la Biblioteca di via Senato mensile, anno vii Milano n. 6 – giugno 2015 BVS: FONDO ANTICO Bibliofilia dell’oscenità di antonio castronuovo LIBRI DEL MISTERO L’arcano silenzio del misterioso Voynich di massimo gatta BIBLIOFILIA La venuta del Re di Franza in Italia di giancarlo petrella LIBRO DEL MESE Sull’economia sociale: il tempo non è denaro di giorgio galli BVS: FONDO DE MICHELI Ricordo di Alberto Ghinzani e Giancarlo Ossola di luca pietro nicoletti ISSN 2036-1394 Vai al cinema. Paga . Scopri l’iniziativa, la programmazione dei film e le sale aderenti su grandecinema3.it o scarica l’App. In tutti i cinema e nei migliori cinema la Biblioteca di via Senato – Milano MENSILE DI BIBLIOFILIA – ANNO VII – N.6/63 – MILANO, GIUGNO 2015 Sommario 4 BvS: Fondo Antico BIBLIOFILIA DELL’OSCENITÀ di Antonio Castronuovo 11 Libri del mistero L’ARCANO SILENZIO DEL MISTERIOSO VOYNICH di Massimo Gatta 22 Bibliofilia LA VENUTA DEL RE DI FRANZA IN ITALIA di Giancarlo Petrella 33 IN SEDICESIMO – Le rubriche LE MOSTRE, LO SCAFFALE, NOVITÀ EDITORIALI a cura di Luca Pietro Nicoletti 50 Il libro del mese SULL’ECONOMIA SOCIALE: IL TEMPO NON È DENARO di Giorgio Galli 56 Editoria IL BUON OMERO AVEVA UN GRAN BEL CARATTERE di Massimo Gatta 62 BvS: Fondo De Micheli RICORDO DI ALBERTO GHINZANI E GIANCARLO OSSOLA di Luca Pietro Nicoletti 67 Sartoria delle parole e delle cose POESIA COME PREGHIERA, POESIA COME PRESENZA di Daniele Gigli 70 BvS: il ristoro del buon lettore DESTINI CHE SI INCROCIANO SUI POGGI DI BRIAGLIA di Gianluca Montinaro 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Si ringraziano le Aziende che sostengono questa Rivista con la loro comunicazione Biblioteca di via Senato Via Senato 14 - 20122 Milano Tel. 02 76215318 - Fax 02 798567 [email protected] [email protected] www.bibliotecadiviasenato.it Presidente Marcello Dell’Utri Direttore responsabile Gianluca Montinaro Servizi Generali Gaudio Saracino Coordinamento pubblicità Ines Lattuada Margherita Savarese Progetto grafico Elena Buffa Fotolito e stampa Galli Thierry, Milano Immagine di copertina Voynich Manuscript MS 408, carta 40v, particolare [courtesy Beinecke Library, Yale University] Stampato in Italia © 2015 – Biblioteca di via Senato Edizioni – Tutti i diritti riservati Reg. Trib. di Milano n. 104 del 11/03/2009 Per ricevere a domicilio (con il solo rimborso delle spese di spedizione, pari a 27 euro) gli undici numeri annuali della rivista «la Biblioteca di via Senato» scrivere a: [email protected] L’Editore si dichiara disponibile a regolare eventuali diritti per immagini o testi di cui non sia stato possibile reperire la fonte Editoriale N egli ultimi mesi, puntuale, abbiamo dovuto subire la dose quotidiana di notizie (con il solito contorno all’italiana di polemiche, scandali, proclami e propositi) sulla Esposizione Universale dal magniloquente titolo “Nutrire il mondo”. Ora, finalmente, una visita – senza pregiudizi – al ‘nuovo quartiere’ di Rho può permettere a chiunque di maturare una propria opinione. Il percorso inizia col Padiglione Zero, ovvero il luogo deputato a introdurre e rappresentare visivamente il tema dell’evento. In esso si narra, alla stregua di un presepe (con tanto di casette, animali in plastica, muschio e fondali dipinti), l’epopea dell’uomo in relazione all’epopea del cibo. Poi (con le idee forse più confuse di prima) il visitatore si affaccia al lungo decumano sul quale aggettano i padiglioni nazionali. Uno spettacolo, al primo impatto, di mastodontica maestosità. Lo sguardo viene subito catturato dall’architettura, dalle soluzioni avveniristiche, dalle ardite geometrie. Poi si rimane irretiti dalle luci, dai colori, dai suoni, dai tanti punti di ristoro... Balena un déjà vu. Che si sia in un Parco Divertimenti piuttosto che in un’Esposizione Universale? Come per le attrazioni di un luna park, la folla (per ora composta per lo più da ragazzini in gita scolastica) si accalca agli ingressi degli spazi nazionali. Questi sono, tutti, invariabilmente, luoghi enormi. Ed enormemente pieni di nulla. All’interno (tranne rare eccezioni, come i padiglioni della Corea del Sud, della Germania o degli Emirati Arabi Uniti) si susseguono rappresentazioni virtuali, più o meno calzanti, di riflessioni attorno a medesimi concetti: nutrirsi in modo consapevole e misurato; porre attenzione allo sfruttamento della Terra; pianificare la produzione alimentare in chiave biologica; impegnarsi a non sprecare; cercare di riutilizzare lo scarto; combattere la piaga della fame nel mondo... A questo punto una drammatica domanda potrebbe quindi legittimamente sorgere. Questi spazi, ‘pieni di nulla’, sono forse la rappresentazione plastica di un ben più pericoloso nulla ideale? Pensando ai confusi annunci sul percorso del dopoExpo la risposta potrebbe essere, purtroppo, positiva. Con il rischio serio che questi nobili enunciati teorici (peraltro talmente generici da essere universalmente condivisibili) non abbiano alcuna ricaduta pratica e siano condannati a una triste fine, analoga a quella degli altrettanto nobili protocolli sul clima di Kyoto. Gianluca Montinaro 4 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 5 BvS: Fondo Antico BIBLIOFILIA DELL’OSCENITÀ Sulle prime edizioni de I fiori del male di Baudelaire ANTONIO CASTRONUOVO N el vastissimo Fondo Antico della Biblioteca di via Senato non si incontrano solo incunaboli, cinquecentine e seicentine. Oltre a tante prime edizioni del XVIII secolo, vi sono pure conservati importanti volumi dell’Ottocento. Fra essi anche una copia della prima edizione de Les fleurs du mal di Charles Baudelaire (1821-1867), e una copia della terza edizione (stampata col titolo di Les épaves). Volumi ‘superstiti’ di una vicenda travagliata, sviluppatasi dai torchi ai banchi dei tribunali, passando per gli scaffali delle librerie. Il 21 giugno del 1857, nella vetrina della “Imprimerie et librairie religieuse de Jiulien, Lanier, Cosnard et Cie” di rue de Buci 4 a Parigi, furono collocate alcune copie dell’appena stampato I fiori del male. Costava 3 franchi questa collezione di poesie dal titolo sonoro, ma anche tenebroso. Oggi fa francamente sorridere che uno dei libri più importanti Nella pagina accanto: Étienne Carjat, ritratto fotografico di Charles Baudelaire, circa 1862. Sopra: copertina della prima edizione de I fiori del male (1857), nella preziosa tiratura in carta d’Olanda della letteratura francese, libro condannato pochi mesi dopo da un tribunale parigino perché dotato di contenuti osceni, fa insomma sorridere che Les fleurs du mal fossero posti in vendita in una libreria che stampava libri e opuscoli di devozione religiosa. Ma di feconde contraddizioni è piena la storia, anche quella dell’editoria. La ragione per cui il volume si trovava in quel luogo è semplice: i libraires-éditeurs che lo avevano pubblicato, Poulet-Malassis et De Broise, usavano la sede dei colleghi come deposito e punto vendita parigino delle proprie edizioni, ma praticavano altrove la professione. La loro stamperia era infatti ad Alençon, nella Bassa Normandia, città in cui Auguste Poulet-Malassis era nato e nella quale aveva fondato la casa editrice appena due anni prima, nel 1855, assieme al cognato Eugène de Broise. Occhieggiando dalla vetrina di rue de Buci, strada del quartiere latino oggi sfigurata dal flusso perenne dei turisti, il libro mostrava una modesta copertina color paglierino al cui centro troneggiava una lunga citazione tratta da Théodore Agrippa d’Aubigné, e in alto il nome dell’autore: Charles 6 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Da sinistra: I fiori del male sulla «Revue des deux mondes» dell’1 giugno 1855; I fiori nella prima edizione PouletMalassis et De Broise del 1857 Baudelaire. Chi adocchiò l’indice si accorse che l’autore vi raccoglieva un centinaio di poesie suddivise in cinque sezioni: Spleen e ideale, I fiori del male, Rivolta, Il vino, La morte. Sono tutti temi su cui la critica si è largamente esercitata: lo sappiamo, e ne facciamo qui a meno; quel che ci preme è il libro in sé, il prodotto di carta messo quel giorno in vendita. Sul contenuto - e questo già serve a far luce sul valore che la storia ha assegnato ai Fiori - è bene sapere che non si trattava solo di poesie inedite: ben diciotto erano state pubblicate, già col titolo Les fleurs du mal, nel numero dell’1 giugno 1855 della «Revue des deux mondes». Baudelaire doveva essere consapevole della carica impudica, anche acidula dei propri versi se, scrivendo il 13 giugno al direttore François Buloz, metteva in rilievo «l’audacia della rivista» che aveva avuto il coraggio di accogliere le sue poesie. Questa sorta di pre-edizione ha acquisito un valore e ha trovato amatori: un esemplare della «Revue des deux mondes» dell’1 giugno 1855, con rilegatura d’epoca, è stato venduto nel 2004 da Ta- jan (rinomato antiquario parigino che ha sede in rue des Mathurins) per una cifra oscillante sui 400-500 euro. (Per questi dati il sito francese www.auction.fr costituisce una miniera infinita di valutazioni su vendite già avvenute o da attuarsi, con miriadi di notizie sugli esemplari). Poeta oggi celeberrimo, Baudelaire cominciava in quel tempo a farsi strada, all’età un po’ tarda di 36 anni, nel mondo della notorietà letteraria: la sua traduzione delle Storie straordinarie e Nuove storie straordinarie di Edgar Allan Poe era uscita in «Le Pays» dal luglio 1854 all’aprile del 1855 in feuilleton. Le prime erano poi diventate un volume di successo che andò subito in ristampa. Ora, l’editore della traduzione di Poe era Michel Lévy, e tutto faceva pensare che Baudelaire potesse pubblicare presso di lui anche le poesie. Così non fu: dubitando che la diffusione dei versi fosse ottimale, si rivolse a un giovane editore che gli era stato consigliato dall’amico Charles Asselineau. Il contratto che legava il poeta all’editore risali- giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano va al 30 dicembre 1856 e prevedeva che all’autore andassero 25 centesimi per ogni copia delle 1.000 stampate, che fosse venduta o meno. Ora, le copie in vetrina erano una minima parte del pubblicato: 1.100 esemplari di tiratura, cento in più rispetto alla cifra contrattuale. Nulla di strano: è normale che un editore attui una tiratura maggiore del previsto, per avere a disposizione copie-omaggio per i recensori. Ne deriva che Baudelaire ricevette 250 franchi. A parte ciò, il volume era stampato su buona carta comune, mentre venti esemplari uscirono a parte, tirati in elegante carta vergata d’Olanda. Si conosce la storia di queste copie speciali, che furono donate da Baudelaire a conoscenti e amici, e sulle quali appaiono le dediche mirate. Sono, ad esempio, quelle donate a scrittori come Théophile Gautier (peraltro dedicatario a stampa dell’opera), Mérimée e Alexandre Dumas; all’amico Asselineau; al pittore Delacroix; all’egeria Apollonie Sabatier, cui il poeta aveva in passato anche dedicato poesie. La copia donata a Alexandre Dumas è emersa nell’aprile 1989, quando all’Hôtel Drouot, famosa casa d’aste parigina che si apre nell’omonima strada, è stata messa in vendita la biblioteca del colonnello Daniel Sicklès (rimarchevole collezione specializzata in letteratura dell’Ottocento la cui vendita all’asta è durata otto anni, dal 1989 al 1997): l’esemplare fu aggiudicato per 122.000 euro. Certo, la copia più calda resta quella che andò a Jeanne Duval, la «venere nera», l’«amante delle amanti», come Baudelaire amava definire la ragazza di Haiti che fu sua musa per vent’anni (passione che indusse la famiglia, nel 1844, a interdire il poeta). Immagino che ogni bibliofilo, francese e no, vorrebbe entrare in possesso proprio di questo esemplare, che certamente è adornato da dediche, parole, forse anche disegni. Singolare che la copia personale di Baudelaire fosse una di quelle stampate su carta ordinaria: è oggi conservata nella grande Bibliothèque Mazarine che si apre sul quai de Conti. Questa copia, peraltro visibile su richiesta, era già descritta con una certa precisione da Georges Vicaire nel primo volume del 7 suo insigne Manuel de l’amateur de livres du XIXe siècle 1801-1893, strumento assai adoperato dai bibliofili e storici del libro (Paris, Librairie Rouquette, 1894). Nel lemma dedicato a Baudelaire (le colonne 341-343 del vol. I), Vicaire annota che l’esemplare, ritrovato dopo la morte tra i suoi libri, porta il monogramma CB del poeta. Una nota manoscritta di Baudelaire sul foglio di guardia recita: «Opera tirata in 1.300 esemplari», il che apre la questione sul numero originale delle copie stampate. Baudelaire doveva essere abituato ad annotare lungamente le sue carte, visto che la copia della Mazarine porta molte altre linee di sua mano, nelle quali egli indica come era variato nel tempo il costo del libro ed elenca anche i versi che erano incorsi nei rigori della censura. Non basta: nella sua copia Baudelaire apporta addirittura una correzione alla dedica che, indirizzata a Gautier, «parfait magicien dès langue française», viene corretta aggiungendo una “s” alle parole “langue” e “française”. Se ne deduce che la dedica voluta da Baudelaire era al plurale: «Al perfetto mago delle lingue francesi». Le note di Baudelaire sono seguite da altre di Asselineau, che attesta come le righe soprastanti siano di mano del poeta, e aggiunge: «Questo esemplare è stato donato alla Biblioteca Mazarine dalla signora Aupick, madre di Baudelaire». Poulet-Malassis aveva promesso un’edizione ben fatta, senza però conoscere il perfezionismo dell’autore: il manoscritto gli fu consegnato all’inizio del 1857 ma il lavoro di correzione tipografica, di variazione dei testi e della punteggiatura fu talmente puntiglioso che, se l’editore l’avesse saputo prima, non si sarebbe forse imbarcato in quell’avventura. La correzione durò quattro mesi: una vicenda di minuzioso e snervante ritocco testuale che ricorda la simile esperienza cui Proust sottopose i suoi stampatori, o anche quella che dovette subire il povero tipografo Bruno Ravagli di Marradi, nelle settimane in cui l’irritante Dino Campana gli stette alle calcagna per i Canti orfici. Ottima testimonianza della pignoleria di Bau- 8 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 del male (purtroppo scomparso). delaire è una bozza completa dei Fortunatamente la bozza era coFiori conservata da Poulet-Manosciuta, a fine Ottocento, dai bilassis. Sulla pagina di guardia apbliografi Vicaire e Léopold Carpaiono alcune note firmate dal teret (autore a sua volta di quel poeta che suonano: «Mi pare a Trésor du bibliophile di alta valutaprima vista che varrebbe la pena zione antiquaria), che la descrisabbassare un po’ l’intera dedica, sero come un prezioso esemplare di modo che essa sia collocata al che portava su ogni foglio la dicicentro della pagina; lascio questo tura “bon à tirer” e la firma di al vostro gusto - poi credo che saBaudelaire, colmo di correzioni e rebbe bene mettere “Fiori” in indicazioni autografe dell’autore, corsivo, o in lettere maiuscole intali da farne un documento di clinate, dato che si tratta di un tienorme valore. Ora, non solo sul tolo-calembour. Infine, sebbene piano storico, anche su quello ogni linea e ogni lettera sia di specifico della bibliofilia interesgiuste proporzioni (ciascuna risa il fatto che I fiori del male attispetto alle altre), trovo che siano tutte troppo grosse; credo che Correzioni a mano di Baudelaire su una rassero l’attenzione della polizia francese a causa di alcune poesie l’insieme guadagnerebbe in ele- bozza del volume (collezione privata) che certi lettori avevano giudicaganza se voi usaste un carattere un po’ più sottile su ogni linea, sempre conservando to oscene. Oggi tale giudizio fa sorridere, ma il rapl’importanza delle proporzioni. [...] Avreste l’obbli- porto emesso delle autorità fu perentorio: il libro go di rimandarmi una bozza corretta. Vi concedo costituiva una sfida contro le leggi che proteggevacomunque il bon à tirer». Non siamo convinti che il no la morale pubblica. L’avviso di comparizione titolo fosse davvero giudicato un calembour, anzi: il emesso dalla Procura non si fece attendere, come poeta era certamente consapevole della forza che non tardò il processo, diventato celebre come quelsprigionava dal contrastante accostamento del ma- lo intentato a Madame Bovary di Flaubert (la cui le con l’immagine della bellezza floreale; annotia- pubblica accusa, il giudice Ernest Pinard, fu tra l’almo comunque, se mai ce ne fosse bisogno, che il bon tro la medesima). Il 20 agosto 1857 Baudelaire e à tirer equivale all’imprimatur rilasciato dall’autore l’editore furono condannati a una sanzione di 300 franchi il primo e 100 il secondo, a rifondere in soche ha visto e corretto una bozza. Fortunatamente, le note manoscritte sono sta- lido le spese processuali, alla confisca delle copie in te ricopiate prima che la bozza si dileguasse. Il pre- commercio e all’obbligo di togliere sei poesie dalla zioso esemplare, rilegato in cuoio nero, con stampi- raccolta: I gioielli, Il Lete, A colei che è troppo gaia, Legliature dorate e non rifilato, è stato infatti venduto sbo, Donne dannate, Le metamorfosi del vampiro. sul mercato antiquario nel giugno 1998, sempre da Questa condanna costituisce un rilevante capitolo Drouot, a una cifra in franchi equivalente a circa della storia della morale pubblica e di come essa 490.000 euro. Sfugge la collocazione dello straordi- combatta inutilmente contro i libri. Circa 250 copie del volume sequestrato furono nario pezzo (se privata, certamente anonima), ma è evidente che si tratta di una bozza che Baudelaire ha consegnate alle autorità, ma il grosso della tiratura avuto per mano, ha letto, controllato, corretto, an- era già stato venduto e sfuggì pertanto all’ordine di notato: preziosa dunque quanto l’autografo dei Fiori ritiro dal mercato. Molti sono infatti gli esemplari L'UNIVERSITÀ CHE COMBINA TRADIZIONE E INNOVAZIONE Rettore Fabio Fortuna "L’Università Niccolò Cusano è tra le prime università d’Italia ad aver unito la qualità della tradizione 6 AREE DIDATTICHE accademica italiana a sistemi di apprendimento online 13 CORSI DI LAUREA all’avanguardia. L’Ateneo offre un’ampia scelta formativa MASTER DI I E II LIVELLO articolata in tredici Corsi di Laurea, promuovendo CORSI DI PERFEZIONAMENTO l’apprendimento in modalità blended: gli studenti possono studiare presso il Campus seguendo le lezioni in aula e se desiderano possono frequentare le lezioni E AGGIORNAMENTO OLTRE 30 SEDI D'ESAME anche online, accedendo direttamente alla piattaforma CAMPUS A ROMA e-learning da cui sono consultabili gli e-book e le lezioni MATERIALI DIDATTICI INCLUSI video per la preparazione degli esami." LA TUA UNIVERSITÀ ONLINE E IN PRESENZA www.unicusano.it [email protected] 800.98.73.73 10 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 esemplari in elegante carta velina completi delle sei poesie condane quattro in carta Cina di lusso. nate che hanno recentemente cirUna di queste entrò in possesso colato tra i collezionisti, con un dell’amico Asselineau, passò alla valore alla vendita che si aggira raccolta libraria di Jacques Guédai 4.000 ai 6.000 euro, valore che rin (l’industriale francese appass’impenna se la copia porta una sionato di libri, che tra l’altro posfirma autografa di Baudelaire sedeva il manoscritto del Diavolo (come quella conservata presso la in corpo di Raymond Radiguet, Biblioteca di via Senato) o qualvari quaderni manoscritti di che altro segno di sua mano. Ma Proust e una rarissima edizione accadde anche che gli editori dedell’isolato primo Canto di Maldocidessero di tagliare le pagine che ror di Lautréamont) e fu infine contenevano le poesie condannaacquistata nel 1986 da un collete, e mettere in commercio le cozionista per 75.000 euro. pie così amputate. Si calcola che La storia editoriale dei Fiosiano state circa 200. Non solo: ri proseguì con una terza ediziovollero anche disporre di copie Sopra: bozza de I fiori del male, con ne uscita a Bruxelles nel 1866: un po’ rassettate, ristampando correzioni autografe di Baudelaire comprendeva le sei poesie cenquel che di lecito era contenuto (collezione privata) surate, più altre nel frattempo nel recto e verso delle pagine tagliate. Le nuove pagine furono incollate sulle lin- uscite su riviste e giornali; il volumetto era edito guette residue di quelle tagliate, e le copie così ma- sempre da Poulet-Malassis, in 260 copie numerate nipolate furono vendute: sono oggi esemplari molto (la Biblioteca di via Senato possiede, di questa tiratura, la numero 250), e portava il titolo Les épaves. rari, e sempre di sensibile valore. Esistono anche altri formati dell’edizione, de- Una buona copia di questa edizione è stata stimata rivanti da ulteriori manipolazioni e rimaneggia- anni fa tra 2.000 e 3.000 euro. La tiratura andò comenti, ma importa notare che tutti gli esemplari - munque esaurita e il libretto fu presto ristampato amputati o meno, manipolati o meno - sono oggi in in 500 copie: il valore di questi nuovi esemplari si ottime condizioni, grazie alla qualità della carta con aggira, a seconda della conservazione, tra 400 e cui il libro uscì. Le copie integre sono le più ricerca- 700 euro; le copie della terza ristampa, del 1874, te, ma c’è anche chi spasima per possedere una copia circolano a 300 euro. Nemmeno questa volta Poumutila. Il processo donò a Baudelaire la notorietà, let-Malassis la fece franca: fu processato dal tributale che nell’arco di qualche anno si giunse alla se- nale di Lille e, recidivo, di nuovo condannato. La conda edizione delle poesie, che vide la luce nel feb- vicenda editoriale dell’opera non si ferma qui: braio 1861 presso lo stesso editore e nel medesimo Baudelaire morì nel 1867 e le edizioni postume formato. Mancavano ovviamente le sei liriche proi- prospettano un’altra storia, che è poi quella di cobite, ma furono aggiunte 35 nuove composizioni, me un grande poeta s’imponga e, alla lunga, abbia con una diversa sistemazione interna dei materiali. la meglio su ogni censura. I fiori del male, ormai acQuesta volta la tiratura fu di 1.530 esemplari vendu- colti tra i libri immortali, godono di quotazioni ti a 2 franchi (per cui Baudelaire, per le stesse condi- crescenti e sono molto ricercati. Le sei poesie zioni contrattuali, ne ricevette 300). Ma al bibliofilo proibite e amputate, lette oggi, sembrano solo teinteressa constatare che furono pubblicati alcuni neri petali strappati. giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 11 Libri del mistero L’ARCANO SILENZIO DEL MISTERIOSO VOYNICH Falso storico o antico manuale idroterapico per donne? MASSIMO GATTA La lingua ch’io parlai fu tutta spenta… Dante, Paradiso, XXVI, v. 124 U no dei tanti paradossi del codice Voynich, o meglio del MS 408 dalla segnatura con la quale il manoscritto pergamenaceo è conservato nella celebre Beinecke Rare Book and Manuscript Library della Yale University, è quello di essere universalmente noto e nello stesso tempo totalmente oscuro. Pertanto questo manufatto altamente visionario, enigmatico e inquietante resta tutt’ora muto, chiuso nel suo silenzio secolare, mantenendo inalterato il segreto ermeneutico di cui è pervaso e che dovremmo forse imparare ormai a rispettare, anche se il codice si rivelasse (come sembra probabile) una colossale truffa per A destra dall’alto: ritratto di Wilfrid Michael Voynich, c.1885; ritratto di Ethel Lilian Voynich spillare soldi all’imperatore Rodolfo II, tra i massimi esempi storici di quelle Literary Forgeries che da sempre appassionano anche il mondo della bibliofilia.1 Per questo il Voynich possiede la caratteristica, comune a molte altre testimonianze inaccessibili, di essere un sofisticato compendio sulla fragilità della conoscenza. Il suo status lo vede collocato, di volta in volta, nella categoria degli erbari medioevali, dei trattati di astrologia, di botanica, di magia, di alchimia ma nulla di quello che contiene, o che mostra, può essere utilizzato ai fini di una conoscenza materiale. Quindi: di cosa parliamo quando parliamo del Codice Voynich? Parliamo di una sconfitta, di una preziosa sfida, della trascrizione di un incubo, di un antico manuale idroterapico per favorire la fertilità femminile, di un congegno perfetto e inutile, di un colossale falso cinque-seicentesco? Forse di tutte insieme queste cose. In questa sede non affron- 12 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 13 Nella pagina accanto: Voynich Manuscript MS 408 carta 86v [courtesy Beinecke Library, Yale University]. Sopra da sinistra: Voynich Manuscript MS 408 ex libris della Yale University Library e carta 40v [courtesy Beinecke Library, Yale University] teremo la complessa questione del contenuto di certe raffigurazioni di arcana enigmaticità (227 figure femminili nude alcune vibilmente incinte, solo 3 le maschili, e che sembrano riecheggiare le figure dell’affresco del Giudizio Universale, risalente alla fine del Quattrocento, stranamente simili anche a quelle inserite in bolle sospese nel Trittico delle delizie di Hieronymus Bosch), quelle piante e radici contorte che sembrano alghe, gonfie come spugne con strani tubercoli e altre con piccole teste umane, che avrebbero fatto la gioia del Leo Lionni de La botanica parallela o del Luigi Serafini2 del Codex Seraphinianus; quei fiori, alcuni larghi come campane, altri tondi come piatti o piccoli, spinosi e carnosi, o quei misteriosi liquidi azzurri che scorrono in contorte diramazioni tubiformi (vene? ca- nali?). Cercheremo più semplicemente di raccontare brevemente la biografia del manoscritto. Nel 1912 giunge a Frascati uno dei grandi librai antiquari dell’epoca (con libreria a Londra in Soho Square 1), oltre che chimico e (misterioso) bibliofilo,3 Wylfrid Michael Voynich,4 di origini polacche, marito di Ethel Lilian Boole (figlia del grande matematico George Boole), nota in Cina e in Unione Sovietica per il romanzo rivoluzionario The Gadfly (Il Tafano), pubblicato nel 1897.5 Dopo una lunga ed estenuante trattativa condotta col gesuita padre Strickland, Wilfrid Voynich si reca a Frascati per visionare alcuni antichi volumi conservati nella Biblioteca del Collegio dell’antica Villa Mondragone (risalente alla seconda metà del XVI secolo), sede dell’Ordine, «[…] dal 1870 ‘rifu- 14 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Voynich Manuscript MS 408 carta 67r [courtesy Beinecke Library, Yale University] gio’ per tanti documenti prima conservati presso il Collegio Romano»,6 volumi salvati dalla confisca, nel 1870, da Pierre-Jean Beckx, padre generale dell’Ordine. Ai gesuiti serviva infatti molto denaro per la manutenzione del fatiscente palazzo, gestito fin dal 1865. A Villa Mondragone Voynich scopre per caso il piccolo volume, intuendo immediatamente di trovarsi di fronte a un codice pergamenaceo straordinario e fino ad allora sconosciuto. Il manoscritto, di ridotte dimensioni,7 è rilegato in pergamena coeva, senza scritte in copertina o al dorso. Voynich, che tra l’altro8 è anche un noto libraio antiquario di fama internazionale,9 inizia a studiarlo decidendo di suddividerlo convenzional- mente in sei distinte sezioni: botanica (con 113 disegni di piante, molte delle quali di specie non identificata); astronomica o astrologica (con 25 diagrammi e segni zodiacali); biologica; la quarta è il foglio ripiegato sei volte contenente un elaborato schema di nove medaglioni; quindi farmacologica (con antichi vasi da farmacia e molti disegni di piante e radici); e infine la sesta di solo testo, con “stelline” nel margine sinistro a supporre come una rubrica o un indice finali. Il problema però è ermeneutico: il manoscritto è scritto in una lingua sconosciuta (ipotizzando, come fa Jacques Bergier,10 la lingua enochiana di cui parlava John Dee), assolutamente incomprensibile, ma regolare e senza correzioni, Media Italia S.p.a. Agenzia media a servizio completo Torino, Via Luisa del Carretto, 58 Tel. 011/8109311 [email protected] Milano, Via Washington, 17 Tel. 02/480821 Roma, Via Abruzzi 25, Tel. 06/58334027 Bologna, Via della Zecca, 1 Tel. 051/273080 16 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Sopra da sinistra: Voynich Manuscript MS 408 carta 5r [courtesy Beinecke Library, Yale University]; Voynich Manuscript MS 408 carta 81r [courtesy Beinecke Library, Yale University]. Nella pagina accanto: Voynich Manuscript MS 408 carta 75r [courtesy Beinecke Library, Yale University] costellata da elaborate figurazioni, simbolicamente attinenti alle varie sezioni di appartenenza ipotizzate da Voynich. Erbari, piante e radici stranissime alcune del tutto sconosciute, schemi astrologici, alchemici; impianti idraulici mai visti prima, ninfe immerse in vasche a semicupio, collegate da diramazioni di tubi a gomito, di un soffuso erotismo, realizzate con colori tenui, estenuati. Altri interpreti vi leggono invece miniature, mappe sconosciute, nebulose a spirale, la regione celeste intorno a Aldebaran. Insomma un secolare laboratorio di ipotesi, una più bizzarra dell’altra. Una scrittura che decenni di studi riconducono però essenzialmente all’area centro-europea, e in cui si rin- corrono ipotesi sulle lingue utilizzate: latino cifrato, greco antico, italiano, sanscrito, ebraico, cirillico, glagolitico (antico bulgaro), o forse etiopico? Vengono arruolati, in anni recenti, i massimi crittografi e storici dell’arte: da Herbert Yardley a John Manly, da William Friedman, Erwin Panosky, Robert Brumbaugh, fino a William Romaine Newbold che conferma l’idea di Voynich stesso, e cioè che il manoscritto potrebbe essere opera del filosofo medievale Ruggero Bacone (1214-1294), il “Dottor Mirabilis”. Ma lo schema interpretativo di Newbold viene aspramente criticato e in seguito ridimensionato. Di certo il manoscitto pergamenaceo è composto da glifi formati da combinazioni giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 17 di diversi simboli di base, 24 o 36 a seconda dell’alfabeto utilizzato a confronto, per un totale di oltre 5000 sequenze di glifi (ogni sequenza una parola?). Sono inoltre presenti simboli alchemici, alcuni costellando il testo solo una o due volte. Insomma vengono alla mente le considerazioni di Jurgis Baltrusaitis a proposito di certi codici miniati d’epoca medievale, apparentemente chiari, luminosi, ordinati, trionfanti e ottimisti, in realtà con i margini brulicanti di un mondo impercettibile e bizzarro, aberrante, perverso e inquietante che preme per impossessarsi della pagina (le famose drôleries). Il Codice Voynich ha convogliato intorno a sé persone tutte appartenenti all’ordine dei gesuiti e il suo percorso geografico ruota intorno all’asse Praga-Roma. Di sicuro sappiamo che il manoscritto appartenne all’imperatore Rodolfo II d’Asburgo che lo acquista per 600 ducati d’oro (circa 50.000 euro odierni) da un personaggio rimasto ignoto. Secondo Jacques Bergier questo personaggio potrebbe essere stato John Dee (1527-1606), il celebre mago, astrologo e filosofo ermetico elisabettiano, anche se Dee incontra il sovrano solo una volta, per poi essere espulso dall’impero boemo. Dee, a sua volta, l’avrebbe ottenuto verso il 1580 dal duca di Northumberland, il quale aveva saccheggiato un considerevole numero di monasteri. Pertanto l’ipotesi di Bergier appare poco attendibile. Di sicuro il manoscritto appartenne a Jakub Horcicky de Tepenec, direttore delle raccolte botaniche di Rodolfo II e del suo laboratorio alchemico. Dopo sarebbe passato nelle mani dell’alchimista Georg Baresch (1585-1662), per giungere in seguito a Johannes Marcus Marci, rettore dell’università di Praga, che lo ebbe in eredità dallo stesso Baresch nel 1665. Risulta, inoltre, che Baresch il 27 aprile del 1639 lo avrebbe spedito in visione (o una parte di esso), per un’analisi e un commento, a colui che era considerato il più grande erudito dell’epoca, Athanasius Kircher, il quale non solo non rispose ma ovviamente non riuscì neppure a decrittare il manoscritto.11 Alla sua morte tutti i suoi beni, compresa la ricca biblioteca, passano al Collegio Romano. Quasi un secolo dopo, nel 1773, la Compagnia di Gesù viene soppressa da Clemente XIV, ma il Voynich non è tra i libri che il novello Regno d’Italia confisca il 20 ottobre alla principale biblioteca del Collegio Romano, e che andrà a formare il nucleo principale della futura Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. In seguito il codice passerà nelle mani di Pierre-Jean Beckx, ventiduesimo padre generale della Compagnia di Gesù e con lui il cerchio si chiude. Wilfrid M. Voynich muore nel 1931 senza aver rivelato, come promesso a padre Strickland, da chi aveva acquistato il codice. Per testamento il mano- 18 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 scritto passerà alla moglie, Ethel Lilian Boole, che a sua volta (la Boole muore nel 1960) lo destina ad Anne Nill, ex segretaria del marito. La Nill, particolarmente sensibile al valore venale del manoscritto, cerca di venderlo al miglior acquirente, che NOTE 1 Sulle Literary forgeries disponiamo ora di un magnifico catalogo illustrato, quello redatto da Arthur Freeman, Bibliotheca Fictiva. A Collection of Books & Manuscripts Relating to Literary Forgery 400 BC – AD 2000, London, Bernard Quaritch Ltd., 2014; ma vedi anche il catalogo, Fakes & Forgeries Frauds & Hoaxes, catalogue 132, Concord (MA), Joslin Hall Rare Books, s.d. [anni Duemila] 2 Da una lettera di Luigi Serafini: «Per fortuna ho conosciuto il Cod. Voynich molti anni dopo [del suo libro cifrato, N.d.A.]. Un anno fa ho acquistato un’anastatica. Ho il sospetto che sia stato uno scherzo finanziato da Rodolfo II, che di alchimia se ne intendeva. Forse qualcuno ha giocato lo stesso mio gioco a quattro secoli si rivela essere Hans Peters Kraus, il maggiore libraio antiquario dell’epoca,12 che il 12 luglio 1961 lo acquista per 24.500 dollari, sicuro di poterlo rivendere in seguito per 160.000. Otto anni dopo, non essendo riuscito nell’impresa, decide di do- di distanza». 3 Cfr. sul tema Otto von Schleinitz, Die Bibliophilen. W.M. Voynich, «Zeitschrift für Bücherfreunde», 10 (1906/7), pp. 481-487, articolo nel quale viene presentata la collezione di incunaboli, prime edizioni e libri sconosciuti ai bibliografi appartenenti a Voynich, che venne messa in vendita nel 1902; segnalo anche Emily Millicent Sowerby, Voynich, in Ead., Rape People and Rare Books, London, Constable, 1967, pp. 1-33. In totale Voynich pubblicò, tra il 1898 e il 1902, 9 eccezionali (per qualità dei volumi offerti) cataloghi di vendita. 4 Cfr. Paolo Cortesi, Il Manoscritto Voynich. Il libro più misterioso del mondo, in Id., Manoscritti segreti. Dai misteri del Mar Morto alle profezie di Nostradamus, Roma, Newton Compton, 2003, pp. 149-186. Se- gnalo anche il recente studio di Roberto Volterri, Bruno Ferrante, I demoni dell’Abisso, Roma, Eremon Edizioni, 2015. Per una succinta ma utilissima biografia, anche professionale, dei coniugi Voynich rimando a Rafal T. Prinke, Biographical information on E.L. Voynich and W.M. Voynich, visionabile al link: http://main 2.amu.edu.pl/~rafalp/WWW/HERM/VMS/ biografie-old.html, e anche http:// www.historyfiles.co.uk/FeaturesEurope/E asternPoland_Voynich01.htm. 5 Ethel Lilian Voynich, The Gadfly, New York, Henry Holt and Company, 1897, visionabile integralmente al link: https://archive.org/details/gadflyvoynich00voyniala; vedine la più recente trad. it. col titolo Il figlio del cardinale, Roma, Castelvecchi, 2013. La prima edizione italiana, con giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 19 narlo alla Beinecke Library della Yale University di New Haven, dove tutt’ora è conservato.13 Fino a qualche anno fa il codice era inaccessibile a chiunque; di recente la Beinecke ha invece messo in rete l’intero manoscritto, che è possibile visionare foglio per foglio,14 oltre ad essere finalmente disponibile una ristampa anastatica di grande interesse e qualità.15 Studi recenti concordano nel ritenere il Voynich opera di due diversi amanuensi, evidente nelle ultime righe del codice; un lavoro che comunque dovette occupare per quasi due anni l’amanuense.16 Ciò si giustificherebbe con la complessità e la mole dell’apparato scrittorio del manoscritto, che però convive col paradosso dell’assenza di correzioni o ripensamenti, elementi normalmente presenti nei codici. Il manoscritto si è rivelato molto più interessante sul versante iconografico che su quello linguistico; del resto le miniature sono lì a testimoniarlo e, per quanto misteriose e arcane, prefazione di Stefano Canzio, venne pubblicata a Firenze da Parenti nel 1956. 6 Cfr. Rodolfo Maria Strollo, Villa Mondragone tra scienza e conoscenza, Roma, Università degli Studi di Roma Tor Vergata-Facoltà di Ingegneria, Provincia di Roma [Arti Grafiche Ariccia, Roma], febbraio 2005, p. 49. Ringrazio il prof. Strollo per avermi fornito copia della pubblicazione. 7 Misura cm 22,5x16, con uno spessore di circa cm 4, ed è composto da 102 fogli, di cui 5 doppi, 3 tripli, 1 quadruplo e 1 sestuplo, per un totale di 204 pagine. 8 Molto contraddittoria e misteriosa è infatti la figura di Wylfrid Voynich (così come della moglie Ethel Lilian Boole), che molti ritengono fossero spie anarchico-rivoluzionarie russe; vedi in proposito Mar- celo Dos Santos, Chi era Wylfrid Wojnicz?, in Id., L’enigma del manoscritto Voynich. Il più grande mistero di tutti i tempi, prefazione di Gianfranco de Turris, Roma, Mediterranee, 2009, pp. 19-38. 9 Celebri restano i suoi straordinari cataloghi antiquari, per i quali rimando a Marcelo Dos Santos, I ‘Cataloghi Voynich’, in Id., L’enigma del manoscritto Voynich. Il più grande mistero di tutti i tempi, cit., pp. 34-37. 10 Jacques Bergier, Il Manoscritto Voynich, in Id., I libri maledetti, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972, pp. 83-94; ristampa, Torino, L’Età dell’Acquario, 2008, pp. 87101. 11 Quale cultore degli pseudobiblia mi sono inventato, con l’amicale collaborazione di Massimo Bertolo, un falso storico, attribuito niente meno che ad Athansius Kircher, che tanta parte ebbe nell’affaire del Voynich. Si tratterebbe di un opuscolo nel quale Kircher, in forma di lettera a Marcus Marci, avrebbe indicato le sue considerazioni in merito al manoscritto, compresa la sua teoria interpretativa. E’ noto, al contrario, che il celebre gesuita non rispose mai alle richieste che gli pervennero da Praga in merito al codice, che avrebbe comunque di certo dovuto suscitare il suo interesse. Questo falso, dal titolo Ad dominum Marcus Marci Cronolandensem Epistula de manuscripto notis arcanis exarato ab eodem misso, in qua secreta illius scriptionis usque ad praesens tempus inviolata omnibusque investigationibus elapsa aperire atque in lucem proferre conatus est Athansius Kircher, Roma, Typis S. Cong: de 20 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 sono aperte ad un approfondito esame. Il Codice Voynich non poteva non incontrare l’interesse di Jacques Bergier, scienziato e storico della scienza,17 che ne ha scritto in varie occasioni. Ma Bergier, in L’uomo eterno,18 appare abbastanza scettico sul reale valore del codice in quanto deposito di conoscenze. Il punto centrale è da sempre questo: chi è l’autore del MS 408? In fondo perchè non considerare il Codice Voynich come la sublimazione dell’eterna domanda cos’è un lettore? A ben pensarci la storia secolare del Voynich è infatti anche la storia dei suoi tanti lettori. E mai come nel caso del Voynich la domanda generale che si pone la letteratura cos’è un lettore, diventa la domanda stessa del Voynich: chi è il mio lettore, cioè come si configurano tutti i tentativi di interpretazione della sua scrittura e dei disegni, tutti i destini ad essi legati, tutte le tragedie e le esperienze che hanno seguito, e costituito, la sua strada fino a noi? E il Codice Voynich col suo mistero secolare ha suggestionato anche la letteratura; molti romanzi hanno infatti attinto alla sua storia, da Il manoscritto MS 408. Storia del libro più misterioso del mondo di Thierry Maugenest,19 a Il manoscritto di Dio di Michael Cordy,20 da Il castello delle stelle di Enrique Joven21 e Il quinto comandamento di Eric Frattini22 a I figli degli angeli perduti di Brad Kelln,23 fino a un interessante esperimento di saggio-fiction (non potendo realizzare il solo saggio perché gli fu sconsigliato per non meglio specificate ‘ragioni di sicurezza’24), scritto da Aldo Gritti, pseudonimo di un sacerdote che ha dedicato al Voynich molte ricerche.25 E recentemente è apparsa la traduzione italiana del saggio storico forse più documentato attualmente disponibile sul Voynich, di Marcelo Dos Santos,26 vero e proprio baedecker per tutti gli appassionati di questo affascinante e arcano manoscritto, che da secoli inquieta e affascina coloro che l’hanno potuto ammirare, anche se qualche spiraglio interpretativo sembra finalmente delinearsi all’orizzonte.27 giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano propag: Fide, 1669, è stato poi “messo all’asta” nel 2013 presso la casa d’aste Minerva Auctions di Roma, vedine il relativo catalogo stampato per l’occasione Libri, autografi e stampe, Roma, Minerva Auctions, giovedì 20 giugno 2013, dove il falso Kircher appare a p. 114, scheda 340, con ill. del frontespizio [base d’asta €50007000]; ovviamente questo “lotto” venne ritirato prima della seduta d’asta. Sul tema cfr. anche Massimo Gatta, Kircher lettore del Voynich, «Il Sole 24 Ore-Domenica da collezione», 2 giugno 2013, p. 37; Id., L’enigma bibliografico del Codice Voynich, «Leggere:tutti», n. 34, novembre 2008, pp. 82-83; Id., Cifre & Arcani. Storia portatile del Codice Voynich, «Charta», n.105, settembre-ottobre, 2009, pp. 28-33, e infine Id., Il manoscritto Voynich, «Cantieri», n. 7, marzo-aprile 2010. 12 Cfr. Hans P. Kraus, The Most Mysterious Manuscript, in Id., A Rare Book Saga. The Autobiography of Hans Peter Kraus, New York, G. P. Putnam, 1978, pp. 218-222. 13 Vedi l’ex libris apposto al volume con l’indicazione a stampa: Yale University Li- brary. Gift of Hans P. Kraus. 14 Visionabile al link http://webtext.library.yale.edu/beinflat/pre1600.MS 408.htm. 15 Le Code Voynich. Le Manuscript MS 408 de la Beinecke Rare Book and Manuscript Library Yale University, texte d’introduction de Pierre Barthélémy, Paris, JeanClaude Gawsewitch Editeur, 2005. 16 Cfr. Roberto Volterri, Bruno Ferrante, Il manoscritto Voynich. Duecento pagine dense di misteri, in Id., I libri dell’Abisso. Dall’introvabile Necronomicon all’intraducibile Manoscritto Voynich, Roma, Eremon Edizioni, 2014, pp. 188-189. 17 E autore, con Louis Pauwels, del celebre Mattino dei maghi, Milano, Mondadori, 1963. 18 Louis Pauwels, Jacques Bergier, La stupefacente storia del manoscritto Voynich, in Id., L’uomo eterno. La storia umana alla luce della ragione fantastica, Milano, Mondadori, 1972, pp. 120-123. 19 Siena, Barbera editore, 2006. 20 Milano, Editrice Nord, 2008. 21 Vicenza, Edizioni Il Punto d’Incontro, 21 2008. 22 Vicenza, Edizioni Il Punto d’Incontro, 2009. 23 Milano, Armenia, 2010. Vedi mail di Aldo Gritti, a chi scrive, del 17 marzo 2012. 25 Cfr. Aldo Gritti, I custodi della pergamena proibita, Milano, Rizzoli, 2012, e per il quale rimando al link: http://monica.cadoria.over-blog.it/article-un-sacerdotesvela-il-mistero-del-manoscritto-voynich-106922465.html. 26 Marcelo Dos Santos, L’enigma del manoscritto Voynich. Il più grande mistero di tutti i tempi, cit.; interessante è anche Claudio Foti, Il codice Voynich. Il manoscritto che da secoli sfida l’umanità, Roma, Eremon Edizioni, 2010, seconda ediz. ampliata, 2015. 27 Cfr. Fabio Sindici, Uno spiraglio sul codice segreto che respinse i traduttori di Enigma, «La Stampa», domenica 15 febbraio 2015, p. 29. Sulle nuove teorie interpretative vedi in particolare Roberto Volterri, Bruno Ferrante, Il manoscritto Voynich. Duecento pagine dense di misteri, cit. 24 22 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 23 Bibliofilia LA VENUTA DEL RE DI FRANZA IN ITALIA Le peripezie di un libro che si credeva scomparso GIANCARLO PETRELLA C erti libri, a dispetto delle apparenze, vivono vite straordinarie, che meritano di essere raccontate. Rischiano di inabissarsi del tutto, galleggiano come relitti nel flusso indifferente della storia, passano di mano in mano, trascorrono secoli in anfratti o cassetti dimenticati, prima di tornare improvvisamente in auge. Concedono infine, come solo i libri sanno fare, rari squarci di passione a chi sappia ritrovarli, maneggiarli e infine impossessarsene. Il libro protagonista di queste pagine è uno di questi e chi scrive ha avuto in sorte il privilegio di inseguirne a lungo le tracce, a dispetto delle bibliografie che sembravano sancirne la pressoché definitiva scomparsa. Nel 2009, in limine al volume Fra testo e immagine dedicato alle stampe cosiddette popolari (ma oggi il politically correct suggerisce piuttosto libri di larga circolazione o meglio libri per tutti), così scrivevo:1 «Da alcuni anni inseguo un fantasma, bibliografico s’intende: La venuta del re di Franza, Brescia, Battista Farfengo, sine anno (ma non oltre il 1500). Francesco Novati, oramai più di un secolo fa, ne diede sommaria notizia descrivendo l’esemplare di proprietà dell’amico Paolo Gaffu- La venuta del re di Franza in Italia e la rotta, Brescia, B. Farfengo, [post 6 luglio 1495-1500], silografia a piena pagina a c. 4v ri. Tammaro De Marinis, negli anni Venti, ne fornì addirittura una parziale riproduzione fotografica nel delizioso Anciens livres à figures italiens. Di quel libretto all’apparenza piuttosto dimesso (quattro carte nell’agile formato in quarto alleggerite da cinque silografie, l’ultima delle quali a piena pagina) si persero poi le tracce… A questo punto la caccia può felicemente riprendere». E la caccia felicemente riprese. Ciò a cui si dava la caccia era un libricino di sole quattro carte nel formato in quarto (8 pagine, il risultato dell’impressione di un unico foglio tipografico), firmato, ma non datato, al colophon (c. 4v): «Impresso in Bressa per mesere pre Baptista Farfengo». Tramanda un cantare di una cinquantina di ottave noto col titolo La venuta del re di Franza in Italia e la rotta assegnato al canterino Matteo o Evangelista Fossa. Quanto all’anno di stampa, assente nel colophon, gli eventi narrati, ossia la discesa di Carlo VIII in Italia e il suo ritorno in Francia dopo la rotta di Fornovo nel luglio 1495, non consentono di arretrare oltre tale data, spingendo l’edizione inevitabilmente verso gli ultimi anni di attività del tipografo bresciano Battista Farfengo (1489-1500), le cui ultime edizioni con data esplicita risalgono al dicembre 1500.2 Impresso da una modesta officina in qualche centinaio di esemplari quando il clamore suscitato dalla precipitosa spedizione di Carlo VIII in Italia non si era ancora sopito, 24 l’opuscolo era rivolto a un pubblico di semialfabetizzati desiderosi di riandare con la memoria a quei tragici eventi. Ciò giustifica il rapido quanto inevitabile consumo di un prodotto passato di mano in mano, in origine letto senza alcuna pretesa collezionistica. Solo a distanza di secoli, quando ormai della tiratura originaria sopravvivono esilissimi e occasionali frammenti, la passione collezionistica ne fa una reliquia dal costo esorbitante. Nel catalogo Berès era offerto al prezzo di 250.000 franchi; nel 2002 la base d’asta di Sotheby’s oscillava fra le 10.000 e le 15.000 sterline. Come parecchi altri analoghi prodotti della tipografia rinascimentale, anche La venuta del re di Franza in Italia ha corso seriamente il rischio di estinguersi senza lasciare traccia. La tiratura originaria è andata incontro a una fatale autodistruzione innescata dal la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 semplice uso e dalla scarsa o nulla propensione alla conservazione prima del collezionismo di epoca moderna. Molto dell’editoria popolare rinascimentale si è salvato grazie al precoce, ma isolato, interesse di Hernando Colón (1487-1539), figlio di Cristoforo, gran collezionista di libricini illustrati, la cui raccolta è infine defluita, in buona parte, alla Biblioteca Colombina di Siviglia. Il nostro opuscolo aveva tutte le caratteristiche per attirare la sensibilità del Colón, ma l’incontro, evidentemente, non avvenne. La salvezza dell’incunabolo bresciano sarebbe passata quattro secoli più tardi per le mani di altri due personaggi, il raffinato filologo Francesco Novati e l’antiquario di origini partenopee Tammaro De Marinis. Novati, in un breve entusiastico contributo apparso nel 1900 sulle pagine dell’«Ar- giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano chivio Storico Lombardo», diede per primo notizia di una narrazione sulla calata di Carlo VIII in Italia «messa a stampa sul cadere del secolo XV in Brescia», avvertendo dovesse trattarsi di edizione «d’una rarità eccezionale, dacchè niun bibliografo ne ha fatto sinora parola».3 Propenso ad attribuirne la paternità a Matteo più che a Evangelista Fossa,4 Novati ne forniva una descrizione accurata, sulla scorta di un esemplare (con legatura da codice manoscritto di riuso) allora di proprietà del bibliofilo bergamasco Paolo Gaffuri, direttore dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche.5 Nel 1925 La venuta del re di Franza in Italia fa la sua prima comparsa ufficiale sul mercato antiquario, affacciandosi al numero 105 del delizioso catalogo Anciens livres à figures italiens allestito da De Marinis. In realtà De Marinis, compilandone una sintetica scheda descrittiva in cui ipotizzava una datazione circa 1499, non poteva immaginare che quella plaquette avrebbe di lì a poco fatto perdere definitivamente le tracce. Tutte le citazioni bibliografiche posteriori (nell’ordine, il Gesamtkatalog der Wiegendrucke, Max Sander, i due censimenti delle edizioni bresciane quattro-cinquecentesche allestiti nel 1986 da Ennio Sandal e Paolo Veneziani, il repertorio bibliografico tematico Guerre in ottava rima del 1989 fino al repertorio bibliografico on line delle edizioni quattrocentesche ISTC) riportano in calce la sigla De Marinis 1925, confessando perciò di essere debitori del catalogo Anciens livres à figures italiens cui fino a qualche anno fa rimandava l’ultima segnalazione di prima mano de La venuta del re di Francia. Va peraltro detto che ISTC ignora ancora inspiegabilmente le ultime vicende, anche bibliografiche, e la scheda (ISTC f00276400), come si vede, richiede un deciso aggiornamento: «De Marinis, Livres à figures, 105; Sander 2912; G. Petrella, Uomini, torchi e libri nel Rinascimento (Udine, 2007) pp. 21-33; Sotheby’s (London) 4/12/02, lot 41; GW 10232». Occorre infine precisare che in quell’occasione De Marinis, forse con sensibilità di antiquario piuttosto che di bibliografo, aveva 25 Nella pagina accanto: La venuta del re di Franza in Italia e la rotta, Brescia, B. Farfengo, [post 6 luglio 1495-1500], silografia alla c. 2r. Sopra dall’alto: La venuta del re di Franza in Italia e la rotta, Brescia, B. Farfengo, [post 6 luglio 1495-1500], silografia alla c. 3r; La venuta del re di Franza in Italia e la rotta, Brescia, B. Farfengo, [post 6 luglio 1495-1500], silografia alla c. 4r 26 La venuta del re di Franza in Italia e la rotta, Brescia, B. Farfengo, [post 6 luglio 1495-1500], c. 1r generosamente offerto anche due invoglianti riproduzioni: rispettivamente l’incipit del testo accompagnato da una bella silografia (c.1r) e il pregevolissimo legno a piena pagina che suggella la stampa (c.4v). Nella scheda descrittiva segnalava infine la presenza a testo di ulteriore materiale iconografico, pur senza nulla aggiungere a riguardo. Che la copia posseduta da Tammaro De Marinis fosse effettivamente quella già del Gaffuri vista da Novati è probabile, anche per le difficoltà economiche cui il Gaffuri andò incontro, ma non dimostrabile con assoluta certezza. Negli stessi anni doveva però esistere almeno un fratello dell’esemplare visto da Novati e offerto da De Marinis. Una seconda copia era all’epoca in Germania (colà finito certamente per vie collezionistiche) presso la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco. Lo attesta la registrazione in un catalogo del 1933 delle Stampe la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 popolari italiane della Bayerische Staatsbibliothek. La copia, già peraltro mutila delle carte interne (π2-π3) andò poi malauguratamente distrutta nel corso della Seconda Guerra Mondiale.6 Malauguratamente da un punto di vista bibliografico, non certo da quello collezionistico. A questo punto l’esemplare De Marinis rimaneva infatti l’unico erede e non c’è nulla di meglio che poter esibire l’etichetta ‘unique copy’. Ma che fine aveva fatto, nel frattempo, quell’esemplare rimasto sul suolo italiano? Stranamente la copia De Marinis non passò, come le altre tre edizioni quattrocentesche stampate da Farfengo registrate nello stesso catalogo del 1925 e un’infinità di altri libri di pregio, alla superba collezione appartenuta al conte Vittorio Cini (1885-1977), che del De Marinis era fedelissimo cliente. Altrimenti anche La Venuta sarebbe riemersa presso la Biblioteca della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, dove quella collezione privata ha infine trovato sicura e definitiva sistemazione.7 È altrettanto curioso che non figuri neppure fra i libri della cessata libreria De Marinis, andati all’incanto in tre distinte vendite tra il 1925 e il 1926.8 Da quel momento la Venuta del re di Franza è rimasta irreperibile per un’ottantina d’anni fino a un’inaspettata quanto fugace comparsa fra i titoli proposti dall’antiquario parigino Pierre Berès nel suo Catalogue 91 (Poésie ancienne. Suite, Paris, 2000, n. 133) per poi ricomparire, a distanza di due anni, nell’asta londinese di Sotheby’s del 4 dicembre 2002.9 Battuta come lotto 41, la plaquette rimase in quell’occasione invenduta, tornando cosi nuovamente a eclissarsi, probabilmente fra le pieghe della Bibliotheque Berès, nel frattempo andata all’incanto.10 L’anziano Berès scomparve infatti nel luglio 2008 e de La venuta non v’è traccia nei cataloghi di vendita della sua collezione. A questo punto, come nella migliore tradizione carsica, improvvisamente l’incunabolo torna a riaffiorare in superficie. Nella tarda estate del 2010 è nuovamente in Italia. Silenziosissimo fa capolino (lotto n. 20) nell’esile elenco presentato dalla Libreria mila- giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano nese Il Polifilo alla XXIII Mostra Internazionale del Libro antico e moderno di pregio svoltasi a Bologna da 24-26 settembre 2010. Qualche mese più tardi lo intercetta Giansandro Cattaneo della Libreria Chartaphilus di Milano, autentico rabdomante di questo genere di pubblicazioni, che ne intuisce l’importanza e ha il coraggio di ricondurlo a lidi più sicuri. Non c’è da stupirsi: La venuta del re di Franza risponde pienamente alla tipologia libraria che Chartaphilus rastrella da anni con gusto e indiscusse capacità bibliografiche. Nella primavera dell’anno successivo la deliziosa plaquette è ufficialmente presentata alla XXII Mostra del Libro Antico di Milano (organizzata dalla Biblioteca di via Senato e da Publitalia ’80, e tenutasi dall’11 al 13 marzo 2011). In quell’occasione e nei mesi successivi la Soprintendenza non seppe andare oltre l’immancabile notifica di rito; nessuna biblioteca, complice la cronica stucchevole cantilena della mancanza di fondi, poté o seppe farsi avanti, nonostante l’incunabolo meritasse di trovare definitiva collocazione ‘a uso pubblico’ alla Queriniana di Brescia (tornando dunque nella città di origine che custodisce un cospicuo corpus di edizioni uscite dai torchi di Battista Farfengo) o presso istituzioni che conservano analogo materiale cavalleresco (alludo alla Braidense o alla Trivulziana di Milano, o alla Cini di Venezia). Il fascino dell’incunabolo (a mio giudizio il libro più intrigante passato sul mercato negli ultimi decenni, di cui diedi tempestiva notizia dalle pagine della Domenica del Sole24ore),11 non poteva lasciare a lungo indifferenti i palati più fini. Pertanto, un paio d’anni dopo, era nuovamente in mani private, con buona pace degli italianisti che ancora per chissà quanto non avranno la possibilità di studiare uno dei più vivaci e coloriti cantari celebranti la battaglia di Fornovo. Ovviamente chi scrive ne ha fatto, all’epoca, una tempestiva trascrizione di cui si offrono qui un paio di ottave in cui l’anonimo canterino sbeffeggia, con malcelati doppi sensi, l’occupazione francese del regno di Napoli e un’ottava tratta dallo scontro finale a Fornovo: 27 Napolitani gli donan la terra credendo ritrovar lana francesca,12 onde gli galli comincion far guerra balando con le donne a la moresca13 a lanza e scudo in letto in su per terra di suso in zoso se chiama tal tresca; se cavalcava sol con un sperone stava la barca drita col temone.14 Credi che se potevan ben parare le mosche da la longa con tal code napolitano o che volesti fare con tradimenti agumentar tua lode? Un altro tema te convien imparare fata in franceso con mirabel prodo o quante donne si trovan contente beccando15 spesso de sì dolce spente.16 Salta a cavallo e prese la sua lanza l’almeto in testa e la sua spada a lato e corse incontra al cavalier di Franza passogli el petto e’l fianco e lo costato el gal cascan lo fece un ballo e danza ponendo el culo sopra el verde prato e disse el Mantuan che non se perde gli can te mangeran con salsa verde. A distanza di oltre un secolo si può riprendere il filo del discorso, a suo tempo solo avviato da Novati e De Marinis, nonché studiare da vicino un piccolo gioiello dell’editoria rinascimentale, frutto di squisita sensibilità estetica e tipografica. Avaro di informazioni sulla propria storia anteriore al Novecento (dove è rimasto sepolto per circa quattro secoli?), l’esemplare (ora Milano, collezione privata) presenta legatura novecentesca in marocchino nocciola, con unghiatura dorata, filettatura perimetrale ai piatti in oro, titulus al dorso («La venuta del re di Franza in Italia – Bressa sec. XV»), risguardi in carta marmorizzata e fogli di guardia moderni. Qualora si tratti (come è probabilissimo) della copia già appartenuta a Paolo Gaffuri all’epo- 28 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Sopra da sinistra: Albertus Magnus, Liber aggregationis; De mirabilibus mundi (it.), Brescia, B. Farfengo, 19 dicembre 1494, silografia a c. 1r; La legenda de sancti Faustino e Giovita, Brescia, B. Farfengo, 1490, silografia dei due santi patroni alla c. 1r ca con legatura da manoscritto membranaceo di riuso descritta da Novati, è allora evidente che la vecchia (forse originale?) coperta pergamenacea sia stata sostituita in occasione del passaggio a De Marinis o al successivo possessore con una più raffinata legatura à la page. Nonostante l’assenza dell’esplicito ex libris cartaceo al risguardo anteriore, un appunto a matita al primo foglio di guardia conferma che fu venduto da De Marinis a un anonimo collezionista italiano nel dicembre 1951: «Acq. da De Marinis XII-51. £ 200.000». La nota d’acquisto confessa infine che De Marinis trattenne dunque privatamente la plaquette sino al 1951, ben oltre la cessazione ufficiale della sua attività di antiquario. Veniamo ora al libro, il cui fascino risiede so- prattutto nell’esuberante corredo iconografico. È lecito supporre che il Principe d’Essling e Fairfax Murray, autentici rivali a inizio Novecento nel contendersi le edizioni italiane illustrate del Rinascimento, avrebbero fatto follie pur di averlo. Già Novati e De Marinis si erano accorti che Battista Farfengo, per ragioni solo parzialmente intuibili, aveva qui fatto ricorso all’arma dell’illustrazione libraria assai più generosamente che in altre stampe da lui licenziate, concentrando in quattro carte ben cinque vignette silografiche, l’ultima delle quali addirittura a piena pagina. È evidente che la presenza di un tale corpus illustrativo rendesse finora ancora più grave la perdita dell’unico esemplare sopravvissuto. L’impressione è che il ciclo illustrativo de La venuta del re di Franza, forse alme- giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano no in parte allestito per l’occasione, fu impiegato e disposto con squisita attenzione, al fine di offrire un prodotto dalla calibratissima mise en page. L’impiego di un così alto numero di silografie contribuisce in primo luogo a movimentare la narrazione tipografica, rompendo la staticità della disposizione testuale di 5 ottave per colonna. La silografia alla prima carta (mm 67 x 102), chiusa da un doppio filetto perimetrale e collocata, secondo una consuetudine piuttosto diffusa nell’illustrazione libraria quattrocentesca, fra l’occhietto che tramanda il titolo completo del poemetto («La uenuta del re di Franza in Italia e la rotta») e l’incipit del testo, riproduce un soggetto destinato a larga fortuna, non solo in edizioni cavalleresche: un re coronato, assiso in trono, assistito da una folta schiera di guerrieri e consiglieri. Non più impiegata dal Farfengo, né tantomeno in posteriori edizioni bresciane (o almeno in nessuna di quelle sopravvissute), la silografia trovò invece uno stuolo di ammiratori nel circuito della tipografia milanese che sembra averne particolarmente apprezzato non solo il tema, ma anche la vivacità della scena, tanto da commissionarne un rifacimento speculare per almeno tre edizioni cavalleresche impresse a distanza di una quindicina d’anni (rispettivamente 1511, 1512 e 1513).17 Una copia speculare (mm 65 x 95) che, pur con alcune palesi differenze, si mantiene piuttosto vicina all’originale persino in alcuni particolari minuti (predella del trono con piccolo avancorpo curvilineo, ricco collare del re con fermaglio circolare pendente, mano del re portata alla cintura, guerriero con corta lancia in mano e uno in primo piano che si appoggia alla spada), è nella bottega di Giovann’Angelo Scinzenzeler, il quale ne fa uso all’incipit (c. a2r) dell’Altobello historiato edito nel 1511,18 per poi reimpiegarla nel Danese del 1513.19 Alla seconda colonna di c.2r Farfengo introduce una silografia equilibrata che bene si inserisce nello spazio di due ottave (mm 62 x 54) senza troppo alterare la mise en page. Il soggetto è attinente al testo narrato e riproduce, con buona 29 Campora Jacopo, Dell’immortalità dell’anima, Brescia, B. Farfengo, 3 marzo 1498, silografia a c. 1r resa dei movimenti, l’attimo in cui un cavaliere disarciona l’avversario mandandone in frantumi la lancia. La scena, solo intuibile dalla descrizione per certi versi fuorviante fattane a suo tempo da Novati («due cavalieri che, dopo aver spezzate le lancie, posta mano alla spada, sono in atto di ferirsi»),20 è inquadrata in uno spazio chiaramente diviso fra il terreno bianco in primo piano che si apre in profonde fenditure e, sullo sfondo, il cielo nero attraversato da caratteristiche nuvolette rigonfie o lanceolate. La silografia successiva (c.4r), anch’essa finora inedita nella produzione dell’officina Farfengo, raffigura un drappello di sei cavalieri (disposti circolarmente attorno al cavaliere in primo piano che rappresenta l’asse centrale della composizione) con armatura, visiera calata e lance 30 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 in resta, accompagnati da due servitori a piedi che provvedono ai cavalli. Novati, pur omettendo ogni accenno all’impostazione grafica della pagina, ne aveva data una descrizione qui sostanzialmente dettagliata e veritiera: «molti guerrieri armati di tutto punto, assistiti dai loro paggi, paiono accingersi a partire per varie direzioni dopo una sosta».21 Infine, al verso dell’ultima carta, al lettore era offerta una silografia a piena pagina di grande pregio. Forse in origine sciolta, ossia destinata al commercio di singole illustrazioni di argomento profano, racchiusa da un’elegante bordura a fondo nero a motivi geometrici correnti, raffigura due cavalieri a capo scoperto e coronati, reggenti due vessilli crocesignati mossi dal vento. È altrettanto evidente, e forse voluta, una certa contrapposizione di età fra i due personaggi. La figura di destra, palesemente più giovane, rivela una certa delicatezza e quasi un intenerimento nei lineamenti, NOTE 1 GIANCARLO PETRELLA, Fra testo e immagine. Stampe popolari del Rinascimento in una miscellanea ottocentesca, presentazione di Dennis E. Rhodes, Udine, Forum, 2009, p. 9. 2 Su Battista Farfengo, in attesa di una più ampia monografia, che conterrà anche gli annali, cui sto attendendo da oltre dieci anni, si veda il contributo Battista Farfengo e l’illustrazione libraria a Brescia nel Quattrocento, in GIANCARLO PETRELLA, Uomini, torchi e libri nel Rinascimento, presentazione di Luigi Balsamo, Udine, Forum, 2007, pp. 19-105; GIANCARLO PETRELLA, Questioni aperte di incunabolistica. La venuta del re di Franza, La guerra del Moro e alcuni incunaboli perduti o riattribuiti, «La Bibliofilia», CXIII, 2011, pp. 117154. 3 mentre la maggiore età del cavaliere di sinistra è resa evidente dalla severità dello sguardo e la folta barba che ne incornicia il viso. Indizi di un’ulteriore caratterizzazione distintiva paiono il collare che scende sul petto e la corona con dettagli realistici di fattura. Chi siano poi realmente i due personaggi rappresentati è questione a lungo discussa che vale la pena qui riprendere. Francesco Novati, il primo a descrivere la silografia, non sembra avere alcuna perplessità interpretativa: sebbene impiegata in un poemetto di materia profana, l’incisione raffigura i santi patroni della città Faustino e Giovita (ma lo stendardo con la croce è attributo un po’ generico comune a molti altri) e va messa in relazione con la silografia in apertura de La legenda de sancti Faustino e Giovita impressa dallo stesso Farfengo nel 1490, almeno quindi cinque anni prima de La venuta del re di Franza.22 Altrettanta sicurezza ostenta De Marinis nel 1925 nel sostenere FRANCESCO NOVATI, D’un ignoto poemetto del Fossa sulla calata di Carlo VIII in Italia, «Archivio Storico Lombardo», s. 3, XIII, 1900, pp. 126-136. 4 Il poemetto è conteso tra due esponenti della famiglia cremonese dei Fossa attivi negli stessi anni tra la metà del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento: Evangelista, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, e Matteo Fossa, poeta attivo alla corte degli Sforza. Propendono ormai ad attribuirlo a Evangelista Fossa, già autore del poemetto in versi maccheronici Virgiliana e del poemetto cavalleresco Il libro de lo innamoramento di Galvano, MARIA L. LIPPI, Evangelista Fossa. Note biografiche e problemi attributivi, «Lettere Italiane», XXXIV, 1982, pp. 55-73: 71-72; C. SCARPA in Dizionario Biografico degli Italiani, XLIX, Roma, Istituto dell’Enciclo- pedia italiana, 1997, pp. 476-478. Non risolve invece l’attribuzione fra i due Fossa NEIL HARRIS, L’avventura editoriale dell’«Orlando innamorato», in I libri di «Orlando innamorato», Modena, Panini, 1987, pp. 35-100: 57-58. 5 Sul personaggio si rinvia a Emporium e l’Istituto Italiano d’Arti Grafiche 1895-1915, a cura di G. Mirandola, Bergamo, Nuovo Istituto d’Arti Grafiche, 1985. Di lì a poco Novati avrebbe reso noti altri due poemetti di argomento affine posseduti ancora dall’amico Gaffuri (FRANCESCO NOVATI, Poemetti volgari ignoti sulla calata di Carlo VIII in Italia, «Archivio Storico Lombardo», s. 3, XV, 1901, pp. 421423). 6 Da MAX SIMHART, Stampe popolari italiane del secolo XVI nella Biblioteca Bavarese di Stato, «La Bibliofilia», XXXV, giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano la tesi opposta, ossia che si tratti di soggetto profano e che i due cavalieri raffigurati siano due capi delle truppe della Lega antifrancese. La tesi sarà ripetuta senza alcuna discussione anche nel repertorio allestito da Max Sander e poi da Samek Ludovici al quale, più che l’identificazione, premerà cogliere «l’ascendenza latamente mantegnesca» dell’intaglio.23 Dal versante della storiografia bresciana, Giorgio Nicodemi in un articolo del 1925 e Carlo Pasero nel suo contributo all’illustrazione libraria bresciana del 1928 riaccostano invece la silografia alle rappresentazioni popolari e artistiche coeve o primo cinquecentesche che raffigurano i santi Faustino e Giovita non più nelle vesti sacerdotali ma in quelle di cavalieri.24 Identificando i due cavalieri con i patroni della città, si avvalorerebbe perciò l’ipotesi che anche in questa circostanza sia stata impiegata, come in altre edizioni, una silografia sciolta, forse già presente in 1933, pp. 129-149: 145 apprendiamo soltanto che l’incunabolo (all’epoca già mutilo del mezzo foglio tipografico interno) aveva segnatura 4° P. o .it. 383/20 e faceva parte di una miscellanea contenente 38 edizioni popolari italiane dal Quattro al Settecento andata distrutta in seguito ai bombardamenti sulla città del marzo 1943. 7 La Fondazione Giorgio Cini. Cinquant’anni di storia, a cura di Ulrico Agnati, Milano, Electa, 2001; DENNIS E. RHODES, Catalogo del fondo librario antico della Fondazione Giorgio Cini, Firenze, Olschki, 2011. 8 Vendita all’asta della preziosa collezione proveniente dalla cessata libreria De Marinis, 3 voll., Milano, U. Hoepli, 1925-1926. Le altre tre edizioni Farfengo registrate nel catalogo del 1925 (Fiore di 31 bottega o recuperata sul mercato dei fogli volanti e delle immagini popolari, il cui soggetto, non così dichiaratamente religioso, poteva benissimo essere riciclato per l’occasione e adattarsi anche a un poemetto in ottave di argomento storico. Né può escludersi l’ipotesi che invece il legno, indipendentemente dal fatto che raffiguri due personaggi storici e non invece due anonimi cavalieri, sia stato inciso per questa edizione. Rovesciando il punto di vista e provando ora a riflettere sulla ricezione del poemetto, è necessario domandarsi se i lettori coevi apprezzassero nella silografia un affascinante quanto generico tema cavalleresco, o riconoscessero invece senza remore nella coppia coronata due personaggi storici della Lega antifrancese. Una stessa silografia poteva prestarsi a letture e interpretazioni differenti, al di là delle intenzioni del tipografo che ne assicurava la circolazione su più ampia scala. Se infatti il pubblico locale, cui era ri- virtù 1491, Ovidio, Eroidi 1491 e Presa di Granata s.n.t.) si conservano alla Biblioteca della Fondazione Giorgio Cini con le segnature rispettivamente Cini 921, 919, 966. Su Tammaro De Marinis (1878-1969) si veda FRANCA PETRUCCI NARDELLI, Tammaro De Marinis, in Collezionismo, restauro e antiquariato librario, a cura di Maria Cristina Misiti, Milano, S. Bonnard, 2002, pp. 77-105, con ampia bibliografia pregressa, cui si aggiunga il più recente MASSIMO GATTA, «Noi cominciammo per diletto». Il filosofo e il libraio antiquario, tra stampatori e antichi volumi, in BENEDETTO CROCE, Stampatori e librai in Napoli nella prima metà del Settecento, a cura di Massimo Gatta, Macerata, Biblohaus, 2010, pp. 79-140. 9 L’asta si svolse nella sede londinese di New Bond Street il 4 dicembre 2002. Il poemetto impresso dal Farfengo era il lotto 41, uno dei pochi rimasti invenduti (Continental Books and Manuscripts, London, Sotheby’s, 2002, p. 40: «unique copy from the collection of Tammaro De Marinis»). 10 Bibliothèque Pierre Berès. 80 ans de passion, Paris, Pierre Berge & Associes, 2005-2007. 11 GIANCARLO PETRELLA, Il raro incunabolo ritrovato, «Il Sole24ore», 25 settembre 2011, p. 31. 12 Stoffe pregiate, per traslato ottenere vantaggi. 13 Danza sfrenata con evidente allusione sessuale. 14 Allusioni oscene alle violenze perpetrate dai Francesi alle donne del Regno di Napoli. 15 Ottenendo, ma con allusione alle galline citate più sopra. 32 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Historia de Apollonio de Tiro, Milano, P. Martire Mantegazza per fratelli Da Legnano, 15 novembre 1506, silografia a c. 1r ispirata alla silografia bresciana del re in trono volto in prima battuta il prodotto, poteva assecondare l’identificazione, suggerita o meno dal Farfengo, dei due cavalieri con i santi patroni che secondo la tradizione locale erano apparsi sugli spalti del Roverotto il 13 dicembre del 1438 liberando la città dalle truppe assedianti del Piccinino,25 lontano da Brescia la silografia perdeva i suoi connotati municipalistici, tornando a suggerire una generica interpretazione cavalleresca o piuttosto una chiara allusione agli uomini d’arme che presero parte alla battaglia di Fornovo. Di certo quello che è oggi un raffinatissimo pezzo per bibliofili, in origine era pressappoco un instant book di facile smercio (e non troppo costo), stampato in pochi giorni di lavoro per un pubblico di artigiani, mercanti e popolani. L’arma dell’illustrazione veniva incontro a chi fosse poco pratico del volgare e seguisse piuttosto il cantare letto da altri. 16 Colpi, ancora con chiara allusione sessuale. 17 L’origine bresciana della silografia del re in trono che circola a Milano a inizio Cinquecento era ignota sia a LUIGI BALSAMO, Giovann’Angelo Scinzenzeler tipografo in Milano (1500-1526), Firenze, Sansoni Antiquariato, 1959, nn. 92, 109, sia soprattutto a SERGIO SAMEK LUDOVICI, Illustrazione del libro e incisione in Lombardia nel Quattrocento e Cinquecento, Modena, Artioli, 1960, p. 38 nota 17. 18 Altobello historiato. Libro delle battaglie deli baroni di Franza, Milano, G. A. Scinzenzeler, 16 luglio 1511 (L. BALSAMO, Giovann’Angelo Scinzenzeler, n. 92 registra un unico esemplare presso la British Library; EDIT16 on line CNCE 70318 non registra alcun esemplare in biblioteche pubbliche italiane). 19 Libro de le bataie del Danese, Milano, G. A. Scinzenzeler, 12 maggio 1513 (L. BALSAMO, Giovann’Angelo Scinzenzeler, n. 109 registra due soli esemplari presso la Biblioteca Braidense di Milano e la British Library di Londra; EDIT16 on line CNCE 49802). 20 F. NOVATI, D’un ignoto poemetto, p. 128. 21 F. NOVATI, D’un ignoto poemetto, p. 127. 22 F. NOVATI, D’un ignoto poemetto, p. 127 nota 3. 23 T. DE MARINIS, Anciens livres, p. 44; SANDER n. 2912; S. SAMEK LUDOVICI, Illustrazione del libro, p. 43. 24 GIORGIO NICODEMI, La iconografia dei santi Faustino e Giovita, «Arte Cristiana», XIII, 1925, 2, pp. 41-55; CARLO PASERO, Le xilografie dei libri bresciani dal 1483 alla seconda metà del XVI secolo, Brescia, Scuola tipografica Istituto figli di Maria Immacolata, 1928, p. 176. 25 ENNIO FERRAGLIO, La città ed i patroni: Brescia ed un miracolo controverso, in Florentissima proles ecclesiae. Miscellanea hagiographica, historica et liturgica Reginaldo Grégoire oblata, a cura di D. Gobbi, Trento, Civis, 1996, pp. 241-267. giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 33 inSEDICESIMO L E M O S T R E – L O S C A F FA L E – N O V I T À E D I T O R I A L I LA MOSTRA/1 CANDIDO E CONSAPEVOLE Henri Rousseau a Venezia a cura di luca pietro nicoletti l successo, soprattutto postumo, di Henri-Julien-Félix Rousseau (18441910) si fonda su un’immagine naif: per tutta la vita desideroso di consensi ufficiali, egli si trova, forse suo malgrado, a diventare un punto di riferimento per le avanguardie storiche, che vedono in lui un esempio di purezza primitiva, il ritorno a un’autenticità espressiva spogliata di retoriche e sentimentalismi ottocenteschi. Non per nulla Picasso, prima ancora di organizzare una festa in suo onore, acquista un quadro del “Douanier”, mentre Guillaume Apollinaire lo canta come un maestro. Tanti pittori, da Carrà a Morandi, I guarderanno a lui e sulla sua lezione ricostruiranno una grammatica del visivo, a partire da quando Ardengo Soffici, il suo primo e più acceso sostenitore in Italia, ne acquisterà una tela di natura morta nel 1910. Proprio in quegli anni, infatti, Soffici scriverà delle pagine bellissime su quella pittura «più ingenua, più candida, più virginale». Egli ipotizzava anzi una «stramba galleria di opere d’arte» fatta di «teloni da saltimbanchi, vecchi parafuoco, insegne di latterie, di alberghi, di barbieri […]; tabernacoli di villaggio, ex voto, ballerine e soldati da baracconi di fiera, nature morte sopra gli usci, affreschi di salotti d’osterie campagnole» in cui anche un «cartellone di cocomeraio», espressione destinata a grande fortuna nella pittura italiana degli anni Dieci, avrebbe assunto un valore inestimabile. Soffici lo collocava su questo sfondo, sebbene «ciò che differenzia Henri Rousseau dai suoi fratelli popolari –dei quali ha tuttavia i mezzi d’espressione e la mancanza di facondia pittorica- è la sua tendenza verso il fantastico, e specialmente la sua passione quasi nostalgica per gli spettacoli e la vita di paesi esotici […] che si sfoga in composizioni numerose, immense, dove il grottesco si sposa al tenero, l’assurdo al magnifico, e l’assoluto bislacco all’innegabile bello e poetico». Lo scarto, insomma, è sul piano dell’invenzione fantastica, che permette Sopra: Henri Rousseau, Le Navire dans la tempête/ Transatlantico in tempesta, 1899 ca. Parigi, Musée de l'Orangerie, Collection J. Walter- P. Guillaume, © RMN-Grand Palais (Musée de l’Orangerie)/Franck Raux. A sinistra: Henri Rousseau, La Guerre dit aussi La chevauchée de la Discorde/ La Guerra detta anche La cavalcata della Discordia, 1894 ca., Parigi, Musée d'Orsay, © RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay)/Tony Querrec 34 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 35 A destra: Henri Rousseau, La Charmeuse de serpents / L’Incantatrice di serpenti, 1907, Parigi, Musée d'Orsay, © RMN-Grand Palais (Musée d’Orsay)/Hervé Lewandowski. Sotto: Frida Kahlo (Coyoacàn, Città del Messico, 1907-1954), Retrato de una dama en blanco/ Ritratto di donna in bianco, 1929, Berlino, Collezione privata, ©Banco de México Diego Rivera Frida Kahlo Museums Trust, Mexico, D.F. by SIAE 2015. Nella pagina accanto: Henri Rousseau, Moi-même, portrait-paysage/Io: ritratto-paesaggio. 1889-1890, Praga, Národní galerie, acquisto dello Stato Cecoslovacco nel 1923 © White Images/Scala, Firenze al Doganiere di cimentarsi con temi esotici, di raccontare con la pittura terre che non ha visitato e atmosfere che non ha vissuto, con l’aria di un Oriente trasognato e onirico per come lo può immaginare l’Occidente: «egli vive in un mondo strano, fantastico e reale ad un tempo: […] si compiace nella dovizia lussureggiante delle verdure, dei frutti e dei fiori, nella compagnia immaginaria d’animali, di belve e d’uccelli; come lui passa la vita nel lavoro ignorato, raccolto e paziente, salutato da risa e da scherni ogni volta esce dalla sua solitudine per mostrare al mondo il frutto delle sue fatiche». In tal senso, in effetti, Rousseau lancia un sasso oltre l’avanguardia, e si posiziona in un altro mondo, assai utile per aprire una nuova via alla pittura. In questa luce, infatti, l’opera del Doganiere appare autonoma rispetto al diagramma della modernità, come se procedesse su un binario autonomo, in dialogo con fonti visive di larga circolazione più che con modelli aulici: c’è il mondo “senza tempo” degli exvoto e della cultura popolare ricordata da Soffici, ci sono le visite ai giardini botanici e, senza dubbio, la consultazione di quei grandi volumi illustrati con incisioni e disegni di piante e fiori d’oltreoceano, ma c’è anche in lui una consapevolezza e un’astuzia tipici di un artista avvezzo al clima, agli usi e alle strategie delle grandi esposizioni, che poco hanno a che fare con il santino del pittore povero di mezzi ma di doti geniali. Nel suo studiato candore, Rousseau è tutt’altro che ingenuo e inconsapevole, anzi è un pittore con dei precisi obbiettivi. Ne è una prova la pittura stessa, con una conduzione del quadro controllatissima e di tenuta qualitativa costante sul piccolo quanto sul grande formato, e con tutte le ambizioni di visibilità e programmaticità che si accompagnano, nella modernità, alle opere di notevoli dimensioni. Questo non lo spaventa affatto, come non lo preoccupa cimentarsi con composizioni impegnative per numero di personaggi e retorica iconografica. Credo ci sia anche una certa consapevolezza nel ricorso a certi formati storicamente codificati, come nel caso di un piccolo quadro lungo e stretto dedicato alla Rivoluzione Francese come La 36 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Vassily Kandinsky (Mosca, 1866-Neully-sur- Seine, Parigi, 1944), Schwarzer Fleck I / Macchia nera I, 1912, San Pietroburgo, The State Russian Museum, © Mondadori Portfolio/AKG Images carmagnole del 1893, giocato su accordi di verde, bianco e rosso garrulo e brillante, che fa pensare a una predella o, meglio ancora, a un dipinto da cassone: lo spirito, l’animazione per piccole figure che diventano macchie di colore, il controllo della pittura come se fosse una sgargiante miniatura, fa quasi pensare che voglia “fare il verso” a generi e a forme della narrazione tramandate dalla storia dell’arte. Oppure, in certi paesaggi, egli fa un uso consapevole, credo, dei registri della pittura di paesaggio, ma volti quasi in caricatura quando i cieli atmosferici, persino carichi di nubi, vengono congelati in una formula cristallina. Dal punto di vista strettamente pittorico, Rousseau è sempre tecnicamente diligente: sfuma il colore scurendo o schiarendo la tinta, raggiungendo un effetto di nitidezza quasi artificioso, se non addirittura araldico, di certo straniante. Spesso stacca le forme con un contorno chiaro di finitura che marca un controluce netto, come si vede bene ne L’incantatrice di serpenti del 1907, dall’ombra scura della donna che suona al lungo boa che si confonde nella vegetazione, alle acque ferme del fiume tradotte in linee di colore spesso, un po’ sgranato sulla tela. Sono tele che procedono per accumulo e reiterazione di elementi, con una giustapposizione di figure tutte allo stesso livello di nitidezza, ritagliate e appiattite fra primo piano e sfondo HENRI ROUSSEAU. IL CANDORE ARCAICO A cura di Laurence des Cars e Claire Bernardi VENEZIA, PALAZZO DUCALE 6 marzo – 5 luglio 2015 reciprocamente interferenti, come se mancasse un illusorio spazio di atmosfera: il passo successivo, come ha fatto notare Flavio Fergonzi, sarebbe stato fatto dalle avanguardie nella direzione del collage, specie nella sua lettura come campitura piatta che ne diede Clement Greenberg (e dell’uso che di Rousseau farà Giulio Paolini nel suo Autoritratto del 1968). La scelta di fondo operata da Rousseau, alla fine, è di un’accentuata iconicità, che cattura l’attenzione con la sua esattezza e politezza di superficie senza lasciarsi distrarre dal tocco di pennello o dal desiderio di trovare traccia, nel quadro, della mano del pittore. Al contrario, egli escogita una pittura di immagine, capace di imporsi sulla parete con la sua apparente semplicità e con una pregnante scelta iconografica anche quando lavora sulla moltiplicazione degli elementi e la saturazione della composizione (o forse proprio per quello). Non è di poco conto, in questo senso, osservare che la sua è una pittura che regge senza traumi la riproduzione fotografica, a colori quanto in bianco e nero, in un modo impossibile a molta parte della pittura d’avanguardia, tutta concentrata su effetti retinici di rapporti fra luce e colore. Non si fatica a immaginare che al Salon d’Automne del 1905, quando espone nella stessa sala di Matisse, Derain e Vlamink, guadagnando al gruppo l’appellativo di “fauves”, il suo quadro, per via di queste accortezze di natura cartellonistica, ma portate a un alto livello di sofisticazione, non passasse inosservato, o colpisse l’attenzione più degli altri. 38 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 LA MOSTRA/2 VITO VACCARO A LAINATE Fra Otto e Novecento n una piccola tavola del 1940, Vito Vaccaro (Palermo1887Milano 1960), ha raffigurato un’adolescente intenta nella lettura. La sua figura occupa quasi tutto lo spazio della composizione. Sta sfogliando un grande album illustrato (o un periodico?) dalla rilegatura morbida, seduta su una pedana trapezoidale. Si direbbe che è arrivata da poco, perché tiene ancora indosso la giacca rossa, accanto a se ha poggiato una borsa, come se fosse in un momento di pausa, o di svago, o in attesa, seppure assorta nella lettura, che accada qualcosa. Vaccaro ha optato, in questa scena, per una ripresa leggermente dall’alto: il riguardante è già entrato, virtualmente, nello spazio della ragazza, è in piedi davanti a lei ma non l’ha distolta dalle sue letture. Si direbbe anzi che sia a una distanza sufficiente per vederla dalla testa ai piedi: la distanza di una persona che, dal proprio cavalletto, sta ritraendo ciò che a di fronte. Ci si rende conto, infatti, che Vaccaro è di quei pittori che non possono dipingere nei loro quadri qualcosa che non hanno di fronte nel momento in cui impostano la loro composizione, come se la pittura fosse un atto di fedeltà al vero che non accetta compromessi. Quando dipinge una natura morta, quindi, si deve pensare che si tratti di fiori o di frutti che ha composto I ordinatamente davanti a sé per farne un dipinto, così come i paesaggi sono una cronaca affidabile del dato reale, seppur tradotto con il tocco effusivo e spesso franto di una pittura di affetti e di sentimenti soffusi. Bisogna distogliere un attimo l’attenzione dalla figura in primo piano e porre attenzione allo sfondo: quella che a uno sguardo distratto poteva sembrare una porta o lo stipite di un arco, osservando bene ci si accorgerà che era invece una grande tela rivoltata verso la parete che mostra ben in evidenza il telaio, a cui è accostata una tela più piccola, anche questa rivolta verso la parete. Sono segni inequivocabili che il dipinto raffigura un interno dello studio, secondo un’abitudine molto in voga già nella pittura fra le due guerre, e che aveva già precedenti ottocenteschi: non c’era una ragione narrativa, a ben vedere, per rappresentare nell’economia del quadro le tele sullo sfondo. Se Vaccaro le ha rappresentate vuol dire che era importante, per lui, dire che quella scena si svolgeva in quello spazio preciso, pur senza indugiare in una descrizione dell’interno. Non si discosta da questo principio nemmeno quando cerca di dissimulare quello spazio, ma al contempo dipinge gli espedienti che gli consentono di celare quella pittoresca confusione descritta dalla figlia Gioietta. In una bella tela di nudo del 1949, infatti, è evidente che dietro la modella, stancamente poggiata con un braccio allo schienale della sedia, Vaccaro ha steso un tendaggio come sfondo, ma poi lo ha raffigurato con tutte le sue pieghe e panneggiature anziché semplificato in un’unica campitura indistinta. Rispetto ad altre “accademie” di nudo dipinte negli stessi anni, generiche nell’ambientazione e più tradizionali nel trattamento, qui l’artista ha dato un tono di particolare verità: la giovane nuda non è un ideale abbellito dall’arte del disegno, ma una donna vera anche nella corporatura un po’ stanca e tutt’altro che florida. Eppure, in questa tela Vaccaro è riuscito a restituire una situazione narrativa. Oltre a un’evidente partecipazione emotiva alla malinconia della modella, un po’ annoiata di posare, egli ha connotato la sua figura con elementi di realtà che raramente si incontrano in questo genere di rappresentazioni: la sua giovane modella è nuda, ma indossa delle scarpe con il tacco e ha poggiato il proprio cappotto verde allo schienale della sedia. Rispetto al voluto anacronismo delle canoniche rappresentazioni di nudo, calate in un non-spazio senza tempo e senza luogo, prive di spie che ne connotino l’appartenenza a un preciso momento storico (che dal corpo non si può dedurre), questa è una modella veramente colta nello studio del pittore, intento al cavalletto alla stessa distanza virtuale dal soggetto già riscontrata nella giovane che legge. In entrambi i casi, e in molte giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano delle sue composizioni in genere, Vaccaro si colloca infatti come un osservatore esterno che, si affaccia su una realtà che conosce bene. Entrambi i quadri, apparentemente così distanti per soggetto e contenuto, in realtà hanno un unico comune denominatore: in entrambi i casi il tema di fondo è il ritratto dello studio dell’artista che, nei casi più programmatici che si annoverano nella storia dell’arte, equivale a un perenne autoritratto e a una continuativa riflessione sui termini della pittura e della rappresentazione. Vaccaro non fa però di questo espediente un sofisticato dispositivo teorico, perché le radici del suo linguaggio sono ancora tutte calate totalmente nella lezione dell’Ottocento, ma non può fare a meno di raffigurare quello che ha intorno, come a voler raccontare un universo domestico rassicurante perché familiare. Lo si nota ancora di più se si osservano altri quadri suoi del secondo dopoguerra: la stessa sedia su cui è seduta la modella del 1949 era già stata protagonista di due piccole scene di una bimba con una brocca (1945) e di una bimba che immerge le mani in un catino (1946), anche se qui l’ambientazione è generica e non si connota quanto i due esempi precedenti. Nel 1945, invece, dipinge una tela di interno domestico con un’anziana signora intenta a cucire (seduta sulla solita sedia) e una bambina impegnata a trasportare un pesante recipiente in secondo piano, nelle vicinanze di un grande catino. Questa volta non sono nello studio dell’artista: i grandi 39 La lettura, 1940, olio su tavola 37 x 28 cm battenti sullo sfondo fanno pensare piuttosto a un ambiente più grande destinato alla vita di famiglia. Sullo sfondo, infatti, si riconosce un comò coperto da una tovaglia di tessuto rosso su cui sono poggiati un panciuto vaso di vetro e un candelabro. La stessa “attrezzeria di scena”, l’anno seguente, assume un ruolo più importante nella Lezione di catechismo: lo sguardo è ravvicinato rispetto all’altra tela, e il comò addossato alla parete fa da chiusura visiva per la scena, introducendo i due quadri (opere di Vaccaro stesso?) appesi alla parete. Si riconosce che è lo stesso mobile del dipinto precedente, con la medesima tovaglia rossa e un vaso di vetro al centro, anche se più piccolo. Sono convinto che seguire le occorrenze con cui l’artista si serve di certi elementi e li giochi, di volta in volta, in maniera diversa all’interno del racconto che sta inscenando consenta di mettere a fuoco più 40 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Sopra da sinistra: La modella, 1949, Olio su tavola 70 x 48 cm; Bimba con brocca, 1945, Olio su tela, 50 x 35 cm elementi della ricerca di Vaccaro, o almeno di una parte di questa. La demarcazione fra questa e l’attività di scultore monumentale è netta, come mostrano bene i disegni, a partire dalle scelte formali: all’esattezza e nitidezza degli studi per i monumenti o per sculture di uso ornamentale, dalla grafia solida e marcata, non priva di qualche languore anatomico, si contrappone la maniera vibrante, tutta di effusione sentimentale, dei disegni (e poi dei dipinti) con soggetti di genere. La distinzione è non solo di stile, ma anche di funzione e destinazione: se l’una ha un’eminente funzione pubblica, i dipinti fin qui ricordati, tutti di dimensioni contenute, erano destinati a ornare gli interni di abitazioni private. Quella dimensione domestica di cui la pittura continuamente trasuda trova una ragione, a mio avviso, anche in questa sua destinazione privilegiata. Non sono sicuro, come invece è stato scritto, che davvero Vito Vaccaro si VITO VACCARO. NARRAZIONI A cura di Wanna Allievi LAINATE, VILLA BORROMEO VISCONTI LITTA 6 - 21 giugno 2015 muova fra “accademia e modernità”, ammesso che per “modernità” non si intenda un fatto iconografico: i paesaggi di Vaccaro, così attaccati al dato visivo, non possono fare a meno di certificare il cambiamento urbano delle città, pur dentro le griglie canoniche della pittura di paesaggio. E se si attaglia a una parte della sua produzione l’etichetta di “classicismo”, per quanto da chiarire nella dizione e nei suoi limiti, forse per partecipazione emotiva rimane più giusta, per questa parte almeno del suo lavoro, la definizione, da prendersi alla lettera, di “verismo” portato nelle arti visive. 42 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 LA MOSTRA/3 MICHELE CANZONERI AD ACIREALE Tutti i giorni e tutte le notti a Galleria del Credito Siciliano di Acireale, dal 5 giugno all’11 ottobre, propone un’importante esposizione dedicata all’opera di Michele Canzoneri (Palermo, 1944). Un centinaio di opere – fra carte e sculture, progetti, bozzetti, diari e installazioni – restituiscono l’esperienza di un maestro che si è imposto fin dai suoi esordi come artista della luce. La mostra comprende opere relative a un ampio arco temporale, da quelle realizzate nell’ambito della prestigiosa committenza per il Cenacolo francescano di Gerusalemme nel 2013/15 fino al ciclo delle vetrate realizzate per il Duomo normanno di Cefalù (1984-2003), dalle opere scenografiche per Mozart, Wagner, Bellini, Strawinscky, Poulenc a quelle per i compositori contemporanei Bussotti, Henze, Togni, Clementi, etc. realizzate per i più prestigiosi teatri internazionali d’opera. Michele Canzoneri, avvia intorno L agli anni Settanta il proprio percorso artistico con l’invenzione dei GAV (acronimo di gabraster, aria e vetro) esposti al Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1973, alla Galleria Bergamini di Milano nel 1974 e alla Galleria Rinaldo Rotta di Genova nel 1974. Realizza, contemporaneamente, opere su carta antica segnate dalle scritture e dai segni del tempo, sviluppando una ricerca in cui passato e presente si trovano in stretto dialogo. Importante, in questo periodo, l’incontro con l’orientalista Giuseppe Tucci, con il quale sigla nel 1978 il ciclo Sette giorni del Bardo Thodol, ispirato al celebra classico della cultura tibetana. La costante ricerca delle più profonde relazioni che intercorrono tra rappresentazione simbolica e forma della luce nella sua espressione artistica si concretizza nella realizzazione delle 64 vetrate per il Duomo normanno di Cefalù e nelle opere Didaché e Porta delle Vergini savie e stolte per la chiesa di San Pio di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo. Parallelamente conduce un’intensa attività scenografica per il teatro musicale, della quale ricordiamo: Blaubart di C. Togni, La Fenice, giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Venezia (1977); Parsifal di R. Wagner, Comunale di Bologna (1978); La clemenza di Tito di W. A. Mozart, Teatro Massimo, Palermo (1981); Suor Angelica di G. Puccini, Teatro alla Scala, Milano (1982) e Liceu, Barcellona (1983); Dialogues des Carmélites di F. Poulenc, Staatsoper Stuttgart (2011/13). Per Norma di V. Bellini, coprodotta dal Teatro Massimo Bellini di Catania e il Landesteather di Salisburgo (1999/2000), riceve il Premio Abbiati per la migliore scenografia dell’anno. Ha realizzato inoltre per la CEI, il primo Evangeliario moderno (1984/87). Fra le mostre si ricordano: Il muro del tempo. Il viaggio di Ruggero II nel mediterraneo 1131, nella Cripta della Cappella Palatina nel Palazzo Reale di Palermo (1992); La pietra di damasco. Diario di viaggio, Damasco (2003); Acquisizione del diario di lavoro sull’Apocalisse per le vetrate del Duomo di Cefalù alla Biblioteca Vaticana (2010); la mostra Konvolut alle Fabbriche Chiaramontane di Agrigento (2010). Dopo due anni di lavoro, fra il 2012 e il 2014, Canzoneri completa l’intervento di ampliamento e rifacimento globale della cappella inferiore del convento di San Francesco al Cenacolo di Monte Sion a Gerusalemme, per la quale realizza anche l’altare, l’ambone, la cattedra, le porte e le vetrate. Un percorso espositivo che prende quasi forma di diario: un diario lungo quarant’anni, attraverso cui si snoda il pensiero e la ricerca artistica di Canzoneri. Una ricerca che pur nella varietà delle tematiche, dei registri e delle tecniche, tra disegno, scultura, architettura ed esperienze musicali, 43 trova nella dimensione del progetto e della riflessione preparatoria un elemento di continuità e fortissima caratterizzazione, in cui il valore del 44 progetto ha la stessa rilevanza dell’esecuzione. L’artista siciliano è dunque protagonista di un viaggio a ritroso, che attraversa anni di lavoro fatti di studio e di passione, di dedizione per le tecniche tradizionali e amore per la sperimentazione di nuovi materiali. Quarant’anni distinti, soprattutto, da importanti commissioni, pubbliche e private, e collaborazioni con architetti, registi, scrittori, filosofi e compositori. Dall’esperienza di Cefalù, dove Canzoneri ha realizzato le 64 vetrate per il Duomo (1984-2003), all’incarico e alle opere preparatorie per il portale d’accesso e la grande vetrata nella Basilica di San Pio firmata da Renzo Piano a San Giovanni Rotondo (2006). Grandi volumi – diari di lavoro raccolgono poi, in forma quasi narrativa, le idee, le intuizioni, gli schizzi per le scene della Maria de Buenos Aires di Astor Piazzolla, al la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 MICHELE CANZONERI OPERA COMPLETA 1984-2015 ACIREALE, GALLERIA CREDITO SICILIANO 6 giugno – 11 ottobre 2015 Teatro Massimo di Palermo, o quelle per la Norma di Bellini, per il Teatro Massimo Bellini di Catania (1999 e 2000), Dialogues des carmèlites di Poulenc alla Staatsoper di Stoccarda (2011-12). Un diario di viaggio racconta, ancora, di Damasco e Aleppo, nel 2003, il fascino esercitato dai colori e dalla luce di una geografia che conduce Canzoneri a una nuova tappa della sua riflessione, trascritta per immagini, simboli, architetture e parole su pagine di antichi codici, cronache di una esplorazione senza tempo, quasi uno scavo archeologico. Il work in progress dei suoi diari o degli studi per le scenografie testimonia la cura di Canzoneri per ogni dettaglio, l’analisi e la preparazione dedicate alla costruzione rigorosa e metodica dell’opera nel succedersi delle ricerche, con quotidiana devozione. 46 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 LO SCAFFALE Pubblicazioni di pregio, più o meno recenti, fra libri e tomi di piccoli e grandi editori “Incontri di civiltà nel Mediterraneo. L’Impero Ottomano e l’Italia del Rinascimento”, a c. di Alireza Naser Eslami, Firenze, Olschki, 2015, pp. 184, 25 euro. Il Mediterraneo della prima età moderna è una zona franca culturale nella quale coesistono Impero Ottomano, «ponte tra Oriente e Occidente», e Italia del Rinascimento, «porta d’Oriente per i cristiani d’Occidente». Si afferma in questo periodo un certo gusto per l’alterità, percepito sensibilmente finanche nell’umanesimo dell’Accademia; esso trova nelle reciproche interazioni ed emulazioni tra corti italiane del Rinascimento e la «Sublime Porta» la sua espressione di maggior rilievo. Questa raccolta di saggi, allora, si può leggere come una fenomenologia del «dono», inteso come suprema forma di scambio: una profonda analisi storica che studia i rapporti tra Italia e Impero Ottomano: dai Medici a papa Alessandro VI, dalla Moschea di Bayezid II, ispirazione palese per la Basilica di San Pietro, agli ornamenti, dalle iscrizioni religiose alla ritrattistica e all’arte dei giardini: si affaccia ora un’epoca nella quale Piero della Francesca, Mantegna, Gentile Bellini - per un certo tempo alla corte ottomana di Istanbul - Michelangelo, Leonardo da Vinci e altri numerosi artisti guardano con interesse alla cultura ottomana e in questo contesto di straordinaria mobilità di uomini e idee tra i due mondi nasce un’auspicata «visione universale del sapere». “Traiano Boccalini tra satira e politica”, a c. di Laura Melosi e Paolo Procaccioli, Firenze, Olschki, 2015, pp. 494, 54 euro. In questo volume (ricco di interventi interessanti, come quelli di Valentina Salmaso, Appunti sulle fonti storiche delle Considerazioni a Tacito, di Maria Cristina Figorilli, «Cose politiche e morali». La presenza di Machiavelli nei Comentarii sopra Cornelio Tacito di Traiano Boccalini,i e di Massimiliano Malavasi, Trajani Boccalini Lauretani de arte historica) viene proposta una riflessione sulla figura e sull’opera di un autore tra i più brillanti e acuti del Seicento, le cui opere sono state fortunati best seller internazionali. Sottoposte ora alla verifica della critica, si confermano veri e propri dossier politici e letterari, nei quali la parola del passato illumina logiche e pratiche del potere di ogni tempo: rendendo quella parola non solo ancora attuale, ma indispensabile come quella di ogni classico. Marina Montesano, “Marco Polo”, Roma, Salerno Editrice, 2015, pp. 336, 22 euro. La fama planetaria del Milione ha dato origine a una bibliografia smisurata a fronte della quale i profili biografici di Marco Polo sono pochi. Colpa dei dati oggettivi scarni che abbiamo sul personaggio. Sappiamo che rimase in viaggio, lontano da Venezia per circa 25 anni, ma all’interno di quel periodo della sua vita poche sono le scansioni cronologiche sicure. Gli studi filologici e storici hanno portato ad affinare le nostre conoscenze sul testo, e quindi indirettamente, sul suo autore, ma il Milione resta un libro misterioso. È un diario di viaggio? Un mélange di fantastico e di reale? È un testo di pratica di mercatura arricchito dalla prosa del giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Rustichello? Per rispondere a queste domande Marina Montesano parte dal contesto originario del veneziano: il Mediterraneo nella seconda metà del Duecento e quindi segue Marco Polo in viaggio, lungo la via della seta, fino alla Cina e all’India. Ripercorre con lui i luoghi che visitò per scoprire uno sguardo molto più attento alla realtà di quanto non si creda; uno sguardo che non si soffermava solo sulle merci e le ricchezze, ma che comunicava all’Occidente particolari inediti sull’antropologia, i costumi, i riti, delle società osservate. Se ancora oggi emergono dubbi sulla realtà del viaggio di Marco Polo, la posizione di questo libro è chiara: il veneziano visitò l’Asia e la descrisse come nessuno aveva mai fatto prima di lui. E poiché la vita è un viaggio, il viaggio di Marco Polo sarà la sua biografia. «Atrium. Rivista di studi metafisici e umanistici», anno XVII, n. 1, Lavarone, Cenacolo Pitagorico Adytum, 2015, pp. 110, 15 euro. Il Cenacolo Pitagorico Adytum (con sede a Lavarone) è un’associazione culturale costituita da alcuni studiosi che condividono gli ideali tradizionali nella ricerca metafisica, storica e metastorica, e negli studi umanistici. Ogni trimestre edita la rivista «Atrium», giunta al diciasettesimo anno di vita. Diretta da Giulio Maganzini (coadiuvato dal direttore editoriale Nuccio D’Anna), la pubblicazione non manca mai di presentare brevi e interessanti saggi. Come nel caso di questo primo numero dell’annata 2015, che presenta articoli, fra gli altri, di Pietro Mander (L’interpretazione esoterica dantesca), Davide Arecco (Pitagorismo e tradizione esoterica dall’Europa a Napoli. 1516-1783), Renato Dal Ponte (“Bellum iustum” e “bellum nefandum” nella tradizione romana) e Paolo Galiano (Galgano di Chiusino. Reitervolker e Cristianesimo nella Toscana del XII secolo). Valerio Gigliotti, “La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa“, premessa di Carlo Ossola, Firenze, Olschki, 2014, pp. 468, 48 euro. «Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (Inf. III, 58-60). I celebri, tormentati versi della terzina dantesca costituiscono solo un minimo riflesso della portata culturale, istituzionale e spirituale che la decisione di un papa di scendere dal soglio di Pietro ha rivestito per la 47 Cristianità, dal Medioevo a oggi. La forza profondamente novatrice e sovversiva della rinuncia al papato si disvela nel carattere eccezionale di un evento che irrompe nella storia e interrompe, con un atto individuale e supremo della volontà, l’ordine naturale della successione apostolica, che si apre di regola con la morte fisica del sommo pontefice. Il saggio di Valerio Gigliotti indaga, per la prima volta in una prospettiva sistematica unitaria, il tema della renuntiatio papae, attraverso le fonti giuridiche, teologiche e letterarie, spesso in interazione tra loro, dalle origini al recente caso di Benedetto XVI. Il complesso mosaico che viene a ricomporsi, attraverso poche ma emblematiche tessere nella storia bimillenaria del papato, restituisce un’immagine e un valore alla rinuncia che, insieme agli elementi giuridici di criticità, evidenzia e valorizza la dimensione mistica e di servizio in uno dei più controversi istituti della storia della Chiesa occidentale. 48 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 ULTIME NOVITÀ EDITORIALI Charles Nodier e la novella dedicata ad Aldo Manunzio Franciscus Columna, ovvero l’ultima novella di Charles Nodier (1780-1844), dedicata ad Aldo Manuzio e pubblicata postuma, è ora per la prima volta stampata in volume in Italia (a cura di Massimo Gatta, Macerata, Bibliohaus, 2015, 15 euro). Charles Nodier, scrittore e sommo bibliofilo, così venne ricordato dalla celebre rivista che aveva fondato e alla quale collaborava assiduamente: più grandi scrittori; l’Académie ’ française uno dei suoi membri più utili; e noi piangiamo l’amico prezioso e amorevole che ci guidava con i suoi consigli, che ci prodigava gli insegnamenti della sua bella esperienza letteraria, che infine scriveva per tutti noi una delle sue novelle più graziose, l’ultima che sia uscita dalla sua sensibile penna, elegante e casta». («Bulletin du Bibliophile, «Oggi la Francia rimpiange uno dei suoi n. 13, gennaio 1844). giochipreziosi.it UN MONDO DI DIVERTIMENTO! GRUPPO GR UPPO GIOCHI GIOCHI PREZIOSI 50 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Il libro del mese Sull’economia sociale: il tempo non è denaro Una riflessione sull’opera e il pensiero di Alfred Orage GIORGIO GALLI P ubblicare le opere di Alfred Richard Orage (1873-1934) significa indagare una personalità che si può, senza tema di smentita, collocare in quella che definisco la cultura dell’anticapitalismo di destra. La definizione può apparire riduttiva, per almeno due ragioni. La prima è che il grande studioso Zeev Sternhell, nel suo celebre Né a destra né a sinistra, ritiene non riducibili a questa dicotomia i movimenti fascisti storici, che del supposto anticapitalismo di destra sono stati espressione politica. La seconda ragione è che uno dei più brillanti storici della sinistra, il mio amico Paolo Favilli, preferisce al termine “anticapitalismo” l’espressione “teorie critiche del capitalismo”, la più solida e sofisticata delle quali, dovuta a Marx, appartiene alla cultura di sinistra. Orage, brillante intellettuale e infaticabile organizzatore culturale, mi aveva finora interessato per i suoi rapporti con l’esoterismo. Rappresentante di Georges Gurdjieff negli Stati Uniti tra il 1922 e il 1932, rientra in Europa mentre il suo Maestro Alfred R. Orage, “Il tempo non è denaro. Credito sociale contro speculazione finanziaria”, a c. di Luca Gallesi, prefazione di Giorgio Galli, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2015, pp. 146, 14 euro si propone di rendere pubblico il suo ruolo esoterico, nel contesto di attesa di un grande evento da parte dei circoli occultisti che accompagna l’ascesa al potere Hitler all’inizio del 1933. Ne avevo parlato nel terzo capitolo del mio Hitler e la cultura occulta (Milano, Rizzoli, 2013), dal titolo “Orage anticipa The New Age” (il titolo del settimanale da lui fondato nel 1908, «The New Age», appunto), ivi citando un saggio di Luca Gallesi (curatore di questo Il tempo non è denaro) del 2008 introduttivo allo scritto di Orage Il lavoro debilita l’uomo. Scritti e discorsi a favore del tempo libero. Il pensiero economico di Orage viene presentato come «medievaleggiante Socialismo delle Gilde» e «socialismo aristocratico e spiritualista, nel solco tracciato da William Morris, che vedeva nel Medio Evo ideale e nel lavoro artigiano un mezzo di realizzazione dell’uomo». Questo progetto di socialismo “spirituale”, “aristo- giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano Da sinistra: Alfred Richard Orage (1873-1934); Georges Gurdjieff (1866-1949) cratico”, “medievaleggiante”, che, afferma lo stesso Gallesi, «si impantana nelle trincee” del 1914-18», è, secondo me, l’avvio di quello che definisco “anticapitalismo di destra”, dal quale Orage muove per «l’individuazione di un nuovo paradigma, più adatto a un’epoca di grande crisi, per perseguire un ideale di giustizia sociale valido per tutti i cittadini» (cito sempre Gallesi), che ritiene di trovare nella teoria del credito sociale una visione che «non vuole distruggere la struttura capitalista e non è ostile alla tecnologia moderna; e non è neppure rivoluzionaria, perché intende convincere e non costringere: una riforma monetaria, non una rivoluzione sociale», tutti concetti che riassumo nella definizione di anticapitalismo di destra: una visione del mondo antimarxista e antiliberale, non ostile alla tecnologia moderna, non rivoluzionaria, perché non propone una rivoluzione sociale. Ora, nella sua introduzione a questo volume di Orage (introduzione che significativamente intitola Orage socialista nietzschiano), Luca Gallesi scrive dell’entusiasmo di Orage per il sistema gildista che prende «in considerazione la liberazione dal dominio capitalistico in nome di uno Stato organizzato su basi funzionali e organiche», per cui ritiene che F ilosofo, scrittore ed editore, Alfred Orage (1873-1934), è stato una personalità di fine poliedricità. Affascinato in gioventù dalle teorie socialiste, presto se ne discosta, avvicinandosi alla filosofia e agli studi teosofici. Fonda la rivista «The New Age» alla quale collaborano anche Ezra Pound e George Bernard Shaw. Intraprende poi la carriera di editore. Le sue riflessioni interiori culminano 51 mentre «il movimento socialista muore», le gilde, secondo il suo amico e collaboratore S.G. Hobson, «anticipando la dottrina corporativa che sarebbe stata elaborata dal fascismo italiano, dovevano comprendere anche i lavoratori della mente ed aiutare l’opera di gestione della nazione da parte dello Stato». Sono questi i concetti che riassumo nella formula dell’anticapitalismo di destra, mentre l’evoluzione del pensiero economico di Orage è determinata dal dramma di quella che la storiografia che condivido definisce la seconda guerra dei Trent’anni, 1914-1945, nella cui prima fase, iniziata nel 1914, muoiono molti collaboratori della sua «The New Age». È una crisi caratterizzata dall’affermarsi del capitalismo imperialista, che non è nell’ultima fase di cui parlava Lenin, ma che è un capitalismo che ha “i secoli contati” (titolo di un illuminante libro di Giorgio nella conoscenza di Georges Gurdjieff grazie al quale si avvia al cammino iniziatico. Ne Il tempo non è denaro sono raccolti alcuni degli scritti più significativi di Orage su argomenti politici ed economici. Il volume è curato da Luca Gallesi e si giova anche di una prefazione di Giorgio Galli (docente di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Milano), del quale riportiamo qui un breve stralcio. 52 Ruffolo) e nei confronti del quale si sviluppa, negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, una critica detta di destra (sia pure con la variante interpretativa di Sternhell), che trova espressione politica nei fascismi storici, fenomeno che, oltre l’Italia e la Germania, investe l’intera Europa, come dimostra l’ampio studio di Marco Fraquelli Altri Duci, nella cui prefazione segnalo i campioni politico-culturali dell’anticapitalismo di destra, con movimenti che vanno dai Lupi d’Acciaio lituani ai variegati fascismi russi e ucraini e con personalità quali il bulgaro Tzankov, l’olandese Mussert, lo svedese Erikssson, l’inglese Mosley. il francese Deat, il norvegese Quisling, il romeno Codreanu, il belga Degrelle, al quale si deve l’espressione “banksters”, in vocale sintonia con “gangsters”, espressione che sarà ripresa, dalla stampa liberale, con la crisi dei derivati del 2007. Proprio questa crisi ha ridato vitalità alla cultura dell’anticapitalismo la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Sopra da sinistra: Léon Degrelle (1906-1994); Ezra Pound (1885-1972). Qui accanto: Karl Marx (1818-1883) di destra, con la lontana ascendenza di Pound, le cui espressioni politiche, molto diversificate, vengono tutte etichettate come “populismo” dalla pubblicistica liberale e di sinistra, e per una corretta valutazioni sulle quali rimando agli studi di Marco Tarchi (riviste «Diorama» e «Trasgressioni»). La più elaborata delle teorie critiche di sinistra al capitalismo (il marxismo) si è tradotta politicamente nell’esperienza sovietica (economia centralizzata e pianificata in un regime autoritario), conclusasi con un fallimento. Le teorie critiche di destra al capitalismo si sono tradotte in esperienze politiche più limitate, i programmi di fascismo e nazionalsocialismo nella fase di “movimento” hanno dato luogo a pratiche parziali di capitalismo di stato nella fase di “regime” (per usare la dicotomia di Renzo De Felice). A questo proposito Gallesi ricorda che alcuni collaboratori di Orage «avevano dimostrato simpatie per il nazionalsocialismo, simpatie andate deluse quando Hitler, salito al potere, liquida Gottfried Feder, che era stato il responsabile delle teorie economiche del partito», per cui il 6 aprile 1933 nell’editoriale della nuova rivista di Orage «New English Weekly» veniva aspramente criticato il nuovo cancelliere della Germania che «non si sa esattamente a quali condizioni ha venduto il suo programma per il giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano potere, ma è ormai chiaro che nulla distingue la nuova dittatura tedesche da quella delle Banche Centrali in generale». QUAL È IL FUTURO DEL SOCIALISMO? di Alfred Orage L a recente sconfitta elettorale dei socialisti democratici tedeschi ha aperto gli occhi dei socialisti inglesi sul pericolo di una politica attuata esclusivamente a difesa della classe lavoratrice. In Inghilterra, come in Germania, il socialismo si è talmente identificato con le domande degli operai che, probabilmente, solo poche persone hanno capito che il Socialismo è qualcosa di molto più grande del semplice tentativo di soddisfare le richieste dei lavoratori. Il socialismo, infatti, è soprattutto una nuova teoria della società, una teoria che si deve mettere in pratica non soltanto nei confronti del lavoro manuale, ma per tutte le arti, i mestieri e le professioni, e che, quindi, non è più adatta al miglioramento delle condizioni dei poveri di quanto non lo sia per il miglioramento delle condizioni dei ricchi; una teoria che, in pratica, vuole creare un bene comune genuino, con attenzioni specifiche per qualsiasi tipo di mente e ogni sfumatura di temperamento. Questa teoria sociologica e scientifica, che a modo suo è altrettanto completa del- la Repubblica di Platone, è stata sfortunatamente catturata da un’unica classe della comunità. Attraverso un singolare colpo di genio, che rende merito alla loro intelligenza, i lavoratori inglesi sono stati i primi a capire i vantaggi offerti da una tale trasformazione della società. Quello che, ovviamente, non ci si poteva aspettare da loro, era che pensassero a estendere i vantaggi offerti da questa teoria a tutte le altre classi dello Stato. Essi, infatti, hanno conformato la teoria ai loro desideri fino al punto di rifiutare anche solo l’idea che il socialismo fosse stato inteso per tutti. Usando al meglio tutte le loro abilità, hanno modificato e pervertito la concezione del bene comune trasformandola nel ripugnante modello di una comunità dominata da loro stessi. La lotta 53 di classe che hanno dichiarato per la cosiddetta emancipazione degli schiavi del salario era senza dubbio giustificabile; ma sono andati oltre, sostenendo che il socialismo era soltanto lotta di classe, e che era stato progettato esclusivamente per ottenere l’abolizione della schiavitù del salario. Poco alla volta, esso è diventato sempre più materialistico, sempre più grossolano, sempre più sordido e ristretto di vedute. Alla fine, è sorto, nelle stesse menti dei socialisti, un sentimento di disperazione mischiato a paura. Era per questo, si sono chiesti, che abbiamo combattuto? Il nostro sogno di una nuova società e della redenzione dell’uomo deve sfociare nella creazione della tirannia da parte di una classe, la tirannia peggiore di quella che il mondo abbia mai co- Volantino elettorale del laburista Keir Hardie, per le elezioni alla Camera dei Comuni del 1906 54 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Da sinistra: Poster del Partito Laburista (1910 circa); altro volantino elettorale di Keir Hardie nosciuto? Qualcosa di simile a questa reazione ha sicuramente contribuito alla sconfitta dei socialisti democratici in Germania. Istintivamente, gli uomini hanno cominciato a capire che c’era uno splendore e una immaginazione, una completezza e un senso di giustizia in un movimento nazionale persino nella sua forma sciovinistica di “la Germania prima di tutto”, che manca nel movimento di classe di alcuni milioni di schiavi del salario che cercano la salvezza. E io non dubito che questa reazione istintiva sarà presto condivisa dai socialisti veri della nostra nazione. Abbiamo già visto la Società Fabiana schierarsi a favore dell’imperialismo per opporsi agli ideali piccini dei commercianti improvvisatisi politici. Abbiamo già visto crescere la linea di divisione tra il partito del lavoro delle Trade Union e il Socialist Independent Party. Abbiamo già visto il socialista Keir Hardie minacciare di lasciare il partito laburista a causa della sua ristrettezza di vedute. La divisione così manifestata continuerà ad aumentare, da un lato con la crescita del movimento dei sindacati e dall’altro con l’abbandono del Partito laburista da parte dei socialisti disgustati. Abbiamo quindi un’abbondanza di segnali che indicano, per la prima volta nella storia del socialismo inglese, la possibile nascita di un partito socialista veramente politico, libero dai pregiudizi a favore o contro le richieste dei sindacalisti, e libero anche dai pregiudizi a favore o contro il dominio esclusivo di una qualsiasi classe dello Stato. Senza dubbio, tali socialisti politici si troveranno, all’inizio nelle condizioni dell’asino di Buridano. L’elemento laburista con cui il socialismo è stato finora associato soffrirà naturalmente il divorzio e farà del suo meglio per rovinare le possibilità dei candidati socialisti. Dall’altra parte, le classi medie impiegheranno tempo e fatica per imparare a dominare il loro disprezzo istintivo verso i candidati del socialismo laburista, e ci vorrà ancora più tempo a imparare la separazione tra socialismo e laburismo. Quindi, con ogni probabilità, mentre possiamo certamente aspettarci la scomparsa graduale delle dottrine socialiste dal programma del partito laburista, insieme con la crescente insistenza su proposte che riguardino esclusivamente la paga lavorativa, possiamo anche aspettarci di vedere l’ascesa lenta di un partito socialista, a cui, nel corso del tempo, guarderanno i rappresentanti di tutte le classi e di ogni interesse. Ma questo, come ho detto, sarà altrettanto lento quanto sarà rapida l’eliminazione del socialismo dalle politiche laburiste, siccome, quando ha creato il Partito Laburista, il Socialismo ha creato un ostacolo alla propria realizzazione forse più grande di qualsiasi altro ostacolo mai affrontato prima. (articolo pubblicato su «Leeds and Yorkshire Mercury», 6 marzo 1907, traduzione di Luca Gallesi) 56 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Tipografia Il buon Omero aveva un gran bel carattere I cento anni del carattere Iliade disegnato da Raffaello Bertieri MASSIMO GATTA D evo alla gentilezza di un maestro della tipografia contemporanea la possibilità di documentare un raro e dimenticato carattere di stampa, disegnato da uno dei grandi protagonisti della tipografia italiana del Novecento, Raffaello Bertieri. Esso è come un ideale testimone che passa di mano in mano, da un celebrato tipografo del primo Novecento alle mani di un erede di una straordinaria tradizione manuale, che dalla Parigi inizio secolo si sposta, a metà del ‘secolo breve’, ad Alpignano continuando, da allora e in seguito attraverso la maestria del figlio Enrico, una artigianalità tutta italiana ma di respiro europeo, all’insegna del libro tipografico che nei perfetti ed equilibrati rapporti interni, e nell’uso di preziose materie prime, continua a rappresentare una delle forme materiali dell’eccellenza del nostro Paese, a maggior ragione in questo 2015 nel quale si celebra il quinto centenario 20 alfabeti brevemente illustrati da Raffaello Bertieri, Milano, Istituto Bertieri, 1933, copertina della morte del più importante stampatore-editore-umanista di tutti i tempi, Aldo Manuzio. L’amico di cui parlo è ovviamente Enrico Tallone che in una mattina piovosa della splendida Bologna libraria mi donò, perché ne scrivessi, alcuni esempi, da lui stesso stampati dalle matrici originali, di un carattere peculiare e oggi dimenticato, frutto della sapienza artigiana del grande Bertieri. Un carattere che lo stampatore milanese volle intitolare al poeta per eccellenza e cantore immortale, quell’Omero che per Bertieri incarnava, di certo, l’ideale di una classicità senza tempo e del quale lo stampatore utilizzò, per dar nome al suo carattere di stampa, il titolo del suo poema più celebre, l’Iliade. Superfluo, e impossibile in questa sede, descrivere in dettaglio la personalità culturale e professionale di Bertieri; non possiamo però non ricordare il compositore, il correttore, il tipografo, il rinnovatore della tipografia italiana, l’insegnante e appunto il disegnatore di caratteri tra i più importanti del ‘900, il direttore di una rivista chiave del rinnovamento tipografico italiano, «Il Risorgimento Grafico»; inoltre il collaboratore e consulente, dal 1915, della Nebiolo, prendendo il posto che giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 57 Da sinistra: Il carattere “umanistico” di Antonio Sinibaldi fiorentino, Milano, Bertieri e Vanzetti, gennaio 1922; copertina Augusto Calabi, L’arte tipografica in Italia al 1928, Milano, Bertieri, 1928; Raffaello Bertieri, Pagine di antichi maestri della tipografia italiana, Milano, Editrice La Scuola del Libro, 1921, copertina era stato del grande Gianolio Dalmazzo, che aveva diretto dal 1901 al 1919 una delle più interessanti riviste italiane di tipografia, «Archivio Tipografico», fondata nel 1889 come house organ proprio della Nebiolo. La NOTE 1 Vedi l’elegante plaquette dedicatagli da Enrico Tallone, Giulio da Milano creatore di tipi, Alpignano, Stamperia Tallone, dicembre 2007, edizione stampata in 180 copie con caratteri disegnati da Giulio da Milano [si cita da una delle 60 copie su carta avorio Magnani]. 2 Cfr. [Enrico Tallone], Omaggio ad Alessandro Butti creatore di tipi, Alpignano, Stamperia Tallone, 2002, impresso coi suoi tipi in 300 copie non numerate. Segnalo inoltre un elegante ephemera composto pubblicazione di «Archivio Tipografico» venne interrotta durante la guerra per riprendere nel ‘23, affidata ad altro direttore; infine, dal ‘66 al ‘72, la testata verrà sostituita dal nuovo periodico «Qui Nebiolo». All’interno della fonderia torinese, e sempre ad opera di Bertieri, verrà creato, nel ‘33, un importante laboratorio per la progettazione dei caratteri da stampa, lo “Studio Artistico Nebiolo”, diretto prima da Giulio con il carattere Hastile 48 pt, disegnato da Butti nel 1941 per la Nebiolo, il biglietto Auguri 2011, Cornuda, Tipoteca Italiana Fondazione, s.d., stampato in 150 esemplari numerati [si cita dalla copia n. 115]. 3 Salvadore Landi, Tipografia, vol. 1, Guida per chi stampa e per chi fa stampare. Compositori e correttori, revisori, autori, editori, Milano, Hoepli, 1892, si cita dalla seconda edizione, Milano, Hoepli, 1914. Id., Tipografia, vol. 2, Lezioni di composizione ad uso degli allievi e di quanti fanno stampare corredate di figure e di modelli, Milano, Hoepli, 1896, si cita dalla seconda edizione, Milano, Hoepli, 1917. A Landi si deve anche una simpatica autobiografia professionale, Il ragazzo di stamperia di cinquant’anni fa ed altre quisquilie tipografiche: lettura fatta da Salvadore Landi il 17 giugno 1894, Firenze, Landi, 1894, edizione f.c.; si cita dalla ristampa, col titolo Cinquant’anni fa…, in Id., Tipografia, vol. 2, Lezioni di composizione ad uso degli allievi e di quanti fanno stampare corredate di figure e di modelli, cit., pp. 1-14. 4 Milano, Bertieri e Vanzetti, 1913. 58 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Da sinistra: Colophon del volume di Calabi, L’arte tipografica in Italia al 1928; Raffaello Bertieri, Il libro italiano nel Novecento, Milano-Roma, Società Linotype Italiana, s.d. [1928], copertina, Nova ex antiquis. Raffaello Bertieri e il Risorgimento Grafico, Milano, Biblioteca nazionale Braidense-Copistampa, settembre 2011, copertina da Milano,1 poi da Alessandro Butti2 e infine, dal ‘52 fino alla metà degli anni Settanta, da Aldo Novarese. Bertieri inizia il suo apprendistato tipografico nell’officina fiorentina di Salvadore Landi, altro celebre stampatore, autore di Tipografia, una guida professionale che all’epoca fece 5 Milano, Editrice La Scuola del Libro, 1921, trattasi del testo della conferenza di Bertieri, letta in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico 1920-1921 della Scuola del Libro, stampata in 1000 esemplari fuori commercio su carta comune non numerati, e 300 in carta di lusso, numerati in macchina (lire 10). 6 Milano, Bertieri e Vanzetti, 1917, in copertina il titolo risulta Per le industrie grafiche e per il libro italiano dopo la guerra, trattasi della sua relazione al Congresso scuola.3 Bertieri nel 1902, già a Milano, si trasferisce presso la ‘Società Macchine Grafiche’ e nel 1906, allo scioglimento della società, ne diventa proprietario, mentre l’anno dopo, insieme al socio Piero Vanzetti, apre una propria tipografia, diventata subito celebre per la qualità della stampa. Come insegnante si ri- corda la sua direzione della ‘Scuola del Libro’ di Milano, e come studioso la pubblicazione di molti saggi, tra i quali è bene ricordare almeno L’arte di Giambattista Bodoni,4 Pagine di antichi maestri della tipografia italiana,5 Fattori tecnici ed artistici del libro,6 Il libro italiano nel Novecento,7 il raro e importante 20 al- della ‘Società italiana del progresso delle scienze’ (sezione del libro italiano), Milano, aprile 1917. 7 Con 52 riproduzioni alcune delle quali a colori, Milano-Roma, Società Linotype Italiana, s.d. [1928] 8 Milano, Istituto Bertieri, 1933, composto in carattere Paganini, e stampato in 275 esemplari numerati in macchina (si cita dalla copia n. 55, non in commercio). 9 Milano, Bertieri e Vanzetti, gennaio 1922, stampato in 120 esemplari numerati in macchina, con le iniziali stampate, e 35 non numerati, con le iniziali colorate a mano (si cita dalla copia n. 13). 10 Su questa importante rivista rimando almeno all’elegante catalogo della mostra Nova ex antiquis. Raffaello Bertieri e il Risorgimento Grafico, a cura di Andrea De Pasquale, Massimo Dradi, Mauro Chiabrando, Gaetano Grizzanti, da un’idea di Enrico Tallone, Milano, Biblioteca nazionale Braidense-Copistampa, settembre 2011. 60 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 fabeti brevemente illustrati,8 infine la cura e la raffinata stampa del raro Il carattere “umanistico” di Antonio Sinibaldi fiorentino9 di Guido Biagi, negli stessi anni fonda come detto la rivista «Il Risorgimento Grafico».10 Nel 1915, quindi, Bertieri inizia la sua collaborazione con la Nebiolo di Torino e proprio a quell’epoca risalirebbe il disegno del carattere qui documentato per la prima volta (nel corpo 72), il classico Iliade, primo frutto di quel sodalizio. Questo carattere è in un certo senso ano- 11 Cfr. almeno Giorgio Di Francesco, Torinesi di carattere. La Nebiolo, un’industria ed i suoi uomini, a cura di Lino Tavano, Torino, Lupieri, s.a. [anni 2000]. 12 Come ad esempio nelle Onoranze a Raffaello Bertieri nell’ambito del quinto centenario dell’introduzione della stampa in Italia, Milano, Centro di studi grafici, 1966, oppure nelle due mostre bibliogra- malo, di un’eleganza soffusa e misteriosa, testimonianza concreta e preziosa dei suoi primi passi nel disegno di caratteri stampa. Stranamente non risulta documentato nel suo 20 alfabeti brevemente illustrati, così come nei volumi dedicati alla Nebiolo11 e allo stesso tipografo12, oppure nel raffinato e raro prospetto antologico dedicato ai caratteri italiani del Novecento.13 Bertieri aveva infatti, in altre occasioni, documentato con la pubblicazione di opuscoli alcuni fiche a lui dedicate, Esposizione personale dei libri stampati da Raffaello Bertieri dell’Istituto grafico Bertieri e Vanzetti, Milano, dicembre 1925- Anversa, Museo Plantin Moretus, 1925, e Raffaello Bertieri. Mostra di stampe, documenti, edizioni varie, Milano, Industrie grafiche italiane Zucchi, 1965 [catalogo della mostra alla Biblioteca comunale di Palazzo Sormani, Milano 14 gennaio-3 febbraio 1965]. 13 Cfr. [James Clough], Antologia di caratteri italiani del Novecento, Milano, Tipografia didattica C.F.P. Riccardo Bauer, giugno 1997 [stampato fuori commercio in 300 copie non numerate nell’ambito del corso di Design Tipografico]. 14 Il carattere “umanistico” di Antonio Sinibaldi fiorentino, cit. giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 61 A destra: colophon del volume Il carattere “umanistico” di Antonio Sinibaldi fiorentino. Nella pagina accanto: Alfabeto Iliade disegnato da Raffaello Bertieri, in corpo 72 caratteri da lui disegnati, come il Sinibaldi e il Paganini. Il primo, celebrato dall’elegante prospetto in-quarto firmato da Guido Biagi e stampato da Bertieri,14 che lo aveva “brevemente illustrato” proprio in apertura del suo 20 alfabeti15, venne ripreso da Bertieri da un codice vergato da Antonio Sinibaldi nel ‘400; il secondo utilizzandolo proprio per la composizione dei 20 alfabeti, nel quale venne anche ampiamente descritto e raccontato.16 Ma l’eleganza assoluta, senza tempo del Paganini, da lui disegnato nel ‘26 e ispirato a schizzi di calligrafia del primo Ottocento, la ritroveremo anche nell’opuscolo di Augusto Calabi del ‘28,17 anch’esso ovviamente stampato da Bertieri, dove questo carattere venne im- 15 20 alfabeti brevemente illustrati, cit., 26-27. 16 Ibid, pp. 50-55. 17 Augusto Calabi, L’arte tipografica in Italia nella III Fiera internazionale del libro a Firenze nel 1928, a cura de “gli amatori del libro”, Milano, Bertieri, 1928, edizione stampata in 500 esemplari numerati [si cita dalla copia n. 253]. piegato per la prima volta, un raro opuscolo pubblicato nell’ambito della terza ‘Fiera internazionale del libro’ di Firenze, una manifestazione di notevole importanza per le arti del libro, così come per l’ex libris.18 E di recente a celebrare il Paganini è stato un grande stampatore, purtroppo scomparso, il veronese Alessandro Zanella, in una plaquette di rara eleganza.19 Bertieri, disegnando i suoi caratteri, aveva compiuto un lungo lavoro di studio, documentazione e perfezionamento 18 Cfr. il magnifico [Giuseppe Fumagalli], Catalogo della mostra nazionale di exlibris, con 14 figure e 7 tavole fuori testo, Firenze, presso l’Istituto Italiano del Libro [Tipografia Classica, Firenze], 1928. 19 Carattere Paganini. R. Bertieri – A. Butti. Nebiolo Torino 1928, Santa Lucia ai Monti (Verona), Alessandro Zanella, 24 febbraio 2010. I caratteri utilizzati per la com- partendo dal loro utilizzo nei primi volumi a stampa; sarà così, ad esempio, per l’antico Ruano, fuso nel 192620 e tratto da un carattere cancelleresco del 1540 del calligrafo Ferdinando Ruano. Proprio con l’Iliade, che con queste poche righe abbiamo tolto per un attimo dall’oblio nel quale era caduto, Bertieri inizierà quel lungo percorso di lavoro, di studio e di insegnamento che lo porterà ad essere una delle figure più rappresentative del panorama tipografico europeo del Novecento. posizione manuale e la stampa delle sole 50 copie numerate della plaquette provenivano dall’archivio della benemerita Tipoteca Italiana Fondazione di Cornuda [si cita dalla copia n. 47]. 20 Per il quale cfr. il raro opuscolo Il nuovo carattere (depositato) “Ruano” disegnato, inciso e fuso dalla Società Anonima Nebiolo, Torino, s.d. [ma 1926]. 62 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 BvS: Fondo De Micheli Ricordo di Alberto Ghinzani e Giancarlo Ossola Mario De Micheli e la giovane scuola di Milano LUCA PIETRO NICOLETTI L a dipartita, rispettivamente la notte del 4 e la sera del 5 aprile, di due maestri del secondo Novecento come Giancarlo Ossola (19352015) e Alberto Ghinzani (19392015) accanto a una esterrefatta costernazione provoca un affastellarsi di riflessioni. Ci si accorge infatti che oltre ad un commiato quasi simultaneo dalla vita terrena, sono molti i punti di contatto fra due percorsi adia- centi e paralleli, che talvolta si sono intrecciati. Può essere esercizio non inutile, data la concomitanza, tentare di mettere a fuoco il ruolo che i due hanno giocato in una precisa situazione dell’arte a Milano, tra l’inizio degli anni Sessanta e il primo decennio del nuovo millennio. Il primo dato che si può portate a questo argomento è una mostra che li vede accoppiati, nel 1996 allo spazio Linati di Milano, con un titolo assai laconico: Due percorsi. In effetti, si trattava di due percorsi che in più occasioni avevano già trovato modo di incontrarsi, specialmente a partire dagli anni Ottanta. Risale ad allora, infatti, un’importante mostra presso la Permanente di Milano, Il segno della pittura e della scultura, in cui i due avevano giocato un ruolo decisivo, che dava avvio a un momento di ricognizione sulla situazione milanese che trovava un ultimo momento di sintesi nella trentaduesima biennale di Milano, sempre alla Permanente, nel 1993. Si potrebbe precisare che si trattava di due percorsi interferenti o, meglio ancora, due percorsi avviatisi da premesse comuni che, pur in totale autonomia di linguaggio, hanno mantenuto un temperamento comune e uno Alberto Ghinzani, Strade del Nord sotto un vessillo cupo, 1987, Milano, collezione Intesa San Paolo giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 63 Sopra da sinistra: Giancarlo Ossola, Interno, 1979, particolare, Milano Museo del Novecento; Giancarlo Ossola, Flucht, 1982 sguardo non dissimile sulle cose. Entrambi, infatti, figurerebbero a buon diritto come capifila in quella linea più “malinconica”, fondamentalmente romantica, dell’arte lombarda. Una linea di tendenza che si sofferma sulle cose e le medita a lungo, che ne coglie il lato più poetico e solitario. Era una delle vie d’uscita dall’Informale, entrato in crisi, come novità di proposta, proprio quando questi artisti si stavano affacciando all’orizzonte. Una via, però, ben diverso da quell’“attivismo” prammatico, anch’esso tipicamente lombardo, che contrassegnava istanze più esuberan- ti come la lezione di Lucio Fontana, o dello Spazialismo in genere. Lo aveva capito molto bene Mario De Micheli (del quale la Biblioteca di via Senato possiede il vasto archivio, depositato ora presso la Biblioteca comunale di Segrate), presentando la prima mostra personale di Ossola, nel 1961, presso il Salone Annunciata di Milano: la spinta che muove i giovani di allora «ha radice nello sgomento psicologico, in un senso angoscioso di oppressione, di cui soffrono e da cui vorrebbero uscire, pur senza sapere con chiarezza verso quale punto aprirsi un varco. […] Ecco ciò che brulica nello spazio psicologico delle loro tele: quei segni, quelle parvenze, quei brividi, quelle presenze fantomatiche e spettrali non sono che interrogativi, non sono che frammenti di domande sulla propria sorte, sul proprio destino». Quando scriveva queste poche righe, il critico de «l’Unità», prossimo alla soglia dei cinquant’anni, cominciava a interessarsi alle nuove generazioni di allora, specialmente a quelle tendenze che sarebbero andate sotto l’etichetta di “Realismo esistenziale”, termine che De Micheli non usa, preferendo più prudentemente parlare (non a torto) di una “giovane 64 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Sopra da sinistra: Alberto Ghinzani, Casadinverno, 2007, particolare; Giancarlo Ossola, Interno, 1979, Milano, Museo del Novecento scuola di Milano”. È un dato da non trascurare, in tal senso, che un gran numero di questi artisti, nati nel corso degli anni Trenta e attivi a Milano dalla metà degli anni Cinquanta, abbiano la firma di De Micheli fra le prime voci delle rispettive bibliografie: segno di un’attenzione continuativa e di una fiducia verso le proposte che si stavano affacciando per la prima volta. Il critico, in alcuni di loro, aveva trovato delle idee un po’ confuse, ma che erano il segno di una tensio- ne esistenziale e morale: stavano ancora cercando un proprio linguaggio, ma avevano chiaro cosa volessero fare. Quando scrisse di Ossola, questi era ancora in una fase iniziale della sua carriera: non era ancora il pittore delle fabbriche e dei luoghi abbandonati, ma un pittore che cercava di dare una sintassi nuova alla gestualità informale, con quello che De Micheli avrebbe definito «un attrito, una sensibilità che si irrita e reagisce, c’è un tono patetico ve- ro che costituiscono una garanzia». E quella “garanzia” era costituita da tele formicolanti di una vita sotterranea, fatta di corpuscoli disseminati sulla superficie con i modi eccentrici di una fantasmagoria visionaria. A monte c’era già allora, per Ossola, una passione verso i pittori del Seicento, fra cui l’olandese Hercules Seghers, che andrà conciliata, poi, con una passione per Sutherland, condivisa anche con Ghinzani (che avrà modo di incontrare più volte, nella sua Lo- giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano mellina, il maestro inglese). Già allora, però, l’attenzione di Ossola era attirata dalle cose nella loro natura: la forma di un fungo, che poteva diventare un contorno di memoria organica, quasi una derivazione dai teatrini fontaniani (ma tradotti in termini di natura). Come scriveva l’artista stesso nel 1968, «gli oggetti si dilatano e si contraggono continuamente». Se si accosta a questo appunto una dichiarazione di Ghinzani del 1965, ci si accorgerà che i problemi messi in campo, per quanto risolti in maniera differente, erano gli stessi: «mi trovo sempre davanti a un oggetto ben chiuso. Sbaglio se per fretta o paura voglio possederlo. Devo tener conto invece della sua realtà (che è da salvare) e della sua intatta solitudine». Si trattava insomma di tornare a guardare le cose, di rivolgere lo sguardo, dopo anni di pittura che si limitava a una traduzione intimistica di un impulso momentaneo, verso l’esterno e verso gli oggetti: Ossola posa lo sguardo sui profili delle città, trasformandole in formicolanti visioni; Ghinzani cerca di portare dentro la scultura, memore della lezione di Rosso (ma più da un punto di vista concettuale che pratico) un tema squisitamente pittorico come il paesaggio. Lo aveva intuito ancora una volta De Micheli, segnalando l’artista, prima ancora di presentare la sua prima personale nel 1967 (ricordato dalla mostra sul critico tenu- tasi presso la Biblioteca di via Senato) alla sua prima apparizione pubblica, insieme a Giuliano Collina e Renzo Ferrari, alla Galleria delle Ore di Giovanni Fumagalli. In quel caso, il critico confessava di preferire i disegni di Ghinzani, perché «dove si abbandona di più alle suggestioni dell’immagine, il significato del suo discorso appare con maggiore evidenza: in ogni disegno è presente l’uomo, un uomo solo al centro di un campo, la testa di un uomo che sorge dietro un muro, un volto che s’intravede dietro i vetri di una finestra. Questa apparizione dell’uomo è insistente ed ha un vero e proprio carattere affermativo, non solo spettrale o fantomatico come può averlo in Bacon. Per certi aspetti le analogie vanno di più verso talune immagini di Francese. Nella scultu- 65 ra invece la visione si fa più contratta ed essenziale, ma questa volontà di fare emergere l’uomo dalla negazione indeterminata in cui è stato relegato, rimane» (“l’Unità”, 19 maggio 1962). A questa descrizione, se ne potrebbe accostare, per contrasto, una data da Ossola stesso in occasione di una mostra dell’amico Ghinzani, ancora alla Galleria delle Ore, nel 1984: «L’opera di Ghinzani occupa oggi un preciso spazio nell’ambito della generazione di artisti interessati agli sviluppi dell’esperienza informale in una nuova, complessa figurazione. […] I temi precedenti, costruiti secondo un simbolismo verticale che celebrava un’epica della terra e delle stagioni, ricca di sensi naturali e di suggestioni materiche, ritrovano un fluire del tempo e un più coinvolgente rapporto con le Alberto Ghinzani, opere alla mostra Alberto Ghinzani una linea lombarda, Bellinzona, Castelgrande 66 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 Alberto Ghinzani, Tracce del tempo, 2014 cose. Che sono quelle di sempre; ma diversamente assunte dalla figura umana, non più ieratica ma in lento e meditato muoversi nello spazio. Questa dimensione ritrovata, questa presenza più lirica e immaginativa del gruppo scultoreo, precariamente inclinato, trova interessanti soluzioni formali di vuoti e pieni; la figura è scavata nell’ombra o s’inoltra nel tempo in fecondo rimando di culture, dal Bookmaker di Medardo Rosso all’imprescindibile intuizione giacomettiana, alla dinamica boccioniana della materia, al gigantismo di Rodin. […] Anche qui il vuoto della figura è buio misterioso profilo. La complessità formale di questa sorta di geometria organica, delinea un momento di lavoro “in progress”. In questo nuovo ciclo, la figura reca un bagaglio di miti e attrezzi, e ha una sua solitaria solidità». Sia Ossola sia Ghinzani, non andrà dimenticato, per tutta la vita sono stati artisti che scrivono: questo ne ha fatto due casi esemplari di coscienza critica di una generazione, e i loro scritti rivestono un’importanza particolare perché consentono di mettere a fuoco elementi di mentalità condivisi da molti altri artisti più o meno coetanei. Questo, naturalmente, a prescindere dalle scelte di stile, orientate verso una prosa piana e distaccata, mirata a una chiarezza di giudizio da parte del primo, verso la poesia per il secondo. In entrambi i casi, però, accanto alla dichiarazione di poetica c’era una costante attenzione verso il lavoro degli altri, oggetti di appunti o omaggi lirici parimenti utili quanto le note di artisti che guardano altri artisti: seguendo il tracciato di questi testi, se letti bene, non sarà difficile riconoscere un reticolo di relazioni, di maestri d’elezione e di amici compagni di strada. Per tutti, e per i due artisti in questione in particolare, era centrale un’idea di uomo, per come poteva uscire in un’età di crisi come i primi decenni del dopoguerra. La “linea lombarda” di Ossola e Ghinzani, quindi, non è quella ottimista e avanguardista che punta verso spazi cosmici: è una linea radicata nei luoghi, che ama il paesaggio della Lombardia, che allo sperimentalismo linguistico preferisce il dialetto, e che posa lo sguardo, con evidente partecipazione emotiva, sulla natura più desolata o i luoghi più dimessi, trasmettendo quel malinconico languore delle cose appassite o superate. Incessantemente, fino agli esiti più recenti, l’ossessione per un mondo in disfacimento, fatto di depositi e di sedimenti (le fabbriche dismesse di Ossola, le clessidre di Ghinzani) con un velo di polvere come un costante e incessante memento mori. Ne aveva scritto molto bene Ossola, in un testo importante del 1987, intitolato Elogio del rifiuto: «La vera grandezza della nostra epoca consiste nella creazione del rifiuto, inteso come scoria, immondizia, relitto. Non la produzione di beni o servizi ci consegnerà alla memoria dei futuri millenni, ma la trasformazione del pianeta in un gigantesco relitto. La nostra grandezza sta nella stratificazione epica dei rifiuti. Per essere illuminati sulla natura e qualità dei nostri processi creativi dobbiamo interrogare queste immani e indistruttibili tracce del nostro passaggio. Vere opere collettive, arte di massa». giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano 67 Sartoria delle parole e delle cose Poesia come preghiera, poesia come presenza Le parole e i segni dell’infinito DANIELE GIGLI L a parola è un segno e come tutti i segni, mentre svela, vela. E proprio per questo suo carattere, per questa fisionomia, costantemente vedo sorgere in me la tentazione di non crederle. Ma non credere alle parole è non credere alle cose. È la tentazione di Mallarmé ed è la tentazione cui tanta poesia, prima di me, ha ceduto nel tentativo di opporsi alla parola volgare e sciapita della quotidianità. Mallarmé infatti odia la parola quotidiana, la parola d’uso, perché l’uso la involgarisce, la svilisce, la rende un simulacro, ci fa finire - come diceva Eliot - a parlare non di sentimenti ed emozioni ma delle loro astrazioni sociali e ad avere parole sempre più raffinate per sentimenti sempre più rozzi. Se guardo in retrospettiva al mio rapporto con la poesia fatta, a come nacque in me il primo tentativo di poesia, penso che il carattere via via Sotto da sinistra: Stephane Mallarme (1842-1898), in una foto del 1890 circa; George Steiner (1929) 68 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 A sinistra: Mario Luzi (1914-2005). A destra: Thomas S. Eliot (18881965), in una foto degli anni Trenta saggio duro, non riesco a spiegarlo nel corso di una cena, figuriamoci adesso - questa caccia allo spirito esige la materialità e al contempo restituisce alla materia una solidità reale. Leggo velocemente tre brani per provare a dire di questo nesso. Il primo è ancora Luzi, che in una conferenza su Vangelo e poesia del ’95 - quindi quarant’anni più tarda rispetto alla poesia che abbiamo visto così parla del mistero e della parola: sempre più imponente che mi ha accompagnato sia stato proprio l’ascolto, la «messa in ricezione», potrei dire, di un istante di condensazione dei significati, di – per usare un termine forse pericoloso, tanto è anacronistico – svelamento delle corrispondenze. Per questo, forse, uno dei brani luziani che più mi accompagnano è la chiusa di Las Animas, dove al fuoco umano che «basta appena,/ se basta, a rischiarare finché duri/ questa vita di sottobosco», Luzi ne contrappone un altro, che «solo […] potrebbe fare il resto/ e il più: consumare quelle spoglie, mutarle in luce chiara, incorruttibile». È, questa condensazione, il frutto di quella «conoscenza per ardore» che Luzi pone al culmine del rapporto con la realtà. Una parola che incarna il mistero, che gli presta la forma e al contempo se la fa prestare. Ecco, questo nesso tra parola poetica e conoscenza, nel senso di disvelamento di caccia al mistero presente nelle cose, è ormai definitivamente il mood del mio fare poetico. Io faccio poesia per necessità, perché sono fatto per andare a caccia del mistero, ma senza questo benedetto strumento che mi è stato donato, mi inaridisco, me ne passa la voglia. Solo - e questo è un pas- C’è qualcosa che non è alla portata della parola degli uomini, non riducibile alla loro parola. Questo equivale a dire che c’è un mistero; ed è un mistero che non nasconde, ma anzi si illumina come tale, si comunica come tale. […] Il mistero: è un vocabolo che noi usiamo e di cui abusiamo e abbiamo troppo abusato; perché in fondo è anche comodo; quello che non è intelligibile lo chiamo mistero. […] Ma mistero è una forma, invece, di conoscenza. C’è una conoscenza per mistero, come c’è una conoscenza per idee e anche per formule, se volete. Nei Vangeli, mi sembra, la presenza del mistero non solo aleggia, ma è proprio palpabile, sensibile, e nel linguaggio giugno 2015 – la Biblioteca di via Senato Milano del Vangelo è inclusa anche la presenza del mistero come nozione non negativa. Non come un divieto a conoscere, ma anzi come un’offerta di conoscenza. Questa conoscenza per mistero, attraverso la parola, può sembrare una deviazione dalla realtà, ma è al contrario, un modo di affondarvi. Il presupposto necessario, tuttavia, è un atto di fede nell’esistere delle cose, cioè in quell’esperienza sensibile che tutti noi facciamo vivendo dell’esserci delle cose e del limite in esse implicito, un limite che ne indica l’apertura alla trascendenza. E per descrivere la natura razionale ed esperienziale di questo atto di fede, trovo ancora impareggiabili le pagine con cui George Steiner inizia Vere presenze: 69 Ogni comprensione coerente di cosa sia la lingua e di come essa funzioni, ogni descrizione coerente della capacità del discorso umano di comunicare significati e sentimenti, è garantita in ultima analisi dal presupposto della presenza di Dio. [...] L’esperienza del significato estetico, quella della letteratura, delle arti, della forma musicale, sottintende la necessaria possibilità di questa «vera presenza». […] Questa scommessa […] ha per predicato la presenza di una qualità reale, di una “sostanziazione” […] che avviene all’interno della lingua e della forma. […] L’ipotesi è che Dio è, non per via della nostra grammatica ormai obsoleta; ma che la grammatica vive e genera mondi perché c’è questa scommessa su Dio. Ultimo passaggio: la strada. E così chiudiamo il cerchio tornando all’ascolto. Perché accada la sostanziazione di cui parla Steiner, infatti, perché le parole e le cose non ricadano nel simulacro dell’uso quotidiano, nel significato bloccato delle idées reçues, c’è bisogno di un intervento altro. C’è bisogno di un’altra parola oggi un po’ male avvertita: il dono, l’ispirazione, il demone. C’è bisogno che il dio detti il primo passo e ci metta in ascolto. Non un dio oltre le cose, ma un dio alla radice delle cose. Dio. E la mia preghiera, in questo senso, è quella dell’ultimo quartetto di Eliot, dove vediamo che cos’è, che cosa può essere l’esperienza quotidiana della caccia, di questa comunione dei santi che è la caccia alla parola e la caccia all’essere: Se imboccate questa via, per ogni strada, partendo da ogni dove, sarà sempre uguale: bisognerà gettare senso e nozioni. Non siete qui a verificare, a istruirvi, informare la vostra curiosità o stilare rapporti. Voi siete qui ad inginocchiarvi dove la preghiera ha funzionato. E la preghiera è più che un ordine di parole, o l’occupazione intenta della mente che prega, o del suono della voce che prega. E quello per cui i morti non avevano parole, essendo vivi, adesso sanno dirtelo, da morti: la comunicazione dei morti ha lingue di fuoco oltre la lingua dei vivi. Qui, l’intersezione dell’istante senza tempo è l’Inghilterra e nessun dove. Mai e sempre. (T.S. Eliot, Little Gidding, I 41-55) 70 la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 BvS: il ristoro del buon lettore Destini che si incrociano sui poggi di Briaglia Vite e sentieri che si incontrano alla trattoria Marsupino P osto lassù, sembra quasi un castello. La strada che si inerpica, i crocicchi, i tornanti. Intorno, solo prati e boschi. Una luce, nella notte cupa. Già, potrebbe essere un maniero. Così mi trovo, come il viaggiatore de Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino (opera che la Biblioteca di via Senato conserva nella prima edizione stampata in volume, impressa a Torino, per Einaudi, nel 1973). Quasi «senza fiato», mi appresso nella speranza di un «rifugio», un desco per «quanti la notte ha sorpreso in viaggio». Giunto, non trovo alcun «ponte levatoio sconnesso», ma una signorile dimora. Alcun «stalliere silenzioso», ma il sorriso di benvenuto di Marisa Marsupino. È la casa della sua famiglia: dal 1901 lì, sui poggi di Briaglia, nella Langa monregalese. «Mi pare di trovarmi in una ricca corte, quale non ci si può attendere» in un luogo così rustico e fuori mano. Un luogo - certo - denso di storie sedimentate nei decenni: nei muri, fra gli «arredi preziosi», nei «ceselli del vasellame»… Storie combinatorie che si possono forse ricostruire con «mazzo di carte da gioco: di taroc- GIANLUCA MONTINARO Trattoria Marsupino Via Roma, 20 Briaglia (Cn) Tel. 0174/563888 chi», ricchi di «re, regine, cavalieri e fanti, vestiti con sfarzo come per una festa principesca; e coppe, denari, spade, bastoni, splendenti come imprese araldiche ornate da cartigli e fregi». Nelle raccolte salette, rischiarate dai bagliori del camino, regnano «la calma e l’agio tra i commensali». Si appressa un giovane. Lo sguardo franco e dolce, il gesto sicuro e pacato: come l’arcano del Cavaliere di Coppe. È Luca Marsupino. Narra della cucina e della cantina. Una «fetta di timballo di fagiano»? O anche il salmerino scottato con verdure croccanti e tonda gentile. Il peperone ripieno al forno su caviale di melanzana. Gli gnocchi di patate al Castelmagno. E le lumache di Cherasco in cocotte alla borgognona. Arriva La ruota della fortuna, a rappresentare il desco sapientemente imbandito. Calano quindi due figure alate: L’Angelo, a raffigurare la passione ricca di bontà che traspare dalle pietanze, e L’Amore, a descrivere l’attaccamento a questo angolo di Piemonte della famiglia Marsupino. Un colpo di vento, si scombina il mazzo e un’altra carta si solleva. È l’Asso di Coppe. «Con la mano protesa», Luca regge una eccelsa bottiglia, salita dalla vasta e fonda cantina. Una fonte è disegnata sull’arcano. Perché purezza estrema è il vino. Idea più che materia. Concetto più che sostanza. Come il Darmagi di Angelo Gaja. Una scommessa assoluta: portare il Cabernet Sauvignon nella terra di Barbaresco per creare un grande rosso bordolese. Bevendo un 1996 si può sostenere - con La Stella - che, come un «lume che rischiara la tenebre», così Darmagi illumina l’animo. Eppoi non resta, nell’attesa del racconto dell’ennesima storia, che «sparpagliare le carte, mescolare il mazzo, ricominciare da capo». 72 HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO la Biblioteca di via Senato Milano – giugno 2015 ANTONIO CASTRONUOVO Antonio Castronuovo (1954), bibliofilo e saggista, dirige varie collane per la Editrice la Mandragora di Imola e collabora con parecchie riviste. Tra i suoi titoli Libri da ridere: la vita e i libri di Angelo Fortunato Formíggini (2005), Macchine fantastiche (2007), Ladro di biciclette: cent’anni di Alfred Jarry (2008), Alfabeto Camus (2011). Traduttore dal francese, ha da ultimo pubblicato L’incendio e altri racconti di Irène Némirovsky e Il cervello non ha pudore di Jules Renard (2013 e 2014). MASSIMO GATTA Massimo Gatta (1959) ricopre l’incarico, dal 2001, di bibliotecario presso la Biblioteca d’Ateneo dell’Università degli Studi del Molise dove ha organizzato diverse mostre bibliografiche dedicate a editori, editoria aziendale e aspetti paratestuali del libro (ex libris). Collabora alla pagina domenicale de «Il Sole 24 Ore» e al periodico «Charta». È direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata specializzata in bibliografia, bibliofilia e “libri sui libri” (books about books), e fa parte del comitato direttivo del periodico «Cantieri». Numerose sono le sue pubblicazioni e i suoi articoli. DANIELE GIGLI Daniele Gigli (Torino, 1978) lavora nella conservazione dei beni culturali come archivista documentalista. Studioso e amante di T.S. Eliot, ne ha curato alcune traduzioni, tra cui quelle di The Hollow Men (2010) e AshWednesday (2013). Ha pubblicato le plaquette Fisiognomica (2003) e Presenze (2008) e sta attualmente lavorando al libro Fuoco unanime. Scrive di poesia e filosofia su «Studi cattolici» e sul quotidiano on-line «Il sussidiario». LUCA PIETRO NICOLETTI Luca Pietro Nicoletti, storico dell’arte, si interessa di arte e critica del Secondo Novecento in Italia e in Francia. Ha pubblicato: Gualtieri di San Lazzaro. Scritti e incontri di un editore italiano a Parigi (Macerata 2013). GIANCARLO PETRELLA Giancarlo Petrella (1974) è docente a contratto di discipline del libro presso l’Università Cattolica di Milano-Brescia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione per la I fascia di insegnamento di Scienze del libro e del documento. È autore di numerose monografie fra cui: L’officina del geografo; Uomini, torchi e libri nel Rinascimento; La Pronosticatio di Johannes Lichtenberger; Gli incunaboli della biblioteca del Seminario Patriarcale di Venezia (2010); L’oro di Dongo ovvero per una storia del patrimonio librario del convento dei Frati Minori di Santa Maria del Fiume (2012). Collabora con «Il Giornale di Brescia» e la «Domenica del Sole24ore». GIANLUCA MONTINARO Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è docente a contratto presso l’università IULM di Milano. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «il Giornale». Fra le sue monografie si ricordano: Lettere di Guidobaldo II della Rovere (2000); Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013). WE OPTIMISE CONTENT AND CONNECTIONS TO FUEL BUSINESS SUCCESS. V.le del Mulino, 4 – Ed. U15 – 20090 Milanofiori – Assago (MI) – Tel. 02 33644.1 Via Cristoforo Colombo 173 - 00147 Roma – Tel. 06 488888.1 E-mail: [email protected] – web: www.mediacom.com