cielo, ed in attestato di gratitudine, ne istituirono col beneplacito e conferma della Santa Sede una Festa a parte, col titolo
della Madonna del Carmine, nel giorno appunto di domani, 16 del corrente; per
essere stato il giorno nel quale la Vergine diede lo Scapolare o sia Pazienza al
predetto Beato Simone (f). Ed eccovi appagati con una succinta Istoria, mista
tutta di glorie e della Vergine, come singolar Protettrice dei Carmelitani e dei
Carmelitani come figli benaffetti alla Vergine. Che ne caveremo pertanto a
nostro vantaggio? Eccolo: una grande venerazione a sì Santo Istituto e nel
tempo stesso una tenera divozione circa il sacro Abitino del Carmine, a cui
tutti vi suppongo già ascritti. Contentatevi perciò ve ne formi un Assunto.
Uditelo. L’essere ascritti al sacro Abitino del Carmine, ed il portarlo con divozione,
impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente in questa vita e nell’altra. Volete
vederlo? Attendete: e con poche parole sarò a soddisfarvi.
(a) Graveson, Tomo 5, Hist. Eccl., saec. 23. colloq. 6, pag. 211.
(b) Eccles. in Festo B. V. de Monte Carmelo, 16 Julii.
(c) Graves. loc. cit.
(d) Graves. loc. cit.
(e) Graves. loc. cit.
(f) Diar. Sacr. Marches., die 16 Julii.
180
1.
Che la Vergine resti impegnata a protegger singolarmente chiunque è
ascritto al suo sacro Abitino del Carmine e con divozione lo porta, resta
chiaro da una ragione tanto naturale, quanto è quella che ogni Principe
ed ogni Signore impegnato si trova a protegger chi la sua Livrea e divisa porta con riputazione e decoro. Livrea e divisa appunto della Regina
del Cielo è il Sacro Scapolare o Pazienza del Carmine; perché dato da Lei
al suo diletto Beato Simone, come vi accennai, in contrassegno di distinzione di tutti quei che sotto il suo glorioso stendardo e servizio arruolati si fossero. Onde appare qual debba essere il suo impegno in proteggerli in tutti i loro non meno spirituali che temporali bisogni.
181
2.
3.
Si aggiunga che la stessa Nostra Immacolata Signora di tal singolare
protezione un indizio manifesto ne diede al predetto Beato Simone,
allorché stendendogli la Pazienza o sia Scapolare, gli disse così, Prendi,o
figlio, questo segno di Amore e di Pace (g). Adunque se contrassegno di pace
e di amore è, per attestato della Vergine, il suo sacro Abitino del
Carmine; beato al certo chi divotamente lo porta; perché può dirsi
godere una moral sicurezza di star con pace con Maria e di esser amato
da Lei; ed in conseguenza di esser da Lei singolarmente protetto.
Innumerabili prodigi e miracoli si son sempre mai veduti in comprova di quanto vi ho sin qui divisato. Uno tra tanti ne scelgo per raccontarvelo; accaduto in persona di un certo Alfiere di armata, che per
sua buona sorte si trovava ascritto al sacro Abitino del Carmine, ed
indosso non senza gran fede e venerazione il portava (h). Assalito fu
questi un giorno da alcuni suoi Nemici; i quali con armi di fuoco alla
mano, gli minacciarono tosto la morte. Poco divario vi fu tra le
minacce e l’effetto: perciocché dato uno di mano ad un moschetto e
voltatolo verso l’Alfiere tutto impallidito e tremante, senza punto
dargli di tempo, se non quanto invocar poté più col cuor, che con le
labbra, in soccorso la Madonna del Carmine, scaricò verso del petto l’orribile colpo. Misero Alfiere, direte voi, precipitato con una morte sì
spaventevole e violenta! Piano, Uditori, non precipitate voi nel dar la
sentenza. La Vergine, che ad incarico ed impegno suo aveva di protegger specialmente chi con divozione portava il sacro Abitino; volle
anche in favor di questo Alfiere mostrarlo. Onde, permise sì che lo
scarico egli lo avesse nel petto; ma non volle che la palla infuocata
ardire avesse di ferirlo: quindi senza recarle minimo danno, cadde,
direm così, tutta umile a terra, ai piedi di Colui, che avrebbe naturalmente ucciso; affin col vederla, riconoscesse egli stesso maggiormente il singolar Patrocinio che ha la potente Signora di chi con la Livrea
di Lei sen va vestito. Vi sono degli Autori, che aggiungono, che questo Alfiere si trovava per sua mala sorte in peccato mortale e che nel-
(g) Marches. in Diar. Sacr. 16 Jul.
(h) Marches. loc. cit.
182
l’atto dello scarico contro Lui minacciato, pregasse la Vergine a non
farlo morire in quel misero stato. Se ciò fosse vero, maggiormente
spiccherebbe il gran Poter della Vergine e la sua special protezione a
riguardo del sacro Abitino; mentre anche sopra chi ne era all’intutto
immeritevole avrebbe per sua sola clemenza mostrato in tal’occasione
l’impegno.
4.
Ma non solo Maria SS.ma si è mostrata impegnata in difender gli ascritti al sacro Abitino in questa vita, ma ancora e maggiormente, nell’altra;
voglio dire in Purgatorio. Perciocché dopo che Nostra Signora disse al
più volte citato Beato Simone queste parole, chi divotamente porterà
quest’Abito, potrà sperare di ottener dal Signore la Vita Eterna (i); è comune
opinione che la Vergine si degni liberar presto dal Purgatorio, chi trovandosi ascritto al suo sacro Abitino, andato vi fosse: e la Chiesa, facendo buon passaporto a tal pia credenza, così si esprime, Filios in scapularis societatem relatos…, dum igne Purgatorii expiantur… in coelestem Patriam
obtentu suo quantocius pie creditur efferre (k)81. Onde si crede ciò avvenire
nel primo Sabato.
5.
Molti e poi molti sarebbero gli esempi, che al proposito contar qui vi
potrei in conferma; ma per non più abusarmi della vostra sofferenza li
tralascio, rimettendovi ai Libri che trattano di Nostra Signora del
Carmine: bastandomi intanto, che persuasi restiate a vostro profitto di
quanto io vi proposi, cioè che l’essere ascritti al sacro Abitino del Carmine,
ed il portarlo con divozione, impegna Maria SS.ma a proteggerci singolarmente
in questa vita e nell’altra.
(i) Marches. in Diar. Sacr. 16 Jul.
(k) In Festo, 16 Julii.
81 I figli iscritti alla Confraternita dello scapolare… mentre espiano il fuoco del
Purgatorio… si crede piamente che Ella quanto prima per suo intervento conduca nella
Paria celeste.
183
SERMONCINO VENTESIMO TERZO
Recitato Sabato 22 Luglio 1752,
ricorrendo la Festa di Santa Maria Maddalena Penitente
Don Marcucci per l’argomento si ispira come altre volte alla festa liturgica che
coniuga in rapporto a Maria. In questo caso, vigilia della festa di santa Maria
Maddalena, si propone di dimostrare il grande amore della santa per la Madre di
Gesù e di additarlo come esempio per noi. Sorvola la questione se la Maddalena82 fosse
una sola persona, due o tre ed entra subito nell’argomento. Maria Maddalena amò
davvero Maria SS.ma, infatti “tra mille lagrime e dolori la seguì nel Pretorio, nel
Calvario e fin sotto la croce” e rimase immobile con Lei, “abbracciata a quel caro
Tronco su cui la sua cara Vita pendeva”.
Maria Maddalena fu soprattutto molto cara alla Madre di Dio perché ella amò
con tutto il cuore e con tutte le forze Gesù e ciò le meritò il privilegio di poter seguire
Gesù, insieme ai discepoli, durante la sua predicazione.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 111-118.
Argomento
L’Amore che la Maddalena portò a Maria SS.ma
deve essere il modello del nostro Amor verso la Vergine
Ave Maria
Ecco, Riveriti Uditori, il dì gloriosissimo, in cui trionfando la Divina
Misericordia e l’Amore Divino di Santa Maria Maddalena Penitente, dal
deserto di Marsiglia in Francia, dov’ella trasportata stette in una più celeste
che terrena vita per trent’anni continui, come sentono gravi Autori, fu a forza
di soavissimi svenimenti amorosi in mezzo ad un Angelico Coro sciolta dal
Corpo; e da quegli Spiriti beati tra mille cantici e feste portata alla Gloria.
Ragion vuole pertanto, che di sì gran Santa qualche cosa in questa sera io vi
ridica. Non voglio qui però tentar sulle prime di sincerarvi essere stata real-
82
Don Marcucci riprenderà successivamente lo studio sulla Maddalena: Cf in BSC 1518,
Dell’unità della Maddalena Controversia. Rediviva ed indi redimorta in Ascoli nel Settembre e
Ottobre del 1764, Ascoli Piceno, Settembre e Ottobre 1764 e in ASC 54, Dell’unità della
Maddalena, controversia rediviva, ed indi redimorta, Ascoli Piceno 6 Ottobre 1764.
184
mente una sola la Maddalena, cioè quella stessa che Sorella fu di Lazzaro e di
Marta; quella medesima che fu peccatrice; e che poi, ferita di amore, tutta
dolente ai Piedi si gettò del Redentore Divino; mentre non vi suppongo tanto
bizzarri, che una sola creder non la vogliate, dopo che una sola essere stata vari
Concili e la stessa Chiesa Romana ci insegnano; e moltissimi Santi Padri ce la
contestano, come un Agostino, un Ambrogio, un Gregorio Papa, un Beda, un
Leone Pontefice e tanti e tanti altri: i quali ci fanno appieno conoscer l’abbaglio e di Teofilatto che disse tre essere state le Maddalene; e di Origene, del
Crisostomo e di Girolamo, che essere state due sostennero. Stimerei ancora un
perditempo, se io trattener vi volessi con l’esporvi la nobiltà e le ricchezze di
Siro e di Eucaria, Genitori di Lazzaro, di Marta e di Santa Maria Maddalena,
che era la più Giovane; e farvi vedere, come nella divisione tra il fratello e tra
le due sorelle, al primo vennero in sorte vari Poderi, vicini a Gerosolima; a
Marta il feudo della picciola Città di Betania; ed a Maria toccò il Castello di
Maddalo, dal cui Luogo Essa come Signora il cognome ne trasse di Maddalena,
tuttoché per lo più nella Città di Gerusalemme abitasse. Vi parlerei piuttosto
della sua pronta e generosa Penitenza, tosto che i suoi falli conobbe; e di tutti
quei cordialissimi umili atti di pentimento sincero, che in pubblico senza
alcuno umano rispetto ai Piedi dell’amabile Redentore ella fece: vi favellerei
di buon cuore ancora di quella Piacevolezza somma, con la quale il Redentore
la accolse e la trattò mai sempre sino a pigliarne più volte le sue difese, ad
encomiarla e ad ordinare che le singolari virtù di Lei per tutto il Mondo ridette fossero e palesate (a); e sino a farle goder la di lui Presenza prima di tutti
dopo la sua Risurrezion gloriosa e a destinarla Apostola sua prediletta per
recarle l’avviso agli stessi Discepoli (b). Ma siccome tutto questo non sarebbe
cosa da potersi restringere dentro le angustie di poco tempo, che a me vien
concesso; tutto tralascio: e per ridirvi alcuna cosa di sì gran Santa, vi parlerò
soltanto del singolare Amore suo per rapporto di Nostra Immacolata Signora,
a cui fu tanto familiare ed amica. Eccovene dunque l’Assunto: l’Amore che la
Maddalena portò a Maria SS.ma, deve essere il modello del nostro Amor verso la
Vergine. Favorite ascoltarmi; e lo vedrete.
(a) Matth. 26, 13.
(b) Joan. 20, 17-18.
185
1.
2.
3.
186
Tosto che la Maddalena il suo grave errore conobbe ed ai Piedi adorabili del Divin Redentore con le lagrime lavò le sue macchie, seguace si
fece della Gran Madre dello stesso suo Divin Maestro. E qui, o come
subito giunse al grado di Amor più perfetto; o quanta intrinsichezza e
familiarità seco lei prese; o quali dolci ferite riceveva nel cuore dalle
parole soavi della Gran Madre di Amore; o quali tenerezze di sacro
purissimo affetto tra loro scambievolmente seguirono! Si degnò Maria
SS.ma di accoglierla con tutta benignità; ed a guisa di sua prediletta
Figlia e Discepola seco lei in sua compagnia la ritenne. Rapita la
Maddalena da tante sovra celesti finezze, facendola da Amante generosa e sincera di sì gran Signora, a Lei si dedicò tutta di cuore; e come
Serva fedele non la abbandonò giammai. Gran modello egli è questo,
U(ditori), dell’amor che dobbiamo alla Regina del Cielo.
Ed oh se trovati ci fossimo a quei fortunatissimi tempi e potuto avessimo
contemplare il Cuor della Vergine tutto dolce ed amorevole verso la
Maddalena, ed il Cuore di questa tutto ferito dell’Amor della Vergine;
grandi scoperte al certo avessimo fatte in materia di Santo perfettissimo
Amore. Che se al dir del Filosofo l’Amor quando è vero ha una tal forza, che
uscir fa un Amante fuori di sé, e tutto estatico viver lo fa con l’affetto, e con
il pensiero più nella Persona che ama che non in se stesso, Extasim facit
amor… quia Anima magis est ubi amat, quàm ubi animat: avremmo ben allor
ravvisata Santa Maria Maddalena tutta estatica fuor di se stessa, abitar con
la mente e con il Cuore nel sacro Cuor della Gran Madre di Dio; quivi fissando i suoi più seri pensieri; quivi dirigendo i suoi più infuocati sospiri;
quivi depositando i suoi più teneri affetti. O che bella Scuola di Amore.
Ma Amanti nunquam satis, dice il Filosofo; sempre a chi ama par poco di
far ciò che faccia; né mai di quel che ha fatto si appaga. Non si contentò perciò la Maddalena di amar Nostra Signora con un semplice amor
affettivo e tenero; amare ancora la volle con un amore operativo e sodo.
Quindi sua indivisibil Compagna esser volle non tanto tra le consolazioni o delle Visite del suo Divin Figlio pria che morisse, o della
Ascensione gloriosa di Lui dopo risorto, o della venuta dello Spirito
Santo (nelle cui occasioni sempre con la Vergine stette); ma ancor tra le
pene più dure, tra i dolori più gravi, tra i martiri più atroci. E se
l’Amico vero e l’Amor si conosce ne’ travagli e bisogni, chi Amica più
vera e più fedele Amante verso di Maria SS.ma esser potè della
Maddalena, se tra mille lagrime e dolori la seguitò nel Pretorio, nel
Calvario e sin sotto la Croce con lei immobile stette, abbracciata a quel
caro Tronco, su cui la sua cara Vita pendeva. O che bello esemplare del
vero Amore verso la Regina del Cielo!
4.
Sebbene non fu già questo il colmo dell’amor della nostra gran Santa
per rapporto della Gran Madre di Dio! Volete udirlo? Attendete.
Non vi ha cosa che più sia grata alla Vergine quanto l’amor che si porta
al caro suo Divin Figlio. Chi questi ama con tutto il cuore e con tutte
le forze, può dir di esser giunto alla perfezione dell’Amore verso Nostra
Signora. Ed essendo così, ceda pure Chiunque alla Maddalena nell’Amor
di Maria, mentre nell’amor di Gesù non solo essa non ebbe chi superar
la potesse, ma starei per dire, che neppur ebbe pari.
5.
Lo stesso Redentore Divino, allorché qual cerva di amor ferita, o di
limpide acque sitibonda, venir se la vide tutta dolente, compunta,
amorosa a suoi Piedi Divini, la canonizzò per un’Anima molto amante, Dilexit multum (c)83. Disse di Lei che a forza di amore cancellate avea
tutte le sue Macchie: Remittuntur ei peccata, quoniam dilexit multum84: di
Lei sentenziò, che già ascritta era nel numero dei Predestinati e che
pure in pace vivesse (d): Fides tua te salvam fecit: vade in pace85. Eppure
si trovava allor la Maddalena sulle prime mosse della sua Conversione
amorosa. Pensate qual fosse il suo Amore, qualor nella via della
Perfezione fortemente si incaminò. Ricavatelo sol da questo che a dir
giunse l’Evangelista Giovanni, cioè che la Maddalena molto amata
veniva da Gesù Signor nostro, Diligebat Jesus Mariam (e)86. Quindi egli
(c) Luc. 7, 47.
83 Ha molto amato.
84 Le vengono perdonati i peccati poiché ha molto amato.
(d) Luc. 7, 50.
85 La tua fede ti ha salvato, vai in pace.
(e) Joan. 11, 5.
86 Gesù amava Maria.
187
le permise che insieme con i suoi Discepoli nella sua Predicazione alcune volte lo seguisse; come ci conta San Luca (f). Non sapeva ella staccarsene mai con la presenza; come non se ne partiva mai con la memoria. Osservatelo da un altro fatto.
6.
7.
Corsero i Discepoli al Sepolcro per vedere Gesù, dopo che era sepolto
e risorto; ma non trovandocelo, se ne fecero tutti mesti ritorno. Corse
essa amore saucia87, come dice la Chiesa; ma se gli altri tornarono, essa
come di tutti più amante, vi stette ferma, immobile, piena di angosce, di dolori, di spasimi, perché non trovava il suo Bene. Insomma,
amaron Gesù le altre Donne seguaci, lo amaron i Discepoli sì, non
può negarsi: ma che accade? La Maddalena optimam partem elegit (g)88;
giunse all’ottimo, al superlativo grado di amore. Alto, Uditori. E siccome ella così al sommo amò Gesù; al sommo ancor amò Maria
SS.ma, cui l’Amor verso il Figlio tanto preme e desidera dai suoi veri
Amanti e Divoti.
8.
Sì, sì, cari miei Uditori. Tale esser deve il nostro vero e sincero Amor
verso Maria. Tale ce lo insegnò con la pratica Santa Maria Maddalena
nostra Maestra: giacchè l’amor, che ella portò alla Gran Madre di Dio, esser
deve il modello del nostro Amor verso la Vergine: come io vi diceva.
Eccovi pertanto quanto amore portò a Nostra Immacolata Signora
Santa Maria Maddalena. E se l’Amor suo esser deve per noi il modello, su poniamo all’opra le mani per imitarla. Tanto la stessa Vergine
disse a S. Caterina da Siena. Desiderosa questa un giorno più che mai
di fare gran passi nella strada del Santo Amore, alla Regina del Cielo
ebbe ricorso. Le apparve ella tutta graziosa insieme con Santa Maria
Maddalena Penitente e con brevi sì ma molto pesanti parole le disse,
Caterina, ti assegno Maddalena per Maestra del Divino Amore (h).
Or immaginiamoci, Uditori, che a ciascun di noi così pure dica
Nostra Signora. Onde noi sotto la scorta ed esempio di tanta Maestra
apprendiamo bene una volta, che l’Amor verso la Regina del Cielo
Maria SS.ma consister deve:
(f) Luc. 8, 3.
87 Ferita d’amore.
(g) Luc. 10, 42.
88 La Maddalena ha scelto la parte migliore.
(h) In vita S. Cathar.
188
I. in dedicarsi prontamente e generosamente di cuore al suo Servizio.
II. in esserle fedeli col non abbandonarla giammai.
III. col depositar nel di lei sacro Cuore tutti i nostri pensieri, ed affetti,
col tenerli in continuo esercizio a sua maggior gloria.
IV. Col mostrarle la nostra inviolabile fedeltà, particolarmente in tempo
di tentazioni, angustie e travagli.
V. in amar fortemente e costantemente sopra tutte le cose il suo Divin
Figlio.
Ignoto, L’apparizione di Gesù risorto alla Maddalena, olio su tela, sec. XVII, dipinto appartenente all’antica famiglia Marcucci, oggi nel Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”.
189
SERMONCINO VENTESIMO QUARTO
Recitato Sabato 29 Luglio 1752
Il sermoncino è sviluppato in otto punti e si propone di dimostrare quanto sia gradita alla Vergine la devozione del santo Rosario che la impegna a compiere meraviglie anche in chi solo lo indossa.
La rosa è il simbolo della vaghezza e delle prerogative eccellenti di Maria SS.ma;
dal nome di questo fiore è derivata la devozione del santo Rosario che vuol dire serto
di rose.
Questa devozione fu introdotta nella Chiesa da San Domenico. Un giorno, mentre pregava con grande fervore pensando come combattere gli eretici Albigesi, gli
apparve Maria SS.ma corteggiata da tre regine, ciascuna delle quali aveva un seguito di cinquanta verginelle. La prima regina era vestita di bianco e rappresentava i
misteri gaudiosi; la seconda, vestita di rosso e vermiglio, alludeva ai misteri dolorosi
e la terza, con vesti dorate, rappresentava i misteri gloriosi.
Con questa visione Nostra Signora chiese al santo di istituire il Rosario e di propagarlo per tutto il mondo per impetrare la divina misericordia, abbattere le eresie e
promuovere le virtù cristiane.
Don Marcucci conclude raccomandando anche lui ogni giorno la recita di una
terza parte del santo rosario, di portarlo sempre devotamente e soprattutto di vivere nel
timore di Dio perché ciò impegna Nostra Immacolata Signora a portarci, dopo questo
esilio, alla patria beatissima del Paradiso.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 299-306 (83-90).
Argomento
La divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine
che l’ha impegnata sempre ad oprar maraviglie,
anche in favore di chi solamente lo ha portato indosso
amorque veris89: la descrivano sì la delizia delle Muse, la vivezza dei colori,
la delicatezza di tutti i profumi, la bellezza dei campi, la gloria dei giardini per la porpora che la circonda e per l’oro che la incorona; e giungano
persino a chiamarla fiore celeste, diletto dei Mortali e delle Grazie decoro; conforme Anacreonte la disse, Rosa flos, odorque Divum, Hominumque
voluptas, et decus Gratiarum90. Ma che serve? Quando poi la deturpano in
un tratto col decantarla un fiore in modo particolar consagrato e gratissimo per la soavità e bellezza alla più lasciva di tutte le loro ridicole e
bugiarde Deità, voglio dir Venere (a). Noi sì, qualor a tesser’encomi a sì
vago odorifero fiore invitati pur fossimo, potremo ben onorarlo col descriverlo Simbolo della vaghezza e delle Prerogative eccellenti di Nostra
Immacolata Signora Maria SS.ma; la quale assimigliar appunto si volle
alla Rosa, allorché di sé disse per bocca del Savio, Ego quasi plantatio rosae
in Jerico (b)91: ed un tal fiore ebbe sempre sì caro, che del suo nome e
misterioso significato servir si volle per istituir un mistico serto e corona,
con cui incoronata ella poi venisse da tutto il Cattolico Mondo, e specialmente da’ suoi Divoti; voglio dir con la divozione del SS.mo Rosario.
Ma se non vi è chi ad encomiar la Rosa c’inviti; vi ha però chi della mistica corona di Rose, o sia del Santo Rosario, a favellare ci sproni; ed è il risaper noi di certo quanto sia grato alla Vergine e quanto giovevole a noi.
Contentatevi adunque, R(iveriti) U(ditori), che di questa materia stasera
io succintamente vi parli. Eccovene un Assunto: La Divozione del Santo
Rosario è così cara alla Vergine, che l’ha impegnata sempre ad oprar maraviglie,
anche in favore di chi solamente lo ha portato indosso. Onoratemi con la vostra
attenzione e lo vedrete.
1.
Ave Maria
Cessino pure i favolosi Poeti e quanti mai bizzarri Scrittori il Gentilesimo
ebbe, di tessere encomi alla Regina dei fiori, voglio dire alla Rosa.
Altro essi non fanno che deturparne piuttosto le belle sue qualità, di quel
che illustrarle. La chiamino sì l’onor della Primavera ed aggiungano pure,
che questa tutta la cura amorosa ripone a produrre il bello, il brio e la
maestà della Rosa; come disse quel Greco spiritoso Poeta, Rosa cura
190
Facilissimo riesce a rimaner persuaso di quanto sia cara a Nostra
Immacolata Signora la Divozion del Santo Rosario chiunque il pensier
seriamente rivolge agli alti misteri, con i quali questo mistico Serto di
Rose viene intrecciato e dai quali viene composto. Ivi commemorazio-
89
La rosa premura e amor di primavera.
La rosa fiore e profumo degli dei e diletto degli uomini e decoro delle grazie.
(a) Facciolat. Verbo Rosa.
(b) Ecclesiast. 24.
91 Io quasi pianta di rosa in Gerico.
90
191
ne si fa e si contemplano le opere più sacrosante e Divine che l’amabilissimo ed amantissimo Dio fece e per glorificare la sua Madre e per salvare noi tutti. Onde quando altra prova non si adducesse che questa per
dimostrare il Rosario esser molto grato alla Vergine, pur basterebbe per
dimostrarlo tale ad evidenza. Ma io, che in sì vasto mare non ho tempo
di ingolfarmi, né modo; affin di contenermi dentro i limiti di un parlar breve e succinto, mi riporto ad un’altra ragione.
2.
Il Santo Rosario, non vi ha dubbio veruno, fu dalla Vergine stessa istituito, allorché al Santo Patriarca Domenico essa comparendo in Ispagna,
lo istruì del modo di recitarlo insieme e propagarlo. E checché in contrario ne dican con le loro bugiarde e sacrileghe lingue gli eretici; noi e
da varie Bolle dei Sommi Pontefici e dall’universale consenso della
Cattolica Chiesa per tanti secoli avuto, e da una infinità di stupendi
Miracoli, ne siam più che certi della verità della cosa e persuasi. Uditene
pertanto il modo, come la Istituzione ne avvenne; ed al Pontefice San
Pio V, ed al Beato Alano, ambedue figli del suddetto gran Patriarca,
abbiatene del racconto tutta la fede (c). Pregava un dì San Domenico più
che mai con fervore per li bisogni di Santa Chiesa, vessata allora dagli
eretici Albigesi e dal libertinaggio. Ecco all’improvviso apparire si vede
tutta gloriosa l’Imperatrice del Cielo Maria SS.ma, corteggiata da tre
Regine; ciascuna delle quali avea di seguito cinquanta Verginelle. La
prima Regina era con tutto il suo seguito vestita di bianco, rappresentante i gaudiosi Misteri; la seconda di color rosso e vermiglio, allusivo ai
dolorosi; la terza vestita era con tutta la sua Schiera con vesti dorate, allusive ai gloriosi Misteri. Indi accostandosi Nostra Signora al Santo, tutta
graziosa e premurosa insieme, gli dice, Rosarium institue92. Hai veduto,
mio diletto Domenico, ne hai scoperto il significato? Questo è un bel
modo di orare, che mi incorona di mistiche Rose e perciò Rosario lo
chiamo; e tu va, istituisci questo Rosario, predicalo, propagalo per tutto
il Mondo: Rosarium institue.
(c) Odesc., disc. 12; Auriem. p. I, cap. 7.
92 Istituisci il rosario.
192
3.
Or come dunque, Uditori, non esser gratissima alla Vergine la
Divozion, del Santo Rosario, se essa medesima sì premurosa Istitutrice
ne fu e con tanto zelo la propagazione ne ordinò? Argomentatelo ora voi
stessi, giacché al vostro retto e divoto discernimento mi appello.
Sebbene non vo(glio) che molto vi affatichiate neppure in questo.
Lo attesti essa stessa Nostra Immacolata Signora e di sua propria bocca
lo dica. Di fatto, qualora al Santo Patriarca la riferita Istituzione del
Rosario impose con quel Rosarium institue; immediatamente seguì a dirgli, Hoc genus orandi est Filio meo, mihique gratissimum93: questo modo di
orare, o Domenico, io ti assicuro, che molto grato al mio Divin Figlio,
ed a me certamente riesce. Ne bramate, Uditori, pruova maggiore di
questa? Io darvela non oserei al certo, se la Vergine medesima data non
ce l’avesse. Udite e stupite.
4.
Qual comprova più grande può darsi, di grazia, per far vedere esserci
molto cara una cosa, se non mostrarsi sempre impegnati con tutto lo
sforzo a sostenerla. La ragion naturale stessa ci spronerebbe allora purtroppo a crederla ben radicata nel nostro cuore. Or tale comprova
appunto ne diede Maria SS.ma per rapporto del Santo Rosario. Essa si
impegnò così fortemente col Santo Patriarca, che avrebbe in pro di tal
divozione oprate tante e tali maraviglie; che giunse a dirgli, che ciascuno avrebbe confessato e veduto, che la divozion del Santo Rosario sarebbe stata l’unico, per dir così, e grande soccorso della Chiesa, il mezzo
efficace per implorar la Divina Misericordia sopra di tutto il Mondo,
per abbatter le eresie, per estinguere i vizi e per promover le Cristiane
virtudi: Hoc erit unicum ad evertendas haereses, ecco le sue proprie parole,
vitia extinguenda, virtutes promovendas, et Misericordiam Dei implorandam,
magnum in Ecclesia praesidium94. Or vedete voi, se quanto il Santo Rosario
le è caro.
93
Questo genere di preghiera è molto grato a mio Figlio e a me.
Questo sarà l’unico grande presidio nella Chiesa per distruggere le eresie, estinguere i
vizi, promuovere le virtù e implorare la misericordia di Dio.
94
193
5.
6.
Chi può spiegare pertanto gli effetti continui di tal maraviglie dalla
Gran Vergine oprate ed i frequenti strepitosi miracoli; tutti chiari
testimoni dell’amor suo incomparabile e del suo fortissimo impegno
in pro del Santo Rosario? Io non vo(glio) qui neppur toccarvi di passaggio quel che Nostra Signora ha fatto per protegger chi divotamente lo recitava: ma solo di quel che ha fatto in favore di chi solamente lo ha portato indosso: affin argomentar voi possiate che sperar possa chi divotamente lo reciti. Serva un sol fatto per mille; e
finisco.
Nel Regno del Cile, nelle Indie Orientali, una Donna Cristiana vi fu
che stando al servizio di una divota Signora, era anche la Pietra sua di
paragone, come suol dirsi; tante erano le stravaganze e le libertà con
le quali, ad onta degli avvisi continui della sofferente Signora, viveva.
Avvenne, che dopo una vita così rilasciata e dopo molti anni di confessioni e comunioni sacrileghe che fece, cadde la misera sfortunata
donna gravemente inferma a morte (d). Il parlarle solo di ben confessarsi in quel punto, era per Lei un linguaggio non solo sconosciuto,
ma irritante a mille atti di disperazione esecranda. Si aiutò quanto
poté la buona sua Signora a persuaderla; ma vedendo vano ed infruttuoso ogni discorso, la abbandonò. Ed eccoti all’improvviso, comparire all’Inferma, molti spaventosi demoni, tutti in atto di soffocarla e di
rapirla seco loro all’Inferno. Dà la misera in altissime grida: vi accorre la Padrona; e trovandosi anch’essa mezzo smarrita, dà di piglio al
Santo Rosario e frettolosamente all’inferma indosso lo pone. O prodigi del SS.mo Rosario! Fuggono tosto i demoni tutti rabbiosi e spaventati. Scende dal Cielo un raggio di luce su della disperata
Agonizzante; ed illuminandole prima l’Intelletto la riscuote dalla sua
mortal cecità; indi toccandole il cuore, la compunge, le spreme dagli
occhi un profluvio di lagrime di pentimento e dolore. Grida perciò la
ravveduta Inferma, Confessione! Vi accorre tosto un buon Confessore.
Si confessa da lui interamente con molta contrizione. Indi baciando e
ribaciando quel Santo Rosario, che era stato il mezzo della sua Vita e
della sua salute; e dando mille benedizioni alla Regina del Cielo, che
per mezzo del Santo Rosario così si era impegnata a favor suo; lasciò,
morendo, una fondata speranza di sua eterna salvezza. Tanto è vero,
Uditori, che la divozione del Santo Rosario è così cara alla Vergine, che l’ha
impegnata sempre ad oprar maraviglie, anche in favore di chi solamente lo ha
indosso portato.
7.
Apprendiamo noi dunque di appigliarci con tutto fervore alla divozione del Santo Rosario; non solo col portarlo sempre divotamente, ma
ancor con divotamente recitarne la terza parte ogni giorno: e quel che è
più con accoppiar una vita molto timorata, affin questa divozione riesca
sempre per noi valevole ed efficace; ed impegni maggiormente la
Nostra Immacolata Signora ad oprar quella singolar maraviglia di portarci, dopo questo misero esilio, alla Patria beatissima del Paradiso.
Amen.
(d) Auriem. par. I, cap. 7.
194
195
SERMONCINO VENTESIMO QUINTO
Recitato Sabato 5 Agosto 1752,
ricorrendo la Festa del nostro gloriosissimo Protettore
e primo Vescovo e Martire Sant’Emidio.
Ancora una volta la devozione del sabato mariano si incontra con una importante festa liturgica di cui la sensibilità di don Marcucci non può non tenere conto.
Questa volta la coincidenza è con l’amato e gloriosissimo Patrono Sant’Emidio, martirizzato nel 309, all’età di 30 anni nella città di Ascoli.
Fra i numerosi pregi che il Santo Patrono ha avuto, l’oratore del Sermoncino considera il grande ossequio che egli professò alla Nostra Immacolata Signora.
Affronta l’argomento in sette punti.
Sant’Emidio venne da Treveri in Italia per predicare il Vangelo e, come i primi
apostoli, si pose sotto la protezione di Maria e pose Ascoli e tutti i suoi cittadini sotto
la sua tutela. Fu questa “la sorgente di tutte le nostre fortune”, anzitutto della
costanza nella fede in tanti secoli di storia e il riconoscimento di tutto il vescovado
Ascolano di essere sotto la tutela di Santa Maria Maggiore e di Sant’Emidio.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 22, pp. 271-279.
Argomento
L’averci posti il nostro gran Padre e Protettor Sant’Emidio,
tosto dopo il suo arrivo, sotto la Protezione e Tutela di Maria SS.ma,
fu la gloria del suo Apostolato e la sorgente di tutte le nostre fortune
Tra tante pompose feste ed acclamazioni di giubilo e di gioia, nelle quali doverosamente ritrovasi oggi questa nostra fortunata Città di Ascoli per la solenne
ricorrenza della gloriosa preziosissima Morte, che il nostro primo Vescovo e
Martire e principal Protettor Sant’Emidio in Giorno di Giovedì sostenne nel trentesimo anno dell’età sua e nel 309 del Nascimento del Salvadore; è ancora dovere, Riveriti Uditori, che noi pure in questa sera ne diamo qui a parte contrassegni di tenerezza, col ridir alcune cose in lode di sì gran Santo; a cui della vera
Fede, delle nostre Vite e di tutti i Beni nostri ogni obbligazione ne abbiamo.
Sebbene, che potrò mai io ridirvi di Emidio? Sono tali e tante le maraviglie da lui
oprate, ed è così straordinaria e sublime la sua Santità, che al suo riverbero, io
stimo, ogni qualunque più acuto creato Intelletto, nonché il mio di penetrazione sì corta, rimarrebbe offuscato; e balbuziente resterebbe ogni più sciolta ed eru-
196
dita Lingua, non che la mia rozza.
Osservate se è così. Il suo fedele
Diacono ed indivisibil Compagno e
Martire San Valentino, al comando
avutone da San Melchiade Papa di
registrarne le gloriose Gesta, così
pavido e sbigottito ne restò, che tuttoché ubbidisse con scriverne una
succinta fedelissima Storia, pure non
potette contenersi dall’incominciar
con quel doloroso lamento, cioè che
non era da lui porre mano ad
un’Opera tanto difficile e ardua quale
era quella di registrar la Vita di
Emidio, poiché inserta di tante maraviglie e stupori: Opus perarduum et non
mearum virium, o Pater optime, aggredi
iubes (a)95. Pure se entro un sì gran Carolus Ram (…) I.F., Vergine con il Bambino,
Santuario fissare gli sguardi concedu- S. Emidio e S. Francesco, olio su tela, 1739, Ascoli
to mi fosse, ve ne ridirei che Emidio Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”.
col suo Nome medesimo esprimesse
la sua gran Santità e il suo gran Potere. Perciocché se noi rintracciam del suo
Nome l’etimologia e l’origine, troverem non a caso poter ella derivar da due
Greche Voci, cioè Emi, che vuol dir mezzo, e Theos che val Divino; onde Emidius
sit quasi emitheos idest Semidivinus96; cioè che Emidio fosse un Uomo per dir così
mezzo Divino; atteso che Iddio costituir lo volle un Santo così portentoso e mirabile che più del Divino avesse, che dell’Umano. Ma tralasciando tal’ingegnoso
argomento e riservandolo ad altra occasione opportuna che di encomiar sì gran
Santo mi si presentasse; voglio che in questa sera lo consideriamo unicamente
per rapporto di quel suo grande ossequio, che sempre professò alla Nostra
Immacolata Signora. Eccovene perciò il mio Assunto: L’averci posti il nostro gran
(a) S.Valentin. in Prolog. Vit. S. Emygd.
95 O ottimo Padre tu mi comandi di compiere un’opera molto difficile e non delle mie forze.
96 Onde Emidio sia, per così dire, semidio, cioè semidivino.
197
Padre e Protettor Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la Protezione e Tutela di
Maria SS.ma, fu la gloria del suo Apostolato e la sorgente di tutte le nostre
fortune. Animatemi al Discorso con l’attenzione vostra, Uditori: e do principio.
1.
2.
Allorché il Redentore Divino gli Apostoli suoi destinò alla Predicazione
del Vangelo, affin di manifestar per loro mezzo la sua Onnipotenza, vietò
loro il portarsi vitto, danaio, ed ogni altra qualunque mai provvigione,
che l’umana ingordigia, non sazia mai di comodi e di averi, somministrare avesse loro potuto e suggerire: imponendo bensì a Ciascuno il portar seco soltanto una Verga o Bastone, su cui le stanche e debilitate
membra appoggiare e riposare potesse: Praecepit eis ne quid tollerent in via,
nisi Virgam tantum (Marc. 6, 8)97. Sul cui misteriosissimo passo, riflettendo il gran Riccardo di San Lorenzo (b), esser la Vergine simboleggiata presso Isaia Profeta sotto nome di Verga prodigiosa (c), ci lasciò scritto un bel
Commento, dicendo essere appunto Maria SS.ma la Verga ed il sostegno
della Predicazione Apostolica, che sola vien concessa a portarsi da tutti
quei che il Ministero Apostolico esercitano, affin su di essa appoggiati
ricuperino le forze smarrite e così rinvigoriti operino maraviglie e prodigi: Maria est Virga praedicationis ac doctrina, uditelo di grazia, quae sola
datur Praedicatoribus ac Doctoribus ad portandum in Via98. Perciocché, segue
a dire egli chi aver potesse per compagna nel suo Apostolato questa
mistica prodigiosissima Verga non gli mancherebbe certo né Dottrina,
né Grazia, né cosa veruna necessaria per l’ottima riuscita del suo
Apostolico impiego: Qui enim habere posset hanc Virgam comitem, non deesset
ei Gratia, non Doctrina, non aliquid necessarium99.
molto più nel cuore, voglio dir con la Protezione della Gran Madre del
loro Divino Maestro, operaron tante maraviglie, che atterrando da ogni
parte e Idoli e Idolatria e movendo guerra al Gentilesimo tutto, ne
riportaron la gloriosa vittoria col disseminar per ogni parte il Santo
Vangelo e piantar la vera Fede nell’Universo.
3.
In simil guisa il nostro inclito Padre e gran Protettore si portò. Emidio,
che sulla sua età incominciata del ventesimo terzo anno, abominando
quanto mai nelle Scuole di Pitagora, di Platone e di altri ciechi Filosofi
appreso aveva di più sofistico e raffinato Gentilesimo e non curando né
Parentadi cospicui, né ricchezze copiose, né sublimi cariche, che procacciate gli avevan i suoi nobili Genitori, abbracciato aveva di buon cuore
per mezzo del Santo Battesimo la vera Fede; sentendosi tosto chiamato
con Angelica voce all’Apostolico ministero della conversione e santificazione delle Anime, abbandonò la cospicua Città di Treveri sua Patria
e senza verun soccorso, né provvedimento, che di tre suoi fedeli
Compagni, Euplo, Germano e Valentino, alla nostra bella Italia, che era il
Teatro destinatogli a far la comparsa di Apostolo, diritto se ne venne.
4.
Ma buon per lui, che eseguendo a puntino il precetto Vangelico, diede
tosto di piglio nel suo viaggio a quella mistica Verga, che gli servì di
maraviglioso sostegno; poiché gettando subito tutte le sue premure nell’ossequiar la Regina del Cielo e nella Protezione di Lei riponendo le sue
speranze, questa lo assistette con tanto impegno, che del suo Apostolato
la singolar gloria divenne. Non gli mancò mai grazia e facondia nel predicare, confutare e convincere anche i più ostinati; non gli mancò mai
assistenza Divina in far dei più stupendi miracoli: non mai cosa insomma gli mancò, che risultar potesse a costituirlo un Apostolo Santo,
dotto, potente, prodigiosissimo. Tutto gli ottenne Maria SS.ma, tutto
ella prontamente gli somministrò. Habuit enim hanc Virgam comitem100,
qui ripeterebbe Riccardo di S. Lorenzo, ideo non defuit ei Gratia, non
Doctrina, non aliquid necessarium.
100
Infatti egli ebbe per compagno questo bastone per cui non gli mancò grazia, né dottrina, né alcunché di necessario.
Or tanto adempirono puntualmente gli Apostoli, perché spogliati di
quanto avevano, o potevano avere, con quel solo sostegno alla Mano, e
97
Comandò loro di non prendere alcunché per strada se non solo un bastone.
(b) Libr. 12, De Laod. Virgin.
(c) Isai. 11, 1.
98 Maria è il bastone e la dottrina della predicazione, che sola viene data ai predicatori e ai
dottori per portarli sulla strada.
99 Infatti chi potesse avere per compagno questo bastone non gli mancherebbe la grazia, né
la dottrina né alcunché di necessario.
198
199
5.
Io però non vo(glio) già qui ridirvi quel che operasse Emidio sostenuto su
di questa mistica Verga, anche prima di uscir di Treveri sua Patria, allorché a forza rapito nel profano Tempio di Giove, con uno strepitoso
Tremuoto mandò tosto in rovina e Idolo e Tempio. Tralascio quel che fece
poi in Milano, ove ordinato Sacerdote da San Materno, si trattenne per tre
anni, convertendo alla Fede innumerabile Gente e sempre operando prodigi. Passo sotto silenzio le sue gran maraviglie oprate in Roma, ove dal
Pontefice San Marcello fu consacrato Vescovo; mentre lo stesso sacrilego
Tempio, Altare, ed Idolo di Esculapio, ridotto da lui in cenere; la conversione de’ Sacerdoti Idolatri e di altre 1660 Persone, oltre le innumerabili
donne coi loro fanciulli, che da lui ricevettero il Santo Battesimo; e la
miracolosa liberazione di tanti ossessi e di altri mille disperati Infermi;
son cose tutte che da se medesime vi enunziano qual fosse di Emidio la
santità ed il potere sotto la protezion di Maria. Neppur far vi voglio parola di quel che facesse nell’antica, ed ora diroccata Città di Pitino, ove avendo mandati per forieri del suo arrivo i Tremuoti, giunto poi la liberò da’
demoni e dopo la guarigion prodigiosa di 150 Infetti di Lebbra e di altri
malori, in pochi giorni la ridusse tutta alla Fede. Tralascio ancor per finirla tutto l’altro stupendo da lui oprato in Fermo, in Atri, in Teramo ed in
altri moltissimi Luoghi, ove ei passò: e solo di quel che in questa nostra
Città fortunata, ove egli era destinato, operasse sotto gli auspici
dell’Imperadrice del Cielo, favellar succintamente vi voglio.
6.
Al primo suo Ingresso, non vi fu in questa Città allor cieca, feroce ed idolatra, non vi fu, dico, Idolo che con tremendi muggiti non urlasse, non vi
fu casa che scossa non venisse da orribil Tremuoto. Pone egli il Piè sacrosanto entro delle nostre mura ed osservandovi sparsi per la Città da più di
quaranta pubblici Tempi profani, al suo imperioso comando in virtù di
Gesù, e di Maria ecco tosto ventidue ne vanno in precipizio e rovina.
Corrono tutti tremanti quegli antichi Ascolani a ritrovarlo ed egli accogliendoli grazioso fa loro la prima fervorosa Predica; e con questa ne riduce tosto tanti alla Fede, che bastarono a diroccar subito dodici altri Tempi
profani, unitamente col principale, che era quello alla favolosa Ancària,
Protettrice allor primaria della cieca città, consegrato. Ben si accorgeva
Emidio, che tutti questi prodigi per mezzo di quella sì benefica e potente
Mano venivano, che sempre l’avea sostenuto; voglio dir di Maria SS.ma:
200
onde e in attestato di gratitudine e per maggiormente ampliarne le glorie e per sempre più impegnarla a proteggerlo con tutta la Cristianità sua
novella, eresse tosto in onore di Lei, come pure fece in Pitino, una sontuosa Basilica e fu il secondo sacro Tempio da lui dedicato alla Vergine: Tres
Basilicas Sanctus Vir dedicavit, così di lui S. Valentino, primam in honorem
Sancti Salvatoris, secundam Sanctae Mariae101: così avendoci posti, sin dal
suo arrivo, sotto l’alma protezione e tutela di sì eccelsa Signora; ciò sempre più poi in gloria ridondò del suo sì maraviglioso Apostolato.
Posciachè col favor di Maria, ubbidienti poi si vide a suoi cenni gli elementi tutti e l’Acqua in specie con lo scaturir da duri macigni: arresa
tosto a suoi Piedi si mirò cercando il Battesimo la grande Polisia, figlia
del Prefetto Polimio; e con Lei altre mille e settanta Persone: e così, sempre più mostrandosi il Cielo a favor suo impegnato, in poco tempo di
veder la Città quasi tutta, convertita alla Fede e divenuta Suddita della
Regina del Cielo ebbe il contento. Che se il Tiranno Polimio restar volle
ostinato e di far recidere il capo ad Emidio tanto animo ebbe, ciò non fu
che per far spiccare più glorioso l’Apostolato del nostro Santo; perciocchè
raccogliendo con le sue Mani il suo capo reciso, per trecento passi lo
portò: restando presso tutti indeciso se morto Emidio allor fosse, oppure
vivo. Lo risappiam bensì noi, che Emidio non era allor morto, perché tutto
in Maria egli viveva e Maria SS.ma in lui; la quale non volle mai da lui
scompagnarsi, per render sempre più glorioso l’Apostolato di un sì fedele e zelante suo Servo.
7.
Resterebbe a vedere, Uditori, come l’averci il nostro Santo posti, tosto
dopo il suo arrivo, sotto la protezione e Tutela di Maria SS.ma, fu ancor
la sorgente di tutte le nostre fortune. Ma siccome ciò non è cosa da trattarsi a diffuso entro le angustie di sì poco tempo, che mi vien conceduto, mi restringo ad accennarvene i soli motivi; e sono:
I. per la costanza della vera Fede, in cui per lo spazio di 1443 anni è
stata sempre ferma ed immobile la Città nostra; come quella che dal
suo Apostolo fu posta sotto la Madre e Maestra della fede Maria.
101
Il santo uomo dedicò tre basiliche, la prima in onore di san Salvatore, la seconda di Santa
Maria.
201
II. per l’amorosa premura, con la quale sempre ci ha protetti e ci protegge, per intercessione del nostro Santo sì potente Signora: essendo
appunto da ciò derivato, che non solamente la nostra principale
Chiesa sotto il glorioso titolo e la potente tutela fosse di Santa Maria
Maggiore insieme e di Sant’Emidio; ma insino così denominato e riconosciuto venisse tutto il Vescovado nostro Ascolano; come appare dal
Pontificio Diploma di Leone IX spedito a Bernardo II, Vescovo di
questa Città, ove si dice Ecclesia et Episcopatus Sanctae Dei Genitricis
Virginis Mariae, et Beatissimi Martyris Emygdii102. Lascio al vostro
sagace e retto discernimento il rifletter ora se dagli addotti due
motivi risultar possa la sorgente di tutte le nostre fortune, come io diceva; e questa riconoscer si debba, o no dall’averci posti il nostro gran
Padre e Protettor Sant’Emidio, tosto dopo il suo arrivo, sotto la Protezione e
Tutela di Maria SS.ma.
SERMONCINO VENTESIMO SESTO
Recitato Sabato 12 Agosto 1752,
in occasione che si incominciava il Sacro Triduo in apparecchio alla Festa
della gloriosa Assunta di Nostra Signora, ed insieme dell’altra sua Festa
sotto il titolo di Rifugio dei Peccatori, che cade ai 15 di Agosto
Don Marcucci sviluppa il Sermoncino in sei punti e si propone di aiutare i fedeli
a prepararsi devotamente alla festa dell’Assunzione di Maria al cielo. Essa si può
paragonare a quella dell’elezione di un sovrano. In quel giorno si dispensano grazie
ai sudditi, si concede il perdono e la libertà. Molto di più accade nell’anniversario
dell’Assunzione al trono dei cieli di Maria SS.ma. Possiamo dunque sperare che quel
giorno otterremo il perdono di tutte le nostre colpe, il proscioglimento da tutti i vizi e
il ristabilimento alla preziosa libertà della grazia.
Don Marcucci stabilisce che nel giorno dell’Assunzione, nella Chiesa del suo
monastero si celebri anche la festa della Vergine sotto il titolo di Rifugio dei Peccatori,
tenendo esposta alla pubblica venerazione la miracolosa immagine da lui usata
durante le sacre missioni (vedi pag. 34).
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 134-141.
Argomento
L’apparecchiarsi a celebrar con divozione la Festa della gloriosa Assunta
di Nostra Signora la impegna ad esercitar verso di noi
l’uffizio che ella ha di Rifugio dei Peccatori
Ave Maria
102
Ove si dice, la Chiesa e l’Episcopato della Santa Vergine Maria Madre di Dio e del beatissimo martire Emidio.
202
Le due vicine gloriosissime Feste di Nostra Immacolata Signora, le quali da
qui a tre giorni, cioè a’ 15 del corrente, sarem noi col favor Divino a celebrare qui in questo Sacro Tempio di Maria, cioè una universale e solenne a tutta
la Cattolica Chiesa, che sarà quella della sua gloriosa Assunta, l’altra particolare a questo Tempio, che sarà quella della sua Miracolosa Immagine, che con
me ho portata e porto nelle Sacre Missioni, sotto il glorioso titolo di Rifugio
dei Peccatori (la quale Immagine miracolosa in ciascun anno qui si esporrà alla
pubblica adorazione nel Giorno dell’Assunta); queste due vicine Feste, ripeto, hanno richiamato dal profondo del mio Spirito un vivo desiderio di invitarvi questa sera, miei Riveriti Uditori, ad incominciar sin da oggi a prepararvi per divotamente celebrarle; e mi ha fatto risolvere a discorrervi appun-
203
to su di un tale Apparecchio. Ben so per altro, che ad Anime amanti di
Nostra Signora, come voi siete, e già forse da più giorni impiegate in qualche fervorosa particolar Novena in preparamento alla principal Festa, non
accadrebbe che io parlassi di Apparecchio divoto: pure affin questo sia fatto
con più di fervore e con maggior confidenza, dispensarmi non posso dal farvene motto. Senza dunque spender più tempo in preamboli, vengo
all’Assunto. Uditelo, se vi sia a grado: l’apparecchiarsi a celebrar con divozione
la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora la impegna ad esercitar verso di
noi l’uffizio che ella ha di Rifugio dei Peccatori. Favoritemi di attenzione.
Do principio.
1.
2.
204
Fu sempre lodevole piissimo uso de’ divoti di Maria SS.ma il prepararsi per vari antecedenti giorni con molti esercizi di pietà a celebrar
divotamente le sue Feste. E se la Vergine per sua somma benignità
si sia sempre degnata di gradir questi divoti Apparecchi, bisogna
però confessare che in favore di chi si preparò a celebrar la sua
Assunta, aprisse con particolarità grande gli erari della sua
Misericordia. Io non saprei, Uditori, darvene ora altra ragione, che
quella dell’esser questa solennità molto cara alla Vergine, ed in conseguenza molto grati riuscirle gli ossequi che in preparamento di tal
Festa si fanno.
Di fatto, nella sua gloriosissima Assunta in Cielo restò Nostra Signora
glorificata più che in altro qualunque tempo; attesochè allora fu, che
salita sopra tutti i Cori degli Angeli, e collocata alla Destra del suo
Divin Figlio, da tutta la Triade sacrosanta venne ad essere incoronata
Regina de’ Cieli e della Terra e dichiarata Arbitra e Tesoriera dei Divini
Tesori, Conforto e Fortezza dei Giusti, Speranza e Rifugio dei miseri
Peccatori. Onde chi a festeggiar nel Mondo si prepara così grande
Solennità, viene a ricordare alla Vergine ed a congratularsi con lei con
più tenerezza ed affetto, di tutte quelle Allegrezze e Grandiosità
immense, che ella nella sua gloriosa Assunta ricevette e nella sua ineffabile Incoronazione. Quindi che maraviglia che un tal divoto
Apparecchio più di qualunque altro la impegni ad esercitar verso di noi
la sua misericordia ed in particolare l’uffizio datole da Dio di essere essa
Rifugio di noi miseri Peccatori?
3.
SS.ma Fede! E non è forse vero, che avvien ancora tra di noi quaggiù nel
Mondo, che nell’Assunzione dei Grandi al Trono e nella loro pubblica
Incoronazione si dispensano le grazie ai sudditi; e particolarmente ai
Rei, sciogliendoli da ceppi e catene, concedendo loro il perdono e la
libertà loro accordando? Or quanto maggiormente giova a noi credere,
che molto più ciò succede nell’Anniversario dell’Assunzione al Trono
dei Cieli e della Incoronazione della Nostra Gran Signora Maria SS.ma?
Eh sì, sì, che milita a favor nostro ogni ragione di benignità e di clemenza, per sperare con tutto il fondamento che quel Giorno glorioso
sarà piucchè mai per noi il Giorno del pieno perdono di tutte le nostre
colpe, del nostro proscioglimento da tutti i vizi e del nostro ristabilimento alla preziosa libertà della Grazia. Che perciò, o quanto bene dunque in quel giorno si fa ricorrere in questa Chiesa anche la Festa della
Vergine sotto il titolo di Rifugio dei Peccatori, col tenere esposta all’adorazione pubblica la sua Miracolosa Immagine delle nostre sacre
Missioni.
4.
Apparecchiamoci pertanto, cari miei Uditori, a celebrar con particolare
divozione l’Assunta di Maria; e lasciamo poi a Lei tutto l’impegno, in cui
si trova, dimostrarsi nostro benigno Rifugio. Uditene al proposito un
fatto e vi servirà di comprova di quanto sinora inteso avete. Riferisce
Santa Brigida (a) nelle sue autentiche Rivelazioni, che vi fu un Giovine
di vita molto libera e scellerata. Questi però tra tante sue malvagie cecità pur conservava un barlume per far qualche opera buona, che gli servisse almeno a disporlo alla vera conversione. Il bene che egli faceva era
il festeggiare con qualche specie di divoto Apparecchio tutte le Solennità
di Maria SS.ma ed in particolar la gloriosa Assunta di Lei in preparazion
della quale cantava le sue Lodi, recitava l’Uffizio, ne digiunava ancor la
Vigilia. Ma che pro? Era per lui una divozione, può dirsi, materiale.
Tanto con tutto questo si tornava al vomito primiero; come suol dirsi.
La Vergine, che pur avrebbe voluto premiarlo in ricompensa degli ossequi da lui fatti nelle sue feste ed in particolar dell’Assunta, trovando che
il giovine scostumato sempre vi frapponeva degli ostacoli con la sua libe-
(a) Lib. Revel. cap. 39, 40.
205
ra vita; volle provarci a ravvederlo con l’Infermità e con la morte. Udite
e stupite. Si inferma pertanto gravemente il Giovine; ed in un subito
sente dirsi al cuore che tosto si confessasse bene per tempo, perché il suo
male era mortale. Si spaventa egli, ed invece di tosto accomodar con Dio
le partite della sua Coscienza, va prolungando la confessione da giorno
in giorno; resiste agli impulsi della Vergine; agli inviti dei buoni Amici;
sinchè perduta con la parola le forze, si pone il Misero in Agonia. Or che
più far poteva Maria SS.ma per rimunerar quest’Ingrato dagli
Apparecchi da lui fatti alla Festa dell’Assunta? Ma giacché rimunerazione non curò e non volle, vada pure senza rimunerazione in eterno disperso. Ma no; che la Vergine avea l’impegno di mostrarsi per lui Rifugio dei
Peccatori. Quindi, che fece Ella? Or notate. Gli impetrò dal suo Divin
Figlio in quegli estremi un atto interno di vera Contrizione prima che spirasse. Morto che fu appena, eccoti pronto il Demonio con un gran libraccio alla mano, intitolato Inobedientia, che conteneva sette altri libri di
peccati mortali. Lo accusa tosto al Divin Giudice. Vi accorre pronta
Maria SS.ma; ordina che si apran li Libri e tutti cancellati si trovano dal
vero Atto di contrizione da Lei impetrato al suo divoto. Parte confuso il
Nemico Infernale e tutto spumante di rabbia se ne piomba agli Abissi.
Viene portato il divoto in Purgatorio. Ma Nostra Signora volendo pienamente esser suo potente Rifugio, gli ottiene anche dal Divin Figlio de plenitudine potestatis la condonazione di tutta la pena; e lo porta seco ad esser
di gloria coronato nel Cielo.
5.
206
6.
Veniam, se è così, alla chiusa. Che farem dunque per questo divoto
Apparecchio? Io non voglio già proporvi o i lunghi rigorosi Digiuni che
facevan precedere a questa gran Festa San Pietro Celestino V, San Francesco
di Assisi, Santa Elisabetta Regina di Portogallo e Santa Francesca Romana;
oppure quelle grosse Limosine che ai Poveri dispensavano in onor di
Maria SS.ma, Leone IV Sommo Pontefice ed il Cardinal Errigo di Evora:
no, non voglio così spaventarvi, lasciando ciò alle forze e qualità di ciascuno di voi. Voglio soltanto, che qui in questa Chiesa facciate un
Triduo divoto, incominciando sin da questa sera a praticarlo. Questo
consisterà:
I. in recitar divotamente tre Pater e Gloria Patri in rendimento di Grazie
alla SS.ma Trinità per li favori concessi alla Vergine nella sua Assunta
gloriosa.
II. in recitar poi tre Ave Marie alla Vergine stessa in congratulazione
della sua Assunta, pregandola di esser nostro Rifugio.
III. in recitar divotamente le sue Litanie, ripetendo tre volte quel caro
elogio Refugium Peccatorum, ora pro nobis. Ecco quanto da voi richieggo in divoto Apparecchio all’Assunta: lasciando tutto l’altro alla
vostra pietà, che so esser molto liberale verso Nostra Signora.
Che ne dite, Uditori, di fatto così mirabile? lo non voglio già qui inferire, che dunque possiamo pur viver come ci piace: no, perché oltre che
sarebbe troppo mostruosa ingratitudine, sarebbe ancor troppo temeraria presunzione il pretender di salvarsi a forza di strepitosi Miracoli.
Voglio dir solo, che qualora noi procuriam dal nostro canto vivere cristianamente, possiamo col mezzo di questo Apparecchio divoto che
farem alla solennità dell’Assunta di Maria SS.ma, possiam, dico, sperar
con tutto il fondamento, che essa ci rifuggerà sotto la sua potente Tutela
e ci farà sperimentar la sua amorosa Misericordia: giacché l’ho detto e
lo replico, che l’apparecchiarsi a celebrar con divozione la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora, la impegna ad esercitar verso di noi l’uffizio che
ella ha di Rifugio dei Peccatori.
207
SERMONCINO VENTESIMO SETTIMO
Recitato Martedì 15 Agosto 1752,
ricorrendo la Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora
L’Autore teme di approfittare della disponibilità dei suoi fedeli che, oltre il sabato, devono ascoltare le sue lodi a Maria anche in una festa infrasettimanale. Il ricordo dell’esempio del Beato Errigo lo motiva a farlo. Egli, infatti, una volta fu rimproverato dalla Vergine perché si era rifiutato di parlare di Lei nel giorno di una sua
festa, rassicurato dal fatto che l’avrebbero fatto predicatori più bravi di lui.
Don Marcucci non può fare questa omissione confessa ai suoi ascoltatori, perché è
troppo tenuto alla sua Immacolata Signora, “sapere vi basti -ricorda- che della vita
del corpo e dell’anima le vivo obbligato, né altro modo ho di compensarla se non con
l’impiegar la mia rozza lingua in acquistarle adoratori col pubblicar le sue lodi”.
Tratterà in dieci punti l’argomento.
Con la similitudine del cedro dimostrerà in che modo Maria SS.ma nella sua gloriosa Assunta è stata di stupore al mondo, di allegrezza e meraviglia al cielo e di giovamento a tutti, specialmente ai miseri peccatori.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 166-173.
Argomento
Sotto la similitudine del Cedro si dimostra esser stata Maria SS.ma
nella sua gloriosa Assunta e di stupore al Mondo e di Allegrezza e
Maraviglia al Cielo e di giovamento a tutti,
specialmente ai Peccatori
Ave Maria
Salgo stasera tutto confuso su questo alto Luogo, miei Riveriti Uditori, a favellarvi della Solennità ricorrente della gloriosissima Assunta di Nostra
Immacolata Signora; e vi confesso, che io starei per darvi non una, ma cento e
mille ragioni, se mi chiamaste tedioso e se non basta, ardito. Come? Dir voi mi
potreste: non è forse valevole il solo Sabato, per appagar le tue brame, che vuoi
ancora in altri Dì porre a cimento la nostra gran sofferenza? E poi, in questo
festosissimo Giorno, in cui altri sacri Oratori assai più di te degni sciolgon le
loro Lingue erudite in formar serti di glorie alla Regina del Cielo? Onde ripeter mi potreste con l’eccellente nostro Poeta Teologo, voglio dire con Dante (a).
208
Or tu chi sei che vuoi sedere a scranna?
Ma pure, tuttoché con non poco rossore io qui mi presenti a voi innanzi, mi
fo animo addurvene una scusa, che vi prego ora ad udirla, ristretta su di un
celebre fatto, riferito dal Bollando nella vita mirabile del Beato Errigo Susone
Domenicano. Professava Errigo molte obbligazioni alla Vergine; ed in attestato di gratitudine procurava bene spesso con i discorsi infervorarne alla
Divozione la Gente, particolarmente nelle feste alla Gran Vergine dedicate.
Accadde un anno, che in questa festa dell’Assunta, osservando egli predicarsi
da tanti Oratori le Glorie di Maria, stimandosi indegno di noverarsi tra loro,
tralasciò di farlo. Nel giorno appresso, elevato trovandosi in altissima estasi,
vide aperto il Cielo; e bramoso di veder lassù l’immensa Gloria della sua
amata Signora, cercò tosto di entrarvi: ma arrestato sulle prime da un Angelo,
Piano, questi gli disse, che la nostra Regina è teco sdegnata, perché ieri lasciasti di
predicar le sue Lodi: e sebbene le predicarono altri, pure le era molto grato che anche tu
mostrassi il tuo zelo con predicarle. Prometti dunque l’emenda in avvenire; e farai pace
con la tua celeste Signora. Tanto promise subito Errigo con molte lacrime: e restituito poi ai sensi, non lasciò mai più di predicar le glorie di Maria nelle sue
Feste. Or che vi sembra, Uditori umanissimi? Non è questa una valida scusa
che ancor me giustificar può presso voi? Sono io assai più del B. Errigo tenuto alla mia Immacolata Signora: saper vi basti, che della vita del corpo e dell’anima le vivo obbligato: né altro modo ho di compensarla alquanto, se non
con l’impiegar la mia rozza lingua in acquistarle Adoratori col pubblicar le
sue Lodi. Dubitar non posso della sua somma Benignità in gradir che così io
la serva. Or vorreste voi, che io non lo facessi e che dopo averla io disgustata
innumerabili volte con tante mie empietà, le aggiungessi anche con questa
mancanza altri disgusti? Mi guardi il Cielo dal solo idearlo. Sicché e voi
abbiate anche oggi la sofferenza in udirmi (come ve ne prego sin da ora ad
averla in ogni altra sua festa, ancorché fuori di sabato); e lasciate pure che
ancor altri sacri Oratori nel tempo stesso esaltino Nostra Signora, che io dietro le loro orme mi terrò per imitarli: e particolarmente in questa sera, in cui
per farvi un tantino ammirare, come di passaggio, le sue ineffabili Glorie,
avute nella sua Assunta; affin non vi resti abbagliato e disperso il pensiero al
riverbero di tante Grandiosità, ve le restringerò sotto la sola similitudine del
(a) Parad. 19.
209
Cedro: onde voi fissi su di questa comparazione, vedrete con più agio esser stata
Maria SS.ma nella sua gloriosa Assunta e di stupore al Mondo e di allegrezza e
maraviglia al Cielo e di giovamento a tutti, specialmente ai miseri Peccatori.
Ecco, mi accingo all’impresa. Non altro che attenzione io chiedo.
1.
Qualora la nostra Celeste Sovrana, compassionando il nostro bassissimo
e limitato intendimento sovra l’Assunta sua gloriosa ed esaltazione
all’Empireo, indicantene un saggio si compiacque, affin di adattarsi al
nostro corto modo di intendere, dichiarar ce la volle sotto figura del
Cedro, che tra gli Alberi tutti giocondo di vista, maraviglioso di altezza, grato di odore e di virtù prodigioso spicca colà in gran copia nel
Monte Libano in Palestina: ond’essa al cedro assimigliandosi, ci lasciò di
sè detto per bocca del Savio (b). Quasi Cedrus exaltata sum in Libano103;
secondo che col senso accomodatizio della Chiesa gravi Espositori spiegano egregiamente tal passo (c). Quindi noi dalle proprietà e virtù del
Cedro del Libano (che è molto diverso da quello che nell’Italia nostra germoglia), raffigurar potessimo i singolarissimi Privilegi ch’ella ebbe in
occasione della sua Assunta; e principalmente di essere stata di stupore al
Mondo tutto.
2.
Osservate di grazia se è così. La prima e maravigliosa proprietà del Cedro
è di conservar sempre nelle sue frondi una fresca e gioconda verdura, qualora sia vivo, ad onta di quanto mai lo combattan o gli Acquiloni con la
loro rigidezza, o le Nebbie e le Manne con i loro cattivi effetti, o la Terra
con la sua siccità: che se a sorte reciso venga dal suolo, incorrotto sempre
si mantiene, senza che ardir abbia verme o tignola un menomo ricovero
trovar su di esso, Cedrus, uditene il gran Maestro ed Investigator delle cose
naturali, voglio dir Plinio, Cedrus, arbor est perpetuo virens, quae a tinea
immunis est, et corruptionem non sentit (d)104.
(b) Eccles. 24, 17.
103 Sono stata esaltata per così dire come cedro del libano.
(c) De Vorag. Ser 6. De Assumpt.; Lhoner in Bibl. Annual. V. Hyperd. n. 37.
104 Il cedro è un albero perennemente verdeggiante che è immune dalla tignola e non è soggetto a corruzione.
(d) ex Plinio, lib. II, c. 40.
210
3.
Or tutte queste stupende proprietà ammirò attonito il Mondo sulla fine
della vita mortale di Nostra Signora. Essa, che in tutti quegli adorabili sessantadue anni che visse, come vuol San Giovan Damasceno, tra
tanti martirii di pene atrocissime e di acuti dolori, quasi Cedrus perpetuo
virens, sì intrepida, forte e costante si mantenne, e sempre uguale a se
stessa; giunta poi all’ultimo del Viver suo, quasi Cedrus a tinea immunis,
non fu no soggetta ai fieri assalti e voraci morsi di morte: non avendo
questa avuto tanto cuor di assalirla, né di dar mano alla sua falce fatale
per reciderle la preziosissima Vita. Non già con ciò dir voglio, Uditori,
che la Vergine realmente non morisse (attesochè la sua Morte e dall’antica Tradizione e dalla Chiesa medesima (e) ci viene posta fuor di ogni
dubbio). Ma intender voglio soltanto, che la sua Morte non può col terribile nome di Morte appellarsi, ma bensì, come fu, di un dolcissimo
Sonno amoroso, di un soave e potente Rapimento di Amore, che con
estrema dolcezza per la gloriosa e gioconda Presenza del suo Divin
Figlio, che maestosamente corteggiato da tutte le Angeliche schiere era
dal Ciel disceso in persona ad invitarla al possesso del suo Regno beato,
separò quell’Anima SS.ma dal suo purissimo Corpo sapendo noi benissimo dalle Divine Scritture non esser meno valevole ed atta la Morte a
troncar con i suoi furori il corso alla Vita, di quel che sia coi suoi dolci
rapimenti l’Amore, Fortis est ut Mors dilectio (f)105. Onde i Padri Greci
saggiamente tutti d’accordo non chiamaron con altra espressione il
Passaggio di Nostra Signora, che con quella soltanto graziosa di dolce
Dormizione o Sonno; e di Sonno di più che fregiata aveva di miracoli, e
di maraviglie la medesima Morte; se vi piace il pensiero del Damasceno
(g): avvalorato ancor da quel che la Vergine stessa a Santa Brigida disse,
Ego quasi obdormivi in separatione Animae et Corporis; et evigilavi in gaudio
perpetuo (h)106.
(e) Ecclesia in Orat. Secret. Missae.
(f) Cant. 8, 6.
105 L’amore è forte come la morte.
(g) S. Damasc. orat. 2, De Assumpt. Virg.
(h) S. Brigit., lib. 4, Revel. cap. 13.
106 Io, nella separazione dell’anima e del corpo, per così dire mi addormentai e mi destai in
un gaudio perenne.
211
4.
Ma non finirono qui gli stupori del Mondo in ammirar in Maria una
Morte all’intutto diversa da quella del restante del Genere Umano; ma
crebbero a dismisura le sue maraviglie, qualor si avvide che tosto essa
divenne come il Cedro incorrotta, Quasi Cedrus a tinea immunis, et corruptionem non sentiens. Io saziarmi non voglio, Uditori, ve lo confesso, di
encomiare il gentilissimo garbo, con cui San Giovan Damasceno, tutto
estatico anch’egli, esprime la maraviglia degli Apostoli e di Gerosolima
tutta nell’avvedersi della Incorruttibilità, con la quale il Sacro Corpo
della Gran Vergine, a guisa di Cedro, fu rivestito. Uditene il suo racconto (i); che egli attesta fondato su di vera antichissima Tradizione.
Nell’avvicinarsi il soave Passaggio di Nostra Signora, gli Apostoli, la
cui maggior parte assente trovatasi, e ripartita in vari Regni e
Provincie, furon di un subito da Mano Celeste portati in Gerosolima a
far corona alla loro gran Regina e Maestra. Eccoti una maraviglia. Ma
tosto a questa una maggiore ne segue. Giunti, o per meglio dire, portati, ecco al cospetto di tutti scendere a mille schiere e mille gli Spiriti
Celesti con il loro monarca e Riparadore Gesù Signor nostro, sciogliendo intanto le loro Angeliche Lingue in cantici soavissimi di lode in onor
della loro Sovrana. Quindi stupefatti tutti quei SS. mi e sapientissimi
Uomini, se la veggon spirare innanzi agli occhi a forza di estrema Gioia
e contento. Trasferiscono essi quel sacratissimo Corpo in Getsemani in
un decente Sepolcro; ma qui vengon raddoppiati gli stupori
dall’Angelica Melodia, che per tre giorni continui udir si fece. Indi al
terzo dì tornano tutti ad aprir la Sacra Urna; ed eccoli alla massima di
tutte le maraviglie ingolfati. Non più rinvengono quel caro Divin
Pegno ivi depositato: lo cercano, ma invano; lo sospiran, ma indarno.
Onde eius obstupefacti miraculo, come il Damasceno nobilmente conchiude; si avveggo essere stata la loro Regina, tamquam Cedrum Libani incoruptibilitate dotatam107, e con il Corpo non men che con l’Anima al Ciel
trasferita ed assunta.
(i) S. Damascen., orat. 2, De Dormit. Virg. sub fin.
107 Essi, stupefatti per quel suo miracolo, si avvedono essere stata la loro Regina come cedro
del Libano dotata di incorruttibilità.
212
5.
Sebbene, a dire il vero, non tanto sorprender ci deve se la Vergine esaltata a guisa del Cedro, fosse nella sua Assunta di stupore al Mondo. Non
era alla fine mai ancor assuefatta la Terra veder tra le pure Creature
mistici Cedri incorrotti esser dal Libano di questo Mondo interamente
trasportati ed eternati nel Cielo. Quel che tutto mi sorprende, Uditori,
è che alle maraviglie del Mondo un’eco più sonora facessero le maraviglie del Cielo. Angeli santi, beatissimi Spiriti e qual novità è mai questa
dei vostri stupori nell’Assunta della vostra Sovrana in andar tra di voi
richiedendo chi essa sia? E quali mai fastosi Apparecchi siano quei che
per il suo pomposo Ingresso all’Empireo si fanno? Quae est ista, quae
ascendit de deserto deliciis affluens (k)108? Sapevate pur voi, che essendo ella
paragonata al Cedro, esser doveva come il Cedro esaltata, quasi Cedrus
exaltata. E se il Cedro, inter ceteras arbores maiestate excellens, altitudine
eminet109, non era forse dovere che per Lei si apparecchiasse Incontro il
più maestoso, Trono il più bello ed il Posto più alto lassù sopra di voi
nel Cielo? Ma stolto me! Lo sapevan pur bene gli Angeli tutti, ma pure
idear non si potevano tanto: onde sorpassando le feste e gli Apparecchi
la loro aspettativa, a dar negli eccessi di maraviglia furono costretti.
6.
E come no? Al portar che essi facevano Nostra Signora al Cielo, ecco
all’approssimarsi alla Luna, veggon tosto correr questa sotto i beati
Piedi di Lei a servirle tutta umile di sgabello e riposo, Luna sub Pedibus
eius (Apoc. 12)110. Si avvicinano indi al Sole e lo miran vestito di insoliti più purgati e lucenti splendori per circondarla ed abbellirla d’intorno con gli aureati suoi raggi, Amicta Sole. Si approssimano al
Firmamento ed ecco staccarsi le Stelle più luminose e brillanti per formarle sul Capo un ricco prezioso Diadema, In Capite eius Corona
Stellarum111. Giungon finalmente all’Empireo, e veggon il Re dei Re e
gran Monarca dei Cieli venirle tutto festoso insieme e grazioso all’in-
(k) Cant. 8.
108 Chi è Costei che ascende dal deserto piena di delizie?
109 E se il cedro primeggiando per maestà tra gli altri alberi sovrasta in altitudine…
110 La luna sotto i suoi piedi.
111 Sul suo capo una corona di dodici stelle.
213
tata fu a guisa del Cedro, Quasi Cedrus exaltata sum: questo, allo scriver di
Dioscoride (lib. 1, c. 86) essendo un albero assai vasto e grande, latissime
ramos diffundit, spande i suoi odoriferi e benefici rami in grande distanza.
Così essa nell’Assunta sua gloriosa fu a Tutti di giovamento e specialmente a noi
miseri Peccatori. Quindi Santa Chiesa a riempirci anche noi di gaudio, non
meno che gli Angeli, tutta festosa ci invita, Hodie Maria Virgo Coelos ascendit: gaudete115 (Antiph. ad Magnif. in 2 vesp.) e ce ne adduce la ragione,
dicendo perché essa ha col suo Divin Figlio il beatissimo Regno: gaudete,
quia cum Christo regnat in aeternum. Che arcano egli è mai questo, Uditori?
Giacché il tempo per fuggirmi ha impennate troppo veloci le ali, ve lo dica
per me l’Angelico San Tommaso e ve lo spieghi per chiusa del mio
Discorso. Allorché Nostra Signora fu Assunta in Cielo, divise il suo Figlio
Divino quel Regno Beato; e la metà per lui ne ritenne come Re di
Giustizia, l’altra metà ne cedette alla Madre come Regina di Misericordia:
così essa, come Arbitra, fosse a tutti di giovamento e ai Giusti per aiutarli a salir nel Regno della giustizia ed ai Peccatori compunti per porger loro
la Mano e tirarli nel Regno della misericordia. Hodie, dunque, Maria Virgo
Coelos ascendit: gaudete, lasciate che io con la Chiesa a vostra e mia gran consolazione lo ripeta, gaudete, quia cum Christo regnat in aeternum.
contro, Surrexit Rex in occursum eius (3 Reg. 2)112. Entrano in quella
Patria beata ed ivi risuonando tutta di Evviva, di Cantici e di Inni, l’osservano sulle prime innalzata di gran lunga sovra de’ Cori più alti dei
Serafini; indi collocata in altissimo Trono alla destra del Divin Verbo
Umanato, Astitit Regina a dextris113; poi incoronata dalla Triade sacrosanta, dall’eterno Padre come Regina di Potenza ed Arbitra dei Tesori
Divini; dall’eterno Figlio come Regina di Sapienza e fida Interprete dei
Divini Arcani; dallo Spirito Santo come Regina di Amore e
Dispensatrice delle Divine Grazie; e da tutte e tre le Divine Persone
come Imperadrice e Sovrana del Cielo, della Terra e di tutto il Creato.
7.
Ora pensate voi, se far poteva a meno il Cielo tutto spettatore di tanta Gloria
e Grandezza di Maria, non riempirsi di gran maraviglia. Che perciò di nobile e gentil sentimento fu il Damasceno, qualora disse, che intanto il
Redentore Divino nella sua Ascensione non condusse seco la Madre, appunto affin la Corte Celeste vedendola tanto simile a Lui nella bellezza e nella
maestà della Gloria, non rimanesse titubante se a chi de’ due far doveva accoglienze maggiori, se alla Madre, se al Figlio: Ideo Matris in Coelum dilectus
ascensus, ne forte coelesti curiae veniret in dubium cui potius occurreret, così gentilmente il Santo, Domino videlicet, vel Dominae ascendenti (De Excell. Virg. c. 7)114.
8.
Da tante maraviglie pertanto nacquero lassù nell’Empireo tutte quelle
indicibil gioie ed allegrezze, di cui l’Assunta ed esaltazione sì gloriosa
della Vergine lo fece ricolmo. Quindi non mancaron dotti Scrittori, che
dissero, ed in specie Sant’Idelfonso, che la Festa dell’Assunta più propriamente chiamarsi potrebbe festa degli Angeli, che nostra, per esser
stata l’origine di tanta loro Allegrezza.
9.
Ma non è però, Uditori, che ancor festa nostra noi non possiamo con tutta
ragione chiamarla. Perciocché se la nostra Sovrana, per attestato suo esal-
10. Sì, sì, già pieni di giubilo ricrearsi si sentono i nostri Spiriti, o eccelsa
nostra Signora; già i nostri Cuori dal tripudio dilatati pur sono. Dunque
voi, essendo nella vostra Assunta, esaltata come il Cedro del Libano, foste di stupore a tutto il Mondo, di maraviglia ed allegrezza a tutto il Cielo ed a Tutti di
giovamento, specialmente a noi miseri Peccatori? O siano pur mille benedizioni al grande Iddio ed a voi mille congratulazioni ed evviva! Speriamo noi
dunque, vostra mercè, avere un giorno la bella sorte di goder con la presenza tutte le vostre esaltazioni e grandezze, che or così ci ricreano con
la sola memoria. Ma intanto ci sia almen da voi permesso con voi abitar
col cuore lassù nel Cielo. Sì, sì, Trahe nos post Te, o Sancta Mater116, conchiuderò col vostro diletto Giovanni Leonardo: Madre del mio Gesù e del
mio Dio, tirate al Ciel con voi anche il cuor mio. Amen.
112
Sorse il re per incontrarla.
Stette la regina alla destra.
114 Perciò fu cara l’ascesa al cielo della Madre, perché non venisse in dubbio alla celeste curia
a chi piuttosto dovesse andare incontro: cioè al Signore o alla Signora ascendente.
113
214
115
116
Oggi la Vergine Maria sale al cielo: rallegratevi perché con Cristo regna in eterno.
Traeteci dietro di Te o santa Madre.
215
CAP. III
SERMONCINI FAMILIARI
PER OGNI SABATO
DELL’ANNO 1753
217
Introduzione al capitolo
I Sermoncini per i sabati dell’anno 1753 sono 11 e furono proposti dal 12 maggio al 1 dicembre con l’interruzione del mese di ottobre, perché vacanza. I primi otto
sono abbozzati secondo lo stile dell’anno precedente, con un argomento ben definito,
l’introduzione e i vari punti; questi ultimi sono quasi sempre proposti in forma schematica. Lo stile si mantiene chiaro e familiare e rimane vivissima la finalità
dell’Autore di promuovere e diffondere la devozione mariana.
Dal 16 novembre fino al 14 settembre dell’anno successivo i Sermoncini trattano
la spiegazione delle varie parti della santa Messa ed il rapporto di Maria con i Santi
Misteri.
Per non interrompere la trattazione tematica, gli ultimi tre Sermoncini dell’anno
1753 vengono inseriti con quelli dell’anno successivo. In questo modo il gruppo di
quelli dell’anno 1753 è costituito da otto composizioni. La maggior parte di esse 5/8
fanno parte della miscellanea n. 23; 2/8 fanno parte della miscellanea n. 35; infine uno sulla natività di Maria fa parte della miscellanea n. 51, che raccoglie le omelie per il triduo e la festa dell’Immacolata.
Pietro Alemanno, Madonna delle Grazie o del Clero che veniva e viene esposta a turno nelle varie parrocchie della città, tempera su tavola, 1480-1490,
Ascoli Piceno, Cattedrale.
218
219
SERMONCINO FAMILIARE SOPRA LA SS.ma VERGINE
Argomento
Recitato Sabato 12 Maggio 1753
nella Chiesa Prepositurale di San Giacomo Apostolo,
in occasione della miracolosa Immagine della SS. Vergine,
detta del Clero, ivi, secondo il giro, esposta
Il vero Divoto della Vergine deve procurar di avere buona Memoria,
miglior Ingegno ed ottimo Giudizio, sì per maggiormente promuovere
il culto di Lei, che per ottenere più efficace il suo Patrocinio
Il Sermoncino è sviluppato ampiamente in dieci punti, anche se l’ultimo si interrompe con l’indicazione di un esempio da portare; nel fascicolo seguono poi pagine
bianche. È stato abbozzato dall’Autore in sei ore1 e recitato nella chiesa di San
Giacomo, vicina all’Istituto, come l’anno precedente, in occasione della venuta della
miracolosa immagine della SS.ma Vergine che si tratteneva esposta alla devozione dei
fedeli, per una settimana, nelle Chiese parrocchiali o più grandi della città. Questa
bella tradizione continua fino ad oggi.
Don Marcucci propone un argomento che definisce un po’ spiritoso e cioè: “Per onorar la Vergine e per impetrare da Lei le grazie, si richiede buona memoria, miglior
ingegno ed ottimo giudizio”.
Inizia spiegando il significato dei termini memoria, ingegno e giudizio e le cause
naturali e volontarie da cui dipendono.
La “buona memoria” per il vero devoto di Maria consiste nel conoscere i continui
favori che la celeste Signora gli concede, ricordarsene spesso e mostrarle gratitudine;
il “migliore ingegno” consiste nell’inventare sempre nuovi mezzi, ossequiarla e farla
sempre più ossequiare da altri. “L’ottimo giudizio” consiste nello scegliere con prudente riflessione e consiglio i mezzi più propri, più cari alla Vergine e più profittevoli per
raggiungere l’intento.
Don Marcucci porta poi le prove al contrario, cercando di immaginare con esempi
concreti gli atteggiamenti di chi, pur essendo stato beneficato dalla Vergine santa,
lo dimentica.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 103-112.
1
Così si legge tra parentesi accanto al titolo.
220
Inerendo agli alti, sapientissimi, amorosi disegni della Provvidenza
Divina in ordinare e disporre nella Chiesa Cattolica le funzioni sacre, ed
in particolare i gloriosi Trasporti dei divoti Simulacri processionalmente
da un Tempio in un altro; sono io in questa sera, come nell’anno scorso,
a recitar qui tra voi ed alla vostra presenza, Uditori Riveriti, il mio solito famigliare Ragionamento del Sabato; tuttoché, come voi ben sapete,
per altro Luogo esser destinato doveva. Or buon per me, che vedendomi
stasera onorato con un assai più numeroso Uditorio, con un numero maggiore ancor m’imbatto di Animi divoti e sagaci; che per poco io loro proponga le cose, già mi precorrono con l’intendimento, ed ogni mia aspettazione prevengono. Perciocché chi vi è mai tra voi, Ascoltanti, che non
sappia aver Iddio nella sua Chiesa disposto sin da’ secoli primi della
Cristianità le traslazioni divote processionalmente fatte o delle sacre
Reliquie, o delle sacre Statue ed Effigie, non con altro disegno, se non
affin il Culto ed onor suo rimanesse quaggiù tra noi maggiormente esaltato; ed i pii Fedeli per tal mezzo vieppiù di favori e di grazie ricolmati
venissero? I Dottori tutti al certo a gran ragione concordano che i divini
disegni in funzioni tali siano, ob maiorem Dei Cultum promovendum, et ob uberiores a Deo gratias obtinendas2. Cosicché e voi ed io dedurre con tutto fondamento possiamo, che intanto in questi giorni codesta sacra veneratissima Effige di Nostra eccelsa Signora Maria SS.ma si trovi processionalmente trasportata, ed in ricco Altare esposta in questo sacro Tempio,
appunto, ob maiorem Deiparae cultum promovendum, ac ob uberiores a Deipara
gratias obtinendas. La Vergine, insomma, qui ora si trova e per la sua maggior gloria e per il nostro maggior bene. Questi sono i suoi alti Disegni e
del suo Divin Figlio. Vuole esser Ella vieppiù onorata; e vuol che noi
impetriamo da Lei più segnalati favori. Or per aderire a tali amorosi ed
ineffabili disegni, che mai potrò dirvi io in questa sera, Uditori? Sentite
2
Per promuovere maggior culto di Dio e per ottenere da Dio grazie più copiose.
221
ra Ingegno grande, Memoria mediocre, Giudizio scarso. Onde non errò chi
disse di quell’Uomo acutissimo di Caramuele, che egli ebbe Ingenium
ut octo, Memoriam ut quatuor,Judicium ut unum3. E lo stesso dir si
potrebbe del celebre Giovanni Pico della Mirandola, del nostro Cecco di
Ascoli e di tanti altri, che al formidabile naturale Ingegno, accoppiarono una sola passabil Memoria e sì poco Giudizio. Chi poi è di temperamento malinconico ed umido, è naturalmente di Mente confusa e di
fantasia assai viva e gagliarda, facile però a dar nel fanatismo ed a creder per visioni i suoi sogni e deliri. Un misto poi di qualità di
Memoria, d’Ingegno e Giudizio possiede chi è di un misto temperamento,
tuttoché sempre penda al suo predominante temperamento.
un mio pensiero. So, lo chiamerete sulle prime spiritoso, vivace e bizzarro piuttosto, che divoto. Ma pure uditelo e riponete alla fine il censurarlo. Eccolo. Per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie, si richiede
buona Memoria, miglior Ingegno, ottimo Giudizio. L’attenzione non la chiedo,
giacché una curiosità innocente che nel vostro stesso sembiante io ravviso, già da sé la riscuote. Incomincio pertanto.
1.
2.
222
E qui affin di sfuggire ogni oscurità ed abbaglio, è duopo che sveli sulle
prime con ogni più possibil chiarezza cosa io intenda sotto nome di
Memoria, d’Ingegno e di Giudizio. Per Memoria dunque denotar qui
voglio soltanto quella cognizione e ricordanza che noi abbiamo delle
cose già conosciute altre volte, con la riflessione bensì ed avvertenza che
già altre volte le conoscemmo. Per Ingegno intendo quella perspicacità e
sottigliezza o sia acutezza e vivacità della Mente nostra nell’intender e
capire le cose e nell’inventar dei nuovi pensieri, dei nuovi mezzi, delle
nuove ragioni. Per Giudizio poi intender voglio quel saper sceglier tra
le cose le migliori, le più proprie, le più profittevoli: il che si dice
appunto da noi Italiani Buon Gusto.
Or nel sentirmi che per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie,
si richiede buona Memoria, miglior Ingegno ed ottimo Giudizio, veruno
aspetti da me, Uditori, che dettare io voglia un qualche gentile e
curioso Trattato di Animistica, e spiegare le cagioni per cui talora si
abbia Memoria cattiva, Ingegno debole, Giudizio guasto; oppur decifrare
i rimedi ed i mezzi per aver Memoria pronta e tenace, Ingegno vivace
e sottile, e Giudizio sano e prudente. Non è questo il mio Assunto,
la mia meta, lo scopo. Potrei sì non lo nego, per soddisfare ad una
vostra innocente curiosità, come per digressione dimostrarvi, fondato su di sode ragioni e di osservati esperimenti, come le qualità della
Memoria, dell’Ingegno e del Giudizio, talora da naturali cagioni e talora da volontarie cause dipendono. Da naturali cagioni, cioè dai nostri
temperamenti, più o meno atti ad abilitare, o impedire gli uffizi
delle nostre spirituali Potenze. Perciocché chi è di temperamento
tardo o sia pigro e pituitoso o sia flemmatico, è naturalmente di buona
Memoria, ma di tenue Giudizio e di debolissimo e grosso Ingegno. Chi poi
è di temperamento sanguigno, ardente e vivace, possiede di sua natu-
3.
3
4
Tutto ciò ripiglio, dimostrar vi potrei, come per episodio; ed aggiungervi, che anche le volontarie cagioni influiscono, e forse forse con più di
efficacia, sulle qualità buone o cattive della Memoria, dell’Ingegno e
Giudizio. Al certo, chi con l’Orazione e con l’esercizio la Memoria coltiva e
l’Ingegno, a sufficienza almeno, eziandio il temperamento gli sia contrario, sempre ne possiede: laddove la pigrizia, l’ozio e l’ignoranza ingrossano e l’una e l’altro, e per dir così le inabilitano, ancorché naturalmente
fossero di grado eminente. Così chi con la scelta di buoni Metodi, di ottimi Condottieri e Maestri, di ben ponderate e spassionate riflessioni regolasse il
suo Giudizio e molto più col chieder lume dal celeste Datore di ogni
Bene; al certo, benché ogni temperamento gli fosse contrario, di un ottimo Giudizio si troverebbe fornito. Ma quis est hic?4 Converrebbe certamente, che siccome l’Uomo è assai pronto a rimediar i mali temperamenti col beneficio dei naturali ripari, consistenti nella qualità dei cibi,
dell’aria e somiglianti: così prontissimo vièppiù fosse a riparar le volontarie storture e svogliatezze con i rimedi poc’anzi accennati. Ed allora
ognuno al certo possederebbe, se non in eminenza, a sufficienza almeno, una buona Memoria, un Ingegno acuto, un sodo e prudente Giudizio.
Ebbe un ingegno come fossero otto, la memoria come quattro, il giudizio come uno solo.
Chi è costui?
223
4.
Ma io, lo ripeto, non voglio su di ciò far parola. Non è questo il mio
Assunto. Chi tra voi è erudito, lo veda da sé presso i filosofi moderni,
che sono in ciò senza fallo i più purgati, i più esperti, i più saggi.
Il solo celebre Antonio Genovese, ancora vivente e stupore, per dir così,
del secolo nostro, può nella sua Logico-Critica darne a tutti una lezione
maestrale.
5.
Rientriamo sulla meta. Col proporvi io dunque, che per onorar la Vergine
e per impetrar da Lei le Grazie si richiede buona Memoria, miglior Ingegno,
ottimo Giudizio, altro intender non volli, se non che il vero Divoto di
Maria conoscer doveva i continui favori che dalla Celeste Signora gli
venivano concessi e con ricordarsene spesso mostrargliene la
Gratitudine. Ecco la buona Memoria. Inoltre, che per mostrarsele grato,
andar doveva ripensando ed inventando dei nuovi mezzi per più ossequiarla e per farla più ossequiare da altri. Ecco il miglior Ingegno.
Finalmente, per eseguire il tutto, doveva con prudente riflessione e consiglio considerare e sceglier i mezzi più propri, più cari alla Vergine, più
profittevoli per sé e per altrui, affin la Vergine rimanesse vieppiù onorata e servita. Ed ecco l’ottimo Giudizio. Chi vi ha dunque ora tra voi,
Uditori Riveriti, che non accordi con me per molto proprio il mio
Assunto, che cioè per onorar la Vergine, come dissi, e per impetrar da Lei le
Grazie, si richiede buona Memoria, migliore Ingegno, ottimo Giudizio.
6.
5
7.
Ispirato da Dio un buon Giovane, domandò l’Abito santo della sacra
Certosa. Non aveva egli a suo favore per essere ammesso certe Lettere,
che si dicono di Raccomandazione, voglio dir Lustro di Natali, di facoltà di sapere. Era nato bassamente, povero e rozzo. Onde altro capitale
non si ritrovata, se non quello da noi desiderato, per rapporto della
Divozion della Vergine, cioè una molto buona Memoria, un miglior
Ingegno, un ottimo Giudizio. E ci par poco? Disse ai suoi Monaci, tosto
che se ne avvide il Priore allor vivente della Gran Certosa, chiamato
Guidone; e ci par poco? Anzi questo è il più gran capitale che aver possa,
non dico un Giovinetto Secolare, ma un Religioso provetto. Via su, si
ammetta pure per nostro Converso. Così accettato fu ed ammesso, nell’anno appunto di Nostra Salute 1082.
8.
Io non voglio star qui, Uditori, a raccontarvi diffusamente la vita virtuosa ed esemplarissima in tutto di questo fortunato Certosino. Vi dirò
solo in sommario che egli aveva talmente impressi nella mente i favori
Deducetelo voi stesso a contrariis5 e poi alla vostra giustizia mi appello.
Fingete un Cristiano, ricoperto continuamente di favori dalla Regina
del Cielo (come già ricopre ciascuno) e poi ingrato, sconoscente, non
facesse mai rimembranza costui di sì cortese Benefattrice e di più neppur da Lei tante finezze riconoscesse. Qual mai onore, di grazia, darebbe alla Vergine un Uomo di sì cattiva Memoria? Quali favori da Lei
aspettar più potrebbe? Anzi qual dispiacere a Lei non darebbe e quali
castighi non si meriterebbe tuttora? Fingete di vantaggio, che tuttoché
alla fine conoscesse il suo obbligo, pure tutto freddo, pigro ed istupidito, non sapesse risolversi, né tentar qualche esercizio divoto per glorifi-
Da argomenti contrari.
224
care e servire la Celeste Signora; onde così neghittoso e di grossolano
rustichissimo Ingegno se la passasse tuttora: ditemi, che più stomachevole Uomo di questo agli occhi della Gran Madre di Dio, dar si potrebbe? Finalmente fingete, che alla fine pensati e ripensati vari mezzi per
mostrarsi divoto, scegliesse o i meno efficaci, come sono certe semplici
Recite, fatte Dio sa con quale Anima e con qual cuore; oppure i meno
durevoli, come sono certi impetuosi trasporti di eccessive penitenze o di
lunghissime ed innumerabili orazioncine: favoritemi, di quale scarso,
anzi storto e bistorto Giudizio non sarebbe costui? Di quali Grazie potrebbe mai ripromettersi, qualor la sua semplicità ed il suo buon cuore non
lo scusasse ed insiem non l’aiutasse? Deducetelo dunque voi stessi,
Uditori, ripiglio, argomentando a contrariis, quanto sia vero che per onorar la Vergine e per impetrar da Lei le Grazie, si richiede buona Memoria,
miglior Ingegno, ottimo Giudizio. Quanto a me, per non offender punto
l’alto vostro discernimento in apprender sì felicemente il molto dal
poco; non volendone formar più raziocinio, passo a darvene con un bel
fatto il contesto: e del successo abbiatene tutta la fede ad Errigo Gran,
che nel suo Specchio Istoriale, alla nona distinzione, ed all’esempio centesimo decimo terzo lo riporta.
225
di Maria SS.ma, e così spesso gliene rendeva le grazie, che voi quasi del
continuo trovato lo avreste genuflesso avanti una divota Immagine di
Maria e bagnato per tale effetto di copiose lagrime. Qualora poi, passava camminando innanzi a qualche sacra di Lei effigie, i ringraziamenti
erano i primi suoi affetti e sospiri, che alla Gran Regina del Cielo inviava. O che buona Memoria, che Memoria pronta, tenace, felicissima!
Inoltre, siccome per quanto mai di fedele e puntuale servizio alla sua
Signora prestava, non si trovava mai pago e soddisfatto (giacché il proverbio non falle, Amanti numquam satis6), pensava sempre altri modi,
inventava altri mezzi, tentava nuove vie per più servirla. O che felice
Ingegno, che Ingegno sottile, nobile ed elevato! Per finirla, trovati i
mezzi, procurava sempre di sceglier quei che più onorevoli alla Gran
Vergine le sembravano; quei che più propri alle sue forze, al suo stato;
quei che da’ più savi e giudiziosi maestri di spirito gli venivan lodati ed
approvati. O che ottimo Giudizio, che Giudizio sano, nobile e prudentissimo!
9.
Pensate ora voi, Uditori, se con sì eccellente capitale di Memoria,
d’Ingegno e di Gudizio, quanto restar glorificata dovesse Maria SS.ma
da codesto suo divoto Converso; e quanti mai favori continuamente a
larga mano gli dispensasse. Troppo vasto sarebbe il campo che qui mi
si aprirebbe, se di tutto favellar vi volessi. Uditelo da un sol fatto;
che nel tempo stesso condurrà e me alla chiusa del mio discorso e voi
alla fine del tedio in ascoltarmi.
10. Fremendo il demonio delle fortune di codesto buon Certosino, né
ammirare e tollerar più potendo da lungi quel suo gran fondo di pietà
e di divozione verso l’Imperadrice del Cielo; giurò di fargli perdere ad
un tratto ogni felicità di Memoria, di Giudizio e d’Ingegno. Quindi
mentre il buon monaco se ne stava una notte nel suo camerino a
coltivar con l’Orazione la sua Mente e il suo Cuore, eccoti tutto
improvviso.
6
SERMONCINO
Recitato nel Sabato di Pentecoste 9 Giugno 1753
Il Sermoncino sviluppa l’introduzione ed indica in cinque punti lo schema della
trattazione dell’argomento. L’Autore ricorda quello trattato l’anno precedente nella
stessa occasione della vigilia di Pentecoste e si propone di approfondirlo presentando
aspetti nuovi in stile ancor più familiare.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 214-215.
Argomento
Per ricevere, per conoscere e per eseguire gli impulsi dello Spirito Santo
non vi è il più bel mezzo che farsi divoto di Maria SS.ma
La ricorrenza delle Feste solenni, ognun lo sa, essere stata istituita e affin
Iddio sempre più resti in esse da noi glorificato; ed affin noi sempre più
acquistiam in quelle maggior divozione e maggiori grazie. Or ecco uno
de’ Fini, per cui sin dagli Apostoli e poi sempre dalla Cattolica Chiesa,
ordinata venne in ciascun’anno, nel cinquantesimo giorno dopo Pasqua,
la Pentecoste o sia la rimembranza gloriosa della Venuta dello Spirito Santo.
Appunto, affin e lo Spirito Santo, ecc. e noi, ecc. Or se nello scorso anno vi
parlai in tale occasione sopra come Maria SS.ma impetrava ai suoi Divoti
la pienezza dello Spirito Santo, acciocché procurasse di crescer vieppiù
nella divozione verso sì eccelsa Signora: voglio ancor in questa sera, con
un modo però più famigliare, affin maggiormente v’impegniate ad esser
veri Ossequiosi della Vergine, voglio, dissi, mostrarvi come per ricevere,
ecc. Attenti di Grazia all’esposizione del mio Assunto, ed incomincio.
1.
Cosa s’intendano per Impulsi, ecc., cioè illustrazioni di mente, ed eccitamenti buoni di cuore, ecc. Tre sono le principali Grazie che far suole lo
Spirito Santo alle Anime, che trova disposte o almen che si mostrano
grate col corrispondere; cioè il donare, l’illuminare, l’infiammare, ecc.
E tre gradi ancor vi sono di corrispondenza per parte delle Anime, cioè
ricevere, conoscere, eseguire gli Impulsi, ecc.
Per chi ama non è mai abbastanza.
226
227
2.
Grazia singolarissima, non può negarsi, è il donare, ecc. ed il ricevere, ecc.
Qui si spieghino gli Impulsi generali ecc. e particolari ecc. Maggiore il
conoscere, ecc. Massima l’eseguire, ecc.
3.
Or notate, come Maria SS.ma, ecc.
4.
Esempio di quel Predicatore malvagio convertito, ecc.
5.
Nella Perorazione dir gli Impulsi di cose di obbligo, ecc. e di cose di
consiglio, ecc.
SERMONCINO FAMIGLIARE
Recitato Sabato 16 Giugno 1753,
Sabato precedente alla Festa della SS.ma Trinità
L’Autore ricorda nell’introduzione il tema svolto l’anno precedente nella stessa circostanza della vigilia della SS.ma Trinità e, per non ripetersi, tratterà un argomento affine, non però in modo oratorio, bensì istruttivo e cioè come dobbiamo ringraziare la SS.ma Trinità per i benefici concessi a Maria SS.ma e quale ricompensa possiamo sperarne.
Viene indicato uno schema di cinque punti per trattare l’argomento. Il motivo del
nostro ringraziamento alla SS.ma Trinità è per la grande Potenza, la somma
Sapienza e l’immenso Amore che concedette alla Regina del cielo.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 210-212.
Argomento
Godendo molto la Vergine che da sua parte si ringrazi
la SS.ma Trinità, deve ognuno aiutarsi a farlo
come essa stessa insegnò e desidera
In un giorno, come oggi, in cui si incomincia a far memoria della solennità
gloriosissima, che dimani ricorre, della SS.ma Trinità; al certo ogni vero
Divoto di Nostra Immacolata Signora, incominciare ancor deve con più di
fervore a ringraziar da parte della medesima Signora nostra le tre augustissime Divine Persone per li tanti favori ad lei compartiti. Ben io mi ricordo,
R(iveriti) U(ditori), avervi nell’anno scorso da questo Luogo e con ragioni e
con esempi dimostrato quanto era e sia grato alla Vergine il ringraziar da sua
parte la Triade Sacrosanta. Onde in questa sera, affin di non ripetervi lo stesso, basterà a voi ed a me che altro non vi additi se non il modo come far noi dobbiamo questo Ringraziamento; e qual ricompensa sperar ne possiamo. Il discorso
sarà, non oratorio, ma tutto istruttivo. Onde maggior attenzione richiede si
da voi in udirlo, che da me in farlo. Incominciamo.
1.
228
A tre Capi ridurre si possono tutti i Favori e tutte le Grazie, per cui
dobbiamo noi ringraziar di buon cuore a nome della Gran Vergine la
Trinità Sacrosanta; cioè alla Potenza, alla Sapienza, all’Amore o sia Carità.
229
Perciocché per attestato della Vergine stessa ad un suo Divoto, di queste tre Virtù fu singolarmente molto arricchita da Dio; e su di queste
tre Virtù può dirsi esser racchiuse tutte le altre Grazie singolarissime
che ricevette. Onde ne viene che il più bel modo che tener noi possiamo in ringraziar la SS.ma Trinità da parte di Nostra Signora, è il renderle grazie della Gran Potenza, della Somma Sapienza, dell’immenso
Amore che le concedette.
2.
3.
Ed oh, Uditori, che altissimi Misteri io ravviso sotto queste tre Virtù
sublimissime, Potenza, Sapienza ed Amore, concesse a larga mano alla
Vergine.
Primo, io vi ravviso le ineffabili operazioni e gli eccessi di finezze del
donatore. Perciocché, siccome favellando noi dei Divini Attributi, la
Potenza si attribuisce all’Eterno Padre, ecc., la Sapienza all’Eterno Figlio,
ecc.; l’Amore all’Eterno Spirito Santo, ecc.; perciò noi ringraziando, ecc.
Secondo, vi ravviso ancora le perfezioni singolarissime dell’Anima di
Maria, ecc. La Potenza e l’Amore denotano l’efficacia e santità della sua
Volontà nell’amare e servire a Dio: la nobiltà ed eccellenza del suo illuminato Intelletto e Divina Memoria nell’altezza delle cognizioni, ecc.
Terzo ravviso la nobiltà e l’altissimo grado delle sue eroiche virtù, ecc. Fede,
ecc., Potenza, ecc., Speranza, ecc., Sapienza, ecc., Carità, ecc., Amore, ecc.
Io trovo, che la Vergine disse a S. Metilde, ecc. che ringraziasse, ecc. per
la Potenza, ecc. nella sua Immacolata Concezione, ecc. Ad un suo divoto poi
ecc. nella sua Assunzion, ecc.
4.
Onde ecco il modo, ecc. così l’insegnò la Vergine a S. Metilde (che ogni
giorno lo faceva, ecc.); e ad un suo divoto, ecc.
5.
Il Proemio, ecc. L’esempio, ecc. di S. Lutgarda.
SERMONCINO FAMILIARE
Recitato il 2 Luglio 1753,
ricorrendo la Festa della SS.ma Visitazione di Nostra Signora a Santa Elisabetta
Il Sermoncino per il sabato mariano, che cade nella festa della Visitazione di
Maria a Santa Elisabetta, offre all’Autore lo spunto dell’argomento. Tale festa,
infatti, ravviva le nostre speranze di avere dalla Vergine efficace rimedio e riparo a
tutte le nostre sventure perché si degna in persona di effettuare le promesse fatte di visitare e confortare i suoi servi.
Vengono annotati in modo schematico, negli ultimi punti del Sermoncino, vari
nomi di persone che furono consolate dall’aiuto della Vergine santa.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC; 23, pp. 257-259
(45-47).
Bonifazio Nardini, Visita di Maria a Sant’Elisabetta, affresco, 1751, Ascoli
Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento.
230
231
Argomento
facciamo alla certezza delle avute Promesse una ferma e viva credenza,
ed una vita divota e fervorosa; non è però che talvolta Iddio e la sua
Madre SS.ma non si degnino ravvivarcela con l’oprar maraviglie in comprova delle date assicurazioni e promesse.
Nella Festa della Visitazione, siccome si ravvivano più che mai le nostre
Speranze, così deve più che mai risvegliarsi la nostra Divozione
A Persone, come noi siamo, misere albergatrici di questa Valle di Lagrime,
soggette a mille disgrazie e di Anima e di Corpo, ricolme di imperfezioni e
difetti senza numero, travagliate poi del continuo da passioni sconcertate e
sconvolte e da innumerabili tentazioni; a Persone tali, ripeto, come non
siamo, io non so, Uditori, se possa loro presentarsi un Giorno più lieto e più
proficuo, quanto è quello, in cui abbiam forte motivo di ravvivar più che mai
le loro troppo languide e quasi abbattute Speranze? Or ecco quel Giorno
appunto, Uditori, dedicato alla SS.ma Visitazione di Nostra Immacolata
Signora, fatta a S. Elisabetta; Giorno in cui le Speranze nostre ravvivate vengono talmente di aver noi dalla Vergine pronto ed efficace rimedio e riparo
a tutte le nostre sventure; onde io, favellar dovendovi della suddetta festa,
dispensarmi non posso dal formarvene questo Assunto, cioè In questa festa
della Visitazione ravvivandosi più che mai le nostre Speranze, deve più che mai risvegliarsi la nostra Divozione. Favorite di ascoltarmi: e poi decidete della verità
dell’Assunto.
3.
Or io per me, vi assicuro, Uditori, che se in tutti i misteri della gran
Vergine le speranze nostre hanno sempre per mille versi un forte motivo di una grande vivezza; in questo però della Visitazione, bisogna pur
confessare, che vengano più che mai ravvivate. Uditene la ragione, il
fondamento. In tutti gli altri Misteri di Maria, contempliamo noi sì ed
ammiriamo le sovra eroiche sue virtù, le sue ineffabili Grandezze; e sperimentiamo sempre, nol nego, gli effetti misericordiosi della sua liberalissima Beneficenza. Ma l’osservare di più in questo mistero della
Visitazione essa medesima la Gran Signora dell’Universo degnarsi in
Persona di effettuar le Promesse fatte di visitare e confortare i suoi
Servi; o questo sì, che è un animarci molto a porre in Lei tutta, tutta la
nostra confidenza; ed è un risvegliare in noi tutte le più vive Speranze.
4.
Lo provò sì S. Elisabetta, ecc.
1.
5.
Ma non solo essa: ma altri innumerabili ancora; e tra gli altri le due
Pastorelle di Fiesole in Toscana, ecc.; quel Giovane di nazione Francese, cui
tagliata era stata la Lingua, ecc. L’altro giovane Engelberto Imeléo attratto nelle membra e deforme come un mostro, ecc.; la B. Veronica di
Binasco, ecc. (vedi Auriemma).
6.
Che se questo Giorno dunque, ecc., deve anche in esso più che mai risvegliarsi la nostra divozione. L’esempio di Paola Centurioni, ecc., e del B.
Gualtero di Birbach Monaco di Cistercio, ecc. (vedi Auriemma).
2.
7
Essendo la Speranza una Virtù che si fonda sulla verità e certezza delle
ricevute Promesse, ne viene che quanto più sono certe e sicure le
Promesse; e quanto più fermamente si tengono e si credono; tanto più
la Speranza è ben fondata e ben viva. Or certe ed infallibili son senza
fallo, Uditori, tutte le Promesse che Iddio ci ha fatte sì per quel che
riguarda l’Anima, che il corpo; sì il temporale, che l’eterno. E lo stesso
dite voi per quel che riguarda la Vergine Nostra Signora, che appunto
è intitolata Mater Sanctae Spei7. Onde per tal verso son le nostre Speranze
assai bene e fortemente fondate.
Così pur fossero sempre vive e non bene spesso quasi titubanti e languide. Questa vivezza però tuttoché dipenda da noi, mediante l’unir che
Madre della Santa speranza.
232
233
SERMONCINO PER LA SS.ma NATIVITÀ DI MARIA
quella deplorabile disunione tra Dio e l’Uomo: Iddio col tener sempre
armata la destra di fulmini per atterrar l’Uomo; e l’Uomo sempre carico di mille sventure, castigato meritamente da Dio.
Recitato a braccio Sabato 8 Settembre 1753
Il Sermoncino, annota l’Autore, è “tirato a braccio” e sviluppato in due punti.
Egli si propone di esporre l’argomento “con familiarità e chiarezza”, dimostrando con
varie prove che la nascita della Vergine Santa, poiché può chiamarsi un giorno di pace
tra Dio e l’uomo, così deve essere un giorno di conversione dell’uomo a Dio.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 51, pp. 299-301(19-21).
1.
Non aspetti veruno di voi in questo Festosissimo Giorno, Uditori, che io
discorrer voglia della ineffabile e maravigliosa Natività di Nostra
Immacolata Signora; talché io per appunto salito sia su questa Cattedra per
ridirvene o la gran dovizia della Grazia che ella ebbe nel suo Nascimento o
la propensione dell’Amore e delle altre eccelse Virtù o la sontuosità delle
pompe che ne fecero gli Angeli o la grande allegrezza e gioia che Iddio stesso con vari segni ne mostrò. Lascio tutto ciò ad altri Oratori di me più esperti e facondi; giacché a me che privo son di fervore e di eloquenza, e in questo Luogo ancora a parlar famigliarmente sol destinato, tanto competer non
può e non conviene. Vi dirò dunque solo in riguardo alla Festa presente
quanto basti per risvegliare in voi un più tenero ossequio verso Nostra
Signora e verso questo suo gran Mistero, che veneriamo in quest’oggi.
Eccovene pertanto un Assunto: la Natività di Maria siccome può chiamarsi il
Giorno della pace tra Dio e l’Uomo, così deve essere il Giorno della vera conversione
dell’Uomo a Dio. L’Assunto ve lo esporrò con ogni familiarità e chiarezza, se
della vostra attenzione a favorirmi sarete.
1.
234
Quel misericordioso ed amorosissimo Iddio, che con tanto buon cuore
creò dal nulla tutte quante le Cose, creò anche l’Uomo, affin di riscuotere da questi quegli omaggi che eran si doverosi di amore, di servitù,
di ubbidienza; e così poter godere con lui una pace perpetua e trovar in
lui le delizie tutte del cuor suo divino. Ma l’Uomo, appena venuto
all’essere, vedendosi adornato di un’Anima nobile e di libero arbitrio;
quasi parendogli che anche senza Dio regger si potesse e oprar gran cose
senza di Lui; poco curando la divina Amicizia e la Pace col suo supremo Signore, mostruosamente la ruppe; e poi vieppiù con l’aggiunta di
nuove colpe ingratissimamente sempre l’avrebbe: donde nacque poi
Una molto esprimente figura tra mille di quanto sinora vi ho detto, noi
la ritroviamo nella Sacra Scrittura in persona del Patriarca Giacobbe. Si
trovava egli all’aperto in una notte, ed eccoti all’improvviso apparirgli
un Giovane, quanto nobile di aspetto, altrettanto snello, forte e robusto: era egli un Angelo, ecc.
In Nativitate Virginis facta est pax, et cessavit lucta: ideo dixit Angelus ad
Jacob: dimitte me: jam ascendit Aurora, noctem peccati finiens, et dies gratiae
inchoans8, così Zenone.
Bartolomeo Vitelli, Natività di Maria, affresco, 1751, Ascoli Piceno, Casa Madre,
lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra, oggi utilizzato come sala di
ricevimento.
8
Nella natività della Vergine fu fatta la pace e cessò la lotta: pertanto disse l’Angelo a
Giocobbe: - Lasciami andare, già sale l’aurora che fa terminare la notte del peccato e incominciare i giorni della grazia.
235
SERMONCINO FAMILIARE
SERMONCINO FAMILIARE
Recitato Sabato 15 Settembre 1753 sopra il SS.mo Nome di Maria
Recitato Sabato 22 Settembre 1753
pure sopra il SS.mo Nome di Maria
L’Autore si propone di parlare dell’ineffabile nome di Maria per più sabati, lo
farà infatti per altri due successivi, scegliendo un argomento comune. Qui spiega, in
tre punti appena abbozzati, in che cosa consista la vera felicità e alcune qualità del
nome di Maria. Conclude, come al solito, con alcuni esempi.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, p. 289 (73).
Assunto
Per ottener una vera Felicità non vi è più bel mezzo
che esser divoto del SS.mo Nome di Maria
L’Autore ricorda agli ascoltatori il tema del sabato precedente circa le qualità del
Nome di Maria: “ripieno di potenza e di misericordia e come tale apportatore della
vera felicità” a chiunque ne sia devoto.
Vorrebbe ancora trattenersi su di esso, ma poiché resta solo un sabato, prima delle
vacanze di ottobre, cercherà di proseguire con l’argomento generale10. Avvalendosi
della dottrina di San Pier Damiani e di San Girolamo, enumera tre cause della
potenza del nome di Maria e conclude con alcuni esempi.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 289-291(73-75).
Il Proemio si tiri su di quanto si vive impegnato di favellar di tal augustissimo Nome; del quale, tuttoché sia ineffabile, pure se ne discorrerà per più
sabati, si propone un assunto generale, ecc.
Assunto
Essendo il SS.mo Nome di Maria un Nome ricolmo di Virtù,
di Benedizioni e di Grazie, non può esser mai da noi invocato
senza nostro grandissimo utile e vantaggio
L’orazione sia tirata:
1.
spiegando in che consista la vera nostra Felicità, cioè qualora a nostro
pro sia impiegata l’Onnipotenza e la Misericordia di Dio, ecc.;
2.
che il SS.mo Nome di Maria è un Nome potentissimo e misericordioso, ecc.;
3.
l’esempio di S. Filippo Benizi, ecc.; di quel Priore Agostiniano Romano,
ecc.; di quel novello Cristiano Giapponese, ecc. vedi il P. Moscati sopra
il Nome SS.mo di Maria;
4.
si conchiuda con S. Bernardo, In periculis, ecc. Mariam cogita, Mariam
invoca, ecc.9
9
Nei pericoli pensa a Maria, invoca Maria. Sull’architrave della porta dell’oratorio della casa
madre delle Pie Operaie, Don Marcucci fa scrivere: “Mariam cogita” come invito a pensare a Maria.
236
Il Proemio si può tirar con far veder quanto siano bene concatenate tra
di loro le virtù, ecc., ver. gr. incominciando, sono sì bene concatenate tra
loro, ecc. Lo stesso accade a me in favellar dovendovi delle Virtù all’intutto mirabili del Nome augustissimo di Maria, ecc. Ve lo mostrai appena nel sabato scorso un Nome ripieno di Potenza e di Misericordia, e
come tale apportatore della vera felicità di chiunque ne era ossequioso e
divoto; ed eccoti, che per via di una concatenazione indissolubile di mille
e mille altre virtù e prerogative, mi si apre un campo vastissimo di palesarvi altre nuove maraviglie di tal Nome augustissimo. Ma perché un
altro Sabato solo a parlarvi mi resta su di questo Luogo (entrando le
imminenti vacanze di ottobre), voglio in questa sera tentar di epilogarvi
in poco una gran parte, ecc. Eccovi pertanto l’Assunto: essendo il
SS.mo Nome di Maria, ecc.
10
Nel mese di ottobre si sospendevano anche le scuole.
237
Che l’augustissimo Nome di Maria sia un Nome ricolmo di Virtù, di
Benedizioni e di Grazie, da tre cause ed origini noi possiamo provarlo
a priori, come parlan le Scuole e a maraviglia ricavarlo; cioè
a. dalla Potenza di Dio che lo nominò e lo impose (così S. Pier Damiano
e ne mandò l’avviso a S. Giovacchino, ecc., così S. Girolamo, ecc.);
b. dalla dignità infinita di Madre di Dio, che con tal nome doveva
nominarsi;
c. dai meriti infiniti di Gesù Cristo, che in un modo maraviglioso riconoscano in esso Nome vari dottissimi Autori, ecc.
1.
Onde a gran ragione disse S. Metodio, Tuum, Dei Genitrix, nomen divinis
benedictionibus et gratiis et omni parte refertum11, ecc. Quindi che maraviglia
se non possa mai mensionarsi sine mentionantis utilitate12, come dice
S. Bonaventura. Sì, sì, da che si udì risuonare la prima volta in Cielo,
ecc. crebbe ineffabilmente nel Paradiso l’Allegrezza degli Angeli, ecc.:
dopo che fu dal Cielo comunicato alla terra e si nominò, ecc., respirò il
Mondo un’aria di Paradiso e già incominciarono a dileguarsi le tenebre,
che entro il buio della colpa e dei mali lo tenevano oppresso, ecc.: non
vi è alcun altro Nome, dopo quello di Costei, come dice S. Dionisio
Cantusiano, che tanto ci incoraggia, ci compunga, ci fortifichi, ci
infiammi, quanto quello di Maria.
2.
3.
11
12
SERMONCINO
Recitato Sabato 29 settembre 1753
Il Sermoncino è appena abbozzato e mette in relazione, come altre volte,
l’Argomento mariano con il riferimento al santo di cui si celebra la festa, Michele
Arcangelo.
Il santo protettore dei moribondi può infatti impetrarci con efficacia la grazia di
pronunciare il nome di Maria per ben morire nelle sue braccia.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, p. 292 (76).
Assunto
Il Nome augustissimo di Maria essendo di grande efficacia e virtù
per ben morire, pronunziato nelle ultime agonie dai suoi divoti,
impegna il gran Protettor dei Moribondi l’Arcangelo San Michele,
di cui oggi celebriamo, ad assisterci con più di premura
in quel punto tremendo
1.
Il proemio si tiri su del problema se sia meglio stare all’impegno di
favellar del Nome di Maria; oppur discorrer di San Michele Arcangelo,
ecc. Si dica di voler unir e l’uno e l’altro, ecc.
1.
L’Orazione si tiri… (incompleto).
Ma per discorrer del nostro particolar utile, ecc. La promessa fatta da
Gesù alla sua Madre alla presenza di S. Brigida, ecc. Insin si sperimenta l’utile da chi si trovava per sua disgrazia in man del demonio; come
a S. Brigida rivelò la Vergine, ecc. L’esempio di quel Religioso, quasi
disperato per le colpe commesse quando era soldato, ecc., vedi il
P. Moscati sopra il SS.mo Nome di Maria.
Il tuo nome o Madre di Dio è pieno di divine benedizioni e grazie in ogni parte.
Senza utilità del menzionante.
238
239
CAP. IV
SERMONCINI ABBOZZATI
SOPRA LA SACRA LITURGIA DELLA SANTA MESSA
RECITATI NEI SABATI
(16 NOVEMBRE 1753-14 SETTEMBRE 1754)
240
241
Introduzione al capitolo
Dopo la predicazione dei sabati mariani, svolta per un anno, su vari argomenti,
don Marcucci decide di proporre un tema unico riguardante la Sacra Liturgia della
Santa Messa e di cogliere, di volta in volta, la relazione che Maria SS.ma ha con il
divino sacrificio.
Tra il 16 novembre 1753 e 14 settembre 1754, l’Autore tratta l’argomento in
18 Sermoncini da lui stesso definiti “abbozzi”, infatti, dopo un proemio ben sviluppato, si presentano in forma schematica; risultano, tuttavia, indicate le fonti usate e
vari esempi, portati per sollecitare la devozione dei fedeli.
Alla fine del Sermoncino recitato nel sabato 2 Marzo 1754, l’Autore annota che
a motivo della malattia da lui sofferta1, lo sostituì sul tema degli Abiti sacerdotali,
il Signor Abate Ferrucci, suo cugino.
Egli riprende la predicazione sabato 15 Giugno 1754, ottava del Corpus
Domini, sul tema dell’introito della Messa e della ricompensa che Maria SS.ma dona
a chi assiste devotamente e in suo onore alla santa Messa.
Tutti i brani sono conservati nella miscellanea ASC 35.
Prima Chiesa della Casa Madre dell’Istituto, a piano
terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento.
1
242
Il protrarsi dei molteplici impegni minarono le condizioni di salute del Marcucci e ne rallentarono l’intensa attività, sino ad annullarla per alcuni mesi, agli inizi del 1754, quando fu colpito da una malattia che lo rese inabile fino a tutto maggio (Cf CONGREGATIO DE
CAUSIS SANCTORUM, Positio super Vita, fama sanctitatis et Virtutibus di Mons. Marcucci,
Asculana in Piceno, in 2 voll., Roma 2003, pp.428-429).
243
SERMONCINO I
Recitato Sabato 16 Novembre 1753
Don Marcucci introduce l’argomento dei sermoncini familiari per il sabato sulla
Liturgia della santa Messa spiegando la differenza tra devozione necessaria e devozione di supererogazione.
La prima è necessaria per la salvezza ed ha come oggetto Dio e di conseguenza la
gran Vergine; la seconda, di supererogazione, è quella che ci offre gli aiuti per la salvezza, come l’orazione e le devozioni varie che si fanno senza l’obbligo di qualche voto.
La devozione per eccellenza è quella che dobbiamo al SS.mo Sagramento
dell’Altare ed al SS.mo Sacrificio della Messa. Don Marcucci tratterà appunto di
quest’ultima mostrando quanto ciò sia gradito a Maria SS.ma.
Segue lo schema della trattazione in cinque punti.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.135-139.
Argomento
Quanto piaccia a Maria SS.ma
il considerar l’Istituzione ed i Misteri della S. Messa
(Cena e significato di Messa)
Cosa molto degna di lode, non può negarsi, è quella di promuover nel Cuor
dei Fedeli or una divozione, ed ora un’altra; e tanto è più degna di lode,
quanto più l’intenzione di chi la promuove è pura, cioè lontana da ogni proprio interesse e da ogni fine mondano e solo diretta a glorificare Iddio ed a
coadiuvar i fedeli per eternamente salvarsi. Pure, se tra divozione e divozione si facesse dai sacri Oratori quella distinzion che si deve; e sapessero essi
far discernere al Popolo Cristiano qual è divozione necessaria, e qual è di supererogazione; e quale quella di necessità assoluta e quale di necessità consecutiva; oh
quanta più soda e più regolata pietà si vedrebbe tra i Cristiani e quanta maggior premura si osserverebbe in loro in quelle divozioni che sono necessarie, le
quali son talora troppo dimenticate forse per attender a quelle arbitrarie di
supererogazione. Io per me, tuttoché tanta abilità non abbia, pure in premessa
a questo mio Sermoncino famigliare aiutar mi voglio, Uditori, a farvi discerner la differenza che verte tra divozione e divozione. Quella dunque è divozion
necessaria, senza la quale un Cristiano adulto o non può in alcun modo salvarsi, e molto difficilmente si salverà. Quella poi è divozion di supererogazio-
244
ne, con la quale uno avrà più soccorsi, ma senza la quale uno anche facilmente può conseguir l’eterna salute. Della prima specie è quella divozione che
dobbiamo a Dio ed a Gesù Cristo Signor nostro, ed anche alla gran Vergine;
ma con questa distinzione, che quella divozione e culto che a Dio e a Gesù
Cristo si deve é divozione di una necessità assoluta, senza la quale in niun
conto, ecc.; quella poi che si deve alla Vergine, è di necessità consecutiva, senza
la quale pur si potrebbe, ma molto difficilmente, ecc.
Della seconda specie poi, cioè di supererogazione, è quella divozione ed orazione, che noi facciamo, non già per necessità o per obbligo di qualche Voto o
Penitenza ricevuta, ecc., ma per pura divozione nostra, ver. gr. il dire il
Rosario, il fare una Novena, ecc.
Or la buona regola e la regolata divozione di un Cristiano richiede che le
nostre maggiori premure siano tutte dirette a quelle divozioni che sono necessarie e principalmente a quelle che sono di necessità assoluta.
Una tra queste, ce lo insegna la Fede e tutti voi già lo sapete, è quella divozione ed ossequio che dobbiamo all’augustissimo Sagramento dell’Altare, ed al
SS.mo Sacrificio della Messa. La divozion delle divozioni, ecc. Di questa dunque voglio io incominciare a favellarvi in questa sera è spiegarvi l’Istituzione
sua, ed il primo Mistero che rappresenta (la Cena, ecc.): e per più animarvi a
riaccender nel vostro cuore la tanto necessaria divozione, vi mostrerò quanto
piaccia a Maria SS.ma che noi consideriamo l’Istituzione ed i Misteri della Santa
Messa. Favoritemi e mi fo da capo.
1.
Si entri con la ragione, dicendo che avendo la Vergine un sol cuore col
Figlio, non può farsi a meno che non desideri e si compiaccia, ecc.
2.
Or una tra le cose più ammirabili, divine e sacrosante che fece il suo
Divin Figlio, fu l’istituir la S. Messa: essendo articolo di fede che fu
istituita, ecc.
3.
È una rinnovazion della cena, ecc., fu celebrata dagli Apostoli, ecc.
4.
Si chiama Messa, per significare, ecc. I greci la dissero or Telete cioè
Mistero; or Prosfora cioè Oblazione; or Misiagogia cioè Sommo ministero; or Jerurgia cioè Cerimonia Sacra; e più comunemente Liturgia cioè
Cerimonia pubblica, ecc.
245
5.
Considerate dunque quanto se ne compiaccia la Vergine. Ce ne diede
essa il primo esempio. Perciocché tutto che non si trovò nella stanza
della Cena, stava però nella casa, contemplando, ecc. come dicono rivelato a Suor Maria di Agreda, ecc.
SERMONCINO II
Recitato Sabato 24 Novembre 1753
Don Marcucci ricorda agli ascoltatori che ha promesso loro di parlare per un anno sul
tema della Santa Messa. In questo sabato si soffermerà a spiegare che essa, come afferma
S. Paolo, è una vera rappresentazione della passione e morte di Gesù Cristo.
Egli tratterà l’argomento parlando di Gesù e della sua Madre. Segue lo schema
articolato in quattro punti.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.139-140
Argomento
Vuole la Vergine che tutti i Cristiani si mostrino grati
con la rimembranza del Sacrifizio fatto per loro dal suo Divin Figlio
Che la S. Messa sia il più alto divino Mistero e la Funzione più sacrosanta della
nostra S. Chiesa Cattolica: che essa sia stata istituita da Gesù Cristo medesimo
nella sua ultima Cena con gli Apostoli; e che sia una vera Rinnovazione di quella ultima Cena e Convito; già l’udiste nel Sabato scorso, Uditori; e come cose
tutte di fede, non vi è veruno tra voi, che punto ne dubiti. Udiste dunque molto
intorno alla S. Messa, sì, ma non udiste il tutto, anzi la minor parte. Che perciò,
volendo io osservar a puntino la promessa fattavi di favellarvene per un anno,
sono oggi a proporvene un’altra verità, pur di fede, che ci insegna S. Paolo, cioè
che la S. Messa sia inoltre una vera Rappresentazione della Passione e Morte di Gesù
Cristo. E siccome, stante il nostro Istituto, non dobbiam dal discorso del Figlio
separar quello della Madre, eccovi in unione di amendue il mio argomento ed
assunto: vuole la Vergine che tutti i Cristiani si mostrino grati con la rimembranza del
Sacrifizio fatto per loro dal suo Divin Figlio. Favoritemi di attenzione; e lo vedrete.
1.
2
246
Se tra tutte le pure Creature non meno Umane, che Angeliche, vi fu chi
senza (…)2 giungesse a pienamente conoscere l’alto mistero della
Redenzione del Mondo, fatta a costo del Sangue Prezioso e del Sacrificio
di Morte dolorosissima di Gesù Signor nostro; certo che sopra ogni altra
Creatura lo conobbe la Vergine, ecc. E perciò essa, tuttoché addolorata,
ecc., sarebbe stata ben pronta, ecc.
Parola illeggibile perché logora.
247
2.
3.
Questa gratitudine può mostrarsi con la considerazione e divozione, ecc.
4.
Circa la Considerazione, ecc. venendo Gesù nell’Ostia, ecc. si offre, ecc.;
e rinnova, ecc.: con questa sola differenza, ecc. incruento e cruento, ecc.
che perciò tutta la Sacra Liturgia della Messa, tutta è misteriosa, allusiva alla Vita, Passione e Morte di Gesù Cristo, ecc. Queste orazioni, ecc.
ed ordine che si tien nella Messa, il primo ad istituirle fu S. Pietro
Apostolo, come lo attestano S. Clemente suo discepolo e S. Isidoro, ecc.
Egli celebrò la Messa la prima volta in Gerosolima nel Cenacolo di Sion,
nel giorno di Pentecoste in Pane azimo (in cui gli Ebrei offrivano la
missula, ecc.). E benché nei Sacri Canoni si dica essere stato S. Giacomo
minore, che celebrò la prima, ecc.; ciò s’intende, che S. Pietro prescrisse
l’ordine e S. Giacomo lo divulgò, ecc. (vide Gavantum in Rubr. De Miss.
p. 1 in primo esempio di quel Capo di Casa, caduto schiavo, ecc.).
248
SERMONCINO III
Or avendoci Gesù di questa sua Passione e Morte, in una parola di questo suo Sacrifizio, lasciata una vera e viva memoria nella S. Messa, ecc.,
considerate qual volere e desiderio abbia la Vergine, ecc.
Sabato 1 Dicembre 1753
Don Marcucci sviluppa l’argomento in quattro punti di cui presenta solo lo schema.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 140-141.
Argomento
L’assistere con somma divozione e riverenza alla S. Messa
è lo stesso che impegnar la Vergine a farci singolari finezze
Parrebbe superfluo, che dopo che la S. Fede Cattolica l’ha Iddio così universalizzata, ibusorata e con tanti indubitabili motivi ed incontrastabili fondamenti, si ponesse un Sacro dicitore a proporre ai Fedeli, che la professano
varie ragioni, e ad addurre vari motivi che la risvegliassero molto viva ne’
loro Cuori. Sì, sì, parrebbe ciò superfluo e sarebbe quasi non molto plausibile il farlo; se tutto giorno non si vedesse, che talora molti di quegli stessi
fedeli che professan una fede così ibusorata, autenticata ed infallibile, non
fossero poi i primi a disonorarla con la languidezza della loro credenza, con
la freddezza della loro divozione e talora con la malizia della lor vita. Uno
degli articoli certi della fede è che la S. Messa sia stata istituita, ecc., sia una
rinnovazione, ecc. eppure, chi il crederebbe che i Cristiani non la ascoltassero, e ad essa non assistessero con tutta divozione, ecc. Eppure è così? ecc.
Orsù, dovere è dunque, che io in questa sera per risvegliare in voi tutti, ecc.,
vi proponga, come l’assister, ecc. Favoritemi, ecc.
1.
Sempre la Vergine è pronta a farvi le grazie, ecc., questo è il suo ufizio,
ecc. perciò, si chiama dalla Chiesa Mater Gratiae, Mater Misericordiae,
Auxilium Christianorum, Refugium Peccatorum, ecc.
2.
Non sempre però ci s’impegna, ecc. solo allorché in suo onore si adempie da noi gli obblighi, ecc.
3.
Le parti della Messa, ecc. Anche gli Assistenti offrono, ecc.
4.
Esempio di quella Zitella franzese, che avea la Cappella in sua Casa, e
nel dì della Purificazione, ecc.
249
SERMONCINO IV
1.
Iddio non opera, e non può mai operare a caso; altrimenti non sarebbe
Dio. Quindi tutto ciò ch’egli opera, sempre è secondo gli eterni suoi
altissimi e giustissimi fini e disegni. Quindi è, che qualora egli nelle
Divine Scritture ci fa sentir le sue premure su di qualche cosa o da farsi,
o da fuggirsi; convien sempre dire, che ciò non sia a caso, ma con alto
fine o del suo divino onore, o del nostro grande utile e vantaggio. Mi
sia qui lecito in consimil guisa argomentare della gran Vergine,
Uditori, supposta però sempre la debita disparità che passa tra Lei e
Dio. Qualora la gran Vergine adunque dimostra tanta premura, ecc.,
come io vi provai negli altri miei sermoni sopra la Messa, che noi, ecc.;
bisogna pur conchiudere e dire, che ciò sia perché, ecc.
2.
Or qual credete voi, sia il valor della S. Messa? ecc. Vedi Turlot to 2,
par. 4 fol. 641 e vedi i miei Manoscritti sopra la Messa nella dottrina,
ecc. ove si spiega valore illimitato, e limitato; e questo diviso in generale,
speziale e spezialissimo, ecc.
3.
I buoni ne partecipano, ecc. Ai cattivi giova, ecc. (è vero che non è stato
istituito per conferire la Grazia e santificare i Peccatori, come sono stati
istituiti i Sagramenti; ma bensì per dare onore a Dio, ecc. Vedi Turlot
loc. cit. fol 639): con tutto ciò aiuta molto l’uomo a santificarsi, in
quanto placa la Divina Giustizia e ancora la Divina Misericordia, ecc.
(qui si ripetano i quattro fini, ecc.).
4.
Le Indulgenze che vi sono, ecc.; e il merito, ecc.
5.
Il modo di udirla, ecc. attenzion virtuale o sia morale presenza ed assistenza, ecc.
6.
Esempio di quel divoto di Maria di Bisanzone, raccontato dal P.
Auriemma, par. 2 cap. 6.
Sabato 12 Gennaio 1754
Don Marcucci, prima di riprendere la spiegazione del tema della Santa Messa
dopo le feste Natalizie, ricorda in breve i temi trattati, quindi propone il nuovo che
sviluppa in sei punti.
Anche se, come al solito, il Sermoncino si presenta in modo schematico, risultano
chiari i vari passaggi, le citazioni e le fonti di supporto.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 142-144.
Argomento
La gran premura che ha la Vergine che noi ascoltiamo divotamente
la S. Messa ci prova esser la Messa di un gran Valore per noi:
come l’esser la Messa di un gran valore ci dimostra
che meritamente la Vergine ha una grande premura, ecc.
Se la già passata ricorrenza delle S. Natalizie Feste fu la cagione, Uditori, per
cui sospeso restò ogni promesso nostro discorso sopra la S. Messa; ora che
libero ci si ridona il tempo a seguitarlo, ogni dovere richiede che alla sacra
Liturgia sopra quel sacrosanto Divino Sacrifizio facciam ritorno. Ed affin di
riprenderne il filo, udiste già essere la S. Messa istituita da Gesù Signor
nostro; come pure essere una vera rinnovazione e rimembranza di quell’ultima Divina Cena fatta dal Redentor con gli Apostoli; e di quel cruento
Sacrifizio da lui fatto per nostro Amor sulla Croce. Udiste ancora esser tre le
parti principali ed essenziali della Messa, cioè Oblazione, che noi diciamo
ancora Offertorio, Consecrazione e Comunione: e come non solo il Sacerdote in
nome suo offriva a Dio il Sacrosanto Sacrifizio, ma in nome ancor di tutti gli
Assistenti; onde anche questi facevano insiem con lui la divina Offerta.
Tuttociò fu spiegato e come ben vi rammenterete; e da ogni capo risultò
ancora, se quanto gradiva la Vergine che a sì tremendo Sacrifizio avessimo
data tutta la più divota ed ossequiosa assistenza. Or in questa sera, Uditori,
in continuazione della stessa materia, son risoluto favellarvi sopra l’alto
Valore della S. Messa. Ed affin abbia una qualche relazione alla Gran Vergine,
eccovene l’Assunto, tirato a foggia di un contrapposto, le cui parti servano
l’una di comprova dell’altra. Uditelo, se vi piaccia. La gran premura, ecc.
Favoritemi di attenzione; e lo vedrete.
250
251
SERMONCINO V
1.
Si dimostri l’amore e la compassione che ha la Vergine a quelle Anime,
ecc., e come si dichiari obbligata a chi le soccorre, ecc. Esempio del
Ximenez, ecc.; esempio del P. Girolamo Carraglio (Auriem. par. 2, fol.
325). Quel che disse a S. Brigida, ecc. (Auriem fol. 330).
2.
Quanto s’impegneranno appo la Vergine le stesse Anime liberate, ecc.
3.
Perché più con la S. Messa, che con altri mezzi? Non già perchè anche
con altri, ecc. (vedi Manoscritti dottrin.). Vedi infine del Messale dei
Morti i testi dei SS. Padri, ecc.
Sabato 19 Gennaio 1754
L’Autore prepara i suoi ascoltatori all’argomento, che sviluppa schematicamente in
tre punti, ricordando l’esempio della Donna citata nel II libro dei Re la quale, non
solo si preoccupava della salute corporale dei suoi figli, ma anche di quella eterna; così
fa la Vergine Santa con le anime del Purgatorio che Ella gradisce aiutare anche
attraverso di noi con la partecipazione alla Santa Messa.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.145-146.
Argomento
Il soccorrere le Anime benedette del Purgatorio ad onor di Maria
col mezzo della S. Messa, sia lo stesso che impegnar Maria SS.ma
a soccorrerci particolarmente in Vita e dopo Morte
Resta, donna cotanto rinomata nelle Divine Scritture, ci vien descritta nel
secondo Libro de’ Re (cap. 22) per una Madre così amante dei propri Figli,
che non contenta di aver loro assistito in vita con una premura veramente
materna, anche qualora succedeva la morte dei Figli, tutta anziosa della loro
salvezza, se ne stava sopra i loro corpi, sinchè dal cielo non stillasse un po’ di
rugiada o di acqua benefica sopra di loro, donec stillaret aqua super eos de coelo3.
Una figura molto viva può esser questa, miei Riveriti Uditori, dell’amorosa
premura che ha di noi Cristiani la nostra benignissima Madre delle misericordie, Maria SS.ma. Non contenta essa di tanto assisterci e proteggerci in
vita, ecc., si mostra ancor tutta sollecita dopo la morte, ecc., sintanto che,
ecc. Ma siccome sa essa molto bene, che noi con le nostre buone operazioni
e divozioni, possiam molto soccorrer quelle Anime benedette del Purgatorio,
ed in particolar con la S. Messa, perciò (e servirà per mio Assunto) può dirsi
pur francamente che il soccorrer le Anime benedette del Purgatorio ad onor di
Maria col mezzo della S. Messa, sia lo stesso che impegnar Maria SS.ma a soccorrerci particolarmente in Vita e dopo Morte.
3
Finchè stillasse acqua dal cielo sopra di loro.
252
253
SERMONCINO VI
Sabato 16 Febbraio 1754
Dopo aver spiegato il significato della Santa Messa, la grande riverenza che le si
deve e i benefici che da essa vengono per i vivi e i defunti, don Marcucci presenta ai
suoi ascoltatori la spiegazione dell’entrata del Sacerdote in sagrestia, prima di celebrare; della sua preparazione per la Messa e del lavarsi le mani prima di vestirsi
degli abiti sacerdotali.
Ciò deve servire per stimare sempre più la Messa e per parteciparvi con una grande disposizione devota.
L’argomento viene sviluppato in sei punti, in modo più ampio del solito.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 146-149.
Argomento
Cerimonie, debbono servir a tutti e di motivo per far semprepiù una grande stima
della Messa e per ascoltarla con una grande disposizione divota. Chi sarà divoto di
Maria SS.ma ben capirà quanto ciò sia vero. Vediamolo intanto; ed attendete.
1.
Le cose, a parlar con giusta proporzione e con relazione adeguata, le
cose, dico, quanto più sono nobili e preziose, o di rimarco, tantopiù
riscuotono anche nel mondo un nobile apparato ed accompagnamento.
L’Incoronazione di un Re, a cagion di esempio, per esser cosa di sì alta
stima e dignità nel Mondo; perciò grandiosi apparati le precedono; e di
tutto ciò che in apparecchio a tal funzione si premette, minima cosa si
stima a caso; ma tutto con alto e buon’ordine ha il suo significato allusivo alla funzione solenne e nobilissima da farsi.
2.
Or se ciò accade nelle cose e funzioni del Mondo, molto più, Uditori,
succede nelle funzioni senza paragone di gran lunga più nobili, quali
son quelle celesti, ecc. Or la S. Messa, voi lo sapete, è la principale e più
degna funzione, ecc., istituita, ecc. Sicchè tutte le Cerimonie che la precedono, od acompagnano, ecc, non sono state inventate a caso, ecc., ma
con alta Divina Provvidenza, ecc.
3.
Ma per discorrer solo del principio di tali cerimonie e delle prime tre
cose che occorrono, ecc. ecco che l’entrata del Sacerdote in Sagrestia, od in
altro sito della Chiesa per celebrare, rappresenta l’entrata di Gesù Cristo in
questo Mondo, cioè quando si incarnò per noi, ecc. per andare poi a celebrar egli stesso quel Sacrifizio che fece di sé sull’Altar della Croce, ecc.
4.
La Preparazione, ecc. significa quell’apparecchio che Gesù fece
nell’Orazione dell’Orto di Getsemani, ecc. Il Lavarsi delle mani denota
che quell’Agnello Divino che da se stesso andava ad offrirsi, era tutto
Puro, Santo ed Immacolato, ecc.
5.
Questo è il senso allegorico che serve per la stima, ecc. veniamo al
Tropologico. L’Entrata, ecc. significa entrar con attenzione, ecc. e non svagato. La Preparazione, esser tutto raccolto, ecc. Il Lavarsi, netto di
coscienza, ecc. Il che serve per accostarsi con disposizione, ecc.
6.
Esempio del Sacerdote di Lovanio, ecc. (Auriemma, par. 2, fol. 159).
Si spiega il significato degli Abiti Sacerdotali e dell’apparecchio;
e particolarmente dell’entrata in Sagrestia che fa il Sacerdote
e del lavarsi delle mani e delle orazioni preparatorie
Dilucidati ormai abbastanza e spiegati almeno in generale tutti i principali Divini Misteri della S. Messa ed il suo gran valore sì a pro dei Vivi che
a giovamento dei buoni Fedeli defunti; ed accennata la gran riverenza che
si deve a sì Sacrosanto Sacrifizio e la stima grande che deve farsene da
ognuno: è pur’ora, Uditori, d’incominciare a discendere al particolare e
così farvi parte a parte riflettere agli alti misteriosi significati di tutte
quelle cose e cerimonie sacre che precedono la S. Messa, che l’accompagnano e che la seguitano. Ed affin di non cagionarvi confusione, ma di proceder con tutto l’ordine, contentatevi che per oggi io mi contenga sulla spiegazione di tre sole cose, cioè dell’entrata del Sacerdote in Sagrestia affin di
celebrare; della sua Preparazione per la Messa; e del suo Lavarsi le mani
prima di vestirsi degli Abiti Sacerdotali. Mi direte, non esser queste di
quelle cose che a tutti voi appartengono, spettando solo a noi Sacerdoti il
farle. Vi rispondo, a noi tocca farle realmente, a voi poi, che tanta parte
avete nel Santo Sacrifizio a cui assistete, a voi, dico, tocca farle spiritualmente per cavar profitto dalla S. Messa. Eccovi pertanto l’Assunto:
L’entrata del Sacerdote per celebrar la sua Preparazione e il suo lavarsi delle
mani prima di vestirsi, con tutti quei Misteri che rappresentano tali
254
255
SERMONCINO VII
1.
Che una delle migliori preparazioni e degli efficaci apparecchi, in
riguardo a noi Sacerdoti per degnamente celebrar la S. Messa ed in
riguardo a voi Laici per degnamente udirla, sia il raccomandarsi di buon
cuore ed il ricorrer con tutto l’affetto alla Gran Vergine, è, Uditori miei,
così evidente; che chiunque a rifletter si pone a quel gran Sacrifizio
della Croce, che nella S. Messa si rappresenta, non potrà non conoscer
chiaro quanto io vi proposi.
2.
Voi lo sapete, che mentre lassù nel Calvario in sù la Croce stava Gesù
pendente ed agonizzante per noi, sacrificando se stesso all’eterno Padre
per la salute di tutto il Mondo, la più vicina alla Croce, la più divota ed
ossequiosa Assistente a quel Sacrifizio cruento fu la Gran Vergine: stabat juxta, ecc. Or se la S. Messa è una viva e vera rappresentanza di quel
Sacrifizio, bisogna pur dire, che la Vergine tra tutte le pure Creature più
di ogni altra assista a quei Sacerdoti, che a nome del suo Divin Figlio,
a nome loro e di tutta la Chiesa fanno il Sacrifizio suddetto. Quindi il
pregarla con tutto il cuore e con tutto l’affetto della sua speziale
Assistenza, non è altro che un supplicarla a rinnovar quell’Assistenza
che ella fece al suo caro Figlio; e per conseguenza averla tutta pronta,
tutta fedele, tutta benigna e premurosa all’aiuto.
3.
E tale appunto è il motivo, che pone la Chiesa per muover la Vergine
ad assisterci in occasion della Messa in quella Orazione da me pocanzi
citata. Uditelo: Ut sicut dulcissimo Filio tuo in cruce pendenti adstitisti, ita
mihi... clementer assistere digneris4, ecc.
4.
Quindi, a che querelarci talvolta noi Sacerdoti delle distrazioni, del
poco fervore e profitto? ecc. A che lamentarvi voi Laici del poco frutto
in udirla? ecc. Eccone uno dei motivi. Non ricorriamo alla Vergine, non
la preghiamo di cuore, ecc.
Sabato 23 Febbraio 1754
Don Marcucci si sofferma a riflettere sulla preghiera che il sacerdote rivolge alla
Vergine Santa, invocata come Madre di pietà e di misericordia, prima della celebrazione eucaristica per chiedere la sua assistenza. Anche i fedeli devono ricorrere con
tutto l’affetto alla Vergine per partecipare con grande profitto alla Santa Messa.
L’Autore sviluppa l’argomento in cinque punti.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 149-154.
Assunto
Uno tra gli ottimi apparecchi per udir con profitto la S. Messa
è il ricorrer con calde preghiere alla gran Vergine Nostra Signora
Dato già di piglio alla spiegazione della Sacra Liturgia o sien Cerimonie
Sacre della Messa e dilucidate le tre prime cose, che fa il Sacerdote prima
che dei Paramenti Sacri si vesta, cioè l’Ingresso nella Sagrestia, la
Preparazione e la Lavanda delle mani; ogni dover vorrebbe che io in questa
sera a scifrarvi incominciassi gli alti Misteri, che sotto i Paramenti Sacri si
ascondono. Ma, siccome nella Preparazione sola, tuttoché in gran parte
spiegata, varie altre cose nuove da dilucidarsi vi restano; contentatevi che
io anche di questa vi favelli in questa sera. Or dovete voi sapere, che tra le
divote orazioni e suppliche, che la Santa Chiesa ha per modo di consiglio
e di doverosa pietà prescritte a noi Sacerdoti nell’Apparecchio o sia
Preparazion che facciamo per celebrare, una ve ne ha divotissima e molto
tenera, diretta alla Gran Vergine Nostra Immacolata Signora, che incomincia con una dolce Invocazione O Mater pietatis et Misericordiae, Beatissima
Virgo Maria, ego miser et indignus peccator ad te confugio toto corde et affectu, che
vale a dire o Madre di pietà e di misericordia, Maria V. Beatissima, ecco
che io miserabile ed indegno Peccatore a te ricorro con tutto l’affetto del
mio cuore, affin mi assisti in sì tremendo Sacrifizio. Alto, Uditori. Che
vuol dir questo? Vuol dir, che siccome per noi Sacerdoti uno dei migliori apparecchi per la S. Messa è il ricorrer con tutto l’affetto alla Vergine; così lo deve esser
per voi affin di udirla degnamente e con grande profitto. Questo sarà l’Assunto
di questa sera, se favorirete con la vostra attenzione darmi campo di dimostrarvelo. Incominciamo.
256
4
Perché come hai assistito il tuo dolcissimo Figlio pendente in croce così ti possa degnare
di assistere me pietosamente.
257
5.
Del resto se la pregassimo, ecc., chi potrebbe ridire le care assistenze, ecc.
Lo dica S. Bernardo, che indispensabilmente prima di celebrare divotamente ricorreva alla Vergine con una Supplica molto divota, ecc. Lo dica
S. Idelfonso Arcivescovo di Toledo, ecc. (a cui dalla Vergine fu data una
ricca Pianeta). Lo dica S. Francesco di Sales, che prima di celebrar recitava ed esortava a recitar o l’Ave Maris Stella, o altra Orazione, ecc. E così
tanti e tanti altri. Ma per tutti serva il celebre fatto ed esempio del B.
Gondisalvo Arcivescovo di Toledo, che vivea nel secolo duodecimo.
Questi era visitato dalla Vergine prima di celebrare, ecc. Ricevette una
Pianeta Bianca nella mattina dell’Immacolata Concezione e la Rivelazion
del mistero, ecc. Vedi i Dodici Privilegi al Privilegio 3, n. 10.
SERMONCINO VIII
Sabato 2 Marzo 1754
Don Marcucci comincia a spiegare il significato delle vesti che il sacerdote indossa per celebrare la santa Messa. Il primo indumento è l’ammitto che, nel suo significato mistico-allegorico, rappresenta il lino o velo con il quale fu coperto il capo e il
volto di Gesù nel pretorio di Pilato. L’ammitto, in senso mistico-tropologico, ossia
morale, ci ricorda che dobbiamo armarci e coprirci con la santa Fede che è l’elmo della
salute per degnamente assistere al santo Sacrificio. Poiché la Madre di Dio è maestra
della fede, dobbiamo ricorrere a Lei per ben partecipare alla Santa Messa.
L’argomento viene sviluppato in tre punti, presentati in forma schematica.
Alla fine del Sermoncino l’Autore annota che per la malattia da lui sofferta, sino a
tutto maggio, il Signor Abate Ferrucci, suo cugino, seguitò i sermoncini sopra gli
Abiti sacerdotali.
Anche l’anno precedente, a motivo della predicazione del Quaresimale a Montalto,
don Marcucci affidò quella dei sabati mariani ad alcuni amici. Ciò mostra il suo
interesse per la continuità di questa iniziativa culturale-devozionale, presa con tanta
convinzione e zelo e della sua capacità di coinvolgere altri.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 154-156.
Argomento
Per degnamente assistere alla S. Messa si richiede una gran Fede
e bisogna far divoto ricorso alla Gran Vergine, che della Fede è maestra
Lodi pur siano al Pontefice S. Gregorio. Questo illuminato dottore del
Cristianesimo, riflettendo alle opere Sacrosante e divine fatte in sua vita da
Gesù Signore nostro, pensò e fondatamente pensò e disse, che il divin
Redentore con le opere sue divine insegnar sempre ci volle, non solo il fatto
che ai nostri occhi appariva, ma ancor qualche mistero e significato che a pro
di noi sotto quel fatto ei teneva recondito ed intendeva. Aliud ipse nos docet
rebus, aliud sensu5. Serva, a cagion di esempio, il fatto obbrobrioso che il
Redentore Divino per noi soffrir volle di farsi dai manigoldi coprire e velare
il Volto nel Pretorio di Pilato. Due cose con questo egli insegnar ci volle; una
5
258
Egli ci insegna una cosa con i fatti, un’altra con il significato.
259
cioè che egli quella obbrobriosa copertura e velatura di volto soffrir volle,
(e questo si dice fatto, Istoria o Senso Letterale); l’altra cosa è, che così ancor
noi dovevamo volentieri a suo riguardo velarci gli occhi ed il volto con la
S. Fede, credendo a lui fermamente senza curarci di ragioni e di prove (e questo è il mistero e si dice Senso Mistico - Allegorico). Or una consimil ragione milita, R(iveriti) U(ditori), nei fatti e nelle Cerimonie di Chiesa Santa:
aliud ipsa nos docet rebus, aliud sensu. Quel che essa ci presenta agli occhi, quegli Abiti, quei Riti che ci fa vedere, non solo ci rappresentano quel fatto e
quell’eterna azione; ma qualche altra cosa mistica ed ascosa cosa significa.
E giacché della S. Messa seguitar dobbiamo la spiegazione e racconto e sulla
Liturgia dei Paramenti Sacri Sacerdotali siam giunti; prendete voi per esempio la prima cosa che il Sacerdote si pone in parandosi, voglio dire il Sacro
Ammitto. Con questo tre cose c’insegna la Chiesa; cioè primo, che il Sacerdote
così deve incominciarsi a vestire, ecc.: e questo è il puro fatto. Secondo, che
quell’Ammitto rappresenta quel Lino o Velo col quale fu coperto il Capo e il
Volto sacro di Gesù Cristo dai manigoldi nel Pretorio di Pilato: e questo è il
Senso Mistico-Allegorico. Terzo, che così dobbiam armarci e coprirci con la
S. Fede, che è l’elmo della Salute, per degnamente assistere al S. Sacrifizio: e
questo è il Senso Mistico-Tropologico o sia morale. Or fermiamoci qui in
questa sera: e formiamone un Assunto. Giacché per degnamente assistere alla
S. Messa si richiede una gran Fede e bisogna far divoto ricorso alla Gran Vergine,
che della Fede è maestra. Attenti e lo vedrete.
1.
Si provi che la Fede è necessaria per la S. Messa, ecc.
2.
Che la Vergine è la Maestra della Fede, ecc.
3.
Il vantaggio di chi a Lei abbia fatto ricorso, ecc.
(Vedi Auriemma, ecc., Prato fiorito, ecc.)
260
SERMONCINO IX
Sabato 15 Giugno 1754
Dopo la lunga malattia, durante la quale è stato sostituito nella predicazione sul tema
degli abiti che indossa il sacerdote per celebrare la Santa Messa, don Marcucci riprende il
tema, nell’ottava del Corpus Domini parlando dell’introito della Messa e della ricompensa che Maria SS.ma dona a chi vi assiste devotamente e in suo onore.
L’argomento è sviluppato in modo completo in sette punti.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 157-161.
Argomento
Quanta ricompensa Maria dia a chi ad onor suo assiste divotamente
alla Messa (uscita del Sacerdote, introito, ecc.)
Mille e ben mille ragioni voi avreste, Uditori miei Riveriti, di querelarvi di me,
se dopo la tante volte ratificata promessa di spiegarvi a minuto tutto ciò che
riguarda il S. Sacrifizio della Messa; alla fine, dopo sì lungo, benché forzato,
silenzio tenuto su di tal Mistero, non ridassi principio una volta a favellarvene.
Certo è che pare che il Cielo stesso e tutta la Chiesa Cattolica si uniscano in questi tempi ed a risvegliare i pii desideri vostri, ed a rammentare a me le mie
obbligazioni con l’occasione dell’amorosa e sacrosanta Ottava che ora in tutto il
Cattolico Mondo si celebra del SS.mo Sagramento. Per soddisfarvi adunque,
richiamando prima alle vostre menti, quanto negli scorsi mesi udiste sopra la S.
Messa, e cioè come essa era una viva Rappresentazione e Rinnovazione della ultima Cena fatta dal Redentore agli Apostoli, e di quel Sacrifizio che egli fece di se
stesso sulla Croce per la Redenzione di tutto il Mondo: ed inoltre, che essa era
di un sommo valore sì per li Vivi, che per li pii fedeli Defunti: e che non solo il
Sacerdote era quegli che offriva a Dio il Sacrifizio; ma gli Assistenti tutti l’offrivano insiem con Lui, tanta era la parte che essi ci avevano: e rammentandovi
anche quanto da me, ed in mia mancanza udiste dagli altri sopra i Sacri Abiti
Sacerdotali: eccomi finalmente che ripigliando in quest’oggi la Sacra Liturgia,
do principio a favellarvi sopra l’uscita del Sacerdote per celebrare e sopra l’Introito
della Messa. La gran Regina del Cielo e Nostra Immacolata Signora assister si
degni e voi e me in questo famigliare discorso: tanto più che voi vedrete quanta ricompensa essa dia a chi ad onor suo assiste divotamente alla Messa ed io m’ingegnerò di mostrarvelo succintamente. Incominciamo.
261
1.
Vestito pertanto dei Paramenti Sacri il Sacerdote, ecco tutto raccolto
(almeno così succeder dovrebbe) parte dal Luogo ove si apparecchiò e si
vestì; e s’invia verso il Sacro Altare; ed ivi giunto si apparecchia ad incominciare l’Introito o vogliam dire Entrata della Messa.
2.
Io per me, Uditori, lo confesso che al rifletter su di questo sol fatto, non
so come il Sacerdote estatico tutto di Amore non si trovi in tal congiuntura; e non capisco, come voi ogni qualvolta vi assistete, non vi troviate a tal vedere tutti bagnati di lacrime per la gran tenerezza. Voi già
sapete, che tutte le funzioni sacre che o precedono, o accompagnano, o
seguono la S. Messa; sono tutte cose misteriose, allusive alla Vita,
Passione e Morte del nostro Signor Gesù Cristo. Or quali misteri, credete voi che da questa uscita del Sacerdote parato e da questa sua andata
all’Altare, si rappresentino? Ve li dica per me Ugone di S. Vittore
(in Spec. cap. 7). Uditelo di grazia: Procedit Sacerdos ad Altare: hic admirare Verbum Divinum Passioni destinatum, quod egreditur de Sinu Patris6.
E vuol dire a chiare note, ecco, o Cristiani, qualora vedete voi uscire
parato il Sacerdote e portarsi al Sacro Altare per ivi dir Messa, riempitevi di alto stupore e di una molto tenera maraviglia; poiché questo vi
rammenta come il Verbo Divino ab eterno generato dal divin Padre,
giunto il tempo da lui determinato, dal Seno del Padre discese nel Seno
della Gran Vergine; e come già Vittima volontariamente destinata alla
Croce per la Redenzione del Mondo, diede principio al suo Sacrifizio.
Cosicché alla vista del Sacerdote che si porta all’Altare dovete pur dire
voi, Uditori miei, ecco che il mio Gesù per me si porta a sacrificare se
stesso al suo Divin Padre per ottenermi il perdono e col perdono tutti i
Beni e l’eterna salvezza.
3.
6
Dispostesi poi dal Sacerdote o da altri in sua vece, le cose per il
Sacrifizio; egli disceso a piè dell’Altare, fatta la debita riverenza, oppur
genuflessione, dà con il Segno di Santa Croce e con alcuni Sacri Versetti,
del Salmo 42, dà, dissi principio all’Introito ossia entrata della Messa.
Procede il Sacerdote verso l’altare: qui ammira il Verbo Divino destinato alla passione
che esce dal seno del Padre.
262
Qui fermiamoci alquanto in questa sera, Uditori. E siccome desidero
che minutamente intorno alla Messa restiate istruiti; qui sono a rammentarvi, che la S. Messa, quanto alle sue tre Parti essenziali, cioè
Oblazione, Consecrazione e Comunione, fu istituita dal nostro Signor Gesù
Cristo; e ciò è di fede. Quelle Orazioni e funzioni sacre poi che la precedono, o la accompagnano, o la seguono, furono istituite in parte dagli
Apostoli, e in particolar S. Pietro e da S. Giacomo minore; ed in altra
parte dai Sommi Pontefici e da altri Santi Vescovi. Tanto vero, che noi
sappiamo dall’Epistola che S. Gregorio Papa scrive a Giovanni Vescovo di
Siracusa, che ai tempi degli Apostoli alle tre Parti sopraddette essenziali della Messa non si aggiungeva altro che la divota Recita del Pater
Noster. In progresso poi di tempi, furono aggiunte dalla Chiesa le altre
Preghiere e Cerimonie Sacre.
4.
Bene, direte voi, s’è così; chi dunque vi aggiunse e vi stabilì l’Introito, di
cui favelliamo? Rispondo, che volendo noi seguitar la Cronologia
Liturgica del Bellarmino, l’Introito fu aggiunto e stabilito circa l’anno
425 da S. Celestino Papa; e si raccoglie dalla Vita dello stesso S. Pontefice.
5.
Incomincia pertanto il Sacerdote a dire col segnarsi, In Nome del Padre,
ecc. Io mi presenterò all’Altare di Dio. Risponde il Servente a nome suo e
vostro, Di quel Dio, che mi empie di allegrezza e di robustezza tale, come se
mi ringiovanisse. Ripiglia il Sacerdote, dicendo a Dio che sia suo Giudice,
che lo liberi dalla Gente non santa e dalle Persone inique e fraudolenti.
E così a vicenda col Servente, va supplicando Iddio, or che lo illumini,
or che lo conforti ed animi; or che lo riempia di Speranza, così tirando
sino al Confiteor (che tralasceremo per altro Sabato).
6.
E voi intanto all’udir ciò che fate? Io mi figuro che nei secoli antichi,
quando i Cristiani tutti intendevano il Linguaggio della Messa, ecc.
Ma voi forse, perché, ecc.
7.
E su ricorrete alla Vergine, ecc. Il B. Pietro Cisterzio che con grande
divozione assisteva a molte Messe in onor di Maria; fu veduto dopo
morte da un S. Monaco, circondato di grande splendore tra i cittadini
del Cielo (March., Diar. Sacr., 11 Genn.).
263
SERMONCINO X
Sabato 22 Giugno 1754
Nel X Sermoncino, don Marcucci spiega in sette punti la preghiera del Confiteor
che definisce una devota ed umile confessione di tutti i nostri peccati dinanzi a Dio,
alla Vergine, agli angeli, ai santi e ai presenti. Essa fu introdotta nella Santa Messa
circa l’anno 233 dal Sommo Pontefice San Ponziano martire che probabilmente compose egli stesso.
Il sacerdote, che pure rappresenta Gesù, la recita per imitare la sua umiltà nel
farsi uomo e nell’addossarsi tutte le nostre colpe. La preghiera del Confiteor nella
Messa e fuori della Messa cancella i peccati veniali.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 161-164;170.
alla Vergine e l’invocarne calorosamente il suo aiuto, riesce di grande efficacia per
impetrarne, sua mercè, dal suo Divin Figlio il perdono. Non mi mancate di
attenzione; e do principio.
1.
Animatisi e sempre più isperanzatisi vicendevolmente ai piedi
dell’Altare il Sacerdote ed il Popolo o sia il Servente, con quelle
Orazioni dell’Introito, spiegatevi nel Sabato scorso; appena dettosi dal
Sacerdote, che egli spera e crede che tutto l’aiuto per degnamente offrire il Sacrifizio tremendo ha da venir dalla parte di Dio; Adiutorium
nostrum in nomine Domini7: ed appena udito ciò ratificarsi dal Servente,
che a nome suo e del Popolo tutto assistente, gli risponde, dicendo, sì,
sì, per certo: ha da venire il nostro aiuto dalla parte di quel Dio onnipotente, che di nulla ha fatto il Cielo e la Terra, Qui fecit Coelum et
Terram8. Appena ciò avvenuto, ripeto, ecco che il Sacerdote passa alla
umile e divota Recita del Confiteor.
2.
È questo Confiteor una divota ed umile Confession generale, come voi
sapete, che noi facciamo di aver peccato con i pensieri, con le parole e
con le opere; Confessione che facciamo innanzi a Dio, innanzi alla
Vergine, innanzi agli Angeli, ai Santi tutti ed al cospetto ancor di
chiunque ci si trova presente: ed uniamo sempre a questa Confessione
una divota Preghiera alla Vergine, agli Angeli, ai Santi tutti e a tutti
gli Astanti che preghino caldamente Iddio per noi, per il perdono delle
nostre colpe commesse.
3.
Fu ordinato ed aggiunto al principio ed Introito della S. Messa questo
Confiteor circa l’anno 233 di Nostra Salute, dal Sommo Pontefice San
Ponziano Martire: e siccome noi non abbiamo dalle Istorie Ecclesiastiche
memoria, che una tal Confessione o Confiteor si fosse mai recitata dai
Cristiani antichi prima di S. Ponziano, perciò convien pur asserire, che
egli ne fosse ancora il primo Autore che la componesse e che poi ne
ordinasse la Recita nella Messa, come già fece.
Argomento
L’umile confessione ed il pentimento sincero di nostre colpe,
innanzi alla Vergine; e l’umile Invocazione del suo Aiuto;
è un gran mezzo per ottenere il perdono
(Confiteor con l’altro rimanente dell’Introito)
Se ne stava presso all’Altare uno dei Sommi Sacerdoti del vecchio
Testamento, chiamato dagli Ebrei Jehosciúah, che noi diremmo Jesúa,
Figliuolo di Josedecco. E se ne stava, come lo vidde il Profeta Zaccaria,
vestito tutto di abiti sordidi e bersagliato e tentato dal demonio, che a lui
vicino, anzi posto alla sua destra, non cessava di affliggerlo e molestarlo.
Quando alla fine il Sommo Sacerdote, alzando insiem con gli occhi il Cuor
tutto umiliato e compunto al Cielo, confessando sinceramente le colpe sue,
ed implorando e di Dio e degli Angioli santi il soccorso; ecco che lo stesso Profeta Zaccaria vide, che tosto un Angelo, spogliandolo di quelle sordide vestimenta, rivestir lo fece di nobili e ricche e coronare ancora con un
diadema di molto vivi ed illuminati splendori: talchè così degnamente
offrire a Dio potesse i suoi Sacrifizi (Zach. 3, 23). Figura ancor fu questa,
Uditori riveriti, di quel che tuttodì avvenir suole e a noi Sacerdoti e a voi
assistenti al divin Sacrifizio, qualor con la debita divozione a tanto Mistero
ci andiam preparando con quella general Confessione, che noi Confiteor
diciamo; e che oggi, come vi promisi, spiegar appunto vi voglio. Da cui
poi caveremo, che il Confessar le nostre colpe con grande compunzione innanzi
264
7
8
Il nostro aiuto è nel nome del Signore.
Che ha fatto cielo e terra.
265
4.
5.
Dice dunque il Sacerdote a capo chino, tutto umiliato, divoto e compunto (così almeno esser dovrebbe), Io confesso a Dio onnipotente, ecc.
Indi risponde il Popolo e a nome del Popolo il Servente, Abbia misericordia, ecc.
Ma come, direte voi, come mai il Sacerdote recita il Confiteor? Non fa
egli la figura di Gesù Cristo? ecc. Rispondo, a gran ragione lo recita e
come rappresenta la Persona, ecc.; e come riconosce se stesso per
Peccatore, ecc. Come rappresenta la Persona di Gesù Cristo, perché la
Recita del Confiteor, come degnamente riflette il Durando lib. 4, cap. 7,
significa l’abbassamento del Verbo Divino nel farsi Uomo e pigliar la
forma di Peccatore; e, come aggiunge dottamente il piissimo Cardinal
Corsi Vescovo di Rimini, significa ancora quell’addossarsi che fece sopra
di sè tutti i peccati del Mondo, affin di pagarli a costo di tanto Sangue
e della sua Vita su nel calvario.
SERMONCINO XI
Sabato 6 Luglio 1754
Don Marcucci spiega in otto punti ben sviluppati il significato allegorico e morale dell’invocazione greca Kyrie eleison. Gli storici pensano che essa sia stata introdotta nella Santa Messa al tempo di S. Iginio I Papa e Martire, di nazione Greca, che
morì nella metà del secondo secolo circa. L’insistente richiesta della misericordia di
Dio con il Kyrie è un bisogno dell’uomo dopo il peccato di origine che ha colpito l’intero universo.
I fiori percepiscono il danno subito con la presenza delle spine e perfino il sole con
le sue macchie. Dio ha però promesso nella pienezza dei tempi la salvezza attraverso
il Figlio che si incarna in Maria, ecco perché abbiamo tanto bisogno della sua intercessione, durante e fuori la Santa Messa.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 165-170.
Argomento
6.
7.
266
Lo recita poi per se stesso il Sacerdote, perché dovete voi sapere che è
certissimo ed indubitato che la divota Recita del Confiteor, cancella i
Peccati veniali. Essendo appunto a tal’effetto stata istituita ed ordinata
la Recita sì nella Messa, che fuori della Messa. Onde il Sacerdote per
purgarsi, ecc. (vedi Murat. Regol. Divoz., fol. mihi 207).
Or da qui argomentar voi potete ancora quanto giovi confessar innanzi
alla Vergine, ecc. Esempio di quel Soldato, che andando per sfogar, ecc.,
ed entrato in una Chiesa della Vergine, ecc.
Quanto abbiam bisogno e in tempo di Messa
e fuori di Messa della Intercessione di Maria
Kyrie eleison
Peccò l’incauto nostro Progenitore Adamo e con lui anche noi tutti peccammo. E da questo peccato riconobbe tosto il Mondo tutte le sue sciagure, sino
i fiori le loro spine, sino il Sol le sue macchie. Più di tutti però le riconobbe
l’Uomo col vedersi esiliato dal diritto della Patria beata, ricolmato di infiniti guai, ridotto misero schiavo dell’Infernale Dragone. Grazie bensì al misericordiosissimo Iddio, che appena Adamo ebbe peccato, pubblicò colà nel
Paradiso Terrestre gli alti suoi eterni disegni di volersi, in un giorno nella
pienezza dei tempi vestir di Umana Carne, e così redimer l’Uomo da tanti
gran mali. Ciò palesò ad Adamo, anzi sino allo stesso Serpente. Ciò promise
al Patriarca Abramo, divisandogli sino la stirpe, da cui nascer dovea: ciò rinnovò con tutti gli altri Patriarchi e Profeti dell’antico Testamento. Or da
questa infallibil promessa, da questa certissima Rivelazione avuta e continuata per più migliaia di secoli, nacquer, Uditori miei, quei sì vivi ed infocati desideri della Venuta del Messia e Redentore promesso, che ebbero mai
sempre tutti i Santi Padri della Legge vecchia e che noi non senza tenerezza
udiam talora dal sacro Testo. Or siccome di tutto ciò che riguarda la venuta,
267
e la vita e morte di Gesù Cristo vero ed unico Redentore e Messia, di tutto
ripeto, ne abbiam e facciam la Memoria, nella S. Messa; perciò anche di questo vivo ed acceso desiderio dei Padri, viva figura e memoria è l’Introito ed
entrata della Messa; che perciò dal Sacerdote si replica due volte, cioè una
volta ai piè dell’Altare, ed un’altra volta in diversa maniera, salito
sull’Altare, qualor segnandosi incomincia a legger il Messale: due volte,
dico, si replica, per meglio esprimer le vive brame e gli accesi desideri dei
Padri intorno alla Venuta del Redentore Divino. Mi trovo io già di avervi
spiegato l’Introito, che benché replicato, gode il significato medesimo: e vi
ricordo avervi divisato, significar esso non solo il desiderio dei Padri, ma la
stessa Venuta ed entrata di Gesù Cristo nel Mondo, mediante l’ineffabil
mistero della sua divina Incarnazione nel purissimo Ventre di Maria.
Contentatevi dunque, che io in questa sera dal secondo Introito passi a quel
che immediatamente segue, cioè al Kyrie eleison: e vi assicuro, che da lì poi
capirete quanto abbiam bisogno e in tempo di Messa e fuori di Messa della
Intercession di Maria. Di grazia attendete. Incomincio.
1.
Dettosi dunque dal Sacerdote l’altro Introito nel messale, se ne passa
divotamente in mezzo all’Altare e dice a vicenda col Popolo, rappresentato dal Servente, il Kyrie eleison,Christe eleison; replicandosi ciò nove
volte vicendevolmente insieme. Ed eccovene il significato, l’istoria e il
mistero. Attenti.
2.
Quanto al significato. La voce Kyrie è una voce puro Greca, che significa Signore. Così eleison pure è voce tutta Greca, che vuol dire abbi misericordia di noi, ecc.
3.
Quanto all’Istoria, ecc. se vogliamo andar rintracciando chi fossero gli
Inventori del Kyrie, non si pone in dubbio che non fossero i Padri Greci;
e che essi fossero i primi che l’aggiungessero nella S. Messa. Io qui non
voglio porre già in questione se la S. Messa fosse prima detta dai
Sacerdoti Cristiani in Lingua Greca, o in Lingua Latina. Mentre, siccome è certo che tutto il nuovo Testamento fu dagli Apostoli ed
Evangelisti scritto in Lingua Greca (eccettuandone l’Evangelio di
S. Matteo, che fu scritto in Ebraico): essendo a quei tempi la Lingua
Greca molto capita e parlata non solo nell’Oriente, ma insino nel nostro
268
Occidente, ed insino in Roma, ove da quaranta e più mila Greci erano
impiegati chi su di un Magistero e chi su di un altro: così pare fuor di
ogni dubbio, che le prime Orazioni che recitasse la Cristianità, ver. gr.
il Pater Noster, il Credo, l’Ave Maria, le recitasse in Greco: e poi col
tempo; essendo tradotte in Latino, fossero anche in Latino recitate,
come oggi.
4.
Quindi lo stesso può e deve dirsi della S. Messa, che prima fosse stata
dagli Apostoli e dai loro Successori recitata in Lingua Greca; indi trasportata in Lingua Latina. Ciò chiaramente appare dallo stesso Kyrie
eleison, che se vogliam credere al Durando lib. 2, cap. 13, si ritrova nella
Sacra Liturgia Greca, che S. Marco ordinò in Alessandria e S. Giacomo
minore in Gerosolima.
5.
Il più forte istorico appoggio si è che noi troviamo che i Santi Vescovi
e Padri Greci accomodarono e stabilirono le orazioni e le loro cerimonie della S. Messa (non già a tempo di Adriano I Pontefice, come forse
per abbaglio disse il Gavanti), ma bensì al tempo di S. Iginio I Papa e
Martire, di nazione Greca e che ordinò il canto della Messa e morì circa
la metà del secondo Secolo della Chiesa. Onde al detto S. Pontefice
Iginio attribuir si deve l’aggiunta del Kyrie nella Messa in Lingua
Greca.
6.
Ai tempi poi di S. Silvestro Papa, cioè circa un Secolo e mezzo dopo, fu
dallo stesso Sommo Pontefice (cioè da Silvestro) aggiunto il Kyrie nella
Messa in Lingua Latina e abbracciato da tutta la Cristianità latina. Vero
è però che eziandio sin di allora si incominciò a dire il Kyrie nella Messa
Latina, non si ripeteva se non una o due volte. S. Gregorio Magno Papa
poi, che morì sul principio del Secolo settimo, stabilì che tra il
Sacerdote e il Popolo o sia Servente si replicasse nove volte, cioè tre volte
all’eterno Padre, tre volte all’eterno Figlio Umanato, e tre volte all’eterno Spirito Santo; come poi ce lo spiegò Innocenzo III Sommo Pontefice
e dopo di lui l’Angelico S. Tommaso. Eccovi l’Istoria.
7.
Passiamo al misterioso significato della Recita del Kyrie eleison nella
Messa. Significa:
269
I. (senso allegorico) le Orazioni e le calde Preghiere degli antichi
Patriarchi e Profeti, i quali chiedevano a Dio Misericordia sopra di
loro e di tutto il Mondo, con il mandare il promesso e tanto sospirato Messia, ecc.
II. (senso morale) significa il bisogno che ha il Sacerdote e il Popolo
della divina Misericordia per celebrar ed offrir degnamente sì santo
Sacrificio, ecc.
III. significa il bisogno che abbiamo che Iddio ci usi pietà sempre e
venga spiritualmente con la sua S. Grazia nell’Anima nostra, ecc.
8.
Or da qui argomentate voi, Uditori, il gran bisogno che abbiamo
dell’Intercessione di Maria SS.ma per essere esauditi nel Kyrie eleison, ecc.
SERMONCINO XII
Sabato 13 Luglio 1754
Don Marcucci continua con tenacia ed accuratezza la spiegazione della santa
Messa che qui affronta in modo approfondito in dieci punti. Paragona la vastità dell’argomento al Continente americano; ricorda lo stupore dei suoi ascoltatori quando,
all’inizio della trattazione della santa Messa, disse loro che avrebbe impiegato un
anno a spiegare l’argomento, un po’ come accadde a Cristoforo Colombo che, dopo aver
scoperto l’America, ci vollero tanti altri navigatori per esplorarla e conoscerla.
L’argomento del Sermoncino è la spiegazione del Gloria in excelsis, del Saluto
Dominus vobiscum, dell’Oremus prima dell’Epistola e del rapporto che esse hanno con
Maria SS.ma.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 171-177.
Argomento
Sopra il Gloria in excelsis, il Dominus vobiscum che segue
e l’oremus prima dell’Epistola
Allorché il grande e sempre memorabile piissimo Cristoforo Colombo, Gloria
della nostra Italia e particolarmente di Genova sua Patria, allorché, dissi, verso
la fine del secolo decimoquinto, propose a Ferdinando V Re di Spagna ed alla
Regina Donna Isabella, la scoperta di una nuova gran parte del Mondo, che
appellarsi poteva un Mondo nuovo: vi furono al certo in Toledo ed in altre parti
della Spagna, chi stupefatti di tale proposta, la stimarono falsa non solo, anziché impossibile. Ma poi quando il Colombo la pose in effetto con i suoi Viaggi e
con le sue nuove Scoperte; tutti si arresero e confessarono che il Colombo solo non
bastava a raggiugner e scoprir sì gran parte del Mondo; ma vi volle il grande
Americo ancora pur Italiano e Fiorentino: e tanti e tanti altri Viaggiatori, che tuttodì scoprono nuove Isole e nuove Terre delle Indie Americane. Un consimil
successo, mi sia qui lecito suggerirvelo, è avvenuto sul sacro nostro Fatto della
Santa Messa. Qualor io vi proposi di volervene favellar per un anno intero, vi fu
al certo chi tra voi restò sopraffatto, dicendo cosa mai costui vorrà dir sempre di
nuovo intorno alla S. Messa. Ma ora che ci siamo ingolfati in sì vasto mare ed
andiamo scoprendo sempre più Misteri nuovi: e voi ed io, è duopo, che confessiamo, che se non per un anno, ma per tutta ancor la mia Vita discorrer ve ne
volessi; non finirei: e neppur finirebbero quanti mai altri vi fossero, che seguis-
270
271
sero le mie pedate. Nulla di meno, mi protesto che per esser breve al possibile,
varie cose tralascio; ed altre che vi ridico, voi lo vedete, se quanto succintamente ve ne favello. Or in questa sera vi discorrerò di tre cose, cioè dell’Inno Gloria
in excelsis, del Saluto Dominus vobiscum che segue e dell’Oremus che viene appresso, prima della Epistola.
Da tutte e tre le cose vedrete quanta parte abbia Maria SS.ma nella S. Messa
e quanta necessità abbiam noi del suo soccorso. Di grazia attendete e do
principio (si raccomandi infine la frequenza e la premura, ecc.).
1.
Affine di non modificare l’ordine altre volte tenuto, cioè di spiegarvi
prima il significato delle Parole, poi la storia, indi il Mistero; eccomi al
significato. Dettosi pertanto dal Sacerdote in mezzo all’Altare il Kyrie
eleison qualor non sia Messa Votiva o di Requie, o altra eccettuata nelle
Rubriche, dice egli immediatamente l’Angelico Inno Gloria in excelsis
Deo, poi dà il sacrosanto Saluto del Dominus vobiscum, indi si porta al
Messale a recitar l’Oremus di una o più Orazioni.
2.
Quale sia il significato delle Parole dell’Inno Gloria in excelsis Deo et in Terra
pax hominibus bonae voluntatis, voi tutti facilmente lo raffigurerete, giacché
più volte avrete tutti udito, aver così cantato gli Angeli nella Notte del S.
Natale, come ci assicura il Vangelo; ed aver detto, Sia glorificato Dio in Cielo
ed abbiano pace in Terra gli uomini di buona volontà. Sin qui dissero gli Angeli;
e perciò da noi vien chiamato Angelico Inno. Quelle Lodi poi e glorificazioni che vi aggiunge la Chiesa, cioè Laudamus te, benedicimus te con quel che
segue sino al fine, essendo così chiare ed intelligibili da ognuno che vi stia
attento; mentre ognuno intende che ivi si danno lodi, benedizioni, adorazioni e ringraziamenti a Gesù Cristo; e che si prega replicate volte che abbia
pietà e misericordia di noi, essendo egli solo il Santo, egli solo il Padrone,
egli solo l’Altissimo insieme con lo Spirito Santo nella Gloria di Dio Padre.
Quindi basta lo starci attento per parte del Popolo ed il recitarlo con posatezza e divozione per parte del Sacerdote, affin che sia già da tutti capito.
3.
272
Finito il Gloria rivolgendosi il Sacerdote al Popolo, lo saluta col
Dominus vobiscum, cioè a dire il Signore sia con voi; rispondendo il
Servente a nome del Popolo et cum spiritu tuo, cioè sia ancora nel tuo
Spirito. Il che si fa più volte dal Sacerdote nella Messa:
I. Per rinnovar e ricordar con tal saluto l’attenzione a tutti gli
Assistenti;
II. Per ricordare a tutti che per cavar profitto dalla S. Messa, si richiede
l’assistenza del Signore e perciò convien disporsi a riceverla con la
contrizione e divozione.
4.
Indi passa il Sacerdote al Messale e dice al Popolo tutto, Oremus, cioè facciamo Orazione, preghiamo Iddio invitando con ciò il Popolo a dimandar
insieme con Lui le Grazie da Dio per li meriti infiniti del Sangue di Gesù:
terminando perciò sempre l’Orazione dell’Oremus, con quel Per Jesum
Christum Dominum nostrum. Or questa Orazione che il Sacerdote dice in
quest’Oremus si chiama col nome di Colletta, appunto perché tale Orazione
si fa dal Sacerdote anche da parte del Popolo colletto, cioè radunato insieme, come spiega Alcuino; ed anche si dice Colletta per significare che il
Popolo se debet colligere, ut oret, come dice S. Bonaventura, cioè deve star
tutto raccolto, affin d’implorar da Dio quel che dal Sacerdote a Dio si chiede in quella Orazione. E ciò sia detto quanto al significato delle Parole del
Gloria, del Dominus vobiscum e dell’Oremus o sia Colletta seguente.
5.
Passiamo brevemente alla Storia, vedendo per erudizione chi aggiunse
alla Messa le tre cose suddette. Il Gloria in excelsis Deo fu aggiunta alla
S. Messa circa 130 anni dopo la Nascita di Gesù Cristo, da S. Telesforo
Papa, di Nazione Greco: così ci attesta Innocenzo III nel suo Libro 2
De Mysteriis Missae, al capo 20; e lo ricaviamo anche dall’Epistola 1 scritta dallo stesso Santo Pontefice Telosforo e fu quel Papa che ordinò tre
Messe nel dì del S. Natale: onde a Lui deve ascriversi tutto ciò che segue
al Gloria, cioè che egli compose Laudamus te, benedicimus te, ecc. sino al
fine; ma lo compose in Greco; e perciò per la Messa in Lingua Greca.
Al tempo poi di S. Ilario Vescovo Pictaviense, cioè di Poitiers in Francia,
cioè circa il 350, essendo stato dallo stesso Santo tradotto in Latino il Gloria
intero, vi fu aggiunto nella Messa in Lingua Latina; come dice il Bovio.
6.
Circa il Saluto del Dominus vobiscum, essendo antichissimo sino ai tempi
dei Profeti, non vi ha dubbio che ai tempi degli Apostoli si usasse.
Possiamo noi ascrivere a S. Celestino I, cioè a quello che stabilì l’Introito,
averlo inserito nella Messa.
273
7.
8.
9.
Che dirò poi intorno all’Oremus cioè all’Orazione o sia Colletta? Certo è
che anche gli Apostoli recitavano nella Messa alcune Orazioni o
Collette; come ce ne assicura Origene Hom 11 in Jevem . Questi Oremus
e queste Orazioni e Collette che ora sono nella Messa in Lingua Latina,
siccome sono varie; così vari ne sono stati gli Autori, sempre però con
l’approvazion dei Pontefici e della Chiesa. Molti Oremus e molte
Orazioni e Collette del Messale, furono composte da S. Ambrogio e
disposte da S. Gelasio Papa. Altre varie ne compose e dispose il
Pontefice San Gregorio Magno. E ciò quanto alla Istoria.
Veniamo ai Misteri delle tre cose suddette. Il Gloria in excelsis ci rappresenta la Nascita di Gesù Cristo: il Segno di Croce, infine del Gloria, ci
figura la sua Circoncisione: il Dominus vobiscum la manifestazione che Gesù
fece di sé ai Santi Re Magi: l’Oremus con l’Orazione e Colletta ci rappresenta le Orazioni fatte in tempo che Gesù dalla sua SS.ma Madre fu presentato al Tempio nelle Braccia del Vecchio Simeone. Così c’insegnano
vari Pontefici e moltissimi Sacri Dottori. O quanti adorabili Misteri!
Chi non stupisce, chi non rimane perciò estatico nella S. Messa? ecc.
Vedete dunque, Uditori, se quanta gran parte ha Maria SS.ma nella
S. Messa, ecc. Ben ciò lo conobbero gli antichi Cristiani. Prima che il
Sommo Pontefice S. Pio V riformasse il Messale Romano, io trovo in
gravi Autori (Gavant. Rubr. De Missal, part. 1, tit. 8, prop. fin.) che in
fine del Gloria nella Messa in onor della Vergine si diceva dai Sacerdoti
antichi, Tu solus sanctus Mariam sanctificans; tu solus Dominus Mariam
gubernans: tu solus Altissimus, Mariam coronans9, ecc.
SERMONCINO XIII
Sabato 20 Luglio 1754
Il sermoncino è sviluppato in 11 punti e si sofferma a spiegare il significato
dell’Epistola, del Graduale e dello spostamento del Messale, quando e perché entrarono in uso.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.178-180.
Argomento
Dell’Epistola e Graduale e il trasferir del Messale
Se mai ho da voi bramata, Uditori, l’attenzione, oggi sì, ecc. Io vi spiegherò: i misteri che nell’Epistola, nel Graduale e nella traslazione del Messale da
una parte all’altra, si contengono. E da ciò vedrete ancora sempre più la grande efficacia del Patrocinio di Maria.
1.
Recitatesi pertanto dal Sacerdote nel Messale quella Orazione (o
Orazioni), chiamata Colletta, come dicemmo nello scorso Sabato. Si passa
da Lui alla recita della Epistola. Indi, rispostosi dal Servente Deo Gratias,
si recita il Graduale composto di alcuni versetti dei Salmi o di altro Libro
della Scrittura. Poi cessa il Sacerdote di leggere e si porta a recitar inchinato in mezzo all’Altare alcune orazioni sotto voce, ed intanto il Servente
trasferisce il Messale da una parte all’altra dell’Altare, ecc.
2.
Qui, Uditori, vi protesto, che tuttoché il mio stile sia di spiegarvi
prima il senso delle Parole dal Latino in Italiano, indi contarvene
l’Istoria, poi discifrarvene il Mistero; non posso in questa sera soddisfarvi quanto al primo, cioè al tradurvi in nostra Lingua l’Epistola e il
Graduale, perché non sempre si leggono e corrono le medesime Epistole
ed i Graduali medesimi. Onde lasciate che io venga alla storia.
3.
Che l’Epistola si fosse introdotta nella Messa sino ai tempi degli Apostoli nei
primi secoli della chiesa, non mancano classici Autori che ce lo testificano,
per certo ed indubitato. Vero è non di meno, che sul principio del secondo
secolo della chiesa Sant’Alessandro Papa e Martire stabilì che sempre nella
Messa si recitasse l’Epistola; forse perché prima or si recitava, ed or no.
10. L’esempio di S. Lorenzo Giustiniano, divotissimo della Vergine, che
celebrando nella Notte del S. Natale, vide il S. Bambino, ecc.
9
Tu solo il Santo che santifica Maria; Tu solo il Signore che governa Maria; Tu solo
l’Altissimo che incorona Maria.
274
275
4.
Il quesito, Epistola vuol dir Lettera, ecc. Or se nella Messa non solo si
leggono le Epistole, ma ancor le Lezioni dei Libri Sapienziali, dei
Proverbi, dei Cantici, dell’Ecclesiastico, ecc.; come allora si può chiamar Epistola? R. Perché quando fu introdotta l’Epistola, si leggevano
solo le Epistole di S. Paolo; sul principio poi del quinto secolo, dopo
S. Anastasio Papa e Martire, furono incominciate a leggere anche le
Epistole di altri Apostoli e le Lezioni di altri Libri della Sacra
Scrittura.
5.
Quanto al Deo Gratias, cioè sia ringraziato Iddio, fu incominciato ad
usare ai tempi di S. Agostino, cioè circa il quarto e quinto secolo:
avendo allora questo in uso tutti i Monaci e Religiosi e Cristiani di
così salutarsi quando si incontravano. Anticamente però, quando
l’Epistola era di S. Paolo, invece di Deo gratias, si rispondeva Pax
tecum cioè la Pace sia con voi, come ci racconta S. Agostino nella sua
Lettera 163.
6.
Quel che il Sacerdote poi dice dopo l’Epistola vien chiamato Graduale vi
fu aggiunto da S. Celestino I Pontefice circa l’anno 428; fu detto
Graduale, perché talora si cantava dagli Assistenti nel primo ed infimo
gradino dell’Altare; talvolta vicino ai Gradini dell’antico Ambone che era
una specie di Pulpito. (In tempo però Pasquale si lascia il Graduale ed
in sua vece si dicono soltanto due Sacri Versetti). Vi si aggiunge poi
l’Alleluja dopo il Graduale; fuorché nei tempi lugubri, come di
Settuagesima, ecc., invece dell’Alleluja si dice il Tratto, aggiuntovi da
S. Celestino Papa e così detto perché anticamente si cantava con voce
tratta cioè contratta, mesta, lugubre.
7.
Veniamo alla spiegazione dei Misteri. L’Epistola che si dice al Corno
sinistro o alla sinistra parte dell’Altare, significa la Predicazione di
S. Giovanni Battista, che invitava gli Uomini a Penitenza e così a prepararsi con la Penitenza a ricevere e seguitare il Nostro Signore Gesù
Cristo, vero ed unico Messia e Redentore del Mondo.
8.
E qui, Uditori, dite su, a quante Messe, ecc.? Or ogni volta vi è stata
predicata la Penitenza, ecc. e voi, ecc.?
276
9.
Il Graduale significa il pianto e le Lagrime dei Giudei e degli altri
Peccatori convertiti da S. Giovanni Battista. Vedete, se mai ha significato, Uditori, le vostre Lagrime, ecc. Dopo il Graduale segue immediatamente l’Alleluja, Voce Ebraica composta, che ha molti significati, uno
dei quali è Nobiscum Deus, Sii con noi, o Signore; ed è anche come una
Intersezione di allegrezza, significando l’allegrezza degli Angeli e di
tutto il Cielo per la conversione dei Peccatori.
10. Finalmente il trasferir del Messale da una parte all’altra denota, che non
avendo voluto gli Ebrei riconoscere ed accettar Gesù Cristo, sono stati
abbandonati da Dio e lasciati nel loro errore e nella loro ostinata perfidia; e fu trasportata l’evangelica predicazione al Popolo Gentile, ecc.
11. (Sopra la Madonna SS.ma, ecc.; quanto necessario il suo Patrocinio, affin
ci arrendiamo, ecc. e facciam penitenza; ed otteniamo il perdono, ecc.).
277
4.
Il Mistero, ecc. (Evangelium vox greca, idest bonum nuntium, ecc.); il
Vangelo significa la Predicazione di Gesù Cristo, ecc.
Il sermoncino si presenta come schema sviluppato in 8 punti; si sofferma a spiegare il significato della lettura del Vangelo e della proclamazione del Credo. Per comprendere e vivere bene il Vangelo e le verità di fede occorre l’assistenza di Maria.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 181-182.
5.
Segna il Sacerdote sopra il Messale e si segna sulla fronte, bocca e petto,
per denotar che a faccia scoperta, con la Lingua e con il cuore deve predicare e confessar Gesù Cristo crocefisso e la sua S. Fede. E così far deve
ogni fedel Cristiano.
Argomento
6.
Si alza il Popolo in piedi per significar la prontezza in ubbidirlo e difenderlo (cioè il Vangelo, ecc.).
7.
Si dice immediatamente il Credo, per denotar che il frutto, ecc. è la confession dei Misteri ed Articoli: ed il Credo significa la conversion degli
Apostoli e dei Discepoli; e la promulgazione fatta della S. Fede.
8.
Or quanto dunque sia necessaria l’assistenza di Maria, ecc. un esempio,
ecc.
SERMONCINO XIV
Sabato 27 Luglio 1754
Evangelio e Credo
Pare strano, Uditori, a prima vista, che ai Cristiani seguaci del S. Vangelo,
predicar si debba il Vangelo medesimo, ecc. Vi spiegherò i misteri che nel
S. Vangelo e nel Credo si contengono; da cui caverete quanto sia necessaria
l’Assistenza di Maria, ecc.
1.
E per ripigliare il solito stile di spiegare il senso, l’istoria ed i misteri, ecc.
Finita dunque l’Epistola ed il Graduale, passa il Sacerdote nel mezzo
dell’Altare a prepararsi per la pubblicazion del S. Vangelo, pregando il
Signore a mondarlo, farlo degno, benedirlo ed assisterlo, ecc. Indi passando al corno destro, alquanto rivolto al Popolo, lo saluta col Dominus,
ecc. Poi seguita Sequentia, ecc. e si segna. Indi dice il Vangelo. Risponde
il chierico Laus tibi. Indi lo bacia, ecc. Il Popolo in piedi, ecc. Indi passa
a recitare il Credo, che è il Simbolo del Concilio Costantinopolitano I.
Indi dice Dominus, ecc.
2.
Istoria, ecc. Anche gli Apostoli leggevano il Vangelo nella Messa. Lo confermò poi con decreto circa il principio del 2 secolo S. Alessandro I,
Pontefice e Martire.
3.
Il Simbolo, ai tempi degli Apostoli si diceva il loro, come ci conta
S. Dionisio Aeropagita. S. Marco Papa, successor di S. Silvestro, decretò la recita del Simbolo Niceno. Quello poi che oggi si dice, cioè il Simbolo
Costantinopolitano, lo decretò S. Damaso circa il secolo quarto.
278
279
SERMONCINO XV
2.
Neppur aspettar potrete da me la spiegazione del Mistero che vien contenuto nella recita del Credo nella Messa, giacché altra volta vi dissi,
significar la Conversione fatta dagli Apostoli in tutto il Mondo; a
significare ancora, come in noi il sentire il S. Vangelo e la Parola di Dio,
deve tosto produrre il prender una Vita a tenor del Vangelo medesimo.
3.
Contentatevi adunque che ve ne dia qualche notizia istruttiva ed istorica e poi qualche documento.
Quel che noi adunque chiamiamo comunemente il Credo, dai Sacri
Concili e dai Santi Padri fu detto Simbolo. Questa voce Simbolo è voce
Greca, che in nostra Lingua direbbe Segno, Indizio, Regola: onde Simbolo
della Fede non vuol dir’altro che Segno della Fede, o Regola della Fede e del
nostro Credere. Or quando gli Apostoli incominciarono a predicar la
S. Fede di Gesù Cristo, siccome i Cristiani novelli non potevano ritener
a mente tutti in una volta gli articoli che dovevano credere; e di più
venivano inquietati e dagli ebrei e dai Gentili, chi con impugnare una
cosa, chi con il trasentire un’altra; che fecero gli Apostoli; convenuti
insieme prima di prepararsi tra loro alla predicazione, ecc.; composero
una Regola, dove racchiusero tutta la Fede in dodici Articoli, ecc.; la
quale servisse per Norma stabile, immutabile e certa della Fede in tutto
il Cattolico Mondo. E questa Norma, questa Regola la dissero Simbolo
ecc. Così ci attesta S. Leone Papa, S. Agostino e gli altri Padri tutti.
4.
Essendo poi insorte contro la S. Fede e la S. Chiesa Cattolica varie empie
eresie, particolarmente dell’empio Ario, ecc., nel concilio Niceno I nell’anno 325, sotto San Silvestro Papa, fu fatto un altro Simbolo, non già
diverso da quello degli Apostoli; ma in difesa di quello degli Apostoli,
ecc. Ma siccome vari empi eresiarchi, come Marcione, Fotino, Apollinare,
Macedonio ed altri, avevan disseminate varie altre eresie, contra il Simbolo
Niceno, stiracchiandolo chi in un modo e chi in un altro; perciò lo stesso
Simbolo Niceno fu più chiaramente spiegato dal Concilio Costantinopolitano
I., sotto San Damaso Papa: ed è quello che noi diciam nella Messa, ecc.
5.
Ma siccome nell’Oriente, andavan sossopra le cose, per la malignità
degli Ariani, che accusavano Sant’Atanasio, come loro Partitante, ecc.;
perciò egli fece in un foglio volante un Simbolo sopra il Mistero della
Sabato 3 Agosto 1754
Don Marcucci riprende la spiegazione del Credo iniziata il sabato precedente, non
per esaurirne la spiegazione perché ciò richiederebbe troppo tempo, ma soltanto per aiutare i fedeli a recitarlo con più fede e devozione. Ciò è molto gradito alla Santa
Vergine, definita da San Idelfonso “signaculum fidei”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 182-185.
Argomento
Si ripete il Credo
Non lo abbiate a discaro10, Uditori, se avendovi io già ultimamente favellato in generale del Simbolo o sia Credo, in questa sera, dispensandomi da
ogni altra spiegazione della Messa, ridia mano al Credo stesso per favellarvene a parte. Essa è un’orazione di troppa importanza, che dovrebbe essere
al certo spiegata parte a parte su di ogni Articolo. Ma lasciando ciò all’incarico dei Parrochi e dei Catechisti, a me basta in questa sera dirvene a
parte tanto, quanto basti per farvelo in avvenire o sentir con più riverenza,
o recitar quel che sapete con più divozione. Dal mio discorso poi caverete
se quanto gradisca la Vergine, recitato sia il Credo con viva fede e con gran
riverenza, come già esser deve recitato. Basta mi favoriate di attenzione: e
lo vedrete.
1.
10
E qui non aspettiate da me, che io seguendo il mio stile, voglia stare a
recitarvi e tradurvi in nostra Lingua volgare quel Simbolo o sia Credo, che
per ordine e decreto del Pontefice San Damaso, noi Sacerdoti nei giorni non impediti recitar dobbiamo nella Messa. No, non aspettate questo: perciocché sapete già voi tutti in Lingua anche volgare quel Simbolo
o Credo, composto dagli Apostoli, che in sostanza è lo stesso che quello
che diciam noi nella Messa.
Non abbiatelo a male.
280
281
SERMONCINO XVI
SS. Trinità e della Persona di Gesù Cristo nell’anno 360, che è quello
da noi recitato nell’Uffizio a Prima, ecc. così riconosciuto da S. Gregorio
Nazianzeno, da Eugenio IV, da S. Tommaso e dalla Chiesa nella Rubrica,
ecc. Altri lo attribuiscono a Vigilio Tappense, ecc.: ma è del secolo V, ecc.
6.
Onde tre sono i simboli, uno ad Instructionem, alterum ad defensionem,
alterum ad explorationem, ecc.
7.
Dev’esser recitato con viva fede e con grande riverenza, ecc. Perciò deve
esser ben saputo in Lingua volgare. Così si usava nei primi secoli della
Chiesa, ecc. Recitato così con fede viva e riverenza giova contro le tentazioni, ecc.; fa fuggire i demoni, ecc.; fortifica, ecc.
Gli esempi di quel Nobile raccontato da Cesareo, ecc., di S. Pietro
Martire, ecc.; di quella buona donna, ecc.
La Vergine detta signaculum fidei da S. Idelfonso.
Agosto 1754
ASC 35, p. 18511
SERMONCINO XVII
Sabato 31 Agosto 175412
Argomento
Il Lavabo, Offerimus et Orate fratres
ASC 35, p. 185
11
12
282
Solo titolo.
Il Sermone ha soltanto i titoli seguenti della trattazione: Il Lavabo ecc., Offerimus ecc.,
Orate fratres ecc.
283
furono numerati ed approvati dal Pontefice Pelagio II, circa gli Anni
585. Prima di questi nove ve ne è uno, il più antico, ed è il comune, istituito ed approvato da S. Leone Papa I circa l’Anno 450. L’ultimo, cioè
l’undecimo, è quello della Madonna SS.ma, aggiunto ed istituito da
Urbano II circa il 1095 di Nostra Salute.
SERMONCINO XVIII
Sabato 14 Settembre 1754
Il XV Sermoncino è l’ultimo sull’argomento della Santa Messa iniziato da vari
mesi. L’Autore sceglie di concludere il tema benché ricorra la vigilia liturgica della
festa del nome di Maria di cui ha parlato l’anno precedente.
L’esposizione si snoda su cinque punti in modo molto schematico, come la maggior
parte dei Sermoncini di questa serie.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp.185a (137-138).
4.
(Si spieghi il Prefazio, ecc.) Si conchiude sempre il Prefazio con l’Inno
o sia Trisagio Angelico Sanctus, ecc.; conchiudendosi poi sotto voce, con
il Tripudio dei fanciulli ebrei Benedicans qui venit13, ecc.
Argomento
5.
Il Mistero, ecc. Le Segrete rappresentano i Negoziati che facevano gli
ebrei occultamente contro il Redentore.
Il Prefazio significa l’entrata solenne ed il Trionfo di Gesù in
Gerusalemme nel Giorno delle Palme ed il Canto dei fanciulli con
Hosanna, ecc. (Innocens III lib. 2 cap. 61).
Segrete e Prefazio
Si dica nel Proemio, che correndo la vigilia dell’augustissimo Nome di
Maria, non si sa se debba parlarsi di tal Nome, oppur ripigliar il filo della
S. Messa; si conchiuda, che avendo nell’Anno scorso detto molto del primo,
è più proprio dir della seconda: tanto più che in tal’occasione cade anche in
acconcio commemorarsi dell’augustissimo Nome, ecc.
1.
Dettosi dunque dal Sacerdote l’orate fratres, ed aspettatosi che si risponda dal Servente, ecc., passa egli sotto voce a recitar certe orazioni, che
appunto dal dirsi segretamente, vengon chiamate Segrete. Indi nella lor
chiusa Per dominum nostrum, dicendola pur segreta, alza la voce al Per
omnia saecula saeculorum, ed incomincia il Prefazio, ecc.
2.
Queste orazioni Segrete sono antiche e di numero son tante, quante son
quelle della Colletta, in principio, ove dice l’Oremus prima dell’Epistola,
ecc.
3.
Prefazio, idest Praelocutio, cioè è un parlare che si fa al Popolo, un Canto
prima d’incominciare il SS.mo canone.
Al certo è antichissimo. Undici sono i Prefazi, ovvero il Prefazio è di
undici parti, secondo le feste. Nove dei quali sono i più antichi, cioè
quello di Pasqua, dell’Ascensione, di Pentecoste, del Natale (che si dice
anche nel Corpus Domini), dell’Epifania, della SS. Trinità, della Croce,
degli Apostoli e della Quaresima: e tutti e nove, come molto antichi
284
13
Benedetto colui che viene.
285
CAP. V
SERMONCINI
PER LA FESTA DI MARIA SS.MA ASSUNTA
(1754-1769)
286
287
Introduzione al capitolo
Il capitolo raccoglie sei brani sulla festa dell’Assunta conservati tutti nella miscellanea ASC 23. Il primo sermone del 1754, fu recitato nel monastero delle Vergini,
mentre gli altri nella chiesetta dell’Immacolata delle Religiose omonime.
L’Autore prepara l’uditorio all’ascolto del racconto della gloria di Maria in cielo
con vari esempi. Immagina che Gesù le venga incontro e la porti al trono del Padre
dove è incoronata regina degli angeli, dei santi e nostra. Ella è nostra Avvocata,
Madre e Rifugio presso il trono della divina misericordia!
Spesso don Marcucci conclude il sermone con una preghiera di lode a Maria e di
invito agli ascoltatori perché si affidino alla sua dolce intercessione.
288
289
SERMONCINO FAMILIARE
Argomento
Recitato nel venerabile monastero delle Vergini
nella festa della SS.ma Vergine detta del Rifugio (il 15 Agosto) 1754
Iddio con il darci la sua Madre per nostro Rifugio,
ci ha dato un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci
Il Sermoncino, scritto in bella e chiara grafia dal Marcucci, fu recitato da una religiosa
dell’Immacolata Concezione “dentro il venerabile monistero delle Vergini, nel 1754”1.
Un bell’esempio di promozione della donna consacrata e di comunione tra Istituti religiosi.
Fin dall’inizio della fondazione, don Marcucci aveva scritto omelie, sermoncini e catechesi per
le sue Religiose Pie Operaie che poi esse proclamavano ai vari destinatari2.
Il Sermoncino, dopo il proemio, si sviluppa in sette punti e si propone di spiegare come
“Iddio con il darci la sua Madre per nostro Rifugio, ci ha dato un mezzo assai sicuro per
eternamente salvarci”, Ella è infatti definita Rifugio dei peccatori.
Don Marcucci già dal 1752 aveva deciso di celebrare questa festa il giorno
dell’Assunzione di Maria3. Possiamo dunque dedurre che l’attuale sermoncino venga recitato il 15 agosto.
È così grande il combattimento che vien cagionato al mio povero cuore da
due affezioni troppo vive e contrarie, voglio dir dal dispiacere e dal contento, che in me ora provo; che vi assicuro, Ascoltatrici mie stimatissime, mi
fanno star titubante senza potermi appieno risolvere, se in quest’oggi tacere,
oppur favellare io vi debba. Se per un verso io rifletto a quanto misteriosa e
degna sia la Solennità ricorrente dell’eccelsa e gran Regina del Cielo sotto il
glorioso Titolo di Nostro Rifugio; io sopravvinta me ne resto da un dispiacer
molto vivo, che a me di doverne parlare toccata sia l’incombenza. Una
Festività così degna, che abbaglia insino, per così dire, le Serafiche Menti e
le Angeliche Lingue ammutolisce; come mai da una d’intendimento sì corto
e di eloquenza sì scarsa, come appunto son io, potrà essere con i suoi vivi
colori rappresentata? Che se poi dall’altro verso io penso a quanto gradisca la
benignissima Vergine, che insin le più semplici lingue ed inette promulghino le alte glorie sue e ne ridican le lodi; io vi confesso, che sento di un indicibil contento e piacere il mio cuore ripieno, in vedermi destinata a consacrar per la prima volta la mia eziandio rozza lingua con il ridirvi di Maria
Nostro Rifugio le glorie e le grandezze. Ma intanto a qual verso e partito volger mai mi dovrò ad appigliarmi? Eh ceda pure per questa volta il dispiacere al contento! Sì, sì, voglio sì favellarvi, al miglior modo che io possa, su
della Solennità che ricorre. Eccovi pertanto un Pensiero che ne ho formato.
Iddio con il darci la sua Madre per nostro Rifugio, ci ha dato un mezzo assai sicuro
per eternamente salvarci. La vostra benigna attenzione accompagni il mio breve
Ragionamento. Ed incomincio.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 49-56.
1
Il monastero di santa Maria delle Vergini ad Ascoli Piceno confinava con quello di Sant’Egidio
e si trovavano, lungo Corso Mazzini. Nel 1774 mons. Marcucci, mentre era Vicegerente di
Roma, ricevette dal papa Clemente XIV l’incarico di delegato apostolico per quietare i due
monasteri, entrati in attrito a motivo di una costruzione. Le monache di Santa Maria delle
Vergini volevano erigere una sacrestia nella proprietà delle monache di Sant’Egidio, fuori della
clausura. Queste ultime rifiutarono di dare il permesso perché ciò avrebbe tolto molta luce al
loro refettorio. Mons. Marcucci difese i diritti delle monache di sant’Egidio, bloccando la
costruzione (Cf. MARIA PAOLA GIOBBI in Il Palazzo Marcucci ad Ascoli Piceno, dal XVI al XX
secolo, Ascoli Piceno 2007, pp. 78-79).
2 Il Triduo e sermone per la festa dell’Immacolata Concezione del 1747, scritti dal Fondatore, furono recitati rispettivamente, Suor Maria Giacoma del SS.mo Sacramento, Suor Maria Rosa dell’Amor di
Gesù, Madre Tecla dell’Immacolata Concezione e Suor Maria Dionisia dello Spirito Santo
(Cf. FRANCESCO ANTONIO MARCUCCI, Sermoni per il triduo e la festa dell’Immacolata Concezione
(1739-1786), Marcucciana Opera Omnia, vol. III, Dolo-VE, 2004, pp. 22-40).
3 F. M. MARCUCCI, Sermoncino ventesimosesto, sabato 12 agosto 1752, in occasione che incominciavasi
il Sacro Triduo in apparecchio alla Festa della gloriosa Assunta di Nostra Signora, ed insieme dell’altra sua
Festa sotto il titolo di Rifugio de’ Peccatori, che cade ai 15 di agosto (Cf. ivi pag. 203).
290
1.
4
Il grande e sempiterno Iddio, che dopo aver creato l’Uomo ad
Immagine sua, se ne mostrò tanto invaghito, sino a chiamarlo l’oggetto delle sue delizie, Deliciae meae esse cum Filiis Hominum4; non una no,
ma mille volte e mille si degnò di tener impiegato a pro dell’Uomo il
suo amorosissimo Cuore. Voi osservar ciò potreste, Riverite Ascoltanti,
È mia delizia stare con i figli degli uomini.
291
in mille fatti accaduti all’antico Israelitico Popolo il qual’era appunto
nel Testamento vecchio il Popolo eletto da Dio per le sue Divine delizie. Quanto a me, un solo di tanti avvenuti successi è bastante per rappresentarvi la Provvidenza di Dio amorosissima. Giunta l’Ebraica
Gente al tanto sospirato possesso della Terra di Canaan ossia Terra
Promessa (che noi diciam Palestina o Terra Santa); e ripartitesi ivi le
dodici Tribù o sieno Generazioni, in cui era diviso tutto l’innumerabile Popolo; ordina Iddio con premura, che affin il governo ne sia fatto
sempre con tutta equità, ed abbia tra tanta Gente il suo vigor la
Giustizia; ordina, ripeto, che vi sieno eletti dei rettissimi Giudici ed
aperti dei regolatissimi Tribunali. Oimè, miseri infelicissimi Rei! Ecco
non solo a voi doverosamente tolta ogni baldanza e sfrenatezza di vivere; ma di più rigorosamente preclusa ogni strada di sospender con la
fuga ogni sdegno dei Giudici e di sfuggire i rigori del meritato castigo. Sì, diciamo noi in tal guisa; ma non così però disse il clementissimo Iddio. La sua infinita clemenza e misericordia anche verso dei miseri Rei fece volger l’occhio benigno. Pertanto impose che tra vari
Luoghi e le tante Cittadi di quel vasto Paese, erette e stabilite ve ne
fossero alcune, le quali non sol si chiamasser, ma in realtà divenissero
Città di Rifugio; e così a chi di tanto Popolo la mala sorte avvenisse di
cader in qualche reità, facile si desse lo scampo, se lo volesse, dalla
Giustizia; e tempo si concedesse con il porsi in sicuro nella Città di
Rifugio di aggiustar la sua Causa e di muovere gli animi irritati dei
Giudici alla clemenza.
2.
292
Or le stesse, anzi molto più amorose finezze ha voluto mostrar la
Divina Misericordia sopra di noi Cristiani, che siam’ora il caro e
prediletto Popolo del Testamento nuovo. Si è pur degnato
l’Altissimo di stabilir anche per noi una Città di Rifugio, non già
però vile e materiale come qualcuna delle antiche Cittadi, ma bensì
una Città viva ed animata, rispettata dal Mondo tutto non solo ma
ancor da tutto l’Empireo. Richiamate di grazia, Ascoltatrici mie,
alle menti vostre quel che in ispirito previde e predisse della Regina
del Cielo il Reale Profeta. Previde ben’egli che il grande Iddio
sarebbe un giorno disceso ad abitar personalmente per nove mesi nel
purissimo Ventre di Lei; e perciò con bella allegoria chiamar la volle
con il titolo di sontuosa ed animata Città di Dio: Gloriosa dicta sunt
de te, Civitas Dei5. E questa appunto è quella bella ed animata Città
rispettabile, che ha stabilita il Gran Padre delle Misericordie per
nostro sicuro Rifugio; conforme tutta gioliva la decanta la Chiesa
Refugium Peccatorum.
3.
Che se è così, chi vi ha tra voi che non scorge chiarissimo, che avendoci Iddio assegnata per Rifugio la sua medesima Madre, ci ha dato
ancor un Mezzo assai sicuro per eternamente salvarci? Abbia la ragione il suo Luogo. È certo presso tutti i Teologi che la sapientissima
Provvidenza Divina qualor addossa ad un Anima prediletta un qualche uffizio ed incarico, la fornisce nel tempo stesso di tutte quelle
cose che le son necessarie, affin riuscir possa felice nell’eseguirlo. Or
avendo addossato alla Vergine il grande incarico di far da nostro
Rifugio, cioè a dire, di far come da Mediatrice e Mezzana per placarci la Divina Giustizia, per imploraci la Divina Misericordia, per
impetrarci il perdono, la pace e la salvezza: chi vorrà dir mai, che
Iddio non l’abbia nel mentre stesso fornita di tutto ciò che vi era
duopo, affin questa mezzanità riuscisse dal canto suo valevole, efficace e assai sicura?
4.
Due cose indispensabilmente erano necessarie alla gran Vergine affin
fosse per parte sua nostro valevol Rifugio e Mezzo assai sicuro per la
nostra salute; cioè a dire, le era necessario un gran potere, ed un pronto
volere o sia un Cuor molto amoroso, che val lo stesso. Or chi può mai
qui ridirvi, Ascoltanti, quanto sia grande il Poter di Maria? Se io qui
vi ridicessi in succinto, quanto mai attoniti e stupefatti i Santi Padri
tutti ne dissero; voi al certo ne udireste gran cose; ma pure ne udireste il minimo. Se io vi assicurassi, che anche di Nostra Signora può
ripetersi con la debita proporzione quel che del suo divin Figlio sta
scritto, Data est illi omnis potestas in Coelo, et in Terra6: e di più, che le
sue Preghiere in Cielo, non sono suppliche no, ma tanti imperiosi
5
6
Di te sono state dette cose stupende, o città di Dio.
Le è stato dato ogni potere in cielo e in terra.
293
comandi: voi all’udir ciò, udireste molto, ma non anche il tutto.
E perciò affin entriate più addentro nel gran Potere di Maria, figuratevi questo per altro impossibile caso, cioè che uniti da una parte gli
Angioli tutti, ed insiem con lor quanti mai di innumerabili Abitatori
accoglie in seno il Paradiso; uniti così, ripeto, dimandassero a piene
voci e con calorose istanze dal Trono della Divina Giustizia l’eterna
mia dannazione: ma che dall’altro canto, figuratevi, che la Vergine
sola, come mio potente Rifugio, chiedesse per me pietà al Trono della
divina Misericordia: credete pure per certo che io già mi terrei per
sicura e per salva. O Poter altissimo dunque di Maria e chi potrà mai
comprenderti!
5.
Ma su, che a questo gran Potere un egual pronto volere in Lei va sempremai unito. Lo credereste? Non così tenera affezionatissima Madre è
pronta a prestare soccorso ad un suo unico amatissimo Pargoletto,
com’è pronta Maria SS.ma a somministrare a noi il suo efficacissimo
aiuto. Così con San Gregorio VII e con San Pier Damiano tutti gli altri
Santi Padri ce la descrivono; e con tutta la ragione e fondamento.
Perciocché l’amor siasi tenero quanto si voglia di tutte le Madri del
Mondo, può chiamarsi un amor da nulla rispetto all’Amor di Maria
verso di noi. Onde ne viene esser’ella così sollecita della nostra Salute,
che è assai essa più pronta ad aiutarci e rifugiarci con il suo Patrocinio
potente, di quel che noi stesse pronti siamo a fare a Lei umile e confidente ricorso.
6.
Alto, Ascoltanti. Se Iddio adunque si è degnato di darci un Rifugio ed
un Mezzo di sì gran Potere e di sì pronto amoroso volere: confessiamola pure, che è purtroppo vero che ci ha dato ancora un mezzo assai sicuro per eternamente salvarci.
7.
Deh s’è così e che più angustiarci tra tante nostre miserie? Che più avvilirci fra tante nostre imperfezioni? Che più perderci di animo tra tante
passioni sconvolte? Su su, coraggio! Al nostro potente e amoroso
Rifugio facciam pronto ricorso. A Lei presentiamo pure le nostre lagrime; a Lei esponiamo i nostri bisogni: nelle sue Mani riponiamo i nostri
buoni e risoluti propositi. A Maria, nostro Rifugio i nostri pensieri;
294
a Maria i nostri affetti, i nostri Cuori e tutte noi stesse. Essa vi penserà:
essa ci rifugerà: essa ci salverà. Procuriam noi con tutto lo sforzo esserle fedeli divote: e non dubitiamo che ci manchi di fedeltà in proteggerci ed aiutarci.
8.
Sì, si, così teniam di certo, Vergine gloriosissima: e speriam senza altro,
che dopo di aver noi goduto e celebrato il vostro potente ed amoroso
Rifugio quaggiù in Terra, giungeremo un dì ad encomiarlo nel Cielo.
Amen.
Dino Ferrari, L’incoronazione di Maria in cielo, tempera,
1965, Ascoli Piceno, ovato nel soffitto del parlatorio della
Casa Madre.
295
SERMONCINO FAMILIARE
SOPRA LA GLORIOSA ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA
Recitato in sedia nel giorno della sua festa,
Martedì 15 Agosto 1758, nella Chiesa dell’Immacolata
L’Autore prepara l’uditorio all’ascolto dell’argomento, immaginando i sontuosi
festeggiamenti dell’illustre concittadino ascolano Ventidio Basso, a Roma, in occasione della gloriosa vittoria riportata comtro i fieri ed ostinatissimi Parti, popoli della
Siria. Certamente, ancora più emozionanti e sontuosi saranno stati i festeggiamenti
riservati a Maria SS.ma nel giorno della sua gloriosa Assunzione al cielo.
“L’eterno Padre la rivestì di sua onnipotenza, il divin Figlio della sua sapienza, lo
Spirito Santo del suo amore”. In quel giorno, Maria fu incoronata di dodici stelle,
Regina per sempre degli apostoli e dei profeti, tra le acclamazioni e le meraviglie degli
angeli e dei santi; il suo trono fu collocato alla destra di Dio.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 121-126.
Ave Maria
1.
Non vi è chi non brami di essere spettatore di un eroe che trionfa; perciocché le magnificenze di un eroe trionfante sorpassano di qualsivoglia spettatore ogni credenza. Il sempre grande Agostino, che nella vincita di se stesso e nel disprezzo del mondo, divenne sì glorioso maestro; nulla di meno
(lo credereste mai, Uditori?) era così sorprendente l’idea, che dell’antico
Trionfo cùrule o sia maggiore di Roma, in solamente leggendolo, si era formata; che a confessare si fece, che tra le cose, di cui avess’egli a desiderare
di essere spettatore su questa terra, una sarebbe stata, il trovarsi cioè una
volta presente alle grandiosi feste di Roma nel glorioso ritorno di qualche
suo capitano supremo, che sopra carri superbi trionfali faceva trionfante e
vittorioso in quella gran dominante l’ingresso. Sebbene, cosa mai di grazia
avrebbe egli alla fine osservato? Avrebb’egli veduto, a cagione di esempio,
il più sontuoso dei Trionfi Romani, che fu quello del nostro illustre concittadino P. Ventidio Basso, per la gloriosa vittoria dai fieri ed ostinatissimi
Parti, popoli della Siria, con tanto onor riportata (a). E quindi avrebb’egli
sulle prime osservato spedirsi al nostro vittorioso duce cospicui ambascia-
(a) Appian. Alex., lib. 5, De Bell. civil.; Sigon. in Fast. de P. Ventid.
296
dori dall’augusto Senato a portargli il glorioso titolo di Imperadore Romano
ed all’approssimarsi poi di Ventidio, moversi i Senatori tutti, di bianche toghe
maestosamente vestiti, per fargli l’onorevole incontro. Indi veduto avrebbe
l’Imperadore novello, coperto di ricca Porpora, tutta ricamata ad oro, con varie
figure rappresentanti le segnalate sue imprese e conquiste, aver nelle gambe i
suoi borzacchini o sieno stivaletti, guarniti di grosse perle; portare una imperial corona di oro sul capo; ed impugnar nella destra il gran baston di comando ed un bel ramo di alloro nella sinistra; assiso poi alla cima di un maestosissimo carro trionfale, ornato tutto di avorio e di lamine di oro, tirato da due
leoni riccamente bardati (b). Ed inoltre circa la bella ordinanza di un siffatto trionfo, osservato egli avrebbe proceder alle prime un folto stuolo di scelti musici e sonatori con belle corone in capo, facendo risuonar l’aria delle lodi
del trionfatore glorioso. In seguito, venir vari vaghissimi carri, ripieni di
città e provincie conquistate, lavorate tutte in rilievo. Indi, seguir i carri di
tutte le spoglie, tende, macchine ed altre robe prese ai nemici. Poscia venire i
Re prigionieri e tutti gli altri Duci soggiogati e vinti. In appresso, proceder
tutti in gala sfarzosa i Capitani dell’Esercito Romano vincitore, con ricche
corone in capo e con la spade denudate e risplendenti alla destra. Dopo questi, comparire il maestosissimo carro trionfale dell’Imperadore Ventidio;
davanti a cui venivasi spargendo di fiori tutto il terreno. Dietro al maestoso carro, avrebbe veduto venir tutto pomposo l’augusto Senato. Indi tutti
quei Cittadini Romani, che dal trionfatore erano stati alla libertà ridonati.
Alla fine, i Flamini o sieno gran Sacerdoti con la vittima principale del bue
bianco, che sacrificar si doveva nel Campidoglio. Ed intanto, osservati anche
avrebbe aperti e ben addobbati tutti i Templi di Roma; gli Altari carichi
tutti di incensi e di offerte; e le Piazze e le Strade ripiene di giuochi festosi
e di allegrie. Giunto poi al Campidoglio il gran carro e discesone il gran
Ventidio, veduti avrebbe i Senatori tutti, in mezzo a suoni di spiritose trombe ed agli evviva d’innumerabile popolo, passar seco delle congratulazioni
più tenere ed obbliganti; ed insiem con lui della vittima principale eseguire l’offerta. Tuttociò, ripeto, osservato avrebbe Agostino, se a seconda dei
suoi desideri trovato si fosse presente al maggior Trionfo di Roma. Eppure
non sarebbe stato alla fine spettatore di altro, che di un Trionfo di poche ore
(b) ex Chamborj v. Trionfo, Tomo 8.
297
e di pochissimo conto, perché formato dalla debole industria dell’uomo e
dalla fievol potenza di questa misera terra. Io per me, avrei piuttosto bramato, Uditori, di vedere un altro Trionfo di una assai più nobile e sontuosa magnificenza e di un’eterna durata. M’intenderete, già credo. Ecco quel
dì glorioso, in cui la gran Vergine, essendo Assunta in cielo, vi fece l’ingresso con il più maestoso Trionfo che mai dir si possa e così trionfante, coronata perpetuamente ne restò. In perpetuum, così ce lo rammenta tutto festoso il Savio (Sap. 4, 2), in perpetuum coronata triumphat. A questo sì, oh quanto di buona voglia mi sarei pur trovato! O allora al certo in questo dì festivo, qualora mi fosse stato promesso, avrei potuto contarvene delle gran cose.
Sebbene di questo Mariano Trionfo, le lingue ancora di tutti i comprensori
beati non sarebbero bastevoli, allo scriver di Girolamo, di pubblicarne le
glorie. Troppo in eccesso fu esso mirabile, magnifico, glorioso. Ed a costituirlo in tal guisa vi concorse Iddio, la Vergine, il Cielo ed il Mondo: Iddio con
la sua onnipotenza e sapienza infinita, la Vergine con le sue virtudi e conquiste,
il Cielo con le sue acclamazioni e meraviglie, il Mondo con le sue umiliazioni
e preghiere. Pertanto, di un Trionfo così ineffabile, siccome indarno vi affatichereste voi per comprenderne tutte le magnificenze, così invano aspettereste da me sentirne dilucidate le circostanze. Basti a voi di creder sempre più
grande il Trionfo di Maria in questo dì glorioso, di quanto mai alto pensar
ne poteste. E basti a me di proporvene succintamente un abbozzo di tutte
quelle grandezze, di cui a pura creatura veruna favellar pienamente non lice.
2.
7
E senza perder punto di tempo, ecco come concorse Iddio con la sua
Onnipotenza e Sapienza infinita a costituir mirabile, magnifico e glorioso il Trionfo di Maria in questo giorno del suo ingresso nel Cielo. Non
vi ha dubbio, che all’ingresso di ogni anima gloriosa in quella Patria
beata, spicca talmente l’Onnipotenza e Sapienza di Dio nel costituire
magnifico e sontuoso il di lei Trionfo, che ogni Anima vien costretta
a confessar con Davide, esser opera della sola mano di Dio la sua esaltazione e Trionfo: Dextera Domini exaltavit me7 (Psal. 117,16). Di ciò ne fu
dato un saggio all’evangelista Giovanni: Vidi Jerusalem novam
La destra del Signore mi ha esaltato.
298
descendentem a Deo8. Ma queste sono vie ordinarie ed ordinari Trionfi con
la Madre sua tener volle lo straordinario, ecc. Fecit potentiam in brachio suo9.
Non suole il Re muoversi dalla sua Reggia all’incontro: ma qui si mosse:
Surrexit rex in occursum eius10 (2 Reg.), a guisa che Salomone fece con
Bersabea. Volle che la sua veste fosse quomodo intuar illa? (Cant. 5), tutta
nuova, tutta singolare, non mai più veduta. Mulier amicta sole11. L’eterno
Padre la rivestì di sua onnipotenza, il divin Figlio della sua sapienza, lo
Spirito Santo del suo amore. Mulier amicta sole. Quanto poi al luogo, al
Trono, positus est Thronus mei Regis, quae sedit ad dexteram eius12 (2 Reg.).
3.
Ineffabile già il trionfo per l’incontro, per l’abito, per il trono; vediamo
ora di qual corona venga Ella coronata. In capite eius corona stellarum duodecim, Regina Apostolorum, Prophetarum13.
4.
Le acclamazioni e maraviglie del cielo, quae est ista quae ascendit sicut
aurora consurgens, pulchra ut luna et cantabant canticum novum: Assumpta est
Maria in coelum gaudent angeli, laudantes14. Visione del B. Giovanni
Menesio sopra San Michele Arcangelo.
5.
Il mondo con le sue umiliazioni e preghiere: Luna sub pedibus eius15, ecc.
Accede, adiunge te ad currum ipsum, et Elia16, ecc.: così a san Filippo Benizi,
a S. Arnolfo vescovo di Scippon, ecc. San Bernardo: Praecessit nos Regina nostra
et tam gloriose suscepta est, ut fiduciosi sequantur Dominam servuli, clamantes:
Trahe nos post te, in odorem unquentorun tuorum currimus17, ecc.
8
Vidi la nuova Gerusalemme discendere da Dio.
Dio fece meraviglie con il suo braccio.
10 Si alzò il Re in suo aiuto.
11 Una donna vestita di sole.
12 Fu posto il trono della mia Regina che siede alla sua destra.
13 Nel suo capo una corona di dodici stelle, Regina degli Apostoli, dei Profeti.
14 Chi è Costei che sale come aurora che sorge, bella come la luna e cantavano un cantico
nuovo: Maria è stata assunta in cielo godono gli angeli e inneggiano.
15 La luna sotto i suoi piedi.
16 Avvicinati, accostati al carro ed Elia…
17 Ci ha preceduto la nostra Regina ed è stata innalzata tanto gloriosamente che i servi fiduciosi
seguono la Signora esclamando: Attiraci dietro di te, corriamo al profumo dei tuoi unguenti.
9
299
REFUGIUM MEUM ES TU
Nel Salmo trentesimo
[15 Agosto] 1759
Non vi è chi non brami, Riveritissime Madri trovar nelle sue traversie il conforto e nei pericoli suoi lo scampo ed il rifugio. A questo non tanto il bisogno
ci sprona, ma lo stesso amore innato che, della nostra salvezza in noi si annida, continuamente ci porta e dirò così, non poco ancor ci violenta.
Velocissima corre a rintanarsi la lepre, allorché inseguita dal cacciatore; e la
timida rondinella al suo nido ritorna, qualor attorno si veda l’affamato sparviero; ed ambedue non mai si credono sicure, sinchè a quel bramato rifugio
non si veggono giunte. Che se tanto in creature, prive pur di ragione, l’amor
del proprio salvamento è sì possente; che sarà mai in chi e la ragione non solo
soggiorna, ma ancor vi regna la fede? Qualora mosso a pietà l’Altissimo, assegnar volle agli Ebrei varie città di rifugio, ove fuggito chiunque di reità si trovasse incolpato, restasse dall’umana giustizia sicuro; non si videro città più
popolate di quelle, perché più di quelle non si trovaron città più ricercate. Se
vi ha nel mondo persona, che di non esser soggetta agli assalti infernali, né di
esser punto in nulla colpevole, gloriare si possa; avrà ben motivo di non aspirare a qualche rifugio; perché questo a chi non soggiace a colpe o a pericoli,
non fa punto bisogno. Ma se persona tale, non accade cercarla; a che dunque
andar rintracciando, se chi non brami il suo scampo, esser vi possa? Ah che di
questo sicuro Rifugio ne va pure in cerca ciascuno, perché utile ciascun lo
conosce e necessario. Sebbene, mie riverite Madri, dove poi il trovarlo, lo ottenerlo mai dove? Io per me, se lo sguardo della mente quaggiù nel basso
mondo rivolgo, non saprei dove posarmi; perciocché pericoli ed assalti e malori da ogni parte li vedo; sicurezza però io non la trovo. Alti dunque i pensieri, altronde si volgano pure le nostre ricerche. Ah che lassù in cielo ha collocato l’Altissimo il nostro Rifugio e di lassù solamente accordata ci viene la
sicurezza. Ma chi sarà questa nostra sicurezza, questo nostro Rifugio? Quella
appunto, che col glorioso encomio di universale Rifugio onorata viene da
Santa Chiesa ed oggi specialmente da noi nella solennità ricorrente, voglio
dire, la gran Regina dei cieli, la nostra Immacolata Signora, Maria SS.ma.
Favorite non di altro, che di ascoltarmi benignamente; e mio sarà l’incarico di
palesarvi, se con quanta ragione la chiamiamo sicuro Rifugio.
L’Autore si rivolge alle religiose Concezioniste che chiama “mie divotissime
Madri”, nel giorno della festa di Maria SS.ma, sotto il titolo di “nostro rifugio” che
sappiamo don Marcucci aveva stabilito di celebrare nella chiesa del suo monastero, nel
giorno dell’Assunzione di Maria al cielo, tenendo esposta alla pubblica venerazione
la miracolosa immagine da lui usata durante le sacre missioni18. Da questa informazione, possiamo dedurre che l’attuale sermoncino venga recitato il 15 agosto dell’anno indicato.
Nel proemio l’Autore prepara gli ascoltatori con efficaci e poetiche similitudini
prese dal mondo della natura.
Come la lepre corre velocissima a rintanarsi quando si accorge di essere inseguita
dal cacciatore e la timida rondinella ritorna al suo nido quando vede il falco affamato, a maggior ragione noi, dotati di ragione e di fede, ci affidiamo nei pericoli a
chi può salvarci. La Chiesa nella festività odierna propone come nostro rifugio la gran
Regina dei cieli, Maria SS.ma, a motivo della sua maternità divina.
Dio ha voluto, come afferma san Bernardo, che noi ricevessimo ogni grazia per
mezzo di Maria. Ella è Madre di misericordia, di clemenza e di amore senza misura.
L’Autore vuole “con il cuore sulle labbra ringraziare vivamente” Maria SS.ma
perché lo voglia “fra le rifugiate aggregato”, cioè fra le sue religiose ed abbia anche a
lui “diretti i suoi dolcissimi inviti”.
Conclude con una intensa preghiera alla Vergine per ringraziarla, a nome di
tutte, per essere “nostro caro e sicuro rifugio”. Si propone di ripetere continuamente alla
Vergine santa “Refugium meum es tu” e giunto in cielo, per sua intercessione, di far
festosamente rimbombare a sua gloria queste care espressioni del suo cuore.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 57-62.
1.
18
Cf. ivi pagg. 203; 209.
300
Che la gran Vergine sia nostro sicuro ed universale Rifugio, non ci vuol
molto a capirlo, perché e il cielo e in terra e le creature tutte si aiutano
concordemente a dimostrarlo. Da che essa eletta fu per Madre del
301
Divino Unigenito acquisrò la plenipotenza sopra tutto il creato ed
Angeli ed uomini e bruti e stelle e pianeti, unitamente con tutto l’altro, che dal nulla ebbe il suo essere dal l’Onnipossente Potenza di Dio,
furono soggettati a Maria; perché Maria fu di ogni cosa dichiarata
signora, arbitra, imperatrice, regina. Si stende il poter suo sopra tutto
l’empireo, si spande su tutto il mondo e giunge sino al più basso dell’inferno; a motivo che nell’inferno, nel mondo e nell’empireo eseguiti
vengono i suoi voleri e riveriti ossequiosamente i suoi comandi.
2.
Unita al gran potere, chi vi è tra noi che non sappia, mie riverite Madri,
posseder anche la Vergine una uguale clemenza? Divise con Lei il suo
Divin Figlio, come ad esprimer si fece l’angelico San Tommaso; divise,
ripeto, il beatissimo regno dei cieli e serbandosi per se stesso quella
parte, ove signoreggiava tutta gloriosa la divina giustizia, donò l’altra
alla Madre ove risplendeva benigna e clemente la divina Misericordia.
In quel che riguardava il dare al mondo il giusto e meritato castigo, egli
solo intitolar si volle Re di giustizia il Divin Redentor. In ciò che poi
concerneva l’usare delle grazie e delle gratuite non meritate finezze,
volle che la sua Madre, regina di misericordia, ne fosse e di clemenza.
Quindi in faccia a tutto il cielo non solo, anzi che al mondo tutto, a protestare si fece, come dice Bernardo, che veruno da lui presumesse di
ottener grazie e favori, se non per mezzo sol di Maria, che benigna
dispensatrice n’era stata prescelta: omnia nos habere voluit per Mariam19.
3.
4.
Or se per essere universale e sicuro Rifugio in tutti i travagli, in tutti i
malori, in tutti i bisogni e in tutti i tempi, egli è duopo in chi lo sia e
potenza senza pari e clemenza senza limiti ed amore senza misura; trovatemi voi, Ascoltatrici, se vi dà l’animo, in terra o in cielo persona,
dopo il Divin Verbo umanato, più potente di Maria e più di Lei clemente ed amorosa, od almeno a Lei uguale; che io di buona voglia cederò
qui pronto al mio assunto. Che se con voi le creature tutte si uniscono
a confessarla, sopra tutte di gran potere ricolma, di clemenza e di
amore; ed unitevi pure anche voi con tutto il creato a riconoscerla e
pubblicarla per unico nostro, caro, sicuro, ed universale Rifugio.
5.
Io per me vi confesso, Riverite che mi ascoltate, che ogni qualvolta mi
si ravvolge alla mente quel che la Vergine stessa, per fugar da noi ogni
dubbio e timore, saper ci fa per mezzo del suo prediletto servo San
Giovan Damasceno, stento molto a rattenere le lagrime di tenerezza.
Olà, dice Maria, fatevi pure innanzi o anime giuste, ma che pusillanimi siete nel mio servizio; e voi pure o anime peccatrici, che risolute già
di emendarvi, disperate quasi di implorare il perdono; fatevi pure
innanzi, ripete, rifugiatevi in me di buona voglia, senza tanto timore e
con piena fiducia: Ego refugium iis, qui ad me confugiunt; accedite20. Su, su,
venite venite, a dir segue tutta premurosa e benigna, io, io sono costituita il vostro caro Rifugio, io il vostro sicuro Rifugio, io il vostro universale Rifugio, ego Refugium. Che temete, se io posso tutto per voi, se
per voi sono tutta clemenza, se per voi ardo di amore? Ego Refugium.
Deh, via su, accostatevi francamente: accedite. Dite su, alla vostra benigna Avvocata, alla vostra potente Signora, alla vostra amatissima
Madre, dite su, che bramate? Volete il perdono? Chiedetelo pur di cuore
e ad impetrarvelo già me n’impegno. Volete la grazia di trionfare in
avvenir di voi stesse e del tentatore nemico? Siate voi vigilanti, vi do
parola, l’avrete. Accedite, et gratiarum dona affluentissime haurite21. Via,
via, ripiglia la graziosa Signora, accostatevi a me, fidatevi pure del mio
dolcissimo cuore. Io vi darò il soccorso nei mali del corpo, io vi assiste-
Pari alla clemenza trovasi in Lei verso di noi l’amore. E qui per troppi
titoli ella è forzata ad amarci. Sì perché sin dalla croce ci fu dal
Redentore donata per Madre. Sì ancora perché si vede nel sacro petto un
cuore, sopra le pure creature tutte il più amoroso. Ami pur teneramente Sara il suo piccolo Isacco; ami Rebecca il suo prediletto Giacobbe;
Anna il suo Samuele; ed ogni altra amatissima madre i suoi teneri figli.
Ma cedano tutte all’amor di Maria verso di noi; perché appunto noi,
sopra di tutte ci ama.
20
19
Volle che noi avessimo tutto attraverso Maria.
302
21
Io sono il rifugio per coloro che a me si rifugiano, venite.
Venite e attingete abbondantemente i doni delle grazie.
303
rò nei bisogni dello spirito; io prenderò la cura della vostra vita. Io assumerò la gran causa della vostra felicissima morte. Basta che voi mi
amiate: basta che mi serviate di cuore: basta che dal vostro canto fedeli
a tutto costo mi siate sino alla morte. Del resto, non vi affliggete più,
non paventate no, non temete: ego refugium; accedite, et gratiarum dona
haurite. O poter di Maria! O clemenza ed amor di Maria!
6.
Guardimi pure il cielo, mie divotissime Madri, che ora voglia pur io
aggiunger menomo che di parola, per provar di vantaggio, che la gran
Vergine è l’unico nostro universale e sicuro rifugio. Deh che farei troppo torto alle sue care esibizioni ed indubitate promesse, se l’ardire avessi io di più favellarne. Voglio piuttosto con il cuor sulle labbra vivamente ringraziarla, che me ancora fra le rifugiate aggregata mi abbia ed
a me pure diretti i suoi dolcissimi inviti.
7.
Sì, sì o gran Regina del cielo, io son qui ai piedi vostri SS.mi umiliata;
ed a nome, non tanto mio, che di tutte, mille grazie vi rendo, che
degnata vi siate di essere nostro caro e sicuro rifugio. O quanto giubila
e tripudia il mio povero cuore il ripetervi: Refugium meum es tu. Ah che
da qui in poi ve lo dirò cento e mille volte in ogni mia occorrenza, in
ogni mia angustia, in ogni mio bisogno! Refugium meum es tu. Voi il mio
caro rifugio in vita: voi il mio potente rifugio in morte: voi il mio glorioso rifugio ancor dopo la morte. Refugium meum es tu. Ed oh avess’io le
lingue degli angeli tutti, per poter pubblicare al mondo intero, che voi
caro siete il nostro rifugio! Refugium meum es tu. Avess’io sì i cuori di
tutti i serafini del cielo, per potervi amare tanto e poi tanto in ricompensa che siete il mio dolce, il mio amato, il mio grazioso rifugio.
Refugium meum es tu. Ah, che prima fugga dal mio petto il cuore, parta
pure dal corpo quest’anima, muoia pure io prima; che abbia mai più a
partire e ad allontanarvi da voi, rifugio mio amabilissimo. Refugium
meum es tu. Spero sì e lo spero, che giungerò un giorno; e sarà quel giorno, in cui vostra mercè sarò salva; spero, dissi, di far festosamente rimbombar a vostra gloria per tutto il cielo, queste care espressioni del mio
cuore: Refugium meum es tu, Refugium meum.
304
BREVE DISCORSO SOPRA LA GLORIOSA ASSUNTA
DI NOSTRA SIGNORA, 1759
L’Autore descrive con tocchi poetici lo stupore e l’allegrezza che l’Assunzione della
beatissima Vergine Maria suscita sulla terra e in cielo.
Don Marcucci crede che Dio abbia dato alla SS.ma Vergine la possibilità di scegliere “di morire, oppure di volare all’Empireo” e che Maria scegliesse di morire, per
imitare il suo Divin Figlio. La sua morte, però, avvenne senza dolore e, per opera dello
Spirito Santo, “fu l’effetto di un vivo sforzo di amore”.
Secondo la narrazione di san Giovanni Damasceno gli Apostoli portarono il corpo
di Maria a Gerusalemme e lo posero in un decoroso sepolcro. Rimasero lì tre giorni
continui, raccolti in preghiere di lode a cui furono udite si aggiunsero le voci degli
angeli. Il terzo giorno gli Apostoli aprirono con riverenza la sacra urna e, con grande meraviglia, si accosero che il corpo di Maria era stato miracolosamente assunto in
cielo. I serafini e gli angeli nel vederla giungere in cielo si chiedevano: “Chi è mai
costei, chi è, che così di delizie, di grazie e di privilegi ricolma, sen viene dal basso
mondo a regnar così gloriosa sopra i nostri cori qui in cielo?”.
Questo interrogativo, posto sulla bocca dei serafini, è una finzione poetica per esprimere lo stupore che essi provarono nel vedere lo stesso Monarca divino venirle incontro
festante.
Ciò è motico di gioia per tutti, anche per i peccatori: Maria è nostra Avvocata,
Madre e Rifugio presso il trono della divina misericordia!
L’Autore conclude con una preghiera molto sentita dove ringrazia la SS.ma
Vergine e le rinnova l’affidamento, anche a nome di chi lo ascolta, per poter un giorno contemplare le sue glorie.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 193-200.
Supra modum Mater mirabilis
(Nel secondo dei Maccabei al settimo)
1.
Arrecar maraviglia al mondo, è cosa da poco. Ogni novità, ogni insolito
avvenimento è da tanto, che seco trae la maraviglia di ognuno. Il punto
sta di potere, che il cielo ancora resti talor stupefatto. O qui sì, non saprei
chi mai con ragione gloriar si possa di tanto. Gentilissimi Uditori lo credereste? La gran Vergine sola è pur quella, che a gloria sua singolare
ascriver può di aver fatto stupire e terra e cielo. Degli altri suoi maravi-
305
gliosissimi pregi ne taccio. Chiamo in testimonio soltanto quell’augusto
e glorioso mistero, che ossequiosi veneriamo in quest’oggi, della sua
Assunta. Di questa sì, mostrar vi voglio gli stupori, le meraviglie. Ed
eccovene l’argomento. La Vergine fu in questo dì felicissimo di stupore
alla terra e al cielo ed a tutti di universale allegrezza. Supra modum Mater
mirabilis22. Se favorirete di prestarmi benignamente la vostra attenzione,
spero che soddisfatti sarete. Incominciamo.
2.
I primi stupori che ebbe il mondo in questo ricorrente mistero
dell’Assunzion di Maria, fu per il modo meraviglioso, com’ella da questa all’altra vita fece passaggio. Pose Iddio in mano della gran Vergine
la libertà di morire, oppure di volare all’Empireo senza che gustasse la
morte. Scelse ben ella, nol niego, il morire, per imitar da vicino il suo
Divin Figlio: ma pure, se morir volle prima di essere assunta, non fu la
sua morte cagionata da eccessivi dolori, come avviene in ogni altro; ma
bensì fu un forte effetto di un vivo sforzo di amor santo e divino.
3.
23
5.
Sebbene, Uditori, non fu la gran Vergine di stupor solamente alla terra
in questo dì glorioso; ma al cielo stesso cagionò dell’ammirazione oltre
grande. Gli Angeli tutti ed insino i Serafin più alti di quella celeste
magione, sapevano pur troppo quanto ricca di santità e di grazia, superiore ad ogni altra di pura creatura, fosse mai sempre dotata la loro
Regina. Sapevano eziandio, non lo nego, quanto sublimata di gloria
sopra tutte le celesti gerarchie, esser ella doveva. Ma pure, perché ancora così all’eccesso gloriosa veduta mai non l’avevano; al comparir ch’ella fece all’empireo, così glorificata a larga mano da Dio, talché da se sola
costituiva un bel paradiso a parte; attoniti gli Angeli, i Cherubini
ammirati e stupefatti i Serafini ancora, quasi più non la ravvisassero tra
quell’oceano immenso di luce, di splendore e di gloria; ad interrogarsi
vicendevolmente si fanno, Quae est ista, quae est ista, quae ascendit de deserto deliciis affluens?25 Chi è mai costei, chi è, che così di delizie, di grazie
e di privilegi ricolma, se ne viene dal basso mondo a regnar così gloriosa sopra i nostri cori qui in cielo? Quae est ista, quae est ista?
6.
Che se avessi io avuta la bella sorte a trovarmi presente a tali angeliche
ammirazioni, deh beatissimi spiriti, avrei loro detto, ed è possibil, che
raffigurar non possiate chi sia costei, che è divenuto l’oggetto dei vostri
stupori? Ma e non foste voi quei, che fin dal primiero istante
dell’Immacolato suo Concepimento insino all’ultimo respiro di sua
SS.ma vita laggiù in terra, a gara faceste sempre di ossequiarla e di ser-
Risappiamo pur noi dalle Divine Scritture, che l’amore celeste quando
regna assoluto in cuore, si fa così forte e possente, che è valevol non solo
a separare il cuore dal mondo, ma a troncar dal corpo questa misera vita:
fortis est ut mors dilectio23. Or tanto accadde nella Regina del cielo, allorché sulla fine del viver suo trovossi. Lo Spirito Santo, che con la pienezza del Divino Amore fermata avea la sua sede nel sacro cuor di Maria,
le accrebbe talmente l’incendio in quegli estremi, che convenne alla
Vergine ceder alla forte veemenza di amore, e così dolcemente morire:
fortis est, ut mors dilectio.
4.
22
a gara il tenero canto dei SS.mi Apostoli sopra il sepolcro della Vergine,
far eco ne volle con una angelica melodia, che per quei tre dì continuamente da tutti udir si fece. In capo al terzo giorno tornan gli Apostoli
ad aprir riveriti la sacra urna; ma con maraviglia maggiore, non rinvenendovi più quel sagro Pegno ivi depositato; obstupefacti miraculo24,
come il Damasceno precitato conchiude, si avvidero che in un coll’anima beatissima glorificato, era stato lassù nell’empireo miracolosamente
trasferito ed assunto. O prodigi non mai veduti! O meraviglie!
Ma non finirono qui gli stupori del mondo. Morta la Vergine, ed adunati gli Apostoli in Gerosolima, trasportaron quel divinissimo corpo in
Getsemani in un decente sepolcro, come distintamente ci narra
San Giovan Damasceno. Tre giorni continui vi stettero a celebrar con
sacri inni di lode sì felice maraviglioso passaggio, ed il cielo emulando
Madre oltremodo mirabile.
L’amore è forte come la morte.
306
24
25
Stupefatti per il miracolo.
Chi è Costei che sale dal deserto piena di delizie?
307
virla? Non foste voi, che pocanzi sollevandola in aria, tra mille soavi e
sovraumani concerti, qualor passaste vicino al ciel della luna, vedeste
questa spiccarsi e correr tosto a porsi sotto i beati piedi di lei, per goder
la sorte di aver servito una volta per suo sgabello e riposo? Luna sub pedibus eius26. Voi pur eravate, sì con essolei, qualora giunta più in alto al
cielo del sole, vedeste questo, spander folgoreggiante tutti i suoi raggi,
per vestirla da capo a piè del suo vago splendore: Mulier amicta sole27. E
per finirla, allorché sollevandola più in alto al firmamento, osservaste
pure spiccarsi tutte brillanti le stelle per formarle intorno al divino capo
una preziosa corona: in capite eius corona stellarum28. Che più! E non foste
ancor voi spettator, quando all’ingresso nel beatissimo regno, lo stesso
gran Monarca celeste le venne incontro tutto festoso? Surrexit Rex in
occursum eius29.
7.
In tal guisa, ripeto, mi sarei fatto a ridire agli Angelici spiriti; ma senza
profitto. Perciocché la gloria, con cui Nostra eccelsa Signora, fu in ciel
sublimata nella sua Assunta; sino ad esser colassù collocata alla destra
stessa del Figlio: Astitit Regina a dextris30, fu una gloria così sorprendente, che abbagliate ne rimasero per lo stupore le angeliche stesse pupille.
8.
Non fia ammirazione adunque, se la gran Vergine, che di maraviglia servì
sì alla terra, che al cielo, fosse ancor nella sua Assunta di universale, comune allegrezza. Perciocché in questo dì glorioso tripudiarono gli Angeli,
perché con la presenza bellissima della loro Regina, viddero accrescersi un
altro nuovo paradiso nel paradiso stesso. Riempissi di gioia ancor tutto il
mondo, a motivo che in questo giorno fu coronata come Regina di
Misericordia la sua potente ed amorosa Avvocata. O quanto dunque,
Uditori, con gran ragione a rallegrarci in questo dì ci invita tutta festosa
la chiesa, Hodie Maria coelos ascendit, ci dice, gaudete quia cum Cristo regnat
in aeternum31. Che è quanto a dire, facciano pur festa quest’oggi le anime
giuste, perché in cielo tien per loro apparecchiata la sede la lor amatissima
Madre. Gaudete. Si facciano pur animo e si rallegrino le anime penitenti e
convertite, perché al trono della Divina Grazia implora per loro la lor premurosa Avvocata. Gaudete. Non disperin giammai le anime ancor peccatrici, ma risolute all’emenda, perché al trono della divina misericordia sta
supplichevole per loro il lor potente Rifugio. Gaudete.
9.
Ah se è così, o grande Imperadrice dei cieli, Maria SS.ma, in questo
giorno delle vostre glorie e delle nostre fortune, ci rallegriamo vivamente. Ci rallegriamo con voi, perché foste al cielo di stupore e di meraviglia alla terra. Ci rallegriamo con noi, perché essendo voi divenuta
nostra Avvocata, Madre e Rifugio, ci riempiste il cuore di una ben grande allegrezza. Compite voi dall’empireo i nostri contenti, col fare, che
siccome in quest’oggi celebriamo divoti le vostre glorie, così dopo la
nostra morte possiamo contemplarle eternamente nel cielo. Amen.
26
La luna sotto i suoi piedi.
Una donna vestita di sole.
28 Nel suo capo una corona di stelle.
29 Si levò il Re in suo aiuto.
30 Si assise la Regina alla sua destra.
27
308
31
Oggi Maria sale nei cieli, rallegratevi perché regna in eterno con Cristo.
309
ABBOZZO DEL DISCORSETTO
SOPRA L’ASSUNTA DI NOSRA SIGNORA
Lunedì 15 Agosto 1768
Nell’esperienza umana, osserva don Marcucci le lacrime e la mestizia precedono
sempre la gioia. Anche nel solennissimo giorno della gloriosa Assunzione di Maria il
cuore fu prima rattristato per la sua morte e solo dopo godette la gioia nel vederla glorificata nel cielo.
Tuttavia Maria SS.ma allontanandosi da noi per andare in cielo scelse “il meglio
e l’ottimo” per se stessa e per noi; è bene dunque congratularsi con lei che, nella sua
somma clemenza, guarda sempre alle nostre bassezze e miserie per aiutarci.
Il discorsetto, nell’ultima parte è solo abbozzato come dice il titolo ed è elaborato
con un linguaggio piuttosto retorico e con parole troche che sono state riportate all’uso
odierno della lingua italiana.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 180-188.
È uso troppo antico nel mondo rimaner gli occhi prima offuscati dalle tenebre, che rischiariti dalla luce; ed il cuore prima oppresso dalla tristezza, che
dilatato dall’allegria. Prima leggiam vesperi, indi mane (mattino) nella creazione e disposizione dell’universo (Gen. 1); e son primi gli occhi a versar
amare lagrime nel nascere, che non son le labbra a dimostrarne il riso. Gran
cosa! Neppur in questo solennissimo giorno della gloriosa Assunzion di
Maria potè schivarsi di entrar nel cuor umano prima la mestizia, per aver
perduta il mondo Maria SS.ma, che non la gioia in contemplarla tutta gloriosa nel cielo. Le dolorose querele del mondo ci vengono a meraviglia simboleggiate nell’odierno Vangelo dalle querele di Marta per vedersi abbandonata da sua sorella Maddalena: Soror mea reliquit me solam32 (Lc. 10, 40).
Così appunto in quest’oggi tutta l’umana natura riconoscendosi sorella di
Maria SS.ma (perché anch’essa creatura umana), si querela amorosamente
con Dio, perché se portando egli al cielo la sua Madre, l’abbia in questa
valle di miserie lasciata derelitta e sola: Soror mea reliquit me solam.
Segue perciò tutta sollecita, come Marta, a porger suppliche, affin si degni
ordinarle, che non sia di noi dimenticata, ma che tutta benigna ci aiuti:
32
Mia sorella mi ha lasciato sola.
310
Dic ergo illi, ut me audiuvet33. Tanto ci si dipinge sott’occhi dal corrente
Vangelo. Querele invero e suppliche furono queste sì vigorose, che mossero
il Redentore a dare il rescritto con quella sì misteriosa risposta: Maria optimam partem elegit, quae non auferetur ab ea 34. Questa risposta, voglio, Uditori,
che devotamente riflettiamo stasera e vediamo, se in noi sia più ragionevole la mestizia o l’allegrezza per l’abbandono, che ha fatto Maria del mondo
coll’andarsene al cielo. Attendete. Incomincio.
1.
Se ne giace Elia profeta tutto angoscioso e ramingo nel deserto di Bersabea
e giunto alla spelonca di Horeb, non altro conforto brama, che vedere il
bel volto divino. Determina Iddio di compiacerlo e permettendo un dolce
zeffiretto, gli dà indizio, che era per far passaggio innanzi ai suoi occhi:
Ecce Dominus transit35 (3 Reg. 19). Elia, eccoti che all’apprestarsi Iddio, invece di aprir gli occhi, abbassa il volto e di più se lo copre col lembo del pallio: Operuit vultum suum pallio 36. Ma di grazia, si era forse pentito Elia di
veder la bella faccia di Dio? Deh no, no ardeva anzi Elia di desiderio di
vedere Iddio; ma l’aver l’avviso, che lo perderebbe appena visto, perché di
sol passaggio: Ecce Dominus transit, più gli cagiona duolo ed amarezza che
non gioia e contento: Operuit pallio. Bramavan gli Apostoli e quanti mai la
bella sorte ebbero di conoscer la gran Vergine Madre, bramavano certamente di vederla cinta di quella immensa gloria, bastante a costituir da sé sola
un paradiso; e tutta l’umana natura di tali desideri ardeva. Ma il rifletter
poi, che con il passaggio di Maria all’Empireo, avean da perderla, oimè,
questo, era un forte motivo di abbassar piuttosto le pupille piene di lagrime, che alzar le voci piene di giubilo e di contento. Questo, Uditori, è il
raziocino umano. Ma pure, convien che egli ceda ad una forte ragione, a cui
replicar non si puote, ed è quella addotta dal Redentore, cioè che Maria:
optimam partem elegit37. Maria SS.ma coll’allontanarsi da noi e volarsene in
anima e in corpo tutta gloriosa all’Empireo, scelse il meglio e l’ottimo:
33
Dille dunque che mi aiuti.
Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta.
35 Ecco il Signore passa.
36 Coprì il suo volto con il mantello.
37 Ha scelto la parte migliore.
34
311
optimam partem elegit. Scelse il meglio non solamente per sé, ma ancor per noi.
Sì, convien ben capirlo: optimam partem elegit, facendo con la sua lontananza,
che migliorassimo piuttosto di condizione e di vantaggio, di quel che perdessimo: onde la nostra mestizia dar si dovesse per vinta dall’allegrezza.
2.
Ed invero, Uditori, se la nostra gran felicità pur consiste, conforme ad una
voce insegnano i Padri tutti, nel vero ossequio e rispetto alla Gran
Vergine Madre, certamente più conferisce la lontananza, che la presenza
a far crescere il profondo rispetto ed il vero ossequio. È un trito dogma di
politica: maior ex longinquo reverentia38; la distanza dagli occhi è madre
della riverenza, laddove la vicinanza è risvegliatrice piuttosto di un tenero affetto. Or per onorar Maria, come si deve, vi vuol profondo rispetto
ed ossequio sodo e tenero. Dunque, stia pur essa da noi lontana, assisa in
cielo gloriosa alla destra del Figlio, quando tal sua lontananza ingeneri nei
nostri cuori un rispetto più umile e più filiale. Intenerita la Sacra Sposa
dei Cantici verso il suo Diletto presente, lo invita, lo prega ad accostarsele: veni dilecte mi39 (Cant. 7). Ma poi, conoscendo, che la presenza dello
Sposo Divino coll’ingenerar troppa tenera confidenza, poteva scemarle il
rispetto e l’ossequio, si risolve a supplicarlo, che si allontani e se ne fugga:
Fuge, dilecte mi, fuge40. Congratuliamoci dunque con la nostra Diletta
Regina, che in questo dì se ne salisse a regnar gloriosa sopra tutti i cori
degli Angeli; e congratuliamoci non solo, perché ciò fu il meglio per Lei;
ma anche perché è il meglio per noi, per vieppiù crescer nella sua devozione ed ossequio. Ah sì, sì, io bramerei di averti presente per amarti con
più tenerezza, o dolcissima Madre: Veni, dilecta mea41. Ma siccome non
altro bramo, non altro voglio, che sinceramente ossequiarti ed esser tuo
umile e rispettoso divoto, perciò Fuge, Dilecta mea, fuge: giacchè è pur
vero, che con la tua Assunta e con la tua lontananza, optimam partem
elegisti42 per te e per noi.
3.
Ma piano, che io scopro un altro vantaggio per noi col veder Maria salita sino al più sublime posto nell’empireo. Mi direte, e quale? Quello
cioè, che sempre più interessata si dichiara e propensa a soccorrerci in
tutti i nostri bisogni. Non ha già la gran Vergine potuto mutar cuore
col mutare stato di viatrice in comprenditrice. Deh no, anzi ha acquistato una infinità di pregi tutti amorosi per il nostro bene. Il salire in
alto posto e il dimenticarsi di chi resta al basso, egli è proprio del
mondo, ma non del cielo. Benché la Vergine, salita sia sul più sublime
dell’empireo ed incoronata si vegga, come Sovrana Imperatrice
dell’Universo, non isdegna però tener sempre fissi gli occhi della sua
somma clemenza sulle nostre bassezze ed estreme miserie; né la dimenticanza può mai entrar in quella mente sua così al sommo glorificata.
Anzi tanto più essa gode di vedersi così sublimata, quanto più conosce
di aver modo di sollevare ad ogni cenno i nostri bisogni.
4.
Osservatelo di grazia in una bella figura. Vedendosi gli Israeliti inferiori di forze e di spirito ai Filistei, risolvettero di portar l’Arca tra loro.
Ma che? Ne morirono trentamila e fu presa l’Arca. Ma fece tale scempio dei Filistei: Fiebat manus Domini per singulas civitates43 (1 Re, 4). Così
non mai si allontana Maria, benché sembri così lontana.
5.
E poi, ben’essa si rammenta, che per noi è salita a quell’alto posto, cioè
per esser l’unico nostro rifugio. Da un’Arca all’altra cioè a quella
di Noè: Multiplicatae sunt acquae et elevaverunt Arcam in sublime, ecc.44.
San Bernardino da Siena: salvando quei che la presero per asilo.
6.
Nox auferetur ab ea, ecc. Gloria et honore coronasti eam, ecc.45.
7.
(Per la perorazione). Che diranno, ecc. Mosè, ecc. Exd. 32.
38
Maggiore riverenza proviene da persona lontana.
Vieni o mio diletto.
40 Fuggi o mio diletto, fuggi.
41 Vieni o mia diletta.
42 Hai scelto la parte migliore.
39
312
43
E la mano del Signore era in tutte le singole città.
Si moltiplicarono le acque e innalzarono l’Arca.
45 La notte sarà tolta da lei… L’ha incoronata di gloria e di onore.
44
313
PER LA GLORIOSISSIMA ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA
Riflessioni Devote recitate Martedì 15 Agosto 1769
Il Brano viene definito dall’Autore “riflessioni devote”; è infatti composto soltanto da un proemio ed è sviluppato in due punti. Si evince che esso sia stato proposto ai
fedeli durante la liturgia della santa Messa pomeridiana, infatti rivolgendosi agli
ascoltatori usa l’avverbio “stasera” e, per la riflessione, utilizza il passo
dell’Ecclesiastico, cap. 24, riportato dalla liturgia odierna.
Come al solito, don Marcucci cerca di attirare l’attenzione degli ascoltatori con
qualcosa che è vicino alla loro esperienza, prima di elevarli alla contemplazione dei
grandi misteri. Egli nota che, qualora in “un fatto si accoppiano la novità, la magnificenza e la specialità dell’amore, è tanta la maraviglia e la tenerezza” che procura
che non è possibile sostenerle senza l’aiuto divino.
Questo ci fa comprendere quanto maggiore sia stato il miracolo dell’onnipotenza
divina che sperimentarono gli apostoli e tutti i discepoli di Maria SS.ma, nel vederla improvvisamente rapita in cielo con grande gloria. Don Marcucci chiede alla
SS.ma Vergine di ravvivare “stasera” nei presenti la fede e l’amore filiale verso di Lei
e di donare loro tanta forza, affinché come gli Apostoli la seguirono in tal giorno con
gli sguardi fino all’empireo, loro possano seguirla con alcune pie riflessioni fino alla
sua glorificazione, alla destra del Figlio.
Don Marcucci immagina con vive raffigurazioni la visita della Vergine ad ogni
coro dei beati e le loro suppliche a rimanere tra essi.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 189-192.
Qualora in un fatto si accoppiano la novità, la magnificenza e la specialità
dell’amore, è tanta la maraviglia e la tenerezza che ne risulta, che se una forza
sovrumana non vi concorra, non è possibile che regger vi possa chi vi si trova
presente e ne è a parte.
Attribuisco io perciò a gran miracolo, che un Eliseo regger potesse in vita
nel vedersi improvvisamente rapito verso il cielo il suo maestro Elia, sì teneramente da lui amato e rapito entro un carro di fuoco; e non so, come aver
potesse tanto di forza a gridar tra mille amare lagrime: Pater mi, Pater mi, currus Israel, et Auriga eius46 (4 Reg., 2). Da qui certamente comprender voi
46
Padre mio, padre mio, carro di Israele e sua auriga.
314
potete, o signori, se quanto maggiore fosse il miracolo della onnipotenza
divina, che sperimentarono quest’oggi gli Apostoli e tutti i cari prediletti
Discepoli di Maria SS.ma, nel poter reggere in vedersela improvvisamente
rapita, piena di maestà e di gloria, entro un gran carro trionfale dal ciel
disceso; e rapita con un corteggio di tutte le angeliche gerarchie sino
all’Empireo. Posso io ben ridirvi, che essi rimasti tutti attoniti, immersi in
un mar di tristezza insieme e di giubilo, seguirono la loro cara Divinissima
Madre, Maestra e Regina e con gli sguardi e con i sospiri, credo io, sino alle
beate porte del Paradiso; e ben videro gli ossequi che sin lassù le fecero sopra
la regione dell’aria e la luna e il sole e i pianeti e le stelle e le altre tutte creature, come a gran Madre del lor Creatore. Del rimanente, che gli Apostoli e
i Discepoli a tanti stupori, a tante magnificenze, a tante tenerezze, regger
potessero in vita, non fu opra di valore umano, ma di puro sforzo divino.
E credetemi pure, cari miei Uditori, che se pur noi conservassimo in petto
una fede viva e un cuor veramente filiale e amoroso verso di Maria, non vi
sarebbe modo in quest’oggi di scoglire la lingua al discorso, neppur forse
delle sue lodi (tanto ci troveremmo estatici nella considerazione di sue celesti grandezze); od almeno non potessimo rammemorarle, senza dolci lagrime
di tenerezza. Or ravvivi in noi stasera Maria SS.ma e la fede e l’amore filiale
verso di Lei e ci dia tanto di forza, che se gli Apostoli la seguirono in tal dì
con gli sguardi sino all’Empireo, possiam noi seguirla con alcune pie riflessioni lassù dentro l’Empireo e tenerle dietro gli sguardi sino alla salita sull’altissimo trono, ove fu collocata alla destra del Figlio. Via su, ravviviam la
fede, riaccendiamo l’amore. Incominciamo.
1.
Che in cielo vi siano vari gradi, vari ordini, vari posti di gloria tra i
beati, non può dubitarsene punto, senza dare un’empia negativa a tutte
le divine Scritture. Gli Angeli si trovan con mirabile ordine distinti e
divisi in tante gerarchie e in tanti cori. E qualora nell’Ascensione del
Redentore aperte furono le porte del Paradiso, ivi entrando l’innumerabile stuolo dei Patriarchi, Profeti, Confessori, Vergini,
Martiri e tutti gli altri, che salvi erano del Vecchio Testamento, da
Adamo sino a quel tempo, ebber lassù in quella Patria beata vari gradi
di gloria, vari posti, vari cori, tutti corrispondenti ai meriti, agli uffizi,
ai patimenti sofferti ed alle opere sante, fatte qui in terra sinché l’eccelsa Nostra Signora Maria SS.ma, qualora fu in questo dì portata a pren-
315
der possesso di quel suo beatissimo regno, come Regina, non vi ha dubbio, che non vi trovasse glorificati tanti Patriarchi, Profeti, Martiri,
Confessori, Vergini ed altri senza numero, disposti con ordine maraviglioso in tanti cori e gradi di gloria. Or voglio, che facciam qualche pia
riflessione intorno alla visita, che la gran Vergine fece ad ogni coro dei
beati, nel passare tra di loro; ed introno alle suppliche di ciascun coro
dei beati nel supplicarla a rimanere tra essi.
2.
Per procedere con ordine, pigliam per guida tutto quel passo dello
Ecclesiastico (cap. 24), di cui oggi si serve la Chiesa, dove lo Spirito
Santo fa menzione dell’esaltamento glorioso della Gran Vergine: Quasi
cedrus exaltata sum in Libano47, con quel che segue.
Quasi cedrus: il coro delle Vergini;
Quasi cypressus: il coro dei Confessori;
Quasi palma: il coro dei Martiri;
Quasi plantatio rosae: il coro degli Apostoli;
Quasi oliva: il coro dei Patriarchi;
Quasi platanus: il coro dei Profeti;
Quasi ficus cinnamomum: prima Gerarchia, Angeli, Arcangeli, Virtù;
et balsamum48: la seconda Gerarchia, Potestà, Principati, Dominazioni;
Quasi myrra electa49: la terza Gerarchia, Troni, Cherubini, Serafini.
CAP. VI
SERMONCINI FAMILIARI
RECITATI NEI SABATI
E IN ALTRE FESTE MARIANE
(1756-1769)
47
Sono stata esaltata come cedro nel Libano.
Come cinnamomo e balsamo.
49 Come mirra scelta.
48
316
317
Introduzione al capitolo
In questo capitolo sono raccolti dodici sermoncini per varie festività mariane, compresi tra il 1756 e il 1769. I primi due, riguardano rispettivamente le feste mariane della Presentazione di Maria al Tempio, recitato, il primo, da don Marcucci alle
Religiose Benedettine di S. Egidio di Ascoli (ASC 23) e l’altro, qualche giorno dopo,
alle suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione, in occasione della festa della
Madonna di Loreto (ASC 35).
Un secondo gruppo di otto sermoni, definiti dall’Autore familiari, fa parte della
miscellanea ASC 37 e tratta di Maria e Giuseppe alla luce del mistero natalizio: del
loro rapporto di parentela, del loro sposalizio, della nascita di Gesù, del privilegio
della maternità divina di Maria, della sua verginità perpetua, della visita dei Magi
alla santa famiglia, della loro fuga in Egitto a motivo della strage degli innocenti.
Le composizioni di questo gruppo sono elaborate in modo ampio e curato; di un sermoncino è indicato solo il titolo.
Gli ultimi due sermoni trattano della premura che ha Maria SS.ma nel soccorrerci e proteggerci senza che neppure glielo chiediamo; sono conservati entrambi nella
miscellanea ASC 23. L’ultimo sermone è stato recitato nella chiesa parrocchiale di
Santa Maria Inter Vineas.
318
319
SERMONE FAMILIARE
SOPRA LA PRESENTAZIONE DI NOSTRA SIGNORA
Il Sermone fu recitato da Don Marcucci “in sedia alle piissime Religiose
Benedettine di S. Egidio” di Ascoli, il 22 novembre 1756. L’Autore aveva uno stretto rapporto con il monastero anche perché la zia paterna, donna Cecilia, era lì vissuta dal 1696 fino alla morte, avvenuta l’8 settembre 1731.
Benché Don Marcucci abbozzi il Sermone “in otto ore consecutive, tra giorno e notte
a gloria di Maria SS.ma” 1, esso è sviluppato in modo ampio ed articolato in ben 17
punti, oltre il proemio.
Viene anzitutto ricordato che Maria, fin dal primo istante della sua vità, “avanzò tutti gli angeli e serafini nell’amore e nell’offerta a Dio di tutta se stessa”; si mantenne poi “immutabile fino alla morte” in questo amore, tanto che nessuno potrà mai
superarla. Per questo è modello esemplare di tutte le virtù cristiane.
Nella presentazione al Tempio, Maria ci ricorda quattro virtù. Anzitutto l’umiltà; Ella, infatti, non aveva bisogno di ritirarsi al Tempio per essere educata.
La seconda virtù che Maria vuole insegnarci è la “cautela”, cioè la cura ad usare tutti
i mezzi possibili per orientare bene la vita fin dall’infanzia. Qui don Marcucci sottolinea
Bartolomeo Vitelli, Presentazione di Maria al tempio, affresco, 1751,
Ascoli Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano
terra, oggi utilizzato come sala di ricevimento.
1
Cf. MARIA PAOLA GIOBBI in Il Palazzo Marcucci, cit. pp. 77-78.
320
la sua convinzione che in tenera età si educa meglio. Chi ha comunque superato questa fase
può supplire con la semplicità cristiana, il fervore, il coraggio, la rinnovazione di spirito.
La terza virtù che Maria vuole insegnarci nella festa della sua presentazione al
Tempio è la viva confidenza in Dio e il coraggio. Nel viaggio di sette miglia che Ella
fece per giungere al Tempio, camminò in parte da sola e in parte fu portata in braccio
dai suoi genitori, san Gioacchino e sant’Anna. Questo ci ricorda che nelle difficoltà del
cammino, anche noi siamo portati in braccio da Dio Padre e da Maria stessa.
La quarta virtù che Maria vuole insegnarci nella festa della sua presentazione al
Tempio è l’offerta totale di sé a Dio. Don Marcucci suggerisce alle monache di rinnovare il tal giorno la loro totale consacrazione a Dio, come le Religiose dell’Immacolata
Concezione fanno nella mattina della festa della Concezione Immacolata.
Conclude con una fervente preghiera alla Vergine Santa per chiederle il dono
della fedeltà generosa e totale a Dio.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 227-247 (17-36).
Argomento
La Presentazione di Maria, da noi ben considerata,
è molto efficace per farvi ripigliare il Divino Servizio con tutto fervore,
per farci in somma rinnovar nello spirito
In un giorno così lieto, così tenero e così caro della Presentazione al Tempio della
Divina Fanciulla e Nostra prediletta Signora, che mai potrà dirvi mia rozza
Lingua, mie stimatissime Madri, che ridondar possa a maggior gloria della Gran
Vergine ed a maggior vostro vantaggio? Già il Cattolico Mondo tutto, oggi è in
festa per onorare Maria; già è in attenzione per apprender da sì Divina Maestra
il modo nobile e singolare di presentare a Dio delle grate offerte. E voi medesime, che con tanto buon’animo qui vi siete raccolte per sentirmi favellare di sì
tenero mistero, siete anche cagione di farmi restar’estatico di gioia e di maraviglia. Cosicché io, fatto quasi fuori di me per la tenerezza che provo per ogni verso,
non saprei a che applicarmi, o al restarmene in silenzio tutto raccolto a contemplar il tenero e caro ricorrente Mistero della Presentazione; oppure a tentare di
ridirvene, tuttoché rozzamente, qualche cosa per più accenderci nel dolce Amor
di Maria e per più spronarci alla imitazion di Maria. Ma via, che già v’intendo,
le mie buone figliuole, qua mi avete bramato non per tacer ma per favellarvi; non
per contemplar meco stesso, ma per ridirvi della Divina Fanciulla le virtù e le
glorie. Mi assista pur essa per sua Bontà, come assistette in questo Giorno al
321
Santo Patriarca Germano di Costantinopoli; qualor di lei raggionava; essa m’ispiri quel che io dir debba di questo suo Mistero, come lo suggerì a Santa Isabella
vostra Benedettina; che io di buona voglia vi ubbidirò. Eccovi pertanto il mio
Assunto: La Presentazione di Maria, da noi ben considerata è molto efficace per farvi
ripigliare il Divino Servizio con tutto fervore, per farci in somma rinnovar nello Spirito.
Favoritemi di amorevole attenzione e lo vedrete.
1.
Tutta l’adorabile Vita di Maria SS.ma, se noi ben la consideriamo, non
fu altro che uno Specchio tersissimo senza menomo appannamento,
senza menoma ombra di difetto e di macchia; come di Lei disse il suo
Divino Sposo Speculum sine macula. Tutto il viver suo SS.mo fu un continuo esemplare ottimo e nobilissimo della più eroica Perfezione,
Perfectionis exemplar. Tutto il suo Divino operare e conversare, ogni pensiero, ogni respiro, ogni sospiro, ogni occhiata, ogni parola, ogni passo,
ogni minimo gesto di Nostra Signora fu al certo tutto ripieno di virtù
eroiche, di Grazia copiosissima; come ben osservò il suo diletto
Bernardino da Siena, Tota eius conversatio et vita omni refulgebat gratia et
virtute. Gli Angeli stessi, sì, gli Angeli del Cielo che a folte schiere tutti
umuli ed ossequiosi la corteggiavano, rimanevano attoniti ed estatici in
contemplarla; e confessavano non esservi neppure in cielo tra’ più alti
serafini chi uguagliar mai la potesse in menoma cosa.
2.
Osservate di grazia, mie care Madri. Sin dal primo momento in cui la
gran Vergine fu da Dio creata, sin dal primo Istante della sua
Concezione Immacolata, fu essa riempita di Grazia, ebbe infuse tutte le
virtù ed ebbe infuso l’uso perfettissimo di ragione; talché sin da quel
primo beato momento, in cui fu concetta, conobbe essa pefettamente il
suo Dio e con uno slancio di sommo perfettissimo Amore subito allora
tutta, tutta a Lui si consacrò e si offrì con tutto il cuore; come a mille
prove insegna l’esimio Suarez, il dolcissimo San Francesco di Sales e tanti
altri innumerabili dotti e pii Scrittori. Or chi l’avrebbe mai pensato,
che quel primo atto di Santo amore e di Santa unione con Dio, che la
Nostra Immacolata Signora fece in quel solo primo Istante in cui fu
concetta, fosse stato tanto alto di grado e tanto perfetto? Eppure udite
che dicono il poc’anzi citato Suarez ed il Santo di Sales, superò la Vergine
allora con quel solo suo primo Atto di Amore, superò, dissi, di gran
322
lunga tutto l’Amore di tutti gli Angeli insieme e di tutti i Serafini del
cielo: talché sin da allora dall’Immacolato suo concepimento divenne
nell’Amore e nell’Unione Divina la gran Maestra ed il perfetto
esemp1are di tutti gli Spiriti Celesti.
Ma ciò fu poco. Ecco il singolarissimo Privilegio di Nostra Signora sopra
tutte le pure Creature; cioè ch’essa non solo in quel beato Istante avanzò
tutti gli Angeli e Serafini nell’Amore e nell’offerta a Dio di tutta se stessa; ma di più, fu poi sempre immutabile e perseverantissima fino alla
morte; con l’andar da momento in momento vieppiù accrescendo, raddoppiando e moltiplicando l’ineffabile altissima sua Santità: tanto vero che
giunse tanto alto, che quanti mai beati sono in cielo, quanti mai Dottori
furono e sono in Terra, non possono e non potranno giunger mai a comprender l’altezza inaccessibile della sua Perfezione. Quel Dio solo, che in
privileggiarla ed arricchirla impiegò tutta la sua Onnipotenza, Sapienza ed
Amore; Dio solo, dico, può giungere a penetrare gli alti inaccessibili meriti, virtù e perfezioni di Maria; come tutti i Padri e Teologi unitamente con
il serafino da Siena confessano. Tanta est perfectio Virginis, ut soli Deo cognoscenda reservatur. Tanto è certo, che tutta l’adorabile vita della gran Madre
di Dio è una nobilissima Scuola di tutte le Virtù ed è il perfetto esemplare e modello della Cristiana perfezione; da cui possiamo e dobbiamo noi
ritrarne ogni fervore, ogni rinnovazione di Spirito, ogni virtù.
3.
E qui, già vi leggo in fronte, dilettissime Madri, il vivo desiderio di
risaper’ora da me se che di profitto e d’imitazione ricopiar noi possiamo
e ritrarre dal ricorrente Mistero della sua Presentazione al Tempio. O Dio,
da un così profondo ed insieme caro e tenero mistero di Maria, qual’è
anzi quel Bene, quel fervore, quel profitto che noi non ne possiamo
ritrarre? E chi vi ha tra voi, mie carissime figliuole, che non riconosce
Maria SS.ma divenuta nostra gran Maestra di molte virtù eccellenti in
questa sua dolce e tenera festa?
4.
Io non vi dico, che andiate rintracciando con la vostra mente tutto
quanto essa operò e fece in tal congiuntura; perché ciò neppure alle
Angeliche menti sarebbe permesso. Vi prego soltanto a considerarne
con me quattro sole cose; tutte tenere, tutte amabili e care. La prima, che
ella volle presentarsi e ritirarsi al Tempio di Gerusalemme in educazio-
323
ne, senza che punto avesse bisogno di tal Ritirata. La seconda, che andò
a presentarsi al Tempio nella sua più tenera età, essendo Fanciulla di tre
soli anni; come ci attestano quasi tutti i Santi Padri. La terza, che nel far
quel viaggio da Nazareth a Gerusalemme, di circa sette miglia, fu essa
un poco portata in braccio dai Santi suoi Genitori e un poco lo camminò ella stessa con i suoi adorabili Piedini. La quarta che essa si offrì
tutta, tutta a Dio senz’alcuna riserva di se medesima. O Dio, mie buone
Madri, queste sole quattro cose nella Presentazion di Maria, ci ammaestrano tanto che non più e son sufficienti ad infervorarci talmente con
la loro cara dolcezza; che io vi confesso, che tuttoché così duro peccatore, pure a tal pensiero mi sento liquefare il cuore per tenerezza.
5.
6.
324
Di fatto, se vogliamo un tantino posarci sulla prima cosa; come possibile di grazia di non ricoprirci di confusione per tanta nostra superbia,
come non umiliarci di cuore, come non infervorarci, se vediamo l’eccelsa nostra Signora presentarsi e ritirarsi al Tempio di Gerusalemme in
educazione, senza che avesse punto bisogno di tal Ritirata? Si era ben
essa, come dicemmo, sin dal primo momento di sua vita, sin dal primo
Istante immacolato in cui fu concetta erasi, dico, tutta a Dio consecrata, tutta a Dio pienamente donata ed offerta; e tutta con Dio sì strettamente e perpetuamente unita, che non potè mai interrompere o variare
in menomochè questa così forte ed indissolubile Divina Unione.
Quindi non aveva punto bisogno di ritirarsi al Tempio e di rinnovar
allora pubblicamente quest’offerta, giacché la vita sua era già tutta continuamente in Dio trasformata: né poteva essa punto temere, che
restando in Nazareth con i suoi Genitori, così Santi, quali furono San
Giovacchino e Sant’Anna, potesse patir distrazioni; o che gli oggetti
esterni e le creature tutte potessero tantino divertirla mai dalla dolce ed
intima Unione con Dio; giacché sin dal primo momento di sua beata
concezione era stata con singolar privilegio, non solamente riempita di
Grazia e di perfettissimo Amore, ma di più era stata resa impeccabile e
confermata in quella Grazia ed Amore che aveva ricevuto.
Eppure, tuttoché non avesse alcun timore e bisogno, volle presentarsi e
ritirarsi al Tempio per insegnarci, a guisa di buona Madre e Maestra, la
grande cautela, con la quale noi (che siam così variabili e tanto sogget-
ti alle passioni ed alle mutazioni e che non abbiamo un sodo e stabile
fondo di Perfezione) viver dobbiamo: insegnar ci volle in somma con il
suo esempio, che dovevamo viver molto cauti e circospetti, ed usar tutti
i mezzi possibili per stabilir bene la nostra buona Vita e per conservare
e mantener fedelmente i nostri buoni Propositi o voti fatti e le nostre
sante risoluzioni ed offerte. Oh come, Madri mie dilettissime, oh come
al rimirarci in questo tersissimo Specchio del sacro Ritiro e
Presentazion di Maria, ci troviamo difettosi e pien di macchie di presunzione, di superbia, di disattenzione e di pigrizia! Gran cosa! Siam
così tepidi, siam così fragili, siam così volubili e mutabili: ogni passione risentita ci sconvolge, ogni vento di tentazione ci atterra, ogni
oggetto esteriore ci distrae e ci dissipa: eppure ci rifidiam tanto di noi,
che francamente talora ci esponiamo ai pericoli; non ci curiamo di orazione, né di raccoglimento, né di silenzio, né di ritiro. O maledetta
superbia donde mai sei nata in Creature sì misere, come siam noi!
7.
Eppure sappiamo, che un San Bernardo vostro, tuttoché Uomo così dotto,
così circospetto e così Santo; sappiamo, che qualora, uscito dal suo Ritiro,
gli conveniva trattar di vari affari; piangeva poi il povero Santo le intere
giornate, perché mille distrazioni lo perturbavano, penando molto a poter
ripigliare il solito suo Raccoglimento ed interno Ritiro. Sappiamo il
memorabil successo di quella Religiosa di Cistercio detta Beatrice; la quale
tuttoché donna di molta santità e di miracoli, pure per la poca cautela di
se stessa e per la troppa rifidanza di frequentar le grate e trattar giornalmente, alla fine divenuta tutta dissipata e poi accecata, obbrobriosamente
se ne fuggi dal Monastero: e vi volle solo uno strepitoso miracolo di Nostra
Signora per farla ritornare dopo dodici anni di una vita scandalosissima e
per farla dare ad una penitentissima Vita; in cui poi morì, lasciando ottime speranze di sua vera conversione fatta e di sua eterna salvezza.
8.
Ecco pertanto, come la gran Madre di Dio con l’esempio della sua
Presentazione e Ritirata corregge la nostra troppa presunzione, la troppa
nostra rifidanza: ecco come ci istilla al cuore sentimenti di profonda umiltà e diffindenza di noi e ci fa rinnovar con più fervore i buoni propositi di
viver più raccolti in avvenire, più attenti, più cauti, più circospetti. Sia
pur mille volte benedetta la nostra così cara e benigna Madre e Maestra.
325
9.
Ma su, che in altre cose più nobili ed eccellenti ella di ammaestrarci si
degna, con la sua Presentazione, se riflettiamo ch’essa nella età sua più
tenera, fanciulla essendo di soli tre anni, andar volle al Tempio a ritirarsi (ch’è la seconda cosa che a considerar vi proposi). E qui, io già tutte
meste dir vi sento, mie buone Madri e Figliuole e come noi potremo in
ciò imitar Nostra Signora, se ci troviamo chi più, chi meno, fuori dalla
tenera età, ed avanzate negli anni? Forse potremo tornare più fanciulle?
Forse tempo trasandato si riacquista di nuovo? Ma deponete pure la
vostra mestizia. Io non niego, che veramente è molto grande la felicità
di coloro, che si son dedicate a Dio fin dalla loro fanciullezza, come una
Santa Geltrude, una Santa Caterina da Siena, una Santa Teresa. Ma pure
consoliamoci. Anche ora (benché tardi invero), anche in questa nostra
avanzata età, è tempo di ritornar fanciulle. La Santa Semplicità cristiana e religiosa è sufficiente a far tornare fanciulli sino i più decrepiti e
senili di età: il fervore, il coraggio, la rinnovazione di spirito, sono tutti
atti a farci divenire come di anni più teneri.
10. Qando la Sacra Sposa de’ Cantici disse allo Sposo Celeste, Signore il tuo
amabile Nome è appunto come un olio balsamico ed odorifero, che
sparso getta un odore soave, oleum effusum Nomen tuum; e perciò le
Giovanette, le Fanciulle, tirate da tale vostra soavità, vi hanno amato e
seguitato, ideo, Adoloscentulae, dilexerunt te: credete voi, Madri mie, che
essa intendesse di parlare delle Fanciulle di età? No certamente. Parlava
di Anime avanzate negli anni, ma che per il loro nuovo fervore, per il
loro nuovo coraggio, per la loro rinnovazione di spirito, per la loro amorevole mansuetudine e semplicità di cuore, erano tornate ad esser santamente Fanciulle e Giovanette. Quel rifarsi ogni tanto coraggiosamente da capo nella via del Signore; quel viver con mansuetudine, accomodandosi caritatevolmente con tutte, facendosi giovani con le giovani,
gioviale con le allegre, seria con le serie, inferma con le inferme; quell’essere e farsi santamente tutta di tutte, come faceva il prediletto San
Paolo e San Francesco di Sales; quel camminar con santa semplicità,
pigliando ogni cosa in buon verso, scusando, soffrendo, mostrandosi
sempre umile, dolce, pieghevole nelle cose doverose, gioviale, caritatevole: quel forzarsi in somma a ripigliar uno Spirito fervido, dolce, semplice e buono da fanciulle: questo, questo, mie carissime figliuole, egli
326
è il ritornar all’età tenera da Bambina; questo è quello che ci venne
tanto raccomandato dal Redentore Divino con quel suo misterioso dire
Nisi efficiamini, ut parvulus iste; e questo è quello che ci vien proposto da
imitarsi con il suo esempio da Nostra Immacolata Signora con quel suo
dedicarsi al Tempio, fanciulla di soli tre anni. Su dunque, coraggio!
Santo nuovo fervore, santa risoluta rinnovazione di Spirito, santa semplicità di cuore, oggi da noi a tutto sforzo si riprenda: ed eccoci tornati alla tenera età fanciullesca, che tanto piace a Dio, che ruba il cuore
all’Immacolata sua Madre.
11. Sebbene, che sforzo non farà qui il demonio, ed insiem con lui la nostra
abituata pigrizia ed irresolutezza? Ah che io sento le loro obiezioni e difficoltà che sotto varie rappresentanze ci oppongono. Oh, dicono e quanto
durerà? Si è ciò tante volte principiato, e poi? E chi potrà durarla con
tanta attenzione, con tanto rinnovamento di Spirito, con tanta semplicità? Figliuole, vi dirò. Il demonio è disperato ed il padre dei disperati; e
siccome vede per lui non esserci più rimedio e riparo, perciò cerca almeno aver compagnia al suo irremediabile male. Ma sia pur egli disperato in
eterno; che per noi non è, e non sarà così al certo. La nostra pigrizia poi
ed il nostro Amor proprio si misurano sempre con le sole loro proprie
forze. Ridicoli che sono. E noi, faremo a loro dispetto quanto potremo per
rinnovarci e ringiovanirci nello Spirito oggi, ed ogni tanto; ma tutta la
nostra rifidanza non la riporremo mai nelle forze nostre; ma nella certa,
sicura ed infallibile assistenza di Dio e della sua purissima Madre.
12. Richiamate, richiamate di nuovo il pensier vostro, mie care Madri (e
fate pure un cuor grande) alla Scuola che ci apre la Regina del Cielo in
altre molte guise in questa sua amabile Presentazione. Mio caro Dio, io
mi sento strugger di tenerezza al ripensare alla terza cosa che vi proposi. Qualora dalla città di Nazareth partì in questo giorno la Divina
Fanciulla con i suoi Genitori per portarsi in Gerusalemme a presentarsi e ritirarsi in educazione al Sacro Tempio, ov’erano le altre Fanciulle;
in quel viaggio di circa sette miglia, parte fu portata in braccio or da
San Giovacchino, or da Sant’Anna; e parte camminò ella stessa con i
suoi piccioli adorabili Piedi, ma sempre aiutata e tenuta per mano dai
suoi Parenti. Perciocché qualora questi incontravano qualche sentiero o
327
strada scabrosa, subito se la pigliavano dolcemente in braccio: quando poi
si abbattevano in qualche pianura, allora la posavano in terra per farla
camminar qualche poco, per il grande piacer che prendevano in vederla
formare i suoi piccioli Passi con tanta grazia, che gli Angeli tutti del
Cielo rapiva di stupore, giacché a folla eran discesi per contemplarla. Ma
allora, qualor camminava questa Divina Infante, recava tenerezza il vederla alzar con tanta premura le sue picciole Mani per tenersi forte ai suoi
Genitori per timore di non far qualche indoveroso Passo. O Dio, quanti
misteri, quanti amabili insegnamenti si ascondono sotto questo dolce
cammino di Nostra Signora per andare ad offrirsi al Tempio.
13. Nella rinnovazione del nostro Spirito, nel fervoroso cammino per giungere al mistico Tempio della Perfezione, ci anima e ci incoraggia la
Vergine con il rammentarci, che nei passi scabrosi di gagliarde tentazioni non volute, di passioni scatenate, di infermità, di persecuzioni, di
patimenti, siam portati in braccio e dal Sommo nostro Padre celeste e
da Lei nostra amantissima Madre: e lo vediam per esperienza, mentre se
così portati non fossimo spesso, mai faremmo tutt’i più gran mali del
Mondo e saremmo peggiori di Giuda e di tutti i demoni d’Inferno.
Nelle cose poi a noi più facili ed agevoli, volendo Iddio che noi dal
canto nostro in ciò che non è sopra le nostre forze ci aiutiamo a fare i
nostri piccioli passi, egli però non ci lascia affatto, ma continuamente
ci tien per la mano, facendoci camminare con il suo aiuto. Or chi mai
dunque si perderà di coraggio? Basta che noi qualor camminiamo con i
nostri piccioli passi, stiamo sempre con grande avvertenza di tenerci
forti al nostro Divin Padre Iddio ed alla nostra clementissima Madre
Maria. O qui sì, Madri mie, ci vuol confidenza viva e coraggio!
14. E che vi resta pertanto affin di porre le mani all’opra? Resta di imitar l’ultima cosa, che io vi proposi, fatta da Maria SS.ma nella sua Presentazione,
cioè di essersi offerta tutta, tutta a Dio, senza alcuna riserva di se medesima; come ben essa lo rivelò a Santa Isabella o Elisabetta, come altri la dicono, vostra Benedettina. Rinnovò in tal giorno Nostra Signora l’offerta e la
donazione irrevocabile a Dio del suo cuore con tutti i suoi voleri ed affetti;
dell’Anima sua con tutti i suoi Atti e Potenze; di tutto il suo corpo con tutti
i suoi sentimenti ed operazioni: rinnovò i suoi fervidi e stabili Propositi e
328
Promesse: e senza punto riserbarsi nulla, di ben nuovo si donò e consecrò
interamente a Dio con quanto mai essa aveva, ed era: e diede al caro Dio
una intera e totale irrevocabile offerta, tal quale egli da Lei desiderava. Or
animo grande, mie care Sorelle; ecco l’ultimo compimento dell’opera; ecco
che dobbiamo oggi (ed ogni tanto) far noi ad imitazione e con l’aiuto di
Maria. Diamoci in tutto e per tutto al caro Dio, rinnoviamogli le promesse ed i buoni propositi; offriamogli tutto il corpo, doniamogli tutta l’Anima
e per le Mani dell’Immacolata sua Madre, consecriamogli irrevocabilmente
tutto il cuor nostro. Nel principio della Chiesa stilavano quei novelli fervorosi Cristiani di fare ogni anno nel giorno anniversatio ricorrente del loro
Battesimo, stilavano, dissi, di rinnovar l’offerta a Dio che di loro fecero nell’esser battezzati e di far con tutto fervore la rinnovazione del loro Spirito.
Noi tal cosa far la possiamo in quest’oggi. Le pie Religiose dell’Immacolata
Concezione hanno per regola nella mattina della festa della Concezione
Immacolata, dopo le Sante Divozioni, di rinnovar comunemente la loro
Professione, i loro Voti e di far la Rinnovazione dello Spirito, in unione di
quella prima Offerta che di sé fece a Dio Maria SS.ma nel primo Istante del
suo Immacolato Concepimento; recitando la Superiora la formula e ripetendola divotamente le altre; né si termina tal funzione senza lagrime. Le amabili Religiose poi della Visitazione, degne figlie del caro Santo di Sales,
hanno per loro Istituto di fare in comune tale offerta e rinnovazione di spirito in questo Giorno medesimo della Presentazione al Tempio, in unione
di quella offerta che di se stessa rinnovò l’eccelsa Nostra Signora.
15. Su pertanto, a tali e tanti esempi divoti, infervoriamoci anche noi, mie
care Figliuole, ed in unione della graditissima offerta che la Gran
Vergine fece di tutta se stessa a Dio, offeriamoci tutti anche noi. Sì, si,
Gesù mio, in Unione dell’accettabile offerta e donazione della tua
Madre, eccovi tutto il cuore nostro: sì, Gesù mio, eccovi il cuore: Gesù mio,
eccovi l’Anima: Gesù mio, eccovi tutto! Mio caro Dio, io ben so che il Cuor
mio è ripieno di mille lordure, di mille difetti, di mille peccati. Ma e
per questo cesserò forse di offrirvelo e di donarvelo?
16. Ah no, mie amate Figliuole. E non sapete voi, che tutto ciò che si ripone nelle mani di Dio, si converte in bene? Quando Iddio creò Adamo,
prese un poco di terra e di fango. Ma che? Questa terra e questo fango
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nelle mani di Dio si convertì in un Uomo vivo. Eh su dunque, doniamo pure a Dio il nostro cuore com’è. Egli così lo vuole. Penserà egli a
convertirlo in buono e farlo tutto puro, tutto vivo, tutto santo. Dunque
io lo ripeto con più viva fiducia, Gesù mio, eccovi il cuore: Gesù mio, eccovi
l’Anima: Gesù mio, eccovi tutto!
17. Vergine gloriosissima e mia prediletta Immacolata Signora, giacché in
unione della vostra adorabile Presentazione e per le vostre Mani noi facciamo in questo Giorno questa irrevocabile Donazione ed offerta del
nostro Cuore e di tutti noi stessi al vostro Divin Figlio; non possiam
dubitare al certo che gradita al sommo non sia ed accetta. Ed essendo
purtroppo vero, anche per isperienza, che l’amabile vostra Presentazione
è molto efficace per farci ripigliar da capo con maggior fervore il Divino
Servizio e di farci di tutto proposito rinnovar nello Spirito; sia vostra
cura di stenderci sempre la pietosa mano in questo nuovo più risoluto
cammino che a vostra gloria abbiam intrapreso in quest’oggi. Noi dal
nostro canto vi terrem sempre forte sino agli ultimi respiri di nostra
vita; affin così rinnovati di spirito amandovi e servendovi fedelmente in
questo Mondo; possiamo poi ardentemente amarvi, lodarvi e godervi in
Paradiso. Intanto in caparra della vostra certa e sicura assistenza, di cui
non dubiteremo giammai, degnatevi in onor della vostra Presentazione
di darci dal Cielo la vostra Santa Benedizione. Amen.
ESEMPIO
Quel gran Divoto di Maria Domenico Valesio della Compagnia di Gesù, da
un gran tempo si sentiva stimolato, chiamato ed invitato a darsi giù di
proposito all’orazione, alle virtù ed alla perfezione. Non sapeva per altro
vincer la propria pigrizia e tepidezza. Un altro giorno, diceva, bisognerà
farlo; ma intanto se la passava con sole parole; parendogli troppo arduo e
difficile il cammino che far doveva. Di ciò non di meno si accusava bene
spesso avanti una sacra Immagine di Nostra Signora, di cui ne era assai
divoto. Passato così qualche tempo, stabilì un anno di celebrar con più
divozione questa Festa della Presentazione di Maria. Si pose perciò a seriamente considerar l’esempio di Nostra Signora. Chi lo crederebbe! Tanto
bastò, affin di farlo dar giù di proposito alla rinnovazion del suo Spirito ed
alla Perfezione, a cui attese.
330
SERMONE V FAMILIARE
Nel Venerdì dopo la Seconda Domenica dell’Avvento,
in occasione della Festa della Madonna SS.ma di Loreto (10 Dicembre 1756)
Il Sermone è sviluppato in sette punti, preceduto da un proemio dove l’Autore ricorda il mistero dell’annunciazione raccontato dall’evangelista Luca e la misteriosa traslazione della santa casa a Loreto, segno, quest’ultimo, della predilezione di Maria
per la Terra Marchigiana.
Dunque, “l’Amor singolarissimo mostrato a noi dalla Vergine col trasportar qui
tra noi la sua Santa Casa, ci obbliga ad aprirle il nostro cuore per darle ricetto”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 35, pp. 87-92 (31-36)
Argomento
Missus est Angelus Gabriel a Deo in Civitatem Galilae,
cui nomen Nazareth, ad Virginem2 (Luc. 1, 26)
Ave Maria
Chi vi ha tra voi in quest’oggi, mie riverite Madri, che non ammira gli
eccessi del grande Amor di Maria verso di noi? Giunge già il fortunato
tempo, in cui l’Onnipotenza e Volontà Divina vuol porre mano a
quell’Opra ineffabile dell’Incarnazione del Verbo, decretata già ab eterno
nella Mente di Dio. Si spedisce perciò dal Cielo nella Città di Nazareth
l’Angelico Messaggero in casa della gran Vergine Nostra Signora: Missus est
Angelus Gabriel, ecc.; ed ecco che Nostra Signora uniformandosi tutta umile
ai Divini Voleri, accetta la Maternità Divina; e nella sua propria Casa si
adempie l’ineffabil Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio Gesù Signor
nostro. Che ne viene in appresso? Questa Casa natalizia di Maria, così consacrata e dalla sua Presenza e molto più dalla reale presenza del Divin
Figlio Umanato, non essendo dovere che resti in Galilea nella Città di
Nazareth, già caduta sotto dei barbari Saraceni, sotto dei ciechi Infedeli, si
leva di pianta da quella misera Città e da Angeliche Mani si porta per aria
giù dall’Oriente in quassù verso di noi. O Dio, e quale mai sarà quella for-
2
Fu mandato l’angelo Gabriele da Dio in una città della Galilea che aveva nome Nazareth,
ad una Vergine.
331
tunatissima Terra, quel felice Luogo, dove si depositerà un tanto Tesoro?
Ah fortunata Dalmazia, tu sei fatta degna di averlo! Sì, mie buone Madri,
ivi la collocarono gli Angeli la prima volta, di là dalla sponda del nostro
Mare Adriatico. Ma poi, non piacque alla Regina del Cielo ivi fermarsi. Su
su, intona agli Angeli, si porti di nuovo in aria la mia Casa, si passi
l’Adriatico Golfo; e colà in un Campo detto Lauretano, nella Provincia della
Marca, quivi si collochi, quivi si posi, quivi si fermi: mentre quivi ho poste
le mie mire; quivi ho scelto il mio Popolo eletto; quivi sparger voglio in
gran copia i miei favori. E così avvenne. Onde nell’anno 1294 di Nostra
Salute, vale a dire 462 anni sono, nel Pontificato di S. Celestino Quinto,
nel giorno di oggi, per eccesso di amore di Maria SS.ma verso di noi
Marchegiani, fra noi la sua SS.ma Casa fu collocata e si fermò. Né possiam
noi dubitare se sia quella stessa sua Casa ove il Figlio di Dio si fece Uomo
per noi; dopo che tante Pontificie Bolle ce ne assicurano, tanti continui
strepitosi miracoli ce lo confermano e la celeberrima venerazione di tutto il
Cattolico Mondo ce lo contesta. O Amore dunque singolarissimo della gran
Regina del Cielo verso di noi o Amore finissimo e incomparabile! Ah che
ora ben lo comprendo il gran fine che ebbe in ciò la gran Vergine. Uditelo,
e servirà per Assunto del mio presente discorso. L’Amor singolarissimo
mostrato a noi dalla Vergine col trasportar qui tra noi la sua Santa Casa, ci obbliga ad aprirle il nostro cuore per darle ricetto. La cortese vostra attenzione mi
assista; e sarò a dimostrarvelo.
1.
Vantavasi e a gran ragione, il Santo Profeta Davide che la sola sua
Nazione Ebrea ed Israelitica fosse stata da Dio prescelta per la sua gloria tra le Nazioni tutte del Mondo. E a chi mai, diceva il Profeta, ha
Iddio palesate le sue Idee, a chi ha mostrati i suoi voleri, a chi ha usate
tante finezze e della vera fede o di tanti prodigi, se non alla sola ebraica Nazione? Non fecit taliter omni Nationi, et judicia sua non manifestavit eis3 (Psal. 147, 20).
2.
Or con una consimile enfatica esclamazione possiamo anche noi santamente vantarci, mie stimatissime Madri, per rapporto del singolarissi-
3
Così non ha fatto con nessun altro popolo.
332
mo Amor di Maria; noi, dico che abbiamo avuta la sorte di abitar questa Provincia così prediletta della Marca. Ama la Vergine, non vi ha
dubbio, la Cristianità tutta, giacché di tutti i Cristiani Cattolici Ella
fu destinata dallo stesso suo Figlio per amatissima Madre: Ecce Mater
tua: e perciò dei Cristiani tutti essa si gloria di esser Protettrice ed
Ausiliatrice benigna: Auxilium Cristianorum. Risappiamo pur noi da
veridiche storie aver’essa più volte fatte espressioni molto tenere a certi
particolari Regni suoi divoti, a certe sue più ossequiose Provincie del
Cristianesimo. Così noi leggiam aver Ella detto a San Giacomo
Apostolo che avrebbe sempre rimirata con occhio amorevole la sua
dilettissima Spagna. Così troviamo ancora aver’ella scritto ai Messinesi
che sarebbe stata particolar Protettrice di quella città e della Sicilia
tutta. E così di tante altre Cattoliche Provincie potremmo anche farne
il racconto.
3.
4
Ma che ha che fare mai questo amore con le finezze tutte singolari ed
incomparabili, mostrate a noi Marchegiani e a questa nostra prediletta
Provincia? Vuol la Regina del Cielo sbarbicar la sua Divinissima Casa
dal suolo degli Infedeli; le preme molto, le sta molto a cuore: vuol collocarla e depositarla in un Luogo, ov’essa sià più onorata, più encomiata, ed ove spander possa più a larga mano le sue grazie. Le è cara la
Spagna, nol nego, ma non per questa è serbato sì ricco Tesoro: Le è cara
la Sicilia, è vero, ma non è per essa una Casa così sagrosanta. Le son care
tante altre Provincie, tanti altri Regni del Cattolico Mondo; ma vi è un
Luogo, una Provincia più cara di tutte, vi sono Popoli sopra gli altri più
prediletti. E chi mai saranno? Viva Maria SS.ma! Noi, noi Marchegiani,
pur siamo quei fortunati, la nostra sola Marca è quella tra tutte le altre
più cara e prediletta. Qui tra noi essa con sicurezza rifida un sì caro suo
Pegno, tra noi lo deposita, tra noi lo ferma. O finezze singolari
dell’Amor di Maria! Sì, sì Non fecit taliter omni Nationi, possiamo noi
pure con verità ripetere, sicut et nostrae fecit 4.
Come ha fatto anche con il nostro.
333
4.
5.
E qui contentatevi, mie riverite Madri, che io mi fermi alquanto ad
individuar qualche particolarità di questo Amore finissimo della gran
Vergine verso di noi dimostrato con il darci la sua Santa Casa.
Primieramente ci ha voluti dichiarare apertamente al cospetto di
tutto il mondo per suo caro Popolo prediletto. Vide l’evangelista
Giovanni in spirito scender dal cielo, come una vaga Città e posarsi su
questo basso Mondo; e nel mentre che tutto estatico a rimirar se ne
stava un tal prodigiosissimo fatto, udì una gran voce che disse, Ecco il
Tabernacolo di Dio posto fra gli uomini. Essi saranno il Popolo prediletto di Dio e Iddio sarà tutto di tal Popolo eletto: Ecce tabernaculum
Dei cum hominibus... et ipsi Populus eius erunt, et ipse Deus cum eis5 (Apoc.
21, 3), ecc. Or così, ecc. Quel che la Vergine SS.ma disse dei
Cisterciensi: Ii qui sunt de Cistercio, ii sunt filii mei, ecc. Haec requies mea
in saeculum; hic habitabo quoniam elegi eam6 (Psal. 31), ecc. Elegis vos prae
ceteris, ut operis mei, ecc.7.
6.
Or Ella con tutto questo vuol obbligare il nostro Cuore ad amarla sopra
tutte le altre Nazioni; vuol che glielo apriamo per darle ricetto, ecc.
È dovere, è giustizia, ecc. Cognovi, quoniam voluisti me10, ecc. (Psal. 40)
Studeas policite ad amandum, quantum potes, quia multum es amata11, disse
la Vergine a S. Brigida, ecc. Su dunque, come la Sacra Sposa: Surrexi, ut
aperirem dilecto meo…Pessuluta (la stanga dell’uscio) ostii mei aperui dilecto
meo12 (Cant. 5, 5-6).
7.
L’esempio di quel Pellegrino, a cui fu aperto il petto e cavato il cuore,
ecc., raccontato dal Torsellino e dal Rozzi, ecc.
Apostrofe, ecc.
Secondariamente ci ha voluto dichiarare per suo caro Popolo il più beneficato. Non vi è Luogo sopra la Terra, dove la Vergine non dispensa le
Grazie. Ma niuno però ne ha in deposito la Miniera, il Tesoro, l’Erario.
Solamente noi, ecc. Allorché l’Arca del Signore fu levata dai Filistei,
mille castighi tremendi si tiraron sopra gli Azoti e i Betsamiti: ma
posta nella Casa di Abinadab in Gabaa, mille grazie giornalmente, ecc.
(1 Reg. 6 et 7). Così, ecc. Exaltasti super Terram habitationem meam8
(Eccles. 51, 13), ecc. Domum majestatis meae glorificabo9, ecc. Ci ravviva
la Fede e la Speranza, ci riaccende la Carità, ecc. Ci dà un Paradiso.
O dunque Amore finissimo di Maria, ecc.
5
Ecco il Tabernacolo di Dio tra gli uomini… Essi saranno suo popolo e lo stesso Dio sarà
con loro.
6 Coloro che sono del Cistercio sono miei figli… Questo sarà il mio riposo per sempre;
qui abiterò poiché l’ho scelto.
7 Vi scelse tra gli altri affinché foste opera mia.
8 Hai esaltato sulla terra la mia abitazione.
9 Glorificherò l’abitazione della mia maestà.
334
10
Ho conosciuto poiché mi hai voluto.
Cerca di amare per quanto puoi poichè sei stata molto amata.
12 Mi sono alzata per aprire al mio Diletto… ho aperto la stanga dell’uscio al mio Diletto.
11
335
SERMONE VI FAMILIARE
Recitato Sabato 31 Dicembre 1757
Il Sermone è sviluppato in due parti: la prima, comprende un proemio e nove punti;
la seconda due punti.
Don Marcucci mette a confronto il testo di San Luca con quello di San Matteo
riguardo la genealogia di San Giuseppe, sposo di Maria. Secondo San Luca (Lc. 3,
23), San Giuseppe era figlio di Heli, discendente di Natan, mentre per San Matteo
(Mt. 1, 16) San Giuseppe discende da Salomone, figlio di Davide.
Poiché le fonti storiche sono state incendiate nella distruzione di Gerusalemme, da
parte dei Romani e ambedue gli Evangelisti dicono il vero, don Marcucci si propone
di investigare quale sia la “maniera più verosimile” per conciliare le posizioni dei due
Evangelisti.
Dopo aver analizzato il parere di vari illustri padri e dottori della Chiesa, egli
giudica più probabile la spiegagazione che Giulio Africano, vissuto poco dopo gli stessi Evangelisti, dà nella sua Epistola ad Aristide riportata da Eusebio di Cesarea.
Egli afferma che Giacobbe ed Heli erano figli di una medesima madre. Heli, infatti, morì senza successione e sua moglie vedova fu presa dal fratello uterino Giacobbe
da cui nacque San Giuseppe, il quale risulta essere figlio naturale di Giacobbe e figlio
legale di Heli.
Maria SS.ma amò ed onorò moltissimo il suo purissimo sposo e fece sempre il
suo volere. Sono dunque beate le anime che ricorrono alla protezione di san Giuseppe
perché avranno certamente anche quella della sua Sposa.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 53-62.
Argomento
Spiegandosi se di chi fosse Figlio il Patriarca San Giuseppe,
si conchiude dimostrando quanto sia efficace il Patrocinio di
San Giuseppe per ottener le Grazie da Maria Santissima
Ave Maria, ecc.
Se nella Divina Scrittura si incontra bene spesso qualche Passo così misterioso ed alto, che faccia a noi toccar con mano quanto sia grande la nostra
ignoranza e che tutta l’Umana Scienza non è altro che una stoltezza al
cospetto di Dio; il Passo appunto, che in questa sera a considerar ci presenta l’Evangelista Matteo, è un di quei senza fallo. Chiudendo il Santo la sua
336
Genealogia di Gesù Cristo, così dice Jacob autem genuit Joseph Virum Mariae13
(Mat. 1, 16), che è lo stesso, Giacobbe fu Padre di Giuseppe Sposo di Maria.
Ma sento qui chi mi dice e qual mai difficoltà appare in questo Testo? Dicesi
pur ivi a lettere chiare e rotonde da intendersi da ciascuno, che il Patriarca
San Giuseppe fosse Figlio naturale di Giacobbe e che questo Giacobbe fosse il
vero e natural Padre di San Giuseppe.
Tutto bene, rispondo; ma se a questo infallibile Testo di San Matteo corrispondesse pur chiaramente l’altro Testo pur
infallibile dell’Evangelista San Luca,
ove parla di San Giuseppe, direste
voi pur bene. Ma udite che ne dice
San Luca, Joseph, qui fuit Heli (Luc.
3, 23), Giuseppe Sposo di Maria fu
figlio di Heli. Aggiungete di più,
che San Matteo fa discender San
Giuseppe da Salomone figlio di
Davide; e San Luca, tutto all’opposto, lo fa discender da Natan, altro
figlio dello stesso Davide. Come va
dunque? Di chi sarà figlio San
Giuseppe? Di Giacobbe come vuol
San Matteo; oppur di Heli, come
vuole San Luca? Da chi mai
discenderà? Da Salomone, come ci
assicura il primo Evangelista;
ovvero da Natan, come ce ne assicura il secondo? Che Antilogia
Vincenzo Civita, San Giuseppe con il Bambino con- spinosissima è mai questa! Che
cede grazie ai Santi Beatrice De Silva, Chiara,
fracasso mai non fece per questo
Antonio da Padova e Francesco d’Assisi, olio su
tela, 1795, Ascoli Piceno, altare sinistro della con quella bocca d’Inferno l’iniquissimo Fausto (S. Aug., Lib. 2,
Chiesa dell’Immacolata.
13
Giacobbe generò Giuseppe, Sposo di Maria.
337
ca. Faustum.), capo degli empi Manichei? Quali bestemmie non vomitaron
perciò contra l’infallibilità dei Santi Evangelisti gli scellerati Anabattisti
dell’empio manicheismo innovatori (Graves., Tomo 1, De Myst. Christ. pag.
LX)? Ma ereticacci così perversi, che non seppero mai umiliarsi e confessare schiettamente la loro gran cecità ed ignoranza alla vista dei raggi troppo
possenti del Divino Sole del Santo Vangelo; della loro temerità e superbia
ne furono già appieno convinti e svergognati dal sempre grande Agostino e
da altri Padri della Cattolica Chiesa. Noi pertanto, che Grazie al Sommo
Iddio, Cattolici siamo, crediamo pur fermamente, che ambedue gli
Evangelisti, circa il Padre di San Giuseppe e la sua discendenza, dicono l’infallibile e vero; adoriamone pure con profonda umiltà e riverenza i misteri;
e vediamo soltanto, se possa riuscirci in questa sera di conciliare insieme
questi due Testi all’intutto, secondo l’apparenza, discordi; cioè che il
Patriarca San Giuseppe, sia Figlio di Giacobbe e discendente di Salomone, come
S. Matteo ci dice; e nel tempo stesso sia Figlio di Heli, e discendente di
Natan, come c’insegna San Luca. Di qui poi caveremo, quanto efficace sia il
Patrocinio di San Giuseppe per ottener grazie dalla Regina del Cielo.
Attendete di cortesia; ed incomincio.
1.
2.
338
I
Se ai tempi posteriori ai Santi Evangelisti e massimamente ai nostri
tempi, fosse stata a tutti nota la Genealogia degli Antenati di Gesù
Cristo, come Uomo; in quella guisa che era a tutti notissima ai tempi
dei Santi Evangelisti, sì perché erano viventi vari attenenti a quella
Genealogia e sì anche perché nel Tempio si tenevano esposte le Tavole
Genealogiche di tutti i discendenti della Tribù di Giuda e della famiglia di Davide (Grav., Tomo 1, Diss. 4, pag. 59); certamente, Uditori,
né si sarebbero tanto affaticati i Santi Padri, né suderemmo tanto noi,
a capire e conciliare i due Evangelisti circa l’origine del Patriarca San
Giuseppe.
Ma essendo decorsi tanti Secoli ed essendosi disperse ed incendiate
tutte le Tavole Genealogiche nella distruzione di Gerusalemme, fatta
dalle Armi vittoriose Romane, sotto l’impero di Vespasiano e Tito;
non accade più sperarne, se non fosse per rivelazione Divina, di rintracciar il modo certo e giusto per conciliar i due Evangelisti e per poter
dire, Ecco infallantemente quello che intendono e come si accordano. Ci resta
dunque soltanto di andare investigando una maniera più verisimile di
tale conciliazione: giacchè ambedue gli Evangelisti necessariamente
sono infallibili, sì S. Matteo col far San Giuseppe Figlio di Giacobbe e
discendente di Salomone; quanto S. Luca col farlo Figlio di Heli, e
discendente di Natan.
3.
Varie pertanto sono le sentenze dei Santi Padri, molti su di ciò sono i
pareri dei Sacri Scrittori. Primieramente riferisce l’Angelico San
Tommaso (S. Tho., 3 p., qu. 31, art. 3), che vi furon certuni sacri
Interpreti, che sbrigare volendosi da questa difficoltà, dissero francamente, che Giacobbe Padre di San Giuseppe, secondo San Matteo, era la
stessa Persona che Heli, di cui parla San Luca; tantochè il Padre di San
Giuseppe avesse due nomi, uno di Giacobbe, come lo chiama San
Matteo, l’altro di Heli, come San Luca lo nomina. Ma chi non vede che
questa opinione è all’intutto falsa e non sussiste? Perciocché se Giacobbe
ebbe Antenati diversi da quelli di Heli, come consta dal Vangelo: ed in
oltre se Giacobbe discende da Salomone, ed Heli discende da Natan; come
mai possibile, che fossero ambedue nomi di una sola persona? Onde
meritamente lo stesso San Tommaso tal sentenza rigetta. Sicchè siamo
pure all’oscuro.
4.
Tiriamo innanzi. Il dottissimo Ugone Grozio poi la discorre diversamente e dice che così deve intendersi, che Giacobbe, ed Heli fossero
ambedue Padri di San Giuseppe (Grot., cap. 3, Luc.); cioè Giacobbe, ed
Heli fossero fratelli carnali; che Heli fosse vero Padre naturale di San
Giuseppe; e che Giacobbe morendo senza figli, lasciasse tutta la sua eredità al suo Nipote San Giuseppe, il quale, come erede dello zio, si chiamasse pur col nome di figlio suo, cioè ereditario. Onde San Matteo
chiamasse San Giuseppe figlio di Giacobbe, cioè erede di Lui; e San Luca
lo chiamasse figlio di Heli, come vero di Lui natural figlio. Ma sia
detto in buona pace del Grozio, Uomo per altro di acutissimo ingegno,
egli qui volle farla più da Poeta, che da Interprete Sacro. E chi mai gli
aveva detto, che Giacobbe, ed Heli erano Fratelli carnali? Donde mai
veva egli ricavato che Giacobbe morisse senza prole? Poteva pur’egli
riflettere, che San Matteo non l’avrebbe posto allora in conto veruno
339
nella Genealogia di Gesù Cristo; eppur ce lo pone, come Padre vero e
naturale di San Giuseppe: Jacob autem genuit Joseph; nella guisa stessa
che pone Abramo per vero Padre d’Isacco e Davide per vero Padre di
Salomone.
5.
Dal che si deduce ancora in quale abbaglio caddero il Possino, il
Bollando, il De Marca ed il Lamy (Grav., Tomo 1, Diss. 4, pag. 62); i
quali pur dissero che Giacobbe fu solamente Padre legale ed adottivo di
S. Giuseppe, ed Heli poi Padre naturale e vero. Onde sinora neppur si è
toccata la difficoltà; e ci troviam di bel nuovo da capo.
6.
Non mancò poi, per finirla, dotto Autor Franzese anonimo, che seguendo l’autorità dei Menologi Greci, procurò così conciliar tra loro i due
Evangelisti (Grav. loc. cit. pag. 63. Tirin. in Mat. 1, 16; Petr. 2); dicendo doversi intendere in tal guisa, cioè che San Giuseppe fosse vero e naturale Figlio di Giacobbe, come dice San Matteo; ma fosse ancora Genero
di Heli che è lo stesso che San Giovacchino, Padre di Nostra Signora:
onde Heli e Giovacchino sia uno stesso nome; come si prova a maraviglia
dalla frase ebraica. Quindi siccome i Generi si chiamano anche figli dei
loro Suoceri; perciò San Luca disse, che san Giuseppe era figlio di Heli,
cioè Genero di S. Giovacchino Padre di Maria SS.ma. E così ambedue gli
Evangelisti dicono il vero.
7.
Confesso anch’io, che tra tutte le opinioni dette, questa è la più plausibile: e ad essa mi soscriverei anch’io, se non vi trovassi tre grosse difficoltà. La prima, che in tal caso San Luca avrebbe descritta la
Genealogia, non di S. Giuseppe, ma bensì di Maria SS.ma; il che non
pare, che dovesse farlo; mentre era contro lo stile delle Scritture, il tesser l’Albero e Genealogia degli Uomini per mezzo delle donne. L’altra
difficoltà è che allora ne verrebbe, che Maria SS.ma e Gesù Cristo, non
sarebber discesi da Davide per la linea di Salomone; come dovea discendere per attestato comune dei SS. Padri; ma bensì per la Linea di
Natan, altro figlio di Davide e che non è da ammettersi. La terza che
allora San Giuseppe e Nostra Signora, non sarebbero stati della stessa
famiglia, ma solamente della stessa Tribù: il che è contro la tradizione
dei Padri tutti.
340
8.
Sicchè, odo chi mi ripete, giacchè tutte queste opinioni non corrono,
cavate un poco fuori la vostra? Rispondo, che io non sono da tanto a
poter generare opinione in un affare sì alto, che ha fatto sudare Uomini
i più dotti ed eruditi. Vi posso addurre solamente la sentenza di un
antichissimo Padre, che visse poco dopo gli stessi Evangelisti, cioè dell’incomparabile Giulio Africano. Questo Padre antichissimo, dico, nella
sua Epistola che scrive ad Aristide e che vien riportata da Eusebio
Cesariense nel libro 1 della sua Storia Ecclesiastica al capo 7; dice appunto così, cioè che Giacobbe, di cui parla San Matteo, fu vero e natural Padre
di San Giuseppe; Heli poi, di cui favella San Luca, fu Padre legale solamente. Imperciocchè essendo Giacobbe, ed Heli tra loro fratelli uterini,
cioè figli di una medesima Madre, Heli morì senza successione e la sua
moglie Vedova fu presa dal suo fratello uterino Giacobbe (a tenor dell’antica Legge, Deut. cap. 25), e ebbe San Giuseppe. Or voleva l’antica legge,
come può vedersi nel libro del Deuteronomio (Deut. 25), che quando
un fratello prendeva per Moglie la Vedova dell’altro fratello defunto,
allora i figli che ne aveva si chiamassero legalmente figli del defunto,
tuttoché naturalmente fossero propri. Pertanto San Matteo dicendo che
Giacobbe discendente da Salomone fu Padre di San Giuseppe, parla del
Padre naturale e vero. San Luca poi scrivendo che Heli discendente da
Natan fu Padre di San Giuseppe, favella del Padre legale, cioè che il Santo
Patriarca nacque dalla Vedova di Heli, maritata con Giacobbe. Ed ecco,
come ambedue i santi Evangelisti dicono la verità; né in veruna maniera uno all’altro si oppone.
9.
Rendiamo a Dio mille grazie, che siam giunti al porto bramato con
questa sì giusta sentenza dell’antichissimo Giulio Africano; il quale
avendo trattato con vari discepoli degli Apostoli e degli Evangelisti,
confessa ed attesta averla da loro appresa ed imparata: Cognati enim
Servatoris nostri, ecco le sue parole, haec nobis tradiderunt14. Io ben so,
quanto il Possìno con altri si aiuti per gittare a terra questa sì giusta sentenza, affine di stabilire la propria. Ma o voglia egli, o no, questa sentenza di Giulio Africano, come ottima e giusta, fu sempre riconosciuta
14
I parenti, infatti, del nostra Salvatore ci hanno tramandato queste cose.
341
ed abbracciata, non solo da Eusebio Cesariense e dagli altri Padri Greci
(Grav., Tomo 1, pag. 60, 63; Tirin. In Mat. 1, 16; Petr. 2); ma ancor da’
Latini, come da San Girolamo, da S. Ambrogio, da Sant’Agostino e da
altri. Onde resta fuor da ogni dubbio, che da me e da ogni altro ancora
debba costantemente abbracciarsi.
II
10. Or questo SS.mo Patriarca Giuseppe, adunque, natural figlio di Giacobbe
e figlio legale di Heli, fu quello, come voi sapete, che tra tutti gli antichi Patriarchi ebbe la bella sorte di essere purissimo Sposo della gran
Madre di Dio Maria sempre Vergine Nostra Signora: Joseph Virum
Mariae (Mat. 1, 16). Ed essendo così, chi può qui ridire di quanto valore sia il suo Patrocinio e la sua Intercessione appresso la sua illibatissima Sposa? Certo è, che San Giuseppe nonostante che in merito e in
dignità fosse assai meno della gran Vergine; nulladimeno la Vergine lo
riguardò sempre con molta umiliazione come suo Superiore e Capo:
onde al dire del divotissimo Gersone, anche nel chiamarlo, lo intitolava come suo Signore, Maria vocabat Joseph Dominum suum15. Che se tanto
l’onorò e l’amò in Terra, vorrem poi dire, che anche in Cielo non lo
ricolmi di onore? Eh che è duopo pur confessare, che se Iddio dispensa
le Grazie tutte per le Mani della sua SS.ma Madre; questa le dispensi
per le mani del suo purissimo Sposo. Basta, che Giuseppe voglia; che
tutto gli accorda e gli concede la Regina del Cielo. O felici pure quelle
Anime, le quali godono la protezione del Santo Patriarca Giuseppe:
beate quelle che ne sono divote e che a Lui con gran fiducia e costanza
ricorrono in tutti i loro bisogni, ecc.
SERMONE VII FAMILIARE
Recitato Sabato 7 Gennaio 1758
Il Sermone è sviluppato in due parti: nella prima, comprendente venti punti, don
Marcucci si propone di spiegare la genealogia di Maria SS.ma; nella seconda, sviluppata in quattro punti, l’Autore spiega il grado di parentela che Maria ha con noi.
Don Marcucci vuole anzitutto dimostare, attraverso un elaborato percorso argomentativo, fondato sulle affermazioni dei Padri della Chiesa, quale fosse il grado di
parentela che univano Maria e Giuseppe. Secondo la legge ebraica, infatti, si potevavo sposare soltanto coloro che erano della stessa stirpe e della medesima Tribù.
Riguardo alla parentela che Maria ha con noi, don Marcucci fa sua l’affermazione di Giovanni Gersone il quale crede che “la Vergine è a noi parente in ogni
genere di parentela”. Ella è nostra sorella, benché senza colpa, come discendente da
Adamo e,in quanto Madre di Gesù, è nostra nostra amantissima Madre spirituale. Ci rimane, dunque, il dovere di amare e di onorare questa Madre stupenda ed
amorosissima.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 63-77.
Argomento
Descrivendosi la nobile Parentela di Maria SS.ma,
si conchiude esser essa nostra Parente in primo grado
di adozione spirituale, cioè nostra amantissima Madre
1.
Che Maria SS.ma, nostra Immacolata Signora, fosse della Discendenza di
Abramo, della Tribù di Giuda, e della famiglia e stirpe reale di Davide,
non vi può esser dubbiezza; sì perché il cattolico dogma così c’insegna
con la comune dei Padri; e sì ancora perchè benespesso, nelle solennità
della Vergine, la stessa Chiesa è premurosa di ricordarcelo; dicendo
Gloriosae Virginis Mariae, ex semine Abrahae, ortae de Tribu Juda, clara ex
stirpe David 16 (Antiphon ad Laud. in Fest. Imm. Conc., et Nat. B.M.V.).
Or l’Evangelista San Matteo, in due modi principalmente ci presenta
questa gran verità. Primieramente quella Genealogia, che da Abramo,
16
Della gloriosa Vergine Maria della discendenza di Abramo, nata dalla Tribù di Giuda,
dalla illustre stirpe di Davide.
11. Qui il fatto di S. Teresa, che chiedendo una grazia alla Regina del Cielo;
questa la mandò da S. Giuseppe, ecc.
15
Maria chiamava Giuseppe suo signore.
342
343
Giuda, Davide, Salomone ed altri, tira sino al Patriarca San Giuseppe,
egli la chiama Genealogia di Gesù Cristo, Liber Generationis Jesu
Christi17 (Mat. 1, 1). Certamente, come c’insegna la Fede, Gesù Cristo
non fu figlio naturale di San Giuseppe, né per opera sua fu concepito;
ma per sola virtù dello Spirito Santo fu concepito e nacque da Maria
sempre Vergine, senz’alcuna umana cooperazione. Sinchè essendo di
Fede, che Gesù Cristo nacque dalla discendenza di Abramo, dalla Tribù
di Giuda e dalla Reale Stirpe di Davide (Hebr. 7): ed essendo anche di
Fede, che non poteva appartenere ad Abramo, né a Giuda, né a Davide,
per via di San Giuseppe, di cui non era vero e naturale Figlio. Resta,
come ottimamente conchiude il grande Agostino contra l’empio Fausto
eresiarca Manicheo (Lib. 23, cap. 9), resta, dico, che egli il Redentore
Divino appartenesse, come Uomo, a quella Genealogia, in quanto fu
vero e natural figlio di Maria Vergine: la quale perciò, chi non vede, che
necessariamente esser doveva della discendenza di Abramo, della Tribù
di Giuda e della famiglia e stirpe di Davide (Grav., Tomo 1, De Myst.
pagg. 48-50): come ancor chiaramente la chiama San Luca De domo et
Familia David 18 (Luc. 1, 27; 2, 4).
L’altro modo poi, con cui San Matteo una tal verità ci presenta, è qualora dice, esser stata nostra Signora data in purissima Sposa a San
Giuseppe: Cum esset desponsata… Maria Joseph19 (Mat. 1, 18).
Perciocché, com’io in altra occasione accennai (Ser. III, n. 11), nel capo
36 ed ultimo del Libro dei Numeri, aveva Iddio espressamente comandato, che niuno accasar si potesse se non con Persona della stessa sua
Tribù e Famiglia: Omnes viri ducent uxores de Tribu et cognatione sua20.
E da questa Legge ne era eccettuata la sola Tribù Sacerdotale di Levi, i
cui discendenti accasar si potevano con chiunque di altre Tribù fosse
loro piaciuto: e così veniva pure eccettuata qualunque Zitella, purchè
non fosse stata ereditaria di tutta la roba di sua casa (Grav. loc. cit.,
pagg. 50-51); attesochè allora non poteva maritarsi se non con Persone
17
Libro della genealogia di Gesù Cristo.
Della Casa e della famiglia di Davide.
19 Essendo stata Maria promessa sposa a Giuseppe.
20 Tutti gli uomini prenderanno moglie dalla propria Tribù e parentela.
18
344
della stessa sua Tribù e Agnazione: appunto, come fu Maria SS.ma, che
fu l’unica Figlia ed ereditiera tuttoché di poche sostanze, di San
Giovacchino suo Genitore. Cosicché, essendo certo per Fede, che San
Giuseppe discese da Abramo, da Giuda e da Davide (Mat.1; Luc. 3, 24,
ecc.); ed essendo egli obbligato ad osservar la Legge; non poteva sposarsi con Maria SS.ma, né questa con Lui; se ambedue stati non fossero della stirpe e famiglia stessa e della medesima Tribù e Discendenza
(Grav. loc. cit., pag. 48).
Bisogna pur confessare pertanto che la gran Vergine ed il Patriarca San
Giuseppe fosser tra loro Parenti ed Agnati in grado molto prossimo e
stretto; come dicono i Santi Padri.
Ma, direte voi, in qual grado? O qui sta il punto. Il Santo Vangelo non
ne parla. I Sacri Interpreti e Scrittori son di vario parere; tra la varietà
dei quali non sapreste a quale positivamente appigliarvi. Or via vi dirò
su di ciò il debol mio sentimento: e da questo familiare ragionamento
sopra la nobilissima Reale Parentela di Nostra Signora, vedremo se in
qual modo e in qual grado ci sia essa Parente e possiam noi per tale sempreppiù riconoscerla.
2.
I
Ponendosi l’eruditissimo Ugone Grozio (in cap. 3, Luc.) a considerar la
Parentela che vi era tra Nostra Immacolata Signora ed il Patriarca San
Giuseppe, prima del Divino loro Sposalizio; è di sentimento, che San
Giuseppe fosse fratruele o Fratello Cugino del Bisnonno di Maria
SS.ma, che si chiamò Barpantere mentre suppone che il Padre di questo Barpantere e di San Giuseppe fossero Fratelli carnali. Onde così fa
discender la Vergine; cioè Barpantere di Lei Bisnonno fu Padre di
Pantere; Pantere di Lei Nonno fu Padre di San Giovacchino; e questo fu
Padre di Nostra Signora. Che perciò conchiude il sopraccitato Grozio,
la Vergine era Pronipote del Cugino di San Giuseppe. Affin poi il
Grozio di mostrare che ciò non è capricciosa sua invenzione, cita in
suo favore San Giovanni Damasceno (lib. 4, De fid. Orehod, cap. 15); il
quale dice chiaramente che il Padre di San Giovacchino si chiamò
Pantere, ed il Nonno si nominò Barpantere: i quali due vengono pigliati da altri Autori per Matath, e per Heli, nominati da San Luca
(Bolland. Possin.)
345
3.
4.
5.
Ma sia detto in buona pace del Grozio ingegnosissimo, non possono mai
ammettersi queste sue inezie nella spiegazione del Sacrosanto Vangelo
(Grav., Tomo 1, De Myst., pag. 61) Primieramente se San Giuseppe fosse
stato cugino del Bisnonno della Vergine aver doveva per lo meno cento
e più anni, qualora contrasse il purissimo Sposalizio con Lei Giovinetta
di circa quindici anni: il che, non avendo punto di piede, non può fingersi al certo. Inoltre facendo egli Barpantere, e Pantere discendenti da
Nathan, ne verrebbe che la Vergine per parte del Padre non sarebbe
discesa da Salomone, come il suo Sposo Giuseppe e non sarebbe stata
della stessa sua Famiglia. È vero che San Giovanni Damasceno nomina
Pantere, e Barpantere, come Padre e Nonno di San Giovacchino e come
discendenti da Nathan: ma non dice mai che Barpantere fosse Cugino di
San Giuseppe; come finge il Grozio. Cosicché è duopo far passaggio a
considerar gli altrui sentimenti.
Con assai maggior fondamento è quello, che noi troviam registrato nei
Menologi Greci agli 8 di Settembre, sopra la Parentela di Maria SS.ma
con il suo purissimo Sposo. Leggesi ivi, che la Vergine, per riguardo della
Madre, fosse Sorella cugina di San Giuseppe; tanto che Giacobbe Padre di
San Giuseppe e Sant’Anna Madre di Nostra Signora, fossero fratello e
sorella carnale, ambedue Figli di Mathan, di cui parla San Matteo.
Questa opinione dei Menologi Greci, fu ancor seguitata dal Galatino,
dal Gaetano, dal Lirano e da altri moltissimi; e particolarmente da
Cristoforo de Castro (Tirin. In Chr. Tab. IV).
Formano dunque essi l’Albero così. Mathan della Tribù di Giuda, e discendente da Davide per la linea di Salomone, ebbe per Consorte una certa
Maria della stessa Tribù di Giuda; e ne ebbe quattro Figli, cioè tre
Femmine e un Maschio, e con tal’ordine, cioè Maria, Sobe, Giacobbe ed Anna.
6.
Da Sant’Anna che fu maritata con San Giovacchino pur della stirpe
Davidica, ma per linea di Nathan, nacque Maria Vergine Nostra Signora.
7.
Giacobbe poi fratello carnale di Sant’Anna, ebbe due Maschi, cioè Cleofa
o sia Alfeo e San Giuseppe Sposo della gran Vergine, la quale perciò, come
fu detto, veniva ad essere sua Cugina.
346
8.
Da Sobe, Sorella di Sant’Anna e di Giacobbe e Zia della Vergine, nacque
Santa Elisabetta, che fu maritata con San Zaccaria della Tribù Sacerdotale
di Levi e fu Madre di San Giovanni Battista. Onde Santa Elisabetta veniva ad essere pure Cugina di Maria SS.ma e di San Giuseppe.
9.
Dalla prima Sorella poi di Sant’Anna e di Giacobbe, nominata Maria di
Mathan, come fu detto sopra, e maritata con lo stesso suo Nipote Carnale,
cioè con Cleofa o sia Alfeo, fratello di San Giuseppe, nacquero sei figli,
vale a dire due femmine, cioè Salome e un’altra Maria, e quattro Maschi,
cioè San Giacomo Minore, un altro Giuseppe nominato nel Vangelo, San
Giuda Taddeo e San Simeone di Nazareth, successore di San Giacomo
Minore, suo Fratello, nel Vescovado di Gerosolima (Mat. 27, 56; Marc.
15, 40; Marc. 6, 3). Onde i due Apostoli San Giacomo Minore e San Giuda
Taddeo, venivano pure ad esser cugini di Nostra Signora e del suo purissimo Sposo; e nel tempo stesso Nipoti: poiché se la loro Madre era zia carnale della Vergine e di San Giuseppe; il loro Padre Cleofa però era fratello carnale di San Giuseppe e cugino di Nostra Signora.
10. Finalmente da Salome qui sopradetta, prima figlia di Cleofa e maritata con
Zebedeo, nacquero gli altri due Apostoli San Giacomo Maggiore e San
Giovanni Evangelista il prediletto: i quali venivano ed esser Nipoti terzi della
Vergine e di San Giuseppe; a motivo che la loro Madre Salome era figlia di
Cleofa o sia Alfeo, Cugino della Vergine e carnale di San Giuseppe.
11. E questo è l’Albero di tutta la Sacra Famiglia di Gesù Cristo, che da
Santi Padri Greci e Latini ha raccolto e compilato con somma diligenza e studio l’incomparabile Cristoforo de Castro nel suo bel Libro
dell’Istoria della Vergine (cap. 1).
12. So bene, che varie cose si potrebbero opporre intorno a tal’Albero; e la
principale si è, che nel capo 1 di San Luca apertamente si dice, che Santa
Elisabetta fu della Tribù di Levi, o che vale lo stesso, fu discendente da
Aronne: De filiabus Aaron Elisabeth21 (Luc. 1, 5). Laddove se essa fosse stata
figlia di Sobe Sorella di Giacobbe Padre di San Giuseppe, come vogliono
21
Elisabetta delle figlie di Aronne.
347
quegli Autori sopraccitati, sarebbe stata, almeno per parte di Madre, della
Tribù Reale di Giuda. Or questa obiezione peraltro è di poco momento,
poiché appunto San Luca parla del Padre di Santa Elisabetta, che fu della
Tribù Sacerdotale di Levi e di Aaron, come lo fu il suo Marito San Zaccaria.
Quindi Santa Elisabetta, come nota San Tommaso (in 3 p. , q. 31, ar. 2, ad.
2) per parte del Padre (di cui sinora non si sa precisamente il nome), fu
della Sacerdotale Tribù di Levi; per parte poi della Madre, fu della Tribù
Reale di Giuda. E ciò, non senza disposizione misteriosa del Cielo, come
osserva San Gregorio Nazianzeno (in Carmin. De Geneal. Christ): perciocché era ben dovere che Gesù Signor nostro, come Sommo Re e Sommo
Sacerdote, nascesse, come Uomo, da Stirpe nobilissima Regia, illustrata
ancora dalla stretta Parentela con l’altra nobilissima Stirpe Sacerdotale.
13. Un’altra obiezione si è. Se Santa Elisabetta dunque era figlia di Sobe, zia
carnale della Vergine e di San Giuseppe, sarebbe stata senz’altro Cugina
di Maria SS.ma. Eppure San Luca la dice chiaramente Cognata di Nostra
Signora: Ecce Elisabeth Cognata tua22 (Luc. 1, 36). Converrà dunque dire,
che piuttosto fosse Sorella Carnale di San Giuseppe. Rispondo, che anche
così presa, sarebbe stata nel tempo stesso Cognata e sorella Cugina; atteso
che San Giuseppe, come figlio di Giacobbe, fratello carnale di Sant’Anna,
era Cugino della Vergine; come fu detto. Ma la verità si è, che la voce
Cognata in San Luca, non s’intende presa in rigore, come noi oggi prendiamo la voce di Cognato; ma s’intende in più largo senso, cioè per Parente.
Or siccome Sant’Anna era Sorella Carnale di Sobe, Madre di Santa
Elisabetta, conforme altrove dicemmo (n. 5, 8), e come attesta ancora nella
sua Storia Greca Niceforo (lib. 2, cap. 3) con l’autorità dell’antichissimo
Ippolito Martire, perciò sotto nome di Cognata s’intende Cugina.
14. Lodato Iddio, sento qui chi ad esclamar si pone, dunque resta conchiusa la stretta Parentela dell’esser Cugini tra loro la Vergine e San Giuseppe,
per essere stata Sant’Anna Sorella Carnale di Giacobbe, Padre del Santo
Patriarca. Certamente, rispondo; così dicono i Greci Menologi e tutti
quei classici e dotti Scrittori, che ho poc’anzi citati.
22
Ecco Elisabetta tua parente.
348
15. Ma, e voi, Padre (odo chi mi ripiglia), non ne giudicate pure in tal
guisa? Or che volete, che io vi risponda? Vi parlo chiaro, ne dubito.
Mi spiego. Io non dubito punto, che Nostra Signora e San Giuseppe fossero stretti Parenti: anzi con ogni fondamento giudico che fosser Cugini
tra loro. Ma dubito solo, se ciò fosse per via di Sant’Anna o per via di
San Giovacchino.
16. Ma come? Direte voi. Dunque quell’Albero, poc’anzi riferito della Sacra
Famiglia di Gesù Cristo e con tanta esattezza da Scrittori così dotti ed
accorti compilato, per voi non sarà di autorità veruna? Dio mi guardi,
rispondo, da tanta audacia. Io presto anzi ad esso tutta la venerazione e
stima e gli confido ogni mia credenza ancora, salvo, che in alcune cose;
nelle quali mi sembra più verisimile l’opinione di molti altri eccellenti
Scrittori. Udite.
17. Dove fu detto, che Mathan, Nonno di San Giuseppe, ebbe quattro
figli, cioè Maria, Sobe, Giacobbe, ed Anna (vid. n. 5); leverei Sant’Anna
e ci porrei in sua vece San Giovacchino, che lo farei fratello carnale di
Giacobbe, Padre di San Giuseppe; e così farei San Giovacchino della
stirpe di Davide, non già per la Linea di Nathan, come vuole San
Giovanni Damasceno ed il Grozio (vedi n. 3), ma bensì per la Linea
di Salomone, come credono altri molti con maggior fondamento.
Sant’Anna poi, invece di farla sorella carnale di Sobe, Madre di Santa
Elisabetta, la farei piuttosto sorella carnale del Padre della suddetta
Santa Elisabetta e della Tribù, non già Reale di Giuda, come San
Giovacchino ma bensì Sacerdotale di Levi. Onde quel testo di San
Luca Ecce Elisabeth Cognata tua, l’intenderei così, cioè che Santa
Elisabetta fosse Cugina della Vergine, in quanto che era Nipote di
Sant’Anna sorella carnale di suo Padre; come appunto altri Sacri
Interpreti spiegano questa Cognazione e Parentela della Vergine con
Santa Elisabetta.
18. Tutto bene, Padre, sento chi soggiunge; a noi piace più in quell’altro
modo l’Albero fatto della Sacra Famiglia, senza mutarvi nulla.
Ottimamente, rispondo: e tenetelo pure, perché in verità è all’intutto
verisimile ed assai ben fondato. Ma ricordatevi che noi pur convenia-
349
mo insieme. Voi dite che San Giuseppe fu Cugino di Maria SS.ma; ed
io replico ed attesto lo stesso. Voi tenete, che Sant’Elisabetta fosse
Cugina della Vergine; ed io lo stesso tengo e confesso. E in tutto l’altro
poi anch’io lodo, approvo ed abbraccio l’Albero sopraccennato della
Sacra Famiglia.
Est Soror ab humana Specie23: come Madre poi di Gesù Signor nostro, si
è degnata di adottarci tutti per Figli e di esser per regenerazione spirituale, nostra amantissima Madre. Per questo, non senza profondo
mistero, l’Evangelista Matteo, favellando del Divino Parto della
Vergine, disse: Peperit Filium suum primogenitum24 (Mat. 1, 25). È di
fede, che Gesù Cristo fu l’unico Figlio, che per Divina Virtù fu concepito e partorito da Maria SS.ma, la quale siccome fu sempre Vergine
avanti il Parto e nel Parto purissimo, così sempre Vergine ancora fu
dopo il Parto. Onde qualor San Matteo chiamar volle Gesù con il titolo di Primogenito, invece di nominarlo Unigenito, fu come avvertono i
Santi Padri, perché il Santo Evangelista ben sapeva, che se la gran
Vergine avea avuto per Virtù Divina un sol Figlio naturale, che fu
Gesù Cristo; aveva nondimeno altri innumerabili figli spirituali, che
siam noi Cristiani; dei quali tutti essendo capo Gesù Cristo, perciò in
riguardo all’esser di figlio della Vergine, lo chiamò Primogenito, alludendo che noi i Secondogeniti di Maria eravamo.
19. Sì (odo replicarvi), ma noi con l’autorità dei Menologi Greci, dell’antico Galatino, del Gaetano, del Lirano e di altri dotti Scrittori moltissimi, teniamo, che Sant’Anna fosse della Tribù di Giuda, Figlia di
Mathan e Sorella di Giacobbe, Padre di San Giuseppe, ed in conseguenza zia carnale del suddetto Santo Patriarca; e voi invece e nel luogo di
Sant’Anna porre ci volete San Giovacchino, anche contro l’autorità del
Damasceno, che lo pone nell’altro ramo di Giuda e di Davide per via di
Natan.
20. È verissimo, rispondo; ma se io ripongo San Giovacchino per figlio di
Mathan, per fratello carnale di Giacobbe e per zio carnale di San Giuseppe,
credete voi, che a far ciò io mi muova senza autorità molto gravi?
Uditele adunque. Di tal mia opinione fu Eusebio Cesariense, che assai
prima di San Girolamo visse; di tal parere furono ancora San Giustino
Martire antichissimo, Sant’Ambrogio, Teofilato, Eutimio, il Ven. Beda
ed altri, riferiti dal dottissimo Salmerone (Tomo 3, Tract. 28, part. 1).
Nulladimeno, ripeto, o sia più fondata e verosimile la vostra, o più sia
la mia; a noi bastar deve tra tanto di esser giunti a scoprire se in qual
grado era, tra la Vergine e San Giuseppe, quella stretta Parentela, che dal
Vangelo e dai Santi Padri, veniva comunemente asserita.
II
21. Così ben capire sapessimo a nostro vantaggio la Parentela strettissima, che la gran Vergine con noi ancora aver si degna. Su di questo
secondo punto del mio familiare Ragionamento, è degno di nostra
osservazione ciò che ne scrive quel Santo Gran Cancellier di Parigi
Giovanni Gersone: Maria, dice egli (Tr. S. in Ma.), nobis affinis est in
omni genere affinitatis; cioè a dire, è la Vergine a noi Parente in ogni
genere di Parentela. Certamente, segue a dire egli, come Discendente
da Adamo, tuttoché senza contrarne la colpa, essa è nostra Sorella,
350
22. E questo appunto fu quello, che lo stesso Redentore Divino confermar
volle su nella Croce; qualora rivolto alla sua Santissima Madre, le consegnò Giovanni per figlio e sotto nome di Giovanni, come notan gli
Interpreti, le assegnò tutti noi, Ecce Filius tuus: ed indi a Giovanni ed a
noi tutti rivolto, destinar ce la volle per Madre, Ecce Mater tua (Joan. 19,
26-27).
23. Che se dunque così stretta Parentela qual è quella di Madre coi Figli,
passa tra la Vergine e noi; perché dunque, Uditori, non poniam ogni
studio e premura di riconoscerla sempre per nostra amorosissima
Madre, di amarla come Madre e di servirla e trattarla sempre da Madre?
Ah sì, che Maria SS.ma dal canto suo esegue a puntino verso di noi di
premurosa Madre l’Uffizio; come, non meno l’autorità dei sacri Dottori
ce ne assicura, ma l’esperienza medesima ce lo contesta. Noi però ci portiam forse così verso di Lei? Dov’è il rispetto e l’ossequio amoroso da
23
24
È sorella della specie umana.
Partorì il suo Figlio primogenito.
351
Figli? Dove lo zelo, la diligenza, la fedeltà e la premura? Deh confondiamoci pure; confessiamo la nostra ingratitudine somma, pentiamocene pur di buon cuore; e davvero proponiam in quest’oggi l’emenda.
24. L’esempio sia di quel Giovine, che intepidito nella divozion della
Vergine, passando un dì innanzi ad una Sacra Immagine di Maria e
salutandola con quel Versetto: Monstra te esse Matrem25, udì rispondersi
con tuono imperioso, Monstra te esse Filium26: onde spaventato si ravvide, ecc.
25
26
SERMONE VIII FAMILIARE
Recitato Sabato 14 Gennaio 1758
Il Sermone è articolato in tre parti: nella prima, sviluppata nei punti 1-11, don
Marcucci si propone di spiegare la divinità dello sposalizio contratto tra la gran
Madre di Dio e San Giuseppe; nella seconda parte, sviluppata nei punti 12-25, viene
risolto il quesito di quando avvenne tale sposalizio: se prima o dopo l’annunciazione;
nella terza parte, nei punti 26-29, l’Autore spiega in che modo anche noi possiamo
diventare sposi di Maria SS.ma.
Don Marcucci si sofferma anzitutto a riflettere sulla probabile età dei due giovani quando contrassero il loro divino matrimonio e, dopo aver esaminato accuratamente varie interpretazioni dei Padri della Chiesa, ritiene probabile che Maria SS.ma
avesse circa 15 anni e San Giuseppe 40.
Riguardo all’età di quest’ultimo, don Marcucci rifiuta di pensare che San
Giuseppe fosse un vecchio di 80 anni, come alcuni ritengono, perché in età così avanzata non sarebbe stato in grado di custodire né la giovane Sposa né il Figlio. La giovane età di San Giuseppe serve poi, soprattutto, a dimostrare la sua singolarissima
saggezza e prudenza e la sua illibatissima castità. Don Marcucci crede anche, insieme al Gersone, al Suarez e a molti altri, che lo Sposo di Maria, al pari di San
Giovanni Battista, fosse stato santificato nel ventre materno e confermato in grazia.
Riguardo al quando sia avvenuto il santo matrimonio, se prima o dopo l’annunciazione, l’Autore ritiene, insieme alle maggiori personalità della Chiesa, “che Maria
SS.ma, prima fosse sposata con S. Giuseppe e poi fosse annunziata dall’Angelo e concepisse per virtù dello Spirito Santo il Figlio di Dio”.
Riguardo a se e come noi possiamo essere sposi di Maria, don Marcucci risponde
che ciò può avvenire se noi uniamo la nostra mente, il nostro cuore e la nostra volontà
a quella di Maria. Conclude poi con una fervente preghiera per chiedere a Maria
SS.ma di accettarci come figli e di trattarci per sempre come fedelissimi suoi Sposi fino
agli ultimi respiri della nostra Vita.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp.78-94.
Dimostra di esser Madre.
Dimostra di essere figlio.
352
353
Argomento
fosse la Divina Fanciulla, quando al Tempio fu presentata; nonostante
che Sant’Anselmo inavvertentemente scrivesse, essere stata allora la
Vergine di anni sette; nulla di meno la sentenza comune dei Santi Padri
sì Greci, che Latini, è che fosse di soli tre anni; e che al Tempio stesse
per lo spazio di anni undici; sintanto che sposata non fu con San
Giuseppe (Auriem, part.1, c. 22; Grav. loc. cit., pag. 4).
Dilucidandosi, se quando avvenisse il purissimo Sacro Sposalizio
tra la Vergine e San Giuseppe, si conchiude con l’esaminare il modo,
come possiamo contrarre uno spirituale Sposalizio
con la suddetta Regina del Cielo
Dilucidata la Genealogia del Patriarca San Giuseppe e della Vergine
Immacolata e spiegata la stretta Parentela, che tra loro passava; seguitando
ora il medesimo ordine dei Misteri, che tien l’Evangelista Matteo nel suo
primo Capo, duopo è, Uditori, trattare in questa sera del sacro purissimo
Sposalizio, che tra la gran Madre di Dio, ed il Santo Patriarca, fu divinamente contratto.
San Matteo così misteriosamente ne favella, Cum esset desponsata Mater eius
Maria Joseph, antequam convenirent, inventa est in utero habens de Spiritu Sancto27
(Mat. 1, 18); cioè a dire, essendo stata sposata Maria Madre di Gesù con
Giuseppe, innanzi che convenissero, fu trovato che aveva concepito per virtù
dello Spirito Santo. Or su di questo Divinissimo Sposalizio tre osservazioni
faremo. Primieramente vedremo di quanti Anni erano questi ineffabili Sposi.
Secondariamente, se tale Sposalizio fosse fatto prima dell’Annunciazione
dell’Arcangelo Gabriele, ovver dopo. Finalmente, se vi sia qualche modo di
far che la Gran Regina del Cielo Sposa anche nostra divenga. Favoritemi di
attenzione: ed incomincio.
I
Che la Vergine, essendo fanciulla, fosse stata dai Santi suoi Genitori,
presentata al Tempio in Gerosolima; ed ivi lasciata in educazione nel
chiostro che entro il recinto del Tempio vi era a bella posta per le
Verginelle, sotto il magistero di pie Madrone e sotto la cura del Sommo
Sacerdote: egli è tanto certo per attestato dei Santi Padri, contra certuni moderni sfacciati Critici; quanto è certo che Santa Chiesa, sin dai
secoli più antichi, ne celebrò e tuttora ne celebra ai 21 di Novembre la
festa (Graves., Tomo 1, De Myst. diss. 1, pagg. 3-4). Di quanti anni poi
1.
27
Sua Madre Maria essendo stata promessa sposa a Giuseppe, prima che abitassero insieme,
fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo.
354
2.
Quindi la più comune Sentenza tiene che Maria SS.ma sul principio de’
quindici anni dell’età sua contraesse il sacro Sposalizio Divino con il
SS.mo Patriarca. Di San Giuseppe sì, non è così facile il risapere se di
quanti anni allora egli mai fosse.
3.
Come, Padre? Sento qui chi mi dice; e non è forse comune tradizione,
che San Giuseppe allora era già vecchio ottagenario? Sin da quando eravamo per dir così Bambini ci raccontavano i nostri Antenati, che San
Giuseppe essendo vecchiarello di anni ottanta e Vedovo della prima
Consorte; da cui avea avuti dei Figli; portatosi a caso con un bastoncello alla mano nel Sacro Tempio, dal bastoncello uscirono vari fiori e ne
uscì ancora una colomba; la quale postasi sopra il capo del Santo
Patriarca, servì per dar segno al Sommo Sacerdote, che quello era l’eletto al Sacro Sposalizio con Maria Vergine; onde, tuttoché egli ricusasse
molto, atterrito nulladimeno dal Sommo Sacerdote con varie minacce,
condiscese alla fine.
4.
Tutta questa narrativa, rispondo, è appunto una tradizione del volgo
ignorante ed è una favoletta inventata in parte dagli antichi Eretici ed
in parte dalla semplicità di vecchiarelle incapaci; registrata è vero in
più Libri, ma apocrifi, falsi e favolosi; e meritamente insiem con la
citata favoletta rigettati dai Santi Padri e da tutti i dotti e giudiziosi
Scrittori dell’Ecclesiastica Istoria (vedi Graves., Tomo 1, De Myst.
Christ., Diss. I pagg. 4-5).
5.
Di fatto, se esaminar la vogliamo parte a parte come credibile mai, primieramente, che San Giuseppe benedetto, qualor contrasse con la gran
Vergine lo Sposalizio purissimo, fosse in età di ottant’anni? È certo, che
uno dei motivi, per cui Iddio volle che la sua purissima Madre fosse
355
sposata ad un Uomo santissimo, fu affin questo le servisse di sollievo,
di sostegno e di aiuto in tutte le sue occorrenze. Or qual mai di sollievo le sarebbe stato e nella fuga in Egitto e in tante altre contingenze,
un vecchio di età decrepita, come nella favoletta si finge? È dunque
assai più convenevole ed anche più conforme al Vangelo, il credere che
allora il SS.mo Patriarca fosse piuttosto di età matura sì, ma vigorosa,
come di Giovane di anni quaranta. E così lo credono i più dotti e prudenti Scrittori (Graves. loc. cit.).
6.
Che si chiamava e si dipinge vecchio; ciò è per due motivi. Primo, per
dimostrar la singolarissima saviezza e prudenza del Santo Patriarca.
Secondo, per significare la sovrangelica illibatissima sua Castità, che in
ogni tempo ebbe, anche nell’età sua giovanile.
7.
Quanto poi all’altro, che empiamente dalla favoletta si aggiunge, cioè
che San Giuseppe fosse vedovo della prima Consorte, da cui avea avuti
dei Figli: o questo sì, che altro che da penna ereticale in quegli apocrifi e bugiardi libri può essere aggiunto. Perciocché è certo che il massimo San Girolamo scrivendo contra l’eresiarca Elvidio; e San Pier Damiani
(opusc. 17), costantemente sostengono, che San Giuseppe, non solamente fosse sempre castissimo, ma ancor sempre Vergine; come piamente
ancor lo crede la Chiesa, al notar del Bollando (ad diem 19 Marzo): anzi
allo scriver del dotto Gersone, di questa perpetua Verginità illibatissima ne ebbe il Santo Patriarca il Dono infuso da Dio, sin da quando era
nel Ventre Materno; in cui al pari del Gran Battista fu santificato e confermato in Grazia; come il citato Gersone e l’esimio Suarez con altri
molti sostiene.
8.
356
Riguardo poi all’improvviso prodigioso fiorire del suo bastoncello ed al
riposarsi sul capo suo la Colomba, tuttoché disdicevol non fosse ad avvenire ad un Patriarca sì Santo (Graves. loc. cit. pag. 4, colonna 2); nulladimeno non ha punto del verosimile che gli avvenisse; appunto perché
nella favoletta si finge che portasse il bastoncello da vecchio, quando già
tale non era, come osservammo; e perché nella storiella si aggiunge, che
tanto i fiori comparsi, quanto che la Colomba, furono per dar segno al
Sommo Sacerdote che Giuseppe era lo scelto Sposo tra tanti; quando è
certissimo, che tali segni non ci occorrevano, perché egli solo, come il
più prossimo della stirpe e famiglia della Vergine, fu secondo la Legge
destinato ad uno Sposalizio sì sacrosanto.
9.
Mi direte, se perché poi sia stato quasi sempre dipinto San Giuseppe col
bastoncello fiorito in su la cima? Rispondo, siccome si dipinge vecchio, non
perché così fosse, ma per denotar la sua prudenza e castità singolarissima; così si dipinge col bastoncello fiorito, per significare la sua grande
autorità, mentre ai cenni suoi si mostrava ossequiosa la Regina del Cielo
ed insino lo stesso Creatore dell’Universo. Ma siccome egli questa sua
autorità di Capo di Famiglia, l’univa sempre con una profonda umiltà
e con altre mille virtù sovraeroiche; perciò il suo bastone era necessariamente di vaghi fiori ricolmo. Così qualora dipinto si veda con la colomba sopra il suo Capo, denota la Grazia e l’Amore dello Spirito Santo, di
cui fu sempre ripieno.
10. Circa poscia alla chiusa della favoletta, cioè che egli fosse dal Sommo
Sacerdote con minacce atterrito ed allo Sposalizio sacro fosse forzato;
inezie son da donne e da vecchierelle. Certamente San Giuseppe vien e
dal Vangelo chiamato giusto e questa somma sua Santità e giustizia
viene appunto encomiata da tutti i Santi Padri, perché per ubbidire alla
santa Legge di Dio non ricusò punto di collegarsi in Sposo purissimo
con la Regina delle Vergini (Graves. loc. cit.); risoluto sempre di osservar rigorosamente perpetua Verginità e Modestia anche dopo lo
Sposalizio contratto; come già fece con somma puntualità e diligenza.
11. Rigettata pertanto ogni favola, ritornando al nostro proposito, sì la
Vergine, che Giuseppe, amendue eseguendo gli alti voleri di Dio, contrassero insieme il purissimo Sposalizio; Maria SS.ma trovandosi sul
principio dell’anno suo quindicesimo; e sul quarantesimo in circa dell’età
sua il SS.mo Patriarca.
II
12. Quando poi avvenisse questo Sposalizio Divino tra Nostra Signora e San
Giuseppe, cioè se prima che fosse la Vergine dall’Angelo annunziata,
ovvero dopo seguita l’Annunciazione e l’Incarnazione del Divin Verbo;
357
non convengon tra loro i Santi Padri, né gli altri Scrittori sacri moderni si accordano in questo. Alcuni a tutta possa sostengono che Maria
SS.ma prima fosse annunziata dall’Angelo e concepisse nel suo Verginal
seno il Figlio di Dio umanato e poi fosse sposata con San Giuseppe.
Altri poi insegnano tutto il contrario, dicendo che prima fosse sposata
e poi annunziata. Il Santo Vangelo parla in un modo, che sembra or favorire ad una ed or ad un’altra Sentenza. Mi direte, e voi Padre, che ne
dite? Quanto a me, vi addurrò i fondamenti di ambedue le opinioni; e
poi vi discifrerò la mia.
13. Sant’Ilario pertanto (in cap. 1 Matth.), San Basilio (hom. De hum. Chr.
Gener.) e Sant’Epifanio (Haeres. 78), sono di uniforme costantissimo sentimento, che la SS.ma Vergine fosse prima annunziata dall’Angelo e concepisse per virtù Divina il Verbo Incarnato e poi contraesse lo Sposalizio
con San Giuseppe. Del sentimento medesimo sono stati Alfonso Tostato,
il Cardinal Baronio, il Cardinal Gaetano e vari altri; ed in particolare ai
tempi nostri i due dottissimi Scrittori Sorbonici Bernardo Lamỳ (cap. 3
et 8 in Harm. Evang.), ed Agostino Calmèt (in Com. Litt. in Matth.).
14. In tal guisa pertanto la discorrono essi in valida prova della loro sentenza. San Matteo descrivendo questo Sacro Sposalizio tra la Vergine e San
Giuseppe, dice così: Cum esset desponsata Mater Jesu, Maria, Joseph, antequam convenirent, inventa est in utero habens de Spiritu Sancto (Mat. 1, 18).
Il qual Testo non può esporsi ed interpretarsi meglio di questo, cioè
essendo stata promessa per Sposa Maria SS.ma a San Giuseppe, prima che
convenissero ad abitare insieme, già essa era stata annunziata ed avea concepito per virtù dello Spirito Santo il Figlio di Dio, nella propria Casa
paterna.
15. Non vi ha dubbio, aggiungono, che anche nella Legge Vecchia presso gli
Ebrei si stilava di prometter la Sposa, come ai nostri tempi si fa con i
Capitoli; e poi dopo qualche tempo, celebrar gli Sponsali con lo Sposo e
condurla alla Casa di Lui. Ciò supposto la Vergine era soltanto promessa a S. Giuseppe, ma non era con lui effettivamente sposata, quando fu
annunziata dall’Angelo. E San Matteo lo dice chiaro, che avvedutosi
San Giuseppe futuro Sposo, che la sua promessa Sposa era già incinta, non
358
sapendo ancora il Mistero che era in Lei avvenuto, né giudicar volendo sinistramente di una sì santa Vergine, pensò piuttosto di fuggirsene di nascosto,
senza trasportarla e condurla in sua propria Casa: Joseph autem Vir ejus cum esset
justus, et nollet eam traducere, voluit occulte dimittere illam28 (Mat. 1, 19).
16. Si aggiunga poi di più, seguono a dire, che ciò ad evidenza costa da quel
che siegue in San Matteo, cioè che comparendo un Angelo di un subito a San Giuseppe, gli levò tosto il timore e gli disse, non temere o
Giuseppe di accettare Maria in tua Consorte; perciocché quel che essa
ha concepito nel suo Verginal Ventre, è per sola virtù dello Spirito
Santo, Joseph, noli timere accipere conjugem tuam: quod enim in ea natum est,
de Spiritu Sancto est29 (Mat. 1, 20).
17. Cosicché, conchiudono i sopraccitati Padri e Dottori, per quel che
riguarda il Vangelo, si deduce a maraviglia essere stata la Vergine prima
annunziata dall’Angelo e poi dopo essere stata effettivamente sposata con
San Giuseppe. Per quello poi che riguarda le ragioni e le congruenze, ve
ne sono tante, che non più (Graves. loc. cit. pag. 12). Primieramente è
sentenza comune di S. Agostino, di S. Gregorio Nisseno, di San Beda,
di S. Bernardo e di altri, che Nostra Signora sin dalla sua Fanciullezza,
per impulso particolare dello Spirito Santo, si era a Dio obligata con
voto perpetuo di illibata Verginità. Or come dunque la Vergine avrebbe mai dato il suo consenso allo Sposalizio con un uomo tuttoché
SS.mo, se prima non fosse stata annunziata dall’Angelo e non avesse
inteso da Lui, com’essa sarebbe rimasta sempre Vergine in tutta la vita
sua? Risappiamo pur noi, con quanta circospezione all’Angelo stesso
rispose e come a minuto voll’esser prima informata del come doveva
esser Madre di Dio, innanzi che desse il suo Consenso. Or pensate se
consentir voleva a sposarsi con un Uomo, qualor prima non fosse stata
istruita dall’Angelo? Eh via, pare a voi.
28
Giuseppe poi suo sposo essendo giusto e non volendo ripudiarla, volle nascostamente
rimandarla.
29 Giuseppe, non temere di accogliere la tua Sposa poiché ciò che in Lei è nato proviene dalla
Spirito Santo.
359
Sposa (Luc. 2, 5). Ed in questo senso ancora deve intendersi San Matteo,
qualora chiama la Vergine Sposa del Santo Patriarca, cioè dell’effettivo
Sposalizio Sacro seguito: nominando perciò amendue i Santi Evangelisti
col titolo di Marito in quei passi il glorioso San Giuseppe, come può
osservarsi da ognuno, che senza impegno li legge (Matth. 1, 18-20; Luc.
1, 27). Onde si vede che tanto da San Matteo, quanto che da San Luca,
risulta esser prima seguito il Sacro Sposalizio, che l’Angelico Annunzio
ed il Divino Concepimento del Verbo Umanato.
18. E poi, siccome tra gli Ebrei allora si stilava, che per più mesi ancora dopo
promessa, si tratteneva la Zitella futura Sposa, nella casa paterna: come lo
attesta Maimónide (Tr. De Connub. Hebr.). Quindi avvenisse, che dopo che
Nostra Signora era stata promessa in Sposa, fosse annunziata dall’Angelo
nella propria Casa del Padre, come la più comune già tiene, (Graves. loc.
cit. pag. 14); ed indi dagli stessi Parenti portata subito a visitar la sua
Cugina Elisabetta, con Lei si trattenesse tre mesi (come già si trattenne);
e nel ritorno poi, cioè tre mesi dopo annunziata, trovandosi già incinta del
Divin Verbo, sposata fosse a Giuseppe e nella sua Casa condotta.
19. Ed in siffatta guisa con altre ragionevoli congruenze si aiutano il Lamỳ,
il Calmèt, il Baronio e tutti i sopradetti Padri e Dottori, a porre bene in
chiaro questa loro assai fondata sentenza.
20. Al contrario poi Sant’Ignazio Martire antichissimo a tempi degli Apostoli
(in Epist. ad Ephes.), San Girolamo (in Matth. cap. 1), Sant’Ambrogio (lib. 2
in Luc.), San Bernardo (hom. 2 sup. Missus est), l’Angelico San Tommaso (in
3 p., q. 29, art. 1), ed altri molti sì antichi, che moderni Sacri Scrittori,
ed in particolare l’eruditissimo Gravesòn Dottor Sorbonico (Tomo 1,
De Myst. Chr. Diss. 1, pag. 6), a tutto potere sostengono con molte sode
ragioni, che Maria SS.ma fosse stata prima effettivamente sposata con San
Giuseppe e poi fosse stata annunziata dall’Angelo e concepito avesse il
Divin Verbo, ed insieme con San Giuseppe si fosse portata all’amorevole
visita di Santa Elisabetta sua Cugina.
22. Quindi resta pur chiaro, che l’Annunciazione seguì nella Casa di San
Giuseppe: attesochè, come attesta Filone Ebreo e con Lui Pietro
Coméstore, era stile degli ebrei nella Legge Vecchia di condurre, subito eseguito lo Sposalizio, la Donzella Sposa in Casa dello Sposo. E poi è
di fede, che la Vergine SS.ma fu annunziata dall’Angelo nella città di
Nazareth nella Galilea: Missus est Angelus Gabriel a Deo, così parla il
Vangelo, in Civitatem Galilaeae, cui nomen Nazareth (Luc. 1, 26).
Or appunto San Giuseppe aveva la sua Casa ed abitava nella predetta
Città di Názaret della Provincia di Galilea; come ce ne assicura San
Luca: Joseph a Galilea de Civitate Nazareth31 (Luc. 2, 4).
21. E ciò è tanto vero, dicono questi, che l’Evangelista San Luca lo dice a
chiare note, che Iddio mandò l’Angelo alla Vergine già Sposata con San
Giuseppe, Missus est Gabriel Angelus…ad Virginem desponsatam Joseph30
(Luc. 1, 27). E che sotto nome di Sposa intendesse San Luca l’effettivo
Sacro Sposalizio seguito e non già solamente la promessa; egli stesso
l’Evangelista lo dà a divedere in altro luogo, dove dicendo che
San Giuseppe andò con la Vergine in Betlemme per farsi descrivere, a
tenor dell’editto di Cesare Ottaviano Augusto, anche allora la chiama
23. A quella gran ragione poi, che la parte opposta adduceva, cioè che la
Vergine sin dagli anni più teneri si era a Dio consegrata con voto di
Verginità perpetua, talchè non avrebbe dato mai il suo Consenso a sposarsi con Uomo quantosivoglia Santissimo, se prima non fosse stata annunziata ed istruita dall’Arcangelo Gabriele: a tal ragione fortissima, ripeto,
San Bernardo (hom. 4 sup. Missus est), e dopo lui San Tommaso risponde (in
3 p., qu. 28, art. 4), dicendo, che Maria SS.ma per impulso e rivelazione
dello Spirito Santo già sapeva, che da codesto sacro suo Sposalizio con San
Giuseppe, non avrebbe in nulla patito detrimento veruno la Verginità sua
illibatissima con sì rigoroso e perpetuo voto giurata: in altro caso, neppure avrebbe mai prestato il suo consenso alla semplice promessa di esser
futura Sposa di un Uomo. E così ancora la stessa Regina del Cielo di sua
propria Bocca a Santa Brigida disse (Lib. 7, Revel. cap. 25).
30
31
Fu inviato l’amgelo Gabriele da Dio in una citta della Galilea che aveva nome Nazareth.
360
Giuseppe dalla Galila dalla città di Nazareth.
361
24. Sciolte dunque tutte le obiezioni avversarie, si portano i Padri e Dottori
di questa sentenza e particolarmente San Girolamo e l’Angelico San
Tommaso (in 3 p., qu. 29, art. 1), a conchiuder tal loro fondatissimo sentimento con questa ragione; dicendo che, una delle cause, per cui Gesù
Cristo nascer volle da una Vergine sposata con un Uomo Santissimo, fu
per provvedere all’onor della Madre; affinché gli ebrei ed altri non consapevoli ancora dell’alto mistero, non l’avessero lapidata, come Donna
di mala vita. Questo è sentimento comune dei Santi Padri. Or posto ciò;
se Maria Vergine fosse stata sposata effettivamente con San Giuseppe
dopo l’Annunciazione dell’Angelo e dell’Incarnazione del Verbo, anzi
dopo il ritorno da Santa Elisabetta, che vale a dire, dopo tre mesi che
già era divinamente incinta di Spirito Santo; come mai sarebbe stato
provveduto e riparato il suo Onore? Che non ne avrebbero bestemmiato i Giudei e l’altra Gentaglia maligna? Non mica tutti sarebbero stati
degni gli Ebrei, come furono San Zaccharia e Santa Elisabetta, di risaperne dallo stesso Spirito Santo il Mistero? Adunque ogni ragion vuole
(così essi conchiudono) e le più forti autorità della Scrittura e dei Santi
Padri richiedono, che onninamente si dica, che Maria SS.ma, prima
fosse effettivamente sposata con S. Giuseppe; e poi fosse annunziata
dall’Angelo e concepisse nel suo Verginal Ventre per virtù dello Spirito
Santo il Figlio di Dio fatt’uomo, Gesù Signor nostro.
25. Padre, sento qui chi mi dice, che ne deducete voi ora? Rispondo; io ne
deduco, che questa seconda sentenza sia la più verisimile e la più fondata; e questa è quella, che quasi con la comune degli Scrittori e dei
Padri, costantemente io tengo.
III
26. Ma passiamo, se vi è in grado, giacché tanto abbiam favellato del Sacro
Sposalizio della Regina del Cielo; passiamo, dissi, a succintamente
vedere, se vi possa esser modo, che la Gran Vergine, Sposa anche nostra
divenga. Non è già essenziale al vero e rato Sposalizio l’unione corporea; ma basta l’unione indissolubile degli animi e degli affetti, la comunione del vitto e degli averi, la fedeltà del reciproco innocente amore;
come insegna, dopo il grande Agostino (lib. De Nupt. cap. 11),
l’Angelico San Tommaso (in 3 p., q. 29, art. 2). Di fatto ci insegna il
362
Vangelo e la Fede, contra gli empi e sfacciati eresiarchi Gioviniano,
Bonoso ed Elvidio, che Maria SS.ma siccome fu sempre illibatissima
Vergine, prima dello Sposalizio con San Giuseppe, così sempre Vergine
purissima si mantenne dopo lo Sposalizio Sacro, sino alla sua Morte
SS.ma (Grav. loc. cit., pag. 17). Eppure il suo Sposalizio fu uno
Sposalizio vero e rato con San Giuseppe; come sostengono S. Agostino
e S. Tommaso (loc. cit.): a motivo che se amendue i divini Sposi si mantennero sempre intatti fra candidissimi gigli di una perpetua Purità
Verginale; nulladimeno, dopo il Divino contratto che vi fu tra loro, vissero sempre indissolubilmente uniti di mente, di cuore, di volontà e di
convitto, con una reciproca fedeltà costantissima e inalterabile.
27. Pertanto, per esser ora Sposo della Regina del Cielo, a me sembra necessario che v’intervengan tre cose; cioè:
1. il contratto reciproco tra essa Vergine e noi; voglio dir, se Ella degnar
si voglia di accettarci per suoi Sposi e se noi risoluta mente accettar
la vogliamo per nostra amabile Sposa;
2. l’unione delle nostre Menti e dei nostri Cuori col suo Cuore purissimo;
3. la fedeltà di questa sacra unione indissolubile.
Or quanto a Nostra Signora, Ella è prontissima dal canto suo, ce ne assicura S. Bernardo (Ser. 98); dicendoci, esser per tutti aperte e patenti le
amorevolezze misericordiose della Gran Vergine, Omnibus Misericordiae
sinum aperuit Maria32; affinchè dalla pienezza dell’Amor suo prenda ciascuno quello che brama, Ut de plenitudine eius accipiant universi. Sicchè,
che pretendiam noi stasera da sì amorevole Signora? L’esser fatti suoi
cari Sposi, l’unirci con il Cuor suo Divino, l’esser fedeli e costanti in
questa sacra Unione amorosa? Su, ricorriamo pur con fiducia alle viscere della sua Misericordia; Omnibus misericordiae sinum aperuit: ma ricorriamoci tutti dolenti e pentiti delle colpe commesse; e tutti animosi e
risoluti di non più disgustarla. E dopo che così ci troviam umiliati
innanzi al suo Trono; via su dimandiam con fiducia quel che vogliamo.
32
Maria aprì a tutti il seno della sua misericordia, perché dalla sua pienezza tutti attingano.
363
28. Deh sì, che io a nome mio e di tutti, o gran Madre di Misericordia, vi
chiedo e lo voglio; che oltre all’esser vostri schiavi e servi perpetui, ci
accettiate e ci teniate sempre per vostri Figli. Ma non basta. Vogliamo
ancora, che vi degnate di accettarci e trattarci per sempre come vostri
fedelissimi Sposi. A voi consagriamo in perpetuo le Menti nostre, affin
di ricordarci di continuo di voi e delle vostre Grandezze. Voi dunque
conservatecele a voi unite. A voi tributiamo irrevocabilmente i nostri
Cuori, per amarci grandemente sino alla morte. Voi dunque teneteli a
voi indissolubilmente incatenati. A voi per finirla consacriam quanto
abbiamo, quanto siamo e la medesima Vita, affin di servirvi fedelmente sino agli estremi. Voi dunque abbiateci sempre sotto la vostra amorosa tutela. Certamente, che questa Unione sacra scambievole di Sposi,
siccome farà, che noi siam sempre in avvenire tutti vostri; così che voi
per sempre in nostra custodia pur siate.
29. Vergine graziosissima, se il Beato Alano meritò da voi ricever un
vaghissimo Anello di oro, in contrassegno dello Sposalizio Divino, che
con Lui contraeste; e meritò udirsi dire da voi, Diletto mio Sposo, non mi
creder più da qui in poi da te lontana; nè di doverti tu più da me separarti.
(B. Alan. p. 2, cap. 4, pag. 100). Noi, lo confessiamo, non meritiamo
già tanto. Ci basta la Grazia vostra, il vostro Amore, la vostra benigna
Tutela ed il dono di esservi da qui in poi fedelissimi Servi, Figli e Sposi,
sino agli ultimi respiri di nostra Vita. Amen.
Il Fine.
SERMONE IX FAMILIARE
Recitato Sabato 21 Gennaio 1758
Il Sermone è articolto in tre parti: nella prima, introdotta da un proemio e sviluppata nei punti 2-14, don Marcucci spiega la nascita di Gesù secondo il racconto
dell’Evangelista san Matteo; nella seconda parte, sviluppata nei punti 15-20, viene
spiegato quando avvenne l’Incarnazione e la nascita di Gesù; nella terza parte, nei
punti 21-22, l’Autore invita gli ascoltatori a congratularsi con Maria SS.ma per il
grandissimo privilegio di essere stata scelta per Madre di Dio.
La nascita di Gesù avvenne nell’anno quattromila circa dalla creazione del
mondo, mentre Erode Ascalonita era re della Giudea e Cesare Ottaviano Augusto era
imperatore del Sacro Romano Impero. Questa interpretazione si ricava dalla Volgata
e la Chiesa la ritiene la più verosimile e giusta benché ne permetta anche altre.
Riguardo l’Incarcazione, essa avenne, nel ventre purissimo di Maria Vergine, il 25
Marzo, nell’equinozio di Primavera, in giorno di domenica. Dopo nove mesi, il 25
dicembre, nel solstizio d’Inverno, in giorno di domenica, circa la mezzanotte nacque
Gesù, mentre tutto il mondo era in pace.
Nella terza parte l’Autore invita gli ascoltatori a congratularsi con cuore umile
ed affettuoso con la Vergine Madre per il singolarissimo e prodigiosissimo privilegio
avuto della divina Maternità unita alla Verginità illibatissima ed incomparabile.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 95-108.
Dino Ferrari, Natività di Gesù, tempera, 1965, Ascoli Piceno, lunetta nel parlatorio della Casa Madre dell’Istituto.
364
365
Herodis Regis33 (Mat. 2, 1). L’altra è, che nel tempo stesso reggeva il
vasto Impero Romano Cesare Ottaviano Augusto. Ce ne fa indubitata fede
San Luca, ove dice, Exiit edictum a Caesare Augusto, ut describeretur universus orbis34, con quel che segue al capo secondo.
Argomento
Incominciandosi a spiegare il Capo secondo di San Matteo,
si pone in chiaro, se in che tempo nacque Gesù Signor nostro
e quali prodigi principali accompagnarono la sua SS.ma Nascita;
conchiudendosi con una Congratulazione alla SS.ma Vergine
per la sua Maternità
1.
2.
366
Al sagro Sposalizio purissimo di Nostra Signora con San Giuseppe
seguì l’Angelico Annunzio, come dicemmo. All’Annunciazione poi
seguì immediatamente la graziosa Visita, che la Vergine far alla sua
Cugina Elisabetta si degnò: indi il ritorno da Montana in Nazareth: e
finalmente, pria della Nascita del Redentore, avvenne la partenza della
Madre da Nazareth a Betlemme, per ivi farsi descriver con il suo purissimo Sposo, a tenor dell’Editto di Cesare Augusto. Questo è l’ordine dei
Misteri, è vero: ma io chiedo scuse, Uditori, se in questa sera mi vien
vietato il seguirlo. L’impegno mio è di spiegarvi primieramente di San
Matteo il Vangelo. Or questo Evangelista, lasciando a San Luca l’incarico di far menzione degli altri Misteri, egli dopo il racconto del Sacro
Sposalizio, passa a discorrer della Natività del Signore. Tal’ordine adunque anch’io necessariamente tenendo, passerò nel tempo stesso dal primo
al secondo Capo del sovracitato Vangelo: nel cui principio appunto si
favella della seguita Nascita del Redentore: proseguendosi ivi poi a parlare della Venuta dei Magi, della Strage degli Innocenti, della Fuga in
Egitto e del Ritorno. Vedremo pertanto, primo in che tempo nacque
Gesù Signor Nostro: secondo, quanti e quali prodigi (almeno i principali) accompagnarono la sua SS.ma Nascita, comprovando a maraviglia
che egli era il vero Figlio di Dio fatt’ Uomo, ed il vero Messia promesso: terzo faremo una divota apostrofe alla Vergine, congratulandoci della
sua Divina Maternità. La materia in se stessa richiede una grande attenzione. Da voi la spero. Incomincio.
I
Circa il tempo in cui avvenne la Nascita di Gesù Redentor nostro, due
cose abbiam noi di certo dal sacrosanto Vangelo. La prima è, che il
Redentore nacque nel tempo, che Erode era Re della Giudea. Ce ne assicura San Matteo, dicendo Cum natus esset Jesus in Bethleem Juda in diebus
3.
Tutto bene, sento qui chi mi dice; ma in quale anno del Regno di
Erode e dell’Impero di Augusto, nacque Gesù Cristo? Quanto primieramente ad Erode vi dirò: Quattro furono i Re Erodi nella Giudea. Il
primo Re si chiamò Erode Ascalonita, di nazione non già ebreo, né
discendente dalla stirpe ebrea; ma bensì Gentile ed Iduméo, figlio di
Antipatro e nato nella Città di Ascalona, che era una Città dei Filistei:
e divenne Re della Giudea per forza; mentre aiutato dal Senato
Romano prese con le armi Gerusalemme, soggiogò tutti gli ebrei; e
fu confermato ivi per Re tributario a Roma da Cesare Augusto.
Or sotto il Regno di questo primo Erode, detto Ascalonita, avvenne la
Natività del Redentore Divino e la Strage degli Innocenti (Tirin. in
Cronic. c. 45, in princip.).
4.
Il secondo Re Erode, fu chiamato Erode Antipa, stato per lo innanzi
Tetrarca di Galilea e figlio del primo Erode ed anche fratello di
Archelao, altro Tetrarca. E questo Erode Antipa fu quegli, che decollar
fece San Giovanni Battista e innanzi al cui tribunale fu Gesù Signor
nostro portato nella sua Passione (Tirin. loc. cit. sub. med.).
5.
Il terzo Erode fu detto Erode Agrippa seniore, nipote del primo Erode e
pronipote del secondo. Egli fu, che imprigionar fece San Pietro ed
uccider San Giacomo Maggiore Apostolo. (Tirin. loc. cit.). Finalmente
il quarto Re Erode, chiamato fu Erode Agrippa giuniore, figlio del qui
sopradetto terzo Erode; e che incestuoso visse con l’empia sua sorella
Berenice (Act. 25, 13); e che cercò, ma senza frutto, di persuadere agli
Ebrei suoi sudditi di non ribellarsi contra l’Impero Romano: per la
33
34
Essendo nato Gesù in Bethelem di Giuda al tempo del re Erode.
Uscì un editto da parte di Cesare Augusto perché venisse fatto un censimento in tutto il
mondo.
367
cui ribellione successe poi quella totale distruzione data a
Gerusalemme ed agli Ebrei, dagli Imperatori Vespasiano e Tito. Or
questo è quell’Erode Agrippa, a cui il celebre Istorico Giuseppe Ebreo
dedicò l’Istoria sua Giudaica.
6.
7.
8.
9.
368
Ma tornando al primo Re Erode, cioè all’empio Erode Ascalonita, usurpatore straniero della Giudea (Tirin. In mat. 2, 1); correva l’anno trentesimo sesto del Regno suo, cioè il penultimo della sua pessima vita, quando nacque Gesù Cristo; come concordemente dicono gli Storici (Grav.,
Tomo 1, De Myst., fol. 93-94, ecc.). Dell’Impero poi di Cesare Augusto,
al più esatto computo dei Critici moderni, correva il quarantesimo anno;
che vale a dire settecento quarantanove anni dopo Roma fondata.
Dunque Padre, odo chi mi ripiglia, quante migliaia di anni erano, che
Iddio aveva creato il Mondo, quando degnar si volle di farsi Uomo e
nascer quaggiù fra noi? Rispondo, che eziandio siavi un’acerrima questione e disparità tra gli stessi Santi Padri ed i Sacri Scrittori, intorno a
tal quesito (Tirin in Chr., c. 47); nulladimeno vi dico francamente, che
io costantemente tengo, che Gesù Cristo nacque negli anni quattromila o
poco più del Mondo creato (Grav. loc. cit., pag. 75; 93).
Oh Padre, qui sento dirmi, voi sbagliate troppo all’ingrosso. Il Martirologio
Romano, di cui si serve la Santa Chiesa, parlando del Giorno del Santo
Natale dice, esser nato Gesù Cristo negli Anni cinque mila cento novantanove
dopo la Creazione del Mondo. Cosicché voi col riporre tal Nascita nel quattromila o poco più, venite a far lo sbaglio grossissimo di mille e più anni.
Rispondo, che non avendo su di ciò la Santa Chiesa voluto nulla decidere, ha lasciato intorno a ciò la libertà ai Sacri Scrittori di manifestare
il loro computo cronologico circa gli Anni del Mondo, in cui nacque il
Salvatore Divino. Quindi in tre classi noi ritroviam divisi su di ciò gli
Scrittori e i Padri (Menochius, Tomo 2 in Suppl. Tab. 1 pag. 368).
Alcuni dicono e sostengono esser nato il Salvatore circa il quattro mila
del Mondo creato. Di tal sentimento è il massimo San Girolamo, il
Lirano, Alfonso Tostato, il Bellarmino, lo Scaligero, Sisto Senese,
Cornelio a Lapide, il Petavio e più di cento altri, che costantemente
seguitano la Cronologia della Sacra Scrittura della nostra Edizione Volgata
(Graves., Tomo 1, pag. 74-75; 93, ecc.). Questa ancora è la sentenza
comune di tutti i Critici moderni. E quel che fa più maraviglia, i Rabbini
stessi non meno antichi, che moderni, secondo il computo loro ebraico,
son di parere, che il Messia nascer doveva circa gli anni quattromila del
Mondo. (Tirin., Tomo 1, tab. Chr., c. 48). Quindi pare anche a me, questa sia l’opinione più verisimile e giusta (Morosin in Via Fid., Tomo 1).
10. Altri poi, crescendo nel computo circa mille anni, vogliono onninamente, che Gesù Cristo sia nato circa il cinque mila del Mondo. E se volete,
questa è la sentenza più antica, insegnata e raccolta da Origene e poi da
Eusebio Cesariense: indi sostenuta ancora da S. Agostino, da S. Isidoro
Pelujota, da San Beda, dal Cardinal Baronio e da un’altra ventina di
classici Autori (Menoch., Tomo 2 in Suppl., pag. 368), che seguitano la
Cronologia della Scrittura secondo la Versione Greca dei Settanta: ch’è
stata ancor seguitata dal Martirologio Romano, di cui si serve la Chiesa.
(Grav., pag. 74).
11. Altri poscia per finirla, crescendo il computo cronologico Scritturale
della Versione dei Settanta, aggiungono circa altri mille anni e sostengono esser avvenuta la Natività del Signore circa sei mila anni dopo la
Creazione dell’Universo (Menochius, Tomo 2, in Supplem., tab. 1, pag.
368). Così vogliono San Cipriano, San Clemente Alessandrino, Niceforo
Callisto, Lattanzio Firmiano, Isacco Vossio ed un’altra quindicina di
bravi Scrittori.
12. Mi direte, se da che mai sia derivata tanta varietà e considerabile discrepanza di computo cronologico tra Santi Padri e Scrittori antichi e
moderni? (Graveson, Tomo 1. Dis. 5, pag. 74). Vi dirò, e credetemi
pure, da una sola cagione; cioè dalla diversità di numerar gli anni della
prima, e seconda Età del Mondo, vale a dire, dal modo diverso che si è
tenuto nel computar gli anni dei Patriarchi che vissero sì prima, che
dopo il Diluvio. Ecco l’unica Origine di sì considerabili dispareri. La
sola Sacra Scrittura del Testamento Vecchio, pigliata nel suo Testo originale
ebraico, toglier poteva tutte queste gran differenze e determinar precisamente gli anni del Mondo in cui nacque il Divin Redentore. Ma sicco-
369
me il Testamento Vecchio fu per ordine di Tolomeo Filadelfio, Re di
Egitto, tradotto la prima volta dall’Ebreo linguaggio in Lingua Greca dai
Settantadue bravi Interpreti (Tirin. in Chr., cap. 39), che a sua richiesta gli
furon mandati da Eleazaro, allora sommo Sacerdote in Gerusalemme:
quindi ne venne, che discordando la Versione o sia Traduzione Greca dal
Testo originale Ebreo nella computazione degli Anni de’ Patriarchi,
aggiungendo i Greci sopra di anni mille dal computo degli Ebrei (Grav.,
Tomo 1, De Myst., Dis. 5, pag. 74): perciò quei Santi Padri e quegli
Scrittori che han seguitato la Cronologia del Testo originale Ebreo, come
San Girolamo, il Lirano e più di cento altri, han riposta la Nascita del
Redentore negli Anni circa quattro mila del Mondo creato: quegli altri
poi che han tenuto la Cronologia della Versione Greca de’ Settanta, l’han
collocata chi circa il cinque mila e chi sino circa il sei mila della Creazione
del Mondo.
13. E a quali dunque, voi dir mi potrete, di questi due Sacri Codici
Scritturali star si deve? All’originale Ebreo, oppure alla Versione Greca?
(Grav. loc. cit., pagg. 75-76). Vi rispondo, che senza dubbio star si deve
all’originale Ebreo, come più puro, più certo e più sincero. Di fatto la
Santa Chiesa Cattolica a quello unicamente aderisce. Perciocché nel
Sacro Concilio di Trento ha riconosciuta ed approvata soltanto per vera
e legittima Sacra Scrittura del Testamento Vecchio quella Versione
Latina, chiamata Edizione Volgata che dall’originale Ebreo fu fatta da San
Girolamo per ordine di San Damaso Papa.
14. Soggiungerà forse qualcuno, dicendo, che se è così, perché poi la Chiesa
seguita nel suo Martirologio Romano la Cronologia Greca dei Settanta,
riponendo la Natività del Signore, non già nel quattro mila, ma bensì
sopra il cinque mila del Mondo creato? Rispondo, che ancorché la Chiesa
sia tutta aderente alla Cronologia del Testo Sacro Ebraico (Graves., loc.
cit., pag. 83), fedelmente trasportato nella nostra Versione Latina Volgata; nulladimeno ha lasciata nel Martirologio correr la sentenza del
Computo Greco, in venerazione dell’antica Chiesa Greca e dei Santi
Padri Greci, che la tennero e la dilatarono anche per le Chiese particolari del nostro Occidente (Malvenda, lib. 2, De Anticristo, cap. 16).
Onde non essendo cosa che riguarda il dogma di Fede, né il buon costu-
370
me, ma la sola Cronologia dei Tempi; perciò la Chiesa Cattolica correr
la permette nel suo Martirologio. Del resto, il sentimento più fondato,
più verisimile e giusto, è quello dell’originale Ebreo e della nostra
Volgata; da cui si raccoglie ad evidenza esser Gesù Cristo nato negli anni
quattromila dopo la creazione del Mondo; come io vi diceva; e conforme
ora vi mostrerei, computandovi gli anni delle sei età del Mondo, qualora dover non fosse di far passaggio al secondo punto, giacché in questo
primo allungarmi più del dovere mi è convenuto.
II
15. Il Figlio di Dio pertanto, che ai 25 di Marzo, nell’Equinozio di
Primavera, in Giorno di Domenica spirante, circa la mezzanotte, si era
degnato di incarnarsi e farsi Uomo per noi nel Ventre purissimo di
Maria Vergine, (Tirin., in Chr., c. 48), in quel punto medesimo che in
quella Divina Notte fu annunziata dall’Angelo; dopo il giro di nove
mesi si volle degnare ancora di nascer per noi ai 25 di Decembre nel
Solstizio d’Inverno, in Giorno pur di Domenica, ma entrante, cioè circa
la mezza notte passata (Sarnel., in Evang., Lect. 5, cap. 5). Ma notate,
Uditori, quanti e quali furono i miracolosi prodigi, almeno i principali, che precedendo o accompagnando o seguendo la sua SS.ma Nascita,
contestarono a maraviglia, che egli solo era il vero Messia promesso, egli
l’unico vero Figlio di Dio fatt’Uomo.
16. Non voglio far io qui menzione di quei prodigi, che tuttodì si raccontano comunemente da certuni e si leggono anche presso di alcuni
Interpreti ancor moderni; cioè che nella Notte del Santo Natale si aprisse da se stesso in Roma il famoso Tempio della Pace (Grav., Tomo 1, pagg.
140-141): poiché ciò è favoloso, mentre in Roma innanzi la Natività del
Signore, non vi fu mai tal Tempio, come ben dimostra il Baronio; ma
bensì vi fu fabbricato dall’Imperator Vespasiano dopo l’eccidio di
Gerosolima. Così, che la Sibilla facesse vedere per aria a Cesare Augusto
una Vergine con un Bambino in braccio (Grav., loc. cit.); attesochè anche
questo ha dell’improbabile, come siegue a dimostrare il Baronio; perciocché ai tempi di Augusto veruna delle dieci Sibille era viva; e l’ultima
che fu, cioè la Sibilla Cumana, fu in Roma ai tempi del Re Tarquinio
Superbo, che vale a dire 573 anni prima di Augusto. Comeppure, che tra i
371
ridicoli Oracoli dei Gentili, quello di Delfo in Roma, rispondesse ad
Augusto, che da indi in poi non venisse più consultato, perché la Nascita di un
Bambino Ebreo lo aveva obbligato a tacere per sempre (Grav., loc. cit., pag.
141), e che perciò Augusto facesse fabbricar nel Campidoglio un grande
Altare in onor del nato Dio Bambino, con questo motto Ara primogenita
Dei: essendo anche ciò così in dubbio, quanto è certo che verun degli antichi Padri menzione ne fece mai; e che anche per vari secoli dopo venne pur
consultato dagli Imperatori gentili Romani nel Tempio stesso di Apollo il
Delfico Oracolo. Così, che nella Notte di Natale sorgesse in Roma, una
copiosa fonte di olio (Graves., loc. cit., pag. 142); e che nella mattina fosse
veduto un parelio prodigioso di tre lucidissimi Soli: quando per altro sì
Eusebio Cesariense, che il Baronio, attesta esser ciò avvenuto da circa quarant’anni prima della Nascita di Gesù Cristo. E così andate voi discorrendo di quell’essere stato chiuso lungo tempo in Roma il celebre Tempio di
Giano in contrassegno di pace (Grav., loc. cit.); ed in simil guisa di altri o
favolosi o mendicati portenti; dei quali non ha punto bisogno il Figlio di
Dio fatto Uomo per esser come tale riconosciuto.
17. Guardimi il Cielo pertanto di favellar di cose che non meritano attenzione veruna. Eh, che vi sono i veri e certi Prodigi che il Vangelo ci insegna
e gli Storici tutti concordemente, ad onta dei Nemici di nostra Fede cattolica, ce li contestano. Primieramente l’avveramento ed adempimento
insieme di tutte le Profezie, che per migliaia di anni prima, erano state
pubblicate intorno la Venuta e la Natività del vero Messia promesso.
18. Notate. Trovandosi vicino a morte il Patriarca Giacobbe, convocati a sé
tutti i dodici Figli suoi, per dar loro con la benedizione paterna gli ultimi buoni Ricordi, venendo a Giuda suo quarto Figlio, gli profetizza che
nella sua Tribù risiederà lo scettro e la corona Reale; e poi conchiude, che
allora il Popolo Giudaico e la Tribù di Giuda perderà affatto il Regno,
quando verrà il tanto aspettato vero Messia: Non auferetur Sceptrum de
Juda…donec veniat qui mittendus est35 (Gen. 49, 10). Questa Profezia, da
circa 1800 anni prima della Nascita di Gesù Cristo, fu fatta (Grav., Tomo
2, in Chr. Aetat., 3). Ed invero, ecco che nasce il Salvatore, in tempo
appunto che nel Regno di Giudea non vi era più veruno della Tribù e stirpe Giudaica, che regnasse; ma bensì vi era uno straniero, di nazione pagana, qual fu Erode Ascalonita. Così ce ne assicura il Vangelo: Cum natus esset
Jesus in diebus Herodis Regis (Mat. 2, 1). Senza che mai più, per quanto si
aiutassero, potessero gli Ebrei riporre in piedi il loro Regno e lo Scettro
già per sempre perduto. O questi sì sono prodigi veri, infallibili e potenti, che ad evidenza comprovano essere stato Gesù Cristo il Figlio vero di
Dio, promesso al Mondo e profetizzato da tanti Secoli innanzi.
19. Osservate di più. Profetizza Balaam, da mille e seicento anni prima che,
nella venuta del vero Messia si sarebbe per contrassegno veduta in Cielo
una nuova Stella: Orietur Stella ex Jacob36 (Num. 24, 17). Ed ecco puntualmente nella Notte del Santo Natale appare nell’Oriente la nuova
Stella; come ce ne fa indubitata fede San Matteo, Vidimus Stellam eius in
Oriente37 (Mat. 2, 2). Da circa mille anni prima aveva profetizzato Davide
e poi lo aveva confermato anche Isaia (Psal. 71, 10), che nato in Terra il
Figlio di Dio, sarebbero tosto venuti da lontano alcuni Re Orientali ad
adorarlo e ad offerirgli ricchi Doni (Isaia 60, 7). E già, pochi giorni
dopo nato il Santo Bambino vennero ad ossequiarlo con adorazione e
con donativi i Santi Re Magi: Ecce Magi ab Oriente venerunt (Mat. 2, 1).
Predisse Isaia tra le altre cose, da circa settecento anni prima, che il venturo Messia, Dio Uomo, avrebbe apportata la pace, come Principe di
Pace (Isaia 9, 6). Ed infatto, appena egli nasce, che molti cori di Angeli,
dopo datone l’annunzio ai Pastori, annunziano al Mondo la Pace, in
Terra pax (Luc. 2, 14); trovandosi allora in pace il Mondo tutto.
20. Ma io tralasciar voglio ogni altro meraviglioso portento. Il massimo tra
i prodigi tutti fu quello dal poc’anzi citato Isaia profetizzato, cioè che
il gran segno, che aver poteva il Mondo della venuta del vero Messia e
che questo Messia era Dio abitante con noi, sarebbe stato, che lo avrebbe per virtù Divina onnipotente concepito e partorito una purissima
36
35
Non sarà tolto lo scettro da Giuda finchè non venga chi deve essere mandato.
372
37
Sorgerà una stella da Giacobbe.
Abbiamo visto la sua stella in Oriente.
373
Vergine: Ecce Virgo concipiet, et pariet Filium38 (Isaia 7, 14). Or questo
solo, che a puntino si verificò nella SS.ma Vergine Nostra Signora, con
l’essere stata Madre di un Dio Uomo (Luc. 1, 35), senza punto patire
minimo detrimento l’illibatissima sua Verginità; questo solo, ripeto,
come il massimo tra i prodigi tutti dell’Onnipotenza Divina, bastar può
per comprovar ad evidenza che Gesù Cristo fu il vero ed unico Figlio di
Dio, ed il Messia unico e vero da tanti secoli promesso e per tante
migliaia di anni con sospiri aspettato.
III
21. Fermiamoci qui pertanto, Uditori; non cerchiam’altro. Ma piuttosto
con cuor umile ed affettuoso voltiamoci alla Gran Vergine Madre, congratulandoci con Lei del sommo singolarissimo e prodigiosissimo
Privilegio avuto della Divina Maternità unita sempre con una Verginità
illibatissima ed incomparabile. O quanta Dignità ha arrecato a Nostra
Signora questo suo Privilegio; al certo una Dignità immensa ed infinita: e tale, che Iddio con tutta l’Onnipotenza sua, come giustamente
riflette l’Angelico San Tommaso, non può fare una Madre più degna
della sua Madre (S. Th., In I. p., q. 28, art. 2). Aggiungete poi quante
mai immense ricchezze e prerogative singolari le ha ancora apportate.
Immacolata e Santa nella sua Concezione; ma perché? Perché Madre di
Dio. Impeccabile e perfettissima sopra gli Angeli tutti, perché Madre
di Dio. Regina insomma dei Santi tutti, Signora e Padrona del Cielo e
della Terra, perché Madre di Dio. Oh quanto gode Maria SS.ma, che i
suoi divoti si rallegrino seco e le chiedan le Grazie in riverenza della sua
Divina Maternità e Verginità. O quanto le piace, che a nome suo se ne
rendano continue Grazie alla SS.ma Triade.
22. L’esempio di Santa Metilde, a cui disse la Regina del Cielo, che seco si
congratulasse della Maternità Divina e Verginità illibata; e ne ringraziasse la SS.ma Trinità, ecc. Così fece la Santa con tanto buon’animo e
ne fu largamente ricompensata, ecc. Così pur facciamo anche noi miei
cari Uditori. Via su, ecc.
38
Ecco la Vergine concepirà e partorirà un Figlio.
374
SERMONE X FAMILIARE
Recitato Sabato 28 Gennaio 1758
Il Sermone è articolto in tre parti: nella prima, introdotta da un proemio e sviluppata nei punti 2-10, don Marcucci spiega il privilegio della verginità di Maria,
prima, durante e dopo il parto; nella seconda parte, sviluppata nei punti 11-15, viene
spiegata la maternità divina di Maria; nella terza parte, nei punti 16-17, l’Autore
invita gli ascoltatori a congratularsi con Maria SS.ma per il grandissimo privilegio
della sua perpetua verginità e maternità divina.
Viene poi narrato come esempio il fatto del B. Egidio che, in ricompensa della sua
tenera devozione alla perpetua Verginità ed alla Maternità divina di Maria, fu assistito contro molte tentazioni e liberò da una fiera tentazione un Teologo domenicano.
Questi vide fiorire un giglio, mentre percuoteva tre volte in terra un bastoncello, ripetendo: “Virgo ante partum,Virgo in partu e Virgo post partum”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC, 37, pp. 109-124.
Argomento
Ponendosi in chiarezza maggiore i due singolarissimi Privilegi
di Maria, cioè la sua Verginità perpetua e la sua Maternità di Dio,
si conclude che l’onorar questi due Privilegi
è il più bel modo di acquistarsela benevola Avvocata e Protettrice
Ave Maria, ecc.
1.
Allora quando Iddio metter volle la Mano sua Onnipotente alle Opre
sue Divine ad extra e dare l’essere ed il principio a tutte queste cose da
Lui create dal nulla; tuttoché far lo potesse in un solo istante; nulladimeno mostrar volendo, che l’Onnipotenza sua dalla sua infinita sapienza non andava, nell’oprare, mai disunita; nel dare perciò a tutte le create cose l’essere loro e la loro disposizione mirabile, impiegar vi volle sei
giorni.
Nel principio, cioè prima di tutte le altre cose, creò il Cielo, vale a dire
l’Empireo ed insieme gli Angeli tutti; e creò la Terra, voglio dire tutto
questo Universo o sia sensibile Mondo, insieme con i quattro elementi principali, che lo compongono, cioè Terra, Acqua, Aria e Fuoco (Gen. 1, 1;
Conc. Later., cap. Firmis). Tutto questo ce lo manifestano quelle Divine
375
mente nel sesto Giorno, che al nostro Venerdì corrisponde, creò prima
tutti gli Animali terrestri; indi creò l’Uomo, cioè Adamo; da una costola di cui poi creò Eva, che fu la prima Donna e Madre di tutti i
Viventi (Gen. 1, 20-27, ecc.).
Or in tutte queste grand’Opre così belle e maravigliose, che Iddio nel
giro di giorni sei compir egli volle; non crediate mai, Uditori, che nella
Mente Divina altro allora non si ravvolgesse che il semplice fabbricar il
Cielo, la Terra e tutto l’altro, a cui l’esser pur diede. Eh pensate voi! La
prima grande Opra ineffabile, che Iddio sin da secoli eterni, prevista e
preordinata prima di ogni altra qualunque, ebbe nella sua Divina
Mente; voi pur lo sapete, fu l’Opra Divinissima dell’Incarnazione del
Verbo nel Ventre purissimo di Maria. Cosicché a Gesù Cristo eran dirette, in simbolo ed in figura, tutte le altre Operazioni Divine; le quali or
in un modo, or in altro; or per una ragione ed or per un’altra; rappresentar potessero quel tanto, che questo Verbo Divino Umanato avrebbe
avuto o avrebbe fatto o avrebbe patito o con cui sarebbe rimasto glorificato. E siccome Maria SS.ma, come Madre di Gesù Cristo, fu insieme
col suo Divin Figlio ab eterno prevista e preordinata (ex Suarez); così non
può negarsi, che anch’essa nelle Opre Divine non venisse bene spesso ad
esser figurata sotto mille simboli ed adombrata sotto mille fatti e avvenimenti: essendo stata anch’essa il grande negozio di tutti i secoli; come
la chiamò con ragione San Bernardo: Negotium omnium Saeculorum (Prov.
8, 27-30, ecc.). Quindi, se tuttociò che la Scrittura Divina ci attesta di
Gesù Signor nostro, che fosse in mille guise figurato nella fabbrica
dell’Universo e che a tutte le cose si trovava presente nella Mente
Divina del suo Divin Padre e che gli serviva di un gran diletto nella
creazione del Tutto: se tuttociò, dico, applicano ancora gli Interpreti
Sacri a Maria SS.ma; voi lo vedete, se quanto grande ne abbiano il
Fondamento. Ah sì, sì, attesta con altri mille Cornelio a Lapide:
Ab inizio Mundi Mariam in variis figuris… Deus delineavit 40 (Corn. a Lap.
in Prov. 8, 23 ecc.). Sì, che la sua Purità e Verginità, segue a dir egli, fu
figurata negli Angeli; la sua Integrità ed illibatezza nei Cieli; la sua
parole, In principio creavit Deus Coelum, et Terram39; così sempre mai intese e spiegate comunemente dai Santi Padri e dalla Cattolica Chiesa
(Gen. 1, 1 et ibi Corn. a Lap., Tirin et Menoch.). Così incominciar volle
Iddio il primo Giorno, che corrisponde appunto alla nostra Domenica. Ma
siccome piacque all’infinita sua Sapienza di non dare in quel punto
disposizione ed ornamento all’Universo creato (Gen. 1, 2); quindi è che
la Terra giaceva all’intutto sepolta fra le Acque; e queste occupando uno
spazio vastissimo e quasi immenso, dalla Terra giungevano sino
all’Empireo: e tutto questo grande Abisso di cose ricoperto giaceva di foltissime Tenebre (Gen. 1, 2); senza che vi fosser né Luce, né Pianeti, né
Stelle; né erbe, né piante; né pesci, né uccelli, né animali, né Uomo.
In siffatta guisa pertanto piacque all’Onnipotente Signore di far rimaner le cose per qualche tratto di tempo in quel primo Giorno. Sinchè circa
quell’ora, che noi diciam Mezzodì, come raccolgono dal Sacro Testo
alcuni dotti Interpreti, si degnò di creare la Luce; cioè a dire un Corpo
lucido o una lucida nube (Gen. 1, 3; Menochius, ibi v. 9), che girando a
guisa del Sole, bastasse per allora ad illuminare alquanto l’Universo e
formar con la sua presenza il giorno e con la sua lontananza ed assenza la
notte (Gen.1, 3-4). Questa dunque fu tutta l’opra che far volle Iddio nel
primo Giorno, corrispondente, come dissi, alla nostra Domenica.
Proseguendo indi l’opre sue maravigliose, creò nel secondo Giorno il
Firmamento, dividendo la vastissima mole delle Acque (Gen. 1, 7-8); la
metà delle quali facendola restar congelata e cristallizzata sopra il
Firmamento sino all’Empireo; e l’altra metà per allora la lasciò sotto del
Firmamento (Sarnel in Gen. lect. 4). E questo tal Firmamento è appunto
quello, che noi ancor diciamo Cielo e che di un bel vivo colore azzurro
ci comparisce.
Nel terzo Giorno congregò Iddio le Acque insieme a parte e fece i Mari;
e così facendo apparire la Terra arida, creò tutte le erbe, tutti gli Alberi
e tutte le Piante (Gen 1, 9-12).
Nel quarto Giorno creò il Sole, la Luna e le Stelle con tutti i Pianeti.
Nel quinto Dì creò i Pesci e gli Uccelli (Gen. 1, 13-15, ecc.). E final-
39
In principio Dio creò il cielo e la terra.
376
40
Dall’inizio del mondo Dio rappresentò Maria in varie figure.
377
Bellezza nel Sole, nella Luna e nelle Stelle; la pienezza della sua Grazia
nei Mari e nelle Acque; la sua vaghezza nei Fiori e nei Prati; la sua
Divina Fecondità negli Alberi e negli Animali; la sua stabilità e fermezza nella Terra; il suo Potere e Dominio nell’Uomo: e così le altre sue
eccellenti Prerogative in tante altre cose; in quibus, come conchiude il
dottissimo A Lapide, Deus, delineando prima tantae fabbricae fundamenta,
praeludebat41.
Che se tanto gioiva Iddio nell’andar delineando nella Creazione
dell’Universo le Virtù e le Prerogative singolarissime della sua SS.ma
Madre; voglio che anche noi, Uditori, in questa sera siamo un tantino
a parte di questo Divin godimento, per quanto licer può a sì misere
Creature, col rifletter ben bene, non già a tutti i Privilegi di Nostra
Signora (che ciò neppur alle Angeliche Menti possibil fassi); ma a due
soli; voglio dire alla sua perpetua Verginità, ed alla sua Maternità di Dio.
Alcuni sacri Testi del Vangelo di San Matteo, che a certi deboli ed
indemoniati Cervelli parver contrari alle due predette Prerogative
della Regina del Cielo, mi necessitano intorno a ciò raggirare in questa sera il famigliare discorso. Sarò, dopo sì lungo Proemio, sarò, dissi,
succinto e breve più di quel che pensate. Favoritemi di attenzione.
Ed incomincio.
3.
Oltre a che, ogni ragione e convenienza voleva, che la Generazione del
Figlio di Dio, fatto Uomo per toglier i peccati del Mondo, fosse una
Generazione distinta, che non avesse parte veruna con la concupiscenza
del Mondo (Turlot, Tomo 1, p. 1, c. 4, lect. 2). E poi, siccome il primo
Adamo era stato formato di una terra Vergine per sola virtù di Dio; così
molto più era dovere, come ben riflette Sant’Ireneo, che il secondo
Adamo, cioè Gesù Cristo, formato fosse di un purissimo Sangue
Vergine, per sola Divina Onnipotenza (S. Iren., lib. 3, Cont. Haeris.,
c. 31-33).
4.
I
Favellando primieramente della perpetua Verginità di Maria, cioè che
essa, come c’insegna la Cattolica Fede, fosse sempre illibatissima Vergine
prima del Parto, Vergine nel Parto e Vergine perpetua dopo il suo Parto
Divino: favellando, dissi, di questo suo primo Privilegio singolarissimo;
certo è, che a dispetto e confusion degli Ebrei e degli empi eresiarchi
Ebione e Cerinto, costa ad evidenza dalle Divine Scritture, che Maria
SS.ma fu primieramente Vergine avanti il Parto e che Gesù Cristo Signor
nostro non fu già concepito per opera di Uomo e nel modo umano; ma
bensì fu concepito nel purissimo Ventre della Vergine per sola Virtù
Onnipotente Divina, attribuita in modo speciale allo Spirito Santo.
Invano adunque gli empi Ebioniti e Cerintiani; indarno i perfidi Giudei,
si aiutarono unitamente a dare stiracchiate e bugiarde interpretazioni
alla gran profezia d’Isaia, che abbiam commemorata di sopra (vid. Grav.
Tomo 1, pagg. 17-19). Certamente che essi vennero in ciò a mostrarsi
più empi e più ciechi dello stesso, per altro perverso, Maometto; il quale,
tuttoché con la sua bocca esecranda vomitasse mille bestemmie contro
Gesù Signor nostro; pure confessò apertamente nel suo Alcorano, che
Maria Madre di Gesù fosse Vergine avanti il Parto, e che senza umana operazion concepisse (vid. Graves. loc. cit., pag. 17).
5.
Che se da questa illibata Verginità avanti il Parto che godette Nostra
Signora, alla sua Verginità che ancor ebbe nel Parto far vogliamo passaggio; al vederla così chiaramente predetta ed enunciata nelle Divine
Scritture (Turlot, loc. cit., pag. 79), e confessata e creduta per infallibile da tutti i Santi Padri comunemente e da tutto il Cattolico Mondo
(Graves., loc. cit., pagg. 20-21); deh si arrossisca pure l’infame eresiar-
Nelle quali cose Dio delineando i primi fondamenti di una così grande costruzione
preludeva.
42
2.
41
Così lo avea profetizzato Isaia: Ecce Virgo concipiet (Isaia 7, 14): e così
necessariamente avvenne; come ce ne fa fede San Matteo: Inventa est in
Utero habens de Spiritu Sancto (Matth. 1, 18); e ce lo contesta a chiare note
San Luca: Spiritus Sanctus superveniet in Te, et Virtus Altissimi obumbravit
tibi42 (Luc. 1, 35).
378
Lo Spirito Santo verrà sopra di Te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà.
379
ca Gioviniano ed ogni altro suo maligno seguace, se con quella linguaccia d’Inferno di temerariamente negarla ardire egli ebbe (S. Amb., S.
Aug., S. Bern., apud Grav., loc. cit., pag. 20). Certo che
quell’Onnipotente Iddio, che nel farsi Uomo, non violò minimamente
il purissimo Claustro Verginale della sua Madre; così neppure lo violò
e l’offese nel nascere. Così lo simboleggiò il misterioso Roveto ardente
senza diminuzione veruna da Mosè osservato (Exod. cap. 3). Così lo profetizzò Ezechiele: Porta haec clausa erit, et non aperietur43 (Ez. cap. 44).
Così lo predisse Isaia, dicendo non solo: Ecce Virgo concipiet, ma ancora:
Virgo pariet Filium44 (Is. cap. 7). Onde nell’Apostolico Simbolo della
Fede, non solo dicesi, Conceptus est de Spiritu Sancto, in pruova che Maria
fu Vergine avanti il Parto; ma si aggiunge subito, Natus ex Maria Virgine,
in attestato che fu Vergine anche nel Parto. In quella guisa appunto, che
Gesù Cristo per Virtù sua Divina uscì nel suo Risorgimento dal
Sepolcro, nonostante che chiuso e sigillato (Catechis. Conc. Trid. in
Symbol); e nel modo che il Sole penetra con i raggi suoi il vetro o il
Cristallo senza offenderlo punto (Grav. pag. 20): così Gesù per virtù sua
Onnipotente, quand’egli nacque, uscì dal Ventre purissimo della sua
Madre, senza di offender punto l’intatta ed illibata sua Verginità; e
senza che la Madre sua purissima ne patisse minimo dolore o detrimento (Grav., pagg. 25-26). Quindi meritamente San Girolamo, come favole diaboliche ed esecrande detesta certune novelle ai tempi suoi da
Giovinianisti sparse, che sacrilegamente asserivano, esservi accorse delle
ostetriche assistenti al suddetto Parto Divino di Nostra Signora.
Filium suum primogenitum46 (Mat. 1, 25); il terzo finalmente, ove si legge:
Nonne Mater ejus dicitur Maria, et fratres ejus Jacobus, et Joseph, et Simon, et
Judas; et Sorores ejus, nonne omnes apud nos sunt47? (Mat. 13, 55-56). Onde
a questi sacri Testi dando Elvidio una spiegazione di mille bestemmie
ripiena, vedete, diceva con quella bocca d’Inferno, se lo stesso Vangelo
c’insegna, aver Maria dopo il Parto di Gesù avuti altri Figli e Figlie da
Giuseppe.
7.
Ma viva pure il massimo San Girolamo, che dando all’eresiarca perverso
una solenne mentita, confessar ben gli fece la sua somaraggine somma
su del vero e legittimo senso del sacrosanto Vangelo (Grav., pagg.
21-25). E lo stesso fecero in difesa della perpetua Verginità di Maria
dopo il Parto (Turl., pag. 79, Tomo 1) il sempre grande Agostino, San
Basilio, Sant’Ambrogio, Sant’Epifanio, in una parola, tutti i Santi Padri
e la Cattolica Chiesa, che stabilì anche di fede essere stata Maria SS.ma
perpetua Vergine dopo il suo Parto Divino (S. Tho., p. 3, q. 28, art. 3).
8.
Il vero e legittimo senso pertanto di quei Testi di San Matteo, è, che ove
dice: Antequam convenirent, ed ove non cognoscebat eam, donec peperit, il
Santo Evangelista parla solo di quel che avvenne prima del Parto di
Maria Vergine, dicendoci ivi San Matteo, che San Giuseppe non ebbe con
Maria SS.ma commercio veruno (Grav., pag. 23). Tutto ciò, e non altro,
importano quelle particelle antequam e donec, come appare in altri sacri
Testi delle Divine Scritture (Tirin in Mat., cap. 1, v. 25). Né da ciò può
dedursi, che dopo il Parto Divino fosse qualche commercio seguito;
com’empiamente bestemmiava Elvidio.
9.
Che poi nel Vangelo si chiami Gesù Primogenito della Vergine, ivi la voce
Primogenitus è la stessa che Unigenito ed unico: avendo noi altri esempi
nella Sacra Scrittura di esser così chiamati gli unigeniti (Grav. pag. 24;
Tirin, loc.cit.). Finalmente che nel Vangelo siano nominati i Fratelli e
43
46
44
47
E non la conosceva finchè non partorì il Figlio suo primogenito.
Non si chiama forse sua Madre Maria e i suoi fratelli Giacomo e Giuseppe e Simone e
Giuda e le sue sue sorelle non sono tutte presso di noi?
6.
Viva dunque Maria SS.ma Vergine nel Parto! Passiam’ora, Uditori, alla
sua perpetua Verginità dopo il Parto (Grav., pag. 21). O contro di questa
sì, si credeva il diabolico eresiarca Elvidio di aver conchiuso gran cosa,
qualora oppose tre Testi del Santo Evangelista Matteo; cioè uno, ove
dice: Antequam convenirent, inventa est in Utero habens de Spiritu Sancto45
(Mat. 1, 18); l’altro, ove sta scritto: Et non cognoscebat eam, donec peperit
Questa porta sarà chiusa e non verrà aperta.
La Vergine partorirà un Figlio.
45 Prima che venissero ad abitare insieme fu trovata incinta per opera dello Spirito Santo.
380
381
le Sorelle di Gesù Cristo, ciò altro non significa, se non che erano Parenti
della stessa Cognazione e Famiglia e discendenza della Vergine: e ciò è
il solito stile delle Divine Scritture. Tanto vero, che nello stesso Vangelo
viene spiegata Maria di Salóme, che era Madre di alcuni di quei chiamati Fratelli del Redentore (Marc. cap. 15).
10. E poi, chi mai tanto sfacciato ardirebbe di sospettare, che Maria SS.ma,
la quale fu tanto circospetta con l’Angelo nel Divino Annuncio e che confessando essa stessa che era purissima Vergine, non avrebbe neppur consentito ad esser Madre di Dio, se avesse avuto a perder l’illibata sua
Verginità: Quomodo fiet istud, quoniam virum non conosco?48 (Luc. 1, 34).
Avesse poi voluto perderla, per esser Madre di altri Uomini? Eh via, che
oltre all’essere un tal sospetto un mostro di orrenda eresia, sarebbe anche
di una somma ingiuria ed alla gran purità della Vergine ed alla gran
Santità di Giuseppe (Graves., pag. 21); come degnamente riflette
l’Angelico San Tommaso (S. Tho. in 3 p., q. 28, art. 3). Muoia dunque la
perfidia Giudaica e perisca l’empietà di Ebione, di Cerinto, di
Gioviniano, di Elvidio e di ogni altro lor Settatore ignorante e perverso:
e viva in eterno la perpetua Verginità di Nostra Immacolata Signora,
Vergine avanti il Parto, Vergine nel Parto e sempre Vergine dopo il Parto.
II
11. Che se dalla Verginità all’altro singolarissimo Privilegio della Maternità
Divina, che ebbe Maria, dar vogliamo di sol passaggio anche un’occhiata; al certo, Uditori, se mille encomi meritaron tra gli altri San Girolamo
e Sant’Agostino per aver così bene difesa la prima; elogi infiniti pur
merita San Cirillo Patriarca Alessandrino per aver contra l’empio eresiarca Nestorio (S. Cirill. lib., De rect Fid., cap. 6), con sommo zelo e
sapere sostenuta l’altra e difesa, cioè che la Vergine veramente e propriamente era Madre di Dio: come pure per tale la sostennero tutti gli altri Santi
Padri Greci e Latini e la Cattolica Chiesa poi nel Concilio Efesino lo
dichiarò anche di Fede (Grav., pag. 39).
48
Come avverrà questo poiché non conosco uomo?
382
12. Ma notate, Uditori, se che somaraggine ed empietà di quel maligno
Patriarca Costantinopolitano, voglio dire Nestorio. Il Vangelo, diceva
egli, non chiama la Vergine Madre di Dio, ma solo la dice Madre di Gesù.
Oltredichè la Vergine (seguitava l’empio) non generò la Divinità, non
fu già e non potè essere una Dea; come dunque esser potè Theótocos, o
Deípara, o vera Madre di Dio? (Graves., pag. 39). E così pensava l’ignorantissimo e maligno eresiarca di aver provato molto, col toglier empiamente alla gran Vergine il suo più glorioso e più giusto titolo di vera
Madre di Dio.
13. O sia pur benedetta la gran Madre di Dio, che imputridir fece e marcir
con mille vermi la Lingua a siffatto Nemico suo bestemmiatore, in
compruova delle esecrande bugie che vomitava (Auriem, pag. 1, car.
195). Imperciocchè vari sono i Luoghi del Vangelo e della Scrittura,
dove espressamente la Vergine vien chiamata Madre di Dio, e il Figlio di
Dio vien chiamato suo vero Figlio. In S. Matteo si attesta verificata in
Maria SS.ma la Profezia di Isaia, ove si dice, che la Vergine sarebbe stata
Madre di Colui, che si chiamava Emmanuele, cioè a dire, Iddio con noi (Matt.
1, 23). In San Luca abbiamo, che l’Angelo stesso disse alla Vergine,
ch’essa era destinata Madre di un Figlio, che era insieme Filius Dei (Luc.
1, 35-43); e Santa Elisabetta la chiamò con il giusto titolo di Madre di
Dio: Mater Domini mei. E per finirla l’Apostolo San Paolo, scrivendo ai
Gálati (Gal. 4), disse chiaramente, che dal Sangue purissimo della
Vergine era stato fatto il Figlio di Dio Umanato, Misit Deus Filium suum,
factum ex muliere49. E ciò quanto al Vangelo ed alle Scritture, da cui costa
la Maternità Divina di Nostra Signora.
14. Quanto poi all’altro, convien sapere, che la Chiesa Cattolica crede e
dice, essere stata la Vergine veramente e propriamente Madre di Dio
(Grav., pag. 39), non già perché essa fosse una dea, o generar potesse la
Divinità, o guardici il Cielo da tali favole del Gentilesimo dall’empio
Nestorio sognate. Ma bensì fu vera e propria Madre di Dio, perché fu vera
e propria Madre di Gesù Cristo, ch’era vero Uomo insieme e vero Dio.
49
Dio inviò suo Figlio fatto da donna.
383
Fu Gesù Cristo una sola Persona Divina, come c’insegna la Fede contra
lo stesso Nestorio. Ebbe non di meno due Nature, cioè la Natura Divina
e la Natura Umana, la quale, nello stesso istante che egli fu concepito
nel purissimo Ventre di Maria, unì sostanzialmente ed ipostaticamente alla
sua Divina Persona. Tuttociò pur è dogma di Fede contro il predetto
Nestorio e contra l’altro somarone eresiarca Eutíche contro dei quali si
portò con tanto zelo e sapere nell’anno 451 Lucenzio terzo Vescovo
nostro di Ascoli, allorché a nome di S. Leone I Papa presidette al
Concilio di Calcedonia. Quindi è che, o la Vergine concorresse effettivamente e fisicamente a questa Unione Ipostatica dell’Umanità col Divin
Verbo (Strugl., Tomo 2, pag. 416), o vi concorresse soltanto istrumentalmente (giacché vi è questione tra gli stessi Teologi Cattolici): il vero è,
che tale Unione Ipostatica di due Nature fu fatta nel suo puro Ventre,
nel punto che Ella concepì Gesù Cristo (Becan. p. 3, c. 209, q. 6).
Onde avendo essa veramente e propriamente concepito e partorito un
Uomo-Dio; ciò basta, come conchiude San Cirillo Alessandrino, per essere stata veramente e propriamente Madre di Dio.
in veder ossequiati da noi questi due suoi Privilegi; e quanto propensa
e premurosa si mostri in proteggerne gli ossequiosi; siccome ve ne dissi
qualche cosa nel Sabato scorso; perciò per non tediarvi mi astengo qui
dal ripeterlo. Vi basti solo questo esempio, avvenuto in persona del
Beato Egidio, discepolo di S. Francesco di Assisi e riferito dal Surio nella
sua Vita (Surio, Tomo 2, Vit. SS., die 23 August.).
17. Qui dunque si narri il fatto del B. Egidio, come per la sua tenera divozione alla perpetua Verginità ed alla Maternità divina di Maria, fu assistito contro molte tentazioni e liberò da una fiera tentazione quel
Teologo domenicano, con il percuoter tre volte in Terra un bastoncello e
ad ogni percossa nacque un Giglio, nel mentre che il Santo percuotendo
diceva: Virgo ante partum, e nella seconda percossa: Virgo in partu, e nella
terza: Virgo post partum50, ecc.
15. In quella guisa appunto, come segue a dir San Cirillo, che le altre
Madri, ancorché esse non generino le Anime dei Figli loro, ma i soli
Corpi; pur nondimeno si dicono vere Madri dei loro Figli animati
(Graves. pag. 39). Così eziandio Maria SS.ma non concepisse, né generasse la Divinità di Gesù Cristo, ma la sola Umanità sacrosanta: nulladimeno perché questa Umanità nell’istante stesso, che fu generata, fu
unita ipostaticamente e personalmente alla Divinità; talchè ne risultò
quella Persona Divina che fu Dio ed Uomo nel tempo stesso; perciò venne
ad esser la suddetta Vergine vera Madre di Dio; cioè vera e propria
Madre, secondo l’umanità, di quella Persona che era insieme vero Dio e
vero Uomo.
III
16. Siano dunque mille lodi, e mille congratulazioni alla Regina del Cielo,
per aver in sé accoppiati questi due Privilegi così ineffabili e singolari,
che riescono e saranno sempre, di un’eterna gioconda maraviglia a tutto
il Paradiso; cioè a dire di aver con la perpetua Verginità illibata, la
Maternità di Dio ancor unita. Miei cari Uditori, quanto goda la Vergine
384
50
Vergine prima del parto, durante il parto e dopo il parto.
385
SERMONE XI FAMILIARE
Recitato Sabato 4 Febbraio 1758
Il Sermone presenta un proemio ben articolato, ma si interrompe dopo la presentazione dello schema. L’Autore paragona la nostra ricerca del Paradiso Terrestre a
quella dei Magi che cercano la Grotta di Betlemme. Si propone poi di spiegare chi
fossero i Magi, come videro la Stella, quanto cammino fecero, quali doni portarono
al Santo Bambino ed infine quanto siano a Dio graditi i doni offertigli per le mani
di Maria SS.ma.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 125-127.
Argomento
Dilucidandosi la Venuta e l’offerta dei Santi Re Magi,
di cui favella San Matteo, si conchiude quanto Iddio gradisca i doni,
che gli si danno per le Mani della sua SS.ma Madre
Ave Maria, ecc.
1.
386
Questione molto amena è quella, che verte tra molti Santi Padri e
Scrittori, cioè se il Paradiso Terrestre, ove fu collocato il nostro
Progenitore Adamo, vi sia anche adesso nel Mondo, oppur fosse distrutto nell’universale diluvio? Checchè altri ne sentano; a me sempre è piaciuta quella sentenza, che tiene, trovarsi ancor di presente il Paradiso
Terrestre, né essere stato dal diluvio punto guasto e distrutto: e tantopiù mi muovo a sostenerla, quanto che leggo nella Divina Scrittura, che
dopo esserne stati discacciati i nostri Progenitori, Iddio vi pose in guardia un cherubino, affinché lo custodisse e non vi lasciasse più entrare
chiunque (Gen. 3, 24): quasi che riporre solo volesse e serbare tale
Luogo, deliziosissimo per altre da Lui prescelte Persone (Pinel.,
Tratt. de al vit. p. 2, cap. 9, dub. 7). Di fatto una tale opinione, non solamente viene insegnata da S. Giustino Martire, da Sant’Ireneo, da
Sant’Atanasio, da Sant’Agostino e dall’Angelico San Tommaso (S.Tho.
in 3 p., q. 49, art. 5); ma di più son di parere questi gran Santi, che
appunto nel Paradiso Terrestre facesse Iddio trasportare Enòc ed Elia, e
che ivi ora abitino e vivano da Viatori.
Mi direte, Uditori, se dove ed in che parte di Mondo sia o almeno fu,
codesto Paradiso Terrestre deliziosissimo? Due cose di certo risponder vi
posso. La prima è, che codesto Paradiso Terrestre fu piantato da Dio a
principio (Gen. 2, 8), come dice la nostra Volgata, cioè a capo
dell’Oriente, ad Orientem, come tradussero i Settanta; e come si tiene
comunemente con l’Angelico San Tommaso (S. Tho. in I p., q. 102, art.
1, ad. 2). L’altra cosa è, che in mezzo a questo Paradiso Terrestre fece
Iddio un copioso fonte di acque; da cui ebbero origine i quattro grossissimi fiumi, cioè il Fisone o sia il Gange, il Geóne o sia il Nilo, il Tigri
e l’Eufrate (Gen. 2, 10-14).
Dunque, direte voi, chi trovar potesse la bella sorgente di questi quattro fiumi, ritroverebbe il Paradiso Terrestre? Tant’è, Uditori. Ma a
ritrovarla sta il punto e tutto l’intoppo. Io dir vi posso, che le scaturigini dei quattro fiumi suddetti sono già state da molto tempo scoperte
(Tirin. in Genes. 2, 8). Il fiume Gange nasce nelle Indie dal Monte
Cáucaso: il Nilo da un Lago del Regno del Congo: il Tigri poi e l’Eufrate
dai Monti di Armenia. Eppure il Paradiso Terrestre, come guardato dal
cherubino, non è stato per anche trovato, né giammai si scoprirà.
Quindi a che i sacri Interpreti tengono col grande Agostino (S. Aug.
lib. 8, de Gen., cap. 7) , aver è vero l’origine i quattro fiumi da quella
copiosa Fonte del Paradiso Terrestre; ma questa Fonte poi, irrigato il
Paradiso, sprofondandosi sotto terra, vada per sotterranei meati e canaletti ad uscire, dove le sorgenti degli accennati quattro fiumi sono state
scoperte (Tirin in Gen. 2, 8).
A che, a che perder pertanto inutilmente il tempo nell’andar senza frutto rintracciando quel Paradiso in Terra, che non vuol più Iddio che si
trovi? Un altro bel Paradiso Terrestre, ed infinitamente più vago, più
degno e più eccellente dell’altro, ci propone in questa sera l’evangelista
Matteo (Matt. 2, 1); ed è la santa Grotta di Gesù Bambino in Betlemme.
Or questo Paradiso sì, perché Dio voleva che ritrovato fosse, non solo da
Pastori vicini, ma insino dai più remoti Orientali; fece perciò apparire
in alto una nuova Stella in segno, affin servisse di fedel guida ai Magi,
che tanto bramavano di poter ritrovare questo nuovo Paradiso Terrestre.
Or su di ciò in questa sera discorreremo, vedendo primo, chi erano i Magi,
come videro la Stella, e quanto cammino fecero. Secondo quali doni tributarono al Santo Bambino. Terzo, dal significato dei doni apprenderemo
quanto siano a Dio grati quei doni che gli si offrono per le Mani di Maria
SS.ma. Favoritemi della solita attenzione: ed incomincio.
387
SERMONE XII FAMILIARE
SERMONE XIII FAMILIARE
Recitato Sabato 11 Febbraio 1758
Recitato Sabato 4 Marzo 1758
Dall’autografo originale in ASC 37, pp. 139.
Argomento
Spiegandosi la Fuga nell’Egitto, memorata da S. Matteo,
si esalta la sofferenza insieme e prudenza di Maria SS.ma,
e se ne raccomanda l’imitazione
Ave Maria
Il Sermone è sviluppato in tre parti. Nel proemio l’Autore riflette sulla crudeltà
della natura umana che, dopo Caino, continua a perpetrare delitti nella storia come
la strage degli innocenti narrata dall’Evangelista Matteo (2, 16-18).
Nella prima parte, ai numeri 2-4 viene narrata la strage degli innocenti, avvenuta un anno dopo circa la Nascita di Gesù, il 28 dicembre.
Nella seconda parte, ai numeri 5-9, l’Autore presenta alcune delle ipotesi più attendibili riguardo al numero dei bambini uccisi, immagina la crudeltà della stage ed infine si chiede a quale titolo questi bambini possono considerarsi martiri se non hanno
l’uso di ragione. Conclude con la risposta di san Tommaso il quale afferma che “come
nei bambini il Santo Battesimo conferisce la grazia e l’eterna vita per i meriti di Gesù
Cristo, senza quelli propri; così negli stessi bambini la morte avuta, a riguardo di Gesù
Cristo, è sufficientissima per conceder loro la laurea del glorioso Martirio”.
Nella terza parte, ai numeri 10-16, don Marcucci si pone l’ardua questione del
perché Dio possa permette stagi come quella degli innocenti e risponde che attraverso
sua Madre, Maria SS.ma Egli trova il modo di difendere e proteggere gli innocenti e
punire i peccatori.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 37, pp. 153-171.
Argomento
Dilucidandosi la Strage degli Innocenti, di cui ci parla San Matteo,
si viene a dedurre quanto dispiaccia a Maria SS.ma
il perseguitar gli Innocenti
1.
Ignoto, La fuga in Egitto, olio su tela, sec. XVII, dipinto appartenente all’antica famiglia
Marcucci, oggi nel Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”.
388
Che un Uomo irritato ed eccitato internamente si senta a perseguitare un
Nemico, effetto è della nostra Natura dal peccato scompigliata e corrotta.
Quindi avviene a ciascuno, che a forza di valorose ripressioni continue la raffreniamo, per dar luogo alla Grazia ed ubbidire a quel Dio, che ad onta della
nostra ripugnante Natura, vuol che amiam i Nemici e che del bene facciamo a chi ci offese. Ma che poi un Uomo a perseguitare si muova un
Innocente e a lapidare si aiuti chi non mai l’offese; o questo sì che non solo
è trasgredire la santa Legge di Grazia, ma è un correr bestialmente contro
ai dettami della Natura medesima. Eppure, appena, per dir così, agli anni
della discrezione giunge il primogenito di Adamo, voglio dir Caino (Gen.
389
4) che rinunziando qual mostro di crudeltà ad ogni sentimento di umanità, ad ogni retto dettame della Natura, si empie di sdegno contro il suo
minore fratello Abele; e senza che questi o l’avesse mai irritato, o disgustato; senza causa, senza ragione, senza motivo, lo assale un giorno e tuttoché
innocente, innocentissimo, non ha ribrezzo di percuoterlo, di straziarlo, di
ucciderlo. Fosse almeno stato l’ultimo mostro di barbarie Caino, giacché
volle l’empio la gloria di esserne stato il primo. O quanti inumani Caini ha
da quando in quando veduti sopra di sè la Terra e tuttogiorno pur vede! Tra
le tante migliaia, uno di Caino ancora più empio ed inumano ci presenta in
questa sera il Santo Evangelista Matteo (Matt. 2, 16-18). Dopo aver’egli
raccontata la fuga, che misteriosamente Gesù Bambino fece con la sua Madre
in Egitto; a narrare si pone la non mai prima sentita crudeltà del Re Erode
Ascalonita; il quale dato sulle furie per non vedere il ritorno a sé dei Re
Magi, stimandosene offeso e deluso, pensò contro ogni legge di Natura sfogar la sua rabbia, coll’ordinare in tutta la Città di Betlemme e in tutto il
suo Distretto, una barbara persecuzione e strage di tutti i Bambini di età di
due anni in sotto, col pensiero di coglierci tra tante migliaia d’Innocenti
l’Innocentissimo ancora Gesù Bambino. Di tanta empietà erodiana, se il
Vangelo medesimo non ce ne desse sicurezza infallibile, credibil non parrebbe l’ordine uscito. Or, su di questa crudelissima Strage degli Innocenti sarà
in questa sera, Uditori, il nostro spirituale trattenimento. Vedremo, primo
in che tempo fu eseguita questa barbarie e dove; secondo, quanti Bambini
innocenti restarono martirizzati; terzo qual condegno castigo poi ne ricevette il crudelissimo Erode. E da qui passando a dimostrar quanto dispiaccia
alla Vergine il perseguitare i suoi divoti, massime se sono innocenti, conchiuderemo, che tanto è il perseguitare un vero Divoto di Maria, quanto è tirarsi sopra la terribile sua Indignazione. Diamo principio.
3.
Ma piano, sento qui chi mi dice che vi è di una insuperabile antilogia,
di uno inestrigabile intoppo. È certo di Fede che la strage degli
Innocenti seguì dopo la partenza e ritorno dei Santi Re Magi (Mat 2,
1); comeppure dopo la Presentazione del Divino Bambino al Tempio
(Lc 2, 21), anzi dopo la sua misteriosa Fuga in Egitto (Mat 2, 13). Or
la venuta de’ Re Magi avvenne ai sei di Gennaio, la Presentazione al
Tempio, o sia Purificazion della Vergine, successe giorni quaranta dopo
il Santo Natale, cioè ai due di Febbraio; alcuni mesi dopo accadde la Fuga
in Egitto; dicendo alcuni gravi Istorici che avvenisse questa Fuga di
Giugno. Che se dunque, dopo tutto questo furono martirizzati gli
Innocenti, come avrà poi da dirsi che la loro crudelissima strage nel
quarto Giorno di Natale ed ai ventotto di Dicembre seguisse?
4.
Non nego esser questa una grande difficoltà; ma non tanta però che inestrigabile sia! Lo stesso Vangelo la scioglie, qualora ci assicura aver
l’empio Erode ordinato che si uccidessero tutti i Betlemiti Bambini che
si trovavano in età di sotto a due anni: A bimatu et infra (Mat 2, 16). Che
segno è questo? Segno certamente che la Strage suddetta non fosse fatta
nell’anno stesso che nacque Gesù Cristo; ma nell’anno seguente (che
l’ultimo fu ancora dell’empio Erode). Tosto che il Tiranno vide che i
Magi non più tornavano a Lui, com e si era già persuaso; diede, è vero,
in smanie furiose e pensò di vendicarsene barbaramente con il sangue di
tanti Innocenti. Ma bersagliato dagli affari suoi domestici e dalla
costernazione in cui lo avevano posto i Figli ed il Fratello, gli convenne differire ad altro tempo più opportuno l’esecrando disegno. Quindi
nel venturo anno, sedate alquanto le discordie domestiche, da Giuseppe
ebreo descritte; fec’egli il conto da quel che udito avea dai Magi, secondo che ne attesta il Vangelo: Secundum tempus, quod exquisierat a Magis52;
I
Seguì, adunque, la strage crudelissima dei Bambini innocenti per ordine dell’empio Re Erode ed in odio di Gesù Signor nostro, nella città di
Betlemme ed in tutto il vasto suo Distretto: Herodes… ratus…occidit
omnes Pueros qui erant in Bethlehem, et in omnibus finibus eius51 (Mat. 2, 16);
2.
51
seguì tale strage, ripeto, nel Giorno appunto, in cui da Chiesa Santa di
tali Santi Innocenti se ne solennizza il glorioso Martirio; voglio dire, ai
ventiotto di Dicembre, il quarto Giorno dal Santo Natale del Redentore
Divino.
Erode adirato… uccise tutti i fanciulli che erano in Bethlehem e in tutti i suoi territori.
390
52
Secondo il tempo che aveva chiesto ai Magi.
391
e raccogliendo che il Santo nato Bambino aver potea poco più di un
anno; diede con barbarie inaudita l’esecuzione all’ordine già dato dello
sterminio totale di tutti i Betlemiti Bambini di sotto a due anni.
Ed ecco, conciliate le difficoltà insorte, come si verificò la strage avvenuta ai 28 di Dicembre dell’anno dopo la Nascita del Salvadore.
Non ci ha voluto ridir San Matteo il numero degli innocenti Bambini
depezzati dalla furia di Erode e sono a persuadermi fosse un dei motivi la
molta tenerezza che ne provava il piissimo Cuore del Santo. Lo risappiamo bensì dal Menologio dei Greci e dalla Liturgia degli Etiopi che il
numero de’ martirizzati Bambini fosse di quattordicimila (Graves., Tomo
1, De Myst.Christ., pag. 154). Io ben so, parere un tal numero troppo esorbitante e favoloso al P. Bollando (Tomo 1, Maii., pag. 57): ma in sua buona
pace, a me piuttosto molto scarso egli pare. E sarei per dire, che quei 144
mila Innocenti, che l’Evangelista Giovanni commemora nella sua Apocalisse
e li chiama nel loro Martirio divenuti primititiae Deo et Agno54 (Apoc. 15,
3-4), cioè le prime vittime a Dio offerte; sarei, dico, per asserire che appunto compissero il preciso numero dei Santi Bambini in Betlemme ed in
tutto il suo popolato distretto, dall’empio Erode svenati.
8.
Ma checché sia di tal numero dei Santi Innocenti, vorrei, ci spiegaste,
odo qui chi mi replica, se con qual fondamento questi Innocenti vengono e dai Santi Padri e dalla Chiesa medesima chiamati Martiri. Certo è
che Martiri son quei, che conoscendo e confessando Gesù Cristo, per amor suo
danno il Sangue e la Vita. Or essendo stati quei Bambini in età molto
tenera uccisi, assai prima che all’uso di ragione giungessero; come mai
conoscere e confessar potevano Gesù Cristo; e dar volentieri il Sangue
per lui ed esser in conseguenza Martiri veri?
9.
Per distrigarsi da tale domanda, vi furono alcuni, al riferir dell’Angelico
S. Tommaso (2. 2 qu. 124, art. 1 ad 1), i quali risposero che per speciale Divino privilegio fu accelerato a quei Bambini e donato l’uso di
ragione perfetta e del libero arbitrio; ed in conseguenza conobbero
molto bene il Messia vero venuto, lo confessarono e per lui sacrificarono di buon cuore la Vita e Martiri veri divennero. Ma io, tuttoché ciò
non lo stimi in verun conto impossibile, anzi minimamente improbabile: nulladimeno, non vedo esservi necessità alcuna di supporre un
miracolo tale, per dichiararli Martiri veri: tanto più, che Santa Chiesa
II
E qui, per far passaggio all’altro punto, cioè al numero sorprendente dei
martirizzati Bambini, egli è duopo restiate prima informati che secondo la relazione di Giuseppe Istorico Ebreo, era la Giudea ed in particolare la Città di Betlemme con tutto il suo Distretto, popolatissima.
Quindi figuratevela pure quanto mai ripiena di Bambini e Fanciulli
biennali che le vostre idee sempre si appoggeranno al vero.
5.
6.
53
7.
Escono pertanto da Gerusalemme per espresso ordine rigoroso di Erode da
tre in quattro mila Soldati, dei più fieri e dei più scelti nella barbarie; affine la natural compassione in veder tanto sangue innocente, ed in udir tante
smanie e tanti urli di migliaia di misere e non colpevoli Madri, non avesse
fatta lor mitigare l’inumana ferocia. E giunti all’improvviso sullo spuntare
del giorno, chi entro la Città e chi per li vicini Villaggi; denudate le spade,
impugnati crudelmente i pugnali danno alla strage principio. Urlano e stridono a tutta possa le infelicissime Madri; ma a nulla serve. Vagiscono e
smaniano i tenerelli Bambini, ma a nulla giova. Si sentono inconsolabili
pianti ed altissime grida di smanie e di duolo in tutta Betlemme e nei suoi
Contorni; come predisse Geremia dal Vangelo stesso citato: Vox in Rama
audita est ploratus, et ululatus multus53 (Mat. 2, 18); ma di tutto tripudiano
gli empi Carnefici. Quindi per ogni parte, per ogni casa, in ogni angolo, in
ciascun vicolo, tagliando, uccidendo, depezzando; senza perdonare a qualità, né a numero; ne straziarono dalla mattina alla sera, sinchè ne trovaron
pur uno; piuttosto mancando le vittime al loro furore, di quel che mancasse l’avidità di strage maggiore al loro sdegno inumano.
Una voce fu udita in Rama, pianto e molto lamento.
392
54
Primizie per Iddio e per l’Agnello.
393
di loro canta che essi non confessarono Gesù Cristo con le parole e con
la voce, ma bensì con la vita e con il sangue: non loquendo, sed moriendo
confessi sunt55: che è lo stesso, che dire, che se essi non furono Martiri con
la cognizione e con l’uso della volontà e della ragione; furono bensì veri
Martiri con la Morte avuta in odio di Gesù Cristo e per riguardo suo
ricevuta. Imperciocchè, come conchiude l’Angelico, siccome nei
Bambini il Santo Battesimo conferisce la Grazia e l’eterna vita per li
meriti soli di Gesù Cristo, senza i meriti loro propri; così negli stessi
Bambini la Morte avuta, a riguardo di Gesù Cristo, è sufficientissima
per conceder loro la laurea del glorioso Martirio.
III
10. Ma se passio placuit, come scrisse Tertulliano dei Santi Martiri, actio
displicuit: se così accetta fu e grata al Signore la passione ed il Martirio
dei Santi Innocenti; altrettanto però fu abominevole e di un sommo
dispiacere a Dio l’azione tirannica ed inumana dell’empio Erode persecutore. Onde non fia maraviglia, se dopo averlo tanto tempo aspettato
ed anche temporalmente prosperato, affine di ottenerne la conversione
e l’emenda (giacché expectat Dominus, ut misereatur56, come la Scrittura ci
attesta, et per prospera vocat57, come soggiugne S. Gregorio Papa); alla
fine, ostinato vedendolo e sempre più inumano, con un fiero condegno
castigo recider gli volle la vita; facendogli anche di qua pagare quel fio;
che poi con eterni incredibili cruciati pagar dovea nell’Inferno.
11. E uditene il come. Correva del Regno di Erode l’anno trentesimo settimo e della età sua il settantesimo (Poteva Dio più aspettarlo?). Pochi
mesi già erano dalla crudelissima Strage (ex Sarnel in Br., cap.16).
Eccoti gli sopraggiunge improvviso un gravissimo morbo. Gli si gonfiano i piedi; gli nasce un bollicume per tutto il corpo. E dandosi un
male con l’altro la mano; gli sopraggiungono con la febbre vari svenimenti e languori: indi una fiera disperatissima colica: in seguito gli si
incancrenisce il basso ventre, mandane fuora vermi puzzolentissimi.
Smania il disperato e s’imperversa, ma senza vantaggio: tenta di darsi la
morte con un coltello, per finir tante pene; ma non gli riesce il colpo.
Quindi contorcendosi, divincolandosi e dando segni di un anticipato
Inferno ch’egli provava, mandò fuori, a mille stenti, fra un foltissimo
stuolo di orrendi demoni, la scelleratissima Anima. Così l’Innocenza
depressa e straziata seppe alla fine vendicarsi della crudeltà e malizia
cotanto baldanzosa una volta e superba. Che se il Sangue innocente di
un solo Abele (Gen. 4), che gridava tutt’ora vendetta al cospetto di Dio,
contra l’empio Caino, fu di Lui e della sua discendenza il totale sterminio: pensate, Uditori, quanto mai perorare ed ottenere potesse da Dio,
contro di Erode, il Sangue di tante migliaia di Bambini innocenti?
12. Io ve lo accennai e ve le replico ancora, che tanto è il perseguitare e
tiranneggiare un Innocente, quanto è il tirarsi sopra, o presto, o tardi,
l’indignazione tremenda del Sommo Iddio e della Immacolata sua
Madre. E di questa in particolare or favellando e che credete voi, che la
Vergine, perché talora permette dei molti travagli e persecuzioni ai suoi
Divoti, forse li abbandoni a discrezione dei tiranni Persecutori e non ne
abbia più cura? Eh voi sbagliate all’ingrosso, se così stoltamente pensate. Non manca, né può mai mancare alla Regina del Cielo potenza e
modo di soccorrere e liberare i suoi divoti, anche dalle tirannie di un
intero mondo; perché è Madre dell’Onnipotente medesimo: Non deest
Mariae potestas, ce lo rammenta Bernardo, quia Mater Onnipotentis est58.
E neppur le manca no, né mancar mai le può il buon cuore e la volontà di aiutarli, perché della Misericordia appunto è Madre: non deest illi
auxiliandi voluntas, segue il mellifluo, quia Mater Misericordiae est59.
13. È vero, non lo nego, che essa vedendo talora tra mille bersagli un suo
divoto, par che non si curi di Lui, così renitente si mostra ad esaudirlo.
Ma che vuol dir mai tutto questo? Eccolo. Passio placuit, piace alla
Vergine di veder tra le pene il suo servo, perché tra le pene si umilia,
55
Confessarono non con parole, ma con la morte.
Il Signore aspetta che si penta.
57 E lo chiama attraverso eventi prosperi.
56
394
59
59
Non manca la potestà di Maria poiché è Madre dell’Onnipotente.
Non le manca la volontà di aiutare piochè è Madre di Misericordia.
395
tra le persecuzioni divien più cauto, tra i travagli diventa più diligente
e divoto: passio placuit. Ma che però, actio displicuit60: non si glorii no il
tiranno; non si vanti il persecutore; non tripudii il maligno; perché
l’operar suo vien dalla Vergine condannato; ed egli sotto l’indignazione
terribile si trova della gran Madre di Dio: Actio discplicuit; e cave ab ira
Columbae61, lo disse pur Salomone. O presto, o tardi, si vedrà di chi sarà
l’aspra vendetta e chi canterà la vittoria; chi ne riporterà il trionfo.
14. Vaglia un breve fatto in comprova, rapportato da Silvano Razzi nel libro
secondo della sua Raccolta (Mirac.18). Perseguitata a morte trovavasi una
pia Donna e molto divota di Nostra Signora. Suo fiero persecutore era un
suo più stretto Parente; il quale non contento di averla intaccata nella fama
con mille calunnie e di averle dilapidata la robba con mille ladronecci; non
si quietò mai, sinchè non risolse di darla in mano della Giustizia con quest’orrido stratagemma. Ritrovavasi la pazientissima Donna sotto la sua
educazione un figliuolo di un onorato Soldato. Che fece il maligno
Parente? Se ne va di notte tempo; coglie il fanciullo a letto, tutto sopito
nel sonno e barbaramente lo scanna; e poi sen fugge. Alquanto dopo,
accortasi la pia donna dell’orrido caso, né sapendone il come, a gridare si
pone ad alta voce piangendo, convoca il vicinato tutto, chiede aiuto, soccorso. Ciascuno corre, ciascuno esclama e mille frottole inventa ciascuno.
Accorre il Padre dell’ucciso figliuolo: si dà conto del tutto alla Giustizia:
si chiama la Corte: e la misera innocente Donna, condotta alle carceri; si
esamina alla rinfusa, le si intimano tormenti i più squisiti, se nega; le si
prepara una morte la più obbrobriosa, se convinta ne resti.
16. Di fatto, eccoti all’improvviso, sul più bello che dal Giudice si esaminava
in pubblico la misera supposta Rea, si affaccia in Tribunale una veneranda
Madrona con un bellissimo Pargoletto in braccio. Olà, dice con voce imperiosa al Giudice, olà, è dovere che giustizia retta si faccia a questa povera
Donna. Per scoprir quanto sia rea, si porti qui presente l’ucciso fanciullo.
Ed indi da questo mio Bambino che porto in braccio si farà l’esame e si
scoprirà la verità del fatto. Tutti a tali voci attoniti restando, ecco ordina il
Giudice il trasporto dell’ucciso fanciullo al Tribunale. Ed ivi portato tra la
folla di molta gente concorsa; quel Bambino che stava tra le braccia della
veneranda Madrona, chiama a nome il morto fanciullo; e questo con stupor di tutti vivo risorge e risponde. Indi ricevendo altro comando, che
trovi il suo Uccisore; eccolo là, rispose, accennando col dito verso quell’empio Persecutore della pia donna, il quale allo spettacolo era anch’egli accorso per goderne il buon’esito. Ciò avvenuto, disparve la veneranda Madrona
col suo Figliuolo in braccio; che fu Maria SS.ma. Il Giudice fece tosto
prendere il vero Uccisore e fattolo legare alla coda di un cavallo, così fatto
fu strascinare, sinchè così stentatamente morisse. L’innocente Donna poi
non solo fu libera; ma di più cresciuta in tanto credito, fu ben provveduta
di Beni ancor temporali, sinchè fu viva. Il Fanciullo risorto, fu restituito ai
Parenti con indicibile gioia e contento. Così appunto la Vergine sa difendere i suoi divoti, protegger sa gli Innocenti e verso poi i Persecutori piover sa i condegni castighi del suo terribile sdegno.
15. Misera donna, che farà mai senza veruno che la assista, che la consigli, che
in favor suo perori? Tutti ad una voce la voglion bruciata viva; ed il suo
più stretto Parente persecutore è quello, che più degli altri si sbraccia a
condannarla per degna di cruda morte. Mi direte, Uditori, ma e la gran
Vergine poi non si muove a soccorrer la sua innocente Divota? State zitti.
Sin ora passio placuit. Date tempo e verrà in luce l’actio displicuit.
60
61
È piaciuta la sofferenza… l’azione è dispiaciuta.
Stai attento all’ira della colomba.
396
397
SERMONCINO
giore fortuna è la nostra, Ascoltatrici mie riverite, se riflettiamo
all’impareggiabil clemenza e premurosa sollecitudine, che ha rispetto a noi, quella gran Donna Reale e possente Signora, che si è degnato darci l’Altissimo per nostra Madre e Avvocata. Già m’intendete di
chi io favelli, dir voglio, di Maria Immacolata. Il suo soccorso, il suo
Patrocinio, il suo Rifugio è sicuro senz’ancor chiederlo, e pronto senz’ancora aspettarlo. Arduo a prima occhiata vi parrà il mio assunto, non lo
nego. Ma se la vostra gentilezza favorirà di ascoltarne attentamente le
prove, confido ne riuscirò con onore. Diamone di grazia un saggio.
Ecco incomincio.
Sabato 31 Aprile 1764
Il sermoncino è sviluppato in due parti, ciascuna di sei punti. l’Autore, come al
solito, prepara le sue ascoltarici, “Madri e Signore gentilissime”, all’ascolto con
appropriati esempi.
Al tempo della dominazione Assira, fu una grande sorpresa per il Popolo eletto
poter usufruire dell’intervento della profetessa Debora e della coraggiosa Giaele.
A maggior ragione il soccorso, il patrocinio, il rifugio di Maria Immacolata è sicuro
e pronto senza neppure chiederlo.
Solitamente, nota don Marcucci, Dio ci concede le grazie che gli chiediamo, eppure ce
ne sono altre, doni gratuiti della sua amorevolezza, che non possiamo meritare. Viene portato come esempio la scala misteriosa che Giacobbe vede in sogno come àncora di salvezza.
Ciò sta a dire che l’infinita provvidenza di Dio e la benignità di Maria operano anche
verso le anime assonnate, pigre, peccatrici, immeritevoli.
Come Gioacobbe costruì un altare di pietra nel luogo dove ricevette il sogno, così
l’Autore invita le sue ascoltatrici a costruire a Maria un altare, sia pure con cuori di
pietra e, come segno di gratitudine a donarglieli in perpetuo, perché sia nostro rifugio
anche al momento della morte.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp 41-48.
2.
Benché le preghiere siano gli ordinari mezzi per ottenere le grazie, pure
vi son certe grazie che da Dio clementissimo si dispensano senza preghiere e senza meriti precedenti. Quel che è puro dono gratuito e che
unicamente dipende dalla mera liberalità della misericordia divina, non
può mai cadere sotto il merito nostro, come per esempio è il perdono,
la grazia di Dio, la perseveranza, la santa morte. Queste però, se non
cadono sotto il merito, perché non vi è chi possa mai meritarle; cadono
bensì sotto delle orazioni e preghiere, perché vuole Iddio, che si dimandino e suol’egli concederle a chi con umiltà e fiducia incessantemente
le chiede.
Maria SS.ma è un Rifugio sicuro senza chiederlo
e pronto senz’aspettarlo
3.
Vi son però delle altre grazie, che prevengono non solo i meriti, ma
le preghiere medesime; atteso che il gran Dator di ogni bene si
degna accordarle di sua pura amorevolezza e cortesia, senza esserne
richiesto. Così è avvenuto l’essere state noi da Dio create e redente;
l’esser nate in grembo della cattolica Chiesa; l’esser nudrite con
santi sagramenti per sola bontà divina istituiti; e così dicasi di tutti
quei lumi ed aiuti celesti, che prevenendoci ci eccitano e ci risvegliano al bene.
4.
Ciò presupposto, mirate, mie buone Madri, come il soccorso e rifugio
di Maria è per noi un rifugio sicuro senz’anche chiederlo; e cade sotto la
categoria di quelle grazie, che sono state da Dio dispensate senza precedente preghiera. È certo, che allora noi e tutta la cattolica Chiesa avemmo la Gran Vergine per nostro rifugio, quando ci fu essa destinata per
1.
398
Una delle avventure più felici per chi vive in grave bisogno, è senza
fallo, Madri e Signore mie gentilissime, il trovar sicuro il soccorso
senza dimandarlo e pronto ancora senza aspettarlo. Non mai forse più
fortunati si stimaron gli Israeliti al tempo dei Giudici, che qualora
trovandosi per tanti anni oppressi dalla tirannia di Jabin re Cananeo,
e di Sisara di lui capitano, videro all’improvviso alzarsi tra loro una
Debora profetessa ed una Giaele coraggiosa, destinate da Dio a liberarli da tante barbarie ed a conquidere ed estirpare i crudeli insuperbiti nemici. Ed oh, esclamarono tosto, donde mai sì opportuno rimedio a nostri mali? Donde sì sospirato soccorso ai nostri bisogni?
Donde sì possente Rifugio in sì calamitose disgrazie? Noi pur felici,
e pur troppo avventurati! Una, non dico simigliante, ma assai mag-
399
Madre. Questo è un sentimento comune di tutti i fedeli. Ed allora ci fu
destinata per Madre, quando il suo Divin Figlio sulla croce, prima che
egli spirasse per noi, avendo di noi pietà, si degnò dichiararla per tale.
Abbiamo il Vangelo per testimonio.
5.
6.
7.
400
Or mi sapreste voi dire, se chi mai allora dei mortali ne supplicasse il
Figlio, o la Madre di tanto dono? Pensate pur quanto volete, nol troverete di certo. Rinverrete bensì, che il mondo allora sul colmo delle sue
indegnità si trovava; talché fece orrore al sole stesso, che si coprì per non
vedere l’esecrando sacrilego deicidio, che stavano gli uomini allor commettendo, col dare una morte crudele al suo Creatore e trafigger di
acuti dolori la di lui Genitrice. Eppure allora sì, allora per l’appunto e
il Divin Figlio decreta che la Vergine ci sia Madre e questa gradisce e
accetta l’uffizio col pigliarci per figli. O amore liberalissimo di Gesù!
O liberalità amorosissina di Maria! Madre, dunque Ella ci fu senza esser
da noi supplicata; ed in conseguenza rifugio di noi miseri si dichiarò
senza neppur esser richiesta.
Questo è un titolo sempiterno, credetemi pure, Signore mie, di cui
Maria SS.ma non può perderne la memoria; ed è un impiego, del quale
non può certamente spogliarsi. Egli è sicuro, sicurissimo. Che se la sua
amorevol bontà glielo fece accettare, senza esser pregata; argomentate
ora voi, se come la sua connaturale clemenza glielo farà esercitare, qualor richiesta ne venga e supplicata.
II
Felice pur dunque potrà chiamarsi quell’anima, che raffidata su questo
sicuro rifugio, ne sta con viva fede aspettando i suoi pronti e mirabili
effetti. Ma che dissi aspettando? Io vi proposi, che un tal sicuro rifugio
è anche pronto senza aspettarlo. Soddisfo all’impegno. Non vi è chi non
veneri Maria per suo gran rifugio, perché non vi è chi non speri di sperimentarlo, non vi è chi non lo aspetti. Tutti aspettiamo dalla sua misericordia la protezione e la difesa. Sin qui va bene, anch’io lo confesso;
ma dubito molto, che non bene intendiamo il mirabile del patrocinio
della gran Regina del cielo. Imperciocchè il suo maraviglioso non è già
l’esser da noi aspettato; ma bensì il non essere aspettato.
8.
Un dono può essere e non essere aspettato. Deve aspettarlo la fiducia,
perché a questa si concede. Non deve aspettarlo la giustizia, attesochè
questa non merita. Esser Maria Avvocata e Rifugio con chi merita il suo
soccorso, è certamente una misericordia molto bene aspettata. Ma divenirlo con chi demerita a tutta possa i suoi favori, è una clemenza non
giustamente aspettata. Per la qual cosa, se Maria usa tutto giorno pietà
con i peccatori e di questi ne diviene rifugio, voi lo vedete, Ascoltatrici,
che il grande, il portentoso del suo patrocinio non sta nell’essere, ma
bensì nel non essere aspettato.
9.
Osservate se è così. Il Patriarca Giacobbe, allorché giovinetto fuggendo
lo sdegno di Esaù infuriato fratello, se ne andava ramingo per le campagne di Canaan verso Mesopotania, si addormentò tutto stanco sul
delizioso Monte di Betel. Ed eccoti sul più profondo del sonno gli
mostra Iddio in visione una scala lunghissima misteriosa, che da terra
poggiando sul cielo, reggeva numerosi Angeli, chi in atto di scendere,
e chi di salire. Il più bello però fu, che a capo della scala vide starsene
appoggiato Iddio stesso; che così gli diceva: Dormi pur riposato, mio
prediletto; non temere i furori di tuo fratello; va pure in Mesopotamia
contento, che io sarò il tuo protettore e custode: Ero custos tuus62; e qui
ti ricondurrò sano e salvo: Et reducam te in terram tuam63.
10. Destasi tutto meravigliato e intenerito Giacobbe, o divina bontà, esclama
con le lagrime agli occhi, o misericordia infinita di Dio! Tu sei ora meco,
ed io punto non ci pensava. Mi offri il tuo gran patrocinio, senza che io
lo aspettassi con tal sicurezza! Quindi in attestato di gratitudine, in riconoscimento di così gran beneficio, aduna alla meglio che può delle pietre
e vi erge un altare a perpetua memoria e riconoscenza: Tulit lapidem, erexit titulum64. Trovatosi Giacobbe addormentato, non pensava allora, né
aspettava il Patrocinio Divino. E questo fu che maggiormente lo spinse a
mostrarsi grato ad un sì liberale e cortese benefattore, che senza essere
richiesto ed aspettato gli fa sperimentare le sue care amorose finezze.
62
Sarò il tuo custode.
E ti ricondurrò nella tua terra.
64 Portò una pietra, eresse un monumento.
63
401
11. Già siamo, Signore riverite, al nostro caso. La scala misteriosa di
Giacobbe, che fosse figura di Maria SS.ma, ce ne assicurano tutti i
Padri. Gli Angeli furono simboli dei favori continui, che per tale
mezzo ci colmano il cuore. Era la scala ferma in terra, e vale a dire,
sopra di noi che quaggiù viviamo. Poggiava tutta volta in cielo ed
aveva Iddio a capo; appunto, perché di lassù dalla divina clemenza
una tale scala ci è data per salire a salvamento. Il più mirabile però,
il più grande, il più portentoso si è, che ci vien donata tal mistica
scala, qualora addormentati e spensierati noi siamo. O infinita provvidenza amorosa di Dio, o singolar benignità di Maria, che anche
verso di anime assonnate, tepide, pigre, peccatrici, immeritevoli,
offre il soccorso, il patrocinio, il sicuro rifugio! Tanto è vero,
che questo rifugio è sicuro anche senza richiederlo, è pronto anche senz’aspettarlo.
12. Deh s’è così, che facciam dunque noi, mie divotissime Madri, per
corrispondere a tanto amor di Maria? Giacobbe eresse per gratitudine un altare di pietra, per denotare la fermezza e stabilità del cuor
suo, tutto a Dio consacrato. E noi, facciam lo stesso a Maria. Se i
nostri cuori fossero ancor di pietra, di questi ancora si ha da formare
un altare in ossequio di Maria. Un amor così cortese e liberale, com’è
il suo, in offrirci il suo aiuto, anche quando men noi lo meritiamo;
in farsi nostro rifugio, anche in tempo di nostra insoffribile sonnolenza; si merita pure la nostra gratitudine, si merita pure i nostri cuori.
Ah sì, sì, Vergine amorosissima, caro rifugio mio, ecco qui ai vostri
piedi queste vostre serve e figlie. Dite su, che volete da noi? Volete i
cuori? Eccoli tutti in perpetuo nelle vostre mani. E giacché vi siete
degnata di farvi nostro rifugio senza esser pregata, ed aspettata;
degnatevi maggiormente ad esserci tale in vita e in morte, ora che
con tutto il cuore caldamente ve ne preghiamo e con grande fiducia
lo aspettiamo. Amen.
SERMONE
Recitato nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Intervineas
nel Martedì sera del 4 Aprile 1769
Il Sermone viene recitato nella Chiesa di Santa Maria Inter Vineas, parrocchia
di don Marcucci 65. Nel proemio egli si chiede perchè la Regina del cielo volle che questa Chiesa fosse a lei intitolata con l’appellattivo di “tra le Vigne” e perché nell’anniversario del giro della sua immagine miracolosa, la prima sosta sia in questa
Chiesa. Alla prima domanda risponde rifacendosi a fonti storiche sicure; mentre alla
seconda, in mancanza di queste, risponde con una sua ipotesi.
L’appellativo di Santa Maria tra le vigne deriva da una sacra effigie di nostra
Signora, in tavola, rinvenuta appunto tra le vigne della zona di Parignano; ciò avvenne nell’anno 488, mentre era vescovo di Ascoli San Quinziano, il quale la trasportò
nel luogo dove fu fatta costruire, in suo onore, la chiesa di Sancta Maria Inter Vineas.
Riguardo alla seconda domanda don Marcucci dà questa interpretazione: siccome
le vigne richiedono una continua custodia; “perciò la benignissima Vergine col farsi
trovare tra le vigne e fermare la sua prima stazione tra le vigne, ci voleva indicare
che essa per sua sola bontà si dichiarava speciale custode di questa Chiesa e parrocchia e di tutti coloro che qui tra le vigne si portano a venerarla”.
Nella prima parte, ai numeri 2-5 l’Autore dimostra con quanta premura e prontezza Maria ha cura di noi e lo fa rifacendosi all’immagine delle vigne riportata nei
brani scritturali del Cantico dei Cantici, nei Profeti e nel Vangelo stesso. I Padri
della Chiesa, infatti, hanno applicato il passo del Cantico dei Cantici al capitolo 3,
versetto 1, alla tenera cura e singolare custodia che la beata Vergine ha di noi per
volere della SS.ma Trinità.
Nella seconda parte, ai numeri 6-9, l’Autore spiega la “prontezza” di Maria nel
custodirci e se a volte dovesse tardare a risponderci, ciò è per il nostro bene; tuttavia
nella sua materna bontà, Ella previene anche le nostre richieste.
Nella terza parte, ai numeri 10-15, don Marcucci spiega in che modo la protezione di Maria è costante e durevole nei nostri confronti. Occorre dunque contraccambiare la sicurezza con cui Ella ci custodisce e protegge con la sincerità; la sua prontezza e diligenza con la nostra costante fedeltà nel servirla.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 205-220.
65
402
Cf. MARIA PAOLA GIOBBI in Il Palazzo Marcucci ad Ascoli Piceno, cit., pp. 26; 62-64.
403
Argomento
una Collegiata insigne; ridotta poi nei secoli bassi ad una illustre
Pievania con il titolo sempre costante di Sancta Maria Inter Vineas, conforme sino ad oggi la abbiamo. Or siccome (io soggiungeva), or siccome l’oprare a caso, per essere un effetto di precedente ignoranza, non si
può in conto veruno nella Gran Madre di Dio immaginare; così per
indispensabile deduzione assegnar conviene in Maria qualche altro
recondito fine da Lei ideato e voluto nel farsi ritrovar tra le vigne, intitolar tra le vigne e nell’annuo suo solenne giro far sempre qui tra le
vigne la prima sua stazione e dimora. Ma qual mai sarà questo fine di
Maria ideato e voluto? Ecco il forte dubbio, o Signori, che io bramava
proporvi. Semmai per altro anziosi vi ritrovaste ascoltar prima il debole mio sentimento, sono a servirvi. Direi pertanto, che siccome le vigne
richiedon di lor natura una continua custodia; talché tanto sia piantare
e coltivare una vigna, quanto obbligarsele in perpetuo custode; perciò
la benignissima Vergine col farsi trovar tra le vigne, intitolar tra le
vigne e fermar la prima sua stazione tra le vigne, indicar ci volesse, che
essa per sua sola bontà si dichiarava speciale custode di questa Chiesa e
Parrocchia e di tutti coloro, che qui tra le vigne si portano a venerarla:
onde riputar per noi dovessimo la sua custodia e protezione come sicura, come pronta, come durevole. Seppur gradite, che io ve ne abbozzi
qualche ragione, favorite di alquanto pazientarmi ed incomincio.
La Custodia e la Protezione di Maria è sicura, pronta e durevole
a favore di chi le vive ossequioso tra le sue mistiche vigne
1.
66
Non si poteva certamente, o Signori, combinar meglio la circostanza
del luogo e del tempo in mio vantaggio, quanto che questa volta in cui
mi si presenta l’onore di favellarvi delle glorie di Maria; attesochè assai
proprio ed opportuno lo ritrovo per comunicarvi un dubbio, che lungamente mi ha tenuto cogitabondo e per conseguenza bramoso di soggettarlo al saggio vostro esame e discernimento. Perché mai (andavo meco
cercando), perché mai si volle la gran Regina del cielo in questa sua
Chiesa intitolar tra le Vigne? Sancta Maria Inter Vineas?66 Perché mai
nell’anniversario del giro della Immagine sua miracolosa si degna di far
sempre qui tra le nostre vigne la prima sua stazione e dimora? Lo so
anch’io (seguitavo a dir meco stesso), lo so dalla Storia Ascolana, come
sulla fine del secolo V dell’era
comune e propriamente nel 488,
in tempo del nostro quinto
Vescovo San Quinziano, venne
scoperta tra le antiche vigne di
Parignano fuor delle nostre
mura, sopra del Tronto, la sacra
Effigie in tavola di Nostra
Signora, intitolata perciò sin da
allora Sancta Maria Inter Vineas.
Mi è noto inoltre, come tantotosto con processione solenne San
Quinziano predetto la trasferì in
questo luogo ove ora siamo ed
indi dalla pietà dei nostri antenati fabbricata ci fu questa antichissima Chiesa (che ben conta Facciata e campanile della Chiesa di Santa
dodici secoli e mezzo), ed eretta Maria Inter Vineas di Ascoli Piceno, sec. XIII.
Santa Maria tra le vigne.
404
2.
3.
I
Da due capi principalmente può chicchesia dedurre la sicurezza di aver
quel che brama, cioè e dalla ferma irrefragabil parola di chi promette e
dall’ufficio di lui, ogni qualunque volta seco abbia inseparabilmente
annesso quel che promette. Stia pur certa e sicura Bersabea di veder sul
trono d’Israele Salomone suo figlio, perciocché la ferma parola data dal
santo vecchio Davide ed il suo indispensabile ufficio di destinare per il
regno un saggio suo successore, farà senz’altro che Salomone impugni
lo scettro reale, conforme accadde.
Egli è dunque ben da riflettere, Signori miei, se mai per buona sorte si
trovi in favor nostro imparolata la Regina del cielo e se l’ufficio che
riguardo a noi intraprese, ci possa render sicuri e certi della sua special
protezione e custodia. A me sembra senz’altro di sì e lo deduco princi-
405
palmente dall’essersi, non a caso, ma con alto fine e mistero, fatta trovar
Maria tra le nostre Vigne, intitolar tra le Vigne e qui tra queste nostre
Vigne dall’aver sempre prescelta la prima sua stazione nell’annuale suo
giro. Noi ben sappiamo l’amorosa sollecitudine che tante e poi tante
volte si è degnata la provvidenza divina di mostrare verso le anime nostre
sotto la vaga allegoria delle Vigne e nei Cantici e nei Profeti e nel sacrosanto Vangelo. Che altro dunque importa l’aver Iddio collocata
l’Immacolata sua Madre con tante particolarità fra queste nostre Vigne,
se non averla con singolari finezze dichiarata nostra custode ed averle
addossato un ufficio che dalla premurosa custodia di noi è inseparabile.
E ciò parrà forse a voi che non basti per rendercene fondatamente sicuri?
4.
Tralasciam se è così le semplici, tuttoché ragionevoli congetture e
veniamo a quel che di se stessa precisamente ha di sua bocca confessato
la medesima Vergine per più assicurarci. Tra i veri mistici sensi, dallo
Spirito Santo intesi nei Sacri Cantici, entra ancor propriamente Maria,
per sentimento comune della Chiesa e dei Padri. Si fa pertanto la
Vergine a manifestarci tutta graziosa il racconto del ritrovarsi dalle tre
Divine Persone destinata Custode delle Vigne: Posuerunt me custodem in
Vineis67 (Cant. 1, 6). Ne commette al suo servo Ruperto di ogni recondita allegoria una spiegazione più chiara: Deus plurimas Vineas idest
Animas custodiendas Virgini est elargitus68. Segue indi ad impegnare la sua
fede soggiungendo: E giacché fu in piacer dell’Altissimo collocarmi tra
le Vigne alla loro custodia, giuro e prometto ogni mia più tenera e sollecita vigilanza in custodirle e proteggerle, senza perdere mai di vista e
di premura:Vinea mea coram me est69 (Cant. 8, 12). Su di che, fatto pien
di stupore Onorio prete Augustodunese, O mistiche Vigne fortunate,
esclama, anime pur felici alla cura di Maria commesse: teneram ipsa Virgo
Beata de vobis curam habet ac singularem custodiam70.
5.
6.
67
Mi posero custode nelle vigne.
Dio concesse alla Vergine di custodire più vigne cioè anime.
69 La mia vigna è davanti a me.
70 La stessa Vergine beata ha tenera cura e singolare custodia di voi.
Non così certamente affettuoso e sollecito giardiniere nell’andar del continuo ed a minuto i fiori, gli erbaggi e le piante in su e in giù osservando del suo giardino, si porta or ad innaffiar con gentilezza le più aride e
bisognose, or a troncar con man delicata i tralci superflui, or con arte a
sveller le erbe nocive ed or contro degli animali o dei landroncelli a
vegliare si pone. Non così certamente, come e molto più farò io, dice la
Vergine, in riguardo a voi mistiche figlie mie predilette, a me affidate,
alla mia special custodia commesse. Giacchè posuerunt me costodem in vineis,
giacchè piacque alla devotissima Triade che io tra le vostre vigne mi trovassi, tra le vigne m’intitolasse, tra le vigne ancor mi fermassi, siatene
pur certi, vivetene pur sicuri della mia speciale protezione e custodia:
vinea mea coram me est, sì, sì, coram me est e tanto vi basti. Miei cari Uditori,
siccome delle parole di Maria non vi è che dubitare, così alle parole di
Maria non vi è che aggiungere, se non che rammentarvi, di esser riguardo a noi, non solamente sicura la sua custodia, ma ancor ben pronta.
II
La prontezza nel dispensar benefici non può, a mio debol giudizio, darsi
meglio a dimostrare che quando conosciutosi di qualcuno il bisogno,
venga non pur sollecitamente, ma inaspettatamente ancora beneficato,
voglio dire, senza che preventivamente con replicate istanze lo richieda
il bisognoso, anziché no, senza che, minimamente lo aspetti. O allora
sì, che la prontezza, non solamente è reale, ma racchiude un nonsochè
dell’eroico e del divino. Se ne stia pur tutto tranquillo fra duri ceppi
imprigionato in Egitto il casto ed innocente Giuseppe, che vi è in cielo
chi ha custodia premurosa di lui. Vedrà quando meno se lo crede, se di
qual nobile tempra sia quella prontezza con cui verrà dalla carcere liberato. Sia dimentico pure di lui il coppiere di Faraone, che poco importa. Giungerà tempo che all’inaspettata moverà l’Altissimo il cuore di
quel monarca ad aprirgli le porte; conforme accadde: Ad Regis imperium
eductus de carcere Joseph71. Ecco in trionfo il bel carattere di una pronta
custodia senza l’affannosa molestia o di replicatamente richiederla o di
lungamente aspettarla.
68
406
71
Giuseppe condotto dal carcere all’impero del Re.
407
7.
Or io non nego, o Signori, che benespesso per nostro virtuoso esercizio e
per maggior nostro vantaggio, non soglia Iddio e la sua Divinissima
Madre, farci, dirò così, sospirar certe grazie e meritarle con suppliche ben
lunghe e replicate. Dir voglio soltanto che qualora la Vergine con tanta
parzialità di affetto si è degnata di assicurarci della sua special protezione e custodia, ci dà in mano tutto il fondamento ancor di credere, che
ella in certi nostri più urgenti e più particolari bisogni si mostrerà così
pronta e sollecita in custodirci e soccorrerci, talché assai sovente prevarrà
le stesse nostre aspettazioni e preghiere trionfando più la prontezza di lei
in beneficarci, che non la nostra risolutezza in supplicarla dei benefici.
8.
Vaglia una sola ragionevole riflessione per mille e ditemi, Signori miei,
se il ciel vi salvi, se dove mai alla fine battano tutte le mire della speciale custodia, che aver si degna di noi Maria SS.ma? Egli è la meta senz’altro che questa nostra mistica vigna a Lei commessa fiorisca di cristiane
virtù e di opere pie e devote. Ce lo esprime essa stessa con quelle parole
nei Cantici: Videamus si floruit vinea, si flores fructus parturiunt72. Or in
quella guisa, che qua e là per le vigne vanno come tante ladroncelle saltellando e scorrendo le picciole volpi, in una parte rodendo i germogli
più odoriferi, in un’altra scavando le radici più tenere e così poco a poco
rovinando tutte le viti; per tal maniera appunto fanno tra di noi le piccole dissenzioni, le frodi leggere, le incallite tiepidezze, insomma le continue veniali cadute; le quali rodendoci il midollo della virtù e della
pietà, vanno insensibilmente a rovinarci alla perfine tutta la vita timorata e divota. Oh che mali son questi di funestissime conseguenze, per cui
ogni diligenza è manchevole, ogni sollecitudine è scarsa, ogni risolutezza è tardiva! Eppure, cari miei Uditori (ed è cosa da piangersi a calde
lagrime) ecco quei mali, che noi stimiamo da nulla, dalla cui estirpazione meno si pensa ed assai meno la guarigion poi ne aspettiamo.
9.
Ben vince niente di meno la insensataggine nostra e la previene con la sua
amorosa prontezza la nostra vigilante Custode e Protettrice sovrana.
Ci scuote con le sue voci dal torbido sonno e senza che da noi richiesta ne
venga, alza le grida e ci intona: Deh togliete, dicendo, togliete una volta
risolutamente da voi codeste sì numerose picciole voci delle continue e
malabituate veniali cadute: Capite nobis vulpes parvulas73 (Cant. 2,15) e
come commenta Bernardo: idest torpores et defectus74: imperciocchè le mistiche vigne delle anime vostre alla mia custodia commesse van senza pietà
devastando: Capite nobis vulpes parvulas, quae demoliuntur vineas75. Alto qui,
Uditori. Se tal’amorevole scuotimento da noi sì inaspettato e molto meno
richiesto, non è un contrassegno manifesto della singolar prontezza di
Maria nel custodirci e guardarci dai mali di lor natura leggeri, ditelo ora
voi qual sarà mai? Argomentate al presente di qui, se quanto più sollecita dovrà esser la sua prontezza or nel preservarci o liberarci dai mali maggiori ed or in ottenerci nei più urgenti nostri bisogni a lei ben noti quei
soccorsi più propri e più opportuni. Lascio a voi il seriamente rifletterlo;
mentre io per non tanto abusarmi di vostra pazienza in udirmi, me ne
passo a vieppiù rassodarvi nella viva fiducia in sì amorosa Signora, col
richiamarvi a memoria che la sua speciale protezione e custodia rispetto a
noi, non meno è sicura e pronta, come vi dissi, ma durevole ancora.
III
10. Può la durevolezza considerarsi o in riguardo alla sua natura o per rispetto a qualche necessario aggiunto che abbia. Nel primo modo considerata ha la inincorruttibilità per sua essenza; attesochè il solo incorruttibile è di sua natura durevole. Riguardata poi nell’altro modo ha la inseparabilità di suo proprio; poiché quel che non può separarsi, ha necessariamente a durare nell’unione. Non tema, no Israele di più soggiacer
nel deserto ad una sete rabbiosa, da che l’Onnipotenza Divina ha destinata una pietra che prodigiosamente di continuo sgorgando dalle acque
perenni gli sia inseparabil compagna in tutto quel lungo e disastroso
viaggio. Ecco come l’ufficio inseparabilmente aggiunto a tal pietra di
esser perpetua consocia dispensatrice del Popolo eletto, le dà per proprietà una durevo1ezza maravigliosa nel dispensar benefici.
73
Prendete per noi le piccole volpi.
Cioè torpori e difetti.
75 Prendete per noi le piccole volpi che distruggono le vigne.
74
72
Vediamo se è fiorita la vigna, se i fiori danno frutti.
408
409
11. Or noi ben risappiamo, Uditori, dall’Apostolo Paolo che a tenor del principale allegorico senso era quella pietra una molto espressiva figura delle
benefiche operazioni del Divin Redentore al popolo suo prediletto cristiano a larga mano incessantemente dispensate: Petra autem erat Christus76
(1 Cor. 10). Non è però, che sotto l’allegoria medesima, in un senso men
principale, intender veramente non si sia potuta dai Padri anche Maria.
Deh sì, sì che la gran Vergine gode pur la durevolezza nel custodirci e beneficarci, non solamente di sua proprietà per l’inseparabile ufficio che ha di
nostra custode senza limitazione alcuna di tempo: Posuerunt me indefinitivamente custodem in vineis, ma la gode inoltre di sua natura, atteso il cuor
suo che è affatto immutabile e invariabile nella dilezione, di cui ne è Madre:
Ego Mater dilectionis77 (Eccl. 24, 24). Come dunque dubitar mai, che mancare o raffreddar alquanto si possa verso di noi la sua amorosa custodia, se
questa in Maria è troppo essenzialmente e propriamente durevole?
12. Quell’Aio premuroso e zelante che abbia da Dio sovrano un amato di lui
figlio ricevuto in custodia per un lungo e pericoloso viaggio, vedeste mai,
o Signori, se lasci passare, non dico i giorni, ma neppure le ore, senza invigilare attorno a quel affidatogli pegno; ma bensì persister costante con una
invariabil durevolezza nell’usargli ogni attenzione possibile sino al compimento del prestabilito viaggio. E vorrem dir poi, che da meno esser possa
l’amorosissima Vergine; talché noi, sue predilette mistiche vigne, a lei dal
pietosissimo Dio affidate sino alla fine di questo nostro terreno pellegrinaggio, possiam un dì trovarci miseramente derelitti? Eh via di grazia, che
né il cuor di Maria può ammetterlo, né comportarlo il suo ufficio. Essa,
giacché sì amorosamente si addossò l’incarico di esser di queste vigne la
premurosa e zelante custode ad incarico ancor suo intraprese di perpetuarci sino alla nostra morte la sua possente custodia. Super custodiam meam, così
per il Profeta ce lo contesta, Super custodiam meam stabo78 (Habacuc 2, 2). Io
non parto, ci dice, dalle vostre vigne con la mia protezione speciale e col
mio tenero amore: stabo. Qui tra le vigne ho fissato la mia dimora: stabo e
intorno a queste Vigne sta fermo e immobile il Cuor mio amoroso: Stabo:
talché la mia protezione e custodia non solamente per voi è sicura e pronta, ma sarà inoltre sempre durevole. Sì, sì: Posuerunt me custodem in vineis?
Or bene: Vinea mea coram me est. Super custodiam meam stabo79. Udiste, o
Signori? Non oso dopo sì pesanti espressioni di Maria, non oso, dissi proferire più parola in persuasione di quant’io vi proposi.
13. Vergine sacrosanta e tra le pure creature la più potente, la più amante, la
più graziosa, che farem dunque noi che con tanta sicurezza, con eguale prontezza e con pari durevolezza siam da voi per sola bontà vostra protetti e
custoditi? Eccoci qua risoluti onninamente stasera di contraccambiare
tante amorose finezze del vostro bel cuore. Dite su dunque, eccelsa nostra
Sovrana che volete in contraccambio da questa vostra mistica vigna, con
tanto impegno coltivata da voi e custodita? Che richiedete da noi? Quali
sono mai le vostre mire, il genio vostro? Ma via, che già sentir ci fate nei
sacri Cantici i vostri adorati voleri: Descendi, son vostre parole, ut inspicerem,
si floruisset vinea ... flores fructus parturiunt80 (Cant. 6,10; 7,12). Venni tra le
vostre vigne, ci dite, me ne dichiarai coltivatrice e custode e feci tra voi
ritorno, descendi, affin di vedere, se mai tante mie premurose e continue
fatiche nel coltivarvi e sollecitudine nel custodirvi, avesser prodotti i fiori
di virtù cristiane che in voi bramo: ut inspicerem, si floruisset vinea e partorite le frutta delle opere sante che da voi richiedo: si flores fructus parturiunt.
14. Deh sì, o gran Regina del cielo che ben paga sarete voi rimasta nell’osservar
tutta fiorita e bella questa vostra Mistica vigna. Sì, sì vinea nostra floruit81
(Cant. 2, 15). Codesto altar maestoso, dove voi risiedete: il sontuoso apparato di tutto questo Tempio a voi consacrato: le Funzioni decorose, l’affollato
Concorso divoto, non son forse e frutta e fiori a seconda del vostro bel cuore?
Vinea nostra floruit, si, sì floruit, floruit. Sebbene, oimè, voi, per quanto vi
sento, non ancor soddisfatta vi dimostrate. Ci riconvenite anzi dicendo:
flores mei, fructus honoris et honestatis82 (Eccl. 24, 23). Gradisco sì, ci dite, gli
estremi ossequi con retto fine a me fatti e li ricevo, come fiori e frutti di
79
76
E la pietra era Cristo.
77 Io Madre d’amore.
78 Io starò sulla mia custodia.
410
La mia vigna è davanti a me. Starò sulla mia custodia.
Sono sceso per vedere se era fiorita la vigna… se i fiori portano frutto.
81 Se la nosta vigna è fiorita.
82 I miei fiori, frutti di onore ed onestà.
80
411
onore: Flores mei, fructus honoris. Non bastano tuttavia per appagarmi.
Ci voglio aggiunti fructus honestatis, quelle frutta, dico, che consistono in una
vita tutta timorata e divota a mio riguardo intrapresa. Questi sono i fiori e i
frutti degni della mia custodia che ho di voi sicura, pronta e durevole.
15. Se è dunque così, per quanto fiorita appare questa nostra vigna, non ci fermiam di grazia, cari miei Uditori, nel solo culto esterno verso Maria. Non
è questo l’intero contraccambio che dar possiamo alle amorose finezze
della protezione e custodia che essa ha di noi. La sicurezza con cui ci custodisce e protegge contraccambiar si deve con la sincerità nell’amarla;
la sua prontezza con la diligenza in farle ossequi: e la ferma sua durevolezza
con la nostra costante fedeltà nel servirla. Ecco i degni fiori, ecco le degne
frutta, che da queste nostre mistiche vigne la gran Regina del cielo e
nostra Custode giustamente in contraccambio richiede. Diceva.
CAP. VII
SERMONI
PER IL TRIDUO E LA FESTA
DI MARIA BAMBINA
(1767-1769)
Pietro Alemanno, Madonna col Bambino,
affresco staccato, 1490 circa, Ascoli
Piceno, altare maggiore della Chiesa di
Santa Maria delle Grazie, detta l’Icona,
oggi chiesa del Crocifisso.
412
413
Introduzione al capitolo
Il capitolo raccoglie cinque sermoni, quattro dei quali recitati nella Chiesa di
Sant’Angelo Magno officiata dai Padri Olivetani, sulla Natività di Maria Bambina.
Si tratta del Triduo in preparazione alla festa (5-7 settembre 1767) e dell’orazione
per il giorno della festa dell’anno successivo, 8 Settembre 1768, conservati nel volumetto
ASC 63. L’ultimo sermoncino del capitolo fu recitato l’8 settembre 1769 nella chiesa
dell’Immacolata delle suore Pie Operaie dell’Immacolata ed è conservato nella miscellanea
ASC 23.
Il triduo tratta il tema della bellezza, della bontà e della benificenza di Maria
Bambina che l’Autore affronta utilizzando i simboli della natura: l’aurora, il sole,
gli astri, le gemme, i prati, i fiori, i mari e l’insegnamento dei Padri della Chiesa dai
quali prende in prestito definizioni di Maria SS.ma come: casa e maestra di tutte le
virtù, acquedotto divino, Madre di celeste beneficenza e dispensatrice di tutte le grazie.
Il sermone per la festa del 1768 descrive i privilegi di cui fu adornata la Santa
Bambina in vista della sua missione di Madre di Gesù, mentre quello dell’anno successivo riprende le tematiche precedenti.
I brani sono sviluppati in modo ampio e accurato. Quello che tuttavia colpisce e
conquista di più è l’amore convinto e totale dell’Autore verso Maria SS.ma alla quale
si affida totalmente con una preghiera al termine di ogni sermone.
Particolare del chiostro del Convento di Sant’Angelo Magno di Ascoli Piceno.
414
415
Triduo per la Festa di Maria SS.ma Bambina
in occasione del santo suo Nascimento
Recitato nella Chiesa di S. Angelo Magno dei Reverendi Padri Olivetani
ad Ascoli Piceno
SERMONE PRIMO
Sabato 5 Settembre 1767
L’Autore ha ormai 50 anni, conosciuto ed apprezzato in città, viene invitato dall’abate della comunità dei Padri Olivetani P. Valeriano Malaspina di Ascoli 1 a predicare nella loro Chiesa di sant’Angelo Magno 2, il triduo in preparazione alla festa
di Maria Bambina.
Si rivolge agli ascoltatori dicendo che farà del suo meglio per far loro comprendere la Bellezza, la Bontà e la Benificenza di Maria Bambina affinché ella possa
rapire i loro cuori per lasciarli “nella sacra culla di sì amabile Pargoletta”.
Nella prima sera del triduo don Marcucci spiega la bellezza di Maria
Bambina. Immagina che nel sabato della sua nascita, la natura sfoggi una inusuale bellezza per simboleggiare quella della divina Bambina. L’aurora splende con
raddoppiato chiarore; la luna sembra essere diventata la regina dei pianeti; il sole
spunta dall’orizzonte con il luminoso corteggio di due Pareli, secondo la descrizione
di Eccl. 43, 4.
La bellezza di Maria è perfetta e totale anche nella culla perché è piena di grazia, di santità e di perfezione. Dopo quella di Gesù non ce n’è una maggiore né in
cielo né in terra. Con l’audacia di un innamorato l’Autore invita gli ascoltatori a
dargli i loro cuori per portarli con il suo alla cara Bambina, li incoraggia a non
cedere ad altra bellezza umana, come fece Sansone con la Filistea che Dio gli aveva
destinato.
Manifattura del sec. XVIII, Maria Bambina, cera e altri materiali, Ascoli Piceno, terzo altare di destra nella Chiesa di Sant’Angelo Magno.
1
Cf. CARLA ROSSI, Un monastero: Sant’Angelo Magno ad Ascoli nella prima età moderna (Tesi di
laurea in storia moderna), Università degli studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia,
A. A. 1994-’95, p.177.
2 La costruzione della chiesa è anteriore al 986 ed era abitata da un ceto di monache benedettine. Quando nel 1460 esse furono cacciate vi giunsero i monaci Olivetani che vi rimasero fino alla soppressione del 1860 (Cf. CIANNAVEI GIUSEPPE IGNAZIO, Compendio di
Memorie Istoriche, 1797, pp. 250251).
416
417
La conclusione è una promessa d’amore. “Si strappi prima il Cuore da questo
petto… l’Anima da me stesso, che abbia a strapparsi e partire da voi, o mia bellissima reale Bambina, il mio sincero amore ed ossequio”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 1-14.
nella Culla ed esser quella Bambina sin ab eterno preeletta e predestinata da Dio per sua Madre: quella Pargoletta perciò, che nella pienezza dei tempi con maniera unica e singolare fu concetta nel ventre
materno senz’alcuna macchia di colpa e che piena di grazia e dotata
di uso perfettissimo di ragione al Mondo nacque. Che prodigi non
mai più uditi! Maria Bambina, ma la sua Culla esser adombrata in
tante figure, vaticinata da tanti oracoli, sospirata da tanti secoli, che
al dir del Damasceno (Orat. De On. Vir.). Facevano a gara ad ottener
il vanto di averla: Certabant secula, quodnum ortu Virginis gloriaretur5.
Che maraviglie non mai vedute! Maria Bambina, ma nella culla esser
l’Arca del nuovo Testamento: Bambina, ma Trono del vero pacifico
Salomone: Bambina, ma Tempio vivo per sé prescelto dalla Triade
Sacrosanta: Bambina, ma insiem Madre di Dio: Nativitas tua, Dei
Genitrix Virgo6. Ditelo voi pertanto, o Signori, se, essendo proprietà
dello stupore precluder alle labbra ogni favella, dovrebb’essere piuttosto per codesta Pargoletta Divina miglior Panegirista un rispettoso silenzio? Nientedimeno, invitandoci la Chiesa a celebrarne le lodi
con cuor coraggioso ed allegro, per quanto lo comporta la nostra fievolezza: Nativitatem eius cum gaudio celebremus7, non deve dunque, s’è
così, o mia celeste Sovrana Bambina, rattenermi dai vostri elogi nè la
debolezza mia estrema, né la vostra eminente Grandezza: perciocchè
tal voi vi siete, che se cerco nella vostra Culla la Maestà che chicchesia sgomenta, m’incontro prima nella Benignità e Clemenza che a
tutti pronto porge il soccorso; e se fissando in voi le pupille, vi ravviso nata, come un bel Sole splendente che abbaglia, vi trovo nel
tempo stesso come un Sole benefico che riscalda ed illumina. Dirò
dunque, Uditori, di Maria Bambina in queste tre sere di Sacro apparecchio alla sua Festa quel che potrò: e quel che potrò sarà tutto indirizzato a farvi concepire al miglior modo quanto sia la sua Bellezza,
la sua Bontà, la sua Benificenza. Vorrei con tal’assunto rapirvi in questo Triduo i cuori per depositarli e lasciarli nella sacra culla di sì
La Bellezza di Maria Bambina
1.
Se non vi è cosa, o Signori che più diletti, quanto il favellar di Maria,
come ogni Cuore divoto ben lo capisce; non vi è Assunto però che più
spaventi un Dicitore, conforme asseriva Bernardo, quanto è quello
dei Pregi di sì eccelsa Signora. È la grandezza e magnificenza di
Maria, come atterrito confessava Agostino, più alta dei Cieli per
l’immensa sua Dignità e più cupa ancor dell’Abisso per li profondi
Misteri che in sè contiene. Gli stessi Evangelisti assai succintamente
ne registraron gli elogi, perchè, al rifletter del Santo Arcivescovo di
Villanova, son più atti ad ammirarsi, che a descriversi. Nella gran
Vergine, esclama attonito l’Aquila degli ingegni, si muta e si perde
tutta la Logica; perciocchè se in questa non vale tale argomento: Può
essere, dunque è, vale bensì in Maria, a motivo che essa sola ben fu,
quanto potè essere. Sembra soltanto che nella ricorrente solennità del
Santo Suo Nascimento, in ravvisarla noi qual tenera Bambinella sulle
fasce e graziosa Pargoletta nella sua Culla, quanto c’innamori dall’un
canto il suo bel Volto, altrettanto ci faciliti il poter sciogliere la
Lingua alle sue lodi. Così sembra; ma la Chiesa, che di tal Bambina
ben ne ravvisa tutti i pregi singolarissimi, si fa subito a presentarcela, come un oggetto di sovraumana maraviglia. Ce la fa vedere, è
vero, in sulla Culla come Bambina: Nativitas est hodie Sanctæ Mariæ
Virginis3; ma nel tempo stesso c’intona, esser nata tal Pargoletta,
come un bel Melagrano con sua Corona in capo qual Regina di tutto
l’Universo, attesochè sin dalla culla ella è destinata Madre del
Creatore del tutto: Nativitas tua, Dei Genetrix Virgo4. Che stupori da
far innarcare le ciglia ai più alti serafini dell’Empireo! Maria giacer
5
3
4
Oggi è la natività di Santa Maria Vergine.
La tua natività, Vergine Madre di Dio.
418
I secoli gareggiavano quale mai di essi potesse gloriarsi della nascita della Vergine.
La tua nascita, Madre di Dio Vergine
7 Celebriamo la sua nascita con gioia.
6
419
amabile Pargoletta; ma non so, se la mia fievolezza ne otterrà poi
l’intento. La singolar tenerezza che voi professate a Maria e mi riempie di fondata speranza, e mi accerta di vostra attenzione divota,
senza che pur io ve ne prieghi. Incomincio.
2.
Tre cose, al parer di Agostino e di Tommaso, rendono amabile un
oggetto, cioè Bellezza, Bontà, Beneficenza. Alletta la prima ogni cuore,
lo rapisce l’altra, l’ultima lo costringe. Basta vedere il Bello per invaghirsene, gustare il Buono per innamorarsene, sperimentar il Benefico
per restarne vincolato. Imperciocchè la Bellezza riscuote con la vista
l’amore, la Bontà con il gusto, la Benificenza con lo sperimento.
L’inganno può soltanto consistere nella prescelta. Si piglia talora per
Bello il Brutto, per Buono il Cattivo, per Benefico chi è cagion di ogni
male. Del resto, si dia un oggetto che abbia una vera Bellezza e l’occhio
lo miri; una vera Bontà e il cuore lo provi; una vera Beneficenza e la vita
lo sperimenti; ed io vi dirò francamente con Agostino, che non può tale
amabile Oggetto non essere amato.
3.
Me dunque e tre e quattro volte felice, o Signori, che affin di rapirvi i
cuori e depositarli nella sacra culla di Maria, sull’impegno mi trovo di
farvi vedere, tuttochè per un lampo, quanto sì eccelsa Bambina sia
bella, quanto sia buona, quanto sia benefica. Riserbando le due seconde
alle sere seguenti, mi appiglio stasera alla prima, cioè alla sola Bellezza;
giacchè questa sola, allo scriver di Agostino; è bastevole a guadagnarsi ogni cuore: Non amamus, nisi pulchrum8. In quel Sabato fortunato pertanto, in cui nacque Maria, splendette l’Aurora con raddoppiato chiarore; parve la Luna divenuta dei Pianeti Regina, tanto si mostrò luminosa; al Sole poi non bastando far solo in quel dì la sua sfarzosa comparsa, spuntar volle dall’Orizzonte col luminoso corteggio di due
Pareli, comparendo un Sol triplicato per solennizzare tal giorno festivo con triplicato spendore, come lo vide il Savio: Tripliciter Sol 9
(Eccl. 43, 4). Ma perché, forse voi chiederete, in tanta gala non mai
più veduti il Sole, la Luna, l’Aurora? Eccolo. Perché della impareggiabil Bellezza di Maria Bambina esser dovevano i simboli più
espressivi e le più vive figure.
4.
Osservatelo. Nasce Maria e tutte le beate Figlie della Celeste Sion,
voglio dir le Angeliche schiere, scendono a corteggiar la sua culla.
Attoniti insino i più alti Serafini, l’un altro mirandosi, oh quanto è mai
bella questa Real Pargoletta, vanno esclamando oh quant’è mai bella!
Non apparve mai tra noi nell’Empireo veruna consimil creata Bellezza.
Io per me, dice uno, la rassomiglio ad una nascente lucida Aurora:
Progreditur quasi Aurora consurgens10 (Cant. 6, 9). Ed io, quanto a me, un
altro Serafino soggiuge, paragono la sua bellezza a quella della Luna,
quand’è pienamente dal Sole investita: Pulchra, ut Luna11. Anzi a me
pare, ripiglia un altro, che essa sia tanto bella, che raffiguro nel Sole
istesso una immagine della sua lucente bellezza: electa, ut Sol12. Ebbero
ben dunque ragione, o Signori, e l’Aurora, e il Sole, e la Luna nel dì
beato del Nascimento di Maria a far la comparsa in gala oltre all’usato
sfarzoso, perché rappresentar dovevano per Oracolo Angelico la singolare Bellezza della Real Pargoletta. E dissero ancor molto, non lo nego,
quegli Spiriti Beati, qualor con sì vive figure la espressero, ma non dissero tutto. Potevan ben anche asserire con verità che l’eccelsa Bambina
superava di gran lunga in Bellezza il sole stesso. Ciò tacquero, cred’io,
gli Angeli, perché forse riseppero voler con sì magnifico elogio encomiar la Bellezza della Bambina sua Sposa lo Spirito Santo.
5.
Ecco pertanto cosa egli ne dice nel settimo della Sapienza: est hæc speciosior Sole13: assai più bella del Sole è la mia prediletta: speciosior Sole.
Mostra il sol le sue macchie; ma no la mia Sposa Bambina, per averla
io formata bella all’intutto e senza macchia: speciosior Sole: Tota pulchra
10
Avanza come Aurora che sorge.
Bella come la luna.
12 Eletta come il sole.
13 Costei è più bella del sole.
11
8
9
Non amiamo se non ciò che è bello.
Un sole in tre forme.
420
421
est, et macula non est in ea14. Soggetto è il Sole agli ecclissi ed a restar dalle
nubi ottenebrato: ma no Maria, in cui non sunt tenebræ, non umbra15 (Job.
34, 22), per cui restar mai possa per un solo istante ecclissata. Speciosior
Sole. Tiene il Sole tra l’ordine delle creature l’infimo luogo, come creatura insensata: ma la Sposa mia Pargoletta, dice Iddio, nell’ordine delle
pure creature anche più nobili e più sublimi ha, come loro Regina, il
primo posto. Super hæc mulier immaculata computabitur 16. Sicchè ceda il
Sole con tutti i suoi splendori alla sovrana Bellezza di Maria Bambina,
giacchè essa è infinitamente più bella del Sole: speciosior Sole. Al più, al
più, si accordi al Sole raffigurar lo splendore delle sue fasce; Mulier amicta Sole17: ma non ardisca mai garreggiar coll’impareggiabil Bellezza della
di lei Persona: che è all’intutto speciosior Sole.
6.
chiamino ancor assai belle Giuditta ed Ester, pulchra valde23 (Esth. 1);
ma no la Bellezza medesima, perché non vi ha nel Genere Umano
Persona, di cui qualche particella non sia difettosa o nella proporzione e chiarezza del corpo, o nella integrità e perfezion dello spirito. Sì,
Uditori; ma non entra un tal filosofare riguardo a Maria, che con la
sua Bellezza trascende ogni pura beltà creata e giunge a quella perfezione, cui qualsivoglia pura nobile Creatura non mai arriva. Essa perciò gode il titolo nei Sacri Cantici di bellisima tra le più belle:
Pulcherrima mulierum24 (Cant. 1). Ecco l’impareggiabile privilegio
della nostra Real Pargoletta che tra tutte le pure Creature e Celesti ed
Umane gode l’ammirabile vanto di poter esser chiamata col nome
della perfezione medesima di qualche suo pregio. Ecco, che non tanto
dicesi Vergine, ma la stessa Immacolata Verginità: Sancta et
Immaculata Virginitas25: non solo misericordiosa, ma la stessa
Misericordia, anzi Madre di Misericordia: Mater misericordiæ26. Così in
pari guisa, non solo essa è bella, bellissima sopra tutte: Pulcherrima
mulierum; ma è la stessa Bellezza: Fæmina…Pulchritudo. Ed oh che bellezza è quella di Maria ancor nella Culla! Bellezza intera, cui nulla
manca nella proporzione e chiarezza del gentilissimo sacro suo corpicciuolo. Bellezza perfetta e totale, in cui concorre ogni pienezza di
Grazia, di santità e di perfezione. Bellezza insomma, cui dopo quella
del Divin Verbo Umanato, non può trovarsi eguale in Terra e in Cielo,
né idearsi maggiore: tantovero che non solamente tiene incantate
tutte le Angeliche Gerarchie, che su questa Bellezza di Maria, anche
tra le fasce ristretta, ritrovano un Paradiso a parte; ma quel che è sommamente stupendo, giunge a far che lo stesso Iddio se ne mostri invaghito e se ne dichiari di grande Amore impiagato: Vulnerasti Cor
meum, Soror mea Sponsa, vulnerasti Cor meum27 (Cant. 4). O Bellezza
dunque ineffabile, unica, singolarissima!
Ed invero poggia tanto alto, o Signori, la Bellezza di Maria, anche ravvolta tra le sue fasce, che io con la scorta di Sacri Espositori la trovo in
vari passi delle Scritture misticamente chiamata bella e bellissima non
solo, ma la stessa Bellezza. Di fatto con il nome astratto di Bellezza la
dice il Reale Profeta, su cui tenga Dio fissi i suoi sguardi: Pulchritudo in
conspectu eius18 (Psal. 95). Bellezza ancor la predisse Geremia e Bellezza
tale, che più decorosa fa spiccar la sua santità e giustizia: Fæmina circumdabit virum…Pulchritudo justitiæ19 (Jer. 31). Ma piano, odo chi qui ripiglia, per esser la stessa Bellezza ci vuole un Bello perfetto, totale, intero, cui nulla manchi: Ad pulchritudinem requiretur integritas seu perfectio
totius 20, insegna l’Angelico, quæ enim diminuta sunt, hoc ipso turpia sunt 21
(Gen. 12). Dicasi pur troppo bella e Sara e Rachele, pulchra nimis22;
ma no la stessa Bellezza, mentre di questa, alcuna cosa lor manca. Si
14
È tutta bella, e in lei non vi è macchia.
Non ci sono tenebre, non c’è ombra.
16 Sopra queste cose sarà ritenuta donna Immacolata.
17 Donna vestita di sole.
18 La Bellezza al Suo cospetto.
19 La donna cingerà l’uomo… la bellezza di giustizia.
20 Per la bellezza è richiesta l’integrità o la perfezione del tutto.
21 Quelle cose a cui è tolto qualcosa, perciò stesso sono brutte.
22 Troppo bella.
15
422
23
Molto bella.
La più bella tra le donne.
25 Santa ed Imacolata verginità.
26 Madre di misericordia.
27 Mi hai ferito il cuore, sorella mia sposa, mi hai ferito il cuore.
24
423
7.
Deh se è così, e chi mai, cari miei Uditori, ritener più si potrà il Cuore
nel petto che non corra tantotosto a tributarlo a Maria nella sua Culla.
Ed oh mortali, mortali, che dietro a vane, apparenti e caduche bellezze
incauti tuttodì ve ne correte, quasi lupi affamati dietro lo strascino delle
carogne, deh aprite gli occhi una volta e mirate se quanta e quale
Bellezza voi vi perdete!
Spunti, se è così, spunti pure una volta, amabilissima Bambinella
Celeste, un raggio di vostra sovraumana impareggiabil Bellezza nelle
nostre offuscate menti e ne dilegui le tenebre: spunti un raggio del
vostro Divin Bellissimo Volto nei nostri Cuori e ne sciolga il gelo e la
durezza. Ah, Maria, Maria, se la vera Bellezza basta che vedere si faccia,
deh fate, vi prego, che noi da qui in poi chiudendo gli occhi a tutte le
transitorie ed apparenti bellezze terrene, li teniam sempre aperti a
vagheggiar la vostra vera, durevol, perfetta Bellezza, Bellezza superiore
agli Astri e Pianeti; Bellezza incantatrice degli Angeli e dei Serafini,
Bellezza di cui ferito si chiama Iddio stesso.
8.
Qua dunque, stasera, Uditori, datemi qua i vostri Cuori che io portar li
voglio, insiem col mio, alla sacra culla di Maria per tributarglieli in
dono. Che se mai altro oggetto con apparente bellezza vi si presenti
innanzi per rapirvi gli affetti, deh su, io tutti coraggiosi e risoluti vi
voglio, come Sansone. Aveagli Dio destinata una Filistea. Ciò non
sapendo i suoi Genitori lo distoglievano ad ogni passo. Saldo e forte
Sansone nel suo proposito, altra ragion non adduce, che quella spedita
e risoluta: Placuit oculis meis28. Piacque agli occhi miei, ferì il mio cuore
e tanto basti: Placuit oculis meis. Così, così per l’appunto, Cuor mio, hai
tu coraggioso e risolutamente a rispondere: Lungi, lungi da me, e dai
miei pensieri e dai miei affetti altre Bellezze. Una sola mi piacque, una
sola ne prescelsi, ad una sola totalmente e irrevocabilmente consacrai
me stesso e questa altro non è che Maria tra le fasce ravvolta: Placuit oculis meis: e questa unica, io voglio e questa unica sia dopo Dio di tutti gli
affetti miei l’unico oggetto: Placuit oculis meis. Si svelgano dunque piut-
28
Piacque ai miei occhi.
424
tosto per man di Tiranni le viscere da questo mio Corpo, si strappi
prima il Cuore da questo petto, parta piuttosto l’Anima da me stesso,
che abbia a svellersi, strapparsi e partire da voi, o mia bellissima Reale
Bambina, il mio sincero Amore ed ossequio. Deh, sì che tutto il cuor
mi rapì il vostro bellissimo Volto, o Maria! Deh sì che troppo mi obbligò ad amarvi la vostra impareggiabil Bellezza! Placuit oculis meis.
Oh quanto siete bella, non posso io saziarmi dal ripeterlo col cuor sulle
labbra, oh quanto siete pur bella!
Don Tommaso Nardini, Immacolata Concezione, affresco,
1716, Ascoli Piceno, volta della Chiesa di Sant’Angelo
Magno.
425
Fiat Lux30. Eccovi il più vivo simbolo, esclama il grande Apostolo
Valenziano San Vincenzo Ferreri, del Nascimento di Maria: Fiat lux,
idest benedicta generatio Mariæ31 (Ser. 2., De Nat. Virg.). Or una sola
proprietà della Luce si fa ad encomiare il sacro Testo, perché in quella sola si racchiude quanto mai in sua lode dir si potrebbe. Encomia,
non già i suoi raggi e splendori, ma bensì la sua Bontà; attesochè non
è proprio delle Scritture alzar Cattedra di ottica, ma Scuola di Amore.
Dice perciò il sacro Testo, che la Luce era dotata di Bontà e che lo stesso Dio in vederla così buona ne avea dimostrato compiacimento: Vidit
Deus Lucem, quòd esset bona32 (Gen. 1). Gran misteri qui si ascondono.
Chiamasi buona la Luce tuttochè insensata; ma non tanto dicesi buona
in se stessa, quanto per quella Bontà che rappresentare dovea. Or questa, già l’intendete, o Signori, è l’impareggiabil Bontà, che ebbe Maria
sin dal primo istante dell’Esser suo e che spiccò maggiormente nella
sua Nascita e nella sua Culla. Di tale Bontà debbo io succintamente
favellarvi stasera. Pregarvi di attenzione è un offendervi. Sicchè senza
più ritardo incomincio.
SERMONE SECONDO
Domenica 6 settembre 1767
Nella seconda sera del triduo don Marcucci spiega la bontà di Maria Bambina.
Secondo san Tommaso la bontà si vede all’esterno anche se è una qualità interiore; essa può essere un dono della natura o, insieme a questo, un prodotto della virtù e
della ragione. Certamente in Maria Bambina, oltre alla bontà naturale, come afferma san Giovanni Damasceno, c’è anche e soprattutto quella morale e intellettuale e
non in modo passeggero e transitorio, bensì stabile e permanente.
Come predestinata Madre di Dio, Maria ricevette tutte le virtù, anche quelle
morali, in sommo grado sin dalla sua Concezione. Quindi essa fin dal primo momento dell’essere suo si trovò con perfetta cognizione e prontezza rispetto ad ogni virtù ed
incominciò ad esercitarle in modo meraviglioso tanto da essere definita dal Damasceno
“casa e maestra di tutte le virtù”.
Don Marcucci conclude chiedendo alla santa Bambina di farlo partecipe della sua
bontà perché sia capace di amarla; Le dona con fiducia il suo cuore senza più riprenderlo; vivrà senza cuore, ma felice di averlo fatto rapire alla “Bontà amabilissima,
singolare e meravigliosa della graziosa Bambina”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 15-27.
2.
La Bontà di Maria Bambina
1.
È più atta la Luce che non il Sole, s’io non m’inganno, ad esser figura del Nascimento di Nostra eccelsa Signora. Nacque Maria, come
ognun sa, qual Primogenita dell’Altissimo fra tutte le pure Creature,
così preeletta sin dai secoli eterni nella Mente Divina: Ego ex ore
Altissimi prodivi Primogenita ante omnem creaturam29 (Eccl. 24, 5).
Or nel principio del Mondo non vi fu il Sole, perché essendo venuto
all’essere nel quarto giorno, non ebbe la sorte di chiamarsi il
Primogenito tra le cose create: cosicchè gli mancava questo pregio per
divenire un abbozzo di Maria Primogenita. Ben godette un tal vanto
la Luce, perché prescelta essa per Primogenita, ricevette nel primo
giorno l’imperioso Divino comando a saltar fuori dal suo nulla:
È la Bontà nell’Uomo, secondo la dottrina dell’Angelico, una certa qualità maravigliosa che in lui si scorge, che basta osservarne il portamento e il
tratto per invaghirsene. Non già, che negli atti esteriori la Bontà principalmente consista: deh no, attesochè bonum hominis, come il precitato
Dottore ne avverte, consistit principaliter in interioribus actibus33
(2, 2, qu. 27, ar. 6 ad 3). Ma dir s’intende, che essa nei portamenti esteriori riluce e si fa vagheggiare. Osservate, o Signori. S’incontran talora certe
indoli dolci e così bene disposte, certi geni così docili e graziosi, certi cuori
così affabili ed amorevoli che al solo osservarli rapiscono, al sol trattarli si
tirano dietro gli affetti tutti dell’animo. Che Bontà amabile invero!
Eppure, altro questo non è che un bel dono della Natura, non già un prodotto della virtù e della Ragione. È insomma una sola Bontà naturale.
30
Sia fatta la luce!
Sia fatta la luce, cioè la benedetta nascita di Maria.
32 Dio vide che la luce era buona.
33 Il bene dell’uomo consiste principalmente negli atti interiori.
31
29
Io dalla bocca dell’Altissimo avanzai primogenita davanti ad ogni creatura.
426
427
3.
Sembra in verità troppo basso il pensiero, se una Bontà di tal’infimo grado
contemplar si voglia in Maria tra le fasce ravvolta. Nientedimeno il gran
Damasceno per dimostrar, che niun grado di Bontà nella Reale Bambina era
mancante, si accosta ossequioso alla Culla e siccome la truova per Celeste
dispensa di uso perfettissimo di Ragione dotata, ne considera da vicino gli
sguardi pietosi dei suoi begli Occhi lucenti, le graziose Labbra della sua
ridente Bocca, i moti ben composti del suo adorabile Capo, il Genio,
insomma, l’Indole, gli Accenti, ed insino i Sospiri. Quindi fatto estatico di
amore, oh Dio, esclama, che vedo! In codesta sola Divina Bambinella si racchiude quanto mai di Buono, di Grazioso, di Amabile è sparso in tutta
l’Umana Natura: In hac sacratissima Infantula, totius Naturæ venustas34.
Che Bontà stupenda! Che attrattiva amabile! Che amabilità graziosa!
4.
Ma poggiam più alto, Uditori, il discorso. La Bontà naturale, a dire il
vero, sembra non meritar di Bontà il nome, qualor, all’altra che dalla soda
virtù deriva, si paragoni. L’imbattersi talvolta in Persone, che al buon
Naturale hanno accoppiato un maraviglioso complesso di prudenza e
moderazione, di umiltà e mansuetudine, di temperanza e modestia, di
liberalità e misericordia, di fedeltà e schiettezza, di ubbidienza e rispetto,
di pietà e religione; talchè vengono ad essere una Scuola vivente, un
emporio dovizioso di morali virtudi; oh queste sì che rapiscono il cuore
ed obbligano chicchesia ad amarle. Che Bontà amabilissima da innamorar anche cuori di sasso! Sebbene, o Signori: noi siam pur sulla terra.
È questa una Bontà morale che dai confini non esce per se medesima di
una Bontà mezzana e terrena. Se l’esempio del gran Damasceno prelodato non mi eccitasse ad appressarmi alla Culla della nostra Celeste Sovrana,
non mi arrischierei, ve lo confesso, di considerar nella Pargoletta Divina
una Bontà di tempra sì bassa. Se la Bontà morale adunque negli atti nobili e virtuosi consiste e dell’Intelletto e della Volontà, e qual mai, esclama
qui il Damasceno, è quella virtù Intellettuale e Morale, che io non scorgo
in voi, o Maria Bambinella, come in propria sede e domicilio collocata?
Tu virtutum omnium domicilium35.
5.
Che se di questo sì pesante domicilium penetrar vi aggrada l’arcano, vi
sovvenga, o Signori, che per quanto sfoggio mai facciano in altri le virtù
Intellettuali o Morali, possono sempre paragonarsi a quelle splendide
vivande, memorate dal Savio, gustate in casa altrui senza domicilio e
fermezza: Epulæ splendidæ in peregre sine domicilio36 (Eccl. 29, 29). E perché ciò? Eccolo. Son’esse sempre involte in qualche imperfezione e ben
soggette a perdersi da uno all’altro momento: peregre sine domicilio.
Saggia e prudente quanto mai fu Giuditta, forse di animo, temperata,
circospetta, modesta: talchè lo stesso Eunuco e Mastro di Camera di
Oloferne ebbe a chiamarla piena di bontà singolare: bona Puella37
(Judith. 12). Umile, rispettosa e divota fu anche Ester, accorta e sagace:
bona Puella. E per tacer di altre, non meno ossequiosa fu Ruth, paziente, fedele, sincera: bona Puella. Nientedimeno tutte queste gran virtù
potean in loro riputarsi come pellegrine e senza permanente domicilio,
perché imperfette e capaci ad essere espulse: Peregre sine domicilio. Nella
sola gran Vergine Bambina pertanto ebbero le Virtù tutte e Intellettuali
e Morali la lor fissa sede, il loro stabile domicilio: Tu virtutum omnium
domicilium38; perché perfettissime per ogni verso, perché permanenti
per ogni tempo: Tu virtutum omnium domicilium.
6.
Che se anche di ciò la ragion ne bramate, chiedetela al Serafino da Siena,
chiedetela al gran Salesio, chiedetela all’esimio Suarez; giacchè non è da
tanto la mia rozza lingua a decifrarvi arcani sì portentosi. Tuttochè le
Morali ed Intellettuali Virtudi, essi dicono, dicansi di lor natura acquistate; ebbe ciò nonostante Maria, come destinata Madre di Dio, questo
singolar privilegio di riceverle infuse insiem con l’uso di Ragione dalla
Mano stessa dell’Onnipotenza Divina sin dall’Istante primiero di sua
Concezione. Quindi essa insin dal primo momento dell’essere suo trovandosi con le spirituali Potenze arricchite per infusione celeste di una
perfetta cognizione e prontezza rispetto ad ogni virtù, incominciò sin da
quel punto ad esercitarle in un modo così maraviglioso, che eziandio pic-
36
34
35
In questa santissima bambina c’è la bellezza di tutta la natura.
Tu domicilio di tutte le virtù.
428
Splendidi banchetti in casa di un pellegrino senza domicilio.
Buona ragazza.
38 Tu domicilio di tutte le virtù.
37
429
ciola Pargoletta quanto al tenero sacro suo Corpicciuolo, era ben grande
e perfetta nella Bontà morale e virtuosa, incominciandone la carriera con
una perfezione di gran lunga maggiore a quella, con cui i più gran Santi
nel colmo dei loro acquisti ebbero a terminarla. O prodigi non più uditi
da tutti i secoli! Maria Bambinella e nelle Virtù gran Dottoressa: Maria
Pargoletta e nella Bontà eccellente Maestra. Ora sì ben intendo, se perché il Damasceno volle anche con questo nuovo titolo onorarla: Tu virtutum omnium domicilium et magistra39. O Bontà dunque impareggiabile di
Maria Bambina, Bontà ammirabile e graziosa, Bontà singolare, perfetta,
amabilissima! Chi non ti servirà di vero cuore? Chi non si sentirà rapito
a teneramente e fortemente amarti? Oh Dio, cento e mille cuori io pur
avessi, come ben volentieri… Ma piano, che non siamo ancor giunti al
più sublime della Bontà della Real nostra Bambina.
7.
Qual sia, Uditori, il sommo della Bontà dell’Uomo, voi ben lo sapete.
È la Bontà sopranaturale di Grazia e di Amore, Bontà tutta Celeste che
innamora gli stessi Serafini, Bontà essenziale e vera che da tutto il
Paradiso viene ammirata. Consiste questa, conforme insegna l’Angelico,
nell’Unione dell’Umano Intelletto con Dio per via di Fede viva ed operante; nell’Unione del Cuor umano con Dio per via di Amore filiale e
forte; nell’Unione di tutta l’Anima con Dio per via di Grazia e di stretta
cordiale Amicizia: Bonum hominis consistit in coniunctione eius ad Deum40
(1. 2. qu. 98, ar. 5 ad 2). Iddio, che è somma ed infinita Bontà per essenza, Fonte e Centro di ogni Bontà partecipata, da cui ogni altra Bontà deriva ed a cui ogni vera Bontà ritorna, quanto più seco stringe un Cuore, col
farlo simile al suo, tanto più lo fa buono; quanto maggiormente partecipa ad un’Anima la sua Divina Bontà, tanto maggiormente la fa amabile,
santa e perfetta. Bonum hominis consistit in coniunctione eius ad Deum.
8.
39
40
O qui sì, non avend’io formule atte ad esprimer quanto mai sublime e
perfetta fosse la Bontà sopranaturale che sin dalla Culla ebbe Maria,
invito a scender dall’Empireo i Serafini e far presso voi le mie veci.
Tu, domicilio di tutte le virtù e maestra.
Il bene dell’uomo consiste nella sua unione con Dio.
430
Ma oimè, che trovandosi per la gran maraviglia ammutoliti, ne van essi
pure cercando la nobile tempra: Quæ est ista?41 Ditecelo almen voi, o
Pargoletta Celeste, quanto fosse perfetta la vostra Bontà, quanto alta
l’Unione con Dio. Ma che ascolto? Anch’essa non ci fa sentir altro, se
non che di aver in lei oprate gran cose l’Onnipotenza Divina: Fecit mihi
magna qui potens est42. Ah sì, ben’ora capisco quel che insegnò il Serafino
da Siena, che poggia tanto alto la Bontà e Perfezione sovranaturale di
Maria che a sé solo ha Dio riserbato il pienamente conoscerla: Tanta est
perfectio Virginis, ut soli Deo cognoscenda reservatur43. Deh s’è così, riconcentrato io nel mio nulla al vostro Divino Cospetto, Onnipossente
Facitore del tutto, mi fo ardimentoso a pregarvi di svelarci, quanto mai
cara vi fosse codesta vostra Sposa Bambina, quanto mai buona, santa,
perfetta. Or viva la Divina Clemenza, eccoci esauditi. Miratela, dice
egli e contemplatene prima l’esterne sue dilicate Fattezze; ed ecco che
picciola Pargoletta la rinverrete: Soror nostra parva est (Cant. 8). Ma
notate nel tempo stesso qual Gigantessa sia mai nelle interne sue
Perfezioni di Grazia, di Giustizia, di Amore: In abundanti iustitia virtus
maxima est44 (Prov. 15, 5). Se io sono, segue Iddio, l’immensa Luce eterna, essa ne è lo Specchio limpido e chiaro, dove questa mia Luce al naturale si effigia: Candor est lucis æternæ, et Speculum sine macula45 (Sap. 7,
26). Se io la stessa essenziale infinita Bontà, essa è l’unica tra tutte le
pure creature, dalle mie mani uscite, ad esserne la Copia più viva e la
più consimile Immagine: Imago Bonitatis illius46 (Sap. 7, 26).
9.
Udiste, Signori miei? Converrebbe pertanto poter comprendere quanto
sia grande l’essenziale Bontà infinita di Dio, per aver talento a capire
quanto ancor grande sia la sovranaturale Bontà di codesta Reale
Bambina, che ne è il più espressivo Ritratto: Imago Bonitatis illius. O pro-
41
Chi è costei?
Colui che è potente fece a me grandi cose.
43 Tanta è la perfezione della Vergine che solo a Dio ne è riservata la conoscenza.
44 In una giustizia sovrabbondante massima è la virtù.
45 È il candore della luce eterna e lo specchio senza macchia.
46 Immagine della sua bontà.
42
431
digi, o arcani, o eccessi di maraviglie! Attoniti perciò tutti i Padri noi
ritroviamo, non sapendo con quali termini dover esprimer l’altezza della
Bontà e Santità di Maria. Chi la dice Forma di Dio, come un Agostino,
chi Trono dell’Essenza Divina, come un Epifanio, chi Abisso di Grazia,
come un Giovan Damasceno e chi per finirla prossima alla Divinità, come
un Andrea Cretense. È Maria Imago Bonitatis illius, e tanto basti. Deh
quanto ne godo, ne tripudio, ne gioisco, amabilissima Divina Pargoletta.
Contento ben sarei di non esser’io piuttosto al mondo, di quel che voi
non foste di sì impareggiabil Bontà che già siete e nell’ordine della
Natura e nell’ordine della Perfezione morale, e nell’ordine della Grazia
ed unione con Dio. Or che vi sarebbe, o mia graziosa Sovrana a spiccar
da quel vostro amabilissimo Buon Cuore una scintilletta di Bontà nel
misero Cuor mio ed in quei di Coloro, che qui divotamente ascoltano le
vostre Lodi? Voi siete sì buona, vi pregherò col Serafico vostro
Bonaventura, deh fatelo per la vostra stessa Bontà! Bona es tu, et propter
Bonitatem tuam Cor meum dirige47. Io voglio amarvi ed amarvi tanto e poi
tanto, perché lo merita la vostra Bontà: ma come mai vi amerò, se di
codesta Bontà non me ne fate partecipe? Or io per me stasera tutto nella
vostra Bontà raffidato, ecco che prendo il mio cuore e lo lascio nella
vostra Culla per non più ripigliarlo. Vivrò poi senza cuore, è vero; ma il
mio gran contento sarà quello, o graziosa Bambina, dell’averselo a sè
rapito la vostra Bontà, Bontà amabilissima, singolare, maravigliosa.
SERMONE TERZO
Lunedì 7 Settembre 1767
Nella terza sera del triduo don Marcucci spiega la beneficenza di Maria Bambina.
Come suo solito, parte dall’esperienza comune e nota che, non è facile trovare persone che
allo setesso tempo siano generose e possano esserlo, abbiano cioè sostanze da donare e
volontà di farlo. “Non tutti hanno il cuore e la mano uniti per beneficare”.
Dio donò a Maria, sin dal primo momento della sua esistenza, un cuore amoroso
e materno, verso noi e la possibilità di benificarci; la ricolmò di privilegi perché fossero condivisi con l’umanità, per questo san Bernardo la chiama Acquedotto divino,
Madre di celeste beneficenza e Dispensatrice di tutte le grazie, fin dalla culla.
Maria ci dona le grazie divine, ma gradisce che esse portino frutto in noi; per questo Ella le dona ai soli peccatori sinceramente pentiti e ravveduti che a lei ricorrono e
decidono di condurre una vita pia e timorata.
L’Autore conclude con una preghiera alla celeste Bambina per ringraziarla della
sua “amorosa Beneficenza”, per prometterle di amarla in avvenire con cuore operativo e sincero e di servirla con una vita timorata e devota.
La invoca poi con il titolo di “Vergine clementissima”, a favore dei peccatori che
giacciono nella piena notte della colpa e non hanno speranza di ottenere le sue beneficenze. Per loro e per lui stesso, che si considera peccatore, invoca la celeste Bambina
affichè sia come Luna che illumina il loro cammino pericoloso e li guida al ravvedimento. Chiede e spera, allo stesso tempo, che Maria sia per lui un giorno anche Aurora
e Sole e che potrà godere la bella sorte di benedire con i penitenti e con i giusti la sua
amorosa e possente Beneficenza
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 29-45.
La Beneficenza di Maria Bambina
1.
47
Buona sei tu e per la tua bontà dirigi il mio cuore.
432
Non è da tutti l’esser benefico, perché non tutti per beneficare hanno il
Cuore unitamente e la Mano. Il far altrui del bene, che noi diciamo
Beneficenza, se nasce dall’Amore, non si esegue che col Potere.
Vorrebbero alcuni esser benefici, ma non possono: potrebbero ben altri,
ma non vogliono. Sicchè se Amore e Potere non vadano uniti, non può
la Beneficenza spuntar alla luce. Ed oh quanto e poi quanto, o Signori,
siam tenuti al sommo clementissimo Iddio! Donò egli a Maria sin dal
primo momento dell’esser suo un tal Cuore amoroso verso di noi, che
433
Ella sin d’allora incominciò a procurare i nostri vantaggi con Cuore
materno e ad amarci con un insuperabile Amore, come degnamente
riflette S. Pier Damiani: Maria amavit nos amore invincibili48. Quanto poi
al gran Potere, di cui venne dotata, fu sì maraviglioso e universale, che
sull’intero Universo si estese, senza che ai suoi voleri ardisse mai cavar
fuori il capo un Impossibile: Fecit ei magna qui potens est49, così il prelodato Santo nell’atto di encomiare il prodigioso di Lei Nascimento, et data
est ei omnis potestas in Cælo et in Terra et nihil ei impossibile50 (Ser. 1, De Nat.
Virg.). Quindi la Beneficenza fu sin dalle sue Fasce così propria di Maria,
che noi nell’atto di venerarla Bambina nella sua Culla dir possiamo con
verità, Maria per beneficare esser nata. Or il modo maraviglioso, con cui
Ella sin da Pargoletta esercitasse quest’amorosa Beneficenza, sarà stasera
il soggetto del breve mio Ragionamento. Non vi sia discaro, Signori, ad
onor suo per questa terza volta soffrirmi. Incomincio.
2.
Se nacque Maria, come un Iride graziosa, non solo per ricrear i Mortali con
vivi e vari colori delle sue eroiche sovraumane virtudi, ma ancor per placare
con la sua mediazione l’Ira del Cielo e dar segni d’inalterabile pace a tutto
il Genere Umano: se comparve al Mondo la sovrana Bambina, come un
benefico Sole, non tanto per farci osservare quei raggi splendenti del suo perfettissimo Amore, quanto per illuminarci le Menti e riscaldarci i cuori nel
Divino Sevizio: ciò pur sarebbe di avanzo, voi ben lo vedete o Signori, per
mettere in chiaro, com’essa ponesse in opra a pro nostro sin dalla culla
l’amorosa sua Beneficenza. Nientedimeno non ne è paga Maria, sinchè di tal
sua Beneficenza non ce ne faccia sapere per bocca del Savio le precise finezze. Io, ci fa essa sentire, Io per disposizione del Cielo venni al Mondo come
un Acquedotto, un Canale di limpide Acque: Sicut Aquæductus exivi de
Paradiso51 (Eccl. 24, 41). Che favellar misterioso sia questo lo va rintracciando il mellifluo di Chiaravalle Bernardo e ne prende tanto piacere, che un suo
nobil Sermone del Nascimento di Maria si fa ad intitolarlo De Aquæductu.
3.
Mettiam fuori l’Arcano. È Iddio la Fonte perenne ed inesausta della
Pietà e Misericordia. Sì, contesta Davide; ma Iddio sdegnato col Genere
Umano, si riteneva raccolte in se medesimo, quasi in una immensa
Conserva, queste Acque di vita e di salute: Apud te est fons vitæ52 (Psal.
35); e permetteva, che l’uomo, divenuto arido, languido, appassito e
secco, se ne giacesse tutto chino e ritorto verso la Terra. Passavano i
secoli, le età volavano, piangevano i Patriarchi, sospiravano i Profeti,
esclamavano gli antichi Sacerdoti, ma seguitavan le Acque delle Divine
Grazie e Misericordie a star racchiuse: Apud te est Fons vitæ. Non ne fate
stupore, ripiglia Bernardo. Non sgorgan quell’Acque benefiche dalla
lor Fonte, perché non era stato per anche formato l’Acquedotto della
Beneficenza, non era ancor nel Mondo il Canale delle Grazie Celesti,
non era ancor nata MARIA. Propterea Fluenta gratiæ defuerunt, quòd deerat Maria desiderabilis Aquæductus53. Nasce la Celeste Infanta, ed ecco
incomincian per questo canale a scender in abbondanza le Grazie: Sicut
Aquæductus exivit de Paradiso. Non ha ancor libere le delicate Manine al
moto, eppur le ha ben atte a dispensar benefizi. O prodigi non più
uditi! Che vuol dir questo, entra qui ad esclamare il Serafino da Siena,
se non che essere stata Maria, sin dal primo esser suo, dichiarata da Dio
per Madre di Celeste Beneficenza ed insin dalla Culla per Dispensatrice
di tutte le Grazie: Dispensatrix Cælestium Gratiarum. Sicut Aquæductus
exivit de Paradiso54.
4.
Ma piano, sento qui chi ripiglia. Dipinge nei sacri Cantici lo Sposo
Divino tutte le sovraumane delicate Fattezze di Maria, come di sua
Madre e Sposa diletta: e così reciprocamente dipinge Maria le Fattezze
Divine di Gesù, come di suo Sposo e Figlio diletto. Or nel descriver
Maria le Mani del Figlio, le dice così belle e gentili, che le rappresenta
48
52
49
53
Maria ci ha amato con amore invincibile.
Colui che è potente le fece grandi cose.
50 Le è stato dato ogni potere in cielo ed in terra, e niente a Lei è impossibile.
51 Come un corso d’acqua sono uscita dal Paradiso.
434
Presso di Te è la sorgente della vita.
Per questo mancarono i fiumi della grazia, perché mancava Maria, desiderabile
Acquedotto.
54 Dispensatrice delle grazie celesti. Come un Acquedotto uscì dal Paradiso.
435
come ben lavorate al torno con tutta la maestria e delicatezza: Manus
eius tornátiles55 (Cant. 5, 14); e tutte benefiche, piene di gemme preziose per dispensarle: plenæ hyacinthis56. Ma all’incontro Gesù fece ben
menzione sin del più minuto capello dell’aurato Crine della sua Madre
e Sposa; ma delle mani neppur un sol cenno ne diede. Come dunque,
dir potrebbe qualcuno, avrà la Reale Bambina le sue Mani così benefiche, se lo Sposo Divino la dipinge senza Mani nei sacri Cantici? Non
più stupori, si fa a risponder Bernardo. Non appariscon le Mani di
Maria Bambina, appunto perché Bambinella ancor sulle fasce: ma non
vi è necessità che appariscan di fuori per dispensarci le Grazie, perciocchè non ha essa altre mani per dispensarle, che quelle stesse
Onnipotenti del suo Divin Figlio. Descritte dunque le Mani del Figlio
per tutte belle, graziose e benefiche; questo bastava per capire, che tali
erano le Mani della Madre, senza che menzione alcuna a parte se ne
facesse: giacchè de plenitudine Mariæ accipiunt Universi, sicut de Filio57,
come il Santo conchiude.
5.
asilo e rifugio. Ma s’è così, odo qui chi soggiunge, perché mai in
Maria Bambina esprimersi un tal’amoroso ufizio con lodarne i Capelli
e non piuttosto gli Occhi che compatiscono, o i Piedi che accorrono?
Risponde Bernardo, perché son più atti i Capelli di Maria ad esprimer
la sua Beneficenza. I Capelli son molti, son lunghi e crescon di bel
nuovo, anzi si aumentano, qualor si taglino. Così molti e poi molti e
lunghi e continui sono i Benefici, che la Pargoletta Divina a noi graziosamente comparte. Che se mai la nostra ingratidudine e le nostre
colpe taglino in Mano sua i favori, e si procurin piuttosto i castighi
della Divina Giustizia, non per questo finisce essa di beneficarci, anzi
sempre più allor se le aumenta la premura di sottrarci dallo sdegno
Divino, sempre più cresce in lei la finezza della sua Beneficenza e
Misericordia, facendo quanto mai dal suo canto per toglier di mano
alla Divina Giustizia la spada fulminatrice.
6.
E poi, non fa forse lo Sposo Divino minuta memoria degli aurati
Capelli della Pargoletta sua Sposa? Picciola, è vero, la dice, perché
Bambinella: Soror nostra parva est (Cant. 8): ma tuttochè così tenera
sulle Fasce, la descrive con i Capelli così lunghi e copiosi, come quelli della Gregge di Galaad: Capilli tui sicut Greges quæ ascenderunt de
Galaad 58 (Cant. 4). Sotto il simbolo dei Capelli, non v’è chi non sappia significarsi i Pensieri e desideri dell’animo. Che arcano dunque è
mai codesto di chiamarsi i Pensieri e Desideri di Maria Bambina col
nome di Galaad? Capilli tui sicut Greges de Galaad. Ve lo dirò, Uditori.
Galaad era Capo delle Città di Rifugio nell’antica Legge ed asilo principale dei Rei. Or tutti i Capelli o sien Desideri della nostra Sovrana
Pargoletta, son tutti di Galaad, cioè tutti diretti a beneficarci col suo
Patrocinio e ad accoglierci sotto la sua Protezione, come in sicuro
Osservatene, Signori, una molto viva figura. Ecco là sulla Porta del
Paradiso terrestre un Cherubino in abito da Guerriero con visiera calata, spirando da ogni parte furore e sdegno, posto da Dio, come per
sentinella, con una terribile spada di Fuoco alla mano in contrasegno
dell’Ira Divina, minacciando sterminio e morte a chiunque osasse
appressarsi (Gen. 3, 24). Date tempo. Lasciate che si fabbrichi l’Arca
del Testamento, vivo simbolo e modello e della Culla di Maria e di
Maria medesima. Ordina Iddio a Mosè, che vi ponga al di sopra, come
di guardia, due Cherubini: Arcam de Lignis setim compingite… Duos quoque Cherubim facies59 (Exod. 25, 10). Ma in quale atto e con quali armi
in mano? Forse pur in atto di sdegno? Deh no. Forse pur vibranti
spade di fuoco? Neppure. Mutano i Cherubini sopra l’Arca e genio e
atto ed armi e mestiere. Cambian in stupore lo sdegno, ed in ossequiose penne le spade. Non più appaion Ministri della Divina
Giustizia, ma Esecutori della Divina Misericordia. Or che strana peripezia è mai codesta? Vedon essi la figura e della Culla della loro
Regina e della lor Regina medesima ed attoniti rimirandosi l’un l’al-
55
Le sue mani ben tornite.
Piene di giacinti.
57 Dalla pienezza di Maria tutti attingono, come dal Figlio.
58 Le tue chiome come greggi che son venute da Galaad.
56
436
59
Fate un’arca di legno di acacia…farai anche due cherubini.
437
tro: Respicientes se mutuo60, divenuti tutti mansueti e pacifici c’indicano, che coll’essersi fabbricata già l’Arca, coll’esser già nata Maria, avea
questa di tratto disarmata la destra alla Divina Giustizia, ed implorata al Mondo la pace, la misericordia e la salvezza.
7.
Non vi sia discaro, Uditori, per vederne il contesto a meco assister col
pensiero alla Lotta misteriosa tra Dio e Giacobbe (Gen. 32). Irritato
quanto mai l’Altissimo dal Genere Umano, era già in risoluzione di
atterrarlo e dispederlo. L’amor per altro verso il suo fedel Servo
Giacobbe lo ratteneva. Alla fine crescendo vieppiù nel Mondo le enormità, scende Dio in persona ad eseguir la sua rigorosa Giustizia. Se ne
avvede Giacobbe e con tutte le forze della sua vita innocente gli si oppone. Ed ecco si dà principio alla terribile Lotta. Oimè! Suda, si affatica e
si affanna il Santo Patriarca e sembra che stanco or pieghi alquanto
all’indietro, ed or vicino sia a cedere, or a cadere. Forte Giacobbe! Ma si
querela il poverino della circostanza del tempo. È notte, esclama, il gran
buio delle tenebre della colpa, che ricopre la Terra, mi è contrario: Nocte
illa… luctabatur61. Non vedo, ove poter fermare il piede, quando mi
sposta; non scorgo, ove debba appoggiarmi, qualor mi piega. Ed oh
fosse pur vicino il Giorno e si affacciasse l’Aurora, quanto mi riuscirebbe propizia, quanto benefica! Nocte illa… luctabatur. Ma che? Ecco sul
più caldo della misteriosa Lotta incomincia ad albeggiare alquanto su
quell’Orizzonte, ecco spunta l’Aurora. Luctabatur cum eo usque mane62.
Rinvigorito Giacobbe dal benefico aspetto dell’Aurora, si stringe vieppiù a Dio e lo abbraccia e lo tiene e lo ferma. Lasciami, gli dice Iddio:
buon per te, che hai l’Aurora propizia: già son placato: Dimitte me: iam
enim ascendit Aurora63 (Gen. 32, 26). Oh questo poi no, replica il
Patriarca: non sia mai, che io ti lasci, se in contrassegno di pace, a
riguardo dell’Aurora già nata non mi benedici: Non dimittam te, nisi
benedixeris mihi64. Quanto disse, tanto volle, e tanto ottenne: Et benedixit ei. È troppo risaputo, o Signori, il senso di questo gran fatto.
Al nascer di Maria, Mistica Aurora del Sommo Sole Divino, ebbe il suo
fine l’antica ed ostinata Guerra tra Dio e l’umano Lignaggio; e fu cura
della nata Bambina disarmar la destra di Dio sdegnato e renderlo tutto
pacifico con noi mortali. Cesset instantia luctaminis, esclama perciò qui
attonito l’eminentissimo Ailgrino, quia iam nascitur Aurora Virgo
Maria65 (In Cant. 6). O grande Amore e Potere della nostra Real
Pargoletta! O prodigi della possente ed amorosa sua Beneficenza!
8.
Chi può ridire pertanto, cari miei Uditori, quanto grande, sincera e
operativa esser debba la gratitudine nostra a sì generosa e liberale
Benefattrice? Certamente quella corrispondenza che in sole voci ed in
soli affetti consiste, è troppo magra. Quella divozione che si riduce ad
un puro pascolo di occhi nel concorrere ad una Chiesa, chiamar si può
curiosità piuttosto, che atto di pietà cristiana. È la sacra Bambina,
come già udiste, quel prodigioso Canale ed Acquedotto, per cui
discendon le Acque delle Grazie celesti nell’arido terreno del nostro
Cuore. Or è un error troppo massiccio il poi credere, che essa voglia
veder queste Acque benefiche restarsene inutili senza render fruttifero
il nostro Cuore con i frutti di vita eterna. Se dispensa Maria i favori con
le stesse Mani pietose e onnipossenti del suo Divin Figlio, come poi
potrà soffrire, che queste mani Divine sian di bel nuovo trafitte e piagate dalle nostre colpe? Gode essa, non nego, di vedersi costituita da
Dio per nostro sicuro asilo e rifugio, ma non credeste già che tal voglia
essere per li presuntuosi e spensierati. Si pregia di poter placare lo
Sdegno Divino e di poter muover a suo talento la Divina Misericordia
ad accordare il perdono e la pace, ma bensì rispetto ai soli peccatori
contriti, penitenti e di vero cuor ravveduti, che a lei con sincere lagrime fanno ricorso e si appigliano ad una soda divozione con una vita pia
e timorata. Udite e finisco.
60
Guardandosi l’un l’altro.
Quella notte…lottava.
62 Lottava con lui fino al mattino.
63Lasciami: ormai spunta l’aurora
61
438
64
65
Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto.
Poiché ormai nasce l’aurora, la Vergine Maria.
439
9.
Defunto Davide e salito sul Trono d’Israele il sapientissimo Salomone,
illustrato il Giovinetto Monarca da un lume straordinario superno, spedisce un ordine strepitoso di castigo contro i tre gravi Offensori del
mansueto morto suo Genitore, cioè contro di Adonia, Gioabbo e
Abiatarre (2 Reg. 2). Indi comanda, che ai primi due si tolga la vita, al
terzo poi si riservi. Sire, gli dice Banaia, tutti tre sono rei di morte. Sì,
risponde Salomone; ma Abiatarre portavit Arcam Domini Dei66 (3 Reg.
2, 26). Quando Davide mio padre riportò l’Arca del Signore, Abiatarre
non assistè con la sola presenza facendo numero e popolo, come soltanto assisteron Adonia e Gioabbo, ma sottomise di buon cuore le spalle
alle leve dell’Arca e la portò tutto pietoso e divoto: quindi eziandio sia
in sè reo di morte, quanto che gli altri, si riservi tuttavia in vita, in
riguardo del vero servizio all’Arca prestato, a distinzione degli altri:
Abiatar vir mortis est; sed non interficiam, quia portavit Arcam Domini Dei67
(3 Reg. 2, 26). Tant’è, Signori miei, l’aver effettivamente con l’opre servito un’ombra, un figura di Maria Bambina, bastò ad Abiatarre per
rimaner esentato da una morte dovutagli: laddove un semplice ossequio
di pure voci e di pura presenza prestato da Adonia e Gioabbo, nulla
montò presso di Salomone per essere dalla morte meritata aggraziati.
Applichi ciascuno il fatto ai propri bisogni. Ed io intanto, genuflesso ai
beati Piedi della Pargoletta Divina, chiuderò il mio rozzo dire con una
sincera e solenne protesta.
giabil Bellezza (oh quanto siete bella!), lo merita la sovragrande vostra
Bontà (oh quanto siete buona!), lo merita l’amorosa e possente vostra
Beneficenza (oh quanto siete benefica!). Io deposito nella vostra Culla,
anzi lascio in perpetuo dono nelle vostre benefiche Mani tutto il mio
Cuore in pegno di questa mia volontà risoluta. Ed oh così avessi pur
fatto per lo passato, delle cui mostruose mie ingratitudini ed enormità
ve ne chiedo umilmente perdono. Confesso sinceramente, o mia gran
Sovrana, che io mi arrossisco di starvi qui davanti nell’atto stesso che
imploro la vostra clemenza. Nientedimeno, su di questa raffidato, mi fo
animo di ricordarvi col gran Pontefice Innocenzo III sì vostro divoto,
che voi, o Divina Bambinella, nasceste come Sole, come Aurora, come
Luna per beneficarci in ogni tempo, di pieno giorno, di primo mattino,
di piena notte. Cento e mille volte pur felici i Giusti, che godendo il
pieno Giorno della Grazia, hanno la bella sorte di vedervi nata per loro
come un Sole, electa ut Sol 68, per vieppiù illuminarli e riscaldarli nella
perfezione. Ma, oimè io non son Giusto. Ben avventurati i veri
Penitenti, che trovandosi nel primo mattino della sincera Penitenza, vi
rimirano nata per loro come un’Aurora, quasi Aurora consurgens69, affin
di ricrearli ed istradarli nell’acquisto delle virtù. Ma, me misero, neppur son vero Penitente. Vergine clementissima e gli infelici Peccatori,
che giacciono nella piena notte della colpa, non potran dunque goder la
speranza di vedervi nata benefica e graziosa anche per loro? Deh sì, sì,
che voi nasceste per loro come una Luna, ut Luna, affin di far loro vedere la strada precipitosa che battono e farli dare indietro per appigliarsi
alla strada sicura del loro ravvedimento. Siatemi pertanto, almen come
Luna, giacchè son misero Peccatore; sebbene io spero, o Maria, e vivamente lo spero, che mi sarete un dì anche Aurora e Sole; e che godrò la
bella sorte di poter benedire con i Penitenti e con i Giusti l’amorosa e
possente vostra Beneficenza. Amen.
10. Eccelsa Regina dell’Universo, Dispensatrice dei Celesti Tesori, Madre
della più amorosa Beneficenza, giacché la vera gratitudine e corrispondenza, che da noi richiedete, ha da consistere nel divenir vostri veri
divoti, e questa vera divozione è quella, che non solo impiega il Cuore
nel vostro Amore e la Lingua nelle vostre lodi, ma ancor le spalle e la
vita nel fedele vostro servizio e del vostro Divin Figlio; eccomi qua
umiliato ai Piedi vostri e onninamente risoluto di volervi amare in
avvenire con cuore operativo e sincero e di volervi fedelmente servire
con una vita timorata e divota. Lo merita pur troppo la vostra impareg-
66
67
Portò l’arca del Signore Dio.
Abiatarre è un uomo di morte; ma non lo ucciderò, perché ha portato l’arca del Signore Dio.
440
68
69
Eletta come il sole.
Come aurorache sorge.
441
ORAZIONE PER LA SANTA BAMBINA
cuore, riempion nel tempo stesso di un estatico stupore ogni mente e fanno
ammutolire ogni lingua; come dopo il grande Agostino lo contestava
Bernardo. Non si trova vivezza di colori per dipingere la Reale Bambina,
non splendore di Astri, non rarità di Gemme, non preziosità di metalli, non
amenità di Prati, non vaghezza di Fiori, non vastità di Mari, che vagliano a
perfettamente simboleggiarla. Imperocchè e Colori, ed Astri, e Gemme, e
Metalli, e Prati, e Fiori, e Mari, e quanto mai vi ha di bello, di eccellente,
di raro nell’Universo, tutto, vien di gran lunga dalla Real Pargoletta ecceduto. Basti dire, che la sua Culla è di un portentoso lavoro all’intutto celeste, intersiata per ogni parte di tutti i Privilegi dell’Onnipotenza del Divin
Padre, di tutte le Perfezioni della Sapienza del Divin Figlio, di tutte le
Grazie dell’Amore dello Spirito Santo. Me dunque infelicissimo che far
debbo io, Signori, giacchè obbligato pur mi trovo in quest’anno a consacrar
altra volta le labbra alle Glorie di sì ineffabile maravigliosa Bambina?
Tentai da questo medesimo Luogo l’anno scorso di porvi sott’occhi la sua
impareggiabil Bellezza, la Bontà sua singolarissima, la doviziosa sua
Beneficenza. Ma poi che dissi mai? Nulla affatto e poi nulla. Deh sì, che io
mi trovo perduto, o Divinissima Pargoletta, nel dover favellare di voi, se
non mi prestate benigna voi stessa le idee, i concetti, le voci per alquanto
lodarvi. Quanto a me, non posso far altro, che dimostrarvi il buon cuore e
l’animo mio bramosissimo di esaltar le vostre Grandezze. Prendetelo adunque pur voi, o Signori, per una semplice dimostrazione del mio buon cuore
verso Maria Bambina, se io ardisco in quest’oggi di esporvi, come essendo essa
nata Regina dell’Universo, esercita, stando ancor nella Culla, la sua mirabil
Potenza in Cielo, nella Terra e sin giù nell’Inferno. Onde qual sia la benavventurata sorte di tutti quei, che di sì possente Regina son fedeli Sudditi e
Servi, potrà la stessa vostra accortezza dedurlo, senza che si adopri la mia fievolezza in ridirlo. Favorite voi intanto, di osservar la sua Culla, divenuta un
Reale maestosissimo Trono; nel mentre che io, prevalendomi dei vostri
favori, incomincio, come tale, a dimostrarvela.
Recitata Giovedì 8 Settembre 1768 nella Chiesa Abaziale
di S. Angelo Magno di Ascoli, in occasione della Festa ivi celebrata
L’Orazione per la festa di Maria Bambina viene proposta dall’Autore ai fedeli
della Chiesa di sant’Angelo Magno, dove l’anno precedente aveva predicato il triduo
in preparazione alla stessa festività.
La composizione è elaborata in modo ampio in 21 punti e attinge a tutte le figure e
simboli dell’Antico Testamento per descrivere le eccelse prerogative e bellezze di Maria
Bambina. Don Marcucci si rifà anche alla dottrina dei padri della Chiesa, in particolare di sant’Agostino e di san Bernardo, eppure “colori, astri, gemme, metalli, prati,
fiori, mari e quanto c’è di bello, di eccellente, di raro nell’Universo, tutto, viene di gran
lunga superato dalla real Pargoletta”. Ella è la Regina dell’Universo ed esercita, già
nella culla, il suo ufficio verso tutti: in Cielo, in Terra e perfino nell’Inferno.
Maria Bambina non nasce schiava del peccato, come noi, bensì “come un delizioso
Giardino di Melograni”, nasce come regina incoronata, discendente della famiglia
regale di Davide, Madre di Gesù.
Nella divina maternità di Maria sono racchiuse tutte le sue altre qualità:
Immacolata e Santa nella sua Concezione, piena di Grazia, dotata di perfetto uso di
ragione nella sua nascita, superiore di meriti e di gloria a tutte le celesti gerarchie,
collocata nell’Empireo alla destra del Figlio in corpo ed anima, dotata di una mirabil potenza sopra tutto il Creato.
Maria viene descritta come porta spaziosa di Dio e finestra del Paradiso; come
luna, aurora e sole che sorge, cioè rifugio dei peccatori e madre dei giusti, vincitrice del
male. Beati i sudditi di tale Regina e Madre! Beati noi che siamo suoi figli e devoti!
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 63, pp. 1-26.
Argomento
Maria Bambina, essendo nata Regina dell’Universo,
stando ancor nella Culla, esercita la sua mirabil Potenza in Cielo,
in Terra e nell’Inferno (a favore dei suoi fedeli Sudditi e Divoti)
1.
442
In un Dì solennissimo, qual è l’odierno, alla Natività sacrosanta di MARIA
consacrato, non è così agevole, come si crede, o Signori, alla sua Culla Reale
intesser gli elogi. Le tante misteriose circostanze che la accompagnano,
piene tutte e di prodigi e di maraviglie, se arrecar posson diletto ad ogni
2.
I
L’impugnare gli scettri, il cinger di corone le tempia, l’aver dal Trono
dipendenti i Regni, dove la Monarchia è ereditaria, è un Gius glorioso
di una Culla Reale, gratuitamente dal Cielo ottenuta. Sì, sì, tra le Fasce
ancora la Maestà di Re o di Regina, a tenor del Diritto ereditario, può
443
risiedere. Quindi se con le Fasce goder si potesse un pieno discernimento della Mente e della Ragione, ben si vedrebbe allora una Culla attualmente divenuta un rispettabile Trono e si udirebbe una voce Bambina
spacciare Comandi, imporre Leggi, conceder Favori e reggere
Popolazioni ed Imperi.
3.
Che se dalle Culle Reali Terrene aspettar non si possono tali portenti,
ciò procede, perché non restan fregiate tali Culle di tutti quei singolari Privilegi, che dalla Divina Onnipotenza vennero sol riserbati per la
Culla di Maria Bambina, che in questo Dì veneriamo. Deh sì, che la
nostra SS.ma Pargoletta l’unica fu a nascer Regina e per Diritto di Reale
Prosapia e molto più per la strettissima affinità che ebbe col Gran
Monarca dell’Universo; e l’unica fu parimenti, che trovandosi insin
nelle Fasce dotata di altissimo Intendimento, e di perfettissimo uso del
suo Volere, esercitò ancor nella Culla il suo Reale Dominio e Potere
lassù nel Cielo, quaggiù nella Terra, ed insin giù negli Abissi.
4.
Non nasce dunque Maria, come Suddita, no, ma come Regina. Essa è
quella mistica Melagrana dei sacri Cantici, che con la corona in capo
spunta alla luce (Cant. 4). Dirò anzi di più. Essa nasce, come un delizioso Giardino di Melagrane: Paradisus malorum punicorum70; attesochè la sua
Reale Corona è in tal guisa nobile e preziosa, che vien formata da quelle
di tanti suoi Progenitori Re Coronati: Paradisus malorum punicorum.
5.
Intenderete ora l’arcano, o Signori, se perché Santa Chiesa in tal Dì
Natalizio di Maria ci proponga un Vangelo, che sembra sol proprio
della Natività di Gesù Cristo, come Uomo, qual è quello della sua
Genealogia: Liber Generationis Jesu Christi71. Vuol dunque la Chiesa
metterci in vista il lustro Reale della nobilissima Prosapia della sacra
Bambina. Ce lo canta all’aperto: Regali ex progenie Maria exorta refulget72.
Vuol persuaderci, che anche il Vangelo chiaramente ci dice, se da quan-
ti Re coronati sia nata Maria. Imperciocchè, siccome è di fede che Gesù
come Uomo nacque dalla Stirpe Reale di Davide; non poteva egli nascere da codesti Reali Progenitori, se non ci fosse nata Maria, di cui sola,
come Uomo, egli era Figlio. Onde quel Vangelo ugualmente esalta la
Reale Nascita del Figlio e della Madre. Dica pur dunque S. Matteo in
questo dì: Liber Generationis Jesu Christi; che noi strettamente l’intendiam con la Chiesa: Regali ex progenie Maria exorta refulget, ex stirpe
David. Pertanto, se nato Re si chiamò con tutta ragione il Figlio dai
Magi: Ubi est qui natus est Rex73: dicasi ancor Regina nata la Madre che
tutto il diritto ne gode: Regali ex progenie esorta74.
6.
Ma piano, R(iveriti) U(ditori), che io dissi poco. Non nacque soltanto
Maria, come Regina, ma come universale Regina, con attuale dirò così
illimitato Dominio e Potere sopra il Cielo, sopra la Terra e sopra ancora l’Inferno. Dissi molto, è vero, pur io lo confesso. Ma non è già questo un bel complesso di pie idee di una fantasia mia divota; ma è una
strettissima verità e ve lo contesto. Il gran fine che ebbe Iddio sin dai
secoli sempiterni nel donare al Mondo Maria nella pienezza dei tempi,
non accade che Agostino col nobil corteggio di tutti i Padri ve lo rammenti, o Signori; giacchè lo sapete pur troppo. La Divina Maternità, a
cui ab eterno era stata preeletta, fu l’altissimo Fine, per il quale Iddio la
creò arricchita di pienezza di Grazia e la fece nascer colma e di Santità
e di Intendimento e di ogni Privilegio più sublime e più raro. Cosicchè
possiam dir con tutta verità di Maria che nacque Bambina agli occhi del
Mondo, ma nacque Madre del Divin Verbo agli occhi di Dio. Bambina
in conseguenza, ma con tutto il diritto e dominio sull’universale
Patrimonio del suo Divin Figlio: Bambina perciò, ma nel tempo stesso
Regina dei Cieli, della Terra e dell’intero Universo.
7.
Gelosa quindi la Chiesa di sì ineffabile Prerogativa della Pargoletta
Divina, se ce la propone a vagheggiare ed ossequiar nella Culla, come
Bambina graziosa, ci ricorda tantotosto di raffigurarla e venerarla,
70
Giardino di melograni.
Libro della genealogia di Gesù Cristo.
72 Maria, nata da stirpe regale, risplende.
71
444
73
74
Dove è il Re che è nato?
Nata da stirpe regale.
445
anche così tra le Fasce, come Madre di Dio: Nativitatem hodiernam
celebremus75, ma di chi? Eccolo: perpetuæ Virginis Genetricis Dei Mariæ76.
Per questo ancor ci presenta il già memorato Vangelo, dove alle glorie
della Reale Prosapia della Bambina, si aggiunge la massima e l’infinita
della Divina Maternità: De qua natus est Jesus77. Ben picciola si rappresenta in questo dì ai nostri sguardi la vezzosa Pargoletta, quanto alle
Fattezze del delicato suo Corpicciuolo; ma grande e di una quasi infinita Grandezza si rappresenta alla nostra Mente, quanto alla sua Dignità
di Madre di Dio: De qua natus est Jesus. Un umile Ricovero appare ai
nostri occhi la sua Culla; nientedimeno maestosissima rassembri al
nostro Intelletto, come Trono di chi è Madre di Dio: De qua natus est
Jesus. Di veruna forza e di verun potere, come Bambina, ci compare; ma
di una Potenza e Dominio illimitato la fornisce l’esser di Madre di Dio:
De qua natus est Jesus.
8.
75
E qui permettetemi, o Signori, per una breve digressione che con il
celebre Giovanni di Segovia, Orator nel Concilio di Basilea, come pur
con l’Apostolo Valenziano e col Serafino da Siena io vi dica, non potersi in alcun modo soffrire l’inconsideratezza di chi a persuadere si fece di
essersi affatto taciuti nel Vangelo vari luminosi Privilegi di Maria, sol
perché ivi non vengono espressamente nominati. Dio buono! E che altro
mai indicar volle l’Evangelista San Matteo con quel suo De qua natus est
Jesus (Matth. 1), San Marco col venit Mater eius78 (Marc. 3), San Luca col
Mater Domini mei79 (Luc. 1) e San Giovanni col Mater Jesu80 (Joan. 2), se
non compendiare, come in una cifra misteriosa, nella sola infinita
Dignità di Madre di Dio tutti quei Pregi singolarissimi che per così
gran Dignità erano necessari e in qualche modo ad essa corrispondenti?
Deh sì, che sebbene implicitamente, nientedimeno ben compresero gli
Celebriamo la natività di oggi.
Della sempre Vergine Maria, Madre di Dio.
77 Da cui è nato Gesù.
78 E venne sua Madre.
79 La Madre del mio Signore.
80 La Madre di Gesù.
76
446
Evangelisti nella Divina Maternità di Maria tutte le sue singolari
Prerogative, voglio dire di esser Immacolata e Santa nella sua
Concezione, piena di Grazia e dotata di perfetto uso di Ragione nella
sua Nascita, impeccabile e senz’alcun minimo attuale difetto in tutta la
sua vita, perpetua illibatissima Vergine nella sua Fecondità Divina,
superiore di meriti e di gloria a tutte le celesti Gerarchie, collocata
nell’Empireo alla Destra del Figlio in Corpo ed in Anima, dotata di una
mirabil Potenza sopra tutto il Creato, costituita in somma Regina e
Padrona di tutto l’Universo. Imperciocchè tutti questi Privilegi ed altri
infiniti che noi non sappiamo, tutti di ragione competevano e con ogni
diritto competono a Maria, come a vera natural Madre di Dio.
9.
Ma per far ritorno alla sacra sua Culla, donde partii, ed oh che grazioso
spettacolo era mai, o Signori, agli Spiriti Beati e che orrida Scena ai
demoni, il vedere una Bambina tra le Fasce imporre comandi imperiosi all’Universo intero anche con le sole Occhiate e con i semplici ben
regolati Sospiri; ed ossevar Colei, che neppur libere al moto tenea le
delicate Manine, goder un sì stupendo Potere, talchè alla sua Potenza
riputavasi a gloria il Cielo di cedere e forzati si sentiva il Mondo e tutto
l’Inferno.
10. Ed invero, Uditori, se rispetto al Cielo considerar si debba il gran
Potere della Pargoletta Divina, ci si presenta tantotosto esser essa nata,
come un’Iride allegra per mutare in grazioso il severo sembiante di un
Dio sdegnato. Ella fu, che sin dalla Culla ferendo con i suoi sguardi
amorosi il Cuor di Dio, gli tolse i fulmini dalla mano e gli rapì le chiavi del Cielo per aprirlo, giacchè sempre chiuso era stato a tutti i
Mortali. Cosicchè essa sola fu quella, che sin dalle Fasce potè con i suoi
desideri penetrar l’ampiezza dei Cieli e girarli ben tutti: Girum Cæli circuivi sola81 (Eccl. 24) salendo sino al Trono dell’Altissimo, per far spuntar di lassù quell’immenso Sol di giustizia, da cui illuminato rimanesse ogni vivente: Ego feci, ut in Cælis oriretur lumen indeficiens82 (Eccl. 24).
81
82
Ho percorso da sola il giro del Cielo.
Io ho fatto in modo che nei Cieli nascesse una luce che non viene mai meno.
447
11. Che maraviglia dunque, se all’intorno della Culla della Reale Bambina,
attoniti se ne stanno gli Spiriti Celesti, a folte schiere discesi a corteggiarla; e stupefatti i Profetti col sol vagheggiarla da lungi? La encomiano i
primi, nata come una lucida Aurora: Quæ est ista, quæ progreditur quasi
Aurora consurgens83 (Cant. 6): la esaltano i secondi, nata come una lieve
Nuvoletta su di cui posato giace il gran Monarca dei Cieli: Ascendit Dominus
super nubem levem84 (Is. 19): e sì gli uni, che gli altri ci enunciano la mirabil
Potenza della Pargoletta Divina. Confessano gli Angeli che la Natività
della loro Regina fu in Cielo come l’Aurora della Riparazione delle loro
rovine. Predicono i Profeti che la nata Bambina fu come una Nuvoletta
benigna, perché si frappose tra il Sole scottante dello Sdegno Divino e tra
il Genere umano, servendo a questi di ombra refrigerante e di riparo.
divotamente ricorre. Che se mai per colpa nostra ci chiuda Iddio la Porta
grande, come alle Vergini stolte la chiuse la Divina Giustizia: Clausa est
Janua88: che farà allora la potentissima misericordiosa Bambina? Si farà
Finestra del Cielo: Cæli Fenestra facta es89; acciocchè se chiusa si trovi la
Porta per rigor di Giustizia, resti almeno aperta la Finestra per Grazia
affin per essa s’introducano in Cielo i suoi Divoti. Tanto è il suo Potere
rispetto all’Empireo.
12. Che se ciò vi sembri poco, o Signori, per ben ravvisare l’altezza della
Potenza, che ha riguardo al Cielo la Real Bambinella, saper vi basti, che
essa insin tra le Fasce, come Madre di Dio preeletta, è divenuta per ogni
naturale diritto la Porta di quel beato Regno? E la Finestra; conforme di
Lei scrisse Agostino! E con Agostino canta la Chiesa: Janua Cæli: Cæli
Fenestra facta es85. Non so, R(iveriti) U(ditori), se mai seriamente rifletteste, che qualora il Redentore nominar si volle anch’egli Porta della
Salute, non si disse Janua, ma Ostium86. Uditelo in S. Giovanni: Ego sum
ostium87 (Joan. 10). Or, come voi ben sapete, Ostium vuol dir picciola
Porta, quasi picciola bocca ed apertura di qualche stanza. Laddove Janua
val Porta grande, anzi Portone spazioso di un edifizio. Si chiama dunque
il Redentore Ostium, Porta angusta, perché sebben pietosissimo Padre,
nientedimeno è Giudice ancor rigoroso. Maria Bambina poi si nomina
Janua, Porta del Cielo spaziosa, perché con la sua potentissima mediazione, mitigando i rigori del Divin Giudice, forma una entrata sì angusta
del Paradiso, una Porta capace a ricevere innumerabile Gente che a Lei
13. Non minore però è la sua Giurisdizione in riguardo alla Terra. Godette
Maria sin dalle Fasce il titolo e l’Autorità di Regina dell’Universo; e sin
dalla Culla ebbe a se soggetta, come a Sovrana, tutta la Terra; giacchè per
Lei, più che per altro, come degnamente riflette il Dottore Serafico, fu
dal suo Divin Figlio formata. Quindi per testimonio della Chiesa l’augusta nostra Pargoletta fu quella, che sempre presente alla Mente di Dio,
gli cagionò un indicibil contento nel fabbricar che faceva i Pianeti e gli
Astri, nel disporre le fonti, i fiumi e i mari, nell’equilibrare i monti e le
colline, nello smaltar di erbe e di fiori i Prati e le Pianure, nel compire
insomma le belle opre delle sue Mani (Prov. 8); appunto, perché in esse
egli raffigurava vari Simboli delle Doti di Maria; e perché al dominio
potente di Maria soggettar le doveva. Con ragione pertanto il Serafino da
Siena, prostrato alla Culla della Reale Bambina, le va col cuor sulle labbra ripetendo: Tibi data est post Filium tuum omnis potestas in Cælo et in
Terra90. Al tuo gran Potere, o eccelsa Regina, io rimiro soggetto quanto
mai vi ha nel Mondo; e tutte le creature sensate ed insensate, ragionevoli ed irragionevoli, tutte al tuo universale dominio sottoposte le vedo:
Tibi omnis potestas in Cælo et in Terra91. Dai cenni tuoi dipender osservo la
serenità e la pioggia, l’infermità e la salute, la guerra e la pace, la tempesta e la calma, la fertilità e la penuria, la prosperità e l’angustia, la vita
e la morte: Tibi post Filium tuum omnis potestas in Cælo et in Terra92.
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Chi è costei che avanza come aurora che sorge?
Il Signore salì su nube leggera.
85 Porta del Cielo: sei divenuta Finestra del Cielo.
86 Janua e Ostium significano entrambi “porta”: la sfumatura lessicale è spiegata subito dopo.
87 Io sono la porta.
448
La porta è chiusa.
Sei divenuta Finestra del Cielo.
90 Ti è stato dato, dopo tuo Figlio, ogni potere in cielo e in terra.
91 A te ogni potere in cielo e in terra.
92 A te, dopo tuo Figlio, ogni potere in cielo e in terra.
449
14. Quello però, s’io non m’inganno, o Signori, che più di ogni altro esalta la mirabil Potenza dell’augustissima Pargoletta sopra la Terra, è il
suo sovrano dominio sopra dei Peccatori e dei Giusti. Fatemi ragione,
s’io dica il vero. Qualora previde in spirito il sapientissimo Coronato
di Palestina la Natività di Maria, esclamò attonito e disse, che essa
nasceva come una Luna ed un Sole: Consurgens pulchra ut Luna, electa ut
Sol 93 (Cant. 6). Che mistero è mai questo? La Luna è il Luminare della
notte e sulla notte estende il suo dominio. Il Sole poi è il Luminare del
Giorno e sul Giorno esercita la sua giurisdizione. Or è degno pensiero
del Pontefice Innocenzo III, che dalla Notte simboleggiati vengano i
Peccatori e dal Giorno i Giusti. Dica dunque Salomone, che Maria
nasce come una Luna, che noi l’intenderemo nata come un potente
Rifugio dei Peccatori, affin di illuminarli e ridurli al retto sentiero
della salute: la dica ancor nata come un Sole, perché così veniamo a
risaperla nata, come un potente conforto dei Giusti, affin di vieppiù
riscaldarli nella pietà, e perfezionarli nelle virtù Cristiane. Consurgens
ut Luna, ut Sol 94.
15. Ed invero, la Luna vien detta la Madre degli influssi; perchè quegli
influssi che dal Re dei Pianeti riceve, tutti li distilla sopra la Terra per
fecondarla. Così la Real Pargoletta è insin dalla Culla una Luna, perché
quelle Grazie, che in sen le ha piovute l’Onnipotenza e Sapienza Divina,
tutte le influisce sopra dei Peccatori, che a Lei fan ricorso, affin divengan fecondi di frutti di pentimento sincero. Si dice poi il Sole il Padre
delle Produzioni, attesochè penetrando col suo calore le viscere della
Terra, diffonde per tutto la virtù sua produttrice, per cui vengono a perfezione non men le piante e le frutta, che le Gemme, i Minerali e i
Metalli. In tal guisa è sin dalle Fasce Maria, come un Sol penetrante,
mentre col calore della immensa sua Carità insinuandosi sino al più
intimo del Cuore dei Giusti, fa loro produrre ogni genere di virtù,
anche le più sublimi ed eroiche.
16. Ma io, se la sofferenza vostra me lo permette, o Signori, un’altra non
dispreggievole riflessione vi aggiungo. Trovo nella Scrittura che il
Nascimento del Redentore è chiamato un Nascimento di Sole: Orietur
vobis, così in Malachia, Sol justitiæ95 (Malach. 4). Quello poi della nostra
Gran Regina è intitolato un Nascimento di Aurora ed insiem di Luna
e di Sole: Aurora consurgens, pulchra ut Luna, electa ut Sol 96 (Cant. 6).
Or che arcano è mai questo? Nasce Gesù Bambino, solamente come un
Sole, e Sol di Giustizia, perché siccome il Sole ha il tempo suo determinato per risplendere, che è il Giorno, così il Redentore ha tempo ed ore
determinate per favorire; così portando la somma sua Giustizia e così
essendosi egli protestato, qualora disse: Nondum venit hora mea97 (Joan.
4). Nasce poi Maria Bambina, come Aurora insieme, e Luna, e Sole, perché tutti i tempi, tutte le ore son sue per usar pietà e misericordia.
Favorisce, come Aurora, sul far del mattino i Penitenti già ravveduti:
favorisce come Luna sul colmo della notte i Peccatori che vogliono
emendarsi: favorisce come Sole sul pieno Giorno i Giusti, che entrati
già sono tra lo stuolo dei suoi fedeli Servi e Divoti. Quindi, siccome
tutta la Terra, composta noi la troviamo di Peccatori, di Penitenti e di
Giusti; non fia perciò maraviglia, se la mirabile Potenza e il gran
Dominio della Real nostra Bambina a tutta la Terra universalmente si
estenda. E a questa universal Monarchia della Pargoletta Divina alluder,
credo io, voglia in tal dì Santa Chiesa, qualor facendole tra le fasce le
accoglienze e gli elogi, le va cantando, che la sua Nascita è riuscita di
universal allegrezza a tutto il Mondo: Nativitas tua gaudium annunciavit
universo Mundo98; perché essendo essa nata Regina, non solamente il
Cielo, ma la Terra tutta ancora, è stata partecipe dei maravigliosi effetti della sua Potenza.
95
Sorgerà per voi il Sole di giustizia.
Aurora che sorge, bella come la Luna, scelta come il Sole.
97 Non è ancora venuta la mia ora.
98 La tua nascita ha annunciato la gioia a tutto il mondo.
96
93
94
Sorgendo bella come la Luna, scelta come il Sole.
Sorge come la Luna, come il Sole.
450
451
III
17. Sebbene, non abbiam veduta per anche tutta l’estensione del mirabil
Potere della Bambina Reale, voglio dire, se quanto vaglia il suo potentissimo Braccio contra tutto l’Inferno. Ben fu preveduto in spirito nei
Sacri Cantici; e udite se qual descrizione ne fosse ivi fatta. Nasce Maria
e tutto l’Inferno si mette sossopra per lo spavento. La mira nata Lucifero
con occhi tremanti e vedendola terribile a guisa di un fortissimo Esercito
ben’ordinato, Consurgens…terribilis ut castrorum acies ordinata99 (Cant. 6),
annunzia con orridi mugiti il totale sterminio a tutti gli Abissi. Mi direte, come mai la Divina Pargoletta, comparir [da] sola a Lucifero come un
Esercito forte e numeroso? Ve ne spiego l’arcano. Venne Lucifero una
volta alle mani con Michele e con tutto l’innumerevole Esercito delle
Angeliche Gerarchie e ne riportò la disfatta, talchè con tutti i suoi restò
vergognosamente vinto e cacciato: Proiectus est Draco100, ce ne assicura
Giovanni (Apoc. 12). Or vedendo nata Maria, parve a Lucifero di veder
in Lei sola raccolta ed unita tutta la terribile ed insuperabil Potenza delle
Angeliche schiere, terribilis, ut castrorum acies ordinata.
18. Eppure, confessar non volle il superbaccio tutto il Potere della nata
Bambina. Imperciocchè se da un intero Esercito degli Spiriti Angelici
rimase vinto e cacciato: Proiectus est; dalla nata Regina degli Angeli, non
solamente restò cacciato, ma di più totalmente fiaccato ed ab[ba]ttuto;
come ce lo ridisse attonito Agostino: Maria inimicos suos, tanquam potens
Regina, prosternit101 (Ser. 4, De Annunc.). Sì, sì, ecco la mirabil Potenza
della Real Pargoletta contro tutto l’Inferno! Proprio degli Angeli è
discacciare i demoni: Proiicere. Proprio di Maria è di sterminarli e fiaccarli: prosternere. Dirò anzi di più. Proprio solo della Sacra Bambina è di
stritolar i loro alteri capi, affin più non abbiano ad alzarli superbi,
secondo che lo stesso Lucifero ebbe a sperimentarlo, a tenor di quella
Divina minaccia: ipsa conteret caput tuum102 (Gen. 3).
19. O ben avventurata sorte pertanto di tutti Coloro che di sì possente
Regina son fedeli Sudditi e Servi! Ed oh come, facendo essi divota corona con i loro ossequi alla sua Culla reale, si riempiono di una gioconda
speranza e di un’amorosa fiducia della loro prosperità per questa vita e
per l’altra della loro eterna salvezza. Certamente se rimirano il Cielo,
ecco lassù, dicono, il Regno, di cui è Porta per noi e Finestra la nostra
Real Pargoletta e dov’essa esercita la sua mirabil Potenza. Se riguardan
questa misera Terra, ecco ripetono il Luogo, che sotto il dominio giace
della nostra Sovrana e dov’essa fa sperimentare la sua Misericordia a
tutti e a Peccatori e a Giusti ed a Penitenti. Se fissan il pensiero giù
negli Abissi, ecco laggiù, conchiudono, quella penosissima Carcere,
dove il potentissimo Braccio della nostra Regina incatenati e conquisi
tiene i suoi e nostri Nemici. Ben avventurata sorte, ripeto, di tutti coloro, che della Reale Bambina son fedeli Sudditi e Servi! Non han pericolo che lor sovrasti; non han risico che lor incontri, senza fondata speme
di esserne amorosamente sottratti. Tengono quasi per ambizione l’imbattersi in traversie, per goder prontamente dei sollievi della lor
Regina. Ed ora sì che intendo un mistero, nascoso in quel vangelico
passo: Non fiat fuga vestra in Sabbato103 (Matth. 24). Essendo Maria nata
di Sabato, io qui prendo per Sabato e la Natività di Maria e la stessa nata
Bambina. Non fiat dunque fuga vestra in Sabbato. Qualor sovrastino mali
gravissimi, laddove il timore e la fuga sarebbe forse prudenza in altro
giorno; sarebbe imprudenza però e diffidenza in Giorno di Sabato cioè
sotto il possente patrocinio di Maria Bambina. Imperciocchè chi ha in
suo favore la Reale Bambina può star sempre sicuro di sua prosperità e
salvezza. Ecco (mi giova ripeterlo), ecco la bella sorte di chi di tale
Regina è fedel Suddito e Servo.
20. Pertanto, che facciam noi, cari mieri Uditori, che le altrui felicità attoniti qui ascoltiamo? Salomone qualor presente a se stesso e ai suoi doveri, si pose a chiedere a Dio che gli mandasse dall’alto la Sapienza: mitte
Sapientiam 104 (Sap. 9). Ed a che fine? Reputò il Savio Monarca la
99
Sorgendo…terribile come un esercito schierato.
Il Serpente è stato cacciato.
101 Maria, come potente regina, annienta i suoi nemici.
102 Ella stessa ti schiaccerà il capo.
100
452
103
104
Non avvenga la vostra fuga di sabato.
Manda la sapienza.
453
Sapienza Celeste di un sì universale potere, che tenne per certo, che
chiunque degnamente la possedesse, restasse per tutti gli incontri, per
tutti i bisogni ben custodito e protetto: Mitte sapientiam…et custodiet me in
sua potentia105. Chi vi è tra voi, che non sappia, o Signori, che non men
dalla Chiesa, che dai Padri, sotto nome di Sapienza vien ancor intesa
Maria? Or non abbiam noi bisogno di chiedere a Dio che ce la mandi,
Ella è già mandata, è già venuta, è già nata; ecco che come graziosa
Bambina la vagheggiamo in questo dì nella Culla. Abbiam bisogno bensì
di porger calde suppliche, affinchè si degni con la sua sì mirabile ed universale Potenza di custodirci e proteggerci: custodiat nos in sua potentia106.
21. Deh sì, o potente pargoletta Divina, custodi nos in tua potentia! Noi vi
riconosciamo, ancor nella Culla, per gran Regina e Sovrana di una mirabil Potenza in Cielo, in Terra, e sin sopra l’Inferno. Ci dedichiamo il tal
Dì con cuor sincero per vostri fedeli Sudditi, per vostri servi ossequiosi, per vostri Figli amanti e divoti. Teneteci sempre sotto il vostro
Dominio, fateci sempre in ogni occorrenza e in vita e in morte sperimentare gli effetti prodigiosi del Real vostro potentissimo Braccio:
Custodi nos in tua potentia. Ed oh noi fortunati allora! C’affrontino pure
i pericoli, c’incontrino pur le disgrazie, ci travaglino pure a lor mal
talento tutti i Nemici. Che faranno mai con tutti i loro sforzi e che
diranno? Sen partiranno confusi e confesseranno anch’essi lor malgrado
la gloria del vostro Regno e l’invincibile forza del vostro potere:
Gloriam Regni tui dicent, et potentiam tuam loquentur107 (Psal. 144). Noi
poi, come custoditi e protetti dal vostro Braccio, rimasti salvi, che faremo? Quello appunto che qui oggi adempiamo, voglio dire, che depositando i nostri cuori, come in voto, ai vostri sacri Piedini sulla Culla,
dandovi mille ringraziamenti in attestato di nostra fedeltà nel servirvi,
esclamiamo: Viva Maria Bambina, che essendo nata Regina
dell’Universo, esercita sin dalle fasce in pro dei suoi Devoti la sua mirabil Potenza, che ha sopra il Cielo e la Terra e sopra l’Inferno.
105
Manda la sapienza…ed essa mi proteggerà con la sua potenza.
Ci custodisca con la sua potenza.
107 Diranno la gloria del tuo regno e parleranno della tua potenza.
106
454
SERMONCINO
SOPRA LA SS.ma NATIVITÀ DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA
Venerdì 8 Settembre 1769
Il Sermoncino sarà stato recitatato certamente nella Chiesa dell’Immacolata,
attuale parlatorio della Casa Madre dell’Istituto. Gli argomenti sono ripresi da
quello sviluppato in modo molto più ampio l’anno precedente, nella Chiesa di
sant’Angelo Magno per la stessa occasione.
L’Autore introduce l’argomento con una premessa: quando si parla delle prerogative di Maria si usano varie immagini affinché chi in un modo, chi in un altro, possano avvicinarsi a descrivere “le eccellentissime doti che tutte insieme in Maria si racchiudono e si contengono”.
Maria viene, spesso, paragonata al sole, alla luna, alle stelle, all’aurora e ai
fiori. Tra queste similitudini, don Marcucci sceglie di spiegare in che modo e perché
la Natività di Maria venga paragonata ad una stella e ad una verga fiorita.
Viene paragonata ad una stella per la sua materia incorruttibile e viene paragonata ad una verga che percuoterà i condottieri di Moab e dunque salverà Israele.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 23, pp. 142-144.
Siccome la Gran Vergine nostra Signora supera di gran lunga tutte le pure
creature nella dignità, nella santità e nei meriti; così non vi è tra tutte le
pure creature chi posa rappresentare al vivo le sue ineffabili prerogative, i
suoi singolarissimi pregi. Quindi è, R(iveriti) U(ditori), che qualora nelle
sacre Carte si parla di Maria e di qualche suo mistero, sogliono pigliarsi le
figure, le similitudini, i paragoni, non già da una sola creatura, ma da
molte insieme, come dal sole, dalla luna, dalle stelle, dall’aurora, dai fiori
e da altre mille; affinché tutte insieme concorrano, chi per un verso, chi
per un altro, ad esprimerci in qualche parte le varie eccellentissime doti
che tutte insieme in Maria si racchiudono e si contengono. Quel che io
osservo pertanto in questa solenne festosissima ricorrenza della SS.ma
Nascita della Vergine è, Uditori, che vedo le divine Scritture impegnate
ad esprimerla sotto i leggiadri simboli di stella, di aurora, di verga fiorita
e di altre belle figure che vagliono ad indicarci alcuni di quei singolari
pregi, che ebbe Maria nel suo Nascimento. Pigliamo in mano di grazia la
profezia, espressa non men per il divin Figlio, che per la divina Madre, nel
sacro Libro dei Numeri ed ecco che si fa sentire in tali accenti: Orietur stel-
455
la ex Jacob, et consurget Virgo de Israel, et percutiet duces Moab 108. Mi direte, e
perché mai Maria SS.ma nella sua Natività fu come una stella e come una
verga fiorita e trionfatrice di Moab? Questo è quel che voglio succintamente ridirvi stasera ad onor di Maria Bambina. Attendete. Incomincio.
1.
Tutte le proprietà della stella, siccome ci rappresentano le mirabili prerogative che godette la Vergine nel suo Nascimento; così non sia meraviglia, se la vaga Bambina sotto simbolo di lucida stella ci venga rammemorata dalla Scrittura: Orietur stella ex Jacob. Primieramente è sentimento di tutti i filosofi che le stelle siano state ceate da Dio di una
materia incorruttibile, talché quali furon nel lor nascimento, tutte
belle, lucide e indorate, tali si manterranno in tutto il tempo della
loro durazione da Dio stabilita. E così fu la gran Vergine Bambina.
Essa, che per singolar grazia di preservativa Redenzione fu affatto
immune dalla originaria macchia, nacque ancor tutta bella, lucida e
indorata di grazia e di carità e così sempre senza corruzione e alterazione veruna si mantenne in tutto il corso della sua SS.ma vita. O mistica stella sempre bella, sempre intatta! Inoltre non nacque Maria come
qualunque stella, ma come una stella di Giacobbe: Orietur stella ex
Jacob. Che mistero è questo?, ecc.
2.
Ma piano che la gran Vergine nacque anche come una verga fiorita:
Et consurget virga de Israel. E perché?, ecc.
108
Nascerà una stella da Giacobbe e sorgerà una Vergine da Israele e percuoterà i condottieri di Moab.
456
Agostino Masucci, L’educazione della Vergine, 1768, olio
su tela, Ascoli Piceno, Museo-Biblioteca “F. A. Marcucci”.
Manifattura del sec. XVIII, Maria Bambina, cera
ed altri materiali, Ascoli Piceno, Museo-Biblioteca
“F. A. Marcucci”.
457
CAP. VIII
SERMONI PER LE FESTE MARIANE
RECITATI
NELLA CATTEDRALE DI MONTALTO
E NELLE CHIESE DELLA DIOCESI
(1771-1789)
458
459
Introduzione al capitolo
Il capitolo raccoglie 15 sermoni sulle varie feste mariane, soprattutto sulla
natività di Maria, sull’Assunta e sulla sua purificazione al tempio, recitati dal
vescono mons. Francesco Antonio Marcucci o nella catterale di Montalto o in qualche
Chiesa della diocesi durante la visita pastorale. Essi sono raccolti nelle miscellanee:
BSC 1519 e ASC 33.
Il contenuto dei sermoni attinge alla sacra Scrittura, alla dottrina dei Padri della
Chiesa e al magistero; sono sempre organizzati secondo le regole retoriche del tempo e
soprattutto attenti a muovere il cuore e la volontà degli ascoltatori; riguardo i contenuti, l’Autore spesso attinge ad immagini, figure e fonti utilizzati nel periodo della
predicazione precedente la sua consacrazione episcopale.
In alcuni casi il sermone presenta due redazioni: una per i fedeli di Montalto; una
per le suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione di Ascoli, di cui era Fondatore e
Direttore.
460
461
SERMONE SOPRA LA GLORIOSA ASSUNTA
DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA
Intravit Jesus in quoddam Castellum,
con quel che segue in San Luca (cap. 10) nell’odierno Vangelo
Recitato dal Trono nella Cattedrale nel Giovedì mattina
del 15 Agosto del 1771
La curiosità di sapere non fu mai buona, quando unita non fu coll’umile
sommissione alla Religione e alla Fede. L’ecclesiastica Storia di tanti ce ne
somministra gli esempi che divennero miscredenti, appunto perché curiosi e
superbi. L’andare indagando, se perché mai Santa Chiesa in tal Giorno solenne all’Assunta gloriosa di Nostra Signora consacrato, sempre sin da lunghi
secoli addietro abbia usato il Vangelo della visita che fece il Redentore al
Castello di Marta e dell’ottima parte che si prescelse Maria: Intravit Jesus in
quoddam Castellum1 con quel che segue; e non piuttosto abbia fissato a tal
Festa un altro Vangelo, dove espressamente si parli della Gran Vergine, come
sembra fosse più proprio: l’andar ciò, dissi, indagando, è una curiosità di
sapere che per quanto accenna S. Bernardo, par che in qualcuno ai tempi
anche suoi si vedesse. Chiunque nientedimeno presta la debita sommissione
alla Chiesa, ben può facilmente avvedersi, non essersi ciò stabilito, senza un
grande mistero. Vuole in tal Dì Santa Chiesa per via di allegorie rappresentarci l’Amore immenso del Divin Figlio verso la sua Divina Madre con lo
scendere in Persona a visitarla, per potarla tutta gloriosa nel Cielo, a quel
sublime Posto, che essa si aveva meritato. Intravit Jesus in quoddam Castellum.
Maria è quel mistico Castello, esclama Bernardo, visitato in tal Giorno dal
Redentore per beatificarlo. Intravit, ecc. Maria è quella che oggi fu messa in
possesso di quell’ottimo altissimo Posto, superiore di gran lunga a quello di
tutte le celesti ed Angeliche Gerarchie: Maria optimam partem elegit 2. Ecco
quel tanto che la Chiesa, retta dallo Spirito Santo, volle sotto così nobile
Allegoria dall’Evangelo corrente indicarci. Che s’è così, rimasti già noi di sì
pia curiosità soddisfatti, impieghiamo ora, Dilettissimi miei, le nostre
ammirazioni, i nostri affetti, i nostri encomi nell’ossequiare le Magnificenze e
le Glorie, con cui la nostra eccelsa Signora fu in Cielo assunta. Qualora di tali
gloriose magnificenze bramiate udirne da me un qualche breve ragguaglio, prestatemi divota l’attenzione e sarò a soddisfarvi. Incomincio.
È il primo sermone che il neo Vescovo Francesco Antonio Marcucci recita nella cattedrale di Montalto, dedicata alla Vergine Assunta, nel giorno della sua festa.
Nel proemio egli si chiede perché la liturgia odierna proponga, dal Vangelo di San
Luca, il racconto della visita di Gesù alla casa di Marta e Maria e risponde che probabilmente è per significare, secondo l’interpretazione che ne dà San Bernardo, che
Maria SS.ma “è quel mistico Castello visitato in tal giorno dal Redentore per beatificarlo”.
Il sermone interrompe la sua trattazione al sesto punto. l’Autore immagina lo stupore degli apostoli che assistono al glorioso transito di Maria; perfino la natura produce segni di giubilo: la terra fa germogliare nuovi fiori; gli alberi producono balsami profumati; le pietre fanno scaturire limpide acque; i mari si pacificano; l’aria produce soavi zeffiretti; il sole appare sette volte più luminoso del solito; la luna con una
nuova bianchezza; le stelle e i pianeti appaiono con un brio più scintillante. Anche gli
angeli e i serafini che sono più abituati a vedere la gloria di Dio, all’arrivo di Maria
in cielo, rimangono grandemente ammirati nel vederla salire così grandiosa e trionfante e fanno a gara nel corteggiarla.
Nella sacra Scrittura ci sono altre figure che i Padri paragonano al trionfo di
Maria al cielo, come il trasporto dell’Arca che Davide fece al Monte Sion, ma sono
esempi molto lontani dal trionfo di nostra Signora. Ella è anche paragonata ad
“un’aurora gioconda, una luna risplendente, un sole maestoso e brillante”. Il prediletto San Giovanni che accompagnò la Madre più in alto che potè, la contemplò “riccamente vestita di lucidissimo oro e di luminosissime gemme, da sembrare un gran sole
con la luna ai sui piedi in segno di rispetto e sul capo una corona di dodici stelle.
L’Autore ripropone simboli e figure mariane già presentate in altri sermoni.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale conservato nella Biblioteca delle
Suore Concezioniste (BSC 1519), pp. 34-38.
1
2
462
Entrò Gesù in un villaggio.
Maria ha scelto la parte migliore.
463
1.
2.
Che nel felicissimo Passaggio della Gran Vergine da questa all’altra beatissima vita e nel solenne tragitto, che con lo Spirito insieme e col corpo glorificato fece dalla Terra all’Empireo, pieni di ben alto stupore rimanessero
gli Apostoli e quanti altri ebber la bella sorte di trovarvisi presenti; e che
per tutto il mondo si sperimentasse allora un non so che di giocondo e
festivo, talchè anche le creature insensate ne dessero manifesti contrassegni, la Terra col germogliar nuovi fiori; gli alberi con gettar balsami profumati; le Pietre con lo scaturir limpide acque; i Mari col mettersi in pacifica calma; l’aria col respirar soavi zeffiretti; il sole col comparir sette volte
più luminoso; la Luna con una nuova bianchezza; le stelle, i Pianetti con
un brio più scintillante; certo è, U(ditori) miei cari, che danno a noi del
forte indizio delle stupende e indicibili magnificenze gloriose, che v’intervennero. Ma che poi gli Angeli stessi e i Serafini, quegli spiriti beati, cioè,
che magnifici e gloriosi in se medesimi, sempre ancor, assuefatti a contemplar maraviglie, ne rimanessero grandemente ammirati nel veder la salita
così grandiosa e trionfante che al Ciel faceva la loro eccelsa Regina, talchè
nel mentre stesso che a gara facevano nel corteggiarla, non sapevano raffigurarla, esclamando tra loro: quæ est ista, quæ ascendit de deserto, deliciis
affluens?3 (Cant. 8, 5). O questo sì, Dilettissimi miei, è la maraviglia delle
maraviglie, che ci fa ben comprendere, essere stata sì magnifica e gloriosa
l’Assunta di Nostra Signora, da fare ammutolir ogni lingua e trasecolare
ogni Angelico non che umano intendimento.
ben chiamarsi, come quei lugubri e spaventevoli echi e Mormorii che
sogliono udirsi talora dall’aria riservata e ripercossa negli antri e nei
deserti. Un vero Deserto fu chiamato infatti questo basso Mondo dagli
Angeli, qualor tra le ammirazioni a festeggiare si mise l’Assunta di
Maria: quæ est ista, quæ ascendit de deserto? L’esser discesi dall’Empireo
quanti mai di Patriarchi e Profeti e di Personaggi beati lassù vi regnavano; l’esser venute tutte le Angeliche Gerarchie a far corteggio all’eccelsa Signora nella sua trionfante Salita; anzi lo stesso gran Monarca dei
Cieli in Persona: altro è, Uditori, che il Trionfo dell’Arca, che il tripudio di tutto Israele, che il festoso portamento di Davide.
3.
Saper vi basti U[ditori] che agli occhi di tutti quegli innumerabili
Personaggi gloriosi del Cielo comparve Maria in tal Giorno come
un’Aurora gioconda, una Luna risplendente, un Sole maestoso e brillante: quasi Aurora consungens, pulchra ut Luna, electa ut Sol 5 (Cant. 6).
Andate ora voi, se vi dà l’animo, ad idearvi l’immensa grandezza di
magnificenza e di gloria che circondò Maria nella sua Assunta.
4.
La accompagnò al più che potè con gli accesi suoi sguardi sino alle
Porte dell’Empireo il prediletto Giovanni. E udite che ne ridisse. Io
vidi, dice egli, tutta la vastissima smisurata ampiezza del Cielo, piena
di tanti e sì luminosi portenti, che eran divenuti un solo grande portento: Signum magnum apparuit in Cælo6 (Apoc. 12). Vidi l’eccelsa
Donna e Signora così riccamente vestita di lucidissimo oro e di luminosissime Gemme che mi parve un gran Sole e che il Sole medesimo
essendosi come disciolto, l’avesse tutta circondata con i luminosi suoi
raggi: Mulier amicta sole7. Vidi la Luna che quasi vergongosa di starle
a petto con i suoi argentei colori, se l’era tutta umile posta sotto dei
Piedi, a guisa di ornato sgabello: Luna sub pedibus eius8. Giunta poi,
Varie belle figure ne abbiam noi nelle Sacre Pagine, nol nego; ma sono
alla fine figure, indicano alquanto, ma non ci rappresentano al vivo il
figurato. Nel trasporto dell’Arca che far volle Davide al Monte Sion,
raffigurano i Padri l’Assunta della Gran Vergine in Cielo. Si viddero
adunati allora in Gerosolima quanti mai di Personaggi, di Sacerdoti, di
Leviti e di Maestri e di Suono e di canto, avesse tutto il Regno d’Israele,
facendo insiem col Re delle Feste e allegrezze intorno all’Arca: David et
ominis Israel deducebant Arcam Domini cum gaudio, cum jubilo et clamore4.
Ma che han che far tali feste del mondo con quelle del cielo? Possono
5
Come aurora che sorge, bella come la luna, eletta come il sole.
Un grande segno apparve nel cielo.
7 Una donna vestita di sole.
8 La luna sotto i suoi piedi.
6
3
4
Chi è Costei che sale dal deserto piena di delizie?
Davide e tutto Israele trasportavano l’Arca del Signore con gioia, giubilo e clamore.
464
465
che tra gli immensi evviva fu al firmamento, vidi spiccarsi di volo dal
loro petto dodici tra le più lucide stelle, formandole sopra del capo
una sfarzosa signoreggiante corona: In capite eius corona stellanum
duodecim9.
5.
6.
Che se così stupenda fu la magnificenza e la gloria che accompagnò
Maria sino alle Porte del Cielo, giudicate ora voi, Dilettissimi miei,
qual fosse quell’altra immensa di cui fu riempita, entrata che fu
nell’Empireo, sino ad esser dichiarata Regina dei Santi, Signora degli
Angeli, Imperadrice dei Cieli, Padrona di tutto il creato; e sino ad esser
collocata alla Destra del Figlio. Ah, che troppo debole è Lingua umana
quando, troppo fiacca ancora sarebbe Angelica favella, per ridir le
magnificenze e le Glorie di Maria; essendo sol riservate a quel Dio che
tutto il suo infinito Potere, Sapere ed Amore nel glorificarla impiegar
volle.
Altro dunque non possiam fare, o Signora, che a voi ora rivolgendo i
nostri, ecc. Sancta Maria, ecc.
SERMONE SOPRA LA PURIFICAZIONE
DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA
Recitato dal Pulpito nella Cattedrale in Rocchetto e Mozzetta
con l’assistenza di due canonici
nella Domenica mattina del 2 Febbraio 1772
Il Sermone è abbozzato e sviluppato in sei punti. Mons. Marcucci contempla l’esempio di ubbidienza, di umiltà e di edificazione che Maria SS.ma ci offre nella festa
della sua purificazione al tempio. Sebbene Ella non avesse bisogno di sottoporsi alla
legge ebraica della purificazione, la accettò per offrirci un esempio.
Gesù ha istituito i Sacramenti come mezzi di purificazione e tra essi specialmente
quello della Penitenza ossia Confessione, ma molti hanno verso di essi un atteggiamento di ostinazione, di superbia e di scandalo.
Mons. Marcucci dimostra in che modo l’ostinazione sia contraria all’ubbidienza
e l’umiltà sia un chiaro contrassegno di chi si è ben purificato e confessato. Infine,
il segno di una buona confessione è l’edificazione, cioè una vita esemplare e rinnovata.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 43-48.
Argomento
Ai tre miracoli che nel Giorno della sua purificazione veder ci fece
Maria Santissima, cioè di ubbidienza, di umiltà e di edificazione,
molti e molte ardiscono di contraporre tre altri prodigi,
cioè di ostinazione, di superbia e di scandalo
9
Nel suo capo una corona di dodici stelle.
466
Tre stupendi Miracoli, vale a dire di ubbidienza, di umiltà, e di edificazione, veder ci fece la gran Madre di Dio Maria sempre Vergine Immacolata in
questo festosissimo Giorno della sua Purificazione. Osservate, Dilettissimi
miei, se io dica il vero. Comandava Iddio nell’antica Legge Mosaica (Lev. 12)
che una Madre, dopo il parto di un maschio, si presentasse a capo del quarantesimo giorno al Tempio col suo neonato Pargoletto ed ivi con le offerte
per due sacrifici e con le preci del sacerdote, purificata restasse da ogni legale immondezza. Questa era la Legge della Purificazione. Or non poteva la
Gran Vergine, come ognun sa, rimaner soggetta a tal Legge, a motivo che in
Lei il concepimento e il Parto Divino, accaduto non era per opra umana, ma
per sola Onnipotente virtù dello Spirito Santo, essendo restata illibata
Vergine nel Parto e dopo il Parto, come innanzi al Parto lo era. Coll’essersi
467
essa poi in tal Giorno voluta soggettare spontaneamente alla Legge di
Purificazione, veder certamente ci fece un gran miracolo di sovraeroica ubbidienza. Nella comparsa poscia, che ad onta della sua stima agli occhi ciechi
del mondo, far volle in tal dì, quasi bisognosa fosse di rimaner purificata a
guisa delle altre madri comuni, veder Maria ci fece un gran miracolo di sua
umiltà sopreroica. Essendosi per finirla di buon’animo ad una tal Legge, non
fatta per Lei, resa anche soggetta per dare ad altri ottimo esempio e fuggir
qualche calunniosa taccia, che incontrar poteva l’inosservante appresso chi
nulla risapeva dell’alto mistero, venne in tal Giorno a farci notare un gran
miracolo di altrui edificazione. Cosicchè, figliuoli miei carissimi, possiam
pur noi con ragione accomodare a questo festivo Giorno quel che canta la
Chiesa nell’Epifania del Signore: Tribus miraculis ornatum diem sanctum colimus10, ed esclamare a gloria di Maria Santissima, che tre grandi miracoli
veder ci fece in questo Santissimo giorno di sua Purificazione, cioè Miracolo
di ubbidienza, Miracolo di umiltà e Miracolo di edificazione. Perdonatemi,
nientedimeno, o mia Celeste Signora, benchè tutti con la lingua così di voi
confessano e vi onorano; non tutti però ve lo contestano col cuore e con i loro
portamenti. Ai tre vostri stupendi miracoli di ubbidienza alla Legge di Dio,
di umiltà e di edificazione, ed oh quanti ed oh quanti ardiscono di contraporre tre altre prodigi di specie all’intutto diversa, voglio dire, di ostinazione, di superbia e di scandalo; quasichè per loro veruna legge di Purificazione,
stabilita si fosse dal divin Redentore. Dilettissimi miei, potrebb’essere, che
io fossi in abbaglio. Vediamolo attentamente.
1.
2.
Paolo Vitellozzi, Presentazione di Gesù al Tempio, Affresco, 1751, Ascoli
Piceno, Casa Madre, lunetta nel locale della prima Chiesa a piano terra,
oggi utilizzato come sala di ricevimento.
I
Se tanta premura ebbe Iddio di stabilire nell’antica Legge varie sorti di
sacre purificazioni e per li Sacerdoti e per li Leviti e per le donne e per
gli uomini, essendone piene le Scritture divine del vecchio Testamento;
tuttochè alla fine si trattasse di un Popolo, istruito soltanto con le figure e con i simboli della vera Santità: quanto più dovrà dirsi premuroso
essere stato Iddio nel prescriver le Leggi di una Purificazione più maravigliosa e più efficace ad un Popolo, com’è il Cristiano lavato e pasciuto col sangue preziosissimo di Gesù Cristo? Eh Cristiani carissimi, finirono le ombre di santità, cessaron le figure della vera Religione nella
morte del Redentore. La Purificazione nostra, grida l’Apostolo, non più
consiste nel sangue delle vitelle, negli olocausti degli agnelli e degli
arieti, non più nei sacrifici delle colombe e degli altri Animali.
Cessarono affatto e furon all’intutto annullate queste ombre e queste
figure. Consiste dunque la nostra Purificazione nella virtù infinita del
prezioso Sangue del Redentore: Sanguis Christi emundat conscientiam
nostram11 (Haebr. 9, 14): e il Principe degli Apostoli ce lo contesta
dicendo consistere in aspersionem Sanguinis Jesu Christi12 (1 Pet. 1):
e il diletto tra i discepoli: sanguis Jesu Christi emundat nos ab omni
peccato13 (1 Joan. 1). Tutto ciò è di fede infallibile che professiamo.
Ed è ancor di fede che Gesù Cristo ha istituiti i Canali propri, per cui
applicata ci viene l’infinita virtù purificante del Sangue suo prezioso, vale
a dire i Santi Sagramenti e specialmente quello della Penitenza o sia
11
Il sangue di Cristo purifica la nostra coscienza.
Nell’aspersione del sangue di Cristo.
13 Il sangue di Gesù Cristo ci purifica da ogni peccato.
12
10
Noi onoriamo il giorno santo adorno di tre miracoli.
468
469
Confessione per tutti i cristiani adulti dell’uso di ragione dotati. Quindi è,
dilettissimi miei, che per tutti i cristiani adulti la Legge di Purificazione
dal Redentore stabilita è questa, cioè una buona Confessione sagramentale.
3.
Ciò posto, come indubitato, credete voi, fratelli cari, sorelle mie che a
questa divina Legge di nostra Purificazione, tutti si siano sottoposti
con ubbidienza, con umiltà, con edificazione? O Gran V(ergine)
Immacolata, lume, lume per vostra misericordia. Nella vostra misteriosa Purificazione dell’antica Legge, ci faceste voi ben vedere in questo
Giorno i tre gran miracoli di ubbidienza, di umiltà e di edificazione.
Ma noi nella Purificazione nostra della Legge nuova che altro presentiamo innanzi ai vostri purissimi occhi, se non tre prodigi Infernali, cioè
di ostinazione, di superbia e di scandalo!
4.
Deh così non fosse, rispetto a tanti e a tante! Voi dunque fratel caro, sorella mia, avete coraggio di asserirmi che vi siete ben purificato di coscienza che vi siete ben confessata? Vediamolo. Il più certo contrassegno di
esser restato appien purificato col Sangue di Gesù Cristo nella sagramentale Confessione, sapete voi qual è? È appunto l’ubbidienza all’obbligo che
impone una tal Purificazione. Mi direte, e quale obbligo impone? Eccolo,
di osservar i Precetti di Dio e della Chiesa, e adempier gli obblighi del
proprio stato. L’osservate ciò voi, l’adempite? Dov’è dunque l’ubbidienza
alla legge della Purificazione? Via, via! Quanti e quante di voi, non hanno
più contrizione veruna, non hanno più sentimenti di pietà cristiana, non
tornati alle solite occasioni, alle solite mormorazioni, alla solita vita libertina! Ecco il gran prodigio di ostinazione che voi dimostrate nel giorno
ecclesiastico, capo di casa, madre di famiglia, Giovinastro, Giovinastra.
Il fatto di Simon mago che alle prediche del diacono San Filippo mostrò
di ubbidire: Simon et ipse credidit (Act. 8, 13). Ma poi… Onde l’Apostolo
San Pietro gli disse: In felle amaritudinis, et obligatione iniquitatis video te
esse14, ecc. (Act 8, 23). Cui enim non præsto sunt hæc… oblivionem accipiens purgationis veterum suorum delictorum15 (2 Pet. 1, 9), ecc.
14
15
Vedo che tu sei nel fiele dell’amarezza e nella prigionia dell’iniquità.
Chi non ha queste cose…. dimentico della purificazione dei suoi antichi peccati.
470
5.
Non solo l’ubbidienza, ma l’umiltà ancora è un chiaro contrassegno di
essersi ben purificato e confessato. Il Sagramento della Penitenza conferisce a chi degnamente lo riceve due Grazie, ma è la santificante che
toglie dall’Anima tutti i peccati e la costituisce Amica e diletta Figlia
adottiva di Dio ed erede del Paradiso. L’altra è la Grazia sagramentale e
consiste nel lasciar che fa nell’Anima lo spirito di umiliazion di cuore e
di Penitenza. Or vi sentite voi in voi stessi un tale spirito, ecc. Il fatto
di Saul che stando a desinare una mattina col suo figlio Gionata e col
suo Generale Abner, non parlò mai, temendo di non essersi ben purificato: Non est locutus Saul. Cogitabat enim, quod forte evenisset ei, ut non esset
mundus et purificatus16 (1 Re 20, 26)17. Eppure la sua Purificazione era
una pura cerimonia che lo avrebbe purgato da una estrinseca immondezza legale, ma non già dalle colpe dell’anima. Nientidimeno dava
qualche segno di umiliazione. E di voi che tutti baldanzozi, superbi e
che fate vedere anzi un prodigio di superbia e di baldanza dopo accostati alla Purificazione e Confessione Sagramentale che si ha da dire?
L’Apostolo S. Paolo che aveva ricevuto lo spirito di umiliazione e di
penitenza nel Sagramento del Battesimo, uditelo: ego sum minimus
Apostolorum, qui non sum dignus vocari Apostolus, quoniam persecutus sum
ecclesiam Dei18 (1Cor. 15, 9). Purificate corda vestra, duplices animo19
(Gc. 4, 8), ecc. Eo perducta res est, ut neglecta veritate meriti, de sola opinione vivemus20 (S. Girol. Ep. Ad Demetr). Vogliam parer buoni senza esserli, contenti non già di aver buona coscienza, ma buona opinione.
6.
Se poi ci manca l’edificazione con la vita esemplare e timorata, a che
andarsi palpando e lusingando di essersi purificati e ben confessati?
Eh pensate! Non fu mai, né mai potè esser’effetto di confessione ben
16
Saul non parlò. Infatti pensava che per caso gli fosse capitato qualcosa sicchè non fosse
mondo e purificato.
17 Il 1 Libro dei Re per il Marcucci corrisponde all’attuale 1 Samuele.
18 Io sono l’infimo drgli apostoli, che non son degno di essere chiamato apostolo, poiché ho
perseguitato la Chiesa di Dio.
19 Purificate i vostri cuori o duplici di animo.
20 La cosa è giunta a tal punto che abbandonata la verità del merito viviamo della sola
opinione.
471
SERMONE DELLA GRAN MISERICORDIA DI MARIA SS.ma
fatta e di vera Purificazione avuta la vita scandalosa nel parlare, nel trattare e nel portamento (Il fatto, narrato nel libro di Giuditta, c. 16):
Omnis Populus post victoriam venit in Jerusalem adorare Dominum; et mox ut
purificati sunt, obtulerunt holocausta et vota, et repromissiones21. Sinchè dopo
la Purificazione segue la vita divota, piena di devozione e di atti di religione (Vedi il Cattaneo nel Sermone 22 della par. 2 delle sue Buone
Morti, pag. 347).
Nella Perorazione far l’epilogo ed indi muovere ed eccitare all’ubbidienza, umiltà, ed edificazione coll’apostrofe alla Santissima Vergine:
Postquam impeti sunt dies purgationis Mariae22, ecc. (Lc 2, 22).
Recitato dal Trono in tempo di Sacra Visita nella Terra di Castignano in S. Pietro23,
nella Domenica 16 Agosto 1772,
in occasione che ivi si celebrava la Festa della Madonna della Misericordia
Facciata della Chiesa dei Santi
Pietro e Paolo di Castignano (AP),
sec. XIV.
Il sermone, benchè incompleto, testimonia l’attività pastorale di mons. Marcucci
nella sua Diocesi, durante la sua prima visita pastorale e il suo amore a Maria,
Madre di Misericordia. Rassicura la comunità cristiana che suo Figlio aspetta i peccatori con pazienza, li cerca con premura e li accoglie con amore.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 63-64.
Montalto (AP), terrazzo dell’Episcopio, antistante la camera del Servo di Dio mons.
Marcucci, da dove, secondo la sua testimonianza, benediceva le sue “Figlie” che abitavano
al di là del Monte san Marco, che aveva di fronte (Pellegrinaggio di un gruppo di Suore
Concezioniste con la superiora generale, madre Roberta Torquati, 14 luglio 2002).
21
Tutto il popolo dopo la vittoria venne a Gerusalemme ad adorare il Signore e appena furono purificati offrirono olocausti e voti e promesse.
22 Dopo che si compirono i giorni della purificazione di Maria, ecc.
472
23
La Chiesa dei santi Pietro e Paolo sorge sulla parte più alta di Castignano (AP), dove, attorno al castello si sviluppò l’incasato medievale di ragguardevole estensione, oggi in parte perduto. Il nucleo primitivo dell’edificio risale forse al secolo XI, ma la sua attuale struttura è
riferibile al Trecento. La Chiesa è tessuta interamente in laterizio dal colore rossiccio e
costruita secondo i caratteri romanici, ispirati a salda robustezza e semplicità. Addossata al
fianco sinistro della Chiesa e allineata con la facciata, c’è la robusta torre campanaria del
Trecento che si innalza per trenta metri. L’interno della Chiesa, recentemente restaurata, è
a due navate affiancate e divise da due grandi archi, con copertura a capriate. Tra gli arredi,
è da notare una tela del 1756 rappresentante la Madonna con il Bambino (Cf, S. BalenaA. Rodilossi, Castignano storia, cultura, tradizione, Il Segno 1984, pp. 233-240).
473
Argomento
PASTORALE DELLA SS.MA NATIVITÀ DI MARIA
La SS.ma Vergine impegna il suo divin Figlio ad aspettare i Peccatori
con pazienza, a ricercarli con premura e ad accoglierli con amorevolezza:
così essa [usando] verso dei Peccatori la sua grande misericordia
Recitata in sacra visita nella Chiesa Priorale di San Paolo in Force
inter Pontificalium solemnia nella mattina di Martedì 8 Settembre 1772
Approvo ben di cuore e cento e mille volte benedico, Dilettissimi miei,
codesto vostro pio Istituto di onorare in tal Giorno Maria SS.ma, solennizando la Memoria delle sue Misericordie. Son io certamente ben persuaso, non
potersi far cosa più grata alla Gran Regina del Cielo, che coll’esaltarla qual
Madre di misericordia, né a noi cosa più gioconda, che ravvivarci le giulive
speranze nel misericordioso suo Patrocinio. Voi ben sapete che aver misericordia altro dir non vuole, se non compassionare e nel tempo stesso dar pronto ed efficace sollievo alle altrui miserie: Misericordia est miserorum ex corde
levamen. Ma, dopo l’Altissimo Iddio, chi mai meglio di Maria potrà dare soccorso alle nostre sì tante miserie, se a Lei non può mancare né Braccio, né
Mente, né Cuore per sollevarle? Conosce ben essa il fondo dei nostri estremi
bisogni e sa ben ritrovar tutte le strade per prevenirli; perché gode24…
Facciata della Chiesa Collegiata di San Paolo di Force, del sec. XVI con
il portico coevo (AP). Sulla sinistra il Convento dei Benedettini.
Il sermone viene recitato nella Chiesa di san Paolo a Force, officiata da una comunità Benedettina, dove egli era stato battezzato il 27 novenbre 1717. L’argomento
sulla natività di Maria è incompleto. L’autore avrà certamente fatto parlare il suo
cuore ed avrà attinto alla sua preparazione mariologica. Poteva Egli immaginare che
a distanza di 55 anni dalla sua nascita e dal suo Battesimo sarebbe tornato in quella Chiesa per la sacra Visita della Diocesi di cui era Vescovo?
Una settimana dopo, nell’ottava della festa della natività di Maria, a conclusione della Sacra visita pastorale, mons. Marcucci lascia cinque ricordi alla comunità
cristiana:
1) Santificazione delle feste;
2) Rispetto delle Chiese;
3) Cura per la buona educazione dei figli per i padri di famiglia;
4) Adempimento degli obblighi del proprio stato;
5) Tenera devozione verso la Gran Vergine Immacolata.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 66; 69.
24
Il Sermone si interrompe qui.
474
475
Argomento
L’Allegrezza universale che la Gran Vergine
arrecò a tutto il Mondo col suo Nascimento
In questo festosissimo Giorno alle Glorie del SS.mo Nascimento di Nostra
Immacolata Signora consacrato, oh quanti begli argomenti mi si presentano
innanzi, cari Dilettissimi miei, che25…
Interno della Chiesa Priorale di San Paolo a Force (AP). A sinistra, in fondo c’è
il fonte Battesimale, dove fu battezzato il Servo di Dio Monsignor Marcucci.
25
SERMONE NELLA PURIFICAZIONE DI MARIA
Recitato dopo il Pontificale nella Cattedrale di Montalto
nel Martedì mattina del 2 Febbraio del 1773
Il Sermone ha due redazioni: una, conservata nel volume miscellaneo BSC 1519
ed è quella recitata nella Cattedrale di Montalto; l’altra, conservata nel volume ASC
33, è quella mandata ad Ascoli Piceno alle Suore Pie Operaie dell’Immacolata
Concezione. Quest’ultima redazione, dopo il proemio, aggiunge un dialogo per spiegare il genere oratoriale dello stesso. Qui viene trascritta la versione completa. Entrambe
sono costituite da due parti: la prima dai numeri 2-9; la seconda dai numeri 10-13.
Nel proemio, mons. Marcucci immagina di incontrare la Madre di Dio, mentre si
reca al Tempio per adempiere alla legge della purificazione e tenta di trattenerla perchè, quale giglio purissimo, Ella non è tenuta ad alcuna purificazione.
Intervengono tre Suore Pie Operaie dell’Immacolata Concezione che aprono un dialogo sul Proemio, usando pseudonimi: Peritachia che vuol dire “Persona frettolosa che
corre sempre tutta affaccendata”, Ginauzia e Filomata.
Ginauzia chiede se il proemio del Sermone di mons. Marcucci si chiami in
Oratoria congiunto, oppure separato. La risposta è che esso è separato perché dall’argomento della Purificazione di Maria si giunge a parlare della doppiezza da cui tutti
dobbiamo purificarci.
Mons. Marcucci prende come riferimento scritturale del suo discorso il brano di
san Paolo ai Corinzi (2 Cor. 1, 12), dove l’Apostolo afferma che i veri cristiani devono avere “buona coscienza, semplicità di cuore, sincerità di animo e carità fraterna”.
Invece oggi, afferma il Vescovo Marcucci, “è divenuta troppo familiare e comune la
Doppiezza”. Essa è entrata nel linguaggio dei nobili e dei poveri, nelle case private e
nei publici palazzi, nelle corti e nei tribunali, nelle botteghe e nelle piazze.
Occorre però dire che non è doppiezza l’accortezza di tratto, un ingegno sveglio, un
saggio disimpegno. Le conseguenze negative di chi vive nella doppiezza sono l’agita
zione e l’incostanza.
Nella seconda parte del Sermone, mons. Marcucci si propone di aiutare i suoi ascoltatori a vivere la semplicità evangelica e la sincerità nel parlare, attraverso la prudenza e una viva Confidenza in Dio.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 33, pp. 44-62; Cf
BSC, pp. 101-112.
Il Sermone si interrompe qui.
476
477
Ave Maria
Impleti sunt dies Purgationis Mariæ.
San Luca nel corrente Vangelo (Luc. 2, 22)
e singolare, che eziandio senza alcun bisogno di purga, pure in ossequio
della Legge comparir ne volle in tal dì bisognosa: Impleti sunt dies purgationis Mariæ. A tal’efficacissimo esempio pertanto, chi vi ha tra di noi,
che mosso non si senta a soggettarsi di buona voglia ad onor di Maria
alla purga del Cuore, alla mondezza della Coscienza, al lavacro
dell’Anima? E da qual macchia, da qual vizio mai, dirà forse qualcuno,
abbiam noi stamane a purificarci? Miei cari Uditori, se io ve lo additassi, non so qual’orecchio voi mi porgereste. Ve lo dica dunque per me
l’Apostolo San Giacomo: O voi, esclama egli, che siete di animo doppio
e finto, purificatevi! Purgate i vostri cuori dal vizio della doppiezza:
Purificate corda, duplices animo27 (Jac. 4, 8). Ma come, sento chi mi ripiglia, la doppiezza di cuore è vizio? Converrà, s’è così, quasi tutti i
Cristiani chiamar viziosi: poiché chi vi ha di grazia, che in varie cose
qualche doppiezza non usi? Eh via, che alla fin delle fini la doppiezza, se
ben si consideri, è piuttosto un’accortezza lodevole e talora, talora ancor
necessaria. In tal guisa voi la discorrete, ma lo Spirito Santo non la
discorre così: la qualifica egli per una macchia viziosa, che ha bisogno di
purga: Purificate corda, duplices animo. Or non ci allunghiamo più,
Dilettissimi, in tanti contrasti. Vi dirò schiettamente, come passa la cosa
e mi servirà per Assunto: La Doppiezza intanto è sì comune in oggi tra noi
Cristiani, in quanto passa quasi comunemente per una lodevole accortezza di
tratto e non si apprende per quel vizio, com’è, sì abominevole agli Occhi di Dio e
sì pregiudizievole al Prossimo e a noi stessi. Se mi favorirete di attenzione,
confido, ne rimarrete convinti.
Argomento
La Doppiezza intanto è sì comune in oggi tra noi Cristiani,
in quanto passa quasi comunemente tra noi
per una lodevole accortezza di tratto e non si apprende per quel vizio,
com’è, sì abominevole agli occhi di Dio
e sì pregiudizievole al Prossimo ed a noi stessi
1.
26
Mi si perdoni pure in questa mattina, Uditori, se agitato trovandomi e
soprafatto dalle tante e sì stupende maraviglie della Solennità ricorrente
della Purificazion di MARIA, sciogliendomi da ogni legame di oratorio
ordinato precetto, mi faccia qui sulle prime incontro alla Gran Vergine
Madre e, col più profondo rispetto di tutto il mio cuore, Fermatevi, le
dica, deh fermatevi, o mia Immacolata Signora! E dove mai col Divin
Pargoletto GESÙ alle Braccia portar vi volete? Son già compiti, non lo
nego, quei Giorni alla Purificazione legale destinati: Impleti sunt dies purgationis26. Ma voi, qual candido Giglio di sovrangelica Purità, non contraeste mai macchia da ripurgare: voi, qual’odorifera Rosa sempre vermiglia d’illibata Innocenza, non aveste mai nulla di che mondarvi: voi, qual’incorrotto Cedro d’Integrità Verginale, non siete stata mai bisognosa di
purga. Siete Madre la più feconda, è vero, perché Madre di un Dio fatto
Uomo; ma siete nel tempo stesso Vergine la più pura, perché il vostro
Divin Figlio non pregiudicò punto al vostro illibato Candore. Il
Concepimento e Parto vostro fu tutto sovraumano, tutto Celeste, tutto
Divino. Fermate dunque il Piede, o Regina delle Vergini, o purissima
Madre del Salvadore! Non ci è legge per voi, che siete sopra ogni legge:
non ci è purga, perché ombra non avete di macchia. Deh a noi piuttosto
e al resto dell’uman Genere, lasciate il pensiero di ben purgarci, giacchè
da capo a piedi ci troviam sozzi in mille guise e macchiati. Non è così,
Dilettissimi miei? Eppure l’Umiltà di Maria fu in tal modo sovraeroica
Si compirono i giorni della purificazione.
478
OSSERVAZIONI SUL PROEMIO
GINAUZÍA, FILOMÀTA, PERITACHÍA
GIN.
27
Codesto Proemio, a dire il vero, mi piace. Ma è un po’ intricato; né
senza farvi sopra delle Osservazioni a parte, può ben capirsi, se a
qual sorta di Esordi Oratori debba ridursi.
Purificate i cuori o voi doppi di animo.
479
FIL.
Veramente anche a me sembra così. Ma quando Monsignor nostro
Padre lo ha in tal forma tirato, avrà ben egli avute delle sode regole Oratorie su cui fondarsi.
PER.
Ci mancavan voi altre due Dottorine per interrompere il filo del
mio Sermone. L’Esordio sta troppo bene. L’averlo così ordito
Monsignor nostro Padre, bastar vi deve. Chetatevi. Io ho fretta. Non
voglio perder tempo con voi.
FIL.
Cantò bene il Poeta: Conveniunt rebus nomina sæpe suis28. Chi vi pose
nome di PERITACHÍA, denotar volle in voi una Persona frettolosa,
che sempre corre tutta affaccendata.
PER.
Or io mi glorio di esser chiamata Peritarchìa, poiché la fretta, qualor moderata, giovò sempre a far per tempo le sue faccende.
GIN.
Sì: ma non è un perder tempo il far delle Osservazioni su di un
Esordio, la cui orditura per noi è nuova. Monsignor nostro Padre,
qualor ci faceva lezione, soleva talor trattenersi lungamente su di una
semplice parolina, spiegandola in tante guise, affin da noi ben si fosse
capita. Allora dunque piuttosto si perde tempo, quando non si capisce: dicendo il trito proverbio: legere, et non intelligere, negligere est29.
PER.
Primieramente saper vorrei, se codesto Esordio chiamar si debba in
Oratoria Proemio congiunto, oppur separato?
FIL.
Se il Proemio congiunto si cava da cose congiunte e connesse coll’argomento o con l’oratore o con l’uditorio; e il separato da cose separate e non connesse; io direi, che codesto Esordio, dove si entra
29
Spesso i nomi si accordano con la sostanza delle cose.
Leggere e non capire è trascurare.
480
PER.
Siete in errore, Filomata mia. L’argomento di tutto il Sermone non
è la Purificazione di Nostra Signora; ma bensì è il vizio detestabile
della Doppiezza, come già udiste. Cosicchè l’entrar nel Proemio col
favellar del Mistero della Purificazione, è un dar principio con cose
tutte disparate e non connesse col disegnato argomento della
Doppiezza. Quindi restate pur persuasa, che il mio Proemio in oratoria è separato.
GIN.
Ho capito. Di questo genere di Esordi si servono per lo più gli
Oratori Quaresimali, quando dal Vangelo corrente traggono i loro
argomenti. Tutto il difficile però di tali Esordi separati consiste nel
saperli connettere col disegnato argomento con una certa naturalezza senza forza e violenza.
PER.
Una tale naturalezza appunto voi la trovate, Ginauzìa mia, nel mio
Proemio. Osservate. Dal favellare della Purificazione, che per sovraeroica sua Umiltà elegger volle la Gran Vergine, si passa naturalmente, e senza violenza, a discorrere di un’altra Purificazione, come la
dice l’Apostolo San Giacomo, a cui noi per verità dobbiam soggiacere, cioè al ripurgo della Doppiezza.
FIL.
Su di questo già son persuasa. Non saprei tuttavia ritrovare il filo
dell’orditura di codesto vostro Proemio separato. Certo è, che
ogni Esordio ben regolato incominciar deve con una Proposizion
proemiale, a cui suol’aggiungersi la sua Ragione. Indi segue la
Redizione con la sua Comprovazione. Poi l’Esito, con cui senza violenza va legato l’Assunto. Accordo ancora, che nei Proemi separati, quando s’incomincia con qualche Fatto del Vangelo corrente,
serve lo stesso Fatto per Proposizione e Ragione proemiale; e l’applicazione del Fatto sta in luogo della Redizione e Comprova. Ma nel
vostro esordio dove sia il filo della Proposizione e Ragione proemiale, io non saprei indovinarlo.
Orsù, sia come vi piace. Quali osservazioni pertanto far bramate
intorno al Proemio da me recitato?
GIN.
28
immediatamente a discorrer della Solennità di Maria Santissima,
fosse un Proemio congiunto, come cavato da una cosa congiunta e
connessa con l’argomento sopra la Purificazione della Gran Vergine.
481
GIN.
Abbiate pazienza, Peritarchìa mia: codesto Esordio separato o è irregolare, o è troppo intricato.
PER.
Quando il cerebro vostro non patisca irregolarità od intrico, voi
avrete da accordarmi quel che mi accordano Cicerone, Quintiliano,
il Segneri e tutti gli altri più eccellenti Oratori; cioè, che quanto al
filo dell’orditura oratoria due spezie di Esordi si danno, cioè
l’Esordio temperato, detto anche ordinario e l’Esordio veemente o sia
straordinario, chiamato comunemente ex abrupto, cioè quasi precipitoso nel dar principio al Discorso. Or il primo, voglio dire il temperato ed ordinario, procede appunto con quel filo oratorio da voi
addotto, poiché tende a conciliar gli animi con un parlare pacifico e
ordinato. Ma il secondo, cioè il veemente o sia ex abrupto, no: poiché
gode esso straordinarie regole oratorie, tutte atte a destar gli Uditor,
e commuoverli con un parlare tutto impetuoso, tutto enèrgico,
tutto inaspettato.
FIL.
Oh! È vero, Peritachìa, è vero! Ora me ne rammento. Una tal sorta
di Proemi spiritosi ex abrupto denota sempre che l’oratore si trovi in
una qualche grande agitazione e comozione interna o di allegrezza,
o di malinconia, o di dolore, o di sdegno, o di timore, o di maraviglia, o di altra passione, che l’abbia quasi fatto uscir di sesto e di se
stesso. Quindi incominciar suole talora con apostrofe rivolto a qualche terza persona, talvolta con sinnometria chiedendo scusa e permesso, altre volte con esclamazioni; talora con querele e rimproveri, e simili; tantochè la lingua al vivo esprima l’interna passione impellente
al dire.
GIN.
Ora me ne ricordo anch’io; e mi sovviene inoltre, che siccome di rado
gli Oratori si debbon supporre così internamente agitati; perciò di
rado è loro permesso servirsi di tali veementi Esordi ex abrupto.
PER.
Per lo appunto. E di fatto tra tanti Sermoni di Monsignor nostro
Padre, ecco il primo tirato con un Proemio così appassionato ex
abrupto. Per esprimere egli dunque la gran maraviglia, con cui si
trovava internamente agitato in occasion della solennità della
482
Purificazione nel considerar la sopraeroica Umiltà di Maria, che
senza verun bisogno soggettar si volle a comparir con l’indigenza di
Purga, pensò saggiamente di incominciar ex abrupto il suo Sermone,
dicendo: Mi si perdoni pure in questa mattina, Uditori, se agitato trovandomi e sopraffatto, con quel che segue.
FIL.
Or se fossi stata io, avrei dato principio con quell’apostrofe graziosa: Fermatevi, deh fermatevi, o mia Immacolata Signora!
PER.
Sì, così pure avrebb’egli potuto incominciare. Ma, affin il Proemio
riuscisse più accostumato e più rispettoso, premetter volle all’apostrofe la figura di sinnometia, che i Latini dissero Veniæ petitio e noi
diciam chieder licenza o permesso e principiare con quel: Mi si perdoni
pure in questa mattina, Uditori.
GIN.
Dunque in tal Proemio, tutta intera l’apostrofe e tutto il favellare
rivolto alla Gran Vergine, sta in luogo di Proposizion proemiale e quell’oratoria breve seguente ad imitarla starà invece di Ragione?
PER.
Così è e come se detto avesse in un Proemio temperato ed ordinario: Se la Gran Vergine Madre, che non ebbe mai ombra alcuna di macchia, pronta fu a soggettarsi alla Legge di Purificazione: che dovremo far
noi, che da capo a piè siamo in mille guise sozzi e macchiati? Imperocchè il
soggettarsi alla purga per chi non ha colpa è un atto di sopraffina umiltà;
ma per chi è ricoperto di reità, è un atto di doverosa giustizia. Con questo
poco se ne sarebbe potuto sbrigare in un dire pacifico e ordinato, ma
non già in un dire veemente ex abrupto.
FIL.
Via via, sono già, Grazie al Cielo, entrata bene nel filo di tutta l’orditura straordinaria di codesto spiritoso Esordio. Dove dunque ripiglia Monsignor nostro Padre: E da qual macchia, da qual vizio mai,
dirà forse qualcuno, abbiam noi a purificarci? Dove, dissi, così ripiglia,
ivi fa la Redizione proemiale, da cui passa all’Esito, con cui unisce
l’Assunto sopra la rea qualità, che seco ha la Doppiezza.
PER.
L’avete indovinata a puntino.
483
GIN.
Sull’Assunto trovo trasgredita la regola della brevità, che insegna
dover esser composto di sì corto giro di parole, tantochè con facilità ritener si possa a memoria. Mi par troppo lungo.
PER.
Avreste ben ragione, quando tutta l’esposizione dell’Assunto fosse
Assunto da esser provato. Che la Doppiezza sia quasi comune tra i
Cristiani, lo dicono gli stessi Uditori: che passi quasi comunemente per
una lodevole accortezza di tratto e non si apprenda per vizio, lo confessano essi medesimi. Quindi non han bisogno di ciò ritenere a memoria. Si riduce e restringe dunque l’Assunto in questo solo, cioè che la
Doppiezza sia un vizio abominevole agli Occhi di Dio e pregiudizievole al
Prossimo e a noi stessi. Può essere più breve e più facile ad intendersi
e ritenersi? Posto in chiaro tale stato qualitativo, si è provato tutto
l’Assunto; che milita sotto il Genere Oratorio deliberativo; ha per fine
la purga e fuga della Doppiezza; e tende a muovere la passione dell’abborrimento ed odio contra tal vizio.
seconda del santo Vangelo con quell’Est est, non non (Mat. 5, 37), con un
semplice sì, con un semplice no, palesato con cuore aperto senza doppiezza. Quindi con una tal vita semplice e pura sembravano più Angeli,
che uomini; e pareva, che il Paradiso fosse quaggiù in Terra disceso,
come lo vide l’Evangelista Giovanni, a renderli anticipatamente beati
(Apoc. 21, 2). O secoli felicissimi, dove più siete, dove mai fuggiste!
3.
GIN. e FIL. Siam restate all’intutto soddisfatte. Incominciate pure il vostro
Sermone oratorio. Non saremo più certo a frastornarvi.
I
Di tre cose si gloriava santamente l’Apostolo con i suoi Corinti, vale a
dire, di sempre procedere in ogni affare con buona coscienza senza frode
veruna; di parlar sempre con semplicità di cuore senza alcuna doppiezza; e di sempre trattare con sincerità di animo, come a Dio piaceva,
senza inganno veruno: Gloria nostra hæc est, ecco le sue parole, testimonium conscientiæ nostræ, quod in simplicitate cordis, et sinceritate Dei30 (2 Cor.
1, 12). E questa era per l’appunto la felice invidiabile vita dei veri
Cristiani dei primi Secoli fervorosi della Cattolica Chiesa; nei quali
risiedeva in tutti la buona coscienza, la semplicità di cuore, la sincerità
di animo, la carità fraterna. Il loro parlare era schietto senza raggiri; il
loro trattare era ingenuo senza finzione e senza malizia. Vivevano a
2.
30
Questa è la nostra gloria: la testimonianza della nostra coscienza, che è nella semplicità
del cuore e nella sincerità di Dio.
484
31
Or non accade, Dilettissimi miei, che io qui v’inviti a meco arrossirvi col
farne il confronto con i secoli nostri; giacchè mi accordate voi stessi (e chi
mai vi ha che impugnare lo possa), che oggi tra noi Cristiani è divenuta troppo familiare e comune la Doppiezza. L’aver due facce nel tempo stesso, l’usar
due lingue, l’adoprar più mani, il tenere il piede in due strade, il portar due
cuori, il nutrire due animi tutti differenti e contrari su di una medesima
cosa, in chi mai voi non lo trovate ai tempi nostri? Si parla innanzi in un
modo e dietro le spalle in un altro: si promette in una guisa in pubblico e si
scrive in un’altra in segreto: si mostra un cuor tutto propenso in apparenza
e si cova un cuor tutto avverso in sostanza: si opera all’aperto in una maniera, ma di nascosto in un’altra. Sembra, voi lo vedete, quasi rinnovati ai dì
nostri quei lagrimevoli tempi, che ai dì suoi amaramente piangeva Geremia,
esclamando, che nei Grandi e nei Piccoli, nei Nobili e nei Plebei, nei Ricchi
e nei Poveri e persino nel Ceto più rispettabile delle Persone a Dio sacre,
dominar si vedeva la finzione, il raggiro, la frode, la furberia, l’inganno, in
una parola la dolosa doppiezza: Usque ad Sacerdotem cuncti faciunt dolum31
(Jer. 6, 13). Doppiezza nelle Case private, e nei pubblici Palazzi: Doppiezza
nelle Corti e nei Tribunali: Doppiezza nelle Botteghe e nelle Piazze:
Doppiezza nei Mercati e nelle Fiere: Doppiezza nelle Suppliche e nei Ricorsi:
Doppiezza nelle Querele e nelle Informazioni: Doppiezza nelle Liti e nei
Consigli: dopiezza negli Obblighi e nelle Promesse: Dopiezza nelle vendite,
nelle compre, ed in altri contratti: Doppiezza nelle visite e nei donativi:
Doppiezza nei traffici e nei negozi: che più? Doppiezza insin talora nella stessa vita divota: insomma può ben dirsi, rarissime ai nostri tempi esser quelle
umane azioni che deturpate non siano da qualche dolosa finzione e doppiezza: Usque ad Sacerdotem cuncti faciunt dolum.
Fino al Sacerdote tutti fanno inganno.
485
4.
Io non oso, Uditori, disapprovarne la gran ragione, che voi stessi della
così universalizata doppiezza a suggerir me ne fate, cioè a dire, perché
quasi comunemente oggi non si apprende tra noi la doppiezza per
vizio, ma passa bensì per una lodevole accortezza di tratto, per un
ripiego sagace di mente, per una svegliatezza d’ingegno, con cui a dar
sul genio a tutti si cerca e tutti mantenersi per buoni amici, eziandio
bellamente gabbati. Mi giovi dunque dedurre che, se col favor
dell’Altissimo toglier si potesse la maschera alla Doppiezza e disinganarne il comune dei Cristiani col persuaderlo, non esser la Doppiezza
un’accortezza lodevole, non una lodevole sagacità, non un lodevol
ripiego, non una svegliatezza lodevole, ma bensì un destestabile vizio sì
abominevole agli Occhi di Dio e sì pregiudizievole al Prossimo e a Noi stessi;
sperar si potrebbe allora di far mutare aspetto ai nostri tempi e far tra
noi rifiorire quell’evangelica Semplicità di cuore, quella sincerità di
animo e quella fraterna Carità degli antichi fervidi Cristiani. Deh, assistetemi stamane, o mia Immacolata Signora, giacchè ad onor vostro
tentar penso io tal provincia.
5.
32
33
Or che dunque non possa mai la Doppiezza esser veruna di quelle qualità naturali dell’animo degne di lode, con le quali oggidì si traveste, ve
ne convince alle prime, cari miei Uditori, lo Spirito Santo medesimo.
La prova, dice egli, per ben ravvisare il carattere di un Uomo, è la sua
propria lingua: qualor questa sia involta nella doppiezza, ditelo pur
peccatore: Omnis peccator probatur in duplici lingua32 (Eccl. 5, 11): se questa sia fraudolenta, chiamatelo francamente cattivo: Fraudes labia
Malorum loquuntur33 (Prov. 24, 2). Un parto dunque del peccato e della
malizia, com’è la doppiezza, potrà riputarsi lodevole? Deh non in eterno. Si lodi pur quanto si voglia l’accortezza di tratto; ma questa non è
doppiezza; è anziché no una cautela che non corre di volo a fidarsi della
doppiezza medesima. Si chiami anche lodevole la sagacità e svegliatezza d’ingegno, che neppur questa è doppiezza; ma è bensì un prevedere
della doppiezza gli inganni per evitarli. E per finirla, si dica degno
Ogni peccatore viene svelato nella doppiezza del parlare.
Le labbra dei cattivi pronunciano menzogne.
486
ancor di lode il prudente ripiego; che questo tanto meno è doppiezza;
ma è una giusta scusa, un saggio disimpegno per non dare nei lacci
della doppiezza stessa. Che se dunque nell’Uomo l’accortezza, la sagacità, la svegliatezza son piuttosto di lor natura tante sentinelle contro
della doppiezza, come sue giurate nemiche; qual ragione mai vi sarà,
Dilettissimi, di mascherarla per una lodevole qualità, quando essa smascherata compare purtroppo per una detestabile qualità viziosa?
6.
Ed oh che vizio, che vizio abominevole agli occhi di Dio è la Doppiezza!
Deh ditelo pur voi, Signor mio, di vostra propria Bocca a questi miei
Uditori. Avete voi in una somma detestazione chiunque è doppio di lingua? Sì, mi rispondete, os bilingue detestor34 (Prov. 8, 13). Tenete voi in
un totale abominio ogni finto, ogni ingannatore? Sì, mi replicate, abominatio Domini est omnis illusor35 (Prov. 3, 32). Conservate voi un odio
sommo contro di chiunque parla con frode e con raggiro? Sì, mi ripetete, qui sophistice loquitur, odibilis est36 (Eccl. 37, 23); e mi aggiungete di
più, che da tal sorta di Gente doppia tenete ben lungi ogni Dono di
vostra Grazia e Sapienza Divina: non est illi data a Domino gratia: omni
sapientia defraudatur37 (Eccl. Ibid.). Tant’è, Dilettissimi: segue Dio a
protestarsi nelle Divine Scritture che non sarà mai per ammettere al
cospetto di sua Clemenza un cuor doppio: ne accesseris ad Deum duplici
corde38 (Eccl. 1, 36); poiché chi di tal abominevole vizio è reo, aspettar
si deve piuttosto il colmo delle maledizioni Divine: bilinguis maledictus39, così è, bilingues maledictus (Eccl. 28, 15). Maledetto fu Caino, qualor con doppiezza di animo invitò l’innocente Abele ad uscir seco fuori
a campo aperto. Maledetto fu Labàno, qualor con finte parole e promesse gabbò tante volte il paziente Giacobbe. Maledetto fu Faraone, quando con cuor doppio si mostrò pronto a dar libertà al Popolo d’Israele.
34
Io detesto una bocca bilingue.
Ogni ingannatore è una esecrazione del Signore.
36 Chi parla con sofisticazione è odioso.
37 Non gli è stata data dal Signore la grazia: viene defraudato da ogni sapienza.
38 Non accostarti a Dio con cuore doppio.
39 Il bilingue è maledetto.
35
487
Maledetto fu Saul, qualora con finzione promise e a Samuele l’emenda
e a Davide la pace. Maledetto fu… Ma io non porrei mai fine al mio
dire, se addurre volessi i contesti di quanto abbia l’Altissimo in abominio il vizio della Doppiezza.
7.
Vi basti, Dilettissimi, che io qui ve ne rammenti una delle principali
ragioni. Voi ben sapete, che siccome il vicendevole amore nasce da una
certa reciproca convenienza ed uguaglianza; così all’opposto da una
certa disconvenienza e disuguaglianza ha origine l’odio. Or ditemi per
vostra fede, non è forse di sua immutabile essenza Iddio una Somma
Verità? Sì certamente. Ego sum veritas (Joan. 14, 16), ci dice egli stesso.
Non si fa egli forse chiamare il Dio della verità e veracità insieme? Così
è: Deus veritatis, Deus verax40 (Ps. 30, 6; Joan. 3, 33). Non c’insegna
forse la Religione Cattolica che tutte le parole di Dio sono sincerissime
e che sono inseparabilmente fondate sul principio dell’infallibile verità?
Senza fallo: Principium verborum tuorum veritas41 (Ps. 118, 160). Come
dunque volete voi, cari miei Uditori, che Iddio al vedere un finto, un
ingannatore, un doppio con due facce, con due lingue, con due cuori,
non abbia a sommamente odiarlo e maledirlo, se lo vede tutto a sè contrario e disconvenevole, col tener che fa sotto dei piedi conculcata la
verità sincera e la sincerità cordiale e verace? O miseri adunque amanti
delle doppiezze, come faranno coll’esser così da Dio odiati al sommo e
maledetti! Detestate, s’è così, ve ne prego, Dilettissimi miei, detestate
un tal vizio, fuggitelo a tutta possa, guardatevene con diligenza.
8.
con le furberie si falsifichino le parole e i cenni, a chi mai si avrà più da
credere? Di chi mai, più fidarsi? Con chi mai, più trattare? Converrà
interrompere affatto l’umano commercio. Ma, e allora che ne sarà di
questo Mondo? Deh intendasi pure una volta, che di assai maggior pregiudizio al Prossimo è la doppiezza di parole falsificate, di quel che sia
il giro delle false monete: attesochè le parole e i cenni si usano universalmente da tutti e tutti restan soggetti al loro inganno: non così è delle
monete, non correndo queste in mano di tutti e potendosene ognuno
più facilmente guardare. Che però il Redentore Divino intimar volle a
tutti noi Cristiani quella Semplicità Colombina, di cui ciascuno fidar si
potesse con sicurezza: Estote simplices, sicut columbæ42 (Matt. 6, 22): affinchè intendessimo che se i Prossimi nostri avessero che temere di rimanere gabbati da qualche astuzia volpina trattando con gli Infedeli, non
potessero mai però dubitare di restare ingannati trattando con noi
Cristiani, a cui aveva ingiunta una sincera semplicità Colombina: Estote
simplices, sicut columbæ.
9.
Lo credereste? Un mondo intero ancora tanto da noi richiede, giacchè la
Doppiezza, è un vizio assai pregiudizievole ai Prossimi nostri. O qui sì,
Ascoltanti, fatemi ragione, che al vostro stesso tribunale mi appello.
Qual è di grazia il mezzo più usato per l’umano commercio? La lingua,
il tratto, voi mi rispondete. Per negoziare, per conversare, per provvedere alle umane indigenze, tutti gli uomini del mondo si servon delle
parole, usano i cenni. Or ditemi, se con le doppiezze e con i raggiri e
Ma via, che anche il proprio nostro interesse richiede che ci guardiamo
ad ogni costo dalla doppiezza, per esser questa, com’io vi dissi sin dal
principio, un vizio assai pregiudizievole ancora a noi medesimi.
Primieramente ci sottopone, conforme udiste, all’odio ed allo sdegno
tremendo di Dio. Ci fa perdere inoltre il buon concetto appresso del
Prossimo. Oh il pessimo nome che corre di un Cuor doppio, di un finto,
di un raggiratore! Denotatio pessima, dice lo Spirito Santo, super bilinguem43 (Eccl. 5, 17): ognun lo nota a dito per stare sull’arme contro di
lui. E poi (osservate, Uditori, la vindicatrice Mano dell’Altissimo) chi
professa doppiezza di animo e di lingua, vive coll’interno sempre agitato, sempre incostante, senza poter mai venire a capo di godersi con pace
i suoi disegni: Vir duplex animo, così la Scrittura, inconstans est in omnibus
viis suis. In omni re defraudabitur44 (Jac. 1, 8; Eccl. 37, 23). Così per l’appunto accade ad Achitòfele e ad Esebòlio, due dei più celebri Raggiratori
42
40
41
Io sono la verità…Dio della verità, Dio verace.
L’inizio delle tue parole [sia] la verità.
488
Siate semplici come colombe.
Pessima denotazione sul bilingue.
44 L’uomo di animo doppio è incostante in tutte le sue vie. Sarà defraudato in ogni cosa.
43
489
di due facce e di due lingue, che mémora la Storia. Vennero amendue
riputati per li più astuti Consiglieri di Real Gabinetto dei tempi loro.
Era il primo cioè Achitofèle alla Corte del Santo Re Davide e lo serviva
da Consigliere (2 Reg. 16); ed i suoi Consigli erano tutti giusti contro
del ribelle Assalonne: consultato poi da Assalonne, furono i suoi consigli tutti laidi ed empi contro del perseguitato Davide. Ah fintaccio traditore, pagherai il fio delle tue doppiezze! Si trovava l’altro, voglio dire
Esebòlio, in qualità di Maestro dell’empio Giuliano Apostata (Drex. par.
I, ph. 1); e fu consigliere di tre Imperadori, Giuliano, Costanzo e
Gioviniano. Sotto Giuliano fu idolatra; sotto Costanzo fu eretico
Ariano; sotto Gioviniano affettò di esser Cattolico. Qual fu poi la fine
di questi due sì celebri Raggiratori? Fu colpito il secondo dai fulmini
della Divina Giustizia. Finì il primo i suoi amarissimi Giorni col disperatamente uccidersi da se medesimo (2 Reg. 17). Guai, guai dunque ai
seguaci della Doppiezza, esclama qui lo Spirito Santo, Væ duplici corde
(Eccl. 2, 14)! Essa è un vizio sì abominevole a Dio e sì pregiudizievole
al Prossimo e a noi stessi, com’io vi diceva. Riposiamo.
II
10. Il gran fine di questo Sermone, ognuno ora se lo vede, che è di piantar
bene l’evangelica Semplicità di cuore e schiettezza di animo nel parlare, nel negoziare, nel conversare. Oh come, in così facendosi, si convertirebbe il Mondo in un Paradiso! Sì, odo chi mi ripiglia, sì, se non fosse
il Mondo odierno, troppo ripieno di finti, di doppi, di raggiratori. Ve
ne sono certuni, simili a quei descritti da San Bernardo, oves habitu, astu
vulpes, actu lupi45 (Ser. 66): se li rimirate al grazioso portamento e parlare, son tante pecorelle innocenti, oves habitu; se considerate l’animo
loro, son furbi ed astuti a guisa di volpi, astu vulpes; che se poi andate
indagando quel che dicono ed operano dietro le spalle, e di nascosto, son
fieri come lupi, actu lupi. Tutto ciò, Dilettissimi, io torno ad accordarvelo, conforme sin dal principio non l’impugnai. Ma e per questo? Forse
per schernirci da tali traditori, avrem da esser doppi e finti, come essi?
Furbi e fraudolenti, com’essi? Volpi e lupi, com’essi? Deh no, no in
eterno. Due rimedi efficacissimi possiam noi adoprare contro di tal
razza di Gente inganatrice. Il primo si è una continua accortezza virtuosa e prudente. L’altro è una viva Confidenza in Dio, lasciandone a lui la
protezione e difesa della semplicità di cuore e sincera verità.
11. Pazientate di grazia, vi dico due paroline su dell’uno e dell’altro. E primieramente quanto all’accortezza virtuosa e prudente, siate guardinghi;
non correte subito a credere; non vi fidate di melate parole; sappiate
prevedere gli altrui inganni; non v’impegnate tanto tosto in far promesse. Chi vi necessita ad aprir il vostro cuore con codesti tali? Si può talora, fuor di Confessioni e di Giudizio, tacere la verità e non rispondere.
Si può dissimulare di non intendere e scusarsene affatto; e così in altre
molte oneste maniere si può esser lecitamente accorti e guardinghi.
Ma se avete a parlare, guardatevi sempre da doppiezze, da furberie, da
raggiri e da inganni, e particolarmente nei contratti e nei negozi: guardatevi da adulazioni e dai tradimenti, specialmente con chi richiede i
vostri consigli: guardatevi dall’aver due faccie e due lingue, dicendo
innanzi una cosa e dietro un’altra. Sia il vostro parlare semplice, sincero, schietto, verace, come fatto innanzi a quel Dio, che il tutto vede, il
tutto sente, il tutto giudica. Perciò egli ci dice: Verbum veritatis
præcedat te46 (Eccl. 37, 20).
12. Del rimanente, usando voi dal vostro canto la dovuta virtuosa accortezza, lasciatene con viva fiducia a Dio la protezione e la difesa della vostra
semplicità di cuore e della sincera verità. È cosa già trita, che presso i
Mondani la verità partorisce l’odio: Veritas odium parit47. Ma non è
punto da far caso di tale odiosità, né da temerla: perocchè Iddio o presto o tardi, secondo i suoi giusti Giudizi, prende la difesa del Vero; e
dei Semplici e Sinceri di cuore se ne fa Protettore: Deus non projiciet
Simplicem. Et cum Simplicibus sermocinatio eius48 (Job. 8, 20; Prov. 3, 32).
46
La parola di verità ti preceda.
La verità genera odio.
48 Dio non umilierà il semplice. E con i semplici è la sua conversazione.
47
45
Pecore nell’aspetto, volpi per l’astuzia, lupi nell’azione.
490
491
Chiedete al Patriarca Giacobbe, chi difese la sua Semplicità dalle prepotenze di Esaù e di Labano? E sentirete rispondervi, Iddio. Chi sostenne e approvò la semplicità di Giobbe ad onta di tanti sofismi e rimproveri dei suoi crudeli Amici? Iddio. Dio fu quello, che liberò Daniele dai
fieri Leoni in premio della sua Semplicità: in sua simplicitate liberatus
est49 (1 Mac. 2, 57). Dio fortificò il Santo Vecchio Eleazaro contro le
tiranniche doppiezze del barbaro Antioco (2 Mac. 6, 24). Dio fortificò
gli Apostoli, i Martiri ed altri infiniti suoi Servi in rimunerazione dell’evangelica semplicità di cuore che professarono. Camminate dunque
anche voi in questa strada della semplice e sincera verità senza finzioni
e doppiezze e rimarrete da Dio fortificati e protetti. Fortitudo Simplicis,
ce l’ha promesso di sua Bocca egli stesso, Fortitudo Simplicis via Domini50
(Prov. 10, 29). Udite al proposito un bel fatto e finisco.
13. In quella guisa che Erode nella Palestina fu per le sue furberie chiamato
volpe scaltra dal Divin Redentore (Luc. 13, 32); così in Irlanda o sia
Ibérnia chiamar si poteva pur volpe per le sue doppiezze e finzioni il
Principe Veterico ai tempi del Vescovo ed Apostolo di quel Regno
S. Patrizio (In vit. S. Patric.). Questi erano due, tutti all’opposto; l’uno
celebre nella Semplicità sincera, cioè Patrizio; l’altro celebre nella doppiezza ingannatrice, vale a dir Veterìco. Non era così pronto e zelante il
primo a detestare e riprender apertamente i tradimenti e gli inganni,
quanto era franco il secondo ad inventarne degli altri con frodi e raggiri. Ah volpone d’Irlanda, gli diceva San Patrizio, guarda bene a finirla,
se divenire non vuoi un volpone d’Inferno! Eh semplicione che sei, ripetevagli Veterìco, ci vuole astuzia nel Mondo e non balordaggine! Ed in
tal guisa sul più bello, che il Principe andava con i suoi Cortegiani deridendo e beffando il Santo Vescovo, eccoti gli si presenta innanzi un orrido Etìope con una gran pelle di volpe in mano: ed alla presenza di tutti,
che erano per la paura mezzo morti, vien qua, Veterìco (gli dice con una
voce di tuono), il Re Satanasso, tuo Collega e Maestro, ti manda in regalo questa bella pelliccia di volpe, in premio delle tue eroiche furberie.
49
50
Così dicendo gli si accosta per porgliela indosso. Cade a terra Veterìco per
lo spavento. Ivi lo ricopre l’Etìope da capo a piedi della pelliccia di
volpe. Ma che? Coperto appena disparve l’Etìope; e Veterìco incominciando a camminar carponi con le mani e con i piedi per terra a guisa
di un gran Volpone, eccoti si pone a correr qua e là per il Palazzo. Vi
accorre la Gente; si grida alla disperata, ferma, para, piglia! Ma intanto
Veterìco divenuto all’aspetto un volpone, salta le scale, esce, corre fuor di
città; e giunto alle falde di un Monte entra in una grotta, da cui mai più
uscir si vide; forse che faceva capo all’Inferno; dove restò in Anima e in
Corpo eternamente serrato: così provando in effetto quel tanto che dal
Santo Vescovo Patrizio gli fu minacciato. Ed ecco, Dilettissimi, come
Dio glorifica i Semplici e gli amanti della verità sincera; e castiga severamente gli ingannatori ed i seguaci della finzione e doppiezza.
Fuggite, fuggite dunque per sempre tal detestabile vizio, vizio sì abominevole agli Occhi di Dio, vizio sì pregiudizievole al Prossimo, e a noi medesimi,
come insinora io vi dimostrava.
È stata liberato nella sua semplicità.
La fortezza del semplice è la via del Signore.
492
493
PER LA PURIFICAZIONE DI MARIA SS.ma
Sermone parenetico (ammonitorio)
Recitato in Pulpito con l’assistenza di due Canonici dopo il Pontificale,
nella mattina di Mercoledì 2 Febbraio 1774
Il Sermone viene recitato nella cattedrale di Montalto dopo pochi giorni dalla
nomina, da parte del papa Clemente XIV, a vicegerente di Roma51. Mons. Marcucci
aveva 53 anni ed era al terzo anno del suo ministero episcopale che stava svolgendo
con ammirevole zelo facendo risplendere la sua singolare esemplarità di vita. La nomina gli giunse inattesa il 19 gennaio, mentre stava preparando il Sinodo diocesano.
Chiese al Papa di dispensarlo dal nuovo incarico52, ma questi gli fece rispondere
di andare al più presto53. Mons. Marcucci ubbidì prontamente, anche se con grande
sacrificio e il 13 febbraio partì per Roma dove il Papa lo accolse con grande affetto54.
Il Sermone è appena abbozzato e contiene i ricordi che lascia ai Diocesani, insieme
alla sua benedizione; si affida poi alla loro preghiera.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, p. 166.
51
Dopo la rinuncia a vicegerente di mons. Domenico Giordani del 28 agosto 1773, il Papa
pensò di sostituirlo con mons. Marcucci che stimava e conosceva fin da quando era adolescente essendo stato suo discepolo di Filosofia nel convento di San Francesco ad Ascoli.
Inoltre Clemente XIV lo elesse anche in vista della preparazione dell’anno santo perchè
lo riteneva un fervente testimone evangelico di fronte ai pellegrini di tutto il mondo che
sarebbero giunti a Roma
52 In data 20 gennaio, egli rispondeva a Sua Santità con una supplica di rinuncia, presentando
tre principali ed importanti motivi che, a suo avviso, gli impedivano l’accettazione e l’assunzione dell’ufficio. Essi erano l’amministrazione della diocesi, di cui stava preparando la
Relazione della visita pastorale appena conclusa e la celebrazione del sinodo, indetto per il
12, 13 e 14 giugno dell’entrante anno; le ristrettezze economiche, che non gli permettevano
di reperire fondi propri di denaro; ed infine la guida della Congregazione delle Religiose
Maestre Pie dell’Immacolata Concezione di Ascoli. La missiva si chiudeva con la richiesta di
procrastinare almeno la suddetta nomina e soprattutto la scadenza vincolante l’assunzione
della carica, per poter avere il tempo di sistemare tutte le questioni esposte e provvedere alcune degne e probe persone atte a sostituilo (Cf. MARCUCCI, Supplica alla Santità di N. S. papa
Clemente XIV, Montalto 20 gennaio 1774, Autogr. orig. minuta, ASC busta 1, fasc. 3).
53 COLONNA MARCANTONIO., Lettera a Mons. Marcucci, Roma 29 gennaio 1774, ASC busta
1, fasc. 3.
54 Cf. MARIA PAOLA GIOBBI, L’attività giuridica, pastorale ed omiletica di mons. Francesco Antonio
Marcucci durante il periodo della Vicegerenza (1774-1786), tesi per il magistero, Istituto
superiore marchigiano di Sciene religiose “Redemtoris Mater”, A. A. 2004-2005.
494
In tal’ultimo Sermone si fa parte al Popolo della elezione inaspettatamente
avuta li 19 Gennaio alla Vicegerenza di Roma, fatta dal Regnante Pontefice
per sola sua somma clemenza ai 13 del predetto e si danno dei Ricordi, ecc.
Dei perfecta sunt opera55 (Deut. 32, 4).
Quæ perfecisti, destruxerunt56 (Psal. 20, 4).
Tu perfecisti eam57 (Psal. 67, 10).
Luna perfecta in æternum58 (Psal. 88, 38).
Una est perfecta mea59 (Cant. 6, 8).
Estore perfecti, sicut Pater vester cælestis perfectus est60 (Mat. 5, 48).
Omnis Scriptura divinitus inspirata, utilis est ad docendum, ad arguendum, ad corrigendum, ad erudiendum, ut perfectus sit Homo Dei, ad omne opus bonum instructus61 (2 Tim. 3, 17).
A Mileto Paulus mittens Ephesum62, ecc. (Act. 20, 17ss).
I. Divozione al SS.mo Sagramento.
II. Divozione all’Immacolata Concezione.
III. Santificazione delle feste.
IV. Rispetto alle chiese.
V. Carità e Pace fra voi
Qui la Benedizione e raccomandarsi alle orazioni di tutti.
55
Le opere di Dio sono perfette.
Hanno distrutto le cose che tu hai compiuto.
57 Tu l’hai compiuta.
58 Luna perfetta in eterno.
59 La mia sola è perfetta.
60 Siate perfetti come è il Padre vostro celeste.
61 Ogni Scrittura divinamente ispirata è utile ad insegnare, ad arguire, a correggere, a erudire perché l’uomo di Dio sia perfetto, istruito ad ogni opera buona.
62 Da Mileto Paolo mandando ad Efeso, ecc.
56
495
OMELIA DELLA GLORIOSA ASSUNTA
DI NOSTRA IMMACOLATA SIGNORA
Recitata a braccio, secondo il solito, dal Trono nella mattina di Giovedì,
sua Festa solennissima, 15 Agosto del Bisestile 1776
Anche durante il faticoso periodo della Vicegerenza, mons. Marcucci continuò a
curare e guidare con assidua attenzione la sua diocesi di Montalto, avvalendosi dell’aiuto del Vicario Generale e di altri ministri capaci. Nell’autunno 1774, dopo
pochi mesi dall’inizio della Vicegerenza, tornò in diocesi, per adempiere alcuni compiti lasciati sospesi63, ma raggiunto dalla notizia della morte di Clemente XIV, accaduta il 22 settembre di quell’anno, ripartì immediatamente.
Nel febbraio del 1776 tornò nuovamente per accudire a diversi affari del
Vescovado e per assistere la sua prediletta discepola, Suor Maria Petronilla Capozi,
gravemente malata che morirà qualche giorno dopo, all’età di 26 anni, il 2 marzo
177664.
Nei giorni 16, 17 e 18 giugno mons. Marcucci celebrò il Sinodo Diocesano, sospeso nel gennaio 177465. Durante la permanenza in diocesi, durata otto mesi66, mons.
Marcucci predicò varie volte in cattedrale, in occasione delle maggiori solennità liturgiche. L’Omelia in oggetto fu recitata in questo periodo.
Mons. Marcucci immagina in modo struggente la scena del transito di Nostra
Immacolata Signora al cielo. Ella è divisa tra l’amore per gli apostoli che deve lasciare e l’invito che il Figlio le rivolge: “Vieni dal Libano, sarai incoronata”. Il testo è
schematizzato in undici punti, appena abbozzati.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 170-173.
Cattedrale di Montalto (AP), dedicata all’Assunta, 1586, esterno.
63
Diario Ordinario, n. 289, Roma 24 settembre 1774.
Cf Diario Ordinario, n. 297, Roma 24 febbraio 1776, 10. Suor Maria Petronilla, nata il 2
giugno 1749, entrò con le altre 3 sorelle nel Convento dell’Immacolata Concezione di
Ascoli Piceno a 14 anni ed ivi morì il 2 marzo 1776. Di famiglia appartenente alla classe elevata, suor Maria Petronilla ebbe anche prima dell’ingresso conventuale una formazione apprezzabile; tuttavia ella dice che l’unica vera cultura la ricevette nella casa
dell’Immacolata Concezione dal suo maestro Mons. Marcucci. Nel 1767, fece la professione religiosa, concluse brillantemente il corso di studi in Antropologia ed iniziò ad
insegnare alle sue consorelle. Nel 1773 le sue condizioni di salute, che già avevano dato
segni di preoccupazione, si aggravarono, mentre cresceva la sua competenza culturale-teologica e la sua fama. Ella intrattenne con il suo Maestro Mons. Marcucci un’intensa corrispondenza epistolare in latino che rivela, malgrado la giovanissima età, una eccezionale potenza critico-deduttiva e una grande capacità di assimilazione sintetica delle numerosissime ed ardue fonti della sua formazione culturale, quali la Sacra Scrittura, i Padri
della Chiesa ed Autori di teologia.
65 Il Sinodo iniziò con la solenne processione di tutti i sacerdoti partecipanti in abiti liturgici, seguiti dal Vescovo con pastorale e mitra, dal Palazzo vescovile fino alla cattedrale
di Santa Maria Assunta. Mons. Marcucci aprì i lavori con una orazione latina (Egli mandò
64
Cattedrale di Montalto (AP), interno.
496
497
Assunto
do nome or di dolce dormizione, or di amoroso sonno ed or di felicissimo Transito? Non è mio Assunto sta mane favellarvi della immensa
felicità e Dolcezza di un Transito così prodigioso. Me lo riserbo ad altra
omelia. Mi basta porvi sotto occhi, come l’Amor dimostrato a noi da
Maria SS.ma nel suo felicissimo Transito da questa all’altra vita, ci vien perpetuato nell’Assunta sua gloriosa all’Empireo. Incominciamo.
L’Amore dimostrato a Noi da Maria SS.ma
nel suo felicissimo Transito da questa all’altra vita
ci vien perpetuato nell’Assunta sua gloriosa in Cielo
1.
La morte, tuttochè originata fosse dalla colpa, non però fu neo di colpa
chiunque alla morte fu sottoposto. Il Redentore Divino non potè mai
avere in sè ombra di picciol difetto, eppure alla morte sottoporre si
volle, per trionfare appunto di essa e dare alla sua dura cagione un’efficace riparo. Neppur la gran Vergine Madre ebbe in sè minima macchia;
si elesse nondimeno la morte per imitar più da vicino che mai potesse,
l’innocentissimo Suo Divin Figlio. Sebbene, Dilettissimi miei, che mai
diss’io morte quella di Nostra Immacolata Signora, se i Padri tutti della
Chiesa non osaron chiamarla col funesto titolo di morte, ma col giocon-
la minuta dell’Orazione latina, probabilmente a Suor M. Emanuele, dicendole di averla
composta in quattro giorni; essa è conservata in BSC 1519) ed animò tutte le assemblee
fino alla conclusione. Una lettera, scritta alle suore, il 18 giugno, per ringraziarle delle
preghiere, costituisce una cronaca dello svolgimento dello stesso; essa si apre con un sentimento di gratitudine verso la SS.ma Trinità, l’Immacolata e il glorioso martire San Vito,
protettore della città, per lo svolgimento positivo dell’evento:
“Il Sinodo, chiuso stasera, è riuscito di grande edificazione, compunzione, contentezza e
pace universale. Tutte le sacre funzioni son riuscite piene di maestà e compostezza ecclesiastica, cosippur le due solenni Processioni, cioè della prima mattina e di questa sera. È
stata una continua missione e faceva tenerezza veder tanto Clero sì ben’ordinato e disposto, esemplare, ossequioso, e devoto, e puntualissimo a tutto. Ogni cosa è andata con gran
pace e carità; tutti son rimasti contenti” (Cf. MARCUCCI, Lettera alle Suore, Montalto 18
giugno 1776, ASC 135, n. 158). Impossibilitato, per i limiti di tempo, a stampare tutti
gli atti ed i decreti del Sinodo, diede la priorità al Decreto per il buon regolamento del seminario (Ascoli 14 sett.1776, Stamperia Valenti, pp. 24) con il quale, in 35 articoli, regolò, con precisione, saggezza e sensibilità educativa, ogni aspetto della vita dei giovani
seminaristi e convittori; istituì quattro deputati incaricati a rispettare e a far rispettare le
Costituzioni stabilite, specialmente “le buone creanze, la civiltà, la pulitezza di tratto e di
parlare”. Grande attenzione fu riservata allo studio (Cf. M. PAOLA GIOBBI, L’attività giuridica, pastorale ed omiletica di mons. Francesco Antonio Marcucci durante il periodo della
Vicegerenza, cit pagg. 78-82).
66 Cf. Diario Ordinario, n. 302, Roma 9 novembre1776, p. 2.
498
2.
Non saprei meglio rappresentarvi quel tanto, che accadde nel Transito
felicissimo della gran V. Madre, che col qui richiamarvi a memoria quel
che nel quarto dei Re ci si racconta di Elia (4 Reg. 2)67. È questa una
Figura, non nego, in immenso lontana dal suo figurato; ma pure espressiva abbastanza per farci formare un’idea del nostro Assunto. Avvisato
dal Cielo il Profeta della sua vicina traslazione a quel Luogo da Dio a Lui
destinato, commosso da quell’amore, che ad Eliseo suo prediletto discepolo portava, non meno che agli altri suoi Allievi del Carmelo, di Gerico
e di altre parti d’Israele e di Giuda, incomincia a persuader apertamente
Eliseo, affin gli permetta allontanarsi da Lui: Sede hic: quia Dominus misit
me usque ad Jordanem68 (1 Reg. 2). Tu sai, mio figlio, come il passaggio
del Giordano è molto misterioso. Ma Eliseo che anch’egli preventivamente n’era stato avvisato dal Cielo, fatto pien di dolore: Ah, rispose, mi
sia Dio in testimonio e mi sia tu stesso, che io non sarò mai ad allontanarmi da te: vivit Dominus, vivit Anima mea, quia non relimquam te69.
Credevasi Elia di allegerire il dolor di Eliseo, col sottrarsi nascostamente da lui: ma Iddio lo avea non sol manifestata ad Eliseo questa vicina
prodigiosa traslazione, ma a quanti Profeti erano in quella contrade:
Quinquaginta viri de Filiis Prophetarum secuti sunt eos70, ecc.
3.
In pari guisa, si trovava colma di una santità immensa e d’infiniti meriti
Nostra Immacolata Signora nella fortunata Città di Efeso, insieme col suo
prediletto evangelista Giovanni, a cui Dio in special modo l’avea lasciata
67
Il 4 libro dei Re corrisponde al secondo dei Re.
Siedi qui: perché il Signore mi ha mandato fino al Giordano.
69 Vive il Signore, vive l’anima mia, poiché non ti abbandonerò.
70 Cinquanta uomini dei figli dei profeti li seguirono.
68
499
per madre. Avvisata dal Cielo, esser giunta quell’ora, in cui il suo Divin
Figlio collocar la voleva nell’ Empireo alla sua destra e coronarla d’immensa Gloria, rivolta tutta amorosa al suo prediletto Giovanni, Figlio, gli dice,
caro Figlio, mi chiama Dio di ritorno a Gerosolina: Dominus misit me usque
ad Jerusalem71. Sento le sue voci divine che mi affrettano i passi: Surge, propera, et veni72 (Cant. 2, 10). È tanto l’amor che ti porto, che io non ti dico,
come ad Eliseo disse Elia Sede hic: no, anzi t’invito: andiamo. Eamus,
Dominus misit me73, ecc. Anche Giovanni n’era stato per Angelica mano
prevenuto. Dirò di più. N’erano ancor avvisati tutti gli altri Apostoli che
si trovavan ripartiti in varie parti del mondo e quanti mai discepoli fedeli
erano in Efeso e in altre parti dell’Asia, tutti per onnipotenza divina si trovavano trasporanti in Gerusalemme, dove si era trasferita la Gran Vergine,
al cui felicissimo Transito fecer corona e corteggio.
4.
5.
E qui, Dilettissimi miei, io non ho lingua per potervi ridire gli eccessi
di Amore dimostrati da Maria a tutti gli Apostoli nel suo felicissimo
Transito ed insiem il vivo dolore di tutti nel vedersi vicini a perder di
vista la loro Madre ed eccelsa Signora. Dirò soltanto che si udì una voce
sonora dal Cielo, che aperto, mandava a mille schiere ad incontrar la
loro Regina quanti mai di Angelici Spiriti e di beati comprensori ivi
erano; si udì, dico, una voce ed era del suo divin Figlio, che le diceva:
Veni de Libano, coronaberis74 (Cant. 4, 8). Io vado, voi restate, zelate
l’onor del mio divin Figlio.
6.
Commosso il cuore amantissimo di Maria, io mi figuro, che ella in tali
accenti dar dovesse, come poi ad altro tempo disse l’Apostolo, parlando
ai suoi Filippensi: Coartor e duobus, desiderium habens dissolvi et esse cum
Cristo… perseverare autem in carne necessarium propter vos77 (1, 23).
7.
Tornando ad Elia, egli disse: Postula a me quod vis, antequam tollar a te78, ecc.
8.
Così, ecc. Ma intanto, disceso il divin Figlio per traportare egli stesso la
Madre, questa ad esclamar si fece: Fulcite me floribus, stipate me malis, quia
amore langueo: vulnerata caritate ego sum79 (Cant. 2, 5). Ma intanto, mentre gli Apostoli per tre dì continui, ecc., eccola risorta.
9.
Gridò Eliseo: Pater mi, Pater mi, currus Israel 80, ecc.
10. Così esclamarono gli Apostoli: Tu gloria Jerusalem, ecc. (Giut 15, 10).
11. Perpetua in Cielo Maria l’Amor suo, ecc. Apud te est fons vitae, ecc. ego feci,
ecc. ego acqueductus, ecc. cum exaltata fuero, omnia trahaam, Trahe nos post te81.
Quali pianti, quali angosce, quali smanie fossero degli Apostoli, dei
discepoli, io non ho cuore a ridirveli. Vi dirò soltanto che chi esclamando diceva: Quo ibimum sine te?75, ecc.; chi ripeteva: Trahe nos post te76, ecc.
77
71
Il Signore mi ha inviato fino a Gerusalemme.
Alzati, affrettati, e vieni.
73 Andiamo, il Signore mi ha mandato.
74 Vieni dal Libano, sarai incoronata.
75 Dove andremo senza di te?
76 Attirami dietro di te.
72
500
Sono stretto da due alternative, poiché desidero essere sciolto e stare con Cristo...
ma rimanere nella carne è necessario per voi.
78 Chiedimi ciò che vuoi, prima che io sia tolto da te.
79 Sostenetemi con i fiori, rinfrancatemi con pomi, poiché soffro d’amore: io sono ferita
d’amore.
80 Padre mio, Padre mio, carro di Israele.
81 Presso di te è la fonte della vita, … Io ho fatto…io acquedotto… Quando sarò stata innalzata, attirerò tutto. Attiraci dietro di te.
501
OMELIA DELLA NATIVITÀ DI NOSTRA SIGNORA
crede, poco o nulla il comprende. Vedetelo, Dilettissimi miei, in Zaccaria.
Nell’annunziargli l’Arcangelo Gabriele la nascita del Gran Battista suo
Figlio, gli predice quel Gaudio, che a Lui, alla sua casa e ad altri molti
avrebbe arrecato (Luc. 1, 14). Rimane insensato il venerando vecchio ed
invece di riempirsi di contentezza, ne piglia quasi argomento di sua mestizia. E perché mai? Dubita se l’Angelico annunzio abbia per mira il provarlo, o l’accertarlo: non comprende insomma quel Bene che dal Natale prodigioso del Figlio derivar ne doveva. Non così però titubante Santa Chiesa
si porta riguardo alla Natività della sua eccelsa Regina Maria Santissima.
Essa, che, e fermamente crede, e vivamente comprende quell’infinito Bene,
che da tal piucchè prodigioso Natale al Mondo tutto ne ridonda, si fa assai
festosa in quel Dì solennissimo ad esclamare francamente: Nativitas tua,
Dei genitrix Virgo, Gaudium annunciavit universo Mundo. Deh sì, vuol dire, è
tanto il vantaggio che all’Universo tutto deriva dal tuo Natale, o Gran
Vergine Madre, che questo, di vero gaudio e contento il mondo intero
ricolma. Sì, è dunque così, chi vi ha tra di voi, Amatissimi miei, che in tal
giorno solenne della Natività di MARIA non si senta esultare il cuore di
gaudio e di tripudio? Deh se mai per disgrazia vi fosse chi stupido piuttosto se ne rimanesse, ne ascolti attentamente il motivo. Imperciocché non
sente Gaudio nella Natività di Maria, sol chi non comprende quell’infinito Bene
che da Maria ne ridonda. Udite, se al vero io mi apponga.
Recitata dal Trono dopo i Pontificali nella Cattedrale di Montalto
la Domenica mattina degli 8 di Settembre del Bisestile 1776
L’Autore, come suo solito, introduce l’Omelia con un esempio: per rallegrarsi in
modo conveniente della nascita di qualche personaggio, occorerebbe conoscerne in anticipo il valore. Così è della nascita di Maria; ci si può rallegrare di essa nella misura in cui si comprende il bene che da Lei ci viene.
La nascita di Maria arrecò un grande gaudio alla SS.ma Trinità e all’intero
Universo cioè agli angeli, agli uomini, ai Padri del Limbo e ai giusti nel purgatorio.
Mons. Marcucci, con l’attenzione di un vero immamorato, ripercorre la sacra
Scrittura e raccoglie, dagli antichi profeti e dalle sante donne, tutte le immagini e prefigurazioni della nascita di Maria.
Noè vide Maria adombrata nell’Arca di salvezza, nella colomba e nell’ulivo di pace;
ad Abramo venne promesso che essa sarebbe spuntata come un Giglio dalle sue radici;
Giacobbe la prefigurò nella Scala misteriosa; Mosè nel roveto ardente, nella verga prodigiosa, nella nube, nel Tabernacolo, nell’Arca, nella Pietra da cui scaturivano acque
perenni; Gedeone la venerò sotto l’ombra del suo vello rugiadoso; il re Davide testimonianò che, secondo la parola di Dio, Maria sarebbe nata dalla sua Casa Reale; Isaia
la descrisse sotto il simbolo di un Monte situato sulle cime dei Monti; Ezechiele come
un’aurea Porta chiusa; Sara la prefigurò nella sua fede; Rebecca nella sua ubbidienza;
Rachele nella sua Bellezza; Lia nella sua fecondità; Debora nel suo sapere e coraggio;
Giuditta nella sua fortezza e vittoria; Ester nella sua Intercessione e Potenza.
A questo coro di onori rivolti alla Santa Bambina non può mancare la nostra
debole voce per consacrarle tutti i nostri pensieri, gli affetti e il cuore “con indicibile
gaudio e sommo contento”.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in ASC 33 pp. 78-88.
ASSUNTO
Non sente Gaudio nella Natività di Maria chi non comprende
l’infinito Bene che da Maria ne ridonda
1.
502
Nel Natale dei Grandi, siccome ne aspetta ognuno o per sè o per la
Repubblica un qualche vantaggio, ognuno perciò suol concepirne tripudio, ognuno riempirsi di gaudio. Colui soltanto stupido se ne rimane e
talor mesto, che o non crede quel Bene che dal Natale si spera; oppur se lo
2.
Non è altro il gaudio, al giusto pensar dei Morali, che un tripudio dell’animo, una ilarità di spirito, un’allegrezza interna di cuore, che nasce
da un vivo conoscimento di un vero Bene che si ha, o che si aspetta
(Cic. 4 Tuscul., c. 6; Tho. 4. Sent. [testo non comprensibile] 4, 49, qu. 3.)
Lasciate che tal bene o non si creda, o non si comprenda, eccone piuttosto
una insensatezza totale, o una grande mestizia. Notate. Scende dal Cielo
sotto sembianza di Giovine l’Arcangelo Raffaele a consolare e guarire il
vecchio Tobia (Tob. 5, 11). Gli propone alle prime per grato saluto lo stare
allegro di cuore: Gaudium sit tibi. E Tobia che fa, che risponde? Si trova
privo di luce, ridotto alle strette, rattenuto in schiavitù in Province straniere, non ravvisa alcun sollievo, non conosce alcuno aiuto, non aspetta
alcun bene: quindi alla proposta di gaudio risponde anziché no con mestizia e dolore: Quale gaudium mihi erit, qui in tenebris sedeo, et lumen Coeli non
video? (Tob. 5, 12). Che per pietà, parlar di gaudio ad un povero vecchio
503
derelitto, che se ne giace privo affatto di vista? Ed oh, se Tobia avesse allora compreso, come poi lo conobbe, che quegli era un Angelo, dal Ciel
disceso appunto per risanarlo, per arricchirlo e per colmarlo di mille beni,
oh come avrebbe esultato e si sarebbe riempito di giubilo e di contento!
Tant’ è, Uditori: dal vivo conoscimento di un vivo Bene che si ha, o che si
aspetta, nasce il Gaudio, o vogliam dirlo interno tripudio.
3.
4.
504
Essendo dunque così, assicurandoci Santa Chiesa, che nella Natività di
MARIA l’Universo Mondo fu ricolmato di gaudio e di contento, forza
è di conchiudere, aver il mondo tutto appien conosciuto quell’infinito
Bene, che dal Natale di MARIA ne ridondava. E qui, Dilettissimi miei,
siccome Iddio è l’eterno e sommo conoscitore e perfettissimo
Comprensore di tutte le cose (Psal. 138, 4), che da Lui ebbero ed hanno
l’essere ed il conservarsi, lasciate sulle prime che per quanto è permesso ad umana fievolezza tenti di entrare nel suo Divin Cuore per ammirare quel sommo Giubilo e Gaudio, che egli ne concepì nel vedere nata
la sua Prediletta, su cui impiegati aveva gli sforzi di sua Onnipotenza e
adempir si dovevano gli eterni amorosi Disegni dell’infinita sua carità
e Misericordia. Non già, che in Dio dar si possa, come nell’Uomo, una
nuova cognizione, un nuovo Gaudio, che per lo innanzi non ebbe. Deh
no: perché il tutto sin dall’eternità nella sua Mente Divina e nel suo
divin Cuore fu sempre presente. Si dice nientedimeno aver’egli come
nuova cognizione e nuovo gaudio di una cosa, quand’egli fuori di sè la
effettua ed esegue. Così dando egli l’essere al Cielo, alla Terra, alle
acque, alla luce, al sole, alla luna, alle stelle, alle piante, ai pesci, agli
uccelli, agli animali, all’uomo e a tutto il creato, dice il sacro Testo, che
allor vedesse come il tutto era ben fatto: Vidit Deus cuncta quæ, fecerat et
erant valde bona (Gen. 1, 31). Chi il tutto eseguì a seconda dell’eterne
sue Idee, il tutto vidde ab eterno. Il veder dunque di nuovo nella creazione, altro significar non vuole, se non realmente eseguirlo.
Vide pertanto l’Eterno Padre nata l’eccelsa Bambina e ricolmo di un
sommo Gaudio, Eccoti, o Mondo, disse, la mia prediletta
Primogenita, adombrata in tante figure, vaticinata da tanti oracoli,
promessa a tanti Patriarchi, prevista da tanti Profetti, aspettata da
tanti Giusti e ripiena sopra tutte le pure Creature di perfezione e di
Grazia (Eccles. 24, 5). La vide nata l’Eterno Figlio ed esultando di un
sommo giubilo, Felice Mondo, esclamò, accogli pur riverente nel tuo
seno Colei che fu da me predestinata da tutti i secoli eterni per vestirmi nel tempo di Umana Carne e per venir innalzata all’infinita
Dignità di essermi Madre. Nata la vide l’Eterno Spirito Santo, e tripudiando di sommo contento, Giubila o Mondo, disse del preziosissimo Dono che ora ti faccio della mia purissima Sposa, che di mia
Onnipotente virtù ripiena sarà lo stupore degli Angeli, il conforto
degli Uomini, il miracolo dell’intero Universo e l’allegrezza… ma
lasciam, Uditori, l’incomprensibile Gaudio del Sommo Iddio, che è un
abisso impenetrabile da ogni mente creata: e giacché per attestato di
Santa Chiesa le Creature tutte, capaci di giubilo, lo risentirono nella
Natività di MARIA: Gaudium annunciavit universo mundo, vale a dire,
e gli Angeli in Cielo e gli Uomini in terra, e i Padri nel Limbo, e i
Giusti nel Purgatorio; non vi sia no discaro venir meco osservando
quali segni ne dettero del loro contento.
5.
Nasce MARIA e concorron festose a celebrare la Nascita della loro
Regina tutte le Angeliche Gerarchie. Ecco Colei, dicono l’uno con l’altro, che a noi fu predetta nel Cielo, allorché debellammo i nostri Rivali,
che divenuti superbi osaron di contrastare a Lei e al suo Divin Figlio i
doverosi omaggi (Apoc. 12, 7). Oh quanto è bella, oh quanto è graziosa, oh quanto è piena di maestà insieme e di terrore. Nasce gioconda
come l’Aurora: Progreditur quasi aurora consurgens (Cant. 6, 9); chiara
come la luna, pulchra ut Luna; risplendente come il sole, electa ut Sol; e
maestosa come un esercito ben’ordinato: terribilis, ut castrorum acies ordinata. Quindi sciogliendo al canto le lingue, ne danno a Dio la Gloria,
gliene porgono indicibili grazie. Tanto fecero gli Angeli in contrassegno del loro tripudio82.
6.
E gli Uomini in Terra che ne sentirono? Non è mio qui l’impegno,
Dilettissimi, di riferirvi l’immensità del gaudio dei suoi santissimi
genitori Giovachino ed Anna nel vedersi da Dio tra tutta la posterità di
82
L’Autore passa direttamente al numero sette.
505
Adamo prescelti a dare al mondo sì celeste Bambina. Mute cred’io ne
diverrebbero anche le Angeliche lingue se ridir lo volessero. Dirà bensì,
che essendo nata MARIA come un Sole, rispetto ai Giusti, che allor
vivevano, non può essere a meno, che non ne rimanessero e illustrati dal
suo splendore, e dal Calore non poco infervorati. Se nacque, come una
Luna, ciò fu riguardo ad innumerabili Peccatori, che camminando nella
notte della colpa, restarono illuminati a convertirsi. Se spuntò come
un’Aurora, ciò fu a vantaggio del Mondo intero, a cui fu foriera
dell’Umana Redenzione. Quindi a gran ragione canta in tal Giorno la
Chiesa, trovarsi in MARIA collocato il giubilo di tutti i Viventi:
Lætantium omnium nostrum habitatio est in te, Sancta Dei Genitrix.
7.
506
Ma scendiamo di grazia a vedere nel Limbo degli antichi Padri il tripudio. Se laggiù dai Messaggeri Celesti manifestato fu, al riferir del
Vangelo (Joan. 8, 56), il Natale del Divin Redentore; non è certamente da dubitarsi, che quello ancor della Madre Divina per lo innanzi, a
conforto di quegli Eletti, rivelato non fosse. All’udire pertanto quei
Santi l’esser nata MARIA, oh gli evviva di giubilo che ne dettero al
Cielo. Chi disse di averla preveduta sin dal principio del Mondo raffigurata nel Paradiso terrestre, nell’albero della vita e nella fonte perenne. Così esclamò Adamo, attestando la predizione vantaggiosa, che Dio
ne fece alla sua presenza. Io, soggiunse Noè, pur la vidi adombrata nella
mia Arca di salvezza, nell’Iride di clemenza, nella colomba eletta, nell’ulivo di pace. Chi più di me felice, a dir si fece il gran Patriarca
Abramo, a cui venne promesso dover spuntare tal Giglio dalle mie radici. Lo stesso confermò esultando Giacobbe che nella sua Scala misteriosa lo ravvisò adombrata. Io, seguitò il Patriarca Giuda, accertato pur ne
venni che dalla Tribù mia Reale sarebbe discesa. Oh le allegrezze del
gran Mosè che figurata la osservò nell’ardente Roveto, nella Verga prodigiosa, nella lucida Nube, nel Tabernacolo, nell’Arca, nella Pietra che
scaturiva acque perenni. Anche Gedeone protestò di averla venerata
sotto l’ombra del vello suo rugiadoso. Ma sopratutti giubilando il santo
coronato Davide, oh io sì, disse, dar ne posso le più minute testimonianze di sì eccelsa Bambina, che, secondo la parola di Dio, è nata dalla
mia stessa Casa Reale e mi venne mostrata sotto mille figure or della
mia Torre fortissima, or della bella Sion, or di un vaghissimo Tempio,
or del Cedro, or della Rosa, or del Platano, or di una Città, or di un
Castello, or di un Sole, ed or di altri Pianeti. Insomma inondando in un
mare di gaudio quei santissimi Padri per la nascita di MARIA, non
sapevan saziarsi di cantarne gli elogi, chi dicendo, come Isaia, di averla
a chiare note profetizzata qual Vergine Madre e dimostrata sotto simbolo di un Monte situato sulle cime dei Monti; chi affermando di averla veduta dal Carmelo a guisa di una candida Nuvoletta sul mare, come
Elia; ed in figura di un aurea Porta chiusa, come Ezechiele: e per tacer
di altri molti, io rappresentai MARIA nella mia fede, esclamò anche
Sara; io nella mia ubbidienza, seguitò Rebecca; io nella mia Bellezza,
disse Rachele; io nella mia fecondità, soggiunse Lia; io nel mio Nome e
nella mia verginità, replicò la sorella di Mosè Profetessa; io nel mio
sapere e coraggio, proseguì Debora; io nella mia fortezza e vittoria,
aggiunse Giuditta; io nella mia Intercessione e Potenza, protestò Ester;
io, io… Ma via, Uditori, che sarebbe un non finirla giammai, se le
acclamazioni tutte di quei Padri del Limbo in contrasegno del loro
grande tripudio riferir vi dovessi.
8.
Vi dirò soltanto che nel Purgatorio ancora, a gran sollievo di quei
Giusti, penetrò la grata novella del Nascimento della loro Liberatrice.
Che se nel Natale dei Grandi in questa Terra si sciolgono le catene agli
schiavi, si condonano le pene ai Rei, si aprono le carceri ai condannati:
qual clemenza mai non diremo, che usata da Dio non venisse ad onor
della Nascita di sua Madre a quelle Anime benedette? Ed oh le benedizioni che esse ne dettero chi nel vedersi sprigionate, chi sollevate, chi
speranzate a presto uscirne; confessando ben tutte l’universal Bene che
da MARIA ridondava a tutto il Genere Umano.
9.
A noi, Amatissimi miei. In mezzo dunque ad un Gaudio sì universale
del Cielo, della Terra, del Limbo dei Padri e del Purgatorio per la
Natività di MARIA, ditemi per vostra fede che ne sentite, che mai nel
vostro Cuore ne sperimentate? Chi mai a Sole così risplendente può trovarsi tra tenebre? Chi a Luna sì chiara può camminare all’oscuro? Chi a
calor così grande può intirizzirsi tra il gelo? Ah che soltanto Colui che
tra voi può non sentir Gaudio nel Nascimento di MARIA, che non
comprende quell’infinito Bene, che da MARIA ne ridonda.
507
10. Del rimanente chi ben comprendesse farsi oggi solenne memoria del
Nascimento di Colei, per cui venne la nostra Salute, per cui ci si dà spazio di penitenza, ci si promette da Dio il perdono e la pace, ci piovono
sopra le Divine Misericordie, ci si dispensano tutte le grazie, ci si apron
le beate Porte del Cielo; come possibile che non si sentisse ricolmo di
estremo gaudio, se appunto da un vivo conoscimento del Bene che si ha,
o che si aspetta, il gaudio deriva? Non è forse MARIA l’unica, la prediletta, la primogenita dell’augustissima Triade tra tutte le pure
Creature? Non è forse la gran Madre di Dio, a cui sta soggetto tutto il
creato? Non è forse la Signora degli Angeli che tutti supera in purità e
bellezza? Non è forse la Regina dei Santi, che tutti passa in santità e
perfezione? Non è forse, per finirla, la nostra amatissima Madre, la
nostra potentissima Avvocata, il nostro sicurissimo Rifugio? E come
dunque può darsi aver fede di Cristiano, portar carattere di Servo, tener
cuore di Figlio e non riempersi di giubilo, di divozione, di tenerezza nel
di Lei Natale?
11. Deh per pietà, Dilettissimi, non sia mai tra voi tutti pur uno, che in
questo Dì festosissimo se ne rimanga nella sua stupidezza e nella sua
ingratitudine! Comprenda pure ognuno e resti ben persuaso della
somma dignità di MARIA, della immensa Santità di MARIA, della
gran Potenza di MARIA e del Materno impareggiabile Amor di
MARIA; e poi veda se in tal solennissimo Giorno, in cui l’accolse il
Mondo qual vaghissima Bambinella, potrà fare a meno di non dirigere
a Lei tutti i pensieri, di non tributarle gli omaggi, di non consacrarle
gli affetti, di non dedicarle irrevocabilmente il Cuore e tutto se stesso
con indicibile gaudio, e con sommo contento.
12. Ah sì sì, graziosissima Celeste Bambina, pur troppo degna siete, che,
ecc.83.
83
Si interrompe qui il discorso. Nella Miscellanea BSC 1519 c’è una stesura schematica di
questa stessa omelia.
508
SERMONE DELLA NATIVITÀ DI MARIA SS.ma
Recitato dal Trono nella Domenica mattina della sua Festa, 8 settembre del 1776,
dopo il Pontificale fatto nella Cattedrale di Montalto
Il sermone ripropone in modo più schematico quello precedente, contenuto nella
miscellanea ASC 33. Ciò si spiega dalla cura di mons. Marcucci di mandare una
copia dei suoi discosi tenuti a Montalto alle Religiose Pie Operaie dell’Immacolata
Concezione di Ascoli Piceno.
Il brano è stato trascritto dall’autografo originale in BSC 1519, pp. 174-176.
Argomento
Non sente Gaudio nella Natività di Maria chi non comprende l’infinito
Bene che da Maria ne ridonda84
Nel Natale dei Grandi, siccome ognuno ne spera un qualche vantaggio o per
sè o per la Repubblica, ognuno perciò suol concepirne tripudio, ognun riempirsi di gaudio. Colui soltanto se ne rimane nella sua insensatezza, o ne concepisce anzi talora mestizia, che o non crede quel Bene, che da quel Natale
si aspetta; o se lo crede, poco o nulla lo comprende. Osservate dilettissimi.
Predice l’Arcangelo a Zaccaria la Nascita del Gran Battista suo figlio: gli
annunzia che un tal Natale sarà per apportare sì a Lui, che a molti un Gaudio
indicibile (Luc.1). A tal’udire che fa il venerando vecchio? Invece di riempiersi di contentezza, se ne resta come insensato e mesto. E perché? Dubita
alquanto, se l’Angelo glielo abbia detto per provarlo, ovvero per accertarlo.
Non apprende insomma nel suo vero senso quel Gran Bene che dal Natale
del Figlio derivar ne doveva. Siamo già al caso. La Santa Chiesa che fermamente crede e vivamente apprende l’infinito Bene, che dal Santo Natale di
Maria SS.ma al mondo tutto ne ridonda, perciò in questo Dì festoso, alla
Natività appunto della Gran Vergine dedicato, si fa ad esclamare: Nativitas
tua, Dei Genitrix Virgo, Gaudium annuntiavit universo mundo85. Ma ditemi,
Amatissimi miei, voi che nutrite siete col latte salubre di sì infallibili
Insegnamenti, sentite in voi stessi in tal Giorno solenne quel Gaudio che la
84
85
Questa predicazione è maggiormente sviluppata nell’op. 33 dell’ASC.
La tua nascita, o Vergine Madre di Dio, annunziò gaudio a tutto il mondo.
509
Natività della Gran Madre di Dio apportò all’Universo? Oimè, che forse non
tutti in sè lo sperimentano. Che funesto mai cotrassegno è codesto?
Ve lo dirò: Non sente Gaudio nella Natività di Maria, chi non apprende l’infinito Bene che da Maria ne ridonda. Osservate se io dica il vero.
1.
Non è altro il Gaudio, al dir dei filosofi (Cic., 4 Tusc., c. 6) che un tripudio dell’Animo, una ilarità gioconda di spirito, una interna allegrezza di cuore che nasce da un vivo conoscimento ed apprensione di un
gran Bene che si ha, o che si aspetta. Se un tal Bene non si conosce e
non si apprende, ne risulta ad una totale insensatezza, o talora piuttosto una grande mestizia. Osservatelo nel S. Vecchio Tobia (Tob. 5).
2.
Pertanto assicurandoci la Chiesa che la Natività di Maria apportò, ecc.
Nativitas tua, convien confessare che l’Universo mondo, cioè e Cielo e
Terra, e Limbo allora dei SS.mi Padri, e Purgatorio conoscesse ed
apprendesse veramente quel sommo ed infinito Bene che dalla Reale
SS.ma Bambina ridondar ne doveva.
3.
Sotto nome dunque dell’Universo mondo si ha primieramente da intendere il suo onnipotente Fattore, che è la fonte ed origine di ogni cognizione e di ogni Bene. Dica Davide: Ecce, Domine, tu cognovisti omnia,
novissima et antiqua86 Psalm. 38, 4 (qui il gaudio si esprima delle tre
divine Persone). Exultabo in Jerusalem, et gaudebo87 (Is. 65, 29).
4.
(Indi il Gaudio degli Angeli: quae est ista) (Poi il Gaudio dei Giusti in
Terra. Indi dei Padri del Limbo e delle Anime del Purgatorio).
5.
Or in mezzo a tanto immenso Gaudio dell’Universo, qual ne sentite
voi? Ah, che non sente, ecc. Dice il grande Agostino, lib. 9 Conf.:
Est Gaudium, quod non datur ingratis, sed eis, qui te colunt88.
6.
I motivi di aver gaudio.
- nasce la prediletta primogenita della SS.ma Triade.
- nasce la Madre di Dio.
- nasce la Madre nostra.
- nasce la nostra Avvocata, il nostro Rifugio.
7.
L’Angelo disse ai Pastori: evangelizo vobis, gaudium magnum89 (Luc. 2).
Il Gaudio maggiore è far che nasca nel nostro Cuore: e allor nasce, quando vi nascerà la sua devozione, ecc.
86
Ecco, Signore Tu conosci tutte le cose, le ultime e le antiche.
Esulterò e godrò per Gerusalemme.
88 Il gaudio è quello che non si dà agli ingrati, ma a coloro ti onorano.
87
510
89
Vi annuncio una grande gioia.
511
OMELIA PER L’ASSUNTA DI NOSTRA SIGNORA
Recitata dal Trono della Cattedrale di Montalto
nella mattina della solenne Festa del 15 Agosto, Martedì, 1786
1.
(Proemio) Prop(osizione) proem(iale)
La Gloria a cui in tal Dì solennissimo della sua ASSUNTA in Cielo,
sollevata venne Nostra Signora, fu certamente così immensa, che
impossibili si rende ad ogni Lingua creata, sia Angelica, sia Umana, di
compitamente ridirla ed esaltarla.
Ragione
Lo sfoggio di quella Onnipotenza, Sapienza e Carità infinita che in
quest’oggi far volle tutta la TRIADE sacrossanta, il Divin PADRE nel
sublimar la sua predilettissima Figlia, il Divin FIGLIO nel coronar la
sua carissima Madre, il Divin SPIRITO nell’innlzare la sua amatissima
Sposa, è uno sfoggio di Gloria troppo eccedente ogni limitato intendimento e troppo ineffabile in conseguenza per ogni creato
linguaggio.
Redizione
Non aspettate pertanto da me stamane, Dilettissimi, che io ardisca
aprir bocca su di tal Gloria immensa, ricevuta da MARIA SS.ma nella
sua ASSUNTA o per ragion di Giustizia proporzionata all’altissimo suo
incomparabile Merito, o per decoro della Redenzione, di cui essa sopra
tutti ne fu partecipe, o per titolo di Gratitudine e Corrispondenza a Lei
dovuta dall’Umanato Verbo Divino, come suo Figlio.
Luigi Fontana, Maria SS.ma Assunta, stucco modellato (1785-1880), abside della Cattedrale
di Montalto, AP.
Mons. Marcucci recita questa Omelia pochi mesi dopo il suo rientro definitivo in
Diocesi, dopo dodici anni di servizio a Roma come Vicegerente.
Il testo è intermezzato dallo schema oratorio: Proemio, Ragione, Redizione,
Comprovazione, Assunto di stato congetturale, Orazione, Perorazione.
La SS.ma Trinità fece sfoggio della sua gloria per esaltare Maria nel giorno solennissimo della sua Assunzione al Cielo.
E noi rimasti qui in terra, cosa faremo si chiede l’Autore? Ci impegneremo a
difendere Maria, a venerarla e a lodarla. Conclude con una fervida preghiera di congratulazione a Maria SS.ma e con la perorazione.
Il brano è stato tras
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cap. ii sermoncini per ogni sabato dell`anno 1752