Prefazione
Grazie per San Benedetto, uomo non pragmatico
di Marco Sermarini
Lo scritto che segue proviene dagli atti della Festa del beato
Pier Giorgio Frassati che dal 1994 ininterrottamente celebriamo a
San Benedetto del Tronto. E’ il resoconto di una serata, la III Giornata
dell’educazione e della Scuola “G. K. Chesterton”, nella quale mettiamo
a tema le “Esperienze dall’Opera Chesterton e dal mondo”. L’Opera
“G. K. Chesterton” è l’insieme delle iniziative che sono nate dalla
nostra esperienza a San Benedetto del Tronto, che a sua volta si è
intersecata con quella della Confraternita costituendone anzi una
delle innervature costitutive. Inoltre la nostra scuola forse è il punto
in cui più scopertamente esce la nostra identità e la peculiarità della
nostra esperienza cristiana. E’ la serata del 2 Luglio 2012, quella in cui
abbiamo incontrato padre Cassian Folsom, osb, Priore del Monastero
benedettino di Norcia. Questi monaci costituiscono un punto vivo nel
mondo, un’esperienza che sentiamo nostra perché è una di quelle che
hanno nel DNA la forza per cambiare il mondo, per renderlo bello.
Perché presentare lo scritto agli amici della Confraternita
facendogliene dono? Perché far loro conoscere i monaci di Norcia?
Perché la vita monastica e l’educazione secondo il carisma di San
Benedetto? Perché la “due giorni” a Norcia?
Un millennio e mezzo fa, esattamente in questo punto
apparentemente alla periferia di tutto, Nostro Signore suscitò un uomo
che Lo prese sul serio e, senza alcun progetto, cambiò l’Italia, l’Europa e
il mondo, avendo in mente solo questo: “Nihil amori Christi praeponere”.
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Se nulla preporremo all’amore di Cristo, se ameremo Cristo nelle cose
quotidiane, il mondo vedrà realizzata la speranza di cui desidera il
compimento.
E’ un compito che spetta a ciascuno di noi e che si realizza
amando “arbitrariamente” i luoghi in cui siamo, come le mamme amano
i loro figli, tanto per ripercorrere un passo dell’Ortodossia di Gilbert
Keith Chesterton riecheggiato più volte tra di noi. I nostri ragazzi, i nostri
carcerati, disoccupati, quelli che lavorano con noi aspettano questo,
aspettano di essere amati arbitrariamente, e questo è possibile solo se
avremo il coraggio di mettere Cristo al di sopra di tutto.
Alla base della vita di San Benedetto c’è un gesto di
contraddizione del mondo: egli abbandonò la Roma decadente della
fine dell’Impero (così simile al nostro mondo attuale, che non regge
ormai più nelle sue strutture politiche ed economiche...) dove si era
recato per studiare perché “aveva capito che anche una parte di quella
scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli
abissi” (San Gregorio Magno, Dialoghi). San Benedetto ebbe il coraggio
di fidarsi di Cristo fino in fondo, certo che Nostro Signore gli avrebbe
donato tutto la sapienza che il mondo non avrebbe potuto dargli.
Saremo così anche noi se crederemo davvero alla grandezza che
anima la nostra come pure l’esperienza benedettina.
Le nostre opere hanno la misteriosa capacità di farci intravedere
la luce di questo cambiamento delle anime cui tanto credette San
Benedetto e che è l’unica condizione per il cambiamento delle strutture
del mondo. Venire qui a Norcia, dunque, ha il senso di tornare alle radici
ultime ed uniche del cambiamento, nihil amori Christi praeponere, così
poco “pratico”, così vicino all’Ideale, così lontano dalle ricette “pratiche”
che ci suggeriscono tutti nel momento attuale di crisi. Diceva il nostro
caro Chesterton: «Si è generata nel nostro tempo la più singolare delle
fantasie: la convinzione che quando le cose vanno male c’è bisogno di un
uomo pragmatico. Ma sarebbe decisamente più realistico considerare
che, quando le cose vanno proprio male, c’è bisogno di un uomo per
nulla pragmatico. L’uomo pragmatico è un uomo abituato alla mera
quotidianità della pratica, a come le cose funzionano abitualmente.
Quando le cose non funzionano, occorre avere un pensatore: l’uomo
che possiede una qualche conoscenza sul perché funzionano. E’
sbagliato trastullarsi mentre Roma brucia, ma è molto giusto studiare le
leggi dell’idraulica mentre Roma brucia. Un ideale chiaro è di gran lunga
la necessità più urgente e pratica per l’attuale problema (inglese), più di
qualsiasi piano immediato o proposta. Perché il caos attuale è dovuto a
una generale dimenticanza di tutto ciò a cui originariamente gli uomini
aspiravano. Nessun uomo domanda più ciò che desidera, ogni uomo
chiede quello che si figura di poter ottenere. E rapidamente la gente si
dimentica ciò che l’uomo voleva davvero in principio; […]. Il tutto diventa
uno stravagante tumulto di seconde scelte, un pandemonio di ripieghi»
(Gilbert Keith Chesterton, Cosa c’è di sbagliato nel mondo, Rubbettino
Editore, 2011 - traduzione di Annalisa Teggi).
Avanti, allora, sulla strada di San Benedetto, uomo non
pragmatico amante della prima, anzi, della Primissima Scelta.
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2 Luglio 2012
III Giornata dell’educazione e della Scuola Libera “G. K. Chesterton”
Esperienze dall’Opera Chesterton e dal mondo
Il carisma educativo di S. Benedetto da Norcia
Incontro con P. Cassian Folsom, osb
Marco Sermarini: Ben trovati a tutti. Questo è uno degli incontri più
importanti di questa nostra... stavo per dire settimana, ma prima di tutto
non è una settimana, sono già tanti giorni che stiamo qui sulla breccia.
Io stasera ho visto Enrico Tiozzo a cui ho chiesto: “Enrico, ma quando
è stata l’ultima volta che ci siamo visti?”. “Il 25”. Mi sembrava vent’anni
prima... Prima di iniziare l’incontro debbo fare necessariamente una
cosa, perché se non la faccio stasera non la faccio più. Devo spiegare
che cosa c’è qui (è la scenografia del palco, ndr) perché qualcuno me
l’ha chiesto e allora è una scusa anche per introdurre il nostro ospite,
padre Cassian Folsom, a cui fate un bell’applauso... Voi lo sapete, io ho
sempre queste visioni, non sono sogni dopo aver mangiato pesante,
è tutto vero perché quello che c’è qui è tutto vero. Qui non c’è un
pezzo che non sia vero. Questo posto lo dovreste riconoscere: è San
Benedetto, con una piccola modifica.Abbiamo messo il nostro carissimo
Trigramma inventato dal nostro caro San Bernardino da Siena, amico
di San Giacomo della Marca, che è questo signore magro qui. Perché
qui c’è il Torrione? Questa è la prima chiesa della nostra città, la chiesa
di San Benedetto Martire, poi lì c’è anche la casa del Vescovo, che
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abbiamo un po’ ritoccato... con un po’ di allegria! Dunque, ripeto, perché
quest’anno abbiamo scelto questa torre?
Perché questo scenario? “Il mondo”, dice il nostro amico Chesterton, “è
la fortezza di famiglia”. La nostra città è la nostra fortezza, noi
vorremmo fosse bellissima sempre, tutto il tempo, nella fortezza di
famiglia con la bandiera che sventola sul torrione. Il Torrione ce
l’abbiamo, la bandiera ce l’ho messa io, ho preso una bandiera di
fantasia, un po’ vaticana e un po’ del Sacro Cuore. Perché il Sacro
Cuore? Il Sacro Cuore di chi? Il Sacro Cuore di Gesù! Nel nome del
Sacro Cuore sono state compiute tante cose belle: è stata difesa la fede
da parte dei vandeani, è stata difesa la fede da parte dei Cristeros del
Messico, Leone XIII ha scritto sulla devozione al Sacro Cuore
un’enciclica. Il Sacro Cuore di Gesù è il Cuore che può governare tutto
il mondo, l’unica cosa che può dare coscienza di tutto e bellezza a
tutto. Bella questa bandiera, eh? Più miserabile è questa fortezza di
famiglia, meno la dovremmo lasciare.Vi ricordate quello che diceva
Chesterton? Diceva una cosa: quando uno ama una cosa, la ama non
perché è g i à bella, la ama per un amore arbitrario, come fanno le
mamme con i bambini. Noi dovremmo amare tutto quello che c’è
intorno con questa stessa arbitrarietà. Diceva Chesterton poco prima
di questo passaggio: noi ci ritroviamo a combattere per il mondo prima
ancora di essere arruolati. Noi ci troviamo a combattere per la nostra
vita, per le nostre cose, prima ancora di essere arruolati sotto una
qualunque bandiera. E’ come l’amore delle mamme verso i figli; più
miserabile è, meno lo dovremmo lasciare. Vi ricordate la storia di quel
quartiere di Londra, Pimlico? Ne abbiamo parlato due anni fa. Pimlico
era un quartiere bruttissimo di Londra ai tempi di Chesterton e lui diceva
che ci sono due modi per affrontare Pimlico: o si scappa da Pimlico, che
però rimarrà sempre così, oppure uno comincia ad amarlo. Amando
Pimlico, Pimlico diventerà bello come Roma, bello come Firenze. E
diceva che Roma non è diventata grande così, ma perché è stata amata.
Quindi noi possiamo dire così di tutto quello che abbiamo intorno, da
nostro marito, nostra moglie, i nostri figli, da tutti i nostri amici a quello
che abbiamo intorno, questo mondo qui. “Il punto non è che questo
mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non esserlo.
Il punto è che quando ami davvero una cosa, la sua letizia è una
ragione per amarla e la sua tristezza una ragione per amarla di più”.
Allora che abbiamo fatto? Noi dobbiamo difenderlo questo mondo,
dobbiamo amarlo. Allora, ripeto, che abbiamo fatto? Io ho chiamato tutti
i nostri amici. Ci ho messo San Giacomo, qui c’è San Francesco
Saverio, questo è San Benedetto da Norcia, questo è Giovannino
Guareschi, nostro amico, questi sono i Tipi Loschi, questo è Pier
Giorgio e questo è Franz Massetti, sambenedettese. Questo signore
che spunta da qui è don Francesco Sciocchetti, quello che faceva le
cooperative per i marinai, quello che faceva le banche quando avevano
chiuso i Monti di Pietà. Questo è Giovanni Paolo II, questo è il nostro
carissimo Benedetto XVI, questo è Gino Bartali, il grande ciclista
cattolico, il nostro Chesterton (non poteva mancare!), il nostro amico
don Bosco. Sopra, chi ci abbiamo messo? Gli scolari della “Chesterton”
li dovrebbero riconoscere e forse anche i genitori, se si ricordano dove
hanno mandato i figli a scuola; sono i bambini che abbiamo messo nel
logo della nostra scuola, sono i bambini di cento anni fa. Se vi ricordate
una cosa che avevo detto, bisognerebbe fare la scuola anche per loro
che sono vissuti cento anni fa... Poi qui sotto abbiamo fatto una cosa
strana. Questo muro è fatto da gente che cammina adesso sulle sue
gambe, non solo l’Ecclesia triumphans, ma anche l’Ecclesia militans, cioè
la Chiesa che combatte adesso, che siamo noi, per cui questo è il
manifesto di una festa nostra di tre anni fa, questo è un matrimonio di
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qualcuno di noi (non mi ricordo chi...), qua ci abbiamo rimesso
Guareschi (ci stava bene), questa è la visita al piantone di Nardò
della nostra scuola, il castagno di diciassette metri di circonferenza,
questa è la nostra passata di pomodoro, perché il mondo si fa anche
con la passata di pomodoro, questo è il nostro amico padre Cassian
con Raffaele - ti ci abbiamo messo, padre Cassian, perché ormai ti
consideriamo uno di noi! Io mi prendo queste libertà, poi mia moglie
mi dice: “Ma perché dici queste cose, ti prendi tutta questa confidenza,
esageri!”... Questi sono i nostri marinai di cento anni fa, questa è un’altra
festa nostra, questo è Sciocchetti, questo è papa Giovanni Paolo con
la beata Teresa di Calcutta, il nostro Gino, questa foto non mi ricordo
dove l’abbiamo presa, questo è il mare di San Benedetto, questi sono i
coniugi Martin, le cui reliquie domani saranno qui da noi (Luigi Martin
e Zelia Guerin, babbo e mamma di santa Teresina, una santa che ha
fatto tantissime cose belle), il nostro Pier Giorgio non poteva mancare,
i nostri amici di Brescia, di Gavardo, il nostro papa Benedetto (guai a
chi ce lo tocca!), il nostro Chesterton, ancora la nostra festa, Shabhaz
Bhatti, un uomo che ha dato la sua vita per Cristo. Diceva: “Gesù, io
non chiedo tanto, chiedo solo un posto vicino a te”, e io sono sicuro che
l’ha avuto. E questa è una barca di San Benedetto. Ragazzi, tutti
questi che sono qui sono pronti a lottare per questa fortezza di famiglia.
Il mondo come lo vuole Nostro Signore, c’è da combattere per farlo
essere così. Tutte le mattine, in tutti i momenti, in tutti i secondi c’è da
fare uno sforzo educativo, economico, fisico, mentale, filosofico, quello
che volete, però è una sfida bella e interessante. Scusate, non so chi
l’ha notata, qui c’è una bambina che io conosco bene... Perché ho
messo questa bambina con l’aquilone lì sopra? Perché per fare questo
ci vuole tanta innocenza. L’innocenza è una grazia che ci dà il Padre
Eterno perché, contrariamente a quanto pensano molti, non è che più
si diventa furbi e più si va avanti nella vita. Non è vero. Lo dico soprattutto
alle mamme che dicono che “bisogna che questo figlio si svegli”. Lascialo
dormire, non a casa nel letto, lascialo essere a contatto con le cose
belle, non è vero che se non è cattivo poi non fa strada. Questi discorsi li
ho sentiti centomila volte. Sono discorsi squallidi, ridicoli. Scusatemi, lo
voglio dire senza paura. Invece ci vuole l’innocenza di chi ama far volare
gli aquiloni perché sa che l’interessante sta in alto. Ci vuole
quest’innocenza qui. Tutta questa gente qui ha quest’innocenza che è
un dono che dobbiamo tenere stretto stretto stretto. Tutto qui il
problema. Lo dico ai nostri ragazzi: non è che l’età adulta, prima arriva,
meglio è e prima bruciamo. Sono tutte baggianate, non è vero. L’età
adulta va bene ma se manteniamo l’innocenza, capito? Perché
altrimenti è un’anticamera dell’inferno e invece non vale la pena perché
noi dobbiamo vivere per il paradiso già qui. Un pochino lo possiamo
costruire qui noi, pezzo pezzo. Chesterton definì questo modo di
ragionare “il Paradiso in terra”. Noi possiamo lottare per questo.
Questa è una piccola spiegazione perché mi era stata chiesta e non
avevamo nessuna occasione prima. Lo so che non è tutto immediato
ma anche le cattedrali non avevano un linguaggio immediato, bisogna
fermarsi e guardarle. Noi oggi dobbiamo fermarci, guardare, pensarci
un attimo, ritagliarci un posticino lì tra la bicicletta di Gino e la sciarpa
dell’amica di Pier Giorgio Frassati e starci. Se qualcuno poi è grosso,
ci servono le spalle grosse per tenere tutta questa mercanzia. Chiaro,
ragazzi? Si capisce? Io non dico nient’altro. Il tema di questa sera è un
tema centrale in tutta questa battaglia. Il tema è quello dell’educazione.
Questa è la serata che noi dedichiamo alle nostre opere e alle
esperienze che nascono dalle nostre opere e dal mondo: il carisma
educativo di san Benedetto da Norcia. Non è un tema facile però noi
abbiamo chiamato una persona di cui abbiamo una grande stima.
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Voglio dire un’altra paroletta perché è importante: noi non chiamiamo
padre Cassian solamente perché è una persona brava, stimata e
intelligente (questo non sono io a doverlo dire ma si capisce) ma perché
c’è un’amicizia tra noi e io questo lo voglio dire sempre allargandomi,
come direbbe mia moglie, però bisogna allargarsi nella vita, altrimenti,
se si rimane sempre al palo, si invecchia prima del tempo. C’è un’amicizia
che è nata tra di noi; noi frequentiamo spesso Norcia o perlomeno
la frequentiamo quanto più ci è possibile, perché non sempre tutto
è facile nell’immediato. Cerchiamo di aiutarci tra noi, cioè fra i Tipi
Loschi e i monaci di Norcia. Cerchiamo di costruire insieme. C’è
qualcuno qui che poi mi sta aiutando ad aiutare i monaci di Norcia, e i
monaci di Norcia già ci aiutano perché ci accolgono, dicono la messa
nel modo antico, bellissimo (io rimango a bocca aperta tutte le volte).
Una volta un prete mi disse: “Sì, sì, va bene, ma tu dici così perché ci
sei andato poche volte, tanto alla fine ti stufi”. Io, dopo tre anni che
vado alla messa a Norcia, ancora non mi sono stufato. Siccome uno
dopo tre anni non si è ancora stufato, vuol dire che non si stuferà mai.
E’ una cosa bella perché nella chiesa dovremmo sempre trovare questi
punti di connessione e aiutarci. Il Papa ce lo chiede; Benedetto XVI ci
sta chiedendo questo. Quest’amicizia è bella, noi siamo amici di tante
persone, di Camilla, delle Suore Concezioniste. L’altra sera c’era un
gruppetto di suore che stava giocando a carte, ma accanite, eh!
Guardandole, mi sono commosso. Ci sono queste cose, queste amicizie
belle che bisogna mantenere. C’è padre Domenico, qua. Padre
Domenico, quanti matti mando a confessarsi da te? Il primo sono io!
Queste sono cose importanti perché altrimenti non nasce niente. Io
sono convinto che la Chiesa si costruisca così, mi pare di leggere le
cose del Papa e di capire questo. Se poi voi capite qualche altra cosa,
ditemelo, io sono qua presente. Lascio la parola a padre Cassian che
ringrazio di aver fatto il sacrificio di venire qui perché è convalescente,
ha avuto una malattia, noi abbiamo pregato tanto per lui, dobbiamo
continuare a pregare, pregheremo anche per altre persone perché
anche questa è l’amicizia. Grazie!
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Padre Cassian: Posso ripetere quest’affermazione della nostra amicizia
perché sono convinto che il carisma monastico, la vocazione monastica
e la vocazione di far crescere una famiglia nel mondo siano due lati della
stessa moneta. Le qualità necessarie per un buon monaco e un buon
padre di famiglia sono uguali, cioè la capacità di donarsi agli altri, la
capacità di andare fuori da se stesso, di mettere da parte l’egoismo,
quindi noi ci troviamo a servire lo stesso Re ed io trovo conforto nel
vostro esempio e per me venire qui non è un sacrificio.
Il tema che mi è stato dato è il carisma educativo di San Benedetto da
Norcia.
Vorrei affrontare questo tema in due momenti.
1) La prima parte sarà una ricerca nella tradizione monastica per
trovare indicazioni sul carisma educativo. Questa ricerca sarà il mio
contributo alla seduta di stasera.
2) Nella seconda parte cercherò di fare una sintesi degli elementi
educativi individuati - e poi voglio fare un confronto tra questa sintesi
proveniente dall’antichità, tra questa tradizione e la vostra esperienza
attuale. Questo confronto lo dovrete fare voi nel periodo riservato al
nostro dibattito e questo sarà il vostro contributo alla seduta di stasera.
Quindi faccio la presentazione, una sintesi e poi vediamo se questa
voce dall’antichità con un sapore un po’ diverso può provocare delle
riflessioni che sono utili per noi oggi. Quindi cominciamo la prima parte.
PRIMA PARTE.IL CARISMA EDUCATIVO NELLATRADIZIONE MONASTICA.
In questa prima parte ci sono tre autori che forniscono informazioni
importanti sulla formazione culturale e la formazione di carattere
dei fanciulli nella tradizione monastica: San Benedetto, San Basilio
e Cassiodoro. Cominciamo con San Benedetto, che morì nel 547
grosso modo, quindi nella metà del sesto secolo.
La Regola di San Benedetto
Nella sua regola non presenta un trattato sulla formazione dei giovani.
Per conoscere il suo pensiero dobbiamo raccogliere brani diversi sparsi
qua e là: un vero lavoro investigativo, per trovare poi una sintesi.
A: Il contesto della formazione dei fanciulli nella Regola è l’esistenza di
oblati, i pueri, i fanciulli offerti al monastero dai loro genitori.
1) Oblati (fanciulli) - RB 59: Nel capitolo 59 leggiamo questa
descrizione: v. 1 se uno di famiglia ricca intende offrire un
suo figlio a Dio nel monastero, spetta ai genitori del fanciullo,
essendo questi minorenne, stendere la richiesta (ne abbiamo
parlato sopra) e quindi essi devono avvolgere questo documento
nella mano del fanciullo nella tovaglia dell’altare, unitamente
all’offerta eucaristica, compiendo così l’offerta del figlio.
Quindi nell’epoca di San Benedetto possiamo constatare la
presenza di fanciulli nel monastero di età diverse che sono stati
formati dentro il monastero. Lungo i secoli troviamo anche la
presenza di studenti esterni. Quindi il contesto storico è quello
degli oblati fanciulli.
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2) Clausura - Un altro aspetto del contesto formativo o educativo
è la clausura. San Benedetto dice: Quanto al monastero, bisogna
che possibilmente sia strutturato in modo che all’interno del
monastero stesso si trovi tutto quello che è necessario - acqua,
macina del grano, orto - e si possano esercitare i diversi mestieri
perché i monaci non siano obbligati ad andar girando fuori, il
che non giova affatto alle loro anime. Quindi c’è una separazione
dal mondo non soltanto per i monaci ma anche per gli oblati,
i fanciulli. Ecco il contesto storico della formazione dei fanciulli
nella Regola.
B: Modelli - Quali sono i modelli dei formatori, degli educatori?
1) Prima c’è l’abate (RB 2:24). San Benedetto dice che l’abate
alternerà secondo le circostanze rigore e dolcezza, mostrando
ora la severità del maestro, ora la tenerezza del padre. Quindi
c’è sia la severità del maestro che la tenerezza del padre; le
due cose insieme secondo le circostanze. Se ci fosse soltanto la
severità del maestro sarebbe opprimente; se ci fosse soltanto la
tenerezza del padre mancherebbe la disciplina.
2) Oltre all’abate c’è anche il cellerario (RB 31:9), l’economo,
e san Benedetto dice che lui con ogni sollecitudine si prenda
cura dei malati, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri, cioè di
quei membri della comunità che sono più deboli, più bisognosi
e i fanciulli rientrano in questa categoria, hanno bisogno di più
attenzione e più cura.
3) In terzo luogo c’è il maestro dei novizi (RB 58:6), un
monaco anziano capace di “guadagnare le anime”, quindi ha un
rapporto con i novizi che ispira fiducia e confidenza.
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C: Metodo pedagogico
Parliamo un po’ del metodo pedagogico:
1) Maestro / chi accompagna i ragazzi
RB 63:18: I fanciulli, gli oblati hanno un maestro. San Benedetto
dice: i fanciulli e i ragazzi occupino disciplinatamente i loro posti
nell’oratorio e nella mensa. Fuori poi di lì, in qualunque luogo,
abbiano chi li sorvegli e li tenga disciplinati finché giungano all’età
della ragione. Quindi c’è un monaco incaricato di sorvegliare, di
guidare, di stare con questi oblati, questi ragazzi, questi fanciulli.
E’ l’importanza di avere un maestro.
2) Disciplina - Qui san Benedetto sottolinea molto la disciplina per
due motivi: per il buon ordine e per la correzione delle colpe.
Parliamo della necessità del buon ordine nella formazione dei
giovani.
a) Buon ordine
RB 22: Come debbano dormire i monaci (dormitorio) - Quando
san Benedetto descrive il dormitorio del monastero, dice (v. 7)
che i fratelli più giovani non abbiano i letti vicini fra loro, ma
siano frammisti con gli anziani. Perché? Perché se i giovani
sono insieme, faranno scherzi, chiacchiere, confusione, ecc. E’
necessario dividerli, mettere anziani tra di loro e mantenerli
con un po’ di ordine.
RB 63: L’Ordine della Comunità - Poi San Benedetto dice in un altro
luogo: quanto ai fanciulli, sarà fatta osservare loro la disciplina
in ogni cosa da parte di tutti. Quindi tutti i monaci hanno
la responsabilità di disciplinare i giovani con l’obiettivo del buon
ordine.
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b)Correzione/punizione
RB 30: Però c’è anche la correzione per le colpe, o la punizione
addirittura e San Benedetto ha un capitolo su come correggere
i fanciulli. Dice: ogni età e ogni grado di intelligenza richiedono
un trattamento appropriato, perciò quando sono dei fanciulli o
dei giovinetti a commettere una colpa, ovvero qualcuno
che non sia in grado di comprendere la gravità della pena,
della scomunica, essi siano puniti con digiuni severi o con forti
battiture perché siano risanati.
I nostri metodi oggi sono un po’ più soavi. E poi lui propone il
digiuno come punizione e le battiture per chi non riesce a capire
un discorso ragionevole.
RB 70: Nessuno si permette di castigare un fratello di suo
arbitrio.
Però allo stesso tempo in un altro luogo San Benedetto insiste
sulla moderazione nella disciplina. Quanto ai ragazzi
sino ai quindici anni di età deve essere compito comune a tutti
mantenerne la disciplina e sorvegliarli, anche questo però
sempre con misura (mensura) e ragionevolezza (ratione). Chi
senza un comando dell’abate si permette in qualche modo contro
un adulto o si irrita fuori misura (sine discretione) con i ragazzi
subisca le sanzioni della Regola.
Quindi la disciplina deve essere con misura, ragionevole e con
discrezione.
Questi brani citati non ci danno un quadro completo, si deve
completare questo quadro con degli sviluppi medioevali.
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Sviluppi medievali (IX Secolo, periodo carolingio)
Mary Alfred Schroll, Benedectine Monasticism as reflected in the
Warnefrid-Hildemar Commentaries on the Rule (New York: Columbia
University Press, 1941).
Specialmente nel IX secolo, nel periodo carolingio, ci sono commenti
sulla Regola di San Benedetto che forniscono descrizioni di come
hanno gestito la formazione dei giovani nel nono secolo. In questo
contesto più tardi il monastero forniva i rudimenti della formazione
culturale e personale alla scuola sia interna sia esterna. Quindi
possiamo constatare l’esistenza delle scuole con un maestro monaco e
gli oblati che erano chiamati “scholastici”.
Nel tempo assegnato alla lectio divina (da due a tre ore al giorno
secondo il periodo dell’anno) i fanciulli studiavano nel chiostro sotto la
guida del maestro.
A: Formazione culturale - Ci sono due aspetti in questa formazione: il
primo è ciò che chiamo formazione culturale e il secondo formazione di
carattere.
Qual era la formazione culturale?
Prima di tutto dovevano leggere e memorizzare la Regola, i salmi,
i cantici e gli inni dell’Ufficio (quindi molta memorizzazione), poi
dovevano leggere ad alta voce davanti al maestro, curando quindi
molto la pronuncia e la declamazione, commenti patristici sulla
Bibbia, la vita dei Santi, le Conferenze di San Giovanni Cassiano, la
storia, la letteratura, un bagaglio culturale notevole.
Impararono a parlare latino fra di loro, non soltanto a leggere ma
anche a parlare. Studiarono la grammatica, l’ars dictandi, l’arte della
pronuncia, della formulazione delle frasi, dell’elocuzione, l’arte dello
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scrivere, infatti lavorarono nel trascrivere manoscritti, studiavano la
matematica, la musica e poi facevano anche del lavoro manuale con
la formazione delle varie arti (necessarie per l’autosufficienza del
monastero). Il risultato di tutta questa formazione era un bagaglio
culturale non indifferente, però questa formazione culturale è soltanto
una parte della storia.
B: Formazione di carattere - Il secondo aspetto è la formazione di
carattere dei fanciulli. Uno dei commentari del IX secolo descrive una
scena in cui un ospite illustre viene al monastero e l’abate per fare bella
figura manda uno dei ragazzi a ricevere l’ospite e a dimostrare la sua
capacità di relazionarsi con questa persona. Il testo dice: se un ospite
colto viene al monastero, l’abate dovrebbe chiamare uno dei fanciulli
più preparati per farlo parlare con l’ospite su vari argomenti, sul canto,
sul computo dei numeri, sulla grammatica e l’abate osserva le buone
maniere del ragazzo, se si relaziona con l’ospite in modo troppo
timido o troppo impertinente. Quindi c’è:
una formazione anche nella cortesia, nei gesti di cortesia che fanno
parte delle usanze monastiche, la formazione nelle virtù.
Questa formazione di carattere si può riassumere in tre voci, cioè:
+ le buone maniere,
+ la cortesia
+ le virtù.
Ma tutto questo rimane incompleto, cioè abbiamo alcune intuizioni di
come si svolgeva la formazione dei fanciulli sia nella Regola sia nei
monasteri dei secoli più tardivi. Il quadro non è completo, si devono
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aggiungere altri autori e prima di tutto vorrei parlare di Cassiodoro.
Cassiodoro (485-580)
Gregorio Penco, Storia del Monachesimo in Italia, pp. 46-50.
Cassiodoro morì nel 580, quindi era contemporaneo di San Benedetto
anche se è vissuto alcuni decenni in più. Lui veniva da una famiglia
romana nobile e ha svolto compiti importanti nell’amministrazione
dell’impero romano sotto quattro re goti.
La sede in quell’epoca era Ravenna, non Roma, quindi Cassiodoro
lavorava nella corte del re a Ravenna.
Il papa Agapito gli ha chiesto un giorno nel 536 di fondare a Roma una
scuola di studi sacri superiori, ma il progetto non è andato in porto.
Cassiodoro si è dimesso dall’amministrazione nel 540 e si è ritirato nei
suoi possedimenti in Calabria dove ha fondato il monastero che si
chiama Vivarium, pensando che solo in monastero il suo ideale
avrebbe potuto essere attuato.
La sua impostazione è molto diversa da quella di san Benedetto,
perché lui pensava il monastero come un’accademia dove l’accento era
sulla vita intellettuale sia teologica che profana e sulla trascrizione dei
manoscritti.
Da Cassiodoro viene nell’immagine popolare l’idea del monaco quale
custode della civiltà occidentale. Non viene da san Benedetto, viene
da Cassiodoro.
Il principio per lui era la conciliazione tra cultura sacra e cultura profana
in funzione della vita monastica e della formazione spirituale dei monaci.
Il suo contributo principale è il programma di studi che lui ha descritto,
la ratio studiorum (Institutiones divinarum et saecularium litterarum) che
includeva:
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+ la Sacra Scrittura
+ autori classici
e questo studio era intercalato col lavoro manuale.
Ma è lui che ha descritto le sette arti liberali che più tardi si
chiameranno il trivium e il quadrivium.
Il trivium consisteva nella grammatica, nella retorica e nella dialettica,
cioè la comunicazione, mentre il quadrivium includeva la matematica, la
musica, la geometria e l’astronomia.
In più nel monastero di Cassiodoro si studiavano:
+
+
+
+
+
+
le scienze profane
le lettere greche
la storia
la geografia
le scienze naturali
la medicina
e si metteva molta enfasi sulla trascrizione dei codici con tutta la
disciplina necessaria per questo lavoro.
Era veramente un centro culturale molto importante. Però la speranza di
Cassiodoro che il lavoro intellettuale da lui iniziato venisse proseguito
dai suoi monaci andò delusa giacché il monastero si estinse prestissimo
dopo la morte del fondatore (Penco, p. 48). Anzi all’inizio del secolo
settimo, vent’anni dopo la morte di Cassiodoro, se ne perdono le
tracce. E’ probabile che una parte della biblioteca, che era ricchissima,
sia finita al Laterano da cui i testi si diffusero fuori dall’Italia.
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Anche se il monastero di Cassiodoro non ebbe un’esistenza molto
lunga, il suo contributo fu notevole perché la morfologia della cultura
monastica rimase in gran parte nel Medioevo quale l’aveva fissata e
delineata Cassiodoro, non Benedetto ma Cassiodoro (Penco, p. 49).
Il terzo autore che volevo consultare è San Basilio il grande, che San
Benedetto cita nella sua regola.
San Basilio (330-378)
Basilio di Cesarea, Le Regole (Magnano, Edizioni Qiqajon, 1993)
San Basilio di Cappadocia (Asia Minore, oggi Turchia, la parte orientale)
morì nel 378, quindi quasi due secoli prima di san Benedetto. Egli ha
scritto due Regole, quella Lunga e quella Breve, ma queste Regole di
genere letterario sono una catechesi sulla vita cristiana, non una regola
nel senso di un regolamento dettagliato della vita di una determinata
comunità come la Regola di san Benedetto. Ma Basilio è interessante
perché lui descrive una scuola esterna gestita dai monaci.
CONTESTO: UNA SCUOLA ESTERNA GESTITA DA MONACI
L’età - Nel capitolo 15 di questa Regola Lunga pone la domanda: a
partire da quale età si deve permettere a qualcuno di consacrarsi a Dio
e quando si deve considerare sicura la promessa di verginità?
E risponde (p. 125): Riteniamo che ogni tempo, anche quello
dell’infanzia, sia conveniente per accogliere qualcuno tra noi.
Quindi il sistema di Basilio è simile a quello di San Benedetto; consiste
cioè nel ricevere fanciulli, anche bambini, come oblati.
Separazione dal mondo, ma anche separazione dal monastero - Nel
contesto di San Basilio però la scuola per i fanciulli è separata sia dal
mondo sia dalla comunità al monastero. Dice (p. 127): “non è bene
annoverare questi ragazzi subito tra i fratelli e inserirli nella comunità per
20
timore che la vergogna di un insuccesso non ricada sulla vita cristiana”.
Sarebbe uno scandalo. “Bisogna invece allevarli con amore pieno come
se fossero figli di tutta la comunità e mantenerne separati l’abitazione e il
regime di vita sia per i maschi che per le femmine”, quindi non soltanto
per i maschi ma anche per le femmine, “così che non si ingeneri in
loro né libertà eccessiva né un’esagerata familiarità nei rapporti coi più
anziani, anzi incontrandosi di rado con loro possa essere custodito il
rispetto per chi si occupa della loro educazione”.
Quindi la motivazione della separazione dalla comunità è di
mantenere una certa distanza professionale e il rispetto.
E dice di nuovo (p. 127): “Così la dimora degli asceti non sarà
disturbata dalle lezioni necessarie per i giovani”.
Preghiera con la comunità (p.127) - Tuttavia partecipano alla preghiera
quotidiana della comunità e in questo modo, dice san Basilio, i ragazzi,
vedendo lo zelo degli anziani, si abituano alla compunzione e gli
adulti ricevono dai bambini un non piccolo aiuto vicendevole nella
preghiera.
Programma (p. 127) - Come programma ci sono indicazioni soltanto
vaghe; si stabiliscono, dice Basilio, occupazioni particolari in un regime
adatto per loro per quanto riguarda il sonno, la veglia, l’orario dei pasti,
la misura e la qualità del cibo.
Maestro (p. 127) - Vi si parla un po’ del maestro, si mette come loro
capo qualcuno maggiore di età con un’esperienza più grande degli
altri e conosciuto per la sua pazienza, in modo che possa correggere i
peccati dei giovani con paterna bontà e con parole sapienti offrendo il
rimedio adatto per ogni colpa così che vi sia correzione del peccato e
contemporaneamente l’anima si eserciti a dominare le passioni.
21
FORMAZIONE DI CARATTERE
Quindi si tratta della formazione di carattere, non soltanto della mente,
e San Basilio descrive un po’ questa formazione di carattere che
anche per noi è importante. Cito un brano che indica lo spirito di Basilio
in questo carisma educativo (p. 128): “Uno di loro, ad esempio, se è
adirato con un compagno? Sia costretto ad averne cura e servirlo in
misura proporzionata a ciò che ha osato fare”. Se litigano fra di loro,
come si può risolvere la cosa? Quello che ha iniziato il problema deve
servire l’altro. “Infatti, poiché molto spesso è l’orgoglio che genera
in noi l’ira, l’abitudine dell’umiltà potrebbe sradicare dall’anima la
collera. Qualcuno ha preso del cibo fuori pasto? Resti a digiuno la
maggior parte della giornata. Qualcuno viene accusato di mangiare
in modo smodato o indecoroso? Lo si obblighi al momento del pasto a
restare senza cibo e a guardare gli altri mentre mangiano come si deve
in modo da essere castigato tramite la privazione del cibo e da imparare
le buone maniere anche nel mangiare”. C’è una punizione abbastanza
severa. “Qualcuno ha detto parole vane e offensive per il prossimo,
menzogne o qualche altra parola proibita? Lo si faccia rinsavire con
il digiuno e il silenzio”.
Formazione alla virtù - Quindi c’è un’attenzione alla debolezza
del fanciullo, ai suoi peccati, ai suoi limiti e un programma per
la formazione alla virtù. Dice inoltre: “La semplicità propria dell’età,
la franchezza e l’incapacità a mentire aiutano il ragazzo a confessare
facilmente i segreti dell’anima e così per non essere sempre sorpreso
in pensieri proibiti egli eviterà i pensieri sconvenienti e li rifuggirà
continuamente per timore di essere svergognato dai rimproveri” (pp.
128-129).
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Formazione alla virtù - Quindi c’è una formazione interiore su quali
pensieri sono convenienti e quali pensieri sono da scartare. Non
sono tanto le azioni, quanto i pensieri. Dice inoltre: “Bisogna incitare
l’anima, esercitarsi in ogni opera buona subito, fin dal principio,
finché è ancora malleabile, tenera e molle come la cera e si lascia
facilmente plasmare secondo le forme che le vengono date. E così
sopraggiungeranno la ragione e l’abitudine al discernimento, potrà
cominciare la sua corsa a partire dai primi rudimenti e dai principi della
formazione cristiana che ha ricevuto, poiché la ragione suggerirà ciò che
è utile e l’abitudine renderà più facile agire rettamente” (p.
129). Quindi si parla dell’uso della ragione e dell’abitudine della virtù,
due cose necessarie per la formazione di carattere.
Formazione alla castità - Un altro aspetto di San Basilio è la formazione
alla castità.
Se uno di questi ragazzi vuole farsi monaco dopo sedici-diciassette
anni, c’è il momento di scelta sia per la vita della verginità che per
la vita del mondo e la scelta deve provenire da una decisione, un
discernimento personale nel pieno uso della ragione.
Ma per tutti quanti per San Basilio, “la temperanza”, che vuol dire per
lui digiuno, autocontrollo, “è necessaria ed evidente... Nient’altro
riesce quanto la temperanza a trattare duramente il corpo e ridurlo in
schiavitù. L’esuberanza della giovinezza infatti e la foga delle passioni
sono trattenute dalla temperanza come da un freno” (Regola, c. 16, pp.
130-131). Un tema sempre attuale: la formazione alla castità.
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FORMAZIONE NELLE ARTI
CONCLUSIONE
Sempre in San Basilio c’è anche la formazione alle arti. Dice: “Poiché
in certe arti bisogna esercitarsi fin dall’infanzia, qualora alcuni di questi
bambini mostrino inclinazione per esse, non proibiamo che passino la
giornata con chi insegna loro quell’arte”, come in un tirocinio: “la notte,
però, devono assolutamente tornare tra i loro compagni, con i quali
devono anche prendere i pasti” (p. 130). Quindi dev’esserci un rapporto
intimo con il maestro dell’arte mantenendo, nonostante l’attività,
l’abitazione e la comunità fra i ragazzi.
In questa prima parte abbiamo esaminato tre autori monastici da
ambienti molto diversi. Le loro idee sono confluite nel Medioevo per
formare una nuova sintesi. Adesso nella seconda parte vorrei proporre
questa sintesi e poi porre anche delle domande per provocare un
dibattito.
FORMAZIONE CULTURALE
La formazione culturale non è descritta con grandi dettagli però ci sono
alcune indicazioni. Basilio dice che (p. 128) “è necessario che anche lo
studio sia conforme al fine che ci siamo proposti in modo che i ragazzi
imparino a servirsi delle parole tratte dalla Scrittura e in luogo dei miti”,
cioè della letteratura greca, “si raccontino loro le opere meravigliose
della storia di salvezza” e imparino a leggere con il testo della Bibbia
e non coi racconti dei miti. Per quanto riguarda la pedagogia, dice: “Li
si istruisca con i detti del libro dei Proverbi che parlano di come vivere
bene e si dia loro una ricompensa quando ricorderanno nomi e fatti”,
un piccolo premio: “In questo modo, divertendosi e quasi per gioco,
raggiungeranno lo scopo senza fatica e senza difficoltà” (p. 128). Infine
dice: attraverso un’indicazione corretta i ragazzi si abituino facilmente
ad essere attenti e a non distrarsi, se i loro maestri domandano loro di
continuo dove è la loro mente e a che cosa si volgono i loro pensieri.
Oggi sperimentiamo una grande difficoltà nelle scuole di concentrarsi, di
essere attenti, ma già nel IV secolo san Basilio ne parla.
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SECONDA PARTE: SINTESI E DIBATTITO
Ci sono quattro elementi del carisma educativo monastico che
abbiamo individuato:
1)
2)
3)
4)
c’è la scuola,
ci sono gli educatori,i formatori,
poi il metodo pedagogico e infine
il contenuto.
Vorrei dire qualcosa su questi quattro argomenti.
1. Prima di tutto la scuola.
Abbiamo visto scuole all’interno del monastero e anche
all’esterno del monastero, in ogni caso una scuola in disparte,
separata dal mondo.
Domanda: per educare i nostri figli è necessario un contesto separato
dal mondo? Personalmente credo di sì, ma in quale misura? Perché
è anche importante saper relazionarsi col mondo. Il mondo si può
concepire secondo due categorie: il creato che Dio ha fatto (e questo
25
mondo è bello, attraente, meraviglioso) e il mondo nel senso del vangelo
di san Giovanni, e questo mondo è profondamente malato. La cultura
dominante è basata sulle menzogne.Un distacco formativo è necessario
per poter poi tornare al mondo con gli strumenti necessari per affrontare
la malattia e le menzogne. Il sistema educativo aiuta i nostri figli ad
avere questo atteggiamento di indipendenza dalla cultura dominante?
Acquistano gli strumenti per fare una critica coerente di questa cultura?
2. La seconda categoria: gli educatori. Abbiamo visto:
- l’esempio degli anziani,
- la sollecitudine dell’abate alternando rigore e dolcezza, la
severità del maestro, la tenerezza del padre.
- Abbiamo visto l’attenzione del cellerario nelle cose pratiche,
- la premura del maestro, molto paziente, con molta
esperienza, capace non soltanto di insegnare la materia ma di
“guadagnare le anime”.
Domanda: chi sono gli educatori dei nostri figli? Sono affidabili? Danno
un buon esempio di vita? Hanno la capacità di formare non soltanto la
mente ma anche lo spirito? Nel sistema monastico gli scolastici imitano i loro
modelli. I nostri insegnanti offrono buoni modelli da imitare?
3. La terza categoria è il metodo pedagogico, in tre parti; prima di
tutto:
- la disciplina. San Benedetto insiste sulla disciplina, una disciplina
rigorosa ma non oppressiva, fatta con misura, con ragionevolezza, con
discrezione, per mantenere il buon ordine e per correggere le colpe.
Riflessione mia: i frutti della disciplina, secondo me, sono lo spirito di
26
sacrificio, di abnegazione, di autocontrollo. Queste sono virtù molto
importanti. Il nostro sistema educativo attuale aiuta i nostri figli ad
acquistare queste virtù, questa autodisciplina?
- Un secondo aspetto del metodo pedagogico è l’approccio
basato sulla Parola, la Parola di Dio, la Bibbia.
- Si sottolinea l’importanza:
- della memorizzazione,
- della ripetizione,
- della lettura ad alta voce
- e c’è un corpus limitato di materie, non ci sono
tantissime possibilità, c’è un repertorio limitato che si
può approfondire e c’è molta attenzione alla parola scritta
e parlata.
Questo aspetto non è molto sviluppato nelle nostre fonti perché è
dato per scontato, in quanto la parola di Dio sta alla base della cultura
monastica. Per acquistare questa cultura, però - per poter leggere con
comprensione - si deve essere attenti e non distratti. I nostri figli hanno
questa capacità di concentrarsi? Il sistema educativo favorisce questo
tipo di concentrazione? Vorremmo persone con la capacità di pensare,
riflettere, valutare - per poi poter comunicare ciò che hanno meditato.
Queste capacità sono abbastanza rare...
Quindi ci sono due aspetti da considerare: la Bibbia come base della
cultura cristiana e la capacità di leggere la Bibbia con attenzione.
- Il terzo aspetto del metodo pedagogico è l’integrazione.
Nel sistema monastico ci sono tre aspetti della formazione dei
giovani che vanno assolutamente integrati:
a) la formazione intellettuale,
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b) la formazione morale, di carattere, e
c) la formazione spirituale.
Questi tre aspetti sono presenti nei nostri programmi educativi?
4. Sviluppo un po’ questa triplice formazione: intellettuale, morale e
spirituale.
a) La formazione intellettuale:
1) nelle nostre fonti il nucleo spirituale è
- la Bibbia, specialmente i salmi,
- la liturgia (perché i ragazzi devono imparare a
memoria gli inni nei cantici) e
- i Padri della chiesa.
Domanda: i nostri figli conoscono i salmi? Leggono la Bibbia?
Frequentano la liturgia nei luoghi rari dove è celebrata bene?
Hanno qualche conoscenza dei Padri della Chiesa? Di solito sono
completamente digiuni di queste cose. Quindi ciò che costituiva il
nucleo spirituale fondamentale di un tempo non c’è più e ci meravigliamo
che c’è una crisi di fede.
2) Un altro aspetto della formazione intellettuale è
l’umanistica,
- il latino,
- il trivium,
- il quadrivium.
3) Altre materie:
- storia,
- letteratura,
- scienze naturali, ecc.
Queste materie fondamentali fanno parte del programma di studio del
nostro sistema educativo? Non è piuttosto vero che il sistema antico è
stato abbandonato? E’ giusto che sia così?
Possiamo recuperare qualche cosa?
4) Per quanto riguarda le arti:
Sarebbe bello se oltre alle materie accademiche ogni studente
imparasse un’arte, cioè la capacità di fare qualcosa con le
proprie mani. Si potrebbe fare un tirocinio da
+ un falegname,
+ un cuoco,
+ un sarto,
+ un fabbro,
+ un idraulico,
+ un muratore,
+ un agricoltore,
+ un allevatore degli animali
e così via; si potrebbe cioè avere una capacità anche pratica.
b) La seconda parte di questa triplice formazione, oltre alla
formazione intellettuale, è la formazione spirituale e nelle nostre
fonti questa formazione consisteva nella
- preghiera con i monaci,
- Lectio divina,
- salmi.
Domanda: i nostri figli ricevono una formazione spirituale? La catechesi
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parrocchiale è, in genere, inutile, ma i nostri figli devono imparare a
pregare. Si prega in famiglia? Si acquistano abitudini di virtù quali la
preghiera quotidiana, la lectio divina, la confessione frequente, i ritiri o
cose occasionali di direzione spirituale e così via?
Sono cose difficili, lo so.
c) La terza parte della triplice formazione è la formazione morale,
di carattere. Abbiamo visto nelle nostre fonti l’enfasi:
+ sull’acquisto delle virtù,
+ sulla formazione alla castità,
+ sulle buone maniere,
+ la cortesia,
+ la capacità di relazionarsi con altri,
+ la capacità di vivere in comunità.
Nel mondo accademico e nel mondo monastico ogni tanto si incontrano
delle persone molto intelligenti che si comportano da barbari, cioè non
sanno relazionarsi con gli altri anche se molto intelligenti, quindi la
loro formazione è stata deficiente. I nostri figli ricevono una formazione
nelle buone maniere e nelle varie espressioni di cortesia?
I giovani sono aiutati a sradicare i vizi per acquistare le virtù? C’è una
formazione alla castità?
Hanno la capacità di vivere in comunità mettendo da parte il loro
egoismo a favore del bene degli altri? Questa è una condizione essenziale
non soltanto per la vita monastica ma anche per la vita in famiglia, nel
matrimonio.
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Infine qual è la responsabilità della scuola nella formazione di
carattere e qual è la responsabilità della famiglia?
Ho posto tante domande. Non ho una risposta per tutte queste
domande. Questo è per il nostro dibattito.
Marco Sermarini: Ora se qualcuno vuole fare delle considerazioni o
delle domande o dare qualche risposta c’è il microfono.
Padre Cassian: Forse la voce che viene dall’antichità, dalla tradizione
monastica è sempre un po’ strana per la nostra realtà di oggi, ha un
sapore diverso. Però proprio perché è diverso può provocare delle
riflessioni.
Domanda: Padre Cassian, io sono rimasto colpito quando sul discorso
sulla scuola tu dicevi: “E’ necessario staccare l’alunno dal mondo”
perché è una delle obiezioni che abbiamo incontrato nella nostra
scuola. Poi ripensandoci adesso ho pensato: nella vita militare c’è un
addestramento precedente, uno non lo fa sul campo di battaglia altrimenti
dura un minuto. Nel calcio, nello sport mi viene da pensare a tantissime
situazioni dove nessuno si immaginerebbe mai di buttare il proprio
figlio in mezzo alla mischia. Nella scuola però no; cioè nell’educazione,
nell’affrontare la vita un adolescente spesso viene lasciato solo e di
fronte alle obiezioni di chi dice: “Guarda, forse è ancora un po’ piccolo”
, “no, si deve fare le ossa”. Però c’è un po’ di difficoltà, quando invece
magari noi stessi genitori in tantissime situazioni diciamo: “No, prima
di farlo andare in acqua da solo lo stacco dall’acqua stessa, cioè non
lo faccio andare oltre il punto dove non tocca perché altrimenti so che
rischierebbe la vita”. Mi piacerebbe, insomma, che ci spiegassi un po’
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questa cosa, cioè, non è che c’è da spiegare, perché se è vero in questi
casi è vero anche nell’educazione.
Padre Cassian: E’ molto difficile dire che se la nostra cultura fosse
favorevole alla fede cristiana sarebbe un’altra cosa, cioè non sarebbe
necessario staccarsi così drammaticamente dal mondo, ma se la
cultura è ostile, non soltanto indifferente, ma proprio ostile alla fede
cattolica, e se i nostri ragazzi che vanno alla scuola statale imparano
cose implicitamente, non sempre esplicitamente, spaventose e queste
cose entrano, come l’aria che respirano, nel loro modo di pensare,
abbiamo abdicato dal nostro ruolo educativo, quindi credo che nella
nostra epoca sia più necessario che mai qualche distacco, non però
per rimanere in disparte, ma per fornire agli alunni quegli strumenti
necessari per affrontare il mondo e per essere capaci di discernere tra il
bene e il male e per poter percepire quando qualcosa è una menzogna
o è la verità. Non è facile fare questo discernimento perché i media,
i giornali e la televisione rafforzano sempre questi modelli culturali
che per noi sono un’aberrazione. C’è un rischio però: conosco negli
Stati Uniti vari gruppi che fanno la scuola a casa e se i genitori non
sono attenti, è possibile che i piccoli non imparino mai a relazionarsi
con un gruppo più grande e la formazione diventi un po’ riduttiva. Non
è necessario un aiuto alla formazione del giovane, quindi non è una
ricetta assoluta. Quindi lo scopo, ripeto, non è rimanere in disparte, ma
avere gli strumenti necessari per affrontare il mondo come testimoni.
Marco Sermarini: L’aspetto che io ho notato di quello che dicevi è quello
relativo alla disciplina, sia nel senso di una disciplina che aiuti a gestire
i giovani come ne parla san Benedetto, che dice: “Ci vuole qualcuno
che li guardi perché poi giustamente ci vuole la disciplina”, sia nel
32
senso delle ultime cose che hai detto, ovverosia quando tu parlavi di
una formazione che serva ad acquisire abnegazione. Erano anni che
non sentivo questa parola: abnegazione. Lo dico ridendo però è vero;
abnegazione, spirito di sacrificio (hai usato un’altra parola che adesso
mi sfugge, ho preso anche degli appunti ma adesso non ritrovo più
niente, però tu sai come trovarle queste cose). Questo criterio della
disciplina oggi non mi sembra un argomento di discussione, mi sembra
fuori da qualunque curriculum educativo, eppure io ho dovuto imparare
tante cose da grande perché da ragazzo tante cose non sono stato
educato a farle, perlomeno fino a un certo momento. Dopo infatti in certi
momenti ho fatto più fatica, poi la vita arriva, stringe ed è opportuno
che tu eserciti queste virtù perché lo scopo che ti si pone davanti
necessita queste virtù perché altrimenti non lo ottieni. Anche se poi
noto tante volte una sorta di schizofrenia, cioè la disciplina in quanto
tale spesso nelle scuole non viene minimamente considerata. Dall’altra
parte si suggerisce un cinismo; quando si affronta la vita, quando si
diventa grandi, cioè quando si esce dal sistema scolastico, dal sistema
educativo o anche mentre sei nel sistema scolastico-educativo, dall’altra
parte appunto a volte, o in casa o fuori di casa, i modelli che si vedono ci
suggeriscono un cinismo piuttosto squallido che però necessita almeno
una cattiveria per ottenere certe determinate cose, per cui, ad esempio,
se uno vuole diventare un campione di calcio deve allenarsi tanto e
quindi necessita di uno spirito di sacrificio che a mio avviso meriterebbe
miglior causa. Vorrei che tu approfondissi questa questione, cioè se da
una parte non si suggerisce la disciplina, dall’altra (non mi sembra la
stessa parola, non è giusto chiamarla disciplina) si suggeriscono un
cinismo e una forza di volontà che secondo me meriterebbero miglior
causa.
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Padre Cassian: Se posso sviluppare l’immagine degli atleti, questo è
accettabile nella nostra cultura, cioè la disciplina per l’allenamento degli
atleti è anche lodata. I giovani sono disponibili a sacrificarsi per lo sport.
I padri monastici adoperano molto quest’immagine dell’atleta nella vita
spirituale e dicono che c’è il monaco che è l’atleta dello spirito e ci vuole
un allenamento spirituale per arrivare al premio. Questo allenamento
richiede disciplina interiore ma non è una degli esercizi per correre
più velocemente, più celermente e quando diventa un esperto corre
con libertà, con gioia, con leggerezza, per così dire. Quindi lo scopo è
di fare le cose difficili con questo spirito di padronanza. Un musicista
che suona il pianoforte, ad esempio; qualcuno molto bravo che si è
esercitato per anni e anni suona senza sforzo, come se fosse una cosa
facile; sembra facile perché per anni ha lavorato, si è esercitato. Niente
è facile, è una bugia dire che si può avere tutto adesso; non è vero,
non corrisponde alla realtà. Si deve lavorare per anni per acquisire
queste capacità; è così anche per le cose dello spirito. Quindi, ripeto,
non soltanto per i monaci, ma per la vita in famiglia, se qualcuno non
sa disciplinarsi, frenare il proprio desiderio e non sa andare incontro
agli altri, abnegare se stesso a favore degli altri, come si può vivere
insieme? Diventa un inferno, infatti molti vivono nell’inferno proprio
perché manca questo spirito di autodisciplina. Quindi è per il nostro
bene, per la nostra libertà interiore, una cosa positiva, però è difficile,
non possiamo pretendere di far finta che non è difficile.
come ne parli tu, da come poi sono stato anche un po’ educato in
questa Compagnia vedo che è proprio corrispondente a come è fatto
l’uomo, a come è fatto il bambino. Lo vedo anche in mio figlio; lui le cose
belle le impara a memoria, le cose che lui ritiene belle, valide per sé,
le impara a memoria. Però il problema è di chi educa, non è tanto del
bambino, perché il problema dell’educazione è dell’adulto, non è tanto
del bambino. Il grande problema è questo, cioè per noi che in qualche
modo abbiamo a che fare coi nostri figli, coi figli dei nostri amici, essere
costantemente richiamati a questo compito qui è una cosa grande. Chi
ha questa responsabilità come può essere in qualche modo sostenuto
e aiutato costantemente ogni giorno?
Domanda: Una domanda molto semplice sulla questione degli
educatori. Prima un’altra cosa: sulla questione del fatto che si debba
abituare con l’esercizio e con la correzione continua i giovani, i bambini
a coltivare queste virtù, io ho sempre pensato, quando ero ragazzino,
che fosse magari qualcosa di negativo, una costrizione; invece, da
Padre Cassian: Sono domande importanti e anche difficili. Direi: questa
è una generalizzazione su cui si può discutere, ma dopo la seconda
guerra mondiale, quindi negli ultimi sessant’anni circa, abbiamo almeno
due generazioni, se non tre, in cui l’educazione non è stata fatta bene
e quindi i genitori non sanno educare i figli. Il problema non sono i figli,
sono i genitori, ma non è colpa dei genitori perché i loro genitori, a loro
volta, non li hanno educati bene e quindi abbiamo due o tre generazioni
di crollo del nostro contesto sociale che lascia ferite profonde nella
società e nella nostra vita personale. Nel monastero abbiamo, grazie a
Dio, molte vocazioni ma le vocazioni vengono dalla nostra società e con
ferite serie che richiedono tantissimo tempo per guarire e ricostituire la
persona, in un certo senso, perché mancavano gli educatori. E’ utile avere
una visione un po’ più larga per capire il perché, però è inutile aspettare
altre persone per correggere il problema. Sono convinto, grazie alla mia
esperienza personale, che noi dobbiamo ricominciare da capo, quindi
l’educatore sei tu; tu devi educare i tuoi figli e poi tuo figlio avrà una
maggiore possibilità di educare i suoi figli meglio perché le generazioni
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possono adesso andare al meglio anziché al peggio. Quindi abbiamo
una grande responsabilità, ma tocca a noi, non possiamo aspettare gli
altri. Ne sono convinto. Per quanto riguarda il sostegno degli altri, avete
una comunità bellissima qui in cui troverete proprio questo sostegno,
quest’amicizia e questa guida delle persone più anziane. Quindi ci sono
buone possibilità, la situazione non è negativa in questo senso. C’è la
speranza della nuova vita e quindi dobbiamo ricominciare e voi state
facendo proprio questo.
Domanda: Io ringrazio della presentazione di questo tema e mi
venivano queste riflessioni che volevo comunicare. Nella Chiesa alla
sequela di Cristo restiamo sempre discepoli, quindi questo educare
non è solo dei benedettini e neanche della scuola, ma di tutta la vita.
Anche Benedetto XVI, il grande maestro e Pietro rimangono discepoli,
ogni giorno vanno alla scuola di Gesù. La lectio divina è andare
a scuola di Gesù. Io posso aver studiato tanto, poi tutte le mattine mi
alzo presto per andare a fare la lectio, cioè mi siedo, come Maria di
Betania, ai piedi di Gesù che mi educa. Volevo dire che è scuola anche
quello che ho imparato dalla Bibbia, dalla parola di Dio, con cui Dio
stesso educa il suo popolo, educa me attraverso la Scrittura e questo
va tenuto presente. Anche se tante volte nelle omelie dei sacerdoti non
impariamo questo che invece è essenziale. Dio mi educa attraverso la
parola, ma mi educa anche attraverso quello che succede nella mia vita.
Se io ho una prova, la fede mi dice: Dio mi sta educando, per esempio,
a un’umiliazione; Dio mi sta educando a una malattia; Dio mi sta
educando ad essere povero; occorre leggere questo suo intervento
perché rimane il maestro, perché Gesù è il maestro. Ma volevo dire che
anche la Chiesa educa. Io sono d’accordo con Marco, certe parole non
si usano, ma noi non andiamo col mondo, noi andiamo col vangelo. La
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chiesa educa attraverso l’esempio dei santi. Io sono molto presa da
domani. Domani qui succede un evento che io sto vivendo con una
grazia grande. Vengono i genitori di santa Teresina del Bambin Gesù. Io
sono stata educata da Teresina di Lisieux. Parte della mia vocazione è
venuta leggendo “Storie di un’anima”, che mi ha allargato gli orizzonti.
Io volevo fare la missionaria, cosa ho imparato da Teresina? E’ patrona
delle missioni, ma non è mai uscita dal convento, non è uscita dalla
Francia, ha salvato più anime lei dei missionari che hanno viaggiato.
Sono cose veramente grandiose. Patrona delle missioni una monaca
di clausura vissuta lì in convento. Io ricordo mia mamma che mentre mi
sfregava le mani perché avevo freddo, diceva:“Teresina non l’avrebbe
fatto”. Io sono cresciuta con l’esempio di Teresina, perché Gesù sa che
hai freddo alle mani, non devi farlo vedere agli altri, lo offri. Pare fuori
moda, io stessa, mentre lo dico qui, mi ritrovo in mezzo a una chiesa
viva. I Tipi Loschi insegnano ai bambini gli esempi dei santi. Teresina di
Lisieux non si scusava. Ti hanno fatto un’offesa, hanno detto una cosa
di te che non è giusta? Devi far valere i tuoi diritti! Far valere i diritti?
Mia mamma mi ha insegnato: “Teresina non lo faceva”. Il noviziato io
l’ho fatto prima con mia mamma e santa Teresina. Volevo comunicare
questo e ricordare che domani vengono i genitori di santa Teresina. A
me prima un signore che è qui in mezzo (non so il nome) ha detto: “I
genitori di Teresina ti vengono a trovare, Camilla!”. Ed è vero! Io lo sento
come un dono che Dio fa a me, oltre che a tutti noi. Volevo dire di fare
molta attenzione, al di là delle mode e di quel che si dice, e di educare
anche attraverso l’esempio dei santi.
Padre Cassian: Grazie per la testimonianza.
Domanda: Io ho una domanda. In questi giorni qui alla Festa abbiamo
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trattato anche il tema della liturgia e io mi sono sentito dire per due
volte in due occasioni diverse (una volta da un prete e un’altra volta da
un barista) di essere un lefebvriano. La prima volta il prete si è rifiutato
di leggere la preghiera a san Michele Arcangelo. Io dopo gli ho chiesto
il perché di questo suo rifiuto e lui ha detto che, secondo il Concilio
Vaticano II (io la dico come l’ho sentita), il demonio è stato sconfitto per
sempre da Cristo. Allora io mi domandavo: allora gli esorcisti dovrebbero
essere mandati in pensione perché cosa stanno a fare se il demonio
non esiste più? Poi la seconda volta che me lo sono sentito dire (ero in
presenza anche di alcuni amici) parlavamo in un bar. Io ho detto, dopo
la partita Italia- Germania, che la Germania di buono ha solamente il
papa Benedetto XVI. Allora questo qui, che è uno cattolico, ha fatto così
con la testa e allora io gli ho detto:“Scusa, perché (poi porta anche il
rosario, è una brava persona, ci ha fatto anche da sponsor), qual è il
problema?”. “No, perché il papa...”. Allora lui mi ha nominato subito don
Gallo, che non so se conosci, ma è un prete che appoggia l’aborto, è
uno di quei preti che vanno in giro con la sciarpa della pace e allora io
gli ho detto: “Don Gallo secondo me dovrebbe essere scomunicato”, in
maniera provocatoria. Allora lui mi ha detto: “Allora tu sei un lefebvriano”,
per la seconda volta. Allora io mi sono domandato: siccome anche
Marco ci ha educato, anche con la vostra amicizia, anche attraverso dei
piccoli esercizi (non si finisce mai di educarsi), vedo che molte persone
nel nostro rito moderno non si inginocchiano alla consacrazione,
fanno così al Padre Nostro (sembrano Buffon), non si alzano quando
il Santissimo viene portato via, tante volte anche gli stessi religiosi ti
danno il Santissimo sulle mani guardando da un’altra parte. Lì c’è il
concetto del maestro e questa cosa qui mi ha fatto rivalutare anche
il concetto del maestro nella Chiesa; quanta scomposizione, quanta
distrazione c’è in noi cattolici? Io ho avuto una piccola esperienza con
la nostra squadra di rugby, non abbiamo giocato mai perché ci siamo
solo allenati. Dicevamo la preghiera prima di andare via, la preghiera
prima di iniziare per le persone malate, in particolar modo per i bambini,
e quando io mi dimenticavo, loro mi dicevano: “Ma non preghiamo?”.
E quando loro sbagliavano, io gli facevo fare dieci flessioni, però le
facevamo tutti assieme. Ho visto che questa cosa qui ha creato un bel
gruppo, poi si è sfasciato subito come il monastero di Cassiodoro, però
per me è stato molto efficace, perciò io vorrei che tu ci chiarissi bene
anche questo nuovo rito che il papa sta introducendo e mi dessi un po’
di argomenti per farmi sentire meno lefebvriano.
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Padre Cassian: L’appellativo lefebvriano non c’entra assolutamente nulla,
è soltanto una reazione emotiva. Credo che al fondo delle situazioni
che hai descritto ci sia una crisi di fede nella Chiesa, non al di fuori
di essa, ma nella Chiesa. Di fronte ad un’espressione di fede come
la tua, un’altra persona può sentirsi a disagio e quindi può rispondere
con questa reazione emotiva, perché l’espressione della fede provoca
una reazione o forse implicitamente un rimprovero, se la persona ha
qualche resto della fede e si sente un po’ rimproverata e a disagio.
Quindi non ti preoccupare di queste cose, la questione non è neanche
sulla liturgia antica o sulla liturgia attuale perché si possono fare tutte
e due bene o male. E’ una questione di fede, perché se io ho fede
celebro la messa sia nel rito attuale sia nel rito antico con reverenza,
con devozione. Se non ho fede, non importa, faccio qualsiasi cosa e
la gente percepisce subito la differenza tra chi la fa con fede o senza.
Quindi grande è stata l’intuizione di papa Benedetto di indire un anno di
fede, lui come al solito mette il dito proprio sulla piaga. La piaga è la crisi
di fede, quindi non dobbiamo essere sorpresi se la nostra fede provoca
delle reazioni e dobbiamo essere sempre gentili, cioè non ostili da parte
nostra. Quindi dobbiamo rafforzare la nostra fede.
Domanda: Io sono rimasto colpito, tra le altre cose già state dette,
da quel discorso che diceva che in famiglia bisogna pregare i salmi,
leggere i Padri della chiesa, ecc. Dopo che uno ascolta queste cose
dice: “Da domani inizio a fare questo, a leggere questo, quell’altro, poi
dopo una settimana finisce tutto. Siccome siamo maestri in questo, cioè
nel dare il giusto passo a tutto, partendo a mille e poi ci si ferma, io
ti volevo chiedere qualche consiglio pratico, un modo per poi essere
fedeli a questa cosa qui, perché nel mondo soprattutto noi che magari
lavoriamo non abbiamo tutti i giorni un contatto con qualcuno che
ci ricorda questo, invece in monastero ritengo che sia più semplice,
perché uno lì ha i confratelli, oppure anche in una famiglia che pratica
questo ritengo che sia più semplice, ma se uno sta da solo oppure al
lavoro dopo un po’... Ci vediamo spesso tra di noi, però il rischio grande
è sempre questo, il cuore batte forte, poi dopo una settimana o dieci
giorni è tutto finito. Allora puoi darci qualche consiglio molto pratico?
Grazie.
Vangeli, ma è sempre la Parola di Dio e ci sono intuizioni importanti.
Come diceva lei, leggendo la Sacra Scrittura, il capitolo assegnato per
quel giorno, tante volte ho sperimentato che il Signore mi dava proprio
il versetto, la parola di cui avevo bisogno per affrontare i problemi della
giornata, come se fosse indirizzato proprio a me. Quindi posso dare
a Marco una copia di questo programma perché è molto concreto e
fattibile, altrimenti avremmo questi ideali: ah sì, sarebbe bello leggere la
Bibbia e poi, come hai detto, non ci riusciamo mai. Quindi questo è un
suggerimento concreto: un capitolo al giorno. Funziona!
Marco Sermarini: Ci sono altre domande? Sì, bene.
Padre Cassian: Ho un suggerimento molto concreto; seguo questo
metodo da decenni. C’è un opuscolo che divide la Bibbia in capitoli
in modo che si possa leggere tutto il Nuovo Testamento in un anno,
facendo un capitolo al giorno, e il Vecchio Testamento in due anni,
facendo sempre un capitolo al giorno, quindi in tre anni con quindici
minuti al giorno si può leggere tutta la Bibbia. Per me è molto utile
perché seguo le indicazioni oggettive del programma anche se i miei
sentimenti forse sono altrove. Ad esempio in questo momento sto
leggendo il libro di Ester e poco fa il secondo libro delle Cronache.
Non c’è necessariamente lo stesso succo spirituale che si trova nei
Domanda: Mi ha colpito questo, sentendo tutto quello che hai detto
all’inizio sulla tradizione, sulle regole che i monaci hanno, sulle abitudini
giornaliere. Mi ha colpito il fatto che si è parlato di un po’ tutta la vita
dell’uomo, di tutto quello che si svolge durante le giornate, il mangiare,
il tempo libero, come i giovani devono andare a dormire, le cose che
devono mangiare, come devono giocare, devono studiare, devono
memorizzare. Io penso che ciascuno di noi, ascoltando tutte queste
cose, si sia ritrovato su un particolare e, secondo me, sbagliando,
perché spesso e volentieri ognuno di noi si fissa su un particolare. Chi
si fissa su come deve mangiare il proprio figlio per non farlo ingrassare,
l’altro si fissa sul fatto che dev’essere pulito e non deve puzzare, l’altro
si fissa che deve studiare e dare il massimo perché è giusto dare il
massimo nello studio, però poi mi pare che alla fine si perda un po’
di vista qual è lo scopo di tutte queste cose che i monaci nella loro
tradizione hanno tramandato nel tempo ed è quello che volevano fare
effettivamente, regolando tutte queste cose qui. Se ci potessi ridare una
chiave unitaria di tutte queste cose qui affinché non andiamo a casa
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con l’idea che in fondo io a mio figlio gli esercizi fisici glieli faccio fare
perché il fisico è importante, il che è effettivamente importante (non è
che non lo è) però, ecco, non è solo quello.
Padre Cassian: Comincio con l’obiettivo. L’obiettivo, se posso parafrasare
la Lettera agli Efesini, capitolo 4, è la piena maturità di Cristo, cioè
la piena maturità umana in Cristo. Questo è il nostro scopo, ciò che
vogliamo per i nostri figli. Come arrivare a questo obiettivo? Come
hai detto giustamente, c’è l’insieme delle cose, non soltanto elementi
singoli e per questo volevo accennare all’importanza dell’integrazione
di elementi intellettuali, morali e spirituali nella formazione. Come
sapere quando enfatizzare un aspetto o l’altro? Questo San Benedetto
lo chiama discretio, per avere la discrezione che viene con l’esperienza
e con la grazia di Dio di sapere che cosa fare, quando, come e in
quale misura. Non c’è una ricetta per questo, è la virtù della discretio,
che per San Benedetto è la virtù principale, la madre di tutte le virtù,
dice citando Cassiano. Quindi, di nuovo, non è che io possa dare una
ricetta perché la responsabilità è la tua, cioè di chiedere questo dono
della discrezione per sapere come gestire la formazione integrale,
integrativa per arrivare allo scopo della piena maturità, non soltanto
umana, ma in Cristo, spirituale, perché noi genitori diamo vita fisica ai
nostri figli e questa è la parte forse più facile, ma dare la vita spirituale è
molto più difficile, ma anche molto più importante. Però hai ragione, non
è un singolo elemento, è l’insieme delle cose, con discretio. Mi dispiace
non aver dato una risposta più facile.
padre Cassian sono domande che uno dovrebbe portare stampate,
cioè farsele una volta bene, dare delle risposte bene e poi rifarsele
dopo un po’ per dirsi: dove sono arrivato? Dove stiamo andando? Non
mi sembra peregrino, mi sembra importante e noi stiamo insieme per
questo, perché tra noi possiamo svegliarci quotidianamente per tenere
sempre desta la bandiera del mondo, come diceva il nostro amico
Chesterton, affinché noi possiamo avere sempre a cuore il vero bene
dei nostri figli, dei nostri amici, di tutti quelli che abbiamo intorno e del
mondo che ci è stato dato in custodia, in consegna, pezzetto pezzetto. E’
un po’ come nel gioco del rugby, dove bisogna avanzare e conquistare
terreno per fare meta. Ecco, bisogna continuare così, quotidianamente
bisogna richiedersi se stiamo andando per la strada giusta e poi
correggere il tiro se c’è da correggerlo, quindi grazie, padre Cassian!
Ancora una volta grazie! Non mi sembra poco anche perché comunque
noi confidiamo sul vostro aiuto sempre, non solo nella preghiera ma
anche in questa bella dritta costante che ci venite dando. Dal canto
nostro noi facciamo quello che è possibile verso di voi. Teniamo sempre
alta la bandiera del mondo anche per voi, proprio perché siete quel
pezzetto interessante che ci piace e che vorremmo espandere insieme
a voi.
Marco Sermarini: C’è qualche altra domanda? No? Bene, allora
possiamo chiudere. Per concludere dico solo questo: mi sembra che ci
si siano aperti non solo degli interrogativi. Le domande che ci ha fatto
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Finito di Stampare nel mese di Ottobre 2012
pro manuscripto
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Prefazione Grazie per San Benedetto, uomo