LO SGUARDO AL FUTURO
Ricordando Davide Drudi (1950-1995)
Con il Patrocinio del Comune di Meldola
21 febbraio 2015
Meldola, Sala del Consiglio comunale – ore 15.00
LO SGUARDO AL FUTURO
Ricordando Davide Drudi (1950-1995)
Alessandro Agostini e Flavia Cattani
L’eredità di Davide Drudi amministratore:
bisogno di progettare, dialogo tra generazioni,
futuro delle città
Saluto e intervento istituzionale del Sindaco di Meldola
Gianluca Zattini
Interventi di:
Mara Valdinosi
(Senatrice della Repubblica)
Marco Macciantelli
(amico di Davide Drudi ed ex Sindaco)
Pierfrancesco Majorino
(Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano)
UNO SGUARDO AL FUTURO p. 5
INTERVENTO SU “PARTITI-PERSONE” (1994) p. 7
DOCUMENTO DI PREPARAZIONE p. 15
IIa Conferenza di organizzazione dell’Unione Comunale PDS di Forlì
“UN APPUNTO DI LAVORO, CON DISEGNO” p. 23
PROFILO DI DAVIDE DRUDI p. 24
DAVIDE DRUDI
LO SGUARDO AL FUTURO
Davide Drudi è stato un politico “diverso”, intelligente e innovativo.
Dovendo condensare la diversità dell’uomo politico, in due sole parole, si
potrebbero scegliere le parole progetto e condivisione.
L’agire politico era considerato soprattutto come progetto. Esisteva una visione,
una prospettiva e i “pensieri lunghi” che servivano a portarlo a compimento, a
tradurlo in pratica.
La politica era pensata e vissuta concretamente come progettualità, idea e non
come mera tattica, manovra, posizionamento o, peggio, raggiro.
Ciò che colpisce ancora nella memoria è quanto grande fosse lo spazio che
l’idea, l’ideazione politica, aveva negli scritti, nei discorsi e nell’agire politico
di Davide Drudi. Certo Davide aveva una solida formazione filosofica, ma nulla
di accademico traspariva dalle sue parole. D’altra parte, altrettanto solida e
concreta è stata la sua esperienza di Sindaco e Amministratore.
Stare nel partito con Davide Drudi, nel partito di Davide Drudi, significava
sentirsi parte di un progetto, di cui si condividevano i valori e gli obiettivi. Il
partito doveva essere una casa, una casa con le parerti trasparenti, come
scrisse una volta: “una casa da condividere”. Non ci si sentiva platea quando
Davide, nelle sue vesti di dirigente politico, parlava. Appariva evidente come
i protagonisti e i destinatari del progetto politico fossero la comunità, nel suo
insieme di territorio, di cittadini, fossero, in altri termini, il benessere della
comunità e il suo progredire.
Tutto questo era ed è una diversità stridente con lo scenario che la politica
sovente dischiude ai nostri occhi. Quanto migliore, quanto buona appare
l’eredità politica di Davide Drudi, se consideriamo che il panorama politico –
quello di cui trattano i media – è ammorbato dal narcisismo, dall’affermazione
ottusa di sé e da interessi spesso particolari, contingenti, senza una visione di
lungo periodo.
Tanti sono gli spunti tematici, considerata l’esperienza di amministratore di
Davide Drudi, che emergono dalla sua attività e dai suoi scritti, alcuni dei quali
riportiamo alla luce grazie a questo opuscolo.
Scevro da rampantismo giovanilistico, Davide era costantemente impegnato
in una pratica di innovazione concentrata su contenuti e processi di analisi e
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di valutazione, nonché di sperimentazione, anche riorganizzativa, del partito in
cui militava e di cui divenne Segretario prima della sua prematura scomparsa.
Molteplici sono le possibilità di individuare un fil rouge tra la memoria di
quanto allora avviato e l’oggi, questioni che riguardano, di fatto, le priorità
dell’agire politico e amministrativo del presente: il ruolo dei sindaci nel
contesto socio-politico ed economico attuale; la dimensione territoriale e
tematica delle politiche comunali e sovracomunali; le interazioni tra dimensioni:
locale, regionale, nazionale, europea; la spinta alla progettualità in relazione
alla programmazione e alla, pur rilevante, amministrazione ordinaria; ancora la
visione della città e dei suoi spazi – un aspetto molto caro al Drudi assessore
all’urbanistica; le relazioni tra competenze dei singoli amministratori e visioni
strategiche di insieme; il valore centrale della cultura, ambito a partire dal
quale misurare la qualità delle relazioni e della vita delle comunità – basti qui
pensare alla passione con cui Davide si cimentò con la questione del Teatro
cittadino o della Rocca di Meldola, con quella dei centri storici e delle funzioni
pubbliche degli spazi urbani; i temi “inediti” come quelli dell’immigrazione,
dei tempi di vita in relazione ai tempi di lavoro, delle trasformazioni dei servizi
sociali. Questioni su cui la parte politica di Davide – la sinistra democratica –
ha sovente mostrato difficoltà ma anche capacità di realizzare buone pratiche.
Quelle buone pratiche che Davide Drudi seppe tratteggiare, condividere entro
orizzonti progettuali, e in molti casi realizzare.
Per queste ragioni è importante ricordarlo, a vent’anni dalla scomparsa. Con lo
sguardo al futuro.
Alessandro Agostini, Flavia Cattani, Massimiliano Fantini, Thomas Casadei
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DAVIDE DRUDI
Intervento all’incontro sul tema “Partiti-Persone”, nell’ambito del ciclo “La
politica riparte… reggono ancora le antiche distinzioni?”, promosso dal
circolo ACLI Cittadino di Forlì (14 maggio 1994 - Saletta EnAIP)
C’è la necessità di partire da una proposta politica che possa costituire
un’alternativa alla proposta politica che si è dimostrata vincente nel Paese. E
quindi è stimolante il dibattito che si è svolto in questi giorni, e credo che anche
a partire dai partiti, perché credo che il problema di ripartire si ponga anche per
i partiti e per la stessa forma partito, anche perché le vicende degli ultimi anni,
con accelerazione progressiva, e i risultati delle elezioni, ci dicono un’altra cosa,
che molti di questi partiti, tradizionali partiti, ma in generale, probabilmente, la
stessa tradizionale e storicamente consolidata forma partito è entrata in crisi,
nel nostro paese ma non solo.
Ripartire, dunque, ripartire… Io non credo che noi dobbiamo, almeno per
quanto riguarda la parte che io rappresento, ma pure in generale, che si debba
ripartire da zero. Ripartire, come dice Bobbio per quanto riguarda sempre la
sinistra, dalle origini, dalle radici della sinistra, magari guardando di nuovo e più
profondamente al sociale e alle mutazioni che ci sono state in questi anni, e che
il risultato elettorale ha ulteriormente messo in evidenza. Partendo, quindi, dai
diritti di cittadinanza, dai diritti sociali, ma soprattutto io credo sia necessario
oggi che si riesca a ripartire con un progetto, con un’idea di politica come
progetto. Questo non solo perché la nuova situazione politica è profondamente
nuova, il panorama politico è terremotato, la geografia politica del nostro
paese è profondamente trasformata, ma anche perché la nuova situazione fa
emergere anche alcuni caratteri che sono, appunto, profondamente nuovi e
specifici.
Per esempio, ne colgo immediatamente due, proprio a mo’ di emblema:
questo smisurato potere della televisione che, a conferma che effettivamente di
nuovo potere si tratta, invia direttamente alcuni suoi rappresentanti, alcuni suoi
protagonisti nel nuovo governo, non soltanto nel parlamento. Ministri attori
televisivi, famosi giornalisti televisivi, Presidente del Consiglio è un proprietario
di televisioni, Fininvest che è proprietaria di televisioni e che è in sostanza una
delle strutture portanti della nuova maggioranza, eccetera.
L’altro punto emblematico, credo sia il fatto che ci sono interessi generali e
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interessi privati, forti, parlo quindi di interessi economici, che tendono a
confondersi; e abbiamo per esempio oggi, nell’Italia di oggi, nella situazione
politica di oggi, un Presidente del Consiglio che è anche presidente di
un’azienda, o sostanzialmente è il presidente di un’azienda; un Governo che è
fatto in parte da rappresentanti di questa azienda, un partito di maggioranza
che è un partito azienda…
È questa la nuova situazione politica. Qui credo che, faccio un’osservazione
rapidissima, questo ci dica – anche se appunto è facile dirlo dopo, a posteriori
– che la sinistra, ma non solo la sinistra, chi è stato sconfitto in queste elezioni,
non ha tenuto sufficientemente conto, probabilmente, delle trasformazioni
che in questo paese stavano avvenendo, oppure non ha saputo rispondere
abbastanza alle sollecitazioni, alle domande anche di trasformazione profonda
che venivano da questo paese. Domande di innovazione che chiamavano
proprio in campo la politica, la progettualità politica, per cui alla fine è risultato
che la destra è apparsa in qualche modo più nuova e convincente, quantomeno
più rispondente a delle esigenze di radicale trasformazione, meno, certamente
meno in continuità con il passato rispetto a tutto quello che non solo ha potuto
fare il centro, ma anche la sinistra, e anche la sinistra che non aveva mai avuto
responsabilità di governo.
Nel contempo, però, e questa è uno dei paradossi della situazione attuale,
mi pare, la destra è apparsa un approdo sicuro per un pezzo consistente di
quel vecchio potere, contro il quale si era rivolto il desiderio di cambiamento
di grandi masse di elettori. Pezzi interi di quel passato che si sono ritrovati,
che hanno trovato una nuova collocazione dentro la destra. Probabilmente c’è
stata anche da parte nostra una interpretazione semplicistica di una crisi del
sistema politico, per cui abbiamo considerato Tangentopoli come una sorta di
escrescenza che si poteva togliere, tolta la quale il sistema poteva riprendere
a funzionare fisiologicamente. Probabilmente, i guasti sono stati più profondi,
l’effetto di una degenerazione del sistema ha portato anche al crearsi di un
nuovo sistema, perlomeno delle modalità di definizione di un nuovo sistema
che ha caratteri del tutto nuovi, e che, a mio avviso almeno, ha ancora profonde
radici in questa degenerazione, con tutti i possibili rischi che sono connessi:
democrazia teleguidata, eccetera.
Ecco, ho fatto questa digressione, voglio adesso cercare di riprendere il filo e
di venire un po’ anche al tema, perché appunto vorrei partire proprio da questa
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situazione per cercare di dare una risposta alla domanda. Una situazione, tra
l’altro, che io considero, naturalmente, negativa e che però è anche il risultato
di una libera scelta dei cittadini, degli italiani, che quindi va assunta come tale.
E comunque credo che la situazione, che è frutto di una profondissima crisi
politica che abbiamo attraversato, e che non so se l’abbiamo superata, ma
questo lo diranno le cose, comunque ci impone una ripresa della riflessione
sulla politica e sulle sue forme, in modo particolare sulla forma partito, sui partiti.
E una riflessione che credo, sono convinto, si intreccia anche con il tema del
destino della democrazia nel nostro paese, anzi, del destino della democrazia
nelle società avanzate, di cui il nostro Paese credo faccia ancora parte, anche
se alcuni sviluppi del dibattito politico, della dialettica politica nel nostro paese
fanno pensare più a un paese di tipo sudamericano, che non a una democrazia
avanzata. Io credo che il problema sia però questo: come oggi nelle società
avanzate possa la democrazia avere un futuro, non soltanto perché questo
futuro mi sembra che sia comunque a rischio, ma questa è un’osservazione
ovvia, basta guardarsi un po’ intorno, almeno è quello che sta succedendo in
Europa oggi, quello che è successo anche ieri, scorrerie, squadracce naziste
eccetera. Ma questo potrebbe essere soltanto un aspetto secondario, non
solo perché in fondo, in una situazione anche di crisi, come quella italiana, alla
democrazia sta sempre come immanente, come un pericolo sempre latente, la
sua trasformazione in demagogia, quindi in una forma di democrazia guidata da
un leader, soprattutto se questo leader ha facile accesso, ha ampio accesso alla
comunicazione politica. Ma soprattutto il punto importante è questo, che oggi
come non mai si pone il problema di come in sostanza la democrazia, l’azione
politica intesa in un sistema democratico, intesa dunque in modo classico,
possa essere adeguata, possa reggere il confronto con i processi che invece in
una società avanzata sono in atto e stanno assumendo importanza, ma con una
velocità notevolissima, penso appunto alle strutture decisionali del capitalismo
avanzato. E come, non a caso, chi ha vinto – ma questo fa parte qui anche
di un dibattito più grande – si è presentato come l’imprenditore capace che
poteva sistemare i guasti provocati da una politica inefficace e corrotta, perché
detentore di tecniche e di capacità di decisione, di scelta, di azione superiore a
quelle della politica. Credo che questo sia un problema strettamente connesso
a come oggi la politica è possibile, e come oggi è possibile la politica in un
quadro di democrazia, come oggi si può parlare di partiti, quindi una possibilità
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della forma partito oggi in questa situazione; una discussione che quindi
riguarda non soltanto una questione di tipo organizzativo, ma anche interviene
nel cuore del problema che caratterizza questa parte, questa fine secolo.
Secondo me oggi dobbiamo prendere atto che è finita un’epoca, anche nella
vita dei partiti, che si è esaurito proprio un ciclo, che per quanto riguarda la
sinistra, ma non solo – penso appunto al mondo cattolico – è stato organizzato
e caratterizzato dai partiti di massa, che c’è una crisi di rappresentanza dei
partiti, ma non solo dei partiti, penso per esempio al movimento sindacale, che
in parte deriva anche dall’esaurimento di una funzione storica, di una funzione
sociale; e quindi si tratta oggi di ridefinire profondamente anche questi
caratteri, i caratteri di questa rappresentanza, della possibilità di partecipazione
dei cittadini alla politica in forma organizzata. E quindi il problema di costruire
una forma partito in gran parte ancora inedita, che potrà costruirsi io credo
soltanto se si riuscirà a mettere a frutto le esperienze politiche di questi anni - e
trarre anche la lezione dalle esperienze politiche di questi anni, di questi mesi e
anche, credo, delle prossime settimane - appunto perché c’è una situazione che
si è profondamente trasformata, ci sono trasformazioni ancora in atto, e sono
soprattutto in fase di profondissima trasformazione ancora di più di quello che
non era avvenuto (perché abbiamo attraversato negli anni Ottanta una fase di
profonda trasformazione nella forma della comunicazione politica), e comunque
ho l’impressione che siamo in una fase di ulteriore profonda trasformazione dei
mezzi e delle forme della comunicazione politica.
Qui mi riallaccio anche a quello che diceva prima Pilotti, per il mio partito:
l’esperienza del PDS è un’esperienza che per quanto riguarda noi oggi ci
consente di non partire da zero, ma sappiamo bene che è un’esperienza (lo
sapevamo bene anche prima, devo dire) non conclusa; oggi appare se mai
ancora più… bisognosa di essere ulteriormente sviluppata. E comunque già da
tempo noi avevamo in qualche modo stabilito la conclusione dell’esperienza dei
partiti apparato. Poi naturalmente come questa presa d’atto di una situazione
nuova, di individuazione di un obiettivo nuovo poi si realizza nel concreto, come
tutti sappiamo, tutto ciò comporta dei tempi. Per cui la presa d’atto che dalla
fondazione del PDS è avvenuta della conclusione dell’esperienza dei partiti
apparato, nello stesso PDS è stata vissuta con lentezza e con qualche resistenza,
anche perché la presa d’atto, appunto, della conclusione di un’esperienza e
anche dell’inefficacia della forma di partito-apparato si intrecciava anche all’altro
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aspetto che invece io ritengo sia ancora profondamente valido e importante
nella struttura di un partito, e di un partito come il PDS che ancora in buona
parte è la vecchia struttura del PCI, e questa è da una parte un vantaggio,
d’altra parte una zavorra.
Il problema è che non è ancora esaurita, invece, un’idea di partito come
organizzazione, oltre che come rappresentanza, di interessi, valori, ideali di
uomini e donne concreti.
Certo questo, diversamente dal Partito comunista, è diventato nel PDS oggetto
di una profonda consapevolezza, sempre più diffusa, è il tema del limite della
politica e del Partito. In sostanza, il riconoscimento che ci sono ambiti nella vita
degli uomini e delle donne concrete, che ci sono ambiti in cui si esprime la vita
degli uomini, la vita della società, che non sono riconducibili né alla politica né
al partito.
Probabilmente, per culture diverse, penso appunto alla cultura cattolica, questo
veniva dato per ovvio, anche perché nella cultura cattolica c’era il richiamo
alla trascendenza che definisce pur sempre un limite alla prassi politica. Per
la sinistra, e in modo particolare per la sinistra comunista, questo è un passo
decisivo per staccare la nuova realtà del partito democratico della sinistra,
appunto, da una tradizione di tipo comunista.
Per venire più al generale, ho parlato del mio partito, cosa che può interessare
o meno, ma perché credo che nel mio partito, soprattutto dalla trasformazione,
dalla discussione, dal dibattito che è stato decisivo a livello centrale ma che
poi è stato vissuto intensamente, drammaticamente alla base, ecco, credo che
questo dibattito sia significativo di una fase di trasformazione anche e proprio
della vita dei partiti, e credo che possa essere utile a noi ma anche in generale,
per definire la possibilità di una nuova forma partito, che dovrebbe secondo me
basarsi su un’idea di democrazia come processo permanente che riprende tutti
gli ambiti della vita sociale, che struttura il sistema della rappresentanza anche
con procedure forti, per esempio il sistema maggioritario, e questo spiega
l’appoggio che il PDS ha dato, anche qui con una rottura, con una discontinuità
rispetto alla tradizione comunista, del PCI, al referendum per il nuovo
sistema elettorale. In questo senso, la forma partito può svolgere un compito
essenziale di collegamento tra istituzioni e società, svolgendo soprattutto una
funzione di tipo programmatico, tendendo soprattutto a rappresentare e a far
agire e a mettere in moto, in azione, i valori e gli interessi delle persone che
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un partito intende rappresentare. In questo senso, io credo sia possibile, in
questo ambito, in questa dimensione, una scelta di fondo a favore dei partiti
come strumento dell’agire politico, quindi l’idea di un partito progettuale, di
un partito come progetto, come concretizzazione e messa in movimento e
in azione di un progetto politico, e come strumento di elaborazione politica,
di un’elaborazione politica diffusa; e quindi un partito che oggi, per esempio
nella situazione politica attuale, nella situazione che è anche determinata dal
nuovo sistema elettorale, ma in generale anche dalle tendenze più complessive
dell’elettorato, e non solo in Italia, raccoglie il consenso e vince sulla base
delle proposte che fa, dei programmi che prepara, sulla base della propria
affidabilità. C’è in questa concezione, probabilmente, il pericolo di cadere in
una logica del partito come puro e semplice comitato elettorale, però credo
che sia necessario lavorare avendo sempre presente l’idea, invece, di un partito
che cerca di assicurare una dimensione collettiva, una dimensione di impegno
collettivo all’agire politico. In questo senso, credo che possa trovare in qualche
modo un proprio ambito il tema della persona, dell’individuo, degli individui,
del rapporto tra partito e individui. Non entro in questa polarità, anche perché
mi inoltrerei in un campo spinosissimo, soprattutto nel campo della persona,
nel campo dei partiti sono un po’ più esperto, ma credo sia più semplice, il
campo della persona credo sia un po’ più complicato. Penso però che si tratti
di una polarità che potrei chiamare, secondo una vecchia terminologia, di
tipo dialettico, di una dialettica non hegeliana, di una dialettica di tensione, di
rapporto tra i due poli, e per questo credo che i partiti possano rappresentare
effettivamente le persone, gli individui; non solo, ma che gli individui possano
sentirsi rappresentati non solo in quanto gruppo, come classe, come insieme
di interessi, ma anche in quanto individui, nell’elaborazione collettiva che un
partito fa di una proposta, di un’idea politica.
E comunque oggi sappiamo, anche perché è utile non ragionare in astratto o
sulle nuvole, che sui partiti c’è una profonda diffidenza nel paese, tra i cittadini,
nel sentire comune.
Ma io credo che una cosa sia criticare l’invadenza che i partiti hanno avuto, il
ruolo totalizzante che hanno avuto in una fase ben precisa della vita politica
del nostro paese; ma credo che sia una soluzione pessima quella di coltivare
l’idea che sia possibile una democrazia come rapporto diretto tra istituzioni e
individui, in cui i partiti magari vengono declassati al rango di organizzatori di
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quelle che diventerebbero tifoserie, in sostanza.
Ecco, io penso che questo apra fortemente la strada, che comunque il rischio
sia molto forte, di un’intesa di interessi e poteri di tipo oligarchico, a scapito
della possibilità da parte di grandi masse di cittadini di poter difendere i loro
interessi e anche il loro ruolo nella società, sulla base di un progetto generale.
Concludo. Credo che nella situazione attuale, quindi, la forma partito sia una
forma ancora non solo possibile, se profondamente rinnovata e ridefinita, ma
anche auspicabile e necessaria, e che quindi sia giusto non subire le spinte
forti di una spirale antipartitocratica che nel paese è cresciuta, anche perché
questo, spesso in modo generico, rischia di offuscare le responsabilità reali,
le colpe precise. Ma vedo questo anche, non tanto guardando al passato ma
nella prospettiva del futuro, poiché se guardo ai nuovi partiti, se guardo ai
partiti che hanno vinto - Forza Italia, il partito-azienda, c’è da chiedersi se sia
un partito e se questo sarà il modello dei futuri partiti (spero di no, perché
o troviamo sempre imprenditori che fanno dei partiti e quindi organizzano il
partito secondo le loro aziende, o, se non sono imprenditori, il modello diviene
quello totalitario del lider maximo, del dittatore, che organizzano il partito
sulla base di una struttura gerarchica). Badate bene, non dico che Berlusconi è
un dittatore, dico che Berlusconi è un capo di un’azienda che organizza il suo
partito come un’azienda, ma se non c’è, appunto, un imprenditore che dirige
questo tipo di partito, il risultato è che il partito non può essere che guidato
da un capo indiscusso, e la Lega mi pare che rappresenti un possibile sviluppo
di questo modello, anche se la Lega è qualcosa di più vasto e complesso. Tra
l’altro, io - a conferma del ragionamento che dicevo - leggo anche nella Lega,
che si presenta come partito nuovo e spesso come partito anti-partito, alcune
caratteristiche più tradizionali dei partiti storici e, tra l’altro, dei partiti leninisti:
organizzazione, sezioni, le cellule addirittura, le scuole quadri, eccetera.
Ecco, se guardo ai nuovi partiti e alle nuove realtà, mi confermo nell’idea che
è necessario per la sinistra, ma in generale per chi vuole proporsi alla destra
vincente, ragionare e riflettere su un’organizzazione che abbia la struttura e le
forme di un partito. Poi, per quanto riguarda la sinistra, e concludo perché non
voglio dare l’impressione di eludere un tema che oggi è molto attuale soprattutto
a sinistra, se questo dovrà avvenire attraverso la formazione di un nuovo partito
democratico come ulteriore parto non so se dal PDS o da altro, oppure come,
e questo vi dico la verità mi sembra almeno in questa prima fase più realistico,
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come confederazione delle forze della
sinistra in un progetto comune, che
naturalmente superi l’esperienza
dei Progressisti, questo appunto
è un tema che è e fa parte della
discussione che si è aperta adesso
nel nostro paese, e che è legato
anche alla possibilità della sinistra e
più in generale dell’opposizione, di
poter essere un’opposizione non solo
efficace al Governo e al potere che si
sta delineando della destra, ma anche
un’opposizione che si possa candidare
e preparare per poter governare,
per poter non far governare in
eterno la destra.
Disegno di Davide Drudi
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DOCUMENTO DI PREPARAZIONE.
IIa Conferenza di organizzazione dell’Unione Comunale PDS di Forlì (1994)
Dalla precedente Conferenza di Organizzazione, lo scenario delle forze
politiche e sociali e della rappresentanza, nel nostro Comune ha conosciuto
significative modificazioni. La crisi dei partiti, che ha travolto le vecchie formazioni
governative, ha inciso profondamente anche sulla realtà forlivese sia in termini di
radicamento nell’opinione pubblica che negli assetti organizzativi. Di contro le
nuove formazioni politiche, che si riferiscono alla nuova compagine del governo
del Paese, sulle grandi questioni nazionali vivono di riflesso, mentre si mostrano
più aggressive, pur se prive di un credibile progetto politico; sulle tematiche
locali, cavalcando i movimenti di protesta che di tanto in tanto si manifestano su
temi particolari. In termini organizzativi, scontano ancora una forte difficoltà a
radicarsi capillarmente sul territorio, attestandosi su assetti centralizzati. La crisi
della politica e dei partiti, ha messo in movimento nuove forme di aggregazione,
alcune delle quali composte da ex rappresentanti dei vecchi partiti, che non
hanno ancora compiuto con· nettezza la loro scelta di collocazione futura (se
non, oggi, in termini di opposizione alla Giunta Comunale), ma tante altre
attente a problemi sociali, non schierate politicamente ma espressione di culture
e sensibilità - sia laiche che cattoliche -presenti e attive nella nostra Città. La
configurazione del PDS si è profondamente modificata rispetto alla tradizione
del PCI, passando da una struttura “pesante”, imperniata sul funzionariato
professionale diffuso, ad una struttura “leggera”, che ha drasticamente
ridimensionato il numero dei funzionari professionali - l’Unione Comunale non
ne ha nessuno -imperniata sui dirigenti-volontari e sulla conferma della militanza
di base. Su un altro versante, va ricordata la ristrutturazione della Federazione
di Forlì, attraverso la costituzione di una autonoma Federazione di Cesena che
è un fatto da considerare opportunamente in sede di definizione dell’assetto
organizzativo, delle competenze, del progetto politico. L’insieme di questi
fattori, costituiscono importanti novità che debbono favorire lo sviluppo della
presenza e del ruolo del PDS di Forlì, seguendo l’asse della svolta del 1991 e la
sua funzione aggregante e di apertura alla società. ll PDS forlivese si presenta
alla vigilia delle elezioni amministrative con una forza di quasi 6000 aderenti e
di 46 unità di base. Non sempre, tuttavia, si è riusciti ad utilizzare efficacemente
questo vasto patrimonio di intelligenze, passioni, esperienze. Ora, in una
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fase politica estremamente delicata in cui in gioco rischia di esserci la stessa
convivenza civile e la democrazia nel nostro paese, emerge chiara l’esigenza
per il nostro Partito di aprirsi coraggiosamente verso l’esterno, ricercando
sempre più vaste alleanze che vadano oltre i tradizionali confini della sinistra, e
di ridefinire il proprio assetto politico e organizzativo in modo da renderlo, già
nell’immediato, un punto di riferimento costante per tutti i democratici e uno
strumento efficace per chi voglia partecipare attivamente alla vita politica.
Occorre, pertanto, ridisegnare il Partito in modo tale da permettere a ciascuno/a
dei nostri aderenti (e anche ad esterni), di poter fornire il proprio valido
contributo e di concorrere alla formazione delle decisioni e fare, così, del nostro
Partito una forza visivamente attiva e pienamente protagonista. Non sempre,
nelle vicende riguardanti la nostra Città, il Partito ha registrato una presenza
vigile, puntuale, adeguata alla considerevole forza che rappresenta. Ritardi e
lacune si sono avute sia in merito alle vicende politiche che hanno riguardato
le amministrazioni da noi espresse, sia nell’analisi dei mutamenti concernenti la
vita e la vivibilità della nostra Città avvenuti in questi anni.
La stessa conclamata autonomia dell’amministrazione e del gruppo consiliare
ha finito col favorire una caduta di attenzione ed un certo disimpegno da parte
del partito nell’affrontare adeguatamente le vicende della nostra municipalità.
Un possibile progetto politico
La prospettiva di una riforma regionalistica e federalista dello Stato - e del Partito -;
la prossima legislatura amministrativa che porterà all’elezione diretta del Sindaco,
a nuove coalizioni di governo locali ed a squadre di amministratori esterne alle
rappresentanze istituzionali, pone la questione di un elevamento della capacità di
rapportarsi al territorio, pur rifuggendo da deleterie ipotesi localistiche: già troppi
sintomi esistono in tal senso.
La proposta della conferma e della valorizzazione dell’UNIONE COMUNALE,
scaturisce non da una pura opzione organizzativa, né da una scelta di moltiplicazione
degli spazi di discussione politica generale, bensì dall’individuazione di un
PROGETTO POLITICO saldamente legato ai bisogni della Città e ai molteplici
problemi dei suoi cittadini.
Nello stesso tempo, deve curare meglio e di più i rapporti con le unità di base e gli
aspetti specifici dell’attività di organizzazione.
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Vanno evitate inutili sovrapposizioni con gli organismo federali ai quali spettano,
sulle vicende comunali, le funzioni di indirizzo politico generale.
Va ridotto sensibilmente il numero dei componenti (che perlopiù, sarebbe
opportuno fossero diversi da quelli presenti nel CF), prevedendo non più di 40
membri, selezionati tenendo conto delle specifiche competenze, più che della loro
rappresentanza, in modo tale da disporre di un organo snello, puntuale ed efficace.
Va, infine, definito un nucleo dirigente autonomo che prepari il lavoro dell’Unione
Comunale, ne esegua le decisioni, curi i rapporti con gli organismi federali, i
coordinamenti, le unità di base.
Funzioni di rappresentanza devono essere alla base dei coordinamenti delle unità di
base, il cui ruolo va anch’esso ripensato. In effetti, ove costituiti, i coordinamenti hanno
giusto agito da supporto organizzativo al lavoro delle unità di base, coordinandone
l’attività. Per accrescere il peso politico dei coordinamenti, farne dei propulsori di
autonome iniziative ed i referenti primi delle istanze di base, la via più appropriata
può essere quella di ridurne il numero a cinque, facendone coincidere i territori con
quelli analoghi delle cinque circoscrizioni. I coordinamenti dovranno essere formati
da rappresentanti di tutte le unità di base della zona, dai consiglieri comunali e
di circoscrizione del territorio e, possibilmente, anche da esterni ed associazioni
interessate.
Oltre che coordinare i lavori delle unità di base e rappresentarne le istanze a
livello cittadino, questi coordinamenti dovrebbero soprattutto impegnarsi nella
sperimentazione di nuovi modi di fare politica, al fine di coinvolgere nuovi e diversi
soggetti.
Alcune proposte per un programma cittadino
In una prospettiva di governo della Città per i prossimi anni, riteniamo che ci si
debba muovere con l’obiettivo di costruire un nuovo “PATTO PER LA CITTÀ“
che sia fondato su alcune opzioni fondamentali:
1. L’OCCUPAZIONE, LO SVILUPPO E LA QUALIFICAZIONE DELLE FORZE
PRODUTTIVE;
2. LA QUALITÀ URBANA E DELLA VITA;
3. LA QUALITÀ DEI SERVIZI;
4. I DIRITTI DEI CITTADINI.
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I temi dell’occupazione, dello sviluppo e della qualificazione delle forze
produttive vanno assunti come prioritari, di fronte a preoccupanti fenomeni di
carenza delle opportunità di lavoro e di difficoltà del sistema delle imprese. È
necessario attivare uno sforzo coordinato fra istituzioni, Università, Associazioni,
imprese, sistema creditizio, affinché si creino le condizioni per una nuova fase
dello sviluppo della Città che sia .pienamente compatibile con l’ambiente.
Di fronte a noi si presentano le grandi sfide del riuso delle ex aree industriali
all’interno della Città (ex Mangelli, ex Eridania, ex Forlanini, Bartoletti) che
possono essere decisive ·occasioni di crescita economica e di qualificazione
urbana.
Così come andranno affrontate con strumenti e mezzi adeguati le problematiche
che riguardano l’innovazione tecnologica delle imprese e la creazione di nuove
imprese, nonché la possibilità di portare a sistema alcuni comparti (a partire
dal mobile imbottito) e di accrescere la capacità del sistema produttivo di
competere nel mercato internazionale.
Dovrà essere forte l’impegno per lo sviluppo e la qualificazione della rete
distributiva, nell’introduzione di una struttura di livello sovracomunale che
completi le tipologie di vendita e salvaguardi il ruolo insostituibile della piccola
impresa e del Centro Storico. Dovrà darsi concreta attuazione al processo di
ristrutturazione e valorizzazione del commercio su aree pubbliche.
Una più accentuata attenzione andrà rivolta al comparto agro-alimentare, per
il quale si prospettano problemi strutturali che riguardano l’assetto produttivo
d’area vasta e le sue relazioni col mercato europeo e internazionale.
La qualità urbana e della vita, che pur registra già standard positivi, può essere
ulteriormente potenziata.
Fra i vari problemi si tratta di intervenire concretamente:
- sull’assetto del traffico e della viabilità e dei trasporti;
- sull’assetto urbanistico;
- sulle istituzioni culturali;
- sugli orari e i tempi della Città;
- sul sistema sanitario;
- sul fabbisogno casa.
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La qualità dei servizi costituisce un punto di forza che può conoscere una
nuova evoluzione.
Occorre riaffermare lo specifico ruolo e nuovi poteri per l’Ente locale, in rilevanti
settori quali l’infanzia, l’adolescenza, i portatori di handicap, le fasce a rischio,
gli anziani.
È necessario aprire una nuova fase nel rapporto pubblico-privato, in un quadro
di regole e di standard che garantiscono i diritti dei cittadini; consolidare e
innovare la politica sociale a partire da una innovazione delle modalità
gestionali e organizzative, capaci di valorizzare le responsabilità e le capacità
di autorganizzazione delle persone e delle formazioni sociali, con particolare
riferimento al volontariato, all’associazionismo e alle molteplici forme di
autogestione e di cooperazione.
Un nuovo terreno d’impegno, è costituito dal tema “famiglie”, per il quale va
pensato un vero e proprio “PROGETTO DI POLITICA PER LA FAMIGLIA”.
I diritti dei cittadini vanno rafforzati, sia che si esplichino a livello individuale
che nelle libere forme associative.
Particolare impegno va posto per affermare una concreta politica di pari
opportunità fra uomini e donne.
In questo ambito si pone la questione di un ulteriore sviluppo dell’innovazione
e della riforma della Pubblica Amministrazione.
Una nuova fase politica
La lunga stagione delle giunte di progresso, incentrate sull’alleanza fra il PCI/
PDS, il PRI e il PSI iniziata nel 1980, volge ormai al termine. Un’esperienza
politica di significativi successi, che dando luogo a capaci ed efficienti
amministrazioni, ha permesso a Forlì di progredire significativamente nei campi
economici, sociali e della qualità della vita. In particolare nell’attuale legislatura,
nonostante i continui tagli di governo agli enti locali, la recessione economica,
lo sfilacciamento all’interno della maggioranza, si è riusciti a garantire
una soddisfacente governabilità alla Città, producendo anche coraggiose
innovazioni come la decisione di formare una giunta composta unicamente
da esterni. Per la costruzione di una nuova prospettiva politica, che sviluppi
e innovi le capacità del governo locale e sia in grado di sbarrare la strada alla
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destra, il PSD intende aprire una nuova fase politica con la ricerca di una ancora
più solida e vasta alleanza, rappresentativa di un vasto blocco sociale.
Una alleanza con un’alta carica progettuale, capace di produrre forti innovazioni
nella Città e di guidarne la trasformazione verso sempre più alti livelli di vivibilità,
prosperità, convivenza, solidarietà.
La prospettiva per la quale lavoriamo, è quella della costruzione della
“ALLEANZA DEI DEMOCRATICI PER FORLÌ”, che si fondi sulla condivisione
di un programma di governo alla cui stesura debbono concorrere le forze che
potenzialmente si possano riconoscere nell’ALLEANZA.
La nostra proposta mira ad una larga alleanza delle forze democratiche,
cattoliche e laiche, di sinistra e di centro, che coalizzi i progressisti con il
PPI e il PRI e i pattisti. Una proposta politica che non passa solo attraverso
i rapporti coi partiti, ma guarda alle forze economiche sociali, e comporta la
capacità di seguire, mettere in movimento e in relazione processi più profondi
che attraversano la nostra città: il movimento sindacale, quello degli studenti,
il protagonismo sempre maggiore dell’associazionismo cattolico e laico,
movimenti di opinione, cittadini senza partito che si riconoscono nell’idea
di una coalizione democratica per il governo del paese e della nostra città.
Per questo progetto il PDS mette a disposizione la sua forza senza pretesa
di giocare un ruolo egemone. A questi nostri interlocutori proponiamo di
svolgere insieme un percorso che partendo dalla formazione del programma
passi attraverso la scelta del candidato a Sindaco e dei candidati consiglieri con
metodo democratico - le elezioni primarie da svolgere sulla base di un preciso
regolamento - si sviluppi nella campagna elettorale, si esplichi nel governo
della città.
Verso le elezioni amministrative
Le prossime elezioni amministrative si terranno, salvo variazioni, il 12 giugno
1995.
Saranno elezioni diverse dalle precedenti in quanto per la prima volta i cittadini
saranno chiamati a scegliere direttamente il Sindaco e la maggioranza che li
governerà. Occorre attivarsi fin d’ora in vista di questo cruciale appuntamento
se si vuole (come si deve) coinvolgere l’insieme del Partito e della cittadinanza
nella formazione delle decisioni ed evitare, quindi, non più proponibili accordi
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presi nel chiuso delle segreterie
di partito. L’intero percorso verso
le elezioni, dovrà, infatti, essere
caratterizzato dalla massima e
reale democraticità e trasparenza.
Spetterà alla Conferenza di
Organizzazione, in conformità agli
indirizzi della Federazione, definire
chiaramente i criteri guida a cui
attenersi nella formulazione del
programma, nella definizione
dell’alleanza, nella scelta
delle candidature. A questo
proposito riteniamo che la
coalizione non possa che
Disegno di Davide Drudi
formarsi in base ad una chiara e
non di facciata convergenza su di una precisa
piattaforma programmatica. Non vi può essere, se si vuole assicurare una alta
capacità di governo alla nostra Città e coinvolgere attivamente la cittadinanza,
una alleanza politica che prescinda dai contenuti. Il programma con cui il PDS
si confronterà con le altre forze dello schieramento democratico, dovrà essere
il flutto di una meticolosa elaborazione fatta coinvolgendo tutte le migliore
energie, competenze, idee presenti nel nostro Partito ma anche interpellando
e dialogando con tanti soggetti sociali e associativi esistenti a Forlì. Infine,
come PDS nella scelta del candidato a Sindaco e dei candidati consiglieri, si
dovrà procedere attraverso PRIMARIE fra i propri iscritti ed elettori.
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Disegno di Davide Drudi
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Appunti di lavoro con disegno
di Davide Drudi
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PROFILO BIOGRAFICO
Davide Drudi nasce a Cesena il 23 luglio del 1950. Conseguita la maturità
classica al Liceo di Cesena, nel 1969 si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università di Bologna. Nel 1972 si sposa con Laura Borghesi trasferendosi
a Meldola, nel 1973 nasce il primo figlio Michele. Nel 1974 si laurea in Estetica
con il prof. L. Anceschi, discutendo una tesi sul filosofo tedesco T.W. Adorno.
Inizia la collaborazione con l’Istituto di Estetica dell’Università di Bologna,
tenendo seminari su vari argomenti (1974-75: “Il dibattito dell’espressionismo
in Germania”; 1975-76: “Simbolo e allegoria nelle teorie dell’arte da Goethe
a Benjamin”; 1976-77: “Le nozioni di “materiale” e di “tecnica” nel dibattito
sull’arte moderna”; 1977-78: “Teorie marxiste della letteratura tra le due
guerre”), e con le riviste “Il Verri” e “Studi di Estetica”.
Nel 1976, già vicino al PCI, è candidato alle elezioni comunali di Meldola come
indipendente, diventa consigliere e assessore nel Novembre 1976. Nel 1979
inizia ad insegnare all’Istituto Tecnico Geometri L.B. Alberti di Forlì (fino al
1986). Nel 1980 viene nominato vicesindaco dal Sindaco Mario Aloisi della città
di Meldola. Nel 1980-82 collabora e partecipa ad un programma biennale di
ricerca diretta dai proff. Paolo Bagni e Ennio Scolari, con finanziamento CNR,
su “Estetiche e poetiche nell’età del positivismo”. Nel 1982 nasce il secondo
figlio Nicola. Nel 1985 viene eletto Sindaco della città di Meldola. Nel 1986-87
consegue il Dottorato di Ricerca in Filosofia (Estetica) con tesi su H. Taine e
l’estetica del Positivismo. Nel 1988 inizia a condurre corsi seminariali sull’estetica
di A. Banfi e di G. Simmel per gli insegnamenti di Estetica e di Poetica e
Retorica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Nel
1990 viene rieletto Sindaco della città di Meldola, ricevendo la candidatura alle
elezioni politiche nel 1992; l’anno successivo è eletto segretario provinciale del
PDS. Il 24 febbraio 1995 muore tragicamente in un incidente stradale.
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