Censura
eS nza
38
N°
1/2013
[ AMGAORSZTOO 11 33 ]
CONTRIbUTI PER UN’ANALISI CRITICA E DI CLASSE DELLA REALTà
SUPPLEMENTO A: ANARCHIVIU,
REG. N.
1/89
DEL
TRIB.
DI
CAGLIARI; DIRETTORE RESPONSABILE COSTANTINO CAVALLERI - ANNO XVII - QUADRIMESTRALE - € 3,00
N
ella recente campagna elettorale, al di là del consueto squallore,
abbiamo assistito a diversi “fenomeni” più o meno interessanti. Alcune
cose ci hanno colpito più di altre: in particolare l’affermazione diffusa del concetto di “società civile” (intesa come
ultimo baluardo e garante della democrazia in un periodo di così profonda
crisi economica e morale) e il deciso
protagonismo della magistratura (che
sovente viene indicata proprio come
massimo rappresentate di questa stessa
società civile).
Indipendentemente dai risultati elettorali, crediamo possa valere la pena approfondire l’argomento, soprattutto a fronte di un evidente coinvolgimento in questo dibattito di ampi settori di quel movimento di classe che così faticosamente si
è espresso in questi ultimi anni.
Lo facciamo riprendendo un tema trattato nell’editoriale dell’ultimo numero di
Senza Censura, e cioè la logica dell’emergenza, e riflettendo in specifico sul nesso tra magistratura e potere giudiziario e
l’affermazione di questa logica.
Le foto di questo numero della rivista si riferiscono alle recenti manifestazioni contro la crisi in Grecia.
ne dei rapporti sociali esistenti e cioè,
in un sistema capitalista, la rappresentazione formale dell’affermazione violenta degli interessi dominanti attraverso i
suoi apparati coercitivi.
Quindi la legge non può essere considerata una scienza “neutra”, né un concetto astratto e immutabile. Allo stesso
modo non lo sono gli apparati deputati
Abbiamo sempre sostenuto che la legge altro non è se non la cristallizzazio-
S La classe operaiaCin Cina
ontrorivoluzionE:
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UN MATERIALE DALLA CHINA LEFT REVIEW. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . PAG. 4
★
La situazione giordana
UNA RIVOLTA FALLITA E UN REGIME RIEMERGENTE.
UN ARTICOLO DI HISHAM BUSTANI. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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DUE CONTRIBUTI DA UN MILITANTE DEL FRONTE POPOLARE TUNISINO. . . . . . .
r Grecia: neofascismo Cdentro la crisi:
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Ilva: lotta tra crisi e veleni
. 22
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LA MOBILITAZIONE DEI MINATORI DELLE ASTURIE. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
r
LA TESTIMONIANZA DI DUE OPERAI
DEL “COMITATO DEI CITTADINI LIBERI E PENSANTI”. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
EprESSionE E
l
Annientare con la psichiatria
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Prigione a vita!
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2013: il 41bis compie 27 anni
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Uncage the valley
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ottE:
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COMUNICATO SUL PROCESSO CONTRO UN MEMBRO DELLA NSU
E SUI RAPPORTI TRA ESTREMA DESTRA E SERVIZI SEGRETI TEDESCHI.
www.senzacensura.org
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18
Contro il terrorismo fascista
[LETTERA] DAL CARCERE “BUONCAMMINO” DI CAGLIARI
Una lotta irriducibile
15
ontrollo
INTERVISTA SULL’ASCESA DELL’ORGANIZZAZIONE FASCISTA “ALBA DORATA”
E SULLE LOTTE ANTIFASCISTE. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
★
12
Le radici e le ali della rivolta tunisina
iStrutturazionE E
nel riquadro sul retro tutte
le info per mettersi in contatto
con Senza Censura.
-> Continua a pag. 2
SoMMARIo
tratEgiE dElla
La Redazione
ha cambiato indirizzo!
SULLA PSICHIATRIA PENALE IN SVIZZERA. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
LE MISURE TERAPEUTICHE ISTITUZIONALI E L’INTERNAMENTO IN SVIZZERA. . . . .
BREVE CRONISTORIA DI UNA LUNGA TORTURA. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
ESEMPI DI RESISTENZA IN UN CARCERE FEMMINILE STATUNITENSE.
[APPELLO] GIORNATA DI LOTTA DEL 25/5/2013
A PARMA CONTRO IL CARCERE E IL 41BIS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Stato di guerra, terreno di rivolta
(CRONOLOGIA RAGIONATA)
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ditoriale
-> Continua da pag. 1
alla sua interpretazione ed applicazione.
In una società basata sullo sfruttamento e sull’ineguaglianza non può quindi
esistere il concetto di “giustizia” sganciato dal superamento di questi rapporti. E tanto meno credibile può essere la
speranza che siano quegli stessi apparati
coercitivi ad assumersi l’onere di questo
superamento.
Al di là delle considerazioni teoriche,
se analizziamo in quest’ottica gli ultimi
30-40 anni di storia, ne possiamo trovare ampie conferme.
Infatti, se le cosiddette “conquiste
sociali” sono state storicamente il
superamento di una certa legislazione imposto dallo sviluppo delle istanze sociali, cioè in ultima analisi dallo
sviluppo in senso progressista dello
scontro di classe, possiamo affermare
che lo sviluppo della cultura dell’emergenza di cui la magistratura in primis
si è resa protagonista è stata viceversa l’espressione più esplicita e rappre-
sentativa dello sviluppo in senso reazionario di questo scontro, sviluppo al
quale stiamo ancora drammaticamente
assistendo.
Una cultura dell’emergenza che è nata
proprio con una deformazione forzata
della legge giustificata dalla necessità di
contenere le “straordinarie” condizioni sociali e politiche della fine degli anni
settanta: leggi speciali, carceri speciali,
reparti speciali di polizia, ecc…
Un processo che ha visto tra i massimi artefici proprio quella parte di magistratura di “sinistra” che della cultura dell’emergenza è diventata paladino
fanatico, nel tentativo così di rappresentare in maniera quasi ossessiva la capacità della “sinistra storica” di farsi stato e sperimentando in prima persona
sulla pelle di migliaia di militanti politici
rivoluzionari le tecniche più avanzate di
repressione e differenziazione.
L’anima “garantista” della magistratura (pensiamo ad esempio, con tutte
le sue contraddizioni, ad alcuni settori di Magistratura Democratica) è sta-
In ricordo del compagno Baccioli
Cari compagni di Senza Censura,
vi scriviamo dal carcere di Latina avendo appreso solo ora la triste notizia della scomparsa dell’avvocato Attilio Baccioli avvenuta nella sua casa nel grossetano a novembre.
Attilio è stato per tanti anni l’avvocato non solo nostro, ma di tantissimi prigionieri politici
delle Organizzazioni Comuniste Combattenti.
Per come l’abbiamo conosciuto, per noi sarà sempre il compagno Attilio, colui che ci
ha affiancato nei momenti importanti dei processi e delle vicende della prigionia dalla
sua posizione di avvocato, che lui ha sempre considerato essere un impegno militante,
rivolto al sostegno dei rivoluzionari prigionieri.
Ci piace ricordarlo col suo temperamento combattivo di “toscanaccio” nel condurre quelle
che lui definiva le “sue battaglie” improntate sempre da quel rigore etico di compagno
che lo portava a spendersi senza risparmio con quella abnegazione e leggerezza di chi
ritiene di fare semplicemente il proprio dovere.
Di questa stoffa era fatto il compagno Attilio e per questo e di questo gli saremo sempre
grate.
Concludiamo queste righe in ricordo dell’avv. Baccioli chiedendovi se potete pubblicarle.
Saluti comunisti.
Susanna Berardi, Maria Cappello, Barbara Fabrizi
Rossella Lupo, Vincenza Vaccaro
Latina, 17/1/2013
-o-o-o-o-o Cari compagni,
vi scriviamo per associarci alle parole delle nostre compagne prigioniere a Latina in
ricordo dell’Avvocato Attilio Baccioli rendendo così il nostro omaggio alla sua storia, alla
sua figura e al lungo impegno donato ai prigionieri rivoluzionari di questo paese. Vi preghiamo perciò di aggiungere anche le nostre firme dal carcere di Siano.
Saluti Comunisti
Francesco Donati, Stefano Scarabello
Siano, 27/1/2013
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ta sconfitta proprio allora, quando cioè
la cultura dell’emergenza ha pervaso in
modo capillare ogni suo tessuto facendola diventare uno degli strumenti più
potenti a disposizione dello stato e del
sistema politico che lo informava e di
cui era espressione.
Una volta “scalzate” le poche resistenze, infatti, questo approccio ha informato tutto il percorso legislativo successivo: un esempio su tutti è stato proprio il protagonismo della magistratura
nel legittimare, a fronte della cosiddetta emergenza mafia, un’ulteriore militarizzazione del territorio (uso dell’esercito), l’uso massiccio del carcere “duro”
(si pensi al famigerato articolo 41bis),
l’ulteriore estromissione degli imputati
dal processo.
La “scelta di campo” fu lucida e consapevole e nei fatti non può lasciare spazio
ad alcun dubbio: la magistratura, con il
suo ruolo di garante dello stato, ha fatto
da battistrada e da spina dorsale a quel
processo di esecutivizzazione che caratterizza oggi la gestione del comando.
Un processo di esecutivizzazione basato proprio sulla negazione di ogni possibile dialettica sociale e sull’imposizione diretta e violenta dei processi di
ristrutturazione necessari alla gestione
della crisi e nei quali l’aspetto repressivo ha assunto un ruolo sempre più fondamentale.
Come più volte abbiamo ricordato dalle pagine di questa rivista, con l’avanzare della crisi e la conseguente necessità di sviluppare sempre migliori strategie di controllo a fronte dello sviluppo di profonde contraddizioni sociali,
le tecniche sperimentate allora sono
state applicate da lì in avanti in ogni
ambito dello scontro sociale. Questo
in perfetta continuità con quanto si è
andato sviluppando a livello internazionale, dove la logica dell’emergenza è
diventata uno degli strumenti strategici
adottati per sostenere i tanti teatri di
guerra sul fronte esterno.
E a questo punto, se ci dovessimo ancora domandare quale ruolo ha avuto la
magistratura nel processo di barbara
restaurazione sociale, politica ed economica di cui oggi vediamo il naturale sviluppo, possiamo tranquillamente
risponderci che è stato ed è tuttora un
ruolo assolutamente decisivo.
E’ curioso, allora, pensare che proprio
www.senzacensura.org
E
ditoriale
questi soggetti possano rappresentare
per qualcuno un’alternativa…
Del resto abbiamo già assistito in passato a questo tipo di mistificazione
demagogica e populista, se pensiamo ad
esempio al fenomeno di “mani pulite”
e al conseguente passaggio a quella che
viene definita Seconda Repubblica.
Basterebbe forse ricordare come quel
processo, lungi dal portare ad un “rinnovamento della politica e delle istituzioni”, fu la condizione che consentì di
fatto l’affermazione da nuovi protagonisti proprio di Berlusconi e della Lega.
Ma mentre allora il “nuovo” veniva in
qualche modo delegato ad una “diversa” classe politica, in un momento come
questo di completa delegittimazione
delle rappresentanze politiche istituzionali questo onere sembra debba essere
assunto da una cosiddetta e fantomatica
“società civile”.
Nella visione collettiva si va infatti affermando (grazie anche a raffinate strategie di marketing) l’immagine dello scontro tra la “casta” e la “società civile”, tra
il male e il bene, tra il vecchio e il nuovo; e questo scontro si proietta di conseguenza anche nella parallela valorizzazione del “legale” sull’illegale.
Ecco che si invocano gli “incensurati”,
categoria incredibilmente ambigua e che
come unico risultato sancisce un’ulteriore criminalizzazione e la “censura”
morale nei confronti di tutti quei soggetti che in questi anni hanno scelto la
difficile strada della critica radicale e
dell’antagonismo.
Ed ecco, infine, che improvvisamente il
giudice, il magistrato, il poliziotto sembrano diventare il simbolo di questa
volontà di riscossa, i paladini della giustizia, gli “sceriffi” che nel mondo di Hollywood fanno scappare i malvagi e riportano la pace e la serenità nel villaggio.
ta del “tanto peggio tanto meglio”, ignorando colpevolmente come in questo
modo non solo si possa disperdere un
malcontento che così certo non trova
elementi identitari realmente ricompositivi, ma piuttosto si favorisca oggettivamente lo sviluppo di processi reazionari molto pericolosi.
Pensiamo infatti che poco possa fare una
“manciata di ghiaia” lanciata negli ingranaggi del sistema (sempre ammesso che
tale si dimostri); ogni prospettiva di trasformazione deve essere obbligatoriamente accompagnata da un concreto
protagonismo sociale, politico e organizzativo di ampi settori popolari che
sostenga materialmente questo scontro,
consapevole che non si tratta di “estirpare” un tumore che rende malata la
democrazia ma di combattere un sistema
che oggi si rappresenta nella forma più
funzionale ed adeguata al suo sviluppo.
Senza Censura viene spedita ai PRIGIONIERI
Da sempre come Redazione abbiamo deciso di garantire l’invio della rivista a tutti
i compagni e le compagne che si trovano in carcere, facendoci carico delle
spese di spedizione.
Questo come testimonianza concreta della nostra solidarietà a chi è stato strappato
al suo posto di lotta dalla repressione dello Stato.
Invitiamo a sostenere questa scelta solidale inviando contributi alla Redazione con
le modalità indicate in ultima pagina.
La solidarietà è un’arma!
La distribuzione di Senza Censura
La rivista viene distribuita esclusivamente attraverso circuiti “militanti” e in occasione di iniziative pubbliche (cortei, assemblee, ecc.).
Chiunque fosse a conoscenza di situazioni (Collettivi, librerie, centri di documentazione, ecc) interessate a distribuire la rivista, è invitato a segnalarcele, fornendoci
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rivista, può chiederci direttamente delle copie in conto vendita.
In entrambi i casi, scriveteci a questo indirizzo:
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Ma come recita un vecchio slogan, non
c’è pace se non c’è giustizia… e non ci
può essere giustizia se questo sistema
non viene messo in discussione radicalmente.
Per questo diffidiamo profondamente di
questi percorsi.
Per questo riteniamo sia ambigua ed
opportunista (più che ingenua) la posizione di chi anche all’interno del movimento cerca in qualche modo di “cavalcare” l’onda, con una versione riadatta-
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S
trategie della
C
ontrorivoluzione
La classe operaia in Cina
Un
materiale dalla
C hina L eft R eview .
P
ubblichiamo la traduzione integrale dell’articolo: La condizione attuale e futura
condizione della classe operaia in Cina,
ricerca del Chinese Workers Editorial Collective apparso sul 4° numero del 2011 della
rivista China Left Review, pubblicazione curata
del China Study Group.
Il China Study Group (www.chinastudygroup.
net) è nato a New York City nel 1993 come organizzazione no-profit ed è diventata nel corso del
tempo un network internazionale che promuove la circolazione di informazioni e di studi sulla
Cina, all’interno di una prospettiva di trasformazione radicale dell’esistente che fa propria, ripercorrendola criticamente, l’esperienza della rivoluzione cinese.
Nel corso della sua esistenza ha promosso svariate iniziative tra l’altro con la storica testata della sinistra anti-imperialista americana: Monthly
Review, an indipendent socialist magazine.
Da segnalare i contributi di Minqi Li sulla Cina che
la MR ha ospitato all’interno della propria rivista
o pubblicato come casa editrice, di cui segnaliamo: The Rise of the Working Class and the
Future of Chinese Revolution.
Quest’autore ha portato avanti uno studio sistematico delle trasformazioni epocali avvenute nella storia recente cinese.
Il sito del CSG è una delle migliori fonti d’informazioni sulla Cina sia per ciò che concerne l’analisi dello sviluppo storico di questo paese asiatico
dal 1949 in poi, sia per l’inquadramento dei nodi
principali dell’odierno sviluppo cinese dalla privatizzazione della terra alle implicazioni della crisi economica mondiale, dalle trasformazioni politiche interne al PCC alle lotte dei lavoratori e alle
questioni sociali più rilevanti.
Particolare importanza hanno assunto appunto le
lotte della classe lavoratrice che riguardano una
buona parte dei materiali recentemente prodotti o di cui, sul sito, è consigliata la lettura, come la
serie di saggi usciti per il South Atlantic Quarterly (http://saq.dukejournals.org/content/current), di cui uno sugli operai immigrati scritto a
quattro mani da Jenny Chan e Ngai Pun, autrice
recentemente tradotta in Italia.
Dal 2008 il CSG ha iniziato le pubblicazioni di
un giornale gratuito bilingue anglo-cinese: China
Left Review (www.chinaleftreview.org).
L’articolo che qui pubblichiamo ripercorre i principali nodi dello sviluppo della classe operaia cinese
dal periodo maoista fino ai giorni nostri, utilizzando materiale d’inchiesta che da voce ai lavoratori stessi e ne mette in evidenzia la percezione del-
Pag. 4 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
le trasformazioni avvenute, oltre che ad una corposa serie di dati che ne mettono in luce i cambiamenti epocali, la stratificazione interna, l’evoluzione dei comportamenti e le forme di organizzazione e di relazioni quali il sindacato e il partito.
Vista la lunghezza del contributo e i numerosi
spunti che offre il materiale ci sembra superfluo
farne qui una sintesi, augurandoci di potere proseguire in questo filone di ricerca.
Abbiamo ritenuto utile tradurre un materiale che
fornisse una prospettiva storica alle attuali lotte della classe operaia in Cina, in grado di farne comprendere le radici storiche, e che non si
“appiattisse” solo sulla cronaca, comunque utile,
delle recenti lotte.
Allo stesso tempo, ci è sembrato doveroso indispensabile far conoscere questa ventennale esperienza di continua ricerca e approfondimento che
ci aiuta a decifrare i cambiamenti in atto in uno
dei cuori dell’odierno sviluppo capitalistico e in
uno dei centri dell’azione operaia internazionale,
su sui registriamo un certo interesse nella pubblicistica politica anche in Italia.
LA CONDIZIONE ATTUALE
E FUTURA DELLA CLASSE OPERAIA
IN CINA
Ricerca del Chinese Workers Editorial Collective
Il Chinese Workers Research Website lavora per
l’emancipazione della classe operaia. Questo sito
ha curato e pubblicato dozzine di libri ed opuscoli per i lavoratori. Ogni anno organizza giovani
e studenti universitari per condurre indagini nelle
fabbriche e nelle comunità, segue con attenzione
casi tipici come l’incidente della Tong Gang. Ha
organizzato inoltre gare di scrittura tra i giovani
cinesi centrate sui lavoratori e i contadini.
Analogamente a quanto attestato da Engels
nel suo memorabile “La condizione della classe operaia in Inghilterra” più di un secolo fa, la
classe proletaria cinese ha sopportato i disastri sociali nettamente più intensi, e porta sulle proprie spalle anche il futuro compito del
movimento socialista.
Sin dall’inizio delle riforme economiche, la
classe operaia cinese ha vissuto un grande cambiamento. Ogni giorno che passava la
classe operaia tradizionale veniva mercificata
e i lavoratori rurali incessantemente proletarizzati. Allo stesso tempo, un grande numero
di lavoratori intellettuali è stato scagliato sen-
za sosta nelle file proletarie. Sotto la globalizzazione, i rapporti di produzione capitalistici si sono estesi sia nelle città che nelle aree
rurali con una conseguente semplificazione di
uno sbocco in direzione del conflitto su basi
di classe. L’intera società è ora divisa in due
campi ostili, che costituiscono due classi tra
loro opposte, la classe capitalista e quella proletaria.
Il retroterra storico della classe
operaia tradizionale cinese e la sua
condizione attuale
Dal 1949, la classe operaia cinese è stata
nutrita da 30 anni di sviluppo socialista. Questa crescita della classe operaia è stata intimamente connessa ad una finalità socialista.
Questa classe operaia ha creato sia imprese
statali che di proprietà collettiva, che sono
diventate simbolo dello sviluppo della Repubblica Popolare Cinese. La classe operaia tradizionale in Cina possedeva due caratteristiche peculiari. Da un lato, aveva un carattere
ovviamente proletario e una direzione di lotta che è stata nel complesso legata a quella del
socialismo. Le fabbriche create erano il prodotto del duro lavoro di questa classe operaia. Essa ha subìto un’educazione socialista e ha
trattato le sue fabbriche come fossero le proprie case ed era consapevole del proprio ruolo di padrone.
Questa classe operaia era un ostacolo prioritario per le forze della privatizzazione. Oltre
a ciò, la classe operaia tradizionale cinese
essendosi sviluppata nell’ambito di un sistema socialista, non ha acquisito esperienza
per affrontare lotte con una classe capitalista.
Durante la Rivoluzione Culturale, i lavoratori
hanno raggiunto un certo livello di formazione in quella direzione, ma a causa della natura
complessa di quella lotta, durante tale periodo un segmento rilevante della classe operaia
industriale in Cina ha aderito alle fazioni conservatrici. Ad esempio, all’inizio della Rivoluzione Culturale, i lavoratori Chongqing hanno
costituito comitati che si sono accompagnati
con la fazione dominante del Partito Comunista Cinese per attaccare le fazioni di opposizione all’interno del partito. La classe operaia tradizionale era abituata a seguire la linea
del partito. Per quanto riguardava le questioni di degrado del partito o di restaurazione
del capitalismo, questa classe tendeva a non
averne una comprensione concreta o profon-
www.senzacensura.org
S
trategie della
C
ontrorivoluzione
da. Quando i rapporti di produzione capitalistici sono stati sia restaurati che sviluppati, la
classe operaia tradizionale cinese ha ricevuto
una formazione in materia, fondata sulla realtà. È stato in quel momento che, progressivamente, ha visto con chiarezza il problema della crescita delle fazioni capitaliste del Partito,
di cui non aveva sufficientemente tenuto conto nel corso della Rivoluzione Culturale.
Durante il periodo di “Economia pianificata” agli inizi degli anni 1980, in Cina i redditi dei lavoratori hanno continuato a crescere, e molto rapidamente. Secondo la Relazione Annuale Statistica cinese, negli anni precedenti la ristrutturazione economica, i lavoratori in Cina hanno visto aumenti salariali di
circa il 4,4% annuo. Il tasso di crescita dei salari nel corso dei primi anni del dopo-Mao era
circa 6,3 volte superiore a tale importo. Ad
esempio, in una fabbrica di macchine di Pechino, a partire dal 1983 i lavoratori di produzione poterono lavorare a cottimo, assicurandosi dei bonus per ogni pezzo oltre la quota assegnata. Il salario medio del lavoratore
in questa fabbrica balzò da 52 yuan nel 1978 a
119 yuan nel 1985, pari a una media del 13%
annuo di aumento dei salari. Durante questo
periodo di ricostruzione del mercato, i lavoratori cinesi poco a poco hanno aderito alla
liberalizzazione del potere direzionale, come
parte della transizione dalla politica pianificata
al primato del profitto.
Quando il potere amministrativo nel sistema produttivo cinese è andato ai dirigenti delle fabbriche, i lavoratori hanno perso i diritti democratici che una volta possedevano in
quanto gestori del controllo. Secondo un articolo del Quotidiano dei Lavoratori [Workers’
Daily] “Quando la direzione delle riforme è
diventata più chiara, è stata data una specifica definizione allo status goduto e ai ruoli
rivestiti da direttori, manager e altro personale dirigente della fabbrica. Il loro potere ha
altresì acquisito specifiche garanzie. Mentre
evidenziamo i cambiamenti di ruolo e di potere di direttori e dirigenti aziendali, non trascuriamo i diritti che avrebbero dovuto avere
i lavoratori. Come risultato, i supposti frutti
della riforma non sono ancora stati distribuiti
fra i lavoratori, né essi hanno condiviso l’opportunità di partecipare realmente nella contrattazione con i dirigenti.”
Un rapporto investigativo del 1982 sulla
“Situazione dei lavoratori cinesi”, ha rivelato
che “i leader e i quadri aziendali hanno inventato mezzi per garantire buone posizioni per
i propri figli, promozioni, assegnazioni di abitazioni, etc., ciò che, in ultima analisi, è dannoso per gli interessi del popolo.” Dal 1986,
data la necessità di rivitalizzare le imprese statali, i dirigenti di impresa hanno potuto iniziare il processo di riconversione aziendale,
conferendo a se stessi più ampi diritti aziendali. I direttori delle fabbriche sarebbero sta-
www.senzacensura.org
ti nominati da quadri del ministero statale e
sarebbero stati [considerati] responsabili per
la produzione e il profitto della fabbrica. i
lavoratori fossero o meno soddisfatti di questo, hanno dovuto accettarlo. Che il dirigente della fabbrica avesse fatto o meno un buon
lavoro, ai lavoratori non sarebbe spettato
fare valutazioni di sorta. Si diceva che “il lavoratore deve svolgere le funzioni del padrone
di casa, non esercitare il potere del padrone.
Dal momento che il dirigente assume su di sé
i rischi (ad esempio, se l’impresa va male, il
dirigente della fabbrica non riceve stipendio),
i dipendenti pubblici (cioè i lavoratori) hanno
sempre la sicurezza del lavoro.”
Di conseguenza, il rapporto tra lavoratori
e dirigenti si sviluppò con sempre maggiore
tensione ed era uno stratagemma noto che
i lavoratori per trattare con i dirigenti stessero usando misure passive come gli scioperi
bianchi. Secondo un sondaggio del 1998 voluto dall’ACFTU [All-China Federation of Trade
Unions] sui livelli di motivazione dei lavoratori, che includeva 17 città e più di 210.000 lavoratori in 400 imprese, l’entusiasmo dei lavoratori nei confronti delle Imprese possedute
dallo Stato era in declino. Dei 210.000 lavoratori intervistati, solo il 12% ha dichiarato di
sentirsi fortemente motivato ​​al lavoro.
Come conseguenza, le fila della classe operaia stavano già iniziando a dissolversi. La cosiddetta ‘motivazione dei lavoratori’ si riferiva
ora solo a singole categorie di motivazione.
Quando non vengono soddisfatti gli interessi individuali dei lavoratori, allora la loro motivazione a lavorare scompare istintivamente. I riformatori hanno chiuso un occhio sul
motivo per cui i manager abbiano monopolizzato il potere in fabbrica, ponendo invece
estrema attenzione sui risultati degli scioperi bianchi al lavoro, indicando di aver scoperto il basso livello di efficienza come ‘intrinse-
co’ al sistema di proprietà dello Stato. I riformatori hanno poi utilizzato questa ‘scoperta’
per imporre un sistema aziendale più severo
per controllare i cattivi lavoratori delle aziende di proprietà dello Stato [SOE State Owned
Enterprises] che stanno cercando di ‘evitare il
lavoro.’
Dall’inizio del 1985, le imprese pubbliche di
grandi dimensioni hanno cominciato ad ancorare gli stipendi dei lavoratori all’efficienza
economica e i trasferimenti di profitti ai ministeri sono cresciuti dell’1%, così come, nella misura dal 3 al 7%, gli stipendi. In questa
fase, i redditi dei lavoratori hanno continuato a crescere rapidamente, ma sono aumentate anche le disuguaglianze salariali all’interno dello stabilimento. Il 5 dicembre 1986 il
Consiglio di Stato ha emesso una direttiva
contenente le “Linee guida generali per l’approfondimento delle riforme delle imprese
e l’aumento della vitalità delle aziende”, che
sosteneva: “Nei casi in cui siano soddisfatte
le quote di profitto richieste in un determinato periodo, gli amministratori sono autorizzati ad avere gli stipendi da 1 a 3 volte la retribuzione media dei lavoratori e del personale.
Nei casi in cui essi siano artefici di contributi eccezionali per l’impresa, il divario potrebbe essere anche maggiore. Nei casi in cui le
quote di profitto non siano state realizzate, gli
stipendi degli amministratori aziendali devono
essere decurtati.”
In realtà, gli stipendi degli amministratori aziendali di norma non erano solo 3 volte superiori a quelli del lavoratore medio.
Secondo le linee guida statali, le offerte raccomandate dal settore pubblico per i contratti di produzione dovevano essere competitive. Tuttavia, in realtà, raramente tali offerte
erano basate su una qualsivoglia concorrenza. Fondamentalmente erano organizzate in
base ai capricci del dirigente. Dati gli stret-
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ti legami tra imprese e stato, le decisioni su
come sarebbero stati ripartiti gli utili sono
state adottate principalmente nei negoziati tra i ministeri statali e i dirigenti aziendali.
Raramente erano effettuati sulla base di criteri scientifici o congruenti.
Secondo uno studio condotto da Lei Zhenglin, all’interno della fabbrica il contraente era
il direttore della fabbrica e la persona doveva monitorare il contraente era il segretario
di partito della fabbrica. Secondo i termini del
contratto di produzione, le quote e i margini
di profitto avrebbero dovuto essere fondati
su un processo di contrattazione e gli obiettivi di produzione non avrebbero dovuto essere esorbitanti. Di solito, non era poi così difficile realizzare le quote e, di conseguenza, la
nozione di ‘tagli salariali per scarso rendimento dei direttori’ era vuota [di contenuto]. Il
sistema di subappalto dei premi era basato su
un‘ipoteca aziendale e su quante quote venivano superate. Questi ultimi premi sarebbero stati divisi secondo quanto il direttore della fabbrica (il subappaltatore) riteneva appropriato e questa non era cosa che richiedesse
alcun intervento pubblico.
Come tale, questo duplice sistema di bonus
ha creato una classe di quadri che ‘si è arricchita per prima.’ La scelta di modernizzare la produzione e questo periodo di tempo sono strettamente connessi. È stato difficile utilizzare un sistema di cottimo per calcolare i contributi dei lavoratori alla produttività, per non parlare dell’invisibile valore
aggiunto dell’attività dei lavoratori ausiliari e
non addetti alla produzione. Così si è affermata la richiesta diffusa di ‘riforma salariale’ per i
lavoratori. Allo stesso tempo, abbiamo iniziato a vedere la distribuzione dei premi annuali e delle ‘buste rosse.’ I premi di fine anno per
i lavoratori erano sostanzialmente gli stessi, e
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il divario tra le indennità dei lavoratori e quelle degli amministratori di fabbrica è cresciuto ogni giorno di più. I lavoratori hanno avuto una chiara consapevolezza di quanto c’era
dietro questi cambiamenti in fabbrica, recriminando tra di loro: “I lavoratori sono poveri,
i direttori ricchi; i manager di base dell’officina possono godere di stipendi sopra i 10.000
yuan e per gli stipendi dei direttori di fabbrica
il limite è il cielo.’
Nel 1990, una componente chiave della ‘riorganizzazione strategica aziendale’ è stato il
principio del ‘tagliare le eccedenze e aumentare l’efficienza.’ Ciò è avvenuto in molte forme diverse, compresi, tra gli altri, gli incentivi
al prepensionamento, i trasferimenti interni,
l’acquisizione dei rapporti di lavoro, congedi,
licenziamenti. Dalla fine del 1997 le aziende di
Stato cinesi avevano già licenziato 6.340.000
lavoratori, dei quali 3,1 milioni non ha ricevuto alcun sussidio per le spese vitali essenziali. Questo periodo di tempo ha costituito un
attacco senza precedenti agli interessi diretti
dei lavoratori cinesi, costringendoli a iniziare
a pensare seriamente a come difendere i propri interessi specifici.
I conflitti di lavoro sono diventati sempre più
prevalenti. All’inizio del 1998, l’ultimo atto
dello sforzo di riforma ha sollecitato una ‘battaglia decisiva’ con le aziende di proprietà dello Stato, che ha implicato numerosi fallimenti di aziende statali e licenziamenti di massa.
Dal 1998 al 2001 i licenziamenti dalle aziende di Stato sono stati pari a 22 milioni e mezzo di persone. Le condizioni di vita dei lavoratori licenziati hanno virato verso il peggio. Ad
esempio, per quelli espulsi durante la terza
ondata di licenziamenti nel 2005, il 68% aveva redditi medi mensili inferiori a 300 yuan
al mese. Il 92% dei loro redditi venivano utilizzati per garantire cibo, vestiti ed educazio-
ne dei bambini. L’88% dei lavoratori licenziati
non aveva modo di sostentarsi e non ha avuto
altra scelta che quella di fare affidamento sugli
aiuti dello Stato e dei parenti.
Dal terzo anno di questo attacco, i lavoratori delle aziende di Stato e i conflitti di lavoro si sono notevolmente intensificati. Si sono
accumulate rapidamente azioni collettive che,
in ultima analisi, hanno contribuito all’ondata
di azioni [cause] di lavoro nel 2002. Dal 2005,
a livello nazionale, ci sono state oltre 80.000
azioni collettive di petizione, che hanno coinvolto 4 milioni di persone, il 40% delle quali
erano guidate da lavoratori.
I lavoratori tradizionali si sono divisi in diversi gruppi. I lavoratori pensionati ammontavano a circa 30 milioni (pensionati delle aziende di Stato a 23 milioni, di imprese di proprietà collettiva a 6,3 milioni). Durante il periodo
maoista, i salari dei lavoratori delle aziende
statali sono stati tenuti bassi con la garanzia
di prestazioni sociali generali per il loro ruolo nell’industrializzazione della Cina. Nel processo di rinnovamento dell’economia sulla
scia dello sviluppo basato sul mercato, il debito storico a causa loro era ingente. I lavoratori pensionati sono stati impegnati nelle originarie lotte collettive contro le conseguenze della riforma.
Dovettero avere anche vita facile ottenendo il sostegno del popolo e, alla fine, furono
in grado di ottenere notevoli successi grazie
alle loro proteste. Una lavoratrice in pensione ha ricordato quel periodo: “in quegli anni
non ci diedero le pensioni, così andammo nella nostra unità di lavoro (fabbrica) e ci venne detto che non avevano nulla da darci. Ci
dissero di andare alla compagnia di assicurazione, cosa che facemmo. Lì sostennero che
la nostra unità di lavoro non aveva versato i
contributi al fondo pensione perché non aveva i fondi, quindi perché noi dovremmo pagare le vostre pensioni? In seguito tornammo
all’unità di lavoro e affermarono di aver fallito. Successivamente siamo andati un sacco di
volte in gruppi collettivi all’ufficio del sindaco.
Solo allora abbiamo ottenuto le nostre pensioni. Se non fossimo andati e non avessimo
preteso collettivamente, non avremmo ricevuto un centesimo.”
Nella maggior parte dei paesi, i pensionati
sono usciti di scena dalla storia. In Cina, però,
esiste una serie unica di condizioni. Un funzionario amministrativo dell’Ufficio Comunale di Fushun l’ha presentata in questo modo:
“Allo stato attuale, la capacità di mantenere
l’ordine sociale, mentre il tasso di disoccupazione di Fushun è così alto, ha in gran parte a che fare con la capacità dei pensionati di
prendersi cura dei lavoratori più giovani. Fino
a quando i lavoratori anziani garantiranno le
prestazioni sociali, i più giovani non saranno
inclini a creare problemi.” Una donna in pensione della Società di Pesticidi di Jihua ha det-
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trategie della
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to: ”In questo momento, le famiglie dei miei
due figli vivono con noi, sette in tutto. La mia
pensione è di 400 yuan al mese e quella di mio
marito è di 700. Entrambi i figli lavorano fuori Jihua (città), ma mio figlio e sua moglie non
hanno ricevuto alcun salario, siamo una famiglia di 7 persone con un reddito mensile di
1.100 yuan, appena sufficiente per sopravvivere. Mio figlio lavora in una impresa di proprietà collettiva, la Construction Company Jihua,
e dovrebbe prendere 800 yuan, ma la società ha distribuito raramente i salari negli ultimi 3 o 4 anni, perché non ha i fondi. Il mondo ora è completamente cambiato, quelli nel
fiore degli anni non riescono a trovare lavoro
e, con una strana distorsione, sono gli anziani che si devono prendere cura di loro.” Un
minatore del distretto minerario di Fuhun
con 32 anni di lavoro nelle miniere ha raccontato di suo figlio e di sua nuora, andati a Shenyang a trovare lavoro a tempo parziale dopo
essere stati licenziati. Hanno lasciato il loro
bambino, che aveva appena compiuto 5 anni,
con il nonno a prendersi cura di lui.
Ha dichiarato con risentimento: “Perché
dopo aver fatto più di 30 anni di carriera
come minatore, a questa età, non solo devo
badare a mio figlio, ma devo prendermi cura
anche di mio nipote?”
I lavoratori pensionati in Cina hanno difficoltà
a troncare i legami con la loro fabbrica:
Anche se ora siamo tutti rimunerati dal fondo di
sicurezza sociale, abbiamo ancora un forte vincolo emotivo con la nostra fabbrica. Anche se ora
non sono lì al lavoro, ci sono i miei figli. E anche
se io personalmente non beneficio del successo
dell’impresa, da lontano mi sento ancora felice se
questo succede. Tutti noi lavoratori in pensione
avvertiamo la stessa cosa.
Le lotte collettive dei lavoratori tradizionali licenziati in Cina sono diventate le più frequenti, risolute e durature. Secondo un sondaggio nella città di Xiamen del 2004, il 48,4%
dei lavoratori licenziati hanno partecipato ad
azioni collettive, in primo luogo per garantire
obiettivi economici, di cui il 46,7% erano posti
di lavoro e il 43,3% salari e aiuti. L’8,3% prevedeva richieste di punizione dei funzionari e
amministratori di fabbrica corrotti. Il tipo più
diffuso di azione collettiva è stato quello delle marce che reclamavano negli uffici dei funzionari. Come la realtà affondava, i lavoratori poco a poco hanno cominciato a riconoscere l’importanza della solidarietà nella lotta. In tutta la Cina i lavoratori hanno realizzato che più larga è la scala della lotta, maggiori sono i progressi, minore è la scala della lotta, minori sono i risultati. Nessuna lotta, nessuna vittoria.”
Nella sua propaganda, il partito ha parlato più
volte di “3 Linee di Protezione” che presumibilmente contribuirebbero a risolvere il pro-
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blema della sopravvivenza dei lavoratori licenziati. Nei fatti, i lavoratori che hanno usato
una di queste, i centri di reimpiego per lavoratori licenziati, a parte l’aver ricevuto un aiuto per le spese essenziali, fondamentalmente
sono sulla stessa barca di chi non si è avvalso
dei centri. Nel 1998, nella fabbrica di trattori di Changchun, il capo della sezione Relazioni Lavorative ha affermato che la percentuale di lavoratori entrati nel Centro Lavoratori
licenziati era quasi del 100%. Egli ha sostenuto che “i lavoratori non solo hanno percepito un compenso per le spese vitali essenziali e
i contributi sociali, ma hanno ottenuto riqualificazione professionale. Secondo le direttive stabilite dalle “3 Linee di Protezione“ del
PCC, abbiamo già fatto molto bene.”
Tuttavia, numerosi lavoratori della fabbrica di
trattori hanno svelato la situazione reale. Un
lavoratore ha dichiarato: “Sì, siamo andati al
centro, ma non ne valeva affatto la pena! Per
un mese si ottiene un insignificante somma di
denaro per le spese. Quando lasciamo il centro come lavoratori anziani, senza competenze, non siamo in grado di trovare un lavoro.
Tutto quello che possiamo fare è starcene a
casa tutto il giorno.” Un altro ha raccontato: “Nel 1998 sono stato licenziato, nel 2001,
sono andato al centro, ma nessuno mi ha detto niente su alcun tipo di assicurazione contro la disoccupazione. Ad ogni modo, la vita in
questi giorni è insopportabile. La nostra unità di lavoro? Non ha intenzione di sostenere i costi del nostro riscaldamento. Questo
è davvero immorale! La nostra unità di lavoro non poteva affrontare i nostri problemi,
così ora stiamo marciando e facendo sit-in
per costringerli a risolvere i nostri problemi
di riscaldamento. Questa tassa non è cosa che
possiamo permetterci di pagare!”
Mandare i lavoratori ad iscriversi al Centro
per il Reimpiego non riflette necessariamente la buona volontà dell’impresa. Un operaio licenziato da una fabbrica di pasta a Changchun ha dichiarato: “Nel giugno del 2000
sono stato licenziato. Sul posto, la società mi
ha fornito un certificato di lavoratore licenziato, per l’iscrizione alla società del Centro
Servizi per il Reimpiego. Sono stato iscritto al
centro per 3 anni e ogni mese ho avuto 170
yuan di ‘sussidio di disoccupazione.’
Perché l’impresa ha voluto darmi questo certificato? Perché avrebbero potuto fare soldi sotto banco! Nominalmente siamo stati licenziati, ma la società ci utilizza ancora
per 8 yuan al giorno. Inoltre, l’azienda aveva
una norma, secondo la quale se non disponi di un certificato di lavoratore licenziato,
non puoi lavorare. Da quanto abbiamo potuto intuire, la società ha fatto questo per rubare i soldi dallo stato. Pensateci, un lavoratore è licenziato e l’impresa non deve pagare
il costo mensile di 188 yuan di premi di assicurazione sociale. In passato, questo è quan-
to la società ha dovuto cacciar fuori. Adesso?
Il lavoratore è costretto a ottenere un certificato di sconto speciale per disoccupazione
(in realtà si chiama certificato di sconto speciale per il reinserimento), oppure non può
lavorare. I lavoratori che si trovano prossimi alla pensione non sono inclini a compilare la domanda, per cui l’impresa va avanti e
fa così per loro. Quindi, una volta che abbiamo ottenuto questo certificato di sconto speciale, l’unità di lavoro ci richiama al lavoro e si
garantisce in tal modo un risparmio sui premi.
Chi non compila la domanda per il certificato
deve provvedere a se stesso senza lavoro in
‘aspettativa’ o addirittura comprare il proprio
rapporto di lavoro con l’impresa.
Molti lavoratori licenziati hanno già ricevuto una buonuscita in cambio della loro rinuncia all’impresa per sempre. Tuttavia, i conflitti
causati dalla conversione aziendale non sono
finiti. Quando l’impresa fallisce, i suoi debiti sono ingenti. Secondo un sondaggio in 29
aziende di Stato da parte della ACFTU Provinciale di Shanxi, avere dei pagamenti arretrati dei premi delle casse malattia è un problema molto comune e grave. Le imprese intervistate hanno un debito in totale di
63.230.000 yuan in premi alle casse assicurative dei pensionati.
Nel peggiore dei casi, le imprese erano in
debito sui premi individuali di diverse centinaia di migliaia di yuan, per un periodo di
una dozzina di anni o più. Un terzo del debito comprende premi che avrebbero dovuto essere pagati per lavoratori già deceduti. Secondo un rapporto investigativo condotto dalla ACFTU Provinciale di Hubei, di
60 imprese intervistate già in conversione, 5
dovevano salari arretrati ai lavoratori, 11 avevano debiti sui fondi presi in prestito dai lavoratori, 13 avevano debiti sui premi assicurativi dei contributi per la salute, e 18 avevano
debiti sui pagamenti per il finanziamento delle
abitazioni dei lavoratori. Così, le lotte militanti dei lavoratori sono state ispirate dal desiderio di proteggere i salari dovuti e i benefici sociali, oltre a proteggere i beni dello Stato dalla corruzione dei quadri di fabbrica e del
Partito. Queste battaglie hanno aumentato il
livello di coscienza dei lavoratori delle aziende di Stato.
Le condizioni causate dallo sviluppo dei rapporti capitalistici di produzione in realtà hanno fornito ai lavoratori tradizionali della Cina
una solida educazione. Si sentivano lavoratori
licenziati esclamare: “Mao ci ha dato la Ciotola di Riso di Ferro. Deng ci ha dato un pugno
negli occhi, Jiang Zemin ci ha calpestato e Zhu
Rongji ci ha preso a calci sui fianchi.” Un operaio alla Tractor di Jihua ha detto: “In questi
ultimi anni vi è stato un rapido sviluppo, che
è innegabilmente legato alla forma capitalistica di accumulazione primitiva. L’accumulazione primitiva, che si è compiuta in più di cento
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anni dall’esordio del capitalismo, ha richiesto
solo pochi anni per realizzarsi a Jihua!” I lavoratori potrebbero lamentare che “Durante la
dinastia dei Qing, sarebbe costata una fortuna prendersi cura di un funzionario locale. I
costi di un funzionario Qing impallidiscono al
confronto con i quadri di oggi!... Quando Mao
era al potere, i lavoratori erano di buon umore, non erano facilmente vittima di bullismo
ed erano i padroni della fabbrica. Da Deng,
i lavoratori non hanno un soldo da spendere. Ora il loro potere è stato consegnato a
stranieri e leader che sfruttano e opprimono
i lavoratori, al servizio degli interessi di una
piccola minoranza. Lo stato è socialista solo
di nome, non nella realtà.”
Nei primi anni di sviluppo socialista cinese, gli
operai erano padroni, godevano di uno status politico, di pensioni, assicurazione sanitaria ed erano molto motivati ​​a lavorare. Il PCC
era un partito che veramente dipendeva da e
serviva la classe operaia:
A quel tempo, avevamo i salari, non eravamo
esausti dal nostro lavoro e avevamo l’assicurazione sanitaria, etc. Chi potrebbe dire che Mao era
negativo? Quando era in vita, ogni mese si guadagnavano 30-40 yuan e si lavorava energicamente. Non mancavano il cibo o i comfort di base.
Adesso? Mancano anche i mezzi di sussistenza
di base. Quindi durante il periodo maoista siamo
stati trattati meglio. Oggi, lo vedi, roba che non è
nemmeno paragonabile ai peggiori abusi dei proprietari di un tempo. Se si hanno i soldi, si può
fare qualsiasi cosa, senza soldi lascia perdere! In
questi giorni chi potrebbe permettersi di andare
al college, anche se lo volesse? Se si vuole trovare un posto di lavoro, è necessario spendere soldi. I giovani di oggi si sposano, ma non vogliono
avere figli perché non possono permettersene i
costi. Essi, infatti, si basano ancora sul sostegno
dei genitori, come potrebbero azzardare di allevare figli propri?
La nuova classe operaia in Cina:
condizioni ed esigenze
Con l’istituzione del sistema di responsabilità contrattuale delle imprese controllate dal
governo (SOE, State Owned Enterprises), le
imprese di città e di villaggio (TVE, Townnship and Village Enterprises), hanno avuto
un rapido sviluppo e prodotto il passaggio di
circa 9.700.000 abitanti delle zone rurali alla
produzione non agricola. Dal 1988-1991, in
fase di riassetto amministrativo, le imprese di
città e di villaggio ed il settore non agricolo
sono cresciuti più debolmente. Quando Deng
Xiaoping fece il suo “Tour meridionale” nel
1992, la crescita delle imprese private entrò,
nelle città e nei villaggi, in un periodo di rapido sviluppo, così aumentarono gli impiegati in
questo settore. Ogni anno il numero di persone che lasciavano la campagna è aumentato di un milione, formando una marea di lavo-
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ratori migranti nelle città. Allo stato attuale,
il numero totale di lavoratori migranti dalle
campagne è tra i 200 e i 300 milioni, di cui circa 140 milioni lavorano nelle città. Essi costituiscono ormai un elemento chiave nella classe operaia cinese.
Le precedenti generazioni di lavoratori
migranti hanno vissuto una doppia esistenza. Molti lavoravano con l’intenzione di spedire denaro a casa propria da investire in qualche tipo di impresa. Poiché i grandi produttori cominciarono a superare ed eliminare i piccoli produttori e la possibilità di conversione d’uso dei terreni ebbe una rapida espansione, l’attuale generazione di lavoratori
migranti è sempre più influenzata dalla produzione agricola su larga scala. Un lavoratore migrante proveniente dall’Hunan che lavora nello Guangdong ha affermato: “Fin dall’inizio mi sono sentito diverso dalla generazione dei miei genitori. Non avevo intenzione di
tornare di nuovo al mio villaggio per sposarmi e allevare i figli. Ho una formazione, voglio
imparare nuove competenze, e mettere le
mie radici qui.”
Per quanto riguarda i progetti futuri, la metà
di coloro che sono lavoratori migranti continuerà a lavorare lontano dalle città di origine,
solo il 17,4 per cento di loro ritorna a casa.
Questa generazione di lavoratori migranti in
Cina possiede sostanzialmente tutte le caratteristiche di una classe proletaria e, in un certo grado, una coscienza di classe. Secondo un
sondaggio condotto dalla ACFTU (All-China
Federation of Trade Unions) provinciale di
Guangdong, l’81,5% dei lavoratori migranti si
considerano classe operaia, e per loro ‘non
importa che problemi bisogna affrontare, tutti costituiscono problemi della classe operaia’. Il 70% nel valutare la propria condizione
ritiene che il reddito salariale sia un fattore
molto importante. Solo il 5% considera l’‘assicurarsi la residenza nella città come punto
centrale.’ Questo spiega perché, dal punto
di vista dei lavoratori rurali, il rapporto tra il
luogo della loro residenza ufficiale e il luogo in
cui sono occupati è piuttosto basso.
La maggior parte dei lavoratori migranti ha
un basso livello formativo, spesso raggiunge appena i 7 anni di scolarizzazione. Le statistiche rivelano che il 40,31% dei lavoratori
migranti ha solo un livello di educazione elementare, il 48% ha la licenza di scuola media, e
solo l’11,62% ha il diploma superiore. Coloro
che hanno un livello di istruzione post-secondario sono solo il 9,1%. Data la loro mancanza
di competenze professionali, sono solo in grado di ottenere le tipologie più dure, più faticose e massacranti di lavoro. Le loro condizioni di vita tendono ad essere molto povere,
la maggior parte vive in alloggi scadenti, tende, o anche portabagagli delle auto, o sotto
ponti e gallerie.
Il compenso per il loro lavoro è basso e spes-
so i lavoratori migranti sono costretti ad
attendere che gli vengano pagati salari arretrati. I basilari dispositivi di sicurezza e salute e le precauzioni necessarie durante il lavoro sono inesistenti. Dal 1992 al 2004, il salario medio mensile per i lavoratori migranti nel Pearl River Delta è aumentato solo di
68Y (yuan). Secondo le statistiche ufficiali, nel
2003, in tutta la Cina, il numero dei lavoratori
che hanno avuto infortuni sul lavoro o la morte è stato di oltre 136.000, l’80% dei quali erano lavoratori migranti.
Il numero di lavoratori con malattie professionali ha superato i 500.000, il 50% dei quali erano lavoratori migranti. Nel 2004, un sondaggio investigativo ha rivelato che nel Pearl
River Delta, gli incidenti annuali riguardanti
ferite alle dita ha raggiunto almeno i 30.000,
con almeno 40.000 amputazioni. Secondo un’altra indagine del 2004 condotta in
Zhejiang, dopo aver contratto una malattia
correlata al posto di lavoro, la maggior parte dei lavoratori migranti compra le medicine per prendersene cura e lasciare le cose
come stanno; solo il 24,4% va in una clinica. Il
14,9% ha turni di lavoro di 8 ore, il 38,5% turni di 8-10 ore, il 29% turni di 10-12 ore, e il
15,5% lavora per più di 12 ore al giorno. Solo
il 6,7% ha un fine settimana effettivo di 2 giorni di riposo dal lavoro, il 22,3% ha un giorno di riposo alla settimana, e il 56,3% non ha
alcuna garanzia del giorno libero.
Quando i lavoratori presentano le richieste più minime che non vengono soddisfatte,
l’unica scelta che gli rimane è quella di resistere. Un ricercatore ha scoperto che nel 1999,
nel solo Shenzhen, ci sono stati almeno 100
casi di scioperi su larga scala. Non è possibile
stimare il numero di incidenti avvenuti durante scioperi di grandi e piccole dimensioni che
si svolgono nella regione del Pearl River Delta. La sezione del ACFTU del Guangdong
sostiene ci siano almeno 10.000 scioperi l’anno, mentre altri sostengono siano addirittura 20.000. Nel 2004, da gennaio a luglio, l’Ufficio Provinciale del Lavoro del Guangdong, ha
trattato 540 casi di conflitti collettivi, coinvolgenti 57.300 partecipanti, il 17,7% dei lavoratori, percentuale superiore a quella dell’anno
precedente che era del 15,4%.
A differenza della classe operaia cinese tradizionale (normalmente impiegata presso le
SOE), i lavoratori migranti cinesi sono cresciuti come lavoratori in un ambiente capitalista, in possesso della consapevolezza del tipo
di rapporto tra loro e i datori di lavoro, che
si trova tipicamente in contesti capitalistici. In
genere le loro richieste riguardano aumenti salariali e miglioramento delle condizioni di lavoro. La loro analisi si basa su problemi vissuti collettivamente, che danno direttamente forma anche al carattere dei conflitti di gestione del lavoro. Nel secondo trimestre del 1996, in tutta la Cina ci sono stati 530
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casi tra petizioni collettive al governo e scioperi che affrontavano il problema degli stipendi arretrati e nel terzo trimestre hanno raggiunto i 590, il 42,6% degli episodi di conflitto
collettivo nazionale.
Nel 2002, il problema degli arretrati salariali è diventato una tendenza a livello nazionale
che i funzionari hanno definito ‘un grave problema che sta influenzando l’ordine sociale.’
Secondo le statistiche dell’Ufficio del Lavoro e della Previdenza Sociale, negli ultimi anni,
differenti unità governative che si occupano
di problematiche del lavoro hanno contribuito ad incrementare il numero di lavoratori ai
quali sono stati garantiti gli stipendi arretrati. Dal 2002 sono stati recuperati 1,45 miliardi di yuan e tale importo è quasi raddoppiato
nel 2003 raggiungendo i 2,7 miliardi di yuan,
e nel 2006 sono stati raggiunti 5,8 miliardi di
yuan. Questa esplosione di stipendi arretrati
ha solo peggiorato l’amarezza sentita dai lavoratori migranti in Cina!
La forma di organizzazione dei lavoratori
migranti cinesi è caratterizzata dalla spontaneità. In una fabbrica di scarpe di proprietà di
una società di Taiwan a Shenzhen, i manager
e i responsabili della sicurezza degli impianti spesso multavano i lavoratori e applicavano
per le infrazioni trattenute sul salario. Questo ha avuto come conseguenza uno sciopero
di 3.000 lavoratori che hanno rotto finestre
della fabbrica, bruciato rifiuti, e fatto picchetti
in massa. A Dalian, in una società interamente di proprietà giapponese, i lavoratori hanno
sollevato con i gestori la questione dei bassi salari, solo per essere costantemente ignorati. Quindi, è scoppiato uno sciopero che ha
coinvolto 6.000 lavoratori. Dopo due giorni, l’ufficio centrale giapponese ha ordinato ai
manager di accettare le richieste dei lavoratori, ma poi il governo della città di Dalian ha
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inviato la polizia per reprimere i lavoratori in
sciopero e le loro richieste.
Con lo svelarsi a livello internazionale delle contraddizioni del capitalismo, le imprese costiere basate sul lavoro intensivo, hanno visto gradualmente scomparire le condizioni che gli hanno permesso di sopravvivere, con un grande aumento dei costi di produzione. Nel 2008, l’approvazione della legge
sul Contratto di Lavoro ha stimolato lo sviluppo del conflitto di classe. La legge sul Contratto di Lavoro stabilisce che “Un operaio in
una unità di lavoro dato, con una anzianità di
10 anni” o “che abbia avuto due contratti di
lavoro a tempo determinato” ha diritto ad un
contratto a tempo indeterminato presso tale
unità di lavoro.
Questa clausola ha creato il panico nella classe capitalista cinese e molti si sono precipitati a trovare il modo di licenziare i lavoratori,
cercando di cambiare le loro mansioni lavorative, al fine di eludere le imposizioni della legge sul Contratto di Lavoro. Ma hanno dovuto
calcolare la retribuzione, così come le indennità, secondo ciò che stabilisce la nuova legge: questo ha determinato il sorgere di numerosi lavoratori in lotta per decine di migliaia di
yuan di stipendi arretrati.
Gli studenti universitari cinesi di fronte
alla proletarizzazione
Nel Manifesto del partito comunista, Engels
aggiunse una nota alla traduzione inglese del
1888 che dice: “Nel proletariato, la classe dei
lavoratori salariati moderni che non ha mezzi propri di produzione, è ridotta a vendere
la propria forza-lavoro per vivere.” In effetti, il termine ‘classe proletaria’ si riferisce
alla mancanza dei mezzi di produzione e alla
dipendenza, come classe sociale, dal rapporto
con i datori di lavoro che garantisce un sala-
rio e la possibilità di acquisire i mezzi di sussistenza. Dato che le forze produttive sono
maggiormente condivise ed è aumentato il
numero degli impiegati nel lavoro cooperativo, anche la nozione di lavoratore produttivo
si è ampliata. Il termine “lavoratore produttivo” denota il ruolo di produttore di plusvalore, ma si tratta di un valore che deve essere prodotto per l’appropriazione da parte
dei capitalisti. Zhongguancun è un quartiere
di Pechino che ospita una forza lavoro impegnata principalmente nella programmazione e
nella ricerca e sviluppo di software.
Questi lavoratori si autodefiniscono “lavoratori migranti per sé”, un’espressione che
descrive adeguatamente le condizioni particolari che caratterizzano il loro status come
lavoratori “autonomi”. A causa del continuo
aumento di colletti bianchi, di lavoratori di
concetto, nella seconda metà del XIX secolo Marx elaborò due nuove categorie: “classe
proletaria di concetto” e “totalità della classe operaia”.
Visto che il carattere del processo lavorativo
è diventato di forma più cooperativa, è stato
necessario ampliare i concetti di ‘lavoro produttivo’ e il conseguente concetto di ‘lavoratori produttivi’. Perché il lavoro sia produttivo non deve necessariamente consistere in
una produzione manuale. E’ sufficiente farlo
diventare un elemento del lavoro complessivo, e che completi una funzione di quel lavoro. Engels disse: “Spero che il vostro duro
lavoro aiuterà gli studenti universitari ad
essere sempre più consapevoli del fatto che
dal loro processo di lavoro si produce un tipo
di ‘classe proletaria’ del lavoro intellettuale.
Loro hanno una missione che si integra con
quella dei loro compagni lavoratori manuali,
esistendo fianco a fianco come parte di una
classe che avrà un ruolo determinante nella rivoluzione in arrivo.” Lenin ha anche concettualizzato la categoria di proletariato “tecnico”. Questi nuovi concetti davano per
scontato che il lavoro salariato di concetto
e il lavoro salariato manuale comprendono
entrambi le categorie di ‘lavoro complessivo’
o di ‘lavoratore di produzione’. Ciò riflette lo
sviluppo storico della classe operaia.
Il capitalismo cinese dipende da investimenti monopolistici di capitali esteri, che non
richiedono una grande quantità di ricercatori qualificati. Allo stesso tempo, i profitti capitalistici in Cina tendono ad essere piuttosto
scarsi, e ci sono pochi mezzi per sostenere
una vasta popolazione di intellettuali. Come
risultato, dato che l’istruzione, in linea con
una logica capitalista, ha ‘prodotto’ una grossa quantità di studenti universitari, la pressione sull’impiego di massa ha reso i lavoratori
di concetto sempre più simili ai loro compagni operai. Secondo un rapporto del Ministero della Pubblica Istruzione, nel 2007 ci sono
stati un totale di 5.670.000 iscritti al college
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e 4.950.000 laureati. Un sondaggio del 2006
condotto dal Ministero Cinese delle Risorse
Umane ha rilevato che oltre il 60% dei laureati si troverà ad affrontare la disoccupazione.
Secondo un’indagine diffusa dal Ministero del
Lavoro e della Previdenza Sociale, lo stipendio medio dei lavoratori migranti consiste in
circa 1.100Y al mese. Intanto, il salario medio
degli studenti universitari neolaureati è sceso a circa un migliaio di yuan mensili, in linea
con la tendenza alla diminuzione dei salari
vista negli ultimi anni. Un funzionario del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale di
Canton ha dichiarato la sua convinzione che
‘oggi gli studenti universitari non sono così
competitivi come i lavoratori migranti’. E una
relazione investigativa di un giornalista dello Zhejiang ha mostrato che gli studenti universitari sono in competizione per assicurarsi
posti di lavoro come camerieri nei ristoranti,
in lotta con i lavoratori immigrati per la stessa
ciotola di riso. Di conseguenza, non sarebbe
inesatto affermare che i lavoratori di concetto di oggi costituiscono una parte della classe
operaia in Cina, anche se molti studiosi non
hanno ammesso questa realtà.
Al momento, in Cina la classe dei lavoratori
di concetto si aggira sui 60/70 milioni. Questo
include circa 10 milioni di dipendenti pubblici,
con un salario medio annuo di 17.644Y; 35,33
milioni di operatori professionali qualificati, di
cui 26,130 milioni sono impiegati in un ufficio
pubblico con uno stipendio medio annuo di
16.458Y, e 20,8 milioni di lavoratori impiegati
nelle imprese private.
Canali per la risoluzione
dei conflitti di lavoro
Nell’ottobre 2006 la 6ª sessione plenaria del
16° Comitato centrale ha approvato una
risoluzione sui “diversi problemi per quan-
Pag. 10 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
to riguarda l’instaurazione del socialismo e di
una società armonica”, che ha chiesto specificatamente un equilibrio tra lo “sviluppo ed
una gestione armonica delle relazioni di lavoro.” Occupandosi del basso numero di contratti di lavoro stipulati, delle orribili condizioni di lavoro, dei salari arretrati, del grave
problema delle multe arbitrarie e delle deduzioni sui salari dei lavoratori, e le frequenti proteste collettive sulle condizioni di lavoro, la sessione ha deciso di ‘chiedere: un sistema più completo e coordinato della gestione dei rapporti di lavoro, che rafforzi il sistema tripartito (governo, sindacato, comitati di
base) nel mediare i rapporti di lavoro; capace
di monitorare e far rispettare i salari e le ore
di lavoro standard, stabilire un solido insieme di standard di lavoro che sostenga la sicurezza sul lavoro e le questioni igienico-sanitarie attraverso l’impianto del contratto di
lavoro e il sistema di contrattazione collettiva; che attui un completo monitoraggio di tutti i tipi di imprese per la rigorosa applicazione
delle norme nazionali sul lavoro; che elabori
un sistema di forte monitoraggio a sostegno
del lavoro; un sistema di mediazione esterna;
supervisioni l’uso delle imprese dei contratti di lavoro; consolidi e regoli il mercato del
lavoro; aiuti i lavoratori, in particolare i lavoratori migranti, nel recuperare i salari dovuti; protegga con determinazione i diritti legali dei lavoratori.
Il 17° Comitato Centrale ha continuato su
questa linea, chiedendo garanzie di accesso
all’istruzione, al lavoro, all’assistenza sanitaria, assistenza agli anziani, e abitazioni, come
obiettivi di un socialismo armonico. “Rapporti
di lavoro armonici e di sviluppo” sono determinati da 3 questioni: 1) eliminazione dei salari arretrati, 2) costruzione di un sistema di
previdenza sociale, e 3) nel caso i primi due
non si realizzino, elaborazione di un sistema
tripartito di mediazione del lavoro per risolvere i conflitti di gestione. Dal punto di vista
dei funzionari, è chiaro che creare sviluppo e
pace sociale consiste in un investimento pubblico e che i capitalisti devono pagare la loro
quota per garantire l’ottenimento di un salario “dignitoso”. Questa aspettativa specifica
costituisce una risposta sia al contesto nazionale che a quello internazionale. La speranza
è di adottare l’approccio ai rapporti di produzione capitalistici utilizzato in paesi capitalistici centrali come gli Stati Uniti, che in questo
modo hanno garantito la prosperità a lungo
termine, e presumibilmente fare lo stesso per
la Cina. Solo i miopi studiosi borghesi daranno dogmaticamente per scontato che la prosperità attuale è permanente.
Per cominciare, non c’è modo di raggiungere l’armonia tra classe operaia tradizionale
cinese e capitalismo, in quanto la prima non
abbandona il proprio ricordo del socialismo.
Proprio considerando come obiettivo ufficiale quello di raggiungere l’armonia tramite un
sistema di previdenza sociale, c’è da dire che
si tratta di un obiettivo per cui sarà necessario fare tanta strada prima di raggiungerlo. Un
sondaggio del 2004 ha rivelato che il 41,6%
dei lavoratori pubblici licenziati ha già rotto
(con indennità) il rapporto di lavoro con la
propria unità di lavoro; ma solo il 18,5% dei
lavoratori di imprese di proprietà pubblica lo
ha fatto.
Tra i lavoratori che avevano già interrotto il
loro rapporto di lavoro il 55,6% ha contribuito ai fondi pensionistici, quelli che non l’hanno
fatto sono solo il 24,4%. A Shenyang, il 18%
dei lavoratori licenziati ha pagato tali contributi; il salario mensile medio è di 969Y e i
lavoratori licenziati hanno dovuto contribuire
con una somma annua di 1766Y per il fondo
pensione e 1163Y per l’assicurazione sanitaria, che costituiscono un contributo complessivo annuo di quasi 3000Y. Nelle famiglie in
cui sono stati licenziati marito e moglie, questo importo è raddoppiato. Il calo dei redditi subito dai lavoratori licenziati non consente
di raggiungere il livello medio di vita a Shenyang. Il 50% dei lavoratori licenziati di Shenyang percepisce, se trova un nuovo lavoro,
circa 400Y mensili, il che ha reso molto difficile farsi carico degli oneri pensionistici o
dell’assicurazione sanitaria. Tra i lavoratori licenziati, la percentuale di coloro che non
pagano i loro costi di assistenza sociale è stata
dell’80,8% per quelli sotto i 30 anni, del 72%
per quelli tra 30 e 40 e del 62,7% per quelli tra 40 e 50.
Secondo un sondaggio del 2006 svolto in 6
contee su aziende statali con minori difficoltà
economiche, pubblicato dalla Sezione Provinciale di Shanxi della ACFTU, il 36% dei lavoratori che si sono iscritti all’assicurazione sanitaria ha scelto la copertura più bassa (ed eco-
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tratEgiE dElla
C
ontrorivoluzionE
pun gaI
cIna - la socIetÀ armonIosa
Sfruttamento e resistenza
degli operai migranti
A cura di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto - Edizioni Jaca Book, 2012
Il libro si compone di sette articoli,
frutto del lavoro di ricerca di Pun Ngai
e di altri sociologi cinesi, e descrive
il vasto processo di proletarizzazione
degli operai-contadini, sostenuto dalla
rivoluzione informatica, da quella dei
trasporti e dalla ipermobilità del capitale
produttivo. Oltre 200 milioni di operaicontadini si sono riversati nelle città e
nel lavoro di fabbrica sotto padrone;
gli operai-contadini non rappresentano
una novità nella storia della Cina, erano
presenti prima della guerra e nell’epoca
maoista, ma partire dal periodo delle
riforme introdotte da Deng Xiaoping
assumono un ruolo centrale nella progressiva trasformazione della Cina nella
“fabbrica del mondo”. Pun Ngai definisce questo processo “incompiuto” e
descrive la condizione operaia attraverso
i temi delle migrazioni interne, dello
sfruttamento, del regime di fabbricadormitorio, della radicalizzazione degli
scioperi e delle insorgenze. I lavoratori
di fabbrica subiscono il divieto di risiedere nei centri urbani attraverso il sistema
di registrazione abitativa; si determina
per questi lavoratori una separazione
spaziale inconciliabile tra i luoghi urbani
della produzione (nei recinti delle fabbriche sono nati immensi dormitori per la
manodopera) e quelli rurali della riproduzione. Le interviste fanno emergere
un livello crescente di conflittualità e di
resistenza operaia che quotidianamente
si manifesta nelle fabbriche cinesi.
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nomica); appena il 12% dei lavoratori è iscritto con la formula più completa di assicurazione sanitaria che copre anche le malattie
più gravi. Complessivamente, tra i lavoratori
licenziati, il 33,5% ha contribuito alla copertura previdenziale e il 5,4% lo ha fatto per l’assicurazione sanitaria. La maggior parte dei lavoratori licenziati non aveva modo di sostenere
questi costi e sono stati lasciati, di conseguenza, con questa preoccupazione.
Rapporti di lavoro armonici richiedono un
sistema tripartito di negoziazione: fuori da
questo contesto si sono susseguiti rapporti di lavoro conflittuali. Il terzo articolo del
“Provvedimento su Casi riguardanti Conflitti sul Lavoro Connessi alla Conversione delle
Imprese” della Corte Suprema stabilisce che,
“Quando le parti interessate si avvicinano al
Tribunale del popolo per presentare una causa, la volontà della Corte è di non dare ascolto a questi casi”. Vale a dire, quando i ministeri a livello nazionale o locale, consentono
la rottura dei rapporti di lavoro in una delle
aziende di Stato o sorgono altre questioni nel
processo di riorganizzazione aziendale, non ci
sono canali giudiziari disponibili per i lavoratori che vogliono intentare una causa.
Inoltre, la nuova generazione di lavoratori
cinesi trova sempre più difficoltoso riuscire
ad avere relazioni “armoniche” con i padroni
capitalisti. In linea con la crescita della nuova
generazione di operai dell’industria, è emerso
un problema sempre più urgente: l’incertezza e nessuna prospettiva per il futuro. Questa
generazione di lavoratori non ha la possibilità
di tornare alla loro casa in campagna.
L’esperienza a Chengdu e Chongqing, con
titoli di proprietà variabili si è estesa rapidamente in altre parti, anche contribuendo
a dare alle vecchie generazioni di lavoratori
migranti la speranza di tornare nelle campagne. In termini di coscienza di classe, la nuova classe di lavoratori cinesi spera di integrarsi nelle città. L’obiettivo al quale possono più onestamente e ragionevolmente mirare è la politica ufficiale del Partito di “accesso
all’istruzione, ai salari, all’assistenza sanitaria e
alle pensioni”. Tuttavia, i lavoratori migranti
raramente contribuiscono ai piani di assistenza sociale. Ogni volta che lasciano un lavoro,
devono andare all’Ufficio del Lavoro e recedere dal piano assistenziale.
Nel caso dei programmi pensionistici, il regolamento del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale stabilisce che, al fine di qualificarsi per acquisire questo beneficio, i lavoratori devono aver contribuito al programma di
assicurazione per 15 anni. Le amministrazioni locali hanno anche regolamenti che hanno
tutta l’aria di una vera e propria discriminazione contro i lavoratori migranti. Per esempio, a Shenzhen, per ricevere la pensione, il
lavoratore deve aver versato i contributi al
sistema di assicurazione per 5 anni consecu-
tivi prima di ritirarsi dal lavoro. Il che significa che un lavoratore migrante di età compresa tra 50-60 anni deve dimostrare di avere lavorato stabilmente nella stessa fabbrica negli ultimi 5 anni di lavoro. Per i lavoratori che cambiano spesso lavoro, la ‘stabilità
di lavoro’ è impossibile da immaginare. Così,
agli occhi di questi lavoratori “il denaro, pagato per i premi assicurativi è denaro perso: se
vogliono che ci sentiamo più sicuri, potrebbero rimborsarci i nostri soldi”. Se i lavoratori
migranti stanno andando avanti senza pensioni o assistenza sanitaria, come è possibile realizzare i 5 obiettivi del Partito per raggiungere
una “società armonica”?
Inoltre, il tenore di vita della classe degli
operai di concetto cinesi va sempre peggio.
Secondo le stime ufficiali, gli impiegati nelle
imprese straniere e le varie aziende private
cinesi dovrebbero costituire buona parte della borghesia.
Essi sono considerati come uno dei pilastri
della società cinese, in pratica si comportano
come un cuscinetto capace di prevenire i conflitti che derivano dalle estreme disparità tra
ricchi e poveri. Tuttavia, ciò che i lavoratori di
concetto richiedono, al fine di stabilirsi definitivamente nelle città, si discosta drasticamente da quello che gli viene offerto. I broker da
soli sono in grado di fare fuori ciò che la maggior parte dei lavoratori di concetto porta a
casa sotto forma di salario.
Inoltre, i mezzi di produzione, come la terra, le materie prime, e simili, continuano ad
aumentare di prezzo, rendendo la situazione per le aziende che si affidano alla manodopera a basso costo per sopravvivere sempre più difficile.
Queste aziende si trasferiscono sempre più
all’interno alla ricerca di condizioni di produzione migliori. Nel frattempo, i vecchi lavoratori delle aziende pubbliche, che combattono
battaglie perse per difendere le loro fabbriche e i mezzi di sussistenza, diventeranno più
deboli se non riusciranno ad unirsi con i lavoratori migranti provenienti dalle regioni rurali, il cui lavoro è molto più economico.
La forza di espansione del Capitale dipende
dalla sua capacità di sconfiggere i lavoratori
delle aziende di Stato tradizionali, che come
la loro controparte, i lavoratori migranti,
sono poveri e dipendenti, per la loro sopravvivenza, da un salario. Vale a dire che la nuova classe operaia cinese ed i vecchi lavoratori si sono trovati prima ad essere divisi ed ora
affrontano, gradualmente, lotte simili ed hanno interessi comuni.
Come diceva Marx, la trasformazione futura
per superare il capitalismo, può essere realizzata solo dall’unità di questa classe.
Traduzione dalla versione inglese.
Versione inglese tradotta dal cinese da Stephen Philion su:
http://chinaleftreview.org/?p=471
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 11
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ontrorivoluzione
La situazione giordana
U na rivolta
U n articolo
fallita e un regime riemergente .
di H isham B ustani *.
P
ubblichiamo la traduzione integrale di un
articolo di Hisham Bustani: “Jordan: a
failed uprising and a re-emerging reigime”,
apparso in differenti siti web che si occupano
di “Medio-Oriente”. Sebbene Il punto di vista
dell’autore non coincida completamente con
quello del Collettivo Redazionale, comunque
espone una analisi dettagliata della situazione
socio-politica ed esprime interessanti spunti di
analisi sulla Giordania e il contesto geo-politico
in cui è inserita. Nel corso degli ultimi anni
abbiamo pubblicato diversi contributi di questo
autore che possono essere consultati nell’archivio digitale dei numeri precedenti della rivista
sul sito omonimo.
“Fino ad ora, il regime ha avuto
successo nell’assorbire il movimento
e nel frammentarlo”
Non vi è dubbio che gli eventi avvenuti in
Giordania nel Novembre del 2012, soprannominati Habbet Tishreen da molti attivisti in ricordo della sua controparte del 1989,
la Rivolta di Aprile o Habbet Neesan, sono
senza precedenti. Anche se entrambi sono
stati innescati da un incremento nei prezzi dei derivati del petrolio, la versione del
2012 sembra essere stata molto più radicale nel suo approccio nei confronti del regime
al potere, in particolare verso la monarchia/
famiglia Hashemita e verso lo stesso re.
Prima del 2012, criticare pubblicamente il re e
la famiglia reale era la virtù degli ultra-coraggiosi: di solito questi parlavano con evidenti suggerimenti e insinuazioni, ma non arrivavano a tal punto da pronunciare direttamente il nome del re. Criticare il re e la famiglia reale non era apertamente tollerato dalla legge giordana, ed è ancora un reato punibile con da uno a tre anni di prigione. La legge che incrimina questo tipo di critica ha forse il nome più assurdo mai dato a qualsiasi
legislazione: letteralmente, si chiama la “legge
sull’allungamento della lingua di taluno riguardo al monarca”!
Io non ero uno di quei soggetti coraggiosi, ma
mentre altri rivolgevano le proprie critiche
nei confronti del “governo”, io ho sempre fatto riferimento all’ “autorità politica” nei miei
articoli, elaborando un concetto secondo il
quale non sono i governi a regnare in Giordania, poiché essi non sono che meri esecutori, mentre il processo decisionale risiede da
qualche altra parte, in luoghi di grado più ele-
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vato: la corte reale e la direzione generale dei
servizi segreti (Mukhabarat).
Tutto il potere al re
Costituzionalmente, il re della Giordania detiene poteri assoluti, e, al tempo stesso, rimane inesplicabile. Il paese è falsamente
spesso definito come una “monarchia costituzionale”. La più recente di queste false dichiarazioni proviene da un’intervista fatta al re
Abdullah II da Jon Stewart su The Daily Show,
il 25 settembre 2012. Un regno con una costituzione che dà poteri assoluti al monarca non
può essere definito monarchia costituzionale; si tratta piuttosto di una monarchia di tipo
medievale ispirata da diritto divino. Vi basterà controllare la lista sottostante per avere
un’idea di ciò a cui mi sto riferendo:
1 Il re incarica e congeda il premier e i ministri (art. 35 della Costituzione).
2 Il re ratifica le leggi e le promulga li (articolo 31 della Costituzione).
3 Il re emette le disposizioni che regolano le elezioni parlamentari (articolo 34-1
della Costituzione).
4 Il Re ha il potere di sciogliere il parlamento (articolo 34-3 della Costituzione).
5 Il re nomina e revoca la camera alta del
parlamento (articoli 34-4 e 36 della Costituzione).
6 Il re è il comandante supremo delle forze
armate, e di tutto l’apparato di sicurezza
(articolo 32 della Costituzione).
7 Il re nomina i giudici della corte costituzionale (articolo 58-1 della Costituzione).
8 I giudici dei tribunali civili e religiosi sono
nominati e revocati da decreto regio
(articolo 98-1 della Costituzione).
A completare tutti questi poteri:
9 Il re è immune da qualsiasi colpa e
responsabilità (articolo 30 della Costituzione).
10 La critica nei confronti del re è criminalizzata (articolo 195 del codice penale).
Abdullah II: prestazione debole
e distacco dalle vecchie guardie
Il defunto Re Hussein era onnipotente, ed era
capace di concentrare tutto il potere politico nelle sue mani e di manipolare la scenario
interno giordano. Era intoccabile, e così erano tutti i suoi uomini.
Re Abdullah II, scelto all’ultimo minuto come
ripiego e chiamato a sostituire l’allora regnante principe Hassan (fratello di Hussein), è un
uomo debole. Non è stato addestrato per
essere re, né ha l’essenza innata dell’uomo
politico. Quando era principe passava le sue
giornate al volante delle auto da corsa (era
un campione del Rally Giordania negli anni
1980 e ‘90) e onorando i battaglioni delle forze armate giordane utilizzati per le operazioni speciali. Abdullah II inserì i suoi uomini nel
gioco. I nuovi uomini del re non erano diversi rispetto a quelli vecchi, con una eccezione: entrambi erano corrotti, entrambi erano neoliberisti (ricordiamoci che le riforme
della Banca mondiale e del Fondo monetario
internazionale iniziarono alla fine del 1980 in
Giordania, e che furono la causa della rivolta dell’aprile 1989). Eppure, significativamente, alle nuove guardie, educate all’occidentale e orientate vero l’efficienza del commercio,
mancava l’appoggio delle strutture sociali: le
tribù. Non avevano alcuno spessore sociale.
STRETTAMENTE COLLEGATO
Domande e risposte su ciò
che le giovani generazioni giordane
vogliono veramente
La vecchia guardia (mentre era al potere) ha
mantenuto enormi connessioni sociali con le
sue tribù; infatti molti dei suoi componenti
erano i leader designati delle loro tribù. E per
questa ragione, una piccola parte dei benefici derivanti dalla corruzione calavano verso
l’infrastruttura sociale in varie forme (posti
di lavoro, borse di studio universitarie, aiuti diretti, ecc.) Questo è stato molto importante per la stabilità di uno stato clientelare
come quello Giordano.
Mentre la famigerata legge elettorale unuomo-un-voto del 1993 (tuttora in vigore)
aveva enormemente rafforzato le tribù trasformandole da unità sociali in unità politiche,
il perenne tentativo di detribalizzazione attuato dalla burocrazia centrale di Abdullah II era
indubbio e posizionò il regime in rotta di collisione con le tribù.
Per detribalizzazione qui, non intendo “palestinizzazione”. Molte delle nuove guardie erano di origine giordana orientale, ma mancavano di connessioni tribali e di influenza. Esse
erano più occidentalizzate (e per ciò soprannominate “digitali”), e non hanno fatto altro
che completare la privatizzazione del settore pubblico già iniziata sotto il re Hussein e la
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vecchia guardia; ma la corruzione, che mantenevano invariata, non calava verso il basso.
Crollo economico globale
e primavera araba
Le cose cominciarono a farsi più brutte con
il crollo economico globale. Non c’erano più
soldi distribuiti gratuitamente. Ora il motto
post-crollo era “ognuno per sé” (dopo tutto, anche l’Unione Europea sta pensando di
cacciare la Grecia!). Non c’erano soldi in più
per finanziare la corruzione. Improvvisamente, tutti i progetti immobiliari sponsorizzati
dai regimi del Golfo ebbero una battuta d’arresto; Amman divenne un paesaggio urbano
costellato di progetti di costruzione non finiti.
Furono persi posti di lavoro e, dopo aver privatizzato tutto, il governo rimase senza soldi, con un debito di oltre 22 miliardi di dollari che erano principalmente stati utilizzati per finanziare la corruzione. L’ondata delle
tasse più alte e delle de-sovvenzioni nei confronti dei prodotti di base (compresi i derivati della benzina) accelerò. Sempre più persone si impoverirono; ad Amman aumentarono esponenzialmente le persone che vivevano
degli avanzi raccolti dalla spazzatura; i mucchi
di spazzatura stessi divennero una scena abituale (e maleodorante) in una città che aveva avuto il vanto della pulizia per decenni. Ciò
era dovuto al fatto che il comune di Amman,
lo stesso comune che appena un decennio
fa si pavoneggiava per il suo surplus di denaro, non aveva abbastanza soldi per comprare
camion dell’immondizia nuovi!
Mentre il regime stava finendo sul lastrico,
qualcos’altro esplose: la primavera araba. Le
proteste in Giordania non erano per niente come quelle vissute dagli altri paesi arabi, dato che erano elitarie (comprendevano
normali attivisti, politici dell’ “opposizione”
e partiti politici), di piccole dimensioni (tranne quando partecipavano i Fratelli Musulmani), miti (esigenti “riforma”, piuttosto che la
rimozione del regime), e prive di un obiettivo
unitario e comune.
Gradualmente, il governo riuscì ad aumentare i prezzi con decisioni successive, che si trovavano ampiamente al di sotto dello schermo radar dell’attenzione pubblica. Ma l’ultimo rialzo fu spropositato, ed è stato debitamente notato. I prezzi del carburante (comprendente la benzina e il gasolio utilizzati per
il riscaldamento) sono aumentati significativamente. Il prezzo di un barattolo di gas (utilizzato per la cottura e il riscaldamento domestico) è aumentato da 6.50 dinari giordani (9
dollari) a 10 dinari giordani (14 dollari), un
aumento del 54% in un colpo solo. Tutto ciò
incideva pesantemente sugli strati socioeconomici più poveri e, in aggiunta, poiché i costi
dell’energia elettrica e del trasporto dipendono dai derivati petroliferi, l’incremento ha
automaticamente innescato un rialzo analogo
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nel prezzo di quasi tutte le merci. A questo
punto la rabbia popolare è esplosa. Ma, ancora una volta, l’esplosione è stata riassorbita.
Un paesaggio politicamente sterile
Politicamente la Giordania è una terra che in
un certo senso è stata rasa al suolo. Il regime
ha giocato bene le sue carte nel corso degli
anni. L’opposizione “classica” è stata prostrata a partire dal 1989 quando è stato avviato
un processo che la incorporava nel tessuto del
regime attraverso una procedura di “legalizzazione” e “infiltrazione” e poi, successivamente, fu sottomessa con leggi sempre più severe
che ne limitavano l’attività. Il tessuto sociale è
frammentato da divisioni fabbricate e sponsorizzate dal regime, divisioni basate sul conflitto
tra i cittadini di origini giordane orientali e i cittadini di origine palestinese. I cittadini di origini giordane orientali sono ulteriormente divisi tra regioni, tribù, famiglie, ecc. I “conflitti
interni” che derivano da queste divisioni sono
scatenati da questioni banali basate su interessi
limitati: ancora una volta, qualcosa che è piuttosto caratteristico degli Stati clientelari.
L’opposizione “alternativa”, che si ritraeva
come “politicamente più radicale”, era in realtà peggiore dell’opposizione classica. Mentre i
vecchi partiti di opposizione scaturivano dalle
ideologie più ampie di internazionalismo, panarabismo e islamismo, l’opposizione alternativa si basava sul concetto di identità giordana separatista; il patriottismo era la caratteristica più prominente di una nuova, sedicente “sinistra”.
CORRELATI
I vecchi trucchi sono la soluzione
ai problemi attuali della Giordania?
Questo fattore è proceduto in piena sintonia
con il piano del regime atto a costruire la teoria dell’ “identità giordana”: nel 1989, il regime ha insistito sulla “Giordanizzazione” dei
partiti classici, ribadendo il fatto che dovevano essere esclusivamente locali e che dovevano tagliare tutti i legami con la scena araba e
internazionale. Nel 2002, il regime ha avviato
una vasta campagna di propaganda con gli slogan “Prima la Giordania” e “Siamo tutti Giordania”. Ciò è servito a confinare la scena politica all’interno di una identità costruita sulle basi di uno “stato” di fondazioni coloniali: una identità che crea divisioni (utile ricordare che una grande percentuale di cittadini
giordani sono strettamente legati alla Palestina e alla lotta palestinese), sciovinista (basata su un patriottismo meschino, su una cieca fedeltà nei confronti del re e della famiglia
reale, e che saluta con reverenza l’apparato
di sicurezza e la bandiera) e inutile (in quanto uno non può costruire un progetto di liberazione basato su uno stato funzionale a ispirazioni coloniali e su una identità costruita da
una colonia o da un regime).
In pratica, il regime ha deciso di suddividere le persone lungo confini tribali e regionali,
attraverso la sua continua adozione della legge elettorale “un uomo un voto”.
L’opposizione, accusata di essere ‘palestinese’ dal regime e dai suoi sostenitori, è caduta nella trappola, ed è diventata ossessionata
nel dimostrare la sua autenticità giordana, le
sue radici giordane, i suoi programmi giordani, persino il suo dialetto e codice di abbigliamento giordani! Anche gli islamisti hanno iniziato ad avere questi conflitti basati sulla identità che si sono acuiti a tal punto che Rohayyel
Gharaibeh, un importante leader del Fronte
d’azione islamico, ha formato all’interno del
movimento islamico una corrente basata sul
concetto di divisione tra cittadini giordani e
palestinesi.
L’opposizione, e così qualsiasi protesta spontanea ed “estesa”, hanno perso ogni potenziale universale. È diventato facile etichettarle, per manipolarle e utilizzarle, e perciò per
contenerle. Si giocava quindi sul campo del
regime.
Perché gli eventi di novembre
non sono riusciti a maturare
in una vera e propria rivolta?
1 - L’impennata era relativamente grande, ma
non enorme. A differenza delle precedenti
proteste in Giordania, gli eventi di novembre
non hanno avuto origini esclusivamente elitarie, ma il numero di persone che si è adunato, anche se di grandi dimensioni, non ha raggiunto quell’effetto valanga che sarebbe stato
necessario per conquistare terreno. In parte
questo fattore è dovuto al divario palestinese/giordano e al fatto che l’identità giordana è
inidonea come identità universale.
2 - Mancava una adeguata convinzione. Le
persone si sono dileguate e sono tornate a
casa. Non hanno occupato le piazze. Non
hanno tenuto duro. Questo è avvenuto perché non hanno raggiunto l’effetto valanga, e
perché non si sono accordati su quell’unico obiettivo raggiungibile che era l’abbattimento del regime. Alcuni spezzoni dei manifestanti hanno fatto partire questo slogan,
ma molte forze e figure dell’”opposizione”
si sono opposte dichiarando in modo forte
la propria posizione filo-regime. La grande
maggioranza dei principali attori del regime
e alcune fasce dell’opposizione volevano che
il regime rimanesse invariato. Non avevano
un piano alternativo. Le vecchie guardie probabilmente volevano che si attuasse un cambiamento al vertice del potere per riottenere la propria posizione, ma niente di più. Un
cambiamento di poltrone, non un cambiamento di regime.
3 - Gli organismi di opposizione hanno tradito le proteste.
La fratellanza islamica dichiarò che non voleva
la fine del regime, rimarcò la propria essenza
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riformista (cioè contraria all’opzione rivoluzionaria) e mise in chiaro più volte che lo slogan ‘Il popolo vuole far cadere il regime’ (che
è stato cantato molte volte nel corso degli
eventi novembrini) non li rappresenta. Khaled
Kalaldeh, l’ex leader della sinistra socialista
(un gruppo “radicale” dell’opposizione alternativa) ha dichiarato le stesse cose. E anche
prima degli eventi di novembre, i classici partiti di sinistra / pan-arabisti avevano dichiarato
che avrebbero partecipato alle prossime elezioni, che erano ancora basate sulla famosa
legge elettorale giordana “un-uomo un voto”,
cioè la legge per la quale avevano deciso di
boicottare le elezioni precedenti!
Il regime ha sbandierato su larga scala queste elezioni come l’equivalente giordano delle primavere arabe, e ha messo in campo
ogni trucco possibile per assicurare un’ampia partecipazione. Imbarazzati dagli eventi di
novembre, quei partiti hanno dichiarato che
avrebbero “sospeso” la loro partecipazione!
I falsi esponenti dell’opposizione diventarono
in un certo senso dei portavoce per il regime: Soud Qubeilat (ex prigioniero politico e
presidente dell’Associazione Scrittori Giordani) ha scritto un articolo in cui sosteneva
la partecipazione alle elezioni sponsorizzate
dal regime e basate su quella stessa legge elettorale che era stata contestata all’unanimità
dall’opposizione. Muwaffaq Mahadin (un’altra
sedicente figura dell’opposizione e l’attuale
presidente della Associazione Scrittori Giordani) si spinse tanto in là da promuovere la
retorica del regime “stato e sicurezza prima”,
che viene spesso utilizzata per giustificare la
repressione politica.
Nahed Hattar, un altro finto esponente
dell’opposizione, ha dichiarato pubblicamente
di essere implicato con Muhammad al-Thahabi, il capo della direzione generale dei servizi
segreti (il Mukhabarat) promuovendolo come
“figura patriottica” in un suo articolo pubblicato sul giornale libanese al-Akhbar. Al-Thahabi
è stato recentemente condannato per un caso
di corruzione e sta scontando la sua condanna; è anche noto per aver corrotto i giornalisti e averli inseriti nella cosiddetta “lista di alThahabi”, un elenco di giornalisti sponsorizzati dai servizi segreti che non furono processati
né dal governo né dalla lega dei giornalisti, per
ovvi motivi!. Hattar è il principale teorico dell’
“identità giordana” separatista ed è ben conosciuto per le sue opinioni negative riguardo ai
giordani di origine palestinese. È anche stato
uno dei più strenui sostenitori delle elezioni
del regime, appellandosi ai gruppi di manifestanti affinché vi partecipassero.
4 - La disunione per quanto riguarda la situazione siriana frammenta enormemente la
Giordania. Questo riflette una mancanza di
unità e di fiducia all’interno dei vari gruppi
di opposizione e degli attivisti che sono sta-
Pag. 14 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
ti attivi sul territorio. Coloro che si sono
sonoramente dichiarati sostenitori del regime
siriano - tra i quali vi sono tutti i partiti panarabisti e della ‘sinistra’, molti membri e scrittori dell’ “opposizione” (come quelli menzionati al punto 3), e altri - hanno ripetuto le
loro posizioni teoriche sugli stati arabi postcoloniali e ritirato il proprio sostegno iniziale nei confronti delle rivolte tunisina ed egiziana, adottando una nuova retorica filo-statale
e anti-caotica. Questo concetto, naturalmente, è stato esteso nei confronti della Giordania, ed è quindi divenuto una esortazione a
contrastare la possibilità che le manifestazioni novembrine potessero espandersi in una
vera e propria rivolta. Molte di queste figure
e partiti credono che la “stabilità” giordana
sia strettamente legata alla stabilità del regime
siriano e quindi alla necessità di supportarlo.
5 - I fattori esterni: la Giordania è storicamente conosciuta come uno stato cuscinetto. Ripara Israele (l’alleato più prezioso e
vulnerabile dell’occidente nella regione) dal
suo hinterland arabo “ostile”. Con l’ascesa
dell’Iran come potenza regionale, la funzione di cuscinetto si ingigantì notevolmente:
la Giordania oggi protegge gli Stati del Golfo “sunniti” dalla “mezzaluna sciita”, una zona
che teoricamente si estende dall’Iran verso
l’Oriente, che attraversa l’Iraq e la Siria, verso il Libano a ovest; il termine stesso è stato coniato dal re Abdullah II stesso. La Giordania ha costantemente mantenuto la propria
stabilità all’interno della zona esplosiva in cui
è situata. Questo non è il risultato del cieco
caso. La funzione di cuscinetto della Giordania è molto preziosa per Israele, gli Stati Uniti,
l’Unione europea e gli Stati del Golfo.
Questi attori principali garantiscono (attraverso una combinazione di aiuti finanziari e di
un approccio basato sulla protezione) che le
cose non potranno mai andare fuori controllo in Giordania. Il Bahrain ha recentemente
invitato gli Stati del Golfo ad aiutare la Giordania in crisi. Gli Stati del Golfo non tollereranno la caduta di una monarchia provocata
da una sollevazione popolare; si tratterebbe
di una minaccia diretta nei loro confronti e di
un esempio diretto per le loro popolazioni. È
per questo che hanno offerto alla Giordania
e al Marocco (le uniche monarchie arabe non
appartenenti agli Stati del Golfo) l’appartenenza al Consiglio di cooperazione del Golfo.
Un passo in avanti nonostante
il fallimento
Due grandi vantaggi sono stati raggiunti dagli
eventi di novembre in Giordania. In primo
luogo, il tabù di criticare il re e la famiglia reale è stato infranto. Le canzoni intonate nelle manifestazioni di novembre erano senza
precedenti a partire dal 1989 ed erano chiaramente rivolte al re, alla famiglia reale ed al
regime. Alcune delle manifestazioni reclamavano una repubblica giordana.
In secondo luogo, le strade ora sono più
accessibili per le persone che vogliono manifestare il proprio dissenso.
Fino ad ora, il regime ha avuto successo nell’
assorbire il movimento e nel frammentarlo. La vecchia guardia, acquisendo con le sue
profonde connessioni sociali un nesso forte con alcuni dei movimenti della protesta e
con alcune figure dell’ opposizione, costituisce l’ala del regime più realizzata. È riuscita ad
eliminare la nuova guardia, ponendo molti dei
suoi esponenti come capri espiatori all’interno di processi per corruzione, mentre si rendeva immune dalle accuse di corruzione. Essa
ora governa la scena.
Prospettive per il futuro? Non ce ne sono. La
Giordania è come il Libano, intrinsecamente
progettata per essere priva di qualsiasi condizione di indipendenza e di sovranità. Qualsiasi movimento che aspiri alla liberazione in
Giordania deve costruire la propria strategia
su un contesto regionale più ampio che coinvolga (come minimo) la Palestina e la Siria, se
non il Golfo e l’Iraq. Ogni altro prospettiva
sarà intrappolata e facilmente manipolata. Le
proteste del novembre 2012 non ne sono che
l’ultima di una lunga serie di prove.
Tradotto dall’inglese da:
www.yourmiddleeast.com/opinion/hisham-bustani-jordana-failed-uprising-and-a-reemerging-regime_12178
* Hisham Bustani è scrittore e attivista, largamente pubblicato nei media arabi e i cui articoli vengono tradotti in
inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco; è autore di tre
collezioni di short-fiction: Of Love and Death, The Monotonous Chaos of Existence e The Perception of Meaning.
Sulla medesima tematica affrontata nel materiale qui pubblicato è anche disponibile in italiano e inglese, su www.
senzacensura.org/sc/matlav.asp?mat=1 , un primo articolo dello stesso autore: “La protesta giordana: shock assorbito, il regime non cadrà”.
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trategie della
C
ontrorivoluzione
Le radici e le ali della rivolta tunisina
D ue
contributi da un militante del
S
ono passati poco più di due anni dall’ondata di manifestazioni e proteste che ha
infiammato l’altra sponda del mediterraneo, dal Maghreb al Mashrek; le mobilitazioni di
massa che attraverso i riflettori dei media sono
rimbalzate in tutto il mondo e conosciute come
la “primavera araba” continuano a produrre
effetti e trasformazioni sulla realtà sociale e
politica dei paesi interessati, coinvolgendo vasti
strati della popolazione, secondo un incedere pur
irregolare e discontinuo, ma che non si è limitato
al semplice rovesciamento, laddove vi è stato, di
un regime dispotico.
E’ nostro scopo tentare di ricostruire, aldilà della lente deformante dei media, le dinamiche proprie del processo che sta interessando quell’area,
cercando di evidenziare i nessi storici che esistono
tra le esperienze di lotta passate e quanto, grazie
al portato di quelle lotte, si sta ora determinando.
Questi nessi, completamente oscurati dagli organi d’informazione ufficiali, che tendono a semplificare o nascondere la realtà, divulgando gli eventi come fatti del tutto contingenti, possono essere
evidenziati solo attraverso la conoscenza e l’analisi delle forze sociali in campo e la loro composizione, delle strutture e organizzazioni protagoniste delle mobilitazioni in atto.
E’ un lavoro in prospettiva, che tiene conto di
un’arretratezza dell’attuale dibattito in Italia su
tali dinamiche, ma che può trovare un rinnovato impulso e valore proprio nella ricerca di contributi e testimonianze dirette di coloro che direttamente sul posto o immigrati nel nostro paese possono fornire elementi utili e necessari a ricostruire
quanto si sta sviluppando nell’area del mediterraneo. In questo numero in particolare, riportiamo un’intervista ad un militante del Fronte Popolare Tunisino (coalizione composta da una decina di partiti e movimenti di sinistra attualmente
all’opposizione in Tunisia), e una sintesi della storia della sinistra tunisina, a cura dello stesso militante, utile per comprendere meglio e riconnettere all’attualità avvenimenti altrimenti poco conosciuti e sottovalutati per quello che riguarda l’interpretazione della realtà tunisina.
Qual’è in generale la situazione sociale nel paese un anno dopo le rivolte della cosiddetta “primavera”?
Due anni dopo la rivolta, la situazione sociale che sta attraversando la Tunisia si può sintetizzare nel desiderio di una signora che ha
perso suo figlio caduto nella regione di Sidi
Bouzid, da dove è partita la scintilla che ha
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F ronte P opolare T unisino .
fatto crollare il regime: “Mi piacerebbe che
tornasse Ben Ali, almeno, io come povera, avevo la possibilità di comprare le mie
prime necessità come la cipolla, il peperone e il pomodoro...con pochi soldi...a distanza di due anni, un chilo di patate costa quasi un euro, prima costava 10 centesimi.”
Secondo i dati ufficiali, la disoccupazione in
certe zone è arrivata a toccare il 70%, per una
forza-lavoro composta in prevalenza da giovani di età che va da 16 a 28 anni.
Questa situazione è degenerata in un conflitto sociale tra le forze che hanno interesse
a tenere lo stato sociale vecchio, in rapporto più o meno diretto con la nuova “forma”
della classe politica dominante; “il movimento integralista e i suoi alleati”, da una parte,
e la massa popolare e le forze rivoluzionarie dall’altra parte. Il debito pubblico ha raggiunto livelli catastrofici a causa delle scelte politiche ed economiche impopolari adottate negli ultimi due anni, mettendo il paese in ginocchio: oggi, ogni singolo cittadino
(compreso il bambino che è nato ieri) ha un
debito da pagare alle istituzioni di saccheggio monetario e alle multinazionali di circa 1
milione di euro.
Altri dati della situazione sociale sono la fuga
delle multinazionali, con conseguenze sul
mercato del lavoro, la crisi del settore del
turismo, a causa della scelte politiche ed economiche degli ultimi 40 anni (precisamente
dopo la Legge del 1972), il divulgarsi della criminalità organizzata, i prezzi che hanno toccato limiti inimmaginabili, i gruppi “jihadisti”
emersi sul territorio con tutti i rischi per la
sicurezza nazionale e per i diritti basilari del
tessuto sociale, soprattutto per le donne.
Quali sono, dal punto di vista della classe che ha
preso parte alle rivolte, gli elementi positivi sedimentati rispetto alle proprie battaglie?
Questa è una domanda molto interessante.
Ma si può parlare di “classe” secondo la definizione Marxista-Leninista, in Tunisia come
in Egitto? Quale è stata la forza dominante in
questo “processo rivoluzionario”? Questa è
una domanda molto complessa.
L’unica cosa che vi posso dire è che oggi, nel
caso della Tunisia, non si può parlare di classe,
quanto piuttosto di una massa popolare in cui
è difficile individuare una “classe” dal punto
di vista Marxista-Leninista. In più, c’è da tenere in considerazione un fatto storico molto
importante: le ali o i movimenti rivoluzionari
in Tunisia venivano da una lunga battaglia condotta in clandestinità per quasi 50 anni e questa situazione ha pesato parecchio sulla lettura dei rapporti sociali, da un punto di vista tattico e strategico...
Che tipo di patrimonio, strutture, esperienze hanno lasciato le rivolte? Esiste attualmente uno spazio in cui le componenti di classe protagoniste
delle rivolte possano “reinvestire” questo patrimonio?
E’ ovvio che nella fase di Lotta in clandestinità, le uniche strutture esistenti erano l’Unione Generale Tunisina del Lavoro (UGTT) e
la struttura universitaria, UGST. Oggi, invece,
abbiamo i nostri spazi e siamo presenti in ogni
angolo del paese.
Esiste un fronte rivoluzionario organizzato?
Oggi esiste il Fronte Popolare, che raggruppa 12 sigle, movimenti e partiti con ideologie
progressiste, dai Marxisti Leninisti ai Maoisti.
Essi sono organizzati sotto la tenda del Fronte Popolare, con un programma fedele allo
slogan principale del processo rivoluzionario:
Libertà e Dignità.
Nell’organizzazione delle rivolte, abbiamo visto
una forte componente giovanile, in generale molto istruita, e d’altra parte anche una significativa partecipazione operaia. Quali sono le istanze
portate avanti, e che tipo di fermento è ancora
esistente nei diversi ambiti?
Sono stati i giovani il motore vero del processo rivoluzionario: laureati, precari, disoccupati, emarginati, di entrambi i sessi. Subito dopo,
vi è stata l’aggregazione degli avvocati, degli
insegnanti. Poi, alla fine, gli operai, che hanno obbligato la burocrazia sindacale ad assumere le richieste della massa popolare. Essi
sono stati, e lo sono anche oggi, la valvola di
sicurezza per la rivolta e il processo rivoluzionario in tutti i settori, senza esclusione, e
lo sciopero Generale dell’8 Febbraio ne è la
dimostrazione limpida.
Quali forme o lotte organizzate sono rimaste
dopo le rivolte? Che tipo di radicamento hanno?
Su che obbiettivi si muovono attualmente?
Le forme di lotta hanno avuto uno sviluppo
strutturale senza precedenti nella storia delle lotte di massa popolare, non a caso, i presidi di Kasba 1 e 2 sono stati determinanti nel-
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 15
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trategie della
C
ontrorivoluzione
la caduta del primo e del secondo governo
dopo il 14 gennaio, o gli scioperi regionali che
hanno rappresentato il veto e il muro della gran maggioranza delle forze di resistenza
contro le scelte politiche e economiche che
non hanno rotto con il “vecchio”, l’organizzazione delle forze rivoluzionarie e la libertà dei militanti di agire senza aspettare indicazioni; trasformare lo slogan “il potere nelle mani del popolo” in una vasca che raccoglie
un consenso ampio tra i grandi ceti oppressi e emarginati.
L’obbiettivo finale è la conquista del potere da parte di chi produce le ricchezze senza averne niente: operai, contadini, emarginati, disoccupati.
Da parte del potere instauratosi, quali misure
vengono adottate contro chi si organizza per continuare le lotte?
C’è un attacco feroce, non solo da chi è al
potere ma soprattutto da chi ha permesso a
questi di governare, cioè l’Imperialismo; ma
il muro della paura è caduto il 17 dicembre
2010!! Nessuna forza può fermare il processo rivoluzionario.
La storia della sinistra Tunisina
U na
sintesi ragionata .
E’ un compito arduo parlare della storia e delle
radici della sinistra Tunisina. Al di là della complessità del tema, cercheremo di riassumere a
grandi linee le tappe significative di questa storia.
Nel primo decennio del XX secolo, nel 1907
fu fondata la prima sezione federale del Partito Socialista Francese, trasformatasi dopo il
congresso di Tours, svoltosi nel 1919, nella
Sezione federale Socialista Tunisina.
Nel 1920 si formò la prima cellula comunista in Tunisia, Sezione dell’internazionale Comunista. Si formarono, nel frattempo,
il Partito Libero Costituzionale e il Partito
Liberale, ma fu un’ esperienza breve, avendo posto come obbiettivo la lotta per la liberazione della Patria dal colonialismo Francese, insieme all’opposizione alla scuola religiosa, che da subito ritenne lo slogan “parità
tra i sessi”, uno slogan offensivo per la religione...Con esso inizia a svilupparsi il pensiero socialista, che pone per la prima volta
la questione della giustizia sociale, il diritto
della donna allo studio, la difesa della Patria,
la lotta al colonialismo. Tale pensiero trova impulso nel processo di formazione della classe operaia e nell’espansione delle fiamme della rivoluzione Sovietica. Per questi
motivi fu sciolto dal colonialismo Francese,
Pag. 16 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
subendo una feroce aggressione tra 1924 e il
1925. Al suo posto nasce la Sezione comunista Tunisina, che partecipò negli anni successivi alla lotta all’invasore Francese e contro il
Fascismo e il Nazismo, coinvolgendo un’ampia massa popolare sia per quanto riguarda la
lotta politica che la lotta armata, pagando un
caro prezzo.
Dopo il ritiro francese, cominciò una lotta tra le varie componenti della nuova classe dirigente guidata da Bourguiba, che non
ha mantenuto le promesse, soprattutto sulla
questione fondamentale che riguardava l’indipendenza economica e politica dalla Francia, che spinse gli Youssifisti a tentare di
capovolgere il potere di Bourguiba nel 1962,
5 anni dopo il ritiro delle truppe colonialiste. Un tentativo fallito, che portò allo scioglimento del Partito comunista e alla censura di ogni forma di libertà di stampa e di lotta sindacale.
In seguito alla mancanza di fiducia nella nuova classe dirigente del Partito Socialista Costituzionale (Parti Socialiste Destourien), alla
situazione economica, politica e sociale critica a livello nazionale, e alla nascita dei movimenti Maoisti e Trotskisti in Francia in particolare, e in Europa in generale, nonché alla
presa di distanza da parte dei partiti comuni-
sti classici, nasce nel 1963 il Rassemblement
pour le Travail Socialiste en Tunisie, conosciuto in Francia dagli studenti tunisini sotto
il nome di Perspectives “Orizzonte”, formazione che raccolse i Nazionalisti, Comunisti,
Maoisti e i Trotskisti.
Perspectives concentrò la sua lotta contro la
politica del nuovo regime Bourguibista e la
sua natura dittatoriale individuale, manifestata con la censura della libertà di stampa, associazionismo, azione sindacale…in breve, tutti
i diritti fondamentali su cui è nato il progetto
della prima repubblica, negli anni di lotta contro l’invasione Francese.
Unire le forze di sinistra fu il primo obbiettivo, con la lotta all’interno dell’Unione
Generale degli Studenti Tunisini (“UGET”),
e l’Unione Generale Tunisina del Lavoro
(“UGTT”). Nel 1967 ci fu la prima vera battaglia di Perspectives, contro il regime Bourghibista. Questa guidò la manifestazione
popolare in risposta all’aggressione SionistaImperialista e alla posizione anti-patriottica
del regime, più legato agli interessi del neocolonialismo, e all’accordo di Bourguiba al
progetto di Eisenhower, nella lotta al Movimento di Liberazione Arabo e al Comunismo, per la difesa del “ Mondo Libero” (allineamento confermato soprattutto quando
chiese ai Palestinesi, nel suo discorso famoso
tenuto ad Ariha, di riconoscere la risoluzione 181, che decretava la divisione della Palestina). Il 1968 segnò la fine di questa esperienza e un lungo anno di oppressione per i
dirigenti e i militanti di Perspectives, tra processi ed esili.
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L’Operaio Tunisino:
la nascita e l’evoluzione, 1969
L’Operaio Tunisino nasce in seguito all’incapacità di Perspectives di proporre un progetto ideologico e politico che potesse dare
risposte pragmatiche ai problemi sociali reali e concreti: il radicamento del movimento studentesco nella lotta politica, la profonda necessità patriottica di liberarsi del Partito
Unico, la necessità di un cambiamento rivoluzionario radicale e le contraddizioni sulla questione Palestinese. Ma l’incapacità di risolvere
le contraddizioni politico-intellettuali esistenti nella precedente esperienza di Perspectives, riportarono queste divergenze sul piano
di lotta interna, anche se c’era l’accordo totale e una posizione unitaria nei confronti della
lotta al regime, tramite la creazione di un soggetto organizzativo-politico che adotta il Marxismo e organizza la lotta popolare nella battaglia contro il regime, considerando la nazione Araba una verità storica e reale. Partecipò
alla rivolta studentesca del 1972, trasformando l’università in una roccaforte principale
per la sinistra. Nel 1974 cominciò la scissione
all’interno dell’organizzazione, dovuta all’incapacità di trasformarsi in una forza d’avanguardia progressista, alla mancanza di un progetto politico-intellettuale che rispecchiasse il
rapporto dialettico tra realtà sociale/rivoluzione, non offrendo risposte razionali ai quesiti posti nelle sue tre dimensioni:
1 La natura dei rapporti di produzione prevalente
2 Posizione chiara sulla questione nazionale
e Palestinese.
3 I conflitti all’interno del campo socialista e
soprattutto il conflitto Cinese-sovietico.
Nel 1974-1975, dopo l’entrata dell’economia Tunisina in una crisi strutturale profonda e l’uso della forza da parte del regime Bourguibista per la salvaguardia del potere, venne liquidata l’esperienza de l’Operaio Tunisino, con i processi famosi denominati “101” e
“202” (con riferimento al numero dei militanti processati).
La “Fiamma”
L’inizio degli anni settanta vede emergere l’organizzazione La Fiamma, che si pone il
fine di sviluppare il pensiero Marxista-Leninista, cercando di dare una visione e una lettura che evidenzi il rapporto dialettico tra teoria e pensiero, in rapporto alla lotta di massa, in una fase caratterizzata da trasformazioni profonde a livello nazionale e internazionale, e che contribuisca all’espansione di questo
pensiero nelle file del movimento studentesco universitario e liceale. La nascita dell’organizzazione La Fiamma, fu una risposta al tradimento del Partito Comunista Tunisino e al
suo atteggiamento revisionista, alla sottomissione ai diktat imperialisti, alla guerra del 67,
alla questione nazionale…
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Si formò la linea politica dell’organizzazione col nascere degli Anelli Marxisti-Leninisti
e il Raggruppamento Marxista-Leninista. Nel
1973, iniziò una lunga discussione all’interno
dei due gruppi, insieme alla partecipazione di
altri militanti usciti dal Movimento Perspectives, in Tunisia e in Francia. Il dibattito culminò
nel testo famoso del 15 Giugno “Per un nuovo
inizio”, ponendo la necessità di fondare il giornale “La Fiamma”, che segna l’inizio dell’unificazione dei due gruppi, dopo la gestione del
conflitto politico e ideologico e al fine di sviluppare un programma Patriottico Democratico. La presa di distanza - dal pensiero dogmatico dalle correnti Trotzkiste e dal revisionismo che ha caratterizzato quella fase storica in generale, oltre al fallimento dell’esperienza “socialista del cooperativismo” e alla lotta
feroce tra le due correnti all’interno del Partito Costituzionale e la legge Aprile 1972, che
permise di aprire il mercato interno al capitalismo, agosto 1974 e luglio 1976 - emerse
principalmente dopo la rivoluzione Culturale
Cinese, che ha determinato la divisione a livello internazionale tra i partiti comunisti legati all’URSS e la nuova realtà rivoluzionaria in
Cina.
Nella seconda meta degli anni ‘70, il ritorno
di molti militanti dalla Francia, la crisi sociale dilagante nel paese, assieme al crescente movimento di lotta e di resistenza nei settori nevralgici quali il trasporto, le ferrovie,
l’istruzione, l’università e la loro soppressione
da parte del regime poliziesco, furono gli elementi oggettivi e fondamentali nella radicalizzazione del movimento Patriotes Democrates (Watad), e nella diffusione del suo pensiero su una vasta base sociale. Questo contesto
di conflitto sociale e il crescente fenomeno di
lotta, portò alla rivolta del 1978, dopo la decisione di effettuare lo sciopero generale indetto dall’UGTT, dove il movimento Watad giocò un importante ruolo d’avanguardia, culminato con la morte di militanti di qualità.
La stessa sorte avranno nella rivolta del Pane
nel 1984. Senza entrare nei dettagli, a causa delle divergenze ideologiche, dovute alle
malattie della piccola borghesia e alle assunzioni di posizione che sembravano superate
sulle questioni principali, quali la definizione
della natura dei rapporti di produzione sociale e la questione Patriottica Democratica, alle
contraddizioni forti sul ruolo del movimento
per quanto riguarda la lotta sindacale o politica (e alle questioni che in generale si riferivano alla nuova tesi dei “ tre mondi”, “la rivoluzione di lunga durata”, la questione del “Partito di classe”, la fedeltà al pensiero marxistaleninista o all’esperienza del partito comunista Cinese con Mao) porteranno alla nascita di due correnti principali: Patriote Democrate de l’Universitè e la Jeunesse des Patriotes Democrates, che tutt’ora rappresentano
le due tendenze essenziali di questo pensiero.
Prespectives, L’Operaio Tunisino, da cui
nasce il Partito Comunista dei Lavoratori
Tunisini (che è diventato nel 2012 il Partito dei Lavoratori Tunisini) e le due correnti
essenziali dei Patrioti Democratici, insieme
ad altre realtà rivoluzionarie, formeranno il
blocco di resistenza e di lotta per la Libertà e la Dignità.
Essi focalizzano la storia e l’esperienza della
sinistra negli ultimi 40 anni, avendo condotto una lotta radicale contro il regime di Bourguiba prima e Ben Ali poi, pagando un prezzo caro di vite umane, per cambiare e migliorare le condizioni sociali, economiche e politiche della massa popolare più impoverita dalle
scelte antipopolari condizionate dal legame di
sottomissione all’ordine imperialista mondiale e alle direttive della banca mondiale e del
Fondo monetario.
Le principali forze politiche all’interno dell’
UGTT (Unione Generale Operai Tunisini) e
dell’UGST (Unione Generale Studenti Tunisini) oggi insieme ad altri partiti e movimenti di
sinistra formano il Fronte Popolare Tunisino.
In sintesi, ecco le tappe più importanti di lotta e di resistenza, che hanno caratterizzato il
cammino del nostro popolo fino alla “rivoluzione” del 17 Dicembre 2010 e alla caduta
della testa del regime:
• 1969 e 1972, manifestazione studentesche.
• 26 Gennaio 1978, a causa del rifiuto del
governo per le richieste portate dal Sindacato UGTT contro il carovita, venne
dichiarato lo sciopero generale, per la
prima volta in Tunisia. Dopo tre giorni di
resistenza che lasciarono sul terreno più
di 200 martiri, cadde il governo e vennero accettate le richieste.
• 1980, è la prima volta in cui, un gruppo
di militanti cerca di rovesciare il regime
con l’uso delle armi; il tentativo fallisce
per motivi oggettivi e vennero conosciuti
come gli “eventi di Gafsa”.
• 1981, manifestazioni studentesche, a cui
ha aderito l’Unione Generale Studenti
Tunisini. Vi furono più di 70 vittime, esclusivamente studenti, secondo le fonti ufficiali.
• 1984 Gennaio, Rivolta del Pane; è la più
significativa Rivolta, che segnò il declino
del regime Bourguiba con oltre 300 martiri.
• 1987, golpe bianco, eseguito da Ben Ali,
mettendo fine al regime di Bourguiba.
• Gennaio 2008, la rivolta del bacino minerario Gafsa segna l’inizio della fine del regime
di Ben Ali. E’ la più lunga rivolta nella storia della Tunisia, durata circa 8 mesi.
• 17 Dicembre 2010, la prima fiamma che
accende la rivoluzione che ha decretato
la caduta di Ben Ali.
• 2011, Presidio Kasbah 1 e 2, che mette
fine al Governo Ghannouchi..
• 2011/2012, processo rivoluzionario
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 17
R
istrutturazione e
C
ontrollo
Grecia: neofascismo dentro la crisi
I ntervista
sull ’ ascesa dell ’ organizzazione fascista
D
all’Ungheria, passando per la Polonia, la
Germania, per arrivare fino alle sponde
del mediterraneo, il rigurgito neofascista
pone all’ordine del giorno la necessità di combatterlo sia sul piano locale sia creando quelle
connessioni che non permettano la creazione di
zone franche in Europa. Fenomeni diversi ma
uniti dalle parole d’ordine che contraddistinguono
il loro agire politico in una fase di crisi che rende
molto facile trovare nell’immigrato, nel diverso, il
responsabile delle proprie disgrazie, e suscitare
nel blocco proletario orgogli nazionali e tendenze
reazionarie. Ne parliamo con un compagno antifascista greco (CA) presente nelle mobilitazioni
contro Alba Dorata e con uno degli avvocati (AV)
che ha seguito direttamente i casi di repressione
sia verso gli antifascisti sia verso gli stessi immigrati vittime degli agguati.
La Grecia rappresenta per gran parte del movimento di classe qui in Italia un esempio per la
capacità di resistenza alle politiche di austerity
dettate dalla cosiddetta Troika, per la radicalità
espressa da molti settori del lavoro e del movimento sociale e politico. Quali relazioni individuate fra la situazione attuale e l’ascesa di un’organizzazione fascista come Alba Dorata? Quali
sono le ragioni del suo sviluppo?
CA - E ‘vero che nel corso degli ultimi tre
anni, dal momento in cui la “crisi del debito
pubblico” è esplosa in Grecia e come soluzione proposta è emersa l’austerità, la lotta
di classe in Grecia è stata intensa. Dato che
gli aspetti più spettacolari di questa resistenza
dal basso hanno viaggiato per il mondo attraverso i (social) media, è comprensibile che la
lotta di classe greca abbia ispirato persone in
Italia o altrove.
Tuttavia dobbiamo anche tenere a mente che
questa resistenza è stata inefficace nel prevenire una delle qualsiasi misure che stavano
per passare. Questo fatto non è affatto irrilevante per quanto riguarda la nascita di Alba
Dorata, in quanto quest’ultima promette una
via d’uscita dallo stallo della situazione attuale, e la sua retorica in un periodo di crescente frustrazione e dissoluzione trova un pubblico ricettivo. In altre parole, come è sempre
avvenuto storicamente, il fascismo si sviluppa quando il movimento di classe non riesce
a offrire soluzioni a una crisi sociale o, almeno, a imporre le proprie forme di resistenza
e di mediazione. In questi termini, credo che
sia importante sottolineare il fatto che anche
Pag. 18 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
“A lba D orata ”
all’interno della sinistra greca l’attuale crisi è
stata rappresentata come una storia di carattere nazionale. In questa storia i politici sono
accusati di essere “traditori”, la Grecia è raffigurata come un “protettorato” della Germania o in generale di “interessi stranieri” e la
soluzione proposta riguarda la “salvezza della nazione”.
Alba Dorata utilizza una storia simile, anche
se naturalmente la propria versione è apertamente razzista e prevede la creazione di
un capro espiatorio: gli immigrati. Il mio scopo qui non è quello di identificare la sinistra
con Alba Dorata. Piuttosto il senso del mio
discorso è che, per il fatto che la sinistra non
è riuscita ad andare oltre la retorica nazionale, al contenuto di classe della crisi e delle misure connesse, essa è stata minata, cosa
che effettivamente ha offerto spazio ad Alba
Dorata per diffondere la propria “vera” soluzione nazionale.
Ma questa è solo una delle ragioni che stanno
dietro alla nascita di una organizzazione fascista. Una corretta analisi richiederebbe più
spazio di quello disponibile qui, quindi posso
solo mettere in evidenza i punti che io ritengo essere importanti. Prima di tutto, l’ascesa di un’organizzazione apertamente fascista e
razzista è legata all’andamento delle politiche
pubbliche e del governo che si sono sviluppate negli ultimi due-tre decenni e che la crisi ha
solo intensificato.
Prima di tutto, un discorso razzista non è
proprio di Alba Dorata, ma è stato per molti anni un aspetto centrale dell’amministrazione biopolitica della popolazione. L’organismo
nazionale è stato rappresentato come un corpo minacciato da elementi stranieri, gli immigrati. Caratteristica è la frase dell’ ex ministro della salute che dipingeva gli immigrati
come una “bomba igienica”. Inutile dire che
uno degli effetti scaturiti da questo discorso è
quello di oscurare la natura proletaria dell’immigrazione contemporanea.
Di conseguenza, il modello autoritario/autarchico della politica che Alba Dorata rappresenta, cioè la militarizzazione della politica e
la transizione verso un (permanente) stato di
eccezione, ancora una volta non è proprio di
Alba Dorata, ma si è sviluppato nel contesto
dello Stato democratico. L’umiliazione pubblica delle persone, le torture, l’eliminazione dello Stato di diritto, anche come caratteristica nominale dello stato, la repressione
e sulle lotte antifasciste .
e il disciplinamento come unica risposta che
lo Stato offre alle lotte sociali e alle richieste,
sono aspetti centrali della politica dominante. Così, come per quanto riguarda l’immigrazione, Alba Dorata ha trovato terreno fertile
nelle politiche dei governi democratici.
Non c’è da stupirsi, in questo contesto, della
più recente tolleranza nei confronti della diffusione dell’ideologia nazista da parte delle
forze di polizia. Infine, un altro fattore importante è che lo stato abbandona una grande
fetta della popolazione. La biopolitica come
tecnica di potere opera in una logica di inclusione e di esclusione, producendo il concetto
che alcune vite non sono ritenute degne. L’attuale crisi fa esplodere di nuovo questa logica,
col risultato della produzione di una crescente “sovrappopolazione”.
Qui è dove Alba Dorata interviene assumendo le funzioni repressive e di stato sociale
che erano prerogativa dello Stato. Penso che
questi siano motivi importanti, anche se non
esauriscono la questione. Essi indicano tuttavia quella che, a mio parere, è la via corretta
per riuscire ad analizzare il fenomeno, vale a
dire che l’ascesa di un’organizzazione fascista
deve essere inserita nel contesto di egemonia
e crisi del paradigma neoliberista del governo.
In passato abbiamo visto più volte la presenza di
forze nazionaliste e fasciste davanti al parlamento greco durante le manifestazioni. Perché non vi
siete “sbarazzati” fin da subito di questa presenza scomoda?
CA - In realtà ci sono stati alcuni scontri con
i gruppi nazionalisti durante le manifestazioni, scontri condotti principalmente da gruppi anarchico/anti-autoritari. Ma, per quanto
sia importante non permettere che tali forze assumano una presenza organizzata nelle
mobilitazioni, io personalmente penso che il
problema principale non si ponga tanto nella carenza di uno scontro diretto, quanto
nell’incapacità di minare la concezione nazionale della crisi a favore dell’interclassismo.
Da un lato c’è la sinistra la quale, anche per il
fatto che parla della crisi attraverso una retorica nazionale, ha indebolito la percezione
della minaccia rappresentata dalla presenza di
tali forze, in particolare durante l’occupazione di piazza Syntagma nel 2011.
Dall’ altra parte ci sono gli anarchici e, in
generale, i militanti con un orientamento più
di classe, che hanno mostrato una tendenza a
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respingere radicalmente tutte le mobilitazioni
che avessero un colore “patriottico”. In questo modo non sono neanche riusciti ad offrire
un discorso sistematico alternativo all’interno di queste mobilitazioni. Ci sono stati alcuni
gruppi che hanno fatto un tentativo del genere, ma non erano altro che una minoranza.
Quanto è presente il problema della crescita di
Alba Dorata nelle lotte contro l’austerity?
CA - Come ho già detto la nascita di Alba
Dorata è sicuramente legata non solo al contesto della crisi e ai suoi gravi effetti, ma
anche all’ incapacità di offrire resistenze efficaci alle politiche di austerità. In questo senso
credo che la lotta contro il “pericolo fascista”
debba essere concepita e affrontata come una
dimensione della lotta contro l’austerità e, in
generale, contro la ristrutturazione capitalistica e i suoi effetti (sottovalutazione, impoverimento, abbandono, ecc).
L’ascesa del fascismo è un fenomeno complesso, e io per primo condivido le preoccupazioni di coloro che pensano che il fascismo
non debba essere visto come un problema
a sé stante. Certo, non si può rimanere ciechi di fronte alle problematiche specifiche e ai
doveri posti dalla crescente presenza organizzata di gruppi fascisti. In questo senso la lotta
antifascista offre una buona opportunità per
i diversi gruppi politici di collaborare e quindi di superare alcune delle loro tendenze settarie. Un altro fattore altrettanto importante
è che l’antifascismo può costituire un mezzo
per la cooperazione con gli immigrati, su base
reciproca, che superi in questo modo l’impasse di una logica strettamente umanitaria del
“problema immigrazione”.
Ma è fondamentale, se vogliamo contrastare efficacemente la minaccia fascista, cercare di comprendere criticamente le motivazio-
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ni della sua comparsa, senza cadere in facili
analogie con il passato per tutte le somiglianze che possono esistere. Il fascismo non è, e
non è mai stato, un semplice “strumento” dei
capitalisti; l’unico modo per assicurarsi che la
minaccia fascista sia contrastata in modo efficace è attraverso l’opposizione e il superamento dell’attacco condotto dal capitale.
Quanto fa presa la loro posizione, almeno a parole, contro le politiche di austerity?
CA - Dipende, naturalmente, dal pubblico. Va
da sé che a un orecchio critico e a uno spirito critico le loro posizioni appaiono vuote e
superficiali. Il loro “programma” è un miscuglio di proposte fatte da altri partiti, e la loro
visione di uno stato corporativo che unisca
gli interessi di tutte le classi è fuori contatto con la realtà attuale, che non è esattamente la stessa del 1930 e del 1940. Inoltre non si
richiede certo un dottorato di ricerca in economia per sapere che gli “immigrati clandestini” non sono la causa del crollo dell’economia
greca. Ma in un periodo in cui il pensiero critico o la cultura antagonista politica sono su
bassa scala, la loro retorica suona convincente per molte persone, come per i lavoratori disoccupati o per i piccolo-borghesi proletarizzati. Dopo tutto, per quanto possa essere insufficiente come spiegazione per l’ascesa del fascismo, c’è un momento di verità nel
proverbio classico: “l’antisemitismo (ovvero il
razzismo) è il socialismo degli stupidi”.
Come è distribuita sul territorio nazionale Alba
Dorata? In Italia spesso le organizzazioni neofasciste si radicano proprio nei quartieri ad alta
presenza di immigrati: quali sono i quartieri dove
sono maggiormente radicati e qual è la composizione sociale ivi presente?
CA - La stessa tendenza esiste in Grecia. Alba
Dorata inizialmente ha consolidato la sua presenza in aree del centro di Atene, come Agios
Panteleimonas e piazza Attiki, dove la composizione sociale è opportuna per la diffusione
della sua propaganda. Da un lato ci sono molti
immigrati, la maggior parte dei quali impoveriti e alcuni dei quali impegnati in attività criminali (sia di tenore basso sia a livelli di criminalità più organizzata), e da ciò si è venuta creando un’ immagine ghettizzata.
D’altra parte, all’interno della popolazione
greca vi sono gruppi come i piccoli proprietari (soprattutto i commercianti) e gli anziani che potrebbero facilmente essere ingannati da una retorica razzista, o per interessi materiali o a causa di un genuino sentimento di insicurezza. I fascisti in queste zone hanno creato dei legami con questa popolazione,
ponendosi come cittadini che volevano trovare una soluzione ai problemi del quartiere. È
importante sottolineare ancora una volta che
hanno basato in gran parte la loro retorica
sul discorso ufficiale - orchestrato dai media
aziendali - del “centro di Atene sottovalutato” e del “problema immigrazione”.
Di che tipo di struttura è dotata Alba Dorata, e
quali sono le relazioni con settori della borghesia in termini di finanziamento e sostegno “politico? Pensate che possa disporre di organizzazioni
parallele non alla luce del sole?
CA - Non so se esistano questi gruppi parastatali, ma in generale si presume che ci siano stretti rapporti tra Alba Dorata e lo “stato
profondo”. Per quanto riguarda la sua struttura organizzativa è più o meno centralizzata, anche se ha emulato pure dei modelli dai
movimenti sociali e dalle mobilitazioni in corso (come, ad esempio, la creazione di assemblee locali). Anche il suo rapporto con la borghesia è una questione che è attualmente
molto discussa, in quanto è probabile che sia
sponsorizzata da alcuni grandi capitalisti greci,
mentre ci sono anche grandi mezzi di comunicazione privati ​​che apertamente, o più velatamente, la promuovono.
Come sempre, nel contesto di una crisi sociale, la borghesia, a seconda del contesto specifico e di molte variabili, può scegliere di sostenere un partito fascista. La borghesia greca
ha, in particolare, una storia caratterizzata da
tali scelte reazionarie. Detto questo, non credo che i blocchi principali del capitale greco
considerino, ora come ora, la possibilità che
un partito fascista assuma il potere politico,
almeno non nelle modalità con cui ciò è accaduto nel secolo precedente.
Oltre il 50% delle forze di polizia simpatizzano
per i neofascisti; quanto sono organici all’interno
di Alba Dorata? Quali sono le ripercussioni nella
repressione del “movimento antifascista”?
AV - Non credo costituisca una novità il fatto
che la maggioranza degli agenti di polizia gre-
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ca simpatizza per i neofascisti. La novità sta
nel fatto che ormai manifestano apertamente
la loro preferenza e sembra che siano proprio
al servizio di Alba Dorata. Quanto è accaduto con i 15 antifascisti della ronda antifascista
arrestati e torturati ne è un esempio. Le vittime poi hanno in varie occasioni sottolineato che durante i maltrattamenti e le torture
veniva ripetuto da parte dei poliziotti la loro
appartenenza ad Alba Dorata, e che avrebbero consegnato le generalità degli antifascisti ai nazisti. La repressione si sente non solo
nei confronti degli antifascisti, ma di chiunque
scenda in piazza per manifestare, o si opponga
a quanto sta succedendo in Grecia.
Abbiamo continuamente notizie di attacchi verso le comunità immigrate. Come avvengono questi attacchi?
CA - Sono solitamente condotti da piccoli gruppi e di solito si svolgono in segreto. Tuttavia ci sono stati anche alcuni attacchi più spettacolari, attacchi organizzati che
Alba Dorata ha diretto come partito tra cui,
per esempio, l’attacco ai piccoli commercianti
immigrati nel corso di un festival locale.
Ci sono delle comunità maggiormente nel mirino
degli attacchi? E, secondo voi, quali sono le ragioni che lo determinano?
CA - Devo ammettere che non ho fatto alcuna ricerca per poter rispondere positivamente, anche se in genere è attaccata la gente di
colore “bruno”, persone provenienti da Pakistan, Bagladesh ecc…. Questo non è solo
dovuto al fatto che queste persone rientrano più facilmente nella retorica razzista della minaccia aliena (avendo il colore della pelle diverso e, cosa molto importante, essendo
musulmani), ma è anche dovuto al fatto che,
tra le minoranze, essi sono più vulnerabili in
termini di organizzazione e di coesione.
Ci sono risposte organizzate da parte degli immigrati?
CA - Ci sono alcuni tentativi tesi a formare una resistenza più organizzata, in collaborazione con i gruppi antifascisti, ma nel complesso direi che sono ancora fermi ad uno
stato embrionale. Ci sono molte ragioni che
possono essere congiunte per poter spiegare questo fatto, come le condizioni oggettive della vita degli immigrati (ad esempio, la
mancanza di qualsiasi stato civile, il razzismo
di stato) che creano un sacco di paura, o divisioni interne tra loro.
Quali comunità sono maggiormente presenti in
Grecia, come sono organizzate, quale situazione e in quali settori di lavoro sono maggiormente presenti?
AV - Secondo alcuni dati ufficiali, le comunità migranti maggiormente presenti in Grecia
sono quella albanese e quella polacca. Sicuramente tra le più attive - se non la più attiva è quella filippina. I migranti facevano vari lavori. Ad esempio gli albanesi lavoravano nella
costruzione e poi visto anche che ormai vivono in Grecia da quasi vent’anni, hanno avviato
lavori propri. Tra i rifugiati quella più numerosa è la comunità afgana. Gli afgani si occupano piuttosto della raccolta di frutta e di altri
lavori stagionali e occasionali. In questo caso
uno deve anche tener conto delle varie differenze etniche che ci sono tra le varie comunità. A mio avviso, fino ad oggi i migranti non
sono molto organizzati e attivi, né partecipi nella politica dal basso o nel sindacalismo.
Per vari motivi, ma anche per una mancata
coscienza del lavoro. Il migrante vuole lavora-
re, mettere da parte soldi, aiutare la sua famiglia che è rimasta nel paese d’origine; tendenzialmente è poco interessato ad altre attività.
Questo trend ha cominciato ad invertirsi nel
2011, con lo sciopero dei 300 migranti che
per la prima volta misero in evidenza non solo
la mancanza di documenti, quindi il loro stato
di irregolarità, anche se vivevano in Grecia da
moltissimi anni, ma anche il loro stato di precarietà e di sfruttamento sul lavoro.
E, secondo me, è stata quella una tra le prime volte -se non la prima- in cui si è parlato apertamente del migrante come soggetto lavoratore. Ormai però credo -anche se
non ci sono più così tanti lavori- che i lavoratori indifferentemente dalla loro provenienza, nazionalità o colore, scelgano da che parte stare, creando fronti antifascisti e questa
cosa coinvolge tutti quelli che ne fanno parte, greci o stranieri. In questo fronte comunque, quest’estate si è vista una delle più grandi manifestazioni antifasciste ad Atene, dove
hanno partecipato migliaia di migranti, per
la maggior parte pakistani. Questo è anche
comprensibile, vista la situazione.
Esistono Centri di Detenzione? Quali caratteristiche hanno?
AV - In Grecia, come nel resto d’Europa,
esistono dei centri di detenzione. I centri di
detenzione greci sono noti per le condizioni disumane e per il lungo periodo di trattenimento. Non sono altro che l’espressione della politica della deterrenza. Le autorità greche
credono che detenendo le persone in condizioni assolutamente disumane e per un lungo
periodo, il messaggio arriverà anche a quelli
che in futuro vorranno arrivare in Grecia. Da
Agosto 2012 comunque, sono aperti nuovi
centri di detenzione (ex accademia di polizia,
ex campo militare) che sono centri di identificazione e di espulsione.
Là vengono trasferite le persone fermate
durante l’operazione “Zeus Xenios” in mancanza di possesso di documenti validi con
l’obiettivo successivo di espellerli. In questi
centri di detenzione spesso fa visita sia l’IOM
(International Organization for Migration,
ndt) che i consoli o gli ambasciatori di vari
paesi d’origine di queste persone, per confermare la nazionalità delle persone detenute in
questione rilasciando poi i documenti nazionali affinché le autorità greche possano proseguire con la loro espulsione.
Esistono lotte contro questi centri o altre forme di
detenzione ed espulsione degli immigrati?
AV - In Grecia c’è un movimento antirazzista
che lotta non solo contro i centri di detenzione, ma anche contro ogni altra forma di violazione dei diritti dei migranti. In varie occasioni, come in passato anche adesso, si sono
viste delle manifestazioni di solidarietà di
fronte a questi centri di detenzione.
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Le stesse comunità immigrate spesso hanno individuato gli autori degli agguati e degli assassinii
e cercato di avere giustizia; quali sono state le
risposte che hanno avuto da parte delle autorità?
AV - Adesso, in seguito alla pressione fatta
dalla comunità internazionale, verrà approvata una nuova legge che riguarda appunto
gli attacchi a sfondo razziale. Bisogna però
sottolineare che non vengono considerate
le aggressioni che subisce anche la comunità LGBTI (Lesbiche - Gay - Bisessuali - Transgender - Intersex, ndt) greca. Il che a mio
avviso è una cosa grave, tenendo anche a
mente che in questo periodo molte persone LGBTI sono state vittime di aggressioni da
parte di bande fasciste.
D’altra parte, ci sono una serie di difficoltà pratiche. Ad esempio, spesso le vittime di
queste aggressioni non sono in regola con i
documenti. Il che significa che spesso, a meno
che non si tratti di un’urgenza, non possono
recarsi negli ospedali, e quindi molti attacchi non vengono registrati. Poi non possono
accedere a una stazione di polizia per denunciare l’aggressione, perché rischiano di essere
arrestati e incarcerati.
E poi, ci sono molte storie di migranti in regola vittime di attacchi a sfondo razziale ai quali è stato negato il diritto di sporgere denuncia da parte della polizia, che li ha minacciati di
incarcerarli o peggio, nel caso volessero veramente procedere con la denuncia. Altre volte
poi si è fatto pressione affinché non sporgessero denuncia. Un altro ostacolo pratico, ma
molto importante, è il fatto che per sporgere
denuncia servono 150 euro. Molti di loro non
hanno questi soldi e quindi vengono scoraggiati dal procedere.
Le autorità di solito sostengono che non sono
stati identificati gli aggressori. Ma anche in
quei pochi casi in cui gli aggressori erano noti,
dopo essere stati fermati dalla polizia venivano lasciati liberi sotto pagamento di una cauzione. Fa specie in questo senso il caso di un
egiziano di Salamina, che lavorava in un forno. Egli è stato incatenato e appeso per una
guancia, e torturato per diverse ore dal suo
datore di lavoro (che non lo aveva comunque retribuito da mesi), dal di lui figlio e da
altri ancora. La vittima, ritrovata in condizioni pietose con una catena intorno al collo (ci
sono volute delle ore ai vigili del fuoco per
tagliarla), è stata arrestata e rischiava di essere espulsa in Egitto. Il ministro degli interni
Dendias, visto il clamore che aveva suscitato il caso, ha deciso poi di non espellerlo per
consentirgli di essere presente sul territorio
e proseguire con la vicenda penale relativa al
suo caso.
Un altro problema è la lunghezza del processo in tribunale. I migranti sono spesso in
movimento, per cui non è detto che dopo
alcuni anni continuino a trovarsi sul territorio, o che non vengano espulsi nel frattem-
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po. Questo è un altro ostacolo che spesso si
deve affrontare.
Ma anche nel caso in cui sono stati portati di fronte alla giustizia gli aggressori, come
nel caso di Aghios Panteleimonas, dove dei
residenti -tra cui anche un’ex candidata con
Alba Dorata alle elezioni di maggio, tale Skordeli- avevano dato vita ad un vero e proprio
pogrom contro i migranti del quartiere, anche
in questi casi i tempi vengono allungati e le
udienze rimandate; l’udienza per questo processo è stata finora rinviata sette volte.
Sicuramente non c’è una forte intenzione da
parte anche della magistratura greca di mettere luce e fare giustizia in casi del genere.
Anche perché significherebbe ammettere che
in Grecia esiste la violenza a sfondo razziale. A mio avviso le autorità greche non sono
molto disposte ad ammettere le vere dimensioni di questo fenomeno.
Arriviamo al movimento antifascista. Si può parlare di un movimento antifascista in questo
momento in Grecia?
CA - Non sono certo che si possa parlare di
un movimento dal momento che, anche se vi
è la cooperazione in alcune mobilitazioni specifiche, le attività antifasciste sono piuttosto
sconnesse. Tuttavia la prospettiva di creare
un fronte antifascista che unisca i gruppi politici più radicali e che affronti il fascista su tutti
i fronti sta guadagnando sempre più terreno,
e ci sono discussioni in corso con cui si cerca di realizzarla.
Come sta rispondendo l’antifascismo alla crescita
della presenza fascista?
CA - Come ho detto nella risposta precedente, le reazioni variano: c’è la propaganda
nelle aree dove i fascisti sono attivi, lo scontro fisico, la creazione di pattuglie e di milizie
anti-fasciste, il tentativo di bloccare ogni loro
incontro pubblico attraverso contro-manifestazioni, etc….
Quali sono le componenti che praticano l’antifascismo? Qual’è la posizione di organizzazioni “istituzionali” come KKE, Siryza, o il sindacato PAME?
CA - In generale la maggior parte dei gruppi
di sinistra e anarchici partecipano in un modo
o in un altro. Ma, naturalmente, i metodi si
differenziano. I partiti di sinistra “istituzionali” rifiutano la logica di un confronto diretto e
sostengono, in particolare SYRIZA, che i nazisti debbano essere affrontati su una base istituzionale e attraverso mezzi legali. In effetti
molti all’interno della sinistra, d’accordo con
i liberali su questo punto, dicono che Alba
Dorata dovrebbe essere resa illegale.
Non è certo nostro interesse richiamarsi ad una
“legalità di stato” ma, per informazione, esiste
una legislazione specifica per quanto riguarda
le organizzazioni che si richiamano al nazifascismo?
AV - L’articolo 29 della costituzione greca
stabilisce che “l’organizzazione e l’attività dei
partiti devono servire al libero funzionamento del regime democratico”. A differenza di
altre costituzioni di paesi membri, in quella
greca non c’è un’attenzione particolare per
le organizzazioni che si richiamano al nazifascismo. In pratica ciò vuol dire che un partito come Alba Dorata non potrebbe essere
considerato illegale. Possono essere applicate le leggi penali, per reati commessi da
deputati di questo partito. Ma anche in questo caso, verrebbero sostituiti poi nel parlamento da altri membri dello stesso partito. In realtà spetta al popolo greco con il suo
voto di escludere il partito.
Quale dibattito sta attraversando il “movimento
antifascista” in riferimento alla pratica antifascista e alle necessità future?
CA - Come ho già detto, una proposta che
sta prendendo piede è la creazione di un fronte antifascista che coordini e faccia fare un salto di qualità alle attività che ci sono di già, in
particolare per quanto riguarda la creazione
di milizie antifasciste. D’altra parte ci sono
anche alcune voci critiche, che sostengono
che il fascismo non debba essere visto come
un problema isolato, ma che invece debba
essere affrontato come un aspetto inerente
alla politica anti-capitalista e anti-statalista più
in generale.
Quale è la situazione attuale dei compagni/e
arrestati durante le azioni antifasciste? Sono in
atto campagne di solidarietà nei loro confronti?
AV - La brutalità con la quale la polizia ha
trattato gli antifascisti ha contribuito, in un
certo senso, a rendere più solido e compatto il movimento antifascista greco. Il fatto poi
che le vittime stesse di questi maltrattamenti abbiano continuato (e continuino tuttora)
a scendere in piazza, fa capire che il tentativo di far tacere la gente ed intimorirla è fallito. Ci sono campagne di solidarietà, si cerca
anche di raccogliere i soldi per le spese imposte dal tribunale.
Negli USA è stata impedita l’apertura di una sede
di Alba Dorata; in Inghilterra ci sono state iniziative contro le “azioni” neofasciste in Grecia; così in
Spagna e in altri paesi europei: può essere determinante la solidarietà internazionale? E cosa ritenete che possa essere, in questo caso, la solidarietà internazionale?
CA - La solidarietà internazionale è sempre
fondamentale, anche perché le condizioni che
facilitano l’ascesa del fascismo in Grecia possono essere riscontrate altrove. Un modo
concreto per dimostrare la propria solidarietà nei confronti dei greci antifascisti è quello
di combattere il fascismo nel proprio paese.
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Contro il terrorismo fascista
C omunicato
sul processo contro un membro della C landestinità
e sui rapporti tra estrema destra e servizi segreti tedeschi .
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato redatto dal Comitato che sta organizzando
la manifestazione nazionale a Monaco in concomitanza con l’apertura del processo contro un
membro della NSU.
I
ntervenire contro il terrorismo fascista e
contro ogni forma di razzismo sia statale
sia nella vita quotidiana - abolire i servizi
segreti!
Il 17 aprile 2013 verrà aperto a Monaco di
Baviera il processo contro il membro della
Clandestinità Nazionalsocialista (NSU) Beate Zschäpe e altri quattro collaboratori: Ralf
Wohlleben, Holger G., Carsten S. e André E..
Per il sabato prima dell’apertura del processo,
il 13 aprile, una vasta alleanza di antifascisti ha
lanciato l’appello per una manifestazione nazionale a Monaco.
Nel novembre 2011 fu scoperto che la gang
neonazista per sette anni aveva compiuto azioni razziste e omicide sotto gli occhi delle forze di sicurezza. La Clandestinità Nazionalsocialista (NSU) ha infatti commesso dieci omicidi e due attentati dinamitardi. Sin dall’inizio
media e polizia hanno sostenuto la teoria che
si trattasse di conflitti interni alla comunità turca: i media hanno creato il concetto della “Banda del Kebap“ e la commissione speciale è stata battezzata “Bosforo“. In questo modo la
polizia ha escluso a priori ogni movente razzista per gli omicidi, considerando anzi le vittime stesse come criminali e concentrando le
inchieste sulla “criminalità organizzata internazionale“.
Per molti anni i familiari e gli amici delle vittime hanno dovuto sopportare una stretta sorveglianza a causa delle inchieste di carattere
marcatamente razzista svolte dalle diverse forze di sicurezza. Questi sospetti, completamente infondati, hanno distrutto non solo il loro
tessuto sociale ma perfino la vita personale
degli stessi individui. Il razzismo praticato dalle
autorità e dai media ha doppiamente ostacolato le indagini sui delitti: mentre da un lato veniva trascurato ogni indizio che potesse dimostrare il movente razzista degli assassini, dall’altro la polizia e l’opinione pubblica sposavano
in pieno la tesi che i negozianti immigrati stessi
facessero parte di strutture mafiose rendendo
così superflue ulteriori spiegazioni.
Cinque dei dieci omicidi della NSU sono stati commessi in Baviera, due di essi a Monaco.
Negli anni ‘90 il “Thüringer Heimatschutz”
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(l’organizzazione alla quale partecipavano i
membri più rilevanti del NSU prima di darsi alla
clandestinità) e i giri nazisti della Baviera avevano legami molto stretti. Böhnhardt e Mundlos parteciparono a diverse riunioni e iniziative dell’ambiente neo-fascista bavarese. Diversi collaboratori più stretti della NSU hanno vissuto o vivono ancora in Baviera. Una di loro
è Mandy Struck, la cui identità è stata usata
da Beate Zschäpe durante la sua clandestinità, mentre Tino Brandt e Kai Delek, due agenti infiltrati del servizio segreto, rappresentano
i legami tra il giro della estrema destra della
Turingia e l’ambiente nazista bavarese.
“La Germania ha un enorme problema con
il razzismo”, afferma all’inizio di novembre
Kenan Kolat, presidente della comunità turca
in Germania.
L’abolizione di fatto del paragrafo della costituzione tedesca che garantisce il diritto ad avere asilo politico in Germania dopo i pogrom
all’inizio degli anni novanta nonché le recenti
campagne anti-islamiche confermano l’esistenza di un nesso strutturale tra gli attacchi neonazisti e il razzismo statale, sociale e mediatico.
Il razzismo è fortemente radicato nella società
tedesca. Neanche una serie di omicidi ha suscitato cambiamenti fondamentali nella coscienza:
vent’anni dopo il Pogrom di Rostock-Lichtenhagen* i profughi in Germania lottano ancora per i loro diritti umani fondamentali, i Rom
vengono stigmatizzati e espulsi verso un futuro
incerto, gli immigrati che vivono in Germania
vengono diffamati, minacciati, attaccati e criminalizzati.
La Germania ha una lunga tradizione nel minimizzare e insabbiare il razzismo e gli attacchi
fascisti. Atti di violenza commessi da razzisti
e dalla estrema destra hanno una triste continuità che ha lasciato una lunga scia di sangue:
dall’attentato all’Oktoberfest**, ancora non
risolto, agli attacchi di Rostock, Mölln, Solingen
e Hoyerswerda, ai circa 200 omicidi di immigrati, senza tetto, punks e antifascisti/e, fino agli
omicidi commessi dalla NSU.
Già tante volte Monaco è stata teatro di attacchi neo-nazisti: l’attentato all’Oktoberfest
di Monaco nel 1980 è stato il più sanguinoso
nella storia della Repubblica Federale di Germania. Rimasero uccise 13 persone e i feriti
furono 200, una parte dei quali in modo grave. L’uomo che aveva posto la bomba, Gundolf Köhler, era in contatto con il gruppo neonazista Wehrsportgruppe Hoffmann (Gruppo
N azionalsocialista (NSU)
sportivo militare Hoffmann).
Nel 1981, durante una sparatoria tra la polizia e un gruppo di neo-nazi che stava andando
a rapinare una banca, morirono due neo-nazi.
Nel 1985 i neo-nazi appiccarono il fuoco ad un
locale nella Schillerstraße, dove rimase uccisa
una persona.
Nel 2003, poco prima della cerimonia di deposizione della prima pietra per il centro della
comunità ebraica, un gruppo di neo-nazisti del
giro del “Kameradschaft Süd” fu arrestato con
l’accusa di aver progettato un attentato dinamitardo per l’occasione.
Dalle indagini sugli omicidi della NSU sono
emersi fitti e duraturi collegamenti tra i terroristi di estrema destra ed alcuni importanti apparati dello stato tedesco che continuano a camuffare le proprie responsabilità: atti
che vengono distrutti o nascosti, bugie, insabbiamenti e imbrogli di fronte alla commissione di inchiesta, poche e tardive dimissioni dei
responsabili. Finora il ruolo dei servizi segreti e della polizia rimane oscuro e non sembra che ci siano grandi sforzi per riportare alla
luce l’entità dello scandalo. E invece di trarne le dovute conseguenze, prendendo posizione contro il razzismo e il vergognoso ruolo del servizio segreto bavarese che ha aiutato
a creare strutture naziste con i propri agenti,
i responsabili politici continuano a parlare solo
di “alcuni incidenti“.
L‘influenza dell‘estrema destra sul servizio
segreto tedesco ha radici lontane.
Fondato nel 1950, il servizio segreto tedesco
si dedicò subito, insieme a ex-nazi, a riportare
nelle carceri della nuova repubblica quei pochi
che resistettero contro il nazi-fascismo.
Durante gli anni ‚60 l‘apparato segreto ha combattuto il movimento degli studenti, negli anni
‚70 e ‚80 procurò il materiale per imporre i
divieti di svolgere la propria professione contro i militanti/e della sinistra. E, non da ultimo, anche l‘iniziativa di proibire il NPD (partito nazionalsocialista tedesco) è fallita perché il
partito e la sua dirigenza sono stati infiltrati da
agenti del servizio segreto e della polizia, come
del resto lo è anche l‘ambiente vicino alla NSU.
Non ci può essere che una risposta ad un così
pesante coinvolgimento delle autorità: l‘abolizione dei servizi segreti!
Dobbiamo impedire che il governo strumentalizzi gli omicidi della NSU per un ulteriore riarmo dei suoi apparati annullando uno dei pochi
cambiamenti effettuati dopo il fascismo tede-
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sco: la separazione tra servizi segreti e polizia.
La nostra solidarietà è con le vittime della NSU
e con i loro familiari.
Non solo sono diventate vittime del razzismo
violento della NSU ma hanno dovuto subire
anche le indagini razziste della polizia.
Uniti contro il razzismo nella società, nella
politica e nelle istituzioni!
Risarcimento per le vittime delle indagini razziste e diffamatorie della polizia!
Inchiesta approfondita riguardo i collegamenti
tra servizi segreti e forze di polizia!
Abolire i servizi segreti!
Ripresa delle indagini riguardo l‘attentato del
1980 a Monaco!
Abolizione di tutte le leggi razziste - nessuno
e illegale!
Per una società solidale e senza razzismo!
Note:
*Il pogrom di Rostock
Il 22 agosto del 1992, davanti ad un centro di accoglienza per richiedenti asilo politico nel quartiere dormitorio di Lichtenhagen a Rostock, si raccolgono centinaia di persone che scandendo slogan contro gli stranieri danno inizio ad un vero e proprio pogrom. Per alcuni giorni estremisti di destra e normali cittadini assalteranno con sassi e bottiglie molotov i palazzi che ospitano centinaia di stranieri. La polizia tarda ad intervenire
e come unico provvedimento alla fine i rifugiati verranno sfollati e portati altrove. Il mondo politico, invece di
ripensare il proprio atteggiamento verso la destra, mette
in discussione il paragrafo della costituzione tedesca che
garantisce il diritto ad avere asilo politico in Germania.
**L’attentato alla Oktoberfest di Monaco, 26 settembre 1980
Il 26 settembre 1980 esplode un bomba posta in un
cestino all’ingresso principale della Oktoberfest di Monaco di Baviera. Si tratta di una granata di mortaio riempita con 1,39 kg di Tnt deposta in un estintore pieno di
viti e chiodi per renderne ancora più devastante l’effetto.
Il presunto autore materiale della strage, il giovane
estremista di destra Gundolf Köhler privo di entrambe
le braccia e completamente sfigurato, verrà identificato
solo attraverso il passaporto che aveva con sé.
L’inchiesta ufficiale fissata dalla Procura federale e dalla
polizia criminale bavarese conclude, il 23 novembre
1982, che proprio Köhler, morto nell’esplosione, era da
considerarsi il solo colpevole dell’attentato, avendo agito
in perfetta solitudine nella progettazione e nell’esecuzione della strage
Ma Gundolf Köhler non era propriamente una persona priva di legami politici. Era infatti in contatto con il
gruppo neonazista Wehrsportgruppe Hoffmann (Gruppo sportivo militare Hoffmann), fondato nel 1973 da
Karl-Heinz Hoffmann (nato nel 1937 a Norimberga), e
proprio questa sua appartenenza (era stata segnalata
la sua partecipazione a numerose esercitazioni organizzate dal gruppo) è ancora oggi alla base dei dubbi sulla
cosiddetta “teoria dell’autore unico”.
La più volte richiesta revisione del processo da parte di
molti familiari delle vittime, nel 1984 e poi ancora nel
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2005, però, non ha avuto alcun esito. L’ultimo vano
tentativo è avvenuto dopo che tra il dicembre 2009 e il
marzo 2010, la procura aveva preso visione degli archivi della Stasi, ma anche questa volta il procuratore gene-
rale ha ritenuto di non rilevare nuovi elementi che potessero giustificare la riapertura del processo.
[nsuprozess.blogsport.de]
lettera dal carcere “BUONCAMMINO” di cagliari
[...] Ero convinto di un mio imminente trasferimento nel nuovo carcere di Oristano (a
quanto pare quello vecchio con le bocche di lupo è realmente chiuso) ma così non è
stato, cosa che invece è avvenuta in diverse circostanze con altri detenuti. Questo nuovo
carcere non è ancora a pieno regime, in quanto le sez. AS sono ancora semivuote, e
nella media sicurezza non tutte le celle sono occupate.
Anche nell’altro nuovo carcere di Nuchis non sono stati completati i trasferimenti che
sono esclusivamente per i circuiti AS, nonostante si trovino anche alcuni detenuti di
Media Sicurezza.
Sintomatico è il fatto del vai e vieni (qui a Buoncammino) di numerosi vermi/allievi che
diventeranno i futuri aguzzini nelle galere in cui prenderanno servizio.
La prigione di Bancali a Sassari invece, sembra avvolta da un qualche mistero, perché
essendo stata terminata già da 5 mesi, non emerge nessuna informazione ufficiale inerente alla sua apertura. Si dice che l’attesa potrebbe derivare dalla lenta formalità che
necessita il reparto 41bis e le sue dinamiche, oppure, è la dimostrazione che diventerà
una struttura che si aggiungerà a quella ottocentesca orripilante di San Sebastiano e
non a sostituirla, e per questo occorrerà del tempo per la formazione delle dipendenze
penitenziarie.
L’unico carcere ancora in cantiere è quello di Uta (CA) e i lavori da ultimare riguardano
proprio il blocco ancora in costruzione del 41bis. Tra uno sciopero e l’altro da parte degli
operai del cantiere, per mancato pagamento degli stipendi e della cassa edile, il penitenziario dovrebbe essere consegnato al ministero verso settembre/ottobre di quest’anno.
Un’isola, la Sardegna, strategicamente importante per lo stato, in cui perpetrare il nuovo
modello di annientamento riservato ai prigionieri. L’infame regime di tortura del 41bis,
non é con Uta e Bancali che viene applicato per la prima volta in Sardegna, esiste già
da tanti anni nel centro clinico di Buoncammino (3 celle a 41bis); nel carcere di Badu ‘e
Carros, la sezione d’isolamento chiamata “porcilaia” è diventata tutta a 41bis già da un
pezzo, e la nuova sezione che è stata costruita è a regime 41bis, nonostante inizialmente
l’abbiano spacciata per sezione AS.
Tutto questo è la conferma che basterebbe murare i prigionieri in celle d’isolamento,
posizionare le telecamere all’interno e instaurare il regolamento del regime 41bis, che
così diverrebbe possibile istituirlo in tutte le carceri (o quasi!), la Media Sicurezza diviene
così un campo sperimentale in cui il dispositivo di controllo è instaurato in un regime
d’isolamento come approccio normativo.
Anche le nuove galere vanno in questa direzione. Un compagno di detenzione che è stato
trasferito a Oristano, mi scrive dei blindi delle celle sempre chiusi, del limite ridotto a
pochi pezzi per quanto riguarda il vestiario che si può possedere in cella, delle sezioni
con un numero di detenuti non superiore alle 50 unità, non si esce più neanche per la
doccia (dato che è presente in cella), del controllo tele-meccanizzato in ogni sua procedura di sicurezza. Le armi del DAP vengono così affilate, evidenziando la differenziazione
tra prigionieri e metabolizzando la prassi con la quale il potere carcerario inasprisce la
logica punitiva.
Anche qui in terra sarda si sta cercando di affrontare la questione sulla nuova edilizia
penitenziaria e sul 41bis, regime di cui la Sardegna ne ha una massiccia presenza, e
sarebbe importante da parte dei compagni della penisola che stanno approfondendo il
discorso, di socializzarlo in merito.
È utile fare presente come le molteplici iniziative che si possono realizzare mentre il
carcere è ancora vuoto (Bancali) o mentre è ancora in costruzione (Uta) (che contengono il 41bis) sono fattori altrettanto importanti su cui bisognerebbe operare. La mia
disponibilità affinché questo avvenga è totale!
Intanto mi sono segnato nel calendario la data del 25 maggio in cui ci sarà la manifestazione generale contro il 41bis a Parma, anche se non ci posso andare, sarò comunque
presente in altra forma. Un forte abbraccio fraterno a tutti del collettivo.
Iosto
Presoni de Malukaminu, 24 friaxu 2013
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C
ontrollo
Una lotta irriducibile
La
mobilitazione dei minatori delle
L
o scorso anno l’eco della lotta dei minatori
delle Asturie è arrivata anche in Italia. Pensiamo sia importante valorizzare quell’esperienza e cercare di dare elementi di conoscenza
utili da socializzare, andandoli a chiedere direttamente a chi è stato interno alle lotte e conosce
la situazione.
Abbiamo intervistato per questo “DARRÉU Gioventù Indipendentista e Rivoluzionaria delle Asturie”.
Partiamo dalle ragioni che hanno spinto i lavoratori a mobilitarsi. Quale era la situazione specifica per la quale sono stati costretti a scendere in campo?
Nel 2011 il Ministero dell’industria e i rappresentanti del sindacalismo concertativo del
settore minerario, firmarono un accordo per
la continuità e per il finanziamento perché il
settore dell’estrazione mineraria rimanesse attivo fino al 2018. Il finanziamento veniva dall’Unione Europea e non dallo Stato Spagnolo, come molte persone hanno pensato.
Con il trionfo elettorale del Partito Popolare venne nominato un nuovo ministro dell’Industria, José Manuel Soria, che si è distinto
per venir meno agli accordi presi e per l’applicazione di una serie di tagli al finanziamento destinato al settore minerario, rendendo
impossibile la continuità. Quindi le ragioni in
termini generali sono che, dopo aver sottoscritto una serie di accordi, lo Stato Spagnolo li ha rotti e ha lasciato senza futuro moltissime famiglie e molte delle province asturiane
nel breve-medio periodo.
A sturie .
soldi dei fondi per le miniere. Ma sicuramente la realtà è che non si è creato un modello
industriale alternativo alla miniera nelle vallate minerarie; si può dunque capire che qui le
aspettative sul futuro non esistano. È così che
un’altra delle domande dei lavoratori è diventata questa ovviamente, cioè un futuro dignitoso e stabile nelle vallate minerarie, che ad
oggi sembra impossibile.
Per quanto riguarda l’organizzazione, i lavoratori si sono organizzati principalmente in azioni promosse dai sindacati. Anche
se le dirigenze di questi sindacati (CCOO y
SOMA-FITA-UGT) sono totalmente corrotte e compromesse con il sistema capitalista
e lo status quo, dentro ci sono molti lavoratori, nella base, con grande determinazione
e coscienza di classe. Bisogna poi segnalare,
questo sì, che molti minatori sono svincolati
da questi sindacati e scelgono un sindacalismo
di classe e asturiano, come la Corriente Sindical d’Izquierda, o sono loro stessi a prendere l’iniziativa. Le Mujeres del Carbon pure si
sono organizzate in maniera autonoma.
Le forme di lotta anzitutto sono state intense e molto eterogenee. C’è stata la serrata
dei minatori in diversi pozzi di alcuni municipi
durante quasi 3 mesi. Inoltre è stato convocato uno sciopero generale nelle vallate minerarie che ha potuto contare sull’appoggio totale della gente e che si sommava allo sciope-
ro indefinito del settore. Ci furono altri tipo
di dinamiche, come le barricate sulle strade,
autostrade e linee ferroviarie, e numerose
manifestazioni, presidi, assemblee e altre iniziative popolari.
I lavoratori coinvolti sono sia del settore pubblico
che di quello privato. Ci sono differenze fra di loro
sia come condizioni di lavoro, salario, ecc, sia nel
rapporto con il governo e nelle richieste che vengono fatte? La mobilitazione è unitaria?
L’industria mineraria nello Stato Spagnolo è sia pubblica che privata. Ed è soprattutto mista, si veda ad esempio l’impresa pubblica asturiana HUNOSA che attualmente è
mista. È pur vero che esistono aziende private che sono preoccupate dai tagli. Certamente la lotta è arrivata a tutti i settori dell’industria mineraria e a molti altri che hanno dimostrato la loro solidarietà.
Per quanto riguarda le condizioni di lavoro,
c’è una certa precarietà manifesta, anche se
dobbiamo ammettere che nelle miniere private, per essere ancor più esenti dai controlli e
per non avere una certa protezione sociale, la
precarietà abbonda ancora di più.
La mobilitazione è stata unitaria, però come
abbiamo già detto, anche se sono stati i lavoratori del settore estrattivo a guidare la protesta, tutto il Popolo Asturiano e le vallate
minerarie hanno appoggiato i minatori. Dopo,
Cosa chiedono i lavoratori, come sono organizzati
e quali forme di lotta hanno adottato?
In primo luogo i lavoratori chiedono che si
rispetti quanto è stato firmato di comune accordo nel 2011, e cioè che si garantisca la continuità del comparto produttivo fino
al 2018. Certamente le rivendicazioni non si
limitano a questo. C’è stata una serie di finanziamenti pubblici, che è stata denominata
‘cassa per le miniere’ che è considerata una
conquista della classe operaia asturiana, che
dovrebbe essere destinata alla creazione di
posti di lavoro e per lo sviluppo di un modello industriale alternativo in queste province.
I politici e i dirigenti del sindacalismo capitalista e burocratico hanno maneggiato i fondi
e li hanno utilizzati per quello che gli pareva.
Sono molti i casi di corruzione o spreco con i
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è chiaro, i sindacati maggioritari del settore
hanno ovviamente voluto trarre i propri vantaggi e oggi c’è un chiaro sentimento di rifiuto verso i sindacati ‘gialli’ (UGT-SOMA e
CCOO) a causa della loro burocrazia, corruzione e della loro mancanza di credibilità quando c’è da difendere la classe operaia.
Questo ha suscitato alcune tensioni, e ovviamente non tutti sono stati gentili con l’elite
sindacale venduta al regime, però la situazione urgente del settore e l’estrema necessità
di conseguire un futuro dignitoso per la regione hanno fatto sì che tutti quanti fossero uniti
in questa situazione.
Come ha reagito lo stato? Quali sono state le
azioni della polizia antisommossa? C’è stata
anche una repressione del tipo fermi-denuncearresti? Come è stata trattata questa lunga protesta dall’informazione ufficiale (giornali, radio, tv)?
A livello politico, dopo tante mobilitazioni
e tanta sofferenza da parte di molte famiglie
non si è fatto assolutamente nulla.
Lo stato spagnolo, attraverso il Ministero
dell’Industria, non ha mosso un dito e tutt’ora
non ha ceduto niente. Per le conclusioni che
possiamo trarre il governo di Rajoy (Partido
Popular, ndt) ha disprezzato la dura lotta delle miniere, l’ha repressa e in nessun momento ha voluto cercare una soluzione o una via
alternativa.
La Polizia Spagnola, il ministero dell’Interno
e la delegazione del Governo nelle Asturie
hanno spinto dall’inizio del conflitto verso la
repressione sistematizzata. Il conflitto ha portato, nei mesi più complicati a un saldo con
oltre 100 arresti al giorno, numerose persone
pestate e molte multe o misure repressive di
altro genere. Infatti, dallo Stato hanno inviato
migliaia di poliziotti per cercare di controllare il nostro paese, le Asturie, nei mesi di massima conflittualità.
Precisamente l’Esercito Spagnolo ha realizzato manovre vicino al Pozo Candìn, una delle
miniere dove si erano rinchiusi alcuni minatori, per cercare di provocare e spaventare il
Popolo Asturiano. Bisogna specificare poi che
queste manovre sono state realizzate durante
giorni molto tesi.
C’è’ stato un coinvolgimento che è andato oltre
le persone direttamente interessate alla ristrutturazione delle miniere? Si sono uniti altri settori di
lavoratori? Se sì, come si è espressa la solidarietà?
C’è stata una certa unità nel popolo lavoratore delle vallate minerarie, e la solidarietà della società asturiana. Durante la giornata dello sciopero generale c’è stata un’astensione
pari al 99% e molti giovani si sono aggregati alla lotta dei minatori. D’altra parte, i lavoratori degli altri settori hanno realizzato azioni di solidarietà, si sono creati collettivi antirepressivi e comitati di solidarietà operaia e
aiuto popolare.
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Avrebbe potuto esserci un maggiore coinvolgimento delle persone, però il risultato
non è stato del tutto pessimo guardando alla
mobilitazione della classe operaia in generale. Si sono fatte manifestazioni, sit-in, presidi, blocchi stradali e altre azioni solidali con
i lavoratori. Anche molti collettivi politici
della sinistra Asturiana hanno contribuito e
dato appoggio, nei limiti delle loro possibilità,
come nel nostro caso di Darrèu.
Ci sono stati rapporti con altre situazioni di lavoro? Con situazioni simili in altre nazioni, che
stanno portando avanti lotte simili, e che subiscono gli stessi attacchi da parte del padronato
(ad esempio i lavoratori delle miniere del Sulcis
in Sardegna)? O con realtà storiche di organizzazione dei minatori, come quelle presenti nel
Regno Unito?
All’interno dello Stato Spagnolo i minatori asturiani hanno ricevuto l’appoggio della
classe operaia dei diversi popoli oppressi dal
regno di Spagna (baschi, catalani, canari, andalusi etc n.d.t.) Basta guardare alla marcia che
i minatori fecero a piedi fino a Madrid, dove
centinaia di migliaia di persone accolsero con
applausi i minatori nella notte madrilena.
Inoltre, durante questa marcia molti paesi castigliani collaborarono con i minatori,
procurando cibo, alloggio, rispondendo alle
necessità sanitarie, etc.
Fuori dallo Stato Spagnolo c’è stato gran interesse nei posti dove l’attività estrattiva è ben
radicata, come il Cile o il Regno Unito, e si
è vista un’attenzione costante. I minatori britannici e cileni hanno inviato la loro solidarietà sotto forma di casse di resistenza (aiuti monetari contro la repressione) e in diversi
paesi sono state realizzate azioni simboliche,
anche se la maggior parte di queste non ha
oltrepassato le reti dei social-network.
Nella Penisola Iberica forti sono le spinte di autonomia provenienti dalle diverse nazionalità presenti. Queste dinamiche hanno interagito con la
lotta dei minatori? E se si, come?
In questo momento nel principato d’Asturia
c’è il PSOE, come quasi da sempre. Il governo
di Javier Fernandez ha fatto delle finte chiamando Madrid per negoziare, dicendo che
era dalla parte dei minatori, etc. Ma in assoluto, dal punto di vista di Darrèu possiamo
affermare con tutta sicurezza che il Governo
Asturiano non ha fatto niente per risolvere
questa situazione dando ai lavoratori una via
d’uscita dignitosa. Non c’è stata disponibilità
appieno, né una posizione forte, ne’ atti pratici che dimostrassero nulla.
D’altra parte bisogna dire che il PSOE è il
principale responsabile della chiusura delle miniere. Durante la decade del 1990 azzerò il contesto produttivo asturiano e l’attività estrattiva, e fu il partito che scatenò un’autentica offensiva contro il settore del carbone nelle Asturie.
Al giorno d’oggi sempre più gente si rende
conto che questo partito non è ne socialista
ne operaio, piuttosto il contrario (il nome della principale formazione della sinistra parlamentare iberica è Partito Socialista Operaio Spagnolo - PSOE, ndt).
La reazione e la posizione del PSOE in questo conflitto era importante per la sua soluzione o per attenuare le conseguenze di una
fine peggiore, però molta gente e molte associazioni sapevano di non potersi aspettare
niente, qualsiasi cosa facesse. Dopo tanti anni
praticando il nazionalismo spagnolo più reazionario nella nostra patria, dopo averla venduta agli interessi del capitale privato e dopo
aver represso la lotta operaia, che potevamo
aspettarci dal PSOE asturiano? Cosa avrebbero dovuto fare questi traditori?
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Come si vive nelle Asturie l’attuale fase di crisi
del sistema sociale ed economico che fortemente sta colpendo la Penisola Iberica? Ci sono altre
mobilitazioni?
Nelle Asturie, purtroppo, non c’è un movimento sociopolitico nazionalista e di sinistra,
perciò la maggior parte delle volte le dinamiche di lotta le definisce Madrid e vanno verso
una direzione statale.
Quello che è certo è che la gente è molto
indignata con l’attuale situazione e la conflittualità va crescendo, ma sarebbe non dire la
verità se si affermasse che sta crescendo la
coscienza di classe: se sta succedendo, è un
processo molto lento.
Le Asturie hanno molte particolarità. La
relazione tra Madrid e Uvièu (Oviedo, ndt) si
può sicuramente definire come una relazione metropoli-colonia. La crisi mondiale del
capitalismo sta colpendo forte, però noi della sinistra nazionalista denunciamo da sempre l’esistenza di una crisi permanente molto grave e strutturale. Dalla fine degli anni
’70 del novecento abbiamo visto come hanno smantellato in maniera violenta il settore
industriale del nostro paese, violando alcuni diritti a livello sociale, culturale e politico; hanno venduto questa terra in cambio di
niente. Per questo affermiamo che le Asturie
vivono una crisi permanente: la corruzione
impiantata dal PSOE e dai suoi soci è totale,
la lingua Asturiana è repressa, oltre 20.000
giovani ogni anno lasciano il paese, chiudono le fabbriche e siamo la popolazione più
vecchia di tutt’Europa. Che futuro aspetta il
nostro popolo?
Perciò c’è una mobilitazione crescente e
importante. L’ultimo sciopero generale,
com’è tradizione, è stato capitaneggiato dalle Asturie a livello di astensione generale dal
lavoro. È noto che nelle Asturie la lotta operaia ha sempre goduto di una grande forza e
questo ancora oggi si vede. Ci sono dinamiche di lotta a livello operaio, studentesco, giovanile, sociale, lavorativo, culturale o politico,
però la maggior parte delle dinamiche sono
orchestrate da Madrid e molto spesso dal
riformismo.
Noi, dalle Asturie, abbiamo chiaro che la
soluzione ai problemi di questo paese non è
nessun’altra che lottare per la sua sovranità
economica e politica.
In questo mondo imperialista e che ingloba tutti i popoli, crediamo che le alternative
al capitalismo debbano partire da ogni popolo, e che debbano essere i popoli coloro che,
a partire dalla propria sovranità, lottino per
la trasformazione sociale. In uno Stato come
quello spagnolo l’ideale è che i popoli si uniscano e colpiscano definitivamente l’oligarchia parassitaria, però sempre rispettando i
diritti nazionali di ogni paese che lo compone.
La sinistra nazionalista asturiana è ancora in
processo di strutturazione, visto che non si
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può dire che ci sia una base sociale dinamica e
veramente agglutinante.
C’è un nazionalismo storico, di sinistra e molto concentrato sulla questione linguistica
e culturale, che la gente conosce, però verso il quale non si sbilancia a dare la propria
fiducia. È ora che questo movimento politico
chiarisca su quali aspetti vuole lavorare e quali
modelli ritenga efficaci. In questo momento è
sorta un’iniziativa politica di tipo municipalista
in diversi comuni asturiani chiamata Conceyu
Abiertu che punta a trasformare la realtà partendo dai municipi, con la democrazia diretta
e partecipativa e i presupposti ideologici della
sinistra nazionalista asturiana.
Cosa ha lasciato (in termini di organizzazione, di
coscienza, di esempio da seguire, ecc.) questa lotta dei minatori? E come continua la mobilitazione?
La lotta dei minatori durante gli ultimi mesi ha
sedimentato anzitutto un clima di unità tra il
popolo lavoratore asturiano, clima che non si
vedeva da molti anni. Al di là dei sindacati, dei
partiti e delle associazioni, c’è stato un sentimento di unità operaia e popolare in cui circa
il 99% della popolazione in un modo o nell’altro ha solidarizzato con la causa dei lavoratori minerari.
Allo stesso modo si è potuto verificare come
siamo passati dalle mobilitazioni pacifiche e
completamente folcloristiche a quelle attive e
combattive. Nello stato Spagnolo le mobilitazioni iniziate oltre un anno fa dal movimento 15-M avevano un carattere eccessivamente pacifico e passivo, spesso quelle mobilitazioni sembravano feste. Adesso sembra che le
mobilitazioni contro i tagli, il neoliberalismo
etc, stiano assumendo caratteri più combattivi in tutto il paese. Non crediamo sia una
casualità. Se non fosse stato per la lotta attiva dei minatori, non crediamo che si sarebbe
avanzato tanto in questo senso.
Le Asturie sono tornate a dimostrare la loro
natura solidale e proletaria. Il popolo asturiano ha dimostrato negli ultimi mesi che può
puntare direttamente agli inquisitori finanziari e ai fascisti mascherati di Madrid. Non è sufficiente, però grazie allo sforzo dei minatori
e della società asturiana si è potuto evidenziare in maniera importante la natura reazionaria e neo-franchista del Regime monarchico Spagnolo.
Rispetto all’attualità, il conflitto è fermo e si è
ripromesso che da settembre ricominceranno le mobilitazioni. Quel che è certo è che i
sindacati concertativi non sono voluti tornare in piazza, hanno pompierato la situazione,
non sappiamo in favore di quali interessi. Sicuro è che il resto della società, i settori critici e combattivi, quelli asturiani e anticapitalisti, non hanno saputo dar seguito alla dinamica conflittuale, magari per mancanza di capacità. Così adesso abbiamo una situazione in
cui riprendere la lotta è fondamentale, visto
che senza il carbone le valli minerarie muoiono, ma questa lotta non arriva.
C’è ancora qualcosa che volete dire su questa
importante lotta dei minatori?
Vi ringraziamo molto per l’intervista e da
DARREU ci teniamo a fare un appello a tutti i media internazionali per denunciare pubblicamente la situazione che si vive nello Stato Spagnolo, totalmente pre-democratica e
di costante aggressione ai settori popolari.
La lotta dei minatori ha attirato l’attenzione
internazionale mentre nel Regno di Spagna la
stampa ufficiale e di massa nascondeva il conflitto e la verità. Sicuramente bisogna affermare che sebbene il conflitto dei minatori abbia
suscitato l’attenzione internazionale solo
ora, nelle Asturie si combatte da molti anni
per una trasformazione sociale e nazionale,
subendo spesso le peggiori forme repressive.
D’altra parte bisogna dire che da sempre lo
Stato spagnolo incarcera le persone per le
proprie idee politiche, le tortura, persegue
organizzazioni politiche come la nostra, che
non accettano lo status quo senza diritti fondamentali, sia collettivi che individuali. Negli
anni ’70 del secolo scorso la stampa europea
giocò un ruolo importante per delegittimare e far danno al franchismo, ma anche oggi
è importante che si dia visibilità alla situazione antidemocratica nella quale viviamo, ed è
fondamentale affossare questo regime postfranchista.
Questo è il web di DARRÉU - Mocedá Independentista
Revolucionario: www.darreu.org
www.senzacensura.org
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Ilva: lotta tra crisi e veleni
La
testimonianza di due operai del
T
aranto è una delle città più inquinate
d’Europa e con un tasso di tumori molto
alto rispetto alla media nazionale. Da
anni, questa consapevolezza si è trasformata in
iniziative di lotta su questo problema; guardando
alla storia più recente, nel 2007 nasce il comitato cittadino “Taranto Futura” che ha lo scopo
di mettere al centro dell’attenzione la questione
dell’inquinamento ambientale e del crescente
numero di morti dovute ai veleni dell’ILVA e delle
industrie collegate. Dopo un referendum per la
chiusura totale o parziale dello stabilimento e
l’approvazione di una legge regionale che limitava l’emissione di diossina, alla fine del 2009,
viene organizzata una grande manifestazione a
cui partecipano 20mila tarantini (un altro corteo
imponente si era tenuto un anno prima), ad
opera di un nuovo comitato (Alta marea contro
l’inquinamento). Nell’agosto del 2012 vengono confermati dal tribunale il sequestro degli
impianti dell’area a caldo dell’ILVA, per la messa
a norma dell’impianto, e gli arresti per i dirigenti
Emilio e Nicola Riva.
Aldilà dei provvedimenti giudiziari rispetto ad una
situazione già ampiamente nota e inutilmente
denunciata per decenni, la chiusura è strettamente correlata alla crisi dell’acciaio italiano e delle
materie prime necessarie per produrlo. In questo
senso, l’iniziativa della magistratura, se accoglie
le sacrosante richieste della cittadinanza tarantina, finisce (anche grazie al cosiddetto “decreto
salva-Ilva”) con tempismo “sospetto” per “favorire” proprio i dirigenti dell’ILVA che a causa della
concorrenza erano comunque costretti a chiudere non essendo più in grado di sostenere il costo
della manodopera. La dirigenza Ilva, ha recentemente formalizzato (col silenzio di Fim, Fiom e
Uilm) la richiesta di cassa integrazione che nei
prossimi due anni toccherebbe il picco di quasi
6.500 operai: la famiglia Riva intende compensare gli investimenti necessari al rilancio della stabilimento con la cassa integrazione, attraverso
i fondi UE che Federacciaio in nome e per conto della stessa azienda tenta di ottenere e con
la continuità produttiva a scapito, come sempre,
della salute dei tarantini.
Il risultato complessivo è la creazione ad arte di
una supposta guerra di interessi, degli operai da
una parte e dei cittadini dall’altra, che occulta le
reali responsabilità del gruppo dirigente. Intanto,
in soli 4 mesi, il terzo operaio caduto sul lavoro e l’ennesimo ferito grave vanno ad aggiungersi
ad una lista ormai lunghissima di infortuni e morti a causa dell’Ilva; il luogo in cui è avvenuto l’in-
www.senzacensura.org
“C omitato
dei cittadini liberi e pensanti ”.
cidente, la batteria 9, è tra gli impianti posti sotto sequestro dalla magistratura nel luglio scorso.
La batteria in questione, come tutta l’area a caldo
dello stabilimento non ha mai smesso di produrre,
grazie alla “legge salva-Ilva”.
In questo numero della rivista proponiamo un’intervista a due operai dell’ILVA appartenenti al
Comitato dei cittadini liberi e pensanti che, dalla sua nascita, si è posto l’obbiettivo di rivendicare la chiusura dello stabilimento, di fare chiarezza sulle responsabilità (del gruppo dirigente, dello stato, dei sindacati confederali), di ragionare
su soluzioni alternative alla disoccupazione dovuta alla chiusura, e soprattutto, di tentare attraverso la lotta di superare le divisioni tra cittadini
preoccupati di perdere il posto di lavoro e cittadini preoccupati per la propria salute e per il disastro ambientale.
Per iniziare, vorremmo che ci raccontaste la
nascita del comitato, la sua composizione e da
quali soggetti è stato promosso.
Aldo: Il Comitato dei cittadini e dei lavoratori liberi e pensanti è nato per l’esigenza di
unire due parti che da oltre 50 anni sono state in conflitto tra loro, per una sorta di guerra fra poveri, ovvero i cittadini e i lavoratori, che subiscono e sono vittime di un sistema che è sempre stato fondato sulla logica del
profitto e mai sui loro rispettivi interessi; è
stato fondato dunque da semplici cittadini e
lavoratori ed è formato da cittadini e lavoratori di tutti settori sociali che vogliono essere protagonisti del loro destino, del loro futuro, e che si riuniscono per non delegare più
ai movimenti partitici o sindacali che in tutti
questi anni avrebbero dovuto rappresentarli e ai quali abbiamo dato delega per portare
avanti i nostri interessi ma non lo hanno mai
fatto. Perché la situazione attuale è una situazione di totale abbandono.
Anche sentendo le intercettazioni che emergono dalle indagini della magistratura, si delinea un periodo lungo settant’anni di corruzione, insabbiamento e assoluta mancanza di rappresentanza da parte di chi avrebbe dovuto tutelare i nostri interessi e invece non lo ha mai fatto. Il nostro movimento
è fondato sull’assemblea e tutte le decisioni passano attraverso l’assemblea. Siccome
qui gli eventi sono stati tanti in questi mesi,
abbiamo dovuto agire localmente. Per questo motivo non abbiamo per adesso contatti
stabili con altri movimenti. Le nostre assem-
blee sono di piazza e sono aperte a tutti e molti movimenti locali partecipano alla
nostra assemblea.
Mimmo: Il 26 luglio, i sindacati, dopo l’intervento della magistratura che poneva sotto
sequestro alcuni impianti, hanno impaurito gli
operai dichiarando che la fabbrica era in chiusura e che da quel momento eravamo tutti
licenziati. Io, come altri, non ho fatto parte
di quel “gregge” di operai che ha creduto a
quelle fandonie. Il 27 luglio io ero in ferie programmata e sono andato a dare un’occhiata a
questa forma di mobilitazione che stava iniziando in città. Lì ci siamo resi conto che gli
operai erano stati strumentalizzati; e lì ci siamo incontrati (con qualcuno ci si conosceva
già) e abbiamo deciso che noi a una mobilitazione dei sindacati con quei presupposti non
avremmo partecipato. Abbiamo deciso così
di formare il comitato, inizialmente di operai,
poi diventato anche dei cittadini.
Ci sono state esperienze precedenti di lotta nell’Ilva o in città, contro questo sistema, sia rispetto
alla questione ambientale che lavorativa, contro
le devastazioni e le morti fuori e dentro la fabbrica?
Aldo: Per quanto riguarda la questione
ambientale, esistono da tempo comitati e
gruppi ambientalisti; le prime lotte a Taranto
sono iniziate anni e anni fa quando i pescatori
occuparono il canale navigabile e ci sono sempre state, ma non hanno mai avuto risalto; il
risalto che sta avendo in questo momento
Taranto è dovuto al fatto che lo Stato è intervenuto finalmente a gamba tesa, ma lo ha fatto solo per salvare il profitto come si è dimostrato con i decreti e gli emendamenti a favore del profitto e assolutamente niente a favore della salute e della vita. Premetto che sono
un lavoratore e quindi difendo il lavoro a tutti
i costi, ma certamente non difendo un lavoro
che è fonte di morte per me stesso, per la mia
famiglia e per i miei concittadini. Noi difendiamo il lavoro ma quello che può dare vita, non
quello che uccide e questo vale a prescindere
dall’Ilva; noi vogliamo lavorare, però non possiamo far finta di niente.
Due sono stati i governi ad essere intervenuti a Taranto: uno rappresentato da Clini,
in favore di Riva e dell’azienda, l’altro da Balduzzi che è venuto a dirci che a Taranto la
situazione è drammatica ma provvedimenti
non ne ha fatti. Invece Clini si è speso solo
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ontrollo
per Riva e per l’Ilva, non certo per il lavoro. Il decreto legge non salvaguarda i lavoratori ma solo il profitto, tant’è vero che a
distanza di cinque mesi non è stato fatto nulla, non un segno da parte di Riva sulla messa a norma degli impianti, ma solo minacce di licenziamento; nient’altro ci ha portato questo decreto, tanto è vero che pochi o
quasi nessun lavoratore crede che Riva possa dare risposte per garantire un lavoro che
non uccide.
Mimmo: In fabbrica lotte vere e proprie prima della nascita del comitato io ne ho viste
poche, o perlomeno, non ne ho fatto parte.
Noi promotori del comitato ci siamo trovati al momento giusto nel posto giusto: ci siamo incontrati e abbiamo scoperto di avere lo stesso pensiero, e prima non sapevamo
dell’esistenza l’uno dell’altro in azienda, perché in una fabbrica di 12.000 persone non è
facile organizzare una lotta sorpassando il sindacato. Ma da parte dei sindacati questo tipo
di lotte non ci sono mai state, almeno per
quanto riguarda la mia esperienza.
Io sono entrato all’Ilva 11 anni fa, con quello che io penso sia il contratto che ha definitivamente ucciso la classe operaia, il contratto di formazione lavoro; noi, nei due anni di
contratto formazione eravamo messi continuamente sotto ricatto, non ufficialmente, ma
“a parole” (se fai lo sciopero, se ti comporti male o vai in malattia, non ti viene riconfermato il contratto, vietato iscriversi al sindacato in questi due anni, e così via). Pur di tenere stretto il posto di lavoro, molti di noi hanno involontariamente accettato questi ricatti. Non c’è stato in questo modo il collante
con le vecchie generazioni di operai, gli anziani che hanno fatto le lotte vere.
Quando nell’azienda ci si è trovati ad essere
6000 anziani e 6000 giovani a contratto formazione lavoro c’è stata questa frattura e le
lotte non sono state più possibili perché non
c’era più unità. Una volta riconfermati, se si
aveva l’ambizione di diventare caposquadra
o caporeparto, si doveva continuare a subire quei ricatti. Dall’ingresso del contratto formazione, la mente degli operai è stata “plagiata” da questo tipo di atteggiamenti ricattatori
“non ufficiali”. Se prima non si faceva sciopero, non si faceva malattia per tenere il posto,
oggi che si è sotto il rischio di chiusura, addirittura gli operai, che hanno paura, aderiscono agli scioperi che l’azienda proclama.
Il 30 marzo scorso l’azienda ha fatto scendere
in piazza 8000 persone. Non avevo mai visto
un’azienda che proclama uno sciopero; chi è
rimasto in fabbrica quel giorno paradossalmente era visto come colui che marciava contro l’azienda! Oggi la gente ha un po’ paura
di avvicinarsi al comitato perché viene erroneamente visto come un gruppo che vuole la
chiusura della fabbrica, mentre noi vogliamo
un posto di lavoro pulito in tutti i sensi.
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C’erano altre forme di ricatto o di pressione dentro la fabbrica per spegnere le lotte o evitare la
sindacalizzazione?
Mimmo: Nel mio reparto ho visto pochi atti
punitivi, ma è risaputo che giù al porto veniva
mandata la gente più “fastidiosa”; chi si ribellava veniva mandato lì perché è lontano dalla fabbrica, a circa 3 km, in modo da allontanare chi poteva alimentare possibili focolai di
lotta. I precari, secondo me, al comitato non
si avvicineranno mai. A meno che non lo facciano di nascosto. Nel comitato ci sono precari di tanti altri settori, ma di precari dell’Ilva
non ne ho visti. Penso che sia la condizione di
ogni comitato spontaneo e che nasca dal basso; mette paura per il proprio posto esporsi
facendo parte di un comitato di questo tipo.
Riuscite a lavorare come comitato dentro la fabbrica? Come è adesso, anche alla luce della nascita del comitato, il rapporto tra precari e fissi?
Mimmo: Il comitato è composto da precari, operai fissi, pensionati, disoccupati e noi
stiamo cercando di congiungere tutte queste
figure sociali, ma all’esterno della fabbrica è
più semplice unirle, all’interno, invece, c’è chi
ti segue ma non ufficialmente; se c’è una telecamera, molti si nascondono, qualcun altro
che non ha paura non si nasconde, ovviamente perché se l’azienda vede che tu frequenti il
comitato, qualcosa cambia nei rapporti lavorativi. Io, ad esempio, non ho paura.
Quello che riusciamo a fare rispetto alla fabbrica, viene fatto comunque all’esterno di
essa; il primo volantinaggio l’abbiamo fatto il primo agosto, prima della manifestazione nazionale dei sindacati confederali. I volantinaggi fuori dall’azienda non si dimenticano.
Abbiamo fatto anche assemblee all’esterno
della fabbrica, raccogliendo anche 300/500
operai. Tutti apprezzano il comitato, ma
pochi riescono ad uscire dalla logica della delega; noi vogliamo che tutti partecipino,
pensiamo che ognuno può fare quello che fa
l’altro, e vogliamo togliere dalle teste il concetto di leader o di delega che non ha mai
portato buoni frutti.
Da quanto riportano i media sembra che ci sia
una netta divisione tra i lavoratori a cui sta a cuore l’occupazione e altri che danno priorità alla
questione ambientale. Com’è la situazione nella
realtà? C’è una regia dietro queste divisioni?
Aldo: I media hanno o danno intenzionalmente (o meno) informazioni distorte, o fanno uscire quello che vogliono che emerga;
ci sono molti media nazionali manipolati dai
poteri forti. In quale paese che si dica civile
si può mettere un uomo nelle condizioni di
dover scegliere tra il lavoro o la salute? Non
c’è possibilità di scelta. Io chiederei a tutti di
provare ad immedesimarsi e provare a scegliere tra il lavoro o la vita; non c’è da scegliere ma da cercare di ottenerli entrambi. Però,
se perdo il lavoro ho almeno la speranza di
trovarne un altro, se mi ammalo non ci vado
più a lavorare, e muoio.
Queste divisioni non le creano un comitato o un altro, ma vengono create ad arte da
chi ha paura di questi movimenti che, tra le
altre cose, mettono in discussione coloro che
avrebbero dovuto agire e non lo hanno fatto. Piuttosto che confrontarsi con noi o dare
una risposta alle nostre richieste, preferiscono additarci come delinquenti perché così è
più facile. E’ più facile etichettare come violento chiunque la pensi legittimamente diversamente. Il giorno in cui è morto il nostro collega, un lavoratore schiacciato dal treno locomotrice, siamo andati alla sede del sindacato
occupando le scale e aspettando fino all’una
di notte che venissero a darci spiegazioni di
quell’accordo.
Non abbiamo fatto male a nessuno, eppure
abbiamo subito questo accanimento da parte di Bonanni che è arrivato a chiedere l’invio dell’esercito a Taranto con una lettera al ministro Cancellieri perché noi saremmo seminatori di odio e violenza. Nonostante
abbiamo tutti i motivi per poter creare ancor
più disagio, non siamo mai stati violenti. Diamo fastidio lo stesso perché siamo determinati ad andare avanti con le nostre ragioni. Nelle ultime manifestazioni sono scese in
piazza oltre 20.000 persone e non ne ha parlato quasi nessun organo nazionale di informazione, mentre hanno parlato di 1500 manifestanti chiamati dal prete con un volantino
in una bacheca…cos’è un volantino in confronto al dramma di un’intera comunità dove
vivono 190.000 persone, di 12.000 lavoratori
più i 3000 dell’indotto?
E rispetto ai partiti, il presidente Vendola, quali sono le loro posizioni riguardo alla vicenda Ilva?
Aldo: Sicuramente Vendola è uno di quelli
che avrebbe dovuto, che ha promesso, che
non ha mantenuto…a noi non interessa come
girerà la ruota perché la ruota gira a destra e
a sinistra sulle nostre carni da tanto tempo;
chiunque andrà a governarci troverà una spina nel fianco qualora non torna a fare gli interessi della popolazione. Molti, quando salgono sulle poltrone, lo dimenticano, perché poi
vengono finanziati dai poteri forti come tutti
sappiamo. Durante il periodo elettorale vengono sponsorizzati da gente potente a cui poi
devono dare conto di quello che fanno.
Qual è stato l’atteggiamento dei sindacati nei
vostri confronti?
Aldo: In primo luogo, il sindacato non ha
mai voluto un confronto con noi, pur avendo
ricevuto numerose richieste da parte nostra.
Già in agosto, invece di ascoltare quello che
avevamo da dire, hanno preferito accusarci.
Non ci ha preso in considerazione nessuno
allora, e oggi sono invece costretti a dire le
www.senzacensura.org
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istrutturazione e
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ontrollo
cose che noi denunciavamo da tempo. Io non
sono contro la fabbrica che mi dà lo stipendio per dare da mangiare alla mia famiglia o
per pagare i 25 anni di mutuo che mi sono
rimasti, ma dal momento che so che questa
fabbrica sta avvelenando me e la mia famiglia
e dal momento è tutta una questione di soldi schifosi, allora vorrei che li tirassero fuori e fermassero questi impianti che procurano morte; se l’acciaio è così importante, tirassero fuori le risorse e applicassero le procedure che potrebbero abbattere l’inquinamento anche del 97%, procedure che già esistono
e in altri paesi già sono in funzione. Forse per
loro è meglio far morire le persone piuttosto
che tirare fuori le risorse.
Mimmo: Il comitato si trova in una posizione contraria a tutti i sindacati. Per spiegarvelo
meglio, vi faccio un esempio personale. Sciopero per l’abolizione dell’art.18, pochi giorni
prima del ponte del 30 marzo, abbiamo scioperato solo in 300 operai su 10.000 (e poco
tempo dopo ne scenderanno in piazza 8000
per l’azienda…); il sindacato addossa le colpe agli operai di questa scarsa partecipazione,
ma io non ho mai visto da parte loro una chiamata alla partecipazione, non un banchetto,
non un volantinaggio, e invece ho visto mettere molta enfasi sulla difesa del posto di lavoro (secondo le scelte aziendali), incitando gli
operai a uscire dalla fabbrica il giorno dello
sciopero indetto dall’azienda. In questo modo
ti accorgi che c’è un sistema che non va.
In una città che conta 20.000 operai, l’articolo 18 poteva essere il cuore della lotta e così
non è stato. Il 2 agosto è la data di nascita
“ufficiale” del comitato, le tre confederazioni sindacali avevano organizzato uno sciopero
a livello nazionale qui a Taranto per difendere
esclusivamente il posto di lavoro, escludendo
il diritto alla salute di noi operai; uno sciopero nazionale per andare incontro alle scelte
aziendali. Sul primario diritto alla salute non è
mai stato messo in piedi né uno sciopero, né
una mobilitazione.
Che ricadute ha avuto l’azione della magistratura, è cambiato qualcosa dopo la pubblicazione
del decreto legge?
Aldo: Il fatto è che se non fosse stato per
la magistratura noi staremmo facendo questa intervista. Quando la magistratura è intervenuta non ha detto di chiudere gli impianti, ha fatto delle prescrizioni, ovvero ha detto
al signor Riva che se vuole fare l’acciaio deve
fare degli interventi, mandando dentro la fabbrica dei consulenti. Dopo 10 giorni dalla
pubblicazione del decreto legge doveva essere nominato un garante che doveva prendere fino a 200.000 euro l’anno, ma a distanza di
tanto tempo questo garante ancora non è stato nominato, forse nessuno vuole metterci la
faccia (il garante è stato poi nominato mentre
scriviamo, con grossissimo ritardo, N.d.R.)
www.senzacensura.org
Si parla molto del disastro occupazionale che
potrebbe crearsi con la chiusura dell’impianto ma
poco di quello causato dall’inquinamento prodotto dall’Ilva…
Aldo: Infatti, il settore della mitilicoltura è
stato distrutto, noi a Taranto coltiviamo mitili da 3000 anni, e ora non possiamo più farlo perché il mare è inquinato. Anche il pascolo è vietato fino a venti chilometri di raggio
dallo stabilimento, per cui sono tanti i settori che sono stati rovinati, come anche la produzione dei prodotti locali. Noi siamo la terza città più industrializzata del mezzogiorno
e abbiamo il 40 % di disoccupazione: questa
la dice tutta su quanto siamo importanti per
l’economia italiana così come dice il governo.
Eppure, non abbiamo l’autostrada, non abbiamo l’università, se non una succursale dipendente da Bari, siamo l’unica città d’Italia che
non ha un teatro comunale, non abbiamo un
aeroporto, e facciamo i viaggi della speranza per curarci perché quando ci si ammala a
Taranto non ci sono strutture, l’unico macchinario per la radioterapia esistente all’ospedale è stato per molto tempo in avaria e solo
da poco riparato.
Come lavoratori sono cinque mesi che non
sappiamo se prenderemo lo stipendio il mese
prossimo, ci sono 2400 cassaintegrati, di cui
1200 sono quelli investiti dalla tromba d’aria
che rientreranno, mentre gli altri 1200 non lo
sanno perché dicono che non ci sono le risorse. Altre migliaia di lavoratori non sanno se
prenderanno lo stipendio il mese prossimo.
L’intervento di questo governo non è servito
proprio a niente, pur essendo stata una delle
manovre più veloci, consumatasi nel periodo
di Natale, il 21 dicembre è stata chiusa, prima
che il governo finisse il suo mandato….non
so quale politico o governo metterà mano a
questa questione, sapendo che anche Bersani
ha preso 98.000 euro da Riva…chiunque ha
gestito Taranto a livello comunale, provinciale e regionale non lo ha saputo fare.
Di fronte alla prospettiva della chiusura, che porterebbe altri disoccupati, qual è la vostra proposta o quali passaggi intermedi proponete per arrivare a una soluzione per lavoro e ambiente?
Aldo: Lo Stato ha tenuto l’impianto per 35
anni per poi regalarlo ad un imprenditore di
cui non ha controllato nulla, né dal punto di
vista della sicurezza né da quello ambientale; lo Stato avrebbe dovuto controllare Riva
attraverso i suoi organi, e ancora di più, visto
che ha ottenuto la fabbrica ad un prezzo
stracciato e non avendo ancora finito di ripagarla, da quello che mi risulta.
Lo Stato quindi è responsabile ancora di più
di chi ha gestito l’impianto. A mio avviso, una
soluzione potrebbe essere questa: lo stato
deve intervenire per espropriare a Riva la fabbrica e le ricchezze che ha accumulato. Utilizzare tali risorse (aggiungendo qualcosa di
pubblico) affinché gli impianti vengano legalizzati a livello ambientale e farli ripartire solo
con le nuove procedure. Lo stato potrebbe
avere una percentuale di quote di minoranza, ma una soluzione buona potrebbe essere una sorta di azionariato di lavoratori, che
possa gestire lo stabilimento. I bilanci sarebbero pubblici e i guadagni reinvestiti nel sociale per rendere il territorio più ricco e servito
di ogni esigenza. Lo stato avrebbe il suo acciaio, noi il nostro lavoro, la città i benefici dei
quali, da sempre è stata privata.
Può sembrare utopistico, ma non impossibile. Inoltre non si deve dimenticare che il territorio, l’aria e il mare vanno risanati ambientalmente. Noi siamo l’unico affaccio sul canale di Suez, ma questo porto non può fare
bene a nessuno se il 70% del traffico marittimo è gestito da Riva con le navi dei veleni
per i prossimi 65 anni (ad un possibile altro
imprenditore che volesse investire sul traffico marittimo non rimarrebbe che il 30% di
esso). Invece, una bonifica del territorio e del
mare potrebbe far ripartire l’agricoltura, l’allevamento, la pesca.
Il problema è stato trovare delle persone che
non fossero corrotte o incapaci di gestirla.
Non serve fare il decreto salva-Ilva e poi sparire, lasciando tutto il resto così com’è; se le
cozze vengono distrutte e le pecore abbattute, vuol dire che un problema di inquinamento c’è e se le pecore hanno la diossina,
vuol dire che la abbiamo anche noi. Ma a noi
non possono abbatterci e se anche lo volessero, sarebbe molto difficile abbatterci. 20.000
persone sono scese in piazza in una città che
sembrava rassegnata e per noi è già una vittoria; passate le vacanze di Natale ci stiamo
riorganizzando per fare in modo che nessuno
possa dimenticarsi ancora di noi.
Mimmo: Il controllo operaio della fabbrica
è una bella prospettiva, è per noi un sogno.
Ma, aldilà degli obbiettivi, io penso che i frutti migliori si possono cogliere partendo dalla città. Come comitato, stiamo cercando di
coinvolgere i cittadini perché va diffusa cultura, la cultura della lotta, del cambiamento dal
basso, del farlo con le proprie mani.
E’ un lavoro che durerà molti mesi, se non
molti anni. Taranto ha dato tanto, ha dato
tanto alla produzione di acciaio a sue spese, e
penso che sia giunto il momento di chiedere
il conto. Purtroppo per fare azioni che riguardino la fabbrica siamo per adesso un po’ legati agli eventi che si susseguono.
L’asse però si è spostato, se prima si protestava contro gli effetti dell’azione della magistratura, ora gli operai finalmente stanno protestando contro l’azienda (che non ha ancora
mostrato l’intenzione di fare alcuna bonifica),
nonostante la gente scenda in piazza comunque più per il salario che per la salute. E’ su
questo terreno che dobbiamo continuare a
lavorare.
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 29
R
epressione e
L
otte
Annientare con la psichiatria
S ulla
psichiatria penale in
S vizzera .
L
a ricostruzione di seguito esposta sull’“impero” costruito dallo psichiatra penale Frank
Urbaniok nel cantone di Zurigo è stata liberamente tratta dalla rivista specialistica “Kinder
ohne Rechte” (Bambini senza diritti) in occasione
delle iniziative per la liberazione del compagno
Marco Camenisch (5-6 febbraio 2013, organizzate in Svizzera e Italia).
Lo staff di Urbaniok ha ora l’incarico, assieme alla
commissione composta da magistrato di sorveglianza, alla direzione del carcere di Poeschwies
dove attualmente è rinchiuso Marco e altre figure istituzionali, di redigere la “sintesi” sulla possibilità o meno di liberarlo al più presto o chissà quando.
Abbiamo voluto pubblicarlo per capire una realtà, la presenza cosciente e attiva della psichiatria
nella pretesa determinazione della personalità di
chi viene chiuso in carcere, di conseguenza, nella predisposizione delle condizioni di prigionia cui
sottoporla/o e di scarcerazione.
Una realtà che in Italia nell’ultimo decennio si è
inesorabilmente fatta largo e imposta. Un tempo
l’équipe psicologo-psichiatra era presente e attiva soprattutto nei “manicomi criminali”, poi chiamati OPG (ospedali psichiatrici giudiziari), dove
ci si finiva per punizione o per scelta, in modo
da favorire la riduzione della pena o, infine, perché travolte/i nel proprio intimo da arresto, processo, condanna. Oggi in Italia nessuno/a che finisce dentro, in nessun carcere, sfugge al controllo
di quell’équipe, esercitato attraverso colloqui individuali uniti alla strettissima collaborazione con la
polizia penitenziaria nel decidere la quotidianità
di ciascuna/o prigioniera/o. Nel decidere, in breve, con i mezzi più subdoli e vigliacchi, adoperati nei momenti di crollo delle difese personali connessi alle conseguenze dell’arresto (perdita degli
affetti, della propria identità…), in quale carcere,
sezione, cella chiuderti; quale “percorso” di pillole, iniezioni sottoporti, quale “sedativo” portarti
con le “visite” sempre più invadenti, infine con il
quotidiano “carrello della terapia”.
Senza dubbio, data questa quotidianità unita alla
ridefinizione degli OPG all’interno di ogni carcere,
“imperi” come quello di Urbaniok e peggio sono
purtroppo attivi anche in Italia. Negli anni più
recenti si conoscono decisioni delle direzioni delle carceri prese assieme alle équipe, a magistrati e co., contro decine di prigioniere/i sfuggenti al
controllo, attivi nel ridestare socialità, capacità critica, autodeterminazione individuale e collettiva.
Le testimonianze da dentro che descrivono l’invasività mirata del “manganello chimico” sono sem-
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pre più precise e purtroppo numerose, così come
le notizie sui “suicidi”. Si capisce molto bene che
oggi la lotta contro il carcere anche in Italia rimane generica se non affronta la funzione della psicologia-psichiatria, di chi come effettivamente la
esercita.
1. Giustizia e nepotisimo
nell’ufficio zurighese
dell’autorità giudiziaria,
Michael Handel.
Dal momento che i parlamenti cantonali non
ottemperano alla loro funzione di controllo
sulla giustizia, che spesso si accompagna ad
una separazione dei poteri, nel corso degli
anni si è annidata nello stato di diritto svizzero una cultura dispotica. Non importa la portata di questi abusi; in ogni caso ci sono state raramente delle conseguenze per i dirigenti. Addirittura, gli alti consiglieri del governo
cantonale minacciano di intentare una causa a
fronte di queste accuse. Il cantone di Zurigo
protegge i suoi burocrati per mezzo dell’immunità e delle azioni penali. In questo modo
è impossibile opporsi fattivamente agli abusi
giuridici.
La società si occupa solo marginalmente della custodia. L’uomo e la donna comune sono
ben contenti di vedere pericolosi stupratori dietro le sbarre. E questo anche a ragion
veduta: nessuno vuole vedere pedofili come
Rene Osterwalder [1] per le strade. Per questo motivo si sa poco sulle condizioni degli
istituti di pena, sul rischio concreto anche per
i cittadini integerrimi di essere custoditi per
un tempo indefinito.
Separazione dei poteri - Controllo
giuridico statale
La giurisprudenza prevede che l’iniziativa di
custodia passi dalle mani dei giudici a quella degli psichiatri. Un giudice conta ben poco
se è contro il parere di un perito. Il dilemma
del controllo giuridico statale diviene evidente. Mentre il parlamento cantonale fa riferimento a una base giuridica quantomeno chiara per espletare il proprio dovere di sorveglianza sulla giustizia, le diagnosi e le prognosi
psichiatriche si basano sulle valutazioni personali dello specialista e non strettamente verificabili.
L’istituto di pena del cantone di Zürich afferma che ci sarebbe una “più chiara distinzione
dei ruoli, se i periti mettessero a disposizione con maggiore professionalità le basi su cui
fondano le loro valutazioni”, ma così facendo
non riconosce che professionalmente i giuristi non sono nella posizione di verificare ciò
che fanno i periti da un punto di vista medico e psichiatrico. Ciò viene ribadito anche dal
tribunale federale: la sentenza del 26 giugno
2012 ordina che “è compito di periti esperti (e non dei giudici), giudicare il pericolo di
recidiva così come presentare una prognosi
di trattamento medico e legale. Se il tribunale
superiore di Zürich tenta di valutare i casi di
recidiva, senza avvalersi della consulenza degli
esperti designati dalla legge, si assume inequivocabilmente competenze di cui non dispone”.
Per conservare una parvenza di obiettività,
il cantone di Zürich ha pubblicato l’“Ordinamento su periti psichiatrici e psicologici nei
procedimenti civili e penali”, al fine di garantire la professionalità dei periti, e ha introdotto una commissione di specialisti, che viene
amministrata e sovvenzionata dal tribunale
superiore. Quest’ultima consta di 11 specialisti, tutti interni alla giustizia zurighese, tra cui
anche Frank Urbaniok, a capo del servizio psicologico e psichiatrico (PPD). Tale commissione di specialisti scarseggia di membri non
appartenenti ad un partito. E questo ha delle conseguenze, perché la commissione decide non solo in merito alla professionalità dei
periti ma anche su chi soddisfa le premesse
per l’attività di perito e su chi inserire nelle
liste di periti disponibili.
Psichiatria forense
Con questo concetto si individua un ramo
della psichiatria, che si occupa del trattamento medico, della perizia e della detenzione dei
criminali malati psichici. In senso stretto la
psichiatria forense si occupa di stabilire quali
tribunali e quali autorità sono chiamati in causa in campo psichiatrico. Le prognosi e le raccomandazioni espresse dalla psichiatria forense hanno un influsso diretto sulla custodia e
sugli alleggerimenti di pena, fino al rilascio.
FOTRES
Con questo termine - Terapia forense operazionalizzata e Sistema di valutazione dei rischi
- si intende lo sviluppo di uno strumento, da
parte di Frank Urbaniok, dedicato alla valutazione dei rischi legati alla criminalità. Urba-
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epressione e
L
otte
niok ha investito 3.500 ore del suo tempo
libero nel corso di cinque anni per lo sviluppo
di questo strumento di analisi dei rischi. Tale
impresa è stata sponsorizzata dal produttore
di spray al peperoncino della Piexon. I periti procedono alla verifica dei casi da giudicare punto per punto, servendosi di un catalogo di 700 punti e un programma computerizzato standard. (www.piexon.com - www.
fotres.ch)
FOTRES risulta di fatto essere un mero strumento statistico, che nulla aggiunge a quella
che potrebbe essere una valutazione esperienziale di psichiatri o giudici, anzi rischia di
sviare una valutazione per mera rispondenza
a criteri pre-impostati e genericamente corrispondenti su base catalogatoria e informatica. Urbaniok sembra quindi interessato a una
sperimentazione sui detenuti di carattere più
statistico che psichiatrico.
FOTRES venne sviluppato come strumento
di garanzia di qualità per l’osservazione e la
validazione del decorso terapeutico e non è
adatto per la valutazione autonoma in relazione ai comportamenti delittuosi e al rischio. A
tale proposito, la stessa agenzia che sostiene
FOTRES, la PROFECTA AG afferma: “Con
l’utilizzo di FOTRES vengono perseguiti principalmente obiettivi di carattere qualitativo
manageriale. I risultati di FOTRES non possono sostituire né un’analisi d’insieme ordinata ed estesa di un caso, né una perizia forense
psichiatrico-psicologica”. (PROFECTA AG;
FOTRES Costruzione e interpretazione dei
risultati, 2009).
Lo stesso tribunale federale - relativamente a un caso specifico di abuso sessuale - si
è espresso valutando improprio il metodo
FOTRES se utilizzato come unico strumento. (Tribunale federale 6B_772/2007, Sentenza del 9 aprile 2008).
Pareri similmente critici o contrari si possono
trovare in: Mario Gmür, Psichiatria forense e
etica, “PJA”; Perito attacca le star della psichiatria, “Der Sonntag”, 24 settembre 2011
e in Criminali per punti, “Neue Züricher Zeitung”, 28 agosto 2005).
PROFECTA AG
(Profecta AG - Postfach 118 - 8807 Freienbach, Switzerland - www.moneyhouse.ch/
profecta_ag_CH-130.3.010.213-2.htm)
La PROFECTA AG è l’azienda che ha elaborato FOTRES, suo unico prodotto. Fondatore e membro del consiglio di amministrazione
è Frank Urbaniok. Quest’ultimo ha piena proprietà del nome e del brevetto del suo prodotto. L’indirizzo dell’azienda è di proprietà
della “Thalmann Kommunikation”. Si tratta di
un indirizzo privato della consigliera cantonale del cantone Schwyz, Irene Thalmann, del
FDP [Liberale Frauen, donne liberali, ndt].
Il fatto che il FDP sia strettamente rapportato all’industria farmaceutica rende tale lega-
www.senzacensura.org
me particolarmente problematico. Perché
come capo del servizio psicologico-psichiatrico del cantone di Zürich, Frank Urbaniok
è referente anche per i medicinali destinati
ai detenuti. Con Jaquelin Hauser Lüthi, presidente del consiglio di amministrazione della PROFECTA AG dal 2007, salgono a due le
donne del FDP impegnate nel potenziamento di FOTRES.
Il modello aziendale di Urbaniok è singolare e
difficile da analizzare.
In un articolo della rivista “Der Sonntag” del
4 febbraio 2012 compaiono per la prima volta
delle cifre: la PROFECTA AG ha conseguito, a
partire dalla sua fondazione nel 2005, un guadagno di 35.000 Franchi. E questo non è l’unico introito per Urbaniok, che, come capo di
un servizio pubblico [il PPD, ndt] riceve uno
stipendio annuo di 200.000 Franchi. Insieme alla PROFECTA, Urbaniok ha un proprio
studio dedicato alla consultazione in materia di psichiatria forense, il cui fatturato lordo annuo per il 2007 è stato di 227.000 Franchi. Il fatturato per il 2010, detratti i costi vivi,
risulta pari a 64.000 Franchi. Quindi, il totale dei redditi aggiuntivi per il capo del servizio
forense psichiatrico-psicologico del cantone
Zürich si aggira attorno ai 100.000 franchi.
“Studio medico per la consultazione e
la perizia psichiatrica forense”
Lo studio medico di Urbaniok si trova all’indirizzo Feldstrasse 42 a Zurigo, proprio nella stessa via in cui risiedono gli uffici dell’istituto di pena e dei servizi che in svizzera sono
dedicati all’applicazione della condizionale o
dell’esecuzione della pena [Bewahrungs-und
Vollzugsdienste, ndt], di cui il PPD è parte.
Anche il primo assistente di Urbaniok, Ramon
Vettiger è proprietario di uno studio, fondato
nel marzo del 2012, lo “Studio Vettiger, psi-
chiatria, psicoterapia e perizia”. A differenza
di Urbaniok, Vettiger si è licenziato dal PPD
nell’ottobre 2012.
La PROFECTA AG utilizza due domini internet, per la diffusione dello strumento FOTRES: www.zurichforensic.org e www.
ri-sk.org Proprietari dei domini sono Frank
Urbaniok, Astrid Rosseger, Arja Laubacher
e Jerome Endrass. Nella squadra di Urbaniok
risultano anche Bernd Borchard e Thomas
Noll. Nel consiglio di amministrazione o coinvolti nella comuncazione: Prof. Dr. Thomas
Elbert (professore di psicologia clinica e neuropsicologia all’università di Costanza), Dr.
Marc Graf (primario e presidente della clinica di psichiatria forense alla clinica psichiatrica universitaria di Basilea), il Dr Elmar Habermeyer (capo del servizio psichiatrico forense
della clinica psichiatrica universitaria di Zurigo). È curioso notare come Urbaniok utilizzi
liberamente e in modo interscambiabile il suo
sito privato e il sito istituzionale di psichiatria
forense (www.zurichforensic.org) di modo da
poter gestire su un unico account le mail dello studio privato e quelle relativa alle pratiche
del servizio psichiatrico cantonale.
I congressi, conferenze ed eventi della PROFECTA AG sono sponsorizzati da aziende
farmaceutiche quali: Janssen, AstraZeneca,
Sandoz, Bristol-Meyers Squibb e Lily. In particolare i farmaci della Janssen vengono utilizzati per patologie come la schizofrenia e i
disturbi di personalità.
Il servizio psichiatrico-psicologico
(PPD)
Il PPD tratta circa 1.300 “criminali” nella prigione di Zurigo, dove conduce, in media, circa
12.000 consultazioni. Gli incarichi per le perizie provengono dal pubblico ministero, dalle
autorità penitenziaria e dai tribunali ma anche
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dalle autorità tutelari. L’approvazione delle perizie spetta a chi assegna l’incarico, nello specifico dal più alto in carica. Gli specialisti
del settore riferiscono di un incredibile impero, che Urbaniok si è costruito in Svizzera.
Tuttavia, a Urbaniok rimane ancora tempo
per gestire un’azienda e uno studio privato.
Nato in Germania, è inoltre professore onorario all’università di Costanza. In aggiunta, ha
scritto dozzine di libri del settore e di articoli specialistici.
Il PPD dipende dall’ufficio per l’esecuzione
della pena del cantone Zürich, diretto dal Dr.
Thomas Manhart. Membri dell’ufficio di direzione sono Frank Urbaniok e il direttore del
carcere di Pöschwies, Ueli Graf.
Il PPD è suddiviso in diverse sezioni, dirette, tra gli altri, dal medico assistente Roman
Vettiger, Jerome Endrass e Bern Borchard.
Astrid Rossegger lavora come collaboratrice scientifica per il PPD. Vettiger, Borchard,
Endrass e Rossegger sono sul libro paga della PROFECTA AG, gli ultimi due sono anche
entrambi parte del team-FOTRES. In particolare Rossegger ha contribuito allo sviluppo e alla definizione di FOTRES. Retribuiti
da Urbaniok lavora anche Thomas Noll, capo
d’esecuzione pena del Pöschwies, ovvero delle sezioni per le pene speciali per cui è previsto il trattamento medico, da cui dipende la
sezione di psichiatria forense (FPA).
Nonostante ci siano a disposizione diversi strumenti per la valutazione del rischio [di
recidiva, ndt], il PPD favorisce l’impiego di
FOTRES. L’ufficio per l’esecuzione della pena
non ha voluto comunicare quali e quanti casi
sono stati trattati con tale strumento.
Terapia del delitto (DOT)
Con questo termine si fa riferimento allo sco-
po primario del servizio psicologico psichiatrico (PPD), che consiste nella definizione di
un trattamento medico specificatamente finalizzato ad evitare la reiterazione del reato.
Durante la terapia, il “criminale” si deve relazionare intensivamente con il delitto compiuto.
Deve elaborare una coscienza reale del problema, al fine di imparare a gestire se stesso. Nel
corso di tale trattamento, l’autorità preposta
deve relazionare almeno uno volta l’anno.
L’anamnesi del paziente viene svolta durante
la prima visita. La diagnosi si basa sulla catalogazione dell’atto compiuto. I colpevoli sperimentano delle situazioni di conflitto artificialmente costruite per tramite di sedute che
utilizzano anche strumenti audio-video. In
questo senso è da intendersi anche il lavoro
sulla “fantasia” di Urbaniok: i detenuti devono imparare a trasformare le fantasie pericolose da quelle non pericolose. Il riconoscimento precoce, stimolato con questi meccanismi, dovrebbe contribuire ad aumentare la capacità di controllo di sé. Ovvero, le
fantasie e gli impulsi pericolosi dovrebbero
essere riconosciuti prematuramente e controllati attraverso l’esercizio a manipolarli.
Non c’è da meravigliarsi del fatto che il “criminale” viene liberato nel momento in cui
dimostra capacità di adattamento e rinnegamento. Per incentivare la partecipazione alla
DOT, le ore di terapia vengono considerate
come ore di lavoro, quindi retribuite. L’ufficio per l’esecuzione della pena non ha voluto
confermare quest’ultima circostanza.
Ramon Vettiger - assistente medico e dipendente del PPD - afferma che la DOT non guarisce il colpevole, ma permette unicamente di
incentivare una continua consapevolezza del
problema. Ad esempio gli stupratori, imparano a contenere il proprio impulso.
La DOT è figlia di Urbaniok, il quale diffonde
la sua buona novella per tramite di numerosi seminari. Gli viene concesso libero campo
per i suo esprimenti, supportato dalle ricerche del PPD e dell’Istituto per la tutela delle vittime e per il trattamento dei colpevoli (IOT).
Istituto per la tutela delle vittime e per
il trattamento dei colpevoli (IOT).
Fondato nel 2003 a Zurigo, presso l’ufficio
legale della consigliera Cornelia Kranich Schneiter (www.iotschweiz.ch).
IOT è in cooperazione con l’università di
Zurigo, tramite la quale offre corsi di laurea
che si occupano principalmente della valutazione dei rischi di reiterazione del reato
(FOTRES) e di congrue terapie (DOT). Il corso di laurea della durata di quattro anni, che si
conclude con un master, costa 31.500 franchi.
Il finanziamento delle attività dello IOT proviene dallo stesso ufficio per l’esecuzione della pena e dalla PROFECTA AG, che sostengono lo studio sistematico di FOTRES. Risultano, quindi, nuovamente coinvolti i soliti personaggi: Frank Urbaniok e Ueli Graf.
Statuto per la tutela delle vittime
(ZOC)
Si tratta di un circolo, fondato da Urbaniok
insieme a Cornelia Schneiter - membro dello IOT - e Lilian Kistler - giurista, già collaboratrice dell’ufficio per l’esecuzione della pena
del cantone Zürich - con sede a Visbek, vicino a Brema.
Si concepisce come una lobby, che ha lo scopo “di fare rete tra chi si interessa alla tematica della tutela delle vittime”. In questo senso
sostiene l’applicazione di una terapia del delitto nel corso dell’esecuzione della pena (Zrt.
5 dello statuto), “mettendo a disposizione in
lungo e in largo le valutazioni di pericolosità”
(Art. 7 e 8 dello statuto): “Il principio di prevenzione è la base da tenere in considerazione nei procedimenti penali e nell’esecuzione
delle pene e dei provvedimenti”.
Il guru Frank Urbaniok e i suoi giovani
Nell’ottobre del 2010 Urbaniok è stato
nominato professore onorario dell’università di Costanza. Un riconoscimento del lavoro di Urbaniok ma anche un segno di apprezzamento nei confronti di FOTRES e del suo
team di elaborazione.
Gli studenti di Urbaniok trovano un contesto all’interno del quale poter fare carriera.
Urbaniok forma i suoi studenti sui metodi da
lui elaborati (FOTRES, DOT). I suoi assistenti
vengono coinvolti in ogni percorso: scrivono
libri insieme, partecipano ai seminari, lavorano al PPD e nella PROFECTA AG.
Pochi scelti all’interno del suo team - tra cui
molti psicologi - ottengono qualifiche specifiche per il trattamento psichico delle malattie,
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principalmente in relazione ai crimini per stupro. La sezione del PPD “Valutazione e sicurezza della qualità” è condotta dal Dr. Jerome Endrass, psicologo; la sezione “Psichiatria
di base” da Ramon Vettiger, che non ha mai
conseguito il dottorato; la sezione di “Psichiatria forense” da Bern Borchard, che ha studiato psicologia.
L’assicurazione sanitaria paga per la
DOT
Un contratto collettivo (in voga dal 1.1.2010)
tra il concordato della cassa per l’assicurazione sanitaria della Santèsuisse e il PPD regola il conteggio per la prestazione ambulatoriale psichiatrico-psicologica. Firmatari del
contratto sono Frank Urbaniok, direttore del
PPD, Dr. Thomas Manhart, direttore dell’ufficio per l’esecuzione della pena e il cancelliere
Dr. Markus Notter, consigliere di stato.
Viene fissata una tariffa forfettaria pari a 117
franchi al giorno, che dovrebbe coprire le
spese ambulatoriali e non quelle ospedaliere.
Tuttavia, in diverse perizie, si fa riferimento a
trattamenti ospedalieri, per i quali, tra l’altro,
la persona sottoposta dovrebbe prima essere
informata, come viene espressamente sancito dal contratto in questione. Ambulatoriale
o ospedaliera, la DOT viene assorbita dall’assicurazione sanitaria.
Prescrizione sistematica di malattia
Il sistema statistico di classificazione internazionale delle malattie e dei problemi relativi
alla salute (ICD), riconosciuto in tutto il mondo, indica nella categoria 10 i casi psichiatrici per cui si può ricorrere ad una terapia, nel
caso svizzero alla DOT (ed è proprio in forza di tale corrispondenza, che i costi possono
ricadere sull’assicurazione sanitaria).
L’individuazione dei sintomi e l’ascrizione a
malato per un soggetto per cui prevedere una
terapia, non sempre si sposa con la materia
forense. Mentre per i delitti sessuali, ad esempio la pedofilia, è previsto dall’ICD un trattamento terapeutico specifico, per i casi di
violenza generici, non sempre è associabile
un disturbo della personalità. La DOT viene
destinata indistintamente sia a soggetti considerati malati psichici, sia a coloro che hanno compiuto semplicemente un crimine, senza per questo poter essere considerati malati.
Lo scopo è, di fatto, il controllo del comportamento delittuoso.
I mega costi generati dalla terapia del
PPD
I costi generali del PPD ammontano a circa 3
milioni di franchi. La giustificazione, elaborata dallo stesso Urbaniok, per un tale investimento, risiede, a suo parere, nell’ammortizzazione dei costi complessivi del servizio, dal
momento che la terapia diminuisce il rischio
di reiterazione del reato e quindi diminui-
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sce la durata delle pene. Tuttavia, tale giustificazione non tiene in considerazione che
la sezione per i malati psichici ha dei costi
di mantenimento pari a 618 franchi, contro
i 531 per le misure di sicurezza e i 301 per
i comuni.
2. La psichiatria ancella
dell’ “onnipotenza” dello
stato: Svizzera, l’ascesa
dello psichiatra-sbirro
Frank Urbaniok
Licenza di spillare denaro
Con FOTRES e DOT, Frank Urbaniok,
detiene un totale monopolio. In breve, Urbaniok impiega nelle prognosi soltanto suoi strumenti sui quali ha dei diritti che sono non solo remunerativi: in qualità di capo del PPD ha la facoltà di provare l’efficacia dei mezzi terapeutici su numerosi “delinquenti”, anche con la forza. E’
come se un fabbricante oltre a produrre il
proprio prodotto possa testarlo e dichiararlo sicuro. Il risultato finale stabilisce sin
dall’inizio un radicato conflitto di interessi.
L’ufficio di esecuzione delle pene
di Zurigo difende gli interessi di
PROFECTA AG
Il fatto è questo: Urbaniok abusa del suo
rapporto con la direzione della giustizia e
degli interni del cantone Zurigo per la riuscita dei suoi affari privati. E’ difficile trovare un membro di quelle direzioni che non
sia impigliato nella rete d’affari di Urbaniok. Funziona così: l’ufficio delle esecuzioni paga le competenze affidate a Urbaniok per il suo strumento di prognosi e permette ai collaboratori del cantone rapporti d’affari con PROFECTA AG. Di questo
approfittano tutti. Dell’avanzata di Urbaniok, FOTRES è la cassa, sempre piena.
Una matassa gonfia di corruzione
Del nocciolo dell’impero di Urbaniok sono
parte medici, filosofi, psichiatri, psicologi,
terapeuti, scienziati del diritto dell’università di Zurigo, funzionari della televisione svizzera…
L’industria farmaceutica sponsorizza indirettamente la terapia (medicalizzazione) forzata.
Da anni l’industria farmaceutica sponsorizza
PROFECTA AG e quindi il mercanteggio di
questa con FOTRES e DOT.
La terapia orientata alla cura del delitto di
Urbaniok non si basa chiaramente sulla libera volontà: chi la rifiuta, nonostante le prescrizioni, viene apertamente minacciato beninteso, senza alcuna base giuridica - con
la terapia forzata. Su questo la direzione della giustizia e degli interni del cantone Zurigo - datori di lavoro di Urbaniok - è ritorna-
ta nel settembre 2011 con una nuova disposizione: “L’avvio del trattamento di un’appropriata terapia psico-farmacologica contro la volontà del cliente, pure se ricorrente,
potrebbe condurre al fatto che questo soggetto possa trovarsi di fronte ad un trattamento psicoterapeutico”.
L’industria farmaceutica - prime fra tutte Janssen e Sandoz - seguono con grande interesse il lavoro di Urbaniok. Con la pubblicità e
la sponsorizzazione non acquisiscono soltanto i suoi favori, ma esercitano anche influenza sulle sue attività statali e private, mediche
e psichiatriche. Si può partire, a buon diritto,
dal dato che lo psichiatra Urbaniok nei trattamenti impiega di preferenza prima di tutto
i farmaci dei suoi sponsor. Questo lo esige
apertamente, come si è visto, la direzione della giustizia del cantone Zurigo, anche contro
la volontà di chi è sottoposto a terapia. Una
prassi questa che infrange immediatamente i
diritti dell’essere umano.
Non è ammissibile che l’autorità dell’esecuzione delle pene del cantone Zurigo, nel carcere di Pöschwies, utilizzi la costrizione all’assunzione di droghe capaci di portare all’incoscienza. Così vengono aggravate, contro la
loro volontà, le condizioni dei prigionieri, se
sottoposti alle terapie predisposte da Urbaniok. Ciò colpisce in particolare coloro la cui
condanna è fondata su accuse dimostrate poichè la base del funzionamento di ogni terapia
psichiatrica è la volontarietà, che può avvenire soltanto in libertà.
Il caso giuridico di Joerg Kachelmann
Quanto sia esile il filo teso fra libertà e carcere è mostrato in modo esemplare dal caso
Kachelmann [2]. Se lui oggi respira l’aria fresca e può condurre una vita normale, deve
ringraziare il sistema del diritto tedesco. Nel
sistema di esecuzione delle pene del cantone Zurigo, invece, Joerg Kachelmann avrebbe avuto a disposizione poche e brutte carte,
poiché il trattamento psichiatrico e psicoterapeutico, con la relativa assuefazione farmacologica, può terminare solo se si può constatare un comprovato ripudio, un pentimento
rispetto all’atto compiuto.
Come si diventa giudicesse o giudici in
Svizzera!
Si deve appartenere a un partito politico. Il
partito ti deve candidare. Poi vieni eletto giudice federale dal parlamento del cantone o
dal parlamento federale. I posti di giudice vengono assegnati in proporzione alla rappresentanza del partito nei diversi parlamenti.
DOT soggiace alla collisione degli
interessi
La collisione di interessi descritta, rende
ancora più labile l’effettivo impiego della terapia, come descritto. La fiducia del condanna-
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to verso il lavoro dei terapeuti, non può che
essere nulla. Per chi è in galera il DOT diventa mezzo diretto allo scopo: dall’accettazione
o meno della terapia, del resto, dipendono gli
alleggerimenti delle pene e della carcerazione e la stessa libertà anticipata. Chi è sottoposto a trattamento si concentra certamente
sulla lunghezza delle pene e meno sulle possibilità della recidiva.
Chiaroveggenza scientifica
Urbaniok a DRS 3 nell’ottobre 2010 ha raccontato: “A 16 anni ho pensato di diventare psichiatra. In questo campo si può collegare l’oggetto spirituale-scientifico-filosofico a qualcosa di praticamente utile. Questa,
allora, fu la principale motivazione per studiare medicina, per riuscire a diventare poi psichiatra”.
Nel frattempo la brama del profeta coltiva
fiori meravigliosi, ovvero elabora la terapia
orientata alla cura del “delinquente”, per rendere docili i prigionieri, apertamente minacciati da anni di carcere. E chi non ammette la
propria colpevolezza, resta in carcere anni oltre il tempo giuridicamente previsto per la
massima pena.
Piccola carcerazione
Per un accusato che ha commesso un reato in relazione ad un disturbo psichico o
ad una malattia di dipendenza (assuefazione), è sufficiente un trattamento ambulatoriale per affrontare il rischio di una ricaduta. Tale trattamento lo può ordinare il tribunale. Con il termine misura ambulatoriale si intende la privazione incondizionata
della libertà, decisa dal tribunale, sia quando l’esecuzione della pena detentiva viene rimandata (differita), sia nel caso in cui
tale misura viene eseguita contemporaneamente alla pena detentiva. Per legge, la pena
ambulatoriale è limitata a 5 anni. Tuttavia, il
tribunale può prolungarla di ulteriori 5 anni,
se risulta necessaria per impedire la reiterazione del reato.
Nel caso di esecuzione contemporanea della pena, chi ha commesso il reato viene sottoposto a trattamento in un carcere. Se una
disposizione ambulatoriale non risulta sufficiente, il tribunale può tramutarla in un trattamento ospedaliero. Quest’ultimo, eseguito in una struttura chiusa, chiamata “piccola carcerazione”, ha una durata massima
di 5 anni, che il tribunale può prolungare di
altrettanti anni.
Minaccia aperta del ricorso alla terapia
forzata
Secondo l’art. 36 della costituzione federale interventi che possono danneggiare i diritti fondamentali possono aver luogo soltanto sulla base di una legge formale. Il tribunale
federale ha stabilito che i trattamenti medi-
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ci costrittivi, indipendentemente dalla loro
durata, rappresentano sempre un intervento lesivo dei diritti umani fondamentali. Con
la legge 26 (quella sui pazienti) è stata creata la base legale necessaria per il “trattamento forzato” (costrittivo). Così ora possono essere eseguiti “trattamenti forzati in
situazioni di emergenza, che si verificano in
presenza di malattie corporali e fisiche”, per
“prevenire un serio e immediato pericolo
per la salute o la vita delle persone interessate o di terze persone”. Un simile trattamento può essere portato avanti solo fino a
quando esiste quel pericolo.
Chi viene sottoposto al trattamento medico forzato, deve essere messo a conoscenza delle ordinanze emesse dal giudice, e
così rendere possibile il ricorso. Quest’ultimo deve comunque essere compiuto entro
10 giorni.
Di fatto, il trattamento forzato non persegue
né lo scopo della sicurezza propria e altrui e
neppure è necessario dal punto di vista medico. Suo fine è unicamente e soltanto il raggiungimento dell’esecuzione della pena, quello che nella psichiatria forense viene definito “misura terapeutica”. Quest’ultima risulta in ultima analisi essere una disposizione
di puro carattere preventivo, poiché indirizzata alla prevenzione di un’eventuale reiterazione. La minaccia di un trattamento costrittivo e la sua applicazione, contro la volontà
di chi delinque, diviene una evidente lesione
alla persona.
Frank Urbaniok si è costruito segretamente,
con lo strumento della terapia orientata alla
cura del delitto (DOT), alle spalle dell’opinione pubblica, la sua Guantànamo. Attraverso la
medicina costrittiva e la carcerazione devono venir promosse “visioni!”, estorte “confessioni”.
ne marcatamene respinta e non si accetta
la messa in discussione del ruolo dello psicologo.
Ave Urbaniok chi è in galera ti saluta
L’impero di Urbaniok nel cantone Zurigo detiene un potere immenso, i cui abusi ne sono una logica conseguenza. L’inclinazione al potere non potrebbe essere più evidente. I condannati gli vengono abbandonati
nelle mani, gli vengono assegnati con benevolenza. Nessuno può contraddirlo: Urbaniok è
presente in tutti gli organi e collabora professionalmente quanto privatamente con tutti. Ogni cittadino o cittadina della Svizzera,
che arriva in collisione con la legge, e che, nel
cantone Zurigo, finisce in carcere, si imbatte nel PPD.
Come un tempo Cesare nel circo Massimo,
oggi Urbaniok esercita il suo potere dispotico sulla “vita e la morte”, sulla liberazione e la
carcerazione. A chi è in carcere resta soltanto il saluto servile: “Ave Urbaniok, i destinati
alla morte ti salutano”.
L’impero di Urbaniok non tollera di essere
contraddetto. La critica ai suoi metodi vie-
Legenda delle sigle utilizzate:
PPD: servizio psicologico e psichiatrico
FOTRES: terapia forense operazionalizzata e Sistema di
valutazione dei rischi
DOT: terapia del delitto
IOT: Istituto per la tutela delle vittime e per il trattamento dei colpevoli
ZOC: statuto per la tutela delle vittime
ICD: sistema statistico di classificazione internazionale
delle malattie e dei problemi relativi alla salute
Il potere incontrollato dello psichiatra
La psichiatria forense scalza completamente le competenze dei giuristi, che poco possono fare, pur riconoscendo l’assenza di
neutralità nelle perizie medico-psichiatriche. A riguardo va ricordato che la Svizzera in passato è stata considerata forza motrice dell’eugenetica. Dalla storia del dipartimento sociale della città di Zurigo lo storico
Thomas Huonker ha tratto il capitolo buio
sull’igiene sociale svizzera. A questa storia
appartengono atti costrittivi come castrazione, sterilizzazione, sottrazione dei bambini,
divieto al matrimonio fino alla recente prassi
dell’assistenza nel cantone di Zurigo.
Perizia sui periti
Nella psichiatria una diagnosi sbagliata può
trasformarsi in un incubo. Un fatto simile non ha influenza soltanto sulla terapia e
la cura medica, ma è anche determinante in
relazione alla prognosi della pericolosità: gli
alleggerimenti eventuali della pena dipendono dagli esami medici, dalla risposta del detenuto medicalizzato alla terapia. La richiesta
di applicazione di una qualsivoglia terapia
viene giustificata o meno in forza della sicurezza pubblica.
Chi dunque controlla i controllori? Questa questione si pone con forza, soprattutto
dopo che il parlamento del cantone di Zurigo ha votato contro l’esame sull’apparato
della giustizia. La conseguenza è una crescita selvaggia del sistema giuridico: una decisione arbitraria segue l’altra, ad una deliberazione rincretinita ne segue una quasi eguale e così via.
Note:
[1] Vedi: www.swissinfo.ch/ita/rubriche/notizie_d_
agenzia/mondo_brevi/ZH:_seviziatore_di_bambini_Rene_Osterwalder_rimane_internato.
html?cid=32880582
[2] accaduto nella Rft, vedi: www.cdt.ch/mondo/cronaca/45159/jorg-kachelmann-e-stato-assolto.html
Liberamente tradotto dalla brochure a cura di Michael
Handel, comparsa sul suo sito www.kinderohnerechte.ch
il 29 ottobre 2012.
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Prigione a vita!
Le
misure terapeutiche istituzionali e l ’ internamento in
R
iportiamo un testo sulle politiche di internamento in Svizzera apparso in formato
opuscolo a fine dicembre 2012 sul nodo
indymedia locale [1] che può servire a comprendere meglio la genesi storica e ad integrare
l’articolo precedente sulla psichiatria penale in
Svizzera. Anche questo contributo nasce sulla
spinta solidale con Marco Camenisch come recita l’ultimo paragrafo dell’opuscolo: “Con Marco
Camenisch e tutte e tutti coloro che resistono
e si rivoltano a queste misure, e coloro che si
oppongono alle prigioni”.
Introduzione
Questo opuscolo parla d’internamento in Svizzera, ossia dei 5 articoli dell’attuale codice penale,
delle tante persone che lo subiscono, dei soggetti
che lo applicano, dell’ideologia che lo presuppone e degli individui che si oppongono. Delle volte,
sentiamo la necessità trattando argomenti specifici di precisare che la critica e l’opposizione non si
limitano a questi, ma che sono generali.
Chi scrive queste pagine è contro ogni forma di
detenzione! Speriamo soltanto che ciò si intuisca più nell’approccio proposto, che da questa
precisazione.
Queste pagine sono state scritte rapidamente,
seguendo la voglia bruciante di farlo, perché l’internamento sta prendendo di fatto un’importanza e un’ampiezza enorme in Svizzera. I Cantoni
stanno allargano l’infrastruttura per potere applicare ancora più spesso la prigione a vita: nuove prigioni, nuove sezioni, centri di diagnosi psichiatrica nelle nuove centrali di polizia, ecc. Sempre più persone sono toccate da questi articoli e
manca un’analisi critica della questione.
Un compagno anarchico, Marco Camenisch,
che sta scontando una lunga pena in Svizzera
per aver partecipato in maniera attiva alla lotta
antinucleare negli anni ‘70 e per dei delitti legati alla sua clandestinità negli anni ‘80, è anch’esso minacciato di essere messo sotto regime
d’internamento a partire dalla fine della pena
nel 2018. Ecco qui. Nessuna pretesa che questo opuscolo possa essere completo ed esaustivo. Parlando di cavilli giuridici, ci sbaglieremo di sicuro in alcuni particolari. Non pretendiamo neppure di raccontare tutte le forme che
la detenzione a tempo indeterminato può prendere, e soprattutto di tutte le emozioni che può
suscitare. Prendete una penna, delle forbici, una
colla e cambiate quello che volete, fotocopiate
e distribuite una nuova versione, o ricominciate da zero.
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S vizzera .
Che cos’è l’internamento?
L’internamento, nel corso dei decenni, ha preso
nomi e forme differenti. I diversi regimi di internamento hanno in comune il fatto di essere una
detenzione a tempo indeterminato.
L’internamento è spesso amministrativo, ovvero
il potere decisionale è completamente nelle mani
dell’amministrazione (della prigione, di un villaggio, della polizia, del servizio della popolazione
e degli stranieri, di un ospedale, ecc.) e non del
sistema giudiziario. In questi casi l’internamento
è inscritto nel codice civile o in leggi specifiche.
Invece per quanto riguarda gli articoli di cui parliamo in questo opuscolo, l’internamento è penale. È il giudice penale a decidere, anche se alla fine
è la stessa cosa dal momento che la decisione si
basa solo sui rapporti fatti da soggetti amministrativi (i rappresentanti delle autorità di procedimento penale, le autorità di esecuzione e i settori
psichiatrici collegati alla medicina legale).
L’internamento:
una lunga storia di menzogne
In Svizzera l’internamento esiste da molto tempo.
Una piccola ricerca ci ha portato al 1942 ma probabilmente potremmo andare ancora più indietro nel tempo.
Internamento amministrativo:
1942-1981
Tra il 1942 e il 1981 il codice civile svizzero e
tutta una serie di leggi cantonali permettevano
la detenzione amministrativa. Non si conosce il
numero esatto di persone che sono state sotto
questo regime, ma è molto elevato. Se domandate alle vostre famiglie sicuramente c’è stata
una sorella o cugino della vostra bisnonna che
era stata internata. Specialmente se, tre generazioni indietro, la vostra famiglia non era ricca. In
questo caso erano le autorità cantonali o comunali, con i servizi sociali che potevano ordinare
l’internamento. La maggioranza delle vittime era
gente giovane accusata di pigrizia sul lavoro o di
comportamenti non consoni alla morale del tempo. Le giovani ragazze venivano particolarmente represse da queste misure, spesso il loro solo
delitto era di essere incinte. Lo stato Svizzero gli
portava via neonati e le sterilizzava a forza!
Nelle prigioni per donne, in particolar modo a
Hindelbank (BE) più della metà delle detenute era
sotto internamento amministrativo. Il discorso
che i servizi sociali facevano alle famiglie per giustificare l’internamento dei giovani era che fossero stati mandati in istituti educativi per segui-
re una formazione per facilitarne l’integramento
nella società. I genitori, spesso delle fasce povere della società, davano piena fiducia alle istituzioni, senza sapere che i loro figli venissero spediti
dall’altra parte della svizzera in un carcere a subire ogni tipo di umiliazione.
Internamento penale:
1971-2007 [art. 43 del codice penale]
L’internamento amministrativo in carcere è sparito agli inizi degli anni ‘80, la società svizzera nel
frattempo era cambiata, non era più accettabile internare dei giovani svizzeri per questioni di
morale. Il povero in Svizzera era sempre più il
lavoratore stagionale straniero e sempre meno
l’operaio specializzato svizzero. Ma dieci anni prima un’altra forma d’ internamento era stata inserita nelle leggi svizzere. Si tratta dell’articolo 43
del codice penale che resterà in vigore fino al
2007 e che colpiva i prigionieri recidivi. L’internamento è sempre più applicato: nel 1981 si contavano 52 prigionieri sotto l’articolo 43, nel 2007
erano 193.
Internamento amministrativo:
la legge sulla privazione della libertà
a fini di assistenza (PLAFA):
1981- oggi [art. 397 del codice civile]
Mentre l’internamento amministrativo in carcere veniva abrogato, nel codice civile era stata
inserita la possibilità d’internare la gente non più
in “vere” galere, ma in cliniche psichiatriche. Si
tratta della PLAFA, la legge sulla privazione della libertà a fini di assistenza del 6 ottobre 1978 ed
entrata in vigore il 1° gennaio 1981. Sono le autorità cantonali che possono ordinare questa misura di costrizione. Nella maggioranza dei cantoni questa competenza è stata anche attribuita ad
altri servizi: medici, educatori, assistenti sociali,
ecc. Sono in particolare gli psichiatri che ordinano più spesso questa misura. Nel 2005, nei cantoni di Zurigo, Berna, Zugo, Soletta, Argovia e Ticino le ammissioni forzate rappresentavano il 25%
delle ammissioni in clinica psichiatrica. Nel canton
Argovia, le autorità ordinavano ogni anno un centinaio di PLAFA e i medici circa 900!
Il primo gennaio 2013, il diritto riguardante il
PLAFA sarà omologato a livello svizzero. Al
posto di “privazione della libertà” si parlerà di
“piazzamento”, cosa che permetterà di piazzare gli internati anche in altre strutture oltre alle
cliniche. Le leggi si adattano alla ristrutturazione
dell’infrastruttura penitenziaria, sempre più psichiatrizzante!
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otte
Internamento amministrativo:
legge federale sulle misure
di costrizione (LMC): 1995 - oggi
Nel 1995 la possibilità di sbattere gente in internamento amministrativo viene rinforzata. Lo
stato propose come misura di costrizione per
gli stranieri in situazioni irregolari, la possibilità di imprigionarli fino a 18 mesi, i tre quarti dei
votanti approvarono. Questa misura può in ogni
momento colpire tutte le persone senza documenti, gli stranieri non identificabili e quindi che
non possono essere espulsi dal paese dall’età
approssimativa di 15 anni.
La votazione: l’iniziativa popolare
“per l’internamento a vita dei criminali
pericolosi”, 2004
Si tratta di un’iniziativa popolare di un gruppo di
cittadini in sostegno a famigliari di vittime di crimini sessuali che hanno avuto molta risonanza
mediatica. L’iniziativa propose un inasprimento
dell’internamento con l’introduzione della misura chiamata: “internamento a vita”. La maggioranza dei partiti politici si opposero, il linguaggio era
troppo esplicito, c’era la paura di avere ripercussioni a livello internazionale. L’industria orologiaia o delle materie prime avrebbe potuto avere dei
problemi se la loro patria fosse diventata celebre
per non rispettare la carta dei diritti dell’uomo.
Inoltre questo riguardava solo qualche pedofilo,
che interesse?
Internamento penale:
2007- oggi [art. 64 del codice penale]
Facendo leva sul tema della pedofilia è così che
la votazione è stata accettata dal popolo svizzero (uhuhu), ma nella pratica quello che viene messo in atto è tutt’altra cosa. L’internamento a vita
non è che un sottopunto dei 5 articoli che trattano la prigione a vita. Non viene applicato che in
rari casi ipermediatici. L’ipocrisia è salvaguardata
e il controllo penitenziario a vita diventa una norma per una buona percentuale di detenuti. Due
piccioni con una fava! L’entrata in vigore del nuovo codice penale nel 2007 ha allargato enormemente il campo d’applicazione dell’internamento.
Questa lunga storia di menzogne arriva al suo apice nel settembre 2010 quando il ministro della
giustizia Eveline Widmer-Schlumpf presenta le
scuse della Confederazione ai minori incarcerati
senza processo nel penitenziario bernese di Hindelbank tra il 1942 e il 1981.
La situazione attuale
Le condanne di privazione della libertà a durata
illimitata per delinquenti la cui pericolosità è giudicata troppo importante sono i seguenti:
A) le misure terapeutiche istituzionali (dall’art.
59 al 61 del codice penale);
B) l’internamento (art.64.1 del codice penale);
C)l’internamento a vita (art.64.1 bis del codice
penale).
Tutte queste pene fanno parte della stessa sezione del codice penale dove i principi generali sono
Pag. 36 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
i seguenti. Una misura deve essere ordinata se:
- una sola pena non può scartare il rischio che
il soggetto ricommetta altre infrazioni;
- il soggetto ha bisogno di un trattamento
quando lo esige la sicurezza pubblica.
Rischio di recidiva, psichiatrizzazione del crimine,
delirio securitario sono queste le questioni chiave delle misure, come vedremo meglio più avanti.
L’articolo 59:
le misure terapeutiche istituzionali
Le misure terapeutiche toccano delinquenti che
sono stati diagnosticati con gravi disturbi mentali (art. 59) o tossicodipendenti (art. 60). Nei bla
bla bla del codice penale la possibilità di avere una
misura terapeutica è presentata come positiva e
desiderabile per il detenuto. Il fatto sottinteso è
che se non accetta la misura terapeutica finisce in
internamento.
In teoria c’è solo un caso dove un detenuto sotto misure terapeutiche resta in carcere, il trattamento istituzionale in luogo chiuso, anche detto
“piccolo internamento” (art. 59 al punto 3). Nella pratica, molte altre misure terapeutiche si svolgono in prigione visto che (ahhaha) non ci sono
ancora strutture adatte. I cantoni hanno tempo
fino al 31 dicembre 2016 per costruire le infrastrutture adeguate.
È il giudice, in qualsiasi momento della pena, che
può ordinare una misura terapeutica basandosi sulla perizia psichiatrica che decide qual’è il
disturbo mentale di cui soffre il detenuto e se ha
una qualche dipendenza. La gravità del crimine
non viene considerata, la sola cosa importante è
di collegare il crimine al disturbo.
La privazione di libertà delle misure terapeutiche
può prendere diverse forme: carcere, ospedale psichiatrico, foyer (centro di custodia), istituti, ecc. La privazione della libertà supera facilmente la fine della condanna. In teoria non può andare oltre i 5 anni, ma il giudice rinnova la misura
di 5 anni per volta fino a quando il detenuto verrà giudicato guarito dai suoi terapeuti. Nelle prigioni di maggiore sicurezza (Pöschwies ZH, Orbe
VD, Lenzburg AG, Thorberg BE, le donne a Hindelbank BE) ci sono molti internati sotto l’articolo 59 che sono rinchiusi da molto tempo, spesso
da più di 10 anni. Inoltre dopo che la misura sia
stata tolta, il detenuto deve passare attraverso un
periodo di libertà condizionale che può durare da
uno a cinque anni, durante i quali le autorità esecutive possono ordinare un’assistenza ed imporgli regole di condotta.
L’articolo 64 : l’internamento
Ci sono due tipi di internamento: l’internamento ordinario (art. 64.1) e l’internamento a vita
(art. 64.1 bis). Come dicevamo nella parte storica di questo opuscolo, in realtà fare una distinzione tra i due non è altro che ipocrisia. Il primo è a
vita tanto quanto il secondo. La differenza è che
l’internamento a vita è pronunciato dal giudice al
momento del processo, mentre l’altro può venire deciso in qualsiasi momento durante il perio-
do detentivo. È dunque una storia di strategia della repressione. In alcuni casi (rari), è meglio poter
pronunciare l’internamento al momento del processo per rassicurare il buon cittadino. Negli altri
casi (molto numerosi) è meglio che l’internamento resti la, come una spada di Damocle che
ti può cadere addosso alla fine della tua condanna. (argh)
I crimini per i quali può essere applicato l’internamento sono molti: assassinio, omicidio, lesioni corporali gravi, stupro, brigantaggio, sequestro, incendio, messa in pericolo della vita altrui,
o “un’altra infrazione passabile per una pena privativa della libertà massimale di 5 anni o più, per
la quale l’[accusato] ha attentato o voluto attentare gravemente all’integrità fisica, psichica o
sessuale altrui”. Lo spettro è veramente ampio.
Questo non significa che il detenuto deve essere condannato a più di 5 anni, basta che la pena
massima per il crimine di cui è accusato sia più
di 5 anni; e molti crimini hanno una pena massima di minimo 5 anni o più. C’è anche un’altra
condizione necessaria per dare l’internamento,
il rischio di recidiva, che si declina nella legge in
due diverse versioni ovvero “bisogna seriamente temere che commetta altre infrazioni dello
stesso genere:
1) in ragione delle caratteristiche del soggetto,
delle circostanze nelle quali è stata commessa l’infrazione e del suo vissuto o
2) in ragione di un grave disturbo mentale cronico o ricorrente in relazione con l’infrazione”.
La psichiatrizzazione del crimine è ancora presente ma non necessaria. Tutto è fatto per poter
tenere rinchiuse le persone che vogliono quanto
vogliono. Nel caso dell’internamento a vita la lista
dei crimini è un po diversa, ce ne sono tutta una
serie che servono a rendere più democraticamente accettabile la legge, stile: “se il soggetto ha
partecipato ad un genocidio o ha commesso un
crimine contro l’umanità o un crimine di guerra”.
L’internamento ordinario è anch’esso a vita
visto che in teoria i casi devono essere riesaminati ogni anno, ma in pratica non è fattibile.
Inoltre questo non cambia nulla: il giudice ridecide ogni volta di continuare l’internamento. E
dal momento che un detenuto entra nel calvario dell’internamento è difficile uscirne. Bisogna
passare, come per le misure terapeutiche, da un
periodo di libertà condizionale dove il giudice
può ordinare un’assistenza o imporre regole di
condotta. Inoltre, in questo caso, “la scadenza
del periodo di prova può essere posticipata tutte le volte necessarie a prevenire altre infrazioni
di questo genere”. Nessuna speranza, quindi, di
uscirne veramente!
I fautori di questo delirio
Bisogna distinguere due momenti: l’inizio di una
misura (o terapeutica o d’internamento) e i riesami successivi del caso. È sempre il giudice che
decide. Per l’inizio di una misura, il giudice si baserà praticamente solo su di una perizia psichiatri-
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ca. Al momento che il giudice rivaluterà il caso,
altri soggetti entreranno in gioco. Per quello che
concerne le misure terapeutiche, il giudice decide
basandosi su di un rapporto della direzione carceraria, di un esperto psichiatra e attraverso il
parere di una commissione composta da rappresentanti delle autorità penali, delle autorità esecutive e della psichiatria.
Riassumendo, ci sono tre soggetti: giudiziari, psichiatrici, penitenziari. I tre si ritrovano ad avere il
piede in più scarpe. Gli psichiatri redigono la perizia e partecipano alla commissione, la direzione
del carcere redige il rapporto e partecipa pure
alla commissione [2].
La stessa unità d’esecuzione delle pene e delle misure dell’ufficio Federale di Giustizia non è
al corrente di tutti i luoghi dove vengono svolte queste misure e la loro durata. Per un lungo
periodo ogni prigione si dotava di concordati con
altre istituzioni senza che avvenisse una centralizzazione delle informazioni. Entro il 31 dicembre
2012 è attesa la pubblicazione di un dossier completo a livello svizzero. Il mondo degli esperti è
relativamente piccolo, molti tra loro si conoscono e sovente fanno capo allo stesso servizio universitario. Ad esempio nel Canton Vaud il Centro di Perizia Psichiatrica (CE) è presso il CHUV
(l’ospedale universitario), mentre nel Canton
Ginevra il Centro Universitario Romando di
Medicina Legale (Curml) è presso l’HUG (l’ospedale universitario). Pratica ricorrente, poi, è che
la nuova perizia effettuata su un detenuto, viene
redatta dall’ex assistente universitario dell’esperto che aveva redatto quella precedente.
Qualche spunto
per approfondire la critica...
Il delirio securitario
Da una decina d’anni il discorso dominante in
materia di ordine pubblico è quello della tolleranza zero. Per qualsiasi crimine, il rischio di recidiva
diventa il ricatto principale che peserà sul detenuto.
Si tratta di un vera e propria dottrina sviluppata
nel 1994 dal sindaco di New York Rudolph Giuliani. Questa teoria è spesso illustrata attraverso la metafora del vetro rotto: “se un vetro di un
edificio è rotto e non viene immediatamente riparato, qualcuno potrebbe dedurre che l’edificio è
abbandonato ed in via di abbattimento. Immancabilmente a loro volta tutti gli altri vetri saranno
rotti, poiché i delinquenti non daranno loro nessuna importanza”.
Nella pratica questa politica repressiva, come tutte le altre, non ha alcuna influenza sui tassi di criminalità, se non per riempire le prigioni. I politici di destra come quelli di sinistra lo sanno bene,
ma continuano ad applicare questa politica per
dei miseri fini elettorali e per dimostrare ai loro
elettori che non sono lassisti, agendo nei fatti.
Ottimo esempio: Gregoire Funod (partito socialista), capo del Dipartimento di Polizia losannese,
da qualche mese si spende in enormi operazioni
repressive contro la piccola criminalità.
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Questo delirio securitario si articola su differenti piani, i tribunali e le commissioni di esperti vi
partecipano ugualmente. Lo psichiatra ed il giudice diventano pubblicamente corresponsabili nel
caso avverrà una reiterazione. Per non rischiare allora di mettere in gioco la propria carriere medica, è più facile per lo psichiatra affermare il rischio di recidiva, e per il giudice di ordinare
misure terapeutiche o d’internamento.
Una questione di genere,
di classe e di razza
Uno degli aspetti più aberranti è che il crimine
viene psichiatrizzato. Il delinquente non sarà più
una persona che ha commesso un reato per non
essersi arreso alla sua condizione sociale, esso
diviene un malato. Come se una persona sana
di spirito non potrà mai trovarsi nella condizione di infrangere la legge. Questa è una maniera
di negare in modo deciso ogni fattore sociale, con
le sue oppressioni e dominazioni. L’illusione utile
affinché si continui a pensare che viviamo in una
società di individui liberi ed uguali.
Lo sappiamo: le leggi e la prigione servono a mantenere i privilegi del gruppo sociale dominante.
Questi regimi d’internamento si iscrivono alla
perfezione all’interno di queste logiche. Nelle
prigioni, la psichiatria e uno strumento importante per disinnescare eventuali rivolte. Ciascuno nel suo angolo, con i suoi problemi e le
sue terapie. Nessun sentimento comune d’essere imprigionati per scelte che hanno preso altri.
Il fine dietro questo misure repressive non è
la punizione o la vendetta, ma l’anestetizzazione delle identità pericolose. Fuori può rimanere
chi per scelta o per benessere materiale decide
di non prendere un ruolo che possa mettere in
causa questa stabilità. Non è il crimine che viene giudicato, ma l’identità della persona. Non sei
più un rapinatore ma diventi affetto da cleptomania e comportamenti ordalici; non sei più un
ribelle ma un soggetto avente un’instabilità emozionale, dei problemi della personalità, impulsività con tendenza asociale; non sei più un clandestino, non sei più nessuno.
Per contro questa visione del crimine come problema mentale non è una novità. Per le femmine delinquenti è sempre stato cosi. Il privilegio
di essere definiti come criminali non è mai esistito per loro, esse sono state considerate sempre
come malate mentali. L’oltraggio diviene ancora
più grande: una ragazza che commette dei crimini non rispetta più i principi morali fondamentali della femminilità. Per essere liberate, le ragazze devono assolutamente reintegrarsi, rientrare
nei canoni obbligatori della presupposta identità
femminile.
Non stupisce che l’internamento tra il ‘42 e l’
‘81 ha toccato in particolare donne, e che veniva loro imposto di svolgere attività domestiche
come strumento di reinserimento sociale. La prigione moderna nasce nel XIX secolo e si definisce per il fatto che il detenuto perde la sua libertà come debito nei confronti della società. Che
libertà può perdere chi non è considerato cittadino? La prigione per femmine si sviluppa con
un’altra logica, la stessa che si cela dietro l’internamento dei migranti clandestini e dietro l’internamento tout court.
Contrattacchiamo!
Qualche caso di rivolte.
- Skander Vogt fu condannato a 20 mesi per rapina nel 2001, viene sottoposto all’internamento e
resta per più di 10 anni in prigione, nella sezione di alta sicurezza a Bochuz. Nel 2010 da fuoco
al suo materasso. Le guardie e i DARD (distaccamento d’azione rapida e di dissuasione del Canton Vaud) deliberatamente scelgono di non intervenire, lasciandolo morire.
- La solidarietà tra prigionieri è rapida e concreta.
I detenuti di Bois-Mermet (Losanna) si rifiutano il
giorno seguente di rientrare nelle celle al termine
dell’ora di passeggio, in omaggio a Skander Vogt.
- Da 27 anni, Hugo Portmann, rapinatore di banche, è rinchiuso in prigione. Entrato in carcere
sotto l’articolo 43 del vecchio codice penale, il
suo caso è stato rivalutato in occasione dell’entrata in vigore del nuovo codice penale ed è ora
sottomesso all’articolo 64. Si è difeso durante
tutti questi anni contro questo regime, rivendicandosi la sua identità sociale. Nel dicembre 2011
ha intrapreso un lungo sciopero della fame per
esigere la sua liberazione.
- Nel giugno 2012, una persona sottoposta all’articolo 59 minaccia di immolarsi davanti alla sede
penitenziaria vodese di Penthalaz dopo aver
appreso che le misure terapeutiche a lui inflitte
vennero nuovamente rinnovate, costringendolo
così a vivere, al termine della pena, in una struttura protetta, sotto sorveglianza e con orari d’uscita/rientro imposti. Si da alle fiamme nel momento che i DARD intervengono sparandogli dall’alto
proiettili di gomma e granate assordanti.
- Marco Camenisch, anarchico detenuto da
una ventina d’anni per aver attaccato l’industria dell’atomo negli anni ‘70 ed essersi sempre rivendicato le sue scelte, partecipa da dentro alle differenti lotte antiautoritarie. Nel maggio 2011 la sua domanda di libertà condizionale al trascorrere dei 2/3 della pena (generalmente accordata) gli viene rifiutata. Le motivazioni
adducono al rischio di recidiva e per lui viene
prospettata la possibilità di sottometterlo all’internamento a durata indeterminata dopo lo scadere della pena, nel 2018.
Note
[1]switzerland.indymedia.org/it/2012/12/88164.
shtml
[2]Queste informazioni si basano soprattutto su
testi di legge, nella pratica potranno esserci
differenze. In particolare è abbastanza probabile che i rappresentanti delle autorità di perseguimento penale giochino un ruolo nel riesame delle misure terapeutiche. Cosi pure i servizi sociali sono ben implicati in questa storia!
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2013: il 41bis compie 27 anni
B reve
cronistoria di una lunga tortura .
L’
articolo che segue tratta della genesi
dell’art. 41bis dell’o.p. e delle successive
modifiche avvenute nel corso degli anni
finalizzate a consolidare questo strumento di
annientamento carcerario superandone l’originaria natura emergenziale. Il testo proposto è un
estratto di un documento più esteso scaricabile
dal sito internet del collettivo che l’ha redatto
indicato a fine articolo.
Origini del 41bis
La tortura, la punizione come il “premio”,
sono parte costitutiva della “rieducazione”,
del “reinserimento”, della fabbricazione del
“collaboratore di giustizia” che il carcere mira
a imporre sulle persone imprigionate, allo
scopo di colpirne l’identità, la dignità, affinché
ciò sia monito anche per chi è fuori.
Non esiste un regolamento carcerario che
non preveda punizioni, non esiste perciò un
carcere senza celle di punizione. Detto più in
generale: un sistema carcerario presuppone
l’esistenza di leggi che regolano l’applicazione e l’esecuzione delle punizioni; presuppone bracci o addirittura intere carceri, guardie,
psicologi, psichiatri e loro “assistenti” con cui
realizzarle.
Ogni governo e parlamento ha sempre avuto
un occhio di riguardo verso le guardie. Cura
particolare l’ha avuta il governo di centrosinistra (ministro della giustizia Diliberto) nel
1999, che ha voluto/permesso l’istituzione di
un “gruppo operativo mobile” (GOM) delle
guardie, i cui compiti sono di facile intuizione.
Oggi questo gruppo dovrebbe essere composto da circa mille agenti che spadroneggiano
nelle sezioni del 41bis e ruotano nelle sezioni dell’Alta Sorveglianza (AS), per estendere e
fissare nelle carceri il “trattamento” proprio
del 41bis. Loro ne sono il primo e interessato veicolo.
Dal 1980 ad oggi nelle carceri la continuità
della fabbricazione della “collaborazione” è
stata più o meno garantita dall’applicazione di
due articoli, 41 e 90 dell’Ordinamento Penitenziario (O.P.)., presenti nella “riforma delle
carceri” (legge 354, luglio 1975), così chiamata perché, almeno inizialmente, aprì un poco il
sistema carcerario, perché fu ottenuta da chi
condusse per anni in galera numerose rivolte
feroci e vittoriose.
L’art. 90, applicato fra il 1981-1985, escludeva da benefici e premi per un periodo indefinito, comunque mai regolamentato; colpiva
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“nel mucchio” cioè chiunque per il suo comportamento fuori e dentro, ribelle e/o militante, venisse trasferito nelle carceri punitive di allora, le carceri speciali. Venne abrogato in seguito alla coscienza raggiunta dallo stato negli anni 70’-80’ di aperta lotta di
classe nella società, comprendente, allora più
di oggi, anche il carcere. Lo stato era arrivato alla conclusione che una politica accorta,
articolata su benefici e premialità, finalizzata, alla “individualizzazione della pena”, poteva dare un contributo maggiormente efficace alla disgregazione della coscienza di classe,
comunque ribelle, delle persone condannate
a anni di carcere.
L’art. 41bis (erede immediato dell’art. 90 ed
entrato in vigore nell’ottobre 1986), per contro, mette al centro la “personalità”, il comportamento individuale, il rapporto con la
supposta associazione di appartenenza verificato da istanze quali le direzioni della carceri, i magistrati di sorveglianza, i capi delle guardie, i pubblici ministeri, i tribunali, gli
organi speciali della polizia e dei carabinieri, i
preti… di avviare, convalidarne o interromperne l’applicazione. Nel primo comma esso
incorpora, con qualche parola diversa, l’intero articolo 90, vale a dire:
“Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi
di ordine e di sicurezza, il Ministro per la grazia e giustizia ha facoltà di sospendere, in tutto
o in parte, l’applicazione in uno o più stabilimenti penitenziari, per un periodo determinato, strettamente necessario, delle regole di trattamento e
degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze
di ordine e di sicurezza”.
Le sezioni rette con il 41bis sono 12 e tengono chiuse circa 700 persone (inizio 2013);
sono dislocate nelle carceri di: Roma Rebibbia, Viterbo, Ascoli, L’Aquila, Terni, Spoleto,
Parma, Reggio Emilia, Opera (Milano), Novara, Cuneo e Tolmezzo (Udine).
Prime stesure del 41bis
Con il decreto legge 8 giugno 1992 n. 306,
chiamato con il nome rispettivamente dei
ministri dell’interno e della giustizia di allora,
“Scotti-Martelli”, venne aggiunto al 41bis un
ulteriore comma sottoposto negli anni successivi a continui ritocchi - indice della premura riservata dallo stato alle carceri. Ed inoltre fu deciso che le misure stabilite dovessero essere applicate per una durata non supe-
riore a 10 anni. Lo scopo immediato allora,
successivamente alla “strage di Capaci” (luglio
1992), era “rafforzare la lotta alla mafia”. In
quel comma è stato fissato:
“La sospensione delle normali regole di trattamento penitenziario nei confronti dei detenuti per
taluno dei delitti di cui al comma 1 dell’art. 4 bis
O.P., ovvero in primo luogo per i reati di associazione mafiosa, di sequestro di persona a scopo
di estorsione, di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, ma anche per i reati
commessi con finalità di terrorismo, per il reato di
omicidio, di rapina ed estorsione aggravata e per
traffico di ingenti quantità di stupefacenti. Quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza
pubblica, anche a richiesta del Ministero dell’interno, il Ministro della giustizia ha altresì la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nei confronti
dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui
al primo periodo del comma 1 dell’articolo 4-bis,
in relazione ai quali vi siano elementi tali da far
ritenere la sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale, terroristica o eversiva, l’applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine
e di sicurezza”.
E’ fissato inoltre che i colloqui con familiari
e avvocati devono avvenire ma separati da
un vetro:
“La sospensione delle regole di trattamento... può
comportare:
[...] - la determinazione dei colloqui in un numero non inferiore a uno e non superiore a due al
mese da svolgersi ad intervalli di tempo regolari
ed in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio di oggetti. Sono vietati i colloqui con persone diverse dai familiari e conviventi, salvo casi
eccezionali determinati volta per volta dal direttore dell’istituto [...]
- la limitazione delle somme, dei beni e degli
oggetti che possono essere ricevuti dall’esterno...
- l’esclusione dalle rappresentanze dei detenuti e
degli internati;
- la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, salvo quella con i membri del Parlamento o con autorità europee o nazionali aventi
competenza in materia di giustizia;
- la limitazione della permanenza all’aperto, che
non può svolgersi in gruppi superiori a cinque persone, ad una durata superiore a quattro ore al
giorno fermo restando il limite minimo di cui al
primo comma dell’articolo 10”.
Altra gravissima invenzione per rendere onni-
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na influenza sul processo, non può ribattere, farsi valere. Con una “pressione del pulsante del microfono” può essere cancellato.
Non c’è processo, così come non c’è partita se una squadra non viene portata in campo, da cui ne consegue che l’esito della partita è deciso con la soppressione dell’avversario, già condannato come nemico. Lo stato ha fatto insomma tesoro dell’esperienza
accumulata nei tanti processi di rottura degli
anni ‘70-‘80.
Il processo di rottura - nelle sue forme storiche concrete possibili - è dunque da reinventare. Di questo si incarica la vita concreta,
come avviene, per es., nei processi al movimento No Tav.
potente l’azione dello stato è il “processo” in
videoconferenza o “a distanza”:
“…poi c’è il sistema dei processi in video conferenza, sono un imputato virtuale, poiché fanno i
processi senza potersi difendere, parlano del giusto processo e invece fanno i processi con due
pubblici ministeri ma senza presidente (di tribunale o di corte d’assise o d’appello) perché fanno
e dicono quello che vogliono…” (da una lettera
di G.B., Carcere di Novara: 17 giugno 2001)
“…Mi chiedevi dell’abbandono da parte nostra
del ‘processo’, ma sarebbe meglio dire del collegamento in video, perché come è noto, in aula
non ci siamo proprio. Di fatto, come puoi immaginare, l’estromissione fisica dall’aula possibile
con il 41bis, nel nostro caso di militanti prigionieri, favorisce l’emarginazione della contraddizione
rivoluzionaria, che, in un momento quale quello
processuale, in cui lo stato riafferma il suo potere ‘vulnerato’ da parte dei militanti è importante rivendicare la propria identità rivoluzionaria e
le ragioni storiche, politiche e sociali della prassi rivoluzionaria della propria organizzazione…
Naturalmente su un piano pratico non si è nella
stessa condizione di poter intervenire all’occasione ritenuta necessaria, come in aula, questo per
ragioni tecniche e per come viene gestita la strumentazione tecnica, in quanto l’uso del microfono
sottostà alla pressione di un pulsante gestito non
autonomamente [dal prigioniero, ndc] come in
aula, ma dal facente funzione cancelliere…” (da
una lettera della compagna Nadia (Lioce) delle BR-Partito comunista combattente spedita dal carcere di L’Aquila il 3 dicembre 2006)
La legge sul processo
in videoconferenza
E’ la nr. 11 entrata in vigore il 7 gennaio 1998,
dodici anni dopo l’istituzione del 41bis. Ha
per titolo: “Disciplina della partecipazione al
procedimento penale a distanza e dell’ esame in
dibattimento dei collaboratori di giustizia, nonché
modificata della competenza dei reclami in tema
di articolo 41bis dell’ o.p.”.
Stabilisce che:
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“1- […] la partecipazione al dibattimento avviene a distanza nei seguenti casi:
a) qualora sussistano gravi ragioni di sicurezza e
ordine pubblico […]
b) qualora il dibattimento sia di particolare complessità e la partecipazione a distanza risulti
necessaria ad evitare ritardi nel suo svolgimento.
c) qualora si tratti di detenuto nei cui confronti è
stata disposta l’ applicazione delle misure di cui
all’ articolo 41bis […]
3- quando è disposta la partecipazione a distanza, è attivo un collegamento audiovisivo tra l’aula
di udienza e il luogo della custodia, con modalità
tali da assicurare la contestuale, effettiva e reciproca visibilità delle persone presenti in entrambi i luoghi e la possibilità di udire quanto viene
detto […]”
In conclusione, chi è sottoposto al 41bis
segue, se vuole, il processo da una saletta
attrezzata per il collegamento con il tribunale
o la corte che sia, ricavata nel carcere in cui si
trova; al suo fianco ci sarà l’avvocato e davanti l’ufficiale giudiziario e ovviamente le guardie. Anche in caso di più “imputati” ognuno
rimane nel carcere nel quale si trova, è vietato ogni incontro fra coimputati, quindi, fra
le altre, non è possibile nessuna “difesa” né
individuale né collettiva, nessun “controprocesso”. Pratiche queste attuate nei processi
alle organizzazioni combattenti, a prigionieri
ribelli, negli anni ‘70 e ‘80. In quegli anni le
aule di giustizia anche in Italia erano diventate
tribune della rivoluzione proletaria.
Nel processo in videoconferenza non è possibile nessuna critica da parte di chi è accusato dallo stato, nessun attacco per difendersi, per ribaltare l’agire del tribunale, della corte e della procura che sia, poiché tutti loro
possono spegnere quando e come vogliono,
dichiarando il rituale “non attinente”, il video
sul quale compare il compagno o la compagna che intendano processare gli accusatori
o comunque rivendicare la loro appartenenza
alla lotta della classe proletaria.
L’”imputata/o” qui non può avere alcu-
Stabilizzazione del 41bis
Con l’approssimarsi del 31 dicembre 2002,
data in cui scadeva la validità legale del 41bis,
furono presentati in parlamento diversi e
distinti disegni di legge. Passeranno quelli proposti dall’“opposizione” (on. Fassino e altri,
Atto Camera 2781, e sen. Angius e altri, Atto
Senato 1440), in cui è affermata la stabilizzazione-continuità del 41bis. L’intervento della
“Commissione Parlamentare Antimafia”, che
svolse un ruolo decisivo nella svolta, è eloquente:
“La scelta della definitiva stabilizzazione nell’ordinamento penitenziario e oltre dell’istituto di cui
all’articolo 41bis, è stata affermata per la prima
volta in sede parlamentare da questa Commissione. All’esito di un dibattito impegnato e approfondito, la Commissione, in data 18 luglio 2002, ha,
infatti, approvato all’unanimità un documento di
indirizzo che ha positivamente orientato il Parlamento nella definizione della riforma del regime
detentivo differenziato. Questi i principi essenziali
stabiliti dalla Commissione parlamentare antimafia nel documento: stabilizzazione della previsione dell’istituto del regime di massima sicurezza
nell’ordinamento giuridico, così da evitare l’anomalia della temporaneità della disposizione, certo non funzionale alla sua efficacia intimidatoria”.
Queste le parole adoperate.
Il lavoro nelle carceri è un premio,
il 41bis esclude ogni premio…
Nella riscrizione dell’art. 41bis conclusa solo
nel 2008 vengono decise restrizioni riguardanti il lavoro, l’accesso alla premialità.
“Situazioni di emergenza.
In casi eccezionali di rivolta o di altre situazioni di emergenza, il ministro di Grazia e giustizia
ha facoltà di sospendere nell’istituto interessato o
in parte di esso l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La
sospensione deve essere motivata dalla necessità
di ripristinare l’ordine e la sicurezza e ha la durata strettamente necessaria al conseguimento del
fine suddetto.
All’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n.
354, e successive modificazioni, sono apportate
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le seguenti modifiche: a) il comma 1 è sostituito dal seguente:
1. L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per i seguenti delitti solo nei casi in
cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell’articolo 58-ter della presente legge: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti
di violenza, delitto di cui all’articolo 416-bis del
codice penale”.
La spiegazione della finalità del 41bis non poteva
essere più chiara”.
Il citato articolo 416bis “Associazione di tipo
mafioso” è il corrispettivo, nell’”Associazione
per delinquere” del 270bis nell’ “Associazione sovversiva”.
Aggravamenti successivi
Da una dichiarazione di Angelino Alfano
(avvocato di Agrigento), allora ministro della
Giustizia, alla commemorazione della “strage
di Capaci” nel luglio 2008:
“Ho fatto diramare dai miei uffici una circolare
molto restrittiva sul 41-bis. Una stretta che impedirà qualsiasi comunicazione fra i boss arrestati”,
dove “boss” significa tutti i prigionieri chiusi nelle
sezioni del 41bis e anche oltre. Il ministro esortava in questo modo i direttori a disporre lo spostamento dei prigionieri sottoposti al regime del 41
bis in celle lontane tra loro, dove non sia possibile neanche comunicare parlando ad alta voce. I
direttori delle carceri venivano inoltre autorizzati ad applicare sanzioni disciplinari, cioè “10 giorni di isolamento, ai detenuti sorpresi a passarsi
informazioni”.
Ecco l’avvocato elevato a ministro delle galere trasformare in reato la forma minima della
socialità, lo scambio di parole, saluti, scherzi,
opinioni, in una parola l’umanizzazione anche
attraverso le sbarre, e chissà quali altri ostacoli, di una finestra di un carcere viene punito con la proroga del “provvedimento” che lo
ha gettato lì.
Nella sezione 41bis di Opera (Milano), aperta
all’inizio del 2008, la direttiva del ministero ha
trovato immediata applicazione, anche imponendo ai prigionieri percorsi obbligati segnati
a terra; in altre carceri i direttori si sono limitati ad accompagnare il decreto del ministro
con un ordine del giorno tipo “la direzione si
affida al buon senso dei detenuti”.
“Modifiche apportate al 41bis”
nel decreto del presidente
della repubblica nel 2009
La legge del 15 luglio 2009 n° 94 - la stessa
che ha introdotto il “reato di clandestinità” e
ripristinato l’“oltraggio”, introduce ulteriori aggravamenti. Essa recita che il provvedimento di assegnazione al circuito del 41bis “è
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adottato con decreto motivato del Ministro della
giustizia, anche su richiesta del Ministro dell’interno, sentito l’ufficio del pubblico ministero che procede alle indagini preliminari ovvero quello presso
il giudice procedente e acquisita ogni altra necessaria informazione presso la Direzione Nazionale Antimafia, gli organi di polizia centrali e quelli
specializzati nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata, terroristica o eversiva, nell’ambito delle rispettive competenze. Il provvedimento
medesimo ha durata pari a quattro anni ed è prorogabile nelle stesse forme per successivi periodi, ciascuno pari a due anni. La proroga è disposta quando risulta che la capacità di mantenere collegamenti con l’associazione criminale, terroristica o eversiva non è venuta meno, tenuto
conto anche del profilo criminale e della posizione rivestita dal soggetto in seno all’associazione,
della perdurante operatività del sodalizio criminale, della sopravvenienza di nuove incriminazioni non precedentemente valutate, degli esiti del
trattamento penitenziario e del tenore di vita dei
familiari del sottoposto. Il mero decorso del tempo non costituisce, di per se, elemento sufficiente per escludere la capacità di mantenere i collegamenti con l’associazione o dimostrare il venir
meno dell’operatività della stessa”.
I reclami e i ricorsi contro i “provvedimenti di assegnazione”, avvocati o anche direttamente prigioniere/i sotto 41bis ora li potranno inoltrare ad un solo tribunale di sorveglianza, quello di Roma, non più ai tribunali di
sorveglianza competenti nei diversi luoghi in
cui si trovano le sezioni del 41bis. Con questa centralizzazione la proroga dei “provvedimenti” piuttosto che la loro revoca assume,
per lo stato che li ordina, certamente maggiore certezza.
Nel presentare questa legge alla stampa il
ministro Alfano arriva ad affermare: “Le nuove
norme del 41bis… sono fortissime, ed è stato fatto il massimo che è proprio al limite della costituzione”, detto da lui!
Nella stessa occasione fa vanto di aver sottoscritto il più alto numero di “provvedimenti”
per sottoporre delle persone al 41bis; di aver
portato a 645, mai raggiunto prima, il numero
delle persone chiuse nelle sezioni in cui impera quel trattamento.
Nello stesso decreto viene confermato il
GOM e prospettata la costruzione sulle isole
di carceri rette con il 41bis: “I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere
ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all’interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria”.
Una “preferenza” già adottata nel 1977 dal
gen. Dalla Chiesa con il carcere speciale
sull’isola dell’Asinara, ed ora rinverdita come
spiega questa lettera del compagno Bruno
scritta dal carcere di Siano (Catanzaro) il 28
dicembre 2012:
“Cari compagni, in Sardegna, mentre si chiudono fabbriche si aprono nuove carceri, così da proporre la trasformazione in una grande Cayenna. In particolare, nel nuovo carcere di Sassari è
stata realizzata una sezione di 9.000 mq per il
41bis. Questa è seminterrata, con muri antibomba (!) e senza finestre (da “La Nuova Sardegna”).
Già nelle altre sezioni a regime 41bis le finestre
sono state ridotte a spiragli, giusto per un minimo di aerazione. Così hanno pensato di toglierle del tutto.
Se qualcuno poteva pensare che l’orizzonte politico di questo regime si rifacesse ai tempi dell’800
si sbagliava: pare di poter dire che questi sia il
‘700 con i suoi regimi assolutistici. Quindi cosa
meglio di un supplizio quotidiano per incutere
timore al popolino nella forma istituzionalizzata
del ‘41bis’. Basta vedere il trattamento riservato
a Provenzano, qualcosa di bestiale ed oltre l’inimmaginabile. Se poi qualcuno pensa che tutto questo riguardi solo chi ha la sventura di finire in questi luoghi, sicuramente ha la vista corta”.
OLGa - Milano
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Uncage the valley
E sempi
di resistenza in un carcere femminile statunitense .
P
roponiamo di seguito due materiali: il primo
è un appello scritto dal US PROStitutes
Collective (US PROS - uspros.net), un collettivo multietnico di donne che lavorano o hanno
lavorato in una delle aree dell’industria del sesso.
Fondato nel 1982, il US PROS fa campagne di
sensibilizzazione per la decriminalizzazione della
prostituzione, per ottenere giustizia, protezione e
risorse da impiegare affinchè nessuna donna,
giovane o uomo venga forzato alla prostituzione
attraverso la violenza o a causa della povertà.
Di seguito al primo è riportato un resoconto, pubblicato sul sito workers.org, di una recente manifestazione sotto il carcere di Chowchilla.
Chowchilla, California:
“Sovraffollamento significa morte”
Chowchilla é la cittadina che ospita la prigione femminile più grande del mondo in cui il
sovraffollamento (8 detenute in una cella che
ne potrebbe ospitare al massimo 2) e le negligenze mediche all’interno sono all’estremo.
Le donne, per la maggior parte madri single,
sono la popolazione in crescita nelle carceri
statunitensi. In particolar modo questa situazione riguarda soprattutto le afroamericane:
dal 1986 l’incarcerazione delle donne nere è
cresciuta dell’ 800% ed il 75% delle detenute sono madri.
Le donne sono in carcere per crimini di
povertà, la “criminalizzazione della sopravvivenza”: taccheggio, prostituzione, reati non
violenti legati alla droga e per truffe al sistema
di welfare. Ogni taglio al welfare e alle risor-
www.senzacensura.org
se essenziali equivale ad un aumento della criminalizzazione ed incarcerazone femminile.
Le donne rinchiuse soffrono di maltrattementi ed abusi da parte delle guardie carcerarie
maschili: palpeggiamenti, insulti, minacce sessuali, stupri ed altre forme di tortura.
La condizione di sovraffollamento a Chowchilla sta peggiorando questi abusi. Le guardie
molestano e provocano le detenute richiuse
da più tempo. E’ stimato che il 92% delle donne nelle prigioni californiane sono state picchiate ed abusate più volte nel loro periodo
d’incarcerazione e questa violenza contro le
detenute non è mai stata punita.
Ogni anno a migliaia di bambini vengono sottratti affetto e protezione delle proprie madri
a causa della loro carcerazione provocando
ai minori traumi affettivi e non solo. I figli delle detenute hanno il più alto tasso di mortalità infantile. In cima all’agonia di essere separate dai propri figli, le madri detenute sono
costrette a subire impotenti il processo, molto veloce, per l’adozione dei propri bambini.
La disperata e sovraffollata situazione delle
carceri di Chowchilla sta distruggendo la vita
delle detenute e dei loro familiari.
Per tutte queste ragioni è importante la partecipazione alla mobilitazione del 26 Gennaio 2013 per protestare contro l’incostituzionalità del sovraffollamento nelle carceri femminili californiane e per dare il nostro appoggio alle nostre care imprigionate ma in lotta per sopravvivere alle condizioni disumane
che stanno sempre più peggiorando.
L’appoggio alla manifestazione è parte di una
più ampia campagna nazionale per fare pressione sul Governo statunitense per diminuire le incarcerazione aumentando i fondi per
il welfare state e porre fine alla povertà che
coinvolge maggiormente donne e bambini.
Stiamo facendo anche una campagna per
sostenere due proposte di legge per la reintroduzione nel Congresso del WORK Act e
del Rise Act che riconoscono il lavoro degli
assistenti sociali e che danno fondi da destinare alle madri in condizioni meno abbienti, mirando così a ridurre drasticamente il
numero delle detenute.
Resoconto del presidio di gennaio
Chowchilla - California. Più di 400 attivisti
anti-carcerari hanno marciato e presidiato
davanti ai due carceri femminili di Chowchilla il 26 Gennaio 2013 [1] per chiedere l’immediato rilascio delle detenute e fare pressione
contro il sovraffollamente all’interno. Sono
arrivati da tutte le parti della California - Los
Angeles e Long Beach, Oakland, Sacramento
e San Francisco, Fresno e Modesto - portando tutti lo stesso messaggio “NO JUSTICE,
NO PEACE, SET OUR PEOPLE FREE!”.
Lo Stato della California ha ricevuto un’ingiunzione dal tribunale che impone di ridurre la popolazione carceraria ed il sovraffollamento. Secondo gli organizzatori del California Coalition for Women Prisoners (CCWP),
il Dipartimento di Correzione e Riabilitazione
attualmente sta chiudendo il Valley State Prison for Women a Chowchilla per poi convertirlo in una prigione maschile. Le detenute e
i detenuti transgender del Valley State saranno dunque trasferiti in due altre prigioni già
affollate, causando peggioramenti soprattutto
di tipo sanitario all’interno.
Il Central California Women’s Facility è situato esattamente di fronte al Valley State e, ad
oggi, ha una popolazione carceraria di oltre
3.600 detenute, sebbene questo carcere sia
stato originariamente costruito per un massimo di 2.000.
CCWP, Critical Resistance, All of Us or
None, Youth Justice Coalition e altre associazioni hanno organizzato la protesta di Gennaio per chiedere che lo Stato riduca il sovraffollamento rilasciando le detenute, in particolare la scarcerazione immediata per le detenute con gravi problemi di salute o con gravi problemi di altro tipo (famigliari ad es.), il
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rilascio delle prigioniere in cambio della libertà condizionata e l’attuazione di programmi di
rilascio per i membri delle comunità più colpite da incarcerazione (ispanici, neri).
I manifestanti si sono riuniti ed hanno camminato fino all’ingresso del Valley State, il carcere in procinto di chiudere. Hanno poi proseguito la manifestazione fino all’ingresso del
Central California dove si è poi tenuto il presidio con vari interventi.
Questi carceri femminili sono stati picchettati ed anche citati in giudizio per due decenni a
causa dei maltrattamenti e delle mancanze di
cure per le detenute all’interno. Nel 1994 la
prima manifestazione si è tenuta per protestare contro la mancanza di cure mediche per
le prigioniere affette da HIV/AIDS.
Gli ex detenuti, gli avvocati, i figli dei prigionieri
ed altri manifestanti hanno parlato al presidio
davanti al Central Califonia per spiegare le pessime condizioni in cui versano le prigioniere e
i detenuti transgender all’interno di queste prigioni. La prima persona che ha preso parola è
stata Samantha Rogers, ex detenuta e attivista
del CCWP che ha dichiarato: “Siamo qui per
chiedere un cambiamento. Siamo qui per chiedere che lo Stato rilasci queste prigioniere.”
Chris, al microfono, si descrive come “un
sopravvissuto a 13 anni di prigionia e torture” al Valley State, riferendosi agli abusi
che quotidianamente le donne e i transgender subiscono all’interno del carcere. Odey,
una attivista del Central Valley Dream Team
afferma “Sono senza documenti e senza paura”, riferendosi al legame tra l’immigrazione
irregolare e il complesso industriale carcerario della California.
Julio Marquez a Leslie Mendoza dello Youth
Justice Coalition di Los Angeles hanno lanciato un messaggio di solidarietà dichiarando
“Dobbiamo abbattere tutte le carceri” riferendosi al fatto che la California è il primo
Stato a finanziare le carceri ma il 47esimo a
finanziare l’istruzione! “ E’ ora di riportare
le nostre donne a casa. In carcere non stanno
ricevendo alcuna cura di cui hanno bisogno!”.
Jabari Shaw di Occupy Prison ha letto un
comunicato di solidarietà di Kevin Cooper,
un attivista detenuto nel braccio della morte in California. Inoltre la settimana del presidio su Prison Radio è stato mandato in onda
anche un appello di Mumia Abu-Jamal nel quale invitava le persone a partecipare alla manifestazione sotto al carcere di Chowchilla.
Altre manifestazioni di solidarietà si sono
svolte anche a Londra e Philadelphia.
Per avere ulteriori info riguardo la campagna
contro il sovraffollamento e per la giustizia
delle detenute, contattare il California Coalition for Women Prisoners sul sito womenprisoners.org
Note
[1] Vedi: www.youtube.com/watch?v=gMebRuOpJIM
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Appello per la costruzione e la partecipazione
alla giornata di lotta del 25/5/2013 a Parma
contro il carcere e il 41bis
Nel carcere di Parma sono rinchiusi oltre 600 prigionieri, la capienza regolamentare è di
350. Al suo interno vi sono, inoltre, una sezione per paraplegici, una sezione protetti, e
una sezione di Alta Sicurezza articolata in AS1, AS3, 41bis. Oltre 50 detenuti sono in 41
bis, tra di essi il compagno Marco Mezzasalma, condannato a due ergastoli nei processi
contro le Brigate Rosse – Partito Comunista Combattente.
L’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario è tortura perché stabilisce l’isolamento del
prigioniero per la durata di 4 anni, prorogabile di due anni in due anni, con decisione
centralizzata del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in base alle relazioni
della direzione carceraria.
L’art 41 bis significa:
- 22 ore al giorno rinchiuso in cella
- I reparti a 41 bis sono carceri nelle carceri, con strutture separate, spesso interrate
e sorvegliate dal Gom, che sostituisce le guardie penitenziarie.
- Isolamento da tutti gli altri detenuti, cella individuale con impossibilità di cucinare
- Un’ora al mese di colloquio, solo con parenti strettissimi e con vetro divisorio
- Processo in videoconferenza
- Due di aria al giorno, al massimo con altri tre detenuti decisi dalla direzione e senza
possibilità di alcuno scambio (cibo, vestiti, libri...)
- Corrispondenza limitata alle persone con cui si fanno i colloqui, sottoposta a censura
che in regime di 41 bis è la normalità
- Taglio drastico dei libri
Questa barbara condizione non riguarda solo chi si trova in queste sezioni speciali
ma,nella pratica, tutti i prigionieri poichè, nelle carceri dove queste esistono, viene
investita l’organizzazione della quotidianità di ogni detenuto, in ogni sezione, attraverso
perquisizioni continue, personali e delle celle, limitazione nei rapporti tra prigionieri ....
In tutte le altre carceri la logica del 41 bis viene assunta in toto e rivolta ad ogni prigioniero che non si adegua alle regole imposte e per questo viene punito con l’isolamento
del 14 bis.
Lo scopo è lo stesso: tentare di impedire metodicamente i rapporti tra i prigionieri e
romperli. Questo per distruggere ogni solidarietà individuale, ma soprattutto collettiva
e, così, prevenire ogni lotta e ribellione.
Il 41 bis incarna la logica della differenziazione e della divisione fondata sul ricatto premio/castigo, esso è la punizione estrema agitata a monito di tutti.
Esempio di questo è ciò che è avvenuto recentemente nel carcere di Tolmezzo, con
una sezione a 41 bis. Qui, dopo uno sciopero del carrello in solidarietà con i prigionieri
in isolamento ad Alessandria, contro le condizioni di vita interne e dopo una raccolta di
un centinaio di firme dei detenuti, la risposta è stata ancora pestaggi, trasferimenti e
ancora isolamento.
Questa gestione, creata ad arte, crea confusione nella costruzione delle mobilitazioni contro il carcere in generale e, in particolare, contro il 41 bis. Soprattutto perché gli oracoli
responsabili di questa criminale gestione si ammantano di “democrazia” e di “sinistra”.
Ne abbiamo un bell’esempio con l’eroe, propugnatore e difensore del 41 bis, Ingroia.
La realtà è l’esatto contrario, il 41 bis ha la finalità di isolare e annientare chi lotta e
mantiene la sua identità anche dentro le carceri.
Rilanciamo oggi la mobilitazione contro il 41 bis e contro il carcere perché pensiamo
sia parte della lotta più generale che, dentro alla situazione di crisi e guerra attuale, si
manifesta e si intensifica come unica possibilità per non soccombere per milioni di uomini
e donne, qui e in tutto il mondo. E anche perché, non accettare il ricatto del castigo,
denunciandone e combattendone l’uso, rafforza la possibilità di sviluppo della lotta sia
dentro che fuori le galere.
“Crisi e guerra”, non è una questione ideologica, é la realtà che respiriamo. Ogni lotta
contro questa realtà viene contrastata, criminalizzata e il carcere, tutti lo tocchiamo con
mano, va a pieno ritmo (vedi ad es No tav, lavoratori in lotta, studenti, immigrati, lotta
contro i Cie, Muos in Sicilia...).
Ecco perchè proponiamo di tornare a Parma il 25 maggio 2013 con corteo in città presidio e corteo attorno al carcere, con volantinaggi ed interventi.
Invitiamo tutti/e a contribuire a costruire la giornata per essere tanti, coscienti e determinati.
Socializziamo il dibattito nelle situazioni di lotta, dai territori alla scuola/università, ai
posti di lavoro.
Rompiamo il terrorismo del ricatto della paura che stato e padroni vorrebbero imporre
con carcere, isolamento, 41 bis e differenziazione.
2/2/2013
Assemblea di lotta “Uniti contro la repressione”
www.senzacensura.org
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Stato di guerra, terreno di rivolta
C ronologia R agionata .
22 OTTOBRE
PANAMA
e con lo storico nome “IRA - Irish Republican Army”.
http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=16284
di armi da guerra, aerei militari e droni. www.nuovacolombia.net
Demo contro le nuove leggi agrarie, rivolta popolare
contro le aggressioni della polizia ai dimostranti. www.
resumenlatinoamericano.org
2 NOVEMBRE
PIACENZA (ITALIA)
14 NOVEMBRE
STIRSCIA DI GAZA (PALESTINA)
La polizia carica il sit-in dei lavoratori IKEA in lotta da
settimane. [email protected]
Nuova offensiva sionista su Gaza, assassinato il leader
delle Brigate Izziddin al-Qassam (di Hamas), in totale 11
morti e 115 feriti. www.pchrgaza.org
24 - 25 OTTOBRE
SUDAN - ENTITA’ SIONISTA
L’esercito israeliano bombarda un’industria: demo popolare nella capitale Khartoum contro l’attacco sionistaUSA. - Continuano nell’Entità Sionista le demo razziste
contro gli immigrati sudanesi. www.workers.org
25 OTTOBRE
BANI WALID (LIBIA)
Migliaia continuano a fuggire dalla città per l’assedio delle
milizie del nuovo regime e gli scontri che da molti giorni
oppongono queste e il Consiglio di difesa della città.
www.marx21.it - In tutto il paese continua intanto la persecuzione dei migranti sub-sahariani, con arresti mirati,
lavori forzati e condizioni di detenzione brutali in campi
gestiti da “ex ribelli”. www.tuttinlotta.org
4 NOVEMBRE
STIRSCIA DI GAZA (PALESTINA)
L’esercito sionista assassina un civile a un checkpoint.
Assaltato anche un peschereccio con pescatori e alcuni
attivisti internazionali a bordo. www.pchrgaza.org
7 NOVEMBRE
COLOMBIA - ITALIA
Il ministro della Guerra colombiano annuncia che a partire dal 2013 militari italiani verranno addestrati per svolgere “operazioni speciali” nella selva. www.peacelink.it
9 NOVEMBRE
POLONIA - USA
25 OTTOBRE
NEW YORK (USA)
Il presidente USA annuncia l’insediamento di una forza
militare USA permanente nella base aerea polacca di
Lodz. http://news.yahoo.com
Picchetto per la liberazione degli Holy Land Five e contro la repressione. www.stopfbi.net
9 NOVEMBRE
ROMA (ITALIA)
25 OTTOBRE
FIRENZE (ITALIA)
La DIGOS impedisce agli studenti di interrompere la
conferenza su “Armi cibernetiche e processo decisionale” sponsorizzata da Ministero della Difesa e industrie
belliche. www.contropiano.org
Processo contro il movimento fiorentino, 85 rinvii a
giudizio su 86 accusati. www.cpafisud.org
27 OTTOBRE
EUROPA
Giornata internazionale di solidarietà coi prigionieri
politici di guerra irlandesi. - CO ARMAGH (IRLANDA)
Arresti a Lurgan a un picchetto in solidarietà. - AMBURGO (GERMANIA) La polizia tenta di impedire picchetto
solidale. http://saoirse.info
27 OTTOBRE
ROMA (ITALIA)
Arrestata e consegnata allo Stato Spagnolo la nota militante di Batasuna Aurore Martin. Ieri la polizia francese
aveva arrestato altri 3 militanti baschi. www.basquepeaceprocess.info
1 NOVEMBRE
MAGHABERRY (IRLANDA)
Eliminato un secondino del carcere locale. La nuova IRA
rivendica l’attentato: “Una risposta diretta alle condizioni
dei prigionieri politici Repubblicani a Maghaberry”. Real
Ira (RIRA), Raad (Antidroghe) e altri gruppi armati indipendentisti avevano annunciato lo scorso agosto la loro
unificazione in un unico gruppo con centinaia di attivisti
www.senzacensura.org
15 NOVEMBRE
FIRENZE (ITALIA)
Presidio alla prefettura contro le condanne a 8 mesi
ai 14 antifascisti i fatti di via della scala del 2009. www.
cpafisud.org
META’ NOVEMBRE
ANTIOQUIA (COLOMBIA)
META’ NOVEMBRE
PENNSYLVANIA (USA)
10 NOVEMBRE
ITALIA
17 NOVEMBRE
CHOCO’ (COLOMBIA)
8 - 11 NOVEMBRE
STIRSCIA DI GAZA (PALESTINA)
1 NOVEMBRE
STATO FRANCESE - PAESE BASCO
Giornata di sciopero generale internazionale contro
l’austerity. - ITALIA - Centinaia di migliaia di persone
mobilitate, pesanti cariche in varie città. - STATO SPAGNOLO - Lo sciopero paralizza le attività. - 142 arresti
nella giornata. - MADRID - Pesanti scontri fin nella notte.
www.resumenlatinoamericano.org
Autorizzato l’utilizzo di “armi a letalità ridotta” (fucili
lanciagas o a proiettili di gomma, reti di nylon, agenti
irritanti, granate a stordimento, granate di luce e suono,
dispositivi acustici per lunghe distanze) per reprimere
cortei e manifestazioni. www.nuovacolombia.net
29 OTTOBRE
UE
Paramilitari di regime sfollano diverse famiglie nel dipartimento del Meta. www.nuovacolombia.net
14 NOVEMBRE
UE
Paramilitari massacrano 10 contadini a Santa Rosa De
Osos. www.nuovacolombia.net
Giornata nazionale di azione solidale con i lavoratori
IKEA in lotta; azioni in diverse città fra cui Napoli, Firenze Milano, Bologna, Torino. www.sicobas.org
INIZIO NOVEMBRE
META (COLOMBIA)
Demo contro la condanna del prigioniero politico
portoricano Norberto Gonzalez Claudio. www.prolibertadweb.com
10 NOVEMBRE
COLOMBIA
Demo nazionale contro il governo Monti e le politiche
di austerity.
Oscurato il satellite Hotbird per impedire la ricezione in
europa di canali televisivi siriani. www.sibialiria.org
14 NOVEMBRE
NEW YORK (USA)
7 arresti durante un’azione contro la costruzione di 2
nuove carceri. www.decarceratepa.info
Paralizzato dallo sciopero generale indetto dalle FARC il
dipartimento del Chocò. www.nuovacolombia.net
17 NOVEMBRE
KURDISTAN - TURCHIA
Escalation di attacchi aerei sionisti, 5 civili e 2 partigiani
assassinati, 52 i feriti. www.pchrgaza.org
Prosegue dallo scorso 12 settembre lo sciopero della
fame di 63 prigionieri politici kurdi nelle carceri turche.
www.rsf-international.org
11 NOVEMBRE
BAIONA (PAESE BASCO) - STATO
FRANCESE
17 NOVEMBRE
LUBIANA (SLOVENIA - JUGOSLAVIA)
15.000 alla demo per i prigionieri politici. http://gara.
naiz.info
Oltre 30 mila alla demo contro le politiche di austerità.
www.contropiano.org
12 NOVEMBRE
MOLDAVIA
17 NOVEMBRE
FIRENZE (ITALIA)
Il tribunale proibisce al partito comunista l’uso del simbolo della falce e martello. www.pcrm.md
Demo antifascista al consolato greco in solidarietà agli
antifa greci. www.cpafisud.org
12 NOVEMBRE
ANZOLA EMILIA (BOLOGNA - ITALIA)
18 NOVEMBRE
AGRINIO (GRECIA)
Picchetto alla COOP (Centrale Adriatica) di 180 “socilavoratori” contro il peggioramento contrattuale.
13 NOVEMBREE
COLOMBIA - ENTITA’ SIONISTA
Il presidente colombiano annuncia l’acquisto da “Israele”
Granate assordanti e gas contro ai manifestanti che volevano impedire l’apertura di una sede dei fascisti di Alba
Dorata. - Attaccate le sedi di Alba Dorata a Karditsa e
Xanthi. www.secoursrouge.org
21 NOVEMBRE
COMPOSTELA (FILIPPINE)
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 43
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L’esercito attacca guerriglieri maoisti, assassinato uno di
questi. www.secoursrouge.org
in corso nella striscia di Gaza. Iniziative anche in numerose città italiane. www.forumpalestina.org
29 - 30 NOVEMBRE
ITALIA
21 NOVEMBRE
COLOMBIA
25 NOVEMBRE
GAZA (PALESTINA)
Le FARC annunciano un cessate il fuoco unilaterale fino
al 20 gennaio 2013 per favorire i dialoghi col governo
colombiano. www.nuovacolombia.net
Le autorità della Striscia proclamano l’amnistia per i fatti
relativi allo scontro interno fra Fatah e Hamas del 2006.
www.pchrgaza.org
17 Arresti domiciliari, provvedimenti cautelari e obblighi
di dimora per l’occupazione della Geovalsusa, una delle
ditte implicate negli appalti TAV. Rioccupato intanto il
presidio di Chiomonte. www.notav.info
21 NOVEMBRE
DERRY (IRLANDA)
25 NOVEMBRE
GRECIA
Attacco settario con armi da fuoco a una casa di repubblicani. http://saoirse.info
22 NOVEMBRE
STRISCIA DI GAZA (PALESTINA)
Si ferma dopo 8 giorni la forte offensiva sionista; assassinati 156 palestinesi, fra cui 103 civili, 1.000 i feriti. www.
pchrgaza.org
22 NOVEMBRE
PARIGI (STATO FRANCESE) PAESE BASCO
Condannati a 20 anni di carcere 2 militanti di ETA.www.
secoursrouge.org
22 NOVEMBRE
PARIGI (STATO FRANCESE)
Il tribunale da parere favorevole alla liberazione del
prigioniero politico libanese George Ibrahim Abdallah,
dopo 28 anni di carcere. www.secoursrouge.org
22 NOVEMBRE
LONDRA (UK)
Demo studentesca, contestazioni contro il NUS, il sindacato studentesco ufficiale; e scontri fra studenti e polizia.
www.secoursrouge.org
22 NOVEMBRE
ITALIA
Eseguite 5 misure cautelari, e relative perquisizioni, in
merito agli scontri avvenuti il 15 ottobre 2011 a Roma.
www.informa-azione.info
23 NOVEMBRE
KHAN YUNIS (PALESTINA)
Ancora un civile assassinato dai sionisti e 20 feriti durante una demo palestinese. www.pchrgaza.org
23 NOVEMBRE
CHHATTISGRAH (INDIA)
L’esercito cattura 7 guerriglieri maoisti. www.
secoursrouge.org
23 NOVEMBRE
IL CAIRO (EGITTO)
Rivolta popolare contro il governo Morsi, scontri e
decine di feriti. Molte le sedi politiche prese d’assalto e
incendiate (anche la sede di Al-Jazeera), bandiere anarchiche sventolano dalle finestre del quartier generale di
Morsi. www.baruda.net
19 - 24 NOVEMBRE
HAKKARI E BINGÖL (KURDISTAN TURCHIA)
Scontri fra esercito e PKK, eliminati 5 militari, 8 partigiani assassinati. www.secoursrouge.org
22 - 24 NOVEMBRE
INTERNAZIONALE
Giornate di solidarietà con i compagni greci di “Lotta
Rivoluzionaria” processati in questi giorni. http://
it.contrainfo.espiv.net
24 NOVEMBRE
PAESE BASCO - STATO SPAGNOLO
Il tribunale “antiterrorismo” della “Audiencia Nacional”
indurisce, col rifiuto di un ricorso presentato da 24
prigionieri politici, le misure che permettono l’ergastolo
di fatto contro i prigionieri baschi. www.basquepeaceprocess.info
16 - 25 NOVEMBRE
INTERNAZIONALE
Demo in molte parti del mondo contro l’attacco sionista
Pag. 44 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
Lacrimogeni contro le proteste di 500 migranti in un
centro di detenzione, almeno 4 migranti feriti. www.
secoursrouge.org
25 NOVEMBRE
PALERMO (SICILIA)
La prigioniera anarchica Maddalena Calore è oggetto da
diverse settimane di continue rappresaglie da parte dei
secondini. Maddalena Calore, Casa circondariale Pagliarelli,
Piazza Pietro Cerulli, 1, 90129 - Palermo
26 NOVEMBRE
WEST BANK (PALESTINA)
FINE NOVEMBRE
GROSSETO (ITALIA)
Muore a 79 anni l’avvocato Attilio Baccioli, strenuo
difensore di numerosi militanti comunisti in questi
decenni.
INIZIO DICEMBRE
COLOMBIA
L’esercito bombarda 3 accampamenti delle FARC nonostante il cessate il fuoco; diverse vittime anche civili.
www.nuovacolombia.net
1 DICEMBRE
SILIANA (TUNISIA)
Diverse demo e scontri con la polizia, complessivamente
300 feriti dall’inizio della rivolta. www.secoursrouge.org
I sionisti arrestano parlamentari di Hamas e Leaders della
Jihad Islamica. www.pchrgaza.org
1 DICEMBRE
SLOVENIA - JUGOSLAVIA
26 NOVEMBRE
IRLANDA
Si radicalizza la protesta contro le politiche di austerità:
30 arresti e scontri fra polizia e decine di migliaia di
manifestanti in varie città. www.contropiano.org
I prigionieri di guerra irlandesi della Continuity Irish
Republican Army sospendono le proteste per verificare
se adesso l’amministrazione penitenziaria rispetterà gli
accordi dell’agosto 2010, il cui mancato rispetto aveva
dato il via a questi 18 mesi di lotte dei prigionieri. www.
rsf-international.org/
27 NOVEMBRE
INDIA
Attacco della guerriglia naxalita a un distaccamento di
polizia. www.secoursrouge.org
28 NOVEMBRE
EGITTO
Continuano le demo contro i poteri assunti dal presidente, muore un 3° manifestante. www.secoursrouge.org
28 NOVEMBRE
GIORDANIA
L’osservatore generale dei Fratelli Musulmani emette una
fatwa (decreto religioso) che proibisce l’importazione
del petrolio iraniano. www.almanar.com.lb
28 NOVEMBRE
BOLOGNA (ITALIA)
La DIGOS che presidiava la sede di Casapound arresta
3 dopo un lancio notturno di molotov contro la vetrina.
www.informa-azione.info
25 - 29 NOVEMBRE
NOTRE DAME DES LANDES
(STATO FRANCESE)
Demo con 8-10.000 manifestanti e oltre 100 feriti negli
scontri nell’area -occupata da settimane, sgomberata e
rioccupata- dove è prevista la costruzione del nuovo
aeroporto “ZAD”. Arrivano intanto le prime condanne,
fino a 5 mesi di carcere da scontare, per 3 occupanti.
www.secoursrouge.org
29 NOVEMBRE
COLOMBIA
Ancora 8 arresti di militanti dell’organizzazione “Marcia
Patriottica”. www.nuovacolombia.net
29 NOVEMBRE
ASHULIA (BANGLA DESH)
Scontri fra operai e polizia dopo un incendio in fabbrica
che ha ucciso 112 operai. www.secoursrouge.org
27 - 30 NOVEMBRE
KURDISTAN - TURCHIA
Il PKK elimina un militare. - Offensiva dell’esercito, 8
militanti del PKK assassinati. - 34 arresti contro militanti
del KCK, accusato di essere la costola urbana del PKK.
www.secoursrouge.org
2 DICEMBRE
STRISCIA DI GAZA (PALESTINA)
Con una nuova violazione dell’accordo sul cessate il
fuoco, le forze sioniste arrestano 14 pescatori, facendo
salire a 29 i pescatori arrestati, e confiscano 3 pescherecci, per un totale di 9. www.pchrgaza.org
2 DICEMBRE
FILIPPINE
Due guerriglieri maoisti assassinati in due diversi scontri,
eliminato un soldato. www.secoursrouge.org
2 DICEMBRE
MILANO (ITALIA)
Accoltellato dai fascisti un militante dell’associazione
Dax. Centinaia al corteo antifascista in risposta all’aggressione. www.daxresiste.org
4 DICEMBRE
VRAEM (PERU’)
Arrestati 3 guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso.
www.secoursrouge.org
4 DICEMBRE
BANGLA DESH
Scontri con la polizia alla demo di 10.000 tessili per
migliori condizioni lavorative. www.secoursrouge.org
4 DICEMBRE
GRECIA
Il Fronte Antifascista - Federazione Anarchica Informale
(FAI) rivendica un ordigno alla sede di Alba Dorata ad
Aspropirgos. http://it.contrainfo.espiv.net
4 DICEMBRE
MARIBOR (SLOVENIA - JUGOSLAVIA)
Ancora 10.000 alle proteste antigovernative, scontri e
120 arresti. Demo in diverse altre città. www.cnj.it
4 DICEMBRE
LIONE (STATO FRANCESE)
Demo NoTAV, manifestanti caricati con lacrimogeni fin
dentro i bus. www.baruda.net
4 DICEMBRE
PARIGI (STATO FRANCESE)
Demo per la liberazione di George Ibrahim Abdallah.
www.secoursrouge.org
4 DICEMBRE
ITALIA
Liberati i prigionieri NoTAV Maurizio e Alessio. www.
informa-azione.info
www.senzacensura.org
R
epressione e
L
otte
5 DICEMBRE
KURDISTAN - TURCHIA
12 DICEMBRE
GENOVA (ITALIA)
24 DICEMBRE
VOTTEM (BELGIO)
L’esercito assassina 13 guerriglieri del PKK e sequestra
diversi materiali. www.secoursrouge.org
4 arresti domiciliari e 7 con doppia firma col pretesto
della mobilitazione per lo sgombero di una casa occupata.
Demo solidale coi migranti reclusi al centro di detenzione. www.secoursrouge.org
7 DICEMBRE
PORTORICO - USA
Liberato il dirigente portoricano Norberto Gonzalez
Claudio. www.prolibertadweb.com
7 DICEMBRE
ATENE E SALONICCO (GRECIA)
Demo di 2.000 e 1.000 manifestanti e scontri nel 4° anniversario dell’assassinio di Alexandros Grigoropoulos.
www.secoursrouge.org
7 DICEMBRE
CORSICA
L’FLNC (Fronte di Liberazione Nazionale Corso) mette
a segno e rivendica 31 azioni clandestine contro la speculazione immobiliare. http://infurmazione.unita-naziunale.
org/27282
5 - 9 DICEMBRE
FILIPPINE
13 DICEMBRE
FILIPPINE
Attacco della NPA a un commissariato, recuperate armi
e trasmittenti. www.secoursrouge.org
13 DICEMBRE
FIRENZE
Oltre 1.000 persone, autoctone e immigrate, alla demo
a un anno dall’assassinio fascista di un immigrato senegalese. www.cpafisud.org
15 DICEMBRE
CHHATTISGRAH (INDIA)
Assalto dell’esercito a un campo guerrigliero, 8 maoisti
uccisi e 9 catturati. www.secoursrouge.org
17 - 18 DICEMBRE
GRECIA
COTABATO - L’esercito prende 6 basi della guerriglia
maoista (NPA). - LEYTE - Offensiva della NPA (New
People Army) elimina 2 militari. www.secoursrouge.org
Rifiutata la liberazione di Savvas Xiros, prigioniero del
“17 novembre” gravemente infermo. 65 prigionieri in
Grecia hanno fatto 2 giorni di sciopero della fame in
solidarietà con Savvas. www.secoursrouge.org
5 - 9 DICEMBRE
INDIA
19 DICEMBRE
STATO SPAGNOLO - PAESE
BASCO
I prigionieri maoisti iniziano uno sciopero della fame
per la liberazione di 2 compagni gravemente malati. - La
guerriglia naxalita elimina un dirigente di polizia e l’agente
di protezione. - Arrestato un dirigente naxalita - MAHARASHTRA - La polizia assassina una guerrigliera - ODISHA E CHHATTISGARH - Numerosi arresti contro la
guerriglia. www.secoursrouge.org
9 DICEMBRE
GUATEMALA
La polizia reprime violentemente una demo popolare
contro l’apertura di una miniera d’oro. www.secoursrouge.
org
11 DICEMBRE
ARABIA SAUDITA
Il ministro dell’interno promulga la grazia per i condannati a morte che andranno a combattere in Siria contro
il governo siriano. www.silviacattori.net/article4033.html
Il tribunale supremo condanna 6 giovani a 6 anni e 1/2
di carcere per appartenenza all’organizzazione giovanile
Segi. Demo di centinaia contro le condanne. 3 di loro
annunciano la loro latitanza: “Crediamo che continuare il nostro lavoro politico sia la miglior risposta che
possiamo dare alla sentenza, per cui abbiamo deciso di
nasconderci”. http://gara.naiz.info
19 DICEMBRE
NOTRE DAME DES LANDES
(STATO FRANCESE)
12 DICEMBRE
HAITI
Arrestati 5 studenti che protestavano per l’assassinio di
uno studente da parte della polizia. www.secoursrouge.org
12 DICEMBRE
PANAMA
La polizia assassina al confine colombiano un guerrigliero
delle FARC e ne cattura 7. www.secoursrouge.org
12 DICEMBRE
KURDISTAN - TURCHIA
L’esercito assassina 42 partigiani del PKK e ne cattura 2.
www.secoursrouge.org
12 DICEMBRE
ANDENNE (STATO FRANCESE)
Demo e blocco ferroviario contro le carceri. www.
secoursrouge.org
www.senzacensura.org
27 DICEMBRE
STATO FRANCESE
Condanne da 18 mesi a 7 anni di carcere contro 15
militanti del DHKP-C. www.secoursrouge.org
28 DICEMBRE
MESSICO
13 fra i prigionieri incarcerati alle demo del 1° dicembre
hanno iniziato uno sciopero della fame per la loro liberazione. www.secoursrouge.org
28 DICEMBRE
PAESE BASCO
Continuano le demo dell’ultimo venerdì del mese,
migliaia per la liberazione dei prigionieri politici ed esiliati
baschi. www.basquepeaceprocess.info
28 DICEMBRE
BRUXELLES (BELGIO)
Sit-in all’ambasciata tedesca in solidarietà al prigioniero
politico turco Sadi Özpolat incarcerato in Germania e in
sciopero della fame da 18 giorni contro l’imposizione di
una divisa da carcerato. [email protected]
30 DICEMBRE
MAROCCO
La polizia attacca e disperde una demo contro l’aumento
dei costi di acqua ed elettricità. www.secoursrouge.org
Evitato con un accordo in extremis uno sciopero che
avrebbe paralizzato i 14 principali porti dell’East Coast.
14.500 portuali si erano mobilitati per la rinegoziazione
per altri 6 anni del contratto in scadenza. www.contropiano.org
Ancora 20 denunce contro i lavoratori IKEA in lotta.
www.liberta.it
Ondata di saccheggi popolari ai supermercati; diversi
morti e centinaia di arresti. www.resumenlatinoamericano.
org
Le forze sioniste assassinano un ragazzo palestinese a un
checkpoint. www.pchrgaza.org
Operazione dell’esercito assassina ancora 13 guerriglieri
del PKK e ne cattura 6. www.secoursrouge.org
19 DICEMBRE
PIACENZA (ITALIA)
Liberati 56 dei 70 arrestati alle recenti demo antipresidenziali. www.secoursrouge.org
12 DICEMBRE
HEBRON (PALESTINA)
27 DICEMBRE
KURDISTAN - TURCHIA
INIZIO GENNAIO
USA
20 - 21 DICEMBRE
ARGENTINA
La polizia attacca con spray al pepe la demo per il diritto
al lavoro. [email protected]
25 operai della Tata Steel feriti durante scontri con le
guardie private dell’officina. www.secoursrouge.org
Continuano gli scontri all’aeroporto “ZAD”, ancora un
ferito e 4 arresti. www.secoursrouge.org
11 DICEMBRE
MESSICO
11 DICEMBRE
MICHIGAN (USA)
27 DICEMBRE
JAMSHEDPUR (INDIA)
20 DICEMBRE
SUDAFRICA
Demo contro la sospensione dal lavoro di 600 minatori
per aver partecipato a uno sciopero “illegale”, 5 minatori
feriti dalla polizia. www.secoursrouge.org
22 DICEMBRE
LUBIANA (SLOVENIA - JUGOSLAVIA)
Migliaia alla demo contro il governo e l’austerità, nell’anniversario del plebiscito che sancì l’indipendenza della
Jugoslavia socialista. www.cnj.it
3 GENNAIO
UARGALA (ALGERIA)
Scontri fra disoccupati e polizia. www.secoursrouge.org
3 GENNAIO
TURCHIA - KURDISTAN
40 kurdi militanti del KCK condannati a pene da 3 mesi
a 17 anni per appartenenza a una “organizzazione terrorista”. www.secoursrouge.org
6 GENNAIO
PERU’
Prorogato per 2 mesi lo stato di emergenza contro la
guerriglia maoista in diverse regioni. www.secoursrouge.org
7 GENNAIO
GERMANIA
22 DICEMBRE
STATO FRANCESE - PAESE BASCO
Il prigioniero turco Sadi Özpolat termina dopo un mese
lo sciopero della fame vedendo accolte le sue richieste.
[email protected]
Liberata sotto cauzione dopo 1 mese e mezzo la militante di Batasuna Aurore Martin.
7 GENNAIO
ITALIA
23 DICEMBRE
BIHAR (INDIA)
Ancora 6 condanne a 6 anni ciascuna per i fatti del 15
ottobre ‘11, con accuse ormai usuali per devastazione e
saccheggio. www.baruda.net
Arrestato un comandante naxalita di zona. www.
secoursrouge.org
24 DICEMBRE
UE
Sciopero della fame a rotazione di diversi prigionieri
anarchici per la liberazione di Marco Camenish. www.
secoursrouge.org
8 GENNAIO
INDIA
Imboscata maoista elimina 10 paramilitari. www.
secoursrouge.org
8 GENNAIO
KURDISTAN - TURCHIA
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 45
R
epressione e
L
otte
Ancora scontri fra PKK e “forze di sicurezza”, assassinati
9 guerriglieri, eliminato un militare. www.secoursrouge.org
Oltre 10.000 alla demo in difesa degli squat recentemente nel mirino della polizia. www.secoursrouge.org
18 GENNAIO
TURCHIA
8 GENNAIO
BELGIO
14 GENNAIO
REGGIO EMILIA (ITALIA)
Sit’in all’ambasciata francese per la libertà di Jorges
Ibrahim Abdallah, a 2 giorni dalla decisione del tribunale
francese in merito. www.secoursrouge.org
Muore a 62 anni Prospero Gallinari, già militante delle
Brigate Rosse.
Vasta operazione di polizia contro la sinistra extraparlamentare, 85 arresti fra cui 15 avvocati, obiettivo anche
il popolare Grup Yorum, i cui strumenti musicali e registrazioni sono stati tutti distrutti. [email protected]
8 GENNAIO
ROMA (ITALIA)
Presidio contro l’estradizione del militante basco Lander
Fernandez. Un’azione analoga anche lo scorso dicembre.
http://uncasobascoaroma.noblogs.org/
8 GENNAIO
FORLI’ (ITALIA)
Sgomberato dopo 1 mese e mezzo il MaceriA occupato.
Convocato presidio solidale. www.contrastohc.com
10 GENNAIO
MALI
Inizia l’intervento militare neocoloniale Francese sotto
copertura ONU.
10 GENNAIO
PARIGI (STATO FRANCESE)
Assassinati 3 attivisti kurdi. www.info-turk.be - Nel 2012
sono stati circa 40 gli attivisti assassinati in modo extragiudiziario dalle forze di sicurezza turche. [email protected]
10 GENNAIO
STATO FRANCESE
Il tribunale decide la liberazione dopo 28 anni di carcere
del militante libanese Jorges Ibrahim Abdallah. www.
secoursrouge.org
10 - 11 GENNAIO
SUDAFRICA
Riprende lo sciopero di novembre degli operai agricoli,
scontri con la polizia che usa proiettili di gomma e gas,
almeno 62 arresti. www.secoursrouge.org
11 GENNAIO
ENTITA’ SIONISTA - PALESTINA
Il presidente del regime sionista ammette la partecipazione del regime di Tel Aviv nell’assassinio di Arafat.
www.granma.cu
12 GENNAIO
BILBO (PAESE BASCO)
115.000 alla demo nazionale per la liberazione dei prigionieri politici ed esiliati baschi. http://gara.naiz.info
12 GENNAIO
PISA (ITALIA)
Vetrate infrante alla compagnia assicurativa Suisse Helvetia in solidarietà con Marco Camenish. www.secoursrouge.
org
12 GENNAIO
COSENZA (ITALIA)
15 GENNAIO
FILIPPINE
Un soldato eliminato in seguito a operazioni antiguerriglia dopo la tregua natalizia. www.secoursrouge.org
META’ GENNAIO
DONOSTIA (PAESE BASCO)
Demo di centinaia di giovani per il diritto al lavoro politico e contro la recente condanna ai giovani di Segi. www.
basquepeaceprocess.info
Termina il cessate il fuoco unilaterale delle FARC. www.
nuovacolombia.net
16 GENNAIO
DHAKA (BANGLA DESH)
Sciopero generale contro l’aumento del carburante
e scontri con la polizia che usa idranti e gas. www.
secoursrouge.org
16 GENNAIO
LE KEF (TUNISIA)
Pesanti scontri fra giovani e polizia durante lo sciopero
generale. www.secoursrouge.org
17 GENNAIO
SUDAFRICA
La polizia uccide un operaio agricolo durante lo sciopero
che continua il suo svolgimento. www.secoursrouge.org
17 GENNAIO
LIBANO
Proseguono le proteste contro Parigi per la mancata
liberazione di George Abdallah. Demo di centinaia agli
Istituti di Cultura francesi a Tripoli, Saida, Nabatiyeh,
Baalbek e Tyre. Gli attivisti si impegnano a non permettere più lo svolgimento della normale attività dei
centri fino a quando il militante sarà detenuto nello
Stato Francese. Prosegue da 4 giorni un ininterrotto
sit-in di fronte all’ambasciata Francese a Beirut. - George
Ibrahim Abdallah, 61 anni, è stato leader del Libanese
Armed Revolutionary Factions, gruppo nato dal Fronte
Popolare per la Liberazione della Palestina - Operazioni
Speciali (PFLP-SOC). Ha compiuto diverse azioni nello
Stato Francese, fino al suo arresto, nel 1984 e senza
alcuna prova, per l’omicidio di un colonnello USA e un
diplomatico sionista. http://nena-news.globalist.it
13 - 17 GENNAIO
MARDIN (KURDISTAN) - TURCHIA
17 GENNAIO
COMPOSTELA (FILIPPINE)
14 GENNAIO
STATO FRANCESE
In seguito alle pressioni USA il ministro degli interni
decide di non firmare l’estradizone verso il libano di Jorges Ibrahim Abdallah, bloccando così la sua liberazione.
http://nena-news.globalist.it
14 GENNAIO
ATENE (GRECIA)
Pag. 46 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
Oltre 1.000 partecipano al funerale di Prospero Gallinari.
www.baruda.net
Il tribunale decreta l’estradizione verso lo Stato Spagnolo contro il militante basco Lander Fernandez. www.
contropiano.org
12 - 13 GENNAIO
PALESTINA
Demo lealista e scontri fra unionisti, polizia e militanti
repubblicani; da 5 settimane proseguono nell’isola significativi scontri fra lealisti e repubblicani. http://saoirse.info
19 GENNAIO
COVOLO (REGGIO EMILIA - ITALIA)
20 GENNAIO
COLMBIA
Incendiata sede di Forza Nuova, ingenti i danni. www.
secoursrouge.org
13 GENNAIO
BELFAST (IRLANDA)
Si moltiplicano in Libano, Palestina e Stato Francese le
mobilitazioni per Georges Abdallah. Un arresto a Parigi.
www.secoursrouge.org
META’ GENNAIO
ROMA (ITALIA)
Blitz della polizia “antiterrorismo”, assassinato un leader
del PKK. - Il PKK elimina un poliziotto
www.secoursrouge.org
Ancora 2 palestinesi assassinati dai sionisti. www.pchrgaza.org
19 GENNAIO
INTERNAZIONALE
La guerriglia cattura un militare e un poliziotto a Laak.
www.secoursrouge.org
20 GENNAIO
KANKER (INDIA)
Due guerrigliere assassinate dall’esercito. www.
secoursrouge.org
20 GENNAIO
ISTANBUL (TURCHIA)
Arrestato con accuse per il DHKP-C anche l’avvocato
Selçuk Kozagaçli, mentre si apprestava a istruire un
processo contro il primo ministro Erdogan per i crimini
turchi in territorio siriano. [email protected]
20 GENNAIO
MACEDONIA - JUGOSLAVIA
Demo e scontri contro l’austerity, feriti 11 poliziotti e
2 deputati., e diversi manifestanti. www.secoursrouge.org
22 GENNAIO
MISAMIS ORIENTALE (FILIPPINE)
Una colonna della NPA conquista la città di Kinoguitan.
www.secoursrouge.org
23 GENNAIO
SLOVENIA - JUGOSLAVIA
Lo sciopero del settore pubblico contro l’austerity
paralizza la regione, circa 100.000 lavoratori sui 160.000
hanno aderito. www.wsws.org
21 - 25 GENNAIO
INDIA
La guerriglia assalta posto di polizia, un poliziotto ferito.
- Parecchio materiale ed esplosivo sequestrato invece
in diverse operazioni anti-guerrigliere. - BOKARO Attentato naxalita, feriti 6 militari. MAHARASHTRA - La
polizia assassina a sangue freddo 6 guerriglieri. www.
secoursrouge.org
24 GENNAIO
HONDURAS
Migliaia di sostenitori dell’ex presidente Zelaya alle
demo contro il modello neoliberale e contro le nuove
leggi promulgate dall’attuale governo. www.resumenlatinoamericano.org
24 GENNAIO
IRLANDA
18 GENNAIO
INDIA
Muore Dolours Price, ex prigioniera repubblicana protagonista del death fast e sorella di Marion Price, attualmente incarcerata con una montatura. http://saoirse.info
La guerriglia abbatte un elicottero dell’esercito, ferito un
militare. www.secoursrouge.org
25 GENNAIO
CAUCA (COLOMBIA)
18 GENNAIO
BRASILE
Le FARC catturano 2 poliziotti. www.nuovacolombia.net
Arrestato il militante basco in esilio Joseba Gotzon Vizan
per cui lo Stato Spagnolo chiede l’estradizione. www.
resumenlatinoamericano.org - Si prevede che nei prossimi
giorni possa venir accolta la richiesta di asilo politico
prodotta alcuni giorni fa dagli avvocati dell’attivista, e in
base alla quale Joseba potrebbe essere rilasciato dalle
carceri brasiliane in tempi molto brevi.
19 - 27 GENNAIO
STATO FRANCESE
Mobilitazioni in numerose città per la liberazione negata
di Georges Ibrahim Abdallah. www.secoursrouge.org
27 GENNAIO
NEGROS OCCIDENTALE (FILIPPINE)
www.senzacensura.org
R
epressione e
L
otte
La guerriglia elimina 9 “agenti di sicurezza” con un’imboscata. www.secoursrouge.org
Migliaia alle demo antifasciste contro un’iniziativa del
partito dell’estrema desta FPÖ. www.secoursrouge.org
11 - 12 FEBBRAIO
MALI
25 - 28 GENNAIO
IRAQ
1 FEBBRAIO
SVIZZERA
Crescono le demo contro il governo-fantoccio. - BASSORA - Arrestato e poi rilasciato uno dei leader delle
proteste. - FALLUYA - Morti e feriti nei tentativi delle
“forze di sicurezza” di reprimere le proteste. www.
iraqsolidaridad.org
Ancora rigettata la libertà condizionale per Marco
Camenish. http://radioazione.noblogs.org/?p=2160
Arrestato e poi rilasciato dai servizi segreti del Mali (leggi
servizi francesi) il popolare dirigente della sinistra Oumar
Mariko. www.michelcollon.info
28 GENNAIO
STATO FRANCESE
La decisione sulla liberazione di Georges Ibrahim Abdallah, fissata per oggi, è stata rimandata al 28 febbraio.
www.secoursrouge.org
28 GENNAIO
IRAKLIO (CRETA)
Demo in solidarietà con gli squat attaccati dalla polizia ad
Atene. www.secoursrouge.org
29 GENNAIO
CARACAS (VENEZUELA)
Arrestato con una montatura il coordinatore nazionale
del Movimento dei Senza Casa (Sin Techos).
http://laguarura.net
29 GENNAIO
SIRIA - ENTITA’ SIONISTA
L’esercito israeliano bombarda territorio siriano al confine col Libano, in appoggio alle milizie “ribelli” siriane.
www.globalresearch.ca
29 GENNAIO
BRUXELLES (BELGIO)
2 FEBBRAIO
ATENE (GRECIA)
4 arresti fra cui 2 accusati per il gruppo “Cospirazione
delle Cellule di Fuoco”. www.secoursrouge.org
28 GENNAIO - 4 FEBBRAIO
PARIGI (STATO FRANCESE)
Diverse azioni contro le sezioni sindacali dei secondini
del carcere di Roanne e in solidarietà con le lotte dei
detenuti. https://nantes.indymedia.org
4 FEBBRAIO
ZURIGO (SVIZZERA)
Attacco al consolato francese per la liberazione immediata di Georges Ibrahim Abdallah. www.secoursrouge.org
4 FEBBRAIO
TRENTO (ITALIA)
Azioni solidali con Georges Ibrahim Abdallah: BEIRUT
- Azione con un elicottero telecomandato contro l’ambasciata francese. GAZA - Attacco con molotov contro
il consolato francese. www.secoursrouge.org
FINE GENNAIO
STATO SPAGNOLO - PAESE
BASCO
La “Audiencia Nacional” aumenta le condanne ad altri
3 prigionieri politici baschi. A nulla è valso che persino
il tribunale europeo di Strasburgo abbia condannato il
meccanismo che permette l’allungamento delle pene
usato dallo Stato Spagnolo. www.basquepeaceprocess.info
INIZIO FEBBRAIO
MONACO (GERMANIA)
Demo e iniziative contro la “conferenza sulla sicurezza”
della NATO. http://sicherheitskonferenz.de
1 FEBBRAIO
FILIPPINE
La NPA elimina ancora 2 soldati in 2 differenti attacchi.
www.secoursrouge.org
Giornate di solidarietà con Marco Camenish, anarchico
ecologista prigioniero da oltre 20 anni nelle carceri italiane e svizzere. - MILANO - Presidio al Palazzo Svizzero.
www.informa-azione.info
8 FEBBRAIO
GERUSALEMME (PALESTINA)
Diversi scontri con le forze sioniste durante le iniziative
in solidarietà coi prigionieri in sciopero della fame, feriti
numerosi civili. www.secoursrouge.org
8 FEBBRAIO
GRECIA
Gli operai della fa fabbrica Vio.Me. (Industria Mineraria)
avviano la produzione sotto il controllo dei lavoratori.
www.infoaut.org
8 FEBBRAIO
STATO FRANCESE - BELGIO
Un operaio di Arcelor perde un occhio a causa di colpo
di flash-ball ricevuto alla scorsa demo sindacale a Strasburgo. www.secoursrouge.org
9 FEBBRAIO
TERAMO (ITALIA)
Demo contro le condanne per “devastazione e saccheggio” per la manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011.
[email protected]
9 FEBBRAIO
ALESSANDRIA (ITALIA)
Sergio Maria Stefani e Alfredo Cospito continuano
dal 29 gennaio uno sciopero della fame per ottenere i
colloqui con le proprie compagne. Sergio Maria Stefani
/ Alfredo Cospito, C.C. San Michele, Strada Casale 50/a,
15122 Alessandria
1 FEBBRAIO
ANKARA (TURCHIA)
10 FEBBRAIO
ROMA E MILANO (ITALIA)
Attacco suicida con esplosivi all’ambasciata USA, eliminato un militare di guardia. Nella rivendicazione, il DHKPC accusa gli USA per i massacri in Irak, Afghanistan, Libia,
Siria ed Egitto, e il regime turco di esserne complice.
www.secoursrouge.org
Demo in solidarietà con la lotta del popolo tunisino.
[email protected]
11 FEBBRAIO
DIYARBAKIR (KURDISTAN) - TURCHIA
1 FEBBRAIO
VIENNA (AUSTRIA)
Un manifestante assassinato durante scontri con la polizia. www.secoursrouge.org www.senzacensura.org
12 FEBBRAIO
NAPOLI
6 microspie trovate in case e auto di diversi militanti.
www.informa-azione.info
13 FEBBRAIO
CILE - WALL MAPU
14 FEBBRAIO
ODISHA (INDIA)
24 - 30 GENNAIO
EGITTTO
FINE GENNAIO
LIBANO E PALESTINA
Continua dallo scorso settembre e da 25 udienze il processo contro 2 militanti delle “Cellule Rivoluzionarie”,
(RZ), attualmente di 71 e 80 anni. www.secoursrouge.org
5 - 6 FEBBRAIO
INTERNAZIONALE
Divampa la protesta popolare dopo l’assassinio a Tunisi
di Chokri Belaid, leader del Fronte Popolare Tunisino.
Assaltate tutte le sedi del partito Ennahda, al governo, e
le questure. [email protected]
Scontri al ministero del lavoro, gas, spray urticanti e 30
arresti. www.secoursrouge.org
12 FEBBRAIO
FRANCOFORTE (GERMANIA)
Demo a un tribunale contro la militarizzazione del territorio mapuche e in solidarietà con un militante mapuche
sotto processo e in sciopero della fame, 20 arresti. www.
secoursrouge.org
Processo a 4 militanti del Secours Rouge e sit-in solidale
con gli accusati. www.secoursrouge.org
30 GENNAIO
ATENE (GRECIA)
Arrestato un altro dirigente di Sendero Luminoso. www.
secoursrouge.org
Incendiato ripetitore Brennercom, con scritte: “Sirio e
Massimo liberi”. www.informa-azione.info
6 FEBBRAIO
TUNISIA
Si moltiplicano le demo e le azioni contro il governo e
lo stato di emergenza, 49 i morti in una settimana. www.
secoursrouge.org
12 FEBBRAIO
PERU’
Una dirigente naxalita e un secondo militante arrestati a
Rollagedda. www.secoursrouge.org
14 FEBBRAIO
ITALIA
Perquisizioni a Trento, Rovereto, Treviso e Bologna
contro anarchici accusati per aver interrotto una conferenza universitaria sulle “missioni di pace” italiane. www.
informa-azione.info
15 FEBBRAIO
CISGIORDANIA - PALESTINA
Demo in solidarietà coi prigionieri in sciopero della fame
e scontri con l’esercito sionista. www.secoursrouge.org
15 FEBBRAIO
EGITTO
Continuano incessanti in tutto il paese le demo contro il
governo Morsi, 60 arresti solo oggi. www.secoursrouge.org
15 FEBBRAIO
COLOMBIA
Deserte le manifestazioni contro le FARC convocate dal
Governo. - Le FARC rilasciano i 2 poliziotti catturati lo
scorso gennaio e 1 militare. www.nuovacolombia.net
15 FEBBRAIO
ITALIA
“Operazione Brushwood”, al processo d’appello cade
per tutti l’accusa di associazione sovversiva, condanne
ridimensionate e un’assoluzione. www.informa-azione.info
15 FEBBRAIO
ITALIA
Revocati i domiciliari a Sirio e Ermanno per la così detta
invasione degli uffici degli architetti della Geo Studio,
impresa implicata nei lavori TAV. www.informa-azione.info
15 FEBBRAIO
ITALIA
Processo “Caccia allo sbirro”, assolti tutti gli imputati.
www.vigilanzademocratica.org
META’ FEBBRAIO
ENTITA’ SIONISTA - PALESTINA
Molto critiche le condizioni del prigioniero amministrativo palestinese Samer al-Eissawi -in sciopero della
fame dallo scorso 1° agosto nelle carceri sioniste-, dopo
l’indurimento della forma di sciopero per fare pressione
sulle autorità. www.pchrgaza.org
15 - 16 FEBBRAIO
ATENE (GRECIA)
Politecnico, giornate di solidarietà con gli squat sotto
Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13 - Pag. 47
R
epressione e
L
otte
mira della polizia; scontri a Exarchia. www.secoursrouge.
org
19 FEBBRAIO
TURCHIA
22 FEBRAIO
FORLI’ (ITALIA)
16 FEBBRAIO
TURCHIA
Raid di polizia in 28 città contro sindacati, associazioni
della sinistra, avvocati e Grup Yorum; ancora 167 fermi
fra cui 55 arrestati. [email protected]
Nuova occupazione, nasce il “GiardinOccupato”. www.
contrastohc.com
La studentessa francese Sevil Sevimli è stata condannata
con un processo farsa a oltre 5 anni per partecipazione
a un’organizzazione armata e propaganda della stessa.
www.secoursrouge.org
16 FEBBRAIO
SALUZZO (ITALIA)
20 FEBBRAIO
PARIGI E CLERMONT-FERRAND
(STATO FRANCESE)
Ancora 2 azioni per la liberazione di Georges Ibrahim
Abdallah. www.secoursrouge.org
Presidio al carcere in solidarietà con le lotte dei detenuti.
http://radioblackout.org
17 FEBBRAIO
PALESTINA
Giornata di solidarietà coi prigionieri politici palestinesi.
Demo alle carceri per la liberazione dei prigionieri e in
solidarietà con Samer al-Eissawi, e gli altri prigionieri in
sciopero della fame; diversi scontri e centinaia di feriti.
17 FEBBRAIO
MALKANGIRI (INDIA)
Arrestati ancora 2 dirigenti maoisti. www.secoursrouge.org
16 - 18 FEBBRAIO
SIRIA - LIBANO
Battaglia tra Hezbollah e “ribelli” siriani al confine
libanese per il controllo di tre villaggi sunniti al confine.
Obiettivo: prendere Homs. http://nena-news.globalist.it
18 FEBBRAIO
STRISCIA DI GAZA (PALESTINA)
Ancora un assalto sionista a un peschereccio, feriti 2
pescatori palestinesi. www.pchrgaza.org
18 FEBBRAIO
RUSTENBURG (SUDAFRICA)
13 feriti durante scontri alla miniera di Siphumelele di
proprietà Amplats (Anglo American Platinum). www.
secoursrouge.org
18 FEBBRAIO
SOFIA (BULGARIA)
11 arresti dopo diversi giorni di demo contro l’aumento
dell’elettricità e per la ri-nazionalizzazione della compagnia elettrica. Il primo ministro annuncia un forte calo dei
prezzi. www.secoursrouge.org
21 FEBBRAIO
DAMASCO (SIRIA)
Oltre 70 morti e 200 feriti nell’ennesima serie di attentati terroristi che colpisce la città dall’avvio della cruenta
invasione mercenaria e della NATO quasi 3 anni fa. www.
resumenlatinoamericano.org
21 FEBBRAIO
DAWAO NORD (FILIPPINE)
La guerriglia libera i 2 prigionieri catturati nelle scorse
settimane. www.secoursrouge.org
21 FEBBRAIO
ROMA
Demo in solidarietà con il prigioniero politico palestinese
Samer Issawi, in sciopero della fame da oltre 200 giorni.
www.forumpalestina.org
22 FEBBRAIO
PALESTINA
Varie demo solidali coi prigionieri palestinesi in sciopero
della fame, circa 100 feriti, fra cui 2 gravi per “fuoco
reale”. www.secoursrouge.org
22 FEBBRAIO
SIRIA - ENTITA’ SIONISTA
16 - 23 FEBBRAIO
IRLANDA
Diversi picchetti in solidarietà con le lotte dei prigionieri
repubblicani a Maghaberry e con Martin Corey, repubblicano incarcerato senza processo. http://rsf.ie
23 FEBBRAIO
PALESTINA
Muore un prigioniero durante un interrogatorio sionista.
Sciopero della fame di 3.000 prigionieri palestinesi. www.
secoursrouge.org - NABLUS - Coloni ed esercito sionista
attaccano di nuovo il villaggio di Qasra, 6 palestinesi
feriti. www.pchrgaza.org
23 FEBBRAIO
SIRIA
I “ribelli” ricevono per la prima volta un carico significativo di armi pesanti; provengono da Kosovo e BosniaErzegovina. www.strategic-culture.org/pview/2013/02/23/
syrian-rebels-get-arms-from-kosovo-and-bosnia.html
Questa cronologia vive delle informazioni che ci giungono e
che realtà, collettivi di lotta e compagni ci vogliono inviare.
Per assicurarvi della pubblicazione di iniziative o informazioni,
mandatele voi stessi a [email protected]
Cerchiamo traduttori e traduttrici volontarie, in quanto la
maggior parte dei materiali arrivano in inglese, spagnolo,
francese, basco, greco, tedesco, arabo, turco, portoghese;
e anche per tradurre in lingua diversi materiali italiani. Se
siete disponibili a una anche minima collaborazione in questo
senso, comunicatecelo:
[email protected]
IL ministro sionista dell’energia “concede” provocatoriamente alla statunitense Genie Energy una licenza di
sfruttamento del gas e del petrolio del Golan siriano
occupato dal ’67. www.voltairenet.org
22 FEBBRAIO
BIHAR (INDIA)
Attentato maoista, eliminati 6 poliziotti. www.secoursrouge.org
Senza Censura
contributi per un’analisi critica e di classe della realtÀ
Per chi volesse inviarci del materiale per la pubblicazione
su “Senza Censura” deve indirizzare a:
Associazione IQBAL MASIH (x Senza Censura)
Via dei Lapidari 13/L - 40129 Bologna
oppure inviare a: [email protected]
A chi fosse interessato a leggere i materiali pubblicati sui numeri precedenti,
ricordiamo che il nostro archivio è visitabile sul sito: www.senzacensura.org
Ogni quota (abbonamento, sottoscrizione, richiesta arretrati, ecc.) dovrà essere inviata tramite vaglia postale, indicando nome, cognome e indirizzo del mittente
e specificando la causale, all’indirizzo della Redazione riportato qui sopra.
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Gli arretrati costano € 5,00 ogni copia.
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Pag. 48 - Senza Censura n. 38 - mar.13 /ago.13
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Senza Cenusra
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